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Title: Storia d'Inghilterra, vol 1
Author: Macaulay, Thomas Babington Macaulay, Baron
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia d'Inghilterra, vol 1" ***

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                        NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—Il testo in grassetto è indicato come =testo grassetto=.

—L’opera originale non presenta l’indice; ne è stato prodotto ed
 inserito uno dal trascrittore.


                         Proprietà letteraria.

                                STORIA
                             D’INGHILTERRA

                                  di

                            LORD MACAULAY,

                 =TRADOTTA DA PAOLO EMILIANI–GIUDICI.=

              SECONDA EDIZIONE, RIVEDUTA DAL TRADUTTORE.


                             VOLUME PRIMO.

                      FIRENZE. FELICE LE MONNIER

                                 1859.



La universale accoglienza che è stata fatta in Italia a quest’opera ha
mosso il traduttore a ristamparla. Egli ha raffrontata diligentemente
la versione col testo, ne ha corretti gli errori corsi nella prima
edizione, si è studiato di migliorare lo stile in guisa che fedelmente
ritragga il modo di scrivere del grande storico inglese, ed osa sperare
che i lettori gli terranno conto di queste nuove cure. Crede superfluo
il far notare che i primi due volumi, i quali comprendono la storia
del regno di Giacomo II e della grande Rivoluzione che lo precipitò
dal trono, si possono considerare come opera che sta da sè. Nondimeno
egli attende alacremente a tradurre gli altri volumi, cioè il regno di
Guglielmo d’Orange; ed aspettando che in questo frattempo Lord Macaulay
mandi alla luce il compimento di questo secondo periodo storico, spera
poterlo pubblicare senza alcun indugio.

  _Aprile_ 1859.



                    INDICE


  CAPITOLO PRIMO             Pag.  11

  CAPITOLO SECONDO            ”   145

  CAPITOLO TERZO              ”   259

  CAPITOLO QUARTO             ”   393

  CAPITOLO QUINTO             ”   479



AL CAV. SEBASTIANO FENZI.


_Intitolandoti questo lavoro onde compiacere all’amicizia che sento
schietta ed infinita per te, intendo ad un tempo renderti pubblico
testimonio di gratitudine a nome di quanti amano la patria nostra, per
il bene che volevi arrecarle allorchè ti nacque, il generoso pensiero
d’istituire la_ Rivista Britannica. _Intendevi con quel severo giornale
a distogliere le menti de’ giovani dalle frivole e leggiere letture,
e richiamarle allo studio della letteratura e delle istituzioni del
grandissimo fra i popoli moderni; istituzioni e letteratura che per
la lunga dimora in Inghilterra, e la conoscenza dello idioma e de’
costumi, ti sono familiari. Quantunque lo inerte paese nostro non
rispondesse ai tuoi desiderii, e la_ Rivista, _dopo un anno di vita,
fosse costretta a cessare; a te nondimeno rimarrà sempre l’onore
d’aver tentato con sacrificii d’ogni ragione una impresa mirabilmente
benefica. Se il mio lavoro, almeno in grazia della inclita fama di
Macaulay, avrà sorte meno trista, a me sarà dolce che i lettori sopra
la prima pagina del libro trovino impresso il degno tuo nome._

  _Firenze, Ottobre_ 1852.

                                     PAOLO EMILIANI–GIUDICI.



STORIA D’INGHILTERRA.



CAPITOLO PRIMO.

SOMMARIO.

 I. Introduzione.—II. La Britannia sotto il dominio dei Romani.—III.
 Sotto il dominio dei Sassoni.—IV. Effetti della conversione
 degli Anglo–Sassoni al Cristianesimo.—V. Invasioni danesi.—VI. I
 Normanni.—VII. Effetti della conquista normanna.—VIII. Effetti della
 separazione dell’Inghilterra e della Normandia.—IX. Mescolamento
 delle razze.—X. Conquiste degl’Inglesi sul continente.—XI. Guerre
 delle Rose.—XII. Estinzione del villanaggio.—XIII. Effetti benefici
 della religione cattolica romana.—XIV. Ragione per cui l’indole
 dell’antico governo inglese spesso è descritta erroneamente.—XV.
 Indole delle monarchie limitate del medio evo.—XVI. Prerogative
 dei primi monarchi inglesi.—XVII. In che modo le prerogative degli
 antichi re inglesi venissero infrenate.—XVIII. Perchè tali limiti non
 fossero sempre rigorosamente osservati.—XIX. La resistenza era un
 freno ordinario alla tirannide nel medio evo.—XX. Carattere peculiare
 dell’aristocrazia inglese.—XXI. Il governo dei Tudors.—XXII. Perchè
 le monarchie limitate del medio evo generalmente si trasmutassero
 in monarchie assolute.—XXIII. Perchè la sola monarchia inglese
 non patisse cosiffatto trasmutamento.—XXIV. La Riforma e i suoi
 effetti.—XXV. Origine della chiesa d’Inghilterra.—XXVI. Suo carattere
 peculiare.—XXVII. Sua relazione con la Corona.—XXVIII. I Puritani.—XXIX.
 Loro spirito repubblicano.—XXX. Perchè il Parlamento non facesse una
 opposizione sistematica al governo della regina Elisabetta.—XXXI.
 Questione dei monopolii.—XXXII. La Scozia e la Irlanda diventano
 parli d’uno stesso impero insieme con l’Inghilterra.—XXXIII. La
 importanza della Inghilterra scema dopo lo avvenimento di Giacomo I
 al trono.—XXXIV. Dottrina del Diritto Divino.—XXXV. La separazione
 tra la Chiesa e i Puritani diventa maggiore.—XXXVI. Avvenimento al
 trono e carattere di Carlo I—XXXVII. Tattica dell’Opposizione nella
 Camera dei Comuni.—XXXVIII. Petizione dei diritti.—XXXIX. La Petizione
 dei diritti è violata.—XL. Carattere e disegni di Wentworth.—XLI.
 Carattere di Laud.—XLII. La Camera Stellata, e l’Alta Commissione—–
 XLIII. L’imposta per la formazione della flotta.—XLIV. Resistenza alla
 Liturgia in Iscozia.—XLV. Un Parlamento è convocato e disciolto.—XLVI.
 Il Lungo Parlamento.—XLVII. Prima manifestazione dei due grandi partiti
 inglesi.—XLVIII. Ribellione degl’Irlandesi.—XLIX. La Rimostranza.—L.
 L’Accusa dei Cinque Membri.—LI. Partenza di Carlo da Londra.—– LII.
 Principio della Guerra Civile.—LIII. Vittorie dei realisti.—LIV.
 Sorgono gl’indipendenti—LV. Oliviero Cromwell—LVI. L’Ordinanza
 d’abnegazione.—LVII. Vittoria del Parlamento—LVIII. Dominazione
 e indole dell’esercito.—LIX. Le insurrezioni contro il Governo
 militare vengono represse.—– LX. Processo contro il Re.—LXI. Il Re è
 decapitato.—LXII. La Irlanda e la Scozia vengono soggiogate.—LXIII.
 Espulsione del Lungo Parlamento—LXIV. Il Protettorato d’Oliviero.—LXV.
 Gli succede Riccardo.—LXVI. Alla caduta di Riccardo risorge il
 Lungo Parlamento.—LXVII Monk e lo esercito di Scozia muovono verso
 l’Inghilterra..—LXVIII. Monk si dichiara per un libero Parlamento.—LXIX.
 Elezione generale del 1660.—LXX. La Restaurazione.

I. Imprendo a scrivere la storia della Inghilterra dal tempo in che
Giacomo II ascese al trono fino all’età nostra. Racconterò gli errori
che in pochi mesi scrissero dalla casa degli Stuardi gentiluomini e
clero ad essa fedeli. Disegnerò il procedimento di quella rivoluzione
che poso fine al lungo conflitto tra i nostri sovrani e i loro
parlamenti, ed avvincolò insieme i diritti del popolo e quelli della
dinastia regnante. Dirò come il nuovo ordinamento venisse nel corso di
tanti anni torbidi vittoriosamente difeso contro gl’inimici di dentro e
di fuori; come sotto esso l’autorità della legge e la sicurezza delle
sostanze si reputassero compatibili con una libertà di discussione e
d’azione individuale non mai prima sperimentata; come dal bene augurato
congiungimento dell’ordine e della libertà sorgesse una prosperità,
di cui gli annali delle cose umane non avevano offerto esempio; come
la nostra patria da uno stato d’ignominioso vassallaggio rapidamente
s’innalzasse al grado d’impero fra i potentati europei; come crescesse
a un tempo in opulenza e gloria militare; come, per virtù d’una saggia
e ferma buona fede, a poco a poco si stabilisse un credito pubblico,
fecondo di maraviglie tali, che agli uomini di Stato delle età
trascorso sarebbero sembrate incredibili; come da un commercio immenso
nascesse una potenza marittima, paragonata alla quale ogni altra antica
o moderna marittima potenza diventa frivola; come la Scozia, dopo anni
molti d’inimicizia, si congiungesse finalmente con l’Inghilterra, non
soltanto con vincoli legali, ma co’ legami indissolubili d’interesse
e d’affetto; come in America le colonie britanniche rapidamente si
facessero più potenti e ricche de’ reami di che Cortes e Pizarro
avevano accresciuti i dominii di Carlo V; come in Asia alcuni
avventurieri inglesi fondassero un impero non meno splendido e più
durevole di quello d’Alessandro.

Sarà, nondimeno, mio debito ricordare fedelmente accanto ai trionfi
i disastri, e i grandi delitti e le follie nazionali, assai più
umilianti di qualsivoglia disastro. Vedremo perfino ciò che reputiamo
qual nostro bene precipuo, non essere scevro di male. Vedremo il
sistema che assicurò efficacemente le nostre libertà contro le
usurpazioni del regio potere, aver fatto nascere una nuova generazione
d’abusi, che non incontransi nelle monarchie assolute. Vedremo lo
augumento della ricchezza e lo estendersi del commercio—a cagione in
parte dello sconsiderato immischiarsi, in parte della sconsiderata
negligenza,—avere prodotti, fra immensi beni, parecchi mali, di che le
società rozze e povere rimangono libere. Vedremo come, in due dominii
dipendenti dalla corona, al torto seguisse la giusta retribuzione; come
la imprudenza ed ostinatezza rompessero il vincolo che congiungeva
le colonie dell’America Settentrionale alla madre patria; come la
Irlanda, oppressa dalla signoria di razza sopra razza e di religione
sopra religione, rimanesse veramente membro dell’impero britannico,
ma membro putrido e storto in guisa da non aggiungere forza al corpo
politico, e da essere perpetuo argomento di rimprovero in bocca di
quanti temono o invidiano la grandezza dell’Inghilterra. Nondimeno, se
pure io male non mi appongo, lo effetto generale di questa narrazione
siffattamente ordinata sarà quello di suscitare la speranza ne’ petti
degli amatori della patria, e muovere le anime religiose a rendere
grazie alla Provvidenza. Perocchè la storia della patria nostra,
negli ultimi cento e sessanta anni, è veramente la storia del fisico,
morale ed intellettuale progresso. Coloro che paragonano il tempo in
cui è loro toccato di vivere con una età d’oro che esiste solo nelle
loro fantasie, parlino pure di degenerazione e decadimento; ma niuno
che conosca davvero le faccende de secoli andati sarà inchinevole a
guardare con occhio lugubre o scoraggiato il presente.

Condurrei molto imperfettamente l’opera che ho impreso a comporre se
descrivessi soltanto battaglie ed assedi, innalzamenti e cadute di
ministeri, intrighi di palazzo, discussioni di parlamento. Sarà quindi
mio studio riferire la storia del popolo, non che quella del governo;
indicare il progresso delle arti utili e delle belle; descrivere
le sètte religiose, e le vicissitudini delle lettere; ritrarre i
costumi delle successive generazioni, e non trasvolare negligentemente
neppure sulle mutazioni che sono seguite nelle fogge di vestire, di
banchettare, e ne’ pubblici sollazzi. Con animo lieto sosterrò il
rimprovero di avere, così facendo, attentato alla dignità della storia,
qualora mi riesca di esporre agli occhi degli Inglesi del secolo
decimonono una vera pittura della vita de’ loro antichi.

Gli eventi che mi propongo di narrare formano un solo atto d’un
grande e complicato dramma che risale ad età remote, e che sarebbe
imperfettissimamente inteso ove lo intreccio degli atti precedenti
rimanesse ignoto. Per la qual cosa aprirò la mia narrazione narrando
a brevi tratti la storia della nostra patria da’ suoi antichissimi
tempi. Passerò di volo sopra molti secoli, ma mi fermerò alquanto
sulle vicissitudini della lotta che l’amministrazione di re Giacomo II
condusse ad una crisi decisiva.[1]

II. Nessuna cosa nelle primitive condizioni in cui trovatasi la
Britannia, indicava la grandezza che essa era destinata a conseguire.
Gli abitatori, allorquando furono scoperti dai marinari di Tiro, erano
di poco superiori ai naturali delle Isole Sandwich. Vennero soggiogati
dalle armi romane, ma riceverono solo una debole tinta delle lettere ed
arti romane. Delle provincie occidentali che obbedivano all’autorità
dei Cesari, la Britannia fu l’ultima che conquistassero, e la prima
che perdessero. Non vi si trovano magnifiche ruine di portici e
d’aquedotti romani. Nel novero dei maestri della eloquenza e poesia
latina non è un solo che sia britanno d’origine. Non è probabile che
agl’isolani fosse mai, generalmente parlando, famigliare la lingua
de’ loro signori italiani. Dallo Atlantico fino alle rive del Reno,
l’idioma latino predominò per molti secoli. Cacciò via il celtico,
non fu cacciato dal germanico, ed oggimai costituisce il fondamento
delle favelle francese, spagnuola e portoghese. Nell’isola nostra e’
sembra che il parlare latino non giungesse mai a prevalere sul vecchio
gallico, e non tenesse fronte all’anglo–sassone.

La scarsa e superficiale civiltà che i Britanni avevano derivata dai
loro padroni meridionali, venne spenta dalle calamità del secolo
quinto. Nei regni continentali nei quali era partito lo impero romano,
i barbari conquistatori impararono molto dalle genti conquistate. Nella
Britannia la razza conquistata divenne tanto barbara, quanto erano
barbari i conquistatori.

III. Tutti i condottieri che fondarono le dinastie teutoniche nelle
provincie continentali dello impero romano, come Alarico, Teodorico,
Clovi, Alboino, erano zelanti cristiani. I seguaci di Ida e Cerdico,
all’invece, trasportarono in Britannia tutte le superstizioni
dell’Elba. Mentre i principi germanici che regnavano in Parigi, Toledo,
Arli e Ravenna, ascoltavano riverenti le istruzioni dei vescovi,
adoravano le reliquie de’ martiri, ed attendevano volentieri alle
dispute dei teologi, i signori di Wessex e di Mercia seguitavano a
compiere i loro barbarici riti nei tempii di Thor e di Odino.

I Regni continentali che erano sorti sopra le ruine dello impero
occidentale, tenevano qualche comunicazione con quelle provincie
d’oriente, dove l’antica cultura, comecchè venisse lentamente
consumandosi per i malefici effetti del mal governo, poteva tuttavia
maravigliare ed erudire i barbari; dove la corte tuttavia sfoggiava lo
splendore di Diocleziano e di Costantino; dove i pubblici edilizi erano
sempre adornati dalle sculture di Policleto e dai dipinti d’Apelle; e
dove gl’infaticabili pedanti, comunque scemi di gusto, di sentimento e
di spirito, potevano leggere e interpretare i capolavori di Sofocle,
di Demostene e di Platone. La Britannia non isperimentava i benefici
effetti di siffatta comunicazione. I suoi lidi, alle menti de’ popoli
culti che stanziavano lungo il Bosforo, erano obbietti d’un orrore
misterioso, nel modo medesimo che agli Jonii de’ tempi omerici lo erano
lo stretto di Scilla e la città de’ Lestrigoni cannibali. Era nella
isola nostra una provincia, come avevano riferito a Procopio, nella
quale il suolo era gremito di serpenti, e l’aria era così pestifera
da non potersi respirare senza trovarvi la morte. A questa desolata
regione una strana genia di pescatori trasportava a mezza notte dalla
terra dei Franchi le ombre dei trapassati. La parola dei morti era
distintamente udita dal barcaiuolo; facevano col peso loro affondare i
navicelli nelle onde, ma le loro forme rimanevano invisibili ad occhio
mortale. Tali erano le maraviglie che un egregio storico, coetaneo
di Belisario, di Simplicio e di Triboniano, raccontava con tutta
gravità nella opulenta e culta Costantinopoli, intorno al paese dove
il fondatore di Costantinopoli aveva assunta la porpora imperiale.
Intorno alle altre provincie dello impero occidentale abbiamo una serie
continuata di notizie: all’incontro, nella sola Britannia una età
favolosa divide pienamente due età di vero. Odoacre e Totila, Eurico
e Trasimondo, Clovi, Fredegonda e Brunchilde, sono uomini e donne
storiche; ma Engisto ed Orsa, Vortigerno e, Rovena, Arturo e Mordredo,
sono personaggi mitici, la esistenza dei quali potrebbe mettersi in
dubbio, mentre le gesta loro sono da porsi con quelle di Ercole e di
Romolo.

IV. Finalmente la tenebra sembra squarciarsi, e il paese che sparisce
all’occhio col nome di Britannia, riapparisce con quello d’Inghilterra.
La conversione degli Anglo–Sassoni al Cristianesimo fu la prima d’una
lunga serie di benefiche rivoluzioni. Egli è vero che la Chiesa era
stata profondamente corrotta e dalla superstizione e dalla filosofia,
contro le quali essa aveva lungo tempo combattuto, e sopra le quali
aveva alla perfine trionfato. Era stata agevole pur troppo ad adottare
dottrine derivate dalle antiche scuole, e riti dedotti dagli antichi
templi. La politica romana e la ignoranza gotica, la credulità greca
e l’ascetismo siriaco, avevano cooperato a depravarla. Nondimeno
serbava tanto della sublime teologia e della benefica morale dei suoi
primordii, da elevare gl’intelletti e purificare i cuori di molti.
Parecchie cose medesimamente, le quali in età più tarda vennero con
ragione considerate fra le sue più gravi mende, erano nel secolo
settimo, e lungo tempo dopo, annoverate fra i suoi meriti principali.
Che l’ordine sacerdotale usurpasse l’ufficio de’ magistrati civili, ai
dì nostri, sarebbe un gran male. Ma ciò che in un’epoca di governo bene
ordinato è un male, potrebbe in un’epoca di rozzo e pessimo governo
essere un bene. È meglio che l’umanità venga governata da leggi savie
e bene amministrate, e da una pubblica opinione illuminata, anzi che
dalle arti pretesche: ma è meglio che gli uomini vengano governati da
arti siffatte, più presto che dalla violenza brutale; da un prelato
come Dunstano, anzi che da un guerriero come Penda. Una società immersa
nella ignoranza e retta dalla sola forza fisica, ha grande ragione
a bene sperare che una classe di uomini che eserciti intellettuale
e morale influenza, s’innalzi al governo della cosa pubblica. Non è
dubbio che gente siffatta faccia abuso del proprio potere: ma il potere
mentale, quando anche se ne abusi, è sempre migliore e più nobile di
quello che consiste nella semplice forza corporea. Nelle cronache
anglo–sassoni s’incontrano taluni tiranni i quali, come pervenivano a
grado altissimo di grandezza, erano lacerati da’ rimorsi, aborrivano
dai piaceri e dalle dignità che avevano conseguite col prezzo della
colpa, abdicavano le loro corone, e studiavansi di scontare i loro
delitti con crude penitenze e continue preghiere. Di tali fatti hanno
parlato con amare espressioni di spregio parecchi scrittori, i quali
mentre facevano pompa di libero pensare, erano veramente di tanto
meschino cervello quanto poteva esserlo un monaco de’ tempi barbari,
ed avevano costume di misurare gli universi fatti della storia del
mondo con le medesime seste con che giudicavano la società parigina del
secolo decimottavo. Nulladimeno, un sistema il quale, comunque sformato
dalla superstizione, introdusse un vigoroso freno morale nella società
per innanzi governata dalla sola forza de’ muscoli e dalla audacia
dell’animo; un sistema il quale insegnava al più potente e feroce
signore, ch’egli era, al pari dell’infimo dei suoi sudditi, un ente
responsabile; è degno d’essere rammentato con maggiore rispetto dai
filosofi e dai filantropi.

Le stesse osservazioni calzano allo spregio con che, nel secolo
andato, era costume di parlare de’ pellegrinaggi, de’ santuari, delle
crociate, e delle istituzioni monastiche del medio evo. In tempi ne’
quali gli uomini quasi mai inducevansi a viaggiare, spinti da una
curiosità liberale o dal desio di guadagno, era meglio che il rozzo
abitatore del Settentrione visitasse la Italia e l’Oriente come
pellegrino, più presto che rimanesse a vegetare negli squallidi tuguri
e tra le foreste dove era nato. In tempi ne’ quali la vita e l’onore
delle donne giacevano esposti a diuturni pericoli per le sfrenate
voglie dei tiranni e de’ loro ladroni, era pur meglio che il ricinto
di un un altare ispirasse una irragionevole paura, anzi che non vi
fosse asilo nessuno inaccessibile alla crudeltà ed alla licenza. In
tempi ne’ quali gli uomini di Stato erano inetti a formare vaste
combinazioni politiche, era meglio che le nazioni cristiane sorgessero
collegate per correre al riacquisto del Santo Sepolcro, anzi che, una
dopo l’altra, fossero soggiogate dalla potenza maomettana. Sia qual
si voglia il rimprovero che in una età più tarda venisse scagliato
equamente su la indolenza e il lusso degli ordini religiosi, egli era
un bene, fuor d’ogni dubbio, che in un tempo d’ignoranza e di ferocia
vi fossero chiostri e giardini tranquilli, dove le arti della pace
potevano quetamente coltivarsi, dove gli spiriti dolci e contemplativi
potevano trovare un asilo, dove un umile fraticello poteva occuparsi
a trascrivere la _Eneide_ di Virgilio ed un altro a meditare su le
opere d’Aristotele, dove colui che aveva l’anima calda della sacra
favilla delle arti poteva miniare un martirologio o scolpire un
crocifisso, e dove lo intelletto prono alla filosofia naturale poteva
fare esperimenti intorno alle proprietà delle piante e de’ minerali. Se
simiglianti luoghi di ritiro non fossero stati sparsi qua e là fra le
capanne del misero contadiname e i castelli della feroce aristocrazia,
la società europea sarebbe stata composta di bestie da soma e di
bestie da preda. La Chiesa è stata assai volte dai teologi paragonata
all’arca, della quale si legge nel libro della Genesi; ma giammai tale
somiglianza fu così perfetta, come nei tempi tristi nei quali ella
sola procedeva fra il buio e le tempeste sopra il diluvio, sotto cui
tutte le grandi opere della potenza e sapienza degli antichi giacevano
prostrate, e portava seco quel lieve germe dal quale nacque poscia una
nuova civiltà e più gloriosa.

Perfino la supremazia spirituale che il papa arrogavasi, produsse in
quelle età buie più bene che male. Per essa le nazioni dell’Europa
Occidentale si congiunsero in una grande repubblica. Ciò che i giuochi
olimpici o l’oracolo di Pitia erano stati per tutte le città greche da
Trebisonda fino a Marsilia, Roma e il suo vescovo furono per tutti i
cristiani di comunione latina, dalla Calabria fino alle Ebridi. Così
germogliarono e crebbero i sentimenti di più estesa benevolenza. Genti
divise da mari e da monti riconobbero un vincolo fraterno e un codice
comune di diritto pubblico. Anche in guerra, la crudeltà del vincitore
era non rade volte mitigata dal pensiero che esso e i vinti suoi nemici
erano membri d’una sola grande federazione.

Gli Anglo–Sassoni finalmente vennero ammessi a questa federazione.
Si aperse una comunicazione regolare tra le nostre spiagge e quella
parte d’Europa nella quale i vestigi della potenza e civiltà antiche
erano tuttavia discernibili. Molti egregi monumenti, che sono stati
poscia distrutti o trasfigurati, serbavano ancora la loro primigenia
magnificenza; e i viaggiatori, cui Livio e Sallustio riuscivano
inintelligibili, potevano acquistare dallo spettacolo degli aquedotti
e dai templi romani qualche lieve nozione di storia romana. La cupola
d’Agrippa, tuttavia luccicante di bronzo; il mausoleo d’Adriano, non
ancora spoglio delle sue statue e colonne; l’anfiteatro di Flavio, non
ancora degradato a farne una piazza, raccontavano ai pellegrini della
Mercia e del Nortumbria la storia di quella gran gente incivilita, che
era scomparsa dalla faccia del mondo.

Gl’isolani ritornavano ai propri lidi con riverenza profondamente
impressa nelle loro menti mezzo stenebrate, e riferivano agli
stupefatti abitatori de’ tuguri di Londra e di York, come presso alla
tomba di San Pietro una potente generazione d’uomini, adesso spenta,
aveva innalzati tali edifici che avrebbero sfidata la furia del tempo
fino al dì dell’estremo giudizio. Il sapere teneva dietro ai passi del
Cristianesimo. La poesia e la eloquenza del secolo d’Augusto vennero
solertemente studiate nei monasteri anglo–sassoni. I nomi di Beda, di
Alcuino e di Giovanni, soprannominato Erigena, diventarono giustamente
celebri per tutta l’Europa. Tali erano le condizioni del nostro paese
allorquando, nel nono secolo, principiò l’ultima grande calata dei
Barbari del Settentrione.

V. Pel corso di parecchie generazioni, dalla Danimarca e dalla
Scandinavia seguitarono a sbucare innumerevoli pirati, famosi per
forza, valore, implacabile ferocia, e odio contro il nome cristiano.
Non vi fu paese che al pari dell’Inghilterra patisse le devastazioni
di cotesti invasori. Le sue coste giacevano presso ai porti donde essi
movevano, nè parte alcuna della nostra isola poteva dirsi così discosta
dal mare da potersi tenere immune dalle loro aggressioni. Le medesime
atrocità che avevano tenuto dietro alla vittoria dei Sassoni sopra i
Celti, toccarono poscia ai Sassoni per le mani dei Danesi. La civiltà,
che già principiava a sorgere, non ne sostenne il colpo e giacque di
nuovo. Grosse colonie di venturieri, movendo dal Baltico, stabilironsi
sopra le nostre spiagge orientali, e a poco a poco procedendo verso
Occidente, sostenuti dagli aiuti che loro venivano dal mare, ambirono
il dominio di tutto il reame. Il conflitto fra le due fiere razze
teutoniche durò per sei generazioni, signoreggiandosi alternativamente.
Crudeli carnificine seguite da vendette crudeli, provincie devastate,
conventi saccheggiati, città distrutte dalle fondamenta, compongono
la più gran parte della storia di quegl’infausti giorni. Alla perfine
cessò di erompere dal Settentrione quel perpetuo torrente di predoni,
e da quel tempo in poi la scambievole avversione delle razze cominciò
a scemare. I mutui connubi divennero frequenti. I Danesi impararono la
religione dei Sassoni; e in tal guisa estirpossi una delle cagioni del
loro odio mortale. Gl’idiomi danese e sassone, entrambi dialetti d’una
lingua più estesa, armonizzarono in uno. Ma la distinzione tra i due
popoli non era affatto scomparsa allorchè sopraggiunse un evento, che
li prostrò, schiavi e degradati entrambi, ai piedi di un terzo popolo.

VI. I Normanni erano a quei tempi la gente più insigne di tutta
la Cristianità. Per valore e ferocia si erano resi cospicui fra i
predatori che la Scandinavia aveva già mandati a devastare la Europa
Occidentale. Le loro navi furono per lunga stagione il terrore di
ambi i lidi dello Stretto. Spinsero più volte le armi loro nel cuore
dello imperio de’ Carlovingi, e rimasero vittoriosi sotto le mura di
Maestricht e di Parigi. In fine, uno dei fiacchi eredi di Carlomagno
cesse agli stranieri una fertile provincia, irrigata da un bel fiume
e contigua al mare, che era il loro prediletto elemento. In quella
provincia fondarono uno Stato potente, il quale a poco per volta
venne estendendo la propria influenza sopra i principati vicini di
Bretagna e di Maine. Senza deporre l’indomito valore che aveva tenuta
in perpetua paura ogni terra dall’Elba fino ai Pirenei, i Normanni
rapidamente acquistarono tutto; e, più che tutto, il sapere e la
cultura che trovarono nelle contrade dove s’erano stanziati; mentre
il loro coraggio tutelava il territorio dalle straniere invasioni.
Ordinarono internamente lo Stato in modo affatto ignoto da lungo
tempo all’impero franco. Abbracciarono il Cristianesimo, e con esso
impararono gran parte di di ciò che il clero poteva insegnare. Smesso
lo idioma natio, abbracciarono la favella francese, nella quale
predominava lo elemento latino, ed innalzarono speditamente il loro
nuovo linguaggio ad una dignità ed importanza che non aveva per lo
innanzi posseduto. Lo trovarono in condizione di gergo barbarico, e gli
dettero norme fisse scrivendolo, e usandolo nelle leggi, nella poesia
e nel romanzo. Deposero la brutale intemperanza, cui tutte le altre
razze della gran famiglia germanica erano pur troppo inchinevoli. Il
lusso squisito del Normanno offre un mirabile contrasto con la rozza
ghiottoneria e ubbriachezza de’ Sassoni e Danesi suoi vicini. Amava di
far pompa della propria magnificenza non in vaste provvisioni di cibi e
di bevande, ma in grandi e stabili edifici, ricche armature, generosi
cavalli, eletti falconi, bene ordinati tornei, banchetti delicati più
presto che abbondanti, e vini notevoli meglio per isquisito sapore che
per forza inebbriante. Quello spirito cavalleresco che ha esercitata
così forte influenza sopra la politica, la morale e i costumi di tutte
le nazioni europee, trovavasi grandissimo nei Nobili normanni. Questi
nobili facevansi notare per la grazia del loro contegno e del loro
conversare; per la destrezza nel condurre i negozi, e per la eloquenza
naturale, che con estrema solerzia coltivavano. Uno dei loro storici
s’inorgoglisce affermando, i Normanni essere oratori fin dalle fasce.
Ma la loro precipua celebrità derivava dalle imprese militari. Ogni
paese dall’Oceano Atlantico fino al Mare Morto rendeva testimonio
de’ prodigi della disciplina e del valor loro. Un solo cavaliere
normanno, capo di una mano di guerrieri, cacciò i Celti dal Connaught.
Un altro fondò la monarchia delle Due Sicilie, e vide lo imperatore
d’Oriente e quello d’Occidente fuggire allo aspetto dell’armi sue. Un
terzo, l’Ulisse della prima crociata, venne innalzato da’ suoi fidi
commilitoni alla sovranità d’Antiochia; ed un quarto, quel Tancredi
che vive eterno nel grande poema del Tasso, era celebre per tutta la
Cristianità come il più strenuo e generoso fra i campioni del Santo
Sepolcro.

La propinquità di un popolo così notevole cominciò ben per tempo a
produrre un effetto sullo spirito pubblico dell’Inghilterra. Innanzi
la conquista, i principi inglesi andavano a educarsi in Normandia.
Mari e terre inglesi venivano conferite ai signori normanni. L’idioma
normanno–francese parlavasi familiarmente nel palazzo di Westminster.
La corte di Rouen pareva che fosse verso la corte di Eduardo il
Confessore ciò che la corte di Versailles, lunghi anni dopo, era verso
la corte di Carlo II.

VII. La battaglia di Hastings, e le vicende che ne derivarono, non solo
posero un duca di Normandia sul trono inglese, ma sottoposero tutta
la popolazione dell’Inghilterra alla tirannide della razza normanna.
Rade volte, e perfino in Asia, una nazione soggiogò un’altra nazione
tanto pienamente, quanto la normanna fece dell’inglese. I capitani
degli invasori divisero la contrada tuttaquanta, e se ne distribuirono
le parti; e per mezzo di vigorose istituzioni militari, validamente
connesse con la istituzione della proprietà, riuscirono ad opprimere i
naturali del paese. Un codice penale crudele e crudelmente eseguito,
tutelava i privilegi e perfino i diporti de’ tiranni stranieri.
Nonostante, la razza soggiogata, quantunque prostrata e calpesta,
mandava fieramente il suo fremito. Parecchi uomini audaci, che poscia
divennero eroi delle nostre vecchie ballate, rifugiaronsi fra le
selve, ed ivi sfidando leggi di copri–fuoco e di foreste, conducevano
una guerra predatoria contro gli oppressori. Gli assassinii erano
fatti giornalieri. Molti dei Normanni sparivano improvvisamente senza
che ne rimanesse vestigio. Trovavansi numerosi cadaveri aventi
segni di morte violenta. Fu bandita la morte per mezzo della tortura
contro gli assassini, i quali venivano ansiosamente cercati, ma quasi
sempre indarno; perocchè la intera nazione cospirava a nasconderli.
Finalmente, reputarono necessario imporre una grave multa sopra ogni
centuria di abitanti fra’ quali un individuo d’origine francese fosse
trovato ucciso: legge che fu seguita da un’altra, che ordinava ogni
individuo ucciso doversi reputare francese, qualvolta non potesse
provarsi che fosse sassone.

Nel corso de’ centocinquanta anni che seguirono la conquista, a
parlare dirittamente, non esiste storia inglese. I re francesi
d’Inghilterra veramente inalzaronsi tanto, da diventare la meraviglia
e il terrore di tutte le nazioni vicine. Conquistarono la Irlanda:
riceverono l’omaggio dalla Scozia. Per mezzo del valore, della
politica, de’ prosperi e splendidi connubi loro, diventarono più
potenti sul continente, di quello che fossero i re di Francia, loro
sovrani feudali. L’Asia al pari dell’Europa era abbarbagliata dallo
splendore della potenza e gloria loro. I cronisti arabi prendevano
ricordo con forzata ammirazione della caduta di Acri, della difesa
di Joppe, e della vittoriosa marcia d’Ascalone; e le madri arabe per
imporre silenzio ai loro figliuoli, rammentavano loro il nome del
Plantageneto dal cuore di leone. Vi fu un tempo che la discendenza di
Ugo Capeto parve presso ad estinguersi, nel modo stesso con che eransi
estinte le dinastie de’ Merovingi e de’ Carlovingi; e che una sola
grande monarchia dovesse estendersi dalle Orcadi fino a’ Pirenei. È
così forte il nesso che le menti stabiliscono tra la grandezza d’un
sovrano e la grandezza della nazione da lui governata, che quasi tutti
gli storici dell’Inghilterra hanno descritto con un sentimento di
esultanza il potere e lo splendore de’ suoi padroni stranieri, ed hanno
compianta la decadenza di quello splendore e potere come una calamità
della patria nostra. La quale cosa, a dir vero, è così assurda, come
lo sarebbe se un negro d’Haiti dei nostri tempi considerasse con
orgoglio nazionale la grandezza di Luigi XIV, e parlasse di Blenheim
e Ramilies con patrio dolore e vergogna. Il conquistatore e i suoi
discendenti fino alla quarta generazione non erano uomini inglesi:
quasi tutti erano nati in Francia; passavano la maggior parte della
vita in Francia; la loro favella era francese; pressochè tutti gli
alti uffici da loro dipendenti erano affidati ad individui francesi;
ogni acquisto che facevano sul continente li rendeva ognora più
stranieri alla popolazione dell’isola nostra. Uno de’ più egregi
fra loro, a vero dire, tentò di procacciarsi lo affetto de’ suoi
sudditi inglesi, sposando una principessa inglese. Ma molti de’ suoi
baroni consideravano quel matrimonio come i cittadini della Virginia
considererebbero un matrimonio tra un padrone e una fanciulla schiava.
Nella storia quel principe è conosciuto sotto l’onorevole soprannome di
Beauclerc; ma nei suoi tempi, i suoi concittadini gli avevano apposto
un soprannome sassone a dileggio del suo sposalizio con una donna
sassone.

Se ai Plantageneti fosse venuto fatto, siccome una volta parve
verosimile, di porre tutta la Francia sotto il loro dominio, egli
è probabile che la Inghilterra non avrebbe avuta mai una esistenza
indipendente. I suoi principi, i signori, i prelati, sarebbero
stati uomini diversi di sangue e di lingua dagli artigiani e dagli
agricoltori. Le entrate de’ suoi grandi possidenti sarebbero state
spese in feste e diporti su le rive della Senna. La nobile favella di
Milton e di Burke sarebbe rimasta nella condizione di rustico dialetto,
priva di letteratura, di grammatica, d’ortografia fissa, abbandonata
all’uso della plebaglia. Nessuno uomo di discendenza inglese si sarebbe
innalzato a grado eminente, ove non fosse diventato francese per lingua
e costumi.

VIII. La Inghilterra va debitrice di avere scansate coteste calamità
ad uno avvenimento che gli storici hanno generalmente rappresentato
come un disastro. I suoi interessi erano così direttamente opposti agli
interessi de’ suoi principi, che erasi ridotta a sperare soltanto negli
errori e nelle traversie loro. Lo ingegno e perfino le virtù de’ sei
primi re francesi che la signoreggiarono, furono per lei una sciagura.
La demenza e i vizi del settimo le furono di salvezza. Se Giovanni
avesse ereditato gl’incliti pregi del padre suo, d’Enrico Beauclerc, o
del Conquistatore; anzi se avesse egli posseduto il coraggio marziale
di Stefano o di Riccardo, e se il re di Francia a quel tempo stesso
fosse stato inetto al pari di tutti i successori di Ugo Capeto; la casa
de’ Plantageneti avrebbe acquistata in tutta l’Europa una supremazia
senza rivali. Se non che, appunto in quell’età, la Francia per la
prima volta dopo la morte di Carlomagno era governata da un principe
d’animo destro e vigoroso. Dall’altro canto la Inghilterra, la quale,
dalla battaglia di Hastings in poi, era stata, generalmente parlando,
retta da savi uomini di Stato, e sempre da strenui guerrieri, cadde
sotto la dominazione d’un principe frivolo e codardo. Fino da quello
istante le sue sorti cominciarono a splendere. Giovanni fu cacciato di
Normandia. I nobili normanni si videro astretti ad eleggere fra l’isola
e il continente. Chiusi dal mare fra un popolo che avevano fino allora
oppresso e spregiato, si vennero inducendo a considerare l’Inghilterra
come patria, e gli Inglesi come concittadini. Le due razze, così
lungo tempo ostili, si accorsero tosto di aver comuni gl’interessi,
comuni i nemici. Entrambe giacevano oppresse sotto la tirannia di un
re malvagio. Entrambe ardevano di sdegno vedendo la corte prodigare i
suoi favori sopra genti nate nel Poitou o nell’Aquitania. I pronipoti
di coloro che avevano pugnato sotto Guglielmo, e i pronipoti di coloro
che avevano pugnato sotto Aroldo, cominciarono ad appropinquarsi con
vicendevole amistanza; e il primo pegno della loro riconciliazione
fu la Grande Carta, che essi guadagnarono coi loro sforzi comuni, e
formarono a comune benefizio.

IX. Qui principia la storia della nazione inglese. La storia
delle vicissitudini precedenti è il racconto de’ torti inflitti e
sostenuti dalle varie tribù, le quali, comecchè abitassero sopra il
suolo inglese, trattavansi con tale avversione, che non è forse mai
esistita fra popoli divisi da fisici confini. Imperciocchè, perfino
la scambievole animosità de’ paesi in guerra fra loro, è lieve al
paragone dell’animosità delle nazioni le quali, moralmente separate,
stanziano commiste in un medesimo luogo. Non è paese in cui l’odio di
razza trascorresse tanto oltre quanto in Inghilterra. Non è paese in
cui quell’odio si fosse tanto onninamente spento. Non conosciamo con
precisione gli stadi diversi del processo con che gli elementi ostili
si fusero in una massa omogenea. Ma egli è certo che allorquando
Giovanni ascese al trono, la distinzione tra Sassoni e Normanni
esisteva evidentissima, e che avanti la fine del regno del suo nipote
era quasi scomparsa. Nel tempo di Riccardo I, l’ordinaria imprecazione
d’un gentiluomo normanno era: «Ch’io possa diventare un inglese!» e
volendo sdegnosamente negare, diceva: «Che mi prendete voi per un
inglese?» Cento anni dopo, il discendente di quel gentiluomo andava
orgoglioso del nome d’inglese.

Le scaturigini de’ più bei fiumi che spargono la fertilità sopra la
terra, e portano i navigli gravi di ricchezze al mare, sono da cercarsi
fra mezzo alle aride e selvagge montagne inesattamente segnate nelle
carte geografiche, e bene di rado esplorate dai viaggiatori. Questa
immagine può rendere una idea della storia del nostro paese nel secolo
decimoterzo. Per quanto sterile e buio sia quel periodo dei nostri
annali, è mestieri cercare in esso l’origine della libertà, prosperità
e glorie nostre. E’ fu allora che il gran popolo inglese formossi; che
l’indole nazionale principiò a mostrarsi con quelle peculiarità che
ha poi sempre serbate; e che i nostri antichi divennero enfaticamente
isolani, e isolani non solo per geografica postura, ma per politica,
sentimenti e costumi. Allora comparve per la prima volta distintamente
quella Costituzione, che ha poi sempre, traverso a tante modificazioni,
serbata la sua identità; quella Costituzione, della quale tutti i
liberi statuti degli altri popoli altro non sono che copie; e la
quale, malgrado talune mende, è degna di essere considerata come la
migliore sotto cui una grande società sia mai esistita pel corso di
molti secoli. E’ fu allora che la Camera dei Comuni, archetipo di
tutte le assemblee rappresentative che oggidì si ragunano nel vecchio
mondo e nel nuovo, tenne le sue prime sessioni. E’ fu allora che il
diritto comune inalzossi alla dignità di scienza, e rapidamente divenne
rivale non indegno della giurisprudenza imperiale. E’ fu allora che
il coraggio di quei marinari i quali conducevano le rozze barche dei
Cinque Porti, rese primamente la bandiera inglese formidabile su per
i mari. E’ fu allora che i più antichi collegi che vivono tuttavia
nelle due grandi sedi nazionali del sapere, formaronsi. Formossi allora
parimente quella lingua, la quale, benchè meno armoniosa, a dir vero,
degli idiomi meridionali, nondimeno, e per vigoria e per ricchezza e
per essere atta a significare tutti gli alti concetti del poeta, del
filosofo e dell’oratore, cede soltanto alla greca. Allora medesimamente
mostrossi la prima alba di quella inclita letteratura, che costituisce
la più splendida e durevole delle molte glorie di cui mena vanto
l’Inghilterra.

Coll’iniziarsi del secolo decimoquarto, la perfetta congiunzione delle
razze era pressochè compita; e si rese subito manifesto, a segni non
dubbi, che un popolo non inferiore ad alcun altro popolo del mondo
erasi formato dalla mistura delle tre razze e della grande famiglia
teutonica, fra loro e cogli aborigeni bretoni. Vero è che non vi era
quasi nulla di comune tra la Inghilterra alla quale re Giovanni era
stato cacciato da Filippo Augusto, e la Inghilterra dalla quale le armi
di Eduardo III mossero a conquistare la Francia.

X. Seguì un periodo di cento e più anni, nel quale lo scopo precipuo
degl’Inglesi fu quello di stabilire con la forza delle armi un grande
impero sul continente. Il diritto di Eduardo al retaggio occupato
dalla Casa di Valois era tale, da sembrare che dovesse poco muovere
gl’interessi de’ suoi sudditi. Ma lo amore delle conquiste di subito
scese dal principe al popolo. Cotesta guerra differiva grandemente
dalle guerre che i Plantageneti del secolo duodecimo avevano condotte
contro i discendenti di Ugo Capeto: poichè la fortuna delle armi di
Enrico II e di Riccardo I avrebbe resa la Inghilterra provincia della
Francia; mentre lo effetto de’ prosperi successi di Eduardo III e
di Enrico V era quello di far della Francia, per alcun tempo, una
provincia dell’Inghilterra. Lo spregio con che, nel secolo duodecimo,
i conquistatori del continente avevano guardato gl’isolani, era adesso
gettato dagli isolani su’ popoli del continente. Ogni popolano, da
Kent fino a Northumberland, reputavasi come individuo d’una razza nata
alla vittoria e all’impero, e volgeva uno sguardo di scherno alla
nazione innanzi alla quale i suoi antenati avevano tremato. Anche
que’ cavalieri di Guascogna e Guienna, i quali avevano valorosamente
combattuto sotto il Principe Nero, venivano considerati dagl’Inglesi
come uomini di classe inferiore, e quindi erano sprezzevolmente esclusi
dai comandi lucrosi. Fra tempo non molto i nostri progenitori persero
d’occhio il motivo principale della lotta. Principiarono a considerare
la corona di Francia come un semplice appannaggio della corona
d’Inghilterra; e allorchè, violando la legge ordinaria di successione,
concessero lo scettro del reame inglese alla casa di Lancaster, e’
pare che pensassero il diritto di Riccardo II alla corona di Francia
essere naturalmente passato a quella casa. Lo zelo e vigore ch’essi
mostrarono offre un notevole contrasto col torpore dei Francesi, ai
quali l’esito di quella lotta era di assai più grave momento. Le armi
inglesi a quei tempi riportarono le più grandi vittorie di cui si
faccia ricordo negli annali del medio evo, contro nemici grandemente
disuguali. Di certo erano vittorie di cui può con ragione gloriarsi un
popolo; perocchè esse debbono ascriversi alla superiorità morale de’
vincitori: superiorità che si mostrò assai più mirabile negl’infimi
gradi delle milizie. I cavalieri d’Inghilterra trovarono degni rivali
nei cavalieri di Francia. Chandos ebbe un nemico degno di sè nella
persona di Du Guesclin. Ma la Francia non aveva fanti che osassero
stare a petto degli arcieri ed alabardieri inglesi. Un re francese
venne condotto prigioniero in Londra. Un re inglese fu incoronato in
Parigi. Il vessillo di San Giorgio sventolò di là da’ Pirenei e dalle
Alpi. Sulle sponde meridionali dell’Ebro gl’Inglesi riportarono una
grande vittoria, che per un tempo decise delle sorti di Leon e di
Castiglia; e le compagnie Inglesi ottennero una formidabile preeminenza
fra le bande de’ guerrieri i quali ponevano le loro armi agli stipendi
dei principi e delle repubbliche d’Italia.

Nè le arti della pace furono neglette da’ nostri padri in quei torbidi
tempi. Mentre la Francia pativa le devastazioni della guerra, fino a
che trovò nella sua stessa desolazione una miserabile difesa contro
gl’invasori, gl’Inglesi coltivavano i loro campi, ornavano le loro
città, trafficavano e studiavano tranquilli e senza disturbi. Molti
de’ nostri monumenti architettonici appartengono a quell’epoca. Allora
sorsero le splendide cappelle di New–College e di San Giorgio, la
navata di Winchester e il coro di York, l’aguglia di Salisbury e le
torri maestose di Lincoln. Una lingua abbondante e vigorosa, formata
dalla mistura dell’idioma normanno–francese col germanico, era parlata
egualmente dalla aristocrazia e dal popolo. Nè passò molto tempo
che il genio cominciò a servirsene per la manifestazione delle sue
stupende creazioni. Mentre le milizie inglesi, lasciandosi addietro le
devastate provincie della Francia, entravano trionfanti in Valladolid
e spargevano il terrore fino alle porte di Firenze, i poeti inglesi
dipingevano con vivi colori tutta la vasta varietà delle costumanze
e delle fortune umane; e i pensatori inglesi aspiravano a indagare o
ardivano dubitare, là dove i bacchettoni erano stati satisfatti ad
ammirare o a credere. L’età stessa che produsse il Principe Nero e
Derby, Chandos e Hawkwood, generò parimente Goffredo Chaucer e Giovanni
Vicleffo.

Con modo sì splendido e imperatorio, il popolo inglese, propriamente
detto, prese posto fra le nazioni del mondo. Nondimeno, mentre con
diletto contempliamo gl’incliti pregi che adornavano i nostri antichi,
non possiamo negare che il fine cui aspiravano era dannato e dalla
onestà e dalla saggia politica, e che la sinistra fortuna che li
costrinse, dopo una lunga e sanguinosa lotta, a deporre la speranza
di stabilire un grande impero continentale, fu un vero bene sotto le
sembianze di un disastro. Finalmente i Francesi si rifecero d’animo e
di senno; e cominciarono ad opporre una vigorosa resistenza nazionale
a’ conquistatori stranieri. E da quel tempo, la destrezza dei capitani
inglesi e il coraggio dei soldati loro, fortunatamente per l’umanità,
tornarono vani. Dopo molti sforzi disperati, col cordoglio nell’animo,
i nostri antenati rinunziarono alla conquista. Da quell’epoca in poi,
nessun Governo inglese ha seriamente e fermamente fatto disegno di
grandi conquiste sul Continente.

Il popolo, egli è vero, seguitò a carezzare con orgoglio la rimembranza
di Cressy, di Poitiers e d’Agincourt. Anche molti anni appresso tornava
agevole accendergli il sangue ed ottenerne sussidii con la sola
promessa di riprendere la impresa di Francia. Ma, avventuratamente, le
forze del nostro paese sono state dirette a fini più degni; ed ormai
nella storia del genere umano occupa un posto assai più glorioso di
quello che terrebbe qualora avesse acquistato, siccome un tempo era
parso probabile, per mezzo della spada una supremazia simile a quella
che in antico conseguì la repubblica romana.

XI. Rinchiuso di nuovo dentro i confini dell’isola, il bellicoso popolo
adoperò ne’ civili conflitti le armi che erano già state il terrore
dell’Europa. I Baroni avevano per lungo tempo derivati dalle oppresse
provincie francesi i mezzi di satisfare al loro prodigo spendere.
Quelle sorgenti di pecunia poi disseccaronsi; e rimanendo tuttavia le
abitudini d’ostentazione e di lusso generate dalla prosperità, i grandi
signori, impotenti ad appagare i loro appetiti depredando i Francesi,
si misero a depredarsi vicendevolmente. Il reame, dentro il quale
erano rinchiusi, secondo che afferma Comino, che è il più giudizioso
osservatore di que’ tempi, non era bastevole a tutti. Due fazioni
aristocratiche, capitanate da due rami della famiglia reale, accesero
una feroce e lunga lotta per recarsi in mano il governo dello Stato. E
poichè l’astio di tali fazioni non nasceva veramente da contesa intorno
alla successione, durò lungo tempo dopo che ogni pretesto intorno
alla successione era svanito. La parte della Rosa Rossa sopravvisse
all’ultimo de’ principi che volevano il trono per diritto di Enrico IV.
La parte della Rosa Bianca sopravvisse al matrimonio di Richmond e di
Elisabetta. Lasciati senza capo che avesse alcuna onesta apparenza di
diritto, i partigiani di Lancaster si collegarono intorno a un ramo di
bastardi, e i partigiani di York misero su una successione d’impostori.
Caduti sul campo di battaglia o sotto la scure del carnefice molti
nobili aspiranti, scomparse per sempre dalla storia molte famiglie
illustri, dome dalle sciagure le grandi casate che rimanevano,
universalmente convennero a riconoscere ricongiunti nella casa de’
Tudors i diritti di tutti i contendenti Plantageneti.

XII. Intanto maturavasi un avvenimento di assai maggiore importanza
che non era l’acquisto o la perdita d’una provincia, lo innalzamento o
la caduta d’una dinastia. La schiavitù, e i mali che l’accompagnano,
andavano speditamente estinguendosi.

È cosa degna di nota, come le due più grandi e benefiche rivoluzioni
sociali che seguissero in Inghilterra; la rivoluzione, cioè, che
nel secolo decimoterzo pose fine alla tirannia di nazione sopra
nazione; e quella che, poche generazioni dopo, rapì di mano all’uomo
il diritto di possedere l’uomo; chetamente e impercettibilmente si
effettuassero. Non destando maraviglia nelle menti degli osservatori
contemporanei, esse sono state pochissimo avvertite dagli storici. Non
vennero eseguite nè da atti legislativi nè dalla forza fisica. Cagioni
puramente morali fecero senza rumore svanire ogni distinzione, dapprima
tra Normanni e Sassoni, poscia tra schiavi e padroni. Nessuno potrebbe
presumere di determinare il tempo preciso in cui siffatta distinzione
cessava. Qualche debole vestigio del vecchio spirito normanno si
potrebbe forse ravvisare nel secolo decimoquarto; qualche lieve
vestigio dell’istituzione del villanaggio hanno scoperto gli eruditi
nell’epoca degli Stuardi: che anzi, tale istituzione fino ai di nostri
non è stata abolita con legge particolare.

XIII. Sarebbe ingiusto non riconoscere che lo agente precipuo di
queste due grandi emancipazioni fosse la religione; e potrebbe forse
dubitarsi che una religione più pura sarebbe stata una causa meno
efficiente. Lo spirito benevolo della morale cristiana repugna, fuori
d’ogni dubbio, alle distinzioni di casta; ma siffatte distinzioni
sono segnatamente odiose alla Chiesa di Roma, come quelle che sono
incompatibili con altre distinzioni essenziali al suo sistema. Ella
veste i suoi sacerdoti d’una dignità misteriosa che li fa reverendi
ad ogni laico; e non considera qualsiasi uomo inetto al sacerdozio
per ragioni di nazione o di famiglia. Le sue dottrine concernenti il
carattere sacerdotale, per quanto si vogliano reputare fallaci, hanno
più volte mitigati non pochi dei mali che affliggono la società.
Non può riguardarsi come assolutamente nociva quella superstizione,
la quale in paesi afflitti dalla tirannia di razza sopra razza
crea una aristocrazia affatto indipendente da ogni razza, inverte
le relazioni fra l’oppressore e l’oppresso, e costringe il signore
ereditario a prostrarsi innanzi al tribunale spirituale dello schiavo
ereditario. Ai dì nostri, in alcuni paesi dove esiste la schiavitù
de’ negri, il papismo contrasta vantaggiosamente con le altre forme
del Cristianesimo. È noto come la repugnanza tra le razze europee e
le affricane non è tanto forte a Rio Janeiro, quanto a Washington.
Nella nostra patria, questa peculiarità del sistema cattolico–romano
produsse nel medio evo molti benefici effetti. Vero è che, poco
dopo la battaglia di Hastings, i prelati e gli abati sassoni vennero
violentemente deposti, e che avventurieri ecclesiastici venuti dal
Continente furono intrusi a centinaia nei più pingui beneficii.
Nonostante, anche allora pii teologi di sangue normanno alzavano la
voce contro siffatta violazione degli statuti della Chiesa, ricusavano
d’accettare le mitre dalle mani del Conquistatore, e gli ripetevano,
minacciandogli la dannazione dell’anima, di non dimenticare che i
vinti isolani erano suoi fratelli in Cristo. Il primo protettore
che gl’Inglesi trovassero fra la casta dominante, fu lo arcivescovo
Anselmo. In un tempo in cui il nome inglese era un rimprovero, e
tutti i dignitari civili e militari del regno erano esclusivamente
concittadini del Conquistatore, il popolo oppresso ricevè con
ineffabile diletto la nuova che Niccola Breakspear, uomo della loro
nazione, era stato innalzato al trono papale, dall’alto del quale aveva
steso il suo piede al bacio degli ambasciatori uscenti dalle più nobili
famiglie normanne. Egli era un sentimento nazionale, non che religioso,
quello che conduceva le moltitudini all’altare di Becket, il primo
inglese che, dopo la Conquista, fosse formidabile ai tiranni stranieri.
Un successore di Becket era principale fra coloro che ottennero quella
Carta, la quale assicurò a un tempo i privilegi de’ baroni normanni
e quelli della borghesia sassone. Quanto grande fosse l’opera con
che gli ecclesiastici cattolici poscia parteciparono alla abolizione
del villanaggio, lo raccogliamo dalla veneranda testimonianza di sir
Tommaso Smith, uno de’ più savi consiglieri protestanti di Elisabetta.
Allorquando il possessore di schiavi dal suo letto di morte chiedeva
il conforto de’ sacramenti, il sacerdote esortavalo per la salute
dell’anima ad emancipare i suoi fratelli redenti dalla morte di
Cristo. La Chiesa aveva con tanto buon esito adoperata una macchina
sì formidabile, che, innanzi lo scoppio della Riforma, aveva francati
quasi tutti gli schiavi del regno, tranne i i suoi propri, i quali, a
sua giusta lode, sembra che venissero benevolmente governati.

Non vi può esser dubbio che allorquando le due predette grandi
rivoluzioni seguirono, i nostri antenati erano di gran lunga il popolo
meglio governato in Europa. Per trecento anni il sistema sociale è
sempre stato in continua via di progresso. Sotto i primi Plantageneti
vi furono padroni così potenti da sfidare l’autorità del sovrano, e
contadini degradati fino alla condizione degli armenti, di cui erano
guardiani. La condizione del contadino si è venuta a poco a poco
elevando; fra l’aristocrazia e il popolo degli operai è sorta una
classe media, agricola e commerciale. È probabile che tuttavia vi fosse
più ineguaglianza di quella che sia necessaria a promuovere la felicità
e la virtù della specie umana; ma nessun uomo era affatto al di sopra
della legge, nessun uomo reputavasi onninamente al di sotto della
protezione di quella.

Che le istituzioni politiche dell’Inghilterra fossero fino da
quell’epoca riguardate dagl’Inglesi con orgoglio ed affetto, e dagli
uomini più culti delle vicine nazioni con ammirazione ed invidia,
è cosa evidentissimamente provata. Ma nel giudicare l’indole di
cosiffatte istituzioni, le numerose controversie sono state rapide e
disoneste.

XIV. La letteratura storica d’Inghilterra, a dir vero, patì gli
effetti di una circostanza, la quale ha contribuito non poco alla sua
prosperità. Il grande mutamento che nella sua politica si è venuto
operando negli ultimi sei secoli, è stato la conseguenza d’uno sviluppo
progressivo; non mai del distruggere e del riedificare. La Costituzione
presente del nostro paese è verso la Costituzione con la quale
reggevasi cinquecento anni fa, ciò che l’albero è verso l’arbusto,
ciò che l’uomo è verso il fanciullo. Le sue variazioni sono state
grandi; nondimeno, non vi fu mai un momento in cui la parte principale
di ciò che esisteva non fosse antica. Una politica formatasi in tal
modo è forza che abbondi di anomalie. Ma per i danni che sorgono dalle
semplici anomalie, abbiamo ampie compensazioni. Altri Stati possiedono
Costituzioni scritte, belle di maggior simmetria; ma a nessuna altra
società è finora venuto fatto di armonizzare la rivoluzione con la
prescrizione, il progresso con la stabilità, l’energia della giovinezza
con la maestà d’un’antichità immemorabile.

Non per tanto, cotesto gran bene ha seco parecchi inconvenienti; uno
de’ quali sta in questo, che le fonti delle nostre nozioni, in quanto
alla nostra antica storia, sono state avvelenate dallo spirito di
parte. Non essendovi paese in cui, come in Inghilterra, gli uomini di
Stato si siano lasciati tanto trascinare dalla influenza del passato,
così non vi è paese in cui gli storici si siano lasciati, come i
nostri, condurre dall’influenza del presente. A vero dire, fra queste
due cose è naturale connessione. Dove la storia viene considerata
semplicemente come una pittura della vita e de’ costumi, come una
raccolta di esperimenti da cui si possano trarre massime generali
di sapienza civile, lo scrittore non è grandemente soggetto alla
tentazione di rappresentare sfigurati i fatti seguiti in un’epoca che
non è la sua: ma dove la storia viene considerata come un santuario
in cui si custodiscono i titoli dai quali pendono i diritti de’
governi e delle nazioni, gl’incentivi a falsificare i fatti diventano
pressochè irresistibili. Uno scrittore francese oggimai non è mosso
da nessun potente interesse ad esagerare o a spregiare la potenza de’
re della casa di Valois. I privilegii degli Stati Generali, degli
Stati della Bretagna, degli Stati della Borgogna, sono oramai cose
di piccola importanza pratica, come lo sarebbe la Costituzione del
Sinedrio Giudaico o del Consiglio degli Anfizioni. L’abisso d’una
grande rivoluzione divide compiutamente il nuovo dal vecchio sistema.
Nessuno abisso simigliante divide in due parti distinte la esistenza
della nazione inglese. Le leggi e le consuetudini nostre non sono
state mai trascinate dall’impeto d’una generale e irreparabile rovina.
Presso noi l’autorità del medio evo è tuttavia autorità valida, e viene
tuttavia citata, nelle più gravi occasioni, da’ più eminenti uomini di
Stato. Diffatti, allorchè il re Giorgio III cadde in quella infermità
che lo rese incapace di esercitare le regie funzioni, e i più insigni
giureconsulti ed uomini politici opinavano diversamente intorno al
partito da prendersi in cosiffatte circostanze, il Parlamento non
volle procedere alla discussione di nessun progetto di reggenza,
finchè non fossero stati raccolti e posti in ordine tutti gli esempi
reperibili nei nostri annali fino dai primissimi tempi della monarchia.
Si elessero Commissioni per frugare negli antichi ricordi del regno.
Il primo esempio trovato fu quello del 1217; furono considerati come
importantissimi gli esempi del 1326, del 1377 e del 1422; ma il caso
che venne giudicato come argomento atto a sciogliere la questione fu
quello del 1455. In tal guisa, nella patria nostra, i più solenni
interessi de’ partiti si sono appoggiati su’ resultamenti delle
investigazioni degli antiquari; e fu conseguenza inevitabile che i
nostri antiquari eseguissero le investigazioni loro mossi dallo spirito
di parte.

E però non è maraviglia che coloro i quali hanno scritto intorno
a’ limiti della prerogativa e alla libertà della vecchia politica
d’Inghilterra, si siano generalmente mostrati non giudici, ma rabbiosi
e poco sinceri avvocati, come quelli che discutevano non di cose
speculative, ma di cose che avevano relazione diretta e pratica con le
più gravi e calde dispute de’ tempi loro. Dal cominciare della lunga
lotta fra il Parlamento e gli Stuardi, fino al tempo in cui le pretese
degli Stuardi più non furono formidabili, poche questioni erano più
praticamente importanti di quella nella quale trattavasi di stabilire
se il governo, così come era stato da quelli amministrato, fosse o no
conforme all’antica Costituzione del reame. La questione non potevasi
sciogliere soltanto giusta gli esempi tratti da ricordi de’ regni
precedenti. Bracton e Fleta, lo Specchietto di giustizia, gli atti del
Parlamento, vennero studiosamente frugati, onde trovare pretesti ad
attenuare gli eccessi della Camera Stellata da un canto, e dell’Alta
Corte di giustizia dall’altro. Per lungo ordine d’anni, ogni storico
Whig affaccendossi a provare che l’antico governo inglese era poco meno
che repubblicano, ed ogni storico Tory voleva stabilire che esso era
poco meno che dispotico.

Animati da tali sentimenti, entrambi frugavano dentro i cronisti del
medio evo; entrambi trovavano agevolmente ciò che andavano cercando; e
tutti ostinavansi a non vedervi altro che le cose di cui correvano in
traccia. I difensori degli Stuardi potevano di leggieri addurre esempi
di re che avevano oppressi i sudditi; i difensori delle Teste–Rotonde
potevano con uguale agevolezza produrre esempi di resistenza, opposta
con buon esito, alla corona.

I Tories citavano da antiche scritture espressioni servili tanto,
quanto quelle che si udivano pronunziare dal pulpito di Mainwaring. I
Whigs scoprivano espressioni audaci e severe come quelle che Bradshaw
faceva risuonare dal banco de’ giudici. Gli uni adducevano numerosi
esempi in cui i re avevano estorti danari da’ popoli senza l’autorità
del Parlamento; gli altri citavano casi ne’ quali il Parlamento aveva
assunto il potere di punire i re. Coloro che vedevano mezza la verità
della questione, avrebbero voluto concludere che i Plantageneti erano
stati assoluti come i sultani di Turchia; coloro che ne vedevano
l’altra metà, avrebbero voluto concludere che i Plantageneti avevano
avuto tanto poco potere, quanto ne avevano i dogi di Venezia: ed
ambedue coteste conclusioni aberravano egualmente discoste dal vero.

XV. Il vecchio governo inglese apparteneva alla classe delle monarchie
limitate, che nel medio evo sorsero nell’Europa Occidentale; e non
ostante che l’una dall’altra differissero non poco, avevano tutte una
forte somiglianza di famiglia. Che vi sia stata cotal somiglianza, non
è cosa strana; perocchè i paesi in cui sorsero quelle monarchie erano
già provincia del medesimo impero grande e incivilito, ed erano stati
invasi e conquistati da’ medesimi popoli rozzi ed agguerriti. Erano
vincolati dalla stessa credenza religiosa, e congiunti in una medesima
grande coalizione contro l’Islamismo. Il loro ordinamento politico
quindi prese naturalmente la medesima forma, dacchè le loro istituzioni
in parte erano derivate da Roma imperiale, in parte da Roma papale,
in parte dalla antica Germania. Tutti avevano re, e presso tutti la
dignità regia divenne a poco a poco strettamente ereditaria. Tutti
avevano nobili, decorati di titoli che in origine indicavano il grado
militare. La dignità della cavalleria e le regole del blasone erano
comuni a tutti. Tutti avevano stabilimenti ecclesiastici riccamente
dotati, corporazioni municipali godenti larghe franchigie, e senati il
cui consenso era necessario alla validità di certi atti pubblici.

XVI. Di tutte coteste Costituzioni affini, la inglese venne fin
d’allora giudicata la migliore. Non è dubbio che le prerogative
del sovrano fossero estese. Lo spirito religioso e il cavalleresco
concorrevano ad esaltarne la dignità. L’olio sacro era stato sparso sul
suo capo; e i cavalieri più nobili e più valorosi non si reputavano
degradati inginocchiandoglisi dinanzi. La sua persona era inviolabile;
egli solo aveva diritto di convocare gli Stati del Regno e di
disciorli; e il suo assenso era indispensabile a tutti i loro atti
legislativi. Egli era il capo del potere esecutivo, il solo organo di
comunicazione co’ potentati stranieri, il comandante delle milizie di
terra e di mare, la sorgente d’onde emanavano la giustizia, la grazia
e l’onorificenza. Aveva estesi poteri per regolare il commercio:
coniava la moneta, determinava i pesi e le misure, stabiliva i porti e
i mercati. Il suo patronato ecclesiastico era immenso; le sue rendite
ereditarie, amministrate economicamente, bastavano a sostenere le spese
ordinarie del governo. Vastissimi erano i suoi propri possedimenti:
egli era anzi signore feudale di tutto il suolo del suo regno, e come
tale possedeva numerosi diritti lucrativi e formidabili, per mezzo de’
quali egli poteva domare coloro che gli erano avversi, arricchire e far
grandi, senza suo detrimento, coloro che gli erano bene affetti.

XVII. Ma il suo potere, quantunque ingente, era limitato da tre grandi
principii costituzionali; cotanto antichi, che nessuno poteva indicare
il tempo in cui cominciarono ad esistere; e talmente potenti, che il
loro naturale sviluppo, continuato per lungo ordine d’anni, ha prodotto
le condizioni politiche nelle quali oggimai l’Inghilterra si trova.

Primamente, il re non poteva fare legge alcuna senza il consenso del
Parlamento.

In secondo luogo, non poteva imporre tasse senza il consenso del
Parlamento.

Da ultimo, egli era tenuto a condurre l’amministrazione esecutiva
secondo le leggi del paese, della violazione delle quali dovevano
rispondere al popolo i consiglieri e gli agenti del principe.

Nessun Tory, purchè fosse sincero, potrebbe negare che cotesti
principii avevano, cinquecento anni fa, acquistato autorità di regole
fondamentali. Dall’altro canto, nessun Whig, egualmente schietto,
potrebbe affermare che essi fossero, fino ad una epoca più tarda,
purificati d’ogni ambiguità, o spinti fino a tutte le loro naturali
conseguenze. Una Costituzione nata nel medio evo non era, come una
Costituzione del decimottavo o decimonono secolo, creata intieramente
in un solo atto, e rinchiusa in un solo documento. Egli è soltanto
in un’età culta ed incivilita che la politica può istituirsi sopra
un sistema. Nelle società rozze il progresso del governo somiglia al
progresso del linguaggio e della versificazione. Le società rozze hanno
una lingua, e spesso copiosa ed energica; ma non hanno grammatica
scientifica, non definizioni di nomi e di verbi, non vocaboli per
le declinazioni, pei modi, pei tempi. Le rozze società hanno una
versificazione, e spesso vigorosa ed armonica; ma non hanno leggi di
ritmo; e il menestrello, i canti del quale, armonizzati dalla sola
squisitezza dell’udito, formano il diletto de’ popoli, non saprebbe
spiegare di quanti dattili o trochei consti ciascuno de’ suoi versi.

Come la eloquenza esiste innanzi la sintassi e il canto innanzi
la prosodia, così il governo può esistere in grado d’eccellenza
lungo tempo avanti che i limiti de’ poteri legislativo, esecutivo e
giudiciario, vengano segnati con precisione.

XVIII. E ciò appunto è seguito nel nostro paese. La linea che
circoscriveva la regia prerogativa, tuttochè, generalmente parlando,
fosse abbastanza chiara, non era stata in ogni parte tirata con
accuratezza o precisione. E però, sull’orlo del terreno assegnatole
vi era qualche spazio disputabile, dove seguitarono a succedere
invasioni e rappresaglie, finchè, dopo anni ed anni di lotta, furono
stabiliti segni evidenti e durabili. Sarebbe pregio dell’opera notare
in che modo, e fino a qual punto, i nostri antichi sovrani avessero
l’abitudine di violare i tre grandi principii che proteggevano le
libertà nazionali.

Nessuno de’ re d’Inghilterra ha mai preteso arrogarsi tutto il potere
legislativo. Il più violento dei Plantageneti non si reputò mai
competente a decretare, senza il consentimento del suo Gran Consiglio,
che un _giury_ si dovesse comporre di dieci individui invece di dodici,
che la dote d’una vedova dovesse essere la quarta parte del patrimonio
invece della terza, che lo spergiuro dovesse reputarsi delitto di
fellonia, e che la consuetudine di dividere gli averi in parti uguali
fra i maschi d’una famiglia dovesse introdursi nella contea di York.[2]
Ma il re aveva il potere di perdonare i colpevoli; e vi è un punto in
cui il potere di perdonare e quello di far leggi sembrano di leggeri
confondersi fra loro. Uno statuto penale viene virtualmente annullato,
se le penalità che esso impone sono regolarmente rimesse ogni
qualvolta vi è luogo ad applicarle. Il sovrano, senza alcun dubbio,
era competente a condonare le punizioni, e in ciò il suo diritto non
aveva limiti; e per tal ragione, egli poteva annullare virtualmente
uno statuto penale. Sembrerebbe che non vi fossero serie obiezioni a
lasciargli fare formalmente ciò che virtualmente poteva fare. In tal
guisa, con l’aiuto di giureconsulti sottili e cortigiani, formossi,
sul confine dubbio che separa le funzioni legislative dalle esecutive,
quella grande anomalia che chiamasi potestà di dispensare.

Che il re non potesse imporre tasse senza il consenso del Parlamento,
generalmente si ammette essere stata, da tempo immemorabile, legge
fondamentale della monarchia inglese. Era uno degli articoli che
i Baroni costrinsero il re Giovanni a firmare. Eduardo I tentò di
violare quella legge; ma, nonostante che fosse uomo destro, potente
e popolare, trovò tale opposizione che gli parve utile di cedere.
Promise quindi in termini espressi, a nome di sè e de’ suoi eredi, che
nessuno di loro avrebbe mai imposto balzelli di veruna specie senza
l’assenso e la libera volontà degli Stati del regno. Il suo potente
e vittorioso nipote provossi di infrangere cotesto patto solenne; ma
trovò validissima resistenza. Finalmente, i Plantageneti, disperati di
riuscirvi, rinunziarono a cotali pretese. Ma, comecchè fossero avvezzi
ad infrangere la legge apertamente, studiaronsi, secondo le occasioni,
eludendola, di estorcere temporaneamente delle somme straordinarie. Era
loro inibito di imporre tasse, ma reclamarono il diritto di chiedere e
di tôrre in prestito. E però talvolta chiesero con un linguaggio tale,
da non distinguersi dall’espressione di un comando; e tal’altra tolsero
in prestito con poco pensiero di rendere. Ma il solo fatto di stimar
necessario il mascherare simiglianti esazioni sotto nome di donativi
o di prestiti, prova a sufficienza che l’autorità del gran principio
costituzionale era universalmente riconosciuta.

Il principio che il re d’Inghilterra era tenuto a condurre
l’amministrazione secondo la legge, e che qualora egli facesse alcuna
cosa contro la legge, i suoi consiglieri ed agenti erano responsabili,
fu stabilito ne’ tempi primitivi della Costituzione; come ne sono
prova bastevole i severi giudizi pronunziati ed eseguiti contro molti
favoriti del principe. Non per tanto, gli è certo che i diritti degli
individui vennero spesso violati dai Plantageneti, e che le parti
offese spesso furono nella impossibilità di ottenere giustizia. Secondo
la legge, la tortura, che è una macchia della romana giurisprudenza,
non poteva, in nessun caso, essere inflitta ad un suddito inglese.
Nondimeno, nelle turbolenze del secolo decimoquinto, la tortura venne
introdotta nella Torre di Londra, e, secondo le occasioni, se ne
faceva uso sotto pretesto di necessità politica. Ma sarebbe grave
errore inferire da siffatte irregolarità, che i monarchi d’Inghilterra
fossero, in teoria o in pratica, assoluti. Noi viviamo in una società
altamente incivilita, in cui le nuove sono così rapidamente propagate
per mezzo della stampa e degli uffici postali, che ogni qualunque
atto notorio d’oppressione commesso in qualunque parte della nostra
isola viene, in poche ore, discusso da milioni d’uomini. Se un sovrano
inglese facesse oggimai murar vivo dentro una parete un suddito, in
aperta violazione dell’_Habeas corpus_, o mettere un cospiratore alla
tortura, tal nuova elettrizzerebbe in un attimo l’intiera nazione.

Nel medio evo le condizioni della società erano grandemente diverse.
Rade volte e con molta difficoltà i torti fatti agli individui
pervenivano a cognizione del pubblico. Un uomo poteva illegalmente
essere confinato per molti mesi nel castello di Carlisle e di Norwich,
senza che nè anche un bisbiglio della cosa arrivasse in Londra. È molto
probabile che la tortura fosse stata in uso molti anni innanzi che la
gran maggioranza della nazione ne concepisse il minimo sospetto. Nè
i nostri antichi erano in nessun modo così gelosi, come siamo noi,
dell’importanza di osservare le grandi regole generali. L’esperienza
ci ha insegnato che non possiamo senza pericolo patire che passi
in silenzio la minima violazione dello Statuto. E perciò ormai
universalmente si pensa che un governo il quale senza necessità ecceda
i suoi poteri, debba essere colpito di severa censura parlamentare;
e che un governo, il quale, spinto da una grande urgenza e da
intenzioni pure, ecceda i suoi poteri, debba senza indugio rivolgersi
al Parlamento per un atto d’indennità. Ma non era tale il sentire
degl’Inglesi de’ secoli decimoquarto e decimoquinto. Essi erano poco
disposti a contendere per un principio semplicemente come principio, ed
a biasimare una irregolarità che non era reputata atto d’oppressione.
Finchè lo spirito generale del governo mantenevasi mite e popolare,
erano proni ad accordare qualche latitudine alle azioni del loro
sovrano. Se per uno scopo che si reputasse sommamente lodevole, egli
faceva uso di un vigore che travarcava i confini segnati dalla legge,
essi non solo gli perdonavano, ma lo applaudivano; e mentre godevano
sicurezza e prosperità sotto il suo imperio, erano solleciti a credere
che chiunque fosse incorso nella sua collera, ne era stato meritevole.
Ma siffatta indulgenza aveva anche un limite; nè era savio quel
principe che affidavasi sulla tolleranza del popolo inglese. Potevano
talvolta concedergli ch’ei trapassasse la linea costituzionale; ma dal
canto loro reclamavano il privilegio di trapassarla anch’essi tutte le
volte che le sue usurpazioni erano tali da svegliare sospetto negli
animi di tutti. Se, non contento di opprimere di quando in quando
qualche individuo, osava opprimere le popolazioni, i suoi sudditi
subitamente appellavansi alla legge; e riuscendo infruttuoso cotale
appello, ricorrevano, senza mettere tempo in mezzo, al Dio delle
battaglie.

XIX. Potevano, a dir vero, tollerare in un re pochi eccessi; perocchè
potevano sempre appigliarsi al partito di opporgli un ostacolo,
che tosto conducesse alla ragione il più fiero e superbo dei
principi,—l’ostacolo della forza fisica. Torna difficile ad un inglese
del secolo decimonono immaginare la facilità e prestezza con che,
quattrocento anni fa, tale specie d’ostacolo operasse. Oggigiorno i
popoli sono disavvezzi dall’uso delle armi; l’arte della guerra è stata
condotta ad una perfezione ignota ai nostri antenati, la conoscenza
della quale è circoscritta in una classe peculiare d’individui.
Centomila soldati, ben disciplinati e guidati da esperti capitani,
bastano a domare parecchi milioni d’artigiani e di contadini. Pochi
reggimenti di milizie cittadine servono ad impaurire ed attutire gli
spiriti di una vasta metropoli. Frattanto, lo effetto del continuo
progresso della ricchezza è stato quello di rendere la insurrezione
più temibile di quello che sia la cattiva amministrazione. Immense
somme sono state spese in opere che, nel caso di uno scoppio repentino
di ribellione, potrebbero tra poche ore reprimerla. La massa della
ricchezza mobile cumulata nelle botteghe e ne’ magazzini di Londra, da
sè sola sorpassa cinquecento volte quella che tutta l’isola conteneva
ne’ giorni dei Plantageneti; e se il governo venisse rovesciato dalla
forza materiale, tutta cotesta ricchezza mobile sarebbe esposta
all’imminente rischio di spoliazione e di distruzione. Sarebbe anche
maggiore il pericolo del credito pubblico, da cui direttamente dipende
la sussistenza di migliaia di famiglie, ed a cui inseparabilmente
va connesso il credito di tutto il mondo commerciale. Non sarebbe
esagerazione affermare, che una settimana di guerra civile in
Inghilterra oggidì produrrebbe tali disastri, che i suoi effetti,
facendosi sentire da Hoangho fino al Missouri, si riconoscerebbero
per il corso d’un secolo. In simili condizioni sociali, è d’uopo
considerare la resistenza come un sistema di cura più disperata di
qualunque infermità potesse affliggere lo Stato.

Nel medio evo, all’incontro, la resistenza era un rimedio ordinario ai
mali politici; rimedio che era sempre pronto, e comunque di certo fosse
amaro in sul momento, non produceva profonde e durevoli conseguenze
sinistre. Se un capopopolo alzava il proprio vessillo per la causa del
popolo, in un solo giorno poteva raccogliere una armata irregolare;
dacchè di regolari non ve n’era nessuna. Ciascun uomo aveva una certa
conoscenza della professione del soldato, ma null’altro più che una
leggiera conoscenza. La ricchezza nazionale consisteva principalmente
in greggi ed armenti, nelle ricolte dell’anno, e nelle semplici
abitazioni dentro le quali s’annidavano le genti. Tutte le masserizie,
gli arnesi delle botteghe, le macchine reperibili nel reame, erano di
minor valore di quello che sia ciò che qualche parrocchia dei giorni
nostri contiene. Le manifatture erano rozze, il credito quasi nullo.
La società quindi si riaveva dal colpo, subito appena cessato il
conflitto. Le calamità della guerra civile limitavansi alle stragi
che seguivano nel campo di battaglia, ed a poche punizioni capitali o
confische. In meno d’una settimana dopo, il contadino ripigliava il suo
aratro, e il gentiluomo sollazzavasi a mandare in aria il falcone ne’
campi di Towton, o di Bosworth, come se nessun evento straordinario
fosse sopraggiunto ad interrompere il corso regolare della vita umana.

Oramai sono trascorsi centosessanta anni, dacchè il popolo inglese
rovesciò con forza il governo del paese. Ne’ cento e sessanta anni che
precessero la unione delle due Rose, regnarono in Inghilterra nove
re, sei dei quali vennero cacciati dal trono, cinque vi perderono la
corona e la vita. Per la quale cosa, egli è evidente che il paragonare
la nostra politica antica alla moderna deve inevitabilmente condurre
alle più erronee conclusioni, qualora non si conti per molto l’effetto
di quelle restrizioni che la resistenza, o la paura della resistenza,
imponeva sempre ai Plantageneti. E poichè i nostri antichi avevano
contro la tirannide una importantissima guarentigia che a noi manca,
potevano porre in non cale quelle tali guarentigie che noi stimiamo
di grandissimo momento. Non potendo noi, senza il pericolo di danni
da’ quali rifugge la nostra immaginazione, adoperare la forza fisica
come un ostacolo contro il mal governo, è per noi cosa evidentemente
saggia essere gelosissimi di tutti i poteri costituzionali raffrenanti
il mal governo; spiare scrupolosamente ogni principio d’usurpazione;
e non patire mai che nessuna irregolarità, quand’anche fosse d’indole
innocua, passi senza essere combattuta, ove non possa allegare a
favor suo l’esempio di atti precedenti. Quattrocento anni indietro
questa minuta vigilanza poteva non essere necessaria. Una nazione
d’intrepidi arcieri e lancieri poteva, con poco periglio delle sue
libertà, mostrarsi connivente a qualche atto illegale nella persona di
un principe, del quale l’amministrazione fosse generalmente buona, e il
trono non difeso nè anche da una compagnia di soldati regolari.

Sotto tale sistema, comunque possa sembrare rozzo in paragone di quelle
elaborate Costituzioni che sono sorte negli ultimi settant’anni,
gl’Inglesi godevano ampia misura di libertà e felicità. Tuttochè
sotto il debole regno di Enrico VI lo Stato fosse lacerato prima
dalle fazioni e poscia dalla guerra civile; tuttochè Eduardo IV fosse
principe d’indole dissoluta e superba; tuttochè Riccardo III venga
generalmente rappresentato come mostro di scelleraggine; tuttochè
le esazioni di Enrico VII gettassero il paese nella miseria;—egli è
certo che gli avi nostri, sotto tali re, erano governati meglio de’
Belgi sotto Filippo soprannominato il Buono, e de’ Francesi sotto quel
Luigi che veniva chiamato padre del popolo. Anche mentre le guerre
delle Rose infuriavano, e’ pare che il nostro paese sia stato in
condizioni migliori che non erano i reami a noi vicini negli anni di
pace profonda. Comino era uno dei più illuminati uomini di Stato de’
tempi suoi. Aveva veduto le più ricche ed altamente civili regioni del
continente; era vissuto nelle città opulente delle Fiandre, che possono
chiamarsi le Manchester e le Liverpool del secolo decimoquinto; avea
visitato Firenze, di fresco abbellita dalla magnificenza di Lorenzo
de’ Medici, e Venezia non ancora umiliata dalla Lega di Cambray.
Questo uomo egregio scrisse deliberatamente, l’Inghilterra essere il
paese meglio governato fra tutti quelli di cui egli avesse conoscenza;
mostrò enfaticamente la Costituzione inglese come una cosa giusta e
santa, la quale mentre proteggeva il popolo, rinvigoriva il braccio del
principe che la rispettava. In nessun altro Stato, egli diceva, gli
uomini erano tanto efficacemente guarentiti d’ogni torto. Le calamità
originate dalle nostre guerre intestine gli sembravano toccare solo i
nobili e i combattenti, e non lasciare vestigia simili a quelle che
egli era avvezzo ad osservare altrove; non rovine di edifizi, non città
spopolate.

XX. E’ non fu solo per la efficacia delle predette restrizioni, imposte
alla prerogativa regia, che le sorti dell’Inghilterra procedessero
più prospere di quelle degli Stati vicini. Una peculiarità di pari
importanza, comunque meno avvertita, consisteva nella relazione tra i
nobili e il popolo. Vi era una forte aristocrazia ereditaria, ma di
tutte le aristocrazie ereditarie era la meno insolente ed esclusiva.
Non aveva affatto l’invido carattere d’una casta. Riceveva nel proprio
seno individui dell’ordine popolare; mandava individui dell’ordine
proprio in seno de’ popolani. Ogni gentiluomo poteva diventar Pari; il
figlio più giovane di un Pari non era se non un semplice gentiluomo.
I nipoti de’ Pari lasciavano la precedenza a’ cavalieri novellamente
creati. La dignità di cavaliere non era inaccessibile a qualunque uomo
il quale potesse per la diligenza e i guadagni formarsi uno stato, o
farsi ammirare pel suo valore in una battaglia o in un assedio. La
figlia di un duca, anche di un duca di sangue reale, non reputavasi
degradata maritandosi a un distinto popolano. Difatti, sir Giovanni
Howard sposò la figliuola di Tommaso Mowbray duca di Norfolk; sir
Riccardo Pole sposò la contessa di Salisbury, figlia di Giorgio, duca
di Clarence. Il sangue puro in verità era tenuto in pregio; ma tra il
sangue puro e i privilegii della paría non eravi, a grande ventura
della patria nostra, necessaria connessione. Le antiche genealogie,
non meno che i vecchi blasoni, potevano trovarsi fuori e dentro della
camera de’ lordi. Eranvi uomini nuovi che discendevano da cavalieri che
portavano i più alti titoli; v’erano uomini senza titoli, che avevano
vinte le armi sassoni alla battaglia di Hastings, e scalate le mura di
Gerusalemme. Vi erano Bohuns, Mowbrays, De Veres; eranvi parenti della
famiglia dei Plantageneti, senza altro titolo che quello di scudiere
(_esquire_), e senza altri privilegii che quelli che godeva ogni colono
o padrone di bottega. Non v’era, dunque, tra noi limite simile a quello
che in taluni paesi divideva l’uomo patrizio dal plebeo. Il popolano
non aveva ragione di mormorare d’una dignità alla quale i suoi figli
potevano elevarsi. Il signore non era tentato d’insultare una classe
alla quale i suoi figli dovevano discendere.

Dopo le guerre tra la casa di York e quella di Lancaster, gli anelli
della catena che univa i nobili ai popolani, divennero più numerosi che
mai. Fino a che punto la distruzione colpisse la vecchia aristocrazia,
può dedursi da una sola circostanza. Nel 1451, Enrico VI chiamò al
parlamento cinquantatre lordi secolari. I lordi secolari convocati
da Enrico VII al parlamento del 1485, furono soltanto ventinove, de’
quali ventinove parecchi erano stati di recente elevati alla paría. Nel
corso del secolo susseguente, i pari vennero in gran numero scelti fra
mezzo ai gentiluomini. La costituzione della Camera de’ Comuni tendeva
grandemente a promuovere la salutare mistura delle classi. Il cavaliere
della contea era l’anello intermedio fra il barone e il trafficante.
Sul medesimo banco su cui sedevano gli orefici e i droghieri, i quali
erano stati mandati al Parlamento dalle città commerciali, sedevano
parimente i membri che in qualunque altro paese sarebbero stati
chiamati nobili, e lordi ereditarj, che avevano il diritto di tenere
corti e portare arme, e potevano far risalire la loro discendenza a
molte generazioni anteriori. Parecchi di loro erano figli cadetti e
fratelli di grandi lordi; altri potevano perfino gloriarsi d’essere
discendenti di sangue regale. Finalmente, il figlio maggiore di un
conte di Bedford, insignito, per grazia, del secondo titolo del proprio
genitore, si offerse come candidato nella Camera de’ Comuni, e il suo
esempio venne seguito da altri. Sedenti in quella Camera, gli eredi de’
grandi del regno naturalmente divennero gelosi dei suoi privilegii, al
pari del più umile borghese che sedeva loro accanto. In tal modo la
nostra democrazia fu, sino da’ primi tempi della costituzione, la più
aristocratica, e la nostra aristocrazia la più democratica del mondo:
peculiarità caratteristica che si è mantenuta fino ai dì nostri, e che
si è fatta cagione d’importantissime conseguenze morali e politiche.

XXI. Il governo di Enrico VII, di suo figlio e de’ suoi nipoti, fu,
generalmente considerandolo, più arbitrario di quello de’ Plantageneti.
Fino a un certo segno, la ragione di siffatta differenza si potrebbe
trovare nel carattere personale di que’ principi; poichè gli uomini
egualmente che le donne della casa de’ Tudors furono coraggiosissimi
e forti. Esercitarono il potere per lo spazio di centoventi anni,
sempre con vigore, spesso con violenza, talvolta con crudeltà. Imitando
la dinastia che li aveva preceduti, di quando in quando invasero i
diritti degli individui, riscossero tasse sotto nome di prestiti e
di donativi, dispensarono le pene inflitte dalle leggi; e quantunque
non presumessero mai di promulgare di propria autorità nessun decreto
permanente, secondo l’occasione si arrogarono il diritto, quando il
Parlamento non era in sessione, di far fronte con editti temporanei
a’ temporanei bisogni. Egli era, nondimeno, impossibile ai Tudors di
opprimere il popolo al di là di certi limiti; poichè non avevano
forza armata, ed erano circondati da un popolo armato. La reggia era
guardata da pochi famigliari, che potevano essere agevolmente sconfitti
dalla popolazione di una sola contea, o d’un solo quartiere della
città di Londra. Cotesti principi alteri erano, dunque, soggetti ad
un freno più forte d’ogni qualunque altro potesse essere loro imposto
dalle semplici leggi; ad un freno che, a dir vero, non li impediva
dal trattare arbitrariamente e perfino barbaramente un individuo, ma
che efficacemente guarentiva il paese contro una generale e perpetua
oppressione. Potevano impunemente essere tiranni dentro la propria
corte, ma era loro necessario sorvegliare con perpetua ansietà il
sentire della nazione. Enrico VIII, a modo d’esempio, non trovò
ostacolo allorquando gli piacque di mandare Buckingham e Surrey,
Anna Bolena e Lady Salisbury, al patibolo. Ma allorquando, senza
l’assenso del Parlamento, chiese ai suoi sudditi una contribuzione
che equivaleva a un sesto de’ loro averi, gli fu forza ritirare la
domanda. Il grido di migliaia e migliaia fu, che essi erano Inglesi e
non Francesi, uomini liberi e non schiavi. In Kent i commissari regi
fuggirono per salvare la vita; in Suffolk quattro mila uomini presero
le armi e mostraronsi. In quella contea i luogotenenti del re invano si
sforzarono di formare un esercito. Coloro che non parteciparono alla
insurrezione, dichiararono di non volere, in quel litigio, combattere
contro i loro fratelli. Enrico, superbo e caparbio com’egli era, si
astenne, non senza ragione, d’impegnarsi in un conflitto con lo spirito
desto della nazione. Gli stava dinanzi lo sguardo il fato de’ suoi
predecessori, che avevano perduta la vita in Berckeley e Pomfret.
Non solo soppresse le sue illegali commissioni; non solo concesse un
perdono generale a tutti i malcontenti; ma pubblicamente e solennemente
fece una apologia, a giustificarsi d’avere infrante le leggi.

La sua condotta, in tal occasione, sparge piena luce su tutta la
politica della sua dinastia. Il carattere de’ principi di quella casa
era violento, il loro spirito altiero; ma essi intendevano l’indole
della nazione sulla quale regnavano, e neanche una volta, a simiglianza
de’ loro predecessori e di taluni de’ loro successori, condussero
l’ostinatezza fino a un punto fatale. La discrezione de’ Tudors era
tale, che il loro potere, tuttochè venisse spesse volte avversato,
non fu distrutto giammai. Il regno di ciascuno di loro fu disturbato
da formidabili malumori; ma il governo riuscì sempre o a calmare
gli ammutinati, o a soggiogarli e punirli. Talvolta, per mezzo di
concessioni fatte in tempo debito, gli riuscì di schivare le ostilità
interne; ma, generalmente parlando, stette fermo, e invocò l’aiuto
della nazione. La nazione ubbidì alla chiamata, si affollò attorno al
sovrano, e gli prestò man forte ad infrenare la minoranza malcontenta.

In tal guisa, dall’epoca d’Enrico III fino a quella d’Elisabetta,
l’Inghilterra crebbe e fiorì sotto una politica che conteneva il germe
delle nostre istituzioni presenti, e la quale, benchè non fosse molto
esattamente definita o molto esattamente osservata, fu nondimeno
efficacemente impedita di degenerare in dispotismo, pel rispettoso
timore che lo spirito e la forza de’ governati incuteva, ai governanti.

Ma tale politica conviene solamente ad uno stadio peculiare nel
progresso della società. Le stesse cagioni che producono la divisione
del lavoro nelle arti pacifiche, è mestieri che in fine facciano
della guerra una scienza ed un traffico a parte. Arriva il tempo in
cui l’uso delle armi comincia ad occupare intieramente l’attenzione
d’una classe di uomini. Subito dopo, chiaro si mostra che, i contadini
e i borghesi, tuttochè valorosi, non valgono a resistere ai vecchi
soldati, i quali spendono tutta la loro vita ad apparecchiarsi pel dì
della battaglia, diventano, pel lungo uso, impavidi ai perigli delle
armi, e si muovono con la precisione di una macchina. S’intende allora
che la difesa delle nazioni non può più essere sanamente affidata a
guerrieri tratti dall’aratro per una campagna di quaranta giorni. Se
uno stato forma un grande esercito regolare, gli stati limitrofi è
forza che ne imitino lo esempio, o si sottomettano al giogo straniero.
Ma dove esiste un grande esercito regolare, la monarchia limitata,
quale era nel medio evo, non può più esistere. Il sovrano si è già
emancipato dal freno che restringeva il suo potere; ed inevitabilmente
diventa assoluto, qualvolta non sia soggetto a limitazioni forti, che
sarebbero superflue in una società in cui tutti sieno soldati secondo
l’occasione, e nessuno permanentemente.

XXII. Con siffatto pericolo vennero anche i mezzi di evitarlo.
Nelle monarchie del medio evo, il potere della spada apparteneva al
principe, ma il potere della borsa apparteneva alla nazione; e il
progresso dell’incivilimento, come rese la spada del principe sempre
più formidabile alla nazione, così rese la borsa della nazione sempre
più necessaria al principe. Le sue rendite ereditarie non sarebbero
più bastate nè anche per le spese del governo civile. Fu all’atto
impossibile che, senza un regolare e vasto sistema di tassazione, egli
tenesse in continua efficienza un gran corpo di milizie disciplinate.
La politica che le assemblee parlamentari di Europa avrebbero dovuto
adottare, era quella di afforzarsi fermamente sul loro diritto
costituzionale di concedere o rifiutare le imposte, e risolutamente
negare la pecunia per mantenere le armate, finchè non si fossero
stabilite ampie garanzie contro il dispotismo.

Cotesta saggia politica fu adottata solamente nel nostro paese. Negli
stati vicini formaronsi de’ grandi stabilimenti militari, senza creare
nuove difese a pro’ della pubblica libertà; e la conseguenza fu questa,
che le antiche istituzioni parlamentari si spensero dappertutto. In
Francia, dove sempre erano state fiacche, languirono, e finalmente
perirono di semplice debolezza. In Ispagna, dove erano state forti
quanto in qualunque altro stato d’Europa, combatterono fieramente per
la vita e per la morte, ma combatterono troppo tardi. Gli artigiani
di Toledo e di Valladolid invano difesero i privilegi delle cortes
castigliane contro le legioni de’ veterani di Carlo V. Invano, nella
susseguente generazione, i cittadini di Saragozza resistettero a
Filippo II, onde difendere la vecchia costituzione d’Aragona. Uno dopo
l’altro, i consigli nazionali delle monarchie continentali, consigli
che un tempo erano quasi egualmente alteri e potenti che quelli di
Westminster, caddero in maggiore impotenza. Se si adunavano, adunavansi
unicamente come oggidì si aduna la nostra Convocazione Ecclesiastica,
voglio dire per osservanza di alcune forme venerande.

XXIII. In Inghilterra gli eventi ebbero un corso ben differente.
Innanzi la fine del secolo decimoquinto, i grandi stabilimenti militari
erano indispensabili alla dignità, ed anche alla salvezza delle
monarchie Francese e Spagnuola. Se alcuna di queste due potenze si
fosse disarmata, sarebbe stata subito dopo costretta a sottomettersi
alla dittatura dell’altra. Ma l’Inghilterra, protetta dal mare
contro la invasione, e rade volte implicata in imprese guerresche
sul continente, non aveva peranche il bisogno di mantenere truppe
regolari. I secoli decimosesto e decimosettimo la trovarono ancora
priva d’un esercito stanziale. Sul principio del decimosettimo, la
scienza politica aveva fatti considerevoli progressi. Le sorti delle
cortes spagnuole e degli stati generali di Francia avevano dato un
solenne ammonimento ai parlamenti nostri, i quali, comprendendo
appieno la natura e la gravità del pericolo, adottarono in tempo
opportuno un sistema di tattica, che, dopo una lotta continuata per tre
generazioni, finalmente ottenne compiuto successo. Quasi ogni scrittore
che ha trattato di quella lotta, si è studiato di mostrare che il
suo proprio partito era quello che sforzavasi di serbare inalterata
l’antica costituzione. Una legge superiore ad ogni umano sindacato,
aveva dichiarato che non vi sarebbero stati mai più governi di quella
classe peculiare, che ne’ secoli decimoquarto e decimoquinto erano
stati comuni a tutta l’Europa. La questione però non era di vedere se
la nostra politica subirebbe un mutamento, ma di trovare di che natura
dovesse essere siffatto mutamento. L’introduzione di una forza nuova
e potente aveva turbato il vecchio equilibrio, ed aveva trasmutato,
l’una dopo l’altra, le monarchie limitate in assolute. Ciò che è
seguito negli altri Stati sarebbe senza dubbio seguito nel nostro, se
la bilancia non fosse stata rimessa in equilibrio dal gran passaggio
che fece il potere dalla Corona al Parlamento. I nostri principi erano
pressochè giunti ad avere a’ loro comandi quei mezzi di coercizione
che non ebbero mai in poter loro i Plantageneti e i Tudors. Sarebbero
inevitabilmente diventati despoti, se nel tempo medesimo non fossero
stati posti sotto restrizioni, alle quali nessuno de’ Plantageneti o
dei Tudors fu mai sottomesso.

XXIV. E’ sembra certo però, che se non avesse operato alcun’altra
cagione diversa dallo cagioni politiche, il secolo decimosettimo non
sarebbe trascorso senza un feroce conflitto tra i nostri principi e
i loro parlamenti. Ma bene altre cause assai più potenti cooperavano
a produrre il medesimo effetto. Mentre il governo de’ Tudors era nel
suo maggior vigore, seguì un fatto che ha modificate le sorti di tutte
le nazioni cristiane, ed in modo peculiare quelle della Inghilterra.
Nel medio evo, due volte lo spirito dell’Europa erasi innalzato
contro il dominio di Roma.[3] La prima insurrezione eruppe dalla
Francia Meridionale. La energia d’Innocenzo III, lo zelo degli Ordini,
pur allora istituiti, da Francesco e da Domenico, e la ferocia de’
Crociati, che il clero aveva lanciati addosso a un popolo pacifico,
distrusse le chiese Albigesi. La seconda Riforma ebbe origine in
Inghilterra, e si estese alla Boemia. Il Concilio di Costanza, ponendo
freno a parecchi disordini ecclesiastici, che erano di scandalo alla
Cristianità, e i principi europei, adoperando senza misericordia il
ferro e il fuoco contro gli eretici, poterono fermare e rinculare
quel movimento. Nè ciò è da reputarsi un gran male. Le simpatíe di un
protestante, egli è vero, saranno naturalmente a favore degli Albigesi
e dei Lollardi. Nondimeno, un protestante illuminato e temperante
inclinerà forse a dubitare che la vittoria degli Albigesi o dei
Lollardi avrebbe, nello insieme, promosso la felicità e la virtù del
genere umano. Per quanto corrotta fosse la Chiesa di Roma, abbiamo
ragione di credere, che se ella fosse stata rovesciata nel duodecimo o
anche nel quattordicesimo secolo, il suo posto sarebbe stato occupato
da qualche altro sistema anco più corrotto. A quei tempi, nella
maggior parte d’Europa era pochissima istruzione, la quale inoltre
era ristretta dentro i limiti del solo clero. Un solo in cinquecento
uomini laici sapeva intendere un salmo. I libri erano pochi e costavano
molto. L’arte della stampa non era per anche inventata. Esemplari della
Bibbia, per beltà e chiarezza inferiori a quelli che oggi possono
trovarsi in ogni capanna, vendevansi a prezzi che molti de’ preti non
potevano pagare. Era impossibile che i laici studiassero da sè le
Scritture. È quindi probabile che appena essi avessero scosso un giogo
spirituale, se ne sarebbero recato un altro sul collo, e che il potere
già esercitato dal clero e dalla Chiesa di Roma sarebbe passato nelle
mani d’insegnatori molto più tristi. Il secolo decimosesto, in paragone
degli antecedenti, era un’età di luce. Nonostante, anche in quel
secolo stesso un numero considerevole di quelli uomini i quali avevano
abbandonata la vecchia religione, si traevano dietro al primo che,
ispirando loro fiducia, ponevasi a guida, e li trascinava in errori
molto più gravi di quelli cui essi avevano rinunciato. Così a Matthias
e Kniperdoling, apostoli di lussuria, di ladroneccio e d’assassinio,
venne fatto di padroneggiare per qualche tempo parecchie grandi città.
In una età più buia tali falsi profeti avrebbero potuto fondare imperi;
e la Cristianità avrebbe potuto essere traviata in una crudele e
licenziosa superstizione, più nociva non solo del papato, ma dello
stesso islamismo.

Circa cento anni dopo il Concilio di Costanza, s’iniziò quel gran
fatto che, enfaticamente, chiamarono la Riforma. La pienezza dei tempi
era giunta. Il clero non era più oltre il solo e precipuo custode
del sapere. La invenzione della stampa aveva armato il braccio degli
avversanti la Chiesa d’un’arma di cui difettavano i loro predecessori.
Lo studio degli antichi scrittori, il rapido sviluppo delle lingue
moderne, l’operosità insolita con che gli intelletti agitavansi in
ogni ramo di letteratura, le condizioni politiche dell’Europa, i vizi
della Corte Romana, l’esazioni della romana cancelleria, la gelosia con
che i laici naturalmente miravano l’opulenza e i privilegi del clero,
la gelosia con che gli abitatori d’oltr’Alpe naturalmente guardavano
la supremazia dell’Italia; tutte queste cose dettero ai dottori della
nuova teologia un vantaggio, ed essi trovarono e intesero perfettamente
il modo d’usarne.

Coloro i quali sostengono che la influenza della Chiesa di Roma ne’
tempi barbari fosse, parlando generalmente, benefica alla specie
umana, potrebbero, senza taccia della minima incoerenza, considerare
la Riforma come una inestimabile ventura. Il freno che sostiene e
guida il bambino, riuscirebbe d’impedimento all’uomo già fatto. In
simil guisa i mezzi medesimi dai quali la mente umana, in uno stadio
del suo progresso, riceve sostegno e movimento, potrebbero, in altro
stadio, diventare pretti impedimenti. È un punto nella vita dell’uomo
come in quella della società, nel quale la sommissione e la fede, tali
che in un periodo posteriore si chiamerebbero con ragione credulità
e servaggio, sono qualità benefiche. Il fanciullo che, senza avere
la tenera mente turbata dal dubbio, ascolti gli ammonimenti de’ suoi
maggiori, verosimilmente farà celeri progressi. Ma l’uomo che ricevesse
con fanciullesca docilità ogni asserzione ed ogni domma profferito
da un altro uomo che non abbia maggiore sapienza, diventerebbe
contennendo. Lo stesso accade della società. La fanciullezza
delle nazioni europee era trascorsa sotto la tutela del clero. La
preponderanza dell’ordine sacerdotale fu per lunga stagione quella
stessa preponderanza che naturalmente e convenevolmente appartiene alla
superiorità intellettuale. I preti, malgrado i loro difetti, erano la
parte più saggia della società. Egli era, dunque, un bene che venissero
rispettati ed obbediti. Le usurpazioni che il potere ecclesiastico
fece nel campo del potere civile, produssero più felicità che miseria;
mentre il potere ecclesiastico era nelle mani della sola classe che
aveva studiata la storia, la filosofia e il diritto pubblico; e mentre
il potere civile era nelle mani di capi selvaggi, i quali non sapevano
leggere le concessioni e gli editti che essi facevano. Ma succedeva
un mutamento. Il sapere gradualmente si venne spandendo fra’ laici.
In sul principio del secolo decimosesto, molti di loro in ogni studio
intellettuale erano pari ai più illuminati dei loro pastori spirituali.
D’allora in poi, quella dominazione che nelle età buie era stata, in
onta ai molti abusi, una tutela legittima e salutare, divenne una
ingiusta e malefica tirannia.

Dal tempo in cui i barbari rovesciarono lo impero d’occidente, fino
al tempo del risorgimento delle lettere, la influenza della Chiesa di
Roma era stata generalmente favorevole al sapere, allo incivilimento
e al buon governo. Ma negli ultimi tre secoli, suo scopo precipuo era
stato quello di impedire il muoversi della mente umana. Per tutta la
Cristianità, qualunque progresso nello scibile, nella libertà, nella
opulenza, nelle arti della vita, era seguito repugnante la Chiesa,
ed in ogni dove è stato sempre in proporzione inversa del potere di
quella. Le più leggiadre e fertili provincia d’Europa, sotto il suo
giogo, sono cadute nella miseria, nella servitù politica, nel torpore
intellettuale; mentre i paesi protestanti, la sterilità e barbarie dei
quali un tempo passavano in proverbio, sono stati trasmutati dall’arte
e dalla industria in giardini, e possono gloriarsi d’una lunga schiera
di eroi, d’uomini di stato, di filosofi e di poeti. Chiunque, sapendo
ciò che per natura sono la Italia e la Scozia, e ciò che erano quattro
secoli fa, paragonasse la contrada che circonda Roma con quella che
circonda Edimburgo, potrebbe formarsi qualche idea intorno alla
tendenza della dominazione papale. Il cadere della Spagna, già prima
tra tutte le monarchie, nel più turpe abisso della abiezione, e lo
inalzarsi della Olanda, a dispetto di molti naturali impedimenti, ad
un grado cui non giunse mai una repubblica così piccola, insegnano
la medesima verità. Chiunque in Germania passi da un principato
cattolico ad uno protestante, in Isvizzera da un cantone cattolico
ad un protestante, ed in Irlanda da una contea cattolica ad una
protestante, si accorge di essere trapassato da un più basso ad un più
alto grado di civiltà. La medesima legge governa i paesi posti oltre
l’Atlantico. I protestanti degli Stati Uniti si sono lasciati molto
addietro i cattolici romani del Messico, del Perù e del Brasile. I
cattolici romani del Basso Canadà rimangono inerti, laddove in tutto il
continente che li circonda ferve l’operosità protestante. I Francesi,
senza verun dubbio, hanno mostrato tale energia ed intelligenza, che
anche allorquando è stata male diretta, ha loro giustamente procacciato
il nome di gran popolo. Ma questa eccezione apparente, qualora si
consideri bene, varrà a confermare la regola; poichè in nessun paese
che si chiami cattolico romano, la Chiesa cattolica ha, pel corso di
non poche generazioni, posseduto autorità così poca come in Francia.

Egli è difficile il dire se l’Inghilterra debba più alla religione
cattolica romana, che alla riforma. Dell’armonia delle razze e
dell’abolizione del villanaggio, va principalmente debitrice alla
influenza che il clero nel medio evo esercitava sui laici. Della
libertà politica e intellettuale, e di tutti i beni che ne sono
derivati, va debitrice alla grande insurrezione de’ laici contro la
potestà clericale.

La lotta tra la vecchia e la nuova teologia nella patria nostra fu
lunga, e talvolta ne parve dubbioso l’esito. V’erano due estremi
partiti, apparecchiati ad operare con violenza o a soffrire con
indomita volontà. Framezzavasi ad essi, per un tratto considerevole
di tempo, un partito medio; il quale mescolava, molto illogicamente
ma naturalmente, le cose apprese dalla balia co’ sermoni de’ moderni
evangelisti, e mentre attenevasi con affetto alle vecchie osservanze,
detestava gli abusi che ad esse andavano strettamente congiunti. Uomini
di tale tempra di mente volentieri obbedivano, e quasi con gratitudine,
ai cenni di un esperto capo, che gli esentasse dallo incomodo di
giudicare da sè, e dominando con la sua ferma e imperiosa voce il
frastuono della controversia, insegnasse loro come dovessero adorare e
che credere. E però non è strano che i Tudors riuscissero ad esercitare
grande influenza sulle faccende ecclesiastiche; nè è strano che
esercitassero quasi sempre la loro influenza, coordinandola ai propri
interessi.

Enrico VIII tentò di costituire una Chiesa anglicana, che differisse
dalla Chiesa cattolica romana nel solo principio della supremazia. Il
suo tentativo ebbe straordinaria fortuna. La vigoria della sua indole,
la situazione singolarmente favorevole in cui egli trovavasi rispetto
ai potentati stranieri, le immense ricchezze che la spoliazione delle
abbadie avevagli poste nelle mani, e il sostegno di quella classe
che tuttavia ondeggiava fra due opinioni, lo posero in condizione di
sfidare i due partiti estremi, di bruciare come eretici coloro che
seguivano le dottrine di Lutero e d’impiccare come traditori coloro
che rimanevano fidi all’autorità del papa. Se la sua vita fosse stata
più lunga, avrebbe trovato difficile il mantenere un posto assalito
con pari furore da tutti coloro che erano zelanti delle nuove opinioni
o delle vecchie. I ministri ai quali furono affidate, a nome del suo
figlio fanciullo, le regie prerogative, non poterono provarsi di
perseverare in una politica cotanto rischiosa; nè Elisabetta potè
arrisicarsi a ritornarvi. Era mestieri eleggere fra il risottomettersi
alla Chiesa di Roma, o procacciarsi lo aiuto de’ protestanti. Al
governo e ai protestanti, una cosa era comune; l’odio della potenza
papale. I riformisti inglesi erano ansiosi di spingersi tanto oltre,
quanto i loro fratelli sul Continente. Unanimemente dannarono come
anticristiani un gran numero di dommi e di cerimonie, cui Enrico
erasi ostinatamente attenuto, e che Elisabetta aveva con ripugnanza
abbandonati. Molti sentivano una forte avversione anche a cose
indifferenti, le quali già formavano parte della politica e del rituale
della mistica Babilonia. Il vescovo Hooper, a cagione d’esempio, il
quale morì animosamente a Gloucester per la sua religione, ricusò
lungo tempo d’indossare le vesti episcopali. Il vescovo Ridley,
martire di maggiore rinomanza, distrusse gli antichi altari della sua
diocesi, ed ordinò che la Eucaristia venisse ministrata in mezzo alle
chiese sopra mense, che i papisti con irreverenza chiamavano mense da
ostriche. Il vescovo Jewel disse che il modo di vestirsi del clero
era abito da commedia, manto da stolti, reliquia degli Amoriti, e
promise di non perdonare a fatica alcuna onde estirpare assurdità così
disonorevoli. L’arcivescovo Grindal esitò lungo tempo ad accettare
una mitra, a cagione del disgusto con che riguardava quella ch’egli
chiamava burattinata della consecrazione. Il vescovo Parkhurst pregava
fervidamente perchè la Chiesa d’Inghilterra si proponesse quella di
Zurigo come assoluto modello di una comunità cristiana. Il vescovo
Ponet opinava che il vocabolo vescovo fosse da lasciarsi ai papisti, e
che gli alti ufficiali della Chiesa purificata si dovessero chiamare
soprintendenti. Quantunque volte ci facciamo a considerare che nessuno
di cotesti prelati apparteneva alla estrema sezione della parte
protestante, non può dubitarsi che se l’opinione generale di quella
fosse stata seguita, l’opera della riforma sarebbe stata condotta
innanzi senza riguardi in Inghilterra, come essa fu in Iscozia.

XXV. Ma, come al governo era mestieri il sostegno de’ protestanti, così
ai protestanti faceva d’uopo la protezione del governo. E però entrambi
rinunziarono a molte delle loro pretese; si accordarono; e da tale
concordia nacque la Chiesa d’Inghilterra.

Alle peculiarità di questa grande istituzione, ed alle forti passioni
che ha suscitate negli animi degli amici e de’ nemici suoi, debbono
attribuirsi molti de’ più solenni eventi che dopo la riforma seguirono
nel nostro paese; nè la storia civile dell’Inghilterra potrebbe oggimai
intendersi senza studiarla congiuntamente con la storia della sua
politica ecclesiastica.

L’uomo che si pose a capo onde stabilire i patti dell’alleanza che
produsse la Chiesa Anglicana, fu Tommaso Cranmer. Egli rappresentava
anche le parti le quali in quel tempo avevano mestieri di vicendevole
soccorso. Era teologo e insieme uomo di stato. Nel suo carattere di
teologo, era pronto a spingersi nella via d’innovare, al pari di
ogni riformatore svizzero o scozzese. Nel suo carattere d’uomo di
stato, bramava di conservare l’ordinamento che per tante generazioni
aveva mirabilmente giovato gl’intenti dei vescovi di Roma, e che
poteva sperarsi gioverebbe adesso egualmente i re d’Inghilterra e i
loro ministri. Per indole ed intelligenza era mirabilmente temprato
ad operare come mediatore. Onestissimo nelle sue professioni, senza
scrupoli ne’ negozi, zelante anche per le cose da poco, audace nello
speculare, tardo o accomodato ai tempi nell’agire, nemico placabile e
tepido amico, era per ogni ragione qualificato ad ordinare i patti di
coalizione fra i nemici spirituali e temporali del papismo.

XXVI. Fino ai dì nostri la costituzione, le dottrine e i riti della
Chiesa serbano i segni visibili del patto d’onde essa originava. Tiene
un punto medio fra la Chiesa di Roma e quella di Ginevra. Le sue
confessioni e i suoi discorsi dottrinali, composti dai protestanti,
contengono principii di teologia nei quali Calvino e Knox avrebbero
appena trovato un solo vocabolo da disapprovare. Le sue preghiere,
i suoi rendimenti di grazie, derivati dalle vecchie liturgie, sono
quasi tutti tali, che il vescovo Fisher o il cardinal Polo gli avrebbe
cordialmente adottati. Un controversista che attribuisse un senso
arminiano agli articoli e alle omelie della Chiesa Anglicana, verrebbe
dagli uomini sinceri giudicato irragionevole, come un controversista
che negasse non esservi nella liturgia di quella la dottrina della
rigenerazione battesimale.

La Chiesa di Roma ammetteva che lo episcopato era d’istituzione
divina, e che certe grazie soprannaturali d’alto ordine erano state
trasmesse, per mezzo della imposizione delle mani, pel corso di
cinquanta generazioni, da que’ dodici uomini che ricevettero il loro
mandato sopra il monte di Galilea, fino ai vescovi che ragunaronsi in
Trento. Grande numero di protestanti, per altra parte, consideravano
la prelatura come positivamente illegale, ed erano persuasi trovarsi
prescritta nelle pagine della Scrittura una forma differentissima di
governo ecclesiastico. I fondatori della Chiesa Anglicana presero
una via di mezzo. Ritennero lo episcopato, ma non lo dichiararono
istituzione essenziale al bene della società cristiana, o alla
efficacia de’ sacramenti. Granmer, a vero dire, confessò chiaramente
d’esser convinto che nei tempi primitivi non eravi distinzione tra
vescovi e preti, e che la imposizione delle mani non era minimamente
necessaria.

Fra i presbiteriani, lo andamento del culto pubblico è in gran parte
lasciato all’arbitrio del ministro. Le loro preghiere, però, non sono
esattamente identiche in due diverse assemblee di fedeli nel giorno
medesimo, o in due diversi giorni nella medesima assemblea. In una
parrocchia sono fervide, eloquenti e piene di significanza; in un’altra
saranno forse languide o assurde. I sacerdoti della Chiesa cattolica
Romana, dall’altra parte, hanno per molte generazioni cantato le
medesime confessioni e preghiere antiche, e le medesime nell’India e
nella Lituania, nella Irlanda e nel Perù. Gli uffici divini, facendosi
in una lingua morta, riescono intelligibili ai soli dotti; e la maggior
parte de’ fedeli ragunati vi assistono più presto da spettatori che da
uditori. In ciò parimente la Chiesa d’Inghilterra appigliossi ad una
via di mezzo. Copiò le formule di preghiera del rito cattolico romano,
ma le tradusse in idioma volgare, e invitò la indotta moltitudine a
congiungere la sua voce con quella del ministro.

La medesima politica potrebbe osservarsi in ciascuna parte del suo
sistema. Ricusando affatto la dottrina della transustanziazione,
e dannando come idolatria l’adorazione del pane e del vino
sacramentale, volle, con grande disgusto de’ puritani, che i suoi
figli ricevessero i ricordi del divino amore, piegando mansueti le
loro ginocchia. Smettendo molti ricchi ornamenti che circondavano
gli altari dell’antica fede, ritenne tuttavia, con ribrezzo degli
spiriti deboli, la veste di candido lino, la quale era simbolo della
purità convenevole alla Chiesa, come quella che è la mistica sposa
di Cristo. Smettendo mille atti di pantomima che nel culto cattolico
romano fanno l’ufficio di parole intelligibili, con grave scandalo di
molti rigidi protestanti, segnava del segno della croce il bambino al
fonte battesimale. Il cattolico romano mandava le proprie preci ad una
schiera di santi, fra’ quali annoveravansi molti uomini di carattere
dubbio, e parecchi di carattere odioso. Il puritano ricusava il nome
di santo perfino allo apostolo delle genti, e al discepolo amato
tanto da Cristo. La Chiesa d’Inghilterra, quantunque non invocasse la
intercessione di nessun essere creato, nondimeno predistinse. certi
giorni per la commemorazione di alcuni, che avevano fatto e sofferto
molto per la fede. Ritenne la confermazione e la ordinazione quali riti
edificanti, ma li cancellò dal numero de’ sacramenti. La confessione
non fu parte del suo sistema. Non ostante, invitò con gentilezza il
moribondo penitente a confessare le proprie colpe ad un teologo, e
dette facoltà al ministro di confortare l’anima al gran viaggio,
per mezzo d’un’assoluzione, che sembra dettata dallo spirito della
vecchia religione. In generale, potrebbe dirsi ch’essa si dirige più
all’intelletto, e meno ai sensi ed alla immaginazione, di quello che
faccia la Chiesa di Roma; e meno allo intelletto, e più ai sensi ed
alla immaginazione, di quello che facciano le Chiese protestanti di
Scozia, di Francia e di Svizzera.

XXVII. Nessuna cosa, ad ogni modo, distingueva così manifestamente
la Chiesa d’Inghilterra dalle altre chiese, come la relazione che
passava fra essa e la monarchia. Il re ne era capo. I confini della
autorità di lui, come tale, non erano stabiliti, e veramente non sono
stati finora segnati con precisione. Le leggi che dichiaravano la sua
supremazia nelle cose ecclesiastiche, erano state dettate rozzamente ed
in termini generali. Se, con lo scopo di indagare il vero intendimento
di siffatte leggi, ci facciamo ad esaminare gli scritti e le vite
di coloro che fondarono la Chiesa inglese, si accresce la nostra
perplessità. Imperocchè i fondatori della Chiesa anglicana scrissero
ed operarono in tempi d’impetuoso fermento intellettuale, e di azione
e reazione perenne. Quindi spesso contradicevansi vicendevolmente,
e talvolta contradicevano sè stessi. Che il re fosse, sotto Cristo,
solo capo della Chiesa, era dottrina da essi unanimemente professata;
ma le loro parole avevano vario significato sulle labbra di vari,
e sulle medesime labbra in varie circostanze. Ora attribuivano al
sovrano un’autorità che avrebbe satisfatto lo stesso Ildebrando; ora
la riducevano a quella che s’erano arrogata molti antichi principi
inglesi, che avevano sempre aderito alla Chiesa di Roma. Ciò che Enrico
e i suoi fedeli consiglieri intendevano nel vocabolo supremazia, era
niente meno che l’assoluta e piena potestà delle chiavi. Il re doveva
essere papa del suo regno, vicario di Dio, espositore della verità
cattolica, veicolo delle grazie sacramentali. Arrogavasi il diritto di
decidere dommaticamente ciò che era dottrina ortodossa e ciò che era
eresia, di comporre ed imporre professioni di fede, e di dispensare
al popolo la istruzione religiosa. Asseriva, ogni giurisdizione
spirituale e temporale derivare da lui solo, ed avere egli solo potestà
di conferire il carattere episcopale e ritoglierlo. Ordinò che si
apponesse il suo sigillo alle commissioni che nominavano i vescovi, le
quali commissioni dovevano esercitare l’ufficio loro finchè piacesse
al sovrano. Secondo tale sistema, nel modo con che lo espone Cranmer,
il re era il capo spirituale e temporale della nazione, e come tale
aveva i suoi luogotenenti. In quella guisa che nominava gli ufficiali
civili a tenere i suoi sigilli, a raccogliere le sue entrate e a
ministrare la giustizia in nome suo, nominava medesimamente teologi
di vari gradi a predicare il vangelo e a conferire i sacramenti.
Non era necessaria la imposizione delle mani. Il re—era questa la
opinione di Cranmer, esposta con chiarissimi vocaboli—poteva, per
virtù dell’autorità derivante da Dio, fare un sacerdote; e il prete
così creato non aveva mestieri di nessuna altra ordinazione. Da tali
opinioni Cranmer si condusse alle loro legittime conseguenze. Credeva
che le sue attribuzioni spirituali, siccome le attribuzioni secolari
del cancelliere o del tesoriere, cessassero col cessare dell’autorità
nel principe che gliele aveva concedute. E però, allorquando Enrico
finì di vivere, lo arcivescovo e i suoi suffraganei formarono nuove
commissioni, con potestà di stabilire ed esercitare altre funzioni
spirituali fino a che fosse piaciuto al nuovo sovrano ordinare
altrimenti. A chi obiettava che la potestà di legare e di sciogliere,
affatto distinta dalla potestà temporale, era stata data da Nostro
Signore a’ suoi apostoli, i teologi di cotesta scuola risposero, che
la potestà di legare e di sciogliere era discesa non al solo clero, ma
a tutta la famiglia degli uomini cristiani, e doveva essere esercitata
dal supremo magistrato, come rappresentante della società. A chi
obiettava, san Paolo avere parlato di certi determinati individui che
lo Spirito Santo aveva istituiti sorvegliatori e pastori de’ fedeli,
risposero che il re Enrico era quel sorvegliatore e quel pastore il
quale era stato eletto dallo Spirito Santo, ed al quale applicavansi le
parole di san Paolo.[4]

Coteste alte pretese furono di scandalo ai protestanti ed ai cattolici;
scandalo che accrebbesi grandemente allorchè la supremazia che Maria
aveva resa al papa, venne nuovamente da Elisabetta annessa alla corona.
Pareva cosa mostruosa che una donna fosse il vescovo supremo di una
chiesa, nella quale uno degli apostoli aveva inibito che si udisse
perfino la voce della donna. Per lo che, la regina reputò necessario
di rinunziare espressamente al carattere sacerdotale assunto già
da suo padre; il quale carattere, secondo l’opinione di Cranmer,
era stato, per divino comandamento, inseparabilmente congiunto alla
potestà regia. Allorquando, regnante lei, la professione della fede
anglicana venne modificata, il vocabolo supremazia fu interpretato in
modo alquanto diverso da quello onde intendevasi comunemente alla
corte di Enrico. Cranmer aveva dichiarato, con parole enfatiche, che
Dio aveva immediatamente commesso ai principi cristiani l’intera
cura di tutti i loro sudditi in ciò che spettava all’amministrazione
della parola divina per la cura delle anime, come in ciò che
spettava all’amministrazione delle faccende politiche.[5] L’articolo
trentesimosettimo di religione, fatto nel regno di Elisabetta, dichiara
con parole egualmente enfatiche, che il ministero della parola divina
non appartiene ai principi. La regina, nondimeno, esercitava tuttavia
sopra la Chiesa un potere visitatorio, vasto ed indefinito. Il
Parlamento le aveva affidato l’ufficio di infrenare e punire l’eresia
ed ogni specie di abuso ecclesiastico, e le aveva concesso di delegare
la sua autorità ai suoi commissari. I vescovi erano poco più che suoi
ministri. Più presto che concedere al magistrato civile l’assoluta
potestà di nominare i pastori spirituali, la Chiesa di Roma, nel
secolo undecimo, aveva posta tutta l’Europa in fiamme. Più presto che
concedere al magistrato civile l’assoluta potestà di nomare i pastori
spirituali, i ministri della Chiesa di Scozia, ai tempi nostri,
rinunciarono a migliaia le loro prebende. La Chiesa d’Inghilterra non
patì cosiffatti scrupoli. I suoi prelati erano nominati dalla sola
autorità regia; da lei sola i concilii venivano convocati, regolati,
prorogati e disciolti. Privi della regia sanzione, i suoi canoni erano
nulli. Uno degli articoli della sua fede prescriveva, che senza lo
assenso regio nessun concilio poteva legalmente adunarsi. Da tutte
le sue sentenze eravi un ultimo appello al sovrano, anche quando la
questione era di definire se una opinione dovesse giudicarsi ereticale,
o se l’amministrazione di un sacramento fosse stata valida. Nè la
chiesa invidiava ai nostri principi questo esteso potere. Da loro aveva
ricevuta la esistenza, era stata nudrita nella infanzia, difesa contro
le aggressioni dei papisti e dei puritani, protetta contro i parlamenti
che non la guardavano di buon occhio, e vendicata dagli assalti de’
dotti, ai quali le tornava duro rispondere. Così la gratitudine,
la speranza, il timore, i comuni affetti e le inimicizie comuni,
la collegavano al trono. Tutte le sue tradizioni e tendenze erano
monarchiche. La lealtà ovvero devozione verso il sovrano divenne un
punto d’onore annesso alla professione clericale, una nota speciale che
distingueva i preti anglicani dai calvinisti e dai papisti. Entrambi,
calvinisti e papisti, per quanto fosse ampia la distanza che nelle
altre cose li teneva disgiunti, guardavano con estrema gelosia tutte le
usurpazioni che il potere temporale faceva nel campo dello spirituale.
Calvinisti e papisti sostenevano che i sudditi potevano equamente
sguainare la spada contro i sovrani empi. In Francia, i calvinisti
si opposero a Carlo IX; i papisti ad Enrico IV; papisti e calvinisti
ad Enrico III. In Iscozia, i calvinisti fecero prigioniera Maria. A
settentrione del Trent i papisti presero le armi contro Elisabetta.
La Chiesa d’Inghilterra frattanto condannava calvinisti e papisti, ed
altamente vantavasi non esservi debito che ella inculcasse con maggiore
solennità e costanza, al pari di quello di sommissione ai principi.

XXVIII. L’utile che ricavava la corona da cotesta stretta alleanza con
la Chiesa stabilita, era grande; ma non era scevro di danni. Il patto
ordinato da Cranmer era stato in prima considerato da un gran numero
di protestanti come un disegno inteso a servire due padroni, come un
tentativo di congiungere il culto del Signore col culto di Baal. Nei
giorni d’Eduardo VI gli scrupoli di questo partito avevano più volte
gettate gravi difficoltà nella via del governo. Come Elisabetta ascese
al trono, simiglianti difficoltà si accrebbero non poco. La violenza,
per legge di natura, genera la violenza. Lo spirito del protestantismo
diventò quindi, dopo le crudeltà di Maria, più audace e intollerante
che non lo fosse innanzi. Molti che professavano caldamente le nuove
opinioni, avevano in quegli infausti giorni cercato asilo nella
Svizzera e nella Germania. Erano stati accolti con ospitalità dai loro
fratelli nella fede; avevano ascoltati i discorsi dei grandi dottori
di Strasburgo, di Zurigo e di Ginevra; e per parecchi anni eransi
assuefatti ad un culto più semplice e ad una forma più democratica di
governo ecclesiastico, che non ancora s’era veduta in Inghilterra.
Costoro ritornarono alle patrie contrade, convinti che la riforma
compitasi sotto il re Eduardo, era stata meno indagatrice ed estesa
di quello che richiedevano gl’interessi della religione pura. Ma
sforzaronsi invano d’ottenere concessioni da Elisabetta. Vero è che il
sistema di lei, in ciò che differiva da quello di suo fratello, pareva
loro peggiorato. Erano poco inchinevoli a sottomettersi in materia di
fede a qual si fosse autorità umana. Di recente, fidenti nel loro modo
d’interpretare la Scrittura, erano insorti contro una Chiesa forte per
antichità immemorabile e per universale consenso. Avevano adoperati
sforzi non comuni d’energia intellettuale a scuotere il giogo di quella
splendida ed imperiale superstizione; ed era cosa vana sperare, che,
tosto dopo tale emancipazione, si volessero pazientemente sobbarcare ad
una nuova tirannia spirituale. Da lungo tempo avvezzi a prostrarsi con
la faccia a terra, mentre il sacerdote alzava l’ostia, siccome avanti
al cospetto di Dio, avevano imparato a considerare la messa come una
cerimonia idolatra. Da lungo tempo avvezzi a considerare il pontefice
come successore del principe degli apostoli, come custode delle chiavi
del cielo e della terra, avevano imparato a riguardarlo come la belva,
l’anticristo, l’uomo del peccato. Non era da sperarsi che s’inducessero
a tributare ad una autorità novellamente sorta quella riverenza che
avevano negata al Vaticano; che sottoponessero il loro giudicio privato
all’autorità d’una chiesa fondata sul giudicio privato soltanto; che
avessero timore di dissentire da maestri i quali dissentivano da quella
che già era stata la fede universale della cristianità in occidente. È
facile immaginare lo sdegno che dovevano provare gli spiriti audaci e
indagatori, gloriantisi della libertà novellamente acquistata, come si
accorsero che una istituzione giovanissima, la quale aveva sotto gli
stessi occhi loro ricevuta forma dalle passioni e dagli interessi d’una
corte, cominciava a scimmiottare lo altero contegno di Roma.

XXIX. Dacchè non era modo a convincere uomini siffatti, e’ fu stabilito
di perseguitarli. Tale persecuzione produsse in essi i suoi naturali
effetti. Erano una setta, e diventarono una fazione. All’odio che
sentivano contro la Chiesa, aggiunsero l’odio contro la corona. Questi
due sentimenti erano commisti, e invelenivansi vicendevolmente. Le
opinioni del puritano intorno alla relazione fra principe e suddito,
differivano grandemente da quelle che venivano inculcate nelle omilie.
I suoi teologi prediletti lo avevano, e col precetto e con lo esempio,
incoraggiato ad opporre resistenza ai tiranni ed ai persecutori. I
suoi fratelli calvinisti in Francia, in Olanda, in Iscozia, erano in
armi contro principi crudeli e idolatri. Le sue nozioni concernenti
il governo dello stato assunsero una tinta consentanea alle sue
nozioni concernenti il governo della Chiesa. Parecchi dei sarcasmi
che il popolo scagliava contro lo episcopato, potevano, senza molta
difficoltà, adattarsi al principato; e molti degli argomenti che
adoperavansi a provare che il potere spirituale era meglio collocato
in un Sinodo, sembravano condurre alla conclusione, che il potere
temporale sarebbe meglio collocato in un Parlamento.

XXX. Così, come il sacerdote della Chiesa stabilita, per interesse,
per principio e per passione, era zelante delle regie prerogative,
il puritano per passione, per principio e per interesse, era ostile
a quelle. Grande era la potenza de’ settarii malcontenti. Trovavansi
in ogni ceto, ma erano più numerosi fra il ceto mercantile delle
città, e fra i piccoli possidenti delle campagne. Regnante Elisabetta,
cominciarono a mandare il maggior numero de’ deputati alla Camera
de’ Comuni. E non è dubbio, che se i nostri antenati fossero stati
allora liberi di porre tutta la loro attenzione sopra le questioni
interne, il conflitto tra la corona e il Parlamento sarebbe subito
scoppiato. Ma non era quella la stagione atta ai domestici dissidi.
Veramente, potrebbe dubitarsi se la fermissima colleganza di tutti gli
ordini dello stato fosse la cagione di frustrare il pericolo che li
minacciava tutti. L’Europa cattolica e la Europa riformata pugnavano
per la vita o la morte. La Francia, dilacerata dalle lotte intestine,
da qualche tempo non contava più nulla nella Cristianità. Il governo
inglese era a capo degl’interessi protestanti; e mentre in casa propria
perseguitava i presbiteriani, concedeva valida protezione alle chiese
presbiteriane negli stati stranieri. Capo del partito opposto era
il più potente principe di quell’epoca, il quale imperava sopra la
Spagna, il Portogallo, la Italia, i Paesi Bassi, le Indie orientali ed
occidentali; le cui armi più volte si spinsero fino a Parigi, e le cui
flotte tenevano in paura le coste di Devonshire e di Sussex. E’ parve
per lungo tempo cosa probabile che gl’Inglesi avessero a combattere
disperatamente sopra il suolo inglese, a difendere la religione e
indipendenza loro. Nè si tennero un istante mai liberi dalla paura di
qualche gran tradimento in casa; perocchè in quei giorni era diventato
punto di coscienza e d’onore per molti uomini d’indole generosa il
sacrificare la patria alla religione. Una serie di congiure di continuo
ordite dai cattolici romani contro la vita della regina e la esistenza
della nazione, teneva la società in perenne trepidazione. Qualunque si
fossero gli errori di Elisabetta, era pur manifesto che le sorti del
regno e di tutte le chiese riformate pendevano dalla sicurtà della sua
persona e dal prospero successo della sua amministrazione. Era, dunque,
precipuo dovere d’ogni cittadino e d’ogni protestante rinvigorirle il
braccio: dovere che fu bene osservato. I puritani, anche dal fondo
delle prigioni dove essa gli aveva sepolti, pregavano con fervore
non finto, perchè la ribellione le cadesse doma ai piedi, e le sue
armi fossero vittoriose per mare e per terra. Uno de’ più testardi
della testarda setta, appena il carnefice gli aveva mozza una mano
a punirlo d’un delitto al quale era stato spinto dal suo stemperato
zelo, scuotendo con l’altra mano il cappello, esclamò: «Dio salvi la
regina!» Il sentimento che cotesta genia di uomini provavano per lei
passò ai loro posteri. I non–conformisti, per quanto rigorosamente li
avesse trattati, hanno, come corporazione, sempre venerata la memoria
di lei.[6]

Quindi, per tutto quasi il tempo che ella regnò, i puritani nella
Camera de’ Comuni, quantunque s’ammutinassero talvolta, non erano
inchinevoli ad ordinarsi in opposizione sistematica contro il governo.
Ma allorchè la sconfitta dell’Armada, la vittoriosa resistenza delle
Province Unite alla dominazione spagnuola, il consolidamento di Enrico
IV sopra il trono di Francia, e la morte di Filippo II ebbero resi
sicuri lo Stato e la Chiesa contro ogni pericolo esterno, scoppiò
subito nello interno un ostinato conflitto, che durò per parecchie
generazioni.

XXXI. Nel parlamento del 1601, quella opposizione la quale per quaranta
anni erasi sordamente raccolta e afforzata, combattè la sua prima
grande battaglia, e riportò la sua prima vittoria. Il campo era bene
scelto. La suprema direzione della politica commerciale era stata
sempre affidata ai sovrani inglesi. Era loro prerogativa indisputata
quella di regolare la moneta, i pesi e le misure, e di stabilire le
fiere, i mercati e i porti. La linea che limitava la loro autorità
in fatto di commercio, era stata, secondo il costume, descritta
confusamente. Essi quindi, secondo il costume, facevano usurpazioni
nel terreno che per diritto apparteneva al corpo legislativo. Le
usurpazioni furono, secondo il costume, tollerate con pazienza fino
a tanto che divennero gravissime. Finalmente, la regina arbitrò di
concedere a centinaia patenti di monopolio. Non eravi quasi famiglia in
tutto il regno, la quale non sentisse il peso dell’oppressione e delle
estorsioni che originavano naturalmente da cosiffatto abuso. Ferro,
olio, aceto, carbone, salnitro, piombo, amido, lana filata, pelli,
cuoi, vetri, bisognava comperarli a prezzi esorbitanti. La Camera de’
Comuni ragunandosi, si mostrò in collera e determinata ad operare.
Invano una minoranza cortigiana biasimò il presidente di tollerare che
gli atti della Regina venissero posti in discussione. Il linguaggio de’
malcontenti era alto e minaccioso, e vi faceva eco la voce della intera
nazione. Il cocchio del primo ministro della corona venne circondato
dal popolaccio sdegnato, il quale malediceva a’ monopolii, e gridava
non doversi patire che le regie prerogative violassero le libertà
della Inghilterra. E’ parve per un istante temersi che il lungo e
glorioso regno di Elisabetta avrebbe una fine vergognosa e sciagurata.
Ella, nondimeno, con giudizio e contegno mirabili, evitò la contesa,
si pose a capo del partito riformista, riparò agli aggravi, rese
grazie ai Comuni con dignitose e commoventi parole per la loro tenera
sollecitudine verso il bene pubblico, riguadagnò il cuore del popolo,
e lasciò a’ suoi successori un memorabile esempio del come un sovrano
debba governarsi nelle pubbliche commozioni qualvolta gli manchino i
mezzi di vincerle.

XXXII. La grande Regina moriva nel 1603. Quest’anno, per molte ragioni,
forma una delle più importanti epoche nella nostra storia. E’ fu
allora che la Irlanda e la Scozia divennero parti del medesimo impero
insieme con la Inghilterra. Entrambe, Scozia ed Irlanda, a dir vero,
erano state soggiogate dai Plantageneti, ma nè l’una nè l’altra erasi
sobbarcata con pazienza al giogo. La Scozia aveva con eroico valore
rivendicata la propria indipendenza; era stata, fino dal tempo di
Roberto Bruce, un regno separato; ed ora veniva congiunta alla parte
meridionale dell’isola con un modo che gratificava, anzi che ferire, il
suo orgoglio nazionale.

La Irlanda, dai tempi d’Enrico II in poi, non aveva potuto espellere
gl’invasori stranieri; ma aveva lungamente e strenuamente lottato
contro essi. Nel corso de’ secoli decimoquarto e decimoquinto, la
potenza inglese in quell’isola era venuta sempre decadendo, e nei
giorni di Enrico VII era caduta in fondo. I dominii inglesi di quel
principe erano solo le contee di Dublino e di Louth, qualche parte
di Meath e di Kildare, e pochi porti di mare lungo la costiera. Un
vasto tratto di Leinster non era per anche diviso in contee. Munster,
Ulster e Connaught, erano governate da principotti o celti, o degeneri
normanni che avevano dimenticata la origine propria, e adottato lo
idioma e i costumi celtici. Ma nel secolo decimosesto, la potenza
inglese vi aveva fatto grandi progressi. I semi–selvaggi capi che
reggevano le contrade non sottoposte, avevano ceduto, l’uno dopo
l’altro, ai luogotenenti de’ Tudors. Alla perfine, pochi giorni avanti
la morte d’Elisabetta, la conquista, che era stata quattrocento e più
anni prima iniziata da Strongbow, fu compita da Mountjoy. Di poco
Giacomo I era asceso al trono, allorchè O’Donnell ed O’Neil, ultimi fra
quelli che avevano tenuto il grado di principi indipendenti, condotti
a Whitehall, gli baciarono la mano. D’allora in poi, i suoi decreti
valevano, e i suoi giudici tenevano corti in ogni parte d’Irlanda, e
le leggi inglesi prevalsero alle consuetudini con che reggevansi le
tribù aborigene.

Per estensione, la Scozia e la Irlanda erano pressochè uguali, e,
congiunte, pareggiavano quasi l’Inghilterra; ma meno di essa popolate,
le rimanevano lungo tratto inferiori per civiltà ed opulenza. La Scozia
era stata impedita di raggiungerla dalla natia sterilità del suolo; e
la Irlanda, fra mezzo alla luce della Europa risorta, giaceva tuttavia
sotto la tenebra del medio evo.

La popolazione della Scozia, tranne le tribù celtiche che erano sparse
nelle Ebridi e su per le regioni montuose delle contee settentrionali,
aveva comune il sangue con la popolazione dell’Inghilterra, e parlava
una lingua che non differiva dalla purissima favella inglese più che i
dialetti delle contee di Somerset e di Lancaster non differiscono l’uno
dall’altro. In Irlanda, all’incontro, la popolazione, salvo la piccola
colonia inglese presso la costa, era celtica, e serbava tuttavia
l’idioma e i costumi celtici.

Per naturale coraggio ed intelligenza, ambedue le nazioni che
incorporavansi all’Inghilterra, erano degne di considerazione. Per
perseveranza, impero di sè, preveggenza, e per tutti i pregii necessari
a bene condurre la vita, gli Scozzesi non sono mai stati vinti da
nessun altro popolo. Gl’Irlandesi, dall’altro canto, erano predistinti
da quelle qualità che tendono a rendere gli uomini interessanti, più
presto che avventurati. Erano razza ardente ed impetuosa, facile a
trascorrere alle lacrime o al riso, al furore o allo affetto. Sola tra
tutte le nazioni della Europa settentrionale, aveva la irritabilità,
la vivacità, il pendio naturale per la mimica e la rettorica;
qualità ingenite nei popoli de’ lidi del mediterraneo. Per cultura
intellettuale, la Scozia era incontrastabilmente superiore. Tuttochè
quel regno fosse il più povero in tutta la cristianità, gareggiava,
nonostante, in ogni ramo di scibile con le più fortunate regioni. Gli
Scozzesi, de’ quali le abitazioni e i cibi erano meschini al pari
di quelli degl’Irlandesi de’ giorni nostri, scrivevano versi latini
con maggiore squisitezza che non ne mostra il Vida, e nelle scienze
facevano scoperte che avrebbero accresciuta la rinomanza di Galileo. La
Irlanda non poteva gloriarsi di un Bucanano o d’un Napier. Il genio,
di che i loro abitanti aborigeni erano largamente dotati, mostravasi,
come fa tuttavia, nelle ballate; le quali, comunque selvagge e rozze,
parvero all’occhio giudizioso di Spenser contenere vene di puro oro
poetico.

La Scozia, diventando parte della monarchia britannica, serbò tutta
la sua dignità. Dopo d’avere per molte generazioni coraggiosamente
sostenuto lo scontro delle armi inglesi, veniva adesso congiunta alla
sua più forte vicina con patti onorevolissimi. Ella dava un re in vece
di riceverlo. Serbava intatte la costituzione e le leggi proprie. I
tribunali e i parlamenti rimanevano affatto indipendenti dai tribunali
o dai parlamenti che sedevano in Westminster. L’amministrazione della
Scozia era affidata a mani scozzesi; perocchè nessuno inglese aveva
cagione di emigrare verso settentrione, e contendere alla più astuta
e pertinace di tutte le razze quel poco che vi era da raspare nel più
povero de’ tesori. Frattanto, gli avventurieri scozzesi calavano giù
verso le regioni meridionali, ed ottenevano in tutte le vie della vita
una prosperità che eccitava la invidia, comunque, per lo più, altro non
fosse che giusto rimerito alla prudenza e alla industria. Nulladimeno,
la Scozia non potè in guisa nessuna sottrarsi al destino inevitabile ad
ogni stato che si annette ma non s’incorpora con un altro stato ricco
di maggiori mezzi. Quantunque fosse regno indipendente di nome, essa
venne, per cento e più anni, veramente trattata per molti rispetti come
provincia soggetta.

L’Irlanda fu governata come terra conquistata con le armi. Le sue rozze
istituzioni nazionali erano spente. I coloni inglesi, sottostando alla
dittatura della madre patria, senza lo aiuto della quale non potevano
esistere, si rifacevano calpestando le popolazioni fra le quali
vivevano. Il parlamento che ragunavasi in Dublino, non poteva adottare
una legge senza che fosse stata innanzi approvata dal consiglio privato
di Londra. L’autorità del corpo legislativo inglese estendevasi sopra
la Irlanda. L’amministrazione esecutiva era affidata ad uomini inglesi,
che venivano considerati come stranieri, ed anche come nemici, dalla
popolazione celtica.

Ci rimane a notare la cagione che più d’ogni altra ha rese le sorti
dell’Irlanda cotanto diverse da quelle della Scozia. La Scozia era
protestante. In nessuna contrada d’Europa il moto popolare contro la
Chiesa romana era stato così rapido e violento. I riformatori avevano
vinta, deposta dal trono e imprigionata la loro sovrana idolatra. Non
vollero nè anche accettare una concordia simile a quella ch’era seguita
in Inghilterra. Avevano stabilito la dottrina, la disciplina e il culto
di Calvino; e facevano poca distinzione tra il papato e la prelatura,
fra la messa e il libro della preghiera comune. Sventuratamente per
la Scozia, il principe che essa mandò per governare un’eredità più
bella, era stato tanto molestato dalla pertinacia con che i teologi
avevano predicato contro lui i privilegi del sinodo e del pulpito,
ch’egli detestava la politica ecclesiastica alla quale la nazione era
affezionata, odiavala di quanto odio poteva essere capace la sua indole
effeminata; ed appena asceso sul trono inglese, cominciò a mostrare
intollerantissimo zelo per il governo e il rituale della Chiesa
anglicana.

Gl’Irlandesi erano il solo popolo nella Europa settentrionale che
fosse rimasto fido alla vecchia religione. Lo che è da attribuirsi
in parte a ciò, che essi in cultura rimanevano addietro di parecchi
secoli ai loro vicini. Ma altre cagioni vi avevano cooperato. La
riforma era stata una rivoluzione politica e morale. Non erano solo
insorti i laici contro il clero, ma tutte le schiatte della gran razza
germanica contro la dominazione straniera. È fatto significantissimo,
che nessuna gran massa di popolo la lingua del quale non sia teutonica,
s’è giammai volta al protestantismo; e che dove si parla un idioma
derivato da quello dell’antica Roma, la religione della Roma moderna
fin oggi prevale. Il patriottismo degl’Irlandesi aveva preso un cammino
peculiare. Lo scopo de’ loro rancori non era Roma, ma l’Inghilterra; ed
avevano ragioni speciali per abborrire quei sovrani inglesi che erano
stati capi di quel grande scisma, Enrico VIII ed Elisabetta. Mentre
ferveva la lotta che due generazioni di principi Milesii tennero viva
contro i Tudors, lo entusiasmo religioso e l’entusiasmo nazionale si
confusero inseparabilmente negli animi della razza vinta. La nuova
contesa fra protestanti e papisti riaccese la vecchia contesa tra
Sassoni e Celti. Gl’Inglesi vincitori, frattanto, trascuravano ogni
mezzo legittimo di conversione. Non si davano pensiero di provvedere la
vinta nazione d’istitutori capaci di farsi intendere. Non fu fatta una
versione della Bibbia in lingua ersa. Il governo fu pago di stabilire
una vasta gerarchia di arcivescovi, vescovi e rettori protestanti,
i quali non facevano nulla, e per non far nulla erano pagati con le
spoglie d’una Chiesa amata e riverita dalla più parte del popolo.

Le condizioni della Scozia e della Irlanda erano tali da svegliare
il timore nel petto d’un preveggente uomo di stato. Nondimeno,
eravi apparenza di tranquillità. Per la prima volta tutte le isole
britanniche trovavansi unite pacificamente sotto un solo scettro.

E’ sembrerebbe che la importanza dell’Inghilterra fra gli stati
Europei avesse dovuto da quell’epoca in poi accrescersi grandemente.
Il territorio governato dal nuovo re, era per estensione doppio di
quello che ad Elisabetta era toccato in retaggio. Il suo impero
era in sè stesso il più compiuto e il più sicuro da ogni possibile
aggressione. Ai Plantageneti e ai Tudors era stato mestieri più volte
difendersi contro la Scozia, mentre erano implicati nelle guerre
continentali. Il lungo conflitto in Irlanda aveva consunti tutti i loro
mezzi. Nulladimeno, anche sotto tali svantaggi, que’ sovrani eransi
acquistata alta riputazione per tutta la cristianità. Era, dunque,
bene ragionevole lo sperare che la Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda,
congiunte, avrebbero formato uno stato a nessuno secondo fra quei che
allora esistevano.

XXXIII. Tutte coteste speranze divennero stranamente illusorie. Nel
giorno in cui Giacomo I ascese al trono, la patria nostra discese
giù dal grado ch’essa fino allora aveva tenuto, e cominciò ad essere
considerata come potenza appena di secondo ordine. Per molti anni la
gran monarchia inglese, sotto quattro principi successivi della casa
degli Stuardi, fu nel sistema europeo membro appena più importante di
quello che per innanzi era stato il piccolo regno di Scozia. Il che,
nondimeno, deve essere cagione di poca doglianza. Può dirsi di Giacomo
I, come di Giovanni, che se la sua amministrazione fosse stata savia
e splendida, sarebbe riuscita probabilmente fatale al nostro paese,
e che noi dobbiamo più alla sua indole debole e meschina che alla
sapienza e al coraggio di assai migliori sovrani. Egli ascese al trono
in un momento critico. Avvicinavasi rapido il tempo in cui o il re
doveva diventare assoluto, o il parlamento doveva infrenare il potere
esecutivo. Se egli fosse stato come Enrico IV, come Maurizio di Nassau
o come Gustavo Adolfo, un principe strenuo, politico, operoso; se egli
si fosse posto a capo de’ protestanti dell’Europa, se avesse riportate
grandi vittorie contro Tilly e Spinola, se avesse adornato Westminster
con le spoglie de’ monasteri bavari e delle cattedrali fiamminghe, se
egli avesse appeso alle mura di San Paolo i vinti vessilli d’Austria e
di Castiglia, s’egli si fosse trovato, dopo memorande gesta, a capo di
cinquanta mila soldati valorosi, bene disciplinati e devoti alla sua
persona; il Parlamento inglese altro non sarebbe diventato che un nome
vano. Avventuratamente, egli non era uomo da sostenere tanta parte.
Iniziò la sua amministrazione ponendo fine alla guerra che da anni
molti ardeva tra la Spagna e l’Inghilterra; e sino da quel tempo schivò
le ostilità con tale cautela, da sostenere pazientemente gl’insulti
de’ suoi vicini e i clamori de’ suoi sudditi. Fino all’ultimo anno
della sua vita, la influenza del suo figlio, del suo favorito, del suo
parlamento e del suo popolo, non valse ad indurlo a menare un debole
colpo in difesa della sua famiglia e della sua religione. E’ fu bene
per i suoi sudditi, ch’egli in siffatto modo non compiesse i loro
desiderii. Lo effetto della sua politica di pace, fu che in un tempo
in cui bisogno non v’era di milizie regolari, e mentre la Francia,
la Spagna, la Italia, il Belgio e la Germania brulicavano di soldati
mercenari, la difesa dell’isola nostra venisse tuttavia affidata alla
guardia cittadina.

XXXIV. Dacchè il Re non aveva esercito stanziale, e nè anche si
provava di formarne, sarebbe stato prudente consiglio lo scansare ogni
conflitto col suo popolo. Ma fu tale la sua stoltezza, che mentre
trascurava affatto i soli mezzi che lo potessero rendere assoluto,
produceva di continuo, nella forma più offensiva, pretese, nessuna
delle quali i suoi predecessori avevano mai sognato di produrre.
E’ fu in quel tempo che primamente apparvero quelle strane dottrine
che Filmer poscia ordinava a sistema, e che divennero la insegna
della più violenta classe dei Tory e dell’alto clero. Sostenevano
solennemente, che l’Essere Supremo impartiva alla monarchia ereditaria,
come opposta ad ogni altra forma di governo, peculiare favore; che la
regola di successione in ordine di primogenitura era una istituzione
divina, anteriore a Cristo ed anche a Moisè; che nessuna potestà
umana, nè anche quella della intera legislatura, nessuna lunga durata
di possesso, fosse anco di dieci secoli, poteva privare de’ suoi
diritti il principe legittimo; che la sua autorità era necessariamente
dispotica; che le leggi le quali in Inghilterra ed altrove limitavano
la regia prerogativa, dovevano considerarsi come semplici concessioni
fatte liberamente dal sovrano, che ei poteva ad arbitrio ritogliere;
e che ogni trattato che facesse il sovrano col suo popolo era una
pretta dichiarazione delle sue intenzioni presentì, non un contratto
che l’obbligasse a mantenerle. È cosa evidente, che questa teorica,
comecchè intesa a rafforzare le fondamenta del governo, le indebolisce
affatto. La divina ed immutabile legge della primogenitura, ammetteva
ella o escludeva le femmine? In ambedue le ipotesi, era mestieri che i
sovrani d’Europa fossero usurpatori, regnanti in onta ai comandamenti
del Cielo, e potessero venire giustamente spossessati dagli eredi
legittimi. Tali assurde dottrine non erano afforzate dall’autorità
del Testamento Vecchio, perocchè in esso leggiamo il popolo eletto
avere ricevuto biasimo e pena per aver desiderato un re, e essergli
poi stato ingiunto di non obbedire a quel re. Tutta la storia di
quello, lungi dal convalidare la idea che la primogenitura fosse
d’istituzione divina, parrebbe più presto indicare che i fratelli
minori sono sotto la speciale protezione del Cielo. Isacco non era
il primogenito d’Abramo, nè Giacobbe lo era d’Isacco, nè Giuda di
Giacobbe, nè David di lesse, nè Salomone di David. Vero è che l’ordine
d’anzianità tra i figliuoli è rade volte osservato strettamente nei
paesi dove costumasi la poligamia. Il sistema di Filmer non poteva
nè anche appoggiarsi a que’ luoghi del Nuovo Testamento, ne’ quali
il governo è rappresentato come ordinanza di Dio; perocchè il
governo sotto il quale vivevano gli scrittori del Nuovo Testamento,
non era monarchia ereditaria. Gl’imperatori romani erano magistrati
repubblicani, eletti dal senato. Nessuno di loro pretendeva d’imperare
per diritto di nascita; e difatti Tiberio, al quale Cristo ordinò
doversi pagare il tributo, e Nerone al quale Paolo comandò che
obbedissero i Romani, erano, secondo la teorica patriarcale di
governo, usurpatori. Nel medio evo, la dottrina del diritto ereditario
imprescrittibile sarebbe stata considerata eretica, come quella che
era incompatibile con le alte pretese della Chiesa di Roma. Era
parimente dottrina sconosciuta ai fondatori della Chiesa anglicana.
La omilia intorno alla ribellione premeditata, aveva fortemente e,
per vero dire, troppo fortemente inculcata la sottomissione alla
autorità costituita; ma non aveva fatta nessuna distinzione tra
monarchia elettiva ed ereditaria, o tra monarchia e repubblica.
Veramente, la maggior parte dei predecessori di Giacomo avrebbero, per
ragioni personali, considerata con avversione la teoria patriarcale
di governo. Guglielmo Rufo, Enrico I, Stefano, Giovanni, Enrico IV,
Enrico V, Enrico VI, Riccardo III, Enrico VII avevano tutti regnato in
onta alla stretta regola di discendenza. Un dubbio gravissimo pesava
sopra la legittimità di Maria e d’Elisabetta. Era impossibile che
Caterina d’Aragona ed Anna Bolena fossero ambedue legalmente maritate
ad Enrico VIII; e la più alta autorità del reame aveva sentenziato
che nessuna di esse lo era. I Tudors, lungi dal considerare la legge
di successione come istituzione divina ed immutabile, la modificarono
spesso. Enrico VIII ottenne dal Parlamento un atto con che acquistava
la potestà di disporre della corona per testamento, e difatti testò
in pregiudicio della famiglia reale di Scozia. Eduardo VI, senza lo
assenso del parlamento, arrogossi una somigliante potestà: di che lo
approvarono i più illustri riformisti. Elisabetta, convinta che i
propri diritti soggiacevano a gravi obiezioni, e non volendo ammettere
nè anche un diritto di riversibilità nella regina degli Scozzesi sua
rivale e nemica, indusse il Parlamento a fare una legge, nella quale
ordinavasi che chiunque negasse la competenza del sovrano regnante,
col consentimento degli Stati del regno, a variare la successione,
verrebbe punito di morte come traditore. Ma le condizioni in cui
Giacomo trovavasi, erano assai diverse da quelle in cui era stata
Elisabetta. Molto inferiore ad essa e per ingegno e per popolarità,
considerato dagli Inglesi come straniero, ed escluso dal trono per
virtù del testamento di Enrico VIII, il re degli Scozzesi era nondimeno
lo erede indubitabile di Guglielmo il Conquistatore e di Egberto. Aveva
quindi manifesto interesse ad inculcare la dottrina superstiziosa, che
la nascita conferisce diritti superiori alla legge e inalterabili dalla
legge. Oltredichè, era dottrina consona alla tempra dello intelletto
e all’indole di lui: però trovò tosto molti difensori fra coloro che
ambivano il favore del principe, e fece rapidi progressi fra il clero
della Chiesa stabilita.

Così, nel momento medesimo in cui cominciava a manifestarsi vigoroso
nel Parlamento e nel paese lo spirito repubblicano, le pretese del
monarca assunsero una forma mostruosa, che avrebbe disgustato il più
superbo ed arbitrario de’ principi che lo avevano preceduto sul trono.

Giacomo vantavasi sempre della sua perizia in quella ch’egli chiamava
arte di regno; e nondimeno, riesce quasi impossibile immaginare una
condotta che al pari della sua fosse direttamente opposta a tutte le
regole dell’arte di regnare. È stata sempre politica de’ principi
savi il travestire gli atti vigorosi con forme popolari. In questa
guisa Augusto e Napoleone stabilirono le loro monarchie assolute,
mentre il popolo li considerava come semplici cittadini rivestiti di
magistrature temporanee. La politica di Giacomo procedeva tutta al
rovescio. Provocava la rabbia e la paura del suo Parlamento, dicendogli
sempre che i rappresentanti della nazione potevano esercitare i
propri privilegi finchè egli volesse, e che non ispettava loro di
discutere intorno a ciò ch’egli potesse legalmente fare, come non
avevano diritto alcuno di discutere sulla legalità delle azioni di
Dio. Nulladimeno, egli piegavasi innanzi al Parlamento, abbandonava i
suoi ministri, l’uno dopo l’altro, alla vendetta di quello, e pativa
d’essere trascinato ad atti direttamente ripugnanti alle sue più forti
tendenze. Così crebbero insieme lo sdegno eccitato dalle sue pretese,
e lo scherno provocato dalle sue concessioni. L’affetto che egli
portava a indegni favoriti, e la sanzione ch’ei dava alla tirannia e
rapacità loro, tenevano perpetuamente vivi i malumori. La codardia,
la pedanteria, la fanciullaggine sue, la sgarbatezza della persona
e de’ modi suoi, il suo accento provinciale, lo facevano segno al
pubblico dileggio. Anco nelle sue virtù e nelle sue doti era alcun
che di affatto sconvenevole ad un re. Così, in tutto il corso del suo
regno, venne sempre più scemando la riverenza tradizionale che il trono
ispirava al popolo. Per duecento anni, tutti i sovrani che avevano
governata la Inghilterra, tranne lo sventurato Enrico VI, erano stati
uomini d’animo forte, di spirito altero e di contegno principesco.
Quasi tutti avevano mostrata non ordinaria destrezza. Però non fu
cosa di lieve momento, che nella vigilia della lotta decisiva tra i
nostri re e i loro parlamenti, la sovranità si mostrasse balbettante,
spargendo lacrime imbelli, e tremando innanzi ad una spada sguainata, e
parlando or la favella del buffone, ora quella del pedagogo.

XXXV. Frattanto le dissensioni religiose, che fino dai giorni di
Eduardo VI avevano affaccendate le fazioni protestanti, erano divenute
quanto mai formidabili. Lo intervallo che aveva divisa la prima
generazione de’ protestanti da Cranmer e Jewel, era ben corto in
paragone di quello che separò la terza generazione dei puritani da
Laud ed Hammond. Mentre la rimembranza delle crudeltà di Maria era
ancor fresca; mentre la forza del partito cattolico tuttavia ispirava
timore; mentre Spagna, serbando ancora la sua preponderanza, aspirava
alla dominazione universale; tutte le sètte riformate conoscevano
d’avere un interesse comune, ed un comune e mortale nemico. Lo
aborrimento vicendevole che sentivano, era lieve in agguaglio di
quello che provavano contro Roma. Conformisti e non–conformisti eransi
cordialmente congiunti nel fare severissime leggi penali contro i
papisti. Ma poichè cinquanta e più anni di indisturbato possesso ebbero
resa alla Chiesa stabilita la fiducia in sè; poichè nove decimi della
nazione erano divenuti protestanti sinceri; poichè la Inghilterra
essendo in pace con tutto il mondo, non eravi più pericolo che il
papismo venisse imposto alla nazione dalle armi straniere; ed erano
spenti gli ultimi confessori i quali stettero intrepidi innanzi a
Bonner; i sentimenti del clero anglicano cangiaronsi. Mitigavasi
considerevolmente la loro ostilità contro la dottrina e disciplina
cattolica romana, mentre dall’altro canto si accresceva quotidianamente
la loro avversione contro i puritani. Le controversie che avevano fin
da principio scisso il partito protestante, presero una forma tale,
da togliere ogni speranza di riconciliazione; e nuove controversie
di assai maggiore importanza si aggiunsero alle vecchie cagioni di
dissenso.

I fondatori della Chiesa anglicana avevano ritenuto l’episcopato
come un ordinamento di politica ecclesiastica antica, venerabile e
convenevole; ma non avevano dichiarato che quella dignità nel governo
della Chiesa fosse d’istituzione divina. Abbiamo già veduto quanta poca
stima Cranmer facesse dell’ufficio di vescovo. Regnante Elisabetta,
Jewel, Cooper, Whitgift ed altri incliti dottori, difesero la prelatura
come innocua ed utile, come cosa che poteva essere legittimamente
istituita dallo Stato, come cosa che, una volta istituita, doveva
essere rispettata da ogni cittadino. Ma non negarono mai che una
comunità cristiana priva di vescovo, potesse essere una chiesa pura;
che anzi credevansi congiunti ai protestanti del continente in una
medesima fede. Gl’Inglesi in Inghilterra, a dir vero, erano tenuti
a riconoscere l’autorità del vescovo, nel modo medesimo che erano
tenuti a riconoscere l’autorità dello sceriffo o d’altro ufficiale
pubblico; ma l’obbligo era soltanto locale. Un ecclesiastico inglese,
anzi un prelato inglese, se andava in Olanda, conformavasi senza
scrupolo alla religione stabilita dell’Olanda. Ne’ paesi stranieri,
gli ambasciatori di Elisabetta e di Giacomo assistevano officialmente
a quegli stessi riti che Elisabetta e Giacomo avevano proscritti negli
Stati brittannici, e con gran cura astenevansi dal decorare le loro
cappelle private secondo il costume anglicano, onde non essere di
scandalo ai loro traviati fratelli. Sostenevasi perfino che i ministri
presbiteriani avevano diritto di sedere e di votare ne’ concilii
ecumenici. Quando gli Stati generali delle Provincie Unite convocarono
a Dorf un sinodo di dottori non ordinati dai vescovi, un decano ed
un vescovo inglesi v’intervennero, parteciparono alle discussioni, e
votarono con essi intorno alle più gravi questioni teologiche.[7]
Anzi, molti beneficii in Inghilterra erano occupati da ecclesiastici
che erano stati ammessi al ministero secondo la cerimonia calvinistica
che usavasi nel continente; nè era creduto necessario, o anche legale,
che un vescovo in simiglianti casi conferisse una nuova ordinazione.

Ma sorgeva già nella Chiesa d’Inghilterra una nuova genia di teologi.
Secondo loro, l’ufficio episcopale era essenziale al bene d’una
società cristiana, ed alla efficacia delle più solenni ordinanze della
religione. A quell’ufficio spettavano certi sacri ed alti privilegi,
che non potevano essere conferiti nè ritolti da nessuna potestà umana.
Una Chiesa poteva esistere senza la dottrina della Trinità o della
Incarnazione, come senza gli ordini apostolici; e la Chiesa di Roma,
la quale, fra tutti i suoi traviamenti, aveva serbati gli ordini
apostolici, era più presso alla primigenia purità, di quel che lo
fossero quelle società riformate che avevano arditamente innalzato un
sistema inventato da esse, in opposizione al modello divino.

Nei tempi di Eduardo VI e di Elisabetta, i difensori del rituale
anglicano eransi contentati di dire che esso poteva usarsi senza
peccato, e che quindi niuno, fuorchè un suddito perverso e sconoscente
i propri doveri, ricuserebbe di usarlo sempre che gli fosse ordinato
dai magistrati. Intanto, quel nascente partito che pretendeva per
l’ordinamento politico della Chiesa ad un’origine celeste, cominciò
ad attribuire alle sacre cerimonie nuova dignità ed importanza.
Concludevano, che se nel culto stabilito vi fosse qualche errore,
siffatto errore era la sua estrema semplicità; e che i riformatori, nel
calore delle loro dissensioni con Roma, avevano abolite molte antiche
cerimonie che si sarebbero utilmente potute serbare. I giorni e i
luoghi furono di nuovo osservati con misteriosa venerazione. Talune
cerimonie che da lungo tempo erano cadute in disuso, e che comunemente
giudicavansi come fantocciate superstiziose, furono richiamate a
vita. Le pitture e le sculture che erano rimaste illese dal furore
della prima generazione de’ protestanti, divennero obietti di tale
venerazione, che a molti sembrava idolatria.

Nessuna parte del sistema della vecchia Chiesa era stata tanto
detestata dai riformatori, quanto il rispetto e la onoranza che
tributavasi al celibato. Sostenevano che la dottrina di Roma intorno a
ciò, era stata profeticamente condannata come diabolica dall’apostolo
Paolo; e convalidavano la loro asserzione enumerando i delitti e gli
scandali che originavano dalla osservanza di quella dottrina. Lutero
aveva manifestata nel modo più chiaro la propria opinione sposando una
monaca. Taluni de’ vescovi e de’ preti più illustri i quali, regnante
Maria, erano stati arsi vivi, avevano lasciato moglie e figliuoli.
Ora, nondimeno, principiava a correre la voce, che il vecchio spirito
monastico fosse riapparso nella Chiesa anglicana; che nelle alte classi
esistesse un pregiudicio contro i preti ammogliati; che anche i laici
ohe si chiamavano protestanti, si fossero prefissi di osservare il
celibato con promesse equivalenti quasi a voti solenni; anzi, che un
ministro della religione stabilita avesse fondato un monastero, dentro
il quale una congrega di vergini dedicate a Dio cantava i salmi a
mezzanotte.[8]

Nè ciò era tutto. Una specie di questioni intorno alle quali i
fondatori della Chiesa anglicana e la prima generazione dei puritani
differivano poco o nulla, cominciò ad apprestare materia alle più
virulente dispute. Le controversie che avevano scissa la setta
protestante nella sua infanzia, riferivansi pressochè tutte al
governo ecclesiastico ed alle cerimonie. Intorno ai punti di teologia
metafisica non era stato serio litigio fra le parti contendenti.
Le dottrine sostenute dai capi della gerarchia rispetto al peccato
originale, alla fede, alla grazia, alla predestinazione, alla elezione,
erano quelle che comunemente si chiamano calvinistiche. Verso la
fine del regno d’Elisabetta, lo arcivescovo Whilgift, suo prelato
prediletto, compose, d’accordo col vescovo di Londra e con altri
teologi, il celebre documento intitolato—gli Articoli di Lambeth. In
esso le più notevoli fra le dottrine calvinistiche vengono affermate
con tale distinzione, che disgusterebbe molti che, nell’età nostra,
vengono reputati calvinisti. Un chierico il quale fu di contrario
parere, e parlò duramente di Calvino, fu espulso, in pena della sua
presunzione, dalla università di Cambridge, e si sottrasse al castigo
soltanto confessando di credere fermamente ne’ dogmi della riprovazione
e della perseveranza finale, e dolendosi d’avere offeso, con le sue
idee intorno al riformatore francese, gli uomini pii. La scuola
teologica della quale Hooker era capo, occupava un posto di mezzo tra
la scuola di Cranmer e quella di Laud; e nei tempi moderni Hooker è
stato considerato dagli arminiani come loro alleato. Ciò non ostante,
Hooker affermò Calvino essere stato superiore per sapienza ad ogni
altro teologo che fosse mai stato in Francia; essere stato uomo al
quale migliaia andavano debitori della cognizione della verità divina,
cognizione che egli doveva alla sola grazia peculiare di Dio. Allorchè
nacque in Olanda la controversia arminiana, il Governo e la Chiesa
d’Inghilterra prestarono vigoroso sostegno al partito calvinista; ed il
Governo inglese non è affatto scevro della macchia che la prigionia di
Grozio e lo assassinio giuridico di Barneveldt hanno lasciata su quel
partito.

Ma anco innanzi la convocazione del sinodo olandese, coloro fra il
clero anglicano che erano ostili al governo ecclesiastico ed al culto
calvinista, avevano preso a considerare con disgusto la metafisica di
Calvino; e siffatto sentimento venne naturalmente a rinvigorirsi per la
grossolana ingiustizia, insolenza e crudeltà del partito che prevaleva
in Dort. La dottrina arminiana, dottrina meno austeramente logica che
non fosse quella de’ più antichi riformatori, ma più consona alle
nozioni popolari intorno alla giustizia ed alla benevolenza divina, si
estese molto e rapidamente, e giunse alla corte. Quelle opinioni le
quali, nel tempo in che Giacomo ascese al trono, nessun ecclesiastico
avrebbe osato di emettere senza imminente pericolo di essere privato
del sacerdozio, erano ora diventale argomento di merito. Un teologo
di quell’età, richiesto da un semplice gentiluomo di campagna cosa
tenessero—vale a dire credessero—gli arminiani, rispose, con pari
arguzia e verità, che essi tenevano i migliori vescovati e le migliori
prebende dell’Inghilterra.

Mentre parte del clero anglicano abbandonava il posto che esso in
origine aveva occupato, parte della setta de’ puritani scostavansi,
in un cammino diametralmente opposto, dai principii e dalle usanze
de’ loro padri. La persecuzione che i separatisti avevano sostenuta,
era stata severa tanto da irritare, ma non da distruggere. Non erano
stati domi o sottomessi, ma resi inselvatichiti e caparbi. Secondo
il costume delle sètte oppresse, scambiando i loro sentimenti
vendicativi per emozioni religiose, fomentavano ne’ loro cuori,
leggendo e meditando, l’inchinevolezza a non iscordare le ingiurie
sofferte; e dopo che si furono assuefatti a odiare i loro nemici,
immaginarono di odiare solamente gl’inimici di Dio. Certo il Nuovo
Testamento, anche interpretato con aperta mala fede, non indulgeva
alle passioni malefiche. Ma il Testamento Vecchio conteneva la storia
di un popolo eletto da Dio ad essere testimonio della sua unità e
ministro della sua vendetta, ed in ispecie comandato a operare tali
cose, che se fossero state fatte senza espresso comando divino, si
sarebbero reputate atroci delitti. Agli spiriti cupi e feroci non
tornava difficile trovare in quella storia molti fatti che potessero
agevolmente stiracchiarsi a significati convenevoli ai loro desiderii.
I più rigidi puritani, adunque, cominciarono a sentire per il
Vecchio Testamento una predilezione, che essi forse non confessavano
chiaramente, ma che traluceva in tutti i pensieri e i costumi loro.
Tributavano al linguaggio ebraico quel rispetto che ricusavano alla
lingua nella quale sono a noi pervenuti i discorsi di Cristo e le
epistole di Paolo. Battezzando i loro figliuoli, adoperavano non i nomi
de’ santi cristiani, ma quelli de’ patriarchi e de’ guerrieri ebrei.
Sfidando le espresse e ripetute dichiarazioni di Lutero e di Calvino,
trasmutarono in un sabato giudaico il giorno festivo settimanale,
con cui la Chiesa aveva, fino da’ tempi primitivi, commemorata la
risurrezione del suo Signore. Nella legge mosaica cercavano i principii
della giurisprudenza, e nei libri dei Giudici e dei Re indaga vano
le norme del vivere. I pensieri e discorsi loro versavano sopra
azioni che certamente non vengono ricordate come esempi da imitarsi.
Il profeta che tagliò a pezzi un re prigioniero, il capitano ribelle
che dette a bere ai cani il sangue d’una regina, la matrona che,
violando la fede data e le leggi dell’ospitalità orientale, confisse
il chiodo nel cranio dell’alleato fuggiasco che aveva pur allora
mangiato al desco e dormito sotto la tenda di lei, venivano proposti
come esempi da imitarsi ai Cristiani che pativano la tirannia dei
principi e dei prelati. La morale e i costumi furono sottoposti ad un
codice che somigliava quello della sinagoga, quando essa era nelle
sue peggiori condizioni. Il vestire, il contegno, il linguaggio, gli
studi, i sollazzi di quella rigida setta, furono regolati secondo
principii simili a quelli de’ Farisei, i quali orgogliosi delle loro
mani lavate e de’ loro grandi filatterii, insultavano il Redentore
come violatore del sabato e bevitore di vino. Era peccato lo appendere
ghirlande al maggio, il bere alla salute d’un amico, il lanciare in
aria uno sparviero, il dar la caccia ad un cervo, il giocare a scacchi,
arricciarsi i capelli, portare trine inamidate, suonare la spinetta,
leggere il Fairy Queen. Simiglianti precetti, i quali sarebbero
sembrati insopportabili allo spirito libero e brioso di Lutero, e
spregevoli al tranquillo e filosofico intelletto di Zuinglio, gettarono
sopra la vita il peso di una regola più che monastica. La dottrina e la
eloquenza in cui i grandi riformatori eransi resi illustri, ed a cui
andavano non poco debitori dei loro successi, venivano da questa nuova
scuola di protestanti considerate con sospetto, se non con avversione.
Parecchi rigoristi avevano scrupolo d’insegnare la grammatica latina,
perchè vi s’incontravano i nomi di Marte, di Bacco, di Apollo. Le
belle arti vennero quasi proscritte. Il solenne suono dell’organo era
superstizioso; ed era dissoluta la musica allegra delle maschere di
Ben Johnson. Mezze le più belle pitture d’Inghilterra erano idolatre,
e le altre mezze indecenti. Il rigido puritano a colpo d’occhio
distinguevasi dagli altri uomini per il mondo di vestirsi e di andare,
i capelli cascanti, l’aspra solennità del viso, gli occhi rivolti
in su, il tono nasale della parlatura, e sopra tutto per il gergo
peculiare. Servivasi sempre delle immagini e dello stile della Bibbia.
Ebraismi intrusi a forza nella lingua inglese, e metafore attinte alla
lirica audace dei più remoti secoli e paesi, e applicate agli usi
comuni della vita in Inghilterra, formavano il carattere particolare
di quel gergo, che provocava, non senza cagione, il dileggio e de’
prelatisti e de’ liberali.

In tal guisa, lo scisma politico e religioso, nato nel secolo
decimosesto, si venne, ne’ primi venti anni del susseguente, sempre
estendendo. In Whitehall diventarono di voga certe dottrine tendenti
al dispotismo turco; mentre certe altre tendenti al repubblicanismo
manifestavansi dalla maggior parte de’ membri nella Camera de’ Comuni.
I prelatisti violenti, che erano zelanti della prerogativa, e i
violenti puritani, che erano zelanti de’ privilegi del parlamento,
s’osteggiavano con animosità più forte di quella che, nella precedente
generazione, erasi mostrata fra cattolici e protestanti.

Mentre le menti degli uomini trovavansi in cosiffatte condizioni, il
paese, dopo una pace di molti anni, alla perfine impegnossi in una
guerra che richiedeva grandissimi sforzi. Questa guerra affrettò lo
appropinquarsi della gran crisi costituzionale. Era mestieri che il
Re avesse numerose forze militari, le quali non potevano ottenersi
senza pecunia. Egli non poteva legalmente far danari senza lo assenso
del Parlamento. Ne seguiva quindi, o che egli dovesse amministrare il
governo secondo il sentire della Camera de’ Comuni, o dovesse correre
il rischio di violare le leggi fondamentali del regno in modo, di cui
per parecchi secoli non s’era visto esempio. I Plantageneti e i Tudors,
egli è vero, avevano provveduto al difetto delle loro entrate per mezzo
di un donativo o d’un prestito forzato; ma tali espedienti erano sempre
d’indole temporanea. Il far fronte al peso continuo d’una lunga guerra
con una tassa regolare, imposta senza il consentimento degli Stati
del reame, era tale un passo che lo stesso Enrico VIII non avrebbe
osato fare. L’ora decisiva, adunque, sembrava approssimarsi, in cui al
Parlamento inglese sarebbe toccata la sorte dei senati del continente,
o l’acquisto della preponderanza nel governo dello Stato.

XXXVI. Ma in quel mentre il re Giacomo morì. Carlo I ascese al trono.
Natura lo aveva dotato di molto migliore intendimento, di volontà più
vigorosa, di temperamento più ardente e più fermo, che suo padre non
era. Da costui aveva egli ereditati i principii politici, ed era più
di lui disposto a metterli in opera. Era al pari del padre uno zelante
episcopale; ed era inoltre ciò che il padre non era mai stato, voglio
dire zelante arminiano; e quantunque non fosse papista, amava meglio
i papisti che i puritani. Sarebbe cosa ingiusta negare a Carlo alcune
delle doti convenevoli ad un principe buono e anche grande. Parlava e
scriveva, non, come il padre suo, con la esattezza di un professore,
ma secondo lo stile di un gentiluomo intelligente e bene educato.
Aveva gusto squisito nelle lettere e nelle arti gentili, e modi,
comunque privi di grazia, dignitosi: la sua vita domestica era senza
menda. La perfidia fu la cagione massima de’ suoi disastri, ed è la
macchia precipua che gli deturpa la fama. Veramente, era una incurabile
tendenza quella che lo trascinava per le vie torte e tenebrose. E’
sembrerebbe strano che la sua coscienza, la quale in occasioni di lieve
momento era bastevolmente sensibile, non gli avesse mai rimproverato
cotesto gran vizio. Ma abbiamo ragione di credere ch’egli fosse
perfido non solo per indole e per costume, bensì per principio. Pare
che avesse imparato dai teologi, da lui singolarmente stimati, non
potere tra lui e i suoi sudditi esistere nulla che avesse natura di
mutuo contratto; lui non avere potestà, qualvolta lo avesse voluto,
di deporre la sua autorità dispotica; ed in ogni promessa che egli
facesse, sottointendersi la riserva di romperla in caso di necessità,
della quale necessità era egli stesso il solo giudice.

XXXVII. Allora ebbe principio quel giuoco rischioso dal quale dipesero
le sorti del popolo inglese. La Camera de’ Comuni giuocò ostinatamente;
ma con destrezza, calma e perseveranza mirabili. Erano di guida
all’assemblea alcuni uomini di Stato, che sapevano portare l’occhio
molto più addietro e spingerlo molto più avanti che i rappresentanti
della nazione non facevano. Quegli alti intelletti determinaronsi
di porre il Re in tali condizioni da dovere condurre il governo
dello Stato secondo i desiderii del Parlamento, o indursi a violare
i più sacri principii dello Statuto. Però, brontolando sempre nel
concedergli scarsi sussidi, lo posero nel bisogno di governare o
d’accordo con la Camera de’ Comuni, o sfidando ogni legge. Non mise
tempo fra mezzo, ed elesse. Sciolse il suo primo Parlamento di propria
autorità, e impose tasse. Convocò un secondo Parlamento, e lo trovò più
riottoso del primo. Adottò di nuovo lo espediente di discioglierlo,
impose nuove tasse senza la minima apparenza di legalità, e gettò in
carcere i capi dell’opposizione. Nel tempo stesso, eccitò universale
scontento e timore un nuovo aggravio, che riusciva insopportabilmente
penoso al sentire ed ai costumi della nazione inglese, e che a tutti
gli uomini previdenti sembrava di sinistro augurio. Le compagnie de’
soldati vennero distribuite fra i cittadini onde provvedere agli
alloggi, ed in taluni luoghi la legge marziale fu sostituita all’antica
giurisprudenza del regno.

XXXVIII. Il Re, convocato un terzo Parlamento, tosto si accorse che
la Opposizione erasi fatta più vigorosa e fiera che mai. Divisò
quindi di mutar tattica. Invece di opporre inflessibile resistenza
alle richieste della Camera de’ Comuni, egli, dopo molti alterchi e
molte evasioni, s’indusse ad un patto il quale, ove fosse stato da
lui fedelmente mantenuto, avrebbe stornata una lunga serie di gravi
sciagure. Il Parlamento concesse larghi sussidii. Il re ratificò, nel
modo più solenne, quella legge famosa che è conosciuta sotto il nome di
Petizione dei Diritti, e che forma la seconda Magna Carta delle libertà
dell’Inghilterra. Nel ratificare cotesta legge, egli obbligossi a non
levare danaro senza il consenso di ambedue le Camere, non imprigionare
mai nessuno, tranne nelle debite forme della legge, e non sottoporre
mai più il popolo alla giurisdizione delle corti marziali.

Il giorno in cui, dopo molto indugiare, Carlo dette solennemente la sua
regia sanzione a questo grande atto, fu giorno di gioia e di speranza.
I membri della Camera de’ Comuni, che circondavano la tribuna di quella
de’ Lordi, mandarono alte acclamazioni, appena furono proferite,
secondo l’antica formula, le parole con le quali i nostri principi,
per tanti secoli, hanno significato il loro assenso ai desiderii degli
Stati del regno. A tali acclamazioni fece eco la voce della metropoli e
della intera nazione; ma dopo pochi giorni, divenne a tutti manifesto
che Carlo non intendeva mantenere il patto giurato. Furono raccolti i
sussidii concessi da’ rappresentanti della nazione; ma la promessa,
in grazia della quale erano stati ottenuti, fu rotta. Ne seguì una
violenta contesa. Il Parlamento venne disciolto, con tutti i segni del
regio malumore. Alcuni de’ più cospicui membri furono incarcerati; ed
uno di loro, sir Giovanni Eliot, dopo anni di pene, vi perdè la vita.

Carlo, nondimeno, non potè rischiarsi d’imporre di propria autorità
tasse bastevoli a tirare innanzi la guerra. Affrettossi, dunque, a far
pace coi propri vicini, e rivolse la mente tutta alla politica interna.

Adesso s’apre un’era nuova. Molti re inglesi avevano, in varie
occasioni, commessi atti incostituzionali; ma nessuno aveva mai
sistematicamente tentato di rendersi despota, e di annientare il
Parlamento. Fu questo lo scopo che Carlo si propose. Dal marzo del
1629 all’aprile del 1640 le Camere non furono convocate. Non v’era mai
stato nella nostra storia un intervallo di undici anni tra parlamento
e parlamento. Solo una volta eravi stato un intervallo, lungo la
metà. Basti tal fatto a confutare coloro che affermano, Carlo avere
semplicemente calcate le orme de’ Plantageneti e de’ Tudors.

XXXIX. È indubitabile, secondo la testimonianza de’ più validi
sostenitori del re, che, durante cotesto periodo del suo regno, i
provvedimenti della Petizione dei Diritti furono da lui violati non
secondo le occasioni, ma sempre e sistematicamente; che gran parte
dell’entrate fu riscossa senza nessuna autorità legale; e che gli
individui invisi al governo languirono per anni interi in carcere,
senza essere mai stati tradotti innanzi a nessun tribunale.

Di tali atti è mestieri che la storia chiami responsabile
principalmente il sovrano. Dopo che fu disciolto il terzo parlamento,
egli non ebbe altro primo ministro che sè stesso, comecchè parecchi
uomini ch’erano temprati a secondarlo ne’ suoi fini, dirigessero
diversi dipartimenti dell’amministrazione.

XL. Tommaso Wentworth, creato poscia lord Wentworth e poi conte di
Strafford, uomo grandemente destro, eloquente, animoso, ma d’indole
crudele ed imperiosa, era il consigliere più fido nelle faccende
militari e politiche. Era stato uno de’ più illustri membri della
opposizione, e sentiva verso coloro dai quali erasi diviso, quella
tale malignità, che in tutti i tempi è stata la caratteristica degli
apostati. Conosceva mirabilmente i sentimenti, i mezzi e la politica
del partito al quale un tempo apparteneva, ed aveva formato un disegno
vasto e profondamente meditato, che quasi pervenne a sconcertare la
tattica efficace degli uomini di Stato che dirigevano la Camera dei
Comuni. A tale disegno, nel suo carteggio confidenziale, egli dava il
nome espressivo di completo (_Thorough_). Era suo scopo di fare in
Inghilterra tutto—e più che tutto—ciò che Richelieu andava facendo in
Francia; di rendere Carlo monarca assoluto quanto ogni altro principe
nel continente; di porre gli Stati e la libertà personale dell’intero
popolo a disposizione della corona; di privare le corti di giustizia
d’ogni autorità indipendente anche nelle ordinarie questioni di diritto
civile tra uomo e uomo, e di punire con inesorabile rigore tutti coloro
i quali mormorassero contro gli atti del governo, o anco in modo
decente e regolare ricorressero a qualunque tribunale per ottenere
giustizia contro quegli atti.[9]

Tale scopo s’era egli proposto, e scerneva distintamente le sole vie
per le quali vi poteva giungere. Vero è che in tutte le sue idee
rifulgono chiarezza, coerenza e precisione tali, che s’egli non avesse
aspirato ad un fine pernicioso alla patria ed alla umanità, si sarebbe
reso meritevole della più alta ammirazione. Ben vide non esservi se non
se un solo strumento per mandare ad esecuzione i suoi arditi disegni.
Tale strumento era un esercito stanziale. A formare quindi lo esercito
rivolse tutta l’operosità della sua mente vigorosa. In Irlanda, dove
era vicerè, gli era venuto fatto di stabilire un dispotismo militare,
non solo sopra le popolazioni aborigene, ma anche sopra le colonie
inglesi, e potè gloriarsi che in quell’isola il Re regnava assoluto
quanto potesse esserlo ogni altro principe della terra.[10]

XLI. In questo mentre, l’amministrazione ecclesiastica era
principalmente diretta da Guglielmo Laud, arcivescovo di Canterbury.
Sopra tutti i prelati della Chiesa anglicana, Laud si era dilungato
maggiormente dai principii della Riforma e ravvicinato a Roma. La
sua teologia scostavasi da quella de’ calvinisti anche più di quello
che facesse la teologia degli arminiani d’Olanda. La passione che
egli sentiva per le ceremonie, la riverenza per i giorni festivi,
le vigilie, i luoghi sacri, il suo mal dissimulato disgusto per il
matrimonio degli ecclesiastici, lo ardente e non affatto disinteressato
zelo con cui egli manifestava le pretese del clero al rispetto dei
laici, lo avrebbero reso obietto d’avversione ai puritani anche se
avesse usati mezzi miti e legali per conseguire i suoi fini. Ma
aveva corta intelligenza e poco uso di mondo. Era per indole brusco,
irritabile, veloce a sentire ciò che considerava come dignità propria,
tardo a compatire le altrui sofferenze, e prono allo errore, comune
a tutti gli uomini superstiziosi, di prendere i suoi modi burberi e
maligni per emozioni di zelo religioso. Lui dirigente, ogni angolo del
regno venne sottoposto a diuturna e minuta inquisizione. Ogni piccola
congregazione di separatisti fu spiata e dispersa. Gli stessi atti
di divozione delle famiglie private non valevano a sottrarsi alla
vigilanza de’ suoi esploratori. Tanta era la paura che il suo rigore
ispirava, che l’odio mortale contro la Chiesa, il quale covava in cuore
di moltissimi, veniva generalmente travestito sotto le apparenze di
conformismo. Nella stessa vigilia delle perturbazioni che furono fatali
a lui ed al suo ordine, i vescovi di varie grandi diocesi poterono
riferirgli come nel cerchio delle loro giurisdizioni non si trovasse nè
anche un dissenziente.[11]

XLII. I tribunali non prestavano protezione ai sudditi contro la
tirannia civile e clericale di quel tempo. I giudici del diritto
comune, che occupavano l’ufficio a volontà del re, mostravansi
scandalosamente ossequiosi. Nondimeno, comunque ossequiosi, erano
strumenti meno pronti ed efficaci del potere arbitrario, di quel che
lo fosse un’altra specie di corti, la cui memoria tuttavia, dopo
dugento e più anni, è profondamente abborrita dalla nazione. Precipue
fra esse per potenza ed infamia erano la Camera Stellata e l’Alta
Commissione; politica inquisizione la prima, inquisizione religiosa
la seconda; nessuna delle quali era parte della vecchia costituzione
dell’Inghilterra. La Camera Stellata era stata rifatta e l’Alta
Commissione creata dai Tudors. La potestà di cui erano investite
innanzi lo avvenimento di Carlo al trono, era vasta e formidabile;
ma piccola, in agguaglio di quanta ne avevano poscia usurpata.
Guidate massimamente dallo spirito violento del primate, e libere dal
sindacato del Parlamento, facevano mostra di rapacità, violenza e
malefica energia, non mai vista in nessuna epoca precedente. Per mezzo
di esse, il governo poteva multare, incarcerare, porre alla gogna e
mutilare gl’individui senza alcun freno. Un Consiglio segreto residente
in York sotto la presidenza di Wentworth, con un semplice atto di
prerogativa che violava la legge, fu rivestito di quasi illimitato
potere sopra le contee settentrionali. Tutti i predetti tribunali
insultavano e sfidavano l’autorità di Westminster Hall, e commettevano
quotidianamente eccessi tali, che sono stati condannati dai più
eminenti realisti. Scrive Clarendon, non esservi nel regno quasi
uomo notevole che non avesse da sè fatto esperimento della durezza e
cupidità della Camera Stellata; l’alta Commissione essersi condotta
in guisa da non rimanerle in tutto il reame nè anche un amico; e la
tirannia del Consiglio di York avere resa la Magna Carta una lettera
morta per le contrade giacenti a settentrione del Trent.

XLIII. Il governo d’Inghilterra in que’ giorni era dispotico, salvo
un solo punto, al pari di quello di Francia. Ma in quel punto era
la cosa di maggiore importanza. Non essendovi esercito stanziale,
poteva il governo essere sicuro che lo edificio della tirannide non
venisse distrutto fino dalle fondamenta in un solo giorno? E se
fossero imposte dalla regia autorità nuove tasse per mantenere lo
esercito, non era egli probabile che ne seguisse una repentina ed
irresistibile esplosione? Qui dunque stava la difficoltà, la quale,
più che ogni altra, rendeva Wentworth perplesso. Il lord cancelliere
Finch, d’accordo con tutti gli altri giureconsulti ufficiali del
governo, propose un espediente, che venne tosto abbracciato. Gli
antichi principi d’Inghilterra, come avevano fatto appello agli
abitanti delle contee più vicine alla Scozia di armarsi ed ordinarsi
a difesa dei confini, così avevano talvolta fatto appello alle contee
marittime ad apprestare navigli per la difesa del littorale. Talvolta,
invece di navi, avevano accettato danaro. Fu dunque stabilito non
solo di richiamare a vita, dopo tanto tempo, ma di estendere siffatta
consuetudine. Gli antecedenti principi avevano levato il sopradetto
danaro soltanto in tempo di guerra, adesso venne riscosso in tempo
di profonda pace. Gli antecedenti principi, anche nelle guerre più
perigliose, lo avevano raccolto soltanto nelle contrade lungo il
littorale; adesso Carlo lo riscosse nelle contee interne. I principi
precedenti lo avevano raccolto soltanto per la difesa de’ patrii lidi;
adesso venne riscosso, conforme gli stessi realisti confessano, col
disegno non di mantenere una flotta, ma di procurare al re i sussidii
che egli poteva a sua discrezione elevare a qualunque somma, e spendere
a sua discrezione in qualsivoglia impresa.

Tutta la nazione si commosse di paura e di sdegno. Giovanni Hampden,
ricco e bennato gentiluomo della contea di Buckingham, tenuto in alta
venerazione da’ suoi vicini, ma generalmente poco noto al regno,
ebbe animo di spingersi innanzi, di far fronte ai poteri tutti del
governo, e di addossarsi le spese e il pericolo di contrastare al
Re la nuova prerogativa. Il caso fu discusso avanti i giudici nella
Camera dello Scacchiere. E furono talmente vigorosi gli argomenti
contro le pretese della Corona, che, per quanto dipendenti e servili
fossero quei magistrati, la maggioranza de’ voti contro Hampden fu
estremamente piccola. Gl’interpreti della legge avevano dichiarato, la
regia autorità aver diritto d’imporre una tassa grande e produttiva.
Wentworth fece assennatamente osservare, come fosse impossibile
sostenere il loro giudizio, fuorchè con ragioni conducenti direttamente
ad una conclusione che essi non avevano osato dedurre. Se era permesso
di levare pecunia legalmente senza il consenso del Parlamento per
mantenere una flotta, non era facile negare che potevasi legalmente,
senza il consenso del Parlamento, levare pecunia per mantenere un
esercito.

La sentenza de’ giudici accrebbe la irritazione del popolo. Un secolo
innanzi, un concitamento meno grave avrebbe fatto scoppiare una
insurrezione generale. Ma il malcontento adesso non assumeva, come
nelle età trascorse, la forma d’una rivolta. La nazione da lungo tempo
progrediva nella civiltà e nella ricchezza. Settanta anni erano scorsi
da che i grandi signori delle contrade settentrionali avevano prese le
armi contro Elisabetta; e nel corso di que’ settanta anni non eravi
stata guerra civile. In tutta la esistenza della nazione inglese non
era mai stato un periodo sì lungo senza lotte intestine. Gli uomini
eransi assuefatti alle occupazioni della pacifica industria; e per
quanto fossero esasperati, esitavano lungamente innanzi di snudare la
spada.

Fu questo il momento in cui le libertà della patria nostra corsero
il più grande pericolo. Gli oppositori del Governo cominciarono a
disperare delle sorti della patria; e molti volgevano gli sguardi ai
deserti americani, come al solo asilo in cui potessero fruire de’ beni
della libertà civile e religiosa. Ivi pochi fermi puritani, i quali per
la loro religione non ebbero timore nè dei furori dell’oceano, nè delle
durezze della vita rozza, nè delle zanne delle bestie feroci, nè delle
scuri d’uomini più feroci, edificarono fra mezzo ad annose foreste
quei villaggi, che oggimai sono diventati città grandi ed opulente,
ma che, a traverso tutte le variazioni subite, serbano i segni
dell’indole de’ loro fondatori. Il governo considerava con avversione
queste nascenti colonie, e si provò di fermare violentemente l’onda
della emigrazione; ma non potè fare che la popolazione della nuova
Inghilterra non venisse da uomini forti di cuore e timorosi di Dio
reclutata in ogni angolo della vecchia Inghilterra. Wentworth esultava
vedendosi presso a compiere il proprio disegno, per la piena esecuzione
del quale sarebbero forse bastati pochi anni. Se il governo avesse
serbata stretta economia, se avesse con ogni studio schivata ogni
collisione coi potentati stranieri, avrebbe estinti i debiti della
Corona, avrebbe ragunata la pecunia bisognevole a mantenere un poderoso
esercito, ed avrebbe con esso potuto infrenare il recalcitrante spirito
della nazione.

XLIV. Frattanto, un atto d’insana bacchettoneria cangiò improvvisamente
lo aspetto delle pubbliche faccende. Se il Re fosse stato savio, si
sarebbe attenuto ad una politica cauta e blanda verso la Scozia fino
a che si fosse reso assoluto signore delle contrade meridionali.
Imperocchè fra tutti i suoi regni la Scozia era quello dove una
semplice favilla avrebbe potuto produrre un incendio generale. Non
poteva temere, egli è vero che sorgesse in Edimburgo una opposizione
costituzionale simile a quella ch’egli aveva incontrata in Westminster.
Il Parlamento del suo regno settentrionale era un corpo ben differente
da quello che portava il medesimo nome in Inghilterra. Era male
costituito, poco rispettato, e non aveva mai opposto nessun limite
di grave momento ad alcuno de’ predecessori di Carlo. I tre Stati
ragunavansi in una sola Camera. I commissari de’ borghi erano
considerati come dipendenti dai grandi nobili. Nessun atto poteva
proporsi se prima non fosse stato approvato dai Lordi degli Articoli;
comitato che in sostanza, benchè non formalmente, veniva nominato dalla
Corona. Ma, quantunque il Parlamento scozzese fosse ossequioso, il
popolo scozzese era sempre stato singolarmente torbido e irrefrenabile.
Aveva scannato Giacomo I nella camera da letto; erasi più volte armato
contro Giacomo II; aveva ucciso Giacomo III sul campo di battaglia;
con la sua disobbedienza fatto morire di crepacuore Giacomo V; deposta
dal trono ed imprigionata Maria; condotto in cattività il figlio
di lei: l’indole di quel popolo seguitava, come sempre, ad essere
intrattabile. I suoi costumi erano rozzi e marziali. Lungo tutto il
confine meridionale, e lungo la linea tra le contrade alte e le basse,
infuriava una guerra incessante di ladroneccio. In ogni parte del
paese gli abitanti erano assuefatti a vendicare con le mani proprie
i torti sofferti. Il sentimento di lealtà, che la nazione aveva in
antico mostrato verso la casa regale, erasi intiepidito nell’assenza
di due sovrani. Dividevansi la influenza sopra l’opinione pubblica due
classi di malcontenti; i signori del suolo e i predicatori: gli uni
erano animati dallo stesso spirito che aveva più volte spinti gli
antichi Douglass a resistere agli antichi Stuardi; gli altri avevano
ereditato le opinioni repubblicane e l’invincibile spirito di Knox.
La popolazione si sentiva oltraggiata ne’ sentimenti nazionali e
religiosi. Tutte le classi querelavansi che il loro paese, quel paese
che con tanta gloria aveva difesa la propria indipendenza contro i più
destri e valorosi Plantageneti, fosse, per opera di principi scozzesi,
diventato non già di nome, ma in sostanza, provincia dell’Inghilterra.
In nessuna parte d’Europa la dottrina e la disciplina calvinistiche
avevano messe così profonde radici ne’ cuori del popolo, il quale
odiava la Chiesa Romana d’un odio che potrebbe giustamente chiamarsi
feroce, e sentiva avversione quasi uguale a quell’odio contro la Chiesa
Anglicana, la quale sempre più andava riassumendo le sembianze di
quella di Roma.

Il Governo aveva da lungo tempo voluto estendere il sistema anglicano
sopra l’isola intera, e con tale scopo aveva fatte parecchie
modificazioni estremamente disgustevoli ad ogni presbiteriano.
Nondimeno, fra tutte le innovazioni, non aveva tentato di farne una
sola la quale, saltando direttamente all’occhio del popolo, era la
più rischiosa di tutte. Il culto divino veniva tuttavia praticato nel
modo accettabile alla nazione. Ciò non ostante, Carlo e Laud infine
determinaronsi d’imporre a forza agli Scozzesi la liturgia anglicana;
o, a dir meglio, una liturgia che nei punti in cui differiva da quella
dell’Inghilterra, differiva in peggio.

A codesta misura, presa per ebbrezza di tirannide e per colpevole
ignoranza e più colpevole dispregio del pubblico sentire, la nostra
patria va debitrice della propria libertà. Il primo esperimento delle
cerimonie straniere produsse una sommossa, la quale rapidamente divenne
rivoluzione. L’ambizione, il patriottismo, il fanatismo, svegliaronsi
e si confusero in un solo torrente. La intera nazione insorse, e corse
alle armi. La potenza dell’Inghilterra veramente era, secondo che
parve manifesto alcuni anni dopo, bastevole a costringere la Scozia;
ma gran parte del popolo inglese partecipava ai sentimenti religiosi
degl’insorgenti; e molti Inglesi che non avevano nessuno scrupolo
intorno ad antifone e genuflessioni, ad altari ed abiti clericali,
vedevano con satisfazione il progredire d’una ribellione che pareva
volesse sconcertare i disegni arbitrari della corte, e rendere
necessaria la convocazione del Parlamento.

XLV. Wentworth non ebbe colpa nella stolta smargiassata che aveva
prodotti i riferiti effetti.[12] Essa veramente aveva capovolti e
confusi tutti i disegni di lui. Nonostante, l’indole sua non comportava
di consigliare il governo a sottomettersi. Tentossi di spegnere la
insurrezione adoperando le armi. Ma le forze militari e lo ingegno del
re non erano pari alla gravità dell’opera. Imporre nuove tasse sopra
la Inghilterra, a dispetto della legge, in quelle circostanze sarebbe
stata insania. Altro partito, adunque, non rimaneva cui appigliarsi,
se non se quello di ragunare un Parlamento; il quale, difatti, venne
convocato nella primavera del 1640.

La nazione gioiva sperando di veder risorgere il governo
costituzionale, e riaversi de’ mali ch’ella sosteneva. La nuova
Camera de’ Comuni fu più temperante e più ossequiosa verso il trono
di qualunque altra ch’erasi adunata dalla morte di Elisabetta in poi.
La moderazione di questa assemblea è stata altamente lodata dai più
cospicui realisti, e pare che avesse cagionato non lieve disturbo e
scoraggiamento ai capi dell’opposizione; ma Carlo, per insana politica
e poco generosa abitudine, ricusava sempre di appagare i desiderii
del suo popolo fino a che tali desiderii non fossero espressi in tono
minaccioso. Appena la Camera de’ Comuni mostrossi inchinevole a fare
ragione alle oppressioni che da undici anni pesavano sulla nazione, il
Re con manifesti segni di malumore sciolse il Parlamento.

Dallo scioglimento di questa assemblea di corta durata alla
convocazione di quel sempre memorabile consesso conosciuto sotto il
nome di Lungo Parlamento, corsero pochi mesi, durante i quali il
giogo venne con severità maggiore aggravato sulla nazione, mentre lo
spirito di questa svegliavasi più irato che mai a scuotere quel giogo.
Il Consiglio privato interrogò alcuni membri della Camera de’ Comuni
intorno alla loro condotta parlamentare, e non ne ricevendo risposta
nessuna, gli gettò in carcere. Le esazioni della imposta concernente
il mantenimento della flotta, furono fatte con più grande rigore. Il
lord gonfaloniere e gli sceriffi di Londra vennero minacciati del
carcere per la loro moderazione nel riscuoterla. Si fecero conscrizioni
forzate. A mantenere le milizie, si smunse pecunia dalle contee.
La tortura, che era sempre stata illegale ed era stata di recente
dichiarata tale anche dai servili giudici di quella età, venne inflitta
per l’ultima volta in Inghilterra nel mese di maggio 1640.

Adesso, tutto dipendeva dalle operazioni militari che il Re aveva
intraprese contro gli Scozzesi. Fra le sue truppe esisteva pochissimo
quel sentimento che divide i soldati di professione dalla massa della
nazione, e gli attacca ai loro condottieri. Il suo esercito era
composto in massima parte di reclute, che desideravano lo aratro da
cui erano state violentemente strappate, e che essendo animate de’
sentimenti religiosi e politici allora prevalenti nel paese, erano
più formidabili ai loro capi che all’inimico. Gli Scozzesi, ai quali
facevano animo i capi della opposizione inglese e debole resistenza le
truppe inglesi, valicarono il Tweed e il Tyne, ed accamparonsi lungo
i confini della contea di York. Allora il mormorare de’ malcontenti
diventò un frastuono, che impaurì, tranne un solo, i cuori di tutti.
Ma Strafford ambiva tuttavia a raggiungere il suo scopo, ed in questi
frangenti mostrò indole così crudele e dispotica, che i suoi stessi
soldati erano pronti a farlo in pezzi.

Rimaneva ancora un ultimo espediente, il quale, secondo che il Re
illudevasi, l’avrebbe potuto salvare dalla ignominia di affrontare
un’altra Camera de’ Comuni. A quella dei Lordi egli era meno avverso.
I vescovi gli erano affezionati; e quantunque i Pari secolari fossero
generalmente malcontenti della sua amministrazione, avevano, come
classe, cotanto interesse a mantenere l’ordine e la stabilità delle
antiche istituzioni, che non era verosimile richiedessero vaste
riforme. Contro la non interrotta costumanza di secoli, ei convocò
un gran consiglio composto di soli Pari. Ma costoro furono così
prudenti da non assumere le funzioni incostituzionali di cui egli
voleva rivestirli. Senza pecunia, senza credito, senza autorità nè
anche nello stesso suo campo, gli fu forza cedere alla pressura della
necessità. Le Camere furono convocate; e le nuove elezioni provarono
che, dalla primavera in poi, la sfiducia e l’odio contro il governo
eransi spaventevolmente accresciuti.

XLVI. Nel novembre del 1640 adunossi quel famoso Parlamento, il quale,
malgrado i suoi molti errori e disastri, è degno della riverenza e
gratitudine di tutti coloro che in qualsivoglia parte del mondo godono
i beni del governo costituzionale.

Nel corso dell’anno che seguì, nessuna grave scissura d’opinioni
mostrossi in ambedue le Camere. Per lo spazio di quasi dodici anni,
l’amministrazione civile ed ecclesiastica era stata cotanto oppressiva
ed incostituzionale, che perfino quelle classi le quali generalmente
inchinano all’ordine ed alla autorità, erano pronte a promuovere
riforme popolari, e tradurre i satelliti della tirannide innanzi alla
giustizia. Fu fatta una legge che prescriveva che fra parlamento e
parlamento non potesse esservi un intervallo maggiore di tre anni,
e che se in tempo debito non venissero spedite ordinanze munite del
Gran Sigillo, gli ufficiali potevano senza esse convocare i collegi
elettorali per la elezione de’ rappresentanti. La Camera Stellata,
l’Alta Commissione, il Consiglio di York furono aboliti. Coloro che,
dopo d’avere patito inumane mutilazioni, marcivano in fondo alle
prigioni, riacquistarono la libertà. La vendetta della nazione piombò
inesorabilmente sopra i principali ministri della corona. Il lord
cancelliere, il primate, il lord luogotenente vennero accusati. Finch
si salvò fuggendo. Laud fu gettato in fondo alla Torre. Strafford,
processato, fu fatto morire per virtù dell’Atto di Morte. Nel giorno
stesso in cui passò questa legge, il Re dette il suo assenso ad
un’altra legge, per la quale obbligavasi a non aggiornare, prorogare o
sciogliere il Parlamento esistente senza averne ottenuto il consenso
dagli stessi rappresentanti.

Dopo dieci mesi di continuo travaglio, le Camere nel settembre del 1641
si aggiornarono per poco tempo, e il Re visitò la Scozia. Potè con
grave difficoltà pacificare quel regno, dopo di avere consentito non
solo ad abbandonare i suoi disegni di riforma ecclesiastica, ma anco a
firmare, con manifesti segni di repugnanza, un atto dove dichiaravasi
lo episcopato essere contrario alla parola di Dio.

XLVII. Le vacanze del Parlamento inglese durarono un mese e mezzo.
Il giorno in cui le Camere riaprirono le adunanze, forma una delle
epoche più memorabili nella nostra storia. Da esso data la vera
esistenza, come corpi distinti, de’ due grandi partiti che hanno poi
sempre governato con alterna vicenda il paese. In un certo senso,
a dir vero, la distinzione, che allora divenne più manifesta, era
sempre stata e sarà sempre, come quella che nasce dalle diversità
d’indole, d’intendimento e d’interesse, che trovansi in tutte le
società, e vi si troveranno finchè la mente umana non cesserà
d’essere trascinata per opposti sentieri dalla forza dell’abitudine
e da quella della novità. Non solo nella politica, ma nelle lettere,
nelle arti, nelle scienze, nella chirurgia e nella meccanica, nella
navigazione e nell’agricoltura, anzi nelle stesse matematiche,
trovasi distinzione siffatta. In ogni dove è una classe d’uomini che
tenacemente si appigliano a ciò che è antico, e quando anche da ragioni
incontrastabili sieno convinti che la innovazione sarebbe benefica,
vi assentano pavidi e sospettosi. Avvi egualmente un’altra classe
di uomini, ardenti a sperare, audaci a speculare, proni a spingere
sempre innanzi, corrivi a scoprire imperfezioni in tutto ciò che
esiste, spensierati intorno ai perigli ed alle inconvenevolezze che
accompagnano le riforme, ed inclinevoli a laudare ogni mutazione come
un miglioramento. In entrambe queste generazioni di uomini è qualche
cosa degna d’essere commendata; massime in quelli che scostandosi dagli
estremi opposti, ravvicinansi così che paiono starsi in un confine
comune. La sezione estrema dell’una classe è composta di bacchettoni
frenetici; la estrema sezione dell’altra si compone di empirici frivoli
e licenziosi.

Non è dubbio che ne’ nostri Parlamenti primitivi si potrebbe scoprire
una parte di membri vogliosa di conservare, ed un’altra pronta a
riformare. Ma mentre le sessioni della legislatura erano brevi, quei
tali corpi non assumevano forme permanenti e definite, non ordinavansi
sotto capi riconosciuti, non prendevano nomi, segnali o gridi di guerra
distinti. Nei primi mesi del Lungo Parlamento, lo sdegno nato da molti
anni d’illegittima oppressione fu tale, che la Camera de’ Comuni operò
come un solo uomo. Gli abusi, l’un dopo l’altro, disparvero senza
conflitto. Se pochi rappresentanti mostraronsi bramosi di conservare la
Camera Stellata e l’Alta Commissione, impauriti dall’entusiasmo e dalla
superiorità numerica de’ riformisti, contentaronsi di compiangere la
caduta di quelle istituzioni, che non potevano apertamente difendersi
con la più lieve speranza di buon esito. In un’epoca posteriore,
i realisti reputarono cosa utile riportare ad una data più remota
la divisione fra essi e i loro avversarii, e attribuire l’atto che
raffrenava il Re dal disciogliere o prorogare il Parlamento, l’atto
triennale, l’accusa dei ministri e la condanna di Strafford, alla
fazione che poscia mosse guerra al Re. Ma fu artificio poco destro.
Ciascuna di quelle vigorose misure venne attivamente promossa da coloro
che dipoi furono principali fra’ cavalieri. Nessuno de’ repubblicani
parlò del lungo, pessimo governo di Carlo con maggior severità di
Colepepper. Il discorso più notevole in favore dell’atto triennale fu
fatto da Digby. L’accusa del lord cancelliere fu condotta da Falkland.
La dimanda che il lord luogotenente fosse tenuto in istretta prigionia,
fu fatta alla tribuna della Camera de’ Lordi da Hyde. Nessun segno
di disunione si fece scorgere fino a che fu proposta la legge che
colpì Strafford. Anche contro cotesta legge, che non poteva essere
giustificata se non se dallo estremo bisogno, soli sessanta membri
della Camera de’ Comuni votarono. Egli è certo che Hyde non fu con la
minoranza, e che Falkland non solo votò con la maggioranza, ma parlò
vigorosamente a favore della legge. Anche i pochi che scrupoleggiavano
in quanto ad infliggere la pena di morte in virtù d’una legge
retrospettiva, riputarono necessario esprimere grandissimo abborrimento
per il carattere e l’amministrazione di Strafford.

Ma sotto tale concordia apparente ascondevasi un gravissimo scisma; ed
allorquando, nell’ottobre del 1641, il Parlamento, dopo breve riposo,
riaprì le sue sessioni, due partiti opposti, essenzialmente identici a
quelli che sotto nomi diversi lottarono poi sempre, e lottano tuttavia,
onde recarsi in mano il governo della cosa pubblica, comparvero l’uno
di fronte all’altro. Chiamaronsi poscia Tory e Whig; nè sembra che
tali nomi abbiano presto a cadere in disuso.

Non sarebbe difficile comporre una satira o un elogio intorno a
ciascuna di codeste celebri fazioni; imperocchè niuno che non sia scemo
di giudizio e di schiettezza, vorrà sostenere che la fama del suo
proprio partito sia scevra di macchia, o quella del partito avverso
non possa vantare molti nomi illustri, molte azioni eroiche e molti
grandi servigi resi allo stato. Vero è che, quantunque ambidue i
partiti abbiano spesso gravemente fallato, la Inghilterra non avrebbe
potuto far senza nè dell’uno nè dell’altro. Se nelle istituzioni, nella
libertà e nell’ordine che essa gode, i beni che nascono dallo innovare
e quelli che derivano dal conservare, sono stati combinati in modo
sconosciuto a qualsivoglia popolo, possiamo attribuire questa fortunata
specialità ai valorosi conflitti ed alle vicendevoli vittorie delle due
rivali federazioni di uomini di stato, zelantissime entrambe, l’una
dell’autorità ed antichità, l’altra della libertà e del progresso.

Bisogna tenere a mente che la differenza tra le due grandi sezioni de’
politici inglesi è sempre stata più presto di grado, che di principio.
V’erano, e da diritta e da sinistra, certi confini, che rarissime volte
venivano travarcati. Pochi entusiasti, da una parte, erano pronti a
porre tutte le nostre leggi e franchigie ai piedi dei nostri re. Pochi
entusiasti, dall’altra, inclinavano a conseguire frammezzo ad infinite
perturbazioni civili il loro vagheggiato fantasma di repubblica. Ma
la maggior parte di coloro che difendevano la corona, abborriva dal
dispotismo; come i più fra coloro che propugnavano i diritti popolari,
abborrivano dalla anarchia. Nel corso del secolo decimosettimo, i due
partiti due volte sospesero ogni dissenso, e congiunsero le forze loro
per una causa comune. La loro prima coalizione restaurò la monarchia
ereditaria; la seconda rivendicò la libertà costituzionale.

È anche da notarsi, che i due partiti sopradetti non hanno mai formata
la intera nazione; anzi entrambi, insieme considerati, non hanno
mai fatta la maggioranza di quella. Fra l’uno e l’altro vi è sempre
stata una gran massa, che non ha stabilmente aderito a nessuno, che
talvolta si è mostrata inerte e neutrale, e tal’altra ha ondeggiato
ora verso questo or verso quel lato. Tale massa è più volte in pochi
anni passata da uno estremo all’altro, e viceversa. Talora ha cangiato
partito soltanto perchè era stanca di sostenere gli stessi uomini,
talora perchè s’era impaurita dei propri eccessi, talora perchè, avendo
concepite speranze di cose impossibili, erasi disillusa. Ma, semprechè
ha piegato con tutto il suo peso verso uno de’ due lati, ha resa
impossibile ogni resistenza.

Allorchè i partiti rivali mostraronsi con forme distinte, e’ parve
che fossero pressochè egualmente ordinati. Dalla parte del Governo
stavano moltissimi nobili, ed opulenti e assennati gentiluomini, ai
quali nulla mancava, tranne il solo nome, per dirsi nobili. Costoro,
insieme coi loro dipendenti, dello aiuto de’ quali potevano disporre,
non erano piccola potenza nello Stato. Dalla medesima parte stava il
numeroso ceto del clero, entrambe le università, e tutti que’ laici che
fortemente aderivano al governo episcopale ed al rituale anglicano.
Queste classi rispettabili trovavansi in compagnia di meno decorosi
alleati. L’austerità dei Puritani costrinse ad ingrossare la regia
fazione tutti coloro che amavano i piaceri, e affettavano galanteria,
splendore nel vestire, o gusto nelle arti leggiadre. Erano con costoro
que’ tali che campano la vita pascendo gli ozi altrui, cominciando
dal pittore e dal poeta comico fino al funambolo e al ciarlatano;
perocchè bene conoscevano, che, potendo arricchirsi sotto un dispotismo
lussurioso e superbo, sarebbero morti di fame sotto lo austero governo
dei rigoristi. Gli stessi interessi movevano tutti i cattolici romani.
La regina, principessa francese, professava la loro stessa fede.
Sapevasi ch’era grandemente amata e temuta non poco dal marito. Il
quale, benchè fosse indubitevolmente protestante per convinzione,
non guardava di mal occhio gli aderenti alla vecchia religione, e
avrebbe volentieri concessa loro maggior tolleranza di quella che
amava accordare ai presbiteriani. Se la opposizione vinceva, egli era
probabile che le leggi sanguinarie emanate contro i papisti sotto il
regno di Elisabetta, sarebbero state rese più severamente efficaci.
I cattolici romani, quindi, vennero indotti da’ più forti motivi a
sposare la causa della corte. Generalmente, procedettero cauti in modo
da essere tacciati di tiepidezza e codardia; ma è cosa probabile che
a così fare fossero persuasi dallo interesse del re, non che dal loro
proprio.

La forza maggiore dell’opposizione stava nei piccoli liberi possidenti
delle campagne, e ne’ mercanti e bottegai delle città. Costoro erano
capitanati da parecchi aristocratici di gran nome e potenza, fra’ quali
noveravansi i conti di Northumberland, Bedford, Warwick, Stamford
ed Essex, e alcuni altri lordi ricchi e rispettati. Nelle medesime
file trovavasi la intera classe de’ protestanti non–conformisti,
e la maggior parte de’ membri della Chiesa stabilita, sostenitori
delle opinioni calviniste, le quali quarant’anni prima erano state
generalmente abbracciate da’ prelati e dal clero. Le corporazioni
municipali, salvo poche, seguivano il medesimo partito. Nella Camera
de’ Comuni l’opposizione prevaleva, ma non decisamente.

A nessuno de’ partiti mancavano saldi argomenti a sostenere le
provvisioni che voleva adottare. I ragionamenti de’ più illuminati
realisti possono riassumersi nel modo seguente: «È vero che vi sono
stati grandi abusi; ma vi si è posto rimedio. È vero che i diritti
più preziosi sono stati violati; ma sono stati rivendicati e tutelati
con nuove guarentigie. Le sessioni degli Stati del regno, in onta ad
ogni esempio precedente e allo spirito della Costituzione, vennero
sospese per lo spazio di undici anni; ma adesso si è provveduto, che
tra parlamento e parlamento non sia un intervallo maggiore di tre
anni. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York,
ci opprimevano e spogliavano; ma quelle corti abborrite ormai più non
esistono. Il Lord Luogotenente si studiò di stabilire il dispotismo
militare; ma egli ha pagato col capo il proprio tradimento. Il Primate
corruppe il nostro culto co’ riti papali; ma egli, rinchiuso dentro
la torre, aspetta il giudizio de’ suoi pari. Il Lord Cancelliere
sanzionò un sistema che poneva gli averi d’ogni Inglese a discrezione
della Corona; ma è caduto in disgrazia, è stato rovinato e costretto a
cercare rifugio in terra straniera. I ministri della tirannide hanno
espiati i loro delitti; le vittime della tirannide hanno ricevuta la
ricompensa di quanto hanno sofferto. Stanti così le cose, sarebbe
insania perseverare in quella condotta che era giustificabile e
necessaria allorquando, dopo un lungo intervallo riapertosi il
parlamento, trovammo l’amministrazione altro non essere che un
ammasso di abusi. Ed è oggimai tempo di badare a non ispingere la
nostra vittoria sul dispotismo tanto oltre, da urtar nell’anarchia.
Non abbiamo potuto estirpare le pessime istituzioni che poco fa
affliggevano la patria nostra, senza produrre tali scosse da indebolire
le fondamenta del Governo. Adesso che siffatte istituzioni sono cadute,
dobbiamo affrettarci a rafforzare quello edificio, che non ha guari
è stato nostro debito abbattere. Da ora in poi, porremo ogni studio
nello esaminare ogni innovazione innanzi d’accettarla, e veglieremo
sì che tutte le prerogative di che la legge, per il bene pubblico,
ha rivestito il sovrano, siano rigorosamente difese contro ogni
aggressione.»

Tali erano i sensi di coloro de’ quali l’egregio Falkland può
considerarsi come capo. Dall’altra parte, uomini di non minore
destrezza e virtù sostenevano con pari vigore, che la sicurezza delle
libertà del popolo inglese era più presto apparente che vera, e che i
disegni arbitrari della Corte sarebbero ricomparsi appena la Camera de’
Comuni avesse rallentata la propria vigilanza. Era pur vero—ragionavano
Pym, Hollis e Hampden—che s’erano promulgate molte buone leggi; ma
se quelle fossero bastate a por freno alle voglie del Re, i suoi
sudditi avrebbero avuta poca ragione di muovere lamento della sua
amministrazione. I recenti statuti certamente non avevano autorità
maggiore di quella della Magna Carta e della Petizione dei Diritti.
Nondimeno, nè la Magna Carta santificata dalla venerazione di quattro
secoli, nè la Petizione de’ Diritti sanzionata dopo matura riflessione
e per grave considerazione dallo stesso Carlo, erano riuscite efficaci
a proteggere il popolo. Se una volta fosse tolto il freno della
paura, e lo spirito dell’opposizione venisse a sonnecchiare, tutte
le guarentigie della libertà inglese si risolverebbero in una sola
cosa, cioè nella parola reale; ed era stato provato con lunga ed amara
esperienza, che la parola del re non meritava punto la pubblica fiducia.

XLVIII. I due partiti guardavansi ancora scambievolmente con cauta
ostilità, e non avevano ancora ponderato le proprie forze, allorchè
giunsero nuove tali che infiammarono le passioni e rinvigorirono
le opinioni di entrambi. I grandi capi di Ulster, i quali al tempo
in cui Giacomo salì al trono, eransi, dopo lunghissima lotta,
sottomessi all’autorità regia, non avevano potuto più lungamente
patire la umiliazione della dipendenza. Avevano congiurato contro
il Governo inglese, ed erano stati dichiarati rei di tradigione. I
loro immensi domini erano stati confiscati dalla Corona; ed erano
corse a popolarli torme di emigrati dalla Inghilterra e dalla Scozia.
Costoro per civiltà ed intelligenza erano assai superiori ai naturali
del paese, e spesso abbusavano di superiorità cosiffatta. I rancori,
generati dalla diversità di razza, si accrebbero per la diversità di
religione. Sotto il ferreo giogo di Wentworth, non fu udito nè anche
un bisbiglio; ma appena cessò quella forte pressura, appena la Scozia
dette lo esempio d’una vittoriosa resistenza, mentre la Inghilterra
era assorta negl’interni dissidi, la soffocata rabbia degl’Irlandesi
eruppe in atti di tremenda violenza. In un attimo, i popoli aborigeni
insorsero contro le colonie. Una guerra alla quale l’odio nazionale
e religioso dette un carattere di particolare ferocia, desolò Ulster
e si estese alle vicine provincie. Il castello di Dublino nè anche
reputavasi luogo di sicurezza. Ciascuna posta recava a Londra racconti
esagerati di fatti, che, anche scevri d’ogni esagerazione, bastavano
a empire l’animo di pietà e d’orrore. Questi sciagurati avvenimenti
svegliarono più che mai lo zelo de’ due grandi partiti che sedevano,
con vicendevole nimistanza, nella sala di Westminster. I realisti
sostenevano esser debito precipuo d’ogni buono inglese e d’ogni buon
protestante, in siffatte circostanze, rinvigorire il braccio del
sovrano. Alla opposizione pareva che allora più che mai vi fossero
fortissime ragioni di invigilarlo e infrenarlo. Il trovarsi la cosa
pubblica in pericolo, era senza dubbio buona ragione per conferire
maggiori poteri ad un magistrato degno di fiducia; ma era parimente
buona ragione per iscemarli o toglierli ad un magistrato che in suo
cuore era nemico pubblico. Era stato scopo precipuo del Re il formare
un grande esercito; ed ora bisognava formarlo. Si doveva, dunque,
temere che ove non si stabilissero nuove guarentigie, le forze
raccolte per risottomettere la Irlanda, venissero adoperate contro le
libertà della Inghilterra. Nè ciò era tutto. Un orribile sospetto,
ingiusto, a dir vero, ma non affatto fuori di natura, era nato in cuore
a molti. La Regina era cattolica romana; il Re non era considerato
dai Puritani, ch’egli aveva spietatamente perseguitati, come sincero
protestante; ed era sì nota a tutti la sua doppiezza, da non esservi
specie di tradimento di cui i suoi sudditi, con qualche apparenza di
ragione, non lo credessero capace. E però, corse subito sorda una voce
che affermava, la ribellione de’ Cattolici Romani di Ulster essere
parte d’una vasta opera di tenebre, immaginata e condotta in Whitehall.

XLIX. Dopo alcuni giorni di preludio, nel dì ventesimosecondo di
novembre 1641, scoppiò il conflitto tra i due grandi partiti, che si
sono poi sempre osteggiati ed osteggiansi tuttavia per recarsi in mano
il reggimento del paese. La opposizione propose, che la Camera de’
Comuni dovesse presentare al Re una rimostranza, enumerando i falli
della amministrazione fino dal tempo in cui egli ascese al trono, e
significando la diffidenza con che il popolo riguardava la politica
di lui. Quell’assemblea che pochi mesi avanti era stata unanime nel
chiedere la riforma degli abusi, si divise in due fiere ed ardenti
fazioni, di forza pressochè uguali. Dopo un violento discutere, che
durò molte ore, la rimostranza fu adottata con la maggiorità di soli
undici voti.

L’esito di tale conflitto giovò grandemente il partito conservatore.
Non era da dubitarsi che soltanto qualche grave indiscrezione potesse
impedirgli di ottenere la preponderanza nella Camera Bassa. La
Camera Alta era già tutta di quel partito. Nessuna cosa mancava per
assicurargli la vittoria, se non che il Re in tutta la sua condotta
mostrasse qualche rispetto per le leggi, ed una scrupolosa buona fede
verso i suoi sudditi.

I suoi primi provvedimenti promisero bene. E’ sembra che finalmente si
fosse indotto a pensare, come era necessario cangiare intieramente il
sistema, e si volesse adattare a ciò che non poteva più oltre evitarsi.
Dichiarò d’essere determinato a voler governare concordemente con la
Camera de’ Comuni, ed a tal fine chiamare ai suoi consigli uomini i
quali, per ingegno e carattere, godessero la fiducia della Camera.
Nè la scelta fu male fatta. Falkland, Hyde e Colepepper, tutti e tre
uomini cospicui per essersi adoperati efficacemente a riformare gli
abusi od a punire i malvagi ministri, vennero invitati ad essere fidi
consiglieri della Corona, ed ebbero da Carlo la solenne assicurazione,
che non avrebbe fatto il minimo passo intorno a ciò che concerneva la
Camera Bassa del Parlamento, senza averne chiesto il loro parere.

E’ non è dubbio che s’egli avesse mantenuta tale promessa, la reazione,
che già progrediva, sarebbe diventata tanto vigorosa, quanto la
potevano desiderare i realisti più rispettabili. Già i più irrequieti
membri dell’opposizione avevano cominciato a disperare delle sorti del
proprio partito, a tremare per la salvezza propria, e parlavano già di
vendere i loro beni ed emigrare in America. Se le belle speranze che
cominciavano a sorridere al Re, svanirono improvvise, se la sua vita
fu amareggiata dall’avversità ed in fine abbreviata dalla violenza, ne
chiami in colpa la propria perfidia e il dispregio delle leggi.

E’ pare certo ch’egli detestasse ambi i partiti in cui era divisa
la Camera de’ Comuni. Nè ciò è strano; perocchè in entrambi l’amore
della libertà e l’amore dell’ordine, comunque con diverse proporzioni,
erano commisti. I consiglieri che Carlo, stretto dalla necessità,
aveva chiamati presso di sè, non erano in nulla graditi al suo cuore.
Avevano partecipato a dannare la sua tirannia, a scemargli i poteri ed
a punire i suoi satelliti. Adesso erano, per vero dire, apparecchiati
a difendere con mezzi rigorosamente legali le legittime prerogative
di lui; ma avrebbero rifuggito dall’orribile pensiero di ritornare
ai tirannici disegni di Wentworth. Essi, dunque, secondo l’opinione
del Re, erano traditori, che differivano solo nel grado della loro
sediziosa malignità da Pym e da Hampden.

L. E quindi Carlo, pochi giorni dopo d’avere promesso ai capi de’
realisti costituzionali di non muovere mai un solo passo d’importanza
senza farneli consapevoli, formò un pensiero, il più serio e tremendo
in tutta la sua vita, lo nascose con gran cura, e lo mandò ad
esecuzione in un modo tale, che ne furono colpiti di terrore e
vergogna. Mandò il Procuratore Generale ad accusare di alto tradimento,
innanzi alla tribuna della Camera de’ Lordi, Pym, Hollis, Hampden ed
altri membri di quella de’ Comuni. Non satisfatto di questa flagrante
violazione della Magna Carta, e della usanza non interrotta di secoli,
andò egli stesso in persona, accompagnato da uomini armati, a porre
le mani addosso ai capi della opposizione dentro la stessa sala del
Parlamento.

Il colpo fallì. I membri incriminati erano partiti dalla sala poco
tempo avanti che vi entrasse Carlo. Ne seguì subitanea e violenta
commozione nel Parlamento, non che nel paese. Lo aspetto più favorevole
onde i più parziali difensori del Re si sono studiati di presentare
la condotta di lui in questa occasione, consiste nello affermare
ch’egli, spinto dai pessimi consigli della consorte e de’ cortigiani,
commettesse un atto gravissimo d’indiscrezione. Ma la voce generale lo
accusava altamente di colpa assai più grave. Nel momento stesso in che
i suoi sudditi, dopo d’essersi lungo tempo tenuti lontani da lui per
la sua cattiva amministrazione, ritornavano a lui con sentimenti di
fiducia e d’affetto, egli meditò di menare un colpo mortale contro i
loro più cari diritti; i privilegi, cioè, del Parlamento, e lo stesso
principio di processare l’individuo innanzi ai giurati. Aveva mostrato
di considerare l’opposizione ai suoi disegni arbitrari come delitto che
doveva espiarsi col sangue. Aveva rotta la fede non solo al suo Gran
Consiglio ed al suo popolo, ma ai suoi stessi aderenti. Aveva fatto
ciò, che, se stato non fosse un caso impreveduto, avrebbe probabilmente
suscitato un sanguinoso conflitto attorno il seggio presidenziale.
Coloro i quali predominavano nella Camera Bassa, compresero allora
che non solamente la potenza e popolarità, ma i beni e le vite loro,
dipendevano dall’esito della lotta in cui trovavansi involti. Lo zelo,
che già veniva meno, del partito avverso alla Corte, in uno istante si
riaccese. La notte che seguì all’oltraggio tentato, tutta la città di
Londra fu in armi. In poche ore, le vie che conducevano alla metropoli
erano popolate da torme di borghesi, irrompenti verso Westminster, coi
segni della causa parlamentare fitti ai loro cappelli. Nella Camera
de’ Comuni la opposizione a un tratto divenne irresistibile, e adottò,
con una grandissima maggioranza di voti, provvedimenti di violenza
senza esempio precedente. Forti legioni di milizie, che regolarmente
davansi la muta, facevano la guardia attorno il palazzo di Westminster.
Le porte della reggia erano tuttodì assediate dalla furibonda
moltitudine, le cui minacce ed esecrazioni pervenivano fino alla sala
d’udienza, e che i gentiluomini della Corte appena potevano impedire
che irrompesse negli appartamenti reali. Se Carlo fosse rimasto più a
lungo nella sua tempestosa metropoli, è probabile che la Camera de’
Comuni avrebbe trovata una scusa per farlo, sotto forme esteriori di
rispetto, prigioniero di stato.

LI. Egli si allontanò da Londra, per non ritornarvi mai fino al giorno
d’un terribile e miserando giudicio. Iniziaronsi negoziati, che
durarono molti mesi. I partiti contendenti scagliavansi vicendevolmente
recriminazioni ed accuse: ogni via d’accomodamento era impossibile.
La pena che colpisce la perfidia abituale, finalmente colse quel
tristo principe. Nulla gli valsero gli sforzi onde egli impegnò la sua
regia parola, ed invocò il Cielo a testimonio della sincerità delle
sue promesse. Giuramenti e trattati più non bastavano a vincere la
diffidenza de’ suoi avversari, i quali pensavano di non avere sicurtà
se non quando il Re fosse ridotto ad assoluta impotenza. Chiedevano,
quindi, ch’egli rendesse non solo quelle prerogative che aveva
usurpate violando le antiche leggi e le sue proprie recenti promesse,
ma anco altre prerogative che i re inglesi avevano fruito da tempo
immemorabile, e seguitano a fruire anco ai dì nostri. Gli volevano
togliere la potestà di nominare i Ministri, di creare i Pari, senza il
consenso delle Camere. Soprattutto, volevano privare il Governo della
suprema autorità militare, che, fino da tempi cui non giungono umani
ricordi, era sempre appartenuta alla dignità regia.

Non era da sperarsi che Carlo, finchè gli rimanessero mezzi di
resistenza, assentirebbe le predette dimande. Nondimeno sarebbe
difficile mostrare che le Camere avrebbero, per la propria salvezza,
potuto contentarsi di meno. Veramente ondeggiavano in una tempesta di
opposti pensieri. La gran maggioranza della nazione aderiva fermamente
alla monarchia ereditaria. Coloro che nutrivano sentimenti repubblicani
erano ancora pochi, e non rischiavansi a parlare alto. Era quindi
impossibile abolire il principato. Nulladimeno, facevasi a tutti
manifesto come il Re non fosse degno di nessuna fiducia. Sarebbe stato
assurdo in coloro i quali per proprio esperimento conoscevano ch’egli
bramava distruggerli, il contentarsi di presentargli un’altra petizione
di diritti, ed ottenere nuove promesse, simiglianti a quelle ch’egli
aveva più volte fatte e violate. Nessuna cosa, fuorchè il difetto di
un esercito, gli aveva impedito di abbattere l’antica Costituzione del
reame. Ed essendo allora necessario formare un grande esercito regolare
per riconquistare l’Irlanda, sarebbe stata vera demenza lasciare il
Re nella pienezza di quella autorità militare, che i suoi antecessori
avevano esercitata.

Ogni qualvolta uno Stato si trova nelle condizioni in cui a que’ tempi
trovavasi l’Inghilterra, e il regio ufficio è riguardato con amore e
venerazione, e l’uomo che occupa quell’ufficio ha l’odio e la sfiducia
de’ popoli, la via da tenersi sembra evidente. Conservisi la dignità
dell’ufficio; si mandi via la persona che indegnamente lo esercita.
Così i nostri antenati operarono nel 1399 e nel 1689. Se nel 1642 vi
fosse stato un uomo locato in un posto simile a quello che Enrico di
Lancaster occupava allorchè Riccardo II venne deposto dal trono, e che
il Principe d’Orange occupava nel tempo della deposizione di Giacomo
II, le Camere probabilmente avrebbero cangiata la dinastia, e non
avrebbero fatto nessun mutamento formale nella Costituzione. Il nuovo
re, chiamato al trono dai loro voti, e dipendente dal loro sostegno,
sarebbe stato costretto a condurre il governo dello Stato a seconda
delle voglie ed opinioni loro. Ma nel partito parlamentare non v’era
principe di sangue reale; e quantunque quel partito avesse nel proprio
seno molti uomini d’altissimo grado e molti altri di inclita mente, non
eravi nessuno che splendidamente giganteggiasse su tutti, in modo da
essere proposto come candidato per la Corona. Dovendoci essere un re, e
non essendoci modo a trovarne un altro, era necessario lasciare a Carlo
il titolo regio. Altra via, dunque, non rimaneva che questa; separare
il titolo dalle regie prerogative.

I mutamenti che le Camere proposero da farsi alle nostre istituzioni,
tuttochè sembrino esorbitanti, ove vengano, ordinandoli ad articoli
di capitolazione, maturamente considerati, equivalgono a un dipresso
ai mutamenti prodotti dalla Rivoluzione che avvenne nella generazione
susseguente. Egli è vero che, a tempo della Rivoluzione, al sovrano la
legge non toglieva la potestà di nominare i suoi Ministri; ma è anche
vero che, dopo la Rivoluzione, nessun Ministro si è potuto mantenere
sei soli mesi in ufficio a dispetto della Camera de’ Comuni. È vero che
il sovrano tuttavia ha la potestà di creare i Pari, e la potestà più
importante della spada; ma è anche vero che nello esercizio di tali
poteri al sovrano, dalla Rivoluzione in poi, sono sempre stati guida
e consiglieri che godono la fiducia de’ Rappresentanti della nazione.
Difatti, i capi del partito delle Teste–Rotonde nel 1642, e gli uomini
di Stato che, circa cinquanta anni appresso, compirono la Rivoluzione,
miravano al medesimo scopo. Il quale era quello di porre fine alla
contesa tra la Corona e il Parlamento, rivendicando al Parlamento
il sindacato supremo sopra il potere esecutivo. Gli uomini di Stato
della Rivoluzione conseguirono cotesto fine cangiando la dinastia.
Le Teste–Rotonde del 1642, non potendo cangiare la dinastia, furono
costretti a prendere una via diretta onde conseguire lo scopo.

Non possiamo, ad ogni modo, maravigliarci che le richieste
dell’opposizione, le quali importavano un trapasso pieno e formale
al Parlamento dei poteri che sempre erano appartenuti alla Corona,
scotessero quel gran partito che ha per principii il rispetto per
l’autorità costituita, e la paura delle innovazioni violente. Aveva
di recente nutrita la speranza di ottenere con mezzi pacifici il
predominio nella Camera de’ Comuni; ma tale speranza era svanita. La
doppiezza di Carlo aveva resi irreconciliabili i suoi vecchi nemici,
aveva fatti entrare nelle schiere de’ malcontenti moltissimi uomini
moderati già pronti ad accostarsi a lui, ed aveva così crudelmente
mortificati i suoi migliori amici, che per alcun tempo si erano tirati
da parte a rodersi in silenzio di vergogna e dispetto. Adesso,
nondimeno, ai realisti costituzionali fu forza di eleggere fra due
pericoli; onde reputarono debito loro stringersi intorno a un principe
di cui condannavano la condotta e nella cui parola non potevano avere
fiducia, più presto che patire che la regia dignità venisse degradata,
e l’ordinamento politico del Regno interamente rifatto. Con tali
sentimenti, molti uomini che per virtù e ingegno avrebbero onorato
qualsivoglia causa, si posero dalla parte del principe.

LII. Nell’agosto del 1642, le spade alla perfine sguainaronsi; e
quasi in ogni contea del regno, tosto comparvero in armi due fazioni
ostili, l’una di fronte all’altra. Non è agevole affermare quale de’
due lottanti partiti fosse il più formidabile. Le Camere comandavano
Londra e le contee di Londra, la flotta, la navigazione del Tamigi, e
la maggior parte delle grandi città e de’ porti marittimi. Potevano
disporre di quasi tutte le provvigioni militari del regno, e potevano
imporre dazi e sulle mercanzie importate dall’estero, e sopra alcuni
prodotti della industria nazionale. Il Re difettava d’artiglieria
e di munizioni. Le tasse ch’egli impose sopra i distretti rurali
occupati dalle sue truppe, producevano, come sembra probabile, una
somma minore di quella che il Parlamento ricavava dalla sola città di
Londra. Sperava, a dir vero, per aiuti pecuniari nella munificenza
de’ suoi ricchi aderenti. Molti di costoro ipotecarono le loro terre,
impegnarono le loro gioie, e fusero le loro argenterie per soccorrerlo.
Ma l’esperienza ha pienamente provato che la volontaria liberalità
degl’individui, anche in tempi di grande concitamento, è una scarsa
fonte finanziaria, agguagliata alla tassazione severa e metodica che
grava ad un tempo sopra i volenti e i non volenti.

Carlo, nonostante, aveva un vantaggio, il quale, ove egli ne avesse
fatto buon uso, lo avrebbe più che compensato del difetto di provigioni
e di pecunia, e che, malgrado la sua poca destrezza a giovarsene, lo
rese, per alcuni mesi, superiore nella guerra ai suoi avversari. Le
sue truppe dapprima pugnavano assai meglio di quelle del Parlamento.
Ambedue gli eserciti, egli è vero, erano quasi interamente composti
di uomini che non avevano veduto mai un campo di battaglia. Ad ogni
modo, la differenza era molta. Le falangi parlamentari erano ripiene
di genti venderecce, che s’erano arruolate per bisogno o per ozio. Il
reggimento di Hampden era considerato come uno de’ migliori; eppure
Cromwell soleva chiamarlo una marmaglia di paltonieri e di servitori
a spasso. L’esercito regio, dall’altro canto, era composto in gran
parte di gentiluomini, alteri, ardenti, avvezzi a considerare il
disonore come cosa più terribile della morte, assuefatti alla scherma,
al maneggio delle armi da fuoco, a cavalcare arditamente, ed alle
cacce difficili e pericolose, che bene chiamavansi immagini della
guerra. Questi gentiluomini, montati sui loro generosi cavalli, a
capo di piccole bande composte de’ fratelli minori, dei domestici,
dei cacciatori, de’ boscaiuoli loro, dal primo giorno che entrarono
in campo, sapevano sostenere la parte loro in una battaglia. Questi
valorosi volontari non arrivarono mai a conseguire la fermezza,
la pronta obbedienza, la precisione meccanica dei movimenti, che
predistinguono il soldato regolare; ma in sulle prime avevano di fronte
nemici indisciplinati quanto loro, e meno operosi, forti ed arditi.
Per qualche tempo, quindi, i Cavalieri quasi in ogni scontro rimasero
vittoriosi.

Le Camere anche non avevano avuta la fortuna di scegliere un buon
generale. Il grado e la opulenza rendevano il conte d’Essex uno
degli uomini più cospicui del partito parlamentare. Aveva con lode
guerreggiato sul Continente, ed allorquando le ostilità scoppiarono,
godeva sopra ogni altro nel paese alta riputazione militare. Ma tosto
si conobbe che egli era inetto al supremo comando. Aveva poca energia
e nessun ingegno inventivo. La tattica metodica ch’egli aveva imparata
nella guerra del Palatinato, non lo salvò dalla sciagura di essere
soprappreso e sconfitto da un capitano come Rupert, il quale non poteva
pretendere ad altra rinomanza che a quella di ardimentoso uomo di parte.

Nè i maggiori ufficiali ad Essex sottoposti, erano in condizioni di
supplire ai difetti di lui: il che scusa o libera le Camere da ogni
biasimo. In un paese nel quale nessuno de’ viventi aveva mai vista una
gran guerra, non potevano trovarsi generali di sperimentata perizia e
valentia. Era perciò necessario in sulle prime di servirsi d’uomini
inesperti: e naturalmente vennero preferiti coloro che erano cospicui
per condizione o per le doti di cui avevano fatta mostra in Parlamento.
Siffatta scelta appena in un solo esempio fu felice; dacchè nè i
magnati nè gli oratori fecero prova di buoni soldati. Il conte di
Stamford, ch’era uno de’ principali nobili d’Inghilterra, fu rotto a
Stratton dai realisti. Nataniele Fiennes, per sapienza civile a nessuno
secondo fra’ suoi contemporanei, si disonorò per la pusillanime resa di
Bristol. Veramente, di tutti gli uomini di Stato che allora accettarono
alti comandi militari, il solo Hampden, a quanto sembra, portò nel
campo la capacità e la vigoria di mente onde era pervenuto a tanta
altezza nelle cose politiche.

LIII. Nel primo anno della guerra, le armi de’ realisti rimasero
apertamente vincitrici nelle contee occidentali e settentrionali del
paese. Avevano tolta al Parlamento Bristol, seconda città del Regno.
Avevano riportate parecchie vittorie, senza nè anche una perdita
ignominiosa o di grave momento. Fra le Teste–Rotonde l’avversità aveva
incominciato a produrre dissensioni e malcontento. Ora le congiure,
ora i tumulti, tenevano il Parlamento in diuturna trepidazione.
Pensarono fosse necessario fortificare Londra contro le milizie del
Re, ed impiccare in su gli usci delle proprie case alcuni cittadini
turbolenti. Taluni de’ più cospicui Pari, che fino allora erano rimasti
in Westminster, fuggirono alla Corte in Oxford; e non v’ha dubbio, che
se a quel tempo le operazioni de’ Cavalieri fossero state dirette da
una mente forte e sagace, Carlo sarebbe tosto ritornato trionfante a
Whitehall.

Ma il Re lasciò fuggirsi di mano quel bene augurato momento, che non
ritornò mai più. Nell’agosto del 1643 accampò di faccia alla città di
Gloucester, la quale venne difesa dagli abitanti e dal presidio con
una perseveranza che, in tutto il corso della guerra, non avevano mai
mostrata i partigiani del Parlamento. Londra ne sentì emulazione. La
milizia cittadina si offerse di correre dove i suoi servigi potessero
essere utili. In breve tempo si raccolsero numerose forze militari,
che cominciarono a muoversi verso occidente. Gloucester fu liberata
dall’assedio. I realisti in ogni angolo del reame rimasero scorati; si
rinfrancò lo spirito della parte parlamentare; e i Lordi apostati, i
quali di recente da Westminster erano fuggiti ad Oxford, affrettaronsi
a ritornare da Oxford a Westminster.

LIV. Cominciò allora a manifestarsi nello infermo corpo politico una
nuova specie di gravi sintomi. Erano, fin da principio, nella parte
parlamentare taluni uomini che volgevano in mente pensieri dai quali
i più rifuggivano inorriditi. Questi uomini nelle cose di religione
erano indipendenti. Pensavano che ogni congregazione cristiana aveva,
sotto Cristo, suprema giurisdizione nelle faccende spirituali; che gli
appelli ai sinodi provinciali e nazionali ripugnavano quasi tanto alle
Scritture, quanto gli appelli alla corte dell’arcivescovo di Canterbury
o al Vaticano; e che il papismo, il prelatismo e il presbiterianismo,
erano semplicemente tre diverse forme d’una medesima grande apostasia.
In politica essi erano, servendoci della frase di quel tempo, uomini
da ramo e da radice; frase che risponde al vocabolo in uso ai giorni
nostri, voglio dire radicali. Non paghi di limitare il potere del
monarca, bramavano di erigere una repubblica sopra le ruine del vecchio
ordinamento politico. Dapprima erano poco notevoli e per numero e
per importanza; ma non ancora erano trascorsi due anni di guerra, e
formavano, se non la più numerosa, di certo la più potente fazione del
paese. Alcuni de’ più vecchi capi parlamentari erano mancati per morte,
altri avevano perduta la pubblica fiducia. Pym era stato sepolto con
onori principeschi fra le tombe de’ Plantageneti. Hampden era caduto
mentre studiavasi, con eroico esempio, d’inanimire i suoi concittadini
a far fronte alla feroce cavalleria di Rupert. Bedford era stato
infido alla causa nazionale. Northumberland, come era noto a ciascuno,
aveva animo tiepido. Essex e i suoi luogotenenti avevano mostrato poco
vigore e destrezza nel condurre le faccende della guerra. In cosiffatta
condizione di cose, il partito degli Indipendenti, ardente, risoluto
ed esperto, cominciò ad innalzare audace la fronte nel campo e nel
Parlamento.

LV. L’anima di questo partito era Oliviero Cromwell. Educato alle
occupazioni pacifiche, a quaranta e più anni d’età, aveva accettata
una commissione nell’armata parlamentare. Appena divenne soldato,
conobbe coll’acuto occhio del genio ciò che Essex, e gli uomini simili
ad Essex, con tutta l’esperienza loro, non sapevano intendere. Vide
precisamente dove stava la forza dei realisti, e i soli mezzi con cui
tale forza poteva vincersi. S’accorse che era mestieri riordinare
l’armata del Parlamento. S’accorse parimente, che v’erano copiosi
materiali ed ottimi a tale scopo; materiali meno appariscenti, a dir
vero, ma più solidi di quelli onde erano composte le valorose legioni
del Re. Era mestieri arrolare reclute che non fossero mercenarie, ma di
posizione decente e di carattere grave, animate dal timore di Dio, e
zelanti della libertà patria. D’uomini di tal sorta compose il proprio
reggimento, e mentre gli assoggettava ad una disciplina più rigida di
quale altra si fosse mai veduta innanzi in Inghilterra, porgeva agli
animi loro stimoli di potentissima efficacia.

Gli eventi del 1644 provarono appieno la superiorità della sua mente.
Nelle contrade meridionali, dove Essex comandava, le forze parlamentari
subirono una serie di vergognosi disastri; ma nelle settentrionali, la
vittoria di Marston Moor fu di pieno compenso a tutte le perdite che
s’erano altrove, sostenute. Quella vittoria non recò un colpo più serio
ai realisti, di quello che recasse al partito fin allora dominante in
Westminster; poichè era cosa notoria, che la giornata sciaguratamente
perduta dai Presbiteriani, era stata ricuperata dalla energia di
Cromwell, e dalla valorosa fermezza de’ guerrieri che lo seguivano.

LVI. Cotesti eventi produssero l’Ordinanza d’abnegazione, e il nuovo
modello dell’armata. Con pretesti decorosi, e con ogni testimonianza di
rispetto, Essex e la maggior parte di coloro i quali avevano occupato
posti eminenti sotto il comando di lui, vennero rimossi, e la direzione
della guerra fu posta in mani dalle sue differentissime. Fairfax,
soldato intrepido, ma di basso intendimento e di carattere irresoluto,
fu fatto generale delle armi; ma lo era di solo nome, poichè il vero
capo di quelle era Cromwell.

LVII. Cromwell affrettossi ad organizzare tutta l’armata secondo
gli stessi principii, giusta i quali aveva organizzato il proprio
reggimento. Com’egli ebbe fornita l’opera, l’esito della guerra fu
deciso. I Cavalieri dovevano adesso far fronte ad un coraggio pari al
loro, ad un entusiasmo più forte di quello onde erano animati, ad una
disciplina che loro mancava affatto. Passò tosto in proverbio il detto,
che i soldati di Fairfax e di Cromwell erano uomini differentissimi
da quelli di Essex. In Naseby seguì il primo scontro tra i realisti
e le rifatte schiere del Parlamento. La vittoria delle Teste–Rotonde
fu piena e decisiva. Essa fu seguita da altri trionfi succedentisi
rapidamente. In pochi mesi l’autorità del Parlamento venne pienamente
stabilita in tutto il reame. Carlo si rifugiò presso gli Scozzesi,
e, con modo che non fa molto onore al carattere loro, fu consegnato
agl’Inglesi.

Mentre l’esito della guerra era tuttavia dubbio, le Camere avevano
fatto morire il Primate; avevano interdetto, nella sfera della
loro autorità, l’uso della liturgia; ed avevano imposto che tutti
sottoscrivessero quel famoso documento conosciuto col nome di Lega
o Convenzione Solenne. Come la lotta ebbe fine, le innovazioni e
le vendette con grandissimo ardore furono spinte agli estremi. La
politica ecclesiastica del Regno fu rimodellata. Moltissimi individui
dell’alto clero vennero spogliati de’ loro beneficii. Multe, spesso
di somme rovinose, vennero inflitte ai realisti, già impoveriti per i
larghi sussidi donati al Re. I beni di molti vennero confiscati; molti
Cavalieri proscritti trovarono utile comprare, con enormi sacrifizi,
la protezione de’ personaggi principali del partito vittorioso.
Grandi dominii, appartenenti alla Corona, ai Vescovi ed ai Capitoli,
furono confiscati, e o dati in concessione, o venduti all’incanto. In
seguito di tali spoliazioni, gran parte del suolo d’Inghilterra fu a
un tratto messo in vendita. Poichè il danaro era scarso, il traffico
paralizzato, il titolo di proprietà mal sicuro; e poichè la paura che
ispiravano gli offerenti che avevano in mano il potere, impediva la
libera concorrenza; i prezzi spesso erano prettamente nominali. In tal
guisa molte antiche ed onorate famiglie scomparvero, e non se ne seppe
più nulla; e molti uomini nuovi mostraronsi sulla scena, con repentino
innalzamento.

Ma mentre le Camere adopravano la propria autorità in quel modo, essa
fuggì rapidamente dalle loro mani. L’avevano ottenuta arrogandosi un
potere senza limite o freno. Nell’estate del 1647, circa un anno dopo
che l’ultima fortezza dei Cavalieri erasi sottomessa al Parlamento, il
Parlamento fu costretto a sottomettersi ai soldati suoi propri.

LVIII. Corsero tredici anni, durante i quali l’Inghilterra fu, sotto
vari nomi e varie forme, governata dalla spada. Giammai, prima o dopo
di quell’epoca, il potere civile della nostra patria non fu soggetto
alla dittatura militare.

L’armata che si recò in mano il supremo potere dello Stato, era
un’armata molto diversa da qualunque altra che se n’è poi veduta nel
nostro paese. Oggimai la paga del soldato comune non è tale da svolgere
altri individui fuorchè quelli delle classi basse degli operai, dalla
loro vocazione. Una barriera quasi insormontabile lo divide dal grado
d’ufficiale. La maggior parte di coloro che vi pervengono, lo comprano.
Sono così numerose e vaste le dipendenze remote dell’Inghilterra,
che chiunque si arruola alla truppa di linea, deve attendersi di
passare molti anni della propria vita in esilio, e parecchi anni in
climi non favorevoli alla salute ed al vigore della razza europea.
L’armata del Lungo Parlamento venne raccolta pel servizio interno. La
paga del soldato comune era maggiore del guadagno che l’individuo del
popolo poteva sperare dal proprio lavoro; e qualora si fosse distinto
per intelligenza e per coraggio, poteva sperare di levarsi a posti
eminenti. Le file, quindi, erano composte di uomini, per educazione e
posizione, superiori alla moltitudine. Questi uomini, sobrii, morali,
diligenti ed assuefatti alla riflessione, erano stati indotti ad
abbracciare il mestiere delle armi, non già dagli incitamenti del
bisogno, non dal desio di novità o di licenza, non dagli artificii
degli ufficiali reclutatori, ma dallo zelo religioso e politico, misto
alla brama di acquistarsi onore e spingersi in alto. Essi vantavansi,
siccome ne troviamo ricordo nelle loro solenni risoluzioni, di non
essere stati costretti alla milizia, nè d’averla abbracciata per
desiderio di lucro; di non essere giannizzeri, ma liberi cittadini
inglesi, i quali, di loro propria voglia, avevano poste le loro vite
in pericolo per la libertà e la religione dell’Inghilterra; perocchè
consideravano come loro debito espresso vegliare sul bene della nazione
che avevano salvata.

In una milizia siffattamente composta, potevano senza pregiudizio
della sua utilità, tollerarsi quelle tali licenze, che, concesse a
qualunque altra soldatesca, avrebbero sovvertita ogni disciplina.
Generalmente parlando, i soldati, i quali si costituissero in circoli
politici, eleggessero i loro delegati e prendessero risoluzioni
intorno ad alte questioni di Stato, scoterebbero tosto ogni freno,
non sarebbero più un’armata, e diverrebbero la massa peggiore e più
pericolosa del popolo. Nè sarebbe sicuro, ai tempi nostri, permettere
ne’ reggimenti adunanze religiose, nelle quali un caporale versato
nella lettura della Bibbia infiammasse la divozione del suo colonnello
meno istruito, e desse avvertimenti al suo maggiore recidivo. Ma tali
erano la intelligenza, la gravità, la padronanza di sè, nei guerrieri
di Cromwell, che nel loro campo una organizzazione religiosa e politica
potè esistere senza recar nocumento alla organizzazione militare. Gli
uomini stessi i quali facevansi notare come demagoghi e predicatori del
campo, godevano bella reputazione di fermezza, di spirito d’ordine,
e di pronta obbedienza nelle guardie, negli esercizi e nel campo di
battaglia.

In guerra, nulla valeva a resistere a questa straordinaria milizia.
Il ferreo coraggio, che forma l’indole del popolo inglese, ricevette
subitamente, mercè del sistema di Cromwell, regola e stimolo. Altri
comandanti hanno mantenuto un ordine egualmente rigoroso; altri
comandanti hanno ispirato nei petti dei loro seguaci uno zelo
egualmente fervido: ma nel solo campo di Cromwell trovavasi la più
rigida disciplina congiunta al più ardente entusiasmo. Le sue truppe
correvano alla vittoria con la precisione delle macchine, mentre erano
infiammate del più selvaggio fanatismo de’ crociati. Da quando l’armata
venne riordinata fino a quando si sbandò, non trovò mai o nelle
Isole Britanniche o nel Continente un nemico che potesse sostenerne
gl’impeti. In Inghilterra, Scozia, Irlanda, Fiandra, i guerrieri
puritani, spesso circuiti da difficoltà, talvolta lottanti contro
nemici tre volte più numerosi, non solamente non mancarono di vincere,
ma non mancarono mai di distruggere e tagliare in pezzi qualunque
esercito si fosse loro presentato. Finalmente, giunsero a considerare
il di della battaglia come un giorno di sicuro trionfo, e movevano con
fiducia sprezzante contro i più rinomati battaglioni d’Europa. Turenna
rimase attonito alla severa esaltazione con cui i suoi alleati inglesi
correvano al combattimento, ed espresse la gioia di un vero soldato,
allorquando gli fu detto che era costume de’ lancieri di Cromwell
d’allegrarsi grandemente quando guardavano in faccia il nemico; e
i Cavalieri banditi provarono l’emozione dell’orgoglio nazionale,
allorquando videro una brigata de’ loro concittadini, inferiori di
numero ai nemici ed abbandonati dagli alleati, porre in rotta la più
bella fanteria spagnuola, ed aprirsi il passo in una controscarpa,
che era stata pur allora giudicata inespugnabile dai più sperimentati
marescialli di Francia.

Ma ciò che principalmente distingueva l’armata di Cromwell dalle altre
armate, era l’austera moralità e il timore di Dio, che prevalevano
in tutte le file. I più zelanti realisti confessano, che in quel
campo singolare non s’udiva una bestemmia, non si vedevano ubriachi
o giuocatori, e che, per tutto il tempo che durò la dominazione
soldatesca, gli averi de’ pacifici cittadini e l’onore delle donne
furono reputati sacri. Se si commisero oltraggi, furono oltraggi di
specie molto diversa da quelli cui di leggieri si abbandona un’armata
vittoriosa. Non vi fu nè anche una fantesca che muovesse lamento
delle galanti aggressioni de’ soldati. Una sola dramma d’argento non
fu rapita nelle botteghe degli orefici. Ma un sermone pelagiano, o
uno sportello sul quale fosse dipinta la Madonna col divino Infante,
produceva nelle file dei Puritani tale un eccitamento, che richiedeva
gli estremi sforzi degli ufficiali per essere dominato. Una delle
principali difficoltà di Cromwell fu quella d’impedire che i suoi
lancieri e dragoni si gettassero sopra i pergami de’ sacerdoti, i
cui discorsi (per servirmi dell’espressione di que’ tempi) non erano
gustosi; e moltissime delle nostre cattedrali serbano tuttavia i segni
dell’odio onde quegli spiriti austeri abbonivano ogni vestigio di
papismo.

LIX. Affrenare il popolo inglese non fu lieve impresa per quell’armata.
Non appena fu sentito il peso della tirannide militare, che la nazione,
non assuefatta a tanto servaggio, cominciò ad agitarsi ferocemente.
Scoppiarono insurrezioni in quelle contee che, mentre ardeva la
guerra, avevano mostrata cieca sommissione al Parlamento. A dir vero,
lo stesso Parlamento aborriva i suoi vecchi difensori più che i suoi
vecchi nemici, e bramava di venire a patti di accomodamento con
Carlo a danno dell’armata. Nel tempo medesimo, in Iscozia formossi
una coalizione tra i realisti e un grosso corpo di presbiteriani,
che detestavano le dottrine degl’indipendenti. Finalmente scoppiò
la procella. I popoli si sollevarono in Norfolk, in Suffolk, in
Essex, in Kent, in Galles. La flotta nel Tamigi subitamente innalzò
i regi colori, si spinse in mare, e minacciava la costa meridionale
dell’isola. Grossa mano di armati scozzesi valicò i confini, e giunse
fino alla contea di Lancaster. Potrebbe ben sospettarsi che siffatti
movimenti venissero riguardati con segreta compiacenza dalla maggior
parte dei membri della Camera de’ Lordi, e di quella de’ Comuni.

Ma il giogo dell’armata non poteva scuotersi in quella guisa. Mentre
Fairfax spegneva le insurrezioni nelle vicinanze della metropoli,
Oliviero domava gli insorgenti Gallesi, e riducendo i loro castelli
in rovine, moveva contro gli Scozzesi. Le sue truppe erano poche in
paragone degl’invasori; ma egli non aveva costume di contare il numero
de’ suoi nemici. L’armata scozzese fu onninamente distrutta. Susseguì
un cangiamento nel governo della Scozia. Un’amministrazione ostile al
Re formossi in Edimburgo; e Cromwell, diventato più che mai l’idolo de’
suoi soldati, ritornò trionfante a Londra.

LX. Allora un disegno a cui sul principio della guerra civile nessuno
avrebbe osato alludere, e che non era meno incompatibile con la Solenne
Convenzione, di quello che fosse con le vecchie leggi d’Inghilterra,
cominciò ad assumere una forma distinta. Gli austeri guerrieri che
governavano la nazione, avevano per lo spazio di parecchi mesi
meditata una tremenda vendetta contro il Re prigioniero. Quando e come
originasse tale disegno; se movesse dai comandanti e si diffondesse
nelle file, o dalle file si appigliasse ai comandanti; se si debba
ascrivere ad una politica che si serviva del fanatismo come di
strumento, o al fanatismo che trascinava la politica con irresistibile
impulso; sono questioni che fino ai dì nostri non si sono potute
sciogliere perfettamente. Se non che, sembra probabile, considerando
generalmente le cose, che colui che pareva menare gli altri, fosse
forzato a seguirli; e che in questa occasione, come avvenne pochi
anni dopo in una occasione simigliante, egli sacrificasse il proprio
giudicio e le proprie inclinazioni ai voleri dell’armata. Poichè
il potere ch’egli aveva stabilito, era un potere che neanche egli
stesso valeva a raffrenare; e onde potesse sempre comandare, era
necessario ch’ei talvolta obbedisse. Protestò pubblicamente, che ei
non era stato l’iniziatore della cosa, che i primi passi erano stati
fatti senza esserne stato reso partecipe, che non potè consigliare
il Parlamento a dare il colpo, ma sottopose i propri sentimenti alla
forza delle circostanze, che sembravano manifestare gli alti disegni
della Provvidenza. Siffatte proteste si sogliono sempre considerare
come esempio della ipocrisia di che comunemente ei viene tacciato. Ma
anche coloro che lo chiamano ipocrita, non oserebbero di chiamarlo
uno stolto. È loro debito mostrare ch’egli voleva conseguire un alto
scopo, incitando l’armata a commettere un atto ch’egli non rischiossi
mai di ordinare. Parrebbe cosa assurda supporre che egli, il quale
da’ suoi nemici degni di rispetto non venne mai rappresentato come
follemente crudele ed implacabilmente vendicativo, avesse fatto il
passo più importante di tutta la sua vita, mosso solo da spirito
malevolo. Era tanto savio da conoscere, quando consentì a versare quel
sangue augusto, ch’egli compiva un fatto inespiabile, che sveglierebbe
dolore ed orrore non solo negli animi de’ realisti, ma negli animi
di nove decimi di coloro i quali avevano parteggiato a favore del
Parlamento. Siano quali si vogliano le visioni che turbavano i
cervelli degli altri, ei di certo non sognava di repubblica, secondo
la forma degli antichi, nè del regno millenario dei Santi. S’egli
già aspirava a farsi fondatore d’una nuova dinastia, era chiaro che
Carlo I era un rivale meno formidabile di quello che sarebbe stato
Carlo II. Nell’istante della morte di Carlo I, ciascuno de’ Cavalieri
avrebbe conservata la propria lealtà in tutta la sua purezza a Carlo
II. Carlo I era prigioniero; Carlo II sarebbe stato libero. Carlo
I era obietto di sospizione e disgusto a gran parte di coloro che
tuttavia rabbrividivano al pensiero di ucciderlo; Carlo II avrebbe
svegliato tutto l’interesse che accompagna la giovinezza e la innocenza
sventurata. È impossibile credere che considerazioni così ovvie ed
importanti fuggissero alla mente del più grande uomo politico di
quell’età. Vero è che Cromwell, un tempo, intese a farsi mediatore fra
il trono ed il Parlamento; o a riordinare lo Stato in isfacelo, per
mezzo del potere della spada, sotto la sanzione del nome regio. In
siffatto disegno egli perseverò finchè non fu costretto ad abbandonarlo
per la insubordinazione dei soldati e per la incurabile doppiezza del
Re. Sorse un partito nel campo, che vociferando chiedeva la testa del
traditore, il quale trattava con Agag. Si formarono cospirazioni;
levaronsi romorose minacce d’accusa. Scoppiò un ammutinamento, a
comprimere il quale bastarono appena il vigore e la risolutezza di
Cromwell. E quantunque, per mezzo d’una giudiciosa mistura di severità
e di dolcezza, gli fosse riuscito di ristabilire l’ordine, s’accorse
che sarebbe stato estremamente difficile e pericoloso contendere contro
la rabbia de’ guerrieri, i quali consideravano il caduto tiranno qual
proprio nemico, e quale nemico del loro Dio.

Nel tempo stesso si vide più che mai manifesto come nel Re non fosse
da fidarsi. I vizi di Carlo erano cresciuti; e, a dir vero, erano di
quella specie di vizi, che le difficoltà e le perplessità generalmente
fanno risaltare in tutta la loro luce. L’astuzia è lo scudo naturale
de’ deboli. E però un principe il quale è abituato ad ingannare mentre
si trova nell’altezza della possanza, non è verosimile che impari
ad esser franco in mezzo agl’impacci ed alle sciagure. Carlo era un
dissimulatore non solo privo di scrupoli, ma sventurato. Non vi fu
mai uomo politico al quale siano state attribuite con innegabile
evidenza tante fraudi e tante falsità. Egli pubblicamente riconobbe le
Camere di Westminster come Parlamento legittimo, e nel medesimo tempo
scrisse nel suo Consiglio un atto privato, in che dichiarava di non
riconoscerle. Protestò pubblicamente di non essersi mai rivolto ad
armi straniere per domare i suoi popoli, mentre privatamente implorava
aiuto dalla Francia, dalla Danimarca o dalla Lorena. Negò pubblicamente
di avere impiegati i papisti, e nel medesimo tempo mandava ordini ai
suoi generali per impiegare ogni papista che volesse servire. Prestò
pubblicamente in Oxford il giuramento, promettendo di non esser mai
connivente al papismo; mentre privatamente assicurava la propria
moglie, che egli intendeva tollerarlo in Inghilterra; e dette facoltà
a lord Glamorgan di promettere che il papismo verrebbe ristabilito
in Irlanda. Finalmente, tentò d’uscire d’impaccio a danno del suo
ministro. Glamorgan ricevè, tutte scritte di mano del Re, riprensioni
che dovevano esser lette da altri, o lodi che dovevano esser vedute da
lui solo. Fino a tal segno allora erasi spinta la indole falsa del Re,
che i suoi più devoti amici non si poterono frenare dal querelarsi fra
loro, con amaro dolore e vergogna della torta politica di lui. I suoi
difetti, dicevano essi, davano loro meno molestia de’ suoi intrighi.
Dall’istante in cui fu fatto prigioniero, non v’era individuo del
partito vittorioso che egli non cercasse avvolgere fra le sue lusinghe
e fra le sue macchinazioni; ma non gli toccò peggiore ventura di quella
ch’egli ebbe allorquando si studiò di blandire Cromwell, nel tempo
stesso che voleva minargli il terreno; e Cromwell era uomo da non
lasciarsi vincere nè dalle blandizie nè dalle macchinazioni.

LXI. Cromwell doveva risolvere se mai fosse cosa prudente porre
a rischio l’affetto che gli portava il suo partito, lo affetto
dell’armata, la propria grandezza, anzi la sua propria vita, per un
tentativo che probabilmente sarebbe riuscito vano; pel tentativo,
cioè, di salvare un principe che non si sarebbe potuto mai vincolare
con nessun giuramento. La determinazione fu presa dopo molte lotte e
molti sospetti, e forse non senza molte preghiere. Carlo fu abbandonato
al proprio destino. I così detti Santi militari, sfidando le antiche
leggi del Regno, non che il sentimento quasi universale della nazione,
decisero che il Re dovesse espiare col proprio sangue i delitti onde
era reo. Egli per qualche tempo aspettassi una morte simile a quella
de’ suoi infelici predecessori, Eduardo II e Riccardo II. Ma non
v’era pericolo d’un tale tradimento. Coloro i quali lo tenevano fra
gli artigli, non erano coltellatori notturni. Ciò ch’essi fecero, lo
fecero perchè servisse di spettacolo al cielo ed alla terra, e perchè
ne rimanesse eterna ricordanza. Godevano a malincuore dello scandalo
che davano. L’essere l’antica Costituzione e l’opinione pubblica
dell’Inghilterra direttamente opposte al regicidio, circondava il
regicidio di un fascino straordinario agli occhi di un partito intento
a produrre una completa rivoluzione politica e sociale. Onde conseguire
pienamente il loro scopo, era mestieri che innanzi tutto facessero in
pezzi ogni parte della macchina del Governo; ed era una necessità più
presto gradevole che penosa agli animi loro. La Camera de’ Comuni votò
per un accomodamento col Re. I soldati con la forza si opposero alla
maggioranza. I Lordi unanimemente rigettarono la proposta di porre
il Re sotto processo; e la loro sala venne immediatamente chiusa.
Nessun tribunale legittimo voleva assumersi la responsabilità di
giudicare colui dal quale emanava la giustizia. Creossi un tribunale
rivoluzionario, il quale dichiarò Carlo essere tiranno, traditore,
assassino e nemico pubblico; e la testa gli venne mozza dal busto
innanzi a migliaia di spettatori, di faccia alla sala del banchetto,
nel suo proprio palazzo.

Non molto tempo dopo, chiaramente conobbesi che quei zelanti politici
e religiosi, ai quali deve attribuirsi quel fatto, avevano commesso
non solo un delitto, ma un fallo. Essi avevano data ad un principe
fin allora conosciuto per le sue colpe, occasione di mostrare, in un
vasto teatro, innanzi agii occhi di tutte le nazioni e di tutti i
secoli, talune doti che irresistibilmente svegliano l’ammirazione e
l’amore dell’umanità; cioè l’altero spirito di un prode gentiluomo,
e la pazienza e mansuetudine di un cristiano che si sacrifica. Che
anzi, avevano in tal modo eseguita la loro vendetta, che quell’uomo
stesso la cui vita non era stata se non una serie di violazioni delle
libertà dell’Inghilterra, sembrava morire da martire per la causa di
quelle medesime libertà. Nessun demagogo produsse mai una impressione
negli animi di tutti simile a quella che vi produsse il Re prigioniero,
il quale serbando in quegli estremi tutta la sua dignità reale, ed
affrontando la morte con indomito coraggio, infiammò i sentimenti del
suo popolo oppresso, ricusò fermamente di favellare innanzi ad un
tribunale ignoto alla legge, appellossi dalla violenza militare ai
principii della Costituzione, chiese con che diritto dalla Camera de’
Comuni erano stati espulsi i suoi più rispettabili membri e la Camera
de’ Lordi era stata privata delle sue funzioni legislative, e disse ai
suoi uditori che lacrimavano, com’egli non difendesse soltanto la causa
propria, ma la loro. La pessima condotta del suo lungo governo, le sue
innumerevoli perfidie, furono dimenticate. La memoria di lui venne,
nelle menti della maggior parte de’ suoi sudditi, associata a quelle
stesse libere istituzioni ch’egli per molti anni erasi sforzato di
distruggere; poichè quelle libere istituzioni s’erano spente con lui,
e, tra il lugubre silenzio di un popolo spaventato dall’armi, erano
state difese dalla sola sua voce. Da quel giorno, cominciò una reazione
in favore della Monarchia e dell’esule famiglia reale, la quale venne
sempre crescendo, finchè il trono non fu rialzato in tutta la sua
antica dignità.

Nondimeno, da principio gli uccisori del Re parvero derivare nuova
energia da quel sacramento di sangue con cui s’erano scambievolmente
vincolati, separandosi per sempre dalla maggioranza de’ loro
concittadini. L’Inghilterra venne dichiarata Repubblica. La Camera
de’ Comuni, ridotta ad un piccolo numero di membri, fu, di nome
soltanto, il supremo potere dello Stato. Di fatto, il governo era
tutto nelle mani dell’esercito e del suo capo. Oliviero aveva fatta
la sua scelta. Egli aveva conservato l’affetto de’ suoi soldati; ma
erasi diviso da pressochè tutte le classi de’ suoi concittadini. Mal
si direbbe ch’egli avesse un partito al di là de’ confini del campo e
delle fortezze. Quegli elementi di forza i quali, quando scoppiò la
guerra civile, parevano osteggiarsi vicendevolmente, si congiunsero
contro lui; tutti i Cavalieri, la più parte delle Teste–Rotonde, la
Chiesa Anglicana, la Chiesa Presbiteriana, la Chiesa Cattolica Romana,
l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda. Nonostante, era tale il suo genio
e la sua fermezza, che egli potè padroneggiare e vincere ogni ostacolo
che gli attraversava la via, e rendersi signore della propria patria,
più assoluto di qualunque altro de’ Re legittimi, e farla rispettare e
temere più di quanto era stata temuta e rispettata in tutto il tempo
che ella era rimasta sotto il governo de’ suoi legittimi principi.

L’Inghilterra aveva già cessato di lottare. Ma i due altri Regni,
i quali erano stati governati dagli Stuardi, si dichiararono ostili
alla nuova Repubblica. Il partito degli Indipendenti era egualmente
odioso ai Cattolici Romani d’Irlanda, ed ai Presbiteriani di Scozia.
Entrambi questi paesi, che poco innanzi erano ribelli a Carlo I, poscia
riconobbero l’autorità di Carlo II.

LXII. Ma ogni cosa cedeva al vigore ed all’ingegno di Cromwell. In
pochi mesi soggiogò l’Irlanda, e la ridusse come non era mai stata
nello spazio di cinque secoli di strage ch’erano trascorsi dallo sbarco
de’ primi Normanni in poi. Determinossi a porre fine al conflitto delle
razze e delle religioni che aveva per tanto tempo turbata quell’isola,
facendovi esclusivamente predominare la popolazione inglese e
protestante. A tale scopo, allentò il freno al feroce entusiasmo de’
suoi seguaci, dichiarò una guerra simile a quella che Israello aveva
dichiarata ai Cananei, domò gl’Idolatri col taglio della spada, di
guisa che le grandi città furono lasciate prive d’abitanti; ne cacciò
parecchie migliaia sul continente, ne imbarcò molte migliaia per
l’America, e riempì quel vuoto mandandovi numerose colonie di genti
anglo–sassoni, seguaci delle credenze di Calvino. Strano a dirsi! sotto
quel regime di ferro, il paese conquistato cominciò a far mostra d’una
certa prosperità esteriore. Distretti che poco innanzi erano selvaggi,
come quelli dove i coloni del Connecticut contendevano con gli uomini
rossi, in pochi anni vennero trasformati in un certo aspetto simile a
quello di Kent e di Norfolk. Si videro da per tutto nuovi edifici e
strade e piantagioni. La entrata de’ terreni crebbe tosto; e tosto i
proprietari inglesi cominciarono a querelarsi d’incontrare in tutti i
mercati i prodotti dell’Irlanda, e a gridare perchè si promulgassero
leggi protezioniste.

Dall’Irlanda il guerriero vittorioso, che adesso era anche di nome,
come lungo tempo lo era stato di fatto, Lord Generale dello esercito
della Repubblica, si mosse alla volta di Scozia. Ivi stavasi il
giovine Re, il quale aveva acconsentito di professare il culto dei
Presbiteriani e firmare la Convenzione; e in ricompensa di tali
concessioni, gli austeri Puritani che dominavano in Edimburgo gli
avevano permesso di tenere, sotto la vigilanza e direzione loro, una
corte solenne ma trista nelle sale di Holyrood da lungo tempo deserte.
Questa corte da scherno durò brevemente. In due grandi battaglie
Cromwell annientò le forze militari della Scozia. Carlo fuggì per
salvare la vita, e con estrema difficoltà si sottrasse al destino del
padre suo. Lo antico Regno degli Stuardi venne, per la prima volta,
ridotto alla più profonda sommissione. Non rimase vestigio della
indipendenza con tanto valore difesa contro i più potenti e destri de’
Plantageneti. Il Parlamento inglese faceva le leggi per la Scozia.
I giudici inglesi sedevano nei tribunali della Scozia. Anche quella
inflessibile Chiesa, che erasi mantenuta a dispetto di tanti Governi,
non osava far sentire un lamento.

LXIII. Tanta era stata, almeno in apparenza, l’armonia tra i guerrieri
che avevano soggiogato la Irlanda e la Scozia, e gli uomini politici
che sedevano in Westminster! ma l’alleanza ch’era stata cementata dal
pericolo, fu sciolta dalla vittoria. Il Parlamento dimenticò di dovere
la propria esistenza allo esercito. Lo esercito era meno disposto che
mai a sottoporsi alla dittatura del Parlamento. Veramente, i pochi
membri i quali formarono ciò che poscia venne chiamato la coda o la
groppa (_Rump_) della Camera de’ Comuni, non avevano, più che i corpi
militari, diritto ad essere stimati i rappresentanti della nazione. La
contesa fu tosto condotta ad un esito decisivo. Cromwell empì la Camera
d’uomini armati. Ne cacciarono giù dal seggio il presidente, vuotarono
la sala, e ne chiusero le porte. La nazione che non amava nessuna delle
due parti avverse, ma che, suo malgrado, era costretta a rispettare la
capacità e la fermezza del generale, guardò quell’evento con pazienza,
se non con compiacenza.

Il Re, la Camera de’ Lordi, e quella de’ Comuni, erano stati vinti e
distrutti; e sembrava che Cromwell fosse rimasto unico erede di tutti e
tre. Nondimeno, v’erano certe limitazioni impostegli tuttavia da quella
stessa armata, cui egli andava debitore della sua immensa autorità.
Quel corpo singolare di uomini era quasi interamente composto di
repubblicani zelanti. Mentre rendevano schiava la patria, ingannavansi
credendo di emanciparla. Il libro che essi maggiormente veneravano,
forniva loro un esempio che ricorreva spesso sulle loro labbra. Era
pur troppo vero che la nazione ingrata e stolta mormorava contro i
propri liberatori. Similmente un’altra nazione eletta aveva mormorato
contro il capo che la trasse, per duri e perigliosi sentieri, dalla
schiavitù alla terra che era irrigata di latte e di miele. Nondimeno,
quel gran capitano aveva liberati i fratelli, loro malgrado; nè aveva
aborrito di dare terribili esempi di giustizia sopra coloro i quali
avversavano la offerta libertà, e lamentavano le vivande, i padroni
e le idolatrie dell’Egitto. Lo scopo de’ santocchi guerrieri i quali
circondavano Cromwell, era quello di stabilire una libera e pia
Repubblica. Per conseguire tale scopo, erano pronti ad appigliarsi,
senza veruno scrupolo, a qualunque mezzo, comecchè violento ed
illegittimo. E però non era impossibile stabilire col loro aiuto una
monarchia assoluta di fatto; ma era probabile che essi avrebbero
repentinamente tolto il loro sostegno a un uomo che, anche soggetto a
rigorose restrizioni costituzionali, avesse osato assumere il nome e la
dignità di Re.

I sentimenti di Cromwell erano molto diversi. Egli non era più ciò che
era stato; nè sarebbe giusto considerare il cangiamento che avevano
subito le sue idee, come il semplice effetto della sua ambizione
egoistica. Quando entrò nel Lungo Parlamento, vi portò dal suo ritiro
campestre poca conoscenza di libri, nessuna esperienza degli affari di
Stato, ed un temperamento esacerbato dalla lunga tirannide del Governo
e della gerarchia. Nei tredici anni susseguenti si era in modo non
ordinario educato alle cose politiche. Era stato attore principale in
una serie di rivoluzioni; era stato per lungo tempo l’anima, o almeno
il capo di un partito. Aveva comandato eserciti, riportate vittorie,
negoziato trattati, soggiogato, pacificato e riordinato Regni. Sarebbe
stata cosa strana, in verità, se le sue nozioni fossero rimaste nella
condizione in cui erano quando il suo spirito trovavasi principalmente
occupato de’ suoi campi e della sua religione, e quando i grandi
avvenimenti che variavano il corso della sua vita, erano una fiera di
bestiame o una ragunanza religiosa in Huntingdon. Si accorse che certi
disegni d’innovazione, per cui egli un tempo aveva mostrato zelo,
buoni o cattivi in sè stessi, erano avversi al sentimento generale del
paese; e che, se egli perseverava in tali disegni, non poteva altro
aspettarsi che perpetue turbolenze, da domarsi solo con la spada.
Egli quindi voleva ristaurare, in tutte le sue parti essenziali,
quell’antica Costituzione, che il popolo aveva sempre amata, e che
poi amaramente desiderava. La via calcata poscia da Monk, non era per
anche aperta a Cromwell. La memoria di un solo terribile giorno divise
per sempre il gran regicida dalla famiglia degli Stuardi. Il partito
cui egli poteva appigliarsi, era soltanto quello di ascendere al trono
d’Inghilterra, e regnare secondo l’antica politica inglese. Se gli
fosse riuscito di far ciò, avrebbe potuto sperare che le ferite della
lacerata patria si sarebbero presto rimarginate. Gran numero d’uomini
onesti e tranquilli si sarebbero stretti intorno al suo seggio. Quei
realisti che amavano più le istituzioni che la dinastia, l’ufficio di
Re più che Carlo I e Carlo II, avrebbero tosto baciato la mano del re
Oliviero. I Pari, che allora rimanevano cupi e solitari nel ritiro
de’ loro castelli, e ricusavano di prender parte alla cosa pubblica,
convocati al Parlamento dall’editto di un re assiso sul trono,
avrebbero lietamente riassunte le loro antiche funzioni. Northumberland
e Bedford, Manchester e Pembroke, sarebbero stati orgogliosi di portare
la corona e gli sproni, lo scettro e il globo, innanzi al ristauratore
dell’aristocrazia. Un sentimento di lealtà avrebbe gradatamente
affezionato il popolo alla nuova dinastia; ed alla morte del fondatore
di tal dinastia, la dignità regia sarebbe discesa con universale
acquiescenza ai suoi posteri.

I più destri realisti pensavano che siffatte mire erano savie, e che
se a Cromwell fosse stato concesso di seguire il proprio giudicio,
l’esule dinastia non sarebbe mai più risalita sul trono d’Inghilterra.
Ma il suo disegno era direttamente opposto al sentire della sola classe
ch’egli non osava offendere. Il nome di re era odioso ai soldati.
Parecchi di loro mal volentieri pativano che l’amministrazione dello
Stato fosse nelle mani di un solo. La gran maggioranza, non pertanto,
era disposta a sostenere il suo generale, come primo magistrato
elettivo della Repubblica, contro tutte le fazioni che potessero per
avventura avversare l’autorità di lui; ma non avrebbe consentito
ch’egli assumesse il titolo regio, o che quella dignità, ch’era
equo compenso del suo merito personale, fosse dichiarata ereditaria
nella sua famiglia. Ciò che gli rimaneva a fare, era di dare alla
nuova Repubblica una Costituzione, che somigliasse a quella della
vecchia monarchia tanto quanto piacesse all’armata. Perchè non si
dicesse ch’egli si fosse da sè elevato al nuovo potere, convocò un
Consiglio, composto in parte d’individui sul sostegno de’ quali ei
poteva riposare, in parte di altri de’ quali poteva di leggieri sfidare
l’opposizione. Tale Assemblea, ch’egli chiamò Parlamento, e cui il
popolaccio appose il nome di uno de’ suoi più cospicui membri, cioè
Parlamento di Barebone, dopo di essersi per breve tempo fatta segno al
pubblico scherno, depose nelle mani del generale i poteri ricevuti da
lui, e gli lasciò piena libertà di foggiare a suo talento un sistema di
governo.

LXIV. Il suo disegno, fin da principio, somigliava considerevolmente
alla vecchia Costituzione inglese; ma in pochi anni egli credè
opportuno spingersi più oltre, e ristaurare quasi ogni parte
dell’antico sistema sotto nuovi nomi e nuove forme. Il titolo di re non
fu ristabilito, ma le prerogative regie vennero affidate ad un alto
protettore. Il sovrano fu chiamato non Sua Maestà, ma Sua Altezza;
non fu coronato ed unto nell’Abbadia di Westminster, ma solamente
intronizzato, decorato della spada dello Stato, vestito d’un manto
purpureo, e gli fu fatto presente d’una ricca Bibbia nella Sala di
Westminster. Il suo ufficio non fu dichiarato ereditario, ma gli fu
concesso di nominare il suo successore; e nessuno dubitava ch’egli
avrebbe nominato il proprio figlio.

Una Camera de’ Comuni era parte necessaria del nuovo sistema politico.
Nel costituirla, il Protettore fece mostra d’una saviezza e d’uno
spirito pubblico, che non furono pienamente apprezzati da’ suoi
contemporanei. I vizi del vecchio sistema rappresentativo, comunque
non fossero cotanto gravi come in appresso divennero, erano già stati
notati dagli uomini di senno. Cromwell riformò quel sistema secondo
gli stessi principii a norma de’ quali Pitt, centotrenta anni dopo,
tentò di riformarlo, e a norma de’ quali è stato finalmente riformato
ai tempi nostri. I piccoli borghi vennero privati della franchigia
elettorale, anche molto più di quello che furono nel 1832: e il numero
dei deputati delle contee fu grandemente accresciuto. Poche città che
non erano rappresentate, avevano acquistata importanza. Di tali città,
le più considerevoli erano Manchester, Leeds ed Halifax: a tutte e
tre fu concessa la rappresentanza. I rappresentanti della capitale
furono aumentati di numero. La franchigia elettiva fu riformata in
guisa, che ogni uomo d’una certa considerazione, possidente o non
possidente di terre libere, votava nella contea di sua residenza.
Pochi scozzesi e pochi coloni inglesi stabiliti in Irlanda, furono
chiamati all’Assemblea, che doveva esercitare le funzioni legislative
in Westminster per tutto il reame.

Creare una Camera de’ Lordi era impresa meno facile. La democrazia
non ha mestieri di prescrizione. La monarchia spesso è esistita senza
siffatto sostegno. Ma l’ordine patrizio è l’opera del tempo. Oliviero
trovò già esistente una nobiltà ricca, rispettata e popolare agli
occhi de’ cittadini, quanto lo sia mai stata qualunque altra nobiltà.
Se egli, come Re d’Inghilterra, avesse comandato ai Pari di accorrere
al Parlamento, secondo le antiche costumanze del Regno, molti di
loro avrebbero senza dubbio obbedito allo appello. Ciò non potè egli
fare, ed invano offrì ai capi delle più illustri famiglie un posto
nel suo nuovo Senato. Essi pensavano non potere accettare la nomina
ad un’Assemblea improvvisata, senza rinunciare agli aviti diritti e
tradire l’ordine loro. Il Protettore, quindi, si trovò nella necessità
di riempire la Camera Alta di uomini nuovi, i quali, nelle ultime
vicissitudini, s’erano resi cospicui. Fu questo il meno felice dei suoi
disegni, e spiacque a tutti. La moltitudine, che sentiva venerazione ed
affetto pei grandi nomi storici del paese, schernì una Camera di Lordi
ove sedevano alcuni fortunati birrai e calzolai, alla quale pochi degli
antichi Nobili furono invitati, e da cui tutti quei vecchi Nobili che
vi furono invitati, volgevano sdegnosi le spalle.

Il modo in che furono costituiti i Parlamenti di Cromwell, nondimeno,
era cosa di poco momento, poichè egli possedeva i mezzi di condurre
l’amministrazione senza il loro sostegno, e a dispetto della loro
opposizione. Pare che volesse governare costituzionalmente, e
sostituire l’impero delle leggi a quello della spada. Ma si accorse
tosto, ch’egli, odiato com’era dai realisti e dai presbiteriani,
poteva trovare salvezza soltanto nell’assolutismo. La prima Camera de’
Comuni che il popolo elesse per comando di lui, ne mise in questione
l’autorità, e fu disciolta senza avere compito un solo atto. La sua
seconda Camera de’ Comuni, tuttochè lo riconoscesse come Protettore, e
volentieri lo avrebbe fatto Re, si ostinò a non volere riconoscere i
Lordi novellamente creati. Non rimanevagli altro da fare che sciogliere
di nuovo il Parlamento. «Dio,» esclamò egli partendo, «sia giudice tra
voi e me!»

Ciò non ostante, siffatte dissensioni non infiacchirono
l’amministrazione del Protettore. Quei soldati che non gli avrebbero
concesso di assumere il titolo di Re, lo sostenevano tutte le volte
ch’egli tentava atti di potere, vigorosi quanto non ne tentò mai
nessun altro re inglese. E però il Governo, quantunque in forma di
Repubblica, era un vero dispotismo, temperato soltanto dalla saviezza,
dalla sobrietà e dalla magnanimità del despota. Il paese fu partito in
distretti militari, i quali vennero posti sotto il comando di Maggiori
Generali. Qualunque tentativo d’insurrezione veniva prontamente
represso e punito. La paura che ispirava il potere della spada
impugnata da una mano così vigorosa, ferma ed esperta, domò lo spirito
dei Cavalieri e de’ Livellatori. I leali gentiluomini dichiararono
essere tuttavia pronti, come sempre, a rischiare le loro vite per
l’antico Governo e l’antica dinastia, qualora vi fosse la più lieve
speranza di riuscita; ma porsi alla testa de’ loro servi ed affittuarii
e farsi incontro alle picche di legioni vincitrici in cento battaglie
ed assedi, sarebbe stato lo stesso che fare lo inutile sacrificio di un
sangue onorevole ed innocente. Realisti e repubblicani, non avendo più
speranza nell’aperta resistenza, cominciarono a maturare neri disegni
di assassinio; ma il Protettore vigilava, ed uscendo dalle mura del
suo palazzo, le spade sguainate e le corazze delle sue fide guardie
facevangli siepe per ogni lato.

S’egli fosse stato un principe crudele, licenzioso e rapace, la nazione
avrebbe fatto un estremo sforzo per liberarsi dalla dominazione
militare. Ma gli aggravi che pativa il paese, tuttochè eccitassero lo
scontento, non erano tali da spingere grandi masse di popolo a porre
a repentaglio le vite, le sostanze e la tranquillità delle proprie
famiglie. Le tasse, quantunque fossero più gravose che non erano sotto
gli Stuardi, non parevano di gran peso quando paragonavansi a quelle
degli Stati vicini, e si ragguagliavano ai mezzi dell’Inghilterra. Le
proprietà erano sicure. Perfino i Cavalieri, i quali astenevansi di
turbare il nuovo Governo, godevano in pace di ciò che era loro rimasto
fra il trambusto delle guerre civili. Le leggi erano violate solo
ne’ casi che riguardavano la salvezza e il Governo del Protettore.
La giustizia tra uomo e uomo era amministrata con esattezza ed
onestà non conosciute per lo innanzi. In Inghilterra non v’era stato
Governo, dalla Riforma in poi, meno persecutore di quello di Cromwell
nelle questioni religiose. Gli sventurati Cattolici Romani, a dir
vero, appena venivano considerati come cristiani; ma al clero della
caduta Chiesa Anglicana era permesso di praticare il proprio culto, a
condizione di astenersi dal predicare intorno a cose politiche. Anche
agli Ebrei, ai quali il pubblico culto fino dal secolo decimoterzo era
stato inibito, fu permesso, a dispetto della forte opposizione de’
mercanti gelosi e de’ teologi fanatici, di edificare una sinagoga in
Londra.

La politica estera del Protettore, nel tempo stesso, otteneva
l’approvazione di coloro che più lo detestavano. I Cavalieri potevano
appena frenarsi dal desiderare che colui che aveva fatto tanto per
innalzare la fama del paese, fosse un Re legittimo; e i repubblicani
erano costretti a confessare che il tiranno non perdonava ad altri,
fuori che a sè stesso di far torto al paese, e che se egli l’aveva
spogliato della libertà, lo aveva in ricambio coperto di gloria. Dopo
mezzo secolo in cui l’Inghilterra nella politica d’Europa pesava poco
più di Venezia o della Sassonia, essa divenne subitamente la Potenza
più formidabile del mondo; dettava condizioni di pace alle Provincie
Unite, vendicava gl’insulti comuni fatti alla Cristianità da’ pirati di
Barberia, vinceva gli Spagnuoli per terra e per mare, s’impossessava
d’una delle più considerevoli isole d’America, e conquistava sul
littorale fiammingo una fortezza, che consolò l’orgoglio nazionale
della perdita di Calais. Ella aveva la supremazia dell’Oceano. Era a
capo degl’interessi protestanti. Tutte le Chiese riformate sparse nei
Regni cattolici riconoscevano Cromwell come loro tutore. Gli Ugonotti
della Linguadoca, i pastori che nelle capanne delle Alpi professavano
un protestantismo più antico di quello di Augusta, vivevano sicuri
dall’oppressione per il solo terrore di quel gran nome. Lo stesso Papa
era costretto a predicare umanità e moderazione ai Principi papisti;
poichè una voce che rade volte minacciava invano, aveva dichiarato
che se il popolo di Dio venisse tormentato, i cannoni inglesi si
sarebbero fatti sentire in Castel Sant’Angelo. A dir vero, non vi
era cosa che Cromwell, per utile di sè e della sua famiglia, potesse
tanto desiderare quanto una guerra religiosa in Europa. In tal guerra
egli sarebbe stato il capitano degli eserciti protestanti. Il cuore
dell’Inghilterra sarebbe stato con lui. Le sue vittorie sarebbero
state salutate con unanime entusiasmo, non più visto nel paese dopo la
disfatta dell’Armada, ed avrebbero cancellata la macchia che uno solo
atto, condannato dalla voce generale della nazione, ha lasciata nella
sua splendida fama. Sventuratamente, egli non ebbe occasione di far
mostra delle sue ammirevoli virtù militari, tranne contro gli abitanti
delle Isole Britanniche.

Finchè egli visse, il suo potere si mantenne fermo, e fu per i suoi
sudditi obietto di avversione mista ad ammirazione e a paura. Pochi,
veramente, amavano il suo Governo; ma coloro che più l’odiavano,
l’odiavano meno di quel che lo temessero. Se fosse stato un Governo
peggiore, sarebbe stato forse abbattuto, malgrado il suo vigore. Se
fosse stato un Governo più debole, sarebbe stato certamente distrutto,
malgrado tutti i suoi meriti. Ma egli aveva moderazione tanta, da
astenersi da quelle oppressioni che rendono gli uomini insani; ed
aveva una forza ed energia cui nessuno, fuorchè gli uomini resi insani
dall’oppressione, si sarebbero rischiati di aggredire.

LXV. Si è detto spesse volte, ma apparentemente con poca ragione,
che Oliviero morì a tempo per la sua rinomanza, e che la sua vita,
se si fosse prolungata, si sarebbe forse chiusa fra le sciagure e i
disastri. Vero è che fino all’ultimo dì egli venne onorato da’ suoi
soldati, obbedito da tutta la popolazione delle Isole Britanniche, e
temuto da tutti i potentati stranieri; ch’egli fu tumulato in mezzo
ai sovrani d’Inghilterra, con pompa funebre tale, quale non s’era mai
per lo innanzi veduta in Inghilterra; e che il suo figlio Riccardo gli
succedè al potere con tanta quiete, con quanta un Principe di Galles
succederebbe ad un Re legittimo.

Per cinque mesi l’amministrazione di Riccardo Cromwell procedè con
tanta quiete e regolarità, da far credere a tutta la Europa ch’egli
fosse fermamente assiso sul seggio dello Stato. Certo, le sue
condizioni erano in qualche modo molto migliori di quelle del padre
suo. Il giovane Cromwell non aveva nemici. Le sue mani erano nette
di sangue civile. Gli stessi Cavalieri concedevano ch’egli era un
gentiluomo onesto e d’indole buona. La parte presbiteriana, potente
per numero e per ricchezza, aveva sostenuto un litigio mortale col
Protettore defunto, ma inchinava a favoreggiare il nuovo. Aveva avuta
sempre bramosia di vedere ristaurato l’antico sistema politico del
Regno, con alcune più chiare definizioni e guarentigie per le pubbliche
libertà; ma aveva molte ragioni di temere la ristaurazione della
vecchia Dinastia. Per questa genia di politici Riccardo era l’uomo
opportuno. La umanità, la schiettezza, la modestia sue, la mediocrità
delle sue doti, e la docilità con che, lasciavasi guidare da uomini
più saggi di lui, lo rendevano mirabilmente atto ad essere capo d’una
Monarchia limitata.

Per qualche tempo parve grandemente probabile ch’egli, dietro la
scorta di destri consiglieri, avesse a conseguire ciò cui suo padre
aveva invano aspirato. Nel convocarsi un Parlamento, gli ordini furono
spediti secondo la vecchia costumanza. I piccoli borghi che erano stati
privati della franchigia elettorale, riebbero i perduti privilegi;
Manchester, Leeds, ed Halifax cessarono di mandare rappresentanti, e
alla contea di York fu concesso di eleggerne due soli. Parrà forse
strano ad una generazione la quale è quasi trascorsa alla frenesia
nella questione della riforma parlamentare, che quelle grandi contee
e città si sottoponessero con pazienza ed anche con compiacenza a
siffatto provvedimento; ma, comecchè gli uomini di senno, anche
in quella età, potessero discernere i vizi del vecchio sistema
rappresentativo, e prevedere che tali vizi produrrebbero in pratica
o presto o tardi gravissimi mali, questi mali pratici non ancora
sentivansi molto. Il sistema rappresentativo d’Oliviero, dall’altra
parte, quantunque fosse derivato da solidi principii, non era popolare.
Gli eventi fra i quali originava, e gli effetti che aveva prodotti,
preoccupavano gli animi contro esso. Era nato dalla violenza militare,
e null’altro aveva prodotto che contese. La intera nazione era stanca
del governo della spada, o desiava il governo della legge. E però
la ristaurazione anco delle anomalie e degli abusi che consuonavano
strettamente con la legge e che erano stati distrutti dalla spada,
produssero universale soddisfazione.

Fra i Comuni esisteva una forte opposizione, composta in parte di
aperti repubblicani, in parte di realisti occulti; ma una grande e
ferma maggioranza sembrava favorevole al disegno di richiamare a vita
l’antica Costituzione politica sotto una nuova Dinastia. Riccardo venne
solennemente riconosciuto come Primo Magistrato. La Camera de’ Comuni
non solamente assentì di trattare le pubbliche faccende co’ Lordi
d’Oliviero, ma votò una legge che riconosceva in que’ Nobili i quali
nelle ultime perturbazioni avevano parteggiato per la libertà pubblica,
il diritto a sedere nella Camera Alta senza bisogno di nuova creazione.

Tanto bene andavano le cose per gli uomini di Stato che dirigevano la
condotta di Riccardo! Quasi tutte le parti del Governo vennero allora
ricostituite come stavano in sul principio della guerra civile. Se
il Protettore e il Parlamento si fossero lasciati procedere senza
ostacoli, mal può dubitarsi che un ordine di cose simile a quello
che poscia stabilivasi sotto la Casa di Hannover, sarebbe stato
stabilito sotto quella di Cromwell. Ma era nello Stato un potere
più che bastevole a lottare con Riccardo e col Parlamento. Riccardo
sopra i soldati non aveva altra autorità, se non quella del gran nome
che gli era toccato in retaggio. Non gli aveva mai condotti alla
vittoria. Non aveva nè anche portate le armi. Tutti i suoi gusti e
le sue abitudini erano per la pace. Nè le sue opinioni intorno a
cose religiose erano approvate dai santocchi militari. Ch’egli fosse
un uomo dabbene, dimostrollo con prove più soddisfacenti che non
erano i profondi gemiti e i lunghi sermoni; cioè con l’umiltà e la
dolcezza quando stava in cima all’umana grandezza, e con la tranquilla
rassegnazione ai torti ed alle sciagure più crudeli: ma non ebbe
sempre la prudenza di nascondere il disgusto ch’egli sentiva de’
piagnistei allora comuni in ogni caserma. Gli ufficiali che avevano
maggiore influenza fra le truppe stanzianti presso Londra, non gli
erano amici. Erano uomini chiari per valore e condotta nel campo di
battaglia, ma scemi di saviezza e di coraggio civile; doti che in
grado eminentissimo possedeva il loro capo defunto. Taluni di loro
erano Indipendenti o Repubblicani onesti, ma fanatici. Questa specie
di uomini era rappresentata da Fleetwood. Altri ambivano di giungere
al posto d’Oliviero. La sua rapida elevazione, la sua gloria e
prosperità, la sua inaugurazione nella reggia, le sue sontuose esequie
nell’Abbadia, avevano infiammata la loro immaginazione. Come lui erano
di buona nascita, come lui bene educati; non sapevano quindi intendere
perchè, al pari di lui, non fossero degni di portare la veste purpurea
e la spada dello Stato; e anelavano all’obietto della loro ardente
ambizione, non, come lui, con pazienza, vigilanza, sagacia e fermezza,
ma con quella irrequietudine e con quel perpetuo ondeggiare che formano
il carattere della mediocrità aspirante. Il più cospicuo di questi
deboli scimmiottatori del gran Cromwell, era Lambert.

LXVI. Nel giorno stesso in cui Riccardo ascese al supremo seggio
dello Stato, gli ufficiali si misero a congiurare contro il loro
nuovo signore. La buona intelligenza che era fra lui e il suo
Parlamento, affrettò la crisi. La paura e l’ira invasero il campo. I
sentimenti religiosi e militari dell’esercito trovavansi profondamente
irritati. E’ pareva che gl’Indipendenti dovessero essere soggetti ai
Presbiteriani, e gli uomini della spada agli uomini della sottana.
Formossi una coalizione tra i malcontenti militari e la minoranza
repubblicana della Camera de’ Comuni. È da dubitarsi che Riccardo
avesse potuto trionfare della predetta coalizione, anche se fosse stato
dotato del lucido intendimento e del ferreo coraggio di suo padre. Egli
è certo che la semplicità e la mansuetudine sue non erano i requisiti
necessari a padroneggiare gli eventi. Cadde senza gloria e senza
lotta. Lo esercito si servì di lui come di strumento a disciogliere le
Camere, e allora lo mise sprezzantemente da parte. Gli ufficiali si
resero grati ai loro alleati repubblicani dichiarando che la espulsione
della Coda del Parlamento era illegale, ed invitando l’Assemblea a
riprendere le proprie funzioni. Il vecchio presidente e un numero
competente di vecchi rappresentanti vennero proclamati, fra mezzo alla
mal repressa derisione ed esecrazione del paese, Supremo Potere dello
Stato. Nel tempo stesso fu espressamente dichiarato che quinci innanzi
non vi sarebbe nè Primo Magistrato nè Camera di Lordi.

Ma tale stato di cose non poteva durare. Il giorno in cui risorse il
Lungo Parlamento, rivisse del pari il suo vecchio conflitto con lo
esercito. Nuovamente dimenticò che esso esisteva a beneplacito dei
soldati, e cominciò a trattarli come sudditi. Di nuovo le porte della
Camera de’ Comuni furono chiuse dalla violenza militare; ed un Governo
Provvisorio, creato dagli ufficiali, assunse il reggimento della cosa
pubblica.

Frattanto, il senso dei grandi mali presenti, e la forte paura dei
mali maggiori che soprastavano, aveva infine fatta nascere un’alleanza
tra i Cavalieri e i Presbiteriani. Parecchi presbiteriani, a dir vero,
erano disposti a cotale alleanza anche innanzi la morte di Carlo I; ma
soltanto dopo la caduta di Riccardo Cromwell, l’intero partito cominciò
ad affaccendarsi per ristaurare la Casa Reale. Non poteva più oltre
ragionevolmente sperarsi che l’antica Costituzione venisse ristabilita
sotto una nuova dinastia. Bisognava, dunque, scegliere o gli Stuardi
o l’esercito. La famiglia bandita aveva commessi gravissimi falli; ma
gli aveva espiati a caro prezzo, ed aveva fatto un lungo, e—era da
sperarsi—salutare tirocinio nella scuola dell’avversità. Era, dunque,
probabile che Carlo II facesse senno rivolgendo lo sguardo al fato di
Carlo I. Ma, sia che può, i pericoli che minacciavano la patria erano
tali, che per evitarli i cittadini potevano ben fare il sacrificio di
qualche opinione ed affrontare qualche rischio. Sembrava quasi certo
che l’Inghilterra cadrebbe sotto il peso della più odiosa e degradante
di tutte le specie di Governo,—sotto un Governo che congiungeva
tutti i mali del dispotismo con quelli dell’anarchia. Qualunque altra
cosa era da preferirsi al giogo d’una successione di stolti tiranni,
inalzantisi al potere come i Dey di Barberia, per mezzo di rivoluzioni
militari. Pareva probabile che Lambert sarebbe il primo di tale genia
di comandanti; ma dentro un anno Lambert avrebbe potuto essere cacciato
da Desborough, e Desborough da Harrison. Ogni qual volta il bastone
del comando fosse passato da una mano debole ad un’altra, la nazione
sarebbe stata messa a ruba, a fine di offrire alle soldatesche una
nuova mancia. Se i Presbiteriani si tenevano ostinatamente lontani dai
realisti, lo Stato era rovinato; e nondimeno, era da dubitarsi che
potesse essere salvato dagli sforzi congiunti d’entrambi. Imperocchè il
timore di quello invincibile esercito colpiva gli animi di tutti gli
abitanti dell’isola; e i Cavalieri, avendo imparato da cento disastrosi
fatti d’armi come il numero delle milizie potesse poco contro la
disciplina, erano molto più atterriti delle Teste–Rotonde.

LXVII. Finchè le soldatesche furono d’accordo fra loro, tutte le
congiure e le insurrezioni de’ malcontenti tornarono inefficaci. Ma
pochi giorni dopo la seconda espulsione della Coda del Parlamento,
si sparsero nuove che rinfrancarono i cuori di tutti coloro i quali
parteggiavano per la Monarchia o pel vivere libero. Quella forza
poderosa che per molti anni aveva operato come un solo uomo, ed erasi
per ciò resa invincibile, s’era finalmente scissa in fazioni. Lo
esercito di Scozia aveva non poco giovata la Repubblica, e trovavasi
in ottimo stato. Non aveva partecipato alle ultime rivoluzioni, e le
aveva guardate con isdegno simile a quello che sentirono le legioni
romane stanziate lungo il Danubio e l’Eufrate, allorchè giunse ad
esse la nuova che le guardie pretoriane avevano messo in in vendita
lo Impero. Era cosa da non potersi patire che alcuni reggimenti, solo
perchè erano per avventura aqquartierati presso Westminster, osassero
di fare e disfare, a loro arbitrio, più volte in sei mesi il Governo.
Se era convenevole che lo Stato fosse retto da’ soldati, quei soldati
che a settentrione del Tweed avevano sostenuta la potenza inglese,
avevano diritto di dare il loro voto quanto quelli che presidiavano
la Torre di Londra. Pare che vi fosse meno fanatismo fra le legioni
dimoranti nella Scozia, che in ogni altra parlo dello esercito; e
Giorgio Monk che le capitanava, era tutto l’opposto d’uno zelante.
In sul primo scoppio della guerra civile, aveva pugnato a favore del
Re, ed era stato fatto prigioniero dalle Teste–Rotonde; aveva quindi
accettata una commissione dal Parlamento, e con poca pretensione alla
santocchieria, erasi innalzato per mezzo del suo coraggio e della sua
virtù militare all’alto comando. Era stato un utile servitore ad ambi
i Protettori; aveva mostrata acquiescenza allorquando gli ufficiali a
Westminster balzarono giù dal seggio Riccardo e restaurarono il Lungo
Parlamento; e l’avrebbe similmente mostrata nella seconda espulsione
del Lungo Parlamento, se il Governo Provvisorio non gli avesse pôrta
cagione d’offesa e di timore. Imperocchè era per indole cauto e
alquanto tardo; nè era inclinato ad arrisicare modici e certi vantaggi
per la probabilità di conseguire anche il più splendido successo. E’
sembra che fosse spinto a procedere ostilmente contro il nuovo Governo
della Repubblica, non tanto dalla speranza d’innalzarsi sulle rovine di
quello, quanto dal timore che, sottomettendovisi, non sarebbe stato in
sicuro. Ma siano quali si vogliano supporre le cagioni, ei dichiarossi
campione del Potere Civile oppresso, ricusò di riconoscere l’autorità
usurpata del Governo Provvisorio, e a capo di settemila veterani si
mosse verso l’Inghilterra.

Questo passo fu il cenno d’una generale esplosione. Il popolo in ogni
dove ricusò di pagare le tasse. I giovani di bottega della città
ragunaronsi a migliaia chiedendo clamorosamente un libero Parlamento.
La flotta si spinse su pel Tamigi, e si dichiarò contro la tirannide
soldatesca. I soldati, che non erano più sotto lo impero di una mente
suprema, si divisero in fazioni. Ciascun reggimento, temendo di
rimanere solo esposto alla vendetta dell’oppressa nazione, affrettossi
a concludere una pace separata. Lambert, che era frettolosamente corso
ad affrontare l’armata di Scozia, abbandonato dalle sue milizie,
fu fatto prigioniero. Pel corso di tredici anni il Potere Civile,
in ogni conflitto, era stato astretto a cedere al Potere Militare.
Adesso il Potere Militare umiliossi innanzi al Potere Civile. La Coda
del Parlamento generale, tenuta in odio e dispregio, e che non per
tanto era nel paese il solo corpo che avesse apparenza di autorità
legale, ritornò di nuovo alla Camera, dalla quale era stata due volte
ignominiosamente cacciata.

LXVIII. Intanto Monk procedeva verso Londra. Per dove passava, i
gentiluomini gli si affollavano attorno scongiurandolo di adoperare la
propria potenza a rendere la pace alla nazione, miseramente dilacerata
e sconvolta. Il Generale, freddo, taciturno, senza zelo nè per le cose
politiche nè per le religiose, manteneva un riserbo impenetrabile.
Quali disegni, a que’ tempi, rivolgesse in mente, o se avesse concepito
alcun disegno, mal si potrebbe affermare. Era, a quel che pare, suo
scopo principalissimo il tenersi, per quanto più lungamente potesse,
libero di scegliere tra diverse vie d’azione. Tale certamente è per
lo più la politica di uomini che, come lui, pendono più a muovere
circospetti, che a spingere troppo lungi lo sguardo. Probabilmente,
egli non venne all’ultima determinazione se non parecchi giorni dopo
il suo ingresso nella metropoli. La voce dell’intero popolo chiedeva
un libero Parlamento; e non era dubbio nessuno, che un Parlamento
veramente libero avrebbe subito riposta sul trono l’esule famiglia
reale. La Coda del Parlamento e i soldati erano tuttavia ostili
alla Casa degli Stuardi. Ma la Coda era universalmente abborrita
e spregiata. La potenza dei soldati era ancora formidabile, ma
grandemente infiacchita dalla discordia. Non avevano capo supremo; in
molte parti del paese erano venuti alle mani fra loro stessi. Il giorno
precedente lo arrivo di Monk a Londra, vi fu un combattimento nello
Strand fra la cavalleria e la fanteria. Lo esercito unito aveva lungo
tempo signoreggiata la nazione divisa; ma ormai la nazione era unita, e
lo esercito si trovava diviso.

Per breve tempo, la dissimulazione e la irresolutezza di Monk tennero
penosamente sospesi tutti i partiti. Infine ei ruppe il silenzio, e
disse di volere un libero Parlamento.

LXIX. Appena divulgossi siffatta notizia, tutta la nazione fu inebriata
di contento. In qualunque luogo ei si mostrasse, era circondato da
migliaia di persone che lo acclamavano e benedicevano al suo nome.
Le campane di tutta l’Inghilterra suonavano a festa; i rigagnoli
versavano birra; e per varie notti il cielo, per cinque miglia attorno
Londra, rosseggiò dello splendore d’innumerevoli fuochi di gioia. Quei
membri presbiteriani della Camera de’ Comuni, che molti anni innanzi
erano stati espulsi dalle soldatesche, ritornarono ai loro seggi, e
furono accolti dalle acclamazioni della gran folla che riempiva la
sala di Westminster e la corte del Palazzo. I capi degl’Indipendenti
non osavano più oltre mostrare il viso nelle strade, ed appena
tenevansi sicuri nelle proprie abitazioni. Furono presi temporanei
provvedimenti per supplire al Governo; mandaronsi ordini per le
elezioni generali; e finalmente, quel memorabile Parlamento che per
venti anni aveva sperimentate mille e varie vicissitudini, che aveva
vinto il proprio sovrano, che era stato degradato dai suoi sottoposti,
che era stato due volte cacciato e ristaurato, decretò solennemente
la propria dissoluzione. L’esito delle elezioni fu quale era da
aspettarsi dall’indole della nazione. La nuova Camera de’ Comuni fu
composta di individui amici, tranne pochissimi, alla reale famiglia. I
Presbiteriani formavano la maggioranza.

LXX. Allora parve quasi certa la Ristaurazione; ma dubitavasi che
fosse pacifica. Il contegno dei soldati era cupo e selvaggio. Odiavano
il nome di Re; odiavano quello degli Stuardi; odiavano molto i
Presbiteriani, ma più assai i prelati. Vedevano con amara indignazione
appropinquarsi la fine del loro lungo dominio, e scorgevano nello
avvenire una vita ingloriosa di affanni e di penuria. Della loro trista
fortuna chiamavano colpevoli i loro Generali, colpevoli alcuni di
debolezza, altri di tradimento. Un’ora sola del loro amato Oliviero
avrebbe potuto richiamare la gloria che già era svanita. Traditi,
disgiunti, senza un Capo in cui avessero fiducia, erano tuttavia da
temersi. E non era cosa da pigliare a gabbo lo affrontare la rabbia
e la disperazione di cinquantamila guerrieri, che non avevano mai
volte le spalle al nemico. Monk, e coloro che con essolui operavano,
accorgevansi quanto pericolosa fossa la crisi. Mentre usavano
ogni arte a blandire e dividere i malcontenti soldati, facevano
vigorosi apparecchi a sostenere un conflitto. Lo esercito di Scozia
aqquartierato in Londra, tenevano in buon umore con doni, lusinghe
e promesse. I ricchi cittadini non avevano la minima avversione al
soldato, o profondevano con tanta liberalità i loro migliori vini, che
talvolta vedevansi i santocchi guerrieri in condizione poco decorosa
al loro carattere religioso e militare. Monk rischiossi a sbandare
alcuni reggimenti che ricalcitravano. Nel tempo stesso, il Governo
Provvisorio, sostenuto da tutti i gentiluomini e dai magistrati, faceva
grandissimi sforzi a riordinare la guardia cittadina. In ogni contea
i militi cittadini erano pronti a muoversi, e formavano una forza non
minore di centomila uomini. In Hyde Park ventimila cittadini bene
armati ed equipaggiati, posti a rassegna, mostrarono tale spirito, da
giustificare la speranza che all’uopo avrebbero strenuamente combattuto
a difendere le botteghe e i focolari loro. La flotta secondava
cordialmente la nazione. Era tempo di agitazione e d’ansietà, ma bene
anco di speranza. La opinione predominante era che l’Inghilterra
verrebbe liberata, ma non senza una sanguinosa e disperata lotta; e che
coloro che avevano per tanto tempo governato con la spada, sarebbero
spenti con la spada.

Avventuratamente, furono allontanati i pericoli d’un conflitto. Vero è
che ci fu un momento di estremo pericolo. Lambert, fuggito di prigione,
chiamò i suoi compagni alle armi. Il fuoco della guerra civile si
riaccese; ma innanzi che si estendesse, fu spento con pronti e vigorosi
provvedimenti. Lo sciagurato imitatore di Cromwell fu fatto nuovamente
prigioniero; e fallita la impresa, i soldati si perderono d’animo e
rassegnaronsi al loro destino.

Il nuovo Parlamento, che per essere stato convocato senza regio
decreto, viene con maggiore proprietà chiamato Convenzione, si adunò
in Westminster. I Lordi ricomparvero nella sala, dalla quale per più
di undici anni erano stati espulsi a forza. Ambedue le Camere tosto
invitarono il Re a ritornare alla patria. Fu proclamato con pompa non
mai prima veduta. Una magnifica flotta dall’Olanda lo trasportò sulla
costiera di Kent. Mentre approdava, i colli di Dover erano popolati
di migliaia di spettatori, fra’ quali non era neppure uno che non
versasse lacrime di gioia. Il suo viaggio fu un continuo trionfo.
Tutto lo stradale da Rochester era fiancheggiato di trabacche e di
tende, e rendeva immagine d’una interminabile fiera. Migliaia di
bandiere sventolavano; tutte le campane suonavano; s’udivano melodie di
strumenti musicali; il vino e la birra scorrevano a fiumi alla salute
di lui, che, tornando, recava la pace, le leggi e la libertà al paese.
Ma fra mezzo alla gioia universale, un solo luogo mostrossi in aspetto
buio e minaccioso. Lo esercito fu condotto a Blackeath per dare il
ben tornato al sovrano. Il quale sorrideva, s’inchinava, e stendeva
graziosamente la mano al bacio de’ Colonnelli e de’ Maggiori. Ma i
suoi modi cortesi furono vani. Il contegno de’ soldati era tristo e
cupo; ed ove avessero dato libero sfogo a ciò che sentivano, il gioioso
spettacolo, al quale avevano con ripugnanza partecipato, avrebbe avuto
misero e sanguinoso fine. Ma non era fra loro accordo nessuno. La
defezione e la discordia avevano distrutta la vicendevole fiducia, e
gli avevano resi increduli ai loro capi. Tutta la guardia cittadina
di Londra era in armi; numerose compagnie, capitanate da Nobili e
da gentiluomini leali, erano accorse da varie contrade del Regno a
salutare il Re. Il gran giorno si chiuse in pace; e l’esule principe,
riasceso al trono, posò sano e salvo nella reggia de’ suoi antenati.


CAPITOLO SECONDO.


SOMMARIO.

 I. Ingiusto gudicio intorno alla condotta di coloro che restaurarono
 la Casa degli Stuardi.—II. Abolizione del possesso a titolo di
 servigio militare— III. Scioglimento dell’esercito.—IV. Si rinnuovano
 le dissensioni fra le Teste–Rotonde e i Cavalieri.—V. Dissensioni
 religiose.—VI. Impopolarità de’ Puritani.—VII. Carattere di Carlo
 II.—VIII. Caratteri del Duca di York e del Conte di Clarendon.—IX.
 Elezione generale del 1661. —X. Violenza de’ Cavalieri nel nuovo
 Parlamento.—– XI. Persecuzione de’ Puritani.—XII. Zelo della Chiesa
 per la monarchia ereditaria.—XIII. Modificazioni ne’ costumi del
 popolo.—XIV. Corruttela degli uomini politici di quell’età.—XV.
 Condizioni della Scozia.—XVI. Condizioni della Irlanda.—XVII. Il
 governo perde la sua popolarità in Inghilterra.—XVIII. Guerra cogli
 Olandesi.—XIX. Opposizione nella Camera de’ Comuni.—XX. Caduta
 di Clarendon.—XXI. Stato della politica europea, e preponderanza
 della Francia.—XXII. Carattere di Luigi XIV.—XXIII. La triplice
 Alleanza.—XXIV. Il partito patriottico.—XXV. Vincoli tra Carlo II e la
 Francia—XXVI. Disegni di Luigi intorno all’Inghilterra.—XXVII. Trattato
 di Dover.—XXVIII. Indole del Gabinetto inglese.—XXIX La Cabala.—XXX.
 Chiusura dello Scacchiere.—XXXI. Guerra con le Provincia Unite.—XXXII.
 Guglielmo Principe d’ Orange.—XXXIII. Adunanza del Parlamento.—XXXIV.
 Dichiarazione d’indulgenza—XXXV È cancellata, e l’Atto di Prova (_Test
 Act_) è adottato.—XXXVI. Scioglimento della Cabala.— XXXVII. Pace con le
 Provincie Unite; Amministrazione di Danhy.— XXXVIII. Situazione critica
 del partito patriottico.—XXXIX. Relazioni fra esso e l’ambasciata
 francese.—XL. Pace di Nimega; malcontenti furiosi in Inghilterra.—XLI.
 Caduta di Danhy; la congiura papale. —XLII. Prima elezione generale del
 1679.—XLIII. Violenza della nuova Camera de’ Comuni.—XLIV. Sistema di
 governo fatto da Temple. —XLV. Carattere di Halifax.—XLVI. Carattere di
 Sunderland. —XLVII. Proroga del Parlamento.—XLVIII. Atto dell’_Habeas
 Corpus_. —XLIX. Seconda elezione generale del 1679; popolarità di
 Monmouth. —L. Lorenzo Hyde.—LI. Sidney Godolphin.—LII. Violenza delle
 fazioni per la legge d’Esclusione.—LIII. Nomi di Whig e Tory.—LIV.
 Adunanza del Parlamento; la Legge d’Esclusione è approvata dalla Camera
 dei Comuni.—LV. È rigettata da quella de’ Lordi; Stafford è giustiziato.
 —LVI. Elezione generale del 1681.—LVII. Parlamento convocato in Oxford
 e disciolto; Reazione de’ Tory.—LVIII. Persecuzione de’ Whig.—LIX.
 Confisca dello Statuto della Città; Congiure de’ Whig. —LX. Scoperta di
 tali congiure; severità del Governo.—LXI. Sequestro degli Statuti.—LXII.
 Influenza del Duca d’York.—LXIII. Halifax gli si oppone.—LXIV. Il Lord
 Cancelliere Guildford.—LXV. Politica di Luigi.—LXVI. Stato delle fazioni
 nella corte di Carlo all’epoca della sua morte.

I. La storia dell’Inghilterra nel secolo decimosettimo, è quella del
trasmutamento d’una monarchia limitata, secondo la costumanza del medio
evo, in una monarchia più consona al progresso d’una società, nella
quale non possono le gravezze pubbliche essere più oltre sostenute
dai beni della Corona, e la pubblica difesa affidata alle milizie
feudali. Abbiamo già veduto come gli uomini politici che predominavano
nel Lungo Parlamento del 1642, facessero grandi sforzi a compire il
predetto mutamento, trasferendo, direttamente e formalmente, agli
Stati del reame il diritto di scegliere i ministri, il comando delle
armi, e la soprintendenza del potere esecutivo. Quell’ordinamento
era forse il migliore di quanti allora se ne potessero immaginare;
ma lo sconcertò interamente l’esito della guerra civile. Le Camere
trionfarono di certo, ma dopo una lotta tale, che fece loro stimar
necessario di chiamare a vita un potere che esse non seppero infrenare,
e che tosto signoreggiò tutte le classi e tutti i partiti. Per qualche
tempo, i danni inseparabili dal Governo militare, furono in alcun modo
mitigati dalla saviezza e magnanimità del grande uomo che aveva il
supremo comando. Ma quando la spada ch’egli impugnava con energia, e
con energia sempre guidata dal buon senso, e quasi sempre temperata
dalla sua buona indole, passò in mano di capitani che non avevano nè la
destrezza nè le virtù di lui, e’ sembrò probabilissimo che l’ordine e
la libertà corressero a vergognosa rovina.

Tale rovina, per buona ventura, fu scansata. È stato costume,
per troppi degli scrittori amici della libertà, rappresentare la
Ristaurazione come un avvenimento disastroso, e dannare di stoltezza
o viltà la Convenzione che richiamò la reale famiglia, senza ottenere
nuove guarentigie contro la mala amministrazione. Coloro che in
tal guisa ragionano, non intendono l’indole vera degli eventi che
seguirono la caduta di Riccardo Cromwell. La Inghilterra versava in
presentissimo pericolo di essere oppressa da tirannelli militari,
innalzati e deposti dal capriccio della soldatesca. Liberare il paese
dalla dominazione de’ soldati era il fine precipuo d’ogni assennato
cittadino; ma finchè i soldati rimasero concordi, i più fiduciosi poco
speravano di conseguirlo. Di repente balenò un raggio di speranza. I
capitani e le legioni cominciarono ad avversarsi vicendevolmente. Le
sorti future della nazione pendevano dall’uso che si sarebbe potuto
fare di un ben augurato istante. I nostri antichi usarono bene di quel
momento. Dimenticarono i vecchi rancori, smessero i piccoli scrupoli,
differirono a più convenevole stagione tutte le dispute intorno alle
riforme necessarie alle nostre istituzioni; e si congiunsero tutti,
Cavalieri e Teste–Rotonde, Episcopali e Presbiteriani, a rivendicare
le antiche leggi della patria dal dispotismo militare. L’equa
partizione del potere fra Re, Camera dei Lordi e Camera de’ Comuni,
poteva differirsi fino a quando si fosse deciso se l’Inghilterra
dovesse essere governata da Re, Lordi e Comuni, o da corazzieri e
lancieri. Se gli uomini di stato della Convenzione avessero tenuto
condotta diversa, e avessero lungamente discorso intorno ai principii
del Governo; se avessero redatta una nuova Costituzione e l’avessero
mandata a Carlo, se si fossero aperte conferenze, se ci fosse stato per
parecchie settimane un andare e venire di corrieri tra Westminster e i
Paesi Bassi recando progetti, risposte di Hyde e proposte di Prynne:
la coalizione, dalla quale pendeva la pubblica salvezza, si sarebbe
disciolta; i Presbiteriani e i Realisti sarebbero venuti a conflitto;
le fazioni militari si sarebbero, come è verosimile, riconciliate;
e gli imprudenti amici della libertà, oppressi da un giogo peggiore
di quello che poteva essere loro imposto dal pessimo degli Stuardi,
avrebbero invocata invano la felice occasione che avevano lasciato
fuggire.

II. Per la qual cosa, l’antico ordinamento civile, per unanime consenso
di ambedue i grandi partiti, venne ristabilito esattamente tale qual
era allorchè, diciotto anni avanti, Carlo I fuggì dalla metropoli.
Tutti quegli atti del Lungo Parlamento che avevano ricevuto lo assenso
regio, furono considerati come validi. Ottennesi dal Re una nuova
concessione assai più proficua ai Cavalieri che alle Teste–Rotonde.
Il possesso delle terre a titolo di servigio militare, era stato in
origine istituito come mezzo di difesa nazionale. Ma con l’andare degli
anni, la parte utile di quella istituzione era scomparsa, senza altro
lasciare che cerimonie ed aggravi. Un possessore di terre a titolo di
servigio militare, dipendente dalla Corona—e a tal titolo il suolo
dell’Inghilterra quasi tutto era posseduto,—doveva pagare una gravosa
ammenda nell’atto di torre possesso della sua proprietà. Non ne poteva
alienare la più piccola parte senza comperarne la licenza. Quando egli
moriva, lasciando un erede infante, il sovrano diventava tutore, ed
aveva diritto non solo a gran parte delle entrate per tutto il tempo
della minorità, ma poteva imporre al pupillo, sotto gravi pene, di
unirsi in matrimonio a qualunque persona di convenevole grado. Il
principale movente che attirava alla corte un adulatore bisognoso, era
la speranza di ottenere, come premio di servilità e d’adulazione, una
lettera del Re per una ricca erede. Tali abusi erano caduti con la
monarchia; ed ogni gentiluomo possidente di terre nel Regno desiderava
che non fossero richiamati a vita. Vennero quindi solennemente aboliti
con uno statuto, e non rimase vestigio del vecchio costume di possedere
a titolo di militari servigi, salvo que’ servigi d’onore, che tuttavia,
nella cerimonia dell’incoronazione, vengono resi alla persona del
sovrano da alcuni signori territoriali.

III. Ed era ormai tempo di sciogliere lo esercito. Cinquantamila
uomini, usi alle armi, furono a un tratto dispersi fra mezzo alla
società; e la esperienza sembrava far credere come certo, che siffatto
repentino mutamento dovesse essere cagione di gran miseria e di
grandi delitti: val quanto dire, che i veterani cacciati di impiego,
sarebbero o andati accattando di porta in porta, o spinti dalla
fame al saccheggio. Ma ciò, per buona sorte, non avvenne. In pochi
mesi, non rimase segno che indicasse come la più formidabile armata
del mondo si fosse fusa con la gran massa del popolo. Gli stessi
realisti confessavano che in ogni ramo di onesta industria i guerrieri
licenziati prosperavano più che ogni altro uomo; che nessuno di loro
venne addebitato di furto o di rapina; che non se ne vedeva nè anche
uno che andasse limosinando; e che se un fornaio, un muratore,
un vetturale, si faceva notare per diligenza e sobrietà, egli era
probabilissimamente uno de’ vecchi soldati d’Oliviero.

La tirannide militare era caduta; ma negli animi di tutti aveva
lasciato profonde e durevoli traccie. Il nome di un esercito stanziale
fu per lunga stagione abborrito; ed è degno di nota, che siffatto
abborrimento fosse più forte ne’ Cavalieri che nelle Teste–Rotonde.
Dovrebbe considerarsi come singolare ventura, che nel tempo in cui la
patria nostra, per la prima e l’ultima volta soggiacque al governo
della spada, la spada fosse nelle mani, non di principi legittimi,
ma di quei ribelli che uccisero il Re ed abbatterono la Chiesa. Se
un principe legittimo al pari di Carlo, avesse comandato un esercito
prode quanto quello di Cromwell, non vi sarebbe stata più speranza
per le libertà dell’Inghilterra. Avventuratamente, quello strumento
del quale solo la Monarchia poteva giovarsi per rendersi assoluta,
era obietto di orrore e disgusto al partito monarchico, e seguitò
lunghi anni ad associarsi nelle menti de’ realisti e de’ prelatisti
col regicidio e con le predicazioni nel campo. Un secolo dopo la morte
di Cromwell, i Tory continuavano ancora a schiamazzare contro ogni
augumento di soldati regolari, e a trombettare le lodi delle milizie
nazionali. Anche nel 1786, un Ministro che possedeva grandemente la
loro fiducia, non valse a vincere l’avversione che mostrarono alla idea
di fortificare le coste; nè guardarono mai di buon occhio l’armata
stanziale, finchè la rivoluzione francese non sopraggiunse a suscitare
negli animi loro nuova e diversa paura.

IV. La coalizione che aveva rimesso il Re sul trono, ebbe fine col
pericolo che l’aveva fatta nascere, e due partiti ostili mostraronsi
nuovamente in campo, pronti a cozzare. Entrambi, a dir vero,
concordavano intorno al bisogno di punire parecchi infelici, che in
quel tempo erano il zimbello d’un odio quasi universale. Cromwell non
era più; e coloro che erano fuggiti dinanzi a lui, furono paghi del
vigliacco diletto di disseppellire, impiccare, squartare e bruciare la
spoglia mortale del più gran principe che governasse mai l’Inghilterra.
Dettero sfogo alla loro vendetta anche sopra taluni capi di parte
repubblicana. Ma come furono sazi del sangue de’ regicidi, presero a
dilacerarsi scambievolmente. Le Teste–Rotonde, mentre ammettevano le
virtù del Re morto, e dannavano la sentenza profferitagli contro da
un tribunale illegittimo, sostenevano che la sua amministrazione era
stata, in molte cose, incostituzionale, e che le Camere avevano prese
le armi contro lui per cagioni solidamente fondate. Pensavano, la
Monarchia non avere nemico peggiore di colui che, adulando, esaltava
la regia prerogativa sopra la legge, dannava ogni opposizione fatta
alle regie usurpazioni, ed oltraggiava non solo Cromwell e Harrison,
ma Pym e Hampdem, col nome di traditori. Se il Re bramava di regnare
con prosperità e quiete, gli era necessario affidarsi a coloro i quali,
benchè avessero snudata la spada a tutelare i conculcati privilegi del
Parlamento, eransi esposti alla rabbia dei soldati onde salvargli il
padre, ed erano stati parte principale nel provvedimento di richiamare
l’esule famiglia reale.

I sentimenti de’ Cavalieri erano assai differenti. Nel corso dei
diciotto anni, essi, fra tutte le vicissitudini seguite, erano rimasti
fedeli alla Corona. Partecipi delle calamità del loro principe,
non dovevano forse partecipare del suo trionfo? Non era da farsi
distinzione veruna tra loro e il suddito sleale che aveva combattuto
contro il sovrano, che aveva seguito Riccardo Cromwell, e giammai
cooperato alla ristaurazione degli Stuardi, finchè fu a tutti manifesto
che null’altro avrebbe potuto salvare la nazione dalla tirannia
dello esercito? Concedasi pure che siffatto uomo avesse ottenuto per
nuovi servigi il regio perdono; dovevano tali servigi, resi presso
al tramonto, agguagliarsi agli affanni ed ai patimenti di coloro che
avevano sostenuto il carico e il calore di tutto il giorno? Doveva egli
accomunarsi con uomini che non avevano bisogno della regia clemenza;
con uomini che in tutta la vita loro avevano meritata la gratitudine
del Re? E soprattutto, doveva tollerarsi che rimanesse in possesso
di ricchezze accumulate sulle ruine degli averi de’ difensori del
trono? Non bastava che la sua testa e i suoi averi patrimoniali, cento
volte devoluti alla Giustizia, rimanessero salvi; e che egli, col
rimanente della nazione, godesse i beni di quel mite Governo, al quale
era stato lungo tempo nemico? Era egli mestieri ricompensarlo per i
suoi tradimenti, a spese di coloro ch’erano rei solo della fedeltà
onde avevano mantenuto il giuramento di obbedienza alla Corona? Quale
utile poteva trovare il Re nel satollare i suoi nemici con la preda
strappata agli amici suoi? Quale fiducia poteva riporsi in uomini che
avevano avversato il loro sovrano, gli avevano mosso guerra contro, lo
avevano imprigionato; e che adesso, invece di abbassare il viso rosso
di vergogna e di pentimento, difendevano il già fatto, e sembravano
credere d’aver data prova di lealtà astenendosi solo dal regicidio? Era
vero che avevano, poco fa, dato mano a rialzare il trono; ma non era
men vero che manifestavano tuttavia certi principii spinti dai quali,
potevano abbatterlo una seconda volta. Senza dubbio, sarebbe stato
convenevole che il Re desse segni d’approvazione a taluni convertiti,
ch’erano stati grandemente utili; ma la politica, la giustizia, la
gratitudine, gl’imponevano di rimeritare de’ più alti favori coloro,
i quali dal principio alla fine, e nella prospera e nella trista
fortuna, avevano difesa la Casa Reale. Per queste ragioni, i Cavalieri
naturalmente dimandavano compensazione di tutti i danni che avevano
sostenuti, e preferenza ai favori della Corona. Alcuni spiriti violenti
di quel partito, spingendosi anche più oltre, schiamazzavano perchè si
facessero lunghe liste di proscrizioni.

V. La contesa politica, secondo il consueto, venne esasperata dalla
religiosa. Il Re trovò la Chiesa in uno stato ben singolare. Poco
tempo innanzi lo scoppio della guerra civile, il padre suo aveva,
ripugnante, assentito ad una legge, vigorosamente sostenuta da
Falkland, la quale privava i vescovi del diritto di sedere nella Camera
de’ Lordi; ma lo episcopato e la liturgia non erano mai stati aboliti
con apposita legge. Nulladimeno, il Lungo Parlamento aveva fatte
alcune provvisioni, che avevano cagionato un pieno rivolgimento nel
governo e culto ecclesiastico. Il nuovo sistema, ne’ suoi principii,
era appena meno Erastiano di quello cui era stato sostituito. Le
Camere, dirette principalmente dai consigli del dotto Seldeno, volevano
fermamente tenere il potere spirituale in istretta subordinazione del
temporale. Avevano ricusato dichiarare che alcuna forma di politica
ecclesiastica fosse d’origine divina; ed avevano provveduto che si
potesse fare appello in ultima istanza da’ tribunali ecclesiastici
al Parlamento. Con tale importante riserva, avevano deciso di
istituire in Inghilterra una gerarchia affatto simile a quella
che ora esiste in Iscozia. L’autorità de’ concilii, con relazione
graduale da minore a maggiore, venne sostituita alla autorità de’
vescovi e degli arcivescovi. La liturgia dette luogo al direttorio
presbiteriano. Ma erano appena stati fatti i nuovi regolamenti,
allorquando gl’Indipendenti conseguirono la preponderanza nello Stato.
Non erano disposti a mandare ad esecuzione le ordinanze concernenti i
sinodi parrocchiali, provinciali e nazionali; e però tali ordinanze
non furono mai pienamente osservate. Il sistema presbiteriano non fu
in nessun luogo, fuorchè in Middlesex e nella Contea di Lancaster,
solidamente stabilito. Nelle altre cinquanta Contee, quasi ogni
parrocchia non ebbe connessione alcuna con le parrocchie vicine. In
alcuni distretti i ministri ordinaronsi ad associazioni volontarie, a
fine di prestarsi vicendevole soccorso e consiglio; ma non avevano il
potere coercitivo. I patroni dei beneficii, non tenuti in freno nè dal
vescovo nè dal presbiterio, avrebbero potuto affidare la cura delle
anime al prete più scandaloso del mondo, se non avesse loro impedito
di così fare lo intervento arbitrario d’Oliviero. Egli stabilì, di
propria autorità, un ufficio di commissari, detti saggiatori; la più
parte de’ quali erano teologi indipendenti, ma sedevano fra loro pochi
ministri presbiteriani e pochi laici. Il certificato dei saggiatori
teneva luogo d’istituzione e d’induzione, e senza tale certificato,
niuno poteva occupare un beneficio. Fu questo indubitatamente uno
degli atti più dispotici che mai facesse qualunque sovrano inglese.
Nondimeno, temendosi generalmente che il paese venisse invaso da uomini
ignoranti, o ebrei, o reprobi, col nome e con la paga di ministri,
alcuni rispettabili personaggi, che per lo più non procedevano amici a
Cromwell, confessarono che, in quell’occasione, egli era stato pubblico
benefattore. I presentati che avevano ottenuta l’approvazione de’
saggiatori, prendevano possesso delle loro rettorie; coltivavano le
terre, raccoglievano le decime, officiavano senza libro e senza cotta,
ed amministravano la eucaristia ai fedeli assisi innanzi a lunghe
mense.

Così l’ordinamento politico della Chiesa nel Regno trovavasi in
confusione inestricabile. La forma prescritta dalla vecchia legge
del paese, non ancora revocata, era l’episcopale. Quella prescritta
dalla ordinanza parlamentare, era la presbiteriana. Ma nè la vecchia
legge nè la ordinanza parlamentare praticamente valevano. La Chiesa,
nella condizione in cui era a quel tempo, può rappresentarsi in
sembianza di un corpo irregolare, composto di pochi presbiterii, e di
molte congregazioni indipendenti, che erano tenute soggette ed unite
dall’autorità del Governo.

Fra tutti coloro che eransi maggiormente adoperati a ricondurre il
Re sul trono, molti erano zelanti de’ sinodi e del direttorio, e
molti desideravano terminare con una concordia i dissidii religiosi
che avevano per tanto tempo agitata l’Inghilterra. Fra i seguaci
bacchettoni di Laud e i bacchettoni proseliti di Calvino, non vi poteva
essere nè pace nè tregua; ma non pareva cosa impossibile lo indurre ad
un accomodamento gli Episcopali moderati della scuola di Usher, e i
moderati Presbiteriani di quella di Baxter. Gli uni avrebbero ammesso
che un vescovo poteva legalmente essere assistito da un concilio;
gli altri non avrebbero negato che ogni assemblea provinciale poteva
legalmente avere un preside permanente, il quale portasse il nome di
vescovo. Vi sarebbe potuto essere una liturgia modificata in guisa da
non escludere la preghiera estemporanea, una cerimonia battesimale in
cui il segno della croce potesse a discrezione usarsi od omettersi,
un servizio nel quale la comunione venisse ministrata ai fedeli
seduti, ove la loro coscienza non consentisse che s’inginocchiassero.
Ma la maggior parte de’ Cavalieri non volevano udire a parlare di
un siffatto accomodamento. I membri religiosi di cotesto partito
aderivano coscienziosamente al sistema della propria Chiesa. Essa era
stata cara al Re ucciso; li aveva consolati nella sciagura e nella
miseria. Le sue ufficiature così spesso eseguite in silenzio dentro
una camera secreta, durante la stagione delle loro traversie, avevano
per loro tale incanto, che mal volentieri avrebbero rinunciato a un
solo responsorio. Altri fra’ realisti che pretendevano poco a mostrarsi
religiosi, amavano la Chiesa episcopale perchè era nemica agl’inimici
loro. Pregiavano una preghiera, o una cerimonia, non pel conforto che
arrecava all’anima, ma perchè vessava le Teste–Rotonde; ed erano tanto
lontani da conseguire la concordia a prezzo di qualche concessione, che
opponevansi alle concessioni principalmente perchè tendevano a produrre
la concordia.

VI. Tali sentimenti, comecchè biasimevoli, erano naturali, e non
affatto indegni di scusa. I Puritani ne’ giorni del loro potere,
avevano, senza verun dubbio, crudelmente provocato i loro avversari.
Avrebbero dovuto imparare, almeno dal malcontento, dalle lotte, dalle
stesse vittorie loro, e dalla caduta di quella superba gerarchia da cui
erano stati così gravemente oppressi, che in Inghilterra e nel secolo
decimosettimo non era in potestà del magistrato civile lo attirare le
menti degli uomini al conformismo col suo proprio sistema teologico.
Mostraronsi, non pertanto, intolleranti e faccendieri al pari dello
stesso Laud. Inibirono, sotto gravissime pene, l’uso del Libro della
Preghiera Comune, non solo nelle chiese, ma anche nelle case private.
Era delitto per un fanciullo il leggere accanto al letto dell’infermo
genitore una di quelle soavi orazioni che avevano, per lo spazio di
quaranta generazioni, mitigato i dolori de’ Cristiani. Pene severe
vennero minacciate contro coloro che presumessero di biasimare il culto
calvinistico. Ecclesiastici di carattere rispettabile non solo furono
a migliaia privati de’ loro beneficii, ma rimanevano sovente esposti
agli oltraggi della fanatica marmaglia. Le chiese e le sepolture, le
leggiadre opere d’arte, le preziose reliquie dell’antichità, vennero
brutalmente sfigurate. Il Parlamento ordinò che tutte le pitture della
Collezione Reale, che rappresentavano Cristo o la Vergine Maria, si
bruciassero. Alle sculture toccò una sorte egualmente trista. Le Ninfe
e le Grazie, opera dello scalpello ionio, furono consegnate agli
scalpellini puritani perchè le rendessero più decenti. Ai vizi leggieri
la fazione predominante dichiarò guerra con zelo poco temperato
dall’umanità o dal buon senso. Fecero severe leggi contro le scommesse;
decretarono la pena di morte contro l’adulterio. Lo illecito commercio
de’ sessi, anche scevro di violenza o di seduzione, o di pubblico
scandalo, o di violazione di diritti coniugali, fu dichiarato delitto.
I pubblici sollazzi, dalle mascherate che allegravano i palagi de’
grandi, fino alle grottesche rappresentazioni del villaggio, furono
rigorosamente riprovati. Una ordinanza prescriveva che tutti gli alberi
festivi di maggio dovessero essere quinci innanzi abbattuti. Un’altra
inibiva ogni qualunque divertimento teatrale. I teatri dovevano
essere distrutti, gli spettatori multati, gli attori legati alla
coda d’un cavallo e frustati. Il danzare sulla corda, i giuochi de’
burattini, le corse de’ cavalli, erano guardati di mal occhio. Ma il
giuoco dell’orso, a quei tempi amato tanto dalle classi alte e dalle
basse, era obietto d’indicibile abbominio a quegli austeri settarii.
È da notarsi che la loro avversione a quella specie di sollazzo non
aveva nulla di comune col sentimento che a’ dì nostri ha indotta la
legislatura ad immischiarsene, con lo scopo di proteggere gli animali
contro la matta crudeltà degli uomini. Il puritano odiava il giuoco
dell’orso non perchè tormentava la povera bestia, ma perchè recava
diletto agli spettatori. A dir vero, egli generalmente studiavasi di
godere del doppio diletto di tormentare gli spettatori e l’orso.[13]

Forse non v’è circostanza che versi tanta luce sull’indole de’
rigoristi, quanto il modo di condursi rispetto alla solennità del
Natale di Cristo. Questa avventurosa festività era stata, fino da tempo
immemorabile, stagione di gioia e di affezione domestica; stagione
nella quale le famiglie adunavansi, i fanciulli ad esse tornavano
dalle scuole, i dissidii finivano, le vie risonavano di canti, ogni
casa era adornata di piante sempreverdi, ed ogni mensa abbondava di
laute vivande. In quella stagione tutti i cuori, non affatto scevri di
dolcezza, allargavansi e s’intenerivano. In quella stagione i poveri
erano invitati a godere della sovrabbondanza de’ ricchi, la cui bontà
tornava maggiormente gradita a cagione della brevità de’ giorni e
della severità del tempo. In quella stagione la distanza che divideva
i possidenti dagli affittuari, i padroni dai servi, era meno visibile
che ne’ rimanenti giorni dell’anno. Il molto godimento non va mai
scompagnato da qualche eccesso: nondimeno, il brio con che celebravansi
quei giorni santi non era sconvenevole ad una festività cristiana.
Il Lungo Parlamento, nel 1644, ordinò che nel dì ventesimoquinto
di decembre venisse osservato un rigoroso digiuno, e che tutti lo
passassero umilmente lamentando il gran peccato nazionale, che essi
e i loro antenati avevano commesso facendo baccano sotto il ramo di
vischio,[14] mangiando la testa del cignale, e bevendo la birra,
resa più saporita con mele arrostite. Non vi fu atto pubblico che
maggiormente irritasse il popolo. Nel Natale seguente scoppiarono
formidabili tumulti in molti luoghi. Resistettero ai ministri della
polizia, insultarono i magistrati, aggredirono le case de’ più
noti zelanti; ed il servizio proscritto di quella solennità venne
apertamente eseguito nelle chiese.

Tale era lo spirito de’ Puritani esagerati, tanto Presbiteriani quanto
Indipendenti. Veramente, Oliviero era poco inchinevole a farla da
persecutore e da faccendiere. Ma Oliviero, come capo di parte, e, per
conseguenza, schiavo di parte, non poteva governare affatto secondo
le proprie inclinazioni. Anche sotto la sua amministrazione molti
magistrali, dentro le loro giurisdizioni, si resero odiosi quanto
Sir Hudibras: s’immischiavano in tutti i sollazzi del vicinato,
disperdevano le festevoli ragunanze, e ponevano i suonatori alla
berlina. Lo zelo de’ soldati era anche più formidabile. In ogni
villaggio dove essi si mostrassero, finivano i balli, il suono delle
campane, i giuochi.[15] In Londra parecchie volte interruppero le
rappresentazioni teatrali, alle quali il Protettore, in grazia della
sua indole buona e del suo senno squisito, mostravasi connivente.

All’odio e alla paura ispirati da tanta tirannia congiungevasi il
pubblico dispregio. Le specialità del puritano, lo sguardo, il modo di
vestirsi, il dialetto, gli scrupoli suoi, erano sempre stati, fino dal
tempo di Elisabetta, obietto di scherno. Ma tali cose in una fazione
che governava un grande Impero, apparivano assai più grottesche, che
nelle oscure e perseguitate congregazioni. Il piagnisteo che aveva
fatto tanto ridere gli spettatori, quando l’udirono in sulla scena
nella _Tribolazione Salutare_ e nell’_Operoso Zelo della Patria_, era
anche più ridicolo sulle labbra de’ Generali e de’ Consiglieri di
Stato. È da notarsi inoltre, che mentre ardevano le lotte civili, erano
nate parecchie sette, le stranezze delle quali superavano ogni cosa
che si fosse mai veduta di simile in Inghilterra. Un sartore demente,
di nome Ludovico Muggleton, errava di taverna in taverna inebriandosi
e minacciando gli eterni tormenti contro coloro che ricusassero di
credere, sulla sua testimonianza, che l’Ente Supremo fosse alto sei
soli piedi, e che il sole distasse dalla terra di quattro miglia
soltanto.[16] Giorgio Fox aveva suscitata una tempesta di derisioni,
predicando essere violazione della sincerità cristiana l’indicare una
persona singolare col pronome plurale, ed essere omaggio d’idolatria
a Giano e a Odino l’usare i vocaboli Gennaio e Mercoledì.[17] La
sua dottrina pochi anni appresso venne abbracciata da alcuni uomini
insigni, ed acquistò grandemente la pubblica stima. Ma nel tempo della
restaurazione, i Quacqueri venivano comunemente considerati come i
più spregevoli tra’ fanatici. Dai Puritani erano trattati severamente
tra noi, ed erano perseguitati a morte nella Nuova Inghilterra.
Nondimeno il popolo, che bada rade volte alle distinzioni sottili,
confonde il puritano col quacquero. Ambidue erano scismatici: odiavano
lo episcopato e la liturgia; avevano quelle che parevano stravaganti
fantasie intorno al vestirsi, allo atteggiarsi, al sollazzarsi. Per
quanto notevolmente entrambi distassero in fatto d’opinioni, venivano
dall’universale considerati egualmente come scismatici piagnolosi; e
tutto ciò ch’era in essi odioso, ridicolo, accresceva lo scherno e
l’avversione che la moltitudine sentiva per loro.

Avanti le guerre civili, anche coloro che abborrivano dalle opinioni e
dai modi del puritano, erano costretti ad ammettere che la sua condotta
morale era, generalmente parlando, nelle cose essenziali scevra
d’ogni biasimo; ma tale lode poscia non gli fu più oltre concessa,
perchè sventuratamente se n’era reso immeritevole. L’ordinario
destino delle sètte è quello di ottenere alta fama di santità finchè
rimangono oppresse, e di perderla appena divengono potenti: e la
ragione ne è chiara. Rade volte avviene che un uomo si aggreghi,
mosso da altro motivo che dalla propria coscienza, ad una società
proscritta. Tale società quindi si compone, salvo rarissimi casi, di
individui sinceri. La più rigida disciplina che si osservi in una
congrega religiosa, è un debole strumento di purificazione, ove si
paragoni ad un poco di persecuzione pungente che muova dallo esterno.
Può credersi con certezza, che pochissime persone, che non fossero
mosse da profonde convinzioni religiose, chiedessero il battesimo,
mentre Diocleziano perseguitava la Chiesa; o si ascrivessero alle
congregazioni protestanti, mentre correvano pericolo di essere arse
vive da Bonner. Ma quando una setta si fa potente, quando spiana la
via alle ricchezze ed agli onori, gli uomini mondani ed ambiziosi vi
si affollano, ne parlano il linguaggio, si conformano strettamente al
rituale, scimmieggiano i caratteri speciali di quella, e spesso vincono
gli onesti proseliti in tutte le esterne manifestazioni di zelo. Non
è discernimento, non vigilanza de’ reggitori ecclesiastici, che valga
ad impedire la intrusione di cotali falsi confratelli. Il loglio e
il grano è d’uopo che crescano—insieme. Tosto la gente comincia ad
avvedersi che gli uomini di Dio non sono migliori degli uomini del
mondo; e conclude con qualche giustizia, che, non essendo migliori,
devono necessariamente essere molto peggiori. Poco di poi, tutti que’
segni che dapprima venivano considerati come caratteristiche d’un
santo, riduconsi ad essere presi per caratteristiche di un furfante.

Ciò avvenne dei non–conformisti inglesi. Erano stati oppressi, e la
oppressione gli aveva mantenuti puri e senza macchia. Ottennero il
predominio nello Stato. Nessuno poteva conseguire dignità o comando
senza il loro favore; il quale non poteva acquistarsi se non se
scambiando con essi i segni e le parole d’ordine della spirituale
confraternita. Una delle prime deliberazioni del Parlamento di
Barebone, la più puritana delle nostre assemblee politiche, consisteva
in ciò, che nessuno individuo poteva essere ammesso agli uffici
pubblici finchè la Camera non si dichiarasse satisfatta della vera
religiosità di lui. Quelli che allora consideravansi quali segni
della vera religiosità, cioè il tristo colore degli abiti, lo sguardo
severo, i capelli lisci, il tono nasale, il discorso imperlato di
affettate citazioni, lo abborrimento delle commedie, delle carte e
della falconeria, venivano agevolmente contraffatti da uomini increduli
ad ogni religione. I puritani sinceri tosto trovaronsi perduti in
mezzo ad una moltitudine, non solo di uomini mondani, ma della più
riprovevole genia d’uomini mondani. Imperocchè, il più grande libertino
che avesse combattuto sotto i regii vessilli, poteva giustamente
reputarsi virtuoso in paragone di alcuni tra quelli, i quali parlando
de’ conforti della Sacra Scrittura, vivevano esercitando la fraude e la
rapacità, immersi in scerete dissolutezze. La nazione, con una fretta
di che possiamo affliggerci, ma non maravigliarci, da questi ipocriti
toglieva norma a giudicare tutto il partito. La teologia, i modi, la
parlatura del puritano, richiamavano in tal guisa alle menti di tutti
le immagini de’ vizi più neri e schifosi. Appena la Restaurazione
concesse a chiunque la libertà di mostrarsi nemico al partito che per
tanto tempo era stato predominante nello Stato, sorse da ogni angolo
del Regno un grido generale contro il puritanismo; grido che spesso era
accresciuto dalle voci di quegli astuti simulatori, la cattività dei
quali aveva fatto abborrire il nome di puritano.

Così, i due grandi partiti che dopo una lunga contesa avevano, con
momentanea concordia, cooperato a rimettere sul trono la famiglia
reale, diventarono, in politica e in religione, acerrimi nemici. La
maggior parte della nazione pendeva verso i realisti. I delitti di
Strafford e di Laud, gli eccessi della Camera Stellata e dell’Alta
Commissione, i grandi servigi che il Lungo Parlamento, nel primo
anno della sua esistenza, aveva resi allo Stato, erano svaniti dalla
ricordanza degli uomini. La decapitazione di Carlo I, la cupa tirannia
della Coda del Parlamento, la violenza dell’esercito, ricordavansi con
disgusto; e la moltitudine inchinava a tenere come responsabili della
morte del Re, e de’ disastri che ne seguirono, tutti coloro che gli
avevano opposta resistenza.

La Camera de’ Comuni, essendo stata eletta mentre predominavano
i presbiteriani, non rappresentava in modo alcuno il sentimento
universale del popolo, e mostravasi dispostissima ad infrenare la
intollerante lealtà de’ Cavalieri. Uno de’ membri che si attentò di
dichiarare che tutti coloro i quali avevano snudata la spada contro
Carlo I erano traditori al pari di coloro che gli avevano mozzato il
capo, venne chiamato all’ordine, posto alla sbarra, e rimproverato dal
presidente. Era desiderio generale della Camera, senza verun dubbio,
di comporre i litigi ecclesiastici in modo soddisfacente ai Puritani
moderati. Ma a ciò fare opponevansi la Corte e la nazione.

VII. Il Re era, in questo tempo, amato dal popolo quanto non lo era mai
stato nessuno de’ suoi predecessori. Le calamità della sua famiglia, la
morte eroica del padre, le sue proprie pene ed avventure romanzesche,
svegliavano la tenerezza ne’ cuori di tutti. Il suo ritorno aveva
liberato il paese da una intollerabile schiavitù. Richiamato dalla voce
di ambedue le fazioni avverse, egli era il loro arbitro naturale, ed
in certo modo aveva le qualità necessarie a tanto ufficio. La natura
gli era stata larga di egregie doti e di felice temperamento. Era stato
educato in guisa da bene sviluppare il suo intendimento, ed assuefare
il suo spirito allo esercizio d’ogni virtù pubblica e privata. Aveva
provate tutte le vicissitudini della fortuna. Giovanissimo, era stato
tratto dalla reggia ad una vita d’esilio, di penuria, di pericolo.
Pervenuto alle età in cui la mente e il corpo trovatisi nella maggior
perfezione, e il primo bollore delle giovanili passioni cessa di
sconvolgere l’anima, era stato richiamato dalla sua vita randagia
a porsi sul capo la corona degli avi. Aveva dalla amara esperienza
imparato come la viltà, la perfidia e la ingratitudine, si sappiano
nascondere sotto l’ossequioso contegno della cortigianeria; mentre
nel tugurio del povero aveva trovata la vera nobiltà dell’animo.
Allorquando offrivano ricchezze a chi lo avesse tradito, minacciavano
di morte chiunque gli avesse dato ricovero, gli abitatori delle capanne
e i servitori avevano fedelmente mantenuto il secreto, ed a lui,
umilmente travestito, avevano baciato la mano con tanta riverenza,
quanta gliene avrebbero mostrata se fosse stato assiso sul trono.
Era da sperarsi che un giovine uscito da cosiffatta scuola, il quale
non difettava nè di destrezza nè di amabilità, si dovesse mostrare
Re grande e buono. Carlo uscì da quella scuola adorno di socievoli
abitudini, di maniere squisite e cortesi, e di qualche ingegno pel
conversare vivace, dedito oltremodo ai piaceri sensuali, amante degli
ozi e de’ frivoli sollazzi, incapace di abnegazione e di sforzo,
incredulo alla virtù o allo affetto dell’uomo, senza desio di fama,
sordo al rimprovero. Secondo lui, ogni uomo era da comprarsi. Ma taluni
mercanteggiavano, più che altri, intorno al prezzo; e quando questo
mercanteggiare era condotto con ostinazione e destrezza, diventava
degno di lode. Gl’inganni onde alcuni uomini astuti mantenevano alto
il prezzo della loro valentia, chiamavansi integrità. Gl’inganni
onde le donne leggiadre tenevano alto il prezzo della loro beltà,
dicevansi modestia. Lo amore di Dio, lo amore della patria, lo amore
della famiglia, lo amore degli amici, erano semplici frasi, sinonimi
delicati e convenevoli dello amore di sè. Pensando in tal guisa della
specie umana, Carlo naturalmente da vasi pochissimo pensiero di ciò che
altri pensasse di lui. Onore e vergogna a lui erano quasi ciò che luce
e tenebre sono al cieco. Lo hanno molto commendato come sprezzatore
dell’adulazione; ma tal pregio, guardato fra le altre qualità
dell’indole di lui, non sembra degno di lode. È cosa possibile all’uomo
essere al di sotto come al di sopra dell’adulazione. Chi non si fida
di nessuno, non ha nè anche fiducia ne’ lusinghieri. Chi non estima la
gloria vera, fa poco conto della falsa.

Laudasi l’indole di Carlo in ciò che egli, non ostante la pessima
opinione che aveva della specie umana, non diventasse misantropo.
Poc’altro vedeva negli uomini, tranne la parte odiosa, e nondimeno
non gli odiava. Anzi era talmente umano, che spiacevali vedere le
sofferenze o udire le querimonie loro. Se non che, questa è una specie
d’umanità che, comunque amabile e commendevole in un individuo privato,
il cui potere a giovare o a nuocere è rinchiuso in uno stretto cerchio,
è stata soventi volte ne’ principi vizio, più presto che virtù. Non
pochi fra loro, intesi al bene, hanno abbandonate intere provincie
alla rapina ed all’oppressione, mossi solo dal desiderio di vedere, in
casa e ai passeggi, visi allegri. Colui che esita a spiacere a pochi
che gli stanno d’intorno, pel bene dei molti che non vede giammai, non
è fatto per governare una grande società. La facilità di Carlo era
tanta, da non trovarsi forse mai in un uomo di sensi a lui simile.
Era schiavo, senza essere zimbello, degl’inganni altrui. Donne ed
uomini indegni, ai quali sapeva leggere nelle ime latebre del cuore,
e i quali egli conosceva privi d’affezione e immeritevoli della sua
fiducia, sapevano lusingarlo tanto, da strappargli dalle mani titoli,
uffici, terre, secreti di Stato, e grazie. Donò molto, ma nè godè il
piacere, nè acquistò la fama di benefico. Spontaneo non donò mai, ma
eragli duro rispondere con un rifiuto. Dal che seguiva, che la sua
bontà generalmente non iscendesse sopra coloro che più la meritavano,
nè anche sopra coloro ai quali portava affetto, ma sopra il più
svergognato ed importuno che fosse riuscito ad ottenere udienza.

Le cagioni che governarono la condotta politica di Carlo II,
differivano assai da quelle onde il predecessore e il successore
suoi furono mossi. Non era uomo da lasciarsi imporre dalla teoria
patriarcale del Governo e dalla dottrina del diritto divino. Era
onninamente scevro d’ambizione. Detestava gli affari, e avrebbe
piuttosto abdicato, che sopportare lo incomodo di dirigere veramente
l’amministrazione. Tanta avversione aveva alla fatica e tanta
ignoranza degli affari, che gli stessi suoi segretari, quando sedeva
in consiglio, non potevano frenarsi d’irridere alle sue frivole
osservazioni ed alla sua fanciullesca impazienza. Nè gratitudine nè
vendetta contribuivano a determinare la sua condotta, perocchè non vi
fu mai mente in cui i servigii o le ingiurie lasciassero, come nella
sua, deboli e passeggiere impressioni. Desiderava semplicemente essere
Re come lo fu poscia Luigi XV di Francia; Re che potesse trarre dal
tesoro danari senza fine per appagare i suoi gusti privati; che potesse
comprare con ricchezze ed onori persone capaci di aiutarlo a fargli
passare il tempo; e che, anche quando lo Stato fosse per la pessima
amministrazione caduto in fondo alla vergogna, e spinto sull’orlo del
precipizio, potesse escludere ogni tristo pensiero dal ricinto del
suo serraglio, e ricusare l’accesso a chiunque potesse disturbare i
voluttuosi suoi ozii. Per ciò, e per ciò solo, egli bramava conseguire
il potere arbitrario, qualora si fosse potuto conseguire senza rischio
o incomodo. Nelle dispute religiose che affaccendavano i suoi sudditi
protestanti, la sua coscienza non aveva interesse nessuno; perocchè
le sue opinioni oscillavano in uno stato di sospensione satisfatta,
fra la incredulità e il papismo. Ma, quantunque la sua coscienza
rimanesse neutrale nella contesa tra gli Episcopali e i Presbiteriani,
il suo gusto non era tale in nessun modo. I suoi vizi prediletti erano
precisamente quelli ai quali i Puritani indulgevano meno. Egli non
poteva passare un solo giorno senza il conforto di que’ sollazzi che i
Puritani consideravano peccaminosi. Come uomo egregiamente educato, e
assai sensibile al ridicolo, le stranezze de’ Puritani lo spingevano ad
un riso di dispregio. Aveva, in verità, qualche ragione a non amare
quella rigida setta. Nella età in cui le passioni più imperversano, e
le leggerezze sono meritevoli di perdono, aveva passati parecchi mesi
in Iscozia, Re di nome, ma di fatto prigioniero di Stato nelle mani
degli austeri Presbiteriani. Non paghi di volere ch’ei si conformasse
al loro culto, e firmasse la loro Convenzione, avevano invigilate
tutte le azioni, e sermoneggiato intorno alle giovanili follie di
lui. Era stato costretto ad assistere, ripugnante, a preci e sermoni
lunghissimi, e poteva reputarsi fortunato allorquando dal pulpito non
gli rammentavano le sue proprie fragilità, la tirannide del padre,
e la idolatria della madre. Davvero, era stato così sciagurato in
quegli anni della sua vita, che la sconfitta dalla quale fu cacciato
nuovamente in esilio, poteva più presto considerarsi come liberazione,
che come calamità. Sotto la pressura di queste male augurate
reminiscenze, Carlo voleva deprimere il partito che aveva fatta
resistenza a suo padre.

VIII. Giacomo, Duca di York, fratello del Re, si attenne alla medesima
via. Benchè libertino, Giacomo era diligente, metodico, e amante
dell’autorità e degli affari. Aveva intendimento basso e stretto,
ed indole ostinata, aspra e nemica al perdono. Che un principe
come lui non potesse vedere di buon occhio le libere istituzioni
dell’Inghilterra, e il partito che le difendeva con zelo indefesso,
non deve recar maraviglia. Il Duca seguitava a professare la credenza
della Chiesa Anglicana; ma aveva già mostrate tendenze tali, da mettere
seriamente in pensiero i buoni protestanti.

L’uomo che in quel tempo principalmente conduceva il Governo, era
Eduardo Hyde, Cancelliere del Regno, e presto creato Conte di
Clarendon. La riverenza che giustamente sentiamo per Clarendon come
scrittore, non ci debbe rendere ciechi ai falli da lui commessi
come uomo di Stato. Alcuni dei quali, nondimeno, vengono spiegati e
scusati dalla posizione sciagurata in cui egli trovavasi. Nel primo
anno del Lungo Parlamento erasi onorevolmente reso cospicuo fra i
senatori che affaticavansi di riparare alle doglianze della nazione.
Una delle più odiose cagioni di tali doglianze, cioè il Consiglio di
York, era stata rimossa principalmente in grazia degli sforzi di lui.
Quando seguì il grande scisma, quando il partito riformista ed il
conservatore primamente mostraronsi in ordinanza di battaglia, l’uno
contro l’altro; egli, insieme con molti savi e da bene uomini, si
congiunse al partito conservatore. D’allora in poi seguì le fortune
della Corte, godè tanta fiducia di Carlo I, quanta l’indole riservata,
e la tortuosa politica di quel Principe ne concedessero ad alcun
Ministro, e quinci divise lo esilio e diresse la condotta politica di
Carlo II. Dopo la Ristaurazione, Clarendon divenne primo Ministro.
Pochi mesi dopo fu annunziato ch’egli era per affinità strettamente
congiunto alla Casa Reale; imperocchè la sua figlia era diventata, per
secreto matrimonio, Duchessa di York. I suoi nipoti averebbero forse
portata la Corona. Per questo illustre parentado ei fu preposto ai capi
della vecchia nobiltà del paese, e un tempo fu creduto onnipotente.
Per alcune ragioni egli era bene adatto a tenere quel posto eminente.
Niuno sapeva, meglio di lui, comporre scritture di Stato; niuno parlava
con più gravità e dignità nel Consiglio e nel Parlamento; niuno
conosceva meglio i principii dell’arte di regnare; niuno discerneva
con occhio più giudizioso le varietà de’ caratteri degli uomini. È
d’uopo aggiungere, che sentiva fortemente i doveri morali e religiosi,
rispettava sinceramente le leggi del paese, e mostrava coscienzioso
riguardo per l’onore e lo interesse della Corona. Ma il suo animo era
acre, arrogante, intollerante d’ogni opposizione. Soprattutto, egli
era stato lungo tempo in esilio, e questa sola cagione era bastevole
a torgli le qualità necessarie a condurre la direzione suprema degli
affari. È quasi impossibile che un uomo politico che sia stato
costretto dalle lotte civili a bandirsi dalla propria patria, e passare
lungi da quella molti de’ più begli anni della vita, riesca adatto,
appena ritornato al suolo natio, a togliere in mano il timone della
cosa pubblica. Clarendon non va eccettuato da siffatta regola. Aveva
lasciata l’Inghilterra con l’animo infiammato da un feroce conflitto,
che era terminato con la caduta del suo partito e la ruina delle sue
sostanze. Dal 1646 al 1660 era vissuto oltremare, mirando tutto ciò
che avveniva nella sua patria, da una grande distanza, e con un falso
strumento. Le nozioni che aveva delle pubbliche faccende, raccoglieva
necessariamente dalle relazioni de’ conspiratori, parecchi dei quali
erano uomini esasperati dal danno e dalla disperazione. Gli eventi
naturalmente gli sembravano bene augurati, non quando accrescevano
la prosperità e la gloria della nazione, ma quando tendevano ad
avacciare l’ora del suo ritorno. La sua convinzione—convinzione ch’ei
non ha nascosta—consisteva in questo: che i suoi concittadini, non
avrebbero potuto godere de’ beni della quiete e della libertà, finchè
non avessero rimesso su la vecchia dinastia. Finalmente ritornò alla
patria, e senza avere speso nè anche una settimana a volgere lo
sguardo all’intorno, a mischiarsi nei socievoli commerci, a notare
i mutamenti che quattordici anni di vicende avevano prodotto nel
carattere e nel sentire della popolazione, fu posto repentinamente a
condurre il Governo dello Stato. In cosiffatte condizioni, anche un
Ministro eminentemente destro e docile sarebbe probabilmente caduto in
gravissimi errori. Ma la destrezza e la docilità non erano da trovarsi
fra le doti dell’animo di Clarendon. Agli occhi suoi, l’Inghilterra
seguitava ad essere la Inghilterra della sua giovinezza; e guardava
in cagnesco ogni teoria ed ogni pratica introdotta mentre egli era
in esilio. Quantunque fosse lontano dal meditare il minimo attentato
contro l’antico e indubitato potere della Camera de’ Comuni, il vederlo
crescere gli recava grande inquietudine. La prerogativa regia, per la
quale egli aveva tanto sofferto, e dalla quale era stato alla perfine
innalzato alle ricchezze ed agli onori, era sacra agli occhi suoi.
Riguardava le Teste–Rotonde con avversione politica e personale. Aveva
sempre aderito fortemente alla Chiesa Anglicana, e tutte le volte
che si trattava degl’interessi di quella, erasi separato, non senza
rammarico, da’ suoi più diletti amici. Il suo zelo per lo Episcopato e
pel Libro della Preghiera Comune divenne quindi più ardente che mai, e
si congiunse con un odio vendicativo contro i Puritani; odio che gli
recò poco onore, e come ad uomo di Stato e come a cristiano.

Mentre la Camera de’ Comuni, che aveva richiamata la reale famiglia,
era in sessione, e’ tornava impossibile ristabilire il vecchio sistema
ecclesiastico. La Corte non solo nascose con grande studio le proprie
intenzioni, ma il Re stesso dette, nel modo più solenne, assicuranze
tali, che posero in calma gli animi de’ Presbiteriani moderati.
Aveva promesso, prima della Restaurazione, di concedere ai sudditi
libertà di coscienza. Ripetè poscia tale promessa, aggiungendovi
quella di adoperare le più scrupolose cure onde indurre a concordia le
sètte avverse. Disse come egli desiderava di vedere la giurisdizione
spirituale divisa tra i vescovi e i sinodi; di fare che la liturgia
venisse riesaminata da una congrega di teologi, metà de’ quali sarebbe
di presbiteriani. Le quistioni concernenti la cotta, la postura
nel ricevere la Eucarestia, e il segno della croce nel battesimo,
verrebbero risolute in guisa da calmare le coscienze timorate. Come
il Re ebbe addormentati gli occhi vigili di coloro ch’ei maggiormente
temeva, sciolse il Parlamento. Aveva già dato il suo assenso ad un atto
d’amnistia, salvo pochissimi, per tutti coloro i quali nelle lotte
civili s’erano resi colpevoli di delitti politici. Aveva parimenti
ottenuta dalla Camera de’ Comuni una concessione a vita delle tasse,
l’annuo prodotto delle quali era stimato a un milione e duecento mila
lire sterline. A vero dire, il prodotto di quelle per alcuni anni passò
di poco un milione; ma questa somma, insieme con la entrata ereditaria
della Corona, era allora bastevole a pagare le spese del Governo in
tempo di pace. Non fu concessa pecunia per mantenere un esercito
stanziale. La nazione sentiva disgusto del semplice nome di quello, e
il solo rammentarlo avrebbe commossi ed infiammati tutti i partiti.

IX. Nel 1661 seguì una elezione generale. Il popolo era frenetico
d’entusiasmo verso il sovrano. La metropoli venne incitata a fare
apparecchi per la più splendida incoronazione che si fosse mai veduta.
Ne risultò un corpo di rappresentanti tale, quale non era mai stato
in Inghilterra. Molti de’ candidati eletti erano uomini che avevano
pugnato a favore della Corona e della Chiesa, e che avevano l’animo
esasperato per le molte ingiurie e i molti insulti delle Teste–Rotonde.
Quando i membri adunaronsi, le passioni onde ciascuno di loro era
individualmente animato, acquistarono nuova forza per virtù della
simpatia. La Camera de’ Comuni per alcuni anni fu più realista del Re
stesso, più episcopale degli stessi vescovi. Carlo e Clarendon rimasero
quasi atterriti della propria vittoria. Trovaronsi in condizioni non
dissimili da quelle in cui Luigi XVIII e il Duca di Richelieu si videro
allorquando, nel 1815, adunossi la Camera. Quando anche il Re avesse
desiderato di adempiere le promesse date ai Presbiteriani, non lo
avrebbe potuto fare. Veramente, gli fu mestieri di adoperare co’ più
vigorosi sforzi tutta la sua influenza per impedire che i Cavalieri
vittoriosi lacerassero l’atto d’indennità, e si vendicassero, senza
misericordia, de’ torti sofferti.

X. I Comuni cominciarono dal decretare, che ciascun membro dovesse,
sotto pena d’espulsione, prestare il giuramento secondo la forma
prescritta dalla antica liturgia, e che l’atto di Convenzione dovesse
essere bruciato per mano del boia nel cortile del palagio. Fecero
un altro atto, in cui non solo riconoscevano il potere della spada
appartenere al solo Re, ma dichiaravano che in nessun caso estremo,
qualunque si fosse, le due Camere potevano giustamente resistere con
la forza al sovrano. Ne aggiunsero un altro, che prescriveva ad ogni
ufficiale di corporazione di giurare che la resistenza alla autorità
del Re era sempre illegittima. Pochi cervelli caldi sforzaronsi
di proporre una legge che annullasse in una sola volta tutti gli
statuti fatti dal Lungo Parlamento, e richiamasse in vita la Camera
Stellata e l’Alta Commissione; ma la Reazione, per quanto fosse
violenta, non osò andare tanto oltre. Continuò ad esser valida la
legge che ogni tre anni vi fosse un Parlamento; ma vennero revocate
le clausule restrittive, le quali ordinavano che gli ufficiali, anche
senza l’assenso regio, potevano, appena scorso il tempo prescritto,
procedere alla elezione. I vescovi furono rimessi sui loro seggi
nella Camera Alta. Il vecchio ordinamento politico della Chiesa, e la
vecchia liturgia, furono ristabiliti, senza la minima modificazione
che tendesse a conciliare i più moderati tra i Presbiteriani. Allora,
per la prima volta, l’ordinazione episcopale fu dichiarata requisito
essenziale alle dignità ecclesiastiche. Circa duemila ministri della
religione, ai quali la coscienza non consentiva di conformarsi alle
nuove leggi, furono, in un sol giorno, privati de’ loro beneficii. La
parte dominante, esultando, rammentava ai danneggiati, che il Lungo
Parlamento, nell’auge del suo potere, aveva cacciato via un maggior
numero di teologi realisti. Il rimprovero era ben fondato; ma il Lungo
Parlamento aveva, almeno, ai teologi spogliati de’ loro uffici concessa
una provvisione bastevole a non lasciarli morire d’inedia; mentre i
Cavalieri, con gli animi inveleniti da implacabile rancore, non avevano
avuta la giustizia e la umanità di seguire il riferito esempio.

XI. Fecero poi alcuni statuti penali contro i non–conformisti; statuti,
de’ quali potevano trovare esempi precedenti nella legislazione
puritana, ma ai quali il Re non poteva dare il suo assenso senza
rompere le promesse pubblicamente fatte, nella crisi più importante
della sua vita, a coloro da cui dipendeva il suo destino. I
Presbiteriani, colpiti di terrore e forte addolorati, corsero ai
piedi del trono, allegando i loro recenti servigi, e la fede sovrana
solennemente e ripetutamente data. Il Re ondeggiava. Non poteva
rinnegare il suo proprio sigillo e la sua propria firma. Sentiva, pur
troppo, d’essere debitore di molto ai chiedenti. Era poco avvezzo a
resistere alle sollecitazioni importune. L’indole sua non era quella di
un persecutore. Certo aborriva i Puritani; ma in lui lo aborrire era
un languido sentimento, poco somiglievole all’odio energico che aveva
infiammato il cuore di Laud. Parteggiava, inoltre, per la Religione
Cattolica–Romana; e conosceva come fosse impossibile il concedere
libertà di culto ai proseliti di quella religione, senza accordarla
parimente ai dissenzienti protestanti. Tentò, quindi, debolmente di
frenare lo zelo intollerante della Camera de’ Comuni; ma la Camera
trovavasi sotto la influenza di profonde convinzioni, e di passioni
assai più forti che non erano quelle del Re. Dopo una lieve lotta, egli
cedette, ed approvò, facendo mostra d’alacrità, una serie di leggi
odiose contro i separatisti. Fu dichiarato delitto lo intervenire in
luogo dove si celebrasse il culto dei dissenzienti. Ciascun giudice
di pace poteva giudicare senza giurati, e poteva condannare ad essere
trasportato oltremare per sette anni chiunque fosse stato per la terza
volta dichiarato reo. Con sottile crudeltà, venne provveduto che il
reo non fosse trasportato nella Nuova Inghilterra, dove probabilmente
avrebbe trovato amici che lo confortassero. Ritornando innanzi che
fosse trascorso tutto il tempo del bando, soggiaceva alla pena
capitale. Un nuovo ed irragionevolissimo giuramento venne imposto ai
teologi che erano stati spogliati de’ loro beneficii per non essersi
voluti conformare; e a tutti coloro che ricusavano di prestarlo,
fu inibito di appressarsi di cinque miglia ad ogni città che fosse
governata da una corporazione, o rappresentata in Parlamento, o dove
essi avessero esercitato il sacro ministero. I magistrati che dovevano
mandare ad esecuzione cotesti terribili statuti, erano generalmente
uomini infiammati dallo spirito di parte, e dalla rimembranza dei danni
che avevano sofferti al tempo della Repubblica. Le carceri furono
quindi subitamente riempite di dissenzienti, tra i quali erano alcuni
che con la virtù e coll’ingegno potevano onorare qualunque società
cristiana.

XII. La Chiesa d’Inghilterra non si mostrò ingrata alla protezione
largitale dal Governo. Fino dal primo giorno della sua esistenza
aveva aderito alla Monarchia. Ma ne’ venti anni che seguirono l’epoca
della Restaurazione, il suo zelo per l’autorità regia e pel diritto
ereditario aveva travarcato ogni confine. Aveva partecipato alle
sciagure della Casa degli Stuardi. Era stata ristaurata con essa; ed
era con essa vincolata da interessi, amicizie ed inimicizie comuni.
Sembrava impossibile che dovesse arrivare il giorno in cui i vincoli
che la congiungevano ai figli del suo augusto martire, verrebbero
infranti, e la lealtà della quale ella gloriavasi, non sarebbe più
oltre un gradito e proficuo dovere. E però magnificava con frasi
rimbombanti quella prerogativa che era sempre adoperata a difendere ed
ingrandire la Chiesa, e riprovava comodamente la depravità di coloro i
quali dalla oppressura, onde essa andava esente, erano stati incitati a
ribellare. Il suo tema prediletto era la dottrina della non–resistenza;
dottrina ch’essa predicava in modo assoluto, portandola fino a tutte le
estreme conseguenze. I suoi discepoli non istancavansi mai di ripetere,
che in nessun caso possibile,—nè anche se l’Inghilterra avesse la
sciagura di sottostare a un Re come Busiride o Falaride, il quale,
calpestando ogni legge, senza verun pretesto di giustizia, condannasse
ogni giorno centinaia di vittime innocenti alla tortura e alla
morte,—tutti gli Stati del Regno concordanti, sarebbero giustificati a
resistere con la forza alla tirannide del principe. Avventuratamente,
i principii della natura umana ci assicurano appieno che tali teorie
rimarranno sempre teorie. Giunse il dì della prova; e quegli stessi
uomini che avevano levata più alto la voce a predicare quella strana
dottrina di lealtà, armaronsi, in quasi ogni Contea dell’Inghilterra,
contro il trono.

Nuovamente in tutto il Regno le sostanze andavano cangiando padroni.
Le vendite fatte dalla nazione, non essendo state confermate dal
Parlamento, furono dai tribunali considerate come nulle. Il sovrano,
i vescovi, i decani, i capitoli, i nobili e i gentiluomini realisti,
riebbero i loro beni confiscati, e ne spogliarono perfino i compratori
che ne avevano pagato il prezzo. Le perdite sostenute dai Cavalieri
mentre predominavano i loro avversari, vennero così in parte riparate;
ma solamente in parte. Ogni qualunque azione per ricuperare i frutti
arretrati fu esclusa efficacemente dall’Amnistia generale; e i numerosi
realisti i quali, onde soddisfare alle multe imposte dal Parlamento e
comperare il favore delle potenti Teste–Rotonde, avevano vendute le
loro terre per molto meno di quello che valevano, non furono liberati
dalle conseguenze legali de’ loro propri atti.

XIII. Mentre tali cose avvenivano, era seguito un cangiamento assai più
grave nella morale e ne’ costumi del popolo. Le passioni e i gusti che
sotto il predominio de’ Puritani erano stati severamente repressi, e
se per poco soddisfatti, lo erano stati di soppiatto, appena fu tolto
lo impedimento, tornarono a rivivere con irrefrenabile violenza. Gli
uomini correvano ai frivoli diporti ed ai piaceri criminosi con quella
avidità che nasce dalla lunga astinenza. Poco ostacolo vi poneva la
pubblica opinione; avvegnachè le genti, stomacate de’ piagnistei, e
sospettose dei pretendenti a comparir santi, e soffrendo tuttavia
della recente tirannide di governanti austeri nella vita e potenti
nella preghiera, volgessero alcun tempo compiacenti gli sguardi a
vizi più gaii e soavi. Minore era anche il freno che vi poneva il
Governo. E davvero, non eravi eccesso al quale gli uomini non venissero
incoraggiati dalla ostentata dissolutezza del Re, e de’ suoi fidi
cortigiani. Pochi consiglieri di Carlo I, che più non erano giovani,
serbavano la decorosa gravità che trenta anni innanzi era stata tanto
in voga a Whitehall. Tali erano lo stesso Clarendon e gli amici suoi,
Tommaso Wriothesley conte di Southampton Lord Tesoriere, e Giacomo
Butler Duca di Ormond, il quale dopo di avere tra molte vicende
valorosamente propugnata l’autorità del Re in Irlanda, governava
quel Regno con l’ufficio di Lord Luogotenente. Ma, nè la memoria de’
servigii di cotesti uomini, nè il potere grande che avevano nello
Stato, poterono proteggerli dai sarcasmi che il vizio di moda ama di
scagliare contro la virtù fuori d’uso. La lode di gentilezza e vivacità
mal poteva conseguirsi senza violare in qualche guisa il decoro.
Uomini di grande e pieghevole ingegno affaccendavansi a spandere il
contagio. La filosofia morale aveva di recente presa una forma atta
a piacere ad una generazione egualmente devota alla monarchia ed al
vizio. Tommaso Hobbes, con un linguaggio più preciso e lucido di quello
che fosse stato mai adoperato da qualunque altro scrittore metafisico,
sosteneva: la volontà del principe essere la regola del diritto e del
torto, ed ogni suddito doversi tener pronto a professare, secondo che
piacesse al principe, il Papismo, l’Islamismo o il Paganesimo. Migliaia
d’uomini, inetti a conoscere ciò che nelle metafisiche speculazioni
di lui fosse degno di stima, facilmente dettero il ben venuto ad una
teoria, la quale, esaltando la dignità regia, rallentava i doveri
morali, e abbassava la religione al grado di pretta faccenda di
Stato, L’Hobbismo divenne tosto parte quasi essenziale del carattere
d’un perfetto gentiluomo. Ogni specie di amena letteratura s’imbevve
profondamente della prevalente licenza. La poesia si arruffianò ad
ogni più basso desio. Il dileggio, invece di fare arrossire la colpa
e l’errore, scagliò i suoi formidabili strali contro la verità e
l’innocenza. La Chiesa dello Stato lottava, a dir vero, contro la
prevalente immoralità, ma lottava debolmente e non di tutto cuore.
Era necessario al decoro del proprio carattere, ch’ella ammonisse i
suoi figli traviati; ma dava le sue ammonizioni con una tal quale
negligenza o svogliatezza. La sua attenzione era rivolta altrove. In
cima a tutti i suoi pensieri stava quello di esterminare i Puritani,
ed insegnare ai suoi discepoli di dare a Cesare ciò che era di Cesare.
Era stata spogliata ed oppressa da quello stesso partito che predicava
la più austera morale. Aveva riacquistato opulenza ed onori, mercè i
libertini. Per quanto poco disposti fossero gli uomini dell’allegria
e della moda a conformarsi ai precetti di lei, erano tuttavia pronti
a combattere fino all’ultimo sangue per le cattedrali e i palagi, per
ogni rigo delle rubriche, per ogni lembo della veste della Chiesa. Se
il dissoluto Cavaliere andava gavazzando su per i bordelli e le bische,
tenevasi almeno lungi da’ conventicoli. Se non parlava giammai senza
profferire oscene parole o bestemmie, ne aveva fatta ammenda con la
prontezza onde gettò in prigione Baxter e Howe, rei di avere predicato
e pregato. In tal guisa il clero, un tempo, fece guerra allo scisma
con tanto accanimento, che aveva poco agio di pensare a far guerra al
vizio. Le oscene parole di Etherege e di Wicherley vennero, al cospetto
e con la speciale sanzione del capo della Chiesa, pubblicamente
recitate da labbra femminili ad orecchie femminili, mentre lo autore
del _Viaggio del Pellegrino_ languiva sepolto in carcere per colpa di
insegnare lo evangelio ai poveri. Egli è un fatto indubitabile, non
che mirabilmente istruttivo, che gli anni in cui la potenza politica
della gerarchia anglicana trovavasi nel suo più alto grado, furono
precisamente gli anni in cui le virtù pubbliche erano cadute in fondo
alla maggiore degradazione.

XIV. Non v’era classe o professione che rimanesse libera dal contagio
dell’immoralità prevalente; ma gli uomini politici erano forse la parte
più corrotta del sociale consorzio, come quelli che erano esposti non
solo alla nociva influenza che infermava la nazione, ma a una specie
peculiare e più malefica di corruzione. Erano stati educati fra mezzo
a spesse e violente rivoluzioni e contro–rivoluzioni. Nel corso di
pochi anni avevano veduto l’ordinamento ecclesiastico del loro paese
più volte cangiarsi. Avevano veduta la Chiesa Episcopale perseguitare
i Puritani, la Chiesa Puritana perseguitare gli Episcopali, e la
prima affliggere di nuove persecuzioni la seconda. Avevano veduta la
monarchia ereditaria abolita e ristaurata; il Lungo Parlamento avere
avuta tre volte la supremazia nello Stato, ed essere stato tre volte
disciolto fra gli scherni e le maledizioni di milioni d’uomini; una
nuova dinastia rapidamente conseguire l’altezza del potere e della
gloria, e quindi in un baleno senza lotta cadere giù dal trono; un
nuovo sistema rappresentativo formato, messo alla prova e abbandonato;
una nuova Camera di Lordi creata, e dispersa; grandi masse di beni
passati dalle mani de’ Cavalieri in quelle delle Teste–Rotonde, e
dalle mani di queste nuovamente in quelle dei primi. Fra cotante
vicissitudini, nessuno poteva con suo profitto professare la politica,
ove non si tenesse parato a mutare ad ogni mutamento di fortuna. Solo
tenendosi da parte, l’uomo poteva lungo tempo mantenersi o costante
realista, o repubblicano costante. Chiunque, in un’età come quella,
aspira a conseguire la grandezza civile, è uopo che deponga ogni
pensiero di serbarsi immutabile. Invece di far mostra d’immutabilità
fra mezzo alle continue mutazioni, deve star sempre vigilante ad
osservare i segni della reazione che si approssima; deve cogliere
il preciso momento per abbandonare una causa che sta per cadere.
Avendo seguito a tutta oltranza una fazione mentre ella trovavasi
preponderante, ei deve sollecitamente disimpacciarsene appena le
difficoltà principiano; deve aggredirla, perseguitarla, gettarsi in un
nuovo cammino, onde pervenire al potere ed alla prosperità, insieme
co’ suoi nuovi consorti. La nuova situazione naturalmente sviluppa
in lui fino ad altissimo grado doti e vizi peculiari. Diventa acuto
e pronto nell’osservare, e fecondo nel trovare espedienti. Afferra
senza sforzo il contegno di ogni setta o partito, a cui gli accade
di associarsi. Discerne i segni de’ tempi con tale sagacia, che
alla moltitudine sembra miracolosa; sagacia simile a quella con che
un vecchio ufficiale di polizia tiene dietro ai più lievi vestigi
del delitto, o con che un guerriero di Mohawk siegue la traccia
altrui a traverso le foreste. Ma rade volte può trovarsi in un uomo
siffattamente educato, integrità, costanza, o alcuna altra delle
virtù figlie del vero. Non ha fede in nessun principio, nè zelo per
alcuna causa. Ha veduto tante vecchie istituzioni andare in rovina,
che non sente nessuna riverenza per la prescrizione. Ha veduto tante
istituzioni nuove, dallo quali aspettavansi grandi cose, non produrre
se non se disinganno, ch’egli non ha speranza di miglioramento. Irride
egualmente e a coloro che vogliono conservare, e a coloro che agognano
a riformare. Non vi ha cosa nello Stato ch’egli, senza scrupolo o
rossore, non sia capace di difendere o distruggere. La fedeltà alle
opinioni ed agli amici gli sembra pretta stupidezza, o falsità di
giudizio. Considera la politica non come una scienza che deve mirare a
rendere gli uomini felici, ma come un appetitoso giuoco di sorte e di
destrezza, nel quale un giuocatore fortunato può vincere una baronia,
un ducato e forse un Regno, mentre una mossa imprudente può produrre
la perdita della roba e della vita. L’ambizione, che in tempi buoni ed
in animi onesti è una mezza virtù, in lui, disgiunta da ogni nobile
e filantropico sentimento, diventa una cupidità egoistica, turpe
quasi al pari dell’avarizia. Fra quegli uomini politici, i quali,
dalla Ristaurazione allo avvenimento della Casa di Hannover, erano a
capo dei grandi partiti nello Stato, pochi sono coloro la cui fama
non sia macchiata da ciò che nei tempi nostri si chiama grossolana
perfidia e corruzione. Non sarebbe quasi esagerato lo affermare, che
i più immorali uomini pubblici che a nostra memoria abbiano avuto in
mano le pubbliche faccende, paragonati ai politici dell’ultima metà
del secolo decimosettimo, ci paiono degni della lode di scrupolosi e
disinteressati.

XV. Mentre accadevano in Inghilterra coteste mutazioni politiche,
religiose e morali, l’autorità regia era stata senza difficoltà
ristabilita in ogni parte delle Isole Britanniche. In Iscozia, la
restaurazione degli Stuardi era stata salutata con gioia, come quella
che restaurava la indipendenza nazionale. Ed era pur vero che il
giogo imposto da Cromwell era stato apparentemente scosso, che gli
Stati di nuovo s’erano adunati nella loro antica sala in Edimburgo,
e che i Senatori del Collegio di Giustizia ministravano di nuovo le
leggi scozzesi secondo le antiche forme. Nondimeno, la indipendenza
di quel piccolo Regno era necessariamente più nominale che reale;
imperciocchè, fino a tanto che il Re aveva l’Inghilterra favorevole,
ei non poteva nulla temere dalla disaffezione de’ suoi altri dominii.
Adesso trovavasi in condizioni tali, da ritentare ciò che era riuscito
fatale al padre suo, senza paventarne la miseranda fine. Carlo I
erasi provato ad imporre a forza, di propria autorità, la propria
religione agli Scozzesi, nel punto istesso in cui la religione sua e
la sua reale autorità non erano popolari in Inghilterra; e non solo
non v’era riuscito, ma aveva suscitate turbolenze che gli costarono
la Corona e la vita. I tempi ora procedevano mutati; la Inghilterra
era zelante della monarchia e della prelatura; e però il disegno,
che nella precedente generazione era stato imprudente all’estremo,
poteva ritentarsi con poco rischio pel trono. Il Governo determinò
di istituire una chiesa episcopale in Iscozia. Il disegno venne
riprovato da ogni assennato e rispettabile scozzese. Parecchi uomini
di Stato in Iscozia, zelanti della regia prerogativa, avevano ricevuto
educazione presbiteriana. Comecchè poco turbati da scrupoli, amavano
la religione della loro infanzia; e bene conoscevano quanto profonde
avesse le radici ne’ cuori de’ loro concittadini. Protestarono
vigorosamente; ma trovando inutili le proteste, non ebbero la virtù
necessaria a perseverare in una opposizione che avrebbe offeso il loro
signore, ed alcuni di loro piegaronsi alla ribalderia ed alla viltà
di perseguitare quella che in coscienza credevano essere la forma
più pura del cristianesimo. Il Parlamento scozzese era costituito
in guisa da non avere mai fatto seria opposizione a principi assai
più deboli di Carlo. L’episcopato, adunque, venne stabilito con una
legge. In quanto alla forma del culto, fu lasciata non poca libertà al
discernimento del clero. In talune chiese usavasi la liturgia inglese;
in altre i ministri sceglievano, fra mezzo a quella liturgia, le
preci e i rendimenti di grazie formulati in modo, da offendere meno
il sentire del popolo. Ma in generale, la dossologia cantavasi alla
fine delle sacre funzioni, e nel ministrare il battesimo recitavano
il Credo degli Apostoli. La maggior parte della popolazione scozzese
detestava la nuova Chiesa e come superstiziosa e come straniera; e
perchè era deturpata dalle corruzioni di Roma, e perchè era segno della
predominanza dell’Inghilterra. Nonostante, non vi fu insurrezione
generale. Il paese non era più quel ch’era stato ventidue anni innanzi.
Guerre disastrose e giogo straniero avevano prostrato lo spirito del
popolo. L’aristocrazia, ch’era tenuta in grande onore dalle classi
medie e dalla plebaglia, erasi posta a capo del movimento contro
Carlo I; ma mostravasi poscia ossequiosa a Carlo II. Ormai nessuno
aiuto era a sperarsi da parte de’ Puritani inglesi; perocchè erano un
partito debole, proscritto e dalla legge e dalla opinione pubblica.
La massa della nazione scozzese, quindi, si sottomise tristamente,
e con grandi timori di coscienza attendeva al servizio del clero
episcopale, o de’ ministri presbiteriani che avevano acconsentito ad
accettare dal Governo una semi–tolleranza, conosciuta sotto il nome
d’Indulgenza. Ma eranvi, massime nelle pianure occidentali, molti
uomini fieri e ardimentosi, i quali credevano fermamente che l’obbligo
di osservare la Convenzione fosse superiore a quello d’obbedire al
magistrato. Costoro, in onta alla legge, continuavano a congregarsi
onde adorare Dio secondo la loro credenza. Consideravano la Indulgenza,
non come una riparazione parziale de’ torti inflitti dai magistrati
alla Chiesa, ma come un nuovo torto; il quale, per essere mascherato
con l’apparenza d’un beneficio, pareva loro maggiormente odioso. La
persecuzione, dicevano essi, può solo uccidere il corpo; ma l’aborrita
Indulgenza torna fatale all’anima. Cacciati via dalle città, adunavansi
su per i luoghi deserti e le montagne. Aggrediti dal potere civile,
respingevano senza scrupolo la forza con la forza. Ad ogni conventicolo
presentavansi armati. Spesso trascorrevano ad aperta ribellione.
Venivano agevolmente sconfitti, e puniti senza misericordia; ma nè
sconfitte nè pene potevano domare lo spirito loro. Inseguiti a guisa di
belve, torturati fino ad avere le ossa slocate e dirotte, imprigionati,
impiccati a centinaia, ora esposti alla licenza de’ soldati inglesi,
ora abbandonati alla mercè dei masnadieri delle montagne, tenevansi
sempre sulle difese con un contegno così feroce, che il più ardito e
potente oppressore non poteva non impaurire innanzi all’audacia della
loro disperazione.

XVI. Erano tali, durante il regno di Carlo II, le condizioni della
Scozia. Quelle della Irlanda non erano meno triste. In quell’isola
esistevano contese, in paragone delle quali le più calde animosità
dei politici inglesi erano tiepide. L’inimicizia tra i Cavalieri e le
Teste–Rotonde d’Irlanda fu quasi dimenticata quando riarse più feroce
il conflitto tra la razza inglese e la celtica. La distanza tra gli
Episcopali e i Presbiteriani sembrava svanire in paragone di quella che
li separava entrambi dai Papisti. Negli ultimi civili perturbamenti,
mezzo il suolo irlandese dalle mani de’ vinti era passato in quelle
de’ vincitori. Pochi de’ vecchi o dei nuovi occupanti meritavano
il favore della Corona. Gli spogliatori e gli spogliati erano, in
massima parte, stati egualmente ribelli. Il Governo divenne tosto
perplesso, e stanco de’ reclami e delle scambievoli accuse delle due
inferocite fazioni. Quei coloni, ai quali Cromwell aveva distribuito
il territorio conquistato, e i discendenti de’ quali chiamavansi
tuttavia Cromwelliani, allegavano che gli abitanti aborigeni erano
nemici mortali della nazione inglese sotto qualsifosse dinastia,
e della religione protestante sotto qualunque forma. Descrivevano
ed esageravano le atrocità commesse nella insurrezione di Ulster;
incitavano il Re a seguitare risolutamente la politica del Protettore;
non avevano vergogna d’affermare come non ci fosse da sperare mai
pace in Irlanda, finchè non venisse onninamente estirpata la vecchia
razza irlandese. I Cattolici Romani scusavansi come meglio potevano,
e lamentavano con tristi parole la severità delle loro pene; che, a
dir vero, non erano miti. Scongiuravano Carlo di non confondere lo
innocente col colpevole, e gli rammentavano che molti de’ colpevoli
avevano espiato i loro falli ritornando alla obbedienza del loro
sovrano, e difendendo i diritti di lui contro gli assassini del suo
genitore. La Corte, nauseata dallo importunare di due partiti, nessuno
de’ quali essa aveva cagione di amare, in fine volle liberarsi d’ogni
disturbo dettando un atto di concordia. Quel sistema crudele, ma
compito ed energico, che Oliviero erasi proposto onde rendere affatto
inglese quell’isola, venne abbandonato. I Cromwelliani furono indotti
a rendere un terzo dei loro beni; i quali vennero capricciosamente
distribuiti fra quei pretendenti che il Governo volle favorire. Ma
moltissimi che protestavano d’essere innocenti di slealtà, e parecchi
altri che menavano singolar vanto della lealtà loro, non ottennero nè
restituzione nè compensazione, ed empirono la Francia e la Spagna di
gridi contro la ingiustizia e la ingratitudine della Casa degli Stuardi.

XVII. Intanto il Governo aveva, anche in Inghilterra, perduta la
sua popolarità. I realisti avevano cominciato a contendere con la
Corte e fra loro stessi; e la parte vinta, calpesta, e, come pareva,
annientata, ma che serbava tuttavia un vigoroso principio di vita, alzò
nuovamente il capo, e rinnovò la interminabile guerra.

Quando anche l’amministrazione avesse proceduto scevra di falli,
l’entusiasmo con che il popolo aveva salutato il ritorno del Re e la
fine della tirannide militare, non avrebbe potuto durare; avvegnachè
sia legge di natura, che a tali repentini eccitamenti tenga dietro la
calma. Il modo onde la Corte abusò della propria vittoria, affrettò
e rese compiuta cotesta calma. Ogni uomo moderato mal pativa la
insolenza, la crudeltà, la perfidia, con che venivano trattati i
non–conformisti. Le leggi penali avevano efficacemente purgata la
parte oppressa di quegli individui poco sinceri, i vizi de’ quali le
scemavano la reputazione; e l’avevano resa di nuovo una società di
onesti uomini e pii. Il Puritano vincitore, governante, persecutore,
sequestratore, era stato aborrito, tradito, bistrattato, abbandonato
da’ temporeggiatori che ne’ giorni prosperi gli avevano giurata
fratellanza, cacciato via dal proprio tetto, interdetto sotto pene
severe a pregare o ricevere i sacramenti secondo la propria coscienza;
e, non ostante, sempre fermo nel proposito di obbedire a Dio meglio
che all’uomo, era, in onta a certe spiacevoli rimembranze, obietto
di pietà e riverenza a tutte le menti diritte. Cotesti sentimenti
divennero più forti allorchè corse la voce che la Corte non intendeva
trattare i Papisti col medesimo rigore con che aveva trattati i
Presbiteriani. Nacque in cuore di molti il sospetto che il Re e il
Duca non fossero protestanti sinceri. Molti, oltre a ciò, che non
avevano potuto soffrire l’austerità ed ipocrisia de’ Farisei della
Repubblica, cominciarono a sentire maggiore disgusto della impudente
corruttela della Corte e de’ Cavalieri, e inclinavano a dubitare che
l’austera rigorosità di Laudaddio Barebone non fosse da preferirsi
all’oltraggiosa profanazione e licenza dei Buckingham e dei Sedley.
Anche quegli uomini immorali che non erano estranei al sentimento e
allo spirito pubblico, querelavansi vedendo il Governo trattare le cose
più gravi come pretti trastulli, e considerare le cose da nulla come
cose gravi. Poteva ad un Re perdonarsi ch’ei si svagasse col vino, col
brio, con le donne; ma era intollerabile ch’egli si perdesse oziando
e immerso ne’ piaceri, che le più gravi faccende dello Stato fossero
trascurate, e che gli ufficiali pubblici morissero di fame, mentre
devastavansi le finanze onde arricchire meretrici e parassiti.

Gran numero di realisti facevano eco a tali querimonie, ed aggiungevano
molte pungenti considerazioni intorno la ingratitudine del Re.
Veramente, le intere sue entrate non sarebbero bastate a rimunerarli
secondo ch’essi credevano di meritare. Perocchè, ad ogni impoverito
gentiluomo che aveva combattuto sotto Rupert o Derby, i propri servigi
parevano eminentemente meritorii, e i propri danni eminentemente duri.
Ciascuno aveva sperato, sia che si fosse degli altri, ch’ei verrebbe
con larghezza ricompensato di tutte le perdite sostenute nelle lotte
civili, e che la restaurazione della monarchia avrebbe restaurato i
suoi beni dilapidati. Nessuno di questi speranzosi potè frenare lo
sdegno, allorquando trovossi così povero sotto il Re, come era stato
sotto il Parlamento repubblicano o sotto il Protettore. La negligenza
e la stravaganza della Corte svegliò la collera di cotesti leali
veterani. Dicevano giustamente, che mezzi i tesori che il Re profondeva
a beneficio delle concubine e de’ buffoni, potevano racconsolare i
cuori di centinaia de’ vecchi Cavalieri, i quali dopo d’avere abbattuti
i boschi e fuse le argenterie loro onde soccorrere il padre suo, adesso
erravano intorno in povero arnese, e non sapevano dove rivolgersi per
un tozzo di pane.

Nel tempo stesso, le rendite improvvisamente ribassarono. La entrata
d’ogni possidente di terre scemò di cinque scellini per ogni lira
sterlina. In ogni Contea del Regno levossi il grido della miseria
agricola; di che, secondo il costume, fu chiamato in colpa il Governo.
I gentiluomini, costretti a diminuire le loro spese, vedevano con
isdegno il crescente splendore e la profusione di Whitehall, e
fermamente credevano che la pecunia la quale doveva servire al sostegno
delle loro famiglie, era passata, in modo inesplicabile, ai favoriti
del Re.

Tutti gli animi, quindi, divennero esacerbati in guisa, che ogni
atto pubblico eccitava il malcontento. Carlo aveva sposata Caterina
principessa di Portogallo. Tale matrimonio generalmente dispiacque; e
le mormorazioni divennero più forti allorchè si conobbe che il Re non
aveva speranza di discendenti legittimi. Dunkerque, tolta alla Spagna
da Oliviero, fu venduta a Luigi XIV Re di Francia. Ciò riaccese lo
sdegno in cuore di tutti gl’Inglesi, i quali cominciavano ad osservare
con inquietudine il progresso della potenza francese, e a sentire per
la Casa de’ Borboni ciò che gli avi loro avevano sentito per la Casa
d’Austria. Domandavano se fosse cosa savia in tempo siffatto aggiungere
forza ad una Monarchia troppo formidabile. Dunkerque, inoltre, veniva
considerata dal popolo, non solamente come piazza d’armi e chiave de’
Paesi Bassi, ma anche come trofeo del valore inglese. Essa era per i
sudditi di Carlo ciò che Calais era stata pei loro antenati, e ciò
che la rocca di Gibilterra, difesa con tanto valore, in tempi pieni
di disastri e pericoli, contro le flotte e le armate di una potente
coalizione, è per noi stessi. La economia sarebbe stata una valida
scusa, se l’avesse allegata un Governo economo. Ma sapevano tutti che
le spese necessarie a mantenere Dunkerque erano frivole, di fronte alle
somme che nella Corte dissipavansi in vizi e follie. E’ pareva cosa da
non potersi patire, che un sovrano smisuratamente prodigo in tutto ciò
che spettava ai propri piaceri, dovesse mostrarsi avaro in tutto ciò
che spettava alla sicurezza ed all’onore dello Stato.

Il pubblico malcontento si fece maggiore allorquando si conobbe
che, mentre Dunkerque erasi abbandonata sotto pretesto d’economia,
la fortezza di Tangeri, la quale era parte della dote della Regina
Caterina, fu riparata ed armata con enormi spese. Tangeri non
racchiudeva memorie gradite all’orgoglio nazionale; non poteva in
nessun modo promuovere gl’interessi della nazione; avvolgeva il
paese in una guerra ingloriosa, non proficua e interminabile, con le
semiselvagge tribù de’ Mussulmani; ed era posta in un clima grandemente
nocivo alla sanità ed al vigore della razza inglese.

XVIII. Ma le mormorazioni provocate da cotesti falli erano deboli, in
agguaglio de’ clamori che scoppiarono appena il Governo ebbe dichiarata
la guerra alle Provincie Unite. La Camera de’ Comuni sollecitamente
votò somme di danaro senza esempio nella nostra storia, somme
superiori a quelle che erano bastate a mantenere le flotte e le armate
di Cromwell nel tempo in cui il suo potere faceva tremare tutto il
mondo. Ma fu tanta la stravaganza, la disonestà, la incapacità de’
suoi successori, che siffatta liberalità riuscì peggio che inutile.
Gli adulatori di Corte, inetti a contendere contro i grandi uomini
che allora comandavano le armi olandesi, contro un uomo di Stato
come De Witt, e contro un capitano come De Ruytor, impinguaronsi con
subiti guadagni; mentre i marinai ammutinavansi per fame, gli arsenali
rimanevano senza guardie, e le navi erano sdrucite e prive di arnesi.
In fine, fu risoluto di abbandonare ogni pensiero di guerra offensiva;
ma subito fu a tutti manifesto, che anche una guerra difensiva era
soma troppo grave per il Governo. La flotta olandese si spinse su
pel Tamigi, ed incendiò le navi da guerra che stavano ancorate a
Chatham. Si sparse la voce che in quello stesso giorno in cui l’onore
inglese rimase umiliato, il Re gozzovigliava con le femmine del suo
serraglio, e svagavasi dando la caccia ad una farfalla dentro la sala
da cena. Allora e’ fu che tarda giustizia venne resa alla memoria
d’Oliviero. In ogni dove magnificavasi il valore, lo ingegno, l’amor
patrio di lui. In ogni dove rammentavasi come, lui governante, tutti
i potentati stranieri tremassero al nome della Inghilterra; come gli
Stati Generali, adesso così altieri, gli si fossero rispettosamente
inchinati: ed appena si conobbe ch’ei più non era, la città d’Amsterdam
venisse tutta illuminata quasi in segno di liberazione, e i fanciulli
corressero attorno i canali gridando con gioia che il Diavolo era
morto. Anche i realisti esclamavano che lo Stato non poteva salvarsi,
se non chiamando sotto le armi i vecchi soldati della Repubblica.
Tosto la metropoli cominciò a provare le miserie dell’assedio.
Mancavano i combustibili. Il forte di Tilbury, luogo d’onde Elisabetta
aveva scherniti gli oltraggi di Parma e di Spagna, venne insultato
dagl’invasori. I cittadini di Londra, per la prima ed ultima volta,
udirono il rimbombo de’ cannoni forestieri. Venne proposto in Consiglio
di abbandonare la Torre, qualora il nemico si spingesse innanzi. Grosse
torme di popolo accalcavano nelle strade gridando che l’Inghilterra
era venduta. Le case e i cocchi de’ Ministri furono aggrediti dalla
plebaglia; e il Governo temeva di dovere combattere a un tempo la
invasione e la insurrezione. Vero è che lo estremo pericolo durò poco.
Venne concluso un trattato assai diverso da quelli ai quali Oliviero
aveva costume di apporre la firma; e la nazione riebbe la pace, ma
il suo contegno fu poco meno minaccioso e tristo di quello che aveva
mostrato nei giorni della imposta per mantenere la flotta.

I mali umori generati dalla pessima amministrazione, furono accresciuti
da calamità che la migliore amministrazione non avrebbe potuto
scansare. Mentre inferociva la guerra ignominiosa con la Olanda, Londra
patì due disastri gravi che, in tempo si breve, non afflissero mai
tanto città nessuna. Una pestilenza, assai più orribile di qualunque
altra nello spazio di tre secoli avesse visitata l’isola, mietè in sei
mesi centomila e più creature umane; ed appena i carri mortuari avevano
cessato di andare attorno, quando un incendio, quale non s’era mai
veduto in Europa dopo il bruciamento di Roma sotto Nerone, ridusse in
rovine la città tutta quanta, dalla Torre fino al Tempio, e dal fiume
sino a Smithfield.

XIX. Se, mentre la nazione travagliavasi fra tante sciagure e tante
umiliazioni, vi fosse stata una elezione generale, le Teste–Rotonde
avrebbero probabilmente riacquistata la preponderanza nello Stato.
Ma il Parlamento era tuttavia popolato di Cavalieri, eletti nello
entusiasmo della lealtà che aveva seguita la Restaurazione. Nondimeno,
tosto fu noto a tutti che nessuna Legislatura Inglese, leale quanto si
volesse, si terrebbe paga d’essere ciò che la Legislatura era stata
sotto i Tudors. Dalla morte d’Elisabetta fino alla vigilia della
guerra civile, i Puritani che predominavano nel corpo rappresentativo,
avevano sempre più, destramente adoperando il potere della borsa,
usurpato nel campo del Potere Esecutivo. I gentiluomini, i quali, dopo
la Restaurazione, sedevano nella Camera Bassa, comecchè abborrissero
il nome de’ Puritani, erano lieti di avere raccolti i frutti della
politica puritana. Certo, desideravano molto di valersi del potere
che esercitavano nello Stato, onde rendere il Re potente e rispettato
dentro il Regno e fuori: ma erano determinati a non lasciarsi privare
di tale potere. La grande rivoluzione inglese del secolo decimosettimo,
val quanto dire il trapasso del supremo sindacato dell’amministrazione
esecutiva dalla Corona alla Camera de’ Comuni, procedette, durante la
lunga esistenza di quel Parlamento, con rapidità e fermezza. Carlo,
impoverito da’ suoi vizi e dalle sue follie, aveva mestieri di danari,
e non poteva procacciarsene se non per concessione de’ Comuni; ai quali
non poteva impedirsi di porre a prezzo le loro concessioni. Il prezzo
che vi posero fu questo, che venisse loro conceduto d’immischiarsi in
ciascuna delle prerogative del Re; di forzarlo ad approvare le leggi
che a lui spiacessero; licenziare Ministeri; dettare la condotta da
tenersi nella politica estera, ed anche dirigere l’amministrazione
della guerra. All’ufficio ed alla persona del Re professavansi
altamente affettuosi e devoti. Ma ricusavano di obbedire a Clarendon,
e gli si scagliarono contro, con furore pari a quello con che i loro
predecessori avevano tempestato Strafford.

XX. Le virtù e i vizi di quel Ministro cooperarono alla sua ruina. Era
il capo apparente dell’amministrazione, e quindi veniva considerato
mallevadore anche di quegli atti ai quali fortemente, ma invano, erasi
opposto in Consiglio. I Puritani, e tutti coloro che ne sentivano
pietà, lo reputavano qual bacchettone implacabile, un secondo Laud,
fornito di maggiore intelligenza. Aveva sempre sostenuto che l’Atto
d’Indennità dovesse rigorosamente osservarsi; ed in ciò la sua
condotta, quantunque fosse per lui singolarmente onorevole, lo rese
odioso a tutti quei realisti, i quali bramavano di rifarsi delle
perdite sostenute nelle sostanze, citando le Teste–Rotonde a pagare
i danni. I Presbiteriani di Scozia gli attribuivano la caduta della
loro Chiesa. I Papisti d’Irlanda lo addebitavano della perdita
delle loro terre. Come padre della Duchessa di York, aveva cagione
a desiderare che la Regina fosse sterile; e però cadde in sospetto
di avere proposta al Re una sposa che non poteva dargli prole. La
vendita di Dunkerque venne a lui giustamente ascritta. Con meno
giustizia gli chiedevano ragione della guerra con la Olanda. La sua
indole accensibile, l’arrogante contegno, la impudente avidità di
ricchezze, la ostentazione con che le profondeva, la sua pinacoteca
piena dei capolavori di Vandyke che un tempo avevano adornate le sale
degli impoveriti Cavalieri, il suo palagio che spiegava una lunga e
magnifica facciata di contro alla reggia di più umile aspetto, gli
provocarono contro molte meritate e non meritate censure. Quando la
flotta olandese era nelle acque del Tamigi, la rabbia del popolaccio si
scagliò precipuamente contro il Cancelliere. Gli ruppero le finestre,
gli devastarono il giardino, e inalzarono una forca dinanzi alla sua
casa. Ma in nessun luogo era tanto detestato, quanto nella Camera de’
Comuni. Non vedeva come celeremente si approssimasse il tempo in cui
la Camera, seguitando ad esistere, diventerebbe il potere supremo
nello Stato; il governarla sarebbe la parte più importante della
politica; e senza l’aiuto di uomini che padroneggiassero le orecchie
di cotesta Camera, sarebbe impossibile tirare innanzi il Governo.
Ei persisteva ostinatamente a considerare il Parlamento come un
corpo in nulla diverso da quello che esisteva quaranta anni innanzi,
allorchè egli si pose a studiare Diritto nel Tempio. Non intendeva a
privare la legislatura de’ poteri ad essa inerenti secondo l’antica
Costituzione del Regno; ma il nuovo esplicamento di cosiffatti poteri,
quantunque fosse naturale, inevitabile, e da non potersi fermare se
non se distruggendoli affatto, spiacevagli e lo metteva in paura.
Niuna cosa lo avrebbe indotto ad apporre il gran sigillo a un decreto
fatto ad esigere la imposizione per le navi, o votare in Consiglio
di chiudere dentro la Torre un membro del Parlamento, reo di avere
liberamente favellato in una discussione: ma quando la Camera de’
Comuni cominciò a voler sapere in che modo il denaro votato per la
guerra era stato speso, e togliere ad esame la pessima amministrazione
della flotta, egli arse di sdegno. Tale esame, secondo lui, era fuori
delle attribuzioni della Camera. Ammetteva che essa era una Assemblea
lealissima, che aveva resi buoni servigi alla Corona, e che le sue
intenzioni erano ottime; ma, tanto in pubblico quanto in privato,
ei coglieva ogni destro per manifestare la propria inquietudine
nel vedere gentiluomini così affettuosi della Monarchia, invadere
sconsigliatamente le prerogative del Monarca. Diceva che, comunque lo
spirito loro differisse grandemente da quello de’ membri del Lungo
Parlamento, nulladimeno gli imitavano mestando in cose che stavano
oltre la sfera degli Stati del reame, ed erano soggette all’autorità
sola della Corona. Affermava che il paese non sarebbe mai governato
convenevolmente, finchè i rappresentanti delle Contee e de’ borghi non
fossero paghi di essere ciò che i loro predecessori erano stati nei
tempi di Elisabetta. Respinse sdegnosamente, come indigesti progetti,
incompatibili con l’antica politica inglese, tutti que’ disegni che
uomini assai più di lui conoscitori de’ sociali bisogni proponevano a
fine di mantenere la buona intelligenza tra la Corte e i Comuni. Il suo
contegno verso gli oratori giovani che andavano acquistando reputazione
ed autorità nella Camera Bassa, era sgraziato: gli riuscì di
renderseli, forse senza eccettuarne nè anche un solo, mortali nemici.
A vero dire, uno de’ suoi falli più gravi fu lo stemperato dispregio
ch’egli affettava per la gioventù; dispregio tanto meno giustificabile,
in quanto la esperienza che aveva nella politica inglese non era
affatto proporzionata alla età sua. Imperciocchè era vissuto tanti anni
lungi dalla patria, ch’ei conosceva la società fra mezzo alla quale
trovossi appena ritornato, meno di quanto la conoscessero molti uomini
che avrebbero potuto essergli figli.

Per tali ragioni, la Camera de’ Comuni non lo poteva patire; mentre per
ragioni assai diverse ei non piaceva alla Corte. La sua morale, non che
la sua politica, erano quelle della precedente generazione. Anco quando
studiava Diritto, vivendo in compagnia di giovani amanti del brio e
de’ piaceri, la sua gravità naturale e i suoi principii religiosi lo
avevano preservato dal contagio delle dissolutezze in voga: non era,
dunque, verosimile che negli anni maturi diventasse libertino. I vizi
degli allegri giovani ei guardava con quasi tanta avversione acre e
sprezzante, quanta ne sentiva per gli errori teologici de’ settari. Non
lasciava mai fuggire il destro di schernire i mimi, i folleggianti e i
cortigiani che riempivano la reggia; e gli ammonimenti che dava al Re
stesso erano molto pungenti, e—il che anco più spiaceva a Carlo—molto
prolissi. Nè anche una voce levossi a difendere un Ministro colpito
dall’odio dei falli che provocavano il furore del popolo, e da quello
delle virtù che tornavano moleste e importune al sovrano. Southampton
non era più. Ormond compì i doveri d’amicizia con energia e fedeltà, ma
invano. Il Cancelliere fu avvolto in una grande rovina. Il Re gli tolse
i sigilli; la Camera de’ Comuni lo pose in istato d’accusa; la sua vita
non rimase sicura; ei fuggì dal paese; un editto lo dannava ad esilio
perpetuo; e coloro che lo avevano assalito, minandogli il terreno di
sotto ai piedi, si misero a contendere per dividersi le spoglie del
caduto.

Il sacrificio di Clarendon ammorzò un poco la sete di vendetta che
ardeva nel popolo. Nondimeno, l’ira sua, rieccitata dalla profusione
e dalla negligenza del Governo, e dalla pessima condotta della ultima
guerra, non era per nulla spenta. I consiglieri di Carlo, tenendo
dinanzi agli occhi la miseranda sorte del Cancelliere, trepidavano per
la propria sicurezza. Avvertirono, quindi, il loro signore a calmare la
irritazione che prevaleva nel Parlamento e per tutto il paese, ed a tal
fine appigliarsi ad un provvedimento che non ha nulla di simile nella
storia degli Stuardi, e che era degno della prudenza e magnanimità
d’Oliviero.

XXI. Siamo adesso pervenuti ad un punto, in cui la storia della
grande rivoluzione inglese principia a complicarsi con la storia
della politica straniera. La potenza spagnuola veniva, da molti anni,
volgendo in basso. Egli è vero che possedeva tuttavia in Europa il
Milanese, le Due Sicilie, il Belgio e la Franca Contea; e che in
America i suoi dominii distendevansi da ambi i lati dello equatore,
al di là de’ confini della zona torrida. Ma cotesto grande corpo era
stato colpito da paralisi, e non solo era incapace di molestare gli
altri Stati, ma non valeva, senza l’altrui soccorso, a respingere
l’aggressione. La Francia, senza nessun dubbio, era la più grande
delle Potenze europee. I suoi mezzi d’allora in poi sono venuti sempre
crescendo, ma non così celeremente come quelli dell’Inghilterra. È uopo
rammentare, che centottanta anni fa, lo Impero di Russia era affatto
fuori del sistema politico d’Europa, al pari dell’Abissinia o del Siam;
che la casa di Brandeburgo era appena più potente di quella di Savoia;
e che la Repubblica degli Stati–Uniti non esisteva affatto. La potenza
francese quindi, benchè tuttora sia considerevole, è relativamente
scemata. Il suo territorio ai tempi di Luigi XIV non era esteso come
ai dì nostri; ma era grande, unito, fertile, bene adatto all’offesa ed
alla difesa, posto sotto un bel clima, e popolato da genti valorose,
operose ed industri. Lo Stato era implicitamente retto da una sola
mente suprema. I grandi feudi, che, trecento anni avanti, erano in
tutto, tranne nel nome solo, principati indipendenti, erano stati
annessi alla Corona. Solo pochi vecchi potevano rammentarsi dell’ultima
ragunanza degli Stati Generali. La resistenza che gli Ugonotti, i
Nobili e i Parlamenti avevano opposta al regio potere, era stata
annientata da’ due grandi Cardinali, che per lo spazio di quaranta anni
avevano governata la nazione. Il Governo era un pretto dispotismo; ma,
almeno verso le classi elevate, dispotismo mite e generoso, e temperato
da modi cortesi e da sentimenti cavallereschi. I mezzi de’ quali
poteva disporre il Sovrano, erano per quell’età veramente formidabili.
La sua rendita, riscossa, a dir vero, per mezzo di tassazioni severe
ed ineguali, che pesavano gravemente sopra i coltivatori del suolo,
sorpassava d’assai quella d’ogni altro potentato. Il suo esercito,
egregiamente disciplinato e comandato dai più grandi Generali che
allora vivessero, era già composto di centoventi e più mila uomini.
Tanto numero di truppe regolari non s’era mai veduto in Europa, dalla
caduta dello Impero Romano in poi. Tra le Potenze marittime, la Francia
non era la prima. Ma, comecchè avesse rivali, non era inferiore a
nessuna. Era tale la sua forza negli ultimi quaranta anni del secolo
decimosettimo, che nessun nemico poteva da sè solo resisterle; e due
grandi coalizioni, nelle quali mezza la Cristianità le moveva contro,
non ebbero prospero successo.

XXII. Le doti personali del Re francese accrescevano il rispetto che
veniva ispirato dal potere e dalla importanza del suo reame. Non vi
fu mai Sovrano che rappresentasse con più dignità e grazia la maestà
d’un grande Stato. Egli era il suo proprio primo Ministro, e, compiva
i doveri di quell’arduo ufficio con tale abilità ed industria, che non
potevano a ragione aspettarsi in un uomo che fino dalla infanzia aveva
portata la Corona, ed era stato circondato da una folla d’adulatori
innanzi che fosse in istato di parlare. Aveva mostrato di possedere
in grado eminente due pregii inestimabili in un principe: lo ingegno,
cioè, di scegliere i suoi servi; e quello di addossare a sè stesso
la parte precipua del credito degli atti loro. Nelle relazioni co’
potentati stranieri fu alquanto generoso, ma non mai giusto. Agli
alleati infelici, i quali gettavansi ai suoi piedi, e non avevano altra
speranza che nella sua commiserazione, largì la propria protezione con
disinteresse romantico, che sembrava meglio convenire ad un cavaliere
errante, che ad un uomo di Stato. Ma ruppe senza scrupolo o vergogna i
vincoli più sacri della fede pubblica, ogni qualvolta essi toccavano il
suo interesse, o ciò che egli chiamava sua gloria. La sua perfidia e
violenza, nondimeno, eccitavano meno inimicizia di quello che facesse
la insolenza con che rammentava di continuo ai vicini la sua grandezza
e la piccolezza loro. In quel tempo non era caduto in quell’austera
divozione, la quale poscia dette alla sua Corte la sembianza d’un
monastero. Era invece licenzioso, benchè non così frivolo ed indolente,
come il suo confratello d’Inghilterra. Era sinceramente cattolico
romano; e la coscienza e la vanità sue lo spingevano a adoperare la
propria possanza onde difendere e propagare la vera fede, secondo lo
esempio de’ suoi famosi predecessori, Clodoveo, Carlomagno e San Luigi.

I nostri antichi consideravano con grave sospizione la crescente
potenza della Francia. Tale sentimento, in sè perfettamente
ragionevole, era misto ad altri meno degni di lode. La Francia era
nostra vecchia nemica. Contro essa erano state combattute le battaglie
più famose di cui facessero ricordo gli annali nostri. Il conquisto
della Francia era stato due volte fatto dai Plantageneti. La perdita
della Francia era stata lungo tempo rammentata come un grande disastro
nazionale. Del titolo di Re di Francia seguitavano ad insignirsi i
nostri Sovrani. I gigli di Francia apparivano commisti coi nostri
Leoni sull’arme della Casa degli Stuardi. Nel secolo sedicesimo il
timore ispirato dalla Spagna aveva sospesa l’animosità alla quale
dapprima era stato obietto la Francia. Ma la paura fattaci dalla Spagna
era terminata in una sprezzante commiserazione; e la Francia venne
nuovamente considerata come nostra nemica nazionale. La vendita di
Dunkerque fatta alla Francia, era stata l’atto più impopolare della
Monarchia restaurata. L’affetto verso la Francia era uno de’ principali
delitti di che la Camera de’ Comuni accusava Clarendon. Perfino
nelle inezie mostravasi il pubblico sentire. Quando nelle strade di
Westminster seguì un tafferuglio tra i familiari della Legazione
Francese e quei della Spagnuola, la plebaglia, comecchè dalla forza
fosse impedita d’immischiarvisi, aveva dati manifestissimi segni che
provavano come il vecchio abborrimento vivesse tuttavia.

La Francia e la Spagna erano allora ravvolte in una gravissima contesa.
Uno de’ fini precipui della politica di Luigi, fine al quale egli
tenne dietro per tutta la sua vita, era quello di estendere i suoi
dominii sino al Reno. A tale scopo aveva mossa guerra alla Spagna, e
già proseguiva prosperamente le proprie conquiste. Le Provincia Unite
vedevano con timore il progresso delle armi francesi. Quella rinomata
Confederazione era pervenuta ad altezza di possanza, prosperità e
gloria. Il territorio batavo, contrastato alle onde marine, e difeso
contro esse dall’arte dell’uomo, era per estensione poco più del
Principato di Galles. Ma tutto quello angusto spazio era una specie
di operoso ed affollato alveare, in cui ogni giorno producevansi
ricchezze nuove, ed accumulavansi in vaste masse le antiche. Lo
aspetto dell’Olanda, la ricca coltivazione, gl’innumerevoli canali,
i molini sempre in attività, lo infinito numero di barche, le grandi
città sparse a poca distanza l’una dall’altra, i porti affollati di
migliaia di navi, i grandi e maestosi edifizi, le ville eleganti,
gli appartamenti splendidamente addobbati, le gallerie di pitture,
le logge, i campi fioriti di tulipani, producevano nell’animo de’
viaggiatori inglesi di que’ giorni lo effetto che ai nostri produce la
vista dell’Inghilterra nella mente di un abitatore della Norvegia o del
Canadà. Gli Stati Generali furono costretti ad umiliarsi al cospetto di
Cromwell. Ma dopo la Restaurazione, presero la rivincita, guerreggiando
prosperamente contro Carlo, e concludendo una pace a patti onorevoli.
Per quanto ricca, però, fosse la Repubblica ed altamente rispettata
in Europa, non poteva resistere alla potenza di Luigi. Sospettava,
non senza cagione, che il Regno Francese si potesse estendere fino
ai batavi confini, ed aveva da temere la immediata vicinanza di un
monarca così grande, ambizioso e scevro di scrupoli. Eppure, non era
cosa facile trovare un espediente che potesse allontanare il pericolo.
I soli Olandesi non potevano far traboccare la bilancia contro la
Francia. Dalla parte del Reno non erano da aspettarsi aiuti nessuni.
Alcuni Principi germanici s’erano fatti parteggiatori di Luigi, e lo
stesso Imperatore tenevano impacciato i malcontenti degli Ungheri. La
Inghilterra era separata dalle Provincie Unite per la rimembranza de’
danni crudeli di recente inflitti e patiti; e la sua politica, dopo la
Restaurazione, era stata cotanto scema di saviezza e di spirito, che
era appena possibile lo sperarne un valido aiuto.

Ma la sorte di Clarendon, e i crescenti malumori del Parlamento,
spinsero i consiglieri di Carlo a adottare repentinamente una politica
che maravigliò ed empì di gioia la nazione.

XXIII. Sir Guglielmo Temple, agente inglese in Brusselles, uno dei
più esperti diplomatici e de’ più dilettevoli scrittori di quell’età,
aveva già fatto sapere alla propria Corte, come fosse desiderabile
ed insieme agevole trattare cogli Stati Generali, onde far fronte al
progresso della Francia. Per un certo tempo le sue suggestioni erano
state poste in non cale; ma adesso fu reputato utile seguirle. A lui,
dunque, fu commesso di negoziare cogli Stati Generali. Si condusse
all’Aja, e tosto s’accordò con Giovanni De Witt, che allora era primo
Ministro d’Olanda. La Svezia, per quanto piccoli fossero i suoi
mezzi, erasi quaranta anni innanzi, mercè il genio di Gustavo Adolfo,
innalzata ad eminente grado fra i potentati europei, e non era per
anche discesa alla sua naturale posizione. Nella riferita occasione,
essa venne indotta a collegarsi alla Inghilterra ed agli Stati. In tal
guisa formossi quella coalizione conosciuta sotto il nome di Triplice
Alleanza. Luigi mostrò d’esserne vessato, e di provarne risentimento;
ma non reputò atto di sana politica il tirarsi addosso le ostilità
d’una tanta confederazione, che aggiungevansi a quelle della Spagna.
Assentì quindi ad abbandonare una gran parte del territorio occupato
dall’armi sue. L’Europa riebbe la pace, e il Governo Inglese, che poco
innanzi era universalmente spregiato, venne per pochi mesi considerato
dalle Potenze straniere con rispetto quasi uguale a quello che il
Protettore aveva ad esse ispirato.

Dentro lo Stato, la Triplice Alleanza era oltremodo popolare, come
quella che ad un tempo satisfaceva l’animosità nazionale, e il
nazionale orgoglio. Poneva un confine alle usurpazioni d’un potente ed
ambizioso vicino. Avvincolava in istretta unione i principali Stati
protestanti. Le Teste–Rotonde e i Cavalieri ne gioivano egualmente:
ma la gioia degli uni era maggiore di quella degl’altri; imperciocchè
la Inghilterra erasi intimamente collegata con un paese di governo
repubblicano e di religione presbiteriana, contro un paese retto da
un principe arbitrario, ed affezionato alla Chiesa Cattolico–Romana.
La Camera de’ Comuni plaudì clamorosamente al trattato; ed alcuni
mormoratori non cortigiani lo chiamarono l’unico atto lodevole che il
Re avesse mai fatto, dopo la ristaurazione del trono.

XXIV. Il Re, nulladimeno, davasi poco pensiero dell’approvazione del
Parlamento o del popolo. Considerava la Triplice Alleanza solo come
un espediente temporaneo a calmare il malcontento, che accennava di
farsi grave. La indipendenza, la sicurtà, la dignità della nazione alla
quale ei presedeva, erano nulla agli occhi suoi. Aveva cominciato a
trovare incomode le limitazioni costituzionali. Erasi già formata nel
Parlamento una forte colleganza, conosciuta sotto il nome di partito
patriottico. Comprendeva tutti gli uomini pubblici che inchinavano alla
repubblica e al puritanismo, e molti altri i quali, quantunque aderenti
alla Chiesa stabilita e alla Monarchia ereditaria, erano stati tratti
alla opposizione dalla paura del papismo, dalla paura della Francia, e
dal disgusto che sentivano della stravaganza, dissolutezza e perfidia
della Corte. La potenza di cotesta legione di uomini politici andava
ognora crescendo. Ciascun anno, alcuni di que’ rappresentanti che erano
stati rieletti durante lo entusiasmo di lealtà del 1661, tiravansi da
parte, e i seggi vacanti venivano generalmente occupati da individui
meno docili. Carlo non estimavasi vero Re, finchè un’Assemblea di
sudditi poteva chiamarlo al rendimento de’ conti, innanzi che egli
avesse pagati i suoi debiti, ed insistere onde conoscere quale delle
sue amanti o de’ suoi cortigiani si fosse appropriata la pecunia
destinata ad equipaggiare la flotta. Comecchè egli non fosse molto
studioso della propria reputazione, sentiva molestia degli insulti che
talora gli lanciavano nelle discussioni della Camera de’ Comuni; ed
una volta tentò d’infrenare, con mezzi vergognosi, la libertà della
parola. Sir Giovanni Coventry, gentiluomo di provincia, aveva in una
discussione schernite le dissolutezze della Corte. In qualunque de’
regni antecedenti, sarebbe stato, probabilmente chiamato avanti al
Consiglio Privato, e imprigionato dentro la Torre. Adesso il Governo
procedè in modo diverso. Una banda di sicari fu di soppiatto mandata
a tagliare il naso al colpevole. Cotesta schifosa vendetta, invece di
domare lo spirito della opposizione, eccitò tale procella, che il Re
fu astretto a sobbarcarsi alla crudele umiliazione di approvare uno
Statuto di morte infamante che colpiva i ministri della sua vendetta, e
che gli tolse dalle mani il potere di perdonarli.

Ma, per quanto fosse impaziente del freno costituzionale, in che
guisa poteva egli emanciparsene? Poteva rendersi dispotico soltanto
con lo aiuto di un grande esercito stanziale, e siffatto esercito non
esisteva. Con le sue rendite poteva, a dir vero, mantenere un certo
numero di milizie regolari; ma esse, comunque fossero tante da eccitare
gelosia e sospetto nella Camera de’ Comuni e nel paese, bastavano
appena a proteggere Whitehall e la Torre contro una insurrezione della
plebe di Londra. E v’era ragione di temere simiglianti insurrezioni,
poichè sapevasi pur troppo, che nella città e ne’ suburbii esistevano
non meno di ventimila de’ vecchi soldati d’Oliviero.

XXV. Poichè il Re ebbe stabilito di emanciparsi dal sindacato del
Parlamento, e poichè a tanta impresa non poteva sperare aiuti dentro lo
Stato, reputò necessario procacciarseli fuori. La potenza e ricchezza
della Francia erano bastevoli all’ardua prova di stabilire la monarchia
assoluta in Inghilterra. Cosiffatto alleato doveva indubitabilmente
aspettarsi segni di gratitudine per un tanto servigio. Era, però,
mestieri che Carlo scendesse al grado di un grande vassallo, e facesse
guerra o pace ad arbitrio del Governo che lo proteggeva. Le sue
relazioni con Luigi sarebbero state strettamente simili a quelle in
che il Rajah di Nagpore e il Re di Oude oggidì stanno verso il Governo
Inglese. Cotesti principi hanno debito di aiutare la Compagnia delle
Indie Orientali in ogni ostilità difensiva ed offensiva, e di non avere
altre relazioni diplomatiche che quelle le quali vengono sanzionate
dalla predetta Compagnia. Questa, in compenso, li assicura contro ogni
insurrezione. Fino a che essi fedelmente adempiono agli obblighi loro
verso il potere sovrano, hanno licenza di disporre di grosse rendite,
empire i loro palagi di belle donne, abbrutirsi in compagnia de’ loro
dissoluti cortigiani, ed opprimere impunemente qualunque de’ sudditi
diventi segno all’ira loro. Simigliante vita sarebbe insoffribile ad
un uomo di spirito altero e di potente intendimento. Ma a Carlo, uomo
sensuale, pigro, inetto ad ogni forte opera di mente, e privo d’ogni
sentimento di amor patrio e di dignità personale, quel prospetto di
degradata esistenza non era niente spiacevole.

Parrà cosa straordinaria che il Duca di York cooperasse al disegno di
degradare la Corona, che probabilmente un giorno egli avrebbe portata:
imperocchè la indole sua era altera ed imperiosa; e veramente, seguitò
fino all’ultimo a mostrare, secondo che si presentava il destro, con
risentimenti e lotte, come mal tollerasse il giogo francese. Ma la
superstizione gli aveva deturpata l’anima tanto, quanto la indolenza
e il vizio avevano corrotta quella del suo fratello. Giacomo era
già cattolico romano. La bacchettoneria era diventata il sentimento
predominante della sua mente angusta e inflessibile, ed erasi cotanto
confusa con lo amore di governare, che le due passioni mal potevano
l’una dall’altra distinguersi. E’ pareva molto improbabile che egli,
senza aiuto straniero potesse ottenere il predominio o anche la
tolleranza della sua propria fede; ed era siffattamente temprato, da
non vedere nulla di umiliante in qualunque atto che valesse a giovare
gl’interessi della vera Chiesa.

Si iniziarono negoziati, che durarono parecchi mesi. Lo agente precipuo
tra la Corte inglese e la francese fu la bella, graziosa ed accorta
Enrichetta duchessa d’ Orleans, sorella di Carlo, cognata di Luigi,
e caramente diletta ad entrambi. Il Re d’Inghilterra si profferse
a dichiararsi cattolico romano, sciogliere la Triplice Alleanza,
e collegarsi con la Francia contro la Olanda, ove la Francia gli
apprestasse gli aiuti pecuniari e militari di che egli avesse mestieri
per rendersi indipendente dal suo Parlamento. Luigi, in sulle prime,
simulò di ricevere freddamente tali proposte, e infine accettolle col
contegno di chi accordi un grande favore; ma veramente, la via per
cui s’era messo era tale, ch’egli ci poteva sempre guadagnare, e non
perdere.

XXVI. Pare certo ch’egli non avesse mai avuto serio pensiero di
stabilire il dispotismo e il papismo in Inghilterra con la forza
delle armi. Doveva accorgersi che tanta impresa sarebbe stata ardua
e rischiosa; che per anni molti avrebbe tenute occupate tutte le
energie della Francia; e che sarebbe stata affatto incompatibile con
altre e più praticabili idee d’ingrandimento, molto care al suo cuore.
Avrebbe volentieri acquistato il merito e la gloria di rendere, a
patti ragionevoli, un grande servigio alla sua propria Chiesa: ma
era poco inchinevole a imitare i suoi antenati, i quali, ne’ secoli
duodecimo e tredicesimo, avevano condotto il fiore della cavalleria
francese a morire nella Siria e nello Egitto; e bene conosceva che
una crociata contro il protestantismo in Inghilterra, non sarebbe
stata meno pericolosa delle spedizioni in cui erano perite le milizie
di Luigi VII e di Luigi IX. Non aveva cagione a desiderare che gli
Stuardi fossero principi assoluti. Non considerava la Costituzione
inglese con sentimento simile a quello che in tempi posteriori spinse
i Principi a muovere guerra alle libere istituzioni de’ popoli vicini.
Ai dì nostri, un gran partito zelante del Governo popolare, conta
proseliti in ogni paese incivilito. Ogni vittoria ch’esso in qualunque
luogo riporti, non manca di svegliare un generale commovimento. Non è
quindi a maravigliare che i Governi, minacciati da un pericolo comune,
concordino ad assicurarsi vicendevolmente. Ma nel secolo decimosettimo
tale periglio non esisteva. Tra il pubblico sentire dell’Inghilterra e
il pubblico sentire della Francia, era un abisso. Le nostre istituzioni
e fazioni erano tanto poco intese in Parigi, quanto in Costantinopoli.
È da dubitarsi se nè anche uno dei quaranta membri dell’Accademia
Francese avesse nella propria biblioteca un solo libro inglese, e
conoscesse solo di nome Shakspeare, Johnson o Spenser. Pochi Ugonotti,
eredi dello spirito de’ proprii antenati, potevano forse consentire con
le Teste–Rotonde, loro confratelli nella fede; ma gli Ugonotti più non
erano formidabili. I Francesi, come corpo, affettuosi alla Chiesa di
Roma, ed orgogliosi della grandezza del Re loro e della propria lealtà,
guardavano le nostre lotte contro il papismo e il potere arbitrario,
non solo senza ammirazione o simpatia, ma con forte disapprovazione
e disgusto. Sarebbe, adunque, grave errore attribuire la condotta di
Luigi a timori simili in tutto a quelli che, nell’età nostra, indussero
la Santa Alleanza ad immischiarsi nelle faccende interne di Napoli e di
Spagna.

Ciò non ostante, le proposte fatte dalla Corte di Whitehall giunsero
a Luigi gradite singolarmente. Meditava già i giganteschi disegni,
che tennero poscia per quaranta anni in perpetuo commovimento tutta
l’Europa. Voleva umiliare le Provincie Unite, ed incorporare ai propri
dominii il Belgio, la Franca Contea e la Lorena. Nè ciò era tutto.
Essendo il Re di Spagna un fanciullo malaticcio, era verosimile morisse
senza prole. La sorella maggiore di costui era Regina di Francia.
Era quasi certo arrivasse il giorno—e poteva arrivare presto—in cui
la casa de’ Borboni avesse a produrre i suoi diritti a quel vasto
Impero, sul quale il sole non tramontava giammai. La congiunzione
di due grandi monarchie sotto una sola Corona, sarebbe senza alcun
dubbio stata avversata da una coalizione continentale; per resistere
alla quale il solo braccio della Francia bastava. Ma l’Inghilterra
poteva far traboccare la bilancia. Dalla parte da che l’Inghilterra
si sarebbe messa in tale occasione, dipendevano i destini del mondo;
ed era a tutti manifesto, che il Parlamento e la nazione inglese
aderivano fortemente alla politica che aveva dettata la Triplice
Alleanza. Nulla, quindi, poteva essere tanto grato a Luigi, quanto il
sapere che i principi della casa degli Stuardi avevano mestieri del
suo aiuto, ed erano vogliosi di acquistarlo a prezzo di illimitata
sottomissione. Deliberato di giovarsi del destro, formò per uso proprio
un sistema d’azione, dal quale non si scostò mai, finchè sopraggiunse
la rivoluzione del 1688 a sconcertargli ogni politico disegno. Si
confessò desideroso di compiacere alla Corte inglese; promise grandi
aiuti. Di quando in quando ne largì tanti, quanti servissero a tenere
viva la speranza, e quanti ne potesse senza rischio o inconvenevolezza
offerire. In tal guisa, con una spesa molto minore di quella ch’egli
sostenne a erigere e decorare Versailles e Marli, gli riuscì di rendere
la Inghilterra, per circa venti anni, parte quasi così frivola del
sistema politico europeo, come lo è, a’ giorni nostri la Repubblica di
San Marino.

Era suo scopo non già distruggere la nostra Costituzione, ma tenere
i vari elementi onde era composta, in perenne conflitto, e rendere
irreconciliabilmente nemici coloro che avevano il potere della borsa,
e coloro che avevano il potere della spada. A tal fine, comperava ed
irritava a vicenda ambe le parti; pensionava, nel tempo stesso, i
Ministri della Corona e i capi della opposizione; incoraggiava la Corte
ad opporsi alle usurpazioni sediziose del Parlamento; e faceva spargere
nel Parlamento susurri intorno ai disegni arbitrali della Corte.

Uno degli espedienti ai quali appigliossi col proposito di predominare
nei Consigli inglesi, è peculiarmente degno d’essere rammentato.
Carlo, quantunque fosse incapace di sentire amore nel senso più alto
del vocabolo, era schiavo d’ogni donna che con la beltà della persona
eccitasse le voglie, e coi modi e con le ciarle allegrasse gli ozi di
lui. Davvero, verrebbe meritamente deriso quel marito che soffrisse da
una moglie d’alto lignaggio e d’intemerata virtù mezze le inscienze che
il Re d’Inghilterra tollerava dalle sue concubine; le quali, mentre a
lui solo andavano debitrici d’ogni cosa, carezzavano, quasi innanzi
agli occhi suoi, i suoi cortigiani. Aveva pazientemente sopportato le
sfrontate ire di Barbara Palmer, e la impertinente vivacità di Eleonora
Gwynn. Luigi pensò che il più utile ambasciatore che egli potesse
mandare a Londra, sarebbe stata una bella, licenziosa ed intrigante
donna francese. La eletta fu Luisa, dama della casa di Querouaille, che
i nostri rozzi antenati chiamavano Madama Carwell. Costei trionfò tosto
di tutte le sue rivali, fu creata Duchessa di Portsmouth, colmata di
ricchezze, ed ottenne un impero che finì con la vita di Carlo.

XXVII. I patti più importanti dell’alleanza tra le due Corone, vennero
formulati in un trattato secreto, che fu stipulato in Dover nel maggio
del 1670, dieci anni dopo il giorno in cui Carlo era approdato a quel
luogo medesimo fra le acclamazioni e le lacrime di gioia del troppo
fidente popolo.

Per virtù di tale trattato, Carlo obbligavasi a professare
pubblicamente la religione cattolica romana; a congiungere le proprie
armi con quelle di Luigi, onde distruggere il potere delle Provincie
Unite; e adoperare le intere forze dell’Inghilterra, per terra e
per mare, a sostegno de’ diritti della Casa de’ Borboni alla vasta
Monarchia Spagnuola. Luigi, da parte sua, impegnavasi a pagare grossi
sussidi; e prometteva che, qualora scoppiasse in Inghilterra una
insurrezione, avrebbe mandata a proprie spese un’armata, onde sostenere
il suo alleato.

Cotesto patto fu fatto con tristi auspicii. Sei settimane dopo d’essere
stato munito delle firme e de’ sigilli, la bella principessa, la cui
influenza sopra il fratello e il cognato era stata così perniciosa
alla propria patria, non era più. La sua morte fece nascere orribili
sospetti, che per poco parvero volessero rompere l’amistà novellamente
formata fra la Casa degli Stuardi e quella de’ Borboni; ma poco tempo
dopo, i due confederati si dettero vicendevolmente nuove assicuranze di
amichevoli intendimenti.

Il Duca di York, così tardo d’ingegno da non sentire il pericolo, o
così fanatico da non curarsene, era impaziente di veder mandato subito
ad esecuzione lo articolo concernente la religione cattolica romana: ma
Luigi ebbe la saviezza di prevedere che, se ciò fosse seguito, sarebbe
in Inghilterra scoppiata tale esplosione, da frustrare probabilmente
quelle parli del disegno le quali gli stavano più a cuore. Fu però
stabilito che Carlo seguitasse a chiamarsi protestante, e a ricevere
nelle grandi solennità la Comunione secondo il rituale della Chiesa
Anglicana. Il suo fratello, più scrupoloso di lui, più non comparve
nella Cappella Reale.

Verso questo tempo mori la Duchessa di York, figlia del bandito
Conte di Clarendon. Era stata per alcuni anni di soppiatto cattolica
romana. Lasciò due figlie, Maria ed Anna, entrambe dipoi regine della
Gran–Brettagna. Vennero educate protestanti per espresso comando del
Re, il quale conosceva che sarebbe stato inutile a lui di confessarsi
membro della Chiesa d’Inghilterra, se le due fanciulle che pareva
dovessero succederli al trono, fossero, per licenza di lui, cresciute
nel grembo della Chiesa di Roma.

I principali servi della Corona in questo tempo erano uomini, i nomi
de’ quali hanno meritamente acquistata non invidiabile celebrità. È
d’uopo, nondimeno, studiarsi di non aggravare la memoria loro con la
infamia che di diritto spetta al loro signore. Del trattato di Dover il
Re stesso è principalmente responsabile. Egli tenne intorno a quello
conferenze cogli agenti francesi; scrisse di propria mano molte lettere
a quello spettanti; e’ fu colui che suggerì i più disonorevoli articoli
che vi si contengono; e studiosamente ne nascose alcuni alla più parte
de’ Ministri del suo Gabinetto, o, come veniva popolarmente chiamato,
della sua Cabala.

XXVIII. Poche cose nella nostra storia sono più curiose dell’origine
e del progresso del potere che oggimai possiede il Gabinetto. Fino
da tempi assai remoti, i Re d’Inghilterra sono stati assistiti da un
Consiglio privato, al quale la legge assegnava non pochi importanti
ufficii e doveri. Per alcuni secoli, questo Consiglio deliberò intorno
ai più gravi e gelosi affari di Stato. Ma gradatamente venne cangiando
d’indole. Diventò troppo numeroso per la speditezza delle faccende,
o per serbare il segreto. Il grado di Consigliere privato era spesso
conferito come onorificenza a uomini, ai quali il Governo non confidava
nulla, e nè anche richiedeva la opinione. Il sovrano nelle più solenni
occasioni rivolgevasi ad un ristretto numero di principali Ministri,
onde averne consiglio. I vantaggi e svantaggi di siffatto modo di
operare erano stati additati da Bacone, col suo consueto giudicio e
sagacia; ma e’ non fu se non dopo la Restaurazione, che il Consiglio
intimo cominciò ad attirare a sè l’attenzione universale. Per molti
anni, i politici all’antica seguitarono a considerare il Gabinetto
come un ufficio incostituzionale e pericoloso. Nulladimeno, divenne
sempre più importante; ed alla perfine, si recò in mano quasi tutto il
potere esecutivo, e venne poi ad essere estimato come parte essenziale
del nostro ordinamento politico. Eppure, strano a dirsi! continua
tuttora ad essere affatto sconosciuto alla legge. I nomi de’ nobili
e de’ gentiluomini che lo compongono, non vengono mai officialmente
annunciati al pubblico. Non si prende ricordo delle sue adunanze e
deliberazioni; e la sua esistenza non è stata mai riconosciuta da
nessun atto del Parlamento.

XXIX. Per alcuni anni, il vocabolo Cabala venne comunemente usato come
sinonimo di Gabinetto. Ma accadde per una fortuita coincidenza, che
nel 1671 il Gabinetto fosse composto di cinque individui, nei nomi
de’ quali le lettere iniziali formavano il vocabolo Cabala (_Cabal_):
Clifford, Arlington, Buckingham, Ashley e Lauderdale. Questi Ministri
furono, quindi, per enfasi chiamati la Cabala; e tosto resero quel nome
così infame, che poscia non è stato mai usato se non in significato di
riprovazione.

Sir Tommaso Clifford era Commissario del Tesoro, e s’era reso
grandemente notevole nella Camera de’ Comuni. Era il più rispettabile
fra’ membri della Cabala, come quello che in una indole fiera ed
imperiosa aveva un forte, quantunque miseramente pervertito, sentimento
del dovere e dell’onore.

Enrico Bennet, Lord Arlington, Segretario di Stato, aveva, fino
dall’epoca in cui pervenne all’età d’uomo, passata la vita quasi sempre
nel continente; ed aveva imparato quell’indifferentismo cosmopolitico
verso le Costituzioni e le Religioni, che spesso si osserva negli
individui che hanno spesi gli anni in una vagabonda diplomazia. Se vi
era forma di Governo che a lui piacesse, ell’era quella di Francia.
Se v’era Chiesa ch’egli preferisse, ella era quella di Roma. Aveva
qualche ingegno nel conversare, ed anche nel trattare gli affari
ordinari del suo ufficio. Nel corso d’una vita spesa a viaggiare e a
far negoziati, aveva imparata l’arte di accomodare il linguaggio e il
portamento all’indole della società fra mezzo alla quale ei si trovava.
Con la vivacità, ne’ recessi della reggia, svagava il principe; con la
gravità, nelle discussioni e nelle conferenze, imponeva riverenza al
pubblico; e gli era riuscito di tirare a sè, in parte rendendo servigi,
in parte dando speranze, un numero considerevole di partigiani.

Buckingham, Ashley e Lauderdale, erano uomini de’ quali la immoralità,
ch’era infezione epidemica ne’ politici di quei tempi, mostravasi ne’
suoi più maligni sembianti, ma variamente modificata da grandi varietà
di tempra e d’intendimento. Buckingham, uomo sazio di piaceri, erasi
dato all’ambizione quasi per passatempo. Come si era provato a svagarsi
con lo studio dell’architettura e della musica, con lo scrivere farse
e cercare la pietra filosofale; così ora si provava a svagarsi con un
negoziato secreto, e con una guerra cogli Olandesi. Era già stato, più
presto per volubilità e vaghezza di cose nuove, che per alcun profondo
proposito, infido ad ogni partito. Un tempo erasi messo nelle file de’
Cavalieri. In un altro, erano corsi mandati d’arresto contro di lui,
incolpato di mantenere corrispondenza proditoria colle reliquie del
partito repubblicano nella città. Era nuovamente diventato cortigiano,
e voleva acquistare il favore del Re con servigi, dai quali i più
illustri di coloro che avevano pugnato e sofferto per la Casa Reale,
avrebbero rifuggito compresi d’ orrore.

Ashley, più testardo, e dotato di assai più feroce e solida ambizione,
era stato parimente versatile. La versatilità di Ashley nasceva, però,
non da leggerezza, ma da deliberato egoismo. Aveva serviti e traditi
vari Governi; ma aveva adattati i suoi tradimenti così bene ai tempi,
che, fra mezzo a tutte le rivoluzioni, s’era sempre venuto innalzando.
La moltitudine, compresa d’ammirazione per una prosperità, la quale,
mentre ogni altra cosa perpetuamente mutavasi, era rimasta immutabile,
attribuiva a lui una prescienza pressochè miracolosa, ed assomigliavalo
a quello ebreo uomo di Stato, che, come è scritto, veniva consultato
dal popolo come l’oracolo di Dio.

Lauderdale, chiassoso e triviale nella gioia e nella collera, era
forse, sotto l’apparenza di una presuntuosa franchezza, l’uomo più
disonesto della Cabala. Erasi reso cospicuo fra gl’insorgenti scozzesi
del 1638, ed era zelante della Convenzione. Lo accusavano d’essere
stato complice di coloro che avevano venduto Carlo I al Parlamento
Inglese, ed era perciò dai Cavalieri reputato traditore, peggiore,
s’era pur possibile, di quelli che avevano seduto nell’Alta Corte di
Giustizia. Spesso parlava con ìstemperato scherzo dei giorni in cui
egli era stato santocchio e ribelle. Ed ora la Corte se ne giovava
come di precipuo strumento per imporre a forza il culto episcopale
ai concittadini di lui; e in cosiffatto proposito, non abborrì dallo
adoperare inesorabilmente la spada, il capestro e lo stivaletto.[18]
Nondimeno, chi conoscevalo, sapeva bene che trenta anni di vicende non
avevano prodotto il minimo cangiamento ne’ suoi veri sentimenti; che
tuttavia egli odiava la memoria di Carlo I, e seguitava a preferire ad
ogni altra forma di Governo ecclesiastico quella de’ Presbiteriani.

Per quanto Buckingham, Ashley e Lauderdale, fossero scevri di scrupoli,
non fu reputato prudente il farli partecipi dello intendimento che il
Re aveva di dichiararsi cattolico romano. Fu loro mostrato un falso
trattato, dove era omesso lo articolo concernente la religione. Al
trattato genuino vennero apposti i soli nomi e sigilli di Clifford
e d’Arlington. Ambidue questi uomini di Stato erano parziali della
vecchia Chiesa: parzialità che, dopo non molto tempo, l’animoso e
veemente Clifford confessò; mentre Arlington, più freddo e più codardo,
la tenne nascosta, finchè lo avvicinarsi della morte, riempiendogli
l’animo di terrore, lo indusse ad essere sincero. Gli altri tre
Ministri, nondimeno, non erano uomini da essere tenuti agevolmente nel
buio, ed è probabile che sospettassero più di quello che distintamente
venne loro rivelato. Vero è che parteciparono alla confidenza di tutti
gl’impegni politici contratti con la Francia, e non ebbero vergogna di
ricevere da Luigi grosse gratificazioni.

Primo obietto di Carlo era quello di ottenere dai Comuni danaro, onde
giovarsene a mandare ad esecuzione quel secreto trattato. La Cabala,
che imperava in un tempo in cui il nostro Governo era in istato di
transizione, aveva in sè due specie diverse di vizii, pertinenti a
due diverse età ed a due sistemi diversi. Come que’ cinque pessimi
consiglieri erano fra gli ultimi uomini di Stato inglesi che
seriamente pensassero a distruggere il Parlamento, così erano i primi
uomini di Stato inglesi che si provassero grandemente a corromperlo.
Troviamo nella loro politica gli ultimi vestigi del disegno di
Strafford, e ad un tempo i vestigi primi della corruzione metodica che
venne poscia praticata da Walpole. Non pertanto, si accorsero tosto,
che quantunque la Camera de’ Comuni fosse principalmente composta di
Cavalieri, e quantunque gl’impieghi e l’oro della Francia venissero
largamente dispensati ai rappresentanti non eravi la minima probabilità
che le parti meno odiose della trama ordita in Dover fossero sostenute
dalla maggioranza. Era necessario adoperare la frode. Il Re, quindi,
fece mostra di grande zelo a favore dei principii della Triplice
Alleanza, e pretese che, a fine di infrenare l’ambizione della Francia,
fosse necessario accrescere la flotta. I Comuni caddero nella rete, e
votarono una somma di ottocentomila lire sterline. Il Parlamento venne
subito prorogato, e la Corte, in tal modo emancipata da ogni sindacato,
procedè a porre in opera il suo vasto disegno.

XXX. Le strettezze finanziere erano assai gravi. Una guerra con la
Olanda sarebbe costata somme enormi. La rendita ordinaria era appena
sufficiente a sostenere il Governo in tempo di pace. Le ottocentomila
lire sterline che erano state poco fa con inganno estorte ai Comuni,
non sarebbero bastate alle spese militari e navali d’un solo anno di
ostilità. Dopo il tremendo esempio dato dal Lungo Parlamento, nè anche
la Cabala arrischiossi a consigliare i balzelli detti Benevolenze e
Danaro per mantenere la flotta. In tale perplessità, Ashley e Clifford
proposero un mezzo iniquo di violare la fede pubblica. Gli orefici
di Londra erano allora non solo trafficanti di metalli preziosi,
ma anche banchieri, ed avevano costume di prestare grandi somme di
pecunia al Governo. A compensazione di coteste prestazioni, ricevevano
assegnamenti sulla rendita; e riscosse le tasse, venivano loro
pagati il capitale e gl’interessi. Circa un milione e trecentomila
lire sterline erano state in siffatto modo affidate all’onore dello
Stato; quando ecco corse, inatteso e repentino, lo annunzio che non
essendo convenevole rendere i capitali, era d’uopo che i creditori si
contentassero di ricevere gl’interessi. Non poterono, in conseguenza
di siffatta misura, far fronte agli impegni contratti. La Borsa si
mise sossopra: parecchie case mercantili fallirono; e lo spavento e
la miseria si sparsero per tutta la società. Frattanto il Governo
procedeva a passi rapidi verso il dispotismo. Succedevansi proclami che
non avevano la sanzione del Parlamento, o imponevano ciò che il solo
Parlamento poteva legalmente imporre. Di tali editti, il più importante
fu quello che si chiama Dichiarazione d’Indulgenza, per virtù del quale
le leggi penali contro i Cattolici Romani vennero abrogate; e perchè
non apparisse chiaro il vero scopo di quell’atto, le leggi contro i
Protestanti non–conformisti furono parimente sospese.

XXXI. Pochi giorni dopo promulgata la Dichiarazione d’Indulgenza, fu
proclamata la guerra contro le Provincie Unite. In mare gli Olandesi
sostennero la lotta con onore; ma per terra furono in sulle prime
oppressi da una forza irresistibile. Una grossa armata francese varcò
il Reno. Le fortezze, una dopo l’altra, aprirono le porte. Tre delle
sette provincie della Federazione furono occupate dagl’invasori. I
fuochi degli accampamenti nemici vedevansi dalle cime del Palagio del
Municipio d’Amsterdam. La Repubblica, in tal modo ferocemente assalita
di fuori, era nel medesimo tempo lacerata dalle intestine discordie.
Il Governo era nelle mani di una stretta oligarchia di potenti
borghesi. Eranvi numerosi Consigli Municipali autonomi, ciascuno dei
quali esercitava, dentro la propria sfera, molti diritti di sovranità.
Cotesti Consigli mandavano delegati agli Stati Provinciali, e questi
inviavano delegati agli Stati Generali. Un capo magistrato ereditario
non era parte essenziale di tale sistema politico. Nonostante, una
famiglia, singolarmente feconda di grandi uomini, aveva a poco a poco
acquistata autorità vasta e pressochè indefinita. Guglielmo, primo
di tal nome, Principe d’Orange Nassau, e Statoldero di Olanda, aveva
capitanata la memorabile insurrezione contro la Spagna. Maurizio suo
figlio era stato Capitano Generale e primo Ministro degli Stati; aveva,
per mezzo delle maravigliose sue doti e degli eminenti servigi resi
alla Repubblica, e di alcuni atti crudeli e proditorii, conseguito
potere quasi di Re, e lo aveva in gran parte trasmesso in retaggio
alla propria famiglia. La influenza degli Statolderi era obietto di
estrema gelosia alla oligarchia municipale. Ma l’armata e la gran massa
di cittadini esclusi da ogni partecipazione al Governo, guardavano i
Borgomastri e i Deputati con astio simile a quello con che le legioni
e il popolo comune di Roma guardavano il Senato, ed erano partigiani
della Casa d’Orange come le legioni e il popolo comune di Roma
parteggiavano per quella di Cesare. Lo Statoldero comandava le forze
della Repubblica, disponeva di tutti i gradi militari, possedeva in
gran parte il patronato degli uffici civili, ed era circondato da pompa
pressochè regia.

Il Principe Guglielmo II aveva fortemente avversato il partito
oligarchico. Finì di vivere nel 1650, fra mezzo alle lotte civili. Non
lasciò figliuoli: gli aderenti alla sua Casa rimasero per alcun tempo
privi di capo; e i poteri ch’egli aveva esercitati, furono divisi fra i
Consigli Municipali, gli Stati Provinciali e gli Stati Generali.

Ma, pochi giorni dopo la morte di Guglielmo, la sua vedova Maria,
figlia di Carlo I Re della Gran Brettagna, partorì un figlio destinato
ad innalzare la gloria e l’autorità della Casa di Nassau al più alto
grado, a salvare dalla schiavitù le Provincie Unite, a domare la
potenza della Francia, e a stabilire la Costituzione inglese sopra
fondamenti solidi e duraturi.

XXXII. Questo Principe, ch’ebbe nome Guglielmo Enrico, fin dal suo
nascere fu cagione di gravi timori al partito che allora governava
in Olanda, e di sincero affetto ai vecchi amici della sua famiglia.
Era altamente riverito come possessore di uno splendido patrimonio,
come capo di una delle più illustri Case d’Europa, come Principe
Sovrano dello Impero Germanico, come Principe del sangue reale
d’Inghilterra, e soprattutto come discendente de’ fondatori della
batava libertà. Ma l’alto ufficio che già veniva considerato siccome
ereditario nella sua famiglia, rimase sospeso; ed era intendimento
della parte aristocratica, che non avesse ad esserci mai più un altro
Statoldero. Al difetto del primo Magistrato supplì, in gran parte,
il Gran Pensionario della Provincia d’Olanda, Giovanni De Witt, che
per ingegno, fermezza ed integrità, erasi innalzato ad autorità senza
rivali ne’ Consigli della oligarchia municipale.

La invasione francese produsse un intero cangiamento. Il popolo,
afflitto ed atterrito, arse di rabbia contro il Governo. Nella sua
frenesia, aggredì i più valorosi Capitani e i più esperti uomini di
Stato della travagliata Repubblica. De Ruyter venne insultato dalla
marmaglia. De Witt fu fatto in pezzi innanzi la porta del palazzo
degli Stati Generali nell’Aja. Il Principe d’Orange (che non aveva
partecipato allo assassinio, ma che in questa, come in altra sciagurata
occasione vent’anni dopo, largì ai delitti commessi a suo vantaggio
tale indulgenza che ha lasciata una macchia sopra la sua gloria)
diventò, senza competitori, capo del Governo. Comunque giovane, il suo
ardente ed indomabile spirito, benchè mascherato di maniere fredde
e severe, risuscitò subitamente il coraggio de’ suoi spaventati
concittadini. Invano suo zio e il Re di Francia, provaronsi con
isplendide offerte di sedurlo ad abbandonare la causa della Repubblica.
Favellò agli Stati Generali con altieri ed animosi sensi. Rischiossi
perfino a suggerire un provvedimento che ha sembianza d’antico eroismo;
e che, ove lo avessero posto in effetto, sarebbe stato il subietto più
nobile per l’epico canto, che si possa trovare nel vasto campo della
storia moderna. Disse ai Deputati, che quand’anche il suolo natio, e le
meraviglie di che la umana industria lo aveva coperto, fossero sepolti
sotto l’Oceano, tutto non era perduto. Gli Olandesi avrebbero potuto
sopravvivere all’Olanda. La libertà e la religione vera, da’ tiranni e
dagli ipocriti cacciate dall’Europa, avrebbero trovato asilo nelle più
remote isole dell’Asia. I legni esistenti nei porti della Repubblica,
sarebbero bastati a trasportare duecentomila emigranti allo Arcipelago
Indiano. Quivi la Repubblica Olandese avrebbe cominciata una nuova e
più gloriosa vita, ed eretto sotto la costellazione meridionale della
Croce, fra le canne di zucchero e i nocimoscadi, la Borsa d’un’altra
più ricca Amsterdam, e le scuole d’un’altra Leida più dotta. Lo spirito
nazionale svegliossi tutto e risorse. I patti offerti dagli Alleati
vennero con fermezza respinti. Aprirono gli argini. Tutto il paese
prese la sembianza di un vastissimo lago, di mezzo al quale le città,
con le loro muraglie e i loro campanili, innalzavansi a guisa d’isole.
Gl’invasori furono costretti a salvare la vita con una precipitosa
ritirata. Luigi, il quale, benchè talvolta reputasse necessario
mostrarsi a capo del suo esercito, grandemente preferiva al campo la
reggia, era già ritornato a bearsi delle lusinghe de’ poeti e de’
sorrisi delle dame ne’ viali novellamente piantati di Versailles.

La fortuna affrettavasi a cangiare d’aspetto. L’esito della guerra
marittima era stato dubbio: in terra, le Provincie Unite avevano
ottenuto un indugio, il quale, benchè breve, era d’infinita importanza.
Intimorite dai vasti disegni di Luigi, ambedue le famiglie della Casa
d’Austria corsero alle armi. La Spagna e la Olanda, divise dalla
rimembranza di antichi torti ed umiliazioni, riconciliaronsi allo
avvicinarsi del comune pericolo. Da ogni contrada di Germania muovevano
armati verso il Reno. Il Governo Inglese aveva già consunta tutta la
pecunia che aveva raccolta saccheggiando i pubblici creditori. Non
poteva sperarsi un imprestito dalla Città. Il tentare d’imporre tasse
di sola autorità regia, avrebbe tosto prodotta una ribellione; e Luigi,
che ormai doveva far fronte a mezza l’Europa, non era in condizione di
apprestare i mezzi con che costringere il popolo dell’Inghilterra. Era
forza convocare il Parlamento.

XXXIII. E però, nella primavera del 1673, la Camera de’ Comuni si
radunò, dopo un riposo di circa due anni. Clifford, già diventato Pari
e Lord Tesoriere, ed Ashley, diventato Conte di Shaftesbury e Lord
Cancelliere, erano coloro sopra i quali il Re riposava per condurre
destramente la bisogna in Parlamento. Il partito patriottico si scagliò
tosto contro la politica della Cabala. L’aggressione fu fatta non a
modo di tempesta, ma con colpi lenti e misurati. I Comuni, in sulle
prime, dettero speranza di sostenere la politica straniera del Re; ma
insistevano ch’egli pagasse quel sostegno coll’abbandono di tutto il
suo sistema di politica interna.

XXXIV. Loro primo scopo era quello d’ottenere la revoca della
Dichiarazione d’Indulgenza. Di tutte le misure impopolari adottate
dal Governo, la più impopolare fu la promulgazione di quell’atto.
Un atto così liberale, compito in modo così dispotico, aveva urtati
i sentimenti più opposti. Tutti gl’inimici della libertà religiosa,
e gli amici tutti della libertà civile, si trovarono nelle medesime
file; e gli uni e gli altri sommavano a diciannove ventesimi della
nazione. Lo zelante ecclesiastico schiamazzava contro il favore
mostrato al papisti e al puritano. Il puritano, quantunque potesse
allegrarsi vedendo sospese le persecuzioni onde era stato oppresso,
sentiva poca gratitudine per una tolleranza ch’egli doveva dividere
con l’anticristo. E tutti gl’Inglesi che pregiavano la libertà e la
legge, vedevano con inquietudine la enorme usurpazione che la regia
prerogativa aveva commessa nel campo del potere legislativo.

Bisogna sinceramente ammettere, che la questione costituzionale non
fosse allora affatto scevra d’oscurità. I nostri antichi Re avevano,
senza verun dubbio, preteso ed esercitato il diritto di sospendere
l’azione delle leggi penali. I tribunali avevano riconosciuto cotesto
diritto. I Parlamenti lo avevano tollerato senza avversarlo. Che un
certo simile diritto fosse inerente alla Corona, pochi anche del
partito patriottico osavano negare al cospetto dell’autorità e de’
fatti precedenti. Nondimeno, era chiaro che se questa prerogativa fosse
stata illimitata, il Governo Inglese male si sarebbe potuto distinguere
da un pretto dispotismo. Che ci fosse un limite, lo ammettevano
pienamente il Re e i suoi Ministri. La questione era di sapere se la
Dichiarazione d’Indulgenza stesse o no dentro siffatto limite; e a
nessuna delle parti riuscì di descrivere una linea incontestabile.
Alcuni oppositori del Governo dolevansi che la Dichiarazione sospendeva
non meno di quaranta Statuti. Ma perchè non quaranta, nel modo medesimo
che uno? Vi fu un oratore che manifestò come propria opinione, che il
Re poteva costituzionalmente dispensare dalle leggi cattive, non mai
dalle buone. Non è mestieri dimostrare l’assurdità di tale distinzione.
La dottrina che sembra essere stata generalmente accettata nella Camera
de’ Comuni, consisteva in ciò, che il potere di dispensare limitavasi
alle sole faccende secolari, e non si estendeva alle leggi fatte per
la sicurtà della religione dello Stato. Nondimeno, poichè il Re era
capo supremo della Chiesa, e’ pareva che avendo egli il potere di
dispensare, siffatto potere potesse anche applicarsi a cose concernenti
la Chiesa. Allorchè, dall’altra parte, i cortigiani studiaronsi
d’indicare i confini di tale prerogativa, non ci riuscirono meglio de’
loro oppositori.[19]

Vero è che la facoltà di dispensare era una grande anomalia nella
politica. In teoria, era estremamente incompatibile co’ principii del
Governo misto; ma era cresciuta in tempi ne’ quali i popoli si dànno
poco pensiero delle teorie. In pratica, non se n’era molto abusato:
era stata quindi tollerata, ed aveva a poco per volta acquistata una
specie di prescrizione. Finalmente, ne fu fatto uso, dopo lo spazio
di molti anni, in una età colta, ed in una solenne occasione, con
eccesso fin allora inusitato, e per uno scopo avuto in universale
abborrimento. Venne subito sottoposta a severo scrutinio. Nessuno, a
dir vero, ardì in sulle prime chiamarla onninamente incostituzionale:
ma tutti cominciarono ad accorgersi che divergeva manifestamente dallo
spirito della Costituzione, e che ove si fosse lasciata priva di freno,
avrebbe tramutato il Governo Inglese, di monarchia limitata qual’era,
in monarchia assoluta.

XXXV. Sotto lo eccitamento di cotali sospetti, la Camera de’ Comuni
negò al Re il diritto di dispensare, non già rispetto a tutti gli
Statuti penali, ma agli Statuti penali nelle cose ecclesiastiche; e
gli fece chiaramente intendere, che qualora ei non avesse rinunziato
a quel diritto, ella non avrebbe concesso danari per la guerra con
l’Olanda. Per un momento egli mostrossi inchinevole ad affidare
ogni cosa alla sorte: ma Luigi lo consigliò fortemente a piegare il
capo alla necessità, ed aspettare tempi migliori, in cui le armi
francesi, allora occupate in arduo conflitto sul continente, potessero
essere giovevoli a reprimere il malcontento in Inghilterra. Dentro
la stessa Cabala cominciarono ad apparire segni di discordia e di
tradimento. Shaftesbury, con la sua sagacia proverbiale, conobbe che
avvicinavasi una violenta reazione, e che ogni cosa tendeva verso una
crisi simigliante a quella del 1640. Pose ogni studio perchè cotesta
crisi non lo trovasse nelle condizioni di Strafford. Adunque, con un
improvviso voltafaccia, mostrossi nella Camera de’ Lordi, e riconobbe
che la Dichiarazione era illegale. Il Re, così abbandonato dal suo
alleato e dal suo Cancelliere, cedè, cassò la Dichiarazione, e promise
solennemente che non se ne sarebbe per lo avvenire fatto nessun caso.

Nè anche questa concessione bastò. I Comuni, non satisfatti di avere
astretto il loro Sovrano ad annullare la Indulgenza, estorsero a lui
ripugnante l’approvazione d’una celebre legge, che continuò ad esser
valida fino al regno di Giorgio IV. Questa legge, chiamata Atto di
Prova (_Test Act_), ordinava che chiunque occupava un ufficio civile
o militare, fosse tenuto a prestare il giuramento di supremazia,
firmare una dichiarazione contro la transustanziazione, e ricevere
pubblicamente la comunione secondo i riti della Chiesa d’Inghilterra.
Nel preambolo v’erano parole ostili soltanto ai papisti; ma le clausule
erano quasi sfavorevoli alla classe più rigida de’ Puritani, quanto ai
papisti. I Puritani, nondimeno, atterriti, vedendo la Corte pendere
verso il papismo, ed incoraggiati da taluni ecclesiastici a sperare
che, appena disarmati i cattolici romani, la tolleranza verrebbe estesa
anche ai non–conformisti, fecero poca opposizione; nè il Re, che aveva
bisogno estremo di pecunia, rischiossi a ricusare il suo assenso. La
legge passò; e il Duca di York, per conseguenza, fu costretto a deporre
l’eminente ufficio di Lord Grande Ammiraglio.

XXXVI. Fin qui i Comuni non s’erano dichiarati avversi alla guerra
cogli Olandesi. Ma, poscia che il Re, in compenso della pecunia
cautamente concessa, abbandonò intieramente il suo sistema di politica
interna, coloro scagliaronsi impetuosamente contro la sua politica
estera. Chiesero che allontanasse dal suo Consiglio Buckingham e
Lauderdale, ed elessero una Commissione per considerare se fosse giusto
porre Arlington in istato di accusa. Poco tempo dopo, la Cabala non
era più. Clifford, che solo de’ cinque era meritevole del nome di uomo
onesto, ricusò di riconoscere la nuova legge, depose il suo bastone
bianco, e ritirossi in villa. Arlington lasciò l’ufficio di Segretario
di Stato, per passare ad un impiego tranquillo e dignitoso nella Casa
reale. Shaftesbury e Buckingham sì rappaciarono con la opposizione, e
mostraronsi a capo della procellosa democrazia della città. Lauderdale,
tuttavia, seguitò ad essere Ministro per gli affari della Scozia, ne’
quali il Parlamento Inglese non poteva immischiarsi.

Dopo ciò, i Comuni incalzarono il Re a far pace con la Olanda; ed
espressamente dichiararono, che più non avrebbero conceduto danaro per
la guerra, se non se nel caso che il nemico ostinatamente ricusasse
di accettare patti ragionevoli. Carlo stimò necessario differire a
stagione più convenevole il pensiero di eseguire il trattato di Dover,
e blandire la nazione, facendo mostra di ritornare alla politica della
Triplice Alleanza. Temple, il quale, finchè predominò la Cabala, visse
ritirato fra mezzo ai suoi libri ed ai suoi fiori, venne chiamato
dal suo eremo. Per mezzo di lui si concluse una pace separata con le
Provincie Unite; ed egli divenne nuovamente ambasciatore all’Aja, dove
la sua presenza veniva considerata quale pegno della sincerità della
Corte britannica.

XXXVII. La precipua direzione degli affari venne allora affidata a
Sir Tommaso Osborn, baronetto della Contea di York, il quale nella
Camera de’ Comuni aveva dato prova d’ingegno adatto alle faccende e
alla discussione. Osborn fu fatto Lord Tesoriere, e poco dopo creato
Conte di Danby. Non era uomo il cui carattere, esaminato giusta gli
alti principii della morale, potesse sembrare degno di approvazione.
Era cupido di ricchezze e d’onori, corrotto e corruttore. La Cabala
gli aveva trasmessa l’arte di comprare i rappresentanti; arte tuttavia
rozza, che accennava poco a quella singolare perfezione cui fu
condotta nel secolo appresso. Ei perfezionò grandemente l’opera de’
primi inventori. Costoro avevano solamente comprati gli oratori; ma
ciascun uomo che avesse un voto poteva vendersi a Danby. Nonostante
ciò, il nuovo Ministro non è da confondersi coi negoziatori di Dover.
Egli non era privo del sentimento d’ inglese e di protestante, e nel
promuovere i proprii interessi, non dimenticava affatto quelli della
propria patria e religione. Era, a dir vero, desideroso di esaltare la
prerogativa; ma i mezzi di che a ciò fare voleva giovarsi, erano assai
diversi da quelli adoperati da Arlington e da Clifford. Il pensiero di
stabilire il potere arbitrario col soccorso delle armi forestiere, e
riducendo il Regno alla condizione di principato dipendente, non entrò
mai nel suo cervello. Era suo intendimento affezionare alla Monarchia
quelle classi di uomini le quali le erano state ferme alleate mentre
ardevano le lotte della precedente generazione, e che se n’erano
disgustate a cagione de’ recenti delitti ed errori della Corte. Con lo
aiuto dei vecchi interessi de’ Cavalieri, cioè con lo aiuto de’ Nobili,
dei gentiluomini delle campagne, del Clero, delle Università, pensava
egli che Carlo avrebbe potuto essere sovrano, se non assoluto, almeno
potente al pari di Elisabetta.

Mosso da cotali pensieri, Danby intese ad assicurare al partito de’
Cavalieri lo esclusivo possesso di tutto il potere politico, tanto
esecutivo quanto legislativo. Nell’anno 1675, adunque, fu proposta
ai Lordi una legge, nella quale veniva ordinato che niuno potesse
occupare un ufficio qualunque, o aver seggio nelle due Camere del
Parlamento, senza aver prima dichiarato con giuramento di considerare
come criminosa la resistenza fatta in qualunque caso al potere regio,
e di non contribuire giammai ad alterare il Governo della Chiesa o
dello Stato. Per parecchie settimane, le discussioni, le scissure,
le proteste, cui fu cagione la predetta proposta, tennero in grande
commovimento il paese. La opposizione nella Camera de’ Comuni,
capitanata da due membri della Cabala che volevano far pace con la
nazione, cioè da Buckingham e Shaftesbury, fu oltremodo veemente e
pertinace, ed infine riusci vittoriosa. La proposta non fu respinta, ma
ritardata, mutilata, e finalmente messa da parte.

Tanto arbitrario ed esclusivo era il disegno di politica interna
concepito da Danby! Le sue opinioni intorno alla politica esterna
erano per lui maggiormente onorevoli, come quelle che procedevano
direttamente opposte agl’intendimenti della Cabala, e differivano poco
dalle idee del partito patriottico. Lamentava amaramente l’abiezione
in cui la Inghilterra era caduta, e dichiarava, con più energia che
gentilezza, essere lo ardentissimo de’ suoi desiderii quello di
condurre a suono di bastonate i Francesi al debito rispetto verso di
essa. Mascherava così poco i propri pensieri, che in un gran banchetto,
al quale sedevano i più illustri dignitari dello Stato e della Chiesa,
riempì il bicchiere, bevendo con poco decoro a confusione di coloro
che erano contrari ad una guerra con la Francia. Davvero, avrebbe
volentieri veduto la propria patria congiungersi con le Potenze che
allora erano collegate contro Luigi; ed a tal fine, era propenso a
porre Temple, autore della Triplice Alleanza, a capo del Ministero
degli Affari Esteri. Ma il potere del primo Ministro era limitato.
Nelle sue lettere più confidenziali querelavasi che l’acciecamento
del suo signore impedisse l’Inghilterra di prendere il posto che
spettavale fra le nazioni europee. Carlo era insaziabilmente cupido
dell’oro francese; non aveva in nulla abbandonata la speranza di potere
in futuro, con lo aiuto delle armi di Francia, stabilire la monarchia
assoluta; e per ambedue queste ragioni desiderava di mantenere buona
intelligenza con la Corte di Versailles.

Così il Sovrano pendeva verso un sistema di politica esterna, e
il Ministro verso altro sistema diametralmente opposto. Nè l’uno
nè l’altro, in verità, era d’indole tale da seguire un fine con
immutabile costanza. Ciascuno di loro, secondo l’occasione, cedeva alla
importunità dell’altro; e le discordi tendenze e le mutue concessioni
loro davano alla intera amministrazione un carattere stranamente
capriccioso. Carlo talvolta, per leggerezza ed indolenza, soffriva che
Danby prendesse misure, delle quali Luigi risentivasi come d’ingiurie
mortali. Danby, più presto che lasciare il suo splendido posto,
talvolta piegavasi a certe compiacenze, che gli erano di acerbo dolore
e vergogna. Il Re fu indotto a consentire al matrimonio di Maria,
figlia primogenita ed erede presuntiva del Duca di York, con Guglielmo
d’Orange, nemico irreconciliabile della Francia, e campione ereditario
della Riforma. Anzi, il valoroso Conte di Ossory, figlio di Ormondo,
fu mandato ad aiutare gli Olandesi con alcune milizie britanniche, le
quali nel giorno più sanguinoso della guerra rivendicarono alla nazione
la rinomanza d’indomito coraggio. Il Tesoriere, dall’altra parte,
fu astretto non solo a mostrarsi connivente ad alcune transazioni
pecuniarie scandalosissime, tra il proprio signore e la Corte di
Versailles, ma a fare, malvolentieri e con poca grazia, la parte d’
agente.

XXXVIII. Intanto, il partito patriottico da due forti sentimenti fu
tratto a due direzioni opposte. I capi popolari, quantunque avessero
paura della grandezza di Luigi, il quale non solo faceva fronte alla
forza dell’Alleanza continentale, ma acquistava terreno, temevano
nondimeno di affidare nelle mani del proprio Re i mezzi di domare la
Francia, auspicando che tali mezzi venissero adoperati a distruggere
le libertà della Inghilterra. Il conflitto di questi due timori,
ambidue legittimi, dava alla politica della opposizione apparenza
strana e volubile, al pari di quella della Corte. I Comuni gridarono
guerra contro la Francia, finchè il Re, incitato da Danby a compiacere
al desiderio loro, parve disposto a cedere, e si mise a far leve di
soldati. Ma appena i Comuni videro cominciati i reclutamenti, la
paura che avevano di Luigi dette luogo ad altra paura più prossima.
Cominciarono a temere che le nuove leve venissero adoperate in una
impresa alla quale Carlo aveva maggiore interesse che a quella di
difendere le Fiandre. Ricusarono, quindi, la chiesta pecunia, e
gridavano al disarmo, schiamazzando come poco innanzi avevano fatto
allorchè chiedevano lo armamento. E’ pare che gli storici che hanno
severamente biasimata cotesta incoerenza, non badassero bastevolmente
alla impacciata condizione di quei sudditi che hanno ragione di credere
come il loro principe congiuri con un potentato straniero ed ostile a
danno delle libertà loro. Ricusargli i mezzi militari, è il medesimo
che lasciare lo Stato senza difesa. Nonostante, dandoglieli, gli si
porrebbero forse in mano le armi contro lo Stato. In tali circostanze,
l’ondeggiare fra questi pensieri non va considerato come argomento di
disonestà, e nè anche di debolezza.

XXXIX. Tali gelosie venivano studiosamente fomentate dal Re di Francia.
Aveva tenuto a bada la Inghilterra con la promessa di sostenere il
trono contro il Parlamento. Adesso, paventando che i patriottici
consigli di Danby avessero a prevalere nel Gabinetto, cominciò ad
infiammare il Parlamento contro il trono. A Luigi e al partito
patriottico una sola cosa era comune; vale a dire un profondo diffidare
di Carlo. Se quel partito fosse stato sicuro che il Re intendeva
guerreggiare contro la Francia, sarebbe stato prontissimo a sostenerlo.
Se Luigi fosse stato sicuro che le nuove leve fossero destinate a
muovere guerra solo alla Costituzione dell’Inghilterra, non si sarebbe
provato d’impedirle. Ma la instabilità e perfidia di Carlo erano tali,
che il Governo Francese e la opposizione inglese, discordi in ogni
altra cosa, concordavano nel non credere alle sue proteste, e volevano
egualmente tenerlo povero e senza esercito. Si apersero comunicazioni
tra Barillon ambasciatore di Luigi, e que’ politici inglesi che avevano
sempre sentito e tuttavia sinceramente sentivano grandissima avversione
alla preponderanza francese. Guglielmo Lord Russell, figlio del
Conte di Bedford, che era l’uomo più onesto del partito patriottico,
non abborrì di tramare con un Ministro straniero, onde tenere
nell’imbarazzo il proprio Sovrano. In ciò consisteva tutta la colpa di
Russell. I suoi principii e le sue ricchezze lo rendevano inaccessibile
ad ogni tentazione d’indole sordida; ma v’è molta ragione a credere,
che parecchi de’ suoi colleghi fossero meno scrupolosi di lui. Sarebbe
cosa ingiusta addebitarli della ribalderia di avere ricevuto la mancia
per recare detrimento alla patria: all’incontro, intendevano giovarla;
ma è impossibile negare che fossero abietti e poco delicati, allorchè,
per servirla, si lasciavano pagare da un principe, forestiero. Fra
coloro che non possono andare assoluti da siffatto disonorevole
addebito, era un uomo che viene comunemente considerato come la
personificazione dello spirito pubblico, e che, nonostante alcuni
difetti morali e intellettuali, è meritamente degno d’esser chiamato
eroe, filosofo ed amatore della patria. È impossibile vedere senza
cordoglio un tanto nome nella lista degli uomini pensionati dalla
Francia. Nulladimeno, ci reca qualche conforto il considerare, come
ai tempi nostri un uomo pubblico che non respingesse sdegnosamente da
sè una tentazione simile a quella che vinse la virtù e l’orgoglio di
Algernon Sidney, verrebbe giudicato privo affatto d’ ogni sentimento di
dovere e di vergogna.

XL. La conseguenza di queste trame fu che, quantunque l’Inghilterra,
secondo le occasioni assumesse un contegno minaccioso, rimasero
inefficaci finchè la guerra continentale, durata sette anni, si
chiuse nel 1678 col trattato di Nimega. Le Provincie Unite, che nel
1672 parevano ridotte sull’orlo dell’estrema rovina, ottennero patti
onorevoli e vantaggiosi. L’essere scampate da questo arduo pericolo
venne comunemente attribuito al senno ed al coraggio del giovane
Statoldero, la fama del quale era grande in tutta la Europa, e massime
fra gl’Inglesi, che lo consideravano come uno de’ loro principi, e
gioivano nel vederlo consorte della loro Regina futura. La Francia
ritenne molte città importanti dei Paesi Bassi e la grande provincia
della Franca Contea. Quasi tutta la perdita gravò sopra la cadente
Monarchia Spagnuola.

Pochi mesi dopo terminate le ostilità nel continente, seguì una gran
crisi nella politica inglese. Ad essa ogni cosa tendeva da diciotto
anni. Tutta la popolarità, comunque grande, onde il Re aveva iniziato
il suo regno, era consunta. Allo entusiasmo di lealtà era succeduta
profonda disaffezione. L’opinione pubblica aveva già riandato lo spazio
frapposto tra il 1640 e il 1660, e trovossi nuovamente nelle condizioni
in cui era allorchè si adunò il Lungo Parlamento.

Il malcontento allora predominante nasceva da molte cagioni; una
delle quali era l’orgoglio nazionale oltraggiato. Quella generazione
d’uomini aveva veduta la Inghilterra in pochi anni alleata della
Francia a patti uguali, vincitrice della Olanda e della Spagna, signora
del mare, terrore di Roma, e capo degl’interessi protestanti. I suoi
mezzi non erano punto scemati; e si sarebbe potuto sperare che ella
sarebbe stata almeno tanto altamente considerata in Europa sotto un Re
legittimo, quanto lo era stata sotto un usurpatore, il quale doveva
rivolgere tutta la propria energia e vigilanza ad infrenare un popolo
riottoso. Nondimeno ella, a cagione della imbecillità e bassezza de’
suoi reggitori, era caduta in così basso stato, che ogni principato
germanico o italiano che avesse potuto mettere in campo cinquemila
uomini, era membro di maggiore importanza nella repubblica delle
nazioni.

Al sentimento della umiliazione nazionale andava congiunto il timore
per la libertà civile. Voci, a dir vero, indistinte, ma forse più
inquietanti a cagione della loro confusione, addebitavano la Corte di
trama a danno de’ diritti costituzionali degl’Inglesi. Bisbigliatasi
perfino, che siffatta trama doveva recarsi ad effetto con lo intervento
d’armi forestiere. Il solo pensiero di cotesto intervento faceva
ribollire il sangue nelle vene a tutti, anco ai Cavalieri. Taluni, che
avevano sempre professata la dottrina della non–resistenza in tutto
il senso più lato del vocabolo, s’udivano mormorare, dicendo avere
essa certi confini. Se le armi forestiere fossero state chiamate a
costringere la nazione, essi non avrebbero potuto promettere di tenersi
pazienti.

Ma nè l’orgoglio nazionale, nè l’ansietà per le libertà pubbliche,
influivano tanto sul sentire del popolo, quanto l’odio della religione
cattolica romana. Quell’odio era diventato una delle passioni dominanti
dell’universale, ed era così forte negli uomini ignoranti e profani,
come in quelli che erano protestanti per convinzione. Le crudeltà
del regno di Maria, crudeltà che anche raccontate con la maggior
moderazione e fedeltà destano ribrezzo, e che allora non erano nè
fedelmente nè moderatamente narrate nei martirologii popolari; le
congiure contro Elisabetta, e sopra tutte quella delle Polveri,
avevano lasciato negli animi del volgo un profondo ed amaro senso,
che era tenuto vivo per mezzo di commemorazioni, preghiere, fuochi
e processioni annuali. È mestieri aggiungere, che quelle classi che
andavano peculiarmente predistinte come affezionate al trono, cioè il
Clero e i gentiluomini possidenti di terre, avevano ragioni particolari
per avversare la Chiesa di Roma. Il Clero tremava per i suoi beneficii;
i gentiluomini per le abbadie e le grosse decime loro. Mentre era
ancor fresca la memoria del regno de’ santocchi, l’odio del papismo
aveva in qualche modo ceduto il posto all’odio del puritanismo; ma ne’
diciotto anni che erano trascorsi dopo la Restaurazione, l’odio del
puritanismo era venuto scemando, e quello del papismo crescendo. I
patti del trattato di Dover conoscevansi distintamente da pochissimi;
ma ne era corsa attorno qualche voce. Opinavasi universalmente, essere
vicina l’ora in cui un gran colpo verrebbe portato alla religione
protestante. Molti sospettavano che il Re pendesse a favore di Roma.
Sapevasi da tutti, il suo fratello ed erede presuntivo essere un
bacchettone cattolico. La prima Duchessa di York era morta cattolica
romana. Giacomo, spregiando le rimostranze della Camera de’ Comuni,
aveva allora sposata la Principessa Maria di Modena, cattolica romana
anch’essa. Se fossero nati figli da questo matrimonio, eravi ragione di
temere che verrebbero educati alla religione di Roma, e che sederebbe
sul trono inglese una lunga successione di principi ostili alla fede
stabilita. La Costituzione era stata, poco innanzi, violata a fine di
proteggere i Cattolici Romani dalle leggi penali. Lo alleato, dal quale
la politica inglese era stata per molti anni diretta, era un Principe
non solamente cattolico romano, ma persecutore delle Chiese riformate.
Non è strano, adunque, che in cosiffatte circostanze il popolo
paventasse sospettando il ritorno de’ tempi di colei ch’esso chiamava
Maria la Bevisangue.

In tal guisa, la nazione trovavasi in tali condizioni, che la più lieve
favilla poteva produrre un incendio. Frattanto, appiccossi il fuoco, in
due luoghi ad un tempo, ad un immenso cumulo di materie combustibili,
ed in un attimo tutto fu in fiamme.

XLI. La Corte Francese, che sapeva come Danby le fosse nemico mortale,
riusci a rovinarlo, facendolo passare per suo amico. Luigi, per mezzo
di Ralph Montague, uomo perfido e svergognato, che era stato in Francia
Ministro d’Inghilterra, depose innanzi la Camera de’ Comuni prove che
attestavano, il Tesoriere essere stato implicato in una richiesta che
la Corte di Whitehall aveva fatta a quella di Versailles per ottenere
una somma di danari. Tale scoperta produsse il suo naturale effetto.
Il Tesoriere rimase esposto alla vendetta del Parlamento a cagione non
delle sue colpe, ma de’ meriti suoi; non per essere stato complice in
un negoziato criminoso, ma per esserlo stato assai mal volentieri e di
mala grazia. Se non che, i suoi contemporanei ignoravano le circostanze
che nel giudizio della posterità hanno grandemente attenuato il
fallo di lui. Secondo loro, egli era il mezzano che aveva venduta
l’Inghilterra alla Francia. La sua grandezza parve manifestamente
giunta al suo fine, ed era dubbio se gli riuscisse di sottrarsi alla
pena capitale.

Eppure, il concitamento prodotto da tale scoperta fu lieve, ove si
paragoni alla pubblica commozione che nacque allorquando corse la
voce, essere stata scoperta una vasta congiura papale. Un certo
Tito Oates, prete della Chiesa d’Inghilterra, erasi, per condotta
disordinata e per dottrine eterodosse, attirata sul capo la censura
de’ suoi superiori spirituali; era stato costretto a lasciare il suo
beneficio, ed aveva poi sempre menata vita infame e vagabonda. Aveva
già professata la religione cattolica romana, e passato qualche tempo
nei collegii inglesi dell’Ordine de’ Gesuiti sul continente, e in
cotesti seminarii udito molto parlare intorno ai mezzi migliori di
ricondurre l’Inghilterra al grembo della vera Chiesa. Da siffatti
discorsi aveva raccolta materia a costruire un orribile romanzo,
somiglievole più presto ad un sogno d’infermo, che a qualunque altra
cosa del mondo esistente. Il Papa, diceva egli, aveva affidato il
Governo dell’Inghilterra ai Gesuiti. I Gesuiti avevano, per via di
commissioni munite del sigillo della loro società, nominato preti,
nobili e gentiluomini cattolici, a tutti i più alti ufficii della
Chiesa e dello Stato. I Papisti avevano una volta bruciata Londra.
Eransi provati ad incendiarla di nuovo. A que’ tempi ordivano una
trama per appiccare fuoco a tutti i legni esistenti nel Tamigi.
Dovevano, ad un segno convenuto, insorgere e far macello di tutti i
protestanti. Un’armata francese doveva nel momento istesso sbarcare
in Irlanda. Tutti i principali uomini di Stato e gli ecclesiastici
d’Inghilterra dovevano essere assassinati. Tre o quattro progetti
eransi formati per assassinare il Re. Dovevano pugnalarlo, dargli il
veleno nel medicamento, tirargli con lo archibugio carico a palle
d’argento. L’opinione pubblica era in tale eccitamento, che siffatte
fandonie ottennero tosto credenza nelle menti del volgo; e due fatti
poco dopo seguiti, indussero non pochi uomini di senno a sospettare,
che la novella, quantunque manifestamente sformata ed esagerata, avesse
qualche fondamento di vero.

Eduardo Coleman, molto operoso, ma non onesto intrigante cattolico
romano, era fra le persone accusate. Inquisirono le sue carte, e si
accorsero che ne aveva distrutta gran parte. Ma le poche che furono
prese, contenevano certe parole, che sembravano, alle menti fortemente
preoccupate, confermare la testimonianza d’Oates. Queste parole, per
vero dire, ove s’interpretino con ischiettezza, paiono esprimere poco
più che certe speranze, che la postura delle cose, le predilezioni di
Carlo, le più forti predilezioni di Giacomo, e le relazioni esistenti
tra la Corte Francese e la Inglese, potevano naturalmente eccitare nel
cuore di un cattolico romano, strettamente vincolato agli interessi
della propria Chiesa. Ma il paese allora non inchinava a interpretare
schiettamente le lettere de’ papisti; e si concluse, con qualche
apparenza di ragione, che se alcuni scritti ai quali s’era poco badato,
come quelli che non avevano nessuna importanza, erano pieni di cose
talmente sospette, qualche gran mistero d’iniquità doveva contenersi in
que’ documenti che erano stati con gran cura dati alle fiamme.

Pochi giorni dopo si seppe che Sir Edmondsbury Godfrey, insigne Giudice
di Pace che aveva raccolte le deposizioni di Oates contro Coleman, era
scomparso. Fattane ricerca, ne trovarono il cadavere in un campo presso
Londra. Chiaro appariva ch’era morto di morte violenta. Era parimente
chiaro che non era stato assassinato dai ladri. La sua miseranda fine
è rimasta sinora un secreto. Taluni credono che si uccidesse da sè;
altri che ei cadesse vittima d’inimicizia privata. La opinione più
improbabile è, che fosse assassinato dal partito ostile alla Corte,
onde meglio colorire la novella della congiura. La opinione più
probabile sembra essere, che qualche furente cattolico romano, spinto
alla frenesia dalle menzogne di Oates e dagli insulti della plebe, non
facendo nessuna distinzione tra l’accusatore spergiuro e l’innocente
magistrato, si fosse voluto vendicare in un modo, di cui la storia
delle sètte perseguitate fornisce troppo numerosi esempi. Se così andò
la faccenda, lo assassino dovette poscia maledire alla sua propria
malvagità e follia. La metropoli e tutta la nazione insanirono d’odio
e di paura. Le leggi penali, che avevano cominciato a perdere alcun
che della loro acerbità, divennero nuovamente più rigorose. In ogni
dove i giudici erano affaccendati a perquisire case e impossessarsi
di carte. Tutte le prigioni rigurgitavano di papisti. Londra rendeva
immagine d’una città in istato d’assedio. La guardia cittadina
rimaneva in armi tutta la notte. Facevansi apparecchi a barricare le
grandi strade. Pattuglie correvano su e giù per le vie. Whitehall fu
circondato di cannoni. Nessun cittadino reputavasi sicuro senza portare
sotto la veste un’arme carica di piombo, per far saltare le cervella
agli assassini papali. Il cadavere del magistrato ucciso, fu esposto
per parecchi giorni allo sguardo del popolo affollantesi; e venne
finalmente sepolto con istrane e terribili cerimonie, che erano indizio
più presto di sete di vendetta, che di dolore o di speranza religiosa.
Le Camere insistevano perchè le volte sopra le quali i rappresentanti
sedevano, venissero custodite da uomini armati, onde guardarsi da una
seconda Congiura delle Polveri. Tutti i loro atti avevano lo stesso
scopo. Dal regno di Elisabetta in poi, il giuramento di supremazia era
stato richiesto ai membri della Camera de’ Comuni. Alcuni Cattolici
Romani, nondimeno, si erano studiati d’interpretare quel giuramento
in guisa, da poterlo prestare senza scrupolo di coscienza. Adesso
ne fu rifatta la formula; e i Lordi Cattolici Romani furono, per la
prima volta, esclusi da’ loro seggi in Parlamento. Vennero adottati
vigorosi provvedimenti contro la Regina. I Comuni gettarono in carcere
uno dei Segretari di Stato, per avere contrassegnate commissioni
dirette a gentiluomini che non erano buoni protestanti. Accusarono
d’alto tradimento il Lord Tesoriere. Anzi dimenticarono a tal segno la
dottrina da loro apertamente professata mentre era ancora fresca la
memoria della guerra civile, che tentarono perfino di privare il Re del
comando della guardia cittadina. A tale esasperazione, diciotto anni di
pessimo governo avevano condotto il più leale Parlamento che si fosse
mai adunato in Inghilterra!

Parrà forse strano a taluni, come in tanto estremo il Re si esponesse
al risico di appellarsi al popolo, perocchè il popolo era in maggiore
eccitamento che non erano i Rappresentanti. La Camera Bassa,
malcontenta come era, conteneva un numero maggiore di Cavalieri,
di quanti ne potessero verosimilmente essere rieletti di nuovo. Ma
pensavasi che lo scioglimento ponesse fine all’accusa contro il Lord
Tesoriere; accusa che, probabilmente, avrebbe tratti alla luce del
giorno tutti i colpevoli misteri della alleanza francese, e cagionate
gravi molestie personali ed impacci non pochi a Carlo. E però, nel
gennaio del 1679, il Parlamento, che era esistito sempre dall’anno
1661, venne disciolto; e si spedirono i decreti per una elezione
generale.

XLII. Per varie settimane, la contesa in tutto il Regno fu feroce ed
ostinata oltre ogni credere. Si profusero somme di danari, di cui non
v’era esempio precedente. Si adoperarono nuovi mezzi di riuscita. Fu
notato dagli scrittori di que’ tempi come cosa straordinaria, che
si affittassero cavalli a gran prezzo per trasportare gli elettori
al luogo d’elezione. L’uso di sminuzzare le possessioni libere
onde moltiplicare i voti, ha principio da questa memorabile lotta.
I predicatori dissenzienti, che stavano da lungo tempo nascosti
in tranquilli recessi fuggendo la persecuzione, uscirono fuori, e
correvano di villaggio in villaggio, onde riaccendere lo zelo del
disperso popolo di Dio. La procella mugghiava minacciosa contro il
Governo. Moltissimi de’ nuovi Rappresentanti vennero a Westminster in
contegno poco diverso da quello dei loro predecessori, che avevano
imprigionato Strafford e Laud dentro la Torre.

Frattanto, le Corti di Giustizia, le quali fra mezzo alle commozioni
politiche avrebbero dovuto essere luoghi sicuri di rifugio agli
innocenti di qualsivoglia partito, erano deturpate da più selvagge
passioni e più vile corruttela, che non fossero le assemblee degli
elettori. La storiella d’Oates, comunque fosse stata bastevole a
conturbare tutto il reame, non poteva bastare, fino a che non fosse
confermata da nuova testimonianza, a distruggere il più dappoco tra
coloro ch’egli aveva accusati. Imperciocchè, nella legge d’Inghilterra,
due testimoni erano necessari a stabilire la colpa di tradimento. Ma
il successo del primo impostore produsse le sue naturali conseguenze.
In poche settimane, dalla penuria ed oscurità in cui giaceva, erasi
inalzato ad opulenza e a potere tali, che egli era il terrore del
principe e dei nobili; a quella tale rinomanza, che per gli animi
bassi e ribaldi ha tutta la magia della gloria. Non rimase lungo tempo
senza coadiutori e rivali. Uno sciagurato, di nome Carstairs, il
quale aveva campata la vita in Iscozia intervenendo ai conventicoli e
facendo poscia la spia a’ predicatori, aprì la via. Bedloe, ribaldo
conosciutissimo, gli tenne dietro; e tosto da tutti i bordelli, le case
da giuoco e le case d’uscieri di Londra, sbucarono falsi testimoni
a deporre contro la vita de’ Cattolici Romani. Uno si presentò
raccontando la novella di un’armata di trenta mila uomini, i quali,
travestiti da pellegrini, dovevano ragunarsi a Corunna, e quivi
imbarcarsi per il paese di Galles. Un altro diceva, essergli stata
promessa la canonizzazione e cinquecento sterline per assassinare il
Re. Un terzo erasi introdotto in una taverna a Covent Garden, ed aveva
udito un gran banchiere cattolico romano far sacramento, in mezzo a
tutti gli astanti e i garzoni, di uccidere il tiranno eretico. Oates,
per non essere vinto dai suoi imitatori, alla sua prima narrazione
aggiunse un ampio supplemento. Ebbe la portentosa impudenza di
affermare, fra le altre cose, d’ essersi una volta nascosto dietro
un uscio socchiuso, ed avere udito la Regina che affermava di avere
assentito allo assassinio del proprio consorte. Il volgo credeva, e
gli alti magistrati facevano mostra di credere, simiglianti fandonie.
I giudici principali del Regno erano corrotti, crudeli e vigliacchi.
I capi del partito patriottico fomentavano il pubblico inganno. I più
rispettabili di essi, in verità, erano talmente caduti in inganno, da
credere vera la maggior parte delle prove della congiura. Uomini come
Shaftesbury e Buckingham, senza alcun dubbio, si accorgevano che tutto
era una pretta invenzione; ma giovava pur troppo i loro disegni, e alle
loro aride coscienze la morte di un innocente non dava inquietudine
maggiore di quella della morte d’una pernice. I giurati partecipavano
ai sentimenti allora comuni a tutta la nazione, e venivano incoraggiati
dal seggio a compiacere senza riserbo a cosiffatti sentimenti. La plebe
applaudì Oates e i suoi consorti, fischiò e battè i testimoni che
comparvero a difesa degli accusati, e mandò gridi di gioia appena fu
profferita la sentenza che li dichiarava colpevoli. Invano que’ miseri
invocavano la onestà della loro vita passata; imperocchè nella mente
di tutti stava fitto il pensiero, che quanto più coscienzioso fosse un
papista, tanto era più verosimile che ei congiurasse contro un Governo
protestante. Invano risolutamente affermarono la propria innocenza fino
al momento stesso della morte; imperciocchè era opinione generale, che
un buon papista considerava qualsivoglia menzogna che fosse utile alla
sua Chiesa, non solo scusabile, ma meritoria.

XLIII. Mentre il sangue innocente spargevasi sotto le forme della
giustizia, adunossi il nuovo Parlamento; e fu tale il violento
procedere del partito predominante, che anche gli uomini che
avevano passata la giovinezza in mezzo alle rivoluzioni, uomini che
rammentavano la condanna di Strafford, lo attentato contro i cinque
Rappresentanti, l’abolizione della Camera de’ Lordi, la decapitazione
del Re, rimasero atterriti allo aspetto delle pubbliche cose. L’accusa
contro Danby fu ripresa. Costui invocò il perdono del Principe. Ma i
Comuni trattarono la risposta con disprezzo, ed insistettero perchè
si seguitasse il processo. Nondimeno, Danby non era lo scopo precipuo
delle loro persecuzioni. Erano convinti che l’unico modo efficace di
assicurare la libertà e la religione dell’Inghilterra, era quello
d’escludere dal trono il Duca di York.

Il Re viveva in grande perplessità. Aveva insistito perchè suo
fratello, la vista del quale accendeva la rabbia del popolaccio,
si ritirasse per alcun tempo a Brusselles: ma non sembra che
tale concessione producesse favorevole effetto. Il partito delle
Teste–Rotonde divenne allora preponderante. Ad esso accostaronsi
milioni di cittadini, i quali, al tempo della Restaurazione, pendevano
verso la regia prerogativa. De’ vecchi Cavalieri molti partecipavano
alla prevalente paura del papismo; e molti, amaramente sentendo la
ingratitudine del Principe a pro’ del quale avevano fatti cotanti
sacrifici, prendevansi poca cura della miseria di lui, come egli aveva
poco curata la loro. Anche il Clero Anglicano, mortificato ed impaurito
dell’apostasia del Duca di York, sosteneva tanto la opposizione, da
congiungere cordialmente la propria voce al grido universale contro i
Cattolici Romani.

XLIV. Il Re, in cosiffatti estremi, erasi rivolto a Sir Guglielmo
Temple. Di tutti gl’impiegati di quell’età, Temple era quello che aveva
serbata migliore reputazione. La Triplice Alleanza era stata opera di
lui. Egli aveva ricusato di partecipare alla politica della Cabala,
ed era rigorosamente vissuto da privato finchè quella ebbe in mano il
governo della cosa pubblica. Chiamato da Danby, aveva abbandonato il
proprio ritiro, negoziata la pace fra l’Inghilterra e l’Olanda, ed era
stato precipuo strumento a concludere il matrimonio di Maria col cugino
Principe d’Orange. Così a lui riportavasi il merito di tutte le poche
cose lodevoli che erano state fatte dal Governo dopo la Restaurazione.
De’ numerosi falli e delitti commessi negli ultimi diciotto anni,
nessuno ne veniva a lui attribuito. La sua vita privata, quantunque non
fosse austera, era decorosa; i suoi modi erano popolari; e non era uomo
da lasciarsi corrompere da titoli o da ricchezze. Nonostante, qualche
cosa mancava al carattere di coteste spettabile uomo di Stato. L’amor
suo per la patria era tiepido. Era, pur troppo, studioso de’ suoi
agi e della dignità sua, e rifuggiva con pusillanime timore da ogni
responsabilità. E davvero, le abitudini della sua vita non lo rendevano
adattato ad immischiarsi seriamente ne’ conflitti delle nostre fazioni
intestine. Era pervenuto al cinquantesimo degli anni suoi senza aver
seduto nel Parlamento Inglese; e la sua esperienza officiale, ei
l’aveva quasi tutta acquistata nelle Corti forestiere. Giustamente
aveva fama d’essere uno de’ più insigni diplomatici dell’Europa; ma
lo ingegno e le doti d’un diplomatico differiscono molto da ciò che
richiedesi in un uomo politico per condurre la Camera de’ Comuni in
tempi torbidi.

Il disegno ch’egli propose, era argomento di non poca abilità. Comecchè
non fosse profondo filosofo, aveva, più che molti uomini pratici del
mondo, meditato intorno ai principii generali del Governo; ed aveva
fecondato il proprio intendimento studiando la storia e viaggiando ne’
paesi stranieri. E’ pare che discernesse più chiaramente che molti de’
suoi coetanei, la cagione delle difficoltà che stringevano il Governo.
L’indole dell’ordinamento politico in Inghilterra veniva a poco a poco
mutandosi. Il Parlamento lentamente, ma costantemente, acquistava
terreno sulla prerogativa. La linea tra il potere legislativo e lo
esecutivo era in teoria più che mai descritta distintamente, ma in
pratica diveniva ogni giorno più debole. Era teoria della Costituzione,
che il Re avesse potestà di nominare i propri Ministri. Ma la Camera
de’ Comuni aveva cacciati successivamente dalla direzione degli affari
Clarendon, la Cabala e Danby. Era teoria della Costituzione, che il
solo Re avesse potestà di fare guerra e pace. Ma la Camera de’ Comuni
lo aveva costretto a pacificarsi con l’Olanda, e lo aveva pressochè
forzato a muover guerra alla Francia. Era teoria della Costituzione,
che il Re fosse il solo giudice de’ casi in cui convenisse graziare i
colpevoli. Nondimeno, egli aveva tanta paura della Camera de’ Comuni,
che, allora non poteva rischiarsi di salvare dalla forca uomini ch’ei
ben sapeva essere vittime innocenti di uno spergiuro.

E’ parrebbe che Temple volesse assicurare al Corpo Legislativo
gl’indubitati poteri costituzionali, e nel tempo stesso impedirgli,
per quanto fosse possibile, di fare altre usurpazioni nel campo del
Potere Esecutivo. A tale fine, pensò di porre fra il Sovrano ed
il Parlamento un corpo che potesse frustrare la scossa della loro
collisione. Eravi un Corpo antico, altamente onorevole e riconosciuto
dalla legge, il quale, egli pensava, potevasi riformare in guisa, da
servire al predetto scopo. Pensò di dare al Consiglio Privato un nuovo
carattere ed un ufficio nuovo nel Governo. Fissò a trenta il numero de’
Consiglieri; quindici dei quali dovevano essere i principali ministri
dello Stato, della legge e della religione; gli altri quindici, nobili
e gentiluomini privi di impiego, ma opulenti e di grande reputazione.
Non vi doveva essere Gabinetto intimo. A tutti i trenta Consiglieri
doveva confidarsi ogni secreto di Stato, e dovevano tutti essere
chiamati ad ogni adunanza del Consiglio; e il Re doveva dichiarare, che
in ogni occasione si sarebbe lasciato guidare da loro.

Sembra che Temple credesse di assicurare, per mezzo di tale
ordinamento, la nazione contro la tirannia della Corona, e a un’ora
la Corona contro le usurpazioni del Parlamento. Da una parte, era
molto improbabile che i progetti, tali quali erano stati formati dalla
Cabala, si fossero potuti soltanto proporre per essere discussi in un’
Assemblea composta di trenta uomini eminenti, quindici dei quali non
avevano nessun vincolo d’interesse con la Corte. Dall’altra parte, era
da sperarsi che i Comuni, paghi della guarentigia che contro gli abusi
del Governo offriva un cosiffatto Consiglio Privato, si sarebbero, più
che per lo innanzi non avevano fatto, mantenuti dentro gli stretti
confini delle funzioni legislative, e più non avrebbero riputato
necessario d’immischiarsi in ogni cosa spettante al Potere Esecutivo.

Cotesto disegno, quantunque per molti rispetti non fosse indegno di
colui che lo aveva immaginato, era vizioso nel suo principio. Il
nuovo Consiglio era mezzo Gabinetto e mezzo Parlamento; e, simile ad
ogni altra invenzione, sia meccanica, sia politica, intesa a due fini
affatto diversi, non era buono a conseguirne nessuno. Era così ampio
e diviso, da non potere essere un buon corpo amministrativo. Era così
strettamente connesso con la Corona, da non riuscire un efficace potere
raffrenante. Conteneva bastevoli elementi popolari onde rendersi un
cattivo Consiglio di Stato, inadatto a serbare il segreto, a comporre
i negoziati malagevoli, e ad amministrare le cose della guerra.
Nulladimeno, quegli elementi popolari non erano punto bastevoli ad
assicurare la nazione contro gli abusi del Governo. Questo disegno,
adunque, quand’anco fosse stato sinceramente posto in esperimento,
non avrebbe potuto sortire esito felice; e non ne fu fatto sincero
sperimento. Il Re era instabile e perfido; il Parlamento era infiammato
ed irragionevole; e i materiali onde era composto il nuovo Consiglio,
benchè fossero forse i migliori che potesse apprestare quell’età, erano
anco cattivi.

L’iniziarsi del nuovo sistema fu, non pertanto, salutato con gioia
universale; imperocchè il popolo inchinava a reputare miglioramento
ogni qualunque mutazione. Gli tornarono anche gradite parecchie nomine.
Shaftesbury, ormai bene accetto alla plebe, fu fatto Lord Presidente.
Russell ed altri insigni uomini del partito patriottico furono
chiamati al Consiglio. Ma dopo pochi giorni, imbrogliossi ogni cosa.
Le inconvenevolezze di avere un Gabinetto così numeroso furono tali,
che lo stesso Temple assentì a variare una delle regole fondamentali
da lui proposte, e a diventare egli stesso parte di un piccolo nucleo
che dirigeva veramente ogni cosa. A lui furono accompagnati tre altri
Ministri, cioè Arturo Capel Conte di Essex, Giorgio Savite Visconte di
Halifax, e Roberto Spencer Conte di Sunderland.

Del Conte d’Essex, che era Primo Commissario del Tesoro, basti il dire
ch’era uomo fornito di doti solide, sebbene non appariscenti, e di
carattere grave e melanconico; che aderiva al partito patriottico, e
in quel tempo onestamente desiderava di riconciliare, in modo proficuo
allo Stato, quel partito col trono.

XLV. Fra gli uomini di Stato di quell’età, Halifax primeggiava per
ingegno. Aveva intelletto fecondo, sottile e capace; eloquenza
forbita, lucida e animata, la quale, accompagnata dal tono argentino
della voce, empiva di diletto la Camera de’ Lordi. Il suo conversare
soprabbondava di pensiero, di fantasia, di brio. I suoi scritti
politici sono degni di studio per pregio letterario; onde meritamente
ei si annovera fra i Classici Inglesi. Alla importanza ch’ei derivava
da doti sì grandi e variate, congiungeva la influenza che nasce dal
grado e dalla ricchezza. E nondimeno, in politica egli ebbe successo
meno prospero di molti altri a lui inferiori. A vero dire, quelle
peculiarità intellettuali che rendono pregevoli i suoi scritti, gli
furono d’impedimento nelle lotte della vita attiva. Perocchè egli
vide sempre gli avvenimenti non nello aspetto in cui comunemente si
mostrano ad un uomo che ne è parte, ma quali, dopo lo spazio di molti
anni, appariscono allo storico filosofo. Con tale tempra di mente, non
poteva a lungo seguitare ad agire cordialmente con nessuna società di
uomini. Tutti i pregiudizi, tutte le esagerazioni di ambedue i grandi
partiti dello Stato, lo muovevano a scherno. Spregiava le arti vili e
gl’irragionevoli clamori dei demagoghi. Spregiava anche più le dottrine
del diritto divino e della obbedienza passiva. Metteva egualmente in
canzone la bacchettoneria dell’ecclesiastico anglicano e quella del
puritano. Non poteva intendere come alcuno avversasse le festività de’
Santi, e certi abiti clericali; e come, soltanto per avversarli, l’uomo
potesse perseguitare il suo simile. In quanto all’indole, egli era ciò
che ai dì nostri si chiama Conservatore. In teoria era repubblicano.
Anche allorchè il timore dell’anarchia, e lo sdegno ch’ei sentiva
degl’inganni del volgo, lo indussero per qualche tempo a congiungersi
ai difensori del potere arbitrario, il suo intelletto era sempre con
Locke e con Milton. Veramente, i suoi scherni contro la Monarchia
ereditaria talvolta erano tali da sonar meglio sulle labbra di un
membro del Circolo della Testa di Vitello (_Calf’s Head Club_),[20] che
su quelle di un Consigliere privato degli Stuardi. In religione, era
tanto lungi da dirsi uno zelante, che i poco caritatevoli lo chiamavano
ateo: ma egli respinse con veemenza siffatta accusa; e in verità,
quantunque alcuna volta porgesse argomento di scandalo col modo onde
faceva uso del raro vigore del suo ragionare e de’ suoi dileggi sopra
subbietti gravi, ei sembra essere stato suscettibile di sentimenti
religiosi.

Egli era il capo di quegli uomini politici che dai due grandi partiti
venivano sprezzantemente chiamati Barcamenanti (_Trimmers_). Invece
di avere a sdegno questo soprannome, egli lo assunse come un titolo
d’onore, e rivendicò vivamente la dignità del vocabolo. Ogni cosa
buona, egli diceva, si tiene, si barcamena fra due estremi. La zona
temperata si tiene fra il clima dove gli uomini sono abbronzati, e
quello dove essi sono agghiacciati. La Chiesa Anglicana si tiene
fra la insania degli Anabattisti e la letargia dei Papisti. La
Costituzione Inglese si tiene fra il dispotismo turco, e l’anarchia
polacca. La virtù non è altro che un giusto temperamento fra certe
tendenze, ciascuna delle quali, condotta all’eccesso, diventa vizio.
Anzi, la perfezione dello stesso Ente Supremo consiste nell’esatto
equilibrio degli attributi, nessuno dei quali potrebbe preponderare
senza turbare l’ordine morale e fisico del mondo.[21] Così Halifax
barcamenavasi per principio. Si barcamenava parimente a cagione della
indole, della mente e del proprio cuore. Aveva intendimento acuto,
scettico, inesauribilmente fecondo di distinzioni ed obiezioni; gusto
insigne, sentimento squisito del burlesco, indole placida e indulgente,
ma fastidiosa, e in nessun modo inchinevole o alla malignità o alla
ammirazione entusiastica. Un uomo tale non poteva essere lungamente
l’amico immutabile di qualsivoglia partito politico. Nondimeno, non è
mestieri accomunarlo alla turba volgare de’ rinnegati. Imperciocchè,
quantunque, al pari di costoro, egli passasse ora a questa, ora a
quella parte, il suo trapasso avveniva in direzione opposta alla loro.
Ei non aveva nulla di comune con quelli che volano da estremo ad
estremo, e sentono per il partito da essi abbandonato una animosità
più forte di quella dei nemici costanti. Il suo posto era in mezzo alle
divisioni ostili della Comunità, ed ei non ispingevasi oltre i confini
dell’una o dell’altra. Il partito al quale egli apparteneva, era sempre
quello che in quel momento piacevagli meno, perchè lo mirava più da
presso. E però, egli era sempre severo verso i suoi colleghi violenti,
e sempre in amichevoli relazioni coi suoi oppositori moderati. Ciascuna
fazione, nel giorno del proprio insolente e vendicativo trionfo,
incorreva nella censura di lui; ma vinta e perseguitata, trovava in
lui un protettore. A perenne onor suo, è uopo rammentare ch’egli tentò
di salvare quelle vittime, la sciagurata sorte delle quali ha lasciata
turpissima macchia sul nome de’ Whig e dei Tory.

Erasi reso singolarmente notevole nell’opposizione, ed aveva perciò
incorso talmente l’ira del Re, da non essere stato ammesso al Consiglio
dei Trenta senza difficoltà e lunga contesa. Nulladimeno, appena gli
fu dato porre piede nella Corte, la malia de’ suoi modi e del suo
conversare gli acquistarono insigne favore. Erasi seriamente impaurito
alla violenza del pubblico malcontento; e pensava che la libertà per
allora fosse in sicuro, ma l’ordine e l’autorità legittima corressero
pericolo. Ond’egli, secondo era suo costume, si congiunse alla parte
debole. Forse la sua conversione non fu affatto scevra d’interesse;
perocchè gli studi e la meditazione, benchè lo avessero emancipato
da molti pregiudizi volgari, lo avevano lasciato schiavo ai volgari
desiderii. Non difettava d’oro; e non v’è prova che attesti esserselo
procacciato con mezzi i quali, anche in quella età, i severi censori
consideravano come disonoranti: ma il grado e il potere erano a lui
irresistibili tentazioni. Protestava di considerare i titoli e i
grandi uffici come allettamenti che possono sedurre i soli stolti, di
odiare le faccende, la pompa, le apparenze, e di desiderare caramente
sottrarsi al rumore ed agli splendori di Whitehall, onde rifuggirsi ai
boschi tranquilli che circondavano il suo antico castello in Rufford;
ma la sua condotta discordava non poco dalle sue proteste. Vero è che
voleva a sè riverenti i cortigiani e insieme i filosofi, ed essere
ammirato per avere conseguite alte dignità, e per saperle ad un tempo
spregiare.

XLVI. Sunderland era Segretario di Stato. In lui era maravigliosamente
incarnata la immoralità politica di quell’età. Natura lo aveva dotato
d’acuto intelletto, d’indole irrequieta o malefica, di cuore freddo,
di spirito abietto. La sua mente era stata educata in guisa, che tutti
i suoi vizi vi fecondavano con rigogliosa maturità. Entrato nella vita
pubblica, aveva passati vari anni in impieghi diplomatici appo le Corti
straniere, e per qualche tempo era stato Ministro in Francia. Ogni
Stato ha le sue tentazioni peculiari. Non è ingiusto lo affermare che
i diplomatici, come classe, si sono sempre fatti notare per destrezza,
per l’arte con cui acquistano la fiducia di coloro coi quali debbono
trattare, e per l’agevolezza d’afferrare il tono di qualsiasi società
alla quale vengano ammessi, più presto che per entusiasmo generoso e
per austera rettitudine: e le relazioni tra Carlo e Luigi erano tali,
che nessun gentiluomo inglese avrebbe potuto lungo tempo dimorare in
Francia come ambasciatore, e serbare dramma di sentimento onorevole
e patriottico. Sunderland, dalla scuola dove era stato educato, uscì
astuto, pieghevole, scevro di vergogna e d’ogni qualunque pregiudizio,
e destituto d’ogni principio. Per relazioni ereditarie, egli era
Cavaliere; ma non aveva nulla di comune col partito de’ Cavalieri.
Costoro erano zelanti della Monarchia, e professavano la dottrina
contraria ad ogni resistenza; ma avevano cuori robusti e veramente
inglesi, che non avrebbero mai tollerato un reggimento dispotico.
Egli, per l’opposto, aveva una languida vaghezza speculativa per
le istituzioni repubblicane; vaghezza che non gl’impediva in nulla
d’essere prontissimo a diventare in pratica il più servile strumento
del potere arbitrario. A sembianza di molti altri lusingatori e
negoziatori compiti, era più dotto nell’arte di conoscere i caratteri
e giovarsi della debolezza degli uomini, che nell’arte di discernere
il sentire delle grandi masse, e prevedere lo avvicinarsi delle grandi
rivoluzioni. Era destro negli intrighi; e riusciva difficile, anche
agli uomini sottili ed esperti che fossero stati preavvertiti della
perfidia di lui, il resistere al fascino de’ suoi modi, e non credere
alle sue proteste d’affetto. Ma era così intento ad osservare e
corteggiare gl’individui, che dimenticava di studiare l’indole della
nazione: però cadde in gravissimi inganni, rispetto ai più solenni
eventi del suo tempo. Ogni importante movimento o scoppio dell’opinione
pubblica gli giunse di sorpresa; e il mondo, non sapendo intendere che
un uomo come lui, fosse cotanto cieco da non vedere ciò che chiaramente
vedevano i politicanti delle botteghe da caffè, talvolta attribuiva a
profondo disegno quei che, a dir vero, non erano se non pretti abbagli.

Soltanto ne’ privati colloqui, le sue doti eminenti principalmente
esplicavansi. Ne’ recessi della reggia, o in un assai piccolo cerchio,
egli esercitava grande influenza. Ma nel Consiglio era taciturno; e
nella Camera de’ Lordi non apriva mai le labbra.

XLVII. I quattro Consiglieri confidenti della Corona si accorsero
tosto, la loro situazione essere impacciata e fatta segno alla invidia.
Gli altri membri del Consiglio mormoravano di tale predilezione
contraria a quanto il Re aveva promesso; e taluni di loro, capitanati
da Shaftesbury, si dettero di nuovo a fare vigorosa opposizione in
Parlamento. L’agitazione, che gli ultimi mutamenti avevano sospesa,
divenne rapidamente quanto mai violentissima. Invano Carlo offrì ai
Comuni qualunque guarentigia avessero potuto immaginare a pro’ della
religione protestante, purchè solo non toccassero l’ordine della
successione. Non vollero udire a parlare di patti: volevano la Legge
d’Esclusione, e null’altro che la Legge d’Esclusione. Il Re, quindi,
poche settimane dopo d’avere pubblicamente promesso di non muovere
passo senza consultare il suo nuovo Consiglio, recossi alla Camera de’
Lordi senza farne parola in Consiglio, e prorogò il Parlamento.

Il giorno di tale proroga, cioè il ventesimosesto del maggio 1679,
forma una grande era nella nostra storia: perocchè in quel dì l’Atto
dell’_Habeas Corpus_ ebbe la regia approvazione. Dal tempo della Magna
Carta in poi, la legge concernente la libertà personale degl’Inglesi è
stata, in sostanza, quasi come è oggi; ma era inefficace, per difetto
di un sistema energico di procedura.

XLVIII. Ciò che bisognava, non era un nuovo diritto, ma un rimedio
pronto ed indagatore: rimedio al quale fu provveduto con l’Atto
dell’_Habeas Corpus_. Il Re avrebbe volentieri ricusato lo assenso a
siffatta provvisione; ma era sul punto di fare appello dal Parlamento
al popolo in quanto alla questione della successione; e non poteva
rischiarsi, in un momento così critico, di rigettare una legge,
estremamente popolare.

Nel medesimo giorno, la stampa in Inghilterra divenne libera per breve
tempo. Anticamente, gli stampatori erano stati soggetti al rigido
sindacato della Camera Stellata. Il Lungo Parlamento l’aveva abolito;
ma, ad onta de’ filosofici ed eloquenti rimproveri di Milton, aveva
istituita e conservata la censura. Subito dopo la Restaurazione, era
stata fatta una legge che inibiva la stampa di libri non muniti di
licenza; ed erasi provveduto che siffatta legge rimanesse in vigore
sino al chiudersi della prima sessione del prossimo Parlamento. Quel
termine era arrivato, e il Re nel tempo stesso che licenziava le
Camere, emancipò la stampa.

XLIX. Poco dopo la proroga, seguì lo scioglimento e la elezione
generale. Grande era lo zelo e la forza dell’opposizione. Gridavasi
più che mai a favore della Legge d’Esclusione: al quale grido ne
mescolavano un altro che infiammò il sangue della moltitudine, e che
svegliò dolore e paura ne’ petti de’ prudenti amici della libertà.
Non solo vennero assaliti i diritti del Duca di York che era papista
conosciuto, ma quelli delle sue due figlie, le quali erano sincere e
calde protestanti. Affermavano come cosa certa, che il maggior figlio
naturale del Re era nato di matrimonio, ed era quindi erede legittimo
della Corona.

Carlo, mentre era pellegrino sul continente, aveva amoreggiato all’Aja
con Lucia Walters, bellissima fanciulla del paese di Galles, ma di
poco intendimento e di costumi corrotti. Diventata amante di lui,
gli partorì un figlio. Un innamorato sospettoso ne avrebbe concepito
qualche dubbio; perocchè la donna aveva parecchi vagheggiatori, e
credevasi che non fosse crudele a tutti. Carlo, nondimeno, prestò
fede alla parola di lei, e mise addosso al piccolo Giacomo Crofts—era
questo il nome allora imposto al fanciullo—un amore sì sviscerato, da
sembrare impossibile in un uomo d’indole fredda e spensierata qual
era Carlo. Tosto dopo la Restaurazione, il bene amato giovane, il
quale aveva imparati in Francia gli esercizi in quel tempo reputati
necessari ad un gentiluomo compito, comparve in Whitehall. Gli fu
dato alloggio in palazzo, gli furono dati parecchi paggi, e parecchi
privilegi fino allora goduti soltanto dai Principi di sangue reale.
Mentre era ancora ne’ suoi teneri anni, gli fu data in moglie Anna
Scott, erede della nobile casa di Buccleuch. Assunse il nome, e prese
possesso de’ vasti dominii di lei. La ricchezza ch’egli acquistò con
tale parentado estimavasi comunemente a non meno di diecimila sterline
annue. Fu colmato di titoli e di favori più sostanziali de’ semplici
titoli. Fu fatto Duca di Monmouth in Inghilterra, Duca di Buccleuch in
Iscozia, Cavaliere della Giarrettiera, Maestro de’ Cavalli, Comandante
della prima truppa delle Guardie del Corpo, Primo Giudice di Eyre al
mezzodì del Trent, e Cancelliere della Università di Cambridge. Nè al
popolo pareva egli immeritevole della sua altissima fortuna. Aveva
aspetto assai leggiadro ed affabile, carattere dolce, modi gentili
e cortesi. Quantunque fosse un libertino, acquistò lo affetto de’
Puritani. Quantunque si sapesse da tutti ch’egli era stato partecipe
del secreto della vergognosa aggressione contro Sir Giovanni Coventry,
il partito patriottico pose facilmente tutto in dimenticanza. Perfino
gli austeri moralisti confessavano, che in una Corte come quella, non
poteva aspettarsi rigorosa fedeltà conjugale da un uomo, che mentre
era fanciullo, era stato sposato ad una bambina. Anche i patriotti
volentieri scusavano un caparbio giovinetto, che aveva voluto punire
con immoderata vendetta un insulto fatto al proprio genitore. La
macchia di cotesti amori e risse notturne venne presto cancellata da
fatti onorevoli. Allorquando Carlo e Luigi accomunarono le forze loro
contro la Olanda, Monmouth comandava le milizie ausiliari inglesi
spedite sul continente, e fece prova di valoroso soldato e d’ufficiale
non privo di senno. Ritornato in patria, divenne l’uomo più popolare
del Regno. Nulla gli mancava fuori che la Corona, alla quale non pareva
ch’ei non potesse in alcun modo arrivare. La distinzione che con assai
poco giudizio era stata fatta tra lui e i più grandi Nobili, aveva
prodotti pessimi effetti. Da fanciullo, era stato invitato a tenere il
cappello in capo nella sala del trono, mentre Howards e Seymours gli
stavano accanto col capo scoperto. Alla morte di principi stranieri,
aveva indossata, in segno di lutto, la veste purpurea: segno che nessun
altro suddito, tranne il Duca di York e il Principe Rupert, avevano
licenza di portare. Era naturale che simiglianti cose lo inducessero
a considerarsi come Principe legittimo della famiglia degli Stuardi.
Carlo, anche nella età matura, giaceva immerso ne’ piaceri, e curavasi
poco della propria dignità. Appena reputavano incredibile che a venti
anni avesse segretamente sposata con tutte le forme una donna, che
avendolo ammaliato con la propria beltà, non gli s’era voluta dare ad
altri patti. Mentre Monmouth era ancora fanciullo, e mentre il Duca
di York era creduto ancora protestante, era corsa voce per tutto il
paese, ed anche in certi crocchi che avrebbero dovuto averne certa
notizia, che il Re aveva fatta sua moglie Lucia Walters, e che, qualora
qualcuno ne avesse diritto, il figlio di lei sarebbe Principe di
Galles. Si chiacchierò molto intorno ad una certa cassetta nera, la
quale, secondo la credenza popolare, conteneva il contratto maritale.
Questa frivola storiella divenne importantissima appena Monmouth fu
ritornato dai Paesi Bassi con alta riputazione di valore e condotta, ed
appena si seppe che il Duca di York era membro d’una Chiesa detestata
dalla maggior parte della nazione. A favore di essa non eravi la minima
prova; contro essa vi era la solenne dichiarazione del Re, fatta
innanzi il suo Consiglio, e per suo comandamento comunicata al popolo.
Ma la moltitudine, sempre vaga d’avventure romanzesche, inghiottì
agevolmente la storiella de’ segreti sponsali e della cassetta nera.
Alcuni capi della opposizione operarono in questo fatto come avevano
già operato rispetto alla più odiosa favola di Oates, e sostennero
una novella che avrebbero dovuto spregiare. Lo interesse che il
popolo poneva in colui che veniva reputato il campione della vera
fede, e lo erede legittimo del trono inglese, venne tenuto desto con
ogni artificio. Quando Monmouth giunse in Londra verso mezzanotte, i
magistrati comandarono alle scolte che proclamassero il lieto evento
per tutte le vie della città: le genti saltarono giù da’ loro letti:
si accesero fuochi di gioia; le finestre s’illuminarono; s’apersero
le chiese, e tutte le campane suonarono a festa. Quando viaggiava,
era in ogni parte ricevuto con pompa non minore, e con assai maggiore
entusiasmo di quello con cui erano stati accolti i Re procedenti in
mezzo al reame. Veniva di casa in casa scortato da lunghe cavalcate
di gentiluomini e borghesi armati. Dalle città uscivano le intere
popolazioni a riceverlo. Gli elettori si affollavano d’intorno a
profferirgli i loro voti. Egli spinse tanto alto le sue pretese, che
non solo mise nell’arme di sua famiglia i leoni d’Inghilterra e i gigli
di Francia senza il bastone sinistro, sotto il quale, secondo le leggi
del blasone, vengono posti in segno della sua nascita illegittima; ma
rischiossi di toccare gli ammalati della malattia regia. Nel tempo
stesso, adoperava le arti tutte che valgono a conciliare lo amore della
moltitudine. Teneva al fonte battesimale i figliuoli de’ contadini,
mescolavasi ai loro rustici sollazzi, lottava, giuocava al bastone a
due punte, e vinceva provandosi nelle corse pedestri, egli calzato di
stivali contro altri calzati di scarpe.

È curiosissima circostanza, che in due delle più grandi occasioni
della nostra storia, i capi del partito protestante cadessero nel
medesimo errore, e con esso ponessero a grave pericolo la propria
patria e religione. Alla morte di Eduardo VI, opposero Lady Giovanna
senza alcuna apparenza di diritto di nascita, non solo a Maria loro
nemica, ma ad Elisabetta, ch’era la vera speranza dell’Inghilterra e
della Riforma. Però i più rispettabili protestanti, con Elisabetta a
loro capo, furono costretti a fare causa comune coi papisti. Nello
stesso modo, centotrent’anni dopo, parte dell’opposizione ponendo
Monmouth come pretendente alla Corona, aggredivano il diritto non solo
di Giacomo, che era da essi giustamente considerato quale implacabile
nemico della fede e delle libertà loro; ma anche del Principe e della
Principessa d’Orange, i quali venivano singolarmente segnati a dito, e
per la situazione e per le qualità personali loro, come difensori di
tutti i liberi governi e di tutte le Chiese riformate.

In pochi anni, la insania di siffatto procedere divenne manifesta.
Ma allora gran parte del potere dell’opposizione consisteva nella
popolarità di Monmouth. Le elezioni riuscirono avverse alla Corte;
il giorno stabilito per l’adunanza delle Camere appressavasi: era,
dunque, mestieri che il Re scegliesse la condotta da tenere. Coloro che
lo consigliavano, scoprirono i primi lievi segni d’un mutamento nel
pubblico sentire, e sperarono che, soltanto differendo a miglior tempo
il conflitto, Carlo otterrebbe sicura vittoria. Egli, quindi, senza nè
anche chiedere l’opinione del Consiglio de’ Trenta, decise di prorogare
il nuovo Parlamento innanzi che cominciasse i suoi lavori. Intanto, al
Duca di York, che era ritornato da Brusselles, fu fatto comandamento di
ritirarsi in Iscozia, e fu messo a capo dell’amministrazione di quel
Regno.

Il sistema di Governo fatto da Temple venne manifestamente abbandonato,
e subito posto in dimenticanza. Il Consiglio Privato tornò ad essere
ciò che, era già stato. Shaftesbury e i suoi fautori politici
rinunziarono ai loro seggi in Consiglio. Lo stesso Temple, siccome
aveva costume di fare ne’ tempi torbidi, si ritirò nella quiete del
suo giardino e nella sua biblioteca. Essex lasciò il Tesoro, e volle
correre le sorti dell’opposizione. Ma Halifax, infastidito e temente la
violenza de’ suoi vecchi colleghi, e Sunderland, che non abbandonava
mai il posto finchè poteva starci, rimasero a’ servigi del Re.

A cagione delle rinunzie che seguirono in questa occasione, la via
che conduceva alla grandezza fu lasciata aperta ad una nuova torma
di aspiranti. Due uomini di Stato, i quali poscia conseguirono la
maggiore altezza cui possa giungere un suddito inglese, cominciarono a
richiamare a sè gli occhi di tutti. Avevano nome Lorenzo Hyde e Sidney
Godolphin.

L. Lorenzo Hyde era secondo figlio del Cancelliere Clarendon, e
fratello della prima Duchessa di York. Aveva doti eccellenti, rese
migliori dalla esperienza parlamentare e diplomatica; ma le infermità
della sua tempra scemavano molto la forza naturale di quelle doti. Per
quanto fosse assuefatto a’ negoziati diplomatici e agli usi di Corte,
non imparò mai l’arte di governare o nascondere le proprie emozioni.
Nella prosperità era insolente e vanaglorioso: appena riceveva un
colpo dall’avversa fortuna, sapeva così poco dissimulare il cordoglio,
che i suoi nemici maggiormente trionfavano: piccolissime provocazioni
bastavano ad accendergli l’ira nel cuore; e mentre era incollerito,
diceva amarissime cose, che, appena calmato, dimenticava, ma che gli
altri tenevano lungamente scolpite nella memoria. Per isvegliatezza e
acutezza di mente, ei sarebbe diventato un profondo uomo d’ affari, ove
non fosse stato troppo fiducioso di sè ed impaziente. I suoi scritti
provano ch’egli aveva molti de’ requisiti che formano un oratore; ma
la irritabilità gli impediva di rendersi giustizia nelle discussioni:
avvegnachè nulla fosse tanto facile quanto lo incitarlo all’ira; ed
appena in preda alle passioni, diventava il zimbello di oppositori
molto meno capaci di lui.

Dissimile da’ moltissimi politici di quel tempo, egli era uomo di
parte, coerente a sè stesso, burbero, astioso; era un Cavaliere della
vecchia scuola, un ardente campione della Corona e della Chiesa, e
odiava i Repubblicani e i non–conformisti. Aveva, quindi, moltissimi
proseliti. Il clero, in ispecie, lo considerava come l’uomo suo
proprio, ed accordava alle debolezze di lui una indulgenza, che, a
dir vero, gli faceva mestieri; imperciocchè abbandonavasi al bere,
e ogni qualvolta trascorreva alla collera—e ciò accadeva assai
spesso,—bestemmiava come un vetturino.

Egli succede ad Essex nell’ufficio di Tesoriere. È d’uopo notare,
che il posto di Primo Lord del Tesoro non aveva allora la importanza
e dignità che ha nei tempi nostri. Ogni qualvolta eravi un Lord
Tesoriere, egli era generalmente anche Primo Ministro; ma quando il
bianco bastone era affidato ad una commissione, il capo commissario non
aveva il grado di Segretario di Stato. Solo ai tempi di Walpole, il
Primo Lord del Tesoro venne considerato come capo del potere esecutivo.

LI. Godolphin era stato educato fra i paggi di Whitehall, e fino da’
suoi teneri anni aveva acquistata tutta la flessibilità e la padronanza
di sè, proprie d’un cortigiano. Era amante del lavoro, di mente lucida,
e profondamente versato nelle minuzie della finanza. Ogni Governo,
quindi, lo sperimentò utile servitore; e non era nulla nelle opinioni
o nel carattere di lui, che gli impedisse di servire a qualsifosse
Governo. «Sidney Godolphin,» diceva Carlo, «non è mai fra mezzo
alla via, e mai fuori di via.» Questa pungente osservazione spiega
mirabilmente la straordinaria riuscita di Godolphin nel mondo.

In diversi tempi, operò in compagnia di ambedue i grandi partiti
politici; ma non partecipò mai alle passioni di nessuno di quelli. Come
gli uomini d’indole cauta e di prospera ventura, inchinava fortemente
a sostener le cose esistenti. Aborriva dalle rivoluzioni, e per la
ragione medesima dalle contro–rivoluzioni. Aveva contegno notevolmente
grave e riserbato, ma gusti bassi e frivoli; e spendeva tutto il tempo
che gli rimaneva libero dalle pubbliche faccende, nelle corse, nel
giuoco delle carte, e ne’ combattimenti de’ galli. Adesso sedeva, sotto
Rochester, nell’ufficio del Tesoro, dove si rese notevole per assiduità
ed intelligenza.

Innanzi che il nuovo Parlamento si fosse lasciato radunare per il
disbrigo degli affari, scorse un anno intiero; anno pieno di eventi,
che nella lingua e ne’ costumi nostri ha lasciato incancellabili
vestigi. Mai prima d’allora le controversie politiche avevano proceduto
con pari libertà; mai prima d’allora i circoli politici erano esistiti
con organizzazione tanto elaborata, o con tanto formidabile influenza.
La sola questione dell’Esclusione occupava le menti di tutti. Tutta
la stampa e i pergami del reame presero parte al conflitto. Da un
lato, sostenevasi che la Costituzione e la Religione dello Stato non
sarebbero mai sicure sotto un re papista; dall’altro lato, che il
diritto di Giacomo alla Corona derivava da Dio, e non poteva essere
annullato nè anche dal consenso dell’intero corpo legislativo.

LII. Ogni contea, ogni città, ogni famiglia, era in grande agitazione.
Le cortesie e le ospitalità de’ vicini rimanevano interrotte. I
più cari vincoli d’amicizia e di sangue erano indeboliti o rotti.
Perfino gli scolari erano divisi in parti; e il Duca di York e il
Conte di Shaftesbury avevano partigiani zelanti in Westminster ed
Eaton. I teatri risuonavano de’ clamori delle avverse fazioni. La
Papessa Giovanna fu messa sulle scene dai fervidi protestanti. I
poeti pensionati empivano i prologhi e gli epiloghi di elogi al
Re e al Duca. I malcontenti assediavano il trono con petizioni,
chiedendo la subita convocazione del Parlamento. I realisti mandavano
indirizzi, significando lo estremo aborrimento contro tutti coloro che
presumessero imporre al sovrano. I cittadini di Londra raccoglievansi
a diecine di migliaia, onde bruciare il papa in effigie. Il Governo
appostò coorti di cavalleria a Temple Bar, e collocò le artiglierie
attorno Whitehall. In quell’anno, la nostra lingua si arricchì di due
parole, _mob_ e _sham_;[22] notevoli ricordi d’una stagione di tumulti
e d’impostura.[23]

LIII. Gli avversari della Corte erano chiamati Birminghams,
Petizionisti, Esclusionisti. I partigiani del Re dicevansi
Anti–Birminghams, Aborrenti, Tantivies. Siffatti vocaboli presto
caddero in disuso: ma in quel tempo furono primamente uditi due
soprannomi, i quali, comecchè in origine si proferissero ad insulto,
vennero poco dopo assunti con orgoglio, sono tuttavia d’uso
giornaliero, si sono estesi con la razza inglese, e dureranno quanto
la inglese letteratura. È circostanza curiosa come uno di cotesti
soprannomi fosse d’origine scozzese, ed irlandese l’altro. In Iscozia,
come in Irlanda, il cattivo Governo aveva fatto nascere bande di uomini
disperati, la ferocia dei quali era accresciuta dallo entusiasmo
religioso. In Iscozia, parecchi dei Convenzionisti perseguitati,
resi frenetici dall’oppressione, avevano poco innanzi assassinato il
Primate, prese le armi contro il Governo, riportato qualche vantaggio
contro le forze regie; e non erano stati domati fino a che Monmouth,
a capo di alcune milizie d’Inghilterra, gli aveva rotti a Bothwell
Bridge. Questi zelanti erano numerosissimi fra i rustici delle pianure
occidentali, e volgarmente venivano chiamati _Whig_. Così il nome di
_Whig_, dato ai presbiteriani zelanti di Scozia, venne applicato a
quei politici inglesi che mostravansi disposti ad avversare la Corte,
ed a trattare con indulgenza i protestanti non–conformisti. Nel tempo
stesso, le maremme dell’Irlanda apprestavano rifugio ai papisti
banditi; simili molto a coloro che poscia si dissero _Whiteboys_.
Cotesti uomini allora chiamavansi _Tory_. Il nome di _Tory_ venne
perciò apposto a quegli Inglesi che ricusavano di cooperare ad
escludere dal trono un Principe cattolico romano.

La rabbia delle fazioni ostili sarebbe stata abbastanza violenta,
quand’anco si fosse lasciata operare da sè. Ma fu studiosamente
esasperata dal comune nemico. Luigi seguitava a comperare e lusingare
in un tempo la Corte e la opposizione. Esortava Carlo a tener fermo;
esortava Giacomo ad accendere la guerra civile nella Scozia: esortava
i Whig a non desistere, ed a riposare con fiducia sopra la protezione
della Francia.

Fra mezzo a tanta agitazione, un occhio giudizioso si sarebbe potuto
accorgere come la pubblica opinione venisse a poco a poco cangiando.
La persecuzione de’ Cattolici romani continuava; ma le convinzioni
non erano più in uso. Una nuova genia di falsi testimoni, tra’ quali
il più notevole era un ribaldo chiamato Dangerfield, infestava i
tribunali. Ma le storielle di costoro, benchè fossero meglio congegnate
di quella d’Oates, erano meno credute. I giurati più non erano corrivi
a prestar fede, come lo erano stati durante il timore panico che
aveva tenuto dietro allo assassinio di Godfrey; e i giudici, i quali,
mentre la frenesia popolare era giunta al massimo grado erano stati
ossequiosissimi strumenti di quella, arrischiavansi adesso a palesare
in parte le proprie opinioni.

LIV. Finalmente, nell’ottobre del 1680, adunossi il Parlamento. I Whig
avevano una così grande maggioranza nella Camera dei Comuni, che la
Legge d’Esclusione passò senza difficoltà. Il Re appena sapeva quali
fossero i membri del suo Gabinetto, de’ quali potesse far conto. Hyde
era rimasto fedele alle sue opinioni di Tory, ed aveva fermamente
sostenuta la causa della monarchia ereditaria. Ma Godolphin, desideroso
di tranquillità, e credendo di non poterla ottenere se non se per mezzo
della concessione, desiderava che la legge passasse. Sunderland, sempre
perfido e poco veggente, inetto a scernere i segni della reazione
che s’appressava, ed ansioso di riconciliarsi al partito che a lui
pareva invincibile, deliberò di votare contro la Corte. La Duchessa di
Portsmouth supplicava il suo reale amante a non correre diritto alla
propria rovina. Se v’era cosa intorno alla quale egli avesse scrupolo
di coscienza e d’onore, ella era la questione della successione: ma per
alcuni giorni e’ parve volesse cedere. Ondeggiava, e chiedeva quale
somma di danari i Comuni gli darebbero se egli cedesse; e permise che
si aprissero negoziati coi principali Whig. Ma la profonda vicendevole
diffidenza, che era venuta sempre crescendo, ed era stata con grande
studio alimentata dalle arti della Francia, rese impossibile ogni
trattato. Nessuna delle parti voleva affidarsi all’altra.

LV. La intera nazione, con ansia indicibile, teneva l’occhio fisso
alla Camera de’ Lordi. La congrega de’ Pari era numerosa. Il Re stesso
era lì presente. Le discussioni furono lunghe, ardenti, e di quando
in quando furiose. Parecchi recarono la mano all’elsa della propria
spada, in modo da richiamare alla memoria la immagine de’ procellosi
Parlamenti di Enrico III e di Riccardo II. A Shaftesbury e ad Essex
si congiunse il perfido Sunderland. Ma il genio di Halifax vinse
ogni opposizione. Abbandonato da’ principali fra’ suoi colleghi, ed
avversato da una falange di insigni antagonisti, difese la causa del
Duca di York con parecchie orazioni, le quali, molti anni dipoi erano
rammentate come capolavori di ragionamento, di brio e d’eloquenza. Rade
volte avviene che l’arte oratoria cangi i voti: eppure, il testimonio
de’ contemporanei non lascia dubbio nessuno che, in cotesta occasione,
i voti cangiaronsi mercè l’arte oratoria di Halifax. I Vescovi, fedeli
alle proprie dottrine, sostennero il principio del diritto ereditario,
e la legge venne rigettata a gran maggioranza di voti.[24]

La parte che preponderava nella Camera de’ Comuni, amaramente umiliata
da cotesta sconfitta, trovò qualche compenso spargendo il sangue de’
Cattolici romani. Guglielmo Howard, visconte Stafford, uno degli
infelici già accusati come complici della congiura, fu condotto al
tribunale de’ suoi pari; e sullo attestato di Oates e di due altri
falsi testimoni, Dugdale e Turberville, fu giudicato colpevole di alto
tradimento, e dannato a morire. Ma le circostanze del suo processo e
della sua morte avrebbero dovuto essere d’utile ammonimento ai capi
de’ Whig. Una grande e rispettabile minoranza nella Camera de’ Lordi
lo dichiarò non reo. La moltitudine, che pochi mesi innanzi aveva
ricevute le estreme confessioni delle vittime di Oates con esecrazione
e scherno, ora diceva a voce alta che Stafford moriva assassinato.
Quando egli col suo ultimo respiro protestò della propria innocenza,
gli astanti gridavano: «Dio vi benedica, Milord! Noi vi crediamo,
Milord.» Un osservatore giudicioso avrebbe potuto agevolmente predire,
che il sangue che allora versavasi, tra breve tempo verrebbe espiato
dal sangue.

LVI. Il Re deliberò di provare un’ altra volta lo espediente di
sciogliere il Parlamento. Ne convocò un altro, che doveva radunarsi in
Oxford nel marzo 1681. Dai giorni de’ Plantageneti in poi, le Camere
avevano sempre tenute le loro sessioni in Westminster, tranne ne’
tempi in cui la peste infuriava nella metropoli; ma una congiuntura
così straordinaria sembrava richiedere straordinarie cautele. Se il
Parlamento si fosse ragunato nel luogo consueto, la Camera de’ Comuni
si sarebbe potuta dichiarare in permanenza, ed avrebbe invocato l’aiuto
de’ magistrati e de’ cittadini di Londra. Le milizie civiche avrebbero
potuto sorgere a difendere Shaftesbury, come quaranta anni avanti erano
sorte a difendere Pym e Hampden. Le guardie avrebbero potuto essere
vinte, la reggia forzata, il Re prigioniero nelle mani de’ suoi sudditi
ribelli. Tale pericolo non era da temersi in Oxford. La università era
devota alla Corona; e i gentiluomini delle vicinanze erano generalmente
Tory. Quivi, dunque, la opposizione, più che il Re, aveva ragione di
temere la violenza.

Le elezioni furono subietto di ardenti contrasti. I Whig tuttavia
formavano la maggioranza nella Camera de’ Comuni; ma era manifesto
che lo spirito Tory veniva celeremente sorgendo in tutto il paese. E’
parrebbe che il sagace e versatile Shaftesbury avesse dovuto prevedere
il cangiarsi de’ tempi, ed assentire ai patti offerti dalla Corte;
ma sembra che avesse posta in dimenticanza la sua antica strategia.
Invece di provvedere in guisa, che, nel peggiore evento, egli avesse
sicura la propria ritirata, prese tale una posizione, che gli era forza
o vincere o perire. Forse il suo cervello, comunque fortissimo, era
stato travolto dalla popolarità, dal successo e dallo eccitamento del
conflitto. Forse aveva dato di sprone al proprio partito tanto, da non
poterlo più dominare, ed era veramente trascinato da coloro che egli
sembrava condurre.

LVII. Giunse il gran giorno. L’adunanza d’Oxford somigliava più presto
ad una Dieta polacca, che a un Parlamento inglese. I rappresentanti
Whig apparvero scortati da gran numero de’ loro affittuari e servitori,
in armi e montati a cavallo, i quali scambiavano sguardi di diffidenza
con le guardie regie. La più lieve provocazione, in cosiffatte
circostanze, avrebbe prodotta la guerra civile; ma nessuna delle due
parti si attentò di dare il primo colpo. Il Re di nuovo offerse di
consentire ogni cosa, fuorchè la Legge d’Esclusione. I Comuni erano
deliberati di non accettare null’altro che la Legge d’Esclusione. Dopo
pochi giorni, il Parlamento fu nuovamente disciolto.

Il Re aveva trionfato. La Reazione, che era incominciata alcuni mesi
innanzi che s’adunassero le Camere in Oxford, si accrebbe rapidamente.
La nazione, a dir vero, rimaneva sempre ostile al papismo: ma quando
i cittadini richiamarono ad esame tutta la storia della congiura, si
accorsero come il loro zelo protestante gli avesse fatti trascorrere
alla demenza e al delitto, e appena potevano credere d’essere stati
spinti da alcune novelle da balia a gridare al sangue de’ loro
concittadini e fratelli cristiani. E davvero, i più leali non potevano
negare che l’amministrazione di Carlo fosse spesse volte stata degna
di biasimo. Ma coloro che non conoscevano pienamente come noi le
relazioni di lui con la Francia, e che aborrivano dalle violenze dei
Whig, enumeravano le ampie concessioni da lui fatte negli ultimi anni
al Parlamento, e le concessioni anche più ampie che avea dichiarato
di voler fare. Aveva assentito alle leggi che escludevano i Cattolici
Romani dalla Camera de’ Lordi, dal Consiglio Privato, ed agli uffici
civili e militari. Aveva approvato l’Atto dell’_Habeas Corpus_. Se
non s’erano per anche fatti provvedimenti contro i pericoli ai quali
la Costituzione e la Chiesa potevano essere esposte sotto un Sovrano
cattolico romano, la colpa non era di Carlo, che aveva invitato il
Parlamento a proporre le opportune guarentigie, ma di quei Whig i quali
avevano ricusato di aderire a qualunque provvisione da sostituirsi alla
Legge d’Esclusione. Una sola cosa aveva il Re negata al suo popolo.
Aveva ricusato di annullare il diritto ereditario del fratello. E non
v’erano buone ragioni a credere che tale rifiuto nascesse da sentimenti
lodevoli? Di quale motivo d’egoismo poteva la stessa fazione addebitare
l’animo del Re? La Legge d’Esclusione non iscemava le prerogative nè le
entrate del Principe regnante. Veramente, approvandola, avrebbe potuto
facilmente ottenere un ampio accrescimento alle sue proprie rendite.
E che poteva ciò importare a colui che regnasse dopo? Inoltre, se
Carlo aveva predilezioni personali, tutti sapevano ch’egli prediligeva
il Duca di Monmouth sopra il Duca di York. E però, il modo più
naturale di spiegare la condotta del Re sembrava essere che, comunque
ei fosse d’indole spensierata e di bassa morale, aveva, in quel!’
occasione, operato secondo gl’impulsi del dovere e dell’onore. E se
era così, poteva la nazione costringerlo a fare ciò ch’egli reputava
criminoso e disonorevole? Violentargli, anche con mezzi strettamente
costituzionali, la coscienza, ai realisti zelanti sembrava atto poco
generoso ed indebito. Ma i mezzi strettamente costituzionali non erano
i soli ai quali i Whig volevano appigliarsi. Vedevansi già segni tali,
che facevano presagire lo avvicinarsi di grandi perturbazioni. Uomini
che nel tempo della guerra civile e della Repubblica avevano acquistata
odiosa rinomanza, erano usciti fuori dalla oscurità, in cui, dopo la
Restaurazione, giacevano nascosti onde sottrarsi all’odio universale;
mostravano i loro visi fidenti ed affaccendati in ogni dove, e
sembravano anticipare un secondo regno de’ Santocchi. Un altro Naseby,
un’altra Alta Corte di Giustizia, un altro usurpatore sul trono, i
Lordi nuovamente espulsi a forza da’ loro seggi, le Università di nuovo
purgate, la Chiesa nuovamente saccheggiata e perseguitata, i Puritani
di nuovo dominanti: a tali conseguenze sembrava tendere la politica
disperata della opposizione.

Animata da cotesti sentimenti, la maggioranza delle alte classi e
delle medie affrettassi a porsi dalla parte del trono. La situazione
del Re in questo tempo rendeva immagine di quella del padre suo, dopo
che era stata votata la Rimostranza. Ma alla Reazione del 1641 non
s’era lasciata correre intera la sua via. Carlo I, nel momento stesso
in cui il suo popolo, lungo tempo da lui allontanato, ritornava a lui
disposto alla conciliazione, aveva, violando perfidamente le leggi
fondamentali del reame, perduto per sempre la fiducia di quello. Se
Carlo II si fosse gettato nella medesima via, se avesse imprigionati
in modo irregolare i capi dei Whig, e gli avesse accusati d’alto
tradimento innanzi ad un tribunale privo di giurisdizione legale sopra
loro, è molto probabile che questi avrebbero speditamente riacquistato
il predominio che avevano già perduto. Avventuratamente per lui, in
cotesta crisi, venne indotto ad attenersi ad una politica che, rispetto
ai suoi fini, era singolarmente giudiziosa. Deliberò di conformarsi
alla legge, ma usare nel tempo stesso energicamente ed inesorabilmente
la legge contro i suoi avversari. Non era tenuto a convocare il
Parlamento avanti che fossero scorsi tre anni. Non aveva grande penuria
di danaro. Il prodotto delle tasse, che gli era stato concesso a vita,
eccedeva l’estimo. Era in pace con tutto il mondo. Poteva scemare
le proprie spese rinunziando al costoso ed inutile stabilimento di
Tangeri; e poteva sperare sussidii pecuniari dalla Francia. Gli
rimanevano, quindi, tempo e mezzi molti onde aggredire sistematicamente
l’opposizione sotto le forme della Costituzione. I giudici erano
amovibili ad arbitrio di lui; i giurati erano nominati dagli Sceriffi;
e in quasi tutte le Contee dell’Inghilterra gli Sceriffi erano nominati
dal Re. Testimoni, della specie di quelli che avevano deposto contro la
vita de’ Papisti, erano pronti a deporre contro quella de’ Whig.

LVIII. La prima vittima fu College, violento e clamoroso demagogo, di
vili natali e di bassa educazione. Faceva il mestiere di falegname, e
divenne celebre come inventore del correggiato protestante.[25] Era
stato in Oxford mentre eravi ragunato il Parlamento, e lo avevano
accusato di avere ordito una insurrezione ed aggressione contro le
guardie del Re. Contro di lui testificarono Dugdale e Turberville; gli
stessi infami uomini i quali, pochi mesi innanzi, erano stati falsi
testimoni contro Stafford. Non era probabile che alcuno Esclusionista
trovasse favore al cospetto de’ giurati di provincia. College fu
dichiarato reo. La folla che riempiva la sala del tribunale in Oxford,
ricevè l’annunzio della condanna con gridi di gioia; gridi tanto
barbari, quanto quelli che egli e i suoi amici avevano costume di
mandare quando gl’innocenti papisti venivano dannati alla forca. La sua
morte fu l’inizio di un nuovo macello giuridico, non meno atroce di
quello al quale egli stesso aveva partecipato.

Il Governo, reso audace da questa prima vittoria, intese a colpire, un
nemico di specie differentissima. Deliberò di processare Shaftesbury.
Si raccolsero prove, con che speravasi convincerlo di tradimento. Ma i
fatti ch’era d’uopo provare, vennero prodotti come avvenuti in Londra.
Gli Sceriffi di Londra, eletti dai cittadini, erano Whig zelanti.
Costoro nominarono giurati Whig; i quali rigettarono l’accusa.

LIX. Questa sconfitta, invece di scoraggiare i Consiglieri del Re,
suggerì loro un disegno nuovo ed ardito. Poichè lo Statuto Municipale
della capitale era d’inciampo, era necessario annullarlo. Pretesero
quindi che la città di Londra avesse, a cagione di alcune irregolarità,
perduti i suoi privilegi municipali; e fu intentato un processo contro
il Municipio nella Corte del Banco del Re. Nel tempo stesso, quelle
leggi che, subito dopo la Restaurazione, eransi promulgate contro i
non–conformisti, e che eransi lasciate inattive mentre preponderavano i
Whig, vennero rigorosissimamente attuate per tutto il Regno.

Nonostante, lo spirito de’ Whig non era domo. Quantunque fossero in
tristi condizioni, formavano tuttavia un partito numeroso e potente;
e come si mostravano forti nelle grandi città, e massimamente nella
metropoli, facevano rumore e sembianza più di quanto ne comportava
la loro forza positiva. Inanimiti dalla rimembranza dei passati
trionfi, e dal sentimento della oppressione presente, esageravano e
la forza e i danni propri. Non erano in istato di giudicare se le
cose fossero giunte a quegli estremi che soli possono giustificare
l’uso d’un rimedio così violento, come è la resistenza ad un Governo
stabilito. Per quanti sospetti potessero essi aver concepiti, non
potevano provare che il loro Sovrano aveva concluso un trattato con
la Francia contro la religione e le libertà dell’Inghilterra. Le
apparenze non erano bastevoli a giustificare il ricorso alla spada. Se
la Legge d’Esclusione era stata rigettata, ciò avevano fatto i Lordi
nello esercizio di un diritto antico quanto la Costituzione. Se il Re
aveva sciolto il Parlamento di Oxford, aveva così operato per virtù di
una prerogativa che non era stata mai messa in dubbio. Se la Corte,
dopo il riferito scioglimento, era trascorsa ad atti duri, tali atti
erano strettamente conformi alla lettera della legge, ed alla recente
pratica degli stessi malcontenti. Se il Re aveva perseguitati i suoi
avversari, gli aveva perseguitati secondo le forme debite innanzi ai
debiti tribunali. Le prove che ora producevansi a pro della Corona,
erano almeno meritevoli di fede quanto quelle per virtù delle quali
il più nobile sangue inglese era stato, poco innanzi, versato dalla
opposizione. Il modo onde un Whig accusato ora doveva aspettarsi
d’essere trattato da giudici, avvocati, sceriffi, giurati e spettatori,
non era peggiore di quello che i Whig avevano reputato abbastanza
buono per un accusato papista. Se erasi proceduto contro i privilegi
della città di Londra, ciò era seguito non per violenza militare,
o per virtù di alcun contrastabile esercizio della prerogativa, ma
secondo la pratica regolare di Westminster Hall. La regia autorità
non aveva imposto nessuna tassa. Nessuna legge era sospesa. L’Atto
dell’_Habeas Corpus_ era rispettato. Perfino l’Atto di Prova era in
vigore. La opposizione, dunque, non poteva addebitare al Re quella
specie di mal governo che solo potrebbe giustificare la insurrezione. E
quando anche il suo mal governo fosse stato più visibile di quello che
appariva, la insurrezione sarebbe anche stata criminosa, come quella
che era quasi sicura di esito non prospero. La situazione dei Whig
nel 1682 differiva grandemente da quella delle Teste–Rotonde quaranta
anni prima. Coloro che avevano prese le armi contro Carlo I, avevano
operato sotto l’autorità di un Parlamento, il quale, legalmente
adunato, non poteva, senza il proprio consenso, essere legalmente
sciolto. Gli oppositori di Carlo II erano uomini privati. Quasi tutti
i mezzi militari e navali erano nelle mani di coloro che resisterono a
Carlo I. Tutti i mezzi militari e navali erano nelle mani di Carlo II.
La Camera de’ Comuni era stata sostenuta almeno da mezza la nazione
contro Carlo I. Ma coloro che inchinavano a guerreggiare contro Carlo
II, erano certamente in minoranza. E però, non poteva ragionevolmente
dubitarsi, che qualora essi tentassero una insurrezione, fallirebbero.
E anche meno poteva dubitarsi che il mal esito della impresa
rendesse più duri i mali di cui menavano lamento. La vera politica
de’ Whig era quella di sobbarcarsi pazienti all’avversità che era
conseguenza naturale e giusto castigo de’ loro errori; di aspettare
pazientemente fino al tempo in cui il pubblico sentire si sarebbe, con
inevitabile vicenda, cangiato; di osservare la legge, e di giovarsi
della protezione, imperfetta sì, ma non affatto futile, che la legge
apprestava alla innocenza. Sventuratamente, presero una via molto
diversa. I capi del partito, scevri di scrupoli e caldi di cervello,
formavano e discutevano disegni di resistenza, ed erano ascoltati
se non con approvazione, almeno con segni d’acquiescenza, da uomini
molto migliori di loro. Proposero di insorgere ad un tempo in Londra,
in Cheshire, in Bristol e in Newcastle. Aprirono comunicazioni coi
malcontenti presbiteriani di Scozia, i quali pativano una tirannia,
quale l’Inghilterra, in tempi pessimi, non aveva mai patita. Mentre i
principali della opposizione in tal guisa architettavano la ribellione
aperta, ma erano tuttavia da scrupoli o da paura ritenuti dal fare
alcun passo decisivo, parecchi dei loro complici ordivano una trama
di specie differentissima. A questi spiriti feroci, non infrenati da
principio alcuno, o resi insani dal fanatismo, e’ pareva che agguatare
ed assassinare il Re e il fratello fosse la via più breve e sicura di
vendicare la religione protestante e le libertà della Inghilterra.
Indicarono il tempo e il luogo; e spesso discutevano, se pure non gli
avevano definitivamente ordinati, intorno ai particolari del macello.
Questo disegno era noto a pochi, e nascosto con gran cura a Russell,
spirito probo ed umano; e a Monmouth, il quale, quantunque non fosse
uomo di delicata coscienza, avrebbe aborrito dal parricidio. In tal
modo, v’erano due congiure, una dentro l’altra. Lo scopo della grande
congiura Whig, era quello di chiamare la nazione alle armi contro il
Governo. La congiura minore, comunemente detta la congiura di _Rye
house_, della quale soli pochi disperati uomini erano partecipi, aveva
lo scopo di assassinare il Re e il suo erede presuntivo.

LX. Ambedue vennero tosto scoperte. Alcuni traditori codardi
affrettaronsi a porsi in salvo divulgando tutto, e, più che tutto,
ciò che era seguito nelle deliberazioni del partito. Non è luogo a
dubitare, che pochi di coloro che meditavano di fare resistenza al
Governo, volgessero in mente il pensiero dell’assassinio; ma poichè
le due cospirazioni erano strettamente connesse, non tornò difficile
al Governo confonderle in una. La giusta indignazione suscitata dalla
congiura di _Rye house_, fu rivolta per alcun tempo a tutti i Whig.
Il Re ormai poteva liberamente vendicarsi di tanti anni di freno e di
umiliazione. Shaftesbury, a dir vero, aveva schivato il destino di che
per la sua multiforme perfidia era bene meritevole. Essendosi accorto
che il suo partito correva a rovina, ed invano studiato di pacificarsi
agli augusti principi, era fuggito in Olanda; dove morì sotto la
generosa protezione d’un Governo da lui crudelmente oltraggiato.
Monmouth si gettò ai piedi del padre, ed ottenne perdono; ma tornato
presto ad offenderlo, reputò prudente andare in volontario esilio.
Essex si uccise nella Torre. Russell, che pare non essere stato reo di
alto tradimento, e Sidney, della cui reità non si poterono produrre
prove legali, furono decapitati contro legge e giustizia. Russell
morì con la fermezza d’animo d’un cristiano; Sidney con quella d’uno
stoico. Parecchi altri politici faccendieri d’inferiore condizione
furono dannati alle galere. Molti abbandonarono la patria. Istituironsi
numerosi processi per delitti di tradigione, calunnia e congiura.
I giurati Tory profferivano senza difficoltà sentenze di reità, e
i giudici cortigiani infliggevano pene rigorose. A questi processi
criminali aggiungevansi i civili, quasi ugualmente formidabili.
Intentaronsi accuse contro individui che avevano diffamato il Duca
di York; e gli accusatori chiedevano, e i giudici senza difficoltà
concedevano ammende equivalenti ad una condanna di prigionia perpetua.
La Corte del Banco del Re decise, che le franchigie della città di
Londra erano devolute alla Corona.

LXI. Inebriato da questa grande vittoria, il Governo procedè ad
aggredire gli Statuti di altri Municipi governati da ufficiali Whig,
e che avevano costume di eleggere rappresentanti Whig al Parlamento.
I borghi, l’uno dopo l’altro, furono costretti a rendere i propri
privilegi; e vennero concessi nuovi Statuti, che in ogni parte resero
predominanti i Tory.

Tali procedimenti, comunque degni di biasimo, serbavano l’apparenza
della legalità. Furono anco accompagnati da un atto inteso a calmare
il timore che molti sudditi leali sentivano dello avvenimento al trono
d’un sovrano papista. Lady Anna, figlia minore del Duca di York del
primo letto, fu data in sposa a Giorgio principe della Casa ortodossa
di Danimarca. I gentiluomini Tory e il clero potevano adesso fermamente
sperare che la Chiesa d’Inghilterra si trovasse efficacemente
assicurata, senza essere stato minimamente violato l’ordine della
successione. Il Re e lo erede del trono erano a un di presso di eguale
età. Ambidue avvicinavansi agli anni in cui la vita declina. La salute
del Re era buona. Era quindi probabile, che Giacomo, se mai ascendesse
al trono, regnerebbe poco tempo. Dietro il suo regno, scorgevasi il
lieto spettacolo d’una lunga serie di Sovrani Protestanti.

La libertà della stampa era di poco o di nessun utile alla parte
vinta; perocchè l’indole dei giudici e dei giurati era tale, che
nessuno scrittore, ove dal Governo fosse accusato di calunnia, aveva
probabilità di andare assoluto. Però la paura della pena faceva tutto
lo effetto che avrebbe potuto produrre la censura. Frattanto, i pulpiti
risuonavano di arringhe contro il peccato di ribellione. Gli scritti
in cui Filmer sosteneva che il dispotismo ereditario era la forma di
Governo ordinata da Dio, e che la monarchia limitata era assurdità
perniciosa, erano pur allora usciti alla luce, ed avevano ottenuto il
favore di molti individui del partito Tory. La università di Oxford,
nel giorno stesso in cui Russell fu tratto a morte, adottò con un atto
solenne quelle strane dottrine, ed ordinò che le opere politiche di
Buchanan, di Milton e di Baxter, fossero pubblicamente bruciate nella
corte delle Scuole.

Così imbaldanzito, il Re finalmente rischiossi a varcare i confini
che per alcuni anni aveva rispettati, e a violare la lettera della
legge. La legge voleva, che non più di tre anni dovessero trascorrere
dalla dissoluzione di un Parlamento alla convocazione di un altro. Ma
scorsi tre anni dopo disciolto il Parlamento di Oxford, non si videro
decreti per la nuova elezione. Questo violare la Costituzione era più
biasimevole, in quanto il Re aveva poca cagione a temere d’una nuova
Camera di Comuni. Le Contee, generalmente, parteggiavano per lui; e
molti borghi ne’ quali i Whig poco innanzi avevano predominato, erano
stati talmente ricostituiti, che, certo, non avrebbero eletti se non
rappresentanti cortigiani.

LXII. Poco dopo, la legge venne nuovamente violata onde compiacere al
Duca di York. Cotesto principe era, in parte per la sua religione,
e in parte per la severità ed asprezza dell’indole sua, cotanto
impopolare, che erasi stimato necessario di asconderlo agli occhi di
tutti nel tempo che discutevasi in Parlamento la Legge d’Esclusione:
altrimenti, il suo mostrarsi in pubblico avrebbe giovato il partito che
lottava a privarlo del diritto ereditario. Era perciò stato mandato
a governare la Scozia, dove il fiero e vecchio tiranno Lauderdale
era sull’orlo del sepolcro. E perfino Lauderdale allora fu vinto in
ferocia. L’amministrazione di Giacomo acquistò infame rinomanza per
leggi odiose, per barbari castighi e per giudicii d’iniquità, ai quali
anche in quel tempo non era nulla di simile. Il Consiglio Privato di
Scozia aveva potestà di porre alla tortura i prigionieri di Stato. Ma
appena comparivano gli stivali, la loro vista eccitava tanto terrore,
che anche i cortigiani più servili e duri di cuore uscivano frettolosi
dalla sala. Il seggio talvolta rimaneva deserto; ed infine, fu reputato
necessario ordinare che in simiglianti occasioni i Consiglieri
rimanessero al loro posto. Notavasi che il Duca di York pareva
dilettarsi di uno spettacolo, al quale parecchi de’ peggiori uomini che
allora vivessero non potevano assistere senza commiserazione ed orrore.
Egli non solo andava al Consiglio ogni qualvolta doveva infliggersi
la tortura, ma attendeva all’agonia dei martoriati con quella specie
d’interesse e di compiacenza, con che gli uomini contemplano uno
sperimento scientifico. Così governò in Edimburgo, finchè l’esito del
conflitto tra la Corte e i Whig non fu più dubbio. Allora ritornò in
Inghilterra; ma rimase, per virtù dell’Atto di Prova, escluso tuttavia
da ogni pubblico ufficio; nè il Re stimò sano consiglio in prima
violare uno Statuto, che la maggior parte de’ sudditi a lui più fidi
consideravano come una delle principali guarentigie de’ diritti civili
e della religione loro. Quando, nondimeno, parve manifesto, dopo molti
esperimenti, che la nazione aveva la pazienza di sopportare ogni cosa
che il Governo avesse coraggio di fare, Carlo provossi a porre da parte
la legge, a favore del proprio fratello. Il Duca riebbe il suo seggio
in Consiglio, e riassunse il governo delle faccende navali.

LXIII. Queste infrazioni della Costituzione eccitarono veramente
qualche mormorio fra i Tory moderati, mentre non erano unanimemente
approvate neanche dai Ministri del Re. In ispecie Halifax—adesso fatto
Marchese e Lord Guardasigilli—fino dal giorno nel quale i Tory, mercè
di lui, erano divenuti predominanti, aveva cominciato a farsi Whig.
Appena rigettata la Legge d’Esclusione, insistette perchè la Camera de’
Lordi provvedesse contro il pericolo, a cui, nel prossimo regno, le
libertà e la religione della patria potevano rimanere esposte. Vedeva
ora con timore la violenza di quella Reazione, che in non poca parte
era opera sua. Non si studiò di nascondere l’onta ch’egli sentiva
delle servili dottrine della università d’Oxford. Detestava l’Alleanza
Francese: disapprovava il lungo indugio a convocare il Parlamento:
dolevasi della severità con che la parte vinta era trattata. Egli che,
mentre predominavano i Whig, erasi rischiato a dichiarare Stafford non
reo, rischiossi, mentre essi erano vinti e derelitti, ad intercedere
a pro’ di Russell. In uno degli ultimi Consigli tenuti da Carlo,
segui una notabilissima scena. Lo Statuto di Massachusetts era stato
confiscato. Sorse questione sul modo in che verrebbe per lo avvenire
governata quella colonia. Opinavano quasi tutti i consiglieri, che
l’intero potere legislativo ed esecutivo dovesse rimanere nella
mani del principe. Halifax opinò diversamente, e ragionò con gran
vigoria d’argomenti contro la monarchia assoluta, e a favore del
governo rappresentativo. Era inutile, diceva egli, il pensare che una
popolazione, uscita dalla razza inglese, ed animata da sentimenti
inglesi, volesse lungamente tollerare di rimaner priva d’istituzioni
inglesi. A che gioverebbe, egli esclamava, vivere in un paese dove
la libertà e gli averi fossero soggetti allo arbitrio di un despota?
Il Duca di York infiammossi di collera a siffatte parole, e mostrò
al fratello il pericolo di mantenere in ufficio un uomo che sembrava
infetto delle pessime idee di Marvell e di Sidney.

Taluni moderni scrittori hanno biasimato Halifax per essere rimasto
nel Ministero, mentre disapprovava il modo cui gli affari interni ed
esterni erano condotti. Ma tale biasimo è ingiusto. Ed è da notarsi
che la parola Ministero, nel senso in che oggi si usa, era allora
sconosciuta.[26] La cosa stessa non esisteva, perocchè essa appartiene
ad una età in cui il governo parlamentare è pienamente stabilito. Ai
dì nostri, i principali servitori della Corona formano un solo corpo.
S’intende ch’essi siano in termini di amichevole fiducia fra loro,
e concordino intorno ai principii massimi che debbono dirigere il
potere esecutivo. Se sorge fra loro una lieve differenza d’opinione,
agevolmente patteggiano; ma, ove uno di loro diverga dagli altri
sopra un punto vitale, è suo debito rinunciare all’ufficio. Finchè
egli lo ritiene, è considerato come responsabile anche degli atti che
si è studiato d’impedire. Nel secolo decimosettimo, i capi de’ vari
dipartimenti dell’amministrazione non erano siffattamente vincolati.
Ciascuno di loro doveva rendere conto degli atti propri, dell’uso
ch’ei faceva del suo sigillo ufficiale, de’ documenti cui apponeva
la propria firma, de’ consigli che dava al Re. Nessun uomo di Stato
era tenuto responsabile di ciò ch’egli non aveva fatto, nè indotto
altri a fare. S’egli aveva cura di non essere partecipe di ciò che era
ingiusto, e se, consultato, commendava soltanto ciò ch’era giusto,
andava scevro di biasimo. Sarebbe stato considerato come un suo strano
scrupolo lo abbandonare il posto, ove il suo signore non seguisse il
consiglio di lui in cose che non fossero strettamente pertinenti al suo
dipartimento: lasciare, per modo d’esempio, lo Ammiragliato, perchè le
finanze trovavansi disordinate; o il Tesoro, perchè le relazioni del
Regno con le Potenze straniere erano in condizioni poco soddisfacenti.
Non era, perciò, cosa affatto insolita il vedere negli alti uffici
in un tempo medesimo uomini che apertamente differissero, l’uno
dall’altro, in opinione, come Pultenay differiva da Walpole, o Fox da
Pitt.

LXIV. I consigli moderati e costituzionali di Halifax furono
timidamente e debolmente secondati da Francesco North, Lord Guildford,
che di recente era stato fatto Guardasigilli. Il carattere di
Guildford è stato disegnato ampiamente da suo fratello Ruggiero North,
intollerantissimo Tory, e scrittore molto affettato e pedante; ma
vigile osservatore di tutte quelle minuzie che gettano luce sulle
inclinazioni degli uomini. È da notarsi che il biografo, quantunque
sottostasse alla influenza della più forte parzialità fraterna, e
comunque desiderasse pennelleggiare un lusinghiero ritratto, non potè
ritrarre il Lord Guardasigilli altramente che come il più ignobile
degli uomini. Nondimeno, Guildford aveva lucido intelletto, grande
arte, buon corredo di lettere e di scienze, e moltissima dottrina
legale. I suoi difetti erano l’egoismo, la codardia e la bassezza.
Non era insensibile alla magia della beltà femminile, nè aborriva
dallo eccesso nel vino. E nulladimeno, nè vino nè beltà poterono mai
spingere il cauto e frugale libertino, anche negli anni suoi giovanili,
ad un solo slancio di generosità indiscreta. Benchè fosse di nobile
lignaggio, elevossi nella propria professione tributando omaggi
ignominiosi a tutti coloro che avevano influenza nelle Corti. Divenne
Capo Giudice dei Piati Comuni, e come tale fu parte ne’ più iniqui
assassinii giuridici di cui si serbi ricordo nella storia nostra.
Egli aveva senno bastevole a discernere fino da principio che Oates e
Bedloe erano impostori: ma il Parlamento e il paese erano grandemente
eccitati; il Governo aveva ceduto alla pressura; e North non era uomo
da porre a repentaglio, per amore della giustizia e dell’umanità,
un buon posto. Per la qual cosa, mentre in secreto scriveva una
confutazione del romanzo della Congiura papale, dichiarava in pubblico
la storiella essere vera e chiara come la luce del sole; e non vergognò
d’imporre dal seggio della giustizia agli sventurati Cattolici Romani,
i quali gli stavano dinanzi incolpati di delitti capitali. Finalmente,
era pervenuto a conseguire il più alto ufficio nelle Leggi. Ma un
legale, che dopo di essere stato per molti anni tutto dedito allo
esercizio della propria professione, si volga alla politica per la
prima volta in età avanzata, rade volte riesce insigne uomo di Stato; e
Guildford non fa eccezione a questa regola generale. Sentiva tanto la
propria dappocaggine, che non intervenne mai alle adunanze de’ colleghi
intorno agli affari esteri. Anche nelle questioni concernenti la sua
professione, le opinioni sue erano di meno peso in Consiglio, che
quelle di chiunque abbia mai tenuto il Gran Sigillo. Nondimeno, quella
tal quale influenza ch’egli esercitava, adoperò, fin dove osava di
farlo, a favore delle leggi.

Il principale avversario di Halifax era Lorenzo Hyde, che era stato,
poco innanzi, creato Conte di Rochester. Tra tutti i Tory, Rochester
era il più intollerante e contrario ad ogni accordo. I membri moderati
del suo partito dolevansi che tutti gli uffici del Tesoro, mentre egli
ne era Primo Commissario, venissero concessi agli zelanti, i cui soli
diritti ad essere promossi consistevano nel bere a confusione de’ Whig,
e nell’accendere fuochi di gioia e bruciarvi la Legge d’Esclusione.
Il Duca di York, satisfatto di uno spirito che tanto gli somigliava,
sosteneva con passione ed ostinazione il proprio cognato.

I tentativi che i Ministri rivali facevano a vincersi e supplantarsi
scambievolmente, tenevano perennemente agitata la Corte. Halifax
instava presso il Re perchè convocasse il Parlamento, a concedere una
generale amnistia, a privare il Duca di York d’ogni partecipazione al
Governo, a richiamare Monmouth dallo esilio, a romperla con Luigi,
ed a stringere l’unione con la Olanda, giusta i principii della
Triplice Alleanza. Il Duca di York, dall’altro canto, temeva lo
adunarsi del Parlamento, abborriva i vinti Whig con tenace rancore,
sperava tuttavia che il disegno formato quattordici anni innanzi in
Dover potesse mandarsi ad esecuzione, mostrava ogni giorno al proprio
fratello la inconvenevolezza di patire che un uomo il quale in cuore
era repubblicano tenesse il Gran Sigillo, e proponeva calorosamente
Rochester come adattato al grande ufficio di Lord Tesoriere.

Mentre le due fazioni si travagliavano, Godolphin, cauto, tacito,
laborioso, tenevasi neutrale fra quelle. Sunderland, con la sua solita
irrequieta perfidia, intrigava contro ambedue. Era stato cacciato
d’ufficio per avere votato in favore della Legge d’Esclusione, ma era
stato ribenedetto mercè i buoni uffici della Duchessa di Portsmouth e
lo strisciarsi attorno al Duca di York, ed era di nuovo Segretario di
Stato.

LXV. Nè Luigi rimaneva spensierato o inoperoso. Ogni cosa allora
correva prospera ai suoi disegni. Non aveva nulla a temere dallo Impero
Germanico, che allora pugnava contro i Turchi sul Danubio. La Olanda,
priva dell’altrui sostegno, non poteva rischiarsi ad avversarlo. Era,
quindi, libero di appagare la propria sfrenata ambizione ed insolenza.
S’impossessò di Dixmude e di Courtray: mitragliò Lussemburgo: volle
che la Repubblica di Genova si prostrasse umiliata ai suoi piedi. La
potenza francese in quel tempo era giunta al grado più alto al quale
mai, o prima o poi, si elevasse ne’ dieci secoli che dividono il regno
di Carlomagno da quello di Napoleone. Non era facile il dire dove si
sarebbe fermato, se gli fosse riuscito di tenere la sola Inghilterra
in istato di vassallaggio. Il primo scopo della Corte di Versailles,
quindi, era quello d’impedire la convocazione del Parlamento, e la
concordia dei partiti inglesi. A ciò fare, fu larghissima di doni, di
promesse, di minacce. Carlo talvolta era sedotto dalla speranza d’un
sussidio, e tal’altra spaventato da chi gli ripeteva, che, convocando
le Camere, gli articoli secreti del trattato di Dover verrebbero
divulgati. Parecchi Consiglieri vennero comprati; e tentossi anche, ma
indarno, di comprare Halifax. Trovatolo incorruttibile, la Legazione
Francese adoperò ogni arte ed influenza a farlo sloggiare dall’ufficio;
ma il suo spirito squisito e le sue rare doti lo avevano reso così caro
al proprio signore, che il disegno della Francia andò in fallo.[27]

Halifax non era pago di starsi in sulle difese. Accusò apertamente
Rochester di malversazione. Si fece una inchiesta. Si conobbe che
quarantamila lire sterline s’erano perdute per pessima amministrazione
del Primo Lord del Tesoro. A cagione di siffatta scoperta, non solo gli
fu forza abbandonare la speranza ch’egli aveva di conseguire il bastone
bianco, ma gli fu tolta la direzione delle finanze, e venne trasferito
al posto, maggiormente onorifico ma meno lucroso, di Lord Presidente.
«Io ho veduto uomini cacciati a calci giù per le scale,» disse Halifax,
«ma Milord Rochester è il primo individuo che io abbia veduto salire su
a calci.» Godolphin, adesso fatto Pari, divenne Primo Commissario del
Tesoro.

LXVI. Nondimeno, la contesa seguitava. L’esito dipendeva dal volere di
Carlo; e Carlo non poteva venire ad una deliberazione. Nel suo perpetuo
ondeggiare, prometteva ogni cosa ad ognuno. Starebbe fido alla Francia:
la romperebbe con essa: non convocherebbe mai un altro Parlamento:
darebbe ordini che si spedissero senza indugio i decreti per la
convocazione del Parlamento. Assicurava il Duca di York, che Halifax
sarebbe cacciato via; ed Halifax, che il Duca di York verrebbe mandato
in Iscozia. In pubblico affettava ira implacabile contro Monmouth, ed
in privato mandava a Monmouth assicurazioni d’inalterabile affetto.
Quanto tempo avrebbe durato questa esitazione, ove il Re avesse
seguitato a vivere, e a che partito si sarebbe egli attenuto, può
solamente congetturarsi. Nel 1685, mentre le parti avverse attendevano
ansiose la regia deliberazione, egli morì, e si aperse una nuova
scena. In pochi mesi, gli eccessi del Governo cancellarono dalle menti
del pubblico la memoria degli eccessi della opposizione. La Reazione
violenta che aveva prostrata la parte Whig, fu seguita da una Reazione
anche più violenta in senso opposto; e certi segni, da non essere presi
in abbaglio, mostravano che il gran conflitto fra la prerogativa della
Corona e i privilegi del Parlamento, era per terminare.



CAPITOLO TERZO.


SOMMARIO.

 I. Grande mutamento nelle condizioni dell’Inghilterra dal 1685 in
 poi.—II. Popolazione dell’Inghilterra nel 1685.—III. L’aumento della
 popolazione è maggiore nelle contrade settentrionali, che nelle
 meridionali.—IV. Rendita nel 1685.—V. Sistema militare.—VI. La
 Flotta.—VII. L’Artiglieria.—VIII. Spese non effettive.—IX. Spese del
 governo civile.—X. Grossi guadagni dei cortigiani e de’ Ministri.—XI.
 Condizioni dell’agricoltura.—XII. Ricchezze minerali del paese.—XIII.
 Aumento della rendita; i Gentiluomini delle provincie.—XIV. Il
 Clero.—XV. I piccoli possidenti di terre.—XVI. Ingrandimento delle
 città; Bristol.—XVII. Norwich.—XVIII. Altre città di provincia.—XIX.
 Manchester.—XX. Leads.—XXI. Sheffield.—XXII. Birmingham.—XXIII.
 Liverpool.—XXIV. I bagni di Cheltenham, Brighton, Buxton.—XXV. Tunbridge
 Well.—XXVI. Bath.—XXVII. Londra.—XXVIII. La città.—XXIX. Il quartiere
 di moda nella capitale.—XXX. Polizia di Londra.—XXXI. Illuminazione
 di Londra.—XXXII. I Frati bianchi.—XXXIII. La Corte.—XXXIV. Le
 botteghe da Caffè.—XXXV. Difficoltà di viaggiare.—XXXVI Cattiva
 condizione delle strade.—XXXVII. Carrozze da viaggio.—XXXVIII.
 Ladroni.—XXXIX. Locande.—XL. L’Ufficio Postale.—XLI. Gazzette.—XLII.
 Lettere.—XLIII. L’Osservatore—XLIV. Scarsità di libri ne’ luoghi di
 provincia.—XLV Educazione delle donne.—XLVI. Cultura letteraria de’
 Gentiluomini.—XLVII. Influenza della letteratura francese.—XLVIII.
 Immoralità dell’amena letteratura d’Inghilterra.—XLIX. Condizioni delle
 scienze in Inghilterra.—L. Condizioni delle arti belle—LI. Condizioni
 del popolo basso; paga de’ contadini.—LII. Paga de’ manifattori.—LIII.
 Fatica de’ fanciulli nelle manifatture.—LIV. Paghe degli artigiani di
 varie classi.—LV. Numero de’ poveri.—– LVI. Beneficii per il popolo
 basso derivati dalla civiltà.—LVII. Inganno che conduce gli uomini a
 esagerare la felicità delle generazioni precedenti.

I. Intendo descrivere in questo Capitolo le condizioni dell’Inghilterra
nel tempo in cui la Corona da Carlo II passò al suo fratello.
Tale descrizione, fatta sopra magri e dispersi materiali, deve
necessariamente essere imperfetta. Nondimeno, varrà forse a correggere
talune false nozioni, le quali renderebbero il racconto che segue,
inintelligibile o poco istruttivo.

Se vogliamo studiare con frutto la storia de’ nostri antichi, è
mestieri guardarci dall’inganno che i ben noti nomi delle famiglie,
de’ luoghi e degli uffici, naturalmente producono, e non dimenticar
mai che il paese del quale leggiamo la storia, è assai diverso da
quello nel quale ora viviamo. In ogni scienza sperimentale è tendenza
verso la perfezione. In ogni essere umano è desiderio di megliorare le
condizioni proprie. Questi due principii spesso sono stati bastevoli,
anche controbilanciati da grandi calamità pubbliche e da pessime
istituzioni, a spingere rapidamente innanzi lo incivilimento. Non vi
ha sciagura ordinaria, non ordinario mal governo, che tanto possano
rendere misera una nazione, quanto il costante progredire delle scienze
fisiche, e lo sforzo costante che fa ogni uomo a rendersi migliore,
contribuiscono a fare prospero un popolo. È stato spesso notato che le
spese prodighe, le tasse gravose, le assurde restrizioni commerciali,
i tribunali corrotti, le disastrose guerre, le sedizioni, le
persecuzioni, gl’incendi, le inondazioni, non hanno potuto distruggere
le sostanze così presto, come gli sforzi dei cittadini privati hanno
potuto crearle. Potrebbe agevolmente provarsi, che nella nostra patria
la ricchezza nazionale, negli ultimi sei secoli, è venuta quasi senza
interruzione crescendo; che era maggiore sotto i Tudors, che sotto i
Plantageneti; maggiore sotto gli Stuardi, che sotto i Tudors; che,
nonostanti le battaglie, gli assedi e le confische, ella era maggiore
nel giorno della Restaurazione, che in quello in cui adunossi il Lungo
Parlamento; che, malgrado la pessima amministrazione, la stravaganza,
il pubblico fallimento, le due guerre costose e sciagurate, la
pestilenza e lo incendio, era anche maggiore nel giorno della morte di
Carlo II, che in quello della sua Restaurazione. Cotesto progresso,
continuando per molti anni, divenne finalmente, verso la metà del
secolo decimottavo, portentosamente rapido, e nel decimonono ha
acquistata incredibile velocità. A cagione, in parte, della nostra
posizione geografica, in parte delle nostre morali condizioni, noi,
nel corso di parecchie generazioni, siamo rimasti esenti dai danni
che altrove hanno impacciato gli sforzi e distrutto i frutti della
industria. Mentre ogni paese del continente, da Mosca fino a Lisbona,
è stato il teatro di guerre sanguinose e devastatrici, non si è veduto
in Inghilterra vessillo nemico, se non in sembianza di trofeo. Mentre
ci abbiamo veduto fremere d’intorno il fuoco delle rivoluzioni, il
nostro Governo non è stato nè anche una sola volta abbattuto dalla
violenza. Per cento anni non è stato mai nell’isola nostra nessun
tumulto di gravità tanta, che si possa chiamare insurrezione. La
legge non è stata mai calpestata nè dal furore popolare, nè dalla
regia tirannide. Il credito pubblico è stato considerato come sacro.
L’amministrazione della giustizia è stata pura. Anche in tempi che
dagl’Inglesi potrebbero rettamente chiamarsi tristi, abbiamo fruito ciò
che quasi ogni altra nazione del mondo avrebbe reputato ampia misura
di libertà civile e religiosa. Ciascuno ha avuta intera fiducia che lo
Stato lo avrebbe protetto nel possesso di ciò che ha guadagnato con la
propria diligenza, o accumulato con la parsimonia. Sotto la benefica
influenza della pace e della libertà, le scienze hanno fiorito, e sono
state applicate agli usi pratici in modo per innanzi sconosciuto. Onde
avvenne che nella patria nostra seguisse un cangiamento tale, che
nella storia del vecchio mondo non si trovi nulla che gli si possa
agguagliare. Se la Inghilterra del 1685 potesse, per alcuna virtù
magica, mostrarsi agli occhi nostri, non sapremmo fra cento riconoscere
un tratto di paese, nè un edifizio fra mille. Il gentiluomo della
provincia non riconoscerebbe i propri campi. L’abitante della città non
riconoscerebbe la propria strada. Ogni cosa ha mutato aspetto, tranne
le grandi sembianze della natura, e poche massicce e durevoli opere
dell’arte umana. Potremmo scoprire Snowdon e Windermare, Ceddar Cliffs
e Beachy Head; qua e là qualche monastero normanno o castello che vide
le guerre delle Rose. Ma, salvo queste poche eccezioni, ogni cosa ci
sembrerebbe strana. Molte mila miglia quadrate, che adesso sono campi
ricchi di grano, e prati traversati da verdeggianti siepi e popolati di
villaggi e di amene ville, ci apparirebbero impervii deserti, o paduli
abitati dalle anitre. Vedremmo tugurii di legno coperti di frasche
sparsi qua e là, dove adesso miriamo città manifatturiere, e porti di
mare la cui fama giunge sino ai più remoti confini del mondo. La stessa
metropoli ci parrebbe poco più vasta del suo presente suburbio lungo
la riva meridionale del Tamigi. Nè meno strani ci sembrerebbero lo
aspetto e i costumi del popolo, la mobilia e gli equipaggi, l’interno
delle botteghe e delle abitazioni. E’ pare che tale mutamento nelle
condizioni d’una nazione sia degno di essere descritto dallo storico,
almeno quanto qualunque mutamento di dinastia o di ministero.

II. Uno dei fini principali dello scrittore che intenda a farsi
una esatta idea della condizione d’una comunità in un dato tempo,
deve essere quello d’indagare di quanti individui essa allora era
composta. Sventuratamente, non può con esattezza stabilirsi quanta
fosse la popolazione dell’Inghilterra nel 1685; perocchè nessuno
dei grandi Stati allora aveva adottata la saggia costumanza di
enumerare periodicamente il popolo. Gli scrittori non potevano se
non congetturare da sè stessi; e poichè facevano ciò senza esaminare
i fatti e sotto il dominio di forti passioni e pregiudizi, i loro
computi spesso riuscivano assurdi. Anco gl’intelligenti cittadini di
Londra, ordinariamente, affermavano la città loro contenere parecchi
milioni d’anime. Molti hanno con molta sicurezza asserito, che nei
trentacinque anni trascorsi dallo avvenimento di Carlo I al trono fino
alla Restaurazione, la popolazione della città era cresciuta di due
milioni.[28] E mentre erano ancor fresche le devastazioni della peste
e del fuoco, era costume asserire che la città contava tuttavia un
milione e mezzo d’abitatori.[29] Alcuni altri, stomacati da siffatte
esagerazioni, trascorsero agli estremi opposti. Così Isacco Vossio,
uomo indubitatamente dotto, sosteneva con franchezza che Inghilterra,
Scozia, Irlanda, prese insieme, non v’erano se non se due milioni di
creature umane.[30]

Ciò non ostante, non ci mancano affatto i mezzi di correggere i gravi
falli, in cui taluni cervelli per vanità nazionale, ed altri per
vaghezza di paradosso, cadevano. Esistono tre computi, che sembrano
meritevoli di attenzione speciale. Non dipendono in nulla l’uno
dall’altro; procedono sopra principii diversi; e nondimeno, poca è la
differenza de’ risultamenti che dànno.

Uno di cotesti computi fu fatto nell’anno 1696 da Gregorio King, araldo
di Lancaster, aritmetico politico grandemente sottile e giudizioso.
A fondamento de’ suoi calcoli, tolse il numero delle case indicato
dagli ufficiali che fecero l’ultima esazione della imposta sui
focolari. La conclusione alla quale egli venne, fu che la popolazione
dell’Inghilterra era di circa cinque milioni e mezzo d’anime.[31]

Verso quel medesimo tempo, il Re Guglielmo III volle conoscere la forza
comparativa delle varie sètte religiose, in che la comunità era divisa.
Istituita una inchiesta, gli furono da tutte le diocesi del Regno
trasmesse le necessarie relazioni. Secondo le quali, il numero de’ suoi
sudditi inglesi doveva essere circa cinque milioni e duecento mila.[32]

Da ultimo, ai dì nostri, Finlaison, esperto computista, sottopose
gli antichi registri parrocchiali a tutti gli esperimenti che potè
somministrargli il moderno progresso della scienza statistica. Egli
opinò, che verso il chiudersi del secolo decimosettimo, la popolazione
dell’Inghilterra fosse poco meno di cinque milioni e duecentomila
anime.[33]

Di questi tre computi, formati da diversi individui, senza che l’uno
s’accordasse con l’altro, sopra materiali di specie diversa, il più
alto, che è quello di King, non eccede d’un dodicesimo il più basso che
è quello di Finlaison. Possiamo, quindi, con franchezza asserire, che
mentre Giacomo II regnava, l’Inghilterra conteneva tra cinque milioni
e cinque milioni e mezzo d’abitatori. Secondo il maggior computo, essa
aveva un terzo della popolazione de’ tempi nostri, e meno del triplo
della popolazione che adesso è raccolta nella sua gigantesca metropoli.

III. L’augumento del popolo è stato grande in ogni parte del Regno,
ma generalmente maggiore nelle Contee settentrionali, che nelle
meridionali. Veramente, gran parte del paese oltre il Trent, fino al
secolo decimottavo era in istato di barbarie. Cagioni fisiche e morali
avevano cooperato perchè lo incivilimento non si spandesse per quella
regione. Il cielo era inclemente, il suolo in condizioni tali, da
richiedere arte somma ed industria nella coltivazione; e poca poteva
essere l’arte e la industria in una contrada che spesso era teatro di
guerra, e che, anche quando vi regnava una pace di solo nome, veniva
perennemente devastata dalle bande di ladroni scozzesi. Avanti e lungo
tempo dopo il congiungimento delle due Corone britanniche, eravi tanta
differenza tra Middlesex e Northumberland, quanta oggi ve n’è tra il
Massachusetts e gli stabilimenti di quelle genti nomadi, le quali nelle
rimote contrade occidentali del Mississipi, amministrano rozzamente
la giustizia con la carabina e il pugnale. Nel regno di Carlo II, i
vestigii lasciati da lunghi anni di strage e di saccheggio vedevansi
ancora chiaramente per molte miglia al mezzogiorno del Tweed, nello
aspetto della contrada e nei costumi del popolo. Eravi ancora una
genia di predoni, che dedicavasi all’arte di saccheggiare le case
e rapire interi branchi di gregge. Poco dopo la Restaurazione, il
Governo reputò necessario promulgare leggi severissime, a impedire
simiglianti delitti. Ai Magistrati di Northumberland e di Cumberland
fu data potestà di levare bande d’uomini armati per la difesa della
proprietà e dell’ordine; e onde provvedere alle spese di cosiffatte
leve, imposero una tassa locale.[34] Fu ordinato che le parrocchie
tenessero de’ cani addestrati a fine di dar la caccia ai ladroni.
Non pochi vecchi che vivevano ancora a mezzo del secolo decimottavo,
potevano bene rammentarsi del tempo in cui quei cani feroci erano d’uso
comune.[35] Eppure, anche con tali aiuti, spesso era impossibile
rintracciare i nascondigli di quei malfattori fra i luoghi alpestri
e paludosi. Imperocchè la geografia di quella selvaggia contrada
conoscevasi imperfettamente. Anco dopo che Giorgio III ascese al trono,
il sentiero su per le rocce da Borrowdale a Ravenglas era tuttavia
un secreto studiosamente custodito dagli abitatori delle valli,
taluni de’ quali s’erano probabilmente in gioventù loro sottratti per
que’ sentieri alle ricerche della giustizia.[36] Le abitazioni de’
gentiluomini e le grandi case coloniche erano fortificate. I buoi
nella notte venivano custoditi sotto gli spaldi della residenza, che
chiamavasi col nome di _Peel_. Coloro che vi abitavano, dormivano con
le armi allato. Grosse pietre ed acqua bollente erano sempre pronte a
schiacciare e scottare il ladrone che si fosse rischiato ad assalire il
piccolo presidio. Nissuno ardiva viaggiare per quel paese, senza aver
fatto testamento. I giudici, nel loro viaggio periodico, con tutta la
torma degli avvocati, procuratori, scrivani e servitori, cavalcavano
da Newcastle a Carlisle armati, e scortati da una forte guardia sotto
il comando degli Sceriffi. Era mestieri recare seco le necessarie
provvisioni; perocchè la contrada era un deserto, dove era d’ogni cosa
difetto. Il luogo nel quale la cavalcata fermavasi a desinare, sotto
una quercia immensa, non è peranche caduto in oblio. La irregolare
rigidità con che amministravasi la giustizia, faceva ribrezzo all’animo
di coloro che erano vissuti in più tranquilli distretti. I Giurati,
spinti dall’odio e dal sentimento del comune pericolo, dichiaravano rei
convinti gli aggressori delle case e i rapitori degli armenti, con la
fretta con cui giudica una Corte marziale in occasione di tumulti, e a
centinaia gli mandavano alla forca.[37] A memoria di alcuni che hanno
veduta la presente generazione, il cacciatore il quale procedeva fino
alle scaturigini del Tyne, trovava gli scopeti attorno Keeldar Castle
popolati d’una razza di uomini selvaggi quasi al pari degli Indiani
della California; e sentiva, maravigliando, le donne, mezzo ignude,
cantare rozze e fiere melodie, mentre gli uomini con le daghe in pugno
danzavano una danza guerresca.[38]

Lentamente e con difficoltà la pace venne stabilita lungo i confini. La
seguirono l’industria e le arti del vivere civile. Intanto scoprivasi
che le regioni a settentrione del Trento, possedevano nelle loro
miniere di carbone una sorgente di ricchezza assai più preziosa delle
miniere aurifere del Perù. Conobbesi che nel vicinato di cotesti strati
carboniferi, quasi ogni specie di manifattura si poteva esercitare con
grande utile. Le genti presero ad affluire di continuo a que’ luoghi.
Raccogliesi dai computi del 1841, che l’antica provincia arcivescovile
di York conteneva due settimi della popolazione d’Inghilterra. Ai tempi
della Rivoluzione, credevasi che quella provincia contenesse solo un
settimo della popolazione.[39] Nella Contea di Lancaster il numero
degli abitatori sembra essere cresciuto nove volte di più; mentre
in Norfolk, Suffolk e nella Contea di Northampton, appena trovasi
raddoppiato.[40]

IV. Intorno alle tasse possiamo favellare con maggior precisione e
sicurezza, che intorno alla popolazione. La rendita dell’Inghilterra,
alla morte di Carlo II, era piccola in paragone de’ mezzi che essa
allora possedeva, o delle somme di pecunia che levavano i Governi degli
Stati al nostro propinqui. Dopo l’epoca della Restaurazione, era venuta
quasi sempre crescendo; e nondimeno, era poco più di tre quarti della
rendita delle Provincie Unite, ed appena un quinto di quella di Francia.

Il più importante capo di entrata era quel balzello detto _excise_,
il quale nell’ultimo anno del regno di Carlo produsse cinquecento
ottantacinquemila lire sterline, nette di spese. Il prodotto netto
delle dogane ascese, nell’anno stesso a cinquecentotrentamila lire
sterline. Questi carichi non pesavano molto gravemente sulla nazione.
La tassa sui camini o focolari, quantunque fosse meno produttiva,
destò maggiori mormorazioni. Il malcontento che nasce dalle imposte
dirette, sta, a dir vero, quasi sempre fuori di proporzione alla
quantità di danaro che riportano allo Scacchiere; e la tassa sui camini
era, anco fra le imposte dirette, particolarmente odiosa: imperocchè
non poteva levarsi se non se per mezzo di visite domiciliari; alle
quali visite gl’Inglesi hanno sempre avuto tale abborrimento, che il
popolo degli altri paesi se ne potrebbe formare solo una debole idea.
I padroni di case poveri, spesso non potevano pagare la imposta sui
loro focolari. Ogni qualvolta ciò avveniva, gli esattori sequestravano
senza misericordia la mobilia: poichè la tassa era data in appalto;
e un appaltatore di tasse, fra tutti i creditori, secondo porge il
proverbio, è il più rapace. Gli esattori venivano apertamente accusati
di condursi, nello esercizio del loro abborrito mestiere, con durezza
e insolenza. Dicevasi, che appena essi mostravansi sulla soglia d’un
tugurio, i fanciulli cominciavano a piangere, e le vecchie correvano a
nascondere i loro arnesi da cucina. Anzi, l’unico letto d’una povera
famiglia soventi volte veniva portato via, e venduto. Il prodotto annuo
netto di cotesta tassa era di duecentomila lire sterline.[41]

Se alle tre grandi sorgenti d’entrata da noi rammentate, aggiungiamo
quella delle regie possessioni, allora più estese di quello che siano
ai dì nostri, i primi frutti e le decime, che non erano per anche state
rese alla Chiesa, i Ducati di Cornwall e di Lancaster, le confische
e le multe; la intera rendita annua della Corona potrebbe estimarsi
sicuramente a un milione e quattrocentomila lire sterline. Di cotesta
rendita, parte era ereditaria; il rimanente, a Carlo era stato concesso
a vita; ed egli era libero di spenderla tutta, in qualunque modo gli
fosse piaciuto. Tutto ciò ch’egli poteva risparmiare dalla spesa
de’ pubblici dipartimenti, andava alla sua borsa privata. Intorno
all’uffizio postale ragioneremo più innanzi. Gli utili di quello
stabilimento erano stati dal Parlamento concessi al Duca di York.

La entrata del Re era, o avrebbe dovuto essere, sopraccarica del
pagamento di circa ottantamila sterline l’anno, ch’era l’interesse de’
danari dalla Cabala fraudolentemente ritenuti nello Scacchiere. Mentre
Danby era capo dell’ufficio delle finanze, i creditori avevano ricevuti
i loro dividendi, quantunque senza la esatta puntualità che ne’ moderni
tempi si costuma; ma coloro che gli erano succeduti al Tesoro, erano
stati meno destri o meno solleciti a mantenere la fede pubblica. Dopo
la vittoria che la Corte riportò sopra i Whig, nè anche un soldo
era stato pagato, nè fatta giustizia ai creditori, finchè una nuova
dinastia non istabilì un sistema nuovo. Si erra grandemente immaginando
che il sistema di provvedere ai bisogni dello Stato per mezzo di un
prestito, fosse recato nell’isola nostra da Guglielmo III. Da tempo
immemorabile, ogni Governo Inglese aveva avuto costume di contrarre
debiti. Ciò che venne introdotto dalla Rivoluzione, fu la usanza di
pagarli onestamente.[42]

V. Saccheggiando i pubblici creditori, era possibile accumulare
una entrata di un milione e quattrocento mila lire sterline; ed
aggiungendovi di quando in quando qualche sussidio della Francia,
sostenere le spese necessarie del Governo, e lo scialacquo della Corte:
imperciocchè quel peso che gravava sulle finanze de’ grandi Stati
continentali, in Inghilterra sentivasi appena. In Francia, in Germania,
ne’ Paesi Bassi, eserciti numerosi, quali Enrico IV e Filippo II non
avevano mai mantenuti in tempo di guerra, tenevansi fra mezzo alla
pace. In ogni parte si erigevano bastioni e forti, edificandoli con
principii ignoti a Parma o a Spinola. Le artiglierie e le munizioni
accumulavansi in tanta quantità, che lo stesso Richelieu, il quale
dalle precedenti generazioni era stato considerato come operatore di
prodigi, avrebbe chiamata favolosa. Niuno poteva viaggiare per molte
miglia in quelle contrade, senza udire i tamburi d’un reggimento in
marcia, o senza essere fermato dalle sentinelle de’ ponti levatoi d’una
fortezza. Nella nostra isola, all’incontro, era possibile vivere e
viaggiare lungamente, senza che nessun suono o vista di cose marziali
rammentasse che la difesa dello Stato era divenuta una scienza ed
una professione. La maggior parte degli Inglesi che avevano meno
di venticinque anni, non avevano probabilmente veduta mai nessuna
compagnia di soldati regolari. Delle città le quali nella guerra civile
avevano valorosamente respinto le armate ostili, nè anche una era
capace di sostenere un assedio. Le porte rimanevano aperte di notte e
di giorno: i fossi erano senz’acqua: gli spaldi delle mura si erano
lasciati andare in rovina, o erano racconci in modo, che il popolo vi
potesse con diletto passeggiare nelle notti estive. Molte delle vecchie
abitazioni de’ Baroni erano state fracassate dai cannoni di Fairfax e
di Cromwell, ed erano mucchi di rovine coperte di edera. Quelle che
restavano in piedi, avevano perduto il loro aspetto marziale, ed erano
diventate palazzi rurali dell’aristocrazia. I fossati erano mutati in
vivai di carpii e di lucci. I terrapieni erano coperti di olezzanti
arbusti, a traverso de’ quali aprivansi viottoli, che conducevano su
a tempietti ornati di specchi e di pitture.[43] Sui promontori delle
coste, e su per molti colli del paese interno, vedevansi tuttavia posti
alti, sormontati di barili, che un tempo erano ripieni di pece: in
tempi di pericolo vigilavano attorno ad essi le sentinelle; e in poche
ore, appena scoperta una flotta spagnuola nel canale, o appena veduto
che un migliaio di predoni scozzesi aveva passato il fiume Tweed, i
fuochi d’accenno splendevano per un tratto di cinquanta miglia, e tutte
le Contee correvano alle armi. Ma erano trascorsi molti anni da che
que’ fuochi non si accendevano più; ed oramai venivano considerati più
presto come curiose reliquie de’ vecchi costumi, che come parte d’una
macchina necessaria alla salvezza dello Stato.[44]

La sola armata riconosciuta dalla legge, era la guardia cittadina. Era
stata riordinata per virtù di due leggi, passate in Parlamento poco
dopo la Restaurazione. Chiunque possedeva cinquecento lire sterline
annue in terreni, o seimila lire sterline d’utili personali, era tenuto
ad apprestare, equipaggiato e pagato a proprio carico, un uomo a
cavallo. Chiunque possedeva cinquanta lire sterline annue in terreni,
o seicento d’utili personali, era similmente tenuto ad apprestare un
lanciere o moschettiere. I possidenti minori furono ordinati in una
specie di società, a significare la quale la nostra lingua non ha
vocabolo proprio, ma che un Ateniese avrebbe chiamata _Synteleia_; e
ciascuna di coteste società doveva fornire, secondo i propri mezzi, un
soldato a cavallo, o un pedone. Il numero della cavalleria e fanteria
in tal guisa raccolto, stimavasi comunemente ascendere a cento trenta
mila uomini.[45]

Per virtù dell’antica Costituzione del reame, e del recente e solenne
riconoscimento di ambedue le Camere, il Re era il solo Capitano
Generale di queste grandi forze. I Lordi Luogotenenti e i deputati
loro comandavano a lui sottoposti, e ordinavano le raccolte per gli
esercizi o le ispezioni. La durata di siffatti ragunamenti, nondimeno,
non poteva eccedere quattordici giorni in un anno. I Giudici di Pace
avevano potestà d’infliggere pene per infrazioni di disciplina. La
Corona non contribuiva nulla alla spesa ordinaria; ma quando la
milizia cittadina veniva chiamata alle armi contro l’inimico, al suo
mantenimento provvedeva il Governo a carico della entrata generale
dello Stato, e la sottoponeva al massimo rigore della legge marziale.

Eranvi di quelli che non guardavano di buon occhio la milizia
cittadina. Uomini che avevano molto viaggiato nel continente, ammirato
la rigorosa precisione con che ogni sentinella movevasi e parlava
nelle cittadelle edificate da Vauban, veduto gli eserciti possenti
che affluivano per tutte le strade della Germania a respingere gli
Ottomanni dalle porte di Vienna, ed erano stati abbagliati dalla
pomposa magnificenza delle guardie palatine di Luigi, irridevano al
modo con cui i contadini delle Contee di Devon e di York marciavano,
giravansi, e portavano gli archibugi e le picche. Gl’inimici delle
libertà e della religione dell’Inghilterra, guardavano con abborrimento
una forza che non potevasi, senza estremo periglio, adoperare contro
quelle libertà e quella religione, e non lasciavano fuggire veruna
occasione senza porre in dileggio le rustiche soldatesche.[46] I saggi
amatori della patria, quando raffrontavano queste rozze leve coi
battaglioni che, in tempo di guerra, tra poche ore potevano condursi
alle coste di Kent o di Sussex, erano costretti a concedere, che,
per quanto pericolo vi fosse nel mantenere uno esercito stanziale,
sarebbe stato anche più pericoloso provvedimento lo affidare l’onore
e la indipendenza del paese all’esito d’una lotta tra i campagnoli
capitanati dai Giudici di Pace, e i vecchi guerrieri condotti dai
Marescialli di Francia. Cotali opinioni in Parlamento non potevano
manifestarsi se non con grande riserbo, perocchè la milizia cittadina
era una istituzione eminentemente popolare. Ogni qualunque osservazione
intorno ad essa eccitava lo sdegno di ambi i grandi partiti dello
Stato, ed in ispecie di quello che mostravasi zelantissimo della
Monarchia e della Chiesa Anglicana. Le legioni delle Contee erano
comandate quasi esclusivamente da nobili e gentiluomini Tory; i quali
andavano alteri del loro grado militare, e tenevano come fatto a sè
stessi ogni insulto contro la istituzione alla quale appartenevano.
Sapevano bene pur troppo, che tutto ciò che dicevasi contro la guardia
cittadina era detto in favore d’un esercito stanziale, il cui nome
era da loro abborrito. Un simigliante esercito aveva signoreggiata
l’Inghilterra, e sotto esso il Re era stato assassinato, la nobiltà
degradata, i gentiluomini spogliati delle loro terre, la Chiesa
perseguitata. Non v’era signore rurale che non avesse da raccontare
una storia di danni e d’insulti a lui inflitti, o al padre suo, dai
soldati parlamentari. Un vecchio Cavaliere aveva veduto mezza la sua
campestre residenza distrutta. Gli olmi ereditarii d’un altro erano
stati abbattuti. Un terzo non poteva mai porre il piede dentro la
chiesa della propria parrocchia, senza che i suoi scudi sfigurati, i
capi mozzi delle statue de’ suoi antichi, gli rammentassero come i
soldati d’Oliviero avessero di quel sacro luogo fatto stalla ai propri
cavalli. E però, quegli stessi realisti che erano pronti a combattere
per il Re loro, erano gli ultimi ai quali egli potesse chiedere i mezzi
di assoldare milizie regolari.

Carlo, nonostante, pochi mesi dopo la sua Restaurazione, aveva
cominciato a formare una piccola armata stanziale. Pensava che, senza
una protezione migliore di quella della civica milizia e delle guardie
reali, la sua persona o il suo palazzo appena sarebbero in sicuro,
nella propinquità d’una città vasta, piena di guerrieri, che erano
stati pur allora sbandati. Egli, quindi, spensierato e prodigo come
era, studiossi di risparmiare dai suoi piaceri una somma bastevole a
mantenere un corpo di guardie. Con lo accrescersi del traffico e della
ricchezza pubblica, le sue rendite crescevano; e in tal guisa potè,
a dispetto del mormorare de’ Comuni, ingrossare a poco a poco le sue
milizie regolari. Un’addizione considerevole fu ad esse fatta innanzi
la fine del suo regno. Il costoso, inutile e pestilenziale stabilimento
di Tangeri, venne abbandonato ai Barbari che vi abitavano all’intorno;
e il presidio, composto di un reggimento di cavalleria e due di
fanteria, fu richiamato in Inghilterra.

La piccola armata così formata da Carlo, fu il germe di quel grande e
rinomato esercito, che, in questo secolo, ha marciato trionfalmente a
Madrid e Parigi, a Canton e Candahar. Le guardie del corpo, che adesso
formano due reggimenti, erano allora partite in tre corpi, ciascuno dei
quali constava di duecento carabinieri, esclusi gli ufficiali. Questo
corpo, cui era affidata la sicurezza del Re e della real famiglia,
aveva un carattere speciale. Anche i semplici soldati erano insigniti
del grado di gentiluomini della Guardia. Molti di loro erano di buone
famiglie, ed avevano servito nelle guerre civili. La loro paga era
maggiore di quella che si dà al più prediletto reggimento de’ tempi
nostri; ed in quella età veniva riputata provvisione rispettabile per
un figlio cadetto di scudiero di provincia. I loro bei cavalli, le
ricche valdrappe, le corazze, le vesti ornate di nastri, di velluto e
di frange d’oro, facevano bello spettacolo nel Parco di San Giacomo.
Una piccola coorte di dragoni granatieri, che erano di più bassa
classe ed avevano paga minore, era annessa a ciascun corpo. Un’altra
legione di cavalleria, predistinta da vesti e manti azzurri, e tuttavia
chiamata gli Azzurrini (_the Blues_), stava generalmente acquartierata
nelle vicinanze della capitale. Propinquo ad essa rimaneva anche il
corpo che oggi porta il nome di primo reggimento dei dragoni, ma che
allora era il solo reggimento de’ dragoni che fosse in Inghilterra.
Era stato composto della cavalleria che era ritornata da Tangeri. Un
solo corpo di dragoni, che non faceva parte di nessun reggimento,
stanziava presso Berwick, a fine di mantenere la pace fra i predoni del
confine. A quest’uso peculiare pensavasi allora che il dragone fosse
singolarmente adattato. Ne’ tempi posteriori è divenuto un semplice
soldato di cavalleria: ma nel secolo decimosettimo, venne accuratamente
descritto da Montecuccoli, come un pedone che servivasi del cavallo
per giungere con maggiore speditezza a un luogo designato dal servizio
militare.

La fanteria reale constava di due reggimenti, i quali chiamavansi
allora, come adesso, il primo reggimento delle guardie a piedi, e
le guardie _Coldstream_. Generalmente, prestavano servizio presso
Whitehall, e il Palazzo di San Giacomo. Poichè allora non v’erano
caserme, e poichè, per virtù della Petizione de’ Diritti, i soldati
non potevano essere acquartierati nelle case private, essi riempivano
tutte le birrerie di Westminster e di Strand.

V’erano altri cinque reggimenti di pedoni. Uno dei quali, detto il
reggimento dell’Ammiraglio, era specialmente destinato a prestare
servizio sulle navi. Gli altri quattro chiamavansi, tuttavia, i primi
quattro reggimenti di linea. Due di essi rappresentavano due brigate,
che avevano lungo tempo mantenuta nel Continente la rinomanza del
valore inglese. Il primo, ovvero reggimento reale, aveva, sotto il
grande Gustavo, sostenuta una parte cospicua nella liberazione della
Germania. Il terzo reggimento, che distinguevasi per le mostreggiature
di colore carneo, da cui trasse il ben noto nome di Buffs,[47] aveva,
sotto Maurizio di Nassau, combattuto con non minore valentia per la
liberazione delle Fiandre. Entrambe coteste magnifiche legioni, alla
perfine, dopo molte vicende, erano state da Carlo II richiamate dal
servizio forestiero, ed aggregate alla milizia inglese.

I reggimenti che adesso si dicono secondo e quarto di linea, nel 1685
erano pur allora ritornati da Tangeri, recando seco i costumi crudeli
e licenziosi che avevano contratti dalla loro lunga consuetudine
coi Mori. Poche compagnie di fanteria che non erano state ordinate
a reggimenti, erano di presidio a Tilbury Fort, a Portsmouth o a
Plymouth, e in alcuni altri posti importanti su o presso la costa.

Dopo i primi anni del secolo decimosettimo, era seguito un grande
mutamento nelle armi della fanteria. Alla lancia o picca s’era
gradatamente venuto sostituendo l’archibugio; e alla fine del regno
di Carlo II, la maggior parte de’ suoi pedoni erano moschettieri.
Nondimeno, continuavano ad essere mescolati coi lancieri. Ciascuna
classe di truppa nemica, veniva, secondo le occasioni, ammaestrata
nell’uso dell’arme che peculiarmente apparteneva all’altra classe.
Ogni pedone aveva a fianco una spada per servirsene combattendo
petto a petto. Il dragone era armato come un moschettiere; portava
un’arme che nel corso di molti anni erasi venuta adottando, allora
dagl’Inglesi chiamata daga (_dagger_), ma che fino dal tempo della
nostra Rivoluzione, è stata fra noi conosciuta col vocabolo francese di
baionetta. E’ pare che la baionetta non fosse dapprima uno strumento
così formidabile come poscia è diventata; poichè, essendo conficcata
alla bocca della canna dell’archibugio, il soldato che avesse voluto
far fuoco, perdeva molto tempo a levarla, e riporvela, volendosene
servire alla carica.

L’esercito regolare che mantenevasi in Inghilterra al principio del
1685, comprendeva, inclusi i soldati d’ogni arme, circa settemila
pedoni e millesettecento cavalli e dragoni. La spesa a mantenerlo,
ascendeva a circa duecento novantamila sterline l’anno; meno del decimo
della somma che costava in tempo di pace la milizia francese. La paga
giornaliera di un milite privato nelle Guardie del Corpo era cinque
scellini, negli Azzurri due scellini e sei soldi, nei Dragoni diciotto
soldi, nelle Guardie a piedi dieci soldi, e nella Linea otto. La
disciplina era debole; e, per vero dire, non poteva essere altrimenti.
Il Diritto comune dell’Inghilterra non riconosceva corti marziali, e in
tempo di pace non faceva distinzione tra un soldato e qualunque altro
suddito; nè il Governo poteva allora rischiarsi a chiedere una legge
d’ammutinamento (_Mutiny Bill_) al Parlamento anche il più realista.
Un soldato, dunque, battendo il proprio colonnello, incorreva soltanto
nelle pene per assalto o percossa; e ricusando di obbedire agli ordini
superiori, o coll’addormentarsi nel tempo che faceva la guardia, o col
lasciare le proprie insegne, non incorreva nessuna pena legale. Non è
dubbio che sotto il regno di Carlo II s’inflissero punizioni militari;
ma con molta parsimonia, e in modo da non attirare l’attenzione
pubblica, o produrre un appello alle Corti di Westminster Hall.

Non era verosimile che un esercito come questo rendesse schiavi cinque
milioni d’Inglesi. E davvero, difficilmente sarebbe stato bastevole
ad opprimere una insurrezione in Londra, se la milizia della città
si fosse unita agl’insorti. Nè il Re poteva sperare, nel caso che il
popolo insorgesse in Inghilterra, di ottenere aiuto dai suoi altri
dominii. Imperocchè, quantunque la Scozia e l’Irlanda mantenessero
milizie proprie, queste forze erano appena sufficienti ad infrenare i
malcontenti puritani dell’un Regno, e i papisti malcontenti dell’altro.
Il Governo, non ostante, aveva altri mezzi militari importantissimi,
dei quali va fatta menzione. V’erano al soldo delle Provincie Unite
sei belli reggimenti, capitanati primamente dal valoroso Ossory; tre
de’ quali erano stati raccolti in Inghilterra, e tre in Iscozia. Il
Re inglese erasi riserbata la potestà di richiamarli a sè, qualvolta
ne avesse mestieri contro un nemico esterno od interno. Infrattanto,
venivano mantenuti senza nessun carico di spesa per lui, ed assuefatti
ad una eccellente disciplina, alla quale egli non si sarebbe rischiato
di sottoporli.[48]

VI. Se la gelosia del Parlamento e della Nazione impediva al Re di
mantenere un esercito stanziale formidabile, egli non aveva simile
impedimento a rendere l’Inghilterra prima fra le Potenze marittime.
I Whig e i Tory erano pronti a plaudire ad ogni provvedimento che
tendesse ad accrescere quella forza, la quale, mentre era la migliore
protezione dell’Isola contro i nemici stranieri, tornava impotente
contro la libertà cittadina. Le più grandi gesta di cui gli uomini
d’allora serbassero memoria, operate dai soldati inglesi, erano
avvenute nelle guerre contro i principi inglesi. Le vittorie de’ nostri
marinai erano state riportato sopra nemici stranieri, ed avevano
allontanato lo sterminio e la rapina dal nostro suolo. Almeno mezza la
nazione rammentava con ribrezzo la battaglia di Naseby, e con orgoglio
frammisto a molti spiacevoli sentimenti la battagli di Dunbar: ma la
sconfitta dell’Armada, e gli scontri di Blake con gli Olandesi e gli
Spagnuoli, ricorrevano alla memoria di tutti i partiti con infinita
esultanza. Dalla Restaurazione in poi, i Comuni, anche quando avevano
mostrato scontento e parsimonia, erano stati sempre docili fino alla
prodigalità, in ciò che concerne gl’interessi della flotta. Era stato
loro dimostro, mentre il Governo era nelle mani di Danby, che molti
dei vascelli della flotta reale erano vecchi e inadatti al mare; e
quantunque in quel tempo la Camera fosse ripugnante a dare, concesse
un sussidio di circa seicentomila lire sterline per la costruzione
di trenta nuovi legni da guerra. Ma la liberalità della nazione
rendevasi infruttuosa pei vizii del Governo. La lista delle navi del
Re, egli è vero, faceva bella mostra. Ve n’erano nove di prima classe,
quattordici di seconda, trentanove di terza, e molti altri legni più
piccoli. Quelli di prima classe, veramente, erano minori de’ legni
di terza classe de’ nostri tempi; e quei di terza classe adesso non
verrebbero considerati come fregate molto vaste. Se, nulladimeno,
questa forza marittima fosse stata effettiva, in que’ giorni il più
gran potentato l’avrebbe considerata come formidabile. Ma esisteva
solo in iscritto. Quando terminò il regno di Carlo, la sua flotta era
guasta e caduta in basso tanto, che sarebbe quasi incredibile, senza
l’unanime testimonianza di tali la cui autorità non ammette dubbio.
Pepys, l’uomo più esperto dell’Ammiragliato inglese, compose nel
1684 una memoria intorno alle condizioni del suo dipartimento, per
informarne Carlo. Pochi mesi appresso, Bonrepaux, l’uomo più esperto
dell’Ammiragliato francese, avendo visitata l’Inghilterra con lo scopo
speciale di chiarirsi della forza marittima di quella, presentò a
Luigi il frutto delle sue indagini. Le due relazioni dànno un medesimo
risultato. Bonrepaux dichiarò d’avere trovata ogni cosa in disordine ed
in misere condizioni; disse che la superiorità della marina francese
era riconosciuta con vergogna ed invidia in Whitehall, e che lo stato
delle navi e degli arsenali nostri era per sè una bastevole guarentigia
della nostra impossibilità ad immischiarci nelle contese europee.[49]
Pepys esponeva al proprio signore, come l’amministrazione navale
fosse un prodigio di prodigalità, di corruzione, d’ignoranza e di
vigliaccheria; come non fosse da fidarsi a nessuno estimo, non potesse
farsi nessun contratto, non vi fosse freno nessuno. I vascelli che il
Governo, grazie alla liberalità del Parlamento, aveva potuto costruire,
e che non erano mai usciti fuori del porto, erano stati costruiti di
legno così cattivo, che erano meno adatti a viaggiare, che non fossero
le vecchie carcasse le quali trent’anni innanzi avevano sostenuto le
mitraglie degli Olandesi e degli Spagnuoli. Alcuni de’ nuovi legni da
guerra, certamente, erano così marci, che se non venivano riattati,
sarebbero calati a fondo nelle darsene. I marinai erano pagati con sì
poca precisione, che chiamavansi avventurati di poter trovare qualche
usuraio che comperasse i loro biglietti col quaranta per cento di
sconto. I comandanti che non avessero amici potenti in Corte, erano
anche peggio trattati. Taluni ufficiali, creditori di grosse somme
arretrate, dopo di avere indarno importunato per molti anni il Governo,
erano morti per mancanza d’un tozzo di pane.

La maggior parte delle navi che stavano in mare, erano comandate da
uomini non educati a quell’ufficio. Vero è che questo non era abuso
introdotto dal Governo di Carlo. Nessuno Stato antico o moderno
aveva, innanzi a quel tempo, separato affatto il servizio navale dal
militare. Nelle grandi nazioni incivilite del mondo antico, Cimone e
Lisandro, Pompeo ed Agrippa, avevano combattuto battaglie di terra e
di mare. Nè lo impulso che la nautica ricevette sul finire del secolo
decimoquinto, aveva prodotto nessun miglioramento nella divisione
delle fatiche. A Flodden, l’ala diritta dell’armata vittoriosa era
diretta dall’Ammiraglio d’Inghilterra. A Jarnac e Moncontour, le coorti
degli Ugonotti erano capitanate dallo Ammiraglio di Francia. Nè Don
Giovanni d’Austria, vincitore di Lepanto, nè Lord Howard di Effingham,
al quale era affidata la marina inglese allorquando gl’invasori
spagnuoli appressaronsi ai nostri lidi, erano stati educati al mare.
Raleigh, altamente celebrato come comandante navale, aveva per molti
anni servito come soldato in Francia, nelle Fiandre e in Irlanda.
Blake erasi reso cospicuo per la sua esperta e valorosa difesa di una
città interna, innanzi che umiliasse l’orgoglio olandese e castigliano
nell’Oceano. Dopo la Restaurazione, era stato seguito il medesimo
sistema. Grosse flotte erano state affidate a Rupert ed a Monk: a
Rupert, che aveva rinomanza di fervido e ardimentoso ufficiale di
cavalleria; e a Monk, il quale semprechè voleva che il vascello mutasse
cammino, faceva ridere la ciurma gridando: «Girate a sinistra!»

Ma verso questo tempo, gli uomini saggi cominciarono ad accorgersi, che
il rapido perfezionamento dell’arte della guerra e dell’arte nautica
rendeva necessario partire l’una dall’altra le due professioni, che
fino allora erano state confuse insieme. O il comando d’un reggimento o
quello d’una nave, adesso erano sufficienti ad occupare la mente d’un
solo uomo. Nel 1672, il Governo Francese deliberò d’educare parecchi
giovani, fino dalla loro tenera età unicamente al servizio della
marina. Ma il Governo Inglese, invece di seguire cotesto laudevole
esempio, non solo continuò ad affidare il comando navale ad uomini non
esperti del mare, ma li sceglieva tali, che anche in imprese di terra
erano inetti a commissioni di qualche importanza. Ogni giovinetto di
nobile lignaggio, ogni dissoluto cortigiano, a pro’ del quale una
delle amanti del Re avesse voluto dire una parola, poteva sperare il
comando di un vascello di linea; e con esso, l’onore della patria e
la vita di centinaia d’uomini valorosi rimanevano affidati alla sua
cura. Nulla importava che ei non avesse mai in vita sua navigato
fuorchè nelle acque del Tamigi, che non potesse star fermo al soffio
del vento, che non conoscesse la differenza tra la latitudine e la
longitudine. L’educazione speciale all’arte non era creduta necessaria;
o, al più, egli era mandato a fare una breve gita sopra una nave da
guerra, dove non era sottoposto a veruna disciplina, veniva trattato
rispettosamente, e consumava il tempo in trastulli e follie. Se nel
tempo che gli avanzava dal festeggiare, dal bere e dal giocare,
riuscivagli d’imparare il significato di poche frasi tecniche, e i nomi
de’ punti del compasso, acquistava i requisiti necessari a comandare
un vascello a tre ponti. Questa non è descrizione di fantasia. Nel
1666, Giovanni Scheffleld, Conte di Mulgrave, giovinetto di diciassette
anni, entrò come volontario nel servizio di mare contro gli Olandesi.
Passò sei settimane sur una nave, trastullandosi, quanto più poteva,
in compagnia di alcuni giovani libertini di razza nobile, e poscia
fece ritorno in Inghilterra per assumere il comando di un corpo di
cavalleria. Dopo ciò, non andò mai al mare fino all’anno 1672; in cui
di nuovo si aggiunse alla flotta, e quasi subito fu fatto capitano
d’un vascello di ottantaquattro cannoni, estimato il più bello di
tutta la nostra marina. Allora egli aveva ventitrè anni, e in tutto il
corso della vita sua non era stato nè anche tre mesi sul mare. Appena
ritornato, fu fatto colonnello d’un reggimento di fanteria. È questo
un saggio del modo con cui i comandi navali della maggiore importanza
concedevansi; ed è saggio non tanto riprovevole, imperocchè Mulgrave,
benchè difettasse d’ esperienza, non difettava punto d’animo e di doti.
Nel medesimo modo venivano promossi altri, i quali, non che non essere
buoni ufficiali, erano intellettualmente e moralmente incapaci di mai
divenir tali, e la cui sola raccomandazione stava in ciò, che erano
stati rovinati dalle follie e dai vizi. La cosa precipua che attraeva
cotesti uomini al servigio, era il profitto di trasportare di porto
in porto verghe d’argento, o altre preziose mercanzie; perciocchè sì
l’Atlantico e sì il Mediterraneo a quel tempo infestavano i pirati
di Barberia, talmente che i mercanti non volevano i loro preziosi
carichi alla custodia d’altri affidare, che a quella di una nave da
guerra. Un capitano, in simile guisa, talvolta guadagnava in un breve
viaggio parecchie migliaia di lire sterline; e per condurre cotesto
lucroso traffico, troppo spesso trascurava gl’interessi della propria
patria e l’onore del proprio vessillo, vilmente sottomettevasi alle
Potenze straniere, disobbediva agli ordini più diretti de’ superiori
suoi, rimaneva in porto quando gli comandavano di correre dietro ad
un corsaro di Salè, o andava a portare argento in Livorno, quando
le istruzioni ricevute richiedevano che si riducesse in Lisbona.
E tutto ciò egli faceva impunemente. Lo interesse medesimo che lo
aveva locato in un posto al quale era disadatto, ve lo manteneva.
Non v’era ammiraglio, che, sfidato da codesti corrotti e sfrenati
prediletti di palazzo, osasse appena bisbigliare di corte marziale.
Se qualche ufficiale mostrava maggior sentimento del proprio dovere
che non facessero i suoi colleghi, accorgevasi tosto d’avere perduti
i guadagni, senza essersi acquistato onore. Un capitano che, per
avere rigorosamente obbedito agli ordini dello Ammiragliato, perdè
un trasporto di mercanzie dal quale avrebbe ricavato quattromila
sterline, si sentì dalle stesse labbra di Carlo chiamare, con ignobile
leggerezza, grandissimo stolto per le cure che si prendeva.

La disciplina della marineria procedeva tutta ad un modo. Come il
capitano cortigiano spregiava lo ammiragliato, così egli era spregiato
dalla sua ciurma. Non poteva nascondere d’essere nell’arte sua
inferiore a ciascuno de’ marinai sul bordo. Ed era vano lo sperare
che i vecchi marinai, avvezzi agli uragani de’ tropici e ai ghiacci
del cerchio artico, rendessero pronta e riverente obbedienza a un
capo, il quale de’ venti e delle onde non conosceva più di quello che
avrebbe potuto imparare sopra un dorato navicello tra Whitehall Stairs
e Hampton Court. Affidare a cosiffatto novizio la direzione di un
vascello, era cosa evidentemente impossibile. L’ufficio di dirigere la
navigazione fu, quindi, tolto al capitano e dato al primo piloto; ma
questa partizione d’autorità produceva innumerevoli inconvenienti. La
linea di demarcazione non era, e forse non poteva essere descritta con
precisione. Ne seguiva quindi un perenne litigare. Il capitano, tanto
più fiducioso di sè quanto maggiore era la ignoranza sua, trattava il
piloto con dispregio. Il primo piloto, ben consapevole del pericolo
di spiacere al più potente, spessissimo dopo una lotta cedeva; ed era
fortuna se da ciò non ne conseguitasse la perdita del legno e della
ciurma. Generalmente, i meno perversi dei capitani aristocratici erano
quelli che abbandonavano affatto ad altri la direzione dei vascelli,
e badavano solo a far danari e profonderli. Il modo con cui costoro
vivevano, era cotanto ostentato e voluttuoso, che, per quanto fossero
cupidi di guadagni, rade volte arricchivansi. Vestivansi come in un
giorno di gala in Versailles, mangiavano su piatti d’oro e d’argento,
bevevano i vini più squisiti, e mantenevano serragli sul bordo; mentre
la fame e lo scorbuto infuriavano fra la ciurma, e mentre ogni giorno
cadaveri erano gettati giù dalle cannoniere.

Era tale il carattere ordinario di coloro che allora chiamavansi
capitani gentiluomini. Mescolati con essi trovavansi, avventuratamente
per la patria nostra, comandanti navali di diversa specie; uomini
che avevano passata la vita sulle acque, e che avevano lavorato, e
dagli infimi uffici del cassero erano pervenuti ai gradi ed alle
onorificenze. Uno de’ più eminenti fra questi ufficiali, fu Sir
Cristoforo Mings, il quale cominciò a servire come ragazzo da camerino,
cadde valorosamente combattendo contra gli Olandesi, e fu dalla sua
ciurma, che lo piangeva e giurava di vendicarlo, trasportato alla
sepoltura. Da lui discese, per via singolarissima, una linea di strenui
ed esperti uomini di mare. Il ragazzo del suo camerino fu Sir Giovanni
Narborough, e il ragazzo del camerino di Sir Giovanni Narborough fu
Sir Cloudesley Shovel. Al vigoroso buon senso naturale, e all’indomito
coraggio di questa classe d’uomini, l’Inghilterra serba un debito
che non dimenticherà mai. Cotesti animi fermi, malgrado la mala
amministrazione e i falli degli ammiragli cortigiani, furono quelli che
protessero le nostre coste, e mantennero rispettata la nostra bandiera
per molti anni di turbolenze e di pericoli. Ma a un cittadino cotesti
veri marinai parevano una razza d’uomini mezzo selvaggi. Tutto il loro
sapere limitavasi alle cose della professione loro, ed era più pratico
che scientifico. Fuori del loro elemento, erano semplici a guisa di
fanciulli. Ruvido era il loro portamento; nella loro stessa buona
indole era rozzezza; e la loro favella, qualvolta usciva dal frasario
nautico, comunemente abbondava di giuramenti e di maledizioni. Tali
erano i capi, nella cui rozza scuola formaronsi quei robusti guerrieri
i quali a Smollet, nella età susseguente, servirono da modelli per
ritrarre il Luogotenente Bowling e il Comodoro Trunnion. Ma non sembra
che al servizio degli Stuardi vi fosse nè anche un ufficiale di marina
quale, secondo le idee de’ nostri tempi, dovrebbe essere: vale a dire,
un uomo versato nella teorica e nella pratica della propria arte,
indurito ai pericoli della pugna e della tempesta, e, nondimeno, adorno
di cultura intellettuale e di modi gentili. V’erano gentiluomini,
ed eranvi marinai nella flotta di Carlo II; ma questi non erano
gentiluomini, e quelli non erano marinai.

La marina inglese di quel tempo, secondo i più esatti computi che sono
fino a noi pervenuti, si sarebbe potuta mantenere in attività con
trecento ottanta mila lire sterline annue. Quattrocento mila sterline
l’anno era la somma che spendevasi: ma, come abbiamo veduto, si
spendeva male. Il costo della marina francese era pressochè lo stesso,
e considerevolmente maggiore quello della olandese.[50]

VII. La spesa dell’artiglieria in Inghilterra nel secolo decimosettimo,
paragonata agli altri carichi militari e marittimi, era molto minore
di quello che sia nell’età nostra. Nella maggior parte dei presidii
v’erano parecchi cannonieri, e qua e là, in qualche posto d’importanza,
un ingegnere. Ma non eravi reggimento d’artiglieria; non brigate
di zappatori o di minatori; non collegio, in cui i giovani soldati
potessero imparare la parte scientifica dell’arte della guerra. La
difficoltà di muovere i pezzi da campagna era estrema. Allorquando,
pochi anni dopo, Guglielmo marciò da Devonshire a Londra, l’apparecchio
che trasportava seco, quantunque fosse simile a quello che da lungo
tempo si era sempre usato nel continente, e tale che oggi verrebbe
considerato in Woolwich rozzo e impaccioso, svegliò nei nostri antenati
una maraviglia somigliante a quella che negli Indiani dell’America
produssero gli archibugi dei Castigliani. La provvista di polvere
che tenevasi nei forti e negli arsenali inglesi, veniva con orgoglio
rammentata dagli scrittori patriottici come cosa da incutere spavento
alle nazioni vicine. Ascendeva a mille e quattrocento o cinquecento
barili; quasi un dodicesimo della quantità che oggimai si reputa
necessario di tenere sempre accumulata. La spesa, sotto titolo di
artiglieria, era a un di presso poco più di sessanta mila lire sterline
annue.[51]

VIII. Tutta la spesa effettiva dell’armata, della marina, e
dell’artiglieria, ascendeva a circa settecento cinquanta mila lire
sterline. La spesa non effettiva, che adesso è parte gravosa de’
pubblici carichi, mal si direbbe che esistesse. Un piccolissimo
numero d’ufficiali marittimi, che non erano impiegati nel pubblico
servizio, avevano mezza paga. Nessun luogotenente era nella lista, e
nessun capitano che non avesse comandato un vascello di prima o di
seconda classe. E siccome lo Stato allora possedeva soli diciassette
vascelli di prima e di seconda classe che fossero stati in attività,
e siccome gran numero degli individui che avevano comandato quei
legni, occupavano buoni impieghi sul littorale, la spesa sotto cotesto
titolo doveva essere veramente lieve.[52] In ciascuna armata, la mezza
paga davasi come una concessione speciale e temporanea a un piccolo
numero d’ ufficiali che appartenevano a due reggimenti che avevano
peculiare situazione.[53] Lo spedale di Greenwich non era fondato;
quello di Chelsea stavasi edificando: ma alla spesa di tale istituzione
provvedevasi, in parte, con una deduzione dalla paga delle truppe; in
parte, per mezzo di soscrizioni private. Il re promise di contribuire
per venti mila sterline alle spese di fabbrica, e per cinquemila l’anno
al mantenimento degl’invalidi.[54] Non era parte del sistema che vi
fossero esterni. La intera spesa non effettiva, militare e navale,
appena poteva sorpassare dieci mila sterline annue. Oggi supera dieci
mila lire il giorno.

IX. Alle spese del governo civile, la Corona contribuiva solo in
piccola parte. Il maggior numero de’ funzionari, l’ufficio de’
quali era quello d’ amministrare la giustizia e serbare l’ordine, o
prestavano gratuitamente i loro servigi al pubblico, o erano rimunerati
in modo da non cagionare nessun vuoto nella rendita dello Stato. Gli
sceriffi, i gonfalonieri, gli aldermanni delle città, i gentiluomini
di provincia che erano commissarii di pace, i capi de’ borghi, i
ricevitori e i piccoli constabili, al Re non costavano nulla. Le corti
superiori di giustizia, principalmente, mantenevansi con le tasse
giudiciali.

Le nostre relazioni con le Corti straniere erano condotte con estrema
economia. Il solo agente diplomatico che avesse titolo d’ambasciatore,
era quello di Costantinopoli, e veniva in parte mantenuto dalla
Compagnia della Turchia. Anche alla Corte di Versailles l’Inghilterra
teneva soltanto un inviato; e non ne aveva di nessuna specie presso
le Corti di Spagna, di Svezia e di Danimarca. La intiera spesa, sotto
questo titolo, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, non poteva
sorpassare di molto le ventimila lire sterline.[55]

X. Questa frugalità non era punto degna di lode. Carlo, secondo suo
costume, era avaro e prodigo a sproposito. Gl’impiegati morivano di
fame, affinchè i cortigiani ingrassassero. Le spese della marina,
dell’artiglieria, delle pensioni assegnate ai vecchi ufficiali
bisognosi, delle legazioni alle Corti straniere, debbono sembrare lievi
agli uomini della presente generazione. Ma i favoriti del sovrano, i
suoi ministri e le loro creature, satollavansi della pubblica pecunia.
Le paghe e pensioni loro, agguagliate alle entrate dei nobili, dei
gentiluomini, degli esercenti professioni o commerci in quel tempo,
sembreranno enormi. La rendita annua dei più grossi possidenti del
Regno, in allora di poco eccedeva le ventimila lire sterline. Il Duca
di Ormond non aveva se non ventiduemila sterline l’anno.[56] Il Duca
di Buckingham, prima che con le sue stravaganze rovinasse il proprio
patrimonio, aveva diciannovemila sterline annue.[57] Giorgio Monk,
Duca di Albemarle, il quale era stato per i suoi insigni servigi
rimunerato con immense concessioni di terre pertinenti alla Corona,
ed era famoso per cupidigia e parsimonia, lasciò quindicimila lire
sterline l’anno in beni fondi, e sessantamila lire in danari, che
probabilmente rendevano il sette per cento.[58] Questi tre duchi erano
reputati i più ricchi sudditi inglesi. Lo arcivescovo di Canterbury
appena poteva avere cinquemila sterline annue.[59] La rendita media
di un Pari secolare estimavasi, da uomini i meglio informati, a circa
tremila sterline; quella d’un baronetto, a novecento; quella di un
membro della Camera de’ Comuni, a meno di ottocento l’anno.[60] Mille
lire sterline annue reputavansi una grossa rendita per un avvocato.
Duemila l’anno appena potevano guadagnarsi nella Corte del Banco del
Re, tranne dai legali della Corona.[61] È quindi manifesto che un
ufficiale era ben pagato, quando riceveva un quarto o un quinto di
ciò che oggi sarebbe un giusto stipendio. Di fatto, nondimeno, gli
stipendi degli alti impiegati erano grossi come sono oggi, e non di
rado maggiori. Il Lord Tesoriere, a modo d’esempio, aveva ottomila
sterline l’anno; e qualvolta il Tesoro era in commissione, ciascuno dei
Lordi più giovani aveva mille e seicento sterline annue. Il pagatore
delle milizie aveva un tanto per lira sterlina—il che ascendeva ad una
somma di cinquemila sterline l’anno—di tutto il danaro che passava per
le sue mani. L’ufficiale, detto _Groom of the Stole_, aveva cinquemila
sterline annue; ciascuno dei Commissari delle Dogane mille e duecento;
i regi ciamberlani mille.[62] Nonostante, la paga ordinaria era la
parte minore dei guadagni di un impiegato di quel tempo. Cominciando
dai nobili che tenevano il bastone bianco e il gran sigillo, fino al
più basso doganiere o stazzatore, ciò che oggi si chiamerebbe enorme
corruzione praticavasi senza maschera e senza rimprovero. Di titoli,
uffici, commissioni, grazie, facevano apertamente mercato i grandi
dignitarii del reame; ed ogni scrivano, in ogni dipartimento, imitava,
come meglio potesse, quel pessimo esempio.

Nel secolo decorso, nessun primo ministro, comunque potente, era
divenuto ricco per ragione d’ufficio; e parecchi ministri distrussero
il proprio patrimonio per sostenere il loro alto grado. Nel secolo
decimosettimo, un uomo di Stato, quando era a capo degli affari,
poteva agevolmente e senza scandalo accumulare in tempo non lungo
una ricchezza ampiamente bastevole al mantenimento di un duca. Egli
è probabile che la rendita del primo ministro, finchè teneva in
mano il potere, eccedesse quella di qualsivoglia altro suddito. Il
posto di Lord Luogotenente d’Irlanda, supponevasi fruttasse quaranta
mila sterline l’anno.[63] I guadagni del Cancelliere Clarendon, di
Arlington, di Lauderdale e di Danby, furono enormi. Il palazzo sontuoso
al quale la plebe di Londra appiccò il soprannome di Casa di Dunkerque,
i magnifici padiglioni, le pescaie, le foreste popolate di cervi, i
giardini d’aranci di Euston, il lusso più che italiano di Ham, con
le sue statue, fontane, uccelliere, erano argomenti che additavano
quale fosse la via più breve per arrivare ad una sterminata opulenza.
Ciò spiega la violenza senza scrupoli, con che gli uomini di Stato di
que’ giorni lottavano per conseguire gli uffici; la tenacità con cui,
malgrado le molestie, le umiliazioni e i pericoli, vi si appigliavano;
e le compiacenze scandalose alle quali abbassavansi per conservarli.
Perfino nell’età nostra, comunque formidabile sia la potenza della
pubblica opinione, e in alto posta la laude d’integrità, vi sarebbe
risico grande di un infausto cangiamento nel carattere dei nostri
uomini pubblici, se l’ufficio di Primo Lord del Tesoro o di Segretario
di Stato fruttasse cento mila lire sterline l’anno. È insigne ventura
per la patria nostra, che gli emolumenti de’ più alti funzionarii non
solo non siano cresciuti in paragone del generale accrescimento della
nostra opulenza, ma siano positivamente scemati.

XI. È cosa strana, e a prima vista parrebbe spaventevole, che la somma
levata in Inghilterra per mezzo delle tasse, siasi, in un periodo
di tempo che non eccede il corso di due lunghe vite, aumentata di
trenta volte. Ma coloro che si sgomentano dello accrescimento delle
pubbliche gravezze, potrebbero forse rassicurarsi ove considerassero
quello de’ mezzi pubblici. Nel 1685, il valore de’ prodotti del suolo
eccedeva il valore di tutti gli altri prodotti della industria umana:
nonostante, l’agricoltura era in quelle condizioni che ai dì nostri
la farebbero chiamare rozza ed imperfetta. Gli aritmetici politici
di quell’età supponevano che la terra arabile, e quella adatta al
pascolo, occupassero poco più della metà di tutta la estensione del
paese.[64] Credevano che il rimanente fosse tutto paludi, foreste e
rocce. Cotesti computi vengono fortemente confermati dagli Itinerarii
e dalle Carte geografiche del secolo diciassettesimo. Da tali libri
e Carte raccogliesi, senza alcun dubbio, che molte strade, le quali
adesso traversano un numero infinito di pometi, di campi da fieno e da
fave, allora passavano traverso a scopeti, macchie e pantani.[65] Nei
paesaggi inglesi disegnati in que’ tempi per il Granduca Cosimo, appena
si vede una siepe d’alberi; e numerosi tratti di terra, ora rigogliosi
per coltivazione, appariscono ignudi come il Piano di Salisbury.[66]
In Enfield, donde è quasi visibile il fumo della capitale, eravi una
regione di venticinque miglia di circuito, che conteneva solo tre
case, e quasi nessun campo chiuso. Ivi i cervi, liberi come in una
foresta d’America, erravano a migliaia.[67] È da notarsi che i grossi
animali selvaggi erano allora molto più numerosi che adesso. Gli ultimi
cignali che mantenevansi per le cacce del Re, e lasciavansi devastare
la terra coltivata, erano stati uccisi dagli esasperati villani, mentre
infuriava la licenza della guerra civile. L’ultimo lupo che vagasse per
la nostra isola, era stato ammazzato in Iscozia, poco tempo innanzi la
fine del regno di Carlo II. Ma molte specie, adesso estinte o rare,
di quadrupedi e di volatili, erano allora comuni. La volpe, la cui
vita in molte Contee è tenuta sacra quasi quanto quella d’una creatura
umana, era considerata come bestia nociva. Oliviero Saint John disse al
Lungo Parlamento, che Strafford dovevasi considerare non come un cervo
o una lepre, da trattarsi con un certo riguardo, ma come una volpe,
che doveva afferrarsi con ogni mezzo, e schiacciarlesi la testa senza
pietà. Questo esempio non sarebbe piacevole, ove fosse applicato ai
gentiluomini di provincia de’ nostri tempi: ma in quei di Saint John
vi erano non rade volte grandi stragi di volpi, alle quali i contadini
correvano in folla con tutti i cani che potessero raccogliere, usavano
trappole e reti, non davano quartiere; e l’uccidere una volpe gravida
consideravasi come azione meritevole della gratitudine del vicinato. I
daini rossi erano allora tanto comuni nelle Contee di Gloucester e di
Hamp, come oggi lo sono in Grampian Hills. La Regina Anna, viaggiando
a Portsmouth, ne vide un branco non minore di cinquecento. Il toro
selvatico con la sua bianca criniera, errava tuttavia in poche foreste
delle contrade meridionali. Il tasso faceva il suo buio e tortuoso foro
in ogni collina folta di fratte e d’arbusti. I gatti selvaggi udivansi
di notte mugolare presso le case de’ guarda–caccia di Wittlebury e
di Needwood. La martora dal fulvo petto, era ancora inseguita in
Cranbourne Chase per la sua pelle, estimata inferiore soltanto a quella
del zibellino. Le aquile di padule, che dalla punta d’un’ala a quella
dell’altra avevano una lunghezza di nove e più piedi, davano la caccia
ai pesci lungo la costa di Norfolk. Per tutti i piani, dal Canale
Britannico fino alla Contea di York, grosse ottarde erravano a branchi
di cinquanta o sessanta, e spesso i cacciatori lanciavano dietro essi
i cani levrieri. Le maremme delle Contee di Cambridge e di Lincoln
rimanevano per alcuni mesi dell’anno coperte da immense torme di gru.
Il progresso dell’agricoltura ha estirpate parecchie di queste razze
d’animali. Di altre, gl’individui sono talmente divenuti rari, che gli
uomini si affollano a mirarne qualcuno, come farebbero d’una tigre del
Bengal o d’un orso delle contrade polari.[68]

Il progresso di questo grande mutamento non può altrove meglio
rintracciarsi, che nel Libro degli Statuti. Il numero degli atti
di chiusure, o partizioni di terre non coltivate, fatti dopo lo
avvenimento di Giorgio II al trono, sorpassa quattro mila. Lo spazio
ripartito per virtù di questi atti, eccede, calcolando moderatamente,
dieci mila miglia quadrate. Quante miglia quadrate di terra che per
innanzi non era coltivata, sono state, nel medesimo periodo, cinte
di siepi e lavorate dai proprietari, senza ricorrere agli atti della
legislatura, può solamente conghietturarsi. Ma pare molto probabile
che una quarta parte dell’Inghilterra, in poco più di cento anni, di
deserto, quale era, sia stata trasformata in giardino.

Anche in que’ luoghi dell’isola che alla fine del regno di Carlo II
erano i meglio coltivati, il modo di lavorare la terra, quantunque
si perfezionasse molto dopo la guerra civile, non era, quale oggidì
si chiamerebbe giudizioso. Finora l’autorità pubblica non ha fatto
nessun passo efficace per indagare qual sia veramente il prodotto
del suolo inglese. È quindi mestieri che lo storico segua, non senza
sospetto, quegli scrittori di statistica che godono sopra gli altri
fama di fedeli e diligenti. Oggimai si crede che un ricolto medio di
grano, segala, orzo, avena e fave, ecceda di molto trenta milioni
di sacca.[69] Il ricolto del grano verrebbe reputato cattivo, se
non fosse maggiore di dodici milioni di sacca. Secondo i calcoli
fatti nel 1696 da Gregorio King, l’intera quantità di grano, segala,
orzo, avena e fave, che allora produceva annualmente il Regno, era
qualche cosa meno di dieci milioni di sacca. Egli stimava il grano,
che allora coltivavasi nei terreni più forti, e consumavasi soltanto
dagli uomini agiati, non fosse meno di due milioni di sacca. Carlo
Davenant, politico sottile e bene informato, quantunque affatto privo
di principii morali ed astioso, differiva da King rispetto ad alcuni
punti del calcolo, ma riusciva alle stesse conclusioni generali.[70]

Lo avvicendare delle seminagioni, era imperfettamente conosciuto.
Sapevasi, a dir vero, che alcuni vegetabili, di recente introdotti
nella nostra isola, in ispecie la rapa, apprestavano buon nutrimento in
tempo di verno alle pecore e ai buoi; ma non era anche uso di nutrire
in quel modo gli animali. Non era, dunque, facile serbarli vivi nella
stagione in cui l’erba scarseggia. Uccidevansi e salavansi in gran
numero appena incominciato il freddo; e per parecchi mesi, nè anche i
gentiluomini gustavano quasi mai cibo animale fresco, tranne caccia
e pesci di fiume, che, per conseguenza, nelle provvisioni domestiche
erano cose più importanti che non sono ne’ tempi presenti. Raccogliesi
dal Libro di Famiglia di Northumberland, come nel regno di Enrico
VII, anche i gentiluomini addetti ai servigi di un gran conte, non
mangiassero mai carne fresca, tranne per breve intervallo di tempo,
da mezza state al dì di San Michele. Ma nel corso di due secoli era
seguito un miglioramento; e, regnante Carlo II, non prima della fine di
novembre le famiglie facevano le loro provvisioni di carne salata, che
allora chiamavasi bove di San Martino.[71]

Le pecore e i buoi di quel tempo erano piccoli in paragone di quelli
che adesso si vedono ne’ nostri mercati.[72] I nostri cavalli indigeni,
quantunque adatti ai servigi, erano tenuti in poca stima e vendevansi
a basso prezzo. Coloro che hanno meglio estimata la ricchezza
nazionale, credono che, su per giù, non valessero più di cinquanta
scellini ciascuno. Le razze forestiere venivano grandemente preferite.
I giannetti spagnuoli erano considerati come i migliori cavalli di
battaglia, ed importati fra noi per usi di lusso e di guerra. I cocchi
dell’aristocrazia venivano tirati da cavalle fiamminghe, le quali,
conforme credevasi, trattavano con grazia particolare, e reggevano,
meglio che le altre bestie cresciute nell’isola nostra, alla fatica di
trascinare un pesante equipaggio sopra i ruvidi selciati di Londra.
Nè i moderni cavalli da carrozza, nè quelli da corsa conoscevansi
a que’ tempi. Assai dopo, i progenitori de’ giganteschi quadrupedi
che tutti gli stranieri annoverano fra le principali maraviglie di
Londra, furono importati dalle maremme di Walcheren, e i progenitori di
Childers e di Eclipse dalle sabbie dell’Arabia. Ciò non ostante, già
esisteva fra i nostri nobili e gentiluomini la passione delle corse.
La importanza di migliorare le nostre razze col mescolamento di nuovo
sangue, era fortemente sentita; ed a tale scopo, si fece venire nel
nostro paese un numero considerevole di barberi. Due uomini altamente
reputati in siffatte materie, voglio dire il Duca di Newcastle e Sir
Giovanni Fenwick, affermarono che il più spregevole cavallo di Tangeri
avrebbe prodotta una razza assai più bella, di quel che si fosse potuto
sperare dal migliore stallone delle nostre razze natie. Non avrebbero
agevolmente creduto che giungerebbe un tempo in cui i principi e i
nobili degli Stati vicini dovessero ricercare i cavalli d’Inghilterra,
come gl’Inglesi avevano ricercati quelli di Barberia.[73]

XII. Lo accrescimento de’ prodotti vegetabili ed animali, benchè fosse
grande, sembra piccolo in paragone di quello della nostra ricchezza
minerale. Nel 1685, lo stagno di Cornwall, che due mila e più anni
innanzi aveva attirate le navi di Tiro oltre le Colonne di Ercole,
era tuttavia uno de’ più valevoli prodotti sotterranei dell’isola.
La quantità che annualmente se ne estraeva dalla terra, ascendeva,
alcuni anni dopo, a mille e seicento tonnellate; probabilmente circa
il terzo di quanto oggidì se n’estrae.[74] Ma le vene di rame,
che trovansi nella medesima regione, erano, a tempo di Carlo II,
onninamente neglette, nè alcun possidente di terra ne teneva conto
nell’estimo de’ suoi poderi. Cornwall e Galles ora rendono circa
quindicimila tonnellate di rame l’anno, che valgono pressochè un
milione e mezzo di lire sterline; cioè quanto dire circa il doppio
del prodotto annuo di tutte le miniere inglesi, di qualunque specie
si fossero, nel secolo diciassettesimo.[75] Il primo strato di sale
minerale era stato scoperto, non molto tempo dopo la Restaurazione, in
Cheshire; ma non pare che in quell’età vi si lavorasse. Il sale che
estraevasi dalle fosse marine, non era molto stimato. Le caldaie in
cui manifatturavasi, esalavano un puzzo sulfureo; e lasciatosi affatto
svaporare, la sostanza che ne rimaneva, era appena adatta ad usarsi nei
cibi. I medici ascrivevano a cotesto malsano condimento le infermità
scorbutiche e polmonari, allora comuni fra gl’Inglesi. Di rado, quindi,
ne facevano uso le classi alte e le medie; ed il buon sale veniva
trasportato regolarmente, e in quantità considerevole, dalla Francia in
Inghilterra. Oggimai, le nostre sorgenti e miniere non solo bastano ai
nostri immensi bisogni, ma mandano annualmente ai paesi stranieri più
di settecento milioni di libbre di eccellente sale.[76]

D’assai maggiore importanza è stato il miglioramento de’ nostri lavori
di ferro. Tali lavori esistevano da lungo tempo nell’isola nostra,
ma non avevano prosperato, e non erano guardati di buon occhio dal
Governo e dal pubblico. Non costumavasi allora di adoperare il carbone
fossile per fondere i minerali; e la rapida consumazione delle legna
recava timore agli uomini politici. Regnante Elisabetta, vi erano
stati lamenti, vedendosi intere foreste cadere sotto la scure per
nutrimento delle fornaci; ed il Parlamento aveva inibito ai manifattori
di bruciare legna. Le manifatture quindi languirono. Verso la fine del
regno di Carlo II, gran parte del ferro che adoperavasi nel paese,
vi era importato di fuori, e tutta la quantità che se ne faceva tra
noi, sembra che non eccedesse dieci mila tonnellate. Ai dì nostri il
traffico si reputa in pessima condizione se il prodotto annuo è minore
di un milione di tonnellate.[77]

Rimane a ricordare un minerale forse più importante del ferro stesso.
Il carbon fossile, comecchè pochissimo usato in ogni specie di
manifattura, era già il combustibile ordinario in alcuni distretti che
avevano la ventura di possederne grandi strati, e nella metropoli,
alla quale poteva essere agevolmente trasportato per mare. E’ sembra
ragionevole il credere, che almeno mezza la quantità che allora se
n’estraeva, consumavasi in Londra. Il consumo di Londra agli scrittori
di quell’età sembrava enorme, e spesso ne facevano ricordo come prova
della grandezza della città capitale. Non isperavano quasi d’essere
creduti, quando affermavano che duecento ottanta mila caldroni,[78]
ovvero circa trecento cinquanta mila tonnellate, nell’ultimo anno del
regno di Carlo II, furono trasportati al Tamigi. Adesso, la metropoli
ne consuma a un di presso tre milioni e mezzo l’anno; e l’intero
prodotto annuo, non può, computando moderatamente, estimarsi a meno di
trenta milioni di tonnellate.[79]

XIII. Mentre cosiffatti grandi mutamenti progredivano, la rendita
della terra, come era da aspettarsi, veniva sempre crescendo. In
alcuni distretti si è moltiplicata fino al decuplo: in altri si è solo
raddoppiata: facendo un computo generale, potrebbe affermarsi che si è
quadruplicata.

Gran parte della rendita era divisa fra i gentiluomini di provincia,
che formavano una classe di persone, delle quali la posizione e il
carattere giova moltissimo chiaramente intendere; poichè la influenza e
le passioni loro, in diverse occasioni di grave momento, decisero delle
sorti della nazione.

Andremmo errati se c’immaginassimo gli scudieri del secolo
decimosettimo come uomini esattamente somiglievoli ai loro discendenti;
cioè i membri della Contea, e i presidenti delle sessioni di quartiere,
che ben conosciamo. Il moderno gentiluomo di provincia, generalmente,
viene educato alle liberali discipline; da una scuola cospicua passa ad
un cospicuo collegio, ed ha tutti i mezzi di diventare un uomo dotto.
Per lo più, ha fatto qualche viaggio in paesi stranieri; ha passato una
parte considerevole della sua vita nella metropoli; e reca con sè in
provincia i delicati costumi di quella. Forse non è specie d’abitazione
piacevole quanto la casa rurale del gentiluomo inglese. Nei parchi
e nei giardini, la natura, abbellita e non deturpata dall’arte, si
mostra nella sua forma più seducente. Negli edifizi, il buon senso
e l’ottimo gusto si dànno la mano a produrre una felice armonia di
comodi e di grazia. Le pitture, i musicali strumenti, la biblioteca,
verrebbero in ogni altro paese considerati come prova che testifichi,
il padrone essere uomo eminentemente culto e compíto. Un gentiluomo
di provincia, all’epoca della Rivoluzione, aveva di entrata circa la
quarta parte di quella che le sue terre rendono adesso ai suoi posteri.
Paragonato ai quali, egli era dunque un uomo povero, generalmente
costretto a risiedere, salvo qualche interruzione di tempo, nelle
sue terre. Viaggiare sul continente, tener casa in Londra, o anche
visitarla spesso, erano piaceri che soli potevano gustare i grandi
proprietari. Potrebbe sicuramente affermarsi, che degli scudieri, i cui
nomi erano allora nelle Commissioni di Pace e Luogotenenza, nè anche
uno fra venti andava alla città una volta in cinque anni, o aveva mai
in vita sua viaggiato fino a Parigi. Molti proprietari di signorie
erano stati educati in modo poco diverso da quello de’ loro servitori.
Lo erede di una terra, spesso passava la fanciullezza e gioventù sua
nella residenza della famiglia sotto maestri non migliori de’ mozzi
di stalla e dei guarda–caccia, ed appena imparava tanto da apporre
la propria firma ad un mandato di deposito. Se andava a scuola o in
collegio, generalmente tornava, prima di compiere il suo ventesimo
anno, alla vecchia sala di famiglia; dove, qualvolta la natura non gli
fosse stata prodiga di insigni doti, tosto fra i piaceri e le faccende
della campagna, dimenticava gli studi accademici. La precipua fra le
sue occupazioni serie era la cura de’ propri beni. Esaminava mostre di
grano, governava maiali, e ne’ dì di mercato patteggiava, col boccale
dinanzi, con mercanti di bestie e venditori di luppoli. I suoi migliori
piaceri consistevano comunemente nei diporti campestri, e nei non
delicati diletti sensuali. Il suo linguaggio e la sua pronunzia erano
tali, quali oggi troveremmo sulle labbra de’ più ignoranti contadini.
I giuramenti, gli scherzi grossolani, i vocaboli scurrili erano da lui
profferiti coll’accento specifico del dialetto della sua provincia.
Era facile distinguere alle prime parole, s’egli venisse dalla Contea
di Sommerset, o da quella di York. Davasi poco pensiero di ornare
la propria abitazione; e qualvolta tentava farlo, quasi sempre la
rendeva più deforme. La mondiglia della corte della fattoria giaceva
accumulata sotto le finestre della sua stanza da letto, e i cavoli
e l’uva spina crescevano da presso all’uscio della sua sala. Sopra
la sua tavola vedevasi una rozza abbondanza, e gli ospiti vi erano
cordialmente trattati. Ma, poichè il costume di bere eccessivamente era
comune nella classe alla quale egli apparteneva, e poichè i suoi averi
non gli concedevano d’inebriare ogni dì con vini di Bordeaux o delle
Canarie le numerose brigate, la bevanda ordinaria era birra fortissima.
La quantità che se ne consumava in quei giorni era veramente enorme.
Imperciocchè la birra per le classi medie e le basse era in quel tempo
non solo ciò che è per noi la birra, ma ciò che sono il vino, il thè e
i liquori spiritosi. Solo nelle grandi case e nelle grandi occasioni
i beveraggi stranieri ornavano i banchetti. Le donne della famiglia,
le quali comunemente badavano a cucinare il pranzo, appena divorate le
vivande, sparivano, lasciando gli uomini al bicchiere ed alla pipa.
Questi ruvidi sollazzi del dopo desinare, spesso prolungavansi finchè i
commensali cadevano sonnolenti presso la mensa.

Rade volte avveniva che il gentiluomo di provincia vedesse il gran
mondo; e ciò che ei ne vedeva, tendeva più presto a confondere, che a
rischiarargli lo intendimento. Le sue opinioni intorno alla religione,
al Governo, agli Stati stranieri e ai tempi trapassati, derivando non
dallo studio, dall’osservare e dal conversare con gente illuminata,
ma dalle tradizioni correnti nel suo vicinato, erano le opinioni
d’un fanciullo. Nondimeno, appigliavasi ad esse con la ostinazione
che generalmente si osserva negli ignoranti avvezzi a pascersi
d’adulazione. I suoi rancori erano molti ed acri. Odiava i Francesi e
gl’Italiani, gli Scozzesi e gl’Irlandesi, i Papisti e i Presbiteriani,
gl’Indipendenti e i Battisti, i Quacqueri e gli Ebrei. Per la città e
gli abitatori di Londra sentiva avversione tale, che più d’una volta
produsse gravissime conseguenze politiche. La moglie e le figliuole,
per gusti e cognizioni, erano inferiori ad una cameriera o guardaroba
de’ giorni nostri. Cucivano e filavano, facevano il vino d’uva spina,
curavano i fiorranci, e facevano la crosta da servire al pasticcio di
selvaggina.

Da questa descrizione potrebbe dedursi, che lo scudiero inglese del
decimosettimo secolo non differisse grandemente da un mugnaio o da
un birraio del decimonono. Sono, nondimeno, da notarsi alcune parti
importanti del suo carattere, le quali modificheranno molto cotesta
opinione. Illetterato come egli era e privo di modi gentili, era
tuttavia per molti riguardi un gentiluomo. Era parte d’una altera
e potente aristocrazia, ed aveva molte delle buone e delle pessime
qualità che appartengono agli aristocratici. Il suo orgoglio di
famiglia era maggiore di quello d’un Talbot o d’un Howard. Conosceva
le genealogie e i blasoni di tutti i suoi vicini, e poteva ridire
quale di loro avesse assunto segni gentilizi senza alcun diritto, e
quale avesse la sciagura di essere il pronipote di aldermanni. Era
magistrato, e come tale amministrava gratuitamente ai suoi vicini una
rozza giustizia patriarcale, che, malgrado gl’innumerevoli sbagli e
gli atti tirannici che di quando in quando ei commetteva, era tuttavia
meglio che non esservene affatto. Era ufficiale delle milizie civiche;
e la sua dignità militare, quantunque potesse muovere a riso i valorosi
che avevano militato nella guerra delle Fiandre, rendeva venerabile
il suo carattere agli occhi propri ed a quelli del suo vicinato. Nè,
certamente, la sua professione di soldato poteva essere obietto di
giusto scherno. In ogni Contea erano gentiluomini d’età matura, che
avevano veduta una disciplina la quale era tutt’altro che trastullo da
ragazzi. Questi era stato fatto cavaliere da Carlo I dopo la battaglia
di Edgehill. Quell’altro portava ancora la cicatrice della ferita
che aveva ricevuta in Naseby. Un terzo aveva difesa la sua vecchia
abitazione, finchè Fairfax ne aveva sfondata la porta con una bomba.
La presenza di questi vecchi Cavalieri, con le loro vecchie spade e
casse di pistola, e con le loro vecchie novelle di Goring e Lunsford,
davano alle riviste de’ militi un aspetto guerresco, che non avrebbero
altrimenti avuto. Anche quei gentiluomini di provincia che erano sì
giovani da non aver potuto pugnare coi corazzieri del Parlamento,
erano stati, fino dalla infanzia loro, circuiti dei segni di fresca
guerra, e nutriti di storielle intorno alle gesta militari dei loro
padri e zii. Così il carattere dello scudiere inglese del secolo
decimosettimo, era composto di due elementi, che non siamo avvezzi a
vedere insieme congiunti. La ignoranza e ruvidità sue, i suoi gusti
bassi, le sue frasi triviali, verrebbero, ai tempi nostri, considerati
come indizi d’una natura e educazione al tutto plebee. Nulladimeno,
egli era essenzialmente patrizio, ed aveva, in larga misura, le
virtù e i vizi propri degli uomini, per diritto di nascita, posti in
alto, ed avvezzi a comandare, ad essere rispettati, e a rispettare
sè stessi. Non è agevole per una generazione assuefatta a trovare
sentimenti cavallereschi solo in compagnia degli studi liberali e
dei modi gentili, lo immaginare un uomo con il contegno, il frasario
e lo accento di un vetturino, e nondimeno puntiglioso in materia di
genealogia e di precedenza, e pronto a rischiare la propria vita
piuttosto che vedere una macchia sopra l’onore della propria casa. Non
pertanto, solo col congiungere cose che di rado o non mai abbiamo da
noi sperimentato, possiamo formarci una giusta idea di quella rustica
aristocrazia, la quale costituiva la forza precipua dello esercito di
Carlo I, e lungamente sostenne, con istrana fedeltà, gl’interessi dei
discendenti di lui.

Il gentiluomo di provincia, rozzo, ineducato, non uscito mai fuori
della sua patria, era comunemente Tory; ma comecchè devotamente
aderisse alla Monarchia, non amava i cortigiani e i ministri. Pensava,
non senza ragione, che Whitehall rigurgitasse dei più corrotti uomini
del mondo; che le grandi somme di danaro che la Camera de’ Comuni
aveva concesse alla Corona dopo la Restaurazione, in parte erano state
rubate da astuti politici, in parte profuse in buffoni e bagasce
forestiere. Il suo robusto cuore d’Inglese fremeva di sdegno pensando
che il governo della propria patria dovesse essere sottoposto alla
dittatura della Francia. Essendo egli stesso vecchio Cavaliere o figlio
di un vecchio Cavaliere, meditava, amareggiato nell’animo, sopra la
ingratitudine con cui gli Stuardi avevano rimeritati i loro migliori
amici. Coloro che lo udivano mormorare per lo spregio ond’egli era
trattato, e per lo scialacquo con che le ricchezze profondevansi sopra
i bastardi di Norma Gwynn e di Madama Carwell, lo avrebbero supposto
paratissimo a ribellare. Ma tutto cotesto cattivo umore durava solo
finchè il trono non trovavasi davvero in pericolo. Appunto quando
coloro che il sovrano aveva colmati di ricchezze e di onori gli si
scostavano dal fianco, i gentiluomini di provincia, così franchi e
tumultuosi in tempi di prosperità, gli si affollavano devoti d’intorno.
Così, dopo d’avere per venti anni brontolato del malgoverno di Carlo
II, vedendolo agli estremi, corsero a lui per liberarlo, allorquando
i suoi stessi Segretari di Stato e Lordi del Tesoro lo avevano
abbandonato, e fecero sì ch’egli potesse trionfare pienamente della
opposizione: nè è da dubitarsi che avrebbero mostrata ugual fedeltà
a Giacomo fratello del Re, se Giacomo, anche nell’ultimo istante, si
fosse astenuto dal calpestare i loro più forti sentimenti. Imperocchè
eravi una istituzione soltanto ch’essi pregiavano assai più della
Monarchia ereditaria, cioè la Chiesa d’Inghilterra. Lo amore che le
portavano, non era veramente effetto di studio o di meditazione.
Pochi tra loro avrebbero potuto addurre ragioni tratte dalla Scrittura
o dalla Storia Ecclesiastica, per aderire alle dottrine, al rituale,
all’ordinamento della loro Chiesa; nè erano, come classe, rigorosi
osservatori di quel codice di morale, comune a tutte le sètte
cristiane. Se non che, la esperienza di molti secoli insegna, come
gli uomini siano pronti a combattere a morte e perseguitare senza
misericordia i loro fratelli, onde difendere una religione della quale
non intendono le dottrine, e violano costantemente i precetti.[80]

XIV. Il clero rurale era anche Tory più virulento de’ gentiluomini
delle campagne, e formava una classe appena meno di quelli importante.
È nondimeno da notarsi, che il prete, come individuo, paragonato al
gentiluomo individuo, allora veniva considerato inferiore per grado, di
quello che sia ai nostri tempi. La Chiesa sostenevasi principalmente
con le decime; i proventi delle quali erano, verso la rendita, in molto
minore proporzione che non sono oggi. King estimava la intera rendita
del clero parrocchiale e collegiale soltanto a quattrocento ottanta
mila lire sterline l’anno; Davenant a cinquecento quarantaquattro
mila. Adesso avanza di sette volte la maggiore di queste due somme. La
rendita media de’ terreni, secondo qualsivoglia estimo, non ha avuto un
augumento proporzionato a quello. E però era mestieri che i rettori e i
curati, in paragone de’ cavalieri e scudieri loro vicini, fossero più
poveri sette volte più di quello che sono nel decimonono secolo.

Il posto degli ecclesiastici nella società, è stato pienamente cangiato
dalla Riforma. Innanzi quell’epoca, essi formavano la maggioranza
nella Camera dei Lordi, uguagliavano e talvolta sorpassavano per
ricchezza e splendore i più grandi baroni secolari, e, generalmente,
occupavano i più alti uffici civili. Il Lord Tesoriere spesso era
un Vescovo. Il Lord Cancelliere quasi sempre era tale. Il Lord
Guardasigilli, e il Maestro de’ Rotoli ovvero degli Atti, d’ordinario
erano uomini di chiesa. Gli ecclesiastici trattavano i più
importanti affari diplomatici. E veramente, tutti i numerosi rami
dell’amministrazione che i Nobili rozzi e guerrieri erano disadatti a
condurre, consideravansi come pertinenti in ispecial modo ai teologi.
Coloro, quindi, che abborrivano dalla vita militare, o nel tempo
stesso ambivano d’inalzarsi nello Stato, ordinariamente ricevevano
la tonsura. Fra essi v’erano i figli delle famiglie più illustri, e
prossimi parenti della Casa Reale; gli Scroop e i Neville, i Bourchier,
gli Stafford e i Pole. Alle case religiose appartenevano le rendite
di vastissime possessioni, e tutta la gran parte delle decime che
oggi è nelle mani dei laici. Fino alla metà del regno di Enrico VIII,
perciò, nessuno stato nella vita offriva agli uomini d’indole cupida ed
ambiziosa uno aspetto così seducente come il presbiterato. Sopraggiunse
poscia una violenta rivoluzione. L’abolizione de’ monasteri privò a un
tratto la Chiesa di gran parte della sua opulenza, e del suo predominio
nella Camera Alta del Parlamento. Un Abate di Glastonbury o un Abate
di Reading, più non si vedevano assisi fra mezzo ai Pari, o padroni
di rendite uguali a quelle d’un ricco Conte. Il principesco splendore
di Guglielmo di Wykeham, e di Guglielmo di Waynflete, era sparito. Il
rosso cappello cardinalizio, la croce bianca del legato apostolico,
non erano più. Il clero avea anco perduta la influenza che è naturale
rimunerazione della superiorità nella cultura intellettuale. Un tempo,
se un uomo sapeva leggere, dicevasi ch’egli aveva preso gli ordini
ecclesiastici. Ma in una età che aveva uomini come Guglielmo Cecil e
Niccola Bacone, Ruggiero Ascham e Tommaso Smith, Gualtiero Mildmay e
Francesco Walsingham, non v’era ragione per chiamare dalle diocesi
loro i prelati onde negoziare trattati, soprintendere alle finanze,
o amministrare la giustizia. Il carattere spirituale non solamente
cessò d’essere una qualificazione per occupare gli alti uffici civili,
ma cominciò ad essere considerato come argomento d’inettitudine. Per
la qual cosa, quei motivi mondani che per innanzi avevano indotto
cotanti egregi, ambiziosi e ben nati giovani ad indossare l’abito
ecclesiastico, cessarono di agire. A quei tempi, nè anche una fra
duecento parrocchie apprestava emolumenti tali, da potersi considerare
come mantenimento d’un individuo di buona famiglia. Vi erano premi
nella Chiesa, ma erano pochi; e anche i maggiori erano bassi, in
paragone della gloria di che un tempo andavano circondati i principi
della gerarchia. La condizione di Parker e Grindal sembrava quella
di un mendicante a coloro che rammentavansi della pompa imperiale di
Wolsley; dei suoi palazzi, che erano diventati abitazioni predilette
del principe, cioè Whitehall e Hampton Court; delle tre ricche mense
che giornalmente erano apparecchiate nel suo refettorio; delle
quarantaquattro sontuose pianete della sua cappella; dei suoi staffieri
coperti di splendide livree, e delle sue guardie del corpo armate
di scuri dorate. Così l’ufficio sacerdotale perdè ogni attrattiva
agli occhi delle alte classi. Nel secolo che seguì l’ascensione di
Elisabetta al trono, quasi nessun uomo di nobile lignaggio entrò
negli ordini sacri. Alla fine del regno di Carlo II, due figli di
Pari erano vescovi; quattro o cinque figli di Pari erano preti, e
tenevano dignità proficue: ma queste rare eccezioni non toglievano
il rimprovero che facevasi al ceto ecclesiastico. Il clero veniva
considerato, nel suo insieme, come classe plebea. E veramente, uno tra
dieci ecclesiastici, che erano preti serventi manuali, faceva la figura
di gentiluomo. Moltissimi di coloro che non avevano beneficii, o gli
avevano sì piccoli da non apprestare i comodi della vita, vivevano
nelle case dei laici. Era da lungo tempo manifesto, che tale costumanza
tendeva a degradare il carattere sacerdotale. Laud erasi sforzato a
porvi rimedio; e Carlo I aveva ripetutamente emanati ordini positivi,
perchè nessuno, tranne gli uomini di alto grado, presumesse di tenere
cappellani domestici.[81] Ma tali ordini erano caduti in disuso. A vero
dire, mentre dominavano i Puritani, molti de’ reietti ministri della
Chiesa Anglicana poterono ottenere pane e ricovero solo impiegandosi
nelle famiglie de’ gentiluomini realisti; e le abitudini formatesi in
que’ torbidi tempi, seguitarono lungamente dopo il ristabilimento della
Monarchia e dell’Episcopato. Nelle case degli uomini di sentimenti
liberali e di culto intelletto, il cappellano era, senza alcun
dubbio, trattato con urbanità e cortesia. La conversazione, i servigi
letterari, i consigli spirituali di lui, erano considerati come ampia
ricompensa per l’alimento, lo alloggio e lo stipendio che riceveva. Ma
non così generalmente operavano i gentiluomini di provincia. Il rozzo
ed ignorante scudiero il quale reputava convenire alla dignità sua
che un ecclesiastico alla sua mensa, vestito degli abiti sacerdotali,
recitasse il rendimento di grazie, trovava il mezzo di conciliare la
dignità con la economia. Un giovine Levita—era questa la frase che
usavasi—si sarebbe potuto avere per il cibo, una stanzaccia e dieci
lire sterline l’anno; e non solamente avrebbe potuto compiere le
funzioni sacerdotali, essere un pazientissimo uditore, e sempre pronto
a giuocare nel buon tempo alle bocce, e nel piovoso alla morella;
ma avrebbe anche potuto far risparmiare la spesa di un giardiniere,
o d’un mozzo di stalla. Ora il reverendo legava gli albicocchi, ed
ora strigliava i cavalli. Rivedeva i conti del maniscalco; correva
dieci miglia a recare un’ambasciata o un fagotto. Gli era concesso di
desinare in compagnia della famiglia; ma doveva contentarsi del pasto
più umile. Poteva riempirsi il ventre di bove salato e carote: ma
appena comparse in tavola le torte e i manicaretti di panna, alzavasi,
e tenevasi da parte finchè venisse chiamato a recitare il rendimento
di grazie per il desinare, al quale in gran parte ei non aveva
partecipato.[82]

Forse, dopo alcuni anni di servizio, gli veniva concesso un beneficio
da bastargli per vivere; ma spesso gli era mestieri comprarlo con una
specie di simonia, che apprestò agl’irrisori inesausta materia di
scherzo per tre o quattro generazioni. Alla concessione della cura
era connesso l’obbligo di prender moglie. La moglie, comunemente,
era stata al servizio del patrono; ed era fortuna se essa non veniva
sospettata di godere i favori di lui. Certo, la natura dei matrimoni
che gli ecclesiastici di quella età avevano costume di fare, è il più
sicuro indizio del posto che l’ordine sacerdotale occupava nel sistema
sociale. Un uomo di Oxford, che scriveva pochi mesi dopo la morte di
Carlo II, querelavasi amaramente, non solo perchè il procuratore e
il farmacista di provincia trattavano con dispregio lo ecclesiastico
di provincia, ma perchè una delle lezioni inculcate con più studio
alle fanciulle di famiglie onorevoli, era di non corrispondere ad un
amante vincolato dagli ordini sacri; e che, ove qualche donzella avesse
posto in oblio tale precetto, rimaneva quasi egualmente disonorata,
che se si fosse resa colpevole d’illeciti amori.[83] Clarendon, che
certamente non odiava la Chiesa, rammenta, come segno della confusione
delle classi prodotta dalla grande ribellione, che alcune damigelle di
famiglie nobili si erano sposate ad ecclesiastici.[84] Una fantesca
era generalmente considerata come la più convenevole compagna di un
parroco. La Regina Elisabetta, come Capo della Chiesa, aveva data una
certa sanzione formale a cotesto pregiudizio, emanando ordini speciali
affinchè nessun chierico presumesse di sposare una fantesca senza il
consenso del padrone o della padrona.[85] Per parecchie generazioni,
quindi, la relazione tra i preti e le serve fu subietto d’infiniti
scherzi; nè sarebbe facile trovare nelle commedie del secolo decimo
settimo un solo esempio di un ecclesiastico che giungesse a sposare
una donna di condizione superiore a quella d’una cuoca.[86] Anche al
tempo di Giorgio II, il più acuto di tutti gli osservatori della vita
e dei costumi umani, ecclesiastico anch’egli, notò che nelle grandi
famiglie il cappellano era il rifugio d’una cameriera, la quale,
macchiato l’onore, avesse perduta ogni speranza di sedurre il maestro
di casa.[87]

Generalmente, lo ecclesiastico che lasciava l’ufficio di cappellano per
avere un beneficio ed una moglie, trovavasi uscito d’una molestia per
entrare in un’altra. Non una in cinquanta prebende, poneva il sacerdote
in condizione di sostenere coi debiti comodi la propria famiglia. Come
i figliuoli crescevano di numero e d’età, la economia di lui facevasi
più misera. L’unica sottana che lo copriva era piena di buchi, nel
tempo stesso che il tetto del presbiterio andava in ruina. Spesso
il suo solo mezzo di procacciarsi il pane quotidiano, era quello di
sudare lavorando il podere della parrocchia, nutrendo maiali e vendendo
concio; nè sempre i suoi estremi sforzi valevano a impedire che gli
esecutori della giustizia gli portassero via il libro delle Concordanze
della Scrittura e il calamaio. Era per lui giorno di letizia quello in
cui veniva ammesso alla cucina di qualche grande famiglia, dove i servi
gli donavano vivande fredde e birra. Educava i propri figliuoli come
quelli del vicino contadiname; i maschi traevansi dietro all’aratro, e
le femmine andavano a servire fuori di casa. Gli riusciva impossibile
studiare; perocchè il prezzo del suo beneficio sarebbe stato appena
bastevole allo acquisto d’una buona biblioteca teologica; e si sarebbe
potuto estimare oltremodo avventurato, se ne’ suoi scaffali avesse
avuti dieci o dodici malandati volumi. In cosiffatte domestiche
strettezze, il più vivo e robusto intelletto si sarebbe logorato.

Certamente, a quei tempi nella Chiesa Anglicana non v’era difetto di
ministri insigni per abilità e dottrina. Ma è da osservarsi che ei
non trovavansi fra mezzo alla popolazione rurale. Erano, altresì,
insieme raccolti in pochi luoghi dove abbondavano i mezzi d’istruirsi,
e dove le occasioni alle vigorose esercitazioni intellettuali erano
frequenti.[88] Quivi potevano trovarsi gli ecclesiastici forniti di
egregie doti, di eloquenza, di vasto sapere nelle lettere, nelle
scienze e negli usi della vita, onde attirare a sè l’attenzione delle
congregazioni frivole e mondane, guidare le deliberazioni dei senati,
e rendere la religione rispettabile anche nella Corte più dissoluta.
Taluni affaticavansi a scandagliare gli abissi della metafisica
teologica; altri erano profondamente versati nella critica degli studi
biblici; e altri gettavano luce sopra i luoghi più oscuri della storia
ecclesiastica. Questi mostravansi maestri consumati nella logica;
quelli coltivavano la rettorica con tale assiduità e prospero successo,
che i loro discorsi si pregiano meritamente come esempi di bello stile.
Cotesti uomini eminenti trovavansi, senza quasi nessuna eccezione,
nelle Università e nelle grandi Cattedrali, o nella Metropoli. Barrow
era di poco morto in Cambridge; Pearson gli era succeduto al seggio
episcopale. Cudworth ed Enrico More vi stavano tuttavia. South e
Pococke, Jane e Aldrich erano in Oxford. Prideaux stava presso Norwich,
e Whitby presso Salisbury. Ma principalmente il clero di Londra, del
quale parlavasi sempre come d’una classe particolare, era quello che
manteneva alla propria professione la fama di dottrina e d’eloquenza.
I principali pergami della metropoli erano occupati, verso quel tempo,
da una schiera d’uomini insigni, fra mezzo ai quali sceglievansi in
gran parte i prelati che governavano la chiesa. Sherlock predicava
nel Tempio, Tillotson a Lincoln’s Inn, Wake e Geremia Collier in
Gray’s Inn, Burnet nel Rolls, Stillingfleet nella Cattedrale di San
Paolo, Patrick in San Paolo a Covent Garden, Fowler in San Gilles a
Cripplegate, Sharp in San Gilles–in–the–Fields, Tenison in San Martino,
Sprat in Santa Margherita, Beveridge in San Pietro a Cornhill. Di
questi dodici oratori, tutti notabilissimi nella storia ecclesiastica,
dieci diventarono vescovi, e quattro arcivescovi. Frattanto, quasi
le sole opere teologiche importanti che uscissero da un presbiterio
rurale, furono quelle di Giorgio Bull, che poscia fu vescovo di
San David; e Bull non le avrebbe mai potute scrivere se non avesse
ereditato una terra, con la vendita della quale potè raccogliere una
biblioteca, quale nessun altro ecclesiastico di provincia possedeva.[89]

Così il clero anglicano era partito in due sezioni, le quali per
istruzione, costumi e condizioni sociali, grandemente fra loro
differivano. L’una, educata per le città e le corti, comprendeva uomini
forniti di dottrina antica e moderna; uomini adatti a combattere
Hobbes o Bossuet con tutte le armi della controversia; uomini che ne’
sermoni sapevano esporre la maestà e bellezza del cristianesimo con
tale giustezza di pensiero e vigoria di parola, che l’indolente Carlo
destavasi per ascoltare, e il fastidioso Buckingham dimenticavasi di
schernire; uomini che per destrezza, cortesia e conoscenza di mondo,
erano reputati degni di governare le coscienze de’ ricchi e dei nobili;
uomini coi quali Halifax amava discutere intorno agli interessi degli
Stati, e dei quali Dryden non arrossiva di confessare che gli erano
stati maestri nell’arte di scrivere.[90] L’altra sezione era destinata
a servigi più rozzi ed umili. Era dispersa per tutta la provincia,
e composta d’individui nè più ricchi nè molto più culti dei piccoli
coloni e dei servitori. Nulladimeno, in cotesti ecclesiastici rurali,
i quali traevano una scarsa sussistenza dalle loro decime sul grano
e sui maiali, e non avevano la minima probabilità di pervenire agli
alti onori della propria professione, lo spirito della professione
era più forte. Fra mezzo a quei teologi che erano l’orgoglio
dell’università e il diletto della capitale, e che erano giunti o
potevano ragionevolmente sperare di giungere a conseguire opulenza e
grado signorile, un partito rispettabile per numero e più rispettabile
per carattere, pendeva verso i principii del governo costituzionale;
viveva in relazioni amichevoli coi Presbiteriani, con gl’Indipendenti
e i Battisti; avrebbe con gioia veduto concedere piena tolleranza a
tutte le sètte protestanti, e consentito a modificare la liturgia, a
fine di conciliare i non–conformisti onesti e sinceri. Ma da tanta
libertà di pensiero abborriva il parroco di campagna. In verità, egli
andava altero della sua cenciosa sottana, più che i suoi superiori
delle loro bianche tele e de’ cappucci scarlatti. La convinzione di
essere assai piccolo nelle condizioni mondane, in guisa da non potersi
elevare al di sopra degli abitanti del villaggio a’ quali predicava,
gli dava una idea oltremodo grande della dignità del ministero
sacerdotale, sola cagione della riverenza in cui era tenuto. Essendo
vissuto lontano dal mondo, ed avendo avuta poca occasione di correggere
le proprie opinioni leggendo o conversando, serbava e insegnava le
dottrine dell’indestruttibile diritto ereditario, della obbedienza
passiva, e della non resistenza in tutta la nuda assurdità loro. Avendo
lungamente combattuto contro i dissenzienti del vicinato, spesso gli
odiava a cagione de’ torti ch’egli aveva loro fatti, e non trovava
altro fallo nelle odiate leggi, dette _Five Mile Act_ e _Conventicle
Act_,[91] se non in ciò che non erano bastevolmente severe. Sopra il
solo partito Tory, esercitava tutta la influenza—ed era grandissima—che
ei derivava dal proprio ministero. Sarebbe grave errore lo immaginare
che il potere del clero fosse minore di quello che sia ai dì nostri,
perchè il rettore di provincia non veniva considerato come gentiluomo,
perchè non gli era dato aspirare alla mano delle signore della famiglia
del possidente, perchè non veniva invitato alle sale dei grandi, ma
lasciavasi bere e fumare la pipa coi servitori e coi credenzieri. La
influenza d’una classe non è in modo alcuno proporzionata alla stima
in che i membri di quella sono tenuti come individui. Un cardinale
è personaggio più elevato che non è un frate mendicante; ma sarebbe
grave errore supporre che il collegio de’ cardinali abbia influito sul
pubblico sentire dell’Europa più che l’ordine di San Francesco. In
Irlanda, oggimai, la posizione sociale di un Pari è più eminente di
quella d’un prete cattolico: nondimeno, in Munster e Connaught, poche
sono le Contee dove una lega di preti in una elezione non trionferebbe
contra una lega di Pari. Nel secolo decimo settimo, il pulpito era, per
gran parte della popolazione, ciò che adesso è la stampa periodica.
Quasi nessuno dei villani che andavano alla chiesa parrocchiale, vedeva
mai una gazzetta o un libretto politico. Per quanto poco istruito
potesse essere il loro pastore, pure aveva maggiore istruzione di loro:
aveva ogni settimana occasione di arringare innanzi ad essi, senza
che nessuno alzasse la voce a rispondere. In ogni grave circostanza,
da molte migliaia di pulpiti ad un sol tempo, risuonavano invettive
contro i Whig, ed esortazioni ad obbedire all’unto del Signore; e lo
effetto ne era veramente formidabile. Di tutte le cagioni, le quali,
dopo sciolto il Parlamento di Oxford, produssero la violenta reazione
contro gli Esclusionisti, la più possente sembra essere stata la
eloquenza del clero di provincia.

XV. Il potere che i gentiluomini e il clero di provincia esercitavano
nei distretti rurali, veniva alquanto controbilanciato dal potere dei
piccoli possidenti, genia dotata d’animo schietto e robusto. I piccoli
possidenti, che coltivavano i propri campi con le mani proprie, e
fruivano d’una modesta competenza senza pretese di blasoni o ambizione
di sedere in una corte di giustizia, formavano, allora più che adesso,
una parte assai più importante della nazione. Se possiamo fidarci de’
migliori scrittori di statistica di que’ tempi, circa cento sessanta
mila proprietari, i quali insieme con le loro famiglie dovevano sommare
a più d’un settimo della intiera popolazione, traevano la sussistenza
dalle loro piccole possessioni libere. La entrata media di cotesti
possidenti, composta di rendita, d’utili e di salari, estimavasi ad
una somma fra sessanta e settanta lire sterline l’anno. Calcolavasi
che il numero degli individui che zappavano da sè le proprie terre,
era maggiore del numero di coloro i quali prendevano in affitto i
terreni altrui.[92] Gran parte dei piccoli possidenti, fino dal tempo
della Riforma, aveva aderito al Puritanismo; aveva nelle guerre civili
parteggiato a favore del Parlamento; dopo la Ristaurazione, persistito
ad ascoltare i predicatori Presbiteriani e Indipendenti; nelle elezioni
sostenuto valorosamente gli Esclusionisti; ed anche dopo scoperta la
congiura di Rye House e proscritti i capi de’ Whig, aveva seguitato a
considerare il papismo e il potere arbitrario con animo inesorabilmente
ostile.

XVI. Per quanto grande sia stato il cangiamento nella vita rurale
d’Inghilterra dopo la Rivoluzione, quello delle città è anche più
meraviglioso. Ai dì nostri, una sesta parte della nazione è affollata
in città provinciali, di trenta e più mila abitanti. Nel regno di Carlo
II, non era nel reame città provinciale che contenesse trentamila
anime; e solo quattro ne contavano dieci mila.

Dopo la metropoli, ma ad un’immensa distanza, venivano Bristol, che a
quei dì era il principale porto; e Norwich, che allora consideravansi
come la precipua città manifatturiera dell’Inghilterra. Ambedue sono
state poi vinte da altre città rivali più giovani: nulladimeno,
entrambe hanno fatto considerevoli progressi. La popolazione di Bristol
si è quadruplicata; quella di Norwich si è accresciuta più del doppio.

Pepys, il quale visitò Bristol otto anni dopo la Ristaurazione, rimase
attonito allo splendore della città. Ma il suo termine di paragone
non era alto; poichè egli registrò come una maraviglia il fatto, che
in Bristol un uomo poteva guardare all’intorno e non vedere altro che
case. E’ sembra che in nessun altro luogo che egli conoscesse, tranne
in Londra, gli edificii fossero fuori dai boschi e da’ campi. Per
quanto Bristol potesse sembrare vasta, non occupava se non piccola
parte del suolo sopra il quale adesso sorge. Poche chiese di squisita
bellezza elevavansi fra mezzo a un laberinto di anguste vie, sorgenti
sopra volte non molto solide. Se un cocchio o una carretta entrava
in que’ viali, correva pericolo di rimanere fitta fra le case, o di
rompersi nelle cantine; e però la roba veniva trasportata per la città
sopra barroccini tirati da cani; e i più ricchi abitanti facevano
mostra della propria opulenza non nel farsi trascinare assisi in cocchi
dorati, ma nel passeggiare per le vie con un corteo di servi coperti
di splendide livree, e nella profusione delle mense. La pompa dei
battesimi e de’ funerali vinceva di molto ciò che di simile si potesse
vedere in ogni altra parte dell’isola. La città era in grandissima
rinomanza d’ospitalità, in ispecie per le colazioni che i raffinatori
di zucchero offrivano a coloro che recavansi a visitarli. Il desinare
apparecchiavasi nella fornace, e veniva accompagnato da una ricca
bevanda composta del miglior vino di Spagna, conosciuta in tutto il
Regno col nome di latte di Bristol. Cosiffatto lusso sostenevano
per mezzo di un proficuo commercio con le piantagioni dell’America
Settentrionale e le Indie Occidentali. Era sì forte la passione pei
traffici con le colonie, che appena eravi in Bristol un solo piccolo
bottegaio che non avesse parte sul carico di qualche nave la quale si
recasse alla Virginia o alle Antille. Questo genere di commercio, a
dir vero, talvolta non era onorevole. Nelle transatlantiche provincie
della Corona, v’erano grandi richieste di lavoratori; alle quali
richieste provvedevasi, in parte, con un sistema di reclutare e rapire
individui nei principali porti dell’Inghilterra: sistema che in nessun
altro luogo era così attivo ed esteso come in Bristol. Anche i primi
magistrati di quella città, non vergognavano di arricchirsi con un
tanto odioso commercio. Dalle liste dell’imposta sui fuochi, si deduce
che nell’anno 1685, il numero delle case fosse cinque mila trecento.
Non possiamo supporre che il numero degli individui d’una casa fosse
maggiore di quelli d’una famiglia della città di Londra; e le migliori
autorità sopra questo subietto c’insegnano che in Londra erano
cinquantacinque persone per ogni dieci case. È mestieri, quindi, che la
popolazione di Bristol fosse di ventinovemila anime.[93]

XVII. Norwich era capitale d’una grande e fertile provincia, residenza
d’un vescovo e d’un capitolo, e sede principale della principale
manifattura del Regno. Alcuni uomini insigni per dottrina vi avevano
di recente abitato; e in tutto il reame non v’era luogo, tranne la
metropoli e le università, che attirasse maggiormente i curiosi. La
biblioteca, il museo, l’uccelliera e il giardino botanico di sir
Tommaso Browne, venivano stimati dai colleghi della Società Reale come
cose ben meritevoli d’un lungo pellegrinaggio. Norwich aveva anche una
Corte in miniatura. Nel mezzo della città sorgeva un vetusto palazzo
dei Duchi di Norfolk, che reputavasi la più vasta casa cittadina del
Regno, fuori di Londra. In cotesta magione, cui erano annessi locali
per la pallacorda, un pallottolaio, ed un ampio prato che si distendeva
lungo le rive del Wansum, la nobile famiglia di Howard faceva lunga
dimora, e teneva una corte somiglievole a quella d’un principotto.
Agli ospiti davasi da bere in vasi di oro puro. Le stesse molle e
le palette erano d’argento; le pareti adorne di pitture d’artisti
italiani; i gabinetti pieni d’una eletta collezione di gemme comperate
da quel Conte d’Arundel, i marmi del quale oggidì si ritrovano fra gli
ornamenti di Oxford. Ivi, nell’anno 1671, Carlo con tutta la sua Corte
venne sontuosamente ricevuto. Ivi ogni veniente era bene accolto dal
Natale alla Epifania. La birra correva a fiumi per la moltitudine. Tre
cocchi, uno de’ quali era costato cinquecento lire sterline e conteneva
quattordici persone, erano ogni pomeriggio mandati attorno per la
città, onde condurre le dame alle feste; e ai balli spesso seguiva
un magnifico banchetto. Quando il Duca di Norfolk andava a Norwich,
veniva salutato come un re che tornasse alla sua capitale. Le campane
del duomo e di San Pietro Mancroft suonavano; tuonavano le artiglierie
del castello; e il gonfaloniere e gli aldermanni presentavano al
loro illustre concittadino indirizzi a complirlo. Nell’anno 1693,
enumeratasi la popolazione di Norwich, trovossi ascendere a ventotto o
ventinove mila anime.[94]

Assai al di sotto di Norwich, ma considerevoli per dignità ed
importanza, stavano alcune altre antiche capitali di Contee. In
quell’età, rade volte seguiva che un gentiluomo di provincia andasse
con tutta la propria famiglia a Londra. Sua metropoli era la città
della Contea. Ei talvolta vi abitava parecchi mesi dell’anno. In
ogni modo, vi si recava chiamato dalle faccende o dai piaceri, dalle
sessioni trimestrali, dalle elezioni, dalle riviste della guardia
civica, dalle feste, dalle corse. Ivi erano le sale dove i giudici,
vestiti di scarlatto, e preceduti dai giavellotti e trombetti, aprivano
due volte l’anno la Commissione del Re. Ivi erano i mercati, dove
esponevansi in vendita il grano, il bestiame, la lana e i luppoli del
paese circostante. Ivi erano le grandi fiere, alle quali accorrevano
i mercatanti da Londra, e dove il trafficante rurale faceva le annue
provviste di zucchero, di carta, di coltelli, di mussolini. Ivi erano
le botteghe, nelle quali le migliori famiglie de’ luoghi circonvicini
comperavano le droghe e gli ornamenti di moda. Taluni di cotesti
luoghi erano illustri per le interessanti storiche reminiscenze, per
le cattedrali ornate di tutta l’arte e magnificenza del medio evo, pei
palagi abitati da una lunga serie di prelati, pei ricinti circondati
dalle venerabili case de’ decani e de’ canonici, e pei castelli che
nei tempi andati avevano respinti i Nevilles o i De Veres, e nei quali
rimanevano impressi i più recenti vestigi della vendetta di Rupert o di
Cromwell.

XVIII. Cospicue, fra le più notevoli città, erano York, capitale del
norte; e Exeter, capitale dell’occidente. Nessuna di esse contava più
di dieci mila abitanti. Worcester, chiamata la regina della terra
del sidro, ne aveva circa otto mila; e forse altrettante Nottingham.
Gloucester, rinomata per la ostinata difesa cotanto fatale a Carlo I,
ne aveva certamente da quattro in cinque mila; Derby appena quattro
mila. Shrewsbury era capo–luogo d’un esteso e fertile distretto. In
essa tenevasi la corte delle frontiere di Galles. Nel linguaggio dei
gentiluomini stanzianti in un circuito di molte miglia attorno il
Wrekin, andare a Shrewsbury significava recarsi alla città. I begli
spiriti e le belle donne provinciali imitavano, come meglio sapevano,
le mode di Saint James Park, ne’ loro passeggi lungo il Savern. Gli
abitanti sommavano a circa sette mila.[95]

La popolazione di ciascuno di questi luoghi, dalla Rivoluzione in
poi, si è accresciuta più del doppio; in taluni più di sette volte.
Le strade sono state pressochè interamente rifatte. Le lastre sono
state sostituite alla paglia, e i mattoni al legname. I pavimenti e
le lampade, lo sfoggio di ricchezza nelle principali botteghe, e la
squisita nettezza delle abitazioni de’ gentiluomini, sarebbero sembrate
cose miracolose agli uomini del secolo decimosettimo. Nondimeno, la
relativa importanza delle vecchie capitali delle Contee non è affatto
ciò che essa era. Città più moderne, città che di rado o giammai si
trovano rammentate nella nostra storia antica, e che non avevano
rappresentanti nei nostri più antichi Parlamenti, a memoria d’uomini
che vivono ancora, si sono innalzate ad una grandezza, che la presente
generazione guarda con ammirazione ed orgoglio; comunque non senza
ansietà e rispettoso terrore.

XIX. Le più eminenti di coteste città erano, nel secolo decimosettimo,
sedi rispettabili d’industria. Che anzi, il rapido progresso e la vasta
opulenza loro venivano allora descritti in un linguaggio che parrebbe
scherzevole a chi abbia veduta la loro grandezza presente. Una delle
più popolate e prospere era Manchester. Il Protettore aveva voluto
che mandasse un rappresentante al Parlamento; e gli scrittori del
tempo di Carlo II la ricordano come luogo di operosità e di opulenza.
Il cotone, per lo spazio di mezzo secolo, già vi si trasportava da
Cipro e da Smirne; ma la manifattura era nella sua infanzia. Whitney
non aveva peranche insegnato come la materia rozza potesse fornirsi
in abbondanza quasi favolosa. Arkwright non aveva peranche insegnato
come potesse lavorarsi con una speditezza e precisione che sembra
magica. L’intera importazione annua, nella fine del diciassettesimo
secolo, non ascendeva a due milioni di libbre; quantità che oggimai
appena servirebbe alle richieste di quarantotto ore. Quel maraviglioso
emporio, che per popolazione e ricchezza sorpassa di molto capitali
rinomate, come Berlino, Madrid e Lisbona, allora altro non era che una
vile e male edificata città di mercato, popolata di meno di sei mila
abitanti. Non aveva allora neppure un solo torchio, e adesso mantiene
cento stabilimenti da stampare. Allora non aveva nemmeno un cocchio, e
adesso mantiene venti carrozzai.[96]

XX. Leeds era già sede principale de’ lanificii della Contea di York;
ma i più vecchi cittadini si rammentavano tuttavia del tempo in cui fu
fabbricata la prima casa di mattoni, allora e lungamente dopo chiamata
la casa rossa. Vantavansi altamente della crescente ricchezza, e delle
immense vendite de’ panni che si facevano all’aria aperta sul ponte.
Centinaia, anzi migliaia di lire sterline sborsavansi in un solo
giorno operoso di mercato. La crescente importanza di Leeds aveva a sè
richiamato gli sguardi dei successivi governi. Carlo I aveva concessi
privilegi municipali alla città. Oliviero l’aveva invitata a mandare
un rappresentante alla Camera de’ Comuni. Ma dalle liste della imposta
sui fuochi, sembra certo che tutta la popolazione del borgo, esteso
distretto che contiene molti villaggi, regnante Carlo II, non eccedeva
settemila anime. Nel 1841 ne conteneva cento cinquanta e più mila.[97]

XXI. A una giornata di cammino verso mezzodì di Leeds, lungo un
selvaggio e pantanoso terreno, giaceva un’antica fattoria, adesso
rigogliosamente coltivata, allora sterile ed aperta, e conosciuta sotto
il nome di Hallamshire. Era abbondante di ferro; e fino da lunghissimi
anni, i rozzi coltelli che ivi si tacevano, vendevansi per tutto
il Regno. Li aveva ricordati Goffredo Chaucer nelle sue Novelle di
Canterbury. Ma sembra che la manifattura avesse fatti pochi progressi
nei tre secoli che seguirono quello del poeta. Tale lentezza potrebbe
forse spiegarsi considerando come ivi il traffico, per quasi tutto
quello spazio di tempo, fosse soggetto ai capricciosi regolamenti
imposti dal signore del luogo e dalla sua corte. Le più delicate
specie di coltelleria o facevansi nella capitale, o erano importate
dal continente. E’ fu sotto il regno di Giorgio I, che i chirurghi
inglesi cessarono di far venire dalla Francia quei finissimi ferri che
sono necessari agli usi dell’arte loro. La maggior parte delle fucine
di Hallamshire erano raccolte in una città di mercato, che era sorta
presso al castello del proprietario; e nel regno di Giacomo I era un
luogo singolarmente misero, popolato di circa due mila abitatori, la
terza parte dei quali erano accattoni mezzo nudi ed affamati. Pare
certo, secondo i registri parrocchiali, che la popolazione, verso la
fine del regno di Carlo II, non arrivasse a quattro mila anime. Gli
effetti di un lavoro niente favorevole alla salute ed al vigore della
macchina umana, risaltavano tosto agli occhi d’ogni viaggiatore.
Moltissimi fra quella gente mostravano storte le membra. È dessa quella
città di Sheffield, che oggidì, co’ suoi dintorni, contiene cento venti
mila anime, e che manda i suoi ammirevoli coltelli, rasoi e lancette
agli estremi confini del mondo.[98]

XXII. Birmingham non era riputata abbastanza importante da mandare
un membro al Parlamento d’Oliviero. Nulladimeno, i manifattori
di Birmingham, erano già una razza d’uomini operosi e proficui.
Gloriavansi dicendo che le loro chincaglierie erano in grande
estimazione, non già, come adesso, a Pechino ed a Lima, a Bokhara e a
Timbuctoo, ma anche in Londra e perfino in Irlanda. Avevano acquistata
una meno onorevole rinomanza come coniatori di moneta falsa. Alludendo
ai loro soldi spurii, il partito Tory aveva appiccato ai demagoghi, che
per ipocrisia mostravansi zelanti contro il papismo, il soprannome di
Birminghams. Eppure, nel 1685, quella popolazione, che ora è poco meno
di duecento mila, non arrivava a quattro mila. I bottoni di Birmingham
cominciavano pur allora ad essere conosciuti; delle armi di Birmingham
nessuno aveva peranche udito il nome; e il luogo d’onde, due
generazioni appresso, le magnifiche edizioni di Baskerville uscirono
per rendere attoniti tutti i bibliofili d’Europa, non contenevano una
sola bottega dove si potesse comperare una bibbia o un almanacco. Nei
giorni di mercato un libraio, che aveva nome Michele Johnson, padre
del grande Samuele Johnson, ci andava da Lichfield e vi apriva una
botteghetta per poche ore; la qual cosa per lungo tempo fu trovata
bastare alle richieste di coloro che amassero di leggere.[99]

XXIII. Queste quattro sedi principali delle nostre grandi manifatture
sono meritevoli di speciale ricordanza. Sarebbe noioso enumerare tutti
i popolosi ed opulenti alveari d’industria, che cento cinquanta anni fa
erano villaggi privi d’una parrocchia, o triste maremme abitate solo
dagli uccelli e dalle belve. Il mutamento non è stato meno notevole
in quegli sbocchi, dai quali i prodotti de’ mestieri e delle fornaci
inglesi si diffondono per tulio l’universo. Ai dì nostri, Liverpool
contiene circa trecento mila abitatori. Le imbarcagioni registrate nel
suo porto ascendono a quattro o cinquecento mila tonnellate. Nel suo
ufficio di dogana si è più volte pagata in un anno una somma tre volte
maggiore della intera entrata della Corona d’Inghilterra nel 1685. Il
danaro che incassa il suo ufficio postale, sorpassa la somma che la
posta di tutto il Regno rendeva al Duca di York. Gli infiniti docchi o
bacini, gli scali, i magazzini suoi, si annoverano fra le maraviglie
del mondo; e nondimeno, appena sembrano bastare al gigantesco traffico
del Mersey; e già una città rivale sorge rapidamente sul lido opposto.
Nel tempo di Carlo II, Liverpool veniva descritta come una città
risorgente, che aveva pur allora fatti grandi progressi, e. manteneva
proficue comunicazioni con la Irlanda e le colonie dove manifatturavasi
lo zucchero. Le dogane in sessanta anni eransi accresciute d’otto
volte, e rendevano quindici mila lire sterline l’anno; somma allora
riputata immensa. Ma la popolazione appena doveva passare le quattro
migliaia: le imbarcagioni facevano circa mille e quattrocento
tonnellate, meno del tonnellaggio di un solo legno indiano di prima
classe del tempo presente: e il numero de’ marinai appartenenti al
porto, non può estimarsi a più di duecento.[100]

XXIV. Tale è stato il progresso di quelle città dove si crea ed ammassa
la ricchezza. Nè meno rapido è stato il progredire di quelle di
specie differentissima; città dove la ricchezza, creata ed ammassata
dovecchessia, si spende per la salute e i piaceri. Alcune delle più
insigni fra coteste città sono sorte dopo il tempo degli Stuardi.
Cheltenham adesso, tranne la sola Londra, è città assai più vasta
di qualunque altra del Regno nel secolo decimo settimo. Ma in quel
secolo, e nel principio del susseguente, essa veniva rammentata dagli
storici municipali come una semplice parrocchia rurale, giacente a
piè di Cotswold Hills, ed avente un suolo atto alla coltivazione e
al pascolo. In que’ luoghi, ora coperti di cotante vaghissime strade
ed amene ville, cresceva il grano, e pascolavano gli armenti.[101]
Brighton veniva rappresentata come un luogo che un tempo era stato
proficuo, e che quando era nel più alto grado di prosperità, conteneva
più di due mila abitanti, ma che volgeva a decadenza. Il mare a poco a
poco invadeva gli edifici, che finalmente quasi al tutto scomparvero.
Novanta anni addietro, le rovine di una vecchia fortezza vedevansi
giacenti fra mezzo la ghiaia e le alghe marine; e gli uomini canuti
potevano additare i vestigi delle fondamenta dove una strada di cento
e più tuguri era stata inghiottita dalle onde. Sì misero, dopo tanta
calamità, diventò quel luogo, che appena venne reputato degno di
avere un vicariato. Pochi poveri pescatori, nondimeno, seguitarono
ad asciugare le loro reti su quelle rocce, sopra le quali adesso una
città, due volte più grande e popolata della Bristol degli Stuardi,
presenta per lungo tratto il suo gaio e fantastico prospetto alla
marina.[102]

XXV. Nulladimeno, l’Inghilterra nel secolo diciassettesimo non era
priva di bagni. I gentiluomini della Contea di Derby e delle altre
Contee vicine recavansi a Buxton, dove stavano affollati dentro bassi
tuguri di legno, e mangiavano focacce d’avena, e carni che erano in
grave sospetto d’esser di cane.[103] Tunbridge Wells, distante una
giornata di cammino dalla metropoli, e sita in una delle più ricche
e incivilite parti del Regno, offriva maggiori attrattive. Adesso vi
si vede una città, che cento sessanta anni addietro sarebbe stata
considerata per popolazione come la quarta o quinta fra le città
dell’Inghilterra. La splendidezza delle botteghe e il lusso delle
abitazioni private vincono d’assai tutto ciò che l’Inghilterra
avrebbe allora potuto mostrare. Allorquando la Corte, tosto dopo la
Restaurazione, visitò Tunbridge Wells, ivi non era città nessuna; ma,
a un miglio dalla sorgente, parecchie rustiche capanne, alquanto più
nette delle capanne ordinarie di que’ tempi, erano sparse in que’
luoghi deserti. Alcuni di questi tuguri erano movibili, e venivano
trasportati sopra le slitte da un luogo all’altro della comune. Quivi
le persone agiate, stanche del rumore e del fumo di Londra, talvolta
recavansi nei mesi estivi per respirare la fresca aura, e gustare un
poco di vita campestre. Nella stagione de’ bagni tenevasi ogni giorno
una specie di fiera presso la fontana. Le mogli e le figliuole dei
borghesi di Kent vi accorrevano dai circostanti villaggi, recando
latte, ciliege, spighe e quaglie. Comprare, scherzare con esse, lodare
i cappelli di paglia e le strette calzature loro, era un consolante
sollazzo agli sfaccendati, stanchi del sussiego delle attrici e delle
dame di corte. Modiste, venditori di giocattoli e gioiellieri, vi
andavano da Londra, e formavano un Bazaar sotto gli alberi. In una
trabacca, l’uomo politico trovava il suo caffè e la Gazzetta di Londra;
dentro un’altra, i giuocatori profondevano monete alla bassetta; e
nelle belle serate, i violini erano lì pronti ad accompagnare coloro
che ballavano la moresca su per l’erba molle del prato. Nel 1685, fra
coloro che frequentavano Tunbridge Wells erasi aperta una colletta a
fine di edificare una chiesa, che, per la insistenza dei Tory, in quel
tempo predominanti dappertutto, fu dedicata a San Carlo Martire.

XXVI. Ma primo tra tutti i luoghi di bagni, senza avere rivale alcuno,
era Bath. Le acque di quella città erano rinomate fino dai tempi
romani. Essa, per molti secoli, era stata sedia vescovile. Gl’infermi
vi accorrevano da ogni parte del Regno. Talvolta il re vi teneva
corte. Nonostante, Bath allora altro non era che un laberinto di
quattro o cinquecento case, ammassate dentro una vecchia muraglia,
nelle vicinanze dell’Avon. Esistono tuttora parecchie pitture di
case, che in quel tempo consideravansi come bellissime, e somigliano
grandemente alle più luride botteghe di cenciaioli, ed alle bettole
di Ratcliffe Highway. Vero è che anche in allora i viaggiatori
muovevano lamento della strettezza e del sudiciume delle strade.
Quella leggiadra città, che incanta anche l’occhio avvezzo a bearsi
de’ capolavori di Bramante e di Palladio, resa classica dal genio di
Anstey e di Smollett, di Francesca Burney e di Giovanna Austen, non
aveva cominciato ad esistere. La stessa Milsom Stret era una campagna
aperta molto lungi dalle mura; e lo spazio ora coperto dal Crescent e
dal Circus, era intersecato da siepi. I poveri infermi, ai quali erano
state prescritte le acque, giacevano sopra la paglia in un luogo, che,
per servirmi delle parole d’un medico di quei tempi, aveva sembianza
di nascondiglio, più presto che d’alloggio. Rispetto agli agi ed
al lusso che potevano trovare nello interno delle case di Bath le
persone cospicue che ci andavano per riacquistare la salute o trovarvi
divertimento, abbiamo notizie più abbondevoli e minute di quante se ne
possano generalmente sperare intorno a cotali subietti. Uno scrittore,
che sessanta anni dopo la Rivoluzione pubblicò un’opera sopra quella
città, ha con accuratezza descritti i cangiamenti a sua ricordanza ivi
seguiti. Egli ci assicura, come ne’ suoi anni giovanili, i gentiluomini
che visitavano le acque, dormissero in certe camere appena simili allo
soffitte dove ai suoi giorni stavano i servitori. I pavimenti delle
sale da pranzo erano privi di tappeti, e coperti d’una tinta bruna,
composta di sego e di birra, per nascondere il sudiciume. Nè anche un
tavolato era dipinto. Non un focolare o camino era di marmo. Una lastra
di pietra comune, e certe molle di ferro che potevano costare tre o
quattro scellini, erano stimate bastevoli per ogni camino. I migliori
appartamenti avevano tende di ruvida stoffa di lana, e seggiole col
fondo coperto di giunco. Quei lettori che s’interessano al progresso
dello incivilimento e delle arti utili, sapranno grado all’umile
topografo che ci ha tramandati cotesti fatti, e desidereranno forse che
storici più solenni avessero talvolta messe da parte poche pagine piene
di evoluzioni militari e d’intrighi politici, per dipingerci le sale e
le stanze da letto de’ nostri antenati.[104]

XXVII. La posizione di Londra, in ordine alle altre città dello Stato,
era ai tempi di Carlo II assai più considerevole che non è ai nostri.
Imperocchè, adesso la sua popolazione è poco più di sei volte di quella
di Manchester o di Liverpool; e, regnante Carlo, era più di diciassette
volte della popolazione di Bristol o di Norwich. È da dubitarsi se
si possa additare un altro esempio di un gran Regno, in cui la prima
città fosse diciassette volte più grande della seconda. Abbiamo ragione
di credere, che Londra nel 1685, fosse stata fino da mezzo secolo la
più popolata metropoli d’Europa. Gli abitanti, che oggidì sono almeno
un milione e novecento mila, erano allora, probabilmente, poco meno
di mezzo milione.[105] Londra, nel mondo, aveva soltanto una rivale
rispetto al commercio; rivale ora da lungo tempo vinta: voglio dire la
potente e ricca Amsterdam. Gli scrittori inglesi menavano vanto della
foresta di alberi che copriva il fiume dal Ponte alla Torre, e delle
portentose somme di danaro che entravano nell’ufficio della Dogana in
Thame’s Street. Non è dubbio che il traffico della metropoli a quei
di era, verso quello di tutto il paese, in maggior proporzione che
non è adesso: eppure, agli occhi nostri, gli onesti vanti de’ nostri
antenati sembrano quasi scherzevoli. Pare che la capacità delle navi,
da essi reputata incredibilmente grande, non eccedesse settanta mila
tonnellate. A dir vero, ciò era in quel tempo più che il terzo di
tutto il tonnellaggio del Regno; ma adesso è meno di un quarto del
tonnellaggio di Newcastle, ed equivale pressochè a quello de’ soli
piroscafi del Tamigi. Le dogane di Londra rendevano, nel 1685, circa
trecento trenta mila sterline l’anno. Ai giorni nostri, la somma de’
Dazii netta che si ricava nel medesimo ufficio, avanza i dieci milioni
di sterline.[106]

Chiunque si faccia ad esaminare le carte topografiche di Londra,
pubblicate verso la fine del regno di Carlo II, vedrà come a que’ tempi
altro non esistesse che il nucleo della presente metropoli. La città
non si perdeva, come adesso, a gradi impercettibili nella campagna.
Non viali di ville ombreggiati da file di lilla e d’avarnielli
estendevansi, dal gran centro della ricchezza e della civiltà, quasi
sino ai confini di Middlessex, e ben addentro nel cuore di Kent e di
Surrey. Ad oriente, nessuna parte dell’immensa linea de’ magazzini, e
de’ laghi artificiali, che ora si distende dalla Torre a Blackwall,
era per anche stata ideata. Ad occidente, nè anco uno di quei solidi e
vasti edifizi, dove abitano i nobili e i potenti, esisteva; e Chelsea,
che oggimai è popolato da quaranta e più mila umane creature, era un
tranquillo villaggio rurale di circa mille abitatori.[107] A tramontana
pascolavano gli armenti; e i cacciatori armati de’ loro archibugi
erravano co’ cani sul luogo dove sorge il borgo di Marylebone, e sopra
la maggior parte dello spazio ora coperto dai borghi di Finsbury e di
Tower Hamlets. Islington era quasi un deserto; e i poeti dilettavansi
di porre in contrasto la quiete che ivi regnava col frastuono della
immensa Londra.[108] A mezzodì, alla capitale adesso si aggiunge il
suburbio per mezzo di vari ponti, non meno magnifici e solidi delle più
belle opere de’ Cesari. Nel 1685, una sola fila di archi irregolari,
sopraccarichi da mucchi di case povere e cadenti, e piene, in modo
degno degl’ignudi barbari di Dahomy, di centinaia di teste putrefatte,
erano d’impaccio alla navigazione del fiume.

XXVIII. La parte più importante della metropoli, era quella che
propriamente chiamavasi la Città. Nel tempo della Restaurazione, era
stata in grandissima parte costrutta di legname e di gesso: i pochi
mattoni di cui si faceva uso, erano cotti male: le trabacche dove
ponevansi in vendita le mercanzie, proiettavano su per le strade,
ed erano coperte dai piani superiori. Pochi vestigi di cotesta
architettura possono anche oggi vedersi in quei distretti che non
furono preda del grande incendio. Il quale, in pochi giorni, aveva
coperto uno spazio poco minore d’un miglio quadrato, con le rovine di
ottantanove chiese e di tredicimila case. Ma la città era nuovamente
risorta con celerità tale, che ne avevano maravigliato i paesi vicini.
Sciaguratamente, le antiche linee delle strade erano state per lo più
mantenute: le quali linee, in origine descritte allorquando anche
le principesse viaggiavano a cavallo, erano spesso così anguste, da
non concedere che i carriaggi agevolmente passassero l’uno allato
dell’altro, ed erano perciò improprie perchè vi abitasse la gente
ricca, in un tempo in cui un cocchio a sei cavalli era un lusso in
voga. Lo stile de’ nuovi edifici, nulladimeno, era assai superiore a
quello dell’arsa città. I materiali di che comunemente avevano fatto
uso, erano mattoni assai migliori di quelli che in prima s’adoperavano.
Sopra i luoghi dove un dì sorgevano le antiche parrocchie, s’erano
innalzale nuove cupole, torri, ed aguglie improntate dal carattere del
fecondo genio di Wren. In ogni dove, tranne in un solo luogo, i segni
della immane devastazione erano spariti. Ma vedevansi tuttavia schiere
d’operai, ponti e masse di pietre, là dove il più magnifico de’ tempii
protestanti sorgeva, lento sopra le rovine della vecchia cattedrale di
San Paolo.[109]

Dopo quel tempo, lo aspetto della Città è intieramente cangiato.
Adesso i banchieri, i mercanti e i padroni di botteghe vi si recano
sei giorni della settimana per attendere ai loro negozi; ma abitano
negli altri quartieri della metropoli, o nelle residenze suburbane,
circondate da giardini d’arbusti e di fiori. Cotesta rivoluzione ne’
costumi de’ cittadini, ha prodotto un rivolgimento politico di non
lieve importanza. I più ricchi uomini, dediti al traffico, non portano
più alla Città quello affetto che ciascuno naturalmente prova per la
propria casa. La Città non isveglia più nelle menti loro le idee delle
affezioni e delle gioie domestiche. Il focolare, la famigliuola, il
desco socievole, il quieto letto, non sono più ivi. Lombard Street e
Threadneedle Street sono semplici luoghi dove gli uomini lavorano ed
accumulano. Essi vanno altrove a sollazzarsi ed a spendere i guadagni.
La domenica, o la sera, a faccende finite, parecchi cortili o viali,
dove poche ore innanzi era un ire e venire di visi affaccendati, sono
silenziosi come i sentieri d’una foresta. I capi degli interessi
mercantili più non sono cittadini. Schivano, e pressochè sprezzano
le onorificenze e i doveri municipali, e gli abbandonano ad uomini,
i quali, quantunque utili, e di rispetto degnissimi, rade volte
appartengono alle grandissime case commerciali, i cui nomi corrono
famosi per tutto il mondo.

Nel secolo diciassettesimo, i mercanti risedevano nella Città. Le case
degli antichi borghesi che esistono tuttora, sono state trasformate in
computisterie e magazzini; ma si conosce anche oggi, come non fossero
meno magnifiche delle abitazioni dove allora stanziavano i nobili.
Esse talvolta sorgono dentro bui e riposti cortili, e vi si va per
poco convenevoli aditi; ma sono ampie di mole, e solide d’aspetto.
Gl’ingressi sono adorni di pilastri e baldacchini, riccamente
intagliati. Le scale e i ballatoi non difettano di magnificenza. I
pavimenti sono talvolta di legno intarsiato, secondo l’uso di Francia.
Il palazzo di Sir Roberto Clayton, nel Ghetto vecchio, conteneva una
bella sala da pranzo, intavolata di legno di cedro, e ornata con
affreschi che rappresentavano le battaglie de’ numi e dei giganti.[110]
Sir Dudley North spese quattro mila lire sterline—somma che in quei
tempi sarebbe stata considerevolissima per un duca—ne’ ricchi addobbi
de’ suoi saloni in Basinghall Street.[111] In simiglianti abitazioni,
sotto gli Stuardi, i più grandi banchieri vivevano splendidamente
ospitali. Alle case proprie gli legavano i fortissimi vincoli dello
interesse e dell’affetto. Ivi avevano passati i dì della loro
giovinezza, formate le loro amicizie, corteggiate le proprie spose,
veduti crescere i figli, sotterrate le ossa dei parenti, aspettando di
trovarvi anch’essi la pace del sepolcro. Quel forte amore del natio
loco che è peculiare agli uomini delle società congregate in angusto
spazio, in simili circostanze sviluppavasi vigorosamente. Londra, per
il Londrino, era ciò che Atene per l’Ateniese dell’età di Pericle,
ciò che Firenze pel Fiorentino del secolo decimoquinto. Il cittadino
andava altero della grandezza della propria città, gelosissimo del
diritto all’altrui riverenza, ambizioso degli uffici, e zelante delle
franchigie di quella.

Sul finire del regno di Carlo II, l’orgoglio de’ cittadini di Londra
era inasprito da una crudele mortificazione. Lo antico statuto era
stato abolito, e il magistrato rifatto. Tutti gli uffici civili erano
in mano de’ Tory; e i Whig, comecchè per numero e per opulenza fossero
superiori ai loro avversari, trovavansi esclusi da ogni dignità locale.
Nulladimeno, lo esterno splendore del governo municipale non era punto
scemato; chè anzi, il mutamento lo aveva accresciuto. Imperocchè, sotto
l’amministrazione di certi Puritani che avevano poco innanzi governato,
la vecchia fama di briosa che la Città godeva, era volta in basso;
ma sotto i nuovi magistrati, i quali appartenevano ad un partito più
festevole, e alle mense dei quali vedevansi spesso ospiti distinti
per titoli o gradi dimoranti molto oltre Temple Bar, il Guildhall
e le sale delle grandi compagnie erano ravvivate da molti sontuosi
banchetti. Duranti i quali, cantavansi odi dai poeti del municipio,
composto in lode del Re, del Duca e del Gonfaloniere. Bevevano molto,
e tripudiavano clamorosamente. Un osservatore Tory, che s’era sovente
trovato fra mezzo a coteste gozzoviglie, ha notato come il costume
di accogliere con gioiose grida i brindisi fatti all’altrui salute,
cominciasse da quel lieto tempo.[112]

Il magnifico vivere del primo magistrato civico era quasi quello di
un re. Il cocchio dorato, che la folla adesso ammira ciascun anno, in
allora non v’era. Nelle grandi occasioni egli mostravasi a cavallo,
seguito da una lunga cavalcata, che per magnificenza era inferiore
soltanto al corteo che dalla Torre a Westminster accompagnava
il sovrano nel dì della incoronazione. Il Lord Gonfaloniere non
lasciavasi mai vedere in pubblico senza la sua veste, il cappuccio
di velluto nero, la catena d’oro, il gioiello, ed una gran torma di
battistrada e di guardie.[113] Nè il mondo vedeva cosa alcuna degna
di riso nella pompa ond’egli era di continuo circuito; perocchè
reputavala convenevole allo ufficio, che, come comandante le forze
e rappresentante la dignità di Londra, aveva diritto di occupare
nello Stato. La città, essendo allora non solo senza uguale in tutto
il reame, ma senza seconda, aveva per lo spazio di quarantacinque
anni esercitata influenza sì grande sopra le cose politiche della
Inghilterra, come ai giorni nostri Parigi la esercita sopra quelle
della Francia. Per istruzione, Londra superava grandemente qualunque
altra parte del Regno. Un Governo sostenuto dalla città di Londra,
poteva in un sol dì ottenere tali mezzi pecuniarii, che ci sarebbero
bisognati de’ mesi per raccoglierli da tutto il rimanente dell’isola.
Nè i mezzi militari della metropoli erano da tenersi in dispregio.
Il potere che i Lordi Luogotenenti esercitavano negli altri luoghi
del Regno, era in Londra affidato ad una commissione di eminenti
cittadini; sotto gli ordini della quale stavano dodici reggimenti di
fanteria e due di cavalleria. Un’armata di giovani di mercatanti e di
sarti, avente a capitani i consiglieri comunali, e a colonnelli gli
Aldermanni, non avrebbe certo potuto sostenere l’impeto delle truppe
regolari: ma pochissime erano allora nel Regno le regolari milizie.
Una città, quindi, la quale, un’ora dopo lo avviso, poteva metter su
venti mila uomini, forniti di coraggio naturale, provveduti di armi
non cattive e non affatto ignari della militar disciplina, non poteva
non essere un alleato importante e un formidabile nemico. Rammentava
ciascuno come Hampden e Pym fossero dalla milizia civica di Londra
stati protetti contro una sleale tirannide; come nella gran crisi
della guerra civile i militi cittadini di Londra fossero andati a
levare l’assedio dalla città di Gloucester; come nel movimento contro
i tiranni militari, che seguì alla caduta di Riccardo Cromwell, la
cittadina milizia di Londra avesse avuta importantissima parte. E
davvero, non sarebbe troppo il dire, che se Carlo I non avesse avuta
ostile la città, non sarebbe mai stato vinto, e che senza lo aiuto di
quella Carlo II non sarebbe riasceso sopra il trono degli avi suoi.

Queste considerazioni servano a dimostrare in che guisa, malgrado
quelle attrattive che per tanti anni avevano a poco a poco chiamata
l’aristocrazia verso la parte occidentale, pochi uomini d’alto grado
seguitassero fino ad un’epoca non molto lontana ad abitare nelle
vicinanze della Borsa e del Guildhall. Shaftesbury e Buckingham, mentre
facevano al Governo una opposizione aspra e senza scrupoli, pensarono
che in nessun altro luogo avrebbero potuto condurre così bene e senza
pericolo i loro intrighi, come sotto la protezione de’ magistrati e
della milizia della Città. E però Shaftesbury abitava in Aldersgate
Street una casa che si può oggi facilmente riconoscere, ai pilastri e
cordoni, opera leggiadra d’Inigo.[114] Buckingham aveva ordinato che la
sua abitazione presso Charing Cross, un tempo dimora degli arcivescovi
di York, fosse demolita; e mentre ivi sorgevano le strade e i viali
che portano tuttavia il nome di lui, elesse di abitare in Dowgate.[115]

XXIX. Nondimeno, queste erano rare eccezioni. Quasi tutte le nobili
famiglie d’Inghilterra avevano da lungo tempo emigrato fuori le
mura. Il distretto in cui rimaneva la maggior parte delle loro case
cittadine, giace fra la città e que’ luoghi che ora vengono considerati
come cospicui. Pochi grandi uomini seguitarono a starsi ne’ loro palagi
ereditari fra lo Strand e il fiume. I solidi edifici tra il mezzodì
e l’occidente di Lincoln’s Inn Fields, la piazza di Covent Garden,
Southampton Square, che oggi si chiama Bloomsbury Square, e King’s
Square in Soho Fields, che ora ha nome Soho Square, erano fra i luoghi
più prediletti. I principi stranieri venivano condotti a visitare
Bloomsbury Square come una delle maraviglie della Inghilterra.[116]
Soho Square, che era stato pure allora edificato, era pei nostri
antichi argomento d’un orgoglio, al quale i posteri loro non vorranno
partecipare. Lo avevano chiamato Monmouth Square finchè durò prospera
la fortuna del Duca di Monmouth; e nel lato meridionale torreggiava
il palazzo di lui. Il prospetto, comecchè senza grazia, era alto e
riccamente ornato. Sulle pareti degli appartamenti principali vedevansi
sculture di frutti, fogliami e blasoni, ed erano tappezzati di serici
drappi a ricamo.[117] Ogni vestigio di tanta magnificenza da lungo
tempo è scomparso, e in un quartiere un dì cotanto aristocratico, non
si trova nessuna casa aristocratica. Poco più in là, a tramontana da
Holborn, e lungo i campi da pascolo e da grano, sorgevano due rinomati
palazzi, a ciascuno dei quali era annesso un vasto giardino. L’uno, in
allora detto Southampton House, e di poi Bedford House, fu distrutto
circa cinquanta anni sono per far luogo ad una nuova città, la quale
adesso con le sue piazze, strade, e chiese occupa un vasto spazio, già
famoso nel secolo decimosettimo per le pesche e le beccaccine. L’altro,
chiamato Montague House, e celebre per gli affreschi e gli addobbi
onde era adorno, pochi mesi dopo la morte di Carlo II fu bruciato fino
alle fondamenta, e vi fu posto in sua vece un assai più magnifico
edificio, detto anch’esso Montague House; il quale essendo stato da
lungo tempo il sacrario di vari e preziosi tesori d’arte, di scienza
e di letteratura, quali non trovavansi per innanzi raccolti sotto
un solo tetto, ha da pochi anni dato luogo ad un edificio anche più
magnifico.[118]

Più presso alla Corte, in un luogo chiamato Saint James Fields, era
stato di recente edificato Saint James’s Square e Jermyn Street. La
chiesa di San Giacomo era stata allora aperta per comodo degli abitanti
di questo nuovo quartiere.[119] Golden Square, dove nella susseguente
generazione abitavano Lordi e Ministri di Stato, non era per anche
incominciato. A dir vero, le sole abitazioni che si potessero vedere a
tramontana di Piccadilly, erano tre o quattro solinghe e quasi rurali
dimore, la più celebre delle quali era il sontuoso edificio eretto
da Clarendon, e soprannominato Casa di Dunkerque. Dopo la caduta del
suo fondatore, era stato comperato dal Duca d’Albemarle. Il palazzo
Clarendon ed Albemarle Street serbano tuttavia la memoria del sito.

Colui che in allora girovagava per quella che oggidì è la parte
più celebre e gaia di Regent Street, trovavasi in una solitudine,
e talvolta si reputava fortunato di potere tirare con l’archibugio
a qualche beccaccia.[120] A settentrione, la strada di Oxford era
fiancheggiata da siepi. A cinque o seicento braccia verso mezzodì,
sorgevano le mura de’ giardini di poche grandi case, che consideravansi
affatto fuori la città. Ad occidente eravi un prato famoso per una
sorgente d’acqua, la quale, lungo tempo dopo, dette il nome a Conduit
Street. Ad oriente eravi un campo, che nessun cittadino di Londra a
que’ tempi poteva traversare senza ribrezzo. Ivi, come in luogo deserto
da ogni uomo, venti anni innanzi, allorquando la peste fece cotanta
strage, era stata scavata una vasta fossa, dove i carri mortuari, di
notte tempo, trasportavano cadaveri a centinaia. Il popolo credeva che
la terra fosse così infetta sotto la sua superficie, da non potersi
sommovore senza presentissimo pericolo per la vita degli uomini. Ivi
non furono gettate alcune fondamenta, se non dopo che trascorsero due
generazioni senza peste, e dopo che il luogo degli spettri era stato da
lungo tempo circondato da edifizi.[121]

Cadremmo in grave errore ove supponessimo che alcuna delle vie e
delle piazze allora avesse il medesimo aspetto in che oggi si vede.
La maggior parte delle case, dopo quel tempo, sono state al tutto o
quasi al tutto riedificate. Se le parti più cospicue della metropoli
potessero mostrarsi agli occhi nostri nella forma che allora avevano,
rimarremmo disgustati della loro squallida apparenza, ed attoscati
dall’atmosfera malsana che le circondava. In Covent Garden, presso alle
case de’ grandi, giaceva un sudicio e romoroso mercato. Le fruttaiuole
gridavano, i carrettieri azzuffavansi, torsi di cavoli e putride mele
vedevansi a mucchi accanto alle porte delle case della contessa di
Berkshire e del vescovo di Durham.[122]

Il centro di Lincoln’s Inn Fields era uno spazio aperto, dove ogni
sera ragunavasi la marmaglia, a pochi passi di Cardigan House e di
Winchester House, ad ascoltare le cicalate de’ saltimbanchi, a vedere
ballar gli orsi, e lanciare i cani addosso ai buoi. Vedevansi qua e
colà sparse le lordure. Vi si esercitavano i cavalli. Gli accattoni
erano così chiassosi ed importuni, come nelle peggio governate
città del continente. Mendicante di Lincoln’s Inn era espressione
proverbiale. Tutta la confraternita conosceva le armi e le livree
d’ogni signore caritatevole del vicinato, e appena compariva il tiro a
sei di sua signoria, saltellando o strascinandosi, gli si affollavano
d’intorno. Cotesti disordini durarono, malgrado molti accidenti e
alcuni procedimenti legali, fino a quando, nel regno di Giorgio II, Sir
Giuseppe Jekyll maestro de’ Rotoli, ovvero degli Atti, fu stramazzato a
terra e pressochè morto in mezzo alla piazza. Allora vi si fecero delle
palizzate e un piacevole giardino.[123]

Saint James’s Square era il ricettacolo di tutta la mondiglia e delle
ceneri, de’ gatti e cani morti di Westminster. Ora un giuocatore di
batacchio vi poneva la campana. Ora un impudente si piantava lì a
costruire una casipola per la spazzatura, sotto le finestre dell’aurate
sale in cui i magnati del Regno, i Norfolk, gli Ormond, i Kent e i
Pembroke davano banchetti e feste da ballo. E’ non fu se non dopo
che siffatti inconvenienti erano durati per una generazione, e dopo
che s’era molto scritto contro essi, che gli abitanti ricorsero al
Parlamento, onde ottenere licenza di porvi steccati e piantarvi
alberi.[124]

Se tali erano le condizioni dei quartieri dove abitavano i più cospicui
cittadini, possiamo facilmente credere che la gran massa della
popolazione patisse ciò che oggidì verrebbe reputato intollerabile
aggravio. I selciati erano detestabili; ogni straniero gridava:
vergogna! I condotti e le fogne erano sì cattivi, che ne’ tempi piovosi
i rigagnoli diventavano torrenti. Vari poeti giocosi hanno rammentata
la furia con che cotesti neri fiumicelli precipitavano giù da Snow
Hill e Ludgate Hill, trasportando a Fleet Ditch copioso tributo di
lordure animali e vegetabili dai banchi de’ macellaj e dei fruttaioli:
fluido pestifero che veniva sparso a diritta e a sinistra da’ cocchi e
dalle carrette. E però, chiunque andava a piedi, badava in ogni modo
a tenersi, più che potesse, lontano dalla parte carrozzabile della
strada. I timidi e pacifici cedevano il muro agli audaci ed atletici,
che lo rasentavano. Se avveniva che due bravazzoni s’incontrassero, si
davano vicendevolmente i cappelli nel muso, e l’uno spingeva l’altro
finchè il più debole era sbalzato verso il canale. Se questi era buono
solo alle spacconate, se ne andava a capo chino, mormorando che sarebbe
venuto il tempo di rifarsi; se era pugnace, l’incontro probabilmente
terminava con un duello dietro Montague House.[125]

Le case non erano numerate. E davvero, poca sarebbe stata la utilità
d’apporvi i numeri, poichè dei cocchieri, portantini, facchini e
ragazzi di Londra, piccolissima parte sapeva leggere. Era mestieri
servirsi di segni che dai più ignoranti fossero intesi. E però sulle
botteghe stavano insegne, che davano alle strade uno aspetto gaio e
grottesco. La via da Charing Cross a Whitechapel era una continuazione
di teste di saracini, di querce reali, d’orsi azzurri, d’agnelli
d’oro, i quali scomparvero allorquando non furono più necessari alla
intelligenza del volgo.

Venuta la sera, la difficoltà e il pericolo di andare attorno per la
città di Londra diventavano veramente gravi. Aprivansi le finestre, e
i vasi si votavano poco badando a chi vi passasse sotto. Le cadute,
le ammaccature, le fratture d’ossa erano cose ordinarie. Imperocchè,
fino all’ultimo anno del regno di Carlo II, la maggior parte delle vie
rimanevano in un profondo buio. I ladri esercitavano impunemente il
proprio mestiere; e nondimeno, non erano così terribili ai pacifici
cittadini, come lo era un’altra genia di ribaldi. Era prediletto
sollazzo de’ dissoluti giovani gentiluomini quello di girovagare di
notte per la città, rompere finestre, capovolgere sedili, battere le
persone tranquille, e carezzare grossolanamente le donne leggiadre.
Parecchie dinastie di cotesti tirannelli, dopo la Restaurazione,
regnavano nelle strade. I così detti _Muns_ e i _Tityre Tus_ avevano
fatto posto agli _Hectors_, e a questi avevano di recente succeduto gli
_Scourers_. Più tardi sorsero i Nicker, gli _Hawcubite_ e i _Mohawk_,
più terribili di tutti.[126]

XXX. I mezzi per mantenere la pace erano estremamente frivoli. Eravi
una legge fatta dal Consiglio Municipale, che prescriveva come cento e
più sentinelle stessero in continua vigilanza per tutta la città, dal
tramonto allo spuntare del sole; ma rimaneva negletta. Pochi di coloro
ai quali toccava di far la guardia, lasciavano la propria casa; e que’
pochi, generalmente, gradivano meglio stare ad ubbriacarsi dentro le
taverne, che girare per le vie.

XXXI. È d’uopo notare come, nell’ultimo anno del regno di Carlo II,
nella polizia di Londra seguisse un gran mutamento, il quale forse
non meno de’ rivolgimenti di maggior fama contribuì ad accrescere la
felicità del popolo. Un ingegnoso progettista, che aveva nome Eduardo
Heming, ottenne lettere patenti con cui gli si concedeva per dieci
anni il diritto esclusivo d’illuminare Londra. Costui intraprese, per
una modica retribuzione, di porre una lanterna per ogni dieci porte,
nelle sere prive di luna, dal dì di San Michele fino alla festa della
Madonna, e dalle ore sei fino alle dodici. Coloro che oggimai veggono
la metropoli per tutto l’anno, dalla sera fino all’alba, chiarificata
da uno splendore, in paragone del quale le illuminazioni per la
Hogue e Blenheim sarebbero sembrate pallide, sorrideranno forse in
pensare alle lanterne di Heming, le quali mandavano un fioco lume
innanzi una casa in ogni dieci, per piccola parte di una notte in
ogni tre. Ma non così pensavano i suoi contemporanei. Il suo disegno
suscitò plausi entusiastici, e furiose opposizioni. Gli amatori del
progresso lo esaltavano come il grandissimo dei benefattori della
città sua, chiedendo che erano mai i trovati d’Archimede in agguaglio
della impresa dell’uomo il quale aveva trasformate le ombre della
notte in luce di meriggio! In onta a tali eloquenti elogi, la causa
dell’oscurità non rimase priva di difensori. In quell’età v’erano
insani che avversavano la introduzione di quella che chiamavasi nuova
luce con tanta virulenza, con quanta gl’insani de’ tempi nostri hanno
avversato lo innesto del vaiuolo e le strade ferrate, e gl’insani d’una
età anteriore si erano opposti alla introduzione dell’aratro e della
scrittura alfabetica. Molti anni dopo le lettere patenti concesse
a Heming, v’erano vasti distretti in cui non vedevasi nè anche una
lanterna.[127]

XXXII. Possiamo agevolmente immaginare in che condizioni, a quel
tempo, fossero i quartieri di Londra popolati dalla feccia della
società. Uno fra essi aveva acquistata scandalosa rinomanza. Sul
confine tra la Città ed il Tempio, era stato fondato, nel secolo
decimoterzo, un convento di frati Carmelitani, che portavano bianchi
cappucci. Il ricinto di quel convento, avanti la Restaurazione, aveva
servito d’asilo ai facinorosi, e serbava tuttavia il privilegio di
proteggere dall’arresto i debitori. Gl’insolventi quindi occupavano
ogni casa dalle cantine fino alle soffitte. Di costoro, moltissimi
erano ribaldi e libertini; e nell’asilo tenevano loro dietro donne
più che essi di malvagia vita. La potestà civile non aveva modo
di mantenere l’ordine in un distretto che brulicava di cosiffatti
abitatori; e in tal guisa Whitefriars divenne il luogo prediletto di
coloro che volevano emanciparsi dal freno delle leggi. E comecchè le
immunità legalmente pertinenti al luogo riguardassero soltanto i casi
di debiti, vi trovavano ricovero anche essi i truffatori, i testimoni
spergiuri, i falsari, i ladroni. Per lo che, fra mezzo a così disperata
marmaglia, nessuno officiale di pace si teneva sicuro della vita.
Al grido di «Riscossa!» sgherri armati di spade e magli, sfacciate
streghe impugnando manichi di granata e spiedi, sbucavano a centinaia,
e fortunato colui che percosso, strappato, annaffiato, avesse potuto
salvarsi a Fleet Street. Nè anche un ordine del Capo Giudice
d’Inghilterra poteva mandarsi ad esecuzione senza lo aiuto d’una
compagnia di moschettieri. Cotali avanzi della barbarie di secoli più
bui, trovavansi a pochi passi dalle stanze dove Somers meditava sulla
storia e sulle leggi, dalla chiesa dove predicava Tillotson, dalla
bottega da caffè dove Dryden profferiva giudicii sopra poemi e drammi,
e dalla sala dove la Società Reale esaminava il sistema astronomico di
Newton.[128]

XXXIII. Ciascuna delle due città che formavano la capitale
dell’Inghilterra, aveva il proprio centro d’attrazione. Nella metropoli
del commercio, il punto di convergenza era la Borsa; nella metropoli
dell’alta cittadinanza, era il Palazzo. Ma il Palazzo non serbò la
propria influenza così lungamente come la Borsa. La Rivoluzione cangiò
affatto le relazioni tra la Corte e le alte classi della società. A
po’ per volta, divenne manifesto che il Re, come individuo, aveva ben
poco da donare; che le corone ducali e le giarrettiere, i vescovati
e le ambascerie, gl’impieghi di lordi del tesoro e di cassiere dello
scacchiere, anzi fino gli uffici della scuderia e della camera reale,
venivano dispensati non da lui, ma dai suoi consiglieri. Ogni ambizioso
e cupido uomo vedeva che avrebbe meglio provveduto all’utile proprio,
giungendo a predominare in un borgo parlamentare nella Contea di
Cornwal, e rendendo servigi al Ministero in qualche momento difficile,
anzichè diventare il compagno e anche il prediletto del principe. E
quindi, non nelle anticamere di Giorgio I e di Giorgio II, ma in quelle
di Walpole e di Pelham affollavansi quotidianamente i cortigiani. È
parimente da notarsi, che la medesima rivoluzione che rese impossibile
ai nostri Re l’arbitrio di disporre degl’impieghi dello Stato col
solo scopo di compiacere alle proprie inclinazioni, ci diede parecchi
Re dalla educazione e dalle abitudini resi inetti a mostrarsi ospiti
affabili e generosi. Erano nati e cresciuti sul continente. Venuti
nell’isola nostra, non vi si trovavano mai come in casa propria.
Se parlavano la nostra lingua, la parlavano senza eleganza e con
difficoltà. Non giunsero mai ad intendere l’indole nostra nazionale,
e nè anche provaronsi di acquistare i nostri costumi. La parte più
importante de’ loro doveri essi adempivano meglio di qualunque de’
principi loro antecessori; poichè governavano rigorosamente secondo la
legge: ma non potevano essere i primi gentiluomini del reame, i capi
della società culta. Se pure lasciavansi mai andare alla affabilità,
ciò seguiva fra mezzo ad una ristretta conversazione, dove non vedevasi
quasi neppure un Inglese; e non riputavansi tanto felici, se non se
quando potevano passare una state nella terra dove erano nati. V’erano,
a dir vero, i giorni determinati in cui essi ricevevano i nobili e i
gentiluomini inglesi; ma siffatto ricevimento altro non era che mera
formalità, la quale alla perfine divenne cerimonia solenne quanto
quella di un funerale.

Non era tale la Corte di Carlo II. Whitehall, mentre egli vi faceva
dimora, era il centro degl’intrighi politici e del brio elegante.
Mezzi i faccendieri e mezzi i bellimbusti della metropoli accorrevano
alle sue sale. Chiunque fosse riuscito a rendersi gradito al principe,
o a guadagnare la protezione della concubina, poteva bene sperare
d’innalzarsi nel mondo, senza aver reso alcun servigio al Governo,
senza essere, nè anche di vista, conosciuto da nessuno de’ Ministri di
Stato. Uno de’ cortigiani otteneva il comando d’una fregata; l’altro
quello d’una compagnia di soldati; un terzo la grazia per un colpevole
ricco; un quarto la cessione d’una terra della Corona a buoni patti.
Se il Re mostrava di gradire che un legale senza clientela fosse
fatto giudice, o un baronetto libertino fosse creato Pari, i più
gravi consiglieri, dopo un breve mormorare, piegavano il capo.[129]
L’interesse, quindi, attirava alle porte della reggia una folla di
postulanti; e le porte rimanevano sempre spalancate. Il Re teneva casa
aperta ogni giorno, e per tutta la giornata, alle classi alte della
città di Londra, tranne agli esagerati del partito Whig. Non v’era
gentiluomo che trovasse difficile lo accesso alla presenza del sovrano.
La levata dal letto (_levee_) rispondeva esattamente al significato del
vocabolo. Parecchi gentiluomini andavano ogni mattina a corteggiare il
loro signore, a chiacchierare con esso mentre gli ponevano la parrucca
o gli annodavano la cravatta, e ad accompagnarlo nella sua passeggiata
mattinale nel parco. Chiunque fosse stato debitamente presentato,
poteva, senza invito speciale, recarsi a vederlo pranzare, cenare,
ballare e sollazzarsi ai giochi di sorte; e poteva avere il diletto
di udirgli riferire storielle, ch’egli sapeva assai bene raccontare,
intorno alla sua fuga da Worcester, e alla miseria che egli aveva
patita, mentre trovavasi prigioniero di Stato nelle mani dei piagnolosi
e intriganti predicatori di Scozia. Coloro che gli stavano d’intorno, e
che la Maestà Sua sovente riconosceva, gli si facevano presso, perchè
dirigesse loro la parola. Ciò era argomento d’un’arte di regnare assai
più proficua di quella che il padre e l’avo di lui avevano praticata.
Non era facile al più austero repubblicano della scuola di Marvel
resistere alla malia di tanto buon umore ed affabilità; e molti vecchi
Cavalieri, nel cuore de’ quali la rimembranza di molti non rimeritati
sacrifici si era per venti anni invelenita, tenevansi in un sol momento
ricompensati delle ferite e delle spoliazioni, quando il loro sovrano,
salutandoli cortesemente col capo, diceva loro: «Dio vi tenga nella sua
santa guardia, mio vecchio amico!»

Whitehall naturalmente divenne il principale scaricatoio di tutte le
nuove. Vociferandosi ivi che qualche cosa d’importante fosse seguíta o
per seguire, le genti vi accorrevano, come a fonte precipua, frettolose
per informarsene. Le gallerie avevano l’aspetto della sala d’un circolo
odierno in tempi d’agitazione. Rigurgitavano di persone chiedenti se la
valigia olandese fosse arrivata, quali nuove avesse recate il corriere
dalla Francia, se Giovanni Sobiesky avesse sconfitti i Turchi, se il
Doge di Genova fosse veramente in Parigi. E queste erano cose, intorno
alle quali poteva con tutta sicurtà parlarsi ad alta voce. Ma v’erano
subietti intorno ai quali si domandava e rispondeva bisbigliando.
Aveva Halifax avuto vantaggio sopra Rochester? Vi sarebbe egli un
Parlamento? Il Duca di York sarebbe egli andato davvero in Iscozia? Il
Duca di Monmouth era positivamente stato richiamato dall’Aja? Ciascuno
studiavasi di leggere in viso ai Ministri, mentre traversavano la
folla per entrare o uscire dalle stanze del Re. Augurii d’ogni specie
facevansi, a seconda del tono con che la Maestà Sua parlava al Lord
Presidente, o del riso con che Sua Maestà onorava una frase scherzevole
detta dal Lord del Sigillo Privato; e in poche ore, le speranze e i
timori nati da tali leggierissimi indizi, si spandevano per tutte le
botteghe da caffè, da San Giacomo fino alla Torre.[130]

XXXIV. La bottega da caffè va anch’essa rapidamente rammentata, come
quella che in quei tempi poteva non impropriamente considerarsi
istituzione politica importantissima. Il Parlamento era chiuso da
parecchi anni. Il Consiglio Municipale della città aveva cessato di
parlare, esprimendo il pubblico sentire. Le ragunanze, le arringhe, le
deliberazioni pubbliche, e tutti gli altri mezzi che oggidì servono a
produrre l’agitazione, non erano per anche in uso. Nulla esisteva che
somigliasse le moderne gazzette. In tali circostanze, le botteghe da
caffè erano gli organi precipui, per mezzo de’ quali manifestavasi la
pubblica opinione della metropoli.

La prima di tali botteghe era stata aperta a tempo della repubblica
da un mercatante della Turchia, il quale fra i Maomettani aveva preso
l’uso della loro prediletta bevanda. La comodità di potere avere
convegni in ogni parte della città, e passare le serate socievolmente
a poco costo, era così grande, che la moda con rapidità si diffuse.
Ciascun uomo delle classi alte o delle medie andava giornalmente al suo
caffè per raccogliere nuove e discutervi sopra. Ciascun caffè aveva uno
o più oratori, alla cui eloquenza la folla, compresa d’ammirazione,
prestava ascolto, e i quali tosto divennero ciò che i giornalisti sono
stati chiamati ai nostri tempi; vale a dire il quarto Stato del Regno.
La Corte aveva da lungo tempo con inquietudine veduto crescere questo
nuovo potere nello Stato. Sotto l’amministrazione di Danby, s’era fatto
un tentativo di chiudere le botteghe da caffè. Ma gli uomini di tutti i
partiti desideravano cotesti consueti luoghi di ritrovo, talmente che
ne nacquero clamori universali. Il Governo non rischiossi, avversando
un sentimento cotanto forte e generale, a rinvigorire un ordine la
cui legalità poteva porsi in questione. Da quel tempo erano scorsi
dieci anni, duranti i quali il numero dei caffè era sempre venuto
crescendo. Gli stranieri notavano che la bottega da caffè era quella
che distingueva Londra dalle altre città; che la bottega da caffè era
la casa del Londrino; e che coloro i quali avessero voluto trovare un
gentiluomo, comunemente dimandavano, non dove egli abitava in Fleet
Street o in Chancery Lane, ma se egli frequentava il _Grecian_ e il
_Rainbow_. Da cotesti luoghi non veniva escluso nessuno che ponesse
sul banco la sua moneta. Nulladimeno, ogni grado e professione, ogni
opinione politica e religiosa, aveva il proprio quartiere generale.
Vi erano botteghe presso Saint James’s Park, nelle quali ragunavansi
i zerbinetti con le teste e le spalle coperte da parrucche nere o
di lino, non meno ampie di quelle che adesso portano il Cancelliere
e il Presidente della Camera de’ Comuni. La parrucca era venuta da
Parigi, insieme con gli altri belli ornamenti da gentiluomo; cioè la
veste ricamata, i guanti ornati di frangie e la nappa che sosteneva le
brache. Nel conversare usavasi quel dialetto, il quale, lungo tempo
dopo che era sparito dalle labbra della gente educata, continuò,
su quelle di Lord Foppington, a muovere a riso gli spettatori in
teatro.[131] L’atmosfera era simile a quella della bottega d’un
profumiere. Il tabacco, se non mandava squisitissimo odore, era tenuto
in abominio. Se qualche villano, ignaro delle usanze della bottega,
chiedeva una pipa, gli scherni della intera assemblea, e le risposte
brevi de’ ragazzi, tosto lo persuadevano come gli tornasse meglio
andarsene altrove. Nè gli toccava a fare lungo cammino. Imperocchè,
generalmente, nelle botteghe da caffè il fumo del tabacco vedevasi
come ne’ corpi di guardia; e gli stranieri alcuna volta manifestavano
la loro sorpresa, vedendo come tanta gente lasciasse i propri focolari
per starsi ravvolta fra il puzzo e la nebbia perpetua. In nessun
luogo fumavasi più di quel che si facesse nel caffè Will. Questa
celebre bottega, posta tra Covent Garden e Bow Street, era dedicata
agli studi leggiadri. Quivi ragionavasi intorno a cose poetiche, e
alle unità così dette aristoteliche del dramma. Ivi era un partito a
favore di Perrault e de’ moderni, e un altro che difendeva Boileau e
gli antichi. In un gruppo si discuteva se il _Paradiso Perduto_ avrebbe
dovuto essere scritto in versi rimati. Ad un altro, un invido poetastro
dimostrava che la _Venezia Salvata_ di Otway avrebbe dovuto essere
cacciata a fischi dalla scena. Non v’era tetto sotto il quale fosse
maggior varietà di figure. Conti ornati di stelle e di giarrettiere,
ecclesiastici in collaretto e sottana, petulanti legali, giovinetti di
università inesperti, traduttori e fattori d’indici in lacero arnese.
Ciascuno sforzavasi di penetrare nel gruppo che s’affollava intorno a
Giovanni Dryden. Nell’inverno, la sedia dove egli adagiatasi, era nel
canto più caldo presso al cammino; nella state era posta sul balcone.
Fargli un inchino, udire la sua opinione intorno all’ultima tragedia
di Ratine, o al trattato di Bossu sopra la poesia epica, reputavasi un
insigne favore. Una presa della sua tabacchiera era onore bastevole a
dar la volta al cervello d’un giovine entusiasta. Vi erano botteghe
da caffè dove potevano consultarsi i medici più rinomati. Il dottore
Giovanni Radcliffe, il quale nel 1685 aveva la più numerosa clientela
di Londra, dalla sua casa posta in Bow Street, luogo a que’ tempi in
voga nella capitale, andava giornalmente, nell’ora in cui era più
popolata la Borsa, al caffè di Garraway, dove sedeva innanzi ad una
tavola distinta, circondato da chirurgi e da farmacisti. Vi erano
botteghe da caffè puritane, dove non udivasi una bestemmia, e dove gli
uomini dai lisci capelli discutevano parlando col naso intorno agli
eletti e ai reprobi: caffè per gli ebrei, dove i cambia–monete dagli
occhi neri, di Venezia o d’Amsterdam, salutavansi vicendevolmente;
e caffè papisti, dove, secondo che i buoni protestanti credevano, i
Gesuiti[132] con le tazze in mano facevano disegni d’un altro grande
incendio, e di fondere palle d’argento per uccidere il Re.[133]

Il modo d’accomunarsi siffattamente non contribuì poco a formare il
carattere del cittadino di Londra in que’ giorni. Veramente, egli era
un essere ben diverso dall’Inglese abitante della campagna. Allora
non esisteva la relazione che adesso si vede fra le due classi. Solo
gli uomini assai ricchi avevano il costume di passare mezzo l’anno in
città e mezzo in villa. Pochi scudieri andavano alla metropoli tre
volte in tutta la loro vita. Nè i cittadini agiati avevano ancora il
costume di respirare la fresca aria de’ campi e dei boschi per parecchi
giorni della stagione estiva. Un vero Londrino,[134] mostrandosi in
qualche villaggio, veniva guardato con maraviglia, quasi si fosse
intruso fra mezzo un Kraal di Ottentoti. Dall’altro canto, quando
un signore delle Contee di Lincoln o di Shrop appariva in Fleet
Street, di leggieri distinguevasi fra la popolazione della città,
come un Turco o un Lascaro. Il vestire, lo andare, l’accento, il modo
onde egli guardava ammirando le botteghe, inciampava ne’ rigagnoli,
s’imbatteva ne’ facchini, e rimaneva sotto le grondaie, lo additavano
come ottima preda ai truffatori ed ai beffardi. I bravazzoni lo
spingevano fin nel canale, i cocchieri lo inzaccheravano dal capo ai
piedi. I ladroncelli esploravano con piena sicurtà le vaste tasche del
suo abito da cavalcare, mentre egli ammirava estatico lo splendido
corteo del Lord Gonfaloniere. Gli scrocconi, ancora indolenziti dalle
staffilate ricevute per ordine della Giustizia dietro la coda d’un
cavallo, si presentavano a lui, e gli parevano i più onesti e cortesi
gentiluomini ch’egli avesse mai veduti. Donne col viso impiastrato,
rifiuto di Lewkner Lane e di Whetstone Park, gli si spacciavano per
contesse e dame di Corte. Se domandava della via che conduceva a San
Giacomo, lo dirigevano a Mile End. Se entrava in una bottega, subito
veniva giudicato come un facile compratore di tutte quelle cose che
non si sarebbero potute vendere ad altri, di ricami di seconda mano,
d’anelli di rame, e d’oriuoli che non segnavano le ore. Se entrava in
qualche bottega da caffè di moda, diventava lo zimbello degl’insolenti
bellimbusti, e de’ gravi legali. Pieno di vergogna e di rabbia,
faceva tosto ritorno alle proprie terre, dove negli omaggi de’ suoi
affittaioli e nel consorzio de’ suoi compagni, trovava conforto alle
vessazioni ed umiliazioni sofferte. Ivi si sentiva ridivenuto grande
uomo, e non vedeva nulla al di sopra di sè, tranne quando nel tribunale
sedevasi al banco accanto al giudice, o quando alla rivista della
milizia cittadina salutava il Lord Luogotenente.

XXXV. La cagione precipua che rendeva così imperfetta la fusione de’
diversi elementi sociali, era la estrema difficoltà che i nostri
antenati incontravano di andare da un luogo ad un altro. Fra tutte le
invenzioni, tranne le lettere alfabetiche e l’arte della stampa, quelle
che abbreviano le distanze hanno principalmente cooperato ad incivilire
il genere umano. Ogni miglioramento dei mezzi di locomozione, giova
all’umanità moralmente e intellettualmente, non che materialmente; e
non solo agevola lo scambio de’ vari prodotti della natura e dell’arte,
ma tende a distruggere le nazionali e provinciali antipatie, ed
avvincolare in una tutte le classi della umana famiglia. Nel secolo
diciassettesimo, gli abitanti di Londra erano, per ogni negozio
pratico, più discosti da Edimburgo, di quello che oggi siano da Vienna.

I sudditi di Carlo II non erano, egli è vero, affatto ignari di quel
principio, il quale ai tempi nostri ha prodotto un rivolgimento
senza esempio nelle cose umane, il quale ha fatto sì che le navi
sfidino il vento e le onde marine, e i battaglioni, accompagnati da
bagagli ed artiglierie, traversino i Regni con un passo eguale a
quello del più veloce corsiero. Il Marchese di Worcester aveva pur
allora osservata la potenza dell’umido rarefatto dal calore. Dopo
molti esperimenti, gli era riuscito di costruire una rozza macchina
a vapore, ch’egli chiamò macchina d’acqua bollente, e giudicò essere
maraviglioso e vigorosissimo strumento di propulsione.[135] Ma il
Marchese era sospettato di pazzia, e conosciuto come papista. E però
le sue invenzioni non furono bene accolte. La sua macchina a vapore
potè forse essere stata subietto di conversazione in una adunanza della
Società Reale, ma non fu applicata ad alcuno uso pratico. Non v’erano
guide lungo le strade, salvo poche fatte di legname, dalle miniere
di carbone del Northumberland fino alle sponde del Tyne.[136] Nelle
contrade interiori, piccolissime erano le comunicazioni fluviali.
Pochi tentativi erano stati fatti a rendere più profonde ed arginare
le correnti naturali, ma con poco buon esito. Non si era nè anche
progettato un canale navigabile. Gl’Inglesi di que’ tempi avevano
costume di favellare con maraviglia mista alla disperazione intorno
all’immenso fosso, per mezzo del quale Luigi XIV aveva congiunto
l’Atlantico col Mediterraneo. Erano ben lungi dal pensare che la patria
loro, nel corso di poche generazioni, sarebbe stata intersecata, a
spese di intraprenditori privati, da fiumi artificiali, equivalenti
per lunghezza ad una estensione quattro volte maggiore del Tamigi, del
Savern e del Trent insieme congiunti.

XXXVI. Egli era per le strade maestre che gli uomini e le robe
passavano da luogo a luogo; e sembra che tali strade fossero in
peggiori condizioni di quello che si sarebbe potuto aspettare dal grado
di civiltà ed opulenza cui era in allora pervenuta la nazione. Nelle
migliori linee di comunicazione, i solchi delle ruote erano profondi,
le discese precipitose, e la via spesso tale da potersi al buio poco
distinguere dallo scopeto e dal pantano onde era fiancheggiata da
ambe le parti. L’antiquario Ralph Thoresby corse pericolo di smarrire
il cammino sulla strada del nord tra Barnby Moor e Tuxford, come lo
aveva smarrito tra Doncaster e York.[137] Pepys, che viaggiava con
la moglie nella propria carrozza, perdè il cammino tra Newbury e
Reading. Seguitando il medesimo viaggio, si smarrì presso Salisbury;
e corse rischio di passare tutta la notte a cielo scoperto.[138] Solo
nella buona stagione la strada era praticabile da veicoli a ruote.
Spesso la mota vedevasi accumulata a diritta ed a mancina, altro non
rimanendo che un angusto tratto di terreno solido sul pantano.[139]
In quel tempo frequenti erano gl’impedimenti e le risse, e il
sentiero sovente rimaneva impedito dai vetturini, nessuno dei quali
voleva andare innanzi. Seguiva quasi giornalmente, che le carrozze
rimanessero impigliate nel fango finchè potessero, in qualche fattoria
vicina, trovarsi de’ buoi a tirarnele fuori. Ma nel tempo cattivo,
al viaggiatore toccava d’imbattersi in difficoltà anche più gravi.
Thoresby, che aveva costume di recarsi da Leeds alla capitale, nel suo
Diario ha fatto ricordo di tanti perigli e disastri, da non essere
esagerati in un viaggio al Mare Gelato o al Deserto di Sahara. Una
volta egli seppe che il paese tra Ware e Londra era tutto innondato,
che i passeggieri erano stati costretti a nuotare onde scampare la
vita, e che un rivenditore era morto tentando di traversare la via. Per
tali nuove Thoresby lasciò da parte la strada, e fu condotto traverso a
certi prati, dove gli fu mestieri cavalcare nell’acqua che gli arrivava
alla sella.[140] In un altro viaggio, mancò poco ch’egli non venisse
trasportato dall’impeto delle onde traripate del Trent. Poi fu ritenuto
quattro giorni a Stamford per la condizione delle strade, ed in fine
rischiossi a ripigliare il cammino, perchè gli fu dato accompagnarsi a
quattordici rappresentanti della Camera de’ Comuni, i quali recavansi
in corpo al Parlamento, con numeroso stuolo di guide e di servi.[141]
Nello stradale della Contea di Derby, i viaggiatori stavano sempre in
pericolo di rompersi il collo, e spesso erano costretti a smontare
e condurre le loro cavalcature.[142] La grande strada traverso al
paese di Galles a Holyhead, era in condizioni tali, che, nel 1685, un
vicerè che andava in Irlanda, consumò cinque ore di tempo a percorrere
quattordici miglia, da Saint Asaph fino a Conway. Tra Conway e
Beaumaris gli fu forza di camminare a piedi per lungo tratto di strada,
mentre la sua moglie veniva portata in lettiga. Il suo cocchio lo
seguiva trasportato con gran difficoltà da molte braccia. Generalmente,
i carriaggi arrivavano in pezzi a Conway, ed erano trasportati sopra
le vigorose spalle de’ contadini gallesi a Menai Straits.[143] In
alcuni luoghi di Kent e di Sussex, nessun animale, fuorchè i più forti
cavalli, poteva valicare su per la mota, nella quale affondava ad ogni
passo. I mercati spesso rimanevano inaccessibili per parecchi mesi.
Vuolsi che i frutti della terra si lasciassero talvolta imputridire
in un luogo, mentre in un altro, poche miglia discosto, i prodotti
locali non bastavano al bisogno. I carri a ruote in cotesto distretto,
comunemente, erano trascinati da buoi.[144] Allorquando il principe
Giorgio di Danimarca visitò in tempo di pioggia il magnifico castello
di Petworth, spese sei ore a far nove miglia di cammino; e fu mestieri
che un branco di robusti villani fiancheggiasse da ambi i lati il
cocchio onde puntellarlo. Parecchi de’ carriaggi che lo seguivano,
furono capovolti e danneggiati. Si conserva una lettera di uno
de’ gentiluomini che lo accompagnavano, nella quale lo sventurato
cortigiano si duole, come per quattordici ore non gli fosse stato
concesso di smontare, tranne quando la sua carrozza venisse capovolta,
o rimanesse fitta nel fango.[145]

Una delle cagioni precipue della pessimità delle strade, pare che
stesse nel difetto di provvisioni legislative. Ciascuna parrocchia era
tenuta a riattare le strade maggiori che la traversavano. I contadini
erano costretti a lavorarvi gratuitamente per sei giorni dell’anno.
Se ciò non bastava, adoperavansi lavoranti a pago, e provvedevasi
alla spesa con contribuzioni imposte a tutti i parrocchiani. È cosa
manifestamente ingiusta che una via, la quale congiunga due grandi
città esercenti in larga misura uno scambievole e proficuo traffico,
venga mantenuta a spese della popolazione sparsa fra esse; e tale
ingiustizia rendevasi più visibile nel caso della gran via del Nord,
che traversando poverissimi e poco popolati distretti, congiungeva
distretti assai popolati e ricchissimi. A vero dire, le parrocchie
della Contea di Huntingdom non potevano riattare una strada consunta
dal continuo traffico tra il West Riding della Contea di York e Londra.
Tosto dopo la Restaurazione, questa gravezza richiamò a sè l’attenzione
del Parlamento; e passò una legge,—una delle tante concernenti simile
subietto,—che imponeva un lieve pedaggio sui viaggiatori e sulle robe,
a fine di tenere in buona condizione alcune parti di questa importante
strada.[146] Tale innovazione, nondimeno, eccitò molti clamori; e le
altre grandi vie che conducevano alla capitale, rimasero lungo tempo
dopo sotto il vecchio sistema. In fine seguì un cangiamento, ma non
senza gravi difficoltà. Imperocchè le tasse ingiuste ed assurde alle
quali gli uomini sono assuefatti, spesso si sopportano assai meglio che
le imposte più ragionevoli novellamente decretate. E’ non fu se non
dopo che molte sbarre di pedaggio furono violentemente abbattute, e le
milizie in molti distretti costrette ad intervenire contro il popolo, e
non poco sangue fu sparso, che potè introdursi un buon sistema.[147] A
lenti passi la ragione vinse il pregiudizio; ed oggimai l’isola nostra
per ogni verso è traversata da circa trenta mila miglia di strade regie.

Per le migliori strade, nel tempo di Carlo II, le cose pesanti
generalmente erano da luogo a luogo traportate sopra vagoni da viaggio.
Sui pagliericci di cotesti veicoli adagiavasi una folla di viandanti,
che non avessero mezzi di andare in carrozza o a cavallo, e ai quali
la infermità o il peso de’ loro bagagli impedisse di camminare a
piedi. Enorme era la spesa. per trasportare in tal modo le robe
pesanti. Da Londra a Birmingham, pagavasi sette lire sterline per ogni
tonnellata:[148] lo che equivaleva a quindici soldi la tonnellata per
miglio; più del terzo di quel che poscia costava il trasporto per le
strade regie, e quindici volte più di quello che oggi si spende per
le vie ferrate. Il costo del trasporto per molti generi d’uso comune,
equivaleva ad una tassa proibitiva. In ispecie il carbone non vedevasi
altrove che nei distretti ai quali poteva essere trasportato per mare;
e diffatti, comunemente chiamavasi nel mezzodì dell’Inghilterra,
carbone di mare.

Nelle strade minori, e generalmente per le contrade settentrionali di
York e per le occidentali di Exeter, il trasporto eseguivasi da lunghi
traini di cavalli da basto. Questi vigorosi e pazienti animali, la
cui razza oggidì è estinta, erano condotti da una genia d’uomini, che
parrebbero molto somiglievoli ai mulattieri di Spagna. Un viandante
d’umile condizione spesso trovava conveniente eseguire un viaggio,
montato sul basto d’un cavallo tra due ceste o fagotti, sotto la cura
di cotali robuste guide. Lieve era la spesa di siffatto modo d’andare:
ma la caravana muovevasi con la lentezza de’ pedoni; e in tempo di
verno, il freddo sovente riusciva insoffribile.[149]

I ricchi per lo più viaggiavano nelle loro carrozze, tirate almeno da
quattro cavalli. Il faceto poeta Cotton si provò di andare da Londra al
Peak con un solo paio; ma giunto a Saint Albans, trovando il viaggio
insopportabilmente noioso, cangiò pensiero.[150] Un cocchio a sei
cavalli non si vede più al tempo nostro, tranne come apparato di lusso.
E però il vedere di frequente rammentare nei vecchi libri quella specie
d’equipaggi, ci potrebbe indurre in errore, attribuendo a magnificenza
ciò che veramente era lo effetto d’una spiacevole necessità. La gente,
nel tempo di Carlo II, viaggiava con sei cavalli, perchè con meno, il
cocchio correva pericolo di rimanere fitto nella mota. Nè anche sei
cavalli servivano sempre. Vambrugh, nella generazione susseguente,
descrisse con molto spirito il modo con che un gentiluomo di provincia,
eletto per la prima volta deputato al Parlamento, recavasi a Londra. In
tale congiuntura, tutti gli sforzi di sei bestie, due delle quali erano
state tolte all’aratro, non potevano salvare il cocchio di famiglia dal
rimanere fitto nei pantani.

XXXVII. Le pubbliche vetture erano state pur allora molto migliorate.
Negli anni che susseguirono alla Restaurazione, una diligenza metteva
due giorni ad andare da Londra ad Oxford. I passeggieri dormivano a
Beaconsfield. Finalmente, nella primavera del 1669, fu tentata una
grande e ardimentosa innovazione. Venne annunziato, come un veicolo,
che fu chiamato il Cocchio Volante, eseguirebbe l’intero viaggio dal
nascere al tramonto del sole. Cotesta ardita impresa venne esaminata
e sanzionata dai capi della Università, e sembra che svegliasse la
medesima specie d’interesse che fa nascere ai di nostri l’apertura
d’una nuova strada ferrata. Il vice–cancelliere, con un avviso affisso
in tutti i luoghi pubblici, prescrisse l’ora e il punto della partenza.
L’esito fu assai prospero. Alle ore sei della mattina, la vettura si
mosse dall’antica facciata del Collegio d’Ognissanti; ed alle sette
della sera, gli avventurosi gentiluomini, che primi eransi esposti al
pericolo, giunsero sani e salvi alla loro locanda in Londra.[151] La
università di Cambridge si mosse ad emulare la sorella; e subito fu
messa su una diligenza, la quale in una giornata da quivi trasportava
i passeggieri alla capitale. Alla fine del regno di Carlo II,
simiglianti velociferi andavano tre volte la settimana da Londra alle
città principali. Ma non sembra che alcuna carrozza, o alcun vagone da
viaggio a tramontana andasse oltre York, e ad occidente oltre Exeter.
L’ordinario spazio che un velocifero percorreva in un giorno, era di
circa cinquanta miglia in estate; ma in inverno, essendo i giorni
cattivi e le notti lunghe, ne faceva poco più di trenta. La vettura di
Chester, e quella di York e di Exeter, generalmente giungevano a Londra
in quattro giorni nella bella stagione, ma nel Natale non prima del
sesto giorno. I passeggieri, ch’erano sei di numero, stavano assisi
dentro la carrozza; imperocchè erano così spessi gli accidenti, che
sarebbe stato estremamente pericoloso lo starsi in cima al legno. La
spesa ordinaria in estate era di circa due soldi e mezzo per miglio, e
un poco più in tempo di verno.[152]

Questo modo di viaggiare, che dagli odierni Inglesi verrebbe giudicato
insoffribilmente lento, sembrava agli antenati nostri maravigliosamente
e non senza paura rapido. In una opera pubblicata pochi mesi avanti la
morte di Carlo II, i velociferi vengono esaltati come superiori ad ogni
qualunque simigliante veicolo conosciuto nel mondo. La rapidità loro
è subietto di singolar lode, e posta vittoriosamente in contrasto col
lento andare delle vetture postali del continente. Ma a simiglianti
lodi mescolavansi voci di lamento e d’invettiva. Gl’interessi di
numerose classi d’uomini avevano patito danno per la istituzione di
coteste nuove vetture; e, come sempre, molti per semplice, stupidità o
ostinatezza inchinavano a gridare contro la innovazione, solo perchè
era tale. Allegavasi con veemenza che cotesto modo di trasporto sarebbe
tornato fatale alle nostre razze di cavalli e alla nobile arte del
maneggio; che il Tamigi, il quale da lungo tempo aveva nutriti tanti
marinai, non sarebbe stato il precipuo luogo di passaggio da Londra su
a Windsor, e giù a Gravesend; che i sellai e gli speronai sarebbero
rimasti rovinati a centinaia; che innumerevoli locande, nelle quali
solevano fermarsi i viaggiatori a cavallo, sarebbero state abbandonate
e non avrebbero più pagata pigione; che i nuovi carriaggi erano troppo
caldi d’estate, e troppo freddi di verno; che i passeggieri venivano
gravemente infastiditi dai malati e dai piangenti bambini; che il
cocchio talvolta perveniva sì tardi alla locanda, che era impossibile
trovare da cena, e talvolta partiva così presto, da non potere trovar
da colazione. Per tali ragioni, esortavano seriamente a non permettere
a nessuna vettura pubblica di avere più di quattro cavalli, di partire
più d’una volta la settimana, e di fare più di trenta miglia per
giorno. Speravano che ove si fosse adottato siffatto regolamento,
tutti, salvo gl’infermi e gli zoppi, avrebbero ripreso l’antico modo
di viaggiare. Varie compagnie della città di Londra, varie città
provinciali, e i giudici di varie Contee presentavano petizioni che
contenevano le sopradette idee. Coteste cose ci muovono a riso. E non è
impossibile che i nostri posteri, leggendo la storia della opposizione
mossa dalla cupidità e dal pregiudicio ai miglioramenti del secolo
decimo nono, sorridano anch’essi di noi.[153]

Malgrado la riconosciuta utilità de’ velociferi, gli uomini sani e
vigorosi, e non impediti da molto bagaglio, seguitavano tuttavia il
costume di fare a cavallo i viaggi lunghi. Se il viaggiatore voleva
andare speditamente a qualche luogo, prendeva i cavalli di posta.
Cavalli freschi e nuove guide potevano trovarsi a convenevoli distanze
lungo tutte le grandi linee delle strade. La spesa era di tre soldi
il miglio per ciascun cavallo, e quattro per la guida. In tal modo,
essendo buono il cammino, egli era possibile di viaggiare per un
tempo considerevole così rapidamente, come con qualunque altra specie
di trasporto che si conoscesse in Inghilterra fino a che ai veicoli
venne applicato il vapore. Non eranvi per anche carrozze da posta; nè
coloro che viaggiavano nelle loro proprie, trovavano ordinariamente
da mutare i cavalli. Il Re, nondimeno, e i grandi ufficiali dello
Stato, potevano farlo. Così Carlo usualmente andava in un sol giorno da
Whitehall a Newmarket; lo che faceva una distanza di circa cinquanta
cinque miglia in un paese piano: viaggio che da’ suoi sudditi veniva
riputato celerissimo. Evelyn compì la medesima gita in compagnia del
Lord Tesoriere Clifford. Il cocchio veniva tirato da sei cavalli, che
furono cambiati a Bishop Stortford, e poi a Chesterford. Essi giunsero
a Newmarket di notte. Siffatto modo d’andare sembra venisse considerato
come un lusso convenevole ai soli principi e ai ministri.[154]

XXXVIII. Ma qualunque si fosse il modo di viaggiare, i viandanti, a
meno che fossero numerosi e bene armati, correvano non lieve periglio
d’essere fermati e saccheggiati. Il ladrone a cavallo, essere che al
dì d’oggi conosciamo solo da’ libri, trovavasi in ogni strada maestra.
Gli spazii di terreno deserto, che erano lungo i grandi stradali
presso Londra, venivano infestati da questa specie di saccheggiatori.
Hounslow Heath, nella grande strada di ponente, e Finchley Common
in quella di tramontana, erano forse i più rinomati di tali luoghi.
La scolaresca di Cambridge tremava appressandosi, anche di pieno
giorno, a Epping Forest; i marinai che pur allora erano stati pagati
a Chatham, spesso erano costretti a consegnare le loro borse presso
Gadshill, luogo celebrato, circa cento anni avanti, dal grandissimo
dei poeti, come scena delle ruberie di Poins e Falstaff. E’ sembra
che l’autorità pubblica spesso non trovasse modo da condursi rispetto
a codesti predoni. Ora leggevasi nella gazzetta l’annunzio, che
parecchi individui fortemente sospettati d’essere ladroni, ma contro
i quali non v’erano bastevoli prove, verrebbero pubblicamente esposti
in abito da cavalcare a Newgate; verrebbero anche messi in mostra i
loro cavalli: per ciò, tutti i gentiluomini ch’erano stati derubati,
venivano invitati a vedere questa singolarissima esposizione. Ora
offerivasi pubblicamente la grazia ad un ladro, ove avesse voluto
restituire alcuni diamanti d’immenso valore, da lui rapiti, allorchè
aveva fermata la valigia postale di Harwich. Breve tempo dopo, comparve
un altro proclama, onde avvertire i locandieri, che l’occhio del
Governo vegliava sopra essi. La loro criminosa connivenza, dicevasi in
quell’avviso, agevolava ai banditi il modo d’infestare impunemente le
strade. Che tali sospetti non fossero privi di fondamento, si argomenta
dalle parole che sul letto di morte dissero alcuni ladroni pentiti di
quel tempo, dalle quali e’ pare ch’essi ricevessero dai locandieri
servigi somiglievoli molto a quelli che il Bonifacio di Farquhar
rendeva a Gibett.[155]

Perchè un ladrone potesse prosperamente, e anche con sicurtà,
esercitare il proprio mestiere, era necessario ch’egli fosse un
destro cavalcatore, e che l’aspetto e i modi suoi fossero tali da
convenire al padrone d’un bel cavallo. Egli quindi teneva una posizione
aristocratica nella comunità de’ ladri, mostravasi alle botteghe da
caffè e alle case da giuoco più in voga, e scommetteva alle corse coi
gentiluomini.[156] E veramente, talvolta apparteneva a qualche buona
famiglia ed era bene educato. E però annettevasi, e forse ancora
s’annette, un interesse romanzesco ai nomi di questa classe di predoni.
Il volgo con facilità prestava fede alle storielle della ferocia ed
ardimento, degli atti di generosità e di buon indole, degli amori,
degli scampi miracolosi; degli sforzi disperati, del maschio contegno
loro innanzi ai tribunali e sul patibolo. Diffatti, raccontavasi di
Guglielmo Nevison, il gran ladrone della Contea di York, com’egli
imponesse un tributo d’una quarta parte ai conduttori di bestiame delle
contrade settentrionali, mentre non solamente non recava loro alcun
male, ma gli proteggeva contro gli altri ladri; come egli chiedesse
con cortesissimi modi le borse; come desse profusamente ai poveri ciò
che aveva tolto ai ricchi; come gli fosse una volta perdonata la vita
dalla clemenza del Re, e come ripigliasse di nuovo l’antico mestiere,
e alla perfine morisse nel 1685 in York sulla forca.[157] Similmente
narravasi, come Claudio Duval, paggio francese del Duca di Richmond,
gettatosi sul gran cammino, si facesse capo d’una formidabile banda,
ed avesse l’onore di essere nominato primo in un proclama regio contro
que’ rinomati facinorosi; come a capo della sua masnada egli fermasse
il cocchio d’una dama, nel quale trovò un bottino di quattrocento
lire sterline; come ne prendesse sole cento, e lasciasse alla bella
signora il rimanente, a patto ch’ella ballasse un poco con lui sul
prato; come, con la sua vivace galanteria, rapisse i cuori di tutte
le donne; come, per la destrezza con che maneggiava la spada e la
pistola, diventasse il terrore degli uomini; come finalmente, nel 1670,
venisse preso mentre giaceva avvinazzato; come le dame d’alto grado
andassero a visitarlo in carcere, e con le lagrime intercedessero per
salvargli la vita; come il Re fosse disposto a perdonargli, se non era
l’intervento del giudice Morton, terrore de’ ladroni, il quale minacciò
di rinunciare all’ufficio ove non si fosse rigorosamente eseguita la
legge; e come, dopo la decapitazione, il suo cadavere fosse esposto con
tutta la pompa di blasoni, ceri e parati bruni, e piagnoni, finchè il
medesimo crudo giudice che aveva impedito il Re di far grazia, mandò
ufficiali a disturbare l’esequie.[158] A questi aneddoti senza dubbio
sono mescolate molte favole, ma non perciò sono indegni di ricordanza;
imperocchè egli è fatto autentico ed importante, che simili racconti,
veri o falsi, venivano ascoltati con ardore e buona fede dai nostri
antenati.

XXXIX. Tutti i diversi pericoli onde era circuito il viaggiatore,
venivano grandemente accresciuti dalle tenebre. Era, quindi,
comunemente sollecito di avere per tutta la notte un asilo, che non
era difficile ottenere. Le locande d’Inghilterra, fino da tempi
antichissimi, hanno goduto rinomanza. Il nostro primo grande poeta
ha descritto i comodi che esse nel secolo decimoquarto offrivano ai
pellegrini. Ventinove persone, coi loro cavalli, trovarono ricovero
nelle spaziose camere e stalle del Tabard in Southwark. I cibi erano
de’ migliori che si potessero trovare, e i vini tali da indurre
la brigata a beverne copiosamente. Duecento anni dopo, regnante
Elisabetta, Guglielmo Harrison descrisse vivamente l’abbondanza e i
comodi de’ grandi alberghi. Il continente d’Europa, egli diceva, non
ha nulla di simile a quelli. Ve n’erano alcuni, in cui due o trecento
persone con le cavalcature loro, potevano essere alloggiate e nutrite
senza veruna difficoltà. I letti, le tappezzerie, e soprattutto
l’abbondanza di netta e squisita biancheria, erano subietto di
meraviglia. Spesso sopra le mense vedevansi argenterie di gran prezzo:
anzi, v’erano arnesi che costavano trenta o quaranta sterline. Nel
secolo decimosettimo, in Inghilterra era gran copia di buone locande
d’ogni specie. Il viandante talvolta in un piccolo villaggio smontava
ad un albergo simile a quello descritto da Walton, dove il pavimento
di mattoni era bene spazzato, le pareti ornate di canzoni, le lenzuola
mandavano odore d’acqua di lavanda, e dove un buon fuoco, un bicchiere
di squisita birra e un piatto di trote pescate del vicino ruscello,
potevano aversi con poca spesa. Negli alberghi maggiori trovavansi
letti con parati di seta, eccellente cucina, e vino di Bordeaux uguale
al migliore che si bevesse in Londra.[159] Soggiungevasi anche, che
i locandieri non fossero simili agli altri del loro mestiere. Nel
continente, il proprietario era il tiranno di coloro che varcavano la
soglia del suo albergo. In Inghilterra era un servitore. Giammai un
Inglese trovavasi come in casa sua altrove, più che nella sua locanda.
Anco gli uomini ricchi che in casa propria avrebbero potuto godere
d’ogni lusso, spesso avevano il costume di passare le sere nella
sala di qualche vicina casa da divertimento. E’ pare che pensassero,
la libertà e i comodi non potersi così bene godere altrove. Tale
costumanza continuò per molte generazioni ad essere una peculiarità
nazionale. Lo allegro e libero stare nelle locande, diede per lungo
tempo materia ai nostri scrittori di drammi e di novelle. Iohnson
affermò che la seggiola d’una taverna era il trono della felicità
umana; e Shenstone gentilmente lamentò, come nessun tetto privato, per
quanto amichevole, desse quanto quello d’una locanda al passeggiero con
tanta cordialità il benvenuto.

Molti comodi che nel secolo diciassettesimo erano sconosciuti in
Hampton Court e in Whitehall, posson trovarsi ne’ nostri moderni
alberghi. Nondimeno, nell’insieme, egli è certo che il miglioramento
delle case di pubblico divertimento non è in nessun modo andato di
pari passo col miglioramento delle nostre strade, e de’ mezzi di
trasporto. Nè ciò deve sembrare strano: poichè è cosa manifesta che,
supponendo uguali tutte le altre circostanze, le locande saranno
migliori là dove i mezzi di locomozione son pessimi. Più celere è il
modo di viaggiare, meno importante diviene al viaggiatore la esistenza
di numerosi e piacevoli luoghi di riposo. Cento sessanta anni fa,
un uomo che da una Contea rimota si fosse recato alla metropoli,
generalmente aveva mestieri di desinare dodici o quindici volte,
e riposare cinque o sei notti durante il viaggio. Se era ricco,
aspettavasi che nei pranzi e negli alloggi fosse proprietà ed anche
lusso. Oggimai la luce d’un sol giorno di verno ci basta per volare
da York o da Exeter fino a Londra. Il viaggiatore perciò rade volte
interrompe il proprio viaggio per mero bisogno di riposo o di cibo:
quindi è che molti buoni alberghi trovinsi in estremo decadimento. In
breve tempo non ve ne sarà più nè anche uno, tranne ne’ luoghi dove è
verosimile che gli stranieri siano astretti a fermarsi per cagione di
faccende o di piacere.

XL. Il modo onde le lettere erano trasmesse da un luogo distante ad
un altro, parrebbe oggidì degno di scherno: nulladimeno, esso era
tale da muovere l’ammirazione e la invidia delle più culte nazioni
dell’antichità, o de’ contemporanei di Raleigh e di Cecil. Uno
stabilimento rozzo ed imperfetto di poste pel trasporto delle lettere,
era stato messo su da Carlo I, e distrutto dalla guerra civile. Sotto
la Repubblica quel disegno venne ripreso. Dopo la Restaurazione, i
proventi dell’ufficio postale, sottratte le spese, furono assegnati al
Duca di York. Nella maggior parte delle strade, le valigie partivano
ed arrivavano ciascun giorno alternativamente. In Cornwall, nei paduli
della Contea di Lincoln, e fra i colli e i laghi di Cumberland, le
lettere ricevevansi una volta la settimana. Nel tempo che il Re
viaggiava, dalla capitale spedivasi giornalmente un corriere al
luogo dove la Corte intendeva fermarsi. Eranvi parimente quotidiane
comunicazioni tra Londra e Downs; e il medesimo privilegio talvolta
estendevasi a Tunbridge Wells e a Bath, nella stagione in cui que’
luoghi erano popolati di signori. I bagagli venivano trasportati sui
cavalli, che camminando di notte e di giorno, facevano cinque miglia
l’ora.[160]

La entrata di tale stabilimento non ricavavasi soltanto dal trasporto
delle lettere. L’ufficio postale aveva diritto di apprestare i cavalli
da posta; e considerando la sollecitudine con che era condotto cotesto
monopolio, possiamo concludere che fosse proficuo.[161] Se però un
viaggiatore avesse atteso mezz’ora senza che gli venissero apprestati i
cavalli, poteva procurarseli dove e come meglio gli fosse piaciuto.

Agevolare la corrispondenza tra una parte e l’altra della città di
Londra, non era in origine lo scopo dell’ufficio postale. Ma nel
regno di Carlo II, un cittadino intraprendente, di nome Guglielmo
Dockwrey, istituì con grande spesa una posta d’un soldo, la quale
trasportava lettere e fagotti sei o otto volte per giorno nelle strade
popolate e piene di faccende presso la Borsa, e quattro volte per
giorno fuori la città. Cotesto miglioramento, secondo il costume, fu
vigorosamente avversato. I facchini dolevansi del detrimento che ne
pativano, e stracciavano i cartelli che ne davano annunzio al pubblico.
Il commovimento cagionato dalla morte di Godfrey, e dalla scoperta
delle scritture di Coleman, in allora era sommo. E però levossi alto
il grido, che la posta d’un soldo fosse un disegno de’ papisti.
Affermavasi che il gran Dottore Oates aveva sospetto come i Gesuiti vi
fossero mescolati, e come bastasse esaminare i fagotti per trovarvi
i vestigi del tradimento.[162] Nonostante, sì grande e manifesta era
la utilità della impresa, che ogni opposizione tornò priva d’effetto.
Appena fu chiaro che era lucrosa, il Duca di York ne mosse querele come
d’un’infrazione del suo monopolio, e i tribunali sentenziarono in suo
favore.[163]

La entrata dell’ufficio postale, fin da principio, venne sempre
aumentando. L’anno in cui seguì la Restaurazione, un Comitato della
Camera de’ Comuni, dopo rigorosa indagine, ne aveva estimato il
ricavato netto a circa venti mila lire sterline. Alla fine del regno
di Carlo II, la entrata netta sommava a poco meno di cinquanta mila
sterline; somma che in allora fu considerata stupenda. La entrata lorda
ascendeva a circa settanta mila sterline. La spesa per la spedizione
d’una sola lettera era due soldi per ogni ottanta miglia, e tre soldi
per una distanza maggiore; ma aumentava in proporzione del peso del
piego.[164] Ai dì nostri, una lettera semplice si spedisce per un soldo
ai confini della Scozia e della Irlanda; e il monopolio de’ cavalli
da posta non esiste più da lungo tempo. Nondimeno, l’entrata lorda
ascende annualmente a più d’un milione e ottocento mila lire sterline,
e la netta a settecento e più mila. Non si potrebbe, quindi, dubitare
che il numero delle lettere le quali oggidì si spediscono per posta, è
settanta volte maggiore di quello che se ne spediva nel tempo in cui
Giacomo II ascese al trono.

XLI. Nessuna parte del carico che le vecchie valigie trasportavano,
era più importante delle lettere contenenti notizie. Nel 1685 non
esisteva nè poteva esistere alcuna cosa di simile al giornale
quotidiano di Londra de’ nostri giorni; non essendovi nè il danaro
nè l’arte a ciò fare bisognevoli. Mancava, inoltre, la libertà;
mancanza fatale quanto quella del danaro e dell’arte. Vero è che in
quel tempo la stampa non era soggetta ad una generale censura. La
legge di licenza, che era stata fatta poco dopo la Restaurazione,
era spirata nel 1679. A chiunque era concesso di stampare, a proprio
rischio, una storia, un sermone o un poema, senza approvazione di
alcun pubblico ufficiale; ma i giudici concordemente opinavano che
siffatta libertà non si estendesse alle Gazzette, e che, per virtù del
diritto comune dell’Inghilterra, nessuno senza regia licenza avesse
potestà di pubblicare notizie politiche.[165] Finchè il partito Whig fu
formidabile, il Governo reputò utile di quando in quando chiudere gli
occhi alla violazione di cotesta regola. Mentre ferveva la gran lotta
della Legge d’Esclusione, molti giornali lasciaronsi stampare; cioè
le _Notizie Protestanti_, _Notizie correnti_, _Notizie domestiche_,
_le Nuove Vere_, _il Mercurio di Londra_.[166] Nessuno di questi
giornali pubblicavasi più di due volte la settimana; nessuno aveva
formato maggiore d’un piccolo foglio. La materia che in ciascuno di
essi contenevasi nello spazio d’un anno, non era maggiore di quella che
spesso si trova in due soli numeri del _Times_. Dopo la sconfitta de’
Whig, il Re non si vide più astretto ad essere indulgente nell’usare
quella che, secondo la sentenza de’ giudici, era sua prerogativa. Verso
la fine del suo regno, nessun giornale poteva stamparsi senza la regia
licenza; la quale era stata esclusivamente accordata alla Gazzetta di
Londra. Questa vedeva la luce il lunedì e il giovedì d’ogni settimana,
e generalmente conteneva un proclama reale, due o tre indirizzi
di Tory, l’annunzio di due o tre promozioni, la relazione d’una
scaramuccia tra le truppe imperiali e i Giannizzeri lungo il Danubio,
la descrizione d’un ladrone, l’annunzio d’un gran combattimento di
galli fra due persone d’onore, e la notizia d’un premio da darsi a chi
avesse trovato un cane smarrito. Tutte queste cose contenevansi in due
pagine di modico formato. Le comunicazioni concernenti soggetti di
gravissimo momento, facevansi in istile secco e di mera forma. Alcuna
volta, trovandosi il Governo inchinevole a satisfare la curiosità
pubblica rispetto a qualche importante negozio, facevasi un supplemento
a stampa distinta, che conteneva più minuti particolari di quelli che
si trovassero nella Gazzetta: ma nè questa, nè il supplemento stampato
per ordine del Governo, rivelavano se non le cose che la Corte avesse
trovato convenevole pubblicare. Le discussioni parlamentari, i processi
di Stato di maggiore importanza, de’ quali faccia ricordo la nostra
storia, erano passati sotto profondo silenzio.[167] Nella metropoli,
le botteghe da caffè in qualche modo tenevano luogo di giornali. Ivi i
cittadini affollavansi come gli antichi Ateniesi al mercato, per sapere
che cosa ci fosse di nuovo. Ivi potevasi sapere con quanta brutalità
fosse stato trattato un Whig il giorno precedente in Westminster Hall;
quali orribili racconti facessero le lettere d’Edimburgo intorno alle
torture inflitte ai Convenzionisti; quali enormi inganni avesse fatto
l’ammiragliato alla Corona nello approvvigionare la flotta; e quali
gravi accuse il Lord del Sigillo Privato avesse intentate contro la
Tesoreria per la imposta sui fuochi.

XLII. Ma coloro che vivevano assai discosti dal gran teatro delle
contese politiche, potevano soltanto per mezzo delle lettere aver
notizia di ciò che ivi accadeva. Formare tali lettere era diventato
un mestiere in Londra, come è ai dì nostri fra i naturali dell’India.
Lo scrittore di nuove girovagava di Caffè in Caffè, raccogliendo le
dicerie; penetrava in Old Bailey a udirvi le discussioni, tutte le
volte che c’era un processo interessante; anzi otteneva forse accesso
alla galleria di Whitehall, e riferiva il contegno del Re e del duca.
In tal guisa raccoglieva notizie per le epistole settimanali, destinate
a istruire qualche città di Contea, o qualche banco di magistrali
rurali. Erano queste le fonti da cui gli abitatori delle più grosse
città di provincia, e i gentiluomini e il clero, imparavano quasi tutto
ciò che sapessero della storia de’ tempi loro. È d’uopo supporre che
in Cambridge vi fossero altrettante persone curiose di sapere ciò che
accadeva nel mondo, quante ve n’erano in ogni altro luogo del Regno,
fuori di Londra. Nulladimeno, in Cambridge, per gran parte del regno
di Carlo II, i Dottori di legge e i Maestri delle Arti non avevano
altro mezzo regolare di sapere le nuove, tranne la Gazzetta di Londra.
Infine giovaronsi de’ servigi d’uno de’ raccoglitori di notizie nella
metropoli. E fu giorno memorabile quello in cui comparve sulla tavola
della sola bottega da caffè che fosse in Cambridge, la prima lettera
di notizie giunta da Londra.[168] Nella residenza de’ ricchi uomini di
provincia, la lettera delle notizie era attesa con impazienza. Dopo
arrivata, in una settimana passava per le mani di venti famiglie.
Forniva agli scudieri del vicinato materia di chiacchiere per le ferie
d’Ottobre, ed era ai rettori subietto di virulenti sermoni contro
i Whig o i papisti. Molti di cotesti curiosi giornali potrebbero
certo trovarsi, diligentemente frugando negli archivi delle vecchie
famiglie. Alcuni se ne trovano nelle nostre biblioteche pubbliche; ed
una serie, che forma la parte non meno pregevole de’ tesori letterarii
raccolti da Sir Giacomo Mackintosh, verrà a suo luogo citata nel corso
di questa opera.[169]

Non è d’uopo rammentare come in allora non ci fossero giornali di
provincia. Difatti, tranne nella metropoli e nelle due università,
forse non v’era un solo tipografo in tutto il reame. E’ sembra che
la sola stamperia la quale esistesse in Inghilterra nelle contrade
settentrionali oltre il Trent, fosse in York.[170]


XLIII. Non era solo per mezzo della Gazzetta di Londra che il Governo
imprendesse ad apprestare al popolo istruzione delle cose politiche.
Quel giornale conteneva secchi articoli di notizie senza commenti. Un
altro, pubblicato sotto il patronato della Corte, conteneva commenti
senza notizie. Chiamavasi l’_Osservatore_, e lo compilava un vecchio
articolista Tory, di nome Ruggiero Lestrange. Costui non difettava
di speditezza e di sottile ingegno; e la sua locuzione, comecchè
fosse grossolana e sfigurata da un gergo basso e verboso, che allora
nel domestico focolare[171] e nella taverna estimavasi spiritoso,
non era privo di acume e vigore. Ma l’indole sua, feroce ed ignobile
a un tempo, mostravasi in ogni tratto che gli uscisse dalla penna.
Allorquando comparvero i primi numeri dell’_Osservatore_, l’acrimonia
dello scrittore non era affatto indegna di scusa; imperocchè, essendo
potenti i Whig, gli toccava lottare contro numerosi avversarii, la
cui violenza scevra di scrupoli sembrava giustificare le rappresaglie.
Ma nel 1685 ogni opposizione era stata vinta. Uno spirito generoso
avrebbe abborrito dall’insultare un partito che non poteva rispondere,
e dall’aggravare la miseria de’ prigioni, degli esuli e delle famiglie
spogliate; ma alla malignità di Lestrange non era sacro nè il sepolcro
nè il tetto della famiglia. Nell’ultimo mese del regno di Carlo II,
Guglielmo Jenkyn, vecchio e illustre pastore dissenziente, il quale
aveva patita crudele persecuzione, non per altro delitto che per
quello di adorare Dio secondo l’usanza comunemente seguita in tutta
l’Europa protestante, morì per le sevizie e le privazioni sofferte in
Newgate. Lo scoppio della simpatia popolare non potè frenarsi. Il suo
cadavere fu accompagnato alla tomba da un corteo di cento cinquanta
carrozze. La tristezza era dipinta anche in volto ai cortigiani.
Perfino lo spensierato Carlo mostrò segni di dolore. Il solo Lestrange
sciorinò un cicaleccio di feroce esultanza, schernì la debolezza dei
Barcamenanti,[172] che mostravano commiserazione; scrisse che il
blasfemo, vecchio impostore, aveva ricevuta la meritata pena; e fece
voto di guerreggiare non solo fino a morte, ma dopo morte contro tutti
i Santi e martiri ridicoli.[173] Tale era lo spirito del giornale che
in que’ tempi era l’oracolo del partito Tory, ed in ispecie del clero
delle parrocchie.

XLIV. Tanta letteratura, quanta poteva trasportarsi nella valigia
postale, formava allora gran parte del nutrimento intellettuale
per i teologi e i giudici di provincia. La difficoltà e la spesa
di trasmettere di luogo in luogo grossi fagotti erano così grandi,
che un’opera voluminosa metteva più tempo ad andare da Paternoster
Row alle Contee di Devon o di Lancaster, che oggidì non impiega ad
arrivare a Kentucky. Quanto pochi libri, anche i più necessarii agli
studi teologici, possedesse un parroco rurale, è stato già notato. Le
case de’ gentiluomini non ne erano meglio provvedute. Pochi cavalieri
della Contea avevano biblioteche che si potessero agguagliare a
quelle che ora comunemente si trovano nel salotto d’un servitore, o
nella retrostanza del padrone d’una piccola bottega. Uno scudiere
veniva riputato dai suoi vicini per un gran dotto, se l’Hudibras, o la
Cronaca di Barber, o gli Scherzi di Tarlton, o i Sette Campioni della
Cristianità, trovavansi nella sua sala fra mezzo alle canne da pescare,
agli arnesi da caccia. In allora, nè anche nella capitale esistevano
biblioteche circolanti; ma nella capitale, quegli studenti che non
potevano molto spendere, avevano un compenso. Le botteghe de’ grandi
librai presso il Cimitero di San Paolo, erano quotidianamente e per
tutta la giornata affollate di lettori; e ad ogni avventore conosciuto,
spesso era concesso di portarsi a casa qualche volume. In provincia non
esisteva siffatta comodità; e ciascuno era costretto a comprare i libri
che avesse voluto leggere.[174]

XLV. La provvisione letteraria della madre e delle figlie del
possidente di provincia, generalmente consisteva nel libro delle
preghiere e in quello de’ conti. E a dir vero, perdevano poco a vivere
nel ritiro campestre; poichè anche nelle classi più alte, e in quelle
condizioni che apprestavano le maggiori agevolezze alla cultura dello
intelletto, le donne inglesi di quell’età erano peggio educate di
quello che siano state in qualunque altro tempo dopo il risorgimento
delle lettere. In un’epoca anteriore studiavano i capolavori degli
antichi. Al dì d’oggi rade volte si dànno seriamente allo studio delle
lingue morte; ma conoscono familiarmente la lingua di Pascal e di
Molière, quella di Dante e di Tasso, quella di Goethe e di Schiller;
nè vi è stile più puro o più grazioso di quello con che le donne bene
educate parlino e scrivano. Ma negli ultimi anni del diciassettesimo
secolo, la cultura della mente nelle donne era quasi affatto negletta.
Se una donzella aveva la più lieve tintura letteraria, veniva stimata
un prodigio. Le donne d’alto lignaggio, di squisita educazione e
fornite di spirito naturale, non sapevano scrivere, un rigo nella
loro lingua materna senza solecismi ed errori d’ortografia, quali oggi
si vergognerebbe di commettere una fanciulla cresciuta negli asili di
carità.[175]

La ragione di ciò potrebbe agevolmente trovarsi. Una licenza
stravagante, effetto naturale della stravagante austerità, era venuta
in voga; e la licenza aveva prodotto il suo naturale effetto, vale
a dire la degradazione morale e intellettuale delle donne. Nacque
il costume di rendere rozzi ed impudenti omaggi alla beltà della
persona; ma l’ammirazione e il desio che esse ispiravano, di rado era
accompagnato dal rispetto, dall’affezione, o da qualsivoglia altro
sentimento cavalleresco. Que’ pregi che le rendono atte ad essere
compagne, consigliere e fide amiche, ripugnavano, anzichè piacere, ai
libertini di Whitehall. In quella Corte, una dama che si fosse vestita
in modo da non ascondere la bianchezza del petto, che avesse lanciato
sguardi espressivi, danzato con voluttà, risposto con impertinenza,
che non avesse sentita vergogna a far baccano coi ciamberlani e coi
capitani delle guardie, a cantare con maligna espressione versi
maligni, o accomodare i vestiti d’un paggio per qualche scherzo, aveva
maggior probabilità di trovare ammiratori e seguaci, d’essere più
onorata nel regio favore, di ottenere un ricco e nobile marito, che
non avrebbero avuta Giovanna Grey o Lucia Hutchinson. In tal guisa, la
misura delle qualità della donna era necessariamente, bassa; ed era più
pericoloso lo starsi sopra che sotto siffatta misura. La ignoranza o
la frivolezza estrema venivano in una dama estimate meno inconvenevoli
d’una lieve tintura di pedanteria. Delle troppo celebri donne i cui
volti si ammirano adesso nelle pareti di Hampton Court, poche avevano
costume di leggere altro di serio fuorchè gli acrostici, le satire, e
le traduzioni della Clelia e del Ciro il Grande.

XLVI. E’ sembra che la erudizione letteraria anche de’ gentiluomini di
quel tempo, fosse meno solida e profonda di quella che avanti o dopo
quella età possedessero. Lo studio delle lettere greche, per lo meno,
non fioriva tra noi ai tempi di Carlo II, come aveva fiorito innanzi
la guerra civile, o come fiorì dopo la Rivoluzione. Non è dubbio
che vi fossero uomini dotti, ai quali era famigliare tutta la greca
letteratura da Omero sino a Fozio; ma trovavansi quasi esclusivamente
fra il clero delle università, ed anche quivi erano pochi e non
pienamente apprezzati. In Cambridge non si riputava punto necessario
che un teologo fosse in condizione di leggere il vangelo nella lingua
originale.[176] Nè la faccenda procedeva altrimenti in Oxford.
Allorquando, regnante Guglielmo III, Christ Church alzossi unanime a
difendere l’autenticità delle Lettere di Falaride, quel gran collegio,
in allora considerato come sede principale della filosofia in tutto il
Regno, non potè far mostra del corredo di greco che adesso possiedono
non pochi giovani in ogni grande scuola pubblica. Potrebbe di leggeri
supporsi che una lingua morta, trascurata nelle università, non venisse
molto studiata dagli uomini del mondo. In una età posteriore, la poesia
e la eloquenza della Grecia formarono il diletto di Pitt e di Fox, di
Windham e di Grenville. Ma negli ultimi anni del secolo decimosettimo,
non era in Inghilterra un solo eminente uomo di Stato, che potesse
gustare una pagina di Sofocle o di Platone.

I cultori del latino erano in maggior numero. La lingua di Roma, a
vero dire, non aveva onninamente perduto il carattere imperiale,
e continuava tuttavia in molte parti d’Europa ad essere quasi
indispensabile ai viaggiatori, o agl’inviati a negoziar trattati
politici. Parlarla bene, quindi, era un pregio assai più comune
che non è ai tempi nostri; e nè Oxford nè Cambridge difettavano di
poeti, i quali nelle grandi occasioni, potessero deporre ai piedi del
trono felici imitazioni dei versi con cui Virgilio ed Ovidio avevano
celebrata la grandezza d’Augusto.

XLVII. Non ostante, anche la lingua latina cedeva il posto ad una
rivale più giovane. La Francia godeva in quel tempo quasi ogni specie
di predominio. La sua gloria militare era pervenuta alla maggiore
altezza; perocchè le armi francesi avevano vinte quelle di molti altri
popoli insieme collegati. Essa aveva dettato trattati, soggiogate
grandi città e provincie, costretto l’orgoglio castigliano a cederle
la precedenza, imposto ai principi italiani di prostrarsi ai suoi
piedi. L’autorità sua era suprema in ogni ramo di vivere civile, dal
duello fino al minuetto. Essa insegnava in che modo dovesse esser
fatto il vestito, quanto lunga la parrucca, se i tacchi avessero ad
essere alti o bassi, o se largo o stretto il nastro del cappello d’un
gentiluomo. In letteratura dettava legge al mondo: la fama de’ suoi
grandi scrittori riempiva l’Europa. Nessun altro paese poteva gloriarsi
d’un poeta tragico pari a Racine, d’un poeta comico pari a Molière,
d’un favolista gajo come la Fontaine, d’un oratore che avesse il
magistero di Bossuet. La gloria letteraria d’Italia e di Spagna era
tramontata; quella di Germania non era ancor sorta. Per la qual cosa,
il genio degl’incliti uomini che adornavano Parigi, splendeva d’una
luce che era resa maggiore dal contrasto. E veramente, la Francia in
quel tempo esercitava tale un predominio sopra l’umanità, cui nè anche
i Romani pervennero mai. Imperciocchè, mentre Roma era regina del
mondo, nelle arti e nelle lettere era l’umile discepola della Grecia.
La Francia aveva sopra le circostanti nazioni ad un’ora la supremazia
che Roma ebbe sopra la Grecia, e quella che la Grecia ebbe sopra Roma.
La lingua francese andava facendosi l’idioma universale, l’idioma
delle classi culte e della diplomazia. In parecchie Corti, i principi
e i nobili lo parlavano con maggior cura e grazia, che non parlassero
la propria lingua. Nella nostra isola, questa servilità era minore di
quel che fosse nel Continente. L’essere imitatori non annoveravasi nè
fra le buone nè fra le cattive qualità nostre. Nulladimeno, anche in
Inghilterra si rendeva omaggio, con poca destrezza, a dir vero, e di
mala voglia, alla supremazia letteraria de’ nostri vicini. L’armoniosa
favella toscana, cotanto famigliare ai gentiluomini ed alle dame della
Corte d’Elisabetta, cadde in dispregio. Se un gentiluomo citava
Orazio o Terenzio, veniva considerato nelle culte brigate come un
pedante vanitoso. Ma imperlare di frasi francesi il discorso, era il
migliore argomento che potesse offrirsi del proprio merito.[177] Nuove
regole di critica, nuovi modelli di stile vennero in voga. L’affettata
ingenuità che aveva deformati i versi di Donne, ed era stata una menda
in quelli di Cowley, scomparve dalla nostra poesia. La prosa divenne
meno maestosa, tessuta con minore artificio, e meno armonica che non
era quella de’ precedenti tempi; ma più lucida, più facile e meglio
adatta alla controversia ed alla narrazione. In tali mutamenti è
impossibile non riconoscere la influenza de’ precetti e degli esempii
francesi. I grandi maestri della lingua nostra, ne’ loro più dignitosi
componimenti, affettavano d’usare vocaboli francesi, là dove era
agevole trovarne inglesi egualmente significativi ed armoniosi;[178]
e dalla Francia venne fra noi la tragedia in versi rimati: pianta
esotica, che nel nostro suolo languì e tostamente si spense.

XLVIII. Sarebbe stata buona ventura se i nostri scrittori avessero
imitato il decoro, che, tranne pochi esempi, serbavano sempre i
loro grandi contemporanei francesi: imperocchè la immoralità delle
produzioni drammatiche, satiriche e liriche, e delle novelle di
quell’età fra noi, ha impressa una profonda macchia nella nostra
nazionale rinomanza. È facile cercare il vero nella sua stessa
sorgente. I begli spiriti e i Puritani non erano mai stati amici; non
era simpatia nessuna fra coteste due classi, come quelle che guardavano
l’intero sistema della vita umana da punti di veduta differenti e
sotto differente luce. Ciò che per gli uni era serio, per gli altri
era obietto di scherzo. I piaceri di questi erano tormenti di quelli.
Ai gravi rigoristi, perfino gl’innocenti trastulli dell’infanzia
sembravano criminosi. Ai caratteri leggeri e gai, la solennità de’
fratelli zelanti forniva copiosa materia di riso. Dalla Riforma fino
alla guerra civile, quasi ogni scrittore dotato di senso squisito per
il bernesco, erasi talvolta giovato dell’occasione per ischernire i
santocchi dai capelli lisci, parlanti col naso e piagnolosi, i quali
battezzavano i loro figliuoli secondo il libro di Neemia, gemevano
nell’amarezza del loro spirito alla vista di _Jack in the Green_, e
reputavano cosa empia mangiare la zuppa di prugne nel giorno di Natale.
Finalmente, giunse il tempo in cui gli schernitori cominciarono a
mostrarsi alla lor volta malinconici. I rigidi e male accorti zelanti,
dopo d’essere stati obietto di riso per due generazioni, corsero
alle armi, vinsero, recaronsi in mano il governo, e con un sorriso
austero sulle labbra calpestarono la caterva degli irrisori. Le ferite
inflitte dalla malignità gaja e petulante, furono contraccambiate con
la cupa ed implacabile malignità, particolare ai bacchettoni, che
chiamano virtù il proprio rancore. I teatri vennero chiusi, i comici
fustigati, la stampa posta sotto la tutela di austeri censori, le
muse bandite da Oxford e Cambridge, loro luoghi prediletti. Cowley,
Crashaw, Cleveland furono cacciati de’ loro uffici. Il giovane
aspirante ai gradi universitarii non fu più obbligato a sapere scrivere
epistole e pastorali ad imitazione di Ovidio e di Virgilio, ma veniva
rigorosamente interrogato da un sinodo di Supralapsarii[179] intorno
al giorno e all’ora in cui egli sperimentò il nascimento alla nuova
vita. Tale sistema era molto proficuo agl’ipocriti. Sotto umile manto
ed austere sembianze, s’era tenuta per vari anni nascosta la intensa
brama di licenza e di vendetta; brama che alla perfine potè sfogarsi.
La Restaurazione emancipò migliaia di animi da un giogo diventato
intollerabile. Il vecchio conflitto si riaccese, ma con nuovo odio e
furore: adesso non era più lotta da scherno, ma combattimento a morte.
Le Teste–Rotonde, da quelli che erano stati da loro perseguitati, non
potevano aspettarsi sorte migliore di quella che un crudele custode
di schiavi possa aspettarsi dagli schiavi insorti, i quali tuttavia
portano i segni del collare e dello staffile.

La pugna tra lo spirito e il puritanismo, tosto diventò guerra tra
lo spirito e la moralità. L’ostilità, suscitata da una caricatura
grottesca della virtù, non risparmiava la virtù stessa. Le cose che
l’uomo appartenente alla classe delle Teste–Rotonde aveva trattate con
riverenza, venivano fatte segno allo insulto, e favoreggiate le già
proscritte. E perchè quegli era stato scrupoloso rispetto alle inezie,
ogni scrupolo era posto in derisione: perchè quegli aveva coperti i
propri falli con la maschera della bacchettoneria, ciascuno studiavasi
di mostrare con cinica impudenza i propri vizi più scandalosi agli
occhi del pubblico: perchè quegli aveva punito lo amore illecito con
barbara severità, la purità delle vergini e la fedeltà delle spose
erano considerate come cose da scherno. A quel gergo da santocchi,
che era il suo _Shibboleth_,[180] opponevasi un altro gergo non meno
assurdo e molto più odioso. E siccome egli non apriva mai le labbra se
non per profferire frasi scritturali, la nuova genia de’ begli spiriti
ed egregi gentiluomini non aprivano le loro senza vomitare oscenità
tali, che oggi farebbero vergognare un facchino, e senza invocare
l’Eterno a maledirli, sprofondarli, confonderli, sperderli e dannarli.

Non è, dunque, cosa strana che la nostra amena letteratura, quando
risorse al risorgere della nostra vecchia politica ecclesiastica e
civile, fosse profondamente immorale. Pochi uomini eminenti, che
appartenevano ad una età anteriore e migliore, serbaronsi esenti
dall’universale contagio. I versi di Waller spiravano tuttavia i
sentimenti che avevano animata una generazione più cavalleresca.
Cowley, predistinto come uomo leale e letterato, alzava animosamente
la voce contro la immoralità che deturpava le lettere e la lealtà. Un
poeta di più potente ingegno meditava, indisturbato dall’osceno tumulto
che circondavalo, un canto così sublime e santo, che non sarebbe stato
sconvenevole sulle labbra di quelle Virtù eteree, ch’egli contemplava
con quell’occhio interno che non può essere spento da calamità alcuna,
gettanti sul pavimento di diaspro le loro corone d’amaranto e d’oro. Il
vigoroso e fecondo genio di Butler, se non potè al tutto tenersi libero
dalla infezione predominante, contrasse il male in forma più mite. Ma
cotesti erano uomini, gl’intelletti de’ quali erano stati educati in
un mondo già passato; e dopo non molto tempo avevano ceduto il luogo a
una generazione di più giovani ingegni; della quale, da Dryden fino a
Durfey, era nota caratteristica una licenza cruda, impudente, vanitosa,
e ad un tempo priva d’umanità e d’eleganza. La influenza di tali
scrittori era, senza verun dubbio, nociva: nonostante, lo sarebbe stata
meno se essi fossero stati meno corrotti. Il veleno che amministravano
era sì forte, che dopo non lungo tempo venne come stomachevole
aborrito. Nessuno di loro intendeva l’arte pericolosa di congiungere
le immagini di piaceri illegittimi con tutto ciò che v’ha di caro e di
nobile; nessuno di loro accorgevasi che un certo decoro è essenziale
alla voluttà stessa, che la veste è più seducente della nudità, e
che la immaginazione può essere più potentemente mossa da delicate
deduzioni, le quali la spingano ad operare, che dalle grossolane
descrizioni che la rendano passiva.

Lo spirito della reazione antipuritana informa quasi tutta l’amena
letteratura del regno di Carlo II. Ma la quintessenza di quello spirito
è da trovarsi nel dramma comico. I teatri, già chiusi mentre i fanatici
faccendieri dominavano, furono ripopolati di spettatori, ai quali
offerivano nuove e più potenti attrattive. Le decorazioni sceniche e
i vestiarii, che adesso si reputerebbero triviali ed assurdi, ma che
sarebbero stati stimati incredibilmente magnifici da coloro che ne’
primi anni del secolo decimosettimo sedevano sopra le sudice panche del
teatro Hope, o sotto il tetto impagliato del _Rose_, abbagliavano gli
occhi della moltitudine. Il fascino del bel sesso accresceva quello
dell’arte; e il giovane spettatore mirava con emozioni ignote ai
coetanei di Shakespeare e di Johnson, amabilissime donne rappresentare
le parti di tenere e gaie eroine. Dal dì in cui i teatri furono
riaperti, diventarono scuole di vizi: e il male andavasi propagando
da sè. La immoralità delle rappresentazioni tosto fece allontanare
le genti morigerate; mentre le frivole e dissolute che vi rimasero,
chiedevano ogni anno stimoli sempre più forti. Così gli artisti
corrompevano gli spettatori, e gli spettatori gli artisti; finchè le
turpitudini del dramma divennero tali, da rendere attonito chiunque
non si accorga che la estrema rilassatezza è lo effetto naturale della
restrizione estrema, e che ad una età d’ipocrisia, secondo la ordinaria
vicenda delle cose umane, tiene dietro una età d’impudenza.

Nulla esprime tanto l’indole de’ tempi, quanto la cura che si dànno i
poeti a porre sulle labbra delle donne i loro versi più licenziosi. I
componimenti dove più regnava la licenza, erano gli epiloghi, i quali
venivano quasi sempre recitati dalle più favorite attrici; e nulla al
depravato uditorio piaceva come il vedere una bella fanciulla, che
supponevasi non avere per anche perduto il fiore della innocenza,
recitare versi grossolanamente indecenti.[181]

Il nostro teatro in que’ tempi andava debitore di molti intrecci e
caratteri alla Spagna, alla Francia e ai vecchi scrittori inglesi: ma
qualunque soggetto i nostri drammaturgi toccassero, lo deturpavano.
Nelle loro imitazioni, le case de’ robusti ed animosi gentiluomini
castigliani immaginate da Calderon, diventavano porcili di vizio, la
Viola di Shakespeare una mezzana, il Misantropo di Molière un rapitore
di donne, e l’Agnese del medesimo un’adultera. Ogni cosa, per quanto
fosse pura o eroica, diveniva corrotta ed ignobile, passando in
quegl’ignobili e corrotti cervelli.

Tali erano le condizioni del dramma, il quale, tra le produzioni
della amena letteratura, era quella da cui il poeta aveva maggiore
probabilità di guadagnare da vivere. La vendita dei libri era così
poca, che un ingegno di grandissima fama poteva sperare una scarsa
ricompensa dalla proprietà letteraria della miglior produzione.
Non vi può esser esempio più convincente, della sorte delle Favole
di Dryden, che furono l’ultima delle sue opere. Questo volume vide
la luce allorquando egli veniva universalmente stimato come il
maggiore de’ poeti inglesi viventi. Contiene circa dodici mila
versi. La verseggiatura è maravigliosa; pieni di vita i racconti e
le descrizioni. Fino ai nostri giorni, Palamone ed Arcita, Cimone ed
Ifigenia, Teodoro ed Onoria formano il diletto de’ critici e degli
scolari. La raccolta contiene anche il Festino d’Alessandro, che è
la più bella ode della nostra lingua. Perchè cedesse la proprietà
letteraria, Dryden ricevè duecento cinquanta lire sterline; somma
minore di quella con che ai dì nostri talvolta sono stati pagati due
soli articoli da giornale.[182] Nè sembra che ciò fosse un cattivo
negozio; imperocchè assai lenta fu la vendita del libro, sì che non
fu necessario farne una seconda edizione, se non dieci anni dopo che
il poeta giaceva dentro il sepolcro. Scrivendo per la scena, era
possibile avere maggiori guadagni con molto minore fatica. A Southern,
un solo dramma fruttò settecento lire sterline.[183] Otway, dalla
mendicità alzossi ad agiatezza temporanea, per il prospero successo
del suo Don Carlos.[184] Shadwell guadagnò cento trenta sterline
in una sola rappresentazione dello Scudiero d’Alsazia.[185] Per la
qual cosa, chiunque aveva mestieri di procacciarsi da vivere col
lavoro dell’ingegno, scriveva drammi, quand’anche la natura non gli
avesse data attitudine all’arte. Tale fu il caso di Dryden. Come
poeta satirico rivaleggia con Giovenale. Nella poesia didascalica,
scrivendo con cura e meditazione, avrebbe forse contesa la palma a
Lucrezio. Tra i poeti lirici, ove non voglia reputarsi il più sublime,
è il più brillante ed animato. Ma la natura, che gli era stata di
molte altre insigni doti larghissima, gli aveva negato lo ingegno
drammatico. Nondimeno, egli consumò tutta l’energia de’ suoi anni
migliori a scrivere drammi. Aveva sì retto giudizio da accorgersi
che difettava della facoltà di dipingere i caratteri per mezzo del
dialogo. Ei fece ogni sforzo per nascondere tale difetto, ora con
inattesi e piacevoli incidenti, ora con la vigorosa declamazione,
talvolta coll’armonia del numero, tal’altra con la licenza bene in
accordo col gusto d’una profana e licenziosa platea. Ma non ottenne
mai buon successo teatrale, simile a quello onde erano rimeritati i
lavori di alcuni scrittori per ingegno a lui di gran lunga inferiori.
Stimavasi fortunato qualora un dramma gli fruttava cento ghinee; scarsa
rimunerazione, e nulladimeno manifestamente maggiore di quella che
avrebbe potuto conseguire impiegando in altro genere di scrivere eguale
fatica.[186]

La ricompensa che gl’ingegni di quell’età potevano ottenere dal
pubblico, era tanto lieve, che trovavansi nella necessità di accrescere
le loro entrate levando, dirò così, contribuzioni sopra i grandi.
Ciascun signore ricco e di buon cuore veniva con tanta ostinazione e
con tante abiette lusinghe importunato dagli scrittori mendichi, che
ai tempi nostri parrebbe incredibile. Colui al quale venisse dedicata
un’opera, era in debito di ricompensare lo scrittore con una borsa
piena d’oro. La somma che fruttava la dedica d’un libro spesso era
assai maggiore di quella che ne avrebbe data lo editore per il diritto
di stampa. Per la qual cosa, i libri spesso pubblicavansi solo col fine
di farne una dedica. Questo traffico di laudi produceva lo effetto che
era da aspettarsene. L’adulazione spinta talvolta allo sproposito,
tal’altra all’empietà, non stimavasi che infamasse il poeta. La
indipendenza, la veracità, il rispetto di sè, non erano cose che da lui
esigesse il mondo. A dir vero, per moralità egli era qualche cosa tra
il lenone e il mendicante.

Agli altri vizi che invilivano il carattere del letterato, si aggiunse,
verso la fine del regno di Carlo II, la più feroce intemperanza dello
spirito di parte. I begli ingegni, come classe, erano stati spinti
dal loro vecchio odio del puritanismo verso il partito della Corte,
ed avevano trovato utili alleati. Dryden, in specie, aveva resi buoni
servigi al Governo. Il suo Assalonne ed Achitofel, grandissima tra
le satire de’ tempi moderni, aveva stupefatta la città; con velocità
senza esempio s’era aperta la via fino ai distretti rurali; e dovunque
erasi mostrata, aveva dato molestia agli esclusionisti e accresciuto il
coraggio de’ Tory. Ma fra mezzo all’alta ammirazione che naturalmente
c’ispira la squisitezza della dizione e del verso, non dobbiamo
dimenticare la gran distinzione del bene e del male. Lo spirito del
quale Dryden e parecchi de’ suoi consorti in quel tempo erano animati,
deve meritamente chiamarsi diabolico. I giudici e gli sceriffi servili
di quegl’infausti giorni, non potevano spargere il sangue con la
speditezza inculcata clamorosamente dai poeti. Un richiedere nuove
vittime, un odioso scherzare sugl’impiccamenti, acri motteggi intorno
a coloro i quali, fidi al Re nell’ora del pericolo, lo consigliavano
poscia di mostrarsi compassionevole e generoso co’ suoi vinti nemici;
e perchè nulla mancasse alla colpa e alla vergogna, cotesti infami
scritti venivano recitati dalle donne, le quali, ammaestrate da lungo
tempo a bandire ogni modestia, erano ora ammaestrate a bandire ogni
compassione.[187]

XLIX. È cosa degna di nota, come, mentre l’amena letteratura in
Inghilterra in tal modo era di nocumento e d’infamia alla nazione,
il genio inglese nelle scienze compisse una rivoluzione che, sino
alla fine de’ secoli, verrà posta tra le opere più grandi dell’umano
intelletto. Bacone aveva posta la buona sementa in un terreno tardo
e in una stagione non opportuna. Non ne aveva sperato così presto il
ricolto, e nel suo supremo testamento aveva solennemente legata la
sua fama alla età susseguente. Pel corso d’una intera generazione, la
sua filosofia, fra mezzo ai tumulti, alle guerre, alle proscrizioni,
si era lentamente venuta maturando in poche menti ben formate. Mentre
le fazioni lottavano per predominare nello Stato, un drappello di
uomini saggi, con benevolo sdegno, erasi scostato dal conflitto,
consacrandosi alla egregia impresa di slargare il dominio dell’uomo
sopra la materia. Appena tornata la pubblica quiete, a quei maestri
fu agevole trovare attenti uditori; imperocchè la disciplina per
la quale la nazione era passata, aveva talmente contemperata la
mente del popolo da potere ricevere le dottrine del Verulamio. Le
perturbazioni civili avevano incitate le facoltà della gente educata,
ed avevano ingenerata una irrequieta attività e una curiosità
insaziabile, quale ne’ tempi anteriori non s’era mai veduta fra noi.
Nulladimeno, lo effetto di quelle perturbazioni fu, che i disegni
di riforma religiosa e politica venissero generalmente considerati
con sospetto e dispregio. Per lo spazio di venti anni, l’occupazione
precipua delle menti savie ed operose era stata quella di foggiare
costituzioni con primi magistrati, senza primi magistrati, con
senati ereditarii, con senati tirati a sorte, con senati annui, con
senati perpetui. In simili disegni di governo non omettevasi nulla.
Tutti i particolari, tutte le nomenclature, tutto il ceremoniale del
governo immaginario vi erano pienamente notati; Polemarchi, Filarchi,
Tribù, Galassie, Lord Arconte, e Lord Stratigoto: quali urne per
raccogliere i voti dovessero essere verdi, e quali rosse: quali palle
dovessero essere d’oro, e quali d’argento: quali magistrati dovessero
portare cappelli, e quali berretti appuntati di velluto nero: in
che modo dovesse portarsi la mazza, e quando dovessero gli araldi
scoprirsi la testa. Queste e simiglianti altre inezie venivano con
gravità esaminate ed ordinate da uomini di non comune intelligenza
e dottrina.[188] Ma la stagione di cotali visioni era finita; e se
qualche fervido repubblicano seguitava tuttavia a trastullarsene, il
timore del pubblico scherno e d’un processo criminale, generalmente,
lo induceva a sottrarre agli sguardi altrui le proprie fantasticherie.
Ora, ella era cosa impopolare e pericolosa mormorare una sola parola
contro le leggi fondamentali della Monarchia; ma gli uomini audaci
ed ingegnosi potevano compensarsi trattando con isdegno quelle che
poco innanzi erano considerate leggi fondamentali di natura. Il
torrente ch’era stato condannato a scorrere per il suo antico alveo,
si gettò furiosamente in un altro. Lo spirito rivoluzionario, cessando
d’agire nella politica, cominciò ad esercitarsi con insolito vigore
ed ardire in ogni ramo di scienze fisiche. L’anno 1660, l’èra del
ristabilimento della vecchia costituzione, è anche l’èra da cui data lo
innalzarsi della nuova filosofia. In quell’anno cominciò ad esistere
la Società Reale, destinata ad essere agente principale in una lunga
serie di gloriose e salutari riforme.[189] In pochi mesi, la scienza
sperimentale divenne grandemente in voga. La trasfusione del sangue,
la ponderazione dell’aria, la fissazione del mercurio, nelle menti del
pubblico occuparono quel luogo che già vi tenevano le controversie
della Rota. I sogni delle forme perfette di governo, cessero ai sogni
delle ale con cui gli uomini dovevano volare dalla Torre all’Abbadia,
e delle navi a doppia carena, che non dovevano mai affondare nella
più furiosa procella. Gli uomini d’ogni classe vennero trascinati
dalle idee predominanti. Cavalieri e Teste–Rotonde, Ecclesiastici e
Puritani, per questa volta, collegaronsi. Teologi, giuristi, uomini di
Stato, nobili, principi, magnificavano i trionfi della filosofia di
Bacone. I poeti, gareggiando d’entusiasmo, cantavano lo avvicinarsi
dell’età d’oro. Cowley, con versi pregni di pensiero e splendidi
di brio, spingeva la eletta sementa a prender possesso della terra
promessa irrigata di latte e di miele; di quella terra che il grande
liberatore e legislatore aveva veduta come dalla cima di Pisgah, senza
che gli fosse stato concesso d’ entrarvi.[190] Dryden, con più zelo
che scienza, congiunse la sua voce al grido universale, e predisse
cose che nè egli nè altri intendeva. Vaticinò che la Società Reale
ci avrebbe tra breve condotti ai confini del mondo, dove ci avrebbe
dilettati con un più bello spettacolo della luna.[191] Due esperti
ed aspiranti prelati, Ward Vescovo di Salisbury e Wilkins Vescovo di
Chester, predistinguevansi fra i capi del movimento; la storia del
quale fu eloquentemente scritta da un più giovane teologo, che veniva
splendidamente innalzandosi nella propria professione: voglio dire
da Tommaso Sprat, poi fatto Vescovo di Rochester. Il giudice Hale e
il Lord Cancelliere Guildford toglievano qualche ora alle faccende
delle loro corti per iscrivere intorno all’idrostatica. E veramente,
per cura di Guildford furono costruiti i primi barometri che fossero
posti in vendita a Londra.[192] La chimica per un certo tempo divideva
col vino e con l’amore, col teatro e col giuoco, con gl’intrighi del
cortigiano e gl’intrighi del demagogo, l’attenzione del volubile
Buckingham. Rupert è in voce di avere inventata la incisione così
detta a mezza tinta; e porta il suo nome quella curiosa bolla di
vetro che per lungo tempo ha formato il trastullo de’ bambini, e la
disperazione de’ filosofi. Lo stesso Carlo aveva un laboratorio in
Whitehall, e mostravasi in esso più attento ed operoso di quel che
fosse in Consiglio. Era quasi necessario al carattere d’un compito
gentiluomo il saper dire qualche cosa intorno alla macchina pneumatica
e ai telescopi; ed anche le leggiadre dame, di quando in quando,
credevano convenevole mostrare gusto per la scienza, recavansi in
carrozza verso le sei a visitare le curiosità di Gresham, e mandavano
gridi di gioia vedendo che la calamità veramente attraesse un ago, e
che un microscopio facesse davvero apparire una mosca grande quanto un
uccello.[193]

In questo, al pari d’ogni altro moto della mente umana, era senza
dubbio alcuna cosa che avrebbe mosso a riso. È legge universale che
qualsivoglia fatica o dottrina viene in voga, perda in parte quel
pregio in che era tenuta mentre stavasi nelle mani di pochi uomini
gravi, ed era amata per sè stessa. Egli è vero che le stoltezze di
taluni, i quali senza vera attitudine per la scienza mostravansene
appassionati, fornivano materia di spregio e sollazzo a pochi satirici
maligni, appartenenti alla precedente generazione, i quali non
inchinavano a disimparare ciò che in gioventù avevano imparato.[194]
Ma non è meno vero che la grande opera d’interpretare la natura,
venne eseguita dagli Inglesi d’allora come non era avanti mai stata
in nessuna età e nazione. Lo spirito di Francesco Bacone era vasto,
e maravigliosamente contemperato d’audacia e di sobrietà. Gli uomini
erano fortemente persuasi che tutto il mondo fosse pieno di secreti
di grave momento alla felicità umana, e che dal Supremo Fattore fosse
stata affidata all’uomo la chiave, che, bene adoperata, avrebbe schiusa
la via per giungere a quelli. Regnava in quel tempo la convinzione,
che nelle scienze fisiche fosse impossibile pervenire alla cognizione
delle leggi generali, tranne osservando accuratamente i fatti.
Stabilmente fermi in tali grandi verità, i professori della nuova
filosofia si dettero all’opera; e in meno di venticinque anni, avevano
dato ampi risultamenti delle proprie lucubrazioni. Nuovi vegetabili
furono coltivati, nuovi strumenti agricoli adoperati, e nuovi modi
di concimare i terreni.[195] Evelyn, con formale sanzione della
Società Reale, aveva dati avvertimenti ai suoi concittadini intorno
alle piantagioni. Temple, nelle sue ore d’ozio, aveva fatti nuovi
esperimenti nell’orticoltura, e provato che molti frutti delicati,
indigeni in climi migliori, si sarebbero potuti, coll’aiuto dell’arte,
ottenere anche nel suolo inglese. La medicina, che in Francia seguitava
a rimanere in abietta schiavitù, ed apprestava a Molière inesauribile
materia di giusto scherno, era divenuta in Inghilterra scienza
sperimentale e progressiva, ed ogni giorno, sfidando Ippocrate e
Galeno, faceva sempre più un nuovo passo. L’attenzione dei pensatori
per la prima volta si diresse all’importante subietto della polizia
sanitaria. La rinomata pestilenza del 1665 gl’indusse a considerare
seriamente i difetti dei fabbricati, delle fogne, e della ventilazione
della metropoli. Il grande incendio del 1666 offerse il destro di
eseguire miglioramenti vastissimi. La faccenda fu diligentemente
esaminata dalla Società Reale; ai consigli della quale è d’uopo
attribuire in gran parte le mutazioni, che, quantunque non fossero
tali da rispondere ai bisogni della pubblica utilità, resero la nuova
Londra differentissima dall’antica, e forse impedirono per sempre lo
infuriare della peste nel nostro paese.[196] In quel medesimo tempo,
uno de’ fondatori della predetta società, Sir Guglielmo Petty, creò
la scienza dell’aritmetica politica; umile ma indispensabile ancella
della politica filosofia. Nessuna parte del regno della natura rimase
inesplorata. A quegli anni appartengono le scoperte chimiche di Boyle,
e le prime ricerche botaniche di Sloane. E’ fu allora che Ray fece
una nuova classificazione degli uccelli e de’ pesci, Woodward rivolse
la propria attenzione ai fossili ed alle conchiglie. I fantasmi
dell’errore che ne’ secoli tenebrosi avevano ingombrato la terra,
l’uno dietro l’altro, disparvero dinanzi alla nuova luce. L’astrologia
e l’alchimia diventarono obietto di trastullo. Poco dopo, non v’era
contea in cui qualche collegio di giudici non ridesse sprezzantemente
sempre che una vecchia strega veniva tratta al tribunale, accusata
di aver cavalcato sul manico della granata, o avere prodotta la
pestilenza nell’armento. Ma in quei nobili e assai ardui rami della
scienza, ne’ quali la induzione e la dimostrazione matematica cooperano
alla scoperta del vero, il genio inglese a que’ tempi riportò i più
memorandi trionfi. Giovanni Wallis elevò sopra nuove fondamenta lo
intero sistema della statica. Edmondo Halley investigò le proprietà
dell’atmosfera, il flusso e riflusso del mare, le leggi del magnetismo,
e il corso delle comete; nè dal culto della scienza lo distolsero
travagli, pericoli ed esilio. Mentre egli, sopra le rocce di Santa
Elena, faceva la carta delle costellazioni dello emisfero meridionale,
il nostro nazionale osservatorio sorgeva in Greenwich; e Giovanni
Flamsteed, che fu il primo astronomo regio, cominciava quella lunga
serie d’osservazioni, che non è ricordata mai senza rispetto e
gratitudine in qualsiasi parte del mondo. Ma la gloria di cotesti
uomini, comunque eminenti, è oscurata dallo immenso splendore d’un
nome immortale. Nella mente d’Isacco Newton trovavansi congiunte,
come non lo erano mai state in mente d’uomo, due specie di potenza
intellettiva che hanno poco di comune tra loro, e che non si trovano
spesso insieme con pari vigore, ma nondimeno sono egualmente necessarie
ne’ rami più sublimi delle scienze fisiche. Vi saranno forse stati
intelletti pari al suo ben formati a coltivare le matematiche pure, o
le scienze puramente sperimentali; ma in nessun altro intelletto la
facoltà dimostrativa e la induttiva coesistettero in simile suprema
eccellenza e perfetta armonia. Forse in una età in cui fossero in voga
gli Scotisti e i Tomisti, anche la sua mente sarebbe corsa a rovina,
siccome avvenne a molte altre menti solo inferiori a quella di lui.
Avventuratamente, lo spirito del tempo in cui gli toccò di vivere,
pose nel diritto cammino il suo ingegno, il quale con ingente forza
reagì sopra lo spirito del tempo. Nel 1685 la sua fama, comecchè
splendida, era in sull’alba; ma il suo genio era pervenuto al meriggio.
La sua grande opera, quell’opera che produsse un rivolgimento nelle
provincie più importanti della filosofia naturale, era compiuta, ma
non ancora pubblicata, e stava per essere sottoposta allo esame della
Società Reale.

L. Non è facile trovare il perchè la nazione, la quale nelle scienze
era proceduta tanto innanzi alle nazioni vicine, nelle arti belle
stesse loro tanto addietro. Nondimanco, tale fu il fatto. Egli è vero
che in architettura, arte che è mezza scienza, arte in cui solo può
inalzarsi un profondo geometra, arte che non ha altra norma di gusto
tranne quella che direttamente o indirettamente dipende dall’utilità,
arte le cui creazioni derivano, almeno in parte, la maestà loro dalla
semplice massa, il paese nostro poteva gloriarsi d’un uomo veramente
grande: voglio dire di Cristoforo Wren; al quale lo incendio onde
Londra era stata ridotta a un mucchio di rovine, aveva pôrta occasione
fino allora senza esempio nella storia moderna, di spiegare l’ali dello
ingegno. Come quasi tutti i suoi contemporanei, egli non poteva emulare
e forse sentire il vero pregio dell’austera bellezza del portico greco,
e della buia sublimità dell’arcata gotica: ma niuno, nato al di qua
delle alpi, ha imitata così felicemente la magnificenza de’ bei tempii
della Italia. Perfino il superbo Luigi non ha lasciata alla posterità
opera alcuna che possa agguagliarsi alla chiesa di San Paolo. Ma alla
fine del regno di Carlo II, non v’era un solo pittore o scultore
inglese di cui oggidì si ricordi il nome. Tale sterilità ha un certo
che di mistero; perocchè i dipintori e gli scultori non erano punto
tenuti in dispregio o male rimunerati. La loro posizione sociale era,
per lo meno, alta come ai dì nostri. I loro guadagni, in proporzione
dell’opulenza del paese, e del modo onde venivano rimunerati gli
altri lavori intellettuali, erano anche maggiori di quel che siano ai
tempi presenti. La generosa protezione che accordavasi agli artisti,
gli attirava a schiere ai nostri lidi. Lely, che ci ha conservati i
bei ricci, le labbra tumide e i languidi occhi delle fragili beltà
celebrate da Hamilton, era nativo di Westfalia. Era morto nel 1680,
dopo una lunga e splendida vita, dopo d’avere ricevuto il titolo di
cavaliere, ed ammassato con l’arte sua un buon patrimonio. La sua bella
collezione di disegni e di pitture, dopo la sua morte, fu esposta, col
permesso del Re, nella sala da pranzo in Whitehall, e venduta all’asta
per la quasi incredibile somma di ventisei mila lire sterline: somma
che sta in maggior proporzione al patrimonio de’ ricchi uomini di
quel tempo, di quello che sarebbero cento mila sterline a’ mezzi de’
ricchi del nostro.[197] A Lely successe il suo concittadino Goffredo
Kneller, il quale fu fatto prima cavaliere e poi baronetto; e dopo
d’essere splendidamente vissuto, e aver perduta molta pecunia in mal
fortunate speculazioni, potè tuttavia lasciare alla propria famiglia
un gran patrimonio. I due Vandeveldes, olandesi, erano stati persuasi
dalla liberalità inglese a stabilirsi fra noi, dove avevano dipinto
i più bei quadri di marina del mondo. Simone Varelst, altro artefice
olandese, dipinse leggiadri girasoli e tulipani, a prezzi fino allora
non conosciuti. Il napolitano Verrio, effigiava sulle volte e per le
scale Gorgoni, Muse, Ninfe, Satiri, Virtù, Vizii, Numi che libano il
nettare, e Trionfi di principi. L’entrata ch’egli accumulò col frutto
delle sue opere, lo pose in condizione tale, che la sua mensa era delle
più sontuose. Per le sole pitture da lui eseguite a Windsor, ebbe sette
mila lire sterline; somma che in allora era bastevole a satisfare i
moderati desiderii d’un gentiluomo, ed eccedeva di molto quella che
Dryden in quarant’anni di lavori letterarii ottenne da’ librai.[198]
Luigi Laguerre, principale aiuto e successore di Verrio, venne
dalla Francia. I due più celebri scultori di que’ tempi erano anche
stranieri. Cibber, i cui patetici emblemi del Furore e della Malinconia
adornano Bedlam, era danese. Gibbons, alla graziosa fantasia e al tocco
delicato del quale molti de’ nostri palazzi, collegi e chiese, devono
i loro più leggiadri lavori d’ornato, era olandese. Anche i disegni
delle monete erano eseguiti da incisori francesi. A dir vero, fino al
regno di Giorgio II, la patria nostra non potè gloriarsi d’un grande
pittore; e Giorgio III era già sul trono, innanzi ch’essa potesse
andare altera d’alcuno egregio scultore.

Siamo al punto in cui termina la descrizione che siamo venuti facendo
della Inghilterra, mentre era governata da Carlo II. Nulladimeno, ci
rimane a toccare d’una cosa di grave momento. Non abbiamo finora fatto
parola della gran massa del popolo; di coloro, cioè, che intendevano
allo aratro, curavano i buoi, sudavano sopra i telai di Norwich, e
squadravano le pietre di Portland per il tempio di San Paolo. Nè
possiamo lungamente favellarne. La classe più numerosa è precisamente
quella intorno alla quale ci rimangono scarsissime notizie. In que’
tempi, i filantropi non consideravano come debito sacro, nè i demagoghi
come lucroso traffico, l’occuparsi delle sciagure dell’operaio. La
istoria era sì affaccendata con le corti e coi campi di battaglia,
da non serbare una sola pagina al tugurio del contadino, o alla
botteguccia del manuale. La stampa adesso in un sol giorno, discute
e declama intorno alle condizioni dell’operaio con più abbondanza
di quanto ne fu pubblicato ne’ ventotto anni che corsero dalla
Restaurazione alla Rivoluzione. Ma errerebbe grandemente chi dallo
accrescersi de’ reclami, inferisse essersi accresciuta la miseria.

LI. Il gran criterio della condizione del popolo basso, sta nel salario
ond’è rimeritato il lavoro; e poichè quattro quinti del popolo,
nel diciassettesimo secolo, erano addetti all’agricoltura, importa
sopra tutto indagare qual fosse la paga dell’operaio nella industria
agricola. Intorno a ciò abbiamo i mezzi di giungere a conclusioni
bastevolmente esatte pel nostro proposito.

Sir Guglielmo Petty, la cui semplice asserzione è di gran peso,
c’insegna che non erano punto cattive le condizioni d’un lavorante
qualora per una giornata di lavoro ricevesse quattro soldi col cibo, e
otto senza. Quattro scellini la settimana, quindi, erano, secondo il
calcolo di Petty, una buona paga per la gente agricola.[199]

Che siffatto calcolo non fosse discosto dal vero, abbiamo prove
in gran copia. Verso il principio del 1685, i Giudici della Contea
di Warwick, nello esercizio d’una potestà affidata loro da un
decreto d’Elisabetta, stabilirono, nelle loro sessioni trimestrali,
un regolamento di paghe per la Contea, e notificarono che ciascun
padrone che pagasse, e ciascuno operaio che ricevesse più della somma
decretata, sarebbero puniti. Il salario dell’operaio agricolo ordinario
da Marzo a Settembre, era precisamente lo stesso notato da Petty; val
quanto dire, quattro scellini per settimana, senza cibo. Da Settembre a
Marzo era di tre scellini e sei soldi.[200]

Ma in quel secolo, siccome nel nostro, i guadagni del contadino
differivano assai nelle differenti parti del Regno. Il salario nella
Contea di Warwick rispondeva probabilmente alla media proporzionale,
e nelle Contee verso il confine della Scozia era minore; ma v’erano
distretti più favoriti. Nel medesimo anno 1685, un gentiluomo di
Devonshire, di nome Riccardo Dunning, pubblicò un opuscolo, nel quale
descrisse la condizione de’ poveri di quella Contea. Ch’egli intendesse
bene la materia, non è possibile dubitare; imperocchè, pochi mesi dopo,
l’opuscolo venne ristampato, e dai magistrati ragunati in Exeter nelle
sessioni trimestrali fortemente raccomandato all’attenzione di tutti
gli ufficiali delle parrocchie. Secondo lui, il salario del contadino
della predetta Contea, era, senza il cibo, circa cinque scellini per
settimana.[201]

Anche migliore era la condizione del lavorante nelle vicinanze di Bury
Saint Edmond. I magistrati di Suffolk adunaronsi quivi, nella primavera
del 1682, per fissare la rata del salario; e deliberarono che, quando
all’operaio non fosse dato da mangiare, riceverebbe cinque scellini per
settimana in tempo di verno, e sei d’estate.[202]

Nel 1661, i giudici in Chelmsford avevano stabilito che il salario
dell’operaio d’Essex, senza cibo, fosse di sei scellini in inverno, e
di sette in estate. E questa pare che fosse la paga maggiore con che
si retribuisse nel Regno il lavoro degli agricoltori, nel periodo di
tempo che corse dalla Restaurazione alla Rivoluzione: ed è da notarsi,
che nell’anno in cui fu fatta cotesta provvisione, le cose necessarie
alla vita erano oltremodo care. Il grano costava settanta scellini il
sacco; prezzo che anche oggi verrebbe considerato quasi da tempi di
carestia.[203]

Questi fatti perfettamente concordano con un altro che sembra
meritevole d’essere considerato. Ella è cosa evidente che in un paese
dove niuno può essere costretto a farsi soldato, le file dell’armata
non potrebbero riempirsi, se il Governo desse paga molto minore del
salario che riceve un operaio rurale. Oggidì la paga d’un soldato
comune, in un reggimento di linea, è di sette scellini e sette soldi
per settimana. Tale stipendio, congiunto con la speranza d’una
pensione, non attira in numero sufficente i giovani inglesi; ed è
necessario di supplire al difetto arrolando le più povere genti di
Munster e di Connaught. La paga di un soldato comune di fanteria, nel
1685, era di quattro scellini e otto soldi per settimana; e nondimeno,
è certo che il Governo in quell’anno non incontrò difficoltà nessuna
a raccogliere, poco tempo dopo l’annunzio, molte migliaia di reclute
inglesi. La paga d’un soldato comune di fanteria nell’esercito della
Repubblica era stata sette scellini per settimana; vale a dire,
pari a quella d’un caporale sotto Carlo II:[204] e sette scellini
per settimana s’erano trovati bastevoli a riempire le file d’uomini
manifestamente superiori alla generalità del popolo. E però, nello
insieme, e’ pare ragionevole conchiudere, che nel regno di Carlo II,
la paga ordinaria del contadino non eccedesse quattro scellini per
settimana; ma che in talune parti del reame fosse di cinque scellini,
di sei scellini, e nei mesi estivi anche di sette scellini. Ai giorni
nostri, un distretto dove un lavorante guadagni sette scellini per
settimana, si reputa in condizioni tristissime. La media proporzionale
è assai maggiore; e nelle Contee prospere, la paga settimanale degli
agricoltori ascende a dodici, quattordici, ed anche sedici scellini.

LII. La rimunerazione degli operai impiegati nelle manifatture, è
stata sempre maggiore di quella de’ lavoratori della terra. Nell’anno
1680, un membro della Camera de’ Comuni notò come le grosse paghe
che si davano in Inghilterra, rendessero impossibile la concorrenza
de’ nostri tessuti coi prodotti de’ telai indiani. Un mestierante
inglese, invece di tormentarsi al pari d’un uomo di Bengal per una
moneta di rame, voleva uno scellino per giorno.[205] Esiste un’altra
testimonianza che prova, uno scellino per giorno essere stata la
paga la quale un manifattore inglese allora si credesse in diritto
di chiedere: ma spesso era costretto di lavorare a minor prezzo. La
plebe di quell’età non aveva costume di radunarsi per discutere,
udire arringhe, o far petizioni al Parlamento. Non v’era giornale
che perorasse la causa di quella. Manifestava in rozze rime l’amore,
l’odio, l’esultanza, la sciagura. Gran parte della sua storia può solo
impararsi nelle ballate. Una delle più notabili poesie popolari che
nel tempo di Carlo II cantavasi per le vie di Norwich e di Leeds, può
tuttavia leggersi nel suo originale. È il grido veemente ed acre del
lavoro contro il capitale. Descrive il vecchio buon tempo, allorquando
ogni artigiano impiegato nell’opera della lana viveva al pari d’un
fattore. Ma quel tempo era passato; e un povero uomo rompendosi per un
intero giorno le braccia al telaio, poteva guadagnare solo sei soldi;
e muovendo lamento di non poter vivere con sì misera paga, gli veniva
risposto ch’era libero di prenderla o lasciarla. Per una così magra
ricompensa, i produttori della ricchezza erano costretti ad affannarsi,
alzandosi presto e coricandosi tardi; mentre il padrone, mangiando,
bevendo ed oziando, arricchivasi con le fatiche loro. Uno scellino
per giorno—dice il poeta—sarebbe la paga del tessitore, se gli fosse
resa giustizia.[206] Ci è dato quindi concludere, che negli anni
che precessero la Rivoluzione, un lavorante impiegato nelle grandi
manifatture d’Inghilterra, si reputasse bene pagato guadagnando sei
scellini per settimana.

LIII. Potrebbe in questo luogo notarsi, che il costume di porre i
fanciulli a lavorare innanzi tempo (costume che lo Stato, legittimo
protettore di coloro che non possono proteggersi da sè, ha con
saggezza ed umanità ai tempi nostri inibito), prevaleva tanto nel
diciassettesimo secolo, che, paragonato alla estensione del sistema
delle manifatture, parrebbe incredibile. In Norwich, sede principale
del traffico de’ lanificii, una creaturina di sei anni stimavasi atta a
lavorare. Vari scrittori di quel tempo, fra’ quali alcuni che avevano
fama di eminentemente benevoli, ricordano esultando come in quella
sola città i fanciulli e le fanciulle di tenerissima età creassero una
ricchezza che sorpassava di dodicimila lire sterline l’anno quella che
era necessaria alla loro sussistenza.[207] Quanta più cura poniamo
ad esaminare la storia del passato, tanta più ragione troveremo di
discordare da coloro che pensano, l’età nostra avere prodotti nuovi
mali sociali. Vero è che i mali sono di vecchia data. Ciò che è nuovo,
è la intelligenza che gli discerne e la umanità che vi pone rimedio.

LIV. Passando da’ tessitori di panno a una specie diversa d’artigiani,
le nostre ricerche ci condurranno a conclusioni pressochè simili.
Per varie generazioni, i Commissarii dello Spedale di Greenwich
hanno tenuto il registro delle paghe date a diverse classi di operai
impiegati a riattare quell’edificio. Da questo pregevole documento
raccogliesi, che nel corso di cento venti anni, il salario giornaliero
de’ muratori si è elevato da mezzo scudo a quattro e soldi dieci,
quello del maestro da mezzo scudo a cinque e soldi tre, quello del
legnaiuolo da mezzo scudo a cinque e soldi cinque, e quello del
piombaio da tre scellini a cinque e soldi sei.

Per lo che, e’ sembra chiaro che la mercede del lavoro, estimata in
danaro, nel 1685, non era più della metà di quel che è adesso; e poche
erano le cose importanti per un lavorante, il prezzo delle quali, nel
1685, non fosse più della metà di quello che è adesso. La birra, senza
dubbio, era a minor prezzo allora che oggi. La carne era anche a più
buon prezzo; ma tuttavia costava tanto, che centinaia di migliaia di
famiglie appena ne conoscevano il sapore.[208] Il costo del frumento
ha variato pochissimo. Il prezzo medio del sacco, negli ultimi dodici
anni del regno di Carlo II, era di cinquanta scellini. Il pane, quindi,
simile a quello che ora si dà agli ospiti della casa di lavoro, di rado
vedevasi allora anche sur desco di un piccolo possidente o d’un padrone
di bottega. La maggior parte della nazione cibavasi di segala, d’orzo e
di avena.

I prodotti de’ paesi del tropico, delle miniere, delle macchine, erano
positivamente più cari che oggi non sono. Fra le cose che il lavorante,
nel 1685, pagava più care di quel che i posteri suoi le paghino nel
1848, erano lo zucchero, il sale, il carbone, le candele, il sapone,
le scarpe, le calze, e generalmente le cose pertinenti al vestiario e
gli arnesi da letto. Potrebbe aggiungersi che gli abiti e le coltri di
que’ tempi, non solo erano più costosi, ma meno servibili di quelli che
usano ai giorni nostri.

LV. È mestieri ricordare come que’ lavoranti, che bastavano a mantenere
col proprio salario sè e le famiglie loro, non fossero le persone più
bisognose del popolo. Al di sotto di loro stava una numerosa classe
che non poteva sussistere senza qualche soccorso della parrocchia. Non
può esservi migliore argomento a provare le condizioni in cui trovasi
la plebe, della proporzione in cui essa sta verso la società intera.
Oggimai gli uomini, le donne, i bambini che ricevono sussidii, da quel
che pare dalle liste officiali, sono nelle cattive annate la decima
parte degli abitanti d’Inghilterra, e nelle buone la tredicesima.
Gregorio King li estimava ne’ suoi tempi a più d’una quinta parte;
e tale computo, che, con tutta la venerazione per l’autorità
sua, potremmo chiamare esagerato, fu reputato da Davenant essere
singolarmente giudizioso.

Per avventura, non ci mancano affatto i mezzi di giudicare da noi.
La tassa pei poveri era indubitabilmente quella della quale i nostri
antenati sentissero maggiore gravezza. Sotto Carlo II, veniva stimata
a circa sette cento mila sterline l’anno; vale a dire molto più che il
prodotto della così detta excise o delle dogane, e poco meno di mezza
la intera rendita della Corona. La tassa pei poveri andò rapidamente
crescendo, e sembra che fosse in breve tempo pervenuta ad una somma
tra otto e nove cento mila sterline l’anno; val quanto dire, ad un
sesto di ciò che è adesso. La popolazione in allora era meno d’un terzo
di quello che è ai giorni nostri. Il minimo de’ salari che allora si
davano, calcolato in danaro, era la metà di quel che oggi si paga; e
quindi mal possiamo supporre che il sussidio largito ad un povero fosse
più della metà di quello che è adesso. E’ pare perciò si possa dedurre,
che la proporzione delle persone che in que’ tempi ricevevano sussidii
dalle parrocchie, fosse maggiore di quello che sia nei nostri. È bene
in somiglianti quistioni parlare con diffidenza; ma certamente non è
stato finora provato che il pauperismo fosse negli ultimi venticinque
anni del secolo diciassettesimo un minor carico o un male sociale meno
serio di quello che sia nel tempo presente.[209]

Da un lato, è mestieri ammettere che il progresso della civiltà ha
scemati i comodi fisici d’una parte delle classi più povere. È stato
già notato come, avanti la Rivoluzione, molte migliaia di miglia
quadrate di terra, adesso chiusa e coltivata, erano pantani, foreste
e scopeti. Di cotesti terreni selvaggi molta parte, per virtù della
legge, era comune; e molta di quelli che non erano comuni per legge,
valeva sì poco, che i proprietari la lasciavano essere comune di fatto.
Ivi i fuggiaschi e i trasgressori si tollerava che stessero in modo
affatto ignoto al dì d’oggi. Il contadino che vi abitava, poteva di
quando in quando, con poca e nessuna spesa, aggiungere qualche cosa
al suo scarso alimento, e provvedersi di combustibili per l’inverno.
Teneva un branco d’oche là dove adesso sorgono giardini e pometi.
Tendeva reti alle galline selvatiche sul padule, che dappoi è stato
seccato, e partito in campi da grano e da rape. Tagliava frasche là
dove ora vedonsi prati verdeggianti di trifoglio, e rinomati per il
burro e il cacio. Il progresso dell’agricoltura e lo accrescimento
della popolazione necessariamente lo privarono di cotesti privilegi. Ma
di fronte a siffatti mali è da porsi una lunga serie di beni.

LVI. De’ beni che la civiltà e la filosofia conducono seco, gran parte
è comune a tutte le classi; ed ove si perdessero, verrebbero deplorati
sì dall’operaio come dal magnate. Il contadino che adesso in un’ora può
giungere col suo baroccio al mercato, cento sessanta anni addietro vi
consumava un giorno intero. La strada che ora appresta all’artigiano,
per tutta la notte, un passeggio sicuro, conveniente ed illuminato,
cento sessanta anni fa, era così buia dopo il tramonto del sole, da non
lasciargli discernere la propria mano; così male lastricata, da porlo
in continuo rischio di rompersi il collo; e così mal sorvegliata, da
metterlo in imminente pericolo d’essere stramazzato giù, e spogliato
del suo poco guadagno. Ogni muratore che cada giù da un ponte, ogni
spazzaturaio che in una strada traversa sia calpestato da una
carrozza, adesso può farsi medicare le ferite e rimettere al loro
posto le rotte membra, con un’arte che cento sessanta anni addietro
un Lord come Ormond, ed un negoziante principesco come Clayton, con
tutte le loro ricchezze, non avrebbero potuto ottenere. La scienza ha
sradicate alcune terribili malattie; altre ne ha bandite la polizia.
La vita dell’uomo è diventata più lunga in tutto il Regno, e in
ispecie nelle città. L’anno 1685 non è notato come pieno di malattie;
e nondimeno, in quell’anno morì uno in ogni ventitrè abitanti della
metropoli;[210] mentre nel nostro tempo ne muore uno in ogni quaranta.
La differenza di salubrità tra Londra del secolo decimonono e quella
del diciassettesimo, è molto maggiore della differenza tra Londra in
tempi ordinari, e Londra in tempi di _cholera_.

È anche più importante il beneficio che tutte le classi sociali, e
segnatamente le basse, hanno ricavato dalla mitigatrice influenza
della civiltà sull’indole nazionale. Il fondamento di tale indole, a
dir vero, è stato il medesimo per molte generazioni, nel senso in cui
il fondamento dell’indole d’un individuo si considera come lo stesso
quando egli è rozzo e spensierato scolare, e quando diventa uomo culto
e compito. Reca diletto pensare che il pubblico sentire in Inghilterra
si è raddolcito così come la intelligenza è venuta maturando, e che
nel corso de’ tempi siamo diventati un popolo non solo più saggio,
ma più gentile. Quasi non v’è pagina di storia o d’amena letteratura
del secolo decimosettimo, che non provi in qualche modo i nostri
antenati essere stati meno umani de’ loro posteri. La disciplina delle
botteghe, delle scuole, delle famiglie private, quantunque non fosse
più efficace di quel che sia ai giorni presenti, era infinitamente più
dura. I padroni nati e educati bene avevano costume di battere i loro
servi. I pedagoghi altra via non conoscevano d’insegnare, che quella
di sferzare i loro scolari. I mariti di decente posizione sociale
non arrossivano di bastonare le loro mogli. Le fazioni procedevano
talmente implacabili, da non potersi immaginare. I Whig mormorarono
perchè Stafford era morto senza vedersi bruciare gl’intestini sul
viso. I Tory ingiuriarono ed insultarono Russell, mentre dalla Torre
era condotto al patibolo in Lincoln’s Inn Fields.[211] Egualmente
cruda mostravasi la plebe contro i disgraziati delle classi più basse.
Se un colpevole era posto alla berlina, poteva chiamarsi fortunato,
ove gli venisse fatto d’uscir vivo dalla pioggia de’ sassi che gli
lanciavano contro.[212] Se veniva legato alla coda di un cavallo, la
folla lo premeva d’attorno, pregando il carnefice a volerlo flagellar
bene e farlo urlare.[213] I gentiluomini facevano gite di sollazzo
a Bridewell ne’ giorni di tribunale, a fine di vedere fustigare le
povere battitrici di canapa.[214] Un uomo trascinato a morte per aver
ricusato di chiedere scusa, una donna arsa viva per aver coniato
moneta, svegliavano minore commiserazione di quella che ora si prova
al veder tormentare un cavallo o un bue. Certi combattimenti, in
paragone de’ quali un’accanita lotta a pugni si reputerebbe un mite
spettacolo, erano fra gli squisiti diletti di gran parte de’ cittadini.
La gente affollavasi a mirare i gladiatori farsi in brani con armi
micidiali, ed appena vedeva schizzare un dito o un occhio ad alcuno
de’ combattenti, mandava gridi di gioia. Le prigioni erano bolgie
infernali sopra la terra, vivai d’ogni delitto e d’ogni infermità.
Nei tribunali, gli scarni e pallidi delinquenti portavano seco dalle
loro celle un’atmosfera di puzzo pestilenziale, che talvolta li
vendicava del seggio, degli avvocati e de’ giurati. E a tanta miseria
la società guardava con profonda indifferenza. In nessun luogo era
da trovarsi quella sensitiva e irrequieta compassione che ai tempi
nostri potentemente protegge fino il ragazzo della fattoria, la vedova
indiana, lo schiavo negro; che penetra nelle provvisioni di ogni nave
carica d’emigranti; che raccapriccia ad ogni staffilata che piombi
sulle spalle d’un soldato briaco; che non patirebbe che il ladro alle
galere fosse nutrito male o sopraccarico di lavoro, e che più volte si
è studiata di salvare la vita anche allo assassino. Egli è vero che la
compassione, al pari d’ogni altro sentimento, dovrebbe essere governata
dalla ragione, e che per difetto di ciò, ha prodotto effetti talvolta
ridicoli e tal’altra deplorabili. Ma più ci facciamo a meditare sulla
storia del passato, e più abbiamo argomento di rallegrarci di vivere in
una età di commiserazione, che aborre dalla crudeltà, e con ripugnanza,
e solo spinta dal senso del dovere, infligge la pena anche meritata.
E davvero, ad ogni classe cotesto grande mutamento morale ha recata
immensa utilità; ma la classe che ci ha più guadagnato, è la più
povera, dipendente e priva di difesa.

LVII. Lo effetto generale de’ fatti che ho esposti ai lettori, sembra
non dovere ammettere dubbio veruno. Pure, non ostante la evidenza di
quelli, molti immaginano tuttavia che la Inghilterra degli Stuardi
fosse un paese più piacevole che quella de’ tempi nostri. A prima
vista, parrebbe strano che la società, mentre è venuta di continuo
e con ispeditezza avanzando nella via del progresso, dovesse con
amaro desio volger gli occhi al passato. Ma coteste due tendenze, per
quanto appariscano incompatibili, possono agevolmente risolversi nel
medesimo principio. Entrambe nascono dalla impazienza di trovarci nelle
condizioni in cui siamo. Tale impazienza, mentre ci incita a sorpassare
le generazioni precedenti, ci rende inchinevoli a porre più in alto la
felicità loro. In certo senso, ella è irragionevolezza e ingratitudine
in noi l’essere perpetuamente scontenti d’una condizione di cose che
perpetuamente va facendosi migliore. Ma, per vero dire, questo medesimo
scontento è quello che ci spinge verso il meglio. Se fossimo appieno
satisfatti del presente, cesseremmo di speculare, d’affaticarci e di
conservare, coll’occhio vôlto verso il futuro. Ed è quindi naturale che
noi, non contenti delle cose presenti, apprezziamo soverchiamente le
passate.

In verità, siamo nel medesimo inganno che abbaglia la mente del
viandante nell’arabo deserto. Sotto i piedi della caravana il suolo è
arido e nudo; ma sì avanti che dietro si presenta la immagine delle
fresche acque. I pellegrini affrettano il passo avanti, e non trovano
altro che sabbia dove, un’ora prima, avevano veduto un lago. Volgono
gli occhi addietro, e vedono un lago dove un’ora prima procedevano
affannosi traverso alla sabbia. E’ sembra che una simigliante illusione
tormenti le nazioni per ogni stadio del lungo progresso che compiono,
dalla povertà e barbarie, alla civiltà ed opulenza. Ma se ci facciamo
a cercare tenacemente quella meta nel passato, la vediamo recedere
fino nelle favolose regioni dell’antichità. Regna adesso la voga di
porre la età d’oro della Inghilterra in tempi nei quali i nobili erano
privi di que’ comodi il cui difetto parrebbe insopportabile ad un
servitore; nei quali i fattori, e i padroni di botteghe mangiavano a
colazione pagnotte tali, che basterebbe il solo vederle per far nascere
una ribellione fra i mendicanti nella casa di lavoro; ne’ quali gli
uomini, viventi nell’aria più pura della campagna, morivano più presto
di quello che oggidì non accade ne’ chiassuoli più pestilenziali
delle nostre città, ed essi morivano più presto ne’ chiassuoli delle
nostre città che ora nelle coste della Guiana. Anche a noi toccherà
d’esser vinti nel progresso, ed essere invidiati. Potrebbe ben darsi
che nel secolo ventesimo, il contadino della Contea di Dorset, si
reputasse miseramente pagato con quindici scellini per settimana; che
il legnaiuolo di Greenwich guadagnasse dieci scellini per giorno; che
i lavoranti si avvezzassero così poco a desinare senza carni, come
adesso sono assuefatti a cibarsi di pane di segala; che la polizia
sanitaria e i trovati medici allungassero di alcuni anni la vita
ordinaria dell’uomo; che a gran copia di comodi e di cose di lusso, che
adesso sono sconosciuti, o accessibili a pochi, potesse giungere ogni
diligente ed economo operaio. E non ostante, potrebbe allora sorgere la
moda d’asserire, che lo augumento della ricchezza e il progresso della
scienza siano stati utili ai pochi a danno dei molti, e di parlare del
regno della Regina Vittoria come del tempo in cui l’isola nostra era la
briosa Inghilterra, allorquando tutte le classi erano vincolate da un
sentimento fraterno, e il ricco non ghignava sul viso del povero, e il
povero non invidiava le splendidezze del ricco.



CAPITOLO QUARTO.


SOMMARIO.

 I. Morte di Carlo II.—II. Sospetti di veleno.—III. Discorso di
 Giacomo II dinanzi il Consiglio Privato.—IV. Giacomo proclamato
 Re.—V. Condizioni del Governo.—VI. Nuovi Ordinamenti.—VII. Sir
 Giorgio Jeffreys.—VIII. Esazione della rendita senza un Atto del
 Parlamento.—IX. Convocazione del Parlamento—X. Trattative tra
 Giacomo e il Re di Francia.—XI. Churchill è mandato ambasciatore in
 Francia; sua storia.—XII. Sentimenti de’ governi continentali verso
 l’Inghilterra.—XIII. Politica della Corte di Roma.—XIV. Lotta nella
 mente di Giacomo; ondeggiamenti della sua politica.—XV. I riti cattolici
 romani si celebrano pubblicamente in Palazzo.—XVI. Incoronazione di
 Giacomo.—XVII. Entusiasmo degl’indirizzi de’ Tory.—XVIII. Elezioni.—XIX.
 Processo contro Oates.—XX. Contro Dangerfield—XXI. Contro Baxter.—XXII.
 Ragunanza del Parlamento di Scozia.—XXIII. Sentimenti di Giacomo verso
 i Puritani.—XXIV. Crudeltà contro i Convenzionali Scozzesi.—XXV.
 Sentimenti di Giacomo verso i Quacqueri.—XXVI. Guglielmo Penn.—XXVII.
 Favore peculiare mostrato ai Cattolici Romani e ai Quacqueri.—XXVIII.
 Ragunanza del Parlamento Inglese; Trevor eletto Presidente.—XXIX.
 Carattere di Seymour.—XXX. Discorso del Re innanzi al Parlamento.—XXXI.
 Discussione nella Camera de’ Comuni; Discorso di Seymour.—XXXII.
 Votazione della rendita.—XXXIII. Procedimenti della Camera de’ Comuni
 rispetto alla religione.—XXXIV. Votazione di tasse addizionali; Sir
 Dudley North.—XXXV. Procedimenti della Camera de’ Lordi.—XXXVI. Legge
 per annullare la sentenza d’infamia contro Stafford.

I. La morte di re Carlo II giunse di sorpresa alla nazione. La sua
tempra era naturalmente vigorosa, e non sembrava d’avere sofferto per
istemperatezze. Era stato sempre studioso della propria salute anche
ne’ sensuali diletti; e le sue abitudini erano tali, da promettergli
lunga la vita e robusta la vecchiaia. Indolente come egli era in
tutte le cose che richiedessero tensione di mente, mostravasi attivo
e perseverante negli esercizi del corpo. In gioventù aveva acquistata
rinomanza nel giuoco della pallacorda;[215] e declinanti gli anni,
aveva seguitato ad essere un camminatore instancabile. Il suo passo
ordinario era tale, che coloro i quali erano ammessi all’onore della
sua compagnia, trovavano difficile uguagliarlo. Alzavasi presto da
letto, e generalmente passava tre o quattro ore del giorno all’aria
aperta. Innanzi che il Parco di San Giacomo fosse asciutto della
rugiada, Carlo vedevasi errare fra gli alberi, giuocare coi suoi
bracchi, e gettare grano alle anitre; le quali cose lo rendevano caro
al popolo basso, che ama sempre di vedere i grandi rallentare dal loro
consueto sussiego.[216]

Finalmente, in sul finire del 1684, un leggiero accesso che credevasi
di gotta, lo impedì dal suo consueto girovagare. Si pose quindi a
passare le mattinate nel suo laboratorio, dove sollazzavasi facendo
esperimenti intorno alle proprietà del mercurio. Parve che la sua
tempra soffrisse dallo starsi confinato in casa. Non aveva cagione
apparente d’inquietudine. Il Regno era tranquillo; lui non istringeva
bisogno di pecunia; egli era assai più potente di quello che fosse mai
stato; il partito che lo aveva per tanto tempo avversato, era vinto:
ma il lieto umore onde egli erasi sostenuto contro l’avversa fortuna,
era sparito nei dì della prospera. La minima inezia adesso bastava ad
opprimere quello spirito elastico, che aveva resistito alla sconfitta,
allo esilio ed alla penuria. La irritazione dell’animo spesso in lui
si mostrava in tali sguardi e parole, che non si sarebbero aspettati
da un uomo così predistinto per allegro umore e squisita educazione.
Nulladimeno, nessuno pensava che la salute di lui fosse gravemente
danneggiata.[217]

Il suo palagio rade volte aveva presentato un aspetto più gaio e
scandaloso, di quello che offriva nella sera della domenica del dì
primo febbraio 1685.[218] Taluni uomini gravi che v’erano andati,
secondo il costume di quella età, a complire il loro sovrano,
aspettandosi che in un tanto giorno la sua Corte serbasse un decente
contegno, rimasero attoniti e compresi d’orrore. La gran galleria
di Whitehall, ammirevole reliquia della magnificenza de’ Tudor, era
affollata di libertini e di giuocatori. Il Re sedeva lì ciarlando
e trastullandosi con tre donne, la cui beltà formava il vanto, e i
cui vizi la infamia di tre nazioni. Eravi Barbara Palmer Duchessa di
Cleveland, la quale, non più giovane, serbava tuttavia i vestigi di
quella suprema e voluttuosa amabilità, che venti anni innanzi aveva
vinti tutti i cuori. Eravi parimente la Duchessa di Portsmouth, i cui
dolci e fanciulleschi sembianti erano animati dalla vivacità propria
delle Francesi. Ortensia Mancini, Duchessa di Mazzarino e nipote del
gran Cardinale, compiva il gruppo. Costei, dalla nativa Italia, era
passata alla Corte dove il suo zio imperava da sovrano. Il potere
di lui e le proprie attrattive, le avevano richiamato d’intorno una
folla d’illustri vagheggiatori. Lo stesso Carlo, mentre era esule, ne
aveva indarno chiesta la mano. Non v’era dono di natura o di fortuna
che paresse mancarle. Aveva splendente il viso della beltà de’ climi
meridionali, pronto lo intendimento, graziosi i modi, alto il grado,
copiose le ricchezze; doni insigni che le sue irrefrenate passioni
avevano reso funesti. Aveva provata insopportabile la sciagura d’un
male augurato matrimonio, era fuggita dal tetto maritale, aveva
abbandonata la sua vasta opulenza, e dopo d’avere con le proprie
avventure reso attonita Roma e il Piemonte, era venuta a starsi in
Inghilterra. La sua casa era il ritrovo prediletto de’ belli spiriti
e degli amatori de’ piaceri, i quali per vaghezza de’ suoi sorrisi
e de’ suoi pranzi tolleravano i frequenti accessi d’insolenza e di
cattivo umore, in cui ella spesso trascorreva. Rochester e Godolphin
talora in compagnia di lei obliavano le cure dello Stato. Barillon
e Saint–Evremond trovavano nelle sue sale conforto alla lunga
lontananza da Parigi. La dottrina di Vossio, lo spirito di Waller,
non cessavano mai d’adularla e divertirla. Ma la sua mente inferma
richiedeva stimoli più forti, e li cercava amoreggiando, giuocando alla
bassetta, e inebriandosi di _scubac_.[219] Mentre Carlo sollazzavasi
con le sue tre sultane, il paggio francese d’Ortensia—bel fanciullo
che con gli armonici suoni della voce dilettava Whitehall, ed era
regalato di ricche vesti e di palafreni e di ghinee—gorgheggiava versi
d’amore.[220] Un drappello di venti cortigiani sedeva giuocando a carte
attorno un’ampia tavola, sopra la quale l’oro vedevasi a mucchi.[221]
Anche allora il Re disse di non sentirsi bene. A cena non ebbe
appetito; non ebbe posa la notte: ma nel dì susseguente levossi, come
era suo costume, a buon’ora.

Le avverse fazioni del suo Consiglio avevano per varii giorni con
ansietà aspettato quel mattino. La lotta tra Halifax e Rochester
sembrava avvicinarsi ad una crisi decisiva. Halifax, non pago d’avere
cacciato il proprio rivale dal Tesoro, aveva impreso a mostrarlo reo
di tale disonestà o trascuratezza nel governo della finanza, da farlo
punire con la destituzione dai pubblici uffici. Bisbigliavasi anche
che il Lord Presidente verrebbe incarcerato nella Torre. Il Re aveva
promesso d’investigare il vero; il dì secondo di febbraio era il giorno
stabilito per tale investigazione; e parecchi ufficiali della rendita
avevano ricevuto comandamento di presentarsi coi loro libri in quel
giorno.[222] Ma la fortuna era lì pronta per volgere la sua ruota.

Carlo era appena sorto da letto, quando i suoi servi s’accorsero che
balbettava, e connetteva poco. Alcuni gentiluomini s’erano recati alla
reggia per vedere, secondo il costume, il loro sovrano farsi la barba
e vestirsi. Egli sforzossi di conversare con loro nel suo solito modo
scherzevole; ma rimasero timorosi ed attoniti al vederlo sì squallido.
Di repente divenne nero nel viso; gli si travolsero gli occhi; mandò
un urlo, traballò e cadde nelle braccia di Tommaso Lord Bruce, figlio
del Conte di Ailesbury. Un medico, che aveva cura delle storte e de’
crogiuoli del Re, per caso si trovò presente; ma non avendo lancetta,
gli aperse con un temperino la vena. Il sangue uscì libero, ma Carlo
rimase privo di sensi.

Lo adagiarono sul letto, dove la Duchessa di Portsmouth per breve
ora stette china sopra lui con la familiarità d’una moglie. Ma lo
spavento si era sparso per tutte le stanze. La Regina e la Duchessa
di York corsero frettolose alla camera. Alla concubina prediletta fu
forza ritrarsi al proprio quartiere; il quale dal suo regio amante era
stato tre volte disfatto e rifatto, per appagare i capricci di lei.
Gli arnesi del camino erano d’argento massiccio. Varii bei dipinti,
che propriamente appartenevano alla Regina, erano stati trasferiti
alle stanze della concubina. Le tavole erano ripiene di argenterie
riccamente lavorate. Nelle nicchie vedevansi scrigni, capolavori
dell’arte giapponese. Sulle cortine, uscite pur allora da’ telai di
Parigi, erano dipinti con colori, di cui nessuna tappezzeria inglese
poteva sostenere il paragone, uccelli adorni di magnifiche penne,
paesi, cacce, la terrazza principesca di Saint–Germain, le statue e le
fontane di Versailles.[223] Fra mezzo a tanta splendidezza, compra con
la colpa e la vergogna, la infelice donna si abbandonò ad una agonia di
dolore, il quale, per renderle giustizia, non era al tutto egoistico.

Allora le porte di Whitehall, che d’ordinario stavano aperte a tutti
gli accorrenti, furono chiuse; sebbene fosse tuttavia dato lo ingresso
a coloro i cui visi erano cogniti. Le anticamere e le gallerie tosto
furono affollate di gente; ed anche la camera dello infermo era piena
di Pari, di Consiglieri Privati e di Ministri stranieri. Tutti i più
rinomati medici di Londra furono chiamati a Palazzo. E potevano tanto i
rancori politici, che la presenza di alcuni medici Whig fu considerata
come cosa straordinaria.[224] Un cattolico romano, altamente famoso
per la perizia dell’arte sua, voglio dire il Dottore Tommaso Short,
assisteva il Re. Si conservano tuttavia parecchie ricette. Una di esse
è firmata da quattordici dottori. Allo infermo fu cavato sangue in gran
copia; alla sua testa fu applicato un ferro caldo. Gl’introdussero
a forza in bocca certo sale volatile disgustoso, estratto da teschi
umani. Il Re risensò; ma rimase in presentissimo pericolo di vita.

La Regina per qualche tempo lo assistè di continuo. Il Duca di York
non si scostò mai dal letto del fratello. Il Primate ed altri quattro
vescovi, trovandosi allora in Londra, rimanevano a Whitehall tutto
il giorno, e ad uno per volta vigilavano tutta notte nella camera
del Re. La nuova della sua infermità riempì la metropoli di dolore e
di sgomento; imperocchè Carlo, per la sua indole tranquilla e i suoi
modi affabili, erasi acquistato lo affetto della maggior parte della
nazione; e coloro che più non l’amavano, preferivano la sua leggerezza
alla severa e grave bacchettoneria del fratello.

Nella mattina del giovedì 5 di febbraio, la Gazzetta di Londra annunzio
che Sua Maestà procedeva di bene in meglio, sì che i medici lo
credevano fuori di pericolo. Le campane di tutte le chiese suonarono
a festa; e si facevano per le vie apparecchi di fuochi artificiali.
Ma verso sera si seppe il Re essere ricaduto, e i medici avere
perduta ogni speranza di salvarlo. Il pubblico ne rimase grandemente
contristato; ma non v’era indizio di tumulto. Il Duca di York, il quale
erasi assunto il carico di dare ordini, si assicurò che nella Città era
perfetta quiete, e ch’egli, appena spirato il fratello, poteva senza
difficoltà essere proclamato Re.

Carlo soffriva estremamente, e diceva di sentirsi bruciare dentro come
da un fuoco. Nondimeno sostenne i proprii tormenti con una fortezza
che non pareva compatibile con la sua molle e lussuriosa natura. Lo
spettacolo della sciagura di lui commosse tanto la moglie, che svenne,
e così priva di sensi fu portata alle sue stanze. I prelati che lo
assistevano lo avevano fin da principio esortato ad apparecchiarsi al
gran viaggio. Adesso stimaronsi in debito di favellargli con più calde
parole. Guglielmo Sancroft Arcivescovo di Canterbury, uomo onesto e
pio, quantunque di piccola mente, gli disse liberamente: «È tempo di
parlar chiaro, perocchè voi siete, o signore, sul punto di comparire
avanti ad un Giudice che non ha rispetto di persone.» Il Re non rispose
nè anche una parola.

Tommaso Ken, vescovo di Bath e di Wells, allora volle provarsi di
persuaderlo. Era uomo fornito di egregie doti e di dottrina, di pronta
sensibilità e di virtù intemerata. Le sue opere elaborate sono da lungo
tempo cadute nell’oblio: ma i suoi inni mattutini e vespertini sono
tuttora ripetuti quotidianamente da migliaia di famiglie. Comecchè,
al pari della più parte degli uomini della sua classe, fosse zelante
della monarchia, non era punto adulatore. Innanzi che fosse fatto
vescovo, aveva mantenuto l’onore della sua professione, ricusando,
allorquando la Corte stava a Winchester, ad Eleonora Gwynn l’alloggio
nella casa ch’egli occupava come prebendario.[225] Il Re aveva buon
senso bastevole a rispettare uno spirito così fermo, e tra tutti i
prelati lo prediligeva. Nulladimeno, il buon vescovo indarno usava
tutta la propria eloquenza. La sua solenne e patetica esortazione a tal
segno commosse gli astanti, che alcuni di loro lo crederono invaso del
medesimo spirito che nel tempo antico per le labbra di Natan e d’Elia
aveva chiamati i principi peccatori a pentimento. Carlo nulladimeno
non ne fu commosso. Vero è che non fece obiezione allorchè fu letto
l’uffizio per la Visitazione degli infermi. In risposta alle premurose
domande dei teologi, disse d’esser dolente del male fatto; e lasciò
darsi l’assoluzione secondo le forme della Chiesa Anglicana: ma quando
fu stretto a confessare com’ei morisse nella comunione di quella
Chiesa, parve di non prestare ascolto a ciò che gli veniva detto; e
nulla potè indurlo a prendere la Eucaristia dalle mani de’ Vescovi. Gli
fu posta dinanzi una tavola con sopra il vino e il pane, ma indarno.
Ora diceva non esservi mestieri di cotanta fretta, ed ora affermava
sentirsi troppo debole.

Molti attribuivano cosiffatta apatia a dispregio delle cose divine, e
molti altri alla stupidezza che spesso precede la morte. Ma in Palazzo
v’erano poche persone che sapevano meglio il vero. Carlo non era mai
stato un sincero credente nella Chiesa stabilita. La sua mente aveva
lungamente ondeggiato tra l’Hobbismo e il Papismo. Quando sentivasi
pieno di salute e libero di spirito, era beffardo. Nei pochi istanti
di serietà era cattolico romano. Il Duca di York lo sapeva bene, ma
era al tutto occupato della cura de’ propri interessi. Aveva ordinato
che si chiudessero le porte della reggia, ed appostate legioni di
Guardie in varie parti della Città. Aveva parimente fatto apporre
dalla tremula mano del moribondo Re la firma ad un atto, per virtù
del quale taluni dazi, concessi solo fino alla morte del sovrano,
gli venivano dati per tre anni. Cotali cose occupavano tanto la mente
di Giacomo, che quantunque nelle ordinarie occasioni egli fosse
indiscretamente e irragionevolmente sollecito di far proseliti alla
propria Chiesa, non considerò mai che il fratello stava in pericolo di
morire senza sacramenti. Questa trascuratezza era più straordinaria,
perchè la Duchessa di York, nel dì in cui Carlo fu preso dal male,
aveva, a richiesta della Regina, suggerito esser convenevole porgergli
i conforti spirituali. Di tali conforti il Re andò debitore in sugli
estremi all’opera d’una donna assai diversa dalla sua pia moglie, e
dalla cognata. Una vita di frivolezza e di vizio non aveva spento in
cuore alla Duchessa di Portsmouth ogni sentimento di religione, o tutta
la tenerezza che forma la gloria del sesso leggiadro. Lo Ambasciatore
Francese Barillon, recatosi a palazzo per sapere le nuove del Re,
andò a visitarla, e la trovò immersa in un disperato dolore. Ella lo
condusse in una secreta stanza, ed aprendogli tutti i secreti del
cuore: «Io ho a palesarvi» gli disse «una cosa gravissima, e tale che
se si sapesse, ce n’anderebbe della mia vita. Il Re è vero cattolico,
ma morirà senza riconciliarsi con la Chiesa. La sua stanza è piena di
ecclesiastici protestanti, nè io posso entrarvi senza scandalo. Il
Duca non pensa ad altro che a sè. Parlategli; rammentategli che si
tratta della salute d’un’anima. Egli è adesso il signore; egli può far
sgomberare la stanza. Correte immantinente, o sarà troppo tardi.»

Barillon corse al letto del moribondo, trasse il Duca da parte e gli
fece il messaggio della concubina. Giacomo si sentì pungere dalla
propria coscienza, si scosse come da sonno, e disse che nulla gli
avrebbe impedito d’adempiere il sacro dovere ch’era stato tanto
ritardato. Formarono diversi disegni, senza abbracciarne veruno, finchè
il Duca comandò alla folla che si scostasse, si fece presso al letto, e
piegando la persona bisbigliò qualche cosa che non giunse all’orecchio
di nessuno degli spettatori, i quali pensavano che fosse alcuna domanda
intorno a faccende di Stato. Carlo rispose con voce udita da tutti:
«Sì, sì, con tutto il mio cuore.» Niuno degli astanti, tranne lo
ambasciatore francese, indovinò che il Re con quelle parole esprimeva
il desiderio di essere ammesso al grembo della chiesa di Roma.

«Debbo condurre un sacerdote?» disse il Duca. «Sì, fratello» rispose
lo infermo; «per amore di Dio, fatelo, e non perdete tempo. Ma no, ciò
vi cagionerà disturbi.»—– «Mi costi anche la vita,» soggiunse il Duca
«farò venire un sacerdote.»

Nondimeno, trovare un sacerdote a tale scopo e in un attimo, non era
cosa facile. Imperciocchè, secondo la legge che in allora vigeva,
colui che avesse annesso un proselite al grembo della Chiesa cattolica
romana, era reo di delitto capitale. Il Conte di Castel Melhor, nobile
portoghese, il quale, cacciato per politici disturbi dalla propria
patria, era stato ospitalmente accolto alla Corte d’Inghilterra, si
tolse la cura di trovare un confessore. Corse ai suoi concittadini
che facevano parte della casa della Regina; ma non trovò alcuno de’
cappellani che sapesse tanto d’inglese o di francese da confessare
il Re. Il Duca e Barillon erano sul punto di mandare dal Ministro
Veneto per un sacerdote, allorquando seppero che trovavasi a caso in
Whitehall un monaco benedettino, chiamato Giovanni Huddleston. Costui,
a gran risico della propria vita, aveva salvata quella del Re dopo
la battaglia di Worcester, e per tale cagione dopo la Restaurazione
era stato sempre considerato come persona privilegiata. Nei più
virulenti proclami contro i preti papisti, allorchè i falsi testimoni
avevano reso furibondo il popolo, Huddleston era stato nominatamente
eccettuato.[226] Egli consentì tosto a porre la propria vita, una
seconda volta, in pericolo a pro del suo principe; ma rimaneva,
nonostante, una difficoltà. L’onesto monaco era così digiuno di
lettere, da non sapere ciò che avesse a dire in una occasione di tanta
importanza. Ad ogni modo, per mezzo di Castel Melhor ebbe qualche
avvertimento da un ecclesiastico portoghese, e tosto fu guidato per
le scale secrete da Chiffinch, fidatissimo servo, il quale, se è da
prestarsi fede alle satire di quel tempo, aveva spesso introdotto
per il medesimo ingresso persone di altra specie. Il Duca allora, a
nome del Re, fece comandamento a tutti, salvo a Luigi Duras Conte di
Feversham, e a Giovanni Granville Conte di Bath, d’uscire. Ambedue
questi Lordi professavano la religione protestante; ma Giacomo pensava
di potersi fidare di loro. Feversham, francese di nobile stirpe, e
nipote del gran Turenna, teneva un alto grado nello esercito inglese,
ed era ciamberlano della Regina. Bath occupava l’ufficio detto _Groom
of the Stole_.

Ai comandamenti del Duca ubbidirono tutti, e perfino i medici si
ritrassero. Dalla porta di dietro, che allora fu aperta, entrò il Padre
Huddleston. Un tabarro gli copriva gli abiti sacri, e una ondeggiante
parrucca la tonsura del capo. «Signore,» disse il Duca «questo dabbene
uomo una volta vi salvò la vita, e adesso viene per salvarvi l’anima.»
Carlo con fioca voce rispose: «Sia il ben venuto.» Huddleston fece
la parte sua meglio che non s’aspettasse. S’inginocchiò accanto al
letto, ascoltò la confessione, impartì l’assoluzione, ed amministrò
l’olio santo. Chiese al Re se desiderasse ricevere il pane eucaristico.
«Certamente,» rispose Carlo «se non ne sono indegno.» Fu recata
l’ostia santa. Carlo debolmente sforzossi di sollevarsi e mettersi
inginocchioni. Il sacerdote lo esortò a starsi disteso, assicurandolo
che Dio avrebbe accettata la umiliazione dell’anima, e non ricerca
quella del corpo. Al Re fu così difficile inghiottire l’ostia, che fu
mestieri aprire la porta per chiedere un bicchier d’acqua. Terminato
il rito, il monaco pose un crocifisso in sugli occhi del penitente, ed
esortandolo di volgere i suoi estremi pensieri alle pene del Redentore,
si partì. La ceremonia era durata circa tre quarti d’ora; nel qual
tempo i cortigiani che riempivano l’anticamera, s’erano vicendevolmente
comunicati i loro sospetti con bisbigli ed occhiate espressive. La
porta in fine fu spalancata, e la folla di nuovo invase la stanza del
moribondo.

La sera era molto inoltrata. Il Re pareva assai sollevato a cagione di
ciò che era ivi seguito. Gli furono condotti innanzi al letto i suoi
figli naturali, i Duchi di Crafton, di Southampton e di Northumberland,
nati dalla Duchessa di Cleveland; il Duca di Saint–Albans nato da
Eleonora Gwynn, e il Duca di Richmond dalla Duchessa di Portsmouth.
Carlo gli benedisse, ma in ispecie parlò tenere parole a Richmond. Un
solo che avrebbe dovuto essere in quel luogo, mancava. Il maggiore e
più caramente diletto de’ suoi figliuoli errava in esilio; e il padre
nè anche una volta ne profferì il nome.

Nel corso della notte, Carlo raccomandò caldamente la Duchessa di
Portsmouth e il figlio di lei a Giacomo, dicendogli affettuosamente:
«Non lasciate morire di fame la povera Norina.» La Regina mandò per
mezzo di Halifax scusandosi di starsi lontana, poichè era in tale
perturbamento da non potere riprendere il suo posto accanto al letto;
e lo pregava di perdonarle qualunque offesa gli avesse fatto senza
saperlo. «Essa mi chiede perdono, povera donna!» esclamò Carlo «ed io
con tutto il mio cuore la supplico di perdonarmi.»

La luce mattutina cominciava a penetrare per le finestre di Whitehall;
e Carlo volle che gli assistenti alzassero le tende, perchè potesse per
l’ultima volta contemplare il giorno. Notò ch’era tempo di caricare
un oriuolo che era allato al suo letto. Di tali lievi circostanze si
serbò lungamente la memoria, perocchè provavano senza alcun dubbio,
che quando egli dichiarò d’essere cattolico romano, trovavasi in pieno
possesso di tutte le sue facoltà intellettuali. Chiese a coloro che gli
erano rimasti dintorno per tutta la notte, lo scusassero dell’incomodo
onde era stato loro cagione, dicendo che senza sua colpa aveva tanto
indugiato a morire; ma sperava volessero compatirlo. Fu questo l’ultimo
raggio di quella squisita urbanità che spesso valse a calmare lo sdegno
di una nazione giustamente irritata. Tosto dopo l’alba del dì, il
moribondo perdè la parola. Innanzi le ore dieci era privo di sensi. Il
popolo correva in folla alle chiese in sull’ora del servizio mattutino.
Quando fu letta la preghiera per la salute del Re, alti gemiti e
singhiozzi mostravano quanta amarezza stringesse il cuore di ciascuno.
Il venerdì a mezzo il giorno, il 6 di febbraio, Carlo tranquillamente
rese l’anima a Dio.[227]

II. In quel tempo, il basso popolo in tutta l’Europa, e in nessuno
altro luogo più che in Inghilterra, aveva costumanza di attribuire la
morte de’ principi, e segnatamente quando il principe era popolare
e la morte inattesa, a qualche assassinio di specie scelleratissima.
Difatti, Giacomo I era stato accusato d’avere propinato il veleno al
Principe Enrico; Carlo I a Giacomo I; e quando sotto la Repubblica
la Principessa Elisabetta morì in Carisbrook, fu detto chiaramente
che Cromwell scendesse alla stolta e codarda malvagità di mescolare
droghe nocive nel cibo d’una fanciulletta, cui egli non aveva motivo
immaginabile di recar nocumento.[228] Pochi anni dopo, il rapido
disfarsi del cadavere di Cromwell venne da molti ascritto a una
mortifera pozione amministratagli nel medicamento. La morte di Carlo
II non poteva mancare di far nascere simiglianti voci. L’orecchio del
pubblico era stato ripetutamente pervertito da storielle di congiure
papali contro la vita di lui. E però la mente di molti era forte
predisposta a sospettare; e furono non poche le sciagurate circostanze
che agli animi così disposti potevano far credere alla esistenza di
un delitto. I quattordici dottori che avevano consultato sul caso del
Re, si contraddissero vicendevolmente, e ciascuno sè stesso. Taluni
pensavano che fosse un accesso epilettico, e che si dovesse lasciar
sonnecchiare il paziente senza interromperlo. La maggior parte lo disse
apoplettico, e per alcune ore lo tormentò a guisa d’un Indiano posto
al palo. Infine, fu deliberato di chiamar febbre la sua infermità,
e di ministrargli del cortice. Uno de’ medici, nondimeno, protestò
assicurando la Regina che i suoi confratelli ammazzerebbero il Re.
Null’altro da cosiffatti dottori era da aspettarsi, che dissensione ed
ondeggiamento. Ed era naturale che molti del volgo, dalla perplessità
de’ grandi maestri dell’arte di guarire, concludessero che la malattia
aveva qualche straordinaria cagione. Possiamo credere che un orribile
sospetto turbasse la mente di Short, il quale, comecchè esperto nella
propria professione, a quanto pare, era un uomo nervoso e fantastico;
e forse le sue idee erano confuse per paura delle odiose accuse a cui
egli, come cattolico romano, era peculiarmente esposto. Non è mestieri,
dunque, far le meraviglie se la plebe ripetesse e credesse innumerevoli
storielle. La lingua di Sua Maestà erasi gonfiata tanto, da agguagliare
quella d’un bue. Un ammasso di polvere deleteria gli era stata trovata
nel cervello. Sul petto aveva delle macchie azzurre, e delle nere per
le spalle. Qualche cosa era stata messa dentro la sua tabacchiera,
qualche altra nel brodo, o nel piatto d’uova con l’ambragrigia, che ei
prediligeva tanto. La Duchessa di Portsmouth gli aveva dato il veleno
in una tazza di cioccolata; la Regina in un vaso di pere candite.
Tali novelle deve la storia raccontare, poichè valgono a darci idea
della intelligenza e virtù degli uomini che erano corrivi a crederle.
Che nessuna voce della medesima sorta abbia mai, ne’ tempi presenti,
trovata fede tra noi, anche quando individui da’ quali pendevano
grandi interessi, sono morti d’impreveduti accessi di malattia, deve
attribuirsi in parte al progresso della scienza medica e della chimica;
ma parte anco—possiamo sperarlo—ai progressi che la nazione ha fatti
nel buon senso, nella giustizia e nella umanità.[229]

III. Finita ogni cosa, Giacomo dalla stanza mortuaria si ritirò al
suo gabinetto, dove per un quarto d’ora rimase solo. Frattanto i
Consiglieri Privati, che si trovavano in Palazzo, adunaronsi. Il nuovo
re, uscito fuori, prese posto a capo d’una tavola; e secondo l’usanza,
iniziò il suo governo con un discorso al Consiglio. Significò il
dolore che sentiva per la perdita del fratello, e promise di imitare
la mitezza che aveva predistinto il passato governo. Sapeva bene,
disse egli, d’essere stato accusato come amante del potere assoluto.
Ma quella non era la sola menzogna che si fosse detta contro lui. Era
deliberato di mantenere il governo stabilito sì della Chiesa come dello
Stato. Conosceva appieno come la Chiesa Anglicana fosse eminentemente
leale; e però si sarebbe sempre studiato di sostenerla e difenderla.
Conosceva parimente come le leggi dell’Inghilterra fossero sufficienti
a farlo principe grande quanto potesse mai desiderare. Non avrebbe
rinunziato ai propri diritti, ma avrebbe rispettati gli altrui. Aveva
per innanzi posta a repentaglio la propria vita per la difesa della
patria; ed ora avrebbe, più di chiunque altro, fatto ogni sforzo per
sostenere le giuste libertà di quella.

Tale discorso, non era, come avviene ne’ tempi moderni in simiglianti
occasioni, studiosamente apparecchiato da’ consiglieri del sovrano.
Era la espressione estemporanea de’ sentimenti del nuovo Re in un’ora
di grande concitamento. I membri del Consiglio proruppero in gridi di
gioia e di gratitudine. Rochester Lord Presidente, in nome de’ suoi
confratelli, espresse la speranza che la generosa dichiarazione della
Maestà Sua si rendesse pubblica. Il Procuratore Generale, Heneage
Finch, si offerse a far gli uffici di scrivano. Era zelante partigiano
della Chiesa, e come tale, naturalmente desiderava che dovesse rimanere
qualche durevole ricordo delle graziose promesse ch’erano state, poco
fa, profferite. «Tali promesse» disse egli «hanno fatto sopra me una
impressione cotanto profonda, che posso ripeterle parola per parola.»
Le pose quindi in iscritto. Giacomo le lesse, approvolle, e ordinò
che venissero pubblicate. In altri tempi, poi, disse d’aver fatto
quel passo senza la debita considerazione; le sue non premeditate
espressioni rispetto alla Chiesa Anglicana, essere state troppo forti;
e Finch, con destrezza che in quell’ora non fu notata, averle rese
anche più forti.[230]

IV. Il Re era stanco per le lunghe vigilie e per molte violente
emozioni; quindi si ritrasse onde riposare. I Consiglieri Privati,
avendolo rispettosamente accompagnato fino alla stanza da letto,
ritornarono ai seggi loro, ad emanare ordini per la ceremonia della
proclamazione. Le guardie erano sotto le armi; gli araldi comparvero
co’ loro magnifici abiti; e la solennità fu compita senza veruno
impedimento. Botti di vino furono poste nelle vie, e i passanti
venivano invitati a bere alla salute del nuovo sovrano. Ma benchè il
popolo in quella occasione acclamasse, non mostrava sembiante gioioso.
Le lagrime furono viste sugli occhi di molti; e fu notato che non vi
fu nè anche una fantesca in Londra, che non si fosse studiata d’avere
qualche frammento di velo bruno in onoranza di re Carlo.[231]

Il funerale provocò numerose critiche, come quello che si sarebbe
reputato appena convenevole ad un nobile e ricco suddito. I Tory
sordamente biasimavano la parsimonia del nuovo Re; i Whig lo
schernivano come privo di naturale affetto; e i fieri Convenzionisti
di Scozia esultavano, dicendo essere stata compita la maledizione
in antico scagliata contro i principi malvagi; il defunto tiranno
essere stato sepolto con funerali degni d’un somiero.[232] Nonostante,
Giacomo iniziò il suo governo con non poca satisfazione del pubblico.
Il discorso ch’egli fece in Consiglio, comparve stampato, e produsse
impressione a lui favorevolissima. Era questo allora il principe
che una fazione aveva già cacciato in esilio, ed erasi provata di
privare del diritto alla Corona, perchè lo teneva nemico mortale della
religione e delle leggi d’Inghilterra. Egli aveva trionfato; oramai
stava sul trono; e il primo de’ suoi atti fu quello di dichiararsi
difensore della Chiesa, e rispettatore de’ diritti del popolo. Il
giudicio che tutti i partiti avevano fatto dell’indole di lui,
aggiungeva peso ad ogni parola che gli uscisse dal labbro. I Whig lo
chiamavano superbo, implacabile, ostinato, spregiatore dell’opinione
pubblica. I Tory, esaltando le sue virtù principesche, dolevansi spesso
ch’egli ponesse in non cale quelle arti onde si acquista la popolarità.
La stessa satira non lo aveva mai dipinto come uomo che fosse vago del
pubblico favore professando ciò che non sentiva, e promettendo ciò che
ei non aveva intendimento di mantenere. Nella domenica che seguì alla
sua ascensione al trono, molti predicatori da’ pergami citavano il suo
discorso. «Adesso abbiamo a sostegno della Chiesa nostra» sclamava un
oratore realista «la parola d’un Re, e d’un Re che non mancò mai alla
propria parola.» Questa espressiva sentenza tosto propagossi per tutto
il paese, e divenne la parola d’ordine di tutto il partito Tory.[233]

V. I grandi uffici dello Stato per la morte del Re erano rimasti
vacanti, e fu d’uopo che Giacomo deliberasse da chi dovessero essere
occupati. Pochi de’ membri del Gabinetto passato avevano ragione
di aspettarsi il favore di lui. Sunderland, che era Segretario di
Stato, e Godolphin primo Lord del Tesoro, avevano sostenuta la Legge
d’Esclusione. Halifax, custode del sigillo privato, aveva avversata
quella legge con impareggiabile potenza di argomenti e di parole; ma
era nemico mortale della tirannide e del papismo. Vedeva con terrore
il progresso delle armi francesi nel continente, e la influenza
dell’oro francese nei consigli dell’Inghilterra. Se si fosse seguito
il suo parere, le leggi sarebbero state rigorosamente osservate; la
clemenza impartita ai vinti Whig; il Parlamento convocato in tempo
debito; fatto qualche tentativo per riconciliare le nostre domestiche
fazioni; e i principii della Triplice Alleanza avrebbero nuovamente
diretta la nostra politica estera. Egli era, quindi, incorso nell’acre
odio di Giacomo. Il Lord Cancelliere Guildford, appena poteva dirsi
d’appartenere ad alcuno dei partiti in che la Corte era scissa. Non
potevasi in nessuna guisa chiamare amico alla libertà; e nondimeno
egli aveva tale riverenza per la lettera della legge, da non essere
utile strumento di tirannide. Per la qual cosa, i Tory lo mostravano a
dito come un Barcamenante, e Giacomo lo aborriva e insieme spregiava.
Ormond, che era Lord maggiordomo e vicerè d’Irlanda, in quel tempo
stanziava in Dublino. I diritti ch’egli aveva alla gratitudine del
Re, erano superiori a quelli d’ogni altro suddito. Aveva strenuamente
pugnato per Carlo I, era stato compagno d’esilio di Carlo II; e dopo
la Restaurazione, a dispetto di molte provocazioni, aveva serbata
senza macchia la propria lealtà. Comecchè, predominante la Cabala,
fosse caduto in disgrazia, non era mai trascorso ad alcuna faziosa
opposizione, e nei giorni della Congiura Papale e della Legge
d’Esclusione, era stato primo tra i sostenitori del trono. Adesso era
vecchio, e di recente era stato visitato dalla più cruda sciagura.
Aveva accompagnato al sepolcro un figlio, il valoroso Ossory, che
avrebbe dovuto chiudere gli occhi del genitore. I grandi servigi,
l’età veneranda e le sventure domestiche rendevano Ormond obietto di
universale interesse alla nazione. I Cavalieri lo consideravano, e
per diritto d’anzianità e per diritto di merito, loro capo; e i Whig
sapevano ch’egli, per quanto fosse stato ognora fedele alla causa
della monarchia, non era amico nè della tirannide nè del papismo.
Ma, comunque godesse tanto la pubblica stima, poco era il favore che
poteva aspettarsi dal nuovo signore. Giacomo, mentre anche egli era
nella condizione di suddito, aveva sollecitato il proprio fratello
a cangiare onninamente l’amministrazione dell’Irlanda. Carlo aveva
assentito, deliberando che tra pochi mesi Rochester verrebbe nominato
Lord Luogotenente.[234]

VI. Rochester era l’unico membro del Gabinetto che godesse altamente il
favore del nuovo Re. Comunemente credevasi ch’egli verrebbe tosto messo
a capo del governo, e che tutti gli altri Ministri sarebbero cangiati.
Tale espettazione era bene fondata, ma solamente in parte. Rochester fu
fatto Lord Tesoriere, e così diventò primo Ministro. Non fu nominato nè
Lord Grande Ammiraglio, nè Banco dell’Ammiragliato. Il nuovo Re, che
dilettavasi delle minuzie delle faccende navali, e sarebbe riuscito un
esperto scrivano nell’arsenale di Chatham, deliberò di amministrare da
sè il ministero di marina. Sotto lui, il maneggio di quell’importante
dipartimento fu affidato a Samuele Pepys, del quale la biblioteca e il
diario hanno tramandata la memoria fino ai nostri tempi. Nessuno de’
servitori del defunto sovrano venne pubblicamente posto in disgrazia.
Sunderland fece prova di tali artificii e destrezza, mise di mezzo
tanti intercessori, e sapeva cotanti secreti, che gli si lasciò il
Gran Sigillo. Dell’ossequiosità, industria, espertezza e taciturnità
di Godolphin, mal poteva farsi senza. Non v’essendo più mestieri di
lui al Tesoro, fu fatto Ciambellano della Regina. Con questi tre Lordi
il Re consigliavasi in tutte le più importanti questioni. In quanto ad
Ormond, Halifax e Guildford, ei pensò non di cacciarli via, ma soltanto
umiliarli e dar loro molestia.

Ad Halifax fu detto di rendere il Sigillo Privato, ed accettare la
presidenza del Consiglio. Ei si sottopose con estrema ripugnanza;
imperocchè, quantunque il Presidente del Consiglio avesse sempre avuta
la precedenza sul Lord del Sigillo Privato, questo ufficio in quella
età era più importante di quello di Presidente. Rochester non s’era
dimenticato dello scherzo che gli era stato fatto pochi mesi avanti,
allorquando fu levato dal Tesoro; e alla sua volta provò il piacere di
cacciare a calci in alto il proprio rivale. Il Sigillo Privato fu dato
ad Enrico Conte di Clarendon, fratello maggiore di Rochester.

A Barillon, Giacomo manifestò com’ei detestasse Halifax. «Lo conosco
pur troppo, e so di non potermene mai fidare. Ei non porrà le piani
nelle faccende dello Stato. Il posto che gli ho dato, servirà appunto
a mostrare al mondo la sua poca influenza.» Ma reputò convenevole di
parlare ad Halifax con linguaggio ben differente. «Tutto il passato è
messo in oblio,» disse il Re «tranne il servigio che voi mi rendeste
nel dibattimento sopra la Legge d’Esclusione.» Queste parole sono state
di sovente citate, onde provare che Giacomo non era così vendicativo
siccome è stato chiamato dai suoi nemici. E’ pare anzi che provino che
egli in nessun modo fosse meritevole della lode di sincerità datagli
da’ suoi amici.[235]

Ad Ormond fu fatto gentilmente sapere che più non erano necessarii i
suoi servigi in Irlanda, e venne invitato a Whitehall per adempire
l’ufficio di Maggiordomo. Egli si sottopose, ma non fece sembiante di
nascondere che ne era rimasto profondamente offeso. La vigilia della
sua partenza, diede un magnifico banchetto in Kilmainham Hospital,
edifizio pur allora terminato, agli ufficiali del presidio di Dublino.
Finito il pranzo, ei sorse, riempì di vino un bicchiere fino all’orlo,
e levandolo in alto, chiese se ne fosse caduta una sola gocciola.
«No, gentiluomini; dicano ciò che pur vogliono i cortigiani, io non
ho per anche perduto il senno; la mia mano non trema ancora, e la mia
mano non è più ferma del mio cuore. Alla salute del re Giacomo!» Fu
questo l’ultimo addio di Ormond alla Irlanda. Egli lasciò il governo
nelle mani dei Lordi Giudici, e ritornò a Londra, dove fu accolto con
inusitati segni di pubblica riverenza. Molti grandi personaggi gli
andarono incontro per via. Una lunga fila di cocchi lo accompagnò fino
a Saint–James–Square, dove era il suo palazzo; e la piazza era piena di
numerosa gente che lo salutava con alte acclamazioni.[236]

VII. Il Gran Sigillo fu lasciato a Guildford; ma nel tempo stesso gli
venne fatto un gran torto. Fu deliberato di chiamare, per assisterlo
nell’amministrazione, un altro legale di maggiore vigore e audacia.
Lo eletto fu Sir Giorgo Jeffreys, Capo Giudice della Corte del Banco
del Re. La pravità di quest’uomo è passata in proverbio. Ambidue i
grandi partiti inglesi hanno vituperato con virulenza il nome di lui;
perocchè i Whig lo consideravano come il loro più barbaro nemico, e
i Tory stimavano convenevole gettargli addosso la infamia di tutti i
delitti che deturparono il loro trionfo. Uno esame schietto e diligente
mostrerebbe che alcune orrende novelle che si sono intorno a lui
raccontate, sono false o esagerate. Nulladimeno, lo storico spassionato
non varrebbe a scemare se non di poco la ingente massa d’infamia che si
aggrava sopra la memoria di quel giudice ribaldo.

Era uomo di mente pronta e vigorosa, ma d’indole inchinevole alla
insolenza e all’iracondia. Appena uscito di fanciullezza, aveva
esercitata la professione in Old Bailey, tribunale dove gli avvocati
hanno sempre usata licenza di parole ignota in quello di Westminster
Hall. Quivi per molti anni occupossi precipuamente negli esami e
riesami de’ più incorreggibili scellerati della grande metropoli. I
giornalieri conflitti con le prostitute e co’ ladri, svegliarono ed
esercitarono tanto le facoltà sue, che egli diventò il bravazzone più
consumato che si fosse mai conosciuto nella sua professione. Ogni
umanità verso i sentimenti altrui, ogni rispetto di sè stesso, ogni
senso di decenza furono cancellati dall’animo suo. Acquistò immensa
perizia nella rettorica con la quale il volgo esprime l’odio e lo
spregio. La profusione delle imprecazioni e oscene parole ond’era
composto il suo vocabolario, potevano appena trovare agguaglio fra
la marmaglia de’ mercati. Il contegno e la voce di lui dovettero
sempre essere stati sgradevoli. Ma questi pregi naturali—poichè sembra
ch’ei tali gli reputasse—aveva a tal grado d’eccellenza condotti,
che pochi erano coloro i quali, ne’ suoi eccessi di rabbia, potevano
tranquillamente vederlo o ascoltarlo. La impudenza e la ferocia gli
sedevano sul ciglio. Il lampo degli occhi suoi ammaliava la infelice
vittima sopra la quale ei li figgeva. Nondimeno, e il ciglio e lo
sguardo erano meno terribili della sconcia forma della sua bocca. Il
suo rabido urlo, siccome affermò un tale che l’aveva spesso udito,
sembrava il tuono del giorno del giudizio finale. Queste qualità ei
portò seco, ancor giovine d’anni, dalla sbarra degli avvocati al banco
de’ giudici. Salì presto, diventò Avvocato di Comune, e poi Cancelliere
di Londra. Come giudice nelle sessioni della Città, mostrò le tendenze
medesime che poi, asceso più in alto, gli acquistarono immortalità non
invidiabile. Si sarebbe già potuto in lui notare il vizio più odioso di
cui sia capace l’umana natura; cioè il godere dell’infelicità altrui,
soltanto perchè è infelicità. Vedevasi una esultanza infernale nel modo
onde profferiva le condanne dei rei. Il loro pianto, le loro preghiere
sembravano solleticarlo voluttuosamente; ed egli amava di spaventarli,
distendendosi con lussureggiante amplificazione sopra tutti i
particolari di ciò che loro toccava di soffrire. Diffatti, quand’egli
aveva occasione di ordinare che una malfortunata avventuriera venisse
pubblicamente fustigata, «Carnefice,» gridava «t’incarico di usare
attenzione particolare a cotesta signora! Flagellala sodo, flagellala
a sangue! Siamo al dì di Natale, tempo freddo perchè Madama si spogli.
Vedi di scaldarle bene le spalle.»[237] Non fu meno faceto allorchè
profferì la sentenza contro il povero Lodovico Muggleton, quell’ebbro
sarto che si credeva profeta. «Villano sfacciato!» urlò Jeffreys
«tu avrai un gastigo dolce, dolce, dolce!» Una parte di questo dolce
castigo fu la gogna, in cui lo sciagurato fanatico rimase pressochè
morto dalle sassate.[238]

Verso questo tempo, il cuore di Jeffreys era diventato duro come i
tiranni lo cercano nell’uomo che loro bisogni per mandare ad esecuzione
le loro peggiori voglie. Egli aveva fino allora sperato nel Municipio
di Londra per salire in alto. E però si era dichiarato Testa–Rotonda,
e mostrava più gran giubbilo sempre che gli accadeva di dire ai preti
papisti che verrebbero tagliati a pezzi, e che vedrebbero ardere i
propri intestini, di quel che mostrava quando profferiva sentenze
ordinarie di morte. Ma, appena conseguì tutto ciò che la Città poteva
dare, affrettossi a vendere alla Corte il suo viso di bronzo e la sua
lingua venefica. Chiffinch, il quale era avvezzo a far da mezzano in
più specie di contratti infami, gli prestò aiuto. Egli aveva orditi
molti amorosi e politici intrighi; ma certo non. rendè mai ai suoi
signori un servigio più scandaloso di quello di presentare Jeffreys
a Whitehall. Il rinnegato trovò tosto un protettore nell’indurito e
vendicativo Giacomo; ma fu sempre trattato con disprezzo e disgusto
da Carlo, il quale, non ostante i suoi gravi difetti, non fu mai nè
crudele nè insolente. «Cotesto uomo» diceva il Re «non ha nè dottrina
nè buon senso nè modi, ed ha più impudenza di dieci sgualdrine.»[239]
Nonostante, era d’uopo di tal ministero che non si sarebbe potuto
affidare a persona che fosse riverente delle leggi o sensibile alla
vergogna; e così Jeffreys, nella età in cui un avvocato si reputa
avventuroso se venga adoperato a condurre una causa importante, fu
fatto Capo Giudice del Banco del Re.

I suoi nemici non potevano negare ch’egli possedesse talune delle
doti che formano un gran giudice. Il suo sapere giuridico, a dir
vero, era quello che egli aveva potuto acquistare non esercitandosi
in cause importanti. Ma aveva una di quelle menti felicemente
costituite, le quali traverso al labirinto della sofisticheria, e
fra mezzo ad una selva di fatti di poco momento, vanno diritte al
vero punto. Nulladimeno, rade volte egli aveva pieno uso delle sue
facoltà intellettuali. Anco nelle cause civili, l’indole sua violenta e
dispotica gl’infermava perpetuamente il giudicio. A chi entrava nella
sala del suo tribunale, pareva d’entrare nella caverna di una belva
che non può essere domata da nessuno, e che s’inferocisce di leggieri
per le carezze come per le aggressioni. Spesso avventava ai querelanti
ed agli accusati, agli avvocati e ai procuratori, ai testimoni e
ai giurati un torrente di matte ingiurie, miste di maledizioni e
bestemmie. Se lo sguardo e il tono della voce ispiravano terrore quando
egli era semplice avvocato ed ingegnavasi di acquistare clientela,
adesso ch’era capo del più formidabile tribunale del Regno, pochi erano
coloro i quali non tremassero al suo cospetto. Anche quando egli era
sobrio, la sua violenza non era poco spaventevole. Ma, generalmente,
la sua ragione era ottenebrata, e le sue malvage passioni irritate
dall’ebrietà. D’ordinario passava le serate immerso nella dissolutezza.
Chi lo avesse veduto col fiasco dinanzi, lo avrebbe giudicato uomo
grossolano, balordo, di bassa classe e amante de’ triviali sollazzi,
ma socievole e di buon umore. In tali occasioni vedevasi circondato
da buffoni, scelti, per la più parte, fra i più vili mozzorecchi che
esercitavano il mestiere al suo tribunale. Costoro sbeffeggiavansi
e vituperavansi a vicenda per divertirlo. Egli s’associava al loro
osceno cicaleccio, e come gli si scaldava il cervello, li abbracciava
e baciava in una estasi di tenerezza ebbra. Ma quantunque in sulle
prime il vino sembrasse ammollirgli il cuore, gli effetti che poche
ore dopo in lui produceva erano assai differenti. Spesso egli recavasi
al seggio della giustizia, dopo d’avere fatto lunga pezza attendere
la Corte, e nondimeno senza avere dormito tanto da svinazzarsi, con
le guance infocate, e gli occhi stralunati come quelli d’un maniaco.
Trovandosi in siffatto stato coloro che gli erano stati compagni
nella gozzoviglia della notte precedente, se erano savi, sottraevansi
al suo sguardo; perciocchè la rimembranza della familiarità alla
quale gli aveva ammessi, infiammava la malignità di lui; ed avrebbe
sicuramente afferrata la minima occasione per coprirli d’imprecazioni
e d’invettive. Fra le sue molte odiose specialità, non era meno odioso
il piacere che egli prendevasi a guardare in cagnesco e mortificare
pubblicamente coloro che, negli accessi della sua tenerezza da briaco,
aveva incoraggiati a fidarsi del suo favore.

I servigi che il Governo aveva sperato ch’ei gli dovesse rendere,
furono compiti non solo senza tergiversazione, ma con sollecitudine
e prospero successo. La sua prima impresa fu l’assassinio giuridico
d’Algernon Sidney. Ciò che seguì poi, fu perfettamente conforme a
tale principio. I Tory rispettabili lamentavano la infamia che la
barbarie ed impudenza di un uomo tanto altamente locato, recava
alla amministrazione della giustizia. Ma gli eccessi che empivano
d’orrore gli animi de’ Tory, agli occhi di Giacomo erano argomenti di
stima. Jeffreys quindi, dopo la morte di Carlo, ottenne un seggio nel
Gabinetto e fu creato Pari. Quest’ultimo onore fu insigne prova della
regia approvazione; avvegnachè fino dal secolo decimoterzo, in cui
fu ricostituito il sistema giudiciale del Regno, nessun Capo Giudice
avesse seduto come Pari in Parlamento.[240]

Guildford si trovò alleggerito di tutte le sue funzioni politiche,
e confinato nel suo solo ufficio di giudice così detto d’Equità. In
Consiglio Jeffreys trattavalo con aperta scortesia. La facoltà di
concedere ogni impiego pertinente al ramo legale, era nelle sole mani
del Capo Giudice; e gli avvocati sapevano bene che il modo più sicuro
di rendersi propizio il Capo Giudice, era quello di mancare di rispetto
al Lord Cancelliere.

VIII. Non erano trascorse molte ore da che Giacomo era Re, allorquando
nacque contesa tra i due Capi della Legge. I proventi delle dogane
erano stati concessi a Carlo, solo sua vita durante, e quindi non
potevano essere legalmente riscossi dal nuovo sovrano. Era mestieri
di alcune settimane per fare le elezioni della Camera de’ Comuni. Se
infrattanto i dazi fossero rimasti sospesi, la rendita ne avrebbe avuto
detrimento; il corso regolare del traffico sarebbe stato interrotto;
il consumatore non ne avrebbe ritratto utile veruno; e ci avrebbero
guadagnato solamente quegli avventurati speculatori, i cui carichi
per avventura arrivassero durante lo intervallo di tempo tra la morte
di Carlo e l’adunarsi del Parlamento. Il Tesoro era assediato dai
mercatanti, i magazzini de’ quali erano ripieni di merci di cui avevano
pagato il dazio; e grandemente temevano di vedere altri negozianti
vendere le loro mercanzie a minor prezzo, e d’essere così ruinati. Gli
spiriti imparziali è d’uopo che ammettano come cotesto fosse uno de’
casi in cui un Governo si possa giustificare, deviando dal sentiero
rigorosamente costituzionale. Ma qualvolta è necessario deviare da
cosiffatto sentiero, la deviazione non dovrebbe essere maggiore
di quella che la necessità richiede. Guildford bene intese ciò, e
consigliò in modo da recargli onore. Propose di riscuotere i dazi,
ma di tenerli nello Scacchiere, separati dall’altra pecunia, fino a
che si fosse adunato il Parlamento. In tal guisa il Re, violando la
lettera della legge, avrebbe mostrato ch’ei desiderava conformarsi
allo spirito di quella. Jeffreys porse un consiglio assai diverso.
Suggerì di emanare un editto, che dichiarasse essere volontà e
desiderio di Sua Maestà continuarsi a pagare le dogane. Tale consiglio
concordava appieno con l’indole del Re. La giudiciosa proposta del
Lord Cancelliere fu messa da parte come degna d’un Whig, o—e ciò era
anche peggio—di un Barcamenante. Comparve un decreto, secondo la forma
suggerita dal Capo Giudice. Taluni s’aspettavano uno scoppio violento
di pubblico sdegno; ma rimasero ingannati. Lo spirito della opposizione
non s’era ancora riacceso, e la Corte poteva con sicurtà avventurarsi
a fare passi tali che, cinque anni innanzi, avrebbero prodotto una
ribellione. Nella Città di Londra, poco fa così turbolenta, non fu
udito nè anche un mormorio.[241]

IX. Il proclama che annunziava la riscossione delle dogane, dava
medesimamente lo annunzio che tra breve tempo si sarebbe ragunato il
Parlamento. Giacomo, non senza molti tristi presentimenti s’induceva
a convocar gli Stati del Regno. A dir vero, il momento era assai
propizio per una elezione generale. Giammai, dal dì che la Casa degli
Stuardi cominciò a regnare, i Corpi costituenti erano stati cotanto
favorevolmente disposti verso la Corte. Ma la mente del nuovo Sovrano
era compresa d’una paura, che anche dopo tanti anni non può rammentarsi
senza sdegno e rossore. Egli temeva che, convocando il suo Parlamento,
sarebbe incorso nel dispiacere del Re di Francia.

X. Al Re di Francia importava poco quale de’ due partiti inglesi
trionfasse nelle elezioni; imperocchè tutti i Parlamenti ch’eransi
radunati dopo la Ristaurazione, in qualunque modo fossero disposti
rispetto alla politica interna, erano stati gelosi del crescente
potere della Casa de’ Borboni. Intorno a ciò poco differivano i Whig
dai bruschi gentiluomini di provincia, i quali costituivano la forza
precipua del partito Tory. Luigi, quindi, non era stato avaro nè di
corruzione nè di minacce a fine d’impedire che Carlo convocasse le
Camere; e Giacomo, che fin da principio era stato partecipe del segreto
onde procedeva la politica estera del fratello, ora essendo Re, era
divenuto mercenario e vassallo della Francia.

Rochester, Godolphin e Sunderland, che formavano il Gabinetto intimo,
sapevano pur troppo che il loro defunto signore era assuefatto a
ricevere danari dalla Corte di Versailles. Giacomo li richiese di
consiglio in quanto alla utilità di convocare la Legislatura. Essi
riconobbero la grande importanza di tenersi Luigi bene edificato; ma
pareva loro che la convocazione del Parlamento non fosse questione di
scelta. Per quanto paziente sembrasse la nazione, tale pazienza aveva i
suoi limiti. Il principio che il Re non potesse legittimamente prendere
la pecunia del suddito senza il consenso della Camera de’ Comuni, aveva
profonde radici nella mente del popolo; e comecchè, in un bisogno
estraordinario, anche i Whig avrebbero volentieri pagato, per poche
settimane, dazi non imposti con apposita legge, egli era certo che
gli stessi Tory si sarebbero opposti qualora tali tasse irregolari si
fossero mantenute più lungo tempo delle circostanze speciali che sole
le giustificavano. Era, dunque, mestieri che le Camere si adunassero;
e così essendo, giovava convocarle il più presto possibile. Anche
il breve indugio, necessario a richiederne il parere della Corte di
Versailles, poteva produrre danni irreparabili. Il malcontento e il
sospetto si sarebbero rapidamente sparsi fra il popolo. Halifax avrebbe
mosso lamento, dicendo che si violavano i principii fondamentali della
Costituzione. Il Lord Cancelliere, da quel codardamente pedante e
speciale avvocato ch’egli era, avrebbe fatto lo stesso. Ciò che poteva
farsi di buona grazia, sarebbe in fine stato fatto di mala grazia.
Que’ ministri medesimi, ai quali Sua Maestà studiavasi di far perdere
la pubblica stima, avrebbero acquistata popolarità a danno di quella.
Il mal umore della nazione avrebbe gravemente influito sull’esito
delle elezioni. Tali argomenti non ammettevano risposta. Per la quale
cosa, il Re annunziò al paese, essere sua intenzione di convocare il
Parlamento. Ma sentiva la tormentosa ansietà di purgarsi della colpa
d’avere agito indebitamente e con poco rispetto verso la Francia.
Trasse Barillon in una secreta stanza, e si scusò di avere osato fare
un passo di così grave momento, senza averne ottenuta l’approvazione da
Luigi. «Assicurate il vostro signore» disse Giacomo «della gratitudine
e dello affetto che sento per lui. Conosco bene di non potere far nulla
senza la sua protezione. Conosco parimente in quali impacci cadde il
mio fratello per non avere fermamente aderito alla Francia. Provvederò
con ogni studio perchè le Camere non s’immischino negli affari esteri.
Se scoprirò ne’ membri la minima tendenza a far male, li manderò a
badare alle loro faccende. Fate intendere ciò al mio buon fratello.
Spero ch’egli non s’impermalisca se ho agito senza consultarlo. Egli ha
diritto d’essere consultato; ed è mio desiderio consigliarmi con lui
in ogni cosa. Ma nel caso presente l’indugio, anche d’una settimana,
avrebbe potuto recare serie conseguenze.»

Queste vergognose scuse, il dì seguente, furono ripetute da Rochester.
Barillon le ricevè con cortesia. Rochester, reso più audace, chiese
danari. «Saranno ben collocati» diss’egli. «Il vostro signore non
potrebbe meglio impiegare le sue entrate. Fategli intendere come
importante egli sia che il Re d’Inghilterra dipenda, non dal proprio
popolo, ma dalla sola amicizia della Francia.»[242]


Barillon fu sollecito a comunicare a Luigi il desiderio del Governo
inglese; ma Luigi lo aveva prevenuto. La prima cosa ch’egli
fece, saputa la morte di Carlo, fu di raccogliere cambiali sopra
l’Inghilterra fino alla somma di cinquecentomila lire, equivalenti a
trentasettemila cinquecento sterline. Non era agevole a que’ tempi,
dopo un giorno d’annunzio, procurarsi simili cambiali in Parigi. In
poche ore, nondimeno, lo acquisto fu fatto, e un corriere spedito a
Londra.[243] Appena Barillon ricevè le cambiali, volò a Whitehall a
recare la fausta nuova. Giacomo non arrossì di spargere, o simulare di
spargere, lacrime di gioia e di gratitudine. «Nessun altro che il Re
vostro» disse «è capace di così belle e nobili azioni. Io non gli sarò
mai grato tanto che basti. Assicuratelo che lo affetto che gli porto,
durerà quanto la mia vita.» Rochester, Sunderland e Godolphin corsero,
l’uno dopo l’altro, ad abbracciare lo ambasciatore, susurrandogli
all’orecchio ch’egli aveva dato nuova vita al loro signore.[244]

Ma, quantunque a Giacomo e ai suoi tre consiglieri piacesse la
prontezza di Luigi, non rimasero punto satisfatti della somma della
pecunia donata. Nulladimeno, perchè temevano d’offenderlo mostrandosi
importunamente mendichi, non fecero se non accennare i desideri loro.
Dichiararono, non avere intendimento di mercanteggiare con un tanto
generoso benefattore quale era il Re di Francia, e fidarsi onninamente
alla sua munificenza. Nel tempo stesso, provaronsi d’ingraziarselo con
un gran sacrificio dell’onor nazionale. Sapevasi bene che uno de’ fini
precipui della sua politica, era quello di aggiungere ai propri dominii
le provincie del Belgio. L’Inghilterra era vincolata da un trattato,
già concluso con la Spagna nel tempo in che Danby era Lord Tesoriere,
con lo scopo di avversare ogni tentativo che la Francia avesse potuto
fare a insignorirsi di quelle provincie. I tre Ministri fecero sapere
a Barillon, come il loro signore considerasse non obbligatorio cotale
trattato. Era stato fatto, dicevano essi, da Carlo, il quale avrebbe
potuto forse tenersene vincolato; ma il suo fratello non si reputava
obbligato ad osservarlo. Il Cristianissimo, quindi, poteva oramai,
senza temere opposizione da parte della Inghilterra, procedere ad
incorporare al proprio Impero il Brabante e l’Hainault.[245]

XI. Nel tempo stesso, fu deliberato di spedire un’ambasceria
straordinaria, per assicurare Luigi dello affetto e della gratitudine
che gli portava Giacomo. A tale missione fu prescelto un uomo che
non occupava per anche un posto molto eminente, ma la cui rinomanza,
stranamente mista d’infamia e di gloria, empì in tempi posteriori tutto
il mondo incivilito.

Tosto dopo la Restaurazione, in que’ gioiosi e corrotti tempi celebrati
dalla vivace penna di Hamilton, Giacomo, giovane ed ardente amatore
di sensuali diletti, erasi invaghito di Arabella Churchill, una dello
dame di Corte della sua prima moglie. La giovinetta non era bella;
ma Giacomo, non avendo gusto delicato, se ne fece una concubina.
Era figlia d’un povero Cavaliere, assiduo in Whitehall, e resosi
ridicolo publicando un volume in foglio, scritto con istile pesante
ed affettato—da lungo tempo caduto in oblio—in lode della monarchia e
dei monarchi. Grandissimi erano i bisogni dei Churchill, ardente la
lealtà loro, e il sentimento che provarono, come seppero la seduzione
d’Arabella, sembra che fosse una sorpresa di gioia, pensando che una
fanciulla di sì poca beltà avesse sortito una tanta onorificenza.

Ella fu grandemente utile ai propri parenti; ma niuno di costoro fu
fortunato al pari del suo maggior fratello Giovanni, bel giovane, il
quale era vessillifero nelle Guardie a piedi. Elevossi rapidamente
nella Corte e nello esercito, e presto si rese notevole come uomo di
moda e dedito ai piaceri. Aveva dignitosa la persona, bello il viso,
seducente la parola, ma con tanto contegno, che i più impertinenti
zerbini non ardivano trattarlo con la minima libertà: l’indole sua era
tale, che egli nelle più moleste e provocanti occasioni non perdeva
mai la signoria di sè stesso. Era stato sì pessimamente educato, da
non sapere compitare i vocaboli più comuni della propria lingua; ma
lo acuto e vigoroso intendimento largamente suppliva al difetto della
dottrina che s’impara ne’ libri. Non era loquace; ma sempre che gli
era forza di parlare in pubblico, la sua naturale eloquenza muoveva
ad invidia i più esperti oratori. Aveva animo singolarmente freddo
e imperturbabile. Per molti anni di ansietà e di periglio, egli non
perdè mai, nè anche per un istante, il perfetto uso del suo ammirevole
giudicio.

Nel ventesimoterzo degli anni suoi, fu mandato col suo reggimento
a congiungersi con le armi francesi, che allora procedevano contro
la Olanda. La sua serena intrepidezza lo faceva predistinguere fra
le migliaia di valorosi soldati. La sua perizia nell’arte militare
imponeva rispetto ai vecchi ufficiali. Venne pubblicamente ringraziato
al cospetto dell’esercito, ed ebbe molti segni di stima e fiducia da
Turenna, che allora era nella maggiore altezza della sua gloria.

Sventuratamente, le splendide doti di Giovanni Churchill erano
congiunte con altre della specie più sordida. Ben per tempo
cominciarono a mostrarsi in lui alcune tendenze che sono singolarmente
sgradevoli. Era cupido di guadagno ne’ suoi stessi vizi, e imponeva
contribuzioni alle dame arricchite delle spoglie di amanti più
liberali. Per breve tempo ei fu l’obietto della violenta ma volubile
tenerezza della Duchessa di Cleveland. Una volta fu sorpreso dal
Re in compagnia di lei, e gli fu forza saltar giù dalla finestra.
La dama rimunerò tale rischiosa prova di galanteria con un dono di
cinquemila lire sterline. Il prudente giovine eroe comprò subito con
quel danaro una rendita annua di cinquecento sterline, assicurata sopra
terreni.[246] Già i suoi scrigni contenevano gran copia di pecunia, che
cinquanta anni dopo, allorchè era Duca e Principe dello Impero, e il
più ricco suddito d’Europa, rimaneva intatta.[247]

Finita la guerra, egli ebbe un ufficio nella famiglia del Duca di
York; accompagnò il suo protettore ai Paesi Bassi e a Edimburgo, ed
in ricompensa de’ suoi servigi fu creato Pari di Scozia, ed ebbe
il comando del solo reggimento di dragoni che fosse nelle milizie
inglesi.[248] La sua moglie ottenne un posto nella famiglia d ella
principessa di Danimarca, figlia minore di Giacomo.

Lord Churchill, adunque, fu spedito ambasciatore straordinario a
Versailles. Gli fu ingiunto di significare la fervida gratitudine che
sentiva il Governo inglese per la pecunia così generosamente data. In
origine s’era pensato che nel tempo stesso dovesse chiedere a Luigi
una somma maggiore; ma meglio considerando la cosa, compresero che la
poco delicata cupidigia avrebbe stomacato il benefattore, che erasi
spontaneamente mostrato cotanto liberale. A Churchill, quindi, fu fatto
comandamento di porgere grazie per ciò ch’era passato, e non far motto
intorno al da venire.[249]

Ma Giacomo e i Ministri suoi, anche mentre protestavano come non
intendessero d’essere importuni, studiavansi di accennare, con modi
molto intelligibili, ciò che desideravano e speravano. Lo ambasciatore
francese era per loro un destro, zelante e forse non disinteressato
intercessore. Luigi oppose talune difficoltà, probabilmente col fine di
accrescere il pregio de’ propri doni. Nondimeno, in poche settimane,
Barillon ricevè da Versailles un milione e cinquecento lire, oltre
i denari già mandati. Tal somma, che equivaleva a cento dodici mila
sterline, egli ebbe istruzione di ripartire cautamente. Ebbe potestà
di dare al Governo inglese trenta mila lire sterline da impiegarsi a
corrompere i membri della nuova Camera de’ Comuni. Il rimanente doveva
egli tenere con sè per servirsene in qualche caso straordinario, come
sarebbe uno scioglimento delle Camere, o una insurrezione.[250]

La turpezza di cotesti negoziati è universalmente riconosciuta; ma
la loro vera natura sembra essere soventi volte fraintesa: perocchè,
quantunque dopo pubblicato il carteggio di Barillon, la politica estera
de’ due ultimi Re della Casa Stuarda non abbia mai trovato fra noi chi
osasse difenderla, vi è tuttavia un partito che s’affatica a scusare la
loro politica interna. Eppure, egli è certo che tra l’una e l’altra era
necessaria e indissolubile connessione. Se essi per pochi mesi avessero
tenuto alto l’onore del loro paese presso gli esteri, sarebbero
stati costretti a cangiare intieramente il sistema d’amministrazione
interna. È cosa assurda, quindi, lodarli d’avere ricusato di governare
concordemente col Parlamento, e biasimarli per essersi sottoposti alla
dittatura di Luigi; poichè essi non avevano se non una sola via da
scegliere; dipendere, cioè, o da Luigi o dal Parlamento.

Giacomo—volendo rendergli giustizia—avrebbe con gioia voluto trovare
una via di mezzo; ma non ve n’era alcuna. Si rese schiavo della
Francia; ma sarebbe erroneo rappresentarlo come schiavo contento.
Egli aveva alterigia tanto da sdegnarsi con sè medesimo per essersi
sottomesso a così duro vassallaggio, e da essere impaziente di
svincolarsene: la quale disposizione era studiosamente incoraggiata
dagli agenti di molte Potenze straniere.

XII. La sua successione al trono aveva svegliato speranze e timori
in ogni Corte del continente; e i primordii del suo governo venivano
invigilati dagli stranieri con interesse non meno profondo di
quello che sentivano i sudditi di lui. Un solo Governo desiderava
che le turbolenze le quali per tre generazioni avevano sconvolta
l’Inghilterra, durassero eterne. Tutti gli altri, repubblicani
o monarchici, protestanti o cattolici romani, volevano vederle
felicemente terminate.

L’indole della lunga contesa tra gli Stuardi e i Parlamenti loro,
era imperfettissimamente intesa da’ politici stranieri; ma nessun
uomo di Stato poteva non conoscere lo effetto da quella contesa
prodotto sull’equilibrio politico d’Europa. In circostanze ordinarie,
le simpatie delle Corti di Vienna e di Madrid sarebbero state, senza
dubbio, per un principe che lottava contro i sudditi, e segnatamente
per un principe cattolico romano, persecutore di sudditi eretici:
ma tutte coteste simpatie erano in allora vinte da un più forte
sentimento. Il timore e l’odio ispirato dalla grandezza, ingiustizia
ed arroganza del Re francese, erano al colmo. I suoi vicini dubitavano
se fosse più pericoloso essere in guerra o in pace con lui; perciocchè
in pace ei seguitava a saccheggiarli e oltraggiarli; in guerra essi
avevano provato invano la sorte delle armi contro lui. In tanta
perplessità, tenevano ansiosamente gli occhi vôlti all’Inghilterra.
Agirebbe ella giusta i principii della Triplice Alleanza, o giusta
quelli del Trattato di Dover? Da ciò dipendevano le sorti di tutti i
suoi vicini. Aiutati dall’Inghilterra, gli altri Stati potevano opporre
a Luigi nuova resistenza; ma non poteva da quella sperarsi nessun
aiuto finchè non vi regnasse la concordia. Innanzi che cominciasse il
conflitto tra il trono e il Parlamento, era stata una potenza di primo
ordine; il dì in cui il conflitto ebbe fine, essa ridivenne potenza
di primo ordine: ma mentre l’esito della contesa era dubbio, rimase
condannata alla inazione e al vassallaggio. Era stata grande sotto i
Plantageneti e i Tudor; divenne nuovamente grande sotto i principi
che regnarono dopo la Rivoluzione: ma sotto i Re della Casa Stuarda,
fu come se non esistesse nella carta geografica dell’Europa. Aveva
perduto una specie d’energia senza acquistarne un’altra. Quella specie
di forza onde essa nel secolo decimoquarto aveva potuto umiliare
Francia e Spagna, aveva cessato di esistere. Quella specie di forza
che nel decimottavo secolo umiliò nuovamente Francia e Spagna, non
era ancora posta in azione. Il Governo non era più una monarchia
limitata, secondo la forma politica delle età di mezzo; non era
divenuto una monarchia limitata secondo la forma dei moderni tempi:
co’ vizi di due diversi sistemi non aveva il vigore di nessuno. Gli
elementi della nostra politica, invece di armonizzare, avversavansi
vicendevolmente e s’annientavano. Tutto era transizione, conflitto
e disordine. Il fine precipuo del sovrano era quello di abbattere i
privilegi della Legislatura; quello della Legislatura era di usurpare
le prerogative del sovrano. Il Re era sollecito d’accettare aiuti
stranieri che lo liberassero dalla sciagura d’essere dipendente da un
fazioso Parlamento. Il Parlamento negava al Re i mezzi di sostenere
l’onor nazionale, temendo con molta ragione che verrebbero adoperati a
stabilire il dispotismo nel paese. Lo effetto di tali gelosie fu che
la patria nostra, con tutti i suoi grandi mezzi, fosse di sì poco peso
nella Cristianità, come lo era il Ducato di Savoia o quello di Lorena,
e certamente di assai minor peso che non era la piccola provincia
d’Olanda.

XIII. La Francia aveva grande interesse a prolungare questo stato di
cose:[251] tutti gli altri potentati lo avevano a condurlo a fine.
Era desiderio generale dell’Europa, che Giacomo governasse a seconda
della legge e della pubblica opinione. Dallo stesso Escuriale vennero
lettere esprimenti la speranza che il nuovo Re fosse in buona armonia
col Parlamento e col popolo.[252] Perfino dal Vaticano giunsero
avvertimenti contro lo smoderato zelo per la fede cattolica romana.
Benedetto Odescalchi, che teneva il seggio papale col nome d’Innocenzo
XI, sentì, come sovrano temporale, tutto il timore onde gli altri
principi invigilavano il progresso della potenza francese. Aveva
anche particolari cagioni d’inquietudine. Fu fortuna per la religione
protestante, che nel momento in cui l’ultimo Re cattolico romano salì
sul trono dell’Inghilterra, la Chiesa cattolica romana fosse lacerata
da dissensioni e minacciata da un nuovo scisma. Un conflitto simile
a quello che arse nel secolo undecimo tra gl’imperatori e i sommi
pontefici, era sorto tra Luigi ed Innocenzo. Luigi, zelante fino alla
bacchettoneria per le dottrine della Chiesa di Roma, ma tenace della
sua regia autorità, accusava il Papa di usurpare i diritti secolari
della Corona francese, ed era alla sua volta accusato dal Papa di
usurpare il potere spirituale delle Chiavi. Il Re, superbo come egli
era, incontrò uno spirito anche più risoluto del suo. Innocenzo, nelle
relazioni private, era il più mansueto e gentile degli uomini; ma
qualvolta parlava officialmente dalla cattedra di San Pietro, favellava
col tono di Gregorio VII e di Sisto V. La lotta si fece grave. Gli
agenti del Re furono scomunicati; gli aderenti del Papa banditi. Il
Re creò vescovi i difensori della sua autorità. Il Papa rifiutò di
approvarli. Quelli si posero al possesso de’ palazzi e delle rendite
vescovili; ma erano incompetenti ad esercitare gli episcopali uffici.
Innanzi che la contesa avesse fine, in Francia erano trenta prelati che
non avevano potestà di conferire gli ordini o la cresima.[253]

Se qualunque altro principe, tranne Luigi, fosse stato in quei
tempi involto in simigliante contesa col Vaticano, tutti i Governi
protestanti si sarebbero messi dalla parte di lui. Ma tanta era la
paura e il dispetto che l’ambizione e insolenza del Re francese
ispiravano, che chiunque avesse avuto il coraggio di vigorosamente
avversarlo, era sicuro della universale simpatia. Anche i luterani
e i calvinisti, che avevano sempre detestato il Papa, non potevano
frenarsi dal desiderargli esito prospero contro un tiranno che ambiva
alla monarchia universale. E’ fu così che, nel secolo nostro, molti
i quali consideravano Pio VII come l’anticristo, gioivano nel vedere
l’anticristo far fronte al gigantesco potere di Napoleone.

Il risentimento che Innocenzo provava verso la Francia, lo dispose a
guardare con occhio mite e liberale gli affari dell’Inghilterra. Il
ritorno del popolo inglese alla greggia di cui egli era pastore, gli
avrebbe senza dubbio racconsolata l’anima. Ma egli era bastevolmente
savio da non credere che una nazione cotanto ardita e tenace
potesse ricondursi al grembo della Chiesa di Roma col violento e
incostituzionale esercizio dell’autorità regia. Non era difficile
prevedere che qualora Giacomo con mezzi illegali e popolari si fosse
studiato di promuovere gl’interessi della propria religione, la
prova sarebbe fallita; l’odio che gl’isolani eretici sentivano per
la vera fede, sarebbe diventato più forte e più feroce che mai; e
nelle menti di tutti sarebbe nata una indissolubile colleganza tra
il protestantismo e la libertà civile, tra il papismo e il potere
arbitrario. Frattanto, il Re sarebbe divenuto obietto d’avversione e
sospetto al suo popolo. L’Inghilterra sarebbe stata, come sotto Giacomo
I, Carlo I e Carlo II, una potenza di terzo ordine; e la Francia
avrebbe dominato irrefrenata oltre le Alpi e il Reno. Dall’altro
canto, era probabile che Giacomo, operando con prudenza e moderazione,
osservando strettamente le leggi, e sforzandosi di acquistare la
fiducia del suo Parlamento, avrebbe potuto ottenere per coloro che
professavano la sua religione, non poco alleggiamento. Dapprima si
sarebbe venuto alla abolizione degli statuti penali; tosto dopo a
quella delle incapacità civili. Infrattanto, il Re e la nazione inglese
congiunti, si sarebbero potuti porre a capo della coalizzazione
europea, avrebbero opposto un argine insormontabile alla cupidità di
Luigi.

Innocenzo fu reso più fermo nel proprio giudicio dal parere de’
principali inglesi che erano alla sua Corte. Fra essi, il più illustre
era Filippo Howard, discendente dalle famiglie più nobili della Gran
Brettagna; da un lato nipote del Conte d’Arundel, dall’altro del Duca
di Lennox. Filippo era già da lungo tempo membro del sacro collegio;
veniva comunemente chiamato il Cardinale d’Inghilterra; ed era precipuo
consigliere della Santa Sede per le faccende concernenti la sua patria.
Era stato cacciato in esilio dai clamori dei bacchettoni protestanti,
ed uno de’ suoi, lo sventurato Stafford, era caduto vittima della
loro rabbia. Nè i propri danni nè quelli di casa sua gli avevano
acceso tanto il cervello, da renderlo un imprudente consigliere. Ogni
lettera, quindi, che dal Vaticano arrivasse a Whitehall, raccomandava
pazienza, moderazione, e rispetto ai pregiudizii del popolo
Inglese.[254]

XIV. Grande era il conflitto che ardeva nella mente di Giacomo. Saremmo
verso lui ingiusti, ove supponessimo che la condizione di vassallo
gli tornasse gradita. Egli amava l’autorità e gli affari; aveva alto
concetto della dignità propria; anzi non era affatto privo di un
sentimento che aveva qualche affinità con l’amore di patria. Gli si
straziava l’anima pensando che il Regno da lui governato, fosse di
minor conto nel mondo, che non erano altri Stati i quali avevano minori
vantaggi naturali; e prestava facile ascolto ai Ministri stranieri,
sempre che lo incitavano a manifestare la dignità del suo grado, porsi
a capo di una grande confederazione, farsi protettore delle oltraggiate
nazioni, e domare l’orgoglio di quella Potenza che teneva in timore il
continente. Tali esortazioni gli facevano battere il cuore con emozioni
incognite al suo spensierato ed effeminato fratello. Ma tali emozioni
tosto cedevano a più forte sentimento. Una politica estera vigorosa,
necessariamente presupponeva politica interna conciliatrice. Era
impossibile far fronte alla possanza francese, e a un tempo calpestare
le libertà della Inghilterra. Il Potere Esecutivo non avrebbe potuto
imprendere nulla di grande senza lo assenso della Camera de’ Comuni,
nè ottenerne lo aiuto senza agire a seconda delle opinioni di quella.
In tal guisa, Giacomo accorgevasi di non potere conseguire insieme
le due cose ch’ei più desiderava. Il secondo de’ suoi desiderii era
quello d’essere temuto e rispettato dai Governi stranieri; ma il primo
era di essere signore assoluto nel proprio Regno. Fra gli oggetti
incompatibili cui il suo cuore aspirava, egli per qualche tempo procede
piegando ora di qua ora di là. Il conflitto dell’animo diede ai suoi
atti pubblici una strana sembianza d’irresolutezza e di falsità.
Difatti, coloro i quali senza il filo d’Arianna tentavano d’esplorare
il laberinto della sua politica, non sapevano intendere come lo stesso
uomo nella settimana stessa potesse mostrarsi così superbo e così
vile. Anco Luigi rendevano perplesso gli andamenti d’un alleato il
quale, in poche ore, passava dall’omaggio alla disfida, e dalla disfida
all’omaggio. Nondimeno, ora che ci è appieno manifesta la condotta di
Giacomo, sembra che cotesta incoerenza possa agevolmente spiegarsi.

Allorquando egli si assise sopra il trono, era in dubbio se il Regno si
sarebbe tranquillamente sottoposto all’autorità sua. Gli Esclusionisti,
poco fa così potenti, avrebbero potuto, correndo all’armi, insorgergli
contro. Egli avrebbe potuto avere grande bisogno dell’oro e delle
milizie della Francia: fu quindi per alquanti giorni pago di far la
parte di piaggiatore e di mendicante. Si scusò umilmente d’avere osato
convocare il suo Parlamento senza licenza del Governo francese; e lo
pregò vivamente di concedergli un sussidio. Sparse lacrime di gioia
sopra le cambiali francesi; mandò a Versailles una speciale ambasceria
per significare la gratitudine, lo affetto, la sommissione ch’egli
aveva per Luigi. Ma appena partita l’ambasceria, variò di sentimenti.
Era stato da per tutto proclamato Re senza il minimo tumulto, senza
il più lieve grido sedizioso. Da ogni parte dell’isola gli giungevano
nuove ad assicurarlo che i suoi sudditi erano tranquilli ed obbedienti.
Riprese animo, e sentì come la relazione disonorante da lui contratta
con un potentato straniero, gli fosse intollerabile. Divenne altero,
puntiglioso, vanitoso, rissoso. Parlava così altamente intorno alla
dignità della propria Corona e all’equilibrio politico, che tutta
la sua Corte aspettavasi ad un pieno rivolgimento nella politica
estera del Governo inglese. Comandò a Churchill di mandargli una
relazione minuta del ceremoniale di Versailles, affinchè gli onori
onde ivi era stata accolta la legazione inglese, venissero debitamente
contraccambiati, ma non più che contraccambiati, al rappresentante
della Francia a Whitehall. La nuova di questo mutamento fu accolta con
gioia a Madrid, a Vienna e all’Aja.[255] Il Re Luigi, in sulle prime,
ne rise, dicendo: «Il mio buono alleato parla alto; ma egli ama tanto i
miei zecchini, quanto li amava il suo fratello.» Nonostante, il variato
contegno di Giacomo e, le speranze che ne avevano concepite i due rami
di Casa d’Austria, cominciarono a richiamare più seria attenzione.
Esiste tuttora una notevolissima lettera, nella quale il Re francese
mostra sospetto d’essere stato ingannato, credendo che lo stesso danaro
da lui mandato a Westminster, verrebbe adoperato a’ suoi danni.[256]

Verso questo tempo, la Inghilterra s’era riavuta dalla tristezza ed
ansietà cagionatale dalla morte del buon Carlo. I Tory fecero grandi
proteste d’affetto verso il nuovo signore. La paura teneva domo il
rancore dei Whig. Quella vasta massa di gente che non sono stabilmente
Whig nè Tory, ma che pendono a vicenda ora verso gli uni ora verso
gli altri, stava dalla parte de’ Tory. La reazione che aveva tenuto
dietro alla dissoluzione del Parlamento d’Oxford, non aveva consunta la
propria forza.

XV. Il Re non indugiò punto a porre alla prova la lealtà de’ suoi amici
protestanti. Mentre egli era suddito, soleva ascoltare la messa a
uscio chiuso, in un piccolo oratorio, accomodato a uso della consorte.
Adesso comandò che le porte si spalancassero, affinchè tutti coloro
che andavano a complirlo, potessero vedere il servizio divino. Alla
elevazione dell’ostia, seguì una strana confusione nell’anticamera.
I cattolici romani prostraronsi in ginocchio; i protestanti uscirono
frettolosamente fuori. Tosto un nuovo pulpito fu eretto in palazzo,
d’onde, nella quaresima, sacerdoti papisti predicavano, con grave
sconcerto de’ zelanti fedeli della Chiesa Anglicana.[257]

Alla predetta innovazione seguì altra più grave. Giunta la settimana
di Passione, il Re deliberò di assistere alla messa con la pompa
medesima di che usavano circuirsi i suoi predecessori, andando ai
tempii della religione anglicana. Palesò il suo intendimento ai tre
Ministri del Gabinetto intimo, e ingiunse loro di accompagnarlo.
Sunderland, pel quale tutte le religioni valevano lo stesso, fu pronto
ad assentire. Godolphin, come Ciamberlano della Regina, era già
assuefatto a darle mano quando essa recavasi all’oratorio, e non ebbe
scrupolo d’inchinarsi officialmente nel tempio di Rimmon. Ma Rochester
ne rimase gravemente conturbato. La influenza ch’egli esercitava sul
paese, originava principalmente dal concetto, in che il clero e i
gentiluomini Tory lo tenevano, di amico sincero e zelante della Chiesa.
La sua ortodossia era considerata come piena espiazione di falli
che altrimenti lo avrebbero reso il più impopolare uomo del Regno,
avvegnachè avesse indole oltremodo arrogante e violenta, e modi quasi
brutali.[258] Ei temeva che, arrendendosi alle voglie del principe,
avrebbe perduta in gran parte la stima del proprio partito. Infine,
non senza qualche contrasto, ottenne licenza di passare fuori di città
i giorni santi. Tutti gli altri dignitari civili ebbero comandamento
di trovarsi al proprio posto nella domenica della Pasqua. Così, dopo
un intervallo di cento ventisette anni, i riti della Chiesa di Roma
furono celebrati in Westminster con regia magnificenza. Le guardie
reali erano schierate. I cavalieri della Giarrettiera portavano i
loro collari. Il Duca di Somerset, secondo per grado fra i nobili
secolari del reame, portava la spada dello Stato. Un gran codazzo di
grandi Lordi accompagnò il Re al suo seggio. Ma fu notato che Ormond
e Halifax rimasero nell’anticamera. Pochi anni innanzi, essi avevano
valorosamente propugnata la causa di Giacomo contro alcuni di coloro
che ora mostravansi ossequiosissimi. Ormond non aveva partecipato alla
strage de’ cattolici romani. Halifax aveva animosamente votato per
la non colpabilità di Stafford. E mentre i voltafaccia, che avevano
preteso raccapricciar al solo pensiero di un Re papista, e senza
misericordia versato il sangue innocente di un Pari papista, adesso
spingevansi l’un l’altro per farsi più da presso a un altare papista,
l’illustre Barcamenante si sarebbe giustamente potuto inorgoglire di
quello impopolare saprannome.[259]

XVI. Una settimana dopo cotesta cerimonia, Giacomo fece un sacrificio
de’ suoi pregiudizi religiosi, assai maggiore di qualunque altro
fin allora egli avesse richiesto da’ suoi sudditi protestanti. Si
fece incoronare il giorno vigesimoterzo d’aprile, in che ricorre
la festività del Santo patrono del Regno. Tutto Westminster fu
splendidamente adornato. La presenza della Regina e delle mogli de’
Pari dava alla solennità uno incanto che era mancato alla magnifica
inaugurazione del Re defunto. Nondimeno coloro che ricordavansi di
quella cerimonia, affermarono che l’incoronazione di Giacomo fu
meschina. L’antica usanza richiedeva che avanti la incoronazione il
sovrano con tutti i suoi araldi, giudici, Consiglieri, Lordi e gran
dignitari, cavalcasse solennemente dalla Torre a Westminster. L’ultima
e più magnifica di tali cavalcate fu quella che traversò la metropoli,
allorquando i sentimenti eccitati dalla Restaurazione erano ancor
vivi. Lungo il cammino innalzavansi archi trionfali. Tutto Cornhill,
Cheapside, Saint Paul’s Church Yard, Fleet Street, e lo Strand erano
fiancheggiati da file di palchi. La città intera in tal modo poteva
contemplare il principato nella sua forma più splendida e solenne.
Giacomo ordinò che si calcolasse la spesa di simigliante processione,
e fu riferito che ascenderebbe a circa la metà più della somma da
esso proposta per coprire di ciondoli la sua sposa. Deliberò, quindi,
d’essere prodigo dove aveva mestieri d’esser parco, e spilorcio dove
avrebbe dovuto essere generoso. Più di cento mila lire sterline furono
spese negli abiti della Regina; e la processione fu posta da parte.
La insania di questo partito si conosce a prima vista: imperciocchè,
se la pompa è utile in politica, lo è quando si adopera come mezzo di
abbagliare la fantasia della moltitudine. E veramente, è grandissima
assurdità escludere la plebe da uno spettacolo, il cui scopo principale
è quello di produrre una impressione nell’animo della plebe. Giacomo
avrebbe fatto mostra d’una più giudiziosa munificenza, e d’una
parsimonia più giudiziosa, se avesse traversata Londra da levante a
ponente con la solita pompa, e ordinato che gli abiti della propria
moglie fossero stati meno sopraccarichi di perle e di diamanti.
Nulladimeno i suoi successori per lungo tempo seguirono lo esempio di
lui; e in uno spettacolo al quale venivano ammesse solo tre o quattro
mila persone, si profondevano somme che, bene impiegate, avrebbero
pôrto squisitissimo diletto ad una gran parte della nazione. In fine,
venne in parte richiamato a vita lo antico costume. Il dì della
incoronazione della regina Vittoria vi fu una processione, nella quale
si sarebbero potuti notare molti mancamenti, ma che fu ammirata con
interesse e diletto da mezzo milione di sudditi; e senza dubbio veruno,
apprestò più piacere ed eccitò maggiore entusiasmo, della costosa
solennità che facevasi fra mezzo a uno eletto numero di persone dentro
l’Abbadia.

Giacomo aveva fatto comandamento a Sancroft di abbreviare il rituale.
La ragione che venne pubblicamente addotta, fu che il giorno era sì
corto, da non potersi compiere tutto ciò ch’era da farsi. Ma chiunque
si faccia ad esaminare i cangiamenti fattivi, si accorgerà che il vero
fine fu quello di scartare talune cose le quali altamente offendevano
i sentimenti religiosi d’un cattolico romano zelante. L’ufficio
della comunione non fu letto. Fu omessa la cerimonia di presentare
in dono al sovrano una Bibbia riccamente rilegata, e di esortarlo a
pregiare sopra tutti i tesori della terra un volume ch’egli, secondo
gl’insegnamenti ricevuti, reputava adulterato con false dottrine.
Nulladimeno, ciò che rimaneva dopo tali omissioni, avrebbe potuto far
nascere scrupoli nella mente di un uomo, il quale sinceramente avesse
creduto che la Chiesa Anglicana era una società ereticale, nel cui seno
non poteva acquistarsi la eterna salvezza. Il re fece una oblazione
all’altare. Ripetè i responsi alle litanie cantate dai vescovi. Ricevè
da que’ falsi profeti la unzione, simbolo della divina assistenza, e
s’inginocchiò simulando devozione, mentre essi invocavano lo Spirito
Santo, al quale erano, secondo egli credeva, maligni ed implacabili
nemici. Tali sono le incoerenze della umana natura, che cotesto
uomo, il quale per un fanatico zelo verso la propria religione perdè
tre Regni, amò commettere un atto ch’era poco meno d’una apostasia,
più presto che rinunziare al fanciullesco diletto della simbolica
fantocciata della incoronazione.[260]

Francesco Turner, vescovo d’Ely, predicò agli astanti. Era uno di
quegli scrittori che seguitavano ad affettare lo stile antiquato
dell’arcivescovo Williams e del vescovo Andrews. Il sermone era tessuto
di quei concetti strani, che sessanta anni innanzi avrebbero potuto
destare ammirazione, ma allora movevano a scherno una generazione
d’uditori assuefatta alla pure eloquenza di Sprat, di South e di
Tillotson. Salomone era Re Giacomo; Adonia, Monmouth; Joab era uno
de’ congiurati di Rye House; Shimei, un libellista Whig; Abiathar,
un onesto ma traviato Cavaliere. Una frase del libro delle croniche
fu stiracchiata a significare che il Re era superiore al Parlamento;
un’altra fu adatta a provare ch’egli solo avrebbe dovuto comandare le
milizie cittadine. Verso la fine del discorso, l’oratore timidamente
alluse alla nuova e impacciata condizione in cui la Chiesa trovavasi
di faccia al sovrano, e rammentò agli uditori come lo imperatore
Costanzo Cloro, benchè non fosse cristiano, avesse tenuto in onoranza
i cristiani fedeli alla propria religione, e avesse spregiati coloro
che cercavano guadagnarsi, apostatando, il favore di lui. Il servizio
religioso nella Abbadia, fu seguito da un banchetto solenne nella Sala;
il banchetto da magnifici fuochi artificiali, e i fuochi da molte
cattive poesie.[261]

XVII. Fu questo il momento in cui lo entusiasmo del partito Tory
pervenne alla sua maggiore altezza. Dal dì in che Giacomo fu asceso
sul trono, s’erano sempre avvicendati indirizzi, in cui quel partito
esprimeva profonda venerazione per la persona e la dignità del monarca,
e acre abborrimento per i vinti Whig. I magistrati di Middlesex
rendevano grazie a Dio per avere dispersi i disegni di que’ regicidi
ed Esclusionisti, i quali, non paghi d’avere assassinato un monarca
santo, tentavano di distruggere le fondamenta della monarchia. La
città di Gloucester esecrò i ribaldi sitibondi di sangue, che avevano
tentato di privare la Maestà Sua del diritto ereditario. I borghesi di
Wigan assicurarono il sovrano, che lo avrebbero difeso contro tutti
gli Achitophel cospiratori, e i ribelli Assalonni. I gran giurati di
Suffolk dissero sperare, che il Parlamento avrebbe proscritti gli
Esclusionisti. Molti Consigli municipali giurarono di non rieleggere
mai più alla Camera de’ Comuni chiunque avesse votato a favore della
legge che voleva privare Giacomo del diritto di successione. Perfino
la metropoli mostrò profondo ossequio. I legali e i commercianti fra
loro gareggiavano di servilità. I collegi dei Tribunali, e quelli
di Cancelleria, mandarono fervide professioni di sommissione e
d’affetto. Tutte le grandi società commerciali, la Compagnia delle
Indie Orientali, la Compagnia Affricana, la Compagnia di Turchia,
la Compagnia di Moscovia, la Compagnia di Hudson Bay, i Mercanti
di Maryland, i Mercanti della Giammaica, i Mercanti Avventurieri,
dichiararono che accettavano ben volentieri lo editto regio, il quale
ingiungeva loro di continuare a pagare i diritti doganali. Bristol,
seconda città dell’isola, fece eco al voto di Londra. Ma in nessuno
altro luogo lo spirito di lealtà fu più fervido di quel che fosse
nelle due università. Oxford dichiarò che non si sarebbe mai dilungata
da quei principii religiosi che la obbligavano a prestare obbedienza
al Re senza limiti o restrizioni. Cambridge, con severissime parole,
dannò la violenza e il tradimento di que’ torbidi spiriti che s’erano
malignamente studiati di trarre la corrente della successione fuori del
suo proprio alveo.[262]

XVIII. Simiglianti indirizzi, per uno spazio considerevole di tempo,
riempirono ciascun numero della Gazzetta di Londra. Ma non erano
i soli indirizzi i mezzi onde i Tory mostravano il proprio zelo.
Pubblicati i decreti per le elezioni parlamentari, il paese fu in
grande concitamento. Non v’era mai stata elezione generale che, come
questa, fosse accompagnata da circostanze cotanto favorevoli alla
Corte. Centinaia di migliaia che la Congiura papale aveva cacciato
dentro il partito Whig, furono ricacciati al partito Tory dalla
congiura di Rye House. Nelle Contee, il Governo poteva esser sicuro
d’una immensa maggioranza di gentiluomini possidenti trecento e più
lire sterline l’anno, e di tutti gli ecclesiastici fino a uno. Quei
borghi che un tempo erano cittadelle di Whig, erano di fresco stati
con sentenza legale privati de’ loro Statuti, o avevano prevenuta la
sentenza, spontaneamente rinunziandovi. Erano poi stati ricostituiti
in modo da rieleggere senza dubbio rappresentanti devoti alla Corona.
Dove non era da fidarsi dei cittadini, la franchigia elettorale era
stata affidata agli scudieri delle vicinanze. In alcuni dei più
piccoli municipii occidentali, i collegi elettorali erano in gran
parte composti di Capitani e di Luogotenenti delle Guardie. I seggi
elettorali avevano dovecchessia interesse per la Corte. In ciascuna
Contea il Lord Luogotenente e i suoi deputati formavano un potente,
operoso e vigilante comitato, col fine di carezzare e intimidire i
liberi possidenti. Le popolazioni erano ammonite da migliaia di pulpiti
a non votare a favore di nessun candidato Whig, perocchè ne dovevano
render conto a Colui che aveva ordinato che vi fossero i potentati,
e aveva detto la ribellione essere peccato non meno grave della
stregoneria. Di tutti cotesti elementi il partito predominante non solo
usò quanto potè, ma abusò in modo così svergognato, che gli uomini
gravi e saggi, i quali si erano mantenuti fedeli alla monarchia mentre
era in pericolo, e non portavano nessun affetto ai repubblicani e agli
scismatici, tiraronsi da parte, e da siffatti primordii previdero lo
appressarsi di tempi tristissimi.[263]

Nondimeno i Whig, comecchè patissero la giusta pena de’ propri errori,
e fossero sconfitti, scoraggiati, disordinati, non vollero cedere
senza sforzi. Erano tuttavia numerosi nelle classi dei trafficanti e
degli artigiani delle città, e in quelle de’ piccoli possidenti e de’
contadini sparsi per le campagne. In taluni distretti, come, a cagione
d’esempio, nelle Contee di Dorset e di Somerset, formavano la gran
maggioranza della popolazione. Nulla potevano nei borghi ricostituiti;
ma in ogni Contea dove avevano probabilità di prospero successo,
lottarono disperatamente. Nella Contea di Bedford, che all’ultimo
Parlamento era stata rappresentata dallo sfortunato Russell, essi
rimasero vincitori nella prova ad alzata di mani, ma perdenti in quella
dello squittinio.[264] In Essex ottennero mille trecento voti contro
mille ottocento.[265] Nella elezione della Contea di Northampton, il
popolo procedè così violentemente ostile al candidato della Corte,
che fu necessario appostare nella piazza di mercato della città della
Contea una coorte di soldati, ai quali fu dato ordine di caricare a
palla gli archibugi.[266] La storia della contesa per la elezione della
Contea di Buckingham, è anche più degna di considerazione. Il candidato
Whig, che aveva nome Tommaso Wharton, figlio primogenito di Filippo
Lord Wharton, era uomo predistinto e per destrezza e per audacia,
e destinato a rappresentare una parte cospicua, benchè non sempre
commendevole, nella politica di vari sovrani. Nella Camera de’ Comuni
era stato uno de’ membri, i quali avevano portata la Legge d’Esclusione
alla barra di quella de’ Lordi. La Corte, adunque, era intesa ad usare
ogni mezzo buono o cattivo per escluderlo dal Parlamento. Il Lord
Capo Giudice Jeffreys recossi in persona nella Contea di Buckingham,
a fine di sostenere un gentiluomo chiamato Hacket, che apparteneva al
partito Tory. Immaginarono uno strattagemma, che essi pensavano dovesse
produrre buono effetto. Fu annunziato che la elezione si farebbe in
Ailesbury; e Wharton, la cui perizia in tutte le astuzie di condurre
una elezione era senza rivali, ordinò tutto, credendo vera la cosa;
allorquando, con improvviso annunzio, lo sceriffo fece sapere che lo
squittinio seguirebbe in Newport Pagnell. Wharton e i suoi partigiani
vi si recarono frettolosamente, e trovarono che Hacket, il quale
sapeva il secreto, aveva già preso per conto suo tutte le locande e
gli alberghi. I liberi possidenti Whig furono costretti a legare i
propri cavalli alle siepi, e dormire a cielo scoperto sui prati che
circondavano la città. E’ non fu senza difficoltà grandissima che si
potè provvedere improvvisamente al vitto di tanto numero d’uomini e
d’animali; quantunque Wharton, che non curava affatto spesa alcuna
quando gli si accendevano in cuore l’ambizione e lo spirito di parte,
sborsasse in un solo giorno mille cinquecento lire sterline, somma
immensa per que’ tempi. Nonostante, sembra che tanta ingiustizia avesse
ridato coraggio ai possidenti di Bucks, animosi figli degli elettori
di Giovanni Hampden. Wharton non solo sortì vittorioso della prova,
ma potè ottenere la elezione d’un altro uomo d’opinioni moderate, e
sconfiggere il candidato del Capo Giudice.[267]

Nella contea di Chester la lotta durò sei giorni. I Whig ebbero
circa mille settecento voti, i Tory circa due mila. Il popolo minuto
parteggiò con veemenza a favore de’ Whig, e gridando: «Abbasso i
Vescovi!» insultò il clero per le vie di Chester, stramazzò a terra un
gentiluomo Tory, ruppe le finestre e bastonò i commissari di polizia.
Fu chiamata la milizia cittadina a chetare il tumulto, e fu fatta
rimanere in armi, onde proteggere il trionfo de’ vincitori. Appena
finito lo squittinio, cinque grossi cannoni dal castello annunziarono
al paese circostante la vittoria della Chiesa e della Corona. Le
campane sonarono a festa. Gli eletti furono condotti solennemente alla
croce della città,[268] accompagnati da una banda musicale e da un
lungo codazzo di cavallieri e scudieri. La processione andava cantando:
«Letizia al gran Cesare!» ode cortigiana, la quale era stata, poco
innanzi, scritta da Durfey, e quantunque, al pari di tutti gli scritti
di lui, fosse estremamente spregevole, in quel tempo era quasi tanto
popolare, quanto pochi anni dopo lo fu Lillibullero.[269] Attorno la
croce stavano schierate le civiche milizie; fu acceso un fuoco di
gioia; la Legge d’Esclusione venne bruciata; e si bevve con fragorose
acclamazioni alla salute di Re Giacomo. Il dì seguente era domenica.
La milizia schierossi in fila lungo le vie conducenti al duomo. I due
rappresentanti della Contea furono condotti con gran pompa al coro
dai magistrati della città; ascoltarono la predica del Decano, che
probabilmente ragionò del debito d’obbedienza passiva; e poi furono
festeggiati dal Gonfaloniere.[270]

In Northumberland, il trionfo di Sir Giovanni Fenwik, cortigiano che
acquistò poscia trista rinomanza, fu accompagnato da circostanze
che destarono interesse in Londra, e che non furono stimate indegne
d’essere rammentate, nei dispacci de’ Ministri stranieri. Newcastle fu
illuminato con gran mucchi di carbone acceso. I campanili mandarono
suoni di esultanza. Un esemplare della Legge d’Esclusione, ed una
cassetta nera simigliante a quella che, secondo la favola popolare,
conteneva il contratto di nozze tra Carlo II e Lucia Walters, vennero
pubblicamente date alle fiamme con alte acclamazioni.[271]

L’esito generale delle elezioni sorpassò le più ardenti speranze
della Corte. Giacomo vide con gioia, come non gli fosse necessario di
spendere un soldo a comperare i voti. Disse che, tranne circa quaranta
membri, la Camera de’ Comuni era quale doveva essere ove egli l’avesse
nominata da sè.[272] Oltrechè, stava in poter suo, secondo che allora
consentivano le leggi, tenerla sino alla fine del suo regno.

Essendo sicuro d’essere sostenuto dal Parlamento, poteva oramai
appagare la libidine di vendetta. Aveva indole implacabile; e
mentre era ancor suddito, aveva patito ingiurie e indegnità tali,
che avrebbero mosso anche un animo placabile a fiero e durevole
risentimento. Una setta d’uomini, in ispecie, aveva, con inusitata e
indicibile crudeltà e vigliaccheria, aggredito l’onore e la vita di
lui; voglio dire i testimoni della congiura. L’odio ch’ei loro portava,
parrebbe degno di scusa; poichè fino ai dì nostri il solo profferirne
il nome muove a schifo ed orrore gli uomini di tutte le sètte e di
tutti i partiti.

XIX. Alcuni di cotesti sciagurati erano in luogo dove non poteva
giungere il braccio della umana giustizia. Bedloe era morto da ribaldo,
senza dare il minimo segno di rimorso e di vergogna.[273] Dugdale gli
era andato dietro, reso insano, secondo che dicevasi, dalle furie della
pessima coscienza, con acute strida scongiurando coloro che stavano
attorno al suo letto, d’allontanare lo spettro di Lord Stafford.[274]
Carstairs anch’esso era morto. La sua fine fu tutta orrore e
disperazione; e sul punto di mandare l’ultimo flato, aveva detto ai
suoi assistenti di gittarlo a guisa d’un cane in un fosso, non essendo
degno di riposare in un cimitero cristiano.[275] Ma Oates e Dangerfield
erano in potere dello austero principe da essi oltraggiato. Giacomo,
breve tempo avanti che ascendesse sul trono, aveva intentato un
processo civile contro Oates per diffamazione; e i giurati lo avevano
condannato a pagare la enorme multa di cento mila lire sterline.[276]
Lo accusato, non potendo pagare, era stato preso, e viveva in carcere
senza speranza d’uscire. Gli Alti Giurati di Middlesex, poche settimane
avanti la morte di Carlo, avevano ammessi contro lui due atti d’accusa
come colpevole di spergiuro. Appena finite le elezioni, si cominciò il
processo.

Tra le classi alte e le medie, ad Oates non rimaneva nè anche un amico.
Tutti i Whig intelligenti erano convinti, che quando anche il suo
racconto fosse in alcun modo fondato sul fatto, egli vi aveva edificato
sopra un romanzo. Un numero considerevole di fanatici, nondimeno, lo
considerava tuttavia come pubblico benefattore. Costoro bene sapevano
che qualora ei fosse convinto di reità, la sua sentenza sarebbe
severissima; e però infaticabilmente studiavansi a procacciargli la
fuga. Quantunque fino allora fosse rinchiuso per debiti, venne posto
in ferri dalle autorità della prigione del Banco del Re; ed anche ciò
non era bastevole a tenerlo in sicura custodia. Al mastino che stava
dinanzi all’uscio del suo carcere, fu dato il veleno; e nella medesima
notte che precedè il suo processo, una scala di fune fu introdotta
nella sua cella.

Il giorno ch’ei fu condotto alla barra, Westminster Hall era affollata
di spettatori, fra’ quali vedevansi molti cattolici romani, ansiosi
di contemplare la miseria e la umiliazione del loro persecutore.[277]
Pochi anni prima, il suo collo corto, le sue gambe ineguali come quelle
d’un tasso, la sua fronte bassa a guisa di quella d’un babbuino, le
sue guance chiazzate di sangue, la mostruosa lunghezza del suo mento,
erano famigliari a quanti frequentavano le corti di giustizia. Era in
que’ giorni diventato l’idolo della nazione: dovunque ei si mostrasse,
ciascuno gli faceva di cappello. La vita e gli averi de’ magnati del
reame erano stati in sua balìa. Ma adesso i tempi erano cangiati; e
molti di coloro che per lo innanzi lo avevano considerato liberatore
della patria, rabbrividivano alla vista di quegli osceni sembianti,
sopra i quali pareva che il dito di Dio avesse scritto: scellerato![278]

E’ fu provato, senza possibilità di dubbio, che questo uomo aveva,
con false testimonianze, premeditatamente assassinate varie persone
innocenti. Egli invocò invano i più eminenti membri del Parlamento,
dai quali era stato ricompensato ed esaltato, perchè testificassero
a favor suo. Parecchi di coloro ch’egli aveva chiamati al tribunale,
assentaronsi. Nessuno disse la minima cosa che tendesse a scolparlo.
Uno di loro, cioè a dire il Conte di Huntingdon, lo rimproverò
aspramente d’avere ingannate le Camere, e gettata sopra esse la colpa
d’aver versato il sangue innocente. I giudici guardavano fieri, ed
avvilirono lo accusato con crudeltà tale, che anche nei casi più
atroci mal conviene al carattere di ministro della giustizia. Eppure
ei non mostrò segno di timore o vergogna, e con la insolenza della
disperazione affrontò la tempesta delle invettive che scoppiava
contro lui dalla barra, dal seggio e dal banco de’ testimoni. Fu
dichiarato convinto sopra ambedue gli atti d’accusa. Quantunque,
moralmente considerata, la sua colpa fosse assassinio della più grave
specie, nondimeno agli occhi della legge era semplice delitto. Il
tribunale, nondimeno, voleva che la pena da darglisi fosse più severa
di quella de’ felloni o traditori, e non solo farlo morire, ma farlo
morire tra orribili tormenti. Fu condannato ad essere spogliato degli
abiti clericali, posto alla gogna in Palace Yard, e condotto attorno
Westminster Hall con un cartello fittogli sulla testa, nel quale fosse
scritta la sua infamia; e posto nuovamente alla gogna di faccia alla
Borsa Reale, fustigato da Aldgate a Newgate, e dopo un intervallo di
due giorni fustigato un’altra volta da Newgate a Tyburn. Se, contro
ogni probabilità, egli fosse sopravvissuto a questa orribile pena,
doveva rimanere in carcere per tutta la vita, donde doveva essere
tratto cinque volte l’anno, e messo alla gogna in diversi luoghi della
metropoli.[279]

La cruda sentenza venne crudamente eseguita. Oates, il giorno in cui
fu posto alla gogna in Palace Yard, sostenne una pioggia di sassate, e
corse pericolo di essere fatto in brani.[280] Ma nella città, i suoi
partigiani si raccolsero, suscitarono un tumulto, e rovesciarono la
gogna.[281] Ciò non ostante, non riuscì loro di liberarlo. Fu creduto
che per sottrarsi all’orrendo destino che lo aspettava, tentasse
d’avvelenarsi: però il cibo e la bevanda furono sottoposti a rigoroso
esame. Il dì seguente, fu tratto fuori di carcere per subire la prima
fustigazione. A buon’ora, innumerevole turba di popolo riempiva tutte
le vie, da Aldgate sino a Old Bailey. Il carnefice menava la frusta
con tanto insolita severità, da mostrare che avesse ricevuto speciali
ammonimenti. Il sangue correva a rivi. Per qualche tempo il colpevole
fece mostra d’una strana costanza; ma in fine, sì ostinata fortezza
gli venne meno. Urlava in modo spaventevole; perdè i sensi più volte:
ma non perciò restava il flagello. Come fu sciolto, e’ parve d’avere
sopportato quanto la forma umana può sopportare senza dissolversi.
Giacomo venne supplicato a risparmiargli la seconda fustigazione. Ei
rispose in brevi e chiare parole: «Dovrà subire la pena finchè gli
rimarrà fiato in corpo.» Tentossi di ottenere la intercessione della
Regina; ma essa sdegnosamente ricusò di dire una sola parola a pro di
un tanto scellerato. Dopo un intervallo di sole quarantotto ore, Oates
fu nuovamente tratto di carcere. Non aveva forza da tenersi in piedi,
e fu d’uopo trascinarlo sopra una treggia a Tyburn. Pareva affatto
insensibile; e i Tory riferivano ch’egli si fosse stordito bevendo
liquori spiritosi. Un tale, che nel secondo giorno contò il numero
delle frustate, affermò che fossero mille settecento. Al tristo uomo
rimase la vita, ma in guisa che gl’ignoranti e i bacchettoni fra’ suoi
ammiratori reputarono la sua guarigione un miracolo, e l’adducevano
come argomento della innocenza di lui. Le porte del carcere gli si
richiusero sopra. Per molti mesi stette incatenato nel più oscuro buco
di Newgate. Fu detto che ivi si abbandonasse alla malinconia, e per
giorni interi sedendo con le mani incrociate, e col cappello fitto in
sugli occhi, mandasse cupi gemiti. E’ non fu nella sola Inghilterra che
questi avvenimenti svegliarono grande interesse. Milioni di cattolici
romani, i quali non sapevano nulla delle nostre istituzioni e fazioni,
avevano udito come nella nostra isola avesse infuriato una barbarissima
persecuzione contro i credenti nella vera fede, come molti uomini pii
avessero patito il martirio, e Tito Oates fosse stato il principale
assassino. E però grande fu la gioia ne’ lontani paesi appena si seppe
che la mano della giustizia divina lo aveva raggiunto. Per tutta
l’Europa correvano certe incisioni, dove egli era rappresentato alla
gogna e in atto di subire la flagellazione; e gli epigrammisti, in
molte lingue, scherzarono sul titolo di dottore ch’egli pretendeva
d’avere ottenuto nella Università di Salamanca, e notavano che non
potendo farlo arrossire in fronte, era giusto che lo facessero
arrossire su per la schiena.[282]

Per quanto orribili fossero i tormenti di Oates, non potevano
agguagliarsi a’ suoi misfatti. Un’antica legge dell’Inghilterra,
che s’era lasciata cadere in disuso, trattava come assassino il
falso testimone, che spergiurando fosse stato cagione di morte
ad alcuno.[283] Ciò era savio ed equo, imperocchè un simigliante
testimonio, davvero è il peggiore degli assassini. Alla colpa di
spargere il sangue innocente, egli aggiunge quella di violare il
più solenne contratto che possa esistere tra uomo e uomo, e di
rendere le istituzioni—alle quali è da desiderarsi che il pubblico
porti rispetto e fiducia—strumento di terribili danni, e obietto di
generale diffidenza. Il dolore cagionato da un assassinio ordinario
non è da paragonarsi al dolore cagionato dallo assassinio, di cui le
corti di giustizia diventano agenti. La semplice estinzione della
vita è piccolissima parte di ciò che rende orribile il patibolo. La
prolungata mortale agonia del condannato, la vergogna e la miseria
de’ suoi congiunti, la macchia d’infamia che discende fino alla
terza o quarta generazione, sono cose più spaventevoli della morte
stessa. Generalmente, potrebbe di sicuro affermarsi che il padre di
una numerosa famiglia si lascerebbe più presto privare di tutti i
propri figliuoli, morti per disgrazia o per malattia, che perdere un
solo di loro per le mani del carnefice. L’assassinio cagionato da
falsa testimonianza è, dunque, la specie più grave degli assassinii;
ed Oates era reo di molti simiglianti assassinii. Nondimeno, non può
giustificarsi la pena che gli venne inflitta. Nel dannarlo ad essere
spogliato dell’abito ecclesiastico e incarcerato a vita, sembra che i
giudici avessero ecceduto il loro potere legale. Certo erano competenti
a infliggere la fustigazione, nè la legge assegnava termine al numero
delle frustate: ma lo spirito della legge manifestamente voleva che
nessun delitto venisse punito con severità maggiore di quella con cui
si puniscono le più atroci fellonie. Il peggiore de’ felloni poteva
essere condannato alla forca. I giudici, secondo che credevano,
dannarono Oates ad essere flagellato a morte. Dire che la legge fosse
difettosa, non è scusa sufficiente: imperocchè le leggi difettive
dovrebbero essere riformate dal Corpo legislativo, non mai stiracchiate
dai tribunali, e, quel che è peggio, stiracchiate a fine di dare
la tortura e la morte. Che Oates fosse uomo malvagio, non è scusa
sufficiente: imperocchè il colpevole è quasi sempre il primo a patire
le severità che poscia si considerano come precedenti per opprimere
l’innocente. Tale era il caso d’Oates. Il flagellare senza misericordia
divenne tosto la punizione ordinaria de’ falli politici di non molta
gravità. Individui accusati di avere imprudentemente profferite parole
ostili al Governo, vennero condannati a tormenti così crudeli, che
essi, con non simulata serietà, chiedevano d’essere processati come
rei di delitti capitali, e mandati alle forche. Avventuratamente, a’
progressi di tanto male posero argine la Rivoluzione, e la Legge de’
Diritti, con quello articolo che condanna ogni punizione crudele e
inusitata.

XX. La ribalderia di Dangerfield non aveva, al pari di quella d’Oates,
cagionata la morte di molte vittime innocenti; perocchè Dangerfield
non si diede al mestiere di testimonio se non quando la congiura era
andata in fumo, e i giurati s’erano fatti increduli.[284] Gli fu
intentato il processo, non come reo di spergiuro, ma per diffamazione.
Mentre ferveva il commovimento cagionato dalla Legge d’Esclusione,
egli aveva stampata una narrazione che conteneva alcuni falsi e odiosi
addebiti contro Carlo e Giacomo. Per tale pubblicazione, egli, dopo
cinque anni, fu improvvisamente preso, condotto innanti al Consiglio
Privato, accusato, processato, convinto, e dannato alla fustigazione
da Aldgate a Newgate, e da Newgate a Tyburn. Lo sciagurato, durante
il processo, tenne sfrontato contegno; ma appena udì profferire la
sentenza, si abbandonò allo strazio della disperazione; si dette per
ispacciato, e scelse un testo biblico per il suo funebre sermone. Il
suo presentimento era giusto. A dir vero, non fu flagellato con tanta
severità con quanta lo era stato Oates; ma non aveva la forza ferrea
della mente e del corpo d’Oates. Dopo la esecuzione della sentenza,
Dangerfield fu posto in una carrozza d’affitto per ritornare al proprio
carcere. Passato il canto di Hatton Garden, un gentiluomo Tory di
Gray’s Inn, di nome Francis, fermò la vettura e gridò con brutale
ironia: «E bene, amico, vi hanno scaldata la schiena stamane?» Il
prigione grondante sangue, infuriato a quell’insulto, gli rispose con
una maledizione. Francis gli avventò tosto al viso una mazzata, che lo
ferì in un occhio. Dangerfield fu portato morente a Newgate. Questo
codardo oltraggio mosse a sdegno gli astanti, i quali posero le mani
addosso a Francis, sì che stettero per farlo in brani. Alla vista
del corpo di Dangerfield, orribilmente lacerato dalle fustigazioni,
molti inchinavano a credere che la sua morte fosse stata massimamente,
se non al tutto, cagionata dalle frustate ricevute. Il Governo e il
Capo Giudice stimarono convenevole darne tutta la colpa a Francis,
il quale, comecchè sembri al più d’essere stato reo d’omicidio
aggravante, fu processato e mandato al patibolo come assassino. Le
sue estreme parole sono uno de’ più curiosi monumenti di que’ tempi.
Quel feroce spirito che lo aveva condotto in sulle forche, gli durò
fino all’ultimo istante della vita. Mescolò vanti di lealtà e ingiurie
contro i Whig con giaculatorie, nelle quali raccomandava l’anima
propria alla misericordia divina. S’era sparsa la voce che la sua
moglie amoreggiasse con Dangerfield, uomo di grande bellezza e famoso
per avventure galanti, e che il marito mosso dalla gelosia gli avesse
avventato il colpo fatale. Il morente marito, con serietà, mezzo
ridicola e mezzo patetica, rivendicò l’onore della consorte, dicendo
ch’ella era una donna virtuosa, che era nata da parenti leali, ed ove
fosse stata propensa a violare la fede coniugale, avrebbe almeno scelto
per drudo un Tory o un Anglicano.[285]

XXI. Verso il medesimo tempo, un accusato che aveva pochissima
somiglianza con Oates o Dangerfleld, comparve avanti la Corte del
Banco del Re. Non v’era illustre capo–parte che fosse mai passato
traverso a molti anni di dissensioni civili e religiose con maggiore
innocenza di Riccardo Baxter. Apparteneva alla classe più mite e
temperata della setta puritana. Allorquando scoppiò la guerra civile,
egli era giovane. Credeva che le Camere avessero ragione, e non ebbe
scrupolo di esercitare l’ufficio di cappellano in un reggimento
dello esercito parlamentare: ma il suo lucido ed alquanto scettico
intendimento, non che il suo forte senso di giustizia, lo tennero
lontano da ogni eccesso. Fece ogni sforzo per frenare la violenza
fanatica della soldatesca. Vituperò i procedimenti dell’Alta Corte di
Giustizia. A tempo della Repubblica ebbe ardimento di manifestare in
molte occasioni, e una volta anche al cospetto di Cromwell, amore e
riverenza alle antiche istituzioni della patria. Mentre la famiglia
reale era in esilio, Baxter passò la vita per lo più in Kidderminster,
esercitando assiduamente i doveri di parroco. Di gran cuore contribuì
alla Ristaurazione, e sinceramente desiderava d’indurre a concordia
gli Episcopali e i Presbiteriani. Perocchè con liberalità, per que’
tempi rarissima, considerava le questioni di politica ecclesiastica di
poco conto in paragone de’ grandi principii del Cristianesimo; ed anco
quando la prelatura era esosa alla potestà dominatrice, non congiunse
mai la propria voce al grido contro i vescovi. Baxter fallì nella
impresa di conciliare le avverse fazioni. Accomunò le proprie sorti a
quelle de’ suoi amici proscritti, ricusò la mitra di Hereford, rinunziò
alla parrocchia di Kidderminster, dedicandosi quasi interamente
agli studi. I suoi scritti teologici, comecchè fossero sì moderati
da non piacere ai bacchettoni d’ogni partito, acquistarono immensa
riputazione. Gli zelanti ecclesiastici lo chiamavano Testa–Rotonda; e
molti Non–Conformisti lo accusavano di Erastianismo e d’Arminianismo.
Ma la integrità del cuore, la purità della vita, il vigore della
intelligenza, la vastità della dottrina erano in lui riconosciute dagli
uomini migliori e più savi d’ogni setta. Le sue opinioni politiche,
malgrado l’oppressione da lui e da’ suoi confratelli sofferta,
erano moderate. Procedeva amico a quel piccolo partito che era in
odio ai Whig ed ai Tory, dicendo di non potere indursi a maledire i
Barcamenanti, qualvolta rammentava Colui che aveva benedetti i facitori
della pace.[286]

In un Commentario al Testamento Nuovo, aveva alquanto amaramente
lamentata la persecuzione che i Dissenzienti pativano. Che gli uomini
i quali per non usare il Libro delle Preghiere, erano stati cacciati
dalle loro case, privati degli averi e sepolti nelle carceri, osassero
mormorarne, tenevasi allora per grave delitto contro lo Stato e la
Chiesa. Ruggiero Lestrange, campione del Governo e oracolo del Clero,
levò il grido di guerra nell’_Osservatore_. Fu intentato un processo.
Baxter chiese gli si concedesse qualche tempo ad apparecchiare la
propria difesa. Nel giorno stesso in cui Oates era posto alla berlina
in Palace Yard, lo illustre capo de’ Puritani, oppresso dagli anni
e dalle infermità, andò a Westminster Hall per fare tale richiesta.
Jeffreys con gran tempesta di rabbia gridò: «Nè anche un minuto per
salvare la sua vita. Io so bene condurmi coi santi egualmente che coi
peccatori. In un lato della berlina adesso sta Oates; e se Baxter fosse
nell’altro, i due più grandi ribaldi del Regno starebbero insieme.»

Quando si aperse il processo in Guildhall, una folla di coloro che
amavano e riverivano Baxter, riempiva la corte. Stava accanto
all’accusato il Dottore Guglielmo Bates, uno de’ più cospicui fra i
teologi Non–Conformisti. Pollexfen e Wallop, rinomatissimi avvocati
Whig, lo difendevano. Pollexfen aveva appena principiato a favellare
avanti ai Giurati, allorquando il Capo Giudice proruppe in queste
oscene parole: «Pollexfen, io vi conosco bene; e vi terrò a mente.
Voi siete il protettore della fazione. Costui è un vecchio ribaldo,
un birbone scismatico, un ipocrita tristo. Odia la Liturgia, e non
vorrebbe altro usare che lunghissimi piagnistei senza libro.» E quindi
sua Signoria levò in alto gli occhi, giunse le mani, e cominciò a
cantare col naso, imitando a suo credere il modo di pregare di Baxter:
«Signore, noi siamo il tuo popolo, il tuo popolo peculiare, il tuo
diletto popolo.» Pollexfen gentilmente rammentò alla corte come la
Maestà del Re defunto avesse reputato Baxter degno d’un vescovato. «E
che ambiva, dunque, il vecchio bestione» esclamò Jeffreys «che non lo
accettò?» Qui il suo furore giunse quasi alla insania. Chiamò Baxter
un cane, e giurò che sarebbe stata semplice giustizia il flagellare un
tanto ribaldo per le vie della città.

Wallop s’interpose, ma non ebbe miglior ventura del suo collega. «Voi
v’immischiate in tutte coteste sudicie cause, o signor Wallop,» disse
il giudice. «I gentiluomini togati dovrebbero aver vergogna d’aiutare
così faziosi ribaldi.» Lo avvocato si provò di nuovo a farsi ascoltare,
ma indarno. «Se non farete il debito vostro,» gridò Jeffreys «ve lo
insegnerò bene io.»

Wallop si pose a sedere; e Baxter tentò di dire qualche parola da sè.
Ma il Capo Giudice gli dette sulla voce con un torrente d’ingiurie e
d’invettive, mescolate con citazioni di Hudibras. «Mio Signore,» disse
il vecchio «sono stato molto biasimato dai Dissenzienti per avere
rispettosamente favellato de’ vescovi.»—«Baxter a favore dei vescovi!»
urlò il Giudice «questa davvero è una cosa buffa! Lo so bene io ciò che
voi intendete per vescovi; furfanti come voi, vescovi di Kidderminster,
faziosi e piagnolosi presbiteriani!» Baxter provossi nuovamente a
parlare, e Jeffreys ad urlare di nuovo: «Riccardo, Riccardo, o che tu
pensi che ti lasceremo attoscar la corte? Riccardo, tu sei un vecchio
furfante. Tu hai scritti tanti libri da riempirne un baroccio, e
ciascuno de’ tuoi libri è pieno, come un uovo, di pensieri sediziosi.
Grazie al cielo, ti terrò io gli occhi addosso. Veggo che molti della
tua confraternita aspettano di vedere quale sarà la sorte del loro
valoroso Don Chisciotte. Ed eccolo lì» seguitò fissando il feroce
sguardo sopra Bates, «ecco lì un Dottore del partito che ti sta presso;
ma, per grazia di Dio onnipotente, vi schiaccerò tutti quanti.»

Baxter stette cheto. Ma uno de’ più giovani avvocati della difesa fece
un ultimo sforzo, e imprese a mostrare come le parole incriminate non
comportassero il costrutto dato ad esse dall’Accusa. A tale scopo si
pose a leggerne il contesto. In un istante fu interrotto dagli urli di
Jeffreys. «Voi non trasformerete la corte in un conventicolo.» E qui
udendo alcuni gemiti che partivano da coloro che circondavano Baxter,
Jeffreys esclamò; «piagnolosi bestioni!»

I testimoni della difesa, fra’ quali erano diversi chierici della
Chiesa Stabilita, stavano lì ad aspettare. Ma il Capo Giudice non volle
ascoltarli. «Crede ella la Signoria vostra,» disse Baxter «che vi siano
Giurati che vogliano dichiarare reo convinto un uomo con un processo
come questo?»—«Ve ne assicuro, Signor Baxter» rispose Jeffreys «non ve
ne date pensiero.» Jeffreys aveva ragione. Gli sceriffi erano strumenti
del Governo. I Giurati, scelti dagli sceriffi fra i più feroci
zelanti del partito Tory, si ritrassero per un momento a deliberare,
e dichiararono Baxter colpevole. «Mio signore,» disse egli partendosi
dalla corte «un tempo eravi un Capo Giudice che mi avrebbe molto
diversamente trattato.» Ed alludeva al suo dotto e virtuoso amico Sir
Matteo Hale. «Non vi è uomo onesto in Inghilterra,» rispose Jeffreys
«che non ti tenga per furfante.»[287]

La condanna per que’ tempi fu mite. Ciò che seguisse fra’ giudici
mentre deliberarono, non può con certezza sapersi. Credettero i
Non–Conformisti, ed è grandemente probabile, che il Capo Giudice fosse
vinto da’ suoi tre confratelli. Dicesi ch’egli proponesse che Baxter
patisse la fustigazione legato a coda di cavallo, e trascinato per le
vie di Londra. La maggioranza stimò che un teologo illustre, al quale
venticinque anni innanzi era stata profferta una mitra, e che adesso
contava anni settanta d’età, sarebbe stato bastevolmente punito della
colpa di poche parole pungenti con una multa e la prigione.[288]

XXII. Il modo onde Baxter fu trattato da un giudice che era membro
del Gabinetto, e il prediletto del sovrano, mostrava, in modo da non
indurre in errore, i sentimenti che in quel tempo il Governo nutriva
verso i Protestanti Non–Conformisti. Ma tali sentimenti erano già
stati manifestati da più forti e terribili segni. Il Parlamento di
Scozia erasi ragunato, Giacomo ne aveva appositamente affrettate le
sessioni, e posposte quelle delle Camere Inglesi, sperando che lo
esempio d’Edimburgo avrebbe prodotto un buono effetto in Westminster;
dacchè il corpo legislativo del suo Regno Settentrionale era ossequioso
al pari di quegli Stati Provinciali che Luigi XIV lasciava trastullare
con alcune delle loro antiche funzioni in Bretagna e in Borgogna.
Nessuno che non fosse episcopale poteva aver seggio nel Parlamento
Scozzese, e nè anche essere elettore; e in Iscozia, un episcopale era
sempre Tory. Da un’assemblea siffattamente costituita, poca era la
opposizione da temersi alle voglie del Re: oltrechè quell’assemblea non
poteva adottare legge che non fosse innanzi approvata da un comitato di
cortigiani.

Tutto ciò che chiese il Governo, venne di leggieri consentito. Rispetto
alle finanze, a dir vero, la liberalità degli Stati Scozzesi era di
poco momento. Dettero, non per tanto, ciò che comportavano i loro
pochi mezzi. Concessero, a perpetuità, alla Corona i dazi già concessi
al Re defunto, e che in allora erano stati estimati a quaranta mila
sterline l’anno. Assegnarono parimente a Giacomo, sua vita durante, una
rendita annua di duecento sedici mila lire scozzesi; somma equivalente
a diciotto mila lire sterline. La intera somma che poterono concedere,
fu di sessanta mila lire sterline l’anno; poco più di quello che
versavasi ogni quindici giorni nello Scacchiere Inglese.[289]

Avendo poca pecunia da dare, gli Stati supplirono al difetto con
proteste di lealtà e barbari ordinamenti. Il Re, in una lettera, che
venne loro letta nel dì in cui si aprì la sessione, li richiedeva
con virulente parole di fare nuove leggi penali contro gli ostinati
presbiteriani, e si mostrava dolente che le faccende dello Stato
gl’impedissero di proporle egli stesso in persona dal trono. I suoi
comandamenti furono obbediti. Passò senza ostacolo uno statuto formato
da’ Ministri della Corona, il quale anche fra gli statuti di quello
sventurato paese e di quel tempo sventuratissimo, è predistinto per
atrocità. Fu decretato, con poche ma enfatiche parole, che chiunque
avesse osato predicare in un conventicolo in casa, o intervenire come
predicatore o come uditore ad un conventicolo all’aria aperta, sarebbe
stato punito con la morte e la confisca de’ beni.[290]

XXIII. Questa legge, approvata ad istanza del Re da un’assemblea
schiava delle voglie di lui, è degna di particolare considerazione:
imperciocchè dagli scrittori ignoranti Giacomo è stato giudicato come
principe lesto di cervello e poco giudizioso nella scelta dei mezzi,
ma intento ad uno de’ fini più nobili cui possa tendere un Sovrano; a
quello, cioè, di stabilire la piena libertà religiosa. Nè può negarsi
che alcune parti della sua vita, ove si sceverino dallo insieme e
superficialmente si considerino, sembrano far credere tale il suo
carattere.

Mentre egli era suddito, aveva per molti anni patita la persecuzione,
la quale aveva in lui prodotti gli effetti consueti. La sua mente,
torpida e angusta come ella era, aveva profittato di quella severa
disciplina. Allorchè fu escluso dalla Corte, dallo Ammiragliato e dal
Consiglio, e stette in pericolo di rimanere escluso anco dal trono,
solo perchè non sapeva frenarsi dal credere nella transustanziazione
e nella autorità della Sede Romana, progredì così rapidamente nelle
dottrine della tolleranza, da lasciarsi addietro Milton e Locke.
Qual cosa, diceva di sovente, può essere più ingiusta che il punire
le speculazioni dello intelletto con pene che dovrebbero infliggersi
ai soli atti? Quale più impolitica che il rifiutare i servigi de’
buoni soldati, marinai, giureconsulti, diplomatici, finanzieri, solo
perchè professano dottrine erronee intorno al numero de’ sacramenti o
alla pluripresenza de’ Santi? Aveva imparato a mente i luoghi comuni
che tutte le sètte ripetono con tanta facondia semprechè patiscono
oppressione, e dimenticano con tanta facilità semprechè possono rendere
il contraccambio. E veramente, ei recitava così bene la sua lezione,
che coloro ai quali fosse accaduto di udirlo favellare intorno a quella
materia, gli davano più credito di buon senso e di eloquenza, ch’ei
veramente non meritasse. Con la manifestazione de’ suoi principii,
egli illudeva molti spiriti accesi di carità del prossimo, e forse
sè stesso. Ma il suo zelo pei diritti della coscienza finì al finire
del predominio del partito Whig. Come la fortuna cangiò, come egli
più non ebbe timore delle persecuzioni altrui, come ebbe in mano la
potestà di perseguitare gli altri, le vere inclinazioni dell’indole sua
cominciarono a mostrarsi. Abborriva i Puritani con odio multiforme,
con odio religioso, politico, ereditario e personale. Gli considerava
come nemici di Dio, nemici della autorità legittima nella Chiesa e
nello Stato, nemici della bisava, dell’avo, del padre, della madre, del
fratello, e suoi propri. Egli, che si era così altamente doluto delle
leggi contro i papisti, adesso affermò di non sapere immaginare in
che modo altri potesse avere la impudenza di proporre la revoca delle
leggi contro i Puritani.[291] Egli, il cui têma prediletto era stato
la ingiustizia di imporre agli ufficiali civili giuramenti religiosi,
stabilì in Iscozia, mentre vi governava da vicerè, il più severo atto
di prova religiosa che fosse mai conosciuta nel Regno.[292] Egli, che
aveva mostrata giusta indignazione allorquando i sacerdoti della sua
fede venivano appesi alle forche e squartati, spassavasi a udire le
strida de’ Convenzionisti, e a vederli contorcersi mentre sentivansi
dirompere le gambe nello stivaletto.[293] Così, divenuto Re, chiese
subito ed ottenne dagli ossequiosi Stati di Scozia, come il più sicuro
pegno della lealtà loro, la legge più sanguinaria che sia stata mai
fatta nell’isola nostra contro i Protestanti Non–Conformisti.

XXIV. Con questa legge pienamente concordava lo spirito di tutta
l’amministrazione del Governo. La feroce persecuzione che infuriò
mentre egli era vicerè in Iscozia, si fece più ardente che mai il
giorno che ei divenne sovrano. Quelle Contee in cui i Convenzionisti
erano in maggior numero, furono abbandonate alla licenza della
soldatesca. A’ soldati era mescolata una milizia cittadina, composta
de’ più violenti e dissoluti tra coloro che si chiamavano Episcopali.
Predistinguevansi fra le bande che opprimevano e devastavano quei
malarrivati distretti, i dragoni capitanati da Giovanni Graham di
Claverhouse. Corse la voce che questi uomini malvagi erano soliti,
ne’ loro baccani, giuocare ai tormenti dello inferno, e chiamarsi
vicendevolmente coi nomi de’ demoni e delle anime dannate.[294] Il
capo di questo inferno sulla terra, soldato insigne per coraggio e
perizia nell’arte militare, ma rapace e profano, d’indole violenta e
di cuor duro, ha lasciato un nome, che, in qualunque luogo del globo
stanzi la razza scozzese, è ricordato con odio peculiare e fortissimo.
Riepilogare in brevi pagine tutti i delitti con che costui e i suoi
pari spinsero alla frenesia il contadiname delle pianure occidentali,
sarebbe opera interminabile. Servano pochi esempi, che trarrò tutti
dalla storia di soli quindici giorni; quegli stessi quindici giorni in
cui il Parlamento Scozzese, alle premurose richieste di Giacomo, fece
una nuova legge di non mai udita severità contro i Dissenzienti.

Giovanni Brown, povero vetturino della Contea di Lanark, era, a
cagione della sua esimia pietà, comunemente chiamato il vetturino
cristiano. Molti anni dopo, allorchè la Scozia giunse a godere pace,
prosperità e libertà religiosa, i vecchi che serbavano ricordo de’
giorni della sciagura, lo descrivevano come uomo versato nelle cose
divine, di vita intemerata, e d’indole così pacifica, che i tiranni
non poterono trovare in lui altra colpa, che d’essersi allontanato
dal culto pubblico degli Episcopali. Il dì primo di maggio, egli
stava a segar fratte, allorchè fu preso dai dragoni di Claverhouse,
esaminato all’infretta, convinto di non–conformismo, e dannato a
morire. Dicesi che anche fra i soldati non trovossi chi volesse fare
da carnefice; imperocchè la moglie del povero uomo era lì presente,
aveva per mano un fanciulletto, ed era agevole accorgersi che tra breve
avrebbe dato nascimento ad un’altra creatura; ed anche quegli uomini
di cuore duro e feroce, che si soprannominavano Belzebù ed Apollione,
sentivano raccapriccio della scelleratezza di ucciderle in faccia il
marito. Questi, infrattanto, levando alto lo spirito per la prossima
sua partita verso l’eternità, mandava alte e fervide preci come uomo
ispirato, allorchè Claverhouse invaso di furore lo stese a terra
morto con un’archibugiata. Fu riferito da testimoni degni di fede,
che la vedova nella sua dolorosa disperazione gridasse: «Ebbene, o
signore, ebbene! verrà il giorno da renderne conto;» e che lo assassino
rispondesse: «Agli uomini posso rispondere di ciò che ho fatto; in
quanto a Dio, so io il modo di farlo star cheto.» Nonostante, corse
voce che anche sull’arida coscienza e sull’adamantino cuore di lui, i
detti della morente vittima facessero tale un’impressione, che non fu
mai cancellata.[295]

Il dì quinto di maggio, due artigiani, detti Pietro Gillies e Giovanni
Bryce, furono processati nella Contea di Ayr da un tribunale militare,
composto di quindici soldati. Esiste tuttora l’Atto d’Accusa. I
prigioni erano incolpati, non di alcun fatto di ribellione, ma di
tenere le medesime perniciose dottrine che avevano spinto altrui a
ribellare, e di non avere agito giusta quelle dottrine solo perchè era
mancata loro l’occasione. Il processo fu brevissimo: in poche ore i due
colpevoli furono convinti, impiccati e gettati in un fosso sotto le
forche.[296]

Il giorno undecimo di maggio fu segnalato da più d’un grande delitto.
Taluni rigorosi calvinisti, dalla dottrina della riprovazione avevano
dedotta la conseguenza, che pregare per chi fosse predestinato a
dannarsi, era atto di ribellione agli eterni decreti dell’Ente Supremo.
Tre poveri lavoranti, profondamente imbevuti di cotali principii,
furono presi da un ufficiale nelle vicinanze di Glasgow. Fu loro
chiesto se volessero pregare pel Re Giacomo VII. Assentirono di farlo,
a condizione ch’egli fosse uno degli eletti. Una fila di moschettieri
fu fatta schierare. I due prigioni inginocchiaronsi; vennero loro
bendati gli occhi; e un’ora dopo d’essere stati presi, il sangue loro
era leccato dai cani.[297]

Mentre tali cose seguivano in Clydesdale, un atto non meno orribile
commettevasi in Eskdale. Uno de’ Convenzionisti proscritti, vinto
dalla infermità, aveva trovato ricovero nella casa d’una vedova
rispettabile, e quivi era morto. Il cadavere fu scoperto dal signore di
Westerhall, tirannello, che al tempo della Convenzione aveva mostrato
stemperatissimo zelo a pro della Chiesa presbiteriana, e dopo la
Restaurazione comprato con l’apostasia il favore del Governo, e sentiva
pel partito da lui abbandonato l’odio implacabile d’un apostata. Costui
atterrò la casa della povera donna, se ne prese la roba, e lasciando
lei coi figlioletti ad errare su per la campagna, trascinò il suo
figlio Andrea, ancora fanciullo, dinanzi a Claverhouse, il quale a caso
passava per quelle contrade. Claverhouse era a quei tempi stranamente
mite. Alcuni credevano ch’egli, dopo la morte del vetturino cristiano
successa dieci giorni prima, non fosse affatto in sè. Ma Westerhall,
volendo porgere argomento della propria lealtà, giunse ad estorcere da
lui la licenza. Caricati gli archibusi, al giovanetto fu ingiunto di
tirarsi il berretto in su gli occhi. Ei rifiutò e stette imperterrito,
tenendo in mano la Bibbia in faccia agli assassini. «Vi posso guardare
in viso,» disse egli, «io non ho fatto nulla di cui debba arrossire. Ma
in che modo guarderete voi in quel giorno nel quale sarete giudicati
secondo ciò che è scritto in questo libro?» Cadde morto, e fu
sotterrato nel pantano.[298]

Nel dì medesimo, due donne, di nome Margherita Maclachlan e Margherita
Wilson, vedova d’età matura l’una, giovinetta di anni diciotto
l’altra, morirono per la loro religione nella Contea di Wigton. Fu
loro offerta la vita a patto che consentissero ad abiurare la dottrina
dei ribelli Convenzionisti, e d’assistere al culto episcopale. E
ricusando, furono condannate ad essere annegate. Vennero condotte ad
un luogo che il Solway inonda due volte al giorno, e legate a due pali
fitti nella sabbia tra il segno più basso e il più alto del flusso e
riflusso dell’acque. La vedova fu posta più davvicino alle onde che
s’avanzavano, con la speranza che la sua suprema agonia atterrendo la
giovine, l’avrebbe indotta a cedere. Lo spettacolo fu spaventevole.
Ma il coraggio della sopravvivente fu sostenuto da un entusiasmo
grandissimo, al pari di qualunque altro di cui faccia ricordo il
martirologio. Vedeva il mare farsi sempre più da presso, ma non dette
segno di paura. Pregò, e cantò versetti di salmi, finchè la sua voce si
estinse nelle acque. Dopo che ebbe sentita l’amarezza della morte, con
crudele misericordia, fu slegata e resa alla vita. Risensata, gli amici
e i vicini impietositi la supplicavano a cedere. «Cara Margherita, di’
solamente: Dio salvi il Re!» La povera fanciulla, ognor ferma nella sua
severa credenza, con voce affannosa mormorò: «Dio lo salvi, se tale è
la sua volontà!» I suoi amici affollaronsi dattorno all’impazientito
ufficiale: «Ella l’ha detto; davvero, signore, ella lo ha detto.»—«Farà
ella l’abiura?» chiese l’ufficiale. «Giammai,» ella esclamò. «Io sono
di Cristo, lasciatemi morire.» E le acque per l’ultima volta le si
chiusero sopra.[299]

In tal guisa la Scozia era governata da quel principe che gl’ignoranti
hanno rappresentato come amico alla libertà religiosa, che ebbe la
sventura d’essere troppo savio e buono per il tempo in cui gli toccò
di vivere. Che anzi, ei pensava che quelle stesse leggi le quali gli
concedevano di governare a quel modo, fossero assai miti. Mentre i
suoi ufficiali commettevano i raccontati assassinii, egli istigava il
Parlamento scozzese a fare una nuova legge, in paragone della quale
tutte le precedenti potrebbero chiamarsi temperatissime.

In Inghilterra l’autorità di lui, benchè grande, era infrenata da
antiche e venerande leggi, che nè anche i Tory avrebbero con pazienza
veduto rompere. Quivi ei non poteva tradurre i Dissenzienti dinanzi
ai tribunali militari, o gioire in Consiglio della voluttà di vederli
svenire sotto la tortura dello stivaletto. Quivi non poteva annegare le
fanciulle ricusanti di fare l’abiura, o fucilare i poveri campagnuoli
che avessero dubitato lui essere uno degli eletti. Eppure, anco
in Inghilterra, continuò a perseguitare, per quanto il suo potere
si estendeva, i Puritani; finchè gli eventi che verranno da noi
raccontati, lo indussero a concepire la idea di unire i Puritani e i
Papisti in colleganza, onde umiliare e spogliare la Chiesa Anglicana.

XXV. Anche in que’ primi anni del suo regno, ei portava singolare
affetto ad una setta di protestanti Dissenzienti, chiamata la Società
degli Amici. La sua parzialità per questa singolare confraternita
non può attribuirsi a sentimento religioso, perocchè fra i credenti
nella divina missione di Cristo, i Cattolici Romani e i Quacqueri sono
quelli fra’ quali è maggiore distanza. Parrebbe un paradosso affermare
che questa medesima discrepanza costituisse un vincolo tra gli uni e
gli altri: eppure tale era il caso. Imperciocchè essi deviavano in
direzione cotanto opposta da ciò che dalla maggior parte della nazione
era reputato vero, che perfino gli spiriti più liberi li consideravano
entrambi come egualmente discosti dai confini della più larga
tolleranza. Così le due sètte estreme, appunto perchè erano tali,
avevano un interesse comune, diverso da quello delle sètte intermedie.
I Quacqueri erano anche innocenti d’ogni offesa contro Giacomo e la sua
casa. Non erano esistiti in forma di comunità, se non quando la guerra
tra il padre di lui e il Lungo Parlamento era presso a finire. Erano
stati crudelmente perseguitati da alcuni de’ governi rivoluzionarii.
Dopo la Restaurazione, malgrado molte vessazioni, eransi mansuetamente
sottomessi alla autorità regia; come quelli che, quantunque ragionando
sopra premesse che i teologi anglicani consideravano eterodosse,
s’erano ridotti al pari di essi alla conclusione, che nessuno eccesso
di tirannia dalla parte del principe può giustificare la resistenza
dalla parte del suddito. Nessun libello contro il Governo era stato
mai attribuito ad un Quacquero.[300] Niuno di loro era stato implicato
mai in qualche congiura contro il Governo. La loro società non aveva
fatto eco ai clamori per la Legge d’Esclusione, ed aveva solennemente
riprovata la Congiura di Rye House come disegno infernale e opera del
demonio.[301] E veramente, gli Amici allora presero poca parte nelle
civili contese; perciocchè non trovavansi, come adesso, congregati
nelle grandi città, ma generalmente erano addetti all’agricoltura;
occupazione, dalla quale a poco a poco sono stati distolti per le
vessazioni derivate loro dallo strano scrupolo di pagare la decima.
Vivevano, quindi, molto lontani dalla lotta politica. Evitavano
parimente, per principio, anco nel domestico ritiro, ogni discorso
politico; avvegnachè il ragionare di siffatte cose, secondo l’opinione
loro, non fosse favorevole alla spiritualità della mente, e tendesse
a disturbare l’austera compostezza del loro contegno. Nelle annuali
ragunanze di quei tempi, i confratelli venivano ripetutamente ammoniti
a non discorrere intorno a faccende di Stato.[302] Persone che oggi
sono in vita, rammentano come que’ vecchi venerandi che serbavano i
costumi dell’antecedente generazione, riprovassero per sistema tali
discorsi mondani.[303] Era, dunque, naturale che Giacomo facesse gran
distinzione tra questa gente innocua, e quelle fiere e irrequiete
sètte che consideravano qual dovere di Cristiano il resistere alla
tirannide; che in Germania, in Francia e in Olanda avevano mossa guerra
ai principi legittimi, e che pel corso di quattro generazioni avevano
nutrita singolare nimistà contro la Casa degli Stuardi.

Accadde, inoltre, di potere grandemente alleggiare i Cattolici Romani
e i Quacqueri, senza mitigare le sciagure dei Puritani. Una legge,
allora in vigore, puniva severamente chiunque ricusasse di prestare il
giuramento di supremazia quante volte venisse richiesto. Questa legge
non toccava i Presbiteriani, gl’Indipendenti o i Battisti, imperocchè
tutti erano pronti a chiamare Dio in testimonio onde provare com’essi
avessero rinunziato ad ogni relazione spirituale coi prelati e co’
potentati forestieri. Ma il Cattolico Romano non voleva giurare che il
Papa non avesse giurisdizione in Inghilterra, nè il Quacquero prestare
giuramento di nessuna specie. Dall’altra parte, nè l’uno nè l’altro era
colpito dal così detto Five Mile Act; legge che tra tutte quelle le
quali contenevansi nel Libro degli Statuti, era forse la più molesta ai
Puritani Non–Conformisti.[304]

XXVI. I Quacqueri avevano in Corte uno zelante e potente avvocato.
Benchè, come classe, poco s’immischiassero nelle cose del mondo, e
schivassero le politiche, quale occupazione nociva ai loro interessi
spirituali; uno di loro, molto dagli altri predistinto per grado ed
opulenza, viveva fra le alte classi, ed aveva sempre aperta la via
all’orecchio del Re. Costui era il celebre Guglielmo Penn. Il padre
suo aveva avuto alto comando nella flotta, era stato commissario
dell’ammiragliato, aveva seduto nel Parlamento, era stato fatto
cavaliere, e gli era stata data la speranza d’una paría. Il figlio
era stato educato liberalmente, e destinato alla professione delle
armi: se non che, mentre era ancora giovane, aveva danneggiato il
proprio avvenire e disgustati gli amici, collegandosi a quella che a
que’ tempi comunemente consideravasi come masnada di stolti eretici.
Era stato talvolta chiuso nella prigione della Torre, tal’altra a
Newgate. Era stato processato in Old Bailey, per avere predicato in
onta alla legge. Nondimeno, dopo qualche tempo erasi riconciliato
con la propria famiglia, e gli era riuscito ottenere protezione così
potente, che mentre tutte le carceri dell’Inghilterra erano ripiene
de’ suoi confratelli, a lui fu per molti anni permesso di professare
senza molestia la propria credenza. Verso la fine del regno di Carlo,
per saldo di un vecchio debito che aveva con lui la Corona, ottenne
la concessione nell’America Settentrionale, d’un’immensa contrada
allora popolata soltanto di cacciatori Indiani, e invitò i suoi amici
perseguitati a stabilirvisi. Allorchè Giacomo salì sul trono, la
colonia di Penn era tuttavia nella infanzia.

Tra Giacomo e Penn da lungo tempo era stata dimestichezza. Il
Quacquero, quindi, divenne cortigiano, e quasi prediletto. Ciascun
giorno dalla galleria era chiamato alle segrete stanze del principe,
e talvolta aveva lunghe udienze, intanto che i Pari del Regno stavano
ad aspettare nelle anticamere. Corse voce ch’egli avesse più potenza
effettiva di giovare e di nuocere, di quanta ne avessero molti nobili
che occupavano alti uffici. Tosto fu circuito da adulatori e da
supplicanti. La sua casa in Kensington talvolta, verso l’ora in cui si
levava da letto, era affollata da più di dugento chiedenti. Nondimeno,
caro gli costava tale apparenza di prosperità. Anche gli uomini della
sua setta lo trattavano con freddezza, e lo ricompensavano de’ servigi
loro resi, parlandone male. Lo accusavano altamente d’essere papista,
anzi gesuita. Taluni affermavano ch’egli fosse stato educato in
Saint–Omer, ed altri che avesse ricevuti gli ordini sacri in Roma. Tali
calunnie, a dir vero, potevano trovare credenza solo nella insensata
moltitudine; ma a queste calunnie mescolavansi accuse assai meglio
fondate.[305]

Il dire intera la verità intorno a Penn, è impresa che richiede
qualche coraggio; perocchè egli è più presto un personaggio mistico
che storico. Nazioni rivali e sètte avverse fra loro, sono state
concordi a canonizzarlo. La Inghilterra va orgogliosa del nome di
lui. Una grande Repubblica oltre l’Atlantico, gli porta una riverenza
simile a quella che gli Ateniesi sentivano per Teseo e i Romani per
Quirino. La spettabile società di cui egli era membro, l’onora come un
apostolo. Gli uomini pii d’altre credenze, generalmente, lo considerano
come splendido esempio di virtù cristiana. Frattanto, ammiratori di
differentissima specie ne hanno celebrate le lodi. I filosofi francesi
del secolo decimottavo gli perdonavano quelle ch’essi chiamavano
superstiziose fantasticherie, in grazia dello spregio in cui teneva
i preti, e della benevolenza cosmopolita, che egli imparzialmente
mostrava agli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni. In tal
modo il nome di lui, per tutto il mondo incivilito, è divenuto sinonimo
di probità e di filantropia.

Nè egli è al tutto immeritevole di questa grande riputazione. Fuori
d’ogni dubbio, era uomo d’insigni virtù. Aveva un forte sentimento de’
doveri religiosi, ed un fervido desiderio di promuovere la felicità del
genere umano. In uno o due punti d’alta importanza, egli aveva idee
più esatte di quelle che erano, nel suo tempo, comuni anche fra gli
uomini di mente elevata; e come signore e legislatore d’una provincia,
la quale, essendo quasi priva d’abitatori allorquando egli ne ebbe il
possesso, gli apriva un campo vergine da farvi morali esperimenti,
ebbe la rara e buona ventura di potere porre in pratica le proprie
teorie senza patti di nessuna sorta, e nondimeno senza scossa per
le istituzioni esistenti. E’ sarà sempre onorevolmente ricordato
come fondatore d’una colonia, la quale nelle sue relazioni con genti
selvagge non abusò della forza che nasce dallo incivilimento, e
come legislatore il quale, in un tempo di persecuzione, fece della
libertà religiosa la pietra angolare della politica. Ma la vita e gli
scritti suoi porgono abbondevoli prove che testificano come egli non
fosse uomo di vigoroso giudicio. Non aveva l’arte di leggere addentro
nell’indole altrui. La fiducia ch’ei poneva in genti meno di lui
virtuose, lo trasse in gravi errori ed infortunii. Lo entusiasmo per un
gran principio, sovente lo spingeva a violarne altri ch’egli avrebbe
dovuto tener sacri. Nè la sua rettitudine stette salda alle tentazioni
alle quali ei rimaneva esposto in quella società splendida e culta, ma
profondamente corrotta, con cui alla Corte di Re Giacomo egli usava.
Tutta la Corte era in perpetuo fermento d’intrighi di galanteria e
d’intrighi d’ambizione. Continuo era il traffico degli onori, degli
uffici e delle grazie. Era perciò naturale che un uomo il quale ogni
giorno vedevasi in palazzo, e, siccome era a tutti noto, aveva libero
accesso alla regia maestà, venisse frequentemente importunato ad usare
la propria influenza per fini che una rigorosa morale debbe condannare.
La integrità di Penn era rimasta incrollabile contro gli assalti della
maldicenza e della persecuzione. Ma poscia, aggredito dai sorrisi del
Re, dalle blandizie delle donne, dalla insinuante eloquenza e dalle
delicate lusinghe de’ vecchi diplomatici e cortigiani, la sua fermezza
cominciò a cedere. Titoli e frasi, già da lui spesso riprovati, gli
uscivano, secondo le occasioni, dalle labbra e dalla penna. Non sarebbe
nessun male ove egli non fosse stato reo di altro che d’essersi
lasciato andare ai complimenti mondani. Sventuratamente, non può
nascondersi come egli fosse parte precipua in certi fatti, condannati
non solo dal rigido codice della Società cui egli apparteneva, ma
dal senso universale di tutti gli uomini onesti. Protestò, poi,
solennemente che le sue mani erano pure d’ogni illecito guadagno, e
che non aveva ricevuta gratificazione nessuna da coloro i quali erano
stati da lui giovati, quantunque gli sarebbe stato facile, mentre aveva
influenza in Corte, mettere insieme centoventimila lire sterline.[306]
Tale asserzione è degna di piena fede. Ma la mancia si può offrire
alla vanità come si offre alla cupidigia; ed è impossibile negare che
Penn, blandito, si lasciò condurre a fatti ingiustificabili, de’ quali
altri raccolse gli utili.

XXVII. L’uso ch’ei primamente fece del proprio credito, fu altamente
commendevole. Espose con vigorosa eloquenza i patimenti dei Quacqueri
al nuovo Re, il quale con gioia vide come fosse possibile concedere
il perdono a cotesti tranquilli settarii e ai Cattolici Romani, senza
mostrare simile favore alle altre sètte parimente perseguitate. Fu
fatta una lista de’ prigioni che erano sotto processo come rei di
non avere voluto prestare giuramento, o andare alla chiesa, e il
certificato della cui lealtà era stato presentato al Governo. Costoro
furono assoluti, ordinandosi ad un tempo di non intentare simiglianti
processi, finchè non fosse resa manifesta la volontà del Re. In tal
guisa circa millecinquecento Quacqueri, ed anche un maggior numero di
Cattolici Romani riebbero la libertà loro.[307]

Era già arrivato il tempo in cui doveva adunarsi il Parlamento inglese.
I membri della nuova Camera de’ Comuni giunti alla metropoli, erano
così numerosi, da dubitarsi molto se la sala loro, così come era, li
potesse contener tutti. Spesero i giorni che immediatamente precessero
l’apertura della sessione, a ragionare tra loro e con gli agenti
del Governo intorno alle pubbliche faccende. Una gran ragunanza del
partito realista fu tenuta a Fountain Tavern nello Strand; e Ruggiero
Lestrange, che di recente dal Re era stato fatto cavaliere ed eletto al
Parlamento dalla città di Winchester, fu parte principale nelle loro
consulte.[308]

Conobbesi tosto, che molti della Camera dei Comuni avevano idee
che non concordavano interamente con quelle della Corte. I Tory
gentiluomini di provincia, senza escluderne quasi nessuno, volevano
mantenere l’Atto di Prova e l’_Habeas Corpus_; e taluni di loro
parlavano di votare la rendita solo per un certo numero d’anni. Ma
erano prontissimi a far leggi severe contro i Whig, e avrebbero
volentieri veduto tutti i propugnatori della Legge d’Esclusione
dichiarati incapaci d’occupare gli uffici. Il Re, dall’altro canto,
desiderava ottenere dal Parlamento una rendita a vita, l’ammissione
dei Cattolici Romani agl’impieghi, e la revoca dell’_Habeas Corpus_.
Queste tre cose gli stavano a cuore; e non era per nulla disposto ad
accettare come compenso una legge penale contro gli Esclusionisti.
Tale, legge, invece gli sarebbe stata assai sgradevole; imperciocchè
una classe di Esclusionisti godeva i suoi favori; quella classe, io
dico, di cui Sunderland era rappresentante, che erasi collegata coi
Whig nei dì della congiura, solo perchè i Whig predominavano, e che
aveva mutata faccia al cangiare della fortuna. Giacomo giustamente
considerava cotesti rinnegati come i più utili strumenti di cui potesse
giovarsi. Dai Cavalieri, uomini di fervido cuore, che gli erano stali
fidi nell’avversità, non avrebbe potuto aspettarsi nella prosperità una
cieca obbedienza. Coloro i quali spinti, non dallo zelo per la libertà
e la religione, ma solamente da egoistica cupidigia e paura, avevano
cooperato ad opprimerlo quando trovavasi debole, erano pur troppo gli
uomini che, spinti da simile paura e cupidigia, lo avrebbero aiutato,
adesso ch’era forte, ad opprimere il suo popolo.[309] Quantunque ei
fosse vendicativo, non lo era senza ragione. Non può ricordarsi un solo
esempio in cui egli mostrasse generosa commiserazione a coloro che lo
avevano avversato onestamente e per il bene pubblico. Ma di frequente
risparmiava e promoveva coloro che per qualche vile motivo s’erano
indotti ad offenderlo: imperocchè quella abiettezza che li manifestava
come opportuni strumenti di tirannide, era agli occhi suoi cosa di
tanto pregio, che la perdonava anche quando veniva adoperata a suo
danno.

I desiderii del Re furono manifestati per diverse vie ai membri Tory
della Camera Bassa. Fu agevole persuadere la maggior parte di loro a
deporre ogni pensiero di una legge penale contro gli Esclusionisti,
ed a consentire di concedere alla Maestà Sua la rendita a vita. Ma
rispetto all’Atto di Prova e all’Habeas Corpus, gli emissarii del
Governo non poterono ottenere assicurazioni soddisfacenti.[310]

XXVIII. Il dì diciannovesimo di Maggio fu aperta la sessione. I seggi
della Camera de’ Comuni presentavano un singolare spettacolo. Il
grande partito che negli ultimi tre Parlamenti aveva predominato,
era adesso diventato una misera minoranza, essendo poco più della
quindicesima parte di tutti i rappresentanti. Dei cinquecento tredici
Cavalieri e borghesi, solo cento trenta cinque nei precedenti tempi
avevano seduto in quel luogo. È cosa evidente che una congrega
d’uomini nuovi ed inesperti, doveva essere, in alcuni importantissimi
requisiti, al disotto di quel che generalmente sono le nostre assemblee
legislative.[311]

L’ufficio di dirigere la Camera fu affidato da Giacomo a due Pari del
Regno di Scozia. Uno di essi, Carlo Middleton, conte di Middleton,
dopo d’avere occupato in Edimburgo uffici cospicui, era stato ammesso,
poco avanti la morte di Carlo, al Consiglio Privato, e nominato uno
de’ Segretarii di Stato. A lui fu aggiunto Riccardo Graham, visconte
Preston, che per lungo tempo aveva tenuto il posto d’inviato a
Versailles.

La prima faccenda di cui si occupassero i Comuni, fu quella d’eleggere
un Presidente. Era stato lungamente discusso nel Gabinetto chi dovesse
essere l’uomo da scegliersi. Guildford aveva raccomandato Sir Tommaso
Meres, il quale, come lui, apparteneva alla classe de’ Barcamenanti.
Jeffreys, che non lasciava fuggire occasione alcuna per molestare il
Lord Cancelliere, sosteneva la candidatura di Sir Giovanni Trevor.
Costui, che era cresciuto facendo mezzo il beccaliti e mezzo il
giocatore, aveva portato nella vita politica sentimenti e principii
degni d’ambedue i suoi mestieri; era divenuto parassito del Capo
Giudice, e in ogni caso avrebbe potuto imitare, non senza riuscita, lo
stile vituperevole del suo protettore. Il prediletto di Jeffreys, come
era da aspettarsi, venne preferito da Giacomo; e proposto da Middleton,
fu eletto senza opposizione.[312]

XXIX. Fin qui le cose procedettero senza intoppo. Ma un avversario
di non comune prodezza, vigilava aspettando l’ora di mostrarsi. Era
questi Eduardo Seymour, del Castello di Berry Pomeroy, rappresentante
della città d’Exeter. La sua nascita lo agguagliava ai più nobili
sudditi d’Europa. Egli era il legittimo discendente maschio di quel
Duca di Somerset, che era stato cognato ad Enrico VIII, e Protettore
del Regno d’Inghilterra. Secondo l’antico diploma di creazione del
ducato di Somerset, il figlio maggiore del Protettore era stato
posposto al più giovane, dal quale discendevano i Buchi di Somerset.
Dal primogenito discendeva la famiglia stabilita a Berry Pomeroy. Le
ricchezze di Seymour erano grandi, e vasta la sua influenza nelle
contrade occidentali dell’Inghilterra. Nè la sua sola importanza era
quella che gli derivava dal sangue e dall’opulenza. Era uno de’ più
destri favellatori e degli uomini di affari nel Regno: aveva per molti
anni seduto nella Camera de’ Comuni, ne aveva studiato le regole e gli
usi, e ne intendeva perfettamente l’indole. Nel regno decorso era stato
eletto Presidente, con circostanze che resero peculiarmente onorevole
quell’ufficio. Pel corso di molte generazioni, nessuno che non fosse
giureconsulto era stato chiamato al seggio presidenziale; ed egli fu
il primo gentiluomo di provincia, il quale, in grazia dell’abilità e
doti sue, ruppe quella antica costumanza. Aveva poscia occupati alti
uffici politici, ed era stato membro del Gabinetto. Ma il suo altero
e non pieghevole carattere spiacque tanto, che gli fu forza ritrarsi.
Era Tory e partigiano della Chiesa Anglicana; aveva intrepidamente
avversata la Legge d’Esclusione; era stato perseguito dai Whig mentre
le sorti loro volgevano prospere: poteva quindi con sicurtà rischiarsi
a favellare con tale un linguaggio, che qualunque altro uomo sospettato
di sentimenti repubblicani, usandolo, sarebbe stato gettato dentro la
Torre. Era stato lungo tempo capo di una forte colleganza parlamentare,
che chiamavasi l’Alleanza Occidentale, e comprendeva molti gentiluomini
delle Contee di Devon, Somerset e Cornwall.[313]

In tutte le Camere de’ Comuni, un membro che abbia eloquenza, sapere
e pratica degli affari, e insieme ricchezze ed illustre nascimento, è
d’uopo che venga altamente predistinto. Ma in una Camera dalla quale
erano esclusi molti degli oratori e de’ periti eminenti del secolo, e
che era popolata di genti che non avevano mai udita una discussione,
la influenza d’un tanto uomo era singolarmente formidabile. Veramente,
a Seymour mancava il peso del carattere morale, come colui che era
licenzioso, profano, corrotto, e così superbo da sdegnare ogni
cortesia, e tuttavia non tanto da aborrire dagli illeciti guadagni.
Ma era uno alleato così utile, e un nemico così malefico, che spesso
veniva corteggiato anco da coloro che maggiormente lo detestavano.[314]

Adesso ei trovavasi di cattivo umore contro il Governo. Il
riordinamento de’ borghi occidentali aveva indebolita la influenza di
lui in vari luoghi. Il suo orgoglio aveva sofferto all’esaltamento
di Trevor al seggio presidenziale; e ben tosto ei colse il destro di
vendicarsene.

XXX. Il dì ventesimosecondo di maggio, fu ordinato ai Comuni di recarsi
alla barra de’ Lordi, dove il Re dal trono profferì un discorso
innanzi ambedue le Camere. Dichiarò d’essere fermo a mantenere il
governo stabilito nella Chiesa e nello Stato. Ma scemò lo effetto
di questa dichiarazione con istrani ammonimenti ai Comuni. Disse
di temere che essi fossero per avventura disposti a concedergli
danari alla spicciolata di quando in quando, con la speranza di così
forzarlo a convocarli spesso. Ma gli avvertiva che egli non era uomo
da essere raggirato, e che ove essi desiderassero ragunarsi di
frequente, dovevano con lui condursi bene. Ed essendo manifestissima
cosa che il governo non poteva tirare avanti senza pecunia, sotto
coteste espressioni chiaramente sottintendevasi, che qualora essi
non avessero voluto dargliene quanta ei ne desiderava, se la sarebbe
presa da sè. Strano a dirsi! una simigliante allocuzione fu accolta
con fragorosi applausi dai gentiluomini Tory che stavano alla barra.
Cotali acclamazioni erano allora d’uso. Adesso, da molti anni in qua, i
Parlamenti hanno adottato il grave e decoroso costume d’ascoltare con
rispettoso silenzio tutte l’espressioni, accettabili o non accettabili,
che vengono profferite dal trono.[315]

Era allora usanza che, dopo avere il Re con brevi parole significato
le ragioni di convocare il Parlamento, il Ministro che teneva il
Gran Sigillo, spiegasse con più larghezza alle Camere la condizione
delle pubbliche cose. Guildford, ad imitazione de’ suoi predecessori
Clarendon, Bridgeman, Shaftesbury e Nottingham, aveva apparecchiato
una elaborata orazione; ma, con suo grave dolore, trovò non esservi
mestieri de’ suoi servigi.[316]

XXXI. Appena i Comuni furono ritornati nella propria sala, venne
proposto che si formassero in comitato a fine di stabilire la rendita
da darsi al Re.

Allora alzossi Seymour. Qual fosse l’attitudine di lui, che era capo
di gentiluomini dissoluti e di spiriti alteri, con la testa coperta
di ricci artificiali che gli cadevano profusamente giù attorno alle
spalle, e con una espressione mista di voluttà o di sdegno negli
occhi e sulle labbra, possiamo argomentarlo dal suo ritratto, che
conservasi ancora. Lo altero Cavaliere disse: non desiderare che il
Parlamento negasse alla Corona i mezzi di condurre il governo. Ma era
quello un vero Parlamento? Non si vedevano forse sui banchi molti, i
quali, siccome era noto a tutti, non avevano diritto di sedervi, molti
la cui elezione era macchiata di corruzione, molti che erano stati
imposti con modi minacciosi agli elettori ripugnanti, e molti eletti da
corpi municipali che non avevano esistenza legale? Non erano stati i
collegi elettorali riordinati in onta a statuti regi e d’immemorabile
prescrizione? Gli ufficiali che avevano raccolto il risultamento
della votazione, non erano stati in ogni dove ciechi agenti della
Corte? Vedendo che il principio supremo della rappresentanza era stato
così sistematicamente violato, non sapeva con qual nome chiamare una
caterva di gentiluomini ch’egli si vedeva dintorno con l’onorando
nome di Camera de’ Comuni. Eppure, non v’era mai stato momento in cui
tanto importasse al bene pubblico che il carattere del Parlamento
fosse irreprensibile. Grandi pericoli pendevano sopra la costituzione
ecclesiastica e civile del Regno. Era cosa notissima a tutti, e quindi
non bisognevole d’esser provata, che l’Atto di Prova, difesa della
religione, e l’_Habeas Corpus_, difesa della libertà, erano fatti segno
alla distruzione. «Innanzi di procedere a fare l’ufficio di legislatori
sopra questioni di sì grave momento, sinceriamoci almeno se siamo
veramente un corpo legislativo. Il primo degli atti nostri sia quello
d’inquisire intorno al modo onde sono state condotte le elezioni, e di
porre ogni studio che la inchiesta proceda imparzialmente. Imperocchè,
ove la nazione trovasse non potersi ottenere riparo con mezzi pacifici,
potremmo forse tra breve tempo subire la giustizia che ricusiamo di
rendere.» Concluse proponendo che, innanzi di concedere alcuna somma
di denaro alla Corona, la Camera esaminasse le petizioni contro le
elezioni, e che a nessuno de’ membri non aventi diritto a sedere in
quel luogo, si concedesse di votare.

Non fu udito un solo applauso. Nessun membro osò secondare la proposta.
E davvero Seymour aveva dette cose che niuno altro avrebbe impunemente
potuto dire. La proposta fu messa da parte, e nè anche registrata
ne’ processi verbali; ma aveva prodotto potentissimo effetto.
Barillon scrisse al proprio signore, che molti i quali non avevano
osato applaudire quell’insigne discorso, lo avevano in cuor loro
approvato; che se ne parlava per tutte le conversazioni di Londra; e
che la impressione da esso fatta nel pubblico, sembrava dover essere
durevole.[317]

XXXII. I Comuni, senza indugio formatisi in comitato, votarono
concedendo al Re la intera rendita della quale aveva fruito il suo
fratello.[318]

XXXIII. E’ pare che gli zelanti amici della Chiesa, i quali formavano
la maggioranza della Camera, pensassero che la prontezza onde avevano
obbedito alle voglie del Re nella quistione della rendita, desse loro
ragione a sperare, da parte di lui, qualche concessione. Dicevano che,
avendo essi fatto molto a beneficio di lui, era ormai tempo ch’egli
facesse qualche cosa a beneficio della nazione. La Camera, dunque,
si formò in comitato di religione, onde esaminare i mezzi migliori a
provvedere alla sicurtà della Chiesa stabilita. In quel comitato due
deliberazioni furono unanimemente adottate. La prima esprimeva fervido
affetto per la Chiesa Anglicana. La seconda supplicava il Re perchè
mandasse ad esecuzione le leggi penali contro coloro che non aderivano
a quella Chiesa.[319]

I Whig avrebbero, senza dubbio, voluto vedere che ai protestanti
dissenzienti fosse conceduta tolleranza, e solo i cattolici romani
fossero perseguitati. Ma erano pochi e scuorati. Tenevansi, quindi, per
quanto potevano, fuori di vista; evitavano il nome del proprio partito;
astenevansi di significare ad un ostile uditorio le loro opinioni
particolari, e fermamente sostenevano ogni proposta tendente a turbare
la concordia che fino allora esisteva tra il Parlamento e la Corte.

Appena i procedimenti del Comitato di Religione furono conosciuti
in Whitehall, il Re andò in gran furore. Nè possiamo giustamente
biasimarlo per essersi risentito della condotta de’ Tory. Se essi erano
disposti a volere che il codice penale venisse eseguito con rigore,
avrebbero apertamente dovuto sostenere la Legge d’Esclusione. Dacchè
porre un papista sul trono, ed insistere poi ch’egli perseguitasse
a morte i seguaci di quella fede, nella quale soltanto, secondo
i suoi principii, poteva trovarsi la eterna salute, era assurdo.
Mitigando con un reggimento temperato la severità delle sanguinose
leggi d’Elisabetta, il Re non violava nessun principio costituzionale:
solo esercitava un potere ch’era sempre stato inerente alla Corona.
Anzi, solamente faceva ciò che poscia fu fatto da parecchi sovrani
zelanti delle dottrine della Riforma; cioè da Guglielmo, da Anna, e
dai principi della Casa di Brunswick. Se avesse patito che i preti
cattolici romani, ai quali poteva senza violazione della legge salvare
la vita, fossero impiccati, strascinati e squartati, per aver praticato
quello ch’ei considerava come loro debito precipuo, si sarebbe attirato
addosso l’odio e lo spregio anche di coloro, ai pregiudizi de’ quali
egli aveva fatta così vergognosa concessione; e se si fosse contentato
di concedere ai membri della sua propria Chiesa una tolleranza pratica,
facendo largo uso della sua indubitata prerogativa di far grazia, i
posteri lo avrebbero unanimemente applaudito.

I Comuni, probabilmente, considerata bene la cosa, conobbero di avere
operato in modo assurdo. Rimasero anco conturbati sentendo come il
Re, cui essi tributavano superstiziosa riverenza, fosse grandemente
sdegnato. Furono quindi solleciti ad espiare l’offesa. Nella Camera,
con unanime voto, disfecero la deliberazione unanimemente fatta in
Comitato, e adottarono la proposta di rimettersi con intera fiducia
alla graziosa promessa che la Maestà Sua aveva loro data di proteggere
quella religione che loro era cara più della stessa vita.[320]

XXXIV. Tre giorni dopo, il Re fece sapere alla Camera, avere suo
fratello lasciati certi debiti, e le provvigioni della flotta e
dell’artiglieria essere pressochè esauste. Fu subitamente determinato
d’imporre nuove tasse. La persona a cui venne affidata la cura di
trovarne le vie e i mezzi, fu Sir Dudley North, fratello minore del
Lord Cancelliere. Dudley North era uno de’ più abili uomini del suo
tempo. Fino dagli anni suoi primi, era stato mandato in Levante,
dove erasi lungo tempo occupato di faccende mercantili. Molti, in
cosiffatta occupazione avrebbero lasciate irrugginire le facoltà
del proprio intelletto; perocchè in Costantinopoli e Smirne v’erano
pochi libri e pochi uomini intelligenti. Ma il giovane mercante aveva
sortita una di quelle vigorose intelligenze che non dipendono da
esterni sussidii. Nella sua solitudine, meditava profondamente sopra
la filosofia del traffico, e speculò a poco a poco una teoria compiuta
ed ammirevole, che in sostanza era quella che fu esposta un secolo
dopo da Adamo Smith. Dopo molti anni di esilio, Dudley North ritornò
in Inghilterra signore d’un gran patrimonio, e si pose a trafficare
nella Città di Londra come mercante della Turchia. Il suo nome, per il
profondo sapere pratico e speculativo nelle cose commerciali, giunse
speditamente a notizia degli uomini di Stato. Il Governo trovò in
lui un savio consigliere, e insieme uno schiavo senza scrupoli; come
quello che aveva rare doti intellettuali, ma principii dissoluti e cuor
duro. Mentre infuriava la reazione de’ Tory, egli aveva consentito ad
accettare l’ufficio di Sceriffo ad espresso fine di cooperare alle
vendette della Corte. I suoi giurati non mancavano mai di profferire
condanne; e in un giorno di giudiciale macello, carri carichi di gambe
e braccia dei Whig squartati, furono, con grande ribrezzo della sua
moglie, trascinati avanti la sua bella casa in Bisinghall Street,
perch’egli ordinasse ciò che fosse da farsene. De’ suoi servigi era
stato rimeritato con le insegne di cavaliere, con quelle d’aldermanno,
e con l’ufficio di Commissario delle Dogane. Era stato mandato al
Parlamento dagli elettori di Banbury; e comecchè fosse uomo nuovo, egli
fu colui sopra il quale il Lord Tesoriere riposava principalmente per
governare le faccende della finanza nella Camera Bassa.[321]

Ancorchè i Comuni fossero unanimi nel deliberare la concessione d’altra
pecunia alla Corona, non erano punto concordi intorno al donde dovesse
cavarsi. Fu tostamente risoluto, che parte della somma richiesta si
raccogliesse per mezzo d’una imposta addizionale, a termine d’anni
otto, sopra il vino e l’aceto: ma al Governo ciò non bastava. Furono
messi in campo vari assurdi disegni. Molti gentiluomini provinciali
inchinavano a imporre una tassa gravosa sopra tutti gli edifici nuovi
della metropoli. Speravano che simigliante tassa avrebbe impedito lo
accrescersi d’una città, per la quale da lungo tempo sentiva gelosia
ed avversione l’aristocrazia rurale. Il progetto di Dudley North era
d’imporre, per un termine di otto anni, nuovi dazi sullo zucchero e sul
tabacco. Ne sorsero grandi clamori. I trafficanti di generi coloniali,
i droghieri, i raffinatori dello zucchero, i tabaccai, fecero petizioni
alla Camera, ed assediarono gli uffici pubblici. Il popolo di Bristol,
che aveva grande interesse nel traffico con la Virginia e la Giammaica,
spedì una deputazione che fu ascoltata alla Camera de’ Comuni.
Rochester tentennò alquanto; ma North, con lo spirito pronto e la
perfetta conoscenza delle faccende commerciali, prevalse, sì nel Tesoro
come nel Parlamento, contro ogni opposizione. I vecchi membri rimasero
attoniti vedendo un uomo che appena da quindici giorni sedeva nella
Camera, e che aveva passata la più parte della vita in paesi stranieri,
assumere, con fiducia di sè, ed abilmente condurre, tutte le funzioni
di Cancelliere dello Scacchiere.[322]

La sua proposta fu adottata; e così la Corona venne in possesso d’una
entrata netta di circa un milione e novecento mila lire sterline,
cavate dalla sola Inghilterra. Tale somma era più che bastevole a
mantenere il Governo in tempo di pace.[323]

XXXV. I Lordi, infrattanto, avevano discusse varie importanti
questioni. Fra i Pari, la parte Tory era stata sempre forte.
Comprendeva l’intero banco de’ Vescovi; e negli ultimi quattro anni,
corsi dopo l’ultimo scioglimento, era stata maggiormente afforzata con
la creazione di alcuni nuovi Pari. Di costoro i più cospicui erano il
Lord Tesoriere Rochester, il Lord Cancelliere Guildford, il Lord Capo
Giudice Jeffreys, Lord Godolphin e Lord Churchill, il quale dopo il suo
ritorno da Versailles, era stato fatto barone del Regno d’Inghilterra.

I Pari tosto si posero ad esaminare il caso di quattro loro colleghi, i
quali erano stati, sotto il regno di Carlo, posti in istato d’accusa;
ma non essendosene mai fatto il processo, dopo una lunga prigionia,
erano stati ammessi dalla Corte del Banco del Re a dar cauzione. Tre
di cotesti nobili che rimanevano sotto malleveria, erano cattolici
romani; il quarto era il Conte di Danby, protestante di gran conto e
influenza. Da che era caduto dal potere, e dai Comuni stato accusato
di tradimento, quattro Parlamenti erano stati disciolti; ma ei non
era stato nè assoluto nè condannato. Nel 1679, i Lordi, rispetto alla
situazione di lui, avevano discussa la questione, se un atto d’accusa
a cagione d’uno scioglimento si dovesse considerare come terminato
o non terminato. Avevano risoluto, dopo lunga discussione ed esame
de’ precedenti, che l’atto d’accusa dovesse tenersi come pendente.
Questa deliberazione adesso venne da loro abrogata. Pochi Nobili Whig
protestarono contro tale partito, ma non ottennero nulla. I Comuni in
silenzio sobbarcaronsi alla decisione della Camera Alta. Danby riprese
il suo seggio fra mezzo ai Pari, e divenne un membro operoso e potente
della fazione Tory.[324]

La questione costituzionale, intorno a cui, nel breve spazio di sei
anni, i Tory avevano a quel modo profferite due affatto contrarie
sentenze, si stette a dormire per più d’un secolo, e finalmente fu
ridestata dallo scioglimento delle Camere che avvenne durante il
lungo processo di Warren Hastings. Era allo