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Title: Conversazioni critiche
Author: Carducci, Giosuè
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Conversazioni critiche" ***

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                        NOTE DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

--In questo libro vengono usate molte doppie accentazioni e doppie
  dizioni; sono state quasi integralmente mantenute per aderenza
  all'opera originale.

--Il testo grassetto è stato reso includendolo tra due segni
  "uguale: =testo grassetto=.

--Le note a piè di pagina sono state riunite in fondo al libro.



                              G. CARDUCCI


                        CONVERSAZIONI CRITICHE


                              4º Migliaio


                                 ROMA

                    CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.

                  _Via dell'Umiltà.--Palazzo Sciarra_


                                 1884.

                        CONVERSAZIONI CRITICHE


                              G. CARDUCCI



                        CONVERSAZIONI CRITICHE


                              4º Migliaio


                                 ROMA

                    CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.

                  _Via dell'Umiltà.--Palazzo Sciarra_

                                 1884.


                         PROPRIETÀ LETTERARIA


              ROMA--Tipografia dell'Ospizio di S. Michele

                 _in esercizio di Carlo Verdesi e C._



PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO


Nella _Nazione_ di Firenze 23 settembre 1861.



PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO


Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne'due scritti del dott. C.,
intitolati _I beni della letteratura_ e _I mali della lingua latina_,
intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime
condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora
fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile.

Ma noi amiamo e desideriamo il vero in tutto e per tutto: noi,
abborrendo dalle comode declamazioni, crediamo non si possa comprendere
in un odio e uno spregio sistematico tutto intero un secolo, tutta
intera una letteratura, senza dissimulare molti fatti, senza sforzare
molte illazioni, senza falsare molti giudizi; e, quando procedesi con
buona fede e con animo volto al bene, com'è di certo il caso del
signor C., senza involgersi in contraddizioni che nocciano capitalmente
all'assunto. Anche noi anteponiamo di gran lunga, almeno quanto il
signor C., la letteratura di Grecia alla romana, la trecentistica
nostra a quella della seconda metà del Cinquecento. Il signor C. per
altro, in quel che tócca della civiltà romana e della letteratura
di tutto il Cinquecento, ha fatto ne'suoi scritti uno stillato, un
sublimato, per cosí dire, delle opinioni del Balbo e del Cantú, e
troppo ai loro asserti si affida, troppo si abbella fin delle loro
citazioni. Ma il Balbo e il Cantú, oltre che in letteratura e in
filosofia non attinsero sempre alle fonti, vollero anche giudicare la
storia e la civiltà cosí antica come moderna dal solo punto di vista
cattolico.

       *       *       *       *       *

E a noi sa di fazione, dottor C., della fazione che spinse il
cristianesimo all'intolleranza, alle persecuzioni, agli sperperi
delle arti antiche, agli abbruciamenti delle biblioteche, fra cui
esultava lo spirito selvaggio di Orosio, il prete spagnolo che poi
doveva insultare all'eccidio di Roma, quel proscrivere, come voi
fate, quel bandire all'odio universale tutta intera una civiltà, che
improntò gran parte di mondo di quella unità meravigliosa onde s'aiutò
poi il cristianesimo, che lasciò all'Europa il retaggio della sua
legislazione, delle sue costituzioni, del suo senno pratico: la civiltà
che sola diè all'Italia l'idea nazionale, da' cui frantumi risorse
colla forma dei Comuni la libertà popolare, col simbolo dell'impero il
concetto dell'unificazione. Quando voi dite che la civiltà romana _ai
nostri giorni farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane_,
non c'è bisogno di confutarvi: simili sentenze portano nella loro
esagerazione la loro condanna: ce ne appelliamo al Vico, da voi non
degnato mai di né pur nominarlo. Né la letteratura romana ha bisogno
delle nostre apologie, per non essere reputata _ordinariamente sotto
il livello della mediocrità e congegnata sempre sulla piú gelata
apatia del sentimento_: né del nostro aiuto han bisogno Cesare,
Cicerone, Tacito, Virgilio ed Orazio, per rimanersene fra i piú grandi
scrittori delle nazioni civili. Vero è ch'indi a poco voi salutate
Tullio _grande oratore_, parlate dei _canti immortali del castissimo
Virgilio_, onorate Tacito del titolo d'_ingegno superiore al giudizio
di qualunque non si levi all'altezza del genio_. Come ciò possa stare
con una letteratura _ordinariamente sotto il livello della mediocrità_,
altri vegga: noi facciamo plauso alla buona fede. Del resto né pur
gli argomenti che voi portate contro l'insegnamento della lingua
e letteratura latina son nuovi: né voi, scrittore del _Prete e il
Vangelo_, avete sdegnato di seguitare il canonico Gaume e il padre
Ventura: basti dunque ricordare ai nostri lettori le risposte del
Thiers, del Gioberti e dello stesso Tommaseo.

Ma non posso lasciar senza nota questa singolare asserzione: «E chi
insanguinò sí atrocemente la rivoluzione dell'89, se non gli alunni
della lingua e della morale latina?» Caro ed egregio dottore, la non fu
colpa del latino, se un popolo gentile e cortese, se un'assemblea di
filosofi umanitari dovettero ripurgar la Francia nei lavacri di sangue
del 1792 e 93: tali eccessi furono dolorosa conseguenza dei piú grandi
eccessi di un clero, il quale, se voi aveste scritto _Il Prete e il
Vangelo_ poco piú che un secolo fa, avrebbe fatto ardere per man del
carnefice il vostro libro se non pur voi; dei piú grandi eccessi del
feudalismo, il quale, se voi foste nato vassallo, come venti milioni
d'uomini su a mala pena cinquecento, dava ad ognuno di quei cinquecento
il diritto di riscaldarsi i piedi agghiacciati nel vostro ventre
sparato, di salir primo nel letto della vostra sposa, o dottore. E il
clero e il feudalismo non furono istituzioni della civiltà romana, _che
farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane_.

       *       *       *       *       *

Veniamo alla letteratura del Cinquecento. Prima di tutto, se il dottor
C. avesse attentamente seguíto il filo della tradizione romana dalla
caduta dell'impero a tutto il secolo decimoterzo, ei non avrebbe
detto che il Boccaccio fu il primo a far romane le nuove lettere;
perché appoggiata d'una parte alle ruine del Campidoglio e al sorgente
Laterano dall'altra avrebbe veduto dominar sempre su l'Italia la
civiltà latina; perché nelle origini, nelle istituzioni, nelle glorie
dei Comuni avrebbe veduto l'orgoglio del nome romano, lo avrebbe
sentito nelle cronache, nei romanzi, nelle feste, nei canti; perché,
a ogni modo, fu Dante il primo a far romana la letteratura dei Comuni
italiani. E il quadro che il dott. C. delinea del Cinquecento è troppo
ristretto, troppo vago, troppo caricato in certi punti e falso in certi
altri, troppo copiato alla cieca dal libro XV della Storia Universale
del Cantú, che tutti sanno non esatto né imparziale scrittore.

E ben si pareva, anche senza ch'ei ce lo dicesse, che il dott. C.
non ha piú che _scartabellato_ gli autori del Cinquecento: il che,
se può bastare a buttar giú piú o meno calorose tirate, è poco a dar
giudizio d'un secolo, il quale, se altro non avesse avuto che Venezia
combattente contro tutta l'Europa, e le difese di Firenze e di Siena;
se altro non avesse avuto che l'alterezza nazionale onde sotto il
dominio straniero conservò purissimo il carattere paesano e ne improntò
Francia Spagna e Inghilterra ad un tempo, e il senso squisitissimo
e il culto amoroso del bello, che è sempre morale di per sé; se
d'altri nomi non si gloriasse che del Machiavelli, del Guicciardini,
dell'Ariosto, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, del Tasso, del
Sarpi (non metto come il dott. C. fra i cinquecentisti il Savonarola),
avrebbe sempre diritto a esser gloriosamente ricordato fra quei secoli
ne'quali il genere umano diè piú larga prova della sua nobiltà. Ah,
signor C., ben pochi segni dell'alfabeto ci vogliono e pochissimi
secondi occorrono a scrivere di queste righe «l'impudenza di abdicare
i diritti del cittadino e di rinnegare la terra dei padri è un tristo
privilegio dei cinquecentisti:» ben poco ci vuole! Ma, quando voi
infamavate cosí molte generazioni d'italiani, non vi sorsero per un
istante dinanzi agli occhi la greca figura di Francesco Ferruccio, non
la romana di Andrea Doria, non la italianissima del Burlamacchi? E lo
spasimo di un'anima e di un ingegno sublime tra l'ideale di una patria
libera e grande e la realtà d'una corrotta politica, non lo sentiste
voi mai nelle acerbe pagine d'un Machiavelli e d'un Guicciardini, le
quali pur nel disperato scetticismo sono de'piú gloriosi monumenti
del senno e della eloquenza italiana? E nel poema e nelle satire
dell'Ariosto non vedeste la piú gran fantasia dell'Europa, che dalla
trista verità del servaggio si ricovera nel campo della libera idea?
E nei comici, nei novellieri, nei satirici non avete sentito erompere
un concetto accarezzato dagli italiani, fin nel secolo decimoterzo, il
concetto della riforma e della libertà di conscienza?

Ma voi conchiudete: «L'epoca che è corsa fra Dante e il Parini è
una faticosa parentesi che interrompe il processo cronologico della
letteratura italiana--parentesi che non ha relazione col suo contesto,
ed è cosí estranea alle leggi di continuità, che è necessario
addentellare la nuova letteratura al Trecento.» Voi avrete le vostre
buone ragioni per obliare del tutto, non dirò il Tasso e l'Ariosto,
sí il Machiavelli, il Sarpi, il Bruno, il Campanella, il Vico; ma
e da vero la letteratura del Parini vi pare da potere addentellare
solamente alla trecentistica? Ad altri in vece parrebbe che quel
faticoso ed esquisito lavorío dello stile, quella cura della rotondità
dei contorni, quelle frequentissime rimembranze mitologiche, non
fossero virtú affatto affatto trecentistiche: e'parrebbe che la
formazione della poesia pariniana tenesse del latino anche troppo:
basti accennare le odi e molti luoghi del poema. E lo stesso può
dirsi d'altri sommi della scuola del rinnovamento, i quali meglio
mutarono le occasioni e le allusioni che non l'arte stessa, nella quale
ritraggono piú dai cinquecentisti che dal Trecento. Ma voi seguitate:
«dall'Alighieri al Parini, se si eccettui due canzoni del Petrarca,
alcuni sonetti del Guidiccioni e del Filicaia, quattro versi e la
vita di Michelangiolo, il Savonarola e il Galileo, sei costretto a
traversare quattro secoli di stupido oblio per la patria italiana.» E
noi vi regaliamo anche il troppo celebre sonetto del Filicaia: ma e
l'ultimo capitolo del Principe, e le Storie del Varchi e del Nardi, e
le orazioni del Casa per la lega e altre di altri, e tutto quasi il
canzoniere dell'Alamanni, e molte poesie non plebee di cinquecentisti e
secentisti, fin del Marini, e quelle del Chiabrera e del Testi, e piú
luoghi di poemi famosi, e le Filippiche del Tassoni, e le prose del
Boccalini mostrano elleno questo _stupido oblío della patria italiana_?
Lo mostrano molte altre e poesie e prose che giacciono inedite per
le biblioteche, colpa la erudizione pusillanime de'nostri critici
d'accademia e di sagrestia? E il nome d'Italia non ricorre frequente
fin nei versi degli Arcadi? Ben poco bastava aver veduto della nostra
letteratura, per non proferire un'accusa sí amara; della nostra
letteratura, a cui fu dato taccia di essere troppo egoisticamente
nazionale.

       *       *       *       *       *

Anche, avrebbe dovuto il dott. C., per acquistarsi maggior fede, curar
piú la esattezza dei particolari e delle citazioni. Nulla dirò delle
poche notizie intorno ai cinquecentisti, ch'egli ha per sua confessione
solamente _scartabellati_, e dove gli errori son piú veramente
imputabili al Cantú che non a lui. Ma in certo luogo, dopo aver chiesto
il bando della lingua latina dalle scuole, egli, per mostrare con
gli argomenti del D'Alembert la impossibilità del recare in quelli
studi la critica grammaticale ed estetica, domanda agli uomini di
buona fede: «come sentiranno che Virgilio sia cosí _trascurato nella
lingua_ da aver ordinato egli stesso la dispersione dell'Eneide, che
a noi pare un modello di latinità?» Veramente non è questione di
lingua scorretta: Virgilio voleva arso il poema, perché non gli aveva
dato ancora l'ultima mano né l'avea terminato (_ut rem inemendatam
imperfectamque_), e sconsigliatone da Seneca e Varo lo legò loro per
testamento, _sub conditione ne quid ederent quod a se editum non esset,
et versus etiam imperfectos, si qui erant, relinquerent_: tanto era
lungi dal dubitare della correttezza della lingua: veggasi Donato e
i biografi tutti. «Come comprenderanno--séguita il dott. C.--che
Orazio sia verboso come ne è tacciato da Ovidio?» Veramente il _tenuit
nostras numerosus Horatius aures_ non suona rimprovero di verbosità,
ma è lode di armonia nel numero e di pienezza di stile: veggansi i
dizionari. «Come Cicerone, lo dicono Tacito e Quintiliano, camminasse
balzellante od incolto?» Veramente non è Tacito che dice _incólto_
Cicerone: è l'oratore Apro, il partigiano del cattivo gusto, il Tesauro
del tempo suo, introdotto nel famoso dialogo da Tacito come antagonista
di Messala, seguitatore della buona tradizione, è Apro a cui Tullio
sembra _non satis expolitus et splendens_; quali apparivano gli
scrittori nostri del Trecento ai letterati della scuola del Bettinelli
e del Cesarotti. E Quintiliano non fa che riferire come Cicerone ad
alcuni suoi contemporanei avesse aria di essere _in compositione
fractior et exultantior_: ma quanto debban reputarsi fondati sul vero
i giudizi dei contemporanei, impacciati dalle parti politiche o dalle
scuole letterarie, non importa avvertire. E le accuse di _arcaismo_ a
Sallustio e di _patavinità_ a Livio erano non dell'opinione pubblica,
sí d'Asinio Pollione; il quale fu, come a dire, un pedante che andava
per la maggiore e si compiacea dei paradossi; archetipo di molti
critici de'nostri giorni. Per quel che tócca a Ovidio, non è difficile
anche a noi moderni il sentire come il Sulmonese corra profuso quasi
sempre e sia dilavato talvolta; e potremmo anche additare i versi ove
egli fallisce alle regole inventate di poi. Ma che monta? togliesi con
ciò il pregio ad Ovidio di essere uno de'piú copiosi scrittori romani?
Anche Dante e il Petrarca e il Boccaccio e il Machiavelli trascurarono
piú d'una volta le regole del benemerito Puoti. E il verso d'Ovidio,
che il dottor C. riporta come una confessione fatta dal poeta del suo
sgrammaticare, _Num didici getice sarmaticeque loqui_, non significa
veramente cotesto; sí è un accenno dello aver egli scritto nella lingua
getica: del che piú largamente altrove:

  Ah pudet! et scripsi getico sermone libellum.
    Structaque sunt nostris barbara verba modis.
  Et placui gratari mihi, coepique poetae
    Inter inhumanos nomen habere Getas.

       *       *       *       *       *

Dopo ciò e con ciò tutto io non consiglierei l'Italia di arrendersi
al piacere del dott. C. e ad abbandonare nell'istituzione giovanile
l'insegnamento del latino. Per simili proposte di demagogica incultura
e di sospettoso pietismo, ella n'ebbe alcuna volta di male parole dal
Foscolo e dal Gioberti, non pedanti, credo. Del resto, all'Alighieri
e all'Ariosto, al Vico e al Manzoni, avere scritto versi latini non
guastò mica né l'ingegno né l'animo né la pietà.



IL BUCO NEL MURO

DI F. D. GUERRAZZI



Nella _Nazione_ di Firenze, 3 marzo 1862.



IL BUCO NEL MURO

DI F. D. GUERRAZZI


Se alcuno, gittando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria
in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di F.
D. Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d'allusioni maligne o di
volgarità invereconde, quegli s'ingannerebbe a partito. Di molte cose
è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo non ignora,
questo fermamente crede e liberamente professa: che lo scrittore, il
quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in sé il ministero
delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e la penna né al
superbo giudizio della opinione creata dalle parti né alla variabile
moda; e che a scrittor giovane massimamente si addice la osservanza
verso chi formò con l'ingegno potente molta vita intellettuale
della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta già provato
nella lotta senza fine col male, resta diritto nel campo aspettando
e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si perdono
dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all'ombra de'sacri boschi non
da loro piantati.

F. D. Guerrazzi è l'ultimo superstite degli illustri toscani, che nella
metà prima di questo secolo resero onore e diedero impronta propria e
rilevatissima alla letteratura che oso ancora chiamare toscana, della
quale ognun sa quanto bassa fosse caduta nel secolo scorso. E ognun sa
come dal '15 in poi prevalesse in Italia la scuola in prima solamente
lombarda, poi anche piemontese; la quale era messa in atto da quel
comune impulso, che respinse le nazioni d'Europa dalla imitazione
francese del secolo decim'ottavo alle loro origini, alle antichità
loro storiche e letterarie, ma che pur ritenne qualche cosa del
carattere rivestito in Germania, nella Germania della Santa Alleanza,
onde mosse da prima, e ove fu per qualche tempo riazione non solo
contro la conquista francese ma contro la rivoluzione incarnata nella
repubblica e nell'impero invadenti. Anche nella Francia avemmo a udire
il Lamartine e l'Hugo, trasportati da quel movimento un po' cieco e
furioso, declamare nei loro princípi contro la rivoluzione e l'89. Non
furono sí ciechi i nostri, lombardi e piemontesi: ma pur si ristrinsero
in un cristianesimo un po' troppo stazionario, piú _disposto_, per
dirla con Dante, _a patire_ che a _fare_; vagheggiarono di soverchio
il medio evo cosí per la rappresentazione artistica come nell'essenza
storica: onde il _neoguelfismo_, che fu un male: onde la confederazione
italiana col papa a capo, che altri seppe accortamente pescare nei
loro princípi e nei loro dettati. Che se alcuni potenti d'ingegno e
di volontà giunsero a liberarsi dalle conseguenze ultime di certe
premesse, abbiamo tuttavia recente l'esempio d'uno scrittore di
quella scuola, che ha mostrato apertamente non poter menarci buona
l'unità; la quale oramai è pur condizione necessaria ed unica del
nostro esser civile. Allora fu bello veder la Toscana levarsi d'un
tratto a contrastare non di lingua né di forma, ma di pensieri e di
massime; levarsi a difendere la vecchia tradizione del suo Dante,
del suo Machiavelli, del quasi suo Alfieri. Nell'alta Italia tutto
informava, con forza vera e nuova tra noi, la personalità di Alessandro
Manzoni: egli la fonte da cui scaturivano la politica e la storia,
la filosofia, la poesia, il romanzo. Se non che egli, con quel senso
squisito di convenienza che è primo carattere, anzi, direi, grandissima
parte del suo ingegno, non avea forse mai trasmodato: sí trasmodarono
gl'imitatori e seguaci. E allora l'autore del _Nabucco_ insorse alla
sua volta col _Procida_ e coll'_Arnaldo_; allora contro gl'innaiuoli
e gli scrittori di ballate, contro i menestrelli e trovatori in
caricatura, contro i _genii incompresi_ e non comprendenti, contro
gli arcadi nuovi, insorse la lirica satira del Giusti; allora contro
i romanzi moltiplicati sino al fastidio da ispirazioni e reminiscenze
feudali di sagrestia insorse F. D. Guerrazzi col maggior suo romanzo,
ove protagonista è il popolo, catastrofe la caduta della libertà e
dell'Italia. E a questi tre scrittori massimamente si ha obbligo,
se la Toscana, non ostante la sua gloriosa autonomia, non ostante
le tradizioni di democrazia recenti e vive nel suo popolo, gridò
prima l'unità, trascinò seco nel concetto dell'unità tutta Italia.
Questa giustizia dovevasi alla scuola letteraria toscana e all'ultimo
superstite rappresentante di lei.

Parlare in genere dei difetti d'arte che son nei romanzi dell'illustre
scrittore sarebbe inutile, quanto discorrere i pregi di quello del
Manzoni. Chi non sa che quei difetti gli ha confessati in certi luoghi
l'autore stesso? Chi non sa che quel suo ingegno altero, solitario,
chiuso in sé, che trae la ispirazione piú dall'uno che dal molteplice,
piú da dentro sé che dal di fuori, non gli permette di variare
atteggiamenti e colori, meglio condensa il suo raggio affocato sopra
certe figure e scene fantastiche di quello che non si allarghi chiaro e
sereno nella vita esterna reale? Chi non sa che, a guisa del poema di
Giorgio Byron, il romanzo del Guerrazzi precipita, come torrente, di
cascata in cascata, e cerca rupi e scogli contro i quali infrangersi
spumeggiando; piuttosto che si devolva pieno ed eguale nell'analisi
graduata dello Scott, come fiume in lati e declivi meandri? Ma e chi
può negare la potente originalità dello scrittore livornese? Mi si
permetta, poiché non mi soccorre un termine di raffronto dalla storia
letteraria nostra, di ricorrere a quella delle arti. Il Guerrazzi
fra i romanzieri del tempo mi pare quel che Piero di Cosimo fra i
pittori dei primi anni del secolo decimosesto. (Non mi si faccia per
questo l'ingiuria d'intendere che io voglia agguagliare tutti gli
altri nostri romanzieri alla bella scuola pittorica del Perugino e
del Ghirlandaio). Figuravano gli altri bellezze ineffabili di vergini
e sante: Piero, mostri stupendamente orribili. Studiavansi gli altri
di delibare dalle parvenze divine della natura il fiore ideale, e
aggraziarla: Piero si piaceva di veder selvatico ogni cosa, e voleva
che gli alberi e le viti dell'orto suo cacciassero e stendessero a
loro talento intatti dal pennato e dal ronchio i rami ed i tralci,
allegando che le cose della natura bisogna lasciarle custodire a lei
senza farci altro. Proponevansi gli altri i modelli che quella età
porgesse migliori: egli guardava a lungo nelle nuvole, e ne cavava
di strane battaglie equestri e le piú fantastiche città e paesi che
si vedessero mai; anche amava i diluvii grandi delle acque che si
rovesciassero dai tetti stritolandosi per terra. Gli altri rallegravano
l'Atene italiana del Cinquecento con le piú liete e vaghe mascherate
del mondo: egli spaventava i fiorentini, troppo tosto dimentichi del
Savonarola e troppo improvvidi della servitú, sorveniente, col Carro
della Morte. Altro tipo somigliante al Guerrazzi scrittore l'abbiamo
in Michelangiolo da Caravaggio. Sórto egli pittore senza maestro,
tra il fiorire de'Caracci, per dispetto degli arbitrii accademici
e delle leggi convenzionali si gittò sotto i piedi ogni regola.
ogni legge, e l'antichità e il disegno: per odio ai coloritori del
tempo, ei dipingeva in uno studio tutto tinto a nero, ove la luce
pioveva scarsa da un solo e alto spiraglio. Onde ne'suoi dipinti le
ombre vigorose e taglienti, rilevati i contrasti del chiaroscuro,
il tócco vigoroso; ma e scorrezioni e durezze inevitabili. Aggiungi
che il Caravaggio presceglieva, a dipingere, assassinii e avventure
paurose, ruine e cadaveri, e che nei quadri per le chiese sgomentava e
disgustava i divoti con la cruda verità. Ma tutto questo, odo dirmi,
è egli bene? Tutto tutto, non credo. Per altro ai tempi in cui il
convenzionale predomina, o in cui, a malgrado delle pretensioni e
presunzioni superbe, tutto è appianato e livellato a un esempio né alto
né bello, tutto è intonacato e scialbato come le facciate delle chiese
de'gesuiti, questi contrasti acri, avventati, è bene che ci sieno.

Di tal guisa F. D. Guerrazzi ha compiuto il ciclo de'suoi romanzi
di antico argomento. Dopo narrato la caduta della libertà e preso
vendetta dei percussori ed eredi di lei--imperocché l'_Assedio_,
l'_Isabella Orsini_, la _Beatrice Cenci_ possono riguardarsi come una
trilogia sanguinosa, della quale la _Battaglia di Benevento_ è il
prologo, e la _Veronica_ Cibo il picciol dramma satirico--ora mostra
di voler modificare la sua prima maniera, piegando ai tempi moderni
col _Pasquale Paoli_, ed anche al romanzo di carattere o di costume
contemporaneo con questo _Buco nel muro_.

Io per me amo il romanzo di costume e d'argomento moderno a preferenza
del racconto storico. Oggi gli spiriti sono piú quieti, e certe cose
si possono dire. S'intende bene che il romanzo storico avesse una
ragione d'esistere in Scozia, la terra delle ballate, la terra ove
le tradizioni passano modificandosi di generazione in generazione
per le leggende dei clan. Ma in Italia, ove in cambio delle leggende
abbiamo le inesorabili cronache, le quali segnano il giorno e l'ora
non che l'anno d'un avvenimento; in Italia, dove la poesia popolare
contenta a cantare cosette d'amore o di devozione non s'è brigata mai
delle vicende patrie, dove la epopea storica propriamente detta non ha
potuto allignare; in Italia il romanzo storico poté e potrà essere uno
sforzo d'ingegni piú o meno felice, non mai un genere di letteratura
propriamente nazionale e vivace. E, per tornare al Guerrazzi, tenendo
io il romanzo di costume contemporaneo per piú artistico, per piú
necessario e utile, per piú accessibile alle moltitudini, che di fatto
nei romanzi storici gustano meglio le parti d'invenzione e di affetto,
mi rallegro di vederlo preso a trattare da uno scrittore illustre, e
spero ch'ei ce ne darà esempi originali e che durino all'ammirazione e
allo studio dei lettori. Ma F. D. Guerrazzi, il quale sbozza piú che
non finisca, e riesce ne'tócchi arditi meglio che nei contorni, nelle
tinte vigorose meglio che nelle sfumature; il Guerrazzi, il quale si
trova a suo agio fra le nature scabre e forti della storia antica e
tra quelle de'Còrsi; potrà egli accomodarsi a delineare, a miniare le
figurette lievi e sfuggenti della bella e buona società contemporanea?
Questa è la domanda che si movono molti fra gli ammiratori dell'autor
dell'_Assedio_, del dipintore terribile della cena e del laboratorio di
Francesco de'Medici. Rileggiamo _Il Buco nel muro_.

Nulla d'orribile, nulla d'ostentato o di sforzato negli avvenimenti e
nei caratteri: niuna dose, per quanto minima, di quegli _eccitanti_,
che la imitazione francese suole intromettere in siffatti romanzi.
Semplice e piana è la storia, una breve storia di famiglia. Vediamo
e udiamo ne'due primi capitoli uno zio, buona pasta d'uomo strano,
tutto cura e amore per la casa e per un nipote che s'è rilevato e
tirato su orfanello. Non però dovete credere che il signor Orazio
sia uno di quei soliti zii da commedia, il cui tipo primitivo è il
Micione terenziano; di quegli zii buontemponi, ben pasciuti, tutti
ciarla volgarmente assennata, che lasciano correr l'acqua alla china.
Il signor Orazio è un uomo ora arruffato come un istrice, ora soave
come una colomba; che pensa come non pensano gli altri, e dalle cose
chiarissime curiosamente osservate deduce le piú nuove conseguenze; che
per le follie e le tristizie del mondo ha un cotale suo riso, velato
talor da una lacrima, terminante piú spesso in un fremito: sopra tutto
grande amatore del parlar figurato e delle digressioni. E Marcello,
il suo degno nipote, specialmente nel considerar le cose dal lato piú
lontano, e specialissimamente nell'amore delle digressioni, tien tutto
dallo zio, se pure, per la maggior caldezza della gioventú, non lo
vince. Sta fra i due la Betta, vecchia donna di casa, una di quelle
che in una famiglia priva di capo femminile pigliano il sopravvento
sul padrone, e dimostrano la loro potenza con la famigliarità
rispettosa verso di lui, con l'affettuosa protezione verso i minori.
La Betta, figura gioviale e arguta, dall'aria serena e sicura, fra
zio e nipote pensanti e parlanti a ghirigori, rappresenta il buon
senso popolano, che vede le cose dall'aspetto piú ovvio e piú vero,
e pensa dirittamente, e parla alla buona, benché talvolta si lasci
prendere a certe lustre per fin di bene; è una specie di Sancio Panza
in gonnella, senza la goffaggine del bravo scudiere della Mancia. Ma il
signor Marcello, conoscendo per prova l'arrendevolezza dello zio non
ostante le dure apparenze, gli avea levato la mano; e di scapataggine
in scapataggine era venuto tant'oltre da rasentare la via della colpa.
Fatto un animo risoluto, lo zio lo fornisce del necessario viatico, e
lo conforta a correre il mondo e non tornarsene a casa se non mutato
in altr'uomo e dopo cinque anni. Ne corrono intanto due; il cui spazio
è occupato nel racconto da un capitolo ove si dimostra piú apertamente
al lettore l'animo e la vita del signor Orazio, e da un altro, ove,
perché il lettore non prenda scandalo del terribile salto di due anni,
gli si fa la storia delle origini e delle vicende del romanzo. Ma il
zio Orazio, per quanto non voglia farne trasparir nulla, è tormentato
dal pensiero di Marcello, e ne discorre una sera con Betta: quando
a un tratto si spalanca l'uscio ed eccoti niente meno che Marcello
in persona. Il quale fa in tre capitoli la narrazione, un po' piú
lunga di quella d'Enea che dura due libri, de'suoi viaggi, de'suoi
travagli, della sua conversione; come, reputasse bene non recarsi
oltre Milano; come dato fondo al denaro, tornasse a pigione in una
soffitta; come volendo appendere una immagine alla parete facesse un
buco nel muro, buco in grazia del quale egli torna _Rinnovellato di
novelle fronde_, _Puro e disposto a_ ... a far che, vedremo piú sotto.
Imperocché vide per quel buco una donna, una bellissima e pietosa e
misera donna che sosteneva col lavoro delle sue mani e con amorosissime
cure confortava un ammalato. Era la signora Isabella, figliuola di un
ricco banchiere, e contro al volere del padre moglie a un pittore, che,
sfogato l'ardor primo, si chiarí indegno di lei, ed è l'ammalato. Come
ne fosse Marcello súbito preso, per quali casi giungesse a parlarle,
a sovvenirla d'efficace aiuto, a patir le sue pene, leggetelo nel
racconto del giovine. Uditolo, il signor Orazio senz'altro chiude il
nipote in camera, trotta a Milano a vedere con gli occhi suoi qual
sorta di amore fosse quello della signora Isabella; e trovato che è
del buono, e provatosi in vano a riconciliarle il padre, il banchiere
Omobono, se la porta a Torino e la dà in moglie a Marcello. E tutto
finisce con un bel figliuolo maschio; al quale, perché nulla si abbia
in fine a desiderare, fa da padrino il pentito Omobono.

La storia è dunque per sé semplicissima; lo svolgimento naturale,
aspettato. Ma tutto acquista aria di novità e varietà singolare dal
modo del racconto. Il quale definire è difficile: mi proverò per
via di paragoni. Mi pare che l'illustre autore anzi tutto abbia
saputo ringiovanire la novella antica italiana, con gli allegri suoi
motti, con la sua eloquenza argutamente ed elegantemente ciarliera;
ed abbia saputo accortamente accoppiarla a quel burlone finissimo,
incisivo, accigliato, che è il romanzo di costumi inglese. Per quanto
la sembianza della storia pubblicata dal Guerrazzi sia italiana, pur
tuttavia, chi cerchi sottilmente, piú d'un lineamento gli parrà di
scorgere, che rammenta una parentela col zio Tobia e con Tristano
Shandy. Potrebbe anche assomigliarsi a una pittura domestica fiamminga,
in cui le oneste scene borghesi fossero a quando a quando interrotte da
qualche gruppo del Callotta, mentre sorridono e scherzano in disparte
alcuni putti del graziosissimo Albano. Forse delle digressioni tanto
care allo Sterne ne ha troppe il Guerrazzi. Ma chi vorrebbe dirgliene
parola in contrario, quando egli stesso mostra di tenersene, come
d'argomento a rivolgersi, di mezzo al racconto, da qualunque tempo, da
qualunque luogo, al lettore, e intrattenersi con lui di ciò che piú gli
preme? E, o digressioni o episodi che si vogliano dire, ve ne ha in
questa storia di bellissimi. Chi lettala una volta non ricorderà poi
spesso la rassegna dei marenghi, la maledizione al libraio Tapputi, la
questione e il contratto di Marcello col prete per conto del funerale,
il banco dell'usuraio, e vai discorrendo? Aggiungi che il racconto
acquista due tanti di vivezza dall'abbondanza cordiale della lingua
parlata toscana, e dal maneggio de'suoi scorci, de'suoi tropi, de'suoi
proverbi; il tutto saputo destramente contemperare alla bella lingua
dei novellieri e dei comici antichi, contemperamento che a nessuno fino
a qui era avvenuto di fare in modo che piacesse, a nessuno, se non,
pare a me, al Guerrazzi.

Il quale nel _Buco nel Muro_ ha forse scelto quella forma sotto cui
il romanzo contemporaneo può meglio arridere all'autore dei _Nuovi
Tartufi_. Ma noi desidereremmo, e il desiderio non paia importuno, che
egli volgesse il pensiero e la fantasia anche a un altro punto. Perché
non dipinge egli in qualche racconto le virtú occulte e illaudate, la
vita operosa e paziente, la fede e i sacrifici della plebe? Perché non
ravviva della sua potente parola la memoria di tanti eroi popolani che
han prodotto negli ultimi anni le nostre città? Perché il _Pasquale
Sottocorno_ rimane senza fratelli?



LA DORA

MEMORIE DI GIUSEPPE REGALDI

 Nella _Rivista bolognese_, fascicoli dell'agosto e del settembre 1867.



LA DORA

MEMORIE DI GIUSEPPE REGALDI


I.

Francamente, io preferisco la prosa del Diderot, per un esempio,
a quella dello Chateaubriand, e di gran lunga poi il Voltaire al
Lamartine. Ma a dirne la ragione mi troverei un po' sgomento; tanto
ella è semplice, che ai gran tiratori di formole risica di non parere
né meno una ragione: in somma, è che io amo la poesia in poesia e in
prosa la prosa. Cosí che, quando veggo di questi libri divisi, non a
capitoli, ma a cifre romane _in quella specie di stanze epiche tanto
oggigiorno alla moda_, come diceva il Sainte-Beuve a punto di certe
storie del Lamartine, quando veggo della prosa divisa per istrofe,
novantanove per cento io quel libro non lo leggo. Gli è che i razzi a
lung'andare mi stufano. E coteste strofe di periodetti con la loro
imaginetta ciascuno, montano, montano, fin che vadano a incappellarsi
di una grande imagine finale, il _coronamento dell'edifizio_; proprio
come il razzo che fila via per l'aria serpeggiando con quella sua
striscia scurastra e fischiante, poi ricasca in una momentanea
pioggetta di piú colori, poi tutto finisce in un fumacchio. Ora, a
veder tirare un quattrocento razzi un dopo l'altro, resistereste voi, o
lettori? E né pur io a leggere quattrocento pagine di prosa a strofe;
tanto piú essendovi il pericolo ognora imminente d'un agguato. Dico di
voi, traditrice imagine, brigante epifonema, assassina iperbole, che,
mentre sono in vena, puta il caso, di sillogizzare su quel che leggo,
mi cogliete al canto, e levatomi a mezza vita nell'aria mi urlate:
Pover uomo, tu non ci aspettavi qui! o un po' di _emozione_, o sei un
imbecille.


II.

Capitandomi da prima alle mani la _Dora_ del prof. Regaldi, io mi
mossi, non ostante la partizione per cifre romane, a svolgere il
libro, dietro questo ragionamento--Il Regaldi, quando vuole scrivere
in poesia, sa scrivere versi ben numerosi e di vena (ricordavo
specialmente l'_Armeria reale_ e la _Umanità_): onde il bisogno
di apparire poeta a ogni piè sospinto anche in prosa per lui non
è urgente. Ancora: il Regaldi, quando vuole scrivere in prosa,
ha mostrato di saperlo fare con larghezza e con determinazione di
stile ad un tempo (e ricordavo i saggi su Parga, su 'l Capodistria,
ed altre belle pagine staccate d'un viaggio per l'Ionio): onde
questa _Dora_ sarà di certo imaginosa, che non è male; ma sarà anche
ragionevole e ragionata, che è bene anzi tutto. Di piú, aggiungevo,
se la prosa poetica è un genere letterario (che ne dubito), in quel
che è descrizione di viaggi dee fare men trista prova anche a cui non
le sia favorevole molto. Nel viaggio in fatti, massime per paesi di
montagna, lo spirito della natura mescolandosi a quello dell'uomo lo
rinfresca quasi ed assottiglia; onde la maggior prontezza a comporsi o
ricomporsi, di su i diversi aspetti che gli si presentano, altrettante
reminiscenze e fantasmi; e la varietà degli oggetti succedentisi sempre
nuovi e diversi porta seco la molteplicità delle imagini, e la varietà
dei toni e dei colori rende, quasi direi, probabile anche la partizione
della prosa per istrofe. In fine mormoravo fra me e me questi versi del
poeta:

      Vidi fiumi tra campi ubertosi,
  Vidi laghi tra chine fiorite,
  Città prische, famose bastite,
  Monumenti dell'italo onor.

      Ma il pensier piú soave, piú santo,
  Che i disir di mia vita nudría,
  Fu il pensier della valle natía,
  Dei primi anni castissimo amor.

A questo amore per il paese ove uno è nato risponde sempre l'animo di
chi non si avvezzò ad ammirare _fumum et opes strepitumque_. Mi crebbe
quindi il desiderio di sentire come il Regaldi, reduce di Grecia e di
Soria, ritrovasse e dipingesse una valle del suo Piemonte: e prima
lessi la _Dora_ di séguito, poi la rilessi in piú punti; e tuttavia con
piacere.

Non si aspetti però il lettore che io gli riferisca qui per filo e
per segno ciò che la _Dora_ contiene. Prima di tutto, la critica a
modo d'indice a me non garba: e poi questa è della _Dora_ la seconda
edizione dopo quella del Sessantacinque, il che in tanta scarsezza
di chi legga libri è non mediocre lode all'autore: finalmente di sì
fatti libri non si può dare un epilogo. Se io dovessi dire che cosa
è propriamente la _Dora_, la definirei una guida dal Monginevra a
Torino composta da un poeta e insieme un itinerario poetico composto
da uno studioso delle patrie antichità. Il Regaldi, benché poeta e in
sua gioventú improvvisatore, studia i suoi soggetti con amore, anzi
con ostinazione. Per comporre l'ode sul _telegrafo elettrico_, si
dice ch'ei stésse chiuso qualche diecina di giorni in un gabinetto
di fisica, tormentatore assiduo del professore e dell'assistente.
Dell'_Armeria reale_ v'è chi preferisce alle ottave le note
illustrative: per me è uomo di poco gusto, ma egli afferma di amar
l'erudizione. Anche per questo libro su la _Dora_ v'è ragion di credere
che il Regaldi abbia rifrustato molte cronache e memorie paesane, e il
nome del Cibrario che spesso gli ricorre sotto la penna ci è arra di
sicurezza.

Di che ne viene una varietà notevole di materie e di stile. V'è
l'idillio a canto all'ironia, la descrizione olezzante di fiori con la
dissertazione polverosa dalle biblioteche, e dialoghi, e apostrofi,
e anche visioni. Qui, un paesaggio e una pittura di costumi; lí, una
leggenda feudale e religiosa; appresso, la storia d'un convento e la
narrazione di una battaglia; qua un ospizio di frati, là un monumento
romano; e poi un miracolo, e poi un colloquio di politica. Re, monaci,
santi, guerrieri, montanari, industriali, artisti, poeti, si succedono
dal Monginevra al Moncenisio, per le Chiuse e alla Novalesa, sul
Pirchiriano, a Torino, a Superga, a Sántena.

Anche di miracoli parla il Regaldi; e fa bene. La composizione di
coteste tradizioni giova agli studiosi per sorprendervi e raffrontare
fra loro le costumanze e le facoltà d'una famiglia di popoli. Vero è
che egli appartiene a quella scuola poetica che adoperava assai il
soprannaturale, a quel modo che certa scuola pittorica fece grande
sciupío di azzurro di Prussia a fine di ristorare il cristianesimo.
Non però il Regaldi metterebbe pegno per acquistar fede ai miracoli
ch'egli racconta. È ben capace di stare a udire con faccia tosta un
da ben parroco che gl'infinocchi il racconto di non so che pisside
portata via da certi soldati, e che poi fece un buco nei sacchi delle
salmerie militari, e se ne rivolò tutta raggiante al suo posto: ma dopo
ciò fa una crollatina di capo, conchiudendo «Lascio il miracolo sotto
le arcate della chiesa parrocchiale» ecc. ecc., e passa a sbizzarrirsi
con l'Inquisizione e suoi nefandi processi alle streghe o _masche_.
Ancora: il Regaldi s'intrattiene volentieri a chiacchiera con preti e
frati, e spesso ha da lodarsi in buona fede, e io lo credo, del fatto
loro; non sí però che un sorrisetto fine insieme e bonario non gli
scappi talvolta. «Che v'è di nuovo a S. Antonino? (un paese qualunque
della montagna). Di _veramente nuovo_, mi fu risposto, abbiamo il
prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa
alla prepositura v'ha la _pingue rendita di cinque mila franchi_,
che il neo-prevosto saprà usare piamente, perché evangelico pastore
lo annunziano la fama e i _versi_ del bravo sacerdote Don Picco.» È
veramente di buon gusto, e contenta tutti, il preposto, Don Picco poeta
e gli spiriti forti del villaggio. La religione in somma del Regaldi,
come di molti scrittori della sua generazione, è un idealismo, se non
vogliasi piuttosto un ottimismo poetico, il quale si allarga a tale una
tolleranza che confina da piú lati con lo scetticismo.

Del resto il Regaldi considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli
uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura,
è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda: per lui non vi sono
né scuole né partiti né sètte: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore
Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa
ed il Révere. È un uomo egregio che vi apre le braccia e vi sorride
di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe
nella lirica. Noi in vece, cresciuti dopo il 1849, maturati dopo il
'60, siamo una gelida e arcigna generazione. Poco e di rado amammo;
meno credemmo; e dubitammo troppo spesso di avere, ove ammirassimo
oggi, a ricrederci domani. Abbiamo dell'acredine nel sangue; e molti
di noi si vantano di essere d'un partito, credendo in verità che il
non aver partito, quando la non sia una figura di parole, debba essere
una immoralità. Per ciò quella gran bontà e larghezza del Regaldi non
la possiamo accettar per intero: non dico che volessimo in lui un po'
di fiele, che anzi in fondo desidereremmo per avventura di esser come
lui; ma a noi iconoclasti quel suo voler di frequente rizzar degli
altari fa specie. Tutto ciò avvertiamo, a dir vero, non per lui, che
avrà benissimo le sue ragioni di far cosí, ma per i giovani e per
noi stessi. Per noi stessi, dico; perché anche noi alla fin fine, a
sentirci sempre brontolar d'intorno questo fiotto di lodi, abbiamo come
pubblico il diritto di gridare: Alto là, rendeteci un po' di ragione.

Il Regaldi, per esempio, afferma di vedere nel discorso di Alessandro
Manzoni intorno a' Longobardi _connaturate, direbbe quasi, le anime
del Muratori e del Vico_. Tutto cotesto in un discorso solo non vi par
troppo? Aggiungete un zinzin di Dante (e già ci son di quelli i quali
per conto loro mandano di pari passo il Manzoni e Dante), ed eccovi,
si passi un po' d'iperbole anche a me, eccovi rifatta una specie di
padre eterno. Io intanto, dalla parte mia, per quanto possa ammirare
l'autore dell'Urania, dei cori dell'Adelchi e dei Promessi Sposi, Vico
e Muratori insieme non lo crederò ancora. Mi permette tanto la vostra
tolleranza, signori lettori?

Qualche altra volta l'enfasi fa dimenticare al Regaldi il buon gusto.
Egli, poeta delle reminiscenze bibliche, si ostina a chiamar Debora
del Piemonte la signora Giulia Colombini. Ora la signora Giulia sa
troppo bene chi la Debora fosse, e non avrebbe fatto mai quel che ella
fece: cioè, se un generale austriaco fosse stato ospitato in casa d'un
piemontese amico suo, e se la costui moglie, ospitatolo e datogli
mangiare, gli avesse poi, mentre dormiva, piantato tanto di chiodo
nella tempia, la signora Giulia non avrebbe cantato per ciò alleluia.
Le son cose coteste da farle e lodarle le donne della santa nazione:
noi poveri giapetici non siamo tanto perfetti, e dobbiam contentarci
delle egoistiche e selvagge virtù di Atene e di Roma. Del resto, nel
canto della pretessa ebrea certa energia, come quella dell'indiano che
scalpella il teschio del nemico vivo, non manca. Per il nome adunque
di Debora son troppo poca cosa dei versi come questi della signora
Colombini:

  Ma, nuovo Curzio, nel fatal momento
  Diede il suo capo il gran Biellese, e volle
  Sé stesso per la patria in sacramento:
  Scoppiò l'eccelsa polve, e glorïoso
  Micca su mille eroi tomba si aderse.

Importa egli provarlo?

Per certi giudizi, del resto, qualcosa è pur da concedere alla maniera
di stile adoperata dal Regaldi in questa prosa. E chi mi domandasse
che stile è cotesto, mi attenterei di accennare le due figure
litografiche che adornano le copertine del libro. In quella d'avanti
c'è la Naiade della Dora: tale almeno la dimostrano la classica urna
su cui appoggia l'un braccio e il remo che sorregge dell'altro e la
ghirlanda di canne: differente dalle antiche ninfe in questo, che
ha un po' di camicia per mezzo il seno e una gran gonnella pe 'l
rimanente del corpo. È classicismo rammodernato. Nella copertina di
dietro si vede un vecchio seduto fra le ruine d'un castello del medio
evo, e legge in un gran codice. Probabilmente doveva simboleggiare
l'archeologia o l'erudizione storica: ma per me è un bardo, un
trovatore, un poeta in somma di ballate e di leggende bell' e buono:
chi altro, salvo un poeta sí fatto, si piglierebbe la scesa di testa di
leggere al lume della luna e, per dirla col Davanzati, _in zucca_, come
fa l'uomo della copertina? Se non che, ficcategli ben bene gli occhi
in viso a cotest'uomo; e vi riconoscerete in fondo il buon compagno,
e pratico a sufficienza della vita di questo mondo: come pure,
riprendendo a vagheggiare la Naiade d'avanti, non c'è caso che quel
viso furbetto mi voglia ricordare nulla delle alpi, ma sí bene le belle
fanciulle in cui si avviene chi torna le sere di festa per le stupende
colline da Moncalieri a Torino.

Non so se mi son fatto intendere: ma queste imagini a me pare che
possan rendere un'idea della prosa della _Dora_, con le sue aspirazioni
all'idillio alla lirica all'_epos_ romanzesco, temperate e tal volta
turbate o mortificate da un sentimento troppo vivo della realtà
convenzionale. In questi contrasti l'arte ci perde un cotal poco:
dico che il poeta perde la serenità della inspirazione, il pittore
la sicurezza della mano; e la intonazione lirica diventa confusa e
strepitante, e nella pittura idilliaca si ricorre spesso alla biacca.
Vorreste un qualche esempio? Prendiamolo súbito dalle prime pagine. Si
tratta, a pagina 13, del corso diverso della Duranza e della Dora, che
la prima scaturisce dalla costa orientale del Monginevra, la seconda
dall'occidentale: _due sorelle, geni del bene e del male usciti da
un medesimo principio_, dice il Regaldi; e séguita: «Direbbesi quasi
che nella Duranza si agiti una furia, la quale dalle Alpi scendendo
minacciosa porti colle gonfie acque la desolazione nei seminati campi
della Francia. Non cosí della Dora, fecondatrice benefica delle nostre
campagne subalpine. Nelle sue sorgenti ella sospira con innocente
grazia pastorale, e discesa al piano diviene regina, diletta ed onorata
da tutte le genti italiane. Gli spiriti di Caino e d'Abele s'incontrano
su le piú alte cime del Monginevra. Quello di Caino mira all'occaso,
e seguitando nella loro corrente le acque della Duranza rinnova la
sua antica disperazione; e lo spirito di Abele guardando ad oriente
benedice le acque della Dora, e le accompagna coi canti dell'amore
e dei santi olocausti.» A pagina 17 si descrive una pastorella di
Bousson: «In quell'ora procellosa Lucia era veramente l'angelo, la
stella della consolazione. Vestiva un giubboncello di panno bigio, una
corta gonnella, egualmente di panno di tinta oscura, con un grembiale
di tela turchina. La parte superiore del giubboncello terminava a fior
di spalle in una listina di mussola, che in gran parte copriva _gli
avori_ del seno. Il volto di Lucia sarebbe stato _all'Urbinate un
prezioso modello per le sue madonne_. Gli occhi azzurri ed _i coralli
del breve labbro_ sfavillavano _fra i gigli e le rose del verginale
sembiante_; ed il cuffiottino di trapunto bianco con due fettucce
raccomandato al mento faceva viemmeglio spiccare quell'angelico viso,
sul quale scorrevano _a guisa di fila d'oro_ le ciocche de'biondi
capegli.» Ecco rappresentate in due esempi le virtú e i vizi di questo
stile: vuolsi tuttavia notare che i vizi, o quelli che a me paiono
tali, non sono tanto del Regaldi quanto di cotesto genere letterario:
ricordiamoci certe pitture dello Chateaubriand, certe altre del Gessner.

Dopo ciò non parrà strano che gli splendidi coloritori, com'è il
Regaldi, riescano un po' meno felici, ove a rendere la tenuità del
concetto richiederebbesi tale una nitidità di disegno e una facilità di
lingua propria netta e viva che non è di troppi oggigiorno. Racconta
il Regaldi come riparasse da un temporale nella capanna del vecchio
Giacomo, padre della Lucia, della pastorella con la cui vaga figura
abbiamo fatto conoscenza pur ora. La folgore serpeggiava innanzi al
finestrino della capanna, romoreggiavano i tuoni, e il poeta mormorava
certi versi del Tasso. Ma «il buon vecchio levatosi da sedere volse
gli occhi alla imagine di Maria; e, stesa la callosa destra, prese il
rosario, e, baciatolo, mormorò una preghiera e versò qualche lagrima.
Lucia, vedendomi intento a quell'atto religioso, mi disse:--Il padre
stringe il rosario, che la cara madre aveva fra le mani, quando morí in
questa capanna pregando per noi. Quell'immagine e quel rosario sono il
nostro scampo nelle disgrazie. Ah! vedete come già cessa lo scrosciar
dei tuoni e il diluviar della pioggia?» Scommetto che il Baretti,
per esempio, uomo rotto com'era e non portato da vero all'idillio,
questo discorsetto l'avrebbe fatto un po' meglio, con piú naturalezza
vo' dire. Del che molte ragioni si potrebbon recare: a me basta
avvertire che quel che manca specialissimamente al nostro secolo, al
nostro secolo che pur si vanta di esser ritornato alla natura ed al
vero e grida tant'alto contro il cosí detto _convenzionalismo_ e le
accademie, è a punto in generale un po' di natura e di verità al men
nello stile. Vero è per altro che gli scrittori in prosa oggigiorno,
in confronto a quei del settecento un po' piú freddi un po' piú secchi
e poveretti, hanno della imaginazione sin nell'impasto della frase
e una certa magnifica arte di disporre che fa delle volte ottimo
effetto. «Veramente il cielo si abboniva (séguita il Regaldi); ond'io,
ringraziati l'uno e l'altra delle amorevoli accoglienze, uscii colla
guida per affrettarmi a Cesana, dove giungemmo in capo ad un'ora
sotto luminoso arcobaleno, che coronando la capanna del pio pastore
dalle falde del Chiabertone alle acque della Ripa mirabilmente si
distendeva.» E cosí finisce il paragrafo. È un bel finire: pur che
questo della imagine in fondo non divenga un processo sistematico,
come piú d'una volta accade agli imitatori del Lamartine, se non vuolsi
dello Chateaubriand.


III.

Ma la fantasia del Regaldi non sempre è descrittiva soltanto: qualche
volta prende forza dal cuore, e il suo aprir dell'ale risponde a un
batter di quello. Disceso col poetico viaggio a Torino e fermo su la
piazza di San Carlo, lo scrittor novarese non dimentica la notte del
22 settembre 1864; e inorridisce al ricordare gli allievi carabinieri
irrompenti a fucilate su l'affollato popolo inerme. «Nella concitata
mia mente ho veduto Emmanuele Filiberto rizzarsi sul destriero, e
levando la spada cercare intorno a sé gl'invasori stranieri per
combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente
esclamava: Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del
macello cittadino?--Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche
voci di moribondi.--Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene
di giusto sdegno.... Le acque della Dora e del Po non cancelleranno
facilmente nella piazza di San Carlo le macchie del sangue cittadino.»
Ha ragione; né so davvero quanto valessero i conforti che si provò
a dare al Regaldi in riva all'Arno un suo _cólto amico_ di Toscana.
«Poeta, mi disse, si tolga il velo alla favola; e in Fetonte rovesciato
dal carro di luce nelle acque dell'Eridano presso alla foce della
Dora facilmente ravviserai il fondatore della colonia ligure appiè
delle Alpi, spodestato e perduto nei disastri d'incaute imprese.
Poeta, ugual sorte sarebbe toccata al fondatore del regno italico
fra il Po e la Dora. Ma qui sull'Arno, non piú savoiardo, non piú
piemontese, ma italiano, il lealissimo fondatore, nella patria di Dante
e Michelangiolo, di Galileo e Machiavello, trarrà vita nuova e sicura
dall'idioma e dalle arti, dalle scienze e dalla politica della nazione
intera.--Un albero secolare, gli risposi, radicato in terreno acconcio
opino che corra pericoli gravi se altri vuole trapiantarlo in campo
novello.» Non so, dico, quale a questa volta fosse piú poeta fra il
Regaldi e il cólto amico suo, politico interpretatore di comodi miti.

Il Regaldi tuttavia (ciò che da un poeta ordinariamente non si aspetta,
ed è un torto che facciamo a Orazio e all'Ariosto) ci si mostra anche
acuto ed arguto osservatore. Tra le _fantasie pittrici_ della Dora chi
si aspetterebbe dei periodi maliziosetti ed ironici come questi? «I
nuovi venuti immaginarono il piemontesismo, piú di coloro che esuli,
stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle
usanze nostre. Gl'italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le
nebbie e le nevi di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la
perenne primavera di Napoli e di Palermo. I toscani e i cittadini
della Emilia trovarono troppo compassata e gelida la realtà del
nostro vivere, e preferendo la ideale voluttà delle arti invocavano
le logge dell'Orgagna e le torri di Giotto, i prodigi di Michelangelo
e di Raffaello, e le glorie della scuola bolognese. Di poi si andò
accagionando il piemontesismo di tutti i malanni del mondo. Se freddo
era il verno, caldo l'estate, se ne accusava il mal clima del Piemonte.
Lo accusavano delle malattie e delle cure, che, mortali anch'essi,
soffrivano talvolta gli onorevoli deputati; e taluni maledicevano
alla cucina de'subalpini quando mai nel mattino non trovassero ben
acconciati i maccheroni o ben cotte le costolette nel caffè del Cambio,
ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco alla eloquenza
parlamentare.»

Pur troppo era ed è cosí: e quel che una volta a Torino, ora tocca
a Firenze e toccherà a Roma, se una sconfitta qualunque, militare
o diplomatica (che altro, non saprei), ci apra, quando che sia, il
Campidoglio. L'Italia una e indivisibile troppo si ricorda di essere
il paese dei comuni: non per nulla si discende dai guelfi e dai
ghibellini, e il sangue non è acqua. A ogni modo speriamo che col
tempo, in una guisa o nell'altra, giungeremo pur una volta a conoscerci
un po' meglio e a stimarci un po' piú gli uni gli altri. Al qual uopo,
de'buoni libri fatti come la _Dora_ del prof. Regaldi gioverebbero
assai.



DON QUIXOTE


Da una prefazione di H. HEINE a una edizione tedesca illustrata 1837



DON QUIXOTE


La vita e i fatti dell'ingegnoso gentiluomo don Chisciotte della
Mancia descritti da Michele Cervantes di Saavedra», fa questo il
primo libro ch'io lessi non a pena giunto all'età dell'intendere e
imparato che ebbi a rilevare sufficientemente. Mi ricordo ancora
benissimo quel dolce tempo. Scappavo la mattina di casa, e correvo
al giardino di corte, per leggervi, senza essere disturbato, il _Don
Chisciotte_. Era una bella giornata di maggio: la fiorente primavera
posava nella placida luce del mattino sonnecchiando e si lasciava
lodare dall'usignolo, il suo dolce adulatore; e questi cantava sí
molle e carezzevole e con sí ardente entusiasmo, che le gemme piú
pudiche si schiudeano sbocciando e l'erba innamorata e i raggi
trepidi del sole si baciavano con desío di tenerezza, e gli alberi e
i fiori fremevano di rapimento. Ma io mi sedeva sur una vecchia panca
di pietra tutta fiorita di musco, nel viale detto dei sospiri, non
lontano a una cascata; e il mio piccolo cuore si rallegrava nelle
grandi avventure dell'ardito cavaliere. Nella mia probità infantile
io pigliavo tutto sul serio: comunque fosse conciato il povero eroe,
io pensavo--Deve esser cosí: oramai all'eroismo non tócca altro che
ridicolo e battiture;--e ciò mi affiliggeva, come se lo provassi
in me. Io era un fanciullo, e non conoscevo la ironia che Dio mise
dentro il mondo, e che il grande poeta aveva imitata nel suo piccolo
mondo stampato; e potevo spargere con abondanza di cuore le piú amare
lacrime, quando il nobile cavaliere di tutta la sua magnanimità
raccoglieva solo ingratitudine e bastonate. E come io poco esercitato
nella lettura pronunziavo ogni parola ad alta voce, cosí gli uccelli
e gli alberi, il ruscello e i fiori potevano sentire tutto; e quegli
esseri innocenti, che, proprio come i fanciulli, non sanno nulla
dell'ironia del mondo, pigliavano anch'essi tutto sul serio, e
piangevano con me sopra i dolori del povero cavaliere. Un veterano
albero di quercia singhiozzava, e la cascata scoteva forte la bianca
barba[1] e pareva brontolare su la cattiveria del mondo. Noi sentivamo
che l'eroismo del cavaliere non meritava meno ammirazione perché il
leone svogliato gli voltasse la schiena, e che tanto piú gloriosi erano
i suoi fatti, quanto piú fiacco e risecchito il suo corpo, quanto piú
intarlata l'armatura che lo proteggeva, e piú rifinito il ronzino che
lo trascinava. Noi disprezzavamo la canaglia bassa che prendeva a
bastonate l'eroe; ma anche piú la canaglia alta, che, parata di seta
e di belle frasi e di titoli ducali, scherniva un uomo tanto al di
sopra di lei per nobiltà e forza d'animo e di pensiero. Il cavaliere
di Dulcinea saliva sempre piú su nella mia stima e guadagnava del mio
amore a mano a mano che io andava innanzi nel leggere il meraviglioso
libro: il che facevo tutti i giorni nello stesso giardino, sin che in
autunno arrivai al fine della storia. Non dimenticherò mai il giorno
che lessi il pietoso abbattimento, nel quale il cavaliere dovè cosí
tristamente soggiacere.

Era una giornata fosca: brutti nuvoloni correvano per il cielo grigio,
gialle le foglie cadevano dolorosamente dagli alberi, lacrimoni di
pioggia pendevan dagli ultimi fiori, che inclinavano mesti e appassiti
le testoline morienti: gli usignoli era un pezzo che non cantavano piú,
e da tutte le parti la imagine della decadenza di tutto stava rigida e
stecchita intorno a me. E il mio cuore fu per rompersi, quando lessi
come il nobile cavaliere stordito e pesto e ammaccato giacea su 'l
terreno, e senza alzar la visiera, come se avesse parlato dalla tomba,
mandava su verso il vincitore una voce debole e fioca:--Dulcinea è la
piú bella donna del mondo, e io sono il piú infelice cavaliere della
terra; ma non conviene che la mia debolezza paia rinnegare quella
verità. Trapassatemi colla lancia, cavaliere.--

Ah, il luccicante cavaliere dalla luna d'argento, che vinceva il piú
animoso e nobile uomo del mondo, era un barbiere mascherato.

Sono oramai otto anni che scrissi per il quarto volume delle _Figure
di viaggio_ (_Reisebilder_) coteste linee, nelle quali descrivevo
l'effetto prodottomi molto tempo a dietro dalla lettura del _Don
Chisciotte_. Dio buono! come fuggono rapidi gli anni! Mi par come
ieri che io leggeva il libro del Cervantes nel viale dei sospiri del
giardino di corte a Düsseldorf e che il cuore mi balzava di ammirazione
per i fatti e patimenti del gran cavaliere. Il mio cuore è stato egli
fermo tutto questo tempo, o per un ricorso circolare è egli tornato ai
sentimenti della fanciullezza? Quest'ultimo è forse il caso, perché mi
ricordo di aver letto a ciascun lustro della vita il _Don Chisciotte_
con impressioni a volta a volta diverse. Quand'io sbocciavo in tutto
il fiore della giovinezza e mettevo le mani inesperte in tutti i rosai
della vita e mi arrampicavo alle piú alte cime per essere piú da presso
al sole e la notte non sognavo altro che aquile e vergini, allora il
_Don Chisciotte_ era per me un libro tutt'altro che di ricreazione,
e, ogni volta che mi capitava tra le mani o tra' piedi, lo buttavo
in là con atto di sdegno. Piú tardi, maturato a uomo, mi riconciliai
un tantino col disgraziato campione di Dulcinea e cominciai a
riderne:--Il brav'uomo è un matto--io mi diceva. E pure, parrà strano,
ma in tutte le vie della vita le due figure del magro cavaliere e del
suo scudiere grasso mi perseguitavano sempre; e proprio me le vedevo da
canto ogni volta che mi fermavo pensoso ad un bivio. Cosí, mi ricordo,
quando venni in Francia, che svegliandomi a un tratto da un assopimento
febbrile, vidi nella nebbia del mattino cavalcarmi presso le due ben
note figure: l'una, alla diritta, era don Chisciotte della Mancia su
l'astratto suo Rossinante, l'altra, alla sinistra, era Sancio Pancia
su l'asino suo positivo. Avevamo tócco a punto il confine francese.
Il nobile cavaliere della Mancia chinò rispettoso la testa dinanzi la
bandiera tricolore che ci sventolava dinanzi d'in cima ai pali del
confine; il buon Sancio salutò con un cenno del capo un po' freddo i
primi gendarmi francesi che ci comparvero incontro. Ma poi i due amici
cavalcaron via dinanzi a me: io gli perdei d'occhio, e solo di tratto
in tratto udivo gli entusiastici nitriti di Rossinante e i positivi _hi
hon_ dell'asino.

Allora io era d'avviso che il ridicolo del Donchisciottismo consistesse
in questo: che il nobile cavaliere avea voluto tornare in vita un
passato da lungo tempo estinto, e le sue povere membra, segnatamente la
schiena, s'erano avvenute a dolorose confricazioni con le realtà del
presente. Ahimè, io ho poi imparato ch'ell'è una altrettanto ingrata
follía voler troppo presto introdurre l'avvenire nel presente, quando
nei combattimenti contro i grossi interessi del giorno s'ha da portare
soltanto un troppo magro ronzino, una troppo arrugginita armatura e una
persona meschina quanto l'armatura e il ronzino. Cosí su questo come
su quell'altro Donchisciottismo il saggio crolla compassionevolmente
la sua testa piena di giudizio. Ma Dulcinea del Toboso è non pertanto
la piú bella donna del mondo, e, per quanto io giaccia miseramente a
terra, non ritirerò mai questa parola. Non posso altro. Passatemi pure
a parte a parte con le vostre lance, cavalieri dalla luna d'argento,
barbieri mascherati!

Quale idea prima guidava il gran Cervantes nello scrivere il gran
libro? Mirava egli soltanto a battere i romanzi di cavalleria, la cui
lettura al suo tempo infuriava nella Spagna a segno che nulla contro
potevano ordinanze ecclesiastiche e civili? o voleva egli volgere in
ridicolo tutte in generale le manifestazioni dell'entusiasmo umano e,
súbito accanto, l'eroismo dei trascinatori di sciabola? Intenzione
sua evidente fu la satira dei ricordati romanzi, che egli, mettendone
in luce le assurdità, voleva abbandonare alle risa dell'universale.
Gli riuscí a meraviglia: ciò che né le ammonizioni dei pulpiti né le
minacce delle cancellerie poterono ottenere, tutto ciò fece un povero
scrittore con la sua penna: egli demolí i romanzi di cavalleria cosí a
fondo, che, dopo l'apparizione del _Don Chisciotte_, il gusto di quei
romanzi si estinse in tutta Spagna e non ne fu stampato piú uno. Ma la
penna del genio è sempre piú ardita del genio stesso, ella vola sempre
al di là delle intenzioni del momento; o il Cervantes, senza averne la
conscienza, scrisse la piú gran satira umana contro l'umano entusiasmo.

Egli non si accorse né presentí mai cotesto, egli, l'eroe, che aveva
passato il piú della vita in combattimenti cavallereschi, e ancora da
vecchio solea compiacersi di aver combattuto a Lepanto, sebbene quella
gloria avesse pagato con la perdita della mano sinistra.

Ei fu un bello e forte uomo don Michele Cervantes de Saavedra. Alta era
la sua fronte, e largo il cuore: meravigliosa la magía dell'occhio.
Come v'ha gente che vedono attraverso la terra e vi scorgono i tesori e
i cadaveri sotterrativi, cosí l'occhio del grande poeta penetrava giú
per il petto degli uomini, e discerneva chiaro ciò che v'era sepolto.
Ai buoni era il suo sguardo come un raggio di sole che rischiarava
allegramente il loro interno; ai cattivi era una spada che tagliava
crudelmente a pezzi i mal celati sentimenti. Quello sguardo irrompeva
indagatore dentro l'anima, e parlava con lei, e, se non voleva
rispondere, la metteva alla tortura; e l'anima giaceva sanguinante
sul cavalletto, mentre forse la sua invoglia corporea si dava l'aria
degna d'una gentile condiscendenza. Qual meraviglia che tanta gente
gli procedesse avversa, e ch'egli trovasse cosí deboli e scarsi
appoggi nel córso della vita! Egli non giunse mai a quel che si dice
una posizione agiata, e da' suoi faticosi pellegrinaggi non riportò a
casa una perla, sí delle conchiglie vuote. Dicono ch'e' non sapesse
apprezzare il valore dell'oro; ma io v'assicuro che sapeva bene
apprezzarlo quando non ne aveva piú; non mai, per altro, lo apprezzò al
pari dell'onore. Aveva dei debiti, e nella constituzione che egli fa
concedere da Apollo ai poeti il primo articolo stabilisce:--Quando un
poeta afferma di non aver denaro, gli si deve credere su la parola e
non intimargli il giuramento.--Amava la musica, i fiori e le donne. Ma
anche l'amore per le donne gli riuscí cordialmente male, massimamente
da giovine. Forse che la conscienza della sua grandezza avvenire poté
consolarlo in gioventú, quando le smorfiosette e sguaiate rose lo
pungevano delle loro spine? Una volta, per una sera luminosa di estate,
passeggiava lungo il Tago con una bella di sedici anni che seguitava
a burlarsi delle sue tenerezze. Il sole non era ancora tramontato, e
sfolgorava nella sua pompa d'oro: ma in fondo al cielo stava già la
luna, gracile e pallida come una nuvolina bianca.--Vedi tu--disse il
poeta all'amata--vedi tu laggiú quella piccola pallida sfera? Il fiume
qui a canto, nel quale ella si specchia, sembra sopportare per pietà su
i flutti orgogliosi la poveretta imagine di lei, e le onde la rigettano
increspandosi e motteggiando alla riva. Ma lascia che il vecchio
giorno si abbui. Tosto che la tenebra cresca, quella pallida sfera
salirà risplendendo nell'alto gloriosa e piú sempre gloriosa, tutto il
fiume sarà irraggiato dalla sua luce, e le onde, che poco innanzi la
rigettavano arroganti, fremeranno all'aspetto dello splendido astro e
si gonfieranno incontro a lui voluttuose.

La storia de'poeti bisogna cercarla nelle opere loro, nelle quali
anche si ritrovano le loro piú secrete confessioni. Che il Cervantes
fu, come dissi, lungo tempo soldato, si vede in tutti i suoi scritti,
piú ancora nei drammi che nel _Don Chisciotte_. In lui il detto
romano--Vivere è combattere--si effettua nel suo doppio senso. Egli
combatté come soldato comune nei piú di que'feroci spettacoli di
guerra che il re Filippo II fece per l'onore di Dio e de'suoi propri
capricci rappresentare in tutti i paesi. Il fatto che Michele Cervantes
mise tutta la sua gioventú al servizio del piú gran campione della
cattolicità, che gl'interessi della cattolicità egli propugnò con
la persona, dà ragione a credere che questi interessi gli stessero
forte a cuore, e ribatte l'opinione assai diffusa che solo il timore
dell'Inquisizione lo ritenesse dall'accettare nel _Don Chisciotte_ le
idee protestanti del tempo suo. No, il Cervantes fu un figlio fedele
della Chiesa Romana, e non pure diede il suo sangue nei combattimenti
cavallereschi per la bandiera benedetta da lei, ma per lei patí con
tutta l'anima il piú crudele martirio in una schiavitú di molti anni
tra gl'infedeli.

Noi dobbiamo al caso parecchi particolari su la vita del Cervantes in
Algeri, i quali fanno ammirare nel grande poeta un eroe altrettanto
grande. La storia della schiavitú da lui sofferta confuta con la
piú splendida efficacia le melodiose menzogne di quel morbido e bel
vivente, il quale diè ad intendere ad Augusto e a tutti i pedanti
tedeschi ch'egli era un poeta e che i poeti sono vigliacchi. No, il
vero poeta è anche un eroe, e nel suo petto abita la pazienza, che,
come dicono gli Spagnoli, è un secondo coraggio. Non si dà spettacolo
piú sublime del vedere questo nobile castigliano schiavo del Bey
d'Algeri, constante a pensare la sua liberazione, infaticabile a
prepararne gli arditi divisamenti, tranquillo a riguardare in faccia
tutti i pericoli, e, quando l'impresa veniva meno, pronto a sofferire
tortura e morte, anziché tradire pur con una sillaba i complici.
Il sanguinario padrone del suo corpo è disarmato da tanta virtú e
magnanimità, la tigre risparmia il leone incatenato e trema dinanzi al
terribile monco che ella potrebbe con una parola mandare alla morte.
Michele Cervantes è conosciuto per tutto Algeri sotto il nome del
_monco_, e il Bey confessa ch'e' non può dormire tranquillo e sicuro
della città, dell'esercito e degli schiavi, se non quando sa che il
_monco_ spagnolo è in buona custodia.

Dissi che il Cervantes fu sempre soldato comune; ma, poiché pur in quel
posto subalterno si poté segnalare e farsi particolarmente notare al
suo gran generale don Giovanni d'Austria, egli ne ottenne, d'Italia
tornando in Ispagna, lettere per il re con attestazioni onorevolissime
che lo raccomandavano caldamente per un avanzamento. Ora, quando i
corsari d'Algeri, catturandolo nel Mediterraneo, gli videro coteste
lettere, lo tennero per un personaggio d'alto affare, e sí alta taglia
gli posero a dosso, che la sua famiglia, per sacrifizi che facesse,
non poté riscattarlo, e il povero poeta ne ebbe a durare piú lunga e
piú crudele schiavitù. Cosí per lui il riconoscimento de'suoi servigi
fu cagione di nuove disgrazie, e cosí la fortuna si burlò di lui sino
alla fine; la fortuna che non perdona mai al genio d'essere pervenuto
all'onore e alla gloria, anche senza la protezione di lei.

Ma l'infelicità del genio è sempre l'effetto del caso cieco, o non
piuttosto rampolla essa necessariamente dalla intima natura di lui e
dalla essenza di ciò che lo circonda? È l'anima del poeta che viene
alle prese con la realità, od è la rude realità che comincia lei un
combattimento ineguale con quella nobile anima?

La società è una repubblica. Quando l'individuo fa degli sforzi per
alzarsi, il comune lo ripinge in giú col ridicolo e la diffamazione.
Nessuno dee avere piú virtú e spirito degli altri. Che se uno per la
inflessibile potenza dell'ingegno si leva della testa sopra la misura
comunale, quegli è colpito d'ostracismo dalla società; la quale lo
perséguita con sí spietati motteggi e calunnie, che alla fine gli
bisogna ritirarsi nella solitudine de'suoi pensieri.

Sí, la società è, di natura sua, repubblicana; e ogni sovranità le è
odiosa, cosí la intellettuale come la materiale, la quale ultima, del
resto, si appoggia su la prima men di rado che comunemente si creda.
Lo vedemmo noi stessi dopo la rivoluzione di luglio, quando lo spirito
del repubblicanismo si manifestò in tutte le relazioni sociali. Il
lauro di un gran poeta attirava l'odio dei nostri repubblicani come la
porpora di un re. Anche le diseguaglianze spirituali volevano essi
sopprimere fra gli uomini: e, da poi che tenevano proprietà del comune
i pensieri sbocciati e sboccianti sul territorio dello stato, altro non
rimaneva loro che decretare l'eguaglianza dello stile. E di fatti il
bello stile fu screditato come aristocratico, e noi udimmo piú volte
affermare che il _vero democratico scrive come il popolo, di cuore,
schietto e sciatto_. Ciò era facile ai piú degli uomini del movimento:
ma non a tutti è dato di scrivere male, e tanto meno a chi ha già la
consuetudine di scriver bene; e allora non si mancava di proclamare--È
un aristocratico, un dilettante della forma, un amico dell'arte, un
nemico del popolo[2].--Lo dicevano e lo pensavano onestamente, come san
Girolamo, che si recava a peccato il suo bello stile e se ne flagellava
di santa ragione.

E come nulla contro il cattolicismo, cosí nulla troviamo nel _Don
Chisciotte_ che suoni avverso all'assolutismo. Quei critici che vi
fiutarono dentro qualche cosa di simile errano assai dal vero. Il
Cervantes uscía da una scuola che aveva poeticamente idealizzato
l'obbedienza incondizionata al sovrano. E questo sovrano era re di
Spagna in un tempo che la maestà sua raggiava su tutto il mondo.
L'ultimo soldato sentiva sé stesso nell'irraggiamento di questa
maestà, e sacrificava volentieri la sua libertà individuale a tale
soddisfacimento dell'orgoglio castigliano.

La grandezza politica della Spagna alzava e allargava allora le anime
de'suoi scrittori. Anche nello spirito del poeta spagnolo, come
nell'impero di Carlo V, non tramontava mai il sole. Erano finite le
feroci contese coi Mori; e come dopo un temporale i fiori odoran piú
forte, cosí la poesia fiorisce sempre piú magnifica dopo una guerra
civile. Lo stesso vediamo essere avvenuto al tempo della regina
Elisabetta in Inghilterra, dove contemporanea a quella di Spagna
vien su una scuola di poeti che invita ai piú curiosi paragoni. Là
Shakspeare, qui Cervantes, sono i fiori della scuola.

A quel modo che i poeti spagnoli sotto i tre Filippi, anche
gl'inglesi sotto Elisabetta hanno tutti una certa aria di famiglia;
e né Shakspeare né Cervantes, a mio avviso, possono pretendere
all'originalità. Essi non differenziano affatto dai loro contemporanei
per una particolar guisa di sentire e pensare e di rappresentare e
descrivere, ma solo per intimità, profondità, delicatezza e forza
maggiori: l'arte loro è piú ravvolta e penetrata dall'etere della
poesia.

Ma questi due poeti non sono soltanto i fiori del loro tempo; furono
anche le radici dell'avvenire. Come lo Shakspeare, per l'influsso
delle sue opere specialmente su la Germania e su la Francia odierna,
è da tenere per il fondatore del dramma moderno, cosí nel Cervantes
bisogna onorare il fondatore del moderno romanzo. Mi si permetta qui
di passaggio alcune osservazioni.

L'antico romanzo, il romanzo di cavalleria, scaturí dalla poesia
del medio evo; né altro fu da prima che una rilavorazione in prosa
delle epopee i cui eroi appartenevano al ciclo leggendario di Carlo
Magno e del San Graal: l'argomento consisteva sempre di avventure
cavalleresche. Era il romanzo della nobiltà, e i personaggi che vi
agivano erano o creature favolose della fantasia o cavalieri a speroni
d'oro: del popolo mai una traccia. Cotesti romanzi cavallereschi,
degenerati fino all'assurdo, il Cervantes li abbattè col _Don
Chisciotte_. Ma, scrivendo la satira che demoliva il vecchio romanzo,
forniva egli stesso il modello a una nuova invenzione che è il
romanzo moderno. Cosí costumano sempre i grandi poeti: fondano il
nuovo, mentre distruggono il vecchio: non negano mai, senza affermare
qualcosa. Cervantes fondò il romanzo moderno, introducendo in quello
cavalleresco la descrizione fedele delle classi inferiori della
società, mescolandovi la vita popolare. Né è solo del Cervantes, ma
di tutta la letteratura di quel tempo, l'inclinazione a descrivere
la vita del popolo piú basso e della piú scellerata canaglia; e si
riscontra, come ne' poeti, anche ne' pittori della Spagna d'allora:
un Murillo, che rubava al cielo i piú santi colori per dipingere
le sue belle Madonne, contraffaceva con lo stesso amore le figure
piú ributtanti di questo mondo. L'entusiasmo dell'arte era forse la
cagione che quei nobili spagnoli si godessero lo stesso, sí a ritrarre
fedelmente un pitocchetto nell'atto di spidocchiarsi, sí a figurare
la Vergine benedetta. O era l'attrattiva del contrasto che spingeva
nobilissimi gentiluomini, un cortigiano azzimato come il Quevedo e
un potente ministro come il Mendoza, a compor romanzi di truffatori
e di straccioni: amavano forse trasportarsi con la fantasia dal loro
monotono contorno a condizioni di vita tutte opposte, come press'a
poco per un altro verso certi scrittori tedeschi, che riempiono i loro
romanzi di descrizioni dell'alta società e fan tutti conti e baroni i
loro eroi. Nel Cervantes non troviamo ancora la tendenza esclusiva a
descrivere l'ignobile per sé solo: egli mesce l'ideale al comunale,
in modo che l'uno adombri o rischiari l'altro; e l'elemento nobile ha
nel suo romanzo lo stesso posto e lo stesso svolgimento d'azione che
il popolare. Ma questo elemento nobile, cavalleresco, aristocratico,
sparí tutto dai romanzi degl'inglesi, che primi imitarono il Cervantes
e lo ebbero sempre fino ad oggi dinanzi agli occhi come esemplare.
Nature prosaiche quei romanzieri inglesi, dall'avvenimento in poi
del Richardson! Lo spirito schifiltoso del loro tempo ripugna a ogni
energica pittura della vita popolare; e dall'altra parte della Manica
vedemmo uscire quei romanzi nei quali si rispecchia la piccola e
digiuna vita della borghesia. Cotesta povera letteratura inondò e
sommerse il pubblico d'Inghilterra, finché apparve il grande scozzese a
fare nel romanzo una rivoluzione o piú propriamente una restaurazione.
Come difatti Michele Cervantes introdusse nel romanzo l'elemento
democratico quando solo il cavalleresco vi dominava, cosí Gualtiero
Scott gli restituí l'elemento aristocratico che era disparito dinanzi
alla invadente prosa degli assettatuzzi cittadinuzzi. Quella bella
proporzione che noi ammiriamo nel _Don Chisciotte_ del Cervantes, l'ha
resa al romanzo, con opposto procedimento, lo Scott.

Sotto questo rispetto, non è stato ancora, credo, riconosciuto il gran
merito del secondo poeta inglese. Le sue inclinazioni _tory_ e la sua
predilezione del passato fecer di gran bene alla letteratura e a que'
suoi capolavori, che sollevarono per tutto rumore e gara d'imitazioni,
e respinsero ne'piú oscuri cantucci dei gabinetti di lettura i cinerei
fantasmi del romanzo borghese. È un errore il non riconoscere Gualtiero
Scott per inventore del romanzo storico e questo voler dedurre dal
movimento tedesco. Si scorda che la caratteristica del romanzo storico
sta appunto nell'armonia dell'elemento aristocratico e del democratico,
che Gualtiero Scott, rendendo al primo elemento la parte sua, ha
mirabilmente restaurato quell'armonia, turbata durante l'esclusivo
signoreggiare del secondo; mentre invece i nostri romantici tedeschi
hanno nei lor romanzi rinnegato del tutto l'elemento democratico, per
rientrare farneticando nelle rotaie dei romanzi di cavalleria che erano
prima del Cervantes. Il nostro La Motte Fouqué non è altro che uno
spedato, sbrancato dalla trista compagnia di quei poeti che misero al
mondo l'_Amadigi di Gaula_ e altre simiglianti avventure; e io ammiro
non solamente l'ingegno, ma il coraggio che c'è voluto al nobile
barone per mettersi a scrivere i suoi libri di cavalleria duecento
anni dopo l'apparizione del _Don Chisciotte_. Furon di curiosi anni in
Germania, quando cotesti libri uscirono e la gente ci trovava gusto!
Che significava nella letteratura tale predilezione per la cavalleria e
per le imagini del vecchio tempo feudale? Il popolo tedesco, lo credo
bene, voleva prendere commiato per sempre dal medio evo; ma teneri di
cuore, come noi siamo, prendevamo commiato con un bacio. Noi imprimemmo
per l'ultima volta le labbra su le vecchie pietre sepolcrali. Qualcuno
di noi, a dir vero, fece delle grullerie belle e buone. Ludovico Tieck,
il fanciullo terribile della scuola, si mise a dissotterrare gli
antenati dalle loro tombe, e dondolava ogni bara come fosse una culla,
e con un vaneggiamento d'infantil balbutire ci cantava sopra, _Nanna,
nonnino, nanna._

Io ho detto lo Scott, il secondo gran poeta dell'Inghilterra, e
capolavori i suoi romanzi. Ma la lode va soltanto al genio di lui;
i romanzi io non li posso per nessuna guisa comparare al gran
romanzo del Cervantes, che molto avanza lo Scott di spirito epico.
Il Cervantes fu, già lo dissi, un poeta cattolico; e a ciò dee per
avventura quella grande serenità epica, che come un cielo di cristallo
cuopre e circonda il mondo varicolore delle sue creature: non mai il
crepaccio del dubbio. Aggiungesi la calma nazionale del carattere
spagnolo. Ma Gualtiero Scott apparteneva a una Chiesa che sottomette a
rigorosa discussione anche le cose divine; come avvocato e scozzese
era abituato alla discussione e all'azione; e anche ne'suoi romanzi,
come nel suo spirito e nella vita, prevale il dramma. Le opere di lui
quindi non possono mai esser considerate come puri modelli di quella
composizione artistica che noi chiamiamo romanzo. Agli Spagnoli la
gloria di aver prodotto il miglior romanzo, agl'Inglesi quella di aver
toccato la cima nel dramma.

E ai Tedeschi qual palma rimane? Ecco, noi siamo i meglio lirici di
questo mondo. Per adesso i popoli han troppe faccende politiche;
ma sbrigate che siano un bel giorno, Tedeschi, Britanni, Spagnoli,
Francesi, Italiani, uscirem tutti fuori per la verde foresta a cantare,
e giudice sarà l'usignolo. Son certo che il premio in questa gara del
canto lo vincerà il _lied_ (canzonetta) di Volfango Goethe.

Il Cervantes, lo Shakspeare e il Goethe sono il triumvirato che toccò
la cima nelle tre forme della rappresentazione poetica, la epopea,
il dramma, la lirica. Chi scrive queste pagine ha per avventura una
particolar competenza a lodare il nostro gran nazionale come il piú
perfetto poeta di canzoni (nel senso vero della parola). Goethe sta
nel mezzo tra le due scuole della degenerazione lirica, l'una che
pur troppo è designata col mio nome, l'altra che è la scuola sveva.
Tutt'e due hanno il lor merito, e indirettamente fecer del bene alla
poesia tedesca. La prima operò in quella una salutare riazione contro
l'idealismo esclusivo, ricondusse gli spiriti alla forte realità e
sbarbicò quel sentimentale petrarchismo che a me parve sempre una
donchisciotteria lirica. La scuola sveva qualche cosa fece anche lei
per la salute della poesia tedesca. Se nella Germania settentrionale
poterono uscire opere di poesia vigorosamente sane, forse che si dee
alla scuola sveva, che tirò a sé tutti gli umori malati clorotici e
piamente sentimentali della Musa tedesca. Stuttgart fu come il cauterio
della Musa tedesca.

Ma, pur assegnando a quel gran triumvirato la supremazia nel dramma nel
romanzo nel canto, io sono ben lontano dal diminuire il valore degli
altri sovrani poeti. Questione da stupidi, qual poeta sia piú grande
d'un altro. La fiamma è fiamma, e non si può pesare a libbra e oncia; e
sol la volgar grossolana goffaggine d'un merciaiolo può scappar fuori
con la sua logora bilancia da formaggio a voler pesare il genio. Non
pur gli antichi ma anche parecchi moderni han fatto poemi nei quali
la fiamma della poesia vampeggia splendida come nelle opere maestre
di Shakspeare, Cervantes e Goethe. E pure questi nomi si tengono
insieme quasi congiunti di misterioso allacciamento. Raggia dalle
loro creazioni uno spirito di famiglia: vi respira dentro un'eterna
dolcezza, come l'alito di Dio: vi fiorisce la compostezza della natura.
Il Goethe ricorda molto spesso, come lo Shakspeare, anche il Cervantes,
e al Cervantes somiglia fin nelle particolarità dello stile, in quella
gioconda e comoda prosa colorita della piú dolce e innocente ironia.
Il Cervantes e il Goethe si rassomigliano pur nei difetti, nella
prolissità del discorso, in quei lunghi periodi paragonabili alla
tratta di un corteggio reale. Non di rado un solo pensiero siede nella
distesa d'uno di tali periodi, che procede con la gravità d'una gran
carrozza di corte tutta a oro tirata da sei cavalli impennacchiati. Ma
questo unico pensiero è sempre un'altezza, se non pure il sovrano.

Dello spirito del Cervantes e dell'influenza che ebbe il suo libro
potei dar solo qualche cenno; e anche meno potrò estendermi sul
vero valore artistico, perché occorrerebbero discussioni che mi
trasporterebber troppo lontano nel campo dell'estetica: farò qui e
solo in generale qualche osservazione su la forma del gran romanzo e
su le due figure che ne tengono il centro. La forma è d'una narrazione
di viaggio, come la piú naturale per questo genere d'invenzioni
poetiche: basti ricordare l'_Asino d'oro_ d'Apuleio, il primo romanzo
dell'antichità. Alla uniformità, che è il difetto di sí fatte
narrazioni, si volle riparare piú tardi con ciò che oggi chiamiamo
la favola del romanzo. Ma i piú dei romanzieri, poveri d'invenzione,
presero le favole a prestito gli uni dagli altri, o almeno gli uni
si giovarono delle favole degli altri con poche modificazioni; e
per cotesto ritorno degli stessi caratteri intrecci e situazioni il
pubblico alla fine quasi si svogliò di romanzi, e per iscampar dalla
noia delle favole riabburattate si ricorse per qualche tempo all'antica
e original forma della descrizione di viaggio: ancora riabbandonata,
non a pena apparí un poeta originale con favole nuove e fresche.
In letteratura come in politica tutto si muove secondo la legge
dell'azione e della riazione.

Le due figure di Don Chisciotte e di Sancio Panza, che nella continua
parodia si compiono sí mirabilmente da formare tutt'e due il vero
e proprio eroe del romanzo, attestano con egual forza l'arte e la
profondità del poeta. Mentre in altri romanzi, nei quali l'eroe
gira il mondo solo, per far sapere i pensieri e le impressioni di
lui, gli scrittori doverono ricorrere ai monologhi alle lettere a
un giornale, Cervantes in quella vece potè introdurre per tutto un
dialogo naturalissimo; e dalla continua parodia che l'una figura fa dei
discorsi dell'altra piú evidente apparisce la intenzione del poeta. In
molte guise fu di poi imitata cotesta doppia figura che dà al libro del
Cervantes una cosí artistica naturalezza, e da' cui caratteri, come da
germe unico, cresce e svolgesi e si spiega, come un gigantesco albero
dell'India, il romanzo intiero con tutto il suo frondeggiar lussurioso,
e i fiori odoranti, e gli splendidi frutti, e le scimmie e gli uccelli
che saltano, svolazzano o si cullano su per i rami.

Ma sarebbe ingiustizia mettere a conto dell'imitazion servile la
introduzione o ripetizione di quelle due figure. Don Chisciotte e
Sancio Panza, che uno corre in cerca di avventure, l'altro, mezzo
per affezione mezzo per interesse, gli trotta dietro al sole e alla
pioggia, ci sono da presso, piú che non si creda, nella vita, e anche
noi gli abbiamo riscontrati piú d'una volta. Per riconoscere da per
tutto e sempre, sotto i diversi travestimenti, nell'arte e nella vita,
l'inclito paio, bisogna, è vero, aver l'occhio all'essenziale, ai
segnali interiori, e non alle accidentalità dell'apparenza. Esempi
potrei recarne molti. Non riscontriamo noi Don Chisciotte e Sancio
Panza cosí nelle figure di Don Giovanni e Leporello come nelle persone
di lord Byron e del suo domestico Fletcher? Non riconosciamo i due tipi
e le loro mutue relazioni cosí nella figura del cavaliere di Valdsee
e del suo Gaspar Larifari, come nella figura di qualche scrittore e
del suo editore? il quale ultimo si accorge bene delle pazzie del suo
autore, ma non per tanto, per trarne un profitto reale, lo accompagna
fedelmente in tutti i suoi vagabondaggi ideali. E il signore editor
Sancio, se anche dall'affare guadagni sol delle bòtte, riman per altro
sempre grasso, mentre il nobile cavaliere dimagra ogni giorno piú.

Ma non solo tra gli uomini, sí anche tra le donne ho ritrovato spesso
i tipi di Don Chisciotte e del suo scudiere. Mi ricordo specialmente
una inglese, una biondina fantastica, scappata con un'amica da un
convitto di signorine, che volea correre il mondo in cerca d'un nobile
cuore d'uomo, come se l'era sognato nelle dolci notti illuminate dalla
luna. L'amica, una brunetta atticciaticcia, sperava di conquistare in
tale occasione, se non un che d'ideale a parte, almeno un bel tòcco
di marito. Mi par di vederla ancora la snella persona, con gli occhi
azzurri assetati d'amore, dalla spiaggia di Brighton mandare languidi
sguardi lontano lontano sul mar tempestoso verso la costa francese.
L'amica intanto schiacciava nocciòle, mangiava con aria ghiotta la
mandorla, e gittava i gusci nell'acqua.

Tuttavia né i capolavori degli altri artisti né essa la natura ci
presentano i due tipi cosí compiuti nelle relazioni dell'uno con
l'altro come ce li dà il Cervantes. Ciascun tratto nel carattere
e nella figura dell'uno risponde a un tratto opposto ma affine
nell'altro. Ciascuna particolarità ha un valore di parodia. Anzi,
fin tra Rossinante e il grigetto asino di Sancio è lo stesso ironico
parallelismo che fra lo scudiero e il cavaliere, e anche le due bestie
sono in certa guisa i simbolici portatori delle stesse idee. E come nel
pensare cosí nel parlare padrone e servo danno a vedere i piú mirabili
contrasti. Il buon Sancio col suo parlare per proverbi rotto e rozzo
fa pensare al pazzo del re Salomone, a Marcolfo, che a punto come
lui esprime e rappresenta in brevi sentenze la sapienza sperimentale
del popolo basso in faccia al patetico idealismo. Don Chisciotte
all'incontro parla la lingua culta delle classi superiori, e anche
nella grandezza del bene arrotondato periodo rappresenta l'illustre
e nobile hidalgo. La costruzione di cotesto periodo è spesse volte
troppo distesa, e l'eloquio del cavaliere sembra una superba dama di
corte in roba di seta a sgonfi con lunga coda frusciante. Ma le Grazie,
travestite da paggi, portano sorridendo il lembo; e i lunghi periodi si
compiono con graziosissimi movimenti. Brevemente: Don Chisciotte par
che favelli impostato su l'alto suo cavallo: Sancio Panza discorre come
adagiato sul suo povero asinello.

  DOPO UNA RAPPRESENTAZIONE

  =della commedia "LA VIDA ES SUENO"=

  DI

  P. CALDERON


Nell'_Indipendente_ di Bologna del 23, 26 e 27 agosto 1869.



"LA VIDA ES SUENO"

DEL CALDERON


I.

Pietro Calderon della Barca, del quale il signor Ernesto Rossi
rappresentava su le scene del Brunetti or sono due sere la commedia
intitolata _La vita è un sogno_, fu soldato e prete spagnolo del
secolo decimosettimo. Soldato, combatté, fra le altre, le guerre di
Fiandra: prete, fu canonico di Toledo, cappellano reale in Madrid,
confratello della congregazione di san Pietro apostolo: ebbe pensione
a corte di trenta scudi il mese, benefizi a Toledo e in Sicilia. Ciò
per larghezza di Filippo quarto, che del teatro piacevasi e pe'l teatro
scriveva, nascondendosi con verbosa modestia sotto l'appellativo di
_un ingenio de esta corte_. Filippo dunque consacrò il Calderon in suo
poeta, come la chiesa di Spagna lo avea consacrato in suo ministro;
e lo trattò un po' meglio che simili re dilettanti e guastamestieri
non usin fare con quelli emuli ingegnosi ch'ei si tengono da torno
per isfoggio di vanità, a uso bestie rare, e per un piú comodo sfogo,
nella vicinanza degli oggetti, alle tentazioni dell'invidia. Cosí la
vita di Pietro Calderon, varia e felice, empié quasi tutto il secolo
decimosettimo: il poeta della monarchia e della chiesa spagnola distese
l'ombra della sua gloria su l'età scadente di quelle due instituzioni,
l'ombra allungata dall'occaso del sole di Castiglia, che pur doveva non
conoscer tramonto. Nato co 'l secolo, piú esattamente che a' nostri
giorni non dicasi di Vittore Hugo, aveva sedici anni quando morí
Michele Cervantes, trentacinque quando Lope de Vega; creatore quello,
accrescitore questo del teatro spagnolo, grande e vero onore, il primo,
della Spagna e della letteratura europea. A tredici anni scrisse la sua
prima commedia, _El carro del cielo_; a ottant'uno, _Hado y divisa_,
l'ultima. Morí a' 25 maggio 1682; e lasciava, affermano i biografi,
centoventi _comedias_, duecento _loas_ (prologhi), cento _saynetes_
(farse), e ben piú di cento _autos sacramentales_ (drammi religiosi
allegorici): sí bene che le opere di lui a stampa non aggiungono a
tanto numero.


II.

Negli _atti sacramentali_ pare che talvolta recitasse egli stesso
improvvisando, come i nostri comici antichi nelle commedie d'arte.
Ma il Calderon era in buona compagnia: recitava con Filippo quarto.
Nella _Creazione del mondo_ il re faceva da Dio, il cappellano reale
da Adamo. E Adamo cominciò a descrivere il paradiso terrestre.
Naturalmente Dio si dové annoiare a sentirsi squadernar lí su'l
viso quello che aveva creato egli stesso: figuratevi poi, avendo
che fare con un Adamo Calderon, della cui imperturbabilità nel
tirar giú cataloghi di metafore e similitudini i lettori poterono
avere un piccolo saggio nella rappresentazione di venerdí sera,
se v'assisterono, e ne potranno avere uno infinito aprendo a caso
qualunque de' molti volumi suoi. Non vi era in somma fuscello,
granello, bacherozzolo che sfuggisse all'acuto occhio del canonico
di Toledo. E Iddio si scontorceva e stronfiava su'l seggiolone
dorato. Ma era proprio un predicar la discrezione ai preti: Adamo
cappellano badava pure a tirare avanti. Iddio alla fine cominciò a
sbadigliare sí fieramente, che Adamo, punto nella vanità d'autore,
tagliò a mezzo una similitudine per domandare al signore e dio suo
(tanto è vero che un autore offeso è capace di riuscire anche eroe)
qual fosse mai la cagione per la quale Sua Divinità si induceva a far
dimostrazioni cosí poco reali d'una passione non punto divina. _Voto
a Dios_, stava per dire il re di Spagna; ma ricordando la persona che
sosteneva, si riprese, e con la sufficienza d'un filosofo hegeliano
esclamò:--Per me stesso giuro, che mi pento d'aver creato un Adamo cosí
chiacchierone.--Io per me ho mezza voglia di dar ragione a Filippo
quarto, e scommetto che insieme con me l'avranno quei lettori i quali
nella rappresentazione di venerdí sera gustarono il discorso di Basilio
re di Polonia, che pure era stato scemato di quasi una metà dal signor
Rossi.

Questi _atti sacramentali_, i quali piú d'ogni altro lavoro del
drammaturgo spagnolo eccitarono l'ammirazione dei contemporanei, e
da' quali ripromettevasi egli la sua maggior gloria; questi _atti
sacramentali_, che a Guglielmo Augusto di Schlegel apparivano
singolari e straordinarie produzioni, e del cui entusiasmo religioso
il consigliere aulico parlava con entusiasmo critico; questi _atti_ ci
domandano un po' d'attenzione; e forse che ci daranno in cambio qualche
idea del tempo, della nazione, dell'uomo. Pigliamo il primo: _Dio per
ragion di stato_.

Va innanzi un prologo, ove la Teologia avendo per padrino la Fede si
offerisce a sostenere nella _università_ del mondo contro qualunque
combattente un _torneo_ su queste proposizioni: la presenza di Dio
nell'eucaristia, la vita nuova che l'uomo riceve nella comunione,
la necessità di spesso comunicarsi. Contro la prima proposizione
si presenta la Filosofia con la Natura a padrino; e le due parti
combattono di tutt'arme, di sillogismi come i frati nelle scuole di
Salamanca, di spada come i cavalieri nei torneamenti di Toledo e di
Burgos. S'intende che la Filosofia con la Natura sono abbattute e
confessano la prima proposizione; e lo stesso avviene della Medicina
col Discorso che si presentano ad armeggiare contro la seconda, e della
Giurisprudenza con la Giustizia che movono contro la terza. Allora,
per festeggiare il triplice trionfo, la Teologia annunzia un atto, nel
quale sarà provato in forza delle leggi universali la legge cattolica
dovere esser sola seguíta come quella al cui favore convergono la
ragione e la convenienza.

Personaggi dell'atto sono: lo _Spirito_ (primo amoroso), il _Pensiero_
(buffone); poi, il _Paganesimo_, la _Sinagoga_, la _Confermazione_,
l_'Estrema Unzione_, l'_Ordine sacerdotale_, il _Matrimonio_,
l'_Africa_, l'_Ateismo_, _San Paolo_, il _Battesimo_, la _Legge
naturale_, la _Legge scritta_, la _Legge di grazia_. Comincia risonando
per l'aria un coro d'invocazione e desiderio al dio ignoto, e tratti a
quel suono lo Spirito e il Pensiero pervengono a piè d'una montagna,
su le cui vette levasi un tempio consacrato a punto al dio ignoto di
cui parla San Paolo. I due pellegrini trovano nel tempio, tra una
folla di supplicanti, il Paganesimo che prega il dio a venire ad
abitare i delubri che egli ha fabbricato per lui. E qui una lunga
argomentazione tra lo Spirito, il quale vorrebbe sapere un po' come
un dio ignoto possa essere un dio, e il Paganesimo che fatto teologo
glie lo prova come quattro e quattro fa otto con quella chiarezza e
convenienza di ragioni che è propria de' teologi. Lo Spirito, a dir
vero, non ne par molto soddisfatto, vorrebbe riattaccare la discussione
col Pensiero.--È meglio ballare--risponde il buffone. E si balla un
gran ballo di pazzia divina: il Paganesimo lo guida: le figure si
formano in croce, e cantano con parole di mistero il dio ternario.
Qui un colpo di terremoto e un'eclissi: fuga generale: restano soli
il Paganesimo, lo Spirito, il Pensiero a ragionare su quei fenomeni.
È il mondo che muore? è Dio che soffre? Queste sono ipotesi dello
Spirito. Impossibile, obietta il Paganesimo. E il Pensiero, buffone,
corre dall'uno all'altro; e dà sempre ragione a quello che parla
l'ultimo. Il Paganesimo esce; e Spirito e Pensiero si propongono di
andare girondoloni pe 'l mondo in cerca del dio ignoto. In America,
l'Ateismo risponde alle loro domande che a lui non preme nulla né
di coteste né d'altre fisime; e il Pensiero, da buon compatriota di
Cortes e Pizzarro, lo bastona. L'Africa aspetta il suo profeta; e per
intanto si accontenta di far considerare all'irrequieto Spirito che
in ogni religione l'uom può salvarsi, e che quelle rivelate altro non
sono che un mezzo per agevolare la perfezione. Bestemmia, urla come un
baccelliere di Salamanca, lo Spirito; ed egli e l'Africa si minacciano,
come arabi e castigliani. In Asia, trovano la Sinagoga, la quale è
appunto sovra pensiero per certi segni di terremoto e di eclissi che
accompagnarono la morte di un giovanotto da lei sentenziato alla croce
perché col titolo di messia turbava l'ordine pubblico e scalzava la
religion dello stato. Nuove discussioni su questo proposito tra la
Sinagoga e lo Spirito. Ma eccoti un lampo e una voce di cielo--Saulo,
Saulo, perché mi perseguiti?--Entra in iscena san Paolo di subito
convertito, e disputa con la Sinagoga su la rivelazione: introduce
la Legge naturale, la Legge scritta, la Legge di grazia, come quelle
che si riabbraccian tutte nel cristianesimo, e, per di piú, i
sette Sacramenti che ne sono gli appoggi. E l'_atto_ finisce con le
conversioni, come una commedia di spada e di cappa co'matrimoni. La
Sinagoga e l'Africa si ostinano a rimaner reprobe; ma lo Spirito,
proprio lui, grida loro su 'l viso: Lo spirito dee pervenire ad amare e
credere il dio ignoto per ragione di stato, quando pure gli mancasse la
fede.--E il coro ripete cantando questa chiarissima affermazione.

In quel coro parmi di raffigurare i gesuiti fra i quali il Calderon era
stato educato, i _bisogni_ dell'esercito spagnolo fra i quali aveva
combattuto la libertà in Fiandra, i domenicani inquisitori e confessori
del re e della regina ai quali tutte le mattine il poeta baciava la
mano nelle anticamere. E un leppo di bruciaticcio, e un suono ottuso
e sordo, che non è suono, come di ferri acuti che si affondano con
moto regolare e monotono in tante masse carnose, mi giunge, salvo mi
sia, al naso e agli orecchi. Poveri giudei di Castiglia! nobili mori
di Granata! generosi e improvvidi Incas! le allegorie dell'idalgo
cattolico don Pietro Calderon della Barca non sono grottesche figure
retoriche solamente: voi lo sapete.

_Dio per ragion di stato_ del canonico sente il machiavellismo untuoso
de'gesuiti. Io gli antepongo di gran lunga la sfacciataggine bronzea
anzi di granito, monumentale a ogni modo, di Lope de Vega, la fenice
di Spagna, a cui, per omaggio all'ingegno e alla gloria, Urbano ottavo
mandava il diploma di dottore in teologia e il Grande Inquisitore
il brevetto di famiglio del Sant'Uffizio, alle cui esequie tre
arcivescovi cantaron la messa. Nell'_Arauco domado_ di Lope, Caupolican
difensore della libertà del Chile, è fatto prigioniero dalli spagnoli e
condotto davanti a Garcia di Mendoza loro capitano. «Che è ciò dunque,
Caupolican?» domanda il vincitore. «La guerra, signore, e la mala
ventura,» risponde il vinto. Il Mendoza riprende: «La mala ventura è
guiderdone degno di quelli che combattono contro il cielo. Non eri tu
vassallo del re di Spagna?» E Caupolican: «Io nacqui libero, ho difeso
la libertà della mia patria e delle mie leggi, non ho mai attentato
nulla contro la vostra.» Ma la vittoria del re cattolico deve esser
piena, e il vinto si arrende anche alla religione del vincitore. Ciò
non vuol dire che si risparmi una vita: il sacerdote dà il passaporto
all'anima per l'altro mondo, ma in questo il corpo è nelle mani del re:
_Dio per ragion di stato_. Ecco dunque Caupolican ritto su 'l rogo,
legato al palo; e i soldati spagnoli che appiccano il foco. Allora il
Mendoza, inchinandosi a un ritratto di Filippo II che domina la scena,
grida:

  Señor, mirad que os servimos
  Tiniendo estes verdes campos
  De sangre de cien mil Indios
  Por daros un reyno estraño.

«Signore, vedete come vi abbiamo servito tingendo questi verdi campi
del sangue di centomila indiani per dare a voi un regno straniero.»

Evviva dunque il re e la religione! evviva la gotica cavalleresca
monarchica e cattolica scuola romantica, e i suoi due santi apostoli
Augusto e Federigo Schlegel, _par nobile fratrum_, che gabellarono al
mercato dell'Europa questo fior di roba. Erano i tempi a ciò, perché
i pigmei avevan trionfato dei titani. I consiglieri aulici avevano
messo il piede su la gola dei vecchi giacobini, i nobili uffizialetti
prussiani osavano guardare in viso i cadaveri dei gran marescialli
dell'impero plebeo, Blücher cercava Napoleone per farlo fucilare, e
nell'aspettativa di distrugger Parigi minava un arco del ponte di
Jena; il re di Prussia sospendeva i professori che avevano spinto la
gioventù germanica alla battaglia triduana delle nazioni, e apriva la
fortezza di Spandau agli ingenui pronipoti d'Arminio che si ricordavano
un po' troppo d'aver rialzato essi i principi tedeschi; i pietisti
protestanti e i gesuiti cattolici si davano la mano contro il libero
pensiero; l'imperatore scismatico e il cattolico, il re luterano e
l'anglicano facevano la Sant'Alleanza contro la rivoluzione: e i due
fratelli Schlegel dettarono il codice della scuola romantica a onore e
incremento dell'impero, della chiesa e del medio evo.

Delle _Lezioni di letteratura_ di Federigo, che per la critica
era il vero ingegno potente di quella consorteria, scriveva
ingegnosissimamente al suo solito Arrigo Heine: «Federigo Schlegel
esamina tutte le letterature da un punto di veduta alto, ma quella
posizione alta è sempre la cima del campanile d'una chiesa gotica. E
in tutto che lo Schlegel dice odesi un continuo scampanare, odonsi
qualche volta anche gracchiare i corvi che volteggiano intorno gli
assi della vecchia freccia. Per me, aperto a pena quel libro, mi
sale al naso l'incenso della messa; e a' migliori passi mi par veder
rizzarsi via via delle lunghe file di pensieri tonsurati.»--_Höher
Weisheit Sonnenlicht Und der Kirche stille Pflicht_,--«la superiore
luce solar della scienza e la tranquilla obbedienza alla chiesa,» era
il motto di Federigo; e da ciò s'intende come egli potesse andar pazzo
del Calderon. Lo Stollberg il Tieck il Novalis il Werner rinnegarono
la confessione di Martin Lutero per cercar l'Ippocrene della nuova
poesia nelle pilette delle chiese cattoliche; ma a Federigo non
bastò cotesto, che e' non volesse anche fare un passo piú innanzi e
immergersi nelle sacre tenebre dei monasteri spagnoli rotte a quando
a quando dal bel vermiglio bagliore degli _atti di fede_. E predicava
il Calderon per il primo e piú grande fra i poeti cristiani _nel
chiarire piú e piú nel dominio della bellezza spirituale secondo le
idee cristiane le politiche singolarità, e risonanze della vita, della
storia tradizionale, delle singole leggende e anche della mitologia
pagana_. E forse per questa stessa ragione Federigo aveva rubato
al marito la bella ebrea figliuola di Mosè Mendelssohn, per farsi
poi cattolico insieme con lei e vivere delle limosine del marito
oltraggiato: lo racconta Arrigo Heine. Anche: il Calderon a Federigo
pareva primo e grandissimo fra i poeti cristiani _nel far nascere
dalla rappresentazione degli estremi patimenti una trasfigurazione
spirituale_, che è quel che meglio si affà, secondo lui, al poeta
cristiano: Federigo morí d'uno stravizio gastronomico.

Ma Guglielmo Augusto Schlegel, o piú veramente Sua Eccellenza il
consigliere di Schlegel, il quale saliva in cattedra tutto abbigliato
su l'ultimo modello di Parigi a trattar male il Racine, e presso la
cattedra tenevasi un lacchè nell'assisa baronale della famiglia intento
a regolare la luce delle candele ardenti su candelabri d'argento; il
secondo Schlegel in somma, o il primo secondo i gusti, vince la mano
nelle lodi del Calderon al dotto fratello. Come la Spagna è la terra
promessa della poesia romantica, cosí il Calderon, _poeta sommo se
altri mai al mondo meritò questo nome_, il Calderon, _miracolo della
natura_, è il genio della poesia romantica. «Essa poesia romantica,
soggiunge il critico, lo aveva dotato di tutte le sue ricchezze, e
sembra che avanti d'involarsi da' nostri sguardi abbia voluto nelle
opere di Calderon, come si pratica in un fuoco artifiziato, riserbare
i colori piú vivi la luce piú sfolgorante ed i piú rapidi razzi per
l'ultimo scoppio.» E la comparazione del fuoco d'artifizio e dei razzi
torna benissimo. Lo stesso Schlegel voltò in versi tedeschi _La vita
è un sogno_ per il teatro di Weimar, dove pochi anni innanzi erano
state rappresentate l'_Ifigenia in Aulide_ di Euripide, la _Fedra_ del
Racine, il _Macbeth_ dello Shakspeare e anche la _Turandot_ di Carlo
Gozzi, tradotte dallo Schiller. Il quale (sia detto in parentesi) non
voleva sentir parlare degli Schlegel, e li chiamava _i due storni_:
e il Goethe, dopo lo schiamazzo che gli fecero intorno in compagnia
di molti corvi per piú anni, un bel giorno scosse (dice il Heine) la
chioma ambrosia e li disperse.

Cotesta preferenza dello Schlegel e l'opinione di altri critici ci
assicurano dunque che _La vita è un sogno_ va tra le opere meglio
pregevoli del poeta spagnolo. E allora, a dir la verità, ci saremmo
aspettati qualche cosa di più.


III.

_La vida es sueño_ è una commedia eroica, la quale, come del
resto tutti quasi i drammi spagnoli (e lo notarono il Bouterweck
e il Sismondi), non è che una novella; novella drammatica, con
sovrapposizioni d'intrecci.

Sigismondo, figliuolo unico di Basilio re di Polonia, è tenuto fin dal
suo nascere prigioniero in una torre in mezzo ai boschi: cosí volle
suo padre, il quale per segni di stelle avea creduto di prevedere che
il figliuolo crescerebbe di sí feroce e superba natura da recar danno
e ruina al regno e al padre stesso. Ma nello scorcio della vita, non
rimanendo al vecchio che due nipoti di sorelle, Astolfo di Moscovia e
Stella, prima di risolversi a trasmettere il regno ne'due che per ciò
son già fidanzati, vuol tentar la prova se Sigismondo domato dagli
anni del carcere désse speranza di sapere o potere correggere la mala
natura. Clotaldo, carceriere e maestro del principe, gli mesce una
bevanda soporifera; e Sigismondo dalle catene svegliasi nella reggia.
Libero e potente, la natura sua di per sé feroce, e infiammata poi dai
sentimenti di rancore e vendetta della sofferta prigionia, scoppia e
rovesciasi come lava ardente su tutto: due volte vuole uccidere il
suo maestro e carceriere, gitta dalla finestra un sergente, batte
Astolfo suo cugino, minaccia il re: né autorità né età né bellezza gli
è sacra. Il re allora pensa bene di farlo, addormentato, ritornare
nella prigione: dove Clotaldo allo svegliarsi lo ammonisce ch'egli
ha soltanto sognato, e che la vita tutta è un sogno, ma che anche in
sogno giova far bene. Intanto popolo e soldati, per non sostenere la
signoria d'un moscovita, qual era Astolfo in cui stava per ricadere il
regno, si sollevano, corrono alla prigione di Sigismondo, lo liberano,
lo acclamano re e capitano. Egli, nel pensiero che anche questo sia un
sogno, ondeggia da prima; poi si gitta nella rivolta a conquistarsi
il regno. Ma la ricordanza di quel sogno di grandezza d'un giorno
cosí rapidamente dileguatosi e gli ammonimenti di Clotaldo han fatto
di Sigismondo un altr'uomo: sa, con potenti sforzi, signoreggiarsi:
vuol fare il bene. A Clotaldo, che gli annunzia doversi per lealtà
raccogliere all'esercito del re, lascia libero il passo: contiene la
sua passione per una donna, e la unisce a quello che ella ama: vince il
re suo padre, e rende nelle sue mani la spada vittoriosa.

Tale è il nòcciolo della commedia di Pietro Calderon rappresentata
ultimamente dal signor Rossi. Martinez della Rosa, critico e poeta
spagnolo di scuola francese, domanda che cosa si possa sperare da
una composizione drammatica, il cui soggetto è un principe chiuso
come fiera in una prigione in mezzo ai boschi. La questione, cosí,
parmi posta male, e il biasimo che ne riesce, ingiusto: perché
veramente il personaggio e l'azione passano per tre fasi diverse, la
rabbia impotente del prigioniero, lo sfogo dell'uomo della natura
appassionato, la trasformazione dell'eroe.

Per la prima fase, quando Sigismondo è prigioniero, il Martinez ha
ragione. Dramma non vi può essere: cotesta condizione appartiene alla
lirica, all'epica al piú, a quella epopea analitica che il Byron
indovinò nel _Prigioniero di Chillon_. Ma di questi prigionieri e
solitari superbi, che già furono parte del mondo e devono tornarvi,
due figure ci diede la Grecia: fra gli dèi, Prometeo; fra gli uomini,
Filottete. Ora chi ricorda i lamenti tragici di Eschilo e di Sofocle
(e come dimenticarli chi li ha letti una volta?) li paragoni un po',
di grazia, a questi di Sigismondo nel dramma spagnolo (cito dalla
traduzione fedelissima di Pietro Monti): «Me misero! me infelice!
Desidero, cieli, sapere, giacché mi punite a questo modo, quale delitto
nascendo commisi contro di voi: benché, se nacqui, già conosco che
commisi un delitto; e la vostra giustizia e il vostro rigore hanno
per ciò sufficiente motivo: l'essere nato è il piú grande delitto
dell'uomo. Vorrei solo sapere, per giustificare i miei mali (lasciando
da parte, cieli, il delitto del nascere) in che vi potei offendere
piú degli altri, per punirmi di piú? Gli altri non nacquero? Dunque,
se nacquero, perché hanno privilegi che io non ho goduto mai?--Nasce
l'uccello; e colle ale che gli dànno somma bellezza, a pena è fiore
piumato o mazzetto di fiori alato, già fende veloce le sale aeree,
negandosi alla pietà del nido che lascia in riposo: ed io, che ho
piú anima di lui, ho minore libertà?--Nasce il bruto; e colla pelle
divisata di belle macchie è a pena, grazie al dotto pennello, figura
stellata, quando gl'insegna, fiero e ardito, la necessità umana usare
crudeltà; ed è mostro del suo laberinto: ed io, con istinto migliore,
ho meno libertà?--Nasce il pesce, che non respira, aborto d'uova e di
melma; e a pena squammoso navicello si vede su le onde, che gira per
ogni dove, misurando l'immensità di tant'ampiezza, quanta glie ne dà il
freddo abisso: ed io, con maggiore arbitrio, ho meno libertà?--Nasce
il ruscello, biscia che tra fiori si snoda; e a pena, serpe d'argento,
tra fiori si spezza, che musico celebra la pietà de' fiori che gli dà
maestà e il campo aperto a sua fuga: ed io, che ho più vita di lui, ho
meno libertà?--In tanto dolore, fatto un vulcano, un Etna, sono per
isvellermi il cuore a pezzi a pezzi dal seno. Qual legge, giustizia,
ragione può negare agli uomini privilegio sí dolce, qualità sí
principale, concessa da Dio a un ruscello, a un pesce, a un bruto e ad
un uccello?»

L'intonazione è solenne, e bello il motivo. Ma, del resto, come disse
bene lo Schlegel! che sfilate di razzi! È sempre il solito vizio del
Calderon: una imagine non gli basta: la prima non fa che mettergli
appetito: come ciliege, l'una tira l'altra: e via per una pagina
almeno, come processioni di fraterie per le strade di Madrid. E poi di
tanti e sí smaglianti colori carica egli l'oggetto, che il lettore ne
smarrisce la forma, ne dimentica l'impressione. Arrivato alla fine di
cotesti periodi poetici, chi può dire di riconoscer piú gli uccelli e
i ruscelli di madre natura? E queste filze di madrigali vorrebbonsi
raccomandare accanto alla stupenda unità d'impressioni della tragedia
greca e della inglese!

Nello svolgimento della terza fase del suo personaggio, il Calderon
ha un riscontro, e pericoloso. Sigismondo che dubita se quello
che l'attornia sia verità, Sigismondo per cui la vita è un sogno,
Sigismondo che per iscetticismo divien generoso, è Amleto: un Amleto
ridotto, un Amleto abortito, come lo potea fare il poeta della
inquisizione: ma il germe c'è. Egli si move, ben diverso dal gran
sonnambulo di Danimarca il quale ha da lottare con una folla di uomini
vivi che da ogni parte gli si serra addosso e gli chiude la via, egli
si move, sparnazzando sentenze morali e azioni cavalleresche fra tante
figure di legno, fatte e messe lí solo perché ei le atterri o le
sollevi.

Ma nella seconda giornata del dramma, nella seconda fase dell'animo di
Sigismondo, il Calderon fece prova di forza vera, ci lasciò un saggio
del drammatico che in altri tempi e in altro paese ei sarebbe stato.
Sigismondo è l'uomo piú originale e gigantesco che il Calderon abbia
creato: han ragione i suoi parziali: non può né meno dalla lontana
esser raffrontato agli altri personaggi di quelle sue commedie, i
quali, sebbene innumerevoli e forniti da tutte le parti del mondo,
hanno un'aria di famiglia che deve consolar il cuore agli spagnoli su
la fedeltà della musa nazionale del loro poeta, perocché son tutti
cavalieri castigliani ad un modo, cultori fedelissimi al tempo stesso
del punto d'onore e delle _acutezze_. Sigismondo questa volta non agita
pennacchi, non tocca la chitarra né sgrana rosari; trascorre solo
un tratto a fare un complimento a una dama nello stile del Gongora:
ma del resto, sfrenandosi su la società coll'impeto della natura e
colla passione del male dalla società stessa prodotto, è un leone
dell'Africa; si leva e guardasi intorno e sbadiglia, si raccoglie
per meglio prendere le mosse del salto, poi si slancia e abbranca e
acceffa, e scrolla ed esulta, e bramisce e ruggisce; tutti fuggono. Pur
tuttavia, rileggendo quella seconda giornata, ché lo merita, si sente
desiderio di qualcosa: vorrebbesi vedere, parmi, opposti al selvaggio
alcuni di quegli ostacoli piú insidiosi e dissimulati della civiltà piú
raffinata, alcuna di quelle reti sottilissime che in soggetto consimile
il Voltaire ha teso intorno al suo _Ingenuo_ e che l'_Huron_ salta e
rompe cosí bravamente: gli spaventi della religione, per esempio. Ma
a cotesto non v'era col Calderon da pensare: egli avrebbe condotto
Sigismondo a baciar la mano al primo sagrestano che gli si facesse
innanzi.

Lodano in vece, come invenzione singolare e che mostra l'artista
profondo, l'ammirazione che il solitario incivile sente subito per
la donna. Cotesta è invenzione antica quanto almeno il Novellino e
il Decameron; né il Calderon l'ha rinnovata, parmi, singolarmente,
descrivendola al solito piú con le molte parole che dagli effetti.
Certo, l'ha viziata con lo stile.--TROMBETTA (a Sigismondo). «Quale di
tutte le cose che qui hai vedute e ammirate ti è piaciuta?» SIGISMONDO.
«Niente mi ha fatto meravigliare; mi era già tutto immaginato. Ma, se
alcuna cosa del mondo mi dovesse cagionare stupore, sarebbe la beltà
della donna. Una volta io lessi in certi miei libri, che ciò in cui Dio
pose maggior cura è l'uomo, per essere egli un piccolo mondo; ma già
penso che sia la donna, per essere ella un piccolo cielo e comprendere
in sé piú bellezza che l'uomo, quanto è piú il cielo che la terra; e
massime se è quella che ammiro.» ROSAURA (da sé). «È qui il principe;
io mi parto.» SIGISMONDO. «Donna, férmati e ascolta: non unire l'occaso
e l'orto: fuggendo al primo passo, e cosí unendo l'orto e l'occaso, la
luce e l'ombra, sarai senza dubbio sincope del giorno.»

E pure Guglielmo Schlegel non vuole _si faccia il torto a Calderon di
chiamare ammanieratura il suo stile puro ed elevato, vero colorito del
dramma romantico_.

Parmi d'avere accennato che Sigismondo s'agita nel vuoto, come quegli
che non ha intorno a sé personaggi veramente vivi e moventisi.
Potrebbe anche dirsi che, salvo Clotaldo il quale è, da buon
carceriero e pedagogo, sufficientemente noioso, e salvo il vecchio
re astrologo, gli altri personaggi del dramma poco di Sigismondo si
curano, tutti intesi come sono a sbrigare le faccende loro, o meglio
a dipanare una loro matassa, che è l'intrigo sovrapposto alla favola
principale. Eccolo. Astolfo, per assicurarsi con la mano della cugina
Stella il regno di Polonia, ha abbandonato in Moscovia un antico amore,
Rosaura; che travestita da uomo passa nel regno, e la prima cosa a cui
si abbatte è la torre di Sigismondo, alla quale non era permesso ad
uom vivo di avvicinarsi. Ella fatta prigioniera deve rendere la spada
nelle mani di Clotaldo, il quale in quell'arme riconosce un pegno da
lui lasciato a una dama che giovine aveva amato in Moscovia. In fine
Rosaura si scopre per sua figlia; e con lui passa alla corte, dove,
riprese le vesti muliebri, diviene, come nipote di Clotaldo, dama di
compagnia della principessa Stella. Questa un bel giorno la manda a
ricevere di mano d'Astolfo un ritratto di donna che la principessa
voleva da lui, argomento ch'egli avesse pe 'l suo dimenticato ogni
altro amore. È il ritratto di Rosaura: imaginatevi qui una di quelle
scene romanzesche che abbondano anche nel teatro nostro del secolo
decimo settimo, la quale s'intreccia proprio alle furie di Sigismondo.
Rosaura poi passa nel campo dei sollevati e sotto la protezione di esso
principe, per dare in ultimo nella pace universale la mano ad Astolfo,
quando Sigismondo impalma la Stella. Non è da vero la semplicità
greca, e né pure quella folla di uomini e fatti che lo Shakspeare fa
saltare tutti vivi e veri dalla sua testa per indirizzarli e moverli
poi d'accordo al punto ch'ei vuole, come ragazzo un branco di animali
domestici. È un imbroglio che si accavalca a una favola semplice di
per sé ed austera, come edera che opprime ed insulta col suo verde
stridente il verde cupo e severo di antica quercia.


IV.

Fra i puri e bei tratti di poesia, che pur sono in questa commedia
eroica, è il soliloquio di Sigismondo su 'l fine della seconda
giornata.--«Siamo in un mondo cosí strano che il vivere in esso è
sognare; e l'esperienza m'insegna che l'uomo che vive sogna quello
che è fino allo svegliarsi. Il re sogna di essere re, e, vivendo in
questa illusione, comanda, dispone, governa; e quell'applauso che
precario riceve scrive nel vento e in cenere lo converte la morte!
Grande sventura che ci abbia chi sforzisi d'aver un regno, quando sa
che si deve svegliare nel sonno della morte! Sogna il ricco fra le sue
ricchezze, che gli recano i grandi affanni; il povero che soffre, sogna
la sua miseria e povertà; sogna chi comincia a vantaggiarsi di stato;
sogna chi si affanna dietro a speranze; sogna chi altrui ingiuria ed
offende; e in somma nel mondo tutti sognano quello che sono, benché
nessuno se ne accorga. Io sogno di essere qui da queste catene
aggravato, e sognai di essere in uno stato migliore. Che è mai la vita?
una frenesia. Che è mai la vita? un'illusione, un'ombra, una favola; e
piccolo è il piú gran bene che ci sia, perché tutta la vita è un sogno
e i sogni sono un sogno.»

Questo sentimento della vanità di tutto, questa conscienza dell'ombra,
questo raziocinare del sogno è la vita della Spagna nel misero regno di
Filippo quarto e nel miserissimo di Carlo secondo. Tutto era deserto
oramai nella Spagna; e Filippo secondo che si fabbricò la sfarzosa
prigione dell'Escuriale nella solitudine arenosa è l'imagine del popol
suo che si fa il suo teatro nel secolo decimosettimo. Il cattolicismo
insidioso e freddo de'gesuiti, piú micidiale ancora che quel violento e
sanguinario de'domenicani, avea fatto il vuoto intorno alla Spagna; ed
ella preparavasi alla morte, che sentiva oramai vicina, adagiandosi nel
cataletto come Carlo quinto; e come i monaci di S. Giusto salmeggiavano
su la bara dell'imperatore vivo, cosí il poeta voleva consolare la
patria moribonda col ricantarle su tutti i toni che la vita è un sogno.

E questa poesia di scadimento e di morte i fratelli Schlegel la
proponevano per canone all'arte dell'Europa nuova.



SU

L'ATTA TROLL

DI ENRICO HEINE


_Prefazione_ all'ATTA TROLL tradotto da _G. Chiarini_ (Bologna,
Zanichelli, 1868) riprodotta con emendazioni ed aggiunte.



SU L' "ATTA TROLL"


I.

L'ATTA TROLL, immaginato in Cauteretz, piccolo borgo de'Pirenei, nel
1841, nella stagione delle bagnature, fu buttato giú in una prima
composizione sul finire di quell'autunno, e nel 1842 pubblicato a pezzi
in un periodico tedesco che s'intitolava _Il mondo elegante_. «Ma in
generale i poemi epici--scriveva il Heine al suo editore Campe--han da
essere rifusi piú d'una volta: quante volte rimutò il suo l'Ariosto!
quante il Tasso! Il poeta alla fine è un uomo, e i migliori pensieri
gli vengono dopo il fatto.[3]» E cosí, pensatoci su ancora qualche
anno fra i dolori d'una lunga malattia agli occhi e i fastidii d'una
questione d'interessi con parenti, Enrico Heine, sol nell'autunno
del '46, molte cose aggiunte, altre mutate, finí la piú fantastica e
insieme la piú serenamente aristofanea satira che egli mai scrivesse e
che la poesia germanica vanti.

L'autore stesso, nella prefazione che va innanzi al poema, narrò, con
quella intima e splendida arguzia che è tutta sua, le circostanze fra
le quali l'_Atta Troll_ venne su, e anche rivelò i suoi intendimenti e
le mire. Le ragioni storiche e politiche, le piú peregrine notizie, i
piú sicuri schiarimenti su le allusioni personali, gli ha dati Carlo
Hillebrand nella lettera al traduttore e nelle note che adornano
preziosamente questa edizione. E già esso traduttore aveva pubblicato
in un fascicolo della _Nuova Antologia_ dello scorso anno un accurato
studio su l'_Atta Troll_ e sul genio satirico del Heine. Dopo ciò
una mia prefazione è da vero inutile. Ma la prefazione di un terzo
qualunque a un libro non suo può ella essere mai altro che inutile?
Perché questa mia sia meglio in carattere, io cercherò di rappezzarla
rubacchiando a man salva di qua e di là.


II.

_Atta Troll_ è il _filisteo_ tedesco mascherato da orso. Ma che cosa
intendono i tedeschi per _filisteo_? e che cosa è il _filisteo_ in
generale? Lasciamolo dire al Chiarini, il quale, per la pratica lunga
che ha avuto con l'orso, deve conoscerne meglio di altri il genio le
abitudini e i gusti.

«Interrogando le sue memorie infantili intorno alla storia sacra, il
lettore si rammenterà che i Filistei erano una piccola nazione della
Siria, la quale fu lungamente in guerra col popolo ebreo; si rammenterà
ch'erano gente robusta, ma grossa di cervello e dura, mentre gli Ebrei,
che per ben due volte furono da loro soggiogati, ma seppero largamente
vendicare le loro sconfitte, erano il popolo eletto, il popolo della
luce, della civiltà, del progresso; si rammenterà che Sansone con una
mascella d'asino ne uccise ben mille; si rammenterà che il piccolo
David mosse senz'altra arme che la sua fionda contro il gran filisteo,
il gigante Goliat, e lo atterrò, e toltagli la spada, e mózzogli con
essa il capo, se ne tornò trionfante tra' suoi. E queste reminiscenze
gli faranno, io credo, rifiorire nell'animo l'immagine di una razza
d'uomini grossolana e volgare, moventesi senza garbo né grazia, piena
di sé medesima, ostinata, arrogante, prosuntuosa. Pare a me, e parrà,
spero, anche al lettore, che que' coraggiosi rappresentanti del vero
spirito moderno in Grermania, i quali si affidarono di combattere
e vincere l'usanza con la ragione, avessero una felicissima idea,
allorché, allargando il significato della parola _filisteo_, con la
quale già fino da tempo antichissimo gli studenti delle università
schernivano i giovani provinciali, lo affibbiarono ai loro oppositori
in arte, in politica, in filosofia. Come in ogni nazione, cosí in
ogni ordine dell'umana società, anzi in ogni scuola, in ogni setta,
in ogni associazione, ci sono filistei; riconoscibili facilmente a
un certo sussiego, che non si scompagna mai da una certa goffaggine,
che è, come a dire, la pelle, onde madre natura li ha rivestiti.
Sien essi romantici o classici, sieno liberali o assolutisti, sieno
progressisti o retrogradi, sieno realisti o repubblicani, sieno
credenti o increduli, sono sempre un po' accademici, un po' arcadi,
un po' pedanti; sono l'opposto della disinvoltura, della semplicità,
della grazia, della eleganza; e perciò odiano queste qualità e chiunque
le possiede, e perciò odiano spesso l'uomo d'ingegno, che non cura o
deride le leggi ond'essi vorrebbero imbavagliare ogni cosa. E perciò i
filistei tedeschi dovevano riguardare con un santo orrore Enrico Heine,
ingegno indipendente, se altro mai, lucido, petulante, aggressivo; e
perciò Enrico Heine doveva essere il piú fiero, il piú terribile, il
piú spietato nemico de' filistei. In ciò sta il carattere principale,
e come a dire l'essenza del poeta. In ciò sta l'importanza dell'opera
sua letteraria, la quale, come acutamente e giustamente notò Matteo
Arnold ne'suoi _Saggi di critica_, fu una guerra a morte contro il
filisteismo, una guerra che durò quanto la vita dell'autore.»[4]

Questa guerra Heine la combattè nell'_Atta Troll_ con le sue piú
belle armi d'oro e con un intendimento meglio che altrove determinato.
«_Atta Troll_ è il filisteo tedesco, virtuoso, liberale, amante della
patria, che porta i capelli lunghi, che fa la ginnastica, che nutre un
superbo disprezzo pei popoli corrotti di sangue latino, che si guarda
con gran cura dal macchiare di voci straniere il suo nativo idioma».
Cosí l'Hillebrand[5] illustrava il tipo del filisteo tedesco: tipo,
certamente, che si porge graziosissimo alla caricatura, da quanto lo
_chauvin_ francese, da quanto l'_italianissimo_, vestito di velluto,
dei tempi del _Primato_. Ma l'intenzione lo spirito e le fogge della
caricatura heiniana non si possono né cogliere intere né ammirare
adeguatamente, se non si avverta da principio che _Atta Troll_ è
un tipo un po' complesso: è il germanesimo caparbio in certe sue
evoluzioni politiche e insieme in certe fasi dell'arte: è, se vogliamo
dirlo piú breve, il germanesimo romanticamente politico. «Come in
Germania--séguiti qui il Chiarini--la scuola romantica pura attribuí
a sé il monopolio della virtú, del liberalismo, dell'amore di patria,
e come i purissimi dei romantici tedeschi furono i poeti svevi; _Atta
Troll_ è anche la satira del romanticismo tedesco in generale e della
scuola sveva in particolare».

Se non che, prima di far conoscenza piú stretta con la caricatura
heiniana, è giusto avvertire quel che notava l'Hillebrand: «L'Atta
Troll comincia a non avere piú in Germania quel che oggi dicesi
una grande attualità. La scuola patriottica dei tedeschissimi
(_Deutschthümler_), che avea per motto il _frisch, fromm, fröhlich,
frei_, e della quale è uno de' capi il padre Iahn, come Heine lo
chiama, erasi già in parte modificata verso il 1840, quando il Gervinus
ed altri, rinunziando a certe ridicolezze di forma e di linguaggio,
infusero nuova e piú seria vita alla tendenza nazionale, benché
serbassero poi nel fondo lo stesso orgoglio smisurato, lo stesso
sentimento della propria virtú, lo stesso disprezzo per le nazioni
neolatine. Cotesta scuola può dirsi che nel 1866 rimanesse interamente
disfatta. Tuttavia i Mommsen i Wais ed alcuni altri non sono, chi ben
guardi, che una terza metempsicosi dell'orso immortale».[6]


III.

Ora qualche cosa del romanticismo bisognerà pur dire; ma, siccome
gl'italiani si sono ostinati a non volerne udir discorrere e io sono un
po' pregiudicato, lasciamo parlare prima un altro, un forestiere.

Uno di quei francesi che innanzi al 1870 andavano pazzi della Germania
e della sua poesia, il sig. Eduardo Schuré, in una Storia della canzone
popolare tedesca, piena d'ingegno e di notizie e di belle traduzioni,
ma forse troppo enfatica e poetica da crederle su la parola che la sia
una storia, scrisse, sul romanticismo germanico e su le parti diverse
che vi sostenne Heine, alcune pagine, che paiono una ballata romantica
esse stesse. Le traduco qui, a rischio che la mia prosa rimanga
scolorita al confronto.

«La poesia romantica tedesca era nel 1825 a' suoi piú be'giorni.
Una folla di adoratori le si stringeva attorno, cavalieri non pochi
sventolavano i suoi colori nell'arena della letteratura e della
critica, i re le sorridevano perché essa gli incensava, i diplomatici
la proteggevano perché essa faceva dimenticare al popolo il pensiero
della libertá. Proprio allora entrò in lizza un poeta scintillante di
spirito e d'immaginazione, che si annunziò per il suo cavaliere piú
devoto e ardente. Ahimè, si accorse ben presto che le lance, anziché
per i vezzi d'una bellezza fiorente, ei le rompeva per una vedova
non tanto in carne, vivente su la contraddote. Rosso di collera, le
gittò in faccia il guanto, e a tutti i suoi campioni assestò tali
stoccate che i piú non se ne rialzarono, e la venerabile dama ne morí
di dispetto. Il cavaliere fantastico e terribile era Enrico Heine.
A questo nome quante bizzarre e incantevoli apparizioni sorgono a
turbinare nella memoria! Quante fate pensose ci guardano coi loro
grandi occhi azzurri cupi, quante nisse beffarde ci motteggiano
passando! Quante buffe caricature, quante figure dolorose ci sfilano
davanti agli occhi! Si riapre ancora allo sguardo abbagliato la
magica foresta dei racconti delle fate; e nella caligine luminosa dei
verdi frondeggiamenti, fra gli scintillíi del sole sul lussureggiante
fogliame, apparisce una mano bianca che ci fa segno, ci chiama, ci
attrae piú lontano, sempre piú lontano.

«La storia del Heine e della poesia romantica è per sé stessa un de'piú
bizzarri racconti. Questa poesia aveva trasportato i suoi penati
nell'antico castello del medio evo. L'aveva restaurato superbamente:
cioè, fra i muri crollanti aveva ricostruito una splendida sala, badate
bene, di legno. Colonne a chiocciola sostenevano superbamente la vòlta
moresca; e le statue colossali dei vecchi imperatori, disposte in fondo
alla sala presso il trono della santa e mistica poesia, parevano pronte
a trar la spada per difenderla. In quella sala, scintillante di faci
di fontane e di specchi, i romantici si diedero l'appuntamento per una
gran festa ... Vi giungevano, meravigliosamente addobbati, cavalieri
tedeschi, francesi, mori e saracini; bionde castellane in vesti
azzurre seminate di stelle d'argento, cupe regine in mantelli purpurei
raggianti di soli d'oro, trovatori dalle capellature ondeggianti. E
cominciò il ballo. Una musica fantastica attrasse le coppie entro un
cerchio magico, e con le cadenze via via piú passionali le trascinò
a turbine. In questo momento entrò un misterioso cavaliere spagnolo.
Stretto in una giubba di velluto, ei procedeva con la superba aria
d'un hidalgo: mostrava nel mantello ricamato a oro alcune cifre arabe
e indiane, e una gran penna di corvo gli dondolava sul capo: non avea
maschera: bello di volto e attraente. Un ardore dolce e cupo covava
negli occhi suoi fissi, e un superbo disdegno gl'increspava le labbra
voluttuose. Portava ricamata in argento sul berretto la sua insegna,
due teste di sfinge, che l'una pareva piangere e l'altra scoppiar
dalle risa. Smisero di ballare per guardarlo. Egli con far trascurato
prese la prima chitarra che gli venne alle mani, e cantò certe romanze
castigliane con tono cosí altero e accento cosí nuovo, che scoppiò un
tuono d'applausi. Il ballo ricominciò furioso, e il nuovo venuto ne fu
il re».

«Ma presto tutti cadevano di stanchezza.--Or su--disse ad alta voce
il bello incognito--è mezzanotte: via le maschere: ne ho assai di
questa commedia. Vo'sapere chi siete. Io mi chiamo Enrico Heine:
giudeo o protestante, come vorrete: ma mi rido di Dio e del diavolo,
adoro l'amore e la libertà, e odio l'ipocrisia. Io ho detto chi sono.
Ditelo anche voi.--Tutti gridarono: Indegnità. Il bel cavaliere diè
in uno scroscio di risa:--Ah, voi avete paura, mascherine belle? E
pure io so chi siete.--E accostandosi a un maestoso templaro, gli
strappò la maschera:--Tu--gridò--non sei altro che un gesuita, e qui
fai gli affarucci della tua congregazione. Voi, bel contino, che
non parlate se non di crociate, voi siete un povero valletto di Sua
Maestà il re di Prussia, e meglio fareste a entrar nella guardia che
a pompeggiarvi qui nel palazzo della Poesia dove non avete che fare.
E tu bel trovatore, sospiroso per la dama de'tuoi pensieri, tu non
se'altro che un commesso di negozio e hai avuto un po' di fortuna con
una cameriera. Voi siete tutti santi falsi, cavalieri falsi, trovatori
falsi. Io vi smaschererò tutti, facchini: sotto le maschere lisce
mostrerò le vostre facce rugose di sagrestani e di ciarlatani, e sotto
le giubbe di seta i vostri abiti frusti di usurai e d'impiegati. Quanto
a voi, dame illustrissime, non esamino i vostri titoli. Che sarebbe
la commedia e la tragedia della vita, se voi non aveste il diritto di
burlarvi di noi, di farci saltare come burattini ed empierci i cuori
di torture divine e di voluttà dolorose? Contesse, ballerine, zingare
e cortigiane, vi amo tutte e tutte vi canto. Voi siete belle: viva il
ballo.--A questa uscita, scoppiò una tempesta di risa e di grida. La
voce stridente del cavaliere passava nel midollo delle ossa: c'era
nella sua amarezza non so che d'aspro e straziante che facea venire
i brividi. La vecchia bicocca romantica tremava dalle fondamenta. Ve
ne furono che gli domandarono ragione de'suoi insulti: egli incrociò
la spada con loro, e li abbattè sul pavimento distesi senza voglia di
ricominciare.--Nella vostra sala si affoga--disse il vincitore:--mi
bisogna aria e l'alito dei boschi.--»

«Dir questo e dare un calcio alla porta e sfondarla, fu tutt'uno: venne
un colpo di vento, tutti i doppieri si estinsero, e cavalieri e dame
si videro al bagliore di pallidi torchi come spettri. Ma a traverso la
porta spaccata apparve un incantato paesaggio di foreste, di montagne,
di laghi dormenti al lume di luna. Allora il magico poeta, presa
un'arpa obliata, ne trasse accordi miracolosi: le foreste lontane
fremevano deliziosamente. A quelle melodie carezzevoli, si svegliarono
i geni de'boschi e le dee delle acque, a riannodare i lor giri di
ballo, a rinnovare i canti tentatori. Ai sospiri della magica arpa,
ai richiami dell'incantatore, uno stuolo di fantasmi leggeri appressò
e scivolò nella sala sotto gli occhi della gente attonita. Arrivarono
dal fondo dei lor domi di verdura le elfidi selvagge, coronate di fiori
fantastici e con ghirlande di betulla, a rintrecciare le danze fugaci
al lume della luna. Arrivarono dal fondo dei lor palazzi di cristallo e
delle cascate schiumanti le nisse, pazzerelle ridenti, dal seno di neve
palpitante; elle si precipitarono, abbracciate, in una ridda furiosa.
Talvolta le piú folli, passando davanti l'incantatore, volgevansi; e
belle, scapigliate, col seno aperto, con un lampo di riso su le labbra,
parevano volergli rapire un bacio, ma sfioravano l'arpa. E in mezzo
al cerchio delle ondine passava, misteriosa apparenza, la diletta
del poeta, con le braccia incrociate sul petto, con la testina bruna
inclinata, con un sorriso strano su le labbra: tenerezza o ironia?

«Tutt'a un tratto il capriccioso negromante interruppe la musica
ammaliatrice con un tocco stridente, e si mise a sonare arie sí
comiche che non si poteva udirle senza ridere. Queste arie avevano
di strane virtú: facevano, ciascuna, entrar di súbito nella sala un
personaggio del tempo; e ballava come un burattino, e dispensava in
pubblico i suoi pensieri piú segreti. Una volta era il grosso banchiere
di Berlino, Gumpel, intitolantesi in Italia marchese Gumpelino, che
declamava un po'di Shakspeare, calcolando il rialzo della rendita, e si
metteva in testa d'essere il Romeo d'una bizzarra inglese, la quale gli
ministrava teneramente certo filtro di farmacia che lo guarí per sempre
da'suoi amori imprudenti. Altra volta è Saul Ascher, filosofo kantiano,
con le gambe attratte, la secca persona esprimente l'imperativo
categorico; e cammina, cammina, ripetendo, come un orologio--La ragione
è il primo principio.--Una terza volta è il vecchio Schlegel con le sue
trenta parrucche di riserva. Finalmente è tutta una galleria ...

«--Ah, voi gridate contro queste care figurine?--dice il mago.--E
pure siete voi, è la vostra generazione, che si chiama sciocchezza,
ipocrisia, servilità. Con le vostre pie bigottaggini, con le vostre
vigliacche concessioni, voi avete avvelenato la vostra religione,
la vostra filosofia, la vita intera. D'altra parte, tutto è sogno,
chimera, illusione. La poesia è tanto pazza quanto la realtà è stupida.
La storia è una commedia che il buon Dio si concede per ammazzare il
tempo. In fondo in fondo, a questo buon Dio, che fa paura ai bambini
e alle balie, voi non ci credete piú di quello ci creda io. Solamente
voi siete tanto vigliacchi che non ardite dirlo. Voi non vi stimate
nulla voi stessi; ma vi mettete in positura dinnanzi al mondo, vi
imbacuccate di berretti, croci, nastri; e vi scambiano per eroi. Bene!
io, per me, sono un pazzo: non credo a nulla, disprezzo me stesso, ma
dico la verità. Il mio cuore sanguina; ma le vostre stolte infamie
non mi strapperanno mai altro che un ghigno di disprezzo, e io ho il
diritto di frustarvi in faccia.--Cosí parlava il mago trasformato
in pazzo di corte, con lo scettro di buffone nell'una mano e la
frusta nell'altra.--Dài al miserabile! addosso al ciuco! morte al
bestemmiatore!-- gridò tutta la canaglia romantica, aristocratica e
clericale. Ma egli, afferrando una torcia affocata, la ruotò intorno
a sé, e intonò con voce stentorea la _Marsigliese_.--Oh, questo canto
vi fa paura--disse:--per soffogarlo, voi vorreste rizzare un patibolo.
V'aiuterò.--Il mago evocò allora lo spettro della ghigliottina. Ed
ella si rizzò, alta e sanguinolenta, entro una nebbia rossa; e le si
aggiravano intorno corpi senza testa, e si facevano riverenze l'un
l'altro: erano Maria Antonietta e la sua corte.--Corpi senza testa,
ecco l'immagine della vostra società--disse ridendo il terribile pazzo.
E già si sentiva cantare lontano la _Marsigliese_, la _Carmagnola_,
il _Ça ira_; e cotesti canti andavano crescendo come il muggito della
tempesta, al rintocco del 1848.--_Le jour de gloire est arrivé_--gridò
il poeta, gittando la sua torcia nel tavolato dell'intarlato edifizio.
La fiamma rossa lo investí, e crepitando di gioia guadagnò il culmine.
Le travi scricchiolarono, la folla scappò: in un batter d'occhio
la splendida sala fu un braciere, e sprofondò. Il poeta gittò un
grido di trionfo. Ma tutto a un tratto si trovò nella triste torre,
invecchiato, malinconico, solo. Come avviene nei racconti delle
fate, quando svanisce il castello pieno di fiaccole, di valletti e
di damigelle; egli non udí piú altro che gli stridi della civetta e
della strige. Allora il poeta gridò tristamente:--E pure io ho amato!
e pure io ho creduto all'ideale!--Forse non mai era stato piú sincero
d'allora; ma egli aveva troppo riso, e non fu creduto.»[7]


IV.

Dopo ciò, a discorrere, di fuga, del romanticismo mescolato alla
politica, toccherà a me.

Da principio romanticismo e patriotismo furono in Germania una
cosa. Le memorie del medio evo cristiano-tedesco risvegliate con
poetica sentimentalità nel romanticismo durante la signoria francese
infiammarono i combattenti del 1813: l'orgoglio delle vittorie del '13
e del '15 alla sua volta rese quasi nazionale la riazione, e inebriò e
licenziò a' piú furiosi eccessi mistici e feudali il romanticismo. Ci
fu tempo, breve per verità, che la Germania, e non solo la Germania,
parve avere perduto il senso del vero, la conscienza del moderno, la
superbia della eredità del secolo decimottavo. Fu un terror bianco di
medio evo, uno stravizio d'idealismo, un carnevale di spiritualismo.
E il carnevale era la quaresima; e il digiuno delle idee durava tutto
l'anno; e mille Braghettoni morali mettevano gran foglie di fico su le
nudità della primavera, su l'oscenità dell'estate. Intanto i principi
invitavano per mezzo degli usseri i patrioti e i combattenti del '13 e
del '15 a maturare nelle fortezze la loro educazione per l'avvenire; e
uno, fattisi saldare da' sudditi i debiti suoi e del figliolo, che non
erano pochi, profferiva una carta costituzionale al prezzo di quattro
milioni di talleri, e poi si sarebbe contentato anche d'un ribasso
di due milioni; un altro concedeva la costituzione, ma solamente per
i nobili e gl'impiegati, e con la discussione segreta; un terzo la
rimandava a quando avesse ultimato un suo spartito o a quando fosse
finito il domo di Colonia. Cosí non poteva durare. Il romanticismo
intanto, come poesia, languiva tisico, per quel suo peccato originale
di aver voluto sequestrarsi dal vero e vivere di profumi inebrianti fra
i vapori e l'azzurro di un mondo fantastico, dalle cui cime riguardava
con mesto disprezzo le bassure coltivate e abitate, che pur producono
il buon pane, il buon vino, il buon manzo, e i dolori e le gioie di
tutti i giorni. Esalata, per estenuazione e rifinimento, l'anima; le
forme rimasero ciò che senza anima sono le forme. E mentre i corvi
seguitavano a gracchiare intorno ai campanili, e i falchi roteavano
intorno alle torri, e nelle torricelle tubavano le tortori, e i
paperi diguazzavano nella probatica piscina della estetica, i cigni
emigravano; e dalle uova deposte nella terra dell'odiata rivoluzione
sgusciava, al sole delle giornate di luglio, la _Giovine Alemagna_.

La _Giovine Alemagna_ usciva dagli scritti del Heine e del Börne,
due ebrei già convertiti, se non proprio al cristianesimo, certo il
primo alla poesia, il secondo alla repubblica. Heine assai prima
delle giornate di luglio aveva gittato alle ortiche la tonaca del
romanticismo; e ne'_Reise-Bilder_ si era dichiarato per Napoleone, per
la borghesia, per la libertà filosofica politica e letteraria; tutte
parole e idee che allora andavano insieme a braccetto all'avventura:
fuoruscito in Parigi dopo il '30, sonò a doppio contro il romanticismo
e la vecchia Germania. Ma i purissimi in patria erano rimasti fedeli
alle tradizioni cristiane e germaniche del medio evo; e da una parte
Menzel, il mangiator di francesi, che inorridiva al paganesimo del
Goethe, _denunziava_ (la espressione è del Heine) alla polizia della
Confederazione i libri de'fuorusciti; dall'altra il Mayer il Pfizer
e gli altri poetini della scuola sveva scomunicavano in nome della
moralità e dell'idealismo la nuova poesia. Heine dal suo lato rimaneva
anch'egli costante nella fede alla poesia, nella religione del bello,
nella politica dell'arte: fede, religione e politica, che egli sentí
professò e trattò sempre con devozione immutata ed integra. Perdurava
egli del pari in quell'ardenza rivoluzionaria, che ai 6 e 10 agosto
del 1830 gli fece scrivere dei pezzi lirici in prosa come questi?
«Lafayette, la bandiera tricolore, la marsigliese! Io sono come
inebriato. Audaci speranze si slanciano appassionate su dal mio cuore,
come alberi con frutti d'oro e con rami di selvaggio rigoglio che
distendono il loro fogliame fino alle nuvole. Ma le nuvole ruinanti
in fuga diradicano quegli alberi giganteschi, e con essi si spazzan
la strada davanti ... Nell'azzurra letizia del cielo erra una melodia
di violini; e dalle onde smeraldine del mare risuona come un allegro
riso di fanciulle. Ma sotto terra qualche cosa scricchiola e bussa; il
suolo si fende, i vecchi dèi sporgon fuori le teste, e con frettolosa
meraviglia domandano--Che cosa vuol dire questo giubilo che percuote
fin nel midollo della terra? Che c'è di nuovo? Dobbiamo tornar su?--No,
rimanete nella regione caliginosa, ove ben presto un nuovo compagno
di morte scenderà a raggiungervi.--Come si chiama?--Oh lo conoscete
bene, è quello che un tempo sprofondò voi nella notte eterna ... Pane è
morto ...»-«Lafayette, la bandiera tricolore, la marsigliese! Via ogni
desiderio di riposo! Adesso io so di nuovo quello che voglio, quello
che debbo ... Io sono il figlio della Rivoluzione, e afferro le armi
benedette su le quali la madre mia ha pronunziato il suo scongiuro
... Fiori! fiori! voglio incoronarmene la testa per la battaglia. E
anche la lira, datemi la lira, ch'io canti la canzone della battaglia
... Parole simili a stelle fiammeggianti, che scoppino dall'alto
e incendano i palazzi illuminando le capanne ... Parole simili a
dardi lampeggianti, che volino fino al settimo cielo e colpiscano la
impostura che vi si è appiattata nel santo dei santi.... Io sono tutto
gioia e canto, tutto spada e fiamme.»[8]

Sapete voi la storia del cane Medoro, del cane leggendario delle
tre giornate? La racconta brevemente lo stesso Heine, nella stessa
lettera onde riferii le ardenti parole. «Oh potessi vedere soltanto
il cane Medoro! Egli mi preme assai piú degli altri cani i quali con
rapidi salti han portato la corona a Filippo d'Orléans. Egli il cane
Medoro portava al suo padrone il fucile e le cartucce, e quando il
suo padrone cadde e fu con gli altri eroi sotterrato nella corte del
Louvre, il povero cane restò giorno e notte su la tomba, immobile come
una statua della fedeltà.» Giunto il Heine a Parigi volle andar a
vedere questo Medoro, il quale fu cantato anche dal Delavigne ed era
mantenuto a spese comuni della Guardia Nazionale nel Louvre; ed ecco
che glie ne parve: «Non rispose affatto alla mia aspettazione. Non
vidi che un brutto animale, nel cui sguardo nessun entusiasmo, anzi
vi spuntava qualcosa di losco e di falso, qualcosa d'interessato e
di furbacchiotto: direi anzi che v'era dell'industriale. Un giovine,
uno studente, in cui m'incontrai, mi disse che quello non era il vero
Medoro, ma un cagnaccio intrigante, un cane della dimani, che si faceva
empiere il ventre e lisciare il pelo a spese della gloria del vero
Medoro, mentre questo, dopo la morte del padrone, s'era modestamente
ritirato, come il popolo che avea fatto la rivoluzione. Adesso il
povero Medoro, aggiunse lo studente, erra forse per Parigi, senza
un tozzo e senza un giaciglio, come molti eroi di luglio; perché il
proverbio, che buon cane non trova mai un osso buono, qui in Francia è
piú orribilmente vero che altrove: qui si mantengono nei canili caldi
e si pascono della carne migliore mute di mastini, di cani da caccia e
di altri quadrupedi aristocratici: qui voi vedete riposare su cuscini
di seta, ben pettinati e profumati e rimpinzati di biscottini, lo
spagnolo e la piccola levriera, che abbaiano contro ogni onest'uomo,
ma che sanno adulare la padrona di casa e sono qualche volta iniziati
nei vizi umani. Ahimè, tali bestie vili e immorali prosperano nella
nostra società, mentre ogni cane virtuoso, ogni cane della verità e
della natura, che resta fedele a'suoi convincimenti, crepa miserabile
e tignoso sur un letamaio.--Cosí mi parlò lo studente; e molto mi
contentò quella sua altezza di giudizi politici».[9]

Cosí Arrigo Heine trovò ben presto in Parigi il disinganno; e non meno
presto cercò e trovò la lotta, anche, pur troppo, co'suoi compagni
d'esilio. Il Börne giudicava l'Heine, dopo il libro che fu pubblicato
anche in francese col titolo _De la France_, cosí: «Io posso essere
indulgente con un fanciullo che giuoca, con un giovane innamorato; ma
quando in un giorno di sanguinosa battaglia, il fanciullo va a caccia
di farfalle pe'l campo della strage e mi si mette fra le gambe, quando,
in un'ora di suprema angoscia, che noi preghiamo Dio con ardore, il
giovane sguaiato, fra noi, non vede né guarda altro in chiesa che le
belle ragazze, e fa l'occhietto e dice le paroline dolci; allora,
con tutto il rispetto alla filosofia e all'umanità, v'è ben ragione
di andare in collera. Heine è un artista, un poeta; e ad essere
riconosciuto tale da tutti, non gli manca che il suo voto. Ma egli
spesso vuol essere qualche altra cosa che poeta, e spesso si perde.
Chi, come lui, non vede nulla piú su della forma, deve tenersi alla
forma; altrimenti, passato a pena quell'orlo, ei cade nell'illimitato
e vi s'inabissa e dispare. Chi adora per suo dio l'arte, e solamente
per capriccio fa orazione di quando in quando alla natura, quegli
oltraggia insieme la natura e l'arte. Heine accatta dalla natura il
nettare e il polline dei fiori, e poi con la duttile cera costruisce
l'alveare dell'arte; ma l'alveare non lo fa perché conservi il miele,
raccoglie il miele per empierne il suo alveare. Però egli non commove
quando piange, perché si sa che colle lacrime innaffia l'aiuola dei
suoi garofani. Però egli non persuade quand'anche parla il vero, perché
si sa che nel vero ama soltanto il bello. Ma la verità non sempre è
bella, né resta bella sempre. Ci vuole del tempo perché ella venga in
fiore, e i fiori bisogna che caschino prima ch'ella porti i frutti.
Heine adorerebbe la libertà tedesca, s'ella fosse nel suo pieno fiore;
ma in questi rigori d'inverno è ancora sotto il concime, ed egli non
la riconosce e la sdegna. Con qual bello entusiasmo non ha egli parlato
del combattimento e dell'eroica morte dei repubblicani nella chiesa di
San Mery! Felicissimo combattimento, nel quale essi ebbero la sorte di
gittare la piú nobile delle sfide alla tirannide e morire di bellissima
morte per la libertà. Se il combattimento fosse stato meno bello (a ciò
bastava fosse avvenuto in altro luogo, ove si fosse potuto disperdere i
repubblicani o prenderli alla spicciolata), Heine ci avrebbe scherzato
su. Heine celebrerebbe il fatto di Bruto come nessuno meglio: ma sia
un sarto che levando il coltello sanguinoso dal cuore di una cucitrice
oltraggiata, la quale si chiami soltanto Barberina, conciti i cittadini
a libertà; Heine ci ride su. Trasportate Heine nella sala del giuoco
della palla, a quell'ora memorabile in cui la Francia si svegliò dal
sonno millenario e giurò di non voler piú sognare, egli diventerà il
piú furioso giacobino, il piú arrabbiato nemico degli aristocratici,
e farà con delizia scannare in un giorno tutti i nobili e tutti i
principi. Ma date il caso ch'ei vegga scappar fuori dalla tasca di
Mirabeau tonante alla tribuna una pipa al modo degli studenti tedeschi
col fiocco rosso nero e oro, allora addio libertà! egli se la batte a
fare di bei versi su'begli occhi di Maria Antonietta[10]».

È vero: Heine era troppo squisitamente poeta, troppo feminilmente
nervoso, troppo liricamente mobile: la rigidità e la durezza, il
giacobinismo del Börne, del forte e nobile Börne, non gli si affaceva.
Ma la imagine della libertà sotto il concime è, me lo perdoni il Börne,
un po' brutale. Heine aveva adorato la libertà, ma in visione, come una
dama del medio evo, a cavallo, col falcone in pugno, col velo verde
ai venti; l'aveva adorata come un'etaira di Atene, passeggiante in
tunica succinta, fra i mirti, sotto i platani, in mezzo alle statue
bianche dei numi; come, in somma, una Isotta o un'Aspasia, la quale
avrebbe gittato a lui fiori e sorrisi ed egli a lei i suoi canti.
Quando la vide in sembianza di vivandiera mescer vino e anche rhum per
accendere i soldati al combattimento; quando la previde massaia onesta
e laboriosa attesa a distribuire a ciascuno la sua parte di lavoro e di
pane e anche di companatico, ma senza i crostini dell'ideale impastati
di miele e di burro e spalmati d'azzurro, o solamente per le ragazze e
i bambini; allora l'apostata romantico rivolse la testa a riguardare
le bianche alture onde era sceso la mattina; non le rivide piú; e
una lacrima gli tremolò negli occhi, e una irrequietudine nervosa
lo possedé poi sempre. Ma in un modo o nell'altro la libertà egli
l'amò, amò la patria tedesca; e pur tra le sue infedeltà di artista
quell'amore brilla su la fronte sua di poeta come una stella. Ora in
Germania è di rigore e di moda giudicare severamente il Heine, della
cui poesia non si vuol vedere che la parte negativa. Noi italiani
possiamo essere piú giusti: è giusto a ogni modo che ascoltiamo anche
lui. Nel suo scritto commemorativo su 'l Börne, che era meglio del
resto non avesse scritto, vi sono pagine che bisogna rileggere prima di
aprire l'_Atta Troll_. Eccone alcune:

«... Mi pesano su l'anima, come ombre umide, tutte quelle tristezze
senza consolazione ... Mi pioviggina per entro i sensi roventi come
un'acqua ghiacciata, e il mio vivere altro non è che intirizzimento
doloroso. O freddo inferno invernale dove viviamo dibattendo i denti! O
morte, bianca fantasima di neve in mezzo a una nebbia infinita, che ne
accenni tu con quello schernevole crollar della testa?

«Felici coloro che imputridiscono in pace nelle carceri della patria!
perocché quelle carceri sono pure una patria con spranghe di ferro, e
vi spira a traverso l'aria tedesca, e il custode, quando non è mutolo
affatto, parla la lingua tedesca. Sono oggimai piú che sei lune da che
niun suono tedesco mi ha percosso l'orecchio, e tutto ciò ch'io imagino
e sogno si riveste faticosamente delle forme d'una lingua straniera.
Dell'esilio del corpo voi avete per avventura un concetto, ma l'esilio
dell'anima solo può rappresentarselo un poeta tedesco, il quale si
trovi costretto a parlare a scriver francese tutto il giorno ed anche
a sospirar francese la notte sul cuore della donna amata. Fino i miei
pensieri sono esiliati, esiliati in una lingua straniera.

«Felici coloro che all'estero han da combattere soltanto con la
povertà, con la fame e col freddo, mali non piú che della natura. A
traverso i buchi della soffitta sorride loro il cielo con tutte le sue
stelle. O miseria dorata in guanti lustri, quanto piú infinitamente
tormentosa! Doversi far acconciare, se non pur profumare, la testa
disperata; e le labbra gonfie di sdegno, piene di maledizioni al cielo
e alla terra, dover sorridere, sorridere sempre!

«Felici coloro che sotto il soverchio del dolore hanno perduto alla
fine l'ultimo bocconcel di ragione e han ritrovato un ricovero sicuro a
Charenton o a Bicêtre, come il povero F ... come il povero B ... come
il povero L ... e tanti altri che io conosceva meno. Nella loro follía
la cella pare ad essi la patria diletta; essi nella camicia di forza si
credono vincitori di ogni dispotismo, si credono superbi cittadini d'un
libero stato. Ma tutto ciò lo avrebber potuto avere anche a casa.

«Solo il passaggio dalla ragione alla follía è un momento increscevole
e orribile. Rabbrividisco quando ripenso all'ultima volta che il F ...
mi venne a trovare, per dirmi sul serio che si doveva accogliere nella
gran federazione dei popoli anche gli uomini della luna e gli abitatori
delle stelle piú lontane. Ma come notificar loro la nostra proposta?
Questo il punto difficile! Un altro patriota in simili disposizioni
aveva immaginato una specie di specchio colossale, col quale rifletter
nell'aria proclami in lettere gigantesche, tanto che tutto il genere
umano potesse leggerli allo stesso tempo, senza timori d'impedimenti
dai censori e dalle polizie. Disegno gravido di pericoli per lo stato!
E pure non ne fu fatto menzione nei rapporti della Dieta germanica su
la propaganda rivoluzionaria!

«Ma felicissimi poi i morti, che giacciono nella loro fossa al
Père-Lachaise, come tu povero Börne.

«Sí, felici quei che sono nelle carceri della patria, felici quelli
nelle soffitte della miseria corporale, felici i forsennati nella casa
di forza, e felicissimi i morti! Per quel che tócca a me, io credo in
ultimo di non avermi a lamentar troppo, perocché io in certa guisa
partecipo la felicità di tutta questa gente, per quella meravigliosa
suscettività, per quella simpatia involontaria, per quella malattia
dell'anima che è nei poeti e non si sa propriamente denominare. Se
anche, il giorno, io mi aggiro fresco e ridente per le vie splendide di
Babilonia: credetemelo, non a pena cade la sera, le arpe melanconiche
mi risonano in cuore, e tutta notte tutti i tromboni e i cembali del
dolore, tutta la musica giannizzera dei patimenti umani vi rintrona
dentro; e ne sale su fuori una orribile e stridente processione di
maschere.

«Oh che sogni! sogni di carcere, di miseria, di follía, di morte!
mescuglio stridente d'insania e di saviezza! zuppa avvelenata che
puzza di _sauerkraut_ e odora di fiori d'arancio! Orribile sensazione,
quando i sogni dileggiano la realtà del giorno, e ironiche larve metton
fuori il capo dai rossi papaveri ammiccando e facendovi lima lima, e i
superbi allori si convertono in ispidi cardi e gli usignoli fanno un
sogghigno di scherno!

«Per il solito ne'miei sogni io mi siedo sul pilastro angolare al
canto di via Laffitte in un'umida sera di autunno, quando la luna gitta
lunghe strisce di luce su 'l sudicio lastrico, sí che la mota sembra
dorata se non pur seminata qua e là di diamanti che scintillano. Gli
uomini che passano sono della stessa guisa, mota che risplende: sensali
di fondi pubblici, giocatori al rialzo, monetari falsi del pensiero,
scribi a buon mercato, e ragazze anche a miglior mercato, le quali
per verità devono mentire soltanto col corpo, pance oziose che si
rimpinzano nel caffè di Parigi e poi si precipitano all'Accademia di
musica, alla cattedrale del vizio, ove Fanny Essler danza e sorride
... In mezzo, un trepestío di carrozze, un saltar di lacchè screziati
come tulipani e volgari come i loro nobili padroni. E, se non erro,
in uno di que'cocchi sfacciatamente dorati siede il già mercante di
sigari Aguado, e i suoi cavalli che passano pestando superbamente la
mota inzaccherano dall'alto al basso il mio abito di maglia rosso
ròsa ... Già, con mia gran meraviglia, io mi veggo vestito da capo a
piè di maglia rosso ròsa, d'una veste color carne; poiché la stagione
inoltrata e anche il clima non concedono una intiera nudità, come in
Grecia, alle Termopili, dove re Leonida co'suoi trecento spartani la
vigilia della battaglia danzò tutto nudo, tutto nudo, coronato il
capo di fiori. Io vesto alla foggia del Leonida dipinto dal David,
quando ne'miei sogni mi siedo su 'l canto di via Laffitte, ove il
maledetto cocchiere dell'Aguado m'inzacchera i miei calzoni di maglia.
Mascalzone, egli m'impillacchera anche la mia corona di fiori, la
bella corona di fiori che porto in capo, ma che, detto fra noi, è già
mezza secca e non manda piú odore ... Ahi, ahi! egli erano freschi
e allegri fiori il giorno che me ne adornai, nel pensiero che la
dimani si anderebbe alla battaglia, alla santa e vittoriosa morte per
la patria ... È oramai un bel pezzo, ed io me ne seggo qui tristo e
sfaccendato in via Laffitte, e aspetto la battaglia; e intanto i fiori
mi appassiscono su 'l capo, e anche i capelli m'imbiancano, e il cuore
mi si ammala nel petto. Dio santo! com'è lungo il tempo di questo
attendere oziosi! alla fine mi muore anche il coraggio ... Io veggo la
gente che passa guardarmi pietosamente, e susurrar l'uno all'altro:
Povero pazzo!»[11]

E intanto nel sacro suolo della patria, nella Germania tutta nera di
querce e d'idee, il movimento incalzava; e in pochi anni alla _Giovine
Alemagna_, specie di repubblica girondina che la dittatura contro il
passato esercitava nelle poesie nei romanzi e nei drammi, succedeva
la _sinistra hegeliana_, specie di montagnardi che tutte le idee
del passato cominciando da Dio decapitavano sotto la ghigliottina
filosofica; succedevano i poeti politici, specie di volontari del '93,
che stanchi di combattere per parole e di decapitare idee volevano
romperla con qualche cosa, ma non sapevano che. A questo punto Heine si
smarrí.

E pure il giacobinismo del Börne era, con un piú ardente amore alla
patria tedesca, quello stesso giacobinismo delle lettere da Helgoland.
E pure la sinistra hegeliana non avea fatto altro che confinare
nello stretto ragionamento le divinazioni e le volate del libro su
l'Alemagna. E quei della _poesia delle tendenze_ erano pure figlioli,
piú o meno legittimi e rassomiglianti, che Heine aveva generati
ne'suoi amori di luglio e di agosto con la rivoluzione del '89 e del
'93. Ma che! L'estate e la passione erano ite, e la rivoluzione non
parea piú cosí bella. E quel Börne con quella sua corona di ebrei
e di puritani e di disperati era cosí poco estetico! E poi quella
dura _sinistra hegeliana_, che deportava gli eleganti e poetici
ingegni ai lavori forzati del romanzo di genere o della liricuzza
nell'arcipelago del nulla! E poi quella _politische Tendenzpoesie_
(orribile scontro di parole, di idee e di ringhi) cosí arruffata, per
lui artista correttissimo nella linea! quel Hoffmann di Fallersleben
con tutti i bicchieri che beveva per la rima, quel Dingelstedt con la
lanterna, quel Prutz con la mazza, quel Herwegh strappatore di croci,
quel Freiligrath, il quale dagli amori alle giraffe, che non avea
mai vedute, di Guinea, era passato a recitare il _confiteor_ fra i
socialisti, apparivano cosí iperbolici, cosí enfatici, cosí monotoni,
cosí vaporosi, a lui adoratore del Goethe e ora quasi naturalizzato
francese!

Tali odii e amori, tali rimembranze e rimpianti, tali eccitazioni e
antipatie, parte umane e patriotiche, parte artistiche e liberali,
parte personali ed egoistiche, conspirarono tutte insieme a informare
e formare l'_Atta Troll_. L'orso del Heine, come il veltro di
Dante, muta parvenze e attitudini secondo spira il vento della
fantasia e della passione: è il combattitore mangiafrancesi del '13,
è il costituzionale del '18 col suo _buon vecchio diritto_, è il
girondino della Giovine Allemagna, il giacobino della scuola di Börne,
l'ammazzasette della sinistra hegeliana, il socialista poeta-tendenza,
ma sempre sentimentale, sempre idealista, sempre germanico, sempre
romantico, sempre orso. Heine nell'_Atta Troll_ sembra aver fatta sua
l'impresa di quel vecchio cavaliere spagnolo, _Yo contra todos y todos
contra yo_: non mai fu piú in disaccordo con tutti e piú d'accordo col
suo genio. E la caricatura riuscí tanto piú meravigliosa, non so qual
meglio fra comica e fantastica, per questo, che fu condotta col piú
serio artifizio della scuola romantica e con un appassionato sentimento
della romantica poesia.

Lo afferma esso il poeta nelle _Confessioni_: «Dopo aver dati de'colpi
a morte alla poesia romantica in Germania, a un tratto fui ripreso
io stesso da un infinito amore del fiore azzurro nel paese de'sogni
del romanticismo; e tolsi in mano la lira incantata, e cantai un
canto nel quale mi abbandonai a tutte le meravigliose esagerazioni,
a tutta l'ebbrezza del lume di luna, a tutta la strana magía di
quella folle musa che io aveva un dí tanto amata. Io so che quello fu
l'ultimo libero canto del vero romanticismo e che io sono l'ultimo
suo poeta.»[12] E piú liberamente confessandosi al Varnhagen d'Ense
(in una lettera del 3 gennaio'46): «Questa nuova generazione vuol
godere e farsi il suo posto nel visibile: noi, i vecchi, c'inchinavamo
umilmente dinnanzi l'invisibile, ma godevamo in soppiatto d'ombre, di
baci, di profumi di fiori azzurri; noi rinunziavamo e piagnucolavamo,
e non per tanto eravamo piú felici di questi duri gladiatori che vanno
incontro con tanto orgoglio a un combattimento mortale. Il millennio
del romanticismo è sul finire; ed io, io stesso, sono stato l'ultimo
suo re favoloso, disceso volontario dal trono. Se non avessi gittato la
corona e vestito la _blouse_, mi avrebbero a punto a punto decapitato.
Quattr'anni or sono, prima di divenire apostata di me stesso, volli
ancora diguazzarmi un poco al lume di luna co'vecchi compagni de'miei
sogni; e scrissi _Atta Troll_, il canto del cigno d'un'età che declina;
e l'ho dedicato a voi. Ed è proprio vostro; perché voi eravate il
compagno d'armi che piú mi rassomigliava, sí nel serio sí nello
scherzo. Come me vi adoperaste a seppellire il vecchio tempo e avete
servito di levatrice al nuovo: sí, noi l'abbiamo messo al mondo, e ora
ce ne spaventiamo: siamo come la povera gallina che ha covato le uova
di anitra, e vede tutta sgomenta la sua covata gittarsi deliziosamente
nell'acqua.[13]»

Il poeta si è veramente confessato. Dunque si adoperò anch'egli a
seppellire il vecchio tempo! Dunque serví da levatrice al nuovo! Egli
sa ciò che ha fatto, e in fondo crede che è bene; ma ha dentro di sé la
tenia romantica che gli dà il mal umore.

Non voglio esser io a rappresentare Heine per rivoluzionario e
radicale, e però lascio parlare un suo biografo tedesco, lo Strodtmann.
«Questa spettrale e corusca apparizione del romanticismo per entro
la fredda e arida vita del presente dà al poema un'attrattiva tutta
sua e originale; ma noi ci accorgiamo súbito che quelle sono ombre
morte, le quali ci volteggiano intorno stranamente gesticolando su la
frontiera che separa il paesaggio del mondo antico dal paesaggio del
mondo moderno. Noi, non del tutto liberati ancora dai loro influssi,
sospiriamo riguardando indietro alla regione dei sogni del buon tempo
antico; ma la ragione ci mostra l'ignoto avvenire. Per quanto il poeta
metta in ridicolo senza un riguardo al mondo la _poesia politica
delle tendenze_ pavoneggiantesi nella sua ampollosità e la orsina
goffaggine della propaganda socialistica, era ben lontano dal pensiero
di mettere in dubbio co'suoi scherzi il contenuto delle dottrine
rivoluzionarie e sociali. Non sarà per contrario sfuggito agli accorti
e spregiudicati lettori come spesso il furbo Heine simpatizzi con le
distruttive teoriche del radicalismo; e la teologia in specie può
restare mezzanamente contenta agli ammonimenti di Atta Troll a'suoi
figli che si guardino da Feuerbach e da Bauer, se gli raffronti alla
rappresentazione del creatore sedente, su l'aureo trono del cielo,
sotto il padiglione stellato, in forma d'un colossale orso del polo con
pelle tutta di neve immacolata.[14]»

In tale contrasto fra il presentire Enrico Heine nella chiaroveggenza
del suo pensiero il trionfo di quelle idee di trasformazione politica
e sociale per le quali egli stesso aveva combattuto, e il suo disgusto
di artista per le forme con le quali elleno erano almeno per allora
bandite, e le voluttuose aspirazioni della sua sensualità di poeta a
uno stato di segregato riposo ove la fantasia potesse abbandonarsi a
tutti i voli di scoperta e l'arte a tutti i capricci di lavoro; in
tale contrasto è la novità originale dell'_Atta Troll_. In mezzo al
regno attuale degli orsi e prima dell'avvenimento delli gnomi l'autore
del _Canzoniere_ vuole abbandonarsi a un saturnale di fantasia, vuol
prendere (perdonatemi, per amore della verità, la metafora) una
romantica ubriacatura di poesia pretta, a onta e dispetto della scuola
delle _tendenze_; se non che non può uscire dalla corrente, e con quel
suo continuo ribattere a cotesta sciagurata poesia delle _tendenze_
cade nella _tendenza_ egli stesso.


V.

E in tali contrasti, e negl'intendimenti, in generale, che finora
mi son provato a raccogliere e rappresentare, sta anche la ragione
della diversità che intercede grandissima fra l'_Atta Troll_ e le
altre zoepiche (_epopee bestiali_ sonerebbe improprio e sgarbato),
che risorte dopo il risorgere dell'apologo nella smania del secolo
decimottavo per il naturale affèttato, furono diversamente ammirate
nel correre del nostro secolo. Il _Reineke Fuchs_, che Volfango Goethe
lavorò nel 1793 sul rifacimento, in basso tedesco del Quattrocento,
dell'antico poema francese della volpe, tiene e dalla origine sua
medievale, del tempo delle _canzoni di gesta_, e dall'arte classica
onde il poeta di Weimar allargò i rozzi ottonari in esametri solenni,
tiene, dico, l'anima e le forme di una vera epopea, di una epopea
oggettiva, nel cui sereno sorriso non v'è riflessione o inflessione di
motivo personale. Gli _Animali parlanti_ del Casti, composti dopo la
tempesta della rivoluzione, nella oscillazione dei tempi e degli animi
fra il Direttorio e il Consolato, rimangono a punto una cosa incerta in
politica e in poesia: sono, non ostante l'opportunità delle allusioni
e delle dottrine politiche, non ostante certa vivacità pittorica
nei particolari, un troppo lungo apologo in stile troppo spesso di
gazzetta: quelle bestie seguitano ad affannarsi per ventisei canti in
sestine a dimostrare che non son bestie, il che appariva a bastanza dal
primo canto.

Qualcuno potrebbe darsi a credere che l'_Atta Troll_ sia in
comparazione al _Reineke Fuchs_ quello che di fronte agli _Animali
parlanti_ sono i _Paralipomeni alla Batracomiomachia_ del Leopardi.
Nei due poemi, di fatto, in quello dei topi e delle ranocchie e in
questo dell'orso, c'è il motivo e l'intenzione personale: ambidue i
poeti mettono in ridicolo avvenimenti ed uomini dei giorni loro e
fanno, un gran giuoco, con diversa opportunità, di episodi. Ma la
rassomiglianza, tutta esteriore, finisce qui. Già il prof. Zumbini
notò la mediocrità satirica del Leopardi, e, poiché il poeta della
ginestra dai particolari (gli avvenimenti italiani del '21 e del '31)
trascende presto al generale, anche notò, con molta verità, pare a me,
la impossibilità del render comica l'irrisione di tutta la vita umana
quale è, quale fu, quale sarà.[15] Ma, oltre a questo, il Leopardi,
lirico grande e de' piú profondi e umani poeti che sieno stati, nei
_Paralipomeni_ è inferiore a sé stesso, anche come artista. Lasciamo
la favola ricalcata un po' su l'antica Batracomiomachia e un po'
sugli _Animali parlanti_; ma, salvo certi episodi di valor lirico,
salvo certe brevi descrizioni naturali che sono delle piú vere della
poesia italiana, come giudicar belle, in una letteratura che vanta
i Pulci e l'Ariosto, quelle ottave cosí fredde, cosí slogate, tanto
affannosamente stentate, che di alcune si contrasta ancora sul senso e
se la costruzione sia retta? Scusiamo l'infelice poeta, che malato a
morte non scriveva, dettava; ma non vantiamo, oltre quello si convenga
a un'opera postuma, il poema.

L'_Atta Troll_ si differenzia dai _Paralipomeni_ e dagli _Animali
parlanti_ specialmente per una sua proprietà, che fu ben rilevata
da un critico tedesco:--ha un sentimento poetico piú profondo che
non l'allegoria: questa in altri poemi di favola simile diventa
astrazione: Heine invece sa darle tale forma, che i personaggi ne
acquistano una vita loro, per la quale e con la quale dànno un piacere
vero estetico oltre a ciò che devono significare.[16]--È vero: l'orso
del Heine raffigura il filisteo tedesco, ma è non per tanto un orso, e
orso rimane; a quel modo che nel poema medievale della volpe rifatto
dal Goethe la volpe, il lupo, il montone, con nomignoli nuovi tratti da
certe loro qualità speciali, raffigurano indoli, caratteri e istinti
diversi di personaggi dell'ordine feudale e clericale, ma rimangono
volpi lupi e montoni veri. È la favola della vita umana, raffigurata
ne'bruti e fatta recitare a'bruti, secondo certe rassomiglianze tipiche
che l'uom vede o crede vedere fra certi individui della sua specie e
certi bruti. Anche: Heine capí che una zoepica pura non poteva ai dí
nostri reggere, e mescolò nella sua l'elemento umano. Come nella Divina
Commedia (_si parva licet componere magnis_) il protagonista del poema
è Dante stesso, l'uom vivo, antitesi della morte, nella cui personalità
è (se cosí posso esprimermi) la guarentigia della verità e dell'arte
di fronte alla visione e all'allegoria; per egual modo l'antitesi e
l'antagonista di Atta Troll è il Heine stesso, a salvaguardia della
verità e dell'arte contro l'allegoria e l'astrazione. E il Heine
che viaggia i Pirenei in compagnia di Lascaro a caccia dell'orso è
Enrico Heine vero, l'Heine dei _Reisebilder_, con tutto insieme la
sua disposizione fantastica alla leggenda e il caustico riso, con la
potente e profonda osservazione e la ingenua e infantile ammirazione
amorosa della natura.

Quanto allo stile, a conseguire quell'agilità e quella sveltezza di
passaggi e varietà di toni che è mirabile nell'_Atta Troll_, Heine fu
anche aiutato e giovato dal metro che elesse. È in fondo l'ottonario
delle romanze spagnole, che Herder avea già introdotto col suo _Cid_
nella versificazione tedesca spoglio di rime e di assonanze ma
fissato nel trocaico di quattro battute: se non che Heine per piú
regolarità e per una tal civetteria lirica partí i suoi trocaici in
istrofe di quattro. Su la qual maniera di strofe lo Strodtmann fa
un'osservazione giusta: «come la _sloka_ indiana, secondo notava A. G.
Schlegel, imita l'andar barcollante e dondoloni dell'elefante, cosí
il suono de'trocaici a quattro piedi fa tornare alla mente il passo
dell'orso: v'è in fondo a quelle strofe un'avvertita e intenzionale
monotonia, una gravità pretensiosa, che procede pettoruta con la
_grandezza_ spagnola.»[17] È vero, ma non è tutto il vero. La satira
del romanticismo, che è insieme l'ultimo libero canto della poesia
romantica, non poteva esser condotta meglio che col metro nel quale
fece le migliori prove quella che agli Schlegel pareva la piú romantica
delle letterature romanze, la spagnola; con quel metro lirico e insieme
epico, e anche drammatico, che serví all'intonazione montanara e
marinara dei _romanceri_ e al dialogo constellato di diamanti della
commedia del Calderon. Per la virtù specialmente di cotesto metro,
che giovenilmente rimaneggiò, potè Heine alzarsi con tanta facilità
e felicità dal racconto e dal discorso comico satirico alle volate
liriche e fantastiche.

Il traduttore italiano (al fine parliamo un po' anche di lui) capí
bene, che, non ostanti le apparenti somiglianze dell'_Atta Troll_ con
le due zoepiche italiane ricordate, non era il caso di tradurre le
strofe di Heine in sestine e in ottave, o, peggio, in endecasillabi
sciolti, come il buon Pietro Monti fece già del romanziero del Cid e
non so chi, or son dieci anni, dell'_Intermezzo_ del nostro poeta.
Novantanove volte su cento il carattere di un'opera poetica sta nel
metro; e già il Cesarotti scrisse: «I traduttori, volendo mettere
in vista la difficoltà delle traduzioni, calcano unicamente sopra
la diversità del linguaggio, ma non mostrano di sentire un'altra
difficoltà, con cui è lor necessario di lottare, e che, per mio
credere, è ancora più grande: voglio dire quella che nasce dalla
diversità della versificazione. Egli è certo che i sentimenti, i
pensieri e le espressioni prendono da sé stesse un tornio e una
configurazione corrispondente alla versificazione rispettiva dei varii
poeti. La brevità o la lunghezza del verso, la varietà delle flessioni,
delle pose, delle cadenze, l'armonia che risulta naturalmente dal
numero e quella che nasce dall'aggiustatezza delle consonanze, il
diverso intralciamento e la distribuzione delle rime, ciascheduna di
queste cose modifica i sentimenti, e comunica loro una bellezza propria
e distinta da tutte le altre. Si trasferiscano gli stessi sentimenti
in un altro metro, si cangi la disposizione, si alterino le misure;
tutto è guasto. Le idee, aggiustate sopra un altro metro, stanno, per
cosí dire, a disagio in questo nuovo, e prendono attitudini violente
e scomposte: si forma una discordanza disgustosa tra i sentimenti ed
i suoni: gli oggetti non si presentano piú sotto il punto di vista
conveniente: l'orecchio, ed in conseguenza lo spirito, si riposa
in luoghi poco opportuni, e sdrucciola su quelli ne'quali dovrebbe
arrestarsi; e la composizione piú perfetta diventa simile ad un
bel corpo con tutte le membra slogate. Perciò egli è assolutamente
impossibile il far una traduzione di buon gusto, la quale sia
precisamente letterale in una soverchia sproporzione di metro.[18]»
Non si poteva né veder piú vero né dire meglio; ma le conseguenze
che il Cesarotti ne traeva per il suo modo di tradurre sono false.
Nessuno richiede, credo io, una versione precisamente letterale in
poesia; e anche, perché farla tale è assolutamente impossibile, non
è permesso a nessuno di rendere, per esempio, frugoniana e arcadica
l'Iliade. Meglio, un altro poeta italiano, e dei novatori piú felici
di modi lirici, il Berchet, proponevasi, traducendo le vecchie
romanze spagnole, di _rendere in italiano poesia straniera per poesia
straniera, intonazione per intonazione, armonia per armonia, mirando a
una fedeltà piú reale che apparente e piú esatta che non un'ordinaria
fedeltà materiale_.[19] Non so se il Chiarini pigliando a tradurre
l'_Atta Troll_ conoscesse il metodo e il libro del Berchet, ma pare
a me siasi proposto proprio lo stesso; e, come il Berchet fece con
le lunghe serie ad assonanza spagnole, egli ancora, per rispetto
all'orecchio italiano troppo avvezzo alla rima specialmente nei versi
brevi, ha creduto dovere introdurre due rime nelle quartine sciolte del
Heine.

Ora non temano i lettori che io voglia far loro il maestro spiegando
i pregi di questa versione dell'_Atta Troll_. Il mio debito era di
aiutarli, quelli almeno che del mio aiuto possano credere di aver
bisogno, a legger bene, cioè con conoscenza di causa, il poema tedesco;
e mostrar loro il metodo, che a me pare il vero, tenuto dal Chiarini
nel tradurlo. Del resto, leggano, e giudichino da sé. Se prima di
giudicare volessero buttar da parte cosí i pregiudizi della vecchia
scuola accademica come le superbiucce ignoranti della gente della
letteratura facile, farebbero, credo, bene; e meglio farebbero se,
leggendo, pensassero che per raggiungere l'espressione vera nell'arte
manca a noi italiani moderni ancora di molto e molta fatica ci
occorre, e fossero però un po' cortesi a chi questa fatica l'ha fatta
onestamente e valentemente.


VI.

Sí, valentemente. Credo poterlo ripetere oggi, dopo cinque anni che
le pagine qui a dietro furono stampate in prefazione al volumetto
dell'edizione Zanichelli.

Certi parrucchieri della poesia, certi commessi viaggiatori della
critica, quando scappa loro parlare di verseggiatura e di stile
poetico, dovrebbero starsene contenti ai libretti d'opera. Essi non
sanno, per esempio, che sia, o che ci sia al mondo, la strofe trocaica
tedesca; essi non sanno che sia, o che ci sia al mondo, il semplice e
monotono ottonario dei _romanzi_ spagnoli (romanzi, badino, che non
sono come quelli del Zola), che sia, o che ci sia al mondo, l'ottonario
spezzato delle commedie di Calderon; due maniere metriche queste, che
Heine imitò nella strofe trocaica del suo poema comico romantico,
d'argomento e di scena spagnolo: ora, non sapendo tutto cotesto, non
possono intendere che il Chiarini non poteva e non doveva tradurre
l'_Atta Troll_ in istrofette, come,

  Mira, Norma, a'tuoi ginocchi
  Questi cari pargoletti ecc.

Essi signori parrucchieri e commessi viaggiatori non sanno che c'è
una poesia italiana del secolo decimoquarto e decimoquinto, e che fu
molto piú naturale e piú vera e piú varia della poesia degli arcadi
classici, non che dei romantici lombardo-veneti, i quali spinsero
il furore della originalità sino a rifare o contraffare in versetti
metastasiani o in versoni cesarotto-foscolo-montiani i romantici
francesi e tedeschi: non sanno che in quella vecchia poesia abondano
le ballate vere a strofe ottonarie d'un andamento rotto franco e
famigliare, che poi non si rivede piú se non forse in qualche parte
obliata della poesia drammatica e popolare del secolo decimosettimo.
Se dunque il Chiarini nel tradurre l'_Atta Troll_, e prima di lui il
Berchet nel tradurre le vecchie romanze spagnole, risalirono a cotesti
esempi; chi cotesti esempi conosce e conosce un pochetto della poesia
straniera onde il Berchet e il Chiarini tradussero, sa, o crede, che
facessero bene; perché con le strofe ottonarie del Metastasio o del
Romani che stanno benissimo nei melodrammi, e con quelle del Parini o
del Monti o del Prati che sono ai lor luoghi bellissime, il _Romancero_
e l'_Atta Troll_ non si traducono da vero, e tradotti in altro metro
non sono piú il _Romancero_ e l'_Atta Troll_.

Che se, dove in questo poema prevale l'elemento discorsivo e satirico
la traduzione del Chiarini è alle volte ineguale né senza durezze o
contorsioni, bisogna anche avere un po' di riguardo alla incredibile
difficoltà del rendere in rime italiane quella poesia indiavolata;
bisogna un po' vedere se l'originale in certi luoghi sia facile andante
eguale, o non si contorca e sperda in giravolte d'allusioni e d'arguzie
troppo misteriose e lontane e faticosamente cacciate. Ma dove l'epos
romantico si devolve con abondanza di cuore e di vena, la traduzione
del Chiarini, fedelissima, ha pienezza d'intonazione, semplicità
di mezzi, rispondenza di movimenti e di suoni tale, che non lascia
desiderar, credo, molto.

Leggiamo, o rileggiamo, a prova, la _Caccia selvaggia_, che per
l'invenzione e la rappresentazione larvale fantastica appassionata,
ove il languor dei delirii a un latteo lume di luna pare ardenza di
entusiasmi sotto il rosso splendore del sole, è, per me, il punto
culminante, il punto che mi vince, dello strano poema (cap. XVIII-XX).
Nella Caccia selvaggia, si sa, il poeta, rimaneggiando all'uopo suo
un'antichissima tradizione odinica incristianita nel medio evo, figura
il corteo degli spiriti nemici al cristianesimo o che non ebbero
inspirazione o sentimento di cristiani, i quali la notte di San
Giovanni vanno a caccia per i greppi de'Pirenei.

  Era appunto il plenilunio
  E la notte e l'ora quando
  Pe 'l burrone degli spiriti
  Vanno i morti cavalcando...

  Risa, gridi e suon di corni,
  E di fruste scoppiettare,
  E nitriti lietamente
  Fean la valle risonare.

  Venían primi insiem correndo
  E cinghiali e cervi strani,
  E altre fiere, che inseguite
  Dalla muta eran dei cani.

  Differenti i cacciatori
  E di tempo e di paese:
  Cavalcava con Nembrotte
  Carlo decimo, francese.

  Sovra bianchi palafreni
  S'avanzavano: i bracchieri,
  Dietro, a piede, coi guinzagli,
  E con faci gli staffieri.

  Io piú d'uno riconobbi
  Nella gran turba. Non fu
  Quel coperto tutto d'oro
  Forse un giorno il re Artú?

Dopo i re e i guerrieri, i poeti:

  Vidi ancor piú d'un eroe
  Del pensier fra quella gente;
  Riconobbi il nostro Goethe
  Al sereno occhio lucente...

  Della bocca al dolce riso
  Shakspeare anche ravvisai,
  Che gl'inglesi Puritani
  Condannaro....

Con Shakspeare il suo pietista commentatore tedesco sur un asino:

  Va cogli altri a caccia, e monta
  Un caval di nero pelo.
  Al suo lato, sopra un asino,
  Trotta un uomo.... O Dio del cielo!

  Quella faccia di devoto,
  Quella orribile paura,
  Quel berretto di cotone....
  Quella d'Horn è la figura.

  Quando van tutti al galoppo,
  Il gran vate sorridendo
  Guarda il suo commentatore,
  Che a fatica il vien seguendo,

  E spossato in su la sella
  Del somier s'aggrappa forte,
  Fedel sempre al suo poeta
  Come in vita così in morte.

Seguitano le baccanti dell'antichità:

  Anche vidi molte dame
  Ne la folle processione,
  Belle ninfe da le snelle
  Leggiadrissime persone.

  Inforcavano i polledri
  Tutte nude, ma i capelli
  Giú per gli omeri scendevano
  Come d'oro ampi mantelli.

  Coronate eran di fiori
  E agitavano i virenti
  Tirsi bacchici, riverse
  In procaci atteggiamenti.

le schive del medio evo,

  Vidi appresso in veste lunga
  Molte caste damigelle,
  Con in pugno il falco e assise
  Di traverso su le selle.

le fatturate del tempo nostro,

  Dietro, quasi parodía,
  Sopra magri rossinanti
  Venían donne che al vestire
  Somigliavan commedianti.

  Grazïose eran nel volto,
  Ma sfrontate anche un pochetto;
  E gridavan come pazze,
  Tutte rosse di belletto.

  Come ciò gioiosamente
  Fea la valle risonare!
  Risa, gridi e suon di corni,
  E di fruste scoppiettare.

E tra le donne, tre figure, tre simboli, tre età, tre poesie.

Diana, la poesia classica:

  Da la mezza luna in capo
  L'una si riconoscea:
  Fiera e bella come statua
  S'avanzava la gran dea.

  Da la tunica succinta
  L'anche e il petto uscivan fuore:
  Le baciava della luna
  Delle fiaccole il chiarore.

  Bianco e gelido qual marmo
  Era il viso. La severa
  Rigidezza di quei tratti
  E il pallor terribil era.

  Ma ne' vividi occhi neri
  Fieramente divampava
  Un maligno e dolce fuoco,
  Che accecava, divorava.

Abonda, la poesia romantica del medio evo

  Vienle al fianco un'altra bella,
  Che ben poco a lei somiglia;
  Ma il candore ha pinto in volto
  Della celtica famiglia.

  Al dolcissimo sorriso
  Ed al suon de la gioconda
  Pazza voce io riconobbi
  Di leggier la fata Abonda.

  Avea faccia un po' pienotta,
  Di rossor sempre soffusa;
  E la bocca a cuor, che i bianchi
  Denti mostra ognor socchiusa.

  La leggera azzurra veste
  Che portava apríasi al vento:
  Spalle uguali neanche in sogno
  D'aver visto mi rammento.

Erodiade, la poesia orientale:

  Il suo bianco ardente viso
  Rammentava le contrade
  D'Orïente, le sue vesti
  La sultana Scheherezade.

  Era il naso un bianco giglio,
  E le labbra melagrane;
  Come palme in mezzo a un'oasi,
  Le sue membra svelte e sane.

  Sedea sopra una chinèa
  Bianca, e a'lati uno ed un moro
  Le trottava a piè, reggendo
  Con la man la briglia d'oro.

Essa, Erodiade, volle la testa di San Giovanni Battista, perché ne era
innamorata; e ora

  Porta sempre nelle mani
  Il vassoio con la testa
  Di Giovanni; e di guardarla,
  Di baciarla mai non resta.

  Ne la notte s'alza, ed esce
  Alla caccia, e porta in mano,
  Com'è detto, il capo tronco:
  Che talor (capriccio strano

  Femminil!) con grandi risa
  Fanciullesche in aria getta,
  Come palla, e su 'l vassoio
  Ricader quindi l'aspetta.

La regina degli ebrei sente e distingue nel poeta un suo nazionale:

  Quando a me passò dinanzi,
  Riguardommi, e m'accennò
  Cosí languida col capo,
  Che 'l mio cor forte tremò.

  Ben tre volte andò la turba,
  Galoppando, innanzi e indietro;
  E tre volte, nel passare,
  Salutommi il caro spetro.

  Già sparía la processione,
  Il tumulto già cessava;
  E l'amabile saluto
  Pe'l mio capo ancor trottava.

Tutto il giorno di poi il poeta fantastica della processione e
specialmente delle tre donne:

  E mi prese un fier desío
  Di sognar, di delirare,
  Un desío di quelle Amazzoni
  Che aveo visto cavalcare.

  O notturne visïoni,
  Dall'aurora spaventate,
  Dite, dite, ove fuggiste?
  Ove al dí ricoverate?

Ricovero a Diana sono le rovine del paese che fu romano, onde ella in
forma tra di dea e di strega conturba ancora gli spiriti:

  Sotto i ruderi d'un tempio
  Di Romagna, per timore
  De' cristiani, ritirata
  Sta Dïana il giorno. L'ore

  De la nera mezzanotte
  Per uscir fuori ella aspetta;
  Ed allor con le compagne
  A la caccia si diletta.

Piú lontano, piú fantastico, piú misterioso il refugio della romantica
Abonda:

  Essa pur la bella Abonda
  De' cristiani ha gran paura,
  Ed il giorno sta nascosta
  D'Avalun ne la sicura

  Isoletta. Ne l'oceano
  De' romantici, assai lunge,
  È quest'isola: l'alato
  Pegaseo solo vi giunge.

  Mai la Cura non v'approda,
  Né vapor su quelle ripe
  Mai depone i curïosi
  Filistei da le gran pipe.

  Non si sente là de'doppi
  Il suon tristo, fastidioso,
  Quel _din don din do_ continuo
  Alle fate tanto odioso.

  Là, fiorente di perpetua
  Gioventú, sempre gioconda,
  Vive in mezzo a la letizia
  La gentile e bella Abonda.

  Fra l'odor di strani fiori,
  Là ridendo ella passeggia.
  Fra una turba di ciarlieri
  Paladin che la corteggia.

Ma Erodiade, la povera esecrata ebrea, sta sotterra nei vecchi
sepolcreti di Gerusalemme:

  Nel sepolcro fredda salma
  Stai dormendo tutto il giorno,
  Fin che poi a mezzanotte
  Ti risveglia il suon del corno,

  E tu segui con Dïana,
  Con Abonda, la feroce
  Cavalcata, e con gli allegri
  Cacciator ch'odian la croce.

L'attrazione della _caccia selvaggia_ e la fatal simpatia d'Erodiade
rapisce il poeta:

  Qual gioconda compagnia!
  Potess'io cacciar con voi
  Per i boschi ne la notte!
  Starei sempre a' fianchi tuoi:

  Poi ch'io t'amo sopra tutte!
  Né la greca altera dea,
  Né la fata amo del norde,
  Quanto te, morta giudea...

  Ogni notte nella caccia
  Al tuo lato cavalcando
  Verrò teco; rideremo,
  Anderemo insiem ciarlando.

  ....e il dí piangendo
  Sul tuo tumul sederò.

  Sí, nel giorno, su gli avanzi
  De' regali mausolei,
  Su la tomba dell'amata
  Mi vedranno i vecchi ebrei

  Star piangente, e crederanno
  Ch'io lamenti sconsolato
  La città santa distrutta
  E 'l gran tempio ruinato.

È uno strano pezzo di romanticismo classico ed ebreo; tradotto poi,
che non si poteva meglio. A cui la traduzione non garba, si conforti
coi Salmi _adattati al gusto della poesia italiana_ dall'abate e
avvocato Saverio Mattei, che del resto avea ne'suoi tempi sufficienza
di dottrina; mentre i commessi viaggiatori d'oggigiorno per giudicare
della musicalità in poesia hanno soltanto la capacità delle orecchie.



PARINIANA



Pubblicate a parti sparse in--_Fanfulla della domenica_, 25 dec.
1881--_Domenica letteraria_, 24 e 31 dec. 1882, 7 genn. 1883--_Nuova
Antologia_, 1º genn. 1883--raccolte ora, emendate, ordinate con
aggiunta di parti inedite.



I.

PRELIMINARE.

È egli permesso, in Italia, ai giorni che corrono, scrivere di critica
e letteratura senza nascondere tra il verde e i fiori la trappola d'una
tesi? e non per isfoggio d'abilità ne'salti mortali dei paradossi? e né
meno col sottinteso di rifare noi il mondo da capo e con la esplicita
dichiarazione che i nostri predecessori in materia furono un branco
di brave persone sí, ma tutt'altro che critici, tutt'altro che dotti,
giudiziosi ed onesti? E, data la permissione, si potrà egli scrivere
critica italiana leggibile, senza prima, per cattivarsi il pubblico,
proclamare che in fondo in fondo noi siamo tanti bei pezzi d'asini, che
discorriamo secondo ci frulla, e che ci ingegneremo di tenerci bassini
bassini e lisci lisci, e ci proveremo anche a fare, secondo le nostre
forze, i buffoni, per divertire le signore e i signorini, maestri e
giudici inappellabili del torneo in ogni arte e in ogni critica? O non
si potrà in quella vece annunziare che noi intendiamo parlare d'arte di
proposito e a minuto, e discutere, interpretare, raffrontare, tradurre,
senza per altro volere impolverare i lettori? E a farci leggere,
scrivendo cosí, riusciremo? O, per meglio dire, e parlando per mio
conto, riuscirò io? Non lo spero, e pur mi provo a discorrere, nei modi
che dissi, di quattro odi del Parini.

       *       *       *       *       *

Nel giudizio comunemente recato intorno alle odi di Giuseppe Parini
poco c'è da aggiungere o da togliere e non molto da correggere. Anche
nella lirica l'abate milanese fu, per una parte, il maestro e duca di
quella scuola neoclassica la quale fece un po' piú che comporre versi
antichi su pensieri moderni; e, per un'altra parte, in certi tócchi che
qua e là osò, netti, precisi e nervosi, accennò anche, oltre ai limiti
di quella scuola, a una rappresentazione del vero piú immediata che non
soglia trovarsi nella poesia italiana, specialmente lirica, dopo il
secolo decimoquinto.

Ma nulla dal nulla. Dall'elemento fantastico e affettivo d'un popolo,
vivaio comune della poesia o spontanea o riflessa, è un continuo
procedere di forme che si vanno organando secondo le attitudini della
nazione negli ambienti delle età diverse; e, al mutar dell'ambiente, le
deboli o troppo usate cadono a mano a mano formando il detrito storico,
dal quale altre si svolgono e crescono, e le forti superstiti se ne
giovano, fin che esse pure non perdano nel lungo attrito l'energia. Può
quindi essere non inutile ricercare nelle odi del Parini ciò che resta
del vecchio e ciò che è su'l cambiar colore, e ciò che spunta timido
o già vigoreggia ardito: può esser utile seguire le tracce e i segni
della trasformazione che il Parini, quando ebbe da vero il possesso
e la conscienza della sua forza, fece nella poesia del tempo suo, e
avvertire anche ai punti dove egli fu debole e incerto.

       *       *       *       *       *

Nelle poesie di Giuseppe Parini, segnatamente liriche, primi i coetanei
accusarono un po' di stento e certa fra ruvidezza ed asprezza. Saverio
Bettinelli, che nella dedicatoria delle _Lodi del Petrarca_ (1787) avea
concesso a Milano il vanto di possedere _un vero Orazio_, introdusse
poi in certi _Dialoghi d'Amore_[20] esso il nume, nume allora comune
dei filosofi e degli abati, a giudicare, parlando col Petrarca, il
poeta milanese cosí: «Un gran poeta talor mi invoca ed onora: ma latino
dietro Orazio vuol dirsi per l'asperità e lo sforzo nella lingua e
piú pe'l fiero animo catoniano, e poco a te (Petrarca) somiglia.» A
cotesto giudizio dell'Amore gesuita uno de' due amici che nel 1801
pubblicarono dieci lettere _Della vita e degli scritti di Giuseppe
Parini_, e propriamente Luigi Bramieri piacentino, primo anche a dare
nel 1805 una edizione critica del _Giorno_ secondo l'ultime intenzioni
del poeta, opponeva: «L'autor delle odi intitolate _Il brindisi_, _Il
piacere e la virtú_, _Le nozze_, non era egli padrone, se ben gli
piacea, di portare in tutti i suoi scritti la mollezza e la facile
soavità di quei componimenti? Ma egli aspirava ad una gloria maggiore
...»[21]

Il Bramieri ha ragione. Lasciando _Il piacere e la virtú_ all'efimero
onore di essere stata una delle tante strimpellate per il matrimonio
dell'arciduca Ferdinando con l'ultima Estense; le due piú veramente
canzonette, _Le nozze_ e _Il brindisi_, e le due altre piú tecnicamente
odi ma di natura musicali, _La vita rustica_ e _L'impostura_, meritano
di essere un po' studiate in loro stesse e nelle attinenze con l'arte
del tempo, per vedere fino a qual punto l'autore si avvicini a'suoi
contemporanei o se ne discosti e gli avanzi, o se altri per avventura
non avanzi lui, o se egli regga intiero al confronto degli antichi.

       *       *       *       *       *

Anche il Parini, come tutti, salvo l'Alfieri, i nostri poeti del secolo
decimottavo, move dall'Arcadia: anzi, si potrebbe fin dire, senza
fargliene colpa, che in Arcadia almeno il tacco del piè sinistro ce
l'ebbe sempre. Cominciò Ripano Eupilino a ventitre anni (1752) con
sonetti e componimenti pastorali, «in tempo--scriveva egli stesso
nella prefazione--che era ogni maniera di letteratura al suo colmo
venuta.[22]» Circa trent'anni dopo (1780), mandava, sotto il nome di
Darisbo Elidonio, al volume decimo terzo delle _Rime degli arcadi_,
ordinate a raccolta dall'abate Gioachino Pizzi custode generale,
quattordici sonetti quasi tutti pastorali, e con questi un'ode _Su
la libertà campestre_, che poi egli od altri rititolò _La vita
rustica_.[23] Cosí nessuna meraviglia che le sue odi per quattro gruppi
almeno si ricongiungano a quattro forme liriche che l'Arcadia aveva a
preferenza rinnovate, coltivate e lavorate.

Il primo gruppo è a punto delle odi, _La vita rustica_, _La
impostura_, _Le nozze_, _Il Brindisi_. Queste per il motivo idillico e
famigliare, per gli argomenti accademici, vezzosi e scherzosi, quasi
da conversazione, per le strofe di settenari e ottonari, che nella
nostra poesia sono i versi piú antichi e piú popolari a uso del canto,
alternate di sdruccioli e di piani e di tronchi, appartengono alla
forma lirica piú caratteristica dell'Arcadia, alla lirica mezzana
musicale. Non è l'anacreontica, come si ostinarono a chiamarla i
trattatisti, se bene qualche volta imiti le imagini delle piccole
poesie degli _eroti_ attribuite ad Anacreonte; non è la _chanson_
francese, cantata a coro con l'allegro o entusiastico ritornello, se
bene qualche volta possa prenderne gli andamenti. È la canzonetta; la
canzonetta che i provenzali non ignorarono; che in Italia prevalse
fra i generi popolari dalla fine del secolo decimoterzo alla fine del
decimoquinto, coi vari nomi di ballata, di ballatina e ballatella,
di frottola; che tacque per tutto quasi il Cinquecento, ristrettosi
a cantare, almeno nelle società eleganti, il madrigale e l'idillio;
che risorse alla fine del Cinquecento, prendendo col Rinuccini e
col Chiabrera nuovi congegni di strofe e di rime per servire alla
musica rinnovata e trasformantesi; che furoreggiò in tutti gli immani
divertimenti teatrali e musicali del Seicento; che l'Arcadia raccolse,
e la ravviò e la pettinò e le insegnò a fare il minuetto e la riverenza
in contegno; che il Rolli e il Metastasio recarono al sommo della
perfezione, come poesia classica per musica da sala; e il Frugoni tentò
di restituirle piú lirica andatura, e il Parini riuscí a farla piú
seria e morale. Per ciò a punto le canzonette del Parini non furono mai
cantate, e sono odi.


II.

_LA VITA RUSTICA._

La _Vita Rustica_, scrive il De Sanctis, «sembra posta in fronte alle
poesie del Parini quasi come prefazione; è lo spirito che aleggia
in tutte le sue composizioni»[24]. Certo l'illustre critico ebbe il
pensiero alla strofe meritamente famosa, _Me non nato a percotere_;
per la quale, io credo, e per l'attrattiva del metro, rapido piú
che non sogliano averlo le liriche pariniane e che simula una certa
concitazione, l'ode piacque e piace ed è ritenuta anche a memoria.
La strofe settenaria doppia della _Vita rustica_ è come la prenunzia
dei metri manzoniani, e la novità dell'aver fatto seguire a un primo
membro alternato di sdruccioli e piani, già trovato a Bologna nel
1747[25] ma non divenuto ancora popolare negli _Amori_ del Savioli, un
secondo membro alternato di piani e di tronchi, fu feconda di effetti
armonici, che sono tanta parte della impressione lirica. Se non che
forse il riscontro vicino troppo de'due ossitoni finali, massime quando
sono non di vocali ma di consonanti tronche se specialmente nasali,
offende un po' l'orecchio. Rileggiamo, a prova, le due piú belle
strofe; la prima,

  Per che turbarmi l'anima,
  O d'oro e d'onor brame,
  Se del mio viver Atropo
  Presso è a troncar lo stame?
  E già per me si piega
  Sul remo il nocchier brun
  Colà donde si niega
  Che piú ritorni alcun?

e la piú celebre,

  Me non nato a percotere
  Le dure illustri porte
  Nudo accorrà ma libero
  Il regno de la morte.
  No, ricchezza né onore
  Con frode o con viltà
  Il secol venditore
  Mercar non mi vedrà!

Questa va d'incanto. Quell'accento largo di vocale come rialza
l'armonia e come afferma il sentimento! Men bene la prima: non avete
che dire, ma sentite che, se quegli ossitoni nasali seguiteranno nella
strofe appresso e poi in altre, finiranno con farvi l'effetto di quei
dannati di Dante, che _d'una parte e d'altra con grand'urli, Voltando
pesi per forza di poppa, Percotevansi incontro e poscia pur lì si
rivolgea ciascun_. Il Manzoni infatti, a cui piaceva il Metastasio,
non accolse quella combinazione nelle strofe sue settenarie: ma essa
a ogni modo fu il primo passo verso l'armonia che dirò manzoniana. Il
primo passo, ho detto, verso l'armonia: ché gli schemi tecnici delle
future strofe manzoniane erano stati già trovati dal Frugoni. La strofe
del _Cinque maggio_ fu da prima introdotta nella lirica moderna dal
buon Comante eginetico _per il primo incruento sacrifizio celebrato
nella cattedrale di Parma l'anno 1741 dal signor conte canonico
Girolamo Baiardi_.

    Ecco fuor d'uso Fosforo
  Apre lucente il giorno:
  Tutto di fior cospargasi
  Questo sentiero intorno,
  Questo sentier che scorgerti
  Al maggior tempio dé.

    Vieni, immortal Girolamo
  Che di pietà tutt'ardi,
  Gentil sangue degl'incliti
  Magnanimi Baiardi,
  Vieni e volgi al gran tempio
  Il consacrato piè[26].

Per certa novità melodica dunque, prenunzia di armonie piú moderne, la
_Vita rustica_ piacque, o meglio, piace a giudici recenti anche severi.
E mentre i coetanei del Parini e quelli che lo seguirono da presso,
uomini di fino giudizio, non la annoverarono mai fra le odi migliori
o fra le buone, il Cantú l'allogò, in compagnia della _Caduta_, fra
gli _Esempi della letteratura italiana_[27] d'ogni secolo, e il prof.
Giuseppe Puccianti la elevò ai primi onori nell'_Antologia della
poesia moderna_[28]. O, forse meglio, il Cantù e il mio egregio amico
furono persuasi a quella scelta da ragioni morali e storiche. Per la
concezione ed esecuzione artistica, quell'ode a me non pare che vada
tra le belle del Parini.

E s'intende. O composta su la fine del '58, come affermava il primo
raccoglitore delle odi pariniane Agostino Gambarelli,[29] o a mezzo il
'57, come piú tosto vorrebbe Filippo Salveraglio nelle note ricche di
notizie ond'egli illustrò la nuova edizione data dal Zanichelli[30],
cotesta è la prima ode che il Parini scrivesse; e come nel metro cosí
nei pensieri presenta a pena i primi segni d'una lenta e variegata
trasformazione del materiale idillico dell'Arcadia. L'antico e
immortale idillio, l'ideale della pace e del lavoro alla campagna,
cantato fra le guerre civili da Virgilio da Orazio e da Tibullo,
riecheggiato fra le guerre e le corti del Cinquecento dal Sannazzaro
dall'Alamanni da Bernardo Tasso dal Tansillo, finí a essere strapazzato
su le zampogne dei pastori del Settecento. Il Parini avrebbe voluto
rialzarlo, ma non riuscí. Né pur l'ombra qui del rapimento estatico e
della malinconia potente del gran poeta Virgilio, né della finitezza e
determinatezza ne'particolari del paesaggio del grande artista Orazio,
né il sentimento religioso della campagna del grande elegiaco Tibullo.
Ci sono invece la filosofia, la filantropia, la georgofilia: tutte
astrazioni rispettabili, qualcosa di meglio, se volete, delle vanità
d'Arcadia; ma non ancora la poesia.

       *       *       *       *       *

La contenenza dell'ode è questa.--(str. 1ª) Il poeta non vuol sapere
d'avarizia o d'ambizione, tanto si vive cosí poco!--(str. 2ª) Meglio
godersi la libertà in campagna.--(str. 3ª) Non invidia i ricchi,
condannati a viver sempre in sospetto.--(str. 4ª) Si contenta di morir
povero, ma libero e onesto.--(str. 5ª) Dunque se ne torna ai colli che
circondano il suo lago di Pusiano.--(str. 6ª) Ivi troverà la quiete,
la quiete che i monarchi non hanno e che (str. 7ª) devono invidiare a
lui, tranquillo poeta tra i contadini di Brianza.--(str. 8ª) Ivi egli
pregherà Dio che tenga lontana la guerra; (str. 9ª-10ª) immortalerà
in versi l'agricoltore che sappia uscire dalla carreggiata del _cosí
faceva mio padre_; e (str. 11ª) morirà quieto e compianto come
quell'agricoltore.

Contenenza onesta ma povera, e tutt'altro che nuova.

       *       *       *       *       *

L'entrata è viva: della troppo nota figura di Caronte è ritoccato con
qualche virtú plastica l'atteggiamento,

  E già per me si piega
  Sul remo il nocchier brun:

è rinnovato bene, perché applicato meglio che nel caso del passero di
Lesbia, il catulliano _per iter tenebricosum Illuc unde negant redire
quemquam_,

  Colà donde si niega
  Che piú ritorni alcun.

Ma la seconda strofe con le sue _ore fugaci e meste_ che _belle ne
rende e amabili la libertade agreste_, con Bacco che _manda il vin_ e
con la _bella Innocenza che s'inghirlanda il crin_, non esce punto dai
cerchiolini dell'Arcadia. Della terza strofe qualche arcade allora vivo
avrebbe per avventura rigirato un po' meglio i versi, segnatamente gli
ultimi, dove quella _man del gelato timor_ è fredda da vero, e quel
_sovente_ subito dopo la mano (_sotto la man sovente_) ci si trova a
disagio per amore, o per isdegno, della rima. La quarta (_Me non nato
a percotere_, ecc.) è bella in tutto e per tutto, per la verità del
sentimento e per la rispondenza dell'espressione: dopo i poeti del
Trecento e dopo l'Ariosto nelle satire, nulla di altrettanto nobile era
uscito dal petto di poeta italiano. Per vero il buon Passeroni aveva
già scritto:

  Cerchin cantando d'acquistar denari
  E facciano de' versi mercanzia
  Poeti adulatori e mercenari,
  E facciansi pagare ogni bugía.
  Io pensieri non ho sí vili e avari,
  E non contratto l'alma poesia:
  Me stesso e gli altri divertire io cerco,
  Canto a Milano, e non vi cambio o merco[31].

Due anni, si può dire, prima del Parini: ma quel suo poema è tanto
lungo che a pena lascia ricordare ciò che v'è di buono.

       *       *       *       *       *

Seguitando:

  Colli beati e placidi
  Che il vago Èupili mio
  Cingete con dolcissimo
  Insensibil pendío,

sono versi che i nostri padri dicevano a mente con tanta dolcezza
di enfasi; e non ho voglia di sofisticare su que' due aggiunti di
_pendío_, uno dei quali, probabilmente _insensibile_, a Orazio
sarebbe parso di piú. Ma credo che il Parini dopo scritto il _Giorno_
dovè sentire egli stesso tutta la vacuità, la improprietà, la
indeterminatezza, la nullaggine melodrammatica de' due versi seguenti,

  Dal bel rapirmi sento
  Che natura vi diè.

E dire che il piú della lingua poetica degli ultimi centosettant'anni,
della lingua, dico, di quelle poesie che il volgo dilettante capisce
súbito e ammira di schianto, appunto perché non sono poesia, è cosí!

  Ed esule contento
  A voi rivolgo il piè:

ecco un altro fiorellino di quel pattume, volevo dire di quella lingua
poetica. _Volgere i passi_ dissero Dante, il Boccaccio e l'Ariosto;
anche _volgere il piede_ disse Dante, ma da man destra a sinistra.
_Volgere il piede_, senz'altro, lo fa dire il Fagiuoli in una commedia
a uno di que' suoi personaggi civili che parlano tanto male a punto
perché egli vuole che parlino bene: _Non so da questa contrada volgere
il piede_.[32] Ma _rivolgere il piede_ come l'usa il Parini per
_avviarsi_, oltre che ampolloso, è anche_sí_ improprio.--È piú nobile
di quel prosaico _avviar_--Oh nobiltà dell'imaginarsi le punte delle
scarpe del Parini sollevate e in moto verso la Brianza! E se andava,
come si può tenere per certo, in calesse o in carrozza?

Nella quinta strofe la quiete è cantata piú che sentita. E i versi

  ..........in seno
  De le vostr'ombre apprestami
  Caro albergo sereno

avran dato a qualche arcade il mal di mare con quel loro fiotteggiare
di suoni cupi, rotti, rugginosi: ma niun arcade certo avrebbe saputo
verseggiare con tanta varia gravità di accenti e di spezzature
armoniche e concettose la rimembranza oraziana degli ultimi quattro:

  E le cure e gli affanni
  Quindi lunge volar
  Scorgo, e gire i tiranni
  Superbi ad agitar.

Del resto, il tomo delle _Rime degli Arcadi_ che séguita a quello ove
fu pubblicata l'ode del Parini porta d'un altro _Decilio License_, cioè
Girolamo Pompei, traduttore di Plutarco e di Teocrito, una canzone,
anch'essa su _La vita rustica_: eccone qui una stanza e mezzo, forse il
meglio: raffronti chi vuole e come vuole.

  Con un garrir gentile
  I poggi intorno mólce
  Lo spirar de le fresche aure soavi;
  E, come è loro stile,
  Ronzan le pecchie, e il dolce
  Tolgono a i fior per arricchirne i favi.
  Dal sen de gli antri cavi
  Alterna eco gli accenti,
  E a l'usignol risponde.
  Che su romite sponde
  Tempra in musiche note i suoi lamenti
  Per dar qualche conforto
  Al grave antico torto.

  Sotto le verdi foglie
  La tortora coperta
  Geme ferita d'amoroso strale:
  La lodoletta scioglie
  Suoi trilli, e a l'aria aperta
  Tremolando si libra alto su l'ale.[33]

       *       *       *       *       *

La sesta strofe respira la più beata ingenuità arcadica, ingenuità
di gente che sapeva bene di dire cose impossibili, inverisimili e un
tantino anche, buttiamo la parola, ridicole, e pur se le spacciava come
nulla fosse. Che i re abbiano piú d'una volta ragione d'invidiare le
condizioni di tanti loro soggetti oscuri e pacifici, fu detto e ridetto
e si dice e ridice. Ma che il Parini specifichi il caso in persona
sua, che egli venga proprio a contarci che Federico II, Maria Teresa,
Caterina di Russia, Luigi XV o il sultano avevano da invidiar lui,
proprio in quella posizione nella quale si è messo da sé, questo passa
la parte.

  Qual porteranno invidia
  A me, che di fior cinto
  Tra la famiglia rustica
  A nessun giogo avvinto,
  Come solea in Anfriso
  Febo pastor, vivrò,
  E sempre con un viso
  La cetra sonerò!

_Cantabitis, Arcades, inquit, montibus haec vestris._ E non voglion
finire di ronzarmi nel pensiero due versi del Porta:

  Gh'aveven tucc on liri e on ghitarrin,
  Né se sentiva olter che frin frin.[34]

Fortuna che l'abate, mobile e impaziente come era, non durò molto a
sonar la cetra con quel viso lí, e scrisse poco di poi _La salubrità
dell'aria_.

La strofe seguente, dopo i quattro primi cosí cosí, ha quattro versi
notevoli, se non per novità d'imagini, pe 'l numero variato e sostenuto:

  E da noi lunge avvampi
  L'aspro sdegno guerrier,
  Né ci calpesti i campi
  L'inimico destrier.

Nulla, del resto, fuor dell'ordinario.

       *       *       *       *       *

Ma brutte fuor dell'ordinario sono le strofe interposte in certe
edizioni a questa parte dell'ode. Prima le portò la raccolta delle _Odi
del Parini_ data in Milano nel 1791 da Agostino Gambarelli, al quale,
già suo discepolo, il Parini _aveva accordato la facoltà di pubblicare
quelle odi, e non piú_; e le odi, avverte l'editore, _passavano da una
mano all'altra e da questa a quella città tanto infedeli e scorrette e
mutile e svisate da non potersi talvolta piú riconoscere per fattura
dello ingegno che le aveva prodotte_[35].

Per la _Vita rustica_, il Gambarelli dovè essersi abbattuto in taluna
di cosí fatte copie, o almeno conobbe soltanto la lezione corrente
prima che il poeta avesse, stralciando, ridotta l'ode a piú unità e
mandatala cosí corretta a stampare fra le _Rime degli Arcadi_. In fatti
il Reina, discepolo e radunatore della sparsa eredità del poeta, che pe
'l testo delle odi, nel volume secondo delle _Opere_ da lui pubblicate,
si valse di _un volume_ ove l'autore aveva _raccolte quelle che
disegnava egli di stampare_, il Reina, dico, sotto la _Vita rustica_
annota: «Il testo si dà quale fu pubblicato dall'autore nel volume
XIII dell'Arcadia di Roma, se tolgansi alcune correzioni che vi fece
dappoi. Le strofe che trovansi nelle posteriori edizioni [_quella del
Gambarelli, e, derivate da essa, una piacentina e una bodoniana_] erano
state da lui precedentemente rifiutate[36].» Avviso a cui volesse dare
all'edizione del Gambarelli troppa piú autorità che ella non meriti. E
troppa glie ne diede Giuseppe Giusti, quando gli fu messo in testa di
curare l'edizione del Parini per il Le Monnier: se non la dottrina e
l'ingegno di critico, l'orecchio e il gusto di poeta avrebbero dovuto
avvertirlo a non raccattare ciò che il Parini aveva buttato[37]. Come
potè il Giusti tenere non indegna del Parini una tale strofe?

  In van con cerchio orribile,
  Quasi campo di biade,
  I lor palagi attorniano
  Temute lance e spade;
  Però ch'entro al lor petto
  Penetra non di men
  Il trepido sospetto
  Armato di velen.

Non vide egli la incoerenza della comparazione e la prosaicità e la
scolasticità degli ultimi versi? In paragone de' quali paiono belli
questi nell'altra _Vita rustica_ del Pompei:

  Cosí mai sempre liete
  Ei va passando l'ore
  In mezzo a solitudini remote.
  Spegne nel rio la séte,
  E l'acqua è a lui migliore
  De le bevande a i nostri climi ignote.
  I sonni a lui non scuote
  Il timido sospetto,
  Che s'ange e s'addolora
  Di mal non giunto ancora;
  Ma sicuro è dormir sott'umil tetto
  Di povera capanna
  Fatta di felce e canna.

Quella strofe nelle edizioni del Gambarelli e del Giusti precede
l'altra, che è in tutte le stampe, dove il poeta sona la cetra sempre
con un viso. E l'avrebbe sonata male da vero, anche peggio di quello
che ci parve già, se avesse seguitato con questa strofe qui, che
séguita veramente nelle due edizioni:

  Non fila d'oro nobili
  D'illustre fabbro cura
  Io scoterò, ma semplici
  E care a la natura.
  Quelle abbia il vate esperto
  Nell'adulazïon:
  Che la virtude e il merto
  Daran legge al mio suon.

E il Giusti non si fece caso del gergaccio accademico dei primi quattro
versi? Quelle _fila d'oro_, che sono anche _nobili_; e non basta, sono
anche _cura d'illustre fabbro_ (un fabbro per le corde del chitarrino!
ma le son d'oro!); e quelle altre che sono _semplici_; e non basta,
sono anche _care a la natura_ (dove si va a cacciar la natura!); quelle
fila che il poeta scuote, non lo scossero lui? Egli raccattò la strofe;
e i due versi _Quelle abbia il vate esperto Nell'adulazïon_ con quel
tronco nasale non gli calarono come un pugno negli orecchi a fargliela
cascar di mano?

Dopo la preghiera agli dèi, anzi ai cieli, acciò l'_inimico destriero
non calpesti i campi di Brianza_, viene nelle due ricordate edizioni
questa altra strofe che il Parini aveva rigettato:

  E, perché a i numi il fulmine
  Di man piú facil cada,
  Pingerò lor la misera
  Sassonica contrada,
  Che vide arse sue spiche
  In un momento sol;
  E gir mille fatiche
  Col tetro fumo a vol.

Per due bei versi, gli ultimi (e ci sarebbe che dire su quel _mille_
determinante di _fatiche_), dover sorbirsi il _momento sol_ e portare
in pace la scioperataggine di quel _Pingerò!_ Vi _pingete_ voi, o
lettori, l'abate Parini là in Brianza che sonando la cetra, descrive,
anzi dipinge, a Domeneddio il guasto menato da Federico II in Sassonia
nell'estate del '58, e Domeneddio che sta a sentire, aspettando il
momento del _pathos_ per lasciarsi cadere il fulmine di mano? E dire
che Giuseppe Puccianti, il quale ha pur tradotto Orazio, ammette nella
sua _Antologia_ fra gli esempi della poesia italiana moderna non pur
quest'ode, ma con queste strofe! Ah caro amico, se cotesti sono fiori,
che saranno le ortiche?

       *       *       *       *       *

Torniamo alle strofe accettate e riconosciute:

  E te villan sollecito,
  Che per nov'orme il tralcio
  Saprai guidar frenandolo
  Col pieghevole salcio;
  E te che steril parte
  Del tuo terren di piú
  Render farai con arte
  Che ignota al padre fu:

  Te co' miei carmi a i posteri
  Farò passar felice:
  Di te parlar piú secoli
  S'udirà la pendice.
  Sotto le meste piante
  Vedransi a riverir
  Le quete ossa compiante
  I posteri venir.

Ecco dunque i primi segni della trasformazione nel materiale poetico
dell'idealismo arcadico. L'Androgeo del Sannazzaro, il tipo del genere
arcadico puro, non ha fatto mai nulla al suo mondo, o ha fatto solo di
quelle cose che nessuno fa, ed è morto per dare occasione al Sannazzaro
di intessere una serie di versioni o variazioni virgiliane:

  Chi vedrà mai nel mondo
  Pastor tanto giocondo,
  Che cantando fra noi sí dolci rime
  Sparga il bosco di fronde
  E di bei rami induca ombre su l'onde?...

  Dunque fresche corone
  Alla tua sacra tomba
  E vóti di bifolchi ognor vedrai,
  Tal che in ogni stagione,
  Quasi nova colomba,
  Per bocche de' pastor volando andrai:
  Né verrá tempo mai
  Che 'l tuo bel nome estingua,
  Mentre serpenti in dumi
  Saranno e pesci in fiumi:
  Né sol vivrai nella mia stanca lingua,
  Ma per pastor diversi
  In mille altre sampogne e mille versi.[38]

Cotesto ideale ozioso dell'Arcadia napolitana spagnola romana, ora,
nella Lombardia di Maria Teresa, tra le riforme e i bonificamenti, si
va anch'egli riformando e modificando: Androgeo diventa il _villan
sollecito_. Se il Gessner non avesse pubblicati i suoi _Scritti_
nel 1765, cioè sei o sette anni dopo quest'ode, si sarebbe potuto
credere a un influsso degli idilli svizzeri sul poeta de' Trasformati.
Ma il secolo oramai s'avviava per quella strada. L'Arcadia passava
al sentimentalismo progressivo e filantropico, per poi finire
romantizzando. Ricordate la piantagione dei pini in Jacopo Ortis?

 Io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno,
 quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi
 a' raggi del sole sí caro a' vecchi; salutando, mentre usciranno
 dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni ne' dí che la
 gioventú rinvigoriva le nostre membra, e compiacendomi delle frutte
 che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre
 mio. Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a' miei e
 a' tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E
 quando le ossa mia fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai
 ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar
 delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i
 quali al suono della campana de' morti pregheranno pace allo spirito
 dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E
 se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall'arsura di
 giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli, egli innalzò queste
 fresche ombre ospitali.[39]

L'Hölty (1748-1776), un de' lirici tedeschi che spiccò nel passaggio
dalla scuola del Klopstock e del Gessner alla poesia della natura,
finiva un'ode a punto su la vita campestre cosí: «Sovente (_il
cittadino in villa_) passeggia solitario, pieno di pensieri di morte,
tra le fosse del villaggio; si siede sopra una tomba e contempla la
croce con la funebre corona agitata dal vento.»[40]

Del resto, fuor della storia dell'arte, il _villan sollecito fatto
passare felice ai posteri_ non ci fa né caldo né freddo, né più né meno
dei pastorelli savi, discreti, intelligenti, di Salomone Gessner, che
giurereste pigliasser tabacco. Vien voglia di dirgli: Mascherina, ti
conosco: scuoti la cipria, tu se' Androgeo.

L'ultima strofe (_Tale a me pur concedasi_) apparisce proprio fatta per
finire; e già l'analisi fu lunga anche troppo.

       *       *       *       *       *

E ora, facciamoci a parlar chiaro; in questi ottanta o novanta versi
del Parini dov'è la freschezza e il selvatico della _Vita rustica_,
come il poeta gli volle da ultimo intitolati? dov'è il respiro largo
della _Libertà campestre_, come gli aveva intitolati da prima? Non io
li raffronterò alla meditazione alata di Lamartine:

  O vallons paternels, doux champs, humble chaumière
  Au bord penchant des bois suspendue aux coteaux,
  Dont l'humble toit, caché sous des touffes de lierre,
            Ressemble au nid sous les rameaux;

  Gazons entrecoupés de ruisseaux et d'ombrages,
  Senil antique où mon père, adoré comme un roi,
  Comptait ses gras troupeaux rentrant des pâturages,
            Ouvrez-vous, ouvrez-vous! c'est moi!.....

  Beaux lieux, recevez-moi sous vos sacrés ombrages!
  Vous qui couvrez le seuil de rameaux éplorés,
  Saules contemporains, courbez vos longs feuillages
            Sur le frère que vous pleurez.....

  Voir de vos doux vergers sur vos fronts les fruits pendre,
  Les fruits d'un chaste amour dans vos bras accourir,
  Et, sur eux appuyé, doucement redescendre:
            C'est assez pour qui doit mourir.[41]

Sarebbe un disintendere affatto la critica, e, anche piú,
un'ingiustizia. Sessantacinque anni corsero fra le due poesie; e
in quel mezzo una rivoluzione avea scosse le basi dell'ordinamento
sociale, e nelle malinconie e negli strazi delle conscienze che ne
seguirono, un nuovo modo si rivelò di sentire la natura e di pensare
la vita. E poi il Lamartine era l'unico maschio d'una famiglia di
gentiluomini campagnoli, tirato su nel ritiro, con tutte le finezze
d'un'educazione modestamente aristocratica, all'amore e alla gloria;
e il povero abatino, figliuolo d'un setaiuolo di Bosisio, faceva il
maestro per le case dei signori: tali differenze, in certe maniere di
poesia, importano molto.

       *       *       *       *       *

Né meno vorrei raffrontare le stanze del Parini alle descrizioni
campestri condotte su l'esemplare di Virgilio e d'Orazio da poeti
nostri del Cinquecento, dall'Alamanni, per esempio, e dal Tansillo. Gli
artisti di quel gran secolo rimanevano, pur imitando, originali nella
espressione; e in mezzo alle abitudini artificiose dell'imitazione si
trovavano spesso, per una felice distrazione dell'educazion loro, il
vero fra le mani, e lo rendevano con immediata purezza. Meno educati,
certo sono sempre piú schietti e piú vivi dei settecentisti: ancor
freschi della libertà, immuni dallo spagnolismo e dal gesuitismo,
scrivevano una lingua non impoverita né guasta dal decoro accademico.
Come i giocatori di pallone, per dar forte e alto, pigliavano la
rincorsa dal trappolino dell'imitazione; ma picchiavan bene.

Il Tansillo comincia dunque imitando:

  Oh troppo fortunati, se i lor beni
      Conoscesser, color che si stan fôra
      Tra colti poggi e valli e campi ameni!

  Cui dà benigna terra d'ora in ora
      Quel che altrui fa bisogno, agevolmente;
      Né suon di tromba i volti ivi scolora.

  E, se non han gl'inchini della gente,
      Né meno han chi li turba e chi gli scuote
      Dal riposo del corpo e della mente.

  Oh felice colui che intender puote
      Le cagion delle cose di natura
      Che al piú di que' che vivon sono ignote,

  E sotto il piè si mette ogni paura
      De' fati e della morte ch'è sí trista,
      Né di volgo gli cal né d'altro ha cura!

Fin qui è Virgilio reso con ariostesca scioltezza. Ma ecco l'uomo vero
del Cinquecento, con la sua coscienza d'italiano e di galantuomo:

  Ma piú felice chi, del mondo vista
      La parte sua, non vi s'appoggia sovra,
      Aitato dal saper ch'indi s'acquista,

  Ma in villa ch'è sua tutta si ricovra,
      E degli anni e dei dí c'ha speso indarno
      A sé stesso ed a Dio parte ricovra!

  Cosí potess'io tra Sebeto e Sarno
      Menare ormai la vita che m'avanza
      Con le ninfe del Tevere e dell'Arno

  Dalle quai fei sí lunga lontananza,
      E de' signor sgannato di qua giuso
      Fondar nel re del cielo ogni speranza!

Preso l'abbrivio, séguita piano e soave:

  Deh sarà mai, pria che giú cada il fuso
      Degli anni miei, che a piè d'una montagna
      Mi stia tra cólti ed arbori rinchiuso,

  E con la mia dolcissima compagna,
      Qual Adamo al buon tempo in paradiso,
      Mi goda l'umil tetto e la campagna,

  Or seco all'ombra or sovra il prato assiso,
      Or a diporto in questa e in quella parte,
      Temprando ogni mia cura col suo viso?

  E ponga in opra quel c'han posto in carte
      Cato e Virgilio e Plinio e Columella
      E gli altri che insegnâr sí nobil arte,

  E di mia mano innesti e pianti e svella
      La spessa de' rampolli inutil prole
      Che fan la madre lor venir men bella,

  E con le care figlie e, se 'l ciel vuole,
      Spero co' figli, a tavola m'assida
      La state ai luoghi freschi, il verno al sole?...

Ma, badate, non è un idillio fatto per fare: l'uomo che ha militato e
navigato sotto Carlo V, il cortigiano disilluso dei viceré spagnoli, si
risente:

  Bocche mi paion di balene e d'orche
      Le porte de' palagi e le colonne....

  I pavimenti miei sien fiori ed erbe,
      Rami i tetti, e negre elci i marmi bianchi,
      E bótti l'arche ove il tesoro io serbe:

  Né curi ire a palazzo o stare a' banchi
      E domandar che faccian Turchi o Galli,
      S'arman di nuovo o se ambiduo son stanchi.

  Non sia obbligato a suono di metalli
      Giorno e notte seguir piccol zendado,
      Forbir arme e nutrir servi e cavalli.

  E, qual si sia, contento del mio grado,
      Non cerchi di chi scende o di chi poggia,
      O che altri m'abbia in odio o gli sia a grado.

  E quando i dí son freddi o versan pioggia,
      Con la penna io, le femmine con l'ago,
      Passiam quelle ore in cameretta o in loggia.[42]

Tali cose i settecentisti, con quella loro viterella e con quella
linguetta, non potevano scriverle.

       *       *       *       *       *

Ma sarà permesso raffrontare l'ode italiana del Settecento alle stanze
d'un poeta francese del secolo innanzi, d'un poeta della scuola di
Malherbe: siamo in famiglia, siamo alla lirica classica che ha la
religione di Orazio.

Racan (1589-1670) di latino veramente non sapeva né men quello del
_credo_, ma fu un valoroso luogotenente nella campagna dei gerundivi
e dei particípi sotto il comando generale di Malherbe. Lafontaine
lo salutava emulo d'Orazio ed erede della sua lira. Orazio il
Racan lo leggeva e imitava tradotto, e per ciò forse rimaneva
originale e francese. Felice--poetava--chi rinunziando alle lusinghe
dell'ambizione, se ne vive su 'l suo, misurando i desidéri alle forze.

  Il laboure le champ que labourait son père,
  Il ne s'informe pas de ce qu'on délibère
  Dans ces graves conseils d'affaires accablés:
  Il voit sans intérêt la mer grosse d'orages,
  Et n'observe des vents les sinistres présages
  Que pour le soin qu'il a du salut de ses blés.

  Roi de ses passions, il a ce qu'il désire.
  Son fertile domaine est son petit empire,
  Sa cabane est son Louvre et son Fontainebleau;
  Ses champs et ses jardins sont autant de provinces;
  Et sans porter envie à la pompe des princes
  Se contente chez lui de les voir en tableau,

  Il voit de toutes partes combler d'heur sa famille.
  La javelle à plein poing tomber sous la faucille,
  Le vendangeur ployer sous le faix des paniers;
  Et semble qu'à l'envi les fertiles montagnes,
  Les humides vallons et les grasses campagnes
  S'efforcent à remplir sa cuve et ses greniers.

  Il suit, aucune fois, le cerf par les foulées,
  Dans ces vieilles forêts du peuple reculées,
  Et qui même du jour ignorent le flambeau:
  Aucune fois des chiens il suit les voix confuses,
  Et voit enfin le lièvre, après toutes ses ruses,
  Du lieu de sa naissance en faire le tombeau....

  Il soupire en repos l'ennui de sa vieillesse
  Dans ce même foyer où sa tendre jeunesse
  A vu dans le berceau ses bras emmaillottés;
  Il tient par les moissons registre des années,
  Et voit de temps en temps leurs courses enchaînées
  Vieillir avecque lui les bois qu'il a plantés[43].

In queste stanze--osserva il Sainte-Beuve--dispiegantisi con tanta
ampiezza e mollezza d'abbandono in uno stile un po' invecchiato, e che
perciò tanto meglio rassomiglia ai grandi boschi paterni e alle alte
selve presso il maniero, regna e respira la pace dei campi, la distesa,
il silenzio. Io ne paragonerei l'effetto a quello che producono, piú
che l'ode d'Orazio, certe elegie rurali di Tibullo. Ci si sente un
riposato amore dei campi, non tanto per il piacere di cantarli quanto
per la dolcezza e la consuetudine di viverci ... Siamo veramente nella
Touraine, in buono e dolce paese, dove non tutto risplende, dove non
ogni collina ha i suoi marmi scintillanti e il suo bosco sacro. Non
cerchiamo altro che il sentimento sincero e pieno, la calma, la stabile
tranquillità d'una vita felice, l'ideale d'una mediocrità domestica
frugale e abbondante: tutto ciò esala da questi versi[44].

       *       *       *       *       *

E tutto ciò manca nell'ode del Parini; e con ciò le manca la vita e il
colorito; e per ciò ella è inferiore anche a una prosa mezzana dove ci
sia almeno un po' di verità; a questo pezzo di lettera, per esempio, di
Giuseppe Baretti.

 Lasciando Asti al sorgere del sole, non ebbi fatte due miglia che la
 freschezza dell'atmosfera mi fece scendere dal calesse, invitandomi
 a camminare un poco a piede. Non si può dire il gusto che avevo,
 andando cosí passo passo lungo un sentiero che fiancheggia la strada
 maestra. Queste basse collinette dell'Astigiana non la cedono
 in bellezza alle piú belle che mai poeti e romanzieri s'abbiano
 sognato. Alberi fronzutissimi d'ogni banda, cespugli d'avellane,
 siepi di rose silvestri, macchie di fragranti fiordispini, e
 praticelli e poggetti coperti d'erbe e di fiorellini d'ogni fatta,
 e campi ondeggianti di verdi spiche, e vigneti e boscaglie e siepi
 di mortelle frequentate da infiniti uccelletti che gorgheggiano e
 cinguettano i loro innocenti amori in mille maniere di musica, fanno,
 lungo quella via che ho trascorsa pur ora, un molto soave incanto ai
 sensi d'un viaggiatore. E non voglio lasciare nella penna certi visi
 semplicemente giocondi e sorridenti di certe villanelle tarchiatotte,
 che, con canestri al braccio o in capo, se ne venivano verso questo
 Moncalvo al mercato, e che, a misura che andavo incontrandole,
 piegavano gentilmente le ginocchia a quel po' di gallone che ho
 sull'abito. Il vetturino, rallegrato anch'esso dalla dolcezza
 mattutina che l'intorniava, se ne veniva oltre pian piano cantando,
 sto per dire come un cucco rauco, certi suoi strambotti in lingua
 monferrina.[45]

Vien voglia di dare una stretta di mano a questo bravo vetturino, che
ci ha liberati alla fine dall'ombra uggiosa di quel _villan sollecito_.
Come quel paesaggio astigiano è dipinto netto ed allegro! come è
veramente popolato di gente che si muove e non di marionette! quelle
villanelle che accennano l'inchino del ginocchio sono proprio del
Settecento e piemontesi: non c'è da sbagliare.

Il Baretti mi riporta a Gaspare Gozzi, che nel 1741, poco dopo o
poco prima di quella lettera, lo descriveva così: «quel giovane di
Torino, che aveva quel viso di pedale e veniva a visitarci, e cantò
una sera all'improvviso con voce infernale...[46]» Il Gozzi ha pur
egli una gemma di lettera, salvo alcune affettazioncelle toscanamente
accademiche e alcune morbidezze venezievoli. Era a Vicinale nel Friuli,
ancor giovine, ancora innamorato della moglie, padre novello, non
frusto dal lavoro per la miseria di tutti i giorni, traduceva Plauto e
Molière, e scriveva al compare Seghezzi, bembeggiante per le callette
di Venezia:

 Questa villetta si terrebbe da qualche cosa se un dí la voleste
 onorare con la presenza vostra; e se il mio piccioletto ospizio vi
 potesse raccogliere, che allegrezza sarebbe la mia! Oh che canzonette
 profumate vorrei che noi andassimo alternativamente recitando a
 mezza voce sulla riva di questa Metuna! Sappiate che per li poeti
 queste sono arie benedette, e che un miglio lontano da casa mia v'è
 quel Noncello, sulle rive del quale camminò un tempo il Navagero.
 Non v'accerto che vi sieno piú dentro le ninfe, come a quei dí;
 ma vi sono però trote e temoli che vagliono una ninfa l'uno. Orsú
 via, una barchetta fino alla Fossetta; e poi mettetevi, al nome del
 Signore, nelle mani d'un vetturale, il quale, quando sarete giunti
 alla Motta, vi consegnerá a un altro suo collega; e di là a due ore
 poco piú ritroverete questa villetta di ch'io vi parlo. È vero che la
 strada è alquanto fastidiosa, perché a voi che siete accostumato alla
 gloriosa e magnifica Brenta, dove a ogni passo vedete un palagio,
 parrá facilmente strano il vedere ora casacce diroccate, ora una
 fila d'alberi lunga lunga, e terra e terra senza un cristiano; ma
 fra il dormire un pochetto, la scuriada e forse i campanelli al
 collo de'cavalli potete passare il tempo. Quando poi sarete giunto
 qui, dieci o dodici rossignuoli nascosti in una siepe vi faranno
 la prima accoglienza, che mai non avrete udite gole piú soavi. Io
 sarò all'uscio, e vi correrò incontro a braccia aperte cantando
 un alleluia. Sarete subito corteggiato da capponi, da anitre, da
 pollastri e da polli d'India, che vi faranno la ruota intorno come i
 pavoni. Forse questo vi darà noia, ma bisognerà aver pazienza, perché
 sarebbe impossibile che queste bestie non volessero venire a dirvi
 che vi saranno ubbidienti e fedeli, e che hanno voglia di dar la vita
 per voi, che si lasceranno bollire, infilzare e tagliare a quarti e a
 squarci. Condottiera di questo esercito è una zoppettina villanella,
 che mai non vedeste la miglior pasta, perch'ella ama cosí di cuore
 questi suoi allievi, che ad ogni tirar di collo s'intenerisce,
 e accompagna la morte de' suoi pollastri figliuoli con qualche
 lagrimetta. Il bere sarà d'un vino colorito come i rubini, che va
 in un momento.... Pane abbiamo bianchissimo come neve che fiocchi
 allora; ma sopra tutto un'allegrezza di cuore, che non si canta
 sempre, perché la voce manca piú presto della contentezza.[47]

       *       *       *       *       *

Ha ragione il Gozzi: certe cose non si cantano; e la falsità della
poesia italiana degli ultimi secoli ogni qualvolta s'impicciasse della
_natura_, come, imitando i Francesi, cominciavano a dire anche gli
arcadi, tanto piú si sente disgustosa e sciapita quando la si paragoni
a una prosa, ripeto, anche mezzana. Volete, nel caso stesso della
ode pariniana, un paesaggio nell'aerosa larghezza chiaro determinato
vivente, un paesaggio visto respirato goduto da un uomo sincero?
Coraggio: risaliamo ancora al Cinquecento.

Giorgio Gradenigo, patrizio veneziano (1522-1600), non era già un
letterato: fu podestà piú anni in Cividal del Friuli, dove avea poderi;
e ci tornava volentieri, e di là scriveva agli amici. Non ha sempre
pura la lingua, né sempre elegante la dicitura, e resta qualche volta
impacciato dalle consuetudini scolastiche; ma il sentimento e la
percezione del vero presto vince la maniera e rompe il ghiaccio e si fa
largo fra gli impedimenti del fraseggiare, e trionfa.

 .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
 Ieri giunsi a Cividale: voglio dir nel contorno, nell'eterna primavera
 di Cividale. Vengono a me i pastori e i lenti bifolci dei miei poderi;
 qual col viso ampio e vermiglio, credo in virtú di uva e di mosto;
 qual tutto gravido e pieno di cacio e di latte. Quegli con pastoral
 riverenza s'allegra meco del mio ritorno, e in segno di ciò mi porge
 un capretto: questi con allegra e compagnevole fronte mi mette innanzi
 un catino di fresco latte: l'uno m'ingombra le mani pur di cacio,
 l'altro di funghi. Colui mi dice in sua lingua, e con un moto di corpo
 esultante ed allegro in suo decoro--Signor, voglio che prendiamo de'
 tordi e gli godiamo insieme--: quell'altro mi dice voler ch'io vada
 con lui alla caccia, e potermi dare allora un lepre a cavalieri. Se
 ne vengono poi le pastorelle: una delle quali è bella qual altra
 mi ricorda aver veduta giammai: vince di bianchezza il latte; e il
 vermiglio che le sparge le guance sembra le rose e l'uva matura. Queste
 portano a me il grembo e le mani piene d'uva; e donandomi diverse
 maniere di frutta, mi salutano, s'allegrano e mi ricevono con una
 rozzezza pastorale amabile e cara oltre ad ogni altra. M'hanno detto
 tutte, con istudio d'esser ciascuna di loro la prima a portarmi questa
 buona nuova, che giovedí vegnente e domenica seguente si fanno due
 belle feste vicino di qui a due miglia e che esse ancora vi vogliono
 essere.

 .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
 Iersera giunsi di Cividale con l'animo fatto sereno e col corpo
 ridotto a migliore stato che prima. Per certo, bel sito di città, bei
 colli, bel paese: non si può desiderar meglio! Non potreste credere
 quanti spirti vitali mi sieno passati al cuore, quanta malinconia mi
 sia uscita del petto nel mandar la vista per quei prati, per quei
 colli, per quelle rive. Non è poggio nel contorno di Cividale ch'io
 non l'abbia voluto ascendere, e ch'io non v'abbia dimorato le ore per
 pascere la vista di quell'amabile e grazioso aspetto che porta seco
 il nascer dell'aurora e del sole in quel paese. Avreste veduto prima
 le sommità dei monti piú alti tingersi a poco a poco di giallo, e
 poco appresso, ferite dal sole nascente, diventare di color d'oro,
 ed in ispazio d'altrettanto i colli poco rilevati dal piano esser
 ancora essi indorati dal sole con maravigliosa vaghezza. La quale si
 fa maggiore doppiamente di quella dell'Alpi, per esser i colli pieni
 di vigne e d'arbuscelli fruttiferi posti a lungo sopra gradi incavati
 nel terreno in guisa di teatro, successivamente l'un sopra l'altro: le
 quali vigne e arbuscelli par che con le loro ombre facciano contrasto
 al sole che non allumi il terreno; e ciò facendo, avviene cosa mirabile
 da vedere, che egli illustra la parte superiore sí che par tutta d'oro,
 e, penetrando per le foglie tinte di rugiada e mosse leggermente da
 un poco di soave aura tra le ombre di tutto l'arbore, rappresenta
 nel terreno alcuni splendori tremolanti e certi lumi in forma lunga,
 che paiono vene e verghe d'oro purissimo. Né minor vaghezza porta
 seco poi il percuotere che fa il sole nelle ghiare de' torrenti che
 discendono da' monti il verno piovoso, perché, illustrate da nuovo
 e chiaro splendore, le pietre maggiori sembrano rubini orientali, e
 l'arena, quella di Tago e di Pattòlo. Quanto respiramento credete che
 apporti poi all'animo il volger la vista d'intorno e vedersi vicino
 agli occhi per ispazio d'un mezzo miglio la città di Cividale!...
 Veder poi il Natisone, che le passa per mezzo, discender con acque
 purissime e limpidissime, e aversi fatto un letto fra monti e dirupi
 largo e profondo. Se voi vedeste le caverne e gli antri che la natura
 o il fiume ha fatto in quei sassi, la grandezza de gli scogli che
 sono nel mezzo, la profondità delle sponde all'acqua, gli edifizi che
 posti all'estremità delle rive pendono sopra il fiume, la bellezza
 d'un ponte di pietra che con due archi appoggiati ad uno scoglio, che
 è nel mezzo del fiume, con ampia altezza e larghezza dà passaggio
 comodo a' viandanti e abitatori della città, direste tutto sospeso e
 sopra di voi: Questa è cosa notabile e meravigliosa. Stendendo poi la
 vista piú oltre sopra lo spazio di una pianura d'intorno otto miglia,
 si vede la città di Udine: il cui castello posto sopra un monte di
 mediocre altezza e nell'ombilico della Patria rappresenta un aspetto
 piacevolo e novo. Volgete poi gli occhi alla parte di mezzogiorno,
 cioè verso il mare: voi vi godete la vista infinita e il piacere che
 porta seco la cultura de' campi, lo stendersi de' piani e il pascere
 degli armenti: godete d'appresso Rosazzo, abbazia coronata di colli
 bellissimi ed amenissimi: un poco di lontano il sito di Aquileia, quel
 di Monfalcone, ed altri che il narrarli saría cosa lunga e soverchia.
 Se piegate il volto poi un poco verso oriente, vi si fa innanzi il
 paese che si chiama Colli; cioè un numero infinito di monticelli cólti,
 che posti l'un dietro l'altro nelle lor cime paiono onde di mare che
 si movano piacevolmente. Quindi girando gli occhi verso tramontana,
 ove la vista è terminata dall'Alpi vicine, scoprite valli, selve,
 dirupi, aperture di monti; ed abbassando gli occhi alle radici loro,
 ecco poggi piacevoli da salire, pieni di vigne e di varie maniere di
 frutti. È cosa incredibile il desiderio che mettono quei bei prati di
 camminarvi e sedervi sopra, posti in riva e sotto quei monticelli,
 partiti da quei cespugli, col loro piano pieno di fiori di mille
 colori, simili a tappeti finissimi che vengono di Levante. A queste
 cose s'aggiunge l'udir eco rispondere da molte parti a un confuso suon
 di campane, a varie e diverse voci di animali, al cantar di pastorelle
 e pastori; l'udir similmente il canto di mille vari uccelli, sentir
 gli uccellatori, qual con foglia, qual con fischio, rappresentar le
 loro voci sí gentilmente, che di lor ne fanno abondanti e sollazzevoli
 prede. Ma che dirò io del respiramento che viene al core dalla bontà
 e purità di quest'aere?... Oh come interamente ho goduto la parte
 mia! oh come gustevolmente la sera fin alle due ore passava tempo in
 diportarmi per prati e pianure vicino al mio albergo! e nel respirare
 e prender fiato sentiva soavemente entrarmi un non so che di odorifero
 e spiritale nel petto. La mattina poi l'aurora non mi coglieva in
 letto giammai. Riducendo le molte parole in una, a Cividale il sole
 mi è paruto piú splendente che in altro luogo, il cielo piú azzurro,
 le stelle piú luminose. Gli uomini, domandati del male dello stomaco,
 dicono che non lo conobbero mai, e si sputa di rado, se non quando si
 vuole assaggiare qualche buon vino. E vanne via, maninconia.[48]

       *       *       *       *       *

Conchiudendo: che rimane dell'ode del Parini dinanzi a questa prosa?
Nulla, e peggio che nulla. Vorremo dire però che l'abate brianzolo non
avesse il sentimento della natura? No, perché certi tócchi di altre
odi e certi paesaggi, almeno un paesaggio, del _Giorno_, provano il
contrario. Vorremo dire che G. G. Rousseau non aveva ancora spalancata
la finestra per far respirare una boccata d'aria fresca alla gente
del Settecento tappata nei salotti, e che il sentimento della natura
mancava in generale agli scrittori di quella età? No, perché il Baretti
e il Gozzi, mi pare, descrivevano alla brava e con un vigore di verità
ignoto ai sentimentalisti della scuola del Rousseau che abbondarono
poi anche in Italia. Diciamo piú tosto che la forma lirica accolta dal
Parini non si prestava all'uopo, che egli stesso non era anche uscito
fuori del tutto dalle consuetudini delle accademiche lucidazioni,
e, piú d'altro, ch'egli non era il poeta da compiacersi e trovarsi
bene della _vita rustica_ o della _libertà campestre_; che la natura
l'educazione i casi il contorno lo avevano fatto poeta di città e di
società, poeta dei contrasti e delle antitesi civili e sociali. Per
ciò l'ode, con la quale parrà troppa la nostra severità, letta in casa
Imbonati, a un pranzo o ad una cena di Trasformati, fra i sorbetti, fu
bella; oggi non ne riman viva che una strofe: tutta intera non è il
manifesto della lirica pariniana, né può figurare tra i migliori esempi
della poesia italiana moderna.


III.

_IL BRINDISI._

Fu composto, secondo rilevò dai manoscritti il Salveraglio, nel
1778[49], che il poeta aveva quarantanove anni.

È l'addio alla gioventú e all'amore: ha solo qualche somiglianza
di occasione e di circostanze con qualche scolio anacreontico, ma
l'intonazione è oraziana,

  Eheu fugaces, Postume, Postume,
  Labuntur anni...

oraziano il motivo

  Intermissa, Venus, diu
  Rursus bella moves? Parce, precor, precor.
  Non sum qualis eram bonae
  Sub regno Cinarae. Desine, dulcium

  Mater saeva Cupidinum,
  Circa lustra decem flectere mollibus
  Jam durum imperiis: abi
  Quo blandae invenum te revocant preces[50].

 (Venere, tu ripigli dunque le guerre giá da tempo dismesse?
 Risparmiami, prego, risparmiami. Non sono quale io era sotto il regno
 di Cinara bella. Lascia, o fiera madre de' soavi amori, di volermi,
 già indurito dal decimo lustro, piegare ai morbidi imperii: va dove
 carezzevoli t'invocano le preghiere de' giovini).

       *       *       *       *       *

Le strofe del _Brindisi_--doppie, cioè a due periodi, ciascuno di
quattro settenari--sono dello stesso metro già aggraziato per la musica
dal Rolli e trattato insuperabilmente dal Metastasio nella canzonetta
_Grazie agl'inganni tuoi_. Sono dello stesso metro, se non in quanto
il Frugoni, materialissimo ma pur tecnico rinnovatore di colori e
di suoni, lo modificò rendendo sdrucciolo il primo verso d'ogni
periodo tetrastico e aggiungendogli cosí pe 'l concitamento dell'ode
quell'agilità e sveltezza di mosse che nell'ondeggiamento melodico
della canzonetta non potea avere. Il Frugoni, rinnovatolo in questa
guisa, ne abusò per tutti gli argomenti, di nozze, di monacazioni e
di lauree; un po' meglio lo usò nella ninna nanna alla culla del real
principe di Parma don Ferdinando.

  Venite, o sonni placidi,
  Venite al canto mio;
  Addormentar vogl'io
  Il pargoletto amor.

  È desso a quelle rosee
  Labbra, a quel vago riso,
  Al leggiadretto viso,
  Al guardo feritor.

Di questa sorta di dolcezze e di vezzi si usava allora co' principini.
Chi avesse detto al Frugoni che quel bamberottolo cosí carino sarebbe
cresciuto uomo molto gaglioffo, per quanto bonaccione! Per il poeta
sarebbe stato lo stesso: a ogni modo dovea fare la canzonetta. E
séguita verseggiando alle _care pupille_:

  Adesso deh chiudetevi
  In placido riposo:
  In voi bello e vezzoso
  Il sonno ancor sarà.

  Sparso di fresca ambrosia
  All'aurea culla intorno
  Vago sonnino adorno
  L'ali scotendo va.

  Cento sognetti il seguono
  Figli dell'alma Aurora,
  A cui le penne indora
  A pena nato il dí.

  Ciascun di lieto augurio
  Fedele apportatore
  Vorrebbe dirgli al core:
  Le cose andran cosí.

  Chi regni e chi vittorie,
  L'un pace e l'altro guerra.
  Or questa or quella terra
  Sembrano disegnar.

Sí proprio: tutta la faccenda di quel povero Borboncello fu di essere
ballottato da prima fra la moglie Maria Amalia, e il Du Tillot nella
lotta co' preti ch'egli non voleva fare, ballottato in fine tra la
Spagna e la Francia repubblicana per un mutamento e allargamento di
dominio che egli non volea avere, preferendo a tutto lo starsene in
Colorno a cantare in coro co' frati.

  Ma cedon tutti e sgombrano
  A un gentil sogno vago,
  Che la materna immago
  Studiato ha di formar.

  Questo piú dolce rendere
  Sa al pargoletto il sonno:
  Gli altri turbar lo ponno,
  Questo il piú accorto fu.

  Tacete, o versi garruli,
  Ché delle amate forme
  Sogna il fanciullo e dorme:
  Voi non cantate piú.[51]

Cotesto metro il Parini elesse con ottimo accorgimento a rappresentare
il moto rapido d'un sentimento improvviso e la concitazione bacchica;
nessuno prima di lui lo aveva trattato sí bene, nessuno dopo lo
maneggiò meglio. Il povero Leopardi, forse per mostrare al volgo de'
leggiucchiatori, che si dichiarava annoiato delle sue lungaggini, come
sapesse al caso fare anche strofette, verseggiò cosí il _Risorgimento_;
ma ahi, in quei versi né l'anima ferita del Leopardi né l'allegro metro
del secolo decimottavo risorsero.

       *       *       *       *       *

Del _Brindisi_ i due momenti propriamente lirici sono la protasi o
proposta (1-16) e l'apodosi o conchiusione (41-56), fra i quali è un
intermezzo (16-40) un po' discorsivo.

Conciso, animato, rapido il primo momento:

          Volano i giorni rapidi
          Del caro viver mio,
          E giunta in sul pendío
   4      Precipita l'etá.

          Le belle oimé che al fingere
          Han lingua cosí presta
          Sol mi ripeton questa
   8      Ingrata verità.

          Con quelle occhiate mutole,
          Con quel contegno avaro
          Mi dicono assai chiaro:
  12      Noi non siam piú per te.

          E fuggono e folleggiano
          Tra gioventú vivace,
          E rendonvi loquace
  16      L'occhio, la mano e il piè.

Versi di squisita fattura, eccetto forse il quindicesimo, ove il
_rendonvi_ è per lo meno inelegante nel senso di _fanno_ e la
particella _vi_ apposta non parrebbe usata rettamente e correttamente a
determinare una specie di stato in luogo di _gioventù vivace_: tant'è
vero che il poeta da prima aveva scritto _E rendono loquace_, ma è
anche vero che quel _rendono_ cosí solo sembrava sospeso in aria o
smarrito. Le varianti, del resto, e le prime lezioni in questi versi
sono poche o di poco momento: segno che vennero di gétto.

Eccoci all'intermezzo.

          Che far? degg'io di lacrime
          Bagnar per questo il ciglio?
          Ah, no; miglior consiglio
  20      È di godere ancor.

E il consiglio di Anacreonte: «Mi dicono le femmine--Anacreonte,
se'vecchio: prendi lo specchio, mira, non ci son piú capelli, la fronte
è pelata.--Per i capelli, se ci sono o se ne andarono, io non lo so:
questo ben so, che a un vecchio tanto piú sta bene lo scherzar co'
piaceri quanto piú gli è presso la Parca».[52]

          Se giá di mirti teneri
          Colsi mia parte in Gnido,
          Lasciamo che a quel lido
  24      Vada con altri Amor.

È delle solite allegorie del vecchio fondo dei poemi d'amore del secolo
XIV e dei romanzi della Scudèry del XVII passate nel linguaggio poetico
dell'Arcadia.

  Dove il mar bagna e circonda
  Cipro cara a Citerea,
  Lungo il margin della sponda
  Bella nave io star vedea.

Cosí il Frugoni, e altrove ripigliava invitando:

  La bella nave é pronta;
  Ecco le sponde e il lido
  Dove nocchier Cupido,
  Belle v'invita al mar...

  Al mare, ei grida, al mare,
  Belle che mi seguite:
  Meco a imparar venite
  L'arte che detta Amor.[53]

Nei versi del Parini stan male quei _mirti teneri_, per un difetto
anche piú grave di quello che tutti sentiranno nella ripetizione del
suono dentale: ed è, che l'aggiunta di _teneri_, conveniente al termine
reale morale (amore) dell'allegoria, non si affà, anzi ripugna, al
termine figurato sensibile (_mirti_). E un cotal poco strascicate nel
manierismo anacreontico appaiono anche le strofe seguenti, ove _con
elle_ è una peregrinità pesante, ed è lungo _Or di cantar dilettami
Tra' miei giocondi amici_; ma non mancano i versi belli, che lascerò
ammirare ai lettori, contentandomi io a fare la parte dell'avvocato del
diavolo.

          Volgan le spalle candide
          Volgano a me le belle:
          Ogni piacer con elle
  28      Non se ne parte al fin.

          A Bacco, all'Amicizia
          Sacro i venturi giorni.
          Cadano i mirti, e s'orni
  32      D'ellera il misto crin.

          Che fai su questa cetera,
          Corda che amor sonasti?
          Male al tenor contrasti
  36      Del novo mio piacer.

          Or di cantar dilettami
          Tra' miei giocondi amici,
          Augúri a lor felici
          Versando dal bicchier

Tutto lirico e veramente di getto il momento ultimo.

          Fugge la instabil Venere
          Con la stagion de' fiori:
          Ma tu Lieo ristori
  44      Quando il dicembre uscì.

          Amor con l'età fervida
          Convien che si dilegue;
          Ma l'amistà ne segue
  48      Fino a l'estremo dí.

Il poeta aveva da principio scritto, _Ma tu Lieo dimori Quando il
dicembre uscí_; e il _dimorar_ di Lieo rispondeva meglio, a dir vero,
al _fuggire_ di Venere, ma troppo era freddo; anzi, col _quando_ e il
_dicembre_ parevan tutt'insieme battere i denti.

          Le belle, ch'or s'involano
          Schife da noi lontano,
          Verranci allor pian piano
  52      Lor brindisi ad offrir.

          E noi, compagni amabili,
          Che far con esse allora?
          Seco un bicchiere ancora
  56      Bevere, e poi morir.

       *       *       *       *       *

_Bevere e poi morir!_

E dire che il pensiero della morte, assiduo o imminente ospite tra i
diletti che infioran la vita, e il pensiero del distacco inevitabile
imperioso repente dalle piacevoli contingenze del mondo, ha un contorno
piú vivo, un'espressione piú mesta, un compianto dalle profondità del
senso umano piú vero, nella poesia d'Orazio, che non in questa di
questo prete cristiano e poeta civile! «Qui dove il pino dalla larga
chioma e il bianco pioppo maritano con gli associati rami l'ombra
ospitale, e l'acqua del rivo affrettasi in fuga pe'l sinuoso letto
mormomorando; qui fa recare vini e profumi e i fiori ahi troppo brevi
dell'amena rosa, mentre la fortuna e l'età e gli stami delle fatali
sorelle il concedono. Ti bisognerà lasciare i grandi parchi e la
casa e la villa bagnata dalla bionda corrente del Tevere; e un erede
s'impadronirà delle ammontate dovizie» ....«Addio terreni e casa, addio
moglie piacente! Di questi alberi che tu coltivi, soli gli odiosi
cipressi seguiranno il lor signore d'un giorno»[54]. E che versi quelli
di Orazio!

  Quo pinus ingens albaque populus
  Umbram hospitalem consociare amant
  Ramis, quo et obliquo laborat
  Lympha fugax trepidare rivo,

  Huc vina et unguenta et nimium breves
  Flores amoenae ferre iube rosae...

E come al confronto il classicismo del secolo passato è liso e frusto,
o, meglio casca a pezzi fracidi quasi carta a fiorami muffita per umido!

_Bevere e poi morir!_

L'abbiamo dunque còlto l'abate Parini nel momento di fare o dire,
senza di certo accorgersene, senza rendersene conto, egli, l'autore
del _Giorno_ e delle _Odi_ civili, il _credo_, l'atto di fede, il
testamento di quella società leggera, frivola, egoista, corrotta, della
quale egli si vantò e fu vantato il piú nobile inimico, e fu certo de'
piú operosi guastatori. Il prete ambrosiano, quegli che nel capitolo
al canonico Agudio, troppo ammirato come documento di povertà degna,
confessava, _Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò_, trovò dunque
pe' contemporanei e lasciò ai posteri nel _Brindisi_ la vera e genuina
espressione dell'epicureismo galante di quella società che ebbe per
legittimo re Luigi XV e per vangelo il suo _Après moi le deluge_, di
quella generazione cui le ruine della Rivoluzione ferirono impavida,
minuettante e versante champagne alle impudiche sue donne. Pochi mesi
dopo scritta quest'ode, l'anno 1779, Giuseppe II, occupando la Boemia
e pigliando guerra col vecchio Federico, e non piú celando gli intenti
di arrotondare i dominii italiani a spese de' vicini, anche del papa,
e di riformare a dispotica unità gli stati di oltr'alpe, mandava i
primi lampi dell'irrequieto ingegno, che fiutó, quasi volendo farla
cesarea, la rivoluzione; Luigi XVI sottoscriveva il trattato d'alleanza
offensiva e difensiva coi cittadini degli Stati Uniti d'America, e
pochi mesi prima il marchese di La Fayette era passato al soccorso di
quei repubblicani non senza fornimenti d'armi e d'artiglierie dal re di
Francia.

_Morire._ Di certo fra tredici anni, sotto la scure umanamente
riformata dal dottor Guillotin filantropo, dame, cavalieri, filosofi,
poeti, tutto ciò che adesso brilla e balla e beve e canta ed ama. E
per ciò, in capo a trent'anni da cotesta ode, l'addio alla gioventú e
all'amore prenderà ben altre intonazioni nel romanticismo conseguente
agli strazi della Rivoluzione e alle disillusioni della Ristorazione.
Fino Vincenzo Monti apre il secolo decimonono con un presentimento
della crescente tristezza:

  Fior di mia gioventute,
  Tu se' morto, né magico
  Carme, ahi, piú ti ravviva, o fior gentile[55].

E la intensità della tristezza ingrandiva piú sempre fino
all'irrigidimento della disperazione nella poesia leopardiana del male
e del dolore.

Dal _Brindisi_ al _Tramonto della luna_, qual passo! Si sente bene
che in questo mezzo tutta insieme una società è crollata. Non però
che la nuova generazione romantica e leopardiana sia piú nel vero
moralmente che i vecchi epicurei del secolo passato. Non è mica una
gran trovata che la fine alle altre età della vita è la sepoltura.
Sta a vedere se, passata la gioventú, non sia piú virile e piú umano
affrontare le dure pugne del reale per l'ideale, anzi che passarsela
a frignare sulla caduta del fior degli anni e degli ameni inganni,
quasi che l'anima umana sia uno stupido uccello che per cantare abbia
bisogno d'inghebbiar nebbia e libar, come dicono, la rugiada dai
fiori. Questo non per il Leopardi--intendon bene i discreti--il quale
fu un gran poeta grandemente infermo; ma per i leopardiani. Che se ve
ne sono ancora degli intignati che si ritingano nei colori di moda,
bisognerebbe rincorrerli a scapaccioni fino alla porta d'una pia casa
di lavoro.

       *       *       *       *       *

Ma torniamo al secolo decimottavo, fuori per altro d'Italia.

Il Voltaire, a quarantasette anni, nelle stesse condizioni d'animo e
di pensiero che il Parini, scrisse le stanze alla signora Du Châtelet,
delle piú ammirabili fra le mirabili _pièces fugitives_ di quel
vivissimo ingegno a cui la Musa negando l'_os magna sonaturum_ concesse
il _tenuem spiritum_ come a pochissimi de' suoi piú favoriti. Quelle
stanze, nella prima parte, se non fosse certa pesantezza qua e là di
forme stilistiche proprie del secolo e anche certa prosaicità della
lingua francese, sarebbero del piú puro Orazio: nella seconda parte
son tutte francesi, cioè hanno una cotal punta di quella maniera che
non manca quasi mai alla poesia ed anche alla prosa francese, ma è una
maniera cosí graziosa, e la graziosità è cosí tenera e delicata, che,
senza piú, incanta, pure sforzando a sospirare.

  Si vous voulez que j'aime encore,
  Rendez-moi l'âge des amours;
  Au crépuscule de mes jours
  Rejoignez, s'il se peut, l'aurore.

La mossa è anche qui oraziana,

  Quod si me noles usquam discedere, reddes
  Forte latus, nigros angusta fronte capillos,
  Reddes dulce loqui, reddes ridere decorum et
  Inter vina fugam Cinarae moerere protervae.[56]

(Che se non vuoi che io mi stacchi mai da te, rendimi il fianco
gagliardo, i capelli che ombreggino neri la fronte, rendimi il dolce
favellare e il rider grazioso e il sapermi lamentar tra i bicchieri
della fuga di Cinara capricciosa).

Ma la plasticità romana di Orazio è, e doveva essere, smorzata e
smussata nella _causerie_ dello spirito francese.

  Des beaux lieux où le dieu du vin
  Avec l'Amour tient son empire,
  Le Temps, qui me prend par la main,
  M'avertit que je me retire.

  De son inflexible rigueur
  Tirons au moins quelque avantage:
  Qui n'a pas l'esprit de son âge,
  De son âge a tout le malheur.

  Laissons à la belle jeunesse
  Ses folâtres emportemens.
  Nous ne vivons que deux moments:
  Qu'il en soit un pour la sagesse.

  Quoi! pour toujours vous me fuyez.
  Tendresse, illusion, folie,
  Dons du ciel qui me consoliez
  Des amertumes de la vie!

  On meurt deux fois, je le vois bien:
  Cesser d'aimer et d'être aimable,
  C'est une mort insupportable;
  Cesser de vivre, ce n'est rien.

Certi pesanti illustratori delle _poesie leggiere_ di Voltaire, il
Rivarol li paragonava ai commessi di dogana che marchiano co' loro
piombi i veli d'Italia: sarà dunque meglio passare senza commenti alla
seconda parte, che è anche piú bella, a parer mio, della prima.

  Ainsi je déplorais la perte
  Des erreurs de mes premiers ans;
  Et mon âme, aux désirs ouverte,
  Regrettait ses égarements.

  Du ciel alors daignant descendre,
  L'Amitié vint à mon secours:
  Elle était peut-être aussi tendre,
  Mais moins vive que les Amours.

  Touché de sa beauté nouvelle,
  Et de sa lumière éclairé,
  Je la suivis; mais je pleurai
  De ne pouvoir plus suivre qu'elle.[57]

La signora di Staël nell'_Allemagna_ volle contrapporre per certo modo
alle stanze del Voltaire _Gl'Ideali_ di Federico Schiller, non tanto
insistendo su 'l paragone, quanto rilevando i modi di sentire e fare
del poeta tedesco e le proprietà di quel, per cosí dire, romanticismo
classico e filosofico, che s'intendeva dedurre dagli esempi di lui
e d'altri grandi coetanei. «Nel poeta francese--scrive la Staël--è
la espressione d'un amabile rammarico del venir meno i piaceri
dell'amore e le gioie della vita: il poeta tedesco piange la perdita
dell'entusiasmo e dell'innocente purezza dei pensieri della gioventú,
e pur si lusinga di ancora abbellire con la poesia e col pensiero il
declinare degli anni. Le stanze dello Schiller non hanno la facile e
brillante chiarezza d'un ingegno agile e aperto a tutti; ma vi si può
attingere di quelle consolazioni che operano intimamente su l'anima.
I più profondi pensieri Federico Schiller presenta vestiti sempre di
nobili imagini: egli parla all'uomo come proprio la natura, perché la
natura è insieme pensiero e poesia. Per dipingerci la idea del tempo
ella ci fa scorrere dinanzi gli occhi le onde d'un fiume che pure non
resta mai; e perché la eterna sua giovinezza faccia a noi pensare la
nostra esistenza passeggera, ella si veste di fiori che han da perire,
ella fa nell'autunno cadere dagli alberi le foglie che primavera vide
in tutto il loro splendore. La poesia deve essere lo specchio terrestre
della divinità e riflettere con i colori con i suoni e i ritmi tutte le
bellezze dell'universo.»[58]

Che che sia da pensare di questo misticismo filosofico o di questo
panteismo poetico, e lasciando stare la questione s'ei possa divenir
mai fondamento saldo della critica e della estetica o condizione unica
dell'arte, certo è che esso esulta potente nella poesia in generale
dello Schiller e che _Gli Ideali_ particolarmente, composti nell'estate
del 1796, sono una poesia, anche nella significazione individuale,
molto nobile. Fu da più d'uno fatta italiana, e con armoniosa larghezza
da Andrea Maffei; ma, se ai lettori non spiaccia, io terrei a
rappresentare in nuda prosa la potenza, non forse senza difetti, della
composizione tedesca.

 Tu vuoi dunque partirti, infedele, da me con le tue leggiadre
 fantasie? tu vuoi con le tue pene, con le gioie, con tutto,
 inesorabile, fuggire? Nulla dunque può indugiarti fuggente, o età
 dell'oro della mia vita? In vano! le tue onde si affrettano giú al
 mare dell'eternità.

 Sono spenti gli allegri soli che rischiararono il sentiero della mia
 gioventú; svaniti gli ideali che un tempo mi facevano sobbalzare il
 cuore inebriato; è sparita la dolce fede in esseri che i miei sogni
 aveano partoriti: preda alla rozza realità ciò che un tempo fu cosí
 bello, cosí divino.

 Come un giorno Pigmalione abbracciò con súpplici desidèri la pietra
 fin che il sentimento traboccò nelle fredde guance del marmo
 infiammando; cosí io con giovanile talento avvolsi le braccia
 dell'amor mio intorno alla natura fin che ella cominciò a respirare,
 a riscaldarsi sul mio petto di poeta,

 e fin che partecipando il mio ardore ella già muta trovò pur la
 favella e inteso il bàttito del cuor mio mi rese il bacio d'amore:
 allora visse a me l'albero, visse la rosa; a me cantò l'argentea
 cascata del fonte; sin la cosa inanimata senti l'eco della mia vita.

 Un movente universo premeva con impulso onnipossente l'angusto mio
 petto, per prorompere nella vita, in parola e opera, in imagine
 e suono. Come grande era in formazione cotesto mondo fin che il
 bocciuolo lo avvolse! come poco fu allo sbocciare, come picciolo e
 scarso!

 Come slanciavasi alato d'audacia, beato nella illusione del suo
 sogno, da niuna cura ancora imbrigliato, lo spirito giovanile spinto
 nella via della vita! Sino alle più pallide stelle del lontano etere
 lo inalzava il volo dei propositi: nulla era sí alto e nulla sí
 lontano che l'ale no 'l vi portassero.

 E come di leggeri portato! Che v'era di troppo difficile per lui
 felice? Come danzava avanti al carro della vita l'aerea compagnia!
 l'Amore con la sua dolce mercede, la fortuna con la sua corona d'oro,
 con la sua corona di stelle la Gloria, la Verità nello splendore del
 sole!

 Ma ahimè! io non sono anche a mezzo del cammino, e le scorte già si
 perderono; rivolsero indietro i passi, e l'un dopo l'altra sparirono.
 Leggera su' piedi volò via la Fortuna, la sete del sapere restò
 insaziata, il fosco nuvolato del dubbio si distese su la imagine
 solare della Verità.

 Io vidi le sante corone della Gloria sconsacrate su fronti volgari.
 Troppo presto, ahimè!, dopo breve primavera s'involò il bel tempo
 d'amore. E sempre piú silenzioso e sempre più deserto tutto facevasi
 intorno per l'aspro sentiero: a pena che la speranza gittasse ancora
 un pallido raggio su la tenebra del cammino.

 Di tutta la numerosa compagnia chi mi sta ancora amorevole appresso?
 Chi mi sta ancora consolatore al fianco, e mi seguirà fino alla cupa
 dimora? Tu, che sani tutte ferite, leggera tenera mano dell'amicizia,
 che amorosa partecipi i pesi della vita, tu che io di buon ora cercai
 e trovai.

 E tu, o studio, che volentieri a lei ti mariti, e scongiuri, come
 essa, le tempeste del cuore: tu che non ti stanchi mai, che lento
 costruisci, ma non mai distruggi, che per l'edifizio della eternità
 rechi un grano di sabbia dopo l'altro, ma cancelli dal gran conto del
 tempo minuti, ore, anni.[59]

Un letterato lombardo, oggi dimenticato, che nel 1832 pubblicò un
saggio di poesie alemanne tradotte, e fra queste _Gli Ideali_ in
ottava rima, fece delle stanze del Voltaire, dell'ode del Parini e
dell'elegia dello Schiller un raffronto che si può non senza piacere
rileggere anche oggi: «Le stanze di Voltaire tengono come il dimezzo
fra quelle di Schiller e di Parini. Tempera Voltaire la libera
popolarità di Parini e la severa filosofia di Schiller con la eleganza
e con la grazia dei modi francesi e con lo spirito amabile di quella
nazione; corregge la gioia quasi clamorosa del primo e la malinconia
un po' cupa del secondo con una tinta di malinconia piú delicata e col
tócco magico del sentimento. La poesia di Parini è un vero brindisi,
sgombra dall'animo ogni cura e ci ispira tripudio. Quella di Voltaire
ci scende dolcemente fino al cuore, c'invita all'abbandono, ad andare
vagando dietro ai nostri pensieri, e ci lascia come in una cara estasi
di malinconia soave. Effetto è questo veramente strano, se si pensa
che parte da quell'arguto cinico di Voltaire. Le strofe di Schiller
ci concentrano in noi stessi, ci fanno fissare la mente in pensamenti
profondi, dai quali scaturisce una consolazione severa sí ma solida,
senza illusione, appoggiata alla realtà. E degno è poi di osservazione
che Voltaire e Parini sembrano avere dettate le poesie loro in una età
piú tosto avanzata, Schiller dettava la sua tanto severa nella ancor
fresca età di 36 anni, e sembrava presagire che altri soli dieci glie
ne rimanevano di vita»[60].

Conchiudendo per conto mio: le due poesie del Voltaire e del Parini non
hanno, specie la seconda, oltre l'artistico, un valore umano: quella
dello Schiller sí. Lette le due prime, voi potete, riportandovi in
voi, dire--Io non farò mai di cosí bei versi:--letta la terza, voi
potete pensare--Questo è un alto documento della dignità e serietà
della vita, che posso anche io seguire.

       *       *       *       *       *

Se non che sarebbe questo un troppo pretendere da versi come quelli del
Parini, che sono bensí un addio alla gioventú e all'amore, ma anche un
brindisi. E come tale l'ode del Parini vuole anche esser considerata da
parte e per un altro lato nella produzione lirica italiana.

L'Italia, _Oenotria_, la terra del vino, non ha la poesia del vino;
come fervida voluttuosa serena l'ebbe la Grecia, come giocondamente
borghese la Francia, come fantasticamente cordiale la Germania. Il
popolo italiano, oltre che di natura è piú generalmente sobrio che non
paia (ne chiedo perdono ai bolognesi e ai milanesi che oggi trionfano
del Santo Natale), ama anche di star su le sue, su le grazie, su le
gale; non ama abbandonarsi neanche in poesia, perché _in vino veritas_.
Il popolo italiano oggigiorno fa e ode, quanti niun altro popolo
mai, brindisi-discorsi, politici, scientifici, artistici, economici,
industriali; e com'è naturalmente ed utilmente scettico, cosí egli sa
bene che tutta quella chiacchiera, novantanove su cento, è per darsi
la polvere negli occhi gli uni agli altri, per adularsi in faccia
gli uni gli altri e farsi poi lo sgambetto, per imbrogliarsi gli
uni gli altri; ed egli, artista consumato in machiavellismo, si gode
alle sottigliezze con le quali e fra le quali svolgesi o avvolgesi
l'imbroglio, e giudica da maestro i colpi dei _toreadores_ della
menzogna; gode, e giudica, superiormente, come Nicolò Machiavelli
descriveva i modi tenuti dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo
Vitelli e compagni. Ma il popolo italiano, né anche fra i tanti sonetti
e capitoli e ballate e frottole su' beoni, dei secoli piú originali,
non ha un vero canto popolare convivale o bacchico, vero, espansivo,
cordiale.

Nel secolo del Parini chi ne diè qualche saggio, imitando non male la
galante spigliatezza delle _chansons à boire_ francesi, fu il Rolli,
nato, per vero, di padre borgognone. Anche nelle sue canzonette, come
nelle francesi, e piú che negli _scolii_ greci, il vino s'accorda
all'amore e la nota epicurea prevale.

  Beviam, o Dori, godiam, ché il giorno
  Presto è al ritorno, presto al partir:
  Di giovinezza godiamo il fiore,
  Sian l'ultim'ore tarde a venir...

  Versa, Fiammetta, vezzosa figlia,
  Quella bottiglia di vin clarè:
  Duchi e regnanti or non vogl'io,
  Ma sol, ben mio, brindisi a te....

  Oh come, o bella, l'ardor dei vini
  Piú corallini tuoi labbri fa!
  Bacco vi stilla soave umore
  Di un tal sapore che Amor non ha...

Altri versi del Rolli mostrano qual canzonier popolare sarebbe egli
riuscito in tempi migliori: di rado, salvo forse in qualche aria del
Metastasio, la facilità scorrente e sonora dei settenari ebbe una
intonazione corale piena e colorita come in queste strofe qui:

  Compagni, Amor lasciate:
  Sofferto io l'ho abbastanza:
  È pien di stravaganza
  E di difficoltà.

  Troppo il suo ben si stenta;
  E quando poi s'ottiene,
  In un momento viene
  E in un momento va.

  In buona compagnia
  Un fiasco di sciampagna,
  Che i labbri e il cor vi bagna
  Col vivo suo liquor,

  Smorzata pria la fiamma
  D'ogni penoso affetto,
  Pone la gioia in petto
  E l'allegria nel cor.

Individuale in vece, ma di movimento lirico piú intimo, e spumanti come
il buon vino, queste altre:

  Un vaso cristallin
  Ripieno di buon vin,
  Numi immortali!,

  È don celeste in ver,
  Se apporta col piacer
  L'oblio dei mali.

  Nel compiacermi in te
  Son come il tuo gran re,
  Vin di Borgogna.

  Ripien del tuo vigor
  D'aver quant'ama il cor
  La notte sogna.

  Oh come è bel mirar
  La spuma che in versar
  Gorgoglia fuora,

  E in un istante ancor
  Lo spirto del liquor
  Che la divora![61]

Ma chi volesse vedere un saggio o un cenno o un esempio del come
sarebbe riuscita la canzone convivale nel vero sentimento popolare
italiano, gli bisognerà ricorrere a un marchese erudito, a un marchese
tragico, a un marchese che sapeva di latino, di greco, di ebraico, di
tedesco, e volea sapere, credo, anche di etrusco, al marchese Scipione
Maffei. Il quale del resto da giovane fu anche soldato, e nel 1704
prese parte alla battaglia di Donawerth sotto un suo fratello generale
al servizio della Baviera e autore di Memorie che nessuno più legge e
che sono tutt'altro che spregevoli. Nella sua vita militare l'autore
della _Merope_ e della _Verona illustrata_ scrisse _canzonette da
tavola adattate a certe arie_. Eccone una:

  Amici, amici, è in tavola;
  Lasciate tante chiacchiere;
  Tutti i pensier se 'n vadano,
  Se 'n vadan via di qua.
  Che il cielo sia sereno,
  Che sia di nubi pieno.
  Buon tempo qui sarà.

  Quand'io mi trovo a tavola,
  Non cedo al re del Messico,
  Né mai pensier di debiti
  Allor mi viene in cor.
  Segghiamo allegramente,
  Godiam tranquillamente,
  Ci pensi il creditor.

  Ch'arrabbin questi economi
  C'han sempre il viso torbido!
  Per gli anni c'hanno a nascere
  Tesoro io non farò.
  Ch'io serbi per dimani?
  Follia! che san gl'insani
  Diman s'io vi sarò!

  Ma se a noi fan rimprovero
  Che siamo a mangiar dediti.
  Non mangiam senza bevere,
  Ché non è sanità.
  Qua coppe, qua bicchieri,
  Vin bianchi, vini neri:
  Quest'è felicità.

  Un tempo era il mio genio
  Languir per un bel ciglio:
  Error degli anni teneri,
  Pazzia di gioventú!
  Quant'è miglior diletto!
  Versar dentro il suo petto
  Due fiaschi e forse più.

  L'amore ci fa piangere
  E 'l vino ci fa ridere:
  Cui piace Amor lo séguiti.
  Ché il vino io seguirò.
  La dama, con sua pace,
  Allora sol mi piace.
  Che brindisi le fo[62].

Non in tutto eguale. Ma Plauto l'avrebbe scritta cosí, e cosí
l'avrebbero scritta i ballatisti del Quattrocento, del secolo in cui
l'arte, come espressione del popolo italiano, fu piú sincera, piú
rilevata, piú, direi anche, originale, sí nella scultura e nella
pittura, sí nella poesia.

       *       *       *       *       *

Per trovare in questo genere qualche cosa di piú fine che non la
canzone da tavola del Maffei, di piú vario che non le canzonette del
Rolli, di piú nuovo che non il _Brindisi_ del Parini, bisogna pur
troppo tornare indietro, molto indietro; ricorrere a quell'artefice
superiore che seppe albergare sí buon sangue greco nella polpa romana,
ad Orazio.

Era fra il 725 e il 730 di Roma; quando, chiuso Giano, dedicato il
tempio di Apolline Palatino ed il Pantheon, la terra pacata lasciava al
felice Ottaviano, quasi cacce a divertirsi dalle cure della repubblica,
le sole guerre con i Cantabri ed i Salassi, e permetteva alla poesia
imperiale _et iuvenum curas et libera vina referre_. Orazio, poeta
di moda, frequentava ancora e celebrava i lieti banchetti. In alcuno
dei quali una volta, avendo i commensali alzato un po' il gomito e
troppo dimesticamente essendosi affrontati con certo vecchio e burbero
falerno, dalle grida e dagli schiamazzi eran venuti alle mani fra loro
su per i lettucci del triclinio; e gli scifi (chiamateli, se volete,
còppe) cominciavano a volare fra le teste in vano ghirlandate di mite
apio. In tale frangente, Orazio, il solo forse della compagnia rimasto
padrone di sé, come piú anziano, si rizza su la sponda del suo letto,
e, arbitro del bere, col braccio teso, ammonisce i baccanti.

 --Farsi arma degli scifi nati al servigio dell'allegria, è da Traci:
 via il barbaro costume, e lungi dalle sanguinose risse Bacco che n'è
 rosso di vergogna. Oh immane contrasto la nuda scimitarra fra il vino
 e le lucerne! Quetate l'empio schiamazzo, o compagni, e rimanetevi
 col gomito appoggiato ai cuscini.

I rissanti invece di calmarsi si accordano contro il pacificatore.--Ah
sí? Ma tu non hai bevuto. Un'anfora di falerno per il predicatore.
--L'affare si parava male. Ma Orazio aveva lí accanto un greco, famoso
delle glorie della sorella, un biondino sentimentale, un Cupieno
perseguitatore delle bianche stole ma che poi si contentava anche delle
serve (Xanthia foceese?), e pensò a divergere su lui l'attenzione e
l'assalto e ad estinguere cosí nelle risa gli elementi della rissa.
Séguito traducendo:

 --Volete che anch'io prenda la mia parte di questo brusco falerno?
 Bene! Il fratello di Megilla d'Opunte dica onde partí lo strale la
 cui ferita lo fa morire di felicità. Esita? Non beverò ad altra
 condizione. Qualunque sia la bellezza a cui Venere ti sottomise, la
 tua non è certo fiamma da vergognare: tu pecchi sempre di nobili
 amori. Or via, che che tu abbia, deponi il secreto in questo orecchio
 fedele.

Difficile trasportar in altra lingua, sia pur l'italiana, la suprema
squisita eleganza d'ogni parola, e della collocazione e della
disposizione e dell'atteggiamento delle formole, onde nel latino
risalta a ogni tratto la finissima corbellatura della allungata
lusingheria. È impossibile, parmi, supporre in questi versi
un'imitazione al solito dal greco. La subitaneità e la vivace verità
dell'apparente disordine mostrano, parmi, che è il caso di un allegro
episodio, d'una scena animata, còlta lí per lí e tradotta in una breve
odicina, ammirabile per movimento drammatico. C'è,--per vero,--un
frammento d'Anacreonte, ove si riscontra l'accenno agli Sciti, ma
(vediamolo in una recente e accurata traduzione)

  Via, non piú di questa guisa
  con fracasso ed ululato
  a la scitica maniera
  non si bea, ma centellando
  fra soavi inni d'amore[63]

è tutt'altro. Anacreonte placa i suoi bevitori col canto; Orazio li
richiama dal tumulto con lo scherzo.

Ricevuto nell'orecchio il segreto del giovane vagheggino, il poeta si
mette le mani ne' capelli, e raccogliendo con un tono d'enfasi comica
l'attenzione alla sua pietà su quella vittima d'amore, prorompe:

 --Oh sciagurato, in quale Caribdi ti travagli, ben degno di fiamma
 migliore! Quale strega, qual mago ti potrà con tutti i tessali
 incanti liberare? qual dio? Bellerofonte a pena sul Pègaso varrebbe a
 strapparti dai lacci di questa triforme chimera.[64]

Il poeta ha ottenuto l'effetto che voleva. I compagni rasserenano
l'ebrietà sfogandola in un turbine di risa e di motti che avvolge il
biondino, la famosa Megilla e la non meno famosa fiamma novella. E
Orazio può riadagiarsi sul lettuccio meditando lentamente una strofe
alcaica ad amici piú degni, a Postumo o a Dellio.

E poi si vuol asserir tutto ai moderni il vanto di aver drammatizzato
la lirica!



IV.

_L'IMPOSTURA._


Questa, secondo la notizia lasciatane dal Gambarelli nell'edizione
che diè delle Odi nel 91, fu «recitata in una pubblica adunanza dei
Trasformati circa un trent'anni fa[65]»: dunque nel 1761, tre anni dopo
la _Vita rustica_ e due avanti la pubblicazione del _Mattino_. Il poeta
a trentadue anni era in succhio. Si sente al vigore onde tócca certi
tasti che non aveano ancor risonato o non risonavano piú da un pezzo
nella lirica italiana, all'arditezza onde cerca la nota stridente, al
coraggio onde presenta l'antagonismo della sua personalità, all'ardenza
saputa trasfondere nel metro, che solo si raffredda per poco qua e là
nei passaggi.

       *       *       *       *       *

L'ottonario è de' versi piú antichi e piú veramente popolari della
poesia romanza. Nella lingua provenzale, nella francese, nella
spagnola, con maggior varietà e libertà di accenti e di cesure, serví
meglio al racconto eroico, e diè, ammirabili frammenti di epopea
cantata, i romanzi di Bernardo del Carpio, dei Sette infanti di Lara,
di don Beltrano, del Cid: in Spagna serví anche al dialogo drammatico.
In Italia da principio fu adoperato a qualche sbozzo di canzone epica;
ma piú si allargò per tutti i primi tre secoli, nelle ballate, nelle
laude, nei canti carnescialeschi, poesia lirica e narrativa, famigliare
e comica. Meno pregiato nel classico Cinquecento, rifiorí, col fiorire
della nuova musica, nei cori e nelle liriche del Rinuccini e del
Chiabrera, nelle melodie del Caccini. Circa il 1740, quando il Vinci il
Pergolese il Jomella musicavano i melodrammi del Metastasio, il Quadrio
scriveva: «L'ottonario è divenuto a' nostri giorni celebratissimo; e
fra i versi di sillabe pari, per la sua sonorità e numero, si può dire
che sia il piú degno e però il piú frequente presso gli autori.»[66]

Oltre che rimato a coppie, nella qual forma serví specialmente alla
narrazione e alle epistole o in generale agli scherzi famigliari
e galanti (il Parini l'adoperò cosí nell'_Indifferenza_[67], il
Frugoni poi ne abusò in cento o duecento argomenti), fu intrecciato
in strofe di varia struttura. Col Seicento, direi, incomincia la
strofe di quattro versi baritoni (piani) a rima alternata; e fu
molto felicemente, per l'effetto musicale, introdotta nei cori
dell'_Euridice_ dal Rinuccini:

  Cruda morte, ahi pur potesti
  Oscurar sí dolci lampi.
  Sospirate, aure celesti;
  Lagrimate, o selve, o campi...

  Fiammeggiar di negre ciglia
  Ch'ogni stella oscuri in prova,
  Chioma d'òr, guancia vermiglia,
  Contr'a morte ohimè che giova?

  L'Appennin nevoso il tergo
  Spira gel che l'onde affrena,
  Lieto foco in chiuso albergo
  Dolce april per noi rimena.

  Quand'a' rai del sol cocente
  Par che il ciel s'infiammi e'l mondo,
  Fresco rio d'onde lucenti
  Torna il dí lieto e giocondo.

  Ben nocchier costante e forte
  Sa schermir marino sdegno...
  Ahi fuggir colpo di morte
  Già non val mortal ingegno.[68]

E fu popolare nelle canzoni di quel secolo: graziosissima, e
caratteristica, anche per il costume, questa:

  Monicella mi farei,
  S'io pensassi esser accetta:
  Et il nome ch'io vorrei
  Saria Suor Bell'Angioletta.

  Vorre' aver le tonicelle
  Di saietta milanese
  E le bende bianche e belle
  Co i soggòli alla franzese,

  Il bavaglio largo e fine,
  La cintura lunga e stretta,
  Con le belle forbicine
  Il coltello e la forchetta.

  Quando poi fossi chiamata
  Da parenti o da stranieri,
  Verrei presto a quella grata
  Dove io stéssi volentieri;

  E con dolci paroline,
  Col tener la bocca stretta,
  Direi mille coselline
  Da fermar chi avessi fretta.[69]

Continuò nel Settecento, adattandosi alla descrizione e alla narrazione
nelle poesie degli Arcadi.

Ecco una descrizione assai garbata del Frugoni:

  Ve' che spiaggia, ve' che sponda,
  Dove pace signoreggia!
  Che bell'aer la circonda!
  Che bel mare al piè le ondeggia!

  Là son antri ove tra i vivi
  Sassi l'edere tenaci
  Van serpendo, e qui son rivi
  D'acque gelide fugaci.

  Là di cento alberi folte
  Son lietissime selvette,
  Qui son piani, e là son cólte
  Rilevate collinette.[70]

Del Parini ecco una narrazione, che ha già qualche atteggiamento da
ballata romantica:

  Ne le fasce ancor lattante
  Le sdentate donnicciuole
  L'alma debole incostante
  Mi nudrîr d'assurde fole.

  Io da lor narrar m'udía
  Come spesso a par del vento
  Van le streghe in compagnia
  De' demòni a Benevento,

  Come i lepidi folletti
  Di noi fanno e gioco e scherno
  E gli spirti maledetti
  A noi tornan dall'inferno.

  Con la bocca aperta e gli occhi
  E gli orecchi intento io stava,
  Mi tremavano i ginocchi,
  Dentro il cor mi palpitava.

  Al venir de le tenébre
  M'ascondea fra le lenzuola;
  Quindi un sogno atro e funébre
  Mi troncava la parola.

  Non di meno al novo giorno
  Obliavo i pomi e il pane,
  A le vecchie io fea ritorno
  E chiedea nuove panzane.[71]

Non è se non uno svolgimento di cotesta prima la strofe di sei versi,
che aggiunge, cioè, ai primi quattro una coppia a rime baciate. Piú
larga, ricorda un po' l'antica ballata.

  Maggio, onor di primavera,
  Oggi nasce in grembo a'fiori:
  Spira l'aura lusinghiera,
  Scherzan lieti i nudi amori:
  Con dolcissimo diletto
  Rido e canta ogni augelletto

è una maggiolata del secolo decimosettimo, semipopolare[72]. Tale
strofe riprese bene il Chiabrera, nelle odi ad Amarilli, tra
descrittive e narrative.

  Vieni almen per trarre un'ora
  Tutta lieta e dilettosa
  Qui vermiglia esce l'aurora,
  Qui la terra è rugiadosa,
  Qui trascorre onda d'argento,
  Qui d'amor mormora il vento.

  Mirerai rive selvagge,
  Chiusi boschi, aperti prati,
  Spechi ombrosi, apriche piagge,
  Valli incólte e colli arati:
  Che dirò di tanti fiori?
  Fior che dan cotanti odori?

  I nevosi gelsomini,
  Le vïole impallidite,
  Gli amaranti porporini
  Di beltà movono lite;
  Ma la rosa in su la spina
  Sta fra lor quasi regina.[73]

Dal Chiabrera l'ebbero il Frugoni e gli Arcadi, e l'abbiosciarono. Da
essi la liberò il Parini; e la racconciò nel _Parafoco_,[74] la rialzò
nell'_Impostura_ imprimendole impeti nuovi e nervosi, e pur lasciandole
un po' della popolare pianezza. Il Monti in poesie rivoluzionarie e
imperiali la fece squillare a battaglia.[75] Il Manzoni la fece parere
un'altra, aggiungendole un tronco, nella _Resurrezione_, che è delle
sue poesie meno eguali e forse meno corrette ma piú originalmente
liriche.

Perdonino i liberi e profondi ingegni queste chiacchiere su' metri,
troppo lunghe e minute: ma senza conoscere la storia della metrica,
poco fin ora o nulla curata in Italia, si potrà benissimo fare molta
retorica inspirata e chiamarla poesia o critica, ma non s'intenderà mai
Io svolgimento organico e lo spirito della lirica, non si discernerà
quello che sia da innovare o modificare e quello che giovi meglio
lasciar morire.

       *       *       *       *       *

Tornando al Parini e all'_Impostura_, comincia con un'entrata molto
franca _in mezzo alle cose_ [1-6].

  Venerabile Impostura,
  Io nel tempio almo a te sacro
  Vo tenton per l'aria oscura;

  E al tuo santo simulacro,
  Cui gran folla urta di gente,
  Già mi prostro umilemente.

A proposito: è egli lecito supporre che l'adunanza dei Trasformati, ove
il poeta lesse da prima questi versi, fosse una carnevalata, e la sala
rappresentasse il Tempio dell'Impostura, e i poeti recitanti o leggenti
figurassero da sacerdoti o da devoti e supplichevoli della dea? Saremmo
nel costume della poesia academica d'uno o due secoli fa, e l'ode ne
acquisterebbe un tanto di vivezza.

La quale ode, dopo l'entratura, si divide in due parti, ha due quasi
intonazioni diverse: la prima [7-38] è dell'ipocrisia in universale, la
seconda [49-84] è delle ipocrisie particolari: finisce con una chiusa
[85-96] forse inutile, certo moralissima, ma un poco strascicata.

       *       *       *       *       *

Nella prima parte il poeta invoca e saluta la Impostura, mente e anima
del mondo.

  Tu degli uomini maestra
  Sola sei. Qualor tu dètti
  Ne la comoda palestra
  I dolcissimi precetti,
  Tu il discorso volgi amico
  Al monarca ed al mendíco.

Che disinvoltura! E, pur conservando il solenne movimento trocaico
e l'ondeggiamento delle coppie a rime alterne, quanto è già lontana
questa intonazione dalla morbida e vuota sonorità delle canzonette!
Egli è che non son piú parole; son colpi di pensieri, come colpi di ala.

  L'un per via piagato reggi,
  E fai sí che in gridi strani
  Sua miseria giganteggi;
  Onde poi non culti pani
  A lui frutti la semenza
  De la flebile eloquenza.

  Tu dell'altro a lato al trono
  Con la Iperbole ti posi;
  E fra i turbini e fra il tuono
  De' gran titoli fastosi
  Le vergogne a lui celate
  De la nuda umanitate.

Cose nuove per la vecchia lirica italiana. E la elocuzione poetica
insorge anch'essa, nella prima delle due strofe, fiera, vigorosa,
a tócchi e sbòzzi; e nella seconda la verseggiatura, con quegli
sdruccioli nelle cesure e con quelle vocali gravi nelle ultime sedi,
par che sbuffi il vento e il bombo dell'ironia plebea verso le nebulose
cime delle grandezze sociali. E forse che dalle pareti della sala
pendeva, in asburghese solennità carnaloccia, il cesareo regio ritratto
di Sua Sacra Maestà Apostolica, la imperatrice e regina di non so
quanti paesi e madre di Maria Antonietta. La filosofia, come dicevasi
allora, faceva capolino nei metri dell'Arcadia e nell'Accademia dei
Trasformati; e i Trasformati, marchesi, canonici, consiglieri aulici
e conti, battevano le mani, e non vedevano quali figure seguissero
caliginose per l'aria la salutata apparizione.

L'abate intanto, preso l'abbrivio, procede di bene in meglio: dimentico
che forse la mattina stessa si è consumato fra le sue dita dinanzi
all'altare dell'Uomo-Dio il mistero della transustanziazione (_Limosina
di mésse Dio sa quando Ne toccherò_), procede e passa all'impostura
religiosa; alla impostura, cioè, di altre religioni che non sia la
cristiana:

  Già con Numa in sul Tarpeo
  Désti al Tebro i riti santi,
  Onde l'augure poteo
  Co'suoi voli e co'suoi canti
  Soggiogar le altere menti
  Domatrici delle genti.

  Del macedone a te piacque
  Fare un dio, dinanzi a cui
  Paventando l'orbe tacque.

A confronto di questi ultimi tre versi il prof. D'Ancona, nella
illustrazione che opportunamente ha fatto delle odi pariniane a uso
delle scuole,[76] cita quelli del Guidi nella canzone _La Fortuna_:

  Allor dinanzi a lui tacque la terra;
  E fe' l'alto monarca
  Fede agli uomini allor d'esser celeste,
  E con eccelse ed ammirabil prove
  S'aggiunse ai numi e si fe' gloria a Giove:

dei quali, per due belli, tre sono superflui, inutili, vescicosi. Da
tali confronti apparisce la misura del progresso e la qualità del
rinnovamento mosso e operato dal Parini, quando e dove, anche nella
elocuzione, anzi specialmente nella elocuzione, fece bene da vero.

La strofe séguita con tre versi brutti, proprio brutti:

  E nell'Asia i doni tui
  Fûr che l'arabo profeta
  Sollevaro a sí gran meta.

Prima di tutto: Maometto è un di piú: bastavano Numa e Alessandro:
la lirica non si fa mica per enumerazioni. Poi, la elocuzione casca
trivialmente scorretta: _i doni tui fûr che_ è costrutto francese: a
una _mèta_ si _arriva_ di per sé, si _scorge_ si _guida_ si _conduce_
altrui, non si _solleva_.

       *       *       *       *       *

Le due strofe, che seguitando incontriamo [37-48], sono come il
passaggio dalla prima parte alla seconda, dal generale al particolare.
Nei passaggi il Parini è per lo piú poco cigno e manco aquila: fa un
saltetto, e stramazza: o pure per la lunga risale la corrente finché
trovi il ponte.

Qui aveva cominciato bene:

  Ave, dea. Tu come il sole
  Giri e scaldi l'universo.

Due bellissimi versi, ampi di giro e di suono, pari alla contenenza;
ma che sono anche un bellissimo schiaffo alla storia della civiltà e
alle credenze, delle quali il genere umano è solidale, nelle idealità
o nelle idealizzazioni della società. Al che pensi un po' chi ci ha da
pensare. Io dico che son brutti, brutti di core, brutti in modo da non
si potere far peggio volendo, i seguenti:

  Te suo nume onora e còle
  Oggi il popolo diverso:
  E fortuna a te devota
  Diede a volger la sua ruota.

  I suoi dritti il merto cede
  A la tua divinitade,
  E virtú la sua mercede.
  Or, se tanta potestade
  Hai qua giú, col tuo favore
  Che non fai pur me impostore?

E non mi scalmano da vero a dimostrare come e perché sono brutti; né
saprei o vorrei sottilizzar troppo a ricercare come e perché il Parini,
che pure di versi belli s'intendeva, e di che guisa!, s'abbandonasse
poi a farne talvolta di cosí: era per amore d'una semplicità al
rovescio e per riazione contro la vuotezza sonora? Ad altro c'è da
pensare. Ecco: questa scuola lombarda, che fu giustamente definita la
scuola del buon senso, del buon senso sollevato all'idealità e alla
lirica, incomincia con l'inno all'_Impostura_, e finisce o tócca il piú
alto punto con gl'_Inni sacri_. Tanta è la logica nelle parabole dello
spirito umano.

       *       *       *       *       *

Passiamo alla seconda parte: ipocrisie individuali.

Anche il Parini vorrebbe far l'impostore, ma non scioccamente da essere
súbito scoperto e fischiato, come era pur allora avvenuto a qualcuno di
sua conoscenza e di conoscenza, pare, di tutta Milano. Perocché, dopo i
brutti versi piú sopra recati, nei manoscritti dell'ode seguitano tre
strofe, rifiutate poi dal poeta, delle quali una è bella e curiosa:

  Temerario menzognero
  Già su l'Istro non vogl'io
  Al geografo Buffiero
  Tôrre un verso e farlo mio,
  E buscar gemme e fischiate,
  Falso conte e falso vate.

Pare dunque che quella di fare il conte e la contessa non sia
un'impostura democratica, cioè di questi ultimi tempi di democrazia
titolata. Ma chi era egli cotesto falso conte? Né il Salveraglio che
tante ricerche fece su i personaggi delle odi pariniane, né il D'Ancona
che tante brache pur sa del secolo decimottavo, ne trovarono nulla.
Questo è un bel caso per certi critici impostori di mia conoscenza.
Costoro leggono un libro o un saggio o un fascicolo, che all'autore è
costato tempo e fatiche, e dal quale essi imparano tutto quello che
non sapevano; ma avviene per caso ch'e' ricordino o si abbattano a un
nonnulla, che era sfuggito all'autore o non se ne era curato. Ecco
cotesti farabutti a menar giú un articolo, come qualmente quel pover
uomo è un ignorante e un disonesto, e che in Italia non si sa questo,
e che in Italia non si fa quello, e che è tempo di smettere, e che è
tempo di cominciare. Ed essi cominciano facendo de' libroni ove c'è
tale un'allegria di chiacchiere e di spropositi da mandarli diritti
diritti a una cattedra. Cerchino i su lodati farabutti, cerchino, ciò
che probabilmente non troveranno. Quel falso conte dovè essere persona
e ricordanza già svanita nel '91, quando la prima volta fu stampata
l'ode, e il poeta ne tolse via questa e le strofe che nei manoscritti
le seguono, una anche piú enigmatica, e tutt'e due insieme bruttarelle
anzi che no.

       *       *       *       *       *

Il poeta tira avanti nella buona intenzione di far l'impostore. E
disposizione ne avrebbe: invenzione e chiacchiera a sufficienza. Ma ...
c'è un _ma_, che gli fa molto onore.

  Mente pronta e ognor ferace
  D'opportune utili fole
  Have il tuo degno seguace,
  Ha pieghevoli parole;
  Ma tenace e quasi monte
  Incrollabile la fronte.

Ma bravo l'abatino! In mezzo a tanti

  .........marches,
  Marchesazz, marcheson, marchesonon,

questa è una bella scappata. Che ne dirà ella la padrona, la duchessa
Maria Vittoria Serbelloni? Prima di tutto, donna Vittoria era una
signora molto per bene e spregiudicata, che stimava per quel che
valeva l'orgoglio della nobiltà milanese: e poi l'abate era per la
parte sua uomo da tener duro anche con donna Vittoria. L'anno dopo la
recitazione di quest'ode il Parini si trovava in campagna a Gorgonzola
con la duchessa e col maestro San Martino, adorato allora in Milano per
_il dio della musica_. La figliuola del San Martino voleva tornarsene
in città: la duchessa non voleva che tornasse, e le menò un par di
schiaffi. Che fa il Parini? Il Parini pianta la duchessa, e accompagna
lui la ragazza a Milano. «J'ai dû me défaire--scriveva poi la duchessa
al figliuolo--de l'abbé Parini à cause qu'à Gorgonzola il m'a fait une
tracasserie bien grande».[77] Il terzo stato s'annunziava non soltanto
in poesia.

Segue una strofe cosí cosí, della quale il poeta non potea far di
meno per congiungere imagini e ragionamenti. E un danno per altro che
in tali o ricongiungimenti o passaggi il Parini, o piú generalmente
i lirici moderni, abbiano a spendere strofe intere; mentre la lirica
antica e la popolare n'esce con un colpo d'ala.

  Sopra tutto ei non oblia
  Che sí fermo il tuo colosso
  Nel gran tempio non staría,

  Se, qual base, ognor col dosso
  Non reggessegli il costante
  Verosimile le piante.

«Altri vegga--dice il D'Ancona--se è bello e perspicuo il
Verosimile che, qual base, regge col dosso le piante al colosso
dell'impostura.[78]» Bello no; è una rappresentazione barbara e
barocca, tra di chiesa del Mille e di pagoda; e però figura benissimo,
a parer mio, nel culto dell'Impostura.

       *       *       *       *       *

Belle, cioè vive, di vena, d'un'arguzia civettuola come il soggetto,
facenti gl'inchini con le pòse del verso, seguono le strofe che
presentano un tipo immortale d'impostura, il medico delle signore.

  Con quest'arte Cluvïeno,
  Che al bel sesso ora è il piú caro
  Fra i seguaci di Galeno,
  Si fa ricco e si fa chiaro;
  Ed amar fa, tanto ei vale,
  A le belle egre il lor male.

Tal medico oggigiorno mescerebbe dell'oscenità galante a un po'
di socialismo mulso, e il tutto dibattuto in molta prosa vaporosa
romantica darebbe a bere come un siroppo di scienza e d'arte. Allora
il leggiadro birboncello, il cattivo soggettuzzo, faceva madrigali ed
ariette. Era un poetastro, e avea scorciato la pazienza al Parini: era
di certo un poetastro, me lo assicura Giovenale:

  _.....facit indignatio versum
  Qualemcumque potest, quales ego vel Cluvienus._[79]

Peccato che il poeta escludesse o lasciasse escludere dall'edizione del
'91 le due strofe che seguono nei manoscritti:

  Ei non come i pari suoi
  Pompa fa di lingua argiva,
  Ma vezzoso i mali tuoi
  Chiama un'aura convulsiva,
  E la febbre ch'ei nutrica
  Chiama _dolce_ e chiama _amica_.

  Ei primiero il varco aperse
  A un _ristoro confidente_,
  Egli a' medici scoperse
  Come l'utero si pente:
  Dea, ben dritto è se n'hai scólto
  Nel tuo tempio il nome e il volto.

Ma forse nel '91, pur restando il tipo, il personaggio vivo era
passato, e dileguato e dimenticato il suo linguaggio _prezioso_. Perché
Cluvieno è un ritratto dal vivo: il Parini non rifuggiva dai ritratti
personali, come non ne rifuggirono tutti gli artisti veri e forti,
tutti i greci, il temperatissimo Orazio, tutto il Trecento con a capo
Dante, tutto il Cinquecento con a capo l'Ariosto, fino il Boileau. Il
Giusti, sempre e ferocemente falso e academico nelle teoriche, predicò
anche contro la satira personale; ed egli ne faceva a tutto spiano,
di sottécchi, spalmandola poi con molte manate di vernice civile. A
proposito del Giusti, sarebbe da raffrontare a questa _Impostura_
il _San Giovanni_ di lui, per rilevar meglio il difetto di facoltà
plastica, il contrasto tra la volgarità e la convenzionalità, l'urto
tra la sciattezza e la pretensione, il prosaicismo inorganico e
sconclusionato, che offende segnatamente nei primi tentativi satirici
di cotesto poeta che non fu quasi mai perfetto e intero artista.

Sarà meglio tornare al Parini.

       *       *       *       *       *

Ma imitar Cluvieno e farsi largo tra le signore egli non può: è prete.
Farà dunque il Tartufo.

  Ma Cluvien dal mio destino
  D'imitar non m'è concesso.
  Dell'ipocrita Crispino
  Vo' seguir l'orme da presso.
  Tu mi guida, o dea cortese,
  Per lo incognito paese.

  Di tua man tu il collo alquanto
  Sul manc'omero mi premi:
  Tu una stilla ognor di pianto
  Da mie luci aride spremi:
  E mi faccia casto ombrello
  Sopra il viso ampio cappello.

É il tipo figurato per l'eternità dal Molière, qui la prima volta
ridotto alle brevi proporzioni della caricatura popolare.

Ma quest'altra strofe con quanta efficacia non rende il giólito degli
sfoghi bestiali grugnante dallo stabbiolo della conscienza ipocrita!
Quel fregamento di mani interiore, quella interrogazione e quella
esclamazione che s'incalzano con uno sguardo di sotto in su, come é
drammatico!

  Ch'io non macchi e ch'io non sfrondi,
  Dalle forche e dall'esiglio
  Sempre salvo? A me fecondi
  Di quant'oro fien gli strilli
  De' clienti e de' pupilli!

       *       *       *       *       *

Le ultime due strofe sarebbe meglio non ci fossero. C'è l'_amabil lume_
e il _fervido pensiere_, ci sono i _rai della verità_ e le _zanne fiere
del mostro orrendo_ dell'_Impostura_, c'è un _E me nudo nuda accogli_
che fa ridere, facendo pensare alla bella figura che farebbero que'
due nudi lí, la Verità e l'abate. Quei nostri vecchi, con tutte le
lodi del buon tempo antico, doveano aver da vero di molto poca stima o
dell'intelligenza o dell'onestà dei loro lettori uditori: attaccavano
sempre la moralità dove n'era meno il bisogno. Oggi affettiamo invece
la immoralità. Né l'uno né l'altro è arte.



V.

_LE NOZZE._


Quest'ode fu scritta del 1777, nella prima quindicina di ottobre:
l'abate Gian Carlo Passeroni la mandava con lettera del 15 a Verona
al dottor Paolo Patuzzi, che era dietro a compilare una delle tante
raccolte nuziali d'allora. Il Passeroni scriveva: «Per servirvi presto
e bene, mi sono raccomandato ai due piú classici scrittori che io
conosca in Milano; ambedue m'hanno promesso; ma un solo m'ha favorito;
onde ho dovuto io subentrare al peso, che l'altro non ha voluto o
potuto portare. Dunque la canzonetta scritta di mia mano è mia, fatene
quell'uso che volete; l'altra è dell'abate Parini, e ve la raccomando
...» La canzonetta del Passeroni che segue alla lettera è troppo
simile alle troppe sue sorelle sparse per venti o piú volumi di rime e
d'apologhi del buon nizzardo: incomincia

  Fu a color la sorte amica
  Che spirarono di vita
  La primiera aura gradita
  In città nobile antica,
  Per pietà per saver chiara;
  Quanto mai da lei s'impara!

e séguita

  Quanto celebre è Verona!
  Cosí ognun di lei favella,
  Ed il titolo di bella
  E di dotta ognun le dona:
  Voi la cuna a lei dovete:
  Quanto mai felice siete!

_Quanto mai siete un buon uomo_, dové pensare il dottor Patuzzi; e
non pubblicò la canzonetta dell'autore del _Cicerone_, sí quella
del Parini, nella raccolta intitolata _Per nozze de' nobili signori
marchese Carlo Malaspina e contessa Teresa Montanari_, stampata in
Verona dal Moroni nel 1777.[80]

       *       *       *       *       *

Dunque l'ode _Le Nozze_ fu composta per una raccolta e stampata in
una raccolta ventisette anni dopo che il Bettinelli aveva composto il
poemetto satirico allegorico critico in quattro canti d'ottava rima su
le raccolte o contro le raccolte[81]; sí che potrebbe parere che il
Parini fosse rimasto addietro in franchezza di opinioni e in audacia di
ribellioni dalle mode letterarie al gesuita falsificatore di Virgilio,
se il Bettinelli non avesse pur egli seguitato a dar del suo alle
raccolte per tutta la vita e se le raccolte in Italia non durassero
tutt'oggi a divertire forse quelli che noiano gli altri per metterle
insieme.

Il Bettinelli riporta, solo per capriccio poetico, alla metà del secolo
XVII l'invenzione delle raccolte dei versi. Ma la prima forse fu fatta
per la morte di Dante, che anche nelle sue ecloghe inventò l'Arcadia.
Il Cinquecento incomincia con le _Collettanee grece latine e vulgari
in morte de l'ardente Serafino Aquilano_ [1504], e ne conta poi delle
celebri, parecchie: Il tempio di donna Giovanna d'Aragona [1554]: Rime
in vita e in morte della signora Livia Colonna [1555]: Rime in morte
del cardinal Bembo [1549], in morte d'Irene dei signori di Spilimbergo
[1561], in morte e per le esequie di Michelangiolo [1564]. Le raccolte
in specie per nozze abondano dal 1575 al 1625 particolarmente in
Romagna, e nominatamente nelle città di Bologna, di Ferrara, di
Ravenna. La piú antica a me conosciuta fu impressa in Bologna del 1575
nel fausto sposalizio di Carlo Antonio Fantuzzi e Laerzia Rossi. Altra
stampata in Ravenna del 1583 per le nozze d'Alfonso d'Avalo marchese
del Vasto e di donna Lavinia Feltria Della Rovere ha una canzone di
Torquato Tasso.

Il Bettinelli anche attribuí l'uso di verseggiare le nozze
_principalmente_ al Marini, che, egli scrive, _divulgò, senza tener
conto de' sonetti, egli solo dieci e forse piú poemi_ di tali
argomenti. Ma piú assai che dieci canzoni nuziali, oltre sonetti
moltissimi, avea già composto Torquato Tasso, e prima di lui per
nozze di Medici e di Farnesi ne compose Francesco Maria Molza. Sí
veramente che in quelle rime del Tasso e del Marini è già tutta
la materia e il maneggio della poesia nuziale, quale derivò nelle
raccolte dell'Arcadia, con due amminicoli o luoghi comuni, la lascivia
rimbiondita con frasi e figure piú o meno garbate, e l'adulazione su
gli avi famosi e su i nepoti che han da nascere anche piú famosi.

Il Baretti in certo capitolo a un amico che raccoglieva rime per nozze
toccò bravamente della lascivia, mirando al Frugoni:

  Dite un poco a quel vostro pretacchione
  Che, quando vuole far versi per nozze,
  Non istomachi tanto le persone.

  Non dico che non usi frasi sozze:
  Ma non vorre' neppur ch'egli adoprasse
  Certe rubriche imagini mal mozze.

  Vorrei che con ritegno egli parlasse,
  Vorrei che il _molle seno_ e il _casto letto_
  E i _casti baci_ da un canto lasciasse.

  Cosí procaccerebbe piú rispetto
  Alla sua toga, e un certo soprannome
  Non gli saría cosí sovente detto.

  Faccia pure _scherzar le bionde chiome_
  _Sulle guance vermiglie e sulle bianche_
  _Spalle soavemente_, io non so come;

  E _batta_ pure a suo piacer _le franche_
  _Ali_, e se 'n vada _a ragionar col fato_
  E parlare per forza lo faccia anche...

  Ma da' _pudichi talami_ si stia
  Alquanto lunge e da' lor _puri lini_
  La sua poco pretesca poesia.[82]

E il Passeroni con la sua piacevolezza bonaria mise in burla le
adulazioni cosí[83]:

  Se prende moglie un ricco cavaliere,
  Un Orlando, un Achille, un novo Aiace
  Fan nascere i poeti; e aste e bandiere
  Vedono tolte al già tremante Trace;
  Additan di nepoti immense schiere,
  L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace,
  E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra
  Cose che star non puon né in ciel né in terra.

  Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso,
  E fioriranno in te virtú novelle,
  Gridano i vati, e vendono dell'orso,
  Prima che preso l'abbiano, la pelle,
  E portano, di penne armati il dorso,
  I nascituri eroi fino alle stelle;
  E spesso accade poi, come Dio vuole,
  Che muoiono gli sposi senza prole.

  E voi, poeti, avete ancor coraggio
  Di dir che penetrate entro il futuro?
  Di dir che in voi scende un celeste raggio
  Che vi rischiara ciò che agli altri è oscuro?
  Che parlate in profetico linguaggio
  E che un Dio rende il vostro dir securo?
  Affé, se debbo anch'io far da indovino,
  Credo che questo Dio sia il Dio del vino...

  Dovreste essere ormai disingannati,
  E non dovreste dir piú tante insanie;
  Lasciar dovreste ormai l'_orror de' fati_,
  Le _vie de' venti_ e altre parole estranie,
  E il _pegaseo cavallo_ e i _cento alati_
  _Destrier_, su cui fate cotante smanie;
  Ma chi d'altro caval non si provvede,
  Faccia pur conto d'andar sempre a piede.

Anche il Bettinelli con quel suo stile franco-gesuita e con que' suoi
versettucci ripicchiati alla Boileau disse cose argute su le raccolte;
ma piú che altro gli dispiaceva, pare, che le si fossero, come oggi si
direbbe con francesismo democratico, _volgarizzate_:

  È la raccolta un traditore ordigno,
  Vago in vista, piacevole, pudico;
  Sembra un cortese libricciuol benigno,
  Ma in volto onesto asconde un cor nemico.
  Sparge un succo sonnifero maligno,
  A l'oro insidia, a la menzogna è amico;
  Di monache fa strazio e di dottori,
  E le nozze avvelena e i casti amori.

  Tempo già fu che d'onorato sprone,
  Servir poteva a l'anime gentili,
  Or destando a cantar dotte persone,
  Or lodando atti onesti e signorili:
  Ma le antiche Gonzaghe e le Aragone
  Cangiò col tempo in giovinette vili,
  Trovò nel vulgo l'Elene e i Pompei,
  E fu veduto a nozze con gli ebrei.[84]

Già, anche con gli ebrei. In Ferrara, nel 1744, fu pubblicata per
Bernardo Pomatelli stampatore arcivescovile, con licenza de' superiori,
una raccolta di rime _Per li felici sponsali del signor Moisè Vitta
Coen ferrarese colla signora Consola Coen mantovana_; ebrei, come
sentite, e della tribù sacerdotale, mi pare. Sono sette sonetti e una
canzonetta, sottosegnati di denominazioni academiche, _D'un pastor
arcade, D'un accademico infecondo, D'un accademico intrepido_. Entrano
in uno de' sonetti Rachele e Giacobbe:

  Onor di Carra e la piú illustre e bella
  Delle sirie fanciulle era Rachele;
  Ma tre lustri servir, soffrir per quella
  Del suocero gl'inganni e le querele,

  Ma unirsi a forza alla maggior sorella
  E l'assenzio gustar prima del mèle,
  Tal la nemica fu sorte rubella
  Dell'amoroso suo sposo fedele.

  Tu che senza sí gravi affanni e rei
  Questa accogli gentil vergine al seno,
  Ben di Giacobbe or piú felice sei;

  Che se al placido volto ed al sereno
  Volger degli occhi lusinghieri e bei
  Non è Rachel, la rassomiglia almeno.

In un de' rari esemplari di cotesta raccolta presso di me è manoscritta
una nota che dice: _31 marzo_. _Per mano del Boia_ [lettera maiuscola]
_avanti le prigioni fu abbruciata d'ordine di Roma. Uscirono molte
satire manoscritte contro questi sonetti_. D'alcuna delle quali satire,
e proprio di una intitolata con accesa pietà cristiana _Pentapoli
arrostita_, era autore il Baruffaldi seniore, autore anche del
_Canapaio_; che per essere arciprete di Cento nel ferrarese e per avere
scritto non bene qualcosetta intorno all'_Orlando_ si credea avere un
ramo dell'Ariosto, e dovea tenersi certamente piú poeta del Redi per
avere scritto molti ditirambi, ch'egli denominava _Baccanali_, a ogni
proposito, per esempio, su 'l Museo volpiano e su San Filippo Neri, su
'l libro d'oro della repubblica di Venezia e sul tabacco, e anche su le
_nozze saccheggiate_.

Una sola città, racconta il Bettinelli, delle men popolate, Ravenna,
ebbe una raccolta pubblicata del 1739 con rime di centotrentasei poeti
suoi. E a mettere insieme tutte le raccolte stampate per quei cento
anni in Imola, Faenza, Forlí, Cesena, Rimini, Ravenna (oltre che in
Bologna e Ferrara), ci sarebbe da trovarsi a dosso una biblioteca altro
che ordinaria. In quel secolo i romagnoli correvano a far rime come
oggi a far comizi.

       *       *       *       *       *

La satira del Bettinelli valse non a scemare in Italia il numero delle
raccolte, ma a cambiarne un poco le intitolazioni, il metodo, la
contenenza, direi quasi la indole.

Così nel '53 ne uscí in Ferrara una intitolata _Gli augurii delle nove
muse_ per le nozze del marchese Francesco Calcagnini colla marchesa
donna Alessandra Scotti. In una lettera preliminare si riprendeva
_l'indocile stemperato appetito di raccolte_; si affermava che _i poeti
se ne dicono stanchi, stanchi fino allo stomaco i lettori_; con tutto
ciò si trovava _ottimo il pensamento di far raccolte di autori eletti,
di argomenti obbligati e di stabilita maniera di versi_. Alla lettera
seguono gli augurii delle fatidiche sorelle: fra le altre, Talia, nella
persona del conte Camillo Zampieri, autore d'un poema su Tobia, d'una
infinità di sonetti frugoniani e di catulliani endecasillabi, augura
agli sposi copia di beni e buona economia: Euterpe, per bocca dell'ab.
Girolamo Ferri, latinista, quel tanto di sapere che può loro convenire,
con molte raccomandazioni d'avere nella debita stima gli uomini dotti
ecc. ecc.

Imitazione della raccolta ferrarese paiono _I fasti d'Imeneo nelle
nozze degli dèi_ stampati in Bologna dalla tipografia del Sant'Ufficio
(chi l'avrebbe detto a San Domenico?) il 28 aprile del '62. Imeneo reca
nel consiglio dei numi notizie del gran fatto: degli sponsali cioè del
conte Giov. Francesco Aldrovandi Mariscotti senatore bolognese con la
marchesa Lucrezia Fontanelli di Reggio. Alla novella balena un degnevol
sorriso su 'l terribile sopracciglio di Barba Giove. Gli dèi applaudono
e attaccano discorso su le brave persone che uscirono dalle due casate:
Minerva parla degli scienziati e de' letterati, Marte de' guerrieri,
Febo de' poeti. Le Muse si preparano anch'esse a cogliere e mettere
in mostra i piú bei frutti delle due piante amiche al cielo. Quando
Giove, stendendo la destra,--Zitti là--dice--meno schiamazzo;--e fa lui
una chiacchierata lunghissima, conchiudendo che, per meglio onorare
le nozze Aldrovandi e Fontanelli, _alle beate e immortali nozze si
paragonino degli dèi e queste in commendazione e quasi in concorrenza
di quello si cantino_. E qui sette canti. Ricordo Proteo che nelle
strofe di Ludovico Savioli celebra le nozze di Nettuno e Anfitrite,
Erato che per bocca di Agostino Paradisi canta quelle di Apollo e di
Calliope. Infine Vincenzo Corazza, per Bacco e Arianna, pensò meglio
di tradurre un epitalamio dal secondo libro, _Le nozze della Filologia
e di Mercurio_, dell'opera su le Arti liberali di Marziano Capella.
Cotesto bolognese nella seconda metà del secolo decimottavo propugnò
validamente la imitazione dei metri classici nella poesia italiana, e
in questa raccolta imitava i versi di Marziano con tali senza rima:

  Non cosí tosto l'aurea
  Nel scintillante ciel luna fia apparsa,
  Accoppierò le rose a un laccio e i gigli.

  Per entro i sacri talami
  S'aggiungeranno la fanciulla e il dio:
  Odorate di cinnami le sponde.

  Esper la vegga vergine
  Per poco ancora e intatta: alla prim'alba
  Fosfor dall'alto ciel vedralla sposa.

Splendidi per opera tipografica e pregevoli per testimonianza
d'erudizione, lo stesso anno che _I fasti d'Imeneo_, uscirono in
Bologna dai tipi della Volpe _I riti nuziali degli antichi romani_
a festeggiare le nozze di don Giovanni Lambertini e donna Lucrezia
Savorgnan: sono dieci capitoli in terza rima--ce ne ha di Vincenzo
Corazza, di Camillo Zampieri, di Agostino Paradisi--che percorrono
l'argomento per tutte le sue parti, con innanzi una dotta memoria di
mons. Floriano Malvezzi (Diomede Egeriaco) e con incisioni e vignette
di marmi e oggetti antichi bellissime. Piú tardi (1771) e piú modesto
non ostante la superbia del titolo, esce pure in Bologna e dalla oramai
profanata stamperia del Sant'Uffizio, _Il coro delle Muse_ a celebrare
le nozze del conte e senatore Gius. Dalla Serra Malvasia Gabrielli e
della marchesa Eleonora Zambeccari. Le nove sorelle cantano in tutti i
metri: Apollo esordisce con endecasillabi sciolti per bocca, meno male,
di Ludovico Savioli, e chiude ahimè con un sonetto, per bocca, ahimè
ahimè ahimè, del padre Bovi. Molto piú ancora modesti, almen nella
forma tipografica del Riccomini, ne si presentano del '72 in Lucca,
per nozze Lucchesini e Orsini, gli _Imenei festeggiati in Citera_;
e Pindaro canta in sestine ed è.... è un padre Romualdo Baystrocchi
Accademico Ricovrato e Dissonante, Tibullo in terzine non mica male è
il Cerretti, il Petrarca è Giuliano Cassiani, l'Ariosto è niente meno
Cristoforo Boccella.

Piccolina, presuntuosetta, battendo il tacco come un _petit-maître_,
esce, un anno innanzi la rivoluzione in Bologna, per le nozze del
sen. Giacomo Ottavio Beccadelli con la marchesa Violante Bovio, _La
toilette_; e il cavalierino Clementino Vannetti canta in strofette
settenarie _Il déshabillé_, e il marchesino Ippolito Pindemonte in
strofette savioliane _Lo specchio_, e il poetino Giacomo Vittorelli
in strofette pur settenarie _Le forcelle_, e l'abatone Lorenzi in
strofette savioliane _La polvere di Cipro_, e la futura professoressa
greca Clotilde Tambroni, in strofe idem, _La cuffia e i veli_: meno
male!

Ultimi, tra gli splendori del classicismo napoleonico, nel 1812, i
Pemeni Filopatridi coi tipi bodoniani di Parma invocavano in terzine
magnificamente elaborate gli Dei Consonti a sorridere benefici su le
nozze di Alceo Compitano dodecandro con Telesilla Meonia, figliuola di
Acrone Meonio poeta massimo: avete capito, credo, che erano le nozze di
Giulio Perticari con la Costanza figliuola di Vincenzo Monti.

       *       *       *       *       *

Qualche poeta trattò da sé solo argomenti nuziali in una serie di piú
composizioni, per lo piú sonetti, che continuando svolgessero per
ordine un concetto o una rappresentazione unica.

L'ab. Pellegrino Salandri, quel delle _Litanie della Madonna_ in
sonetti, anche ne scrisse cinquanta, per le nozze di Pietro Leopoldo
Granduca di Toscana con Luisa Borbone di Spagna; nei quali descrisse
e narrò il viaggio della sposa per le diverse città con fermata in
Mantova fino ad Innsbruck, e i divertimenti, e il ritorno degli sposi
in Italia per Mantova a Firenze, e le glorie e le speranze ecc. ecc.
Meglio, per nozze in Mantova della marchesa Teresa Castiglioni, espose
in dodici sonetti una _Galleria di donne illustri_; nella quale a
una greca o romana fa regolarmente riscontro una _barbara_, Maria
d'Austria a Cornelia madre dei Gracchi, Cristina regina di Svezia (non
senza meraviglia, penso, di tutt'e due) a Veturia. Meglio ancora, per
le stesse nozze, verseggiò in trentacinque sonetti, prima e con piú
spirito che i poeti della raccolta bolognese per il Lambertini, _Le
nozze secondo i riti degli antichi_: de' quali sonetti alcuni sono,
per raffigurazione plastica, belli. Ai nostri vecchi piaceva piú di
tutti quello che descrive il sacrifizio:

  Questo bosco e quest'ara a te consacro,
  Santa madre d'Amor, Venere bella:
  Ecco intorno al pietoso simulacro
  L'amaraco, la persa e la mortella:

  Ecco il sal puro, ecco il lustral lavacro,
  La candida odorifera facella,
  E il coltel che, compiuto il rito sacro,
  La bianca sveni ed innocente agnella.

  Or cinta il crine dell'idalie rose
  Vieni, e del nume tuo spargi l'altare.
  Bella unitrice de le belle cose;

  Ché coppia non vedrai d'alme piú chiare,
  Se non riede il garzon che in duol ti pose,
  Se non torni tu stessa a uscir del mare.

Ma per graziosa agilità nelle mosse forse che non gli cede questo, che
è la presentazione e la preghiera della sposa al tempio di Giunone:

  Cinge il ceruleo manto, il capo infiora,
  Riveste il breve piè, vela le ciglia
  Licori; e il piede e il velo a lei colora
  La diletta a Giunon vaga giunchiglia;

  E al tempio della dea, cui Giove onora,
  Pensosa e taciturna il cammin piglia;
  E ovunque move, la ridente aurora,
  Ch'esca dal balzo orïental, somiglia.

  Al sacro limitar ferma le piante,
  E il pio ministro, che per man la prende,
  La riconforta e guida all'ara avante.

  Là le supplici palme al cielo tende,
  E mostra agli atti e alle parole sante
  Che di là solo ogni soccorso attende.

E per animata verità storica può anche piacere quest'altro che
rappresenta l'entrar della sposa nella casa del marito secondo la
costumanza romana:

  Chi sei?--Caia son io.--Vieni, e seguace
  Gaudio in questo ti sia nuovo soggiorno--:
  Dice il custode, ella risponde, e pace
  Spira dagli occhi e dal bel viso adorno.

  Fregia l'uscio di bende, e con sagace
  Man l'olio versa a' cardini d'intorno:
  Pronto è il fanciullo per ghermir la face,
  Che non rapita le saría di scorno:

  Entra, donna immortal, ma deh! che il saggio
  Virginal piede il limitar non tócchi:
  Sai qual alto n'avresti un giorno oltraggio.

  Ma già in meno che stral d'arco si scocchi
  Lanciossi entro la soglia, e al suo passaggio
  I cardini si alzâr, benché non tocchi.[85]

Sonetti nuziali parecchi scrisse il Cesarotti, con la solita
pretensione filosofica, e nel fatto declamando con molto barocchismo
di lingua e di stile. E pure il Leopardi li ricettò in quella sua
Crestomazia, che pare un ospitale di storpi o una sala di pezzi
anatomici della poesia italiana. Che sugo c'è, si domanda, a mettere
fra le cose utili ad apprendere de'versacci di questo conio?

  Era un bosco la terra: ivano a squadre
  Gli uomini errando e si mescean quai fere:
  Sceso Imeneo da le celesti sfere
  La sua possanza ah di qual ben fu madre!

  Sacri nomi s'udir di sposo e padre;
  Ministro di virtú fèssi il piacere;
  Saggio divenne amor, dolce dovere;
  Nacquer leggi, cittadi, arti leggiadre.

  Fu di famiglia pria quel che fu poi
  Amor di patria; ché ad amar s'apprese
  Ne'suoi sé stesso e ne la patria i suoi.

  S'eternàr chiari nomi, avite imprese;
  Virtú scambiârsi, e s'innestaro eroi.
  Sposa, Imene a tal fin sue faci accese.[86]

Anche l'ex-gesuita Clemente Bondi, quando la rivoluzione ebbe reso alla
vita un po'piú di serietà, cantò, diciamo oramai cosí anche noi per
tacita convenzione, il matrimonio in dodici sonetti, se non cristiani,
come a lui prete saría stato bene, almeno morali. Ecco un saggio:

  Coppia gentil, che ai pronubi misteri
  T'accosti a piè degli invocati altari,
  Dal sacro laccio a cui la man prepari
  Sai cosa il cielo e la tua patria speri?

  Sposa, da te sensi d'onor severi
  E custodia ed amor dei casti lari:
  Da te, signor, che a sostenere impari
  Di padre e cittadin cure e pensieri:

  E d'ambedue, di gentilezza avita
  E di pietà religïosi esempi,
  E prole poi, che di virtú nutrita

  Del moribondo secolo ristori
  Gli acerbi danni, e de'futuri tempi
  I rei costumi ed il destin migliori.[87]

Ah sí, padre Clemente? Bisognava pensarci un po'prima, in scambio di
scriver tanti sonetti su la cagnolina d'Amarilli, su Nice salassata, su
Nice elettrizzata, su Nice che tira a'pipistrelli, e anacreontiche su
la. .. giacché non siamo gesuiti, diciamo diarrea.

       *       *       *       *       *

Troppi ne scrisse il Frugoni, e senza mai affettazione di filosofemi o
di moralità: a lui piaceva la mitologia decoramentale: ma fra i troppi
ne ha di anche piacenti per impasto almeno di colori e di suoni.

  Silvia, sovviemmi de la bianca Aurora,
  Quando fu sposa del marito annoso.
  Ahi sventurata! che non disse allora
  Ch'ei se la strinse al vecchio sen rugoso!

  Pianse, e di sua crudel lunga dimora
  Accusò il pigro sol fra l'onde ascoso;
  E al par del giorno sonnacchiosa ancora
  Lasciò le ingrate piume e il freddo sposo.

  Forse ancor tu di questo orror notturno,
  Silvia, i silenzi e l'ombre in odio avrai?
  Ti vedrà sorta il nuovo albor diurno?

  Tirsi non è Titon: piú bella assai
  Tu sei de l'Alba, e l'aureo letto eburno
  Amor sa quando abbandonar potrai.[88]

       *       *       *       *       *

Cotesto è in una raccolta. E le raccolte, massime nella seconda metà
del secolo, offrono qualche fiore, e nominatamente de'due lirici
estensi, Agostino Paradisi e Luigi Cerretti, inferiori d'assai al
Parini e forse anche al Savioli, ma superiori a molti altri del tempo,
per certa correttezza di forme non sempre disgiunta da nobiltà e
civiltà d'intendimenti.

A Giuseppe Puccianti piacquero del Cerretti per la sua Antologia
di poeti moderni i _Fasti d'Imeneo_. E di fatti le prime strofe,
compendiate di su l'antico di Catullo, sono graziose.

    Bella in siepe frondosa
  È la fiorita spina
  Allor che rugiadosa
  Fuor de l'epa marina
  L'alba novella uscí:
    Ma, se gentile innesto
  Non cangia il tronco duro,
  Cadon le foglie, e presto
  Rozzo virgulto oscuro
  Torna qual era un dí.

    Bella in piagge fiorite
  Di pampinosi colli
  È la nascente vite.
  Cura de l'aure molli,
  Primo de'campi onor:
    Ma, se a l'olmo il bifolco
  In accoppiarla è lento,
  Lei su 'l negletto solco
  Calca co 'l piè l'armento,
  L'insulta ogni pastor.

    Bella è in chiuso soggiorno
  Vergin pudica anch'ella;
  Tutto le ride intorno,
  Tutto la fa piú bella
  Ne la sua fresca età:
    Ma, se Imeneo con presta
  Man non ne unisce il core,
  Oltre che inutil resta,
  Illanguidisce il fiore
  Di sua gentil beltà[89].

Migliori sarebbero quelle che seguono discorrendo i civili effetti
del matrimonio, se troppo non sottostessero al paragone col carme
catulliano dal quale derivano.

Con piú novità il Paradisi introdusse Urania a cantare Imeneo principio
della società umana:

  Ruotino gli astri, il sole
  Dispensi il giorno da l'eterna sfera.
  Rinovelli sua prole
  Ogni germe di fiori in primavera,
  Rompa fulmineo telo
  Il ciel di nubi carco,
  Su 'l tranquillato cielo
  Iri dipinga l'arco;

  L'uomo ognor di natura
  Fia la maggior, la piú ammirabil opra,
  L'uom fia la miglior cura
  Del mio pensier che in meditar s'adopra,
  L'uom che ne' sensi frali
  Simile ai bruti ha vita,
  L'uom che i numi immortali
  Per la ragione imita.

  Io lui nel mondo antico
  (Memoria orrenda) già selvaggio vidi.
  Ora il deserto aprico
  Or le selve assordar d'incólti gridi,
  Ora i destrieri al corso
  Vincer co i piè non pigri,
  Or con l'ugne e co 'l morso
  Sfidar lioni e tigri.

  A i natii boschi tolto
  Necessitate entro i tuguri il chiuse,
  Poi crebbe in popol folto
  E bisogni e voleri insiem confuse.
  Allor le ghiande e l'erbe
  Fûr mensa de le fere,
  Allor città superbe
  Erser le torri altere.

  Conobbe ognun suo gregge,
  Pose ciascun suoi limiti al terreno;
  Sentí de l'util legge
  La indomita licenza il primo freno.
  La nuzïal facella
  Piacque a l'amante ardito,
  E rise la donzella
  A l'unico marito[90].

Altrove descrisse gli abitatori della selva primitiva, la cui immagine
dalla filosofia del Vico e di Gian Giacomo sorrideva spesso alle
visioni dei poeti del secolo:

  Vago per selve inospite
  L'uom primo alpestre e duro
  Non conoscea ricovero

  Di tetto e d'abituro,
  Né spoglia difendevalo
  Dal vicin sole o da l'acuto gel.

  Fra i perigli e il disordine
  Terribili a mirarsi
  I crin si rabbuffavano
  Sovra le ciglia sparsi;
  Gli occhi di furor lividi
  Rado trovar sapean la via del ciel.

  Quando le stelle inducono
  Il sonno ai membri lassi,
  Sotto chiomata rovere
  Giacea tra fronde e sassi,
  E nel feral silenzio
  Ministro de' suoi sogni era il terror.

  Se foglia in ramo tremula
  Mormorava per vento.
  Còlto da pavor gelido
  Premea nel petto il mento:
  Scosso raccapricciavasi,
  E stringea freddo sangue il tardo cor.

  Per l'atra solitudine
  Tal di sé stesso incerto
  Se 'n gía con orme pavide
  Misurando il deserto
  L'uomo, a le belve símile,
  Sconoscente a natura, ignoto a sé.

  Salve, o fanciullo idalio,
  Spirator di leggiadre
  Cure ne l'uomo indocile;
  Salve, de l'uomo padre.
  In società raccoglierlo,
  Se non Amor, qual altro dio poté?[91]

       *       *       *       *       *

Anche il Parini, per tornare pur una volta a lui, disseminò per le
raccolte nuziali, oltre la canzonetta, altre rime parecchie. Un sonetto
meritò di essere tradotto in leggiadro disegno da Andrea Appiani:

  Fingi un'ara, o pittor. Viva e festosa
  Fiamma sopra di lei s'innalzi e strida:
  E l'un dell'altro degni e sposo e sposa
  Qui congiungan le palme: e il Genio arrida.

  Sorga Imeneo tra loro; e giglio e rosa
  Cinga loro a le chiome. Amor si assida
  Su la faretra dove l'arco ei posa;
  E i bei nomi col dardo all'ara incida.

  Due belle madri al fin, colme di pura
  Gioia, stringansi a gara il petto anelo,
  Benedicendo lor passata cura.

  E non venal cantor sciolga suo zelo
  A lieti annunci per l'età ventura;
  E tuoni a manca in testimonio il cielo[92].

È una fantasia archeologica, vaga come un bassorilievo antico; e mostra
il gusto plastico del poeta. Tutto nella vita, ma in quella vita senza
cuore e senza testa, che finí con la società del Settecento, è invece
quest'altro, che pare il séguito di quel del Frugoni:

  O tardi alzata dal tuo novo letto
  Lieta sposa, a lo speglio in van ritorni,
  E di fiori e di gemme in vano adorni
  E di candida polve il crin negletto.

  La diva che al tuo sposo accende in petto
  Fervide brame onde bear suoi giorni
  Vuol che piú volte oggi lo speglio torni
  A rinnovare il tuo cambiato aspetto.

  Ecco a la bella madre Amore addita
  L'ombra che ad or ad or sul crin ti viene
  La dissipata polvere seguendo;

  E pur contando su le bianche dita
  E fiso nelle tue luci serene
  Guarda vezzosamente sorridendo.[93]

Graziosissimo, del resto, salvo il sesto verso, strascinato con
quell'_onde bear suoi giorni_.

       *       *       *       *       *

Ma nell'ode nuziale del '77 la prima novità che il Parini trovò fu
del metro: fra tante migliaia d'impolverati sonetti e di canzoni
strascicate e di compassate odi e di ecloghe e di capitoli e di ottave
e di sciolti, venir fuori con delle strofette ottonarie andanti,
sonanti, inebrianti di famigliare letizia:

  È pur dolce in su i begli anni
  De la calda età novella
  Lo sposar vaga donzella
  Che d'amor già ne ferí.

  In quel giorno i primi affanni
  Ci ritornano al pensiero
  E maggior nasce il piacere
  Da la pena che fuggí.

Pare il còro della _Sonnambula_.

       *       *       *       *       *

La strofe di quattro ottonari a rime barítone e ossítone (piane e
tronche), usata prima, credo, dal Rinuccini, risponde meglio alla
concitazione patetica ed entusiastica; cosí nell'elegia del Rolli,
prima poesia imparata a mente da Goethe fanciullo,

  Solitario bosco ombroso,
    A te viene afflitto cor,
    Per trovar qualche riposo
    Fra i silenzi in questo orror,[94]

come nell'epinicio del Monti, tanto caro ai nostri padri,

  Bella Italia, amate sponde.
    Pur vi torno a riveder!
    Trema in petto e si confonde
    L'alma oppressa dal piacer.[95]

La strofe doppia o geminata, composta cioè di due strofe di quattro
versi collegate fra loro per una rima barítona e una ossítona (piana
e tronca) combacianti nel principio e nella fine, si presta meglio al
periodo poetico e al periodo armonico, allo svolgimento lirico e al
coro. Questa elesse il Parini per la sua ode nuziale, e primo l'aveva
usato il Rolli.

  Nel partir dal patrio suolo
    Con amor pur meco viene
    La memoria del mio bene
    Che m'è forza abbandonar.
  A Partenope me 'n volo,
    Indi solco il mar tirreno;
    E afferrando il tosco seno
    Rendo grazie a' dèi del mar.[96]

       *       *       *       *       *

E al movimento franco rapido allegro del metro risponde nelle _Nozze_
del Parini la cordiale movenza interna dell'ode e la intonazione
spontanea, quasi direi popolare. Non miti né simboli, non archeologia
né filosofemi, non allegorie non mitologie non pastorellerie; ma
in quattro versi la sera delle nozze, e súbito appresso, con un
bell'accorgimento di passaggio, lo svegliarsi degli sposi la dimane
della notte nuziale.

«Quante cose e tutte belle--nota a questo punto un degli amici
biografi, il Bramieri--potuto avrebbe il poeta collocare fra la terza
strofe e la quarta! E al suo pennello delicato e sicuro non sarebbe
mancata l'arte del velo modesto; ma la casta sua musa, schiva di quelle
dipinture che sono sempre pericolose, si slancia pudicamente d'un
facil salto dal cominciar della sera allo spuntar del mattino. Che se
vi piaccia di riconoscere in quel salto anche un altro intendimento,
quello cioè che corrisponde alla nota apposta dall'autore della Nuova
Elvisa alla sua lettera LV della parte I, verrete cosí a confermare
vie maggiormente che egli è poeta del cuore per eccellenza.»[97] «O
amore,--annotava il Rousseau--s'io rimpiango l'età in cui l'uom ti
gusta, non è per l'ora del godimento, è per l'ora che lo segue.»

  Quando il sole in mar declina
    Palpitare il cor si sente:
    Gran tumulto è ne la mente:
    Gran desio ne gli occhi appar.
  Quando sorge la mattina
    A destar l'aura amorosa
    Il bel volto de la sposa
    Si comincia a vagheggiar.

  Bel vederla in su le piume
    Riposarsi al nostro fianco,
    L'un de' bracci nudo e bianco
    Distendendo in sul guancial:
  E il bel crine oltra il costume
    Scorrer libero e negletto,
    E velarle il giovin petto
    Che' va e viene all'onda egual.

  Bel veder de le due gote
    Sul vivissimo colore
    Splender limpido madore
    Onde il sonno le spruzzò;
  Come rose ancora ignote
    Sovra cui minuta cada
    La freschissima rugiada
    Che l'aurora distillò.

  Bel vederla all'improvviso
    I bei lumi aprire al giorno;
    E cercar lo sposo intorno,
    Di trovarlo incerta ancor:
  E poi schiudere il sorriso
    E le molli parolette
    Fra le grazie ingenue e schiette
    De la brama e del pudor.

Dal Poliziano in poi la lirica media non avea prodotto in Italia altro
di sí fresco e sí vivo. Incredibile, ma in cotesti versi fin la donna
pupattola di Arcadia diventa alla fine sopportabile; nei quali, del
resto, anche i piú rigidi settatori della purezza e proprietà del
linguaggio poetico de'due grandi secoli poco avrebbero, credo, da
apporre e poco da desiderare.

Desiderare forse potrebbero che il poeta avesse lasciato ai soliti
cantori di Filli le _grazie ingenue e schiette_, che assomigliano tanto
tanto all'_umilissimo devotissimo servitore_ del formulario epistolare.
Anche _il giovin petto che va e viene all'onda egual_, potrebbe per
avventura osservare alcuno di quei rigidi antiquari, non è mica bello
né vero: altra cosa è _egual all'onda_ cosí in generale, e altra cosa è
l'ariostesco,

  Due poma acerbe e pur d'avorio fatte
  Vengono e van com'onda al primo margo.

Capisco, era peggio come il poeta aveva scritto da prima.

  _Ch'or discende or alto sal._

       *       *       *       *       *

Il Parini aveva dato questa canzonetta al Passeroni una sera:
la mattina di poi gli scrisse: «Stracciate di grazia la copia
della canzone che vi diedi iersera, e sostituite la presente.» Il
Passeroni--nota il Salveraglio, al quale dobbiamo anche questa
notizia--accolse la nuova lezione, ma non distrusse l'altra; che fu
publicata da esso Salveraglio[98]. È pur sempre curioso per gli uomini
di gusto, se anche in questa ignobile trascuranza dell'arte della
parola non serva piú a nulla, il notare con quanta insistenza, e in
quante guise e con quanti assalti diversi, poeti e artisti quali il
Petrarca, l'Ariosto, il Tasso, e, dopo loro, l'Alfieri, il Parini, il
Foscolo, tornassero e ritornassero su i loro versi, e come da monchi
informi brutti pesanti li rendessero un po' per volta intieri agili
raggianti volanti. Tant'è vero che nella poesia--s'intende, d'arte
individuale--, dopo la barbarie scolastica del medio evo, la percezione
del vero e la concezione del fantastico non fu né spontanea né facile
né sincera. A noi moderni poi, dopo l'oscurazione dell'ingegno italiano
nell'abiettamento degli ultimi tre secoli, bisogna con la profonda
meditazione e con la perseverante osservazione levar via le scaglie
agli occhi dell'anima contemplante, e gli sbozzi dei fantasmi ci
bisogna con la paziente industria dell'arte rassettarli dalle storture
e rinettarli dalla scoria che han dovuto pigliare passando per i canali
del nostro sentimento, nei quali permeò con l'atavismo la falsità di
tante generazioni. Non ci aduliamo, cari compatrioti e coetanei; noi
siamo nati brutti, bugiardi e infelici. E l'_ispirazione_ è una delle
tante ciarlatanerie che siamo costretti ad ammettere o subire per
abitudine.

La prima strofe dunque nella prima redazione diceva cosí:

  È pur dolce in su i prim'anni
    De la calda giovinezza
    Lo sposare una bellezza,
    Onde Amor già ne ferí.
  In quel dí gli antichi affanni
    Ci ritornano al pensiere:
    Ed accrescesi il godere
    Da la doglia che finí.

Inutile avvertire quanto non pur d'agilità e d'eleganza ma di verità
nell'espressione abbiano acquistato dall'emendamento gli ultimi due
versi: _doglia_ in quella posizione e con quell'accompagnamento
era senz'altro un'improprietà: vano e contraddittorio in termini
_accrescesi il godere da la doglia_: increscioso per lo meno l'aggiunto
di _antichi_ agli affanni d'un amore oramai beato. Nei versi secondo e
terzo quella _giovinezza_ e quella _bellezza_ erano coi loro doppi zeta
due veri macigni; ed era proprio una smanceria d'astratto spropositato,
da arcade di terzo o quarto grado, lo _sposare una bellezza onde amor
già ne ferí_.

Della seconda strofe i primi quattro versi non ebbero mutamenti:
s'intende: contengono non una rappresentazione ma una osservazione
còlta e resa con sentimento istantaneo. I quattro versi di poi sonavano
da prima cosí:

  Quando riede a la mattina
    Con la luce avventurosa;
    Il bel volto de la sposa
    Si comincia a contemplar.

Tiriamo via su la convenzionale ridondanza del _sole che riede a la
mattina con la luce avventurosa_, ma quel _contemplar_!

Anche della terza il primo periodo restò immutato: il secondo diceva,

  E, contrario al suo costume,
    Il bel crine andar negletto
    A velarle il giovin petto
    Ch'or discende or alto sal.

Inutile notare la pesantezza, la sgarbatezza, forse la scorrettezza
di quel _contrario al suo costume_: inutile notare quanto di
verità e determinatezza abbia acquistato la rappresentazione dallo
_scorrer libero e negletto_: ma forse che _a velarle_ per la unità
dell'impressione era meglio che _e velarle_.

Nella quarta _un limpido madore_ era _sparso_, assai men bene dello
_splender_. Ma il verso quinto e il sesto dicevano,

  Come rose al guardo ignote,
    Ove appar minuta e rada
    La freschissima rugiada, ecc.

dove io, passando sopra quell'_al guardo ignote_, mi fermerei
volentieri a vagheggiare _Ore appar minuta e rada_: mi sembra piú vera
la raffigurazione, piú logica la correlazione di tempo, che fu guasta
dalla correzione; nella quale il _cada_ e il _distillò_ si urtano fra
loro, o, meglio, si allontanano troppo l'uno dall'altro.

La prima lezione della quinta offre un _Riaprire i rai lucenti_ e un
_restar pochi momenti_, dei quali non mette conto né anche dir male.

       *       *       *       *       *

A ogni modo, questa prima parte dell'ode è delle migliori
rappresentazioni plastiche dal vero che sia dato ammirare nella lirica
pariniana e in generale nella lirica del secolo passato. Ma vien pur
fatto di domandarci: una cosí viva e commossa descrizione delle gioie
matrimoniali sta ella bene in bocca di un prete, che pur dicea messa,
almeno quando n'avea bisogno?

Il Frugoni certa volta, dopo descritti con tante mitologie e sudicerie
metaforiche tanti talami, scappò a fare l'ipocrita:

  Perché di nozze pingermi
  Lieta pompa festevole?
  Non sai che vita celibe
  Trarre promisi al ciel?

  Tu schifosetta e rigida
  Ma desiosa vergine
  Mi fai veder, che vassene
  Sposa a garzon fedel.

  Sguardi furtivi e cupidi
  E sospir caldi narrimi,
  Ch'esser potrebbon mantice
  Al sopito desir.

  Abbiansi moglie e talamo
  Que' ch'altra vita seguono;
  Io di cose a me indebite
  Non vo' novella udir.[99]

Il Parini almeno, in quel vagheggiamento del matrimonio dal suo stato
di celibatario obbligato, è piú sincero e meno impuro. Peggio, per
la morale, da vecchio e a letto, misurava e palpeggiava col classico
verso le rotondità e le morbidezze delle carni della procuratessa
Tron e della contessina di Castelbarco. Ma il Giusti ebbe scrupolo ad
accogliere nella sua scelta pariniana _Le nozze_; e certa gente a ogni
passo rinfaccia a questo e quello la purità e la severità dell'arte
pariniana. O inchiostranti italiani, se non vi scusasse l'ignoranza,
sareste pure di gran begli impostori!

       *       *       *       *       *

Dissi l'altra volta due essere gli amminicoli o gli ingredienti della
poesia nuziale arcadica: la lascivia e l'adulazione. Il Parini riuscí a
trasmutare i luoghi comuni della lascivia nella viva rappresentazione
di legittime gioie; non riuscí a trasmutare, come pur volle,
l'adulazione in civile moralità.

All'ode _Le Nozze_ dopo le prime cinque strofe cascano le ale; o,
meglio, ella trascina i frasconi per anche tre; una sola bella, questa:

  Ma oimè come fugace
    Se ne va l'età piú fresca,
    E con lei quel che ne adesca
    Fior sí tenero e gentil!
  Come presto a quel che piace
    L'uso toglie il pregio e il vanto,
    E dileguasi l'incanto
    De la voglia giovanil!

Se bene non a tutti gli orecchi arriverà proprissimo quell'_incanto
della voglia giovanil_; che anche peggio sonava nella prima lezione,
_E dilegua con l'incanto De la voglia giovanil!_ Cotesto ammonimento,
del resto, cotesto _alto là_ alla gioventú, a me pare un contrasto
non pur morale, ma poetico, di assai effetto. Altro ne pareva a un
de' due autori delle _Lettere su la vita e gli scritti_ del Parini,
all'avv. Bramieri; delle cui parole mi piace riferire, per una mostra
di quanto sia antica abitudine ai critici italiani, o che lodino uno
di scriver bene, o che biasimino un'altro di scriver male, lo scrivere
sempre pessimamente loro. «Era egli codesto il momento di turbare le
delizie dello sposo, di ammorzare il sí dolce entusiasmo e il senso
della somma sua felicità, con una riflessione crudele sulla caducità
della bellezza, sulla brevità della gioventú e sui tristi effetti della
abitudine? Sia pur vero che il poeta non debba giammai perdere di
vista l'utile morale, e certo il rimprovero di averlo obbliato non si
potrà mai fare al nostro: ma assai di morale istruzione e piú propria
all'istante poteva egli dal suo soggetto ricavare, parlando della
sobrietà necessaria e vantaggiosa ne' piaceri, del bisogno, che questi
hanno, del magico velo del pudore ecc., senza avvelenare le gioie d'un
giovine innamorato, che sta per fruirne legittimamente, coll'intonargli
all'orecchio e in aria di lamento quelle dure verità. Che s'egli ha
poi cercato di consolarnelo coll'idea della virtú, onde, come della
bellezza, era fregiata senza pari la sposa, ognuno ben vede che sterile
consolazione sia codesta, massime per quel tempo in cui l'uomo è tutto
dei sensi ed ascolta una sentenza lor sí funesta. O i sensi parlano
allora in lui un linguaggio imperiosamente esclusivo, ed è perduta
presso di lui la fatica di moralizzare; o non parlan sí forte, e dalla
importuna morale gli è avvelenata la fonte dei piaceri che gli amanti
illusi credono inesauribile, immanchevole. Oltre di che madonna la
virtú, di sembianze sempre poco grate alla giovinezza, arriva cosí
inaspettata, che il venir suo non lascia neppur sentire da lei quella
consolazione che meglio preparata poteva arrecare.. .. .»[100]

Quanto a questo il Bramieri ha ragione: la Virtú arriva proprio
inaspettata: pare che il poeta se la cacci innanzi spingendola per
le spalle: Oh va un po' là e prèdica tu, per finirla; ché io dopo la
contemplazione di quel _che va e viene_ non so come cavarmela.--Nella
prima lezione la prèdica era anche piú predicozzo: diceva,

  Giovinetto fortunato,
    Che vedrai fra i lieti bari
    Ne la bella Montanari
    Un tesoro di virtú!
  La virtú non cangia stato,
    Ma risplende ognor piú chiara;
    Senza lei saría discara
    La piú bella gioventú.

Oh _Piccolo Lemmi_, indimenticabile lettura morale de' miei teneri
anni! Il poeta corresse,

  Te beato in fra gli amanti
    Che vedrai fra i lieti lari
    Un tesor che non ha pari
    Di bellezza e di virtú!
  La virtú guida costanti
    A la tomba i casti amori.
    Poi che il tempo invola i fiori
    De la cara gioventú.

E i versi sono di certo e senza paragone migliori: ma, mutati i
sonatori o i suoni, l'antifona è la stessa. _E quando non ce n'è,
Quare conturbas me?_ E quando non c'è la poesia, cioè l'invenzione il
fantasma la passione e il volo il colore e il canto, quando non c'è
tutto insieme l'impasto di tutte queste attività e qualità, metteteci
quanta morale volete, e la religione per giunta, metteteci la monarchia
la democrazia l'anarchia, Dio o il diavolo, l'arcangelo San Michele o
Satanasso, quando la poesia non c'è, non c'è materia o contenenza, non
ci sono intenzioni o tendenze che la sostituiscano o la scusino o la
compensino. Ciò che in questa occasione e in questo argomento il poeta
aveva sentito, e col desiderio o il rimpianto d'un celibe cinquantenne
aveva idealizzato, erano i godimenti della luna di miele: di cotesto
fece vivo e vero ritratto; tutto il resto non è sentito, è accattato, è
impiallacciato per mettere una cornice al quadro.

       *       *       *       *       *

Cinquant'anni, poco piú poco meno, dopo l'ode pariniana, Giacomo
Leopardi compose la canzone per le aspettate nozze della sorella
Paolina. Che mutamento! La diversità dei tempi e degli uomini, delle
ispirazioni e delle aspirazioni, risulta dalla diversità non pur
del contenuto ma dell'intonazione e del metro. Non piú metastasiani
ottonari, ma endecasillabi alfieriani; non piú strofette danzanti, ma
la stanza della canzone togata con lo strascico; non piú musica, ma
eloquenza. Piú che poesia, cotesta del Leopardi è una concione col
suo bravo esordio in un periodo a tre membri e piú incisi, e col suo
bravo episodio storico in fine; episodio che anche è confermazione;
confermazione che anche è perorazione o commozione degli affetti,
perché è da vero poesia: ritoccato a pena il seno della madre terra
classica, storia o poesia greca e romana, il povero Anteo di Recanati
rimbalza.

  Virginia, a te la molle . . . . . .

ecc. ecc.; perché spero che tutti i lettori italiani abbiano a memoria
quelle due stanze.

Ma, tornando alla canzone intiera, che gravità, che contegno! Par di
ritrovarsi con un gruppo di _carbonari_ come va. Che grandi bianche
cravatte! che baveri! che cappelli! che ciuffi, e che moschettoni! Ed
ecco, tra le classiche reminiscenze di Orazio (Virtú viva sprezziam
ecc.) e di Anacreonte (_al dolce raggio Delle pupille vostre il ferro
e il foco Domar fu dato_), tra i fremiti convulsi del dialogismo
alfieriano (_o miseri o codardi Figliuoli avrai. Miseri eleggi ecc._),
tra le severe armonie della piú peregrina della piú diamantina della
piú finamente martellata elocuzione poetica che da gran pezzo avesse
udito l'Italia, ecco svolazzare al vento sul dirupo una punta della
fusciacca nera di Manfredo e di lord Byron:

      ...D'amor digiuna
  Siede l'alma di quello a cui nel petto
  Non si rallegra il cor quando a tenzone
  Scendono i venti, e quando nembi aduna
  L'olimpo, e fiede le montagne il rombo
  Della procella.

Nel 1827 o 28 non si può fare a meno d'un po' di romanticismo, anche
essendo Giacomo Leopardi. E, pur sedendo al banchetto nuziale,
bisogna far giuramento di salvare la patria, e,--pst, pst, chiudete
bene le porte--di ammazzare il tiranno. Va bene, e ci sto anch'io,
nobili padri! Vogliamo cominciare la rivoluzione col coro di _Donna
Caritea_? Oh meglio, meglio da vero che vendere l'orvietano di frasi
sgrammaticate dai palchi scenici di qualunque specie a un popolo che
non vuol piú saper nulla di grandezza e di patria!

Ma, tornando anche una volta alla canzone del Leopardi, tutto cotesto
era vero?--È storico.--È bello?--Era utile, opportuno, civile.

       *       *       *       *       *

La lirica nuziale, ripetizione oggimai vieta di luoghi comuni piú o
meno affettuosi od occasionali, è non per tanto delle piú antiche
tradizioni del canto popolare della nostra razza; e in Grecia e in
Roma, quando la poesia accompagnavasi veramente, ideale emanazione,
a tutti quasi gli atti della vita sociale, fu altamente civile e
religiosa, senza per questo rimanere obbligata a forme fisse liturgiche
o rituali.

I greci ebbero di piú maniere poesie nuziali: _epitalamii_, cantati da
cori di fanciulli e fanciulle davanti la camera degli sposi, o la sera
al colcarsi o la mattina al levare: _scolii_, canzonette intonate in
mezzo al convito da alcuno dei commensali: _imenei_, canti morali di
ammonimenti e documenti intorno al matrimonio; e altri, descrittivi
della pompa delle nozze; e inni a onore degli sposi.

Di _scolii_ uno ce ne avanza, male attribuito ad Anacreonte, tutto
ancor fresco e brioso:

 O regina de le dive, Cipride; o Amore, forza de gli uomini; o Imene,
 custode della vita; voi chiamo con la parola, voi ne' canti onoro,
 Amore, Imeneo, Cipride. Guarda, o giovine, guarda la novizza: sta'
 su, ché non ti sfugga la caccia della pernice.

 Stratocle diletto di Citerea, Stratocle marito di Mirilla, mira la
 cara moglie, adorna, fiorente, splendida. La rosa è regina dei fiori,
 rosa tra le fanciulle Mirilla. Il sole t'illumini il talamo: ti
 cresca nel giardino un cipresso.[101]

Degli epitalamii propriamente cantati non ne avanza. Teocrito, o chi
altri nell'età alessandrina, rifece l'epitalamio di Elena; e, o che
parte lo deducesse dalle antiche epopee o che parte vi raccogliesse
degli spiriti dalla vita ancor poetica del popolo, fe' cosa, pur negli
atteggiamenti studiati dall'arte, graziosamente ingenua. Sono dodici
fanciulle di Sparta, che, col giacinto alle chiome, in casa il biondo
Menelao, intrecciano carole cantando Imeneo dinanzi al talamo di
fresco dipinto della Tindaride e del piú giovine Atride. Le fanciulle
cominciano giovanilmente scherzose. (Riferisco dalla versione del
Salvini, che, dove non falla per difetto del testo seguíto, è delle men
peggio).--Dovevi--dicono allo sposo--

  . . . . . dovevi tu per tempo.
  Tu che mestier n'avevi, andare a letto,
  E lasciar poi che colle sue compagne
  Presso alla cara madre in festa e in giuoco
  Si stésse la figliuola infino a giorno;
  Poi che ce n'era ancor por la dimane
  Della tua sposa, e ancor per anni ed anni.

Noi siamo--seguitano, cambiando tono, le figlie di Sparta--noi siamo,
tutte compagne di età, duecentoquaranta fanciulle, femminil gioventú
usa a correre, unte la persona a mo' de' maschi, lungo i lavacri del
nostro Eurota; ma niuna di noi è, comparata ad Elena, senza taccia.
Quale la veneranda aurora spuntando, mostra la bella faccia, o quale
la serena primavera allo sparire del verno, tale anche Elena mostrasi
aurea fra noi, ben vegnente come biada che sorge ornamento del solco o
cipresso nel giardino o cavallo tessalo al cocchio.--E poi ancora, con
desioso e casto intrecciamento delle memorie virginee alle condizioni e
agli offici di sposa:

  Vaga fanciulla, omai tu donna sei,
  Ed a guardar la casa omai ti tócca.
  Noi la mattina al corso ed ai giardini
  Andremo a coglier fiori e a far ghirlande,
  Molto, o Elena, te membrando; quali
  Pecorelle di latte, che son prive
  Della materna desiata poppa....
  Godi, sposa, e tu godi, o nobil sposo....
  Doni Latona a voi leggiadra prole,
  Latona di bei figli alma nutrice;
  Venere a voi, Venere dea conceda
  Un eguale d'entrambi amor perfetto....
  Dormite, l'un nell'altro, o cari sposi,
  Amore ed amistà spirando in seno.
  Destatevi al mattin, non ve 'l scordate.
  Torneremo ancor noi qui domattina,
  Tosto che sorto il buon cantor del giorno
  Strepitando alzerà il piumoso collo.[102]

Ma questa riproduzione artistica dell'età epica non può compensare la
perdita degli epitalamii di Stesicoro o dei piú molti composti da
Saffo, quando nella lirica eolia batteva giovine il cuore ed esultava
la fantasia del popolo greco.

       *       *       *       *       *

Può essere che da alcuno o da piú degli epitalamii di Saffo ritragga
il carme di Catullo per le nozze di Tito Manlio Torquato con Vinia
Aurunculeia di nobilissime famiglie romane negli ultimi tempi della
repubblica. Imitazioni dal greco certe, almeno di luoghi conosciuti,
non pare vi sieno; se bene è vero che abonda di imagini e memorie e
forme greche, massime nella prima parte, e greca è la invocazione a
Imeneo, dove i romani chiamavan Talassio; ma tutto il carme è anche una
perfetta rappresentazione di tutti quasi i riti delle nozze romane.
A ogni modo le forme della religione greca sono cosí amicamente
conciliate alle romane costumanze, e la vita del momento è còlta
cosí in accordo alle relazioni eterne della famiglia e della patria,
che quel carme resta ammirabile non solo tra le fantasie pittrici
piú graziose e pure che la poesia latina lasciasse, ma fra i piú bei
monumenti della classica antichità.

Il rito delle nozze romane, né anche ai dí nostri sparito affatto dagli
usi delle popolazioni italiche particolarmente montigiane e isolane,
era una poesia per sé stesso, rinnovando in una quasi drammatica
raffigurazione le origini e tradizioni epiche della famiglia e del
giure gentilizio. Tale rappresentazione Catullo descrive tra da poeta
e da sacerdote, ancora _vate_; la descrive in un carme a strofe brevi e
animate, di semplice e abile disegno, che è pur esso un piccolo dramma
svolgentesi insieme col maggiore in un monologo variato d'inni e di
cori.

       *       *       *       *       *

La sposa, pettinata fin dal mattino alla foggia delle Vestali con la
punta dell'_asta celibare_, ferro già tinto nel sangue, che segnò il
solco alla raccolta capigliatura; coronata di maggiorana o di verbene
o di altre erbe raccolte di sua mano; velata il capo, la chioma, tutto
il viso, nel roseo flammeo; fatta la _confarreazione_, nella quale,
alla presenza del pontefice del flamine e di dieci testimoni, dopo
il sacrificio, partí con lo sposo il pane del farro sacro; aspetta
la sera. Imbrunisce. È l'ora che la sposa deve esser rapita a forza,
come già furono le Sabine, dal grembo della madre o della congiunta
piú prossima. Le fanciulle consanguinee, compagne, clienti, aspettano
nell'atrio, con quella affettuosa e quasi religiosa trepidanza che è
delle donne in quei casi.

Il poeta, dinanzi alla casa, circondato dalle persone e dalle
decorazioni della festa, invoca il giovine dio greco delle nozze;
e chiama il drappello delle fanciulle a ripetere in coro l'inno
dell'imeneo, ché il dio del piacere legittimo si renda piú facile alle
preghiere di voci pure e di bocche innocenti. Ecco l'invocazione,
illuminata dalla imagine della verginale bellezza di Vinia, uscente
nel carme come Vespero che sale dai colli romani ad affrettare il
momento della partita di lei dalla casa paterna.[103]

 O abitatore del colle d'Elicona, figlio di Urania, che trai di forza
 la tenera vergine al marito, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

 cingi le tempie dei fiori della maggiorana dal soave odore, prendi il
 velo flammeo, vienne lieto, vienne fra noi, calzato il niveo piede
 nell'aureo socco;

 e tratto alla gioia di questo giorno, cantando con argentina voce il
 canto delle nozze, batti dei pié la terra, scuoti nella mano la teda
 di pino.

 Però che, quale Venere mosse dall'Idalio al giudice frigio, Vinia a
 Manlio, vergine buona con auspicio buono, si sposa,

 ridente come su l'Asio mortella da'ramicelli fioriti, che le
 Amadriadi nutrono loro delizia con l'umore della rugiada.

 Sí che, or via, affréttati a noi, lasciando gli spechi aonii della
 tespia montagna, cui dall'alto rinfrescando irriga la sorgente
 Aganippe:

 vieni e chiama la novella padrona alla casa c'ha da essere sua,
 allacciandole l'appassionata anima di amore, come edera che tenace si
 aggrappa all'albero con erranti viluppi.

 E voi insieme, o vergini pure per le quali simil giorno avvicinasi,
 cantate, or via, in coro: O Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

 acciò, sentendosi invitare al suo ministero, piú volentieri egli
 venga, conducitore della buona Venere, congiugnitore dell'amor buono.

       *       *       *       *       *

L'inno cominciato con movimento d'entusiasmo va ora seguitando solenne
nelle lodi d'Imeneo, in quanto il matrimonio è instituzione non pur
domestica ma civile; e canta come le nozze ferme siano principio e
fondamento di felicità e di forza agli individui alle famiglie alla
patria: canta con quella sobrietà che s'accompagna sí bene al vigore e
alla virtù.

 Qual dio è piú da invocare agli amanti ansiosi? quale de' celesti gli
 uomini han piú da venerare? O Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

 Te invoca per i suoi il tremulo genitore: per te le vergini sciolgono
 i seni dalla pura zona: te veniente aspetta inquieto con cupido
 orecchio lo sposo novello.

 Tu nelle mani al fiero garzone consegni la fiorente fanciulla dal
 grembo della madre, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

 Senza te non può Venere pigliarsi piaceri che l'onestà approvi; ma
 può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

 Senza te niuna famiglia può avere figliuoli né il padre cingersi di
 stirpe novella; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

 Terra senza il tuo culto non potrà dare difensori alle frontiere; ma
 può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Giovanni Fantoni, fra tanto altre imitazioni che fece, riprodusse anche
ammodernato, in un epitalamio per patrizi veneti, questo carme di
Catullo, e specialmente l'invocazione ad Imeneo, cosí:

  Voi donzellette amabili,
  A cui trilustre palpita
  Nel colmo petto il core,
  E spesso il volto mostra
  Un mal celato amore;

  Perché discenda facile
  Il dio, sciogliete un cantico;
  --Dal sacro orror pimpleo,
  Dalle materne selve
  Scendi, Imene-Imeneo.

  Te d'ogni stirpe chiamano
  Speme le madri e i tremuli
  Vecchi con voce fioca,
  Te il garzoncello imberbe,
  Te ogni donzella invoca.

  O di costumi agli uomini
  Dolce maestro ed arbitro,
  Dal sacro orror pimpleo
  Dalle materne selve
  Scendi, Imene-Imeneo.

  Tu a re sdegnati e ai popoli
  Pace ridoni e candida
  Fe' di pensier concordi,
  Tu in amistade unisci
  Le famiglie discordi.

  E tu soave imperio
  Stendi dall'austro a borea
  Dal sacro orror pimpleo,
  Dalle materne selve
  Scendi, Imene-Imeneo.

  Per te la zona timide
  L'intatte spose sciolgono
  A lusinghiero invito,
  E cedon lagrimando
  Al cupido marito

  Per te fama non temono
  Casti Cupido e Venere.
  Dal sacro orror pimpleo,
  Dalle materne selve
  Scendi, Imene-Imeneo.

  Scendi, dator benefico
  Di gioia e di dovizia,
  Protettore fecondo
  Delle città, dei campi,
  Animator del mondo.[104]

E il Leopardi die' luogo anche a questi versi nella sua Crestomazia
poetica. Ahimé! È vero per altro che nella chiacchierata poesia
italiana ce n'è di peggio.

       *       *       *       *       *

Poi che i vóti delle vergini e del poeta hanno attirato il nume la
cui presenza guarentisce la santità dell'amore, e i fanciulli con le
fiaccole aspettano alla porta per l'accompagnamento a casa del marito,
è pur tempo che la sposa si mostri. È chiamata: il pudore la ritiene:
le sollecitazioni si rinnovano di momento in momento, solo interrotte
dalle lodi della bellezza di lei e dalle promesse della felicità che
l'attende sicura.

 Aprite i battenti della porta. Vergine, fatti avanti. Vedi come le
 fiaccole agitano le luminose chiome? Un bel pudore la ritiene ... E
 pure ubbidendo piange che le bisogni andare.

 Lascia di piangere. Non per te, Aurunculcia, c'è pericolo che sposa
 mai più bella abbia veduto spuntar dall'Oceano la luce della dimane.

 Tale nel giardino di ricco signore si leva tra gli altri il fior di
 giacinto. Ma troppo tu indugi. Il giorno se ne va. Esci, o sposa
 novella.

 Esci, o nuova sposa, se ti par ora; e ascolta le nostre parole. Vedi?
 le faci agitano le chiome d'oro. Esci, sposa novella.

 Non sarà mai che l'uom tuo pieghi a tristi amori di adultera, e in
 cerca di vergognosi piaceri voglia colcarsi lontano dalle tue tenere
 mammelle;

 chè anzi, come lenta allacciasi la vite agli alberi vicini, così egli
 si allaccerà nel tuo abbracciamento. Ma il giorno se ne va: esci, o
 sposa novella.

Alla porta i cinque fanciulli pretestati scuotono le cinque faci di
spino (rimembranze della primitiva povertà agreste), accese a Giove, a
Giunone, a Venere, a Diana Lucina, alla Persuasione. Ed ecco dal fondo
bianco dell'atrio rosseggia il velo della sposa.

 Alzate, o fanciulli, le fiaccole. Io veggo il flammeo apparire.
 Andate, cantate in cadenza: o Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

I pretestati si muovono con in mezzo la sposa; innanzi, l'impubere,
il Camillo, che reca in un vaso coperto gli utensili muliebri; dietro
un altro fanciullo con la conocchia avvolta di stame ed il fuso: di
poi, la lunga schiera dei parenti. Cosí sotto il favore di Giunone
_Domiduca_ va la processione nuziale alla casa del marito. E i
fanciulli e le fanciulle e i clienti invocano Talassio e Imeneo, e al
suono delle doppie tibie il popolo e i servi cantano i fescennini.

I lettori sanno che fossero i fescennini: canti, la cui origine e
l'uso era, dicesi, dall'etrusca Fescennia, improvvisati, senza piú
rispetto al ritmo e al metro che al pudore. Imaginin dunque i motti,
le allusioni, le licenze, le facezie sboccate che dovean correre in
tali occasioni tra la folla degli scapati, i quali si divertivano
all'impaccio della sposa. E pure il fescennino durò fino agli ultimi
tempi dell'impero, nelle nozze dei Cesari cristiani e fin del barbaro
patrizio Ricimero. E il poeta della _Gerusalemme_ e quel dell'_Adone_
dedussero nelle loro poesie per nozze di principi cattolici piú
dai fescennini di Claudiano e di Ausonio che dai carmi di Catullo.
Noi, con tutto il rispetto alla sincerità romana, che volle serbare
non che nelle solennità dei trionfi ma nelle feste della famiglia i
segni dell'antica rozzezza o realità della vita, passeremo oltre sui
fescennini, pur se ricantati da Catullo; e aspetteremo la sposa alla
casa maritale su la soglia, che ella non deve toccare co' piedi, ma
oltrepassare, sollevata a braccia dai pronubi.

 Eccoti la casa ricca e beata dell'uom tuo, che sarà tua sempre ...

 Sino alla canuta vecchiaia che movendo il tremolo capo par che dica a
 tutti di sí ...

 Porta con buon augurio que' piedini d'oro oltre la soglia ed entra
 per la nitida porta. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

       *       *       *       *       *

Il poeta, trasvolando su i riti minori che la sposa entrata nella nuova
dimora aveva da compiere, le mostra lo sposo seduto al convivio.

 Vedi là dentro, nella sala del convito, l'uom tuo, che dal letto di
 porpora tende a te le braccia impaziente.

 A lui non meno che a te arde nell'intimo petto la fiamma d'amore, ma
 a lui più profonda. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Il poeta e il corteggio passano in fretta dinanzi al convito, e
s'avviano al talamo. Un de' pretestati va innanzi con la fiaccola di
corniolo: un altro tiene la sposa pe 'l braccio o al braccio. Da lui la
ricevono le pronube, matrone d'un solo marito, e l'allogano nel letto
covertato di porpora. Dopo di che, i parenti e gli amici strappano e
portano via la face di corniolo, che rimanendo nella camera o riposta
dagli sposi sarebbe augurio di morte. A questo punto entra il marito; e
la poesia, in su la sdrucciolo, si rialza nelle imagini della bellezza
di quelle due giovinezze e della prossima maternità.

 Lascia, o pretestato, il bel rotondo braccio della fanciulla: si
 appressi ella oramai al letto del marito........

 E voi, oneste matrone e rispettate dai vostri vecchi, collocate la
 fanciulla nel letto. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

 Adesso puoi venire, o marito: la moglie ti è nel letto, brillante nel
 viso fiorito come bianca partenice o papavero rosso.

 Ma anche tu marito (cosí mi assistan gli dèi) sei bello non meno,
 né Venere ti ha trascurato. Ma il giorno se ne va: affréttati, non
 t'indugiare.

 Non tardasti troppo: éccoti. La buona Venere ti sia propizia, poi che
 ti pigli in palese il piacer tuo e non celi il legittimo amore.

 .. . E in breve date figliuoli. Un cosí antico nome non sta bene
 senza figliuoli, ma bisogna che sempre si rinnovelli.

 Voglio che un Torquatino, porgendo dal grembo della madre sua le
 tenere manine, rida dolcemente al padre col socchiuso labbruccio.

 Somigli tutto a suo padre Manlio, e lo raffigurino anche quelli che
 non lo sanno; e gli si legga in viso la pudicizia della madre.....

 Chiudete i battenti, o vergini: cantammo assai. Ma voi, nobili sposi,
 vivete felici, ed esercitate nell'amore la valida gioventú.

Cosí finisce questo carme, antico di quasi duemila anni. Nel
quale--traduco da un vecchio erudito francese di buon gusto, il
Naudet--quanto è il movimento e la vita e la energia imitativa!

E come bisogna innanzi tutto ammirare la semplicità dei mezzi onde il
poeta produce tanti effetti pittoreschi! Egli direbbesi che prenda la
lira come uno dei cantori omerici, le cui armonie rallegravano le feste
e i banchetti degli eroi. Canta, e tutte le vicende del rito nuziale
ci passano una dopo l'altra davanti gli occhi. La grazia, la forza, la
maestà, la magnificenza, la gioia, la passione, il sentimento religioso
variano a volta a volta le sue imagini; e tale è la illusione di quella
poesia, che ancora crediamo udire le acclamazioni d'imene e vedere gli
attori della festa. Piú che descrizione e pittura è uno spettacolo
animato.[105]

E come, aggiungiamo noi, dinanzi a questa poesia della vita appaiono
fredde, solitarie, quasi egoistiche, le gioie descritte nella sua ode
dall'autore del _Giorno_ e le moralità verseggiate nella sua canzone
dal poeta di _Bruto minore_! E vien fatto di pensare: Come dové esser
meschina la età che ispirò le _Nozze_ del Parini! e come infelice la
generazione che produsse la canzone del Leopardi!


  ADOLESCENZA E GIOVENTÚ POETICA

  DI UGO FOSCOLO


Nella _Domenica letteraria_ del 2 luglio 1882 recensione che non fu
continuata delle _Poesie_ di UGO FOSCOLO _edizione critica per cura di_
GIUSEPPE CHIARINI.

Livorno, Vigo, 1881: 16º con ritratto e facsimile.



ADOLESCENZA E GIOVENTÚ POETICA

DEL FOSCOLO


I.


In questa edizione le poesie del Foscolo, liriche e satiriche,
originali e tradotte, edite e inedite, con varianti e illustrazioni
d'ogni maniera, tengono 485 pagine; e sono distribuite in quattro
parti: 1) pubblicate da esso l'autore, 2) frammenti del carme alle
Grazie, 3) postume e traduzioni, da quella in fuori dell'Iliade, 4)
giovanili. Sta innanzi in CCXXVI pagine la prefazione del Chiarini,
che dà di esse poesie la storia interna ed esterna e molte notizie e
induzioni e questioni su gli amori su i lavori e in generale su la vita
del Foscolo.


II.


Facciamoci dai versi giovanili, o, meglio, dell'adolescenza; dai versi,
dico, che il Foscolo compose in Venezia dai quattordici ai diciannove
anni, tra il 1792 e il '97, e che hanno per termini il _Tieste_ e l'oda
_Bonaparte liberatore_. Non pregi veri o contrastati che abbiano, ma
ci sedurrà a fermarci attorno ad essi certa curiosità degli indizi di
quel tempo e delle alluvioni e fecondazioni che si successero in quel
singolare spirito giovinetto.

       *       *       *       *       *

Monumenti e notizie dei primi saggi poetici del Foscolo sono nel
manoscritto ch'ei mandò il 1794 a Costantino Naranzi e fu impresso il
1831 in Lugano coll'ambizioso titolo di _Poesie inedite_, nelle lettere
a Gaetano Fornarini di Brescia dal dicembre del '94 all'agosto del
'95, in un _Piano di studi_ e indice di scritti concepiti o finiti o
abbozzati sino all'anno 1796 lasciato a Tommaso Olivi da Chioggia e
pubblicato il 1881 in Bologna dal sig. Leo Benvenuti, nel _Mercurio
d'Italia_ e nell'_Anno poetico_ di Venezia del 1796 e 97, e in pochi
fascicoli stampati in quegli anni o di poi per occasioni: documenti
tutti che il Chiarini con ogni diligenza raccolse, raffrontò, esaminò
o anche riprodusse nel volume.[106]

Il Foscolo dunque fu verseggiatore precoce. Tradusse molto: tutto
Anacreonte, due odi di Saffo, un'ode di Pindaro, e pezzi di Teocrito, e
da Orazio parecchie odi, ed elegie di Catullo e di Tibullo e Properzio;
di latini moderni, dal Pontano; di stranieri, il libro terzo del
Paradiso perduto, e idilli di Gessner, e canzonette inglesi, francesi,
tedesche, tutto dal francese; fino una canzoncina di Thesdeher (?)
_anacreontico turco_, del quale piú altre poesie affermava conoscere
voltate in greco volgare. Tredici anni dopo, da Pavia, professore,
scriveva: «Si canta canzoni greche, in canto fermo, a modo degli
Albanesi, e ieri quelle arie, tra il barbaro e il passionato,
esilararono la penosa anima mia.»[107] Forse il zacintio aveva dai
primi anni ritenuto nella memoria di que' distici cosí amorosamente
greci cantati ancora per le isole Jonie; come, a esempio, questi tre
tutti Teocrito:

  Quando il gelsomino fiorisce, le sue ciocche se ne ornano;
  E quando la giovinetta s'abbiglia, i giovani escono di sé.
  Papavero folto, folto, gentile,
  Prestami i fior tuoi e'l tuo rossore,
  Ch 'i' mi vesta, m'abbigli, nel lido scenda
  E strugga d'amore.

  Stilla il tuo tetto a correnti a correnti amarezza,
  E io assetato la beo per il dolce amor tuo.[108]

Altrettanta, se non larghezza, varietà o divagazione di contatti,
e, se mi sia permessa l'espressione, d'attingiture e intingiture,
è attestata anche dal _piano di studi_, ove si abbracciano o fanno
alle braccia i nomi di Omero e d'Ossian, del Tasso e di Milton, di
Sofocle e di Shakespeare, dell'Ariosto e di Rousseau, di Swift e di
Cervantes, di Teocrito e di Gessner, delle Georgiche e de' Piaceri
dell'immaginazione, di Saffo e delle lettere d'Eloisa imitate da Pope,
d'Orazio del Guidi e di Gray, del Frugoni e di Haller, del Savioli e di
Whaller, di Richardson, di Arnaud e di Goethe. E tutte queste letture e
versioni e imitazioni, se non potevano per una parte conferire di molto
alla pronta e retta educazione del giudizio estetico, dovevano per
un'altra promuovere il rapido svolgimento di quel senso d'una vita piú
larga e piú mossa in una realtà passionata, che, pur con l'espressione
enfatica e asmatica e torbida, distingue subito i poeti e gli scrittori
in generale della fine del secolo dagli arcadi e dagli imitatori dei
cinquecentisti nel principio o nella metà prima.

       *       *       *       *       *

Del proprio il Foscolo giovinetto compose _molte anacreontiche_ su
l'innanzi del Vittorelli e del Bertòla, tredici odi _savioliane_--cosí
egli--, molte odi oraziane, cioè a mo' di Labindo, e idillii
gessneriani a strofette fra rolliane e frugoniane a mo' pur del
Bertòla; i quali modi tutti erano la moda poetica dell'Arcadia
trasmutantesi al filosofismo sentimentale. E con ciò scriveva anche
un'ode mosaica e parodie (poveretto!) delle odi pindariche. Ma piú
dovea tenersi di certe odi che accennava al Fornasini fin dal 19
agosto '95 e indicava e registrava nell'indice del '96. Non oraziane
o fantoniane, non savioliane, non pindariche, non mosaiche; ma del
_conio dell'autore_--cosí egli.--Dovevano andar raccolte in un solo
libretto col motto _Vitam impendere rero_. Dovevano esser dodici, ma
tra le finite nel '95 e le composte o da comporsi nel '96 e nel 97 io
ne conterei diciassette. Vero è che alcune le avea rifiutate, e di
tutte sentenziava nell'indice, «_esigono la lima di molti mesi._» Di
piú, per quelle già composte nel '95, «L'inquisizione--egli scriveva
al Fornasini--si mostra severa; a primo leggerle sembrò sia stata
presa da un accesso di febbre.» Eccone gli argomenti e i titoli: nel
'95, _A Dante_, _La verità_, _Il sacrificio_ o _L'olocausto_ (allo
Scevola: per nuova messa), _La campagna_ (al Bertòla), _In morte del
duca G. C._, _L'ingordigia_ o _L'avarizia_, _L'incontentabilità_, _I
destini_, _Ai regnanti_ (qui--notava il poeta--l'inquisitore fa foco),
_L'adulazione_ (al Parini), _All'Italia_: nel '96, _I Grandi_, _A
mia madre_, _La musica_ (all'Ansani), _Robespierre_ (ne fece poi in
cambio una cantica), _Il mio tempo_. E a questa serie si lega l'ode _Ai
novelli repubblicani_ composta e pubblicata nel 97. Il Chiarini ritrovò
e ha pubblicato le intitolate _A Dante_, _La verità_, _La campagna_,
_In morte del duca G. C._, _Ai novelli repubblicani_.

_La campagna_ è dei soliti pasticcetti gessnero-bertoliani. Quella su
la morte del duca spira furori biblici contro gli empi. Nelle altre
si sente la lettura del Parini, dell'Alfieri, del Mazza, ma senza
rimembranze; e certe imagini profetali e certe forme quasi dantesche
e piú le imitazioni di Young e di Ossian sono in viscida mescolanza
impastate con la fraseologia filosofica sentimentale e democratica di
quella età. Singolari per audacia di grottesco certi impeti e certe
mosse. Al Bettinelli, cui piú tardi mandandogli i Sepolcri dovea
salutare _padre e maestro_, nell'ode a Dante augura questo:

  Pera!...
        La lingua succida (sic)
  Costui nutra nel sangue,
  E per delfici lauri
  Gli accerchi invece un angue,
  Sanie stillante infesta,
  L'abominevol testa.

La _Verità_ principia cosí:

  Sino al trono di Dio
  Lanciò mio cor gli accenti
  Che in murmure tremendo
  Rispondono i torrenti,
  E dalla ferrea calma
  Delle notti profonde
  Palma battendo a palma
  Ogni morto risponde.

Nel _Mio tempo_:

  Vien meco, o Elettra, a piangere
  Il soqquadrato mondo,
  Ch'ode gli eterei fulmini
  E corre furibondo
  A trar suoi giorni eterni
  Nei spalancati Averni.

_Ai novelli repubblicani_, con rimembranze delle tragedie scritte
dall'Alfieri e delle tragedie fatte dalla rivoluzione diceva:

  Questo che io serbo in sen sacro pugnale
  Io l'alzo, e grido all'universo intero:
  Fia del mio sangue un dí tepido e nero
  Ove allontani le santissim'ale
  Dal patrio cielo Libertà feroce.
  Già valica mia voce
  D'Adria le timid'onde,
  E la odono eccheggiando
  Le marsigliesi sponde.....

  A l'armi! Enteo furor in voi discende,
  Che i spirti ingombra e l'alme erge ed avvampa;
  E accesa in ciel di ragïon la lampa,
  Vi toglie agli occhi le ingannevol bende:
  Che ragïon figlia di Dio v'invita
  A vera morte e addita
  I rei petti esecrandi
  Ove, _Piantate_, grida,
  _Infin a l'elsa i brandi_.

Delle _odi libere_, cioè delle canzoni a strofi sciolte sul modello
del Guidi, altra forma lirica agli esercizi del giovinetto, una sola
rimane, ben conosciuta, il _Bonaparte liberatore_ (1797); ove la
rigidezza alfieriana si scioglie e distende sotto i tepori del Monti,
e spuntano e si affacciano o si accusano le prime forme veramente
foscoliane.

Anche sonetti, naturalmente, compose: non so quanti per monache,
quattro per la morte del padre: un de'quali a stampa, e negli ultimi
versi risuona il pianto come si faceva una volta intorno a'morti:

                    spirata l'alma,
  Cessò il silenzio; e alle strida amorose
  La notturna gemea terribil calma.

Il Chiarini riprodusse quello su la neutralità di Venezia, di valore
storico, e anche non senza qualche efficacia di rappresentazione.

  O di mille tiranni, a cui rapina
  Riga il soglio di sangue, imbelle terra!
  'Ve mentre civil fame ulula ed erra,
  Siede negra politica reina;

  Dimmi che mai ti val se a te vicina
  Compra e vil pace dorme, e se ignea guerra
  A te non mai le molli trecce afferra
  Onde crollarti in nobile ruina?

  Già striscia il popol tuo scarno e fremente
  E strappa bestemmiando ad altri i panni,
  Mentre gli strappa i suoi man piú potente.

  Ma verrà giorno, e gallico lo affretta
  Sublime esempio, ch'ei de' suoi tiranni
  Farà col loro scettro alta vendetta.

E io credo si debba riportare e riallogare in questo primo periodo
il sonetto che incomincia _Quando la terra è d'ombre ricoverta_, dal
quale, come ben parve al Chiarini, il Foscolo poeta poi da vero rifece
nel 1800 il bellissimo _Cosí gl'interi giorni_ ecc.

       *       *       *       *       *

--_Laura, canti in terzine e in isciolti_--è nell'indice del '96
la intitolazione generale d'una serie di poesie, d'argomento, come
chi dicesse intimo o soggettivo, meditazioni o elegie: in terzine
_L'aurora_, _La notte_, _Le rimembranze_, _Le ore_: in isciolti, _Il
tempietto_, _Amore_, _I deliri_. Non rimangono che _Le rimembranze_,
alle quali si può accompagnare la elegia pure in terza rima per morte
di Amaritte, pubblicata in una raccolta del '96: da questa apprendiamo
che il poeta piangeva da un anno la mortagli amica, giovinetta bionda
con occhi azzurri. Il piú volte citato indice fra altre prose registra
_Lettere ad una fanciulla_, e anche _Laura--lettere_; nell'Ortis è
la storia di Lauretta; e forse in quell'amore e in quel dolore di
adolescente convien ricercare il primo elemento del romanzo, del
quale, ricordiamolo, la scena per la prima parte è posta nei colli
euganei. Il Chiarini ne ha indovinato, parmi, qualcosa (pag. XXX della
prefazione); egli, spero, non intralascerà gli studi sul Foscolo, e
vorrà procurare un'edizione critica dell'Ortis con raffronti e richiami
alla edizione bolognese lasciata a mezzo e poi rifiutata: allora vedrà
se in quel romanzo, come a me pare, si possa distinguere o scernere
due o tre elementi diversi, due o tre diversi momenti di concezione e
di elaborazione. Torniamo ai canti elegiaci. Di quelli in isciolti già
enumerati nell'indice non se ne sa nulla; ma resta inedito uno composto
del '95 in morte del padre, e fu stampato nel '97 un canto _al sole_.

In tutte coteste o meditazioni o elegie o poesie intime, sciolte e
rimate, che sopravanzano, spasseggia assai vistosamente la gufaggine
sepolcrale di Young.

Nell'elegia per Amaritte:

  Triste è cosí de'morti la campagna
  Allor che Young fra l'ombre della notte
  Sul fato di Narcisa egro si lagna;

  E al suon di sue querele alte interrotte
  Silenzio oscurità s'alzan turbati
  Dal ferreo sonno di lor ampie grotte.

E nelle Rimembranze:

  Era l'istante che su squallid'urne
  Scapigliata la misera Eloisa
  Invocava le afflitte ombre notturne,

  E sul libro del duolo n'stava incisa
  Eternitade e morte a lamentarsi
  Veniva Young sul corpo di Narcisa.

Peggio negli sciolti al sole:

                            Dal fondo
  D'una caverna i fremiti e la guerra
  Degli elementi udii. Morte su l'antro
  Mi s'affacciò gigante; ed io la vidi
  Ritta: crollò la testa e di natura
  L'esterminio additommi.

Truffaldinata che ha l'antecedente nell'_Entusiasmo malinconico_ del
Monti. Nelle _Ricordanze_, fra ripetizioni e ripercussioni dantesche e
versi di taglio alfieriano, c'è anche qualche tratto di quel misticismo
sensuale di origini miste anglo-tedesche, che riscalducciò poi per
tanti anni il romanticismo inferiore.

  E mi stringea le man:--tutto fuggío
  Della notte l'orrore, e radïante
  Io vidi in cielo a contemplarci Iddio.

  E petto unito a petto palpitante,
  E sospiro a sospir, e viso a viso,
  La bocca le baciai tutto tremante.

  E quant'io vidi allor sembrommi un riso
  Dell'universo, e le candide porte
  Disserrarsi vid'io del paradiso.

  Deh! a che non venne, e l'invocai, la morte?

Ma negli sciolti _al sole_ si annunzia qua e là il Foscolo futuro. La
derivazione e anche un po' la intonazione è dall'apostrofe alla luna
nella Dartula ossianesca; se non che il sentimento vero del poeta ben
presto penetra l'imitazione e la trasforma.

  Te, o Sol, riprega la natura, e il tuo
  Di pianto asciugator raggio saluta,
  E tu la accendi; e si rallegra e nuovi
  Promette frutti e fior. Tutto si cangia,
  Tutto père quaggiú! ma tu giammai,
  Eterna lampa, non ti cangi? mai?
  Pur verrà dí che nell'antiquo vòto
  Cadrai del nulla, allor che Dio suo sguardo
  Ritirerà da te: non piú le nubi
  Corteggeranno a sera i tuoi cadenti
  Raggi nell'Oceàno; e non piú l'Alba,
  Cinta di un raggio tuo, verrà sull'orto
  Ad annunziar che sorgi. Intanto godi
  Di tua carriera. Oimè! ch'io sol non godo
  De' miei giovani giorni; io sol rimiro
  Gloria e piacere, ma lugúbri e muti
  Sono per me, che dolorosa ho l'alma.

Quel _corteggiar delle nubi_ lo riprese poi in uno de' sonetti piú
veramente belli,

  O sera! E quando ti corteggian liete
  Le nubi estive e i zefiri sereni:

ed è delle non poche novità da lui portate nella lingua poetica.

       *       *       *       *       *

Prima de' diciannove anni il Foscolo faceva e volea fare pur troppo
anche de' poemi e delle cantiche; uno per esempio, che descrivesse _la
storia del cristianesimo_ nientedimeno che _dal principio alla fine
del mondo_; e il _Genio_, in tre canti di versi sciolti (Canto primo,
Il Genio universale: Canto secondo, Il Genio nelle scienze: Canto
terzo, Il Genio nelle arti); e _Il Piacere_, canti tre in terza rima; e
súbito dopo _Il Robespierre_, o, come scriveva egli, _Il Roberspiere_,
canti tre pure in terza rima. Per fortuna, di cotesti poemi non ci
resta nulla; se non l'occasione a notare come di simili trattazioni
didascaliche e filosofiche l'esempio venisse dalla poesia inglese
d'allora e avesse anche sedotto in età piú matura e già padrone dello
stile quell'altro greco ingegno di Andrea Chénier: le cantiche poi
dovevano essere d'ispirazione montiana. Lo fan supporre due poemetti
che, fuori dei registrati nell'indice, furono stampati: _La Croce_,
canto in terza rima pubblicato del '96 per monaca, e _La Giustizia e la
Pietà_, canti due in versi sciolti con un coro rimato, pubblicati del
'97 per S. E. Angelo Memmo che lasciava la reggenza di Chioggia.

_La Croce_ mostra anche montiano del tutto l'impasto dello stile e
l'andare della verseggiatura: ci sono terzine ormate evidentemente su
altre del _Pellegrino apostolico_, qualcheduna non però senza grazia:

  Tremante allor, con luci timorose,
  Si strinse alla sua duce la donzella
  E nel suo petto il volto si nascose.

  Poi l'alzava qual dopo la procella
  Pian pian tragge dal nido il capo, e guata,
  L'impaurita ingenua colombella.

Nei canti pe 'l Memmo è notevole, almeno come ricordo del luogo natale,
la lode dell'aver represso il brigantaggio in Zante:

            . . . . . Di trofei recinto
  Te Corcira adorò; d'Itaca i solchi
  Al tuo apparire germinàro, offrendo
  A te raro tributo; e Cefalene
  Ancor ne serba la memoria dolce.
  Ma Pietà tacque, e tonasti vendetta,
  Decretata già in ciel: quando alle ricche
  Zacintie spiagge tu lanciasti un guardo,
  Tremàro. Ahi come abbandonate e sole
  Stavan sui freddi talami le meste
  Consorti cinte dai piangenti figli!
  Ahi come il sangue uman sparso dall'uomo
  Scorreva a rivi! Ahi come in man del ladro
  Era la lance di giustizia, e come
  Tutto era notte, tempesta, spavento!
  Ma tu sorgesti, e il lutto sparve ancora.
  Al Memmio nome l'omicida infame
  Getta il pugnale, ed all'aratro torna,
  Onde sien carchi di Britannia i pini
  Del dolce frutto di Zacinto onore.

Ma fra altre lodi molte c'è uno sfiatatoio allo spirito democratico:

  Pèra colui che il popolar talento
  Deluse primo e calpestò la plebe
  Schiava, già donna di sé stessa e d'altri.

Chiudo la serie delle citazioni con due terzine del _Robespierre_, che
il Foscolo stesso mandava come saggio, in una lettera del '96, al Costa:

  Tal del Giordan sul margo un dí solía
  Pianger l'arsa Sionne e il tempio infranto
  L'ispirato dall'alto, Geremia.

  E ad ogni verso del funereo canto
  Contemplava le meste onde scorrenti
  Tacito, immoto, con le luci in pianto.

Non sono gran che, ma pure il pensiero ricorre ai versi dei _Sepolcri_
che rappresentano l'Alfieri, e alla figura dell'Alceo nell'inno alla
nave delle muse.

Finalmente il 4 gennaio del 1797 fu nel Sant'Angelo recitato, e per
nove sere ripetuto con _irruzione che formar potrebbe epoca_ (cosí si
scriveva allora l'italiano in Venezia), il _Tieste_. E il diciottenne
tragedo aveva anche in pronto un Edipo, _recitabile_ (attesta egli
nell'indice), _ma da non istamparsi_; e meditava _Focione_ e i
_Gracchi_.

Del _Tieste_ né si può né si deve discorrere qui. E già troppo ci siamo
indugiati intorno a poveri versi immaturi d'un poeta insigne. La colpa
è del Chiarini, che, avendoli al fine tutti raccolti e industriosamente
illustrati, ci ha alléttato a ricercarli con qualche curiosità, non per
rifiutare e né meno per correggere il giusto giudizio datone da lui,
sí, ripetiamo, per trovarci indizi dei sentimenti del tempo e trarne
induzioni e divinazioni sul poeta futuro. Ma i veneziani coetanei di
Carlo Gozzi del Baffo e del Gratarol riguardavano allora non senza
stupore quello strano giovinetto greco di pelo rosso, che recitava
Dante con rauca voce sepolcrale e componeva de'poemi su Robespierre e
delle tragedie su Tieste. Un Eduardo Samueli gli diceva:

  Quand'io ti vidi rabbuffati i crini
  Con rauca voce e fiammeggianti sguardi
  Cantar in suon feroce i sacri ond'ardi
  Del tuo padre Alighier carmi divini;

e, accennato alla cantica e alla tragedia, conchiudeva:

  Cingi, o Italia, gridai, le fulve chiome
  Del non tuo figlio del natío tuo serto,
  E ne scolpisci ne' tuoi fasti il nome.

E un Ferdinando Vaini,

  Su l'addensata notte
  De' secoli fra rotte
  Ombre, lucente, altero,
  Quasi cometa pe 'l nemboso piano,
  O poeta, tuo nome
  Galleggiar veggo con l'ignite chiome.

Mario Pieri, nelle sue memorie, descrive il Foscolo del '97 cosí:
«Io aveva già udito far menzione anche in Corfú d'un giovane mezzo
veneziano e mezzo zacintio, cioè nato al Zante di padre veneto e di
madre greca, che già levava grido in Venezia pe 'l suo talento poetico.
Egli contava a un di presso i miei anni e forse qualcuno di piú. Tenea
fermo soggiorno in Venezia, ed abitava con la sua madre vedova, e parmi
anche col fratello e con una sorella, in campo delle Gatte, contrada
delle piú sudice di quella magnifica città, in una casa, per dir meglio
catapecchia, sí miserabile, che nelle finestre non aveva vetri, ma
bensí le impannate. Quel giovane per altro, ben lontano dal lasciarsi
avvilire a quella intollerabile povertà, scherzava, potrebbesi dire,
con essa, e sfidavala, e quasi se ne compiacea, superbo del proprio
talento, e consolato dalla speranza di gloria che i suoi studi gli
promettevano. Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli
e affossati ma scintillanti, brutte ed irregolari fattezze, color
pallido, fisionomia piú di scimmia che d'uomo: curvo alquanto, comecché
bene aitante della persona: andatura sollecita, parlare scilinguato ma
pieno di fuoco: mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei
caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di
ardire, vantando la sua povertà infino a chi non curavasi di saperla,
e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle
maschere piú graziose e da tutta la gente. Questi era Ugo Foscolo,
noto allora per sonetti ed anacreontiche, e sopra tutto per molte
terzine dantesche; e che avea già consegnato alla compagnia del teatro
Sant'Angelo il suo _Tieste_, sua prima tragedia, che eccitava in tutta
Venezia una grandissima aspettazione, e ch'io vidi poco dopo in quel
teatro accolta con applausi quasi incredibili, e replicata per ben
trenta sere, onde appagare que' cencinquantamila abitanti che volevan
tutti sentirla. Io lo conobbi quasi appena arrivato a Venezia, ed a
lui mi condusse Niccolò Delviniotti, mio concittadino, di sempre cara
ed onorata memoria. Lo rivedea poscia sovente in Milano nell'ultima
guerra, ma quanto diverso di quello di prima! Quell'uomo che vantavasi
d'esser povero, e di non cibarsi d'altro che di riso e pane, e che
andava sudicio e malvestito, tu lo avresti veduto tutto attillato e
pulito, in un ricco quartiere, farsi abbigliare da capo a piedi dal
suo servitore, frequentare le mense de'grandi e venire predicando i
comodi della vita ... Egli per altro, sia detto a lode di lui e della
verità, non prostituí mai il santo ministero dell'uomo di lettere, né
serví alle occasioni, né ai governi, né ai principi; pur beato se non
si fosse lasciato sedurre alle lusinghe del lusso di una corrottissima
metropoli, che opprimendolo di debiti sparse di grande amarezza e
affrettò i suoi ultimi giorni in mezzo al vigore delle sue onorate
fatiche.»[109]

In questa pagina vive tutto il Foscolo di diciotto anni co' fremiti
e coi versi che udimmo: strana apparizione in quell'inverno dal '96
al '97 che diè l'ultimo e il piú allegro carnevale alla repubblica
di Venezia, presso a crollare senza resistenze, senza difese, senza
rimpianti.


III.


Il secondo periodo delle poesie del Foscolo è dalla venuta in Milano
nel novembre del 1797 dopo la cessione di Venezia alla partenza pe 'l
campo di Boulogne nel giugno del 1804: è la gioventú vera dell'animo e
dell'ingegno non che della vita d'Ugo, travagliantesi fra le armi e i
pericoli e le passioni nella repubblica cisalpina e nell'italiana. Ora,
dopo le ricerche e le fatiche del nuovo editore, che, seguendo anno per
anno, mese per mese, a passo a passo, i viaggi gli amori e gli studi
del poeta, ha nei capitoli terzo e quarto della prefazione assegnato
con quasi certezza o dato altrui gli argomenti per assegnare il tempo
della composizione di ciascun sonetto e ode, sarebbe un piacere
discorrere di quella gioventú del lirico greco-italiano e riconstituire
la storia dello svolgimento passionato ed artistico di quella poesia.
Ma io non posso che accennare.

Le poesie di questo secondo periodo, cioè dodici sonetti e due odi
(nella parte prima della edizione chiariniana) si può anzi si deve, chi
le voglia intendere bene, dividere in due serie, che rispondono a due
fasi o momenti diversi o meglio a due diverse condizioni e parvenze
dell'animo e dell'ingegno del poeta. La prima, se mi sia lecito
usurpare ad appropriazione individuale la denominazione d'un periodo
della letteratura tedesca, è dello _Sturm und Drang_: ha il motivo
e la ragione nella perdita della patria e nell'amore senza speranza
per l'Isabella Roncioni, ha per termine e sfogo _Le ultime lettere di
Iacopo Ortis_ pubblicate nell'ottobre del 1802. La seconda, movendo
dalla trasmutazione del sentimento a una piú larga se non piú chiara
comprensione dell'essere, è della calma nel dolore e dell'amore per
la plastica: è il regno delle forme dell'Antonietta Arese, e ha per
contorno il commento alla _Chioma di Berenice_, pubblicato nell'agosto
del 1803.

       *       *       *       *       *

Come aveva chiuso la poetica adolescenza con l'imitazione della
tragedia alfieriana nel _Tieste_ e delle canzoni alfieriane nell'ode
al Bonaparte, cosí Ugo cominciò alfiereggiando anche nei sonetti.
Il primo, per la sentenza capitale contro la lingua latina proposta
nel gran Consiglio Cisalpino l'anno 1798, ha solo il valore di
documento storico, e del resto è inferiore a quello dell'Alfieri su
la soppressione dell'Accademia della Crusca; anzi, a esser franchi,
procede fra grandi avvolpacchiamenti di parole un po' slombato.
Alfieriano sempre, ma già con un tic d'originalità, il secondo _Non
son chi fui_. Ma di lí a pochi mesi, forse a pochi giorni, ecco i tre,
_E tu ne'carmi_, _Perché taccia il rumor_, _Meritamente_, mirabili di
novità, di purità, di movimento, vera lirica, alfine, dell'affetto
superiore ed intenso trasformato ed idealizzato nel fantasma. Sono
tutti e tre per la Roncioni, e scritti, come il Chiarini ha dimostrato,
parmi, sicuramente, i primi due nel marzo o nell'aprile del '99 quando
i Francesi occuparono la prima volta Firenze, il terzo nella Liguria,
lo stess'anno, probabilmente d'autunno. Sono i tre momenti dell'amore:
l'ammirazione, il tremore, il dolore. Ma chi gli aveva dopo il Petrarca
cantati mai cosí? E chi all'estasi e al gemito del Petrarca aveva
mai saputo mescolare quel profumo e quel fremito di ionia primavera?
chi nella toscana eleganza della forma petrarchesca aveva mai saputo
condurre la purità della linea attica e la mollezza della voluta
corintia con tanto pacata sveltezza? E quel zantiotto che era stato a
scuola a Spalatro, _italianizzatosi_, diceva il suo ammiratore Samueli
nel '97, _da quattro anni_, fra i ciaccoloni cesarottiani veneti,
digrignante sotto il suo soprabito verde versi apocalittici, come cosí
d'un tratto era arrivato a tanta proprietà, eleganza ed efficacia di
lingua, a tanta squisitezza, morbidezza, pastosità d'elocuzione, a
tanta musica e volo di verso? Miracoli! Che un primo e vero amore, che
l'apparizione soave d'una giovine bella e pura possa con un sentimento
nuovo promuovere una nuova espansione della forza fantastica,
s'intende. Ma la materia per esprimere ed imprimere i fantasmi, la
parola, e l'istrumento e l'arte, chi glie li diede?

Al sonetto di lontananza (_Meritamente_) che tócca l'ultimo limite
della passione (_ ... Amor fra l'ombre inferne Seguirammi immortale
onnipotente_), succede, quasi intermezzo di riposo, l'ode, composta nel
marzo 1800, per la Pallavicini caduta da cavallo. Procede questa, come
anche notò il Chiarini, dalle odi pariniane, da quelle specialmente
per donne; anzi il paragone di Pallade (T_al nel lavacro immersa_) par
suggerito da un simile nel _Pericolo_:

  Parve a mirar nel volto
  E ne le membra Pallade,
  Quando, l'elmo a sé tolto,
  Fin sopra il fianco scorrere
  Si lascia il lungo crin.

Anche la combinazione dei versi, la strofe, è un misto di quelle del
_Pericolo_ e dell'_Educazione_. Quel tronco finale del _Pericolo_
martellava un po' troppo: piana troppo in vece, e quasi discorsiva, la
strofe dell'_Educazione_. E questa fu rialzata con gli sdruccioli al
fin d'ogni coppia, e quella del _Pericolo_ ammollita con tôr via il
tronco. È un metro che il Foscolo deve al Bertòla. Per l'invenzione
fu già notato che move dall'ode _I Cocchi_ di Luigi Lamberti. Ma
nell'eccellenza, almeno per gran parte, dell'esecuzione il giovine
lirico si lascia addietro d'assai, non che il Lamberti, il Parini.

Liberata, come si diceva, l'Italia, e restaurata la repubblica,
il Foscolo da Milano fu sul finire del 1800 a Firenze, e cantò il
chiudersi dell'anno e del secolo con un sonetto novellamente alfieriano
(_Che stai?_), di magnanima conchiusione. E chiuse la storia del
giovanile e infelice amore col bellissimo _Cosí gl'interi giorni_.

Questi sette sonetti, con un ottavo _Il ritratto_ e con l'ode alla
Pallavicini, pubblicati la prima volta nel _Nuovo giornale dei
letterati_ in Pisa del 1802, sono come i bassorilievi piú puramente
artistici che circondano e adornano la base della piramide funebre o
del cono tronco, un tantino rococò, di Iacopo Ortis. Ma il ritratto non
è mica gran cosa, che che ne pensino i facitori d'antologie e i maestri
di scuola. Prima di tutto, la enumerazione, chiunque la faccia, non
sarà mai poesia; e poi questa enumerazione foscoliana in quattordici
versi non ha né meno il merito dell'originalità; è una scimiottata di
quella dell'Alfieri, alla quale per concettosità e concisione rimane
di molto inferiore. Già, a proposito di autoritratti mi torna sempre
a mente quella mossa del Montesquieu: _Je vais faire une assez sotte
chose, c'est mon portrait_. E mi dispiace che uomini come l'Alfieri e
il Foscolo dandosi cosí in pascolo agli sciocchi abbiano lusingato le
inclinazioni istrioniche del volgo dei lettori, abbiano pòrto esempio o
pretesto o scusa a tante grullerie d'una letteratura vanesia. Un uomo
come l'Alfieri fare la propria presentazione con simili versi, _Giusto
naso, bel labro e denti eletti_! e il Foscolo, _Capo chino, bel collo
largo petto_! e fino il Manzoni, _Naso non grande e non soverchio
umíle_! Oh, i connotati per il passaporto in metafore e in rime!

Notammo la derivazione dell'ode alla Pallavicini dal Parini e dal
Lamberti. Né qui finiscono le derivazioni o le imitazioni o le
rimembranze foscoliane. _Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde?_
chiude il sonetto _Cosí gl'interi giorni_: ma questo verso, e un
pochetto anche la principal situazione di tutto il sonetto, è del
Lamberti nel _Lamento di Dafni_:

  Ecco già il mondo in preda al sonno giace,
  Ecco tacciono i venti e taccion l'onde,
  Sol nel mio petto il mio dolor non tace:

  Quindi i poggi e le valli ime e profonde
  Fo egualmente sonar d'un mesto grido
  --Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde?

Proprio del Lamberti, di cui il Foscolo undici anni dopo dimandava:
_Chi legge i versi del Priscian Lamberto?_ e pare non ricordasse
piú che poteva rispondergli, Voi.--Un altro sonetto comincia con
un'imitazione, che dico? con una traduzione di due versi del falso
Cornelio Gallo o vero di Massimiano etrusco elegiografo del tempo di
Teodorico, e finisce con altre imitazioni o traduzioni da Ovidio e da
Seneca. Ma chi, anche erudito, ripeterebbe il distico di Massimiano,

  Non sum qui fueram, perit pars maxima nostri;
    Hoc quoque quod superest languor et horror habet,

di faccia alla giovine bellezza di questi versi qui,

  Non son chi fui; perí di noi gran parte:
  Questo che avanza è sol languore e pianto;
  È secco il mirto, e son le foglie sparte
  Del lauro, speme al giovanil mio canto?

L'altro principio,

  Meritamente, però ch'io potei
  Abbandonarti, or grido alle frementi
  Onde che batton l'alpi, e i pianti miei
  Sperdono sordi del Tirreno i venti,

ricorda il principio d'un'elegia dell'Ariosto,

  Meritamente ora punir mi veggio
  Del grave error ch'a dipartirmi feci
  Da la mia donna, e degno son di peggio;

e ambedue ricordano il properziano,

  Et merito, quoniam potui fugisse puellam,
      Nunc ego desertas adloquor alcyonas.

Ma, col dovuto rispetto al Callimaco umbro, i gabbiani a cui si
presenta allocutore fanno, a dir vero, una gran magra figura dinanzi
_alle frementi onde che batton l'alpi_.

I piú grandi poeti del rinascimento, e in ciò i moderni neoclassicisti
li seguitarono, si recavano a pregio d'ingegno e d'arte derivar nel
volgare certe bellezze d'imagini e di figure dagli antichi; prendere
poi dagli stranieri reputavano conquista; e togliendo a' mediocri o a'
minimi qualche diamantuzzo non credevano di rubare ai poveri, ma di
renderlo alla grazia delle Muse incastonato in monili d'eterno lavoro.
Gente invidiosa e superba confonde oggi le imitazioni utili e le
inevitabili reminiscenze co' plagi, e fruga e accusa plagi per tutto;
mentre essa copia e lucida e prende tutto dagli stranieri, fino il modo
di pensare e di dire; e alla disperata copia sé stessa, cioè quello
che di piú brutto, di piú abietto e di piú ebete possa sopportare
la terra. Torniamo al Foscolo. Le imitazioni degli elegiaci latini
rivelano almeno uno degli studi nel cui strofinamento il levantino
giunse a deporre l'antica scorza. E forse che l'eleganza allucignolata
del Lamberti, buon traduttore, del resto, dal greco, e che sapea le
veneri latine lavare nelle chiare fresche e dolci acque del toscanesimo
classico, forse che, dico, la eleganza del Lamberti gli fu guida
traverso i cinquecentisti (il Foscolo mostrò tener conto del Tarsia e
del Della Casa, quasi autori d'uno stil nuovo) fino al Petrarca.

       *       *       *       *       *

Alla seconda serie poetica della gioventú del Foscolo appartengono
l'ode _all'amica risanata_ e quattro sonetti. Queste poche liriche,
pubblicate la prima volta nelle prime due edizioni milanesi delle
_Poesie_ dell'autore che uscirono a poca distanza di mesi nel 1803,
sono piú che probabilmente composte tutte nel 1802: il sonetto che
incomincia _Un dí s'io non andrò sempre fuggendo_, necessariamente dopo
la morte del fratello Giovanni che fu nel dicembre del 1801: quello
a Zacinto io lo suppongo scritto dopo l'ode all'amica, la quale è
senza dubbio dell'aprile 1802, per questo; che l'ode finisce con quel
passionato accenno alle isole ionie, accenno, perché l'economia lirica
non voleva di piú; ma quel ricordo non bastava all'animo del poeta, che
si sfogò nel sonetto, _Né piú mai rivedrò le sacre sponde_. Per quale o
in quale occasione precisamente fossero composti gli altri due, _Forse
perché della fatal quïete e Pur tu copia versavi alma di canto_, non si
può indovinare: a ogni modo innanzi o ne' primi del 1803. Di cotesti
sonetti, tre--in morte del fratello--a Zacinto--alla sera--sono di
certo i piú belli del Foscolo, e, dopo quelli di Dante e del Petrarca e
qualcuno forse del Tasso, sono dei piú perfetti della poesia italiana.
Se non che dire perfetti non mi pare lode giusta: la perfezione può
essere anche fredda; e questi sonetti pur cosí grondanti di lacrime
e frementi di disperazione, sono caldi, caldi, caldi della divina
passione giovanile: sono, senza piú, una meraviglia. E se qualcuno non
lo capisce o non lo vuol capire, non importa proprio nulla. Ciò che
il De Sanctis riconobbe nell'ultima terzina del sonetto a Zacinto,
il presentimento di Giacomo Leopardi, a me par di trovarlo in tutti
tre: ma lascerei da parte il Leopardi, e direi, che, mentre nei primi
sonetti si divincolava lo spasimo individuale, in questi sentesi nella
sua fatalità quasi serena la doglia mondiale.

Fra essi, come statua greca del quarto periodo dell'arte, sorge l'ode
all'amica risanata, una stupenda perfezione marmorea. Di questa ode
giudica molto bene il Chiarini--«Le ultime sette strofe sono di una
purezza antica, quale fino allora non s'era veduta nella nostra poesia.
Chi legga le lettere che il poeta scriveva in quei giorni all'amica e
le paragoni con l'ode, non potrà non restare meravigliato del contrasto
singolarissimo. In quelle le espressioni di un amore esaltato, in
questa neppure un accento di passione. Non si direbbe davvero che
questa ode è la poesia di un innamorato. Il Foscolo, che sapeva mettere
nella prosa tutta la poesia della passione (le sue lettere d'amore
sono delle piú belle che io abbia lette), in questi versi, come nella
maggior parte di quelli delle Grazie, coi quali celebra altre donne
amate da lui, è d'una freddezza glaciale; è un artista che tutto
assorto nella serena contemplazione della bellezza della sua donna si
dimentica affatto che cotesta donna è pur quella che gli fa battere il
cuore violentemente; si direbbe che, mentre egli la canta, se la vede
dinanzi come una Venere, come una delle Grazie, bella e perfetta si,
ma di marmo; anzi piú gelida ancora, poiché il marmo della Venere di
Canova lo facea _sospirare, con mille desiderii e con mille rimembranze
nell'anima_.» Aggiungo, quasi temperamento, un passo del De Sanctis: «A
quei sonetti lapidarli, dove la vita è come raccolta e stagnata al di
dentro, succede la classica ode ne' suoi ampi e flessuosi giri, dove
l'anima si espande nella varietà della vita. In questo suo classicismo
a colori nuovi e vivi senti la freschezza di una vita giovane guarita
da quel sentimentalismo snervante, e risorta all'entusiasmo, incalorita
dagli occhi negri e dal caro viso e dall'agile corpo e da' molli
contorni della beltà femminile, tra balli e canti e suoni d'arpa.
In questo mondo musicale e voluttuoso l'anima si fa liquida, si
raddolcisce, e spunta la grazia; le corde eolie si maritano all'itala
grave cetra.»[110]

Di mio faccio un po'di commento. Evidente nella prima strofe è a tutti
la comparazione omerica e virgiliana, e qua e là qualche rimembranza
d'Orazio e d'altri poeti latini. Non so per altro se in quei bei versi
della terza

                    tornano
  I grandi occhi al sorriso
  Insidïando, e vegliano
  Per te in novelli pianti
  Trepide madri e sospettose amanti,

qualcuno abbia riconosciuto questi d'Orazio

  _Te suis matres metuunt iuvencis,
  te senes parci miseraeque nuper
  virgines nuptae, tua ne retardet
  aura maritos:_

che è realismo nella eleganza efficacissimo; ma, perché divenisse
complimento passando da una etaira a una contessa, bisognava
rammodernarlo o rammorbidirlo, come il Foscolo seppe. Chi poi non
ricorda?

  Ebbi in quel mar la culla:
  Ivi erra, ignudo spirito,
  Di Faon la fanciulla;
  E se il notturno zeffiro
  Blando sui frutti spira,
  Suonano i liti un lamentar di lira.

E da vero nei canti popolari delle isole ionie

              _spirat adhuc amor_
  _Vivuntque commissi calores
  Aeoliae fidibus puellae._

Eccone alcuni:

  Amore, perché mi svegliasti, ché dolce i' dormivo?
  E mi mettesti pensieri ch'i' non nutrivo?

  Questo non è affanno ch'i' ho nel cuore.
  Ma è amor vero che mangia le viscere mie.

  Come i fiori del mandorlo biancheggia il tuo viso:
  Chi ti vede vien meno e languisce dinanzi a te.

  Ahi come lo soffersi io tanto? Quando ti veggo, tremo,
  Le mani e i pie' e la parola che parlo.

  Come tremolano le stelle del cielo infin ch'aggiorni,
  Trema e a me il cuor mio finché ti rincontri.

  Di contro a me venisti e sedesti, come sole, come luna;
  E succiasti il sangue mio come l'arida spugna.

  Di contro, di fronte a me siede la mia desiderata;
  E freddo freddo sudore corre dal corpo mio.

  Quand'odo 'l tuo nome, non so perché,
  Palpitano le viscere mie, il mio corpo vien meno.[111]

Non cito per isfoggio d'erudizione, ma per trasfondere, potendo,
nei lettori la persuasione mia, che gli elementi e le forze della
rinnovazione fatta dal Foscolo nella lirica italiana provengono in gran
parte dal sangue e dal sentimento greco.

Difficile, dopo cotesta ode, far meglio in quel genere. E nei sonetti
a _Zacinto_ e _alla sera_ è raggiunta la suprema perfezione nella
corrispondenza del motivo al metro e alla forma. Meglio smettere, cosí
pare l'intendesse il Foscolo, forse anche ammonito dalla inferiorità
del sonetto finale, _Pur tu copia versavi alma di canto_. Né piú fece
sonetti, salvo uno che tentò non felicemente pe 'l ritratto dipintogli
dal Fabre nel 1813 e che non pubblicò egli. E si volse agli sciolti.

Quello degli sciolti è il terzo periodo dell'arte foscoliana; dove
specialmente per le _Grazie_ la industria critica del Chiarini fu piú
faticosa ed è piú benemerita. Ne discorreremo altra volta.[112]

                                 FINE



                                INDICE.


  Per il classicismo e il rinascimento                        _Pag_    9

  Il buco nel muro di F. D. Guerrazzi                           »     21

  La Dora, memorie di Giuseppe Regaldi                          »     35

  Don Quixote                                                   »     53

  «La Vida es sueno» del Calderon                               »     79

  Su «L'Atta Troll» di Enrico Heine                             »    103

  Pariniana--I. _Preliminare_                                   »    155

  II. _La vita rustica_                                         »    161

  III. _Il Brindisi_                                            »    192

  IV. _L'Impostura_                                             »    219

  V. _Le Nozze_                                                 »    238

  Adolescenza e gioventú poetica del Foscolo                    »    289



OPERE DI GIOSUÈ CARDUCCI


EDIZIONI ZANICHELLI


  =La Poesia barbara= nei secoli XV e XVI.                       L. 5 00

  =Iuvenilia= (Edizione definitiva)                              »  4 00

  =Levia Gravia= (Edizione definitiva)                           »  3 00

  =Giampi ed Epòdi= (Edizione definitiva)                        »  3 00

  =Odi barbare=                                                  »  3 00

  =Nuove Odi barbare=                                            »  3 00


_In preparazione_:

=Rime nuove=--=Terze Odi barbare=--=La Poesia barbara=
nei secoli XVII, XVIII e XIX.

       *       *       *       *       *



                          EDIZIONI SOMMARUGA

  =Confessioni e Battaglie=--Serie I, 4ª ediz.                   L. 4 00

  =Confessioni e Battaglie=--Serie II, 4ª ediz.                  »  4 00

  =Confessioni e Battaglie=--Serie III                           »  4 00

  =Conversazioni critiche=                                       »  4 00

  =Ça ira= (Sesta edizione)                                      »  1 00


_In corso di stampa_:

=I Trovatori alla Corte di Monferrato=--=Vite e ritratti=--=La Canzone di
Legnano=--=Scatti e schizzi=.


_In preparazione_:

=Studi letterari=--=Discorsi letterari=--=Novelle=--=I Ciompi=.



CASA EDITRICE

ANGELO SOMMARUGA E C.

ROMA

_Via dell'Umiltà_--_Palazzo Sciarra_

  G. Carducci--CONFESSIONI E BATTAGLIE--Serie PRIMA
       (4ª _edizione_) Volume di circa 400 pagine               L.  4 --
    --Serie SECONDA (4ª _edizione_). Id. id.                    »   4 --
    --Serie TERZA (2ª _edizione_) Pag 400                       »   4 --
    --ETERNO FEMMININO REGALE                                   »   1 25
    --ÇA IRA--Sonetti (6ª _edizione_)                           »   1 --
    --CONVERSAZIONI CRITICHE. 400 pag.                          »   4 --

  L. A. Vassallo--AD UN CROCIFISSO                            »  -- 50
    --LA REGINA MARGHERITA (esaurito)                           »   2 --
    --LA CONTESSA PAOLA FLAMINJ (esaurito)                      »   2 --

  G. Rovetta--NINNOLI (4ª _edizione_). Pagine 200               »   2 50

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  N. Razetti--PER UNA FELCE. Ode con prefazione di
      G. Carducci                                               »  -- 50

  F. Fontana--MONTE CARLO (esaurito)                            »   3 --

  U. Fleres--VERSI                                              »   2 --

  O. Bacaredda--BOZZETTI SARDI                                  »   2 50

  Papiliunculus--PRIMI ED ULTIMI VERSI                          »   2 50

  Dott. Pertica--CANTANTI                                       »  -- 50
    --DOPO MORTO                                                »  -- 50
    --STORIELLE BIZANTINE                                       »   2 --

  G. Faldella--ROMA BORGHESE. Pag. 300                          »   3 --

  G. A. Costanzo--VERSI. Elegantissima edizione in
    cromotipografia                                             »   2 50

  L. Morandi--SHAKESPEARE, BARETTI E VOLTAIRE. Pag. 300         »   3 --

  E. Onufrio--ALBÀTRO. Elegante volume                          »   1 50

  C. Pascarella--ER MORTO DE CAMPAGNA                           »  -- 50

  G. A. Costanzo--GLI EROI DELLA SOFFITTA                       »  -- 75

  E. Panzacchi--AL REZZO (esaurito)                             »   2 50

  O. Guerrini--BIBLIOGRAFIA PER RIDERE                          »   2 --

  V. Imbriani--DIO NE SCAMPI DAGLI ORSENIGO. Romanzo            »   3 --

  A. G. Barrili--LA SIRENA (2ª _ediz._)                         »   2 --

  F. De Renzis--LA VERGINE DI MARMO. Pag. 300                   »   3 --
    --CONVERSAZIONI ARTISTICHE                                  »   3 --

  M. Lessona--C. DARWIN (2ª _edizione_)                         »   2 --

  G. Gabardi--UN DRAMMA ARISTOCRATICO--Rom.                     »   2 --

  E. Nencioni--MEDAGLIONI                                       »   2 --

  C Borghi--IN CAMMINO (2ª _edizione_)                          »   2 --

  Yorick--PASSEGGIATE (esaurito)                                »   1 --

  Sac. P. M. Curci--CONFERENZE                                  »   1 --

  Enrico Heine--RICORDI, NOTE E RETTIFICHE DI SUA NIPOTE
      PRINCIPESSA DELLA ROCCA                                   »   2 --

  C. Rusconi--MEMORIE ANEDDOTICHE per servire alla storia
      del rinnovamento italiano                                 »   3 --

  G. Chiarini--OMBRE E FIGURE. 450 pag.                         »   4 --

  Contessa Lara--VERSI. Elegan. vol. di pag. 300                »   4 --

  A. Gemma--LUISA                                               »   3 --

  R. Bonghi--HORÆ SURSECIVÆ                                     »   4 --

  G. D'Annunzio--INTERMEZZO DI RIME (5ª _ediz._)                »   1 --

  A. Baccelli--GERMINA                                          »   1 --

  D. Mantovani--LAGUNE                                          »   4 --

  G. C. Chelli--L'EREDITÀ FERRAMONTI (2ª _ediz._)               »   3 --

  Carmelo Errico--CONVOLVOLI (2ª _edizione_)                    »   3 --

  L. Fortis--CONVERSAZIONI--Serie III                           »   4 --

  C. Rusconi--RIMEMBRANZE                                       »   2 50

  R. De Zerbi--L'AVVELENATRICE                                  »   2 50



  LA CRONACA BIZANTINA

  è il piú elegante di tutti i giornali letterari d'Italia

Si pubblica due volte il mese in gran formato di dodici pagine, con
fregi, intestazioni a colore, ecc.


  TIRATURA: COPIE DODICIMILA.

Durante la stampa del giornale la tipografia è aperta al pubblico.
Ognuno ha il diritto di verificare la tiratura. Tutte le copie del
giornale escono dalla macchina con impresso sulla copertina il numero
d'ordine progressivo.

       *       *       *       *       *

  COLLABORATORI:

  G. Carducci--O. Guerrini--G. Chiarini
  G. D'Annunzio--E. Scarfoglio--G. Salvadori
  C. Dossi--D. Mantovani--M. Serao--G. C. Chelli
  M. Lessona--Petruccelli della Gattina
  G. Verga--L. Capuana--E. Nencioni
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cartolina postale doppia.

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Per meglio corrispondere al favore con cui fu dal pubblico accolta,
lavoro che superò ogni aspettativa, la _Cronaca Bizantina_ offre per il
primo gennaio 1884 le seguenti combinazioni d'abbonamento:


I

  Cronaca Bizantina

  Abbonamento annuale L. =10=.

Premio: La _Terza Serie_ delle CONFESSIONI E BATTAGLIE di GIOSUÈ
CARDUCCI; splendido volume di 400 pagine, delle quali 300 di polemica,
ASSOLUTAMENTE INEDITE, che per i non abbonati costa, come i volumi
della serie I e II, lire =Quattro=.


II.

  Abbonamento cumulativo annuale L. =14=.

  =Cronaca Bizantina=

  e la

  =Domenica Letteraria=

  fondata da F. MARTINI.

Due premi: 1º _Terza Serie_ delle CONFESSIONI E BATTAGLIE di GIOSUÈ
CARDUCCI--2º IL PROFESSORE ROMUALDO di E. CASTELNUOVO, elegantissimo
volume che per i non abbonati costa L. 3.


III.

  Abbonamento cumulativo annuale L. Trentatre.

  =Cronaca Bizantina=

  =Domenica Letteraria=

  e

  =Capitan Fracassa=

Tre premi: 1º IL PROFESSORE ROMUALDO di E. CASTELNUOVO--2º CONFESSIONI
E BATTAGLIE, _Terza Serie_, di G. CARDUCCI--3º CONVERSAZIONI CRITICHE
di G. CARDUCCI.

Le _Conversazioni Critiche_ formano uno splendido volume di 400 pagine,
al quale non c'è tema di errare presagendo un successo colossale, come
per le varie serie delle _Confessioni e Battaglie_, giunte già alla
quarta edizione.

Si ha per tal modo il _Capitan Fracassa_ che è il piú brioso, il meglio
informalo, il piú accetto giornale politico della Capitale, redatto
come nessun altro può vantarsi, con fine gusto letterario, per L. 19,
cioè con CINQUE LIRE di ribasso sul suo prezzo ordinarlo che è di L.
24, e per giunta il magnifico volume del Carducci.

Mediante questa combinazione, calcolali i prezzi originari degli
abbonamenti coi relativi premi e il _dono_ della _Terza Serie_ delle
CONFESSIONI E BATTAGLIE di G. CARDUCCI, cioè:

  Abbonamento al _Fracassa_                           L. 24
  Abbonamento alla _Domenica Letteraria_              »   5
  _Confessioni e Battaglie_ (Serie 3ª)                »   4
                                                     ------
  In tutto                                            L. 33
                                                     ------

  risulta evidente che

_L'abbonamento per un anno, dal 1º gennaio a tutto dicembre 1884, alla_

  _Cronaca Bizantina_

_non costa nulla_--è interamente gratuito. Senza tener conto che dà
diritto ai premi dati dalla _Letteraria_ e dal _Fracassa_--premi del
valore di L. 7.

       *       *       *       *       *

_Dirigere le domande alla casa_ A. SOMMARUGA e C.--ROMA, Via
dell'Umiltà, Palazzo Sciarra--_accompagnate dal relativo ammontare
in vaglia postale o lettera raccomandata_, aggiungendo Lire 1 per
l'affrancazione dei premi e doni.



                                 NOTE:


[1] _Cascata_ in tedesco è mascolino (_Wasserfall_), e per ciò gli sta
bene la barba.

[2] Il traduttore si gloria di avere avuto l'onore di tali accuse
e condanne per tutta la sua vita letteraria dai _democratici dello
stile_, che abbondano anche, anzi, tra i moderati e i progressisti.
I manzoniani per lo piú sono sanculotti ed hebertisti. (Il cittadino
proto è pregato di non lasciare stampare _ebelisti_).

[3] HEINE, _Corresp. inéd._ ediz. franc. Levy, III 24: lett. 19 déc.
1844.

[4] G. CHIARINI, _L'Atta Troll_: nella _Nuova Antologia_, serie II,
vol. V, luglio 1877: anche in _Ombre e figure_, Roma, Sommaruga, 1883,
pag. 118 e segg.

[5] In una lettera al Chiarini pubbl. nel già cit. scritto su l'_Atta
Troll_.

[6] HILLEBRAND, nella lettera al Chiarini pubbl. nel cit. scritto.

[7] SCHURÉ, _Histoire du Lied_, Paris, Lacroix, 1868: pag. 439-448.

[8] HEINE, _Briefe aus Helgoland_: in _Sämmtliche Werke_, Hamburg,
Hoffmann, 1867, XII 87-89.

[9] HEINE, _Geständnisse_, in _Sämmmtliche Werke_, edizione già cit.,
XIV.

[10] BÖRNE, _Briefe aus Paris_ (109); in _Gesammelte Schriften_, Wien,
Tendler, 1868, XII 65-66.

[11] HEINE, _Ludwig Börne, Eine Denkschrift_, in _Sämmtl. Werke_ ediz.
già cit., XII 227-232.

[12] HEINE, _Geständnisse_, in _Sämmtl. Werke_, edizione citata, XIV
213-14.

[13] HEINE, _Correspondance inéd._, ediz. franc. Levy, III 59 60

[14] STRODTMANN, _Heine's Leben und Werke_, Berlin, 1869: II 186-7.

[15] ZUMBINI, _Saggi critici_, Napoli, Morano, 1870: pag. 29.

[16] KURZ, _Geschichte der deutschen Literatur_, Leipzig, Teubner,
1870: III 308.

[17] STRODTMANN, _Heine's Leben und Werke_, II 487.

[18] M. CESAROTTI, nelle _Osservazioni_ che seguono _Comala_, in
_Poesie d'Ossian_, edizione milanese dei class. ital., I 320-21.

[19] _Vecchie romanze spagnole recate in italiano da_ G. BERCHET
Brusselle, Hauman, 1837: pag. XXIX.

[20] BETTINELLI, _Opere_: Venezia, Cesare, 1799: VI 75 e 193.

[21] _Della vita e degli scritti di G. Parini_, seconda edizione:
Milano, Mainardi, 1802: pag. 121

[22] _Alcune poesie di Ripano Eupilino_, Londra, 1752, presso Giacomo
Tomson (Milano, Bianchi).

[23] _Rime degli Arcadi_, t. XIII, Roma, Giunchi, 1780: pag. 139-119.

[24] _Nuovi saggi critici_: Napoli, Morano, 1879: pag. 183.

[25] Cfr. _Poeti erotici del sec. XVIII_: Firenze, Barbèra, 1868:
prefaz., pag. XLIX e L.

[26] FRUGONI, _Op. poet._, Parma, 1789, v 35.

[27] Pag. 529: Torino, Unione tipogr. editr., 1860.

[28] Firenze, Le Monnier, 1883: pag. 1-4.

[29] _Odi dell'ab._ GIUS. PARINI: Milano, Marelli, 1791: pag. 162.

[30] _Le Odi dell'ab._ G. PARINI, _riscontrate su mss. e st. con pref.
e note_ di F. SALVERAGLIO: Bologna, Zanichelli, 1882: pag. 191.

[31] _Cicerone_, cant. XII, st. 17.

[32] G. B. FAGIUOLI, _Commedie_: Firenze, 1734-52: VI 220.

[33] _Rime degli Arcadi_, t. XIV, Roma, Giunchi, 1781: pag. 168.

[34] Nelle sestine per il matrimonio di don Gabriele Verri.

[35] _Odi dell'ab._ G. PARINI _già divulgate_: Milano, Marelli, 1791,
prefaz. e pagg. 23 e segg.

[36] _Opere di_ G. PARINI _pubbl. e illustr. da Franc. Reina_: Milano,
1802: II 47.

[37] Vedi _Versi e prose di_ G. PARINI, _con discorso di_ G. GIUSTI:
Firenze, Le-Monnier, 1850; pag. 110 e 111.

[38] I. SANNAZZARO, _Opere volgari_: Padova, Comin, 1723: pagina 37.

[39] U. FOSCOLO, _Opere_: vol. I, Firenze, Le Monnier, 1850: pag. 14.

[40] HÖLTY, _Gedichte_: Bonn, 1805: I 169 (_Das Landleben_).

[41] A. DE LAMARTINE, _Nouvelles Méditations poétiques_: Paris,
Hachette, 1880; pag. 104 e segg.

[42] L. TANSILLO, _Il Podere_, canto III: in _Poesie di L. T._, Londra
(Livorno), Masi, 1782, pagg. 317 e seguenti.

[43] _Les poètes français_: Paris, Gide, 1861: II, 128 e segg.

[44] SAINTE-BEUVE: _Causeries du lundi_: VIII (Paris, Garnier, 1855)
par. 63.

[45] G. BARETTI, _Opere_: Milano, Soc. tipogr. class, ital., 1839: IV,
362.

[46] G. GOZZI, _Scritti scelti e ord. da N. Tommaseo_: Firenze, Le
Monnier, 1818-49: III 515, lettera del 5 gennaio 1741 ad A. F. Seghezzi.

[47] G. GOZZI, _Lettere diverse_, Venezia, Pasquali, 1750, pagg. 100-1.

[48] _Lettere di diversi eccellentiss. uomini_, racc. da L. DOLCE:
Venezia, Giolito de'Ferrari, 1559: pagg. 435-440. Queste due del
Gradenigo furono riprodotte, ma sciupacchiate, in _Lettere descrittive
di celebri italiani_ raccolte da B. GAMBA, ediz. seconda, Venezia,
tipogr. d'Alvisopoli, 1819: pagg. 50-58.

[49] Nella già cit. ediz. del Zanichelli, pag. 131.

[50] HORATII _Carm._ II XIV, IV I: ed. Fr. Ritter: Lipsia, Engelmann,
1856.

[51] FRUGONI, _Opere poetiche_, Parma, stamp. reale, 1779: v.

[52] ANACREONTEA, 6, in _Anthol. lyrica ed._ TH. BERGK, Lipsia,
Reichenbach, 1854, pag. 308.

[53] FRUGONI, _Poesie_: Lucca, Bonsignori, 1779: III, 275 e
350.--_Poeti erotici del sec. XVIII_, Firenze, Barbèra, 1866: 197 e 203.

[54] HORATII _Carmina_ II III e XIV: nella cit. ediz. del Ritter.

[55] V. MONTI, _Poesie liriche_, Firenze, Barbèra, 1862, pag. 331

[56] HORATII _Epistolae_ 1 VII: ediz. già cit. del Ritter.

[57] VOLTAIRE, _Oeuvres compl._, ediz. 1785, _De l'Imprim. de la soc.
littér. typogr._, t. XV, pag. 195 (lettre à m. de Cideville. 11 juillet
1741).

[58] STAËL, _De l'Allemagne_, Paris, Mame, 1814: I 309.

[59] SCHILLER, _Gedichte der dritten periode_.

[60] A. BELLATI, _Saggio di poesie alemanne recate in versi italiani_,
Milano, Fontana, 1832: pag. 73 e 134.

[61] P. ROLLI, _Rime_, Verona, Tumermani, 1733: pagg. 146, 164 e
167.--_Poeti erotici del sec. XVII._ Firenze, Barbèra, 1868: pagine 91,
93, 96.

[62] SC. MAFFEI, _Poesie volgari e latine_, Verona, Andreoni, 1752: I
138.

[63] ANACREONTE, _ediz. critica_ di LUIGI A. MICHELANGELI, Bologna,
Zanichelli, 1882: pag. 290.

[64] HORATII, _Carmina_, I XXVII: nella già cit. ediz. del Ritter.

[65] _Odi_ ecc., pag. 162.

[66] QUADRIO, _Storia e ragione d'ogni poesia_: 1712.

[67] PARINI, _Opere_: Milano, Genio tipografico, 1802: II 225.

[68] OTT. RINUCCINI, _Poesie_: Firenze, Giunti, 1622: pagg. 24-25.

[69] In _Bibliot. di letter. popol. ital. pubbl. da Severino Ferrari_,
Firenze, 1882: pagg. 186-7.

[70] FRUGONI, _Poesie_: Lucca, Bonsignori, 1779: III 285.--_Poeti
erotici del sec. XVIII_, Firenze, Barbèra, 1868: pag. 218.

[71] PARINI, _Opere_: ediz. già cit. III 25.

[72] In _Bibliot. di letter. pop. ital._ già citata: pag. 216.

[73] CHIABRERA, _Rime varie_, parte seconda, Venezia, Combi, 1605, pag.
34; e _Rime_, Roma, Salvioni, 1718, II 102.

[74] PARINI, _Opere_, ediz. già cit., II 229.

[75] _Nella rassegna di 60 usseri cisalpini_, in _Poesie liriche di V.
Monti_, Barbèra, 1862, pag. 311; e nel _Bardo della Selva nera_, canto
I.

[76] Firenze, Succ. Le Monnier, 1884, pag. 21.

[77] Vedi la prefazione di F. SALVERAGLIO alla utilissima edizione de
_Le Odi dell'ab. G. Parini_, data dal Zanichelli, pagg. XI e XII.

[78] Nella già cit. ediz. del Le Monnier, pag. 22.

[79] JUVENALIS _Satyrae_, I 80.

[80] Cfr. F. SALVERAGLIO nelle note (pag. 228-229) alla già cit. ediz.
delle _Odi di G. Parini_ per il Zanichelli 1882.

[81] Ripubblicato poi con aggiunte nelle _Opere edite e inedite
dell'ab._ S. BETTINELLI, Venezia, Cesare, 1800: XVII 2 e seg.

[82] _La Frusta letteraria_, nº XXIII, Roveredo 1 sett. 1764.

[83] CICERONE, c. IV st. 17 e segg.

[84] _Le Raccolte_, c. I st. 9 e 10.

[85] PELLEGR. SALANDRI, _Poesie_, Reggio, Torregiani, 1824; qua e là
nel tomo II.

[86] CESAROTTI, _Opere_ vol. XXXI, Firenze, Molini, 1809, pag. 192.
Cfr. G. LEOPARDI, _Crestomazia italiana poetica_, Milano, Stella, 1827
pag. 423.

[87] CLEM. BONDI, _Poesie_, Vienna, Degen, 1808: III 35.

[88] _Rime per nozze Corona Terzi di Sissa e Rangone_, Parma, Rosati,
1741, pag. LXXXVII. Vedi anche _Poeti erotici del sec._ XVIII, Firenze,
Barbèra. 1869: pag. 280.

[89] PUCCIANTI, Antologia della poesia moderna, Firenze Le Monnier,
1883: pag. 87. E prima in _Lirici del sec. XVIII_, Firenze, Barbèra,
1871: pag. 128.

[90] Fu pubblicata in non so piú quale raccolta lucchese: ristampata in
_Prose e poesie scelte_ di AG. PARADISI, Reggio, Fiaccadori, 1827, I
10; e in _Lirici del sec. XVIII_, Firenze, Barbèra, 1871: pag. 64.

[91] AG. PARADISI, _Prose e poesie scelte_, già cit. edizione, 1881; e
in _Lirici del sec._ XVIII. già cit. ediz., pag. 70 e segg.

[92] PARINI, _Opere_, Milano, 1802: II, 12.

[93] PARINI, _Opere_, ed. cit. II. 22.

[94] P. ROLLI, _Rime_, Verona, Tumermanni, 1738: pag. 140. Anche in
_Poeti erotici del sec._ XVIII. Firenze, Barbèri, 1869: pag. 78.

[95] MONTI, _Poesie liriche_, Firenze, Barbèra, 1862: pag. 318.

[96] P. ROLLI, _Rime_, ediz. già cit., pag. 190; e in _Poeti erotici_,
ed. già cit., pag. 43.

[97] _Della vita e degli scritti di_ G. PARINI, lettere di due amici:
sec. ediz. Milano, Majnardi, 1802: pag. 132.

[98] Nella piú volte cit. ediz. delle _Odi_ del PARINI fatta dallo
Zanichelli, pagg. 73-5.

[99] FRUGONI, _Poesie_, Lucca, Bonsignori, 1779: IX 73.

[100] _Della vita e degli scritti di G. Parini_, lettere di due amici:
ediz. già cit. pag. 167.

[101] Tradussi dalla lezione, che mi parve bene eletta,
dell'_Anacreonte_, ediz. critica di LUIGI A. MICHELANGELI: Bologna,
Zanichelli, 1883; pag. 314 e segg.

[102] TEOCRITO _volgarizz._ da A. M. SALVINI, Arezzo, Bellotti, 1751,
pag. 100 e segg.--THEOCRITI _Idyllia_, ed. Ad. Th. Fritzsche, Lipsia,
Pernitzsch, 1869: II 92 e segg.

[103] Ho seguíto la lezione di Luciano Muller (Lipsia, Teubner, 1870)
non senza concedermi di accettare in qualche luogo varianti da altri
testi.

[104] GIOV. FANTONI, _Poesie_, Italia, 1823: III 11 e segg.

[105] C. VALERIUS CATULLUS, Parigi, 1826, della collez. Lemaire, pagg.
585 e segg.

[106] Perciò mi libero dall'obbligo delle citazioni particolari che
dovrei far troppo spesso. Cfr. anche _Poesie di Ugo Foscolo edizione
completa a cura di Guido Biagi_, Firenze, Sansoni, 1883 16º picc.,
nella _Prefazione_ e nelle _Avvertenze_.

[107] U. FOSCOLO, _Opere edite e postume_, vol. VI: Firenze, Le
Monnier, 1882: pag. 182.

[108] Nei _Canti popolari toscani còrsi illirici greci_ racc. e
illustr. da N. TOMMASEO: Venezia, Tasso, 1842: vol. III.

[109] M. PIERI, opere, Firenze, Le Monnier, 1850: I 39.

[110] FRAN. DE SANCTIS, _Nuovi saggi critici_: Napoli, Morano, 1879:
pag. 151.

[111] N. TOMMASEO, _Canti popolari toscani còrsi illirici greci_,
Venezia, Tasso. 1842: III 445 e segg.

[112] Noto intanto due errori incorsi in questa edizione e non corretti
nelle _Giunte_. Uno è di stampa: nell'epigramma vii a pag. 346 sul
Bossi pittore, invece di _le tue scritture_, s'ha da leggere, almeno
pare a me, _le tue pitture_. Un altro non è errore, ma probabilmente
omissione: a pag. 361 l'ultimo frammento di sermone non è proprio un
frammento foscoliano, ma una citazione allargata dal _Saul_ di V.
Alfieri, atto IV sc. IV.





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