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Title: Storia dei musulmani di Sicilia, vol. I
Author: Amari, Michele
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia dei musulmani di Sicilia, vol. I" ***

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                  STORIA DEI MUSULMANI DI SICILIA.


                        Proprietà letteraria.



                            STORIA DEI

                       MUSULMANI DI SICILIA


                              SCRITTA
                         DA MICHELE AMARI.


                           VOLUME PRIMO.



                              FIRENZE.
                         FELICE LE MONNIER.
                               1854.



INTRODUZIONE.


Non ostante la cultura delle colonie musulmane che tennero la Spagna e
la Sicilia e dettero tante parti di civiltà all'Europa, egli è avvenuto
che la storia loro rimanesse per molti secoli oscura e trasandata, quasi
di popoli barbari. E ciò per cagione che i cronisti latini e greci del
medio evo poco ne scrissero; che le opere arabiche andarono a male
quando i Musulmani sgombravan da quei paesi; e che quel tanto che ne fu
serbato in Affrica o in Oriente, non potea passare, senza difficoltà
grandissime, dalla società musulmana alla società europea. Quegli
ostacoli, superati un po' dal decimosesto al decimottavo secolo, or si
vincono felicemente. La tolleranza filosofica; il genio degli studii
storici; i viaggi; il commercio; le dominazioni europee in alcuni paesi
di Musulmani; la influenza esercitata sopra altri; le accademie
asiatiche istituite sotto varie denominazioni, in Inghilterra, Francia,
Alemagna, Stati Uniti d'America e stabilimenti inglesi in India; i
giornali periodici di esse; lo zelo di raccogliere manoscritti, monete
antiche e monumenti; l'agevolezza ad apparare le lingue orientali; le
frequenti pubblicazioni di libri arabici, han reso ormai praticabili
molte ricerche tentate invano dalle passate generazioni. Così qualche
opera pregevole rischiara già la storia dei Musulmani di Spagna, e
sappiam che altre se ne apparecchino di maggior polso. Così gli annali
delle Crociate si compiono col favor dei cronisti musulmani. Così escono
alla luce o s'intraprendono di continuo tanti altri lavori storici su
l'Affrica, su l'Egitto e su varii Stati dell'Asia anteriore.

La genuina tradizione dei tempi musulmani si dileguò di Sicilia al
conquisto normanno, insieme coi dotti ch'emigravano in Affrica, in
Spagna o in Egitto. Se ne andavano con essi i libri; o erano distrutti
tra le guerre del conquisto nell'undecimo secolo; tra le sedizioni dei
Cristiani nel duodecimo; tra le disperate ribellioni dei Musulmani nei
principii del decimoterzo: ancorchè la Sicilia non abbia dato, nè anco
in que' tempi, lo scandalo d'un _auto-da-fè_ di manoscritti arabici,
come quello del cardinal Ximenes che ne fece ardere ottantamila su la
piazza di Granata, mentre Colombo scopriva l'America. Il fatto è che
dalla metà del decimoterzo secolo alla metà del decimoquarto, rimanendo
tuttavia in Sicilia, come n'abbiam prove, qualche notaio che intendesse
gli atti distesi in arabico e qualche Giudeo che traducesse opere dei
medici arabi, tal cognizione di lingua non servì a tramandare memorie
storiche, ma soltanto a propalar qualche errore degli Arabi o dei
traduttori. Così io penso leggendo nelle croniche latine di Sicilia a
quel tempo, che dopo i casi del buon Menelao re d'Italia e di Sicilia, i
Greci, mandati da Eraclio imperatore di Costantinopoli, si fossero
impadroniti della Trinacria; le avessero posto nome di Sicilia, da due
voci greche l'una delle quali suona fico e l'altra olivo; e che poi,
ribellatosi Maniace luogotenente di Eraclio e spento a tradigione dalla
corte bizantina, il figliuol suo, per vendetta, avesse dato l'isola ai
Saraceni di Tunis, l'anno di Maometto centonovantotto, e ottocento
ventisette di Cristo.[1] Erano i fatti di venti secoli compendiati in
una vita d'uomo. Quella falsa etimologia dal fico e dall'ulivo, ignota
ai Greci e ai Latini, trovasi appunto negli scritti d'Ali-ibn-Katâ' e
d'Ibn-Rescîk, i quali vissero in Sicilia nell'undecimo secolo. Si
incontrano poi sovente negli autori musulmani somiglianti anacronismi
sugli imperatori romani, e si vede sempre citato a dritto o a torto il
nome d'Eraclio, che sedea sul trono vivendo Maometto. Indi mi è paruto
probabile che la tradizione detta di sopra, tutta quanta ella è, fosse
derivata da unica sorgente arabica. Se altre notizie vi erano su la
dominazione musulmana, i cronisti siciliani, secondo la ignoranza e
pregiudizii della età loro, le doveano trascurare, o volontariamente
sopprimere.

Dopo tre secoli in circa, ristorandosi gli studii storici in Italia e
non rimanendo la Sicilia addietro dalle altre province, Tommaso Fazzello
da Sciacca (nato il 1498, morto il 1570) rigettò le favole di Maniace;
ritrovò un filo della tradizione bizantina nel MS. di Scilitze allor
noto sotto il titolo di Curopalata; e, innestatovi quel po' di
tradizione musulmana che gli potea fornir Leone Affricano e qualche
altra notizia incerta, scrisse, nella sua nobilissima storia generale di
Sicilia, due capitoli così così su la dominazione musulmana.[2]
Lasciovvi una lacuna, a riempir la quale si affaticava Antonino d'Amico
da Messina (morto il 1641) riportando dall'Escuriale pochi squarci di
Abulfeda e di Sceaboddino (Scehâb-ed-dîn-'Omari) voltati in latino, alla
meglio o alla peggio, da Marco Dobelio Citeron, professore d'arabico in
Spagna: i quali rimasero inediti; ma Agostino Inveges da Sciacca
(1595-1677) tradusse in italiano la traduzione e infilzolla nei suoi
Annali di Palermo.[3] Giambattista Caruso da Polizzi, sopravvenuto
quando la critica e la diplomatica davan più salda base alle ricerche
storiche, pubblicò, nel 1720, primo tra i suoi importanti lavori, la
Raccolta degli scrittori dell'epoca Saracenica in Sicilia: dove, alle
memorie già citate e ad altre di minor nota, aggiunse il testo arabico
della cronica di Cambridge,[4] procacciatogli con la versione latina da
un dotto inglese: i fogli del qual testo si stamparono a Roma, mancando
in Sicilia i caratteri e chi li sapesse leggere.

Ove si consideri come gli eruditi siciliani del decimosettimo e
decimottavo secolo non fossero stati secondi a que' di alcun'altra
provincia italiana o straniera nello studio dei patrii annali, forte si
maraviglierà che niuno tra loro avesse pensato di apprendere l'arabico.
E pur in quella stagione a Roma, in Toscana, in Lombardia si facea quel
che oggidì ammiriamo in Alemagna, Francia e Inghilterra: si raccoglieano
con ardore i MSS. orientali riportati da viaggiatori italiani; i
missionarii della Propaganda di Roma studiavano le lingue orientali; si
pubblicavano appo noi libri in arabico e in siriaco; si formavano musei
asiatici; si compilavano opere di gran dottrina sul Corano, e
grammatiche e dizionarii arabici, per esempio quello del Giggei:
fiorivano, in somma, gli studii orientali al segno, che il Renaudot,
dando fuori nel 1713 la Storia dei Patriarchi d'Alessandria, la dedicò a
Cosimo III de' Medici; confessando nella prefazione che nel corso del
decimosettimo secolo gli orientalisti di tutta Europa non avessero avuto
altro capitale che le opere uscite dai tipi di Firenze. Ma queste
tornarono inutili alla Sicilia, perchè i progredimenti dell'intelletto
difficilmente si comunicavano dall'uno all'altro sminuzzolo d'Italia, e
più difficilmente valicavano il mare. Nè miglior frutto cavò la Sicilia
dagli ardimenti di Francesco Maria Maggio da Palermo de' Chierici
Regolari (1612-1686), missionario, il quale dopo otto anni di
peregrinazione in Siria, Persia, Mesopotamia, Armenia, Georgia, tornò a
Roma pratichissimo degli idiomi arabico, turco e georgiano; tanto che ne
scrisse le grammatiche parallele, dedicate a papa Urbano Ottavo.[5]
Francesco Tardia da Palermo (1732-1778) pervenuto, non so come, ad avere
una tintura di arabico, ne usò in opera di lieve momento, la edizione,
cioè, d'una versione italiana di Edrisi, fatta dal maltese Domenico
Macrì.[6] Le illustrazioni sue di alcuni diplomi arabici dell'epoca
normanna rimangono inedite; nè sembrano gran che. Morto immaturamente il
Tardia, senza far discepoli, si ricadde in tale ignoranza di arabiche
lettere, che una iscrizione cufica cubitale passò tuttavia in Palermo
per caldaica e scolpita poco appresso il diluvio. Gli eruditi del paese,
quando lor occorrea di interpretare qualche leggenda di lapidi o monete,
più corta via non trovavano che di rivolgersi ad Olao Gerardo Tychsen
professore di Rostock, il quale avea gran fama, meritata non credo, in
quei rami di filologia arabica.

Tra tanta penuria, piombò in Palermo il maltese Giuseppe Vella, frate
cappellano dell'Ordine Gerosolimitano, il quale con quel suo dialetto
mescolato d'arabico corrotto e di pessimo italiano, potea comprender
tanto dell'idioma degli Arabi, quanto un contadino di Roma intenderebbe
Cicerone o Tito Livio senza avere mai studiato il latino; e, per giunta,
il Vella ignorava i caratteri, nè li apprese che a capo di parecchi
anni, da uno schiavo musulmano che vivea in Palermo. Digiuno d'ogni
erudizione, ma furbo, baldanzoso, sfacciato, ciarlatano che testè facea
mestier di dare i numeri del lotto, il Vella aprì nuova bottega:
fabbricò due codici diplomatici in arabico, dicea, ma ne mostrava la
sola versione italiana; dei quali il primo intitolò Consiglio di
Sicilia, e vi finse il carteggio degli emiri dell'isola coi principi
aghlabiti e fatimiti d'Affrica; il secondo, Consiglio d'Egitto, e lo
disse raccolta delle lettere dei principi normanni di Sicilia, i quali,
per passatempo, raccontassero tutte le faccende di casa loro ai
moribondi califi fatimiti d'Egitto. Annali, geografia, statistica,
dritto pubblico di due epoche, fasti gentilizii, tutte le fole che gli
parean profittevoli, accozzò l'ignorante impostore ne' codici
diplomatici; oltre le false leggende che spacciò di monete e suggelli
genuini; le monete ch'ei falsò a dirittura, come si afferma; e i
diciassette libri perduti di Tito Livio, dei quali si vantò di tener
sotto chiave la versione arabica. Per quattordici anni (1783-1796) si
godè onorificenze, favor di governanti, pensioni, e in ultimo la grassa
abbadia di San Pancrazio. Condannato dai magistrati, quando si scoprì la
frode, alla reclusione in fortezza, il re gli fece espiar la pena in una
deliziosa villa ch'egli avea comperato di sue baratterie; e gli fu reso
il medagliere ch'egli avea raccolto, di 364 monete non false, tra le
quali 219 di oro. Ma è da sapersi che un segretario del governo era
stato complice, o forse promotore, della magagna del Consiglio d'Egitto,
intesa a fingere un nuovo dritto pubblico siciliano del duodecimo
secolo, ampliando l'autorità del principe e scorciando quella dei
baroni.[7] La opinione pubblica, che sapea coteste brutture, avea prima
dei magistrati condannato l'abate Vella e il governo con lui; il qual
giudizio ritrasse con grazia anacreontica il Meli, nelle quartine che
incominciano:

      Azzardannu 'na jurnata
    Visitari li murtali,
    Virità fu sfazzunata;
    Ristau nuda a lu spitali.
    . . . . . . . . . . . . .
      Sta minsogna saracina
    Cu sta giubba mala misa,
    Trova a cui pri concubina
    L'accarizza, adorna, e spisa. ec.

Pur la impostura del Vella diè occasione a buoni studii. Monsignor
Alfonso Airoldi, arcivescovo d'Eraclea, nobil uomo, erudito, magnifico,
potente, come Giudice ch'egli era della Monarchia di Sicilia, ossia
Legato del papa a dispetto del papa, accintosi ad aiutare il Vella pria
che questi si scoprisse con la frode politica del Consiglio d'Egitto,
fece venire a sue spese caratteri arabici dall'officina bodoniana di
Milano; comperò libri; porse danaro del suo; fece istituire in Palermo
la cattedra di arabico; fece decretare dal governo la provvisione di
mille once all'anno, o vogliam dire 12,500 lire italiane, per una
missione in Affrica in traccia di manoscritti, la quale poi non mandossi
ad effetto. Di più l'Airoldi scrisse una bella prefazione, ch'è stampata
nel primo volume del Consiglio di Sicilia, nella quale si additano tutte
le fonti della storia dei Musulmani Siciliani conosciute a quel
tempo.[8] Infine ei fece una buona collezione di monete, vetri e
corniole incise, d'oltre un centinaio, delle quali monete circa 70
arabiche e il resto greche, romane e dei bassi tempi; coordinate poscia
e interpretate in parte dal Morso, come ritraggo da una lettera di
costui del 1828. L'arcivescovo d'Eraclea legò questo medagliere e molti
libri al nipote Cesare Airoldi, già presidente della Camera dei Comuni
di Sicilia; il quale ha donato l'uno e gli altri alla Biblioteca
Comunale di Palermo.

Per zelo di smascherare il Vella, Rosario Di Gregorio da Palermo
(1753-1809), pubblicista di gran fama, si metteva a studiar l'arabico
dassè solo, con la grammatica d'Erpenio e il dizionario di Golio, e a
capo di tre anni dava fuori un ottimo saggio di Cronografia musulmana,
corredato di parecchi diplomi in arabico;[9] a capo d'altri quattro anni
(1790) la raccolta di croniche e ricordi arabici d'ogni maniera relativi
alla Sicilia, testi e versioni, la quale ha per titolo: _Rerum
Arabicarum, quæ ad historiam Siculam spectant, ampla Collectio_. Sia
notato ad onor della Sicilia, che quest'opera uscì contemporaneamente al
falso codice diplomatico. Oltre gli squarci ristampati, contiene
d'inedito: il Nowairi; una vasta raccolta di iscrizioni con bei rami; e
qualche brano di diploma. Secondo i tempi e le condizioni in cui fu
compilata, la dobbiam riconoscere maraviglioso sforzo d'ingegno e di
volontà: ma la confesseremo anco opera imperfetta; poichè il Di Gregorio
non arrivò mai, nè uomo il potea nelle sue condizioni, a legger
francamente due righi di manoscritto arabico, a penetrarsi delle forme
grammaticali, a rendersi familiari i modi di dire, com'oggi si fa nelle
scuole d'Alemagna e di Francia dopo un anno di studio. Salvatore Morso
da Palermo (1766-1828), successore del Vella nella cattedra d'arabico,
seppe quest'idioma un po' meglio che il Di Gregorio; lavorò su la
diplomatica, la epigrafia e la numismatica degli Arabi Siciliani; e
lasciò, oltre parecchi manoscritti, l'opera pubblicata (1824 e 1827) col
titolo di _Palermo antico_ (sic): ov'egli abbozzò una descrizione della
città nel XII secolo, e inserivvi curiosi documenti; ma parmi abbia
sbagliato la pianta topografica.

Ripigliavano in questo tempo i Siciliani l'impresa di scrivere la
storia, della quale si credean ormai raccolti tutti i materiali. Saverio
Scrofani da Modica (morto il 1835) la trattò leggermente, nei _Discorsi
su la Dominazione degli Stranieri in Sicilia_ (Parigi 1824). Pietro
Lanza da Palermo principe di Scordia e in oggi di Butera, ne fece
argomento di una prolusione accademica recitata il 1832: lavoro
giovanile, breve per sua natura e pur più sodo assai che quello del
provetto Scrofani. Carmelo Martorana da Palermo diè fuori nel medesimo
tempo le _Notizie storiche dei Saraceni Siciliani_, che dovean far
quattro libri e altrettanti volumi, ma ne son usciti due soli (Palermo
1832-1833). Oltre il _Rerum Arabicarum_, egli adoprò i trattati di
storia ed erudizione orientale pubblicati in Italia e fuori infino al
1830: dettò una compilazione posata, fornita di nozioni su la società
musulmana, condotta per lo più con buona critica: ma non parmi che salga
alla dignità della storia; oltrechè vi mancano di quelle stesse notizie
che si poteano raccogliere in Sicilia, se all'autore non parea superfluo
d'apprender l'arabico.

Da quel tempo in poi, quel poco che si è fatto in Sicilia e altre
province italiane è stato nei rami sussidiarii alla storia; se non
voglia eccettuarsi il brevissimo compendio di Davidde Bertolotti,
intitolato _Gli Arabi in Italia_, Torino 1834. Il signor Mortillaro da
Palermo, discepolo del Morso, ha pubblicato un brano di diploma,[10]
parecchie iscrizioni di vasi e suggelli, una lista dei MSS. arabici che
sono in Sicilia, ed alcuni elementi di lingua arabica e di storia
musulmana ec.: un intero volume, nel quale trovo da lodar solo i rami
delle iscrizioni che sono ben fatti, e il saggio d'un catalogo delle
monete e vetri arabici fabbricati in Sicilia.[11] Mi occorrerà forse di
correggere qua e là qualche errore del signor Mortillaro, di quei soli
che recherebbero torto alla verità storica; non dovendosi appuntare
tutti gli altri nelle opere di chi non ha avuto comodo di bene studiar
quella lingua. E il farò a malincuore, perchè mi annoiano mortalmente i
pettegolezzi letterarii, e perchè temo che la critica non si apponga a
nimistà. Ma, qualunque sia l'animo mio verso l'autore, io tengo che la
condotta politica d'un uomo non abbia nulla di comune col merito dei
suoi studii; e sarei il primo ad applaudir come scrittore tale o tal
altro che punirei come cittadino con tutta la severità delle leggi, se
mai le vicende mi chiamassero nuovamente alla esecuzione delle leggi.
Così, scrivendo poc'anzi del Martorana, io rivoluzionario impenitente
del 1848, dimenticava ch'ei fu allora Prefetto di Polizia in Palermo e
che imprigionò gli amici miei. Tornando all'argomento, mi rimane a dir
di Giuseppe Caruso, attuale professore di arabico in Palermo, il quale
ha pubblicato non male tre diplomi arabici, studiati già da Tardia, Di
Gregorio e Morso, che ne sapeano poco più o poco men di lui.[12] Infine
dobbiamo a Domenico Spinelli da Napoli un'opera numismatica che
risguarda indirettamente le colonie musulmane di Sicilia.[13]

Gli ultimi saggi storici su quelle colonie, son opera di stranieri e li
ha promosso l'Istituto di Francia. A misura che si approfondivano le
vicende dell'incivilimento europeo, si vedea di quale momento vi fossero
stati i Musulmani di Sicilia. L'Accademia, dunque, delle Iscrizioni
proponea per l'anno 1833 un premio a chi presentasse il miglior saggio
storico su le incursioni e dominazioni dei Musulmani in Italia.[14] Il
premio, differito più volte, fu accordato, l'anno 1838, a M. Des Noyers,
bibliotecario al Museo di Storia Naturale di Parigi, in merito di un
prospetto, che si stampò a pochi esemplari, nel quale l'autore
tratteggiò quei conquisti con le cagioni e conseguenze loro, e diè il
disegno e fin la tavola dei capitoli di un'opera da dividersi in due
parti; cioè racconto storico e influenza della Sicilia musulmana nei
varii rami di civiltà. Ei non compilò l'opera, nè so se l'abbia or
fatto; ma di certo non l'ha pubblicato. Non conoscendo l'arabico, M. Des
Noyers dovette star contento ai materiali tradotti; ai quali s'aggiunse
in quel tempo il capitolo d'Ibn-Khaldûn su la Sicilia, dato in arabico e
in francese, con acconcia prefazione e note di molta dottrina, da M.
Noël Des Vergers. M. César Famin si affrettò a stampare nel 1843 il
primo volume d'una _Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie_, il
quale arriva all'878; lavoro di picciol conto, di cui l'autore non so se
pria di morire abbia lasciato manoscritta la continuazione.

Il premio proposto dall'Istituto avea allettato altresì Giovanni Giorgio
Wenrich, professore di Letteratura biblica a Vienna, e noto per eruditi
lavori su le versioni orientali degli autori greci e su la origine della
poesia ebraica ed arabica. Ritoccata, dopo l'esito del concorso, cotesta
novella opera, ei diella a stampa in Lipsia il 1845, sotto il titolo di:
_Rerum ab Arabibus in Italia insulisque adjacentibus... gestarum,
Commentarii_. È dettata in elegante latino, con dignità, concisione e
diligenza. L'autore molto si aiutò dei lavori del Martorana; accoppiò il
metodo seguíto da costui con quello di M. Des Noyers; aggiunse i fatti
che risultavano da' testi arabici pubblicati dopo il Di Gregorio; ma non
fe' novelle ricerche nei MSS.; talchè non accrebbe di molto il
patrimonio del Martorana.

I materiali su i quali si è lavorato fin qui, mettendo da canto i greci
e i latini, sono stati: la Cronica di Cambridge, parte del Nowairi,
parte di Scehâb-ed-dîn-'Omari, parte d'Ibn-Khaldûn, poche biografie
d'Ibn-Khallikân, pochi ragguagli biografici e bibliografici del Casiri,
e qualche squarcio d'Ibn-el-Athîr messo da M. Des Vergers in nota a
Ibn-Khaldûn detto. Il Martorana e il Wenrich si sono avvalsi, inoltre,
d'una compilazione italiana della quale è mestieri ch'io faccia parola:
cioè gli _Annali Musulmani_ del Rampoldi. Quest'erudito italiano, morto
a Milano in età avanzata il 1836, avea fatto in gioventù lunghi viaggi
in Oriente; dei quali, nè delle altre vicende di sua vita non ho potuto
avere ragguagli; ancorchè vi si fossero adoperati alcuni amici in
Milano. Nelle opere sue ritrovo, ch'ei soggiornò in Siria e al Cairo nel
1784, al Cairo stesso nel 1785; e non so quando a Smirne:[15] pertanto è
molto probabile ch'egli intendeva l'arabico volgare. Che abbia
conosciuto profondamente la lingua, nol credo; mostrandosi ignaro
talvolta delle più ovvie forme grammaticali, delle più trite etimologie;
per esempio la voce _sceikh_ ch'ei fa derivare dal persiano _sciah_
(re). Di più si ritrae ch'egli attinse spesso alle versioni europee,
anzichè agli originali; poichè trascrive i vocaboli arabici con
ortografia or francese ora inglese e non mai italiana: come _djeami_
(moschea cattedrale) in luogo di _giami; Jannabi, Jaafar_, nomi proprii,
per _Giannabi, Giafar_, ec. Nè va preso sul serio l'infinito numero di
citazioni ch'egli infilza, di nomi d'autori arabi e persiani, quand'ei
non distingue quelli veduti da lui stesso dagli altri allegati su le
citazioni altrui. Pei fatti di Sicilia sparsi negli Annali, il Rampoldi
non sempre cita; talvolta nomina il Nowairi, dicendo tutto il contrario
di lui; o segue la Cronica di Cambridge senza punto farne menzione; e in
un sol caso, certe avvisaglie cioè tra Cristiani e Musulmani nell'887,
si riferisce al _Nighiaristan_, o meglio avrebbe scritto _Nigâristân_.
Compilazione questa è di aneddoti, scritta in persiano nel decimosesto
secolo, della quale v'ha a Parigi parecchi MSS., e una edizione di
Calcutta in litografia: ma nulla vi si trova intorno la Sicilia; come mi
afferma il dotto orientalista M. De Frémery, ch'io pregai di
percorrerla, poichè ignoro il persiano. Gli avvenimenti delle altre
province musulmane, per quanto io ne abbia potuto vedere, non son
trattati con maggiore diligenza. Pertanto questo gran lavoro in dodici
volumi, che offre del resto giudiziose osservazioni locali, molta
erudizione, idee vaste e filosofiche e fors'anco fatti genuini che
invano si cercherebbero altrove, questo lavoro, io dico, rimarrà come
inutile; non sapendosi il più delle volte se i racconti sian tolti da
buone sorgenti, se l'autore citi con esattezza, o se aggiunga del suo
altre circostanze ch'ei confusamente si ricordava o che gli pareano
necessarie a compiere il cenno dei cronisti. Si potrà cavar partito
dagli Annali del Rampoldi, se mai cadranno in man di qualche valoroso
orientalista i MSS. arabi o persiani ch'ei lasciò, i quali non ho potuto
sapere nè quanti, nè quali, nè dove fossero. Allora si potrà veder
chiaro in tal miscuglio di elementi. In questo mezzo ho dovuto rigettare
assolutamente l'autorità del Rampoldi.


Or ne vengo ai miei proprii lavori. Quand'io giunsi a Parigi,
perseguitato per avere scritto il Vespro Siciliano, che già corre il
duodecim'anno, mi parve come un obbligo di tentar la Storia dei
Musulmani di Sicilia; pensando che tra tanti uomini più capaci di me,
italiani e stranieri, niuno potea avere insieme lo zelo e le cognizioni
locali d'un siciliano e i comodi grandissimi che a me dava il soggiorno
di Parigi. Come il solo modo di riuscir nell'intento era la ricerca di
novelli materiali, così io non esitai a giocar dieci anni di fatica in
questa maniera di scavi d'antichità. Appresi l'arabico a Parigi;
confrontai i testi del Di Gregorio coi MSS. originali; mi diedi a
raccogliere frammenti storici, descrizioni geografiche, biografie, e le
prose e poesie degli Arabi Siciliani, e i titoli di lor opere perdute, e
quanto fosse stato scritto in arabico da Siciliani o da Arabi qualunque
su la Sicilia e i suoi abitatori. Molti materiali ho trovato da me
stesso nei MSS. arabici di Parigi, Oxford, Londra, Leyde: altri ne ho
avuto per favor di amici da Leyde, Cambridge, Heidelberg, Madrid,
Pietroburgo, Tunis, Costantina; altri son usciti alla luce dal 1842 a
questa parte: e, se non ho potuto frugar tutte le biblioteche di
Alemagna, Italia e Spagna, i cataloghi stampati mi assicurano che poco o
nulla era da sperarne. Cotesti materiali, escluse le poesie che non
abbiano importanza storica, faranno una _Biblioteca Arabo-Sicula_; nella
quale mi è parso di dar luogo ad alcuni squarci di autori arabi relativi
alla storia di Sicilia del XIII e XIV secolo, ancorchè non trattino dei
Musulmani dell'isola. Alla stampa dei testi, che non era impresa da
autore povero, nè da libraio d'Italia o fosse pur di Francia e
Inghilterra, ha provveduto, per sommo zelo delle lettere, la Società
Orientale di Alemagna, alla quale io ne feci domanda; e fu benignamente
accolta, per la premura che s'era data il dottissimo professore
Fleischer di Lipsia, pubblicando un prospetto di quella mia raccolta. A
spese dunque di quella dotta Società si stamperanno i testi a Gottinga,
in un volume. La versione italiana in due volumi con note nella parte
geografica, cavate dai diplomi dell'undecimo secolo in giù, si
pubblicherà, com'io spero, in Italia, nel sesto medesimo del volume
arabico, in guisa da potersi vendere con quello o senza. Il duca di
Luynes, benemerito dell'Italia per le edizioni di Matteo da Giovenazzo,
dei Monumenti Normanni e Svevi del regno di Napoli, e dello splendido
Codice diplomatico di Federigo Secondo imperatore, e per un gran lavoro,
al quale attende, su le monete puniche di Sicilia, ha cortesemente
assentito a fare una carta comparata della Sicilia, ordinata in questo
modo: che si corregga a cura sua la carta in quattro fogli dell'ufficio
topografico di Sicilia; ed egli indi vi noti i nomi antichi; io vi
trasporti gli arabici ricavati da Edrisi e altre fonti; e la carta si
stampi a due colori, in guisa da mostrare a colpo d'occhio il riscontro
dei luoghi attuali, del XII secolo e dell'antichità. Con la solita
munificenza, l'egregio archeologo francese ha profferto di far incidere
questa carta a proprie spese.

Nella _Biblioteca Arabo-Sicula_ mancheranno, come accennai, le poesie
non relative a fatti storici e inoltre le notizie dei manoscritti arabi
di Sicilia, i diplomi, le iscrizioni e le monete. Quanto alle prime, che
prenderebbero uno o due volumi di testo, io le ho copiato; ma non sarà
facile trovare i mezzi di stamparle, nè preme. Il resto son lavori male
abbozzati fin qui, e da rifarsi tutti in Sicilia. Tale il catalogo dei
MSS. della Lucchesiana di Girgenti, Biblioteca de' Gesuiti in Palermo,
Monastero di San Martino presso Palermo, e Biblioteca Vientimilliana di
Catania, i quali sommano ad una cinquantina, secondo la lista che ne
mandò il signor Mortillaro al Cardinal Mai.[16] Va fatta di pianta la
collezione dei diplomi arabici dei tempi normanni, la più parte inediti,
pochi pubblicati, così così, da Di Gregorio, Morso, Giuseppe Caruso,
Mortillaro; e un solo correttamente, il quale dobbiamo a M. Des
Vergers.[17] I diplomi si dovrebbero ricercare nel Monastero di
Morreale; Cattedrale, Cappella Palatina e Commenda della Magione in
Palermo; vescovati di Catania, Girgenti, Patti, Cefalù, e in tutti altri
archivii ecclesiastici e pubblici; e sarebbero da vedersi le copie che
per avventura se ne trovassero nelle biblioteche: il quale lavoro
richiederebbe e tempo e spesa e pazienza contro gli ostacoli e pratica a
leggere i MSS. arabici e libertà di viaggiare in Sicilia. Similmente le
iscrizioni lapidarie, o di vasi, gemme e drappi, date da Di Gregorio.
Morso, Lanci e Mortillaro, e una anco da me e le molte altre inedite,
voglionsi quasi tutte verificar sopra luogo da occhi esercitati, e
rintracciarne delle altre sugli edifizii e nei musei e per le case. Per
la numismatica, infine, è da eseguire in grande il lavoro principiato
dal Mortillaro e da me sopra commendato. Cioè si debbono esaminare in
Palermo le collezioni di monete e vetri dei Gesuiti, o della Università
degli Studii, alla quale ne furono legate circa 300 dal Cavalier Poli;
quella di Monsignor Airoldi, testè donata alla Biblioteca Comunale, e le
altre di privati: si debbono estendere le ricerche a tutta l'isola;
scevrare le monete false dalle vere; confrontarle coi cataloghi stampati
dal Castiglioni a Milano, dallo Spinelli a Napoli; ed oltremonti, da
Tychsen, Adler, Marsden, Moëller, Fraehn, Soret, ec.; ricercarne infine
per tutte le grandi collezioni d'Europa, il che io ho fatto soltanto in
quella di Parigi. Per necessità lascio dunque ad altre persone, o
rimetto ad altro tempo, coteste ricerche, dalle quali la Storia non
potrà cavar altro che qualche nome e qualche data svelati dalle monete e
iscrizioni; qualche particolarità di diritto pubblico e qualche altro
nome proprio e topografico forniti dai diplomi del duodecimo secolo; e
qualche notizia artistica o filologica.

Da tal classe di materiali ho dovuto rigettare due notizie date dal
Mortillaro. L'una risguarda Abi-Kanom (_sic_) ben Mohammed ben Osman
segestano, autore del _Kitabo-l-Nachli_ ossia Libro delle palme, MS.
dell'anno 1004 dell'era cristiana, posseduto dal Monastero di San
Martino presso Palermo.[18] Tal titolo e nome van corretti
_Kitâb-el-Nahl wal-'Asl_, (Trattato delle api e del miele) di
Abu-Hâtim-Sahl-ibn-Mohammed del Segestân;[19] chè di quella provincia di
Persia si tratta e non di Segesta in Sicilia, distrutta molti secoli
innanzi il conquisto musulmano. Perciò si tolga dal novero degli
scrittori Arabi Siciliani questo Segestano postovi da alcun compilatore
di Giornale di Scienze e Lettere, che un tempo si pubblicava in Palermo
sotto gli auspicii della Polizia e la direzione del Mortillaro.[20] Va
eliminato al pari un Hâmid-ibn-Ali, che il Mortillaro suppose siciliano,
senza per altro affermarlo, nella illustrazione di un bell'astrolabio in
ottone che v'ha in Palermo,[21] delineato il 343 dell'egira (954-955)
dal detto Hâmid, e, com'io credo, copiato sul metallo qualche secolo
appresso,[22] per uso d'un personaggio, il cui nome va letto
Scerf-ed-dîn-Ahmed-ibn-Mongiâ-ibn-Nâgi-ibn-Mohammed, della tribù di
Sa'd, nato o dimorante in Zenkelûn, terra in Egitto.[23] Il nome
dell'autore va bene, e anco il tempo in cui visse; poichè l'astronomo
Ibn-Iunis, che morì il 1008, cita appunto tra i più celebri costruttori
di astrolabii questo Hâmid-ibn-Ali, da Wâset, aggiugne egli, e così
toglie luogo ad ogni contesa su la patria.[24]

Raccolti e studiati i materiali, senza rimorso di lasciarne addietro che
fossero di momento, ho scritto la Storia, scopo di quelle mie ricerche.
E comincio a pubblicarla prima della _Biblioteca Arabo-Sicula_, sì che
ne presento adesso il primo volume, e gli altri due intendo stamparli a
un tempo con quella raccolta. Ho cavato i fatti, in primo luogo dai
settanta scrittori arabi, inediti la più parte, che compongono la
_Biblioteca_; i nomi dei quali, accompagnati di cenni biografici e
bibliografici, si leggeranno nella seconda parte della Tavola Analitica
in fin di questa Introduzione. Indi il lettore potrà giudicare delle
autorità che si citano in tutto il corso dell'opera. Primeggian tra
quelle il _Riadh-en-Nofûs_, la Cronica di Cambridge, Imâd-ed-dîn,
Ibn-el-Athîr, il _Baiân_, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Tigiani, Ibn-Haukal,
Edrisi, Ibn-Giobair. Dei settanta poi, qual mi ha fornito un centinaio
di pagine, qual due o tre righi, qual fatti nuovi e importanti, e qual
noiose ripetizioni o racconti che mal reggono alla critica. Pochi
contengono tradizioni primitive; sendo perdute le migliori croniche
musulmane della Sicilia, e non rimanendone che i nomi di dieci autori
ch'ho noverato nella prima parte della Tavola. Pur l'uso degli annalisti
arabi a copiare le croniche troncandole qua e là, anzi che rimpastare i
fatti nel proprio stile, ci ha conservato in parte le prime scritture.
In generale le croniche e annali arabi sono diligenti nelle date;
accennano i fatti anzi che narrarli; difettan di critica; non raccontano
nè cagioni nè conseguenze nè gli episodii, in cui si vegga l'indole, le
fattezze e le passioni degli attori. Fa eccezione a questo qualche
biografia. Lavorando su elementi di tal fatta, chi voglia scrivere la
storia com'oggi la s'intende, è trattenuto ad ogni passo, costretto a
indovinare, a far supposizioni, a mettere in forse, e sovente è
strascinato ad imitare l'andatura monotona degli originali. Per buona
sorte, la tendenza del secol nostro ai lavori storici ha fatto
pubblicare, da una trentina d'anni a questa parte, molti testi, versioni
e dotti comenti, mercè i quali si comprendono ormai pienamente gli
ordini politici, le leggi civili, penali e di culto, l'indole delle
sètte religiose, le vicende delle scienze e lettere, tutti in somma i
fatti generali della Storia dei Musulmani: e ciò supplisce a molte
lacune degli annali. Fra coteste opere sol ricorderò l'_Ahkâm-Sultanîa_
di Mawerdi, trattato fondamentale di dritto pubblico, da me studiato
sopra un MS. di Parigi, ed or meglio assai su la edizione che ne diè
l'anno scorso il dottor Enger a Bonn. Altri lumi ho cavato dai MSS.
parigini di Ibn-abd-Rabbih, Ibn-Kutîa, Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ec.

Degli scrittori bizantini e latini sarebbe superfluo a presentare una
tavola analitica. Tra i primi, ho preferito sempre gli originali ai
copisti; e però la Continuazione di Teofane, che ci accompagna per gran
tratto di queste istorie, al Cedreno, seguíto da alcuni moderni non so
per quale predilezione. Quasi sempre ho adoperato, come più recenti, le
edizioni di Bonn. Oltre gli autori ch'ebbero alle mani il Martorana e il
Wenrich, è adesso di ragion pubblica il libro di Eustatio, arcivescovo
di Tessalonica, su la espugnazione di quella città per le armi siciliane
nel 1185; dove si ritrovano particolari prima ignoti, e alcuni toccano i
Musulmani che rimaneano in Sicilia. Quanto agli scrittori latini usciti
in luce dopo il Muratori, ho cavato partito dalle croniche: di Giovanni
Diacono di Venezia, pubblicata da Zanetti e indi nel Pertz; del monaco
Amato che tanto rischiara i fatti del conquisto normanno, data dallo
Champollion; di Benedetto monaco di Sant'Andrea, nel Pertz; di
Marangone, nell'_Archivio Storico Italiano_; e dalla poesia latina su la
impresa de' Pisani e Genovesi a Mehdîa nel 1088, per la quale mi son
servito della edizione di M. Du Méril. Ho rigettato, per esserne
evidente la falsità, i _Chronici Neapolitani Fragmenta_; il _Chronicon
Arnulphi monachi_; e le interpolazioni alla _Cronica della Cava_: tutte
fatture di Francesco Pratilli, erudito napoletano del secol passato,
appigliatosi a tal tristo espediente, per ticchio di gareggiar col
Muratori. Alcune agiografie greche e latine, vagliate con giusta
diffidenza, mi han pure fornito fatti degni di fede: tali, tra le
greche, la Vita di San Giovanni Damasceno; quella di Sant'Ignazio
patriarca di Costantinopoli; quella di San Nilo il Giovane; e gli
squarci di quella di San Niceforo vescovo di Mileto pubblicati da M.
Hase nelle note a Giovanni Diacono Caloense; tali i testi o versioni in
latino che si trovano nel Gaetani, delle quali la raccolta dei
Bollandisti offre talvolta i testi greci, e sempre dà qualche
correzione. I diplomi greci e latini di Sicilia mi hanno aiutato
sopratutto allo studio dei nomi topografici, ch'era necessario per
conoscere le città o villaggi dell'XI e XII secolo, i quali alla
cacciata dei Musulmani rimasero in parte abbandonati, con immenso danno
dell'agricoltura Siciliana, non riparato dopo sette secoli. Oltre le
collezioni di Pirri, De Grossis, Lello, Mongitore, ec., ho cavato quei
documenti dai tabularii stampati di alcune chiese, dal Giornale
Ecclesiastico di Sicilia, e dalla _Historia Diplomatica Friderici
Secundi Romanorum imperatoris_, della quale son già usciti cinque
volumi, a cura di M. Huillard-Breholles e spesa del duca di Luynes.
Infine ho tratto alcuni ragguagli di Storia letteraria dai MSS. latini
della Biblioteca imperiale di Parigi Nri. 7310, 7281, 7406, e Fonds
Saint-Germain 1450. Il primo dei quali, studiato un tempo
dall'Humboldt,[25] è versione dell'_Ottica_ di Tolomeo, fatta, sopra una
versione arabica, da Eugenio ammiraglio del reame di Sicilia; il quale
altresì tradusse dal greco le profezie dette della Sibilla Eritrea, di
cui v'ha tre MSS. a Parigi. I citati MSS. 7281 e 7406 sono compilazione
latina di un Giovanni di Sicilia su le notissime tavole astronomiche,
dette Alfonsine, del giudeo Arzachele da Toledo. Allo stesso Giovanni di
Sicilia, o altro di tal nome, appartiene il MS. 1450 Saint-Germain, ch'è
trattato di rettorica.

Lo argomento e divisione cronologica del presente lavoro è esposto a
capo del primo libro. Cotesto disegno non coincide con quello
dell'Accademia delle Iscrizioni, seguíto dal Wenrich. Da una mano io ho
voluto ristringere il campo alla Sicilia. Le guerre dei Musulmani in
Italia dal VII al XII secolo fanno due ordini di avvenimenti, dei quali
il primo dà argomento a Storia particolare, l'altro no; anzi questo non
si potrebbe accoppiar con quello altrimenti che negli Annali generali
d'Italia. L'uno è la guerra, prima d'infestagione poi di conquisto, che
movea dall'Affrica propria; portava lo stabilimento delle colonie
musulmane in Sicilia; tentava la Terraferma dallo stretto di Messina al
Tevere; e vi lasciava, con orribili guasti, anco qualche elemento di
civiltà. L'altro ordine si compone di scorrerie minori dei Musulmani or
d'Affrica or di Spagna, le quali affliggeano la Sardegna, la Corsica e
la riviera dalla foce del Tevere alle Alpi Marittime: calamità disparate
e senza compenso. Perciò ho accennato queste di passaggio nella
narrazione delle cose operate dai Musulmani in Sicilia; ma ben ho
raccontato distesamente i casi dell'Italia Meridionale, poichè sono
connessi a quei di Sicilia. Da un'altra mano, dovendo esporre le
condizioni d'ogni maniera in cui si vivea nell'isola innanzi il
conquisto musulmano, ho preso le mosse necessariamente dai tempi più
antichi in cui ebbero origine: a che non pensarono i dotti stranieri
lodati di sopra. Dopo la dominazione musulmana, ho toccato i fatti
principali dei monarchi normanni di Sicilia e dei due primi di Casa
Sveva; e l'ho scritto tanto più volentieri, quanto i testi arabi me ne
davano ragguagli ignoti per l'addietro. Mi son fermato alla deportazione
dei Musulmani di Sicilia in Puglia; parendomi opera insensata ad
abbozzare le vicende della colonia di Lucera su i vaghi cenni dei
cronisti, quando stan sepolte nei registri angioini di Napoli centinaia
di documenti su quella colonia: chè moltissimi ne vidi io stesso il 1840
e n'usai parecchi nella _Guerra del Vespro Siciliano_. Se un giorno
avverrà che l'Archivio di Napoli sia aperto liberamente agli eruditi,
altri, con migliori auspicii che i miei, intraprenderà così fatto
lavoro. Ho dato poi altr'ordine alle materie. I miei predecessori
conduceano la cronica dal principio alla fine, e poi ripigliavano da
capo a far la storia legislativa, religiosa, morale, letteraria,
artistica ed economica. In luogo d'imitarli, meglio mi è parso di
presentare i fatti, di qualunque classe, a misura che sviluppansi ed
operano. Pertanto ho interrotto spesso la narrazione delle guerre e
vicende politiche, per descrivere i fenomeni civili e intellettuali che
n'erano a vicenda effetti e cagioni: in vece di percorrere l'una dopo
l'altra tante linee di racconti, le ho troncato ad epoche, e disposto i
tronchi parallelamente l'uno all'altro; amando a seguire, il più che
potessi senza ingenerar confusione, l'ordine dei tempi, che mi par
logico sopra ogni altro. In fin del terzo volume porrò un indice dei
nomi proprii e di luoghi, e una tavola alfabetica degli autori citati in
tutto il corso dell'opera, indicando le edizioni o MSS. di cui mi sia
servito. I nomi o altre voci arabiche saranno trascritti, rendendo le
lettere e segni dell'alfabeto arabico d'Oriente nel modo che segue:

   1. Elif  — “a” italiana.
   2. Ba    — “b”    id.
   3. Ta    — “t”    id.
   4. Tha   — “th” inglese.
   5. Gim   — “g” italiana.
   6. Ha    — “h” latina.
   7. Kha   — “kh” italiana.
   8. Dal   — “d”    id.
   9. Dsal  — “ds”   id.
  10. Ra    — “r”    id.
  11. Za    — “z”    id.
  12. Sin   — “s”    id.
  13. Scin  — “sc” avanti le vocali “e”, “i”, e “sci” o “sce” avanti le
               altre; sempre col suono della “ch” francese e “sh”
               inglese.
  14. Sad   — “s” italiana.
  15. Dhad  — “dh”   id.
  16. Ta    — “t”    id.
  17. Za    — “z”    id.
  18. Ain   — suono particolare che si rende con un '.
  19. Ghain — “gh” italiana.
  20. Fa    — “f”    id.
  21. Kaf   — “k”    id.
  22. Caf   — “k”    id.
  23. Lam   — “l”    id.
  24. Mim   — “m”    id.
  25. Nun   — “n”    id.
  26. Hè    — “h”, e quando è finale, si sopprime o si rende “t”.
  27. Waw   — “w” inglese.
  28. Ia    — “i” italiana.

  La vocale “fatha” si rende “e”, e quando è seguíta dalla
                                  “alef di prolungaz.”, â.
      ”     “kesra”     ”    “i” ed î nel detto caso.
      ”     “dhamma”    ”    “o” ed û nel detto caso.

Mi rimane adesso a rendere testimonianza degli aiuti altrui. Debbo ai
signori Reinaud e Hase, professori, l'un d'arabico, l'altro di greco
moderno, nella _École des Langues Orientales vivantes_ a Parigi, quel
che so di dette due lingue e della paleografia appartenente all'una o
all'altra: debbo loro inoltre di avermi avviato allo studio della
erudizione musulmana e bizantina, non meno che guidato nelle ricerche su
manoscritti o libri stampati. Mi diè consigli di questa fatta, nel primo
anno de' miei studii, il barone Mac-Guckin De Slane, dotto orientalista.
E, in ogni tempo, i due professori lodati di sopra m'assisteano
cortesemente, anzi amorevolmente, nella interpretazione di qualche passo
di testo, o in altra grave difficoltà.

Dissi di sopra che altri mi procacciava copie di parecchi testi arabi.
Riconosco tal favore, innanzi ogni altro, dal mio amico il dottor Dozy,
or professore d'istoria nella Università di Leyde; il quale, studiando
quella ricca collezione di manoscritti, ne prese quanto potea giovare al
mio intento. Altri estratti di testi mi sono stati mandati cortesemente
da M. Alphonse Rousseau, primo interprete della Legazione francese a
Tunis; dal dottor Weil, bibliotecario a Heidelberg; dal professore
Gayangos di Madrid; da M. Cherbonneau, professore d'arabo a Costantina;
dal signor Wright; e dal conte Miniscalchi da Verona, benemeriti delle
lettere arabiche. Tra i non orientalisti, il Conte di Siracusa mi fece
ottenere nel 1846 copia di un MS. di Madrid; il duca di Serradifalco
impetrò per me lo stesso anno il prestito di un manoscritto di
Pietroburgo, il quale mi fu mandato a Parigi per mezzo della Legazione
di Russia, con liberalità di cui debbo lodar quel governo, non ostanti
le mie opinioni politiche le quali non ho bisogno di ripeter qui.
L'ingegnere alemanno signor Honnegar, venendo alcuni anni fa da Tunis a
Parigi, mi recò altri squarci di testo, fatti copiare per conto mio. Il
lucido d'una iscrizione di Sicilia e alcune notizie bibliografiche ebbi
nel 1846 per favore dell'erudito principe di Granatelli, al quale io era
obbligato d'altronde per assai più efficaci prove di amistà. Altri
lucidi di iscrizioni mi ha fatto copiare il duca di Serradifalco, chiaro
per opere archeologiche, e ne tengo anche dal mio amico Saverio
Cavallari, ingegnere e archeologo. Debbo far menzione ancora del mio
fratel cognato Giuseppe di Fiore, per varie notizie raccoltemi in
Sicilia; del dotto ellenista siciliano Pietro Matranga, per aver
procacciato il confronto di un testo arabico alla Vaticana; e del signor
Power bibliotecario a Cambridge, e del defunto Samuel Lee professore in
quella Università, per altro simil favore.

Mentre io studiava in Parigi, risegnato lo impiego nel Ministero di
Palermo e lo stipendio di quello che m'era unico mezzo di sussistenza,
parecchi amici dal 1844 al 1846 mi soccorsero di danaro, da rimborsarsi
col prezzo dell'intrapreso lavoro. Il fecero per benevolenza verso di
me, e zelo per un'opera che speravano illustrasse la storia del paese:
tra i quali se alcuno partecipava delle mie opinioni politiche e altri
allora vi si avvicinava, altri non era meco legato che di privata
amistà; nè questa associazione ebbe mai indole nè scopo politico,
foss'anco di mera dimostrazione. L'associazione fu promossa dal barone
di Friddani e da Cesare Airoldi, nominato di sopra; la secondarono in
Sicilia Mariano Stabile, amico mio dalla fanciullezza, il principe di
Granatelli e altri amici; e lo Stabile si incaricò di riscuotere il
danaro in Sicilia, e, riscosso o no, me ne somministrava. Io accettai la
profferta. Soscrissero Cesare Airoldi, Massimo d'Azeglio, la signora
Carpi, il barone di Friddani, la famiglia Gargallo, Giovanni Merlo,
Domenico Peranni, il marchese Ruffo, il duca di Sammartino, il principe
di Scordia, il conte di Siracusa, Mariano Stabile, il signor Troysi, e
quegli che primo mi avea confortato agli studii storici tanti anni
innanzi, il carissimo mio Salvatore Vigo; i nomi dei quali ho messo per
ordine alfabetico. Non tutti fornirono la stessa somma di danaro: poichè
chi pagò in una volta tutte le cinque quote di ogni messa, le quali si
doveano fornire successivamente; e chi fu richiesto d'una o due quote, e
non fu sollecitato per le altre: i particolari del qual conto van
trattati tra me e i soscrittori, e al pubblico non ne debbo dir altro
che il beneficio e la gratitudine mia. Mutato alla fin del 1846 il
disegno della pubblicazione, e intrapresa questa dall'editore signor Le
Monnier, io non ho altrimenti usato, d'allora a questa parte, il comodo
che mi aveano offerto sì liberalmente i soscrittori.

  _Parigi, luglio 1854._



TAVOLA ANALITICA

DELLE

SORGENTI ARABICHE DELLA STORIA DI SICILIA.


PARTE PRIMA. — OPERE PERDUTE.

I. =Ibn-Katâ'= (Abu-'l-Kasem-Ali-ibn-Gia'far-ibn-Ali, detto Ibn-Katâ')
discendente della regia schiatta aghlabita, nacque in Sicilia il 433
(1041-1042); uscì dopo il conquisto normanno, e morì in Egitto il 515
(1121-1122). Di questo sommo filologo darò, a suo luogo, la biografia.
Tra le molte opere ch'ei scrisse, era un _Târîkh-Sikillîa_ (Cronica di
Sicilia) ricordato da Soiûti[26] e da Hagi-Khalfa[27]. Nessuno annalista
par che abbia letto quella cronica. Compose di più _El-Dorra-el-Khatîra_
(La nobil Perla), antologia dei versi di censettanta poeti
arabo-siculi[28], della quale molti frammenti ci ha conservato
Imad-ed-dîn da Ispahan[29]; e ciò si vegga al nº XXVIII della parte
seconda di questa Tavola.

II. =Abu-Zeîd-el-Gomri=, di origine berbera come sembra al nome, scrisse
anch'egli una cronica di Sicilia. Lo afferma Sekhâwi, autore del XV
secolo, in un suo studio di storiografia[30]; e lo ripete
Hagi-Khalfa[31] . Nè il primo nè il secondo ci dicono dove e in qual
tempo sia vivuto questo Abu-Zeîd; non citato per altro da alcuno
annalista.

III. =Ibn-Rekîk= (Abu-Ishâk-Ibrahîm-ibn-Kasem-ibn-Rekîk) liberto ei
medesimo, o il padre, come potrebbe argomentarsi dalla voce _rekîk_
(schiavo), fu segretario in un oficio pubblico a Kairewân, verso la fine
del decimo secolo[32]. Egli scrisse una Cronica d'Affrica, che talvolta
fa menzione della Sicilia, ed è citata spesso dai compilatori:
Ibn-Wuedrân, Ibn-Abbâr, Ibn-Adsari autore del _Baiân_, Ibn-Khaldûn,
Nowairi, Tigiani, Leone Affricano. Quantunque io accetti il giudizio del
dotto barone De Slane, il quale gitta su le spalle d'Ibn-Rekîk le favole
che si mescolarono al racconto delle prime guerre dei Musulmani in
Affrica[33], penso pure che costui potea compilar senza critica le
narrazioni dei tempi andati, e scrivere schiettamente le vicende de'
suoi proprii. Si badi a tal distinzione, quante volte si vedrà citata
l'autorità d'Ibn-Rekîk nel corso del presente lavoro.

IV. =Ibn-Rescîk= (Abu-Ali-Hasan) forse di origine siciliana, nato in
Affrica d'uno schiavo greco, orafo, l'anno mille; vivuto a corte dei
principi Zîrîti a Mehdia e negli oficii pubblici a Kairewân; rifuggito
poscia in Sicilia; e morto a Mazara, chi dice il millecinquantotto, chi
il sessantatrè, e chi il settanta, fu uomo di molte lettere; del quale
tratterò più largamente nel quarto libro di questa istoria. Tra le altre
cose, ei scrisse una cronica di Kairewân, ove toccò talvolta i fatti di
Sicilia: come si ritrae dalle citazioni di varii compilatori.
L'_Anmûdeg_ (il Tipo), opera del medesimo autore, contiene un aneddoto,
trascrittoci da Ibn-Khallikân, risguardante il principe kelbita di
Sicilia Iusûf. Da altri frammenti che abbiamo d'Ibn-Rescîk ei sembra
informato della erudizione che potea rimanere in quel tempo tra i Greci
di Sicilia: il che aumenta l'autorità sua come cronista.

V. =Ibn-Iahîa= (Abu-Ali-Hasan-el-Fakîh, ossia il giurista) scrisse un
_Târîkh-Sikillîa_ (Cronica di Sicilia) del quale i geografi Jakût e
Kazwîni ci hanno conservato qualche squarcio. Ancorchè il soprannome e
il nome proprio di costui si riscontrino con quei d'Ibn-Rescîk e l'uno e
l'altro sembrin di certo vissuti al medesimo tempo, pure il divario dei
nomi patronimici; la origine greca d'Ibn-Rescîk; la qualità di giurista
data a Ibn-Iahîa; infine la diversità delle due croniche che
s'intitolano, l'una di Kairewân e l'altra di Sicilia, fanno supporre con
fondamento che ai tratti di due autori diversi.

VI. =Abu-s-Salt-Omeîa= (Ibn-Abd-el-'Azîz-ibn-abi-s-Salt) nato a Denia in
Spagna il 1067, morto a Mehdia in Affrica il 1131 o pochi anni appresso,
medico, poeta, erudito, meccanico, continuò la Cronica d'Ibn-Rekîk[34].
In questa, o altra opera, ci narra un curioso aneddoto della sconfitta
dell'esercito siciliano al Capo Dimas il 1123. Imâd-ed-dîn da Ispahan,
nella _Kharîda_, ci ha conservato alcuni squarci di poeti arabo-siculi e
di loro biografie, raccolti da Abu-s-Salt[35] in un'altra opera che ha
per titolo _Risâla min Ahl el-'Asr_ (Epistola su i contemporanei).

VII. =Ibn-Sceddâd=
('Izz-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-el-'Azîz-ibn-Sceddâd-ibn-Temîm) della
tribù berbera di Senhâgia e della regia schiatta dei Zirîti, visse nella
seconda metà del XII secolo, poichè l'avol suo Temîm, regnava a Mehdia
dal 1062 al 1107. Secondo la espressa testimonianza di Abulfeda[36], ei
compilò due istorie, di Kairewân, cioè, e di Sicilia. Di questa ultima
troviamo squarci negli Annali d'Abulfeda, e perciò anche nell'opera di
Scehâb-ed-dîn-Omari[37]. In fine, il Tigiani tolse da Ibn-Sceddâd il
racconto della espugnazione di Mehdia nel 1160, che quel cronista sapea
da un testimonio oculare[38].

Ibn-Sceddâd, di cui adesso abbiamo precise notizie[39], è appunto
l'Ascanagius del Caruso, l'Al-Sanhaj del Di Gregorio, ec.[40], come si
trascriveva inesattamente il nome etnico di Es-Senhâgi col quale lo
denotò Abulfeda. Monsignor Airoldi, nella prefazione al Codice
diplomatico dell'abate Vella, diè i suoi nomi nella forma in cui li
trovava presso D'Herbelot; aggiugnendo, su la fede dello impostore
Vella, che l'opera in diciotto volumi si serbasse nella Biblioteca di
Fez[41].

VIII. =Ibn-Bescirûn=
(Othmân-ibn-Abd-er-Rahîm-ibn-abd-er-Rezzâk-ibn-Gia'far-ibn-Bescirûn-ibn-Scebib)
della tribù arabica di Azd, detto Sikîlli e Mehdi, ossia Siciliano e da
Mehdia (in Affrica), perchè nato forse in uno di cotesti paesi, non
sappiamo quale, e passato a dimorare nell'altro, visse nella seconda
metà del duodecimo secolo. Ei compilò un _Mokhtâr fi-l-Nezm wa-l-Nethr
li Afâdhil Ahl el-'Asr_ (Scelta di poesie e prose dei più illustri
contemporanei), nel quale ricordò molti Spagnuoli, Affricani e
Siciliani. Imad-ed-dîn da Ispahan[42] si servì di questa raccolta, che è
notata altresì nella bibliografia di Hagi-Khalfa[43]. Dell'autore diremo
nel sesto libro.

IX. =Gemâl-ed-dîn= (Mohammed-ibn-Sâlem) cadi supremo d'Egitto, nato il
1207, morto il 1297, conobbe di persona lo imperator Federigo Secondo;
fu poi mandato ambasciatore a Manfredi dal Sultan di Egitto Bibars: e
dimorò in Italia parecchi anni. Egli accennò, non sappiamo in quale
delle opere sue, la condizione dei Saraceni di Lucera, la sconfitta di
Manfredi, e il sapere di questo re in matematica, filosofia e lettere
arabiche. Di questi squarci abbiamo una trascrizione o sunto negli
annali di Abulfeda[44].

X. =Ibn-Sa'îd= (Nûr-ed-dîn-Ali-ibn-Sa'id-ibn-Musa) da Granata, nato il
1214, morto il 1274, oltre il trattato di geografia di che sarà detto
nella seconda parte di questa Tavola, e oltre un'opera istorica su
l'Oriente, che non appartiene al soggetto nostro, ne pubblicò un'altra
alla quale si lavorava in sua famiglia da due generazioni: opera
compiuta da lui con ricerche in Oriente e segnatamente nelle biblioteche
di Bagdad innanzi la irruzione dei Tartari[45]. Voglio dire del _Moghrib
fi Holâ-el-Maghreb_ (Peregrino discorso su gli ornamenti
dell'Occidente), del quale scrive il Makkari, che il primo libro
trattasse della Spagna, il secondo della Sicilia, il terzo della Italia
e altre province del continente[46]. Pertanto è da supporre molto
importante quella storia di Sicilia i cui elementi furono apprestati
forse alla famiglia di Ibn-Sa'îd da dotti Siciliani rifuggiti in Spagna.
Persuaso di ciò, io ho tentato per dieci anni tutti i modi di aver
questo libro; guidandomi cortesemente il professore Gayangos di Madrid,
ch'io richiesi dapprima, e cooperando poi meco il Dozy, che dal canto
suo desiderava anco di studiare quella celebre opera, intento, com'egli
era ed è, a rifare la storia della Spagna Musulmana. Ma fallirono le
speranze che noi avevamo posto in sir Thomas Read, console inglese a
Tunis, credendo ch'ei possedesse una copia di Ibn-Sa'îd; al quale
ancorchè io avessi scritto e fattogli scrivere da persone ch'ei
conoscea, non n'ebbi risposta mai. M. Alphonse Rousseau, interprete
della Legazione francese a Tunis, ch'è uom gentile ed erudito, si è
adoperato anco invano a trovare quel MS. a Tunis. Pur non dispero che si
venga a capo dell'intento, quando che sia; parendo che una copia
dell'Ibn-Sa'id si conservi nella moschea principale di Tanger, e forse
un'altra ve n'abbia a Pietroburgo[47], senza contare quella di sir
Thomas Read.

Queste dieci son le opere principali non pervenute insino a noi, note
per espresso attestato d'altri scrittori, o per gli squarci che questi
ne abbian dato; opere, dico, che di proposito o per incidenza toccavano
la storia dei Musulmani di Sicilia. V'ha inoltre parecchi biografi
affricani e siciliani del nono e decimo secolo, citati nel
_Riâdh-en-Nofûs_, dei quali farò menzione nella seconda parte della
presente tavola, nº XI, trattando del _Riâdh_. È probabilissimo che
abbian detto anco della Sicilia tanti cronisti di Kairewân, i cui nomi
sappiamo da Hagi-Khalfa e da altri, ma parmi inutile di trascriverli
qui. Se è da prestar fede a Leone Affricano, scrisse anco la cronica di
Sicilia un Ibn-Hossein[48], del quale invano ho cercato il nome presso
autori più diligenti di Leone. Infine avverto i lettori che non
troveranno qui il nome del Tabari, famosissimo annalista del nono e
decimo secolo, che condusse sua narrazione dai tempi più remoti fino
all'anno 302 dell'egira (914 e 915). Come ognun sa, que' pochi volumi
che abbiamo in Europa de' molti onde si componea l'opera del Tabari,
trattano di tempi anteriori al conquisto musulmano della Sicilia; e però
non se ne può sperar altro che qualche notizia su le incursioni del
settimo e ottavo secolo. Io ne ho cercato invano tra i frammenti del
Tabari che posseggono la Bodlejana (Hunt. 198), e la Bibl. di Parigi
(Supp. Ar., 744); onde mi è parso inutile di percorrere a questo effetto
i tre volumi della Biblioteca di Berlino, che comprendono gli Annali,
dal 71 al 159 (690-775).


PARTE SECONDA. — OPERE ESISTENTI.

I. =Ibn-Abd-el-Hakem= (Abd-er-Rahmân) autore del _Fotûh-Misr_ (Conquisti
in Egitto), morto verso l'874 dell'era cristiana. La Biblioteca
imperiale di Parigi n'ha due copie, Ancien Fonds 653 e 785; la prima
delle quali più bella, ma meno antica e men corretta dell'altra, che
porta la data del 1180. È diligentissima narrazione; condotta nel primo
stile storico degli Arabi, cioè nominando per ciascun fatto tutti coloro
per cui bocca fosse passato, dal testimone oculare infino al
compilatore. Ne ho preso pochi righi su la sconfitta navale di Costante
imperatore e la uccisione di lui in Sicilia. Alcuni squarci sul
conquisto d'Affrica sono stati tradotti in francese dal baron De Slane
nella _Lettre à M. Hase, Journ. Asiat._, (série IV, tomo IV 1844), pag.
356, e nella _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, pag. 301
seg.

II. =Ibn-Koteiba= (Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Moslem), autore
dell'_Ahâdîth-el-Imâma_ etc. (Notizie del principato e del governo), e
di altre opere molto pregiate, nacque l'828 e morì l'884. Un MS.
dell'_Ahâdîth_ è posseduto dal professore Gayangos, il quale ne ha
tradotto in inglese molti importanti capitoli[49]; tra i quali, due che
trattano di imprese sopra la Sicilia[50]. Di questi ultimi darò il
testo; avendone avuto copia per favore del signor Gayangos. Egli
dubitava che altro fosse, e più antico, lo autore di quest'opera; ma
dilegua il dubbio Ibn-Scebbât[51], recando lo stesso titolo di libro e
nome di autore e il testo di uno dei detti due capitoli. Veggasi su
l'Autore, Ibn-Khallikân, vers. inglese di M. De Slane, tomo II, p. 22, e
De Slane stesso, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p.
175.

III. =Beladori= (Ahmed-ibn-Iahîa), vissuto a corte del califfo abbassida
Motewakkel, e morto a Bagdad l'892, scrisse il _Fotûh el-Boldân_
(Conquisti de' varii paesi), MS. di Leyde (430 Warn.), notato nel
Catalogo del Dozy, tomo II, p. 156, nº DCCLXXVII. Ne ho il testo di un
capitoletto sul conquisto di Sicilia, mandatomi dal Dozy. Su questo
diligente e giudizioso cronista arabo si veggano: Hamaker, _Specimen
Catalogi Bibl. Lugd. Batav_., p. 7; De Slane, _Lettre à M. Hase_, l. c.;
Reinaud, _Memoire sur l'Inde_, p. 16.

IV. =Mas'ûdi= (Abu-Hasan-Ali-ibn-Hosein), intrepido viaggiatore,
arricchitosi di immensa erudizione, ma non sempre guidato da buona
critica, nacque a Bagdad non si sa l'anno appunto; morì il 956; e
scrisse varie opere, nelle quali allargò tanto il campo della
cosmografia, da comprendervi anco la storia. Ne' due lavori principali
che ci rimangono di lui, cioè il _Morûg ed-dseheb_ (I Prati d'oro) e il
_Tenbîh_ etc. (Avvertimento e Prospetto), Mas'ûdi nominò poche volte la
Sicilia, e sol per dire uno errore su la dominazione bizantina, una
favola su l'Etna, e una notizia su l'uso delle pomici al tempo suo. Ho
cavato cotesti brevi paragrafi dai MSS. di Parigi, Ancien Fonds 598 e
Supp. Arabe 714, copie del _Morûg_, e Supp. Arabe 901, esemplare del
_Tenbîh_. Del primo v'ha una versione inglese incominciata dal dottor
Sprenger e non continuata. Avremo adesso il testo arabico e la versione
francese, che si pubblicano a spese della Società Asiatica di Parigi dal
valoroso orientalista signor Derembourg.

V. =Istakhri= (ovvero Estakhri, e con l'articolo Alestakhri, Abu-Ishak),
che prese il nome della sua patria, Istakhr, l'antica Persepoli,
scrisse, dopo il 951 un trattato di geografia, frutto di lunghi viaggi
per l'Oriente, sotto il titolo di _Kitâb el-Akâlîm_ (Libro dei Climi). È
descrizione frettolosa e magra, in ciò che risguarda i paesi
occidentali; onde altro non vi leggiamo della Sicilia, se non che la era
fertilissima, abbondante di grani, greggi, e schiavi. Ho copiato que'
pochi righi dal bel _fac-simile_ del MS. della Biblioteca di Gotha,
pubblicato in litografia dal dottor Moëller, col titolo di _Liber
Climatum, auctore Sceicho Abu Ishako al Faresi vulgo El Isstachri_,
Gothæ 1839. Su l'autore si vegga Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_,
Introduction, p. LXXXI.

VI. =Ibn-Haukal= (Abu-'l-Kasem-Mohammed), mercatante di Bagdad, dopo una
trentina d'anni di viaggi nei quali si spinse fino all'Affrica
settentrionale ed alla Sicilia, diè fuori, il 976, un _Kitâb el-Mesâlek
wa el-Memâlek_ (Libro delle strade e dei Reami), nel quale inserì,
corresse e accrebbe di molto il trattato di Istakhri. Un lungo capitolo
contiene la descrizione di Palermo, ch'io pubblicai con la versione
francese nel _Journal Asiatique_, IV série, tomo V (1845), p. 73, seg.,
e poscia in italiano soltanto nell'_Archivio Storico Italiano_, vol. IV,
Append., nº 16 (1847). Io avea trascritto il testo dal cattivo e moderno
MS. di Parigi, Suppl. Arabe 885, copia di quello di Leyde (314 Warner,
Dozy, Catalogo, tomo II, p. 131, nº DCCXXII) col quale era stata
confrontata la mia trascrizione, per favore del prof. Dozy e del dottor
Moëller. Poscia ho riscontrato la edizione mia con l'antico MS. della
Bodlejana ad Oxford (Hunt. 538). Vi ho aggiunto altri paragrafi su le
città di Salerno, Napoli, Gaeta, isola di Malta e Monte Kelâl o Telâl,
che M. Reinaud crede sia Frassineto, quel famoso propugnacolo dei
Musulmani sul Mediterraneo: paragrafi copiati da me sul MS. di Parigi e
confrontati sul MS. di Leyde dal professore Dozy. Della descrizione
dell'Affrica, importantissimo documento, ha dato una versione francese
il barone De Slane, _Journal Asiat._, III série, tomo XIII, p. 153,
seg., e 209, seg. Su l'autore si vegga Reinaud, Géographie d'Aboulfeda,
Introduction, p. LXXXII, seg.

VII. =Cronica di Cambridge=. Lascio questo titolo al _Kitâb Târîkh
Gezîra Sikillîa_ ec. (Libro della Cronica dell'isola di Sicilia ec.),
che possiede la Biblioteca dell'Università di Cambridge, della stessa
carta e scrittura, e legato nel medesimo volume degli Annali di
Eutichio, patriarca d'Alessandria. Il MS., secondo il giudizio che me ne
dava il dotto professore Samuel Lee, fu copiato dalla stessa mano di una
versione arabica del Vangelo che porta la data del 1272 e si conserva
anche nella Biblioteca di Cambridge. Erpenio, che aveva posseduto questa
cronica, vi scrisse in piè 1613, _Desunt hic quinque vel sex lineæ_;
onde si argomenta che possano mancarvi uno o due anni di racconto.

La Cronica di Cambridge, accennata dal siciliano Martino La Farina, poi
dall'inglese Guglielmo Cave, fu ricercata su quegli indizii da
Giambattista Caruso; il quale ottenne, per mezzo del sig. Tommaso
Hobwart, una copia del testo e una buona versione latina. Testo e
versione furono pubblicati nella raccolta del Caruso, stampandosi a Roma
e ritoccandoli l'Assemani e il Fontanini: indi il Di Gregorio li diè di
nuovo nel _Rerum Arabicarum_. Nel 1845 io andava apposta a Cambridge per
confrontare questa ultima edizione col MS., ma nol rinveniva, non
ostante che si affaticasse meco il signore J. Power, il quale, eletto a
bibliotecario pochi mesi innanzi, avea trovato in disordine i MSS.
Orientali. Dopo la mia partenza di Cambridge, questo erudito e gentile
uomo, venuto a capo della ricerca, si diè la premura di mandarmi il
confronto, fatto dal Lee, dal signor Pharos di Siria, e da lui medesimo:
a che aggiunse una esatta descrizione del Codice; mentre un'altra me ne
facea pervenire il Lee. Con aiuti sì fatti, ho potuto correggere alcune
mende delle edizioni precedenti; e sopratutto metter da canto le
correzioni che si eran fatte su le sgrammaticature dell'originale; per
lo più scambii tra il caso retto e l'obbliquo; i quali errori trovandosi
nella nostra Cronica e non già negli Annali d'Eutichio, copiati dalla
medesima persona, si debbon riferire all'autor della Cronica.

L'autore, creduto dapprima Eutichio stesso, e poi Ascanagio o Senhagi
del quale dissi di sopra, fu senza dubbio siciliano, e di linguaggio
greco, come avvisò il Di Gregorio[52]; o piuttosto il direi di schiatta
latina. A quella dei dominatori non appartenea di certo. Ei segue l'era
costantinopolitana, ch'era in uso appo i Cristiani di Sicilia; ma invece
dello stile ampolloso e sforzato dei Bizantini, scrive con la rozza
semplicità dei cronisti d'Italia e d'altre parti d'Occidente: sì che mi
par proprio qualche liberto cristiano o qualche monaco di Palermo che
pensasse latino o italiano, e dettasse, o forse traducesse, in quello
arabico volgare ch'ei sapeva, per far cosa grata a qualche emir di
Sicilia di casa kelbita. Il racconto corre dall'827 al 964, con le
solite proporzioni dei cronisti; sottile cioè in cima e largo alla base;
mere note cronologiche pei tempi lontani, e narrazioni più o men
particolareggiate a misura che si avvicina l'età dell'autore. Pertanto
mi par quasi certo che la Cronica di Cambridge fosse stata scritta verso
la fine del X secolo: e la rimarrà sempre uno dei più preziosi documenti
della Sicilia Musulmana.

VIII. =Il Kitâb Hiat Ascikâl el-Erdh=, MS. di Parigi, Ancien Fonds 582,
copiato il 1445 in bellissimi caratteri, è anco anonima compilazione,
della fin del X secolo; o piuttosto copia di Istakhri, con qualche
squarcio di Ibn-Haukal, e interpolazioni di notizie del XII secolo, come
crede M. Reinaud. Nel capitolo, in fatti, della Sicilia, ch'io ho tolto
da questo MS., si nota un giudizio su l'indole dei Palermitani,
diametralmente opposto a quel sì severo che ne avea dato Ibn-Haukal: e
ciò ben si adatterebbe alle condizioni della città sotto re Ruggiero.
Veggasi su questa compilazione, Reinaud, _Géographie da Aboulfeda_,
Introduction, p. _LXXXVI_.

IX. ='Arîb=, autore d'un compendio di Tabari, con aggiunte che sono
importantissime per la Storia d'Affrica e di Sicilia, dal 290 al 320
dell'egira (903 a 932). Secondo il professor Dozy, introduzione al
_Baiân_, tom. II, pag. 31, costui scrisse tra il 973 e il 976; opinione
che so contrastata dal dottor Weil bibliotecario a Gotha, scrittor della
vita di Maometto e della Storia dei califi; e altresì dal baron De
Slane, _Histoire des Berbères par Ibn Khaldoun_, tomo I, p. 261, il
quale suppon l'autore identico a un 'Arîb-ibn-Mohammed, o Ibn-Homeidi,
spagnuolo morto il 1097. Senza entrar nella lite, io noterò solo che
l'andamento della cronica la fa supporre scritta non guari dopo gli
avvenimenti che narra, e però nel X secolo. Ve n'ha un MS. nella
Biblioteca ducale di Sassonia-Gotha, del quale il dottor Nicholson
pubblicò la versione inglese intitolata _An Account of the establishment
of the Fatemite Dynasty in Africa_. Il dotto signor Weil mi ha
cortesemente copiato il testo dei paragrafi risguardanti la Sicilia; che
poi sono stati stampati dal Dozy nel _Baiân_.

X. =Iahîa-ibn-Sa'îd=, continuatore degli Annali di Eutichio, visse verso
il medesimo tempo. L'opera di lui, che corre dal 938 al 1026, si trova
nel bel MS. della Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds 131 A. Contiene
importanti ragguagli su i Fatemiti d'Egitto; qualche notizia su i
Bizantini; e pochissimi righi su l'argomento nostro.

XI. =Il Riâdh-en-Nofûs= (Giardino degli animi), compilato da
Abu-Bekr-Abd-Allah-ibn-Mohammed-el-Maleki, è raccolta di biografie e
notizie storiche dell'Affrica dai principii del conquisto musulmano fino
al 963. Manoscritto unico in Europa; posseduto dalla Biblioteca di
Parigi, Ancien Fonds 752: un vol. in-fog., mutilo in fine, di mediocre
scrittura, con pochi punti diacritici e malagevole a deciferare; copiato
il 1326 su due esemplari, l'uno del 1149 e l'altro del 1204[53] e
racconciato, e forse legato di nuovo, il 1640, come vi si legge in una
postilla assai moderna[54]. Dell'autore non ho potuto trovar notizie; nè
anco par n'abbia avuto Hagi-Khalfa, poichè nota il titolo del libro e il
nome dell'autore, lasciando in bianco l'anno della costui morte[55].
Parmi dettato alla fine del X o al principio dell'XI secolo al più
tardi: poichè l'autore non cita giammai Ibn-Rekîk nè altri scrittori
dalla metà del X secolo in poi, e all'incontro riferisce un fatto per
tradizione orale di un Asdani, che lo sapea dal figliuolo di Abu-l-Arab,
al quale lo avea detto Abu-l-Arab stesso, che morì il 944[56].
Aggiugnendo a questa data tre generazioni a ragion di 25 anni per
ciascuna, si arriva poc'oltre il mille. Debbo avvertire che in altro
luogo si dice la Sicilia in potere dei Cristiani[57]; il che ci
condurrebbe un secolo più giù; ma può essere postilla del copista del
1140 inserita nel testo da chi lo trascrisse; come si vede sovente nei
codici.

Il gran pregio del _Riâdh_ è che inserisce, per lo più, squarci di
biografi contemporanei agli avvenimenti; a moltissimi di Abu-l-Arab, or
or citato, autore delle _Tabakât-Ifrikîa_, o vogliam dire Biografie
classificate di illustri affricani[58], il cui nome intero è
Mohammed-ibn-Ahmed-ibn-Temîm; parente di casa aghlabita; uomo
eruditissimo e d'alto stato: sì che fu dei capi della rivoluzione del
popolo di Kairewân contro il secondo califo fatemita. Tra i biografi i
cui frammenti leggonsi nel _Riâdh_, ve n'ha uno siciliano; e di parecchi
siciliani vi si danno le biografie: onde questo libro, sendo pieno di
aneddoti, ci svela meglio le fattezze della colonia musulmana di
Sicilia, le opinioni, le bizzarrie, le passioni predominanti, le usanze;
la vita interiore, com'oggi si dice. La storia poi dei Musulmani
d'Affrica non si potrà scriver degnamente, se non si intraprenderà prima
l'arduo lavoro di pubblicare e tradurre tutto il _Riâdh-en-Nofûs_.

XII. =Khodhâ'i= (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Selâma-ibn-Hedher), morto il
1062, dettò una storia generale, che può passare per buona cronica dei
Fatemiti d'Egitto. Si addimanda _'Oiûn el-Me'ârif_ etc., ovvero _Tarîkh
el-Khodhâ'i_ (Fonti di cognizioni e varii ragguagli dei califi), ovvero
Cronica di quel della tribù di Khodhâ'[59]. La Biblioteca di Parigi ne
ha un MS., Ancien Fonds 761, dal quale ho cavato due righi sul liberto
siciliano Giawher, che conquistò l'Egitto ai Fatemiti.

XIII. =Ibn-'Awwâm= (Abn-Zakarîa-Iahîa-ibn-Mohammed-ibn-Ahmed) da
Siviglia, verso la metà dell'XI secolo, scrisse una bella opera
intitolata _Kitâb et-Felâh_ (Libro dell'agricoltura), che è stata
pubblicata con versione spagnuola dal Banqueri[60]. Quivi si descrive un
modo di orticultura detto siciliano, e si trovano pochi altri squarci
toccanti l'industria siciliana sotto gli Arabi. Li darò secondo il testo
del Banqueri.

XIV. =Bekri= (Abu-Obeid-Allah-Abd-Allah-ibn-Abd-el-'Azîz), nobile arabo,
nato in Spagna nella prima metà dell'XI secolo, compilò, tra le altre,
un'opera geografica, intitolata _El-Mesâlek wa l-Memâlek_ (Le vie e i
Reami). Un volume staccato di questa opera si conserva nella Biblioteca
di Parigi, Ancien Fonds 580; del quale il dotto M. Quatremère ha voltato
in francese la descrizione dell'Affrica[61], scritta il 1067[62]. Io ne
ho cavato qualche cenno su le prime incursioni dei Musulmani in Sicilia.
Su lo autore si vegga la prefazione di M. Quatremère; Reinaud,
_Géographie d'Aboulfeda_, introd., p. CV; e Dozy, _Recherches sur
l'histoire de l'Espagne pendant le moyen-âge_, tomo I, p. 296, seg.

XV. =Momaidi= ( Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Nasr), della tribù
arabica di Azd, nato ad Algeziras innanzi il 1029 e morto il 1095, ci dà
ragguagli di tre poeti siciliani suoi contemporanei. L'opera tratta
principalmente della Storia letteraria della Spagna; si intitola
_Gezwat-el-Moktabis_ ec. (Tizzone per chi accatta il fuoco della
dottrina); e ve n'ha un MS., bello e antico, nella Bodlejana a Oxford
(Hunt. 464, catalogo, tomo I, nº DCCLXXXIII), dal quale ho copiato ciò
che fa al nostro argomento.

XVI. =Bellanôbi= (Abu-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahmân) siciliano, detto il
Bellanôbi ch'è a dir della città di Villanuova, fu Kâteb, ossia
segretario in oficii pubblici. Le sue poesie trovansi nel MS.
dell'Escuriale, nº CCCCLV, raccolte, insieme coi versi di altri poeti,
dal Cadi Abd-Allah-'Othmâni, al quale erano state recitate il 1119 in
Alessandria d'Egitto da un Ibn-Hamûd che le tenea dallo autore medesimo.
Da ciò è chiaro che questi visse nella seconda metà dell'XI secolo.
Casiri, copiato dal Di Gregorio[63], lesse il nome dell'autore
Albalbuni; e, quel ch'è peggio, percorrendo il MS. più che di passo,
suppose ch'egli avesse scritto a lode di parecchi principi siciliani, e
segnatamente d'Ibn-Hamûd. Movendomi a curiosità questo gran nome, che fu
portato da un ramo della regia famiglia degli Alidi, trapiantato in
Sicilia e rimasovi celebre per liberalità e intrighi politici sotto la
dominazione normanna, io feci opera ad aver copia del MS. dello
Escuriale: onde pregatone il conte di Siracusa a Parigi, ei si piacque
richieder la regina di Spagna, per cui volere fu fatto un bellissimo
esemplare del MS. sotto la direzione del professor Gayangos. Avuto così
alle mani il testo, le speranze mie si dileguavano. In vece di canti
eroici o satire su la nobiltà musulmana di Sicilia, ho trovato una
tenera elegia del Bellanôbi per la morte della propria madre e altri
versi suoi; altri di Ibn-Rescîk, ricordato di sopra[64] che fu siciliano
per soggiorno; ho scoperto, infine, che Ibn-Hamûd entra in iscena, non
da protagonista, ma da _rawi_ come dicono gli Arabi, ossia recitatore
degli altrui componimenti; e dubbio pur è s'ei fosse appartenuto alla
illustre famiglia siciliana di tal nome. Darò dunque nella raccolta dei
testi que' pochi cenni biografici e bibliografici che si possono
ricavare dal MS., le poesie non già, non contenendo allusioni istoriche.
E del Bellanôbi tornerò, a parlare, a luogo suo, nel quarto libro.

XVII. =Ibn-Hamdîs= (Abd-el-Gebbâr-ibn-Abi-Bekr-ibn-Mohammed), nato a
Siracusa, verso il 1052, di nobile stirpe arabica, emigrato in Spagna, e
morto a Majorca il 1132, noverato tra i più eleganti poeti
dell'Occidente, spesso fece ricordo nei versi suoi della cara patria
siciliana; e in parecchi poemetti toccò i costumi dei nobili musulmani
dell'isola, al tempo di sua gioventù. Darò cotesti squarci, come
documenti storici che son veramente; e vi aggiugnerò qualche nota
biografica che li accompagna. Li traggo dal Diwân, o vogliam dire
raccolta delle poesie, di Ibn-Hamdîs, MS. della Biblioteca imperiale di
Pietroburgo, copiato il 1598 e proveniente da Costantinopoli, prestatomi
dal governo russo a intercessione del duca di Serradifalco, e mandatomi
cortesemente infino a Parigi l'anno 1846. Lo trascrissi tutto; e gli
squarci che ho accennato or ora, sono stati confrontati, per favore del
nostro orientalista il conte Miniscalchi da Verona; e dell'ellenista
Pietro Matranga siciliano, scrittore alla Vaticana, con un MS. del 1210
che ne possiede quella splendida Biblioteca, antico, bello e corretto
esemplare[65]. Ho detto qui del Diwân apposito di Ibn-Hamdis. Molti
versi suoi son dati da altri scrittori che lungo sarebbe a nominare;
dalle cui opere io li ho trascritto, e alcuni me ne ha copiato
l'amicissimo professor Dozy dai MSS. di Leyde.

XVIII. =Ibn-Bassâm= (Abu-Hasan-Ali) da Santarem, scrisse, nei principii
del duodecimo secolo, un'opera di Storia letteraria, intitolata la
_Dsakhîra_; della quale la Bodlejana di Oxford possiede una copia
(Marsh. 407, catalogo, tomo I, nº DCCXLIX). Vi ho trovato due versi
d'Ibn-Hamdîs. Su l'autore si vegga il Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo
I, p. 189 seg.

XIX. =Ibn-Besckhowal= (figlio cioè di Pasquale, Abu-l-Kâsim-Khelaf) da
Cordova, nella _Sila fi tarîkh_ ec. (Dono della Storia de' principali
dottori Spagnuoli), scritta il 1140, dà la biografia di un teologo
musulmano di Sicilia, che io ho trascritto dal MS. della Società
Asiatica di Parigi, copia moderna di un codice dell'Escuriale. Su lo
autore si veggano: Ibn-Khallikân, versione del baron De Slane, tomo I,
p. 191; e Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo I, p. 380.

XX. =Edrisi= (Abu-Abd-Allah-Mohammed) compilò la Geografia, intitolata
_Nozhat-el-Mosctâk_ ec. (Sollazzo di chi brama di percorrere le
regioni), detta altresì il libro di Ruggiero, e pubblicata il 1154,
pochi mesi innanzi la morte di quel re. Avrò a trattare largamente, nel
sesto libro, di Edrisi e di questo lavoro geografico che primeggia tra
tutti gli altri del medio evo. Basti qui notare che la descrizione
fattavi della Sicilia contiene dati statistici; e però è documento
importantissimo della storia. Un compendio, o piuttosto mutilazione, del
_Nazhat_ fu pubblicato a Roma il 1592 in arabico soltanto; e ristampato
a Parigi il 1619 con la versione latina di due Maroniti, sotto il titolo
di _Geographia Nubiensis_. Domenico Macrì maltese, nel 1632, voltò in
italiano il capitolo della Sicilia, come lo si trovava nel compendio; la
quale versione fu rinvenuta in Palermo tra i MSS. di Domenico Schiavo: e
sì il 1764 comparve nel tomo VIII degli Opuscoli di autori siciliani,
rabberciata, annotata, corredata di una prefazione e messovi il nome
dell'autore, Scherif Elidris. E ciò per opera di Francesco Tardìa, da me
ricordato nella Introduzione; il quale non avendo potuto aver alle mani
il testo, si sforzò a correggere almeno i nomi topografici indovinando
le lettere arabiche a traverso le trascrizioni del Macrì, e il più
sovente sbagliò; ma del resto non si mostrò digiuno di erudizione
arabica. Il Di Gregorio ristampava nel _Rerum Arabicarum_ il detto
capitolo, in arabico e latino, con qualche correzione. Ritrovatisi
intanto i MSS. dell'opera originale, M. Jaubert, incoraggiato dalla
Società Geografica di Parigi, la traducea tutta in francese[66] non
senza molte inesattezze. Adesso io ho riveduto il testo del Di Gregorio;
aggiuntavi la introduzione che appartiene di dritto alla Storia
letteraria di Sicilia, e i molti squarci dell'originale che mancano nel
compendio; e altri squarci di più che danno notizie su la Storia di
Sicilia, ancorchè si trovin fuori della descrizione geografica
dell'isola. Ho adoperato i MSS. seguenti, che denoterò per lettere
dell'alfabeto;

_A._ MS. della Biblioteca imperiale di Parigi, Suppl. Arabe 893,
in-fog., caratteri affricani non belli, copiato in Spagna il 1344,
designato con la stessa lettera _A_ nella versione di M. Jaubert;

_B._ MS. di Parigi, Suppl. Arabe 655, in caratteri neskhi di Siria o
Egitto, designato da M. Jaubert con la medesima lettera _B_, corredato
di belle carte geografiche e assai più corretto del primo, ma vi mancan
parecchi fogli;

_C._ MS. della Bodlejana (Pococke 375, catalogo, tomo I, nº
DCCCLXXXVII), mediocre copia dell'anno 1403 in caratteri neskhi. Al par
dei due precedenti contien tutta l'opera.

Il MS. della medesima Biblioteca di Oxford (Grav. 3837-42), splendido e
antico codice in grandi caratteri affricani, è il sol primo volume. Non
contien la descrizione della Sicilia, poich'esso arriva appena alla
prima parte del 3º clima: mancanza tanto più rincrescevole, quanto
questo MS. è ornato di bellissime carte geografiche.

XXI. =Abu-Hâmid= (Mohammed-ibn-Abd-er-Rahîm-el-Mokri) da Granata diè
fuori, nel 1162, una mediocre compilazione geografica, intitolata
_Tohfat l-Albâb_ ec. (Regalo agli ingegni ec.), nella quale descrive le
isole del Mediterraneo, e parla dell'Etna; ma su i detti altrui, non
avendo, a quanto ei pare, percorso la Sicilia quando vi approdò nel
1117. Di quest'opera v'ha quattro MSS. a Parigi, Ancien Fonds 586, e
Suppl. Arabe 861, 862, 863, anche troppi per confrontare quel po' di
testo che io ne ho cavato. Su l'autore veggasi Reinaud, _Géogr.
d'Aboulfeda_, Introd., p. CXII.

XXII. =Ibn-Zafer= (Abu-Abd-Allah-Mohammed), morto il 1172, del quale ho
dato lunghi ragguagli nella Introduzione al suo _Solwân el-Motâ'_[67],
accenna, in varii scritti, notizie della propria vita e delle molte
opere ch'ei compilò. Di queste notizie inserirò i testi nella raccolta.
Li ho cavato dai MSS. del _Solwân_ nella Biblioteca di Parigi, Ancien
Fonds 536 e altri; del _Khair el-Biscer_, ibid., Suppl. Arabe 586; e
dell'_Anbâ Nogiabâ el-Ebnâ_, ibid., Suppl. Arabe 486, 487.

XXIII. =Abd-er-Rahmân-es-Sikillî= (Abu-Mohammed-ibn-Mohammed) lasciò
un'opera di teologia e morale musulmana, il cui titolo, forse alterato,
è _Alfaz Zohûr el-Anwâr_, MS. di Leyde 529, copiato il 1251. Non si
ritrae in qual tempo sia vivuto l'autore. Io darò la breve prefazione di
questo libro, del quale mi inviò alcuni estratti il Dozy e altri ne
presi io stesso a Leyde.

XXIV. =Ibn-Sâhib-es-Selât= (Abd-Allah-ibn-Mohammed) da Beja, morto il
1182, nella Storia di Spagna intitolata _El-Mann bil-Imâma_, ci indica
una data su la impresa degli Almohadi contro Mehdia, tenuta allora dalle
armi siciliane. Di quest'opera rimane il 2º volume soltanto a Oxford
(Marsh. 433, catalogo, tomo I, nº DCCLVIII, e tomo II, p. 595), studiato
dal prof. Dozy; il quale si piacque trascrivermi quei pochi righi di
testo.

XXV. =Ibn-Wuedrân= compilò una cronica d'Affrica, nella quale il
conquisto normanno della Sicilia si dice seguíto dopo l'anno 540
dell'egira (1145-46); e questo anacronismo fa pensar che l'autore, che
altro non so di lui, fosse vivuto alla fine del XII secolo, se non più
tardi. Nondimeno han qualche pregio gli squarci che egli inserisce delle
opere perdute di Ibn-Rekîk e Ibn-Rescîk. Il MS. di Ibn-Wuedrân, del
quale ignoro il titolo, si trova nella Giâmi-Zeitûna di Tunis. Il sig.
Honnegar, ingegnere tedesco che fece lungo soggiorno in quella città,
recommene a Parigi alcuni estratti risguardanti la Sicilia; i quali io
ho diviso in paragrafi per maggior comodo nelle citazioni. M.
Cherbonneau, professore d'arabico nel Collegio di Costantina, ha dato
una versione del capitolo su gli Aghlabiti, nella _Revue de l'Orient_,
Paris, décembre 1853, p. 417, seg.

XXVI. Falso =Wakîdi=. Il libro intitolato _Fotûh es-Sciâm wa-Misr_
(Conquisti in Siria e in Egitto) è fattura, come pensano i dotti, di uno
o parecchi compilatori moderni, l'epoca al giusto non si sa, i quali
mescolaron fole da romanzo ai racconti delle prime imprese dei
Musulmani; e per dar credito alla frode spacciarono questo libro sotto
il nome di Wakîdi, celebre cronista del nono secolo. Tra i molti MSS.
che ve n'ha in Europa, uno del British Museum (Bibl. Rich., 7361) è
seguíto da appendici, una delle quali tratta la prima scorreria che
fecero i Musulmani sopra la Sicilia. A me par che vi si trovi una
tradizione verace, da potersi scevrare agevolmente dalle favole in cui è
avviluppata; e credo potersi dimostrare che il compilatore di questa
appendice sia vivuto nella seconda metà del XII secolo. Perciò la ho
ammesso nella raccolta. I particolari si vedranno in una nota del
presente volume, p. 86.

XXVII. =Ibn-Scebbât= (Il cadi Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali) da Tauzer in
Affrica, commentò un poemetto scritto nell'XI secolo da
Abd-Allah-ibn-Iahîa da Sciakâtis, castello presso Cafsa in Affrica. Nel
commento, intitolato _Diwân Sila es-Semât_ ec., son raccolte notizie di
scrittori molto accreditati, su i conquisti di Affrica e di Spagna, ed
altri ragguagli biografici e geografici. Ibn-Scebbât par vissuto nella
seconda metà del XII secolo. M. Alphonse Rousseau, primo interprete
della Legazione francese a Tunis, mi mandò alcuni estratti di
quest'antico e bel MS. ch'ei possiede: e poi, venuto a Parigi, mi
permesse di copiarne ciò che io volessi. Così ho preso da Ibn-Scebbât un
cenno delle scorrerie dei Musulmani d'Affrica in Sicilia e alcuni
ragguagli geografici e filologici.

XXVIII. ='Imad-ed-dîn= da Ispahan (Abu-Abd-Allah-Mohammed), nato il
1125, morto il 1201, direttore di un oficio pubblico in Mesopotamia, poi
professore di università a Damasco, ministro di Nur-ed-dîn e segretario
del gran Saladino, coltivò le lettere con ardore; ebbe alle mani immensa
copia di libri; e, alla morte di Saladino (1193), caduto in disgrazia
dei nuovi principi, si messe a dettar sue opere, tra le quali le due che
cel fan qui ricordare.

La prima, intitolata _Kharîdat el-Kasr_ etc. (La perla del palagio ec.),
è antologia dei poeti arabi del XII secolo e d'alcuni più antichi, della
quale quasi mezzo volume è destinato ai poeti siciliani. Delle loro
opere Imad-ed-dîn altre raccolse dassè, altre cavò dalle antologie dei
Siciliani Ibn-Bescirûn e Ibn-Katâ' e dello spagnuolo Abu-s-Salt-Omeîa,
dei quali si è fatta menzione nella prima parte di questa Tavola. Negli
altri volumi di Imad-ed-dîn si trovano qua a là poesie di Siciliani o
scritte in Sicilia, e fino un'elegia per la morte d'un figliuolo di re
Ruggiero. Di ciascun poeta Imad-ed-dîn dà un cenno biografico e critico
e squarci di poesie o prose rimate. Tutti insieme, que' ricordati nella
_Kharîda_ che appartengono alla Sicilia, son sessantotto poeti; il testo
dei quali prenderebbe da 120 pagine in-8º, e quel dei soli cenni
biografici che mi propongo di dare, farà sedici pagine. La _Kharîda_,
composta di molti volumi, il numero dei quali varia secondo le diverse
copie[68], va divisa in quattro parti. 1º Poeti dell'Irak, MS. di Leyde
21 A, e MSS. di Parigi Ancien Fonds 1447 e 1373. 2º Poeti di Persia, MS.
di Oxford e MSS. di Leyde 21 B e 348 Warner. 3º Poeti di Siria, rive
dell'Eufrate, Asia Minore ed Arabia. MS. di Leyde 348 Warner in parte, e
di Parigi Ancien Fonds 1414 in parte. 4º Sezione 1, Egitto, MS. di
Parigi Ancien Fonds 1374: Sezione 2, Sicilia, ed Affrica, MS. di Parigi
Ancien Fonds 1375, e MS. di Londra, British Museum, Rich. 7393, che son
l'uno e l'altro il volume XI di due copie analoghe; Sezione 3, Spagna,
MSS. di Parigi, Ancien Fonds 1376 e Suppl. Arabe 1051.

All'altra opera Imad-ed-dîn, orgogliosamente diè il titolo di _El-Feth
el-Kosi fi l-Feth el-Kodsi_, che sarebbe come a dire “Pezzo di eloquenza
ciceroniana sul conquisto di Gerusalemme,” perocchè Kos, vescovo
cristiano contemporaneo di Maometto, era tenuto il sommo oratore degli
Arabi. L'autore in fatti, descrivendo quella impresa di Saladino,
rincalza metafore, e vocaboli insoliti, e frasi bizzarre, e sonanti
parole, oltre il solito suo stile, ch'era abbastanza ampolloso. In
questo pezzo di eloquenza occorre la non felice espedizione
dell'ammiraglio Margaritone, mandato da Guglielmo il Buono su le
costiere di Siria con l'armata Siciliana. Son due capitoli, che ho
tratto dai MSS. di Parigi Ancien Fonds 714 e 715. Veggansi su l'autore:
M. Reinaud, _Extraits des Auteurs Arabes..... relatifs aux Croisades_,
Introduzione, p. XVII e XVIII, e Ibn-Khallikân, l. c.

XXIX. =Malek-Mansûr= principe di Hama in Siria, scrisse, il 1205,
_l'Akhbâr el-Molûk..... fi Tabakât es-Scio'arâ_ (Notizie regie su i
varii ordini di poeti), del quale la Biblioteca di Leyde possiede una
copia contemporanea. Il prof. Dozy me ne ha mandato un breve estratto
relativo a tre poeti siciliani. Su questa opera veggasi il catalogo del
Dozy stesso, tom. II, p. 288, nº DCCCLXXXIV.

XXX. =Herawi= (Ali-ibn-abi-Bekr), nato a Mosûl, detto giustamente
_Sâih_, ossia il Pellegrinante, capitò tra i suoi viaggi in Sicilia dopo
il 1173, e morì ad Aleppo il 1215. Nell'opera intitolata _Kitâb
el-Asciârât_ ec. (Libro che addita i luoghi di pellegrinaggio) ei dà una
notizia dell'Etna, della quale il signore Samuel Lee pubblicò testo e
versione inglese, in nota ai viaggi d'Ibn-Batuta[69]. Su l'autore si
vegga Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introd., p. CXXVII a CXXIX.

XXXI. =Ibn-Giobair= (Abu-Hosein-Mohammed-ibn Ahmed) della tribù arabica
di Kinâna, nacque a Valenza il 1145; fu di passaggio in Sicilia da
dicembre 1184 a febbraio 1185; e nel racconto dei suoi viaggi,
intitolato _Rehla el-Kinâni_, scrisse importanti notizie su la
condizione de' Musulmani dell'isola. Il MS. si trova nella Biblioteca di
Leyde. Avuta dal professore Dozy una copia dello squarcio che risguarda
la Sicilia, io ne diedi il testo e la versione francese nel _Journal
Asiatique_, IV série, tomo VI, p. 307, e tomo VII, p. 73 e 201, (1845 e
1846), e poi la sola versione italiana nell'_Archivio Storico Italiano_,
vol. IV, appendice nº 16, (1847). Mutò alcune lezioni del testo e alcune
frasi della versione, lo Sceikh Mohammed Ailad-et-Tantawi, il primo
arabista d'Oriente; al qual fine ei scrisse una lettera a M. Mohl
dell'Istituto di Francia, inserita nel _Journal Asiatique_, IV série,
tomo IX, p. 351, (1847). Il sig. W. Wright ha testè pubblicato molto
correttamente e con belle note, tutto il viaggio d'Ibn-Giobair, del
quale ci promette una versione inglese[70].

XXXII. =Ibn-Hammâd= (il cadi Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ali) affricano,
nel 1220 compilò, sul _Târîkh-el-Kodhâ'i_ e su opere che noi non
abbiamo, una Cronica, intitolata: _Nabdat el-Mohtâgia fi Akhbâr Molûk
Sanhâgia_ (Cenno di quanto occorre sapere dei fatti dei re sanhagiti).
Il capitolo che tocca la dominazione fatemita in Affrica, dà alcuni
particolari su la storia di Sicilia. Il MS., piccolo in-4 di scrittura
affricana, appartiene a M. Cherbonneau, il quale ha dato in parte la
versione francese nel _Journal Asiatique_, IV série, tomo XX, p. 470; e
con somma cortesia mi ha mandato a Parigi il MS. originale, ond'ho
cavato gli squarci che fanno al nostro argomento. M. De Sacy, non avendo
veduto quest'opera, ne attribuì a Ibn-Hammâd (_Chrestomathie Arabe_,
tomo II, p. 296) un'altra, di cui or si conosce il vero autore.

XXXIII. =Abd-el-Wâhid= (Abu-Mohammed-ibn-Ali) da Marocco, nato il 1185,
dettò nel 1224 una Cronica intitolata: _El Mo'gib fi Takhlîs Akhbâr el
Moghreb_ (Maravigliosa Critica sugli avvenimenti dell'Occidente), testo
stampato dal Dozy[71], il quale, avanti la pubblicazione, me n'avea
inviato un capitolo su la pace fermata tra Guglielmo Secondo di Sicilia
e il califo almohade Abu-Ia'kûb. Ho fatto uso di questo e di qualche
altro cenno su la storia degli Almohadi.

XXXIV. =Jakût= schiavo greco vivuto in Siria, Mesopotamia e Persia, e
morto il 1229; compilò due dizionarii geografici, l'uno dei quali,
intitolato il _Mosctarik_ etc. (Omonimie geografiche), è stato
pubblicato dall'infaticabile sig. Wustenfeld[72], ed io me trarrò i
pochissimi articoli risguardanti la Sicilia. Dell'altro, che s'addimanda
_Mo'gim el-Boldân_ (Ortografia de' nomi geografici), v'ha due MSS. in
Inghilterra, l'uno incompleto a Oxford, Catalogo, tom. I, p. 201, nri
CMXXVIII e CMXXIX, l'altro quasi compiuto al British Museum in due
volumi, nri 16,649 e 16,650. Il _Mo'gim_ propriamente è dizionario di
erudizione relativa ai varii paesi. Per favore del sig. W. Wright io ho
avuto copia dagli articoli del MS. di Oxford relativi alla Sicilia; e
ben mi prometto di compiere cotesti estratti col MS. del British Museum.
Infine ho avuto alle mani il noto compendio del _Mo'gim_ che si crede
fatto dall'autore medesimo e postillato da scrittori più moderni, e
porta il titolo di _Merâsid el-Ittilâ'_ ec.[73]. Ne ho percorso un
esemplare, quello cioè di Leyde, MS. 295, del quale la Biblioteca di
Parigi ha una copia moderna, Suppl. Arabe 891. Il professore Juynboll di
Leyde ha cominciato a pubblicarne il testo.

XXXV. _Ibn-el-Athîr_ ('Izz-ed-dîn-Abu-l-Hasan-Ali) nacque il 1160 di
nobile famiglia arabica nella città di Gezîra in Mesopotamia; in
gioventù combattè le guerre di Saladino e compiè missioni politiche a
Bagdad: ma poi amò meglio chiudersi in casa a Mosûl, seppellirsi tra i
libri, e non conversare con altri che gli eruditi cittadini e stranieri
che andavano a trovarlo. La passata vita pubblica, il secolo delle
Crociate, e, perchè no? le ruine di Ninive ch'ei potea vedere ogni dì,
inchinarono l'ingegno suo alla storia. Morì il 1223. Scrisse varie
opere; e tra quelle il _Kâmil el-Tewârîkh_, o, diremmo noi, Compiuto
lavoro storico.

E in vero non è indegno del titolo; e tanto esso vale per l'Oriente, dal
principio del settimo al principio del decimoterzo secolo, quanto
sarebbero per la patria nostra nel medio evo gli Annali del Muratori, se
fosse perduta la più parte del _Rerum Italicarum Scriptores_. Principia
il _Kâmil_ con un succinto discorso su la dignità della Storia; espone
la cronografia seguíta dalle varie nazioni; tocca sommariamente le
dominazioni antiche: Ebrei, Persiani, Arabi, Romani, e i primordii del
Cristianesimo; e, venendo a Maometto, prende a narrare alla distesa le
geste del Profeta e dei Musulmani. Dal principio dell'egira fino
all'anno 628 (1230-31), l'autore tien quest'ordine che, anno per anno,
nota gli avvenimenti di maggiore rilievo, in tanti capitoli separati: e
registra alla fine di ciascun anno i casi di poca importanza e le
notizie necrologiche, in un capitoletto intitolato “Ricordo di fatti
diversi.” Del resto, Ibn-el-Athîr non segue il metodo cronologico sì
servilmente che non raccolga nei grandi capitoli tutte le vicende d'un
medesimo fatto accadute prima o appresso. Per esempio, il conquisto
musulmano della Sicilia va nell'anno 212 dell'egira, quando sbarcò lo
esercito musulmano a Mazara; ma il racconto incomincia con la rivolta di
Eufemio, cioè uno o più anni avanti, e finisce al 223. Similmente la
narrazione del conquisto normanno, posta nel 484, esordisce da quella
che Ibn-el-Athîr credea la prima cagione di decadenza del principato
kelbita nel 388; e si prolunga fino alla morte del conte Ruggiero nel
490 e agli ordinamenti politici di re Ruggiero. Lo stesso potrebbe
notarsi in cento e cento altri luoghi.

Oltre questo eccellente metodo, dobbiamo ammirare, secondo i tempi e i
mezzi dell'autore, la diligenza e il giudizio ch'ei pose nello
scegliere, comparare e intessere le tradizioni: talchè nel medio evo la
Cristianità non ha annalista che gli possa stare a fronte. In oggi non
lo darei come modello di critica. Assai di rado cita le sorgenti, e poco
o nulla ne dice nella Introduzione. Come tanti altri Arabi e non Arabi,
trascrive qualche fiata autori più antichi, mutilandoli e non citandoli:
ma per lo più compila dassè, con stile conciso o più tosto spolpato,
imparziale o più tosto indifferente; se non che, sceso ai proprii tempi,
divenendo cronista, perde la brevità, è turbato dalle passioni, si
avviluppa nelle minuzie. Con tutti questi difetti il _Kâmil_ è il più
vasto e ordinato lavoro che ci rimanga su i primi sei secoli
dell'islamismo, e avanza tanto gli Annali di Abulfeda, quanto questi i
magri compendii di Elmacin e Abulfaragi. L'Europa darà un gran passo
nello studio dell'Oriente, quando qualche dotta società intraprenderà la
stampa dei dodici o più volumi in quarto che ci vogliono per lo testo e
versione d'Ibn-el-Athîr.

Questo autore mi ha fornito molti ragguagli ignoti fin qui. Gli ottanta
capitoli che ne ho tolto, tra lunghi e brevi, abbracciano sei secoli dal
31 al 625 dell'egira, e messi insieme fanno una storia compiuta delle
relazioni dei Musulmani con la Sicilia; dei quali capitoli circa
sessanta sono inediti[74]. Li ho copiato dai MSS. seguenti, dei quali
segnerò con le lettere dell'alfabeto i tre primi, che occorrono a ogni
passo nelle citazioni.

_A_. MS. di Parigi, Suppl. Arabo 740, in sei volumi, dall'anno 153 al
628, con una lacuna di mezzo secolo e molte altre minori. I sei volumi
non son tutti di una mano, ma quella che ne copiò la più parte è nitida
e corretta.

_B._ MSS. dalla Bodlejana d'Oxford.

1. Due volumi, Marsh. 324, Catalogo, tomo I, nº DCCXXXVII, comprendono
gli anni dal 296 al 369.

2. Un volume, Pococke 346, Catalogo, tomo I, nº DCXCIII, corre dall'anno
502 al 572, coi quali ho supplito alle lacune del MS. A, e collazionato
il resto. Gli altri quattro volumi staccati che possiede la Bodlejana,
Catalogo, tomo I, nri DCXCIV, DCXCVI, DCCLXXXIV e DCCLXIV, mi han
fornito qualche variante.

_C._ MS. di Parigi, Suppl. Arabe 740 bis, cinque volumi in-4, dal
principio dell'opera all'anno 621, comperati a Costantinopoli il 1846
dal barone De Slane, per conto della Biblioteca di Parigi; il primo dei
quali fatto copiare apposta, tutti riveduti da quello egregio
orientalista su i MSS. delle biblioteche di Costantinopoli. È il solo
esemplare intero che v'abbia in Occidente; non mancandovi altro che
l'anno 27 dell'egira e parecchi frammenti. Questo MS. mi è servito a
confrontare le copie che io avea già fatto su quei segnati A e B.

Allo stesso effetto ho adoperato gli altri frammenti d'Ibn-el-Athîr che
possiede la Biblioteca Parigina, Suppl. Arabe 741, 743 e 744.

Finalmente mi ha aiutato a correggere il testo d'Ibn-el-Athîr uno
sfacciato plagiario, lo emir Bibars Mansûri, morto il 1325; il quale
nella _Zobdat el Fikra fi Târîkh el Higra_ (Crema di riflessione su gli
annali dell'egira) copiò, scorciandoli e continuandoli, gli Annali
d'Ibn-el-Athîr; e gliene dobbiamo saper grado, perchè ebbe alle mani
buoni MSS., e ottime copie sono quelle dei due volumi della compilazione
sua che ci rimangono. Dico il V, a Parigi, Ancien Fonds 668, che corre
dall'anno 252 al 322, e il VI a Oxford (Hunt. 198) che arriva con
qualche lacuna al 399.

XXXVI. =Boha-ed-dîn= (Abu-l-Mebâsin-Iusûf-ibn-Sceddâd), n. il 1145,
morto il 1235, intimo di Saladino e cadi dell'esercito suo, poi di
Gerusalemme, senza dire il nome de' Normanni di Sicilia, accenna alla
impresa loro d'Alessandria del 1174, nella _Sîrat es-Sultân....
Selâh-ed-dîn_ etc., ossia Vita di Saladino. Ho preso questo squarcio dal
testo pubblicato da Schultens, Leyde 1732, in-fog., p. 41; dove la
impresa è raccontata assai brevemente; e ciò conferma la osservazione di
M. Reinaud[75], che Boha-ed-dîn faccia più autorità per gli ultimi anni
del regno di Saladino, che per le prime imprese di quello.

XXXVII. =Tarîkh el-Hokemâ= (Istoria dei Filosofi) per Mohammed-ibn-Ali,
detto Zuzeni, è compendio di una importante opera dello stesso titolo,
scritta da Gemâl-ed-dîn-Ali-el-Kifti, visir di Aleppo, morto il 1249.
Dal compendio, che si trova nelle biblioteche di Parigi e Leyde, ho
cavato le biografie d'Archimede e di Empedocle; e l'ultima, che un
Siciliano non potea trasandare, è notevolissima per la menzione che vi
si fa d'un'opera attribuita al filosofo Agrigentino, la versione arabica
della quale si trovava nel XIII secolo a Gerusalemme. Mi son servito del
MS. di Parigi, Suppl. Arabe 672. Veggansi sul _Tarîkh-el-Hokemâ_,
Casiri, _Bibl. Arab. Hisp._, tomo II, p. 332, nº MDCCLXXIII, che lo
suppone scritto nel XII secolo; Wenrich, _De Auctorum Græcorum
versionibus_ ec., Lipsiæ 1842, prefazione; Reinaud, _Géographie
d'Aboulfeda_, Introduction, p. LII, nota 4; e Dozy, Catalogo dei
Manoscritti arabi di Leyde, tomo II, p. 289, nº DCCCLXXXV.

XXXVIII. =Abu-Sa'îd-Îbn-Ibrahîm=, Siciliano, compilò un _Kitâb
el-Mongih_ ec. (Felice Guida per curarsi senza medico da ogni sorta di
morbi e infermità). Quest'opera, non citata da Hagi-Khalfa, si trova
alla Bodlejana (Marsh. 173, Catalogo, tomo I, nº DLXIV), e ne ho
trascritto la prefazione. Con poche varianti, il MS. corrisponde a quel
di Parigi, Ancien Fonds 1027, intitolato _Tekwîm el-Adwia el-Mofreda_,
d'Ibrahîm-ibn-abi-Sa'id-el-Maghrebi; il cui nome mostra ch'egli era
figliuolo del Medico siciliano.

XXXIX. =Ahmed-ibn-Abd-es-Selâm=, Sceriffo, ossia della schiatta di Ali,
Siciliano, scrisse un altro libro di medicina, MS. di Leyde (Catalogo
del 1716, nº DCCXXVII), sul quale non ho trovato titolo; e quello che si
legge nel Catalogo mi par si debba correggere _Kitâb el-Atibbâ fi
l-Amrâdh min el Ferk ila el Kedem_ (Libro dei medici intorno le malattie
dalla cima della testa infino al piè). Pria che io studiassi il MS., il
professore Dozy mi avea mandato copia di quel tanto che occorre metterne
nella Raccolta; cioè la prefazione e la tavola dei venti capitoli in cui
va divisa l'opera. Hagi-Khalfa tratta al certo del medesimo autore e di
un libro diverso nell'articolo seguente: “_Kitâb Hifz es-Sahha_ ec.
(Libro d'Igiene), dello Sceriffo Ahmed-ibn-Abd-es-Selâm Siciliano,
Tunisino, compendiato da Abu-Fares-Abd-el-Azîz-ibn-Ahmed, in ottanta
capitoli[76].” Nè quel bibliografo, nè altri, dà notizie del tempo in
cui visse l'autore.

XL. =Ibn-el-Giuzi= (Scems-ed-dîn-Abu-Mozafer-Iusûf), morto il 1256, nel
_Merat-ez-zemân_ (Specchio del secolo), MS. di Parigi, Ancien Fonds 641,
dà due brevi notizie su i Musulmani di Sicilia.

XLI. =Ibn-Abbâr= (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Abi-Bekr) da
Valenza, segretario dei governatori musulmani di quella città verso la
metà del XIII secolo; poi dei Beni-Hafs di Tunis; fu messo a morte il
1260 e bruciato il cadavere coi suoi scritti, per accusa di stato e per
un verso che gli avean trovato in casa contro il principe Hafsita
Mostanser. Ibn-Abbâr dettò, tra le altre opere, l'_Hollet Sîarâ_ ec. (Il
Pallio striato ec.), raccolta delle biografie dei poeti di regia
schiatta, in Spagna e Affrica. Da un MS. che ne possiede la Società
Asiatica di Parigi, copia moderna d'uno dell'Escuriale, ho cavato
pregevoli notizie su gli Aghlabiti d'Affrica e di Sicilia; poichè
l'autore diligentemente raccolse e vagliò con critica molte opere
istoriche a noi non pervenute[77].

XLII. =Abu-Sciâma-Mokaddesi=
(Scehâb-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-er-Rahmân-ibn-Ibrahîm) da Gerusalemme,
come lo mostra il nome di Mokaddesi, nato il 1202, morto il 1267, diè
fuori il _Kitâb-er-Raudatein_ (Libro dei due Giardini), storia delle
dinastie di Nur-ed-dîn e di Saladino, nella quale copiò, oltre varii
libri a noi pervenuti, altri che non abbiamo e parecchi diplomi. Ho
preso da questo plagiario i capitoli su le espedizioni mandate da
Guglielmo il Buono in Alessandria d'Egitto e in Siria. Ho adoperato i
MSS. di Parigi, Supplément Français 2503, 13 a, copia inesatta e
recente, e l'altro Ancien Fonds Arabe 707 A, ch'è del XVII secolo. Su
l'Autore veggansi: Reinaud, _Extraits des Historiens... relatifs aux
Croisades_, p. 20; e Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks, par
Makrizi_, tomo I, parte II, p. 46.

XLIII. =Ibn-Sab'în= (Kotb-ed-dîn-Abu-Mohammed-Abd-el-Hakk-ibn-Ibrahîm),
nato a Murcia il 1217, morto alla Mecca di propria mano il 1271;
trovandosi a Ceuta, verso il 1240, dettò un trattato di filosofia
intitolato _El-Mesâil es-Sikillîa_ (Quesiti Siciliani), perchè con esso
rispondeva alle tesi che avea proposto ai dotti musulmani Federigo
Secondo imperatore, re di Sicilia. Quest'opera, che si trova alla
Bodlejana di Oxford (Hunt. 534), sparge qualche lume su gli studii che
la civiltà musulmana promoveva allora in Sicilia e nella penisola: e
però appartiene al nostro argomento. Io ne ho dato un ragguaglio nel
_Journal Asiatique_, lo scorso anno 1853. Porrò nella raccolta dei testi
la prefazione e i quesiti di Federigo Secondo.

XLIV. =Ibn-Abi-Oseib'a= (Mowaffik-ed-dîn-Ahmed-ibn-Kâsem), nato al
principio del XIII secolo e morto nella seconda metà di quello,
compilò l'_'Oiûn el-Anbâ fi Tabakât el-Atibbâ_ (Sorgenti di notizie
su le classi dei medici). Quivi, nella vita di Ibn-Giolgiol
(Abu-Dâwd-Soleimân-ibn-Hasan), famoso medico della corte di Cordova
nella seconda metà del X secolo, si legge un frammento d'Ibn-Giolgiol
stesso, in cui si descrivono le fatiche fatte in Ispagna il 952 per
compiere la versione di Dioscoride dal greco in arabico; alla quale
collaborò un Abu-Abd-Allah Siciliano che parlava il greco, dice
Ibn-Giolgiol, ed era pratico, alsì, in botanica e in medicina. Darò
questo squarcio e un capitoletto sopra Empedocle. Il primo fu pubblicato
in arabico e in francese da M. De Sacy sul MS. di Parigi, Ancien Fonds
873[78], al qual testo aggiungo le varianti degli altri due MSS., Suppl.
Arabe 673 e 674. Su l'autore si veggano Sacy stesso[79], e
Hagi-Khalfa[80].

XLV. =Ibn-Sa'îd= (Abu-l-Hasan-Ali) del quale feci menzione nella prima
parte di questa Tavola, nº X, lasciò, tra le altre opere, un _Mokhtaser
Gighrafia_ (Compendio di Geografia), una copia del quale, passata per le
mani del celebre Abulfeda, or si trova nella Biblioteca di Parigi,
Suppl. Arabe 1905. Ne ho preso quel che riguarda la Sicilia e le isole
adiacenti: breve ma diligente descrizione. Sul merito di questo lavoro
geografico si consulti Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduction,
p. CXLI.

XLVI. =Newâwi= (Mohî-ed-dîn-Abu-Zakarîa), nato il 1253, morto
il 1277, nel _Tehdsîb el-Asmâ_ ec. (Dizionario biografico di
illustri musulmani), cita un grammatico e filologo siciliano per nome
Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki. Ho tolto questo breve passo dalla
edizione del Wüstenfeld, Gottinga, 1842-1847.

XLVII. =Ibn-Khallikân= (Scems-ed-dîn-Abu-l-'Abbâs-Ahmed-ibn-Mohammed),
nacque ad Arbela il 1211, morì il 1282, fu giurista, teologo,
grammatico, e cadi a Damasco e al Cairo: uomo di molta virtù, condotto
agli studii storici da Ibn-el-Athîr, col quale ei praticava in gioventù
sua. Di Ibn-Khallikân abbiamo il famoso dizionario biografico degli
uomini illustri dello islamismo intitolato _Wefiât el-'Aiân_; del quale
il baron De Slane ha preso a stampare il testo e una versione
inglese[81], e il signor Wüstenfeld ha compiuto un'altra edizione del
testo in autografia[82]. Traggo da Ibn-Khallikân non poche vite di
Siciliani, che porrò nella mia raccolta, usando, oltre le edizioni
dette, i MSS. di Parigi, Suppl. Arabe 702 e 704, e un altro di proprietà
di M. Reinaud.

XLVIII. =Kazwîni=, (Zakarîa-ibn-Mohammed-ibn-Mahmûd), morto il 1283,
scrisse due opere, recentemente pubblicate dal Wüstenfeld e intitolate,
l'una _'Agiâib el-Mekhlûkâi_ (Meraviglie del Creato), e l'altra _Athâr
el-belâd_ (Luoghi notevoli de' paesi). Come sopra accennai, Kazwîni cita
una cronica di Sicilia che a noi non è pervenuta. Ripete nelle dette due
compilazioni varii squarci di geografi più antichi, su la Sicilia e in
particolare su l'Etna. Dà un importantissimo fatto storico di Malta,
cavato forse dalla detta cronica; e la curiosa notizia dell'orologio a
soneria, costruito per uso di un re, probabilmente Ruggiero I di
Sicilia, che fu argomento ai versi di due poeti maltesi, un dei quali è
ricordato d'altronde nell'Antologia di Imâd-ed-dîn da Ispahan.
Dell'_'Agiâib_ v'han parecchi MSS. a Parigi, cioè Ancien Fonds 990, e
Suppl. Arabe 864 a 867; e dell'_Athâr_, due MSS., Suppl. Arabe 658 e
915. Io ne ho usato per notar qualche variante alle correttissime
edizioni del Wüstenfeld, che son fatte su MSS. migliori.

XLIX. Il =Baiân= di Ibn-'Adsâri da Marocco, fu compilato il 1299 con
gran diligenza sopra libri che noi non abbiamo; e contiene molti
ragguagli novelli su la storia di Spagna, Affrica e Sicilia. MS. unico,
comperato dal Golio a Marocco; posseduto dalla Biblioteca di Leyde (nº
67 Golius), e pubblicato, il testo, dal prof. Dozy, con dotte note, un
glossario, e una splendida introduzione intorno i cronisti arabi di
Spagna[83]. Sventuratamente il MS. è mutilo; nè d'altronde il
compilatore avea trovato la serie continua degli annali dei cinque
secoli che abbraccia quest'opera. Vi si contengono non pochi squarci del
compendio di 'Arîb, del quale feci menzione al nº IX. Il Dozy prima
della pubblicazione mi avea mandato gli estratti riguardanti la Sicilia,
i quali spargono nuovo lume su le relazioni dei Musulmani con questa
isola fino alla prima metà del X secolo, e nella prima metà del XII. I
quali squarci io darò secondo la edizione del Dozy.

L. =Tigiâni= (Abu-Mohammed-Abd-Allah), uomo di alto stato nella corte di
Tunis, ci ha lasciato la relazione d'un viaggio ch'ei fece in quello
Stato, dal dicembre 1306 fino al luglio 1309, con l'emir hafsita
Abu-Iahîa-Zakarîa, esaltato pochi anni appresso al trono di Tunis; lo
scopo apparente del qual viaggio era di incalzare l'assedio del castello
che tenean tuttavia le armi siciliane nell'isola delle Gerbe. Oltre le
notizie che toccan questo fatto dell'istoria siciliana, il Tigiâni ne dà
delle importantissime e nuove, su i tempi precedenti, cavate da
diligenti ricerche su la storia letteraria e politica delle città ch'ei
percorrea. Tali sono molti particolari delle imprese dei Normanni di
Sicilia su la costiera d'Affrica nel XII secolo; la vita del famoso
ammiraglio siciliano Giorgio d'Antiochia; il sublime sagrifizio di
Abu-Hasan-Feriani da Sfax, novello Attilio Regolo che spirò sul patibolo
su le sponde dell'Oreto in Palermo ec.

Quest'opera, intitolata _Rehla et-Tigiâni_, è stata ritrovata, non è
guari, da M. Alphonse Rousseau; il quale n'ha dato una versione nel
_Journal Asiatique_[84], ed ha donato un MS. del testo alla Biblioteca
di Parigi, Suppl. Arabe 911 bis. Dal cortesissimo M. Rousseau ebbi
alcuni estratti del testo; i quali ho accresciuto poscia sul MS. di
Parigi: e non saranno la parte men pregevole della mia raccolta.

LI. Il =Kartâs=, come comunemente si chiama una buona compilazione,
fatta nel reame di Marocco il 1326 e attribuita ad Abu-Hasan-Ali-ibn-Zera',
dà pochi e noti ragguagli su le guerre dei Siciliani in Affrica nel
XII secolo. È testo arabico niente raro in Europa; tradotto in tedesco
dal Dombay; in portoghese dal Moura; e recentemente pubblicato con
versione latina dal professor Tornberg, con erudite annotazioni che
contengono altri squarci di testi arabici[85]. Dall'edizione del
Tornberg trascriverò i paragrafi relativi alla Sicilia.

LII. =Dimaski= (Scems-ed-din-Abu-Abd-Allah-Mohammed), così chiamato per
essere oriundo di Damasco, morì vecchio nel 1327, dopo aver composto il
_Nokhbet ed-Dahr_ ec. (Eletta del secolo su le maraviglie della terra e
del mare), opera geografica compilata, dice M. Reinaud, senza molta
critica, ma pregevole per molti fatti che invano si cercherebbero
altrove[86]. E così io ho trovato, in vero, il capitolo su la Sicilia e
altre isole del Mediterraneo, scritto, com'e' pare, sopra osservazioni
contemporanee, e, al certo, non mero compendio di Edrisi. Tolgo questo
capitolo da due MSS., cioè di Parigi, Ancien Fonds 581, e di Leyde, 464
Warn., Catalogo del prof. Dozy, tomo II, p. 134, nº DCCXXXV, del quale
il Dozy mi mandò un estratto.

LIII. =Abulfeda= ('Imâd-ed-dîn-ibn-Ali), della illustre schiatta di
Saladino, nacque a Damasco il 1272; conseguì nel 1310 il principato di
Hama, retaggio di sua casa; e morì il 1331. Come ognun sa, le sue opere
principali sono il _Tekwîm el-Boldân_ (Tavola sinottica dei paesi), e il
_Moktaser fi Akhbâr el-Biscer_ (Compendio dei fatti del genere umano).

Della prima è stato pubblicato il testo dai sigg. Reinaud e De Slane nel
1840; e il Reinaud ne dà attualmente una versione francese, della quale
è uscito il primo volume, preceduto da una dottissima introduzione che
contiene la vita di Abulfeda e la storia della geografia appo gli Arabi.

Del compendio storico, abbiam detto come gli estratti risguardanti la
Sicilia pervenissero, tradotti in latino, allo Inveges e al Caruso. Il
Reiske pubblicò a Lipsia, il 1754, una sua versione latina dell'opera
dal principio dell'islamismo in poi; della quale si servì il Di Gregorio
nel _Rerum Arabicarum_. Una copia del testo arabico, lasciata inedita
dal Reiske, fu stampata dall'Adler con la versione latina a
riscontro[87]. Non dirò delle edizioni e versioni della istoria
anteislamitica e della vita di Maometto cavate dal _Moktaser_, poichè
son lontane dall'argomento nostro. Gli Annali di Abulfeda, compilati in
parte sopra Ibn-el-Athîr e in parte sopra altre opere, son compendio di
compendii.

Io darò uno estratto della Geografia su la edizione del testo; e gli
estratti degli Annali sul testo di Adler, confrontandolo, che ben n'è
mestieri, col MS. di Parigi, autografo di Abulfeda.

LIV. =Nowairi= (Scehâb-ed-dîn-Ahmed-ibn-Abd-el-Wehâb) della tribù
arabica di Bekr, detto il Nowairi o Noweiri, da un villaggio d'Egitto in
cui nacque il 1278 o 1273, morto il 1332; accozzò con le forbici, come
dicesi in Francia, tagliando una pezza di qua e una di là, un centone
enciclopedico in trenta volumi, non modestamente intitolato _Nihâiet
el-Areb fi Fonûn el-Adeb_, che sarebbe a dire: il _non plus ultra_
dell'erudizione. Va diviso in cinque parti: Cosmografia, Nosografia,
Zoologia, Botanica e Storia[88]; del quale abbiam volumi staccati in
varie biblioteche, segnatamente a Parigi, Leyde, Escuriale e Roma.

Nella prima parte, il Nowairi dà un cenno geografico della Sicilia, che
io pubblicherò secondo la copia fattane gentilmente per me dal Dozy sul
MS. di Leyde, 273 Warn., Catalogo del Dozy stesso, tomo I, p. 4, nº V.

Nell'ultima parte v'ha le istorie di Affrica e di Sicilia, compilate,
non solamente sopra Ibn-el-Athîr, ma anco sopra Ibn-Rekîk, Ibn-Rescîk,
Ibn-Sceddâd, e altri, che quell'annalista o non ebbe alle mani o
trascurò. Pertanto il Nowairi narra non di rado i medesimi fatti con
altri particolari; cimentando i quali con buona critica, se ne può cavar
partito. I racconti che toccano l'argomento nostro contengonsi nei MSS.
di Parigi 702[89], e 702 A, ed Ancien Fonds 638, dai quali avean preso
notizie il Cardonne, e il De Guignes; talchè il marchese Caraccioli,
lodatissimo vicerè di Sicilia, avutone sentore da amici suoi francesi,
fece opera ad ottenere il testo arabico, per la collezione intrapresa
sotto gli auspicii suoi dal Di Gregorio. Adoperandovisi il Barthélemy,
fu mandato il testo del capitolo su la Sicilia, con la versione francese
di questo e di alcuni squarci della Storia d'Affrica per M. J-J.
Caussin, padre dell'attuale professore d'arabico M. Caussin de Perceval.
Così il Di Gregorio stampava, non senza errori, il testo, nel _Rerum
Arabicarum_, e vi aggiugnea con la guida della francese una traduzione
latina; nella quale talvolta volle rifare il verso a M. Caussin[90]; e,
non essendo da tanto, sfigurò e imbrogliò di molte frasi. L'orientalista
francese ne lo punì, pubblicando la propria versione ed alcune note, che
contengono una critica urbana, ma severa e senza replica[91].

Il lavoro da me intrapreso mi portò a confrontare su i citati MSS. la
edizione del Di Gregorio, e copiare gli squarci di testo della Storia
d'Affrica tradotti dal Caussin e altri che gli erano sfuggiti. Debbo al
professor Dozy altri capitoli risguardanti scrittori siciliani, copiati
sul MS. di Leyde. Così ho potuto quasi raddoppiare i frammenti del
nostro autore dati nel _Rerum Arabicarum_; senza dir dei nomi proprii e
geografici che mi è occorso di correggere, nè degli squarci non bene
interpretati, dei quali ho dovuto rifare la versione.

Debbo avvertire infine che M. Des Vergers pose la versione di varii
capitoli della Storia d'Affrica del Nowairi in appendice alla parte di
Ibn-Khaldûn pubblicata da lui; e che il baron De Slane ha tradotto in
francese la prima parte della Storia d'Affrica, inserita nel _Journal
Asiatique_, série III, tomo XI-XII (1841), e ristampata in appendice
alla _Hist. des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p. 313, seg. M. De
Slane ha giudicato troppo severamente il Nowairi, incolpandolo di tutte
le favole del conquisto musulmano d'Affrica, che quegli non avea fatto
che copiare da altri compilatori[92].

LV. =Dsehebi= (Scems-ed-dîn-Abu-Abd-Allah), morto il 1347, fu
compendiatore come i contemporanei suoi Abulfeda, Nowairi, e
Scehâb-ed-dîn-Omari; se non che attese alla sola storia, e
particolarmente alla letteraria, o, per dir meglio, alle biografie degli
uomini dotti. Questo è il pregio delle opere che ci rimangono di lui. La
principale intitolata _Târîkh el-Islâm_ è tavola cronologica, divisa per
decennii e corredata alla fine di ciascun decennio da una lunga serie di
cenni biografici. La Biblioteca di Parigi ne possiede due volumi
staccati, Ancien Fonds 626 e 646, dei quali il primo corre dall'anno 1º
al 40º dell'egira, l'altro dal 301 al 370. Un altro MS. della stessa
Biblioteca, Ancien Fonds 753, che abbraccia gli anni dal 581 al 620, mi
pare appartenente non al _Târîkh_, ma al compendio che ne fece lo stesso
Dsehebi, del quale v'ha esemplari a Leyde e altrove[93]. Pochissime
notizie ho cavato, sì da cotesti tre volumi, sì dai due del Suppl. Arabe
746, opera dello stesso autore, intitolata _Kitâb el-'iber_ ec.
(Avvertimenti su le geste dei trapassati). All'incontro, ho preso una
ventina di buoni cenni biografici di Siciliani, dal MS. di Leyde, nº 654
Warn., Catalogo del Dozy, tomo II, p. 205, nº DCCCLXXVI, compendio che
fece il Dsehebi dell'_Anbâ en-Nohâ_ di Abu-Hasan-Ali-el-Kifti, morto
alla metà del XIII secolo.

LVI. =Scehâb-ed-dîn'Omari= (Abu-Abbâs-Ahmed-ibn-Iahîa), detto
Ibn-Fadhl-Allah, soprannominato anche Dimascki, da Damasco ond'era
oriundo, e 'Omari dal nome di Omar il grande, dal quale pretendea
discendere; nacque verso il 1300 di famiglia benemerita ai sultani
d'Egitto; fu professore di tradizion del Profeta; servì nelle
cancellerie di Damasco e del Cairo; e morì il 1349. Costui accozzò una
enciclopedia a modo suo, intitolata _Mesâlek el-Absâr_ ec. (Escursioni
degli sguardi sopra i varii reami della terra). Dei ventisette volumi di
tal compilazione, i pochi che ci rimangono trattan di geografia, storia
e antologia poetica. La parte geografica è cavata da buone opere, e, tra
le altre, da Abulfeda; ma l'Omari vi aggiunse non poche notizie raccolte
dassè, sia da documenti oficiali, sia dalle relazioni di viaggiatori e
mercatanti ch'egli interrogava, ben usando le comodità che gli dava
l'oficio suo. Pertanto il capitolo su la Sicilia, che ho tolto da un MS.
della Bodlejana, Pococke 191, Catalogo tomo I, nº CM, contiene ragguagli
contemporanei, anche di fatti storici. Nel medesimo volume ho veduto una
descrizione della Calabria, porto di Taranto e altri luoghi d'Italia.

Dobbiamo saper grado, altresì, all'Omari degli squarci di poesie d'Arabi
Siciliani ch'ei ci conservò; i quali ho copiato dal MS. di Parigi,
Ancien Fonds 1372.

Allo incontro, la parte storica non può servire ad altro che a
confrontare qualche passo d'Abulfeda; i cui annali l'Omari copiò
sfacciatamente, trinciandoli di decennio in decennio, forse per
occultare il plagio. Dissi già che alcuni estratti della Storia relativi
alla Sicilia furono tradotti da un MS. dell'Escuriale, il quale poi si
perdè, probabilmente nell'incendio del 1671. Il Di Gregorio ristampò la
versione latina che ne avea fatto il Caruso su la italiana dello
Inveges, presa dalla latina di Marco Dobelio Citeron. Io ho trovato
parte del testo arabico nel MS. di Parigi, Ancien Fonds 642, il quale
corre dall'anno 541 al 744, cioè dall'ultimo capitolo della versione del
Di Gregorio in poi; nè posso rammaricarmi troppo della perdita dei
precedenti, poichè ne abbiamo il tenore originale in Abulfeda. Nelle
citazioni che mi occorrerà di farne, aggiugnerò il nome patronimico di
Omari al titolo di Scehâb-ed-dîn (Fiaccola della Fede), ch'è comune a
cento altri dottori musulmani; e però mal si è adoperato a
significare il nostro autore. Avverto poi non esser questi il cadi
Scehâb-ed-dîn-Ibn-Abi-l-Damm, da Hama, come suppose il Di Gregorio[94],
traendo nel proprio errore il Wenrich[95]; perocchè quel cadi visse un
secolo innanzi l'Omari, sendo morto il 1244; e Abulfeda cita sovente
l'opera sua, ch'è intitolata: _Tarîkh Mozafferi_, e non _Mesâlek
el-Absâr_[96]. Su Scehâb-ed-dîn-'Omari si veggano: Quatremère, nelle
_Notices et Extraits des MSS._, tomo XIII, p. 151 seg.; Catalogo della
Bodlejana d'Oxford, tomo II, p. 599; Catalogo de' MSS. Orientali del
British Museum, parte II, p. 273, nº DLXXV; Reinaud, _Géographie
d'Aboulfeda_, Introd., p. CLII[97].

LVII. =Ibn-el-Wardi= (Zîn-ed-dîn-Abu-Hafs-Omar), morto il 1348; mezzo
copiò e mezzo compendiò le notizie di Edrisi e Dimascki su la Sicilia.
Quali ch'elle siano, le darò, secondo la lezione dei MSS. di Parigi,
Ancien Fonds 590, 593, 594, confrontata col testo che ha pubblicato il
Tornberg[98] di questa mediocre compilazione geografica, intitolata
_Kharîdat el-'Agiâib_ (Perla delle Meraviglie).

LVIII. =Sefedi= (Selâh-ed-dîn-Khalîl-ibn-Ibek), che morì il 1362,
compose un dizionario geografico, addimandato _El-Waki bil-Wefeiât_ (Il
Conservatore delle Necrologie), diligente e giudiziosa compilazione. La
Biblioteca di Parigi ne possiede due volumi staccati, Suppl. Arabe 706,
che contengono le lettere dell'alfabeto arabico dalla _Kha al Sad_;
dalle quali ho cavato tre biografie, e, delle tre, due sono di
Cristiani: re Ruggiero, cioè, e l'ammiraglio Giorgio d'Antiochia.

LIX. =Domairi= (Kemâl-ed-dîn-Abd-Allah) scrisse nel 1371 l'_Haiât
el-Haiwân_, opera di Storia naturale; in cui, trattando dello scorpione,
l'autore cita i versi e la trista fine di un poeta del Iemen che si
trovò avviluppato in una cospirazione contro Saladino, tramata da
malcontenti egiziani con la corte normanna di Sicilia. Ho cavato questo
squarcio dal MS. di Parigi, Suppl. Arabe 873.

LX. =Ibn-Khaldûn= (Wâli-ed-dîn-Abu-Zeid-Abd-er-Rahmân-ibn-Mohammed),
nacque a Tunis il 1332 d'illustre famiglia, passata dall'Arabia
meridionale in Spagna ai tempi del conquisto, e rifuggitasi in Affrica
nel XIII secolo. Nobile dunque e povero, cominciò sua carriera da
calligrafo nella Segreteria dei principi hafsiti di Tunis. Da costoro
passò al servigio dei loro nemici i Merinidi; poi, sempre da un regolo a
un altro, di que' che usurpavan oggi e cadean domani sì in Affrica e sì
in Spagna: appo i quali ei fu cortigiano, agente diplomatico, ministro,
professore; or arricchito e onorato, or imprigionato e perseguitato per
gara di altri intriganti, e sospetti che destava quel suo far da
Girella. A cinquant'anni, ristucco dell'Affrica, se n'andò in Egitto;
ove diessi all'insegnamento pubblico; toccò una pensioncella dal
Sultano; salì allo uficio di cadi di scuola malekita al Cairo: e sì
balzano è l'animo degli uomini, che quello statista di larga coscienza
fu deposto della magistratura per la rettitudine e severità ch'ei
manteneva tra la corruzione degli altri giuristi. Il caso, alfine, lo
fe' trovare nel 1400 sotto le mura di Damasco in mezzo alle orde dei
Tartari e in presenza di Tamerlano; al quale ei fu prodigo di
adulazioni, e n'ebbe onori e profferta di rimanere alla corte tartara;
ma destramente ei se ne svincolò. Tornato in Egitto, salito e sceso, e
risalito all'oficio di cadi, moriva il 1406. Questi particolari tolti
dall'Autobiografia di Ibn-Khaldûn, non parranno troppi, quando si pensi
che discorriamo del primo scrittore al mondo che abbia trattato di
proposito la filosofia storica: nè saprei dir se altri v'abbian levato
il velo più alto di lui.

Il lavoro istorico d'Ibn-Khaldûn, composto la più parte in Affrica,
nelle brevi stagioni ch'egli ebbe di calma, è intitolato: _Kîtâb
el-'Iber_ ec., che io, discostandomi dalle interpretazioni date fin qui,
tradurrei: “Libro dei concetti storici e raccolta delle origini e
vicenda di Arabi, Stranieri e Berberi.” Va diviso in Introduzione, tre
libri, e Autobiografia; delle quali parti, la Introduzione tratta della
Storiografia e il primo libro racchiude le considerazioni generali che
noi intendiam sotto la denominazione di filosofia storica. Gli altri due
libri contengono la narrazione storica; cioè il secondo libro, degli
Arabi e altri popoli orientali ed europei; e il terzo, dei Berberi.
Disegno vasto e ben ordinato, ma colorito con man disuguale, quasi da
due uomini di varia tempra d'ingegno. Da un canto, Ibn-Khaldûn,
superiore alla età e società in cui visse, speculando su i fatti
generali della storia, arrivava a scoprirne le leggi e s'imbatteva anco
in chimere, come è avvenuto poi al Vico ed altri naviganti in quelle
regioni; e ritrovava i canoni della critica; e, maravigliosa coincidenza
col Vico, discorrendo di così fatti studii, conchiudeva essere scienza
nuova, a meno che, aggiunse modestamente, qualche antico non ne abbia
scritto, e si sian perdute le opere[99]. Dall'altro canto, Ibn-Khaldûn
si messe a riempire, come un volgare annalista, i compartimenti sì bene
immaginati in schiatte, dinastie, e cronologia storica di ciascuna
dinastia. In questo usò molti ottimi materiali, e tra gli altri il
_Kâmil_ d'Ibn-el-Athîr; ma non digerì i fatti con la critica di cui avea
già dettato i principii; non serbò proporzione nei racconti; non seppe
sviluppare le cagioni immediate degli avvenimenti con la intuizione che
hanno, per esempio, i Latini e il Machiavelli: in somma fece una
compilazione, e, pei tempi più vicini, una cronica e nulla più. Il
barone De Slane, che lo ha studiato e può giudicarne, notava che
Ibn-Khaldûn scrisse la filosofia storica con chiarezza, e le narrazioni
con uno stile avviluppato, saltellante e pieno di neologismi.

Lunga sarebbe la rassegna dei lavori che si son fatti, da una trentina
d'anni in qua, su questa mirabile opera. Limitandomi a quei che più
s'avvicinano all'argomento nostro, ricorderò il testo e versione della
Storia dell'Affrica sotto gli Aghlabiti e della Sicilia, pubblicati da
M. Des Vergers; la Storia dei Berberi il cui testo si è dato a stampa in
Algeri a spese del Ministero della Guerra di Francia e per le cure di M.
De Slane, e la cui versione è stata fatta dallo stesso orientalista, con
erudite annotazioni, e n'è uscito il primo volume. I Prolegomeni, come
van chiamati comunemente la introduzione e il primo libro, vedran la
luce, tra non guari, per opera di M. Quatremère, uomo da reggere a
questo ed a maggior peso. Mi si permetta infine che io ricordi la
edizione del testo e versione italiana della storia antica di
Ibn-Khaldûn, incominciata dal nostro compatriotta l'abate Arri da Asti
nel 1840, e interrotta l'anno appresso per la immatura sua morte[100].

Ibn-Khaldûn nella _Storia di Sicilia_ compendia Ibn-el-Athîr, sì che
appena vi si potrebbe scoprir qualche fatto attinto ad altre sorgenti.
Negli altri capitoli ci dà ragguagli più pregevoli. Da tutta l'opera io
ho cavato, per inserirli nella mia Raccolta, gli squarci seguenti:

1. Uno dei Prolegomeni inedito; ove si tratta del navilio siciliano
sotto i Normanni. Dal MS. del British Museum, nº 9571, bel codice in
caratteri affricani.

2. La Storia di Sicilia. Dalla edizione di M. Des Vergers, riveduta su i
MSS. di Parigi, e confrontata con gli estratti di un buon MS. di Tunis
recatimi dal sig. Honnegar.

3. Molti squarci della Storia dei Berberi, ch'io avea copiato dal MS. di
Parigi, Suppl. Arabe 742 quater, tomo III, e che oggi ho potuto
confrontare con la edizione d'Algeri.

4. Altri squarci inediti su le prime imprese dei Musulmani nel
Mediterraneo, su la Storia dei Fatemiti, e su le Crociate; che ho tolto
dai MSS. di Parigi, 742 quinquies, tomo II, e 742 quater, tomo IV.

LXI. =Zohri= (Ibn _o piuttosto_ Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-abi-Bekr),
alla fine del XIV o principio del XV secolo, compendiò un trattato di
Geografia di Kimâri, copiato o compendiato, non sappiam quando, da un
libro che avea fatto compilare il califo Mamûn (815-835) e delineare
insieme un planisfero. Tanto si ritrae dalla prefazione del Zohri al
detto _Kitâb Gi'rafîa_, MS. di Parigi, Ancien Fonds 596, e dal cenno che
l'autore fa a fog. 58 verso. Di certo, il Kimâri, o lo Zohri stesso,
aggiunsero qualcosa alla compilazione del IX secolo; leggendosi qui i
nomi di Mehdîa e della Kalat-Beni-Hammâd, che furono fondate appresso.
Però non si può ben determinare l'epoca alla quale riferirsi le notizie
su l'Etna e su non pochi prodotti del suolo siciliano, che si trovano
nel capitolo della Sicilia e che io tolgo dal MS. di Parigi.

LXII. =Makrizi= (Taki-ed-dîn-Ahmed-ibn-Ali), nato al Cairo il 1364,
morto il 1441, dotto e diligente compilatore di varie opere[101], tra le
altre ne dettava tre che servono al nostro proposito. Sono:

Il _Mokaffa_, dizionario biografico, del quale la Biblioteca di Parigi
possiede un volume, Ancien Fonds 675, che va dagli ultimi della lettera
_ta_ (decimasesta dell'alfabeto orientale) a parte dell'_Ain_; e la
Biblioteca di Leyde, nº 1366, tre volumi, che prendono l'_alef_, _Caf_
(22ª lettera), _lam e mim_[102]. Però ci mancano parecchi volumi
dell'opera. Dal MS. di Parigi ho estratto io le biografie dei Siciliani;
dai MSS. di Leyde lo ha fatto per cortesia verso di me il prof. Dozy.

Il _Kitâb-es-Solûk_ ec. (Introduzione alla conoscenza delle dinastie),
del quale una parte è stata tradotta in francese da M. Quatremère. Ho
tolto un passo del testo arabico dal MS. di Parigi, Ancien Fonds 673 C.,
tomo III, e Ancien Fonds 673, A. 2.

Il _Kitâb-el-Mewâ'iz_ ec. (Avvertimento e riflessioni su le divisioni
territoriali e i monumenti), MS. di Parigi, Ancien Fonds 680, ove si fa
menzione d'un astronomo siciliano dell'Osservatorio del Cairo; uno
squarcio del qual testo è stato pubblicato da M. Caussin de Perceval,
nella raccolta _Notices et Extraits des MSS._, tomo VII, p. 45.

LXIII. =Zerkesci= (Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Ibrahîm), vissuto alla
fine del XV secolo, come conghiettura con buon fondamento M. Alphonse
Rousseau[103], scrisse una storia dei principi almohadi e degli hafsîti
di Tunis fino all'anno 1429. Quest'accurata compilazione, fatta su buoni
materiali, mi fornisce due squarci, che ho tolto dal MS. di Parigi,
Suppl. Arabe 852.

LXIV. =Soiûti= (Gelâl-ed-dîn-Abu-l-Fadhl-Abd-er-Rahmân), nato a Soiût
nell'alto Egitto il 1445, e morto il 1505, fu compilatore infaticabile
ma non sempre accurato; e basta a dir che si crede abbia scritto da
trecento opere diverse.

Da quella intitolata _Tarîkh-el-Kholafâ_ (Storia dei Califi), MSS. di
Parigi, Ancien Fonds 639 e 776, ho cavato due parole di cenno storico;

Dall'altra, che s'addimanda _Kitâb-el-Boghiat_ ec. (Libro di quanto
posson desiderare i raccoglitori delle Vite dei Lessicografi e
Grammatici), ho preso una ventina di biografie di Siciliani. Ho avuto
alle mani due MSS., l'uno del dottor John Lee, ch'era prestato al prof.
Dozy di Leyde in cui casa lo percorsi; l'altro acquistato recentemente
dalla Biblioteca di Parigi, ove si conserva, Suppl. Arabe 683.

LXV. =Ibn-Aiâs= (Mohammed-ibn-Ahmed), nato in Egitto, scrissevi nel 1516
il _Nescek el-Azhâr_ ec. (Fragranza dei fiori su le meraviglie delle
regioni), mediocrissima compilazione su l'opera di Edrisi e altre.
Nondimeno, raccogliendo tutti i testi ove si tratti della Sicilia, non
ho voluto rigettar questo, che ne dà due capitoletti. Li ho copiato dai
MSS. di Parigi, Ancien Fonds 595, e Suppl. Arabe 904.

LXVI. =Makkari= (Ahmed-ibn-Mohammed), nato presso Telemsen innanzi il
1590, e morto il 1631, lasciò una voluminosa e diligente opera su la
Spagna musulmana, della quale la più parte è stata tradotta in inglese
dal professor Gayangos, e adesso danno opera a pubblicare il testo
arabico i signori Dozy, Dugat, Krehl e Wright. Nella descrizione di
Cordova occorre al Makkari di citare versi del Siciliano Ibn-Hamdîs e
darne giudizio. Porrò questo passo e pochi altri cenni nella mia
raccolta, cavandoli del MS. di Parigi, Ancien Fonds 704.

LXVII. =Hagi-Khalfa= (Mustafa-ibn-Abd-Allah) da Costantinopoli, morto il
1658, per erudizione, critica, e altezza di ingegno, gareggia coi
migliori scrittori di storia letteraria che abbiamo in Europa. Due opere
sue forniscon materiali alla storia dei Musulmani di Sicilia; cioè:

Il celebre Dizionario bibliografico di 15,000 opere, quasi tutte
arabiche, pubblicato dal Fluëgel, testo e versione latina; dal quale ho
cavato tutti i paragrafi su opere di Siciliani, riscontrandoli per lo
più coi MSS. di Parigi[104].

E il _Tekwîm et-Tewârîkh_, ossia Tavola cronologica, scritto in turco e
in persiano e tradotto in lingua nostra da Gian Rinaldo Carli[105]. Gli
estratti della versione italiana relativi alla Sicilia, furono voltati
in latino e pubblicati dal Caruso e dal Muratori, e a ragione lasciati
indietro dal Di Gregorio: tanto orribilmente il conte Carli avea saputo
sfigurare quella semplice Tavola. Ho trascritto il testo persiano, non
avendo potuto capitare la edizione turca di Costantinopoli, dal MS.
turco di Parigi, Ancien Fonds 45; e l'ho confrontato con una versione
latina del Reiske che v'ha nella Biblioteca di Parigi.

LXVIII. =Ibn-Abi-Dinâr= (Abu-Abd-Allah-Mohammed-el-Kairewâni) scrisse il
1681 un _Kitâb el-Munis_ etc. (Libro dilettevole sugli avvenimenti
dell'Affrica e di Tunis), che corre dai principii del conquisto
musulmano fino ai principii della dominazione ottomana in Affrica, e
contiene ragguagli topografici e di usanze: sennata e diligente
compilazione, ancorchè moderna; nella quale non di rado si fa menzione
della Sicilia. Alcuni estratti di questa opera mi furono recati da Tunis
per favore del signor Honnegar; e li ho accresciuto notabilmente
percorrendo lo esemplare che n'ha la Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe
851. Di questo libro han fatto una versione francese MM. Pellissier et
Remusat, nella quale l'autore è chiamato ordinariamente col nome etnico
di Kaïrouani[106]: lavoro corredato di ottime note, ma fatto, com'ei
sembra, sopra un cattivo MS.

LXIX. =Teserif el-Aiâm= ec. (Ornamento dei giorni e dei tempi e vita del
Malek-Mansur). Il principe di cui si parla è Kelaûn, sultano d'Egitto
verso la fine del XIII secolo: il compilatore della cronica non si sa.
La Biblioteca di Parigi n'ha il solo volume secondo, Suppl. Arabe 810,
splendidissimo MS. fatto senza dubbio per uso della corte di Egitto.
Contiene alcune notizie intorno la guerra del Vespro Siciliano, e il
testo d'un trattato politico e commerciale tra il Sultano e i principi
aragonesi Alfonso re d'Aragona e Giacomo re di Sicilia. Io ho dato la
versione italiana di cotesti squarci nella edizione della _Guerra del
Vespro_, Firenze 1851, Documento XXX, p. 588 a 597. Il trattato era
stato pria tradotto in francese da M. De Sacy.

LXX. =Ibn-Konfûd= (Abu-l-Abbâs-Ahmed-ibn-Hasan-ibn-Ali-ibn-Khatîb) nel
XIV secolo dettò la _Farisîa_ ec., ch'è parte annali e parte cronica
della dinastia hafsita di Tunis. Alcuni squarci ne ha pubblicato M.
Cherbonneau, professore d'arabico a Costantina, nel _Journal Asiatique_,
IV série, tomo XII, XIII e XX, con utilissime note. Tolgo dal detto
Giornale il testo relativo a due imprese di Cristiani sopra le Gerbe e
Mehdia nel 1284. Questa e la precedente opera son messe fuori
dell'ordine cronologico, non appartenendo propriamente alla storia dei
Musulmani di Sicilia; ma come danno ragguagli su la storia di Sicilia
dei tempi susseguenti, così non mi è parso di trascurarle.



LIBRO PRIMO.



CAPITOLO I.


Dai primi tempi della storia infino a noi molte genti straniere vennero
a calpestare il suolo della Sicilia: Cartaginesi, Vandali, Goti,
Bizantini, Alemanni, Francesi, Spagnuoli, a vicenda fecervi guerra,
guastarono, messer su novelle dominazioni e poi dileguaronsi lasciando
poche vestigia di sè. Tra tanti rivolgimenti superficiali quattro
conquisti mutarono radicalmente il paese: che furono il greco, il
romano, il musulmano e il normanno, o meglio direbbesi italiano. Le
colonie doriche e ionie, nell'ottavo secolo innanzi l'era volgare, si
insignorivano della Sicilia tra per la forza delle armi e
dell'intelletto; vi recavano loro schiatta, genio e linguaggio;
dirozzavano gli antichi abitatori, gente italica la più parte e avanzo
di varii popoli orientali; facean lieta l'isola di città, di monumenti,
di colti, di popolazione; fondavano Stati da rivaleggiare con quei della
madre patria; correano, come li portava lor mobile natura, or alla
libertà or alla tirannide: tra i quali continui travagli fiorirono nella
Sicilia greca i più nobili e profittevoli esercizii degli uomini; e
nacquervi, ad onor della umanità, Teocrito, Empedocle, Archimede. Il
soldato romano poi che uccideva Archimede simboleggia pienamente il
secondo conquisto, il quale, con effetto contrario a quel che si vide
nelle altre province, in Sicilia distrusse più che non fondasse. Ma
nell'ottavo secolo dopo la nascita di Cristo, seguì il terzo
rinnovamento della Sicilia, per opera dei Musulmani, i quali avean tocco
l'apice di lor subita civiltà; e riforniron l'isola di colonie arabiche
e berbere; vi portarono altra religione, leggi, costumi, lingua,
letteratura, scienze, arti, industrie, virtù militare e genio
d'independenza; in guisa da ritrarre, se non il raffinamento e
splendore, al certo l'attività dei tempi greci. Breve del resto il
dominio musulmano, nè arrivò a compiere la assimilazione degli abitanti
che avea trovato nell'isola. Sfasciandosi da un canto la società
musulmana in Sicilia come per ogni luogo, e spuntando dall'altro canto
la novella nazione italiana, questa trovò, come per caso, la insegna di
ventura, gli egregii esempii d'ardire e gli ordini di guerra dei
Normanni: talchè, verso la fine dell'undecimo secolo, passò il Faro
sotto la bandiera di quelli; ripigliò la Sicilia, che le appartenea per
ragione di geografia e di schiatta; si aggregò le popolazioni cristiane
rimastevi, e raccolse i frutti delle proprie e delle altrui virtù.
Perchè, sendo pochi i Normanni che le aveano insegnato a vincere, e ad
ordinare lo Stato, la nazione italiana, per la ineluttabile maggioranza
del numero, assorbì quella forte schiatta, in guisa che a capo d'un
secolo ne rimasero appena i nomi di alcune famiglie. Quanto ai
Musulmani, parte si dileguò nel seno della società italiana di Sicilia,
parte emigrò o fu mietuta dalle spade cristiane. Ed intanto si era
mandata ad effetto, sotto gli auspicii del nuovo popolo, l'opera
cominciata dagli Arabi quattrocent'anni avanti: la Sicilia tornata a
potenza e splendore primeggiò per tutto il duodecimo secolo tra le
province italiane; s'insignorì delle parti meridionali della Penisola; e
sparse in terraferma molti semi di quel mirabile incivilimento della
comune patria nostra che pose termine al medio evo.

La storia delle colonie musulmane di Sicilia, ch'io mi son proposto di
scrivere, comprende i due detti conquisti, arabo e normanno, le
conseguenze dei quali son visibili infino ai nostri giorni. Principierò
con ritrarre le vicende della Sicilia innanzi la venuta degli Arabi,
l'origine dello impero musulmano e le condizioni della sua provincia
d'Affrica: e ciò darà argomento al primo libro. Nei tre seguenti
tratterò la dominazione dei Musulmani su l'isola; nel quinto il
conquisto normanno. Nel sesto libro finalmente discorrerò la condizione
dei vinti e i fatti ai quali parteciparono sino alla metà del
decimoterzo secolo; quando gli ultimi avanzi loro furono trapiantati di
Sicilia in Puglia, e la civiltà italiana tramutò ancor sua sede, prima
dall'isola alle parti meridionali della terraferma, e poi, fuggendo i
capricci dei re, alle gloriose repubbliche ch'eran surte tra il Tevere e
le Alpi.

La decadenza della Sicilia greca era cominciata, come avvenir suole,
prima della distruzione di sua potenza politica. Le città più grosse,
straziandosi in guerra tra loro e ciascuna dentro da sè stessa; snervate
dal lusso, ch'è figlio di civiltà ma uccide la madre; e logore, sopra
ogni altra cagione, da tre secoli di guerra continua contro Cartagine,
presto soggiacquero alla rozza vigoria di Roma (anni 241-210 avanti
l'era volgare). Roma usò e abusò gli avvantaggi dell'acquisto; il primo
che facesse fuor la Penisola e fin allora il più ricco. Abbattuta tanto
più agevolmente Cartagine quanto l'aveano stracca le guerre con la
Sicilia; fatto scala di quest'isola ad altre imprese nel Mediterraneo;
accattate da lei le prime dolcezze della cultura intellettuale e del
viver dilicato, i vincitori non si saziarono che non divorassero la
provincia. La chiamarono granaio del popol romano, e sì vollero farne un
gran podere e nulla più. Per un verso o per un altro incominciò il suolo
siciliano a divenire proprietà pubblica di Roma o privata dei nobili;
incominciarono a formarsi in Sicilia come in terraferma i latifondi, che
rimasero a proprietarii romani o d'altre parti d'Italia infino al
settimo secolo, nè sparvero che al conquisto musulmano. Ma infin dal
principio della dominazione romana vasti tratti di terreno si tennero a
pascolo; prima degradazione, che si accrebbe affidandosi gli armenti a
schiavi marchiati in fronte, ignudi o coperti di ruvide pelli; i quali
armati di mazze, spiedi e bastoni, a due, a tre, poi a frotte, si davano
a ladronecci per campar la vita; poichè i padroni lor davano, in luogo
di salario o vitto, la impunità dei misfatti.[107] Da un'altra mano i
cavalieri romani, o, come or diremmo, i cittadini della classe di mezzo,
presero in fitto molte terre dell'isola per coltivarle con le braccia
d'altri schiavi marchiati, incatenati, chiusi negli ergastoli la notte,
menati al lavoro con la sferza.[108] A tal empio sistema d'industria
agraria si aggiunse la enormità delle gravezze, che prendeano il quarto,
come si crede,[109] del ritratto delle terre, senza contare i balzelli
su le altre arti e commercii.

Così arricchiti subitamente i pochi intraprenditori stranieri, rovinati
gli indigeni che non godeano i medesimi privilegii di dritto o di fatto,
ne doveano seguitare due mali: che la proprietà ogni dì più che l'altro
si tramutasse in man dei Romani, e che andassero a precipizio le
industrie cittadinesche e sì il commercio con gli altri popoli fuorchè i
dominatori. Dal peso e dalla vergogna del giogo nascea quella
disperazione universale, che al certo attizzò la prima guerra servile
(a. 134-132 av. l'e. v.), e che spinse alla seconda (a. 103-101 av. l'e.
v.) non poche popolazioni libere. Pur coteste guerre avevano origine da
più antica e profonda iniquità di cui non erano innocenti i cittadini
greci di Sicilia. Gli schiavi di tante lingue congregati nell'isola, e
forse gran parte siciliani, dopo lungo alternar della fame con la
rapina, della abiezione con gli omicidii, si risovvennero della dignità
umana, e invocando il cielo che credeano la dovesse vendicare, si
adunarono nei più rinomati santuarii, nel tempio di Cerere ad Enna o
dinanzi i tremendi altari dei Palici; bandirono la naturale uguaglianza
degli uomini; e valorosamente la sostennero con le armi, aiutati più o
meno dai cittadini, finchè Roma, che s'intendea meglio di quella
ragione, li vinse e sterminò. E mossa dalla prudenza che accompagnava la
ferocità sua, l'aristocrazia romana volle rimediare con leggi che
rendessero più sopportabile la condizione dei Siciliani: ma non giovò,
perchè tal minuta giustizia non troncava la radice del male, e
d'altronde non si osservava, per essere elusa e soffocata a Roma dalla
prepotenza dei grandi. Già la patria era perduta; già i migliori
disperavano di lei. Diodoro, che fiorì l'ultimo tra i sommi ingegni
della Sicilia greca e fu il primo scrittore dell'antichità che
abbracciasse la storia universale, Diodoro, dopo trent'anni di viaggi e
lungo soggiorno a Roma (verso l'anno 45 av. l'e. v.), par sì rassegnato
alle sventure della Sicilia, che accettava come vera guarigione un
sollievo passeggiero dovuto alla umanità del pretore Asillio. Nè volgare
animo ebbe lo storico siciliano, nè poco amore per la patria; ma
vedendola perire, par ch'ei se ne confortasse con le ineluttabili leggi
dell'umanità che gli lampeggiavano alla mente, e con risguardare ormai
il genere umano come unica famiglia, e il popol romano come capo di
quella.[110] Dopo la morte di Diodoro seguirono le ultime guerre civili
dei dominatori, che fecero campo di battaglia la Sicilia (a. 43-35 av.
l'e. v.), e sì la straziarono, che consunta com'essa era dalle cause
economiche e morali, non potè risorgere; le antiche e nuove piaghe
scoprironsi di un subito. La popolazione delle cittadi scemò
orribilmente; moltissime rimasero vôte d'abitatori; abbandonata gran
parte dei colti: la terra di Cerere, sì cupidamente presa dai Romani, si
era sfruttata nelle mani loro.[111]

Chi abbia mai percorso le splendide memorie della Sicilia greca, o
soltanto abbia notato gli avanzi di quella prosperità nelle orazioni di
Cicerone contro Verre (a. 70 av. l'e. v.) crederà a stento lo squallore
che ingombrò il paese verso il principio dell'era volgare. Pur ne son
prova i provvedimenti di Augusto, necessitato ad ovviare alla rovina di
parecchie città, e l'espresso attestato di Strabone, uom greco,
contemporaneo, sciente delle cose di Sicilia, non sospetto di esagerarne
le calamità per calor poetico dell'animo. Cominciando dal lato di
levante Strabone trovava sol quattro città: Messina, Taormina, Catania,
Siracusa; notando che le ultime due fossero state di recente ristorate
da Augusto, e Siracusa ristretta a minore spazio presso la penisola
d'Ortigia, in vece dello antico giro di centottanta stadii, troppo ormai
agli abitatori.[112] Su la costiera meridionale, continua il geografo,
v'ha Agrigento e Lilibeo e il rimanente delle città al tutto rovinate e
deserte; nè la settentrionale abbonda di popolazione, ancorchè la si
estenda più che le altre due, e vi si veggano Alesa, Tindaro, Cefalù,
Palermo colonia romana, e lo Emporio Segestano. Delle città dentro terra
ei va nominando Etna, Centorbi ristorata altresì da Augusto, Erice col
magnifico tempio scarso ormai di sacerdoti, Enna designata sol come
fortezza, Lentini che andava a male; e le altre abbandonate tutte e date
ad abitare a pastori. Spaventevole ragguaglio confermato coi nomi delle
principali città distrutte, e col dire della grande fertilità del suolo,
ma che i prodotti di quello, grani, miele, zafferano, bestiame, pelli,
lane, tutto portavasi a Roma, fuorchè quel poco, son le parole di
Strabone, che si consuma nell'isola. A compiere il quadro egli accenna
alle antiche guerre servili che più o meno ripullulavano, e che ai suoi
tempi un Seleuro che si dicea figlio dell'Etna, avesse levato eserciti e
tenuto una parte del paese, ma poi vinto e condotto a Roma, aggiugne
romaneggiando il geografo greco, ognun l'ha veduto nel circo, esposto in
cima a un gran catafalco in figura dell'Etna, il quale aprendosi,
com'era congegnato, lasciò cadere il ribelle nelle gabbie delle
fiere.[113]

Ma la rivoluzione che oppresse la libertà di Roma, temperò anco i
soprusi dell'aristocrazia romana nelle province; tendendo il principato
a ragguagliar nella comune obbedienza tutte le classi dei cittadini, e
tutte le parti del territorio. Per questo mutato ordine di cose, la
Sicilia, come alcuni altri paesi, respirò alquanto; anche mercè i pronti
e materiali soccorsi di Augusto ricordati di sopra; limosina la quale
dovea accorare i Siciliani più che confortarli, e continuò, per maggior
onta, sotto Tiberio e Caligola, da cui fu riedificato alcun monumento
dell'isola. Succeduta poi una serie di buoni principi, che fecero
dimenticare, con unico esempio nella storia, i vizii del potere
assoluto, la Sicilia convalescente arrivò a partecipare di quella
prospera mediocrità universale dell'impero romano: parecchi villaggi
ingrossati presero il luogo delle città ch'erano distrutte ai tempi di
Strabone, e alcuna di queste risorse, o così potè dirsi, perchè un pugno
di gente tornava ad abitar tra le rovine. Provan ciò le opere di Plinio
e di Tolomeo, e l'Itinerario d'incerta epoca che porta il nome di
Antonino: scritti che tornano a un dipresso alla prima metà del secondo
secolo. E in vero l'Itinerario accenna novelle stazioni di posta
istituite recentemente, e i due geografi, con poco divario l'uno
dall'altro, danno una lista di città il cui numero è quadruplo di quel
di Strabone e metà di quel che si rinviene appo Stefano Bizantino,
erudito di tempi più bassi, che spigolò negli antichi scritti dei
Greci.[114] Le quali cifre ancorchè vadan prese ad arcata per la poca
esattezza di coteste compilazioni, pur vi si raffigura il precipizio
della Sicilia negli ultimi tre secoli che precedettero l'era volgare, e
lo scarso ristoro nei primi due secoli che la seguirono.

Scarso ristoro e non durevole; perchè indi cominciò la decadenza
universale dell'impero; perchè l'Italia si trovò peggio che le altre
province per lo flagello dei latifondi e degli schiavi di che eran
pieni; e perchè la Sicilia, divenuta del tutto italiana, fu afflitta più
che la Penisola, per essere caduta una parte maggiore delle sue terre
nelle mani dell'aristocrazia di Roma. A tal disordine sociale non
bastavano a riparare nè la prudenza di Augusto, nè la benevolenza degli
Antonini, nè l'equa amministrazione della giustizia, nè la bene ordinata
azienda. Pertanto riapparvero gli antichi sintomi nel terzo secolo; e
tra quell'universale scompiglio, che suol chiamarsi l'epoca dei trenta
tiranni, divampò nell'isola una novella guerra servile[115] (a. 259).
Spenti altrove i piccioli tiranni, posata la commozione sociale
dell'isola, continuò in tutta Italia l'abbandono dell'agricoltura,
continuò lo spopolamento, non ultima cagione delle invasioni dei
Barbari. Diocleziano prolungò alquanto la vita dell'impero. Poi la sede
passò a Costantinopoli (a. 330); ripassò in Italia alla divisione (a.
395) nella quale la Sicilia appartenne all'impero d'Occidente: ma che
potea ormai nuocere o giovare un mero mutamento di forme amministrative
alla provincia arsa ed annichilita?

Delle incursioni dei Barbari settentrionali avrò poco da dire.
Comparvero la prima fiata in Sicilia quando appena potean temersi ai
confini estremi dell'impero. Sotto il regno di Probo, una mano di
Franchi, vinti nelle Gallie e trasportati in riva al Mar Nero,
trovandovi un'armatetta romana, se ne impadroniano con disegno di
tornarsene in Ponente; e nell'arrisicato lor corso dal Bosforo allo
stretto di Gibilterra, per necessità e vendetta, saccheggiavano molti
luoghi delle costiere, e, tra gli altri, piombati sopra Siracusa, le
dettero il guasto, vi fecero una carnificina, e salvi si ridussero
finalmente alle Bocche del Reno[116] (a. 278).

Dopo quel turbine passeggiero, consumata la rovina dell'impero
occidentale, Alarico, come ognun sa, morì a Cosenza quand'era in punto
di assaltare la Sicilia (a. 410); ma Genserico osteggiò Palermo, prese
Lilibeo (a. 440), e, sconfitti i suoi Vandali da Ricimero presso
Girgenti (a. 456), dopo avere più tosto depredato che occupato l'isola,
cedettela per trattato ad Odoacre (a. 476), ritenendo solo il Lilibeo
come vedetta da custodire il suo novello reame di Affrica. Odoacre poi
regnò su la Sicilia per quattordici anni; del quale ci resta il
documento d'una concessione di terre presso Siracusa,[117] e prova
com'ei prendesse nell'isola quella che si chiamò la parte dei Barbari.
Del resto gli Eruli non passaronvi mai; forse non vi mandarono che
qualche picciol presidio: a tale debolezza era condotta la Sicilia! Così
ancora, vinto Odoacre dagli Ostrogoti, la si diè quetamente a Teodorico;
a persuasione di Cassiodoro, ed a condizione che le città e i campi
fossero salvi dalla licenza dei vincitori, dei quali sol venisse
nell'isola quel tanto che bastava a munir le fortezze principali.
Teodorico, resse l'isola assai più umanamente che i suoi predecessori
barbari e non barbari; ma non potè far che si dimenticasse l'origine
sua, nè l'eresia ariana ond'era infetto: sì che un semplice romito di
Lipari, alla morte del re affermò averlo veduto strascinare all'isoletta
di Vulcano, scinto, scalzo, con le mani legate al dorso, ghermito dalle
ombre invendicate di papa Giovanni e del patrizio Simmaco, che il
precipitarono nel cratere ardente.[118]

Tal nimistà nazionale e religiosa, comune a tutta l'Italia, fe' cadere
il regno dei Goti, non guari dopo la morte di Teodorico, e spianò la
strada alla dominazione bizantina, che parea meno straniera e che fu
portata da Belisario, capitano degno al certo dei tempi più gloriosi di
Roma. Dopo l'Affrica, e prima della terraferma d'Italia, Belisario
conquistò la Sicilia entro poche settimane, con diecimila uomini al più,
per la connivenza degli abitatori: ebbe Catania per un colpo di mano;
Siracusa e altre città a patti; Palermo sola per ostinata battaglia; e
tornato a Siracusa, capitale dell'isola, entrovvi in trionfo (a. 535),
spargendo monete d'oro su la plebe, che potea credere in vero ristorato
l'onor di sua nazione, sentendo parlar greco e latino tra i vincitori.
La breve guerra di Totila (a. 549-551 ) fu l'ultima incursione dei
Barbari settentrionali in Sicilia; i quali non l'avevan tenuto più che
ottant'anni; non vi avean posto colonie militari, non vi lasciarono nè
progenie, nè istituzioni, nè alcun vestigio. Indi il governo bizantino
quetamente ricominciò nell'isola tutti gli abusi del romano, del quale
riteneva il nome e le forme; e per un secolo intero che corse dal
conquisto di Belisario al regno di Costanzo, la storia di Sicilia non ha
altro fatto notabile, che la mutata natura dei legami tra l'isola e la
terraferma d'Italia.

La popolazione siciliana per otto secoli avea tenuto tal consuetudine
con quella dell'Italia centrale, qual se l'isola si fosse venuta a porre
alle foci del Tevere: tanta era la frequenza dei negozii attenenti al
governo, ai commercii, e un tempo agli studii liberali, poi alla
religione; sempre e più che ogni altra cosa alla cultura delle terre. Le
irruzioni degli stranieri infino a Totila nulla mutarono a questo ordine
di cose; avendo l'isola con rurale docilità seguíto le sorti della
terraferma, nella quale tutti i vincitori vennero a stanziare. Ma nel
sesto secolo, il conquisto bizantino e il longobardo, accaduti con sì
breve intervallo, scomposero que' legami. Il primo trasferì a
Costantinopoli i negozii dipendenti dal governo, ch'erano molti, e
importantissima tra quelli l'amministrazione dei poderi della Corona. Il
secondo (a. 568-575) divise l'Italia in due parti, una dei vincitori,
l'altra dell'impero bizantino; la quale si componea delle isole e di
brani in terraferma frastagliati a caso come da tremuoto: la punta cioè
della Penisola; alcune strisce di costiera qua e là sovr'ambo i mari;
nel centro, Roma con varii pezzi di territorio infino all'Adriatico. Or
la parte soggiogata dai nuovi Barbari si trovò naturalmente in guerra
col governo bizantino; e più grave effetto era su l'animo d'ogni uom
romano il terrore di quegli atrocissimi principii della dominazione
longobarda; il macello dei maggiori cittadini, lo spogliamento delle
facultà, la profanazione delle chiese, le persecuzioni e sovente il
martirio degli ortodossi per man di quegli eretici ariani e dei loro
ausiliari idolatri; gli ordini civili distrutti; gli abitatori degradati
da ingiuriose leggi; la più parte fatti servi o poco manco. Pertanto
ogni comunicazione si chiuse tra la Sicilia e le misere regioni stanza e
preda dei Barbari. Al contrario mutaronsi poco o nulla i rapporti
materiali della Sicilia coi paesi rimasti al nome bizantino, e i morali
si strinsero ed accrebbero. E ciò intervenne per cagion dei molti
Italiani che si rifuggivano nelle isole; per la fratellanza che spirava
la comune oppressione di tutte le province occidentali dell'impero; e
sopratutto per procaccio dei papi, che ormai aveano acquistato
grandissimo séguito in Sicilia.



CAPITOLO II.


A creder le pie leggende locali, il cristianesimo ebbe precoci e
splendidi principii in Sicilia. San Pietro, dicono, s'affrettò a
mandarvi d'Antiochia (a. 44) i primi vescovi: Marciano a Siracusa,
Pancrazio a Taormina. Vennero pochi anni appresso, Berillo a Catania,
Libertino a Girgenti, Filippo a Palermo, Bacchilo a Messina. I quali
tutti perseguitati e persecutori, abbattono tempii pagani, rintuzzano
oracoli, uccidono dragoni; Marciano, ascoso nei laberinti sotterranei
della capitale, vi compone un altare con l'effigie della Vergine ed è
strangolato da' Giudei; Maria e Teja incontrano alsì il martirio a
Taormina per serbar castità; e presso lor tombe s'innalza il primo
monistero di donne dell'orbe cristiano. Cotesti racconti, ancorchè
accettati alla rinfusa nei libri della corte di Roma, furono messi in
forse pei principii del decimottavo secolo, da due grandi eruditi
siciliani, Giambattista Caruso e Giovanni di Giovanni.[119] Agli
argomenti loro parmi da aggiugnere, che gli Atti degli Apostoli,
narrando sì minutamente il viaggio di San Paolo a Roma (a. 61 ) e
com'egli fosse soprastato per tre dì a Siracusa,[120] non fan parola,
secondo lor costume, di correligionarii o amici trovati in quella città;
donde al certo non si confermano i fasti di San Marciano. Volgendoci a
un altro ordine di critica, basta accennare che le tradizioni dette
ripugnino ai fatti generali della storia ecclesiastica del primo secolo;
che ci si vegga la gerarchia, non del primo ma del quinto o sesto
secolo; anche passando sotto silenzio quel monastero di suore e culto
d'immagini. La ignoranza poi di chi scrisse le leggende chiaro apparisce
dalla poca o niuna parte che vi si dà a San Paolo, massimo propagator
del vangelo nelle schiatte greca e latina.

Egli è probabile che non dall'Oriente ma da Roma venissero in Sicilia i
semi del cristianesimo; nè pria delle persecuzioni di Nerone. Del
rimanente si può accettare dalle leggende l'itinerario della nuova fede
nell'isola, correggendovi sì la cronologia e gli episodii; perchè quel
cammino non discorda dalle condizioni dei Siciliani nel primo secolo, e
perchè d'altronde si sa come le agiografie contengan sempre, tra molta
lega, un po' di buon metallo, e rispettino sopra ogni altra cosa la
verità delle notizie geografiche. Il cristianesimo fu, in origine,
l'incivilimento degli oppressi; ma non tutti gli oppressi n'erano capaci
allo stesso modo. Dovea precorrere alla grossiera fede del volgo lo zelo
di spiriti convinti o innamorati: e però in Sicilia quelle speculazioni
metafisiche, quei peregrini principii di morale, quella tendenza
d'associazione e di carità, non poteano esser compresi che nelle città;
dovean trovare accoglienza tra i sottili ingegni greci, prima che nella
gente latina più tenace alle realità; doveano durare grandissima fatica
a penetrar quella mista e insalvatichita popolazione rurale. I pochi
cristiani dell'isola, non vinta per anco la forza d'inerzia delle masse,
ebbero a combattere le forze vive del principato, dell'aristocrazia e
dei dotti; le quali, vedendosi ormai minacciate dalla nuova potenza che
sorgea nel mondo, fecero ogni opera ad abbatterla. Indi per gran tratto
del terzo secolo e nei primi anni del quarto, scorreva in Sicilia il
sangue dei martiri. Si illustravano allora i nomi, rimasti sì popolari,
di Agata, Lucia, Ninfa, Euplio e molti altri; Lentini, culla un tempo
della rettorica greca, si rendea celebre per la eroica costanza e numero
dei cristiani. Nel medesimo tempo altri discendenti de' Sicelioti si
fortificavano nel culto nazionale di Cerere o di Venere Ericina, con gli
argomenti di Porfirio, capitato nell'isola per osservare l'Etna e
fattovisi a scrivere (verso il 270) un trattato a difesa del paganesimo.
Il filosofo Probo da Lilibeo, che visse in quella età, e i molti
discepoli ch'ebbe Porfirio nel suo lungo soggiorno in Sicilia,
combatterono insieme con lui questa guerra neoplatonica contro il
cristianesimo: e i sofismi loro tornarono vani al par che i supplizii a
fronte del principio morale dei novatori. Posate le persecuzioni;
succeduto alla tolleranza il favore del governo, e al favore uno
impetuoso zelo, la più parte dell'isola confessava la fede di Cristo. I
sanguinarii editti di Teodosio poi accrebbero per forza il numero dei
proseliti; fecero chiudere gli ultimi tempii pagani; e pur non bastarono
a sradicare le antiche superstizioni della popolazione rurale. Infino
agli ultimi anni del sesto secolo, che appena si crederebbe, se ne
scoprono le vestigia in Sicilia, come in Sardegna; poichè le epistole di
San Gregorio fan parola di idolatri che il vescovo di Tindaro durasse
fatica a convertire, e di schiavi pagani, comperati dai Giudei di
Catania per iniziarli a lor setta.[121]

Insieme con la Chiesa Siciliana già adulta, emerse, ai tempi di
Costantino, la gerarchia. Ebbe al certo origine popolare in Sicilia come
per ogni luogo; ebbe stretto legame con la gerarchia di Roma per la
consuetudine che passava tra i due paesi: legame di fraternità sotto la
persecuzione, poi di riverenza, infine di soggezione, quando l'ordine
ecclesiastico s'informò dall'ordine amministrativo dell'impero. Pertanto
fin dai principii del quinto secolo veggiamo chiaramente il vescovo di
Roma far da metropolitano nell'isola; consecrare i vescovi di quella;
scrivere loro direttamente per gli affari di disciplina; chiamarli a
sinodo a Roma; dar licenza per la dedicazione delle basiliche; delegare
or uno or un altro all'esercizio di sua giurisdizione nelle cause
ecclesiastiche; provvedere alla visitazione delle chiese: il quale
ordinamento non fu mutato che nell'ottavo secolo, come innanzi diremo.
La riverenza del vescovo di Roma in Sicilia s'accrebbe necessariamente a
misura che quel s'inalzava alla supremazia ecclesiastica in Occidente, e
che i conquisti dei Barbari lo rendevano protettore di tutto il clero
occidentale. E la Chiesa Siciliana seguì senza contrasto tutte le
dottrine e riti di Roma: fu provincia quieta ancorchè non ignorante;
ausiliare fedele della metropoli, ancorchè non vi sia nato alcuno
scrittore di primo ordine nè ortodosso nè eretico. Il clero non par sia
stato irreprensibile; del resto non numeroso nè turbolento: pochi al
certo i monaci, di regola forse basiliana; e vi si aggiunse una colonia
di Benedittini a Messina, se pur v'ha questo di vero in una leggenda che
ci occorrerà di esaminare nel quarto capitolo di questo libro.[122]

Ma un altro vincolo fortissimo avvinse la Sicilia al papato in quei
bassi tempi; e fu la proprietà territoriale, avanzo dei vasti patrimonii
acquistati dai cittadini romani tra con le arti di Marcello e di Verre,
o raggranellati ora per gli sforzi d'onesta industria, or con l'usura.
Non prima fu lecito alle chiese di possedere beni, che lo zelo dei nuovi
convertiti, l'artifizio del clero datosi ad avviluppare le coscienze in
una rete inestricabile di peccata, il baratto dei perdoni, l'assiduità
al letto di morte sopra animi stemprati dalla infermità agitati da tante
paure, la confusione delle opere di pietà con le opere di carità, la
eloquenza e dottrina fatte retaggio esclusivo del sacerdozio; tutti
questi potenti motivi, moltiplicarono le donazioni e i lasciti pii: e
più dopo la occupazione dei Barbari, quando i beni mondani de' vinti
divennero sì precarii e sì rinvilirono. Così furono largheggiati alle
chiese italiane vasti tratti di terreno in Sicilia, che nel linguaggio
dei tempi si chiamavano fondi o masse. La Chiesa di Milano nel sesto
secolo possedea nell'isola un patrimonio di questa fatta;[123] un altro
n'ebbe la Chiesa di Ravenna;[124] ed uno di gran lunga più dovizioso la
Chiesa di Roma, che d'altronde tenea tanti altri poderi in tutta Italia
e fuori. Al dir di papa Adriano I, il patrimonio di Sicilia proveniva da
donazioni non meno d'imperatori che di privati. Vaste erano le
possessioni e sì sparse in tutta l'isola, principalmente presso
Siracusa, Catania, Milazzo, Palermo, Girgenti, che talvolta i vescovi di
Roma preposero all'amministrazione due rettori che sedeano a Siracusa e
a Palermo, come al tempo antico i questori nelle due province,
siracusana e lilibetana. Del rimanente un autore bizantino della fine
dell'ottavo secolo fa montare il ritratto in Sicilia e in Calabria a tre
talenti e mezzo d'oro,[125] classica e incerta cifra statistica. I
poderi, come ogni altro dell'isola, si coltivavano da conduttori e
rustici, delle quali condizioni di persone tratteremo a suo luogo;
notando sol qui che la Chiesa Romana riscuoteva una tassa nei matrimonii
dei suoi rustici: strano transatto tra l'antica ragione che avea negato
il nome di matrimonio ai congiugnimenti degli schiavi, e la nuova fede
che costituivali in sacramento. Molte altre orribili avanie anco
pativano i conduttori e rustici della Chiesa; avanie forse comuni a
tutta la popolazione rurale della Sicilia, e per lo più aggravate dalla
negligente amministrazione di mano morta, com'oggi ben si chiama.[126]
Così fatti abusi furono mitigati da San Gregorio al tempo di cui
dicevamo in su la fine del capitolo precedente, ed al quale convien che
torni la narrazione.

La chiesa di Roma non si potea sottomettere di queto ai Longobardi,
flagello della gente latina, e, oltre a ciò, incapaci ad occupare tutta
la Penisola com'avean fatto i Goti. Donde, invece di piaggiare i nuovi
Barbari, dovea la Chiesa far opera a scacciarli con le armi che fosse in
poter suo di muovere, le bizantine cioè e le italiane; dovea rinforzare
le bizantine con la riputazione sua in Italia e fuori. Sopratutto, non
bastando l'impero a difendere Roma minacciata dai Longobardi e dalla
fame, dovea la Chiesa salvar dassè sola la città eterna, le cui
tradizioni politiche e religiose faceano aspirare il vescovo al primato
in Italia e in tutta cristianità.

Così fatto intento, consigliato al paro dalle passioni e dagli
interessi, ma debolmente procacciato dai papi nei primi venti anni del
conquisto longobardo, par che infiammasse l'animo di San Gregorio. Uomo
di illustre sangue, grande avere, illibati costumi, indole gentile
inchinata alla mestizia, dotta a mo' dei tempi ancorchè nemico della
letteratura classica che gli puzzava di paganesimo, facile scrittore
ancorchè inelegante, pronto parlatore, posato e robusto ingegno,
perseverante, saldo nei proponimenti, pieghevole nei mezzi, operoso,
insinuante, sottile ricercatore dei fatti altrui, buon massaio dei
denari ma non per sè stesso, caritatevole e liberale con accorgimento
anzi con astuzia, destro a usare le altrui debolezze e fino gli altrui
vizii, ma a buon fine; e pieno il generoso petto di giustizia, di
umanità, di religione e di zelo per la Chiesa di Roma: i quali
sentimenti diversi gli pareano un solo; sì che in ultimo lo zelo
ecclesiastico predominò e soffocò tutti gli altri quando gli si
opponeano. Gregorio, primo del nome tra i papi, santo nel calendario
romano e grande nella storia, fu specchio di virtù cristiana con quelle
macchie di ruggine connaturali per la umana debolezza a tal virtù, le
quali crescendo in certi tempi e in certi luoghi hanno occupato e guasto
tutto il terso metallo; e n'è nata la bruttura che si chiama volgarmente
gesuitismo. Gregorio, pria che il pontificato lo abilitasse a mandar ad
effetto il disegno politico che accennai, disperando della vittoria,
volle apparecchiare, com'e' parmi, un sicuro asilo alla Chiesa ortodossa
di Roma e d'Italia. La virtù delle armate bizantine e il genio dei
Longobardi, alieno sempre dalle cose del mare, gli designarono a ciò la
Sicilia.

Donde, lasciato appena l'uficio municipale di prefetto per cercare più
certa via di potenza in un chiostro di Roma (a. 575), Gregorio fondava
del proprio sette monasteri: uno in quella città e sei in Sicilia. Tal
disuguaglianza di liberalità non può apporsi a capriccio. Sendo Gregorio
nato a Roma, di famiglia romana e amorosissimo dei concittadini suoi che
viveano in necessità e angustie spaventevoli, si è cercato di spiegare
il fatto in varii modi. Altri ha imaginato ch'ei possedesse beni
nell'isola, il che non pare, nè basterebbe. Altri che Silvia sua madre
fosse siciliana,[127] il quale supposto è gratuito al par che
insufficiente a sciogliere l'enimma. A me pare che il bandolo si trovi
negli scritti di San Gregorio stesso. Non prima esaltato al pontificato,
lo veggiamo provvedere con estrema sollecitudine che si raccogliessero a
Messina i frati calabresi testè cacciati in Sicilia da un novello romore
d'armi longobarde; i quali andavano per l'isola miseri e vagabondi.[128]
Ora ognun sa che più numero assai di Italiani s'era rifuggito in Sicilia
parecchi anni innanzi (a. 576), quando i Longobardi corsero le province
di mezzo della Penisola; nel quale scompiglio i chierici recaron
secoloro gli arredi delle chiese che poi non voleano rendere:[129] e non
è mestieri di citazioni per provare quanta povertà straziasse tutti
quegli esuli. Però San Gregorio non potea largire le proprie facultà in
opera più caritatevole, nè più utile all'Italia e a Roma stessa, che di
aprir loro un ospizio. Quella mente, in quella età, non poteva imaginare
altro ospizio che il monastero. I sei che ne fondò bastavano a
ricettare, se non tutti gli esuli, almeno i più degni e capaci a
disciplinare e agguerrire questo nodo di frati che combattessero su i
dubbii confini della religione e della politica; tenessero in Sicilia
una propaganda romana contro la sede di Costantinopoli, la quale attraea
le popolazioni di linguaggio greco; apparecchiassero séguito alla Chiesa
di Roma, venendo alla dura estremità di riparare in Sicilia cacciata dai
Barbari; e potessero in fine, secondo gli eventi, ripassare in
terraferma a gridar la croce contro gli Ariani. San Gregorio mentr'era
privato, com'ei pare, coltivò a questo medesimo intento l'amistà di
ragguardevoli famiglie siciliane.[130]

E quand'egli, sforzato o forse secondato dallo amor dei Romani, salì
alla cattedra di San Pietro, il disegno su la Sicilia si allargò, come
tutti gli altri della sua mente. Non è del mio subietto discorrere di
quanto momento fosse stato questo gran Romano sul secol suo con le
azioni e con gli scritti; nè ricorderò la conversione di popoli lontani;
la riverenza e terrore della religione aumentati; l'autorità civile
arrogatasi tra per la influenza che gli usi dei tempi davano ai vescovi
e per la lontananza e impotenza dell'impero bizantino; il nome della
sede romana esaltato; le arti assiduamente adoperate a ciò or con animo
sincero, or con malizia: la morale, cioè, la filosofia, la teologia, la
disciplina e ambito del clero, la solenne liturgia, il grave canto, le
leggende superstiziose; senza lasciare intentato veruno argomento che
potesse scuotere l'intelletto, cattivare l'animo, illudere i sensi.
L'effetto generale del pontificato di San Gregorio fu che, aspirando al
primato spirituale, ei si accostò necessariamente alla dominazione
temporale; dove più dove meno secondo gli ostacoli. Così a Roma e
nell'Italia di mezzo il patrocinio suo con l'andare dei tempi divenne
principato. Così in Sicilia l'influenza ch'ei volle esercitare ebbe men
libero campo, e nondimeno lasciò tante vestigia che i papi, molti secoli
appresso, con quella loro prodigiosa tenacità, si provarono a mutarla
anche in signoria. L'influenza di San Gregorio in Sicilia passò al certo
la più larga misura che potesse darsi al primato ecclesiastico, e si
volse a due particolari intendimenti. Un fu lo antico, rincalzato ed
esteso, cioè di render la Sicilia cittadella del clero italiano, nella
quale il papa fosse padrone degli animi, poichè i corpi li tenea
l'impero bizantino. L'altro intendimento sembra di cattar favore, perchè
l'amministrazione del patrimonio papale, secondata dai governanti, dagli
ottimati e dall'universale, rendesse maggior frutto, da sovvenirne
largamente il popol di Roma, chè meglio si difendesse dai Longobardi e
sempre più s'affezionasse ai papi.

Quanto premessero a Gregorio le cose di Sicilia si scorge dalla prima
epistola che ci rimane di lui per la quale provvide a far adunare ogni
anno i vescovi dell'isola a Siracusa o Catania.[131] Seguiron da presso
un'altra ad amici suoi siciliani,[132] una che confortava i vescovi
siciliani a mescolarsi nelle cause secolari per difendere i poveri,[133]
e una che dettò profonde e diligenti riforme nell'amministrazione del
patrimonio.[134] Noveransi inoltre più di dugento lettere toccanti la
Sicilia, donde appariscono a chiunque i disegni suoi, e la coscienza più
sollecita dei disegni che scrupolosa nei mezzi. Indi si vede che San
Gregorio diè la caccia a qualche avanzo di Pagani, e allettò al
cristianesimo i Manichei e gli Ebrei senza perseguitarli; anzi, quanto
agli Ebrei, con una tolleranza mondana al certo, non filosofica. Più
rigore usò nelle materie attenenti alla disciplina ecclesiastica;
mostrando assai gelosia del patriarca di Costantinopoli; commettendo
apertamente ai vescovi di tirare i popoli a passiva obbedienza verso di
Roma; procacciando appo i popoli la elezione di fidati suoi alle sedi
vescovili. Intese di più San Gregorio a riformare i costumi del clero
secolare e regolare; nel qual capo è notevole il divieto di ammettere le
donne a voti monastici avanti l'età di sessant'anni, poichè pare da più
d'uno esempio che le suore giovani eran sedotte dai preti.[135] E sul
punto della morale pubblica, a prendere litteralmente le parole del
pontefice, l'opera sarebbe stata malagevolissima o piuttosto disperata,
arrivando la corruzione al segno, com'ei diceva, di provocare il cielo a
immediato sterminio della provincia: ma ce ne consola l'interesse ed uso
ch'egli avea di esagerare; e ne fornisce la prova egli stesso, quando
novera tra i peccati più abbominevoli i matrimonii entro il settimo
grado, che due righi di dispensa or posson mutare d'incesto in
sagramento. Quanto alla venalità degli officiali, San Gregorio la
biasimò e la alimentò, facendo lor porgere le solite mance nei negozii
del patrimonio. Con ciò patrocinava i privati appo i magistrati, largiva
limosine, sovveniva questo e quello con pensioni, facea deporre il
governatore Libertino che avea vietato innanzi la esaltazione sua di
portar grani di Sicilia a Roma; al quale fu surrogato un Giustino, amico
o ligio del papa. Più degno uso fece San Gregorio del credito che avea a
corte di Costantinopoli, ricordando gli aggravii degli officiali
dell'azienda imperiale in Sicilia, Sardegna e Corsica, la disperata
condizione di quei popoli, e quanto errore fosse di esaurire le isole a
furia di balzelli, sperando con quel danaro carico di maladizioni
alimentar la guerra nella terraferma d'Italia. Infine la riforma
nell'amministrazione del patrimonio papale in Sicilia va lodata di
prudenza e umanità; poichè mirava ad accrescere la rendita levando a un
tempo il biasimo di molestare ingiustamente i possessori vicini e di
spolpare i proprii coloni. Noi ne discorreremo più partitamente
trattando della condizione degli abitatori delle campagne, e diremo
allora di uno errore di San Gregorio che qui vuolsi accennare. Il quale
fu che, in contraddizione coi principii del cristianesimo e con le
proprie azioni sue, mantenne in Sicilia la schiavitù, mentre combatteala
in terraferma, e limitò la libera scelta nei matrimonii dei coloni.[136]

Tale è la somma delle cose operate da San Gregorio in Sicilia, con
ambito e benevolenza; e pur con grande avvantaggio dell'isola. Ei
conseguì lo effetto di trarne il danaro e il grano che aiutarono a
mantenere Roma. Conseguì parimenti una smisurata riputazione in Sicilia
per sè stesso e per la Chiesa di Roma; la fondazione di grande numero di
monasteri col danaro dei privati, stimolati dal suo esempio; e l'aumento
della dottrina e splendore della Chiesa Siciliana. In fatti, nel corso
del settimo secolo i monasteri di Sicilia rivaleggiarono con quei di
Roma per ricchezza, numero di frati e onore degli studii; sopratutto del
canto ch'era sì in voga dopo i tempi di San Gregorio, e, com'e' pare,
anco della sacra letteratura greca che in Sicilia si potea coltivare
meglio che a Roma. Pertanto in quella età salivano al trono pontificale
il pio Sant'Agatone (a. 678), il dotto e caritatevole San Leone II (a.
682), Conone (a. 686), Sergio (a. 687), e poi Stefano IV (768), dei
quali Conone educato in Sicilia, e gli altri tutti siciliani. La Chiesa
di Antiochia ebbe in quel torno due patriarchi siciliani: Teofane abate
del monastero di Baya presso Siracusa (a. 681), e Costantino diacono
della medesima città (a. 683).[137] Nè prima nè poi toccò alla Sicilia
tanta partecipazione nei negozii della Chiesa universale. L'impulso di
civiltà, chè tale era questo al certo nei bassi tempi, dato da San
Gregorio, durò in Sicilia fino al tempo che l'isola, tolta alla
giurisdizione del papa, ubbidì al patriarca di Costantinopoli. Ed allora
il merito degli ecclesiastici siciliani si fe' strada nella nuova
metropoli: onde troviamo Metodio siciliano salito a quella sede
patriarcale; e Gregorio Asbesta vescovo di Siracusa, San Giuseppe
Innografo e altri Siciliani, segnalarsi nelle aspre contenzioni
religiose del nono secolo, sì come innanzi dirassi.



CAPITOLO III.


Mentre San Gregorio gittava le prime fondamenta della potenza temporale
dei papi, un giovane pien di virtù meditava in Arabia su i principii
d'una novella religione. La gente ond'ei nacque era in via d'uscire
dalla barbarie. Aveva avuto, per vero, l'Arabia, in tempi remotissimi,
un periodo di potenza e anco d'incivilimento. Questi s'erano sviluppati,
a dispetto della natura, tra un clima ardente e un suolo penuriosissimo
d'acque, sì che v'era impossibile ogni agricoltura, fuorchè in qualche
lista di terreno; impossibile il soggiorno di grosse e raccolte
popolazioni; negato alla più parte degli abitatori tutt'altra vita che
la nomade. Donde non è maraviglia se la potenza politica si dileguasse
dall'Arabia forse in tempo assai breve, come poi avvenne a quella
fondata da Maometto. Dello incivilimento rimase qualche avanzo, nelle
sue sedi principali: a settentrione cioè e tra ponente e mezzogiorno,
ov'è più fecondo il terreno e l'Oceano tempera l'aere e agevola il
commercio. Scomparvero fin anco quegli antichi popoli; dei quali altri
emigrò come i Fenicii, altri decadde e menomò, altri, sterminato per
violenta catastrofe, lasciò vaghe rimembranze di umana superbia, di
abominazioni, di provocata vendetta del cielo.

Così durante il corso delle due civiltà greca e romana, e infino al
settimo secolo dell'era volgare, l'Arabia fu poco tenuta in conto tra le
nazioni. In questo periodo veggiamo nella penisola due schiatte
principali. La più antica, detta di Kahtân dal vero o supposto
progenitore, forse il Iectan della Bibbia, occupava le parti
meridionali, ossia l'Arabia Felice degli antichi e principalmente
l'angolo tra ponente e mezzodì, il Iemen, come il chiamano gli Arabi.
Era schiatta mista, parlante due lingue, l'una delle quali analoga
all'arabo, e l'altra no; divisa tra la vita nomade e la vita stabile: e
le popolazioni stabili, dove date all'agricoltura, dove raccolte in
cittadi e intese al commercio, alla navigazione, ad industrie
cittadinesche; la parte più opulenta della nazione per molti secoli
soggetta dove a piccioli principi, dove ad unica monarchia, in ultimo a
due successive dominazioni straniere. Varie tribù erranti di cotesta
schiatta, dopo soggiorno più o men durevole nell'Arabia di mezzo, come
se lor indole le sforzasse ad accostarsi alla civiltà, se ne andarono
verso il settentrione. Quivi fondarono due Stati: l'uno in Mesopotamia
che si addimandò il reame di Hira, prima tributario, poi provincia della
Persia; l'altro presso la Siria. E questo ebbe per sede Palmira; si
illustrò coi nomi di Odenato e Zenobia; e, distrutta Palmira, le tribù,
senza soggiornare altrimenti in grosse città, furono note sotto la
appellazione di Ghassanidi: comandate alsì da un principe; soggette
sempre all'impero romano, il quale occupò anche qualche città della
Arabia settentrionale, Petrea, come la dissero i dominatori. L'altra
gente prese il nome da Adnân, tenuto discendente di Ismaele. Più
compatta della prole di Kahtân, parlava unica lingua; tenea l'ingrato e
vastissimo terreno delle regioni centrali. Pastori nomadi o mercatanti
di carovana, gli Ismaeliti non ubbidirono a principi; vissero nella
rozza franchigia della tribù, anche que' ch'ebbero stanza ferma là dove
il luogo ne concedea. Gli stranieri non s'invogliarono giammai di
soggiogarli; nè essi l'avrebbero sofferto, se non che alcuna tribù
riconobbe, di nome e per poco, i monarchi del Iemen, o i Persiani.

Considerati così gli abitatori dell'Arabia secondo il legnaggio, i due
tronchi parranno dissimilissimi l'uno dall'altro; si comprenderà perchè
si oltraggiassero a vicenda; perchè la nimistà della schiatta durasse
fin sotto la potente unità dell'islamismo, fino alle remote spiagge
dell'Atlantico, ove le portò insieme la vittoria. Ma se si riguardi ai
costumi piuttosto che al sangue, si troveranno da una banda i soli
cittadini e agricoltori del Iemen, dall'altra il rimanente di Kahtân e
tutta Adnân; il grosso della nazione arabica, non ostante l'antagonismo
di schiatta, comparirà ridotto ad unica stampa dalla vita nomade. La
qual condizione sociale, immutabile come i deserti ove errano le tribù,
è notissima per tanti ricordi univoci, da Giobbe infino ai viaggiatori
d'oggidì: libri sacri, poesie, istorie, romanzi, osservazioni di dotti
europei. E vuolsi da noi studiare, perchè, conoscendo gli ordini delle
tribù, si spiegheranno agevolmente le vicende della nazione arabica in
tutti i tempi e in tutti i luoghi.

La tribù nomade, o, come dicon essi, beduina, che suonerebbe appo noi
campagnuola, è saldo corpo politico senz'altri legami che del sangue,
senz'altra sanzione penale che la vergogna e il timore dell'altrui
vendetta e rapacità. Quivi l'unità elementare delle società non è
l'individuo, ma sì la famiglia; nè risiede vera autorità che nel capo
della famiglia. Ei comanda assoluto ai figliuoli e a lor prole; agli
schiavi fatti in guerra o comperati; ai liberti che rimangono in
clientela; agli affidati, uomini stranieri e liberi venuti a porsi sotto
la sua protezione: ei li nutrisce, li difende dall'altrui violenza, e,
quando ne recassero ad altrui, ripara il torto o affronta la vendetta.
Nel numero e zelo de' suoi sta la forza del capo; la ricchezza nei
servigii loro, negli utensili e negli armenti: nè è mestieri autorità di
legge a mantenere insieme tal corpo.

Fuori dalla famiglia cominciano le associazioni: volontarie al tutto; ma
seguon anco la parentela. Così varie famiglie fanno un circolo, come lo
chiamano gli Arabi dall'uso di piantare in cerchio lor tende; al quale è
preposto uno sceikh, o diremmo noi anziano, più tosto che eletto,
designato senza forme di squittinio dalla riputazione della persona e
importanza della famiglia; talchè l'ufizio spesso diviene ereditario per
molte generazioni. È capo fittizio della parentela: magistrato senza
impero sopra i privati; senz'arbitrio nelle cose comuni del circolo,
nelle quali dee seguire il voto dei padri di famiglia. Infine lo sceikh
rappresenta, come oggi direbbesi, il proprio circolo nella tribù. La
quale unisce insieme varie parentele di un medesimo legnaggio; ordinata
alla sua volta come il circolo, guidata da un capo, che vien su tra
accordo e necessità come quello del circolo, e regge le faccende comuni
della tribù: mutare il campo, far guerre o leghe; sempre con
l'assentimento degli sceikhi, fors'anco di altri potenti capi di
famiglia. Suole altresì capitanare gli armati della tribù nelle
scorrerie e zuffe; ma talvolta, e più spesso oggi che nei tempi andati,
il condottiero è scelto a posta.

Tale è loro gerarchia, politica insieme e militare, chè mal si distingue
appo i Beduini. Ordini civili, che meritino il nome, non ve n'ha. La
forza mantiene la roba quando non vi basti il credito della famiglia; e
se la forza non può, il furto divien legittimo acquisto. Un po' più
efficace la guarentigia delle persone; perchè il circolo e la tribù vi
si sentono tenuti in onore, e più volentieri pigliano le armi a
vendicare il sangue, o contribuiscono con le facoltà a pagare il prezzo
di quello ch'abbia sparso alcun de' loro. Il quale compenso, assurdo e
iniquo in una civiltà, umano nella barbarie, è in uso da antichissimi
tempi in Arabia, come nel medio evo in Europa, ove il portarono i nomadi
del Settentrione; ma gli Arabi, men pazienti di freno che non sieno mai
stati i popoli germanici, non soleano accettare il prezzo del sangue se
non che esausti dopo lunga vicenda di omicidii. Le multe per omicidio,
troppo gravi ad una sola famiglia, troppo fastidiose a tutta la tribù,
si soglion fornire dal circolo; il quale indi si direbbe società di
assicurazione scambievole nei misfatti: e può cacciar via gli uomini
rotti; ond'essi rimangono senza mallevadore nè protettore, veri
sbanditi.

Sembra ancora che tra la famiglia e la tribù talvolta si trovino
parecchi gradi d'associazione intermediaria, per cagion della
disuguaglianza grandissima che v'ha nel numero degli uomini delle tribù:
chè se ne conta di poche centinaia, ovvero di migliaia, quasi
popolazione d'una provincia. Il corpo politico indipendente che noi
diciamo tribù, o, per prendere una similitudine molto ovvia, il ramo
staccato dall'albero, si appella in arabico con nomi diversi,[138]
secondo che si discosti più o meno dal tronco l'inforcatura ov'è
tagliato il ramo: poichè ogni frazione di tribù consanguinea si
accompagna alle altre o se ne spicca a suo piacimento nei liberi campi
del deserto.

Non è mestieri aggiugnere qual divario corra tra le famiglie in punto di
ricchezza; consistendo questa in proprietà mobili, e di più mal difese
contro gli uomini e peggio contro i fenomeni della natura. La
disuguaglianza del numero di uomini, avere, valore e riputazione delle
famiglie in una nazione che sta sempre in su la guerra e osserva con
tanta religione i legami del sangue, porta necessariamente la nobiltà
ereditaria. V'ha inoltre la riputazione di nobiltà di una tribù, o
circolo sopra gli altri, poichè tra loro quella che noi diremmo
cittadinanza si confonde con la parentela. La forma di governo della
tribù torna all'aristocrazia, ma larga; temperandola il nome comune, la
familiarità patriarcale, il bisogno continuo che i grandi hanno della
gente minuta, la agevolezza di sottrarsi a un governo troppo duro, la
semplicità e rozzezza dell'ordinamento sociale. Perciò di rado si vede
degenerare in oligarchia e quasi mai in principato.

Gli ordini della tribù nomade informano le popolazioni stanziali, nate
quasi tutte da quella, poste in mezzo ai Beduini, costrette a comporre
con essi per danaro o sopportare le scorrerie, e avvezze a chiamare in
lor divisioni quegli agguerriti vicini. Le abitazioni fisse dell'Arabia
centrale sono stanze di commercio o ville di agricoltori; concorronvi
uomini di altre schiatte arabiche, concorronvi stranieri, e il
reggimento talvolta si riduce nelle mani di pochi e anco vi prevale un
solo: effetto necessario della proprietà più certa, delle plebi vili e
mescolate, della fatalità della umana natura che si stempera quando sta
in riposo. Nondimeno sendo le armi in mano delle tribù libere, la
servitù non può allignare troppo tra i cittadini.

Per le medesime cagioni le fattezze e costumi, ancorchè diversi, pur in
molti punti si rassomigliano. I figli del deserto hanno alta statura,
corpi robusti, asciutti, puri lineamenti della schiatta caucasica in
volto, barba non troppo folta, bellissimi denti, sguardo sicuro,
penetrante; avviluppati la persona in ampie vestimenta, coperti la testa
e il collo con bizzarra foggia di cuffia,[139] chè da loro par ne venga
tal voce; vanno alteri al portamento, maneggian destri le armi,
padroneggiano i cavalli, animale amico loro più che servo; traggono
vanto dalla rapina; impetuosi nell'ira, tenaci nell'odio, ospitalissimi,
leali alle promesse; ardenti nell'amore che merita il nome; son contenti
per lo più d'una sola moglie, la comprano, la ripudiano, ma li ritiene
di maltrattarla troppo il rispetto della parentela di lei; nè tengon
chiuse le donne, nè appo loro la gelosia vieta le oneste brigate con
donzelle, nè i teneri canti e i balli. Tra la libertà della parola,
l'uso alla guerra e la compagnia del sesso più delicato, si comprende
perchè i Beduini sentano sì altamente in poesia. La gente delle città,
meno schietta di sangue, anco per cagion dei figliuoli che han da
schiave negre, men forte, usa turbanti e fogge di vestire più spedite e
di pregio, e con ciò non pare svelta nè elegante al par de' Beduini;
unisce le passioni violente con la frode; le tenere non conosce, ma la
libidine; usa poligamia, divorzii, concubine; sprezza e tiranneggia le
femine, quando il può senza pericolo; sempre le allontana da' ritrovi;
cerca in vece gli stravizzi: in ogni cosa mostra il predominio dei
piaceri materiali sopra quei dell'animo. Tali i cittadini i cui costumi
più discordino dai nomadi. Ma v'ha gradazioni tra gli uni e gli altri.
Le popolazioni mercatantesche, stando sempre in cammino, partecipano del
valore e sobrietà dei Beduini. Similmente le famiglie nobili delle città
amano a imitare i guerrieri della nazione; e alcune usano mandare a
balia i figliuoli appo le tribù del deserto, nelle quali sono educati
fino all'adolescenza. Son poi virtù comuni a tutta la schiatta arabica
la liberalità, l'ospitalità, il coraggio, l'audacia delle intraprese, la
perseveranza; vizii comuni la superstizione, la rapacità, la vendetta,
la crudeltà; tutti han pronto ingegno, arguto parlare, inclinazione alla
eloquenza ed alla versificazione.

Riducendoci adesso al secolo che corse avanti la nascita di Maometto, si
ponga mente a ciò, che la popolazione stanziale era meno frequente
nell'Arabia di mezzo e men corrotta forse che in oggi; che la
popolazione nomade vivea a un di presso nelle medesime condizioni
presenti; e ch'entrambe riscoteansi insieme per quell'influsso che par
sorga di epoca in epoca a rinnovare le nazioni. Lo suol rivelare al
mondo il canto dei sommi poeti. Lo ravvisa la storia, nell'alacrità e
brio universale d'una generazione innamorata d'ogni forma del bello;
aspirante alle vie del sublime vere o false che fossero; arrivata a
squarciare qua e là la ruvida scorza della barbarie che pur le resta
addosso. La storia poi facendosi a spiegar così fatto commovimento non
può trovar cagioni che appieno le soddisfacciano, e se ne sbriga con
parole: ora il moderno gergo di avvenimenti provvidenziali e uomini
provvidenziali, or la metafora della vita umana applicata bene o male
allo sviluppo dei popoli.

Varii fatti par ch'abbian portato tal periodo in Arabia. Prima operò
lentamente la industria dei mercatanti, i quali soleano trasportare le
derrate dell'Affrica meridionale alle ricche contrade bagnate dallo
Eufrate e dal Tigri, o quelle dell'India alla Siria; in guisa che lor
carovane tagliassero in croce la penisola arabica da ponente a levante e
dal mare di mezzogiorno a' confini del deserto a settentrione. Andavano,
com'eravi men penuria d'acqua, lungo le due catene di montagne, l'una
parallela al Mare Rosso, l'altra perpendicolare che si spicca dalla
prima nell'Hegiaz, provincia ove sursero la Mecca e Medina. Verso il
sesto secolo, sia per la decadenza dell'impero romano, e però della
navigazione nel Mare Rosso ch'era stata aumentata dai Romani, sia per le
vicende delle guerre che difficultassero i traffichi in su l'Eufrate, il
commercio dell'India trovò più agevole che la via dei due golfi il lungo
e faticoso tragitto dell'Arabia. Si accrebbero indi i guadagni dei
mercatanti dello Hegiaz, le comunicazioni con popoli più inciviliti, la
popolazione e attività del paese. Da un'altra mano gli Stati arabi
d'Hira e di Ghassan, intimamente uniti l'uno alla Persia, l'altro a
Costantinopoli, apprendeano molte parti di civiltà; e se ne spargea
qualche barlume nelle tribù dell'Arabia centrale, comunicanti con Hira e
Ghassan, e anco a dirittura coi due imperii, mescolandosi talvolta nelle
continue guerre di quelli. A mezzo il sesto secolo accelerossi tal
movimento per le relazioni di Giustiniano con l'Abissinia, i conquisti
di Cosroe Nuscirewan, e la venuta degli Abissinii nel Iemen: poi il
maraviglioso progredimento materiale dello impero persiano,
l'occupazione del Iemen, resero popolare in tutta l'Arabia il nome dei
Sassanidi e l'ammirazione di loro possanza e civiltà. Ma da tempo più
lontano varie colonie ebree avean cominciato a venire in Arabia or
fuggendo la dominazione straniera, destino implacabile di lor sangue, or
attirate da quel fino lor sentimento dell'utilità commerciale. Gli Ebrei
recavan seco loro il genio dell'industria, i ricordi d'un antico
incivilimento e le teorie d'una religione spirituale; e, contro lor
costume, davan opera a far proseliti per mettere radice nel paese.
Notabili anco furono i progredimenti del cristianesimo. Non portava
colonie, se non che qualche mano di ostinati spinti dalle chiese
ortodosse a cercare asilo in estranei paesi. Ma scuoteano gli animi
fortemente quel focoso zelo dei missionarii, quei principii sì efficaci
a dissodare ogni terreno inculto, e la virtù della parola di che son
lodati parecchi Arabi cristiani; sopra ogni altro il vescovo Kos, vivuto
alla fine del sesto secolo e passato in proverbio come il più eloquente
oratore della nazione. Il cristianesimo si sparse molto più nella
schiatta di Kahtân e nelle due estremità della penisola, che nel centro
e presso la schiatta di Adnân.

Per tal modo nascea tra la rude aristocrazia degli Arabi una età eroica
che non impropriamente si è detta di cavalleria. Cominciano ad apparire
atti di magnanimità nella guerra; alcune tribù si danno giorno e luogo
al combattere; cavalieri escon dalle file a singolar tenzone: nella
rotta, nelle più crude nimistà, offron asilo inviolato ai vinti le tende
degli stessi vincitori; spesso in vece di mettere a morte il nemico
abbattuto, i forti gli tosano i capelli della fronte e lo mandan via; le
compensazioni degli omicidii, dopo provato il valore, più volentieri
s'accettano; è consentita una tregua di Dio in certi tempi dell'anno. E
allora le tribù nemiche seggono insieme al ritrovo di Okâz e altri di
minor fama, fiere annuali insieme e accademie di poesia; quivi alcuna
volta i guerrieri depongono le armi presso un capo, perchè lor indole
impetuosa abbia meno incitamento alle risse; e quegli, vedendo non poter
evitare la rissa, la prima cosa si affretta a rendere le armi ai nemici
della propria tribù. Altrove quattro valorosi fanno tra loro un
giuramento di difendere gli oppressi dall'altrui violenza, senza
guardare a persona; e chiamasi dai nomi loro la lega dei Fodhûl: egregio
esempio imitato poscia alla Mecca. Così la forza cominciò a parteggiare
pel dritto. E, maggiore progredimento, si rinunziò tal volta all'uso
della forza: famiglie rivaleggianti nel principato delle tribù, anzichè
correre alle armi, venivano sostenendo lor nobiltà con dicerie e versi;
rimetteano il giudizio ad arbitri stranieri, come nelle corti d'amore
del medio evo.

Indi si vede che insieme coi costumi più generosi apparivano gli albori
della cultura intellettuale. Fa ritorno nell'Arabia centrale la
scrittura, che ormai vi si tenea com'arte ignota; ma pochissimi
l'apprendono; difficilmente si pratica su foglie di palma, liste di
cuoio, ed ossa scapolari de' montoni; si adopera a perpetuare qualche
atto pubblico, non a conservare le produzioni dell'ingegno; le quali
raccomandansi tuttavia alla memoria dei raccontatori, prodigiosamente
rafforzata dall'esercizio, e che parve per lunghissimo tempo più comoda
e sicura che le carte scritte. Avanti questa età gli studii degli Arabi,
se studio può dirsi il brancolare di barbari ciechi dell'intelletto, non
erano altro che le osservazioni degli astri applicate empiricamente alla
meteorologia e i ricordi delle genealogie, e geste degli eroi. A poco a
poco rischiarandosi ad una medesima luce tutte le regioni intellettuali,
la saviezza pratica si affinò in filosofia morale; si cercò dietro le
superstizioni qualche idea astratta, fallace forse ma grande; si meditò
su le origini e arcane leggi del mondo; s'intese disputare di
predestinazione, di libero arbitrio; sursero scettici che rideansi dei
numi di lor tribù e della vita futura; si vide il poeta guerriero
Imr-el-Kais gittare in faccia all'idolo di Tebala le frecce con che gli
avean fatto tirare la sorte. Ed epicureggiavano più che niun altro i
poeti: donde seguì un bizzarro contrasto con la letteratura
contemporanea dei Greci e Latini, i quali, non sapendo ormai cavare una
scintilla di genio da' loro tesori letterarii, dettavano ponderose
omelie, o scipiti inni sacri; mentre gli Arabi ignari improvvisavano
poesie spiranti la indifferenza filosofica di Lucrezio e il sentimento
estetico di Omero e di Pindaro. Perchè prima degli altri esercizii
dell'ingegno fiorì appo di loro, come necessariamente dovea, la poesia.
Ai poeti classici dell'Arabia, nati in questo tempo, non s'agguagliò
nessuno delle età precedenti nè delle seguenti; nè la eccellenza dei
pochi imponea silenzio ai moltissimi mediocri. Per tutte le tende
suonavano in versi i vanti, così chiamarono la poesia che noi diremmo
eroica, vanti di nobil sangue, di valore, di liberalità; si celebravano
la bellezza, gli amori, le guerre, le cacce, le corse dei cavalli; o la
satira aguzzava il pungolo contro un uomo o una gente. E cento e cento
lingue andavan ripetendo i versi del poeta ch'avea il grido: i grandi lo
temeano sì da comperarne a caro prezzo il silenzio o la lode; la tribù
facea pubbliche feste quando saliva in fama il suo cantore: alla
accademia di Okâz il poema coronato, come noi lo diremmo, si trascrive a
caratteri d'oro, e si sospende alle pareti del tempio.

Lo studio dell'eleganza nel dire, dalla poesia passò alla prosa; e lo
promossero le tenzoni di nobiltà alle quali abbiamo accennato, e i
sermoni degli Arabi cristiani; poichè il parlare in pubblico è la vera e
unica scuola dell'eloquenza. Seguì ancora il perfezionamento della
lingua e si sparse nell'universale un gusto per le bellezze della
parola, non raffinato al certo come quello degli Ateniesi nel secolo di
Demostene, ma forse non meno caldo e vivace. Così fatta disposizione
estetica degli Arabi favorì assai l'apostolato di Maometto. Dagli
esempii che ci avanzano, messo anche da parte il Corano, par che i
pregii della eloquenza arabica in quel tempo fossero stati la purità
della lingua, l'argutezza dei concetti, la vivacità delle imagini, il
laconismo. E gli Arabi si vantarono sempre, tanto profonda era la loro
ignoranza, di avanzare ogni altro popolo nell'arte della parola!

Tali principii ebbe il risorgimento della schiatta arabica nel secolo
avanti Maometto. Al par che in tutte le età eroiche, la barbarie non
avea per anco ceduto il campo. Stolide millanterie, brutali oltraggi
provocano al sangue ad ogni piè sospinto; e il sangue chiama alla
vendetta. Il gioco e il vino non fan rossore agli eroi. Appare
stranissima intanto la contraddizione dei costumi nella condizione delle
donne, le quali or disputano ai sommi la palma della poesia, reggono una
casa col consiglio, e libere e adorate spirano sentimenti da romanzo; or
son avvilite da patti di concubinaggio temporaneo, e talvolta venendo al
mondo, si tengon peso della famiglia, pericolo dell'onore di quella, e i
padri le seppelliscon vive. Allato a tanta abominazione, indovini e
sibille; consultati dalle tribù nelle più gravi fortune; presi per
arbitri dalle famiglie, anco quando ne va l'onore: l'universale crede al
fascino, adopra sortilegii; chi spia il volo degli uccelli, chi legge
l'avvenire intrecciando ramoscelli d'alberi, chi sorteggiando frecce
senza punta. Donde a leggere i ricordi dell'Arabia in questo tempo si
veggono confuse l'una con l'altra le fattezze dei periodi istorici
analoghi che meglio conosciamo: dei tempi omerici, dei primi secoli di
Roma e del medio evo. Alla cavalleria dell'Arabia non mancarono infine
nè la moltiplicità dei protettori celesti, nè una città santa, nè il
pellegrinaggio.

Le credenze religiose degli Arabi, ancorchè mal ferme, diverse
d'origine, e niente connesse tra loro, davano appicco a un riformatore
che imprendesse di ridurle ad unità. Primo avviamento a questo la idea
d'un nume supremo; antichissima tradizione semitica, la quale appo gli
Arabi mai non si dileguò, quantunque turbata dal politeismo. Credeano a
una vasta popolazione d'esseri invisibili come i demonii degli antichi
Greci, e chiamavanli Ginn che risponde alla nostra voce genii. Correa
tra loro altresì una vaga speranza della immortalità dell'anima, non
insegnata da metafisica nè da teologia, ma dalla superstizione, scuola
senza dispute: e affermava che dal cerebro del trapassato escisse un
gufo, il quale, sendo stata violenta la morte, non cessasse fino alla
vendetta di mostrarsi ai parenti gridando: “ho sete, ho sete.” In altre
pratiche superstiziose è agevole altresì di scoprire l'aspettativa della
risurrezione.

Molti erano gli obietti del culto: idoli di pietra o di legno in
sembianze umane, diversi nelle diverse genti; anco il sole, la luna, le
costellazioni, simboleggiate da idoli o no; credute angioli, o com'essi
diceano, le figliuole di Dio. Ma comechè amassero meglio praticare con
cotesti iddii minori, visibili e palpabili, più pronti ad entrar nei
particolari, ad ascoltare, a rispondere, ad aiutar l'uomo in ogni aspro
caso della vita, pure la unità del culto e del Dio era serbata nella
usanza antichissima che portava le tribù al pellegrinaggio della Caaba,
la quadrata, come suona tal voce; la casa di Dio, come diceano gli Arabi
anco avanti lo islamismo. Vaghe tradizioni ne riferivano la
riedificazione ad Abramo e ad Ismaele; la prima fondazione a niuna mano
mortale, poichè il rozzo tempio scese intero dal cielo. In prova se ne
mostrava, e mostrasi tuttavia, un frammento: la pietra negra incastrata
nell'angolo orientale del santuario; e nulla toglie che la tradizione
riferisca il vero, e che la sacra pietra sia un pezzo di areolite o
prodotto di eruzioni vulcaniche, sapendosi che ne siano avvenute in
varii tempi alla Mecca. I mercatanti che fabbricavano questa città
presso il tempio, coltivarono la proficua superstizione; istituirono
sacerdoti, sagrifizii d'animali e riti di girare attorno la Caaba; e
dettervi albergo a tutti gli idoli delle tribù, sì che divenne il
panteon della nazione. E invano i cristiani abissinii, conquistatori del
Iemen, faceano venire artefici di Costantinopoli, edificavano di marmi
la splendida chiesa di Sana', mandavano la grida per invitar le tribù a
quel nuovo pellegrinaggio; e fin moveano con un esercito per spiantare
il rivale santuario della Mecca. Un miracolo lo salvò: fu esterminato lo
esercito cristiano, forse dal vajolo e dalla rosolia che allor
comparirono per la prima volta in Arabia. Il culto della Caaba divenne
pertanto vero legame nazionale della schiatta arabica, e ne fe' come
capitale la Mecca; i cui sacerdoti ordinarono un calendario con le
stesse denominazioni di mesi che son rimaste in uso appo i Musulmani;
regolarono la tregua annuale, primo passo all'unione della schiatta. E
vicendevolmente si ripercossero in quel centro commerciale e religioso,
le opinioni che germogliavano per tutta la penisola, recate da culti
stranieri: il giudaismo, cioè, e il cristianesimo dei quali ho detto; e
due di assai minor momento, cioè il magismo professato da qualche tribù
del Golfo Persico, e il sabeismo, mistura d'una pretesa rivelazione e
del culto de' corpi celesti, credenza antichissima che dura fin oggi, ma
par non abbia giammai saputo accendere di zelo i settatori. Dond'egli
avvenne che mentre l'universale degli uomini aspirava al perfezionamento
morale e intellettuale appartenente ad età eroica, alcuni cittadini
della Mecca lo cercarono a dirittura nella religione. Verso la fine del
sesto secolo, un dì festivo in cui i Meccani tripudiavano intorno a loro
idoli, quattro spiriti eletti si trassero in disparte; compiansero gli
errori del volgo; diffidarono dei proprii ragionamenti, e si promessero
di andare per estranei paesi in traccia della vera fede d'Abramo. Le non
sospette tradizioni musulmane aggiungono che que' savii in lor viaggi
profondamente studiassero la Bibbia, il Vangelo, il Talmud;
conversassero coi dotti delle tradizioni giudaica e cristiana: e che al
fine tre di loro si facessero cristiani; l'altro tornato in patria,
perseguitato come novatore, spinto in esilio, perisse dopo parecchi
anni, mentre ansioso correa di nuovo alla Mecca ad ascoltar la parola di
Maometto.

Lo sviluppo di una nuova religione, apparecchiato da coteste condizioni
di cose, fu favorito dalla forma del reggimento politico della Mecca.
Questa città era stanza di parecchi rami della schiatta di Adnân; tra i
quali a poco a poco prevalse la tribù dei Koreisciti, mercatanti, come
si vuol che significhi il nome: e certo lo meritavano per essere, più
che niuna altra gente, solerti e intraprendenti nei traffichi. Un
Kossai, koreiscita, impadronitosi del sacerdozio della Caaba, chiamò
alla Mecca altri rami di sua tribù; cacciò o assoggettò le vecchie
genti, che di allora in poi veggiamo sempre confederate o clienti di
case koreiscite; e sì ridusse la potestà politica in un consiglio degli
anziani koreisciti detti _Sâdât_, ossiano i signori;[140] aristocrazia,
della quale ei si fe' capo, e come principe della città. Chiara mi
sembra la distinzione del potere esecutivo e del legislativo nella rozza
repubblica della Mecca; sottile forma di reggimento, che parrà
stranissima in uno Stato ove non era potere giudiziario, nè magistrati
civili o penali; ma le costumanze universali delle tribù spiegano
cotesta anomalia. Alla morte di Kossai i discendenti di lui si
contesero, e alfine si divisero l'autorità esecutiva; talchè rimaneano
ereditarii in poche famiglie gli uficii pubblici: adunare il consiglio;
dare i segni del comando ai capitani in caso di guerra; riscuotere una
contribuzione per sussidio ai pellegrini poveri; soprantendere alla
distribuzione delle acque; tener le chiavi del tempio; promulgare il
calendario, cosa di grave momento, per cagion della tregua. Ma il
reggimento non può dirsi oligarchia, poichè, se gli uficii eran pochi e
sovente cumulati, il potere supremo risedea non in quelli ma nel
consiglio. Durò tal ordine politico finchè l'islamismo non lo ridusse a
municipalità. Negli ultimi anni intanto del sesto secolo, privati
cittadini avean riparato al difetto delle leggi penali, nella stessa
guisa che avvenne molti secoli appresso in Europa. Avendo un Koreiscita
sfacciatamente preso la roba d'un mercatante straniero, parecchi
generosi, e tra quelli si notava Maometto giovane di venticinque anni,
s'adunarono a convito, si ingaggiarono a proteggere i deboli, cittadini
o stranieri, liberi o schiavi, che ricevessero alcun torto alla Mecca da
uomini di qual famiglia che si fosse. Chiamaronsi la lega dei Fodhûl,
dal nome di quella più antica che ricordai di sopra: e giurarono il
patto, invocando l'Iddio supremo, e libando in giro una coppa di acqua
del sacro pozzo Zemzem. Questa era l'Arabia innanzi la predicazione di
Maometto, ai tempi dell'ignoranza come opportunamente li nominarono i
Musulmani.

Nacque Maometto (a. 570) della tribù koreiscita, della nobile progenie
di Kossai per Hascem, soprannome che in lingua nostra suonerebbe
Frangi-pane, e fu ricompensa data dai poveri al bisavolo del Profeta.
Unico figliuolo di giovane coppia, Maometto venne al mondo dopo la morte
del padre; perdè la madre a sei anni; poco appresso, l'avol paterno:
rimase orfanello e povero in tutela dello zio Abu-Taleb, uomo di alto
affare nella città. Secondo il costume, era stato allevato in una tribù
beduina, ove si avvezzò alla dura vita del deserto; ma lo rimandarono a
casa, credendolo indemoniato, per insulti di epilessia. Fe' parecchi
viaggi in Siria e altrove con le carovane: e una ne condusse per conto
di Khadigia, donna vedova e giovane. Avvenente e ben complesso della
persona; piacevole al tratto; amato da tutti per probità, gravi costumi,
saviezza e bel parlare, gli altri diergli il nome di Amîn, che noi
diremmo il fidato; Khadigia invaghissene e lo sposò. Così nella
tranquillità d'una mediocre fortuna e nella pace domestica, ch'ei non
prese altre mogli mentr'ebbe Khadigia, visse infino ai quarant'anni,
praticando le virtù che appartengono ad uom privato, amando il
raccoglimento e la solitudine, senza far parlare altrimenti di sè. Non
si rese chiaro nelle armi fino alla guerra civile ch'egli accese, nella
quale poi non mostrossi gran capitano, e moltissimi l'avanzarono di
fierezza e valor nella mischia. Da meno di tutti gli altri Koreisciti,
ch'eran pure i più tristi poeti dell'Arabia, ei non fe' mai versi, non
potea ripeterne senza guastarli. Vantossi di non saper leggere nè
scrivere; il che non tolse ch'apprendesse le tradizioni nazionali e
straniere, i principii filosofici e i libri sacri d'altri popoli, che,
tra quel fermento di intelletti, gli tornavano da cento bocche diverse;
tra gli altri da un parente della moglie, ch'era de' quattro ricercatori
della vera religione d'Abramo.

Di quegli elementi disparati Maometto prese ciò che seppe e potè
adattare ai bisogni degli Arabi. Ne compose un sistema religioso e
politico, semplice, vasto, ottimo alla prova; poichè e rigenerò una
nazione più prontamente che non l'abbia mai fatto altra legge, e
contribuì non poco all'incivilimento d'una gran parte del genere umano,
e si regge tuttavia, nè par disposto a morire. Il disegno di tal
religione potrebbe adombrarsi in questo modo. Tolti da' Giudei e dai
Cristiani e racconci un po' all'arabica i dommi cardinali: Dio uno,
senza compagni, senza nè genitori nè figliuoli, vivente, eterno,
immateriale, onnipossente; creazione; gradazione di esseri ragionevoli,
angioli, demonii, genii, uomini; vita futura; giudizio universale;
premio ai credenti e virtuosi di soggiornare in eterno in giardini lieti
d'acque e di frutta, con modeste donzelle dagli occhi negri; supplizio
agli empii il fuoco sempiterno; predestinata da Dio ogni cosa, fin chi
crederebbe e chi no; ciò non ostante, come per divin trastullo, messi
gli uomini tra la tentazione perpetua di Satan, e la voce dei profeti;
profeti o apostoli tutti que' dell'antico testamento e Gesù Cristo;
rivelati il Pentateuco e il Vangelo; ultimo e massimo apostolo Maometto;
l'ultima edizione de' comandi del Creatore scritta ab eterno; recitata a
brani dall'angiolo Gabriele all'apostolo illitterato, il quale venia
ripetendo la rivelazione, e sì chiamolla _Korân_, ossia lettura.
Primissimo dovere degli uomini verso Dio, la fede, anzi l'assoluto
abbandono in lui; che ciò significa _islâm_, e indi son detti
_musulmani_ i credenti, ossia abbandonati in Dio: idea cristiana sotto
nuovo nome. Il culto tra giudeo ed arabo: frequenti preghiere,
pellegrinaggio alla Mecca, digiuni, con una lunga appendice di
purificazioni da osservarsi e impurità da scansarsi; raccomandandosi
alla coscienza di ciascuno le pratiche private, le pubbliche alla
scambievole vigilanza de' cittadini. Perchè non si istituì alcun ordine
sacerdotale; le preghiere in comune principiavansi dal capo politico o
da ogni altro Musulmano; così anche le concioni o sermoni pubblici; e
gli stessi teologi che nacquero ne' tempi posteriori non furono
sacerdoti; i dervis e altre fraterie non altro che accattoni e moderni.
Chiamati i fedeli a servir su la terra l'Onnipossente con la borsa e con
la spada, pagando la decima e combattendo i miscredenti: l'uno statuto
giudaico; l'altro effetto d'uno intendimento politico e della universale
intolleranza dell'età. Precetti divini anco erano i doveri degli uomini
tra di loro, dettati con forma e severità giudaica, ma ispirati dalla
carità cristiana. Infatti viene innanzi ogni altro e secondo solo alla
fede, espresso e positivo obbligo la limosina. La fratellanza tra i
Musulmani, il rispetto delle persone e delle proprietà: donde un abbozzo
di codice civile e penale, che ridusse a legge certa, universale,
applicabile dall'autorità pubblica, molte male osservate costumanze
degli Arabi; e sopra ogni altra la pena degli omicidii. Con ciò il
Profeta correggeva, ora per espresso divieto ora per consiglio, i vizii
più flagranti della società arabica: maledetto il parricidio delle
bambine; proscritti l'usura, il vino, il gioco; la poligamia limitata;
dati diritti di non lieve momento alle donne; la schiavitù non abolita
ma mitigata e menomata, consigliandosi, e in molti casi comandandosi, la
emancipazione. Da ogni parte si vede, quando si risguardi
all'ordinamento sociale, come i costumi legassero le mani al
legislatore, troppo superiore, non che alla sua nazione, ma al suo
secolo. Per lo contrario, quell'altissimo ingegno non bastò ad
improvvisare un dritto pubblico. Degli ordini politici ei non lesse
altro in cielo che la uguaglianza dei cittadini tra loro e l'obbligo di
ubbidire ciecamente a lui solo: principii stranieri entrambi, fecondi
dapprima; e poi l'uno svanì, l'altro portò alla assurdità d'un governo
assoluto senza legislatore. Questa è la somma della nuova legge. La
prova dell'autorità non potendo venir che di lassù, Maometto con molta
arte ne compose una sembianza. A dimostrazione del suo dio allegò e
ripetè senza stancarsi quanti sapesse dei miracoli giudei e cristiani, i
terrori delle tradizioni e fenomeni dell'Arabia, la bellezza del creato,
la pioggia, la vegetazione, la vita, ogni beneficio che vien dalla
natura, ogni mistero che l'uomo non può spiegare. In attestato della
propria missione portò un sol prodigio: il divino stile, diceva egli,
del Corano, che intelletto d'uomo non sarebbe arrivato giammai a
comporre: e sì sfidava i miscredenti a imitarne una sola pagina. Infatti
quei che noi diciamo versi del Corano ei chiamò _aiât_ ossia miracoli.
Gli altri prodigii che sogliono attribuire a Maometto i Musulmani, e,
più di loro, i Cristiani, nè egli mai li vantò, nè entrano nella
credenza di lor teologi: sono invenzioni di tempi più bassi e di altre
nazioni; sopratutto dei Persiani che portavano nello islamismo lor
fantasie indo-germaniche.

Le istituzioni musulmane, come ognun sa, furono dettate a poco a poco,
abrogate ed emendate secondo le circostanze: e gli Arabi si beveano
d'aver sì comodo legislatore, onnisciente e fallibile, capriccioso ed
eterno. Deriva la legge da due fonti: il Corano e la tradizione, ossia
le pratiche e parole di Maometto, notate dai discepoli, delle quali noi
abbiamo ricordi autentici e diligenti più che non si possa aspettare in
leggende religiose; emergendo non dalle tenebre di una setta e d'una
antichità remota, ma dalla storia di pochi anni di persecuzione, che si
voltò in trionfo vivendo i persecutori e i perseguitati e ridivenuti
fratelli. Quell'ampia raccolta, ci attesta forse meglio che il Corano la
sagacità, prudenza, umanità, bontà e saviezza pratica del legislatore:
ed è stata guida dei Musulmani a private e pubbliche virtù. Il Corano,
assai più studiato, racchiude confusamente dommi, leggi generali,
provvedimenti secondo i casi, assiomi, parabole, e gli antichi racconti
religiosi ai quali accennai disopra, guasti per lo più da fallace
memoria o presi a sorgenti apocrife; e ciò tra ripetizioni,
contraddizioni, declamazioni; in stile vario, spezzato, incisivo, per lo
più sublime, talvolta monotono: un tutto incantevole agli uditori suoi,
per la proprietà e maneggio della lingua; e può ammirarsi anco da noi
ancorchè non di rado vi si desiderino l'accento, il gesto, le attualità
che doveano rendere sì efficaci quelle parole. Ma il prestigio che le
rendeva più efficaci era al certo l'universale movimento degli animi in
Arabia; era l'ebbrezza che spirano le idee dell'eterno e dell'infinito
assaggiate per la prima volta; era quel lampo di giustizia che splendeva
agli occhi degli uomini; il naturale amor della uguaglianza
improvvisamente soddisfatto; l'usura abolita; l'assistenza reciproca sì
efficacemente comandata; la gratitudine dei deboli confortati; l'impeto
della democrazia sorgente sotto il nome del principato teocratico; il
vasto campo che s'apriva anco alle ambizioni dei grandi. Seguendo il
cammino di quella fiamma che si apprese a poco a poco e poi scoppiò in
incendio, si vede come le dessero alimento a volta a volta il sentimento
religioso, il sociale e il nazionale, poi tutti e tre uniti insieme.

Il Profeta incominciò a provarsi in casa. Supposta dapprima (gennaio
611) una visione dell'angiolo Gabriele, dissene alla moglie che gliene
credette; poi ad Alî cugin suo, fanciullo di undici anni; a Zeid liberto
e figliuolo adottivo; e, in quarto, a quegli che fu dopo lui il
principale sostegno dell'islamismo, Abu-Bekr, personaggio di grandissima
saviezza. Allargandosi e prendendo forma, la nuova religione fu derisa;
e Maometto non se ne mosse: Cercò d'attirarsi i plebei, poichè i grandi
lo spregiavano. Desta la tarda gelosia del politeismo, insospettita la
nobiltà contro il novatore, fecero opera a screditarlo; poi a vicenda lo
minacciarono e vollero attirarselo con promesse; gli fecero mille
oltraggi; poser le mani addosso ai seguaci più deboli; costrinserli a
spatriare. Maometto ciò nondimeno perseverava con mirabilissima
costanza, coraggio e mansuetudine; affidando la pericolante vita
all'onor della parentela, la quale non lo abbandonò ancor che fosse, la
più parte, idolatra. Per virtù di quell'unico legame della società
arabica, poteron anco rimanere alla Mecca pochi altri proseliti di nome.
Dopo undici anni, crescendo sempre i convertiti tra le persecuzioni,
Maometto si attirò cittadini di Iathrib che poi fu detta Medina; e mutò
l'apostolato in congiura contro la patria. Allora gli ottimati della
Mecca, posposto ogni rispetto, vollero spegnere il capo; e non potendolo
fare con le leggi, chè non ve n'erano, ogni casa patrizia mandò il suo
sicario per render comune il misfatto, e impossibile la vendetta della
casa di Hascem. Ma i costumi posero nuovo ostacolo non preveduto: la
schiera dei sicarii non osò violare l'asilo domestico del proscritto; si
appostò fuori la notte: ed egli accorgendosene fuggì.

La qual notte ebbero principio un pontificato, un impero ed un'era.
Questa si messe in uso diciassette anni appresso; quando, tra gli ordini
che si istituivano appo i Musulmani ad esempio delle nazioni incivilite,
parve fissare data comune agli atti pubblici, smettendo le epoche
diverse osservate in alcune parti dell'Arabia. L'occasione è variamente
riferita dai cronisti. Secondo alcuni la diè Abu-Musa-el-Ascia'ri
governator di Bassora, lagnandosi con Omar califo, che gli avesse
scritto lettere senza data. Mohammed-ibn-Sirîn, citato da Ibn-el-Athîr,
narra in vece che un Arabo appresentatosi ad Omar gli dicesse: “Convien
porre le date.” “E che è cotesto?” domandò Omar; e quegli: “È una usanza
dei Barbari, i quali scrivono: tal mese e tal anno”. “Mi piace,” replicò
il califo: “ponghiamo dunque le date.” Onde, convocata la dieta dei
Musulmani, si disputò se fosse da prendere l'era di Alessandria, o
l'usanza dei Persiani che notavano gli anni di ciascun re; ovvero far
capo dalla missione di Maometto; o infine dalla _hegira_ di lui, la
emigrazione cioè, la Separazione solenne, l'atto d'un uomo libero che
ripudia la società in cui sia vissuto. Fu vinto il partito della
_hegira_, e sanzionato da Omar; il quale contemplò quello evento come
divisione di due epoche: l'una d'errore, l'altra di verità. Nondimeno si
contò non dal giorno della fuga, ma dal principio dell'anno in cui
avvenne lasciandosi il calendario come stava, cioè l'ordine antico dei
mesi, e lunare il periodo dell'anno, come per ignoranza lo volle
Maometto.[141]

Fuggissi il Profeta a Medina (622); adunò i discepoli; maneggiò gli
antichi e i nuovi da savio capo di parte; li infiammò, promettendo
bottino e paradiso; combattè con varia fortuna; vincitore usò verso i
nemici il più sovente con magnanimità; rade volte inflessibile, rade
volte assentì o comandò assassinii; fu sempre giustissimo coi suoi
partigiani; nè acquistò mai per sè stesso, ma per loro. Alfine traendo
mezz'Arabia sotto le insegne sue, gittò via la maschera o forse il
sincero proponimento della tolleranza che già gli era parsa sì bella,
quando i politeisti il perseguitavano, e i Giudei si collegavano con
essolui. E allora la repubblica aristocratica della Mecca piegossi a
patteggiare col cittadino ribelle (a. 628); poco appresso a salutarlo
principe, a confessarlo profeta, a sgomberar la Caaba dei trecensessanta
idoli, per renderla al culto del Dio uno (a. 630). Le tribù beduine, le
città del Iemen, tutti gli Arabi fuorchè i cristiani di Hira e di
Ghassan ch'erano soggetti agli stranieri, credettero, accettarono per
interesse, o per forza si sottomessero; abbattuti per ogni luogo i
simulacri delle antiche divinità; sforzati a tacersi, o a celebrare il
Vincitore, i poeti che l'aveano nimicato sì gagliardamente; accettati i
luogotenenti suoi nelle province: la nazione divenne una, e riconobbe un
sol capo.

Questi intanto aspirava a cose maggiori. La religione rivelata dal
creatore del mondo non potea limitarsi a un sol popolo, e il popolo
arabo non potea restare in pace tra sè quando non portasse la guerra in
casa altrui. Pertanto il Profeta non avea mai fatto eccezione di genti
nè di luoghi alla legge di combattere gli infedeli tanto che si
convertissero o pagassero tributo. Quando gli parve certa la
sottomissione dell'Arabia, e prima anco di entrare alla Mecca, osò
mandare messaggi ai potenti della terra, richiedendoli di far
professione dell'islamismo. Dei quali il re di Persia, che si tenea
signor feudale dell'Arabia, lacerò le insolenti lettere; il che
intendendo Maometto, sclamava: “E così Dio laceri il suo reame:” e a
capo di dieci anni i Musulmani il fecero. Il re d'Abissinia non parve
ostile. Nè anco il maggior principe di cristianità, Eraclio, che sedea
sul trono di Costantinopoli; il quale onorò l'ambasciatore, e lietamente
udì la rivoluzione che s'operava in Arabia e tornava a danno immediato
dei Persiani. Pur egli si trovò esposto il primo agli assalti de'
Musulmani, poichè i suoi vassalli di Hira uccideano un altro legato di
Maometto, e questi immantinente mandava a farne vendetta. Ancorchè
oppressi dal numero alla battaglia di Muta (a. 629), gli Arabi
addimostrarono in quello scontro la virtù che dovea soggiogar tanta
parte del mondo. Ucciso il capitano, dà di piglio alla bandiera Gia'far
fratello di Alî; gli è tronco un braccio, ed ei la passa all'altra mano;
mozzatagli anco questa, stringesi l'insegna al petto coi moncherini,
finchè spirò trafitto di cinquanta ferite: nessuna a tergo. E fu
rinnalzato il vessillo da un altro guerriero; e ricondusse a Medina i
gloriosi avanzi della strage.

Venuto a morte Maometto (giugno 632), mentre apprestava nuovo esercito a
vendicare la sconfitta di Muta, lasciò lo Stato in sommo pericolo.
Accesa la guerra esterna; falsi profeti sorgeano per ogni luogo; le
tribù nomadi ricusavano le decime, e scioglieansi dal novello freno; la
nobiltà cittadina vogliosa di ridividere l'Arabia in cento e cento
republichette; i discepoli dell'islamismo non scevri d'ambizione,
sospetti, e gare di parte: e, tra tutto ciò, non sapeasi chi dovesse
prender lo Stato; perchè o una frode domestica occultò il pensiero del
Profeta, o egli differì troppo a manifestarlo, ovvero, e ciò mi pare più
probabile, volle seppellir seco la profezia, e lasciare il principato
alla elezione, come portavano i costumi degli Arabi. Ma lasciò anco il
Profeta una generazione d'uomini che potea trionfare di questi e di
maggiori ostacoli. Maometto avea maturato in veraci virtù i capricci
cavallereschi della nazione. Mentre allettava la comune degli uomini coi
vili beni di questo mondo e gli imaginarii godimenti dell'altro, avea
spirato agli animi più puri lo zelo della verità morale; ai più
malinconici la fede; agli uni e agli altri una stoica abnegazione; a
tutti l'amor della patria; chè patria ed islamismo furono per gli Arabi
di quel tempo una sola idea. Io non dirò altrimenti della magnanimità di
tanti compagni del Profeta, perch'è nota a tutti, e i nomi di Abu-Bekr,
Omar, Alî, Khâled, Sa'd-ibn-abi-Wakkas agguaglian forse que' degli
Aristidi, de' Cincinnati e degli Scipioni. De' sentimenti che prevaleano
in tutta la nazione voglio addurre uno esempio solo; e son le parole
d'un Beduino, diligentemente conservate dalla tradizione, e trascritte
da Tabari, che fu il primo che dettasse gli annali dell'islamismo. Tre
anni appresso la morte del Profeta, trentamila Arabi afforzandosi con
sapienti mosse tra i canali dell'Eufrate inferiore, fronteggiavano
centomila Persiani condotti dal più sperimentato capitano della Persia.
Avanti di venire alla decisiva battaglia di Cadesia, aveano gli Arabi
mandato oratori a Iezdegerd ultimo re sassanida: il quale, sentendo
parlar da conquistatori que' ch'era avvezzo a risguardar come vassalli,
sdegnosamente li domandò qual delirio spingesse gli Arabi a provocare le
armi della Persia; gli Arabi, dicea, poveri e divisi e ignoranti e
barbari più che niun altro popolo della terra. Se disperata miseria li
faceva uscir da' deserti, aggiunse il re, ei li soccorrerebbe di vitto e
di vestimento, lor darebbe alcun governatore pien di bontà. A che
tacendo gli altri per antica riverenza, un Beduino, Mogheira per nome,
così parlò: “È proprio di gentiluomo, gli disse, rispettare la nobiltà
del sangue in altrui: e sappi, o re, che tal riguardo solo, non rossore,
non paura, fa sì dubbiosi al risponderti cotesti compagni miei, che son
nati delle case più illustri dell'Arabia. Ma esporrò io ciò ch'essi
tacciono. Dicevi il vero, o re, poveri fummo, se poveri mai v'ebbe al
mondo: giacevamo su la ignuda terra; vestivamo pel di cameli e lane,
filati da noi stessi; la fame ci portò sovente a mangiar le cavallette e
i rettili del deserto; perchè le figliuole non scemassero il cibo ai
maschi, i padri vive le seppelliano. Idolatri e ignoranti, ci scannavamo
l'un l'altro: e questa era la religione nostra. Quando, mosso a pietà,
Iddio ci mandò un profeta, uom noto, di famiglia notissima, di tribù
ch'è la prima tra gli Arabi. Ei ci guidò alla vera religione, e noi
credemmo finchè Iddio non gli diè ragione con illuminare le nostre
menti. Ed ora che seguiamo i comandamenti di Dio, siam popol nuovo; siam
diversi da quegli Arabi di pria: lo sappia il mondo! Chiamate gli uomini
al mio culto, ci ha detto Iddio: chi assente, avrà i vostri dritti e
doveri; sopra cui ricusa ponete un tributo; se il dà, proteggetelo; se
no, combattete contr'esso: e a' vostri morti in battaglia è serbato il
paradiso, ai sopravviventi la vittoria. Scegli dunque, o re: paga il
tributo con umiltà, o t'apparecchia a combattere.”

Pria che la nazione potesse levarsi a tant'orgoglio, ebbe a sostenere la
breve ma durissima prova, alla quale accennai, e che fu vinta dai
valorosi compagni del Profeta; indi riveriti a ragione come santi
dell'islamismo. Prevengon essi la guerra civile con senno non minor che
l'ardire; esaltano al sommo uficio Abu-Bekr: e questi con potente mano
ridusse alla unità politica e religiosa le tribù e cittadi che tentavano
di spiccarsene; e sì unite, tra per amore e per forza, pria che
potessero pensare ad altre novità, lanciolle sopra i due imperi
bizantino e sassanida, e le inebriò di vittorie (632-634). Abu-Bekr
designò a successore Omar, che mantenne l'unità; diè principio agli
ordini pubblici; estese i conquisti (634-644), e nominò alla sua morte
sei elettori, i quali scelsero Othman. Sotto costui il corso delle armi
musulmane non si frenò perchè non si potea: la pace interna fu
distrutta; ed egli espiò col sangue la parte ch'ebbe a tale scompiglio.
Succedeagli Alî per elezione fieramente contrastata, onde divampò quella
guerra civile che esaltava al trono Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân, capitano
dell'esercito di Siria, e rendeva ereditario il principato in casa
Omeiade. Ripigliavasi allora la guerra straniera, sospesa alquanto per
cagion della guerra civile: i limiti dell'impero estesi entro dieci anni
dopo la morte di Maometto infino alla Persia, alla Siria e all'Egitto,
arrivarono, entro un secolo, allo stretto di Gibilterra dalla parte di
ponente; dalla parte di settentrione e di levante alla Tartaria e alla
valle dell'Indo. Ma pria di discorrere per qual modo quelle terribili
armi incominciassero a infestare la Sicilia, è mestieri
particolareggiare le mutazioni politiche e sociali che lo islamismo
portò nella nazione arabica.[142]

Il Profeta, fatto principe, non volle o non potè rendere gli uomini
uguali in società, com'eranlo per natura, diceva egli, al par dei denti
d'un pettine, senza distinzione di re nè di vassalli.[143] Lasciò le
donne inferiori nei dritti civili; gli schiavi affidati alla carità
religiosa più tosto che a leggi espresse: e quanto agli infedeli non è
uopo dire che li volle sudditi dei credenti. Ma tra i Musulmani liberi
pose uguaglianza assoluta: la nobiltà, che avea governato gli Arabi da
tempi immemorabili e contrastato il Profeta finchè potè, non ebbe
dritti, non ebbe nome nella legge. I congiunti di Maometto, a pro dei
quali parrebbe fatta un'eccezione, furon chiamati soltanto a partecipare
insieme con lui, con gli orfanelli, co' poveri e coi viandanti, alla
quinta parte del bottino; risguardati perciò piuttosto indigenti
privilegiati che ottimati della nazione. Morto poi Maometto, e tenuto lo
Stato per dodici anni da Abu-Bekr e Omar, intrinsechi e vecchi compagni
che appieno conosceano i suoi intendimenti e con somma religione li
applicarono e svilupparono, la nobiltà li ebbe inflessibili avversarii.
Abu-Bekr, quanto il potè in un brevissimo regno e agitato, volle
scompartire ogni acquisto della repubblica musulmana a parti uguali tra'
credenti. Omar tenne altro modo. I conquisti della Persia, della Siria e
dell'Egitto gli dierono abilità a far uno ordinamento più regolare e
vasto d'assai; nel quale ebbe a scorta gli uficii d'azienda sassanidi e
romani, e per sorte da dividere le immense entrate delle città datesi a
patti, che intere cadeano nell'erario pubblico, non toccando ai
combattenti altro che quattro quinti della preda fatta con la spada alla
mano. Fe' descrivere dunque Omar, l'anno quindici dell'egira (636), nei
registri o divani, come li chiamarono con voce persiana, da una parte le
entrate pubbliche, dall'altra tutti i Musulmani. L'ordine della lista fu
che la schiatta di Adnân, donde nacque il Profeta, fosse posta innanzi
la schiatta di Kahtân; e nella prima i Koreisciti innanzi le altre
tribù; e la casa di Hascem innanzi tutt'altra dei Koreisciti; senza
eccezione, a favor del principe, il quale fattisi mostrare i ruoli che
aveano steso, e trovandovisi il primo, “Non questo, disse, non questo io
vi comandava: mettete Omar là dove Iddio l'ha messo.” Così la sua e le
altre famiglie koreiscite preser grado secondo la consanguineità che
legavale a quella del Profeta; il rimanente delle tribù e parentele di
Adnân, secondo l'anteriorità nel professare l'islamismo; e lo stesso
nelle tribù di Kahtân. Tutti parteciparono delle entrate pubbliche,
patrimonio comune dei Musulmani, secondo i precetti di Maometto, che poi
rimasero lettera morta ne' libri di dritto, ma rigorosamente
osservaronsi in quei primi tempi in una società democratica e piena di
fervore religioso. Inoltre è da considerare che sotto i califfi
Abbassidi, e fors'anco prima sotto gli Omeiadi, noverandosi la
popolazione musulmana a milioni, e sendo sparsa su la metà del mondo
conosciuto, i divani divennero necessariamente ruoli di milizie e di
impiegati, retribuiti più o meno a piacer del padrone. Ma sotto Omar,
potendo tuttavia contarsi i Musulmani a migliaia, tutti Arabi e soldati
dell'islâm o famiglie de' soldati, il precetto con men difficoltà
mandossi ad esecuzione. Ognuno ebbe dunque in sorte una provvisione sul
tesoro pubblico, ma disuguale, variando la somma in ragion composta del
merito religioso, e dei bisogni e valore di ciascuno. Alle vedove del
Profeta, madri dei Credenti, come le chiamavano, diè Omar dodicimila o
diecimila dirhem[144] all'anno; settemila ne toccò Abbâs zio di
Maometto; cinquemila ciascun fuggitivo della Mecca che avesse combattuto
alla giornata di Bedr, la prima vinta da' Musulmani; quattromila il
rimanente dei soldati di Bedr; e scendeasi gradatamente secondo
l'anzianità nel servigio militare, con la sola eccezione che si
ragionava sempre la quota del cavaliere più che quella del fante, e
davasi un caposoldo ai più valorosi. Quanto agli uomini di Kahtân che sì
virtuosamente combatteano allora in Siria, ebbero, come meno anziani in
islamismo, duemila, mille, cinquecento, e fino a trecento dirhem. Alle
donne furono assegnate pensioni proporzionali a quelle dei capi di lor
famiglie, da cinquecento dirhem che n'ebbero quelle de' guerrieri di
Bedr, infino a dugento. Alle altre donne e a tutti i fanciulli, e infine
anco ai lattanti, cento dirhem. Gli schiavi non furono esclusi. Omar non
volle per sè che il parco mantenimento suo e della famiglia: domandollo
ai cittadini con dir che un tempo avea fatto il mercatante, ma avea
dovuto smettere per amor dei negozii pubblici; e ottenuta la
provvisione, fieramente si adirò una volta che gli amici tramarono di
accrescergliela. Ma verso gli altri fu prodigo sì che non lasciò mai un
obolo nel tesoro; e consigliato di serbar qualche somma per lo avvenire:
“No” rispose; “sarebbe una tentazione pei miei successori.” Il valsente
delle pensioni si diè ai poveri in derrate, ritraendosi che nelle alte
regioni dell'Arabia centrale fu dispensata da principio una porzione di
vittovaglie a ciascuno; poi due misure di farina ogni mese, quanto Omar
avea ragionato il bisogno d'un uomo, facendo nudrire sessanta poveri per
certo spazio di tempo. Crescendo alfine la liberalità del governo, e la
delicatezza d'un popolo che pochi anni innanzi s'era cibato ed or è
tornato a cibarsi di datteri e cavallette, si diè pane in luogo di
farina; poi del pane condito con olio; poi vi si aggiunse un pezzo di
cacio; poi si fornirono due pasti al dì: mattina e sera.[145] Così fatti
particolari non mi sono sembrati indegni della storia, nè sì minuti che
non meritassero luogo in un abbozzo di quadro generale, perchè valgon
meglio che i giudizii degli scrittori a mostrare il súbito e
maraviglioso mutamento della società arabica in quel tempo, e la prima
forma che prese. Fu democrazia sociale come oggi si direbbe, la quale
forma ben rispondeva ai principii fondamentali dell'islamismo:
uguaglianza, e fratellanza. E si vide, con esempio avventuratamente raro
nel mondo, un popolo re nudrito per tutti i deserti dell'Arabia a spese
dei vinti, come l'altro popolo re l'era stato entro le mura di Roma.

Pur nascea, come ognuno se ne accorge, insieme con la novella società
una gerarchia di merito civile e religioso e una disuguale
partecipazione nei comodi della repubblica; le quali condizioni
cominciarono a costituire nuov'ordine di ottimati, naturalmente opposto
all'antica nobiltà. Omar, tra per necessità e disegno, diè un altro
crollo all'antica nobiltà, mutando alquanto le associazioni per la
guarentigia del sangue, prima base della società arabica; poichè volle
che si tenessero per mallevadori, _akila_ come diceano gli Arabi, non
più gli uomini di una medesima parentela esclusivamente, ma gli ascritti
nel medesimo divano, i quali erano ormai diversi dai primi, quando parte
di molte tribù era rimasa in patria, l'altra stanziava con l'esercito
nei paesi vinti, e spesso componeasi d'uomini raggranellati di varie
genti.

Nondimeno l'elemento primitivo della società arabica trionfò del
silenzio di Maometto e dei divani di Omar. Impossibil era di spezzare a
un tratto gli antichissimi legami delle parentele; impossibile di
condurre gli Arabi alla guerra altrimenti che per tribù; impossibile di
dar loro capi appartenenti ad altre famiglie, fuorchè il condottiero
supremo dell'esercito. Le brigate dunque, i reggimenti, i battaglioni,
le compagnie, a modo nostro di dire, rimasero ordinate per parentele con
poche eccezioni; capitanaronle gli antichi nobili: e tra sì rapidi
conquisti il bottino accrebbe l'avere delle famiglie; i convertiti
stranieri ne accrebbero il numero, ponendosi sotto la protezione degli
uomini di maggior séguito, e divenendo clienti, o come gli Arabi
diceano, _maula_. Così la nobiltà crescendo di potenza per cagion della
guerra, più prestamente che non diminuisse per l'ordinamento delle
pensioni d'Omar, ruppe, poco appresso la costui morte, il freno della
legge. L'antagonismo delle schiatte aiutò il movimento; poichè i figli
di Kahtân rifatti guerrieri e prevalenti di numero nell'esercito di
Siria, non vollero restar da meno nel grado sociale e nella
distribuzione dei premii. Fu offerta loro la occasione da M'oâwia capo
della casa Omeiade, il quale capitanava quell'esercito e per comunanza
di sangue e d'interessi trovava partigiani tra l'antica nobiltà della
schiatta di Adnân, mentre l'ambizione lo piegava a favorire la rivale
stirpe di Kahtân. Di cotesti elementi nacque una fazione che contese il
poter dello Stato alla famiglia ed a' compagni del Profeta, che è a dire
al novello ordine di ottimati religiosi. Cominciò la lotta in corte appo
Othman, che fu ucciso dai nuovi ottimati, perch'ei favoriva la parte di
Mo'âwia. Esaltato da loro Alî, gli Omeiadi vennero alle armi;
trionfarono degli avversarii che erano divisi tra loro per le
pretensioni della casa d'Alî; e così fu reso ereditario il principato in
casa Omeiade. Cotesta rivoluzione scompose l'ordinamento degli ottimati
religiosi, e in breve tempo li ridusse a meri dottori in legge; dal
quale grado inferiore dopo due secoli tentarono di risorgere i discepoli
loro. Da un'altra mano mentre combattean le due aristocrazie, la
democrazia surse impetuosa contro di entrambe, ma penò tre secoli a
vincere e non potè usar la vittoria. Io terrò discorso a luogo più
opportuno di cotesti partigiani della ragione contro l'autorità
religiosa e politica. Similmente aspetterò che occorra negli avvenimenti
la influenza politica dei giuristi, per descriverne i motivi e i limiti.
Per ora basti all'argomento nostro di notare le tre divisioni ch'erano
nate nella società musulmana, le quali tendeano all'aristocrazia
religiosa, all'aristocrazia militare, e alla democrazia; mentre il
principato correva in fretta verso la tirannide.

L'autorità dei primi successori di Maometto, sendo quella medesima del
Profeta, senza la profezia, restò molto indeterminata. Solamente si
sentiva alla grossa, che i Musulmani non apparteneano ad alcun uomo,
ancorchè dovessero ubbidire a un capo per lo comun bene spirituale e
temporale: cioè che componeano una repubblica sotto un supremo
magistrato che tenesse insieme del pontefice e del capo di tribù. Questa
par sia stata la mente di Abu-Bekr e di Omar, quando, lasciate da canto
le appellazioni degli antichi re arabi e stranieri, si chiamarono con
nuovi nomi, l'uno _Khalîfa_ (ch'è a dir successore) dell'Apostol di Dio,
e l'altro anco _Emir-el-Mumenîn_, ossia Comandator dei Credenti.
Elettivo, come s'è detto, il califo, vivea frugale quanto i più poveri
Musulmani, del proprio o di uno stipendiuccio; senza lista civile; senza
fasto; senza guardie: arringava il popolo; sopportava paziente le
rimostranze degli infimi come dei grandi; consultavasi d'ogni
provvedimento con gli altri compagni del Profeta, depositarii dei detti
di quello, e però di tutte le scintille dell'eterna sapienza, che non
fosse piaciuto a Dio di manifestar nel Corano. Così praticossi per
dodici anni dalla morte di Maometto a quella di Omar, tra que' primi
fervori del movimento religioso e nazionale: e molti savii ordini si
fecero fuorchè designare i limiti legali di un potere esercitato con
tanta civil modestia. Ma quando tal dichiarazione fu consigliata dalle
divisioni che cominciavano ad agitare la repubblica; quando gli elettori
deputati da Omar moribondo proposero patti fondamentali ad Alî, e,
vedendoli rigettare da lui, esaltarono al califfato Othman che li
accettava, allora non era più tempo a porre freno all'autorità. Le
fazioni, pigliate le armi, spinsero necessariamente i proprii capi al
potere assoluto: la nascente libertà degli Arabi perì tra le guerre
civili, al par che quella di Roma e tant'altre; oppressa dall'esercito
della fazione vincitrice, come lo sarebbe stata da quel della fazione
vinta, se a lui fosse toccata la vittoria. Reso dunque il califato
ereditario in casa Omeiade, il doge divenne czar. Una sola guarentigia
restò, cioè che il califo non potea mutare le leggi, venendo quelle dal
cielo, e non essendone permessa altra interpretazione che la dottrinale.
Ma ognuno intende quanto debole e precario ritegno fosse la voce da'
dotti ad un principe riconosciuto da loro medesimi, come conservator
della fede e arbitro delle forze dello Stato. D'altronde la immobilità
teocratica della legge nocque molto più che non giovasse ai Musulmani,
perchè attraversò le riforme fondamentali divenute necessarie per la
mutazione dei tempi e per la vastità del territorio; e fece che tante
ribellioni, tanto sangue sparso, non portassero altro frutto che di tor
via le persone dei governanti, senza correggere il dispotismo che li
rendea sì tristi.

Venendo in ultimo a considerare il momento militare dei conquistatori,
si vedran le tribù ordinate alla guerra ed esercitate fin da tempo
immemorabile: avvezzi da fanciulli a maneggiare armi e cavalli, usi a
condurre cameli, caricar bagaglio, mutare il campo, affrontare pericoli,
ubbidire ai capi nelle mosse e zuffe, andare a torme, schiere,
drappelli, secondo le suddivisioni della tribù; e i capi a computare
sottilmente le distanze de' luoghi, riconoscere o indovinare il terreno,
disegnare colpi di mano, agguati, ritirate, in vastissimi tratti di
paese. Indi pratica di strategia nei condottieri, disciplina nei
soldati: che, tra tanta ignoranza e licenza, appena si crederebbe. Indi
le prime battaglie degli Arabi contro Persiani e Bizantini, sì superiori
ad essi di numero, furono vinte meno per non curanza della morte e furia
a menar le mani, che per la rapidità e precisione delle mosse; per le
schiere compatte, spedite a rannodarsi o combattere spicciolate; pei
complicati disegni di guerra mandati ad effetto con agevolezza; per
l'arte, presto appresa, di afforzarsi ne' luoghi opportuni ed a tempo
ricusare o presentar la battaglia. Il califo bandia la guerra sacra;
nominava il capitano d'una impresa e l'investia del comando, com'era
antichissima costumanza appo di loro, annodando un pennoncello in cima
alla lancia del candidato. Dato il ritrovo all'oste, accorreanvi le
tribù dei contorni, intere o in parte, con lor condottieri e capi
inferiori fino a que' di dieci uomini e anche di cinque: gente usa a
vedersi in volto, a conoscere il valore l'un dell'altro, a sostenere in
ogni evento la riputazione di sua famiglia, parentela e tribù: e spesso
portavan seco loro le donne, non consigliatrici a viltà; per l'amor
delle quali o per l'onore, più fiate gli Arabi sconfitti tornarono alla
battaglia e vinsero; o quelle difesero con le proprie mani gli
alloggiamenti assaliti dal nemico. Avean cavalli e fanti; i fanti in
cammino montavan talvolta su i cameli, talvolta v'andavan anco i
cavalieri menando a guinzaglio lor destrieri e in altri incontri
togliean essi in groppa i fanti. Armati della sottile, lunga e salda
lancia arabica, spada, mazza, e altri d'archi e frecce; ma ancorchè
destri al saettare poco assegnamento faceanvi: son colpi di sorte,
diceva un famoso guerrier loro, sbagliano e imberciano.[146] Copriansi
di giachi di maglia e scudi. In giusta battaglia aspettavano per lo più
la carica del nemico; sosteneanla con rara fermezza secondo il precetto
del Corano e il romano concetto di Khâled-ibn-Walîd che solea scorrer le
file esortandoli: “Ricordatevi, Musulmani, che lo star saldi è fortezza,
l'affrettarsi debolezza, e che con la costanza va la vittoria.”[147] Sia
che dessero il primo assalto, sia che ripigliassero quello del nemico,
piombavano come turbine coi loro infaticabili cavalli levando il grido
di _Akbar Allah_ (è massimo Iddio); sparpagliavansi dopo la carica, e
d'un súbito rannodati faceano nuovo impeto sul nemico disordinato nello
inseguirli, e sì lo rompeano e laceravano; avviluppavano e sterminavano
i fuggenti. I Bizantini e i Persiani, gravi per le armadure e per la
formalità degli ordini militari ai quali era mancata da lungo tempo
l'anima e l'intendimento, mal resistettero a tal nuova tattica: i primi
inoltre uomini senza patria, raunaticci di tante genti, tratti per forza
alle armi, condotti da capitani cui scegliea caso o favore; i secondi
accolti anche di varie nazioni e classi sociali diffidenti l'una
dell'altra, anzi nemiche.

Dagli eserciti passando ai popoli di que' due imperii, li vedremo
avviliti dal dispotismo, rifiniti dalle tasse e dalla rapacità degli
officiali pubblici; scissi da assottigliamenti religiosi; i Persiani
anco dalle contese sociali de' tempi di Mazdak, dalla paura dei ricchi e
cupidigia dei poveri: e qual meraviglia se tra l'universale
scontentamento paresse manco male la falce dei conquistatori, i quali
ragguagliavano gli imi ai sommi, disarmavano la religione dello Stato,
permetteano il culto cristiano sol che si pagasse un picciol tributo, o
aprivan le braccia per accogliere i vinti nella loro famiglia, nella
loro Chiesa e nella loro repubblica? Così le vecchie società cedeano il
luogo alla giovane società dei vincitori. Così ridivenuti nazione,
spinti da delirio religioso e da interessi mondani, allettati dal
bottino, dalle pensioni, dalla fertilità delle terre, dai mille lucri
che offrian le nuove province, i popoli arabi emigravano successivamente
verso di quelle. E se non potean portare in lor colonie nè libertà, nè
quiete; se negli ordini loro si nascondea l'antagonismo della legge coi
costumi, del dispotismo con la nobiltà e con la democrazia; questa
schiatta forte, piena d'alacrità e di speranze, operosa, industre,
paziente, audace, trovandosi in condizioni geografiche favorevolissime e
tirando altre schiatte alla sua lingua e religione, dava principio a un
periodo novello nella storia dell'umanità.



CAPITOLO IV.


Se pur la fama di cotesti avvenimenti arrivò in Sicilia prima che gli
Arabi toccassero le spiagge del Mediterraneo, niuno al certo se ne dette
pensiero. Lo potean credere solito insulto de' ladroni di là della
Siria, de' Saraceni, come par che s'addimandassero in quelle parti
alcune tribù dei deserti; il qual nome i Bizantini dieron poi a tutti
gli Arabi e infine a tutti i Musulmani.[148] Fors'erano noti in Sicilia,
per cagion del commercio, il nome e i costumi degli Arabi, e un
capriccio di fortuna avea mostrato nell'isola le fattezze di questo
popolo balestrandovi un principe arabo, Mondsir quarto re di Hira; il
quale ribellatosi da' Sassanidi agli imperatori di Costantinopoli, tradì
i novelli signori, e, caduto nelle mani loro, verso l'anno cinquecento
ottantadue, il clemente imperatore Maurizio non ne prese altra vendetta
che di rilegarlo con la moglie e i figliuoli in una delle isolette
adiacenti alla Sicilia.[149] Ma più che le rivoluzioni d'un popolo sì
oscuro e lontano, premeano ai Siciliani le guerre dei Longobardi in
Italia; e più che le une e le altre la novella eresia dei Monoteliti,
ossia sostenitori dell'unica volontà.

Disputavasi, sopra un punto di curiosità teologica sottilissimo e
oziosissimo se altro ne fu mai: se le opere del Dio fatto uomo,
movessero da due volontà, divina e umana, ovvero da una sola, che i
Monoteliti, ragionando su l'equivoco d'una parola, chiamaron teandrica,
cioè, divino-umana. Capacitossi dell'unica volontà l'imperatore Eraclio,
nel riposo ch'ebbe tra due guerre, l'una vinta gloriosamente sopra i
Persiani, e l'altra perduta assai vilmente contro gli Arabi. Non prima
il cacciaron essi dalla Siria, che il vecchio imperatore, sperando
impetrare l'aiuto del cielo con un atto d'intolleranza, comandava che
tutti i sudditi suoi credessero nell'unica volontà di Gesù Cristo.
Comandavalo, come i predecessori suoi avean fatto delle altre dottrine
onde si compose il domma ortodosso, usando nella nuova religione
l'autorità di sommo pontefice, che appartenne già agli imperatori
pagani, che gli imperatori bizantini non abdicarono giammai, e ch'è
passata con tanti altri ordini loro nell'impero di Russia. E la sede di
Roma tentennò tra l'antica obbedienza e il dritto fondamentale della
repubblica cristiana, il quale portava che la universalità dei Fedeli
fosse giudice delle proprie credenze. Papa Onorio I tentò di sfuggire
alla vana contesa, e rispose dubbio o forse assentì; ma i successori
suoi non vollero o non poterono dissimulare. Promulgata da Eraclio (a.
639), l'ectesi, come chiamossi l'editto imperiale che pretendea decidere
la controversia, e cominciata la resistenza dal vescovo di Gerusalemme,
Roma non declinò il pericoloso onore di farsene capo. Indi Costante
Secondo imperatore rincalzava con un altro editto superbamente chiamato
il tipo (a. 648), e papa Martino nel Concilio di Laterano (a. 649), ove
sedè la più parte de' vescovi d'Italia, solennemente condannò ectesi e
tipo, e ogni altro scritto monotelita. Allora la disputa si mutò in
fazione politica. Costante il quale era salito sul trono a undici anni
(a. 641), e, come tanti altri tiranni in adolescenza, avea principiato
con belle dimostrazioni di modestia civile, spiegò l'unghia del lione
per far confessare da tutti i sudditi dell'impero una opinione che nè
egli nè altri comprendea.

Ma sendo più che mai deboli in Italia le armi imperiali, e stringendosi
sempre più il misero popol di Roma intorno il suo vescovo ond'avea lucro
e protezione, Costante non potè sforzare il papa; e, volendo almen
punirlo, fu necessitato a tentare un colpo da masnadiere. Commesselo ad
Olimpio, esarco di Ravenna, o vogliam dire luogotenente dell'impero nei
dominii che rimaneangli in Italia; il quale, andato a posta a Roma,
tramò lunga pezza di catturare e dicon anche ammazzare il papa, e fallì
nell'uno e nell'altro misfatto. Secondo un pio cronista, il sicario
mandato da Olimpio, mentre levava la mano per ferire, perdè il lume
degli occhi; e, maggior prodigio, narrato il caso all'esarco, costui,
pentito, svelò tutta la pratica al papa. Aggiugne il cronista che si
rappacificassero incontanente, e che Olimpio, raccolte le genti che
potea, sopracorresse in Sicilia a combattere i Saraceni.[150] La corte
di Costantinopoli dal suo canto accagionò Olimpio d'alto tradimento, e
il papa di complicità con lui, di connivenza coi Saraceni, e fin
d'averli aiutato di danari.[151] Tra le fole del miracolo romano e le
impudenti accuse del governo bizantino, il vero mi sembra che l'esarco,
allettato dalla occasione che gli davano gli umori degli Italiani e le
condizioni generali dell'impero, seguendo il fresco esempio del patrizio
d'Affrica, abbia tentato di sciorsi anch'egli dall'obbedienza: a che
papa Martino nè volea nè poteva far ostacolo.[152] Donde Olimpio
lasciava star la teologia e il papa; e questi si pigliava quella
insperata tranquillità, senza lodare forse nè biasimare la ribellione
dell'esarco, quando lo scoppio della folgore musulmana in Sicilia li fe'
stringere l'uno all'altro, sì che provvedessero insieme al comun
pericolo. Perchè Olimpio, usurpatore o no, dovea combattere i Musulmani
in Sicilia, come Gregorio usurpatore avealo fatto in Affrica; e Martino,
posposto ogni altro rispetto, dovea aiutarlo, per salvare l'Italia dalla
servitù degl'Infedeli e sottrarre alle rapaci mani loro il patrimonio di
San Pietro nell'isola.

Nei dieci anni che la corte bizantina avea passato tra l'ectesi e il
tipo, gli Arabi, oltre quei prodigiosi loro conquisti di là dal Tigri,
s'erano impadroniti di mezzo l'impero: spintisi infino al Caucaso;
occupata tutta la costiera di Siria; preso l'Egitto (a. 639); corsa e
resa tributaria l'Affrica propria (a. 648); e, dopo avere soprastato un
istante in riva al Mediterraneo, vi si erano ormai lanciati, e tutto
l'empieano di spavento. Soprastettero già in riva al Mediterraneo,
rattenuti dai comandi di Omar, non da ripugnanza a incontrare ignoti
pericoli. Perocchè non mancavano arrisicati navigatori tra le
popolazioni marittime d'Arabia; e gli stessi guerrieri del deserto, fin
dai primi conquisti, s'erano risolutamente imbarcati sul Golfo Persico
per assaltar le costiere d'India, donde eran tornati vincitori e carichi
di preda (a. 636); i quali, se non ritentarono l'impresa, la cagione fu
che Omar aspramente rampognò il capitano, e scrissegli che si guardasse
un'altra fiata di affidare i guerrieri dell'islâm, come vermi, a un
pezzo di legno galleggiante.[153] In tal modo ei volle ovviare al
pericolo d'allargar troppo la guerra, o a quel di combattere sopra un
elemento ove i Cristiani fossero più pratichi de' Musulmani, ch'è il
concetto d'Ibn-Khaldûn. Per simili rispetti vietò all'ambizioso
Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân d'assaltare l'isola di Cipro; se non che, per
iscusarsi del mettere ostacolo ai trionfi dello islâm, il califo
gravemente scrivea sapere che il Mediterraneo sovrastasse di gran tratto
alla terra, e dì e notte domandasse a Dio di poterla inondare; ond'ei
non amava a dar gli eserciti musulmani in balía a tal perfido mare.[154]
Ma non andò guari che in luogo di queste baie tendenti a sconfortare
dalle imprese navali, si trovò nelle tradizioni di Maometto, com'avvien
sempre nelle ambagi e disordine degli scritti religiosi, un corredo
compiuto di altri testi che portavano all'effetto contrario: e diceano
che a durar solo la nausea del mare nella guerra sacra fosse merito
uguale al morire in campo, bagnato nel proprio sangue; che l'Angelo
della Morte recasse su in cielo le anime degli altri martiri, ma Dio
medesimo raccogliesse quelle degli uccisi in combattimento navale; e
altre somiglianti tratte su i tesori della vita futura.[155]

Ucciso Omar (a. 644), e uniti a capo di due anni i varii governi delle
provincie di Siria[156] nelle mani di Mo'âwia, costui, che avea tanto
séguito appo il nuovo califo, agevolmente vinse il partito della guerra
navale, non ostante la opposizione di quei consiglieri che voleano
mantenere i disegni politici di Omar.[157] Fatto venire grande numero di
barche d'Alessandria e accozzatole con quelle della costiera di Siria,
Mo'âwia assaliva (648) Cipro; ne levava tributo; tentava la munita
isoletta di Arado; e, sendone respinto, vi tornava l'anno appresso con
maggiori preparamenti; sforzava gli abitatori ad arrendersi e bruciava
il paese. Dopo due anni i Musulmani di Siria presero l'isola di Rodi;
portaron via, fatta a pezzi, la statua colossale d'Apollo che
l'antichità avea tenuto tra le maraviglie del mondo.[158] E alla nuova
stagione, che fu del secentocinquantadue, quattro anni appunto dopo la
prima lor prova a metter piè sopra una barca nel Mediterraneo,
solcavanlo a golfo lanciato, volgendo le prore alla Sicilia.

Di questa, come di tante altre imprese dei primi conquistatori arabi
nelle provincie romane, troviamo notizie molto oscure negli annali loro,
per una cagione che occorre spiegare. Presso gli altri popoli civili che
si segnalarono nel mondo, la tradizione dei fatti, emersa una volta
dalle nebbie dei tempi mitici, ha preso successivamente tre forme, che
rispondono a tre diversi gradi dell'incivilimento, e sono: i canti
eroici ripetuti a mente, le cronache scritte e la storia propriamente
detta; nè la tradizione orale in prosa è stata altro che ausiliare,
pronta, come ognun sa, a correggere o guastare gli altri ricordi. Appo
gli Arabi, al contrario, la tradizione orale usurpò tutto il campo nei
primi due secoli dell'egira. La nazione, sendo più incivilita nell'animo
che nelle forme esteriori, non potea contentarsi oramai di racconti
poetici, ma non era per anco avvezza a ricordi scritti; e l'umile arte
di leggere e scrivere troppo scarseggiava tra que' guerrieri e
improvvisatori che stavan sempre a cavallo e in su le armi. Pertanto non
ebbero altri cronisti che i _rawî_, (raccontatori o direbbesi più
litteralmente ritenitori), ai quali l'uso dava una prodigiosa virtù di
memoria, e serbavano l'intero patrimonio letterario di lor gente:
poesie, genealogie e fino i detti del profeta. Costoro, raccolti i fatti
il meglio che poteano dalla bocca di questo e di quello, soleano
riferirli con tutte le varianti e coi nomi di quanti successivamente li
avessero tramandato. Ma tal diligenza accrebbe la mole e la confusione,
più tosto che correggere i vizii della tradizione orale: il difetto cioè
di precisione cronologica; lo scambio dei fatti diversi relativi a una
stessa persona; la mescolanza delle fole di millantatori e detrattori;
il pendío agli aneddoti maravigliosi; il silenzio su le imprese
infelici. Questo cumulo di materiali par che opprimesse i primi che si
provarono a scrivere, nel terzo secolo dell'egira e nono dell'era
cristiana. Dei quali altri dettò storie particolari, altri osò
intraprendere una cronica universale; ma nessuno seppe strigarsi dalla
noiosa forma della tradizione orale, e nessuno venne a capo di chiarir
bene tutti gli avvenimenti del primo secolo, ch'era più lontano da
quella età. In ultimo comparvero le compilazioni e i compendii, che
fecero andare in disuso quelle ponderose cronache primitive; sì che,
poco o punto copiate dal duodecimo secolo in qua, non ce ne avanza che
qualche volume. E per tal modo è divenuto ormai impossibile di ristorare
la tradizione di alcuni avvenimenti; e i nostri sforzi non arriveranno a
trovarne altro che qualche cenno.

Ma quell'assalto di Sicilia, di cui testè dicevamo, è reso certo dai
ricordi europei, cioè: i documenti contemporanei che leggonsi nel
processo di papa Martino;[159] un paragrafo della Cronografia di
Teofane,[160] scrittore dell'ottavo secolo; e uno ch'è tratto
manifestamente dalle memorie della Chiesa Romana e portato nelle vite
dei pontefici che van sotto il nome d'Anastasio Bibliotecario.[161]
Corretta la cronologia, il fatto compiutamente risponde alla tradizione
musulmana che si raccoglie a brani dal Beladori, autore del nono
secolo,[162] e da due compilazioni più recenti;[163] delle quali una
assai particolareggiata si trova in un esemplare del falso Wâkidi; ma
non ostante tal sospetta origine,[164] quando se ne tolgano le manifeste
finzioni del compilatore, contiene un ragguaglio genuino e compie i
cenni di Teofane e d'Anastasio, e però la critica non vuol che si
rigetti. In ultimo è indizio dell'impresa un nome topografico rimasto in
Siria infino al duodecimo o al decimoterzo secolo, chiamandovisi
_Sicilia_, o, secondo altri, _Le Siciliane_, una villa in campagna di
Damasco; se pur non sono due luoghi diversi. Il nome è derivato al certo
da donne siciliane portatevi in cattività e probabilmente da quelle che
vennervi al tempo di Mo'âwia.[165]

L'armamento musulmano mosse dall'estremo golfo orientale del
Mediterraneo, forse da Tripoli di Siria, e certo egli è che non venisse
dalle costiere d'Affrica donde i Musulmani s'eran ritratti tre anni
innanzi. Però era mestieri allestire grosse navi e munirle a effetto di
guerra; e ne parrà tanto più malagevole e arrisicata l'impresa di
Sicilia, più assai che quella d'India del secento trentasei, nella quale
gli Arabi aveano avuto in pronto legni e marinai della propria lor
gente, usi a tal navigazione per loro commerci. Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân,
che già si facea strada all'impero, forse sperò con la guerra di Sicilia
d'accrescere le province ed entrate del governo suo ed emulare il
capitano d'Egitto Abd-Allah-ibn-Sa'd, che godea come lui la grazia del
califo ed avea acquistato in Affrica tanta gloria alla religione, e
ricchezza ai soldati. E forse, dall'esercito del rivale pervennero a
Mo'âwia i ragguagli che spinserlo alla impresa siciliana. Affidolla a un
prode che fu poi partigiano suo nelle guerre civili;[166] rinomato non
meno per pietà, poichè avea visto in volto il Profeta e ne serbava i
detti;[167] e testè segnalatosi sotto gli auspicii del capitan d'Egitto
nella espedizione di Nubia, ove perdè un occhio per ferita.[168] Ebbe
nome costui Mo'âwia-ibn-Hodeig della tribù di Kinda[169] e continuò per
venti anni a combattere per la fede in Ponente, sì che tante sue geste
furono confuse dai raccontatori,[170] e quella di Sicilia, come meno
avventurosa, restò oscura.

Sbarcarono nell'isola i Musulmani con forze non pari al conquisto;
occuparono qualche luogo su la costiera, e a lor costume mandarono
gualdane a battere il paese, le quali fean preda e prigioni, e pur non
bastavano ad espugnar le terre murate. Ma tale debolezza del nemico non
si potea scernere dai Cristiani tra i primi spaventi di quell'assalto,
non aspettato nè creduto possibile; di quel terribil nome di Saraceni;
di quelle nuove fogge, sembianti, linguaggio e impeto di combattere.
Però, giunti gli avvisi a Roma, si strinsero l'esarco e il papa,
com'abbiam detto. Passato Olimpio con l'esercito in Sicilia, la guerra
andò in lungo: combattuta debolmente d'ambo le parti; dei Musulmani
perch'eran pochi e scarsi di preparamenti; de' Cristiani perchè valean
meno in arme, e travagliavali una moría che s'appigliò all'esercito.
Indi le pratiche mosse dall'esarco, alle quali accennano e la narrazione
del falso Wâkidi e il processo di papa Martino; le quali negoziazioni
dopo la morte d'Olimpio furon costrutte in caso di maestà a fin di
avvilupparvi il papa. Questi dal canto suo mandava aiuti di danaro in
Sicilia: limosina a qualche servo di Dio, scriveva egli poi scusandosi,
e dissimulando forse sotto tal nome il riscatto degli inquilini del
patrimonio caduti in man del nemico. In ogni modo, tra scaramucce e
pratiche si consumarono parecchi mesi; nel qual tempo Olimpio morì della
pestilenza. I Musulmani, non isperando rinforzi, poichè non avevano
altra armata in sul mare, e aspettandosi addosso il navilio bizantino, o
avendo avvisi che venisse, non si lasciaron chiudere nell'isola.
Mo'âwia-ibn-Hodeig rimontò su le navi in fretta, senza però abbandonare
nè il bottino nè i prigioni; e, fatto vela nottetempo, ebbe a ventura,
dopo felice navigazione, di sporre i suoi sani e salvi su le costiere di
Siria. Tutto lieto il significava a Othman il capitano della provincia,
Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân, che già assai temea della sorte dell'armata.
Mandava altresì al califo la quinta della preda, e dividea il resto
all'esercito. Par che i prigioni, la più parte donne, rimanessero a
Damasco, e presto dimenticassero gli antichi lor signori, il paese, le
famiglie, fors'anco la religione. Perocchè la cronaca bizantina aggiugne
qui sbadatamente, che volentieri stanziassero a Damasco: nè più crudele
biasimo che questo si potrebbe esprimere in parole, contro quei miseri
schiavi non già, ma contro l'ordine civile e religioso che affliggea la
Sicilia.[171]

Appena allontanati dall'isola i Musulmani, Costante incalzò la
persecuzione contro il papa, e fe' compiere da un nuovo esarco
l'attentato ch'ei meditava. L'innocente e caritatevole Martino,
vegliardo, infermo, venerando per animo forte e soavi costumi, fu preso
a piè degli altari da una man di scherani (giugno 653); gittato in una
barca; condotto giù pel Tevere e per la costiera infino a Messina; ove
il tramutarono in altro legno; lo menarono qua e là per la riviera
orientale di Calabria e per le isole dell'Arcipelago: tenuto in segreta
su la nave e in terra; strapazzato, e, dopo lungo tempo, tratto innanzi
i magistrati a Costantinopoli. Quivi incrudì lo strazio per le
ingiuriose imputazioni, la insolenza dei giudici, la brutalità dei
servidori, la profanazione del nome e forme della giustizia, la sentenza
di morte pronunziata e sospesa; e sopratutto la presenza del tiranno,
dinanzi al quale gli stracciarono in dosso gli abiti sacerdotali, lo
condussero per la città, con un collare di ferro alla gola, preceduto
dal carnefice che brandiva la mannaia. Alfine il tiranno commutò la
sentenza in esilio perpetuo a Cherson, su le rive settentrionali del Mar
Nero; ove Martino trasse pochi mesi di vita che gli avanzarono,
torturato da' disagi e dimenticato dal clero di Roma. Molti furono anco
gastigati come ricalcitranti al tipo; e, più barbaramente che niun
altro, il dotto San Massimo, al quale apponeano oltre le opinioni
teologiche, sì sfacciato era il governo imperiale, di aver dato ai
Saraceni l'Egitto, la Pentapoli e l'Affrica.[172]

E come rinforzato per trionfo in casa, Costante volle andar subito a
gastigare gli Arabi, che fatti audaci in sul mare, armavano contro
Costantinopoli stessa (655). Sorgeano all'áncora le navi o barche loro,
dugento e poche più, su le costiere della Licia, presso il monte Fenicio
in un luogo che i cronisti arabi chiamano “Le Colonne;” senza dubbio
dagli avanzi di qualche monumento dell'arte greca. Quivi drizzò la prora
Costante con sei o settecento, altri dice mille, navigli; certo con
strabocchevole superiorità di numero, mole e munizione delle navi. Era
questa la prima battaglia marittima che si presentasse ai Musulmani.
Perciò stavano in forse anco i più valorosi: il supremo condottiero
Abd-Allah-ibn-Sa'd, ch'era a terra con le genti, domandava tre fiate ai
capitani minori che si farebbe; e tre fiate que' si guardavano in volto
l'un l'altro senza rispondere: quando si levò un guerriero, e, in luogo
di disputare, recitò le parole del Corano sopra la battaglia di Saul con
Golia: “Oh quante volte picciol drappello ha sbaragliato grosse schiere,
permettendolo Iddio: Iddio è con chi sta fermo.”[173] Abd-Allah allora,
risoluto a morire anzichè abbandonare l'armata al nemico, gridava: “Alle
navi, in nome di Dio.” E alle navi corsero, seguíti da molte donne loro,
che vollero partecipare al pericolo.

Appiccata la zuffa con trar dardi e saette, gli Arabi si accôrsero
dell'errore di combatter da nave a nave; e senz'aspettare una prima
sconfitta che li ammaestrasse, vollero provarsi da uomo a uomo. Gittano
gli uncini alle galee nemiche; salgono all'arrembaggio con le sciabole e
i cangiar alla mano; e con molto sangue loro e grandissima strage de'
nemici, vinsero la giornata. Costante, che s'era tratto addietro quando
cominciarono a fischiare per l'aria le saette, diessi a fuggire quando
si venne alle armi corte; e pure a mala pena campò. All'incontro la
nobile e bella Bosaisa, moglie del capitan musulmano, avea visto sì da
presso il combattimento che il marito le domandò: “Chi ti è parso il più
valoroso?” “Quel dalla catena” ella rispose: un guerriero che nel fitto
della mischia, vedendo la nave di Abd-Allah aggrappata e portata via da
un galeone nemico, l'avea liberata spezzando la catena. Questo prode era
A'lkama-ibn-Iezîd, che amò ardentemente Bosaisa; la domandò in isposa;
si ritrasse dall'inchiesta quando seppe che Abd-Allah aspirava alla mano
di lei; e venuto costui a morte pochi anni appresso la battaglia delle
Colonne, ottenne alfine il premio di sì perseverante e generoso
amore.[174]

Tornato il fuggente imperatore a Costantinopoli, incrudelì per sospetti
di stato; fe' uccidere il proprio fratello; continuò le persecuzioni
contro i sostenitori delle due volontà; e alternando fierezza e viltà,
com'è proprio de' tiranni, vezzeggiò i successori di papa Martino, e
pensò di fuggire i luoghi e il popolo che gli ricordavano il parricidio.
Indi si favoleggiò che uno spettro lo inseguisse porgendogli una tazza
piena di sangue, e gli dicesse: “Bevi, fratello!” Dilungandosi dalla
metropoli ove mai più non tornò, Costante faceva atto di sputarla per
odio, e per paura vi lasciava la moglie e i figliuoli, ritenuti come
pegno dal popolo tumultuante. Egli, cercando sempre il pericolo da lunge
e fuggendolo da presso, venne in Italia (663) a far guerra ai
Longobardi; provocolli, e poi non aspettò lo scontro loro a Benevento; e
vedendo sconfitto un grosso di sue genti, in fretta visitò Roma,
raccolsevi quante cose di pregio rimaneano nelle chiese, fino il bronzo
ond'era coperto il tetto del Panteon; e, incalzato da' Longobardi, passò
in Sicilia; si chiuse con la corte e i tesori a Siracusa. E in vero ei
disegnò di porvi la sede dell'imperio; come già Eraclio l'avol suo,
prima di liberarsi con eroico sforzo da' Persiani e dagli Avari, era
stato per tramutarla in Affrica. Al quale pensiero sembra mosso Costante
dalla spaventevole forza degli Arabi che parea dovessero occupare da un
dì all'altro tutta l'Asia Minore, mentre i popoli settentrionali
incalzavano da un altro lato: ed egli è evidente che, disperando di
tenere Costantinopoli, non si potea scegliere più sicura nè più comoda
stanza alle forze vitali dell'impero, che la fertile isola cinta dai
porti di Messina, Siracusa, Lilibeo e Palermo, donde le armate avrebbero
signoreggiato il Mediterraneo, e agevolmente si sarebbe ripigliata
l'Italia. Le guerre civili che sopravvennero tra i Musulmani
allontanarono poi quel gran pericolo; e gli avvenimenti nati in Sicilia
fecero svanire al tutto il disegno.

Perchè la rapacità di Costante aiutava a maraviglia il clero siciliano,
pieno di profondissimo odio contro di lui, per essere l'isola devota al
Pontefice di Roma, e molto accesa contro i Monoteliti. Costante, in sei
anni che soggiornò a Siracusa, fe' sentir la vicinanza dell'augusta
persona, con le strabocchevoli gravezze poste su l'isola, e su le vicine
terre di Calabria, Sardegna e Affrica: tasse su la proprietà, tasse su
la industria, tasse per l'armamento del navilio, che a memoria d'uomo
non se n'era sofferto mai tanto cumulo; e confiscati con ciò i vasi
sacri, e separati, dice la cronaca, i mariti dalle mogli, i padri dai
figliuoli, con che può intendersi l'imprigionamento dei debitori del
fisco, o qualche partaggio dei coloni addetti ai poderi del patrimonio
imperiale che fosse stato venduto e distratto. I popoli d'Affrica, per
minor male, chiamaron di nuovo i Musulmani. Quei delle isole e di
Calabria si credeano condotti a inevitabil morte, come troviamo ne'
ricordi ecclesiastici; e coloro che scrissero tai parole, al certo
ripeteanle a viva voce, e con lunghi comenti, ai disperati sudditi di
Costante.

E un dì, entrato il tiranno nel bagno di Dafne, un gentiluomo della sua
corte, per nome Andrea figliuolo di Troilo, che il serviva e ungeagli il
corpo con sapone, gli versò addosso un'urna d'acqua bollente, e lo finì
dandogli dell'urna in sul capo (15 luglio 668). Trovato morto Costante
nel bagno, nessuno cercò il come; i soldati altra cura non ebbero che di
gridare imperatore un nobil giovane Armeno di nascita, per nome Mizize;
e tutta l'isola applaudì[175]. Il clero partecipò o esultò tanto nel
regicidio, che mezzo secolo appresso Gregorio Secondo, minacciandolo
Leone Isaurico della medesima sorte di papa Martino, rimbeccavagli si
ricordasse egli di Costante e del cortigiano, che, accertandolo i
vescovi di Sicilia della eresia dello imperatore, immantinente lo avea
trucidato.[176]

Allato a cotesta spiegazione storica d'un papa si vuol porre quella
degli Arabi contemporanei, per mostrar come diversamente si sciogliesse
a Roma e in Oriente il noto caso: se lice uccidere re tiranno. Narrata
la battaglia delle Colonne e l'abbandono d'Alessandria che ricadde nelle
man de' Musulmani, i Romani, dice la tradizione, sforzaron Costante a
uscire con l'armata contro il nemico: “Ma Iddio mandò sovr'essi una
tempesta che affondava tutte le navi, fuorchè quella di Costante; la
quale scampò, trasportandola i venti in Sicilia. Dove interrogato dalla
gente e narrati i casi suoi: “Hai svergognato la Cristianità,”
replicarongli i Siciliani, “ed hai fatto perire i suoi campioni. Or se
ci assaltino gli Arabi, dove troveremo chi ne difenda?” E Costante
rispondea: “Quando salpammo, l'armata era forte: che volete se ci
scoppiò addosso la tempesta?” Ma i Siciliani, fatto scaldare un bagno
vel ficcano per forza, gridando egli invano: “Sciagurati! che il mare
inghiottì i vostri prodi, e voi ora ammazzate il re vostro.” “Facciam
conto che sia annegato con gli altri,” replicarono; e spacciaronlo: ma
lasciarono andare quanti eran venuti con lui su la nave.” Nel quale
racconto ognun può scoprire non solamente uno squarcio del vero,
ancorchè vestito alla foggia degli Arabi di quei tempi; ma anco un vago
cenno d'assalto sopra la Sicilia. E notabil è a tal proposito lo stesso
errore d'alcuni cronisti musulmani, che affrettando di quattordici anni
la morte di Costante, la pongono l'anno trentuno dell'egira, il quale in
parte risponde al secentocinquantadue, data della prima impresa di
Sicilia.[177]

Nè andò guari che i Musulmani riassaltarono l'isola. Parmi priva di
fondamento la supposizione moderna che ve li abbia chiamato Mizize,
perchè gli Arabi in quel tempo non potean sembrare valido aiuto in
un'isola sì lontana dalle provincia loro; nè quivi si vedea cagione di
tôrsi in casa il nemico, poichè il nerbo delle armi bizantine stanziava
nell'isola, e questa parea sicura al tutto dagli assalti di
Costantinopoli. Ma quivi la corte, e gli officiali civili e militari,
temendo non rimanesse la sede dell'Impero in Sicilia, arsero di zelo per
lo giovinetto Costantino figliuolo di Costante. Dondechè con
maravigliosa prestezza e precisione ragunarono tanti brani di forze
terrestri e navali di Ravenna, Campania, Sardegna e Affrica; ed ebbero
tanto séguito nello esercito di Sicilia, che appresentatosi Costantino a
Siracusa in primavera del secentosessantanove, Mizize fu abbandonato da
tutti, riconosciuto legittimo imperatore Costantino, e chiamossi
ribellione il colpo di Stato fallito. Costantino a capo di pochi mesi
tornossene all'antica capitale.[178] Probabil è ch'egli sguernisse di
soldati la Sicilia, per tor la voglia di crear qualche altro imperatore;
e che i Musulmani i quali tenean gli occhi aperti su la nuova sede
dell'Impero nemico, cogliessero questa occasione di spogliarla.

Vennero d'Alessandria su dugento navi, condotti da Abd-Allah-ibn-Kais
della tribù di Fezâra, arrisicatissimo condottiero che afflisse i
Cristiani del Mediterraneo in cinquanta scorrerie navali; e alfine fu
ucciso in luogo detto Marca, probabilmente in Italia.[179] Abd-Allah
irruppe in Siracusa con molta strage; se non che i cittadini
rifuggivansi nelle montagne e nelle più munite rôcche dell'isola. Dopo
un mese, fatto gran cumulo di preda, prese varie terre o piuttosto
battuto il paese qua e là coi cavalli, i Musulmani si rimbarcarono.
Portaron via, dicono gli scrittori cristiani, i tesori delle chiese e i
bronzi rubati da Costante a Roma. Dicono i Musulmani, come s'è visto
sopra nel testo di Beladori, che si trovò nel bottino gran copia d'idoli
fabbricati di preziosi metalli e di gemme: e che il califo Mo'âwia li
mandò ai mercati degli idolatri d'India, sperando che ne conoscessero e
pagassero il pregio. Ma l'universale dei Musulmani fieramente
scandalizzossi di un pontefice che rivendeva i lavorii di Satan.[180]

A questa impresa del secentosessantanove, un monaco Benedettino, vivuto
cinquecent'anni appresso, innestò sue fole di sanguinosa strage nel
monastero dell'Ordine a Messina, e sopratutto di guasto a moltissime
città e terre che i Benedettini possedessero in Sicilia. Tal racconto si
trova in una serie di leggende apocrife e falsi documenti, con che si
fece prova nel duodecimo secolo a gabbare i principi, e carpir qualche
pezzo dell'immenso patrimonio che si fingea tolto a que' pii cenobiti.
Non senz'arte, si fe' menzione dei poderi da una mano nelle geste dei
martiri, dall'altra mano nei supposti diplomi; e tra le une e gli altri,
si attribuì ai Benedettini la proprietà di mezza Sicilia: terreni in
tutti i luoghi di cui si conoscessero i nomi nella storia antica; e
intere città poste sotto la signoria loro fin dal sesto secolo, come
potean esserlo nel duodecimo. Ma traditi sempre più dall'ignoranza, gli
autori della frode, che mi sembran parecchi, senza escluder l'Abate di
Monte Cassino a quel tempo, presero tropp'alto il volo nelle leggende:
fecero cominciare gli assalti dei Musulmani un secolo avanti Maometto, e
trucidare San Placido, con trenta tra frati e suore che viveano nel suo
monastero di Messina, proprio l'anno cinquecentoquarantuno, da un barone
agareno che lor piacque di chiamare Mamuca, mandato con l'armata
spagnuola da Abdallah, capo di setta saracena in quelle parti, tiranno
zelantissimo nel promuovere il culto di Moloch e della stella Lucifero.
Ciò tanto o quanto potea passare nel duodecimo secolo; pur la novella
non prese allora, nè fruttò. Ma verso la fine del secol decimosesto, per
procaccio de' Gesuiti, si rifrustarono quelle memorie; si cercarono a
Messina, e, com'è naturale, si trovarono le tombe e le ossa dei martiri,
e fino il piombo, che i Barbari infedeli avean loro versato in gola; e
il dotto e scaltro Sisto Quinto, in un tempo di tanta gloria letteraria
della patria nostra, soscrisse un breve dato il tredici novembre
millecinquecento ottentotto, nel quale comandò che si festeggiasse il
giorno di quel martirio per tutto l'orbe cattolico; e infelicemente
replicò i nomi dei crudelissimi Abdallah e Mamuca, tiranni saraceni,
invasori della Sicilia al tempo di San Benedetto e di Giustiniano.
Accorati e confusi a tanto sbalzo d'anacronismo, i dotti scrittori
ecclesiastici del medesimo secolo decimosesto e dei seguenti, se ne
cavarono con accettare il fatto del martirio, e dichiararne apocrifa la
sorgente, che eran gli atti di Gordiano: il solo frate scampato, come
diceasi, alla barbarie di Mamuca. Ma mentre la falsa leggenda rimanea
così in commercio, nessuno ebbe pietà dei documenti usciti dalla stessa
fucina. Il Baronio li disse falsi, nè più nè meno; il Pagi rincalzò con
pari severità; il Mabillon, Benedettino, sospirando ratificò il
giudizio; e il siciliano Di Giovanni li rigettò con meritato disprezzo.
Tra quelli appunto si trova una supposta lettera di papa Vitaliano per
lo risarcimento dei guasti recati da Musulmani ai poderi benedettini di
Sicilia nella scorreria del secentosessantanove. E com'ei pareva
opportuno di fare rosseggiare il sangue dei martiri, quantunque volte si
trattasse dei beni del monastero, una appendice posta alla leggenda di
Mamuca, aggiunse quell'episodio dei martirii al supposto saccheggio del
secentosessantanove. Infine la erudizione, la ignoranza e la impudenza,
sbrigliaronsi in una seconda appendice che fe' partecipare i Benedettini
delle stragi e guasti della notissima impresa di Ibrahîm-ibn-Ahmed nel
novecentotrè. Dove lo scrittore, dopo aver detto delle immense
possessioni del monastero depredate e degli infiniti monaci uccisi in
Sicilia, si ride un po' troppo dei lettori, conchiudendo: “e chi vuol
sapere le passioni di tutti quei martiri, vada a cercarle nelle
biblioteche di Costantinopoli.”[181]



CAPITOLO V.


Dopo le raccontate scorrerie del secentocinquantadue e secentosessantanove
la Sicilia ebbe a sentire il peso dei Musulmani, non più di Levante,
ma dell'Affrica, ove la schiatta arabica si rinforzò d'una potente
schiatta straniera e insieme con quella divenne sì formidabile in
tutte le parti occidentali d'Europa. Però è mestieri toccare
alquanto le condizioni di tal nuova provincia musulmana. Il
tratto di terreno che serpeggia dai confini dell'Egitto fino allo
stretto di Gibilterra tra il mare e la catena dell'Atlante o i deserti,
ubbidiva al nome bizantino, o romano, come affettavan chiamarlo
tuttavia. Distingueano gli antichi questa regione sotto varii nomi,
cominciando dalle due Mauritanie alla estremità di ponente, indi
Numidia, Affrica propria che prendea lo Stato odierno di Tunis e la
parte occidentale di quel di Tripoli fino al golfo della grande Sirte, e
via seguitando, Cirenaica, Marmarica e la provincia Libica che confina
con l'Egitto; Paese di vario aspetto; dove orrido e arso, come le più
inospite regioni dell'Arabia, dove lieto di vegetazione, temperato di
clima e vivificato dalla man dell'uomo. Perchè prima i Cartaginesi e poi
i Romani vi avean recato il genio del lavoro, che creava più che la
guerra e la barbarie non guastassero; e, pur dopo l'invasione dei
Vandali, v'erano rimase importanti città e maggior tra tutte Cartagine,
risorta dalle sue rovine; e vi fioriano ancora industrie e lucrosi
commerci.

Teneano l'Affrica settentrionale quattro generazioni d'uomini,
diversissime d'origine e di numero. La più moderna era un pugno di gente
germanica che alcuni autori arabi chiaman Franchi; e Leone Affricano,
Goti: senza dubbio gli avanzi dei Vandali rimasti dopo l'impresa di
Belisario.[182] Innanzi a loro per numero ed anzianità di soggiorno
venian le popolazioni pelasgiche, d'Italia cioè e di Grecia, portate
dalla dominazione romana: le quali gli scrittori arabi a lor modo
chiamano i Rum. In terzo poteansi noverare gli altri stranieri gittati,
direi quasi, dal mare su la costiera, forse in parte discendenti dei
Fenicii, miscuglio di tante schiatte simile a quel che oggi dicesi
nell'Algeria Mori, o Moreschi, non sapendosi qual altro nome dar loro
che uno indefinito e antico; e forse per la medesima ragione gli Arabi
li chiamarono Afârik, o Afôrika, ossia Affricani, accorgendosi che non
fossero nè Germani nè Pelasgi nè Berberi.[183]

Ma i Berberi aborigeni, come debbon dirsi non vi essendo memoria di
altri abitatori innanzi a loro, vinceane di gran lunga anche per lo
numero e per la estensione del territorio tutte le razze intruse.
Stendeansi dall'Atlantico ai deserti non esplorati che finiscono a
Levante con la valle del Nilo; correano dal Mediterraneo agli altri
deserti che arrivano al Tropico e al Sûdan, o vogliam dire paese dei
Negri; dimodochè le tribù berbere più o meno sottomesse penetravano per
ogni luogo il territorio romano; e le tribù, o meglio diremmo nazioni
independenti, lo premeano dalla parte di mezzogiorno e di ponente. La
gagliarda e fiera gente berbera, inaccessibile di tutti i tempi alla
civiltà, mosse d'Oriente, come il mostra la stampa della schiatta
caucasica che ha in volto, e come il portano le sue tradizioni serbateci
dagli scrittori romani e dagli arabi. I libri punici in fatti,
consultati da Sallustio, li diceano popoli della Media e dell'Armenia
venuti in Occidente con Ercole; lo scrittore armeno Moisè di Corene e
Procopio li credettero Cananei cacciati di lor terra da Giosuè; degli
Arabi, chi li ha fatto Himiariti[184] o vogliam dire della schiatta
dell'Arabia Meridionale; e chi ha appiccato la genealogia loro anche a
Canaan; tradizioni mitiche, come ognun se ne accorge, tra le quali
potran decidere i dotti quando si sarà studiata meglio la lingua
berbera, e si conosceranno un poco certi altri antichi idiomi dell'Asia
anteriore, come sarebbero gli ariani e gli himiariti. Intanto, dalla
tradizione, al par che dal linguaggio, parecchie tribù berbere sembrano
senza dubbio d'origine semitica; ovvero, se tutta la gente berbera il
sia, quelle sembran passate in Occidente in tempi men rimoti, talchè il
dialetto loro abbia ritenuto molto più delle voci e forme semitiche. Il
nome generico di Berberi par sia stato messo in uso la prima volta dagli
Arabi, poichè fino ai tempi del conquisto loro la appellazione generale
di coteste schiatta fu _Mauri Barbari_, come troviamo in Procopio; alla
quale gli scrittori europei dei tempi più bassi ne aggiunsero altre,
d'Affricani, e, con manifesto errore, di Punici, e fin anco Cartaginesi:
oltrechè, ad accrescere la confusione, ricorre sempre negli scritti loro
la indeterminata appellazione di Saraceni. Tra coteste false
denominazioni etniche de' popoli primitivi dell'Affrica, quella di Mori,
ch'è più antica, ci è divenuta anco familiare ne' romanzi, ne' poemi, in
architettura e financo nelle storie; ma io preferirò, come assai più
determinata, la voce Berberi, alla quale si son attenuti giustamente i
dotti. È parso ad alcuni eruditi d'Europa che gli Arabi abbian tolto di
peso tal voce dalla latina _Barbari_; e al contrario gli scrittori arabi
traggono la etimologia dal loro vocabolo _berber_, che significa
borbottare, e diconlo anche di parlare in gergo rozzo e straniero. Gli
uni e gli altri credo si appongano al vero; poichè gli Arabi
conquistatori dell'Affrica settentrionale tanto più agevolmente doveano
adottare il nome che trovarono in uso tra i popoli inciviliti del paese,
quanto avea significato nel loro proprio linguaggio, e il significato si
confaceva appunto al caso. Ma v'ha di più: il valore primitivo di questo
vocabolo nell'idioma greco, che lo comunicò a tutti gli altri
dell'Europa, è identico a quel che ritenne in arabico il verbo _berber_.
Come notollo il Gibbon, _Barbaro_ nell'Iliade non è detto che di favella
rozza e aspra; nè pria de' tempi di Erodoto si vede usata cotesta voce
com'appellazione dei popoli non parlanti il greco; donde poi si venne
mutando il significato, come ognun sa, fino a quel che ha preso nelle
lingue moderne. La stessa voce _borbottare_, che mi è occorsa testè
traducendo il detto verbo arabico, vi consuona tanto e sì a capello ne
rende il significato, che potrebbe riferirsi per avventura alla medesima
origine[185].

Tale essendo la divisione etnologica dell'Affrica Settentrionale, non è
mestieri aggiungere che facean base al governo bizantino le schiatte
nuove, frequenti nelle parti orientali più che nelle occidentali,
industri, snervate e cristiane; anzi sì zelanti nella fede, che la
Chiesa Africana ai tempi suoi levò quel grandissimo grido che ognun sa.
Al contrario i Berberi, che aveano sì ostinatamente combattuto la
dominazione di Cartagine, poi la romana, non lasciavan tranquilla la
bizantina; ma non bastavano ad abbatterla per essere sì divisi,
nimicantisi tra loro senza perchè; diversi anco di religione, adorando
chi le stelle, chi un idolo, chi un altro; e qualche tribù giudea, altra
cristiana di nome. Il reggimento bizantino resisteva a così fatti nemici
mercè la ordinata amministrazione d'una provincia ricca, la disciplina
militare, le molte fortezze, il navilio. E queste forze eran tali, che
nei principii del settimo secolo Eraclio governatore dell'Affrica avea
occupato il trono di Costantinopoli, e che il patrizio Gregorio,
deputato da lui a regger la provincia, levossi in aperta ribellione
(646) quando vide fortuneggiare l'impero assalito dagli Arabi.

Gli Arabi non prima avean messo piè in Egitto che irruppero in Affrica.
A'mr-ibn-A'si occupò Barca, Tripoli e Zuâgha (641-643), gli abitatori
della quale si rifuggirono in Sicilia.[186] A'mr, levata di quei paesi
una grossa taglia, ardea d'andar oltre: quando il califfo Omar gli
comandò di ritrarsi; temendo di far troppo grande l'Impero, e come
presago del gran sangue che dovea costare l'Affrica. Similmente parecchi
compagni del Profeta, pochi anni appresso, dissentivano dall'impresa
proposta dal novello capitano d'Egitto al califfo Othman, che gli era
fratel di latte; ma questi, sendosela fitta in mente, pose di nuovo il
partito nel consiglio, e, vintolo, affrettò i preparamenti in persona;
li aiutò coi proprii danari; e avviò da Medina una eletta di guerrieri
delle tribù modharite e del Iemen; i quali coi rinforzi presi
in Egitto sommarono a ventimila tra cavalli e fanti. Condotti da
Abd-Allah-ibn-Sa'd, quel medesimo che pochi anni appresso guadagnò la
battaglia navale delle Colonne, mossero, non lungi dalla costiera,
infino al golfo di Hammamet, e trovarono l'esercito di Gregorio, dentro
terra, tra Sufetula e Cartagine (647). Per certo non combatteano sotto
Gregorio centoventimila uomini, come scrissero alcuni cronisti arabi;
per certo nè quegli avea promesso la man della figliuola e
centomila monete di oro a chi uccidesse Abd-Allah-ibn-Sa'd; nè
Abd-Allah-ibn-Zobeir con trenta cavalieri soli andò ad uccider lui nel
bel mezzo delle file bizantine, e prendersi la figliuola che pugnava a
cavallo con un ombrello di penne di pavone; nè pare probabile che il
pregio del bottino montasse a tal somma prodigiosa, che, toltane la
quinta, ne toccò tremila dinar ad ogni cavaliere e mille a ogni pedone.
Cotesti episodii, ignoti ai più antichi scrittori arabi, messi innanti
da quei di tempi più bassi e accettati per necessità dagli storici
europei, sono stati distrutti non è guari da un insigne
orientalista.[187] Ma piacemi di poter dare, in luogo di quelli, alcuni
particolari, non pubblicati per anco, e autentici come io credo,
ritraendosi da un discorso, che gli Arabi serbavano tra i lor modelli di
eloquenza. Abd-Allah-ibn-Zobeir, che fu l'Ulisse di quella impresa,
sopraccorso con rapidissimo viaggio a Medina, narrava la vittoria in
pubblica concione, permettendolo il califfo: dicea che intimato agli
Affricani l'islam o il tributo, e rifiutato l'un e l'altro, i Musulmani,
temporeggiarono per due settimane in faccia all'esercito nemico: poi il
capitano li esortò a combattere per la causa di Dio e guidolli alla
battaglia; la quale aspramente si travagliò il primo giorno con molto
sangue d'ambe le parti e avvantaggio di nessuna. “Venne la notte,
proseguiva Abd-Allah, e i Musulmani a recitare il Corano, che s'udiva
tra loro appena un susurro, come il ronzio delle api; i politeisti a
sbevazzare e trastullarsi. La dimane, ripigliata la zuffa, Iddio ci fe'
star saldi e ci accordò la vittoria, verso il tramonto del sole.
Grandissimo è stato il bottino; la taglia pattuita sì grossa, che il
quinto solo torna a cinquecentomila monete: ma forse n'avremo altri due
tanti. E così io ho lasciato i Musulmani ricreati e sazii di preda, e
son venuto nunzio al principe de' Credenti.”[188] Il patto cui si allude
era stato chiesto da' vinti, quando videro sparse le gualdane a battere
il paese e struggere e rapire ogni cosa. Raccolto quanto tesoro potè,
l'esercito musulmano si ritrasse a capo di quindici mesi dal dì che avea
passato la frontiera d'Egitto.[189] Un diligente scrittore porta che in
questo tempo gli abitatori della penisola di Scerik, che guarda la
Sicilia, si riparassero nella lor città di Kalibia (Clypea), e di lì a
poco nella vicina isola di Pantellaria; ove alzaron fortezze e stettero
lunga stagione, finchè non andò a snidarli un'armata musulmana.[190] Ma
più probabile mi sembra che la fuga in Pantellaria seguisse una ventina
d'anni dopo, quando la infestagione si venne a mutare in conquisto.

Perocchè gli Arabi saviamente audaci, non sendo per anco cresciuti di
numero con assimilarsi i popoli vinti, tennero nelle prime vittorie uno
di questi due modi. Ne' paesi ove parea loro di stanziare, poneano un
grosso campo come i Romani, e occupavano qualche città: di che è esempio
il disegno di A'mr-ibn-A'si, che si affortificò a Fostat, presso al
Cairo d'oggi, e fece d'Alessandria un _ribat_, o, a modo nostro di dire,
una piazza di frontiera; ove lasciò in presidio la quarta parte delle
genti da scambiarsi ogni sei mesi con un'altra quarta parte che scorrea
la costiera, mentre le altre due quarte rimaneano col capitano.[191] Al
contrario nelle regioni troppo lontane facean grosse correrie, movendo
dalle piazze di frontiera e quivi tornavansene col bottino e le taglie,
come abbiam detto di Cipro, della Sicilia e dell'Affrica. Ma sovente
accadea che l'agevolezza della vittoria, le occasioni che nasceano, e il
rigoglio delle tribù arabe presto ingrossate di clienti stranieri,
allettassero ad occupar coteste provincie, come le altre di cui si è
detto.

E così appunto seguì in Affrica dopo quattro novelle guerre o scorrerie,
che s'avvicendarono dal secentocinquantaquattro al secentosettanta,[192]
una delle quali fu ordinata dal califo Mo'âwia a chiesta di popolazioni
cristiane dell'Affrica, cui la tirannide di Costante avea mosso a
ribellione. Il pensier del conquisto si dee riferire ad O'kba-ibn-Nafi',
il quale in gioventù avea capitanato i primi cavalli arabi passati
d'Egitto a infestar la terra d'Affrica, e, più maturo, comprese che la
si potea tenere facendosi strumento delle popolazioni berbere. Mo'âwia
il secondò con dargli comando independente dal governatore dell'Egitto,
l'anno cinquanta dell'egira (670); ed ei poneasi con diecimila cavalli a
Barca, ove fe' opera ad attirarsi i Berberi dei contorni. Risoluto poi
andò a piantare in mezzo all'Affrica propria un alloggiamento che fu
chiamato il Kairewân,[193] ove l'esercito musulmano stesse sicuro con le
famiglie e lo avere. Elesse il sito dentro terra, a una giornata di
cammino dal porto di Susa, in terreno boschivo e sano, ove sorgea un
picciol castello romano, che gli Arabi chiamano Kamunia. Della scelta si
disputò a lungo tra il capitano e i principali dell'oste, con ragioni
non da Barbari. Volean gli altri tirarsi verso le spiagge per stare più
pronti alle offese; O'kba rispondea che era meglio assicurar la capitale
da' subiti assalti delle armate bizantine. Temeano quelli da una vicina
palude tristi esalazioni nella state e umidità nell'inverno; ma egli
mostrò ch'era forza incontrare que' disagi, poichè la palude difendea un
terreno da tenere in pascolo i cameli che servono a trasportare
l'esercito nostro, diceva il capitano, e i Berberi e i Greci la prima
cosa che farebbero, sarebbe di venirceli ad ammazzare alle porte proprio
della città, con improvvisa scorreria.[194] Vinto così il partito e
condotte le genti là dove ei pensava fondare Kairewan, O'kba
solennemente n'espulse gli antichi ospiti. “Belve e serpenti,” gridò
“noi siamo i compagni dell'Apostol di Dio; partitevi di qui o sarete
sterminati.” E le bestie a sgombrare quetamente portando seco i lor
nati, e i Berberi a convertirsi, dicon le croniche, nè v'ha ostacolo a
crederlo. Con un'altra scena troncò le dubbiezze degli Arabi, che,
messisi a fabbricar la Moschea, andavan cercando la dirittura della
Mecca, la _kibla_, com'essi dicono, alla quale il Musulmano dee guardare
quand'ei fa le preci. Mentre gli altri osservavan le stelle il meglio
che poteano, egli ebbe un sogno; diè di piglio alla bandiera; seguì una
voce sovrumana; e, dove quella gli disse “resta,” fisse in terra l'asta
e fe' innalzar la Moschea cattedrale. Costruirono anche il palagio del
governo, le case dei grandi, gli abituri della minor gente: di argilla
la moschea, di canne le case, dice un antico scrittore;[195] nè
pensarono per lungo tempo a mutare in lor uso gli avanzi d'architettura
romana che offriva il luogo.[196] Oltre a ciò posero alberghi, o
com'essi dicono _menzil_, pei viandanti, a giuste distanze lungo le
strade della provincia.

In cinque anni questi ordinamenti progrediano, e O'kba portava le armi
sempre più verso ponente tra le tribù berbere; quando il califo il
depose; unì di nuovo l'Affrica all'Egitto, e un novello capitano, per
nome Abu-Mohâgir, imprigionò O'kba e smantellò il Kairewân: pensando
forse che invano si sarebbe prodigato il sangue dei Musulmani
nell'indomabile provincia, e che piuttosto era da pigliare i Berberi con
le buone. In fatti egli avea tirato a professare l'islamismo un potente
lor capo per nome Koseila, quando, salito al trono Iezîd, e tornato
O'kba in credito a corte e resogli il governo d'Affrica (681-2), ristorò
la sua città, ripigliò con tanto più ardore i suoi disegni e alla sua
volta mise in catene Abu-Mohâgir. Con ciò fe' nuovi miracoli e nuove
imprese: scaturir fontane quando l'esercito era per morir di sete;
debellare eserciti bizantini e orde di Berberi; e altre ne convertì,
com'ei credeva, e vittorioso trascorse infino a Tanger e Sus
dell'Atlantico, ove, spinto il cavallo nelle acque, levando la mano
verso il cielo, profferì que' noti detti che il mare solo rattenealo dal
portare il culto del vero Iddio sino agli ultimi confini del mondo.

Pur le gonfie parole accompagnan sì raro i savii fatti, che O'kba, pria
d'andare a guazzare il cavallo nell'Oceano, non pensò a' Bizantini che
stanziavano a Cartagine e nelle altre città del Mediterraneo troppo dure
a intaccare; ma, scansandole, era ito per la regione a mezzodì
dell'Aurès, donde passò a settentrione, forse nella provincia d'Algeri o
d'Orano. Peggio fece a trattar come vinti quei Berberi, che cominciavano
a parteggiare per lui dopo essere stati sgarati in battaglia, ma non
voleano ingozzare gli oltraggi ch'ei facea loro per superbia, o sol
perchè Abu-Mohâgir aveva usato umanamente con essi. Narrasi, tra gli
altri fatti, ch'ei richiedesse Koseila di scannare e scorticare un
montone; per la cucina, dicono i cronisti; probabilmente in sagrifizio
per mangiarne e dispensarne ai poveri, com'è uso appo i Musulmani; il
che ad O'kba dovea parere atto di carità e religione, e al principe
convertito, servigio da beccaio. Rispose non mancargli servi che il
facessero. Ma il capitan arabo persistè, minacciò e volle essere
ubbidito per forza. Koseila ubbidì: quand'ebbe finito, senza fiatare, si
astergea le insanguinate mani sulla barba, e, domandatogli il perchè,
rispondea melenso: “fa bene al pelo.” Vi fu chi comprese la muta rabbia
di quell'atto e ne ragguagliò O'kba; ma il fiero vecchio se ne rise.
Koseila intanto, indettatosi coi Bizantini, si levò improvviso in arme;
e corsogli addosso O'kba impetuosamente con le poche forze che avea
intorno, finse di fuggire finchè tirò gli Arabi a Tahuda a piè dei
fatali monti Aurès, ove circondolli con infinita moltitudine di Berberi
e aiuti bizantini. Già gli Arabi sentian suonar l'ora estrema. Era tra
loro Abu-Mohâgir che O'kba traeasi dietro incatenato sospettandolo di
tradimento o infingendosene; il quale proruppe a recitar due versi
d'antico poeta, che avea pianto d'avere i ferri mentre i suoi
s'apparecchiavano alla battaglia. O'kba, all'intenderlo, scorda le
offese; lo fa sciorre; gli dice che salvisi con la fuga poichè non è
tenuto a combattere: e Abu-Mohâgir risponde non bramar altro che di
morire coi Musulmani; e s'arma, e ponsi al fianco del capitano.
Spezzarono i foderi delle spade, imitandoli gli altri guerrieri: e
avventatisi tra i Berberi virtuosamente caddero; campando pochissimi
dalla strage (683). Koseila tra non guari s'insignorì di Kairewân; le
reliquie degli Arabi si ritrassero di nuovo a Barca. Questo fine ebbe la
prima prova di occupazione permanente dell'Affrica. O'kba seppe meglio
imaginarla che mandarla ad effetto: uomo di costante proponimento, e
prodigioso valore in guerra; ma poco atto a maneggiar le fila di un gran
disegno, e meno a raffrenare le proprie passioni; troppo uso a fidarsi
in quel piglio tra di fanatico e di commediante che ha accresciuto la
sua fama appo i posteri.[197]

Così mossi i Berberi a guerra nazionale contro gli invasori, cui da
principio avean creduto nemici dei soli Romani, il contrasto si fe'
ostinato, sanguinosissimo; ebbe fasi diverse: sospeso talvolta per
stanchezza; ripigliato per novelle cagioni che si sviluppavano dalla
conquista; continuato fin quando le due schiatte si unirono sotto una
stessa fede e uno stesso vessillo di guerra; acceso anche in Spagna e in
Sicilia; durato sei secoli: nè finì che quando gli Arabi di dominatori
divennero soggetti. Nè l'impero dei califi, nel fior della sua potenza,
incontrò in alcun'altra provincia popoli che più disperatamente gli
resistessero: costretto suo malgrado al conquisto dell'Affrica; ove
mandò cinque eserciti a far vendetta l'uno dell'altro e ad incontrar la
medesima sorte.

Dirò di questa lotta assai brevemente, astenendomi dai particolari il
più che potrò. Entro pochi anni, gli Arabi vendicarono la strage di
Tahuda; ruppero gli eserciti collegati de' Berberi e Bizantini e
ammazzaron Koseila; ma intanto un'armata, allestita in Sicilia, occupò
Barca, rimasa vota di difensori (688-9); e il capitano arabo vittorioso,
Zoheir-ibn-Kais, affrettandosi alla riscossa con una picciola schiera,
non guadagnò che l'onore di entrare nella città e morirvi con la spada
alla mano.[198] Cinque anni appresso, escita appena la casa Omeiade
dalla guerra civile di Abd-Allah-ibn-Zobeir, il califo comandava al
capitan d'Egitto Hassân-ibn-No'mân di pigliare tutte le entrate della
provincia, tutta la gente e attrezzi da guerra, e andare a far
dell'Affrica ciò che gli paresse. Il quale, messi insieme quarantamila
uomini, tirò dritto a Cartagine (693-4); ruppe i terrazzani e il
presidio usciti a combattere; e pose tale spavento nella città, che i
principali cittadini se ne fuggirono su le navi, chi in Sicilia e chi in
Spagna; ed egli, facilmente sforzati que' che rimaneano, saccheggiò, fe'
prigioni, diè opera a tagliare li aquidotti e diroccare frettolosamente
quanto si potea; e non tardò a tornare dentro terra contro i Berberi
dell'Aurès. Tra i quali, come avvien sovente nei moti nazionali,
correndo le eccitate imaginazioni alla superstizione, era surta una
novella Zenobia, regina della tribù di Gerâwa, per nome Dihâ, più nota
sotto l'appellazione di Kâhina che le dettero gli Arabi, che è a dire
indovina; alla cui voce profetica e bizzarro furore, congeniale alla
schiatta loro, s'erano unite le altre tribù. Scontratasi con l'esercito
di Hassân su le rive del fiume Nini presso Bagaia, ch'oggi va nella
provincia di Costantina, la Kâhina ruppe gli Arabi con memorabile
strage: e di lì a poco un patrizio Giovanni, venuto con le forze navali
di Costantinopoli e di Sicilia, ripigliò Cartagine; Hassân con le
reliquie dell'esercito fu ricacciato di nuovo a Barca. La profetessa poi
sciupò la vittoria. Da una mano rimandò liberi i prigioni arabi, fuorchè
un solo che adottò per figliuolo, il quale la tradì mandando avvisi ad
Hassân. Dall'altra mano scatenò i suoi a guastar le città e i colti
dell'Affrica propria, per annichilare, diceva ella, que' futili beni che
attiravano il nemico. Ma fe' contrario effetto, perchè le popolazioni
industri delle altre schiatte, parte emigrarono in Spagna e nelle isole,
parte mandarono a profferire aiuto agli Arabi, i quali s'apprestavano a
nuovo sforzo di guerra.

Donde tornato Hassân con una armata e un esercito, ruppe i Berberi, e
uccisa la Kâhina nella sconfitta che avea vaticinato, com'è uso dei
profeti senza poterla evitare, le tribù dell'Aurès, ormai spicciolate e
sbigottite, si sottomessero; pattuirono di dar dodicimila ausiliari
contro i Berberi non domi e contro i Greci. Indi movea Hassân per la
seconda volta all'assedio di Cartagine; prostrava in parecchi scontri le
forze bizantine; rimanea padrone del golfo; e sì stringea la città per
mare e per terra, che il presidio finse di domandare l'accordo
profferendo il tributo, e in mezzo alle trattative imbarcata ogni cosa
di notte su le navi ch'erano in porto, quetamente se ne fuggì. Tentato
invano di resistere in altri punti della costiera, il patrizio Giovanni
con l'armata si allontanò per sempre dall'Affrica (698): Hassân, entrato
in Cartagine, compiè l'opera della distruzione col ferro e col fuoco,
lasciando picciol presidio, come per vedetta, e fabbricovvi, scrivon gli
Arabi, una moschea, che è a dire serbò ed acconciò a quest'uso qualche
antico edifizio. Infine, tornato a Kairewân, si volse ad ordinar la
provincia; posevi gli uficii d'azienda, e assoggettò al tributo
fondiario gli abitatori di schiatte europee, e dei Berberi tutti quelli
che non avean fatto la professione dell'islamismo;[199] ma ai Berberi
convertiti diè la parte dei tributi e delle terre che lor toccava come a
guerrieri musulmani. Così gli Arabi fermarono per la prima volta il
dominio su quella parte dell'Affrica settentrionale che oggi è compresa
nelle reggenze di Tripoli, Tunis, e provincia di Costantina, senza
estendersi per anco più a ponente. Dal nome d'Affrica propria che davano
i Romani alla parte più importante di questa regione, gli Arabi la
dissero tutta Ifrikia; e secondo lor geografi si stende dalla grande
Acaba che sorge tra Barca e Alessandria, infino a Bugia. Di lì
all'Atlantico chiamarono Maghreb che suona appo noi occidente, e
diviserlo in Maghreb del mezzo tra Bugia ed Orano, ed estremo Maghreb,
da Orano in poi. E coteste loro denominazioni geografiche noi adopreremo
per lo innanzi; se non che scriveremo a modo nostrale Affrica in luogo
di Ifrikia.

Con breve intervallo succedeva ad Hâssan un grande che rappattumò le due
schiatte per qualche spazio di tempo, e legolle di tal vincolo che non
si spezzò più mai, non ostante che si ricominciasse la lotta. Fu costui
un vecchio settuagenario, Musa-ibn-Noseir, uom di origine straniera,
liberto di casa Omeiade;[200] famosissimo per lo conquisto di Spagna, e
degno di maggiore gloria per l'arte di stato e di guerra con che avea
prima compiuto quel d'Affrica e del Maghreb. Esordì nel governo della
provincia, come un sommo capitano del nostro secolo, con arringare
l'esercito, accusando d'incapacità i predecessori, e dando certe le
vittorie ch'ei vedea sì chiare nella sua mente. E pagò il debito con
usura. Arrivò da Kairewân all'Oceano, domandò per ogni luogo le nazioni
berbere, stringendosele in confederazione dopo la vittoria, pigliandosi
ostaggi per guarentigia del patto; e, in vece di spingere il cavallo in
mare come O'kba, fondò la città o campo di Tanger; posevi
diciassettemila Arabi e dodicimila Berberi; e provvide a far apprendere
il Corano ai Berberi, che lo ripetessero alle più rimote e salvatiche
popolazioni di lor linguaggio. Così in breve tempo, dice l'autore del
_Baiân_, si vide un mutar di chiese in moschee per tutta l'Affrica
occidentale. La profession di fede era facile a fare; la partecipazione
nel bottino si comprendea bene da' nuovi convertiti; le armi si tenean
pronte a punire gli apostati. Musa le seppe rendere più possenti,
ordinando un corpo di giannizzeri, come li diremmo dal nome che lor
dettero i Turchi tanti secoli appresso; giovani robusti, e in gran parte
di nobil sangue, ch'ei comperava da' suoi soldati, ai quali eran toccati
nel partaggio del bottino; e li educava alle armi, alla religione, a
cieca ubbidienza, per farne terribile strumento di dispotismo, e, se
occorresse, d'usurpazione.

Nel vasto suo disegno Musa non tralasciò di usare lo ingegno e le arti
delle popolazioni cristiane dell'Affrica propria. La mercè di quelle,
rifabbricava di pietre e di marmi il Kairewân, che trovò di canne e
d'argilla; e intendendo, dice un cronista, da' vecchi del paese le
grandi imprese marittime di Cartagine, faceva costruire a Tunis cento
navi e pria scavare il canale dell'arsenale, con intendimento manifesto
di tenervi sicuri i legni musulmani dagli assalti dell'armata bizantina,
e da' tradimenti degli abitatori cristiani, che eran tornati certamente
a Cartagine e negli altri antichi porti. Quando il navilio fu in punto,
vi unì gli avanzi d'un'armata d'Egitto che avea fatto naufragio su le
costiere d'Affrica; bandì la guerra sacra in sul mare; chiamovvi i più
nobili guerrieri arabi, dando voce di volerla capitanare in persona; e
poi affidolla al proprio figliuolo Abdallah (704). Per tal modo cominciò
l'infestagione del Mediterraneo occidentale: furon corse, oltre le isole
Baleari, la Sicilia e la Sardegna, come si dirà a suo luogo. Abbiamo da
buone autorità che in coteste imprese del Mediterraneo e del continente
d'Affrica fosser fatti trecentomila prigioni; incredibile cosa appo noi,
e tal anco parve a corte del califo; ove capitata una lettera di Musa
che dicea montare il quinto a trentamila, fu ridomandato se fossevi
errore: “ed errore v'ha,” replicò Musa, “ma è che il segretario ha
scritto trenta in luogo di sessanta migliaia.” Del rimanente la
maraviglia cesserà ove si pensi che gli uomini eran forse il più lucroso
bottino: gregge facile a prendere in tutti i tempi; se non che allora
nol teneano in pastura, ma subito ne facean danaro rivendendolo, o co'
riscatti.[201]

Musa poi sguinzagliò i suoi Arabi e Berberi su la Spagna (711); vi
sopraccorse ei medesimo, non ostante il peso degli anni, a rivaleggiare
col proprio liberto Tarik: ed avea forse valicato i Pirenei, i suoi
aveano al certo infestato la Linguadoca, ed egli parlando de' suoi
smisurati disegni correva a compierli, quando lo raggiunse un messaggio
del califo, afferrò il freno della mula ch'ei montava, e intimògli di
voltar cammino e andare a scolparsi a Damasco. Lo accusavano di
peculato. Solimano, ch'ei trovò sul trono quando giunse alla capitale,
non fe' gran caso dei discorsi del conquistatore, che si vantava non
essersi giammai, nel lungo corso di sua milizia, chiuso in castella, nè
trinceato in campo; e parlando del valor dei soldati esaltava, sopra
tutti gli Arabi, que' del Iemen; dicea i Bizantini lioni ne' lor
castelli, aquile a cavallo e donne nelle navi; sagaci a spiar le
occasioni in guerra, vilissimi dopo la rotta; i Berberi somiglianti
molto agli Arabi per forza del corpo, impeto e ordine nel combattere, ma
traditori sopra ogni altro popolo. Nè ottenne maggior grazia mostrando
al califo le primizie dei trionfi: gli ottimati fatti prigioni in
Majorca, Minorca, Sicilia e Sardegna, vestiti de' lor più solenni
addobbamenti; e donzelle spagnuole a migliaia; e gemme preziosissime,
tra le quali aveano scoperto non so che tavola di Salomone. Il califo,
picciolo d'animo, sospettoso, avaro, governato da invidi cortigiani, non
perdonò la gloria a Musa. Dopo prigionia e brutali maltratti,
condannollo in quattro milioni di dinar che quegli non ebbe poter di
pagare; fece ammazzare a tradimento il figliuolo, lasciato da lui a
regger la Spagna; e affrettò la morte del misero vecchio asmatico (716)
con mostrargli la testa del figliuolo imbalsamata di canfora, e
domandargli se la conoscesse.[202]

Mancato un tant'uomo, le cose d'Affrica andavan per pochi anni com'ei da
principio le avviò; e quasi tutte le nazioni berbere aveano accettato
l'islam, quando si raccese la lite loro con gli Arabi. Al che dette
occasione la rapacità fiscale, sofisticando e facendo opera di
assoggettare ai tributi come Infedeli i Berberi fatti Musulmani. Ucciser
essi il prefetto ch'era venuto d'Oriente con tal vezzo (720), e il
califo lor diè ragione; ma dopo alquanto tempo, ritentata la prova da
altri oficiali, nè potendosi sempre spegner questi senza ribellione, i
Berberi vi corsero audacemente. E forza fu di dare un altro passo a che
portava la rivoluzione contro un re pontefice. I padri loro, seguaci di
Koseila e della Kâhina, avean gittato il Corano in faccia ai dominatori
stranieri. La generazione presente cresciuta in quegli ordini che si
poteano dir civili rispetto all'antica barbarie, non sapea vivere ormai
senza i conforti reali ed immaginarii dell'islamismo. Avvezza a
riconoscere da Allah, giorno per giorno, un beneficio ovvero una
staffilata, la pioggia, i frutti del suolo e degli armenti, la vittoria
e la preda, ovvero la carestia, le morie, le sconfitte; avvezza a far
tante genuflessioni ogni dì ripetendo qualche parola del Corano, o
almeno il nome di Maometto, pensò di mantenersi a un tempo gli aiuti del
Cielo e sciogliersi da chi tiranneggiava la terra in nome di quello:
corse, in vece dell'apostasia, all'eresia.

Trovò bella e fatta la riforma presso i dominatori stessi. Fin dalle
guerre civili di Alî e Mo'âwia, erano seguiti in Oriente i primi urti
della ragione con l'autorità; e la ragione, come suol fare, camminando
lenta e incerta, avea dato origine alle sètte che si dissero dei
_Kharegi_, ossiano uscenti; i quali negavano l'autorità assoluta dei
califi in punto di civil governo e impugnavano anco alcuni dommi di
religione, non potendosi far l'uno senza l'altro. Tra quelle sètte se ne
notavan due, dette, dai nomi de' fondatori, gli Ibaditi e i Sifriti;
concordi tra loro nel tener necessarie qualità del Musulmano la fede e
le opere, e però non noverare più tra i Musulmani i colpevoli di gravi
peccati, fosser anco i compagni di Maometto e i califi stessi. A così
fatti principii aggiugneano entrambe una feroce intolleranza; e nei
gradi di quella si distingueano gli Ibaditi dai Sifriti, risguardando i
primi come Infedeli, e però rei di morte, tutti i Musulmani che non
militassero nella guerra sacra, e le loro famiglie passibili di
schiavitù, e rompersi anco i legami del sangue per cagione d'infedeltà.
Così fatte opinioni passarono con gli eserciti arabi in Occidente, ove
s'appreser tosto ai Berberi selvatici e malcontenti. I Sifriti, côlta
l'occasione che il fior della milizia araba fosse andato ad osteggiar la
Sicilia (740), levaronsi nel Maghreb, condotti da un Maisar che avea
fatto l'acquaiolo a Kairewân; presero Tanger; gridaron califo
l'acquaiolo; e accolte senza scrupolo sotto lor bandiere alcune tribù
che non professavano l'islamismo, combatterono insieme la causa
nazionale contro gli Arabi. Dettero a costoro due sanguinosissime
sconfitte, la seconda delle quali fu chiamata dagli Arabi la giornata
dei Nobili, dal grande numero che ne rimasero morti sul campo di
battaglia. Tutta la provincia si scompigliò. I Berberi presero le armi
per ogni luogo da ponente a levante, infino a Cabès. Gli Arabi si
ridussero in due sole città, Kairewân e Telemsen. E il precipizio si
sentì anco in Spagna, e vi produsse altre rivoluzioni.

A questi avvisi il califo Hesciâm, avvampando contro Berberi ed Arabi
d'Occidente, chè i secondi con loro divisioni aveano accresciuto la
calamità pubblica, minacciava farebbe sentir loro la collera d'un Arabo
di buona schiatta; porrebbe sotto ogni castello berbero un campo di
guerrieri delle tribù modharite di Kais o di Temîm; manderebbe un
esercito da toccare con la vanguardia il Maghreb, mentre il retroguardo
stesse ancora in Siria. Accozzò in tutto trentamila uomini: gente sì
faziosa e discorde, che si abbottinò prima di venire alle mani coi
Berberi, e che, messa insieme con l'esercito d'Affrica, n'accrebbe le
discordie; onde venuti gli Arabi alla battaglia presso Tanger (741),
qual fuggì, qual fu tagliato a pezzi dal nemico. Ma un novello capitano
per nome Hanzala-ibn-Sefwân, ebbe tanta riputazione da unire gli Arabi;
tanta fortuna o arte da guerreggiare nell'Affrica propria presso le
colonie di sua schiatta, piuttosto che nel Maghreb. Dispersa parte delle
forze nemiche in una prima battaglia e circondato dalle altre in
Kairewân, armò i cittadini, accese in tutti il fervore religioso; passò
una notte a pregare, e la dimane, spezzato il fodero della spada con
migliori auspicii che O'kba-ibn-Nafi', uscì contro le miriadi dei
Berberi. Li vinse ad Asnam, tre miglia discosto dalla città: la quale
battaglia ricordossi tra le più strepitose dell'islamismo, e vi
perirono, al dir dei cronisti, centottantamila Berberi; al certo uno
spaventevole numero tra que' che caddero sul campo e gli uccisi di
sangue freddo, com'eretici e barbari che vincendo non soleano dar
quartiere (742).

Con tal supremo sforzo la schiatta arabica ripigliò il dominio della
provincia. Fu in punto di riperderlo in due altre vaste sollevazioni
(757-771), senza, contar le minori; e lo mantenne col pondo di due
novelli eserciti, l'un di quarantamila, l'altro di sessanta o secondo
alcuni scrittori di novantamila uomini, che era il settimo venuto in
Affrica nello spazio di novant'anni, contando per primo quello che perì
con O'kba.[203] Alfine la popolazione de' Musulmani orientali passata in
Affrica tra cotesti travagli, le forti colonie poste in luoghi
opportuni, e gli altri ordinamenti dei vincitori, prevennero i moti
generali de' Berberi infino ai principii del decimo secolo; se non che
alcune tribù berbere fondarono tre stati indipendenti, cioè: Fez
nell'estremo occidente; sotto la dinastia araba degli Edrisiti (788);
Segelmessa a mezzodì dell'Atlante, sotto i Midrariti, gente berbera
(783); e Taiort (che scrivon anco Tahert e Tuggurt e oggi va nel Sahra
dell'Algeria), sotto i Rostemidi, famiglia, come sembra, di origine
persiana[204] (754). Le altre tribù sfogarono parteggiando nelle guerre
civili degli Arabi; finchè, affievolita la costoro schiatta, gli
indigeni rialzaron la testa e mutaron di nuovo lo stato politico
dell'Affrica e del Maghreb, sì come ci occorrerà di dire nei libri
seguenti.



CAPITOLO VI.


Dalla lotta de' conquistatori contro gli indigeni volgendoci alle
condizioni in cui vivessero i primi mentre occupavano a mano a mano il
paese, ci si presenta una considerazione preliminare. I popoli che
s'impadroniscono di territorii stranieri tengono necessariamente uno di
questi tre modi: trasferimento popolare dei conquistatori, come quel de'
Franchi, dei Longobardi e altri barbari che non lasciavano patria dietro
le spalle; colonie, come quelle dei Greci nell'antichità e degli Inglesi
in America, intraprese private che suppongono un popolo incivilito e
avvezzo alla libertà; o finalmente occupazione militare a nome dello
Stato, ch'è propria dei governi forti in su le armi. Di cotesti modi i
due ultimi si veggono talvolta congiunti, ovvero adoperati
alternativamente, da alcune nazioni che hanno in sè istituzioni miste,
come i Romani che mandavano anche lor colonie in paesi occupati
militarmente, e gli Inglesi ai quali veggiam tenere l'Indie con la
violenza delle armi e altre provincie con le colonie.

Ma gli Arabi, vivendo in una società ove coesisteano la barbarie, la
libertà e l'autocrazia, stanziarono nei paesi vinti in un modo composto;
che cominciò con la occupazione militare a nome dello Stato; divenne
trasferimento di intere tribù; e portò a un largo governo coloniale e
indi alla emancipazione dalla madre patria. La emigrazione si fe' tanto
più agevolmente, quanto que' popoli non usi a soggiorno durevole nè
incatenati dalla proprietà territoriale, passavano da reame a reame con
la stessa nomade alacrità con che ne' lor deserti avean mutato le tende
da un pascolo all'altro. I loro accampamenti alla romana, dei quali
dicemmo nel capitolo precedente, si fecero grosse città entro pochi
anni; traendovi le famiglie dei guerrieri, famiglie naturali e fittizie
ancora: di schiavi, liberti, affidati; e oltre i guerrieri venivano a
fruir della vittoria officiali pubblici, giuristi, mercatanti,
artigiani: gente arabica o nativa di regioni occupate anteriormente ed
arabizzata per conversioni e clientele. Così con maravigliosa rapidità
si accrebbe la schiatta loro in Affrica dopo le ultime vittorie di
Hassân-ibn-No'mân e sotto il governo di Musa. Oltre le colonie di Barca,
Tripoli e altre sul golfo di Cabès, ed oltre Kairewân, che fu maggiore
di tutte, si vide sorger quella di Tunis ove si cominciò a scavare il
porto; poi la popolazione arabica si estese verso ponente a Tanger,
Telemsen e fors'anco Ceuta: e, domi tanto o quanto i Berberi, il
progredimento ricominciò; il centro principale della provincia, il quale
era l'odierno reame di Tunis, si circondò di piazze di frontiera a
Belezma, Tobna e altre, che guardavano i nodi più formidabili di
popolazione berbera; e la schiatta arabica saldamente si afforzò verso
la fine dell'ottavo secolo.

Vi comparve fin dai primi principii la ovvia distinzione di militari e
cittadini. I primi chiamavansi collettivamente, come in ogni altra parte
dell'impero, il _giund_; e talvolta questo nome si dava a ciascuna
legione, divisione o brigata, come noi diremmo, talchè si trova
adoperato in plurale presso gli scrittori arabi.[205] Erano i guerrieri
scritti nei ruoli; i quali, oltre la parte che loro tornava dal bottino,
aveano uno stipendio che si togliea dai tributi posti su i popoli vinti
e sopra una classe di terre dei Musulmani, e che pagavasi per lo più
assegnando al tal giund le entrate di tal provincia o distretto; la qual
maniera di concessione gli Arabi chiamarono _Iktâ'_, ossia
scompartimento. Ordinati tuttavia secondo le proprie parentele, come già
dicemmo,[206] e capitanati da un condottiero con titolo di Kâid,[207]
eran mezzo soldati stanziali e mezzo milizie feudali: gente agguerrita
quanto i primi, e, come le seconde, devota al proprio capo più che al
principe; l'indole della quale avea bene spiegato un savio, quando disse
al califo Abd-el-Melik, parlando di alcun rinomato capo di tribù in
Oriente: “S'egli s'adira, centomila spade s'adiran seco, senza
domandargli il perchè.”[208] Nel _giund_ rimanea dunque l'aristocrazia
patriarcale dei tempi anteriori all'islam.

Nelle città appariva al contrario un avanzo della primitiva democrazia
musulmana; come sempre avvien che si sviluppi nelle colonie qualche
principio che sia stato soffocato nella madre patria. Senza istituzioni
scritte, senza magistrati riconosciuti dalla legge, surse a Kairewân, e
in altre città principali dell'Affrica, una vera possanza municipale
figlia di quel genio democratico e dell'industria. Non le mancò il primo
elemento di forza, che è il numero de' cittadini; perocchè, giugnea a
tale in Kairewân al tempo della seconda sollevazione dei Berberi, che
fornironsi in un estremo pericolo diecimila scelti combattenti, i quali
usciti insieme con le reliquie dello esercito riportarono (741) la
vittoria di Asnam.[209] Non le mancò l'uso alle armi, poichè la
popolazione delle città, obbligata a combattere da un precetto religioso
che andava in disuso nelle parti centrali e tranquille dell'impero, lo
osservava per necessità nelle provincie di frontiera, ove spesso s'avea
a respingere il nemico. V'erano inoltre in così fatte provincie i ribat,
di cui già parlammo; i quali mutarono natura quando la più parte della
popolazione fu musulmana, e divennero ritrovo di birboni e oziosi, che
viveano di pie oblazioni sotto specie di star pronti alla guerra contro
gli Infedeli, e prontissimi erano alle sollevazioni. Non mancò infine
l'ordinamento delle classi e la potenza di quelle superiori per le
facoltà e l'educazione, le quali classi dan sempre la pinta ai moti
delle città. Da una mano troviamo, in fatti, corporazioni d'arti;[210]
da un'altra cittadini proprietarii di terre, e veggiamo la efficace
influenza degli sceikhi, ossiano capi delle famiglie principali. Uscian
anco da queste gli uomini che professavan sapere e pietà, legittimi
successori dell'aristocrazia di Omar; i quali col Corano e la tradizione
del Profeta alle mani, sosteneano le larghe franchigie dei Musulmani,
poste in oblio dai moderni principi: e il popolo naturalmente li seguiva
e agitavasi alla lor voce.[211]

Tali essendo gli ordinamenti delle milizie e dei cittadini, fondati su i
costumi, non su le leggi, e di tanto più forti, il governo della
provincia poco teneva a quel dell'impero. In apparenza non differiva dal
reggimento d'un paese occupato militarmente; il califo di Damasco
nominava il governatore dell'esercito e del popolo musulmano; i quali
riconosceano un solo re e pontefice e una sola legge a Kairewân come a
Damasco o a Medina. Ma in sostanza la colonia era libera. Stava la forza
in mano di corpi independenti; il califo, non che trar danaro dalla
provincia, ve ne rimettea, e se voleva almeno farsi ubbidire dovea
affidare il governo a potenti capi di tribù, dovea piegarsi alle
passioni di quelli e agli umori del popolo. Dal che nasceva un bene e un
male: il bene, la forza di vita ch'è propria delle colonie libere e che
non si infonde mai negli automi costruiti dai governi matematici; il
male era la rabbia delle fazioni, che gli Arabi aveano nel sangue, e che
l'islamismo accrescea con la frettolosa assimilazione d'ogni gente
straniera. Il male si sviluppava a misura che gli Arabi metteano radice
nei paesi di ponente; e mostravasi nel giund più che nelle popolazioni
cittadine. Trovandosi nel medesimo esercito le schiatte rivali di Kahtân
e di Adnân, appena si prendeano a scompartire i premii della vittoria,
cominciavano i torti, scoppiavano le ire; il governatore favoreggiava la
sua tribù e le affini a scapito delle altre; e queste, se le mene di
corte o il caso faceano succedere nel governo della provincia un di lor
gente, rendeano la pariglia; e, se no, prendeano a farsi giustizia
dassè.

Arrivò a tale l'antagonismo, che nol potè curare nè anco la spada dei
Berberi. Dopo la infelice battaglia dei Nobili (740) il califo Hesciâm,
come abbiam detto, mostrò forse minore rabbia contro i nemici Berberi
che contro la schiatta himiarita la quale prevaleva in Affrica a quel
tempo.[212] Gli Himiariti risposero per le rime. Come il califo prepose
al nuovo esercito un Kolthûm, modharita o vogliam dire della schiatta di
Adnân, e com'ei, tra gli altri rinforzi, mandò un corpo di diecimila
uomini della propria casa omeiade, ottomille cioè Arabi e duemille
liberti, stanziati in Siria, così ambo gli elementi sociali della
colonia si volser contro il novello esercito. La cittadinanza di
Kairewân, vergognando o temendo di sì fatti ausiliari, chiuse loro le
porte in faccia. Il rimanente delle milizie patteggiò anche contro di
essi, tanto quelle antiche d'Africa, quanto ventimila uomini delle
nuove, ch'erano stati presi qua e là, come scrive Ibn-Kutîa, da varie
nobili schiatte arabiche. Perlochè movendo tutte le genti ad incontrare
i Berberi, i condottieri non fecero che altercare con Kolthûm; i soldati
erano per venire alle mani coi diecimila Omeîadi; e finì che costoro sul
campo di battaglia voltaron le spalle, e gli altri furono orribilmente
mietuti dal nemico. I pretoriani disertori poi, non potendo rimanere tra
l'abborrimento universale, passarono in Spagna ove accesero aspre guerre
civili: e l'Affrica si perdea, se Hesciâm, rimettendo del regio
orgoglio, non ne affidava il comando ad Hanzala-ibn-Sefwân di
chiarissimo sangue himiarita; il quale senza nuove soldatesche d'Oriente
valse a debellare i Berberi (742), come sopra dicemmo.[213]

Ma passeggiera era la concordia; le divisioni durevoli, diverse,
intralciate in confusione inestricabile: e un altro subito mutamento
che seguì si dee riferire agli umori avversi al governo in
tutta la provincia, e, più che altrove, nella capitale. Perchè
Abd-er-Rahman-ibn-Habîb di tribù koreiscita, uomo illustre per la gloria
del bisavolo O'kba-ibn-Nafi' e per una strepitosa fazione che avea
combattuto pochi anni innanzi sopra la Sicilia, andato poi in Spagna ad
accattar brighe e stato, e vedendosene tronca la via dalla prudenza di
un luogotenente di Hanzala, gittatosi a un partito disperato, ripassava
il mare; sbarcava a Tunis; trovava partigiani e osava assalire in
Kairewân stessa il capitano liberatore dell'Affrica. Il quale
accorgendosi delle disposizioni dei cittadini, gli rifuggì il generoso
animo dalla guerra civile: chiamò il cadì e i notabili della capitale;
lor consegnò il tesoro pubblico, presone le sole spese del viaggio per
tornarsene in Oriente; e quetamente partissi dalla colonia (744-5).
Tutta l'Affrica allor si diè all'usurpatore, quantunque ei fosse della
schiatta di Adnân; ma lo perdonavano forse al sangue koreiscita, al
casato di O'kba, fondatore della colonia, all'audacia del misfatto,
sempre ammirata dal volgo, e al merito di aver offeso la corte di
Damasco. Abd-er-Rahman usò sagacemente il comodo che gli davano in
questo tempo le rivoluzioni d'Oriente: stracciò in pubblica adunanza il
mantello d'investitura mandatogli dal califo; scosse lungi da sè le
pianelle che avea ai piedi, con dir che così anco rigettava l'autorità
del califo; e governò con animo e fortuna da principe indipendente. Dopo
dieci anni, il proprio fratel suo, abbracciandolo, gli passò un pugnale
dalle spalle al petto; godè per poco il premio del fratricidio; e la
nascente dinastia presto fu spenta (757). La colonia, straziata dalle
proprie fazioni e dai Berberi, riconobbe di nuovo il potere del
califato, che era passato in questo mezzo dalla casa d'Omeia a quella di
Abbâs.[214]

Tal mutamento di dinastia mostrò come la schiatta arabica troppo presto
cominciasse a cedere il luogo ai vinti, coi quali stringeasi nella
fratellanza dell'islamismo. L'assimilazione, turbata in Affrica dalla
impazienza dei Berberi, ritardata in Egitto e in Siria dalla desidia de'
popoli, dal Cristianesimo e dalla tolleranza de' Musulmani inverso di
quello, s'era compiuta largamente nelle regioni soggette una volta
all'impero persiano. Lasciando quelle poste tra l'Eufrate e il Tigri,
nelle quali predominava il sangue arabico, troviamo di là dal Tigri i
figliuoli dei Persiani propriamente detti e dei Parti: valorose
schiatte, fattesi tanto innanzi nella civiltà ch'eran sorti tra loro i
due riformatori religiosi insieme e politici, Mani e Mazdak. Coteste
schiatte volentieri abbracciarono l'islamismo che loro offriva una
credenza meno assurda, e una forma sociale meno ingiusta. Mentre gli
emiri arabi perseguitavano agevolmente, o tolleravan senza pericolo gli
uomini più tenaci nella credenza di Zoroastro, la parte maggiore della
popolazione alacremente si accomunò coi conquistatori. I liberi
acquistavano issofatto la cittadinanza musulmana con profferire: “Non
v'ha Dio, che il Dio e Maometto il suo profeta;” gli schiavi professando
l'islamismo agevolmente conseguivano la emancipazione, e diveniano
cittadini come ogni altro: e ciò che tuttavia mancava dopo la
cittadinanza legale, cioè il patrocinio d'una famiglia potente, i liberi
l'otteneano per clientela volontaria, i liberti per clientela
necessaria. Cotesti uomini nuovi fecero aprir gli occhi ai governanti
con la pratica ch'essi aveano in azienda pubblica; aiutarono con la loro
dottrina alla compilazione della giurisprudenza musulmana; accesero nei
popoli arabici a poco a poco il sacro fuoco delle scienze; e prima
quello della libertà civile e religiosa, al modo che poteasi comprendere
in quelle parti. I popoli dell'impero sassanida furono invero i maestri
degli Arabi, come i Greci erano stati dei Romani; se non che il diverso
genio dei popoli, e soprattutto delle istituzioni religiose e civili,
portò che i maestri persiani predominassero nello Stato, al che i
maestri greci mai non giunsero.

Un secolo bastò a produrre i primi effetti, che apparvero nel Khorassân,
estrema provincia orientale, nella quale stanziava, come per ogni altra
parte dell'impero, un pugno d'ottimati arabi. Quivi la lontananza di
Damasco rendea il governo provinciale più insolente a un tempo e più
debole; e spingea a desiderio di novità i Musulmani della provincia, la
più parte indigeni. Vedean essi la casa d'Omeia aggravare sempre più i
torti della usurpazione con un reggimento contrario ai principii
repubblicani dell'islamismo; con una istancabile crudeltà contro i
discendenti di Alî; con la rapacità, insolenza e discordie delle sue
centinaia di principi reali, degna progenie, potean dire i Musulmani, di
quegli ostinati idolatri che aveano combattuto il Profeta finchè il
poterono, e adesso molestavano e scannavano la sua parentela. Perchè
oltre la prole d'Alî v'era quella di Abbâs zio paterno di Maometto, capo
della casa dopo la morte di lui, e primo tra gli ottimati d'Omar, come
s'è detto. I figli di Abbâs avean séguito nella nazione, e
particolarmente, com'ei sembra, tra le case nobili stanziate nel
Khorassân; ed erano stati rispettati dagli Omeiadi; ma alfine la gelosia
della casa regnante e l'orgoglio degli Abbassidi proruppero in
scambievoli offese. Narrasi ancora, nè è inverosimile, che sia avvenuto
tra i partigiani degli Alidi e degli Abbassidi un di quegli accordi
effimeri e bugiardi, che due ambiziosi stipulano a danno d'un terzo;
salvo ad accoltellarsi tra loro dopo la vittoria. L'associazione di
famiglia, che rimaneva in piè secondo l'uso antichissimo degli Arabi, fu
ottimo espediente a promuovere e nascondere la cospirazione degli
Abbassidi; molti destri missionarii (_dâi'_ li dicon gli Arabi e appo
noi suonerebbe chiamatori), ordinati con gerarchia e artifizio di setta,
si misero a far parte nel Khorassân, a raccorre contribuzioni dai
partigiani: e reggea con man maestra tutta la macchina Abu-Moslim che un
buon uomo di casa abbassida avea preso ad allevare per carità, trovatolo
in fasce esposto su la via pubblica. Quando la congiura, allargandosi,
fu scoperta, piombò la prima ira del califo sopra Ibrahim capo della
casa di Abbâs, che morì in prigione ad Harran: ma tantosto Abu-Moslim si
levò in arme nel Khorassân; ruppe gli eserciti omeiadi; mosse verso la
Mesopotamia; e il popol di Cufa, senz'aspettarlo, gridò califo Abd-Allah
fratello del morto Ibrahim, e noto nella storia con l'atroce soprannome
di El-Saffâh o diremmo noi Il Sanguinario. E in vero si versò il sangue
a fiumi tra per comando suo e di Abu-Moslim, che il pose in trono, e che
fu immolato dal successore di Abd-Allah per saldare i conti della
dinastia. Campato sol dalla proscrizione un rampollo degli Omeiadi,
rifuggivasi in Spagna; trovava partigiani; faceasi un reame di quella
provincia, e lasciavalo ai suoi discendenti che presero il nome di
califi.

Il rimanente dello impero ubbidì senza contrasto alla casa di Abbâs; la
quale mutò ogni cosa, fuorchè il sistema del dispotismo. Le bandiere e
vestimenta degli uficiali pubblici si tinsero in negro, colore
prediletto dalla dinastia; i pretoriani furono, non più una fazione
della aristocrazia arabica, ma i partigiani della casa in Khorassân, e
poi i mercenarii turchi che consumarono la vergogna e rovina del
califato; la sede del governo passò da Damasco a Bagdad, edificata a
posta con imperiale splendore; i costumi della corte da arabica
semplicità si volsero a lusso persiano; e l'amministrazione pubblica,
tolta agli Arabi, data ai Korassaniti divenne più inquisitiva e molesta;
il che fa dire a un autore arabo[215] che la casa d'Abbâs indurò il
principato a modo dei re sassanidi. In somma la schiatta persiana si
impadroniva del dominio non saputo tenere dagli Arabi.[216] Da ciò
nacque la gloria letteraria che ha reso sì chiari gli Abbassidi.
Perocchè i Persiani, venendo in servigio loro a corte e per tutte le
provincia dell'impero, vi recarono le scienze; coltivaronle essi
esclusivamente; messerle in voga appo i califi; trassero con lo esempio
i Musulmani delle alte schiatte, pochissimi per altro dell'arabica. Ma
scrivendo tutti nella lingua del Corano, tornò agli Arabi la fama di
sovrastare all'umano incivilimento nei secoli più tenebrosi del medio
evo.[217]

Non tardarono i guerrieri del Khorassân a passare fino all'altro capo
dell'impero, per fidanza o sospetto di casa abbassida; la quale non
potendo spegner tutti come Abu-Moslim, par che si provasse a farne
stromento di dominazione in Affrica. Pertanto l'esercito mosso d'Oriente
(761) per combattere i Berberi, undici anni appresso la esaltazione
della dinastia, fu composto di trentamila uomini del Khorassân e dieci
mila Arabi di Siria, che sembrano rei della medesima colpa; e, a capo
d'altri dieci anni, un novello sforzo di sessanta mila soldati si
accozzò di gente del Khorassân, di Siria, e dell'Irak. Cotesti eserciti,
che divenian colonie, come dicemmo, più largamente e fortemente
occuparono il paese: donde le città ingrossarono; crebbene anco il
numero; s'ebbero nuove terre da dividere e più larghi tributi dai popoli
che s'assuefaceano al giogo. Al tempo stesso la schiatta persiana fu
nuovo elemento di discordia in Affrica; divenutavi dapprima tracotante
per numero e favor della corte, poi disubbidiente come le altre. Nel
primo periodo furono scelti in quella i governatori della provincia, e
fin v'ebbe una famiglia nella quale l'officio s'avvicendò per ventitrè
anni: officio usato dai Persiani non altrimenti che dai predecessori: al
segno che certe milizie di Siria, dopo trent'anni di soggiorno, furono
cassate dai ruoli del giund e ridotte alla condizione di ra'ia, ossia
popolaccio, per mettersi in luogo loro la gente del Khorassân. Quando le
altre schiatte si risentirono e il califo volle riparare, i capi
persiani si divisero tra loro; i più malcontenti si rivoltarono: seguì
uno scompiglio universale di Khorassaniti, Arabi Modhariti, Arabi del
Iemen, Arabi venuti di Siria sotto gli Omeîadi e venuti sotto gli
Abbassidi, Berberi ortodossi e Berberi eretici, che si contendevano con
le armi alla mano il governo e i suoi frutti. Il potere dei califi su la
provincia, di debole ch'era stato sempre, divenne precario; si sostenne
a forza di espedienti; di qualche capitano fidato; del direttor di posta
e spionaggio; e soprattutto dei centomila dinar sprecati ogni anno tra
quelle riottose milizie e tolti dalle entrate d'Egitto. Fu in queste
condizioni di cose che il magnanimo Harûn-Rascîd piegossi a dar
l'Affrica, come in appalto, a Ibrahim figliuolo di Aghlab.[218]

Aghlab, nato dalla tribù modharita di Temîm, avea dato mano ad
Abu-Moslim e a casa abbassida nella rivolta contro gli Omeîadi; poi a
casa abbassida nell'uccisione d'Abu-Moslim;[219] ed era indi venuto
(761) con alto grado nell'esercito d'Affrica; segnalatosi nella guerra;
eletto a tener la frontiera dello Zâb contro i Berberi; fatto in ultimo
governatore di tutta la provincia; e mortovi combattendo contro un capo
iemenita ribelle (767). Però il figliuolo, gradito a corte e
sottentrato, com'ei pare, nella condotta delle genti che soleano
ubbidire alla sua famiglia, rimase di presidio nello Zâb, lontano dalle
discordie che ferveano a Kairewân, poco invidiato dagli ambiziosi, e
amato da' suoi marchigiani per liberalità, valore e saldo proponimento.
Occorse poi che le altre milizie si trovassero avvolte in una generale
sollevazione, nata a Tunis, compiuta a Kairewân per assentimento della
cittadinanza, e provocata dal governatore Mohammed-ibn-Mokâtil, fratel
di latte del califo; favorito prosuntuoso e dappoco, il quale avea
scemato gli stipendii, maltrattato al paro militari e popolani e
bacchettoni. Ma come costui fu preso, perdonatagli la vita e cacciato
ignominiosamente dalla provincia, Ibrahim piombò sopra Kairewân coi suoi
fidati marchigiani; richiamò Ibn-Mokâtil; combattè il capo della
rivoluzione, congiunto suo, per nome Temmâm; col quale scambiò rimbrotti
in prosa e in versi pria di venire alle armi. Tanto duravano i costumi
cavallereschi de' Beduini nella numerosa nobiltà venuta a stanziare in
Affrica![220] Ibrahim con fortuna e arte s'innalzò tra i turbolenti
compagni. Rotti i sollevati (799), mandava alcuni lor capi incatenati a
Bagdad; e, accontatosi in questo mezzo con gli altri, scrivea a corte
contro il governatore ch'egli stesso avea ristorato. Rappresentò esser
costui troppo odiato; la provincia troppo insubordinata; richiedersi
quivi altr'uomo e più pratico del paese: e propose a dirittura sè
medesimo, promettendo al califo che non solamente non gli farebbe
spender più nulla in Affrica, ma gliene darebbe quarantamila dinar
all'anno. Harûn accettò; non per avarizia, ma perchè altro modo non
v'era; perch'ei dovea piuttosto pensare all'Oriente, base dello Impero;
perchè ogni novello esercito che avesse mandato in Affrica vi sarebbe
divenuto novella colonia di ribelli. Consigliollo anche a questo un suo
fidato, che conoscea l'Affrica, non meno che la lealtà, il seguito e il
valore d'Ibrahim-ibn-Aghlab.

Il quale, avuto il diploma del califo (800), diè opera a crear nuova
forza su cui potesse fare assegnamento. Comperato un terreno a tre
miglia da Kairewân per fabbricare una villa di diletto, v'innalza in
vece un castello; circondalo di fossati; vi fa trasportar sottomano le
armi e attrezzi che si teneano nel palagio degli emiri a Kairewân. Al
tempo stesso blandisce il giund, ne prende cura particolare, ne sopporta
anche la insolenza, trasceglie da quello un nodo di intimi partigiani; e
da un'altra mano compera schiavi negri, dando voce di volerli adoperare
ai servigii più grossolani, e sgravarne la nobil gente della milizia: e
sì li avvezza alle armi; li instruisce in compagnie. Quando ogni cosa fu
in punto, lasciato nottetempo il palagio di Kairewân (801), se n'andò
coi famigliari, coi fidati del giund, è gli schiavi armati nella
cittadella, cui pose il nome d'Abbâsia a onore della dinastia; ma poi la
dissero El-Kasr-el-Kadim ossia il Castel-vecchio. E rinacquero le
sedizioni; la prima delle quali mossa a Tunis da un dei notabili di
schiatta arabica, per nome Hamdîs, che par sia stato progenitore del
gran poeta siciliano del medesimo casato: ma Ibrahim ne venne sempre a
capo, chiudendosi in cittadella quando soverchiavan le forze dei
sollevati; e poi fidandosi nelle loro divisioni; fomentandole con
danaro, e adoperando talvolta anco i Berberi. Consolidò il potere;
rintuzzò a forza di danaro e tradimenti la dinastia edrisita di Fez;
ebbe riputazione anco presso i Cristiani, coi quali si mantenne in pace:
accordatosi col prefetto di Sicilia; e dimostrata molta osservanza a
Carlomagno ch'era collegato con Harûn-Rascîd, per interesse politico e
simpatia scambievole di due grandi ingegni, Carlo, promosso all'imperio
lo stesso anno che Ibrahim al governo d'Affrica, gli mandava
ambasciatori ad Abbâsia, la fortezza del fossato, come è chiamata negli
annali di Einhardo, per chiedere il corpo d'un Santo sepolto a
Cartagine: tesoro inutile ad Ibrahim e tanto più volentieri
accordato.[221]

Venuto a morte l'Aghlabita, dopo dodici anni di governo, nel
cinquantesimo sesto dell'età sua, lasciò ai figliuoli un regno sotto
nome di provincia: equivoco che dura tuttavia in parecchi Stati
musulmani, come per esempio in Egitto. Ritennero gli Aghlabiti, come i
precedenti governatori, il titolo militare di _emir_ e quello più
generale di _wâli_, che appo noi suonerebbe _preposto_, e si dava anche
ad officii minori. Il califo mandava a ogni novello principe di quella
casa un diploma che conferivagli il governo, e con quello la bandiera,
simbolo del comando, le vestimenta e collane, segni di famigliare
liberalità: ai quali atti di regia e pontificia autorità sol mancava di
potersi esercitare in favor di un altro. Il tributo dei quarantamila
dinar presto mutossi in futili doni, e svanì. I principi d'Affrica
fecero guerre e paci, aggravarono e abolirono le tasse, nominarono
magistrati e capitani a loro arbitrio, o come portavano le necessità in
casa, non come piaceva al califo; e scrissero i loro nomi su le monete
insieme con le formole religiose della dinastia abbassida; in guisa che
di tutte le regalíe, come le intendono i pubblicisti musulmani, rimase
al califo il solo steril vanto che i popoli d'Affrica invocassero il
Cielo in favor di lui nella preghiera del venerdì. Ma gli Aghlabiti, se
usurpavano all'insù i dritti convenzionali del principato, non poteano
soffocare all'ingiù le ragioni naturali degli uomini, sostenute dalle
armi dei cittadini e del giund,[222] e più o meno dagli statuti
primitivi dell'islamismo. Quantunque mal potremmo delineare tutti i
limiti che la consuetudine poneva agli emiri aghlabiti, ne veggiam uno
di gran rilievo, cioè il dritto di pace e di guerra esercitato dal
principe insieme con la _gemâ'_, o diremmo noi parlamento municipale,
del Kairewân. N'è fatta menzione la prima volta a proposito d'un accordo
col patrizio di Sicilia nell'ottocento tredici; e sappiam dalle proprie
parole di un che sedea nella gemâ', come adunati dal principe gli
_sceikh_ e i _wagîh_, o, come suonano in lingua nostra, gli anziani e
notabili della città, il trattato fu scritto e riletto in presenza,
loro. E ch'e' non facessero da meri testimonii, e che i partiti
liberamente si agitassero, il prova l'altra adunanza tenuta pochi anni
appresso per trattar della guerra di Sicilia, dove sedettero i cadi,
come i magistrati entrano nella camera dei pari in Inghilterra; e il
principe fu necessitato a seguire l'opinione che preponderava.[223]

A comprender appieno come si bilanciassero i poteri dello stato
aghlabita, convien discorrere l'autorità che presero in questo tempo i
giuristi appo l'universale dei Musulmani. Lo studio della giurisprudenza
progredendo, come ogni altro esercizio dell'intelletto, dopo la
esaltazione degli Abbassidi, stava per creare nello Impero quasi un
novello potere surrogato a quello dei compagni del Profeta: in luogo
dell'aristocrazia dei santi, l'aristocrazia dei dottori. Costoro erano a
un tempo teologi senza sacerdozio, moralisti, pubblicisti e
giureconsulti; come portava l'unità e confusione delle leggi. Per
necessaria contraddizione della teocrazia, i dottori vollero comandare
al pontefice e re: e tanto o quanto ne vennero a capo; se non che il
lione di tratto in tratto lor dava qualche zampata. Così Abu-Hanîfa
(699-767), primo tra gli _imâm_ della scienza, i dottori principi, a
nostro modo di dire, era morto in prigione, martire, come Papiniano, di
sue dottrine e coscienza. Ma non guari dopo Mâlek-ibn-Anas (712-795)
guadagnava tanta riverenza appo Harûn-Rascîd, animo grande e civile, che
il califo pensò dare virtù di legge al _Mowattâ_, come si addimandò
l'instituta di quel giureconsulto; dal che Mâlek stesso lo ritenne, non
sappiamo se per modestia, o perchè tal sanzione gli paresse illegittima,
e lesiva al grado della scienza. Un'altra fiata, richiesto da Harûn di
dare lezioni all'erede presuntivo della corona, Mâlek gli rispose che la
scienza, nobile sopra tutt'altra umana possanza, non dovesse servire
altrui ma essere servita; donde il califo, scusandosi, inviò il
figliuolo con gli altri giovani della città alla moschea dove Mâlek
tenea scuola. Sotto altro monarca, Ibn-Hanbal fu vergheggiato (834)
perchè contro gli editti del califo sosteneva increato il Corano; ma il
domma del califo andò giù, e venuto a morte Ibn-Hanbal (855), dicesi che
a Bagdad accompagnassero il feretro meglio che secentomila persone, e
che ventimila tra Cristiani, Giudei e Guebri si convertissero
immediatamente all'islamismo, trasportati dal fervore del popolo che
celebrava a una voce la dottrina e virtù di quel grande. Noi lasciamo
indietro i molti esempii di virtù dei giureconsulti promossi all'uficio
di cadi, i quali sapeano affrontar l'ira dei principi quanto niun altro
eroico magistrato di cui faccia ricordo la storia d'Europa. Nell'ordine
dello Stato mantenner essi l'autorità giudiziale independente dal
principato, più e meno che noi non l'ammetteremmo con le odierne teorie
di dritto pubblico. Perchè, da una parte i giureconsulti usurparono il
potere legislativo mediante le interpretazioni dottrinali; e dall'altro
canto, non arrivarono a divider netto la giurisdizione dei magistrati da
quella del principe e dei governatori e ministri. Oltre a ciò, i vizii
dell'aristocrazia militare, anzi la invincibile anarchia della società
arabica, resero necessario un magistrato eccezionale, come noi lo
diremmo, uficio dei soprusi lo chiamarono i Musulmani; tribunale
preseduto dal principe o da un delegato di lui, spedito nella procedura
e arbitrario nelle sentenze. Così di mano in mano l'indole del
dispotismo occupava anco l'amministrazione della giustizia; e questa in
Oriente si corruppe come ogni altra parte del governo, e presto cadde
nella condizione in che or giace. La giurisprudenza musulmana fu
compiuta nel nono secolo. L'assentimento universale dei contemporanei e
dei posteri diè l'onore di _imâm_ a quattro professori, cioè i tre già
nominati, e Scia'fei che visse dopo. Concordavano le loro scuole nei
dommi, indi accettate tutte come ortodosse. Differivano in alcuni punti
di disciplina religiosa, dritto pubblico e dritto civile, non altrimenti
che in oggi le compilazioni del codice francese, presso le varie nazioni
che l'han preso per legge. Predominarono quale in un paese quale in un
altro; e così oggi rimane in Turchia e in India la dottrina di
Abu-Hanîfa, e in Affrica quella di Mâlek, introdottavi per lo primo da
Ased-ibn-Forât e da altri suoi contemporanei, ma non fatta legge
generale del paese che ne' principii dello undecimo secolo.[224]

Cominciò in Affrica l'opposizione pacifica dei dottori quando
Abu-'l-Abbâs-Abd-Allah, figliuolo e successore d'Ibrahim (812-817),
pensò di mugnere i proprietarii a beneficio proprio e delle milizie;
donde avvenne che queste rimanessero chete per tutto il suo regno.
Parendogli incerte e sottili le entrate della tassa fondiaria, che
ragionavasi a dieci per cento su le raccolte e prendeasi in derrate,
Abd-Allah, a spreto degli statuti, la volle in danaro, a tanto per
aratata di terreno coltivato, senza guardare ad annata buona o scarsa. A
questi ed altri soprusi risentendosi i cittadini, andavano i più
rinomati e venerandi della provincia a trovarlo in fortezza; gli
ricordavano, così dice un cronista, “i precetti della religione e il ben
della repubblica musulmana;” e, ridendosi il despota di coteste parole,
volgean essi sdegnosamente le spalle alla reggia, quando un
Hafs-ibn-Hamîd, ch'era in odore di santità, s'arrestò nel cammino, e
fece sostare i compagni. Lor disse ch'era da disperare ormai delle
creature, non già del Creatore; poi fervorosamente intonò una preghiera
a Dio che punisse lo scellerato principe; e ad ogni imprecazione gli
altri in coro rispondeano: _Amen_. La complicità delle milizie col
principe ritenne al certo i barbassori dal passar dalle scomuniche a più
gravi fatti. E tosto s'ebbero ad allegrare di lor propria sagacità e del
credito grande che godeano in Cielo, poichè opportunamente attaccossi
un'ulcera all'orecchio di Abd-Allah, e lo spacciò.[225]

Il terrore superstizioso di questo avvenimento par abbia lavorato nella
mente del novello principe Ziâdet-Allah (817), figliuolo anch'egli
d'Ibrahim, uomo nel resto di fortissima tempra di animo, il quale,
seguite un pezzo le orme del fratello,[226] cominciò a ritrarsene, a
spiccarsi dal giund, ad ascoltare i giuristi; e tanto s'addentrò nelle
ubbie religiose, che consultava i cadi su la misura di voluttà
concedutagli dalla religione;[227] e, quel ch'è peggio, parlava di
condanna capitale contro i poveri zindik, o diremmo noi, scettici,
ospiti pericolosi sotto un governo teocratico; i quali, insieme con le
schiatte persiane e con lo incivilimento, pullulavano già per tutto
l'Impero, e venivano a filosofare fino in Affrica.[228] Costui ci è
dipinto come bel parlatore, liberale coi poeti beduini e coi dotti che
veniano d'Oriente a corte sua, animoso, costante, magnifico e
giusto.[229] Ma ben mostrò ciò che intendesse per virtù, quando disse
fidar nella divina clemenza il dì del giudizio universale, avendo
mandato dinanzi a sè, chè questa figura usano sovente i Musulmani,
quattro opere meritorie: l'edificazione della moschea cattedrale e del
ponte della porta Rebî' a Kairewân, la costruzione della fortezza Ribât
a Susa, e la elezione di Abu-Mohriz a cadi della capitale.[230]
Affidandosi in cotesti meriti, gli parea tanto più venial peccato il
sangue ch'ei facea spargere, mosso da sua natura feroce, dalle necessità
della tirannide, e sovente anco dal vino che bevea. Quella indole
imperiosa, non dimenticando l'antica insolenza del giund, sdegnò di
accarezzarlo, o comperarlo, come avean fatto il padre e il fratello;
volle essere ubbidito sol perch'ei comandava; e probabil mi sembra
ch'anco offendesse il giund negli averi, disdicendo la nuova tassa di
Abd-Allah. Agevole gli fu di spegnere una prima sollevazione di
Ziâd-ibn-Sahl-ibn-es-Sikillîa ovvero es-Sakalîba, che significherebbe
figliuol della Siciliana, ovvero della Slava (822). Ma surto in arme
Amr-ibn-Mo'âwia della potente tribù di Kais, e costretto ad arrendersi,
Ziâdet-Allah, come l'ebbe in mano, non seppe moderar la vendetta. Più
savio di lui il giullare di corte, domandato quel dì che nuove
corressero, “Si dice che tu non uccida Amr,” gli rispose; “perchè i
Kaisiti farebberti pagar caro quel sangue.” Ma egli, tanto più
invogliato, correa alla prigione; scannava di propria mano il ribelle
con due figliuoli, e fatte porre le teste sopra uno scudo, le imbandì
sul desco ove si messe a bere coi cortigiani (823). Scoppiò a tal atto
di crudeltà l'ira delle milizie. Proruppero a sedizione in Tunis; si
levarono per tutta l'Affrica, arrogandosi ognuno la signoria del
distretto ove era alle stanze, e fecero capo dell'esercito un Arabo di
illustre schiatta per nome Mansûr, detto Tonbodsi, dal nome d'un suo
castello (824). Invano il despota avviava contro costui i mercenarii e
il giund suo fidato, minacciando di mettere a morte chi voltasse le
spalle nella battaglia. Rotti da Mansûr, passarono sotto le bandiere di
lui per fuggire la vendetta del crudel signore: tutto il giund, e le
milizie cittadine, e gli stuoli che accorreano in arme da ogni
luogo[231], mossero sopra Kairewân; posero il campo fuor la città
(agosto 825), sollecitando i terrazzani a seguirli; mentre Ziâdet-Allah
co' mercenarii e la famiglia s'era chiuso in cittadella. Il popolo della
capitale, non badando ai dottori che sognavano potersi camminar sempre
entro i limiti della resistenza legale, aprì le porte a Mansûr,
rifabbricò con l'aiuto di quello le mura abbattute da Ibrahim, capo
della dinastia, e tutto diessi alla rivoluzione. Poi seguì l'usato
effetto tra que' piccioli corpi feudali e municipali, ciascun dei quali
avea preso a reggersi dassè. Impotenti ad espugnare Abbâsia, si
divisero; e Ziâdet-Allah, uscito co' suoi, li ruppe (ottobre 825), pose
in fuga Mansûr, riprese Kairewân, ed abbattè le mura, ritenendolo da
maggiore vendetta, chi dice un voto ch'avea fatto a Dio mentre era
stretto d'assedio in Abbâsia, chi dice le preghiere dei due cadi; e
nessuno ha pensato che volendo domare il giund, dovea andare con
riguardo verso i cittadini, e che Mansûr, ancorchè sconfitto, era in
arme, e la provincia tutt'altro che queta. In fatti, voltata la fortuna
della guerra, Mansûr tornò a Kairewân, Ziâdet-Allah tornò a chiudersi in
Abbâsia, e già si parlava di accordo che lasciata la signoria d'Affrica
ei se ne andasse con la famiglia e lo avere in Levante, quando uno dei
suoi partigiani con audace fazione lo salvò. Costui, tolto seco un pugno
d'uomini, andò verso Castilia ai confini meridionali dell'odierno Stato
di Tunis, ove s'era mossa contro i ribelli la tribù berbera di Nefzâwa;
ond'egli accozzando i Berberi e mille Negri armati di vanghe e di scuri,
ruppe il giund di A'mir-ibn-Nafi'. Le discordie fecero il resto. Mansûr,
venuto alle armi contro A'mir, fu morto a tradimento; A'mir tenne il
fermo altri tre o quattro anni in Tunis; e i capi minori prima di ciò a
uno a uno s'eran sottomessi; e la più parte era ita ad espiare la
ribellione con la guerra sacra in Sicilia.[232]

Tali erano le condizioni dell'Affrica in questo tempo. La popolazione
industriale, d'origine europea o mescolata, non avea peso nello Stato:
menomata dalle emigrazioni; sottomessa d'opere e d'animo, e la più parte
fatta musulmana, con tal precipizio, che la Chiesa Africana, la quale
levò già tanto grido in Cristianità, potea dirsi annichilata mezzo
secolo dopo il conquisto; come ce l'attestano concordemente le
cronache musulmane e i documenti ecclesiastici, sia romani, sia
alessandrini.[233] I Berberi, tutti oramai musulmani, tra ortodossi e
scismatici, stanchi e divisi ma non domi, ubbidivano e si sollevavano;
pronti ad accompagnar gli Arabi in guerra, non a sopportare i pesi del
dominio; meno ostili a casa aghlabita che ai capi dei giund lor signori
o vicini; ma quel sembiante di obbedienza s'andava dileguando a misura,
che le tribù si allontanavano dal centro della provincia. Dei coloni
arabi e persiani abbiam detto abbastanza, che le passioni di quelle
milizie riottose, di que' cittadini turbolenti, di que' giuristi
fanatici, eran fuoco sotterraneo che cercava d'aprirsi uno spiraglio.

Tra vicende analoghe s'agitavano in questo medesimo tempo i Musulmani di
Spagna. Accennammo già come nei primi impeti del conquisto (711),
valicati i Pirenei, irrompessero in Linguadoca. A capo di venti anni,
fatto pianta di lor guerra quella provincia, or con eserciti or con
gualdane si spinsero fino al Rodano e alla Senna da un lato, alla Loira
e all'Oceano dall'altro, capitanati da emiri, cui designava il califo,
ovvero il governatore d'Affrica. Ma infin d'allora svilupparonsi due
serie distinte di fatti, che liberarono dal danno presente la Francia, e
dal pericolo tutta l'Europa. Da una mano era la reazione delle
popolazioni cristiane; la maravigliosa costanza delli Spagnuoli
afforzatisi tra i monti di Gallizia, delle Asturie, della Navarra; il
valore de' Franchi, e altri Germani, che sotto Carlo Martello
guadagnavano la giornata di Poitiers (ottobre 732); la resistenza di
parecchi signori della Francia meridionale, e possiamo aggiungere degli
Italiani ancora, poichè le mosse di Liutprando affrettavano la
espugnazion d'Avignone (737). L'altra serie di eventi che troncarono i
passi ai conquistatori, nascea dai vizii della società musulmana in
generale, e di quella d'Affrica in particolare, madre della colonia
spagnuola. Pertanto in Spagna, come in Affrica e peggio, i vincitori
sospettosi tra loro, pronti a straziarsi in guerra civile: Arabi contro
Berberi; Modhariti contro Iemeniti; gli antichi coloni contro i nuovi; i
borghesi contro i militari: ed ogni fortuna che corresse la dominazione
dei califi in Affrica portava un contraccolpo di là dallo Stretto.

La provincia nondimeno si rassettò, quando spiccossi dallo Impero, per
ubbidire a un principe proprio (755) della schiatta d'Omeîa, testè
cacciata dal trono dei califi. Senza potere sradicar da loro montagne
que' valorosi Cristiani che teneano tra ponente e settentrione della
penisola, i primi monarchi omeîadi di Spagna si mantennero a un di
presso a' limiti dei Pirenei, or avanzandosi fino a Carcassonne (792),
ora indietreggiando a Barcellona, che perdettero per sempre (801).
Ostili ai Musulmani di Affrica; duramente contrastati dalla parte di
Francia, dai primi monarchi carolingi, che s'intendeano coi califi
abbassidi, gli Omeîadi di Spagna non si segnalarono per conquisti,[234]
ma si detter pensiero degli armamenti navali, più che non l'avessero mai
fatto i governatori dei califi.[235] Intesero altresì a ordinare lo
Stato a dispetto degli elementi di discordia accennati dianzi; e dettero
principio a quella splendida civiltà che poi sopravvisse a lor dinastia,
alle guerre civili ed alla occupazione cristiana. E perchè nel faticoso
cammino della umanità è sempre avvenuto che i principii d'ordine fossero
usurpati e contaminati dal dispotismo, e appena oggi si comincia a
vedere qua e là nel mondo qualche popolo che sappia innestarli con la
libertà, non fia maraviglia se verso la fine dell'ottavo secolo i
monarchi musulmani di Spagna, volendo dar sesto alla società, cadessero
nella tirannide, o piuttosto intraprendessero l'opera dell'ordine e
incivilimento al solo fine incivilissimo di prevalersi senza ritegno del
comando. Seguendo l'istinto che porta i tiranni a spolpare i sudditi per
ingrassare le soldatesche stanziali, Hâkem-ibn-Hesciâm (796-822), terzo
principe omeîade di Spagna, uom prode e di forte animo, ma beone,
dissoluto e crudele, provocò di soverchio il popolo della capitale.
Aggravati col nuovo balzello della decima su le vittuaglie; dispettosi
del vedere armar legioni di schiavi comperati a posta e rizzare fortezze
e tener cavalli schierati innanzi la reggia, i cittadini di Cordova si
risentirono; rincorati dai giuristi, i quali in Spagna come in ogni
altra provincia sosteneano la primitiva libertà dei Musulmani. Indi
Hâkem a far morire i caporioni della resistenza legale; indi i cittadini
a congiurare per deporlo dal trono; e dalle congiure i soliti tradimenti
e supplizii; finchè la rattenuta ira scoppiava alle violenze d'uno
schiavo soldato contro un cittadino.

Il borgo meridionale, frequentissimo di popolo, si levò incontanente a
romore (25 marzo 818); dove spinti da Hâkem gli stanziali negri, il
giund e sue schiere di ribaldi raunaticci, il giorno appresso il borgo
fu espugnato; messo per tre dì a ruba, a sangue ed a fuoco; distruttevi
dalle fondamenta case e moschee; trecento cittadini dei più notabili,
sgozzati e sospesi ai pali in orrida fila lungo il Guadalquivir. Al
quarto giorno, osando alla fine un cortigiano di ricordare al tiranno
che quei ribelli di cui facea carnificina fossero pur creature di Dio,
Hâkem perdonò la vita ai superstiti che s'andavano ascondendo per la
città; ma volle che sgomberassero da Cordova e luoghi vicini, con loro
donne e figliuoli, portando seco la roba che potessero: ma le
soldatesche, postesi ai passi nella campagna, li svaligiarono. Molti
indi si rifuggivano a Toledo e altre città di Spagna; molti su le
costiere d'Affrica; e più numero andò a cercar ventura in Oriente:
rimase il borgo di Cordova desolato e disabitato per quattro secoli.
Hâkem, come se non fosse ancor sazio, sfogò il resto della rabbia
ch'avea in petto con dettare una satira contro i ribelli; esempio, credo
unico, nella storia; poichè Giuliano l'apostata, al tempo antico scrisse
il _Misopogon_ contro i cittadini d'Antiochia, senza far torcer loro un
capello; e più d'un principe pagano e cristiano si è vendicato con
arsioni, macelli e saccheggi, senza sapere scriver satire. L'opinione
pubblica, che gastiga tai misfatti com'ella può, non perdonò al re
poeta. Il volgo chiamollo “Quel dal Borgo” e “L'Efferato” (_Er-Rabâdhi_
ed _Abu-'l-A'si_). I cronisti a gara lo infamarono e maledissero;
all'infuori d'un semplice o svergognato, che con gergo cortigianesco
appose il tumulto del borgo a prosperità soverchia del popolo.[236]

Il grosso degli sbanditi di Cordova (i cronisti lo fan sommare a
quindicimila) si vede apparire d'un subito, otto anni dopo l'eccidio, in
Alessandria d'Egitto; onde è da supporre che fosse stato respinto
successivamente da più luoghi di Spagna e d'Affrica, ove cercava una
patria; e che Hâkem, ovvero il figliuolo, Abd-er-Rahmân, il quale gli
succedette (822), abbia fornito navi per allontanar dal reame gente sì
indocile e sì ingiuriata. Senz'armi nè danaro, e, com'e' sembra, alla
sfilata, passarono, cheti per forza, le Baleari e le terre italiane, cui
l'armata spagnuola aveva osteggiato con successi non felici poco avanti
il caso di Cordova: e si adunarono a poco a poco nei sobborghi
d'Alessandria. Non andò guari che una rissa privata accese aspro
combattimento tra cotesti Spagnuoli che nulla possedeano, e i cittadini
che li guardavano in cagnesco; e gli Alessandrini v'ebbero la peggio: i
disperati forastieri, fatti per necessità soldati di ventura, occuparono
parte della città, e dopo orribili guasti e depredazioni vi
s'afforzarono e posero sopra di loro un condottiere. Fu questi
Abu-Hafs-Omar-ibn-Scio'aib, detto El-Ballûti da una terra presso
Cordova, e il Cretese dall'isola ch'ei poscia conquistò; Apocapso, come
lo chiamano i Bizantini, trascrivendo a lor guisa il primo dei suoi
nomi. Ma, dopo le turbolenze intestine che avean lacerato l'Egitto e
favorito la sedizione delli Spagnuoli, riordinato lo Stato da
Abd-Allah-ibn-Tâher, luogotenente del califo e poi occupatore della
provincia, questi fece intendere ad Abu-Hafs che si sottomettesse, o
s'apparecchiasse a difendersi: e bastò il nome di Tâher a piegare
Abu-Hafs all'accordo (823?). Stipularono che il governatore d'Egitto
desse un sussidio di danari, e che, allestita così un'armatetta, gli
Spagnuoli sgombrassero d'Alessandria, e cercassero fortuna in alcun
paese cristiano non soggetto ai Musulmani. Elessero Creta ch'era vicina,
mezzo disabitata,[237] e parea facile acquisto; avendovi fatto una
scorreria l'anno innanzi Abu-Hafs medesimo o alcun altro condottiero
musulmano con poche forze. Probabil è che Abu-Hafs, sbarcando in Creta,
abbia dato alle fiamme parte de' legni rabberciati con poca spesa in
Alessandria, e non atti a novella navigazione; e ciò porse argomento ai
Bizantini a replicare nel conquisto di Creta il classico racconto
dell'armata arsa da Agatocle, quando assalì Cartagine; a fingere che
Apocapso, da lor chiamato Principe dei Credenti in Spagna, volendo
sgravare il paese conducesse quella colonia in Creta, e cercasse di
togliere ai suoi la speranza del ritorno; e drammaticamente fanno
adirare i Musulmani alla vista dell'incendio per amor delle mogli e
figliuoli che avean lasciato in Ispagna; e fanli racchetare da Apocapso
con brevi parole: che ei lor darebbe in Creta donne più belle, dalle
quali avrebbero quanta prole volessero. I cronisti bizantini, che
ambivano d'intrecciar nella storia tante fronde di rettorica a modo
greco e romano, ignoravano che disperata gente fossero i vincitori di
Creta; ma ne sapeano bene alla prova il valore. Narrano pertanto molti
fatti d'arme trascurati dai Musulmani nello scheletro de' loro annali.
Narrano, come Abu-Hafs afforzava l'alloggiamento, che poi divenne città,
e dalla voce arabica _Khandak_, che suona fosso, si chiamò Candia, e diè
all'isola il nome che or porta. Dicono infine come Michele il Balbo,
testè liberatosi dalla guerra civile di Costantinopoli, mandasse due
eserciti al racquisto dell'isola, e fossero entrambi sconfitti.
Dondechè, condotta una schiera di mercenarii a quaranta monete d'oro a
capo, questa forte milizia, che i Greci chiamarono per invidia i
Tessaracontarii, o diremmo noi Quarantini, fece miglior prova. Con
un'armatetta capitanata da Orifa, che al nome par anch'egli straniero, i
Tessaracontarii liberarono dai Musulmani le isolette adiacenti; Creta
non già, ove la colonia si afforzò e crebbe. Seguitavano questi eventi
verso l'ottocento venticinque di nostr'era.[238] I Musulmani poi di
Creta, su' quali regnò la dinastia di Abu-Hafs,[239] sembra che
partecipassero con le popolazioni affricane nel conquisto di Sicilia, e
di certo furono principalissimi nella infestagione della Puglia e della
Calabria per tutto il nono secolo: e per tal motivo ho voluto
distendermi nei particolari della emigrazione loro dalla Spagna,



CAPITOLO VII.


Basta a gittare uno sguardo su la carta geografica per comprendere come,
occupata l'Affrica propria dai Musulmani, la Sicilia fu involta in
continua guerra. Dapprima servì di scala alle spedizioni con che il
governo bizantino provossi a difendere l'Affrica: in fatto s'adunavano
in Sicilia le armate che ripigliarono Barca del seicento ottantotto, e
Cartagine del seicento novantasette, come abbiamo narrato. Ma stanco
l'Impero a sì pochi sforzi, e sconfitta da Hassân-ibn-No'mân la
terribile reina dei Berberi, i Musulmani incontanente ripigliarono
l'assalto, con infestar le isole italiane. Principiarono da Cossira,
ch'oggi s'addimanda Pantellaria; isoletta ferace, spaziosa, comoda di
porti, e situata, come pila d'un ponte che dovesse congiungere la
Sicilia e l'Affrica, a sessanta miglia dalla prima e quaranta dalla
seconda. Però Cossira fu, di tutti i tempi, luogo rinomato nelle guerre
che si travagliarono tra i due paesi. Molti Cristiani d'Affrica vi
s'erano rifuggiti, già il dicemmo, dalle armi musulmane, e, afforzatisi
nell'isola, vissero sicuri finchè gli Arabi di quelle parti non ebber
agio di pensare alle cose del mare. Ma verso il settecento dell'era
volgare, Abd-el-Melik-ibn-Katân, venendo forse d'Egitto, andò a
gastigare que' sudditi contumaci, come al certo li chiamavano i
Musulmani; s'insignorì dell'isola, e ne spianò le fortezze. Mandavalo,
al dire di Bekri, il califo Abd-el-Melik-ibn-Merwân:[240] ed è evidente
che questa fazione fosse il principio d'un gran disegno, attribuito da
alcuni scrittori a Musa-ibn-Noseir.

Ed era di rinnalzare la potenza che la schiatta semitica avea fondato in
quelle medesime regioni quindici secoli innanzi, la quale non avea
ceduto che alla virtù di Roma. Narra un de' primi cronisti arabi che
Musa, venuto a Cartagine, sentendo dir dai paesani berberi delle antiche
imprese navali di quel popolo, si deliberasse a ritentare tal via;[241]
sì come poi occupata la Spagna gli lampeggiò alla mente di tornare in
Oriente a traverso la terraferma di Europa; imitando e avanzando
Annibale. Altri vuole che Hassân-ibn-No'mân, predecessore di Musa,
avesse pensato già prima alla guerra navale; sì che per comando o
assentimento del califo s'era cominciato a sgomberare il canale tra il
mare e la laguna di Tunis, per acconciar questa a porto da guerra e
farvi un arsenale:[242] e avean messo mano a tai lavori, o alla
costruzione delle navi, artigiani copti chiamati a posta d'Egitto,[243]
indifferenti o forse lieti di lavorare ai danni de' lor antichi signori
bizantini. Qual che si fosse l'autore del disegno, il tempo in cui vi si
diè principio si può circoscrivere a quattro o cinque anni tra il
seicento novantotto e 'l settecentotrè; e la opportunità della scelta è
evidente, poichè quella laguna sì difendevole assicurava l'armata
musulmana dalle superiori forze navali dei Greci; oltrechè a Tunis non
v'era sospetto, come a Cartagine, d'una popolazione cristiana che desse
aiuto o almeno avvisi al nemico. Musa, se non cominciò, affrettò l'opera
al certo; comandò di fabbricar cento navi;[244] e non aspettò che
fossero fornite,[245] per muovere un assalto contro la Sicilia;
istigandolo invidia e cupidigia, che poteano pur troppo sul grande animo
suo.

Perchè un'armata egiziana era testè venuta, quasi sotto gli occhi del
capitano d'Affrica, a far preda su le terre dei Cristiani.
'Atâ-ibn-Rafi', della tribù di Hudseil, condottiero dell'armata,
proponendosi d'assalire la Sardegna, era entrato nel porto di Susa a far
vettovaglie; quando ebbe lettere di Musa, che l'ammonivano ad aspettar
la primavera e non affrontar le tempeste di quella stagione; ch'era,
credo io, l'autunno del settecentotrè. Odorandovi l'invidia, 'Atâ non
dette ascolto al consiglio, e salpò, e giunse ad un'isola di Silsila,
come leggiamo nel MS. unico d'Ibn-Koteiba: sia che gli Arabi d'allora
abbian dato tal nome a Lampedusa o altra isoletta vicina; sia, come
parmi più probabile, che si tratti della Sicilia e i copisti n'abbian
guasto il nome. Gli Arabi d'Egitto fecervi grosso bottino d'oro, argento
e gemme; ma al ritorno, un turbine di vento li colse presso le costiere
d'Affrica: onde molte navi perirono, tra le quali quella di 'Atâ; altre
qua e là arenarono. E Musa, risaputolo, mandava incontanente una man di
cavalli a percorrere le spiagge; prendere i legni e i marinai campati al
naufragio; e condurre gli uni e gli altri nell'arsenale di Tunis[246].
Entrato poi l'anno ottantacinque dell'egira (13 gennaio a 31 dicembre
704) Musa bandisce la guerra sacra sul mare; dà voce ch'ei vi andrà in
persona; trasceglie i più arrisicati e forti uomini dell'esercito e il
fior della nobiltà araba, e li fa montare su l'armata; che niuno ne
rimase in terra, al dir dei cronisti. Quando le navi erano in punto di
salpare, Musa si fe' recare l'insegna del comando, e inaspettatamente
l'annodò alla lancia che tenea in mano Abd-Allah suo figliuolo;
affidando alla fortuna del giovane questa che fu la prima impresa navale
dei Musulmani d'Affrica, e che addimandossi la spedizione degli
illustri, per la chiara fama de' guerrieri che v'andarono. Sbarcarono
del settecentoquattro in Sicilia, ove presero una città della quale non
sappiamo il nome; ma solo che, scompartito il bottino, toccassero cento
dinâr d'oro a ciascuno, che vi si contavano tra novecento o mille
uomini;[247] onde la somma, aggiuntavi la quinta del principe, torna
quasi ad un milione e settecento mila lire.[248] Non andò guari che Musa
fe' uscir di nuovo l'armata d'Affrica sotto A'iiâsci-ibn-Akhial, il
quale irruppe in Siracusa (705), dicono i cronisti arabi, forse nella
parte della città che rimaneva in terraferma, ovvero in qualche
sobborgo, e tornossene sano e salvo e con gran preda.[249]

L'anno poi che principiò la guerra di Spagna (710), Musa mandò le navi
in Sardegna; all'arrivo delle quali gli abitatori della città capitale
non trovaron altro riparo che di gittare in fondo al porto tutto il
vasellame d'oro e d'argento, e nascondere il danaro e le minutaglie più
preziose nella cattedrale, tra le tegole e il soffitto. Ma, occupata la
città, un Musulmano, bagnandosi in mare, inciampava in un piatto
d'argento; un altro, saettando una colomba che svolazzava nella chiesa,
colse un'asse del soffitto, onde caddero alquante monete d'oro: così, al
dir dei cronisti musulmani, si scopersero i tesori occultati. Stendonsi
poi nel narrare le magagne dei soldati che saccheggiando frodavano la
parte del califo, del capitano e dei compagni; onde, per timore d'esser
frugati nei panni, chi spezzò la lama della scimitarra per nasconder
l'oro nel fodero, rimettendo l'elsa al suo luogo; chi sparò la carogna
d'un gatto e ripiena di danaro la gittò dalle finestre d'un palagio, per
ripigliarla all'uscita. A tal corruzione generale mescolavansi i terrori
religiosi, e non la frenavano. Rimontati in mare i predoni, dice
Ibn-el-Athîr, udissi una spaventosa voce: “Sommergili, o Dio!” e
incontanente il mare tranghiottiva que' ribaldi; e, come ad accusarli,
rigettava su la spiaggia i cadaveri con le cinture zeppe di moneta.[250]

Per dieci anni l'ardente cupidigia dei soldati e dei capitani si sfogò
in Spagna; indi si volse di nuovo ai nostri paesi; poichè sappiamo che
Mohammed-ibn-Aus, oriundo di Medina,[251] avea fatto preda e prigioni in
Sicilia l'anno settecentoventi, quando, tornato in Affrica, fu preposto
al governo in luogo di Iezîd, ucciso dai Berberi, come sopra accennammo.
Il movimento poi di questi popoli ammorzò l'impeto degli Arabi contro la
Sicilia. L'isola fu assalita il settecentoventisette da
Biscir-ibn-Sefwân della tribù di Kelb, capitano d'Affrica, il quale
tornò con gran copia di prigioni;[252] ma par trattasse col governatore
bizantino un accordo che poi non si fermò, o non si osservò.[253] Venuto
a morte Biscir, e succedutogli 'Obeida-ibn-Abd-er-Rahmân della tribù di
Soleim, tentava la Sicilia con parecchie spedizioni. L'anno medesimo
ch'ei capitò in Affrica, che fu il centodieci dell'egira (15 aprile 728
a 3 aprile 729), mandò in corso con l'armata un Othman-ibn-abi-Obeida;
il quale sbarcato in Sicilia spiccava una schiera di settecento uomini,
condotta dal proprio fratello Habîb; e questi, scontratosi col patrizio
bizantino, lo ruppe e messe in fuga. Onde 'Obeida, con maggior disegno,
l'anno appresso (4 aprile 729 a 24 marzo 730), allestiva centottanta
barche, e inviavale a dirittura in Sicilia con Mostanîr-ibn-Habhâb; il
quale per incapacità o sventura frustrò le speranze del capitano
d'Affrica. Posto l'assedio ad alcuna città, tanto aspettò che
sopravvenne l'inverno; e allora, partitosi con prosperi venti, ma
assalito da una tempesta nel tragitto, perdè per naufragio tutta
l'armata, da diciassette barche all'infuori; in una delle quali egli
stesso approdava a Tripoli. Il che risapendo 'Obeida, volle dare, dice
il suo biografo, un gastigo a Mostanîr e uno esempio agli altri. Commise
a Iezîd-ibn-Moslim, governatore di Tripoli, di mandargli incatenato
sotto buona scorta il condottiero che avea fatto perire per oscitanza i
Musulmani; e avutolo in Kairewân, lo fece frustare sopra un'asina per la
città; poi per lungo tempo vergheggiarlo ogni settimana; e sì il tenne
in prigione finch'ei resse la provincia.[254] Thâbit-ibn-Hathîm di
Ordûnn in Siria nel centododici (25 marzo 730 a 13 marzo 731), e
Abd-el-Melik-ibn-Katan nel quattordici (2 marzo 732 a 19 febbraio 733),
vennero anco a far bottino e prigioni in Sicilia, e salvi se ne
tornarono in Affrica; al par che Abd-Allah-ibn-Ziâd, che infestò il
quattordici stesso la Sardegna. Ma l'anno appresso (20 febbraio 733 a 8
febbraio 734), Abu-Bekr-ibn-Soweid, mandato da 'Obeida in Sicilia,
perdeva alquante navi, distrutte dal fuoco che lanciaronvi i
Bizantini.[255] Infelice al paro un'altra impresa, ordinata il cento
sedici (9 febbraio 734 a 29 gennaio 735) da 'Obeid-Allah-ibn-Habhâb, il
quale passò allora dal governo d'Egitto in Affrica, in luogo di 'Obeida
che gli avea sì crudelmente svergognato il fratello. Le genti di
'Obeid-Allah che venivano sopra la Sicilia, imbattutesi nell'armata
greca, ebbero dura battaglia e d'esito incerto; poichè i Greci sconfitti
recaron seco loro molti prigioni musulmani; e tra gli altri un
Abd-er-Rahmân-ibn-Ziâd, il quale non fu liberato innanzi il centoventuno
(739). Del centodiciassette (735), 'Obeid-Allah facea depredar di nuovo
la Sardegna da un nipote del famoso 'Okba-ibn-Nafi' per nome
Habîb-ibn-'Obeida, chiaro anch'egli per vittorie su le remote rive
dell'Atlantico e in cuor del continente affricano, nel Sudân.[256]
Intanto, ingrandito l'arsenale di Tunis e apparecchiate assai maggiori
forze che per l'addietro, e fattene venire anco di Spagna, 'Obeid-Allah
le affidava ad Habîb, e scagliavale un'altra fiata su la Sicilia, con
evidente disegno di conquisto. Sendo l'Affrica aspramente turbata a quel
tempo, pare che il governatore musulmano si fosse deliberato alla
impresa allettato da pratiche che avesse in Sicilia, ove Leone Isaurico
tormentava troppo le coscienze e le borse dei popoli.

Sbarcato Habîb del centoventidue (740), e afforzatosi com'ei pare in un
campo, come soleano fare i Musulmani quando prendeano ad occupare alcun
paese, mandava intorno i cavalli col proprio figliuolo Abd-er-Rahmân; il
quale ruppe quanti gli veniano allo scontro, e corse vittorioso in
Sicilia, dicono i cronisti musulmani, più largamente che niun altro
condottiero. Appresentatosi sotto le mura di Siracusa, Abd-er-Rahmân
sconfisse le genti uscite a combatterlo; strinse d'assedio la città, e
spirovvi tanto terrore, che un dì potè cavalcare egli stesso fino ad una
porta, e percossala con la spada in atto di minaccia, lasciovvi il
segno. Calaronsi infine i cittadini a pagar una taglia. Doma la
capitale, Habîb volgeasi a soggiogare il rimanente dell'isola; quando fu
premurosamente richiamato in Affrica, ove i Berberi s'erano sollevati di
nuovo, cogliendo appunto il destro di questa impresa di Sicilia.[257]
L'isola dunque fu salva mercè quella ribellione.

In mezzo alle fiere vicende che poscia intervennero in Affrica,
Abd-er-Rahmân, occupata questa provincia, come altrove s'è detto,
ripensò alla Sicilia. L'anno centotrentacinque (17 lug. 752 a 5 lug.
753), allestita un'armata e gastigati i Berberi di Telemsên, andò in
persona, o, com'altri vuole, mandò il proprio fratello Abd-Allah
all'impresa di Sicilia e poi di Sardegna; nelle quali fu fatto molto
guasto e stragi e preda e prigioni: durevoli acquisti no; non
concedendolo le deboli fondamenta della dominazione d'Abd-er-Rahmân in
Affrica. Il governo bizantino potè quindi, avvertito da tal nuova
minaccia, afforzare validamente le due isole, e massime la Sicilia che
più gli premea; rizzare un castello, così scrivono i Musulmani, sopra
ogni roccia atta a difesa; e ordinare un'armata che guardava que' mari,
e quando il potea, corseggiava sopra i mercatanti musulmani.[258] Tra
così fatti provvedimenti e le turbolenze che non cessavano in Affrica,
la Sicilia ebbe respitto dai Musulmani più di mezzo secolo.

Le ultime incursioni erano state aggravate da una crudele pestilenza.
Già fino dal settecentodiciotto avea menato strage nell'armata del
califo che assediava Costantinopoli.[259] Proruppe indi in Affrica dal
settecentoquarantaquattro al settecentocinquanta,[260] e verso il
medesimo tempo in Sicilia e Calabria, donde si credè che si appigliasse
alla Grecia; e del settecentoquarantotto spopolò Costantinopoli e il
Peloponneso,[261] mentre non men fiera ardea tra il Tigri e
l'Eufrate.[262] Nei paesi cristiani commossi allora dalla lite delle
immagini, non si potea far che cotesta calamità non le fosse apposta. E
perchè gli Iconoclasti, distruggendo ogni altro obietto di culto,
serbavan la sola croce, il volgo ortodosso la prese in uggia: vide
apparire, su le vestimenta, le case e i tempii, crocette negre a
migliaia, non più simbolo di riscatto, ma segno di pestilenza e marchio
dell'ira divina.[263]

Si rannoda infine alle scorrerie de' Musulmani nel bacino centrale del
Mediterraneo un episodio di storia letteraria, di assai momento nella
penuria di quella età. Narra una leggenda che tratta a Damasco una torma
di prigioni cristiani delle isole, mentre altri era venduto, altri, non
sappiamo perchè, serbato al patibolo, notavasi tra loro un bel giovane
italiano per nome Cosimo, al quale i miseri compagni si gettavano ai
piè, chiedendo li raccomandasse a Dio. I Barbari, che non comprendeano
perchè tanto si onorasse un uomo di sì poca età e povero aspetto,
maravigliati lo interrogavano dell'esser suo; ai quali rispondea, sè
esser frate e dotto in filosofia cristiana ed antica: e in ciò dire gli
si empiean gli occhi di lagrime. “E perchè piangi, tu, che hai ripudiato
ogni bene di quaggiù?” domandollo allora un cittadino fattosi innanzi. E
Cosimo a lui: “Altro non m'accora,” rispose, “che d'avere studiato
indarno. Ho speso la gioventù,” continuava, “ad apprendere rettorica,
dialettica, morale, fisica, aritmetica, geometria, musica, astronomia,
teologia greca e teologia nostrale: ma a che pro, se or debbo morire
oscuro, senza che abbia a chi lasciare tal retaggio?” — “Datti pace, o
fratello, che ti troverò io gli eredi” replicò il cittadino, ch'era
cristiano, facoltoso, grato al califo, e padre del giovanetto Mansur,
notissimo poi sotto il nome di San Giovanni Damasceno. E il buon uomo,
comperato immantinente il prigione, lo emancipò, e affidògli il
figliuolo e un altro fanciullo che avea adottato; i quali felicemente
apparavano le dottrine del maestro, e il primo ne salì a quella fama che
ognuno sa. Tanto leggiamo nella vita del Damasceno stesa due secoli
appresso, sopra certi ricordi arabici;[264] e, stralciando gli ornamenti
del compilatore, non v'ha ostacolo ad accettare il fatto. Secondo la
ragion dei tempi, torna ai primi anni dell'ottavo secolo; ond'ei pare
che il monaco Cosimo fosse caduto in man dei Musulmani in Sicilia, forse
nella spedizione degli illustri ricordata di sopra; dopo la quale ei
sarebbe stato condotto al califo, tra i sessantamila prigioni che gli
mandava Musa conquistatore dell'Occidente. Rinforzano tal supposto le
frequenti comunicazioni, e potremmo dire la promiscuità che correa tra i
monasteri di Sicilia e que' della terraferma independente dai
Longobardi, negli ultimi venticinque anni del settimo secolo.



CAPITOLO VIII.


Mentre la potenza musulmana, sviluppandosi in Affrica, costringea gli
imperatori d'Oriente a pensare alla difesa della Sicilia, succedeano
nella penisola italiana non men gravi mutamenti di Stato. I Longobardi,
tra per que' loro sciolti ordini politici e per la pochezza del numero,
s'erano rimasi ai primi conquisti, e minacciavano le altre provincie,
senza poterle opprimere. Gli imperatori bizantini dal canto loro le
reggeano senza poterle difendere; non avendo esercito da mandare in
terraferma d'Italia, nè altro che rescritti, governatori, officiali,
qualche man di scherani, e ad ora ad ora un po' di forze navali.
Pertanto tollerarono, o promossero, l'ordinamento delle milizie
cittadine; lasciaron fare i municipii, che guadagnavan indi tutta
l'autorità perduta dal principato; e a poco a poco la schiatta italica
delle dette regioni ripigliò l'uso delle armi e della vita politica, e
aperse la prima era dei nostri comuni. Roma primeggiò tra quelli, perchè
era Roma; e perchè da San Gregorio in poi vi s'eran fatti come
presidenti del municipio i papi, la cui riputazione crescea sempre più
tra la rozza gente germanica, e toccavano quasi al primato su tutte le
chiese di Ponente.

Il novello elemento nazionale surto così in Italia, si provò contro il
governo bizantino, oppressore senz'armi, e, per giunta, molestissimo con
que' suoi ghiribizzi teologici che poco assai si confaceano alla natura
italiana. Attizzò il fuoco la Chiesa di Roma, rivale antica di quella di
Costantinopoli, e osante ormai disputare agli imperatori l'uficio di
pontefice massimo. Per tal modo lo antagonismo nazionale tra Italiani e
Greci, prese forza e sembianza d'antagonismo religioso, ch'è tra tutti
violentissimo. Ma al Sacerdozio solo profittò; nocque all'Italia, ch'era
scissa tuttavia tra due genti: latina e longobarda; e i Latini, per loro
malanno e nostro, non vedean altra stella polare che il papa.

La resistenza cominciò da Roma, ove il popolo non avea perduto nè la
vigoría nè l'orgoglio; ma scarso, ozioso e povero, appena gli parea vero
che un magistrato eletto da lui fosse riverito ancora in tanta parte del
mondo, e ne cavasse un tributo, il frutto cioè dei patrimonii, con che
il papa nutriva gli indigenti della città, manteneva una torma di
officiali sacri e profani, ed accrescea lo splendore dei tempii che
attiravano tanti stranieri. Per la gratitudine e interesse dei Romani,
Costante avea durato fatica a compiere l'attentato sopra papa Martino.
Parecchi anni appresso, il mero sospetto che un esarco venuto di Sicilia
a Roma volesse offendere il papa, bastò per far levare a romore le
milizie della città, e accorrere in arme quelle della Pentapoli e di
Ravenna, che ai conforti del papa poi si ritrassero (702). Ma, sguainate
le spade là dov'eran tante ire, non tardò a scorrere il sangue. Il
patrizio Teodoro, passato anche di Sicilia con l'armata a Ravenna, fece
a tradimento una efferata vendetta sopra que' cittadini; dond'essi
confederaronsi coi Romani e con le città dell'esarcato (711); e côlto il
destro che l'imperatore Filippico tentasse di ridestare la eresia
monotelita, il senato e popol romano, con sembianze dell'antica
magnanimità, decretavano disdirgli l'obbedienza, metter giù le effigie
dello imperatore, e ricusar la moneta battuta a suo nome (712).
Nondimeno, deposto Filippico, il movimento italiano sostò per la
prudenza o debolezza degli altri imperatori, e per la dubbiezza dei papi
che ripugnavano, come per istinto, a fondarsi in sul popolo.

Ma salito all'impero Leone Isaurico, mosso non da persuasione teologica,
nè dai consigli degli Ebrei e de' Musulmani come scioccamente si è
ripetuto, ma da saviezza d'uomo di Stato, ei si provò a una grande
riforma. Vedendo consumare l'attività dei popoli tra le ubbie religiose,
dentro i chiostri e fuori, e abbandonare l'industria e la milizia, Leone
pensò di stornarne gli animi, togliendo dinanzi agli occhi del volgo le
immagini di Santi, le quali lo stimolavano a quelle fissazioni, e
aumentavano la riputazione, i guadagni, e però anco il numero dei frati.
Così diè principio alla eresia degli Iconoclasti; la quale meglio si
direbbe guerra del principato contro la superstizione; raro esempio nel
mondo. E il principato questa volta restò di sotto. Perchè nelle
provincie orientali, ove il clero più gli obbediva, durò la riforma un
secolo e un poco più, finchè la opinione dell'universale non strascinò
teologi e principi al suo cammino. Ma in Italia gli umori religiosi
trionfarono immediatamente, perchè li rincalzavano le condizioni
politiche; e perchè la quistione delle immagini era tale che il volgo
benissimo la comprendea, vedendo e toccando con mano i numi tutelari che
gli volea rapire un despota greco. Pertanto, promulgato il primo editto
di Leone (726), Gregorio Secondo, uomo di alti spiriti quanto lo
imperatore, destò un incendio: e i successori di Gregorio non lo
lasciarono spegnere. Diersi i papi a sollevare i popoli; a promuovere la
lega delle città italiane independenti dai Longobardi; a chiamare in
aiuto i re di questa nazione, che volentieri colsero il destro
d'ingrandirsi. La guerra si ruppe sotto specie di difendere la
religione; e i papi fecer le viste di volersi rimanere a questo, e
serbare l'obbedienza agli imperatori.

Ma tal finzione legale svanì dopo le prime vittorie della confederazione
italiana. Perchè, assicurati da quelle, i papi presto dimenticarono e lo
scopo della guerra, e che il Vangelo non concedesse ai sacerdoti
altr'arme che il pastorale, nè altra dote che le limosine dei fedeli.
Vollero le spoglie opime dei vinti; vollero, non che rendite e tesori,
anco il principato: e il partaggio della preda si onestò col nome di
donazione di molte città tolte ai Bizantini, che re Luitprando offerisse
ai Santi Pietro e Paolo. Poi, pentitisi i principi longobardi di sì
larghe concessioni, i successori degli Apostoli per mantenerle,
lanciarono l'Italia in uno abbisso: impotenti con le armi, dettero
principio a quella torta politica che da indi in poi non hanno mai più
smesso. Chiamarono i Franchi ortodossi contro gli ortodossi Longobardi;
li aizzarono tuttavia a spogliare i Bizantini che desisteano
dall'eresia; sciorinarono tra le tenebre dell'ottavo secolo la falsa
donazione di Costantino, per ottener più liberali le donazioni di Pipino
e di Carlomagno; confusero ad arte con la signoria politica il dritto di
proprietà di qualche podere; e tristo quel paese ove si contasse San
Pietro tra i benestanti; che il papa stendeavi la mano a nome del
principe degli apostoli. Così San Pietro divenne re di belle e buone
provincie d'Italia; le quali, scorciate di qua, estese di là,
disputategli dalle tre possanze che si sono avvicendate poscia in
Europa, dai baroni, dai monarchi e dal popolo, lacere, frementi,
insanguinate, ei tiene ancora. Nè andò guari che compissi anco a nome di
San Pietro il terzo fatto, fatale all'Italia quanto il conquisto dei
Franchi e quanto la dominazione temporale del papa; dico la creazione
dell'imperatore d'occidente: il qual titolo per tanti secoli bastò a
tenerci divisi, attirar di qua dalle Alpi le armi straniere, e dar forza
al papato e quando gli imperatori patteggiavano per esso, e quando lo
combatteano.

L'Italia uscì da questa rivoluzione dell'ottavo secolo divisa nel
seguente modo. Tennero il settentrione i Franchi col nome di Regno
d'Italia; il papa lo Stato odierno della Chiesa, aggiugnendovi parte
della Toscana e altre città, e togliendone Roma con un po' di territorio
infino al mare; la quale serbò forme di repubblica, e fu dominata di
fatto dai papi e dagli imperatori d'Occidente.[265] Rimasero agli
imperatori bizantini la Sicilia, la Calabria, Terra d'Otranto e una
signoria nominale su le repubbliche sorte nel movimento nazionale di
quel secolo, ma non gittatesi nella ribellione papale; come Venezia coi
contorni, Napoli e poche altre città della costiera.[266] Sopravvisse
alla dominazione longobarda lo Stato di Benevento che prendea il resto
dell'odierno reame di Napoli; e riconobbesi vassallo di Carlomagno, ma
poi si sciolse dall'obbedienza. La Sardegna e la Corsica abbandonate dai
Bizantini, infestate dai Musulmani, sperando uscire di briga, si
assoggettarono ai novelli re d'Italia; i quali dettero qualche aiuto,
poi, non potendo, le lasciarono a lor sorte: e gli abitatori di quelle
isole, poveri e valorosi, per due secoli si salvarono dal giogo degli
Arabi, non dalle infestagioni, e rimasero privi dell'incivilimento
musulmano non men che di quello che si sviluppò in Italia.[267]

Nel quadro che qui mi son provato ad abbozzare, v'ha una parte che
vuolsi descrivere più particolarmente; ed è l'ambizione dei papi
dell'ottavo secolo sopra le parti meridionali d'Italia, e sopra le
isole. Cotesto disegno fu iniziato da Adriano Primo; continuato più
occultamente da Leone Terzo; lasciato dopo la morte di Carlomagno;
ripigliato nello undecimo secolo, è pressochè mandato ad effetto nel
decimo terzo: di che resta, ultimo avanzo, ai dì nostri, la dominazione
pontificia a Benevento. Il governo bizantino di Sicilia, s'oppose com'e'
poteva a quelle usurpazioni. Io lascerò indietro le brighe dei patrizii
coi papi, che seguirono nei principii dell'eresia iconoclastica, quando
i legati di Roma agli imperatori eran sovente ritenuti in Sicilia (a.
731-732): tiri di polizia, non di politica. Ma venuti in Italia i
Franchi, e voltisi però gli imperatori bizantini alla lega coi principi
longobardi, antichi nemici loro, il primo partito che si presentò fu di
accozzare le forze contro il novello nemico comune. Indi l'accordo
trattato (758) per lo assedio d'Otranto, al quale doveano trovarsi le
genti di re Desiderio e i dromoni di Sicilia.[268] Indi la passata d'un
potente navilio di Costantinopoli, che insieme con l'armata di Sicilia
(764) si mostrò su le costiere di terraferma,[269] a fin di cooperare
coi Longobardi; il che poi non si mandò ad effetto. E dopo la prima
impresa di Carlomagno e la caduta del reame longobardo (774), fuggitosi
Adelchi a Costantinopoli, il patrizio di Sicilia ebbe in mano le fila di
quante pratiche ordivansi in terraferma contro la novella dominazione.
Perchè Adelchi, con lo irrequieto suo valore e ardenti speranze, dava
opera a muovere i feudatarii longobardi soggiogati; ricordava l'onore e
gli interessi del comun sangue ad Arigiso duca di Benevento, rimaso
indipendente fin allora; e stigava alla guerra la pigra corte bizantina,
mostrandosele tutto devoto e pronto a grecizzare egli e tutti i
Longobardi, tanto che per arra ei prese il greco nome di Teodoto. Donde
gli imperatori, tra la voglia e il sospetto, necessariamente provvidero
che il ministro loro in Sicilia aiutasse e vegliasse que' principi
cospiratori. Le pratiche si riscaldarono quando Arigiso fu sforzato a
dirsi vassallo di Carlomagno, e papa Adriano, gustate le dolcezze dei
dominio temporale, pensò ad allargar i confini meridionali del nuovo
Stato.

Perchè veggiamo che mentr'ei piativa con Carlomagno per questa e
quell'altra città dell'Italia di mezzo, noverata nella donazione e
ritenuta pure in man dei Franchi; mentre allegava qua una ragione e là
un'altra, e fin le testimonianze di vecchi centenarii, per provare agli
oficiali del re che San Pietro avesse tenuto ab antico tale e tal
possessione,[270] Adriano ebbe ricorso ad argomenti più persuasivi. Con
la riputazione di San Pietro, coi titoli di proprietà del principe degli
apostoli, e le armi materiali levate nel santo suo nome, aggiuntovi solo
la riputazione e un po' di rinforzi di re Carlo, Adriano si promettea di
spogliare i nefandissimi Napoletani, i nefandissimi Beneventani e i
Greci odiati da Dio, e sgarare il nefandissimo Adalgiso e il
nefandissimo patrizio di Sicilia: chè con questi predicati, nè
caritatevoli nè decenti, li vien chiamando il vicario di Cristo,
scrivendo di loro a Carlomagno.[271] In una lettera a chiare note gli
dicea voler soggiogare quei paesi “al servigio del Beato Pietro principe
degli apostoli, di re Carlo e suo proprio.”[272] Indi è manifesto il
baratto, forse una novella partizione d'Italia, che venía proponendo
quel grande intelletto di Adriano, al grande intelletto di Carlomagno.
Adriano volea dal re le altre città pretese nell'Italia di mezzo, e gli
aiuti di gente; offriagli in contraccambio l'alta signoria delle
provincie meridionali, da occuparsi a nome e per dominio utile della
sede di Roma.

E perchè Carlo, involto in tante altre guerre, non potè o non volle,
Adriano cominciò a far da sè solo, adoperando quelle armi che seppe
accozzare, e le lingue e gli orecchi dei vescovi di Napoli e di Gaeta.
Sotto pretesto di ricuperare certi poderi di San Pietro nel territorio
di Napoli, confiscati tanti anni addietro dagli imperatori, occupò nel
settecento ottantasette Terracina: sì invogliato d'andar oltre, che non
volle ascoltare proposizioni di tregua; ch'ei ritenesse cioè Terracina e
accettasse quindici statichi napoletani, finchè non si richiedessero i
comandi del patrizio di Sicilia su lo affare dei patrimonii. Alla ricusa
del papa, i Napoletani erano costretti a respingere la forza con la
forza. Sopraccorso a Gaeta il patrizio di Sicilia, le genti di lui,
accozzate coi Napoletani, ripigliavano Terracina. E perchè la spada
sacerdotale, sguainata così per la prima volta in Cristianità,
minacciava da presso il Ducato di Benevento e i dominii bizantini in
Italia, i minacciati s'intesero più volentieri fra loro. Adelchi
odorando la guerra saltava pronto in que' luoghi. Messaggi andavano e
venivano ogni dì tra Arigiso duca di Benevento, il patrizio di Sicilia e
i Napoletani; e il papa seppe, o disse di sapere, che armavano a furia
per mare e per terra per andarlo a pigliare entro Roma. Spaventato,
scrisse dunque a Carlomagno chiedendogli soccorso e forze da continuare
il conquisto; lo scongiurò di mandargli immantinenti le milizie di
Toscana, di Spoleto e gli stessi nefandissimi Beneventani[273] ancorchè
tentennassero. Così Adriano fallì il colpo; e pure, stuzzicando i
nemici, sforzò Carlomagno alla guerra ch'ei voleva accendere.

Le pratiche mosse di Sicilia intanto incalzavano. Un prete di Capua
svelò al papa che Arigiso fosse stato per giurare fedeltà allo
imperatore di Costantinopoli, e fin vestirsi e tosarsi alla greca, a
condizione che gli si desse il titolo di patrizio e la investitura del
Ducato di Napoli. La cosa andò tant'oltre che due spatarii dello
imperatore veniano di Sicilia a ricevere il giuramento di Arigiso,
quand'egli inaspettatamente si morì.[274] Al quale succeduto il
figliuolo Grimoaldo che avea appreso a corte di Carlomagno a simulare e
aspettar tempo, si guastò la parte principale del disegno, la quale era
fondata in su le forze dello Stato di Benevento. Grimoaldo, circondato
di capitani e genti di Carlo e di spie del papa, fu necessitato a
volgere le armi beneventane contro il proprio congiunto che veniva a
liberarlo.

Perchè la fortuna tanto avea ancora arriso alla virtù di Adelchi, che
spezzatasi la pratica di matrimonio tra lo imperatore Costantino e una
figliuola di Carlomagno, e coincidendo il fatto di Terracina, la corte
di Costantinopoli si lasciò trasportare da insolita collera. Spacciato
in Ponente con soldati un Giovanni sacellario e logoteta, ch'erano
ragguardevoli uficii d'azienda, e aggiuntevi le milizie di Sicilia
capitanate dall'eunuco Teodoro, patrizio e stratego dell'isola, l'oste
sbarcò in terraferma. Adelchi vi si trovò; e mossero sopra lo Stato di
Benevento. Scontraronsi con le genti longobarde di Benevento e di
Spoleto, capitanate dai due duchi, Grimoaldo e Ildebrando; e i Greci
furono rotti con molta strage, e tra gli altri il sacellario fatto
prigione e poi ucciso.[275] Adelchi ebbe peggior sorte che di restar
morto in campo, com'altri ha detto.[276] Sopravvivuto alla sconfitta,
vide dileguare le ultime speranze di sua schiatta che sventuratamente si
fondavano sugli stranieri. Pure quella battaglia, se non ristorò il
reame longobardo, mantenne i Ducati a dispetto di papa Adriano, per la
gratitudine e fidanza di Carlo verso Grimoaldo e Ildebrando. A capo di
pochi anni venne fatto al papa di lanciar di nuovo i Franchi verso il
mezzogiorno; ma la fortuna non li aiutò: Adriano morì indi a poco, e
Carlomagno si trovò men disposto che mai a continuare lo aggrandimento
del dominio papale.

I patrizii di Sicilia in questo mezzo si esercitarono nei maneggi
diplomatici a corte di Carlomagno, con migliore fortuna che non avessero
testè fatto nella guerra. Andava a Carlo in Aquisgrana un Teoctisto,
legato di Niceta, patrizio di Sicilia (797); e, non guari dopo (799), un
Daniele mandato a lui da Michele successore di Niceta:[277] la causa
delle quali missioni si ignora; ma ci apporremmo al vero supponendo che
s'intendesse a distogliere il re da alcuno assalto sopra i dominii greci
in Italia, suggerito per avventura da Leone Terzo. Certo egli è che,
dell'ottocento, ito Carlomagno a Roma per cingersi la corona imperiale,
si parlò di una impresa, non che sull'Italia meridionale, ma sopra la
stessa Sicilia, sede delle forze che manteneano ancora quelle provincie
nella devozione dei Bizantini. Questo disegno fu abbandonato al pari,
perchè Carlomagno non andava di buone gambe alle guerre meridionali, e
avea troppe brighe nel mondo e niuna forza navale, e volle
rappacificarsi con Irene; donde nacque la falsa voce del matrimonio che
si trattasse tra loro.[278] Forse Carlomagno avrebbe tentato in migliore
occasione la Sicilia, perchè lo veggiamo accogliere in Roma (801) un
fuggitivo siciliano, uom di assai nota, Leone Spatario, ch'ei rimandava
dieci anni appresso a Niceforo imperatore.[279] Ma erano pensieri vaghi
e dimenticati tra cose di gravissimo momento. Quegli che non obbliava la
Sicilia era il papa. Or col pretesto di farsi mediatore di pace tra i
due imperatori d'Oriente e d'Occidente, or di ricomporre le liti
religiose che ripullulavano dopo la morte di Irene, o di rivendicare gli
infiniti patrimonii di San Pietro, sempre trovava modo di mandare al
patrizio di Sicilia alcun suo fidato che spiasse gli umori del paese,
gli intendimenti del governo, le novelle della corte di Costantinopoli.
E com'avrebbe fatto un ministro di polizia, puntualmente e
sommessamente, il papa ne ragguagliava Carlomagno.

Gittano un baleno di luce su coteste pratiche le epistole di papa Leone
allo imperatore, date dell'ottocento tredici, quando si temeva in Italia
un assalto dei Musulmani. Ritraggiamo da quelle che Carlomagno avea
scritto al patrizio, e mandato la lettera per mani del nunzio papale;
che il patrizio, in luogo di rispondere allo imperator di Occidente,
s'era indirizzato al papa; e che questi, senza dissuggellare la risposta
che andava a suo nome, l'avea fatto capitare a Carlomagno; aggiugnendo
gli avvisi che ritraea, dal patrizio non già, ma dalla bocca del proprio
nunzio. Di più, questi era stato tenuto nel palagio del patrizio in
custodia d'un segretario; guardato a vista quasi parlamentario ch'entri
in una fortezza assediata. Tant'oltre andavano i sospetti o i disegni
del patrizio, ch'ei ragionando con l'uom del papa in ottobre, non
raccontava altrimenti i fatti di Costantinopoli del luglio, che con dire
chiuso in un monastero Michele Rangabe, senza far motto del
successore;[280] e che infino a mezzo novembre par che Gregorio si
sforzasse a dissimulare al papa il mutamento di signoria assodato già
nella capitale.[281] Da cotesti indizii non si può ritrarre se il
patrizio evitasse di rispondere a Carlomagno per osservare alcuna
formalità diplomatica del tempo, per eludere qualche domanda che gli
recava disagio, ovvero per differire a riconoscere la esaltazione di
Leone l'Armeno, sperando, sia che il Rangabe risalisse sul trono, sia
che ei medesimo favorito dall'esercito di Sicilia potesse tentar novità.
Ciò che di certo si vede è la importanza dell'uficio di stratego e
patrizio di Sicilia in questo tempo, e la scherma di astuzie con che
combatteva contro il pontefice di Roma: bizantino contro papalino,
proprio maestri di buona scuola!

Morto di lì a poco Carlomagno (gennaio 814), e dopo due anni anco papa
Leone Terzo, e raccesa da Leone Armeno la lite delle immagini (815),
avrebbe potuto per avventura la Sicilia fare scala al racquisto dei
territorii perduti dall'Impero di Costantinopoli nell'Italia
meridionale. Le relazioni dell'isola con quella regione di terraferma
avrebbero favorito il disegno; poichè par che fossero rese più frequenti
e amichevoli dall'interesse comune dei popoli. Così veggiamo i
Napoletani, sotto il regno di Leone l'Armeno, mandar a cercare in
Sicilia un Teoctisto per farlo capitano di loro repubblica.[282] Così
anco i Siciliani esercitare commerci sì frequenti in Calabria su i
confini dello Stato longobardo di Benevento, che le gabelle pagate da
loro montavano a grossa somma di danaro.[283] Pertanto un novello sforzo
dell'impero bizantino avrebbe trovato condizioni assai favorevoli. Ma i
due soldati che regnarono successivamente a Costantinopoli, furono
distolti da altre cure. Leone l'Armeno si travagliò aspramente in guerra
contro i Bulgari (813-815), poi contro i frati iconolatri dell'Impero.
Michele il Balbo, che l'uccise, e gli succedette (26 dicembre 820),
s'ebbe a difendere da un altro vecchio commilitone, Tommaso di
Cappadocia: fattosi gridare imperatore; venuto ad assediare
Costantinopoli; e spento a grandissima fatica, dopo tre anni di guerra
(823). Tennero dietro a cotesti travagli, lo sbarco dei Musulmani a
Creta; le sconfitte degli eserciti bizantini mandativi al racquisto
(823-825). Pertanto, non che pensare alla terraferma d'Italia, Michele
il Balbo, non valse a reprimere per parecchi anni i movimenti di
Sicilia, dei quali si dirà nel seguente libro.



CAPITOLO IX.


Ho differito fin qui a toccare le condizioni interne della Sicilia
bizantina, perchè procedettero in parte dalle raccontate vicende dei due
continenti tra i quali l'isola è posta. Cominciando la investigazione,
dirò, innanzi ogni altra cosa, della schiatta ch'è elemento sì potente
nei destini dei popoli. Fermata in Sicilia la dominazione romana, il
grosso della popolazione eran Sicoli e Greci; non rimanendo più degli
altri che la memoria, e forse un po' di gente punica nelle parti di
ponente; la quale par che non tardasse a dileguarsi. Il conquisto portò
novelli abitatori italiani, tra colonie e gente spicciolata che venía
per faccende e officii; ma poche e sottili le colonie; gli altri spesso
se ne tornavano; e parmi che il più potente effetto della signoria
romana su la popolazione dell'isola sia stato di ritirare ai costumi e
linguaggio dell'Italia i Sicoli, che, sforzati dall'incivilimento greco,
stavano perdendo financo l'uso del proprio dialetto, e diremmo anzi che
l'avessero abbandonato al tutto, se dovessimo stare alla lettera d'un
passo di Diodoro.[284] Le torme poi di schiavi, ragunate da tante
regioni e sparse nelle campagne della Sicilia, se non si consumavano
senza prole, al certo il sangue loro, sterile per miseria e diverso, non
creò schiatta nuova da poter contare. Gli Ebrei stanziati nelle città
principali, segnalavansi meno per lo numero loro, che per lo avere e per
l'odio reciproco con le altre schiatte.[285] I popoli settentrionali,
come dicemmo, furon turbine passaggiero. Da Giustiniano ai Musulmani il
decrepito Impero non potea mandar colonie; se non che ripararono in
Sicilia i rifuggiti d'Italia e d'Affrica dei quali abbiam detto nei
capitoli precedenti; e inoltre egli è probabile che a stilla a stilla
s'accogliesse nell'isola qualche rimasuglio degli ospiti che vi mandava
il governo bizantino: officiali pubblici, soldati delle provincie
d'Europa o dell'Asia Minore,[286] e relegati per cagion di Stato.[287]
Tra gli altri v'ebbe un corpo di mille uomini, avanzo delle soldatesche
armene sollevatesi a Costantinopoli il settecento novantadue, che furono
mandati nelle isole, sopratutto in Sicilia,[288] ove par che abbiano
fatto stanza, poichè troviamo nelle guerre de' Musulmani[289] la
espugnazione d'un castello degli Armeni (a. 861). Dal detto fin qui si
vede che per lo spazio di mille anni non capitarono in Sicilia tante
popolazioni avventizie, che potessero mutare le schiatte esistenti.
S'accorda in ciò con le tradizioni storiche il ragguaglio statistico di
Costantino Porfirogenito, il quale trattando dei proprii suoi tempi
(911-959) o piuttosto di quelli anteriori al conquisto musulmano, scrive
essere gli isolani parte Liguri d'Italia, chiamati altrimenti Sicoli, e
parte Greci, ossiano Sicelioti.[290] Con denominazione più esatta si
direbbero le due schiatte, italica ed ellenica, ciascuna delle quali
abbracciava le genti affini a lei, sopravvenute nei due periodi delle
dominazioni romana e bizantina.

Qual delle due genti prevalesse di numero non si ritrae; e forse erano e
si mantennero più uguali che non si è pensato. Aiutandoci con le
induzioni, poichè mancano le testimonianze dirette, troviamo, egli è
vero, dal principio dell'era volgare infino al sesto secolo, moltissime
iscrizioni latine pubbliche o private anco nelle principali città greche
dell'isola, e latini negli ultimi tempi i titoli dei magistrati
municipali; ma tra ricordi letterarii, epigrafia e nomi proprii si vede
la lingua greca non aver ceduto il campo in alcun luogo.[291] Un papiro
del quinto secolo che dà i nomi degli affittuali di certi poderi, ne
contiene più greci che latini:[292] e alla fine del sesto secolo, San
Gregorio ci parla degli abitatori greci e latini.[293] Gli annali
ecclesiastici poi dell'isola, dal sei all'ottocento, ci mostrano la
medesima promiscuità delle due genti: dove monasteri basiliani e dove di
regole latine; esaltati alcuni Siciliani alla sede pontificale di Roma,
altri a quella d'Antiochia;[294] un dei papi siciliani, Leone II
(682-683), lodato per lo eloquente parlare in greco e in latino;[295] e
alla fine del sesto secolo la opinione pubblica in Sicilia pendere
incerta tra le Chiese di Roma e di Costantinopoli.[296] Finalmente,
sendo stata alla metà dell'ottavo secolo assoggettata l'isola al
patriarca costantinopolitano, scomparisce il latino, e torna su il greco
negli scritti dei frati siciliani e negli scarsi monumenti d'epigrafia
che ci avanzano di quel tempo. Così fatta vicenda non può condurre al
supposto che la schiatta e la lingua greca in Sicilia, dopo esser calate
durante la dominazione romana e le barbariche, d'un subito risalissero e
occupassero tutta l'isola per virtù della dominazione bizantina. È da
conchiudere più tosto che i due popoli si pareggiassero con poco divario
per tutto il corso degli otto primi secoli dell'era cristiana; che ambo
le lingue fossero state più o meno in uso, come ai tempi di
Diodoro,[297] se pur il popolo non cominciava a parlarne già una diversa
da entrambe e più vicina all'italiana; e che la influenza del governo e
della Chiesa facessero prevalere negli scritti il latino prima e il
greco dopo di Giustiniano.[298]

Nè tra le due schiatte si vide mai differenza di condizione legale: chè
nobili e plebei vi furono in entrambe, secondo l'antica riputazione
delle famiglie e le vicende della ricchezza e lo splendore delle
pubbliche dignità. Della condizione di nobili e plebei non dirò
altrimenti, perchè reggendosi l'isola ormai a legge romana si torna a
notissime generalità: nè occorre ripetere come da Costantino in poi
fosse sostituita all'aristocrazia di nascita la gerarchia dei servidori
di corte e officiali dello Stato, innalzati a piacimento del despota; e
come fossero al tutto ragguagliati i dritti delle persone, sì che tra
gli uomini liberi non rimase che una sola distinzione di poco momento.
Dico della curia, nella quale non godeasi altro privilegio che la
immunità da certe pene nei casi criminali; e il governo vi ascrivea
involontarii i figliuoli di militari quando non fossero validi a portare
ancor essi le armi, i proprietarii di venticinque iugeri o più di
terreno, e gli affittuali in grande dei poderi del patrimonio
imperiale.[299] Donde è manifesto che la curia non va chiamata
aristocrazia, ma veramente popolani grassi o borghesi.

Dalle città volgendoci alle campagne, veggiamo altresì oscillare le
classi della società antica, e posare alfine in una condizione di mezzo
tra la libertà e la schiavitù. A ben comprendere i ricordi che abbiamo
di tal mutamento, in Sicilia, è mestieri studiarlo prima per generalità.
Venne da due motivi d'indole diversa; la coscienza, cioè, e l'interesse:
i quali allor s'aiutarono scambievolmente, sì come par che avvenga ad
ogni novello passo della civiltà. I principii umanitarii di filosofia
pagana, attestati dalle opere di Seneca, Plinio e Plutarco, e messi in
pratica negli editti d'Adriano e degli Antonini, cominciavano a
temperare i mali della schiavitù, quando sottentrato il Cristianesimo,
che si allargava e metteva radici, incalzò la santa opera.[300] Intanto
la esperienza mostrava che la infeconda genía degli schiavi scemasse
sempre più; e, aggiunta a questo la inefficacia del lavoro comandato coi
supplizii, i campi con doppia celerità deterioravano. Ma se la pace
dell'Impero togliea di rifornire gli schiavi con altre torme di vinti,
la decadenza universale apparecchiava in luogo di quelli torme di
poveri, fossero i proprietarii minori spogliati dal fisco imperiale, o
le popolazioni industriali, libere e non libere, che fuggivano per
miseria dalle città. Cercando ricetto e pane nei poderi dei ricchi,
l'otteneano a prezzo di rimanervi da coloni; e par che i proprietarii
del suolo, vedendo la utilità che ne ritraeano, s'invogliassero ad
emancipare e porre nella medesima condizione gli antichi schiavi.[301]
Cotesto mutamento di sorti par che siasi accelerato dal secondo o terzo
secolo in poi; perocchè ai tempi di Costantino il Grande si parla dei
coloni come di notissima e frequente qualità d'uomini, e si provvede
tuttavia con crudeltà a tenere obbedienti gli schiavi, ma nelle leggi
dei tempi seguenti a mano a mano il nome degli schiavi divien più raro,
e spesseggia ai contrario quel dei coloni.[302] Io non dirò altrimenti
della condizione degli schiavi, ch'è notissima; e ognun sa come andasse
in meglio da Costantino a Giustiniano. Quella de' coloni era che
rimaneano attaccati al suolo essi e i loro figliuoli e i nepoti
perpetuamente, e pagavano un tributo annuale per la terra assegnata; che
poteano acquistare beni mobili e stabili con la propria industria, ma
non alienarli senza permesso del padrone; che, fuggendo dal podere, la
legge dava al padrone di ridurli in schiavitù, e concedea di ripigliarli
in termine di trent'anni per gli uomini, e di venti per le donne; e che
tal prescrizione, assai più lunga di quella fissata per gli schiavi, non
si interrompea nè anco per morte, poichè, mancato il colono, correva a
pregiudizio de' figliuoli.[303] Tal condizione dunque non differì dalla
servitù della gleba dei tempi feudali, se non che per la origine: la
romana sempre da contratto, se tal può chiamarsi un patto sì disuguale
ed empio; la feudale talvolta da contratto, e talvolta dalla supposta
ragion di guerra, che avea generato la schiavitù personale nel mondo
antico, e nel mondo moderno si adopera a giustificare la servitù delle
nazioni.

Or la popolazione rurale della Sicilia durò a un di presso le medesime
vicende che abbiamo notato nel rimanente dell'Impero. Tolta una picciola
mano di affittuali, chiamati conduttori,[304] i quali nè anco è da
supporre liberi in tutti i casi, coltivavano le campagne i coloni[305] e
gli schiavi,[306] che sembrano talvolta confusi nell'uso volgare del
linguaggio, come di fatto lo erano nella abiezione e nella miseria. Il
Cristianesimo, o almeno i Cristiani di quel tempo e di molti secoli
appresso, non abborrirono la servitù men cruenta della gleba; il clero
la mantenne più tenacemente che i laici stessi nelle sue proprietà; e un
pontefice santo e grande, Gregorio I, lodato tanto per la carità verso
gli altrui schiavi nella terraferma d'Italia, ribadì le catene dei
coloni dei poderi papali in Sicilia. Smesse, egli è vero, le taglie su i
loro matrimonii; smesse i furti che l'azienda pontificia solea fare,
frodando que' miseri nel prezzo e nella misura dei grani, obbligandoli a
supplire le derrate, che, mandate a Roma, si perdessero per fortuna di
mare, e richiedendo il censo pria che si vendessero le raccolte.[307] A
tuttociò rimediava San Gregorio: ed era insieme giustizia e prudenza di
buon massaio. Ma quando la coscienza gli richiedeva un atto magnanimo,
entrò di mezzo la cupidigia che già sedea presso al trono pontificale, e
con lei l'altra tentatrice a profanazione, che fu l'ambizione politica.
Il sommo vescovo si ricordò soltanto ch'era proprietario; pensò
falsamente che la libertà dei coloni di Sicilia potesse scemare le
entrate e indi attraversare i disegni suoi a Roma: e vinta dal comodo
presente la logica morale, San Gregorio, non solo non disdisse la
servitù della gleba, ma vietò ai suoi coloni di maritare i figliuoli con
gente d'altri poderi.[308] Non debbo tacere infine che San Gregorio
discordò talvolta da' nobilissimi suoi principii in fatto della
schiavitù propriamente detta. Nell'atto di emancipazione dei due schiavi
romani Montano e Tommaso, dato del cinquecento novantasei, seppe ei ben
dire: “Che se il Redentore s'incarnò per spezzare i ceppi dell'umanità,
ottima cosa era di manomettere e rendere all'antica franchigia gli
uomini, creati liberi dalla natura e sottomessi dal dritto delle genti
al giogo della servitù.”[309] Seppe egli ancora, con nobile dispregio
della ragion fattizia delle leggi, comandar che si manomettessero gli
schiavi de' Giudei.[310] Ma non emancipò nè punto nè poco gli schiavi
del patrimonio in Sicilia; e, quel ch'è peggio, talvolta ne donò
altrui;[311] fece perseguitare e minacciare di gastighi severissimi que'
che fuggivano o si nascondeano in altri poderi;[312] ed è manifesto
ch'ei lasciasse non uno nè pochi schiavi, ma torme intere, e che
diciannove successori suoi nel pontificato li mantenessero sotto
l'abominevole giogo, poichè ottanta e più anni dopo la morte di San
Gregorio gli schiavi erano gran parte della ricchezza della Santa Sede.
E veramente sappiamo che Giustiniano Secondo, per far cosa grata a papa
Conone, gli rimetteva (686) “la famiglia” del patrimonio di Sicilia e di
Calabria, ch'era tenuta in pegno per debiti verso il fisco;[313] la qual
famiglia non può significare altro che schiavi, poichè si staggiva come
gli armenti, e poichè la legge fiscale permettea di prendere gli
schiavi[314] ai debitori, e non pretendea nulla da' lor coloni.[315]

Il tardo rivolgimento sociale che in dieci secoli avea fatto men
disuguali le condizioni delle persone, mutò anche un poco la proporzione
delle possessioni territoriali. Due movimenti contrarii operavano in
ciò. Tendea l'uno ad agglomerare: e nascea dal decadimento generale;
dalla menomata popolazione; dalla rovina dei proprietarii minori, che
non potean durare le gravezze e molestie del fisco; dalla iniqua
industria dei ricchi che si pigliavano i rottami di cotesti naufragi,
dopo averli affrettato con le usure; dai lasciti alle chiese, che si
moltiplicarono in Sicilia ai tempi di San Gregorio; e infine dall'avaro
dispotismo, il quale aumentava a dismisura il patrimonio imperiale con
le confiscazioni. All'incontro portavano a spicciolare le proprietà, la
legge romana su le successioni, e l'utile pratica di dare in proprietà
ai coloni le terre che coltivassero, e mutare il tributo personale in
canone su la proprietà.[316] L'azienda imperiale avea tentato lo stesso
espediente con circostanze alquanto diverse infin dal quarto secolo,
quando una parte del patrimonio di Sicilia e di Sardegna fu conceduta in
enfiteusi a picciole porzioni insieme con gli schiavi,[317] e poco
appresso si accordò ai domini utili di quei poderi la franchigia dalle
tasse straordinarie, come la godeano i beni tutti del patrimonio.[318]
Qual dei due movimenti prevalesse, sarebbe difficile a provare.
Nondimeno nei soli ricordi che abbiamo, che sono dei tempi di San
Gregorio, veggiam lasciati a chiese o monasteri di Sicilia i beni di
piccioli proprietarii; e par assurdo a supporre che non ve ne fossero
molti altri nell'isola.[319]

Più oscure e scarse notizie possiamo spigolare intorno l'industria del
paese. Il sol fatto che mi sembri certo è che i latifondi non addetti a
pascolo si coltivassero a picciole porzioni, e che perciò la cultura in
grande fosse finita con la dominazione romana che l'avea recato
nell'isola.[320] Principal prodotto del suolo fu sempre il grano.[321]
In secondo par che venisse la cultura della vite.[322] Quella
dell'ulivo, che ai tempi greci avea arricchito gli Agrigentini, sembra
abbandonata, e tornato di fatto agli abitatori dell'Affrica propria il
privilegio di fornir l'olio d'ulivo all'Italia e ad altre nazioni
occidentali. Perocchè si ritrae che, quando gli Affricani pagaron le
prime taglie ai vincitori musulmani, il capitano Abd-Allah-ibn-Sa'd,
vedendosi recare un mucchio di monete d'oro, domandava a un cittadino
come le guadagnassero, e quegli, postosi a cercare intorno, e trovata
un'uliva: “Ecco donde le caviamo,” disse ad Abd-Allah; “i Romani non
hanno ulivi, e comperano l'olio nostro con quest'oro.”[323] La
denominazione di Romani, che qui significa abitatori d'Italia, è da
estendersi nel presente caso anco alla Sicilia; sapendosi che vi si
importava olio d'Affrica nel nono secolo, nell'undecimo, e fino al
duodecimo.[324] Certo egli è poi che la Sicilia nei principii del nono
secolo avea frequenti commerci con lo stato degli Aghlabiti, e che
parecchi mercatanti musulmani stanziavano nell'isola.[325]

Se questi particolari provano che non fosse spenta al tutto la industria
in Sicilia, non mancò al certo per lo governo bizantino.
Quell'ingordigia fiscale che spogliò l'Impero prima che il facessero i
Barbari, non risparmiò le tre isole italiane poste sotto un solo
amministratore, che si chiamò il razionale delle Tre Provincie. Noi le
veggiamo sottomesse al sistema generale d'azienda: il tributo diretto su
le proprietà e su le persone; le gabelle su le merci e su le industrie;
le aggiunte straordinarie alla prima gravezza, o, come chiamavanle, le
superindizioni; le leve di soldati che si compensavano in danaro; le
leve de' marinaj; infine le estorsioni degli officiali onde si
raddoppiava il peso: delle quali maladizioni tutte abbiamo più o meno
qualche vestigio nelle memorie della Sicilia.[326] I Goti nel breve
dominio loro fecero un novello censimento delle proprietà; rimessero
debiti e tasse straordinarie.[327] Tornaron tutti i mali con la signoria
bizantina; sì che alla fine del sesto secolo il fisco in Corsica
obbligava i debitori a vendere i proprii figliuoli; in Sardegna il
giudice avea posto una taglia sul battesimo; e in Sicilia un officiale
subalterno staggiva ad arbitrio le possessioni: e ci vorrebbe un volume,
scrivea San Gregorio, a divisar tutte le iniquità che ho risaputo di
costui.[328] Non pochi imperatori a volta a volta esacerbaron cotesti
mali, come abbiam detto di Costanzo e di Leone Isaurico, che aumentò
d'un terzo la tassa diretta in Sicilia e in Calabria (a. 733) per punire
que' popoli della propensione al culto delle imagini, e della gioia che
provavano a veder fallire gli sforzi suoi contro l'Italia di mezzo.[329]

Risalendo dal popolo al governo, e lasciati da canto gli altri ordini
subalterni, che poco montano[330] e non differivano da quei delle altre
provincie, dirò solo dei corpi municipali, elemento di governo proprio
del paese, conservato come inoffensivo e comodo strumento
d'amministrazione, e sopravvissuto alla dominazione che sì lo spregiava.
Le municipalità della Sicilia, avanzo delle repubbliche greche, nei
primi tempi che seguirono il conquisto romano, ebbero condizioni
disuguali secondo la importanza delle città e i rapporti che avean
tenuto con Roma nelle precedenti guerre. Indi ne veggiamo tre maniere:
confederate, immuni e vettigali; alle quali poi se ne aggiunse una
quarta, che eran le colonie romane: e la differenza principale stava
nella gravezza e nome dei tributi che fornivano a Roma. Viveano del
resto un po' più o un po' meno largamente, secondo le proprie leggi, e
sotto i proprii magistrati, che ritennero le antiche appellazioni, dove
greche, di Proagori, Gerapoli, Anfipoli; dove latine, di Quinqueprimi,
Decemprimi, e anche di Senati per antica o novella influenza di quel
linguaggio. E dissi proprii magistrati, perchè li eleggeano i cittadini,
que', s'intenda, delle famiglie privilegiate per ricchezza e antico
soggiorno; il qual dritto di suffragio spesso diè luogo a contese e indi
a provvedimenti del governo romano che modificava a poco a poco gli
antichi statuti e li tirava a uniformità.[331] La decadenza poi delle
cittadi e l'accentramento della potestà politica, par che
ragguagliassero al tutto la condizione dei municipii siciliani, e
certamente mutilarono l'autorità loro. Dopo Costantino, questa era già
ristretta a una giurisdizione civile, forse non dissimile da quella de'
conciliatori o giudici di pace dei tempi nostri,[332] alle cure
edilizie, e all'ingrato officio di scompartire tra i cittadini il peso
delle tasse dirette, delle quali l'erario richiedeva, o per servirci
della voce tecnica d'allora, _indicea_ la somma ai municipii, e questi
la suddivideano in quote personali secondo i catasti e con l'arbitrio
che necessariamente v'entrò, sendo la contribuzione diretta non solo
fondiaria ma anco testatica. La gravità del quale officio portò ad
affidarlo non ai magistrati municipali propriamente detti, ma alla
curia, come chiamossi, ch'era senza dubbio il corpo degli elettori alle
cariche municipali:[333] infelici privilegiati, disposti forse ad
abusare il dritto loro a danno delle classi povere, ma condannati a
pagar caro l'abuso. Perocchè, dovendo sopperire del proprio le quote che
non si potessero riscuotere, furono oppressi da così fatto peso, tra la
insaziabile avarizia del governo e la universale decadenza che facea
abbandonare le terre. Indi, come ognun sa, i decurioni fuggivano il
tristo onore; si facean soldati, preti, romiti; e il governo, mettendo
tra parentesi quell'ardente e intollerante suo zelo religioso, li facea
strappare dall'altare e dal chiostro, e ricondurre per forza a lor sedie
curuli.[334] Così la necessità del fisco portò a mantenere l'ordine
fondamentale delle municipalità. Rinforzolle un altro provvedimento,
nato sotto l'infausto regno di Valentino dai soprusi della burocrazia.
Dico della istituzione dei difensori eletti dalla plebe: ombra di
tribunato, o a dire propriamente, avvocati del popolo, che avean dritto
a essere intesi dai giudici, dai governatori e dal principe; il quale
officio poi si accordò anche all'ordine ecclesiastico; e, occupato
infine dai vescovi, accrebbe non poco la loro potenza civile in
Occidente. Molti documenti provano che così fatto sistema municipale
fosse pienamente osservato in Sicilia, e ci mostrano in varie città i
titoli di possessori e curiali, di padri e primi e decemprimi, e di
difensori; cioè gli elettori, gli antichi magistrati municipali e il
nuovo officio: ai quali collettivamente son indirizzati rescritti dei
principi per negozii di giurisdizione municipale. Inoltre un rescritto
imperiale, dato alla fine del quarto secolo, attesta che le città di
Sicilia, siccome quelle d'altre provincie, ritenessero i beni lor
proprii. E come in appresso non v'ha legge che abbia innovato quegli
ordini, e li veggiamo andare innanzi bene o male per ogni luogo, non è
dubbio che le instituzioni municipali durassero nell'isola fino al
conquisto dei Musulmani.[335]

Dai corpi intermedii rivolgendoci al principato, non possiam fare che un
cenno del sistema generale dell'Impero. Questo, come ognun sa, riteneva
i vizii non la forza dell'antico reggimento dei Cesari, spogliato d'ogni
avanzo di libertà e contigiato all'asiatica; assicurato dalla compiuta
separazione dell'ordine militare dal civile; dalla vastità di
quest'ultimo; e infine dall'accordo che Costantino iniziò, e compierono
i successori, accordo col clero cristiano che prestò all'Impero il
pastorale, e n'ebbe in cambio l'aiuto della borsa e della spada. Il qual
congegno di corruzioni, ch'è servito poi di modello a tutti i despoti
dell'Europa da Teodorico infino ai giorni nostri, non bastando a
resistere all'impeto dei liberi popoli settentrionali, nè poi degli
Arabi, e sendo ormai l'Impero scorciato e aperto d'ogni dove agli
assalti, convenne riformare alla meglio le divisioni territoriali, e
rinforzare l'autorità dei governatori. Smesse perciò le suddivisioni
amministrative in prefetture, diocesi e provincie, che furon già
convenienti al mondo romano, il principato bizantino, verso l'ottavo
secolo, modestamente si scompartì in ventinove _temi_, come li dissero
con voce nuova: divisione militare che si confuse con la civile,
affidandosi entrambi i poteri a unica mano. La Sicilia, la quale ai
tempi di Costantino si noverava tra le diciassette provincie d'una delle
tre diocesi soggette al Prefetto del Pretorio, diè nome adesso a un
tema, in cui andaron comprese anco la Calabria, la città di Napoli e
costiera.[336] Il governatore dell'isola, che dopo Costantino avea avuto
titolo di Correttore e talvolta di Consolare, poi sotto i Goti di Conte
di Siracusa, ripigliò ai tempi di Giustiniano l'antica denominazione di
Pretore, e infine fu detto Stratego, novello nome militare, e chiamossi
patrizio, quando ei d'altronde avea tal dignità.[337]

Il fatto statistico che sovrasta a ogni altro, e che spiega dassè solo
tutta la povera storia della Sicilia bizantina, è la qualità delle forze
militari raccolte nell'isola. Nella decadenza di quel tempo gli eserciti
ogni dì più che l'altro diveniano bande di mercenarii. L'Impero, come
aggregato fattizio di varie genti tenute insieme dall'abitudine, dalla
religione e dalla forza, non potea spirare ormai ai soldati l'amore
d'una patria, sepolta tanti secoli innanzi. A ciò s'aggiunga che la
popolazione della Grecia, cuor dell'Impero, la progenie di que' forti
che avean vinto il mondo sotto Alessandro, ora, infeminita nelle
industrie e nella superstizione, rifuggiva dalle armi; lasciavale
prendere ai Barbari o agli abitatori delle frontiere, ed ella si
riscattava con danari dal servigio militare. Il disordine dell'azienda
allentava ancora i legami che debbono stringere il soldato al paese;
perocchè le entrate pubbliche, menomate insieme col territorio e con la
prosperità dei popoli, dilapidate dai ministri, consumate per soddisfare
all'orgoglio e spesare i misfatti del principe, non più bastando al
mantenimento degli eserciti, vi si trovò un comodo e pericoloso rimedio.
Già fin dal quarto secolo veggiamo che i terreni soliti a distribuirsi
ai veterani si dessero col carico di far militare i figliuoli.[338]
Poscia, aumentandosi le strettezze dello erario e la mollezza dei
popoli, e scemando il pregio della proprietà fondiaria, s'ebbe ricorso
più sovente a cotesti beneficii militari, e ne fu alterata l'indole. In
vece di proprietà ai veterani, accordossi l'usufrutto ai soldati in
attuale servigio, e s'affidò l'amministrazione ai capitani loro. Le
terre al certo si toglieano dal patrimonio imperiale, impinguato a furia
di confiscazioni; e talvolta, senza aspettare la incorporazione, si dava
ai soldati il godimento dei beni mobili o stabili staggiti ai debitori
del fisco. Così avvenne che pagandosi malvolentieri dal papa le tasse su
i patrimonii di Calabria e di Sicilia, gli fu presa anco la famiglia di
que' poderi, e data in pegno ai soldati, dice il cronista,[339] cioè
conceduto loro l'usufrutto degli schiavi, che poi il crudele Giustiniano
Secondo rilasciò gratuitamente al papa (686-7).

Il numero dei beneficii militari tanto andò crescendo, che nei principii
del decimo secolo la più parte dell'esercito era mantenuta in tal guisa.
I capitani intanto s'erano dati ad alienar le terre; a frodare lo Stato,
facendo comparir nelle file paltonieri condotti a poco prezzo, in vece
d'uomini usi alle armi: donde qual maraviglia, sclamava l'imperatore
Costantino Porfirogenito vietando ansiosamente così fatte magagne, qual
maraviglia se la repubblica così tosto è ita a precipizio?[340] Ma la
viltà dei soldati non sembra il solo inconveniente del beneficio
bizantino: forma di amministrazione militare scompagnata da un
ordinamento sociale che le desse alcuna virtù, come avvenne nei feudi
germanici e nei giund arabici. Il beneficio bizantino mutava i guerrieri
dell'Impero in famigliari temporanei dei capitani; cioè peggio che
vassalli feudali o socii di tribù; non contrappeso al dispotismo, ma
pessimo strumento da fare e disfare despoti; non milizie capaci di
abituarsi ad alcuna carità verso le provincie ove stanziavano, ma
stranieri sempre rinnovati e disposti ad opprimerle con fresca
ingordigia. In fine, la debolezza di tal genía di mercenarii costrinse
gli imperatori a condurre con grossi stipendii schiere di veri soldati
di ventura, che almeno sapessero menar le mani.

Sola eccezione tra la corrotta milizia fu il navilio, come affidato a
quella classe della popolazione greca e italica, cui l'aspra vita del
mare non avea lasciato agio a guastarsi. Mercè cotesta buona schiatta il
navilio bizantino mantenne infino al duodecimo secolo la disciplina;
avvantaggiossi sopra le altre genti per la pratica del navigare e il
maneggio degli ordegni di guerra; rinnovò spesso gli esempii dell'antica
virtù, e ne lasciò eredi le repubbliche italiane del Tirreno e
dell'Adriatico, e la monarchia di Sicilia. Componendosi l'armata
bizantina di due parti, imperiale, cioè, e provinciale, la virtù di
quest'ultima fu rinforzata dalla carità del municipio, ch'era ormai la
sola patria. Indi ebbero tanto valore fin dall'ottavo secolo il navilio
di Venezia e quel di Napoli, città quasi independenti; e par che anco si
segnalasse nelle fazioni di cui abbiamo ricordo il navilio siciliano,
ancorchè spesso confuso dai cronisti con quello dell'Impero.[341]

Or divenuta la Sicilia, infin dal settimo secolo, come baluardo
occidentale dell'Impero e fortezza avanzata oltre la frontiera in mezzo
a due potenti nemici, i principi bizantini necessariamente vi posero
grosso presidio della milizia che abbiamo descritto, e necessariamente
dettero larga autorità militare, civile e anco politica al capitano
supremo del presidio, o vogliam chiamarlo stratego dell'isola. E perchè
coteste armi straniere soverchiavano la sola forza propria del paese,
ch'era il navilio provinciale, il popol siciliano non partecipò alle
vicende che succedeano nella sua terra, altrimenti che come spettatore o
vittima: fece plauso, maledisse, pianse, e non si mosse. Indi veggiamo
dopo la raccontata sollevazione militare del seicentosessantotto,
l'esercito di Sicilia provarsi tre fiate nel corso di un secolo a dare
un despota all'Impero. La prima quando, stretta Costantinopoli dalle
armi del califo, Sergio stratego di Sicilia fe' gridare imperatore un
Tiberio, che presto fu spento per la virtù e fortuna di Leone Isaurico;
il quale mandava a Siracusa Paolo suo fidato ministro: e questi svolgea
gli officiali dell'esercito e l'armata di Sicilia; costringea Sergio a
rifuggirsi appo i Longobardi; troncava il capo a Tiberio; ad altri il
naso, per ignominia, o mozzava i capelli; altri vergheggiava o bandía;
perdonava ai rimagnenti; e così ponea fine (718) al pericoloso
moto.[342] Meno agevole a reprimere il secondo, che scoppiò mentre la
corte era agitata dall'ambizione della ortodossa e snaturata Irene.
Elpidio, uom d'alto affare, mandato al governo di Sicilia (781), per
allontanarlo dalla reggia, e colpito indi a poco d'una accusa di maestà,
cioè di resistere alla usurpazione d'Irene, cercò salvezza nella aperta
ribellione. Aiutandolo il malcontento dei Siciliani e del presidio,
prese titolo e insegne d'imperatore, e combattè le forze che veniano di
Costantinopoli ad opprimerlo: se non che, vinto in parecchi scontri, si
fuggì col tesoro pubblico in Affrica (782); ov'ebbe onori da
principe,[343] e le croniche musulmane cel mostrano dodici anni appresso
guerreggiante in Asia Minore contro i Greci, sotto i vessilli del
califo.[344] La terza rivolta militare portò in Sicilia la dominazione
musulmana per opera di un altro condottiero che seguì lo esempio
d'Elpidio.

La prepotente massa della soldatesca fu cagione altresì che il movimento
scoppiato contro gli imperatori iconoclasti nell'Italia di mezzo non si
comunicasse alla Sicilia; ancorchè i popoli quivi non meno tenacemente
aderissero alle dottrine di Roma, e al culto delle immagini. Anzi nei
principii dell'ottavo secolo, prima che s'intendesse parlare degli
Iconoclasti, s'era suscitato in Sicilia un nuovo bollore di zelo
religioso, che movea dai monasteri comunicanti col clero dell'Italia
centrale, e che scoppiò in Catania per provocazioni locali; forse
invidia contro gli Ebrei, quivi ricchi e potenti.[345] Levò grido in
quest'incontro (725) il vescovo della città, San Leone da Ravenna, detto
il Taumaturgo pei molti miracoli che gli si apposero; e tra gli altri
d'avere arso vivo un miscredente, tenendol fitto sul rogo con le proprie
braccia, senza pur abbronzarsi le vestimenta. Dell'auto-da-fè,
sventuratamente, non può dubitarsi; poichè San Giuseppe Innografo, che
visse nel corso di quel secolo, ne lodava a suo modo il Taumaturgo.
Oltre la tradizione dell'Innografo, se ne serbò un'altra, che con
l'andare dei tempi s'accrebbe di novelle puerili, ma pur vi si scoprono
le radici del mito; cioè un'ultima distruzione di monumenti
dell'antichità pagana, e la persecuzione di qualche valentuomo che si
allontanasse dalle superstizioni comuni: Eliodoro, come si chiamò quella
vittima, nobile uomo, candidato una volta alla sede vescovile, poi
molesto nemico di San Leone, e fattosi per ambizione discepolo degli
Ebrei, negromante e fabbro di idoli.[346] Dopo il conquisto normanno, i
frati di Catania lavoraron tanto su quelle fole, che si trovò infine una
fattura del mago, un elefante di lava, ch'oggi adorna la piazza della
cattedrale: e il popolo puntualmente lo chiama col nome un po' guasto di
Diotro.[347] L'elefante d'Eliodoro fin dai principii del decimottavo
secolo regge su la schiena un monumento più prezioso, dissepolto dalle
rovine de' tremuoti, un picciol obelisco di granito, ottagono, inciso a
caratteri geroglifici, recato al certo d'Egitto sotto la dominazione
romana; il quale, con emblemi tanto sospetti, non so come campasse dalle
mani di San Leone.

Or noi mal possiamo raffigurar nella mente quale tempesta abbia dovuto
suscitare in Sicilia, in quella stagione di roghi e di miracoli, lo
editto di Leone Isaurico contro le immagini (726). I Siciliani non
dissimularono. Affrontaron dapprima la collera di Leone; la quale si
sfogò, com'abbiam detto (733), con aggravare i tributi sopra di loro e
sopra i Calabresi, che vivevano a un di presso nelle medesime
condizioni. Affrontarono indi i supplizii di Costantino Copronimo; chè
ci rimangono i nomi delle vittime più cospicue: un Antioco governatore
di Sicilia, il quale si vede tra gli ortodossi indegnamente insultati e
straziati (766) nell'ippodromo di Costantinopoli;[348] e San Giacomo
vescovo di Catania, fatto morir di fame e di sete (772) in quella
persecuzione.[349] Ai tempi di Michele il Balbo e di Teofilo, il
sapiente Metodio da Siracusa fu lacerato a battiture; infrantegli le
mascelle; sepolto per sette anni in un carcere sotterraneo con due
masnadieri, un de' quali venuto a morte lasciarono putrefare accanto ai
vivi il cadavere (821-836).[350] Giuseppe l'Innografo (820) andò
relegato in Creta, e venti anni appresso, in fondo delle Paludi
Meotidi.[351] Del rimanente non nacque alcun tumulto nell'isola; poichè
il numero dei soldati e delle fortezze vi s'aumentò in questo
tempo,[352] non tanto forse per la paura dei Musulmani, quanto degli
ortodossi; e poichè i beni confiscati sopra costoro erano argomento da
render più che mai leale e iconoclasta il presidio. Il popolo fremendo e
sopportando, tirò innanzi più d'un secolo; finchè non piacque agli
imperatori di ristorare le immagini: e l'impeto col quale e' festeggiò
questo avvenimento,[353] mostra che non fosse rattiepidita in Sicilia
l'opinione cattolica. Ma ben lo era ogni zelo per la chiesa di Roma. Si
dissipò in silenzio senza lasciar vestigio, come prima gli
imperatori[354] confiscarono il patrimonio papale in Sicilia (733), e
condussero i vescovi dell'isola, senza far loro troppa forza, a
spiccarsi dal primate ribelle, accettare la istituzione d'un
arcivescovo, forse metropolitano, nell'isola, e ubbidire al patriarca di
Costantinopoli.[355] I quali provvedimenti, presi per vendetta, furono
mantenuti per necessità, quando si compose una prima (780) e una seconda
volta (842) la lite delle immagini. E veramente il papa occupava in
Italia tanti territorii tolti direttamente o indirettamente all'impero
bizantino, che a cento doppii compensavano i poderi confiscatigli in
Sicilia e in Calabria. Oltre a ciò, cotesti poderi, dati senza dubbio ai
soldati, non si potean ritogliere sol che si volesse. Molto meno potea
la corte di Costantinopoli rendere ai papi la giurisdizione disciplinare
su la Sicilia, cioè una salda catena da tirare il paese alla dominazione
dei Franchi. Però i papi invano dissero ch'era mestieri di quelle
entrate per accendere i moccolini a San Pietro, e invano ridomandarono
la giurisdizione, finchè il conquisto degli Arabi tolse luogo a ogni
querela.[356]

Dal detto fin qui si vede che per due secoli non occorsero in Sicilia
altre vicende che quelle d'una piazza di guerra, ove la popolazione
fosse un nulla rispetto al presidio. Perciò anche la Sicilia servì di
confino per casi di maestà; chè, oltre gli esempii d'un principe arabo
relegatovi nel sesto secolo,[357] e d'una principessa longobarda
tenutavi in ostaggio nel secol seguente,[358] sappiamo che Costantino
Quinto imperatore, tramando di ripigliare lo Stato (790), avesse
disegnato di farvi deportare Irene. E costei, alla sua volta,
rassodatasi nella usurpazione, mandava nell'isola, il figliuolo no, che
le parve più sicuro partito di accecarlo e tenerlo prigione nel palagio,
ma i cortigiani più intinti nella pratica.[359] Non guari dopo (793).
erano sbalzati in Sicilia, come dicemmo, da mille pretoriani, scritto
pria loro in fronte a caratteri indelebili “Armeno ribelle.”[360] È
notevole che narrando questi casi il cronista Teofane ricordi la Sicilia
come l'estrema provincia, o diremmo noi, la Siberia dell'Impero. E a
tale in vero era condotta; se non che il sole, la fertilità del terreno
e la postura in mezzo il Mediterraneo, non si poteano confiscare dai
despoti. Sopravvivea con ciò tra quella gente greca e latina dell'isola
alcuno effetto di civiltà: avanzi di industrie e commerci, com'abbiam
detto; studii ecclesiastici, di che anche s'è fatta menzione; pittura,
che vedremo esercitata da soli chierici verso la fine del nono secolo;
architettura;[361] e infine le materiali delicatezze della vita, che non
mancano nei tempi di decadenza. Ma gli studii, ristretti al clero
regolare e secolare, non servian che di ausiliarii alla superstizione;
la morale insegnata dal clero, traviante lungi assai dai semplici
dettami del Vangelo e intento ai proprii interessi e ghiribizzi
teologici, turbava le coscienze senza correggere i costumi nè pubblici
nè privati; il sentimento della dignità umana, che solo può mantenere i
buoni costumi, era soffocato necessariamente in un popolo il cui
intelletto gemea tra i ceppi dei frati e dello imperatore, e il corpo
sotto la sferza dell'imperatore e dei soldati. In una parola, la Sicilia
era divenuta dentro e fuori bizantina; ammorbata dalla tisi d'un impero
in decadenza; sì che, contemplando le misere condizioni sue, non può
rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e rinnovò.



CAPITOLO X.


Nell'ultimo secolo della dominazione bizantina in Sicilia, furono
notevoli le pratiche diplomatiche dei governatori dell'isola coi
principi aglabiti. S'era parlato di tregua tra la Sicilia e l'Affrica
fin dal cominciamento della eresia iconoclastica; quando Leone Isaurico
volea le mani libere a reprimere i popoli dell'isola, e operare da
quella su la terraferma. Stipulato un patto, com'e' pare, il
settecentoventotto; i Musulmani non tardarono a infrangerlo[362] per
usare le difficoltà nelle quali si travagliava il governo bizantino;
tanto che pensarono di soggiogare la Sicilia, come s'è detto. I forti
armamenti poi dell'isola e le divisioni dei Musulmani d'Affrica, valsero
più che i trattati a mantenere la pace; finchè, surto Ibrahim-ibn-Aghlab
con quei suoi intendimenti di ordine pubblico, tornò al partito degli
accordi scritti, pei quali meglio si favoriva il commercio, e con quello
l'azienda dello stato, assicurando le persone dei mercatanti che
d'Affrica andassero a soggiornare in Sicilia o al contrario. Pertanto,
dell'ottocentocinque, Ibrahim fermava tregua per dieci anni con
Costantino patrizio di Sicilia. Ma nè anco questa si mantenne; perocchè,
succeduti varii movimenti contro Ibrahim e in particolare a Tunis e a
Tripoli, e sendo soggetta l'Affrica occidentale alla dinastia degli
Edrisiti, independente dai califi e dai governatori di casa d'Aghlab, e
però non legata dai patti internazionali loro,[363] avvenne che dalla
costiera uscissero navi musulmane addosso ai Cristiani delle isole. Ne
mandava anco la Spagna, che obbediva ad altra dinastia. Così la Sardegna
e la Corsica furono assalite or dagli Affricani or dalli Spagnuoli
(806-821); ancorchè i Musulmani sovente facessero mala prova, non
potendo congiugnere le armi loro per la nimistà ch'era tra Omeîadi,
Edrisiti e Aghlabiti, e dovendo combattere contro povera e fiera gente,
e contro le forze navali italiane, che a quando a quando vi mandava
Carlomagno.[364] Così anco furono infestati, com'e'pare, dai sudditi
degli Edrisiti, i territorii che ubbidivano al patrizio di Sicilia.

Ma succeduto a Ibrahim il figliuolo Abu-'l-Abbâs, inaugurò la
esaltazione con uno strepitoso armamento navale; gli appresti del quale
non poteano rimanere occulti ai mercatanti cristiani d'Affrica, che
solean dare avvisi in Sicilia. Dondechè, temendo per l'isola, Michele
Primo imperatore spacciava da Costantinopoli parecchi spatarii ed un
patrizio; il quale chiese invano rinforzi di navi ad Antimo duca di
Napoli, ma n'ebbe da Amalfi e da Gaeta; talchè, con le navi di Sicilia,
raccozzò un'armata da poter tenere in rispetto i Musulmani.[365] Nel
medesimo tempo, Carlomagno inviava Bernardo, figliuolo del figliuol suo
Pipino, e un cugin suo per nome Walla, a capitanare l'esercito nel reame
d'Italia, che si credea minacciato dall'armamento affricano e alsì dalli
Spagnuoli. E veramente costoro riassaltavano (812-813) la Corsica;
sconfitti al ritorno presso Majorca dal conte d'Ampurias, rifaceano
l'armata; sbarcavano, dicono gli annali cristiani,[366] a Nizza, indi a
Civitavecchia. Intanto l'armata aghlabita, che sommava a cento legni o
barche, navigando alla volta di Sardegna, nel giugno ottocento tredici
era stata pressochè distrutta da una fortuna di mare, alla quale non
furono abili a reggere que' piccioli scafi, mal costrutti, mal governati
e sopraccarichi di cavalli. E perchè gli uomini si studiano a scusare la
incapacità loro con gli effetti di forze superiori, narravano i campati
al naufragio, e pochi mesi appresso il ripeteano in Sicilia i legati
musulmani, che una voragine apertasi in mare avesse tranghiottito
l'armata. Confermavan cotesto annunzio lettere d'un cristiano d'Affrica
al patrizio di Sicilia; aggiugnendo essere accaduto appunto il
naufragio, quando sfolgorò in cielo una meteora, che dalle lor parole
sembra essere stata osservata in varii punti del Mediterraneo.[367]

Non ostante il raccontato disastro, i Musulmani infestaron tutta la
state le nostre isole minori. Approdarono a Lampedusa con tredici legni;
oppressero sette legni sottili mandativi dal patrizio di Sicilia ad
esplorare, e uccisero le ciurme; se non che, venuto il grosso
dell'armata bizantina, furono a lor volta sopraffatti i Musulmani, e
passati a fil di spada. Di mezz'agosto poi, con quaranta legni
saccheggiavano Ponza; indi Ischia per tre dì; e si ritraeano con grossa
preda di prodotti agrarii, frati e altri prigioni, uccidendo i proprii
cavalli[368] per dar luogo su le barche al bottino. Forse fu questa
l'armatetta che si spinse infino a Civitavecchia; e forse erano
Spagnuoli ovvero gente di Telemsen, sudditi degli Edrisiti; perocchè
Abu-'l-Abbas-ibn-Aghlab, mandava tantosto ambasciatori a Gregorio
patrizio di Sicilia a confermare la tregua; nè dal ragguaglio di tal
missione sembra che gli Aghlabiti avessero a discolparsi delle recenti
scorrerie. Sappiamo all'incontro che i legati, scusandosi degli atti
ostili commessi sopra la Sicilia nello spazio di dieci anni, allegavano
vicende interiori le quali convengono solamente alla dinastia
edrisita.[369] Aggiugneano non volersi rendere mallevadori delli
Spagnuoli, i quali non ubbidiano a loro; ond'essi lasciavan libero a
chiunque di combatterli, e volentieri anco avrebbero aiutato a
scacciarli dalle terre cristiane. Gli ambasciatori stessi, mentre
veniano in Sicilia sopra navi veneziane, imbattutisi in alquanti legni
spagnuoli, aveano stigato i Veneziani ad arderli; e vantavansi di avervi
messo le mani e' medesimi.[370] Certo gli è dunque che gli Omeîadi di
Spagna non entrarono nel patto col patrizio di Sicilia. Pare
all'incontro che fosservi inclusi gli Edrisiti; e che ambasciatori loro
fossero venuti insieme con quei di casa d'Aghlab.

Il patto portava tregua per dieci anni, scambio dei prigioni, e sicurtà
ai mercatanti musulmani che potessero andare d'Affrica in Sicilia e
soggiornarvi per loro negozii; e volendo tornarsi a casa, non fosse
lecito di ritenerli. La quale sicurtà fu senza dubbio reciproca a pro
dei Siciliani che mercatavano in Affrica. Il patrizio rese immantinenti
i prigioni musulmani; mandò un segretario Teopisto a ripigliare i
cristiani, e procacciare la ratificazione del trattato: il quale in
fatti fu promulgato solennemente nella Dieta dei notabili a Kairewân,
come afferma uno scrittore arabo testimone oculare di quell'adunanza,
dal quale sappiamo il capitolo commerciale testè ricordato.[371] Gli
altri particolari delle pratiche e sì delle scorrerie, si ritraggono da
una epistola di papa Leone Terzo a Carlomagno, data l'undici novembre
dell'ottocentotredici; importantissimo documento per più rispetti.
Cotesto ragguaglio tuttavia mostra che il nunzio romano in Sicilia ebbe
a superare, non solo la diffidenza che spirava al patrizio ogni uom del
papa, ma alsì la difficoltà della interpretazione per due lingue
diverse, dall'arabo, cioè, degli ambasciatori musulmani nel greco che si
parlava in Sicilia, e dal greco nel tristo latino che il papa scriveva a
Carlomagno.

Il nunzio viaggiando da Siracusa a Roma, all'entrar di novembre seppe
che sette navi di Mori, credo pirati o gente di Spagna, avessero testè
disertato una picciola terra presso Reggio.[372] Par che la infestagione
delle Calabrie fosse cominciata fin dalla state di quell'anno o
rinnovata nei seguenti, poichè ci si narra che San Fantino da Siracusa,
taumaturgo del quarto secolo, vivuto da solitario in Calabria, apparve
un dì, ventiquattro luglio, tra i turbini e le folgori su la spiaggia di
Seminara per affondare una nave musulmana venuta a corseggiare in quelle
parti. E tal miracolo, di cui si dicono testimonii i Musulmani che
camparono dal naufragio, va riferito ai tempi di Leone l'Armeno
(813-820), poichè un buon vescovo calabrese, autore della leggenda,
aggiugne che sendo stato poscia mandato a Costantinopoli dal prefetto di
Sicilia per negozii appartenenti alla provincia, l'anno terzo di Leone,
San Fantino liberollo prima da una tempesta nell'Adriatico, e poi dalla
collera dell'eretico imperatore.[373]

In fine la Sicilia ebbe a soffrire una incursione, della quale sappiam
solo che seguì nel dugentoquattro dell'egira (27 giugno 819, a' 15
giugno 820); che capitanò la impresa Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab,
cugin germano del principe aghlabita Ziadet-Allah; e che i Musulmani,
fatti moltissimi prigioni nell'isola, se ne tornarono in Affrica.[374]
Pare indi rappresaglia, o sfogo di rabbia religiosa sotto specie di
rappresaglia; poichè s'è visto che Ziadet-Allah, nei principii del regno
diè favore alla fazione dei giuristi, che è a dire, al fanatismo
musulmano. Del rimanente, chi primo violasse la tregua noi l'ignoriamo,
nè appunto il sapean essi, non essendosi mai osservati strettamente i
patti tra i due governi d'Affrica e di Sicilia, dispotici entrambi,
avari e disordinati; e tra le due nazioni, che s'abborrivano per amor di
Dio, ma il commercio le tirava ad usare insieme. Questo pure è certo,
che tali atti d'ostilità non arrivarono al segno di tentarsi il
conquisto della Sicilia innanzi l'ottocentoventisette, com'altri ha
scritto sopra vaghe tradizioni.

Dico di quelle due ripetute fin qui negli annali di Sicilia, le quali
vanno cancellate, non ostante la casuale coincidenza della data con la
impresa di Mohammed-ibn-Abd-Allah; perchè mancano di tutta autorità, e
le rende impossibili d'altronde la spaventevole guerra civile che arse
in Affrica dall'ottocentoventidue all'ottocentoventisei. Vien la prima
tradizione da Erchemperto, lombardo, vivuto alla fine del nono secolo;
il quale assai brevemente disse: usciti “gli Agareni di Babilonia e
d'Affrica” e abitata da loro l'insigne città di Palermo, e soggiogata
quasi tutta l'isola; nel qual tempo, aggiugne, venuto a morte Lodovico
imperatore, gli succedè Lotario.[375] In coteste parole, chiunque le
legga ai nostri dì, vedrà manifestamente le vicende del conquisto di
Sicilia principiato l'ottocentoventisette, e s'accorgerà che il cenno
del cronista corra fino all'ottocentoquaranta, quando trapassò Lodovico.
Ma nel duodecimo secolo, stagione di crociate e di leggende, trattandosi
assai grossolanamente la storia, Leone d'Ostia tolse di peso quel
capitoletto da Erchemperto, e v'aggiunse ad arbitrio la data
dell'ottocentoventi, o l'aggiunsero per lui i copisti.[376] Poi,
dimenticato Erchemperto e sostituitogli Leone, l'errore è passato di
compilazione in compilazione infino a quelle della nostra età,[377] e
successivamente vi si è aggiunto che i Musulmani se ne andassero via, e
tornassero dopo sette anni; poichè le tradizioni bizantina e musulmana
li portavano sbarcati in Sicilia l'ottocentoventisette.

Dà l'altro racconto il Fazzello; il quale accozzando quei brani che
potea trovare, buoni o tristi, delle tradizioni del tempo musulmano,
scrisse che Abramo Halbi (così guastavansi i nomi e la cronologia,
facendo regnare Ibrahim-ibn-Aghlab nell'ottocentoventisette), ai preghi
d'Eufemio, mandava in Sicilia quarantamila Saraceni, capitanati da un
Halcamo. Costui, continua il Fazzello, sbarcato a Mazara, diè alle
fiamme le proprie navi, occupò Selinunte, cui i Saraceni in lor favella
chiamarono Biled-el-Bargoth, ossia “Terra delle pulci,” e presi i
cittadini, per domare a un tratto la Sicilia con esempio atroce, li fe'
cuocere in caldaie di rame. Però, le altre città immantinenti gli si
arresero; ed ei volendo apparecchiarsi ad ogni evento, edificò un
castello che da lui addimandossi Alcamo. Quivi in fatti i Siciliani,
ripreso animo, corsero ad assediarlo: ma Halcamo valorosamente resistè;
e al fine venne a liberarlo e compiere il conquisto della Sicilia, con
novello sforzo di gente, Ased-Benforat. Il Fazzello cita per cotesti
fatti gli annali maomettani e Leone Affricano, ma non spiega altrimenti
chi abbia scritto, chi tradotto, e chi pubblicato quegli annali.[378]

Da Leone in vero egli tolse la supposta impresa di 'Alkama.[379] Leone,
com'è noto, fiorì nei principii del decimosesto secolo. Nacque musulmano
a Granata; rifuggitosi a Fez dopo il conquisto di Ferdinando il
Cattolico, studiò e viaggiò molto nei paesi musulmani, finchè preso
(1517) da corsari all'isola delle Gerbe, fu recato in dono, come
avrebbero fatto d'una giraffa, a papa Leone Decimo; il quale, colto e
magnifico com'egli era, l'onorò, lo stipendiò, lo battezzò, ponendogli i
proprii suoi nomi di Giovanni e Leone, e gli fece apparare la nostra
lingua e il latino. L'erudito di Granata voltò allora ed ampliò
dall'arabico in italiano, il manco male ch'ei poteva, i suoi viaggi in
Affrica ed Egitto, e scrisse in latino notizie biografiche di parecchi
medici e filosofi musulmani; opere pregevoli, sopratutto in que' tempi:
se non che l'autore, non avendo seco i manoscritti che gli occorreano,
dovea affidarsi alla memoria o a note di taccuino; e la memoria delle
cose viste con gli occhi, in lui come in ogni altro uomo, era più tenace
assai che quella delle cose lette nei libri. Indi è che troviamo Leone
sì verace e preciso nelle descrizioni geografiche, e sì difettivo nelle
notizie storiche[380] e peggio in fatto di cronologia: oltrechè, i
dettati suoi furono raccolti e pubblicati quando, venutagli a noia la
città eterna e il cristianesimo, ei se n'era tornato tra i Musulmani, e
non s'era inteso più parlare di lui in Europa. Probabile è che Leone,
mescolando ricordanze nette ed idee dubbie e conghietture, com'egli a
Roma o anco in Barbaria avea inteso il nome di Alcamo, antica città
saracena di Sicilia, riconobbene di leggieri la origine da un nome
proprio usato dagli Arabi antichi; e supponendo che il fondatore fosse
uomo di nota vivuto nei primi tempi dei conquisto, lo accoppiò bene o
male con Ased, il solo nome che gli ricorresse certo nella memoria,
quand'ei pensava ai pochi righi che per avventura avea letto intorno il
conquisto di Sicilia. A sincerarci ch'ei conoscesse poco assai dei fatti
di Sicilia, basterà percorrere il paragrafo in cui ne tratta per
incidenza, dicendo di Kairewân e degli Aghlabiti,[381] dov'ei porta come
contemporanei il conquisto di Sicilia e la fondazione di Rakkâda in
Affrica che seguì mezzo secolo appresso (877). Con simile anacronismo ei
confuse il conte Ruggiero col re del medesimo nome, e il conquisto
dell'isola sopra i Musulmani col tempo di prosperità in cui fu compilata
a Palermo la geografia di Edrisi.[382]

Dove poi il Fazzello leggesse lo sbarco a Selinunte, l'arsione delle
navi e lo strano supplizio dei Selinuntini, invano l'ho ricercato, nè
saprei appormivi; poichè queste favole grossiere non si leggono appo
Leone, e gli annali musulmani che il Fazzello cita come seconda autorità
mi sembrano zibaldone inedito, o forse non li vide mai egli stesso, nè
li allegò che su i detti altrui. E ben quella appellazione di
Biled-el-Bargoth mi puzza d'impostura di qualche giudeo arabizzante, di
que' che nel decimoquinto secolo fecer girare il cervello agli
archeologi di Palermo, spacciando per iscrizioni caldaiche scolpite in
pietra, poco appresso il diluvio universale, i versetti del Corano e
nomi proprii che si leggeano su certe torri nella capitale della
Sicilia. Perchè Beled-el-Borghût significa, sì, in arabico, Terra delle
pulci; ma questo sconcio nome era moderno; era corruzione di Polluce,
come or chiamano i dotti, una torre presso le rovine di Selinunte, o
piuttosto di Belgia, voce arabica, o di Belich, nome di un picciol fiume
tributario dell'Eufrate:[383] dall'una o dall'altro dei quali gli Arabi
chiamarono Belgia un castello or distrutto, e un fiumicello che scorre
lì presso, al quale è rimaso il nome di Belici. In ogni modo, il
villaggio che rimase almeno fino agli ultimi del duodecimo secolo nel
sito di Selinunte, avea nome, come leggiamo in Edrisi, Rahl-el-Asnâm, il
borgo cioè degli Idoli, che non ve n'ha penuria tra le rovine di quei
tempii colossali ben chiamate i Pilieri dei Giganti. Dond'ei mi pare
evidente che l'impostore del decimoquinto o decimosesto secolo abbia
tradotto in arabico il nome volgare che sapea di quel sito; e aggiuntevi
le fiamme del navilio musulmano, e le caldaie di rame da bollire i
Selinuntini, abbia propinato la leggenda al Fazzello; il quale se la
bevve, come quelle dei giganti primi abitatori della Sicilia, delle
iscrizioni caldaiche di Palermo, e non poche altre, sacre e profane. Nè
era colpa di sì diligente e nobile scrittore se, quand'ei visse, non si
conoscea nè la paleontologia, nè l'anatomia comparata, sì che le ossa
fossili d'elefanti e ippopotami pareano reliquie di Polifemo e di
Nembrotte; se pochi o niuno in Europa distingueano i caratteri cufici;
s'erano sepolti que' materiali storici in greco e in arabico, or sì
accessibili a chiunque; e se la critica della storia non potea
germogliare in Sicilia, sotto il giogo spagnuolo, tra i roghi del Santo
Officio!



LIBRO SECONDO.



CAPITOLO I.


Fu aperta la Sicilia ai Musulmani da una rivolta militare, della quale
si narra variamente l'origine.[384]

Mettendo a rassegna i cronisti, e principiando dagli italiani, il più
antico è Giovanni diacono di Napoli, che visse nella seconda metà del
nono secolo; quando passava tanta dimestichezza tra la colonia musulmana
di Sicilia e la repubblica di Napoli. Costui compilò la cronica dei
vescovi napoletani, cinquant'anni appresso il grande avvenimento che
avea spiccato la Sicilia dall'Impero: donde, se i critici volentieri gli
accordan fede nei fatti de' tempi suoi, gliene dobbiamo anche in
questo.[385] Raccontata la congiura di palagio che tolse al supplizio
Michele il Balbo e lo promosse al trono (26 dicembre 820), il diacono di
Napoli scrive come, immediatamente dopo la liberazione di Michele, i
Siracusani, suscitati a ribellione da un Euthimio, uccidessero Gregora
lor patrizio. Indi lo imperatore mandava possente esercito che ruppe i
Siracusani. Euthimio, rifuggitosi in Affrica con la moglie e i
figliuoli, tornò in Sicilia con un'armata di Saraceni condotta da
Arcario[386] lor duce (827); la quale corse l'isola, assediò Siracusa,
sforzolla a tributo, e alfine (831) s'insignorì della provincia di
Palermo. Dopo alcuni particolari di quest'ultima fazione, ripigliando il
filo degli eventi che succedeano a Costantinopoli e nella terraferma
d'Italia, Giovanni fa menzione della guerra civile di Tommaso di
Cappadocia (821-824); nè riparla dei Musulmani di Sicilia che quando
cominciarono a intromettersi nelle brighe della Penisola. Da quanto ho
detto, e dalle date certe che ho aggiunto tra parentesi, ognun vede che
il cronista napoletano abbia collocato que' casi di Sicilia, a mo'
d'episodio, nell'anno in cui principiarono, e che questo, secondo lui,
torni all'ottocentoventuno.[387]

Il secondo scrittore nostrale che faccia cenno dell'evento, visse dopo
cencinquanta anni, verso la fine del decimo secolo; anonimo, ma si sa
che fosse di Salerno, e forse monaco e di schiatta longobarda. Ei suol
fare fascio d'ogni erba, come notava il Muratori; intreccia negli annali
le novellette che correano di quel tempo, e attribuisce ai personaggi
della storia discorsi e sentenze di sua fattura. Pertanto lo lasceremmo
indietro, se non trovassimo nel racconto le vestigia di alcuni
particolari che abbiamo da altri autori degni di fede, da lui non letti
per certo. Senza dissimulare nel linguaggio suo l'odio contro i
Bizantini, l'anonimo di Salerno ci narra come certo grechetto, dice
egli, che reggea la Sicilia, ingiuriasse mortalmente Eufemio,
ricchissimo siciliano. Corrotto per danari, il prefetto violentemente
toglieva ad Eufemio la fidanzata Omoniza, fanciulla di rara bellezza,
per darla in braccio a un rivale. Ed Eufemio, cercando vendetta, si
imbarcava coi servi suoi per l'Affrica; andava a profferire la signoria
della Sicilia a quel barbaro re; il quale, colmatolo di doni, lo rimandò
nell'isola con un esercito. L'ingiuriato amante, così entrato per forza
d'armi in Catania e fattavi molta strage, ammazzò tra gli altri il
prefetto. Tanto narra l'anonimo salernitano, senza recar la data; ma
lavora di rettorica a fingere le ambasce e minacce d'Eufemio.[388]

Quest'episodio erotico, preso al rovescio con farvi Eufemio offensore
invece di offeso, è quasi la sola tradizione che ci tramandino i
Bizantini su la guerra di Sicilia. Come sorgente primitiva loro si
allega la storia particolare e contemporanea di un Teognosto: opera
perduta in oggi.[389] Rimanda in fatti a Teognosto, per più ampio
ragguaglio del caso di Sicilia, la principale tra le cronache bizantine
che possa fare autorità per quel tempo, la Cronografia detta di
Costantino Porfirogenito imperatore, scritta per suo comando e da lui
messa in ordine e postillata, la quale va in principio della
continuazione a Teofane.[390] Da questa cronica, che ha data certa della
metà del secol decimo, tolsero il fatto Cedreno, autore del duodecimo,
che vi mutò appena qualche frase, e Zonara che lo compendiò anche nel
duodecimo secolo; per non dir nulla del Curopalata Giovanni Scylitzes,
il quale, come ognun sa, trascrisse di parola in parola Cedreno senza
nominarlo. Pertanto non diremo altrimenti della testimonianza di così
fatti copisti. Ma vuolsi fare menzione d'un compendiatore del decimo
secolo, Simone maestro (che era titolo d'officio a corte),[391] il quale
par abbia avuto alle mani la storia di Teognosto o altri ricordi; poichè
si discosta dalla compilazione imperiale. Mentre Michele il Balbo, dice
il cronista, si travagliava nella guerra civile di Tommaso di
Cappadocia, gli Affricani e gli Arabi occuparono Creta, Sicilia e le
Cicladi, regioni uscite “poco innanzi” dalla dominazione bizantina, pei
peccati dei popoli e la iniquità dei principi.[392] E allora

. accadde che Michele, dicendo forse da senno a Ireneo maestro del
palagio “Mi rallegro teco; la Sicilia s'è ribellata!” que' gli replicò:
“Strana contentezza è questa, o signore;” e volto a un altro cortigiano
gli sufolò all'orecchio tre versi: “Ecco il primo disastro che dovea
succedere, preso lo stato dal dragone di Babilonia, balbuziente e
amantissimo dell'oro.”[393] Dopo ciò, Simone racconta il primo sbarco
dei Musulmani in Creta (822?).

La compilazione imperiale, senza segnar data precisa, dà un sincronismo
diverso al fatto di Sicilia, portandolo insieme con l'impresa di Orifa
nell'Arcipelago (825?). “Tra coteste vicende, dice la compilazione,
Eufemio turmarca di milizie[394] in Sicilia, invaghito di una donzella
che vivea nel chiostro, e che portava da lungo tempo l'abito monastico,
avea cerco ancor da lungo tempo di soddisfare all'amor suo, prendendola
in moglie: chè l'esempio non era lontano, nè potea parer cosa illecita
nè brutta, quando poc'anzi l'avea praticato lo stesso imperatore
Michele. Pertanto Eufemio, rapita la vergine dal monistero, portossela,
riluttante, a casa.”[395] I fratelli di lei se ne richiamavano allo
imperatore; e questi ingiungeva allo stratego di Sicilia che, sendo vero
il misfatto, si mozzasse il naso al rapitore, secondo il rigor delle
leggi.[396] Ma Eufemio, risaputo il pericolo, ordiva una cospirazione
coi proprii soldati e con altri turmarchi compagni suoi;[397] e,
sottrattosi allo stratego che andava per punirlo, rifuggissi appo il
miramolino[398] d'Affrica; promettendo che gli darebbe la Sicilia e
pagherebbegli largo tributo, s'ei gli concedesse di prender nome e
insegne d'imperatore, e lo aiutasse di genti. Il barbaro principe
accettava il partito, e s'insignoriva dell'isola, col favore d'Eufemio
non solo, ma sì degli altri che avean messo mano con lui alla
ribellione. Pervenuto a salti, come ognun se n'accorge, alla irruzione
dei Musulmani in Sicilia, il cronista palatino esce di briga con
additare ai lettori Teognosto; nè si sofferma che per raccontare un
altro episodio drammatico: la uccisione di Eufemio.[399] Parlando dello
stratego di Sicilia in quel tempo, ei non ne dà il nome; ma più sopra,
nel racconto della guerra di Creta, avea detto che Michele il Balbo
affidò il governo della Sicilia a Fotino protospatario e capitano
d'Oriente, per racconsolarlo della sventura incontrata in
quell'altr'isola (825), ove, mandato contro i Musulmani con grosso
esercito, i suoi avean toccato una rotta ed ei se n'era fuggito, come
pare, senza combattere.[400] Questo Fotino era bisavolo di Zoe
imperatrice, madre del Porfirogenito. E ciò spiega perchè la
compilazione imperiale aggravi tanto Eufemio, e non faccia parola dei
casi della ribellione, nei quali Fotino par sia stato infelice e codardo
quanto in Creta.

Venendo alla tradizione musulmana, che ha sembianze assai più genuine, è
da avvertire come noi la tenghiamo da tre scrittori: Ibn-el-Athîr, che
visse tra il duodecimo e il decimoterzo secolo; Nowairi, del decimoterzo
e decimoquarto; e Ibn-Khaldûn, della fine del decimoquarto stesso: dei
quali ho detto abbastanza nella Introduzione. Attinsero i fatti del
conquisto di Sicilia ad unica sorgente, ignota a noi; se non che
possiamo conghietturare che fosse compilazione fatta in Sicilia o
nell'Affrica propria nell'undecimo secolo, sopra ricordi scritti ai
tempi medesimi degli eventi, come ormai portava la civiltà dei popoli
musulmani. Egli è evidente che Ibn-el-Athîr e Nowairi scorciassero
entrambi quella cronica, poichè danno il grosso dei fatti nel medesimo
ordine, e sovente con le medesime parole; ma dei particolari chi ne
presceglie uno e chi un altro, secondo il genio suo: trovandosi in
maggior copia appo Ibn-el-Athîr le cose militari e politiche, ed appo
Nowairi gli aneddoti. Quanto ad Ibn-Khaldûn, in questo capitolo abbrevia
Ibn-el-Athîr, senz'aggiugnervi una sillaba.

La tradizione musulmana corre nel tenor seguente. L'anno dugento uno
dell'egira (816-17) secondo il Nowairi, e dugento undici (826-27)
secondo Ibn-el-Athîr, il re dei Rûm prepose alla Sicilia il patrizio
Costantino[401] soprannominato il Suda,[402] voce d'origine latina,
grecizzata nei bassi tempi, che suona trincea; ed in Creta è nome
geografico, noto, com'e' pare, nella guerra dei Musulmani. Il _Trincea_
avendo fatto capitano dei soldati d'armata Eufemio della nazione dei
Rûm, uom prode e intraprendente, caporione tra gli ottimati
siciliani,[403] costui andò ad osteggiare la costiera d'Affrica; presevi
mercatanti, vi fece bottino, e lunga pezza s'intrattenne a infestar que'
mari. Poscia riseppe avere il principe commesso al patrizio dell'isola
di torgli il comando e punirlo d'una colpa che gli era stata apposta: e
datane contezza ai compagni suoi d'arme, li accese a ribellarsi con
essolui. Donde, approdata l'armata a Siracusa, si azzuffò con le genti
di Costantino, lo ruppe; una schiera, inseguitolo infino a Catania, lo
prese e ammazzò; ed Eufemio fu gridato imperatore. Il quale chiamò al
governo d'alcuna provincia un de' partigiani suoi, barbaro, dicesi, di
nazione alemanna, forse Armeno,[404] per nome Palata,[405] cugino d'un
Michele che reggea la città di Palermo; ma i due congiunti, messe
insieme loro forze, disdiceano il nome d'Eufemio; movean contr'esso; e
vintolo in battaglia, uccisigli mille uomini ed entrati in Siracusa, ei
fu costretto a fuggirsi in Affrica con la gente che gli avanzava. Così
scrivono di seconda o di terza mano i citati cronisti.[406] Il
_Riadh-en-nofûs_, raccolta di biografie d'Affricani, compilata, come s'è
detto nella Introduzione, verso la fine del decimo secolo o
nell'undecimo al più tardi, sopra memorie scritte del nono, offre
l'addentellato alla riferita tradizione, e dà i nomi di Eufemio e del
Palata; se non che esclude il supposto delle incursioni d'Eufemio su la
costiera d'Affrica, o almeno porta a credere che fossero esercitate
contro i Musulmani di Spagna.[407]

Or i racconti che minutamente abbiamo esposto, messi al cimento dalla
critica, lungi dal contraddirsi a vicenda, s'attagliano l'uno all'altro,
meglio che non potrebbe aspettarsi in ricordi di origine sì diversa e di
una età sì povera di scritti istorici. E prima, il nome del protagonista
della rivoluzione siciliana concorda in tutti gli autori: chè se
Giovanni diacono il chiama Euthimio, questa voce facilmente si potea
confondere con Eufemio nella scrittura, e più nella pronunzia.[408]
Convengono alsì tutte le memorie su la ribellione, la sconfitta, la fuga
di Eufemio in Affrica: e l'Anonimo salernitano che parrebbe men degno di
fede, prova pure essergli pervenuto qualche ragguaglio preciso, narrando
la uccisione dello stratego in Catania, che sappiam solo da Ibn-el-Athîr
e da Ibn-Khaldûn. Delle nozze con la suora o novizia, non pare nè anco
da dubitarsi; se non che questa va tenuta circostanza secondaria, anzi
pretesto della persecuzione d'Eufemio; poichè la corte bizantina, al par
di ogni altro governo dispotico e bacchettone, avea due misure di
morale: l'una larga pei principi e lor fautori, e l'altra rigorosa e
intollerante, adoperata quando ci entrava di mezzo il furore teologico,
la invidia o la nimistà politica. Politico del tutto fu dunque il
movimento d'Eufemio, come il dicono i due più antichi scrittori,
italiano e bizantino, Giovanni diacono e Simone maestro. Più difficile a
fissarne appunto la data. Que' due accennano all'ottocentoventuno; e
s'accorda con essi l'anno dell'egira segnato dal Nowairi, e la
probabilità grandissima che i capitani dell'esercito siciliano si
fossero sollevati, quando Tommaso di Cappadocia chiarito ribelle in
Oriente movea contro Costantinopoli; come già lo stratego Sergio turbò
l'isola quand'ei seppe Leone Isaurico assediato dagli Arabi nella
capitale. E che la ribellione di Sicilia fosse durata cinque o sei anni,
sarebbe tanto più verosimile, quanto Michele il Balbo non ebbe mai forze
da reprimerla. Nondimeno, io penso che in quel movimento si debba
supporre un intervallo nel quale la Sicilia avesse riconosciuto il
governo di Costantinopoli; poichè gli Arabi nel loro ragguaglio sì
particolareggiato e verosimile, chiamano lo stratego ucciso da Eufemio
con un nome e un soprannome che ben s'adattano a Fotino, il quale fu
promosso a quell'officio verso l'ottocentoventisei, come si deduce dalla
cronica del Porfirogenito. E veramente nella scrittura arabica il nome
di Costantino non è molto dissimile da quell'altro; e come assai più
ovvio, dovea parer migliore lezione ai copisti. Al tempo stesso il
soprannome di Suda sembra coniato apposta per Fotino. Infine la serie di
fatti, che salta a piè pari il cronista palatino, par debba riferirsi,
come già notai, all'avolo di Zoe imperatrice.

Si potrebbe argomentare da tutto ciò che il movimento siciliano avesse
avuto due periodi; l'uno dalla esaltazione di Michele il Balbo alla
elezione di Fotino; l'altro dalla persecuzione d'Eufemio alla sua fuga
in Affrica. I quali due periodi, sì vicini tra loro, furono, com'avvien
sempre, confusi in un solo dalla tradizione verbale e dai compendiatori;
e in quel solo primeggiò il nome, rimase infame, d'Eufemio: e il tempo
si riferì dagli uni al principio, cioè all'ottocentoventuno; dagli altri
al fine, cioè all'ottocentoventisei. Dall'ottocentoventuno
all'ottocentoventicinque i condottieri ch'erano arbitri della Sicilia,
forse uccisero un primo patrizio Gregora o Gregorio; forse Eufemio si
prevalse, al par che gli altri capitani, di quei turbamenti, ma non ne
fu motore principale; forse i turbamenti non trascorsero fino all'aperta
ribellione; ovvero Michele il Balbo, non potendo con un esercito, la
represse con un finto perdono. Ma Fotino mandato a dar sesto alla
Sicilia, sendo favorito dell'imperatore e spregiato dai soldati,
prosontuoso e codardo, e volendo fare ammenda della fuga di Creta con
qualche grande impresa di polizia in Sicilia, diè opera a spegnere i
condottieri più baldanzosi, tra i quali primeggiava Eufemio. In luogo di
ricercare il crimenlese, chè non si potea fare onestamente nè senza
pericolo, trovò un sacrilegio chiarito o incerto; trovò i fratelli della
sposa, tiranni domestici delusi, o pacifici cittadini ingiuriati da un
soldato che si fea lecito ogni cosa: e per tal modo, col manto della
morale e della religione, Fotino si provò a spezzar la prima verga del
fascio. Se non che l'accusato era in sull'armi; gli altri condottieri
s'accorsero dell'arte grossolana dello stratego, e videro il proprio
pericolo in quel d'Eufemio: donde raccesero immantinenti la rivoluzione.
Così mi raffiguro l'andamento dei fatti. Io pongo la sollevazione
militare contro Fotino nell'anno ottocentoventisei. La sconfitta, la
morte di costui, la effimera esaltazione di Eufemio, la sollevazione di
due altri condottieri contro di lui e il novello combattimento di
Siracusa, ond'ei fu costretto a fuggire, si debbono credere per filo e
per segno come li narrano gli Arabi, e collocare nel medesimo anno
ottocentoventisei. Soltanto aggiugnerei ch'Eufemio, detto da
Ibn-el-Athîr capitano di soldati d'armata, e da tutti gli Arabi
guerreggiante su le costiere d'Affrica, avesse dalla parte sua le
milizie siciliane che montavano l'armata dell'isola; perchè, tra gli
eventi di Costantinopoli e di Creta, non è da supporre che venisse in
Sicilia il navilio imperiale. Altri soldati del presidio, stranieri e
mercenarii, si sollevarono al certo con Eufemio; ma non andò guari che i
loro capitani, massime i due cugini alemanni o armeni, non parendo loro
aver guadagnato abbastanza, e corrotti forse dall'oro imperiale, si
rivoltarono contro il novello signore, e gridarono il nome di Michele il
Balbo. Riportarono la vittoria i traditori; e nondimeno rimase ad
Eufemio non poco séguito tra i Siciliani, come lo dice espressamente la
cronaca del Porfirogenito, e come si vedrà ancora dalla narrazione degli
Arabi. È indi manifesto che i due elementi dai quali nacque il moto
militare dell'ottocentoventisei, tosto si separarono. Le armi
mercenarie, come pietra che si gitti in alto, ricaddero verso il loro
centro di gravità, ch'era il dispotismo di Costantinopoli. Le milizie
siciliane tentarono di spiccarsi dall'impero greco, sì come avean fatto
un secolo innanti quelle dell'Italia centrale; ma oppresse da forze più
ordinate, nè potendo trovar sostegno nello sfacelo della società civile,
si gittarono per disperazione al peggior partito: chiamarono un
potentato straniero; e affrettaron così la morte della nazione
greco-sicola, ch'era andata decadendo e consumandosi, ormai da mille
anni, dopo l'entrata di Marcello a Siracusa.



CAPITOLO II.


In questo tempo la guerra civile posava appena nello stato aghlabita, nè
era spenta per anco a Tunis, principal porto di quello; ma tal
commozione, in luogo di portare spossamento e abbandono come in Sicilia,
avea raddoppiato l'attività della giovane colonia. Tra gli uomini grandi
che producea l'islamismo in sua virtù, segnalavasi allora
Abu-Abd-Allah-Ased-ibn-Forât-ibn-Sinân, cadi della capitale, vecchio
settuagenario. Oriundo di Nisapûr nel Khorassân, e però di sangue
straniero, era cliente costui della tribù arabica dei Beni Soleim; era
nato il centoquarantadue (759-60) ad Harrân in Mesopotamia; e 'l padre
venendo con l'esercito dei Khorassaniti al racquisto dell'Affrica,
l'avea recato bambino di due anni a Kairewân. Fatto soggiorno in quella
città, e indi a Tunis, e divenuto colono, forse proprietario, Forât avea
potuto dare al figliuolo la dispendiosa educazione che s'apparteneva a
giureconsulto. Donde Ased, studiato il Corano in Affrica, ripartì a
diciott'anni per l'Arabia; ascoltò a Medina le lezioni di
Malek-ibn-Anas, famoso tra i dottori principi dell'islamismo; e venuto
quegli a morte, passò in Irak appo i discepoli di Abu-Hanîfa; e compiè
poi gli studii sotto Ibn-Kâsim, onor della scuola di Malek in
Egitto.[409]

Pieno la mente di quegli alti pensieri dei dottori orientali, fece
ritorno Ased in Kairewân del settecento novantasette, e aprì scuola di
dritto leggendovi il Mowattâ del primo suo maestro e un comento ch'ei
par n'abbia fatto con la scorta d'Ibn-Kâsim; la quale opera, dal nome
dell'autore, fu addimandata l'Asediìa. Crebbe la sua riputazione a tale,
che in Affrica il tennero come dottore principe.[410] Donde nei moti
dell'aristocrazia contro Ibrahim-ibn-Aghlab (810-811), un capo per nome
Amrân-ibn-Mogiâled cercò di trarlo a sè con lusinghe, poi con minacce;
ma Ased troncò le pratiche rispondendo ai messaggieri di Amrân, che
s'egli fosse ito al campo dei sollevati avrebbe gridato: “l'uccisore e
l'ucciso cadranno entrambi nel fuoco eterno.”[411] Da ciò si vede che,
al par degli altri giureconsulti d'Affrica, abborriva sì la guerra
civile, ma non parteggiava punto per Ibrahim. Ma quando Ziadet-Allah,
tra' due bocconi amari che gli eran porti, amò meglio ingozzare
l'opposizione legale dei dotti che la violenza delle milizie, chiamò
Ased-ibn-Forât l'anno dugentotrè (818-19) a cadi di Kairewân; persuaso,
dicono le biografie, dalle assidue esortazioni d'un Ali-ibn-Homeila; e
non veggono che il motivo del consigliere e del principe era di dare
un'arra di conciliazione alla parte moderata, nella quale primeggiava di
certo Ased. Ziadet-Allah, non volendo punto deporre l'antico cadi,
Abu-Mohriz-Mohammed, uom dotto e pio e particolarmente riverito da lui,
sforzato quasi a dar la suprema magistratura ad Ased, glielo aggiunse
nell'uficio; talchè si videro, con esempio unico o rarissimo, due cadi
d'una medesima scuola nella stessa città.[412] Tal magistrato fu di
grande momento nel nono secolo, quando lo innalzarono a splendore le
riforme di Harun-Rascid[413] e la crescente civiltà; e quando i principi
musulmani non avean per anco ministri di Stato ordinarii e permanenti, e
gli interpreti della legge divina s'arrogavano di regolare tutte le
umane faccende. Così veggiamo i due cadi del Kairewân fare or da giudici
civili e criminali, or da padri spirituali di Ziadet-Allah; da assessori
del santo ufizio che venía già in voga appo i Musulmani,[414] e da
consiglieri di stato. Ben avvenne che interrogati da Ziadet-Allah, sul
caso di un zindîk, o, diremmo noi, miscredente che dovea sentenziarsi
dal principe, Ased e Abu-Mohriz oppugnassero insieme l'avviso d'un terzo
giureconsulto, il quale volea a dirittura la morte dell'accusato: e i
due cadi vinsero appo Ziadet-Allah il partito di perdonargli,
pentendosi; il che quel virtuoso scettico ricusò.[415] Ma del rimanente
i due giuristi, poco diversi per età e dottrina e discepoli entrambi di
Malek, discordavano sempre, forse per gelosia, certo per indole; per
l'animo forte dell'uno e pauroso dell'altro; per lo veder chiaro e
lontano del primo e gli scrupoli del secondo. Il dissoluto e crudele
Ziadet-Allah richieseli una volta su la misura di voluttà che gli fosse
lecita nel bagno; e Ased pensando che il Corano concedeva il più, non
volle contendergli il meno; ma Abu-Mohriz, con una distinzione degna del
Padre Sanchez, seppe trovar pronto il peccato e accrescere a sè medesimo
la riputazione di santo.[416]

Rifulse in ben altro caso la virtù di Ased. S'eran levate in arme contro
Ziadet-Allah, come già narrammo (825), tutte le milizie d'Affrica; e
capitanate da Mansûr Tonbodsi, avean messo il campo sotto Kairewân;
chiamavano i cittadini a seguirle nella ribellione. Usciti allora a
parlamentare i due cadi e condotti dinanzi a Mansûr che sedea tra i
caporioni dell'esercito: “Su,” diss'egli ai cadi “siate con noi, s'egli
è vero che questo tiranno vi sembri il flagello dei Musulmani!” “È vero:
ed anco dei Giudei e dei Cristiani,” rispondeva tremando Abu-Mohriz. Ma
Ased: “Non eravate voi stessi,” proruppe “non eravate poc'anzi i suoi
partigiani e fratelli? Com'è che adesso ci richiedete di amistà contro
di lui, quando nè egli nè voi avete mutato costumi? Ah no: se noi
bastammo a tenerlo a segno quand'egli aveavi intorno, tanto meglio il
faremo or ch'è solo.” A queste parole scoppiò una tempesta nel campo. I
più feroci corsero addosso ad Ased e al compagno, sì che a mala pena
rifuggironsi in città. E i cittadini non ascoltaron quel grande:[417]
tra le ire della rivoluzione e i rancori del principe che la spense, par
che Ased per brev'ora sia venuto in uggia agli arrabbiati delle fazioni
estreme. E forse fu in questo tempo, e favellando per beffa a qualche
sciocco il quale si credea da più di lui perchè più forte gridava, che
Ased si vantò della eccellenza dei suoi nomi proprii. “Io son Ased”
disse (che significa lione), “e quale belva non cede al lione? Figliuol
son io di Forât” (così pronunziavano la voce Eufrate), “nè altro fiume
ha miglior acqua. L'avol mio appellossi Sinân” (ch'è de' nomi della
lancia), “e questa è in vero fortissima tra le armi.”[418] D'altronde,
coteste millanterie erano in voga appo gli Arabi, e ve le manteneano le
tradizioni poetiche di lor gente. E Ased, ancorchè d'origine straniera,
n'era imbevuto, com'uom di lettere ed erudito ch'ei fu, anche meglio che
giureconsulto, come pretende un biografo.[419] Più che la coltura e la
dottrina, la storia dee notare in lui il gran pensiero di racchetare
l'Affrica portando la guerra in Sicilia, e la forza d'ingegno e d'animo
con che vinse tal partito, e lo mandò ad effetto ei medesimo, a prezzo
della propria vita.[420]

Giunto Eufemio su la costiera d'Affrica, mandava incontanente a
Ziadet-Allah in Kairewân a chiedere aiuti, e offrirgli la sovranità
della Sicilia;[421] in questi termini: ch'ei medesimo tenesse l'isola
con titolo e insegne d'imperatore, e ne pagasse tributo al principe
aghlabita.[422] L'uscito faceva assegnamento sugli avanzi dell'armata
siciliana che lo seguitavano, e su i molti partigiani lasciati
nell'isola; e fidavasi spezzare le armi del Palata con le armi
affricane, e di coteste poi disfarsi con quante magagne gli offrisse il
caso o l'ingegno suo. E così pensan sempre i deboli mettendosi a
scherzare coi forti; e i più avventurati, come fu Eufemio infino alla
sua morte, riescon sì ad aggiustare qualche parte di lor macchina; ma,
presto o tardi, necessariamente succede un contrattempo che fa rovinare
il tutto, e dà l'acquisto a chi ha in mano la possanza. Da un altro
canto, com'e' pare, sbarcavano in Affrica oratori del Palata, mandati a
studiare il disegno del nemico:[423] e Ziadet-Allah pendeva irresoluto.

Nondimeno adunò a parlamento i notabili del paese, tra i quali fu
disputato a lungo su la giustizia e utilità di quella guerra. Ingiusta
pareva ai più, reggendo tuttavia la tregua dell'ottocentotredici; ma
rispondeasi essere stata violata da' governanti della Sicilia, ritenendo
prigioni parecchi Musulmani, com'aveva affermato Eufemio a Ziadet-Allah.
Consultati su tal dubbio i due cadi, Abu-Mohriz avvisava si pigliasse
tempo a chiarir meglio il fatto; Ased, all'incontro, volea che lì lì se
ne domandasse ai medesimi oratori di Sicilia. “E come crederemo”
ripigliò Abu-Mohriz “a ciò che diran costoro a carico o a difesa di sè
stessi?” E Ased a lui: “Su le parole degli ambasciatori fermossi già la
tregua, e su lor parole si spezzerà.” E focoso continuava: “Non vi
sbigottite, o Musulmani, ha detto il sommo Iddio, non vi sbigottite;
chiamate le genti all'islam, e avrete il primato sopra di quelle!
Ubbidiamo dunque al divin precetto, in vece d'appigliarne sì tenacemente
alla tregua con gli Infedeli, e rimarremo al di sopra!” Mutato per tal
modo da Ased il centro della quistione, e messo innanzi un argomento al
quale niun Musulmano potea dir contro, Ziadet-Allah interrogò gli
oratori, tra i quali si trovava, forse da interprete, un Musulmano; i
quali risposero: “È vero, sono stati imprigionati i vostri in Sicilia,
ma a ragione; poich'essi non se ne andarono a tempo debito.”[424] Così
non sinceraronsi punto i dotti musulmani della infrazione della tregua,
nè cessarono di ripugnare alla guerra di Sicilia:[425] ma il pretesto
v'era; il fanatismo religioso e le cupidigie mondane gli dettero forza
di ragione; e il principe, i guerrieri, il popolo trovarono, senza meno,
che il solo Ased intendesse bene la legge.

Fu discorsa insieme la utilità della impresa. Messo da altri il partito
di infestare la Sicilia, senza farvi stanza nè porvi colonie, levossi a
contraddirlo un Sehnûn-ibn-Kâdim. “Quanto v'ha,” dimandava costui “tra
la Sicilia e l'Italia?” “Si va e viene due o tre volte dal levare al
tramonto del sole,” gli risposero. “E tra la Sicilia e l'Affrica?”
ripigliò; e quelli: “V'ha un giorno e una notte di viaggio.” “Oh, se pur
avessi l'ale, non vorrei volar su quest'isola,” conchiudea Sehnûn;
scherzando sul proprio nome che si dà in Affrica a un uccello assai
scaltrito. Quest'arguzia per altro non giovò. I più, a una voce,
deliberarono la guerra; ma d'incursione, non di conquisto.[426]

Allora Ased, che non si era tanto affaticato per una scorreria, pensò di
portarla dassè al fine che si proponea, non ostanti tutti i dottori; e
indi si fece, senza rispetti, a chiedere il comando dell'oste che
ambivano parecchi altri uomini di maggior seguito per nobiltà di
schiatta ed esperienza di guerra. E non curando Ziadet-Allah tal novella
ambizione del giurista, forse facendosene beffe, quegli si volse al
popolo, e andava brontolando: “Ve' che non mi vogliono, perchè mi
tengono uom da nulla! Han saputo ben trovar nocchieri che governino le
navi; che bisogno or hanno di chi le faccia andare secondo il Corano e
la Sunna?”[427] Ma tanta riputazione ebbe Ased nell'universale dei
cittadini da lui esortati e infiammati alla guerra sacra, che
Ziadet-Allah piegossi, con tutta quell'indole sua imperiosa, e fece
ammenda della passata ripugnanza. Appresentatoglisi Ased, e chiestogli
che, secondo, i sacri statuti, or che l'avea fatto capitano, lo
deponesse dal magistrato: “Non fia mai” rispose il principe, “ch'io te
ne rimuova. Ben v'aggiungo l'officio di capitano che è di più alto
grado, ma vo' che tu ritenga anco il primo, e che sii detto cadi emiro.”
E così fu fatto, continua il cronista contemporaneo Ahmed-ibn-Soleiman,
nè mai s'è visto prima nè poi nello Stato d'Affrica cumulare in una
persona quelle due dignità.[428]

Si allestiva in questo mentre l'armata nel porto di Susa, ov'Eufemio fu
mandato ad aspettare con le sue genti.[429] Quando ogni cosa trovossi in
puntò, data la posta all'esercito a Kairewân, Ased movea con quello alla
volta di Susa; e all'uscita della città l'accompagnavano, per fargli
onore, i primarii tra i dotti con la gemâ', ossia municipalità, e tutta
la corte del principe; che Ziadet-Allah non volle che rimanesse addietro
alcun de' suoi famigliari. A Susa poi si fece la mostra dell'oste. Narra
un testimonio di presenza che Ased, commosso dal nobile spettacolo, gli
squadroni schierati in faccia, a tergo e ai fianchi, il volteggiare,
delle bandiere al vento, l'annitrio dei cavalli, il frastuono dei
tamburi, fatto silenzio, orò in queste parole: “Non v'ha altro Dio che
il Dio uno, il Dio che non ha compagni. Affè di Dio, valorosi guerrieri,
nè avolo nè padre ebbi io che mi lasciassero signoria,[430] e pur uomo
al mondo non fu mai onorato di eletto séguito al par di questo; nè lo
spettacolo che ci sta dinanzi agli occhi io l'ho visto mai, fuorchè
negli scritti. Su, dunque, sforzate alacremente gli animi, affaticate i
corpi nel cercare scienza, e fatene tesoro, nè siatene sazii giammai, nè
mai vinti da' travagli ch'ella v'arreca, e sappiate che ne conseguirete
il guiderdone in questa vita, e in quella ch'è da venire.”[431] Nè ci
danno altro della orazione di Ased i biografi, eruditi che ne presero
quel tanto che lor pareva onorasse il mestiere; come i frati cronisti
del medio evo notavan solo dei principi il bene o il male fatto al
monastero. Duolmi pertanto non avere ricordi più larghi, e dover
sopperire con gli sforzi delle generalità, le quali se bastano a
tratteggiare i tempi, mal ci aiutano a delineare le fattezze degli
uomini, in cui la natura è sì svariata e capricciosa. E veramente da
quelle parole di Ased trapela la vanità dell'uomo nuovo e l'orgoglio del
dotto, e par vedere Cicerone pavoneggiarsi con la corazza indosso; ma
son soppressi al certo, come cosa di minor momento, gli alti sensi che
resero sì potente Ased nel tumulto degli animi della colonia, dico il
fervore religioso e militare, la virtù del primo secolo dell'islamismo,
al quale tornavan sempre col pensiero i giureconsulti di quel tempo, e
forse Ased sopra ogni altro. Notevol è che il conquisto di Sicilia,
promosso da questo grande, fu l'ultimo al tutto della schiatta arabica,
e l'ultimo dello islamismo in Ponente. In Levante, le insegne dell'islam
s'eran anco soprattenute da cento anni, nè ripigliarono la via dei
conquisti che lunga pezza appresso, in mano della schiatta turca: sopra
l'India, cioè, nello undecimo secolo, coi Gaznevidi; sopra l'Europa, nel
decimoquinto, con gli Ottomani.



CAPITOLO III.


S'era adunato al bando della guerra sacra il fior de' guerrieri
musulmani dell'Affrica: Arabi, Berberi, soprattutto della tribù di
Howâra,[432] rifuggiti Spagnuoli e il giund, frequentissimo di Persiani
del Khorassân;[433] e tra tutti notavansi molti uomini di dottrina e di
consiglio.[434] Sommò lo esercito a settecento cavalli e diecimila
fanti; il navilio a settanta o secondo altri cento barche, senza
noverarvi l'armatetta d'Eufemio.[435] Sciolsero dal porto di Susa[436]
il quindici di rebi' primo dell'anno dugentododici dell'egira,[437] che
torna al tredici giugno ottocentoventisette; e drizzandosi alla più
vicina punta della Sicilia, posero a terra le prime navi, il sedici
giugno, a Mazara, ov'Eufemio avea partigiani, o volle schivare il
Lilibeo come città assai munita. Ased, fatti sbarcare immantinente i
cavalli, soprastette tre dì, attendendo forse il rimanente delle navi;
nè fu sturbato, se non che capitò una torma di cavalli degli aderenti di
Eufemio; i quali il cadi fece pigliare e rilasciolli poichè li ebbe
conosciuto.[438] Pur non fidandosi di Eufemio, quando fu ora di venire
alle mani, chiamatolo a sè, gli dicea breve: non aver mestieri di
ausiliarii; si mettesse in disparte con le sue genti; ma pigliassero una
divisa per distinguersi da' nemici, perchè i Musulmani per errore non li
offendessero. E così furono costretti a fare. Un ramoscello di pianta
salvatica, messo per fregio all'elmetto,[439] notò cotesti sventurati
che non avean più amici nè patria, nè altra bandiera che della privata
vendetta: messi per primo supplizio a guardare con la braccia
incrocicchiate il successo della battaglia.

Decisiva la battaglia che sovrastava; poichè trovandosi i Musulmani su
la costiera, e avendoli aspettato lungamente il Palata, e ragunato tutte
le forze dell'isola, delle due cose dovea seguir l'una, o ch'ei li
rituffasse in mare, o che sconfitto da loro lasciasse l'isola senza
difese. Capitanava cencinquanta mila uomini, dicono certi cronisti
musulmani, per non restar di sotto agli scrittori cristiani che lor
n'han fatto uccidere trecentomila da Carlo Martello a Tours: pur senza
dubbio l'oste siciliana avanzava molto di numero quella di Ased.[440]
Saputo che il Palata si fosse venuto a porre in una pianura che prese il
nome da lui[441] il cadi usciva in ordinanza da Mazara[442] il quindici
luglio[443] e schierò l'oste musulmana a fronte alla greca. Aspettò,
secondo il costume degli Arabi,[444] la carica de' nemici: tutto solo
innanzi le file tenendo in alto il pennon del comando, ripetea sottovoce
il capitolo _Ja-Sin_, il cuor del Corano, come lo chiamò Maometto,
lugubre preghiera che suolsi recitare ai moribondi. Così tre secoli
appresso stava il gran Saladino nei campi di Siria all'appiccar della
zuffa. Ma a vedere un uomo incanutito su i libri e nel fôro incontrar sì
securo le lance bizantine, dovea parer miracolo ai guerrieri affricani.
Mentre ci tremava il cuore in petto, scrive un di loro per nome
Ibn-abi-'l-Fadhl, mentre ci tremava il cuore per Ased, ei fornì tutta la
sua prece, e a un tratto volgendosi a noi: “Son questi,” disse, “i
medesimi Barbari della costiera d'Affrica; i vostri schiavi! Non li
temete, o Musulmani!” E sparve il campo di mezzo: e Ased trovossi
avvolto il primo tra gli squadroni nemici. N'uscì tutto intriso del
sangue che gli scorrea per l'asta della lancia, lungo il braccio e
infino all'ascella, afferma il narratore maravigliato dalla fierezza del
vecchio cadi.[445] Di quella degli altri, ch'era virtù comune tra gli
Arabi, non ne fa motto alcun dei cronisti; e descrivono questa giornata,
come cento e cento altre, tutti con una diceria: che aspra fu la
mischia; che Dio dissipò i nemici; che grandissima preda fecero i
Musulmani, di cavalli, ricchezze, bagaglio; che menarono strage degli
Infedeli. Il Palata rifuggissi a Castrogiovanni, ove, non tenendosi
sicuro, passò in Calabria, e fu morto.[446] Donde si vede che la
sconfitta, com'avviene sempre quando il popolo diffidi dei governanti,
produsse incontanente nuove turbolenze tra le soldatesche e nelle città:
ma nulla v'approdò la parte d'Eufemio, che si era infamata chiamando i
Musulmani.

Il vincitore intanto tirava a dirittura vêr la capitale. Lasciato
presidio a Mazara sotto un Abu-Zeki della tribù di Kinâna, e occupate
varie altre castella che assicurassero la linea d'operazione
dell'esercito, Ased ratto percorse la strada romana della costiera
meridionale, com'ei pare, fino alla foce del Salso o poc'oltre; donde
poi pigliò la via dei monti che mena a Siracusa per Biscari, Chiaramonte
e Palazzolo, l'antica Acri.[447] Quanti Siciliani non perdettero l'animo
al primo disastro, avean raccolto ad Acri, credo io,[448] le poche armi
che rimaneano nell'isola; e speravano, tra la fortezza del luogo e
l'astuzia, intrattenere l'esercito musulmano, tanto che si munisse
Siracusa. Però, appressandosi Ased, vennero a trovarlo oratori, dei
primarii del paese, con lor fole di accordo: che sottometterebbersi e
pagherebbero la gezîa, purch'egli non andasse oltre. E Ased, raggirato,
al dir dei cronisti arabi, soprastette alquanti dì,[449] e riscuotè una
prima taglia di cinquantamila soldi d'oro, che tornano a un di presso,
in valor del metallo, a settecento mila lire nostrali.[450] Forse il
cadi volle anch'egli apparecchiarsi allo assedio di Siracusa, più arduo
assai che non gli era paruto da lungi: volle aspettare l'armata;
riordinare lo esercito, impedito dal bottino e dai prigioni,
assottigliato dai presidii che avea lasciato qua e là nella lunga via, e
dai predoni vaganti senza comando. Ma quand'ei vide che la dimora
giovava al nemico più che a lui; quando seppe che facean diligenza ad
afforzare Siracusa e le altre castella, e ridurvi i tesori delle chiese,
le vettovaglie, e ogni roba di maggior pregio delle terre aperte; quando
ebbe sentor delle pratiche d'Eufermio, il quale sottomano confortava i
cittadini a tener fermo e combattere valorosamente per la patria; e
quando i Siracusani si cominciarono a scoprire ricusando il rimanente
del denaro pattuito, il condottier musulmano non differì a disdire la
tregua. Sparse le gualdane per ogni luogo; sforzò o schivò la fortezza
d'Acri; e col novello terrore delle stragi, delle depredazioni e de'
guasti del contado, piombò sopra Siracusa.

E alla prima occupava, dice Ibn-el-Athîr, certe enormi spelonche intorno
la città:[451] al certo le latomie di Paradiso, Santa Venera, Navanteri,
Cappuccini, che giacciono a distanze disuguali, in una linea spezzata di
più di un miglio, al confine meridionale dei quartieri di Neapoli e
Acradina, distrutti tanti secoli innanzi. Tra le latomie e l'istmo
giacea nel nono secolo un quartiere,[452] murato senza meno dalla parte
di terra dall'uno all'altro porto; sì che doveva opporre ai Musulmani
una vasta linea di fortificazioni. Pertanto Ased, non potendo altrimenti
investir la città, senza macchine, senza grossi navigli, senz'altro che
otto o novemila uomini, si accampò nelle latomie, raccolto e minaccioso;
fece accostare l'armata che chiudesse alla meglio i due porti; diè
qualche sanguinoso assalto; bruciò navi ai nemici; fece prova a stringer
la città per terra e per mare; e s'affrettò a chiedere rinforzi
d'Affrica.[453] Perchè la fame cominciava a travagliare il campo, più
che la città; sendo ridotte in questa le vittuaglie del contado; nè
potendo i Musulmani troppo allargarsi a depredare. Vennero a tale
penuria, che si cibaron di cavalli, ed i soldati un dì s'abbottinarono.
Scelsero ad oratore un Ibn-Kâdim,[454] il quale fattosi innanzi ad Ased
richiedealo di levare l'assedio, e tornarsene in Affrica; dicendo avere
l'esercito più cara la vita di un sol Musulmano che tutti i beni della
Cristianità. Al quale il capitano brusco rispondea: “Non son io quegli
che farà tornare addietro i Musulmani usciti alla guerra sacra, mentre
hanno ancor tante speranze di vittoria.” Vedendo crescere, ciò non
ostante, la insolenza dei soldati, ei rincalzò minacciando che arderebbe
le proprie navi. Indi parea che dalle parole fossero per venire ai
fatti; e Ibn-Kâdim andava dicendo: “Per manco di questo fu ucciso il
califo Othman;” quando Ased domò i malcontenti come fanciulli: sì
valoroso uomo egli era, e sì disciplinato lo esercito. Ased di mezzo a
loro fe' pigliare Ibn-Kâdim, e dargli qualche staffilata, senza
spogliarlo, com'era usanza: esempio, però, non supplizio, nè vendetta; e
meritata vergogna di chi braveggiava per voglia di voltar le spalle al
nemico. E così ebbe fine il tumulto. Il biografo chiude questo racconto
con bella semplicità, dicendo che le staffilate non furon più di tre o
quattro; ma che Ased tirò innanzi costante e vittorioso, tanto che diè
ai Greci una fiera battaglia, e ne fe' strage, li ruppe e schiantolli
dalla Sicilia.[455]

Perchè venian da una mano fresche genti d'Affrica insite coi venturieri
spagnuoli di Creta;[456] dall'altra Michele il Balbo accozzò
soldatesche, e indusse il doge Giustiniano Partecipazio a mandare in
Sicilia l'armata veneziana.[457] Ingrossando per tal modo la guerra, si
venne a un'altra giornata, al dire d'Ibn-el-Athîr, quando, giunti gli
aiuti d'Affrica, il governatore di Palermo uscì alla campagna con
poderoso esercito; ma non sappiamo se i Musulmani fossero sbarcati a
Mazara o a Siracusa, e se l'oste di Palermo avesse lor tagliato la via,
ovvero combattuto insieme contro essi ed Ased congiunti sotto
Siracusa.[458] Sentendo venirsi addosso forze maggiori, i Musulmani si
cinsero d'un largo fossato; e fuori da quello buccherarono tutto il
terreno di pozzette, ottima difesa contro i cavalli, adoperata sovente
dai Bizantini e scritta ne' loro libri di strategia. Pur dimenticando le
proprie arti, caricarono con vano impeto i Cristiani; si avvilupparono
nel mal terreno, e incespando i cavalli e scompigliandosi gli uomini, i
Musulmani ne fer macello. Strinsero indi più fortemente Siracusa per
mare e per terra:[459] che ormai durava l'assedio da dieci mesi o un
anno,[460] e si venne a tale che i cittadini proponeano un accordo, e i
Musulmani lo ricusavano.[461] Non poche altre terre s'eran sottomesse,
onde parea da temere che presto le imitasse tutta l'isola.[462]

Quando una moría s'appiccò nello esercito; della quale, altri dice di
ferite, trapassava il grande Ased-ibn-Forât, nella state dell'ottocento
ventotto, ed era sepolto nel campo.[463] Lasciò desiderio di sè
nell'universale dell'esercito; e al certo vi si ricordavano a gara le
lodi che hanno scritto di lui i biografi: la sapienza, le lettere, la
prudenza, l'antica virtù, gli strepitosi fatti che operò, le famose
concioni che tenne nella guerra di Sicilia.[464] Mancato lui, la fortuna
voltò le spalle ai Musulmani. Gli statichi delle varie città sottomesse
fuggirono incontanente dal campo,[465] in alcuno scompiglio d'assalto o
sedizione; ovvero per bella audacia, volendo andare a gridare per tutta
la Sicilia ch'era tempo di togliersi d'addosso i Barbari. E tra costoro
non posava la discordia; quando leggiamo che Mohammed-ibn-el-Gewâri,
succeduto ad Ased, era eletto al supremo comando, non dal principe
aghlabita, ma dall'esercito stesso.[466] A ciò ben si riconoscono coloro
che, pochi anni addietro, avean fatto tremare Ziadet-Allah in Affrica, e
affrontato il tiranno di Cordova.

D'altronde gli assedianti non poteano sperare nuovi aiuti d'Affrica,
dove in quel medesimo tempo gli Italiani aveano osato portar la guerra.
Bonifazio secondo, conte di Lacca, sapendo i casi di Sicilia, o
provocato da qualche insulto che avesser testè fatto pirati musulmani in
Corsica, accozzava le genti con Berengario fratel suo, e altri conti
della Toscana; allestivano un'armatetta; e, fatto vela per la Corsica e
non trovandovi il nemico, andavano a cercarlo in Affrica. Posero a terra
tra Utica e Cartagine, dicono gli annali d'Einhardo; presso Kasr-Tûr,
leggiamo, per tradizione di Lebîdi, nel _Riadh-en-nofûs_; e rotti in
cinque scontri i Musulmani con molta strage, ma perduto poi per troppa
temerità un po' delle proprie genti, se ne tornarono in Italia. Così
Einhardo.[467] Il Lebîdi riferisce con altri particolari il medesimo
successo. Narra che Mohammed, figlio di quel Sehnûn-ibn-Sa'îd, che fu
giurista di alta fama in Affrica; andando da Kairewân a Kasr-Tûr a far
la ispezione dei posti di guardia, e sentendo gridare accorruomo dalla
gente della marina e dei villaggi assaliti dagli Italiani, occorsevi,
com'era, sopra una mula da viaggio, senza perder tempo a mandare a Susa
per un cavallo; vestì la corazza, s'armò di spada e lancia; adunò gli
uomini del castello, le guardie della costiera e una mano di Beduini; e,
caricato il nemico che s'era messo a far preda e prigioni, dopo
sanguinosa zuffa, lo ruppe e sforzò a rifuggirsi su le navi.[468] La
quale fazione nel cuor dello Stato aghlabita bastava a distogliere
Ziadet-Allah dalle cose di Sicilia, quand'anco avesse avuto voglia
d'aiutare l'esercito contumace, e forze da farlo, e quiete in casa.[469]

Soprattutto affranse gli assedianti la moría fieramente incrudelita; e
il veder arrivare in questo l'armata bizantina e veneziana, piena di
soldatesche. Risoluti a ciò d'abbandonare l'impresa, i Musulmani
risarciscono alla meglio lor legni nel porto grande di Siracusa; e
montanvi e salpano: quando le poderose forze navali de' nemici chiusero
la bocca del porto. Allora, senza far vana prova a rompere la fila delle
navi cristiane, i Musulmani, tornano addietro a terra; brucian le
proprie, anzichè lasciarle al nemico; e, sicuri per disperazione,
s'addentrano nei monti, cercando luoghi più forti e salubri. Nessun
cronista ci lasciò scritte quelle perdite spaventevoli che patì
necessariamente l'esercito, infetto d'epidemia, trabalzato dal campo su
barche, e dalle barche a terra, spinto in fretta tra vie rotte ed
alpestri, senza bagaglie, senza giumenti da portare gl'infermi.
Ibn-Khaldûn solo accenna a tante afflizioni, con dire che i
sopravvissuti non bramavano ormai che la morte.[470]

A una giornata di cammino da Siracusa, tra un gruppo di vulcani estinti,
sorge in cima ad eccelso monte la città di Mineo, ristorata da Ducezio
re dei Sicoli, cinque secoli innanti l'era volgare, quand'ei cominciò
sua dura lotta contro le colonie greche. Due miglia sotto la rôcca, da
un cratere vulcanico, spiccia un'acqua torbida e puzzolente, detta
nell'antichità il lago dei Palici: sede d'oracoli e iddii vendicatori.
Tra questi luoghi sostò lo stuol musulmano, divorato dalla pestilenza,
guidato da Eufemio che, in abito e nome d'imperatore, recava seco le
maledizioni di tutta la Sicilia: e parea gli antichi numi lo attirassero
in loro voragini. Nella nuova religione la rôcca di Ducezio s'affidava
alla protezione di Sant'Agrippina, martire romana, le cui ossa trafugate
da pie donne, recate in Mineo, onorate di tempio e di culto, si teneano
come palladio della città. Pertanto una leggenda greca, del decimo o
undecimo secolo, favoleggiò che montati di notte i Barbari su per le
mura di Mineo, appariva da quelle Santa Agrippina levando in alto una
croce e mandava giù a precipizio gli assalitori, che un solo non ne
campò.[471] In tal mito si ristrinsero le vicende della guerra succedute
in un anno, secondo le cronache arabiche. Sappiam da queste come i
disperati Maomettani, a capo di tre dì, si insignorissero di Mineo,[472]
ove par si fosse dileguata da loro l'epidemia, com'avvien sovente per
mutar di luogo. Rinfrancati, mandavano uno stuolo su la costiera
meridionale; il quale espugnò Girgenti, città molto decaduta sotto la
dominazione romana e bizantina. Indi intrapresero più importante
fazione. Lasciato presidio a Mineo, si spinsero nel cuor dell'isola,
sotto le formidabili rupi di Castrogiovanni. Questa è l'antica Enna, il
cui nome par che già corresse mutato e guasto nella lingua del volgo. In
fatti il Beladori, cronista arabo del medesimo secolo nono, lo scrivea
Kasr-Iânna[473] che è trascrizione di _Castrum Ennæ_, pronunziata
_Ienna_; appunto com'or si direbbe in Sicilia, soprattutto a Messina,
ove la schiatta greca di Sicilia lasciò più profonde radici. Allargata
poi dagli Arabi la prima sillaba, prevalse nell'isola la forma di Iânna;
e con l'andar del tempo, massime nel duodecimo secolo, quando
sopraggiunse nuov'onda di popolazione italiana, si piegò a Ioanni o
Giovanni ch'era voce più famigliare agli orecchi, e il nome intero si
mutò com'adesso lo scriviamo. Ho notato coteste minuzie, e così farò per
lo innanzi quante volte me ne occorra, potendo servire agli studii di
linguistica, che or vanno spargendo tanto lume nella storia.

Eufemio trovò a Castrogiovanni la morte ch'ei forse bramava. Appiccata
una pratica con terrazzani o soldati, vi fu chi venne seco ad
abboccamento; finse volerne consultare in città; andovvi e tornò ad
Eufemio un'altra fiata nello stesso dì: e la conchiusione fu che i
cittadini si disponevano a fare ogni voler suo e dei Musulmani; sarebbe
disdetto il nome di Michele il Balbo, giurata fede a lui la dimane, a
tal ora, a tal luogo, a distanza onesta tra le mura e il campo. La notte
v'ascosero lor armi. Al nuovo dì, in vestimenta di gala, servilmente
lieti, comparvero al ritrovo; e venne dall'altra parte Eufemio con
picciola scorta e lasciolla anco addietro un trar d'arco. I cittadini si
prostravano dinanzi al posticcio imperatore, in atto di adorazione, come
si usava allora, nè è smessa per anco tal vergogna. Ma due fratelli, che
par fossero stati amici d'Eufemio innanzi la guerra, si spiccano dal
branco degli adoratori; corrono bramosi ad abbracciarlo: il misero,
disusato da lungo tempo alle espansioni dell'affetto, si commosse, si
chinò a baciare l'un dei fratelli; il quale amorosamente gli prende il
capo con ambo le mani, l'afferra pei capelli, lo tiene con disperato
sforzo, e l'altro fratello gli vibra un colpo su la nuca e il fa cascar
morto.[474] Allor la brigata diè di piglio alle armi occultate: impuni e
tripudianti i due traditori riportarono in città il capo d'Eufemio: e
forse furono paragonati alla Giuditta, chiamati liberatori della patria,
sì come poi la cronaca di Costantino Porfirogenito li disse vendicatori
dell'onore imperiale contro un usurpatore. Questa fine ebbe il prode
condottiero siciliano, strascinato dai vizii del governo e del paese a
ribellarsi dall'uno, e dar l'altro in preda agli stranieri.

Ostinandosi con tutto ciò i Musulmani all'assedio, andava a rinforzare
la città Teodoto patrizio, testè giunto di Costantinopoli con
soldatesche di varie genti, la più parte Alemanni, come porta il
manoscritto del Nowairi, ma probabilmente si dee leggere Armeni.[475]
Sta Castrogiovanni in un piano scabro e inclinato che tronca la vetta
d'alto monte, di costa scoscesa da ogni lato, ripida e superba da
settentrione molto più che da mezzogiorno: le case sono sparse a gruppi
or alto or basso, come ondeggia il suolo del rispianato; ove spiccasi in
alto, verso greco, una immane rupe, stagliata intorno intorno, coronata
di grosse mura e torrioni, provveduta di scaturigini d'acque, capace di
grosso presidio: cittadella che può dirsi inespugnabile, perch'è stata
presa rarissime volte.[476] Su la rupe sorgea nell'antichità il tempio
di Cerere, quasi la Dea da quella cima vegliasse sopra l'isola sua: e
quivi i Bizantini avean posto ogni speranza di difesa, afforzando il
formidabil sito con gli ingegni di lor architettura militare; e il borgo
che stendeasi nel rispianato, ov'è in oggi la città, potea sfidare
anch'esso gli insulti nemici. Era il nemico attendato alle falde del
monte, credo da mezzodì ov'è una pianura; ciò che Ibn-el-Athîr fa
supporre, scrivendo, come i due eserciti si ordinassero in fila, l'uno a
fronte dell'altro. Perocchè Teodoto, solo capitano degno del nome che
ebbero i Bizantini in questa guerra, fidandosi in sè e nel numero de'
suoi, scese giù dal monte a presentar la battaglia. E toccò una
sanguinosa sconfitta; sì che s'ebbe a rifuggire a Castrogiovanni,
lasciando al nemico moltissimi prigioni, tra i quali si noveravano
novanta patrizii, dicono le croniche musulmane,[477] forse giovani di
famiglie patrizie, e anco di nobiltà minore: ma pur ciò basta a mostrare
la importanza dell'esercito bizantino.

Indi l'assedio continuò; nel qual tempo tanto ordinatamente reggeansi i
Musulmani, che dell'argento preso batteron moneta. Se ne conosce non
saprei dir se due esemplari, o un solo; trovandosene uno pubblicato dal
Tychsen, ed uno posseduto dal Museo Numismatico di Parigi, che ben
potrebbe essere il medesimo. È moneta sottile, non logora, coniata a
lettere cufiche dello stesso stile dei dirhem abbassidi contemporanei;
pesa due grammi e novanta centesimi; vale perciò da sessanta centesimi
di lira italiana. Oltre le usate formole, la faccia dritta ha nel campo
una voce di tre lettere, simbolo particolare degli Aghlabiti, poi il
nome di Ziadet-Allah-ibn-Ibrahim, e infine la stessa parola composta
Ziadet-Allah nel senso proprio di “Accrescimento (dato da) Dio.” Nel
campo del rovescio si legge, interpolato alla formola, come ve n'ha
tanti esempii, il nome di Mohammed-ibn-el-Gewâri; e in giro:
“In nome di Dio questo dirhem fu battuto in Sicilia l'anno dugento
quattordici.”[478] E si deve intendere dei principii di quell'anno,
ossia della primavera dell'ottocento ventinove; nel qual tempo gli Arabi
assediavano Castrogiovanni, e mancò di vita Mohammed-ibn-el-Gewâri.

Dopo la cui morte, rifatto capitano, per elezione dell'esercito, un
Zoheir-ibn-Ghauth,[479] l'avvantaggio della guerra tornò ai Bizantini.
Perchè, uscita a far preda, com'era usanza, una gualdana degli Arabi,
Teodoto le mandò incontro genti che la combatterono e rupperla; e la
dimane, venuti a giusta giornata ambo gli eserciti, Teodoto riportò anco
la vittoria; ammazzò da mille uomini ai Musulmani, e li cacciò infino
agli alloggiamenti; dove si munirono con fossati, e furono a lor volta
assediati e chiusa loro ogni uscita. Apprestatisi pertanto all'estremo
rimedio di tentare una sortita di notte sopra il campo bizantino,
Teodoto, che lo riseppe, lasciò vôto il luogo; si appostò nei dintorni;
e quando i Musulmani aveano occupato il campo, maravigliati del non
trovarvi anima viva, il nemico piombò improvvisamente da tutti i lati,
ne fece strage: li sbaragliati a mala pena si ritrassero a Mineo.
Inseguendoli Teodoto, li assediò nella fortezza; e alfine li condusse a
tale diffalta di vittuaglie, che doveano cibarsi de' giumenti e de'
cani. A questi avvisi il picciol presidio di Girgenti distruggea la
città, leggiam nelle cronache, forse le sole fortificazioni; e non
potendo soccorrere que' di Mineo, si ridusse a Mazara. Aumentato
l'esercito bizantino, e rincorato da un capitano di vaglia; avvezzi un
po' gli abitatori dell'isola al romore delle armi, innaspriti dalle
profanazioni, saccheggi e guasti degli Infedeli; e costoro menomati tra
vittorie e sconfitte, non fidanti nel nuovo condottiero, mancato lor
anco Eufemio, dileguati già prima i suoi partigiani: tali erano le
condizioni degli uomini che si laceravan tra loro sul desolato terreno
della Sicilia. Non rimaneva agli occupatori altro che Mazara e Mineo,
disgiunte di tutta la lunghezza dell'isola, da sentieri difficili e
popolazione ostile; e l'una tenea per non essere stata assalita giammai;
l'altra, rôcca fortissima, era per soggiacere alla fame. Parea dunque
assai vicino il termine della guerra nella state dell'ottocento
ventinove, due anni dopo lo sbarco di Ased a Mazara.[480]



CAPITOLO IV.


In questo tempo capitò nei mari di Sicilia un'armatetta spagnuola
condotta da Asbagh-ibn-Wekîl, della tribù berbera di Howâra,
soprannominato Ferghalûsc.[481] Era gente di quella schiuma che la
società musulmana di Spagna spandea ribollendo; e il caso ne faceva
ladroni, eroi, martiri, conquistatori: come gli usciti di Cordova in
Creta; come cento altre masnade che afflissero per un secolo e mezzo le
costiere meridionali della Francia e dell'Italia di sopra, e fino i più
rimoti recessi delle Alpi. Approdato Ashagh in Sicilia, e richiesto di
soccorso da' Musulmani, par ne desse tanto da vettovagliare Mineo; e più
ne promettea, senza far ciance, vedendo largo il campo ai guadagni.
Forse giunse qualche altro aiuto d'Affrica, ove Ziadet-Allah avea spento
alfine la ribellione di Tunis.[482] Dalla parte de' Cristiani la guerra
allenò. L'armata veneziana, venuta di nuovo in Sicilia l'anno ottocento
ventinove, o quel d'appresso, niente premurosa di mettersi a sbaraglio
per solo amor dello imperatore di Costantinopoli, se ne tornò, così dice
un cronista nazionale, senza trionfo.[483] Nè riportonne altrimenti il
patrizio Teodoto da più d'un anno che bloccava Mineo; forse men
travagliato dai nemici che dal proprio governo, dall'azienda confusa e
dilapidata, dalla marea che saliva o calava a corte; tanto più che morto
Michele il Balbo, d'ottobre dell'ottocento ventinove, gli era succeduto
Teofilo, giovane d'animo dritto e valoroso, ma poco cervello; però
capriccioso nel render giustizia, male avventurato nella guerra, crudele
in casa; e spesso si gittò, come ogni altro, ad atti di perfidia, poichè
il dispotismo è pendío da non potervisi trattenere il piè quando si
vuole.

Sopraggiunse nella state dell'ottocento trenta il poderoso rinforzo
aspettato dai Musulmani di Sicilia: trecento legni, dice un
cronista,[484] i quali, per piccioli che fossero, dovean portare da
venti a trenta migliaia d'uomini, se prendiamo per misura la espedizione
di Ased. Uomini diversi di schiatta, d'indole, di proponimento: Arabi e
Berberi d'Affrica mandati da Ziadet-Allah a proseguire il
conquisto:[485] e maggior numero d'Arabi e Berberi e fors'anco antichi
abitatori di Spagna, intenti solo a far correrie; capitanati da Asbagh e
da altri condottieri, come il nota espressamente una cronica;[486] tra i
quali un'altra nomina Soleiman-ibn-'Afia da Tortosa.[487] Gli Spagnuoli,
che si doveano trovar assai male in arnese, diersi a saccheggiare, menar
via prigioni che si vendean come ogni altro bottino, prender castella
qua e là per taglieggiarle e lasciarle: nè mossero all'aiuto di lor
fratelli di Mineo, se prima il presidio non stipulò che Asbagh avesse il
supremo comando,[488] e se non furono forniti di cavalli,[489] forse
dagli Affricani che teneano Mazara. Allora, occupate per via le fortezze
che gli assicurassero la ritirata, Asbagh assalì Teodoto sotto Mineo; lo
ruppe e uccise; e gli avanzi dello esercito bizantino corsero a
chiudersi in Castrogiovanni: la quale battaglia seguì tra luglio e
agosto dell'ottocento trenta.[490] Asbagh, diroccata e arsa l'infausta
Mineo, marciò con tutto lo esercito sopra una città che il Baiân scrive
Ghalûlia o Ghallûlia, e dalla somiglianza del nome e opportunità del
luogo parrebbe la Calloniana dell'Itinerario d'Antonino, posta nel sito
attuale di Caltanissetta, o non lungi,[491] in riva al Salso che taglia
in due la Sicilia meridionale. Quinci i Musulmani avrebbero dominato
quel che poi si chiamò val di Mazara, che si stende a ponente del fiume,
ed è la regione più aperta dell'isola; avrebbero fronteggiato
Castrogiovanni che s'innalza a greco di Caltanissetta a mezza giornata
di cammino; e il fiume li avrebbe diviso dalla provincia che occupa
l'angolo tra levante e mezzodì, montuosa e assicurata dalle armi
bizantine di Siracusa. Il sito però ottimamente era eletto. Ma
impadronitisi i Musulmani di Ghallûlia, si appresero malattie
nell'esercito; scoppiarono in fiera pestilenza, e ne morirono Asbagh
stesso e parecchi condottieri. Deliberati gli altri ad abbandonare la
città, i Bizantini che n'ebbero sentore, li assalirono nella ritirata.
Dopo lunghi e sanguinosi combattimenti, gli avanzi dell'esercito
giunsero alfine alla marina, forse di Mazara. Dove, risarciti i legni,
se ne tornarono sconsolati in Ispagna.[492]

Ma mentre Asbagh s'era avviato a Mineo, un altro stuolo musulmano, la
più parte Affricani, mosse, com'e' pare, da Mazara, alla volta di
Palermo; e principiò l'assedio lo stesso mese di giumadi secondo del
dugento quindici (25 luglio a 22 agosto 830) che fu rotto Teodoto.[493]
La occupazione di Ghallûlia assicurò gli assedianti dalle forze
bizantine che potessero venire ad assalirli da Castrogiovanni, ovvero da
Siracusa; e il disastro dell'esercito di Asbagh tornò loro men grave,
poich'e' pare che non pochi condottieri, in vece di ritrarsi alla marina
verso ponente e mezzodì andassero al campo sotto Palermo.[494] Città
fondata dai Fenicii innanzi la venuta delle colonie greche in Sicilia;
rinomata nelle guerre puniche; prosperante o meno consumata che le altre
sotto la dominazione romana; forte nel sesto secolo quando espugnolla
Belisario; popolata e ricca nel settimo, come ne fan fede le epistole di
San Gregorio; e durava la importanza sua nella rivoluzione d'Eufemio.
Ricinta da un braccio di mare e dalle lagune, la città che occupava il
centro dell'attuale, tenne il fermo per un anno contro i Musulmani; poco
o punto aiutandola l'imperatore Teofilo. Però i cittadini si consumarono
in una memorabilissima difesa: che da settantamila che ve n'era al
principio dell'assedio, verso la fine ne avanzarono manco di tremila, e
gli altri tutti perirono, se è da stare alla testimonianza
d'Ibn-el-Athîr. Che che ne sia delle cifre, tal tradizione prova la
grande mortalità, aumentata al certo dalla pestilenza che da quattro
anni serpeggiava in Sicilia. Alfine, correndo il mese di regeb del
dugento sedici (13 agosto a 11 settembre 831), il governatore s'arrese,
salve le persone e la roba:[495] egli, il vescovo Luca, e que' pochi che
poteano abbandonare il paese[496] senza morir di fame, se n'andarono via
per mare: la popolazione del territorio fu assoggettata alla schiavitù,
scrivea Giovanni Diacono di Napoli, forse alla condizione di _dsimmi_, o
vogliam dire vassalli, senza lasciarsi ad alcuno il possesso di beni
stabili.[497] Nè è a dire se nel corso dell'assedio e dopo, quelle
mescolate masnade di Musulmani commettessero guasti, violenze, eccidii
in tutto il paese. Però la storia può accettare dalle leggende religiose
il martirio del monaco San Filareto da Palermo e di parecchi altri, i
quali, volendo rifuggirsi in Calabria quando il nemico occupò il
territorio o la città, furon presi; messi all'alternativa di rinnegare o
morire; e virtuosamente elessero la morte.[498] Su questo fatto alcuni
imaginaron lor novelle, e quel ch'è peggio fabbricaron lettere dei
monaci Benedettini di Palermo dispersi dagli Infedeli.[499] Fondato poi
nel decimoquarto secolo, in un sito delizioso tra i monti che sovrastano
alla città, il monastero benedettino di San Martino, il novello priore
spacciò e scrisse essere stato quel suo chiostro edificato da San
Gregorio, illustrato dalla pietà di antichi monaci e suore, e abbattuto
da' perfidi Saraceni l'anno ottocento ventisette, quand'ei li credeva
entrati in Palermo.[500]



CAPITOLO V.


L'occupazione di Palermo fu vero principio a quella dell'isola. Fin qui
i Musulmani non avean fatto stanza che in campo o entro piccole
castella, chè tal era anco Mazara; per quattro anni le forze loro,
ragunate di là dal mare in qualche boglimento di zelo religioso o di
cupidigia, erano state poi rifornite a stento, e con più fatica
traghettati gli aiuti nell'isola; tutti eran vivuti di rapina che si
sperpera; avean guerreggiato sotto varii capi, senz'accordo nè
disciplina. Ma la vasta e forte città, quasi vota d'abitatori, il
fertile territorio e i contadini che il coltivavano, rimasi preda al
primo occupante, allettarono la comune dei vincitori a soggiornare in
Palermo; ammoniti altresì dalle sventure passate. I più veggenti doveano
comprendere con ciò gli avvantaggi d'una colonia moderata da governo
regolare; grossa di popolazione, da fornire uomini e materiali alla
guerra; posta sì presso al cuor dell'isola, con un porto comodo e
difendevole, ove le arti di costruzione navale non mancavano, o si
poteano agevolmente ristorare.

Però da una parte si gittarono sul cadavere di Palermo le genti
affricane e spagnuole dell'esercito; piatiron tra loro, dice
Ibn-el-Athîr[501] e azzuffaronsi: senza dubbio, quando si venne al
parteggio delle possessioni. Dall'altro canto Ziadet-Allah pose
mano ad ordinare la colonia. Quantunque gli Spagnuoli potessero
pretestare la sovranità del principe omeiade, prevaleva pur
manifestamente in Sicilia il dritto della casa aghlabita per lo merito
della intrapresa guerra, per la sede più vicina e le forze sue più
considerevoli nell'esercito. Pertanto l'anno medesimo dugentosedici,
che ne avanzarono cinque mesi dopo la dedizione di Palermo,
Ziadet-Allah elesse a luogotenente in Sicilia il suo cugin germano
Abu-Fihr-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab,[502] segnalatosi una volta
combattendo in Sicilia, e poi con infelice lealtà egli e i suoi fratelli
nella guerra civile di Mansur Tonbodsi.[503] Con la riputazione di
principe del sangue, e anco forse con gente fidata, giunse Abu-Fihr in
Sicilia, correndo già il dugento diciassette (6 febbraio 832 a 25
gennaio 833). Costui ne cacciò, dice la cronica, Othman-ibn-Kohreb[504]
non sappiam di che nazione, certamente un de' capi di parte venuti su in
que' trambusti: e leggiamo altrove che le discordie tra Affricani e
Spagnuoli si composero in questo tempo.[505]

Par che la colonia si ordinasse come centro di uno stato novello, poco
dipendente dall'Affrica; al che portavano quegli elementi suoi
eterogenei e turbolenti, non disposti a sottomettersi al principato
aghlabita senza larghissime franchigie. Ciò si vedrà dal progresso degli
avvenimenti. N'è segno altresì il titolo di _Sâheb_ dato da scrittori
assai diligenti al primo governatore dell'isola; il qual titolo, posto
assolutamente senz'altra voce che lo determini, tocca al capo d'uno
Stato;[506] differente perciò da _emir_, e da _wâli_.[507] Sappiamo
inoltre che del dugento ventuno (836) moriva a Kairewân un cadi di
Sicilia;[508] donde si argomenta che questo supremo magistrato fosse
stato posto fin dal principio delle nuove instituzioni nella colonia. A
questo tempo appartiene un dirhem, pubblicato dal Tychsen, e ch'io non
ho visto. Se non è falso, servirà a confermare che nel dugento venti
dell'egira (4 gennaio a 24 dicembre 835) Mohammed-ibn-Abd-Allah reggea
la Sicilia, e che battea moneta di argento col nome suo e
del principe d'Affrica; sì come avea fatto sei anni innanzi
Mohammed-ibn-el-Gewâri.[509]

Nondimeno per due anni non seguì fazione d'importanza, per cagion delle
preoccupazioni che dava ai Musulmani l'assetto delle proprietà e d'ogni
altra civil faccenda; ed anco per la riputazione di Alessio Muscegh,
nuovo patrizio di Sicilia. Questo bello e valoroso giovane armeno era
salito in subito favore appo Teofilo, sì che, tra' suoi ghiribizzi, lo
fidanzò alla propria figliuola Maria, ancorchè bambina; lo fe' patrizio,
proconsolo, maestro degli offici a corte; gli diè titolo di Cesare, e lo
destinava forse a succedergli nello impero, quando insospettito per mene
di palagio, volendo allontanarlo, lo prepose all'esercito di Sicilia
(832). E i cronisti bizantini che dipingono sì studiosamente ogni inezia
e perfidia di corte e confondono nell'ombra il resto de' fatti, si
contentano qui d'aggiugnere ch'Alessio egregiamente compiè i voleri
dello imperatore; potendosi al più inferire da qualche parola che, fatte
genti in Calabria, cominciasse già a ristorar la guerra nell'isola. Ma
tra i nemici che avea lasciato a Costantinopoli, e que' che l'invidia
gli suscitò d'un soffio in Sicilia, fu accusato di pratiche coi
Musulmani; di tramare ribellione: solite contraddizioni della calunnia,
che Teofilo si bevve senza esame. Donde chiamato Alessio appo di sè
(833), ed esitando quegli a ubbidire, il principe trovò più comodo un
tradimento. Mandò a persuaderlo l'arcivescovo Teodoro Crethino, al quale
fe' sacramento del gran bene che voleva ad Alessio, e gli diè un
salvocondotto soscritto di sua mano, e, più sacro pegno, una croce ch'ei
solea portare al petto; sì che l'onesto sacerdote, ingannato, ingannò
Alessio e seco il ricondusse a Costantinopoli. Quivi il Cesare era
imprigionato, vergheggiato, confiscatigli i beni. L'arcivescovo che in
una solenne cerimonia della chiesa osò rinfacciar lo spergiuro allo
imperatore, fu strappato dagli altari, battuto, mandato in esilio. Poi
Teofilo, pentito per le rimostranze del patriarca di Costantinopoli,
liberò l'uno e l'altro: ma Alessio era ristucco sì tosto del mondo, che
dei beni resigli edificò un monastero e vi si serrò.[510] Così fatto
imperatore, così fatto capitano, e i soldati fiacchi, il popolo
rimbambito, gli ottimati di Sicilia sì saputi a calunniare, sì mal
disposti a combattere, non erano al certo gli uomini che poteano salvare
l'isola dai Musulmani. Il solo espediente strategico in cui si
affidarono dopo la occupazione di Palermo, fu di adunare il grosso
dell'esercito a Castrogiovanni; sì che gli scrittori musulmani dicono
trasferita da Siracusa in quella città la sede del governo.[511] Oggidì
si chiamerebbe campo di osservazione. Quivi sedea il capitan generale
dell'isola, spettatore ozioso d'ogni guasto che facevano i Musulmani.

Abu-Fihr andò dritto ad assalirlo ne' principii dell'anno dugento
diciannove dell'egira (15 gennaio 834 a 3 gennaio 835): uscitigli
incontro i Cristiani, li rompea dopo aspra zuffa, li ricacciava negli
alloggiamenti, e, tornatovi in primavera, lor dava una seconda
sconfitta. L'anno appresso intraprese più grossa guerra. Principiando
dal campo di osservazione, lo combattè una terza fiata (835); espugnò
gli alloggiamenti, li saccheggiò, vi fece prigioni la moglie e un
figliuolo del patrizio che capitanava lo esercito; e tornatosi egli in
Palermo, mandò un grosso di genti con Mohammed-ibn-Sâlem infino a
Taormina, su la costiera orientale, i quali fecero ricco bottino. Altre
gualdane saccheggiarono altri luoghi. Tra coteste vittorie scoppiava
contro Abu-Fihr una sollevazione militare in cui fu ucciso, e gli
omicidi si rifuggirono presso l'esercito cristiano.[512]

Mandato da Ziadet-Allah in Sicilia, in luogo del congiunto, un
Fadhl-ibn-Ia'kûb, segnalossi immantinente con due correrie, l'una sopra
Siracusa, l'altra forse nelle parti di Castrogiovanni; poichè leggesi
che il patrizio andò con grosso stuolo a tagliar il cammino ai
Musulmani. Se non ch'essi furono pronti ad afforzarsi in un aspro
terreno e boscaglie intricate, ove il nemico non osò assalirli.
Aspettato invano insino a sera che scendessero quelli a combattere, le
genti del patrizio, com'era l'indole delle milizie bizantine, più
neghittose che vigliacche, si partirono; sciolsero gli ordini nella
ritirata. Addandosene i Musulmani, saltavan fuori da loro rupi,
caricavano il nemico d'una carica vera, dicono gli annali, e lo
sbaragliavano: il patrizio, ferito di parecchi colpi di lancia, cadde da
cavallo, ma fu valorosamente difeso da' suoi, tanto che sel portarono
fuggendo così mal concio, abbandonando armi, arnesi, cavalli. Così la
scorreria finì in segnalata battaglia.[513] Seguiano coteste due fazioni
nella state dell'ottocento trentacinque; e si terminò con quelle la
missione provvisionale di Fadhl, sendo venuto all'entrar di settembre a
reggere la Sicilia un altro principe del sangue aghlabita. Fu questi
Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghab,[514] cugin germano di
Ziadet-Allah e fratello dell'ucciso Mohammed. Uomo di grande saviezza e
vedere politico, come il mostrò promovendo le fazioni navali. Venne con
una armatetta in Palermo, capitale della Sicilia, come già la chiama un
cronista, di mezzo ramadhan del dugentoventi (11 settembre 835), campato
da grave fortuna in cui avea perduto parecchie navi per naufragio ed
altre presegli dai Cristiani.[515] Tra queste leggiamo che fosse una
harrâka, e che una squadra di legni della medesima denominazione,
capitanata da Mohammed-ibn-Sindi, uscì immediatamente alla riscossa, e
diè la caccia al nemico, finchè la notte non glielo tolse di vista;[516]
e nei combattimenti che seguirono indi a non molto, si fa menzione
altresì d'una _harrâka_ presa dai Musulmani sopra i Greci.[517] Or
cotesta voce arabica significa appunto “incendiaria”; e però denota le
galee da lanciar fuoco, che i Musulmani per avventura avean preso ad
imitar dai Greci, tra il fine dell'ottavo e il principio del nono
secolo: ancorchè tal foggia di navi in Oriente si fosse anco adoperata
ad altri usi, e in Italia al commercio, riconoscendosi quello infausto
nome nella appellazione di “carraca” e “caracca” che occorre sì sovente
nei ricordi di Genova e di Venezia.[518] È manifesto dunque che la
colonia di Palermo tentava già il gran problema della tattica navale del
tempo, di costruire cioè le navi incendiarie, ed a ciò adoperava le arti
conosciute in Africa, in Ispagna, e forse meglio in Sicilia, poichè di
_harrâke_ non fanno menzione gli annali arabici, della Spagna nè
dell'Affrica. Abu-'l-Aghlab non lasciò in ozio tal novella forza.
Mandate alcune navi in una città di cui manca il nome nei Manoscritti,
sia che fosse nelle isole Eolie, o nella costiera tra Palermo e Messina,
i Musulmani combatterono un'armatetta cristiana, la vinsero, depredarono
il paese e tornarono addietro coi prigioni, ai quali Abu-'l-Aghlab fe'
mozzare il capo. Un'altra squadra approdata a Pantellaria, vi colse un
dromone,[519] nel quale, oltre i soldati greci, trovossi un uom
d'Affrica fatto cristiano; e tutti al paro furon messi a morte per
comando del governatore di Palermo:[520] crudeltà non comandata dalla
legge, fuorchè contro i rinnegati, e non solita nelle guerre degli
Arabi; onde vi si scorge lo accanimento e invidia dei vincitori contro
il navilio bizantino che sì raro lor avvenia di sgarare. Al tempo
stesso, una torma di cavalli, spinta verso le falde dell'Etna e tra le
fortezze della regione orientale, arse le campagne, saccheggiò e sparse
gran sangue; ma combattendo, non scannando prigioni.[521]

L'anno seguente (221, 25 dicembre 835 a 12 dicembre 836) fatta irruzione
di nuovo nel paese dell'Etna, se ne tornarono i Musulmani in Palermo con
tanta preda di roba, e sopratutto di uomini, che il prezzo degli schiavi
molto rinvilì, scrive laconicamente Ibn-el-Athîr. Un'altra schiera che
mosse, credo io, lungo la costiera settentrionale non mai prima
infestata, arrivò infino a Castelluccio, rôcca in su i monti a mezza via
tra Palermo e Messina, e vi fe' anco bottino e prigioni; ma sopraggiunta
dal nemico, dopo aspro combattimento, fu sconfitta. L'armata intanto,
capitanata da Fadhl-ibn-Ia'kûb, assaliva e spogliava le isolette
adiacenti, senza dubbio le Eolie; espugnava poi una fortezza, che
volentieri leggerei Tindaro, e parecchie altre rôcche, e vittoriosa se
ne tornò a Palermo.[522] Dond'è manifesto che dopo le isole Eolie avesse
scorso anch'essa la costiera di settentrione. Nel medesimo anno o
piuttosto in quel d'appresso (222, 13 dicembre 836 a 1 dicembre 837)
Abu-'l-Aghlab spingeva una grossa schiera capitanata da
Abd-es-Selâm-ibn-Abd-el-Wehâb sul territorio di Castrogiovanni; contro
la quale sceso il nemico a combattere, andarono in volta i Musulmani,
lasciando assai gente sul campo di battaglia e non pochi prigioni, e tra
quelli Abd-es-Selâm, che fu indi liberato, forse in uno scambio.[523]
Perocchè l'armata ch'era uscita anco questa stagione, scontratasi in
quella dei Bizantini, la ruppe, e presele nove grossi navigli e una
salandra[524] con tutte le ciurme; e l'esercito, per far vendetta o
riavere i prigioni, tornò più forte sotto Castrogiovanni, e vi si messe
a campo.

Tra i quali travagli innoltratosi il verno, avvenne una notte che un
Musulmano scoprì un di Castrogiovanni che si riduceva in città per
viottoli ignoti; e tenutogli dietro, chetamente salì fino al sobborgo
ove erano gli alloggiamenti dell'esercito. Donde tornato in fretta il
Musulmano a darne avviso ai suoi, tutti s'armarono, s'inerpicarono per
quel sentiero; e, superatolo, diedero il grido d'_Akbar-allah_ (è
massimo Iddio), e furono addosso ai nemici. Si rifuggivan quegli entro
la cittadella, abbandonato il borgo; e fieramente indi resisteano,
sicuri nella fortezza del sito. Alfine, dice il cronista, chiesero ed
ottennero l'amân; e così i Musulmani carichi di preda se ne tornarono a
Palermo.[525] Si deve intendere che i Cristiani profferirono una taglia,
e che i Musulmani, stando all'assedio tra i dirupi da una parte e un
grosso presidio dall'altra, furon lietissimi di uscir dal pericolo con
onore e guadagno. Ma nè s'impadronirono della rôcca, nè rimasero nel
sobborgo; perocchè egli è certo che Castrogiovanni fa combattuta per più
di venti anni dopo questo accordo; e ognun vede che se i Musulmani vi
fossero entrati una volta, non avrebbero di leggieri lasciato sì
importante fortezza.

In questo medesimo tempo stringeano Cefalù su la costiera
settentrionale, a quarantotto miglia a levante di Palermo; il cui nome
gli Arabi scrissero _Gefalûdi_ e _Scefalûdi_: e ciò mostra
ch'abbiano trovato guasta, forse da molti secoli, la pronunzia di
_Kefalídion_.[526] Così addimandarono quella terra i Greci dalla
sembianza d'una rupe ritonda, inaccessa, sporgente in mare; la quale
sovrasta alla città odierna, e sostenne l'antica oltre venti secoli,
incominciando da tempi che non hanno storia; poichè vi si trovano avanzi
di mura ciclopiche. Il forte sito la rese città di qualche momento
nell'antichità e nel medio evo; e indi a prima vista alcun potrebbe
maravigliare che i Musulmani conducessero insieme ambo le imprese di
Cefalù e di Castrogiovanni, e ne potrebbe credere la colonia di Palermo
assai più potente che non fu nei primi principii. Ma suppliva al numero
dei Musulmani l'audacia loro e il terrore dei nemici. Una schiera solea
dare il guasto al contado; porsi in luogo forte presso le mura;
minacciare chiunque ne uscisse; combattere ed opprimere chi l'osava;
spiare l'occasione di qualche colpo di mano: e questo chiamavasi
assedio. E l'era, poichè sovente riduceva i terrazzani ad arrendersi,
per amor dei poderi, per noia dei disagi, per paura di sè, della
famigliuola, della roba, per tutti quei sintomi del pacifico cittadino,
come il chiamano per dileggio coloro che il menano a verga. Nondimeno la
fortezza del sito o del presidio faceva andare in lungo l'assedio di
Cefalù, quando, dell'anno dugentoventitrè (2 dicembre 837 a 21 novembre
838), probabilmente in primavera, giunservi grossi rinforzi per mare.
Eran costretti da quelli i Musulmani a levare l'assedio, a combattere
molte fazioni,[527] com'e' pare, con disavvantaggio, ritraendosi sempre
verso Palermo. Dove risaputa tra questi travagli la morte di
Ziadet-Allah, ch'era seguita in Affrica il quattordici di regeb (10
giugno 838), la colonia se ne costernò fortemente, leggiamo negli
annali; ma dileguato il primo sbigottimento, si apprestò a mostrare il
viso alla fortuna.[528] Donde è chiaro che si temessero nuovi
rivolgimenti in Affrica, e si disperasse indi degli aiuti che per
avventura si credevano necessarii contro il nemico sbarcato a Cefalù.

Svanirono poi que' timori per lo savio e forte reggimento di
Abu-I'kâl-Aghlab-ibn-Ibrahim; il quale succeduto tranquillamente al
fratello Ziadet-Allah, seppe contentare le milizie, raffrenare le
violenze private, tenere a freno i Berberi, ristorare nella capitale
d'Affrica que' ch'eran buoni costumi secondo le idee religiose de'
Musulmani. E tosto mandò nuove genti in Sicilia; onde la colonia
continuava sue correrie nel dugentoventiquattro (22 novembre 838 a 10
novembre 839), dalle quali, leggiamo che i Musulmani tornassero in
Palermo carichi di bottino;[529] e però si vede che la espedizione dei
Bizantini a Cefalù era finita, come le precedenti, senza alcun frutto.
Con più formidabili appresti i Musulmani uscirono alla campagna l'anno
appresso (11 novembre 839 a 29 ottobre 840) nel quale si arreser loro a
patti Platani, Caltabellotta, Corleone, e, se ben leggiamo, anco Marineo
e Geraci, e molte altre rôcche di cui gli annali non portano il
nome.[530] Così anco del dugento ventisei (30 ottobre 840 a 19 ottobre
841) una torma di cavalli diè il guasto al territorio di Castrogiovanni,
arse, depredò, fece prigioni, senza che il presidio osasse uscirle
incontro. Pertanto scorrendo oltre fino alla fortezza delle Grotte, chè
così addimandavasi, scrive Ibn-el-Athîr, per trovarvisi quaranta grotte,
i Musulmani la presero e saccheggiarono.[531] Il sito e il nome danno a
credere che sia la città che or si chiama Grotte, presso Girgenti,
ancorchè parecchi altri luoghi di Sicilia abbiano la stessa
denominazione negli annali musulmani, e in Sicilia al par che in
Sardegna, in Puglia, in Affrica, in Egitto e altrove, come ognun sa, si
veggano assai frequenti coteste stanze tagliate nella roccia in tempi
antichissimi, per albergo de' vivi o tomba de' morti. I nomi delle città
arrese ai Musulmani tra l'ottocentotrentanove e il quarantuno, bastano a
mostrare che fosse ormai signoreggiato da loro tutto il val di Mazara, e
lasciato in pace fin qui il rimanente dell'isola. Contuttociò aveano non
solo portato le armi nella terraferma d'Italia, ma, quel che più è,
fattovi lega con la repubblica di Napoli.



CAPITOLO VI.


Com'ai forti non manca giammai chi abbia bisogno di loro, e, per fuggire
altro pericolo più imminente, corra dassè ad avvilupparsi nella rete;
così i Musulmani di Sicilia presto trovarono amici in terraferma.
L'Italia dopo la morte di Carlomagno era rimasta a un tempo serva,
divisa e mal sicura. I principi Franchi, signori della parte
settentrionale, impediti da discordie di famiglia e dalla troppa vastità
dell'impero non pensavano ad allargare i confini nella penisola. I papi,
mezzi principi e mezzi cappellani del novello impero, teneano senza
spada l'Italia centrale, insudiciandosi in ogni scandalo della corte di
Francia. All'incontro i principi longobardi di Benevento, liberi dal
timore dei papi e dei Carlovingi e padroni pressochè di tutta la regione
meridionale, agognavano ad occupare quella striscia di costiera, ove,
con maravigliosa costanza e poche forze, resistean loro le repubbliche
di Napoli, Amalfi, Sorrento, Gaeta. Nelle vicende di cotesta lotta
disuguale, Napoli ch'era come capo di quelle città, da Gaeta in fuori,
avea promesso tributo ai principi di Benevento. Ma l'ottocentotrentasei,
volendosene svincolare l'audace repubblica o crescendo la tracotanza del
principe Sicardo, si raccese la guerra. Disperando d'avere aiuti dagli
imperatori d'Oriente o d'Occidente, Andrea console di Napoli si volse ai
Musulmani di Sicilia. Mandatovi a quest'effetto un segretario, i
Musulmani colsero il destro: andarono a Napoli con un'armatetta; la
quale costrinse Sicardo a levare l'assedio, a fare un trattato coi
Napoletani, ed a render loro i prigioni.[532] Questo principio ebbe la
lega della repubblica di Napoli con gli emiri di Sicilia, che durò mezzo
secolo, fino al novecento, con tutte le scomuniche dei papi, le minacce
degli imperatori e la rapacità e insolenza dei Musulmani. Son corsi già
dieci secoli, nè la storia ci rammenta altro intimo accordo che questo
tra i due paesi, cristiani, italiani e oppressi entrambi; sì che ben
avrebbero avuto ed avrebbero cagione di accostarsi l'uno all'altro,
d'amarsi, d'aiutarsi a vicenda!

In altro capitolo si tratterà la guerra condotta dai Musulmani in
terraferma; dove si vedranno appieno le conseguenze della detta lega, e
si scoprirà la man dei Napoletani che guidava que' pericolosi amici su
per l'Adriatico, a fine di gittarli addosso ai Longobardi e di sviarli
sempre dalla costiera occidentale. Al quale effetto occorrendo
procacciar loro un porto nel lato orientale della Sicilia occupato dai
Bizantini, si comprenderà di leggieri come la repubblica di Napoli
aiutasse i Musulmani all'assedio di Messina; se pur non fu dessa che lo
consigliò.

Andò a questa impresa con l'armata, correndo l'anno dugentoventotto
dell'egira (9 ottobre 842 a 28 settembre 843), Fadhl-ibn-Gia'far della
tribù di Hamadân; il quale, sbarcato in sul porto, cominciò a stringere
la città insieme coi Napoletani che già gli avean chiesto l'accordo,
scrive Ibn-el-Athîr. Sparse Fadhl sue gualdane per la campagna; ma nè
quei guasti, nè i frequenti e gagliardi assalti dei Musulmani, valsero a
sbigottire i Messinesi, eroica gente in tutti i tempi. Alfine, il
capitan musulmano, mandata una parte de' suoi a girar dietro i monti e
salir da quello che sovrasta alla città, presentò la battaglia, sì
com'ei solea fare, dalla marina; attirò a quella parte tutte le forze
del presidio: e in questo l'altra schiera irrompeva in città dall'alto;
feriva alle spalle i difenditori; li scompigliava; e Messina era
presa.[533] Pur non leggiamo che Fadhl vi abbia sparso molto sangue. Il
medesimo anno cadde in poter dei Musulmani un'altra città che
Ibn-el-Athîr chiama Meskân, o Miskân;[534] importante al certo, poich'ei
ne fe' menzione; ma non ritrovo tal nome appo i geografi antichi, nè
altrove. Se si leggesse Mihkân, che veggiamo in Edrisi, risponderebbe ad
Alimena; la quale è terra in sito assai forte, a cavaliere su la riva
del Salso e in su la strada che mena da Palermo nel Val di Noto
valicando le Madonie a Caltavuturo: sentieri alpestri, tinti di molto
sangue in quelle guerre.[535]

E veramente non tardava lo esercito di Palermo ad assaltare
il Val di Noto. Espugnovvi dell'ottocento quarantacinque le rôcche
di Modica,[536] città antica, le quali così al plurale sono ricordate
nella cronica di Cambridge; e ciò mostra che parecchi castelli
difendessero i poggi frastagliati da due burroni, ov'oggi siede
la città. Forse l'anno medesimo, i Musulmani capitanati da
Abu-'l-Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iakûb-ibn-Fezâra, ebbero a combattere
un esercito in quella provincia. Par che alla morte di Teofilo (20
gennaio 842) la ristorazione del culto delle immagini, savio
provvedimento poichè tanto lo sospiravano i popoli, abbia dato
riputazione alla reggenza dell'imperatrice Teodora appo i Siciliani.
Scorgiamo, in fatti, da uno scritto contemporaneo[537] il bollor delle
passioni che destò in Sicilia la festa della Ortodossia, istituita in
quell'incontro, da far quasi dimenticare che i Musulmani occupavano
mezza l'isola e guastavano l'altra metà. La reggenza, alla quale mancò
la virtù ma non il ticchio della guerra, volendo usar quello zelo
popolare, apprestò allora un esercito per la Sicilia. Mandovvi le
milizie del tema di Kharsiano, così detto da una città dell'Asia Minore,
le quali si davan vanto d'essere le più valenti dell'Impero;[538] ma
fecero prova contraria in questo incontro. Venute alle mani con Abbâs
nelle campagne, cred'io, di Butera, furono rotte con grandissima strage:
nove o diecimila uomini uccisi, combattendo no, ma fuggendo; perocchè i
Musulmani, vogliosi di esagerare l'agevolezza di lor vittoria, ebber
fronte di dire che tre soli credenti vi avessero incontrato il
martirio.[539]

D'allora in poi non lasciaron tranquilla quella regione. Andati l'anno
dugentotrentadue dell'egira (27 agosto 846 a 15 agosto 847) all'assedio
di Lentini, antica e notissima città, Fadhl-ibn-Gia'far, il vincitor di
Messina, che li capitanava, trovò modo di terminar presto la impresa.
Risapendo che i cittadini avessero chiesto soccorso al patrizio il quale
si chiudea con le genti a Siracusa o a Castrogiovanni, e che quegli
avesse ordinato con essoloro uno assalto da prendere in mezzo i
Musulmani, Fadhl ritorse lo stratagemma contro il nemico. Mandato ad
accender fuoco per tre notti sopra un monte a vista della città, chè tal
segnale era ordinato per annunziare la venuta del patrizio al quarto dì,
il capitano musulmano lasciò poche genti sotto Lentini; pose le altre in
agguato; e commise alle prime che alla sortita dei cittadini facessero
sembiante di fuggire verso l'agguato. E al quarto dì i Lentinesi,
armatisi popolarmente per andare a sicura vittoria, la credettero
guadagnata ad un soffio, quando videro i Musulmani volger le spalle:
onde tutti si posero a inseguirli; nè rimase in città uom che potesse
combatter bene o male. Trapassato il luogo delle insidie, i fuggenti
rifan testa; le altre schiere avviluppano i Cristiani; li mettono al
taglio della spada: e pochissimi ne camparono in città. Pertanto questa
s'arrese, non guari dopo, salve le persone e gli averi.[540]

Tornò infelice al paro una fazione tentata l'anno appresso (16 agosto
847 a 3 agosto 848) da dieci salandre bizantine, che ponean le genti a
terra nella cala di Mondello ad otto miglia da Palermo, per dare il
guasto al contado, scrive Ibn-el-Athîr; aggiungendo che, smarrita la
via, delusi se ne tornarono alle navi. Dal qual cenno chiunque conosca i
luoghi scorgerà un disegno di maggior momento che mera scorreria. Tra i
golfi di Mondello e di Palermo s'innalza tutto solo in una vasta pianura
e sporge in mare il Pellegrino: monte di bizzarra forma, di quindici o
venti miglia di giro; ed ha una salita aspra ma praticabile in faccia a
Palermo, un'altra più malagevole assai verso libeccio, poi due o tre
sentieri arrisicatissimi; e il resto scosceso, tagliato come a piombo:
su l'alto si stendon pianure; ricchi pascoli per ogni luogo; nè mancan
acque di pozzi e cisterne. Quivi par si fosse accampato per tre anni
Amilcare Barca, nella prima guerra punica, fronteggiando le legioni di
Roma. Quivi i Bizantini avrebbero potuto similmente, a voglia loro,
tener sicuro un picciol nodo di soldati o nudrire un esercito;
minacciando Palermo, ch'è a manco di due miglia dalla parte di scirocco.
A ponente avrebbero signoreggiato la fondura di Mondello, in oggi
paludosa ma coltivata; la quale fu mezza tra pantano e lago nel secolo
ottavo; dal nono al duodecimo fu laguna profonda abbastanza da poterlesi
dare il nome di _Marsa-t-tîn_ ossia _porto-fangoso_ che troviamo in
Edrisi; e tre secoli innanzi l'era volgare era stato capace porto da
contenere l'armata di Amilcare: tanto si è ritirato il mare, per
alluvione o per sollevamento del suolo, in quello e altri punti della
costiera. Il Pellegrino poteva occuparsi solamente per un colpo di mano
dalla scala di libeccio: poichè, a tentare l'altra, sarebbe stato
presentare battaglia a tutto l'esercito musulmano di Palermo. Però la
fazione era audace, non temeraria; e però, non trovata la via, i
Bizantini lasciarono ogni speranza e precipitosamente si ritrassero alle
navi. Salparono anche a furia; e in una tempesta che si levò perderon
sette salandre delle dieci.[541]

Guasti adunque i campi della Sicilia in ogni estate dai Musulmani, e
l'ottocentoquarantadue anco dalle cavallette,[542] si patì
dell'ottocento quarantotto una fame sì cruda, da farsene ricordo tra
tante calamità.[543] E forse fu quella carestia che domò Ragusa, forte
castello in Val di Noto, surto o appellato, sotto la dominazione
bizantina, col medesimo nome della notissima città di Dalmazia. I
valorosi abitatori di Ragusa in Sicilia scossero poi sovente il giogo
musulmano; ma del quarantotto si arresero senza battaglia al tristo
patto di abbandonare tutta la roba ai vincitori; i quali ne presero
quant'ei si fidarono di portarne; e prima d'andar via abbatteron le
mura. Poi, del dugentotrentacinque dell'egira (25 luglio 849 a 13 luglio
850), piombarono ne' dintorni di Castrogiovanni; e dove posero taglie,
dove saccheggiarono, arsero, empierono di stragi le campagne; e impuni
si ridussero in Palermo.[544]

Quivi il dieci regeb dell'anno appresso (17 gennaio 851) mancò di vita
Abu-'l-Aghlab-Ibrahim, dopo sedici anni di governo. Senza uscire giammai
dalla capitale, Ibrahim tutto quel tempo avea condotto gagliardamente la
guerra per luogotenenti; disegnato con senno le imprese; dato
riputazione alle forze navali; infestato l'Italia meridionale; corso
l'isola da un capo all'altro; sì che i Cristiani appena vi si difendeano
nelle fortezze principali; e, un passo fuori da quelle, nè persona nè
roba stava sicura che non pagasse la taglia ai Musulmani. Meritò lode
non minore nelle cose della pace; leggendosi negli autori arabi, ch'ei
fortemente reggesse e con saviezza ordinasse la colonia: e attestanlo i
fatti; poichè posavano al tempo di Ibrahim que' pertinaci movimenti ne'
quali avea incontrato la morte Mohammed suo fratello: la tranquillità in
casa, la vittoria fuori, i grossi acquisti scompartiti con equità
attiravano novelle genti; onde presto crebbe lo esercito, o vogliam dire
il popolo musulmano di Palermo, che è lo stesso ragionando di quella
età. Nelle memorie dunque della Sicilia musulmana, il nome d'Ibrahim è
degno di andar congiunto con quello di Ased-ibn-Forât: due valorosi
vecchi; dei quali il giurista con impeto e furore principiò il
conquisto, e il guerriero col senno lo assodò.[545]

A costui succedette un uom ferocissimo, eletto dalla colonia,
Abu-l'Aghlab-Abbâs-ibn-Fadhl-ibn-Iacûb-ibn-Fezâra, chiaro per la
vittoria sopra i Kharsianiti dell'ottocento quarantasei. E incontanente
mandò gualdane che corsero il paese de' Cristiani; li ruppero in più
scontri sanguinosi; li avvilirono, dice l'autore del _Baiân_;[546] e
riportarono il bottino ad Abbâs, come scrivono altri annalisti:[547] il
che mostra che lo eletto esercitasse ogni ragione di supremo capitano,
senza aspettar beneplacito del principe d'Affrica. Questi riconoscendo
il diritto della colonia, o non potendo disdire il fatto, mandò tosto ad
Abbâs il diploma di elezione. Poi non si mescolò altrimenti nelle
faccende di Sicilia; se non che, alla espugnazione di Castrogiovanni, si
fece a scriverne lettere solenni ai califo, e gli presentò qualche fior
delle spoglie opime, avute come in cortesia dall'emiro di Sicilia.
Queste vane cerimonie avanzavano ormai della teocrazia musulmana sì
potente e accentrata; nè la Sicilia obbediva all'Affrica, più che questa
alla pontifical sede di Bagdad!

Abbâs continuò impetuosamente la guerra. Condusse ei medesimo l'esercito
il dugento trentasette (4 luglio 851 a 21 giugno 852), affidando lo
antiguardo al suo congiunto Ribbâh-ibn-Iakûb, che sempre segnalossi per
gran valore, e resse poi la Sicilia. Abbâs dapprima assalì
Caltavuturo,[548] forte rôcca nella giogaia delle Madonie, com'abbiam
detto; dove per certo aveano osato i Cristiani far testa, poichè Abbâs
dava il guasto al contado, ammazzava i prigioni presi in questa correria
e tornavasene alla capitale. A primavera (852), sopraccorso in quel di
Castrogiovanni, lo depredò e arse, senza poter tirare a battaglia il
patrizio bizantino che capitanava il presidio; onde senza intoppi
cavalcò gran tratto di paese, e riportonne moltissimi prigioni, non
uccisi questa fiata, ma venduti.[549] Poi sendo già venuta la state, ed
entrato l'anno dugento trentotto dell'egira (22 giugno 852 a 10 giugno
853), montò su l'armata per andare a fare una vendetta, di cui si
parlerà a suo luogo.[550] Tornò in autunno.[551] Alla nuova stagione,
senza uscire di Sicilia, battè i contadi di Castrogiovanni, Catania,
Siracusa, Noto, Ragusa; tagliando gli alberi, ardendo le mèssi, facendo
prigioni, spargendo scorridori d'ogni intorno; e presa Camerina, o gli
abituri che ritenean quel classico nome, si arrestò sotto Butera, in
giugno o luglio; poichè di due diligenti cronisti l'uno pone coteste
fazioni nell'anno dugento trentotto in cui cominciarono; l'altro nel
trentanove in cui finirono (11 giugno 853 a 31 maggio 854).

Fu Butera forte città nei tempi musulmani; splendida e famosa nei
feudali, sì che diè titolo al primo pari del reame fino alla riforma del
mille ottocento quarantotto, nella quale il parlamento siciliano abolì
la paría ereditaria. Cotesto nome geografico non apparisce innanzi il
nono secolo; nè fabbriche o altri avanzi mostran abitato il luogo in età
più antica, e mutatone soltanto il nome sotto i Bizantini. Siede la
città in cima ad un colle, a poche miglia dal mare e dal fiume Salso;
domina il fertil paese che gli antichi addimandavano Campi Geloi: in
guerra, è naturale rifugio di quella popolazione agricola; in tempi di
servaggio, albergo dei suoi oppressori. Par che alle prime scorrerie dei
cavalli musulmani in Val di Noto i villici più fiate si fossero
rifuggiti in quella rôcca. Ma quest'anno ottocento cinquantatrè, Abbâs,
vedendoli affollare al solito covile, pensò coglierveli a un tratto di
rete: assediò strettamente Butera oltre cinque mesi; alfine pattuì coi
terrazzani che gli consegnassero cinque o sei mila capi, scrivon le
croniche, come se fossero capi d'armento; e l'esercito traendosi dietro
tanta torma di schiavi tornossene in Palermo.[552]

Ignoriamo or noi se orrenda necessità abbia sforzato a questo accordo
tutti gli assediati, o se i borghesi, per salvar la roba, abbiano
avviluppato con qualche nero tradimento gli inquilini delle campagne,
lor fratelli in Cristo, ospiti, o noti per lunga consuetudine, e li
abbian dato schiavi al nemico risguardandoli come animali d'altra razza:
chè il cristianesimo prima del decimottavo secolo non era sì scrupoloso
in fatto di uguaglianza. Quanto ai vincitori, il Dio di Maometto assai
più esplicitamente loro abbandonava in anima e in corpo tutti gli uomini
di religione diversa; non che que' seimila villani. Perciò gongolando di
gioia se li divisero i coloni di Palermo, con l'altro bottino. E parmi
evidente che fossero molto ricercati gli schiavi nella colonia per
coltivare le terre del Val di Mazara. Perocchè Abbâs-ibn-Fadhl, in tutto
il tempo che resse l'isola, pose indistintamente taglie di danari e di
uomini alle terre che si calavano agli accordi,[553] e talvolta ricusò
la moneta, e volle più tosto gli uomini.[554]

E non cessò di affliggere la Sicilia ogni anno, con saccheggi,
cattività, arsioni di mèssi, rovine di edifizii, che i cronisti ripetono
noiosamente, per lo più senza nominare i luoghi. Così l'anno dugento
quaranta dell'egira (1 giugno 854 a 20 maggio 855); così quel d'appresso
(21 maggio 855 a 8 maggio 856); nel quale dippiù leggiamo che Abbâs
stette per tre mesi in uno altissimo monte, donde mandava scorridori
ogni dì a battere il contado di Castrogiovanni, e torme di cavalli per
ogni lato dell'isola. Da ciò è manifesto che si tratti dell'Artesino, il
quale giace a tramontana di Castrogiovanni, discosto poco più d'otto
miglia; l'Artesino dalla cui sommità vien visto grandissimo tratto della
Sicilia come in carta geografica a rilievo: e di là poteva il fier
capitano abbracciare con lo sguardo la configurazione del paese; notar
le principali catene di montagne; affisare su questa e quell'altra vetta
le fortezze non espugnate per anco, e giù le ubertose pianure ove fosse
da far preda. Forse da quel sito, egli o altro condottiero, immaginò la
divisione della Sicilia in tre valli, come poi si chiamarono, i cui
limiti si intersecavano non lungi dallo Artesino. Il medesimo anno Abbâs
mandava con l'armata un Ali suo fratello; il quale corseggiando raccolse
anch'egli e menò in Palermo gran torma di schiavi. Poi la state del
dugento quarantadue (9 maggio 856 a 28 aprile 857) Abbâs condusse in
persona un esercito più forte dell'usato; espugnò cinque castella di cui
non sappiamo altrimenti i nomi. Del quarantatrè (29 aprile 857 a 17
aprile 858), nella _sâifa_ come chiamavano la guerra di state, venutogli
fatto di tirare a battaglia il presidio di Castrogiovanni, lo ruppe; e
passò oltre a desolare le campagne di Siracusa, Taormina, e altre città.
Indi pose il campo ad una fortezza, ch'altri scrive El-Kasr-el-Gedîd,
ossia il Castel Nuovo; altri, con lievissima variante ortografica,
Kasr-el-Hedîd, che suona il Castello del Ferro; e io credo, per la
importanza sua, sia Gagliano, nominata dal Beladori che vivea di questo
tempo a Bagdad. Gagliano fu rôcca di momento nelle guerre siciliane del
medio evo; e serba oggi il nome con vestigia di formidabili
fortificazioni di natura e d'arte. Assediolla Abbâs per due mesi; a capo
dei quali, profferta da' terrazzani una taglia di quindicimila dinâr, o
vogliam dire da dugento diciassettemila lire, la ricusò; strinse
tuttavia il castello, ed ebbelo alfine a patti che le fabbriche fossero
distrutte, che uscissero liberi sol dugento cittadini; gli altri
rimanessero schiavi: e infatti menosseli in Palermo, e li vendè.[555] Lo
stesso anno si arrese Cefalù la quale fu anco smantellata; ma andarono
liberi tutti i cittadini: patto men tristo secondo i tempi; accordato da
Abbâs, com'egli è manifesto, perchè Cefalù, stando in sul mare, non si
potea di leggieri ridurre per fame.[556]

Più fortunosi eventi segnalavano l'anno dugentoquarantaquattro
dell'egira (18 aprile 858 a 6 aprile 859). La state, uscivano a un tempo
di Palermo l'esercito condotto da Abbâs e l'armata da Ali suo fratello:
de' quali il primo depredò, senza trovare ostacolo, i contadi di
Castrogiovanni e Siracusa, e fece ritorno in Palermo. Ali trovossi nei
mari di Creta, non per assaltare la colonia musulmana com'altri ha
pensato; ma forse accadde che scorrendo le costiere di Puglia, ove
aspramente combatteano Musulmani e Cristiani, egli avesse preso a
inseguire per lo Adriatico legni bizantini, o i venti lo avessero
trasportato sì lungi. S'avvenne in quaranta salandre bizantine il cui
capitano era detto il Cretese, e potrebbe essere quel medesimo Giovanni
che resse il Peloponneso nell'ottocento ottantaquattro,[557]
soprannominato il Cretese, forse dopo questa battaglia, per vezzo di
romaneggiare e mancanza di più segnalate vittorie. Il Cretese,
combattendo con Ali nella state dell'ottocento cinquantotto, perdea
dapprima dieci navi con tutte le ciurme; poi, rappiccata la zuffa e
voltata la fortuna, egli diè una sanguinosa rotta ai Musulmani, lor
prese dieci navi: e Ali con gli avanzi dell'armata si ridusse nel porto
di Palermo.[558]

Sopravvenuto in questo il verno, e andata, com'era usanza, una seconda
gualdana nel contado di Castrogiovanni a spigolar bottino e prigioni,
riportò tra gli altri in Palermo un uomo di molta nota in sua
nazione.[559] Abbâs comandava di metterlo a morte, ardendo tuttavia di
rabbia per lo caso dell'armata, ovvero infingendosene per cavar più
grosso riscatto; o fu che quel gentiluomo nulla valea nel mercato delli
schiavi, se povero e tristo egli era della persona come dell'animo.
Fattosi costui ad Abbâs con patrizia disinvoltura, “Lasciami la vita,”
gli disse, “e darotti un avviso che fa per te.” “Qual è?” domandogli
l'emiro, trattol da solo a solo; e il traditore a lui: “Ti darò in mano
Castrogiovanni. In questo verno,” proseguì, “tra coteste nevi il
presidio non aspettandosi assalti, sta a mala guardia; talchè, se vuoi
mandar meco una parte dell'esercito, saprò io farla entrare in
Castrogiovanni.” Abbâs assentiva. Trascelti mille cavalli e settecento
uomini da piè dei più valenti, li spartì in drappelli di dieci uomini;
pose un capo su ciascun drappello; apprestò segretamente ogni altra
cosa; e capitanando egli stesso le genti, uscì nottetempo dalla
capitale. Scansò, com'ei pare, la solita via di Caltavuturo, aspra e
difficilissima il verno, la quale corre quasi in filo da Palermo a
Castrogiovanni su la dirittura di sirocco levante; e seguì l'altra più
lunga e agevole che mena a Caltanissetta, città a sedici miglia a
libeccio dalla insidiata rôcca. Leggendosi che lo stuolo musulmano
sostasse a una stazione dalla montagna del lago,[560] del lago Pergusa
per certo, lontano cinque miglia a mezzodì da Castrogiovanni, si dee
supporre la fermata a Caltanissetta ovvero a Pietraperzia, terra vicina.
Rimasovi come in agguato col grosso delle genti, Abbâs mandava a
compiere la più ardua parte della fazione Ribbâh, con una mano di
fortissimi eletti tra que' forti: i quali mossero senza strepito al far
della notte, recando seco loro legato il traditore cristiano; che Ribbâh
sel facea camminare dinanzi, nè gli levava gli occhi d'addosso. È
manifesto che volendo tentar la salita dond'era più difficile e però men
guardata, la schiera di Ribbâh doveasi indirizzare alla costa
settentrionale del monte di Castrogiovanni, dal qual canto torreggia la
rôcca: e che Abbâs dovea cavalcar poche ore dopo, alla volta del lago
Pergusa per montare a Castrogiovanni dalla parte meridionale ov'era il
sobborgo; e scoprirsi quando Ribbâh fosse padrone della rôcca. Così par
ch'abbian fatto gli assalitori. Ribbâh, cominciato a inerpicarsi per
l'erta come accennava il prigione, trovò una roccia stagliata; vi
appoggiò le scale apparecchiate a quest'effetto; e si trovò alfine sotto
la cittadella, cominciando a far l'alba. Ora fatale a tante fortezze
assediate, parendo passato il pericolo con la notte: e così le scolte
della rôcca si eran date al sonno. Il traditore menò allora i Musulmani
alla bocca d'un aquidotto che s'apriva sotto le mura;[561] dove ad uno
ad uno si imbucarono, e rividero il cielo ch'eran già dentro la
fortezza. Si avventano impetuosi su i Bizantini; uccidono chiunque lor
si para dinanzi; e schiudon la porta. Abbâs allora spronò a traverso il
sobborgo; entrò nella rôcca che appena spuntava il sole, all'ora della
prece mattutina dei Musulmani, il quindici scewâl dugentoquarantaquattro
e ventiquattro gennaio ottocento cinquantanove dell'era cristiana. A
niuno de' soldati cristiani si perdonò la vita. Figliuoli di principi,
aggiugne la cronica, furon fatti prigioni; e donzelle patrizie coi loro
gioielli; e il rimagnente del bottino chi il potea contare? Immantinente
Abbâs inaugurava una moschea; facea drizzarvi la ringhiera; e salitovi
il prossimo venerdì, il dì della unione, come il chiamano i Musulmani
sapendo da' lor teologi che un tal giorno si fossero uniti insieme gli
elementi del mondo, il feroce condottiero, tra le fresche stragi e 'l
pianto delle vittime e gli eccessi dei vincitori, arringava i suoi:
umile ed empio, riferiva ad Allâh la vittoria di Castrogiovanni.[562] La
quale si noverò tra le più notabili di quel tempo:[563] e tanta fu
l'allegrezza dei Musulmani, che, obbliando lor gelosie di Stato, lo
emiro di Sicilia mandava spoglie opime al principe aghlabita d'Affrica;
e questi trascegliea donne e fanciulli prigioni per farne presente al
pontefice di sua setta a Bagdad.[564]

Sparso intanto il nunzio tra le popolazioni cristiane dell'isola,
soggette o no ai Musulmani, le quali per trent'anni avean guardato alla
rôcca di Castrogiovanni come a pegno di liberazione, alla prima n'ebber
tale uno spavento che gli Arabi si affrettavano a scrivere avvilito e
conculcato in quella stagione il politeismo di Sicilia. Ma succedendo
allo sbigottimento sensi più generosi, venne fatto ai Siciliani di
tirare a uno sforzo di guerra lo imperatore Michele terzo; involto
com'egli era tra crapule, libidini, scempie buffonerie, raggiri di corte
e gare di prelati. Della quale impresa tacciono i cronisti bizantini,
preoccupati al tutto di quelle brutture; e se ne troviam ricordo, è dato
dagli Arabi: però, breve ed incerto. I preparamenti sembran degni di
Michele l'Ubbriaco. Fatte venire le soldatesche di Cappadocia, com'io
leggerei; gittate su trecento salandre; date a capitanare a un patrizio:
che altro mancava a ripigliar la Sicilia? Posero a terra a Siracusa,
nell'autunno del medesimo anno ottocentocinquantanove, o nella state del
sessanta: e par che tosto movessero accompagnate dall'armata, verso la
costiera settentrionale. Perchè Abbâs, al dire d'Ibn-el-Athîr, uscì di
Palermo ad incontrare il nemico; lo combattè, lo ruppe, lo inseguì fino
alle navi, gliene prese cento, fe' orribile macello degli uomini; e de'
suoi perdè tre soli, uccisi di saette, aggiugne l'annalista,[565]
ricantando la stessa fola della vittoria sopra i Kharsianiti. Pur è
notevole che tal vanto dei vincitori, certo argomento dell'altrui viltà,
si dica in quelle due sole sconfitte di eserciti venuti d'oltremare; non
mai nei combattimenti contro i Cristiani di Sicilia.

Ai quali non mancò il cuore in questo incontro. Perchè veggiamo
sollevarsi al primo comparire dei rinforzi bizantini, e non piegare
facilmente il collo dopo la sconfitta loro, molte castella dell'isola:
Platani, Caltabellotta, Caltavuturo, ricordate di sopra, e inoltre
Sutera,[566] una terra che non so se vada letta Ibla, Avola o
Entella,[567] Kalat-Abd-el-Mumîn,[568] e altre di cui non si dicono i
nomi; che tutte avean già promesso obbedienza e tributo ai Musulmani.
Abbâs sopraccorreva immantinente a gastigarle dell'anno
dugentoquarantasei (27 marzo 860 a 15 marzo 861). Fattoglisi incontro lo
esercito cristiano, accozzato forse da quei municipii, lo sbaragliò
Abbâs con molta strage; e passando oltre, pose l'assedio a
Kalat-Abd-el-Mumîn, ed a Platani. E indarno vi si affaticava, quando
seppe esser giunto, dice Ibn-el-Athîr, un altro esercito bizantino: gli
avanzi forse dei Cappadoci, ingrossati dalle milizie dell'isola; i quali
pare che marciassero lungo la costiera settentrionale sopra Palermo.
Contro costoro si volse Abbâs, lasciando lo assedio; valicò i monti;
trovò il nemico presso Cefalù; e dopo una zuffa ostinata, superatolo con
l'usato valore, malconcio lo rimandò a Siracusa. Egli, tornato in
Palermo, fece subito ristorare le fortificazioni di Castrogiovanni,
racconciare le case, e posevi un grosso presidio musulmano. Ciò mostra
che universale e di momento era stato lo sforzo de' Siciliani. Ma pare
che la seconda sconfitta dello esercito imperiale li abbia consigliato a
posare le armi: poichè non si intende più nulla di loro; e l'anno
seguente dell'egira (16 marzo 861 a 5 marzo 862) si vede Abbâs andare
spensierato a saccheggiar il contado di Siracusa, come solea prima della
presa di Castrogiovanni.

Al ritorno da questa scorreria, era giunto alle Grotte di Karkana[569]
quando si ammalò, e trapassò al terzo giorno, il tre giumadi secondo (13
agosto 861), dopo undici anni di continua guerra; chè non passò anno,
ripetono i cronisti, che la state o il verno, o in ambe le stagioni, non
corresse i paesi cristiani della Sicilia, e talvolta anco di Calabria e
di Puglia, ove pose colonie de' suoi. Seppellivanlo i Musulmani là dove
ei morì; ma non prima furono partiti, che i Cristiani, con vana
vendetta, esumarono e arsero il cadavere del crudel capitano, al cui
nome tremavano ancora.[570]



CAPITOLO VII.


Fin qui gli annali arabi ci hanno mostrato della storia uno scheletro
sì, ma non mutilo. Abbiam veduto la colonia di Palermo occupare alcuni
luoghi importanti nel centro e su la costiera settentrionale infino a
Messina; sforzare a tributo i paesi di mezzodì e levante, eccetto le
grosse città murate e qualche regione montuosa; e non parlandosi di
guasti nella maggior parte delle provincie odierne di Palermo e Trapani,
è da credere che i vincitori tenessero quei terreni. Senza dubbio vi
soggiornavano già in cittadi e castella: poco men che una trentina, come
si ritrae dal Beladori che vivea di quel tempo a corte di Bagdad.[571]

Rivolgendoci alle condizioni delle due società che si contendeano la
Sicilia, scorgiamo nell'una, oltre la virtù delle armi e la operosità,
anco l'accordo degli animi, che ben si mantenea quando il bottino e i
tributi, scompartiti con equità patriarcale, potean soddisfare alle
cupidigie. Dall'altro canto i Siciliani, avviliti dalle ubbíe monastiche
e dal dispotismo, non ripugnaron troppo al nuovo giogo, assicurato che
lor fu lo esercizio del culto, e, come credeano, il possedimento dei
beni; nè si vollero mettere a sbaraglio per diletto di pagare il tributo
all'imperatore di Costantinopoli, più tosto che ai Musulmani di Palermo.
Dei principati, poi, nel cui nome si combattea, quel d'Affrica aiutò la
colonia con lasciar fare: chè mite animo ebbero i primi successori di
Ziadet-Allah, e lieti vedeano passare in Sicilia e in Italia gli uomini
più turbolenti. Il Basso Impero al contrario facea troppo e troppo poco
in Sicilia! e intanto mostrava al mondo infino a che assurdità,
confusione e vergogna possa giugnere il despotismo. La devota
imperatrice Teodora (842-854) lasciò all'Impero tre nuovi flagelli: la
proscrizione degli eretici Pauliciani, che si tirò dietro guerre
atrocissime; la ambizione di Barda fratello, e la mala educazione di
Michele terzo, figliuolo di lei, soprannominato l'Ubbriaco. Il quale,
cacciata di corte la madre (854), ruppe ogni freno di pudore; dièssi a
vita brutale; buffoni e ribaldi in favore; scialacquato il danaro
pubblico; trasandata o stoltamente e vilmente condotta la guerra contro
i nemici che accerchiavano l'Impero; a vicenda insultato il culto
cristiano, e sontuosamente edificate chiese; infine accesa con
leggerezza la gran briga del patriarcato di Costantinopoli, che fu
conteso tra Ignazio e Fozio, ossia tra le fazioni del papa e della corte
(857). Donde se d'alcuna cosa è da maravigliare negli avvenimenti di
Sicilia, non fia la impotenza, ma sì la pertinacia delle armi bizantine.
Del rimanente appaiono semplici e chiare le cagioni di quel continuo
progredimento della colonia musulmana, nei trent'anni che corsero dalla
presa di Palermo, alla morte di Abbâs-ibn-Fadhl.

Verso quel tempo la fortuna cominciò a variare, come ce l'attestano gli
annali arabi, or confessando, e più spesso tacendo. Ma poich'essi dicon
poco, e i Bizantini nulla, gli avvenimenti ci capitano sotto gli occhi
sì interrotti, sì confusi, che sarebbe da metterli in forse a ogni
passo, se non si conoscessero le nuove condizioni dei vincitori e dei
vinti. Però è mestieri invertir l'ordine naturale del racconto; divisar
prima i fatti generali che noi possiamo dedurre; e poi venirne con
quella scorta ai fatti esteriori, alla scorza della storia, che
ritraggono i cronisti.

Incominciando dalla colonia musulmana, ei si vede che la concordia v'era
durata troppo più che non potesse. Perocchè la prospera fortuna attirò
nuovi coloni; la sottomissione dei Cristiani al tributo menomò il
bottino; le masnade, ingrossate e prive degli acquisti che concedea la
legge, si diedero a rubare non ostante gli accordi; i Cristiani,
provocati per tal modo, vennero ad atti di disperazione; e da ciò le
nuove sconfitte loro, le uccisioni, le schiavitù; e occupati infine
moltissimi poderi dai Musulmani, per cupidigia e necessità. Dei modi
della occupazione discorreremo nel libro terzo, e basti qui notare che
principalmente furon due, cioè: ispogliare a dirittura gli antichi
possessori, cacciandoli o facendoli schiavi; ovvero ridurli a
vassallaggio, e prender da loro una parte di ciò che fruttava il
terreno. Ma le entrate che ne tornavano ai Musulmani si scompartivano in
varie guise; e sempre con inevitabile disuguaglianza; avvenendo che le
terre prese or si dividessero, or si tenessero in demanio; e che il
ritratto dei poderi demaniali e le contribuzioni su le terre lasciate ai
Cristiani si assegnassero ai corpi del giund, in una maniera che variava
dal mero pagamento di stipendio infino al beneficio militare. Or i corpi
del giund, consorterie autonome, civili insieme e militari, spiccandosi
dalla capitale per andare ad abitar città o castella vicine ai poderi,
diventano al tutto stati nello stato, portavan seco tutti i vizii della
feudalità; opprimeano la popolazione rurale; molestavano i vicini
musulmani o cristiani; erano per ogni verso fomiti di turbolenze. Da
un'altra mano, lo assegnamento degli stipendii o beneficii e la
divisione delle terre, per legge musulmana e natura stessa della cosa,
davan luogo ad arbitrio e ingiustizia: onde si raccendeano le antiche
ire delle schiatte, delle tribù, delle famiglie; i Berberi si sentiano
lesi dagli Arabi, gli Arabi Iemeniti dai Modhariti, questa parentela da
quella; e scorreva il sangue; si perpetuavano le nimistà; il governo
della colonia diveniva difficil opra ogni dì più che l'altro. Tanto era
avvenuto in Affrica, in Ispagna, per ogni provincia musulmana. Io lo
scrivo sì francamente anco della Sicilia, perchè quegli elementi sociali
portavano a quegli effetti, e ne veggiamo spuntare i segni qua e là
negli annali siciliani dei tempi susseguenti.

Il principato aghlabita volle riparare a tal discordia, o trarne partito
per dominare su i coloni altrimenti che di nome. La quale usurpazione, o
ripetimento di dritti che dir si voglia; incominciò da uno di que'
monarchi, di facil natura, Mohammed-ibn-Aghlab, che regnò, senza mai
governare (841-856). Costui volendo liberarsi dalla insolenza d'un
fratello che lo tenea come prigione, cospirò con Ahmed e Khafâgia,
figliuoli di Sofiân-ibn-Sewâda, suoi lontani parenti;[572] i quali, come
uomini di gran vaglia, fattogli conseguire l'intento, rimasero
potentissimi appo di lui. Par che costoro non perdesser grado, quando,
morto Mohammed, succedeagli Ahmed suo figliuolo (856 a 863). Da lui fu
eletto al governo di Sicilia, a dispetto della colonia, o almeno di una
grossa fazione, Khafâgia-ibn-Sofiân, detto di sopra; prode uom di
guerra, ucciso a tradimento dai suoi stessi, e padre d'un altro valoroso
che governò dopo lui la Sicilia, e incontrovvi lo stesso fato.

Seguì anco in questo tempo la esaltazione di Basilio Macedone (867), il
riformatore del Basso Impero. Basilio, salito men che onestamente da
povertà ed oscurità al favor della corte; guadagnato l'animo di Michele
terzo con la vergogna di sposare una concubina ch'era venuta a noia
all'imperatore e dargli in cambio la propria sorella; associato indi
allo impero in merito d'un assassinio; e rimasto solo sul trono, per la
grazia di Dio e perchè fe' scannare sotto gli occhi suoi Michele che
dormiva ubbriaco; Basilio, dico, dopo tante brutture e misfatti, regnò
con vera gloria. Riforniva lo erario senza aggravare i sudditi; cessava
gli scandali ecclesiastici; raffrenava gli abusi dell'azienda; facea
compilare un codice di leggi che porta il suo nome; sopra tutto
ristorava la milizia, riformandovi ogni ordine, a cominciar dalle paghe,
dalla leva dei soldati, dagli esercizii di mosse e d'armeggiare, fino
alla virtù della disciplina e alla scienza strategica.[573] Pertanto la
vittoria sotto gli auspicii suoi tornò ai vessilli bizantini; la
dinastia macedone regnò più lungamente e quetamente che molte altre;
parve rinfuso un po' di vita nell'impero. Basilio ripigliò anco un
tratto dell'Italia meridionale, e aspramente contese la Sicilia ai
Musulmani.

A questo effetto egli aiutò il moto delle popolazioni cristiane,
incominciato, come s'è detto, dopo la presa di Castrogiovanni, e però
parecchi anni innanzi la esaltazione di Basilio. Il moto era nato
nell'isola stessa dal continuo disagio e pericolo in che viveano tante
città tributarie dei Musulmani. Il caso di Castrogiovanni lo accelerò;
forse perchè i Musulmani, imbaldanziti, si sciolsero a maggiori eccessi.
Le popolazioni siciliane s'intesero tra loro, come trasparisce dalle
fazioni che sappiamo di quella guerra. Sgarate nella prova, par che
tentennassero; ma alla morte di Abbâs ripigliarono le armi con novello
ardire, rincorandole la divisione de' Musulmani. Ciò mi par si tocchi
con mano nei brani degli annali arabi, con la scorta dei quali ormai
torneremo al racconto.

Mentre i Cristiani provocavano, insultando al cadavere di Abbâs, la
colonia rifece capitano Ahmed-ibn-Ia'kûb, zio di lui; e il principe
aghlabita lo confermò.[574] Pur a capo di pochi mesi, verso il febbraio
dell'ottocento sessantadue, veggiamo deposto popolarmente Ahmed,
surrogatogli Abd-Allah figliuolo del morto Abbâs; e disapprovato lo
scambio a corte di Kairewân.[575] Nondimeno Abd-Allah avea dato opera
alla guerra; e, raro esempio ai tempi del padre, in luogo di condurla in
persona vi avea mandato Ribbâh, l'antico condottiero della vanguardia,
quel che primo entrò nella rôcca di Castrogiovanni. Il quale or
trovossi, per certo, a fronte di soverchianti forze, poichè dopo qualche
lieve avvantaggio fu rotto; presegli le bandiere e le taballe che
soleano stare al centro degli eserciti; e fattogli grande numero di
prigioni. Campato a stento, non volle tornare a casa senza vendetta:
espugnò la città del monte d'Abu-Malek, di ignoto sito; menò in
cattività tutti i borghesi; arse la terra; sparse intorno le gualdane a
fare i soliti guasti. La rôcca degli Armeni, la rôcca di Mosciâri'a
cadeano ancora in potere dei Musulmani. Seguiano queste fazioni nella
primavera dell'ottocento sessantadue.[576] Ma il principe d'Affrica, non
spuntandosi di suo proponimento, mandò a reggere la Sicilia
Khafâgia-ibn-Sofiân-ibn-Sewâda, di sangue aghlabita, di gran seguito a
corte, come dicemmo, chiaro alsì per vittorie in Affrica: il quale
arrivò in Palermo del mese di giugno.[577]

E con tutto l'ardore che il portava alle armi, e la furia di capitano
nuovo, come dice il proverbio siciliano, Khafâgia mandava in sua vece
alla guerra sacra il figliuolo Mahmûd: tanto ei trovò conturbata la
colonia di Palermo! Mahmûd, cavalcando il contado di Siracusa, rapì,
guastò, arse; ma, usciti i Cristiani a combattere, fu sconfitto e
costretto a tornarsene in Palermo.[578] Nè il padre il potè vendicare;
perchè l'anno che seguì, che fu il dugento quarantanove dell'egira (23
febbraio 863 a 11 febbraio 864), si sa che abbia mandato gualdane, che
quelle abbiano riportato un po' di bottino; ma senza fazioni degne che
se ne faccia ricordo, scrive Ibn-el-Athîr.[579] In vece delle quali
troviamo cerimonie di officio: che Ziadet-Allah, succeduto al fratello
Ahmed-ibn-Mohammed, confermava Khafâgia nel governo di Sicilia, e
mandavagli i soliti abbigliamenti di investitura;[580] quasi a mantenere
il rigor di dritto che facea amovibili i governatori a piacimento del
principe.

Ricominciava da senno la guerra, composte come par le liti intestine,
all'entrar dell'anno dugentocinquanta (12 febbraio 864 a 31 gennaio
865), quando i Musulmani occupavano l'antica e importante città di Noto,
per tradimento di un cittadino che lor mostrò la via di penetrar nella
fortezza. Saccheggiatala, e presavi, dicono gli annali, una bella somma
di danaro, passarono a Scicli, su la costiera di mezzogiorno, terra
della quale occorre adesso il nome per la prima volta, e fu espugnata
per lungo assedio.[581] Intanto, se dee starsi alla identità d'un altro
nome scritto nel solo _Baiân_, i Musulmani aveano abbandonato
Castrogiovanni, ed era ormai riabitata dai Cristiani, perchè si legge
che il dugento cinquantuno (1 febbraio 865 a 20 gennaio 866) Khafâgia
andava a guastar le mèssi del contado, trascorrea fino a Siracusa, e
combatteavi contro i Cristiani una fazione, forse infelice, perchè
senz'altro si aggiunge ch'ei tornasse in Palermo. Donde fe' uscire una
gualdana capitanata dall'altro suo figliuolo Mohammed; la quale prese il
fiero soprannome di gualdana dei mille cavalieri; chè tanti ne uccise,
posto un agguato, com'e' parrebbe, nelle campagne di Siracusa, e
attiratovi il nemico.[582] Ciò mostri con che grosse forze si combattea.
Il caso stranamente sfigurato, credo io, in qualche compilazione
persiana, portò il nostro Rampoldi a scrivere negli _Annali Musulmani_,
che l'ottocento sessantasette Khafâgia, volendo ritoglier Enna ai
Cristiani, era fatto prigione dopo avere ucciso di propria mano più di
mille uomini; ma il dì appresso lo riscattavano i suoi a prezzo di
trentaseimila bizantini d'oro.[583] La quale prigionia di Khafâgia, non
trovandosene vestigio nelle croniche arabiche scritte da senno, va messa
a fascio con l'erculea prova dei mille uccisi di sua mano. Torna anco
alla state dell'ottocento sessantacinque una fazione navale, in cui i
Musulmani presero quattro salandre bizantine nel mar di Siracusa; ove
par che l'armata fosse andata a cooperare con l'esercito, sia nella
impresa di Khafâgia, sia del figliuolo.[584]

Ostinandosi a fiaccar la capitale nemica, l'anno dugento cinquantadue
(21 gennaio 866 a 9 gennaio 867), Khafâgia riassaltava il contado di
Siracusa, ma con poco frutto; donde tornato per le falde dell'Etna
guastando per ogni luogo le campagne, veniano a chiedergli l'accordo
oratori, di Taormina troviamo nelle croniche, ma forse va letto
Troina.[585] Perchè ei vi mandava ad ultimar la cosa una moglie sua,
forse schiava cristiana, col figliuolo; e si fermò il patto: ma poi
infranto dai cittadini, Mohammed figliuolo di Khafâgia sopraccorrea con
lo esercito, entrava nella terra, e menava schiavi gli abitatori: la
qual facile vittoria non va con le note condizioni di Taormina, a quel
tempo città grossa, fortissima di sito, avvezza agli assalti e celebre
poco appresso per ostinate difese.[586] Mosse Khafâgia nella state del
medesimo anno sopra Noto, che, s'era sciolta dall'obbedienza; l'espugnò
di nuovo;[587] e verso l'autunno strinse Ragusa; la sforzò ad
arrendersi, a patto che andasse libera parte de' cittadini con loro roba
e giumenti: e ogni altra, cosa ch'era nella fortezza, anco gli animali e
gli schiavi, andò a monte come bottino[588]. Par che seguendo la
costiera di mezzogiorno giugnessero i Musulmani presso Girgenti, avendo
costretto a calarsi agli accordi il popolo di Ghirân, che io credo la
terra di Grotte: e moltissime altre castella occuparono; finchè il
capitano infermò di malattia sì grave, che fu mestieri portarlo a
Palermo in lettiga.[589] Ma non andò guarì che il rividero i Cristiani
nel dugento cinquantatrè (10 gennaio a 30 dicembre 867) cavalcare i
contadi di Siracusa e di Catania, distruggere le mèssi, guastar le
ville; mentre le gualdane ch'ei spiccava dal grosso dell'esercito
depredavano ogni parte dell'isola.[590]

Basilio, ch'era salito al trono in settembre di questo anno, provvide
immantinente a gagliardo sforzo di guerra in Sicilia. Onde Khafâgia
uscito di Palermo a dì venti di rebi' primo del dugento cinquantaquattro
(19 marzo 868), e mandato il figliuolo Mohammed per mare con le
_harrâke_, messosi a depredare il contado di Siracusa, seppe giunto di
Costantinopoli un Patrizio con armata ed esercito. A duro tirocinio li
avea mandato Basilio, contro tal capitano e tal milizia, cui le vittorie
dell'anno innanzi avean reso l'alacrità, l'impeto, e, men durevole, la
militar fratellanza. Scontraronsi i due eserciti in aspra battaglia,
lunga, sanguinosa. Trionfarono tuttavia i Musulmani; uccisero al nemico
parecchie migliaia d'uomini; presero robe, armi, cavalli; e più
furiosamente sbrigliatisi a guastare i dintorni di Siracusa, tornarono
in Palermo il primo regeb (26 giugno). Lo stesso dì Khafâgia fea salpare
il figliuolo con l'armata che s'era ritratta in Palermo, schivando le
superiori forze navali dei Greci. La quale andò a combattere su le
costiere di terraferma, e zeppa di bottino se ne tornò in autunno, come
altrove diremo.[591]

Poco mancò che a mezzo il verno, Mohammed figliuolo di Khafâgia non
rinnovasse a Taormina l'audace fatto d'Abbâs-ibn-Fadhl a Castrogiovanni.
Offertosi uno spione a porre i Musulmani entro la fortezza per alpestre
sentiero noto a lui solo, Khafâgia mandovvi il figliuolo; il quale del
mese di sefer dugento cinquantacinque (19 gennaio a 17 febbraio 869),
cautamente appressavasi; poi, restando addietro egli e il grosso delle
genti, mandava fanti spediti con la guida, che salsero a Taormina,
secondati dalla fortuna finchè ebbero animo e prudenza. Si impadronirono
d'una porta coi bastioni attigui, aspettando Mohammed che dovea venire a
tal ora, ed avea lor comandato stessero raccolti senza dar mano al
saccheggio. Ma que' non volendo lasciar altrui le primizie di sì ricca
città, si sparsero a far prigioni e preda; scoprirono ch'erano un pugno
d'uomini; onde i cittadini, risentendosi dal primo stupore, li
cominciarono a incalzare: e l'ora intanto era scorsa, nè comparivano le
bandiere di Mohammed. Però temendo non il nemico gli avesse intercetto
il cammino, gli entrati in Taormina si tennero spacciati; diersi alla
fuga; e s'imbatterono nei compagni quando la città era richiusa e
fallito il colpo: nè altro partito a Mohammed restò che di tornarsi in
Palermo.[592]

Già la vittoria seguiva la disciplina, passava dal musulmano campo al
greco. Poco appresso il fatto di Taormina, di rebi' primo del medesimo
anno (18 febbraio a 19 marzo 869), Khafâgia movea sopra Tiracia, com'io
leggerei in Ibn-el-Athîr, e risponderebbe a quella che poco appresso fu
chiamata Randazzo.[593] Non si sa ch'ei la espugnasse. Mandata intanto
fortissima schiera, col figliuolo, a Siracusa, l'esercito cristiano uscì
a incontrarla; si combattè fieramente d'ambo le parti; quando, caduto
nella mischia un de' più valenti guerrieri musulmani, gli altri dier
volta: inseguiti da' Greci e perduta molta gente, rifuggironsi al campo
di Khafâgia. Il quale a rifarsi dell'onta marciò con tutto lo esercito a
Siracusa; guastò il contado, pose l'assedio alla città; ma accorgendosi
che gagliardamente la si difendesse, levato il campo, riprese la via di
Palermo. Fece alto in riva al Dittáino, la notte del primo regeb; e
innanzi l'aurora (15 giugno 869), mentre ognuno rimontava a cavallo per
riprendere la marcia, un Berbero del giund, per nome Khalfûn-ibn-Ziâd
della tribù di Howâra, lo trafisse d'una lancia a tradimento, e a spron
battuto si fuggì a Siracusa. Recarono il cadavere di Khafâgia-ibn-Sofiân
a Palermo, ove fu onorevolmente seppellito;[594] la cui fama chiarissima
rimase tra i Musulmani d'Affrica per le vittorie guadagnate sopra i
Bizantini.[595]

Nel compianto della colonia tacque per poco la gelosia, sì
che rifecero in luogo dell'ucciso il figliuolo di lui, Mohammed;
e il principe d'Affrica lo confermò, com'era usanza, col diploma
e col dono delle vestimenta d'uficio.[596] Pure non è indizio di
tranquillità che Mohammed, sì infaticabile nelle guerre del padre,
promosso che fu al sommo grado nella colonia, si rimanesse in Palermo,
mandando con le gualdane Abd-Allah-ibn-Sofiân; il quale andò a
distruggere le ricolte in quel di Siracusa, e altro non fece.[597]
Così anco l'anno dugento cinquantasei che seguì (8 dicembre 869
a 27 novembre 870) non fu segnalato altrimenti che per una
impresa marittima. Perocchè alquante navi affricane, capitanate da
Ahmed-ibn-Omar-ibn-Obeid-Allah-ibn-el-Aghlab, avevano occupato Malta
l'ottocento sessantanove; ma, andati i Bizantini alla riscossa,
stringeano d'assedio il presidio musulmano. Mohammed mandovvi allora
l'esercito di Sicilia; il cui arrivo i nemici non aspettarono: e così a'
ventinove agosto ottocento settanta, rimanea quell'isola in poter della
colonia siciliana.[598]

Pochi mesi appresso, a' tre di regeb del dugento cinquantasette secondo
l'egira (27 maggio 871), Mohammed-ibn-Khafâgia era assassinato nel
palagio; in pien giorno, da' suoi servi eunuchi; i quali occultarono il
misfatto infino al dì seguente, per aver agio a salvarsi. La fuga li
scoprì; onde furono inseguiti, presone alcuni e messi a morte.[599] Indi
la colonia eleggea capitano Mohammed-ibn-Abi-Hossein; ne scrivea in
Affrica, ed era disdetta dal principe aghlabita; il quale commesse il
governo a Ribbâh-ibn-Ia'kûb-ibn-Fezâra, delle cui gesta in guerra è
occorso parlare, come anco della elezione e deposizione del suo fratello
Ahmed l'ottocento sessantadue. Ma, come se il caso prendesse a mantenere
gli agitamenti della colonia quando posavano i raggiri e le tradigioni,
Ribbâh moriva tra non guari, di moharrem dugento cinquantotto (17
novembre a 16 dicembre 871).[600] Seguillo alla tomba, nel mese di sefer
(17 dicembre 871 a 15 gennaio 872), il suo fratello Abd-Allah, eletto
wâli della Gran Terra, il continente cioè d'Italia, che i Musulmani
aspramente infestavano ormai da trent'anni.[601]



CAPITOLO VIII.


Innanzi l'impresa di Ased-ibn-Forât i Musulmani aveano piratescamente
assalito le costiere occidentali della Penisola, come si narrò nel primo
libro. Le varie fortune degli eserciti in Sicilia a volta a volta poi
rigettavano in terraferma qualche mano di avventurieri, o troppo audaci
in lor correrie, o disperati dopo alcuna sconfitta, o costretti a
fuggire per furor di parti; i quali, battezzatisi per necessità,
stanziarono, com'è probabile, presso Amalfi e Salerno: e rimaneanvi, nè
cristiani nè musulmani, fino all'ottocento cinquanta.[602] Forse vissero
ai soldi di quei piccoli Stati che si rubacchiavano a vicenda; forse
furon mezzani alla repubblica napoletana, quando si volse a chiedere
aiuto in Sicilia l'ottocentotrentasei.

In questo tempo la colonia di Palermo, assestata dal savio e forte
Ibrahim-ibn-Abd-Allah, avvezza ormai a fazioni navali e fatta amica dei
Napoletani, incominciò in ben altra guisa a infestare la terraferma.
Consigliata, o no, da' Napoletani, assaltò la costiera dell'Adriatico,
l'ottocento trentotto, credo io, ma non trovasi data nella cronica. Ciò
che ne sappiamo è, che i Musulmani improvvisamente occupavano Brindisi;
che Sicardo principe di Benevento vi sopraccorrea con grosse torme di
cavalli; e che pugnossi fuor la città. I Musulmani si affidarono a uno
stratagemma adoperato già nelle guerre di Sicilia. Scelto il luogo che
parve opportuno, vi scavaron fosse, le coprirono di sarmenti e di terra,
e appressandosi l'esercito nemico, si chiusero nelle mura. Un dì,
appresso il pranzo, irrompon fuori con grande schiamazzo e fragor di
stromenti; attirano il nemico nelle insidie; e quivi, dando la carica i
cavalli di Sicardo e traboccando nei fossati, grande numero di
Beneventani, Salernitani, e altre genti rimasero morti sul campo. Poi,
come i Longobardi s'armavano a furia per ogni luogo apprestandosi a
vendicare questa strage, i Musulmani, fitto fuoco a Brindisi, tornarono
con l'armata in Sicilia. Tanto narra l'Anonimo Salernitano che visse
alla fine del secolo seguente, e pur merita fede in questo caso, avendo
avuto alle mani tanti ricordi municipali, ignoti a cronisti più antichi
di lui. Il fatto non mi sembra identico con quel che riferisce Giovanni
Diacono, l'aiuto cioè dei Musulmani alla città di Napoli assediata da
Sicardo. E veramente le circostanze di coteste due fazioni non possono
stare insieme; e disconvengono anco i tempi, dovendo porsi l'aiuto di
Napoli l'ottocento trentasei, e il combattimento di Brindisi poco
innanzi la morte di Sicardo.[603]

Tra questa sconfitta e la morte, il tiranno beneventano ottenne singolar
favore dal cielo, dicono i cronisti narrandoci tuttavia le orribilità
sue: assassinii, stupri, tradimenti, ruberie, carnificine. Avendo
appreso che la superstizione potesse far ammenda dei delitti, Sicardo
mandava a cercare per ogni luogo ossami di santi; spesso a rubarne: e
n'avea raccolto un tesoro, quando gli capitò alle mani una reliquia
miracolosissima, s'altra mai ne fu. Le navi longobarde che giravan le
isole dando la caccia ai Saraceni, l'ottocento trentotto, approdate a
Lipari, trovaron bello ed intero il corpo di San Bartolommeo, che chiuso
in uno avel di marmo era venuto a galla dalle foci del Gange alle isole
Eolie; dove riconosciuto, e come no? ebbe culto e altari, finchè i
Musulmani non guastarono ogni cosa. In più lieve barca viaggiarono le
reliquie da Lipari a Salerno, onde poi furono tramutate a
Benevento.[604] Barca, credo io, non del navilio di Sicardo, che o non
n'ebbe mai, o non avrebbe osato mandarlo sì presso alla Sicilia; ma
piuttosto dei mercatanti della costiera i quali venissero a trafficare
coi Musulmani, prendere a baratto il bottino delle chiese, e vendere
schiavi italiani.[605] Perciò mi sembra notevole il fatto, e perciò l'ho
ricordato.

Stanchi alfine di quella insolente tirannide, i cittadini di Benevento
uccisero Sicardo (839); e, lasciato Siconolfo fratel suo nella prigione
ove egli l'avea messo, esaltarono un Radelchi, ch'era dei primarii
oficiali dello stato. All'incontro, Salerno, Capua e altre città, per
procaccio, com'e' parmi, de' grossi feudatarii longobardi che mal
soffrivano la dominazione di Benevento, gridarono principe Siconolfo,
testè liberato dai suoi partigiani. La successione disputata portò a
guerra civile, che forte incrudelì mescolandovisi i Musulmani. I quali,
al saper quelle discordie, fatto un general movimento, dice l'Anonimo
Salernitano, piombarono su la Calabria.[606] E prima que' di Sicilia,
non aspettata pur la primavera, occuparono Taranto; e si trovarono a un
tratto signori dell'Adriatico. Perocchè Venezia, sollecitata l'anno
innanzi da Teofilo ch'era ormai costretto a mendicare cotesti aiuti,
s'era mossa a gagliardo sforzo, tra le lusinghe dello imperatore, i
danari che vi recò il patrizio Teodosio, e il sentire già in pericolo la
navigazione sua: avea armato sessanta legni da guerra. Veleggiando,
com'e' pare, alla volta di Sicilia, s'imbatteano a Taranto nell'armata
musulmana; la quale uscita a combattere, li ruppe con orribile strage:
dicono gli annali de' Veneziani che tutta lor gente vi restasse morta o
presa. Nell'inseguire i fuggenti, spinsersi i Musulmani infino
all'Istria; addì trenta marzo ottocento quaranta saccheggiarono e arsero
Osero nell'isola di Cherso; saltarono su la riva opposta, sbarcarono
alle foci del Po presso Adria, ma senza frutto; ad Ancona fecero
prigioni e poser fuoco alle case; e poi, incrociando alle bocche
dell'Adriatico, presero molte navi mercantili di Venezia reduci di
Sicilia e d'altre regioni.[607] Intanto su la punta della penisola avean
espugnato parecchi luoghi e lasciatovi presidio, come va interpretata la
frase degli annali arabici, che quest'anno dugento venticinque
dell'egira (11 novembre 839 a 29 ottobre 840) i Musulmani conquistavano
la Calabria.[608] Nel medesimo tempo osteggiarono la Puglia, ritraendosi
che Haiâ liberto di Aghlab, principe d'Affrica, assalisse Bari, ma ne
fosse respinto.[609] L'armata musulmana, l'anno appresso, mostrossi di
nuovo nel golfo del Quarnero, e di nuovo diè una sanguinosa rotta ai
Veneziani, presso l'isoletta di Sansego.[610] In coteste fazioni non
combatteron soli i coloni di Palermo. Per certo li rinforzava la gente
venuta d'Affrica in Sicilia l'ottocento trentanove;[611] e v'eran anco
quegli audacissimi corsari della colonia di Creta, che due anni appresso
si veggono stanziare a Taranto. Affricani, Siciliani, Cretesi erano la
più parte compagnie di ventura, come quelle accorse l'ottocento trenta
in Sicilia; disposti ad operare insieme in alcuna impresa di momento, e
far le minori ciascuno per sè. E però fondarono in terraferma le
picciole colonie independenti, di cui si farà ricordo. I condottieri
usurparon titolo di principi, che gli scrittori cristiani danno talvolta
per nome proprio: così senza dubbio Sultano; così Saba, che parmi
corruzione di _Sâheb_. Ed è il nome attribuito all'ammiraglio che
trionfò a Taranto.[612]

Ma Radelchi, condotto alla stremo da Siconolfo, che gli avea tolto la
Calabria e non poca parte di Puglia,[613] si gittò agli aiuti dei
Musulmani. Per Pandone gastaldo di Bari, fe' chiamare un di que'
condottieri per nome Khalfûn, uom berbero, liberto della tribù araba di
Rebi'a;[614] le cui genti Pandone fe' accampar lungo la marina e sotto
le mura. E una notte i Baresi, che abbastanza non se ne guardavano,
videro saltare in città quelle frotte scalze, mezzo ignude, male armate,
e i più di sole canne, scrissero i Cristiani,[615] maravigliati di
quelle lor lance, di canne indiane, sottili e salde come d'acciaro.
Saccheggiarono; uccisero chi resistea: Pandone tra gli altri fu gittate
in mare, perchè volea parlare sopra il diritto delle genti. Radelchi,
non potendo far altro, li lasciò padroni di Bari; se li tirò dietro; ed
espilò i tesori delle chiese per pagar loro gli stipendii. Mandolli una
volta con Orso suo figliuolo sopra il castel di Canne o di Canosa, chè
dubbio è il nome;[616] dove sopraggiuntili Siconolfo, li ruppe sì
fieramente che pochi ne camparono. Khalfûn, crepatogli il cavallo nella
fuga, salvossi a piè, a mala pena, entro Bari. Nondimeno, i Musulmani
agevolmente riforniti di gente, prendean aspra vendetta; scorrean
predando e guastando infino a Capua; e ardean la città, che fu
rifabbricata di lì a pochi anni al ponte del Casilino, non lungi
dall'antico sito.[617]

Donde Siconolfo avvisandosi, dice Erchemperto, di spezzare con un mal
conio il mal nodo dell'albero, chiamò contro gli Agareni libici di
Radelchi gli Ismaeliti spagnuoli di Creta, capitanati da un
Apolofar[618] che avea fermo le stanze a Taranto. Siconolfo li assoldò
con espilar le chiese peggio che non avesse fatto Radelchi: le due
generazioni di Musulmani a gara si godeano il denaro de' Cristiani amici
e la roba dei nemici; e mandavano a vendere in lor paesi i prigioni
d'ambo le parti. Tra loro non si sa che mai combattessero, o il fecero
come i nostri condottieri del decimo quinto secolo. Nè anco si parla di
loro alla giornata delle Forche Caudine, ove scontratisi l'ottocento
quarantatrè i due rivali longobardi, Siconolfo sbaragliò i Beneventani
con grandissima strage. L'aiutavano bensì i Cretesi nelle scorrerie
ch'ei più vaste assai fece dopo questa vittoria; onde ridusse Radelchi
alle due sole città di Siponto e Benevento.[619]

Narrasi che tornando a Salerno Siconolfo ed Apolofar, dopo alcuna di
queste fazioni, messisi per diletto a spronare a gara i cavalli, il
principe volle mostrar nuova prodezza della gente germanica all'altro
che piccino era della persona, ma destro, animoso e baldanzoso. Smontati
al palagio, mentre salivano per le scale, Siconolfo lo levò di peso per
un braccio, e ripostolo tre gradini più su, lo abbracciò e baciò, per
addolcire o aggravare tal insolenza. E il Musulmano, quando la rabbia
gli permesse di parlare, proruppe esser finita da quel dì ogni amistade
tra lui e Siconolfo: lo giurò per Allah; nè scuse valsero a ritenerlo
che con tutti i suoi non se ne tornasse a Taranto. Di lì manda ad
offerirsi a Radelchi; corre a Benevento; fa cavalcar sue gualdane alla
volta di Salerno: le quali giunsero al fiume Tusciano, come
s'addimandava, ad otto miglia verso mezzodì; e lasciarono in quelle
parti terribile memoria del nome di Apolofar. Del quale aneddoto io non
veggo perchè si debba dubitare; stando bene quel villano scherzo a un
principe longobardo che si tediava già dei Cretesi, non avendone più
bisogno. Il Cronista poi racconta la fine di Apolofar: segnalatosi per
gran valore nella difesa di Benevento; preso a tradigione da Radelchi;
impavido e altero, sì che sputò in faccia al traditore pria di andare
alla morte.[620]

La tradizione popolare che troviamo in questa cronica, se pur aggiunse
qualche bel colpo di lancia, qualche arguto detto, qualche drammatica
commozione, non alterò la importanza degli avvenimenti. Taranto fu
abbandonata di certo dai Cretesi; leggendosi negli annali arabi di
Sicilia che i Musulmani la rifornissero di presidio l'anno ottocento
quarantasei: il che ben s'attaglia con l'episodio di Apolofar, assediato
in quel tempo entro Benevento. L'altra compagnia di Berberi e Arabi
d'Affrica che tenea Bari e aiutava Radelchi, si mantenne, ma non si
segnalò, dal quarantatrè al quarantasei, tacendone in questo tempo gli
scrittori cristiani; e allora appunto veggiamo la colonia di Sicilia
travagliarsi nell'assedio di Messina e nell'aspra guerra di Val di Noto;
onde non potea mandare rinforzi in terraferma. Mancandovi dunque quelle
armi che l'ottocento quaranta e il quarantadue erano parute sì
terribili, i due principi longobardi continuarono rabidamente a
straziarsi, ma senza frutto; che nè Siconolfo avea possa di espugnare
Benevento, nè Radelchi di ripigliare la provincia.

Con novello furore i Musulmani assalivano l'Italia meridionale
l'ottocento quarantasei. Insuperbiti per aver tagliato a pezzi
l'esercito bizantino (a. 845) in Sicilia, spinsero agli assalti, con
evidente unità di disegno, le forze della colonia siciliana e
dell'Affrica. Le prime si mostrarono a un tempo sul mare Ionio e sul
Tirreno: da una parte poneano grosso presidio a Taranto,[621] dall'altra
si afforzavano al capo della Licosa che termina a mezzodì il golfo di
Salerno; e occupavano Ponza, nè curavansi ormai se spiacesse ai
Napoletani. Perchè, non temendosi più nel Tirreno i Bizantini, e non
contandovi per anco le bandiere di Pisa e di Genova, signoreggiavano
quel mare la confederazione di Napoli e la colonia di Palermo, con forze
non disuguali, con interessi comuni e interessi contrarii: fieri amici
che avean riguardo, non paura l'un dell'altro; tenean la mano all'elsa
della spada, e talvolta la sguainavano, ma presto tornavano in pace.
Dopo la presa di Ponza, Sergio console di Napoli vi approdò con le sue
navi e quelle di Gaeta, Amalfi e Sorrento; scacciò i Musulmani da
quell'isola e dalla Licosa. Rifuggitisi in Palermo, i Musulmani
tornarono con più forte armata, occuparono il castel di Miseno sì presso
a Napoli,[622] e pur non furono sturbati. Probabil è che l'armata
andasse ad accompagnare gli stormi di barche usciti in questo tempo
dall'Affrica per venire sopra Roma.

Superate agevolmente le fortificazioni che pochi anni innanzi Gregorio
IV avea fatto costruire ad Ostia, del mese di agosto gli Affricani
giugneano alla città eterna. Non osando assalirla, dettersi a
saccheggiare le basiliche di San Pietro e di San Paolo, poste in quei dì
fuor le mura: ma lo stuolo che spogliava la chiesa di San Paolo,
affrontato dai contadini, fu scemato orribilmente, e tutto l'esercito
s'ebbe indi a ritrarre. Marciò verso lo Stato di Benevento, ove potea
trovare i suoi fratelli d'Affrica e di Sicilia; depredò per via Fondi;
del mese di settembre, si pose all'assedio di Gaeta: e qui fu visto
valorosamente combattere contro gli Infedeli Bertario, poi fatto abate
di Monte Cassino. A Gaeta sopraggiunsero da un lato le genti di
Lodovico, chiamate in fretta dopo l'assalto di Roma; dall'altro, Cesario
figliuolo del console di Napoli, con l'armata napoletana e amalfitana. E
i Musulmani, andati incontro ai Franchi, rupperli in uno agguato il
dieci novembre; e ne faceano sterminio, se non era per Cesario che
sbarcò co' suoi. Intanto un'altra schiera che era giunta a un dipresso a
cinque miglia dalla badia di Monte Cassino, ardendo chiese e monasteri,
fu rattenuta, dicesi, dalle acque del Carnello, ingrossate per subito
rovescio di pioggia: miracolo di San Benedetto, come rivelò in sogno
all'abate un altro santo dell'ordine. E il santo nulla disse del pro'
Cesario, quel desso che avea fatto tornare addietro i Musulmani; e
postosi indi con l'armata nel porto di Gaeta, salvò anco questa città
senza combattere, come nota Giovanni Diacono. Perchè, innoltrandosi il
verno, e non potendo le barche affricane reggere all'aperto; i capitani
pattuirono con Cesario che li raccettasse nel porto, giurando di non far
male, e, abbonacciato il mare, tornarsene in Affrica. Cesario se ne
fidò; quelli mantenner la fede: ma poi perirono la più parte nel
viaggio, non senza sospetto di un altro miracolo.[623]

Rifulse di nuovo a capo a tre anni (849) la virtù di Cesario, insieme
con quella di Leone Quarto papa. Assai più forte stuolo di Affricani
s'era adunato in Sardegna per ritentare l'assalto di Roma; mentre Leone
dava opera a chiuder di mura le basiliche degli Apostoli e i sobborghi
di quella parte: e con liberalità, con indefessa vigilanza, con
processioni, benedizioni, esorcismi, riscaldava le immaginazioni dei
cittadini. Nè eran finiti per anco i lavori, quando, saputa la mossa dei
nemici, la confederazione napoletana, non volendoli a niun patto padroni
di quel mare, mandava l'armata a Ostia; il papa vi sopraccorreva con
soldati di Roma; ed accettava l'aiuto, non prima d'avere interrogato
Cesario se venisse amico o nemico: tanto eran sospetti nelle altre parti
d'Italia que' legami della repubblica di Napoli coi Musulmani! Sincerato
dell'intento, il pontefice passava a rassegna gli Italiani di quelle
varie città che non sapeano d'avere una medesima patria: e lor venia
ricordando, invece di questo, la fratellanza del cristianesimo, i
miracoli degli Apostoli, la comune speranza in Dio. Poi celebrò la
messa; comunicò i guerrieri con le proprie mani; e, preparandosi ad ogni
evento, se ne tornò a Roma. Avvistatesi intanto a Ostia le barche
affricane, i nostri corsero alle navi con doppio ardire; appiccarono la
zuffa; e poteron credere in vero ad aiuto soprannaturale, quando, non
decisa per anco la sorte della battaglia, levossi una tempesta che
sbaragliò gli Infedeli, non usi la più parte al mare, montati su triste
barche; mentre gli induriti navigatori di Napoli, d'Amalfi, di Sorrento,
di Gaeta, su lor provati legni non se ne moveano. Indi orribile la
strage dei Musulmani, annegati, trafitti, sbalzati a terra, ove i baroni
romani li pigliavano e li impiccavano; anche i preti osavano metter loro
le mani addosso per incatenarli. Leone ornò di loro spoglie le chiese di
Roma; fe' lavorare i prigioni alla fabbrica delle mura; e riportonne una
gloria che pochi altri papi han saputo meritare.[624]

Non andò guari che Lodovico Secondo, figliuol di Lotario, presa la
corona imperiate (850) vivente il padre, cominciava in persona a
combattere i Musulmani dell'Italia meridionale, contro i quali poi si
travagliò circa venticinque anni. Tra lo assalto di Roma e la sconfitta
d'Ostia, gli ausiliari di Benevento non avean dato respitto al vicin
paese. Capitanavali un Massar, come lo chiamano gli scrittori cristiani,
l'indole generosa del quale par che ripugnasse al suo reo mestiere.
Narrasi che in una scorreria di otto dì, l'autunno dell'ottocento
quarantasei, uscito di Benevento, ei desse il guasto al monastero di
Santa Maria in Cingla e a quel di San Vito presso Isernia; abbattesse il
castel di Telese; e si spingesse fino a Monte Cassino, Aquino ed Arce,
depredando e struggendo ogni cosa, fuorchè il Monastero Cassinese: ove,
non che far offesa, non lasciò afferrare al proprio cane un'oca dei
frati, gli corse dietro con lo scudiscio, gliela trasse di bocca, e
piantossi alla porta del monastero, perchè non vi entrassero gli altri
seguaci suoi, men docili del cane. Questa forse fu lealtà verso Radelchi
che non amava a nimicarsi l'abate di Monte Cassino. Ma di giugno del
quarantasette, squassata da' tremuoti tutta la provincia e fatta Isernia
un mucchio di rovine, consigliando altri a Massar che usasse la
occasione di saccheggiare quella città, rispose: “Il Signor del creato
fa sentir quivi sua collera; e dovrò io aggravarla? No; non andrò!”[625]
Egli o altro condottiero, questo medesimo anno, scorrea predando infino
a Roma con Saraceni e Mori, come una cronica tedesca denota gli Arabi e
i Berberi.[626] Ma quelle triste masnade, quali che si fossero i capi,
non distingueano amici e nemici, maltrattavano a Benevento anco i
nobili; flagellavanli con le strisce di cuoio, dice Erchemperto, come
vili schiavi.[627]

Pertanto Radelchi avea a temere che i suoi un dì non lo abbandonassero:
i popoli gridavano da ogni parte; i frati incalzavano; e i piccioli
intenti politici di que' piccioli Stati mezzo independenti, che aveano
mantenuto la guerra, ora portavano a cessarla perchè si uscisse di tanto
strazio. Di più tornava comoda a tutti la divisione dell'antico Stato di
Benevento; unico modo oramai di concordia: piaceva ai principi di Capua
che si voleano spiccare da Salerno, e poco appresso il fecero; piaceva
ai Napoletani che più non temeano dei Longobardi sì divisi, e pensavano
a guardarsi dei Musulmani. La pratica della divisione fu condotta da
Guido duca di Spoleto, francese, congiunto di Siconolfo; barattiere,
dicono i cronisti, che trasse danaro a Radelchi e al cognato, ed
entrambi li giuntò: ma certo trattava utilissim'opera. Sendo impossibile
di compierla senza l'autorità e la forza dell'imperatore, a lui si
volsero gli uomini più gravi del paese: l'abate di Monte Cassino andò a
posta in Francia e agevolmente persuase Lodovico a venire. Calò senza
grosso esercito. Ito con le genti sue e del duca di Spoleto sotto
Benevento e minacciando l'assedio, Radelchi patteggiò sottomano. E una
notte, fatti pigliare proditoriamente Massar e i suoi Musulmani, li
mandò incatenati al campo di Lodovico; ove la vigilia della Pentecoste
li uccisero di sangue freddo a colpi di lancia, tutti, senza eccettuarne
il generoso Massar. Dopo il tradimento e la carnificina, che la
necessità fe' parere gesta sante, si fermò la pace tra Siconolfo e
Radelchi; si fe' il partaggio dello Stato in due principati, Benevento e
Salerno; e tra gli altri patti si stipolò che nè l'uno nè l'altro si
collegassero con Saraceni, nè raccettasserne, fuorchè quelli venuti
prima della guerra, se fatti e rimasi cristiani.[628]

Abbâs-ibn-Fadhl che combatteva in questo tempo i Cristiani di Sicilia,
non potendo ignorare l'atroce caso, andò l'anno appresso con l'armata;
sbarcato in terraferma, ruppe in sanguinosi scontri i Cristiani; mandò
le teste degli uccisi in Palermo, per mostrar ch'ei sapea vendicare il
sangue musulmano: e continuò il terribil duce a guastare i colti, correr
vittorioso le campagne, far prigioni per ogni luogo; coi quali tornossi
in Sicilia.[629] Taranto, sottrattasi già ai Musulmani, fu assediata da
loro e presa per fame, s'ignora se sotto altro condottiero innanzi il
fatto di Benevento, ovvero da Abbâs-ibn-Fadhl.[630] Costui partendo par
abbia lasciato possenti rinforzi in Puglia e in Calabria;[631] talchè,
rinforzati di questi o d'altri venturieri, i coloni di Bari continuavan
soli l'infestagione per moltissimi anni.

Il condottier di Bari, per nome Mofareg-ibn-Sâlem, usurpò autorità di
principe; prese, al dir degli annali musulmani, ventiquattro castella;
fabbricò in Bari una moschea cattedrale, e salì a tanto orgoglio che
volea tener lo stato a dirittura dal califo di Bagdad: ossia non
ubbidire a niuno. A questo effetto scrivea al governatore dell'Egitto
per gli Abbassidi uno squarcio d'ipocrisia musulmana: non sentirsi in
grazia di Dio egli, nè i suoi compagni, tenendo quella provincia senza
investitura legittima; scongiurare pertanto il pontefice che gliene
conferisse il governo, e facesselo uscire dal novero degli usurpatori.
Ibn-el-Athîr, che al certo trascrisse coteste parole da antiche memorie,
aggiugne che poi la gente di Mofareg sollevossi contro di lui; poi
l'uccise; poi morì il principe aghlabita Mohammed-ibn-Ahmed-ibn-Aghlab,
nel cui cenno biografico è inserito tutto quest'episodio di Bari; ed
altro ei non ne dice.[632] Mohammed salì sul trono in fin dell'ottocento
sessantaquattro, mancò di vita nei principii del settantacinque; nel
qual tempo appunto sappiamo liberato il Soldano dalle carceri di
Radelchi e tornato ai suoi, capitanati allora da un suo nemico ch'egli
avea bandito dalla colonia. Mofareg-ibn-Sâlem è ben dunque l'astuto
demonio di cui gli annali cristiani narran tante maraviglie, e di cui i
Musulmani tacquero la sconfitta e la prigionia. Il titolo di Sultano
ch'ei prese, o che gli davano i suoi seguaci in Italia, andava a capello
a quella dubbia sua potestà.[633] L'usurpazione spiega perchè i
Musulmani di Sicilia e d'Affrica l'abbandonassero quand'ei fu condotto
allo stremo dai Cristiani.

Il Sultan di Bari non tardava a correr la Puglia e la Calabria; far
ladronecci per ogni luogo; occupare qua e là castella; e osò spinger sue
gualdane infino a Napoli ed a Salerno. Allor l'abate di Monte Cassino
chiamò di nuovo l'imperatore Lodovico, che venne in Puglia; volle
ragunare le forze dei principati longobardi; fu lasciato pressochè solo,
per sospetto ch'ei non prendesse lo stato ai Cristiani al par che ai
Musulmani: donde fatto un vano tentativo sopra Bari, borbottando se ne
tornò di là dalle Alpi (853); ed ebbe a vedere anco un feudatario
contumace rifuggirsi appo il Sultano.[634] Il quale indi a ripigliare
l'infestagione dello Stato di Benevento; e questo non trovò altro riparo
che di venire ai patti coi Musulmani; pagar tributo; dare ostaggi.
Voltosi il Sultano alle altre provincie, diè il guasto a' contadi di
Capua e Conza e alla regione intorno Cuma, Pozzuoli e il Lago di Patria,
detta a quel tempo Leboria o Liburia, il qual nome si estese a poco a
poco a una provincia, e mutossi in Terra di Lavoro.[635] Infine i
Musulmani si vennero a porre in Campo di Napoli, come si addimandavano
gli orti tra porta Capuana e il Sebeto;[636] dove furon fatte orribili
stragi (a. 860?): il Soldano, dice un contemporaneo, sedea su mucchi di
cadaveri, e come uno schifoso cane tra quelli mangiava. Riducendosi a
casa da questa correria, fu per cadere in uno agguato. Tra tanti paesi
che avea desolato dall'uno all'altro mare, si trovarono due valorosi
feudatarii, i gastaldi di Telese e di Boiano, che osarono ritentar la
fortuna delle armi; trassero secoloro il duca di Spoleto a forza di
preghiere e di danari; e con gran possa di gente appostarono lo stuolo
nemico, verso il tramonto del sole, presso Bari. Salutar consiglio
pessimamente eseguito, sclama il cronista Cassinese. Il Soldano,
addandosi di loro, soprastette e si ordinò prontamente alla zuffa. I
Longobardi e i Franchi, morti di sete, stracchi del cammino,
sparpagliati e impazienti assalivano. I Musulmani, raccolti in una sola
schiera, li ruppero, li tagliarono a pezzi ed entrarono in Bari. Dopo
questa vittoria il Sultano, incolpando di rotta fede i Beneventani,
battè di nuovo lor contadi; non lasciò terra illesa fuorchè le grosse
città; occupò Telese, Alife, Sepino, Boiano, Isernia, Canosa, Castel di
Venafro; saccheggiò San Vincenzo in Volturno, donde rifuggitisi i frati
in luogo sicuro, lor prese tremila monete d'oro, minacciando d'ardere il
monistero; e passò a Capua, traendosi dietro le carra piene di preda, e
le torme di bestiame e prigioni. Mutò indi il campo a Teano. Quivi,
mandatogli da Monte Cassino un Reginaldo diacono, fermò il riscatto di
quella badia per altre tremila monete di oro; e si volse contro il
castel di Conza che dicono abbia assediato per quaranta giorni. Queste
ultime incursioni seguiano tra l'autunno dell'ottocento sessantacinque e
la fine dell'inverno del sessantasei. Delle precedenti invano si
cercherebbe a determinare le date, poichè i cronisti nè segnano gli
anni, nè osservano l'ordine degli avvenimenti.[637] Certo egli è che per
quattordici anni quella bella parte d'Italia fu preda di qualche
migliaio di ladroni musulmani. L'amistà della colonia siciliana non
liberò Napoli dal Sultano di Bari, che avea spezzato ogni legame con gli
Aghlabiti, come sopra si disse. Il principe di Salerno si schermì quanto
potea, praticando col Sultano, onorando gli ambasciatori suoi; che fino
ne alloggiò nelle case del vescovo, e attaccò indi una briga con questi
e col papa.[638]

Ogni pagina della nostra storia, dalla caduta dell'impero romano in qua,
ripete lo stesso insegnamento: pur non fu mai sì flagrante la vergogna
di questa miseranda divisione in cento sminuzzoli di Stati, che allor
quando l'Italia si confessò impotente a scacciare il Sultano di Bari.
Impotente perchè le armi servivano a uccidere nemici più odiati che i
Saraceni, e tagliavan, sì, quando v'era sangue italiano da versare:
poc'anzi Benevento contro Salerno; ed or Napoli contro Capua, Capua
contro Salerno, e Capuani tra sè medesimi, e il vescovo principe di
Capua contro i figli del proprio fratello. Non potendo dunque gli
sciagurati fidarsi l'un dell'altro, ebbero ricorso per la terza fiata
allo imperatore Lodovico; del quale sapeano che li volesse mettere sotto
il giogo; ma sembrò pericolo più lontano. Riportata ch'ebbero la
vittoria sotto le insegne imperiali, scacciarono Lodovico; poi
riassaltati dai Musulmani lo richiamarono; ed egli sempre acconsentiva,
sperando che nell'altalena un dì gli verrebbe fatto di coglierli: se non
che la vita non gli bastò; e d'altronde i Bizantini a tempo rimessero il
piè in Italia per dar nuovo alimento alla discordia. Questi fatti
generali, mutati i nomi, durarono in Italia per molti secoli, forse
durano ancora: e però è debito di cittadino, quantunque volte il possa,
di squadernarli innanzi gli occhi di tutti, perchè sempre più se ne
vegga la laidezza. Ripiglio adesso i particolari della guerra.

Per un editto assai rigoroso, di che abbiamo il testo, Lodovico
appellava al servizio militare tutti i vassalli d'Italia (866); veniva a
Monte Cassino (867); sforzava Capua, che già tentennando avea ritratto
le genti dall'esercito imperiale; mostravasi nelle altre città primarie,
Salerno, Amalfi, Benevento; a Napoli no, poichè il vescovo lo pregò,
dice un cronista, che non amareggiasse i cittadini con l'autorità
imperiale; ed egli acquetovvisi e dissimulò, non potendo sforzare.
Ragunate e ordinate così le milizie del paese, fatti venir anco rinforzi
di Lorena, marciò contro il Sultano di Bari; e fu sconfitto. Scrive
Reginone, monaco tedesco, che dopo segnalate vittorie i guerrieri di
Lorena se ne tornassero alle case loro, menomati da epidemia e dai morsi
delle tarantole: caso probabile il primo; l'altra, fola che gli
oltramontani ripeterono nell'undecimo secolo per palliar diffalte
somiglianti. Questa di Lodovico è da apporsi alla tattica dei Musulmani,
che meglio di lui sapeano la guerra spicciolata. Ma presto ei l'apparò.
Ritrattosi a Benevento il dicembre del sessantasette, uscì alla nuova
stagione; arse e guastò i contadi che ubbidivano ai Musulmani; snidolli
da Matera per tagliare gli aiuti di Taranto a Bari; occupò dal lato
opposto Canosa; ei si pose tra i monti a Venosa col grosso de' suoi; e
guadagnato a poco a poco il territorio in due anni di travagli, prese ad
assediare la città e batter le mura con macchine. L'assedio fu
interrotto varie fiate; e occorse del sessantanove che, ritraendosi
Lodovico a Benevento, il Sultano uscì addosso alle ultime schiere de'
suoi; lor prese gran numero di cavalli, e andò a saccheggiare il
santuario di San Michele al Monte Gargano. Poscia lo imperatore,
chiestogli aiuti da' Cristiani di Calabria e proffertogli giuramento di
fedeltà e tributo, egregiamente usava la occasione: vi mandava poche
forze che ne raccogliean molte nel paese. Così in Calabria furono
sconfitti tre emiri; tra i quali un Cincimo, che teneva Amantea, volendo
vendicare i suoi, assaltò i Cristiani; fu ricacciato in città; e
uscitone di nuovo per tentare un colpo di mano sopra il campo di
Lodovico, questi prevenne e ruppe gli assalitori.[639] Nondimeno,
vedendo che era niente ad assediare Bari se non si impedissero le
vittovaglie e gli aiuti dalla parte del mare, si collegò con Basilio
Macedone.

Il quale non prima salito al trono (867), sapendo che i Musulmani, di
Taranto forse e di Creta, avessero preso alcune città in Dalmazia e
strettovi Ragusa, mandovvi il patrizio Niceta Orifa con cento salandre;
il cui arrivo i Musulmani non aspettarono.[640] Volendo cacciarli di lor
nidi su le costiere d'Italia, il Macedone richiese o accettò la lega con
Lodovico, che tenea la terra ed egli il mare. Cooperò egli dunque con
forze navali, sì sull'Adriatico e sì sul Tirreno, ove non n'era minor
uopo. Perchè Mohammed, figliuolo dello emiro di Sicilia Khafâgia, di
luglio dell'ottocento sessantotto, uscendo di Palermo con l'armata, era
ito ad assediare Gaeta; ove, sparse le gualdane nel territorio, e
fattovi grandissima preda, se ne tornò del mese d'ottobre.[641] In tal
modo la colonia di Sicilia par che gastigasse quella città dell'avere
ubbidito allo imperatore e aiutatolo forse con navi. Napoli, allo
incontro, sembrava in quel tempo Palermo o Affrica,[642] come leggesi in
una epistola attribuita allo imperatore Lodovico. I corsali di Palermo
che infestavan tutta la costiera, e specialmente gli Stati del papa,
trovavano a Napoli piloti pratici che li conducessero; vi comperavano
armi e vittovaglie per rivenderle a Bari ed a Taranto; inseguiti, si
rifuggiano nel porto di Napoli e uscian di nuovo a predare. Indarno
l'imperatore ammonì, il vescovo gridò e dolsonsi parecchi nobili
cittadini: chè il console di Napoli a Lodovico non badò; incarcerò il
vescovo e poi rilasciatolo lo costrinse a fuggire; e quanto ai suoi
nobili scrupolosi, li messe in prigione coi ferri ai piè. Lo stratego
Giorgio, inviato da Basilio con un'armatetta di salandre per assicurar
quelle spiagge facea quel che potea, ma era assai poco.

I Veneziani intanto si mossero, come e' seppero il nemico sgomberato di
Dalmazia, e forse diviso, e i Cretesi inseguiti da Niceta Orifa. Però il
doge Orso, sopraccorso con l'armata a Taranto, cancellava (867) con una
vittoria la sconfitta di sua gente del quarantadue. Due o tre anni
appresso, l'armata bizantina, rinforzata di Schiavoni, Croati, e navi
ragusee, pose a terra a Bari; diè qualche assalto; e presto si ritrasse
per discordia surta coi Franchi e Longobardi: accusando questi i
Bizantini di combattere per gioco; ed essi loro di star lì, un pugno di
uomini, sempre in sollazzi e conviti, e che così mai non avrebbero
espugnato la città. Niceta se ne bisticciò con lo imperatore; poi,
tornatosene a Costantinopoli, fe' attaccare un pettegolezzo diplomatico
tra Basilio e Lodovico: recriminazioni su la condotta della guerra;
cavilli su i titoli, se l'un dovesse chiamarsi imperatore dei Franchi o
imperator dei Romani, se all'altro fosse serbata la greca appellazione
di _basileo_; le quali futilità provan solo che l'accordo tra i due
potentati si dileguava nella certezza della vittoria. Lodovico tuttavia
con quel pugno di allegri combattenti entrò in Bari, per forza d'armi,
il due febbraio ottocento settantuno. Fecevi grande strage; dalla quale
il Soldano campò, perchè afforzatosi entro una torre, si arrese al
principe di Benevento, obbligato a lui, dicesi, per cagion della
figliuola, ch'era stata già in man del Soldano, come ostaggio o
prigione, e quegli l'avea guardato come figlia sua propria. Lodovico
lasciò genti che stringessero Taranto e le altre castella dei Musulmani
in Calabria; mandò a infestare il territorio di Napoli, dando voce di
volere spezzata quella sacrilega amistà con gli Infedeli; e parlava di
scendere tra non guari nelle Calabrie, di passare in Sicilia: il che
vuol dire ch'ei si proponea di cogliere i frutti della vittoria, regnar
di nome e di fatto nell'Italia meridionale.[643]

Lo zelo contro i Saraceni male occultava cotesti intendimenti di
Lodovico, compresi dai savii, evidenti anco al volgo, per la tracotanza
dei baroni oltramontani; gli aggravii; il dispregiare i Longobardi testè
loro compagni nella vittoria; la insolenza della stessa imperatrice,
della quale si racconta, rinfacciasse alle nobili donne di Benevento che
lor gente non sapea pur imbracciare lo scudo. Pertanto Lodovico,
abbandonato dagli Italiani, non potè stringere altrimenti i Musulmani
delle Calabrie. Dalle mormorazioni poi si passò alle trame. I principi
di Benevento e di Salerno s'inteser tra loro e con Napoli;
incoraggiandoli forse i capitani delle armatette bizantine; ed
aizzandoli, come la voce pubblica portò, il Sultano prigione.

Costui, per le qualità dello ingegno proprio, e per lo incivilimento
superiore di sua gente, abbagliava que' rozzi principi cristiani. Scrive
Costantino Porfirogenito,[644] che lo ascoltassero come oracolo in fatto
di medicina e veterinaria; ed uno scrittore italiano, che Adelchi,
gittatosi a cospirare contro l'imperatore, domandando consigli al
Musulmano, questi dapprima l'avvertisse: “Bada bene a quel che fai,
poichè i Musulmani san ch'io vivo ancora:” ma replicando il principe
aver parecchi complici, il Sultano conchiudea: “Quand'è così, compi il
disegno, e tosto: se no, sarai scoperto.” Narransi altri aneddoti: che
tutto il tempo ch'ei fu prigione, stavasene accigliato e tetro; ma un
dì, in presenza di Lodovico, diè in uno scoppio di risa, vedendo un
carro andare per la strada; e domandato della cagione, rispose: “Penso
alla fortuna degli uomini che gira come quelle ruote.” Aggiungono che
con suoi lacciuoli facesse credere a Lodovico cospirazioni dei
Longobardi, e a costoro colpi di stato dell'imperatore, sì che li messe
alle prese.[645] Tra cotesto v'ha al certo verità e bugie: nè la
dimestichezza di quei grandi col Sultano sembra inverosimile, quando
trent'anni di guerra, accordi, leghe, traffichi, avean dissipato molti
pregiudizii tra Musulmani e Cristiani in Italia. Il che ci torna anco da
altre parti. Un Musulmano d'Affrica, il quale parecchi anni innanzi era
stato per suoi negozii a Salerno, trovandosi in patria verso questo
tempo, abbordò un mercatante amalfitano, e domandatogli se conoscesse
Guaiferio principe di Salerno, e saputo di sì, lo trasse in disparte.
“Qui s'arma,” gli disse, “contro Salerno, tel giuro per lo figliuol di
Maria che voi adorate com'Iddio. Va tosto a ragguagliarne Guaiferio; e,
s'ei ti domanda da chi vien lo avviso, ricordagli che tal dì un
Musulmano sedea su la piazza di Salerno mentre il principe tornava dal
bagno; e il Musulmano gli chiese in cortesia il fazzoletto[646] ond'ei
s'avvolgea la testa; e il principe gliel donò incontanente,
rispondendogli così e così, e tornossene al palagio a capo scoperto.
Quel Musulmano son io.” Leggiam questo nella cronica dell'Anonimo
Salernitano, che suol affastellare episodii presi nella tradizione
popolare. Ma il caso ha apparenza di vero; tanto più che l'Anonimo dà il
nome dell'Amalfitano e del Musulmano: Fluro l'uno; l'altro Arrane, ch'è
evidentemente il nome etnico Harrani.[647]

La cospirazione si affrettò seconda il consiglio attribuito al Sultano.
Del mese di agosto ottocento settantuno, mentre i pochi baroni di
Lodovico erano sparsi qua e là per le castella dello Stato, e
l'imperatore a Benevento con un pugno di cortigiani, la gente di Adelchi
assalì il palagio: lo imperatore afforzatosi in una torre si difese
valorosamente per tre dì; alfine s'arrese prigione al proprio vassallo,
che sei mesi innanzi egli avea liberato dai Musulmani. Indi per tutta
Italia dimenticandosi, com'avviene, i torti di Lodovico, si risguardò ai
soli meriti; si lacerò la ingratitudine e perfidia del Beneventano,
anche in tristi versi latini di cui serbasi il testo.[648] E si
apparecchiava oltremonti la umana vendetta, quando la divina scoppiò,
dice Erchemperto, entro quaranta dì, per man dei Saraceni, che piombaron
di nuovo in Italia. Adelchi allora pensò sciorsi d'un grave impaccio
liberando lo imperatore; fattogli far sacramento di perdonare l'offesa.
Traditore quando il prese; sciocco quando il lasciò andare; e s'ei
n'uscì salvo, fu colpo di sorte.[649]

La colonia musulmana delle Calabrie, che mai non si spiccò dalla madre
patria, credendosi condotta agli estremi dopo la espugnazione di Bari,
par che abbia chiesto aiuti in Sicilia e in Affrica; dove, tra il
sentimento nazionale e religioso e la potenza delle famiglie
interessate, si apparecchiò la espedizione, della quale fu avvisato il
principe di Salerno. Lo scempio Signor delle Grù, come chiamavano il
principe aghlabita Mohammed-ibn-Ahmed, erudito, vivace ingegno, buon
poeta, cacciatore, beone, dissipatore, in mezzo a' suoi sollazzi assentì
un gran disegno, ordinato al certo dagli ottimati del Kairewân; per lo
quale si componeva un esercito d'Italia di venti o trentamila uomini, e
si preveniva la discordia tra quello e il siciliano, affidandoli a due
fratelli, Abd-Allah e Ribâh, figliuoli di Ia'kûb-ibn-Fezâra, congiunti
di quell'Abbâs-ibn-Fadhl di cui abbiamo ricordato le fiere gesta in
Sicilia. Però a un medesimo tempo Abd-Allah e Ribâh erano nominati wâli
l'uno della Gran Terra, l'altro dell'isola.[650] Abd-Allah sbarcava,
com'e' pare, a Taranto: di là con tutto lo esercito entrava nel
territorio salernitano, del mese di settembre ottocento settantuno.[651]

Diè il guasto; s'approcciò a Salerno: i principi di questa e di
Benevento, che aveano accozzato le genti loro, vedendo non bastare a
fronteggiarlo alla campagna, si chiusero nelle metropoli; e così il
nemico anch'ei si spartì. Abd-Allah, attendatosi sotto Salerno, diessi a
stringere la città: qualche gualdana corse infino a Napoli; più forti
schiere marciarono, l'una sopra Benevento, l'altra sopra Capua: delle
quali la prima fu rotta da Adelchi, e uccisile tremila uomini; la
seconda sbaragliata dai Capuani, ne perdè mille. E in Salerno Guaiferio
valorosamente si difendea; respingeva gli assalti; opponea macchine alle
macchine; facea sortite; e guerrieri si appresentavano dalle porte
sfidando i Musulmani a duello: gagliarde prove, vere al certo, ancorchè
l'Anonimo ce le mostri con troppi ornamenti d'epopea. Tra le altre, che
par l'episodio della _Gerusalemme Liberata_, ei ricorda un Landemaro
calatosi dal muro con un'azza, fattosi, tutto solo, a guastare un immane
mangano.[652] La città nondimeno cominciava a patir la fame, quando la
ristorò di vettovaglie, con bell'ardire, Marino duca d'Amalfi, spezzata
la lega ch'avea prima coi Musulmani. Nelle campagne orribil era il
macello dei contadini, lo sperpero delle sostanze, lo scempio delle
chiese. Abd-Allah, al dire dell'Anonimo, avea preso a soggiornare in
quella di San Fortunato, e profanavala di scandali e di brutture. Fe'
stendersi il letto su l'altare,[653] e sovente strascinovvi fanciulle
cristiane; finchè alcuna trave caduta dal tetto liberò una bella
vergine, uccidendo il tiranno senza lei toccare: che mostravasi ancora
ai tempi del cronista il luogo onde si spiccò la trave, e tutti si
capacitavano del miracolo. La leggenda qui, tra le fole che ognun vede,
porta un fatto vero; poichè secondo gli annali musulmani Abd-Allah,
capitano della Gran Terra, morì in questo tempo, e appunto del mese di
sefer dugento cinquantotto, tra dicembre cioè dell'ottocento settantuno
e gennaio del settantadue.[654] I Musulmani continuavano l'assedio di
Salerno, rifatto capitano un Abd-el-Melik:[655] e, stretta ormai da un
anno e affamata, la città stava per aprir le porte.

Lodovico, in questo mentre, non era uscito d'Italia. Pregato
fervidamente da' nunzii di Guaiferio e dal vescovo di Capua, credendo il
Salernitano complice del misfatto d'Adelchi, ricusò; poi l'indole
generosa, o la speranza di recare a fine l'antico disegno, il mossero a
dare aiuto. Mandò le milizie condotte dal giovinetto Guntar suo
congiunto; il quale venuto a Capua, accozzatosi coi cittadini, chè anco
preti vi s'armarono per andare a combattere, trovò da diecimila
Musulmani non lungi dalla città, in un luogo che s'addimandava San
Martino. Guntar, non ostante una fitta nebbia, diè dentro; sbaragliò i
Musulmani, e restò morto gloriosamente sul campo. Quelli furono tutti
sterminati con la spada o annegarono nel Volturno. Un'altra schiera,
inseguita dall'esercito vincitore presso a Benevento, fu distrutta alsì;
campandone pochi i quali andarono a spargere lo spavento nell'oste
attendata sotto Salerno: e diceano venire a grandi giornate l'imperatore
in persona con tutto l'esercito cristiano. Indarno Abd-el-Melik comandò,
pregò, ricordava ai suoi che la città già trattasse d'arrendersi. Fu
preso dagli ammutinati, messo per forza in nave; e salparono; e venne la
solita meteora ignea a suscitare una tempesta che li inghiottì. Così i
Cristiani, esagerando e contraddicendosi; poichè alcuni aggiungono che
gli avanzi dell'esercito musulmano precipitosamente si ritraessero in
Calabria.[656] Gli annali musulmani accennano le vittorie di Abd-Allah
sopra i nemici, e poi silenzio.[657] La _Cronaca di Cambridge_ al
contrario, scritta in arabico da un cristiano di Sicilia, ricorda lo
sterminio dell'esercito musulmano a Salerno.[658] E però sono alquanto
dubbii i particolari, certissima la misera fine della impresa, verso il
mese d'agosto ottocento settantadue.

Tanto egli è vero che questa ultima guerra era stata combattuta da
milizie italiane, e la più parte meridionali, di Spoleto, Capua,
Salerno, Benevento, che Lodovico, dopo le fresche vittorie de' suoi, non
potè nè anco pigliar vendetta sopra Adelchi, come che ne avesse gran
voglia, e fosse ito ad assediare Benevento. Tornato addietro,
dondolatosi in opere di pietà, moriva presso Brescia, di agosto
ottocento settantacinque. Per lui non stette di cacciar d'Italia i
Musulmani, e unire sotto lo scettro imperiale la penisola dalle Alpi
allo Stretto; di che non si offerì occasione più destra ad altro
imperatore da Carlomagno a Federigo di Svevia. E veramente, al tempo di
Lodovico, deboli appariscono più che mai gli elementi politici
dell'Italia: repubbliche di qualche momento sol due, Venezia e Napoli; i
grandi feudatarii, in su dal Tevere, obbedienti; quei d'in giù, divisi;
il papato, come stanco dello sforzo che avea fatto per arrivare alla
dominazione temporale: e d'altronde il caso volle che nol reggesse in
quel tempo nè un Adriano primo, nè un Ildebrando; e Leone IV, uom forte
senza tracotanza, poco visse. Nè distoglieano Lodovico, come avvenne ad
altri, le cose d'oltremonti: ei fu prode e costante in guerra; giusto
anzi che no; uomo senza grandi vizii nè straordinarie virtù; capacità
mezzana in tutto. Perciò bastarono ad attraversargli quel disegno i
principi dell'Italia meridionale, con le mene che ho ricordato, e i
papi, ancorchè uomini mediocri anch'essi, con la forza dell'inerzia;
ritraendosi che tra tanto pericolo dell'Italia e di Roma non
profferissero mai sillaba per favorire la crociata di Lodovico.



CAPITOLO IX.


Nel detto cenno biografico sopra il principe aghlabita Mohammed-ibn-
Ahmed scrive Ibn-el-Athîr, alla sfuggita, che regnando costui
(dicembre 864 a febbraio 875) “i Greci occuparono parecchi luoghi
della Sicilia; e che Mohammed fe' costruire fortezze e corpi di guardia
su la costiera d'Affrica;” e passa oltre l'annalista ai casi de'
Musulmani a Bari.[659] L'autore del Baiân, come anche notammo, accenna
che i due fratelli, capitani l'un di Sicilia, l'altro della Gran Terra,
fiaccarono gli Infedeli in aspri scontri, l'anno dugento cinquantasette
(870-71), e altro non ne dice.[660] Intanto veggiamo i governatori di
Sicilia avvicendarsi in fretta. Mohammed-ibn-Hosein, scelto dalla
colonia alla morte di Mohammed-ibn-Khafâgia, avea tenuto l'oficio per
brevissimo tempo, come dicemmo. A Ribâh-ibn-Ia'kûb-ibn-Fezâra, nominato
dal principe d'Affrica e trapassato verso la fine dell'ottocento
settantuno, era sostituito, per elezione della colonia,
Abu-Abbâs-ibn-Ia'kûb-ibn-Abd-Allah, che moriva a capo di un mese.[661] A
costui par tenesse dietro un Ahmed-ibn-Ia'kûb, fratel suo, o d'altra
famiglia: chè variano in ciò i cronisti.[662] Mancato di vita Ahmed nel
medesimo anno dugento cinquantotto dell'egira (17 nov. 871 a 5 nov.
872), era rifatto il figliuolo, per nome Hosein, ovvero, secondo il
Nowairi, un Hosein-ibn-Ribâh, cui il principe d'Affrica confermò,[663] e
tantosto il rimosse. Allora, che correva il mese di scewâl
dugento cinquantanove (agosto 873), venne a reggere la Sicilia
Abu-Abbâs-Abd-Allah-ibn-Mohammed-ibn-Abd-Allah, di casa aghlabita,
figliuolo del primo governatore ch'ebbe la colonia di Palermo, uom
litterato, tradizionista, poeta, poc'anzi prefetto di Tripoli, e
tornatovi non guari dopo, e poscia promosso a ragguardevole uficio in
Kairewân; donde par abbia lasciato la Sicilia, non per disgrazia a
corte, ma a chiesta sua; tardandogli forse di uscire di quel vespaio e
tornare in Affrica dond'era partito a malincuore.[664] Gli fu
sostituito, se è da credere al Nowairi, il medesimo anno
dugento cinquantanove, un altro congiunto della dinastia,
Abu-Malek-Ahmed-ibn-Ia'kûb-ibn-Omar-ibn-Abd-Allah-ibn-Ibrahîm-ibn-Aghlab,
soprannominato l'Abbissinio,[665] il quale a capo di quattro anni si
vede anch'egli ito via.[666] De' quali sei o sette capitani ch'ebbe
l'isola dall'ottocento settantuno al settantatrè, si sa in particolare
una sola fazione, e mal direbbesi di guerra: che del dugento
cinquantanove (6 nov. 872 a 25 ott. 873) una gualdana, andata infino a
Siracusa, ridomandò trecento sessanta prigioni musulmani; avuti i quali,
fe' la tregua, e incontanente si tornò in Palermo.[667]

Questi prigioni, queste reticenze degli annalisti musulmani, questi
governatori sì spesso morti o scambiati, danno a vedere gravissime
calamità della colonia siciliana. Dissanguata anch'essa dalle battaglie
di Capua e di Benevento; lacera tuttavia dalla discordia civile, non
potea fronteggiare le armi vincitrici di Basilio, che par si volgessero
all'isola, mentre Lodovico e' Longobardi si travagliavano contro i
Musulmani di Terraferma. Indi, non che perdere varie città, forse interi
distretti in Sicilia, i Musulmani temeano anco per l'Affrica:
afforzavano le costiere, secondo la testimonianza già detta
d'Ibn-el-Athîr, con la quale s'accorda la _Continuazione di
Teofane_.[668] Morto, tra tanto scapito dell'onor musulmano,
Mohammed-ibn-Ahmed (febbraio 875), e lasciato un figliuolo di poca età,
i grandi del Kairewân innalzavano al trono il fratello,
Ibrahîm-ibn-Ahmed. Costui datosi ad apparecchiare in casa, come diremo
nel terzo libro, gli stromenti dell'atrocissima dominazione sua, volle
trasviare in Sicilia gli uomini che temea vicini; e ad un tempo far
sentire a Basilio che più non regnava in Affrica il Signor delle Grù.
Tentò dunque un'impresa, fallita già ai più illustri capitani della
colonia: lanciò l'esercito sopra Siracusa.[669] La state dell'ottocento
settantasette, i Musulmani, capitanati da Gia'far-ibn-Mohammed, novello
governatore dell'isola, dopo distrutte le mèssi di Rametta, Taormina,
Catania e altre città di cui non ricordansi i nomi, davano il guasto a
quel di Siracusa;[670] occupati i sobborghi, poneansi allo assedio della
città.[671]

Cinquant'anni addietro l'esercito di Ased-ibn-Forât s'era accampato alle
latomie, lontano circa un miglio dall'istmo d'Ortigia.[672] Adesso il
capitano degli assedianti facea stanza nell'edifizio della cattedrale
vecchia fuor la città, scrive il monaco e grammatico Teodosio, che
stettevi incarcerato trenta dì. Sappiamo anco da lui come una torre,
abbattuta da' sassi che scagliavano i nemici dalla parte di terra, fosse
posta in riva al mare, sul porto grande “nel luogo ove si stende il
corno destro della città,” dice qui il narratore,[673] e poi che da quel
luogo fosse presa Siracusa.

Or guardando una pianta topografica ognuno intenderà tal punta estrema
essere l'istmo che separa i due porti; e però la città, al tempo
dell'assedio, essere stata limitata, com'oggi, alla penisola d'Ortigia.
Fuor da quella rimaneano i sobborghi, o piuttosto l'antico quartier
principale della città, abbandonato da poco; quartier principale, perchè
vi era stata la chiesa metropolitana; e abbandonato da poco, perchè
quella, non diroccata per anco, offriva comodo alloggio al condottiero
musulmano. Dal che parmi assai probabile che dopo l'assedio di
Ased-ibn-Forât, comprendendo potersi meglio difendere un istmo largo
poche centinaia di passi,[674] che il vasto cerchio di fortificazioni
del quartiere esteriore, i capitani bizantini facessero sgombrare il
quartiere o ponessero gli ordini opportuni a poterlo sgombrare d'un
subito; e tra gli altri ordini quello di tramutare la chiesa
metropolitana in Ortigia. D'altronde, in mezzo secolo, la popolazione di
Siracusa dovea essere crudelmente menomata per guerre, pestilenze,
emigrazione, povertà; talmentechè le abitazioni tra l'istmo e le
latomie, com'esposte a maggiori pericoli, dovean anco, senza disegni
strategici, rimaner vote d'abitatori.

Diersi dunque i Musulmani a battere le fortificazioni dell'istmo con
ogni maniera di stromenti da guerra; gareggiando tra loro, così scrive
Teodosio, a chi sapesse trovarne dei nuovi; e raddoppiando con quegli
insoliti ingegni il terrore degli assediati. Tutto il di s'avea a
ributtare assalti, aggiugne il narratore; tutta notte a guardarsi da
frodi e colpi di mano. Percoteano le mura con le elepoli;[675]
s'approcciavano all'aperto con le testuggini,[676] e sotterra con mine:
da lor mangani lanciavano immani massi o fitta gragnuola di pietre.[677]
In ultimo adoprarono macchine di tal possanza, che i sassi, in luogo di
far la parabola in alto, ammazzare ricadendo qualche uomo, sfondar
qualche tetto, e portare più spavento che danno, folgoravan diritto ad
aprire la breccia, come le nostre artiglierie grosse. A che
richiedendosi assai maggior momento di proiezione che nelle baliste
ordinarie, fu giocoforza d'accrescere a dismisura la lunghezza delle
vette, e con essa il volume delle macchine. Indi quei mangani di
mostruosa grandezza che pochi anni innanzi avean fatto stupire i
Longobardi di Salerno, e che, nel duodecimo secolo, portati dagli
eserciti siciliani, battean le mura di Ravello presso Amalfi, metteano
spavento ai Greci in Tessalonica, e i soldati di Saladino li guardavano
con maraviglia all'assedio di Alessandria; e alfine nel decimoterzo
secolo Carlo d'Angiò li mandava contro la Sicilia, maneggiati da
Musulmani di Lucera. Cotesto parmi dei trovati a che allude il monaco
Teodosio: nuovo, poichè, secondo gli eruditi, i tiri delle baliste
adoprati a batter mura, occorrono per la prima volta nell'assedio di
Siracusa, o meglio in quel di Salerno dell'ottocento settantuno, in cui
si sa che una petriera, come la chiamarono gli Italiani, d'insolita
grandezza, squassasse la torre Solarata. E finchè non se ne trovino
altri esempii nelle guerre dei Musulmani innanzi il nono secolo, l'onore
di tal trovato darassi a quei d'Affrica e di Sicilia.[678]

Sopravvenute forze navali di Costantinopoli, furono oppresse a un tratto
dall'armata musulmana;[679] il vincitore restò padrone del mare;
distrusse le fortificazioni dette allora i braccialetti[680] che
difendeano i due porti, senza dubbio quelle dei lati opposti ad Ortigia,
la punta settentrionale cioè del porto picciolo e la meridionale del
grande. Così fu tolto ai cittadini ogni aiuto di fuori. I Musulmani
provaronsi anco a dare assalti con lor grosse navi. Ma la città sempre
valorosamente si difendea.

Maggior prova fu a durare la fame, la quale si fe' sentire, incrudì,
arrivò allo strazio che riferisce il Frate Siracusano, con parole da
farci prima sorridere e poi abbrividire, “L'uccellame domestico, dice in
tanta tragedia Teodosio, era consumato; conveniva mangiar come si potea
di grasso o di magro; finiti i ceci, gli ortaggi, l'olio; la pescagione
cessata dal dì che il nemico insignorissi dei porti. Ormai un moggio di
grano, se avvenia di trovarlo, si comperava cencinquanta bizantini
d'oro;[681] uno di farina, dugento; due once di pane, un bizantino;[682]
una testa di cavallo o d'asino, da quindici a venti; un intero giumento,
trecento. I poveri, poichè mancarono loro i salumi e le erbe solite a
mangiarsi, andavano scerpando le amare e triste su per le muraglie;
masticavano le pelli fresche; raccoglieano le ossa spolpate, e pestate e
stemprate con un po' d'acqua le trangugiavano; rosicavano il cuoio: poi,
soverchiato dalla rabbiosa fame ogni ribrezzo, ogni sentimento di
religione e di natura, dettero di piglio ai bambini; piangevano i
cadaveri dei morti in battaglia: sol nutrimento di cui non fosse
penuria. Ingeneravasi da ciò una epidemia crudelmente diversa; della
quale chi subitamente moriva in orribili convulsioni;[683] chi enfiò
com'otre;[684] chi mostrava tutto il corpo foracchiato di piaghe;[685]
altri restava paralitico.[686]” Così per tutto l'inverno e parte della
primavera la misera cittade si travagliò; sperando che venisse l'armata
di Costantinopoli a liberarla.

Da Basilio Macedone dovea in vero sperarsi aiuto. Ma la superstizione,
le vergogne domestiche par che avessero stemprato quell'animo di
valoroso malfattore. Tenne i soldati d'armata a edificare una chiesa di
Costantinopoli,[687] mentre i mangani musulmani demolivano Siracusa. Poi
mandò lo ammiraglio Adriano, uomo neghittoso o vigliacco; il quale ad
agio suo salpava di Costantinopoli; andava a riposarsi nel porto di
Monembasia in Peloponneso: e tanto aspettovvi un vento fresco col quale
far vela per Siracusa, che certi demonii che bazzicavano nella selva
d'Elos, dice gravemente la Cronica del Porfirogenito, e poi certi
soldati scampati da Siracusa sur una barca, gli dettero avviso che già
vi sventolassero le insegne musulmane. Allora corse a Costantinopoli a
serrarsi in una chiesa e domandare pietà a Basilio; il quale gli perdonò
la vita.[688]

Par che bloccata Siracusa per mare e per terra, il capitan musulmano,
certo ormai di sua preda, si tornasse in Palermo; e che in primavera
andasse a incalzar con nuovo furore l'assedio,[689] un Abu-I'sa,
figliuolo di Mohammed-ibn-Kohreb, gran ciambellano d'Ibrahim.[690]
Allora fu battuta in breccia la torre del porto grande di che si è detto
di sopra. Verso la fin d'aprile un lato di quella sconquassato crollò; a
capo di cinque dì, cadde anco un pezzo della cortina attigua: i
Musulmani montavano agli assalti, ancorchè offesi di fianco dalla torre
mezzo diroccata, alla quale gli assediati aveano ristorato il passaggio
con una scala di legno; e impediti alsì dall'adito malagevole e più dal
disperato valore del presidio cristiano. Battaglia da giganti, sclama
Teodosio, non pensando che quivi avessero combattuto in altri tempi i
giganti della storia antica: i repubblicani di Atene, di Cartagine e di
Roma, contro quei di Siracusa; Marcello contro Archimede! Rattratta era
la città, nel nono secolo, dal tempio di Giove Olimpico e dalle Epipoli
alla penisola; rattratto l'umano ingegno da Gelone al monaco Teodosio;
gli animi rimpiccioliti nell'obbedienza ai despoti bizantini,
nell'egoismo della bacchettoneria; la religione lor insegnava meglio a
morire che a vincere. Pur se quell'enfatico detto possa appropriarsi al
sol coraggio personale, bene sta; e Teodosio ben chiama santo il
patrizio che governò Siracusa in questo assedio, sapendo la fine che lo
aspettava; e pur durando inesorabile a proposte del nemico o timidi
consigli de' suoi; vigilante, infaticabile, esperto nelle cose di
guerra, mantenitore della disciplina, tra quindici o venti migliaia di
umane creature affamate.[691] Il presidio, sì come avveniva negli
eserciti bizantini, componeasi di varie genti: v'erano Mardaiti, Greci
del Peloponneso,[692] uomini di Tarso;[693] i Siracusani non mancarono a
sè stessi; le donne aiutarono a combattere; i preti confortavano e
pregavano. Per venti dì e venti notti fu difesa la breccia dai Cristiani
esausti già in nove mesi di assedio e di fame. Quel fatale baluardo,
detto del Malo Augurio, si coperse di cadaveri, le cui ferite descritte
ad una ad una da Teodosio, mostrano che si combattesse pur con le spade,
da corpo a corpo; un Cristiano contro cento Musulmani, dice egli, con
iperbole che dipinge il vero. Stanchi, dispettosi d'essere trattenuti da
una legione di spettri, da un mucchio di rovine, gli assalitori
allenavano un istante.

La mattina del ventuno maggio ottocento settantotto[694] parea cheta
ogni cosa: il patrizio e il grosso delle genti s'erano ritirati a
prendere un po' di cibo e di riposo: rimaneva a guardare la breccia,
d'in su la torre, Giovanni Patriano con pochi soldati. Quando, alle sei,
tutte le macchine dei nemici giocano a un tratto; scoppiane come una
procella; la scala di legno, onde dalla città si comunicava alla torre,
imberciata dai massi che piombavano, si sfasciò con gran fracasso. Il
patrizio balza da mensa, corre alla breccia; seguonlo animosi guerrieri.
Ma il nemico, apponendosi al colpo fatto, s'era avventato incontanente
alla torre; avea trucidato i difenditori; e già irrompeva in città. Una
frotta di soldati che volle far testa dinanzi la chiesa del Salvatore,
pria che potesse mettersi in schiera, fu soverchiata e tagliata a pezzi.
Dan d'urto i vincitori alla porta della chiesa; abbattonla; trovano una
gran calca di cittadini, fanciulli, vecchi, infermi, chierici, frati,
schiavi: e ne fanno carnificina. Poi si spandono per le contrade,
uccidendo, predando. Il patrizio con settanta nobili siracusani si
chiude in una torre; ed è preso la dimane. Uno stuolo corre alla
cattedrale, ove l'arcivescovo Sofronio[695] e tre preti, Teodosio era
tra questi, si strappano d'indosso gli abiti sacerdotali, sperando non
essere conosciuti; in farsetto di cuoio, si acquattano tra l'altar
maggiore e il seggio vescovile; Sofronio tuttavia promette un miracolo;
gli altri si domandano perdono scambievolmente delle offese, come in
punto di morte: e Teodosio afferma che ringraziavano Iddio di tale
tribolazione. Ecco i Musulmani nel tempio: uno brandendo la spada che
stillava sangue va dietro all'altare, trae fuori i nascosi; ma senza
maltratti, nè minaccioso piglio; e contemplato il venerabile aspetto
dell'arcivescovo, gli domandava in greco: “Chi sei tu?” Saputolo,
richiese dei vasi sacri; si fe' menare al luogo ove serbavansi, che
erano cinquemila libbre di metalli preziosi di finissimo lavoro; fe'
entrare nella stanza l'arcivescovo coi tre compagni, e ve li chiuse. Poi
chiama gli anziani di sua nazione, scrive Teodosio, al certo i capi di
famiglia ch'erano in quella schiera; li commuove a pietà; e salva la
vita ai prigioni. Uomo di nobil sangue, dice il narratore, e lo chiama
Semnoen forse Sema'ûn ch'è nome arabico. Niun soldato di nazione
incivilita usò mai più umanamente in città presa d'assalto, nel primo
impeto, verso ministri di religione avversa: nè gli eserciti dei nostri
dì possono vantare molti Sema'ûn. Questo esempio di gentil animo del
condottiero e disciplina dei soldati, accanto agli atti d'esecranda
intolleranza che dovremo narrare, prova che miscuglio di schiatte, di
costumi, di barbarie e civiltà, di cavalieri e ladroni, fosse
nell'esercito musulmano ch'espugnò Siracusa. I men tristi sembrano i
coloni di Sicilia; tra i quali va noverato Sema'ûn, poichè parlava il
greco.

Teodosio e i compagni di prigionia furono recati allo alloggiamento del
generale in capo, al vescovado vecchio, serrati in una stanza; la cui
schifa descrizione legga, chi il voglia, nella epistola di Teodosio. Ma
non può tacere la storia su le abbominevoli crudeltà. Cessata la strage
indistinta, continuarono a scannare gli uomini d'arme, e serbare gli
altri alla schiavitù.[696] E perchè mal si poteano distinguere, o
intervenne qualche pia frode dei condottieri più inciviliti, fu preso
tempo a scevrare le vittime: e a capo di una settimana, di sangue
freddo, le immolarono fuor la città. Primo l'eroe dello assedio, quel
patrizio di cui Teodosio tace il nome, per esser noto, dice egli, a
chiunque: e andò alla morte a testa alta, impavido, sereno, che il
capitano che il condannò lo guardava preso di stupore. Indi, i settanta
presi nella torre col patrizio e gli altri prigionieri furono legati;
fattane una massa, contro la quale come can villerecci, continua
Teodosio, i Musulmani avventavansi: e fino all'ultimo li ammazzarono con
sassi, bastoni, lance e checchè lor veniva alle mani; e arsero i
cadaveri. Niceta da Tarso, notissimo ai nemici pei fieri colpi che solea
menare ogni dì, svillaneggiando lor nazione e imprecando al Profeta, fu
tratto in disparte; steso a terra supino; scorticato dal petto in giù;
squarciategli con cento lance le viscere palpitanti; strappatogli il
cuore: e gli empii lo dilaniarono coi denti; lo ammaccarono a colpi di
pietra.[697] Il numero dei morti in tutte queste carnificine passò i
quattromila, dice il _Baiân_; sommò a parecchie migliaia, dice
Ibn-el-Athîr, aggiugnendo che “pochi, pochissimi camparono,” tra i quali
son da noverare que' che gittatisi in una barca arrivarono in Grecia.
Montò il valsente del bottino, secondo Teodosio, a un milione di
bizantini[698] che ne darebbe tredici delle nostre lire; nè par troppo
per tanta città; nè arriva a quello che crederebbesi, leggendo negli
annali musulmani non essersi fatta mai sì ricca preda in altra metropoli
di Cristianità. Comparve, dopo la espugnazione, un'armatetta greca,
contro la quale usciti i Musulmani la messero in fuga, le presero
quattro navi, e passarono gli uomini per le armi. Per due mesi circa
abbatterono fortificazioni, spogliarono tempii e case: alfine vi messer
fuoco, e andaron via, allo scorcio del mese di dsulka'd, cioè
all'entrare d'agosto.[699] Questo fu il fine di Siracusa antica: rimase
un laberinto di rovine, senz'anima vivente.[700] Nè un Teocrito v'era,
nè un Ibn-Hamdîs che piangessero l'eccidio della patria; ma vi si provò
un poeta bizantino, erede presuntivo della corona, Leone poi imperatore,
detto il Sapiente, e autore d'un trattato d'arte militare; il quale, in
vece di venire a far la vendetta, strimpellò sul doloroso argomento due
anacreontiche, così chiamolle, che si sono perdute, nè parmi gran
danno.[701] Il monaco e grammatico Teodosio dettò poi la epistola da noi
sovente citata, che ben risponde ai due titoli dello autore: piena di
unzione, come si dice; diffusa, studiata, pur non disadorna di stile;
pregevole pei fatti che ricorda; e può passare tra i buoni scritti greci
del nono secolo.

Prima di sgombrar la città, i Musulmani avviavano a Palermo il bottino e
i prigioni:[702] gittati su le medesime bestie da soma; scortati da
brutali negri, ch'erano addetti ai servigii più bassi nello esercito;
viaggiando sei dì e sei notti, al caldo e al freddo, senza riposo.
All'alba del settimo dì, i prigioni siracusani gustavano amarezza
novella a vedere la fiorente città, di cui la fama tanto parlava, uscita
dall'antico giro delle sue mura, coronata di sobborghi, o meglio, sclama
Teodosio, forti e superbe città, “l'iniqua Palermo, che tenendo a vile
d'essere governata da un contarco, si impadronisce già d'ogni cosa, ha
messo noi sotto il giogo, e minaccia d'assoggettare le genti più
lontane, fin gli abitatori della imperiale Costantinopoli.” Così il
prigione, struggendosi d'invidia municipale, inveiva contro un nome;
confondea Palermo capoluogo di provincia sotto i Bizantini, con Palermo
capitale musulmana, “ridondante di cittadini e di stranieri, che pareavi
adunata tutta la genía saracenica da levante a ponente et da
settentrione al mare.” Un folto popolo andò a incontrare il convoglio,
tripudiando alla vista di quel bottino, intonando versetti del Corano,
che Teodosio chiama canti trionfali e peani.

Dopo cinque dì, l'arcivescovo e i preti suoi erano addotti allo emiro
supremo, dice Teodosio, senza dubbio il wâli di Sicilia, “sedente in
trono, sotto un portico,[703] ascosto dietro una cortina per tirannesca
superbia.” L'emiro e l'arcivescovo fecero per interpreti una breve
disputa religiosa, nel cui tenore, dato da Teodosio, ben si ravvisa il
gergo musulmano; e vedesi che il tiranno parlava senza orgoglio nè
intolleranza; il pastore con dignità e circospezione. Accomiatati per
tornare alla prigione, attraversavano la piazza di mezzo della città,
probabilissimamente quella ch'or si chiama del Palagio Reale, seguendoli
“moltissimi Cristiani che senza dissimulazione li compiangeano, e molti
Musulmani tratti da curiosità di vedere il rinomato arcivescovo;” dei
quali Teodosio non dice che desser su la voce a que' primi, nè
profferissero ingiurie. Furon chiusi poi nelle pubbliche carceri,[704]
che vi si scendea per quattordici gradini e non aveano altra finestra
che la porta; dove, tra il caldo, la oscurità, il puzzo, gli schifi
insetti, erano accalcati Negri, Arabi, Ebrei, Cristiani di Tarso, di
Longobardia e Siciliani. Il vescovo di Malta, ch'avea i ferri ai piè,
levossi per abbracciare Sofronio: si contarono a vicenda lor casi;
piansero insieme; e ringraziarono Iddio. Ma venuta la festa dei
Sagrifizii, com'esattamente la chiama Teodosio,[705] un fanatico
dottore[706] si messe a stigare il popolazzo che per maggiore allegria
facesse un falò di quel sacerdote politeista; se non che gli uomini più
autorevoli e i magistrati calmarono il furore, mostrando vietato da
legge musulmana l'abbominevole sagrifizio[707] e doversi in altra guisa
render lode a Dio della vittoria. “Così campammo, conchiude Teodosio,
scrivendo dal carcere, e pur ci minacciano la morte ogni dì.[708]” Si
addoppiarono forse i timori suoi ne' tumulti della capitale, nella
guerra che si raccese con avvantaggio delle armi greche; finchè,
l'ottocento ottantacinque, erano riscattati i prigioni siracusani;[709]
onde l'arcivescovo e Teodosio, par che tornassero in libertà.[710]



CAPITOLO X.


Lo stesso anno, se prima o appresso la espugnazione di Siracusa non si
ritrae, Gia'far-ibn-Mohammed fu ucciso in Palermo dai suoi proprii
famigliari, per trama di due principi del sangue aghlabita, ch'eran
ritenuti prigioni nel palagio dell'emiro, mandativi al certo da Ibrahîm;
l'uno, fratel di costui per nome Abu-I'kal-Aghlab-ibn-Ahmed;
l'altro, fratello del padre di Ibrahîm, e addimandavasi anco
Aghlab-ibn-Mohammed-ibn-Aghlab, soprannominato _Khereg-er-ro'ûna_, come
noi diremmo “La pazzia se n'andò.” Aghlab, matto o no, volle raccogliere
il frutto dell'omicidio; prese lo Stato, affidandosi in una mano di
partigiani; ma non andò guari che il popolo, sollevatosi, lo scacciò con
tutti i compiici suoi, e mandolli in Affrica.[711] Succedea nel governo,
per elezione, com'e' pare, d'Ibrahîm, un Hosein-ibn-Ribâh,[712] che
pochi anni addietro avea retto per breve tempo la colonia.

Il quale immantinenti ebbe a combattere aspra guerra coi Cristiani.
Uscito la state dell'ottocento settantanove contro Taormina, fu
sconfitto più fiate. All'ultimo trionfò in sanguinosa battaglia, e
uccisevi il capitano nemico che il _Baiân_ chiama patrizio;[713] forse
quel Crisafi, la cui morte ricorda in quest'anno medesimo la _Cronica di
Cambridge_:[714] il qual nome gentilizio ricomparisce in un diploma del
duodecimo secolo, non che nei ricordi de' tempi successivi, e rimane
tuttavia in Sicilia. Da ciò si vede che i Politeisti dell'isola, come il
_Baiân_ chiama i cittadini delle terre non sottomesse ai Musulmani,
avendo dinanzi agli occhi quello spaventevole esempio di Siracusa,
vollero piuttosto affrontar la morte uniti in campo, che perire divisi,
ciascuno entro il suo muro. Notevol è che la medesima disperata reazione
avvenne già dopo la presa di Castrogiovanni. Or davano animo al
resistere anco le discordie dei Musulmani e gli appresti che facea
Basilio per cancellare l'onta delle armi sue.

Incalzavan la briga i frati, solito stromento di governo nell'impero
bizantino; i quali si fecero agitatori, portatori d'avvisi, anco
esploratori; affidandosi nella umiltà di loro stato, nei pretesti che
forniva e nella riverenza del popolo musulmano, ch'era sì caritatevole
verso i poveri di qualunque religione, proclive a tutte superstizioni
anco straniere, e uso a tenere in gran conto l'abnegazione monastica.
Pertanto veggiamo sopraccorrere in questo tempo in Sicilia un valente
frate, Elia da Castrogiovanni, la cui vita tra non guari avremo a
narrare. Lasciata Gerusalemme, ov'ei facea stanza, Elia navigò alla
volta d'Affrica; di lì venne sur un legno carico di mercatanzie in
Palermo; vi rivide la madre; e a capo di pochi dì, appunto quando
s'allestiva un'armata nel porto della capitale, ei passò a Taormina; di
là a Reggio, ove il popolo era tutto sbigottito; lo rassicurò
vaticinando la sconfitta degli Infedeli: e dopo i successi che siamo per
narrare, Elia ricomparisce a Taormina per pochi dì; passa in Grecia;
ov'è preso per spia dei Musulmani; indi viene in Calabria di nuovo; va a
Roma e di nuovo a Taormina. L'intendimento di cotesti viaggi è
evidentissimo. Il fatto si deve accettare da una biografia scritta non
guari dopo la morte di Elia, e molto accurata nei nomi proprii e
topografici, e negli avvenimenti che noi d'altronde conosciamo;
verosimile e semplice negli altri; nella quale i miracoli stanno appesi
come parati da festa su le mura di un edifizio.[715]

Il detto vaticinio d'Elia era di quelli che ognuno può fare. Dopo gli
avvantaggi riportati dalle armatette bizantine, a Napoli[716] sopra i
Musulmani d'Affrica e di Sicilia, e in Levante contro quei dell'Asia
Minore e di Creta, il navilio capitanalo da Niceta Orifa, per audace
fazione, avea distrutto l'armata cretese nel golfo di Corinto; aveala
arso, affondato, fatti moltissimi prigioni, e messili a morte con
orrendi supplizii; chi scorticato vivo, chi immerso nella pece
bollente.[717] Oltre il terrore di questi fatti, stava pei Bizantini la
superiorità del numero; leggendosi che l'armata affricana e Siciliana
che s'accozzò in Palermo sommasse a sessanta navi,[718] ed a
centoquaranta la bizantina che le fu mandata incontro,[719] capitanata
da un Nasar, uom di Siria come lo mostra il nome; forse della fiera
gente dei Mardaiti che valorosamente combatteano contro gli oppressori
Musulmani in patria e fuori.[720] Come il navilio affricano s'era messo
a depredare Cefalonia, Zante e tutte quelle costiere, con animo forse di
passare in Calabria, Nasar, raccolte sue forze nel porto di Modone,
ristorata la disciplina nei soldati, rinforzatili di Mardaiti e milizie
del Peloponneso, uscì improvvisamente contro il nemico. Per aspro
combattimento gli bruciò o prese la più parte delle navi, credo io, nei
primi di agosto ottocento ottanta, su la costiera occidentale della
Grecia propria, Ellade, come allor si chiamava la provincia a
settentrione dell'istmo di Corinto. Rifuggitisi in Sicilia quei pochi
legni che il poterono, Basilio comandava a Nasar di passar oltre verso
Ponente. Così quegli veniva a Reggio; e distrutto, com'e' pare, qualche
avanzo dell'armata siciliana che osava far testa, approdò non lungi di
Palermo.[721]

Padroni oramai del mare i Bizantini cominciarono a dar la caccia alle
navi mercantili dei Musulmani, e grande copia vi presero di ricche
merci, soprattutto d'olio, il quale fu tanto che il venderono a un obolo
la libbra:[722] depredazioni esiziali in quell'anno, in cui era una
spaventevole carestia in Africa,[723] e però molto bisogno delle derrate
di Sicilia. Al tempo stesso Nasar mandò torme di cavalli a dare il
guasto ai territorii delle città fatte tributarie dei Musulmani:
parecchi mesi durò frastornando il commercio della colonia, senza
attentarsi ad assalirla altrimenti; finchè andossene in Terraferma
ov'era più agevole a fare acquisto di territorio.[724] Ben ei lasciò una
squadra di salandre a Termini, o Cefalù, con soldati che continuassero
l'infestagione per terra;[725] e forse allor fu che Basilio, con intento
di ordinare la guerra in Sicilia, fecevi capitano Euprassio,[726] e poi
Musulice. Allora per certo si cominciò a fabbricare o afforzare una
città, alla quale i Bizantini poser nome di Città del Re; com'io credo,
l'odierna Polizzi,[727] la quale sorge sopra un colle in mezzo alla
valle principale delle Madonie, a brevissima distanza dalle scaturigini
dei due Imera, settentrionale e meridionale, o vogliam dire fiume Grande
e fiume Salso. Cotesti fiumi, correndo in dirittura opposta, l'uno al
Tirreno, l'altro al mar d'Affrica, tagliano la Sicilia d'una linea non
interrotta, la quale segnò la divisione amministrativa sotto i Romani, e
poi di nuovo nel decimoterzo secolo; e le due provincie si chiamarono la
prima volta Lilibetana e Siracusana, poi Sicilia di là e di quà del
Salso, ossia Occidentale ed Orientale, e l'una rispondea al Val di
Mazara, l'altra a quei di Demona e Noto uniti insieme. Da quella
fortezza i Bizantini tenendo il passo delle Madonie, poteano dominare
l'uno e l'altro pendío; chiudere i Musulmani nel Val di Mazara; e
assicurare le popolazioni cristiane di Val Demone e Val di Noto. Con
pari intento il conte Ruggiero due secoli appresso affortificava
Polizzi, sì che a lui ne fu attribuita la fondazione.

Scambiato per cagion di quelle sconfitte, o forse uccisovi,
Hosein-ibn-Ribâh, e rifatto governatore della colonia Hasan-ibn-Abbâs,[728]
i cavalleggieri musulmani prorompeano di Palermo a infestar tutta
la Sicilia, l'anno dugento sessantasette dell'egira (11 agosto 880 a
30 luglio 881), nella state cioè dell'ottocento ottantuno;
e Hasan col grosso delle genti, attraversata risolutamente l'isola,
andava a bruciare le mèssi nel contado di Catania. Di lì passato in quel
di Taormina,[729] distruggeva le ricolte e tagliava gli alberi: onde
uscitogli contro Barsamio, capitano del presidio, uom di Siria come
parrebbe al nome, questi toccò una sconfitta, che il biografo di Elia da
Castrogiovanni dice predetta dal Santo.[730] Il vincitor musulmano,
tornandosi a Palermo, dava il guasto al territorio di Bekâra, non so
bene se Vicari, ovvero un castel distrutto nelle vicinanze di Gangi, che
non son guari lontani nè l'uno nè l'altro dal luogo ov'eransi afforzati
i Bizantini. Questi dal canto loro non intermessero le incursioni ne'
territorii dei Musulmani ai quali recarono gravissimi danni.[731] Così
con varia fortuna si combattea.

L'anno appresso, che fu il dugento sessantotto dell'egira (31 luglio 881
a 19 luglio 882), cominciò con atroce sconfitta e terminossi con
splendide vittorie dei Musulmani. Narra Ibn-el-Athîr che una gualdana
condotta da Abu-Thûr, “Quel dal Toro,” come noi diremmo, imbattutasi
nell'esercito bizantino, fu tagliata a pezzi; sì che ne camparon sette
uomini soli.[732] Il nome di Caltavuturo,[733] che significa la rôcca di
Abu-Thûr, discosta cinque miglia da Polizzi, addita il luogo dello
scontro. La quale notizia accozzata con quel rigo di annali è esempio
dei materiali su cui ci tocca ordinariamente a compilare questo nostro
lavoro: ragguagli talvolta precisi, ma come iscrizioni sepolcrali; nè ci
dipingono le sembianze, nè ci rivelano le passioni, i pensieri, tutto
quel movimento vitale che piace e giova intendere nella storia. Ma alle
memorie storiche come noi le vorremmo, come l'ebbero alle mani i grandi
maestri dell'arte, suppliscono un po' le leggende: almeno ci svelano in
che modo allor gli uomini delirassero, che è pur segno di vita.
Un'agiografia greca ed un'agiografia arabica s'abbattono entrambe,
com'e' pare, nel medesimo fatto di Caltavuturo; narrando le visioni di
due avversarii in alcuna sconfitta toccata dai Musulmani. Niceta Davidde
di Paflagonia, nella Vita d'Ignazio Patriarca di Costantinopoli scritta
in greco, novera questo tra i cento prodigii del patriarca: che
Musulice, stratego di Sicilia, in un'aspra battaglia contro i Saraceni,
sbigottito, nè sapendo che farsi, invocava l'anima beata d'Ignazio, e
che quegli, apparso in aria sopra un possente caval bianco, gli
accennava di muover le schiere contro la sinistra del nemico; e così
fece il pio capitano, e, contro il solito, vinse.[734] In luogo di un
vescovo che venisse a dimostrare arte di strategia, la leggenda
musulmana fa scendere dall'empireo le Huri dai begli occhi negri, per
chiamare a novella vita i martiri della fede unitaria. Il narratore è
Abu-Hasan-Harîri, siciliano di santissimi costumi secondo sua setta,
trapassato il novecento trentuno. “Al tempo, diceva egli in sua
vecchiezza, al tempo che questa nostra patria nudriva prodi cavalieri,
non trascorsi per anco a lacerarsi in guerra civile, io mossi con gli
altri ad una impresa contro Infedeli; nella quale scontratici col
nemico, fe' carnificina di noi. Tra i cadaveri trovai semivivo
Abu-Abd-Selem-Moferreg, uom virtuoso, dato ad esercizii di pietà, a dura
penitenza, e a combattere per la fede; il quale così mi parlò: “Ti
giuro,” ei disse, “per Dio, che ho visto tante scale drizzate da questo
campo infino al cielo, per le quali scendeano giovanette che mai più
vaghe non ne conobbi al mondo. Tenendo alle mani uno sciugatoio di
drappo verde, ciascuna s'accostò a un dei martiri nostri, e presogli il
capo e posatoselo in grembo, gli astergeva il sangue; poi, levando nelle
sue braccia il trafitto, se ne risaliva con esso lui in cielo. Ma la
donzella che venne a me, addandosi ch'io respirassi, mi volse le spalle
tutta sconsolata, esclamando: — Oh sventura, egli vive! Oh vergogna mia
appo le compagne! — Ed ella mi lasciò,” finiva singhiozzando Moferreg,
“ch'io la vidi con questi occhi miei aperti e risentiti. Mi lasciò la
dolce sorella: or come mai potrò cessare il pianto finch'io non la
ritrovi?”” Da quel dì in poi Moferreg si profondò tanto più a meditare
su la divinità e su l'altro mondo; raddoppiò ogni più strano rigor di
vita ascetica; si cibò d'erbe; e quando alcuno gli diceva: “Smetti, o
Abu-Abd-Selem,[735] che hai fatto abbastanza per guadagnare il
Paradiso;” ei gli dava su la voce: “Sciagurato ch'io non ho scusa appo
il mio Signore;” e ricominciava a piangere: nel qual modo si travagliò
per sei anni che gli rimaser di vita.[736]

Deposto dopo la sconfitta di Caltavuturo Hasan-ibn-Abbâs, e surrogatogli
Mohammed-ibn-Fadhl, rinnovava, nella primavera dell'ottocento
ottantadue, il disegno di Hasan; spargendo le gualdane per ogni luogo
ove i Cristiani non fossero sottomessi; e movendo egli medesimo con lo
esercito sopra Catania. Andò seco lui grande sforzo di gente, levatasi
in massa alla guerra sacra, com'e' pare dal testo d'Ibn-el-Athîr.[737]
Dato il guasto alle mèssi in quel di Catania, Mohammed improvvisamente
si voltò contro i soldati delle salandre bizantine, i quali non si
ritrae se abbiano fatto sbarco nella costiera orientale, o, per terra,
tenuto dietro all'esercito musulmano; o se questo sia ito a trovarli su
la costiera settentrionale, valicando i monti. Mohammed li combattè e
ruppe con molta strage. Poi andò a guastare le ricolte di Taormina; e al
ritorno scontrossi con più forte esercito cristiano, accozzato forse dai
municipii di Sicilia. Lo sbaragliò; ne uccise tremila uomini, e mandò le
teste in Palermo. Usando la vittoria, assaltò poi la Città del Re,
Polizzi, se regge il mio supposto; della quale impadronissi per forza
d'armi, e messe a morte tutt'i combattenti, e ogni altra persona fe'
schiava.[738] Così erano sgombrati gli avanzi della espedizione di
Nasar. Le forze bizantine, bastando appena alla guerra di Calabria,
abbandonavano la Sicilia, o forse vi lasciavano pochissimi presidii. Il
territorio cristiano pertanto si ristrinse ai monti della Peloriade,
all'Etna, e alla valle ch'è di mezzo.

Quella striscia di terreno sarebbe stata poi, con lieve fatica,
soverchiata dai Musulmani, se non li avesse arrestato il peggior nemico
loro, la discordia. La quale nelle avversità suol trovare nuov'esca; e
cova sotterra; e quando poi senta rivoltare la fortuna, s'apre spiragli,
e divampa. I segni del tristo fuoco si veggono apparire poco appresso la
vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl: sono la debolezza e incertezza con che
si sciupò la vittoria. Il dugento sessantanove (20 luglio 882 a 9 luglio
883), Mohammed affliggea con saccheggi, cattività, uccisioni i contadi
di Rametta e Catania, ma tornava in Palermo tra il giugno e il luglio
dell'ottocento ottantatre,[739] senza offendere altrimenti il nemico
tutto quell'anno. Al vittorioso condottiero, se deposto o morto non si
sa, era surrogato un Hosein-ibn-Ahmed; il quale morì l'anno dugento
settantuno (28 giugno 884 a 16 giugno 885), dopo una scorreria che fe'
fare nel territorio di Rametta, con guasti di poderi e preda
di roba e d'uomini. Poi, venuto d'Affrica a governare l'isola
Sewâda-ibn-Mohammed-ibn-Khafâgia, volendo imitare il padre e l'avolo con
gagliarde imprese, desolò non solo il contado, ma forse anco i sobborghi
di Catania;[740] passò a Taormina; combattè quel presidio; guastò le
mèssi; e si facea più da presso, quando venuti a chiedergli accordo,
com'ei pare, i decurioni della città, fermò la tregua per tre mesi e lo
scambio di trecento prigioni musulmani con que' di Siracusa; ridusse lo
esercito alle stanze in Palermo;[741] e spirata la tregua, riassaltò la
Sicilia orientale all'entrare del dugento settandue (17 giugno 885 a 6
giugno 886) senz'altro frutto che un po' di bottino.[742]

Così per due anni allenava la guerra sacra, perchè gli animi
s'apparecchiavano alla guerra civile. Alfine, aggiugnendosi alle altre
cagioni di mal contentamento le vittorie che riportava in Calabria
Niceforo Foca e il disordine che dovean recare dalla Terraferma
nell'isola i Musulmani rifuggiti,[743] si venne in questa al sangue. I
Berberi e gli Arabi combatteron tra loro, il dì appunto non si sa, tra
l'autunno dell'ottocento ottantasei e la primavera dell'ottantasette: e
Sewâda con un suo fratello e tutti i partigiani, presi dal popolo di
Palermo e messi in ceppi, furono mandati in Affrica. Il popolo rifece
governatore un Abu-Abbâs-ibn-Ali;[744] ma par che poco durasse in
ufizio, e che il principe aghlabita riescisse a chetare i sollevati; sì
che non guari dopo rimandava in Palermo lo stesso Sewâda.

Breve pausa di discordie, ma ben la sentirono i nemici. Morto in questo
mezzo Basilio Macedone (1 marzo 886) e venuto l'impero nelle deboli mani
di Leone, era chiamato Niceforo Foca a governar la guerra in Asia
Minore. I Musulmani di Sicilia allestivano allora l'armata per
riassaltare la Calabria, l'anno dell'egira dugento sessantacinque (15
maggio 888 a 4 maggio 889). Allo incontro venne da Costantinopoli a
Reggio il navilio imperiale; e passato lo stretto, che già avea preso il
nome di Mar del Faro,[745] trovò il nemico nelle acque di Milazzo,
probabilmente in settembre ottocento ottantotto. La battaglia finì con
una strage spaventevole: prese tutte le navi ai Cristiani; morti dei
loro cinque, forse settemila, tra di ferro e annegati: ed è da credervi,
poichè al certo il vincitore musulmano non risparmiò i prigioni, dopo
quelle orribili crudeltà di Niceta Orifa. Allo annunzio della quale
sconfitta gli abitatori di Reggio e delle altre città e castella della
estrema Calabria, fuggivano dalle case loro sentendosi sul collo la
spada musulmana. Infatti l'armata vincitrice approdò; sparse gli
scorridori all'intorno, e fatto gran bottino si ridusse in Palermo.[746]

Dopo la espugnazione dell'ottocento quarantatrè, il nome di Messina
ricomparisce nelle memorie musulmane in questo tempo, sapendosi che
Mogber-ibn-Ibrahîm-ibn-Sofiân fosse mandato a capitanare “l'esercito di
Messina e terra di Calabria dopo la battaglia di Milazzo;” queste sono
le proprie parole del biografo.[747] Nel mezzo secolo che corse tra
l'uno e l'altro avvenimento, non si fa punto menzione di quella città;
ma si ricordano, dall'ottocento settantasette in poi, i guasti di
eserciti musulmani nel contado di Rametta, picciola rôcca tra i monti, a
ponente di Messina ond'è lontana nove miglia in linea retta[748] e molto
più pei sentieri tanto o quanto praticabili a tramontana e mezzogiorno.
Rametta o _Rimecta_, terra di nome latino, e però antica, ancorchè non
se ne faccia ricordo da storici e geografi innanzi il nono secolo; terra
limitata dal sito a mediocre prosperità; forte asilo in tempo di guerra.
Così ancora per tutto il corso del decimo secolo il nome di Messina
s'udì poco, quel di Rametta fu famoso per battaglie e assedii; finchè la
città del Faro, non molto innanzi il conquisto normanno, ripigliava
l'antico lustro, e Rametta tornava alla condizione assegnatale dalla
natura. Da cotesta vicenda parmi si debba argomentare che dopo
l'ottocento quarantatrè i principali cittadini di Messina e gran parte
del popolo si tramutassero in quelli aspri gioghi per viver liberi; e
che Messina, mezzo abbandonata, rimanesse come porto ed emporio, Rametta
divenisse l'Acropoli dell'antica patria.

Mogber, uom valoroso, della nobile schiatta di Sofiân collaterale di
casa d'Aghlab,[749] era stato accetto un tempo a Ibrahîm-ibn-Ahmed, che
solea per diletto armeggiar di lancia con esso lui; era stato preposto
al governo di Laribus; ma poi, allontanato d'Affrica al par di quanti
altri davan ombra al tiranno, ebbe il pericoloso comando dell'esercito a
Messina. Dove gli avvenne che andato con poche galee a una correria in
Calabria, l'armata bizantina, capitanata, com'ei pare, da un ammiraglio
Michele, lo fe' prigione, e sì mandollo a Costantinopoli; ove dopo
alquanti anni morì. Per lungo tempo rimase popolare in Affrica il nome
di Mogber, recitandovisi da tutti un poemetto ch'egli avea dettato nei
tristi giorni della cattività, e mandatolo al Kairewân, del quale
abbiamo due squarci: poesia imitativa; versi così così; sensi di carità
patria; disprezzo della fortuna, e speranza che confortasse l'animo del
prigione colui che avea guardato Giuseppe dalle seduzioni, rincorato
Giobbe, liberato Abramo dal furore de' Miscredenti e dato possanza al
bastone di Mosè in faccia ai Maghi d'Egitto.[750]

Ma Sewâda-ibn-Mohammed, tornato in Palermo, movea l'anno dugento
settantasei (5 maggio 889 a 23 aprile 890) contro Taormina, e invano
l'assediava;[751] col quale par che Ibrahîm-ibn-Ahmed abbia mandato in
Sicilia milizie straniere sotto pretesto della guerra sacra in Calabria,
e in verità per mettere un freno in bocca ai coloni. In fatti, leggiamo
nella _Cronica di Cambridge_ che di marzo ottocento novanta i Musulmani
di Sicilia si levarono in arme contro gli Affricani e uccisero un
Tâwâli, del quale altro non si conosce che il nome o soprannome che
sia;[752] ma quella appellazione di Affricani e Siciliani, data qui dal
medesimo scrittore che nell'ottocento ottantasette avea parlato di Giund
e Berberi, mostra che si combattesse tra le novelle forze venute
d'Affrica e gli antichi coloni, non più tra le due schiatte di
costoro.[753] Resse la Sicilia l'anno dugento settantotto (14 aprile 891
a 1 aprile 892) Mohammed-ibn-Fadhl di già ricordato. Il dugento
settantanove (2 aprile 892 a 21 marzo 893), il _Baiân_ ripete il nome di
costui e lo dice entrato in Palermo capitale dell'isola il due
sefer[754] (4 maggio 892); la qual data, sì precisa, è indizio di
avvenimento non ordinario; forse un moto di fazioni; forse una
battaglia. Ne fan certi di ciò i cenni che troviamo in altri scrittori.
Leggiamo nella storia d'Affrica del Nowairi, che l'anno dugentottanta
(893-894) Ibrahim-ibn-Ahmed, rifatto _hâgib_, o vogliam dir ciambellano
e primo ministro, un Hasan-ibn-Nâkid, gli conferì inoltre parecchi
oficii, tra i quali l'emirato di Sicilia, e che Hasan andò con un
esercito a combattere i popoli di Tunis e di tutta la penisola di
Scerîk,[755] come chiamavan la lingua di terra che si termina nel Capo
Bon e dritto guarda al promontorio occidentale della Sicilia. Da
un'altra mano, tra l'ottocentonovantadue e il novantasei, non s'intende
in Sicilia d'impresa contro i Cristiani; anzi si vede fermato un patto
tra loro e i Musulmani dell'isola: fermato ai tempi di Abu-Ali, dice la
_Cronica di Cambridge_;[756] fermato coi Saraceni di Palermo che si
ribellarono dal principe d'Affrica, dice Giovanni Diacono
napoletano,[757] alludendo, com'e' par certo, al medesimo accordo. V'ha
luogo dunque a due supposti: o che il principe affricano abbia voluto
usar la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl, per togliere le franchigie della
colonia, e farla reggere dal primo ministro ch'ei si teneva allato;
ovvero che i coloni siano rimasi di sopra in alcun altro scontro, e
Ibrahim abbia commesso al primo ministro, che, doma la penisola di
Scerîk, traghettasse il mare, e andasse a domar la Sicilia, il che poi
non si effettuò. Al secondo supposto dan valore le parole di Giovanni
Diacono; talchè Abu-Ali sarebbe soprannome del capo della rivoluzione in
Palermo.

La pace, chè tal vocabolo adopran qui i cronisti contro l'uso ordinario
degli accordi coi Cristiani, non portava ai Musulmani altro avvantaggio,
che di liberar mille prigioni di lor gente. Fu stipolata tra gli ultimi
dell'ottocento novantacinque e i primi del novantasei. Le fu posto il
termine di quaranta mesi; e la colonia diè statichi da scambiarsi ogni
tre mesi, una volta Arabi e una volta Berberi.[758] Tornò dunque a un
compenso del riscatto di mille Musulmani col valsente del bottino,
schiavi e guasti di ricolte, che i Cristiani avrebbero potuto patire in
quattro estati; e gli ostaggi si davano dai Musulmani ai Cristiani,
perchè in tal baratto questi pagavan contante, e quelli in credito.
Accordo glorioso per quei tre o quattro municipii della schiatta vinta
che a mala pena si difendeano, stretti e incalzati in un cantuccio
dell'isola; troppo umile pei conquistatori che s'eran lasciati prender
tanta gente, sia in Sicilia sia in Calabria, nè si fidavano di liberarla
con la spada. Nè minore scandolo era per loro a confessare in faccia ai
Politeisti la profonda scissura della colonia, con quello avvicendare
degli statichi: Arabi e Berberi, non più fratelli in Islam!

Pongo termine qui alla narrazione del conquisto. Io non ho voluto
arrestarmi all'ottocento settantotto alla espugnazione di Siracusa, nè
proseguire infino a quella di Taormina nel novecentodue, che sarebbero
parute l'una o l'altra epoche più esatte secondo i fatti esteriori. Ma
il gioco delle forze politiche, al quale vuolsi risguardare piuttosto
che agli accidenti delle guerre, cambiò appunto al tempo della detta
pace. Allor fu che il principato bizantino lasciò la Sicilia come
spacciata. Allora i pochi municipii cristiani independenti cominciarono
ad operare dassè. Allora la colonia musulmana, stendendo la mano a quei
generosi avanzi della schiatta vinta, gittossi nella lotta di
independenza che darà materia al seguente libro.



CAPITOLO XI.


Travagliandosi per tal modo i Musulmani di Sicilia negli ultimi
venticinque anni del nono secolo, la guerra che conduceano in terraferma
d'Italia mutò indole e luoghi. Ciò anco venne dalle nuove condizioni dei
potentati cristiani. Maturati, siccome abbiamo accennato, i frutti della
riforma di Basilio Macedone, l'impero d'Oriente occupava le più vicine
parti della penisola, e cercava di attirarsi con le pratiche il papa, e
adescare o sforzare gli altri Stati minori della Italia Meridionale, sì
che tornassero al nome bizantino. Da un'altra mano, l'Impero
Occidentale, smisurata massa ed eterogenea, presto s'era scissa: i varii
principi del sangue di Carlomagno, che ne avean preso chi un reame e chi
un altro, litigavano tra loro; e s'era spenta con Lodovico secondo,
imperatore, ogni virtù di quella schiatta. Allora quei che aspiravano al
regno d'Italia ed alla dignità imperiale, non bastando a pigliarsi la
corona con le proprie mani, cominciarono ad accattarla dal papa; il
quale, mercè la preponderanza del clero, trovava modo a governare i
suffragi dei grandi vassalli italiani. Così l'autorità imperiale
avvilissi tanto più; la papale crebbe; e non ne migliorò punto la
condizione d'Italia.

Perchè il papato, sì efficace a scommettere l'Italia, non ebbe mai
potere di unirla, anco volendo; e questo è necessario effetto d'una
ambizione senz'armi. Ciò apparve, come tante altre fiate, così al tempo
di Giovanni Ottavo (872-882); il quale si accinse a compiere, a profitto
della sede romana, i disegni di Lodovico Secondo imperatore contro i
Cristiani dell'Italia Meridionale, sotto specie che i Musulmani aiutati
da loro infestassero lo Stato della Chiesa. Giovanni si fondava, oltre
l'influenza temporale dei vescovi, su le discordie e i timori di quei
piccioli Stati e su le forze materiali ch'ei potesse ottener dai due
imperatori: da Basilio, favoreggiandolo nel conquisto della Puglia, e
accomodando la gran lite della Chiesa Costantinopolitana; e
dall'imperatore d'Occidente, in baratto della corona. A lui non mancò
ingegno, nè coraggio, nè attività, nè saldo proponimento, nè coscienza
larga: fu sempre a cavallo, o in nave; si gittò tra le armi; scomunicò
con ambo le mani in Italia; ribenedisse Fozio in Oriente; scrisse volumi
di lettere; promesse largo, e attese corto; ingannò; ordì tradimenti;
aiutò il vescovo di Napoli a un fratricidio: e pur non conseguì lo
intento suo. E tal diffalta gli scrittori ecclesiastici non gli hanno
mai perdonato. L'ira è andata sì innanzi, che altri l'accagiona di
“prudenza carnale;”[759] come se Giovanni Ottavo fosse stato il solo
papa ambizioso: e il cardinal Baronio, con insipida arguzia, scrive che
la femminina debolezza di costui desse appicco alla favola della papessa
Giovanna.[760] Così lo feriscono, senza volergli far troppo male. Il
disegno, del resto, non fallì per timidità di Giovanni Ottavo, ma perchè
i feudatarii imperiali dal Tevere in su non avean voglia di ubbidire a
un prete; perchè dal Tevere in giù ei trovò tiepidi amici e nemici
imperterriti; i quali, minacciati da lui, si strinsero coi Musulmani, e
glieli scagliarono addosso.

Il paese, la cui sorte si giocava per tal modo tra l'impero d'Oriente,
il papa e i Musulmani, era scompartito in questa guisa. La Calabria e
Terra d'Otranto ubbidiano in parte a Costantinopoli, in parte eran
tenute dai Musulmani. Da quelle due punte della penisola ai confini
dello Stato Ecclesiastico, il principato di Benevento occupava tutto il
pendio orientale dell'Apennino. L'occidentale era tenuto a mezzodì dal
principato di Salerno, a settentrione da quel di Capua: tra i quali si
reggeano validamente, appoggiate in sul mare, le repubbliche di Napoli,
Amalfi e Gaeta. In tutto, sei Stati agguerriti, rabbiosi, agognanti
ciascuno al danno dell'altro; sospettosi tra loro e de' potentati
maggiori. Capua, spiccatasi di recente dal principato di Salerno,
confiscata dall'imperatore Lodovico Secondo, era ricaduta nelle mani del
vescovo: Landolfo, della famiglia di quei gastaldi o conti che voglian
dirsi; uom senza legge nè fede, aborrito dai popoli e sopratutto dai
frati; vacillante altresì per le gare di non so quanti nipoti, tutti
degni di lui. Uno Stato così fatto, confinando da un lato con le
repubbliche, dall'altro coi dominii papali, dovea essere il pomo della
discordia.

Stando le cose in questi termini verso l'anno ottocento settantacinque,
i Musulmani ricominciarono nell'Italia Meridionale due serie di
combattimenti, anzi due guerre al tutto diverse; nell'una delle quali
erano assaliti, nell'altra assalitori; nell'una operavano dal golfo di
Taranto per difendere dai Bizantini gli avanzi di lor colonie;
nell'altra fean base dei golfi di Salerno, Napoli e Gaeta, per depredare
tutta la Terra di Lavoro e la Campagna di Roma. Pertanto, tratteremo
separatamente i casi di coteste due guerre.

Principiando da quella di Calabria e di Puglia, e' si vede che, poco
prima o poco appresso la morte di Lodovico, il navilio musulmano, di
Taranto o di Creta, avea già risalito l'Adriatico infino a Grado, e
tentatala invano, al ritorno (luglio 875) arse Comacchio. Dalla parte di
terra, la colonia di Taranto, rinforzata dalle reliquie dell'esercito di
Salerno, occupò gran tratto di Calabria. Preposto intanto al reggimento
un Othmân, che il Sultano, al suo tempo, avea bandito di Bari, Othmân
riassaltava lo Stato di Benevento. Corsero i Musulmani infino a Bari e a
Canne, depredando; ruppero tre fiate le genti di Adelchi; infestarono i
contadi di Benevento stessa, Telese, Alife, desolati tante volte nelle
passate guerre; e alfine vennero all'accordo col principe di Benevento.
Conduceano tal pratica due vecchi compagni di prigionia del Sultano,
chiamati dai cronisti Abdelbach ed Annoso; nome certamente musulmano il
primo, che va scritto Abd-el-Hakk, e certamente latino il secondo, onde
accenna un rinnegato. Adelchi uscì di briga a buon patto, stipolando con
costoro di rendere il Sultano ad Othmân; il quale nol ridomandava, credo
io, per carità musulmana. Quantunque una cronaca narri i gravi danni che
Saudan fece ai Cristiani, libero ch'ei fu e tornato a Taranto, parmi che
quivi si parli del nuovo sultano, scambiando, al solito, il nome proprio
col titolo; poichè gli annali musulmani portano la morte di
Mofareg-ibn-Sâlem, appunto in questo tempo in cui la tradizione
cristiana lo dice consegnato ad Othmân.[761]

Ricominciato così il terrore dei Musulmani, e rifatto imperatore Carlo
il Calvo, che non poteva attendere all'Italia, Basilio Macedone mandò lo
stratego Gregorio con un'armata ad Otranto. Chiamato dai cittadini di
Bari, che temeano un assalto di Othmân, Gregorio andò a Bari; la occupò
a nome dell'impero bizantino (876); e, per arra di buon governo, pigliò
alcuni ottimati, e sì mandolli prigioni a Costantinopoli. Indi i
principi di Benevento, Salerno e Capua, ancorchè fossero caldamente
sollecitati da Basilio a cooperare contro i Musulmani di Calabria, e
pregati con belle parole di religione, di cacciata dei Barbari, di
benigna protezione dello Impero, e il resto che ognun sa, pur non se ne
mossero. Napoli, che non s'era mai inchinata a Lodovico, nè spiccata dai
Musulmani, si strinse ad essi più che mai; tornarono a quell'amistà
Amalfi e Gaeta che tentennavan prima; e v'entrò lo stesso principe di
Salerno.[762]

La Puglia e la Calabria, su le quali Basilio doveva operare ormai con la
forza delle armi e le pratiche del papa, aveano ubbidito, prima della
occupazione musulmana, al principato di Benevento. A quanto si può
scernere nella oscurità di quel tratto di storia, predominava in quelle
provincie lo elemento municipale; ma snervato, ligio, inerte, diverso
d'indole dalle repubbliche di Venezia, Roma, Napoli, ch'aveano goduto
libertà ormai da tre secoli. Erano comuni piccioli la più parte, o se
alcuno se ne notava popoloso, come Bari, non mostrava maggior vigore che
i piccini: nè la debolezza individuale dei comuni era compensata dalla
unione della provincia, dagli ordini militari, amministrativi o
politici, dalla affezione, o almeno abitudine dei sudditi. Tanto più
che, comparsi in quelle parti i Musulmani, le aveano corso per
trent'anni al par dei Franchi, dei Longobardi di Benevento e dei
Longobardi di Salerno; e i municipii aveano piegato il collo a volta a
volta dinanzi a chi più temeano. Dopo l'875, dileguato il nome dei
Franchi, e rimasi in quelle province i sanguinosi avanzi dei Musulmani
che si risentivano, facilissimo s'offriva il conquisto alle armi
bizantine.

Si dierono dunque a Basilio parecchie castella della Puglia, come si
ritrae dal confuso e alterato racconto della _Continuazione di Teofane_,
compilato su le nuove ch'eran corse per le bocche di tutti a
Costantinopoli. Tra cotesti fatti leggiam sublime esempio di virtù
rinnovatosi in altri tempi e appo altre nazioni e di tanto più
credibile. Narrasi che movendo i Musulmani contro un castello dello
Stato di Benevento, e avendo i terrazzani mandato un nunzio a chiedere
soccorso a Costantinopoli, quegli, tornando con promesse di Basilio, fu
preso dai Musulmani; i quali gli profferian salva la vita, se togliesse
ai suoi ogni speranza degli aiuti greci. Quel generoso disse di sì. È
addotto dunque da una mano di soldati sotto le mura, fa chiamare i
principali cittadini, espone l'ambasciata, e venuto alla risposta di
Basilio: “Provvedete ai miei figli,” gridò, “chè a me avanzano pochi
istanti di vita. Basilio già manda gli aiuti.” E incontanente il
trucidarono i Musulmani; ma levarono l'assedio. Così le castella di
questa provincia tennero fermo nella devozione dell'imperatore,
conchiude la cronaca di corte;[763] non contando come interruzione tre
secoli di dominio longobardo, ch'eran passati.

Nondimeno i Bizantini si travagliarono per cinque anni senza altri
segnalati avvantaggi che d'avere allontanato dalla lega musulmana, per
procaccio del papa, Salerno e poi Benevento; finchè distrutta l'armata
affricana e siciliana su le costiere di Grecia (880), e assaliti in casa
loro i coloni di Sicilia, Nasar ripassava in Calabria, come a suo luogo
accennammo. Quivi Nasar cooperando coi fanti e i cavalli capitanati dal
protovestiario Procopio e da Leone per soprannome Apostippi, acquistò
gran tratto della provincia. Ruppe al capo di Stilo un'altra armata
testè venuta d'Affrica; cacciò i Musulmani da molte terre occupate;[764]
ma tornato Nasar a Costantinopoli, la invidia che Leone portava a
Procopio fe' perdere una battaglia contro i Musulmani. Leone con gli
avanzi delle genti sbaragliate prese Taranto, e fe' schiavi quanti vi
trovò Musulmani o Cristiani.[765] Richiamato indi costui, e punitolo
d'avere abbandonato il commilitone sul campo di battaglia,[766] Basilio
mandava in Italia uno Stefano Massenzio, con iscelte milizie di
Cappadoci e Carsianiti, che si aggiunsero alle legioni di Tracia e
Macedonia. Questi avendo pur fallito un colpo sopra Amantea, Basilio,
l'anno ottocento ottantacinque, gli surrogò Niceforo Foca; uom d'alto
stato e grandissimo animo, avolo dell'omonimo suo che sedè sul trono di
Costantinopoli.

Niceforo, recate nuove forze del tema d'Anatolia, e alsì dei valorosi
Pauliciani ch'erano avanzati allo sterminio di lor setta in
Oriente,[767] ultimò il conquisto. Rotti in molti sanguinosi scontri i
Musulmani; strette d'assedio successivamente Amantea e Santa Severina,
sforzò quei presidii a dar le castella e andarsene, salva la vita e lo
avere, in Palermo e altri luoghi di Sicilia.[768] Riebbe anco Tropea;
tutte le Calabrie e una parte della Puglia ridusse al nome imperiale. A
capo d'un anno, quando, morto Basilio, il vittorioso capitano era
chiamato a difendere le province dell'Asia Minore,[769] Niceforo,
partendo dal nostro suolo, lasciovvi gratissima memoria di sè. Erano
avvezzi in quelle guerre i soldati bizantini a far mercato dei prigioni,
che si spartivano come ogni altra maniera di bottino: prigioni quasi
tutti Italiani, abitatori delle terre che per forza avessero ubbidito ai
nemici, ovvero rapiti senza pretesto dai lor fratelli in Cristo.
Niceforo, volendo far combattere i ribaldi soldati, non avea potuto fin
qui prevenire tal misfatto; ma alla partenza il riparò da uom savio e
forte. L'esercito, ito a Brindisi per traghettare su l'opposta costiera,
si traea dietro le torme di quei miseri, per venderli schiavi in
Costantinopoli: nè fiatava Niceforo. Sol comandò che prima dei prigioni
si imbarcassero tutti i soldati; e, quando furon su le navi, fe'
sciogliere le vele, e fe' bandire ai prigioni, ch'eran liberi. La
gratitudine degli Italiani alzò su la spiaggia un tempio dedicato al
santo di cui portava il nome quell'eroe;[770] in commemorazione alsì
delle vittorie e della umanità mostrata, nel breve tempo ch'ei resse la
provincia, trattando bene i sudditi e alleviando i tributi.[771]

Basilio aveva anch'egli dato in Italia un egregio esempio di umanità.
Tra i benefattori che dalla povertà e oscurità l'avean fatto salire a
fortuna, si notò una ricca donna per nome Danielis, vedova di alcun
condottiere slavo stanziato nel Peloponneso; dal che forse ebbe origine
il soprannome di figliuol della Slava, col quale gli annali musulmani
denotano il Macedone.[772] Venuta a morte la Danielis, colma di onori da
Basilio imperatore, ed avendolo fatto erede di sue possessioni nelle
quali vivea un grande numero di schiavi, Basilio ne affrancava tremila;
e mandavali a ripopolare alcune terre di Puglia e di Calabria, desolate
nella guerra dei Musulmani.[773] Ma cotesti beneficii erano rimedio
passaggiero che finiva con la vita dei benefattori; e quei che loro
succedeano ricadean sempre nella negligenza e soprusi del Basso Impero;
e fean maledire ai popoli italiani la dominazione novella, al par delle
antiche e delle stesse correrie e tirannidi dei Musulmani. Perciò gli
scrittori italiani di quel tempo, ritraendo le opinioni di lor nazione,
parlan dei Greci con tanto livore. Erchemperto li dice somiglianti ai
bruti nelle usanze, e bruti al tutto nell'animo; Cristiani di nome;
peggiori di costumi che gli Agareni; masnadieri, che andavano rubando i
miseri abitatori, per tenerli come schiavi e schiave, farne traffico coi
Saraceni, o mandarli qua e là a vendere in stranie terre.[774] La
Cronica di San Benedetto, con parole non meno aspre, tocca la insolenza
loro, le continue violenze; le donne rapite in faccia ai mariti, il
rispondere a schiaffi e nerbate a chi si lagnasse della ingiuria.[775]
Alla frequenza delle offese private si aggiugneano la rapacità dei
governanti, il peculato, le tasse aggravate, le angherie col pretesto di
armamenti, e mille altri soprusi dei quali ci avverrà far menzione. Indi
si comprende perchè, nelle Calabrie e nelle parti orientali della
Puglia, la dominazione bizantina sia stata sempre sì precaria, e sia
caduta al primo crollo che le diedero i Normanni. Lo interesse comune
poi dei principi e dei popoli le vietò di allignare nelle altre province
dell'odierno reame di Napoli, delle quali or tratteremo, tornando
indietro nell'ordine dei tempi.

S'accese quivi la guerra per le provocazioni di Giovanni Ottavo, come
sopra si accennò. Adriano, un secolo innanzi, s'era provato a stender la
mano sopra Napoli e tutto lo Stato di Benevento.[776] Giovanni ridestò
la pretensione pontificale sopra Capua, quand'ei mercanteggiò la corona
imperiale a Carlo il Calvo; e Carlo, al quale quella città nulla
costava, ne rinnovò la concessione.[777] Che il papa l'abbia richiesto a
fin di usarla e non di riporre un'altra pergamena negli archivii, lo
provano direttamente gli atti di signoria feudale esercitati pochi anni
appresso: le scritture pubbliche, cioè, intitolate, e la moneta battuta
a Capua in suo nome;[778] la repubblica di Gaeta, fatta feudo del conte
di Capua, quand'ella si calò all'autorità temporale della Santa Sede.
Per arrivare allo scopo, Giovanni usò le divisioni interiori degli Stati
meridionali e le nimistà tra l'uno e l'altro; onde avvenne che
accostandosi a lui una parte, la parte avversa si gittò coi Musulmani, e
aiutolli a loro scorrerie contro il papa. E ciò notaron bene i
contemporanei; leggendosi in Erchemperto che Bertario, abate di Monte
Cassino, e il vescovo di Teano, si faceano ad ammonire Giovanni Ottavo
che non soffiasse nelle discordie civili di Capua, poichè il fuoco di
quelle potrebbe arrivare un dì infino a Roma.[779] Le quali parole
Erchemperto riferisce al tempo che si bipartì la diocesi capuana, cioè
all'ottocento ottantuno; ma s'adattano piuttosto all'ottocento
settantacinque, quando il fuoco stava per appigliarsi.

Tali essendo le disposizioni degli animi verso il tempo che Carlo il
Calvo prese la corona a Roma, si venne alle armi, com'e' pare, nella
state del settantasei. Sia che qualche corsale musulmano, riparando nei
porti di Napoli, Amalfi e Gaeta, fossene uscito a far ladronecci alla
volta d'Ostia;[780] sia che quelle repubbliche e il principato di
Salerno avessero soltanto fermato la lega coi Musulmani, il papa con
l'uno o l'altro pretesto volle far atto d'autorità, ingiungendo a quegli
Stati di sciorre il patto: che tornava a dire disarmarsi, mentre egli da
un lato e Basilio Macedone dall'altro si apprestavano a spogliarli.
Risposero con aperti atti di ostilità. L'origine della guerra non si può
comprendere in altro modo; poichè assurdo sarebbe a pensare che quegli
Stati fossero entrati in lega sì pericolosa per mera cupidigia di preda.
Assurdo alsì che l'avessero fatto per paura dei Musulmani, i quali
appena bastavano a difendere sè stessi in Calabria, non che sforzare
altrui, a mezza costiera dal Tirreno.

Dalle querele del papa si ritrae ch'essi risalivano in barche il Tevere;
indi a piè o a cavallo correano la odierna legazione di Velletri;
osavano mostrarsi alcuna volta sotto le mura di Roma; varcato il
Teverone, depredavano la Sabina. “Corron la terra come locuste, scrivea
Giovanni, ed a narrare i guasti loro sarebbero mestieri tante lingue
quante foglie hanno gli alberi di questi paesi. Le campagne son fatte
deserti, albergo di belve; rovinate le chiese; uccisi o imprigionati i
sacerdoti; menate in cattività le suore; abbandonate le ville e
castella; rifuggiti i miseri abitatori a Roma; e sì la ingombrano, che i
monasteri della città non bastano a nudrirli. Il senato ha dato fondo al
suo avere; io non dormo nè mangio per la sollecitudine: — e tra non
guari,” aggiunse egli in una lettera del nove settembre ottocento
settantasei, “tra non guari, verranno ad assalirci in Roma; poichè
stanno armando cento legni e quindici navi da traghettare cavalli.” Così
Giovanni Ottavo lamentavasi a Bosone vicario imperiale in Italia, poi a
Carlo il Calvo, alla imperatrice, ai vescovi possenti in corte, tra il
primo di settembre ottocento settantasei e la fine di maggio del
settantasette, per messaggi e continue lettere, sì poco svariate nella
narrazione, sì monotone nelle metafore, che sembrano stampate sopra un
solo studiato modello.[781] Diversa è bensì una epistola che il papa
indirizzava a Gregorio, capitano bizantino in Italia, a' diciassette
aprile del settantasette, che è a dire nel bel mezzo di due lamentazioni
della forma che accennai, mandate a corte di Carlo il Calvo, il primo
marzo e il venticinque maggio. Nella epistola a Gregorio, il papa
disinvolto il pregava che mandasse dieci salandre nel porto d'Ostia,
“per tenere a segno certi ladroncelli agareni, che occultamente venivano
a rubacchiare lo Stato della Chiesa, non potendo, sì com'era noto a
Gregorio, depredare apertamente.” Così Giovanni Ottavo ci insegna a far
la tara a quegli spaventevoli racconti composti ad uso dei devoti di
Francia e Allemagna. Parlando ai capitani di Basilio Macedone, ch'eran
bizantini e vicini, non si potean dire tante bugie.

D'altronde, l'intento del papa sopra gli uni e sopra gli altri era
diverso. Dai Bizantini non altro richiedeva che esser difeso contro i
corsali; e maggiori forze gli sarebbero state a noia, come trasparisce
dalle fredde e forzate parole che aggiugneva alla lettera citata, per
mostrare a Gregorio di rallegrarsi che Basilio imperatore, figliuol suo
carissimo, intendesse mandare un altro esercito e un'altra armata nello
Stato di Benevento. Ai Franchi, per contrario, domandava eserciti e poi
eserciti, e che lo imperatore venisse in persona a liberarlo, non solo
dagli Agareni, figli di concubina, ma sì dai Cristiani, falsi figliuoli
di Sara, i quali lo molestavan al pari e peggio; ciò che in lingua
volgare significava bramar che i feudatarii dell'Italia di sopra, e un
po' anco di Francia, trottassero verso il Garigliano e il Volturno, per
allargare lo Stato della Chiesa. Ma Carlo il Calvo non potè e non volle.
Gli diè in tutto le milizie del ducato di Spoleto, condotte dai conti
Lamberto e Guido, vicini del papa, e però nemici. Con esso loro, nei
primi di novembre ottocento settantasei, mosse Giovanni alla volta di
Capua e Napoli; pretendendo venire a sciogliere l'empia lega.[782] Nè
tardò a tirar a sè il principe di Salerno, il quale prestandogli mano
sperava ingrandirsi a scapito degli altri Stati.

Sergio duca di Napoli tentennò, adescato dal papa con belle parole e con
far vescovo della città Atanasio, fratello del duca; ma poi si rassodò
nell'amistà musulmana, confortandolo il principe di Benevento, e, quel
che più è, Lamberto di Spoleto ch'era venuto a Napoli come sgherro del
papa. Giovanni dunque, non potendo sforzare, scomunicò Sergio; gli
lasciò in seno Atanasio, serpente velenoso; e pien di dispetto se ne
tornò a Roma. Dopo le quali pratiche infruttuose la guerra incrudì.
Napoli assaliva il principe di Salerno, mancatore alla lega. Questi, per
mostrare zelo ai novelli amici, faceva uccidere un buon numero di
Musulmani; e poi, cadutigli nelle mani venticinque cavalieri napoletani,
lor troncò la testa, dice Erchemperto, per espresso volere del
papa.[783]

Nondimeno, nè la tiepidezza di Carlo il Calvo, nè la nimistà del conte
di Spoleto, nè la pertinacia delle repubbliche, non spuntavano Giovanni
Ottavo dai suoi proponimenti. Quei cittadini, collegati per necessità
politica col nemico della Fede, eran pure cristiani, cattolici e
superstiziosi quanto apparteneasi a' loro tempi; e, se nel decimonono
secolo il papa pontefice tien su il papa re, non fia maraviglia che nel
secol nono i Napoletani, gli Amalfitani, i Gaetani oscillassero tra due
paure: fossero disposti talvolta a lasciar la terra al successore di San
Pietro, purchè lor procacciasse un cantuccio su in cielo. Indi
prestarono ascolto a Giovanni Ottavo, nimichevole e ambizioso e perfido
quanto lo conosceano. Indi egli nella state del settantasette ripigliò
agevolmente le negoziazioni: fe' lampeggiare agli occhi dell'uno nuove
folgori di scomuniche, agli occhi dell'altro l'oro d'uno stipendio; ad
altri disse, mettendo da canto ogni pudore, ch'ei gli farebbe o tutto il
bene o tutto il male ch'ei sapesse: mai capo di parte, fiero ed astuto,
non operò con maggiore veemenza che Giovanni Ottavo in questo tempo.
Tentando l'Italia settentrionale, invitò a un sinodo a Ravenna i vescovi
e signori del reame, per ovviare, diceva egli, ai pericoli della Chiesa
lacerata dagli Infedeli e dai mali Cristiani; ma non ostanti le
minacciate scomuniche, niuno andò a questa dieta politica, ove il papa
volea prendere il luogo dello imperatore: sì ch'egli fu necessitato a
differirla, e poi a trattarvi soltanto di disciplina ecclesiastica.[784]
Nell'Italia meridionale le pratiche, più vive, aiutate dalle intestine
discordie, e, com'ei parmi, dalla riputazione delle armi bizantine,
portarono il papa accosto assai al suo intento. Quasi protettore o
presidente di quel piccioli Stati, tra marzo e aprile del settantasette,
ordinava che il vescovo conte di Capua, e i reggitori di Gaeta, Napoli e
Amalfi si adunassero a Gaeta, preseduti da due cardinali legati, per
trattare lo scioglimento del patto coi Musulmani. Differito il congresso
a Traietto, andovvi il papa in persona col principe di Salerno, del mese
di luglio: e il risultamento fu un trattato del papa con Amalfi; e una
congiura a Napoli.[785]

Il trattato portò che gli Amalfitani, rinunziando all'amistà dei
Napoletani e Musulmani, servissero il papa con forze navali; guardassero
le costiere da Traietto a Civitavecchia, spesati da lui di diecimila
mancusi d'argento all'anno.[786] La congiura a Napoli scoppiò sul fin
d'ottobre o principio di novembre. Atanasio vescovo prese il proprio
fratello Sergio; si fe' duca in luogo di lui, e mandollo al Santo Padre
a Roma; ove Sergio fu accecato, e poco appresso morì in prigione. Il
papa, complice ed istigatore, liberalmente volle pagare ad Atanasio le
spese della congiura; e, non trovandosi in pronto tutta la moneta, per
iscritto gli si dichiarò debitore del rimanente, ch'erano mille e
quattrocento mancusi. Con ciò, in linguaggio scritturale, solennemente
ei lodava Atanasio del coraggio con che s'era fatto amputare un membro
cancrenito del proprio corpo; dell'ardire con che avea liberato il mondo
da un nuovo Oloferne, tiranno del popolo e persecutore di Santa
Chiesa.[787]

Tra così fatti trionfi del vicario di Cristo, morto Carlo il Calvo
(ottobre 877), ed eletto re d'Italia Carlomanno, il papa si messe a
fargli patti per la corona imperiale, e la offriva anco a Lodovico il
Balbo, succeduto nel regno di Francia: con che tiravasi addosso
Adalberto, marchese di Toscana, e Lamberto, conte di Spoleto, fautori di
Carlomanno. Lamberto veniva a insultare il papa a Roma; a suscitare i
suoi nemici; e tra le altre cose, Giovanni lo accusò, di febbraio
ottocento settantotto, d'aver mandato messaggi e doni a Taranto, per
farne venire “falangi di Agareni.” Strigatosi poscia da lui e
scomunicatolo, se n'andò in Francia a mercanteggiare dell'impero con
altri due o tre principi.[788] E pria di questo, come ei pare, nel mese
di aprile del settantotto, fe' tregua coi Musulmani, pagando taglia di
venticinquemila mancusi di argento.[789] Allora le repubbliche di Napoli
e di Amalfi, non volendo esser più papaline del papa, tornarono
anch'esse alla pace coi Musulmani, confacente ai proprii interessi
commerciali e politici. Ebbe fine così, con meritata vergogna di
Giovanni, il primo periodo della guerra.

Il biasimo del secondo periodo va diviso tra Giovanni Ottavo e Atanasio
vescovo di Napoli, che ambì alla sua volta di allargare i confini di
quella repubblica. Trapassato (12 marzo 879) il vescovo di Capua, i
feudi della contea erano stati divisi tra quattro nipoti di lui, dei
quali uno ebbe anco il titolo di conte di Capua;[790] e, quasi ciò non
bastasse ad alimentare la discordia, sursero dalla medesima famiglia due
vescovi, tra i quali indi a poco si spartì la diocesi. Gli sciagurati
cugini, volendo spogliare l'un l'altro, chiamarono i vicini, Salerno,
Benevento e Napoli; Napoli fe' entrar nel gioco i Musulmani; e Giovanni
Ottavo vi saltò in mezzo di gran volontà, sendo tornato in Italia senza
ultimare la scelta dello Imperatore. Andato in persona a Capua, colse il
destro di esercitare la pretesa signoria, con favorire Pandonolfo, conte
di nome, il quale, per divenirlo di fatto, assentiva a dirsi vassallo
della Santa Sede.[791] Così ridestaronsi le ire e i sospetti delle tre
repubbliche contro il papa. Chiudendo gli occhi quei fieri marinai, i
Musulmani, che di marzo settantanove avean preso a infestare i dominii
di Pandonolfo,[792] in maggio e in giugno si mostravano nello Stato
Romano; o almeno così scrivea papa Giovanni a Carlo il Grosso, a
Carlomanno e a Lodovico il Balbo, sollecitando invano or l'uno or
l'altro a venire con gli eserciti a Roma.[793] Con ciò ripigliava sue
pratiche appo le tre repubbliche, per isforzarle a disdir di nuovo il
patto coi Musulmani. Ad Amalfi anco ridomandava il denaro fornito nel
settantasette; il quale non ottenendo, scomunicava la città, del mese di
ottobre:[794] e perchè tal'arte non valse, tornando alle lusinghe,
offriva di pagare e fin d'accrescere lo stipendio, e francar di gabelle
i mercatanti amalfitani che venissero a Ostia.[795] Gaeta, che dopo
alquanta resistenza ubbidì, n'ebbe in merito la perdita di sue libertà,
e la rovina del commercio; volendo il papa che riconoscesse come signore
il conte di Capua, supposto gran vassallo della Santa Sede; e facendosi
il conte a guastare il territorio e offendere i cittadini, perchè
riluttavano al nuovo giogo.[796] Napoli diè maggior travaglio, come
assai più forte, e governata da Atanasio, che ne sapea quanto il papa.
Schivati i pericolosi abboccamenti a che questi il volea tirare,
Atanasio temporeggiò con messaggi (aprile 879), e fin si fe' ringraziar
del suo buon volere.[797] Il papa poi, accortosi dello errore, venne
alle armi corte: scrisse al vescovo che gli farebbe provare a un tempo
la spada invisibile e la spada visibile.[798] Infatti, ei promosse o usò
l'andata di un'armata bizantina nel golfo di Napoli; la quale vi ruppe i
Musulmani in ottobre o novembre ottocento settantanove. Non guari dopo
(19 novembre 879) il papa invitava i capitani ad andare a pigliarsi a
Roma ringraziamenti e benedizioni, così leggiamo nella epistola, e
pregavali intanto di mandare dromoni verso Ostia.[799] E si strinse
vieppiù con Basilio, assentendo, il medesimo anno, al concilio di
Costantinopoli che riconobbe Fozio patriarca.[800] Indi il pericolo
della repubblica di Napoli evidentemente si aggravò.

Ciò fu cagione ad accrescere le forze dei Musulmani in quelle parti. In
luogo dei corsali che ad ora ad ora entravano nel porto di Napoli,
Atanasio chiamò un'intera oste di Musulmani, dandole forse le spese del
viaggio, certamente stanza e occasione di far preda. Surse per tal modo
tra le mura della città e il Sebeto (880) un campo musulmano, vero ribât
o kairewân, dal quale uscian le gualdane addosso ai nemici del vescovo
di Napoli; nè costui poteva vietare che spogliassero anco gli amici.
Guastarono lo Stato di Capua, i confini di quei di Salerno, Benevento,
Spoleto[801] e la campagna di Roma: monasteri, chiese, città, borghi,
villaggi, monti, colline, isole, dice Erchemperto, furono saccheggiate a
un paro.[802] Sovente in loro correrie i Musulmani faceano stanza ad
alcun luogo forte, ch'indi divenia novello centro d'infestagione. Così
poneansi (880) alla Cetara, luogo marittimo tra Salerno e Amalfi, e
sforzavano i Salernitani ad uno accordo; i quali poi a tradimento li
assalirono, credendoli sprovveduti: ma i Musulmani uscirono alla zuffa,
recando nella prima fila in punta d'una lancia il trattato violato dai
nemici, e rupperli con molta strage; dettero il guasto al paese, e fino
osarono porre l'assedio a Salerno, donde poi furono cacciati per avere
pochissime forze.[803] Così anche uno stuolo si afforzò a Sepiano tra
Boiano e Telese: contro il quale invano mosse Guido Terzo, novello duca
di Spoleto e di Camerino; sì che fu costretto a far pace coi Musulmani,
dati reciprocamente statichi per la osservanza.[804] Nel medesimo tempo,
altra schiera musulmana, con milizie di Napoli e Gaeta, andava ad
assalire Castel Pilano nella contea di Capua, e n'era respinta. L'anno
appresso (881), Musulmani e Napoletani e partigiani di Pandonolfo, chè
sovente scambiavan parte quegli arrabbiati cugini di Capua e gli amici
d'oggi diveniano nemici domani, mossero insieme alla volta di Capua;
posero l'assedio all'anfiteatro, che si guardava come fortezza. Nello
stesso anno ottocento ottantuno, il papa andò di nuovo a Capua, a
comporre o raccendere le liti;[805] e, partendo in due la diocesi,
consagrò vescovo un Landolfo, fratello di Pandonolfo, nella chiesa di
San Pietro, che di lì a poco fu arsa dai Musulmani mandativi da
Atanasio.[806] E con ciò porrò fine alle cose di Capua, ove tutti i
piccoli Stati dei contorni, tutti i potentati vicini o lontani,
feudatarii franchi di Spoleto, condottieri bizantini, Musulmani di
Sicilia, vescovi, conti, pretendenti e il papa con essi, si avvolsero
per tanti anni in un brutto laberinto di violenze e perfidie.

In questo mezzo, il papa, vergognando che il vescovo di Napoli lo avesse
tenuto a bada per due anni, adunato un sinodo a Roma, del mese di marzo
ottocento ottantuno, pronunziò contro Atanasio l'anatema, preludio, come
ognun sa, della scomunica. Notevol è in quest'atto che il papa affermava
avere profferto danari ad Atanasio, perchè spezzasse il patto coi
Musulmani; e aver quegli amato meglio la parte che gli davano del
bottino.[807] Ma il vescovo, niente sbigottito, spacciati suoi
segretarii in Sicilia, fe' venire più forte stuolo di Musulmani; i quali
con Sichaimo loro re, dice Erchemperto, forse Soheim condottiero di
tribù o masnada, si accamparono alle falde occidentali del Vesuvio. La
tradizione serbovvi memoria di loro per lunghissimo tempo; e n'avea ben
donde: poichè, posando dalle scorrerie lontane, solean prendere sollazzo
nei contorni, sì che non vi lasciarono armi nè cavalli nè giovanette,
che non portassero al campo.[808]

La quale insolenza, non meno che gli anatemi del papa, scrive l'autore
contemporaneo, sospinse Atanasio a disfarsi di cotesti ausiliarii.[809]
Giovanni Ottavo, che già vedea i Musulmani presso Roma, o il
temeva,[810] incalzò sue minacce, proponendo ad Atanasio, in prezzo
della benedizione, ch'ei facesse scannare a suo potere i gregarii
musulmani, pigliare a tradimento certi condottieri, di cui dava i nomi,
e consegnarli ai legati pontificii, i quali avrebbero cura di mandarli a
Roma.[811] Il vescovo di Napoli, avvezzo alle perfidie, assentì.
Indettatosi con Salerno, Capua e altre città, con tutte le forze che
poterono adunare, dettero addosso improvvisamente ai Musulmani; li
cacciarono del golfo di Napoli; non però da Agropoli presso Salerno, ove
que' valorosi, difendendosi, si ridussero.[812] Seguía questo evento,
com'ei pare, nell'autunno dell'ottocento ottantadue. Giovanni avealo
procacciato con tutte le forze dell'animo suo; e, si può dire, stando
sempre con le armi alla mano contro i Musulmani, com'ei figuratamente
scrivea ad Alfonso Terzo, re delle Asturie, richiedendogli una torma di
cavalieri moreschi, probabilmente apostati dell'islamismo, detti con
voce arabica _Fâres_.[813] Ma quand'ebbe conseguito lo scopo a Napoli e
potea correre innanzi al compimento degli altri disegni, il papa morì
avvelenato da' suoi famigliari, il quindici dicembre dell'ottantadue.
Atanasio, suo discepolo e rivale nelle arti di regno, gli sopravvisse
sedici anni: si provò in vece del papa ad assoggettare lo Stato di
Capua; fallì in questo come Giovanni Ottavo; e alfine, dopo tanti
misfatti, trapassò, cred'io, in odore di santità, ricordandosi di lui
che a forza di digiuni ed esorcismi sgomberasse il territorio di Napoli
dalle cavallette.[814]

Durarono alsì oltre la vita di Giovanni Ottavo i mali ch'egli avea
suscitato. L'attentato suo contro la libertà di Gaeta avea spinto
Docibile, primo magistrato della repubblica, a richiedere di aiuto i
Musulmani; i quali venendo lungo la marina infino al lago di Fondi,
s'eran accampati su i colli Formiani, come li chiama Leone d'Ostia,
presso Itri; donde minacciavano il territorio di Roma. Sbigottito a ciò,
Giovanni Ottavo, mostrando di pentirsi, aveva accarezzato i cittadini di
Gaeta; pregatoli a disdire l'accordo: e i semplici Gaetini aveano
ubbidito, affrontando doppio pericolo; l'ambizione cioè del papa, e
l'ira degli ingiuriati Musulmani. La morte di Giovanni li campò del
primo. Nella guerra contro i Musulmani patirono uccisioni e cattività; e
alfine furono sforzati a rifare lo accordo, concedendo al nemico di
stanziare un po' più discosto dagli Stati papali, su certi colli che
s'innalzano non lungi da Traietto dalla parte del Garigliano, e
portavano lo stesso nome della riviera. Questa fu l'origine della temuta
colonia musulmana del Garigliano.[815]

La quale per più di trent'anni, flagello sopra flagello, afflisse la
Terra di Lavoro, battuta anco dalle guerre civili: sì che il suolo
abbandonato dagli agricoltori, divenne foresta di pruni e sterpi, al
dire di Erchemperto, che il vedea con gli occhi proprii.[816] Dei
particolari di tanto strazio altro non ci si narra che la distruzione di
ricchi monasteri; perchè i frati cronisti poco si curavano del
rimanente; perchè le proprietà laiche erano state desolate già assai
prima dai Cristiani; e perchè i monasteri aveano possessioni più vaste
che niun signore. Quello di San Vincenzo in Volturno, così detto dal
sito presso la scaturigine del fiume, in diocesi d'Isernia, fu assalito
dai Musulmani, com'ei pare, l'ottocento ottantadue, mentre stanziavano
tuttavia nel golfo di Napoli; e il saccheggiarono e arsero, con
uccisione, dicesi, di parecchie centinaia di frati, i quali in parte
morirono con le armi alla mano.[817] Più lamentevole nei ricordi della
civiltà il fato del monastero di Monte Cassino: celebre per la santità
dello istitutore, l'antichità della fondazione, le sterminate ricchezze,
l'autorità feudale che esercitò, la pietà, la prudenza, e, secondo i
tempi, anco la dottrina dei frati suoi, ai quali si debbono croniche e
biografie del medio evo, ed esemplari di molti scrittori dell'antichità.
Al par che il monastero del Volturno, quel di Monte Cassino era stato
più volte minacciato e taglieggiato nella prima guerra dei Musulmani.
Venne adesso dal Garigliano la feroce masnada, che il disertò, l'anno
ottocento ottantatrè, in due assalti; l'uno di settembre, l'altro di
novembre: e furon arsi e rovinati gli edifizii, e scannato su l'altare
lo abate Bertario, dicono le croniche del duodecimo secolo, ancorchè i
contemporanei non ne facciano motto. Il monastero tosto rinacque dalle
rovine; più splendido, più ricco, più orgoglioso; cinto di
fortificazioni; sede di un abate feudatario o sovrano; capitale di uno
Stato confinante col pontificio.[818] Tra queste ed altre simili
devastazioni passarono tre anni fino all'ottantacinque. Intanto, tornato
il vescovo di Napoli e anco il principe di Salerno a richiedere i
Musulmani, costoro, allettati dal bottino, dimenticavano le passate
tradigioni: una schiera, seguendo Atanasio e Guaiferio, stette a campo
all'anfiteatro di Capua. Poscia, venuto un principe di schiatta
aghlabita a domandare rinforzi per le colonie musulmane di Calabria,
trasse gran gente di Agropoli e di Garigliano, e condusseli a Santa
Severina,[819] ove Niceforo Foca ne fe' macello, come abbiam detto.

D'allora in poi quei due campi, scemati di possanza e di riputazione,
recarono minor male al paese. Atanasio ora spingea qualche schiera di
Agropoli a danno del principe di Salerno che si mantenne con aiuti
bizantini;[820] or mandava i Musulmani a osteggiare Capua.[821] La
repubblica di Gaeta ne ritenne ai suoi soldi cencinquanta; dei quali la
più parte, andata con temeraria fazione a Teano contro duemila e
cinquecento uomini capitanati da Landone,[822] fu tagliata a pezzi,
campando sol cinque persone.[823] Guido duca di Spoleto assalì una volta
il campo di Garigliano; ruppe una schiera ch'erane uscita a
combattere;[824] poi, congiunto ad Atenolfo,[825] marciando da Spoleto a
Capua, trovò alle Forche Caudine un Arran, fierissimo condottiero
musulmano, con trecento soldati, e tutti li passò al taglio della spada
(887). Morto Carlo il Calvo, e andato Guido in Lombardia (888), i
Musulmani alla lor volta saccheggiavano il Ducato di Spoleto.[826]
Un'altra schiera, superati in uno scontro i Capuani, difilata ne andò
sopra il monastero di San Martino in Marsico; ma trovò l'abate e i
monaci in arme e a cavallo; fu respinta da loro, e poi sterminata dalle
milizie di Atenolfo e Landolfo.[827] Pochi anni appresso, veggiamo i
Musulmani, padroni di Teano, respingere lo stratego bizantino
Teofilatto, venuto da Bari.[828] Veggiamo un'altra gualdana del
Garigliano assediare il castel di Rocca Monte presso Nocera; e già
ridurlo, per difetto di acque, quando una pioggia rinfrancò il presidio,
il dì di San Vito, non sappiam di quale anno.[829] L'ottocento
ottantotto, Napoletani, Bizantini, e Musulmani erano spinti di nuovo da
Atanasio sopra Capua: contro i quali uscito Atenolfo con le forze
ausiliari di Aione principe di Benevento e con un'altra schiera di
Musulmani, si combattè a Santo Carzio in quel d'Aversa; tra i Cristiani
soli bensì, poichè i seguaci di Maometto dall'una e dall'altra parte si
stettero.[830] Non andò guari che fatta una pace da Atanasio con Capua,
uniti insieme tutt'i condottieri musulmani assalivano a un tempo gli
Stati di Napoli e di Salerno; uno stuolo loro, rotto da Guaiferio presso
Nocera, parte mettea giù le armi, parte si disperdea tra le selve; un
altro insieme coi Capuani andava a dare il guasto al territorio di
Napoli.[831] Chiamati poscia da Aione, che s'era spiccato dai Greci,
andarono con esso a far levare l'assedio di Bari, ma furono rotti dal
patrizio Costantino.[832]

Dalle quali fazioni è manifesta la condizione dei Musulmani in quelle
parti: masnade di rubatori, che faceano, quando occorrea, da compagnie
di ventura; e, quando stringeva il pericolo, s'annidavano ad Agropoli e
al Garigliano. Par che tra loro non mancasse chi si diè al traffico, o
esercitò due mestieri ad un tempo, ladrone e mercatante; ritraendosi
come in Salerno una volta si sospettò che i Musulmani accorsi in
grandissimo numero sotto specie di pace, disegnassero qualche mal tiro;
se non che furono vegliati, e poi vietato loro di entrare con armi in
città.[833] Tra così fatti commercii e l'usare con le milizie di quegli
Stati cristiani, con le quali andavano in guerra e per conseguenza
spartivano il bottino, i Musulmani si addimesticarono nel paese. Quel
rifiuto d'Affrica e di Sicilia, a dir vero, non avea parti
d'incivilimento da comunicare altrui; pure arrecava qualche usanza;
promovea, poco o molto, la influenza arabica che si vide a Salerno e
altrove nel decimo e undecimo secolo. Spicciolati, menomati, assuefatti
ad una certa dipendenza dai Cristiani, e, sopra tutto, privi di aiuti
della madre patria, rimaneano come piaga inveterata ch'uom più non pensi
a curare; nè alcuno li potea temere conquistatori, fino al passaggio di
Ibrahîm-ibn-Ahmed, del quale innanzi si dirà.



CAPITOLO XII.


Prendendo a studiare il popolo vinto nell'isola, la prima cosa convien
tornare alla memoria i modi e la progressione del conquisto. Delle terre
di Sicilia altre abbiam visto prese di viva forza, ovvero a patti che
guarentissero le persone e gli averi; altre sottomettersi a tributo;
altre vittoriosamente resistere. Le prime e le seconde di raro furon
distrutte; talvolta i Musulmani vi posero colonie; più sovente le
tennero suddite, abbattute pria le fortificazioni e presi ostaggi; nè in
tutte lasciaron presidii. Non presidii nè colonie ebbero le città
tributarie. Le independenti durarono nell'antico esser loro; aggiuntovi
i pericoli, la gloria e la febbrile attività della guerra.

Quanto al cammino dei conquistatori, si è potuto notare che s'avanzarono
quasi sempre da ponente a levante. Combattuto qua e là con varia fortuna
per quattro anni (827-831) e ferme poi le stanze in Palermo,
s'insignorirono entro un decennio (831-841) del Val di Mazara: regione
piana anzi che no, abbondante di pascoli e terre da seminato; nella
quale fondarono lor prime colonie e trasportarono gli schiavi che
coltivassero i poderi occupati. Nei diciott'anni susseguenti (841-859)
fu domo con più duro contrasto il Val di Noto: terreno feracissimo,
ondulato, sparso di men alti monti e men vaste pianure che il Val di
Mazara; nè par che i Musulmani prendessero a soggiornarvi finchè
Siracusa tenne il fermo. Repressa intanto la sollevazione cristiana
dell'ottocento sessanta, che fu comune al Val di Mazara e al Val di
Noto, i vincitori si spinsero in Val Demone: provincia formata dalla
catena degli Apennini e dall'Etna; e però tutta valli e aspre montagne,
coperta d'alberi da bosco e da giardino, e difendevole assai. In Val
Demone, invero, aveano occupato Messina ed alcun'altra città marittima;
pure, entro sessant'anni (843-902) non arrivarono a spuntar dalla difesa
le popolazioni cristiane ridotte in un triangolo, il cui vertice toccava
Catania e la base stendeasi dai monti sopra Messina infino a Caronia,
com'io credo.[834]

Ho seguito fin qui la divisione territoriale della Sicilia in tre
province, che chiamavansi Valli, di Mazara, Demone e Noto; la quale
durò, con qualche mutamento, infino al mille ottocento diciotto, e la
origine sua si riferisce d'ordinario ai Musulmani. Cotesta opinione
manca di prove; poichè i diplomi e le cronache dei primi tempi normanni,
quando l'azienda pubblica ritenea quasi tutte le forme del governo
precedente, fanno menzione del solo Val Demone.[835] I ricordi del Val
di Mazara e del Val di Noto non sono nè sì antichi nè sì precisi.[836]
Nondimeno io accetto il pensamento comune, parendomi la divisione in tre
province ordine antico che tornasse su, dopo qualche innovazione
temporanea; e riflettendo inoltre che i conquistatori arabi erano
necessitati a tripartire l'isola. Volendo giovarsi degli oficii
dell'azienda bizantina per la riscossione del tributo fondiario,
trovavano le due provincie, Lilibetana e Siracusana, divise dallo Imera
Meridionale, ossia fiume Salso; ma com'eglino non possedeano per intero
la provincia Siracusana, così doveano distinguere la parte che rimaneva
ai nemici, ch'era appunto il Val Demone, dalla parte musulmana che
giaceva a mezzodì e chiamossi Val di Noto, e da un po' di territorio a
ponente il quale confuso con la provincia Lilibetana si addimandò Val di
Mazara. Secondo tal supposto lo scompartimento in tre province
tornerebbe alla seconda metà del nono secolo.[837]

In quell'epoca si potrebbe trovare alsì la ragione dei nuovi nomi delle
tre province; delle quali la prima e l'ultima li presero, com'è
evidente, da città. La provincia Lilibetana andò chiamata forse di
Mazara, per esser questa la città più vicina al Lilibeo,[838] non
ristorato per anco col nome di Porto di Ali (_Marsâ-Alî_, Marsala);
ovvero perchè sedesse a Mazara il _diwân_ dei beneficii militari, posto
fuori dalle città di Palermo e di Girgenti ch'erano circondate di poderi
allodiali. La provincia Siracusana potea ben prendere il nome da Noto
che vi primeggiava, giacendo Siracusa in rovine, nè sendo risorta da
quelle innanzi il decimo secolo. Quanto al Val Demone, l'etimologia si è
riferita ai boschi (_Vallis Nemorum_); si è riferita ai demonii
dell'Etna, tenuto spiraglio d'inferno (_Vallis Dæmonum_); altri più
saviamente l'ha tratto da un forte castello, ricordato nelle memorie del
nono secolo e abbandonato di certo nel duodecimo. Sembrami più probabile
che i nomi della provincia e del castello fossero nati insieme
dall'appellazione presa per avventura dagli abitatori di tutta quella
regione: Perduranti, cioè, o Permanenti, nella fede, si aggiunga
dell'impero bizantino. Perocchè un cronista greco del nono secolo,
trattando delle città di Puglia rimase sotto il dominio di
Costantinopoli, adopera il verbo analogo a così fatta voce;[839] e una
delle varianti con che questa ci è pervenuta è appunto _Tondemenon_ che
si riferisce, senza dubbio, non al territorio ma agli abitatori.[840] La
denominazione di valle potrebbe essere arabica al par che latina;[841]
nel secondo dei quali casi ben potea convenire a un territorio compreso
nella vallata tra gli Apennini e l'Etna; nè il nome generico latino o
arabico unito a una appellazione greca, farebbe maraviglia nella Sicilia
di quei tempi.[842]

I Cristiani ch'erano tuttavia la maggior parte della popolazione
dell'isola, viveano in quattro condizioni diverse, cioè, indipendenti,
tributarii, vassalli e schiavi; le quali partitamente prenderemo ad
esaminare.

Le popolazioni independenti dai Musulmani chiuse nelle proprie mura e
obbedienti, più o meno, all'impero bizantino, riteneano i magistrati e
gli ordini anteriori al conquisto. Pure, nell'ultima metà del nono
secolo, forza era che seguisse tra loro una vicenda analoga alla
restaurazione dei comuni nell'Italia di mezzo dopo il conquisto
longobardo. Non potendo l'impero porre presidii per ogni luogo
dell'isola, dovea tollerare, anzi procacciare che le terre forti per
sito o per numero di cittadini si difendessero dassè, come le città
italiane del settimo secolo; il che inevitabilmente accresceva autorità
e baldanza all'aristocrazia della curia, base dei corpi municipali.
Avvezzi ormai a combattere o patteggiare coi Musulmani; a cospirare col
governo bizantino quando talvolta fossero stati soggiogati dal nemico;
ad ordinare mosse militari, di accordo coi capitani imperiali di
Castrogiovanni o di Siracusa, le città siciliane par che a poco a poco
prendessero sembianze di confederate più tosto che suddite. Pertanto le
istituzioni municipali, che in Grecia e altrove si dileguarono sotto il
forte governo di Basilio Macedone, sì che poi Leone il Sapiente ne
cancellò anco il nome, le istituzioni municipali, io dico, doveano
rinvigorire, in quel medesimo tempo, nelle città di Val Demone che
mantennero l'onor del nome cristiano in Sicilia. Ciò confermano parecchi
cenni delle cronache: come sarebbero le pratiche dei Musulmani a Troina
l'ottocento sessantasei; la missione d'un decurione per lo riscatto dei
prigioni nell'ottantatrè; e tanti casi di guerra cessata o ripresa, nei
quali è manifesto che operassero i municipii, non gli oficiali
dell'impero. I ricordi ecclesiastici del tempo, dei quali si tratterà in
questo capitolo, danno indizio anch'essi della autorità politica assunta
dagli ottimati: senza che il sacerdozio non avrebbe con tanta rabbia
aguzzato contro costoro il pungolo della satira. L'autorità municipale
poi occupò ogni potere, ossia i comuni independenti operarono come
repubbliche, negli ultimi anni del nono e i primi del decimo secolo;
quando lo impero del tutto li abbandonò.

Pari autorità civile, con minore possanza e niuna gloria, serbarono i
municipii della seconda classe di popolazioni, vogliam dire le
tributarie. Nei principii del conquisto, tal condizione dovea parer
comoda ai vincitori al par che ai vinti; sopratutto ai capi. E
veramente, i condottieri musulmani senza fatica imborsavano il danaro e
poteano scompartirlo con più largo arbitrio che il bottino; e i
magistrati municipali si francavan dai pericoli della guerra, pagando
agli Infedeli, poco più o poco meno, quel che soleano mandare a
Costantinopoli; poteano inoltre distribuire il peso tra' lor miseri
concittadini con maggiore ingiustizia che loro non ne concedessero le
leggi dell'impero. Nondimeno l'odio religioso, il sentimento nazionale,
e le molestie nascenti dalla licenza e discordia dei vincitori,
sturbavano sovente i raziocinii dell'interesse materiale e spingeano
l'aristocrazia municipale a spezzare i patti. Perchè quella società non
sembri troppo più generosa dell'odierna società europea, si aggiunga lo
scapito dei proprietarii, i cui servi e coloni spesso fuggivansi dai
poderi; spezzandosi le catene dello schiavo altrui che riparasse in
paese musulmano e si convertisse all'islamismo, divenuto liberto di Dio,
come dicea Maometto.[843] S'aggiunga infine il bisogno che portava le
colonie musulmane ad estendersi, e si comprenderà come avvenia sì
sovente che le città tributarie si ribellassero o i Musulmani le
assalissero con pretesti. Ricadendo sotto il giogo, erano ridotte a
vassallaggio: talchè il numero delle tributarie scemò a poco a poco, e
poi del tutto mancarono.

Nel tempo che durava tal qualità di popolazioni, l'ordinamento loro è
agevole a immaginare. Come nelle città independenti, così nelle
tributarie l'autorità dovea risedere nei municipii. Del ritratto dei
beni imperiali e comunali, aggiuntevi le contribuzioni su i cittadini,
il municipio pagava il tributo detto dai Musulmani _gezîa_ o
_kharâg_;[844] la somma del quale dipendea dai patti, e secondo le
usanze musulmane si stipolava ordinariamente per dieci anni, dando
statichi per sicurtà. È probabile che s'aggiugnesse il patto di svelare
ai Musulmani le trame del governo imperiale; favorir le loro imprese e
rispettare le persone e averi loro, come veggiamo stipolato da
Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân con gli abitatori di Cipro.[845]

Soggiaceano al vassallaggio le terre prese per forza d'armi o a patti,
come dicemmo. Nelle seconde per virtù del trattato, nelle prime per
umanità e interesse a non desolare il paese, i Musulmani davano
l'_amân_, o sicurtà, come suona in nostro linguaggio. Lasciate indietro
le condizioni occasionali o transitorie di che si è fatta menzione nel
racconto, come di consegnare un dato numero di schiavi, abbandonare una
parte dello avere e somiglianti stipolazioni, la sostanza dello amân era
questa. Cessava nel paese l'autorità politica dei Cristiani. I beni
dello Stato, fors'anco del comune, e tutti o in parte i beni
ecclesiastici, e quei dei cittadini uccisi o usciti, passavano in
proprietà della repubblica musulmana; e insieme con le terre
necessariamente andavano i servi o coloni che soleano coltivarle sotto
gli antichi signori. Il rimanente della popolazione continuava a vivere
secondo le proprie leggi e costumanze; e tutti gli uomini liberi, qual
che si fosse lor grado e fortuna, si ragguagliavano dinanzi ai vincitori
in unica condizione, che s'addimandava in arabico _dsimma_ e lo
individuo _dsimmi_, che noi diremmo umiliato o suddito. Godeano
ordinariamente pieno esercizio del dritto di proprietà.[846] La legge
musulmana proteggea loro persone e averi con le medesime sanzioni penali
che pei Musulmani[847] e ammetteva ogni contrattazione civile tra loro e
i Musulmani, anche i lasciti per testamento.[848] Oltre le condizioni
ragionevolmente chiamate essenziali; cioè che non parlassero con
irriverenza del Corano, del Profeta, nè dell'Islâm, non dicessero
villania a donne musulmane, non ingiuriassero i soldati, non tentassero
far proseliti tra i Musulmani e rispettassero i beni loro,[849] gli
dsimmi andavano sottoposti a tre maniere d'aggravii: di finanza, di
polizia civile e di polizia ecclesiastica.

Gli aggravii di finanza addimandavansi _gezîa_ e _kharâg_; la prima su
le persone, il secondo su i beni stabili. La gezîa che suona
compensazione, aggiungasi della sicurtà data alle persone e alla roba,
era una tassa testatica di quarantotto dirhem all'anno[850] su i ricchi,
ventiquattro su gli uomini di mezzane facultà, e dodici su i
nullatenenti costretti a vivere di lavoro manuale, escluse le donne, i
bambini, i frati, gli storpii, i ciechi, i mendici e gli schiavi. Kharâg
vuol dire ritratto o rendita. Si levava, come le contribuzioni fondiarie
dei tempi nostri, sul fruttato presunto, in ragion composta della
estensione del terreno e maniera della cultura: e in alcune province
musulmane fu in origine il venti per cento; ma la somma spesso restò
invariabile, talchè scemata la rendita, il dazio tornò più grave. La
gezîa cessava per conversione all'islamismo. Per contraddizione fiscale,
necessaria al mantenimento dello Stato, il kharâg continuava non ostante
che il possessore si convertisse, o che il podere passasse in man di
Musulmano.[851]

Ingiuriosi furono e molesti gli statuti di polizia civile. Vietato agli
dsimmi di portare armi, montar cavalli, metter selle su' loro asini o
muli, fabbricare case più alte o al ragguaglio di quelle dei Musulmani,
prendere nomi proprii in uso appo i Musulmani e fin di adoperare
suggelli con leggende arabiche. Proibivasi di più che bevessero vino in
pubblico, accompagnassero i cadaveri alla sepoltura con pompe funebri e
piagnistei; e alle donne loro di entrare nel bagno quando fosservi donne
musulmane e rimanervi quando quelle sopravvenissero. E perchè non si
dimenticasse in alcuno istante la inferiorità loro, era ingiunto agli
dsimmi di tenere un segno su le porte delle case, uno su le vestimenta,
usare turbanti d'altra foggia e colore e sopratutto portare una cintura
di cuoio o di lana. In strada eran costretti a cedere il passo ai
Musulmani; stando in brigata, a levarsi in piè quando entrasse o uscisse
uom della schiatta vincitrice.[852]

Parrà mirabile dopo ciò la tolleranza dei regolamenti di polizia
ecclesiastica, che limitavansi a vietare la costruzione di novelle
chiese e monasteri, ma non già la restaurazione degli edifizii
attuali.[853] Del rimanente era lecito alle chiese di redare;[854]
liberissimo lo esercizio del culto nei tempii e nelle case; ma si
inibiva di far mostra di croci in pubblico, leggere il vangelo sì alto
che lo sentissero i Musulmani, ragionare del Messia con costoro, e
suonare furiosamente campane o tabelle.[855] Non si intrometteano i
Musulmani nè punto nè poco nelle materie di domma, culto, o disciplina,
e proteggeano ugualmente i sudditi cristiani di qualsivoglia setta.[856]

A condizioni poco diverse il califo Omar aveva accordato l'Amân ai
cittadini di Gerusalemme, il quale servì di norma in tutti i tempi,
salvo i mutamenti consigliati dalle circostanze o dall'umor dei
vincitori. I patti del vassallaggio si osservarono con rigore sotto i
governanti duri o bacchettoni, e quando rincrudiva il fanatismo del
popolo; si trascurarono più sovente per saviezza e dispregio di chi
reggeva, e per la riputazione dei cristiani amministratori delle entrate
pubbliche, medici, segretarii, cortigiani, grossi mercatanti, o
innalzatisi in qual altro modo sappiano usare lo ingegno e l'astuzia per
domare la forza brutale. Gli Ebrei, come ognun sa, e molti ne viveano
allora in Sicilia, soggiaceano alle medesime leggi. È bene di notare che
quanto ho qui scritto degli dsimmi, quanto dirò degli schiavi, si ritrae
dagli esempii d'altri paesi; ma che si dee ritenere prescritto anco in
Sicilia, per la medesimità delle circostanze e la uniformità delle
costumanze musulmane. Raccoglierò in altro luogo gli attestati
risguardanti l'esercizio del culto cristiano in Sicilia, ch'è stato
messo in forse per erronei supposti e poca attenzione alle generalità
che or ora accennai.

Se dalla condizione degli dsimmi ci volgiamo alle speciali istituzioni
civili che fossero rimase loro, son da distinguere le terre abitate da
soli cristiani e quelle ove stanziasse con loro qualche colonia
musulmana. Nelle prime è probabile che fosse lasciato un avanzo di
municipalità: magistrati eletti in qualunque modo dalla popolazione, col
tristo carico di riscuotere la gezîa; con le rade cure edilizie che
potessero occorrere tra tanta miseria; e di più vegliare su i mercati e
amministrare la giustizia civile e penale nelle cause che non toccassero
uomini musulmani. La giurisdizione di magistrati cristiani nelle terre
di cui ragioniamo non può essere dubbia, quando la si esercitava per
certo nelle terre che gli abitavano insieme coi Musulmani.

Queste erano le città o castella di maggiore importanza militare, ovvero
economica. In esse credo aboliti i municipii e commesse ad officiali
musulmani tutte le parti della polizia urbana. Ma i Cristiani ritennero
di certo le corporazioni di mestiere e di quartiere, che per lo più
coincideano l'una con l'altra nel medio evo. Così fatte associazioni,
che si trovano negli ultimi tempi del dominio romano,[857] non furono
distrutte al certo dagli Arabi, il cui reggimento n'avea d'uopo, e forse
le creò laddove mancassero; perocchè la esecuzione delle leggi penali
musulmane dipendea dalla responsabilità reciproca dei membri delle tribù
o consorterie. A togliere ogni dubbio, è detto espressamente negli
statuti penali che le ammende degli dsimmi debbano pagarsi dai loro
'akila ossiano ascritti alla medesima consorteria, e si vieta ai
Musulmani di ascriversi in quelle degli dsimmi.[858] La istituzione
delle consorterie necessariamente portava seco scelta di capi, vigilanza
di costoro a prevenire i delitti la cui pena sarebbe ricaduta su la
comunità; e infine, esercizio di giurisdizione civile affidata sia ai
capi stessi, sia ad altri magistrati cui designasse la corporazione. A
ciò conduceva il principio del compromesso, o vogliam dire giudizio per
arbitri scelti dalle parti: giurisdizione unica degli antichi Arabi,
come d'ogni popolo barbaro, accettata dai Musulmani, come da ogni popolo
più civile,[859] e necessaria agli dsimmi che non avean comuni coi
vincitori nè religione, nè costumi, nè ordini sociali, nè, per parecchi
secoli, il linguaggio. E che tale giurisdizione volontaria fosse stata
esercitata assai largamente, lo mostra un capitolo delle istituzioni
musulmane relativo ai giudizii delle liti tra gli dsimmi; nelle quali
era lasciato ad elezione delle parti di adire il giudice cristiano,
ovvero il magistrato musulmano, il quale poi decidea secondo le proprie
leggi.[860] Durano tuttavia così fatti ordini nelle popolazioni
cristiane d'Oriente, ove la giurisdizione conciliativa e correzionale è
attribuita per lo più alla gerarchia ecclesiastica, e la si estende
molto più che negli stati cristiani, per ripugnanza della gente a
richiedere il magistrato musulmano, e per timore delle molestie ed
estorsioni di quello.[861]

Venendo agli uomini di condizione servile, noi lasceremo indietro que'
che viveano nella società cristiana sotto l'antico giogo delle leggi
romane; se non che dovea mitigarsi lor sorte nelle città independenti e
tributarie, per paura che i servi e coloni non si emancipassero
rinnegando la fede, e nelle popolazioni vassalle, per lo esempio dei
signori musulmani. Appo costoro la schiavitù ebbe origine di tre maniere
diverse: uomini liberi presi in guerra; uomini venduti da altri
Musulmani o Cristiani che li avessero tolto d'altri paesi per violenza o
frode; e in ultimo, com'e' non parmi dubbio, servi della gleba passati
in proprietà dei Musulmani insieme coi poderi. L'origine non portava
divario nella condizione. I Musulmani chiamavanli indistintamente
_rekîk_, che vuoi dire “minuto o sottile” e _memlûk_, cioè
“posseduto:”[862] orribile parola; ma il fatto era più mite; nè la legge
tenea gli schiavi come cose più tosto che persone. Se Gregorio il grande
meritò bene della umanità pei liberali precetti, non accompagnati sempre
dallo esempio, a favor degli schiavi, Maometto va lodato sopra di lui
per avere, venti anni appresso la morte di San Gregorio, migliorato
assai più la condizione di coteste vittime della forza e dell'avarizia.
Non potendo, come già il notammo,[863] cassare d'un tratto la schiavitù,
fece opera ad alleggerirla ed abbreviarla. Ora in nome dell'Eterno
comandava di usare carità agli schiavi come ai figliuoli, congiunti,
orfanelli, mendici e viandanti,[864] e insinuava di dar loro abilità a
riscattarsi col frutto del proprio lavoro.[865] Or ponea l'emancipazione
d'uno schiavo ad ammenda di omicidio scusabile,[866] voto infranto, o
ritrattazione di divorzio precipitoso;[867] rendea libera di dritto la
schiava che avesse partorito un figliuolo al suo signore,[868] e
chiamava reo di morte il padrone omicida del proprio schiavo;[869]
comechè egli non abbia sempre fatto osservare questa legge e che la
logica dei giuristi l'abbia del tutto annullato.[870] Tanto pure avanzò
di quei caritatevoli insegnamenti, che lo schiavo, secondo legge
musulmana, non può andar messo in catene;[871] e che la emancipazione,
accordata volentieri dai generosi, carpita quasi dalla legge agli animi
duri e taccagni, si effettuava a capo di parecchi anni di servigio;
sopratutto venendo a morte il padrone, e fattosi musulmano lo
schiavo.[872] Superfluo parmi d'avvertire che la schiavitù sotto gli
Arabi inciviliti del nono secolo, non va punto rassomigliata a quella
appo i pirati barbareschi, vergogna dell'Europa infino ai principii del
secol nostro. Potrebbe per avventura farsi il ragguaglio con gli Stati
cattolici e feudali del medio evo e con le due nazioni più giovani del
mondo, cristiane entrambe e modello l'una di dispotismo, l'altra di
libertà: e la bilancia penderebbe sempre a favor degli Arabi.

La somma è che la schiatta vinta in Sicilia vivea meno aggravata sotto i
Musulmani, che le popolazioni italiche di terraferma sotto i Longobardi
e i Franchi. L'ostacolo della diversa religione dovea scemare ogni dì
per le apostasie dei vassalli, e assai più degli uomini di condizione
servile, i quali per conseguire libertà si rifuggissero appo i Musulmani
dalle città independenti o tributarie; ovvero, se schiavi di Musulmani,
abbandonassero la fede dei padri loro per le sollecitazioni dei nuovi
signori, la certezza di più umani trattamenti, la speranza
dell'emancipazione e la lontananza dai correligionarii. La distribuzione
geografica delle quattro classi della gente cristiana nel nono secolo,
non mi par difficile a ritrovare. Il Val di Mazara, sede delle colonie
musulmane, era pieno di schiavi e vassalli; e cotesti ultimi
soggiornavano in città e terre insieme coi Musulmani, più tosto che
soli.[873] Al contrario gli abitatori del Val di Noto, per un secolo in
circa dalla metà del nono alla metà del decimo, sembran tutti cristiani,
e le città loro più tostò vassalle che tributarie.[874] Tutte le città
independenti, come già il dicemmo, e alcuna tributaria, eran ristrette
in Val Demone.

Dall'ordine politico e sociale or ci volgeremo alle vicende
intellettuali e morali. Avremo a scorta le memorie ecclesiastiche: unici
annali dell'uman pensiero, nei tempi che il pensiero, incatenato dalla
religione, in ciò solamente si esercitò che piacesse alla Chiesa; e i
pochi frutti che produsse andaron a beneficio e nome di quella,
com'avvien che il servo si affatichi sempre a comodo del padrone. La
unità di cotesta forza motrice della società bizantina di Sicilia ci
porta a seguire l'ordine cronologico, più tosto che la distinzione per
materie, come sarebbero opinioni religiose, passioni pubbliche, lettere,
costumi. E piacerà fors'anco al lettore a guardare, in vece di circoli
ideologici, i ritratti degli uomini notabili del tempo, bene o mal
dipinti che fossero.

Della storia ecclesiastica propriamente detta, ci basterà ricordare le
due vicende principali; cioè la restaurazione delle Immagini e lo scisma
di Fozio. L'una accrebbe potenza al clero non meno che agli imperatori,
sendo stato il popol di Sicilia tenacissimo in quel culto. Lo scisma di
Fozio, lite nazionale più tosto che religiosa, tra Roma e
Costantinopoli, non portò scosse nell'isola, ove il papa era già caduto
in obblio. Perocchè nell'ottavo secolo, senza contrasto nè
rincrescimento dei popoli, s'era consumata la scissione della Chiesa
Siciliana dalla sede di Roma.[875] Ubbidì la Sicilia allora al Patriarca
di Costantinopoli. I vescovi di Siracusa e Catania ottennero grado di
metropolitani; il secondo senza suffraganei; il primo preposto a tutte
le sedi da Catania in fuori: cioè Taormina, Messina, Cefalù, Termini,
Palermo, Trapani, Lilibeo, Triocala, Girgenti, Tindaro, Lentini, Alesa,
Malta e Lipari.[876] Dopo il conquisto musulmano distrutta alcuna città,
altra fatta stanza dei Musulmani, parecchi vescovadi caddero, o ne
rimase il nome solo, non sappiam quali, nè in quali anni; perocchè in
vano si cercherebbero le vestigia di cotesti mutamenti nelle copie
diverse del catalogo attribuito a Leone il Sapiente. Pure il fatto è
certo, perchè necessario, e perchè le soscrizioni dei vescovi siciliani
scompariscono a poco a poco dagli atti dei concilii; non si parla più di
loro nelle croniche; e il solo di cui si abbia memoria, verso la fine
dell'undecimo secolo, è quel di Palermo, chiamato arcivescovo; del qual
cenno noi tratteremo a suo luogo.

Aprendo i volumi delle agiografie siciliane reca maraviglia lo
scarsissimo numero dei martiri dell'epoca musulmana. A spiegar ciò non
basta la dimenticanza che necessariamente seguì nel decimo e undecimo
secolo, quando la più parte della popolazione confessava un Dio solo e
Maometto apostol di lui. Sendo rimasi tuttavia molti Cristiani in
Sicilia, e surti in Calabria novelli monasteri ove riparavano frati
siciliani, è manifesto che la tradizione non potea perire. Martiri da
un'altra mano non ne mancavano. Migliaia di combattenti, fatti prigioni
e proposta loro talvolta, a rigor del dritto di guerra, l'alternativa
tra l'apostasia e la morte, eleggeano francamente la morte; come fecero
sempre e in ogni luogo i soldati dell'impero bizantino. Ma il clero non
volea santi laici, molto meno soldati; e di certo mandava all'inferno
quei martiri che innanzi non fossero stati bacchettoni. De' suoi, il
clero non ne forniva; perdonandosi per legge musulmana la vita ai preti
e ai frati fuorchè se avessero combattuto: il che non avveniva giammai
nella Chiesa Greca. Perciò sì poche le vittime cui il martirio desse
titolo di santità. Si noverano tra quelle, nel primo impeto del
conquisto, San Filareto e altri frati di che facemmo ricordo
nell'assedio di Palermo (831): e furon presi fuggendo.

Contemporaneo di San Filareto un grande oratore sacro, Teofane Cerameo
arcivescovo di Taormina: che sembra onoranza personale, se pure negli
sconvolgimenti ecclesiastici e politici di quel tempo la dignità
metropolitana non fu accordata e tosto ritolta alla detta sede. Di
Teofane Cerameo si ha notizia per un'ampia raccolta di omelie greche,
delle quali ci avanzano da quaranta esemplari,[877] la più parte col
nome di lui, altri di Gregorio Cerameo, Giovanni Cerameo, Cerameo
soltanto, e infine Filippo, chiamato poi, com'aggiugnesi ne'
manoscritti, Filagato, monaco e filosofo.[878] Ostinandosi a riferire
tutte le omelie a un medesimo autore, gli eruditi che le studiavano,
disputarono vanamente su l'età in cui fosse vivuto. Lo Scorso, gesuita
siciliano il quale pubblicò per lo primo a Parigi (1644) il testo e la
versione latina di sessantadue omelie, le volle tirar su tutte al nono
secolo; e infelicemente cavillò per adattare a quei tempi le vestigia
del duodecimo secolo che si toccan con mano in alcune di coteste
omelie.[879] Il dotto Guglielmo Cave, al contrario, opinò che la
raccolta appartenesse al secolo undecimo, e dovea dire duodecimo.[880]
Ha sostenuto questa medesima sentenza il sacerdote Niccolò Buscemi da
Palermo (1832) illustrando la materia con le notizie di altri
manoscritti, tra i quali uno di Madrid, che contiene altre ventinove
omelie inedite, e che fu rubato probabilmente alla Sicilia.[881] Ma per
vero si debbono riconoscere, come il pensò quel savio monsignor Di
Giovanni,[882] almen due autori; l'uno dei quali visse di certo nel nono
secolo, l'altro di certo nel duodecimo. La prova del primo assunto si
vedrà or ora. Quella del secondo è che cinque orazioni,[883] come
leggesi in alcuni codici, furono recitate “nel palagio di Palermo, in
Palermo dinanzi il re, nel monastero del Salvatore di Messina[884] nella
chiesa di Santo Stefano in Palermo e sul pulpito della chiesa
metropolitana della stessa città.” A togliere il dubbio che il
predicatore moderno le avesse rubato tutte all'antico, una di coteste
orazioni contiene lo elogio funebre del primo cantore del detto
monastero del Salvatore;[885] e un'altra la più precisa descrizione che
far si possa della cappella palatina di Palermo, coi mosaici e i marmi
di che la arricchirono i principi normanni.[886] Par che cotesto oratore
sia appunto Filagato del quale dicemmo: e può supporsi ch'egli abbia
aggiunto del suo qua e là; composto qualche omelia; tolto di peso le
altre da antichi codici; e spacciato tutto per roba propria. Altri
probabilmente replicò il plagio, e così andrebbe spiegata la diversità
dei nomi d'autori, che s'incontrano nei varii manoscritti.[887] Quanto
alle omelie che non portan sì chiara la divisa della età, molte sembrano
da attribuirsi all'autore del nono secolo.[888]

Senza avvilupparci in oziose questioni, chiameremo costui Teofane,
soprannominato Cerameo dalla patria o dal casato. Ei passò, come pare,
da un monastero al seggio vescovile di Taormina; ed affrontando l'ira
del governo iconoclasta, fu bandito dalla diocesi; come lo mostra il
caldo esordio d'una omelia recitata dal pulpito di Taormina.[889] “Avea
durato, ei dicea, lungi dai suoi figliuoli in Cristo, la tirannide d'un
amor violento; avea bramato di rivederli come il terreno arso e
screpolato brama la pioggia: e dileguinsi, ei continuava, le rughe delle
nostre fronti, poichè ci è dato di tornar tutti insieme a venerare
questa effigie di Maria non dipinta da man d'uomo.”[890] Non guari dopo,
quel dì stesso che si festeggiò per tutto lo impero la restaurazione
delle Immagini (842), Teofane esponea con dire vibrato e conciso la
storia degli Iconoclasti. Certi maghi ebrei vaticinarono la futura
grandezza a Leone Isaurico; e lo spinsero a dar principio all'eresia.
Serpente nato di un dragone, succedeva all'Isaurico, nell'impero e nella
empietà, Costantino Copronimo: e rincalzava la persecuzione un altro
Leone (l'Armeno) indegno della porpora; stigandolo alla mal opra quel
falso abbate, che solea rintanarsi in un casolare, e uscir come
pipistrello su l'imbrunire del dì.[891] Narra poi il noto fatto di
Teodora e del giullare che la scoprì; scansa prudentemente il nome del
crudele Teofilo; e ne viene al concilio di Costantinopoli; alle lodi
della imperatrice che rendeva alla Chiesa le immagini, quasi tolti
ornamenti e segni di gloria; e sì esorta i fedeli a celebrare il fausto
evento, abbominando i capi e fautori dell'empietà, venerando e baciando
le immagini, non per idolatria, ma per onorare i prototipi di quelle: e
conchiude, contro le premesse, con raccomandare a tutti carità,
misericordia, penitenza.[892] La data dell'anno, mese e giorno è scritta
quivi a caratteri indelebili. Quella del secolo si trova in due altre
omelie, dove l'oratore volgeasi al cielo, pregando aiuto agli ortodossi
imperatori contro gli empii figli di Agar, insultatori del culto
cristiano;[893] e in un'altra ove discorre le voluttà dei Gentili, e dei
nostri vicini Ismaeliti, ei dice, che si scambian le mogli.[894]

I dubbii cronologici che abbiam toccato, e la tendenza degli oratori
sacri, come dei poeti satirici, ad abbozzare piuttosto caricature che
ritratti, ci consigliano a molta circospezione nel dedurre dalle dette
omelie i costumi della Sicilia cristiana nel nono secolo. Esagerate
sembrano invero le invettive che il nostro oratore lanciava da petto a
petto al popolo di Taormina, il dì festivo di San Pancrazio, primo
vescovo, che si supponea, della città. Tornato in fretta di Palermo,
Teofane, ancorchè spossato, com'ei dicea, dal viaggio, montava sul
pulpito a sfogar sua collera. Ponea per testo le parole del Vangelo:
“Son io la porta” (Giovanni, X, 9); e, spiegatele, veniane alla
conchiusione, che il clero farebbe opera a non imitare i pastori
mercenarii e ladri, ma i fedeli dovessero alsì fuggire l'esempio de'
capretti che corrono a precipitar nei dirupi. E passando alle gesta del
santo che si festeggiava: “In questa nostra isola, ei dicea, venne
Pancrazio, e in questa città di Taormina; sì, città del toro e delle
Menadi,[895] del furore e della mania, in questa terra ove siam dannati
a soggiornare.” Poi facendo parola degli idoli Falcone, Lissa e
Scamandro abbattuti da San Pancrazio, esortava i cittadini “a metter giù
anch'essi i loro idoli, cioè le fiere passioni dell'animo; ad
esercitarsi in buone opere; massime quei che il poteano, gli ottimati
dell'empia città, ottimati, ei ripigliò, cioè più cospicui nei
vizii.”[896] Il viaggio di Palermo, la perturbazione politica che si può
argomentare da quella puntata contro i grandi, accennerebbero ai tempi
della rivoluzione d'Eufemio, nei quali regnava Michele il Balbo, nè
correan troppo pericolo gli adoratori delle immagini. Si potrebbe
riferire per avventura ai principii del regno di Teofilo un'altra omelia
recitata il dì di San Pantaleone, quando il sacro oratore rampognò gli
uditori che venissero alla festa per vendere le merci più che a sentir
la parola del Signore; e provocò al certo la potestà temporale,
ricordando che Cristo avesse mandato suoi discepoli come pecore tra i
lupi, e preveduto che monarchi, caporioni e tiranni sorgerebbero contro
la predicazione del vangelo.[897] Un altro grave sermone tocca
particolarmente i costumi privati. Spaventevole siccità travagliava il
paese; il suolo non poteva intaccarsi ormai con aratro nè zappa.[898]
L'oratore, costernato, parlando a gente costernata, descrive
diffusamente, e pur con vivezza e forza d'immagini, la pubblica
calamità. Commossi gli animi, risalisce, secondo suo mestiere, alla
causa di tutti i mali, il peccato. “E questo flagello ne percuote, ei
sclamava, perchè ci rodiamo d'invidia; perchè vogliamo superbire contro
gl'infimi; godiamo nel mal del prossimo; ne laceriamo l'un l'altro a
calunnie; ci abbandoniamo a stolte cupidigie; siam rotti a
lussuria;[899] lupi affamati nell'avere altrui; stizzosi peggio che
cameli; senza carità pei poverelli; senza rispetto verso la Chiesa. E i
ministri della Chiesa (ei continua nell'impeto dell'orazione) non son
essi i primi agli scandali; non si ingiuriano tra loro; non si odiano;
non cercan vendetta; non si tendono insidie reciprocamente; e, vedendo
il peccato in trionfo, non stan essi mutoli? I laici poi perchè guardan
la gobba dei sacerdoti, e non la propria loro? E che! la città è piena
di vizii; odo far giuramenti ogni dì, non ostante ch'io v'abbia ammonito
a scansarli,[900] e vi abbia presagito la collera del cielo: qual
maraviglia dunque che vi si apparecchi tal mèsse e tal vendemmia, e che
Iddio gastighi tutti per le peccata dei pochi, e fin gli animali e il
terreno per le peccata degli uomini?”[901] In tutta questa diceria non
si trova sillaba che indichi appunto i tempi. Nondimeno quello scrupolo
a far giuramenti, quella turbolenza del clero, mi fan pensare al nono
secolo più tosto che alla prima metà del duodecimo.

Dello stile di Teofane ho dato esempio negli squarci che precedono. Non
parmi carico di ornamenti quanto portava il gusto grosso di quei tempi.
Anzi, in generale, la narrazione dei fatti semplice, tersa, impaziente,
mi torna a mente il Maurolico, vivuto otto secoli appresso, nato com'e'
pare della stessa buona schiatta greca del Valdemone; ma l'oratore sacro
di Taormina non potea sempre mantener la sobrietà del geometra e
storiografo messinese. Suole intessere le prediche con bel metodo. Dopo
breve e leggiadro esordio pone il testo del vangelo; lo spiega
nitidamente, e con saviezza rara a quei tempi sviluppa i principii
morali più volentieri che sprofondarsi in astrazioni teologiche.
Guardinsi dunque le opere di Teofane da qualunque lato si voglia, si
dovran tenere come uno dei migliori esempii della eloquenza sacra appo i
Greci dei bassi tempi.[902] Lascio ad altri a indagare se appartenga a
Teofane un trattato didattico che si trova manoscritto a Torino; e chi
sia l'autore delle altre omelie diverse che possiede, anco manoscritte,
la Biblioteca di Vienna col nome di Giovanni Cerameo.[903]

Nel medesimo tempo altri Siciliani coglieano palme a lor modo,
gittandosi, a Costantinopoli, nel centro della mischia contro
gl'Iconoclasti. Primeggiò tra loro San Metodio, nato a Siracusa di
cospicua famiglia; avviato agli studii di grammatica, storia e
rettorica; mandato giovane a corte: ma l'ebbe a noia; e, persuaso da un
frate, vestì la cocolla, dato prima ogni suo avere per amor di Dio ai
poverelli. Così il puzzo del basso impero facea rifuggire nel chiostro
gli animi generosi, che non vi fossero stati spinti già prima da
preoccupazioni ascetiche; e la società civile perdea vigore; la
religiosa ne prendea troppo, e sfogavalo in vane contese. Metodio
pertanto si ricacciò suo malgrado tra i tumulti del mondo. Parlando
speditamente, come nato in Sicilia, il greco e il latino, fu mandato una
volta a Roma; tornò più caldo di zelo ortodosso e ardire contro la
potestà civile; parteggiò sì fieramente per Niceforo patriarca di
Costantinopoli, che, cacciato costui (814), egli fu costretto a
ripararsi a Roma; e dimorovvi fino alla morte di Leone l'Armeno (820).
Il papa allora l'inviava a nunzio appo Michele il Balbo; e questi,
tenendo ribelle il papa e più ribelle Metodio, ch'era nato suddito suo e
cadutogli tra le mani, lo fe' vergheggiare crudelmente; poi trasportare
in un isolotto detto di Sant'Andrea, o secondo altri Antigono, nel mar
di Marmara; chiuderlo in carcere sotterraneo con due condannati per
misfatti; un de' quali venne a morte, e il cadavere fu lasciato coi
compagni vivi. Dopo sette anni, Teofilo aguzzando il pazzo cervello a
comprender non so che scritto, a persuasione di un cortigiano, lo mandò
a Metodio; si compiacque della interpretazione; volle appo di sè il
sapiente; gli diè pensione e stanza in corte; e poco appresso gli fe'
sentir di nuovo il bastone e la muda, poichè l'ostinato Siciliano
ripigliava sotto mano sue argomentazioni a pro del culto delle immagini.
Ma liberato per novello ghiribizzo dello imperatore, Metodio, da savio,
si messe a disputare con lui in persona; lo scosse; e certo lo stuzzicò
in guisa, che Teofilo non sapendo star senza di lui, o temendo che
facesse brogli a Costantinopoli,[904] sel tirava dietro quando egli
andava a scapricciarsi alla guerra. È noto come, alla morte di Teofilo,
l'imperatrice Teodora, volendo por fine alla eresia, la prima cosa
cacciava per violenza il patriarca Giovanni Lecanomante. A lui fu
surrogato Metodio, ch'era tenuto capo di parte ortodossa, per la
dottrina, la pietà, la fortezza dell'animo, e di certo ancora per quelle
pratiche già si sospette a Teofilo. Degnamente esercitò l'autorità
patriarcale. Con agevolezza confuse i nemici che l'accusavano di
violenza fatta a una donna; alla età sua, macerato e consunto come egli
era dal carcere duro degli Iconoclasti,[905] ove avea perduto i denti e
i capelli. Rese poscia gli estremi ufficii ai compagni di persecuzione,
facendo opera a tramutare in Costantinopoli i cadaveri di que' ch'eran
morti in esilio. E mancò l'anno appresso (847); lasciando fama di
santità, e parecchi panegirici, e scritti disciplinari.[906]

Succedette a Metodio un figliuolo dello imperatore Michele Rangabe, per
nome Niceta, detto Ignazio dopo la esaltazione al patriarcato: eunuco
molto pio; divenuto inaspettatamente illustre e santo, perchè fu nemico
di Fozio. Lo scisma di Fozio il quale covava da secoli, per la rivalità
delle Chiese di Roma e di Costantinopoli, divampò per gelosia politica
contro i papi, per mene di corte a Costantinopoli: pur egli è vero che
la prima scintilla fosse stata gittata da Gregorio Asbesta, vescovo di
Siracusa.[907] Ignazio, contro il consiglio dei suoi più fidati, avea
vietato a costui di assistere alla sua consacrazione, come incolpato di
non so che trasgressione disciplinare; lievissima al certo, poichè non
fu mai specificata.[908] “Ma chi può spiegar con parole, sclama il
biografo di Santo Ignazio, quanti scandali seguitassero da ciò; quanta
rabbia di vendetta s'accendesse in petto a quel fier Siciliano,[909] che
trovato Fozio lo mise su e il consagrò?”[910] Alla dura tempra
dell'animo, audace, intollerante, superbo, Gregorio Asbesta congiungea
chiaro ingegno, parlare insinuante, gran dottrina, pietà, costumi
irreprensibili, e per colmo de' mali, ripiglia il biografo, fu anco buon
dipintore:[911] ed abusonne in certo libello d'accusa, nel quale andò
istoriando con sette miniature quel che bramava: il suo nemico, cioè,
catturato, deposto, incatenato, messo in gogna, condannato e condotto al
supplizio.[912] Prima che l'arcivescovo siracusano arrivasse a tanta
rabbia, il patriarca l'avea fatto deporre in un sinodo (854). Adescato a
portare la causa al papa, Gregorio sdegnò assoggettar di nuovo la sede
siracusana alla romana onde s'era sciolta;[913] ovvero non gli bastò di
uscir di briga, senza vendicarsi d'Ignazio. Non placato perchè questi or
lo venisse piaggiando,[914] Asbesta diessi a lacerare il suo nome per
tutta la città; a far brogli con vescovi e preti malcontenti; e s'aprì
la via appo Fozio, primo scudiero dello imperatore, chiarissimo per
sangue, ingegno e immensa dottrina, bel parlatore, uom di Stato e
gradito al dotto Cesare Barda che reggea l'imperatore e l'impero. Il
santo eunuco a questo, per ragguagliar le forze, gittatosi in braccio a
papa Benedetto III, fece approvare da Roma la condannagione del vescovo
di Siracusa;[915] il che Fozio e Barda tennero come caso di maestà. La
lite s'innasprì per offese private: alfine Ignazio era cacciato dalla
sede; rifatto patriarca Fozio; consagrato dal vescovo di Siracusa (858),
il quale si avvilì incalzando la persecuzione contro il nemico caduto.
Non occorre aggiugnere che il papa e il nuovo patriarca vennero alle
prese; che, per trovar pretesto a tanto furore di rivalità mondana, si
disputò sulla processione dello Spirito Santo; che Fozio osò deporre il
papa (867); che si discese anco ai pettegolezzi: lagnandosi Michele III
che papa Niccolò I gli scrivesse in idioma barbarico e scitico, e volea
dire il latino; e rimbeccandogli Niccolò ch'era da stolto a rinvilir sì
quella lingua, e volersi chiamar tuttavia imperator dei Romani.[916]

La fortuna subitamente voltò quando Basilio Macedone, per togliersi
d'inutile briga (867), redintegrò Ignazio nella sede:[917] e non
mancarono allora cento vescovi, che, adunati in Concilio, condannavano i
lor due fratelli, rei di perduta grazia del principe. Quivi Fozio e
Gregorio apparvero più grandi che prima, gettando parole di disprezzo in
faccia ai vili giudici (29 ottobre 869).[918] Dieci anni appresso,
mancato Ignazio, esaltato di nuovo Fozio, diè meritamente a Gregorio la
sede metropolitana di Nicea; ove tosto morì (878), e la sua memoria fu
onorata da un elogio del patriarca di Costantinopoli, che per dottrina
superava ogni altr'uomo di quei tempi.[919] Di sì gran momento furono
due Siciliani nelle principali contese ecclesiastiche che si agitarono
nel nono secolo tra l'Oriente e l'Occidente: l'una terminata per man di
Metodio; l'altra accesa da Gregorio Asbesta.

In entrambe comparve, ma non tra i primi, San Giuseppe, detto
l'Innografo, siciliano anch'egli. Nato, non sappiamo in quale città, da
un Plotino e un'Agata, riparava coi genitori nel Peloponneso per fuggire
la crudeltà dei Musulmani, dice il monaco biografo e forse discepolo di
lui; aggiugnendo vaghe frasi di stragi, rapine, cattività, con che i
Barbari affliggessero la Sicilia, isola nobilissima per la fama di
Dionisio e di San Giuseppe Innografo. Entrò questi in un monastero di
Tessalonica a quindici anni: studioso, solitario, taciturno; si
straziava d'astinenza; percoteasi il petto con pietre; a usanza dei
monachi greci si confessava gran peccatore indegno del sacerdozio, al
quale fu assunto, suo malgrado, da un santo, che voleva adoperarlo a
muover sedizioni contro gli Iconoclasti.[920] Mandato dunque per le
bisogne della fazione a Roma, cadeva in mano di corsari musulmani, che
sel recarono a Creta; e quivi metteasi ad esortare il vescovo contro la
eresia; confortava al martirio un compagno di prigione, venuto in
procinto di rinnegare la fede cristiana. Egli, dileguatosi
prodigiosamente dal carcere, viaggiò per aria a Costantinopoli.[921]
Indi corse in Tessaglia a fondare un monastero in onor di San
Bartolomeo, il quale, per rendergli cortesia, gli apparve in sogno; il
benedisse e il fe' poeta. E però, conchiude il biografo, i suoi versi
rendono sì svariata e celeste armonia, calman l'ira, muovono al pianto,
e ogni nazione li ha voltato in suo linguaggio: e su, gettate via gli
altri poeti e vi basti l'Innografo!

Sciocco quanto si voglia così fatto parlare, la storia può cavarne
costrutto. La seconda favola ci attesta come l'Innografo si fosse dato a
far versi in età matura, a forza di studio; e come i Greci del nono
secolo tanto avessero preso ad imitare gli antichi, che lor era mestieri
di rimetter su l'oficio di Apollo e investirne un santo cristiano.
Cotesto movimento letterario, reminiscenza di gioventù d'una società
decrepita, s'era già manifestato nella prima metà del secolo, come il
provano le opere di Teofane Cerameo, la vita di Metodio, l'aneddoto di
Teofilo con costui, e l'altro sì noto col matematico Leone fatto poi
vescovo di Tessalonica. Par che Teofilo stesso abbia principiato,[922] e
il Cesare Barda compiuto, sotto il regno di Michele Terzo, la
istituzione dell'Accademia nel palagio imperiale detto la Magnaura; ove
dapprima si dettero lezioni di filosofia e scienze esatte, compresavi la
musica;[923] e, spartiti meglio gli studii o accresciuto il numero dei
professori, si lessero filosofia, geometria, astronomia, grammatica
greca: sappiamo inoltre che privati avessero preso già ad insegnare
l'arte poetica a Costantinopoli, e altri fosse ito ricercando i tesori
dell'antica sapienza e letteratura, qua e là, pei monasteri della
Grecia.[924] Un grande istorico[925] ha attribuito così fatta
ristorazione di studii a voglia che avesse la corte bizantina di
gareggiare coi califi; ma questa non potea esser la sola, nè anco la
primaria cagione. I movimenti intellettuali sogliono nascere nel popolo:
e la lite delle Immagini, che agitava la cristianità da più di un
secolo, aveva aguzzato gl'ingegni, come fa ogni grande contesa. Cercavan
armi nella filosofia gli Iconoclasti; dalle cui file appunto veggiamo
uscire il primo professore della Magnaura. Gli Iconolatri, al contrario,
per necessità dello intento loro, si doveano raccomandare alla estetica;
sforzarsi a imitare la magic'arte dei classici pagani, il manco male che
potessero: nè per caso è che n'apparivano in Sicilia i primi segni; ma
perchè nell'isola più caldamente e forse con minor pericolo si
parteggiava. Indi il frate siciliano diessi a coltivare la poesia sacra,
tentata al certo innanzi di lui, ma con minore riputazione. Ei si provò
a far versi, con un po' d'orecchio in vece d'estro: la lingua greca gli
prestò parole pieghevoli e sonore; le idee e i sentimenti suoi, che or
ci promuovono il sonno, avean virtù allora di beare gli ascoltatori: e
così fece proseliti alle immagini; e lo studio di parte, il pessimo
gusto del secolo, forse la novità ch'ei recava in quelle composizioni
gli procacciarono sì gran fama. Teofilo il bandì a Cherson in fondo al
Mar Nero. Tornate le immagini sugli altari, il patriarca Ignazio (848)
l'ebbe caro e lo deputò alla custodia dei vasi sacri d'una basilica.
Dopo la morte del quale, sia per la riputazione letteraria, sia per la
scaltrezza, chè ci lodan l'Innografo di leggere ogni pensiero negli
occhi altrui, egli divenne intimo, dicon anche consigliere, di Fozio.
Ciò nondimeno è entrato nel catalogo dei Santi.[926]

Poichè ci è occorso di toccare la poesia sacra, parleremo qui di Sergio,
frate in un monastero di San Calogero, ch'era probabilmente su la
montagna di questo nome presso Sciacca. Abbiam contezza di lui per un
lungo inno e un frammento; il testo greco dei quali si trovò nell'antico
monastero di San Filippo di Fragalà in Sicilia. L'inno fu recitato il dì
della festa annuale di San Calogero, dinanzi una calca che vi traea di
monaci e popolo: e tra gravi pericoli viveano essi al certo, poichè
l'autore or innalzava una preghiera a San Calogero che campasse il paese
dalle minacce, guasti e assalti dei nemici; or volgeasi alla madre di
Cristo per impetrar la riscossa dal giogo degli Ismaeliti, e più volte
ei ritornava a quest'argomento. Da ciò parmi che a quel tempo Sciacca
fosse città tributaria; nella qual condizione si pativano insieme il
giogo e i pericoli. La invocazione che troviamo a pro degli ortodossi
imperatori non esclude tal supposto; e ci dà un barlume per iscoprire
l'epoca: i primi dodici anni, credo io, del regno di Michele Terzo
(842-854), quando regnava per lui la madre, e molte castella della
regione ov'è Sciacca aveano fermato coi Musulmani un patto che
infransero di lì a poco.[927] Non sappiamo se sia vivuto in questo tempo
medesimo Costantino di Sicilia di cui ci avanza un solo epigramma, nè
anco intero.[928]

Più che cotesti miseri versi d'un'epoca di decadenza, ci premerebbe di
ritrovare una cronaca greca, che pare inedita e passò sotto gli occhi di
alcuni eruditi del secolo decimosesto; ma poi se n'è perduta la traccia.
La quale cronaca, attribuita ad un Giovanni di Sicilia, principiando, al
solito, dalla creazione del mondo, correa fino all'anno
ottocentoottantasei; onde si suppose che l'autore fosse morto in quel
tempo. Forse egli è il Siciliano, o pedagogo siciliano, di cui fanno
menzione il Cedreno e Giovanni Scilitze, tra gli scrittori dell'istoria
bizantina, anteriori all'undecimo secolo.[929] Forse è lo stesso
Giovanni di Sicilia che comentò l'arte oratoria di Ermogene.[930] La
cronica serbavasi nella Biblioteca Elettorale Palatina, dove par l'abbia
veduto il Sylburgius; su la fede del quale e del Possevino, il Vossio
registrò Giovanni di Sicilia tra gli storici bizantini, e conghietturò
esser passato il MS. dalla Biblioteca Palatina nella Vaticana.[931] Lo
Schoëll, ignoro su qual fondamento, affermò rinvenirsi il MS. nella
Biblioteca di Vienna, con una continuazione infino al milledugento
ventidue;[932] ma è lecito crederlo uno sbaglio dell'illustre filologo
alemanno, poichè, se nol fosse, e i dotti editori di Bonn avrebbero
pubblicato questo MS. nella Bizantina, e lo si troverebbe nel Catalogo
di Daniele de Nessel. Rimane dunque il dubbio se il libro siasi perduto;
se giaccia dimenticato nella Vaticana; ovvero se sia pubblicato sotto
altro nome, per esempio, di Michele Glycas, ch'è è detto slmilmente
Siciliano e che fece un magrissimo compendio storico dal principio del
mondo all'anno 1118.

Lungi dalla patria e dai pericoli vissero due altri illustri Siciliani,
Atanasio vescovo di Modone e Pietro vescovo degli Argivi che scrisse lo
elogio funebre di Atanasio. Facendosi a narrare i primi anni della
costui vita, Pietro ricorda la Sicilia come figliuolo amorevole ancorchè
rettorico: e son le sole parole di carità cittadina che troviamo negli
scritti dei preti siciliani del nono secolo. “Prima fu patria d'Atanasio
il Cielo, poi Catania e la Sicilia, dice l'oratore; quell'isola famosa
di cui potrei lodare il sito, la vastità, la bellezza, il temperamento
dell'aere, la salubrità delle acque, i boschi, i folti giardini, la
sapienza, prudenza, fortezza e giustizia degli uomini, e potrei noverare
tanti illustri personaggi che vi nasceano; ma basti dir di Sant'Agata,
la verginella, le cui reliquie rattengono la lava quando precipita
dall'Etna. Ma a me non conviensi dilettarmi nelle lodi di patria
terrena, poichè Atanasio, invaghito del Cielo, sdegnò quella come luogo
d'esilio. Dalle rovine e tramonto della patria spuntò la novella luce di
tant'uomo. Le avversità cimentarongli l'animo, come il fuoco affina
l'oro, come i turbini di venti e i torrenti straripati mettono a prova
la saldezza degli edifizii. Una barbarica genía d'Ismaeliti e Agareni
era venuta a punir le nostre prevaricazioni e ostinazione al peccato.
Quasi carnefici che vendicassero la divina giustizia, saccheggiarono e
guastaron tante cittadi; fecero strazio di borghesi e di contadini;
quale uccisero col ferro, qual fecero perire di fame o ne' flutti del
mare; altri dettero a perpetue catene di servitù; altri aggravarono di
miserie insopportabili; altri sforzarono a fuggire di Sicilia e andar
vagando in terra straniera. Tra questi ultimi furono i genitori di
Atanasio, i quali, senza mormorar contro Dio, ripararono a Patrasso in
Peloponneso, non potendo guardare ad occhi asciutti il gregge di Cristo,
la eletta dei Santi e il regio Sacerdozio calpestati dagli empii; non
comportare il superbo disprezzo e la irrisione ai nostri mali.” Dopo
questo esordio, che ho tradotto scorciandolo alquanto, vien la vita
religiosa: come il santo giovanetto entrasse in monastero; come ne fosse
fatto superiore; indi esaltato al seggio vescovile di Modone; e quivi
risplendesse d'ogni virtù che s'appartenga a pastore d'anime: pio,
caritatevole, forte, consolatore degli afflitti, vendicatore degli
oppressi. “Questa, sclamava l'oratore, è la verace filosofia, non quella
di Socrate;” e poi, dal principio alla fine, andava lodando il vescovo
di Modone della virtù che Socrate gli avrebbe insegnato meglio che niun
altro: la carità civile senza ubbie religiose. Ma forse spiaceva allora
al clero che i filosofi della Magnaura parlassero troppo del sapiente
Ateniese. Lo elogio chiudeasi con una lista di miracoli operati alla
tomba di Atanasio, ch'era morto, com'e' pare, l'anno ottocento
ottantacinque.[933]

Dal quale scritto ognun vede che l'autore non isfuggì ai difetti
letterarii del tempo; le troppe fronde, le declamazioni su luoghi
comuni, lo sforzo a simular di fuori il calor d'affetti che mancava
nell'animo. Pietro, detto Siculo dalla patria, fuggito come tanti altri
nella guerra musulmana, andò a cercare fortuna nei monasteri di
Costantinopoli. Basilio Macedone, verso l'ottocento settanta, il mandò a
trattare il riscatto dei prigioni a Tefrica, città tra Cesarea e
Trebisonda, tra l'Eufrate e il Mar Nero, la quale oggi s'appella
corrottamente Divriki; allor era sede principale dei Pauliciani. Questo
nome avea preso una setta che stranamente innestava alla semplicità
della primitiva Chiesa cristiana, il dualismo dei Manichei: setta
allignata in Armenia e altre province dell'Asia Minore; la quale, dopo
varie vicende di persecuzione, poco mancò che non fosse sterminata alla
ristorazione delle Immagini. Le soldatesche mandate allor da Teodora
contro i Pauliciani, vantaronsi di centomila vittime uccise tra col
ferro, il fuoco e gli annegamenti; ma gli avanzi del popolo proscritto
disperatamente presero le armi; elessero condottieri; collegaronsi coi
Musulmani: e in trent'anni di guerre si vendicarono con usura; sì
infesti e ridottati nelle finitime provincie dell'impero, che Basilio
Macedone esitò ad assalirli. Indi l'ambasceria di Pietro Siculo; il
quale non piegò alla pace que' fieri ribelli, ma riebbe da loro i
prigioni; scoprì una pratica loro coi Bulgari; ed or disputando coi
dottori eretici, or confabulando con gli ortodossi che trovava qua e là,
in nove mesi che soggiornò a Tefrica, raccolse i materiali di una storia
di quella eresia; e la scrisse tantosto, e la dedicò al novello
arcivescovo dei Bulgari. Lucidamente spiegovvi i sei punti principali di
quella eresia; la origine, la trasformazione delle credenze; ritrasse
con critica, ordinò, espose non senz'arte i fatti materiali nati da
quegli errori di metafisica: la persecuzione, la ribellione, le guerre.
Potrebbe dirsi storia superiore a que' tempi, se non vi si notassero i
vizii di forma accennati di sopra, e quel ch'è peggio mille volte, la
corruzione del senso morale; la compiacenza teologica con che si narrano
i supplizii dei Pauliciani; la irrisione delle vittime.[934] Pietro,
fatto vescovo dopo questa missione, morì, com'e' pare, verso l'ottocento
novanta.

Una leggenda tratta dai menologi greci, ma non favolosa al certo,
riferisce alla stessa epoca il martirio di quattro Siciliani per nome
Giovanni, Andrea Pietro e Antonio; dei quali Andrea e i due ultimi eran
padre e figliuoli. Fatti schiavi alla espugnazione di Siracusa; condotti
in Affrica al feroce Ibrahîm-ibn-Ahmed, questi educava i due giovanetti
nelle discipline musulmane; e, vedendoli capaci e costumati, li
adoperava in oficii pubblici: Antonio collettor di tasse;[935] Pietro
tesoriere; il che non è inverosimile. Ma poichè essi serbavano in cuore
la fede dei padri loro, il caso o qualche nemico li scoprì. Ibrahim li
dannò a morte come apostati: onde furono imprigionati; lacerati a
battiture; spezzate loro le ossa; sconciamente mutilati con tanaglie
roventi. Il tiranno, tra cotesti supplizii, fa condurre il padre e gli
tronca il capo egli stesso. Tratto poi Andrea dal carcere ov'era
invecchiato, gli pianta una lancia in petto; e come quegli levava gli
occhi al cielo rendendo grazie del martirio, lo finì con un altro colpo
e gli spiccò anche il capo. Così fatti particolari, che in altro caso
renderebbero assai sospetta la narrazione, la confermano trattandosi
d'Ibrahîm. Il suo nome, quel di Basilio principe contemporaneo, la
espugnazione di Siracusa, che son citati nella leggenda, tutti le
aggiungon fede.[936]

Di assai maggior momento nella storia i casi di Giovanni Rachetta, detto
Sant'Elia il giovane, del quale già abbiam fatto menzione. Nacque di
nobil gente a Castrogiovanni, l'anno ottocento ventotto o
ventinove;[937] essendo fanciullo di otto anni, i Cartaginesi, dice la
leggenda, irruppero nella città: il qual tempo risponde in vero alla
occupazione dei sobborghi di Castrogiovanni (837). I genitori, col
fanciullo e l'avanzo di loro facoltà, si rifuggirono in un Castel di
Santa Maria; e vissero tranquilli, finchè una notte parve a Giovanni
udir voce del Cielo che gli annunziasse cattività e missione di
confortare nella fede cristiana i conservi suoi. A dodici anni,
segnalandosi già nello studio delle sacre lettere, ed esercitandosi
assiduamente nella preghiera, gli si cominciò a squarciare dinanzi agli
occhi il velo del futuro: predisse come i nemici farebbero impeto nel
castello; come il tale e il tal altro sarebbero uccisi. Ciò sembra
raccontato dal Santo, provetto negli anni e professante ormai
apertamente la profezia. Forse non era bugia del tutto: forse egli
stesso avea creduto, e in parte credea, vedere con altri sensi che i
mortali. La immaginativa sua nudrita di spavento dei Musulmani, di
terrori religiosi, di calamità sovrastanti e continua intervenzione del
Cielo, creò un fantasma, e le parve mandato da Dio; presentì, e le parve
ispirazione; e avveratosi talvolta il presentimento, ciò parve
irrefragabil prova dell'intuizione profetica. Avventuratosi ai
vaticinii, il giovine non potea smettere; fatto uomo maturo li vedea
tornare utili a sè medesimo e ad altrui; alle anime e ai corpi; alla
Chiesa e allo impero: e mille esempii gli permetteano d'inorpellare la
verità a buon fine, senza interesse; poichè agli uomini non pare
interesse privato la vanagloria.

Ciò detto, potrò seguire fil filo la leggenda. Gli abitatori del Castel
di Santa Maria, sbigottiti alle parole del fanciullo, traevano a lui; ed
egli a riprendere i vizii, a raccomandare penitenza e carità, e che
secondo il vangelo si gettasse al foco il tristo legno. Ond'altri
meravigliava di tanta saviezza; ma gli stolti e la feccia della plebe
voltavan le spalle, dice amaramente il biografo: e parmi naturale che i
poveri non abbiano mostrato punto di zelo a difendere un ordine sociale
sì iniquo. Il virtuoso giovanetto incontrò tra i primi le calamità che
presagiva. Uscito a diporto dal castello, imbattevasi in una torma di
cavalli musulmani; era preso; venduto a un cristiano, forse trafficante
di tal merce; e imbarcato sopra un legno musulmano, con altri dugento
venti schiavi. Navigando alla volta d'Affrica, liberolli un dromone
greco uscito di Siracusa; e Giovanni, che avea predetto anche ciò, fu
reso ai parenti. Perdè il padre dopo tre anni. Mentre lo agitavano
sentimenti contrarii, la pietà della madre e la brama di peregrinare ad
esaltazione della fede, il decreto divino si compì. Fatto prigione in
più fiera scorreria dei nemici, fu comperato anco da un cristiano;
menato in Affrica; e venduto ad un altro cristiano, ricco mercatante di
cuoia; il quale, preso del bello aspetto, modestia e integrità del
giovane, gli affidò il maneggio della casa sua.

Lasceremo indietro un episodio tolto di peso dalla storia di Giuseppe il
Giusto; non sapendo se pur vi sia di vero, vera usanza, dico, delle
cittadine cristiane d'Affrica, Sicilia o Calabria in quel tempo, il
rosso e il bianco[938] di che si liscia il volto, il ferro[939] con che
s'arriccia i capelli la moglie del mercatante, ostinata a sedurre
Giovanni. Chiaritosi innocente, ei si ricomperò coi frutti del proprio
lavoro, ch'è tra i modi di emancipazione già notati secondo legge
musulmana; i quali necessariamente veniano in uso tra i vassalli
cristiani. Poscia salì in fama appo Cristiani e Musulmani al paro, per
miracolose guarigioni di ferite e morbi: il che da molti secoli a questa
parte è intervenuto e interviene tuttavia in Oriente a chiunque abbia
una tintura di medicina, o almeno astuzia e baldanza. Dell'arte sua,
qual che si fosse, il santo usò a far proseliti, credo io, in Egitto.
Donde accusato dai barbassori musulmani o piuttosto dal clero
giacobita,[940] corse pericoli: ma il governatore della provincia lo fe'
uscir di prigione; ed egli non guari dopo se n'andò a Gerusalemme. Quivi
il patriarca lo onorava; gli dava l'abito monastico e con quello il nome
di Elia. Soggiornò tre anni in Gerusalemme; visitò il Giordano, il
Taborre, il Sinai; venne ad Alessandria, o forse Alessandretta; e
accingeasi a passare in Persia; ma le turbolenze nate in quel paese lo
costrinsero a sostare ad Antiochia.

La voce divina che gli solea parlare ne' sogni, al dir della leggenda,
lo visitò di nuovo in Antiochia, confortandolo a tornare in patria. Fu
voce di coscienza in un animo generoso che sapea voltata la fortuna
contro i Musulmani in Occidente; ovvero consiglio di qualche agente
bizantino; o dello stesso patriarca di Gerusalemme che solea parteggiare
per la corte di Roma, intesa allora a riconciliarsi con Basilio
Macedone. Elia, vissuto mezzo in Sicilia e mezzo in paesi musulmani,
ardente di zelo per la religione, ricordevole dei parenti, e, perchè no?
anco della patria, era proprio il caso, nell'apostolato politico che
dovea accompagnare le armi di Basilio in Sicilia. Narrammo già[941]
com'Elia tornasse nell'isola l'ottocento ottanta a riveder la madre;
osservare le forze dei Musulmani; incoraggiare il popolo; ed esortare
alla battaglia i capitani bizantini. Cammin facendo, avea con breve e
dotto parlare[942] convertito parecchi Infedeli. Dopo lo sbarco di Nasar
presso Palermo, il frate siciliano passava da Reggio o da Palermo a
Taormina,[943] dove dimorato pochi giorni prese seco un giovane di
onesta famiglia, cui diè l'abito monastico e il nome di Daniele; e
presagita la sconfitta del capitano Barsamio, navigava alla volta del
Peloponneso. Il biografo ci narra tuttavia frequentissimi prodigii
operati da Elia, e che, ciò non ostante, egli e Daniele, verso
l'ottocento ottantuno[944] erano tenuti spie a Botranto; imprigionati da
un Epinio governatore; e che, liberati per la morte del ribaldo, si
proponeano di andare a Roma; ma vietato loro quel viaggio, sostavano a
Corfù, albergati e onorati dal vescovo; e infine veniano a fondare un
romitaggio nella valle delle Saline, tra il Capo dell'Armi e
Pentidattolo in Calabria, a rimpetto di Taormina. Coteste vicende, come
altrove il notai, non s'adattano al mero apostolato religioso; e par che
Elia da una mano conducesse pratiche contro i Musulmani di Sicilia;
dall'altra parteggiasse coi frati che non si acquetavano alla
ristorazione di Fozio sul seggio patriarcale, sopratutto dopo la morte
di Giovanni Ottavo (882). Elia mandò ad effetto il viaggio di Roma al
tempo di Stefano Quinto (885-891), dopo alquanti anni passati in
Calabria spargendo odore di santità con guarigioni; vaticinii di
scorrerie dei Musulmani; comandare ai venti e alla pioggia; far miracoli
anche per ischerzo; e sempre cattar favore nel popolo; costringere a
riverenza i grandi. Ritornato ch'ei fu da Roma, predisse ai Reggini il
prossimo saccheggio della città (888); e ritrattosi opportunamente a
Patrasso, si mostrò di nuovo a Reggio, quando seppe partiti i nemici; e
indi tornò al suo romitaggio: ma per fuggire l'aura popolare, come dice
il biografo, o piuttosto il pericoloso soggiorno in su lo Stretto di
Messina, andò a fondare un monastero in altro luogo, credo io, in un
monte tra Seminara e Palmi, detto di Sant'Elia, ov'è tuttavia una
chiesa. Viaggiando spesso nella estrema Calabria, esortava per ogni
luogo i fedeli a lasciare il vino, le lascivie, le risse, se voleano
preservarsi dalle calamità di quella guerra. Gli esempii d'Epaminonda e
di Scipione ch'ei talvolta frammetteva ai suoi ammonimenti, mostrano che
tenesse la riforma dei costumi non solo come rimedio teologico, ma sì
diretto e temporale. Aggiugne la biografia, nè stentiamo a crederlo, che
un Michele capitano d'armata in Calabria, ristorata la disciplina tra i
suoi per consiglio di Elia, riportasse vittoria in uno scontro; lieve
combattimento, non ricordato nelle cronache.

Io ho voluto sì minutamente raccontare i casi d'Elia da Castrogiovanni,
perchè parmi modello dello zelo religioso, solo raggio di virtù che
rimaneva in Sicilia. Il genio della schiatta vinta si raffigura tanto
meglio in questo frate cittadino, quanto la vita sua durò dai primi
assalti dei Musulmani sino al compimento materiale del conquisto, la
espugnazione, cioè, di Taormina. Com'ei vi andasse, con che parole e
teatrali atteggiamenti avvertisse i cittadini del fato che loro
sovrastava, il diremo nel libro terzo, trattando di quella guerra.
D'altronde Elia, o il biografo, non imaginarono nulla di nuovo in questo
incontro, in cui il santo, al solito, se ne fuggì avanti che arrivassero
i nemici. Andò ad Amalfi; tornò in Calabria; operò altri miracoli;
favorì un Colombo audace ribelle; lasciò morire il capitano imperiale
che gli negava la impunità di Colombo; e la impetrò egli stesso da Leone
il Sapiente, a prezzo d'andare a visitare l'imperatore a Costantinopoli.
Leone, come ognun sa, avea deposto di nuovo Fozio per far cosa grata a
Roma; blandiva e ingrassava il clero per tenersi più tranquillamente la
bella Zoe; e il biografo ci afferma che avesse già richiesto il
taumaturgo siciliano di pregare per lo Impero, al quale effetto quegli
s'era portato a Taormina. Adesso, entrato in nave per soddisfare la
novella promessa a Leone, presentì in viaggio che morrebbe di corto; e
andò a spirare in un monastero presso Tessalonica, il diciassette
agosto[945] novecento quattro; comandando che si rendesse il suo corpo
al monastero di Calabria, come fu fatto; e aggiuntovi ricchi doni e
poderi dal religiosissimo imperatore, dice il biografo. Secondo costui
Elia s'appressava agli ottant'anni, il che risponde alla cronologia dei
fatti storici che si citano. Convengono altresì a quella età decrepita
la eccessiva collera e i capricci che si notano negli ultimi fatti della
sua vita.[946]

Ma i frati contemporanei di Elia, la più parte, preferivano all'attività
e ai rischi una sterile pietà. Tra loro si ricorda un San Leoluca da
Corleone, non educato, dice la leggenda, nè alla guerra nè all'oziosa
filosofia; il quale, stanco di pascolare gli armenti nei campi paterni,
andava a tosarsi i capelli nel monistero di San Filippo d'Argira; ove
ammonito da un vecchio frate delle calamità che sovrastavano alla
Sicilia, non le aspettò. Peregrino e mendico fuggissi a Roma; poi fondò
un monistero in Calabria: si straziò in cento balzane penitenze ed
oficii servili, e morì, dicono gli agiografi, nei primi anni del decimo
secolo. Ma l'origine della leggenda è sospetta; e l'autore, facendo
menzione di due fughe di Leoluca, alla venuta dei Vandali e poi dei
Saraceni, non s'accorse del miracolo grandissimo che fabbricava.[947]

Taccio di Santa Oliva palermitana, confinata dai parenti a Tunis;
dannata a morire tra i tormenti; uscita fresca dall'olio bollente,
intatta dal foco; uccisa alfine con la spada da Pagani, Vandali o
Musulmani, non si sa: leggenda sì assurda da non meritare esame.[948]
Dello stesso conio parmi quella di Santa Venera da Gala, ricusante di
andare a marito; e uccisa, per dispetto, dai fratelli pagani.[949]
Nondimeno il dotto gesuita autor della raccolta, non volendo lasciar
fuori cotesti nomi sì popolari in Sicilia, e trovando troppo pochi santi
nell'epoca musulmana, destramente vi allogò le due donzelle. Così arrivò
a noverare una diecina di martiri canonizzati, compresovi San Procopio
vescovo di Taormina; la eroica morte del quale è attestata da memorie
genuine, e la narreremo nel seguente libro, insieme con lo eccidio di
quella città.

Percorse le biografie che abbiamo esposto, e ricercando qual maniera di
civiltà avanzasse nella Sicilia cristiana del nono secolo, si troverà la
sola religione; e poi si scoprirà che l'era pianta parasita che
ingombrava l'albero, gli toglieva i succhi vitali, e invece di quello
germogliava. Dell'incivilimento risguarderem solo i due aspetti
primarii; cioè la coltura dello intelletto e il legame morale della
società. Nel primo aspetto si vede che gli studii ecclesiastici,
ristorati nell'isola da San Gregorio, caduti a poco a poco, risorti
nella lotta contro gli Iconoclasti, produceano, ultimi frutti, le
prediche di Teofane Cerameo, i versi di San Giuseppe Innografo e di
Sergio, gli scritti di Teodosio monaco[950] e di Pietro Siculo, la
cultura onde si armava in sua vendetta Gregorio Asbesta, ed aiutavano
alla ristorazione delle lettere nella capitale dell'Impero: ma niun
laico s'incontra nella lista; nessuno studio profano. Il legame morale,
massimo scopo della religione come pensavano i nostri padri latini, si
vede rilasciato e inefficace. Inefficace nei costumi, nei quali si
scopre sfrenamento delle passioni brutali e bacchettoneria, che per lo
più vanno insieme. Inefficace nei rapporti politici, poichè la più parte
della Sicilia spensieratamente piegava il collo ai Musulmani. Io non ho
detto che sola causa di tanto infiacchimento fosse stata la religione, o
quella che si tenea religione nel basso impero; ma affermo sì che la
religione poco o nulla giovò a mantenere lo Stato di cui era solo
elemento vitale. E veramente, nelle cronache e leggende dei primi tempi
della guerra non v'ha vestigio di difesa nella quale avessero
partecipato virilmente i ministri della religione; anzi veggiamo che i
santi si affrettavano a fuggire dall'isola. Aiutò solo il sentimento
religioso, quando le popolazioni disperate si sollevarono per altre
cagioni; quando l'impero bizantino rinvigorito mandò eserciti; quando un
nodo di popolazione, respirata l'aria della libertà, prese a mantenerla
da sè stesso: e in questi eventi i preti e i frati ebber sempre parte
secondaria; non surse tra loro un Pier l'Eremita nè un Savonarola. Di
tali uomini non nacquero giammai nella società bizantina; la quale per
ogni luogo traea sua vecchiezza tra i vizii che testè abbiamo notato
nella popolazione cristiana di Sicilia al nono secolo, e che vedemmo in
tutta l'isola nei tempi anteriori al conquisto. Qual fosse stata nel
medesimo tempo la società musulmana nell'isola, mi ingegnerò a ritrarlo
nel Capitolo primo del seguente libro.



SOMMARIO DEI CAPITOLI CONTENUTI NEL PRIMO VOLUME.


INTRODUZIONE

  Progredimenti nello studio delle istorie musulmane  Pag.      V
  Che rimase in Sicilia delle tradizioni musulmane
    infino al XV secolo                                        VI
  Che ne raccolsero Fazzello, D'Amico, e Giambattista
    Caruso                                                   VIII
  Le lettere orientali prospere in terraferma d'Italia
    nel XVII secolo e punto in Sicilia. Orientalisti
    siciliani: Maggio e Tardia                                 IX
  Impostura del maltese Vella                                   X
  Zelo di Monsignor Airoldi                                   XII
  Lavori del Di Gregorio e del Morso                         XIII
  Saggi storici di Scrofani, del principe di Scordia
    e del Martorana                                            XV
  Bertolotti, Mortillaro, Giuseppe Caruso                     XVI
  Premio dell'Istituto di Francia, accordato a M. Des
    Noyers. Pubblicazioni di M. Des Vergers e di M. Famin    XVII
  Opera del Wenrich                                         XVIII
  Materiali raccolti fino al 1843. Annali del Rampoldi        XIX
  Ricerche mie. Disegno della Biblioteca Arabo-Sicula,
    e della carta geografica comparata                        XXI
  Quali ricerche rimangano a farsi                          XXIII
  Due notizie che van corrette                                XXV
  Materiali su i quali ho scritto. Sorgenti arabiche         XXVI
  Sorgenti bizantine e latine                              XXVIII
  Limiti che ho assegnato alla mia narrazione                 XXX
  Aiuti che riconosco dai professori di Parigi             XXXIII
  Favori altrui nelle ricerche                             XXXIII
  Soscrizione fatta nel 1844 per la stampa di questa
    opera                                                    XXXV
  Tavola analitica delle sorgenti arabiche:
    Opere perdute                                          XXXVII
  Opere esistenti                                           XXXIX

  LIBRO PRIMO.

  Capitolo I.

              Varie dominazioni straniere in Sicilia       Pag. 1
              Tratterò i conquisti musulmano e normanno         3
  III secolo
   av. G. C.  Decadenza della Sicilia sotto i Romani            3
  II idem.    Guerre servili                                    5
  I idem.     Condizioni dell'isola al principio
                dell'era volgare                                7
  I secolo
   di G. C.   Migliorata sotto i primi imperatori               8
  III idem.   Novella decadenza                                10
              Incursione dei Franchi                           11
  V idem.     Vandali, Eruli, Ostrogoti                        11
  VI idem.    Conquisto di Belisario                           12
              Relazioni della Sicilia con la terraferma
                d'Italia                                       13

  Capitolo II.

  I secolo.   Primordii del Cristianesimo in Sicilia.
                Leggende                                       15
  I a VI
   secolo.    Fatti storici                                    16
  IV e V
   idem.      Gerarchia ecclesiastica                          18
  V e VI
   idem.      Patrimonii delle Chiese di Ravenna, Milano
                e Roma in Sicilia                              20
  VI idem.    La Chiesa di Roma e i Longobardi                 22
              San Gregorio                                     22
  anno 575.   Avanti il pontificato fonda sei monasteri
                in Sicilia                                     23
  590-604.    Influenza e disegni suoi nell'isola              25
              Provvedimenti di San Gregorio                    26
  VII e VIII
   secolo.    Splendor della Chiesa Siciliana                  28

  Capitolo III.

              Antichi rivolgimenti in Arabia                   30
              Schiatte di Kahtân e Adnân                       31
              Cittadini e Beduini                              32
              Tribù nomade. La famiglia                        33
              Ordinamento politico                             33
              Leggi civili                                     34
              Suddivisioni delle tribù                         35
              Aristocrazia                                     35
              Ordine delle città                               36
              Indole, costumi e usanze                         36
  VI secolo
   di G. C.   Principii d'incivilimento                        38
              Cagioni di quello: commercio, Persiani,
                Romani, giudaismo, cristianesimo               39
              Periodo eroico                                   40
              Cultura intellettuale. Poesia                    41
              Eloquenza e filologia                            43
              Costumi                                          44
              Opinioni metafisiche                             44
              Culto. Novatori                                  45
              Reggimento politico della Mecca                  47
   an.
  570-611.    Gioventù di Maometto                             49
              Dommi e precetti dell'islamismo                  50
              Il Corano e la tradizione                        53
  611-622.    Predicazione di Maometto                         55
  622.        Egira                                            56
  622-630.    Guerra civile e trionfo                          57
              Tentativi fuor d'Arabia                          58
  632.        Morte di Maometto. Virtù de' suoi discepoli      59
  632-661.    I primi califi e lor conquisti                   61
              Democrazia e socialismo. Diwani di Omar          63
              Nuovi ottimati                                   67
              Reazione dell'antica nobiltà                     68
              Autorità dei califi                              70
              Ordini militari degli Arabi                      71
              Avvantaggi loro su i Persiani e i Bizantini      74

  Capitolo IV.

  630-639.    Nome di Saraceni. Prime notizie che se
                n'ebbero in Sicilia                            75
  639-649.    Eresia monotelita                                76
  654.        Papa Martino e Costante imperatore               78
  636-647.    Prime imprese marittime dei Musulmani            79
  648.        Vittorie di Cipro, Arado, Rodi                   81
  652.        Tradizioni del primo assalto in Sicilia          82
              Ritratto storico di questa impresa               88
  653.        Prigionia e condannagione di papa Martino        90
  655.        Battaglia navale e sconfitta di Costante         92
  655-663.    Viene in Italia. Pon la sede a Siracusa          93
  663-667.    Sua tirannide                                    95
  668.        È ucciso                                         95
              Tradizione arabica di questo regicidio           96
              Mizize e Costantino Pogonato                     97
  669.        Abd-Allah-ibn-Kais a Siracusa                    98
              Impostura fratesca su questa scorreria          100

  Capitolo V.

              Condizioni dell'Affrica Settentrionale          103
              Schiatte: Vandali, Mori, popolazioni
                pelasgiche, Berberi                           104
              Origine orientale dei Berberi                   105
              Governo Bizantino. Ribellione del patrizio
                Gregorio                                      108
  641-647.    Varie imprese degli Arabi. Fuga di abitatori
                dell'Affrica in Pantellaria                   109
              Ordine degli Arabi nell'occupare i paesi vinti  112
  670.        Impresa di 'Okba-ibn-Nafi'. Fondazione di
                Kairewân                                      112
  670-682.    Altri Conquisti di 'Okba                        115
  683.        È sconfitto e morto                             116
              Lotte dei Berberi contro gli Arabi              118
  683-694.    Zoheir-ibn-Kais. Hasan-ibn-No'man. Presa
                di Cartagine. La Kahina regina dei Berberi    118
  694-698.    Domi i Berberi la seconda volta                 120
  699-704.    Musa-ibn-Noseir in Affrica                      122
  711-716.    Sue vittorie nel Mediterraneo, in Spagna e
                oltre i Pirenei                               124
  720.        Raccesa la guerra dei Berberi                   126
  720-740.    Gli Ibaditi e i Sifriti, eretici musulmani      127
  741-742.    Sconfitte e vittorie degli Arabi                128
  757-800.    Si rassoda il conquisto musulmano               129

  Capitolo VI.

              Varii modi di colonie                           130
  670-741.    Quello che tennero gli Arabi in Affrica         131
              Ordini e umori delle colonie arabiche.
                _Giund._                                      132
              Elemento democratico nelle città                133
              Governo politico. Antagonismo di schiatte       134
              Guerre civili che ne seguitano                  135
  742-757.    Dominazione della casa di Habîb in Affrica      137
              Influenza delle schiatte persiane               138
  750.        Esaltazione degli Abbassidi al califato         139
              Nuovi ordini del principato. Letteratura        141
  761-771.    I Persiani del Khorassan e gli Arabi
                in Affrica                                    142
  761-799.    Riputazione della casa di Aghlab                144
  800-812.    Ibrahîm-ibn-Aghlab prende il governo d'Affrica  146
              Autorità di questo novello principato.
                Parlamenti della colonia                      147
              Autorità dei giuristi nell'impero musulmano     149
  812-817.    Opposizione legale sotto il regno di Abd-Allah  152
  817-825.    Ziâdet-Allah. Sollevazione del _giund_     153
              Epilogo delle condizioni dell'Affrica           157
  711-755.    Eventi in Spagna                                158
  755-796.    Primi Omeîadi di Spagna                         159
  818.        Tumulto a Cordova                               160
  825.        Gli usciti Spagnuoli occupan Creta              162

  Capitolo VII.

  700.        Gli Arabi d'Affrica si volgono contro la
                Sicilia. Prendono Pantellaria                 165
              Preparamenti navali a Tunis                     166
  703-705.    Tre prime scorrerie in Sicilia. (Vedansi le
                due _Aggiunte_, p. 535.)                      168
  710.        Assalto in Sardegna                             169
  720-740.    La Sicilia infestata varie volte                171
  740.        Habib-ibn-'Obeida ne tenta il conquisto         174
  752.        Altra scorreria. Gli imperatori bizantini
                afforzan l'isola                              175
  748-750.    Pestilenza                                      176
              Cosimo dotto monaco italiano                    176

  Capitolo VIII.

  VII secolo. Risorgono i municipii nelle città d'Italia
                rimase ai Bizantini                           178
              Umori d'independenza                            179
  702-712.    Sollevazione in Italia                          179
  726-741.    Iconoclasti. L'Italia si ribella dall'impero    180
  741-800.    Brighe dei papi. Afferrano la dominazione
                temporale. Carlomagno                         181
              Divisione territoriale dell'Italia in
                questo tempo                                  183
              I governatori bizantini della Sicilia dan
                favore ai Longobardi di Benevento             184
  778-787.    Papa Adriano I agogna a stendersi nell'Italia
                meridionale                                   186
  787.        Resistenza che incontra                         187
  788.        Pratiche de' Bizantini con Benevento            188
              Impresa di Adelchi                              189
  788-813.    Relazioni dei governatori della Sicilia
                con Carlomagno e coi papi                     190
  815-826.    Impotenza dei Bizantini a ripigliare l'Italia   192

  Capitolo IX.

   Secoli
  VII e VIII. Condizione della Sicilia sotto i Bizantini.
                Schiatte                                      194
              Proporzione tra i Greci e i Latini              196
              Condizione sociale nelle città: Curia           198
              Popolazione rurale: coloni; schiavi             199
              San Gregorio, non libera in Sicilia nè gli
                uni nè gli altri                              201
              Divisione della proprietà. Poderi in enfiteusi  204
              Industria e commercio                           205
              Gravezze                                        206
              Reggimento dello Stato. Municipalità            207
              Governatori e oficiali dell'impero              211
              Esercito; beneficii militari                    213
              Vizii di questa istituzione                     215
              Navilio provinciale                             216
              Impotenza politica del popolo                   216
              San Leone vescovo di Catania e il
                mago Eliodoro                                 218
              Zelo dei Siciliani nel culto delle immagini
                e indifferenza verso i papi                   220
              La Sicilia fatta luogo di confino. Epilogo
                della sua decadenza                           222

  Capitolo X.

  728-812.    Trattati dei Governatori dell'isola con gli
                Arabi d'Affrica                               224
  812-813.    Minacciata di nuovo l'Italia                    226
  813.        Fazioni nelle isole minori: ambasciatori
                degli Aghlabiti in Sicilia                    228
  813.        Condizioni della tregua                         229
              Scorrerie in Calabria                           230
  819.        Altra in Sicilia                                231
              Fallacia del supposto conquisto musulmano
                dell'820                                      232
              E della impresa di Halcama                      233
              Origine di cotesta tradizione. Leone
                Affricano erudito del XVI secolo              234
              Altro errore del Fazzello                       236

  LIBRO SECONDO.

  Capitolo I.

  821-826.    Supposte cause della rivolta d'Eufemio;
                tradizione di Giovanni diacono di Napoli      239
              E dell'Anonimo Salernitano                      240
              Autorità bizantine                              241
              Particolari della narrazione bizantina          243
              Autorità musulmane                              245
              Particolari che narrano                         246
              Critica dei racconti                            248
              Indole e vicende principali di questo
                movimento                                     250

  Capitolo II.

  759-800.    Ased-ibn-Forât, giurista                        253
  810-819.    Riputazione sua                                 254
  825.        Fortezza d'animo che mostra nella guerra
                civile                                        256
  827.        Eufemio chiede aiuti in Affrica                 258
              Parlamento del Kairewân. Si disputa su la
                giustizia dell'impresa                        259
              E su la utilità. Vinto il partito               260
              Dato il comando ad Ased                         261
              Mostra dell'esercito                            262

  Capitolo III.

              Sbarco a Mazara                                 264
              Vittoria di Ased                                266
              Marcia sopra Siracusa                           269
              Assedio                                         272
              Respinti gli aiuti bizantini                    273
  828.        Morte di Ased. L'esercito elegge il nuovo
                condottiere                                   275
              Impresa de' conti di Toscana in Affrica         276
              I Musulmani si levan dall'assedio di Siracusa   278
              Fazioni di Mineo e Girgenti. Assedio di
                Castrogiovanni                                278
              Uccisione di Eufemio                            281
              Sconfitta del patrizio Teodoto                  282
  829.        Moneta battuta dai Musulmani nel campo          283
              Vittoria di Teodoto. I Musulmani condotti
                allo stremo in Mineo                          285

  Capitolo IV.

  829.        Inaspettato aiuto di Spagna                     286
  830.        Nuove forze vengono di Spagna e d'Affrica.
                Presa e abbandonata Ghallûlia                 288
  850-831.    Assedio e dedizione di Palermo                  290

  Capitolo V.

  831.        I Musulmani stanziano in Palermo                294
  831-832.    Discordie. Governo posto nella colonia dagli
                Aghlabiti                                     294
              Poco dipendente dall'Affrica                    296
  832-833.    Alessio Muscegh. Campo bizantino a
                Castrogiovanni                                297
  834-835.    Fazioni di Abu-Fihr. Ucciso da' suoi            299
  835.        Vittoria di Fadhl-ibn-Ia'kùb                    300
              Abu-l-Aghlab emiro in Sicilia. Armamenti e
                fazioni navali                                300
  836-837.    Scorreria sotto l'Etna e nella costiera
                settentrionale dell'isola. Sconfitti i
                Musulmani a Castrogiovanni, vi tornano
                a campo                                       305
  837.        Colpo di mano sulla città. La cittadella
                resiste                                       306
  837-838.    Assedian Cefalù. Cacciati verso Palermo         307
  839-840.    Aiuti d'Affrica. S'arrendono a patto ai
                Musulmani Platani, Caltabellotta, Corleone
                e le Grotte: fors'anco Marineo e Gersci       309

  Capitolo VI.

  856.        La repubblica di Napoli chiede soccorso ai
                Musulmani di Sicilia                          311
              E lor dà un navilio per l'assedio di Messina    313
  842-843.    Espugnazione di Messina e di Alimena            313
  845.        Presa Modica. Sconfitta dell'esercito
                bizantino del _tema_ di Kharsiano             315
  846-847.    Presa di Lentini                                316
  847-848.    Sbarco dei Bizantini a Mondello, presso
                Palermo. Fallisce l'impresa                   317
  848-849.    Dedizione di Ragusa                             319
  851.        Morte dell'emir Abn-l-Aghlab                    320
              Scorrerie del successore Abbâs-ibn-Fadhl        321
  852-853.    Combatte altre importanti fazioni               322
  853.        Sforza Butera a dargli seimila schiavi          323
              Considerazioni su tal patto                     324
  854-857.    Campo al monte Artesino; scorrerie per
                tutta l'isola. Prese Cagliano e Cefalù        325
  858.        Sconfitta dell'armata musulmana di Sicilia
                ne' mari di Creta                             328
  859.        Presa Castrogiovanni per colpo di mano          329
              Esercito bizantino venuto in Sicilia e
                sconfitto                                     332
  860-861.    I Cristiani di Val di Mazara ripigliano le
                armi, e Abbâs li sforza a lasciarle           334
  861.        Morte di Abbâs                                  335

  Capitolo VII.

  841-872.    Stato dell'isola in questo tempo                336
              Popolazioni musulmane e cristiane.
                Principati d'Affrica e dì Costantinopoli      337
              Comincia a variare la fortuna                   338
              Discordia tra i Musulmani                       339
              Il principato d'Affrica stringe il morso
                alla colonia                                  340
  867.        Basilio Macedone                                341
              Movimento dei Cristiani in Sicilia              342
  861-862.    Scambii d'emiri in Sicilia, e loro guerre
                con varia fortuna                             342
  862-863.    Khafâgia-ibn-Sofiân. Un suo figliuolo
                sconfitto a Siracusa                          344
  864-865.    Occupate Noto e Scicli. Gualdana de' mille
                cavalli                                       345
  866.        Prese Troina, Noto di nuovo, Ragusa e Ghirân    347
  867-868.    Altre fazioni                                   348
  869.        Colpo di mano fallito su Taormina               349
              Sconfitta dei Musulmani a Siracusa.
                Khafâgia ucciso e tradimento                  350
  869-870.    Rifatto emiro il figliuolo. Occupazione
                di Malta                                      352
  871.        Mohammed-ibn-Khafâgia ucciso anco a
                tradimento. Mutazioni di altri emiri          353

  Capitolo VIII.

  827-837.    Pochi venturieri musulmani nella Italia
                meridionale                                   354
  838.        I Musulmani di Sicilia prendono Brindisi e
                rompon Sicardo                                354
              Reliquie di San Bartolommeo a Lipari            356
  839-840.    Sconfitta dei Veneziani a Taranto. Infestato
                tutto l'Adriatico                             357
  842.        I Musulmani ausiliarii di Radelchi gli
                prendon Bari                                  360
  842-843.    Siconolfo chiama i Musulmani di Creta           361
  843.        Apolofar si spicca da lui                       362
  843-846.    Allena la guerra in Terraferma                  363
  846.        Nuove fazioni dei Musulmani su l'Adriatico
                e sul Tirreno                                 364
              Assaltano Roma. Tentan Gaeta invano             365
  849.        Papa Leone IV e Cesario figlio del duca
                di Napoli. Sconfitta degli Affricani a Ostia  366
  846-847.    Masar condottiero musulmano a Benevento         367
  851.        Venuta di Lodovico Secondo imperatore. Accordo
                dei Longobardi. Presi a tradimento i
                Musulmani a Benevento                         369
  852.        Vendetta dell'emir di Sicilia. Ripigliata
                dai Musulmani Taranto e rinforzata Bari       370
  853-866.    Il sultano di Bari                              371
              Guasti ch'ei reca dall'un mare all'altro        372
  866-867.    Chiamato nuovamente l'imperator Lodovico        375

  867-870.    Assedio di Bari                                 376
              Basilio Macedone entra nella guerra             378
  871.        Vittoria de' Veneziani a Taranto.
                Bari espugnata                                379
              Disegni di Lodovico. Umori surti contro
                di esso nell'Italia meridionale               381
              Mene attribuite al soldan di Bari prigione      382
              Lodovico preso da Adelchi e rilasciato          383
              In Affrica è eletto un emiro della Gran
                Terra, il quale sbarca con l'esercito a
                Salerno                                       384
              Assedio di Salerno                              385
  872.        Sconfitte dei Musulmani                         387
  875.        Morte di Lodovico                               388

  Capitolo IX.

  864-873.    Vaghi cenni di vittorie dei Bizantini in
                Sicilia. Frequenti scambii d'emiri            389
  873-877.    Timori dei Musulmani d'Affrica. Il nuovo
                principe Ibrahîm-ibn-Ahmed comanda
                d'investir Siracusa                           392
  877.        Topografia della città a quel tempo             394
              Comincia l'assedio                              395
              Occupati i due porti                            397
  877-878.    Fame ed epidemia                                398
              Tardan gli aiuti di Costantinopoli              399
  878.        Aperta la breccia                               399
              Entrano gli assalitori                          402
              Carnificine e distruzione                       404
              I prigioni avviati in Palermo                   407
              Loro vicende                                    408

  Capitolo X.

  878-879.    Congiura di palagio in Palermo                  410
  879.        Fazioni contro i Cristiani che si risentivano.
                (Vedesi l'Aggiunta, p. 336.)                  410
              I frati van suscitando. Sant'Elia da
                Castrogiovanni                                411
  880.        Sconfitta dell'armata Affricana e Siciliana
                nel mar di Grecia                             412
              Sbarco dei Bizantini presso Palermo.
                Scorrerie loro per mare e per terra.
                Afforzano una città, forse Polizzi            415
  881.        Fazioni combattute dai Musulmani                417
  881-882.    Sconfitta loro a Caltavuturo. Miracolo
                cristiano e miracolo musulmano in questa
                battaglia                                     419
  882-885.    I Bizantini sgombran dall'isola                 421
              Debole guerra fatta dai Musulmani ai
                Cristiani che tuttavia si difendono           422
  887.        Guerra civile degli Arabi coi Berberi in
                Sicilia                                       424
  888.        Sanguinosa sconfitta de' Bizantini nelle
                acque di Milazzo. Dato il sacco a Reggio      425
              Importanza della ròcca di Rametta in questo
                tempo                                         426
  889.        Cattività e poesia di Mogber-ibn-Ibrahîm,
                capitano musulmano di Messina                 427
  889-894.    Sollevazione di Musulmani di Sicilia contro
                il governo d'Affrica                          428
  894-895.    Pace formata da loro co' Cristiani di
                Valdemone                                     431
              Fu compimento del conquisto                     432

  Capitolo XI.

  875.        Condizioni degli imperii d'Oriente e
                d'Occidente                                   432
              Disegni di papa Giovanni VIII                   433
              Varii Stati in Italia                           434
              Nuovamente i Musulmani vi portan la guerra      435
              Fazioni in Calabria e Puglia                    435
              I Bizantini racquistano parte del territorio    437
              Condizioni di quel paese                        437
  876-885.    Altre fazioni dei Bizantini                     439
  885-886.    Vittorie e umanità di Niceforo Foca             440
              Colonie mandate da Basilio Macedone, e
                pessima condotta dei suoi successori          441
  875.        Pratiche dei papi su la costiera del Tirreno    443
  875-876.    Assalti dei Musulmani in quelle parti           444
  876.        Desolazione della campagna di Roma              445
              Giovanni VIII non è sostenuto dagli
                imperatori d'Occidente. Va a Capua e Napoli   447
  877.        Manda ad effetto una lega                       448
              Ordisce una congiura contro il duca di Napoli   450
  878.        È sforzato a pagar tributo ai Musulmani         451
  879.        Traccheggia con Atanasio vescovo di Napoli      451
  880-881.    Guasti dei Musulmani di Sicilia, chiamati da
                Atanasio                                      454
  881.        Il papa pronunzia l'anatema contro di lui       456
  882.        I Musulmani presi a tradimento. Morte di
                Giovanni VIII                                 457
  882-883.    Fatti di Gaeta                                  458
              Colonia musulmana al Garigliano                 459
  883-888.    Fazioni dei Musulmani rimasi in Terraferma      461
  888-902.    Loro debolezza                                  463

  Capitolo XII.

  827-900.    Stato dei Cristiani di Sicilia. Varie
                relazioni loro coi vincitori                  464
              Occupazione successiva dei distretti
                dell'isola                                    464
              Divisione in tre valli                          465
              Origine delle loro denominazioni                467
              Condizioni politiche diverse dei Cristiani      469
              Municipii indipendenti                          470
              Città tributarie                                471
              Istituzioni municipali in queste ultime         473
              _Dsimmi_ ossiano vassalli                       473
              Loro tributi                                    475
  827-900.    Statuti di polizia civile                       475
              Ed ecclesiastica                                476
              Amân di Omar a Gerusalemme                      478
              Istituzioni civili lasciate agli dsimmi
                nelle terre non abitate dai Musulmani         479
              E in quelle ov'erano mescolati coi vincitori    479
              Schiavi                                         481
              Epilogo. Distribuzione geografica delle
                quattro classi de' Cristiani                  483
              Vicende intellettuali e morali                  484
              Fatti principali di storia ecclesiastica        485
              Pochi martiri                                   486
  842.        Orazioni sacre attribuite a Teofane Cerameo     487
              Quali appartengano al IX secolo                 490
              Allusioni ai costumi del tempo                  492
              Merito letterario di quest'oratore              493
  800-847.    San Metodio da Siracusa, patriarca di
                Costantinopoli                                496
  854-878.    Gregorio Ashesta arcivescovo di Siracusa        498
              Ultime vicende della sua vita                   501
  800-883.    San Giuseppe l'Innografo                        502
              Ristorazione delle lettere al suo tempo         503
  842-854.    Sergio monaco di San Calogero e Costantino
                di Sicilia                                    505
  886.        Cronica di Giovanni di Sicilia                  506
  827-885.    Atanasio vescovo di Modene                      507
  827-890.    Pietro Siculo autor della Storia dei
                Pauliciani                                    509
  890.        Martirio di quattro Siracusani in Affrica       511
  828-904.    Sant'Elia da Castrogiovanni                     512
              Sua cattività                                   513
              Liberato, viaggia in Oriente                    514
              Torna in Sicilia. Sue opere in terraferma
                d'Italia                                      515
              Sua morte                                       518
  827-900.    San Leoluca da Corleone                         519
              Leggende di Sant'Oliva e Santa Venera           520
              Influenza della religione su la cadente
                società bizantina di Sicilia                  520


FINE DEL PRIMO VOLUME.



Aggiunte e Correzioni dell'Autore,

per Notizie venutegli alle mani in corso di stampa, errori tipografici
ec.


  Pag. 67, lin. 1 _n._: MS. p. 406 seg. _leggasi_: ediz. Enger, p.
  345 seg.

  Pag. 67, lin. ult.: notarne _leggasi_: descriverne

  Pag. 92, lin. 15: Sâd _leggasi_: Sa'd

  Pag. 102, lin. 19: Novecentotrè _leggasi_: Novecentodue

  Pag. 103, lin. 3 _n._: 903 _leggasi_: 902

  Pag. 115, lin. 15: e che sarebbe tornato a _leggasi_: e che
  piuttosto era da

  Pag. 119, lin. 15: correndo eccitate le _leggasi_: correndo le
  eccitate

  Pag. 132, lin. 18: su le terre passate in proprietà dei Musulmani
  _leggasi_: sopra una classe di terre dei Musulmani

  Pag. 168, lin. 5 a 16: dei Cristiani. Capitanata... _fino a_
  Tunisi; bandisce

    _leggasi_:

  dei Cristiani. 'Atâ-ibn-Rafi', della tribù di Hudseil, condottiero
  dell'armata, proponendosi d'assalire la Sardegna, era entrato nel
  porto di Susa a far vettovaglie; quando ebbe lettere di Musa, che
  l'ammonivano ad aspettar la primavera e non affrontar le tempeste
  di quella stagione; ch'era, credo io, l'autunno del settecentotrè.
  Odorandovi l'invidia, 'Atâ non dette ascolto al consiglio, e
  salpò, e giunse ad un'isola di Silsila, come leggiamo nel MS.
  unico d'Ibn-Koteiba: sia che gli Arabi d'allora abbian dato tal
  nome a Lampedusa o altra isoletta vicina; sia, come parmi più
  probabile, che si tratti della Sicilia e i copisti n'abbian guasto
  il nome. Gli Arabi d'Egitto fecervi grosso bottino d'oro, argento
  e gemme; ma al ritorno, un turbine di vento li colse presso le
  costiere d'Affrica: onde molte navi perirono, tra le quali quella
  di 'Atâ; altre qua e là arenarono. E Musa, risaputolo, mandava
  incontanente una man di cavalli a percorrere le spiagge; prendere
  i legni e i marinai campati al naufragio; e condurre gli uni e gli
  altri nell'arsenale di Tunis[1]. Entrato poi l'anno ottantacinque
  dell'egira (13 gennaio a 31 dicembre 704) Musa bandisce.....

  Pag. 168, _n._ 1: Confrontinsi ec.

    _leggasi_:

  (1) Ibn-Koteiba, _Ahâdith-el-imâma_, MS. del professor Gayangos,
  fog. 69 recto e verso, e versione inglese in appendice al Makkari,
  _The history of the Mohammedan dynasties in Spain_, tomo I, p.
  lxvj. L'erudito orientalista di Madrid, mandandomi copia di questo
  squarcio di testo per lettera dell'11 maggio 1854, ha corretto in
  alcune parti la detta sua versione. Quanto all'isola assalita, sul
  nome della quale io gli esposi i miei dubbii, egli crede doversi
  ritenere la lezione del MS.; perchè pochi righi appresso la voce
  Sicilia vi è scritta con lettere diverse. Nondimeno io inclino
  all'opinione contraria, riflettendo che tal variante possa
  provenire da una delle due sorgenti alle quali par che Ibn-Koteiba
  abbia attinto questo racconto. In una di quelle il nome di Sicilia
  potea per avventura essere scritto con la _sin_ in luogo di sad e
  la _Caf_ (XXII lettera) in luogo di _Kaf_ (XXI lettera); nella
  qual forma _Sikilia_, facilmente si può confondere con _Silsila_.
  Io ho veduto appunto Sibila chiaramente scritto su la Sicilia in
  una ottima carta geografica in pergamena, delineata nel 1600 da
  Mohammed-ibn-Ali-es-Sciarfi, da Sfax, posseduta dalla Biblioteca
  imperiale di Parigi.

  Mi conferma nel mio supposto la Cronologia di Hagi-Khalfa, MS. di
  Parigi, ove leggesi, nell'anno 82, una impresa in Sicilia di
  'Attâr-ibn-Râfi'; poichè, non trovandosi questo fatto in
  Ibn-el-Athîr, è verosimile che Hagi-Kalfa l'abbia tolto da alcun
  MS. d'Ibn-Koteiba più corretto che quello del professor Gayangos.

  Pag. 169, lin. 8: del settecentoquattro... _fino ad_ un millione e
  quattrocento mila lire.[2]

    _leggasi_:

  del settecentoquattro in Sicilia, ove presero una città della
  quale non sappiamo il nome; ma solo che, scompartito il bottino,
  toccassero cento dinâr d'oro a ciascuno, che vi si contavano tra
  novecento o mille uomini;[1] onde la somma, aggiuntavi la quinta
  del principe, torna quasi ad un milione e settecento mila lire.[2]

  Pag. 169, _n._ 1: Confrontinsi.... _fino a_ _The history_

    _leggasi_:

  Confrontinsi: Ibn-Koteiba, fog. 69 verso, MS. del professor
  Gayangos, il quale, mandandomi cortesemente copia di questo passo,
  ha corretto la lezione, da cui risultava un errore nella sua
  versione inglese posta in appendice all'opera di Makkari, _The
  history_

  Pag. 184, lin. 19: Io lascerò indietro le brighe dei patrizii coi
  papi, delle quali s'è già fatto cenno, e quelle che seguirono.

    _leggasi_:

  Io lascerò indietro le brighe dei patrizii coi papi, che
  seguirono.

  Pag. 360, lin. ult. _n._ 4: riconoscere.

    _leggasi_:

  riconoscere; ovvero la voce greca dei bassi tempi ταραβείνα, di
  cui il Du Cange nel Glossario Greco.

  Pag. 411, lin. ult. _n._ 2: tomo IX, p. 117.

    _leggasi_:

  tomo IX, p. 117. Un marchese Crisafi e un suo fratello, cavaliere
  gerosolimitano, usciti di Messina per cagion della rivoluzione
  contro gli Spagnuoli e rifuggiti in Francia, segnalaronsi dopo il
  1691, sotto le bandiere francesi, nell'America settentrionale. Dei
  quali il cavaliere, audace uom di guerra e di stato, si dice sia
  morto di crepacuore non vedendosi punto rimeritato dalla corte di
  Francia; e l'altro governò il distretto delle _Trois Rivières_,
  come si legge in Charlevoix, _Histoire de la nouvelle France_,
  tomo II, p. 95 seg. Questa famiglia, dopo mille anni di nobiltà,
  si è estinta in Messina, come mi si dice, verso il 1840.



NOTE:

[1] Veggansi: Bartolomeo de Neocastro, cap. LXXXIV; l'_Anonymi Chronicon
Siculum_, cap. I a V, presso Di Gregorio, _Biblioteca Aragonese_, tomo
I, p. 115, e tomo II, p. 121, seg.; e la Lettera di Fra Corrado, presso
Caruso, _Bibliotheca Historica regni Siciliæ_, tomo I, p. 47.

[2] _Historia Sicula_, deca II, lib. VI.

[3] Tomo II, _Palermo Sacro_ (1650), p. 627, seg.

[4] Veggasi la Tavola Analitica, parte II, nº VII.

[5] _Syntagmata Linguarum Orientalium_, Romæ 1643, in-fog. La più estesa
è la grammatica georgiana, a scriver la quale il Maggio fu il primo, o
tra i primi, in Europa. La turca e l'arabica, accompagnate dai riscontri
in caratteri siriaci ed ebraici, mostrano anche buoni studii e molta
pratica.

[6] Veggasi la Tavola Analitica, parte II, nº XX.

[7] Veggansi: Scinà, _Prospetto della Storia Letteraria di Sicilia nel
secolo XVIII_, tomo III, p. 296 a 383; Lettera di Italinski, nella
raccolta _Mines d'Orient_, tomo I, p. 236; e gli opuscoli tedeschi
citati da Wenrich, _Commentarii_, § XXVIII a XXXII, p. 36, seg.

[8] _Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi,
pubblicato per opera di Alfonso Airoldi_ ec. Tomi 3 in-4, Palermo,
1789-90-92.

[9] _De supputandis apud Arabes Siculos temporibus_, Palermo, 1786,
in-4.

[10] Nel _Catalogo dei diplomi.... della Cattedrale di Palermo_, ec.,
Palermo, 1842, in-8.

[11] _Opere_ di Vincenzo Mortillaro, marchese di Villarena, tomo III.
Nel tomo IV si trova la illustrazione di un bell'astrolabio, del quale
mi occorrerà far parola in questa Introduzione.

[12] Due nella _Biblioteca Sacra_, tomo II, Palermo 1834, p. 40, seg.; e
un altro nel _Tabularium Capellæ Collegiatæ Divi Petri in regio
Panormitano Palatio_, compilato dal Garofalo, p. 28, seg.

[13] _Monete cufiche battute da principi longobardi, normanni e svevi
nel regno delle Due Sicilie, interpretate e illustrate dal principe di
San Giorgio Domenico Spinelli, e pubblicate per cura di Michele Tafuri_,
Napoli, 1844, 1 vol. in-4, con rami.

[14] Ecco la tesi dell'Accademia: _Tracer l'histoire des différentes
incursions faites par les Arabes d'Asie et Afrique, tant sur le
continent de l'Italie, que dans les îles qui en dépendent; et celle des
établissements qu'ils y ont formés: rechercher quelle a été l'influence
de ces événements sur l'état de ces contrées et de leurs habitants_.

[15] _Annali Musulmani_, tomo II, p. 340, nella descrizione d'Aleppo;
II, 386; III, 388 e 463.

[16] Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 189, seg.

[17] _Journal Asiatique_, octobre 1845, p. 313, seg., tradotto da me in
italiano, nell'_Archivio Storico Italiano_, Append., nº XVI (1847).

[18] Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 190.

[19] Hagi-Khalfa, ediz. di Fluëgel, tomo V, p. 163, nº 10, 568.

[20] _Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia_, nº CXXXVII (maggio
1834), p. 18 del fascicolo annessovi d'un dizionario biografico.

[21] Mortillaro, _Opere_, tomo IV, p. 110, seg.

[22] Il titolo di Scerf-ed-dîn non era punto in uso nel X e XI secolo; e
però la copia sull'ottone va riferita al XII o XIII. Inoltre questo
Scerf-ed-dîn non fu al certo principe, ma qualche dotto.

[23] Veggasi questo nome etnico nel _Lobb-el-Lobbâb_, di Soiûti.

[24] _Notices et Extraits des MSS._, tomo VII, p. 54, 55.

[25] Veggasi il _Cosmos_, versione francese, Paris, 1848, tomo II, p.
519.

[26] MS. del dottor John Lee, e MS. di Parigi, al nome Ali-ibn-Gia'far
etc.

[27] Ediz. di Fluegel, tomo II, p. 135, nº 2243; e tomo III, p. 203, nº
4935.

[28] Soiûti e Hagi-Khalfa, l. c.

[29] Imad-ed-dîn, nella _Kharîda_, tomo XI, MS. di Parigi, Ancien Fonds
1375, fog. 20 verso, e MS. del British Museum, Rich. 7593.

[30] MS. di Leyde, 677, Warn, notato nel Catalogo del Dozy, tomo II,
pag. 142, nº DCCXLVI. Debbo questa notizia al Dozy stesso.

[31] Ediz. Fluegel, tomo II, p. 135, nº 2213.

[32] _Baiân_, tomo I, p. 254, nell'anno 387 (997), cita uno squarcio
d'Ibn-Rekîk sopra un magistrato per nome Iusûf, col quale ci solea fare
il giro delle province per levar le tasse.

[33] _Lettre à M. Hase_, nel _Journal Asiatique_, série IV, tomo IV, p.
349 e 350; _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p. 292,
nota del traduttore.

[34] Questo fatto si ricava da Tigiani, _Rehela_, versione francese, di
M. Alph. Rousseau, p. 120. (Estratto dal _Journal Asiatique_, série IV,
tomo XX, sept. 1852, p. 176.)

[35] Veggansi su questo autore: Ibn-Khallikân, versione inglese, tomo I,
p. 228; Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo I, p. 405, nota 52;
Ibn-Abbâr, MS. sella Società Asiatica di Parigi, fog. 408 verso;
Ibn-abi-Oseba, MS. della Bibl. imper. di Parigi, Suppl. Arabe, 673, fog.
191 recto, seg.

[36] _Annales Moslemici_, tomo II. p. 446, anno 336, e presso Di
Gregorio, _Rerum Arabic._, p. 81 a 83. Veggasi anche la Prefazione di
Reiske nel primo volume degli _Annales Moslemici_, p. VIII.

[37] Presso Di Gregorio, op. cit. p. 59.

[38] Tigiani, _Rehela_, MS. di Parigi, fog. 141 recto, e versione di M.
Rousseau, p. 261 (Estratto del _Journal Asiatique_.)

[39] Veggansi: Ibn-Khallikân, edizione di M. De Slane, testo arabico,
tomo I, 145, e versione inglese, tomo I, 282, seg.; Quatremère,
_Mémoires sur les Khalifes Fatimites_, nel _Journal Asiatique_, série
III, tomo II (1836), p. 131; Sacy, _Exposé de la Religion des Druses_,
tomo I, p. CCCCLX. Il Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo II, p. 295, 296,
avea dato ragguagli meno esatti su questo autore.

[40] _Rerum Arabicarum_, p. 37, 38.

[41] _Codice Diplomatico di Sicilia_, introduzione, tomo I. p. 15.

[42] Veggasi la seconda parte di questa tavola, n. XXVIII.

[43] Ediz. Fluegel, tomo IV, p. 146, e tomo V, p. 438, nº 11,590.

[44] _Annales Moslemici_, anno 697 (1297), V, p. 144. Abulfeda conoscea
di persona Gemâl-ed-dîn. Su le opere di lui si vegga Reinaud, _Extraits_
etc. _des Croisades_, p. XXV.

[45] Riscontrinsi: Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, introduzione, tomo
I, p. CXLI, e Dozy, _Historia Abbadidarum_, tomo II, p. 150.

[46] Makkari, _The history of the Mohammedan Dynasties in Spain_,
versione del prof. Gayangos, tomo I, p. 204, 481.

[47] Veggasi a questo proposito la Historia Abbadidarum del Dozy, tomo
I, p. 215 in nota. Sui varii titoli delle opere istoriche di Ibn-Sa'id,
sia che tutti denotino opere diverse, o che alcuni indichino solemente
diverse redazioni, si confrontino: Hagi Khalfa, edizione di Fluegel,
tom. V, p. 438 e 647, n. 11,822 e 12,488; Casiri, Bibl. Arab.-Hisp.,
tomo II, p. 16; Abulfeda, Annal. Moslem., tomo I, p. viii, prefazione di
Adler; Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I, p. 240; e gli scrittori
nostri contemporanei che ho citato nelle note precedenti.

[48] Leonis Africani _De Viris illustribus_ etc., presso Fabricius,
_Bibliotheca Græca_, tomo XIII (Hamburgo 1726), p. 278, nella vita di
_Esseriph Essachali_ ossia Edrisi, nella quale sono confusi il conte
Ruggiero e re Ruggiero suo figliuolo.

[49] Nell'opera di Makkari intitolata: _The History of the Mohammedan
Dynasties in Spain_, tomo I, p. L.

[50] Ibid., p. LXVI e LXVII.

[51] Veggasi il nº XXVII della presente Tavola.

[52] Veggansi le prefazioni del Caruso e del Di Gregorio nel _Rerum
Arabicarum_, p. 33 a 39. Il Wenrich. _Commentarii_, _Introductio_, § IX,
p. 14 e 15, replicò le conchiusioni del Di Gregorio senz'altro.

[53] Fog. 83 recto dal MS., che dovrebbe essere in fin del volume e si
trova verso la metà, sendo stati trasposti i fogli nella legatura.

[54] Si legge in arabico, in foglio di altro sesto, messo tra il 75 e il
76 del MS. Vi si aggiunge in italiano: _è scritto questo libro doppo
mille e cinquecento anni_; grossolana impostura, perchè tornerebbe al VI
secolo dell'era cristiana.

[55] Ediz. di Finegel, tomo III, p. 521. Non trovo nè anco la data nei
MSS. di Hagi Khalfa della Bibl. di Parigi.

[56] MS. fog. 5 recto.

[57] MS. fog. 28 recto.

[58] Fa cenno di quest'opera Ibn-Abbâr, MS. dalla Società Asiatica di
Parigi, fog. 14 recto.

[59] Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, tomo IV, p. 293, nº 8,486, e tomo II,
p. 142, nº 2,280.

[60] _Libro de agricultura. Su autor el doctor.... ebn el Awam
Sevillano_, Madrid 1802, due volumi in foglio.

[61] Nell'opera intitolata: _Notices et Extraits des MSS._, tomo XIII
(1831) p. 437, seg.

[62] Ibid., p. 633

[63] _Rerum Arabicarum_, p. 237.

[64] Nella prima parte di questa Tavola, nº IV.

[65] È segnato col nº CCCCXLVII, e notato nel Catalogo di Stefano
Assemani, presso Mai, _Scriptorum Veterum Nova Collectio_, tomo IV, p.
518.

[66] _Géographie d'Edrisi_, 2 volumi in-4. Paris, 1836, 1840.

[67] _Solwân_ ec., ossiano Conforti Politici, di Ibn Zafer. Firenze
1851.

[68] Ibn-Khallikân, versione di M. De Slane, tomo III, p. 306, non
pubblicato per anco, afferma che la _Kharîda_ si componea di dieci
volumi. I MSS. di Parigi e Londra provano la inesattezza di cotesta
asserzione, o che si fecero altre copie, divise in maggior numero di
volumi. A ciò conduce ancora il MS. di Parigi. Suppl. Arabe 1051. il
quale non risponde esattamente all'Ancien Fonds 1375 nè al MS. di
Londra.

[69] _The Travels of Ibn-Batuta_, London 1829, in-4, p. 6.

[70] _The Travels of Ibn-Jubair_, Leyden 1852, in-8.

[71] _The history of the Almohades by Abdo-'l-Wáhid-el-Marrékoshi_,
Leyden 1817, in-8.

[72] _Jacut's Moschtarik_, Gottingen 1846, in-8.

[73] Veggasi Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduc. p. CXXIV, seg.

[74] Gli squarci pubblicati lo sono stati da Monsieur Des Vergers nel
1811, note a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, a
Tornberg, note al _Kartas_, ossia _Annales Regum Mauritaniæ_, tomo II,
p. 411, seg. Altri ne usciranno nel _Recueil des Historiens des
Croisades publié par l'Académie des Inscriptions_, tomo I, che si stampa
attualmente per cura di M. Reinaud. Il Tornberg ha pubblicato il 1850 un
volume d'Ibn-el-Athîr dal 527 al 583. I signori Dozy, De Frémery e altri
orientalisti han dato in varie opere il testo e la versione di capitoli
dello stesso autore che non appartengono al nostro argomento.

[75] _Extraits des Historiens Arabes..... relatifs aux Croisades_, p.
XVI.

[76] Edizione Fluegel, tomo V, p. 75, nº 10,057.

[77] Veggansi Ibn-Khaldûn, _Storia dei Berberi_, testo arabo stampato ad
Algeri, tomo I, p. 429, seg.; Gayangos, _Mohammedan Dynasties in Spain
by Makkari_, tomo II, p. 528, seg., nota 20; e Dozy, _Historia
Abbadidarum_, tomo II, p. 46.

[78] Nell'opera: _Relation de l'Egypte par Abdallatif_, appendice, p.
495, seg. 549, seg. Il professore Gayangos, _The History of the
Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo I, Appendice, p. XXXV e XXXVI, ne
ha dato una versione inglese.

[79] Op. cit., p. 478.

[80] Edizione Fluegel, tomo IV, p. 133 e 288, nº 7883 e 8640.

[81] _Kitâb Wafayat al Alyan_, _Vies_ ec. par Ibn-Khallikan, publiées
par le B. Mac-Guckin De Slane, Paris, 1842, tomo I, in-4, testo arabo.
_Ibn-Khallikan's Biographical Dictionary translated_ ec., tomo I, II,
Paris, 1842, 1843. Il terzo volume non è pubblicato; ne ho avuto alle
mani parecchi fogli per cortesia del traduttore e di M. Reinaud.

[82] Ibn-Challikani, _Vitæ illustrium virorum_, Gottingæ, 1835, in-4.

[83] _Histoire de l'Afrique et de l'Espagne, intitulée Al-Bayano-
'l-Mogrib_, Leyde, 1848, 1851, 2 vol. in-8.

[84] Série IV, tomo XX (1852), e série V, tomo I, (1853). Raccolti
insieme i fogli e stampati a parte, fanno un volume di 290 pagine.

[85] _Annales Regum Mauritaniæ_, Upsal, 1843, 1846, 2 vol. in-4.

[86] _Géographie d'Aboulfeda_, Introduz., p. CL e CLI.

[87] Col titolo di _Annales Moslemici_, Copenhagen, 1789, 1791, 5 vol.
in-4.

[88] Veggansi: Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, tomo V, p. 397, nº 14,069;
Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks par Makrizi_, tomo II, Parte
II, p. 173; Reinaud, _Géographie d'Aboulfeda_, Introduz., p. CLI.

[89] Secondo la soscrizione che si legge in fine di questo MS., sarebbe
autografo. Il barone De Slane la crede bugiarda per cagion di parecchi
errori del MS. La stessa soscrizione è in uno dei MSS. di Leyde secondo
il Dozy, Catalogo, I, p. 5.

[90] Veggansi: Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, Prefazione al Nowairi;
Airoldi, Prefazione al _Codice Diplomatico_ ec., dell'Abate Vella; e
Scinà, _Storia Letteraria di Sicilia nel XVIII secolo_, tomo III, cap.
VI.

[91] _Histoire de Sicile, traduite de l'arabe du Novaïri par le citoyen
J. J. Caussin_, in appendice al _Voyages en Sicile, dans la Grande Grèce
et dans le Levant_, par M. le Baron de Riedesel, Paris, an. X (1802),
in-8.

[92] _Lettre à M. Hase_ nel _Journal Asiatique_, IV série, tomo IV, p.
329, (1844).

[93] Catalogo del Dozy, tomo II, pag. 148, nº DCCLXIII, seg.

[94] _Rerum Arabicarum_, p. 57.

[95] _Commentarii_ ec., §, VI, p. 8.

[96] Veggasi la prefazione di Adler nel primo volume degli _Annales
Moslemici d'Abulfeda_, p. VIII.

[97] I volumi che io conosco del _Mesâlek-el-Absâr_, sono i seguenti:

      I. Bibl. Bodlejana, Pococke, 191, già citato. — Geografia.

    III. Parigi, Ancien Fonds 583. — Altra parte di Geografia.

    XIV. Parigi, Ancien Fonds 1371: British Museum,
         Catalogo, nº DLXXV, parte II, p. 273. — Antichi
         poeti arabi.

     XV. Escuriale, Catalogo di Casiri, tomo I, p. 68,
         nº CCLXXXV. — Altri poeti.

   XVII. Parigi, Ancien Fonds 1372, già citato. — Altri poeti.

  XXIII. Parigi, Ancien Fonds 612. — Storia già citata.

  XXIII. (Numero di volume sbagliato o appartenente
         a una copia divisa altrimenti). Parigi, Ancien
         Fonds 904. — Mineralogia e Storia
         antica.

Il Casiri, Catalogo, tomo II, p. 6, nº MCDXXXIV e MDCXXXV, nota un
_Kitâb et-Ta'rif_, altra opera del medesimo autore.

[98] Stampato ad Upsal il 1839, un vol in-8.

[99] _Saggi_ di Schultz, inseriti nel _Journal Asiatique_. Questo passo
si legge nella serie I, tomo VII, (1835), pag. 293, ove il traduttore ha
dato anche il testo arabico di tal frase.

[100] Il baron De Slane, che ricorda spesso con affetto i lavori di
questo valente giovane, dice in una nota della _Histoire des Berbères
par Ibn-Khaldoun_, tomo I, Introduction, p. III et IV, che si erano già
stampate 108 pagine di testo e 140 della versione, e che rimangono come
carta inutile nei magazzini del tipografo.

[101] Su l'autore veggansi: Sacy, _Chrestomathie Arabe_, tomo I. p. 112,
seg.; e Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks de l'Egypte par
Taki-Eddin-Ahmed-Makrizi_, tomo I, prefazione.

[102] Catal. del Dozy, tomo II, p. 200, nº DCCCXX.

[103] _Journal Asiatique_, série IV, tomo XIII, (1819), p. 256, seg.

[104] _Lexicon Bibliographicum et Enciclopædicum a Mustapha...
Haij-Khalfa_ ec., Lipsia e Londra. 1840, 1852, sei vol. in-4.

[105] _Cronologia historica di Hazi-Halifé-Mustafà_ ec., Venetia, 1697,
in-4.

[106] _Historie de l'Afrique de Mohammed-ben-Abi-el-Raïni-el-Kairouani_,
Paris, 1845, in-4, che è il vol. VII della _Exploration scientifique de
l'Algérie, Sciences historiques et géographiques_.

[107] Diodorus Siculus, lib. XXXIV, XXXV.

[108] Florus, lib. III, c. 9.

[109] Palmieri, _Somma della storia di Sicilia_, vol. I, cap. 14. Ma
egli non vede la causa principale del danno là dove pare a me di
trovarla, cioè nella proprietà territoriale usurpata dai cittadini
romani ai Siciliani.

[110] Diodorus Siculus, lib. V, XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII. A creder
mio, Diodoro giudicò male la prima guerra servile, credendola un
imperversare di masnadieri e nulla più. Nella seconda riconosce il malo
contentamento dei Siciliani. Ma la Legge Rupilia, alla quale io ho fatto
allusione di sopra, sendo stata promulgata dopo la prima guerra, ne
prova chiaramente l'indole politica.

[111] Palmieri, l. c., sostiene che il grano prodotto dalla Sicilia al
tempo di Verre, non montasse che ad un milione di salme d'oggi
(2,753,659 ectolitri); cioè due terze parti della produzione attuale. Di
più, crede che tutta la Sicilia allor ne desse appena quanto il solo
Stato di Siracusa sotto Gelone.

[112] Gli stadii di Strabone sono ordinariamente di 700 al grado. Il
perimetro della antica Siracusa indi torna a 11 miglia e mezzo delle
italiane di cui entran 60 in un grado. Ho seguíto in questo passo di
Strabone la interpretazione di M. Letronne, _Essai critique sur la
topographie de Syracuse_, p. 100, seg., non quella che erroneamente
portava Siracusa ristretta da Augusto, come dei nostri tempi, alla sola
penisola.

[113] Strabo, _Rerum Geographicarum_, lib. VI, p. 265, seg.

[114] Stefano dà 122 nomi di città e castella, tra le quali alcune poste
per errore in Sicilia, ma altre ne mancano. (Stephanus, _De urbibus_,
passim). Strabone (l. c.) ne contava 16, tralasciando senza dubbio i
luoghi meno importanti. Plinio (_Historiæ Naturalis_, lib. III, cap. 14)
ne ha 69, delle quali 5 colonie romane, 13 _oppida_, 3 popolazioni di
condizione latina, e 48 tributarie. Tolomeo (Cl. Ptolomei _Geographiæ_,
lib. III, cap. 4) novera 64 tra città e castella, accordandosi con
Plinio in 47 nomi, e discrepando negli altri, forse perchè il Romano
segue la geografia politica, quando Tolomeo, geografo matematico, nota i
luoghi non le genti. L'Itinerario (presso Fortia d'Urban, _Recueil des
Itinéraires anciens, Antonini Augusti Itinerarium_, numeri XXIII a
XXVII, p. 26-29) non vale in questa esamina, perchè dà le sole stazioni
di poste; tra le quali 26 in città note.

[115] _Historiæ Augustæ Scriptores_, tom. II, p. 85. Trebellii
Pollionis, _Galliani duo_, cap. 4.

[116] Zosimus, lib. I, cap. 67, 71.

[117] Marini, _I Papiri Diplomatici_, numeri XXXII e XXXIII, che si
credono frammenti di unico diploma dato il 489. Indi si scorge che
Odoacre aveva accordato a un Pierio, forse il conte di tal nome, 690
soldi, dei quali 450 assegnati su certi beni a Siracusa, 200 a Malta, e
che per questo diploma concedeva il rimanente di 40 soldi e una
frazione, sopra tre fondi diversi posti nella _massa_ Piramitana, nel
territorio di Siracusa.

[118] San Gregorio, che non credea certamente a tal fola, pur
l'accreditava, con mille altre somiglianti, per promuovere la
superstizione; e nel presente caso anco per aizzar la gente contro i
Longobardi, barbari e tuttavia Ariani come i Goti. Vedi Divi Gregorii
Papæ _Dialogi_, lib. IV, cap. 30.

[119] Caruso, _Memorie storiche di Sicilia_, parte I, vol. II, lib. 5.
Il volume che contiene questo passo, uscì alla luce in Palermo il 1716,
sotto il dominio della casa di Savoia.

Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, dissertazione 1, p. 405, seg.
Il primo volume di questa egregia opera, che non si continuò per cagion
d'una acerba e sciocca persecuzione, fu stampato a Palermo il 1743. Dopo
mezzo secolo e più, il Di Gregorio (_Introduzione al Diritto pubblico
Siciliano_) onorò la memoria dello autore con una timida parola.
Domenico Scinà l'ha poi vendicato degnamente (_Prospetto della Storia
letteraria di Sicilia nel secolo XVIII_), tom. I, p. 260 e seg.

[120] _Acta Apostolorum_, XXVIII, 12.

[121] Quest'ultimo fatto si potrebbe spiegare altrimenti, supponendo una
tratta di schiavi stranieri; ma quel di Tindaro lascia pochissimo
dubbio, parlandosi espressamente di idolatri che non si voleano
convertire ed erano difesi dai _potenti_. Ciò mostra che si tratti di
contadini di Sicilia schiavi dei grandi proprietarii, e che il caso sia
simile a quel di Sardegna. Oltre i seguaci del paganesimo greco e
romano, qualche famiglia balestrata in quelle provincie dalla servitù
prestava culto agli Angeli. Veggansi le epistole di S. Gregorio, lib.
II, nº 98, indiz. XI (a. 593), e lib. V, nº 132, indiz. XIV (a. 596); le
quali anco si leggono presso il Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, numeri CII e CXXVII, pag. 142 e 175. Per la missione in
Sardegna riscontrinsi le epistole di San Gregorio, lib. III, nº 23, 25
ec.

In Sardegna, oltre gli idolatri indigeni, v'era una popolazione detta
dei Barbaricini che si mantenea con le armi alla mano; coi quali si
trattava di far uno accordo, purchè si convertissero al cristianesimo.
V'ha su questo argomento altre epistole di San Gregorio, una delle quali
indirizzata al capo de' Barbaricini. Par che si tratti di Berberi, come
l'han pensato alcuni eruditi.

La tarda conversione degli abitanti delle campagne in Sicilia è notata
espressamente nel panegirico di San Pancrazio scritto nel IX secolo,
presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. I, pag. 11; e nella
raccolta dei Bollandisti, _Acta Sanctorum_, 3 aprile, pag. 237, seg.

In generale si riscontrino Pirro _Sicilia Sacra_, Gaetani, Di Giovanni,
Caruso, nelle opere citate, dal I al VI secolo, e il compendio del P.
Aprile sì diligente a far fascio d'ogni erba (_Della Cronologia
universale della Sicilia_, pag. 442, seg.). Le fonti della storia
ecclesiastica di Sicilia nei primi tre secoli, per lo più sono i
menologi greci e i Mss. del Monastero di Cripta Ferrata e di quello del
Salvatore di Messina. Dei Mss. greci si sa quanto valgano. Gli altri
puzzano spesso di XII e XIII secolo.

[122] Veggansi i particolari in Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, Dissertazioni II, III, IV.

[123] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. I, nº 80; presso il Di
Giovanni, op. cit., si trova al nº LXXIX, p. 125.

[124] Tre diplomi in papiro dati il 444, risguardanti il maneggio del
patrimonio di un Lauricio in Sicilia e il danaro che il suo procuratore
avea pagato ai _conduttori_ della Chiesa di Ravenna anche in Sicilia,
presso Marini, _I Papiri Diplomatici_, nº LXXIII. Divi Gregorii papæ,
_Epistolæ_, presso Di Giovanni, op. cit., nº 211. Agnelli, _Liber
Pontificalis_, presso Muratori R. I., tom. II, Parte I, p. 143, ove si
dice di un Benedetto diacono, rettore del patrimonio della Chiesa
Ravennate in Sicilia. L'autore visse nella prima metà del IX secolo. Il
fatto portato da Agnello si riferisce alla metà del VII secolo, e prova
la ricchezza di questo patrimonio e la corruzione dei rettori.

[125] Theophanis _Chronographia_, p. 631. Supponendo che si tratti di
talenti attici e ragionando il peso in oro puro, i tre talenti e mezzo
varrebbero circa 300,000 lire italiane; ragionando i prezzi delle cose,
circa un milione d'oggi.

[126] Vedi le autorità citate dal Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, Dissertazioni V e VI.

[127] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 25, nota del D'Amico.

[128] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. I, nº 39, indiz. IX.

[129] Ibid., lib. III, nº 15, VII, 27, VIII, 65.

[130] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. I, nº 3, indiz. IX.

[131] Lib. I, ep. 1, indiz. IX.

[132] Lib. I, ep. 3.

[133] Epistola di San Gregorio del 16 marzo 591, presso Di Giovanni,
_Codex Siciliæ Diplomaticus_, LXVI, pag. 106, la quale manca nella
edizione delle opere di San Gregorio che ho per le mani.

[134] Lib. I, ep. 42.

[135] Questo provvedimento è contenuto nella epistola 11, del lib. III,
indiz. XII. Si è preteso che riguardasse la elezione delle badesse, non
la professione delle suore, e così anche pensa il Di Giovanni, op. cit.,
p. 154. Ma il testo di San Gregorio mi par sì preciso da non dar luogo
alle pie sofisticherie dei comentatori.

[136] Per togliere ai lettori e a me stesso la molestia di troppe
citazioni, non mi riferisco qui alla raccolta delle epistole di San
Gregorio nella quale sono sparse quelle che toccano la Sicilia, ma
piuttosto alla scelta di queste ultime che si trova presso il Di
Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, numeri LX a CCLXVI. Vedi anche
la Diss. III del medesimo Di Giovanni; Pirro, _Sicilia Sacra_, nelle
notizie dei varii vescovadi dal 590 al 604; e Gaetani, _Vitæ Sanctorum
Siculorum_, tom. I, p. 188 a 224.

[137] Pirro, op. cit., p. 35 a 38; Gaetani, op. cit., tom. II, p. 1 a 4;
Anastasius Bibliothecarius, presso il Muratori R. I., tom. III, 142,
145, 147, 174.

[138] _Sce'b_ si chiama il tronco, come sarebbe Adnân; la prima
diramazione si dice _Kabîla_; la seconda, _I'mâra_; la terza, _Bain_; la
quarta, _Fekhid_; la quinta, _A'scîra_; la sesta, _Fasîla_: imperfette
denominazioni e spesso confuse. Più comunemente la tribù vien detta
_Kabîla_. Ho seguíto in tal distinzione l'antica e pregevole opera di
Ibn-Abd-Rabbih (_Kitâb-el-Ikd_, Ms., tom. II, fol. 43 recto), che cita
l'autorità di Ibn-Kelbi.

[139] La _Kufîa_, _Kefía_ o _Keffieh_, che si pronunzia in questi varii
modi, è un fazzoletto quadro legato intorno al capo con doppii giri di
una funicella di pelo, e scende al collo e alle spalle. Ordinariamente
listato a verde e giallo, o tutto bianco. Il professore Dozy,
_Dictionnaire des noms des vêtements_ ec., p. 394, sostiene che la
origine di questa voce sia italiana. Credo al contrario che gli Arabi
l'abbian portato in Italia.

[140] Sâdât è plurale di plurale, come lo chiamano i grammatici arabi,
della voce notissima Sâid, signore. Con questo titolo significativo
chiamansi i senatori della Mecca di quel tempo nelle antiche tradizioni
che raccolse Ibn-Zafer nel libro intitolato _Nogiabâ-'l-Ebnâ_ ossia dei
“fanciulli egregii.” Se ne parla a proposito di un aneddoto di Maometto
fanciullo di dodici anni, entrato per caso nella sala del consiglio,
mentre vi si trattava un alto affare. Vedi il MS. di Parigi, Suppl.
arabe 486, fol. 48 verso, e Supp. arabe 487..... La presente citazione
si riferisca al solo titolo che non credo sia dato da altro autore. La
istituzione e autorità del consiglio è nota.

[141] Ibn-el-Athîr, MS. C., tom. I, fol. 3 recto e verso.

Sul giorno della fuga, gli eruditi non son di accordo; ponendolo chi in
giugno e chi in settembre 622. Vedi Caussin, _Essai sur l'histoire des
Arabes_, tom. I, p. 16, seg.

In ogni modo il primo anno dell'egira cominciò il giovedì 15 luglio 622,
secondo gli astronomi arabi, e, secondo l'uso comune, il 16; contando
gli astronomi il principio della giornata da mezzodì, e i magistrati e
il popolo dal tramonto del sole. Vedi Sédillot, _Manuel de Chronologie
universelle_, Paris 1830, tom. I, p. 340, seg.

[142] Parendomi inutile e noiosissimo di far citazioni in un quadro
generale, mi contenterò di ricordare ai lettori le opere principali da
consultarsi su la storia degli Arabi avanti l'islamismo e nei primi
tempi di quello. Sono: il Corano; le Tradizioni di Maometto, delle quali
la raccolta più compiuta che si trovi data alle stampe è il
_Mishkat-ul-Masabih_, versione inglese del capitano Matthews; Pococke,
_Specimen historiæ Arabum; Universal history, ancient part_, tom.
XVIII., _modern part_, tom. I; Caussin, _Essai sur l'histoire des
Arabes_.

L'ambasceria degli Arabi a Iezdegerd si legge in Tabari, _Annales
regum_, edizione del Kosegarten, tom. II, p. 274 a 281, e se ne trova un
compendio nel tom. III di M. Caussin, p. 474, seg., e una versione
francese di M. de Slane, _Journal Asiatique 1839_, tom. VII, pag. 376,
seg. Sarebbe superfluo lo avvertire ch'io non ho composto il discorso di
Mogheira, ma soltanto abbreviatolo, lasciandovi per lo più le parole
dell'originale.

[143] Hariri, _Mecamêt_, ediz. di M. de Sacy, p. 34, edizione di MM.
Reinaud e Derenbourg, p. 39. Questa tradizione è data nel Commentario.
Veggasi anche lo aneddoto raccontato da M. Caussin, _Essai_, tom. III,
p. 507.

[144] _Dirhem_ è corruzione della voce greca e latina _drachma_.
Significa appo gli Arabi un peso e una moneta di argento. Il valore
della moneta così chiamata è stato, come sempre occorre, vario ne' varii
tempi e luoghi: spesso moneta di conto, ma non effettiva. I dirhem che
abbiamo dei califfi, ancorchè in tempi posteriori ad Omar, tornano in
peso d'argento a sessanta centesimi di lira italiana più o meno. Parmi
che questo sia stato anco il valore che s'intendea sotto la
denominazione di dirhem al tempo di Omar. Si può supporre che una
giornata di lavoro presso i popoli stanziali di Arabia tornasse in quel
tempo circa a due dirhem; poichè lo schiavo persiano il quale per
vendetta uccise quel gran principe, sendo ito a chiedergli giustizia
contro il proprio padrone che l'obbligava a pagare due dirhem al giorno,
Omar gli avea risposto che mettendo su un molino a vento, avrebbe potuto
vivere e soddisfare quel tributo.

[145] Mawerdi, _Ahkâm Sultânîia_, lib. XVIII, ediz. Enger, p. 345 seg.
Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II, fol. 93, seg., sotto l'anno 15.
Ibn-Khaldûn, Parte II, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom.
II, fol. 171 recto. Ho seguíto a preferenza Mawerdi, antico e rinomato
scrittore di dritto pubblico. Le cifre son date con qualche divario da
Ibn-el-Athîr e dagli altri compilatori moderni. Ma si ricava da tutti:
1º Che fossero scritti nei divani anche i fanciulli, le donne e gli
schiavi; 2º Che vi fosse un _minimum_ come noi diremmo, al quale avea
dritto ogni persona di qualunque sesso, età e condizione. Perciò le
pensioni più grosse debbono riguardarsi in parte come retribuzione
militare, o riconoscenza di meriti particolari, e in parte come quota
dei guadagni comuni, appartenente ad ogni associato nella fraternità
musulmana.

[146] Omar-ibn-Madî-Karib, interrogato dal califo Omar su la virtù delle
varie maniere d'armi, rispondea così per le saette; per la lancia dicea:
or è tuo fratello, or ti tradisce, ec. Egli si piccava sopratutto di
maneggiar la spada e l'espresse con una parolaccia alla quale il califfo
rispose con lo staffile. Ibn-Abd-Rabbih, _Kitâb-el-I'kd_, MS., tom. I,
fol. 50 verso.

[147] Ibn-Abd-Rabbih, op. cit., tom. I, fol. 26 verso. Tacito avea
scritto: _Velocitas juxta formidinem; contatio propior constantiæ est._
De Mor. Germ. Ciò che dico delle armi e tattica dei Musulmani nei primi
secoli dell'islamismo si ricava anche dai varii racconti di lor guerre,
non meno che dai trattati di Leone il filosofo, Leonis imperatoris
_Tactica_, cap. 18, edizione di Meursius, p. 810, seg., e di Costantino
Porfirogenito, Constantini _Tactica_, ibid., p. 1398, seg.

[148] Gli Arabi non han preso mai il nome di Saraceni, nè altro simile;
nè avvi nei loro ricordi alcuna gente così chiamata. Questa vocabolo,
scritto dai Latini _Sarraceni_ e da' Greci Σαρακηνοὶ, presso Plinio il
vecchio, Tolomeo e Stefano Bizantino, denota alcune tribù e picciole
popolazioni; Ammiano Marcellino e Procopio l'usano in significato più
vasto; e gli scrittori occidentali dopo l'islamismo gli danno la
estensione che io ho accennato. Indi si vede come successivamente si
allargasse quella denominazione tra il primo e 'l quarto e poi di nuovo
tra il sesto e il settimo secolo dell'era volgare. L'etimologia è
incerta, ancorchè gli eruditi si siano tanto sforzati a trovarla,
cominciando da San Geronimo che facea derivare il nome dei figli di Agar
da Sara; e scendendo ai moderni, i quali han creduto raffigurar certi
vocaboli arabi che suonerebbero uomini del deserto, ladroncelli e simili
baie. Secondo una opinione più plausibile, Saraceni, sarebbe
trascrizione della voce arabica _sciarkiun_, al genitivo (sul quale per
lo più si costruiscono i derivati in tutte le lingue) _sciarkiin_ che
significa orientali; la qual voce i Greci e i Romani non poteano
trascrivere nè pronunziare altrimenti che _sarkin_ o _sarakin_, mancando
nell'alfabeto loro la lettera _scin_ che risponde alla _ch_ francese e
_sh_ inglese. Veggansi Gibbon, _Decline and Fall_, Cap. L, nota 30, con
l'annotazione di Milman; Saint-Martin, note a Le Beau, _Histoire du
Bas-Empire_, lib. LVI, § 24; Reinaud, _Invasions des Sarrazins en
France_, p. 229, 231.

[149] Evagrius, _Historia Ecclesiastica_, lib. VI, cap. 2; Nicephorus
Callistius, _Ecclesiasticæ Historiæ_ lib. XVIII, cap. 10; Caussin,
_Essai sur l'histoire des Arabes_, tom. II, pag. 133. I due scrittori
greci, portando il nome del principe arabo con l'articolo, scrivonlo
Alamondar.

[150] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori R. I., tom. III, pag.
140.

[151] Processo di papa Martino a Costantinopoli, presso Labbe, _Sacros.
Concilia_, tom. VI, pag. 63, 68, 69.

[152] All'accusa di connivenza con Olimpio il papa rispose che non
avrebbe avuto forze da opporsi; e recriminò contro uno degli accusatori
il quale s'era trovato in condizioni simili.

[153] Beladori, presso Reinaud, _Fragments Arabes_ etc. _relatifs à
l'Inde_, p. 182. I due luoghi di Ibn-Khaldûn, riferiti nella nota
seguente, mi inducono a tradurre in questo modo il passo analogo del
Beladori.

[154] Ibn-Khaldûn, _Prolegomeni_, nel British Museum, MS. 9547, fol. 143
verso; e Storia, sezione 2ª, MS. di Parigi, Suppl. arabe, 742 quinquies,
vol. II, fol. 180 verso. In questi due luoghi si legge in due modi
alquanto diversi il motto riferito da Beladori e citato di sopra; se non
che è attribuito ad A'mr-ibn-A'si, il quale, interrogato da Omar che
fosse il Mediterraneo, rispondeva: “Una sterminata pianura su la quale
cavalcano uomini di poco cervello, piantati come vermi in un pezzo di
legno.” Nei Prolegomeni lo storico arabo aggiugne riflessioni generali
su le armate dei Musulmani. Nell'altro luogo citato, che contiene la
storia dei primi califi, narra che Mo'âwia proponesse ad Omar l'impresa
di Cipro; che quegli domandasse ragguagli ad A'mr-ibn-A'si capitano
d'Egitto, e che, avutane quella risposta, vietasse l'impresa nei termini
ch'io ho riferito. Il citato squarcio dei Prolegomeni si legge in
inglese, con interpretazione che non risponde del tutto alla mia,
nell'opera del Gayangos, _The history of the Mohammedan Dynasties in
Spain by Al-Makkari_, tom. I, p. XXXIV.

[155] Le indulgenze che guadagnano i Musulmani combattendo per mare sono
annoverate nel _Mesciâri'-el-Asciwâk_, p. 49, seg. Le opinioni contrarie
leggonsi presso M. Reinaud, _Extraits etc. relatifs aux Croisades_, p.
370 e 476; e _Invasions des Sarrazins en France_, p. 64 e 67. Tra le
altre v'ha che i legisti teneano come stolto, e indi incapace a far
testimonianza in giudizio, chiunque avesse navigato due o più volte per
cagion di mercatura.

[156] Ibn-Khaldûn, _Storia_, sezione 2ª, MS. di Parigi, Suppl. arabe,
742 quinquies, vol. II, fog. 180 verso.

[157] Ibid., fog. 181 recto.

[158] Gli annalisti musulmani son dubbii su queste date. Le pongo
secondo i bizantini citati da Le Beau, _Histoire du Bas-Empire_, lib.
LIX, § 35, 36.

[159] Presso Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VI, p. 63, 68, 69. Il
papa si discolpava dell'accusa d'aver mandato lettere e danari ai
Saraceni, allegando non aver fatto che qualche picciola limosina a servi
di Dio andati nel paese che occupavano gli Infedeli: senza dubbio la
Sicilia. Gli apponevano inoltre i magistrati bizantini il favore dato
all'esarco Olimpio che praticava contro l'imperatore, come pare, quando,
rappacificatosi col papa, passò in Sicilia.

[160] Tom. I, p. 532, sotto l'anno del mondo 6155, secondo il conto suo,
che, ridotto all'era volgare, risponderebbe al 662. Il passo di Teofane,
rettamente interpretato (e posso dirlo con certezza dopo averlo messo
sotto gli occhi di M. Hase), è del tenor seguente: “Quest'anno fu
occupata parte della Sicilia, e (i prigioni), a scelta loro, furon fatti
stanziare in Damasco.” La inesatta versione latina del testo stampato ha
portato alcuni compilatori moderni a sognare un volontario esilio di
Siciliani a Damasco.

[161] Presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. III, p. 140;
e Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VI, p. 3, che dà più corretto
questo luogo del testo. Parlando d'Olimpio, Anastasio dice: _Qui, facta
pace cum sancta Dei Ecclesia, colligens exercitum, profectus est
Siciliam adversus gentem Sarracenorum, qui ibidem habitabant. Et,
peccato faciente, major interitus in exercitu romano pervenit, et post
hoc idem exarchus morbo interiit._ Secondo le correzioni del Pagi al
Baronio (anno 649 e seguenti), la passata d'Olimpio in Sicilia si dee
riferire al 652; la qual data è determinata con certezza dai noti casi
di papa Martino, che succedettero dopo la morte d'Olimpio. Veggasi anche
lo stesso Anastasio Bibliotecario, _Historia Ecclesiastica_, anno 22 di
Costante.

[162] Beladori, MS. di Leyde, p. 275: “Dicono che abbia osteggiato la
Sicilia Mo'âwia-ibn-Hodeig della tribù di Kinda, ai giorni di
Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân. Egli il primo portò la guerra in quest'isola; nè
posò d'allora in poi l'infestagione, finchè gli Aghlabiti vi occuparono
oltre una ventina di cittadi.”...... “Narra il Wâkidi che
Abd-Allah-ibn-Kaîs abbia fatto prigioni in Sicilia, e presovi simulacri
d'oro e d'argento incoronati di gemme, i quali mandò a Mo'âwia (il
califo) che inviolli a Bassora, a fine d'imbarcarli per l'India, e quivi
farli vendere con avvantaggio.” Come ognun vede, il Beladori non
confonde queste due scorrerie, che veramente furono distinte, ancorchè
egli nol dica espresso. Aggiungasi che il Beladori scrive l'impresa di
Sicilia immediatamente innanzi quella di Rodi, su la data della quale
non v'ha dubbio. Il Wâkidi citato da lui è il cronista le cui opere son
perdute, e il nome è stato usurpato dal compilatore moderno di cui feci
menzione. Nel testo di Beladori si legge Khodeig in luogo di Hodeig,
com'io l'ho corretto, seguendo Ibn-el-Athîr, MS. C., tom. II, fol. 171,
seg. E così anco ha fatto sopra altre autorità il dotto editore del
_Baiân_, alla p. 9.

[163] La più autorevole ancorchè più recente è il _Baiân_, p. 9 ed 11.
Quivi si distinguono le due scorrerie di cui abbiam detto nella nota
precedente; ma si attribuisce alla prima una circostanza peculiare della
seconda, cioè gli idoli mandati a rivendere in India. Il _Baiân_ pone la
prima nel 34 (654-5) e la seconda nel 46 (666-7): date sbagliate l'una e
l'altra per lo studio di connettere queste due imprese di Sicilia con
quelle d'Affrica, con le quali non ebbero che fare. Sembra che altri
compilatori abbiano confuso in una sola le due imprese per la medesima
ragione, e perchè supposero che la espressione del Beladori “ai giorni
di Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân” significasse mentre Mo'âwia era califo
(661-680), più tosto che nel tempo ch'ei governò la Siria (640-661).
Cotesti compilatori sono il Bekri, citato da Ibn-Scebbât, MS., p. 7; il
Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 1; e Ibn-abi-Dinâr,
MS., fol. 10 verso, e traduzione, p. 41. Ibn-el-Athîr non fa menzione nè
dell'una nè dell'altra impresa, talchè è da supporre qualche lacuna nel
MS.

[164] Dopo i lavori dell'Hamaker e d'altri orientalisti, è nota la
falsità del libro del conquisto di Siria attribuito a Wâkidi; sul quale
Okley in gran parte compilò la sua storia de' Saraceni, e trasse nel
proprio errore Gibbon e parecchi altri. Questo libro e quei dello stesso
conio su i conquisti di Egitto etc., contengono insieme tradizioni
genuine e fittizie, e son opere di uno o parecchi compilatori. Or tra i
molti MSS. del falso Wâkidi che v'hanno nelle collezioni europee, se ne
trova uno al British Museum (Bibl. Rich. 7361. Nº CCLXXXVII del catalogo
stampato) che contiene lunghe appendici su i conquisti di Cipro, Rodi,
Affrica, Sicilia ed Arado. Su queste appendici è da notare in primo
luogo che le non sian date, come il rimanente del MS., a nome or del
Wâkidi ed ora del _rawî_, ossia raccontatore, ma sempre di quest'ultimo.
In secondo luogo si scopre in qual tempo scrisse il _rawî_; perchè
parlando dell'Etna (fol. 118 recto) ei cita il racconto fattogli da uno
sceikh siciliano per nome Abu-l-Kâsem-ibn-Hakem, che vivea a corte del
califo di Bagdad. Per avventura il medesimo sceikh si vede citato da
Abu-Hâmid-Mohammed-ibn-Abd-er-Rahîm-el-Mokri nella compilazione di
geografia intitolata _Tohfat-el-Albâb_, della quale conosciam la data,
cioè l'anno 557 dell'egira (1161): e sappiamo che l'autore si fosse
trovato a Bagdad nel 1122 e nel 1160 (Reinaud, _Géographie d'Abulfeda_,
tom. I, Introduction, p. CXII). Abu-Hâmid dice aver sentito di propria
bocca di Abu-l-Kâsem a Bagdad le notizie ch'ei dà su l'Etna, le quali
esattamente rispondono a quelle del falso-Wâkidi (_Tohfat-el-albâb_, MS.
di Parigi, Ancien Fonds 586, fol. 66 recto, e Suppl. arabe, 861, 862,
863). Mi par dunque certo che il compilatore dell'appendice sia vivuto
nel XII secolo, e ch'egli non abbia preteso punto di attribuir
l'appendice a Wâkidi, nel qual caso non avrebbe citato il nome d'un
contemporaneo, uomo assai noto. Oltre a ciò le idee e lo stile, sì
dell'opera principale e sì delle appendici, tengon bene della
esaltazione religiosa, della esasperazione di sentimenti nazionali, e
fin della moda di romanzi cavallereschi deste in Oriente dalle Crociate.
Trovo finalmente nella appendice su la Sicilia: “Il re dei Rum ha tenuto
sua sede dai tempi più remoti infino a questi nostri giorni, in tre
luoghi soli, cioè la Sicilia, Roma, e Costantinopoli” (fog. 119 verso);
la quale asserzione s'adatta alle vicende dell'impero fino al soggiorno
di Costante a Siracusa, e risponde anco più esattamente al duodecimo
secolo, in cui i potentati delle provincie italiane e greche erano
appunto quei tre: imperatore bizantino, re normanno di Sicilia, e re dei
Romani.

Passando alla critica dei fatti, basta a percorrere le appendici per
accorgersi di quel miscuglio di vero e di falso che si trova in tutte le
opere dello pseudo-Wâkidi; ma è notevole che la sconfitta navale e la
uccisione di Costante, e poi il conquisto dell'Affrica, siano raccontati
con circostanze più vicine al vero, e in generale senza le novellette
che Ibn-el-Athîr e altri rinomati scrittori accettarono come fatti
storici. Che se parrebbe sospetta a prima vista la mancanza del nome di
chi capitanò questa impresa di Sicilia, ciò può provare al contrario la
diligenza del compilatore, poichè i ricordi antichi erano divisi
su tal punto, e chi dava l'onore a Mo'âwia-ibn-Hodeig, chi ad
Abd-Allah-ibn-Kais. Del rimanente sarà agevole, a creder mio, a scevrare
le finzioni dai fatti che il compilatore tolse da autori antichi, forse
dal genuino Wâkidi. Perciò non ho avuto scrupolo ad ammettere questi
ultimi nella mia narrazione. E perchè il lettore possa rivedere il
giudizio mio, gli porrò sotto gli occhi la somma della detta appendice
che è questa:

I Musulmani, levata una taglia in Affrica e ritrattisi da quella
provincia, volgon la mente al conquisto di Sicilia, una delle antiche
sedi dei re romani, vasta isola e ferace. Mo'âwia ne scrive al califo
Othman, che assente. Gli Affricani, risapendo questo, ne danno avviso in
Sicilia. Il principe della quale isola s'adira del disegno, senza
prestarvi molta fede. Scioglie dalla costiera (di Siria) l'armata
musulmana, di trecento legni, e improvvisa piomba sull'isola, ove il
principe dall'alto del suo palagio la vede venire adorna di bandiere e
gonfaloni e piena di guerrieri bene armati. Il principe di Cesarea che
s'era rifuggito in Sicilia, quando il cacciarono gli Arabi, consiglia a
quel di Sicilia di comporre per danaro. Quei spregia l'avviso, dicendo
aver tali forze da far testa agli Arabi in cento scontri e resister loro
per un anno intero. Nondimeno, surta che fu all'áncora l'armata
musulmana, ei mandava a parlamentare. Viene a lui un oratore musulmano
che per via d'interpreti gli propone l'islamismo, il tributo, o la
guerra: lungo discorso seguíto da una lunga e sdegnosa risposta del
principe di Sicilia. Infine un patrizio domanda all'oratore se alcun
arabo voglia misurarsi con lui. “Sì lo faranno gli infimi dell'esercito
musulmano;” risponde l'oratore. Descrizione del duello, in cui il
patrizio è ucciso. Sbigottito il principe a tal esempio, si chiude in
fortezza; e i Musulmani danno il guasto a varii luoghi ed espugnano con
lor macchine varie castella. Infine si viene a giornata. Il principe
rompe l'ala sinistra de' Musulmani; ma la destra tien fermo, e la
battaglia dura in fino a sera. A notte avanzata, i Musulmani lasciano il
campo, e rimontati su l'armata vanno ad infestare altre parti
dell'isola. Il principe siciliano scrive ai Romani (d'Italia) chiedendo
rinforzi; ma essi nè anco gli rispondono. Allora il principe di Cesarea
gli suggerisce di tenere a bada il capitan musulmano con simulate
proposizioni di pace e mandare per aiuto al principe di Costantinopoli:
a che il Siciliano replica: “Mai noi farò quando anche dovessi perdere
l'isola.” Così i Musulmani continuano a depredare il paese, finchè il
principe di Costantinopoli mandavi secento navi ben munite di guerrieri.
Avutone avviso, i Musulmani deliberano di partire immediatamente.
Lascian l'isola nottetempo; e, dopo parecchi giorni di navigazione,
giungono alla costiera di Siria; dove sbarcato il bottino e i prigioni,
li arrecano a Damasco a Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân. Levatone la quinta,
Mo'âwia la manda ad Othman, ragguagliandolo del fatto di Sicilia, e che
i Musulmani ne fossero usciti sani e salvi. Dopo ciò, i Musulmani
combattono l'isola di Arado, che fu l'ultima vittoria loro sotto il
califato di Othman, e seguì lo stesso anno della uccisione di lui.

[165] Ibn-Scebbâtt, MS., pag. 50, dice: “Sikillia è anche nome di una
_dhía_ (villa o podere addetto a beneficio militare) nella Ghûta di
Damasco.” Il _Merasid-el-Ittila'_ MS. di Leyde, ha quest'altro breve
articolo: “Sikilliât (al plurale femminino) con tre i e la l
raddoppiata, dicono sia nome di luogo in Siria.” Questa opera è
compendio del gran dizionario geografico di Jakut, e si attribuisce il
compendio allo stesso autore che vivea nel XIII secolo. Vedi Reinaud,
_Géographie d'Abulfeda_, tom. I, p. CXXXIII, seg.

[166] Dsehebi, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 746, tom. 1, anni 37 e 38.

[167] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 430.

[168] Ibid., p. 253. Quest'impresa seguì l'anno 31 (651-52); e come
altri due guerrieri di nome riportarono la stessa ferita di Ibn-Hodeig,
così gli Arabi chiamarono i Nubii “saettatori delle pupille.”

[169] Beladori, l c.; _Baiân_, p. 9, il quale riferisce l'impresa al 34,
mentre Mo'âwia-ibn-Hodeig era in Affrica; e però è costretto a dire
ch'egli _mandò_ ad assaltare la Sicilia.

[170] Soprattutto le tre espedizioni ch'egli capitanò nell'Affrica
propria gli anni 34 (654-5), 40 (660-1), e 50 (670); l'una delle quali
si scambiava con l'altra fin dal tempo dei primi scrittori, come
l'afferma Ibn-abd-el-Hakem, che visse nel IX secolo dell'era cristiana.
Veggansi Ibn-abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 262, 263,
e Ancien Fonds 785, fol. 109 recto e 122, e il _Riadh-en-nofûs_, fol. 9
recto.

[171] Riscontrinsi le citazioni che ho fatto sopra testualmente, e si
giudichi se dian prova di tutti i fatti ch'io scrivo. Veggasi del
rimanente Le Beau, _Histoire du Bas-Empire_, lib. LX, § 6, 36, con le
correzioni del Saint-Martin. Parmi errore del Martorana, _Notizie
storiche dei Saraceni Siciliani_, tom. I, p. 28, e, su le orme di lui,
del Wenrich, di avere trascurato questa impresa, e tenuto come primo
assalto de' Musulmani quello del 669.

[172] Le memorie e i documenti relativi a papa Martino, dalla
esaltazione infino alla morte, si leggono presso il Labbe, _Sacrosancta
Concilia_, tom. VI, dal principio alla p. 70. Vedi anche Theophanes,
_Chronographia_, tom. I, p. 526 a 531; il Baronio, _Annales_, anni 649 e
651, con le correzioni del Pagi; e Le Beau, _Histoire du-Bas Empire_,
lib. LX, § 4, seg. La strana accusa fatta a San Massimo si scorge dagli
atti, presso il Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VI, p. 433.

[173] Corano, II, 250.

[174] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 255 seg. Da
lui solo è riferito l'episodio di Bosaisa; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II,
fol. 185 verso e seg., il quale pone la battaglia sotto l'anno 31, ma
dice che secondo altri seguì il 34 (654-5), che è la vera data secondo
gli scrittori bizantini, cioè: Theophanes, _Chronographia_, tom. I, p.
528, seg.; Cedrenus, tom. I, p. 756. Il numero di mille navi bizantine è
dato da Ibn-Abd-el-Hakem, e da Isidoro de Beja scrittore cristiano di
Spagna dell'ottavo secolo, presso Flores, _España Sacrada_, tom. VIII,
pag. 282, seg., il quale riferisce la battaglia al 652.

[175] Theophanes, _Chronographia_, p. 525, seg., il quale dice
positivamente a p. 532, che Costante si fosse deliberato a trasferire la
sede dell'Impero a Siracusa; Anastasius Bibliothecarius, presso
Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom. III, p. 141; Johannes
Diaconus, Chronicon, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_,
tom. I, parte II, p. 305. Paulus Diaconus, lib. V, cap. 5.

[176] Questa è la significativa frase del papa, e vi si legge:
πλησοφοσηθεὶς, assicurato, fatto pienamente certo. Labbe, _Sacrosancta
Concilia_, tom. VI, p. 19, 20; e Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, N. 272. L'epistola è data del 726, o del 730. Il Gibbon
perciò avea piena ragione di dire che Costante fu vittima “di una
tradigione domestica, e forse vescovile,” cap. 48. Lo zelo del clero
siciliano contro i Monoteliti si vede dal gran numero di vescovi
dell'isola che assistettero al concilio di Laterano del 649, e da una
epistola di San Massimo presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, N. 258.

[177] Ibn-Abd-el-Hakem, MSS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 258, e
Ancien Fonds 785, fog. 120 recto. Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II, fog. 186
verso, e 228 verso, narrando il fatto due volte sotto due anni diversi,
31 e 35, nota il disparere dei cronisti intorno la data, e cita il
Tabari come colui che ponea la morte di Costante nel 35. Veggasi anche
Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom. II, fog.
180 verso. Ibn-Abd-el-Hakem, al par che Ibn-el-Athîr, dà a Costante il
nome di Costantino e lo dice figliuolo di Eraclio.

[178] Theophanes, _Chronographia_, tom. I, 558, seg. Veggasi anche Le
Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXI, § 1, con le note del
Saint-Martin, che crede si debba pronunziare Megegi il luogo di Mizize.

[179] Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Ar., 742 quinquies, tomo II,
fog. 181 recto, fa menzione di coteste scorrerie e della morte di
Abd-Allah “nella costiera di Marka, terra di Rûm;” cioè Italia o Grecia.
Ancorchè quelle che or chiamiamo le Marche non fossero intese allora
sotto questo nome, il vocabolo Marca appartiene piuttosto all'Italia che
alla Grecia.

[180] Paulus Diaconus, lib. V, cap. 13, presso Muratori, _Rerum
Italicarum Scriptores_, tom. I, parte I, p. 481; Anastasius
Bibliothecarius, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tom.
III, p. 141; Johannes Diaconus, _Chronicon_, etc., presso Muratori,
_Rerum Italicarum Scriptores_, tom. I, parte II, p. 305. La seconda
impresa dei Musulmani, in Affrica è raccontata da Paolo dopo questa di
Sicilia nel lib. VI, cap. 10. Da coteste autorità cristiane, o per dir
meglio dall'unica tradizione che ripetono questi e altri cronisti, si sa
che l'armata musulmana venisse d'Alessandria, dopo la partenza di
Costantino Pogonato da Siracusa, che tornerebbe alla state o autunno del
669.

Le autorità musulmane sono citate di sopra (p. 84, nota 4, e p. 85, nota
1). Tra quelle il solo _Baiân_ assegna una data a questa scorreria, e la
fa supporre mossa d'Affrica, per comando di Mo'âwia-ibn-Hodeig che
guerreggiasse in quella provincia. La data è del 46 (666-7), nè si deve
esitare a correggerla secondo i Cristiani; poichè que' preziosi
simulacri ci fan fede della identità della impresa. Replico che il
diligentissimo Ibn-el-Athîr non fa molto di que' primi assalti sopra la
Sicilia. Trovo soltanto ne' suoi annali, MS. C, tom. III, fog. 42 verso,
sotto l'anno 49 (8 febb. 669, a 27 gennaio 670): “Quest'anno seguì la
fazione marittima d'inverno alla quale andò O'kba-ibn-Nafi' con la gente
d'Egitto.”

Debbo qui avvertire che il Rampoldi, _Annali musulmani_, tom. III, sotto
il 668 porta la impresa di Abd-Allah-ibn-Kais, citando Nowairi, e
aggiugnendo di capo suo che i Musulmani sbarcassero al capo Pachino. Poi
sotto il 673, e come per lo più gli avviene senza citare alcuna
autorità, narra il saccheggio delle campagne di Siracusa “per una
divisione della gran flotta di Mohammed Ibn Abdallah,” ch'ei nell'anno
precedente avea detto uscita “di Siria e d'Egitto” a far preda sul mare
Egeo. Suppongo che il Rampoldi abbia veduto questo fatto in qualche
moderna compilazione, come credo, persiana, chè non suole egli attingere
ad altre sorgenti che a queste o a libri stampati in Europa; e forte
sospetto che si tratti della medesima scorreria del 669, portata
quattr'anni appresso per errore di cronologia. Han seguíto il Rampoldi,
Martorana, _Notizie storiche_ ec., tom. I, p. 29, citandolo, e Wenrich,
_Commentarii_ etc., lib. I, cap. 2, § 42, senza citare nè l'uno nè
l'altro; e peggio, mettendo insieme questa impresa con una seguíta mezzo
secolo appresso, e gittandole entrambe su le spalle del Nowairi, che
parla soltanto della seconda.

[181] Della leggenda di San Placido vi ha due compilazioni, fatte
entrambe nel XII secolo sotto gli auspicii dell'Abate di Monte Cassino.
L'una va sotto il nome del prete Stefano Aniciese, il quale finse di
tradurre un testo greco, che, com'è naturale, non si trova; recato,
diceasi, da Costantinopoli da un vecchio centenario che capitò a Salerno
il 1115, e su le prime fu ributtato dai monaci Cassinesi, o ne fecero le
viste. L'altra è di Pietro Diacono, monaco Cassinese, continuatore, come
ognun sa, della cronica di Leone d'Ostia, compilatore delle vite degli
illustri Cassinesi, e uomo erudito, che fu il principale autore o
strumento della impostura di cui trattiamo. Costui dice che per comando
dell'Abate ei si fe' a ripulire e racconciare la narrazione, e in fatto
v'aggiunse i due episodii del 669 e 905. Leggonsi le due compilazioni
presso il Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. I, p. 172 a 184, con
le _Animadversiones_, p. 145 a 157, dove a p. 157 si trova per tenore il
breve di Sisto V. Lo scrittore del breve tradisce un po' il segreto,
noverando il rinvenimento delle reliquie di San Placido e Compagni tra
le grazie di Dio, _quæ his calamitosis et truculentis temporibus
christiano populo in dies largitur_. Il Gaetani e altri han cercato di
rattoppare i casi di San Placido e di Mamuca, dicendo che i corsari
sbarcati a Messina forse erano Vandali, Goti, Avari ec. Resterebbe a
provare come il principe di questi Barbari germanici o finnici si
chiamasse in purissimo linguaggio arabo Abd-Allah.

I supposti documenti si trovano presso il Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, p. 374, seg., sotto i numeri 11 a 20 e 22, 23, 26, 27,
dei diplomi posti in appendice come dubbii o falsi. Il giudizio del Di
Giovanni si vegga nelle note ai detti documenti, e segnatamente a p.
378; que' del Baronio e del Pagi negli _Annales Ecclesiastici_ del
primo, anno 541, § 27, 28, 29, e § 8 della Critica, an. 669, § 4; quello
del Mabillon negli _Annales Ordinis Sancti Benedicti_, lib. XV, § 73.

[182] Veggasi qui pag. 121, nota 1.

[183] Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom. II,
fol. 180 recto, dicendo della vera o supposta migrazione delle tribù
berbere in Affrica ove dominavano i Romani, e come gli _Afârik_
divennero tributarii dei Berberi, aggiugne “Gli Afârik erano come
servitorame e preda dei Romani.” Da ciò si comprende appunto quale
popolazione gli Arabi designassero col nome Afârik o Afârika. Il fatto
che mutando padroni fossero divenuti vassalli dei Berberi, fu vero in
molti luoghi duranti le lotte dei Berberi contro i Romani e i Bizantini.
Veggasi anche Ibn-Abd-el-Hakem presso De Slane, _Histoire des Berbères
par Ibn-Khaldoun_, tom. I, p. 301, in appendice; Bekri, _Notices et
extraits des MSS._ etc., tom. XII, p. 511; e il _Baiân_, p. 23.

[184] Prova anche questa opinione una favola che leggiamo nel
_Riadh-en-nofûs_, MS., fol. 2 recto, cioè che un Abd-Allah-ibn-Ziâdh-
ibn-An'am asseriva aver visto a Cartagine un sepolcro sul quale era
scritto in caratteri himiariti: “Io fui Abd-Allah-ibn-Arâsci inviato
dall'apostolo di Dio Sâlih al popolo di questa città per chiamarlo alla
vera fede: chè io loro arrecava la luce; essi iniquamente mi uccisero;
e appartiene a Dio la vendetta.”

[185] Su la origine dei Berberi e del nome loro mi riferisco alle
testimonianze degli autori dell'antichità e arabi, e alle opinioni
moderne che si ritraggono dai seguenti libri: Ibn-abi-Dinâr (detto nella
versione francese el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, p. 22, 28, con
le pregevoli note di M. Pelletier; Leone Africano, presso Ramusio,
_Navigatione et Viaggi_, p. 2; De Guignes, nella raccolta _Notices et
extraits des MSS._, tom. II, p. 152; Pococke, _Specimen historiæ
Arabum_, p. 56; Gibbon, _Decline and fall_, cap. LI, nota 162; Reinaud,
_Invasions des Sarrazins en France_, pag. 2, 3, 243; Castiglione,
_Mémoire géographique et numismatique sur l'Afrikia_, p. 83, e 94 e
seg.; De Slane, _Ibn Khallikan's Biographical Dictionary_, tom. I, p.
35; Ibn-Khaldûn, estratti nel _Journal Asiatique_, série II, tom. II
(1828), p. 117, seg., e lo stesso autore nel racconto del primo
conquisto di Affrica, MSS. di Parigi, Suppl. arabe, 742 quinquies, tom.
II, fog. 180 recto; Caussin, _Essai sur l'histoire des Arabes_, tom. I,
p. 21, 67, 68; Saint-Martin, note a Le Beau, _Histoire du Bas Empire_,
lib. XI, § 29. Si ricordino oltre a ciò i Barbaricini di Sardegna ai
tempi di San Gregorio, dei quali si è fatto parola nel cap. I, p. 18,
nota 1.

[186] L'occupazione di Zuâgha, ch'è forse l'antica Sabratha, si ritrae
da Tigiani, _Journal Asiatique_, février-mars 1853, p. 125, con la nota
dell'erudito traduttore M. Alphonse Rousseau.

[187] Il barone Mac-Guckin De Slane, _Journal Asiatique_, série IV, tom.
IV (1844), p. 329, seg. Le autorità da cui si ritraggono le varie
narrazioni son citate da lui. Veggansi ancora Ibn-el-Athîr, MS. C., tom.
II, fog. 170 recto a 172 verso; _Baiân_, p. 3, seg., dalle narrazioni
dei quali mi persuado che M. De Slane abbia accusato a torto
il solo Nowairi ed abbia troppo scemato il merito che torna ad
Abd-Allah-ibn-Zobeir.

[188] Ibn-Abd-Rabbih, MS. di Parigi, tom. II, fol. 161 recto, seg., dà
il tenor di questa orazione o _Khotba_, come la chiamano gli Arabi, in
una raccolta di così fatti componimenti; nè veggo alcuna ragione di
metterne in forse l'autenticità. Ho aggiunto la vaga parola moneta al
numero che scrive l'autore, senza dir se fosse di dirhem, ovvero dinar.
Nel primo caso, la taglia posta da' vincitori sarebbe appena arrivata a
un milione e mezzo di franchi o lire italiane ragionando il dirhem a
0,60, poichè la somma totale del dividendo torna a 2,500,000. Se poi si
trattasse di dinar, contando questa moneta a lire ital. o fr. 14,50
secondo il valore intrinseco dei dinar ben conservati e supposti di oro
puro, la somma sarebbe montata a 36 milioni circa. Leggo per
conghiettura in questo non buono MS. la parola che ho tradotto
“due tanti.” La somma di danaro menzionata nel discorso di
Abd-Allah-ibn-Zobeir, sia che si ragioni in dirhem, sia anco in dinar,
messa a ragguaglio con le cifre che si danno nel racconto ordinario,
presterebbe nuovi argomenti a distrugger ciò che dicono i moderni
cronisti. Uno squarcio della detta orazione si legge anche nel
_Riadh-en-nofûs_, MS., fol. 3 verso; ma non arriva che alle parole “fino
al tramonto del sole.”

[189] Nowairi presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_,
tom. I, p. 323 in appendice. I quindici mesi debbono contarsi come
principiati nell'anno 26, e terminati nel 27 dell'egira, e però
comprendono tutto il 647 dell'era volgare. Ibn-el-Athîr pone il
principio dell'impresa nel 26.

[190] Bekri, nella raccolta _Notices et extraits des MSS._, tom. XII, p.
500; Tigiani, _Journal Asiatique_, août-septembre 1852, p. 80.

[191] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. A, p. 258, narra cotesto ordinamento di
Alessandria.

[192] Ibn-Abd-el-Hakem, op. cit., p. 263, 264. L'autore distingue
quattro imprese negli anni 34 (654-5), 40 (660-1), 46 (666-7), e 50
(670), delle quali la penultima capitanata da O'kba-ibn-Nafi', e le
altre da Mo'âwia-ibn-Hodeig. Lo stesso si ricava dal _Riadh-en-nofûs_,
MS., fog. 3 verso, e 4 recto, e 9 recto. Quelle date e nomi son confusi
negli altri cronisti, cioè Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, p. 43 verso,
seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M.
Des Vergers, p. 5 e 12; _Baiân_, p. 8 a 11; Nowairi, presso De Slane,
op. cit., p. 327, seg.

[193] È la notissima voce caravana. I lessicografi arabi la credono di
origine persiana e che voglia dire comitiva di viandanti ed esercito.
Secondo un rinomato filologo arabo di Sicilia, Ibn-Kattâ', citato da
Ibn-Khallikân (_Biographical Dictionary_, tom. I, p. 35), Kairewân ha il
primo di questi significati e Kairuwân il secondo. Ma Beladori e
Ibn-Abd-el-Hakem, de' quali ho già parlato, lo adoperano evidentemente
nel senso di campo permanente, come è stato notato dal barone De Slane
(_Journal Asiatique_, Série IV, tom. IV, p. 354, 361). Donde pare
evidente che tal vocabolo dal nono secolo, quando scrissero que' due
cronisti, all'undecimo, quando visse Ibn-Kattâ', era andato in disuso
nel significato di alloggiamento e riteneva l'altro soltanto. Forse anco
alcune tribù gli davano quel senso e altre no.

[194] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 2 recto.

[195] Ibn-Koteiba presso Gayangos, _The history of the Mohammedan
Dynasties in Spain_, by Al-Makkari, tom. I, appendice, p. LVI.

[196] Il _Riadh-en-nofûs_, MS., fol. 4 recto, parla di due colonne rosse
che rimasero nella chiesa di Kamunia fino al tempo di Zladet-Allah
(817-838) che le trasportò nella sua novella moschea cattedrale.

[197] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, fog. 43 verso, seg. e 76 recto,
seg., sotto gli anni 50 e 62; _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 4 recto a 5
verso; Baiân, p. 12 segg.; Nowairi, presso De Slane, _Histoire des
Berbères_ par Ibn Khaldoun, tom. I, p. 327, seg.; Ibn-Khaldûn, _Histoire
de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 10, seg.

I quattro primi danno a un dipresso il medesimo racconto; l'ultimo lo
scorcia. Ibn-el-Athîr nota che Wâkidi, Tabari e gli scrittori
Maghrebini, o vogliam dire Arabi d'Affrica, discordavano intorno le date
dei due governi di O'kba; ed ei s'appiglia ai Maghrebini, com'anch'io ho
fatto. La gloriosa morte di O'kba che Ibn-el-Athîr narra il 62 (681-2),
avvenne il 63, come s'argomenta dal _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 5 recto,
che dice come fuggiti gli Arabi di Kairewân, ch'era stata occupata dal
vittorioso Koseila, arrivarono a Damasco il 64, dopo la morte del califo
Iezîd.

[198] Si confrontino: _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 5 recto e verso, che
porta l'impresa nel 69; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, fog. 77 recto,
sotto l'anno 69 (688-9); Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 23, che porta la data del 67 (686-7); _Baiân_, p. 18;
Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 337-338. Il Rampoldi, _Annali
Musulmani_, tom. II, p. 105, sotto l'anno 685, porta l'assalto
dell'armata di Sicilia non a Barca ma a Cartagine, confondendo così due
imprese ben distinte.

[199] Si confrontino: _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 5 recto a 6 verso;
Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, p. 18 recto, anno 74; Nowairi, presso De
Slane, op. cit., p. 338, seg.; _Baiân_, p. 18 a 23, sotto l'anno 78;
Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 24 a 28, che
non porta data della prima impresa e assegna alla seconda il 74;
Ibn-Khaldûn stesso, _Histoire des Berbères_, tom. I, p. 198, 208, 213,
214; Tigiani, _Journal Asiatique_, août-septembre 1852, p. 120, 121;
Leone Africano presso Ramusio, _Navigatione et viaggi_. Ho seguito
piuttosto il _Riadh_ che le altre autorità nel racconto delle due
espugnazioni di Cartagine. Trovo nel solo _Riadh_ la divisione del _Fei_
e delle terre ai Berberi musulmani. Veggansi anche Theophanes,
_Chronographia_, tom. I, p. 566, 567, (an. 690); Nicephori _Breviarium
Historicum_, p. 44, 45, (anno 696); Pagi, note al Baronio, _Ann. Eccl._,
anno 691 e 696, che segue Nowairi; Le Beau, _Histoire du Bas Empire_,
lib. LXII, § 19, seg.; e Gibbon, _Decline and fall_, cap. LI, note 157,
158, 159. Gli Arabi discordano tra loro nella cronologia, come s'è
visto, e dai Cristiani intorno gli avvenimenti principali. Io ho preso
da Ibn-el-Athîr la data della prima impresa di Hassân, e dai Bizantini
quella della seconda, che mi pare determinata con sicurezza dalla
rivolta dei soldati d'armata tornati di Cartagine, i quali giunti in
Cipro, gridarono imperatore Tiberio II. Così i Bizantini sarebbero
rimasi padroni di Cartagine, non un anno come dicono gli scrittori loro,
ma tutto il tempo che Hassân soggiornò a Barca dopo la sconfitta del
fiume Nini.

Credo abbia errato il Gibbon supponendo un rinforzo di Visigoti a
Cartagine, su la sola testimonianza di Leone Africano, il quale (fog. 72
recto) dice che vi si ridussero “i nobili Romani e i _Gotti_.” Il testo
Arabo di Ibn-Khaldûn ci mostra con certezza che Leone tradusse Goti la
voce _Farangia_; e come lo stesso testo porta che i _Farangia_ insieme
coi Rûm furono sottoposti al tributo fondiario quando Hassân ordinò
l'azienda pubblica in Affrica, così egli è evidente che non si tratti di
soldati stranieri, ma della popolazione germanica rimasta nel paese,
cioè dei Vandali.

[200] _Iftitâh-el-Andalus_, MS. di Parigi (in appendice a Ibn-Kutîâ),
fog. 51 recto. Questo libro, di antico autore anonimo, dice che Musa
liberto degli Omeiadi discendea da una famiglia barbara fatta schiava da
Khaled-ibn-Walîd. Perciò era oriundo di Siria o Mesopotamia.

[201] Si confrontino: Ibn-Koteiba, presso Gayangos, _The history of the
Mohammedan Dynasties in Spain by Al-Makkari_, tom. I, pag. LIV a LXVI,
in appendice; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 42 verso, anno 89;
_Baiân_, p. 24 a 28; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 29, 30; Nowairi, presso De Slane,
_Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tom. I, p. 343, seg., in
appendice; Ibn-Scebbât, MS. p. 38, 39; Ibn-abi-Dinar, MS., fog. 6 recto
e 14 verso, e trad. p. 14, 57, il quale riferisce con molta diligenza le
varie tradizioni su la costruzione dell'arsenale di Tunis. Al dire di
Ibn-el-Athîr e di Nowairi, Musa prese il governo d'Affrica l'89 (707-8);
ma è più esatta certamente la data del 79 (698-9) che si trova presso
Ibn-Koteiba.

[202] Ibn-Koteiba, presso Gayangos, _The history of the Mohammedan
Dynasties in Spain by Al-Makkari_, tom. I, p. LXX a LXXXVIII; Nowairi,
presso De Slane, op. cit., p. 353 seg.; Reinaud, _Invasions des
Sarrazins en France_, p. 4 a 12; Conde, _Dominacion de los Arabes en
España_, parte I, cap. 6 a 19.

[203] _Baiân_, p. 35 a 46; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 31 a 43; Nowairi, presso De Slane,
op. cit., p. 356, seg. Ho cavato alcuni particolari su la rivolta di
Tanger da Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 82 recto e verso, anno 117,
e altri da Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog. 6 recto e 7 verso.

[204] Veggasi su questa origine dei Rostemidi Ibn-Khaldûn, _Histoire des
Berbères_, trad. di M. De Slane, tom. I, p. 242, con le note del dotto
traduttore.

[205] Il plurale è _gionûd_; ma adottando la voce _giund_, come ci
occorrerà di farlo, useremo sempre il singolare, dicendo al plurale i
_giund_.

[206] Cap. III, pag. 68.

[207] _Kâid_ suona etimologicamente _dux_ e condottiero. Poi in Spagna
divenne titolo di magistrato civile, e in Sicilia di uficio di corte e
di nobiltà.

[208] Ibn-Abd-Rabbih, MS., tom. I, p. 73.

[209] Nowairi, presso De Slane, op. cit., pag. 363, 364; e ancora in
nota a Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M.
Des Vergers, p. 39, seg.

[210] Il _Baiân_, p. 68, dice che Iezîd-ibn-Hâtem (771) ordinò i mercati
del Kairewân, dando un luogo separato ad ogni arte. Sappiamo d'altronde
che ciascun'arte presso i Musulmani facea corporazione, avea moschea
propria e componea società di assicurazione per le pene pecuniarie.

[211] Questi fatti ricorrono a ogni momento nelle cronache dell'Affrica
dal 740 in poi, presso Ibn-Khaldûn, Nowairi, nel _Baiân_, ec.

[212] Biscir-Ibn-Sefwân della tribù di Kelb, e però di schiatta
himiarita, preposto all'Affrica e alla Spagna l'anno 721, avea pieno
quei governi di uomini suoi, che furono aspramente perseguitati dal
successore O'beida della tribù medharita di Soleim. Un dei perseguitati
mandò allora certi versi al califo, rimproverandolo d'ingratitudine
contro una gente che avea sparso il sangue per portare al trono i
maggiori di lui; e il califo depose subito il governatore. Nowairi,
presso De Slane, op. cit., p. 358; Conde, _Dominacion de los Arabes en
España_, parte I, cap. 22.

[213] Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog. 6 verso, 7 recto. Questo antico
scrittore è quegli che dice come il corpo di soldati omeiadi si
componesse d'Arabi e di liberti. Vedi anche Ibn-el-Athîr, MS. C, tom.
IV, fog. 82 recto, seg., anno 117; _Baiân_, p. 41, seg.; Ibn-Khaldûn,
_Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 34,
seg.; Nowairi, presso De Slane, op. cit., tom. I, p. 359, seg.

[214] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M.
Des Vergers, p. 42, seg.; _Baiân_, p. 47, seg.

[215] Ibn-Hazm, le cui parole citate dal _Baiân_, p. 52, sono queste:
“Tolti i diwani di mano agli Arabi, gli stranieri del Khorassân
occuparono le faccende dello Stato; talchè si venne a una dominazione
aspra e Cosroita.”

[216] Oltre il ricordato passo del _Baiân_, e le storie generali, che
non occorre di citare, veggansi gli articoli di M. Quatremère, e del
professore Dozy nel _Journal Asiatique_, Série II, tom. XVI (1835), p.
289, seg.; e Série IV, tom. XII (1848), p. 499 seg.

[217] Il predominio esclusivo dei Persiani nelle scienze fu notato da
Ibn-Khaldûn, e si conferma con le biografie; come si scorge dal bel
quadro della storia letteraria dei Musulmani che ha delineato M. De
Slane, _Ibn-Khallikan's Biographical Dictionary_, Introduzione, tom. II,
p. v, seg.

[218] _Baiân_, p. 61 a 81. — Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de
la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 55 a 83. — Nowairi, presso De
Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tom. I, p. 367, seg. —
La degradazione del vecchio giund di Siria è riferita da Ibn-Kutîa, il
quale dice che il giund del Khorassân rimaneva in Affrica fino a' suoi
tempi, MS. di Parigi, fog. 7 recto. Debbo qui avvertire che in un
manoscritto di Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 20 recto, si dà il
soprannome di _Sikilli_, ossia Siciliano, ad un Abd-er-Rahman-ibn-Habîb,
di schiatta koreiscita, che fu cacciato d'Affrica per ribellione contro
gli Abbassidi il 772, e andò a morire sotto le insegne loro in Ispagna
verso il 777. Costui era nipote di quel capitano dello stesso nome che
portò la guerra in Sicilia il 740, e poi usurpò l'Affrica, come abbiam
detto. Ma il nome di Siciliano, che l'avolo mai non portò e molto meno
poteva appartenere al nipote, è dato a costui per errore di copia in
luogo di _Saklabi_, ossia Schiavone, come gli diceano per l'alta statura
e il colore olivastro del volto: Veggasi Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog.
94 verso; e Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte II, cap.
XVIII, che sbaglia la data del tentativo di Abd-er-Rahman in Spagna.

[219] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 9 verso.

[220] Ibn-Ahbâr, MS. citato, fog. 9 verso, narra che i 40,000 uomini
passati in Affrica il 761 aveano centoventotto _kâid_ (condottieri).
S'intenda che ciascun di costoro capitanasse una parentela, o vogliam
dire frazione di tribù. Veggasi anche il _Baiân_, pag. 61.

[221] Confrontinsi, Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi,
fog. 9 verso a 15 recto; _Baiân_, p. 80 a 86; Ibn-Khaldûn, _Histoire de
l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 59, 60, e 82 a
94; Nowairi, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_,
tom. I, p. 374 a 405. Intorno Abbâsia, ossia El-Kasr-el-Kadim, si vegga
Bekri, nella raccolta _Notices et extraits_ des MSS. tom. XII, p. 477.
L'ambasciata di Carlomagno a Ibrahim è portata all'anno 801 da Einhardo,
_Annales_, presso Pertz, _Scriptores_, tom. I, p. 190.

[222] Veggansi Ibn-Khaldûn, Nowairi e il _Baiân_ per tutto il tempo
degli Aghlabiti.

[223] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto. — Di quest'altra adunata
della gemâ' si dirà nel lib. II, cap. II. Basti notar per ora che al
dire di Nowairi vi sedeano i _wagîh_ e i _fakîh_, ossia notabili e
giureconsulti.

[224] Afferma Ibn-el-Athîr che il rito di Mâlek fosse adottato
nell'Affrica propria per comando di Moezz-ibn-Badîs, secondo principe
zeirita, MS. C, tom. V, fog. 46 verso, sotto l'anno 406.

Ho lasciato come superflue le citazioni su le vicende dei quattro
dottori principi, che sono notissime. Su la giurisprudenza musulmana
veggansi le introduzioni di D'Ohsson, _Tableau général de l'Empire
Ottoman_; Hamilton, _The Hedaya_; e il testo arabo di Mawerdi,
_Ahkâm-sultâniia_. Il barone De Slane ha fatto un bel quadro degli
studii legali dei Musulmani nella Introduzione al primo volume della
versione inglese d'Ibn-Khallikân, p. XXIII, seg. Veggansi altresì: M.
Worms, _Recherches sur la Constitution de la Propriété territoriale dans
les pays musulmans_, pag. 1, seg.; e M. Perron, _Aperçu préliminaire_ al
trattato di Khalîl-ibn-Ishâk nella raccolta intitolata _Exploration
scientifique de l'Algérie, Sciences historiques_, tomo X.

[225] _Baiân_, p. 87; ibn-Khaldûn, l. c., p. 94 a 96; e Nowairi, l. c.,
tomo I, p. 404. Nowairi, il solo che dia la misura di superficie resa da
me _aratata_, dice _coppia arante_. Si tratta al certo di una misura
geodetica; e però la ho resa con la voce _aratata_, che non si trova nei
vocabolarii, ma ch'era in uso in Sicilia fino ai principii del nostro
secolo, e indicava un po' vagamente una vasta estensione di terreno. Ho
evitato la nota voce _iugero_, la quale etimologicamente risponderebbe
all'arabico _zeug_ del Nowairi, ma denota una misura agraria ben
diversa. Il _jugerum_ era la superficie da potersi lavorare in un dì con
una coppia di buoi; e risponde a poco più di 25 ari di misura francese.
Il _zeug_, detto oggidì in Algeria _zuigia_, e anche _gebda_ (_zouidja_
e _djebda_ in ortografia francese), è misura varia secondo i luoghi, e
risponde più o meno al terreno che un giogo di buoi può arare in una
stagione. Secondo i cenni che ne dà M. Worms, _Recherches sur la
propriété territoriale dans les pays musulmans_, p. 421-422, credo
denoti una superficie che varia dai sette ai diciotto _hectares_. Ciò
basta a comprendere che si potessero porre 8 dinâr, ossia da 100 lire
italiane, sopra ogni aratata di terreno. La voce _zeug_ con questo
medesimo significato occorre nelle memorie siciliane del X e del XII
secolo, come a suo luogo si dirà.

[226] Si scorge ciò dalle parole di Asad-ibn-Forât riferite da noi nel
Libro II, cap. II, su l'autorità del _Riadh-en-nofûs_.

[227] Veggasi il Libro II, cap. II.

[228] _Rhiad-en-nofûs_, MS., fog. 29 recto.

[229] Così dice Sefadi, MS. di Parigi, biografia di Ziâdet-Allah. Sefadi
visse nel XIV secolo. Gli scrittori dai quali copiò tal giudizio provano
che vale per tutti i popoli il detto d'Ariosto: “Non fu sì santo nè
benigno Augusto ec.,” canto XXXV, st. 26.

[230] Ibn-Werdan, MS. di Tunis, § 1. Quest'autore aggiugne che furono
spesi nella moschea di Kairewân 86,000 dinar, ossia da 1,247,000 di lire
italiane. Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 30
verso, senza far menzione di ciò, narra i particolari dell'opera: che fu
abbattuta l'antica moschea; rifabbricata di pietra, marmi e cemento; che
il _Mihrâb_, ossia nicchia in dirittura della Mecca, era tutto di marmo
ornato di rabeschi e iscrizioni, sostenuto da colonne di bellissimo
marmo screziato bianco e nero; e che dinanzi a quello si innalzavano due
colonne rosse con fregi di vermiglio vivacissimo, che più belle non se
n'eran viste al mondo, e l'imperator di Costantinopoli le volea comprare
a peso d'oro. La voce che per analogia ho tradotto _cemento_, _è sahn_,
scritta con le lettere 14, 6, e 25 dell'alfabeto arabo d'oriente.

[231] Questo è senza dubbio il significato delle parole del _Baiân_,
copiate al certo da più antico scrittore: giund, eserciti (_giuiusc_), e
turbe sopravvegnenti (_wofûd_).

[232] Nowairi, presso De Slane, _Histoire des Berbères par
Ibn-Khaldoun_, p. 405, seg.; _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 26 recto, 28
recto e verso; Bekri, nella raccolta _Notices et extraits des MSS._,
tom. XII, p. 478; Ibn-el-Athîr, MS. A, fog. 120 recto, C, fog. 191
recto; _Baiân_, p. 88 a 95; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 96, 103. Ho corretto il nome di
Tonbodsa su l'ortografia che ne dà Ibn-el-Athîr.

[233] Confrontinsi, _Baiân_, p. 28; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani),
_Histoire de l'Afrique_, MS., fog. 16 recto, e traduzione francese, p.
63; Pagi, _ad Baronium_, ann. 696; e le autorità citate da Gibbon,
_Decline and fall_, ch. LI, note 207, 208, 209.

[234] Mi riferisco per i particolari alle parti 1ª e 2ª dell'accurato
lavoro di M. Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_.

[235] Veggasi Ibn-Khaldûn presso Gayangos, _The history of the
Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo I, p. XXXV, seg.

[236] Confrontinsi Ibn-Kutîa, MS., fog. 21 recto e verso; _Baiân_, tomo
II, p. 78, 79, 82; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 106 verso, e 107
recto, sotto l'anno 198; e 139 verso, sotto l'anno 206; Ibn-Khaldûn, MS.
di Parigi, Suppl. Arabe 742 quater, tomo IV, fog. 96 verso;
_Hollet-es-siiarâ_, presso Dozy, _Notices sur quelques MSS._, p. 38,
seg.; Marrekosci, p. 13, 14; Nowairi, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 702,
fog. 72 recto; Ed-Dhobbi, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 5
verso; Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte II, cap.
XXXVI. La tradizione che scolpa Hâkem si legge nel _Baiân_, compilazione
del XIII secolo. La sorgente primitiva fu senza dubbio qualche cronica
dei liberti di casa Omeîade, scrittori la cui servilità è stata notata
dal professor Dozy, editore del _Baiân_, Introduzione, tomo I, p. 16,
seg.

[237] Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 146 recto e 147 verso, anno 210;
_Hollet-es-siiarâ_; Ibn-Khaldûn; Nowairi, Conde, ll. cc. Veggasi ancora
Renaudot, _Historia Patriarcharum Alexandrinorum_, dalla p. 251 alla
270, che porta i fatti, ma sbaglia la cronologia.

[238] _Theophanes Continuatus_, p. 73 a 77, 79 a 81, §i 20 a 23, 25 a 26
del regno di Michele il Balbo; Symeon Magister, p. 621 a 624, §i 3, 4
del medesimo regno. — La Continuazione di Teofane, ch'è la principale
tra queste autorità bizantine, riferisce il primo disegno dell'impresa
dei Musulmani sopra Creta al principio della guerra di Tommaso di
Cappadocia, che tornerebbe all'821. Su questi e altri riscontri vaghi al
paro, i compilatori han posto la occupazione dell'isola nell'824, e
l'impresa d'Orifa nell'825. Secondo Ibn-el-Athîr, loc. cit., i Musulmani
spagnuoli non partirono d'Alessandria che l'anno 210 (aprile 825 ad
aprile 826).

[239] Ibn-Khaldûn, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tom. IV,
fog. 21 recto.

[240] Bekri, nella raccolta _Notices et Extraits des MSS._, tomo XII, p.
500. Quest'autore non assegna altra data che il califato di
Abd-el-Melik-ibn-Merwân; il quale durò venti anni, dal 685 al 705. Ma
senza timor di errore ne possiam togliere i primi tredici anni, quando
gli Arabi aveano ben altro da fare in Affrica che perseguitare i
rifuggiti di Pantellaria. Non trovandosi ricordato in questa fazione il
nome di Musa, è probabile che seguisse prima della sua venuta in
Affrica, la data della quale per altro è dubbia. Fa cenno di questa
impresa, forse su l'autorità di Bekri, il Tigiani, _Rehela_, nel
_Journal Asiatique_, août-sept. 1852, p. 80; e aggiugne essere state
allora occupate le isolette vicine all'Affrica.

[241] Ibn-Koteiba, _Ahâdîth-el-imâma_, presso Gayangos, _The history of
the Mohammedan Dynasties in Spain_, tomo I, Appendice, p. LXVI.

[242] Le varie opinioni degli eruditi musulmani sono esposte da due
diligenti compilatori: Tigiani, _Rehela_, nel _Journal Asiatique_,
août-sept. 1852, p. 65 a 71; e Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), _Histoire
de l'Afrique_, traduzione francese, p. 1, a 20. — Ho detto “sgomberare”
e non, come gli scrittori musulmani, “scavare” il canale, poichè noi
sappiamo che questo e la laguna esistevano ne' tempi antichi. Veggasi a
tal proposito una nota del traduttore del Tigiani, M. Rousseau, op.
cit., p. 69, 70.

[243] Tigiani, op. cit., p. 69, dice che il califo comandò di inviarsi
dall'Egitto ad Hassân duemila Copti, tra uomini e donne, perchè si
servisse dell'opera loro, e che Hassân distribuì quelle famiglie tra
Râdes, presso Tunis, e gli altri porti dell'Affrica. Indi si vede
manifestamente che fossero artigiani.

[244] Tigiani, _Rehela_; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani); e Ibn-Koteiba,
_Ahâdîth-el-imâma_, ll. cc.

[245] Lo argomento da ciò, ch'ei mandò in Sicilia mille uomini soltanto,
non ostante il cominciato apparecchiamento di sì grande numero di legni,
i quali, per piccioli che fossero, doveano portare almeno una
cinquantina d'uomini ciascuno, e però una forza totale di 5,000 uomini o
più.

[246] Ibn-Koteiba, _Ahâdith-el-imâma_, MS. del professor Gayangos, fog.
69 recto e verso, e versione inglese in appendice al Makkari, _The
history of the Mohammedan dynasties in Spain_, tomo I, p. lxvj.
L'erudito orientalista di Madrid, mandandomi copia di questo squarcio di
testo per lettera dell'11 maggio 1854, ha corretto in alcune parti la
detta sua versione. Quanto all'isola assalita, sul nome della quale io
gli esposi i miei dubbii, egli crede doversi ritenere la lezione del
MS.; perchè pochi righi appresso la voce Sicilia vi è scritta con
lettere diverse. Nondimeno io inclino all'opinione contraria,
riflettendo che tal variante possa provenire da una delle due sorgenti
alle quali par che Ibn-Koteiba abbia attinto questo racconto. In una di
quelle il nome di Sicilia potea per avventura essere scritto con la
_sin_ in luogo di _sad_ e la _Caf_ (XXII lettera) in luogo di _Kaf_ (XXI
lettera); nella qual forma _Sikilia_, facilmente si può confondere con
_Silsila_. Io ho veduto appunto Silsila chiaramente scritto su la
Sicilia in una ottima carta geografica in pergamena, delineata nel 1600
da Mohammed-ibn-Ali-es-Sciarfi, da Sfax, posseduta dalla Biblioteca
imperiale di Parigi.

Mi conferma nel mio supposto la Cronologia di Hagi-Khalfa, MS. di
Parigi, ove leggesi, nell'anno 82, una impresa in Sicilia di
'Attâr-ibn-Râfi'; poichè, non trovandosi questo fatto in Ibn-el-Athîr, è
verosimile che Hagi-Kalfa l'abbia tolto da alcun MS. d'Ibn-Koteiba più
corretto che quello del professor Gayangos.

[247] Ibn-Koteiba, fog. 69 verso, MS. del professor Gayangos, il quale,
mandandomi cortesemente copia di questo passo, ha corretto la lezione,
da cui risultava un errore nella sua versione inglese posta in appendice
all'opera di Makkari, _The history of the Mohammedan Dynasties in
Spain_, p. LXVII, seg.; Ibn-Scebbât, MS., p. 38 e 39, che cita,
abbreviandolo in su la fine, il medesimo passo d'Ibn-Koteiba;
Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, traduzione
francese, p. 14 e 57, e MS., fog. 6 recto, e 14 verso.

[248] Ragiono il dinâr secondo il valore del metallo, il cui peso medio
dà 14 lire e 50 centesimi.

[249] Ibn-Koteiba; Ibn-Scebbât; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), ll. cc.;
ed il _Baiân_, p. 27, citando Ibn-Katân. Ibn-Koteiba porta positivamente
la data dell'86, ossia 705 dell'era volgare.

[250] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 47 verso, anno 92; Nowairi, MS.
di Parigi, Ancien Fonds 702, fog. 10 verso, e traduzione francese del
barone De Slane, _Journal Asiatique_ (mai 1841), p. 575, 576.

Secondo la versione italiana, del Carli, Hagi Khalfa nella _Cronologia_
porrebbe nel 92 la espugnazione di Calabria per Farich figlio di Said.
Riscontrato il testo, mi accorgo che si tratti della notissima impresa
di Tarik in Spagna. M. Famin, _Histoire des invasions des Sarrazins en
Italie_, p. 60, ha seguíto così fatto errore, e aggiuntovi del suo il
nome di Tharec, e che “_ses soldats exercèrent des cruautés inouies_;” e
si mette francamente a particolareggiarle.

[251] Nowairi, capitolo della Sicilia, presso Di Gregorio, _Rerum
Arabicarum_, p. 2, che lo chiama Mohammed-ibn-abi-Edrîs; _Baiân_, p. 35,
secondo il quale correggo il nome e la data. Il Nowairi, capitolo
dell'Affrica, presso De Slane, _Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_,
tomo I, p. 357, in appendice; e Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et
de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 31, confondendolo con un
altro governatore d'Affrica, lo chiamano Mohammed-ibn-Iezîd. Il
Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo II, p. 225, anno 720, citando il
Nowairi, aggiugne di capo suo che Mohammed sbarcasse a Marsala, e
riportasse in Affrica “alcune centinaia” di prigioni.

[252] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 74 verso, anno 109; _Baiân_, p.
35; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M.
Des Vergers, p. 32; Nowairi, capitolo della Sicilia, presso Di Gregorio,
Rerum Arabicarum, p. 2; e capitolo dell'Affrica, presso De Slane,
_Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun_, tomo I, p. 357, in appendice.
Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo II, p. 229, anno 721, citando
Nowairi, aggiugne del proprio che Biscir riportava molti idoli
d'argento.

[253] Si argomenta dalle pratiche d'accordo dell'813, nelle quali il
governatore di Sicilia ricordava un primo trattato fatto ottantacinque
anni addietro. Veggasi il Capitolo X.

[254] Makrîzi, Dizionario biografico intitolato il _Mokaffa_, MS. di
Parigi, Ancien Fonds Arabe, 675, fog. 227 recto, Vita di Obeid-Allah. Il
caso di Mostanîr è narrato ancora, ma più brevemente, da Ibn-abi-Dinâr
(el-Kaïrouani), _Histoire de l'Afrique_, traduzione francese, p. 65, e
testo manoscritto, fog. 16 verso. Quest'autore, invece del nome
patronimico di Ibn-Habhâb, dà a Mostanîr quello di Ibn-Hârith.

[255] Makrizi, _Mokaffa_, MS. di Parigi, Ancien Fonds Arabe, 675, fog.
227 recto, Vita di Obeid-Allah.

[256] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 81 recto, e 82 recto, anni 116
e 117.

[257] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 82 recto, anno
117; Ibn-Scebbât, citato da Ibn-abi-Dinâr (el Kaïrouani), _Histoire de
l'Afrique_, p. 67 e 68, e MS., fog. 17 recto; _Baiân_, p. 38-40;
Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique_, trad. di M. Des Vergers, p. 34. —
Lo scrittore cristiano contemporaneo, Isidoro De Beja presso Flores,
_España Sagrada_, tom. VIII, p. 305, dice che 'Okba (Ibn-Heggiâg),
governatore di Spagna, udita la sollevazione dei Mori in Affrica, vi
passò, uccise tutti i ribelli: “_Sicque cuncta optime disponendo, et
Trinacrios (portus) pervigilando, propriæ sedi clementer se restituit_.”
Accettando, come par si debba, la lezione di _Trinacrios_ (chè v'ha le
varianti _Trimacrios_, _Tinacrios_, _Patrios_), le parole di Isidoro
significano che qualche nave spagnuola fosse venuta con Habîb alla
impresa di Sicilia. Perchè la rivolta alla quale accenna Isidoro fu al
certo qualche movimento anteriore, represso dagli Arabi d'Affrica e di
Spagna, non il fatto dell'anno 122, che rese necessaria la ritirata
dell'esercito di Sicilia, e che, invece della strage dei ribelli, finì
con la sconfitta degli Arabi. Isidoro, del resto, non assegna data a
queste fazioni, se non che vanno dopo la destinazione di 'Okba al
governo di Spagna, ch'ei pone l'anno 775 dell'era spagnuola, e 18º di
Leone Isaurico, cioè il 733 dell'era volgare, ma che Ibn-Khaldûn
riferisce al 117 (735), e il cronista seguíto da Conde, _Dominacion de
los Arabes en España_, parte I, cap. 26, all'anno appresso.

[258] Confrontisi Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 118 recto, anno
135, e fog. 47 verso, nel capitolo della Storia di Sardegna, sotto
l'anno 92; _Baiân_, p. 49 e 53; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et
de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 44; Nowairi presso Di
Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 2, 3.

[259] Veggansi le autorità citate da Le Beau, _Histoire du Bas Empire_,
lib. LXIII, § 22.

[260] _Baiân_, p. 48. Quivi si dice che corressero in Affrica due specie
di moria che chiamansi in arabico _webâ_ e _tâ' un_. La seconda disegna
particolarmente la peste. La prima è presa d'ordinario nello stesso
significato, ma si estende alle malattie epidemiche in generale. Veggasi
una nota di M. Reinaud nel _Recueil des historiens orientaux_, tomo I,
p. 133.

[261] Teophanes, _Cronographia_, tomo I, p. 651; e le altre autorità
citate dal Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXIV, § 13.

[262] Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, anno 130, dice che infieriva la
peste a Bassora; Ibn-el-Giuzi (Jauzi, secondo l'ortografia inglese)
citato da De Slane, _Ibn Khallikan's Biographical Dictionary_, tomo II,
p. 551, fa arrivare la mortalità a 70,000 persone in un dì, che si deve
intendere forse di Bassora stessa.

[263] Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXIV, § 13.

[264] Bollandisti, _Acta Sanctorum_, maggio, tomo II, p. 109, seg., 725,
seg., testo greco e versione della Vita di San Giovanni Damasceno
scritta da un Giovanni patriarca di Gerusalemme; e Ibidem, p. 731, seg.,
altro squarcio di agiografia attribuito a un Costantino Logoteta.

[265] Non ho bisogno di ricordare quanto sieno incerti i limiti del
territorio, compreso nella donazione di Pipino e di Carlomagno, e come i
papi non fossero mai entrati in possesso di molte terre tra quelle che
lor erano state donate senza dubbio.

[266] Costantino Porfirogenito, _De administrando imperio_, cap. 27, p,
995, dice che i Longobardi aveano occupato tutta l'Italia, fuorchè
Otranto, Gallipoli, Rossano, Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi. Ciò si
deve intendere del tempo in cui l'impero bizantino avea perduto lo
esarcato e non ripigliato per anco la Puglia; cioè tra la prima metà
dell'VIII secolo e la seconda metà del IX.

[267] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 47 verso, sotto l'anno 92,
raccogliendo in un solo capitolo tutte le imprese dei Musulmani sopra la
Sardegna, afferma che quest'isola non fosse stata più molestata dal 135
al 323 dell'egira (752 a 935), e che in questo intervallo avesserla
tenuta i Rûm, che qui significa la schiatta indigena italiana. Le
cronache cristiane più vicine a quei tempi si accordano in generale con
tale narrazione; se non che aggiungono alcune sconfitte toccate dai
Musulmani in Sardegna e in Corsica. Quanto a questa isola, è falsa
evidentemente la dominazione musulmana supposta da alcuni annalisti dei
paese. Veggansi Reinaud, _Invasions des Sarrazins en France_, pag. 69; e
Wenrich, _Commentarium_, ec., lib. I, cap. III, § 49 in nota.

[268] Epistola di papa Paolo Primo, a re Pipino, _Codex Carolinus_,
edizione del Gretser, nº XV; edizione del Cenni, nº XVIII.

[269] _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº XXIV; edizione del
Cenni, nº XXXVIII.

[270] _Codex Carolinus_, edizione dei Gretser, ep. LVI; edizione del
Cenni, ep. LXXII.

[271] _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, ep. LXIV, LXXIII, XC;
edizione del Cenni, LXV, XC; LXXXIX.

[272] La prima di quelle citate nella nota precedente.

[273] _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, ep. LIX e LXIV; edizione
del Cenni, LVII e LXV. La data del 780, che assegna alla seconda di
queste lettere il Cenni, è erronea, e le si dee sostituire il 787, come
lo avea mostrato prima il Muratori (_Annali_, anno 787), e vi assente,
contro il solito suo, lo Assemani, _Italicæ Historiæ Scriptores_, tomo
I, p. 488-489. Le ragioni che allega il Cenni per rifare il verso al
nostro grande Annalista son futilissime, e basta a distruggerle il fatto
che nella epistola si parla dei nefandissimi Beneventani come di
vassalli di Carlomagno; il che non si potea dire innanzi la pasqua del
787. La epistola LIX del Gretser, ancorchè riferita dal Cenni al 776, mi
pare scritta poco appresso l'altra, nello stesso anno 787. — Va errato
bensì il Muratori, quand'ei scrive che Adelchi fosse in questo tempo
patrizio di Sicilia. Ciò nè si può argomentare dalla detta epistola di
papa Adriano, come lascia supporre il Muratori; nè è detto da alcun
cronista; nè è punto verosimile. Il Muratori fu ingannato dall'assonanza
dei nomi di Teodoto e Teodoro; dei quali il primo fu preso da Adelchi,
come abbiam detto, e il secondo era il nome dell'eunuco, patrizio di
Sicilia, che sbarcò in Italia con Adelchi il 788. L'Assemani, l. c., non
manca di notare questo lieve sbaglio del Muratori.

[274] _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, ep. LXXXVIII; edizione
del Cenni, ep. XCI.

[275] Theophanes, _Chronographia_, tomo I, p. 718 (anno 6281); _Historia
Miscella_, presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte
I, p. 167; Einhardus, ed _Annales Laurissenses_, presso Pertz,
_Scriptores_ etc., tomo I, p. 174, 175. — Due altre epistole di Adriano
inserite nel Codice Carolino, sotto i numeri XC e XCII del Gretser, e
LXXXIX e XC del Cenni, e poste dal Cenni nel 778, si debbono riferire,
come io credo, a questo tempo. Trattano entrambe delle mene di Adelchi
in Calabria; e nella seconda si dice che il patrizio di Sicilia e i due
spatarii, sbarcati con esso ad Agropoli del mese di gennaio, erano iti a
trovare la vedova di Arigiso a Salerno, e di lì eran passati a Napoli.

[276] Tale supposizione è fondata nel racconto di Sigeberto, cronista
dell'XI secolo, il quale mal interpretando la _Historia Miscella_, credè
a proposito far morire Adelchi, protagonista da tragedia, piuttosto che
il pacifico Giovanni. Non dobbiamo oggi seguire l'errore noi che abbiamo
alle mani Teofane, sul cui testo fu fatta la versione compendiata detta
_Historia Miscella_.

[277] _Annales Laurissenses_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo I, p.
182, 186.

[278] Theophanes, _Chronographia_, tomo 1, pag. 736 (anno 6293).

[279] _Annales Laurissenses_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo 1, p.
198.

[280] Epistola citata dell'11 novembre 813, presso il Labbe,
_Sacrosancta Concilia_, tomo VII, p. 1114; e presso il Cenni, _Codex
Carolinus_, tomo II, ep. IV di Leone.

[281] Epistola del 25 novembre 813, presso il Labbe, _Sacrosancta
Concilia_, tomo VII, p. 1117; e presso il Cenni, _Codex Carolinus_, tomo
II, ep. X, di Leone.

[282] Johannes Diaconus, _Chronicon_, presso Muratori, _Rerum Italicarum
Scriptores_, tomo I, parte II, p. 312.

[283] Anonymus Salernitanus, presso Muratori, _Rerum Italicarum
Scriptores_, tomo II, parte II, p. 209.

[284] Diodorus Siculus, lib. V, cap. VI.

[285] Ve n'era in Palermo, Catania, Girgenti ec., come si scorge dalle
epistole di San Gregorio, lib. V, 132; VII, 24, 26.

[286] A coteste famiglie di militari o impiegati venute di passaggio, e
talvolta rimaste in Sicilia, par che appartenessero alcuni uomini dei
quali il caso ci ha conservato i nomi; per esempio, Conone papa, nato in
Tracia e educato in Sicilia; Sergio papa, oriundo d'Antiochia e nato a
Palermo.

[287] Veggasi questo medesimo capitolo, pagg. 222 e 223.

[288] Theophanes, _Chronographia_, tomo I, p. 727.

[289] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto; MS. C, tomo IV, fog.
221 recto.

[290] Constantinus Porphyrogenitus, _De Thematibus_, lib. II, tomo III,
p. 58. Sarebbe da approfondire il cenno etnologico di Costantino,
relativamente ai Sicoli. Non saprei in quale scrittore antico egli abbia
potuto trovare che Liguri fosse il nome generale de' popoli di cui
facean parte i Sicoli; il qual nome, secondo la opinione del Niebuhr,
non è altro che una variante di pronunzia della voce _Itali_.

[291] Veggasi Torremuzza (G. L. Castelli), _Siciliæ... veterum
Inscriptionum_. Ricordisi inoltre la venuta di Porfirio, che scrisse e
diè lezioni in Sicilia verso il 300.

[292] Papiro del 444, presso il Marini, _I Papiri diplomatici_; nº
LXXIII, p. 108, seg. I nomi sono Zosimo, Caprione, Sisinnio, Eleuterio,
Eubudo.

[293] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VII, nº LXIII, indizione 2ª.

[294] Pirro, Sicilia Sacra, p. 997; Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, dissert. III, p. 423, seg.

[295] Anastasius Bibliothecarius, presso il Muratori, _Rerum Italicarum
Scriptores_, tomo II, p. 145.

[296] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VII, nº LXIII, indizione 2ª;
e notisi la riflessione del Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 34, a proposito
dei matrimonii dei preti.

[297] Diodorus Siculus, lib. I, cap. III.

[298] L'Assemani, trattando la presente questione nel tomo IV degli
_Italicæ Historiæ Scriptores_, cap. II, §i 1 a 22, ha sostenuto che
sempre prevalesse in Sicilia il linguaggio latino al greco. Ma gli
esempii che allega anzi mi rafforzano nella mia opinione. Tra gli altri,
v'ha le soscrizioni greche dei vescovi di Sicilia e di Calabria che
sedettero nei Concilio di Costantinopoli dell'869-70.

[299] _Codex Theodosianus_, lib. XII, tit. XXXIII, XXXV. — Venticinque
iugeri rispondono a un di presso a sei _hectares_ di Francia, e a tre
salme e mezza di Sicilia. Ma ricavandosi pochissimo dalla terra, si
dovrà quella riguardare come picciola possessione.

[300] Veggansi le autorità citate da Gibbon e dai suoi commentatori
Guizot e Milman, cap. II, note 46 a 61.

[301] _Codex Justinianeus_, lib. XI, tit. XLVII, legge 18. Questa legge
è scritta in greco, e posta tra quelle d'Onorio e Teodosio, ma senza
ripetervisi i nomi di questi imperatori; talchè la data rimane incerta,
e si può supporre più recente. Dice che i contadini (γεωργοὶ) altri sono
ascrittizii (ὲναπόγραφοι), e i loro peculii appartengono ai padroni;
altri, dopo trent'anni, divengono liberi coloni (μισθωτοὶ ἐλεύθεροι) con
la roba loro, e sono obbligati a pagar canone e lavorar la terra. _E
ciò_, conchiude la legge, _è più utile ed al signore e ai contadini_.
Una testimonianza sì diretta non ha bisogno di comento.

[302] Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ latinitatis_, voce _Colonus_.
Ai tempi di Teodosio si distingueano in originarii e inquilini, cioè i
nati nel podere e gli avventizii. Sotto Giustiniano forse questa ultima
classe di coloni si diceva ascrittizii: e talvolta son chiamati
tributarii ed inquilini, talvolta rustici e coloni, _Codex
Theodosianus_, lib. V, tit. X; lib. X, tit. XII; lib. XIII, tit. I.

[303] _Codex Theodosianus_, lib. V, tit. IX, X, XI; Valentiniani,
_Novellæ_, nov. IX.

[304] Dei conduttori in Sicilia si fa menzione nel citato papiro del
444, Marini, _I Papiri Diplomatici_, nº LXXIII, e nella epistola di San
Gregorio, lib. I, nº XLII, indizione 9ª, che trovasi anco presso Di
Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, num. LXIX, p. 110.

[305] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, ibidem. Oltre I conduttori
distinti dai coloni, vi si parla di rustici in modo, che questa voce par
sinonimo di coloni, se pur non comprende gli uni e gli altri insieme.

[306] Dei _servi_ dei fondi patrimoniali in Sardegna, e, come pensa
Gotofredo, anche in Sicilia e in Corsica, si fa menzione in una legge di
Costantino il Grande, _Codex Theodosianus_, lib. II, tit. XXV, data
forse il 325. Veggasi anco Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_,
num. IV, p. 5. In un papiro del 489, risguardante certi poderi nel
territorio di Siracusa, leggiamo _inquilinos sive servos_, presso
Marini, _I Papiri Diplomatici_, nº LXXXII e LXXXIII, p. 128 e 129.

[307] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. I, nº XLII; e presso Di
Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº LXIX, p. 110.

[308] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. X, nº XXVIII: “_sed in ea
massa, cui lege et conditione ligati sunt, socientur._”

[309] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. V, nº XII.

[310] Ibidem, lib. III, nº IX; lib. V, nº XXXI e XXXII.

[311] Un fanciullo siciliano, per nome Acosimo, fu donato da lui il 593
al consigliere Teodoro, che avea ben meritato della Chiesa, e non
possedea schiavi. Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. II, nº XVIII,
indiz, 11ª.

[312] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VII, nº XVIII, indiz. 2ª.

[313] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, _Rerum Italic.
Script._, tomo III, p. 147: “_Itemque et aliam jussionem direxit ut
restituatur familia suprascripti patrimonii et Siciliæ, quæ in pignore a
militia detinebatur._”

[314] _Codex Theodosianus_, lib. XI, tit. IX.

[315] _Codex Justinianeus_, lib. XI, tit. XLVII.

[316] Veggasi la legge del _Codex Justinianeus_, lib. XI, tit. XLVII, nº
18, citata di sopra, p. 190.

[317] _Codex Theodosianus_, lib. II, tit. XXV, legge di Costantino il
Grande, di data incerta, forse del 325.

[318] _Codex Theodosianus_, lib. XI, tit. XVI, legge di Costanzo e
Giuliano Cesare, data il 359. Questa e la precedente si leggono altresì
presso il Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nri IV e X, p. 5,
9.

[319] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, passim.

[320] Il papiro del 444, che ho citato più volte (Marini, _I Papiri
Diplomatici_, nº LXXIII), mostra che i sette poderi tra masse e fondi
appartenenti in Sicilia a Lauricio, e affittati separatamente, rendeano
ogni anno soldi 753, 500, 445, 200, 144, 75, 52.

[321] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, passim.

[322] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. VIII, nº LXIII, indizione 3ª
(a. 600-601). Il podere legato da una Adeodata per fondare un monistero
di donne al Lilibeo, rendea dieci soldi all'anno netti di tasse; e vi
erano tre ragazzi, tre gioghi di buoi, _altri cinque_ schiavi, dieci
giumente, dieci vacche, quattro _iastulas vinearum_, quaranta pecore e
altro. Si vegga anche il lib. XI, epistola XLIX, indizione 6ª (603,
604), ove si parla della vendita del vino prodotto delle vigne della
Chiesa Palermitana.

[323] Beladori, nel _Journal Asiatique_, série IV, tomo IV, p. 365.

[324] Nell'880, come da noi si racconterà nel Libro II, cap. X, le forze
navali bizantine venute presso Palermo presero moltissime barche cariche
d'olio, certamente non esportato. Nell'XI secolo, Bekri ci attesta la
esportazione degli olii da Sfax per la Sicilia e paese dei Rûm, _Notices
et Extraits des MSS._, tom. XII, p. 465. Nel XII secolo si mandava grano
di Sicilia in Affrica per levarne olio e altre derrate. Diploma del
1134, presso Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 975.

[325] Veggasi il Lib. II, cap. II.

[326] Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº III, IV, IX, X, XXI,
XXII.

[327] Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº XLI, XLII, XLIII,
XLIV.

[328] Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_, lib. IV, nº LXXVII, indizione 13ª
(a. 595); e presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nº CXVI.

[329] Theophanes, _Cronographia_, tomo I, p. 631.

[330] Veggasi Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, diss. VII, c.
IV, seg.

[331] Veggansi i fatti presso Caruso, _Memorie storiche di Sicilia_,
parte I, lib. V; Palmieri, _Somma della Storia di Sicilia_, tomo I, cap.
XIV; Di Gregorio, _Discorsi intorno la Sicilia_, discorso XII.

[332] Justiniani _Novellæ_, nov. 75, altrimenti 104, _De præt. Siciliæ_;
Savigny, _Histoire du droit romain_, tomo I, p. 226, e 232, cap. V, §
105, 107.

[333] Da questo diritto nacque senza dubbio l'uso che la curia votasse a
parte dal clero e dalla plebe nella elezione dei vescovi. Due epistole
di San Gregorio ci provano tal modo di votazione in Sicilia, e sono
indirizzate l'una _Nobilibus Syracusanis, l'altra Clero ordini et plebi
Panormitanæ civitatis_; lib. IV, nº XCI; lib. XI, nº XXII.

[334] _Codex Theodosianus_, lib. XII; Divi Gregorii papæ, _Epistolæ_,
lib. VII, nº XI, indizione 1ª, anche presso Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, nº CXLII, p. 188; Gibbon, _Decline and fall_, cap. XVII,
con le osservazioni di Guizot e di Milman, alle note 172 e 180.

[335] Confrontinsi i Diplomi seguenti:

       del 489 presso Marini, _I Papiri Diplom._,  nº XXXII e XXXIII.
  verso il 504 pr. Di Giov., _Codex Sic. Diplom._, nº XXXVIII, p. 79.
       del 526-527             ibid. nº XLI e XLIII, p. 82-84.
  verso il 537                 ibid. nº LI, p. 91.

Veggansi inoltre: Justiniani, _Novellæ_, nov. LXVIII; Di Giovanni, op.
cit., diss. VI, cap. III, p. 458, seg.; Savigny, _Histoire du droit
romain_, cap. V, § 106-108, p. 227, seg., che cita tra gli altri
documenti le epistole di San Gregorio, delle quali ho fatto parola (p.
199, nota 3); e un'altra (della quale credo errata la citazione) scritta
al vescovo di Tindaro intorno l'accettazione di certe donazioni, nella
quale si ricorda essere bisognevoli a ciò le _gesta municipalia_.

Intorno i beni delle città, leggasi nel _Codex Theodosianus_, lib. XV,
tit. I, legge 32, il rescritto di Arcadio e Onorio (anno 395)
indirizzato ad Eusebio consolare di Sicilia, nel quale, provvedendosi
alla conservazione delle città ed _oppida_ dell'isola, è detto: _De
redditibus fundorum juris reipublicæ tertiam partem publicorum mœnium et
thermarum subustioni_ (corretto da Gotofredo _substructioni_)
_deputamus._ Fondi appartenenti alla repubblica, secondo il linguaggio
legale che prevaleva in quel secolo, non significa que' del patrimonio
imperiale, ma appunto beni comunali, come l'ha spiegato il Di Gregorio
nel citato Discorso XII.

[336] Constantinus Porphyrogenitus, _De Thematibus_, lib. II, them. 10 e
11; _De administrando imperio_, tomo III, cap. XXVII, p. 58, 118, 121.
Non occorre avvertire che la nuova divisione in temi, ancorchè si
ritragga dalle opere di Costantino Porfirogenito, risalisce senza dubbio
all'ottavo secolo. Ai tempi di quel povero imperatore (911-959) occupata
tutta l'isola dagli atei Saraceni, com'ei li chiama, non rimanea del
tema siciliano che la Calabria. Ei lo confessa nell'opera _De
Thematibus_, dove prudentemente passa sotto silenzio Napoli e Amalfi
ch'eran già repubbliche indipendenti. Nell'altro libro _De administrando
imperio_ confonde i temi di Sicilia e di Longobardia, nominando sol
questo ultimo, e dicendo che dopo Costantino il Grande vi si mandassero
due patrizii, uno dei quali per la Sicilia, Calabria, Napoli e Amalfi, e
l'altro che sedendo a Benevento, reggea Pavia, Capua e il rimanente.
Soggiugne più innanzi che Napoli era l'antica capitale dei patrizii; e
chi comandava Napoli, comandava alla Sicilia; e andato il patrizio a
Napoli, il duca di Napoli veniva in Sicilia. Queste parole non provan
altro che l'ignoranza dell'augusto compilatore o di chi fece il lavoro
per lui. Oltre la discrepanza delle notizie date nell'opera _De
Thematibus_, è evidente qui che si prenda per regola generale qualche
fatto particolare, e si faccia uno strano miscuglio dei tre sistemi
diversi; cioè quel di Costantino, quello dei temi e quello intermedio
adottato da Giustiniano dopo il conquisto di Belisario. Al contrario, il
nome del tema, la importanza strategica della Sicilia al tempo in cui si
adoperò la novella divisione territoriale, e qualche esempio di comandi
dati dal patrizio di Sicilia al duca di Napoli, mostrano che la parte
primaria del tema fosse l'isola, e la capitale probabilmente Siracusa.
Così anche pensa l'Assemani, _Italicæ Historiæ Scriptores_, tomo I, p.
356. Ciò è provato infine da una epistola di Adriano Primo a Carlomagno,
nella quale dice che i Napoletani, prima di stipulare uno accordo col
papa, voleano andare a chiederne il permesso al loro stratego in
Sicilia, _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº LXIV, edizione del
Cenni, nº LXV.

[337] Varii suggelli di piombo danno i nomi e titoli di alcuni
governatori e altri officiali pubblici di Sicilia sotto la dominazione
bizantina; donde si vede come sovente variasse il titolo del
governatore, o fosse data questa autorità provvisionalmente ad officiali
di grado inferiore. Da una faccia del suggello si trova sempre il
monogramma: [Illustrazione] che significa Κύριε βοήθει τῷ δούλῳ σῷ “Signore
aiuta il servo tuo;” e nell'altra faccia si leggono i nomi seguenti:

  Gregorio patrizio e stratego di Sicilia.
  Sergio      id.        id.
  Giovanni    id.  spatario e proconsole.
  Andrea consolare e stratego
  Stefano     id.  e spatario.
  Anastasio   id.      id.
  Giovanni patrizio e protospatario.
  Teodoro consolare.
  Gregorio    id. e protonotario.
  Teodoro spatario e cartulario.
  Leonzio prefetto.
  Teofilo prefetto imperiale.
  Leone spatario e logoteta del corso (_posta_).
  Anatolio conte.
  Sergio consolare e luogotenente.

Veggasi Torremuzza (Gabriello L. Castelli), _Siciliæ veterum
Inscriptionum_, p. 212, seg. I cronisti usano sempre i titoli ordinarii
di stratego e patrizio. In una epistola di papa Adriano Primo a
Carlomagno del 788 (_Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº XCII;
edizione del Cenni, nº XC), si legge: _Cum dioecete, quod latine
Dispositor Siciliæ dicitur._

[338] _Codex Theodosianus_, lib. VII, titoli _De Veteranis e De filiis
veteranorum_.

[339] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, _Rerum Italicarum
Scriptores_, tomo III, p. 147.

[340] Constantini Porphyrogeniti _Novellæ Constitutiones_, p. 1509. _De
militaribus fundis._

[341] Si fa menzione particolare della annata di Sicilia nella epistola
di Paolo Primo al re Pipino, _Codex Carolinus_, edizione del Gretser, nº
XV; edizione del Cenni, nº XVIII; e nella epistola XXIV della prima, e
XXXVIII della seconda di coteste edizioni.

[342] Theophanis _Chronographia_, p. 611, seg.

[343] Theophanis _Chronographia_, p. 702 e 705.

[344] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 164 recto, an. 178. Il
Saint-Martin, nelle note a Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXVI,
§i 27 e 36, registra due imprese di Elpidio nell'Asia Minore, il 791 e
il 794, citando per la prima Abulfaragi, per l'altra Ibn-el-Athîr. Ma
probabilmente si tratta di un sol fatto, recato da que' due compilatori
sotto date diverse.

[345] La importanza della popolazione ebraica in Sicilia, alla fine del
IV secolo, si vede da due epistole di San Gregorio, presso il Di
Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nri CXXVII e CXLVI.

[346] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 5, 28, dà le
traduzioni latine dei versi di San Giuseppe Innografo, e di tre diverse
compilazioni della vita di San Leone, le quali mi sembrano dell'XI o XII
secolo, e si dicono tratte da Manoscritti della Vaticana, del Monastero
di Criptaferrata e del Salvatore di Messina. L'Innografo non cita il
nome di Eliodoro; ma sol dice arso un che sturbava gli uditori della
divina parola, e accenna a varii altri prodigii del Taumaturgo. Gli
eruditi non sono stati di accordo su la età in cui visse San Leone: e
alcuni, l'han tirato giù fino al 779. Ma non trovandosi tra que'
prodigii alcun cenno della eresia iconoclasta, San Leone ed Eliodoro si
debbon porre senza dubbio innanzi il 726, com'ha fatto ii Gaetani.
Confrontisi D'Amico, _Catana Illustrata_, parte I, p. 363 a 386.
Veggansi ancora queste leggende di San Leone, nella collezione dei
Bollandisti, febbraio, tomo III, p. 222, seg. Le due epistole a nome di
Lucio governatore di Sicilia, tratte da queste fonti e pubblicate dal Di
Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, nri CCLXXIV e CCLXXV, sono
evidentemente apocrife.

[347] D'Amico, _Catana Illustrata_, parte I, p. 363 a 386, parte III, p.
72 a 75, dice chiamato volgarmente il monumento Liodoro. Ma in oggi tal
nome si pronunzia Diodoro, e anche Diodro e Diotro. Il Fazello, Deca I,
lib. III, cap. I, dà al supposto negromante ambo i nomi: Diodoro e
Liodoro. L'innesto dell'obelisco egiziano sull'elefante fu fatto nel
1736, come l'attestano due iscrizioni riferite dal D'Amico, III, p. 386.
Quivi si vegga il disegno dell'obelisco, che è dato altresì dal
Torremuzza, _Siciliæ veterum Inscriptionum_, p. 307.

[348] Theophanes, _Chronographia_, tomo I, 631.

[349] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 32. Preferisco la
data del 772, seguita da questo scrittore, a quella che altri ha voluto
assegnare a San Giacomo di Catania, facendolo morire ai tempi di Leone
Isaurico. Veggasi D'Amico, _Catana Illustrata_, parte I, p. 361.

[350] _Theophanes continuatus_, p. 48; Symeon magister, p. 642, seg.;
Georgius monachus, p. 811, seg. Si vegga anche la collezione dei
Bollandisti, giugno, tomo II, p. 960 a 963; Mongitore, _Bibliotheca
Sicula_, tomo II, p. 66, seg.

[351] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. II, p. 49; Collezione
dei Bollandisti, aprile, tomo I, p. 266, 267.

[352] Si vegga il Capitolo VII, p. 175.

[353] Veggansi le omelie XI e XX di Teofane Cerameo, nella edizione di
Scorso, p. 64, 125, 129 ec., e ciò che noi diciamo di questo sacro
oratore nel Libro II, cap. XII.

[354] Theophanes, _Chronographia_, tomo I, p. 631.

[355] Pirro, _Sicilia Sacra_, p. 611; e Di Giovanni, _Codex Siciliæ
Diplomaticus_, dissertazione II, p. 421.

[356] Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, epistola di papa
Niccolò Primo dell'860, nº CCLXXXI, p. 318, e dissertazione V, p. 452;
Epistola di papa Adriano Primo del 785, _Acta Conciliorum_, tom. IV, p.
93, 94.

[357] Veggasi il Capitolo IV, p. 76.

[358] Paolo Diacono, lib. V, c. XIV. La principessa avea nome Gisa,
sorella di Romoaldo signore di Benevento.

[359] Theophanes, _Chronographia_, p. 719, 720. Per esattezza di
cronologia conviene notare che l'esilio dei cortigiani seguì il 790, e
l'accecamento di Costantino il 797.

[360] Ibidem, p. 727. Teofane spiega il modo: cioè delinear le lettere
con punture e versarvi sopra dell'inchiostro. Poco mancò che i carnefici
non inventassero la stampa!.

[361] Nella maggior chiesa di Mola sopra Taormina si conserva questa
iscrizione, tolta evidentemente da qualche antica fortezza: ΕΚΤΙΣΘΗ
ΤΟΥΤΟ ΤΟ ΚΑΣΤΡΟΝ ΕΠΙ ΚΟΝΣΤΑΝΤΙΝΟΥ ΠΑΤΡΙΚΙΟΥ ΚΑΙ ΣΤΡΑΤΗΓΟΥ ΣΙΚΕΛΙΑΣ.
Torremuzza (Gabriele L. Castelli), _Siciliæ veterum Inscriptionum_, p.
65.

[362] Tra i ragguagli dell'ambasceria affricana in Sicilia dell'813,
troviamo che il patrizio rimproverava ai legati avere il governo di
Sicilia pattuito con quel d'Affrica infino da ottantacinque anni, e non
si essere mai osservato l'accordo. Indi il primo trattato torna al 728.
Cotesti ragguagli leggonsi nella seconda delle tre epistole di papa
Leone Terzo a Carlomagno, date il 7 settembre, 11 e 25 novembre 813,
pubblicate dal Labbe, _Sacrosancta Concilia_, tom. VII, p. 1114 a 1117;
e nel _Codex Carolinus_ del Cenni, tom. II, ep. VIII, IX, X, di Leone; e
le due prime anche dal Di Giovanni, _Codex Siciliæ Diplomaticus_, no.
CCLXXVII, CCLXXVIII. La indizione che vi si cita, mostra che il Labbe
andò errato a riferire l'epistola dell'11 novembre all'anno 812.
Veggansi anche gli squarci di questi documenti presso il Pagi, _ad
Baronium_, anno 813, §i 21, 22, 23.

[363] Questo mi sembra il miglior modo di spiegar le parole attribuite
agli ambasciatori musulmani nella citata epistola di Leone Terzo dell'11
novembre 813. Scusavansi delle infrazioni loro apposte dal patrizio di
Sicilia, allegando che morto il padre dell'_Amiramum_ (principe dei
credenti) e rimaso costui bambino, era ita sossopra ogni cosa:
liberatisi i servi; gli uomini liberi agognanti al poter supremo; tutti
scioltisi a mal fare, come se non avessero principe sopra di sè. Ma in
oggi, fatto adulto l'_Amiramum_, soggiugneano gli ambasciatori, ha
ripigliato l'autorità, e farà osservare i trattati. Or non adattandosi
cotesti particolari nè ai califi abbassidi di quel tempo, che erano
signori degli Aghlabiti, nè agli Aghlabiti stessi, è forza supporre la
relazione del papa, come pur la dovea essere, mutila e inesatta, e
conviene indovinar ciò che vi manchi. A creder mio, vi manca che i
legati venivano dai due stati, aghlabita e edrisita, e che quest'ultimo
avea commesso le ostilità. Parmi infatti che per le accennate parole
degli ambasciatori non si alluda alle guerre civili di Mamûn col
fratello, come ha pensato M. Reinaud (_Invasions des Sarrazins en
France_, p. 123, 124), ma piuttosto alle vicende della dinastia degli
Edrisiti. Il fondator di essa morendo non lasciò figliuoli; se non che
una sua donna partoriva due mesi appresso (793) un bambino, per nome
anche Edrîs, al quale i Berberi si accordarono di ubbidire; e fu
salutato _imam_, ossia pontefice e principe, all'età di undici anni. Al
tempo dell'ambasceria ne avea venti; avea fondato la città di Fez, e
cominciato a rassodare e allargare il dominio. A questo Edrîs convengono
dunque i particolari anzidetti. A ciò si aggiunga che Ibrahim-ibn-Aghlab
dopo aver tentato, e forse non da senno, di spegnere questa dinastia
rivale dell'abbassida, avea fatto con essa un tacito accordo, che durava
ancora dell'813.

[364] Veggansi i cronisti citati da M. Reinaud, _Invasions des Sarrazins
en France_, p. 121 e 122, e da Wenrich, _Commentarium_, lib. I, cap.
III, §i 46, 47. La principale autorità, fonte delle altre, è quella
d'Einhardo, e degli _Annales Laurissenses_, che si veggano meglio in
Pertz, _Scriptores_, tom. I, dall'anno 806 all'812.

Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 140, sotto l'anno 206 (5 giugno 821 a
25 maggio 822), nota una scorreria del Musulmani d'Affrica in Sardegna,
ove fecero preda, e talvolta vinsero, e talvolta furono rotti, ma alfine
se ne andarono.

[365] Epistola di Leone Terzo, del 7 settembre, citata a p. 224, in
nota.

[366] Einhardus, presso Pertz, _Scriptores_ etc., tom. I, p. 199. Questo
cronista, copiato dai susseguenti, riferisce all'812 i raccontati
avvenimenti, non esclusa la distruzione “quasi totale” dell'armata che
assalì la Sardegna. Ma l'epistola di Leone Terzo dell'11 novembre,
citata a p. 224, in nota, porta positivamente il naufragio nel giugno
della 6ª indizione, che fu dell'813. D'altronde si può dubitare se gli
assalitori di Nizza fossero stati gli stessi di Civitavecchia, e gli uni
o gli altri Spagnuoli, ovvero dell'Affrica occidentale.

[367] Nella citata epistola di papa Leone dell'11 novembre, dopo essersi
fatto menzione della lettera del cristiano d'Affrica, si aggiugne: _Et
hoc factum est mense junio, quando illud signum igneum, tamquam lampadam
in cœlo multi viderunt._ Non si ritrae dove si trovassero quei _multi_,
e se tutti in una stessa regione.

[368] Epistola di Leone Terzo data il 7 settembre, citata di sopra. In
questa gli assalitori son chiamati sempre _Mauri_. Nella epistola
seguente si dà sempre il nome di _Saraceni_ ai Musulmani dello stato
aghlabita.

[369] Veggasi la nota 1, p. 225.

[370] Secondo la epistola di Leone Terzo, gli ambasciatori erano venuti
_in navigio Veneticorum, et sic veniendo combusserunt igne navigia quæ
de Spania veniebant_.

[371] Veggasi il presente libro, cap. VI, p. 148-149. Il narratore è un
Soleimân-ibn-Amrân, e lo squarcio della narrazione si legge nel
_Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto. La reciproca sicurtà dei
mercatanti siciliani in Affrica si suppone dal fatto che un di loro avea
scritto al patrizio (si vegga sopra a p. 228). Non fa specie che
Soleiman taccia il patto della reciprocità, sendo stato uso costante di
tutte le tregue tra Musulmani e Cristiani, che ciascuna delle due parti
promulgasse solo i patti favorevoli ai proprii sudditi e tacesse gli
obblighi contratti verso i nemici.

[372] Epistola dell'11 novembre 813, citata a p. 224, in nota.

[373] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tom. I, p. 160, seg., da un
MS. greco del monastero del Salvatore di Messina attribuito a Pietro
vescovo di Tauriano che visse sotto Leone eretico, e andò a lui,
tremando di paura, il terzo anno del suo regno. Dei tre imperatori
bizantini ai quali convengono tal nome e tal ingiuria, il Gaetani
preferisce, come più antico, Leone Isaurico, senza badare a ciò che
questi nel terzo anno del suo regno non si era per anco chiarito contro
le immagini. Perciò mi par che si tratti piuttosto dell'Armeno. Il buon
vescovo di Tauriano dice aver visto il naufragio della nave musulmana, e
narra dopo di quello la sua missione a Costantinopoli. Alcuni versi di
San Giuseppe Innografo, citati dal Gaetani, dicono anche del miracolo di
San Fantino contro i Musulmani.

[374] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto.
L'autore, non contento di notare l'anno della egira, aggiugne che questa
_scorreria_ fu fatta circa otto anni avanti il _conquisto_ di
Ased-ibn-Forât.

[375] Erchempertus, cap. XI, presso Muratori, _Rerum Italicarum
Scriptores_, tom. II, parte I, p. 240.

[376] Leo Marsicanus, lib. I, cap. XXI, presso il Muratori, _Rerum
Italicarum Scriptores_, tomo IV, p. 296, e presso Pertz, _Scriptores_,
tomo VII, p. 596. Nella edizione del Pertz si nota l'errore di
cronologia, e che appartenga a Leone, non ad Erchemperto. Aggiugnerei
che Leone nel cap. XX porta alcuni fatti dell'827, e che però è
possibile che i copisti trascrivendo la data in numeri romani abbiano
lasciato indietro la cifra delle unità.

[377] Il Martorana par che abbia dubitato del fatto, poichè nol porta
espressamente nel testo, cap. II, tom. I, p. 30; ma sì nella nota 28,
nella quale cita Leone d'Ostia e il Curopalata (Giovanni Scylitzes). Il
Wenrich confrontò e corresse coteste citazioni. In fatti ei toglie via
quella di Scylitzes, che non ha che fare qui, e aggiugne in primo luogo
l'attestato di Erchemperto. Ma, trattenendosi a mezza strada, l'erudito
tedesco adatta al racconto d'Erchemperto la falsa cronologia di Leone, e
così cade anche egli nell'errore di raddoppiare il fatto. Lib. I, cap.
IV, § 51.

[378] Fazzello, Deca II, lib. VI, cap. I.

[379] Questa è la giusta ortografia al modo nostro di trascrivere
l'alfabeto arabico.

[380] M. Reinaud ha notato ciò nella versione francese della Geografia
d'Abulfeda, tom. II, pag. 179. Aggiungo che tra gli strafalcioni di
Leone ve n'ha uno, il quale prova non solo che scrivesse di memoria, ma
ancora che non avesse buona memoria. Ed è che un califo fatimita
d'Egitto abbia mandato Giawher a conquistare la Barbaria; e che,
ribellatosi il governatore di questa provincia, il califo El-Kaim abbia
scatenato sopra quella gli Arabi d'Egitto. Sarebbe lo stesso a dire che
Giustiniano da Roma mandò Belisario ad occupare Costantinopoli; e che
Roma fu saccheggiata dalle genti del Bastardo di Borbone per comando di
Filippo il Bello.

[381] Ecco questo squarcio dell'opera geografica di Leone Africano
sottoscritta di Roma, il 10 marzo 1526, ch'io copio su la edizione del
Ramusio, tom. I, p. 69 verso. Detto che sotto la dinastia degli
Aghlabiti Kairewân crebbe di grandezza e di popolo, Leone aggiunge che
il signore del paese “fece fabbricare appresso un'altra città cui pose
nome Recheda, nella quale habitava egli e i primieri della sua corte. In
questo tempo fu presa Sicilia dalli suoi eserciti mandativi per mare con
un capitano detto Halcama, il quale nella detta isola edificò una
piccola città per fortezza et sicurtà della sua persona, chiamandola dal
suo nome, la quale vi è sin oggi chiamata dai Siciliani Halcama. Dapoi
quest'Halcama fu quasi assediata dalli esserciti che vennero in soccorso
di Sicilia; allora il signore di Cairoan mandò un altro essercito più
grande con un valente capitano chiamato Ased, il quale rinfrescò
Halcama, et tutti si ridussero insieme et occuparono il resto delle
terre che rimaseno.” E Leone non ne dice altro.

[382] Veggasi la notizia biografica che dà Leone Affricano dello
Esseriph Essachali, com'ei chiama Edrisi. Presso Fabricio, _Bibliotheca
Græca_, tom. XIII, p. 278.

[383] _Belgia_ in arabico vuol dir crepuscolo sia mattutino sia
vespertino. Su i nomi geografici ai quali accenno, si vegga il capo I
del lib. III.

[384] Questi due righi e la esposizione delle testimonianze storiche
eran già scritti, quando si pubblicò, il 1845, il lavoro del Wenrich,
dove si trova (lib. I, cap. IV, § 52) una frase che a prima vista pare
poco diversa e un metodo d'esamina somigliante al mio, ancorchè con
altri fatti e altri risultamenti. Non essendo uso a rubare gli altrui
lavori, mi basta avvertire il lettore, e lascio la forma del mio scritto
com'ella stava.

[385] Veggasi la prefazione del Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_,
tom. I, parte II, p. 287 a 289. La cronica pare scritta verso l'872, e
l'autore allude a quella come ad opera giovanile in altri opuscoli assai
meno importanti ch'ei dettò verso il 902.

[386] _El-Kadhi_: il cadi Ased-ibn-Forât.

[387] Johannes diaconus, _Chronicon_ etc., presso il Muratori, _Rerum
Italicarum Scriptores_, tom. I, parte II, p. 313.

[388] Anonymi Salernitani, _Paralipomena_, presso Muratori, _Rerum
Italicarum Scriptores_, tom. II, parte II, cap. XLV, p. 163, seg.;
presso Pratillo, tom. II, cap. LI, p. 119 (che varia il numero dei
capitoli), e meglio presso Pertz, _Scriptores_, tomo III, cap. LX, p.
498. Su l'autore veggansi le prefazioni del Muratori e del Pertz. Il
Muratori crede che il nome di lui sia stato Arderico.

[389] Le stesse croniche bizantine denotano Teognosto come autore dei
canoni grammaticali: la sola opera che ci rimane di lui, Θεογνοστου
κάνονες, presso Cramer, _Anecdota Græca_, tom. II, Oxford 1835.

[390] _Theophanes continuatus_, p. 3, in fine del titolo. A p. 81, § 26,
di Michele il Balbo, in fin della impresa di Orifa in Creta si legge:
“ed ei ci lasciò la briga di liberare l'isola dagli Agareni. Rimettasi
ciò nelle mani di Dio: ma anche noi dobbiamo darcene pensiero; e dì e
notte l'animo nostro se ne travaglia.” Queste parole non poteano esser
dettate che dallo imperatore.

[391] Veggasi Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ latinitatis_, alla
parola _Magister_, e _Glossarium mediæ et infimæ græcitatis_, alla voce
Μαγίστερ

[392] ..... λαβόντος ἀρχὴν ἄρτι πρῶτον λαοῦ άμαρτίας. κ. τ. λ.

[393] Symeon Magister, nel volume _Theophanes continuatus_, p. 621, 622,
§ III, del regno di Michele il Balbo. Su l'autore veggasi Fabricius,
_Bibliotheca Græca_, tom. VII, lib. V, cap. I, § 10.

[394] Τουρμάρχης τελῶν. Τέλος, che ho tradotto _milizia_, è voce
generica e vaga. Non così turmarca, che risponde, negli ordini militari
d'oggi, a generale di brigata. Comandava una turma o μὲρος, composta di
tre _drungæ_, o μοῖραι, ciascuna delle quali, a un di presso come i
nostri reggimenti, variava da 1000 a 2000 uomini. Sopra il turmarca o
merarca non era che il generale in capo o stratego: sotto venivano i
drungarii o chiliarchi. Veggasi la _Tattica_ dell'imperatore Leone,
detto il Sapiente, cap. IV del testo greco, e nella versione francese
del Maizeroi, p. 33. Veggasi anche Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ
græcitatis_, alle voci τουρμάρχης, τοῦρμα, μοῖραι.

Al tempo di Leone, drungario e turmarca eran titoli di capitani nelle
armatette provinciali, non già nel navilio imperiale; op. cit., versione
del Maizeroi, p, 146. Il Cedreno dà ad Eufemio il vago titolo di
Ἑξηγούμενος.

[395] La versione latina del padre Combefis, ristampata nella edizione
del Niebuhr, non è molto esatta in questo luogo, nè in parecchi altri.
Oso correggerla, afforzandomi dell'autorità di M. Hase, il quale,
cortese quanto egli è sapiente ed erudito, si è piaciuto rivedere e
postillare la versione mia.

[396] In fatti si trova minacciato questo supplizio nelle _Basiliche_
(Βασιλικῶν, lib. LX, titolo XXXVII, cap. LXXI, LXXIV, LXXV, e _Liber
Leonis et Constantini AA._, tit. XXVIII, cap. X, XI, XII), non solo ai
seduttori delle monache, ma sì a chi viziasse l'altrui fidanzata, o
sposasse la propria comare. Indi si vede la confusione che portavano già
nella morale le ubbíe religiose, e come, tra quelle e il dispotismo, si
guastava la legge romana.

[397] Συντουρμαρχῶν. Questa voce mal copiata o mal compresa
nell'esemplare del Curopalata (Giovanni Scylitzes) ch'ebbe alle mani il
Fazzello, gli fece scrivere che Eufemio fosse stato consigliato dalli
_Scythamarchi_.

[398] L'autore, supponendo un califo anche in Affrica, e guastando il
nome di Emir-el-Mumenin, lo chiama ʾαμεραμνουνῆς. Ho scritto questo
titolo secondo la elegante corruzione che ne fecero i nostri antichi.

[399] _Teophanes continuatus_, lib. II, cap. XXVII, p. 81, 82.

[400] Op. cit., lib. II, cap. XXII, p. 76, 77.

[401] Così chiaramente nei MSS. d'Ibn-el-Athîr e d'Ibn-Khaldûn, ancorchè
senza vocali brevi. Dei due MSS. di Nowairi, il più moderno (Biblioteca
di Parigi, Ancien Fonds, 702 A), omettendo al solito le vocali brevi,
scrive anche _k s n tin_; ma l'altro (Ancien Fonds, 702), autografo,
ovvero copiato sopra un autografo, ha una volta _f s n tin_, e tre
volte, lasciando la prima lettera senza punti diacritici, sì che possa
leggersi _f_ ovvero _k_, la fa seguire da quattro lettere — _s tin_,
ovvero da cinque — _s n tin_. La lezione _f s tin_ potrebbe benissimo
supporsi copiata dal nome di Fotino; perocchè la s, che v'ha di più, si
confonde spesso nei MSS. con un frego di penna orizzontale che servisse
di legatura tra due altre lettere. Ve n'ha infiniti esempii nei MSS., e
molti nelle iscrizioni lapidari, e in quelle ricamate su drappi o
rilevate su metalli.

[402] Il Ducange, _Glossarium mediæ et infimæ græcitatis_, spiega la
voce Σοῦδα _fossa sudibus munita_, cioè fosso con palizzata. In Creta si
addimandò Suda il luogo ove posero il primo campo i Musulmani. Da χάραξ
che significa lo stesso in greco antico, prese nome un vicin
promontorio. I Musulmani chiamarono il campo loro, poi divenuto
capitale, _Khandak_, che significa la stessa cosa.

[403] Quest'ultima frase è data dal solo Nowairi. M. Caussin de
Perceval, padre, che il voltò in francese, e il Di Gregorio che lo
ritradusse in latino, rendono quelle parole _un des principaux patrices
ed ex præcipuis inter patricios_. Ma la voce del testo _mokaddem_
significa precisamente “posto innanzi a tutt'altri” e indi “condottiero,
capo di parte.” La parola seguente dice “dei suoi patrizii” riferendosi
il pronome relativo a Costantino. Pertanto mi par che si tratti
certamente dei patrizii siciliani. Debbo avvertire che la costruzione
grammaticale del testo lascia un po' dubbio se Eufemio fosse il
caporione, ovvero _uno dei_ caporioni.

[404] Ciò dal Nowairi. Il Caussin avvertì in nota che talvolta gli
scrittori arabi avessero disegnato col nome di Alemanni gli Italiani; e
allegò in esempio un passo di Abulfaragi, autore del XIII secolo. Il Di
Gregorio non ne volle altro per tradurre a dirittura _quemdam ab Italia
oriundum_. Ma tale interpretazione non può accettarsi. Gli scrittori
arabi chiamano ordinariamente gli Italiani _Rûm_, che vuol dire anche
Bizantini, e talvolta ci danno il nome di _Ankabard_, talvolta di
_Franchi_; confondendoci con le varie razze dei dominatori. Non parlano
poi dell'Italia come parte dell'Alemagna altri scrittori che que' dei
tempi di Federigo II imperatore, come appunto Abulfaragi, ovvero più
moderni, come Abulfeda. Questi due, se non m'inganno, sono i soli autori
arabi caduti in tale equivoco, che non si può supporre affatto in uno
scrittore del X o XI secolo, come quello copiato da Nowairi. D'altronde
è probabilissimo che v'abbia un errore nel MS.; sì chè vi leggerei
Armeni, non Alemanni. I mercenarii di schiatta germanica non aveano
cominciato per anco a venire a Costantinopoli. Per lo contrario gli
Armeni erano frequentissimi nell'esercito bizantino. Infine l'ortografia
che troviamo in Nowairi non sarebbe corretta se si trattasse di
Alemanni; ma aggiugnendovi una r, lettera non legata nella scrittura
arabica e perciò facile a sfuggire, si avrebbe il nome di Armeni.

Lo stesso errore si trova nei MSS. di Nowairi, là dov'ei dice venuto in
Sicilia l'828 col patrizio Teodoto un esercito, la più parte, di
Alemanni. Quivi è evidente che si debba leggere Armeni. Veggasi il cap.
III del presente Libro.

[405] Questo nome, mancando di vocali brevi in tutti i MSS. che ho
veduto, ha le sole lettere _B lât h_. Credo non debba leggersi _Platâh_
come han fatto M. Caussin e il Di Gregorio; poichè gli Arabi non
comincian mai le sillabe con due consonanti, e al certo, volendo
trascrivere _Plata_, avrebbero messo avanti una _alef_, dando alla voce
la forma di _Iblâtah_. Del rimanente mal potremmo apporci al vero nome.
Forse è inesatta trascrizione del titolo di Curopalata, Palatino o
simili. La mutazione della _b_ in _p_ va bene, mancando nell'alfabeto
arabico la seconda di queste lettere.

[406] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 122 verso; MS. C,
tomo IV, fog. 191 recto; Nowairi, presso Di Gregorio _Rerum Arabicarum_,
p. 3, 4, e versione del Caussin, p. 10, 11; Ibn-Khaldûn, _Histoire de
l'Afrique et de la Sicile_, trad. di M. Des Vergers, p. 103 a 105.

[407] _Riadh-en-nofûs_, MS., nella vita di Ased-Ibn-Forât, MS., fog. 28
recto e verso.

[408] Εὺφήμιος ed Εὺθὺμιος pronunziati Evfimios ed Evthimios, poichè in
tutto il medio evo, come in oggi, e anche nell'antichità, i Greci
pronunziavano la η, come la υ e l'ι; le quali lettere si trovano
scambiate nella più parte dei MSS. Anche i copisti greci soleano
scrivere cotesti due nomi l'uno per l'altro, come si vede dal Cedreno,
edizione di Bonn, tom. II, p. 795.

[409] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 26 recto; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148
verso.

[410] _Riadh-en-nofûs_, e Ibn-Abbâr, II. cc.

[411] Questo fatto si ritrae da Ibn-Khaldûn, il quale con lieve
anacronismo intitola Ased cadi in quel tempo, _Histoire de l'Afrique et
de la Sicile_, ediz. di M. Des Vergers, testo p. 35, e versione p. 92,
dove mi par che debba sostituirsi la voce minacce alla frase _offrir des
présents_. In luogo di Mogiâled forse si dee leggere Mokhâled, secondo
il Nowairi, _Conquête de l'Afrique_, in appendice alla _Histoire des
Berbères par Ibn-Khaldoun_, trad. di M. De Slane, tomo I, p. 400 e 405.

[412] Il fatto della elezione e di chi la consigliava si legge nel
_Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto. Vi si nota altresì che avanti Ased
e Abu-Mohriz non si fossero mai visti due cadi a un tempo in una
capitale. Parmi che nè anco se ne incontri esempii altrove. Vi furon
bene nei tempi posteriori in una stessa città quattro cadi, ma delle
quattro scuole diverse che viveano insieme in pace. Il _Baiân_, tomo I,
p. 89, porta anco la destinazione di Ased a cadi l'anno 205, e la novità
dell'esempio.

[413] Harun-Rascid riordinò la magistratura e istituì il Kadi-'l-Kodâ,
ossia cadi dei cadi, supremo giustiziere dello Stato, sedente nella
capitale. Verso quel tempo i magistrati e giuristi ebbero una divisa lor
propria. Veggasi Hamilton, _Hedaya_, tom. I, p. XXXIV.

[414] Al dire d'Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 29 verso, il califo
Mehdi, nella fierissima sua persecuzione contro i Zindîk in Oriente,
creò un inquisitore apposta, intitolato Sâheb-ez-zenâdika, l'anno 198
(794-5). Furonvi molti mandati al patibolo e gran copia di libri dati
alle fiamme. Zindîk significa in generale miscredente, scettico, ateo;
ma par che in principio questa appellazione siasi data ai Manichei,
forse anche ai Guebri, e si vuole nata dal nome del linguaggio zend e
del libro sacro degli antichi Persiani, il Zendavesta.

[415] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 29 recto. Quivi si nota che i due cadi
seguirono la opinione dei giuristi dell'Irak e l'altro consultore quella
dei giuristi di Medina. Que' discepoli di Malek si appigliarono dunque
alla decisione più mite di Abu-Hanîfa più tosto che a quella del loro
maestro. Su la prima veggasi l'_Hedaya_, tomo II, lib. IX, cap. IX, p.
225. La seconda è sostenuta dal compilatore del _Riadh-en-nofûs_,
scrupoloso Malekita.

[416] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso. Il caso di coscienza era:
_an fas esset balneum intrare cum cunctis pellicibus suis nudis._
Abu-Mohriz sostenea esser lecito al signore di guardarle da capo a piè,
ma non ad esse _quod vicissim pudenda conspicerent_.

[417] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 recto.

[418] Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.

[419] Ibn-Abbâr, loc. cit.

[420] La biografia di Ased si ritrae tutta dal _Riadh-en-nofûs_ e da
Ibn-Abbâr, che ho citato. M. Des Vergers, in nota a Ibn-Khaldûn, p. 105,
ne ha fatto un cenno preso dalle medesime sorgenti; dal quale se io
differisco in qualche parte, è che mi è parso interpretare in altro modo
i testi e i fatti. Il Conde, _Dominacion de los Arabes en España_, parte
I, cap. 75, ha tradotto, al solito suo con errori, lo squarcio di
Ibn-Abbâr. Tra gli altri, ei fa Ased congiunto (deudo) di
Ibrahim-ibn-Aghlab.

[421] Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 123 recto; MS, C, tom. IV, fog.
191 recto.

[422] _Theophanes continuatus_, lib. II, cap. 27, p, 82.

[423] Si ritrae dalla discussione di dritto riferita nel
_Riadh-en-nofûs_; poichè gli ambasciatori dei quali vi si fa menzione
non poteano esser que' di Eufemio, sostenendo non essere stata violata
la tregua dal governo di Sicilia.

[424] Soleiman-ibn-Amrân, presso il _Riadh-en-nofûs_, fog. 28 recto.
Soleiman sedè tanto in questa adunanza, quanto in quella dell'813, nella
quale era stata promulgata la tregua. Il versetto del Corano citato da
Ased è il 133 della sura III; ma il testo che corre oggidì ha una
lezione inferiore d'assai alla variante di Ased, dicendo più
rimessamente: “Non vi sbigottite nè vi attristate; chè avrete il
primato, se sarete credenti.” Il patto della tregua, come lo riferisce
lo stesso Soleiman (veggasi il Lib. I, cap. X, p. 229) portava
assolutamente l'obbligazione di lasciare andar liberi dalla Sicilia
tutti i Musulmani che il volessero. Tuttavia è probabile che si fosse
stipolata, per reciprocità, qualche clausola analoga a quelle della
legge musulmana. Secondo questa uno straniero infedele venuto a
mercatare come _Mostamîn_, ossia guarentito da una permissione in buona
forma, può dimorare un anno senza molestia. Scorso il qual tempo, è
costretto a pagare la _gezia_ come gli _dsimmi_, ossiano sudditi
infedeli, e dopo qualche tempo può essere al par di quelli ritenuto nel
paese. Veggasi Hamilton, _Hedaya_, lib. IX, cap. VI.

[425] Ahmed-ibn-Soleiman, presso il _Riadh-en-nofûs_, fog. 28 recto.

[426] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 4. Il
personaggio di cui si parla è diverso dal celebre giurista
contemporaneo, Sehnûn-ibn-Sa'id.

[427] Soleiman-ibn-Amrân, presso il _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28
recto. Il _Baiân_, tomo I, p. 95, dice più brevemente che Ased si
presentò come candidato a Ziadet-Allah, e fu accettato.

[428] Presso il _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso.

[429] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 4.

[430] La voce che rendo “signoria” è _wilâia_ e _welâia_, che significa
l'autorità del capo di famiglia o tribù, d'indole diversa, come ognun
sa, dalla signoria dei baroni nel medio evo. Avrei tradotto “clientela,”
se questa voce, posta assolutamente, non ci avesse trasportato a Roma
antica, e dato così un significato assai più lontano.

[431] Sceikh anonimo, citata da Abu-'l-Arab, scrittore della prima metà
del X secolo, presso il _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso.

[432] Ibn-Khaldûn, _Histoire des Berbères_, versione di M. De
Slane, tomo I, p. 277, e testo arabico tomo I, p. 179. Vi è
nominato un condottiero di questa tribù che combattè in Sicilia,
Zowâwa-ibn-Ne'am-el-Half.

[433] Ciò si ricava dal fatto che ho narrato nel Lib. I, cap. VI, p.
142.

[434] _Baiân_, tomo I, p. 95.

[435] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 4. Il _Baiân_,
l. c., dice 700 cavalli, e grandissimo numero di fanti; Ibn-Abbâr, MS.,
fog. 148 verso, 10,000 uomini, dei quali 700 cavalli; Abu-'l-Arab,
citato nel _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso, dà ad Ased 10,000
cavalli; Ibn-Wuedran, MS., § 1, e versione francese di M. Cherbonneau,
_Revue de l'Orient_, décembre 1853, p. 424, citando Ibn-Rascîk, autore
dell'XI secolo, dice che l'esercito sommò a un dipresso a ventimila
uomini; Ibn-abi-Dinâr (El-Kaïrouani), versione francese, p. 83, a un
dipresso a diecimila.

[436] Abulfeda, _Géographie_, versione francese, tomo II, p. 199;
Tigiani, nel _Journal Asiatique_, août 1852, p. 104; Ibn-abi-Dinâr, loc.
cit.

[437] Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 4.
Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn portano la sola data del mese. Nowairi fa
cadere il 15 rebi' 1º (16 è errore corso nella versione di M. Caussin e
del Di Gregorio) in giorno di sabato. Fu veramente un giovedì. Il
Rampoldi fa combattere due battaglie navali in questo passaggio; la
origine del quale errore si vegga nel capitolo seguente, p. 287, nota 2.

[438] Nowairi, loc. cit.

[439] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de
l'Afrique et de la Sicile_, pag. 106. M. Des Vergers, secondo il MS. di
Parigi ha tradotto questo passo: “Les Arabes se tenaient d'abord (par
défiance) a l'écart du chef de l'île et des Grecs de son parti; mais
s'étant ensuite réunis, ils mirent en fuite Palata et son armée, dont
ils pillèrent tous les bagages.” Ma la lezione del MS. di Parigi è
manifestamente erronea, e va corretta con quella di un MS. di Tunis, del
quale io ho alcuni estratti. Indi convien tradurre: “Il Palata venne
alle mani con gli Arabi; i quali fecero mettere in disparte il capo
(Eufemio) e tutti gli altri Greci che (insieme con lui) li avean
chiamato in aiuto contro il Palata e sua fazione. Sconfitto il Palata e
i suoi, gli Arabi fecero bottino della roba loro, e il Palata fuggissi.”

Ibn-el-Athîr e Nowairi dicon solo del comando dato di mettersi in
disparte: e l'ultimo aggiugne che Ased “non volle aiuto da lui.” Questa
è la frase che il Di Gregorio, guastando testo e versione francese, rese
in latino: _eorum etenim fidem expertus non fuerat._

Secondo il _Riadh-en-nofûs_, la divisa fu un poco di Hascisc, che in
generale significa “erba secca,” e anche pianta.

[440] Soleiman-ibn-Sâlem, presso il _Riadh-en-nofûs_, loc. cit., con la
salvaguardia d'un “si dice.” Replicarono questa esagerazione.
Ibn-Rascîk, citato da Ibn-Wuedran e Ibn-abi-Dinâr che lo copia.

[441] Nowairi, loc. cit. Moltissimi luoghi in Sicilia chiamansi
_Balata_, che è la voce latina _platea_, guasta dagli Arabi nel suono e
nel significato, e in oggi nel dialetto dell'isola significa “pietra da
lastrico,” e altresì “pietra viva e liscia, non tolta per anco dal
monte.” Pertanto, non sapendosi nè donde venisse il Palata, nè a quanta
distanza l'andasse a incontrare Ased, sarebbe difficile determinare il
luogo della battaglia, anche supponendo che ritenga tuttavia il nome.
Nondimeno v'ha a sei miglia da Mazara un promontorio, detto da Edrisi
_Râs-el-Belât_, e in oggi capo Granitola o punta di Sorello, che si
stende in una vastissima pianura in parte paludosa, _margiu_, come noi
diciamo in dialetto. La uscita di Ased da Mazara in ordinanza e la
ritirata dell'esercito siciliano verso Castrogiovanni convengono
benissimo ad una battaglia data in quella pianura. M. Famin, _Histoire
des Invasions des Sarrazins en Italie_, tomo I, p. 150 in nota, promette
dimostrare in appresso che la battaglia si diè a Platani, castello
distrutto. Gli argomenti suoi, che non conosciamo per anco, possono
esser due: la vicinanza del luogo e la somiglianza del nome. Ma il luogo
è lontano da Mazara cinquanta miglia, e secondo Edrisi dovrebbe dirsi
70; il che non si accorda con la marcia in ordinanza. Il nome è diverso;
poichè gli Arabi, Nowairi con gli altri, nominando quel castello di
Platani che si arrese ai Musulmani l'840, scrivono Iblâtanû, non già
Belât.

[442] Il testo del Nowairi dice che Ased uscì di Mazara _'alâ ta'bia_
per andare a trovare il Palata nella pianura Palata o Balata. M.
Caussin, padre, prese _ta'bia_ per nome di luogo, e tirossi dietro il Di
Gregorio, che per giunta soppresse nel testo la preposizione _'alâ_, che
vuol dire: “sopra, in, in stato di.” Indi tradussero, l'uno: _marcha
vers Taabia_; e l'altro: _progressus exinde fuit ex Mazara ad Taabiam_.
Ma _ta'bia_ significa “schiera, ordinanza, ordine di battaglia;” e il
Nowairi un rigo sotto replica il verbo _'aba_, dal quale viene tal voce;
oltrechè se si trattasse di nome di luogo qualunque arabo gli avrebbe
messo innanzi la preposizione _ila_, “verso, alla volta di,” e non già
_'alâ_. Ibn-el-Athîr usa anch'egli in altro caso della guerra di Sicilia
la voce _ta'bia_ nel senso di schiera, ordinanza. Però non v'ha il
menomo dubbio alla correzione che io fo: “Indi Ased cavalcò in ordinanza
da Mazara per andare a trovare il Palata, il quale stava in una pianura
che ebbe lo stesso nome di lui.”

[443] Così pare, poichè sappiamo dai Musulmani lo sbarco il 13 giugno, e
la _Cronica di Cambridge_, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p.
41, porta la occupazione dell'isola a mezzo luglio 6335, notando, com'è
probabile, lo evento più segnalato, che fu questa battaglia.

[444] Oltre i molti esempii nelle battaglie, questa usanza è attestata
nella Tattica dell'imperatore Leone, versione francese, p. 122.

[445] Presso il _Riadh-en-nofûs_, l. c. L'autore aggiugne il comento che
“Barbari della costiera” alludesse a que' che avean preso la fuga nella
prima battaglia data da' Musulmani in Affrica. Forse fu questa
ricordanza che suggerì di dare 150,000 uomini al Palata, come se n'erano
supposti 120,000 nell'esercito di Gregorio.

[446] La ritirata del vinto a Castrogiovanni è riferita dal Nowairi,
presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 5. Il rimanente da Nowairi
stesso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto; MS. C, tomo IV,
fog, 191; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 106.

[447] Il solo Nowairi, l. c., indica il cammino tenuto dall'esercito
musulmano pria che giugnesse ad Acri. Ei ne nomina due luoghi soli, il
primo dei quali basta al proposito nostro, poichè si dice espressamente
posto sul mare. E veramente il più breve e facile viaggio da Mazara a
Siracusa corre lungo la marina fino a Terranova, e di là continua tra i
monti quasi in linea retta. Secondo l'Itinerario d'Antonino, questo
viaggio seguirebbe in parte il primo, e in parte il secondo dei sentieri
di posta dei Romani tra Girgenti e Siracusa; l'uno dei quali costeggiava
sempre il mare, e l'altro mai nol toccava. Il punto di ravvicinamento di
questi sentieri era nelle poste di _Plaga Calvisianis_ del primo, ed
_Hybla Haerea_ del secondo, situate l'una presso Terranova, e l'altra
presso Chiaramonte; tra le quali due stazioni l'Itinerario non segna
strada; ma v'ha oggi, e di certo non mancava al tempo dei Romani.

Determinata così con certezza la marcia di Ased, ci rimane a trovare i
due punti di questa linea nominati dal cronista. Dell'uno ei dice che fu
“la Chiesa di Eufemia, quella ch'è in sul mare.” Qui in luogo di Eufemia
leggerei Finzia; perchè questo nome nella scrittura arabica differirebbe
poco dal primo; e sopratutto perchè la stazione più notabile del detto
viaggio era appunto Licata, l'antica Phinthia, fabbricata sopra una rupe
ch'esce in penisola alla foce del Salso.

Il secondo nome geografico si legge in vario modo nei due MSS. di
Nowairi; dei quali il più corretto ha: “La Chiesa di _elm s l kîn_”
(senza vocali brevi), e l'altro di: “_elsci l kîn._” Invano ho cercato
nella geografia antica, arabica, o moderna, qualche nome che somigli a
cotesto. Pur dalla narrazione di Nowairi argomenterei volentieri che il
sito fosse il promontorio ch'or si chiama la Pietra di San Nicola, tra
Licata e Terranova, il quale nello Itinerario d'Antonino è chiamato
_Refugium Gelæ_, e posto a cinque miglia romane a levante da Licata, e
in Edrisi ha nome di _Marsa-es-Sceluk_ ad otto miglia arabiche dalla
foce del Salso. Non manca qualche debole assonanza tra i nomi.

La conghiettura che si trattasse di Sciacca non mi par che regga.
Oltrechè questo nome è al certo arabico, e però posteriore all'evento; e
oltre ch'è assai diverso da quello dei MSS., Sciacca si trova troppo
presso al luogo donde partiva Ased, e troppo lungi da Siracusa.
D'altronde, il solo autore di quella conghiettura, M. Caussin padre, la
ritrattò nella versione francese del Nowairi, pubblicata da lui stesso.
Veggasi la p. 14 di quell'opuscolo.

[448] Nella più parte dei MSS., ove si dice di questa fortezza, il nome
è scritto variamente. Dei due esemplari di Ibn-el-Athîr, il MS. A mostra
(al solito senza vocali brevi) le lettere _elk râ_, e in fine una senza
punti diacritici, che si potrebbe leggere _b_, _t_, ovvero _th_. Il MS.
C ha _elk rrâth_ assai nitidamente; ma la chiarezza può venire benissimo
dalla ignoranza di chi scrivea questo nome geografico, come il noto
vocabolo _kerrâth_, che significa “porro,” e ch'è altresì nome di luogo;
e tra gli altri d'un isolotto alla punta di Capo Passaro, detto anche
oggi l'isola dei Porri: nudo scoglio del quale al certo non si tratta
nel caso presente. Passando a Ibn-Khaldûn, il testo pubblicato da M. Des
Vergers secondo il MS. di Parigi ha _elk râd_; e quello di un MS. di
Tunis (il quale mi par migliore) ha _elk rat_. Questa ultima lezione
anche troviamo in entrambi i MSS. del Nowairi; sendo errore della
edizione del Di Gregorio la lettera _hé_ (26ma dell'alfabeto arabico
d'oriente) sostituita alla _t_ (terza lettera).

Or la lezione del Nowairi e del MS. tunisino d'Ibn-Khaldûn mi par che
renda quasi esattamente il nome di Acri: città notissima nella Sicilia
antica; rimasta in piè certamente infino al quinto secolo, come lo
mostrano lo Itinerario d'Antonino, le tavole di Peutinger e gli emblemi
cristiani trovati nel nostro secolo tra le sue rovine; e di più,
importante per lo sito, e posta proprio su la strada che dovea fare
Ased. La terminazione in arabico col suono di _Kerât_ non sarebbe più
viziosa di tante altre che ne conosciamo di nomi geografici greci e
latini storpiati dagli Arabi, e viceversa. Per altro ad aggiustarla
basterebbe togliere la lettera _l_ dell'articolo arabico, ovvero
aggiungere dopo quella una _a_, di modo che facesse _Akrât_ ovvero
_el-Akrât_. La desinenza _ât_, appartenendo al plurale femminino della
lingua arabica, renderebbe appunto la forma analoga αὶ Ἄκραι ed _Acrae_
che usavano nel nome di questa città i Greci e i Latini, insieme con
altre meno esatte, come Ἄκραιαι ed _Agris_.

Il Di Gregorio in nota al Nowairi, l. c., ha ricordato, a proposito di
questa fortezza, il nome di _Alcharet_, che leggesi in un diploma del
1082; ma poco ci giova, poichè il sito di _Alcharet_ si ignora, e forse
si dee cercare ad Alcara delli Fusi, su le montagne che sovrastano alla
costiera settentrionale. Meno lungi da Siracusa, ma pur troppo pel caso
nostro, sarebbe Valguarnera Caropini (leggasi Caropipi), terra presso
Castrogiovanni, alla quale pensò M. Des Vergers, p. 106 della versione
di Ibn-Khaldûn, credendo preferibile alle altre lezioni quella del MS. A
di Ibn-el-Athîr, e leggendovi _elk râb_.

[449] Ibn-el-Athîr; Ibn-Khaldûn; Nowairi, ll. cc.

[450] Johannes Diaconus, _Chronicon Episc. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ_,
presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p.
312, dice pagato il tributo di 50,000 soldi dai Siracusani prima della
occupazione di Palermo. Dalla serie del fatti si vedrà che il pagamento
non potè aver luogo dopo il tempo in cui l'ho messo. Ibn-el-Athîr narra
le dette pratiche in modo da far supporre che fosse stata pagata una
parte della taglia.

[451] Il testo dice precisamente _haul_ “in giro.”

[452] Veggasi il capo X del presente libro. Questo quartiere era stato,
probabilmente, ristorato ai tempi di Augusto.

[453] Ibn-el-Athîr, l. c., narra l'occupazione delle caverne e l'assedio
di Siracusa cominciato per terra e per mare; il _Baiân_, tomo I, p. 95,
l'assedio per terra e per mare, l'arsione delle navi degli assediati, e
l'uccisione di lor gente. Queste due croniche ed altre dicon che _poi
vennero_ gli aiuti d'Affrica; e mi pare evidente che Ased li avesse
richiesto.

[454] Questi pare il Sehnûn-ibn-Kâdim che avea sconsigliato l'impresa.
Veggasi a p. 260.

[455] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 28 verso, racconto di
Soleiman-ibn-Sâlem. Quivi non si porta data; ma la condizione
dell'esercito affamato e la conchiusione del racconto non lascian dubbio
che il fatto debba riferirsi al lungo assedio di Siracusa.

[456] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn fanno menzione soltanto di rinforzi
d'Affrica; ma Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 5, e
il _Baiân_, tomo I, p. 95, parlano espressamente di Affricani e di
Spagnuoli. Credo che questi ultimi venissero di Creta; perchè non è
probabile che gli Omeîadi di Spagna mandassero l'armata loro insieme con
l'affricana, e perchè il Marrekosci, testo arabo, edizione di Dozy, p.
14, dice che alcuni Spagnuoli di Creta passarono in Sicilia.

[457] Johannis Diaconi, _Chronicon Venetum_, presso Pertz, _Scriptores_,
tomo VII, p. 16, sotto l'anno 827.

[458] Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicilie_, p. 43 del
testo, e 106, 107 della versione, narra che, mentre Ased stava a campo a
Siracusa, gli aiuti di Affrica assediarono Palermo; che i Greci
assalirono Ased e furono rotti; e che Ased, morto del 213, fu sepolto a
Palermo. Nella pagina seguente, Ibn-Khaldûn dice presa Palermo il 217.
Vi ha dunque una manifesta confusione di tempi. Il nome di Palermo fu
messo al certo per errore nella guerra del 212 e 213, e l'errore nacque
dalla menzione che Ibn-el-Athîr, o altro cronista più antico, avea fatto
del governatore di Palermo, intendendo del bizantino non già del
musulmano. L'assedio di Palermo nel 213 è inverosimile o piuttosto
impossibile. Da un'altra mano il Nowairi, senza fare menzione della
battaglia, dice arrivati i navilii d'Affrica e di Spagna, e indi
rincalzato l'assedio di Siracusa. Il _Riadh-en-nofûs_, all'incontro,
senza parlare di aiuti, attribuisce ad Ased una seconda strepitosa
vittoria. Parrebbe da tutto ciò che la battaglia fosse combattuta sotto
Siracusa.

[459] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto e verso; MS, C, fog.
191 verso. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, l. c., il quale nel testo dice che
gli assediati respinsero i Greci venuti ad assalirli sotto Siracusa.

[460] L'assedio par che cominciasse verso la fine di luglio 827.

[461] Il Nowairi, l. c., scrive che i Siracusani chiedeano l'_amân_, che
Ased lo voleva accordare, e che i Musulmani si ostinarono a continuare
le ostilità. Credo più tosto un errore di questo compilatore, che mutata
improvvisamente l'indole di Ased.

[462] Veggasi qui appresso la fuga degli statichi che erano nel campo
musulmano. Il _Riadh-en-nofûs_, MS. fog. 26 recto, nel narrare la morte
di Ased, dice delle molte vittorie riportate e città soggiogate.

[463] Secondo il _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 26 recto, morì di ferite,
di rebi' secondo del 213 (tra giugno e luglio 828) e fu sepolto nel
campo; lo stesso dice Ibn-Rascik, citato da Ibn-Wuedrân, § 1, senza
spiegare la causa della morte; così anche Ibn-abi-Dinar (el-Kaïrouani),
_Histoire de l'Afrique_, p. 85; e testo, MS., fog. 20 verso. Il _Baiân_,
tomo I, p, 95, reca la morte dal mese di regeb (tra settembre e
ottobre); Nowairi, presso Di Gregorio _Rerum Arabicarum_, p. 5, di
scia'bân (tra ottobre e novembre): Ibn-Abhâr, MS,, fog. 148 verso;
Ibn-el-Athîr, l. c.,; e Ibn-Khaldûn, l. c., non portano altra data che
dell'anno 213. Ibn-el-Athîr lo dice morto della pestilenza; il Nowairi,
in generale di malattia.

[464] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 26 recto.

[465] _Baiân_, tomo I, p. 96.

[466] Così dicono espressamente Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum
Arabicarum_, p. 5, e il _Baiân_, l. c. Ibn-el-Athîr, e Ibn-Khaldûn
portano senz'altro che Mohammed-ibn-abi-'l-Gewâri succedea nel comando.
Questo nome patronimico è dato dai migliori MSS., e in altri sbagliato.
In una moneta, della quale ci occorrerà far menzione, è scritto
Ibn-el-Gewâri; e però, non ostante l'autorità dei cronisti, mi è parso
seguire questa lezione.

[467] Einhardus, _Annales_, presso Pertz, _Scriptores_, tomo I, p. 217,
anno 828; e presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo II,
parte I, p. 519. Veggansi gli _Annali_ del Muratori, sotto il medesimo
anno.

[468] _Riadh-en-nofûs_, MS., fog. 52 verso, senza data. Il giurista
Sehnûn, padre di Mohammed, è diverso dal Sehnûn-ibn-Kâdim di cui abbiam
detto. Ei si chiamava Abu-Sa'îd-Abd-es-Selâm-ibn-Sa'îd, e gli diceano
Sehnûn, per lode o ingiuria. Debbo avvertire che secondo la biografia di
Mohammed-ibn-Sehnûn, questi nacque il 202 dell'egira (817); onde il
combattimento suo con gli Italiani si dovrebbe supporre diverso da
quello dell'828. Invece di raddoppiare questo fatto, mi par più naturale
credere a uno sbaglio nella data della nascita di Mohammed. Pare che
Mohammed-ibn-Sehnûn fosse officiale delle milizie, leggendosi in fine
che da quel dì in poi montò sempre cavalli andando a far la ispezione.

[469] Il ribelle 'Amer-ibn-Nafi' si difese in Tunis fino alla sua morte,
che seguì di giugno 829.

[470] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, MS. C,
tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 107; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 5,
6.

[471] Leggenda della traslazione del corpo di Sant'Agrippina, epitome
del martirio e canone acrostico, dei quali il Gaetani, _Vitæ Sanctorum
Siculorum_, tomo I, p. 18 seg., diè le versioni latine, e i Bollandisti,
_Acta Sanctorum_, mese di giugno, tomo IV, p. 458 seg., inserirono le
versioni, col testo greco dell'epitome e del canone. Questi al giudizio
dei Bollandisti furono scritti nel X o XI secolo in Sicilia. La critica
degli stessi dotti editori ha tolto alcuni dubbi del Gaetani,
correggendo il tempo del martirio di Agrippina, e mostrando che il
supposto miracolo fosse operato contro i Musulmani e non contro gli
Iconoclasti. L'epitome, dettata, come parmi, prima del canone, è più
castigata: _Agareni vero, cum præsumpsissent depredari propugnaculum
templi ejus, omnigena morte interierunt_ (άπολεία παντελεῖ παρεδώθησαν)
che meglio si renderebbe: “furono compiutamente esterminati.” Il canone,
come scritto in versi, aggiugne un po' di colore, che: Santa Agrippina
come una colomba d'oro armata d'una croce distruggea gli Infedeli che di
notte assalivano il suo castello, ec.

[472] Ibn-el-Athîr alla fine del capitolo su la prima guerra di Sicilia
scrive i nomi delle città più rilevanti, lettera per lettera secondo
l'uso degli Arabi. L'ortografia che assegna al nome di questa città è,
_mim_, _ia_, _nun_, _alef_, _waw_, cioè Minâw. MS. A, tom. I, fog. 125
verso.

[473] Nel MS. del Beladori della Biblioteca di Leyde, nº 772, del
catalogo stampato del Dozy, p. 275, del MS., non si vede il
raddoppiamento della n; ma ce lo dà Ibn-el-Athîr, l. c., scrivendo:
_kaf_, _sad_, _ra_, _ia_, _alef_, _nun_ raddoppiata, _he_.

[474] Ho messo insieme i particolari di questo misfatto, riferiti
variamente dal Nowairi presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 6, e
dalla cronica imperiale, _Theophanes continuatus_, libro II, cap. XXVII,
p. 82, 83. Narra più brevemente quest'assassinio Ibn-el-Athîr, MS. A,
tomo I, fog. 123 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso, e l'accenna
appena Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 107.
Quivi in luogo di Mazara si legga Mineo, come hanno chiaramente i MSS.
di Ibn-el-Athîr e di Nowairi. Quanto al luogo dell'uccisione d'Eufemio,
ho seguito i cronisti arabi, non il bizantino che le porta a Siracusa.
Nella versione del Nowairi si corregga la frase del Di Gregorio _in
terram procubuere manus ipsius comprehensuri_, e si segua quella del
Caussin _comme pour se prosterner devant lui_, o meglio si sostituisca:
_in atto di baciar la terra innanzi i suoi piè._ Il Rampoldi, _Annali
Musulmani_, citando Nowairi, che punto nol dice, fa andare Eufemio ad
Enna “con un corpo dei suoi aderenti rinforzato da circa 1000
Affricani.”

[475] Veggasi il I capitolo del presente Libro, pag. 247, nota 1.

[476] Non essendo stato giammai a Castrogiovanni, mi sono affidato alle
descrizioni altrui e alle notizie scritte dal diligentissimo D'Amico nel
_Lexicon Topographicum Siciliæ_.

[477] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e Nowairi, ll. cc.

[478] Il simbolo va letto non _Ali_, nè in alcuno degli altri modi mal
trovati dai numismati del secolo passato, ma certamente _gheleb_, verbo
trilitere che significa “occupa, conquista, vince,” e, preso
all'ottativo, “conquisti, vinca etc.” Da questo verbo deriva l'aggettivo
_Aghlab_ che era insieme il nome patronimico della dinastia. Indi si
capisce la etimologia di tal simbolo, il significato particolare che
dava unito alla voce _Ziadet-Allah_, ossia “trionfi la fortuna accordata
da Dio,” e il doppio scherzo di parole contenuto nella leggenda.

Veggasi Tychsen _Additamentum I introductionis in rem nummariam
Muhammedanorum_, § 1, p. 40, e 41. Nell'esemplare di Parigi il nome
el-Gewâri è preceduto dalla voce _bnu_ (figliuolo), non da _abi_ come
lesse il Tychsen. La formula in giro della faccia dritta è cavata dalla
sura IX, verso 33, del Corano.

Il signor Mortillaro, _Opere_, tomo III, p. 343, non avendo sotto gli
occhi che il disegno pubblicato dal Tychsen, credè questo dirhem falsato
e “avanzo della impostura di Vella.” Ma basta guardare il bel conio
dell'esemplare di Parigi per dileguare ogni dubbio di falsificazione: e
basta notare la esattezza delle formule e la correzione dell'ortografia
e della grammatica per sincerarsi che l'ignorante Vella non ci ebbe che
fare.

Nel Museo di Parigi non v'ha ricordi scritti nè tradizione, da poter
affermare o negare che questo esemplare fosse il medesimo di Tychsen.

[479] Scrivo questo nome secondo il MS. A di Ibn-el-Athîr. Nel MS. C, si
legge men distinto. Il testo stampato d'Ibn Khaldûn ha “Ibn-'A w n” e un
MS. di Tunis del medesimo autore “Ibn-'A w m;” Nowairi, secondo ambo i
MSS. “Z h r-ibn-Borghuth.” Ghauth è nome di tribù arabica della schiatta
di Kahtân.

[480] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, e MS. C,
tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la
Sicile_, p. 108; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 6,
7.

Ho fissato la data ritenendo la morte d'Ibn-Gewâri nei primi del 214,
come risulta comparando la leggenda del dirhem e lo attestato di
Nowairi, e pigliando dal _Baiân_, il quale è molto preciso, il tempo
dell'arrivo dell'armata spagnuola in Sicilia, la quale liberò i
Musulmani dall'imminente sterminio. Le vicende della guerra, raccontate
da Ibn-el-Athîr con poco divario nella cronologia, stanno benissimo
entro questi due termini.

[481] Si pronunzii come se si leggesse in francese Ferghaloûch, o in
inglese Ferghalûsh. I nostri antichi lo avrebbero scritto Fergaluscio.

[482] Il _Baiân_, più diligente in questo che le altre croniche, porta
l'arrivo di Asbagh e le sue promesse il 214, e l'aiuto efficace suo il
215. Così abbiamo il bandolo da sviluppare i racconti contraddittorii di
Ibn-el-Athîr e Nowairi; il primo dei quali fa venire una poderosa armata
d'Affrica e nel 214; il secondo, di Spagna e nel 215.

[483] Johannis Diaconi, _Chronicon Venetum_, presso Pertz, _Scriptores_,
tomo VII, p. 16. È incerto l'anno di questa seconda impresa, poichè il
cronista assegna data solo alla prima, cioè dell'827, e della seconda
dice che fosse mandata dal doge succeduto a Giustiniano Partecipazio, il
quale si sa d'altronde che morì l'829.

Si riscontri il Dandolo, lib. VIII, cap. II, §i 1 e 9 presso il
Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo XII, e la _Cronica
Altinate_, nello _Archivio Storico Italiano_, tomo VIII, p. 20.

Il Rampoldi, _Annali Musulmani_, tomo IV, p. 237, muta le due imprese
dell'827 ed 829, o 30, in due “forti combattimenti ch'ebbe a sostenere
Ased traversando da Susa a Mazara con una flotta di Veneziani alleati
dell'imperatore.” E quel ch'è peggio, egli cita Nowairi, il quale non
dice una parola di questi fatti.

Il Martorana, _Notizie Storiche_ ec., tomo I, p. 39, fa venire il
naviglio greco l'830, sotto il comando di Teofilo, mandato dal padre
Michele il Balbo (ch'era morto l'829), e fa abbottinare contro Teofilo
l'armata veneziana. Delle sue citazioni a questo proposito l'una è
inesatta, l'altra non vale.

[484] Ibn-el-Athîr.

[485] Ricordisi che Ibn-el-Athîr qui parla solo di aiuti d'Affrica; ma
nel progresso della guerra fa menzione delli Spagnuoli in modo da
doverli supporre assai numerosi.

[486] Il _Baiân_.

[487] Nowairi.

[488] _Baiân._

[489] Nowairi.

[490] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 recto; e MS. C,
tomo IV, fog. 191 verso; _Baiân_, tomo I, p. 96; Nowairi presso Di
Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 7; Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique
et de la Sicile_, p. 108; _Chronicon Cantabrigiense_, presso Di
Gregorio, op. cit., p. 41.

Questa sola cronica porta la morte di Teodoto, e la dice seguita l'anno
dell'era costantinopolitana 6339, quando fu presa dai Musulmani una
città il cui nome nel testo arabico si legge _misawa_. Il Nowairi porta
la sconfitta di Teodoto sotto Mineo, e ch'ei si rifuggisse a
Castrogiovanni del mese di giumadi secondo del 215, cioè dal 25 luglio
al 22 agosto 830, e però pochi giorni innanzi il principio del 6339, che
corre dal 1 settembre 830 al 31 agosto 831. Ibn-el-Athîr e il _Baiân_
dicono anche levato l'assedio da Mineo. Or questo nome, scritto in
arabico _minâw_, si può scambiare facilmente con quel della cronica di
Cambridge confondendovi le due lettere _i n_ sì che rassomiglino ad una
_s_. Però ho creduto di correggere l'arbitraria lezione di Messina che
si era adottata nelle versioni di detta cronica. Si leggano con questa
avvertenza i passi corrispondenti del Martorana, tom. I, pag. 41, e del
Wenrich, lib. I, cap. IV, §37. Nell'831, quand'essi registrano la presa
di Messina, gli Arabi combatteano ben lungi da quella provincia.

[491] Callonianis è una delle poste di cavalli nella nuova linea che
s'era aperta, al dir dello Itinerario, tra Catania e Girgenti. Veggasi
la edizione di M. Fortia d'Urbain, _Itinéraires des anciens_, p. 27.

[492] _Baiân_, tomo I, p. 97.

[493] Nowairi presso Di Gregorio, op. cit., p. 7, assegna questa data al
principio dell'assedio di Palermo, e la seguo, adattandosi bene alla
narrazione d'Ibn-el-Athîr, al quale dobbiamo i particolari dello
assedio.

[494] Ibn-el-Athîr, come si dirà a suo luogo, fa cenno delle aspre
contese che sorgeano tra Africani e Spagnuoli dopo la reddizione di
Palermo. Perciò gli Spagnuoli eran molti; e si dee necessariamente
supporre che tutti, o i più, fossero venuti con Asbagh, e non rimasti
degli aiuti Spagnuoli che accompagnarono Ased, o sopraggiunsero
all'assedio di Siracusa nell'827; dei quali pochissima parte potea
sopravvivere alla pestilenza, alle sconfitte di Castrogiovanni, e alla
fame di Mineo.

[495] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 recto; MS. C, tomo IV, fog.
191 verso. La cronaca di Cambridge presso il Di Gregorio, op. cit., p.
41, accenna la occupazione di Palermo il 6340, cioè dal 1º settembre 831
al 31 agosto 832. Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_,
p. 108, riferisce la dedizione di Palermo al 217, scambiando questo
fatto con quello di ordinarvi il governo, che veramente seguì nel 217.
Il Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 7, prolunga la
dedizione fino al mese di regeb del 220 (835), indotto in errore,
com'è manifesto, dal supporre che là città si fosse resa a un
Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab, ch'ei, per secondo sbaglio, suppone
preposto ai Musulmani di Sicilia in quell'anno.

La cronaca della Cava, nella edizione di Pratilli, _Historia Principum
Langobardorum_, tomo IV, p. 391, reca la presa di Palermo l'anno 832; ma
questa è manifestamente la notizia della Cronica di Cambridge
_interpolata_ dal Pratilli con quella misera frode che si può sospettare
dalle sue proprie parole (stesso volume, p. 381), e che ormai è chiarita
dopo le ricerche del Pertz e del Köpke, _Archiv für ältere Teutsche
Geschichts Kunde_.

[496] Johannes Diaconus, _Chronica episcoporum Sanctæ Neapol. Eccl._,
presso Muratori, _Rerum Italicarum Scriptores_, tomo I, parte II, p.
313, dice presa la città, e liberato col vescovo Luca e pochi altri lo
spatario Simeone. Par che questi fosse il governatore.

[497] Ibn-el-Athîr, l. c., scrive che il governatore (_sâheb_) di
Palermo chiese ed ottenne l'_amân_ per la propria persona e della sua
gente (_ahl_) e per la “sua” roba (_mâl_, ossia beni mobili). La vaga
significazione della voce _ahl_ che or s'intende della famiglia o gente
di casa, or del popolo, non ci permette di definire questa prima
condizione del patto. Ma aggiungendosi che il governatore e i suoi se ne
andavano per mare, è da credere che si trattasse di pochi ottimati, non
di tutti gli abitanti. Quanto alla seconda clausola, Ibn-el-Athîr dice
assicurata la roba “sua,” cioè del governatore, non la roba “loro,” come
avrebbe scritto se ciò fosse stato accordato a tutti i cittadini.

Convengono così fatte espressioni con quelle di Giovanni Diacono, citato
di sopra: _Ad postremum vero capientes Panormitanam provinciam, cunctos
ejus habitatores in captivitatem dederunt. Tantummodo Lucas ejusdem
oppidi electus et Symeon spatharius cum paucis sunt exinde liberati._

Come si debba intendere questa cattività sarà detto quando tratteremo in
generale della condizione dei Cristiani di Sicilia sotto i Musulmani, la
quale non era uguale in tutti i luoghi. Intanto si ritenga che a que' di
Palermo non fu lasciato il possesso di beni stabili. Ciò mi par che
risalti manifesto dalle parole d'Ibn-el-Athîr e di Giovanni Diacono.

Il Nowairi, non badando alta importanza del passo analogo della cronica
ch'egli ebbe sotto gli occhi come Ibn-el-Athîr, dice in generale presa
Palermo con l'_amân_, ossia a patti. Da ciò il Di Gregorio suppose
accordate _tutte_ le solite condizioni dello amân che si dava alle
città; e ne spiegò alcune nella nota (c) al Nowairi, nell'opera citata,
p. 7. Ma le condizioni, massime in fatto di proprietà, non erano nè
poteano essere uguali in ogni luogo.

[498] Gaetani, _Vitæ Sanctorum Siculorum_, tomo II, p. 42, vita di San
Filareto; e la stessa nella collezione dei Bollandisti, _Acta
Sanctorum_, dì 8 aprile.

[499] Veggansi presso Francesco Aprile, _Della Cronologia universale
della Sicilia_, pag. 487.

[500] Mongitore, _Palerm. santif._, p. 164, che io cito su la citazione
dello Aprile. Il Mongitore cavò queste notizie da un MS, del P. Angelo
Sinesio, primo abate nel 1352. Della storia del monastero di
San Martino presso Palermo v'ha un MS. nella Biblioteca imperiale
di Parigi, intitolato _Chronica Monasterii S. Martini de Scalis_
(Saint-Germain-des-Prés, nº 590). Questa compilazione fu fatta in
Sicilia nei principii del XVIII secolo, e indirizzata al P. Massuet
della congregazione di St. Maur.

[501] MS. A, tomo I, fog. 124; MS. C, tomo IV, fog. 102 recto.

[502] _Baiân_, tomo I, p. 97, nell'anno 216; Ibn-Abbar, MS., fog. 35
recto, porta la data del 217.

[503] Nowairi, _Conquête de l'Afrique_, in appendice a Ibn-Khaldûn,
_Histoire des Berbères_, versione di M. De Slane, tomo I, p. 409.
Veggasi anche Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_,
traduz. di M. Des Vergers, p. 101.

[504] _Baiân_, tomo I, p. 97, nel 217. Leggendosi forse in alcuna delle
cronache antiche che il primo luogotenente musulmano di Sicilia fosse
stato eletto immediatamente dopo la dedizione di Palermo, Ibn-Khaldûn,
versione di Des Vergers, op. cit. riferisce la dedizione al 217, quando
venne, non al 216 quando fu eletto, Mohammed-ibn-Abd-Allah (Abu-Fihr).
Un doppio errore, di confondere cioè le date delle elezioni e i nomi dei
primi governatori, condusse il Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum
Arabicarum_, p. 7, a differire la presa di Palermo, fino al 220, e far
cominciare il governo di Mohammed-ibn-Abd-Allah in quest'anno nel quale
appunto ei fu ucciso.

[505] Ibn-el-Athîr, l. c.

[506] Negli annali arabi il titolo assoluto di _Sâheb_ è adoperato
promiscuamente con _Malek_ (re), e lo dicono degli imperatori di
Costantinopoli, dei re normanni di Sicilia, ec. Determinato da una
seconda voce, prende altro significato: per esempio _Sâheb-es-sciorta_,
“prefetto di polizia;” _Saheb-el-istûl_, “capitano del navilio,” ec. In
origine _Sâheb_ significa “compagno.” Chi sa se non vollero tradurre il
titolo di _comes_?

[507] Veggasi il Libro I, capitolo VI, p. 147.

[508] _Baiân_, tomo I, p. 98-99. Non si dice il nome; ma par che si
tratti dello stesso cadi del Kairewân Abu-Mohriz, del quale si è detto
di sopra; certo di un personaggio riverito molto dal principe, e pio o
grande al segno da vietare gli onori funebri che si aspettava da costui.
Tuttavia dubito di qualche errore, poichè il _Riadh-en-nofûs_ non fa
menzione di ciò nella biografia di Abu-Mohriz.

[509] Tychsen, _Additamentum I introductionis in rem nummariam
Muhammedanorum_, p. 43. Il rovescio è lo stesso del dirhem del 214, di
cui dicemmo a p. 283, 284. Il dritto ha la medesima formola religiosa,
il nome di Mohammed-ibn-Abd-Allah, e in giro: “In nome di Dio fu battuto
questo dirhem in Sicilia l'anno 220.” Quivi il nome dell'isola, scritto
_Iskilîa_, premettendosi, cioè, una _alef_, ricorda la pronunzia
maltese, e però l'abate Vella. Nondimeno, senza veder la moneta, non la
posso dichiarare spuria; tanto più che il Vella, com'io credo, falsificò
poche monete, e molte ne finse che punto non esisteano.

La leggenda di questo dirhem è stata ristampata dal signor Mortillaro,
_Opere_, tomo III, p. 344.

[510] Confrontinsi: _Theophanes continuatus_, lib. III, cap. 18, p. 107
a 109; Symeon Magister, nello stesso vol., p. 630 a 632; Georgius
Monachus, nello stesso volume, p. 794 a 796; e Leo Grammaticus, p. 216,
217. Il nome patronimico di Alessio si legge Musele, Μουσελέ, ma lo
correggo secondo il Saint-Martin, ch'è autorità competente, e lo scrive
_Mouschegh_ nelle note a Le Beau, _Histoire du Bas Empire_, lib. LXIX, §
21. Mi discosto dai due eruditi compilatori francesi circa il tempo
della missione di Alessio in Sicilia, che pongono nell'835; ma Symeon
Magister, molto preciso in questo racconto, riferisce la elezione
all'anno terzo di Teofilo, e il richiamo all'anno quarto, cioè agli anni
831-32 e 832-33, contandosi alla bizantina dal primo settembre e dalla
esaltazione di Teofilo, che seguì il primo ottobre 829.

[511] Confrontinsi Nowairi presso Di Gregorio, _Rerum Arabicarum_, p. 8,
e Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e gli altri cronisti citati nel capitolo VI
del presente libro, nella narrazione della presa di Castrogiovanni.

[512] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, dove si dicono
preposti allo stuolo mandato a Taormina, Mohammed e Sâlem. Credendolo
errore del MS., ho corretto Mohammed-ibn-Sâlem. Una parte di cotesti
avvenimenti manca nel MS. C, tomo IV, fog. 192 recto. Ibn-Khaldûn,
_Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 108, 109, dà un cenno della
terza fazione di Castrogiovanni e di quella di Taormina. Questo nome
d'altronde, che è scritto _Tarmîn_, si trova nel solo Ibn-Khaldûn, e nel
MS. d'Ibn-el-Athîr è lasciato in bianco. Il _Baiân_, tomo I, p. 98,
parla di una sola battaglia di Abu-Fihr, nel 220, e accenna in generale
“molte altre fazioni dei Musulmani in Sicilia e in Spagna, per mare e
per terra, combattute il medesimo anno.”

[513] Ibn-el-Athîr, MS. A, l. c., che dà al capitano greco il titolo di
patrizio e _Malek_ (re) della Sicilia. Breve cenno in Ibn-Khaldûn, l. c.

[514] Scrivo il nome secondo il _Baiân_, tomo I, p. 104, ove Ibrahim è
chiamato principe (_sâheb_) di Sicilia. A p. 98 e 99, questo libro fa
menzione di lui col solo soprannome di Abn-'l-Aghlab, che alla p. 98 si
legge, al certo erroneamente, Ibn-el-Aghlab.

Il _Baiân_ ci dà il bandolo d'una matassa in cui gli altri annalisti han
confuso questo personaggio con altri governatori di Sicilia; ed ecco in
qual modo.

Ibn-el-Athîr, citato di sopra, dà Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab
come già esercente la carica di governatore di Sicilia nel 220. Poi
narra ch'ei fu ucciso lo stesso anno, ed eletti successivamente dopo di
lui, Fadhl-ibn-Ia'kûb ed Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah. (MS. A,
tomo I, fog. 124 verso.) In ultimo, quasi dimenticando cotesti nomi e
date, registra nel 236 la morte di Mohammed-ibn-Abd-Allah, governatore
di Sicilia, dopo 19 anni di egregio governo; ma egli dubita di così
fatta tradizione, aggiungendo la solita frase di scappatoia: “Del resto,
la verità la sa Iddio.” (MS. A, tomo II, fog. 2 recto; MS. C, tomo IV,
fog. 212 recto.)

Ibn-Khaldûn, _Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 120; Abulfeda,
Annales Moslemici, ann. 237; Nowairi, presso Di Gregorio, _Rerum
Arabicarum_, p. 8, ed Ibn-Abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 20 verso e 21
recto, replicano il nome di Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab, e la
tradizione dei 19 anni di forte e savio governo, finito per morte il 236
o il 237 e cominciato, come dice il Nowairi con evidente sbaglio di
computo, il 225.

Ibn-Abbâr, infine (MS. della Società Asiatica di Parigi,
fog. 148 verso), porta il nome di Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn
-Abd-Allah-_ibn-Ibrahim_-ibn-el-Aghlab, che “assestò (dice egli),
ed egregiamente resse la Sicilia dall'anno 221 ch'ei vi fu mandato,
per tutto il tempo della sua vita.”

Comparando le quali testimonianze, e notando la fede che merita
ciascuna, è evidente lo errore di tutti gli altri, fuorchè il _Baiân_, e
Ibn-Abbâr; e che Ibn-el-Athîr, seguíto da Ibn-Khaldûn, che il vero nome
dapprima, e poi con troppa fretta ripetè lo errore altrui. Lo errore
stava nel confondere i tre anni di governo di Mohammed-ibn-Abd-Allah
(217 a 220), e i sedici di Ibrahim (220 a 236), e far dei due fratelli
un solo personaggio che avesse retto la Sicilia per 19 anni.

Chiarito or questo punto, rimarrebbe un sol dubbio, cioè se il padre di
Ibrahim, chiamato Abd-Allah, fosse stato figliuolo di quell'Aghlab, dal
quale prese nome la dinastia, ovvero del costui figliuolo Ibrahim primo
principe d'Affrica; e perciò se il governatore mandato in Sicilia il 220
fosse stato cugino germano di Ziadet-Allah, ovvero nipote, figliuolo
cioè del fratello che avea regnato prima di lui. Rimane il dubbio, io
dico, per lo nome di _Ibn-Ibrahim_ che si legge in Ibn-Abbâr, e ch'io ho
scritto in corsivo nella citazione; ma come il MS. di Ibn-Abbâr che ho
sotto gli occhi è copia moderna e scorretta, così io credo si debba
sopprimere questo grado di genealogia, e stare al nome dato dal _Baiân_.

[515] _Baiân_, tomo I, p. 98. La sola data dell'arrivo in Sicilia e il
nome del nuovo governatore Abu-'l-Aghlab-ibn-Ibrahim-ibn-Abd-Allah
leggonsi in Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, e Ibn-Khaldûn,
_Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 109.

[516] _Baiân_, l. c.

[517] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso.

[518] I Bizantini, il cui navilio fu sì formidabile per cagione dei
legni incendiarii, non chiamavanli con nome speciale. I _dromoni_,
ch'erano lor navi da fila, portavano uno o più tubi di metallo, onde
schizzava il fuoco greco alla guisa delle _lance a fuoco_ d'oggidì; e
gli artiglieri, drizzando quella lingua di fiamma come voleano, ardean
la nave nemica. Aveano oltre a ciò piccioli tubi, pentole e altri
artifizii di fuoco da lanciare a mano o con macchine. Veggansi a tal
proposito le _Institutions militaires de l'empereur Léon_, versione
francese del Maizeroi, p. 136 seg.; e Reinaud et Favé, _Du feu
grégeois_, pag. 103 a 112.

Presso i Musulmani il nome di (nave) incendiaria apparisce la prima
volta, credo io, verso l'813; facendosi menzione da Ibn-el-Athîr d'una
_harrâka_ con la quale il califo Amîn solea andare a diporto sul Tigri.
Poi, questa denominazione occorre al tempo delle Crociate nel
significato di barca da fiume, battello, gondola; ma tuttavia alcuni
scrittori arabi la definivano: “galea con un ordegno da gittar fuoco.”
Da tale contraddizione tra il nome e il fatto, è nato disparere su la
qualità di nave che si dovesse intendere sotto il nome di _harrâka_;
ostinandosi i dotti a credere che si trattasse sempre di una sola
qualità di nave: e le varie opinioni su tal punto si leggono nelle note
dei signori Reinaud, _Extraits etc. relatifs aux Croisades_, p. 415; ed
E. Quatremère, _Histoire des Sultans Mamlouks par Makrizi_, tomo I, p.
143, e tom. II, parte I, p. 24 e 25.

La menzione fatta delle _harrâke_ dei Musulmani, e sopratutto d'una dei
Bizantini, nei combattimenti di Sicilia, parmi che tronchi ormai la
lite, mostrando come in varii tempi e luoghi si addimandarono così or
navi da guerra, or barche da diporto o commercio. In simil guisa le
“bombarde” dell'Italia meridionale ritengon oggi lo antico nome,
ancorchè le si adoprino a traffico di cabotaggio e siano smesse nella
guerra.

Procedendo nelle conghietture, io penso che gli Arabi abbiano costruito
navi apposta, o almeno ingegni da incendiare, quando cominciarono ad
appropriarsi quel che poteano delle scienze ed arti de' Greci. In questo
particolare, come in parecchi altri, gli Arabi fallirono; e forse l'uso
delle navi incendiarie fu abbandonato da loro, perchè non seppero mai
costruire i dromoni veloci e forti come i Bizantini, e perchè fino al
tempo delle Crociate non venne lor fatto giammai di scoprir la vera
composizione del fuoco greco. Il nome che trovasi a Bagdad, come ho
detto, nell'813, e in Sicilia nell'835, prova che il saggio fosse stato
cominciato o continuato nei principii del IX secolo. E il tentativo
fatto si può argomentare anco dai ricordi cristiani che abbiamo intorno
il fuoco greco: cioè che recollo a Costantinopoli, verso la metà del
settimo secolo, Callinico ingegnere di Siria, e che sendosi adoperato
con felice successo contro i Musulmani nei due assedii di
Costantinopoli, passò tra i segreti di Stato: e la corte spacciò che un
angelo lo avesse insegnato a Costantino il Grande; che Iddio serbasse
tremendi supplizii a chiunque lo rivelava; e che in fatti un traditore
che volle darlo ai nemici fu divorato da fiamme scese dal cielo. Come
gli imperatori non trascuravano i mezzi umani di guardare gelosamente
quel segreto, e come i chimici musulmani non seppero indovinar bene la
composizione prima del tempo delle Crociate, così i saggi di qualche
officiale subalterno che passasse dai Bizantini agli Arabi, tornarono
tutti vani. Forse le _harrâke_ di Sicilia furono costruite con questo
mezzo, e però imperfettamente, e però si disusarono; affidandosi meglio
i Musulmani alle spade, alle lance e all'impeto e numero con che
andavano all'arrembaggio.

La voce _carraca_, mutata poi in _caracca, carrica, carraque_ ec., dà
esattamente il suono della _harrâka_ arabica, pronunziandosi anche così
la _h_ nella voce genovese _camâlo_, venuta dall'arabo _hammâl_, e in
tante altre. La etimologia da _harrâka_ mi pare assai più naturale che
quelle imaginate fin qui, su le quali veggansi Ducange, _Glossarium
mediæ et infimæ latinitatis_, alle dette voci; e Jal, _Archéologie
navale_, tomo II, p. 211, seg.

[519] Ibn-el-Athîr scrive _harrâka_. Ho messo la denominazione che senza
dubbio davano i Greci.

[520] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso; Ibn-Khaldûn,
_Histoire de l'Afrique et de la Sicile_, p. 109. Questi non parla del
luogo della prima impresa navale dei Musulmani, ma sol dice che essi,
trovata l'armata bizantina, la saccheggiarono; la quale frase,
trattandosi di navi, non è più precisa in arabico che nelle nostre
lingue. Nel MS. di Ibn-el-Athîr, al contrario, è lasciato in bianco il
nome del paese depredato dalla armata musulmana.

[521] Ibn-el-Athîr, l. c., e MS. C, tomo IV, fog. 192 recto;
Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110.

[522] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 125 recto;
Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110; e il _Baiân_, tomo I, p. 99. Scrivo il
nome di Castelluccio, perchè il testo di Ibn-el-Athîr ha _K st l iâsa_,
e tra i tanti Castellucci, Castellacci e nomi somiglianti che si trovano
nella topografia della Sicilia, il comune chiamato oggi Castelluccio è
appunto su la via che dovea scorrere questa schiera di Musulmani. Poichè
l'annalista la dice diversa da quella che s'era spinta fino all'Etna,
cioè avea tagliato l'isola per lo mezzo; e mi pare probabilissimo che la
seconda impresa di questo anno fosse intesa ad esplorare la costiera
settentrionale, ove due anni appresso veggiamo assediata Cefalù. M. Des
Vergers ha letto questo nome “Catania;” ma oltre l'autorità di
Ibn-el-Athîr, che tratta evidentemente della stessa città di cui
Ibn-Khaldûn, i MSS. di questo secondo autore portano chiaramente _K t
liâna_.

Il nome che ho letto Tindaro si vede scritto _m d nâr_ nel _Baiân_.
Trattandosi di una fortezza importante, e su la costiera settentrionale,
poichè l'assaliva l'armata reduce dalle isole Eolie, Tindaro mi è parso,
tra tutti i nomi antichi e moderni, quel che più si avvicina al testo
del _Baiân_. Lo scambio della prima lettera non sarebbe caso
straordinario. Edrisi scrive Tindaro _d n dâri_. Tindaro fu città
importante fino al tempo dei Musulmani, e si trova noverata tra le sedi
vescovili nel IX o X secolo. Durò anco fino al XIV, leggendosi di un
Vinciguerra Aragona signore di _Tyndaris_.

È da avvertire, in fine, che il _Baiân_ non dice se questa impresa fosse
stata fatta dall'armata o dall'esercito, che la reca nel 222, quando
Ibn-el-Athîr la riferisce al 221, e l'attribuisce alle forze navali.
Leggiamo in questo autore essere state prese “cittadi e fortezze;” ma la
prima parola, in arabico _Modonan_, potrebbe essere alterazione del
detto nome geografico.

[523] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn col _Baiân_, ll. cc., dei
quali il primo pone tutte queste fazioni nel 221, e l'ultimo tutte nel
222.

[524] Legno sottile adoperato per dare avvisi, fare scoperte e simili
officii. Ho dato a questa voce la forma italiana del medio evo. I Greci
scriveano Χελάνδιον; i Latini dei bassi tempi, _Chelandium_; gli Arabi
_s l n d s_.

[525] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 125 recto, dice espressamente
che i Musulmani occuparono il solo borgo, e che i Cristiani si difesero
nella cittadella. Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 100, narra il fatto più
brevemente e vagamente. La ritirata nella fortezza mostra che il campo
d'osservazione dei Bizantini questa volta fosse posto nel borgo.

[526] Strabone scrive Κεφαλοίδιον; Tolomeo Κεφαλοιδίς; Κεφαλούδιος i
ricordi bizantini del IX secolo; Plinio _Cephaloedis_; altri latini
_Cephaludium_ etc. Gli Arabi aveano non meno di quattro lettere per
notare il suono della κ greca e della _c_ latina, la quale par abbia
avuto il suono di una _k_, per esempio _Cicero_ pronunziata _Kikero_. Se
contuttociò gli Arabi resero la prima lettera con una _Gim_ o una
_Scin_, ciò prova che la sentivano pronunziare dai Siciliani con lo
stesso suono strisciante che diamo in oggi in Sicilia alla c avanti le
vocali e ed i. Cefalù era sede vescovile nel IX secolo e però città
importante.

[527] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso; MS. C, tomo IV,
foglio 192 recto.

[528] Ibn-el-Athîr, l. c., Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110.

[529] Ibn-el-Athîr, l. c., (sotto l'anno 201); e MS. A, tomo I, fog. 285
verso (sotto l'anno 223); Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 111, 112.

[530] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.; Nowairi, presso Di Gregorio,
_Rerum Arabicarum_, p. 7, 8. Lasciando indietro il secondo che non dà i
nomi, è da notare che que' di Platani e Caltabellotta si trovano presso
Ibn-el-Athîr e presso il Nowairi. Il nome di Corleone si legge
distintamente in ambo i MSS. del primo; e in que' del secondo è scritto
Kârûb. Il seguent