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Title: Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848
Author: Vismara, Antonio
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848" ***

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GIORNATE DI MILANO NEL 1848***


STORIA DELLE CINQUE GLORIOSE GIORNATE DI MILANO NEL 1848

DI

ANTONIO VISMARA



MILANO

Stabilimento tipografico dell'Editore Francesco Pagnoni

1873


CENNO STORICO

FINO AL 1848


Grave compito è quello di stendere spassionata storia, giacchè più
spesso o per malignità della natura umana, o per simpatie che uno
scrittore nutra per dati uomini o per date forme di governo o di
indirizzi morali, o perchè il tempo non abbia permesso che i fatti
venissero dal freddo soffio della storia presentati nella loro nudità
e nella concatenazione che hanno nel movimento cosmico, ne avviene che
le storie sieno o svisate o esagerate o mentite; ragione che suggerì a
Montesquieu quelle dure parole che: _Les histoires sont des faits faux
composés sur des faits vrais, ou bien à l'occasion des vrais_[1].

Noi ci siam preposti di attenerci scrupolosamente al vero, nè di
scostarvici nemmeno per amor di patria o di libertà.

Noi riteniamo che importante sia la storia che presentiamo, perchè è
storia di eroiche gesta di un popolo che, perchè volle,--e fortemente
volle,--seppe riacquistarsi la propria libertà; seppe rivendicare
diritti che la prepotenza del più forte gli aveva rapiti; di un popolo
che dalla disperazione di un grave servaggio seppe inspirarsi a forti
sensi, e vincere,--perchè

_Una salus victis nullam sperare salutem_[2].

Imparino da essa i nepoti le forti virtù del cittadino che ha la
coscienza della propria dignità, dei proprii dritti! Conosca come il
perseverar ne' forti propositi conduca a raccogliere larga messe anche
da arido terreno! Comprenda che non è vivere il trascinare i giorni nel
servaggio, e come non si possa sperare miglioramento nella tirannide
fuorchè da' disperati propositi di un animo ardito, di volontà
perseverante e di un braccio vigoroso; giacchè il tiranno non muta
sensi per ragion qualsiasi:--può simular pentimento nella sventura,
ravvedersi non mai! _Il sangue de' tiranni, cantò Byron, non è sangue
umano: essi, come demonii incarnati, si abbeverano del nostro sino a
che non venga il tempo di renderlo alle tombe:--a quelle ch'essi hanno
tanto popolate_[3].--Veda infine il popolo che santo è il morir pella
patria; giacchè in tal caso si muor nel mondo, ma si rivive ne' cuori,
e s'acquista onor di pianti

  _Ove fia santo e lagrimato il sangue
  Per la patria versato, e finchè il sole
  Risplenderà su le sciagure umane_[4].

La storia delle cinque giornate vivrà eterna in Italia finchè il
sentimento dell'onor nazionale, dell'amor patrio e della gratitudine
a'caduti non sian soffocati colla libertà e colla morte politica della
patria.

Prima però d'intraprendere la storia di quelle giornate riteniamo utile
dare uno sguardo fuggevole agli anni che precedettero quell'epoca: e lo
facciamo.

Sin dal 1815 noi vediamo l'esistenza della setta dei Carbonari e dei
Calderari. Nel luglio 1820 i Carbonari del regno di Napoli principiaron
la rivoluzione che si estese anche alla Sicilia, e che, trionfante,
obbligò quel re a giurare una costituzione che spergiurava ben tosto
e soffocava nel sangue. In Lombardia pure cospirarono i Carbonari,
ma furon repressi con eccessivo rigore; fra questi s'annoverò Silvio
Pellico da Saluzzo, che venne condannato al carcere duro nella fortezza
dello Spielperg in Moravia.

Nel 1821 regnava in Piemonte Vittorio Emanuele I, principe buono, di
mediocre ingegno, di carattere irresoluto: da Napoli penetrata in
Piemonte la rivoluzione per mezzo delle società segrete, essa trovò
appoggio in Carlo Alberto, e vi scoppiò nel marzo di quell'anno.
Vittorio Emanuele, legato colle potenze estere nella promessa di
non concedere costituzione, anzichè darla spergiurando, abdicò
nulla concedendo. Ma la concesse Carlo Alberto, nominato reggente;
annullandola poi tosto Carlo Felice, successo nel regno a Vittorio
Emanuele. Carlo Alberto fu allontanato allora e spedito in Spagna a
combattervi la trionfante insurrezione.

Pel Lombardo-Veneto nel 1821 siedette una commissione terribile in
Venezia, incaricata di redigere i processi de' Carbonari che avevano
agitate le provincie lombarde e venete. La commissione era presieduta
dal conte Guglielmo Gardani, ed aveva per membri Salvotti e Tosetti;
segretario n'era De Rosmini. A Milano arrestavasi, a Venezia si
procedeva. Fra i primi arrestati vi furono Castilia, Palavicini e
Confalonieri: a Venezia fra i prigionieri vi furon da principio
condotti anche Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Canova, il professor
Rossi. Con sentenza 29 agosto 1821 di quella Commissione si condannava
a morte Antonio Solera, D. Felice Foresti, Costantino Munari, Antonio
Villa, Giovanni Bachiega, Marco Fortini (sacerdote), conte Antonio
Oroboni della Fratta, marchese G. B. Canonici, Giuseppe Delfini, Pietro
Rinaldi, Francesco Cechetti, Giovanni Monti e Vincenzo Caravieri, quali
rei di delitto d'alto tradimento.

Nel 27 aprile 1831 salì al trono di Piemonte re Carlo Alberto,
ridestando le speranze di coloro che aspiravano al riscatto delle
italiane provincie dal servaggio. Ma la memoria de' passati disinganni,
l'esagerato sentimento religioso e un carattere irresoluto lo
trattennero dall'aderire a' fini de' rivoluzionarii.

Mazzini, ch'era già stato arrestato a Genova e imprigionato a Savona,
ove concepì il disegno di una nuova forma di società segreta col
nome di _Giovine Italia_, ritornato in libertà, esulò; continuando
a cospirare da terra francese, dove nel 1833 pubblicò gli statuti e
i programmi della _Giovine Italia_, tentò guadagnare Carlo Alberto
alla rivoluzione, e, non riuscendovi, continuò a cospirare: e per
cospirazione fu condannato a morte, lui assente. Rifugiatosi allora
a Ginevra, organizzò la spedizione di Savoja, che fallì per colpa di
Ramorino suo condottiero.

Molte furon le condanne capitali, ma nella maggior parte in contumacia;
moltissime e gravissime le altre condanne dal 1833 al 1846 in Italia.

Ma nel giugno del 1846 veniva eletto a pontefice Giovanni Maria Mastai
Feretti, il quale assunse il nome di Pio IX; e questi, venti giorni
dopo la sua assunzione al trono, accordò larga amnistia ai condannati
per titolo politico; quindi nuove riforme accordò. Ciò rivelò
sentimenti liberali, e il popolo simpatizzò per lui. Lo stesso Mazzini
fu pure lusingato a sperare nel pontefice, e scrisse a tal uopo per
lui apposita lettera, nella quale leggevansi le seguenti espressiomi:
_Unificate l'Italia e la patria vostra ... Non mendicate alleanza di
principi. Seguitate a conguistare l'alleanza dei popoli._

Chi era questo Giovanni Maria Mastai elevato al seggio ponteficale col
nome di Pio IX?

Questi nacque in Sinigaglia nel 13 maggio del 1792 da nobile e agiata
famiglia: educato da padri Scolopi nel collegio di Volterra, vi si
distinse. Cercò nel 1815 d'entrare nelle guardie nobili del pontefice,
ma non l'ottenne perchè infermiccio e affetto da epilessia. Studiò
allora teologia e si fece prete: la sua salute migliorò e l'epilessia
andò svanendo: andò in missione al Chili nel 3 luglio 1823: arrestato a
Palma dalle autorità rivoluzionarie di Spagna per sospetto di missione
politica, rimase prigioniero alcuni giorni: liberato e rimessosi in
mare, fu la nave assalita dai filibustieri, ma potette salvar la vita:
colto da burrasca, pericolò naufragio: finalmente giunse nel 1824 a
Rio della Plata e l'anno dopo arrivò a Santiago del Chili. Nel 1825
ritornato a Roma, Leone XII lo nominò arcivescovo di Spoleto: Gregorio
XVI lo elesse vescovo d'Imola nel 1832, e cardinale nel 1840. Salito al
pontificato, diede riforme liberali e spiegò ostilità contro l'Austria
che gli aveva occupata Ferrara: ciò destò indicibile entusiasmo in
Italia, e il suo esempio fu seguito dalla Toscana che ebbe pur essa
riforme, e il nome di Pio IX divenne parola d'ordine di risorgimento
nazionale. Era giunto così l'anno 1847, e le dimostrazioni contro i
governi dispotici si moltiplicavano nella penisola.

La Lombardia non rimase ultima in que' moti che rivelavano
l'aspirazione a libero reggimento. Nel settembre 1847, essendo morto
l'arcivescovo Gaisruck, di nazionalità tedesca, l'imperator d'Austria
lo aveva rimpiazzato con Bartolameo Carlo Romilli da Bergamo, già
professore di religione nel patrio liceo, indi parroco di Trescorre,
poscia vescovo di Cremona. Il popolo volle cogliere occasione del suo
ingresso per fare qualche dimostrazione contro il governo.

E l'ingresso del nuovo arcivescovo avveniva nella domenica del 5 di
settembre 1847; il popolo e il municipio avean fatti grandi preparativi
per celebrare l'ingresso con inaudita pompa: alla sera fuvvi generale
illuminazione per le vie. Nel dì 8 seguente, in cui ricorreva la
Natività di Maria Vergine, alla quale è dedicato il Duomo, si
rinnovarono manifesti segni di convulsione popolare; questa volta collo
scriver con carbone sui muri: _Wia Pio IX e W. l'Italia_, e col cantare
l'inno appositamente fatto da altri in onor del pontefice, e dalla
polizia vietato: una grande luminaria venne fatta in piazza del Duomo e
in piazza Fontana, ove s'innalza il palazzo arcivescovile.

La polizia non volle starsene cheta spettatrice di quella festa
popolare: molte guardie, in apparenza inermi, mandate per quei luoghi
dal conte Bolza, tutto a un tratto sguainarono le sciabole che sotto i
cappotti ascondevano, si avventarono in mezzo alla moltitudine festosa
e, rotando i ferri, si misero a ferire a dritta e a manca. La folla
spaventata fece per fuggire, l'un l'altro premeva, urtava, spingeva:
molti agli urti cadevano, e la folla fuggente li calpestava. Le guardie
di polizia potettero così comodamente soddisfare alla sete di sangue,
ferendo a lor bell'agio gl'inermi: i popolani che più lungi stavano dai
poliziotti, inviperiti di lor prepotenze, si posero a gridar morte ai
Tedeschi: ciò inviperiva di più i poliziotti: ma d'un tratto essendo
comparso sulla porta del suo palazzo l'arcivescovo, riuscì a far
cessare le prepotenze tedesche e a far isciogliere la folla. Pattuglie
però di dragoni imperiali continuarono a correr la città in quella
sera e nel dimani; pur essi divertendosi nel maltrattare e ferir le
persone. Più di sessanta vennero in quell'occasione ferite più o meno
gravemente: diversi furono anche i morti.

Questi fatti diedero argomento all'autorità militare ed alla polizia
per domandare a Vienna lo stato d'assedio, il giudizio statario e tutti
gli altri rigori:--volevasi soffocar la voce della giustizia, far
tacere la legge, limitare l'autorità dello stesso governo, onde suprema
vi regnasse l'autorità militare e della polizia.

Ma nel sangue non si spense il principio di libertà: il sangue ne lo
rafforzò anzi in ogni cuore; e il sangue anzichè gettar spavento nelle
popolazioni, le inasprì invece nell'odio contro la tedesca dominazione,
e le rese tenaci nei propositi di combatterla.

Nel settembre, essendosi aperto in Venezia il congresso degli
scienziati italiani, le discussioni scientifiche snaturaronsi in
politiche, e il Bonaparte che entusiasmò il congresso con calde
parole, fu fatto partire pei confini dalla locale polizia: il fatto
diede argomento alla stampa periodica nostrale e straniera di elevar la
voce contro l'arbitrario procedere della polizia austriaca.

Giunte e diffusesi per Milano le nuove delle riforme piemontesi del
30 di ottobre, esse produssero un po' d'agitazione non troppo ben
celata. Nazari, deputato presso la Congregazione centrale, espose
allora al governo con particolareggiato rapporto il malcontento che
le gravose tasse e la licenza militare e gli arbitrii polizieschi
avevano sparso nel popolo. Il governatore gli rispose che si rimanesse
la Congregazione centrale nei limiti di sue attribuzioni, e non le
trascendesse in cose riferentsi alla politica. Il fatto del Nazari
bastò per cattivare a lui la popolare simpatia, e si aperse una
sottoscrizione onde erigergli un busto. E per rispondere al governator
di Milano, che voleva persino niegare il diritto alla Centrale
Congregazione di provocare riforme dal governo, il popolo usò il
linguaggio e i mezzi del cospiratore: la stampa clandestina eccitò le
passioni politiche: si inventò un linguaggio misterioso di segni, che
venne rapidamente appreso ed usato dal popolo, e servì per comunicare
le disposizioni dei segreti dirigenti del moto liberale. Non essendo
possibile rifiutare il pagamento delle tasse dirette, giacchè colla
forza si sarebbero con maggiori danni dei contribuenti percette, si
ideò di ricusarsi alle tasse indirette, astenendosi dal fumare e dal
giuocare al lotto: con ciò si sarebbe danneggiato l'erario imperiale,
e sarebbe stato questo un mezzo per mantener vivo il sentimento
d'opposizione liberale e per abituare il popolo all'unione de'
propositi.

Sopravvenne intanto il 1848, e al 2 di gennajo di quell'anno più
nessuno si incontrava fumando per le vie, eccettuati gli agenti di
polizia e il militare. Ciò diede luogo a parziali collisioni, poichè
intorno ai fumatori si aggruppavano i popolani gridando: _Abbasso il
sigaro_, e li fischiavano. Durante quel giorno la polizia lasciò fare,
comprendendo che le opposizioni alle dimostrazioni non facevano che dar
loro maggior importanza e rendere più tenaci gli oppositori. Sul far
della notte però le cose non si soffermarono a pacifica opposizione,
giacchè i soldati cominciarono a reagire ed a maltrattare la folla.
Vuolsi anzi che dall'autorità militare si dessero zigari alla bassa
forza onde fumasse in pubblico e provocasse in tal modo disordini,
nello scopo di prender partito da quei fatti per levare i poteri
all'autorità civile e concentrarla tutti in quella militare.

Il podestà Casati, che si trovava in strada cercò di intromettersi in
quella reazione militare, riprovando gli atti violenti dei soldati e
dei poliziotti da una parte, e consigliando il popolo dall'altra ad
usar prudenza. Ma vicino alla piazza dei Mercanti Casati fu fermato dai
soldati e tradotto alla Direzione di polizia. Ciò valse a cattivargli
le popolari simpatie, ed una folla compatta di gente l'accompagnò da
lontano sino a S. Margherita, ove siedeva quella Direzione politica. Fu
invero questo un atto che fece onore a Casati, sebbene, di carattere
debole e incerto, più amante di nuovo principe che di vera libertà,
dovesse poi in seguito smentire il giudizio che di lui si era formato
il popolo.

Casati simpatizzava pel sovrano di Piemonte. Allorquando nel 1842 il
principe Vittorio Emanuele di Carignano andò sposo coll'arciduchessa
Maria Adelaide, figlia dell'arciduca Ranieri vicerè del regno
lombardo-veneto, Casati progettò di presentare alla real coppia
un'anfora con bacile d'argento. Lavoro artistico di cui fu l'opera a
cesello allogata a Bellezza, nome celebrato in cesellatura; il disegno
nella parte ornamentale affidato a Ferdinando Albertoli; il disegno
della parte figurativa al consigliere Sabatelli; la modellatura
infine a Benedette Cacciatori. Essendosi il Casati portato a Torino a
presentare il dono, n'era ritornato decorato ed entusiasta ammiratore
di Carlo Alberto e della Casa di Savoja.

L'arresto di Casati in piazza di Mercanti aveva da parte degli
assessori municipali provocata una protesta a Torresani, capo della
polizia, contro la licenza militare.

Casati venne allora ridonato a libertà, e sembrava essersi racquetati
alquanto gli spiriti, allorchè il conte Neuperg, ufficiale austriaco,
ridestò negli animi popolari il rancore, che, non spento, era soltanto
assopito. Neuperg aveva distribuito tabacco a sue spese ai soldati onde
girassero per le strade fumando e provocando il popolo: egli stesso
attraversò la folla collo zigaro in bocca, colla spavalderia negli atti
e nello sguardo, urtando l'uno, insultando l'altro: ciò fu causa di
pubblica indegnazione: ciò fu sfida al popolo: ciò ridestò nella città
un fremito d'ira, ed aumentò l'odio per l'Austria.

Vicino alla galleria De Cristoforis lo stesso consigliere don Carlo
Manganini, amico di Torresani, antico inquisitore in una commissione
contro i Carbonari, vecchio di 74 anni, avendo riprovato il contegno
della truppa, un soldato l'afferrò e lo uccise con quattro sciabolate
alla testa e due al braccio destro. Il delirio di sangue era giunto al
colmo che non si risparmiavan più nemmeno i partitanti dell'Austria.
Più di 60 furono tra feriti e morti trasportati all'ospedale, non
contati quelli che furono portati e curati alle case loro.

Apparvero allora epigrammi sui muri delle case, tra i quali leggevasi
la seguente strofa:

  _Hanno il zigaro fra' denti
  Solo i birri e i confidenti;
  Cittadini, state attenti
  Se vi preme il vostro onor_.

Ad inasprire maggiormente la concitazione pubblica, Torresani ordinò
numerosi arresti.

Nel giorno dopo, 3 gennajo, il Comando militare, fatti ubbriacare
i soldati, distribuito a loro trentamila zigari e diviso fra loro
qualche migliaja di lire, verso sera li sguinzagliò per la città;
molti condannati furon tolti dalle prigioni e gettati per le vie con
zigari e furono associati alla truppa che in comitive di venti, trenta,
quaranta, ubbriachi di acquavite, scorrevano la città provocando
con laide parole i cittadini, maltrattandoli ove sorgeva in loro il
mal talento. La popolazione erasi limitata a rispondere a que' modi
insultanti coll'emettere fischi e qualche evviva all'Italia. Ma gli
ebbri soldati desiderando emozioni di sangue, snudarono le sciabole
e si abbandonarono a disperdere quanto incontravano, menando colpi
alla cieca, non avendo riguardo a donne, a' ragazzi, a' vecchi; talchè
molti cadevano feriti o morti. Sembrava la città esser convertita in
una landa selvaggia ove l'odor del sangue attira gli antropofagi!
lo spavento fu generale, generale l'indegnazione pubblica, e sulla
violenza di que' giannizzeri del dispotismo maggiormente germogliò
l'odio contro la dominazione straniera; e il sangue di tanti sventurati
inaffiò l'albero della libertà.

Gravi eran le condizioni d'Italia nel 1848:--le aspirazioni nazionali
si eran diffuse per tutta Italia, soccorse dagli scritti di coraggiosi
patriotti:--fra questi non possiam sottacere Mazzini che dall'esiglio,
con mille sacrifizii, col senno, col consiglio, cogli scritti che
diffondeva dovunque, coll'esempio di virtù private e cittadine mantenne
vivo per molti lustri il fuoco di libertà negli animi italiani.

Riepilogando i fatti di quell'anno, noi vediamo le sette politiche,
dissenzienti nei mezzi, armonizzare tutte nello scopo;--quello di
rovesciare il tarlato trono di re Ferdinando;--di cui eran accusa
le fallite promesse, le condanne capitali e gli esigli, l'insolenza
del militare, la burbanza de' ministri, la corruzione generalizzata.
Cominciò disegno di attuazione di sommossa nel 12 gennajo di
quell'anno, ma venne scoperta perchè Giuda, che si era appiccato, aveva
lasciati nepoti, ed uno si rivelò in un congiurato che ogni cosa scoprì
all'autorità, la quale popolò le galere di coloro ch'eran sfuggiti al
carnefice. Ma nel sangue e nei bagni non si soffocano i principii,
e l'idea nazionale ripullulò più prosperosa dovunque: da ciò nuovi
arresti, nuovi procedimenti, nuove condanne, nuove fatiche al boja:
quarantatre furono i condannati nella congiura di Monteforte!

La scintilla rivoluzionaria si diffuse allora per tutta Italia, e noi
imprendiamo a narrare la storia della rivoluzione milanese.



IL 18 MARZO


Gli estremi si toccano, dice un antico adagio; talchè come dalla
licenza è generata la tirannide, così il despotismo estremo conduce a
libertà.

Così fu di Milano nel 1848:--oppressa da un governo che voleva
ritenerla schiava:--stretta a ferreo giogo:--bavagliata onde
non parlasse:--soffocata onde non facesse udir neppure i suoi
gemiti,--Milano sofferse, ma non cadde;--ebbe soffocata nella strozza
la voce della libertà, ma ella seppe mantener vivo il sentimento
liberale ne' più reconditi recessi del cuore....

Sorvegliato ogni suo atto, non poteva spezzar le catene che la
cingevano;--ma essa non diffidò di quella superiore Provvidenza che
veglia sui diritti dell'uomo ed a suo tempo ne rivendica l'oltraggiata
esistenza:--sofferse molto,--ma perseverò,--e perseverando maturò i
tempi e le occasioni ad una rivoluzione grandiosa, eroica, nella quale
un pugno di uomini del popolo, inermi, disuniti, seppe annodarsi e,
nuovi Spartani alle Termopili, seppe combattere un'armata numerosa, ben
armata, bene organizzata de' suoi oppressori.

Il marzo 1848 doveva incarnare le aspirazioni de' Milanesi:--doveva
dare alla storia un soggetto eroico da registrare ... La rivoluzione
di Sicilia, quella di Francia, quella pure di Vienna ingagliardiva gli
sforzi de' Milanesi ad una riscossa:--Milano era stata abbandonata
dalle principali autorità, e sol vi rimanevano Radetzky e Torresani;
capo l'uno del militare, direttore l'altro della polizia; entrambi
fermamente determinati a soffocare nel sangue cittadino ogni tentativo
di rivolta.

I tempi che faceansi grossi, grossi; gli avvenimenti che si incalzavano
con prodigosa rapidità, forzarono la mano al tedesco imperatore a
promettere concessioni, e nel mattino del 18 marzo pubblicavasi il
seguente:

AVVISO

«La Presidenza dell'I. R. Governo si fa un dovere di portare a pubblica
notizia il contenuto di un dispaccio telegrafico in data di Vienna 15
corrente, giunto a Zilli lo stesso giorno ed arrivato a Milano jeri
sera».

_Sua Maestà I. R. l'imperatore ha determinato di abolire la Censura e
di far pubblicare sollecitamente una legge sulla stampa, non che di
convocare gli Stati dei Regni Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni
centrali del Regno Lombardo Veneto. L'adunanza avrà luogo il più tardi
il 3 del prossimo venturo mese di luglio._

M. HARTL

_I. R. Ispettore al telegrafo._

Milano, il 18 marzo 1848.

Il Vicepresidente CONTE O'DONELL.

I Milanesi non prestaron fede però alle puniche promesse di un
governo che aveva sempre mancato alla fede data al popolo; e d'altra
parte la concessione non corrispondeva alle aspirazioni del paese
all'indipendenza dallo straniero.

Contrapposto all'avviso governativo vedevansi affisse sui muri della
città e diffuse pei negozii le seguenti:

DOMANDE DEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.

«Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibile volere, che il
nostro paese intende di essere italiano, e che si sente maturo a libere
instituzioni.

«Chiediamo offrendo pace e fratellanza, ma non temendo la guerra:

«1º Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta
alla Municipalità;

«2º Abolizione della legge di sangue ed instantanea liberazione dei
detenuti politici;

«3º Reggenza provvisoria del regno;

«4º Libertà della stampa;

«5º Riunione dei Consigli comunali e dei Convocati, perchè eleggano
deputati all'assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.

«6. Guardia civica sotto gli ordini della municipalità;

«7. Neutralità e sussistenza guarentita alle truppe austriache.»

«Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de' Servi.»

           ORDINE E FERMEZZA.

  «Milano 18 marzo 1848».

Gli animi eransi esaltati allo scoppio di avvenimenti risoluti
e decisivi:--l'agitazione era in ogni petto:--grande la
concitazione:--l'ardimento era spartano. Trepidando nell'aspettazione
delle ore 3, e l'impazienza dell'animo riversandosi dall'occhi, dalle
labbra dal tremito delle membra e dallo stesso respiro, ognuno era
sceso per le vie in attesa di quell'ora; talchè verso mezzodì le strade
eran tutte gremite di masse popolari, desiose d'azione più che di
aspettativa, e, cominciando una voce a parlar di armamenti, divenne
voce di tutte quelle masse, le quali risolsero di muoversi verso il
palazzo municipale al grido di: _Armateci! Dateci la Guardia Civica!_

Il podestà conte Gabrio Casati cercò di calmar l'effervescenza
popolare, e persuaderla che nulla egli poteva fare, ed esser d'uopo
che il popolo si rivolgesse al Governo:--ma il popolo non s'acquetava
alle esortazioni, e finalmente gridava che gli si desse un capo per
guidarlo. Il Casati allora si offrì di capitanare personalmente il
popolo, e vi si pose in testa insieme ai Corpi municipale e provinciale.

Imponente fu il procedere per le vie di quella immensa moltitudine
acclamante, festante, sventolante in alto moccichini e berretti!...
Non erano uomini che camminavano;--era un'onda che si riversava per le
strade, l'un l'altro premendo, spingendo, più portati che camminando,
tant'era stipata la folla. Il petto loro portava una coccarda; era
quella bianca, rossa e verde.

Giunto il popolo sul ponte di S. Damiano, la guardia del palazzo
di Governo, schieratasi nella via, scaricò i fucili contro il
popolo:--questi, inasprito all'atto ostile, precipitò furioso verso
il palazzo di governo; in un attimo i due granatieri ungheresi di
sentinella furon massacrati, gli altri soldati disarmati, il palazzo
preso, invaso, rispettandosi scrupolosamente la proprietà. I
consiglieri di governo eran fuggiti: alcuni fraternizzarono col popolo:
il solo O'Donell, che reggeva il governo in assenza del conte Spaur,
erasi barrato nel suo gabinetto e sdegnava scendere a patteggiar col
popolo.

In questo frattempo era sopraggiunto l'arcivescovo e l'arciprete
Opizzoni, fregiati essi pure di coccarda tricolore, i quali, acclamati
dal popolo, si posero intermediarii fra questo e O'Donell; recatisi da
quest'ultimo, assicuraronlo che rispondevano di sua vita e l'indussero
a presentarsi sul balcone del palazzo, dal quale, pallido e tremante,
spiegando una bianca pezzuola, sclamò al popolo: _Farò quello che
volete! Tutto quello che volete!_ E il popolo rispondeva: _Abbasso
la Polizia! Vogliam Guardia Civica!_ O'Donell replicava allora:
_Sì, abbasso la Polizia! Accordata la Guardia Civica!_ Ma il popolo
diffidando delle parole gridò: _Lo vogliamo in iscritto._ A ciò annuì
O'Donell, e, accompagnato in contrada del Monte in casa Vidiserti, egli
sottoscrisse i seguenti editti che vennero immediatamente stampati, e
pubblicati poche ore dopo dalla Congregazione municipale:

  «Milano, 18 marzo 1848

«Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere
l'ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.

  «_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

«La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio
immediatamente.

  «_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

«La direzione di Polizia è destituita; e la sicurezza della città è
affidata al Municipio.

  «_Firmato_ CONTE O'DONELL.»

  LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA CITTÀ DI MILANO.

«In conseguenza di ciò sono invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60
anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo
Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.

«Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor Dottor
Bellati, Delegato Provinciale.

«I Cittadini che hano le armi dovranno portarle con sè.»

  CASATI, podestà
  BERETTA, assessore
  GREPPI, assessore
                     SILVA, segretario

Chi aveva suggerito al podestà di condurre altrove O'Donell, era stato
Cernuschi, il quale costituiva, direm così, la testa di quella prima
dimostrazione insieme a Clerici, a Bellati, a Mazzuchelli, a Correnti,
a Guerrieri, a Greppi, a Berretta, ad Oldofredi, a Borromeo ed a Busi.
Cernuschi aveva suggerita quella determinazione onde procurarsi nella
persona di O'Donell un ostaggio alla rivoluzione popolare.

Il corso di porta Orientale era pavesato a festa: le bandiere
tricolori, preparate nel segreto delle famiglie, vi apparvero e
sventolarono pubblicamente: gremite eran le finestre di vecchi,
ragazzi, donne sventolanti le lor pezzuole in atto di gioja. La
concitazione era grande, indescrivibile l'entusiasmo: qua e là
vedevansi capannelli di uomini e donne che chiedevansi ansiosamente
notizie, e le più strane ed esagerate novelle si diffondevano intorno
agli avvenimenti della giornata; l'immaginazione ardente creava fatti
insussistenti, svisava gli esistenti, tutti tratteggiati di quelle
tinte che l'entusiasmo e le aspirazioni somministravano.

Il popolo erasi tutto riversato al Governo ed al Broletto: tutti
chiedevano inscriversi nella Guardia Civica, tutti erano animati da
eguale ardore. Qualche sbocco di contrada cominciava già a venir
abbarrata con tavole e con travi; ma deboli erano ancora le difese.
Una ventina di ardimentosi giovani, volendo che il loro ardire fosse
più proficuo se armati, portossi all'Oficina Colombo, dove, atterrata
la porta, s'impadronì delle armi che vi si tenevano in vendita; cioè
sciabole, pistole e pochi fucili.

Il palazzo reale era ancora presidiato dalla truppa austriaca, la
quale mantenevasi in relazione colla direzione di polizia, senza poter
però trovarsi in communicazione col castello, perchè avendo spedito un
ussero onde recar la nuova di quanto avveniva, questo era stato fermato
dal popolo e fatto prigioniero.

Non esisteva quindi unità di azione, non conoscendosi da Radetzky
quanto avveniva nell'interno della città, e ritenendo d'altronde le
autorità e le truppe dell'interno che tutto si conoscesse in Castello.

Fatt'è che Radetzky, uscendo verso un'ora pomeridiana dalla casa
Cagnola (ch'era situata in via Cusani e nella quale vi esisteva la
Cancelleria militare) in compagnia del generale Wallmoden, di altri
tre generali e di diversi ufficiali, vide chiudersi le porte delle
case, le imposte delle botteghe, le persiane, ed osservò un confuso
correr di gente, attrupparsi alcuni, altri fuggire come sovrastasse
gran pericolo; talchè, avendo chiesta la ragione di quanto stranamente
gli si presentava allo sguardo, gli fu risposto che era scoppiato
serio tumulto popolare, e che forti masse eransi recate minacciose al
governo, senza conoscerne i particolari e l'esito.

Riparatosi allor ben tosto in castello, vi s'incontrò col professor
Menini e col commissario De Betta che, al primo sfavillar della
sommossa, eransi colà rifugiati.

Alle confuse, ma appassionate notizie recate da quei due, Radetzky
presumette troppo di vincere col terrore l'entusiasmo popolare, ed ideò
allora di soffocare nel sangue ogni tentativo di rivoluzione, facendo
marciare contro il popolo otto mila uomini, divisi in centosessanta
compagnie di cinquant'uomini ciascuna, coll'ordine di spazzar colle
armi le vie della città, portarsi a saccheggiare duecento case di
signori, indicati dal De Betta come animati da sentimenti ostili al
governo, mentre altri seimila uomini avrebbero avuto l'incarico di
continuare l'opera dell'_ordine_ col mezzo del sangue e del terrore,
assicurando le comunicazioni delle varie strade interne ed esterne col
castello.

Ma mentre si spedivano staffette militari da un punto all'altro per
procurarsi notizie sul vero stato delle cose, impartire istruzioni,
mantenere le communicazioni fra i diversi punti occupati dal militare,
questi corrieri militari non giungevano poi mai alla loro destinazione,
perchè venivano fermati ed arrestati dal popolo. In quell'occasione
vennero intercettate due lettere che due figli del Vicerè si
scambiavano, e nelle quali esternavasi il desiderio e la convinzione
che Radetzky avrebbe bombardata Milano e domata la rivoluzione colle
armi e coi patiboli.

Fortunatamente non solo le _pietose_ intenzioni degli arciduchi non
potettero aver realizzazione, ma nemmeno i disegni di Radetzky,
ritenendosi da molti ch'egli venisse osteggiato da forti proteste de'
suoi generali Walmoden e Woyna. Si limitò quindi il feld-maresciallo
a spiegare innanzi al castello tutte le forze che aveva presso di
sè, spingendone una parte lungo i bastioni e tenendo in pronto le
artiglierie sugli spalti dei torrioni del castello. Spinse anche forti
pattuglie nella città, le quali però trovarono precluso in varie parti
il proseguimento di lor marcia.

Ciò avveniva per parte delle truppe del castello: prima di proseguire
nel racconto di quanto avveniva nell'interno della città, riteniamo
necessità storica di presentare un prospetto delle forze militari che
in quel giorno si ritrovavano in Milano, a quali corpi appartenessero
ed in quali caserme distribuite.

          _In Castello_

  6 comp. di granat. ungh. a  180 uomini  1,080
  4   "   croati              210   "       840
  6   "   regg. Alberto       190   "     1,140
  2 squadroni di cavalleria a 150   "       300
  2 batterie leggere          180   "       360
  3    "     a piedi           80   "       240
  1    "     racchette         60   "        60

          _Nella Caserma S. Francesco._

  12 comp. regg. Paumgartten a 190 uomini 2,080
   2   "   cacciat. tirolesi   200    "     400
   1   "   regg. Reisinger     190    "     190

          _Nella caserma S. Gerolamo._

  2 comp. croati               210 uomini   420
  2   "   regg. Reisinger      190    "     380

          _Nella caserma S. Vittore._

  4 comp. regg. Reisinger a    190 uomini   760
  1 squadrone di cavalleria    150    "     150

          _Nella caserma delle Grazie._

  1 squadrone di cavalleria a  150 uomini   150

          _Nella caserma di S. Eustorgio._

  6 comp. regg. Reisinger a    190 uomini 1,140

          _Nella caserma di S. Angelo._

  6 comp. regg. Kaiser a       190 uomini 1,140

          _Nella caserma dell'Incoronata._

  4 com. del regg. Kaiser a    190 uomini   760

          _Nella caserma di S. Simpliciano._

  2 comp. regg. Kaiser a       190 uomini   380
  2 squadroni di cavalleria    150    "     300
  La riserva del treno                      120

          _Collegio di S. Luca._

  Compagnia dei cadetti                     150
  Gendarmeria (alle Grazie)                 250
  Guardia di polizia (a S. Bernardino)      800
                                         ------
                           Totale uomini 13,790

In questo stato di forze non si trovano comprese le armi morte, cioè
quelle non combattenti (chiamate dei Tedeschi planisti), le quali
sommavano a un migliaio. Nei giorni successivi però al 18 marzo,
avendo Radetzky chiamato a Milano altri corpi, l'ammontare della forza
militare tedesca aumentò sino a ventimila.

Tutte queste truppe però trovavansi nel 18 e 19 marzo disseminati
in 52 posti, i quali erano: la gran Guardia in angolo alla piazza
Mercanti, ove erano 2 cannoni;--le undici porte della città;--il
Castello;--le altre undici caserme;--l'Arena;--il General Comando;--il
Genio;--la Cancelleria militare in casa Cagnola;--la casa Arconati in
via di Brisa (alloggio di Radetzky);--i forni militari;--l'Ospitale
militare a S. Ambrogio; i granai militari a Porta Tosa;--le case sul
vicino baluardo presso la Polveriera;--il baluardo del monte Tabor a
Porta Romana;--il magazzino a S. Apollinare;--la Polizia generale e
gli altri suoi uffici di Piazza Mercanti, Andegari, S. Simone e S.
Antonio;--la Casa di correzione;--il Tribunal criminale;--il Tribunal
civile;--il Duomo;--l'Arcivescovado;--la Corte, provveduta anche di
artiglieria;--il Broletto in cui eranvi pure cannoni;--il Demanio; il
Palazzo del Tesoro (Marino);--la regia Villa al giardino pubblico;--il
palazzo di governo;--la Zecca.

La giornata del 18 marzo era piovosa:--sembrava che la natura,
prevedendo le crudeltà che avrebbe commesse una soldatesca straniera,
avversa agli Italiani per la ragion stessa ch'era straniera,
indispettita e resa feroce per l'odio che conosceva esser nutrito
contro di essa non per le nazioni a cui appartenevano i diversi
militari, ma per l'uso a cui eran diretti, cioè a servir di strumento
alla tirannide ultramontana,--sembrava che la natura s'attristisse
nella previsione delle crudeli lotte che si preparavano pei Milanesi, e
pel sangue che si sarebbe versato.--Era giornata piovosa, melanconica,
triste come il cielo sotto cui eran nati que' soldati:--ma in mezzo
alla tristezza della giornata splendeva il raggio dell'entusiasmo
popolare, e i cittadini ricordando i crudeli destini a cui avea
anticamente ridotta la città un tedesco imperatore, dal color della
barba chiamato _Barbarossa_, rammentaronsi ben anco Legnano e la
vittoria ottenuta sull'alemanno oppressore,--e giurarono vincere o
morire, rammemorando l'ingiunzione delle madri spartane ai lor figli
in partenza per la guerra, allorchè, additando lo scudo di cui eran
muniti: _Ritornerai_, dicevano, _o con questo o su questo_: ossia o
vittorioso o morto.

Nell'interno intanto della città gli avvenimenti prendevano una
piega di una gravita straordinaria. Ad un'ora circa pomeridiana,
narra una storia contemporanea[5], comparvero dieci gendarmi di
cavalleria, comandati dal Commesso di polizia Zamara. Entrarono dalla
Piazza Mercanti e si presentarono di fianco alla piazza del Duomo. Il
cavallo del commesso cadde, ed allora un uomo del popolo arditamente
s'interpose fra la squadra ed il suo comandante, togliendo di mano ad
un gendarme la carabina; indi, rifugiandosi dietro una bara caricata di
vino, con cui si fece barriera, scaricò il fucile, spargendo il terrore
e la confusione nei militari, i quali chiesero soccorso ad un corpo di
ussari alla Piazza Mercanti. Quel momento fu il segnale della lotta,
poichè lasciò campo al distaccamento dei granatieri di guardia alla
corte di fare una sortita.

A questo cenno storico però della storia suaccennata, noi dobbiamo
per omaggio alla verità aggiungere che il signor Antonio Zamara in
un suo opuscolo intitolato: _Giustificazione del cittadino Antonio
Zamara sul di lui operato nelle cinque giornate_, ecc. (pubblicato
dalla Tipografia Valentini e C.) volle negare il fatto d'esser stato
lui quello che capeggiava quella pattuglia, cercò giustificare il
proprio servizio nella polizia, asserendo ch'egli era stato soltanto
incaricato per la direzione del corso delle carrozze ed al teatro
della Scala sul palco scenico, e finalmente ritenne giustificare
il suo passato col far professione di fede liberale. Sebbene possa
essere avvenuto benissimo un errore di persona in quello che dirigeva
la pattuglia di cavalleria, dobbiamo però notare sulle altre
giustificazioni che un impiegato di polizia che immediatamente dopo
il trionfo di una rivoluzione soglia proclamare di esser sempre stato
di sentimenti liberali, egli è lo stesso che rendere molto sospetto
quell'uomo, a meno che fosse un praticante soltanto; giacchè l'Austria
allorchè poneva a soldo un impiegato politico, voleva esser ben
garantita che avrebbe potuto far calcolo del suo zelo e della sua
fedeltà. Ma di questi casi di bugiarde professioni ne abbiam vedute
molte; avendo persino veduti commissarii superiori di polizia far
da liberale appena partito il governo austriaco. A questi impostori
diremo di gettar la maschera con cui hanno illuso il popolo e colla
quale se ne sono approfittati per sedere a posti elevati negli ufficii
costituitisi subito dopo la rivoluzione nel 1848, come dopo la
partenza dei Tedeschi nel 1859: gettino la maschera giacchè l'Austria
non promoveva al grado di commissario superiore uomini de' quali non
avesse avute guarentigie sulla loro sincera adesione al dispotismo.
In nuovo governo potevano servire gli antichi impiegati: sta bene!
sarebbesi con ciò compiuta un'opera di conciliazione, avrebbe il nuovo
governo usufruttato delle cognizioni che da una lunga pratica d'ufficio
acquistatasi, avrebbe mostrato doversi ammettere la riabilitazione
dell'uomo: ma io sprezzo coloro che dopo aver servito fedelmente
l'Austria, fecero il cerretano col proclamare di averla tradita: questi
son quelli capaci di disertare bandiere ad ogni volger di casi. La
giustificazione quindi anche del Zamara non può essere rifiutata in
tutto, ma accolta soltanto col beneficio dell'inventario.

Procedendo quindi nella narrazione dei fatti avvenuti nel 18 di marzo,
diremo che, dopo il fatto da noi narrato, circa ad un'ora e tre quarti
nella contrada di Pescheria Vecchia (ora più non esistente, e la
quale era situata nell'area attuale di Piazza del Duomo che da Piazza
Mercanti procede verso la galleria Vittorio Emanuele), comparvero nove
ussari a cavallo, i quali uscivano dalla porta di Piazza Mercanti, che
ora più non esiste, e roteando le sciabole intorno quasi a sfida ai
cittadini, procedevano baldanzosi.

Quel guanto insultante di sfida fu raccolto dal popolo; imperocchè
alcune persone civili e pochi facchini, che videro l'atto provocante,
corsero furibondi contro il picchetto, gridando, imprecando e
lanciando pietre. Il caporale, a briglia sciolta, cominciò a scorazzare
per la via e, roteando la spada, ferì in una spalla un cittadino.
Gli altri soldati, come se non avessero inteso il comando, a lento
trotto seguirono il caporale sino a Campo Santo, che allor chiamavasi
la strada esistente dietro al Duomo, oggidì chiamata pur essa Piazza
del Duomo; colà giunti, nè colla lor baldanza scoraggiando punto i
cittadini, due dei soldati furon rovesciati di sella ed uccisi da due
colpi di fucile, usciti dalle circostanti finestre, e cinque altri
ussari rimasero feriti, e i loro cavalli pure; ma malconci e coi
cavalli zoppicanti potettero ritirarsi.

La lotta era quindi impegnata seriamente, ed era quistion di vita al
governo il tentativo d'ogni sforzo delle armi per reprimere quei moti;
com'era quistion di vita pel popolo il sostenere arditamente la lotta,
poichè ben conosceva dover cercarsi salute nella vittoria, chè nella
sconfitta avrebbe trovato morte sul patibolo chi non l'aveva trovata
nel combattimento.

Gli ussari avevano rapportato l'avvenuto, e nuovi drappelli di soldati
furon spediti per le strade. Mezz'ora circa dopo la ritirata degli
ussari, sopravvennero nella stessa via, uscenti pure dalla Piazza
Mercanti, dodici gendarmi a cavallo, i quali furon da prima accolti
dai cittadini con un nembo di pietre lanciate contro di loro; ma
poscia un prete da un balcone cominciò a gridare ai cittadini mentre
batteva le mani: _No! No! essi sono Italiani. Evviva la gendarmeria
italiana!_ A quel grido cessò immediatamente la pioggia di sassi,
ed un gendarme in atto di riconoscenza fece colla spada un segno di
gratitudine al sacerdote. E il popolo rispettandoli perchè italiani, li
lasciò passare incolumi; ed essi senza provocazione alcuna procedettero
oltre e ritiraronsi nella corte reale. Ciò prova quanta generosità
s'annidasse ne' petti milanesi in momenti che l'odio per lo straniero
e la concitazione della pugna lo avevano esaltato nelle sue idee, ne'
suoi affetti, ne' suoi eroici propositi.

In Cordusio si usò un particolare stratagemma. I cittadini deliberarono
di rimanersene più ch'era possibile celati, di lasciar entrare nella
piazza le pattuglie, ma, appena giuntevi, il popolo unanime li
asserragliava con una ben nutrita scarica di sassi da ogni finestra,
ed una compagnia di dieci cittadini armati di pistole dirigeva
incessantemente fuoco sulla truppa.

Circa le due ore e mezza, un drappello di truppa, guidato da un
capitano dei granatieri, portatosi verso Campo Santo, trovò impossibile
procedere oltre, giacchè dai tetti lanciavansi tegole e dalle finestre
sassi in quantità sulla sottoposta strada; dimodochè il drappello
dovette indietreggiare sino agli scalini del Duomo, ove giunto si pose
a far scariche verso il corso e verso i tetti presidiati dai cittadini
armati di tegole. In quel punto il signor Francesco Maglia, dalla
propria casa in contrada dei Borsinari (or più non esistente, e che
era propriamente un piccolo tratto di via tra la Pescheria Vecchia e
la porta di entrata nella piazza Mercanti; porta or pure demolita),
e propriamente dalla casa che allora portava il N. 1029, munito di
un fucile a due colpi, caricato di quadrettoni, fece una scarica sul
capitano, il quale, colto nel petto, premette colla mano la ferita e
ordinò immediatamente la ritirata.

Dalle parte dell'arcivescovado si erano presentati poi i cacciatori
tirolesi, e col mezzo dei loro zappatori sfondarono a colpi di scure il
portello del palazzo arcivescovile nel cortile dei Monsignori. Quindi
a colpi di scure atterrata la porta che dal cortile mette alla via
sotterranea conducente in Duomo, e di porta in porta tutte sforzandole,
potettero penetrare nel Duomo stesso, e di là con facilità salire sullo
spianato superiore, da cui apersero un fuoco ben nutrito sopra i tetti
onde scacciarne i cittadini che vi si erano posti per offendere colle
tegole le truppe pattuglianti nelle sottoposte strade; da quelle alture
mantennero anche vivo il fuoco in direzione della Piazza del Duomo,
del Corso e della via che dal palazzo di corte conduce a Piazza Fontana.

Dopo il ritorno dall'irruzione al governo di quell'immensa moltitudine,
come abbiam già narrato, parte di essa erasi portata di nuovo al
palazzo municipale, ed altra parte, guidata dai lampionai della città
in uniforme, andava dagli armajuoli a sequestrar le armi onde armarsi.

Infatti verso le tre ore buon numero di cittadini portossi alla rinfusa
dall'armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Segreta, chiedendo
invanamente armi, allorchè un caso fortuito li obbligò a desistere.
Ciò avvenne in causa dell'uscita dal Castello a quella stessa ora di
tutti i granatieri che vi si trovavano, aventi un generale alla testa;
questa truppa, diretta nell'interno della città, si incamminò per
la contrada di san Vicenzino, avente lo sbocco in piazza Castello;
colà, trovandosi ad un balcone molti signori e parecchie signore,
sbigottiti alla vista di quella truppa e temendo che essa vi si
portasse per intraprendere atti di violenza in causa della lotta che
si era impegnata altrove nella città, quella comitiva signorile fece
atto di rientrare spaventata: ma il generale a cavallo ne li dissuase
coi gesti, quindi colle parole, facendo lor coraggio ed assicurando
che non aveva alcuna cattiva missione da compiere a lor riguardo.
Ciò attestiamo in omaggio della verità, onde dimostrare che non ci
suggeriamo alla passione nello stendere queste pagine, ben riconoscendo
che nell'ufficialità austriaca eranvi pure ottimi elementi, e che
quando trascesero ad atti brutali, in maggior parte devesi far risalire
ogni responsabilità al governo di Vienna che aveva aperto un abisso
di odii fra esso e gl'Italiani; odii che si esplicavano poi contro
l'esercito ch'era ritenuto strumento del despotismo, senza considerare
che l'esercito in mano de' tiranni viene esso pure retto da tale
tirannica disciplina da renderlo macchina e nulla più, e non corpo
morale intelligente e volente. La truppa però che da S. Vicenzino erasi
condotta pella contrada de' Maravigli, e quindi per quella di S. Maria
Segreta, sconcertò i disegni de' popolani ch'eransi colà concentrati
onde forzare l'armajuolo Sassi ad armarli. Alla vista della truppa
la folla che ritrovavasi aggruppata e minacciosa avanti la bottega
d'armi, sorpresa dalla subitanea apparizione si abbandonò alla fuga,
non potendo del resto concepir proposito di opposizione dal momento che
ritrovavasi completamente inerme.

Rimase così libero il passo alla truppa; ma ben altri avean divisato di
disputarle il passaggio, e il conduttore dell'albergo di S. Carlino ne
doveva esserne capo.

Era questi un tal Beretta Costantino il quale accortosi dell'agitazione
ch'erasi diffusa per tutta la città, aveva sin dal mattino tenuta la
casa semichiusa; aveva fatta forte provvisione di mattoni, di sassi
e di quant'altro valesse a recar offesa, ponendosi co' suoi all'erta
di quanto potesse succedere. Allorchè poi la truppa era entrata in
quella contrada ed aveva veduta la fuga dell'assembrato popolo avanti
la bottega del Sassi, essa si era convinta di potere invadere la città
senza il menomo ostacolo e potersi recare ad occupar le posizioni
interne più opportune. Ma allorchè l'albergatore vide spuntar la
truppa in contrada, mandò tre suoi inservienti sul tetto, e altri otto
collocò alle finestre; la moglie stessa del Beretta non volle esser di
meno del marito in coraggio e s'adoperò attivamente al successo della
lotta. Giunta la truppa in prossimità dell'albergo, il Beretta diede
l'ordine a' suoi d'incominciar l'offesa. Spaventoso fu lo spettacolo di
quella contrada! una grandine continua di tegole, di mattoni, di sassi
cadeva addosso ai soldati; e tale fu il fiero ed accanito tempestar di
dure materie dall'alto, che il generale fece ritrarre alquanto i suoi
soldati ed ordinò che aprissero il fuoco contro i rivoltosi.

Terribile fu la lotta:--le scariche dei fucili s'alternavano
rapidamente al grandinar delle tegole:--la polvere prodotta dalle
materie gettate dall'alto, il fumo che s'elevava dalla strada per
l'esplosione dell'armi da fuoco; il rombo delle materie cadenti, e il
fischio delle palle che s'incrociavano nel fulminar la casa, le grida
furiose dell'una e dell'altra parte, produceva un concento diabolico,
e presentava un quadro spaventoso, cui è sol capace di ridurre in
atto l'odio feroce degli uomini che si scannano o si schiacciano
vicendevolmente e senza pietà:--e che si scannano spesso perchè,
ragionevoli come pretendon essere, più irragionevoli si dimostran
de' bruti col trucidarsi a vicenda con furore insano e per causa il
più spesso che non li riguarda davvicino; qual era in fatta la lotta
impegnatasi tra Milanesi e soldati, nella quale le parti più non si
capivano, non comprendendo alcuno che, pugnandosi per la libertà e la
indipendenza da forastiero governo, i soldati inferocivano per causa
non propria nella lotta, anzi in causa di chi li teneva aggiogati sotto
ferrea disciplina;--e i cittadini da lor parte non comprendevano nel
furor della lotta che que' soldati ch'erano contro a loro non eran
altro che giovani strappati colla violenza dal seno di lor famiglie per
tramutarli col più fiero dispotismo d'inumana disciplina in altrettanti
strumenti de' capricci di un uomo.

E la lotta fu accanita da entrambi le parti, e durò molto. Il generale
stesso fu colpito da un vaso di terra sulla testa, e fu così malconcio
dalla ferita da dover esser trasportato da quattro soldati in Piazza
Mercanti.

De' militari non si conobbero i dettagli sulle perdite e sui danni,
poichè si ebbe cura di trasportare i feriti in Castello.

Il vicinato, atterrito da quella lotta, molto si lagnò coll'albergatore
pell'imprudente attacco che poneva in pericolo tutti gl'inquilini
delle circostanti case; ma la lotta terminata poco prima delle quattro
ore colla vittoria cittadina rianimò anche i pusillanimi, rinfrancò
i dubbiosi, assicurò i protestanti contro il Beretta. La folla che
aveva tentato di impossessarsi delle armi dell'armajuolo Sassi, e che
si era ritratta all'apparir della truppa, essa fuggente riacquistò
animo e ritornò all'impresa contro la bottega del Sassi; questa volta
con miglior fortuna; poichè, riuscita ad atterrarne la porta, essa vi
penetrò, requisì tutte le armi e le distribuì secondo il bisogno.

Dalla parte del Genio militare, ch'era situato nella via del Monte
di Pietà, e propriamente ove ora sorge il palazzo della Cassa di
risparmio, due compagnie di linea avevano fatta una sortita ed eransi
dirette pella contrada del Monte Napoleone. La via era deserta, cupa,
chiuse le botteghe e le griglie; allorchè, giunta quasi alla casa
Melzi, un colpo di fucile partito da una finestra stese cadavere un
soldato e un altro lo ferì. Il mistero che circondava le fucilate
del popolo, non vedendosi da dove partissero, intimorì la truppa,
paventando di cadere in qualche agguato se procedeva; talchè risolvette
di retrocedere, come retrocedette infatti, seco trasportando il soldato
ferito.

Alla ritirata della truppa temendo i cittadini non ritornasse essa alla
riscossa con rinforzi, barricarono la via con quanto fu a lor dato.
Dalla chiesa di S. Francesco da Paola levarono tutti gli attrezzi e le
canne dell'organo che era in costruzione, adoperandoli per barricare
il corso di Porta Nuova, appoggiando la barricata alla casa Merini.
Lo sbocco del Monte Napoleone venne chiuso con un carro da botti e
col carretto del vicino lattivendolo. Per assicurare que' paraggi,
barricaron pure gli sbocchi della Croce Rossa e della corsia del
Giardino. Dalla parte poi della contrada dell'Annunciata costrussero
barriera colle tavole e colle travi che servivano alla fabbrica della
casa D'Adda. Finalmente asserragliarono i portoni di Porta Nuova con
una carrozza capovolta.

Verso le quattro ore uscì dalla Direzione di Polizia una pattuglia
di 20 ussari a cavallo; ma un drappello di operai-tipografi, diretto
da Luigi Camnasio, che sino dalla mattina era stato incaricato di
sorvegliare la Direzione di polizia, salito sul tetto della casa
esistente di contro a quella, perseguitò la pattuglia di cavalleria
con sassi e con tegole che dall'alto lanciava nella sottoposta via.
Due ussari essendo stati feriti, gli altri soldati scaricarono le armi
da fuoco contro le finestre, e quindi spronarono i cavalli verso il
teatro della Scala. In capo però alla contrada di S. Margherita, dal
lato della piazza del teatro, trovarono chiusa la via dalla catena
che a' quei tempi usavasi porre attraverso di sera onde impedire il
passaggio delle carrozze per quel punto, e che in quel giorno era stata
stesa dai cittadini onde servir di barriera contro la cavalleria. Tentò
la pattuglia di superar l'ostacolo, ma altri cittadini, appostati
nell'atrio del teatro, la bersagliarono coi fucili da caccia; talchè la
pattuglia dovette retrocedere in disordine onde ripararsi nel locale
della Direzione di polizia. Ma giunta ivi, trovovvi chiusa la porta; e,
mentre dal tetto della casa prospiciente lanciavansi tegole, gli ussari
inferociti dal pericolo si posero a percuoter la porta colle sciabole
e ad urtarla con forza coi cavalli che vi spingevano indietreggiando.
Gli sforzi, commisti alle bestemmie, non valsero a sfondare nè a farsi
aprir la porta; anzi una scarica di fucili fatta dal locale di polizia
rovesciò di sella un ussaro. Era una scarica fatta dai poliziotti che,
temendo per sè nello aprire, vollero allontanare i proprii fratelli
d'armi col ferirli. Ma gli ussari, circondati dai projettili lanciati
d'ogni parte, raddoppiarono gli sforzi, sinchè riuscirono a sfondar
finalmente la porta della polizia e ricovrarvisi.

Dal locale di polizia si aperse fuoco allora in ogni direzione: i
soldati accortisi che una mano di cittadini stava dai tetti gettando
sassi e tegole, salirono pur essi sui tetti del locale di polizia e
diressero il fuoco a quei punti culminanti. Bersagliati dalle fucilate,
dovettero i popolani ritirarsi da' quei tetti e scendere a combatter
per le strade.

Nello stesso giorno e alla medesima ora veniva affisso ai muri della
città e diffuso anche a mano il seguente bando:

  «POPOLO DI MILANO!

«L'Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro
silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura. Le provincie
aspettano da noi la parola d'ordine. Il destino d'Italia è nelle nostre
mani; un giorno può decidere la sorte di un secolo.

  «ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!»

Al dopo pranzo alcuni giovani avevano tentato di costruire barricate
a Porta Ticinese; ma il loro eccitamento non era stato secondato,
perchè, rotte com'erano le communicazioni coll'interno della città,
nessuno voleva credere alla notizia dello scoppio della rivoluzione
nelle altre parti di Milano. Le svariate, esagerate, contradditorie
notizie che i novellieri cialtroni usano nei momenti di lotte cittadine
inventare od esagerare per farsi credere conoscitori degli avvenimenti,
avevano infiltrata quella diffidenza che scoraggia e paralizza i forti
propositi.

La Congregazione municipale continuava intanto le sue sedute in
Broletto, ove accorrevano in folla i cittadini ad inscriversi nella
Guardia civica. Presiedeva a quest'operazione il generale Teodoro
Lecchi e l'impiegato municipale Luigi Manzoni. Le inscrizioni
procedevano più regolarmente ch'era possibile, ma al momento della
distribuzione delle armi si diffuse la notizia che esse mancavano
perchè Torresani non aveva voluto ottemperare agli ordini di O'Donell,
ritenendo invalida ogni determinazione da lui emessa sotto la coazione
della prigionia. E invero Torresani rifiutò recisamente la consegna
dei fucili delle guardie di polizia. Non restavan quindi per armare il
popolo che le poche armi prese nelle officine di Sassi e di Calabresi,
state poi pagate dal Municipio, ma che non bastavan del certo alle
esigenze del bisogno. Essendo stato nominato Bellati a reggere la nuova
polizia, in seguito al decreto di O'Donell, col quale scioglieva la
polizia antica, ogni trattativa non approdò a qualsiasi favorevole
risultato.

Radetzky pure aveva dichiarato di ritenere come nullo ogni ordine di
O'Donell, valutandolo come estorto dalla pressione esercitata nella sua
cattività per parte dei rivoluzionarii. Anzi il maresciallo, convenendo
pienamente nell'operato di Torresani, invece di armi spedì armati.
Un forte drappello di granatieri fu da lui mandato al Broletto, ove
giuntovi, entrò dalla parte di S. Nazaro Pietrasanta (ora via Giulini),
irruppe per le scale che conducevano agli ufficii della Delegazione,
arrestò quanti incontrò e fece per tradurli seco in Castello. Se non
che i granatieri trovarono opposizione in una mano di giovani armati
di fucili e di qualche vecchia alabarda. Scesi in corte i soldati, si
trovarono da un drappello di altri popolani minacciati alle spalle;
talchè, senza poter condurre gente arrestata con sè, studiaron modo di
ordinatamente ritirarsi.

Appena partiti, il popolo conobbe il pericolo di venir di nuovo invaso
quel luogo e ne chiuse le porte, lasciando aperto il solo sportello
dalla parte di S. Nazaro.

Infatti Radetzky, indignato dalla forzata ritirata de' granatieri,
pensò al modo di riprender più tardi quel luogo stesso.

Passando ad altro punto della città, abbiam veduto che O'Donell era
stato condotto in ostaggio in casa Vidiserti al Monte Napoleone, dove
pose sede il quartier generale dell'insurrezione. Si potrà censurare
la disposizione delle due sedi, municipale e quartier generale
rivoluzionario, così distanti l'una dall'altra: ciò non può essere
obbietto di censura quando si conosca la ragione che obbligò a trovarsi
così distanti quei due ufficii dirigenti della rivoluzione. Abbiamo noi
ommesso di dire che allorquando il conte O'Donell veniva scortato come
ostaggio in potere del popolo insorto, egli veniva diretto al palazzo
municipale; ma, giunta la comitiva nella via del Monte, si scontrò con
un centinajo di soldati che fece una scarica contro di essa. Il podestà
col prigioniero rifugiossi allora nella casa Vidiserti, e fu per
questo fortuito caso che l'autorità municipale, ricapito dei cittadini
e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto
dalla sua sede. Ed è per questo che Radetzky, ignorando tal fatto, e
ritenendo O'Donell prigioniero in Broletto, diede tanta importanza
all'occupazione militare del Broletto.

Terribile era intanto l'aspetto di Milano!... Barrate le strade,
scoverti i tetti, un grandinar continuo di tegole dall'alto, uno
scagliarsi violento di sassi dalle finestre, il sibilo delle palle
della moschetteria, il rombo del cannone, le grida di gioja furente
del popolo insorgente, gli urli e le bestemmie di una soldatesca
inferocita nella lotta, un cupo cielo coperto di nubi, e che di quando
in quando mandava acqua,--tutto ciò rendeva terribile l'aspetto della
città ... Ma ciò che infondeva un cupo sentimento di malinconia era il
monotono squillo delle trombe del popolo che cupamente echeggiava per
l'aere già cupo:--erano desse le campane suonate a stormo! Era il suono
terribile a' despoti, e che fece lor sempre rintronare all'orecchio
che anche il popolo ha la sua forza; anch'esso i suoi colpi di Stato:
talchè quando Carlo VIII, re di Francia, usufruttando delle italiane
debolezze scese per l'Alpi e passò a Firenze, dove accolto come amico
nel 1494 volle di poi dettar patti da conquistatore, Pier Capponi
mentre il segretario del re leggeva il tenor degli oltraggiosi patti
dell'assemblea dei cittadini stupiti ed angosciati, Pier Capponi sorse,
strappò di mano al segretario la carta, la fece in pezzi, sclamando
al re con fiero accento: _Ebbene! voi suonate le vostre trombe e
noi suoneremo le nostre campane;_--e bastò la tremenda minaccia per
fiaccare l'orgoglio del re e fargli mutare i patti.

E a Milano la voce di un popolo irato si fece udire negli squilli a
stormo di sue campane: un popolano era salito sul campanile di S.
Pietro Celestino, aveva afferrato il battaglio della maggior campana,
e cominciò a martellare. Risposero tosto allo stormo la chiesa di S.
Carlo e quella di S. Babila; e quindi, a brevi intervalli, quelle degli
sgombri quartieri. E questo suono che sempre più si propagò e non cessò
che col cessare delle offese nemiche, mentr'esso infondeva terrore nel
nemico, nello stesso tempo incorava gl'insorgenti, dando certezza ai
lontani che quella chiesa, quel rione erano sgombri.

Sull'Angelo di S. Paolo quindici giovani armati di fucili da caccia
guardavano quel punto e fecero retrocedere le truppe accorrenti per
impadronirsi della corsia, e ricacciarono la guardia che si trovava al
tribunale criminale, la quale aveva pur tentato di farsi strada pella
corsia. Vittima in quell'eroica difesa fu Tomaso Barzanò, giovane di 23
anni, ricco, patentato ragioniere da poco tempo, da una palla tedesca
fatto cadavere al posto ove il bisogno della patria lo aveva collocato.

Un amico di Barzanò gli tenne compagnia in altra vita. Fu questi
Ferranti Cadolini, ventenne appena, studente universitario, orfano di
padre e conforto alla vedova madre, che armata la mano di carabina,
ove fuvvi pericolo accorse, timor non conoscendo si battette da forte,
finchè, collocato a difesa dello sbocco della contrada di S. Raffaele,
fu da uno de' Tirolesi, appiattato fra le aguglie del Duomo, ucciso con
una fucilata in una gamba.

Intanto scorrevano le ore pomeridiane fra eroici fatti di gente quasi
inerme che si scontrava contro agguerrite schiere: e mentre

  _Lo giorno se n'andava e l'aer bruno
    Toglieva gli animai che sono in terra
    Dalle fatiche loro[6]...._

non ristavano i prodi dalle incominciate imprese e non si curavan di
riposo; ma d'altra parte le truppe inferocite dalla resistenza e dai
disagi, e dall'odio che lo straniero idioma sollevava, non ozieggiavano
in brutali atti. Anzi narran le storie contemporanee che sul far della
sera una pattuglia di croati scortando prigioniero in castello un
giovane milanese, perchè questi protestava di innocenza e s'opponeva
conseguentemente alla traduzione e resisteva co' pugni, i soldati
lo strangolarono e l'appiccarono ad una lampada. Nè i superiori,
conosciuto il fatto, lo riprovarono, ma risero sanguinosamente
all'inumano dramma ed eccitaron le truppe a riprodurlo in altri.
Aggiungon poi quelle storie che otto detenuti politici che si trovavano
degenti nella Rocchetta del castello vennero fucilati per ordine del
supremo comandante, e che alcuni cadaveri di quegl'infelici vennero
barbaramente gittati nella fossa che trovasi nella terza corte del
castello.

Parziali scaramuccie eransi verificate nel vespero di quel giorno;
le più sostenute da parte del popolo colle sole armi dei sassi o con
qualche fucile da caccia.

Nei _Martiri della rivoluzione lombarda_[7] rileviamo che una forte
compagnia del reggimento fanti Baumgartten, venendo dal ponte di Porta
Romana, fu di contro alla chiesa di S. Nazzaro accolta con una tempesta
di sassi. I soldati vi risposero colle schioppettate; ed il popolo
centuplicò la sua mitraglia. L'ira traboccava da ogni animo, ed ogni
soldato che cadeva era accompagnato dal grido di: _Viva l'Italia_, e
da un batter di mani. Gioia invero feroce quella di gioire sulla morte
di un uomo, a qualunque nazione appartenga od a qualunque opinione,
ma è un necessario effetto di quella terribile concitazione che vien
generata in una lotta di sangue. La lotta non fu allora tanto breve:
perduti un ufficiale e quattro soldati, il capitano riordinò la
compagnia e le comandò di avanzare verso la contrada Larga. Giunta la
compagnia nella contrada Velasca, dopo aver lasciati due altri soldati
morti all'angolo del teatro Lentasio, essa dovette soggiacere a nuove
perdite; imperocchè dalla casa Borgazzi all'angolo di Poslaghetto
i fratelli Longhi, con tutti gli amici che si trovavano in casa,
apersero un vivo fuoco co' loro fucili da caccia contro la truppa, la
quale tenne fermo per quasi mezz'ora, rispondendo alle fucilate con
ben nutrite scariche di fila; finchè, decimata, sgominata, si aperse
un varco per la contrada di Pantano, ad ogni rumore sostando incerta
e paurosa, giungendo finalmente senza molestia sulla piazza di S.
Ulderico. Quivi una barricata interruppe il suo cammino: barricata
assai estesa, che dall'angolo della via degli Osti si appoggiava
all'altro lato della piazza. Un colpo di fucile scaricato dalla casa
Biumi da un certo Cesana, praticante in legge, e un vaso di fiori
lanciato in pari tempo dalla casa di contro, ferirono due soldati,
uno de' quali mortalmente, e furono il segnale di un nuovo attacco.
Ma non rispose troppo energicamente la truppa, la quale consacrò ogni
studio ad aprirsi un varco attraverso la barriera, e con soverchia pena
potette ripararsi sotto il _Cascinotto_, or più non esistente, formato
allora da un'ampia tettoja, d'onde poi si partirono. E molestati ad
ogni passo, decimati, di numero, stremati di forze, scoraggiati da
quella lotta misteriosa e di nuovo genere, raggiunsero il palazzo di
Corte e vi si ripararono.

Partiti appena i soldati dal _cascinotto_, irruppero dalle case molti
ardimentosi cittadini, corsero a quel punto, e con attività prodigiosa
si posero ad abbattere quella tettoja onde non avesse più a servir di
riparo a nuove truppe sopravvenienti.

In contrada del Bocchetto pur si combattette: fu lotta di un'ora, ma
lotta di leoni: de' soldati molti furon feriti e quattro morti: de'
Milanesi si lamentò la perdita di Giovanni Tazzini, giovane di 23 anni
circa, bene educato, impiegato nella cavallerizza vicereale. Spazzata
la via per un istante, il popolo l'asserragliò di poi, adoperando
in gran parte i libri bolletarii presi nell'ufficio del Bollo, ove
trovavansi in grande quantità.

Pachta che durante la lotta interna erasi rintanato in un nascondiglio
del proprio appartamento, verso le sei ore pomeridiane erasi affacciato
alla finestra del secondo piano al rumore di truppa pattugliante,
chiamò il comandante di essa, e, tenendo per mano la contessa di
Spaur, si fece da' soldati scortare al bastione e quindi in castello,
approfittando dell'oscurità, inquantochè le dense nubi che ingombravano
il cielo avevano anticipata la sera.

Trenta furono le vittime cittadine--furon trenta martiri pella
patria,--perchè tutti caddero per essa e col nome d'Italia sulle labbra.

Le figure più salienti in quel giorno furon Cattaneo, Cernuschi e
Casati.

Di Casati e di Cattaneo ecco come ne parla uno storico: «Due
personaggi d'indole diversa si distinsero nei cinque giorni della
memorabile lotta che i Milanesi sostennero. Il conte Casati, uom
timido, misurato, spinto a mescolarsi nei pubblici affari dalla sua
qualità di primo magistrato del Municipio, piuttosto nemico della
dominazione austriaca che partigiano di libertà, e non curante meno di
sè che della patria, aveva, in tempi varii e secondo i casi, ricevuto
onori dall'imperatore d'Austria e dal re sardo; perocchè, prevedendo
la nimistà che doveva bentosto dividerli, non sapeva da quale parte
tenersi, ed attendeva con ansia gli eventi per gettarsi dal lato del
padrone che vedesse dalla fortuna favorito. Era altr'uomo Cattaneo.
Profondo filosofo, abituato a vita meditativa, capo del partito
nazionale, metteva il dispregio forse troppo assoluto di ogni interesse
di casta o di corte fra i doveri del suo amor per la patria. La sua
energia era grande, immensa l'influenza del suo nome sul popolo, ma
non agguagliava Manin, mancandogli il talento pratico di costui,
la temerità, il genio vero delle rivoluzioni. Egli dava alle idee
un'importanza che non hanno, credendo che dispongano del mondo; però,
là dove Manin agiva e trascinava dietro di sè le masse ignare, Cattaneo
dava consigli e temeva esser solo a volere[8]».

Cernuschi era giovane ardito, intelligente, energico, amante di
Cattaneo: vestiva sempre abito nero, talchè gli si diede sopranome
di abate milanese, con cui, e non altrimenti, fu dal popolo chiamato
nei primi giorni. Quando egli appariva in pubblico, ognuno salutava
festosamente l'abate, ritenendolo foriero di vittoria: facile oratore,
pronto ad espedienti, premuroso ne' consigli, freddo nei pericoli,
audace nella pugna, egli inspirava fiducia a tutti:--il suo sguardo di
fuoco poi elettrizzava, magnetizzava.

Epigrammi e versi non pur mancavano all'occasione: alla piazza Mercanti
furon trovati affissi i seguenti versi:

  _Se tu senti alcun che è spia
    Di': È un raggir di polizia
    Per distrugger l'influenza
    Di fraterna confidenza._

Questi versi alludevano ai raggiri della polizia austriaca di far
credere come suoi confidenti gli eccellenti patrioti onde screditarli
presso le masse popolari. Per dare un esempio di ciò, citeremo le
notizie diffamatorie diffuse su molti profughi, tra i quali il dottor
Belcredi, onesto padre e marito e medico assai studioso; nonchè sul
conto del conte Vittaliano Crivelli, decoro e tutela operosissima di
Milano. A queste cabale della polizia alludevano poi anche i seguenti
versi che giravano manoscritti in quei giorni:

  _Era bella testè la confidenza
    Che i figli avean tra lor di Lombardia;
    Formava quell'universal credenza
    Il massimo terror di polizia.
    Che fece? ella gittò la diffidenza,
    I più caldi spacciando oggi per spia;
    Ma noi, squarciando i tradimenti suoi,
    Tornar sapremo in union fra noi._

All'invasione avvenuta del Broletto, la Congregazione municipale ne
aveva fatto chiedere a Radetzky per lettera la ragione, inquantochè
ritenevasi il municipio nelle vie legali dopo i decreti di O'Donell.

Ma il maresciallo non dava valore alcuno a decreti firmati in uno
stato di prigionia; anzi ritenendo per certo che nel Broletto vi si
trovasse il podestà, il quartier generale dell'insurrezione ed O'Donell
prigioniero, voleva ad ogni costo impossessarsi di quel luogo. Egli
rispose quindi alla Congregazione municipale colla seguente nota,
che spedì accompagnata da una mezza divisione (una compagnia) di
granatieri:

«Il Maresciallo Radetzky alla Congregazione Municipale della regia
città di Milano.

  «Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848.

«Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i
provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire e
per armare una Guardia civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione
Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei
cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far
bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e
di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre
all'obbedienza una città ribelle. Ciò che mi riuscirà facile, avendo a
mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi
di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.

  «RADETZKY, Maresciallo.»

Quella lettera spedita alle ore 8 di sera, fu poco dopo ricevuta
dall'assessore Greppi, che vi rispose come doveva un rappresentante
di un popolo risorto che aveva tutta la dignità della personalità
conculcata ed oltraggiata.

Ma, portata al maresciallo la risposta, un colpo di cannone partito
dal Castello rese avvertiti i difensori del Broletto che altra
determinazione non vi era a prendersi che cedere o combattere
disperatamente.

Tutti conchiusero per la pugna:--tutti gridarono esser pronti a morire
per la patria!... Pochi erano i difensori ch'entro vi si trovavano, ma
tutti risoluti a vender cara la vita ed a non capitolare col nemico.
Eranvi fra i difensori molti ragazzi, i quali mostrarono come per la
libertà anche l'adolescenza sappia morire.

Nel cortile del palazzo civico sopraggiungeva in quel mentre, portato a
braccia, un ferito: era un prode popolano il quale, assalito al ponte
Vetero da più Croati, si era difeso con una pistola, e, ferito da colpo
mortale alla testa, era caduto. Ma il popolo era accorso a risollevarlo
da terra e lo aveva trasportato nel Broletto, ove rendette lo spirito
al Creatore, confortato da' suoi fratelli.

Molta truppa s'incamminava alla volta del Broletto. Un battaglione
di Boemi, capitanato dal maggior Lillia, e altre truppe procedevano
dal ponte Vetero per la contrada del Broletto; ma giunti i soldati
alla chiesa di S. Tomaso, una grandine di tegole, di sassi e di
schioppettate li obbligò a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchi
de' loro.

Altra vittima di quel fatto fu Antonio Boselli, ch'era accorso alla
difesa del palazzo civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti
che precedettero l'assalto dei croati, fu udito gridare: _Alle
finestre! Alle finestre!_ Fu quindi osservato affacciarsi egli ad
una finestra, mettervi fuori la canna di un fucile, aggiustarne la
direzione sul nemico ed esploderlo; ed, esploso, ricaricarlo e per più
volte esploderlo sui soldati. Ansioso di combatterli più da vicino,
abbandonò la finestra e scese in strada: vi uscì coraggioso coll'arme
in pugno, nè lasciò raffreddarsi la canna del fucile; ma non per molto,
che un croato gli fu sopra e lo ferì d'un colpo di bajonetta presso
all'inguine. Ferito, cercò riparo dietro una barricata; ma poco dopo
due colpi di moschetto lo colpirono e lo ferirono nuovamente. Ferito
com'era, tentò trascinarsi sino alla sua abitazione, situata nella
contrada de' Clerici, e riuscì a condurvisi. Addolorò sino alla mattina
di lunedì e spirò confortato dalla moglie e da due sue bambine.

Al Broletto si conobbe allora esser venuto il momento di una resistenza
disperata:--e tutti furon pronti a sostenerla.

Riteniamo molto proficuo di dare la descrizione della difesa e
dell'assalto del Broletto colle parole stesse di uno che vi si trovava
dentro; il bravo medico Luca Cozzi.

«Deliberata la resistenza, senza che il municipio più se ne ingerisse,
si attese prestamente a preparare la pugna. Chiuse le porte,
ammucchiati davanti ad esse i sacchi delle granaglie che, come in
luogo di mercato, ivi si trovavano; barricate le porte stesse, per
maggior sicurezza, e chiuso anche lo sportello. Un colpo di cannone
del Castello rispondeva a tali procedimenti; ed a quel colpo tutti
intrepidamente si fecero innanzi, pronti a sostenere l'assalto.

«Non più che 50 erano i fucili; e molti, che pure avrebbero bene
adoperate l'armi, ne erano privi. Più scarse ancora erano le munizioni;
avevamo poca polvere, e le poche cartucce trovate nel corpo di guardia
dei pompieri. Questi, in piccol numero rimasti in Broletto, ajutarono
alla difesa; e principalmente guidarono sui tetti quelli che avevano
a gettar le tegole. Le finestre del Broletto, che guardavano verso
strada, furono accomodate a feritoje, tranne quelle della famiglia del
delegato. Di questa guisa e con tali provvedimenti, si potè combattere
per ben due ore. L'inimico non tardò a venire all'assalto.

«Irrompevano gli Austriaci da ogni lato. Il Broletto era investito
dalle contrade, bersagliato dai soldati che s'erano impadroniti dei
tetti delle case vicine. I colpi di cannone spesseggiavano dalla
contrada di S. Marcellino e dall'angolo del Rovello. Alcuni pontonieri
mandati innanzi ad atterrare le porte, cadevano percossi dalle tegole.
Poco frutto invero faceva anche il cannone; i colpi arrivavano
obbliqui. Ma indi a poco, occupate tutte le contrade vicine, il nemico
piantava di contro alla porta i due cannoni. Ma l'angustia della via
non gli consentiva di adoperarli così da presso. Continuava colla
moschetteria, e intanto sfondava due botteghe che erano dirimpetto
alla porta, e vi faceva entrare a coperto i due cannoni. Procacciato
a questo modo anche maggiore spazio ai cannonieri, dava opera a
colpire la porta. Pareva che l'edificio ruinasse dalle fondamenta. La
porta cedette a quella furia; una breccia fu aperta; l'inimico poteva
agevolmente entrare.

«Il Broletto sonava intanto la sua campana a stormo; inutilmente! era
impossibile al popolo, per quelle vie anguste, affollate di nemici,
avvicinarsi al luogo del combattimento. Rispondeva il nostro fuoco
dalle finestre, ma scarsi erano i tiri, le munizioni mancavano. Ci
ajutavamo colle tegole, con ogni oggetto atto a percuotere. Con
cinquanta fucili combattemmo, dalle ore 7 alle 9, contro a due o tre
mila Austriaci. Nessun disordine avvenne durante la difesa. Tutti
obbedivano quasi per istinto e senza bisogno d'indirizzo. A caso
ivi si trovava il general Teodoro Lecchi, il quale rimase quasi
inoperoso. A dir il vero, qualche consiglio per la difesa aveva dato
in principio, ma visto il soverchiante numero degli assalitori,
proponeva una capitolazione. Nessuno accettò. Come abbiamo detto, a
nulla più servivano le armi, perchè finita la polvere. La resistenza
tornava inutile; ma la capitolazione pareva troppa vergogna. Certi
di veder entrare il nemico, pensammo a nascondere i fucili per non
lasciarci cogliere coll'arma in mano. Alcuni non vollero aspettare gli
Austriaci, e, mentre questi irrompevano dall'una banda, si calavano
con corde dalle finestre nelle vicine case. Altri volevano con l'armi
in mano farsi strada. Ercole Durini era fra questi. Tuttavia prevalse
l'opinione dei più, quella cioè di restare immobili, poichè la difesa
era impossibile, ma senza scendere a pratica d'accordo.

«Più tardi così avveniva a Roma; e fatta ragione della varia grandezza
del caso, osserveremo che il popolo sente allo stesso modo la propria
dignità. I pochi Milanesi chiusi in Broletto, come il fiore d'Italia
in Roma, si rassegnarono a un fatto; ma non lo suggellarono con
ignominiosi accordi.

«Entrava furiosamente la truppa ad occupare i cortili. Erano
all'incirca 2000 fra boemi e croati; avevano modi feroci, scaricavano
i fucili contro le finestre; menavano colpi all'aria; nelle sale
guastavano gli arredi. Gli usci che trovavano chiusi, sfondavano
colle scuri dei guastatori. Alcuni percotevano gli inermi; altri
strappavano loro di dosso persino le vestimenta. Altri più feroci,
andati sui tetti, e trovati quivi alcuni ragazzi, li precipitarono
nella via. Il sangue cittadino si versava da una soldatesca ebra di
furore, mentre nessuna resistenza più si opponeva. Noi, che assistemmo
a quella scena spaventosa, non vi possiamo ripensare senza un fremito
di dolore e d'ira; cacciati da stanza a stanza, i più de' nostri
s'erano rifugiati nell'appartamento del regio delegato (Bellati);
appartamento che venne pure invaso, e sfrenatamente saccheggiato. A
raffrenare quelle turbe indisciplinate non valeva la presenza di un
maggiore di croati Ottocani, uomo d'indole men bestiale degli altri,
e che pure s'ingegnava d'acchetare i più furiosi. Nè meglio valeva la
presenza dello stesso delegato, nè quello di sua moglie circondata dai
figliuoletti, uno dei quali, ancora infante, le pendeva dal collo. Il
maggiore da noi mentovato dichiarava tutti i raccolti nelle sale del
delegato esser prigioni di guerra; dimandava l'immediata consegna delle
armi; al qual uopo aveva condotti seco due carri per trasportarle. E
non è a dirsi la sua meraviglia, allorchè vide co' suoi occhi tutte le
armi raccolte non oltrepassare il numero di quaranta fucili.

«Alcuni dei nostri ripararono nella sala di consiglio, tramutata in
infermeria. Io mi trovava in quel luogo, e come medico, con altro
compagno, attendeva alla cura dei feriti. Questi erano in tutto otto
o dieci tra i quali un caporale boemo. Ivi fummo pure raggiunti da
altri che fuggivano il primo impeto dei soldati furiosi; udivamo farsi
vicine sempre più le loro grida; c'intronavano l'orecchio i colpi
furiosi che davano agli usci, i quali cedevano sfondati sotto le scuri.
Irruivano finalmente i soldati nella sala, ma in luogo di trovare
uomini armati, vedevano alcuni materassi accomodati alla meglio, sui
quali agonizzavano i feriti. Il coadjutore di S. Tomaso, con la stola e
l'olio santo, andava confortando qualche moribondo. Alle sue preghiere,
mormorate tra il terrore d'una morte imminente anche per lui, si
mescevano le bestemmie croate e boeme. Tuttavia quella vista valse per
qualche istante e frenare l'impeto di que' truci, e a inspirar loro
men fieri sensi: ma passato quel primo stupore, gli officiali salirono
in nuovo furore, esclamando: «Come? anche ambulanza? dunque tutto qua
preparato!» E stavano per inveire con noi, che medicavamo i feriti. Per
buona ventura, il caporale ferito potè mitigare la stolta ira di quegli
officiali, dicendo come fosse stato umanamente accolto. Dichiarati
prigionieri di guerra, ci udimmo annunciar prossima la nostra partenza
dal Broletto al Castello. Otto guardie rimasero alla porta della sala
per custodirci.

«Intanto s'avanzava la notte; durante la quale, avemmo la visita d'un
officiale d'artiglieria. Notava i nostri nomi, la nostra condizione e
il nostro domicilio. Quell'ufficiale usò verso di noi modi scortesi
e minaccevoli. Indi a poco, altra visita ci veniva d'un commissario
di polizia, il quale ripeteva le stesse interrogazioni. Ma ciò che
maggiormente ci dava fastidio erano le crudeli villanie dei soldati di
guardia, i quali non rispettavano i sani nè i moribondi. Uno dei nostri
stava spirando, e nella stretta della morte mandava qualche gemito.
Incredibile a dirsi! il rantolo d'un morente era colpa avanti a quei
soldati ubbriachi che lo ferirono di bajonetta.

«Come medico, fui richiesto quali fossero i feriti in condizione di
essere trasportati all'ospitale. Accennai i meno gravi, cercando di
porre in mezzo ad essi anche alcuni di quelli che, giunti in Castello,
avrebbero corso pericolo di essere immediatamente moschettati. Intorno
a un moribondo rimasi io col prete, non più liberi degli altri, ma
solo per compiere il supremo dei doveri. Nè potrò obliar mai la scena
dolorosa di cui dovetti essere attore. Coloro che venivano trasportati
in Castello, fra i quali erano amici miei o conoscenti, credendomi
lasciato libero, mi caricavano di messaggi per le famiglie loro. Erano
figli, padri, fratelli, che, ignari del destino che li aspettava in
Castello, pregavano andassi a confortare i parenti, a ragguagliarli
del loro caso. Era un testamento quasi che affidavano alla mia memoria;
nè sapevano che io pure aveva a correre più tardi lo stesso periglio.

«I prigionieri furono condotti in Castello in due stuoli. Primi ad
avviarsi furono quelli che eransi côlti nelle sale del delegato e nei
cortili: erano da centoventi; furono fatti discendere verso mezzanotte,
ed ordinati in fila, a due a due, uscirono, preceduti e seguiti da
cannoni e da una triplice siepe di soldati. Dipoi si facevano uscire
allo stesso modo quelli côlti nell'infermeria: quaranta circa. Tennero
nell'andare in Castello le vie S. Nazaro Pietrasanta, Rovello e Cusani.
Durante il tragitto ebbero a patire offese d'ogni maniera; si mandavano
innanzi a furia di percosse; si manacciava loro la fucilazione, la
forca. I croati, storpiando la nostra favella, andavano gridando:
«Subito piccara.» I feriti che mal potevano camminare, quelli che pel
selciato smosso o per l'ingombro delle tegole inciampavano, erano
mandati innanzi a calciate di fucili, o a pugni sul volto. Ed era
tanto quel pazzo furore, che quei soldati i quali, per la lontananza,
non giungevano a percuotere i prigionieri, lanciavano loro addosso
frammenti di tegole e manate di fango. I più lontani urtavano i
compagni, perchè l'urto andasse a cadere sui prigionieri. Insomma la
via dal Broletto al Castello fu un cumulo di strazii e vituperii; una
nuova via di passione.

«Uscita la maggior parte dei prigionieri, il Broletto venne occupato
militarmente. Si appostarono soldati alle porte, alle finestre, nei
corridoi, perfino sui tetti. Nei cortili, nelle sale municipali, i
soldati si posero a bivacco. Non è a dirsi qual mostra facessero
di sè quei ceffi bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore:
guastavano, rompevano armadii e suppellettili, e ciò che non poteva
portarsi via si gettava nel fuoco. Bestemmie e vituperii accompagnavano
quella scena. L'infermeria era assiduamente vigilata. Il prete era
quello che più aveva a patire per i mali trattamenti dei soldati. Per
essi egli rappresentava Pio IX; nè valeva che egli si gettasse ai piedi
di quei soldati bestiali, onde ammansarli. Nè i feriti erano trattati
meglio; le sentinelle li frugavano per ogni canto: li derubavano di
quanto ancora veniva loro alle mani. Ma la maggior briga era per le
armi nascoste. Alcuni dei nostri, prima d'andare al Castello, avevano
celato tra i materassi qualche pistola; e allorchè i soldati le
trovavano, vomitavano minaccie di morte contro il prete o il medico.
Gli stessi ferri della mia professione non poterono andar salvi dalla
rapina. Senza dar retta alle loro minaccie, ancorchè privo de' miei
ferri, badava al mio dovere. Vennero poi alcuni officiali a visitare i
prigionieri rimasti, e quasi per derisione vantavano umanità. Ma di
qual sorte la si fosse, io lo vidi cogli occhi miei nelle camere del
delegato.

«Erano tramutate in caserma. Senza badare a sua moglie, ad un vecchio
fratello, ai figli, tutti ancora bambini, gli officiali se ne stavano
sdrajati sui letti nelle guise più sconcie, senza darsi pensiero alcuno
della presenza d'una famiglia. In mezzo allo spavento delle donne, ai
sospiri dei moribondi, al rumore delle moschettate, qualche officiale
si mise perfino a suonare il cembalo quasi a scherno.

«Dal Broletto uscivano spesso compagnie di soldati per fare
provvigioni; giravano nelle vicinanze a disfar barricate e tenere
aperta una communicazione col Castello. Il Broletto era divenuto il
quartier generale che doveva tenere la città.

«Era la domenica; ignoravamo ciò che seguisse nelle altre parti della
città: pioveva a dirotto, ma in mezzo al tempestar del cielo udivasi
l'incessante spesseggiar della moschetteria e più lontano il cannone.
Il popolo combatteva dunque ancora. Udimmo il suono delle campane di S.
Nazaro Pietrasanta e di S. Tomaso, vicinissime. L'insurrezione fremea
dunque ben presso ai nostri nemici. Erano spesso portati in Broletto
nuovi feriti austriaci. Le fucilate del popolo penetrarono persino
nelle nostre sale.

«I soldati, impauriti, erano tutti alle finestre per rispondere
al fuoco. Il Broletto era accerchiato da tutte le bande. Le
communicazioni, rotte col resto della città, rimanevano aperte solo
dal lato del Castello, e anche queste erano minacciate di chiudersi
tra le spire delle crescenti barricate. Tennero consiglio, e decisero
di riparare in Castello, trascinando seco anche i pochi prigionieri
rimasti. Sonava l'ora della partenza: ora trista per noi, perchè non
ci lasciava vedere la vittoria del popolo, ed anzi ci metteva in balia
della vendetta tedesca. Era verso le sei del mattino del lunedì (terzo
giorno). Ci raccolsero tutti in una cucina al terreno, ed ivi, mentendo
come al solito, annunciavano che, per occupare essi tutto il palazzo,
dovevano condurci cogli altri in Castello!

«Uscimmo preceduti dai cannoni, in mezzo alle file dei soldati, ora
dimessi e paurosi. Io mi trovava con un altro medico e il prete, al
quale non valsero, per esimerlo da quello strazio, le convulsioni che
lo avevano assalito. Io portava meco una bambina di tre anni, che la
moglie del delegato, piangendo, mi poneva tra le braccia. Mi seguiva il
cognato della signora, vecchio, mal fermo. Passavamo per S. Nazaro, il
Rovello e Contrada Cusani.

«Regnava all'intorno un silenzio di morte, rotto soltanto da colpi di
fucile e da continua pioggia di tegole e di sassi che i cittadini
facevano cadere sopra i soldati, e quindi anche sovra di noi, perchè il
bujo non permetteva loro di raffigurarci. La moglie del delegato cadde
sfinita a terra. I soldati la fecero rialzare a calciate. Così eravamo
tra due pericoli; i colpi dei nostri fratelli, che credevano ferire
soltanto i nemici, e quelli dei Tedeschi, che vendicavano sugli inermi
le offese degli armati.

«Tuttavia, a consolarci, vedemmo, durante il tragitto, starsi
minacciose le barricate nella contrada dell'Orso e de' Cavenaghi. Anche
il Castello alla sua volta veniva accerchiato dal popolo. Giunti nella
piazza, vedemmo alla porta del Castello dodici e più cannoni, puntati a
semicircolo, e li artiglieri colle micce accese.

«Così entrammo prigionieri, con l'unico conforto di aver veduto il
popolo occupare di nuovo il suo palazzo; e il pallore e lo sgomento
sulle fronti delli austriaci fuggitivi. Io ignorava quale sarebbe stata
la mia sorte; ma portava intera fede in quella della mia città. La fuga
degli austriaci attestava la vittoria del popolo.»

Alla sera del 18 marzo fu fatto circolare il seguente bando:

  «CITTADINI!

«Le prime prove d'oggi dimostrano che in voi è ancora il valore
de' Padri vostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che
proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppure la
notte vi stanchi e v'inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di
voi. Difendete le barricate; armatevi, e vittoria e libertà sono con
voi.

  «ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!»

E il popolo milanese non si fece replicare l'avviso: nessuno
defezionò al proprio posto: cittadini d'ogni condizione, d'ogni età,
d'ogni sesso,--le donne persino,--vegliarono alle barricate, altri
presidiarono i tetti, pieni d'entusiasmo, di ardimento, di gioja. Il
breve riposo, che si alternavano gli uni cogli altri, si prendeva al
posto del combattente:--alla barricata,--sui tetti:--la refezione
si faceva agli stessi posti:--le donne confezionavan le vivande e
arditamente le trasportavano al posto di guardia.

Pericolosa era oltremodo la sicurezza del popolo milanese, il quale non
contava in totale in quella notte del 18 al 19 marzo che trecento a
quattrocento fucili, la maggior parte o tolti ai Tedeschi o da caccia;
e pochi anch'essi, poichè molti cittadini, temendo venisse pubblicato
ordine di consegnarli all'autorità, avevanli spediti in campagna.

Ma quello che più rendeva pericoloso il successo della rivoluzione si
era il pericolo in cui versava il suo quartier generale pella posizione
in cui si trovava; cioè in casa Vidiserti nella contrada del Monte
Napoleone.

A scongiurare questo pericolo, Carlo Cattaneo sollecitava gli amici
durante quella notte a trasferire in luogo più sicuro il quartier
generale; per la ragione che quel luogo, essendo posto in mezzo a due
strade, correva pericolo d'essere facilmente assalito e facilmente
preso insieme a tutti quelli che vi si trovavano.

Gli amici di Cattaneo, che vegliavano avanti la casa Vidiserti,
rispondevano che avrebbero combattuto sino all'ultimo istante e
avrebbero ceduta a caro prezzo la vita. Ed essi eran uomini capaci di
compiere quanto promettevano; ma ciò poteva loro ascriversi a colpa,
per la ragione che l'ardimento irriflessivo può compromettere una
rivoluzione; talchè la loro audacia assumeva un carattere delittuoso
come quella del soldato che, comandato di una mossa, non obbedisce
per lanciarsi contro il nemico ad incontrarvi morte, e compromette
così coll'imprudente condotta l'esito di una fazione campale. Cattaneo
insisteva nelle sue idee, e cercava dimostrare che il loro dovere di
cittadini e di patrioti non era quello di sacrificare insanamente la
vita, ma di procurare con tutti i mezzi possibili che la vittoria
rimanesse agli insorti.

Tutta la notte si discusse, e soltanto presso al mattino il consiglio
di Cattaneo prevalse.

Cernuschi si adoperò allora al trasferimento del quartier generale
in casa Taverna, situata nella contrada de' Bigli; la qual via si
presentava più adatta a difesa perchè stretta, tortuosa, più facile
a barrare in qualunque punto, e col giardino confinante con altri,
pel quale era più facile operare una ritirata in caso di bisogno, e
trasferire altrove il quartier generale prima che fosse accerchiato.

Cernuschi provvide allora a preparare nella nuova sede tutti i mezzi
che si presentavano pella difesa e pell'offesa, nonchè pella ritirata;
pella quale ultima si procurò la chiave di un cancello che si apriva
dietro ai giardini, e che corrispondeva colla contrada del Morone,
di faccia alla casa di Alessandro Manzoni. Quindi fece traforare il
recinto del giardino Belgioioso.

Trasferito così in casa Taverna il quartier generale, Cernuschi
provvide alla sorveglianza esterna onde non venir sorpresi. Pose
sentinelle sui muri dei giardini, e provvide alle necessarie barricate.

O' Donell, tradotto m casa Taverna, tentò i propositi audaci de'
combattenti col proporre mediazioni di pace, ostentando il paterno
affetto dell'imperatore:--i cittadini non lasciaronsi però lusingare
dalle seducenti promesse;--francamente le respinsero,--ognuno
gridando: «_No! No! la rivoluzione incominciata dover proseguire
qualunque fosse per riuscirne l'esito: essere pronti i Milanesi ad
incontrare tutti la morte, a ceder non mai alle lusinghe di un governo
che per trent'anni aveali oppressi, scherniti, ingannati: confidare in
lor santa causa, nel lor coraggio e nella protezione de' popoli amici,
i quali sarebbero accorsi in lor ajuto._»

Alla Direzione di Polizia intanto si provvedeva ai possibili casi
di una vittoria, che si prevedeva, da parte degli insorti. Era
costume della polizia austriaca di provvedere alla sicurezza degli
impiegati più devoti ad essa ed a compromettere con artificii satanici
gl'impiegati di cui diffidava ed anche i cittadini più influenti. A ciò
conseguire, Torresani ordinò che s'abbruciassero tutte le carte che
rivelassero i fatti della polizia, e quelle che potessero compromettere
i suoi più fidati funzionarii, facendo nello stesso tempo stendere note
false di delatori coi nomi di cittadini influenti, commisti ai nomi de'
funzionarii che non godevano ancora la sua fiducia: con tale confusione
di nomi di impiegati a cui si notavano fatti falsi, ma odiosi verso la
popolazione, con nomi di cittadini ritenuti nella società per patrioti,
egli sperava giungere allo intento di toglier fede a' proprii impiegati
se passavano nelle file degli insorgenti, e di screditare cittadini
onesti e liberali che avrebbero potuto influire potentemente nella
insurrezione.

In tal modo otteneva un altro intento; quello di gittare la diffidenza,
che dissolve, nelle file de' rivoluzionarii. Questo fatto che ci viene
attestato dagli storici contemporanei e dallo stesso Cattaneo nel suo
Archivio triennale delle cose d'Italia, pur si riprodusse nel 1859,
coprendosi di obblio le opere inique di vecchi impiegati di polizia, i
quali, essendo state bruciate le carte che li riguardavano, potevano
simulare con sfacciata impudenza d'esser stati liberali; comechè
l'Austria promovesse facilmente a stipendio in polizia uomini che
fossero liberali! Col lasciar false note invece di onesti cittadini,
tentava snervar la forza del partito liberale. Il fuoco però che
Torresani appiccò alle carte compromettenti, poco mancò che col suo
fumo non soffocasse i poveri carcerati della polizia, i quali a
squarciagola gridavano che si aprissero le finestre.

Torresani aveva poi impartito ordini iniqui che tristamente lo
caratterizzavano; fra i quali vi fu quello dato al cavalier Paladini,
direttore della Casa di correzione, di scarcerare i 460 detenuti che
vi si trovavano e di armarli al meglio qualora si verificasse il caso
di tumulti popolari; ritenendo anche con tal fatto di discreditare
la rivoluzione per la natura de' suoi elementi, renderla diffidente e
sospettosa, ed obbligarla a distrarre le sue cure dal moto politico
onde sorvegliare gli uomini iniqui che, confusi nel popolo, non
poteva conoscere; convinto Torresani infine che que' condannati
approfittando della libertà, delle armi che tenevano, dello appoggio
che loro accordava la polizia, dell'ignoranza che ognuno aveva intorno
al loro vero essere, si sarebbero abbandonati agli assassinii, alle
depredazioni, agli incendii e ad ogni altro delitto.

Ma il disegno di Torresani mancò di esecuzione in causa di rifiuto da
parte del cavalier Paladini di prestarsi all'iniqua determinazione.

Erasi intanto diffuso fra i difensori delle barricate un canto di
guerra di Luigi Carrer, e che noi riproduciamo come documento storico.

1.

  Via da noi, Tedesco infido,
    Non più patti non accordi:
    Guerra! Guerra! ogn'altro grido
    È d'infamia e servitù.
            Su que' rei di sangue lordi
    Il furor si fa virtù.
    Ogni spada divien santa
    Che nei barbari si pianta;
    È d'Italia indegno figlio
    Chi all'acciar non dà di piglio,
    E un nemico non atterra:
        Guerra! Guerra!

        2.

  Tentò indarno un crudo bando
    Ribadirci le catene;
    La catena volta in brando
    Ne sta in pugno, e morte dà.
        Guerra! Guerra! non s'ottiene
    Senza sangue libertà.
    Alla legge inesorata
    Fa risposta la Crociata;
      Fan risposta al truce editto
  Fermo core, braccio invitto,
  Ed acciaro che non erra:
        Guerra! Guerra!

        3.

  Non ci attristi più lo sguardo
    L'abborrito giallo e nero;
    Sorga l'italo stendardo
    E sgomenti gli oppressor.
        Sorga, sorga e splenda altero
    Il vessillo tricolor.
    Lieta insegna, insegna nostra
    Sventolante a noi ti mostra;
    Il cammino tu ci addita,
    Noi daremo sangue e vita
    Per francar la patria terra:
    Guerra! Guerra!

        4.

  È la guerra il nostro scampo;
    Da lei gloria avremo e regno:
    Della spada il fiero lampo
    Desti in noi l'antico ardir.
        È d'Italia figlio indegno
    Chi non sa per lei morir.
      Chi fra l'Alpi e il Faro è nato
      L'armi impugni e sia soldato;
      Varchi il mare, passi il monte,
      Più non levi al ciel la fronte
      Chi un acciaro non afferra:
          Guerra! Guerra!

        5.

  Dal palagio al tetto umile,
    Tutto, tutto il bel paese
    Guerra eccheggi, e morte al vile
    Che tant'anni ci calcò.
      Guerra suonino le chiese
  Che il ribaldo profanò,
    Vecchi infermi, donne imbelli,
    Dei belligeri fratelli
    Secondate il caldo affetto;
    Guerra! Guerra! In ogni petto
    Che di vita un'aura serra,
    Guerra! Guerra!


IL 19 MARZO

La notte del 18 era stata piovosa;--l'alba del 19 portava il sereno:
pareva che il cielo che aveva pianto alle terribili prove d'un popolo
inerme, sorridesse di poi al successo che l'audacia, la perseveranza, i
sacrifizii d'ogni genere non lascian mancare agli uomini forti.

Appena giorno le campane rintronarono per l'aere col lor cupo suono a
stormo, e generale si diffuse per Milano il grido di: _All'Armi_!

Ed all'armi non mancò alcuno:--le fatiche, i disagi, le sevizie del
Tedesco non avevano fiaccato animo alcuno:--tutti accorrevano sulle
barricate nello stesso modo che nei corrotti momenti della pace
accorrevano ai teatri, ai veglioni, alle feste! Grida di gioja si
diffondevano: la gajezza era sui visi; la fermezza negli sguardi! Non
tardò l'armonia del cannone a rispondere colla terribile sua voce alle
canzoni patriottiche che si canterellavano preparandosi alla vittoria
od alla morte:--ma il suo rombo percosse le orecchie, ma non scese
punto al cuore a raffreddarvi l'ardore.

Frattanto il generale Rivaira, comandante dei gendarmi, veduto il
Decreto d'O' Donell che affidava al municipio la gestione della
polizia, mandò ad offrire al podestà i trecento gendarmi ch'erano in
Milano. Quel reggimento unico di tal milizia nell'impero e riservato
alla Lombardia e al Tirolo italico, nota Cattaneo, era assai rispettato
dai popoli, e poteva inoltre fornire officiali. Ma il podestà che
voleva mutare il governo senza disobbedirgli, voleva chiedere al
Torresani, capo della polizia austriaca, colla seguente lettera, il
permesso d'accettare l'offerta. E così se ne rimetteva a quella polizia
medesima ch'era incaricato di scacciare e di surrogare. Certo che
quel Casati avrebbe fatto volentieri una ribellione _colla licenza
dell'imperatore_! Ajutanti di campo in questa manovra furono il conte
Cesare Giulini e don Alessandro Porro. Non vi fu modo di persuadere
Casati a desistere dalla sua accettazione condizionata. Egli parlava di
legalità. «Io mi sono opposto, scrisse Cernuschi, quasi violentemente,
ma senza frutto, all'ostinato proposito di non accettare l'offerto
concorso della gendarmeria; testimonii il dottor Perini, il conte
Giulini, don Alessandro Porro e un figlio del conte Casati[9]» Questa
scena si compì nella camera da letto verso i giardini del conte Carlo
Taverna, in casa sua.

La lettera era così concepita:

«_Signor Delegato_.

19 marzo 1848, 7 e mezzo antim.

li generale Rivaira disse ai signori dottori Perini e Viglezzi
ch'esso tiene la gendarmeria a disposizione del municipio e di Lei,
incaricato della polizia in conseguenza del decreto del vice-presidente
di governo. Questo è forse il migliore mezzo termine per venire a
tranquillare la città, permettendo che si uniscano ai gendarmi alcuni
cittadini per aumentare il numero della guardia, in modo che questi
cittadini sieno dai medesimi guidati. Sono persuaso che il signor
Torresani non vorrà fare opposizione a questo divisamento, che potrebbe
condurre ad una soluzione pacifica. Io non posso muovermi dal luogo ove
sono; la prego a prendere a petto la cosa; e portarsi da Torresani per
convenire su questo punto, onde non nasca un'opposizione che guasti
tutto. Il maresciallo Rivaira è disposto, eziandio mettere il corpo al
completo immediatamente, coll'aumento di 300 uomini concessi. Affido al
suo zelo questo affare importantissimo. Mi creda

Suo aff. serv. _Gabrio Casati_».

I commenti, vi aggiungeva un giornale d'allora[10], sono superflui:
_mezzo termine; tranquillizzare: speranza che Torresani non vorrà
fare opposizione: soluzione pacifica: convenire con Torresani_.--Si
mormorava: _Tiene egli dunque il piede in due stivali_? Basta; dico che
la lettera fu lacerata.

»All'una paura altra succedeva più grande e attuale. Casati si ripose
a tavolino, e torturato scrisse un nuovo biglietto con cui s'accettava
la gendarmeria. Ma l'ora era avanzata. A sedurlo--bisognò logorare
tutti i ferri del mestiere. E fu troppo tardi.--La lotta impegnata
su tutti i punti, e le comunicazioni interrotte, divenne impossibile
ogni corrispondenza, e quindi anche quella per l'accettazione della
gendarmeria. Così noi dobbiamo riconoscenza al padre della patria, al
conte Casati, d'una vittoria di più: abbiamo combattuto anche gli amici
e fratelli della gendarmeria.»

Le truppe imperiali si diressero da prima verso Porta Comasina e
verso S. Giovanni sul Muro, dove si diramarono in varii drappelli.
Non potendo prender posizioni nell'interno della città, le truppe
cercarono impadronirsi degli sbocchi principali delle corsie sino ai
ponti sul naviglio. L'artiglieria fu spinta ne' borghi di P. Orientale,
di Monforte e di porta Ticinese, nonchè pelle vie di Brera, della
Cavalchina e del Baggio, aprendosi strada colla violenza, col terrore
diffuso da crudeli atti e con numerosi arresti di cittadini che venivan
tratti in Castello, sollecitandosi il lor passo con pugni e con punture
di bajonetta.

La lotta incominciò ben presto: il cannone battette le barricate,
ed, ove le rompeva, i fanti correvano alla bajonetta contro i male
armati cittadini, li scannavano; mentre la cavalleria s'inoltrava
a calpestare sotto le zampe de' cavalli i morenti e i morti. I
cittadini non piegaron per questo: saliti alle finestre e sui tetti,
di là battevan l'inimico coi sassi, colle tegole, colle fucilate:
con grida festose rispondevano alla terribile voce del cannone; col
nome d'Italia e di Pio IX sulle labbra morivan nel combattimento,
non lagnandosi, ma animando gli altri a continuar la pugna. A tanto
eroismo la forza bruta delle armi tedesche non resisteva: ma combattuti
inesorabilmente, senza tregua, dalle barricate, per le strade, dalle
finestre, dai tetti;--incalzati ove piegavano, raddoppiando i colpi
mortali ove i soldati inoltravansi, urtati da cozzo terribile, decimati
da fucilate che non erravan nella mira, dalle tegole che rompevano
i cranii, dai sassi che ferivano ne' visi, i soldati vacillaron nel
coraggio, dubitaron dell'esito, cominciarono a provar il terrore che
la carneficina de' loro sollevava; cedettero, ritiraronsi;--in molti
luoghi fuggirono;--e nella fuga non potendo provvedere alla salvezza
dell'artiglieria, essendo subitaneamente assaltati dai cittadini chè
osservavano la confusione e lo sgomento essersi impossessato de'
soldati, restavano i cannoni agli insorgenti.

Mancata la gendarmeria al Municipio, non gli restarono de' corpi armati
che le guardie di finanza e i pompieri; questi ultimi non armati però
a' quei tempi di fucile.

Il difetto d'armi facendosi sentir troppo fortemente, non si lasciò
intentato mezzo qualsiasi onde procurarsele, non badando se fossero
da taglio o da fuoco, vecchie o nuove. Persino le private gallerie
d'armi vennero spogliate; fra le quali quella in contrada Pantano,
appartenente ad Ambrogio Uboldo; la quale costituiva il più bel
monumento del medio evo, e che veniva visitata da ogni forastiero. Ma
la patria prima di tutto e sopra tutto! e il sacrificio fu consumato.

Nè l'Uboldo, che amava come parenti quelle reliquie d'un'età remota, si
dolse del gravoso sacrifizio che la patria gli domandava, e volonteroso
cedette le armi al bisogno imperioso della sua terra ... Furon pure
spogliate le sale d'armi antiche e moderne (di molto valore) di
Pezzoli, l'armeria degli I. R. Teatri, ecc.

Difettose eran l'armi da fuoco all'uso della guerra, ma difettose ben
più eran le munizioni; in un momento però si cercò provvedervi nel modo
e colle forze che si avevano. Il chimico Calderini, in casa Borromeo,
altri in casa Calvi, in Bocchetto, fabbricavan polvere: lo speziale
Ballio, alla corsia della Palla, preparava cotone fulminante e buona
polvere. Altrove fabbricavansi palle. Il tutto distribuivasi poi ai
combattenti.

Distinzioni sociali non dividevano il popolo: il ricco fraternizzava
coll'operajo: ognuno attendeva colle provvisioni che aveva a preparar
cibi pei combattenti non solo, ma pelle famiglie loro ben anco.

Il Codice penale era scritto sui muri: MORTE AI LADRI! MORTE ALLE SPIE!
E la rivoluzione di Milano si mantenne illibata da ogni rapina, da
ogni furto: si invadevano i pubblici uffici onde prenderne possesso:
ma nulla si toccava, niuno osò mai appropriarsi il valore di un soldo.
Anzi moltissimi sono gli esempi di valori ritrovati da poveri operai e
scrupolosamente consegnati all'Autorità.

Il sentimento religioso rafforzava gli animi nello sfidar la morte,
perchè la rivoluzione era stata benedetta dal pontefice Pio IX e
dall'arcivescovo di Milano. Il clero lombardo dimostrò sentimenti
eminentemente liberali, e si prestò come ogni altro cittadino in
que' supremi bisogni della patria. Ciò valga a sbugiardare coloro
che gridan la croce contro il clero in genere, senza distinzione di
reazionarii e di veri ministri di Dio. Ci basti citare alcuni nomi
di questi per suffragare la nostra asserzione. Giovanni Besesti,
coadjutore nella parrochia di S. Calimero, animava i combattenti alla
pugna e raccoglieva i feriti nei luoghi ove più accanita disputavasi la
lotta di sangue. Giuseppe Volonteri, cappellano di S. Celso, ajutò a
scacciare i Croati dalla caserma di S. Apollinare. L'abate Malvezzi non
curò i pericoli delle fucilate nel soccorrere i feriti e nel sorvegliar
la costruzione delle barricate. Il canonico Vimercati ed i sacerdoti
Groppetti, Airoldi, Zerbi, Marcionni, Mauri, Bianchi e molti altri
condivisero col popolo la difesa delle barricate. I sacerdoti Carlo
Ferrario, Lorenzo Denna e Ambrogio Decio consacraronsi a ricoverare
le famiglie fuggenti dalle case devastate dal cannone tedesco, ed a
provvederle di pane. Il sacerdote Lattuada si consacrò alla cura de'
feriti. Nella contrada di S. Romano, allorchè gli Austriaci s'accinsero
ad atterrare le porte di casa Tinelli, un canonico di S. Babila fece
schioppettate contro i militari, uccise l'ufficiale che li comandava
e li obbligò a ritirarsi. I seminaristi risposero all'appello della
patria col trasportare in strada i loro letti, cassettoni, orinaliere
ed ogni altro mobile, costruendo fortissime barricate al largo di Porta
Orientale, e ponendovisi poscia a difenderle.

Gloriosi esempii di amore, di sacrifizii, di coraggio diedero pure le
donne.

La marchesa di Lajatico Rinuccini e la sposa di Giorgio Trivulzio con
altre signore si consacrarono in modo ammirabile a curare i feriti,
senza risparmio di sacrifizii e di disagi. In casa Borromeo molte donne
si erano dedicate a liquefar piombo ed a convertirlo in palle. Altre
donne, anche dell'aristocrazia, attendevano con amore e con entusiasmo
a preparar filacce e bende; altre, più coraggiose, correvan per le vie
devastate dalla mitraglia tedesca a portar soccorsi a' bisognosi. Anche
le suore di carità consacravano il tempo che sopravvanzava alla cura
de' feriti nello fonder palle. Due popolane si distinsero molto. Luigia
Battistotti, nativa di Stradella, d'anni 24, ed abitante in Milano
alla Vettabia, fu la prima a costrurre barricata nel suo quartiere:
strappata ad un soldato la pistola che impugnava, intimò ad altri
cinque d'arrendersi e li fece prigionieri: deposta quindi la gonna,
e indossati abiti della compagnia dei fucilieri volontarii sotto il
comando di Bolognini, impugnò il fucile e furiosamente combattette, e
sempre apparve nelle prime file ove maggiore si presentava il pericolo;
e per cinque giorni non abbandonò le armi, nè la pugna.--Giuseppina
Lazzaroni, giovanetta delicata, si sottrasse ai parenti mentre più
ardeva la pugna, impugnò un fucile e, accompagnata dal fratello Giovan
Battista, portossi a Porta Comasina, ove il nemico, numeroso e ben
provveduto di artiglieria, manteneva ardente fuoco di fucileria e
dei grossi pezzi; là ella affrontò le palle e la mitraglia nemica ed
operò prodigiosi fatti di valore. Anche fuor di Milano si dimostrarono
amazzoni valorose, fiere spartane; in Acquate Angela Martelli volò al
soccorso di Milano con altre quindici donne.

Le barricate improvvisate nel dì precedente, aumentarono
considerevolmente nel 19 di marzo e si rafforzarono. Ogni cosa servì
alla loro costruzione: carri, carrozze private e di corte, diligenze,
letti, casse, panche da chiesa, tavole, sedie, pagliaricci. A Porta
Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine,
il cui disegno si dovette a Carnevali Antonio, già professore di
matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il
primo regno italiano, e ch'era stato in que' giorni di rivoluzione
nominato alla direzione delle fortificazioni campali: queste barricate
cilindriche avevano due grandi vantaggi; per la loro forma eran mobili,
potendosi far rotolare in avanti e in dietro; per la connessura di
infinite minime parti assumevano una tale elasticità da togliere ogni
forza alle palle non solo di fucileria, ma ben anche di cannone:
l'incarico di ridurre in esecuzione queste barricate mobili suggerite
dal Carnevali, fu affidato al pittore Gaetano Borgocarati. Tra coloro
che più meritarono dal paese per l'opera prestata nelle costruzioni
delle barricate, non possiam passar sotto silenzio i seguenti: il
piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l'ingegnere Tarantola, il
geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi,
Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni, e Valentini Gottardo.

In quel giorno cinquecento cittadini milanesi di vita intemerata e
d'alti natali, oltre a molti di provincia, vennero arrestati.

Le disposizioni d'offesa da parte dei Tedeschi erano terribili e
disposte per tutta la città: le riassumeremo in breve. Fuor di Porta
Romana eranvi due cannoni mascherati onde mitragliare l'inerme
popolazione che si radunasse sul corso omonimo, e che a' que' giorni
era stato ribattezzato per corso Pio, a memoria di Pio IX.--Il palazzo
reale e quello di Piazza Mercanti erano ben presidiati, e vi avevan
cannoni a lor difesa. Il primo circondario di polizia, esistente sulla
piazza Mercanti, fu preso a viva forza dal popolo inferocito nella
pugna. La Direzione generale di Polizia era ben presidiata e difesa; ma
fu vinta dalle armi popolane: si cercò di Bolza e di Torresani, ma non
si scoversero allora.

Dei cannoni di Piazza Mercanti, uno era collocato al posto della Gran
Guardia, l'altro all'uscita della piazza verso i Ratti; essi non
ozieggiavano ma vomitavano continuamente enormi palle devastatrici. I
soldati di fanteria, appiattati a tre a tre nelle porte delle contrade
degli Orefici, dei Ratti e dei Fustagnari, sortivano di tanto in tanto
a far fuoco. Quelli del popolo che avevano armi da fuoco in quel luogo,
si posero a bersagliar di preferenza i cannonieri, ed anzi, preparatisi
a dar l'assalto ad un cannone, dopo avervi ucciso tre artiglieri lo
presero. Alle 12,30 ne davan quindi avviso al popolo col seguente
affisso onde rinfrancare il lor coraggio:

CITTADINI!

«La vittoria è sicura--due cannoni presi a piazza de' Mercanti e a
Porta Ticinese. Il nemico in fuga a porta Orientale, a Borgo Monforte
e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti, Bergamo marcia in
nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano
per ogni parte; introduceteli in città e avrete armi e munizioni.
Il nostro quartier generale è organizzato, la Guardia nazionale in
attività.

«Continuate a suonare a stormo»

Dal Broletto i soldati, che vi stanziavano, coi loro obizzi e mortai
mantenevano vivo fuoco per la contrada di S. Maria Segreta, gettando
bombe e piccoli razzi incendiarii. Contro di loro stava una barricata,
formata di cassoni, posta di contro alla farmacia Ravizza; dietro la
barricata il popolo si difese strenuamente per l'intiera giornata.

A porta Nuova il combattimento ferveva accanito, e fu uno dei
principali in quella rivoluzione. Vi si segnalorono grandemente alcuni
che la storia deve registrare; e noi ne registriamo uno che più vi si
distinse. Egli fu Augusto Anfossi, nato a Nizza nel 1812, esule nel
1831 in Francia, che quindi in Egitto militò negli eserciti d'Ibraim
Bascià e ne uscì colonnello: passato quindi nel commercio a Smirne,
prosperò, e la prosperità sarebbe sempre cresciuta se le notizie
dei moti d'Italia non avessero parlato al suo cuore, e suggerito
alla sua volontà di far ritorno in patria ad aiutarla. Egli si pose
communicazione coi patrioti di Piemonte, della Liguria e della
Lombardia, e capitò in Milano pochi giorni prima della rivoluzione.
Allorchè questa scoppiò, egli fu destinato in prima a organizzar
la guardia civica e quindi a comandar tutte le forze attive della
rivoluzione: agli archi di Porta Nuova, monumento della sconfitta
di Barbarossa, respinse un drappello di granatieri ed un cannone,
ed ivi arditamente vi piantò, baciandola, la bandiera tricolore: in
seguito, nell'assalto del Genio, avvenuto nel 21 di marzo, appuntato un
cannoncino alla porta principale di esso, nell'atto che la sfondava,
fu colpito in fronte da una palla di moschetto; morì quindi nel quarto
giorno della rivoluzione, come Epaminonda, lieto della vittoria de'
suoi: morì invocando Dio e la patria.--

A porta Orientale tre volte il Tedesco arditamente si spinse verso S.
Damiano, e per tre volte fu arditamente respinto e ricacciato lontano:
l'entusiasmo eravi grandissimo: una palla di cannone avendo portato
via tutta una gamba ad un ragazzo di 12 anni, egli sclamò: _Benedetti
coloro che muojono per la patria_!

A Porta Comasina gravi fatti si deplorarono. In quel dì di domenica
essendosi molte persone recate ad assistere alla messa che celebravasi
nella chiesa di S. Simpliciano verso le ore 9 e mezzo, durante la
celebrazione udironsi fucilate per di fuori: eran esse dirette contro
coloro ch'entravano od uscivano dalla chiesa. Il prevosto Carlo
Ferrario cercò allora persuadere i fedeli a non uscir di chiesa,
onde sfuggire alle fucilate; ma un tal Luigi Bocciolini, avendo a
casa quattro teneri figli, in lui più che il timor di propria vita
prevalendo l'amor paterno, volle uscire per recarsi a provvedere di
cibo i figli, perchè egli era vedovo: ma presentatosi appena sulla
porta della chiesa, una palla gli traforò il braccio destro, che
l'obbligò a ricoverarsi di nuovo in chiesa.

Le fucilate contro il tempio però aumentarono, e s'udì pur anco lo
scoppio di due bombe. Tutti eran spaventati, giacchè in quel luogo vi
si trovavano 131 persone assediate, alle quali l'uscirne equivaleva a
certa morte: si pensò allor a provvedere di nutrimento tutta quella
gente e col mezzo di segnali dalle finestre si fece conoscere quanto
avveniva, e da fornai di altro luogo si fecero trasmetter pane che fu
distribuito e mangiato nella chiesa. Là vi rimasero tutti que' popolani
sino alle ore 4 pomeridiane, nella qual ora potettero di soppiatto a
poco a poco riparare nelle proprie case perchè la truppa era stata
impegnata altrove in combattimento.--Nella mattina stessa che avveniva
il fatto a S. Simpliciano, anzi qualche ora prima, una pattuglia
di circa cento soldati avviandosi dalla Foppa al Magazzeno delle
Proviande (Forni militari) onde provvedersi di pane, cercavano spazzar
la strada con frequenti fucilate; se non che, giunti a metà della
contrada, vennero colpiti da un grandinar di tegole che li obbligò a
fuga. Quel fatto invendicato li indusse a ritornarvi alla sera di quel
giorno, cominciando lor vendette sugli abitanti della casa che trovasi
all'angolo della contrada. Diedero prima il sacco; poi incendiaron due
botteghe; abbrucciarono vive tre donne; indi fecero prigionieri tre
giovani, i quali, trascinati sui vicini spalti, li attaccarono legati
insieme ad una pianta, e quindi, scostatisi que' soldati alquanto, si
posero a scaricare le armi contro quegli infelici, che servirono de'
loro corpi di bersaglio per una buon'ora a quegli uomini efferati;
quindi, semivivi, li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina
seguente, in cui furon trovati dagli altri cittadini che li liberaron
dai legami di cui eran stretti; potendo così quegli infelici terminare
il martirio loro coi conforti della religione[11].

Altri luttuosi fatti registra la cronaca del Tettoni, che noi
riproduciamo integralmente onde non scolorirne il valore storico dato
da chi registrò i fatti al momento. Alle 6 pom., nella casa al N.
2047, entrati i soldati, dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto
nelle abitazioni dei diversi inquilini che si erano salvati colla
fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamente si trovavano in
casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del comune, uomo
onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia ed un loro
conoscente, per nome Paolo Murari, lavoratore in seta, ancora nubile.
Essi si raccolsero fra il letto e il muro; ma, appena entrati i soldati
nella camera, i due uomini caddero a terra trucidati, e la moglie e la
figlia si ebbero busse e maltrattamenti. Svaligiaron quindi la camera
di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della
moglie, di tutta la biancheria, e se ne partirono. La moglie disperata
si pose accanto all'agonizzante corpo del marito, e si diede ogni
cura per adagiarlo sopra alcuni cuscini, onde meno tormentosi gli
riuscissero gli ultimi momenti della vita.

Ma, rientrati alcuni soldati in quella camera, martoriarono di nuovo
il semivivo Roncari, e con inaudita barbarie afferrarono la mano
della moglie ridotta quasi fuor di sensi per la disperazione, e,
maltrattandola, la costrinsero di strappare al marito le cervella che
per le ferite gli uscivano dal volto:--essa quindi cadde svenuta a
tanta oltraggiante barbarie!...

Altrove, ma sempre in quel rione, ad un popolano dopo essersi battuto
disperatamente e aver uccisi e feriti molti del reggimento Kaiser,
venne portato via, combattendo, il dito anulare della mano sinistra:
nel mentre gli si fasciava strettamente la ferita non emise un
gemito; ma, fasciata che fu, continuò a combattere, mostrando il suo
dito ai circostanti, e accompagnando quell'atto colle parole: _Una
testa-di-legno mi ha fatto saltar via questo povero dito_ cui tutto
ilare riponeva in saccoccia[12].

Sulla piazza del Carmine cadde una bomba: tutti si diedero alla fuga,
temendone lo scoppio; la miccia appiccatavi metteva vivide scintille
mano mano che abbruciava, avvicinandosi al pertugio; quand'ecco un
popolano, mal conformato di gambe, ma pieno d'ardire, lanciarsi
d'improvviso vicino alla bomba, e, cadendovi sopra col corpo, soffocare
e spegnere la medesima[13].

A porta Tosa gli attacchi furon gagliardissimi sin dall'alba per parte
del popolo: verso le ore 10 ant. gli abitanti dei sobborghi tentarono
di sorprendere e prendere la polveriera detta della Bicocca; il colpo
non avrebbe fallito se Giuda non avesse venduta per poche monete la
patria; imperocchè il conduttore della birraria situata sul bastione
suggerì alla truppa di entrare nel suo negozio, come luogo che si
presentava il più adatto a difendere la polveriera ed a scacciar
gl'insorti borghigiani: ciò che si effettuò e la polveriera fu salva!
ad onore però del nome italiano dobbiam notare che quel Giuda era un
originario tedesco, calato dalle nevose sue contrade per arricchirsi
nel nostro paese, e poi ... e poi tradirlo!...

Verso mezzodì arrivò da porta Romana un pezzo di artiglieria scortato
da dodici uomini di cavalleria, e si piazzò a porta Tosa: la pugna
era accanita: un colpo di cannone colpì il campanile di S. Pietro in
Gessate, ma non l'atterrò.--Più tardi arrivarono a porta Tosa altri
due cannoni, i quali vennero piazzati avanti la birraria, aprendo
tosto il lor fuoco: verso sera la mischia si rallentò, e i popolani
s'approfittaron delle tenebre per restaurare le barricate, rinforzarle
con nuove opere, e prender posto nelle vicine ortaglie.

A porta Ticinese un fatto d'arme al tenente delle guardie di Polizia
al ponte delle Pioppette procurò armi e munizioni al popolo.--Alla
Vettabbia si combattette per alcune ore contro soldati del reggimento
Reisinger, cinque dei quali furon fatti prigionieri per opera di una
donna; della Battistotti di cui abbiam già parlato.--A S. Calocero
cento soldati che stavano a guardia della casa Orelli, in cui
alloggiava il lor colonnello, tennero vivo per tutto il giorno il fuoco
di fucileria: il popolo, nel dar loro l'attacco, potette togliere ad
una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello
e il cavallo carico di munizioni da guerra destinate ai cento
soldati di guardia alla casa Orelli: l'ufficiale fu ferito e steso
al suolo, diversi soldati rimasero feriti, gli altri fuggirono: fra
que' popolani combattenti si distinsero Giacomo Colombo, Borletti, e
Biancardi.--Altrove in porta Ticinese si distinse molto anche Giovanni
Onetti che pugnò disperatamente tutto il giorno.

A porta Vercellina (ch'era quella che oggi chiamasi porta Magenta)
pur vi si combatteva. Nella contrada di S. Vicenzino, e precisamente
ov'essa forma angolo coi Cavenaghi, venne costrutta una barricata; e
l'opera costò molte fatiche e molto sudore, per la ragione che dal
Castello i soldati tiravano fucilate continuamente. Nella costruzione
vi si adoperarono cestoni di vimini, i quali venivan man mano riempiuti
di ciottoli e sostenuti colle lastre di granito dalla strada, che si
erano levate appositivamente.

Il davanti venne foderato con terra e con sacchi ripieni di cascami di
bozzoli. Per ultima operazione fu legata insieme con grosse catene di
ferro. Verso le ore tre pomerediane i Tedeschi appostarono contro la
barricata due cannoni e vi diedero fuoco: ciò non intimorì i difensori
della barricata, che al grido di W. L'ITALIA! W. PIO IX sostennero
intrepidi l'urto, ed obbligarono il nemico a ritirarsi. Non aveva però
egli dismesso il pensiero di ritentarne l'assalto: infatti verso le
ore sei pom. egli vi ritornò e ritentò l'assalto battendo prima in
breccia coll'artigliera; rimanendovi però frustraneamente sino alle
ore 7 e mezzo. Numerati i colpi mandati a questa barricata, si rilevò
che dovettero essere 84.--A S. Vittore, verso le ore 2 pom., in una
casa del Borgo delle Oche cinque cittadini appiattativi essendo stati
scoperti da una pattuglia, furon percossi coi fucili, poscia mutilati,
e infine barbaramente trucidati.

Il console di Francia nel conoscere gli atti barbari commessi dai
soldati tedeschi, e comprendendo quanti danni avrebbe arrecati ai
suoi connazionali un generale bombardamento, del resto parzialmente
incominciato, stese la seguente protesta che verso le ore tre e mezzo
del 19 marzo spediva a tutti gli altri consoli esteri residenti
in Milano, da dirigersi a Radetzky, e che ottenne le adesioni che
riscontriamo dalle firme appostevi.

«Signor Maresciallo.

«Ci venne detto che l'Autorità militare ha minacciata la città di
un bombardamento: se, il che non possiamo credere, dovesse essere
adottata una tale misura estrema in una città di 160,000 anime, in una
città ove risiede un sì gran numero de' nostri patriotti, noi saremo
obbligati, signor Maresciallo, di protestare verso V. E. in nome dei
nostri Governi, contro un atto di tal sorta.

«In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed
umanità per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe
il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro
proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti; come
si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei
nostri rispettivi paesi.

«Aggradite, ecc.

«Milano, 19 marzo 1848.

«Firmati: Ferd. Dunois, _Console generale di Francia_--Cav. Gaet.
Deangeli, _Console generale di Sardegna_.--De Simone, _Console
generale dello Stato pontificio_.--Raymond, _Console generale della
Svizzera_.--Cambel, Vice-console inglese.--Valerio, _Console del
Belgio_.

«_A sua Eccelenza il Maresciallo Radetzki_.»

Nella giornata del 19 perdette la vita Giuseppe Broggi. Egli era nato
in Milano in via della Spiga nel 1814 ed ebbe educazione comforme allo
svegliato suo ingegno. Bollente di carattere, credette che la carriera
militare meglio d'ogni altra si confacesse alla sua indole, ed entrò
nella milizia. Il disinganno gli mietette ben tosto l'illusione
preconcetta, comprendendo dalla triste esperienza dei fatti che gli
eserciti non sono altro ne' paesi non liberi se non stromento di
tirannide e nulla più: che la organizzazione stessa della milizia è
diretta ad invilire lo spirito umano, distruggendo le affezioni di
famiglia, di amicizia, di patria, per sostituirvi un ridicolo spirito
di corpo, che si risolve in ultima analisi a far degli uomini tante
macchine e null'altro, tanti strumenti e nulla più del capriccio di un
regnante. Abbandonò quindi la milizia e ricoverossi in Francia, ove si
assoldò; sperando in quel paese una politica più libera, non essendosi
ancora convinto che i governi tendon più spesso all'assolutismo che
non a liberi sensi, e gli eserciti non esser altro che le stampelle
su cui sorreggonsi. Militò egli quindi per la Francia in Africa, ove
tenne alto il nome italiano acquistandosi diploma di prode con sette
ferite. Egli era triste però in strania terra, il cuore si volgeva
alla sua patria, alla sua famiglia, a' suoi amici:--sperò clemenza
nel reggitor del suo paese,--troppo facilmente cullandosi di nuovo in
fallaci illusioni;--e tornò!--ma tornato che fu, trovò rinnovarsi il
disinganno che gli mietette le speranze preconcette,--e pagò la pena
della troppo facil fede col venir arrestato e condannato ... Languì
per sette mesi colla catena ai piedi in Castello,--quindi coll'oro e
colle raccomandazioni degli amici rivide la libertà ... Il passato gli
si era scolpito nella mente,--e non lo dimenticò più ... La condotta
dell'Austria gli generò nel cuore il sentimento dell'odio,--e odiolla
sempre di poi ... Venuto il dì delle prove, egli non mancò all'appello
della patria sulle barricate, sui tetti, colle parole animando gli
altri, colla fermezza dello sguardo contenendo i dubbiosi, colla
valentia nel tiro della carabina aprendo molti vuoti nelle file
austriache nella rivoluzione del 1848. Ove fervea accanita la pugna
non vi mancò il Broggi; nè la sua carabina sciupava polvere e piombo
inutilmente: i suoi colpi eran sempre sicuri!

Nel primo dì della rivoluzione, nel 18 marzo, strenuamente combattette
a Porta Nuova con Emilio Morosini (morto di poi a Roma nel 30
giugno 1849, combattendo pella repubblica romana come ufficiale ne'
bersaglieri romani), col De Cristoforis (che lasciò di poi la vita
pugnando a S. Fermo nel 27 maggio 1859), coi fratelli Biffi, con
Giovanni Rusca, con Attilio Mozzoni, con Emilio Dandolo (morto nel
22 febbrajo del 1859), con Angelo Fava, con Re, con Carlo Mancini,
con Croff, con Mezzi, con Borgazzi, con Biumi, con Pietro Perego (lo
stesso ch'esulò di poi, e trovando duro il pane dell'emigrazione in
Piemonte si lasciò corrompere dalla seduzione di poter rimpatriare;
e, accettando l'amnistia austriaca del 1857, capitombolò d'errore
in errore sino a prostituirsi allo straniero; maledetto da tutti
come apostata; compatito dai pochi che conoscevano i disinganni e
le sofferenze avute nell'emigrazione in Piemonte, e che gli aveano
travolto l'intelletto e avvelenato il cuore). Giuseppe Broggi lasciò
memorie imperiture d'eroismo anche a Porta Orientale, al Monte
Napoleone, a Santa Babila ed a S. Damiano nel 19 marzo. In quest'ultimo
punto narriamo un fatto nuovo. L'avvocato Pier Ambrogio Curti, colla
spada nella destra e una pistola nella manca, si era avviato da S.
Babila al ponte S. Damiano: tutto a un tratto una pattuglia nemica
si presentò al ponte e si avviò a passo di carica verso S. Babila:
l'avvocato Curti ritrovavasi a metà via;--retrocedere era viltà e non
presentava più scampo;--proseguire o sostare valeva rimaner morto o
prigioniero:--chiusa era la porta del palazzo Visconti avanti cui
stava:--s'appiattò nell'angolo che ivi fa la casa;--ma senza speranza
di salvezza: la pattuglia avanzava,--era già quasi al punto ove
s'accovacciava Curti, allorchè da S. Babila parte una schioppettata,
e atterra l'ufficiale che comandava la pattuglia:--una seconda
schioppettata, esplosa quasi subito dopo, atterra un sergente--la
confusione allora allora subentra nella truppa,--si ferma,--vacilla
un istante,--e poi retrocede frettolosa:--così fu salvo l'avvocato
Curti! Chi esplose quei colpi fu Giuseppe Broggi. Ma verso le ore 3.30
di quello stesso giorno,--era il suo di onomastico, ricorrendo S.
Giuseppe al 19,--Broggi con audace imprudenza si spinse oltre al ponte
di porta Orientale, ma poco lungi dalla casa Calvi una palla di cannone
di rimbalzo lo colpì, lo atterrò sfracellato in mezzo a' suoi amici
Giovanni Rusca e Agostino Biffi.

Tutto il 19 marzo Milano diede lo spettacolo di una pugna
generale:--lasciò ricordi di eroismo pella storia;--preparò esempio
a' nepoti del modo col quale un paese possa riacquistare la perduta
libertà. La lotta fu incessante, accanita in ogni punto della città, ma
senza disegno; cercando i Tedeschi di rompere le barricate e guadagnar
terreno;--sforzandosi da sua parte il popolo di abbarrarsi meglio,
armarsi maggiormente colle armi del nemico, aprir vuoti più grandi che
fossero possibili nelle file avversarie. La stanchezza, i disagi, la
fame non avevano per nulla fiaccato l'ardimento e la perseveranza del
popolo, ma gli ostacoli avevano anzi rafforzato in esso la tenacità de'
propositi.

Verso sera giravan solo delle voci non troppo benevole a Casati ed al
Comitato direttore: sussurravasi che l'uno amoreggiasse col governo
austriaco, e che l'altro dormisse sonni profondi e non dasse segno
di vita. Alcuni giovani inaspriti dal difetto di armi e munizioni
in cui si trovavano i combattenti, domandavano che si mutassero i
capi:--altri giunsero persino a proporre la proclamazione della
repubblica, suggerendo di spedire inviati a ricercare armi ed ufficiali
nelle repubbliche di Francia e della Svizzera:--altri avvisando che
la proclamazione della repubblica sarebbe stata cagion di discordie,
fomite ad odii, poichè molti vi erano avversi grandemente, e sì che
piuttosto d'accettare quella forma di governo avrebbero favorito il
nemico, suggerirono di rimanersene nel provvisorio, salvo a discutere
dopo la vittoria sulla forma migliore di governo d'adottarsi: altri
infine fecero presente che, proclamandosi la repubblica, Milano si
sarebbe isolata dal rimanente degli Stati d'Italia, perchè tutti eran
retti da principi che non avrebbero transatto coi loro principii
monarchici. A repubblica reggevasi soltanto Venezia in Italia; ma
neppur questo fatto si conosceva in que' dì a Milano.

A temperamento migliore delle diverse opinioni, essendo allor tempo
d'azione più che di discussione, si deliberò di costituire un governo
provvisorio. «Intorno a ciò, scrive Cattaneo, io dissi che, se in
siffatto governo dovevano aver parte quei medesimi cortigiani,
sarebbero stati di grave impaccio durante il combattimento; e se non
vi aveano parte, l'avrebbero tosto discreditato e atterrato, valendosi
della momentanea allucinazione del popolo e dei soldati del re di
Sardegna. Non trattavasi d'altro per il momento che di combattere;
bastava adunque fare un _Consiglio di Guerra_, di pochi e deliberati,
e solo per dare unità alla difesa e cacciare il nemico. Il quale
incarico, come quello che offriva solo pericoli, non sarebbe ambito
gran chè da quei ciambellani. Accolto questo avviso, si cominciò a
scrivere i nomi dei presenti, per procedere ad una qualche forma di
elezione. Ma molti altri ad ogni momento entravano, in cerca d'armi, di
munizioni e d'indirizzo; e in quell'onda di gente sempre rinnovata, era
mestieri ripetere da capo ragionamento e spiegazioni, a cui nel caldo
di quei momenti poco badavano. Frattanto si faceva notte; e Casati era
sparito.--Cernuschi, ne andò in traccia e lo ricondusse[14]».--Casati,
scrisse Cernuschi, col favore delle tenebre, nei cinque giorni si
sottrae alla vigilanza degli armati che, credendolo capace d'una fuga,
facevano sentinella al suo onore[15].



IL 20 MARZO


Ad una notte cupa in cui le nubi ritornarono brutto tempo, successe un
giorno piovoso, e in cui il continuo tuono del cannone e l'incessante
suonare a stormo delle campane, commisti a cozzo d'armi ed a grida de'
combattenti, davan terribile aspetto alla città.

All'alba di quel giorno, in una sala di casa Taverna stava Casati
circondato da molti che si sforzavano a persuaderlo di costituire un
governo provvisorio, e sembrava nello stesso tempo che que' cittadini
avessero cura di sorvegliar Casati, qual prigioniero, onde non
fuggisse. Entrato sull'alba anche Cattaneo in quella sala, concorse pur
egli a dimostrar la necessità di costituire un'autorità cittadina che
rappresentasse il paese, dirigesse la rivoluzione, avesse mandato di
trattar con que' di fuori di Milano. Casati seccamente vi rispondeva
di non voler uscire dalla legalità, e non voler egli esser altro che
il capo del municipio. Sollecitavalo anche a chiamare gli officiali
veterani per dirigere i combattimenti, e citavansi i nomi di varii; ma
Casati pregava non lo inviluppassero con uomini già compromessi, perchè
alcuni di essi avean compartecipato alla congiura militare del 1815.

Non potendosi indurre Casati ad un governo provvisorio, egli si
determinò soltanto a nominare alcuni _Collaboratori al Municipio_,
affidando la polizia a Bellati; e perchè questi non ritrovavasi
presente, essendo stato arrestato dai Tedeschi in Broletto e richiuso
in Castello, così gli deputò un supplente. Nel ridurre in scritto tale
deliberazione onde promulgarla per la città, Casati cercò di attenersi
sempre ad un principio di legalità fuor di luogo; diamo senza ulteriori
commenti l'ordinanza pubblicata allora:

  «LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA CITTÀ DI MILANO

  «Milano 20 marzo 1848, ore 8 ant.

«Considerando che per l'improvvisa assenza dell'Autorità politica
viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corrente della
Vice-Presidenza di Governo, col quale s'attribuisce al Municipio
l'esercizio della Polizia, non che quello che permette l'armamento
della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti,
s'incarica della Polizia il signor dottor Giovanni Bellati, o in
sua mancanza il signor dott. Giovanni Grasselli Aggiunto, assunti a
collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il generale
Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri
e conte Giseppe Durini.

  «CASATI, _Podestà_.

  «BERETTA, _Assessore_.

Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici,
che avrà luogo immediatamente.

  «CASATI, _Podestà_.

Gli uomini d'azione del quartier generale rivoluzionario, vedendo con
mal occhio quel modo così pauroso di agire e di esprimersi in faccia al
pericolo, raccolti in altra stanza per creare il Consiglio di Guerra
proposto nella precedente notte, tutti affidarono a Cattaneo la scelta
degli uomini sulla lista preparata dai votanti: egli allora ritenne i
primi quattro inscritti (ne' quali era egli pure) come costitutori di
quel Consiglio, e, tirato un tratto di penna sugli altri nomi, scrisse
in testa al foglio: _Consiglio di Guerra composto per ora dei primi
quattro inscritti_. Deliberossi poscia di non assumere alcun colore
repubblicano nè monarchico, onde rimuovere qualunque occasione di
dissenzione fra i cittadini, ma di porre in fronte a tutti gli atti:
_Italia Libera_.

Primo compito del Consiglio fu di collegare tra loro gli sforzi
tutti della città ad un concetto unico, armonico, concorrente ad un
piano generale. Costituito così quel Consiglio, esso si consacrò
immediatamente al lavoro con infaticabile zelo.

Passiamo al campo di battaglia.

All'alba la confusione regnava nel palazzo reale: il presidio che
vi si trovava, e con esso molte famiglie, dietro avviso di Radetzky
si disposero ad effettuare una ritirata in Castello, preceduti dal
generale Ratt. Il popolo diede addosso alla truppa che si ritirava, e,
veduto che un corpo di guardie di polizia era penetrato nel palazzo
abbandonato dalla truppa, irruppe egli pure nel palazzo. Le guardie,
spaventate dalla furente invasione, si nascosero in una cantina. Il
popolo si diede a frugare per ogni banda, per ogni sala, cercando in
esse delle armi; ma non vi trovarono che venti alabarde dei trabanti.
Le guardie vedendo che a momenti poteva scoprirsi il lor nascondiglio e
riuscire impossibile qualunque difesa, dietro suggerimento del parroco
e del tesoriere di Corte salirono dalla cantina e deposero le armi.

Nelle infermerie del palazzo eranvi molti feriti abbandonati dalla
truppa nella lor disordinata ritirata: essi temettero per un istante di
lor vita e si nascosero sotto i letti; ma il popolo, fiero nella pugna
quanto generoso nella vittoria, li assicurò che niun male sarebbe stato
a lor recato, ed anzi li fece scortare all'ospedale, preceduti da un
vessillo coll'iscrizione: _Rispetto ai feriti_.

Nulla fu toccato nel palazzo: nulla asportato, fuorchè sei cavalli
condotti via nel trambusto e restituiti poi pochi giorni dopo.

Casati intanto pubblicava quest'altra ordinanza:

  «LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA CITTÀ DI MILANO.

  «_Milano 20 marzo 1848._

«In aggiunta dell'avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti
i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono
novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria,
affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica.
Sono invitati egualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne
avessero.

«Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parrochia,
ove si organizzeranno in compagnie di cinquanta, ed eleggeranno
provvisoriamente il lor capo, il quale si metterà in corrispondenza col
Municipio per le successive disposizioni.

  «CASATI, Podestà.

  «BERETTA, Assessore.

Poco dopo la partenza delle truppe dal palazzo vicereale, la guglia
maggiore del Duomo presentò il vessillo tricolore sventolante da
quell'altura: ve l'aveva piantata Luigi Torelli di Valtellina e
Scipione Bagaggia di Treviso. La cattedrale unì allora il suono a
stormo delle sue campane al martellar generale degli altri campanili.

Le guardie della Direzione di Polizia avevano seguito l'esempio del
presidio della corte ed avevano abbandonato quel locale. Il popolo
strappò immediatamente lo stemma austriaco dalla porta, e penetrò nel
palazzo di S. Margherita. Si perlustrò allora ogni camera, ogni angolo
onde rintracciarvi i capi più odiosi della Polizia: ma Torresani non vi
era più; travestito da gendarme, ed unitosi alla cavalleria, erasi già
riparato in castello, abbandonando nel locale di polizia la moglie, le
figlie e la nuora. Penetrati i cittadini nell'abitazione di Torresani,
in un gabinetto vi trovarono una giovane signora, vestita di seta nera,
stringendosi al seno una bambina, con a lato una cameriera; entrambe
pallide, tremanti. Esse stavan ginocchioni allo irrompere della folla,
e la signora emise uno straziante grido all'apparir del primo popolano,
credendosi vicina ad esser sacrificata al furor della plebe. Era dessa
la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio di Torresani. Ma il
primo entrato rassicurò quella donna che niun male le si sarebbe
recato, e che il popolo combatteva accanitamente i suoi nemici armati,
ma rispettava gl'inermi e non recava onta alle donne. Caddero poscia
in mano del popolo la moglie stessa di Torresani ed una concubina di
Radetzky; ma tutte altrove tradotte, furono amorevolmente trattate e
rispettate.

Fiutavasi ansiosamente da ognuno il nascondiglio del Bolza: scorsero
alcune ore prima di scoprirne traccia alcuna; ma finalmente fu scoperto
nascosto nel fieno sulla soffitta, in un ripostiglio vicino alla
sua dimora. Vi fu trovato pallido, contraffatto, coi capelli irti,
supplicante pietà e misericordia. Perquisito sulla persona, non gli si
rinvennero armi nè scritti, ma le tasche piene di pane e di formaggio;
provvista che aveva fatta per que' momenti difettosi di alimenti.

Galimberti fu ricercato anche nella sua abitazione in contrada dei
Due Muri (ora non più esistente). Ma le porte eran barrate per di
dentro fortemente: un facchino procurò allora una leva a ruota dallo
spedizioniere Pezzoni, la quale, appoggiata in direzione inclinata
verso la porta, con forza girato il manubrio, potette abbatterla.
Entrativi i cittadini, presso all'ingresso vi catturarono il servo di
Galimberti. Minacciato costui nella vita se non rivelava l'ascondiglio
del padrone, egli promise indicarlo purchè si salvasse a lui
l'esistenza: data la promessa, lo si scortò in una stanza superiore
ov'erasi accovacciato Galimberti, e lo si rinvenne infatti. Intimatogli
d'arrendersi e di costituirsi prigioniero, mordendosi le labbra
cedette[16].

D'un tratto una voce sonora gridò in quel frastuono di voci di gioja:
_E i prigionieri?... Fuori i prigionieri! Libertà ai prigionieri!_ Vi
si trovarono prigionieri uomini, che, levati dalla prigione, sporgevano
la mano supplichevole cercando pane, dichiarando che da quarant'ore
non se n'era lor dato; che da 40 ore non prendevano cibo. A loro si
provvide d'alimenti; ma il popolo gridava: _Ma i prigionieri politici
dove sono?_ Dopo un quarto d'ora si ignorava ove fossero. Allora l'oste
della contrada dei Due Muri, incaricato dalla Polizia di provvedere gli
alimenti pei detenuti, conoscendo per conseguenza ove si trovassero i
prigionieri politici, gridò che si trovavano ai N. 18, 30, 36 e 37; ove
in vero si rinvennero e si liberarono.

Nella Direzione di polizia si trovarono circa 25 armi da fuoco e
un centinajo da taglio, che vennero tosto distribuite al popolo
combattente: armi del certo insufficienti alle straordinarie esigenze
del momento.

Frattanto Radetzky che aveva ricevuta la protesta consolare del giorno
precedente, onde prevenire complicazioni diplomatiche, rispose colla
seguente lettera:

  «Signori!

«Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d'Inghilterra,
di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale
manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non
potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per
le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di
provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M.
l'Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate
all'improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza
che queste avessero fatta alcuna provocazione.

«Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte
della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona
del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in
suo potere di firmare e che non appartengono che al Sovrano.

«Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d'onore e da soldato, non
potrò mai compromettere nè l'uno nè l'altro, come obbliga il mio dovere
verso l'Imperatore.

«Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento
rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile;
perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati
saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che
loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento
dell'odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.

«Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l'organo,
sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere
contro Milano sino all'indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità
abbia a cessare dalla parte avversa.

«Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.

«Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane

  «Conte RADETZKY.»

«Ai signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio
e della Svizzera

  MILANO.

Intanto si pubblicava il seguente manifesto da chi dirigeva la
rivoluzione, onde mantenere vivo l'ardimento nel popolo ed eccitarlo a
persistere nella lotta incominciata:

  «CITTADINI

«Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena
dissoluzione. Le bombe ch'egli avventa sulle nostre case sono l'ultimo
saluto delle tirannide che fugge.--I nostri bamboli non cresceranno
nell'orrore della schiavitù.

«Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi
avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall'onor militare,
domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di
sospendere il vittorioso nostro fuoco.

«Cittadini, perseverate sulla via che correte.--Essa è quella che guida
alla gloria ed alla libertà.

«Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi.
Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che
ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La
patria deciderà de' suoi destini. Ella non appartiene a sè.--I feriti
sono raccomandati alle vostre cure.--Per le famiglie povere provvederà
la patria.

  «Lunedì, 20 marzo».

Venne pure pubblicato dal Consiglio di Guerra questo altro avviso onde
mantener vivo il sentimento della generosità nel popolo, e prevenire
luttuosi casi di sangue, in que' momenti di grande esasperazione,
contro i prigionieri, le famiglie degli impiegati e militari
dell'Austria, gli ammalati ed i feriti.

«PRODI CITTADINI.

«Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel
sangue di que' miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò
nelle nostre mani.

«Basta per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent'anni
furono il flagello delle nostre famiglie e l'abbominazione del paese.
Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo,
fatene un'offerta a Pio IX.

«VIVA PIO IX! VIVA L'ITALIA!»

In egual modo erasi già sin dal mattino espresso Carlo Cattaneo,
allorchè si venne a chiedergli da alcuni popolani se, trovando Bolza,
gli si doveva niegar quartiere. Cattaneo aveva risposto: _Se lo
ammazzate fate una cosa giusta; se non lo ammazzate fate una cosa
santa._

Dopo mezzogiorno Casati pubblicava il seguente avviso, con cui
notiziava l'associazione di altre persone nell'amministrazione della
città; pubblicazione ritardata, e che meglio di ogni altro documento
vale a rilevare lo stato di perplessità, di gravi dubbiezze in cui
lottava lo spirito e la mente del Casati:

  «LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA CITTÀ DI MILANO

  «Milano 20 marzo, ore una pomerid.

«Le terribili circostanze di fatto per le quali la vostra città
è abbondonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione
municipale debba assumere, in via interinale, la direzione di ogni
potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa
un dovere di far noto a' cittadini, che sino a nuovo avviso essa
concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le
cose a fine desiderato dell'ordine e della tranquillità. Ai membri
ordinarii della Congregazione vengono aggiunti in via provvisoria i
seguenti:

  Vitaliano Borromeo.
  Francesco Borgia.
  Alessandro Porro.
  Teodoro Lecchi.
  Giuseppe Durini.
  Avv. Anselmo Guerrieri.
  Avv. Enrico Guicciardi.
  Gaetano Strigelli.

  CASATI, _Podestà_.
  BERETTA. _Assessore_.»

Questa determinazione postuma della Congregazione municipale non aveva
forse qualche secondario fine, quale quello per esempio d'infirmare
l'autorità del Consiglio di guerra, composto di persone che non
simpatizzavano troppo con Casati e colle sue idee? Non vogliamo
affermare il dubbio: facciam solo presente che Casati e Beretta
dicevano con quell'avviso, in altri termini, al popolo: _Ogni potere
è concentrato nella Congregazione municipale:--si avvertono di ciò
i cittadini per loro norma: questa Congregazione assorbente tutti i
poteri sarà composta di quelli indicati nell'avviso;--cioè esclusi
Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi, Clerici._ Da ciò grave si eleva il
dubbio di un sinistro intendimento in Casati e Beretta con quell'avviso.

Ma passiamo oltre.

Il bisogno di far conoscere la condizione de' Milanesi agli abitanti
delle terre circostanti, e l'impossibilità di potervi soddisfare con
mezzi diretti, inquantochè una barriera di corpi umani circondava,
stringeva Milano tutta, suggerì al Consiglio di Guerra di far uso di
palloni che svolazzavano per l'aria portando il seguente proclama:

  «A TUTTE LE CITTÀ E A TUTTI I COMUNI
  DEL LOMBARDO-VENETO.

«Milano, vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora
circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre
formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte
le città e tutti i comuni ad armarsi immediatamente in Guardia civica,
facendo capo alle parrochie, come si fa in Milano, e ordinandosi in
compagnie di 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante
e un provveditore, per accorrer ovunque la necessità della difesa
impone.--Ajuto e vittoria.»

  _Il Consiglio di guerra_
  CATTANEO--CERNUSCHI--TERZAGHI--CLERICI

Il popolo gioiva di aver riveduti i suoi fratelli che languivano nelle
prigioni politiche, e li colmava di onoranza. Abbiam citati i nomi di
coloro che ritrovaronsi al Tribunale criminale: fra quelli che gemeano
nelle prigioni di S. Margherita (ove vi era la Direzione di Polizia)
annoveravasi il marchese Filippo Villani, Ravizza, Marcora, Ferrabini,
ecc.

Il Ferrabini ritrovavasi propriamente all'infermeria, perchè era
stato ferito nel 18 marzo, e ritrovavasi ancora colla camicia e coi
pantaloni intrisi di sangue, zoppicante, e con bendata la testa e la
mano. Sapendo d'aver riguadagnata la libertà, credette esser guarito:
ma le sue ferite eran troppo gravi; talchè sorretto da due amici si
diresse verso la propria casa onde riveder la propria famiglia. Giunto
però nel vicolo di S. Fedele, il sacerdote don Giuseppe Lattuada non
permise che il Ferrabini continuasse il cammino, temendo avesse a
soccombere per via in causa delle ferite, e lo ospitò quindi in propria
casa.

Ma quali furono le cause e gli autori di quelle ferite?

Gaetano Ferrabini nel 18 marzo, dopo avere preso parte alla costruzione
di parecchie barricate ed eccitato in più luoghi a suonare a stormo le
campane nella fiduccia di guadagnare alla rivoluzione il presidio del
Circondario IIº di polizia in via Andegari, verso le 4 pom., brandendo
con una mano una bandiera e coll'altra una vecchia spada, mettevasi
per quella via gridando==_Viva l'Italia_. Ma giunto sull'angolo della
via detta dei Tre Monasteri, ora Romagnosi, veniva d'improvviso
affrontato dal figlio di Garimberti, che gli gl'intimò l'arresto.
Il Ferrabini si rifiutò di seguirlo ed oppose gagliarda resistenza;
circondato però dalle guardie di Polizia, sopraffatto dal numero,
ferito replicatamente alla testa, nella schiena ed alla mano destra di
cui ebbe mutilato un dito, veniva sospinto dalle punte delle bajonette
entro l'ufficio del Circondario.

Perquisito sulla persona, gli si rinvennero proclami rivoluzionarii.
Ciò bastò perchè lo si abbandonasse giacente a terra, perdendo sangue
dalla testa, e gli si niegasse persino la somministrazione invocata di
un po' d'acqua. Nella notte venne trasportato nella infermeria delle
carceri di S. Margherita, ove vi rimase sino al 20 marzo in cui fu
liberato dalla rivoluzione vittoriosa.

I Tedeschi, vedendo che gli avvenimenti prendevano ogni giorno una
piega peggiore per loro, pensarono di trattare un armistizio cogli
insorti onde guadagnar tempo, potersi fornir di viveri, rimarginare i
danni sofferti nelle lor file, procurarsi nuovi rinforzi e preparare
nuovi mezzi di offesa e di difesa. Fu incaricato di questo negozio un
maggiore dei Croati Ottochan; credesi fosse quello stesso Sigismondo
Ettingshausen che trattò qualche mese dopo per la resa di Peschiera.

Il maggiore, presentatosi verso il mezzodì del 20 marzo ad una
barricata, dichiarando esser parlamentario, cogli occhi bendati
fu scortato dai cittadini al Consiglio di Guerra. Il Consiglio lo
indirizzò nella sala della Municipalità onde trattasse direttamente
coll'autorità comunale. Casati propose allora un armistizio di 15
giorni, ma prima d'obbligarvisi pretendeva di conoscere dal Consiglio
di guerra se si sarebbe incaricato di far desistere i cittadini dal
combattimento. Cattaneo, invitato cogli altri suoi colleghi ad esporre
il suo parere, rispose esser difficile lo staccare i combattenti dalle
barricate: diffidare egli molto delle conseguenze dell'armistizio:
tenere compromessa la condizione degli Italiani.

Durante questo diverbio entrò nella sala un prete della chiesa di S.
Bartolomeo, portando la nuova che gli Austriaci avevano allor allora
trucidato il predicatore quaresimale e commesse altre enormità; il
predicatore era don Marino Lazzarini: penetrati gli Austriaci per la
porta dalla canonica, fecero inginocchiare i preti che incontravano;
quindi gridando: _Pei preti niente perdono!_ ne trassero cinque in
arresto: altri soldati frattanto, saliti nell'abitazione del Lazzarini,
lo stesero al suolo con una fucilata, e poscia, non contenti di quanto
avevano fatto, inveirono su quel misero corpo colle punte delle
bajonette. Il maggiore de' croati che si trovò presente alla narrazione
di quel luttuoso fatto, ne rimase commosso. Invitati poi gli estranei
alla Municipalità ed al Consiglio di Guerra a ritirarsi, il Maggiore si
ritirò pure.

Calorosa fu la discussione fra i membri del Consiglio di Guerra e
Casati; talchè prevalendo le ragioni del Consiglio, il quale aveva per
sè le simpatie e la fiducia di tutta la popolazione, dopo un quarto
d'ora di discussione Casati fece rientrare il parlamentario di Radetzky
e gli parlò nel seguente modo: _Signore, non abbiamo potuto metterci
d'accordo. Vogliate dunque rappresentare a sua Eccellenza, da una parte
i sentimenti della municipalità, e dall'altra quelli dei combattenti,
affinchè possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni._ Grave
fu l'impressione prodotta da quelle parole sugli astanti, ben
comprendendosi che Casati in tal modo pareva separare la sua causa da
quella della città. «Tale dichiarazione, nota uno storico, con la quale
Casati separava la sua causa personale da quella dei sollevati, avrebbe
posta in pericolo la sua vita, se Cattaneo non l'avesse fatta ignorare
al popolo[17]».

Il maggiore fu allora congedato, ed aspettò in corte che gli si
bendassero gli occhi per esser ricondotto fuori delle fortificazioni
cittadine; ma non gli si volle porre alcuna benda. Visibilmente
commosso dal modo con cui era stato trattato, il maggiore, stringendo
la mano ad uno dei cittadini che lo aveva accompagnato, sclamò col suo
straniero accento: _Addio, brava e valorosa gente!_

Altri tentativi d'armistizio vennero fatti anche al Genio, al Comando
militare ed al Ponte Vetro; ma non approdarono ad alcuna conclusione,
inquantochè il popolo pretendeva che i soldati deponessero le armi.

Il 20 fu giornata di combattimenti; e noi li riepilogheremo in brevi
cenni.

A porta Romana alcuni Croati, che si trovavano nella polveriera di S.
Apollinare, essendo stati posti in fuga da un drappello di cittadini,
riuscirono sul far della notte a fuggirsi nelle ortaglie di Quadronno.
Ma inseguiti pur là, il popolo arrestossi alla casa di un ortolano,
dalla quale uscivano grida strazianti e invocazioni di pietà: entrativi
i cittadini, vi arrestarono cinque Croati, e vi rinvennero orribilmente
mutilati una donna e tre suoi adolescenti figli.

A porta Tosa il numero dei combattenti aumentò, e vi compirono atti
di grande valore e gravi sacrifizii; rimanendo intrepidi in faccia
all'artiglieria che continuamente vomitava palle enormi e mitraglia,
stringendo il nemico da tutti i lati, facendo avanzare le barricate
mobili. Fuori della porta i contadini fecero altrettanto, tagliando
le strade e molestando la truppa. Si combatteva nell'interno lungo
il corso, pel borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade
circostanti al Conservatorio. I Croati e la cavalleria percorrevano
e facevano fuoco dai bastioni, stretti anche là da vivo fuoco di
fucileria degli insorti. Due volte il nemico cercò di rinforzare la
porta con due altri cannoni che tentava condurre da porta Orientale,
ma due volte fu respinto dal continuato fuoco del valoroso cittadino
Vernay. L'ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli
Modorati e con altri perseguitò e danneggiò fortemente la truppa.
Finalmente Vernay secondato da una mano di intrepidi popolani tentò
l'assalto alla porta Tosa.

A porta Nuova si aumentarono le fortificazioni rivoluzionarie;
specialmente in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, ove
alle ore 8 ant. fu costrutta una barricata per impedir la ritirata
alla guardia del Genio e precludere al presidio del Comando militare
ogni via di soccorrerla. In seguito i tiratori milanesi, fra le
acclamazioni dei cittadini che dalle finestre eccitavanli a combattere,
avanzaronsi intrepidi verso il palazzo del comando militare, presidiato
da una compagnia di granatieri ungheresi e da un'altra del reggimento
Reisinger; e, continuando un vivo fuoco, tentarono l'assalto del
palazzo.

L'intrepidezza, l'audacia, la fermezza spesso atterriscon più che il
numero: questo fu l'effetto morale prodotto sul presidio del Comando
militare, il quale tentò con perfida arte trarre i giovani guerrieri
in agguato. Sulla porta del palazzo militare comparve un ufficiale con
bandiera bianca, chiedendo pace; ma essendosi uno degli insorgenti
presentato a parlamentare, conobbe tosto l'insidia ordita, e gridò al
_tradimento_. E quel grido diffondendosi pella contrada, echeggiando
per cento labbra, pose gl'insorgenti in guardia. Nè si sbagliaron essi,
poichè ben tosto sbucava truppa dalla contrada dei Fiori, aprendo vivo
fuoco di fucileria; ma senza frutto.--Nello stesso dì, verso le ore
3.30, un drappello di soldati sfondò le porte dell'antica osteria di
Brera, situata sull'angolo che quella contrada fa con quella del Monte
di Pietà, ed entrativi, misero tutto a sacco e ruina sotto il comando
del proprio colonnello.

A porta Comasina (ora porta Garibaldi) un maggiore degli ungheresi
tentò sorprendere la buona fede del popolo colla solita menzogna di
sospensione d'armi, ed agitando in aria un fazzoletto bianco nel mentre
si avanzava al Ponte Vetro, assicurò aver ordinato anche altrove a'
suoi di sospendere il fuoco, e propose di recarsi alcuno con lui in
Castello per un accomodamento. Il sacerdote don Pietro Mauri, della
parrochia di S. Tommaso, si presentò al maggiore e si offerse a
parlamentario di pace; ma più non ritornando, si arrestò una guardia
di polizia e si notiziò la truppa che la si sarebbe scannata se non
ritornava il prete; e la minaccia valse, giacchè poco dopo ricomparve
don Pietro Mauro, dichiarando ch'erasi ordito tradimento. Tradimento
che si tradusse ben presto in atto con un ben nudrito fuoco di
moschetteria da parte della truppa e con frequenti colpi lanciati di
spingarda.

Atroce fatto, narra Tettoni, successe nella casa di certo signor
Torelli, verso S. Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci
sforzarono la porta, ed, entrati, uccisero il cuoco ed altre tre
persone dopo averle martirizzate in ogni modo; poi, arrostiti vivi due
bambini e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la
bajonetta, diedero fuoco alla casa, ritirandosi quindi nel palazzo del
Generale Comando[18]. Non facciamo commenti: riproduciamo la notizia e
basta!

A S. Bernardino alle Monache (ora via Lanzone) la caserma omonima che
acquartierava le guardie di polizia cedette al valor degli insorgenti,
i quali, esposti ad un grandinar continuo delle palle nemiche,
riuscirono a dar fuoco alla porta del quartiere. Le guardie però che
ritrovavansi al Circondario di polizia di S. Simone, vedendosi a mal
partito, spiegarono bandiera bianca e, simulando di fraternizzar col
popolo, scaricaron poscia i loro fucili verso il popolo ingannato.

Il cannone non cessava mai di tuonare dal dazio di porta Ticinese
tanto verso il ponte, come dal bastione verso Viarenna. Però le palle
non arrivavano sino all'ortaglia delle monache; fu per ciò che il
lattivendolo G. Meschia con pochi suoi compagni potettero appostarsi
nella contrada delle Vetere; dalla quale con carabine di precisione
fulminarono i cannonieri che stavano al dazio; e furon sì aggiustati
i colpi, che non uno andò fallito, in modo che mano mano che gli
artiglieri avvicinavansi al cannone per darvi fuoco, essi cadevano
colpiti dai tiri di quegli animosi.

Altri soldati penetrarono nel borgo di Viarenna (oggidì Via Arena) e
di là nella stretta Calusca, ove abbandonarono al saccheggio quelle
case e vi commisero ogni sorta di orrori. Là vi trucidarono pure tre
cittadini che furono: Giuseppe Gambaroni, d'anni 58 circa, venditor
di rotelle di corteccia, (in milanese _robioeul_); Antonio Piotti,
d'anni 28, fabbro ferrajo; e Giuseppe Belloni, cuojajo; i quali, tratti
in una vicina ortaglia, dopo averli straziati in ogni modo, moribondi
li copersero di paglia a cui appiccaron fuoco; semivivi abbruciandoli,
e respingendo nelle fiamme chi tentava sottrarvisi.

Nella caserma di S. Eustorgio si trovò una panca su cui eravi sangue
raggrumato, e sotto la panca vi si osservò un paja di scarpe civili.
Ciò tutto induceva a ritenere l'esistenza di un assassinio.

Nel vicolo del Sambuco vi si rappresentarono nuove scene di orrore.
I soldati che passavano sul vicino bastione si vedevano ridotti a
bersaglio di un fuciliere nascosto in una casa esistente nel vicolo
del Sambuco; e i colpi non erravano in quell'umano bersaglio, ma tutti
miravano giusto! I soldati allora precipitaron dal bastione nella
casa ove ritenevano partire i colpi, e, penetrati nell'osteria della
Palazzetta, vi pretesero da mangiare e da bere, vi ferirono l'oste e
sua moglie; quindi gli abbruciarono.

In tutta la giornata però non vacillò il coraggio de' cittadini, ma
nelle prove s'assodò, si rinforzò, dilatossi. Siccome però il popolo
doveva invadere pubblici edificii per scacciarne il nemico; e doveva
poi anche custodire le proprietà devolute alla patria, così venne
pubblicato il seguente proclama

  CITTADINI

Si pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la
loro immediata protezione tutti i pubblici stabilimenti e tutti gli
oggetti che vi si tengono, e sopratutto le carte che possono essere
preziose per le famiglie.

D'ora in poi tutte le cose che erano del Governo son nostre. Dunque
conserviamole.

  ORDINE E CONCORDIA.

Nel chiudere la storia di questo giorno non possiamo sottacere che
durante la giornata la Congregazione aveva cominciato a presentarsi
sotto forma di Governo Provvisorio, Uno de' suoi proclami fu il
seguente:

  CITTADINI

Uomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recate
notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e
chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso
col generale, figlio dell'ex-Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di Pavia
e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie di Gallarate e Busto
Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmate le truppe,
presi sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse
tagliato. Evviva ai nostri fratelli di contado! Abbracciamoci tutti in
un amplesso! Ringraziamo Dio. Gridiamo:

  Viva l'Italia--Viva Pio IX.

  _Il Governo Provvisorio_

  CASATI--GIULINI--GREPPI--BERETTA

In quel giorno si pensò poi anche ad organizzare i varii Comitati che
dovessero coadjuvare l'opera del Governo provvisorio; essi furono i
seguenti.

  1. Comitato di difesa e di guerra;
  2. Comitato di pubblica sicurezza;
  3. Comitato di finanza;
  4. Comitato di sanità;
  5. Comitato di sussistenza.

Nella casa del conte Carlo Taverna in contrada de' Bigli stabilirono
loro sede il Governo Provvisorio e il Comitato della Pubblica
sicurezza, e vi si custodirono alcuni personaggi ed ufficiali
prigionieri. Nella casa di Carlo Vidiserti fu collocato il Comitato di
pubblico armamento e di guerra.



IL 21 MARZO


Alle 5 ore del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che
le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata.

Alla mattina le truppe cominciarono le fucilate e le cannonate dai
bastioni della città: le barricate erano state da parte del popolo
spinte molto avanti nella precedente notte.

L'alba era nuvolosa, e piovigginava: le campane della città
continuavano a suonare a stormo:--i gridi di rabbia da parte dei
Tedeschi e quelli di gioja da parte degli insorgenti echeggiavano
dovunque:--a porta Tosa si lavorò indefessamente dalle 7 alle 10 a
rinforzare le barricate e vi si collocarono i più audaci combattenti,
mentre i più esperti fucilieri vennero disposti sulle diverse case
dei dintorni e pegli orti onde potessero meglio molestare il nemico
su tutti i punti, uccidere gli artiglieri allorchè s'avvicinavano al
cannone per apprendervi fuoco, dando campo in tal modo agli altri
popolani d'avvicinarsi per di dentro e per di fuori alla porta Tosa.

Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a
far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero
cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo
numero di colpi; s'aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone
fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un'attività
immensa, un entusiamo indicibile.

I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal
principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti
ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde
communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in
proposito.

Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto
giorno stavamo concertando con Borgazzi per l'assalto al bastione, la
Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da
darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.

Proponevasi, diversamente dal giorno innanzi, non armistizio di
quindici giorni ma di tre; libera una porta, sì all'entrata delle
vettovaglie, che all'uscita degli stranieri, ed anco dei cittadini; ma
non estesa la tregua alla campagna.

Casati, assentendovi per sè, pregò il collaboratore Giuseppe Durini a
ripeterci un sottile ragionamento che aveva già fatto ai municipali,
provando che l'armistizio avrebbe giovato più a noi che al nemico che
lo dimandava! I collaboratori e i lori seguaci se ne mostravano già
tutti persuasi; tranne Achille Mauri, che pure faceva già loro da
secretario.

Invitato da' miei colleghi ad esprimere il loro voto, osservai che,
dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i
cittadini era divenuto ancora più difficile; e che non conveniva dar
tempo al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna.--E infatti
lettere intercette si scopersero poi, che, s'ei si avviliva a dimandare
quella tregua, era solo perchè i tre giorni gli abbisognavano per avere
in Milano mille e duecento grosse bombe, sbarcate allora in Piacenza.

Feci poi considerare che quell'intervallo, oltre al dar agio al
nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il
vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia
dallo spettacolo forse dei trucidati amici. Feci considerare che
l'esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe
abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo,
lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva
ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all'incendio
e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese,
sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli
eccessi.--

Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che
si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per
ventiquattr'ore.--Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa
in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le
munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano
durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in
cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che
computi così precisi non si potevano fare:--«Del resto, gli dissi,
ventiquattr'ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più
ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere;
è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già
riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in
giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a vivere di ruba.
Questa sera, se riescono i concerti fatti or ora, sarà spezzata la sua
linea lungo i bastioni; e per poco che tardi a mettersi in ritirata,
non troverà più strade.--Infine, quando pur ci dovesse mancare il pane,
meglio morir di fame che di forca».--

I conti Casati, Durini e Borromeo, propugnando fra quella tanta
effervescenza d'animi l'armistizio, si erano messi affatto a nostra
discrezione; poichè si udivano affollati all'uscio i giovani vociferare
sdegnosamente contro qualsiasi aggiustamento. Dopo essere uscito
a tranquillarli, io pregai Casati a por fine a un diverbio oramai
ozioso; poichè troppo era manifesta l'impossibilità di far deporre alla
gioventù le armi, che aveva sì felicemente impugnate.

Dopo pochi momenti, giunsero vestiti dei loro uniformi i consoli; e
udirono il rifiuto dell'armistizio dalla bocca dell'eroico podestà.
Ancora quella volta noi concedemmo ai nostri avversarii un immeritato
vantaggio; tanto è vero che non operavamo per ambizione di parte, ma
per sentimento di cittadini. Strinsi la mano a quei rappresentanti
dell'Inghilterra e della Francia, senza frammettere allusione veruna
ai nostri dissidii. È verissimo però che nella lettera indirizzata dal
Casati ai consoli, e da questi publicata, il rifiuto dell'armistizio
venne attribuito al volere del popolo.

Appena partiti quei signori, apparve in città il conte Enrico Martini,
inviato dal re Carlo Alberto onde parlare della dedizione del paese al
re sardo, il quale prometteva soccorsi d'uomini e d'armi in tale caso.
Osteggiava la proposta il Cattaneo che sosteneva dover il popolo, non
le autorità civili disporre dello Stato; non essere d'altronde quella
l'occasione propizia di convocare il popolo a votazioni, correndogli
dovere e necessità in quei supremi momenti di provvedere alla difesa
dall'inimico, all'offesa onde scacciarlo e procurarsi libertà.
Opponevano gli altri a Cattaneo che il popolo difettava d'armi e
munizioni, alle quali avrebbe potuto provvedere colla dedizione al re
sardo; che del resto con quel sovrano si avrebbero ottenute adesioni
e soccorsi anche da tutti gli altri governi italiani. Accalorata fu
la discussione, e vi si cominciò a germogliare quella discordia di
principii repubblicani e costituzionali sempre cattiva, esiziale in
allora, e che perdurò per tutto il tempo successivo della guerra sino
alla rotta di Carlo Alberto.

Prevalse in quella discussione l'opinion della Municipalità di
accogliere le proposte di re Carlo Alberto ed usufruttare dei mezzi
ch'egli offriva.

Il Consiglio di guerra allora credette utile di raccomandare ancora una
volta ai cittadini la federazione militare di tutti i popoli d'Italia
volgendo il seguente appello a tutte le città della penisola:

  ITALIA LIBERA

Ormai la lotta nell'interno della città è compiuta. È tempo che
le città vicine si scuotino e imitino l'esempio di questa. Noi
invitiamo tutte e ciascuna a costituire un Consiglio di Guerra, che
lasci le cose di consueta amministrazione ai Municipii costituiti in
Governi Provvisorii. Per noi vi è un solo ed unico affare, quello
della guerra, per espellere il nemico straniero e le reliquie della
schiavitù da tutta l'Italia.--Invitiamo tutti i Consigli di Guerra a
limitarsi a questo.--Ci sarà grato il ricever loro immediate novelle
ed intelligenze per mezzo di Commissarii che abbiano animo degno
dell'impresa.--Noi domandiamo ad ogni città e ad ogni terra d'Italia
una piccola deputazione di baionette, che, guidata da qualche buon
capitano, venga a fare una giornata d'assemblea generale ai piedi delle
Alpi, per far l'ultimo e definitivo nostro commento coi barbari.--Si
tratta di ridurli coi debiti modi a portarsi immantinente d'altra parte
delle Alpi, ove Dio li renda pure liberi e felici come noi.

  VIVA PIO IX

  Dal Consiglio di Guerra in casa Taverna,
  21 marzo 1848.

  CATTANEO--TERZAGHI--CLERICI--CERNUSCHI.

Quindi il Consiglio di Guerra rivolgevasi a tutti i militari che si
trovavano alle lor case onde accorressero ai soccorsi della patria,
pubblicando il seguente invito:

  ITALIA LIBERA.

I Milanesi domandano il concorso degli ufficiali e soldati in pensione
ed in permesso. Non è mai un delitto difendere la patria.--Viva Pio IX.

  _I Membri del Comitato di Guerra_

  CATTANEO, CERNUSCHI, TERZAGHI, CLERICI

Onde ottenere poi l'effetto della dedizione che il Municipio voleva
fare del paese a re Carlo Alberto, il Consiglio di Guerra cercò
dimostrare che esso si rivolgeva a tutti i popoli anzichè ad un
principe solo, onde rimuovere ogni suscettibilità politica e dinastica
in Italia. Col mezzo aereostatico diffondeva quindi il seguente
proclama:

  ITALIA LIBERA
  VIVA PIO IX

La città di Milano per compiere la sua vittoria e cacciare per sempre
al di là delle Alpi il comune nemico d'Italia, domanda il soccorso
di tutti i popoli e principi italiani, e specialmente del vicino e
bellicoso Piemonte.

  21 marzo.

Milano entro la cerchia del naviglio era quasi tutta liberata; pochi
luoghi rimanevano a guadagnarsi.

Il Tribunale criminale era stato con grave pericolo dell'ordine
pubblico abbandonato dalla truppa sin dal giorno precedente: avean
potuto le guardie carcerarie contenere i detenuti all'obbedienza
nascondendo loro la partenza della truppa; ma, occupato il Tribunale
dal popolo, nel suo entusiasmo ritenne dover essere suo primo atto
quello di aprir le prigioni dei detenuti politici e di rimetterli in
libertà; come ne li pose bentosto. Essi erano: Filippo Villani, Luigi
Ancona, Gallardi, Enrico Rivolta, Zanelli Francesco, Acerbi Giovanni,
Filippo Fornara, Manfredo Camperio, Andrea Ponzio, Giovanni Grassi,
Alessandro Borgazzi, Ercole Salvioni, Sac. Giuseppe Brambilla, Carlo
Scanziani, Achille Volpi, Carlo Seldati, Pietro Cova, Giovanni Barbieri
e Angelo Maroni.

Occorreva però di provvedere acciò nel parapiglia non fuggissero gli
altri detenuti per delitti, poichè essi eransi già accinti a procurarsi
la libertà. Accorsovi però l'avv. Pier Ambrogio Curti, membro del
Comitato di Pubblica Sicurezza, impugnando una sciabola nella destra
e una pistola nella manca, come ebbimo in eguale atteggiamento già a
vederlo nella contrada di S. Damiano, si affacciò arditamente alla
porta d'uscita, minacciò d'esploder l'arme da fuoco sul primo che
s'avanzasse, cercando con altre parole poi di persuadere i detenuti
che si avrebbe tenuto grande calcolo della loro sottomissione; che
egli impegnava la sua parola d'onore che l'instruttoria sarebbe stata
accelerata, rimessi in libertà gli assoluti, ritenuta pei condannata
una circostanza molto attenuante quella di aver ottemperato in quel
momento all'ingiunzione di rientrare in carcere. E tanto disse e tanto
fece, che quegli uomini, che pur sentivano amor di patria, deposero le
armi che già stringevano e rientrarono nella prigione. A questo fatto
vi concorse poi anche la presenza di coraggiosi cittadini che accorsero
ad assecondare l'opera e gli sforzi del Curti.

Il Genio militare era uno dei pochi luoghi ancora occupati dalla
truppa, ove vi si distinsero fra i molti il Sottocorno, l'ingegnere
Suzzara ed Augusto Anfossi, di cui abbiam già parlato a pagina 76.
Francesco Pagnoni, che erasi adoperato fino del primo giorno (18)
come lettore di tutti i proclami che circolavano per la città e
nel persuadere le mogli e le madri a lasciare che i loro mariti e
figli prendessero parte all'insurrezione, con coraggio e con gravi
sacrifizii prestossi nei combattimenti di contrada di Brera e del
Monte di Pietà a tenere indietro i soldati austriaci che tentavano
di oltrepassare le barricate per portarsi al Genio onde salvare il
presidio che in quel palazzo stava rinchiuso. Ma per quanto impetuosi
fossero gli assalti dei soldati pure ogni lor tentativo veniva
paralizzato e reso frustaneo da una pioggia di tegole e di sassi che
cadevano da ogni punto del tetto della casa Passalacqua. I Tedeschi
vedendo tornar vani i loro sforzi, ripiegarono al Comando Generale
e saliti sul tetto di quel palazzo diressero quantità di colpi di
spingarda sugl'insorti, senza che alcun di loro però ne rimanesse
ferito. Mezz'ora dopo ritornarono all'assalto delle barricate: ma i
difensori di esse, riparati sui fienili, con una ben nudrita pioggia di
tegole, e di ogni sorta di macerie di cui erano ben provvisti, di nuovo
li fecero retrocedere. Il combattimento durò dalle 11 ant. alle 4 pom.,
dopo di che si recarono al Genio.

Alla presa del Genio, il Pagnoni fu tra quelli che vi penetrarono, e
vi ebbe campo di salvare una cameriera addetta alla famiglia del conte
Neuperg e la condusse salva a' di lei parenti.

La presa del Genio venne ben tosto notificata al popolo col seguente
avviso:

  CITTADINI

Nuove vittorie!

Il nemico che occupava il palazzo del Genio, dopo replicati assalti ha
ceduto al valore dei prodi nostri cittadini. Oltre a 160 soldati e tre
officiali sono i nemici che si costituirono prigionieri, cedendo armi e
munizioni.

  DIO È CON NOI!
  VIVA L'ITALIA

  Dal Comitato di pubblica difesa.
  Ore 3 pom. del 21 marzo 1848.

L'ufficio di Polizia in S. Simone fu pure preso con perdita di
cittadini. La caserma di S. Francesco cadde anch'essa in potere
degli insorti. Queste furono le conquiste dell'insurrezione: altri
combattimenti però avvennero senza decisivo risultato, dei quali ne
parleremo qui appresso. Riteniamo però di dover prima riportare un
editto del Comitato della guardia civica, col quale eccitavansi tutti
i cittadini a concentrare le loro forze sui punti più minacciati dal
nemico: tale editto era così concepito:

  CITTADINI

È inutile durante il giorno, mentre il nemico è lontano, si fermino
alle barricate interne quelli che sono muniti di fucile e di carabine.
È alle barricate esterne, investite direttamente, che è d'uopo portare
tutte le forze disponibili in soccorso dei valorosi che tengono fronte
al nemico. Quelli pertanto che trovassero aver compiuta l'opera loro
in un dato luogo, anzichè fermarsi alle barricate lontane dal nemico
e d'altronde munite a sufficienza da' vigili abitanti delle contigue
case, si rechino alla direzione generale della guardia civica, contrada
del Monte N. 1263 c, casa Vidiserti, la quale ricevendo ad ogni istante
domande di soccorsi dai difensori delle nostre più esposte posizioni,
assegnerà condegno campo al loro valore. La vittoria è certa: colla più
rigorosa disciplina la compiremo, vieppiù facilmente.

  VIVA L'INDIPENDENZA

  Dal Comitato direttore della guardia civica
  Ore 2 pom. del 21 marzo 1848»

A porta Ticinese verso sera avvennero gravi fatti: crediamo di
riportarli colle parole del Tettoni nella sua Cronaca della rivoluzione
di Milano.

«Verso le ore cinque di sera, egli dice, una mano di soldati irruppe
dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di
cinta dell'ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase
la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.º 3707, nella quale, trovata
la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e
derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo
piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono
in corte, gridando: _fatevi guarire da Pio IX_, e depredate anche
qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i
pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà
abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior
parte delle donne s'erano rifuggite; e quivi senz'altro scaricata
una fucilata, colpirono un bambino d'anni tre nelle braccia di suo
fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia
barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e
gettato sulla siepe della strada confinante.--Pure nella stessa casa vi
abitava certo Migliavacca d'anni 43 circa, ammogliato, con due figlie,
uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale
appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al
furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare
la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella
resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la
propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate
da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi,
giacchè, riunitisi que' mostri in numero sovrabbondante, gli sfondarono
la porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati
prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere
ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tutto quel poco di meglio
che aveva per l'importo di lir. 653. Poi risovvenendosi uno di essi che
avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni, senza
più riguardo niuno, subito come furia d'averno gli si avventa addosso,
e duro e freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie e
delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano
grazia per l'infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri
lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo; lasciando
gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il
descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla
considerazione.--

«A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di
Viarenna. Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli
abitanti di questa parte della città confinante coi bastioni della
Porta, alla testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con
fasci di legna, e la spinse avanti l'inimico, il quale vi scaricava
contro una grandine di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia.
Infiammati i nostri di furor patrio non temono la morte, e si spingono
tanto sotto che costringono l'inimico alla fuga, lasciando tre de' suoi
morti sul campo.--Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di
Cittadella.»

A porta Tosa alcuni cittadini potettero uscir di città guadando
un'acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta Tosa:
portatisi poscia insieme ad altri del contado in una casa suburbana
che dominava il bastione, apersero un vivo fuoco di fucileria dalle
finestre.

Il locale del Conservatorio venne destinato a servir di appostamento
ai bersaglieri cittadini, onde distrarre le forze militari della
porta Tosa, e facilitare da altro punto l'assalto e la presa della
porta. I fatti avvenuti in quel luogo vennero con speciale precisione
descritti nell'opera _Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti
delle gloriose cinque giornate_: li riportiamo colle parole stesse di
quell'opera:

«A undici ore di notte si radunarono molti patriotti in questo locale
per l'esecuzione del suesposto progetto.

«Io con un lumicino accompagnai l'ingegnere Cardani e diversi altri
armati di fucili e carabine nel quartiere delle alunne destinate
all'uopo; le gelosie delle finestre erano state chiuse tutto il giorno,
e nelle diverse scuole e nei dormitorii si appostarono i valorosi.

«Intanto alcuni zappatori, diretti dal signor Borgocarati, entrarono
per la parte della cucina nel giardinetto sottoposto. Io procurai loro
una leva di ferro ed altri attrezzi necessarii per aprire una breccia
nel muro di cinta; come fecesi colla massima precauzione per non
essere scorti dal nemico. L'ingegnere Cardani, fattosi loro guida, li
condusse colle scale della Chiesa della Passione per le ortaglie sui
bastioni, ivi furono da noi calate le scale di fuori lungo le mura,
onde avessero ad ascendere quelli che si trovassero esternamente, e
che si dicevano accorsi in aiuto. Sfortunatamente non si vide nessuno;
sia però lode egualmente a quelli che progettarono ed eseguirono tale
operazione tanto arrischiata ed ingegnosa!»

«Ad un'ora di notte si cominciò dai nostri a tirare contro i militari
posti di guardia dietro le piante del bastione; questi risposero
colle loro solite fucilate; poi si videro dei picchetti partire da
porta Tosa e dal borgo di Monforte e venire a schierarsi di dietro
le piante su quel punto del bastione, e così a colpi replicati e
frequenti d'archibugi si continuò per più di un'ora, quando a un tratto
cominciarono le cannonate.»

«Un cannone di porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla
stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nel punto
opposto, cominciarono a tirar contro le finestre del Conservatorio, e
ne menarono fiera rovina.»

«Ma Dio vegliava su noi, poichè de' tanti nostri, che per ben cinque
ore di seguito continuarono a combattere in questa località, due
soli rimasero feriti in detto quartiere delle alunne: uno fu certo
Poletti Carlo, che, colpito da una palla di fucile, fu trasportato da
prima nella cucina inferiore del Conservatorio, dove gli prestarono
soccorsi d'ogni sorta, nel che il signor Preposto Radaelli si distinse
per carità, coraggio e zelo; quindi fu trasportato al deposito ove
morì il 25:--un altro, Antonio Donzelli, addetto allo studio del
signor avvocato Lissoni, restò ferito egualmente, mentre l'ingegnere
Cardani gli caricava il proprio fucile. Il Donzelli però vive tuttora,
essendogli stata dal chirurgo Valerio levata la palla, e si spera che
guarirà. Alcuni de' nostri più ardimentosi, dalla breccia del muretto
del giardino del Conservatorio si spinsero nella prossima ortaglia, e
di là sino sul bastione con una scala della Chiesa, ma dovettero poi
ritrarsi, restandone alcuni morti sotto le palle nemiche.»



IL 22 MARZO


Nella notte del 21 al 22 marzo il popolo stette vegliando, geloso
di quanto aveva sino a quel giorno guadagnato, diffidente e pauroso
di qualche insidia da parte de' nemici. Da una barricata all'altra
facevasi di ora in ora, spesso di mezz'ora in mezz'ora, circolare il
grido di: _All'erta!_--grido che da una barricata all'altra faceva il
giro delle barricate tutte di Milano, e terminava al punto centrale da
cui era partito primamente.

E quel grido monotono, acuto, che faceva il giro di tutta una vasta
città, scendeva come freddo marmo nei cuor de' Tedeschi ad aggellare
gli spiriti!...

A quel grido rispondeva il rombo frequente di cannone che facevasi
sentire a porta Tosa, a porta Comasina, a S. Celso e in altri punti
importanti dei bastioni, perchè volevasi in quella notte serrare il
Tedesco fra due fuochi e dar l'assalto ad una delle porte: disegno
accortissimo, ma che cadde per mancanza di accordi nelle mosse;
imperocchè in quell'organizzazione improvvisata della milizia
insorgente, la quale non aveva avuto tempo di intendersi con precisione
sui modi di azione, divisa com'era dalle barricate che facevano
ritardare di molto le trasmissioni degli ordini del Consiglio di guerra
per la difficoltà delle comunicazioni, e infine la mancanza di una
disciplina che non si può improvvisare, provocava sui diversi punti
diversità di ordini, di provvedimenti, di mosse. Chi gridava da un
punto: _Colle armi a porta Tosa!_ e dirigeva colà i combattenti: chi
gridava: _Si apre la porta Romana!_ e faceva colà convergere una parte
di popolo armato.

Intanto in mezzo a quelle voci di gioja,--in cui sembrava ai cittadini
d'assistere e far parte a un festino,--scorse rapida la notte, e l'alba
tanto ansiosamente aspettata spuntò irraggiata dal sole:--sembrava
che l'astro maggiore splendesse maggiormente, e che vibrasse raggi
di libertà sopra un popolo che aveva per cinque giorni e cinque
notti eroicamente pugnato, da forte vincendo e da forte morendo ...
A quell'alba che lusingava i cuori di uomini che avevano compiuti i
maggiori sacrifizii ch'uom possa compiere, a quell'alba i cittadini
ritenendo fortemente presidiato il locale del General Comando, con
slancio gli diedero l'assalto,--ma niuno vi rispose da quel palazzo,
chè gli Austriaci l'aveano quetamente abbandonato nella notte
precedente, talchè il popolo l'occupò senza colpo ferire. Avendovi
trovate le carrozze de' generali, esse furono ben tosto adoperate
per costrurre nuove barricate. Sopra un balcone in contrada di Brera
vennero trovati in quella mattina due obizzi e due razzi de' Tedeschi.

A S. Celso fu preso il collegio militare di S. Lucca. Questo collegio
de' cadetti aveva per direttore un tal Severus, il quale aveva ordinato
al maestro Corsich di disporre 140 alunni in modo che al sicuro
potessero offendere coi fucili e col cannone i cittadini inermi che
nel secondo dì della rivoluzione uscivan di casa per provvedersi di
alimenti. A questi alunni vennero aggiunti 300 cacciatori tirolesi,
onde sostenere di poi l'assalto che per tre giorni continui seguitò
a darsi dal popolo. Onde assicurarsi della fermezza degli alunni
italiani, il Severus aveva minacciato venticinque colpi di bastone
per chiunque non ottemperasse scrupolosamente agli ordini superiori.
Assediato però il collegio da tutti i lati, per ogni parte bersagliato,
impedita ogni comunicazione esterna, finalmente se non fu preso
d'armi, dovette arrendersi per fame.

Le mansioni del Consiglio di guerra però, limitate dalle attribuzioni
della municipalità, dietro rimostranze di Cattaneo che dimandava i
poteri di un vero ministero di guerra, e suggeriva che si destinasse
a presiedere il nuovo dicastero un uomo del governo provvisorio,
proponendovi Pompeo Litta ch'era già stato nella milizia del regno
d'Italia, da Casati vennero approvate scrivendo in un foglio:

  «COMITATO DI GUERRA

«_Presidente_, Litta--_Membri_, Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici,
Carnevali, Lissoni, Ceroni, Torelli.

Casati cercò quindi di spiegarsi in faccia al popolo, facendo conoscere
d'aver assunte le attribuzioni di Governo Provvisorio; questa
dichiarazione però non fu fatta esplicitamente con apposito proclama,
ma venne accennata, incidentalmente quasi e per ultima notizia, in un
proclama che trattava di altri negozii. Ecco tale documento:

  «CITTADINI!

  «Milano, 22 marzo 1848.

«L'armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del
popolo che vuole combattere[19].

«Combattiamo adunque coll'istesso coraggio che ci fece vincere in
questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.

«Cittadini! Riceviamo di piede fermo questo ultimo assalto dei nostri
oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della
vittoria.

«Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e
vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente
morire.

«La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed
assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.

«Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti
in Governo Provvisorio[20], che, reso necessario da circostanze
imperiose e dal voto dei combattenti, viene così proclamato:

  «Casati, _Presidente_
  Vitaliano Borromeo
  Giuseppe Durini
  Pompeo Litta
  Gaetano Strigelli
  Cesare Giulini
  Antonio Beretta
  Anselmo Guerrieri
  Marco Greppi
  Alessandro Porro.»

Con altra ordinanza il Governo Provvisorio si nominava il segretario
nella persona di Cesare Correnti.

Il Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza era stato costituito
sin dal 20 marzo; ma non lo si era completato. In questo dì venne
definitamente organizzato, introducendovi tra i nuovi membri un
distinto avvocato, caldo patriota, uomo di carattere non tanto spinto
all'entusiasmo momentaneo, quanto a' fermi e giudiziosi propositi,
nemico de' precipitati giudizii e desideroso di giustizia e di
legalità; questo uomo fu Francesco Restelli. Il suo aspetto destava
simpatia e rispetto: la sua alta e spaziosa fronte rivelava molta
intelligenza, il suo modo famigliare nel conversare inspirava fiducia.
Egli si era già acquistata fama di democratico e di buon avvocato in
una causa sostenuta contro il governo austriaco per una quistione di
lotto; nel 1848 fu quindi nominato nel Comitato di Vigilanza, venendo
più tardi adoperato in più gravi mansioni, quale quella, per accennarne
una, di membro del Comitato di difesa con Fanti e Maestri allorchè gli
eventi della guerra volsero a male: ciò però sfugge all'epoca storica
che trattiamo. Quel comitato di Vigilanza così completato, si annunziò
al pubblico col seguente manifesto:

  «CITTADINI

«Si reca a vostra notizia la provvisoria organizzazione del Comitato di
Vigilanza alla sicurezza personale (Casa Taverna, contrada dei Bigli).

  «Dott. Angelo Fava, _Presidente_
  Dott. Andrea Lissoni, _Membro_
  Dott. Agostino De Sopransi, _idem_.
  Avv. Pier Ambrogio Curti, _idem_.
  Francesco Carcano, _idem_.
  Avv. Francesco Restelli, _idem_.
  Luigi Ancona e Pietro Cominazzi, _Segretarii_.
  Cesare Viviani, _Aggiunto_.
  Prospero Marchetti, _idem_.
  Ballestrini Pietro, _idem_.
  Luigi Manzoni, _idem_.
  Santo Polli, _Capitano della guardia del Comitato_.
  Rusca Antonio, _idem_.
  Avv. Toccagni, _idem_.
  Lottarlo Rusca, _idem_.
  Giulio Comolli, _idem_.
  Dott. Raffaelle Rusca, _idem_.
  Luigi Brivio, assistente, _idem_.

«Dal Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza 22 marzo.

  «_Il Presidente_ A. FAVA

  «P. COMINAZZI, _Segretario_»

Gli altri Comitati erano così costituiti:

  COMITATO DI DIFESA

  (_Casa Vidiserti, Contr. del Monte_, 1263 C.)

  Riccardo Ceroni, _Direttore in capo_
  Antonio Lissoni, _Comandante organizzatore della Guardia Civica_
  A. Anfossi[21], _Comandante di tutte le forze attive_.
  A. Carnevali, _Direttore di tutti i punti di difesa_.
  Luigi Torelli, _Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi
    di Guardia_.
  G. Alessando Biaggi--Luigi Narducci, _Segretarii_.

  COMITATO DELLA SUSSISTENZA

  (_Casa Pezzoli, Corsia del Giardino_)

Negri Luigi--Ferranti Eugenio--Ugo Ferdinando--Lampato
Francesco--Besevi Emilio--Besozzi Antonio--Molossi Pietro.

  COMITATO DI FINANZA

  (_Casa Taverna_)

_Membri_, Alessandro Litta Modignani--Gaetano Taccioli--Cesare Clerici.

Correndo poi voci che l'Austria avesse spediti emissarii nell'interno
della città sotto mentita veste; ed anzi sussurrandosi ch'essa, fabbra
d'astuzia e nell'ingannare accorta, avesse voluto usufruttare del
sentimento religioso che animava le masse insorgenti (che prendevan
quasi a parola d'ordine il nome del pontefice Pio IX) ed avesse spediti
in città emissarii travestiti da sacerdoti, il Comitato di guerra
pubblicò il seguente manifesto

  «CITTADINI

«Viene riferito che alcuni travestiti da prete siano esciti dal
Castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso
perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendano il servigio di dare pronti
schiarimenti quando ne vengano richiesti.

«La spada del maresciallo Radetzki, la spada di sessantacinque anni,
che fu tinta nel sangue de' nostri fratelli, è nelle nostre mani;
nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri
fanciulli[22].

«Sessanta Croati finiti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra
pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria.
Tutti i molti prigionieri che si sono arresi sono da noi trattati come
vuole l'onore italiano.

  «VIVA L'ITALIA--VIVA PIO IX

  «Dal Comitato Centrale di Guerra in casa
  Taverna, 22 marzo 1848.»

Durante il giorno la caserma di S. Vittore era stata pur presa dal
popolo. A porta Romana il rapporto del capo-posto del Corpo di Guardia
del palazzo di Giustizia notiziava il Comitato di guerra che nel
borgo di P. Romana (ora corso di P. Romana) un drappello di fanteria
austriaca verso le 10 ore pom. di quel giorno, dopo aver cannoneggiata
la casa N. 4556, l'avea invasa e saccheggiata.

Ma il punto principale del combattimento era a porta Tosa. Un avviso
al Comitato faceva conoscere alle ore 12 essere arrivata in quel
momento la sola macchina a vapore da Treviglio;--che una compagnia di
linea si era diffilata sul bastione, dirimpetto alla Passione, facendo
fuoco dalle scarpe di quel baluardo;--annunciavasi l'accanimento della
lotta a porta Tosa, e si chiedevano rinforzi;--che da porta Vercellina
(ora porta Magenta) molte truppe concentravansi in Castello (ed erano
quelle della brigata Maurer, come si seppe di poi, che ritornava dalla
frontiera piemontese), e che temevansi quindi sempre nuovi rinforzi ai
Tedeschi.

In vero il combattimento a porta Tosa era vivissimo: era quello il
punto decisivo della battaglia fra la democrazia e l'assolutismo:--fra
un popolo ed un imperatore:--fra il diritto e la prepotenza. In quel
punto l'accanimento della zuffa era estremo: l'impeto con cui dal
popolo si attaccava era irresistibile, quanto immensa dimostravasi la
ferocia delle milizie imperiali, già prepotenti per sè, eccitate ora
al sangue dai loro superiori, inferocite dalla terribile resistenza e
dalla sconfitta che loro toccava su ogni punto. In questo luogo più che
altrove il cannone e le bombe mitragliando e bombardando, portavano
lo sterminio fra i combattenti, la rovina nei caseggiati. Dove
potettero penetrare gl'imperiali, là non mancavano nè il saccheggio,
nè l'assassinio, nè peggiori crudeltà, nè l'incendio: era lotta di
belve: era satana che si rivoltava contro il cielo: era l'agonia del
dispotismo che tentava gli ultimi sforzi del moribondo!

Verso le ore 4 e mezzo pomeridiane l'ultima casa vicino al dazio di
porta Tosa fu incendiata: alle 5 e mezzo un battaglione di granatieri
accorreva da porta Orientale a soccorrere porta Tosa: il seguente
rapporto era fatto a quell'ora:

  «_Al Comitato di Guerra_

«Siamo all'ultima casa presso la P. Tosa. La nostra bandiera vi sta
già sventolata.--Siamo molti e determinatissimi. Una linea de' nostri
occupa le case del corso sino al ponte. Avremmo già vinto, se un
poderoso rinforzo di linea e di cannoni non fosse in questo punto
arrivato. Mi si dice che scarseggiano molto le munizioni da fucile.
Mandatene. Vinceremo o moriremo.

  «Luciano Manara.»

Alla sera trasmettevasi questo altro rapporto, che noi riproduciamo,
perchè riteniamo dare maggiore autorità alla nostra storia con
documenti ufficiali, che non colle vaghe notizie che vennero raccolte
in momenti di confusione, di concitazione morale e d'impossibilità di
appuramento de' fatti e della colleganza fra loro.

  «_Al Comitato di Guerra_

  «Ore 8, sera.

«La porta è in fiamme; alcuni soldati si sono rifuggiti dai bastioni
in corpo di guardia, che lateralmente arde. I nostri ve li tengono
inchiodati a schioppettate. Del resto, rimettersi al latore. Ci si
mandi polvere e palle. Salute. Viva la patria.

  «Cattaneo Angelo.

«Ho già mandato qualche villico al Comitato; qui ne abbiamo altri;
dall'orfanatrofio vengono satollati perchè affamati.

  «Cattaneo Angelo.

«P. S. Il caro amico Montanari, capo delle guardie di finanza si è
distinto in varii scontri».

Chi prese ed incendiò porta Tosa difesa di 6 pezzi di cannoni, troviamo
nell'_Archivio triennale_, fu il capitano Manara.--Il primo a portar
fuori di Milano la bandiera tricolore fu Pirovano Paolo, d'anni 17,
abitante in borgo della Stella al N. 210, di professione falegname:
richiesto in seguito quale ricompensa desiderasse, rispose: _D'essere
ammesso nella Guardia Civica_. Chiedeva una grazia per l'età giacchè
l'arruolamento nella Guardia Civica era dagli anni 20 ai 60.--Paolo
Vicenzini, di Corte in Corsica, abitante in S. Vito al Pasquirolo, di
professione daguerrotipista, fece miracoli di valore: dalle 2 e mezzo
alle 4 ore dalla penultima casa a destra di porta Tosa fece 6 colpi
sui Tedeschi e sei ne uccise: il settimo andò fallito: coll'ottavo
tagliò il braccio dritto a un ufficiale: col nono ferì il generale che
veniva con due cannoni. C. Cattaneo al Comitato ricompensò poi questo
valoroso col dono di una carabina guernita in bianco: Vicenzini giurò
di rimeritarla di nuovo.

A porta Ticinese si barrò Cittadella: G. B. Beltrami (fonditore)
immaginò e mise in esecuzione una barricata mobile, costrutta con fasci
di legna, la spinse innanzi, e dietro essa rimasero a combattere al
coperto molti animosi popolani. Gli Austriaci fecero fuoco contro la
barricata, tanto con fucileria, quanto coi cannoni caricati alcuni a
palla, altri a mitraglia: ma vedendo infruttuoso l'attacco, i Tedeschi
cercarono girar per di dietro la barricata onde sorprendere alle
spalle gl'insorti; in parte vi riuscirono, ma, strenuamente pugnando,
i popolani obbligarono la truppa a ritirarsi. Altrove in porta
Ticinese il Beltrami improvvisò altra barricata mobile. In Viarenna
si combattette, e si spazzò la via da ogni soldato. Il lattivendolo
Meschia Giovanni, che abbiam veduto abile bersagliere in via Vetere
in quei giorni, nel 22 marzo era salito sul tetto di una casa
prospiciente il campanile di S. Eustorgio, e di là uccise con dieci
colpi altrettanti soldati che si erano impadroniti di quella torre, e
dalla quale facevan fucilate contro i cittadini.

Dopo difficili e pericolosi lavori, gl'insorti s'avvicinaron per dietro
alla caserma di S. Eustorgio, perforando muri di case e scalando cinte
dei giardini; quindi, assediatala, cinta da continue scariche di
micidiale fucileria, l'obbligarono a resa.

Impossibile era ormai agli imperiali di sostenersi più oltre in Milano:
il prolungar la lor permanenza non faceva che sacrificare sempre più
soldati senza speranza di favorevole scopo, e per di più minacciava
alla truppa di trovarsi preclusa ogni ritirata alle fortezze e bloccata
dal numero sempre più crescente degli insorti. Deliberò allora Radetzky
di riparare nelle fortezze; ma pur temendo di venir perseguitato
nella ritirata, egli la volle coprire con stratagemmi di guerra.
Giovandosi dell'oscurità della notte, fece accender fuochi ed appiccare
incendii in direzione diversa della via che voleva prendere; quindi,
fatti suonare tutti i suoi tamburi e tuonare le sue artiglierie,
quasi volesse tentare un disperato assalto alle barricate di Milano,
mentre tenevasi intento il popolo allo straordinario fulminar delle
artiglierie e al divampare degli incendii in varii punti, compiette la
ritirata.

E per quella ritirata erasi già preparato tutto durante la notte: le
truppe, sparse intorno a Milano, eran state da ogni parte richiamate
e ammassate dietro al Castello, pronte agli ordini superiori,
inconsapevoli però di quanto si trattasse. La massima confusione
regnava in Castello.

A un'ora dopo mezzanotte stendevasi il seguente scritto per ordine di
Radetzky, onde provvedere agli infelici che dovevano rimanere nelle
infermerie o senza parenti:

  «Milano, dall'I. R. Comando dell'Armata Austriaca in Italia

  Ore 1 (dopo mezzanotte).

«Il Comandante superiore dell'armata d'Italia ha affidato, partendo,
al signor capitano Gnoato Antonio la cura del Castello e il difficile
incarico di tutelare la sicurezza personale di tanti ammalati e
feriti, e dei rispetivi medici e chirurghi, come pure di tante donne
e fanciulli tedeschi impossibilitati a partire colla truppa, e quindi
esposti all'arbitrio del subentrante governo di questa città. Il
Comandante superiore lusingasi che quanto la probità conosciuta di
detto signor capitano inspirava fiducia a commettergli così nobile
ufficio, altrettanto varrà la medesima ad ottenergli il suffragio
della politica autorità subentrante, che a questo modo inizierà il suo
potere con atto di sublime e magnanima e santa filantropia.

  «Per il generale in capo conte Radetzky,
  --Schonhals T. M.»

Le truppe imperiali sfilavano quindi nel massimo silenzio pei viali dei
bastioni: avevano seco l'artiglieria, i bagagli e 300 e più famiglie
d'ufficiali o d'impiegati, che si eran mantenute devote al governo
austriaco. Malagevole però era la lor marcia, giacchè gl'insorti erano
riusciti di già a segare alberi al piede e lasciarli cadere attraverso
la strada onde barrarla. Dovevansi quindi rimuovere quelle piante per
lasciar libero passaggio ai carri ed alle carrozze.

Era trascorsa di due ore la mezzanotte, allorchè il terribile rombo
dell'artiglieria cessò: al gran frastuono successe un monotono silenzio
che veniva soltanto rotto dal grido di _All'erta_, che partiva dalle
barricate e faceva il giro di tutta la città. Gli appostamenti degli
insorti alle barricate vicine ai bastioni furono sorpresi del gran
passaggio di truppa, ma non compresero che trattavasi di ritirata
se non al momento in cui tacquero le artiglierie. Il popolo conobbe
allora che Milano era libera: la notizia circolò con straordinaria
rapidità per tutta la città:--tutti accorsero al Castello:--grida
acute si alzarono dovunque di: _Fuori i lumi! I Tedeschi se ne sono
andati! Vittoria! Vittoria!_--Uomini, donne, vecchi, fanciulli, sin
gli ammalati tentarono scendere, affollarsi pelle strade, mormorandosi
reciprocamente domande sopra domande: _È proprio vero che son partiti?
Di dove sono andati? Per dove si son diretti?_

Il Castello venne invaso dal popolo:--la bandiera tricolore fu issata
sul forte:--i popolani salirono sui torrioni e ne gettarono abbasso i
cannoni, che vennero tosto portati sulle mura della città.

Orribili spettacoli si offrirono in Castello allo sguardo del popolo!
Cadaveri di cittadini fucilati nella corte, malati, militari morti,
arse molte carte. I poveri nostri arrestati nel Broletto, che sommavano
a trenta, fra i quali il fiore della cittadinanza, eran stati nei
giorni precedenti rinchiusi in una prigione oscura, bassa, senza letti
da riposare, nutriti di pane nero ed acqua, confusi coi ribaldi;
quindi eran stati legati a due a due, col prete alla testa, e condotti
in cortile per esser fucilati: undici vennero passati infatti per le
armi; diecianove condotti in ostaggio; i rimanenti delle varie parti
della città furon liberati dal popolo; ma, sfiniti dalla fame e dai
patimenti, dovettero riparare alle lor case, accompagnati dal popolo
che gioiva nel rivederli.

Così Milano fu libera!

Una notizia manca ancora a somministrarsi da noi.

Come si era provveduto in que' giorni pelle somministrazioni di viveri
ne' luoghi in cui la vicinanza del nemico o l'infuriar della lotta
rendeva difficile, se non impossibile ogni communicazione co' negozii
di commestibili? E come si era provveduto pe' squallidi rioni della
città, nei quali la miseria doveva far languire di fame quantità di
famiglie povere?

In contrada del Monte Napoleone, nella casa della celebre cantante
Pasta, situata di contro alla casa Vidiserti, era stabilito un ufficcio
annonario, il quale provvedeva i viveri per la città, mandando commessi
a requisire pane da tutti i fornai, dietro pagamento a pronti contanti.
Requisito il pane, lo si faceva trasportare nei quartieri in cui
sentivasi maggiore il bisogno.

A dirigente di quell'ufficio eravi il signor Pio Ottolini de Campi,
coadjuvato da' diversi commessi. In que' momenti di lotta egli riceveva
ordini verbali dalla municipalità costituitasi in Governo Provvisorio,
ed impartiva egli pure verbalmente i suoi ordini. L'Ottolini doveva
recarsi di qua, di là per le perquisizioni di viveri, e per le
somministranze ai bisognosi; e siccome egli non aveva con sè che due
commessi, così s'approffittò dell'opera di un cittadino che trovò
nella casa Pasta allorchè vi fu trasferito l'ufficio annonario.

Questo cittadino era un tipografo di cui già ebbimo campo a parlarne:
era Francesco Pagnoni, sul conto del quale noi che scriviamo
quest'istoria ebbimo dall'Ottolini personalmente le seguenti
informazioni. Abbandonato il talamo nuziale, accorse nel primo giorno
della rivoluzione nei varii punti della città ove i bisogni della
patria chiamavano i cittadini. L'Ottolini lo incontrò nella stessa casa
Pasta, allorchè vi trasferì l'ufficio annonario, e d'allora in poi il
Pagnoni coadjuvò in ogni modo l'opera dell'Ottolini, recandosi con
lui a porta Tosa, a porta Romana ed a porta Vigentina specialmente a
requisir viveri ed a distriburli nei luoghi che ne avevano più bisogno;
nè guardò il Pagnoni a disagi od a pericoli di sorta; premuroso,
infaticabile, non richiesto, si era lui stesso il Pagnoni offerto: non
avendo arma da taglio se ne era procurata bentosto una di nuovo genere,
Ma non nuova a que' giorni, ne' quali di un chiodo facevasi un'arma, di
una pertichetta costruivasi una lancia. Così aveva fatto il Pagnoni. Ad
un lungo bastone aveva attaccato un'accuminata accetta all'estremità
superiore, assicurandola con un pezzo di corda. Quella fu l'arma da
taglio di cui si munì a difesa dell'ufficiale delle sussistenze
allorchè si recava per le requisizioni e per le somministrazioni.

Ma con eroici sforzi di tutti i cittadini, con unanime proposito di
combattere e vincere o morire per la libertà, Milano vinse perchè:
_Fortes fortunam adjuvare aiebant_[23]:

  . . . . _Amica sempre
  Fortuna è degli audaci_[24]

E l'agguerrito Tedesco, forte per numero, per armi, per munizioni,
per arte di guerra e per disciplina, rimase sconfitto da un pugno
d'uomini inermi, disusi all'armi, tentati spesso nel bollor della
pugna dall'immagine della moglie e dei figli che avevano. E il Tedesco
lasciò Milano davanti un pugno d'uomini ch'erano però eroi!... Lasciò
Milano, ma abbandonandovi quattro mila morti in quei cinque giorni! Di
quattrocento cannonieri ne erano sopravvissuti cinque: erasi dovuto
affidar l'artiglieria ai Tirolesi perchè mancavan gli artiglieri!

Una dolorosa notizia però ebbe a conturbare ben presto la gioja de'
Milanesi: fu l'assassinio di uno degli ostaggi: del conte Carlo Porro!

Ecco come troviam narrato in un manoscritto che fu riprodotto
nell'_Archivio triennale delle cose d'Italia_, serie I, Vol. II, pag.
431. Parlandosi ivi dei 19 prigioni che i Tedeschi trassero seco in
ostaggio allorchè abbandonarono Milano, vi si narra quanto segue:

«Questi ostaggi prima della partenza rimanevano per quattro ore circa
nei cortili accerchiati, da guardie di polizia, ed ammanettati. Fra
essi v'era il delegato, ma tenuto in disparte, ed al punto della
partenza fatto salire in una carrozza. Gli altri 18 marciavano a piedi
in mezzo ai soldati. Quattordici ore mettevano gli Austriaci per
giungere a Marignano, tanto erano gli ingombri che trovavano sulla loro
via! Il popolo cercando ogni modo di render più difficile la fuga,
aveva impediti i bastioni e la strada di circonvallazione con fossi
e tagli e piante. Presso Marignano dovettero starsene tre o quattro
ore per un taglio profondo di strada riempito d'acqua; i zappatori
riparavano alla meglio, ed erano in continua faccenda. Durante la
marcia moltissimi soldati cadevano rifiniti; quelli che potevano
reggersi sulle gambe andavano a saccheggiare e bruciare le case lungo
la strada; erano furibondi per sete e per fame. Prima d'entrare,
salutarono il paese alla loro maniera, tirandogli contro buon numero di
cannonate; entrati, lo ponevano a fuoco ed a sacco. Quei poveri paesani
fuggivano a rotta per la campagna, abbandonando quasi affatto il borgo,
che pareva un solo e vasto incendio. I prigionieri, tra nuovi insulti
di un officiale di polizia, vennero ivi rinchiusi in una casa. Secondo
il vecchio stile austriaco si poneva tra loro una spia a udire i loro
discorsi. Ma la sera, non sappiamo per qual ragione, erano tolti di là,
e mandati in una sala terrena nella casa del mastro di posta. Fu in
quella sala che consumavasi un fatto lagrimoso, col quale noi compiremo
la nostra narrazione.

«Fra i 19 ostaggi era Carlo Porro, figlio del conte Gian Pietro Porro,
antico podestà di Como, consigliere intimo di S. M., presidente
della congregazione centrale[25]. Ancorchè il padre fosse stretto
agli Austriaci, il figlio non lo simigliava punto; un altro figlio
(Alessandro) faceva parte del Governo Provvisorio. Era Carlo Porro di
animo gentile, ma decoroso e risoluto nei modi, sviscerato amatore
della patria; svegliato d'ingegno s'era dato alle scienze naturali con
tal profitto da farsi nominare, sebbene giovine ancora, con rispetto
dagli stranieri. Non era ignoto il suo nome come naturalista in Francia
e in Germania. Anche in mezzo agli studii aveva sempre intento l'animo
alle cose d'Italia. Prima dell'insurrezione molte cose operò, che
è bene che rimangano ancora, per prudenza ignorate. Intrepido senza
vanti, alto e bello della persona, era amato così da' suoi, come dai
cittadini. laonde è cosa naturale che i satelliti di Radetzky lo
trascegliessero fra gli ostaggi che trassero seco.

«Ma un orrendo fatto lo toglieva di vita. In quella terribil notte
cadeva in mezzo ai compagni, ferito da occulta mano nel petto, e, dopo
trentaquattro ore d'agonia, spirava. Come ei morisse e perchè, se per
caso o per meditata vendetta, non è il luogo qui di pronunciare. Diremo
solo, che il colpo di fuoco, che gli fu scaricato addosso, scoppiava
non al di fuori, ma nella camera stessa ove egli trovavasi inoffensivo
e dalle manette legato col dottor Peluso, che seco trascinò a terra
cadendo, proprio quando il commissario De-Betta, entrato a parlare co'
prigionieri, ne usciva, e trovavasi dirimpetto al nostro povero amico,

--nella direzione del Commissario verso il Porro:

--quando la lucerna, non so per quale bisogno, essendo posta per terra,
e quindi la camera trovandosi avvolta nel bujo, poteva lasciar agio
all'omicida di ferir senza essere ravvisato:

--per colpo di pistola; ove il colpo fosse stato di fucile, era
impossibile che qualcuno non si fosse avveduto del fatto perchè un
fucile spianato, in mezzo a 18 prigionieri, non poteva certo restare
inosservato:

--impossibile che, alla presenza d'un commissario, altri tirasse dentro
ai prigionieri. Impossibile, se fosse stata opera del caso, il non
conoscere il modo onde avveniva:

--l'interesse stesso che il De-Betta poneva grandissimo a che il colpo
fosse dichiarato fortuito, aggrava sopra di lui i sospetti d' altra
parte confermati.

«Gli altri prigionieri intimoriti dalle minaccie, e costretti a
sottoscrivere una dichiarazione che il De-Betta pose loro dinanzi,
tornati si mostrarono ben altro che persuasi di ciò che la paura, e
quel trovarsi in mano degli Austriaci, aveva fatto loro affermare.
E con due di essi non valsero minaccie nè persuasioni; e, forti
della loro coscienza, bastò loro l'animo di rifiutarsi a quella
sottoscrizione.

«Confermano pure quel sospetto le parole di Porro, che, ancorchè
moribondo, raffigurando il De-Betta, esclamò: «Ah! signor commissario,
in questi momenti l'ho proprio riconosciuto»; e con accento tra
l'ironico ed il rassegnato, proseguiva: «era giusto»; alludendo forse
a una vecchia ruggine, che, per quanto seppimo poi, il De-Betta covava
contro di lui.

«È istoria codesta di cui lasciamo ad altri il giudicio. Portiamo fede
tuttavia che i casi futuri d'Italia chiariranno un giorno questo fatto
e ne additeranno meno oscuramente l'autore».

Appena partita la truppa, il Governo Provvisorio diede opera ad
assodarsi ed a provvedere allo sviluppo di tutte le dipendenti
amministrazioni. Pubblicava quindi il seguente proclama ai cittadini:

  «_Cittadini!_

  _Milano 23 marzo 1848_

«Il maresciallo Radetzky, che aveva giurato di ridurre in cenere la
vostra città, non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz'armi
avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini
guerresche e di disciplina militare, Il Governo Austriaco è sparito per
sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente
a vincere del tutto, a conquistare l'emancipazione della rimanente
Italia, senza la quale non c'è indipendenza per voi.

«Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare
vivamente di non deporle così presto.

«Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi
nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà
immediatamente.

«Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in
Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro
sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.

VIVA L'ITALIA.

«Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli
incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad
eseguirsi immediatamente.

  CASATI, PRESIDENTE.
  BORROMEO VITALIANO.
  GIULINI CESARE.
  GUERRIERI ANSELMO.
  GAETANO STRIGELLI.
  DURINI GIUSEPPE.
  PORRO ALESSANDRO.
  GREPPI MARCO.
  BERETTA ANTONIO.
  LITTA POMPEO.

  CORRENTI Segr.

Il Comitato di pubblica sicurezza pubblicò esso pure un manifesto alla
popolazione, ch'era così concepito:

  «_Cittadini!_

«L'opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata
col coraggio, coronata olla costanza, ma dev'essere perfezionata
coll'ordine.

«Per guarentire la sicurezza delle persone è necessario che certo
numero di que' cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono
prender parte attiva nei combattimenti, si adoperino a sostenere colla
spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de' suoi
Comitati.

«S'invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi
presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in
drappelli diretti dai già scelti capitani.

«Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai
malfattori, esser il braccio della giustizia è uffizio onorevole
quant'altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.

«Cittadini! Non è lontana l'ora in cui torni l'Italia a ripigliare
l'antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi
riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi
meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli
in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in
mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.

VIVA L'ITALIA!--VIVA PIO IX!

  IL COMITATO

  «FAVA.--SOPRANSI.--RESTELLI.--LISSONI.
  CARCANO.--CURTI.

  «_I Segretarj_ ANCONA.--COMINAZZI.

Il Comitato di Guerra ebbe prima cura di diffondere ai Comuni lombardi
una circolare in cui si avvertivano della fuga della truppa austriaca
e si eccitavano a provvedersi di difesa contro di essa ed a porsi in
condizione di offendere l'inimico. Tale circolare era la seguente:

  «AI PARROCI
  E A TUTTE LE AUTORITÀ COMUNALI.

«Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per
Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa,
ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.

  «_Il Presidente del Comitato di Guerra_

  «POMPEO LITTA.

Quindi lo stesso Comitato pubblicava esso pure un manifesto alla
cittadinanza, il quale noi qui riportiamo integralmente:

«ITALIA LIBERA

«W. PIO IX

«ESERCITO ITALIANO

«I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico
in seno. D'ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i
combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D'ora in poi
non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna
un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai
cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in
due parti; l'una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con
ogni varietà d'armi la città,--l'altra provveduta completamente d'armi
da fuoco e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa anche
di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo
al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il
nemico fuggente, lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli
precluda lo scampo.

«Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima
delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio
dei secoli segnò per l'Italia, noi la chiameremo LEGIONE PRIMA,
l'Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.

«I difensori della città si chiameranno LEGIONE SECONDA, e per
uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:
GUARDIA CIVICA.

«Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre,
unitevi e all'Esercito e alla Guardia, secondochè l'imperfetto
armamento v'impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando
fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.

«Suvvia dunque, viva l'Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.

  «Il Comitato di Guerra

  «POMPEO LITTA--GIORGIO CLERICI
  «GIULIO TERZAGHI--CATTANEO--CARNEVALI
  «CERNUSCHI--LISSONI--TORELLI.

Carlo Alberto, officiato da un nostro concittadino a intervenire colle
sue truppe a rassodare la vittoria popolare sull'esercito austriaco in
Milano, aderì alla domanda, dichiarò che si sarebbe posto egli stesso
alla testa del suo esercito, e disse al signor Martini queste parole:

«Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli
Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non
dopo avere ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente
valoroso.» Il proclama reale che si pubblicava in seguito alla
accennata conferenza col Martini, fu il seguente:

«POPOLI DELLA LOMBARDIA E DELLA VENEZIA.

«I destini d'Italia si maturano: sorti più felici arridono
agl'intrepidi difensori di conculcati diritti.

«Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti,
Noi ci associammo primi a quell'unanime ammirazione che vi tributa
l'Italia.

«Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già
si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la
liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle
ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello,
dall'amico l'amico.

«Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell'aiuto di quel Dio,
che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX,
di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l'Italia in grado da
far da sè.

«E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento
dell'unione italiana, vogliamo che le Nostre truppe entrando sul
territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoja
sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.

  «_Torino, 23 marzo 1848._

  «CARLO ALBERTO.»

Il Governo Provvisorio da sua parte pubblicava il seguente proclama
alla popolazione:

«_Proclama!_

«Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del
nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne,
vagante come frotta di belve, racozzato in bande di saccomanni, ci
tiene ancora in tutti gli errori della guerra senza darcene le emozioni
sublimi. Così ci fan essi comprendere che l'armi da noi brandite a
difesa non le dobbiamo, non non le possiamo deporre se non quando il
nemico sarà cacciato oltre le Alpi. L'abbiamo giurato; lo giurò con
noi il generoso principe che volle all'impresa comune associati i suoi
prodi: lo giurò tutta l'Italia, e sarà!

«Orsù dunque, all'armi all'armi, per assicurarci i frutti della
nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l'ultima battaglia
dell'Indipendenza e dell'Unione Italiana.

«Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.

«Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari
del Governo Provvisorio. Soldato d'alto nome dell'antico esercito
italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell'epoca militare
napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all'armi italiane nella
gran lotta della libertà.

«Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l'avete
meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro
coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli
per cui già siete divenuti meraviglia e vanto a tutta la nazione.

«Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior
Guerriero del mondo, anch'esso italiano, accorrete a combattere sotto
le bandiere della libertà: mostrate d'essere ringiovaniti nella nuova
gioventù della patria vostra.

«Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l'angoscioso servigio,
sotto le verghe dell'Austria, venite a dimenticare il passato, a
cancellarlo sotto la bandiera tricolore che fra breve sventolerà
dall'Alpi ai due mari.

«Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte
le armi impugnate a difesa de' vostri politici diritti, ripigliatele
per rivendicare con noi i diritti dell'umanità.

«Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza,
accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi
tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui
risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della
libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo
percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.

«Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre
braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.

«Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti
i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di
PATRIA e di LIBERTÀ.

«Dio è con noi: già ne 'l presagiva Pio IX in quella sua benedizione
a tutta l'Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del
suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di
quest'eroica settimana: Dio è con noi!--All'armi, all'armi! vinciamo
un'altra volta, e per sempre.

  «CASATI, _Presidente_

  «BORROMEO VITALIANO--GIULINI CESARE
  GUERRIERI ANSELMO--STRIGELLI GAETANO
  DURINI GIUSEPPE--PORRO ALESSANDRO
  GREPPI MARCO--BERETTA ANTONIO
  LITTA POMPEO

  «CORRENTI _Segretario_.

Milano era frenetica di gioja nella riavuta libertà: tutti accorrevano
ad inscriversi nella Guardia Civica e moltissimi nei corpi volontarii.
Per tutti i balconi sventolavano bandiere tricolori: dappertutto
si cantavano canzoni patriottiche: fra questi era popolarissima il
seguente inno nazionale scritto da Goffredo Mamelli e musicata:

  Fratelli d'Italia,
    L'Italia s'è desta,
    Dell'elmo di Scipio,
    S'è cinta la testa.
    Dov'è la vittoria?...
    Le porga la chioma,
    Chè schiava di Roma
    Iddio la creò:
      Stringiamci a coorte
      Siam pronti alla morte
      Italia chiamò.

  Noi siamo da secoli
    Calpesti, derisi,
    Perchè non siam popolo,
    Perchè siam divisi:
    Raccolgaci un'unica
    Bandiera, una speme;
    Di fonderci insieme
    Già l'ora sonò.
      Stringiamci, ecc.

  Uniamoci, uniamoci;
    L'unione e l'amore
    Rivelano ai popoli
    Le vie del Signore:
    Giuriamo far libero
    Il suolo natio;
    Uniti, per Dio,
    Chi vincer ci può?
      Stringiamci, ecc.

  Dall'Alpi a Sicilia
    Ovunque è Legnano,
    Ogni uom di Ferruccio
    Ha il core, ha la mano;
    I bimbi d'Italia
    Si chiaman Balilla,
    Il suon d'ogni squilla
    I vespri sonò.
      Stringiamci, ecc.

  Son giunchi che piegano
    Le spade vendute:
    Già l'aquila d'Austria
    Le penne ha perdute.
    Il sangue d'Italia,
    Il sangue Polacco
    Bevè col Cosacco,
    Ma il sen le bruciò.
      Stringiamci, ecc.

  Evviva l'Italia,
    Dal sonno s'è desta,
    Dell'elmo di Scipio
    S'è cinta la testa.
    Dov'è la vittoria?
    Le porga la chioma,
    Chè schiava di Roma
    Iddio la creò.
      Stringiamci, ecc.

De' morti nella rivoluzione non scordossi Milano, ma nel 4 di aprile
seguente celebrò solenni esequie nella Metropolitana. Affinchè questa
pietosa funzione procedesse con quell'ordine severo che la solenne
circostanza richiedeva, alle diverse Magistrature e Rappresentanze era
stato fissato di raccogliersi alle ore 10 precise del mattino in tre
diversi punti della città onde portarsi in ordinata schiera al Duomo,
e rendere così più solenne e maestosa la funzione. I punti di ritrovo
erano il palazzo Marino, il palazzo Municipale al Broletto, e la piazza
dei Mercanti in cui aveva posta sede la Società di incoraggiamento
delle arti e mestieri. Per quella solenne circostanza vennero musicati
da Stefano Ronchetti i seguenti versi di Giulio Carcano:

I.

  Per la Patria il sangue han dato
    Esclamando: ITALIA e PIO!
    L'alme pure han reso a Dio,
    Benedetti nel morir:
    Hanno vinto, e consumato
    Il santissimo martir.
      Di que' forti--per noi morti
        Sacro è il grido, e non morrà.

  II.

  Noi per essi alfin redenti
    Salutiamo i dì novelli:
    Sovra il sangue de' fratelli
    Noi giuriamo libertà!
    E sul capo de' potenti
    L'alto giuro tuonerà.
      Di que' forti--per noi morti
        Sacro è il grido, e non morrà.

  III.

  Uno cadde, e sorser cento
    Alla voce degli eroi:
    Or si pugna alfin per noi,
    Fugge insano l'oppressor;
    E lo agghiaccia di spavento
    La bandiera tricolor.
      Di que' forti--per noi morti
        Sacro è il grido, e non morrà;

  IV.

  O Signor! sul patrio altare
    Noi t'offrimmo i nostri figli:
    Scrivi in Ciel, ne' tuoi consigli
    Dopo secoli, il gran dì!
    Or dall'Alpi insino al mare
    Tutta Italia un giuro unì!



ELENCO

delle opere consultate, e che trattarono in modo speciale la storia
della rivoluzione milanese.


_Leone Tettoni._ Cronaca della Rivoluzione di Milano.

_Carlo Cattaneo._ Dell'insurrezione di Milano nel 1848.

_Cattaneo._ Archivio triennale delle cose d'Italia.

_Turotti._ Storia d'Italia.

_Ugo Sirao._ Storia delle Rivoluzioni d'Italia dal 1846 al 1856.

_Venosta._ I Martiri della Rivoluzione lombarda.

_Cantù Ignazio._ Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano.

_Osio Carlo._ Alcuni fatti delle gloriose cinque giornate.

Racconti di 200 e più testimonj oculari dei fatti delle gloriose cinque
giornate.

Narrazioni dei maravigliosi successi accaduti durante la memorabile
lotta sostenuta dai Lombardi nei cinque giorni di marzo 1848.

_G. B._ La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, e le vicende
della casa detta della Birraria sul bastione, e le prodezze dei
Lombardi nelle cinque memorabili giornate del marzo 1848.

_Ceruti Domenico._ I cinque giorni di marzo. Lettera al suo amico e
concittadino Angelo Guangiroli.

_G. L. B._ Infamie e crudeltà austriache; valore e generosità dei
Lombardi nel marzo 1848 (si sono pubblicate 4 lettere).

Bollettino storico della rivoluzione di Milano nel marzo 1848,
compilato giornalmente da un cittadino abitante sul Corso di Porta
Romana.

Due Parole di osservazione sul Bollettino storico della rivoluzione di
Milano di marzo 1848 ecc., scritte da un altro cittadino pure di Porta
Romana.

_Baracchi Francesco._ Le gloriose cinque giornate dei Milanesi.

_Bianconi Antonio._ Origine, progresso e fine della rivoluzione di
Milano.

Relazione epistolare delle cose memorande avvenute in Milano nei giorni
18, 19, 20, 21 22 e 23 del mese di marzo dell'anno 1848.

_Coppi._ Della dominazione austriaca in Milano dal 1814 a tutta la
rivoluzione dei Milanesi incominciata col giorno 18 marzo 1848 e
terminata nel 23 dello stesso mese ed anno.

Le Cinque gloriose giornate della rivoluzione milanese, descritte da
un medico che vi fu testimonio e parte, con un'Appendice relativa ai
giorni 23 e 24 marzo; ed infine il Canto di guerra degl'Italiani.

_Bertolotti F._ Relazione storica del dominio de' Tedeschi in Milano
dal 1814 sino alla rivoluzione di marzo 1848, operata dai Milanesi,
e sfratto delle truppe austriache dalla Lombardia. Poema in quattro
canti. Milano, 1848.

_Labadini._ Poche parole scritte e declamate nel giorno 6 aprile
1848 nella Piazza del Duomo di Milano sul feretro dei prodi fratelli
lombardi morti per la patria nelle cinque gloriose giornate del marzo
1848.

_Bonatti Gaetano._ Le barricate di Milano.

                                 FINE



                                 NOTE:

[1] MONTESQUIEU, _Oeuvres mellées et posthumes. Pensées diverses_.

[2] VIRGILIO.

[3] BYRON, _Marin Faliero_, Atto IV, sc. 2.

[4] FOSCOLO, _I Sepolcri_.

[5] Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose
cinque giornate in Milano.--_Milano, presso Luigi Ronchi_, 1848.

[6] Dante, _Inferno_ Canto III.

[7] Venosta, _I martiri della rivoluzione lombarda_.--Milano 1862.

[8] Ugo Sirao, _Storia delle rivoluzioni italiane dal 1846 al 1866_.
Milano 1867.

[9] _Dichiarazione di E. Cernuschi_, nel N. 28 dell'OPERAJO del 17
giugno 1848.

[10] Giornale L'OPERAJO, nel N, 38 del 1 luglio 1848.

[11] TETTONI, _Cronaca della rivoluzione di Milano_, Milano 1848 edit.
Wilmant.

[12] _Tettoni, opera citata_.

[13] _Milano nelle cinque memorabili giornate_, pag. 12.

[14] CARLO CATTANEO, _Dell'insurrezione di Milano nel 1848 ecc._,
Lugano 1849, pag. 35.

[15] Nel _Supplemento_, al N. 57 del Giornale _L'Operajo_ del 23 di
luglio 1848.

[16] G. L. B. _Infamie e crudeltà austriache ecc._ Pubblicazione del
1848.

[17] SIRAO, _Storia delle rivoluzioni italiane_, pag. 114.

[18] TETTONI _Cronaca della rivoluzione di Milano_ pag. 124.

[19] Non si ebbe il coraggio di dichiarare che l'armistizio fu
rifiutato per convinzioni della Municipalità; ma vi si dimostra esser
stato imposto dal popolo all'Autorità cittadina!

[20] Ecco che sorta di proclamazione di Governo! La si proclama come
parte accessoria.

[21] Abbiam veduto che l'Anfossi era morto pugnando nel giorno
precedente, 21 marzo, e noi qui abbiam riportato il suo nome perchè
quel Comitato era stato instituito sino dal giorno 20.

[22] Del certo noi deploriamo un linguaggio così poco serio in bocca di
autorità e di uomini serii.

[23] TITO LIVIO, Lib. IV _De bello Maced_.

[24] PINDEMONTE, _I Baccanali_, Atto I, Sc. II

[25] In casa di sua eccellenza il conte Porro pernottava l'imperatore
Francesco ogni qualvolta visitava la città di Como. La madre
dell'infelice Carlo Porro era una delle figlie di Pietro Verri. (N. d.
E.)



      *      *      *      *      *      *



NOTA DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.





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