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Title: Origine della lingua italiana: dissertazione
Author: Morandi, Luigi
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Origine della lingua italiana: dissertazione" ***

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                        NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—Il testo soprascritto è stato reso come: parola^[soprascritto].

—Il testo in grassetto è stato indicato come: =testo grassetto=.

—Il sommario nell’opera originale è costituito da un unico paragrafo;
 è stato mantenuto in questa forma.

—Le note sono state raccolte alla fine del libro; una di queste presenta
 a sua volta delle postille. Queste sono state indicate con numeri romani
 e collocati con un rientro subito dopo la nota a cui si riferiscono.



                                 DELLA

                            LINGUA ITALIANA

                             DISSERTAZIONE

                           DI LUIGI MORANDI

                            QUINTA EDIZIONE

[Illustrazione: LOGO]


                           CITTÀ DI CASTELLO

                       S. LAPI TIPOGRAFO–EDITORE

                                 1891


  Si avranno per contraffatti tutti gli esemplari senza la mia firma.


                   PROPRIETÀ LETTERARIA DELL’AUTORE.



                              AL SENATORE

                            GASPARE FINALI

                    CHE IN MEZZO ALLE CURE DI STATO

                      NON DIMENTICA I BUONI STUDI



SOMMARIO


I. Si combatte il titolo: _Origine della Lingua italiana_. Perchè
dunque lo abbiamo adottato. Quale dovrebbe essere il titolo vero.
Quante siano le lingue romanze. Il ladino e il franco–provenzale.
II. Breve storia delle principali opinioni sull’origine delle lingue
romanze. III. Perchè una lingua non può, a rigor di termini, dirsi
_figlia_ d’un’altra. La parola, piuttosto che un fatto, è un continuo
farsi. Germi poco avvertiti delle lingue romanze nel latino. IV. Cause
estrinseche che influirono sull’intimo e naturale svolgimento del
latino. Gl’idiomi indigeni a cui il latino si sovrappose. Loro origine.
Caratteri fondamentali comuni delle lingue neolatine. Condizione
speciale del rumeno. Le lingue barbariche; varie opinioni intorno alla
loro influenza sul latino (Diez, Ascoli, Max Müller, Littré, Caix,
ecc.); e a che si riduca realmente codesta influenza. V. Latino scritto
e latino parlato; opinioni esagerate sulla loro differenza. Che cosa
veramente intendesse Cicerone per _sermo plebejus_. VI. Con molti
argomenti si dimostra inesatta l’opinione più comune, che le lingue
romanze derivino del latino _rustico_. VII. Vocaboli di formazione
popolare e di formazione non popolare. Perchè i Francesi possono,
meglio di noi, distinguer bene gli uni dagli altri. Questa distinzione
però non prova nulla in favore del latino _rustico_. Statistica di
tutti gli elementi del francese moderno. VIII. Più torniamo indietro,
e più le lingue romanze si somigliano tra loro, e più somigliano anche
al latino. Prove di fatto di questa verità (il _Giuramento di Luigi il
Germanico_, il _Cantico di S. Eulalia_, ecc.). Metodo moderno nelle
indagini etimologiche: esempi. IX. Svolgimento dei volgari italiani.
Saggi di voci e locuzioni volgari in documenti di ogni regione
d’Italia, dal IV al X secolo. Il primo intero periodetto in volgare
dell’anno 960. Notizie e saggi di altri documenti de’ secoli XI e XII
(una _Carta sarda_, una _Formula di Confessione_, la _Carta rossanese_
dell’Ughelli, una _Carta picena_, l’_Iscrizione del Duomo di Ferrara_,
i _Quattro versi bellunesi_, il _Contrasto bilingue_ e il _Discordo
poliglotto di Rambaldo di Vaqueiras_, la _Poesia di messer lo Re
Giovanni_, ecc.). Documenti falsi o sospetti. Perchè in Francia i nuovi
idiomi si scrissero prima che in Italia. Lotta tra il latino e i nostri
volgari. Babilonia linguistica in Italia ne’ secoli XII, XIII, e parte
del XIV. X. Dante. Conclusione.



  ORIGINE
  DELLA LINGUA ITALIANA


I.


Non paia strano ch’io cominci il mio ragionamento col combattere il
titolo, che io stesso gli ho dato.

Le parole: _Origine della Lingua italiana_, presentano la questione nel
modo come è concepita dai più, e sono anche il titolo più comune, col
quale viene trattata. Io quindi le ho messe nel frontespizio, per non
rendermi singolare, ma insieme per aver subito occasione di dimostrare,
che esse non rispondono bene a una trattazione rigorosa della materia,
e conducono necessariamente fuori di strada chi le accetta per guida.

Infatti, è o non è lingua italiana quella usata da monsignor Giovanni
della Casa nel suo famoso _Galateo_? Sicuro, è lingua italiana; e così
bisogna chiamarla, non foss’altro, perchè non si saprebbe chiamare
diversamente.

Eppure, io trovo che la prima parola di codesto libro è un
_conciossiacosachè_, parola che di certo non fu mai usata parlando; e
trovo che il cavalier Lionardo Salviati, volendo fare il maggiore degli
elogi al medesimo libro, dice che in «cosa che appena par da credere,
l’Autore la moderna legatura delle parole, ed il moderno suono, mentre
continuo l’aveva nell’orecchie, si potette dimenticare.»[1]

Quindi, accanto a quella usata dal Casa, e da essa più o meno diversa
per vocaboli e per costrutti, c’era un’altra lingua italiana, cioè la
parlata. Di quale, dunque, di queste due lingue dovrò io raccontare
l’origine?

Della parlata, soprattutto,—mi par di sentirmi rispondere. E sta bene.

Ma, _parlata_, dove? È chiaro che la lingua parlata, a cui il Salviati
contrappone la scritta del Casa, è la fiorentina, o tutt’al più la
toscana. Ma perchè dovrei io restringermi a discorrere della sola
parlata fiorentina o toscana, se quelle di Torino, di Venezia, di
Genova, di Bologna, di Roma, di Napoli, di Palermo, e via dicendo,
hanno tutte in fondo la medesima origine? Non sarebbe questo un piantar
male la questione, di maniera che tutto il ragionamento ne rimarrebbe
poi, più o meno, viziato?

Perciò io dico che tratterò dell’_Origine degl’idiomi italiani_.

E non basta. Questi idiomi, per comune consenso oramai, son derivati
dal latino. Ma dal latino son derivati ugualmente (salvo il basco e
il neoceltico, che conservano ancora gran parte del loro antico fondo
originale, e dei quali faremo un cenno più innanzi) tutti i cento o
mille idiomi parlati in Portogallo, in Spagna, in Francia, in tutto
il sud–est del Belgio e in più parti della Svizzera e della Penisola
Balcanica. Dunque, sarò più esatto, se dico che tratterò dell’_Origine
degl’idiomi neolatini in generale, e particolarmente degl’italiani_,
giacche è quasi impossibile parlar della _specie_, senza toccare un
poco anche del _genere_.

Il seguito del mio discorso proverà, spero, che questi preliminari
erano tutt’altro che oziosi. Qui intanto basterà aggiungere, che
comunemente però, e per delle buone e anche delle cattive ragioni,
s’usa dire che le lingue neolatine, o romane, o romanze, son sei:
italiano,[2]—francese,—provenzale,[3]—spagnolo,—portoghese,—rumeno
o valacco.


II.

Ho già accennato che tutti, cioè i dotti e le persone ragionevoli, si
trovano ormai d’accordo nel ritenere che gl’idiomi romanzi hanno la
loro prima e principale origine dal latino. Ma a quante strane opinioni
si dovette dare lo sfratto, innanzi di poter arrivare a quest’accordo!
Basti ricordarne qualcuna.

Nel secolo XVI, mentre Gioacchino Périon faceva derivare il francese
dal greco,[4] il Giambullari (nel _Gello_) sosteneva che la nostra
lingua derivasse principalmente dall’etrusca, la quale, secondo lui,
era figlia dell’aramea e sorella della caldea e dell’ebraica. E
poichè egli aveva avuto la rara fortuna di conoscere un prete armeno,
«grande, magro, bruno e di lunga capellatura, il quale affermava
che l’arca di Noè era ancora nei monti loro, non intera già, ma
conquassata e rovinata in gran parte da alberi grossissimi che vi
eran nati:» gli pareva evidente che il _Janus_ dei Romani provenisse,
come aveva già detto il suo amico Gelli, da _jain_, «voce aramea ed
ebrea, che significa _vino_, e da _no_, che vuol dire famoso, cioè
famoso e celebre per il vino;» e che perciò fosse tutt’uno con Noè,
il piantatore della vite, venuto nell’Enotria, la terra del vino,
a diffondervi l’arameo, e poi «gloriosamente sotterrato nel monte
_Janicolo_.»

Nel 1606, Stefano Guichart pubblicò a Parigi un libro, intitolato così:
_Harmonie étymologique des langues, où se démontre que toutes les
langues sont descendues de l’hébraique_, che per lui, come per tanti
altri, era la lingua stessa parlata da Adamo nel paradiso terrestre.
E finalmente, nel secolo passato, il nostro Quadrio scriveva che «ad
un parto con la Lingua Latina, e sorella di essa, _nacque_ l’Italiana
odierna Favella dalla Pelasga, dall’Osca, dalla Greca e forse ancor
dall’Ebraica.... Anzi, siccome le cose imperfette esistono prima,
che le perfette; così non andrebbe lungi dal vero chi opinasse, che
l’odierna Lingua Italiana fosse prima, che la cólta Latina.»[5]
Argomentazione, la quale potrebbe benissimo mutarsi in quest’altra:
siccome le cose imperfette esistono prima che le perfette, così non
andrebbe lungi dal vero chi opinasse, che il cervello del Quadrio fosse
un cervello antidiluviano.

Rallegriamoci dunque, della presente concordia sul punto principale
della questione; e prima di vedere le varie opinioni sui punti
secondari, per attenerci a quelle che ci paiono più fondate,
sbarazziamo il terreno da un altro ingombro, che potrebbe impedirci il
cammino.


III.

Tutti, ordinariamente, quando vogliamo dire che una lingua è derivata
da un’altra, diciamo che ne è _figlia_. Ma questo è uno di que’ tanti
traslati traditori, i quali ci fanno spesso perder di vista la realtà
delle cose.

I concetti, infatti, di _madre_ e di _figlia_ implicano necessariamente
l’esistenza di due individui separati e distinti; mentre in realtà una
lingua derivata da un’altra, nel fondo è sempre più o meno la stessa
lingua.

Il nostro Lanzi, nel secolo passato, disse giustamente che «ogni anno
si fa un passo verso un nuovo linguaggio.» E Guglielmo Humboldt, dopo
di lui, disse che «la parola, piuttosto che un fatto, è un continuo
farsi.»

Augusto Fuchs asserisce, e con ragione, che perfino «quelle parti
in cui le lingue romanze sembrano essenzialmente diversificarsi dal
latino, già si contenevano in esso, quantunque soltanto in germe.»[6]
Per esempio, in Plauto si legge: _unus servus violentissimus_; in
Cicerone: _cum uno gladiatore nequissimo_; e in Curzio Rufo: _Alexander
unum animal est_: frasi che contengono il germe dell’articolo
indeterminato, che è in tutto le nuove lingue, e che il latino, per
regola generale, non aveva.

Ovidio, per dire che starà forte a cavallo, dice: _insistam forti
mente_, invece di _insistam fortiter_. E un _obstinata mente perfer_
s’incontra in Catullo, un _jucunda mente respondit_ in Apuleio. Ecco
qui dunque il germe de’ mille avverbi neolatini (_fortemente_,
_ostinatamente_, _giocondamente_, ecc.), nati dall’accoppiamento
dell’ablativo _mente_ con l’aggettivo, e nell’uso de’ quali non si
tiene più nessun conto del loro valore etimologico, poichè diciamo
benissimo _mangiare avida–mente_, quantunque si mangi con la bocca, e
non con la mente; appunto come Ovidio diceva che sarebbe stato _forti
mente_ a cavallo, quantunque in realtà ci stesse con le gambe.

In tutti gli scrittori latini s’incontrano spesso le forme accorciate
_amasti_ per amavisti, _amastis_ per _amavistis_, _amarunt_ per
_amaverunt_, corrispondenti, come ognun vede, alle forme italiane
_amasti_, _amaste_, _amarono_, alle francesi _aimas_, _aimâtes_,
_aimèrent_, alle spagnole _amaste_, _amásteis_, _amaron_, ecc.

Di regola, il verbo _habere_ non era ausiliare. Ma chi non lo sente
già usato come tale in alcuni passi, per esempio, di Cicerone?—_Ad
meam fidem, quam habent spectatam jam et cognitam, confugiunt_ (_Div.
Caec._, § 11);—_Nec scriptum habeo_ (_Verr._, act. II, lib. IV, §
36);—_Eum autem emptum habebat_ (_Tull._, 16);—D_e Caesare.... satis
dictum habebo_ (_Phil._, V, § 52).

In Varrone, in Lucrezio e in Virgilio, s’incontra già il pronome _mihi_
(a me), accorciato in _mi_. E perfino certe particolari maniere di
dire, che a noi paiono tutte nostre, si trovano già tali e quali in
latino. In Plauto, per esempio, troviamo: Ossa atque pellis sum (son
pelle e ossa—_Capt._ I, 2);—_Quod si sciret, esset alia oratio_
(se lo sapesse, sarebbe un altro discorso—_Merc._, II, 3);—_Non
is sum, qui sum, nisi_.... (non son chi sono, se non....—_Men._,
III, 2);—_Oleo tranquilliorem_ (più cheto dell’olio—_Poen._, V,
4).—E in Cicerone: _Digito caelum attingere_ (toccare il ciel col
dito—_Ep. ad Att._, II, 1, 7).—E in Petronio: _Lacte gallinaceum, si
quaesieris, invenies_ (ci troveresti, se lo cercassi, anche il latte di
gallina—_Satir._, XXXVIII);—_Nondum recepit ultimam manum_ (non ha
ancora avuto l’ultima mano—_Ibid._, CXVIII).

Noi quindi dobbiamo riguardare le lingue romanze come una continuazione
del latino parlato; come tanti rami germogliati sullo stesso tronco, e
non già come tante piante, derivate sì, ma separate da esso.

Il che però non vuoi dire che queste lingue derivassero dal latino
con quel lento processo di trasformazione, che sarebbe seguito in
tempi normali. Già, prima di tutto, nella lotta stessa che sostenne
con gl’idiomi a cui si sovrappose, il latino, benchè vincitore,
dovette cedere in qualche parte, specialmente in quanto s’attiene alla
pronunzia.[7] E poi, la sua naturale trasformazione fu, dove più
dove meno, affrettata e anche in parte alterata dallo sconvolgimento
politico, religioso e sociale. Se così non fosse, è chiaro che tutta
l’Europa latina avrebbe finito col parlare una lingua sola. Dunque,
la sentenza del nostro Lanzi, perchè possa adattarsi alla storia del
latino e degl’idiomi derivati da esso, va modificata così: «Ogni anno
si fa un passo, _più o meno lungo, secondo le circostanze_, verso un
nuovo linguaggio.»

Eccoci quindi condotti a studiare un poco le cause estrinseche,
accennate qui sopra, che influirono sull’intimo e naturale svolgimento
del latino.


IV.

La lotta, che il latino sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose,
dovette essere molto lunga per tutto, ma specialmente là dove
l’influenza di Roma si fece sentir meno, o dove fu meno aiutata
dall’antica parentela, che legava l’idioma dei vincitori con quasi
tutti gl’idiomi de’ vinti;[8] giacchè è naturale che la parola
indigena opponesse minor resistenza, quando somigliava ancora alla
corrispondente latina, che la veniva opprimendo.

Ma là pure dove la resistenza degl’idiomi indigeni dovette esser
maggiore, e la lotta più lunga e ostinata, la vittoria finale del
latino, se si guarda al corpo e all’organismo della lingua, più che
alle particolarità della pronunzia, non poteva esser più intera;
giacchè, per esempio, è vero che da un passo di Aulo Gellio possiamo
ragionevolmente argomentare che nel secondo secolo dell’era nostra,
nelle Gallie e in Etruria, vivessero ancora più o meno gl’idiomi
indigeni;[9] ma è vero altresì che questi idiomi furono alla fine
sopraffatti dal latino in tal modo, che nel francese moderno le parole
di accertata origine celtica non son più d’una ventina, e negl’idiomi
toscani è scomparso ogni vestigio perfino di voci etrusche comunissime,
di quelle cioè che il popolo men facilmente dimentica, come _clan_
(figlio), _verse_ (fuoco), _gapos_ (carro), _damnos_ (cavallo), ecc.
E si noti che nel francese moderno non restano ormai altro che un
secentocinquanta vocaboli d’origine ignota; sicchè, se anche parecchi
di essi appartennero, come è probabile, al celtico, le tracce lasciate
da questo nel Vocabolario della nuova lingua sarebbero sempre ben
povera cosa.[10]

Nè di gran conseguenza possono dirsi anche gli effetti delle altre
cause estrinseche.

Pietro Bembo sostenne che l’italiano nascesse, durante le invasioni,
da una specie d’ibrido connubio della lingua latina con gl’idiomi
de’ barbari.[11] Ma a combattere quest’opinione (seguìta già più o
meno risolutamente, anche dal Varchi, dal Muratori, dal Tiraboschi,
dal Perticari e da molti altri), basterebbe un confronto, anche
superficialissimo, tra le leggi fonetiche del gruppo latino e quelle
del gruppo teutonico. Basterebbe, cioè, osservare che gl’idiomi
teutonici abbondano di aspirazioni, accentano la sillaba della radice,
preferiscono le consonanti forti, e offrono molte combinazioni di
suoni che mancano affatto alle lingue romanze. Invano si cercherebbe
in queste lingue qualcuna di quelle alterazioni che la parola latina
pativa in bocca di genti, le quali pronunziavano _Muntus fuld tezibi_,
invece di _Mundus vult decipi_. Invano vi si cercherebbe quel miscuglio
di suoni disformi, che, per esempio, attesta nell’inglese la duplice
origine anglosassone e normanna; o quella promiscuità di forme, che
attesta nel persiano la prolungata influenza dell’arabo.[12]

D’altra parte, molti caratteri organici fondamentali delle nuove lingue
(se si eccettuano alcune anomalie, specialmente del valacco) essendo
in tutte gli stessi, ne viene di conseguenza che la loro vera ed intima
sorgente non potè essere che una sola.

Tutte, infatti, conservarono scrupolosamente, salvo poche eccezioni,
l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino, e che è
come l’anima o il perno della parola.

Tutte, per l’indebolimento fonetico e la conseguente trasformazione
o caduta delle desinenze, perdettero, prima o poi, i casi della
declinazione latina; e vi sostituirono un più speciale uso delle
preposizioni, del quale però, al solito, si trovano tracce anche ne’
classici (_ad carnificem dabo_, invece di _carnifici dabo_, in Plauto;
_de duro ferro aetas_, invece di _ex duro ferro aetas_, in Ovidio, e
molte altre simili).[13]

Tutte abbandonarono quasi interamente il genere neutro, che già non
differiva dal maschile altro che nel nominativo e nell’accusativo, e
che anche ne’ classici si comincia a confonder con esso (_commentarium_
e _commentarius_, _nuntium_ e _nuntius_, _calamistrum_ e _calamister_,
ecc). Tutte dagli aggettivi e pronomi _unus_ e _ille_ cavarono un
nuovo elemento, cioè l’articolo indeterminato e determinato, de’
quali, al solito, si vedono i primi germi anche negli scrittori.[14]
Tutte si trovarono d’accordo nel far crescere un altro germe, che pure
abbiamo già visto apparire in qualche scrittore, e che dando al nome
_mens_ il senso di _modo_, _maniera_, e aggiungendolo all’aggettivo
(_sana–mente_, _forte–mente_), generò gli avverbi da sostituire
ai terminanti in _e_ e in ter (_sane_, _fortiter_), poichè queste
terminazioni, piegandosi alla nuova eufonia, si confondevano con
quelle de’ nomi e degli aggettivi.[15]

Tutte, per evitare altre confusioni, conseguenza anch’esse dello
scadimento fonetico, e insieme per distinguer meglio certi momenti
dell’azione, fecero i medesimi cambiamenti nel verbo: estesero, cioè,
l’uso di _habere_ per ausiliare; abbandonarono la forma passiva _amor_
(sono amato), che, caduto l’_r_, si confondeva con l’attivo _amo_,
e vi sostituirono l’ausiliare _essere_ col participio passato;[16]
arricchirono la coniugazione col passato prossimo e col trapassato
remoto, che in latino si confondevano col passato remoto, giacchè
_amavi_, per esempio, poteva significare tanto _amai_, che _ho
amato_ ed _ebbi amato_; aggiunsero un nuovo modo, il condizionale,
che in latino era incluso nel congiuntivo; e poichè le terminazioni
del futuro, _amabo_, _tacebo_, _dicam_, venivano confondendosi con
l’imperfetto _amabam_, _tacebam_, e col presente congiuntivo _dicam_,
le nuove lingue crearono una nova forma, fondendo l’ausiliare _avere_
con l’infinito. Ma anche questa fusione procedette per gradi: prima
di tutto, per evitare _amavo_ (derivante da _amabo_, amerò, come
_fava_ da _faba_, _lavorare_ da _laborare_), che si sarebbe confuso
con l’imperfetto _amava_ o _amavo_ (da _amabam_), si ricorse a una
perifrasi, già usata in certi casi, e si disse: _habeo amare_ o _amare
habeo_, cioè _ho da amare_; e poi da amare habeo si fece _amar hao_,
_amar ho_, _amarò_,[17] e infine _amerò_;—spagn. _amaré_ = _amar–he_;
portogh. _amarei_ = _amar–hei_; provenz. _amarai_ = _amar–ai_; franc.
_aimerai_ = _aimer–ai_.[18]

Tutte, finalmente, perduto che fu dall’orecchio delle popolazioni
romane il sentimento della _quantità_, ossia delle lunghe e delle
brevi, crearono una metrica nova, fondata non più sull’estensione, ma
sullo sforzo (_ictus_) e sull’elevazione della voce, cioè sopra un
certo numero di accenti, collocati in un dato numero di sillabe. E si
badi, che anche di questa trasformazione ormai non può più dubitarsi
che i germi esistessero già nel latino. Infatti, lasciando anche stare
l’opinione sostenuta tuttora da molti che il verso saturnio, usato
dai Romani prima che applicassero alla loro poesia la metrica greca,
non fosse a quantità, ma ad accenti;[19] certo è che racconto ebbe
poi sempre gran parte ne’ metri specialmente de’ comici; ed è certo
del pari che l’esistenza di una ritmica popolare romana ben distinta
dalla metrica classica, ci viene attestata come cosa nota e comune,
e quindi sicuramente non recente, nientemeno che alla metà circa del
quarto secolo, da un passo attribuito a Mario Vittorino: «Metro quid
videtur esse consimile?—Rhythmus.—Rhythmus quid est?—Verborum
modulata compositio, non metrica ratione, sed numerosa scansione ad
judicium aurium examinata, ut puta _veluti sunt cantica poetarum
vulgarium_.»[20] Che poi anche il verso principale delle nuove lingue,
il nostro endecasillabo,[21] provenga dal latino, è un’altra questione;
giacchè l’origine di ciascun verso in particolare può esser differente
da quella de’ dati fondamentali del sistema ritmico a cui è congiunto.
E gli argomenti addotti dal Rajna[22] contro codesta provenienza
dell’endecasillabo, presi nel loro complesso, hanno in verità molto
peso: ma pure, da una parte la ragionevole induzione che tutto ciò che
v’ha d’importante nelle lingue romanze debba esser latino; dall’altra
la strettissima somiglianza dell’endecasillabo col saffico minore:

  Saeculum Pyrrhae nova monstra questae;

col trimetro giambico catalettico:

  Ignotus heres regiam occupavi;

col falecio:

  Disertissime Romuli nepotum,

e con qualche altro di tali versi, saranno sempre una gran tentazione
per chiuder le orecchie a qualunque argomento in contrario, che non
abbia una piena e assoluta certezza.

Anche la rima s’incontra qualche volta nei classici greci e latini;
e s’incontra non solo usata per caso, ma intenzionalmente come mezzo
stilistico, quale è di certo, se non nel primo, nel secondo di questi
due esempi:

  Non satis est pulcra esse poëmata; dulcia _sunto_,
  Et quocumque volent animum auditoris _agunto_.

  HOR. _Epist._, II, 3, 99–100.

  Quot caelum _stellas_, tot habet tua Roma _puellas_.

  OVID. _Ars am._ I, 59.

Insomma, il linguaggio, come tutti gli organismi viventi, mutando
le condizioni di vita, manifesta e svolge energie o facoltà prima
nascoste o non avvertite. E le lingue romanze, specialmente se si
considerano nel loro organismo, non sono altro che il latino adulto.
Il cristianesimo, le invasioni, i commerci non poterono alterare la
loro intima essenza, o, come vedremo tra poco, l’alterarono solo in
piccolissima parte; quantunque dessero, per dir così, una spinta al
loro sviluppo, e ne alterassero alquanto il Vocabolario.

Per esempio, i due nomi latini _domus_ (casa) e _verbum_ (parola),
quando la nuova religione chiamò _duomo_ la casa di Dio e _verbo_ Dio
stesso o la sua parola, scomparvero quasi affatto dall’uso comune nel
loro primo significato.[23]

Per effetto poi delle invasioni e de’ commerci, le lingue nuove si
arricchirono di voci germaniche, arabe e greche. Ma anche queste voci
sono, relativamente, un numero assai ristretto.

Il valacco e alcuni dialetti del mezzogiorno d’Italia sono, com’è
naturale, i più ricchi di voci greche; lo spagnolo e il portoghese di
voci arabe;[24] e molte di queste ultime divennero poi comuni a tutte
le altre lingue romanze. Comuni del pari sono, secondo il Diez,[25]
circa 300 voci germaniche.[26] Il francese, inoltre, ne possiede in
proprio circa 450, l’italiano 140, lo spagnolo e il portoghese 50,
e il valacco anche meno. Sicchè, in complesso, tra vive e morte, tra
certe e incerte, sommano a un 930 le voci germaniche che il Diez trova
nelle nuove lingue, esclusi i dialetti e senza contarci, già s’intende,
nè i derivati, nè i nomi propri. E con queste voci divennero pure d’uso
comune i suffissi _aldo_, _ardo_, _lingo_ (_ingo_, _engo_), che si
applicarono anche a voci latine (_testardo_, _casalingo_, _Martinengo_,
ecc.); come, del resto, accadde anche de’ tre suffissi, derivati dal
greco, _essa_, _ismo_, _ista_ (_leonessa_, _giudaismo_, _umanista_,
ecc.).

Le cifre del filologo tedesco devono essersi alquanto alterate con gli
studi posteriori. Ma mettiamo pure che le voci germaniche, introdottesi
nelle lingue romanze, siano più d’un migliaio: saranno sempre poca
cosa in confronto di tutto il corpo di codeste lingue; e, nella loro
pochezza, resteranno come un’eloquentissima testimonianza della
inferiorità morale de’ conquistatori, i quali si lasciarono imporre la
lingua dai vinti, anzichè imporre ad essi la propria.

Voci italiane, derivate direttamente, e non per mezzo del latino,
dal greco, sono, per esempio: _agognare_, _borsa_, _colla_, _falò_,
_fase_, _golfo_, _magari_, _zio_, ecc. (S’intende che non ci si devono
comprendere que’ grecismi, spesso inutili, de’ letterati e degli
scienziati, che vivono solo nell’uso di pochi.)

Portate dagli Arabi, sono le seguenti, e ci si sente, più che
altro, l’industria e il commercio: _alcool_, _alcova_, _algebra_,
_ammiraglio_, _ambra_, _arancio_, _arsenale_, _caffè_, _canfora_,
_carato_, _cremisino_, _catrame_, _carruba_, _cifra_, _cotone_,
_gelsomino_, _lambicco_, _limone_, _liuto_, _mummia_, _ricamare_,
_sofà_, _tamarindo_, _talismano_, _tamburo_, _tariffa_, _zafferano_,
_zero_, ecc.

Germaniche sono: _araldo_, _briglia_, _bosco_, _bruno_, _forbire_,
_gonfalone_, _guerra_, _guancia_, _schiena_ (da _skina_, romanesco
_schina_), _stinco_, _sperone_, _strale_, ecc.; e ci si sente, più che
altro, la guerra.

A proposito degli elementi germanici, il Diez così conclude: «La
famiglia delle lingue romanze, appropriandosi alcuni di questi
elementi, non patì nessuna essenziale alterazione nel suo organismo;
giacchè si sottrasse quasi del tutto all’influenza della grammatica
tedesca. Certo, nella formazione delle parole, alcune derivazioni e
composizioni germaniche ci sono; e qualche traccia della stessa origine
si trova anche nella sintassi; ma siffatti particolari vanno perduti
all’occhio di chi guardi tutto il corpo di codeste lingue.»[27]

Alcuni però credono necessario di attribuire una parte maggiore
all’influenza germanica, per ispiegare la diversità che passa tra
le lingue romanze e il latino, e che, senza dubbio, è più notevole
di quella che, per esempio, passa tra il greco moderno e il greco
antico. Ma ad altri pare, e con più ragione, che la causa principale
di questa maggiore diversità debba piuttosto cercarsi nell’influenza
degli antichi idiomi a cui il latino si sovrappose. Certo è poi,
che l’opinione messa fuori molti anni fa da Max Müller,[28] che
cioè le lingue romanze non ci presentino il latino quale si sarebbe
naturalmente trasformato in bocca a’ Romani dell’Italia e delle
provincie, ma quale i popoli germanici poterono apprenderlo e
appropriarselo, era addirittura esageratissima; e il Littré, per solito
così temperato, la respingeva «de toutes _ses_ forces.»

Se l’influenza germanica, diceva in sostanza il Littré, avesse avuto
il sopravvento che le attribuisce il Müller, più i testi sono antichi,
e più ce ne presenterebbero le tracce. Invece, il vero è, che più i
testi sono antichi, e più portano impresso il carattere della latinità:
vale a dire, più è facile calcare una frase latina sulla frase romanza.
Nè mai vi si scorge il momento, il punto, in cui un altro popolo,
sostituendosi a quelli delle Gallie, dell’Italia e della Spagna, si
sia impossessato dell’idioma de’ vinti e l’abbia parlato secondo una
grammatica sua propria. Il centro delle lingue romanze non può dunque
spostarsi dal lessico e dalla grammatica latina.[29]

Il Müller poi, dal canto suo, nelle _Nuove Letture sulla Scienza del
Linguaggio_ (VI), temperava di molto la sua prima opinione, dolendosi
anzi (ma a torto, ci pare) che, per qualche difetto d’espressione,
fosse stata esagerata o frantesa dal suo illustre contradittore, col
quale, in fondo, dichiarava di consentire. Ora, dunque, di questa
polemica restano in piedi solo alcune giuste osservazioni parziali del
Müller; ed eccone un piccolo saggio.

Di due o più voci latine, esprimenti sostanzialmente la stessa idea, è
naturale che gl’invasori preferissero quella, che nel suono ricordava
meglio la corrispondente germanica; ed è quindi anche naturale che la
voce preferita da loro finisse spesso col prevalere. Per esempio, i
Romani, per dir _fuoco_, dicevano ora _focus_, ora _ignis_; ma _focus_
fu preferito nelle nuove lingue, perche più vicino al tedesco _feuer_
(fuoco) e _funkeln_ (scintillìo, scintillare).[30] Per dir _grande_, i
Romani dicevano ora _grandis_, ora _magnus_: _grandis_ fu preferito,
perchè più affine a _gross_, il quale ci diede inoltre anche la forma
_grosso_. Per dir _lasciare_, i Romani dicevano _laxare_ o _sinere_;
ma _laxare_ fu preferito, perchè più simile all’antico alto–tedesco
_làzan_, gotico _letan_, che è poi il moderno tedesco _lassen_.[31]

Tutti i filologi inoltre si trovano d’accordo col Müller nel
riconoscere (cosa, del resto, riconosciuta anche prima da altri)
una certa influenza germanica sull’aggiunta dell’aspirazione in
alcune parole francesi. _Haut_, per esempio, e _hurler_ (antico
francese _huller_) vengono dal latino _altus_ e _ululare_, ma devono
l’aspirazione alle loro corrispondenti germaniche _hoch_ e _heulen_.

Il nostro Caix,[32] pur ammettendo dentro certi limiti l’influenza
germanica sul lessico latino, come è sostenuta dal Müller, trova però
ben più evidente e naturale il fatto contrario, cioè l’influenza
latina sulla fortuna di molte voci germaniche. In questo fatto sta,
secondo lui, la spiegazione del gran numero di voci germaniche che
poterono conservarsi nelle lingue romanze, benchè non si riferissero
nè alla guerra, nè allo Stato, nè ai commerci, ma alle ordinarie
relazioni della vita o ad oggetti comuni, pei quali parrebbe avesse
dovuto prevalere l’appellativo romano. In questo fatto, a suo avviso,
sono da ricercare le prove di quel raccostamento che, pur limitato al
lessico, dovette compirsi a poco a poco tra la lingua dei vincitori e
quella dei vinti, e che, alterando la forma di molte voci, spiega la
difficoltà di ricondurle ora con le ordinarie leggi fonetiche alla loro
forma originaria. E qui, sempre secondo l’opinione del Caix, sono da
considerarsi tre casi.

Primo: la forma latina assorbì interamente la teutonica. In questo
caso, che è di gran lunga il più frequente, le voci gotiche che, come
_sada_ (sazio), _haban_ (avere), _raihta_ (retto), _arjan_ (arare),
avevano una ben discernibile affinità con le corrispondenti voci
latine, si confusero interamente con queste, e così i Goti dissero
_sazio_ o _satollo_, _avere_, _retto_, _arare_, ecc.

Secondo caso, molto meno frequente, ma non raro: la voce latina si
modificò, conforme al suono della voce germanica, per esempio: il
toscano _sdraiarsi_ e l’umbro _strajàsse_ derivano da un ravvicinamento
del latino _sternere_ al gotico _straujan_; l’italiano _sparagnare_ e
il lombardo _sparà_ derivano da un ravvicinamento del latino _parcere_
all’antico alto–tedesco _sparôn_; l’ital. _leccare_ deriva dal latino
_lingere_ e _ligurire_ e dall’antico alto–tedesco _lecchôn_; _rubare_,
dal lat. _rapere_ e dall’antico alto–tedesco _roubôn_; _senno_, dal
latino _sensus_ e dall’antico alto–tedesco _sin_.

Terzo caso, più raro, ma insieme più curioso di tutti: le due forme
si confusero in una terza, che le riassume entrambe. Per esempio,
_guiderdone_ è certo derivato dall’antico alto–tedesco _widarlôn_
(ricompensa); ma la seconda parte _lôn_ (moderno ted. _Lohn_,
mercede) fu scambiata col lat. _donum_ (basso lat. _widerdonum_); e
così ne nacque una parola anfibia, mezzo tedesca e mezzo italiana,
_widar_ (contro), che è il moderno _wider_, e _dono_: _widar–dono_
(guider–done), controdono, ricompensa.

Possiamo dunque concludere, che l’opinione del Bembo contiene solo una
piccola parte di vero. E possiamo anche, di passaggio, osservare, che
chi riguardava le lingue romanze come un imbastardimento del latino,
è naturale che inclinasse altresì a crederle meno perfette di esso. E
questa credenza, così funesta alla nostra letteratura e comune tuttora
a molti, trova facili conferme in superficiali e parziali confronti;
giacchè, per esempio, è di certo un danno l’aver perduto quasi tutti i
participi in _rus_, _ra_, _rum_ (_venturo_, _futuro_, ma non _letturo_,
_amaturo_, ecc.), e quindi non poter dire spicciamente e comunemente,
senza ricorrere è un latinismo: «Evviva, o Cesare: i _morituri_ ti
salutano!» Ma, in compenso, quanta maggior precisione e chiarezza non
hanno aggiunto al discorso l’articolo determinato e indeterminato e
que’ tempi del verbo, che mancavano al latino? Chi volesse continuare
il confronto, troverebbe venti di guadagno per ogni dieci di perdita.
Nè la perfezione d’alcuni autori antichi, dato anche e non concesso
che non avesse riscontro in autori moderni, proverebbe nulla a
svantaggio delle lingue di questi: come la perfezione di Raffaello
non prova che i colori, in sè stessi, fossero migliori al suo tempo,
che al nostro. «L’ultimo fine della parola,» ha detto egregiamente il
Lignana, «è di essere organo dello spirito. Ora, dire che le lingue
moderne sono inferiori alle antiche, equivale a dire che lo spirito
moderno è inferiore all’antico. Il che non credo abbia bisogno di
confutazione.»[33]


V.

Ma dicendo che le lingue romanze sono, in sostanza, una continuazione
e un perfezionamento del latino, che cosa s’intende qui per _latino_?
E chiaro che s’intende il _latino parlato_, giacchè le sole lingue
parlate possono moversi e trasformarsi.

Siccome però i Romani, che parlavano il latino duemila anni fa, sono,
per nostra disgrazia, morti tutti, e noi non possiamo conoscere la
loro lingua se non per quel tanto che ce n’è stato tramandato dai
libri e dalle iscrizioni; perciò si è cercato di stabilire se il latino
scritto e il latino parlato fossero una stessa cosa, o se ci corressero
più o men notevoli differenze.

Leonardo Bruni d’Arezzo (1369–1444) e Celso Cittadini di Roma (non di
Siena, come comunemente si crede—1553?–1627), il secondo dei quali
ebbe lampi d’intuizione filologica maravigliosi per il suo tempo,
sostennero che la lingua della plebe romana fosse quasi del tutto
diversa da quella delle classi cólte e specialmente degli scrittori.[34]

Trovando nel latino arcaico voci come _aurom_ (oro), _consol_
(console), ecc., le quali somigliano all’italiano, più che non gli
somiglino le corrispondenti del latino classico (_aurum_, _consul_),
il Cittadini capitombola quasi nell’opinione che fu poi, come abbiamo
visto, sostenuta dal Quadrio, e che il Muratori giustamente chiamò un
sogno, indegno persino d’essere confutato.[35]

Il Bruni, dal canto suo, arrivò a dire che i Romani non cólti
intendessero il linguaggio degli oratori, non più di quel che oggi
la plebe nostra intende la messa;[36] e come se questo fosse poco,
aggiungeva, che essi andassero al teatro, non già per intendere i
versi del poeta, ma per godere dello spettacolo scenico; e perciò,
secondo lui, si chiamavano _spettatori_ e non _uditori_:[37] speciosa
ragione, a distrugger la quale basterebbe osservare, che _spettatori_
si chiamavano anche le persone cólte, le quali andavano anch’esse al
teatro.

Egli inoltre non sapeva capacitarsi come mai le donnicciole di Roma
sarebbero potute riuscire a imparare le declinazioni de’ nomi e le
coniugazioni de’ verbi, e specialmente de’ verbi irregolari: cose,
diceva, che fanno sudar sangue anche noialtri dotti. Come mai volete,
domandava il brav’uomo, come mai volete che quelle povere ignoranti
potessero servirsi del verbo _ferre_ (portare), che nel presente fa
_fero_ (porto), e nel passato fa _tuli_ (portai), e nel supino muta
ancora, e fa _latum_?—Qui, l’ottimo messer Leonardo somiglia proprio
a quel tale che, andato in Francia, si maravigliava che là anche i
bambini sapessero parlare il francese. Dio buono! anche la donnicciola
fiorentina, senza aver studiato grammatica, tira fuori bravamente
dall’infinito _essere_ il presente _sono_, l’imperfetto _ero_, il
passato _fui_, eccetera; nè c’è pericolo che dica io ando invece di _io
vado_, nè _io dovo_ invece di _io devo_, nè _oma_ invece di _donna_,
nè _femmino_ invece di _maschio_; quantunque queste anomalie non siano
punto men difficili di _fero_, _tuli_, _latum_.

Ma segue forse da ciò che la lingua delle orazioni di Cicerone fosse
precisamente la stessa che parlava la sua lavandaia, o quella che in
tutto e sempre parlava egli medesimo? No davvero!

In questa questione, gli equivoci a me pare che siano nati e nascano
ancora da un errore fondamentale, e cioè dal non considerare la lingua
nel suo complesso, ma in questa o quella parte soltanto, in questo o
quel libro, in questo o quel parlante. Con tal metodo, per quanto la
lingua sia potentemente unificata, come era appunto quella di Roma e
come è ora quella di Parigi, deve per necessità apparire una specie di
Proteo multiforme.

Chi può negare, per esempio, che la lingua di cui si serviva in
parlamento il signor Thiers, non fosse la lingua che si parla a Parigi?
Eppure, chi oserebbe dire che fosse addirittura quella medesima di cui
si serviva il suo portinaio?

Con l’aiuto de’ miei scolari, io son riuscito a mettere insieme un
centottanta sinonimi italiani del verbo _morire_, e tutti, si noti
bene, d’uso comune;[38] mentre, sia detto per incidenza, il Tommasèo
ne dà solo cinque o sei. Son dunque centottanta modi usati e usabili
per esprimere una sola idea in italiano, e potrei anche dire, più
esattamente, in fiorentino, perchè quattro quinti di essi son vivi a
Firenze, e i rimanenti son creazioni di prosatori e di poeti, fatte
però tutte con voci vive fiorentine o foggiate alla fiorentina, ed
entrate poi nell’uso comune letterario.

Eppure, quale italiano o qual fiorentino potrebbe dire, preso così
all’improvviso, di saperli tutti e centottanta? E chi oserebbe
affermare che il plebeismo: _andare a rincalzare i cavoli_, o l’altro:
_crepare_, siano soltanto della lingua plebea? Domani potrete sentirli
in bocca a una persona civile, che l’userà per ischerzo o in un momento
di collera; mentre la povera donnicciola, trafitta dal dolore, vi
dirà poeticamente che il suo bambino _è stato ripreso da Dio_, o che
_è andato in paradiso_. E persona civile e donnicciola si troveranno
inconsapevolmente, ma sicurissimamente, d’accordo nel non dirvi mai
che quell’omaccione grasso e grosso, morto ier l’altro, _sia volato al
cielo_, perchè sanno che vi farebbero ridere.

Certo, il fatale divorzio della lingua scritta dalla parlata è stato
possibile in Italia, dove nessuna parlata ha mai definitivamente
prevalso; ma non era possibile in Roma, con quell’acutissimo senso
pratico de’ suoi cittadini, con quel bisogno ch’essi avevano
d’intendersi tra di loro più speditamente che potessero, con quella,
insomma, potente e compatta unità di linguaggio; quantunque ogni
romano, in fondo, avesse in testa una lingua, che non era precisamente
quella di nessun altro romano, e lo stesso scrittore usasse voci e
maniere diverse, secondo il soggetto e il genere del componimento.

Nè crediate che il fatale divorzio succeduto in Italia abbia
contribuito e contribuisca ancor poco a far inclinare molti Italiani
a supporre che altrettanto fosse accaduto anche a Roma. _Mal comune,
mezzo gaudio_; e certo, quando altri lamenta che tante e tante prose
italiane, pregevolissime di sostanza, siano però pochissimo lette,
perche scritte in una lingua mezzo morta, fa molto comodo il poter
rispondere: cosa volete farci? anche nella letteratura latina è stato
così.

Questo, dico, può far molto comodo; ma a me non pare che sia la verità.
E alle ragioni già addotte per dimostrarlo, ne aggiungerò un’altra di
fatto, e che, credo, dovrebbe bastar da sola a risolver la questione.

Papirio Peto, in una lettera a Cicerone, aveva applicato a sè stesso
un luogo di Trabea, chiamando pazzia il suo sforzarsi d’imitare
l’eloquenza dell’amico. E Cicerone gli rispondeva: «Dici davvero? Ti
pare una pazzia lo imitare quelli che tu chiami fulmini del mio stile?
Certo, sarebbe pazzia, se la cosa non ti riuscisse; ma poichè ti riesce
anche meglio che a me, de’ fatti miei devi ridere, e non de’ tuoi; e
lascia star Trabea, dacchè il _fiasco_ è piuttosto mio. Ma pure, delle
mie lettere che te ne pare? Non sono esse scritte alla buona?[39] Già
si sa: non conviene mica usar sempre lo stesso tono. Altro è una
lettera, altro un’orazione politica, o un’orazione forense. Persino
davanti ai giudici, si varia tono secondo le cause; perchè le private
e di poca importanza non richiedono quegli ornamenti, che adoperiamo
quando siano in gioco la vita o l’onore. Le lettere poi, sogliamo
scriverle con le parole di tutti i giorni.»[40]

Dunque, le lettere del grande oratore sono scritte, per sua stessa e
incontrastabile testimonianza, in _plebejo sermone_ e con _quotidianis
verbis_. Ma, di grazia, chi è che avendo sott’occhio una di quelle
lettere e un’orazione dello stesso autore, non s’accorga che sono
scritte nella medesima lingua, salvo, s’intende, le differenze
derivanti dal diverso genere di componimento? Ciò che nella lettera
sarà detto con la frase familiare: _andare all’altro mondo_, o con
altra anche plebea, nell’orazione sarà detto con frase sostenuta:
_render l’anima a Dio_. Ma queste non sono due lingue: son gradazioni,
tinte, sfumature diverse d’una stessa, stessissima lingua; e chi
volesse prendersi il gusto di esaminare le prime cento voci o maniere
d’una lettera di Cicerone, si può scommettere che ce ne troverebbe
almeno novanta usate da lui anche nelle orazioni o nelle altre sue
opere. Insomma, a dir tutto in poco, la diversità che egli accenna a
Papirio Peto non è di _lingua_, ma di _stile_; e la frase _plebejo
sermone_, addotta così spesso per provare l’esistenza di quella
specie di muraglia della Cina tra il latino scritto e il parlato, o
tra il latino nobile e il popolare, prova invece per l’appunto il
contrario![41]


VI.

Coloro che seguendo il Diez anche in questa parte non buona del suo
magistrale lavoro, si ostinano ancora a fare del latino due lingue o
quasi due lingue, una letteraria o nobile, e l’altra popolare, volgare
o, peggio, rustica, dicono che da quest’ultima son derivate le lingue
romanze.[42]

Il principe de’ loro argomenti è un fatto che si trova più o meno in
tutte le lingue: la coesistenza, cioè, delle doppie forme, ossia di
vocaboli e modi significanti ora sfumature diverse d’una stessa idea
(SINONIMI, come _uscio_ e _porta_, _bianco_ e _candido_, _salvare_ e
_preservare_), ora invece la stessa idea, senza nessuna differenza
di significato, e solo, ma non sempre, con qualche differenza di
stile, essendo alcuni più o meno particolari alle classi incolte
e altri alle civili; alcuni mezzo invecchiati e altri vivissimi;
alcuni più propri della poesia, altri della prosa (DOPPIONI, come
_scriminatura_, _discriminatura_, _scrima_ e _dirizzatura_, _badessa_ e
_abbadessa_, _escire_ e _uscire_, _gragnuola_ e _grandine_, _morir di
sonno_ e _morir dal sonno_, _farsi alla finestra_ e _affacciarsi alla
finestra_; con un eccetera pur troppo lungo, poichè in italiano, per
nostra disgrazia, questa quasi sempre falsa ricchezza è addirittura
strabocchevole).

Naturalmente anche in latino c’erano moltissimi sinonimi (_janua_
e _porta_, _equus_ e _caballus_, _torus_ e _lectus_, _amare_ e
_diligere_, ecc.); e anche non pochi doppioni (_volgus_ e _vulgus_,
_adjutare_ e _adjuvare_, _bucca_ e _os_, _minaciae_ e _minae_, _putus_
e _puer_, _maledicere aliquem_ e _maledicere alicui_, ecc.); e di
questi doppioni alcuni saranno stati usati indifferentemente l’uno
e l’altro da tutte le classi sociali, come oggi a Firenze _ditale_
e _anello_, _portantina_ e _bussola_, _spartizione_ (de’ capelli)
e _divisa_; altri invece saranno stati i preferiti, più o meno
esclusivamente, dalle classi inferiori, al modo stesso che un popolano
fiorentino dirà forse più volentieri _dota_ e _dolsuto_, che _dote_ e
_doluto_, e sempre poi _doventare_ invece di _diventare_, mentre un
fiorentino educato dice sempre _dote_ e _doluto_, e ora _doventare_,
ora _diventare_, secondo con chi e dove e di che parla. Rispetto poi
ai sinonimi, come il popolano della moderna Roma chiama sempre _porta_
anche l’_uscio_, così è probabile che il popolano della Roma antica
dicesse _porta_ anche quando doveva dir _janua_, e _caballus_ anche
quando doveva dire _equus_.

Or bene, siccome qualche centinaio di questi sinonimi o doppioni
latini, che si credono i preferiti dalla plebe, sono i genitori
legittimi dei corrispondenti vocaboli neolatini, giacchè noi Italiani,
per esempio, non diciamo _giana_ o _gianva_ o _jana_ da _janua_, ma
_porta_ _da_ porta, non _eguo_ o _ieguo_ o _ecquo_, ecc. da _equus_,
ma _cavallo_ da _caballus_; perciò cavando da questo fatto una troppa
larga conseguenza, si è detto e si dice che le lingue romanze
derivino dal latino rustico, o volgare o plebeo. Ma, oltrechè alle
poche centinaia di parole romanze d’origine latina rustica si può
contrapporne molte migliaia d’origine latina nobile, o nobile e rustica
insieme; non bisogna mai dimenticare che l’organismo di dette lingue
poggia quasi interamente sulla comune grammatica latina. Il tronco,
dunque, da cui son germogliati i rami che si chiamano italiano,
francese, spagnolo, ecc., è, in sostanza, il latino di Virgilio e
di Plauto, di Cicerone e di Vitruvio; il latino _togato_ e quello
_tunicato_; insomma, il latino di tutti, quello che parlava _omnis
populus_, come dice Varrone.

Una curiosa riprova di questa verità l’abbiamo nel fatto comunissimo,
che de’ due sinonimi o doppioni latini, il volgare cioè e il civile, se
uno attecchì in una delle nuove lingue, l’altro attecchì in un’altra.
_Ebriacus_, per esempio, che forse era la forma popolare usata invece
di _ebrius_, diede il toscano _ubbriaco_, il romanesco _imbriaco_,
l’antico spagnolo _embriágo_, il provenzale _ebriac_, ecc.; ma l’_ivre_
francese deriva direttamente da _ebrius_ (come il nostro _ebbro_,
del solo uso letterario); sicchè bisognerebbe concluderne che i
Romani andati nella Francia settentrionale, quando si ubbriacavano o
parlavano dell’ubbriachezza, fossero tutte persone civili. E così, se
il volgare _canutus_ diede l’italiano _canuto_, il provenzale _canut_
e il francese _chenu_; dal civile _canus_ è però derivato lo spagnolo
_cano_. Se dall’_allaudare_ o _adlaudare_ di Plauto derivarono il
provenzale _alauzar_, e lo spagnolo e portoghese _alabar_; dal comune
_laudare_ derivarono l’italiano _lodare_ e il francese _louer_.
Se il volgare _salisicia_ (_salis insicia_) o _salsitia_ diede il
toscano _salsiccia_, il siciliano _sosizza_, il francese _saucisse_,
lo spagnuolo _salchicha_, ecc.; a Milano, a Venezia e altrove dicono
ancora _lugànega_, dal latino _lucanica_, usato da Marziale e da
Cicerone.[43] Se noi Italiani e i Francesi non ci contentammo di
derivare _cavallo_ e _cheval_ da _caballus_ e diciamo anche _cavalla_ e
_cavale_ (da _caballa_); gli Spagnoli e i Rumeni dicono, sì, _cavallo_
e _callu_ pel maschio, ma dicono _yegua_ e _épa_ (da _equa_) per la
femmina; ed _ebba_ dicono i Sardi, _egua_ i Portoghesi; ed _egua_
s’incontra anche nel provenzale, _iegue_ nell’antico francese.[44] E se
il latino volgare porta prevalse generalmente su _janua_, questa vive
ancora nel sardo settentrionale _gianna_ e nel meridionale _ennia_, e
vive nel napoletano _votajanne_ (_volta–janne_), grimaldello.

Frequentissimo poi è il caso, che le due forme latine ne abbiano
addirittura generato due (più o meno necessarie) anche nelle nuove
lingue, come è accaduto in italiano da _caecus_ e _orbus_, _mutare_
e _cambiare_, _dolor_ e _cordolium_, _caput_ e _testa_, _vulgus_ e
_volgus_, ecc.

Del resto, chi facesse uno studio diligente sopra ciascuno di que’
vocaboli, che dal Diez[45] e da tutti coloro che hanno ricopiato il suo
elenco, vengono relegati nella categoria dei _rustica_, _vulgaria_,
_sordida_, troverebbe, io credo, da redimerne un bel numero. Perchè
mai, per esempio, dirci che _mamma_ (per _mater_) era voce volgare, se
Varrone presso Nonio attesta che apparteneva al linguaggio de’ bambini?
O che i patrizi non avevan bambini? E Marziale non si servì di questa
voce, per l’appunto come ce ne serviremmo noi Italiani, in qualunque
scrittura familiare, ma niente affatto volgare?

  _Mammas_ atque tatas habet Afra; sed ipsa tatarum
  Dici et _mammarum_ maxima _mamma_ potest.[46]

E, peggio ancora, perchè dirci che _cludere_ era la forma volgare di
_claudere_, se per quanto si volesse stiracchiare questo o quel testo,
è certo certissimo che fu adoperata innumerevoli volte, e in tutti gli
stili, e da scrittori d’ogni tempo?[47] E perchè, finalmente, mettere
in fascio voci e maniere usate da Plauto e Terenzio, con altre usate da
autori di cinque, o sei, o sette secoli dopo? Che ci si mettano quelle
poche, le quali, come _adjutare_ e _cordolium_, s’incontrano tanto nel
latino arcaico, quanto nel latino della decadenza, sta bene; perchè è
molto probabile che codeste forme, confinate ne’ bassi strati sociali
durante il periodo classico, ritornassero poi a galla col prevalere di
essi; ma quelle che troviamo usate per la prima volta da san Girolamo,
da sant’Agostino, da Prisciano e da altri autori, vissuti nel quarto,
quinto o sesto secolo dopo Cristo, con qual diritto volete bollarle
per _volgari_, quando invece non sono altro che _neologismi_? Tanto
varrebbe chiamar volgari tutte le parole italiane che non si trovano
nei Trecentisti, essendo venute in uso dopo il Trecento!

Il Littrè, che combatte alla sfuggita quest’ipotesi della derivazione
delle lingue romanze da «un certo latino rustico,» fa un’osservazione
molto giusta. «Se si crede,» egli dice, «che il vernacolo (_patois_)
latino, che senza dubbio si parlava nelle campagne al tempo d’Augusto
e dei suoi successori, sia più specialmente l’origine delle lingue
romanze; vale a dire che le voci del basso latino, come _cupiditare_,
_hominaticum_, _coraticum_, appartenessero ai vernacoli; io stimo che
si sbagli. In generale, queste forme del basso latino son lunghe; e
perciò indicano che le popolazioni da cui erano state create e venivano
usate, avevano perduto il senso delle forme più corte e più analogiche,
proprie della latinità. Ora, il vernacolo (basta osservare i nostri)
non ha punto questo carattere; il vernacolo ritiene più che altro
dell’arcaismo, mentre invece le forme allungate sono neologiche,
nascendo esse dalla necessità di assicurare il senso delle parole che
va oscurandosi.»[48]

Si badi però, che con tutto questo non vogliamo dire che nell’opinione
di coloro, i quali fan derivare le lingue romanze dal latino rustico,
non ci sia nulla di vero. Già, dicendo che codeste lingue derivano dal
latino parlato da tutti (il quale, s’intende, quattro o cinque secoli
dopo, non poteva esser più quello del tempo d’Augusto; nè mai, in
Francia o in Spagna, potè essere lo stesso che in Italia), nel _tutti_,
naturalmente, noi ci comprendiamo anche i _rustici_. E poi, bisogna
anche aggiungere che l’elemento rustico, allo sfasciarsi dell’Impero,
al decadere di quella splendida civiltà, ai primi albori della civiltà
nova e cristiana, fu di certo in prevalenza sull’elemento nobile.
Questo però, oltrechè non fu mai spento del tutto, andò riprendendo a
poco a poco il suo posto, col risorgere graduale della coltura. E se,
per esempio, in Italia, non si potè più sbandire le voci del latino
rustico _putus_ e _catus_ («putto» e «gatto»), e risostituirvi dal
latino civile _puer_ e _felis_; si potè bene però conservare dallo
stesso latino civile le voci _pueritia_, _puerilis_, _puerilitas_
e _felinus_, le quali, nelle forme corrispondenti italiane, e con
l’avverbio _puerilmente_ per giunta, vivono ancora nell’uso di tutte le
persone educate.

Qui, dunque, gli equivoci nacquero principalmente dal riguardare le
lingue neolatine da un solo lato della loro formazione; dal lato, cioè,
in cui, per le condizioni sociali, prevalse l’elemento volgare.


VII.

Ma, dirà qualcuno, _puerizia_, _puerile_, _puerilità_, _felino_, e
tanti altri vocaboli di questo genere, poterono esser desunti dal
latino per opera de’ letterati, quand’esso era già morto, e poi dai
libri entrare nell’uso delle persone civili; giacchè se, per esempio,
_pueritia_ fosse passato per il crogiuolo della fonetica popolare,
molto probabilmente ci avrebbe dato _puerezza_, o _poverezza_, o
qualcosa di simile.

Ecco: che nelle lingue romanze, e specialmente nella nostra, ci sia
un gran numero di vocaboli, non derivati dal latino per formazione
popolare, è un fatto indubitabile; e in francese si hanno anche norme
generali e sicure per riconoscerli subito.

Il francese (l’abbiamo già accennato) conservò non meno delle lingue
sorelle, l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino;
quantunque, per una forte contrazione della parola, creasse un sistema
d’accentuazione assai differente, nel quale l’accento, invece di posare
come in latino sulla penultima o sull’antipenultima, posa sull’ultima o
sulla penultima: _amáre_ (_aimér_), _judicáre_ (_jugér_), _rotúndus_
(_rónd_, ant. franc. _roónd_), _pórticus_ (_pórche_), _témplum_
(_témple_), ecc. Or bene, tutte le parole francesi che violano la
regola dell’accento latino, o che, pur non violando questa, non
hanno subìto certe normali trasformazioni, sono infallantemente di
origine non popolare. Tale è, per esempio, _fragile_, derivato,
come il popolare _frêle_ dal lat. _fràgilis_. Tale è _innocent_,
perchè, secondo la fonetica popolare, il lat. innocentem avrebbe dato
_ennuisant_, come _infantem_ e _inimicus_ diedero _enfant_ e _ennemi_,
e _nocentem_ diede _nuisant_.

L’italiano, all’opposto, conserva di regola l’accento latino a suo
luogo, tanto nei vocaboli di origine popolare, quanto in quelli di
origine non popolare; e, per di più, non altera molto la loro forma;
sicchè per distinguere gli uni dagli altri noi non abbiamo norme
generali così chiare e pronte come le hanno i Francesi. Potremo
quindi ben dire che siano di formazione civile _flato_ da _flatus_,
_flebile_ da _flebilis_, _flutto_ da _fluctus_, perchè il nesso
_fl_, secondo la fonetica popolare, avrebbe dovuto mutarsi in _fi_,
come appunto accadde in _fiato_, _fievole_, _fiotto_ (che derivano
ugualmente da _flatus_, _flebilis_, _fluctus_), e in _fiume_ da
_flumen_, _fiore_ da _florem_, e simili; potremo anche arrischiarci a
dire che sia un’esumazione letteraria il verbo _procombere_, giacchè,
a quanto ne sappiamo, il primo a usarlo fu Giacomo Leopardi; ma chi
oserebbe affermare che siano d’origine non popolare _innocente_ e
_felino_, come lo sono di certo i loro corrispondenti francesi;
una volta che in italiano, fonetica popolare e fonetica civile,
per regola generale, vanno in questo caso pienamente d’accordo? E
poi, se pure si riuscisse anche noi a distinguere tutte le voci di
formazione non popolare; con ciò non si sarebbe provato nulla in favor
dell’assunto che l’italiano e gli altri idiomi romanzi derivino dal
latino rustico: come non prova nulla l’averle distinte in francese;
giacchè, per esempio, Dio solo ormai potrebbe fornirci le prove che
in Francia gli aggettivi latini _innocens_ e _felinus_ siano affatto
scomparsi per un certo tempo dall’uso, e poi siano risuscitati per
opera esclusivamente letteraria. L’unica cosa che si può dire con
sicurezza è che per _innocent_ e _félin_ in francese, come forse per
_puerizia_ in italiano, le classi civili non si piegarono alla fonetica
popolare; anzi imposero al popolo la fonetica propria. Ma tutto induce
a credere che, anche quando il latino era, per dir così, in agonia,
la maggior parte di simili voci si trovassero, nell’uso vivo delle
persone civili, allora incomparabilmente più ristretto che ora, ma
vivo. E se non s’incontrassero mai nelle scritture latine o nelle
semivolgari di que’ tempi, nè in quelle addirittura volgari di tempi
posteriori, non sarebbe certo una buona ragione per dichiararle allora
morte, e risuscitate soltanto più tardi per opera dei letterati. Nè
a dichiarar tali alcune di esse, basta l’altra ragione del vederle
oggi usate dai soli scrittori, o anche esclusivamente dai soli poeti;
giacchè, a questa stregua, chi non giudicherebbe d’origine letteraria
le voci _cetra_, _alma_, _léce_ (da _licet_), e _rio_ (da _reus_), le
quali invece son tutte di schiettissima formazione popolare?[49] Se
poi lo si considera bene, rafforza tutti questi argomenti anche il
curioso fenomeno de’ vocaboli di origine mista, come per esempio il
francese _chapitre_, che è di certo civile nella sillaba di mezzo, e
popolare nelle altre due.[50] È quindi chiaro che alle frasi comuni:
_formazione_ o _origine letteraria_, e simili, sarebbe da sostituire
l’altra molto più esatta di _formazione civile_; poichè le vere e
proprie e accertate esumazioni letterarie, come appunto parrebbe il
nostro _procombere_, sono in tutte le lingue neolatine un numero
relativamente assai ristretto.[51]


VIII.

I documenti che ci rimangono del francese dell’undecimo secolo (e
siamo costretti a parlar del francese, perchè, insieme col provenzale,
ne’ primi secoli è appunto il più ricco di documenti), ci permettono
di affermare con sicurezza che verso quel tempo il periodo della
formazione della nuova lingua è terminato, ossia che il latino è morto
in Francia definitivamente, e il francese ha finito di nascere; purchè
non si perdano mai di vista quei due canoni filologici:—Ogni anno
si fa un passo verso un nuovo linguaggio;—La parola, piuttosto che
un fatto, è un continuo farsi;—e purchè alle metafore di _morte_ e
di _nascita_ non si dia maggior valore di quello che hanno realmente,
e s’intenda solo che il linguaggio della Francia settentrionale,
nell’undecimo secolo, non aveva più tutti que’ principali caratteri che
lo facevano chiamar latino, e ne aveva invece acquistati altri, che gli
fecero mutar nome, rimanendo pur sempre latino nel fondo.

Se dall’undecimo secolo torniamo indietro, naturalmente i nuovi
caratteri vanno scemando, e crescono invece gli antichi. Nel _Cantico
di Sant’Eulalia_, del nono secolo, s’incontrano ancora certe forme
derivate dal più che perfetto latino (_auret_ da _habuerat_, _pouret_
da _potuerat_, _furet_ da _fuerat_, ecc.),[52] e versi come questi:

  E por o fut presentede Maximiien,
  Chi rex eret à cels dis sovre pagiens.[53]

Il giuramento che nello stesso secolo, e precisamente nell’anno 842,
Luigi il Germanico prestò, in _romana lingua_, a suo fratello Carlo il
Calvo, e Carlo poi, in _teudisca_, a lui, dice così: _Pro Deo amur et
pro christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di_ [de isto
die] _in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo
cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa, si cum om per
dreit son fradra salvar dift, in o [in eo] quid il mi altresi fazet_
[faciat], _et ab[54] Ludher nul plaid_ [placitum] _nunquam prindrai,
qui, meon vol, cist meon fradre Karle in damno sit._[55]

Che razza di lingua è questa? Vi si scorgono, sì, alcuni speciali
caratteri dell’antico francese;[56] ma pare quasi un miscuglio di
tutte le nuove lingue; pare che non sia ancora risolutamente nessuna di
esse, quantunque non sia più neppure il latino:

  Come procede innanzi dall’ardore
  Per lo papiro suso un color bruno,
  Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.[57]

Il fatto però non recherà maraviglia a chi ripensi che più i rami sono
vicini al tronco, e più si somigliano tra loro, e più somigliano anche
al tronco stesso. Più invece se ne staccano, e più vanno acquistando
ognuno caratteri propri. Già il gran Muratori, a proposito di questo
medesimo documento, notava che la lingua francese era di certo molto
più somigliante allora che adesso alla nostra italiana;[58] e, bisogna
aggiungere, tutt’e due somigliavano, assai più che non ora, alle altre
lingue sorelle, e tutte quante poi somigliavano più anche al latino.
Perciò il Littré potè tradurre assai poeticamente, benchè quasi alla
lettera e con lo stesso numero di versi e molto spesso anche con le
stesse rime, tutto l’_Inferno_ di Dante in francese antico.[59]

Su questo punto, dunque, sarebbe inutile recare altre prove, se non ci
giovassero a dimostrare anche altre verità.

Pare strano, per esempio, che il moderno francese _autel_ derivi dal
latino _altare_. Ma chi sappia che nel francese dell’undecimo secolo
si trova _alter_ e più tardi _altel_; chi sappia che in questa lingua
l’_al_ latino (_al_tare), quando sia seguito da altra consonante,
finisce di regola col cambiarsi in _au_ (_au_tel—_al_ba = _au_be,
_al_ter = _au_tre, m_al_va = m_au_ve, p_al_ma = p_au_me, ecc.); e
che l’_a_ latino accentato (alt_a_re), quando non è in posizione, vi
si muta in _e_ (aut_e_l—s_a_l = s_e_l, am_a_rus = am_e_r, n_a_sus =
n_e_z, cl_a_vis = cl_e_f, ecc.); chi sappia che l’_r_ (alta_r_e) mutato
in _l_ (aute_l_) vi s’incontra anche in altre parole (pe_r_egrinus
= pè_l_erin, crib_r_um = crib_l_e, ecc.), e che l’_e_ latina atona,
quand’è al termine della parola (altar_e_), vi scomparisce sempre
(autel—mar_e_ = mer, amar_e_ = aimer, ecc.); chi finalmente sappia
che anche in provenzale s’incontrano le forme _altar_ e _autar_,
e che altar si dice a Venezia e a Milano, e _altêr_ in Romagna e
altrove; troverà naturale e logico che in francese si siano avute
successivamente le tre forme: _alter_, _altel_, _autel_; e insieme
avrà non solo una prova del fatto che le lingue romanze somigliano
più tra loro e al latino, quanto più si risale il corso dei secoli;
ma avrà altresì un’idea del metodo che oggi si segue nelle indagini
etimologiche, e del posto importantissimo che in tali indagini tengono
i dialetti.

Prima di questo metodo, non sapendosi spiegare come il francese _âme_
potesse derivare dal latino _anima_, si diceva derivato dal gotico
_ahma_ (soffio, anima). Oggi invece, essendosi accertato che nel
nono secolo i Francesi scrivevano _anima_,[60] nel decimo _anime_,
nell’undecimo _aneme_, e nel decimoterzo _anme_ e _amme_, si trova
naturalissimo che poi passassero ad _âme_; nè c’è punto bisogno
di ricorrere alla parola gotica. Il provenzale _anma_ e _arma_, e
l’italiano _anima_, che in alcuni scrittori e ne’ dialetti è _anema_,
_alma_, _arma_, compiono e illustrano la storia di _âme_. E così
è (per citare un ultimo esempio) dell’italiano _topo_, il quale è
derivato dal lat. _talpa_: primo, per lo scambio di _al_ in _aul
au_ (t_al_pa=_tau_pa), come in «_au_tre» per «_al_tro;» secondo,
di _au_ in _o_ (t_au_pa=t_o_pa), come in «l_o_de» da «l_au_de;»
terzo, col mutamento di genere (_topa_=_topo_), come in _uccello_ da
_avicella_=_aucella_.

Con questo metodo, dunque, si scoprono molto spesso etimologie
inaspettate; ma non è più possibile cadere in quelle aberrazioni, per
cui, ad esempio, il Menagio (1613–1692), con una serie di mutamenti
cervellotici, faceva derivare _alfana_ da _equus_: derivazione che gli
fruttò il grazioso epigramma del cavalier d’Aceilly:

  _Alfana_ vient d’_equus_ sans doute;
  Mais il faut convenir aussi
  Qu’à venir de là jusqu’ici,
  Il a bien changé sur la route.


IX.

Mentre però in Francia, dal IX secolo in poi, si hanno documenti sicuri
e via via più copiosi per seguire passo per passo lo svolgimento di
quegli idiomi, in Italia, invece, fino alla prima metà del sec. XIII,
i documenti scarseggiano. Questa differenza proviene soprattutto dal
fatto, che Provenzali e Francesi, essendo meno di noi affezionati al
latino, cominciarono prima di noi a usare i loro volgari anche in opere
letterarie, le quali, com’è naturale, si conservano più facilmente.
Ma se è certo che le due letterature di Francia sono più antiche della
nostra, non è men certo che gl’idiomi italiani si svolsero, per dir
così, parallelamente ai francesi, di guisa che la storia di questi
è anche, in sostanza, la storia dei nostri, come di tutti gli altri
neolatini. Del resto, anche gli scarsi documenti che abbiamo, se sono
insufficienti a risolvere molte questioni filologiche parziali, sono
però più che sufficienti per la questione storica generale, potendosi
applicar loro il noto detto: _ex ungue leonem_.

Nelle _Inscriptiones Christianae urbis Romae_, pubblicate dal De Rossi,
come anche in altre simili, s’incontrano forme volgari o semivolgari
perfino nel IV secolo. Per esempio, un _mesis_ per _mensibus_,
s’incontra nell’anno 310 (pag. 31); un _mesis nobe_ (_nove_) nell’anno
350 (pag. 67); un _Pitzinnina_ (_Pizzinina_, _Piccinina_, nome o
soprannome d’una giovine) nell’anno 392 (pag. 177); un _septe_ per
_septem_ nell’anno 394 (pag. 183). Importante e curiosa mi pare poi
sotto questo rispetto un’iscrizione dell’anno 404 (pag. 226), che dice
così:

                           LEPUSCLU^[S] LEO
                   QUI VIXIT ANUM ET ME[N]SIS UNDECI
                        ET DIES DECE^[ET]]NOVE
                  PERIT SEPTIMU CALENDAS AGUSTAS etc.

Qui, oltre le forme _undeci_ e _septimu_, tuttora venti in alcuni
dialetti, e oltre l’_agu_ di _agustas_, vivente anch’esso nell’_Agusto_
(Augusto) del romanesco e d’altri dialetti e nell’italiano _agosto_;
abbiamo quelle tre correzioni sovrapposte a _Lepusclu_, _mesis_ e
_decenove_, le quali mi paiono attestar chiaramente, che lo scolpitore
dell’epigrafe si era fatto rubar la mano dalla sua parlata, e poi si
corresse o fu corretto.

Un _visse_ per _vixit_ s’incontra in un’iscrizione dell’anno 564 (pag.
501); un _con_ per _cum_, in un’altra dell’anno 565 o 550 (pag. 503).

Certo, forme consimili, più vicine cioè ai volgari italiani, che
al latino classico, spesseggiano anche nel latino arcaico, come
nelle altre antiche lingue italiche;[61] e appariscono perfino nel
secolo d’Augusto. Ma nel quinto e sesto secolo dell’era cristiana
cominciano a diventare un vero diluvio. Scorrendo la citata raccolta
del De Rossi, si vede chiaramente che in que’ tempi il buon latino è
già un’eccezione. E se così era nella culla stessa della latinità,
figuriamoci che cosa dovesse essere altrove. L’arcaismo, prima
relegato e quasi nascosto negl’infimi strati sociali, rialzava il capo
arditamente col prevalere di questi; e data la mano al neologismo, che
nasceva spontaneo dalle mutate condizioni materiali e morali, cospirava
con esso a precipitare la trasformazione del linguaggio.

De’ successivi progressi di tale trasformazione ci fanno sufficiente
testimonianza gli atti notarili e cancellereschi, che per usanza e per
legge dovevano essere scritti in latino, o almeno in una forma che ne
avesse l’apparenza.

Nella massima parte di codeste scritture, che specialmente dall’VIII
secolo in poi ci son rimaste in gran copia, il capriccio individuale
è per solito così sfrenato, e la mancanza d’ogni norma grammaticale
così assoluta, da non lasciare ombra di dubbio, che i loro autori non
scrivevano nessuna vera lingua, nè viva nè morta; ma storpiavano alla
peggio, ognuno a suo modo, la propria parlata, su quello stampo informe
di latino che ognun d’essi aveva in capo, o meglio che gli veniva
in capo mentre scriveva. E quindi era possibile che, per esempio,
un notaro e un prete di Lucca e un altro notaro della vicina Sovana
usassero nello stesso tempo (a. 736–740) tre formule orribilmente
sgrammaticate rispetto al latino, ma con spropositi del tutto diversi,
sicchè ognuna, per di così, costituisce una lingua a sè. Il notaro
lucchese, infatti, scriveva: _Regnante piissimi dn. nostro Liutprand
et Hilprand vir excellentissimis regibus_....[62] Il prete, invece:
_Regnante Domnos noster Liutprand et Helprand, Domino juvante,
regibus_....[63] E il notaro sovanese: _Regnante Domni nostri Liutprand
et Hilprand viri excellentissimi rigis_....[64] Basterebbero,
dunque, questi tre soli esempi tra mille, a provare che nel principio
del sec. VIII gl’idiomi parlati in Italia non erano più il latino.

Ma i notari e i cancellieri, e in parte anche i cronisti, i biografi e
simili, ci offrono prove ben più dirette e lampanti; poichè, alle volte
per maggior chiarezza, ma più spesso per ignoranza, incastrano qua e là
ne’ loro scritti forme semivolgari o prettamente volgari. Eccone qui
pochi saggi, desunti da documenti d’ogni regione d’Italia.

A. 539. In un papiro ravennate, contenente un istrumento di vendita:
_Eundemque comparatorem_ [compratore] _Pelegrino Vaistrini_ [sic],
_heredesque ejus causa hujus venditionis in ss_ [supra–scriptam] _rem
inremittere, ingredi, possidereque permiserunt_. (MAFFEI, _Istoria
Diplomatica_; Mantova, 1727; pag. 151.)—_Nomero centum decem_ ...
_nomero_. (_Ibid._, pag. 152).—_Vindetrice_ (ripetuto due volte,
invece del genitivo _venditricis_.—_Ibid._, pag. 153).

A. 557. In un papiro reatino: _Aetatis invicillitatem_. (_Ibid._, pag.
161 _bis_.) _Invicille_ e _invecille_, per _imbecille_, vivono ancora
in alcuni de’ nostri vernacoli.

A. 602 o 603. _In valle que nominatur Bobio_. (_Historiae patriae
Monumenta, edita jussu regis Caroli Alberti._ Chartar. tom. I, pag. 3.)

A. 685. _Orare diveatis_ ... _tam movile quam imovile_ ...
_scrivendam_ ... _stavilitum_. (_Docum. Lucch._, tom. IV, pag. 63–64.)

A. 713. _Ego Fortunato_.... _Et posi hanc completa cartula,
rememoravimus particellula nostra de oliveto in Vaccule, ego Fortonato
et Bunuald parte nostra in integrum offerimus Deo et beati S. Petri,
quem novis heredem constituemus_. (_Ibid._, tom. V, par. II, pag. 4–5.)

A. 730. _De uno latere corre via publica_. (Carta pisana, nel MURATORI,
Diss. cit., col. 480–81.)

A. 746. _De uno latum decorre via publica_ ... _nomero quindeci_.
(_Docum. Lucch._, tom. V, par. II, pag. 23.)

A. 747. _In loco qui dicitur Castellone_. (_Ibid._, pag. 24.)

A. 748. _Una libra cera_ ... _perexolvant_. (_Ibid._, pag. 26.)

A. 759. _Reddere debeamus uno soldo bono expendibile._ (_Ibid._, pag.
39–40.)

A. 765. Rissolfo prete dona tutti i suoi beni a due Chiese del
territorio di Lucca, a condizione però, che con una parte delle rendite
si dia da pranzo per tre giorni d’ogni settimana a ventiquattro poveri;
e fissa egli stesso il _menu_ del pasto: _Prandium eorum tali sit per
omnem septimana: scaphilo grano pane cocto, et duo congia vino, et duo
congia de pulmentario faba et panico mixto, bene spisso, et condito de
uncto aut oleo_. (_Ibid_., pag. 55.)

A. 776. _Reddere promettimus una anfora vino_ ... _et uno porcello_.
(_Ibid._, pag. 90.)

A. 777. _Signum_ † _manus Garibaldi, filio quondam Placito da Porta
Argenta, testis._ (Carta milanese, nel MURATORI, Diss. cit., 479.)

A. 788. _Constat me Arimundi filio bone memorie Desiderio de Civitate
astense accepisse et accepi ad te Augustino Clericus dinarios argenteos
nomeri trigenta, fenido_ [finito, intero?] _precio pro pecia una de
campo, quam avere viso sum inter consortis et germanos meos ex integrum
mea porcione de ipso campo et cum antecessura de pradello._ (_Hist.
patr. Mon._, vol. cit., pag. 23.)

A. 792. Un contadino prende a coltivare un podere da Giovanni, vescovo
di Lacca, e si obbliga a dargli ogni anno, tra l’altre cose, _mediatate
vino puro_. (_Docum. Lucch._, tom. cit., pag. 138.)

A. 799. _Alia pettia de terra in ipsu locum abentes fine de duas parti
fine bia._ (Carta salernitana, nel _Codex Diplomatica Cavensis_; tom.
I, pag. 4.)

Da documenti di questi stessi tempi risulta che a Roma si diceva _Porta
Majore_ nel nominativo;[65] e nel _Liber Pontificalis_ di Agnello
Ravennate,[66] scritto nella prima metà del IX secolo, abbiamo un
curiosissimo fatto. Quando Carlo Magno passò per Ravenna, l’arcivescovo
Grazioso e altri lo invitarono a pranzo; e i maggiorenti del clero,
conoscendo il loro arcivescovo per uomo di _gran semplicità_, lo
ammonirono in buoni termini, perchè alla presenza del sovrano non se ne
lasciasse scappare qualcuna delle sue.—_Domine, retine simplicitatem
tuam, et cave ne aliqua loquaris quae apta non sint_.—No, figlioli,
no; mi turerò la bocca (_Non, filii, non, sed oppilo os_), rispose
l’arcivescovo. Ma quando furono a tavola, il brav’omo, vedendo forse
che Carlo mangiava poco, saltò su a dirgli: _Pappa, Domine mi Rex,
pappa!_ Carlo, com’è naturale, si maravigliò (_admiratus est_) di quel
_pappa_; e allora gli altri preti (figuriamoci con che premura!) gli
spiegarono che l’arcivescovo, nella sua _gran semplicità_, con quelle
parole non aveva punto inteso _nè ingiuriarlo_, _nè beffarlo_, ma
solamente esortarlo a mangiare, come una madre fa col bambino. _Ecce
vere Israelita, in quo dolus non est_, esclamò il Re; e divenne così
benigno verso Grazioso, che gli concesse poi tutto ciò che volle. È
dunque evidente che il verbo _pappare_ aveva già nell’uso vivo il
significato ingiurioso o burlesco (_injuriae aut illusionis_) di
_mangiare ingordamente_, mentre invece in latino pare che si dicesse
de’ soli bambini, quando chiedono il cibo, o quando mangian la _pappa_.

A. 816. _Avent in longo pertigas quatordice in transverso, de uno capo
pedes dece, de alio nove in traverso_.... _de uno capo duas pedis,
cinque de alio capo_. (Carta pisana, nel MURATORI, Diss. cit., 481.)

A. 818. Ghisalperga, badessa di S. Lucia in Lucca, nomina rettore
della chiesa di S. Pietro di Nocchi un prete Romualdo, il quale dal
canto suo si obbliga a _bene lavorare_ i terreni di detta chiesa, e a
dare ogn’anno alla badessa _medietatem vinum purum_.... _et medietatem
castanie, et medietatem fica sicche_. (_Docum. Lucch._, Suppl. al
tom. IV, pag. 23.)

A. 846. Finchè Ambrogio vescovo di Lucca conserverà badessa di S.
Pietro _Ildicunda_, e la lascerà padrona di tutti i beni del monastero,
un tal Ghisolfo, probabilmente parente di lei, si obbliga a _reddere
per singulos annos_ al vescovo _uno vestito caprino testo in sirico, et
uno tappite_. (_Ibid._, pag. 40.)

A. 850. _Per longu passi sidici et gubita trea et pede unu_. (Carta
nocerina, nel _Cod. Dipl. Cav._, tom. I, pag. 40.)

A. 857. _In locu nominato casamavile_. (_Ibid._, pag. 63.)—_Ut dare in
cambio_.... _ipsa terra sua, qui dicitur ad casa amabele_. (Pag. 65.)

Frequenti son pure i soprannomi volgari. In una carta modenese
dell’anno 918, incontriamo un _Lampertus, qui supernominatur
Cavinsacco_ (capo–in–sacco). In una lucchese, del 941, facciamo
conoscenza, poco gradita in verità, con _Johannes clericus, qui Rabia
vocatur_; e, nel 905, re Berengario donava a un monastero i beni di
un altro Giovanni, _qui alio nomine Bracca curta_, [braca–corta]
_vocitabatur_. (MURATORI, Diss. cit., 491.)

In un documento lucchese del 980 (Suppl. al tom. IV, pag. 101–2),
sono espressamente nominate in volgare una quarantina di ville, come
_Valiano_, _Ferugnano_, _Monte alto_, _Perglone_, _Valle_, _Aliga_,
_Appiano_, _Casale Lapidi_, _Vivaja_, _Marciano_, _Collecarelli_,
_Carbona in Cercino_, ecc. Ma quasi non ce n’è più bisogno; perchè
in una carta originale dell’archivio di Montecassino, scritta nel
960, troviamo finalmente un intero periodetto quasi tutto volgare.
Questa preziosissima carta, pubblicata prima dal Gattola e poi anche
dal Tosti,[67] è un placito di Arechiso, giudice capuano, per una
lite di confini tra il Monastero cassinese e un tal Rudelgrimo di
Aquino. Ognuno de’ testimoni, tenendo con una mano l’_abbreviatura_
delle carte processuali, e toccandola con l’altra mano, dice: _Sao ko_
[come] _kelle terre per kelle fini, que ki contene,[68] trenta anni
le passette_ [possedette] _parte Sancti Benedicti_. E queste parole
son ripetute nel placito ben quattro volte, con lievissime differenze,
più grafiche, che di sostanza, e dal cui confronto risulta la nostra
lezione.

Sulla data e autenticità di questo vero cimelio, il quale basterebbe
da solo a provare che verso il mille il latino doveva già esser morto
e sepolto da un pezzo, non c’è, nè ci può essere, ombra di dubbio.[69]
E la sua importanza si accresce grandemente, considerando che esso si
trova, per dir così, solitario; poichè, dimostrata ormai ad esuberanza
la falsità delle pretese _Carte d’Arborèa_;[70] dimostrato che non è
del 1000, ma del 1606, la iscrizione volgare di Monte San Giuliano
in Sicilia;[71] passa ancora un secolo, prima che si trovi un altro
documento autentico e di data certa, che sia degno di stargli vicino.
Le singole forme volgari, che potremmo ancora spigolare qua e là
abbondantemente, farebbero al suo confronto una ben magra figura; e
solo nella seconda metà del secolo XI abbiamo una carta sarda, la
quale, tenuto conto della stretta somiglianza che gl’idiomi di Sardegna
hanno anche oggi col latino,[72] può quasi considerarsi come del tutto
volgare. Eccone, per saggio, le prime righe: _In nomine Domini. Amen.
Ego judice Mariano de Lacon fazo ista carta ad honore de omnes homines
de Pisas, per xu toloneu ci_ [ki] _mi pecterunt_ [per il dazio che
mi domandarono], _e ego donolislu_ [donoglielo], _per ca li sso ego_
[perchè gli sono io] _amica caru, e itsos a mimi_ [ed essi a me].[73]

Secondo il compianto Löwe, appartiene al sec. XI anche una _Formula di
Confessione_, contenuta in un codice proveniente dall’antico monastero
benedettino di S. Eutizio presso Norcia, e ora nella Vallicelliana di
Roma.[74] È una specie di guida o promemoria per la confessione. Il
supposto penitente, dopo aver detto tre volte: _Domine, mea culpa_,
dichiara con frasi latine o semilatine di confessarsi, davanti a Dio,
alla Madonna e a tutti i Santi e le Sante, d’ogni peccato commesso,
_da lu battismu_ suo, _usque in ista hora_; e quindi prosegue,
specificandone alcuni più grossi: _Me accuso de lu corpus Dei, k’io
indignamente lu accepi. Me accuso de li mei adpatrini_ [confessori],
_et de quelle penitentie k’illi me pusero e nnoll’observai. Me accuso
de lu genitore meu et de la genitrice mia et de li proximi mei, ke ce
non abbi quella dilectione ke me senior Dominideu commandao. Me accuso
de li mei sanctuli_ [padrini, compari] _e de lu sanctu baptismu, ke
promiseru pro me et noll’obsevai. Me accuso de la decema et de la
primitia et de offertione, ke nno la dei siccomo far dibbi. Me accuso
de le sancte quadragessime et de le vigilie de l’apostoli et de le
jejunia .IIII.^[or] tempora, k’io noll’observai. Me accuso de la sancta
treva_ [tregua], _k’io noll’observai siccomo promisi_, eccetera,
eccetera, finchè s’arriva all’assoluzione.

Del principio del sec. XII, e precisamente dell’anno 1104 o 1122,
abbiamo la nota carta rossanese, di cui sarebbe desiderabile che
qualcuno ritrovasse l’originale e ce ne desse un’edizione migliore di
quella dell’Ughelli,[75] la quale, come già avvertiva il Muratori
(Diss. cit., 512), deve avere parecchie inesattezze di trascrizione.
Comunque sia, eccone qui uno de’ passi più ricchi di forme prettamente
volgari:..... _et cala allo vallone de donna Leo, et lo vallone
Apendino ferit a la via che vene ad Santo Jorio, et volta supra l’ara
de li maracini_ [_Maracini?_].....

Dell’anno 1193 abbiamo una carta, scritta nel territorio di Fermo,
e nella quale, tra l’altre, s’incontrano queste locuzioni: _unu
mese poi_—_non volese redere li denari_—_se questo avere se_ [si]
_perdesse_—_fose palese per la terra_—_ke la mitade se ne fose ad
resicu de Johanni de tuctu_.[76]

Ognun vede però, che questi documenti appartengono tutti alla storia
della lingua, e non alla _letteratura_ propriamente detta. Ma nel sec.
XII ne abbiamo anche tre altri, che possono considerarsi come letterari.

Il primo è la notissima iscrizione del Duomo di Ferrara, che nella sua
forma più antica diceva così:

  Li mile cento trenta cenqe nato,
  Fo questo tempio a S. Gogio donato
  Da Glelmo ciptadin per so amore,
  E mea fo l’opra Nicolao Scolptore.

I dubbi sollevati sull’autenticità di questo documento furono
strenuamente combattuti dall’Affò,[77] e li crede addirittura
infondati anche il Monaci.[78]

Il secondo son quattro versi, che alludono all’impresa di Casteldardo,
assalito e distrutto dai Bellunesi nel 1193:

  De Casteldart havi li nostri bona part;
  I lo zettò tutto intro lo fiume d’Art;
  E sex cavalier di Tarvis li plui fer
  Con sè duse i nostri presoner.[79]

Il terzo, letterariamente più importante di tutti, è però opera di
un trovatore provenzale, Rambaldo di Vaqueiras, che in una canzone
o contrasto bilingue, scritto senza alcun dubbio pochi anni prima
della fine del secolo, fa parlare per ben quattro strofe in genovese
una donna, la quale, per la buona ragione che è già maritata, non
vuoi corrispondere alle proteste di amore che egli le vien facendo in
provenzale. Eccone per saggio una strofa, secondo la lezione del conte
Galvani:

  Jujar,[80] to provenzalesco,
  Si ben s’engauza de mi,[81]
  Non lo prezo un genoì,[82]
  Nè t’entend chiù d’un Toesco
  O Sardesco o Barbari,[83]
  Ni non ho cura de ti:
  Vo’ ti cavillar con mego?
  Se lo sa lo meo marì,
  Malo piato avrai con sego.
  Bel Messer, vero ve di’:
  Non vollio questo latì;[84]
  Frare, zo aia una fi;[85]
  Provenzal, va, mal vestì,
  Lagame star.[86]

A questi tre documenti potrebbe anche aggiungersi la poesia che va
sotto il nome di _messer lo Re Giovanni_;[87] perchè, se realmente
ne fu autore il suocero di Federigo II, Giovanni di Brienne; essendo
egli nato nel 1158, e codesta poesia avendo un carattere erotico
molto vivace, deve probabilmente averla scritta prima della fine del
secolo, quando cioè il sangue gli bolliva ancora. E potrebbe altresì
aggiungervisi il così detto _Ritmo Cassinese_, essendo probabile che,
tra quelli che lo vogliono del sec. XI e quelli che lo vogliono del
XIII, abbiano ragione coloro i quali, come il Monaci, lo ritengono
del XII.[88] Al qual tempo è forse da assegnare anche il _Ritmo_
della Laurenziana, pubblicato dal Bandita,[89] e i ventidue _Sermoni
Gallo–italici_, pubblicati dal Foerster[90] e scritti in un linguaggio
che ha qua e là forme francesi, ma il cui fondo appartiene all’Italia
settentrionale.[91]

Potremmo tuttavia non tener conto di questi quattro ultimi documenti,
e anche del contrasto del trovatore provenzale; poichè basterebbero
l’iscrizione di Ferrara e i versi bellunesi, per affermare che fin dal
sec. XII i nostri volgari cominciarono, scarsamente, rozzamente quanto
si vuole, ma cominciarono, ad essere usati in componimenti letterati.

Intanto però che qui si movevano appena i primissimi passi (e in parte
si movevano, come abbiamo veduto, per opera di un provenzale e d’un
francese), la letteratura francese e la provenzale erano già in pieno
fiore; anzi, la seconda già cominciava a decadere.

Le ragioni di questa differenza tra l’Italia e la Francia possono
esser parecchie, ma la principale è quella che abbiamo già accennata:
gl’Italiani, considerando l’impero e la lingua di Roma come cosa e
gloria propria, si ostinavano a scrivere in latino, o almeno in un
volgare latinizzato. Latino e volgare furono sempre in lotta tra noi;
si può anzi dire che questa lotta forma il carattere più spiccato della
lingua e della letteratura italiana, e non è ancora interamente cessata.

Al cadere del VI secolo, san Gregorio Magno, papa, faceva una solenne
lavata di capo a Desiderio vescovo di Vienna in Francia, perche
dava lezioni di grammatica latina. «Ci si riferisce un fatto,» gli
scriveva, «che non possiamo ripetere, senza arrossirne. Dicono che tu,
o fratello, dài lezioni di grammatica. Noi ne siamo vivissimamente
afflitti e sdegnati......., perche le lodi di Giove non possono stare
in una medesima bocca insieme con quelle di Cristo.»[92]

In quanto a sè, poi, il pontefice, benchè dottissimo, diceva di non
curarsi a d’evitare la confusione del barbarismo, e di disprezzare
l’esatta collocazione delle preposizioni, e l’osservanza dei casi
da esse richiesti; poichè gli pareva «una vera profanazione (_quia
indignum vehementer existimo_) il restringere la parola del celeste
oracolo sotto le regole del grammatico Donato.»[93]

Verso la metà del sec. VIII, un prete della diocesi di Magonza, avendo
forse seguìto alla lettera gli ammonimenti già dati da Gregorio Magno,
battezzò un bambino con queste parole: _Ego te baptiso in nomine Patria
et Filia et Spiritus Sancti_; onde nacque il dubbio che il battesimo,
amministrato così, potesse non esser valido, e la questione fu portata
davanti a papa Zaccaria.[94] Nello stesso secolo, a Roma, perfino le
lettere de’ papi non rispettavano più nè le leggi della grammatica, nè
quelle della logica.[95]

Ma, in generale, il fervore cristiano contro la latinità classica
produsse i suoi effetti più di là dalle Alpi, che in Italia, dove,
anche ne’ tempi più tenebrosi, la coltura non fu mai esclusivo
patrimonio de’ chierici; e dove anzi, specialmente fuori di Roma, i
chierici stessi coltivavano spesso con ardore e con intenti artistici
le letterature antiche; sicchè, mentre presso le altre nazioni
fiorivano, e assai più che tra noi, i soli studi teologici, qui invece
erano in maggior onore i profani; e mentre sorgeva poi nell’Università
parigina la più celebre scuola di teologia, nelle Università italiane
venivano massimamente in fiore la giurisprudenza e la medicina.[96]

Carlo Magno, che aveva avuto per maestro di latino un italiano,
Pietro da Pisa; e che dalla nostra Parma aveva condotto con sè alla
sua corte il dotto anglosassone Alcuino; e che aveva potuto vedere
come in Lombardia, perfino ne’ villaggi, ci fossero scuole pubbliche,
dove i parrochi insegnavano i primi rudimenti letterali;[97] tentò di
ridestare di là dalle Alpi il culto de’ buoni studi, raccomandandolo
ai chierici con l’_Encyclica de Litteris colendis_ dell’anno 787,
e ordinando loro, col capitolare del 789 (§ 71), d’aprire in tutti
i monasteri e gli episcòpi scuole di grammatica, di calcolo, di
musica.[98] Volendo poi dare, egli per primo, il buon esempio, fondò
nel suo palazzo in Aquisgrana la così detta _Scuola palatina_, cioè
una specie d’accademia, della quale faceva parte egli stesso, i suoi
maestri, i suoi favoriti, i suoi figli e perfino le sue figlie. Ma
il nobile tentativo, rispetto al laicato, attecchì in generale così
poco, che nell’813 il Concilio di Magonza, convocato per ordine del
medesimo Carlo Magno, nel canone XLV ordinava, che ognuno dovesse,
se non poteva in latino, imparare almeno _in sua lingua_ l’orazione
domenicale.[99] E, venti o trent’anni dopo, Lupo Servato, abate di
Ferrières, scrivendo al celebre Eginardo, già allievo della _Scuola
palatina_, e ministro, amico e biografo del grande Imperatore, si
doleva che, morto questo, gli studi si fossero quasi spenti di nuovo,
e che fosse veduto di mal occhio chiunque desiderava d’imparar qualche
cosa.[100] Nè va dimenticato, che la coltura classica in Francia
trovava anche un formidabile ostacolo nella penuria de’ codici, la
quale era incomparabilmente maggiore che tra noi; giacchè non pare
che i nostri vicini avessero allora l’abitudine di portarceli via:
tutt’al più, ce li chiedevano in prestito. Difatti, lo stesso Lupo
di Ferrières, verso l’anno 855, si raccomandava a mani giunte a papa
Benedetto III, perchè gli mandasse da Roma alcuni libri: tra gli altri,
un _De Oratore_ di Cicerone e un Quintiliano, de’ quali i suoi frati
possedevano solo qualche pezzo; e lo assicurava che, appena trascritti,
glieli avrebbe scrupolosamente restituiti.[101]

Avendo dunque i laici in Francia trascurato il latino, e i chierici
essendosene serviti quasi esclusivamente per le materie religiose,
è naturale che là si principiasse a scrivere i nuovi idiomi prima
che qui da noi, dove il latino pesava come una cappa di piombo sui
disprezzati volgari. I quali poi, dopo il mille, cominciarono a
trovarsi addosso anche il provenzale e il francese, che a poco a poco
invasero con due nuove e attraenti letterature l’Italia.

Sicchè la patria nostra, ne’ secoli XII, XIII e parte del XIV,
presenta un fenomeno letterario, unico, io credo, nella storia. Il
più de’ dotti scrivono il latino; altri scrivono il provenzale; altri
il francese; altri, i loro particolari idiomi nativi; altri sono in
grado di scrivere due, tre, quattro di queste lingue; altri infine ne
fanno un miscuglio, che non si sa bene cosa sia; e il popolo nostro,
specialmente quello della media e dell’alta Italia, le capisce tutte,
salvo in parte il latino; e s’affolla su per le piazze a sentire i
canti dei trovieri e dei giullari, finchè, come accadde nel 1288
a Bologna, un decreto del Senato non prescriva che i Cantatores
_Franciginorum in plateis Communis ad cantandum.... omnino morari non
possint nec debeant_, sotto pena, nientemeno, della fustigazione in
pubblico, e altre maggiori per i recidivi.[102]

X.

Per uscire da questa nova Babilonia, ci voleva uno sforzo supremo, una
specie di miracolo. Ci voleva un uomo, il quale, servendosi di uno
degl’idiomi centrali della penisola, e perciò meglio accetto agli altri
Italiani, fondesse insieme, con mirabile armonia, in una grand’opera
d’arte, tutti gli svariati elementi, che cozzavano, confusi, tra loro:
la gentilezza cavalieresca de’ Francesi e de’ cortigiani di Sicilia;
i sospiri d’amore e le invettive anticlericali de’ Provenzali; il
misticismo di san Francesco e di Iacopone; la naturalezza e la verità
del sentimento popolare; la speculazione teologica e scientifica.

Quest’uomo venne, nè c’è bisogno ch’io lo nomini; ed a ragione potè
dire che, col suo poema, avrebbe cacciato di nido i suoi predecessori,
togliendo loro «la gloria della lingua.»[103] E con la solita fierezza,
egli si sdegnava contro i «malvagi uomini d’Italia, che commendano lo
Volgare altrui, e lo propio dispregiano;» e profetizzava che il Volgare
sarebbe stato «luce nuova, sole nuovo, il quale surgerà ove l’usato,»
cioè il latino, «tramonterà.»[104]

Ma il latino, anzichè tramontare, non pago di averci, con Guittone,
col Boccaccio e co’ loro seguaci, snaturato una parte non piccola del
lessico e della sintassi, risorse, come la fenice della favola, dalle
sue ceneri, e per tutto il Quattrocento tenne in iscacco la lingua
gloriosa con cui Dante aveva potuto

  Descriver fondo a tutto l’Universo.

Ciò che san Gregorio Magno, otto secoli innanzi, aveva temuto e voleva
scongiurare, avvenne di fatto: l’Italia cólta e il Papato stesso
ridiventaron pagani nella forma e nel pensiero, e il latinismo,
risuscitato per opera nostra, invase una seconda volta anche la lingua
e la letteratura francese.

Fu un bene? Fu un male?

C’è di certo chi sarebbe disposto a lapidarmi, se io osassi solamente
dubitare che il Risorgimento, in tutte le sue cause e in tutti i suoi
effetti, non fosse addirittura un gran bene. Io quindi sono lietissimo,
che il mio assunto mi dispensi dall’entrare in così pericolosa
questione.

Per il mio assunto, basta l’aver notato il fatto in quanto concerne la
lingua; e basta che inviti il lettore a rifletterci sopra un momento.

Il linguaggio de’ barbari invasori d’Italia lascia appena, come abbiamo
veduto, meschinissime tracce nella lingua de’ vinti, la quale anzi
s’impone ai vincitori. Il latino invece, dopo aver sradicato cento
idiomi, allora già in gran parte così diversi tra loro, che i popoli
che li parlavano avevano perfino dimenticato la comune origine; dopo
aver generato nuove lingue e nuove e fiorenti letterature; dopo che
la sua gloriosa culla era stata messa e rimessa a soqquadro; dopo
tanti secoli che più non si parlava e solo lo si scriveva scorretto e
imbarbarito, torna durante il Risorgimento a risonare nelle opere del
Petrarca, del Poliziano, del Pontano, del Fracastoro e di tanti altri,
come già aveva risonato sulle labbra di Virgilio e di Orazio; corre di
nuovo trionfalmente tutto il mondo civile, mettendo persino in forse
l’esistenza letteraria della sua stessa primogenita.

Da questo fatto, meglio assai che dalle strepitose vittorie, si può
avere un’idea del miracolo di forza, d’arte e di sapienza, che dovette
essere il popolo che parlò una tal lingua.


=Antologia della nostra Critica letteraria moderna=, compilata per uso
delle persone cólte e delle scuole da LUIGI MORANDI, già precettore di
S. A. R. il Principe di Napoli.—Quinta edizione, sulla quarta assai
migliorata e accresciuta di ventidue scritti.—Lapi editore, 1890.—Un
bel volume di pag. XII–756.—=Lire 4.=

 «Nous recommandons ce livre a tous égards et à tout le monde, en
 émettant le vœu qu’il soit, non seulement étudié, mais imité
 chez–nous. Cette _Anthologie de la Critique moderne en Italie_ réponde,
 en effet, a un besoin que les gens d’étude, jeunes ou vieux, éprouvent
 un peu partout, celui de savoir ce que les maîtres pensent des maîtres.
 En recueillant ainsi des jugemens tout a fait supérieurs, et en les
 mettant en ordre, avec méthode, comme fait M. Morandi, ON FINIT PAR
 CONSTITUER UNE HISTOIRE LITTÉRAIRE autrement intéressante que celles
 où un seul homme exhibe son érudition et sa sagacité.... Le pian de ce
 livre.... nous paraît fort bien composé.» Marc Monnier, nel _Journal des
 Débats_ del 31 marzo 1885.

 «Il Morandi, nel compilare questa _Antologia_, non s’è lasciato dirigere
 da programmi presenti o passati. Ha avuto un concetto suo, e in verità
 buono: educare a pensare di letteratura la mente dei lettori, o maturi
 o giovani, alla scuola o fuori di scuola, mostrando loro come sugli
 scritti di altri o sulla teorica dell’arte hanno pensato scrittori
 moderni, che a lui son parsi degni e capaci di compiere l’ufficio di
 risvegliatori del pensiero altrui.... La scelta è fatta, com’egli suole,
 con diligenza e bene.» Ruggero Bonghi, nella _Cultura_ del 1º aprile
 1885.

 «L’idea di questa Antologia è tanto nuova, quanto degna di lode.»
 _Literarisches Centralblatt_ di Lipsia, del 15 agosto 1885.

 «....Per costoro che rinnegano il mondo moderno, un libro come
 questo del Morandi, che contiene tante novità e non apre ma spalanca
 addirittura le porte e le finestre della scuola, deve essere senz’altro
 messo all’_Indice_, e magari bruciato. Ma noi ... consideriamo
 quest’_Antologia_ come un utilissimo supplemento e un complemento
 necessario ai testi in uso. Complemento necessario alla coltura
 letteraria de’ giovani delle nostre scuole mezzane è la prima parte;
 tutto il resto supplisce alla brevità de’ quadri storici, e corregge
 un poco le forme convenzionali delle rettoriche. Le pure notizie
 biografiche e bibliografiche, che non nutriscono gl’intelletti mentre
 son pure necessario, acquistano in queste pagine organismo e vita. Le
 norme intorno ai principali generi di componimento avranno lume e valore
 dalla loro storia.... E se è vero che i nostri giovani difettano non
 tanto nello scrivere, quanto nel comporre, con queste letture alquanto
 difficili si abitueranno appunto a pensare e a riflettere, che è il
 comporre.» Giuseppe Piergili, nella _Nuova Antologia_ del 1º ottobre
 1885.


FOOTNOTES:

[1] SALVIATI, _Degli avvertimenti della lingua sopra il Decamerone_;
Venezia, 1584; vol. I, lib. II, pag. 94.

[2] Dopo gli studi dell’Ascoli (_Archivio Glottologico_, vol. I),
il ladino è definitivamente considerato, non più come un dialetto
italiano, ma come un sistema dialettale a sè, con caratteri suoi
speciali; e comprende tre gruppi distinti: all’est, il friulano,
parlato da più di quattrocentocinquantamila persone, dalle rive del
Tagliamento in Italia fino a Gorizia in Austria. Al centro, il ladino,
parlato da più di novantamila persone, in due punti del Tirolo, a
qualche distanza dalle due rive dell’Adige. All’ovest, il romancio, che
si stende trasversalmente sulla maggior parte del Canton de’ Grigioni,
ed è parlato da circa quarantamila persone.

[3] Molti separano il catalano dai dialetti provenzali, ma i suoi
caratteri specifici non paiono sufficienti per rendere obbligatoria
questa separazione. Sufficienti invece sono certamente quelli che
l’Ascoli ha scoperto in un altro tipo idiomatico, che tramezza tra
il francese e il provenzale, e che da lui perciò è stato chiamato
_franco–provenzale_. Ecco le parole con cui l’insigne glottologo
cominciava il suo saggio: «Chiamo _franco–provenzale_ un tipo
idiomatico, il quale insieme riunisce, con alcuni suoi caratteri
specifici, più altri caratteri, che parte son comuni al francese, parte
lo sono al provenzale, e non proviene già da una tarda confluenza
di elementi diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza
istorica, non guari dissimile da quella per cui fra di loro si
distinguono gli altri principali tipi neolatini. L’ampia distesa
di dialetti, in cui è ancora e per ora dato riconoscere il tipo
_franco–provenzale_, ammette e richiede, come ogni altro complesso
neo–latino, suddistinzioni parecchie; ma costituisce, anche nell’ordine
geografico, un tutto continuo. La cura di determinare rigorosamente
gli estremi confini del complesso franco–provenzale, dev’essere
riservata a studj ulteriori. Qui intanto si mostrerà, come questa serie
di vernacoli si stenda, nella Francia, per la sezion settentrionale
del Delfinato (dipartimento dell’Isera); indi passi il Rodano in
doppia direzione: verso ponente, per occupare una parte, e forse la
maggior parte del Lionese; e verso tramontana, per far sua la sezion
meridionale della Borgogna (dipartimento dell’Ain); onde poi, come in
colonna longitudinale, appar che s’incunei, non senza patire molti
danni, tra il francese a ponente ed a levante, tanto da attraversare
l’intiera Franca–Contea e metter capo ben dentro al territorio lorenese
(sezioni dei dipartimenti del Jura, del Doubs, dell’Alta Saona—si
raggiunge anche l’Alsazia con la varietà di _Giromagny_, distretto di
Belfort—e dei Vogesi). Ma Francia è oggidì anche la Savoja, tutta
franco–provenzale; e son franco–provenzali, nella Svizzera, i dialetti
proprj dei cantoni di Ginevra, del Vaud, di Neufchâtel con un piccolo
tratto di quel di Berna (tra il Jura e il lago di Bienne, ma son
francesi, all’incontro, i vernacoli del Jura bernese), della maggior
parte del cantone di Friburgo, e della sezione occidentale del canton
Vallese. Di qua dall’Alpi, finalmente, spettano a questo sistema i
dialetti romanzi che sono proprj della Valle d’Aosta, e quello della
Val Soana.» (_Arch. Glott._, vol III, pag. 61–62.)

[4] _De origine linguae gallicae et ejus cum graeca cognatione
dialogorum libri IV_ (Parigi, 1555).

[5] _Della Storia e della Ragione d’ogni poesia_; Bologna, 1739; vol.
I, pag. 42.

[6] _Die romanischen Sprachen in ihrem Verhältnisse zum Lateinischen_
(Le lingue romanze nel loro rapporto col latino); Halle, 1819; pag. 53.

[7] Fin dal secolo passato, Scipione Maffei avvertiva che «i nostri
odierni dialetti non altronde si formarono, che dal diverso modo di
pronunziare negli antichi tempi, e di parlar popolarmente il Latino; la
qual diversità non altronde nasceva, che dal genio delle varie lingue
che avanti la Latina correvano.» (_Verona Illustrata_; Milano, 1825–26;
vol. I, pag. 27.—Cfr. anche vol. II, pag. 540–41.)—«Può dirsi che
il francese, in fondo, sia un latino pronunziato da Celti.» (LITTRÉ,
_Histoire de la Langue française_; sixième édition; Paris, 1873; vol.
I, pag. 263.)—Intorno alle corrispondenze tra l’umbro antico e i
moderni dialetti umbro—romani, in alcune proprietà del vocalismo,
e specialmente nella preferenza per e atona, soprattutto finale,
sull’_i_, si vedano le _Osservazioni_ del Caix _sul Vocalismo italiano_
(Firenze, 1876).

[8] Ormai è definitivamente dimostrato, che quasi tutti questi idiomi
erano d’origine ariana: derivavano, cioè, al pari del latino stesso,
del sanscrito, dell’antico persiano, del greco, del gotico, ecc., da
una lingua, parlata forse ben più di cinquanta secoli fa dal popolo
degli Arii, i quali, sia che originariamente dimorassero in Asia, sia
che dimorassero in Europa, certo è che poi si diffusero, spazzando via
o assimilandosi le popolazioni indigene, per tutta l’immensa regione
che corre dall’Himalaia al Capo Nord, dalle foci del Gange a quelle del
Tago. Di questa antichissima lingua non ci rimangono documenti scritti;
ma si è già potuto determinarne i caratteri generali, e tentare anche
in parte di ricostruirla, per mezzo degli elementi comuni delle
lingue derivate da essa; come appunto, se mancasse ogni documento del
latino, si potrebbe fino a un certo segno ricostruirne la grammatica
e il vocabolario, per mezzo degli elementi comuni delle lingue
romanze. Da tali elementi delle lingue indoeuropee si deduce altresì
il grado approssimativo di civiltà a cui gli Arii dovevano essere
pervenuti; poichè, per citare pochi esempi tra mille, il giogo non si
chiamerebbe _yuga_ in sanscrito, _jugum_ in latino, _juk_ (_jukuzi_)
in gotico, ecc.; nè l’antico persiano _nâvi_ avrebbe riscontro nel
latino _navis_, ecc.; nè per indicare la casa si troverebbe _dama_
in sanscrito, _dohm_ in armeno, _dómos_ in greco, _domus_ in latino,
_domŭ_ in antico slavo e in russo, ecc.; se prima della separazione
la stirpe ariana non avesse già avuto nella sua lingua tre vocaboli
più o meno corrispondenti a questi, e se per conseguenza non avesse
già conosciuto il giogo_,_ la _barca_, la _casa_: che è poi quanto
dire, in un senso più o meno largo, l’agricoltura, il navigare, il
fabbricare. (Cfr. PICTET, _Les Origines indo–européennes_. Deuxième
édition. Paris, 1877.)—Tornando dunque alle lingue vinte da quella di
Roma, oggi è dimostrato che d’origine ariana, e formanti uno stesso
gruppo col latino, erano l’umbro e l’osco coi loro dialetti o idiomi
affini (volsco, sabino, ecc.). Ariani del pari, secondo l’opinione
di reputati filologi, erano anche l’etrusco e il messapico. Ariani,
finalmente, erano tutti gl’idiomi celtici, che si parlavano nell’Italia
settentrionale, nella Gallia, e, dopo l’invasione de’ Celti, anche
in una parte della Spagna. Non ariano invece era il linguaggio
degl’Iberi, una parte dei quali, rimasta indipendente dai Celti,
cedette poi ai Romani. A giudizio anzi d’alcuni, l’iberico sarebbe
il progenitore del basco, che nelle sue varietà è ancora parlato
da circa mezzo milione d’uomini, nel nord–est della Spagna e in un
piccolo angolo del sud–ovest della Francia, e che forma la disperazione
de’ filologi, poichè ha più somiglianze organiche con alcune lingue
indigene d’America, che con le altre europee; ma, naturalmente, tende
anch’esso a _romanizzarsi_ sempre più, incalzato com’è dallo spagnolo
e dal francese. (Cfr. WHITNEY, _La vita e lo sviluppo del linguaggio_:
traduzione di F. D’Ovidio. Milano, 1876.—HOVELAQUE, _La Linguistique_.
Deuxième édition. Paris, 1877.)

[9] _Noctes Atticae_, lib. XI, cap. 7.

[10] Il celtico però resistette e resiste ancora in tutto il
dipartimento di Finistère, meno le città; in una metà circa dei
dipartimenti delle Côtes–du–Nord e del Morbihan, e in un piccolo angolo
della Loire–Inférieure. Ma bisogna ricordarsi che in questi luoghi
esso ci è rimasto non tanto per continuata tradizione storica, quanto
perchè ci ritornò nel quinto secolo co’ Britanni scampati dal ferro
degli Anglo–Sassoni. Nell’Europa non latina poi, si parlano ancora
idiomi di fondo celtico, all’estremità nord–ovest della gran Brettagna
(Scozia occidentale); in alcune parti dell’Irlanda, all’ovest e al sud;
in certe isole secondarie di que’ paraggi, e finalmente nell’intera
Contea di Galles. Sicchè, in complesso, le lingue neoceltiche sono oggi
parlate da circa tre milioni, o tre milioni e mezzo d’Europei. (Cfr.
H. D’ARBOIS DE JUBAINVILLE, _Introduction à l’étude de la Littérature
celtique_; Paris, 1883; pag. 17–18.)

[11] Ecco le sue precise parole: «Del come [nascesse la nostra Volgar
lingua] non si può errare a dire, che essendo la Romana lingua, e
quelle de’ Barbari tra sè lontanissime; essi a poco a poco della
nostra ora une ora altre voci, e queste troncamente e imperfettamente
pigliando; e noi apprendendo similmente delle loro, se ne formasse in
processo di tempo, e nascessene una nuova, la quale alcuno odore e
dell’una e dell’altre ritenesse, che questa Volgare è, che ora usiamo.»
(_Le Prose_, lib. I, pag. 33 dell’ediz. di Napoli, 1714.)

[12] Cfr. CAIX, _Saggio sulla Storia della lingua e dei dialetti
d’Italia_; Parma, 1872; Introduz., pag. XLIX e L.—«Una sola delle
lingue uscite dal latino fa alterata nell’intimo suo svolgimento dai
contatti con altre lingue, la valacca. Ma questa lingua crebbe e si
formò in condizioni affatto diverse dalle altre. Quel paese fu degli
ultimi a ricevere la lingua latina, e i coloni mandativi da Traiano
erano presi non dal solo Lazio e dall’Italia, ma, secondo l’espressione
di Eutropio, da tutte le parti dell’Impero (_ex toto orbe romano_).
Un secolo dopo o poco più, cominciavano quelle continue invasioni e
devastazioni che non ebbero termine che al XV secolo. Fin dal 270
infatti, Aureliano era stato costretto a trasferire al di là del
Danubio la sede del governo e le legioni, spaventato dai progressi
dei barbari; e da quel tempo tace la lista dei governatori romani
della Dacia, compilata dal Borghesi colle medaglie e colle iscrizioni
raccolte nella provincia. Qui dunque il latino, benchè costituisca
sempre il fondo principale della lingua, non potè non soffrire della
prevalenza degli elementi barbarici. Non solo una metà del lessico
valacco è di parole albanesi, turche, magiare, tedesche, greche e
soprattutto slave; che, mentre nelle altre lingue romane.... gli
elementi stranieri si modificarono secondo le leggi e le analogie
delle voci latine; qui le parole slave passarono nell’uso non
assimilate nè modificato, e la grammatica diè luogo a costrutti e forme
straniere, alterando così profondamente lo svolgimento e il carattere
dell’idioma.» (ID., _ibid._, pag. LXIV.)

[13] Del resto, e com’è naturale, la stessa declinazione latina
non era stata sempre quella del secolo d’Augusto e delle comuni
grammatiche. Per esempio, il dativo e ablativo singolare _populo_ era
stato nel latino arcaico _populo–i_ e _populo–d_, forme più vicine
alla declinazione protoariana, che oggi si tenta di ricostruire, e che
sicuramente aveva un dativo singolare in _ai_ e un ablativo singolare
in _at_ o in _t_.—Il caso _locativo_ del protoariano, terminante in
_i_, e conservatosi nell’osco (_moíníkeí tereí_, nella comune terra)
e in altre lingue sorelle, nel latino andò invece perduto, perchè si
confuse foneticamente col genitivo o col dativo; e vi fu sostituito
l’ablativo con la preposizione _in_. Ma pure, un vestigio ne rimase in
que’ complementi di stato in luogo (_Cypri_, _domi_, _humi_, ecc.),
che la grammatica classica ci dà senza ragione per genitivi.—Nel
passaggio poi dal latino alle lingue romanze, i casi non potevano
andar perduti tutti in un giorno: infatti, il provenzale e l’antico
francese conservarono fino al cadere del secolo XIV, due desinenze
diverse, una per il soggetto o nominativo, l’altra per i complementi
(Cfr. LITTRÉ, Op. cit., _passim_); e alle sorgenti del Reno (ladino di
Sopraselva) vive anche oggi, con la sua propria funzione, l’antica _s_
del nominativo latino. (Cfr. ASCOLI, _Arch. Glott._ vol. VII, pag. 407,
e 426 e seg.) Avanzi di flession nominale, senza dir della differenza
tra i due numeri, s’hanno pure specialmente nel pronome: _io_, me_,_
_mi_,—_tu_, _te_, _ti_—_egli_, _eglino_, _loro_, _cui_, ecc. In
tutti gl’idiomi romanzi occorrono poi esempi di due o più forme d’uno
stesso nome, le quali dipendono dalla diversità de’ casi latini, ma più
non serbano alcuna diversità di funzione. Così in italiano: _ladro_ e
_ladrone_ (latro–latronem), _moglie_ e _mogliera_ (mulier–mulierem),
_sarto_ e _sartore_ (sartor–sartorem), ecc. (Cfr. DIEZ, _Gramm. delle
Lingue romanze_, traduz. franc., vol. II, lib. II;—ASCOLI, _Arch.
Glott._, vol. II, pag. 416–38, ecc.)

[14] Il catalano delle Baleari convertì in articolo determinato _ipse_
invece di _ille_; e altrettanto fece il sardo, nel quale perciò abbiamo
_su_ e _sa_ per il singolare, _sos_ e _sas_ per il plurale. Il valacco
poi incorpora l’articolo determinato dietro il nome, a guisa di
suffisso: _omul_, l’uomo.

[15] Ma in valacco, secondo il Diez (Op. e vol. cit., pag. 428), c’è un
solo avverbio in _mente_: _altmintrea_, che però nel vocabolario del
Laurianu e del Massimu è registrato in forma diversa: _altramente_,
_altamentre_, ecc. L’esemplare _altra–mente_, o meglio _altre–menti_
(altriment_i_, cfr. pariment_i_) è forse il più antico della serie, e
certo uno dei più antichi e anche un po’ _sui generis_. (Cfr. ASCOLI,
_Arch. Glott._, vol. VII, pag. 585.)

[16] Anche di quest’uso si può vedere un principio ne’ buoni autori,
quando adoperano col verbo _esse_ il participio in forza d’aggettivo,
come in Cesare: _Gallia est omnis divisa in partes tres_, invece di
_dividitur_.—In rumeno, la forma più comune del passivo è questa: _eu
me laud_, che significa tanto _io mi lodo_, quanto _io sono lodato_.
Può tuttavia formarsi anche con l’ausiliare _essere_; allora però
il participio conserva l’idea del passato, è quindi _frate meu este
leudat_ non vuol dire _mio fratello è lodato_, ma _è stato lodato_,
come il latino _laudatus est_. (Cfr. DIEZ, Op. e vol. cit., pag.
243–44.)

[17] _Amarò_, come del resto, anche _amaraggio_, _amarajo_, ecc.,
s’incontra ne’ nostri antichi scrittori e vive tuttora in alcuni
dialetti.

[18] I Sardi formano ancora il futuro con la perifrasi allo stato
sciolto; onde nel Logudoro dicono _happ’a ccantare_, e nel Campidano
_happ’a ccantai_ (ho a cantare = canter–ò). E in perifrasi sciolte
s’incontrano il futuro stesso e il condizionale in antichi saggi
vernacolari d’altre contrade d’Italia. (Cfr. ASCOLI, _Arch. Glott._,
vol. III, pag. 110.) I Rumeni poi lo formano col verbo _volere_: _voiu
cuntà_, voglio cantare, canterò.

[19] Cfr. ZAMBALDI, _Metrica greca e latina_; Torino, 1882; pag. 843–44.

[20] Cfr. RAJNA, _Le Origini dell’Epopea francese_; Firenze, 1884, pag.
513–14.

[21] Poichè nella pronunzia tutte le parole francesi finiscono
con una sillaba accentata, il verso eroico francese è riuscito un
endecasillabo tronco (decasillabo), e perciò la sua somiglianza col
verso corrispondente delle lingue sorelle si avverte meglio, appunto
quando anche questo è tronco:

  Un sol nouveau remplace le premier. (PARNY.)
  E com’albero in nave si levò. (DANTE.)
  Sus rayos lanza moribundo el sol. (DE ESPRONCEDA.)
  Que todo se desfaz em puro amor. (CAMOENS.)


[22] Op. cit., pag. 506–28.

[23] In alcuni luoghi di Sardegna si dice ancora _domu_ e _domo_ per
_casa_; e in Toscana e altrove si usa nel suo primo significato anche
_verbo_, ma solo in certe speciali locuzioni (_non disse verbo_, _non
rispose verbo_, ecc.); le quali però, benchè vivissime anche tra ’l
volgo, tuttavia è possibile che siano meri latinismi, salvo il caso
di evidente elaborazione popolare, come nel ladino _vierf_ (verbum),
_verva_ (verba). (Cfr. ASCOLI, _Arch. Glott._, vol. I, pag. 127 e 172.)

[24] Cfr. DOZY et ENGELMANN, _Glossaire des mots espagnols et Portugais
dérivés de l’arabe_. Seconde édition. Leyde, 1869.—Tra queste parole
non ce n’è una, che indichi un sentimento o un legame di parentela o
d’affezione. È però arabica una formula esclamativa con cui lo spagnolo
invoca Dio: _ojalá_.

[25] Op. cit., vol. I, pag. 59–60.

[26] Intorno alle quali però si devono tener presenti queste acute
considerazioni dell’Ascoli: «Se ci fosse ancora bisogno di aggiungere
argomenti contro le ipotesi delle profonde modificazioni, e variamente
profonde secondo le diverse regioni romane, che l’organismo latino
abbia sofferto per l’immissione germanica, se ne potrebbe ricavare
uno di più, e tutt’altro che lieve, dal fatto che una così cospicua
porzione degli elementi lessicali germanici, entrati a far parte
degl’idiomi latini, occorra ugualmente in tutte codeste favelle. Poichè
il fatto di questa comproprietà generale, che giustamente eccitava
la meraviglia del Diez (gr. I³ 67), dovrà senz’altro ripetersi,
nella maggiore e più importante sua parte, dalla molta antichità
dell’immissione, e l’innesto perciò risalire a un’età in cui tanta
era ancora la vitalità propriamente romana, da non potervi di certo
il linguaggio latino andar modificato, e anche variamente secondo le
varie contrade, per virtù di un’infiltrazione che era esigua per sè,
ed era poi la stessa dappertutto. La comunanza di codesti elementi
germanici riesce anzi affatto inconcepibile se non le si trova una
ragione storica la quale si connetta, o addirittura s’indentifichi,
con quella dell’estendersi della parola latina al di là dei confini
dell’Italia, e sia perciò anteriore alle invasioni germaniche. Ora una
tal ragione storica, bastevole e congrua per ogni lato, io la vedo,
molto semplicemente, nel legionario di Roma, o sotto le insegne o fatto
colono; la vedo, in altri termini, nel linguaggio _castrense_, al quale
l’elemento germanico delle truppe ausiliari e le «guardie» teutoniche
dovevano aver dato una gran parte delle trecento voci tedesche che si
trovan comuni alle diverse favelle neolatine. Vegezio, nella seconda
metà del quarto secolo, adducendoci _burgus_ quasi termine tecnico per
«castellum parvulum» (quem burgum vocant), ci dà un bell’esempio di
codesta serie esotica che già a’ suoi tempi dovea parer di patrimonio
latino, anzichè roba estranea e d’importazione recente. I criterj
fonologici suffragheranno poi alla lor volta il raziocinio storico;
e così è bello vedere il _t–_ dello stadio gotico (non lo _z–_ dello
stadio alto–tedesco) in _tirare_ _toccare_ _torba_ _taccagno_, che son
tra codeste voci comuni, o i nessi _–rd–_ _–ld–_ dello stesso stadio
gotico (non _rt_ _lt_ dell’alto–tedesco) in _ardito_ _falda_, ed altri,
che pur sono della categoria medesima.» (_Arch. Glott._, vol. II, pag.
413.)

[27] Op. cit., vol. I, pag. 65.

[28] _Ueber deutsche Schattirung romanischer Worte_ (Sopra la tinta
germanica di alcune parole romanze), nella _Zeitschrift_ del Kuhn, V,
11.

[29] LITTRÉ, Op. cit, vol. I, pag. 96 e seguenti.

[30] Il fatto che _focus_ fu preferito anche in luoghi dove la
ragione delle invasioni non può farsi valere (a Venezia, per esempio,
e in Sicilia: _fogo_, _focu_), indebolisce, sì, ma non distrugge
l’osservazione del Müller; perchè nessuno è in grado di dimostrare
che, senza l’aiuto di _feuer_ e _funkeln_, _focus_ sarebbe prevalso
ugualmente anche altrove, una volta che di queste doppie voci è
comunissimo il caso che una ne attecchisse in un luogo, una in un altro.

[31] Dovendo ancora citare altre parole de’ vari idiomi germanici, sarà
bene ch’io metta qui le quattro principali divisioni di questo gran
ramo della famiglia indoeuropea, come son date dal Whitney (Op. cit,
pag. 220–22): «1. Il meso–gotico, o dialetto dei Goti della Mesia,
conservato solo da parti di una traduzione della Bibbia, fatta dal loro
vescovo Ulfila, nel quarto secolo dell’èra volgare; dialetto estinto
da lungo tempo in quanto lingua parlata. 2. Gl’idiomi basso–tedeschi,
ancora parlati nel settentrione della Germania, dall’Holstein alle
Fiandre, e, dall’altra parte, nella prossima Inghilterra: v’entrano due
importanti lingue colte, l’olandese e l’inglese. I monumenti letterali
inglesi rimontano al settimo secolo, gli olandesi al tredicesimo; e vi
è un poema «sassone–antico,» l’_Heliand_, o «Salvatore,» del secolo
nono; e la letteratura frisone del decimoquarto. 3. Il corpo dei
dialetti alto–tedeschi, rappresentato presentemente da un’unica lingua
letteraria, il così detto tedesco, la cui letteratura comincia con
la Riforma, nel secolo decimosesto: dietro a questo, che è il nuovo
alto–tedesco, stanno un periodo medio ed uno antico alto–tedesco, con
le loro letterature in vari alquanto discordi dialetti, e rimontanti
all’ottavo secolo. 4. La sezione scandinava, scritta nelle forme del
danese, dello svedese, del norvego e dell’islandese. I monumenti
islandesi rimontano al decimosecondo e decimoterzo secolo, e sono, in
punto a stile e a contenuto, più arcaici (non diciamo più antichi) di
tutto ciò che v’è di alto e basso tedesco: l’_Edda_ è la fonte più
pura e copiosa della conoscenza che abbiamo delle primitive condizioni
linguistiche germaniche. L’islandese è pure, specialmente nel suo stato
fonetico, il più arcaico dei viventi dialetti germanici. Oltre ai detti
residui letterali, vi sono brevi iscrizioni runiche, generalmente di
una o due parole, rimontanti, si crede, perfino al terzo o al secondo
secolo.»

[32] _Saggio cit._, pag. LVI e seguenti.

[33] _Le trasformazioni delle specie e le tre epoche delle lingue e
letterature indoeuropee_: Roma, 1871; pag.29

[34] LEONARDI BRUNI ARRETINI _Epistolarum libri VIII_; Florentiae,
1741; lib. VI, epist. X (_Leonardus Flavio Foroliviensi_).—CELSO
CITTADINI, _Trattato della vera origine e del processo e nome della
nostra lingua_; Venezia, Ciotti, 1601.—_Le origini della toscana
favella_; Siena, Marchetti, 1604.—Furono ripubblicati nelle _Opere_
edite ed inedite del Cittadini, per cura di Girolamo Gigli, Roma 1721.
Ma, a detta dello Zeno (_Annotaz._ al Fontanini), per il secondo
trattato il Gigli seguì l’ediz. Marchetti, invece d’un’altra _riformata
dall’autore_ e _tanto migliore_, uscita in Siena _per Ercole Gori_ nel
1628.

[35] «Somnium....... nulla confutazione dignum.» (_Antiq. Ital._ Diss.
XXXII; tom. VI, col. 455 dell’ediz. d’Arezzo, 1775.)

[36] «Pistores vero, et lanistae, et hujusmodi turba sic intelligebant
Oratoris verba, ut nunc intelligunt Missarum solemnia.» (Pag. 63 della
cit. ediz.)

[37] «Tu enim turbam convenisse putas ad carmina poëtae intelligenda,
ego autem convenisse puto ad ludos scenicos spectandos. Itaque non
_auditores_ qui aderant, sed _spectatores_ dicebantur.» (Pag. 64.)

[38] I_n quanti modi si possa morire in Italia._ Seconda edizione.
Torino, Paravia, 1883.

[39] _Plebejo sermone_ dice il testo. Ma è chiaro che, qui, _plebejus_
non corrisponde punto, come parecchi hanno creduto, al nostro _plebeo_.

[40] «Ain tandem? insanire tibi videris, quod imitare verborum meorum,
ut scribis, fulmina? Tum insanires, si consequi non posses: quum vero
etiam vincas, me prius irrideas, quam te, oportet. Quare nihil tibi
opus est illud a Trabea; sed potius _ᾶπότευγμα_ meum. Verumtamen
quid tibi ego videor in epistolis? nonne plebejo sermone agere tecum?
Nec enim semper eodem modo. Quid enim simile habet epistola aut judicio
aut concioni? Quin ipsa judicia non solemus omnia tractare uno modo.
Privatas causas, et eas tenues, agimus subtilius; capitis aut famae
scilicet ornatius: epistolas vero quotidianis verbis texere solemus.»
(_Ad Familiares_, IX, 21.)

[41] «Così, le parole tante volte citate di Quintiliano: _nam mihi
aliam quondam videtur habere naturam sermo vulgaris, aliam viri
eloquentis oratio_ (_Inst. Orator._, XII), non pongono e non esprimono
una differenza tra una lingua letteraria e una lingua volgare o comune,
ma tra il parlare d’un uomo eloquente e il parlar d’un idiota. Possono
avere in bocca la stessa lingua e maneggiarla in modo molto diverso.»
(ZENDRINI, _Della Lingua italiana_; Palermo, 1877; pag. 65.)

[42] E, s’intende, che alcuni hanno anche esagerato il pensiero del
maestro, del quale ecco qui le precise parole nella fedelissima
traduzione francese: «Toutes (les langues romanes) ont dans le latin
leur première et principale source; mais ce n’est pas du latin
classique employé par les auteurs qu’elles sont sorties, c’est, comme
on l’a déjà dit souvent et avec raison, du dialecte populaire des
Romains, qui était usité a côté du latin classique [aus der römischen
Volkssprache oder Volksmundart, welche neben dem classischen Latein im
Gebrauche war].... Seulement il faut se garder d’entendre par langue
populaire autre chose que ce qu’on entend toujours par là, l’usage dans
les basses classes de la langue commune, usage dont les caractères sont
une prononciation plus négligée, la tendance à s’affranchir des règles
grammaticales, l’emploi de nombreuses expressions évitées par les
écrivains, et certaines phrases, certaines constructions particulières.
Voilà les seules conséquences que permettent de tirer les témoignages
et les exemples qu’on trouve dans les auteurs anciens; on peut tout au
plus admettre que l’opposition entre la langue populaire et la langue
écrite se marqua avec une énergie peu commune lors de la complète
pétrification de cette dernière, peu de temps avant la chute de
l’empire d’Occident.» (Op. cit., vol. I, pag. 1–2.)

[43] _Rucanica_, in alcune parlate calabresi. Il Caix (_Saggio cit._,
pag. 62) derivava _lugànega_ dal lat. _longano_ (spagn. _longaniza_);
ma bisogna dire che non avesse presente il lat. _lucanica_.

[44] Il francese antico (giova ricordarlo) aveva anche tante e tante
altre parole, oggi cadute in disuso, derivate dal latino civile
(_clamer_, chiamare, da _clamare_; _pesme_, da _pessimus_ _assentir_ da
_assentire_, _selve_ da _silva_, ecc.); e molte di esse vivono ancora
ne’ suoi dialetti (_crémer_, bruciar leggermente, da _cremare_; _nore_
da _nurus_, _vime_ da _vimen_, ecc.—Cfr. LITTRÉ, Op. cit., vol. II,
pag. 119).

[45] Op, cit., vol I, pag. 4–23.

[46] _Epigramm._, I, 101.

[47] Si veda il gran Dizionario del Freund, tradotto in francese e
accresciuto dal Theil, o il _Forcellini_ rifatto dal De–Vit.—Del
resto, coloro che fanno assegnamento su questa pretesa forma
volgare, dimenticano, al solito, che se l’italiano _chiudere_ risale
a _cludere_, il francese _clore_ risale invece diritto diritto a
_claudere_.

[48] Op. cit., vol. I, pag. 86.

[49] Cfr. CANELLO, _Lingua e Dialetto_ (_Giornale di Filologia
romanza_, gennaio 1878).

[50] Cfr. un altro scritto dello stesso CANELLO, _Arch. Glott._, vol.
III, pag. 294–95, nota.

[51] Il Brachet, nel _Dictionnaire étimologique de la Langue
française_ (Parigi, 13ª ediz.), ha distinto uno per uno i vocaboli
d’origine popolare da quelli d’origine non popolare, stampandoli
con due differenti caratteri; e la cosa, in complesso (e salvo
quel presentarci addirittura come _esumazione letteraria_ tutta la
_formazione civile_), gli è riuscita assai bene. Nella nostra lingua,
invece, una tal distinzione riuscirebbe troppo spesso difficilissima, o
affatto impossibile. Ma, in fondo, per lo scopo pratico del Dizionario
etimologico, importa poco o nulla. L’importante davvero sarebbe che
qualcuno dei nostri filologi, ripigliando il disegno che la morte
interruppe al povero Caix, e compiendo i lavori del Diez, del Caix
stesso e d’altri, ci desse finalmente questo Dizionario. E il Ministero
della pubblica istruzione, il quale una volta aprì un concorso con più
migliaia di lire di premio per il miglior sillabario (che poi non fu
trovato), dovrebbe, ci pare, fare almeno lo stesso per un lavoro, la
cui mancanza è sentita e lamentata ogni momento da ogni cólta persona.
Intanto, poichè può riuscire utile anche a noi, ecco qui la statistica
approssimativa, che il Brachet, prendendo per fondamento il Dizionario
dell’Accademia, ci ha dato del francese moderno (_Introduction_, pag.
LXX):

    I. VOCABOLI D’ORIGINE IGNOTA                            650

   II. VOCABOLI D’ORIGINE POPOLARE (4260):
       _a_). Elemento _latino_ (vocaboli primitivi)            3800
       _b_). Elemento _germanico_                               420
       _c_). Elemento _greco_                                    20
       _d_). Elemento _celtico_                                  20

  III. VOCABOLI D’ORIGINE STRANIERA (922):
       _a_). _Italiani_                                         450
       _b_). _Provenzali_                                        50
       _c_). _Spagnoli_                                         100
       _d_). _Tedeschi_                                          60
       _e_). _Inglesi_                                          100
       _f_). _Slavi_ (16), _semitici_ (110), _orientali_ (16)
           _americani_ (20)                                     162

   IV. VOCABOLI D’ORIGINE STORICA (115), ONOMATOPEICI (40).     155
                                                               ———
                                                 In tutti:     5987.

Se dal Dizionario dell’Accademia (conclude il Brachet), che contiene
circa 27000 vocaboli, si sottraggono i 5987 primitivi citati qui sopra,
ne restano 21000, o creati dal popolo svolgendo con la composizione e
con la derivazione codesti primitivi, o desunti direttamente dal greco
e dal latino per opera degli scrittori (_e delle classi civili_, direi
io).—Altrove poi (pag. XXXVIII), egli avverte, che se ai 420 o 450
germanismi del francese moderno si aggiungessero quelli dei francese
antico, si arriverebbe senza fatica a raddoppiare la cifra. La quale,
dunque, supererebbe di poco quella data dal Diez e qui riportata a pag.
23–25.

[52] Uno studio di queste forme può vedersi nel Littrè (Op. cit., vol.
II, pag. 299 e seg.), di cui tuttavia nessuno accoglie più l’opinione
che il _Cantico_ appartenga al _decimo_ secolo.—Forme analoghe a
queste dell’antico francese vivono ancora nel franco–provenzale, in
molti vernacoli italiani, ecc. (Cfr. ASCOLI, _Arch. Glott._, vol. VIII,
pag. 100.)

[53] E però (_per hoc_) fa presentata a Massimiano, Che re era a que’
di sopra i pagani.

[54] _Ab=ap_, dal lat. apud, che dal significato di _presso_ passò
a quello di _con_, e si ritrova anche nel moderno francese _avec_,
il quale deriva appunto da _apud hoc_ (con ciò), trasformatosi
successivamente in _abhoc_, _aboc_, _avoc_, _aveuc_, _avec_.

[55] NITHARDI, _Historiarum libri IIII_; Hannoverae, 1870 (edizione
curata dal Pertz); pag. 38–39.—Tentiamone una traduzione letterale:
«Per amor di Dio e per comun salvamento del popolo cristiano e nostro»
(dalla traduzione tedesca si vede che _christian poblo_ rappresenta un
genitivo), «da questo dì in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi
dona, sì salverò io questo mio fratello Carlo, e in aiuto e in ciascuna
cosa» (cioè: lo _salverò, gli gioverò, con l’aiuto e in qualunque
altramaniera_). Ma forse ha ragione il signor Clédat, il quale crede
che l’_et_ che segue _aiudha_ sia un errore del manoscritto, e che
originariamente dovesse dire _er_, prima persona singolare del futuro
di _estre_. Cfr. _Revue des Langues romanes_, octobre–décembre 1885,
«sì come uomo per dritto suo fratello salvar deve, in ciò che egli a me
altresì faccia» (_in tutto ciò che egli faccia anche a me_, che è poi
quanto dire: _a patto che egli mi faccia altrettanto_); «e con Lotario»
(loro fratello) «nullo accordo mai prenderò, che, per mio volere, a
questo mio fratello Carlo in danno sia.—Di questo giuramento, come
dell’altro, prestato del pari in romanzo e in tedesco dalle milizie,
può vedersi il facsimile nella raccolta intitolata: _Les plus anciens
monuments de la langue française_ (Didot edit., 1875), dove fu
riprodotto dal prezioso codice della fine del decimo o del principio
dell’undecimo secolo, appartenuto già alla Vaticana e poi emigrato a
Parigi. Col detto facsimile è stata collazionata dal prof. E. Monaci la
nostra lezione, che è un po’ diversa da quella del Pertz e d’altri.

[56] Per esempio, l’_o_ da _au_ in cosa (lat. _causa_), l’_u_ da _o_
lungo accentato in _dunat_, il _t_ di terza persona del presente
conservato nello stesso _dunat_, in _fazet_, ecc.

[57] DANTE, Inf., XXV.

[58] Diss. cit., col. 457.

[59] Eccone un piccolo saggio:

  Per me si va nella città dolente,
  Per me si va nell’eterno dolore,
  Per me si va tra la perduta gente.

  Giustizia mosse il mio alto Fattore;
  Fecemi la divina Potestate,
  La somma Sapïenza e il primo Amore.

  _Par moi se va dans la cité dolente,
  Par moi se va dans l’éternel dolor,
  Par moi se va parmi la gent pullente_ (vile).

  _Justice mut mon souverain Faitor;
  Et si me firent devine Poestés
  Raisons hautisme_ (altissima) _et premeraine Amor._

Ed ecco le medesime terzine, tradotte in provenzale dal Raynouard:

  _Per me si va en la ciuta dolent,
  Per me si va en l’eternal dolor,
  Per me si va tras la perduta gent._

  _Justizia moguet el mieu alt Fachor;
  Fez mi la divina Potestat,
  La summa Sapienza e ’l prim’Amor._


[60] È nel secondo verso del _Cantico di Sant’Eulalia_:

  Buona pulcella fut Eulalia,
  Bel auret corps, bellezour (_più bella_) anima.

Si badi ch’io dico: _scrivevano_. Come poi pronunziassero è un’altra
questione, la quale s’intreccia con quella della qualità del verso. Il
Meyer, per esempio, crede che anche in questo luogo si pronunziasse
_âme_. (Cfr. LITTRÉ, Op. cit., vol. II, pag. 305–07.) Altri invece
credono che il vocabolo _anima_ sia qui usato come un mero latinismo,
con la pronunzia e l’accentuazione propria del latino. Comunque sia,
quest’esempio del nono secolo, trascurato fin qui nella storia di
_âme_, è utile e legittimo non meno degli esempi successivi.

[61] Per esempio, il _con_, per _com_=_cum_, si trova anche una volta
nella famosa iscrizione osca di Banzia: CON PREIVATVD VRVST=cum
_privato–erit_. Cfr. FABRETTI, _Glossarium Italicum_, sotto _Con_ e
_Com_.

[62] _Memorie e Documenti per servire all’istoria del Ducato di Lucca_;
tom. V, par. II, pag. 15.

[63] _Ibid._, tom., IV, pag. 76.

[64] _Ibid._, tom. V, par. II, pag. 14.

[65] GREGOROVIUS, _Storia della città di Roma_; lib. IV, cap. V, § 3.

[66] MURATORI, _Rer. Ital. Script._, tom. II, pag. 179–80.

[67] Gattola, _Ad Historiam Abbatiae Cassinensis Accessiones_; pars
prima; Venetiis, 1734; pag. 68–69.—TOSTI, _Storia della Badia di
Montecassino_; Napoli, 1842; tom. I, pag. 220–22.

[68] Forse, _che qui_ (cioè _l’abbreviatura_) _contiene_; preso il
_qui_ per soggetto, come quando diciamo, toccando un libro o una carta:
_Qui parla chiaro_; _Qui non ammette dubbi_, e simili.

[69] Si badi però, che nelle edizioni del Gattola e del Tosti c’è un
errore, che renderebbe impossibile accertare la data. Infatti, nell’una
e nell’altra, il placito comincia così: «In nomine Domini nostri Jesu
Christi, bigesimo primo anno princip. domni nostri Pandolfi gloriosi
princ., et septimo decimo Landolfi, et secundo anno princ. domni
Landolfi, excellentissimis Principibus ejus filiis, mense martio,
tertia indictione.» E questi dati cronologici fanno a pugni tra loro;
giacchè, per non dirne altro, il ventesimoprimo anno del principato
di Pandolfo Capo di Ferro non corrisponde punto al decimosettimo e
al secondo del principato de’ suoi figlioli. Mettendo invece (come
ingegnosamente proponeva il mio egregio amico dottor Ignazio Giorgi)
_Landolfo_ al posto di _Pandolfo_, e _Pandolfo_ al posto del primo
_Landolfo_, tutte le indicazioni vanno d’accordo benissimo con la
genealogia di que’ principi e con la cronologia, e se ne ricava la
data precisa del 960. Pregato da me il dotto padre Piscicelli Taeggi,
prefetto dell’Archivio Cassinese, di riscontrare l’originale del
documento, egli m’ha risposto che la cosa sta precisamente come aveva
congetturato il Giorgi.

[70] Su questa celebre falsificazione può, tra gli altri, vedersi il
_Bartoli_, _Storia della Letterat. ital._; vol. II (Firenze, 1879),
pag. 389–416.

[71] V. lo scritto del Salinas nell’_Arch. Stor. Sicil._; nuova serie,
anno VII, pag. 166–69.

[72] È noto che Dante, con una di quelle sentenze nelle quali
all’arguzia è sacrificato il buon senso, diceva che i soli Sardi, al
suo tempo, non avevano volgare proprio [!], e che imitavano il latino,
come le scimmie imitano gli uomini. (_De Vulgari Eloquentia_, lib. I,
cap. XI.) Ed è del pari noto, che ne’ vari idiomi dell’isola s’è potuto
scrivere lunghi componimenti, che sono al tempo stesso anche latini:
per esempio, nel volgare logudorese, la poesia del Madau (1778), in
lode dell’arcivescovo Melano:

  Melani nomen celebro
  Cantet superba Calaris,
  Et sarda terra applaudat
  Cum jucunda memoria.

  Ipse venit de nobile
  Et illustre prosapia,
  Et veras etiam glorias
  Occultat pro modestia, etc.


[73] L’originale di questa carta, pubblicata nell’_Archivio Storico
Italiano_ (Ser. III, vol. XIII, pag. 363), è a Firenze nel R. Archivio
di Stato; e la sua data risulta dall’esservi nominato come vivente il
vescovo di Pisa Gerardo, che mori nel 1086 o nel 1089.

[74] Fu pubblicata dal Flechia nell’_Archiv. Glottol._ (vol. VII,
pag. 121–29), e poi dal Monaci nella sua bella raccolta: _Facsimili
d’antichi manoscritti_, num. 19–29. I passi, che qui se ne riferiscono,
sono stati collazionati coll’originale dallo stesso Monaci.—«Anche la
lingua» di questo documento, dice il Flechia, «mostra di appartenere
al tempo in cui il volgare cominciava ad usarsi nelle scritture
ancor peritosamente e più o men misto con latino, morto da un pezzo
come lingua popolare, e per conseguenza ad epoca che non dovrebbe
discostarsi molto dal 1000. Le peculiarità dialettali del volgare, se
non accennano risolutamente ad una speciale regione d’Italia, possono
tuttavia, se non c’illudiamo, tenersi per verisimilissimamente proprie
dell’Italia centrale, con esclusione delle provincie napolitano e della
Toscana.»

[75] _Italia Sacra_, tom. IX, pag. 385 dell’ediz. di Roma, 291
dell’ediz. di Venezia.

[76] GUIDO LEVI, _Una carta volgare picena del sec. XII_ (_Giornale di
Filologia romanza_, luglio 1878).

[77] _Dizionario precettivo, critico ed istorico della Poesia
volgare_; Parma, 1777; pag.29–41.—L’iscrizione è in caratteri romani
intrecciati, e l’Affò legge erroneamente: _Il mile_, invece di _Li
mile_; _Et ne a fo l’opra_, invece di _E mea fo l’opra_, o fors’anche
_opera_.

[78] Questo egregio uomo, di cui io non so se si debba più ammirare la
profonda dottrina o la rara bontà, lavora da molti anni per darci una
_Crestomazia italiana de’ primi secoli_; e io ho già potuto profittarne
non poco per il presente lavoro.

[79] Questi versi erano noti finora con la data del 1196, indizione
XII, come si trovano in una _particola d’una scrittura antica latina_,
riportata dal Piloni nella sua _Historia_ (Venezia, 1607, pag. 100
v.–101). E con questa data erano stati ripubblicati dal Cantù,
dall’Ascoli, e anche nelle due prime edizioni del presente libretto.
Ora però, essendomi rivolto per qualche maggiore notizia al dotto e
cortese abate F. Pellegrini di Belluno, ho potuto assegnar loro la
data molto più probabile del 1193; ed ecco in che modo. Prima che
dal Piloni, la _particola_ era stata copiata, tra il 1530 e il 1544,
o poco più o poco meno, da Giovanni Antonio Egregis, e innanzi al
1558 da Giulio Doglioni, ne’ loro cataloghi dei Vescovi di Belluno:
e in tutt’e due questi cataloghi, che si conservano manoscritti
nella biblioteca del Museo Civico di quella città, e che, essendo
molto diversi, non possono credersi copia l’uno dell’altro, la detta
_particola_ comincia appunto con la data del 1193 in tutte lettere,
indizione XI; mentre il 1196 del Piloni è in cifre, e non va d’accordo
con l’indizione XII. È quindi verisimile che il Piloni, o chi a sua
insaputa pubblicò la sua storia, abbia confuso un 1196, che è la data
dell’ultimo fatto raccontato in quel branicello di cronaca, col 1193
del principio, al quale i quattro versi si riferiscono. In tutto il
resto però, come può vedersi dal confronto che ne stampo qui sotto, le
tre trascrizioni vanno pienamente d’accordo, salvo alcune diversità
facilmente spiegabili: e vanno d’accordo, quantunque sia certo che,
come il Doglioni non copiò dall’Egregis, così il Piloni non copiò
nè dall’uno nè dall’altro, perchè, se li avesse conosciuti, avrebbe
evitato parecchi errori che s’incontrano nella sua storia. Chi poi
dubitasse che questi versi non siano stati composti nel 1193 o appena
qualche anno dopo, osservi prima d’ogni altra cosa che essi hanno
tutti i caratteri d’una _poesia d’occasione_; e osservi altresì che
la _particola_, raccontando le vittorie dei Bellunesi e de’ loro
alleati Feltrini in quel tempo, contiene dati di fatto, specialmente
numerici, cosi minuti, che solo uno scrittore sincrono poteva saperli
e prendersi la briga di registrarli. Sicchè, se non si dimostra che
il documento sia stato inventato (e niente davvero fa sospettare che
ciò possa essere), bisogna proprio crederlo di _quelli tempi_, come
lo crede il Piloni. Se poi si osserva che l’autore della _particola_
mette i quattro versi nel punto dove per ordine cronologico avrebbe
dovuto raccontare l’impresa di Casteldardo, e, senza aggiungerci una
sola parola di suo, fa fare ad essi le veci del racconto, si deve anche
credere che fossero allora popolarissimi; e quindi anche di un tempo
più o meno anteriore a quello in cui egli scriveva. Nè è improbabile
che facessero parte d’un canto su tutte le imprese guerresche (che
furono parecchie), compiute dai Bellunesi nel 1193. Ecco ora la lezione
della particola secondo l’Egregis (pag. 2 v.):

«Anno Domini nostri Jesu Christi millesimo centesimo nonagesimo
tertio, indictione XI, VIIIJ[i] intrante mense aprilis. Prudentissimi
milites et pedites Bellunenses et Feltrenses castrum Mirabeli[ii]
maxima vi occupaverunt, illud vero infra octo dies combuxerunt atque
in omnibus edificijs ipsum destruxerunt. Item eodem mense clusas Queri
ceperunt et destruxerunt, et sexaginta sex inter milites et pedites
atque[iii] arceatores secum in vinclis duxerunt,[iv] et predam valentem
duo[v] millia librarum habuerunt, alios interfecerunt et alios vero
graviter vulnerarunt.[vi] Item eo anno castrum Landredi ceperunt, ibi
vero plures homines interfecerunt, et XXVJ inter milites et pedites
atque arceatores[vii] secum in vinculis duxerunt, et totum castrum
combuxerunt et funditus destruxerunt. _De Casteldard_[viii] HAVE[ix] LI
NOSTRI BONA PART, I LO ZETTA[x] TUTTO INTRO LO FLUMO[xi] D’ARD,[xii] E
SEX CAVALER[xiii] DE[xiv] TARVIS DI[xv] PLUI FER CON SE DUSE LI[xvi]
NOSTRI[xvii] CAVALER.[xviii] Preterea domum Bance[xix] vi occupaverunt,
et eam destruxerunt, et XVIIJ Latrones inde secum duxerunt. Postea anno
1198 indictione XIIIJ, die VI[xx] exeunte mense junij, dicti milites et
pedites Bellunenses et Feltrenses ad castrum Giumelarum[xxi] iverunt,
illud autem magna vi in XVIJ[xxii] die ceperunt et combuxerunt, atque
cum[xxiii] omnibus edificijs destruxerunt, et cum maxima letitia
domibus[xxiv] redierunt:[xxv] et hoc totum factum fuit fere sub
nobilissimo et prudentissimo D. Gerardo Bellunensi Episcopo, anima
cuius sit locata in paradiso.[xxvi] Amen.»

        [i] Piloni: «1196. Indictione XIJ. die octavo.»

        [ii] Doglioni e Piloni: «Mirabelli»

        [iii] P. «ac pedites et.»

        [iv] P. «in vinculis deduxerunt.»

        [v] P. «IIJ.»

        [vi] P. «interfecerunt, alios vero graviter vulneraverunt.»

        [vii] P. «et quadraginta sex inter milites pedites, ac
        arceatores.»

        [viii] P. «Casteldart.»

        [ix] D. «havj.»—P.«havì.»

        [x] P. «zetto.»

        [xi] P. «flume.»

        [xii] P. «D’Art.»„—D. «dard.»

        [xiii] P. «Cavalier.»

        [xiv] P. «di.»

        [xv] D. e P. «li»

        [xvi] P. «i.»

        [xvii] D. «nostre.»

        [xviii] P. «presoner.»

        [xix] D. «Banche.»

        [xx] P. «Postea die sexto.»

        [xxi] D. «Gumellarum.»—P. «Zumellarum.» Cioè: _di Zumelle_.

        [xxii] D. «vii.»

        [xxiii] P. «in.»

        [xxiv] P. «domum.»

        [xxv] P. Omette il resto.

        [xxvi] Il Vescovo Gerardo, che aveva guidato i Bellunesi in tante
        imprese guerresche, fu ucciso nel 1197, combattendo di nuovo
        contro i Trivigiani. Quest’ultimo periodo dunque, se non tutto il
        branicello di cronaca, fu di certo scritto dopo codesta morto.

[80] Giullare.

[81] Sebben _s’ingaudisca_ di me, ossia parli di me con gaudio, con
gioia.

[82] Piccola moneta, principio di computo in Genova, come il
_bolognino_ a Bologna.

[83] Non t’intendo più d’un Tedesco, o Sardo, o nativo di Barberia.

[84] Non voglio questo latino, cioè questo linguaggio.

[85] Fratello, ciò abbia una fine: facciamola unita.

[86] Lasciami stare. (GALVANI, _Un Monumento linguistico genovese
dell’anno 1191_, nella _Strenna filologica modenese per l’anno 1863_;
pag. 84–94.)—All’ultimo decennio del sec. XII, o al principio del
XIII, appartiene anche il _discordo_ poliglotto dello stesso Rambaldo;
perchè essendo diretto al _Belhs Cavaliers_, cioè alla sua amante
Beatrice di Monferrato, dovette di certo scriverlo dopo la sua venuta
in Italia (1186–89), di dove partì per seguire nella quarta crociata il
marchese Bonifazio, fratello o, più probabilmente, padre di Beatrice,
col quale morì combattendo in Oriente nel 1207. Ma la seconda strofa
del _discordo_, e il terzo e quarto verso dell’ultima, che dovrebbero
essere scritti in alcuno de’ nostri idiomi, ci son pervenuti, come
tutto il resto del componimento, in tale stato, che, anche dopo
l’edizione critica del Meyer, non si riesce a determinare qual sia
codesto idioma. Contengono bensì parecchie forme schiettamente toscane;
anzi schiettamente toscano è tutto il quarto verso dell’ultima strofa:

  Ieu so quel que ben non aio.
  Ni encora non l’averò
  Per abrilo ni per maio.
  Si per ma dona no l’ho;

  E s’entendo son lengaio,
  Sa gran beutat dir non so:
  Plus fresqu’es que flor de glaio [ghiaggiuolo],
  E ja no m’en partirò.

  ...........
  ...........
  Que cada jorno m’esglaio.
  Oimè! lasso, que farò...?

(Cfr. MEYER, _Recueil d’anciens textes_ etc.; Paris, 1874 pag.
89–91.—GALVANI, _Osservazioni sulla Poesia de’ Trovatori_; Modena,
1829; pag. 105–114.—CERRATO, _Il_ «Bel Cavaliere» _di Rambaldo di
Vaqueiras_, nel _Giorn. Stor. della Lett. ital._; vol. IV; Torino,
1884; pag. 81–115.)

[87] TRUCCHI, _Poesie italiane inedite di dugento Autori_; Prato, 1846;
vol. I, pag. 18.—D’ANCONA e COMPARETTI, _Le antiche Rime volgari_;
Bologna, 1875; vol. I, pag. 61–65.

[88] Non ha però certo ragione il Cantù di farne due componimenti,
desumendone prima alcuni versi dal Federici, e poi, senza avvedersi che
si tratta della stessa cosa, un altro brano dal Tosti. (CANTÙ, _Vicende
dei Parlari d’Italia_; Torino, 1877; pag. 126 e 135.—II facsimile del
_Ritmo_ può vedersi nella _Rivista di Filologia romanza_, vol. II, pag.
90–110» pubblicato e illustrato dal Giorgi e dal Navone. Sulle sue
interpetrazioni è poi da vedere uno studio del Novati, che ne propone
una nuova, nella _Miscellanea di Filologia e Linguistica_; Firenze,
1886; pag. 375–91.) Nè hanno, mi pare, maggior ragione coloro che dopo
i buoni argomenti dell’Affò (Op. cit., pag. 41–50) e di Sebastiano
Ciampi (Prefaz. ai _Trattati morali di Albergano_; Firenze, 1832; pag.
13–19), non si risolvono a tenere per falsa la celebre iscrizione degli
Ubaldini di Firenze, che pretenderebbe appartenere all’anno 1184. Del
secolo XVI, e non del 1153, è pure quell’atto di permuta in siciliano,
ripubblicato nella citata operetta (pag. 154) dallo stesso Cantù,
insieme con tanta altra roba, a cui oramai nessuno presta più fede.

[89] _Catalogus Codicum latinorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae_;
tom. IV (Florentiae, 1777), col. 468–69.

[90] Nei _Romanische Studien_ del Boehmer, vol. IV, fasc. 1 (Bonn,
1879).

[91] Della fine del secolo XII o del principio del XIII, è certamente
anche l’iscrizione di un sarcofago del Camposanto di Pisa, pubblicata
dal Ciampi (Op. cit., pag. 12–13), e che, secondo il confronto fattone
per me con l’originale dal mio amico Alessandro D’Ancona, dice così:
† _Hore_ [ora] _vai per via, pregando dell’anima mia: sicome tu se’,
ego fui; sicus [sicum?] ego sum, tu dei essere_. La data approssimativa
si rileva da un’altra iscrizione che è sullo stesso sarcofago: †
_Biduinus maister fecit hanc tumbam m.......nm Giratium_; poichè,
per altri documenti certi, si sa che questo maestro Biduino nel 1180
lavorò nella Chiesa di San Cassiano presso Pisa, e pare anche nel 1166
a Lucca. (CIAMPI, _loc. cit._, e _Notizie inedite della Sagrestia
pistoiese_ ecc., Firenze, 1810, pag. 52.)—Il frammento invece, di
ventotto versi, pubblicato nel 1758 dal Panelli, del carme che sarebbe
stato scritto nel 1187, per l’entrata in Ascoli di Arrigo VI, da quel
marchigiano, che poi col nome di frate Pacifico seguì san Francesco,
a me non pare altro che una rozza falsificazione, cominciando dal
titolo, il quale dice così: «In laude de Augusto Sennor Henrico Sexto
Rege de Romane, filio de Domene..... Friderico Imperatore, qui sta in
ista Civitate de Esculo con multo suo piacere, et con multa gloria
et triunpho de Civitate.» Falso lo giudica anche il prof. Nazzareno
Angeletti, nella sua tesi di laurea, che si conserva manoscritta
nell’Archivio dell’Università romana. L’Angeletti tuttavia resta in
dubbio sull’autenticità d’un altro frammento, che contiene i soli primi
quattro versi del medesimo carme, e che fu pubblicato dall’abate F. A.
Marcucci (ABATE ASCOLANO, _Saggio delle cose ascolane_ ecc.; Teramo,
1766; pag. 229), il quale dice di averlo ricavato dalla cronaca di
Lino della Rocca. Ma lasciando anche stare che questa cronaca nessuno
l’ha più veduta, e considerando solamente che il Panelli ebbe dallo
stesso Marcucci, come tolto da un’opera inedita d’un altro Marcucci
(Niccolò), il primo frammento; io inclino a creder falso anche il
secondo, che forse fu inventato per correggere o avvalorare il primo.
Più che sospette mi paiono anche le parole con cui l’Abate Ascolano
accompagna questo preteso frammento: «Lino accenna la RECITA, che da’
nostri Poeti nel dì 22 Luglio fu fatta in Presenza del Monarca, e come
il nostro Poeta _Guglielmino_ di anni 29 venne grandemente plaudito
da _Errigo_ per la cantata di un nuovo _Carme italico di cento versi_
ad onore del Re.... Ecco la prima volta, che nell’Italia incominciò a
balbettare la _Poesia Italiana_, allor nata dal nostro _Guglielmino_;
il quale la trapiantò poi in Sicilia, come vedrassi. Di questo _Carme_
o sia Canzone furono dispensate molte copie, come Lino attesta. Restò
tuttavia molto variato. La copia che riporta il Marcucci, cioè Niccolò,
è differente sin ne’ primi versi.... In rimunerazione fu _Guglielmino_
dichiarato _Nobile Palatino_ dal Re, e suo _Poeta_.» Ecco a buon conto
que’ quattro versi, nella prima lezione, che è notissima, e nella
seconda, che è quasi ignota:

  Tu es illo valente Imperatore,
  Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:
  Renove Tu, Señor, illu splennore,
  Qui come tanti sole......

  Tu si’ chillo valente Re et Sennure,
  Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:
  Non Febo alluma tanto el nostro Trunto,
  Quanto Henrico dave a noi luce et splennure.


[92] GREGORII MAGNI _Opera omnia_; Parisiis, 1705; tom. II, col.
1139–40.

[93] _Ibid._, tom. I, pag. 6.

[94] DEMOGEOT, _Histoire de la Littérature française_; Paris, 1864;
pag. 54.

[95] GREGOROVIUS, Op. e loc. cit.

[96] Cfr. GIESEBRECHT, _De litterarum studiis apud Italos primis medii
aevi saeculis_. Berolini, 1845.

[97] _Ibid._, pag. 7–8.

[98] PERTZ, _Monumenta Germaniae historica; Legum tom. I_ (Hannoverae,
1835); pag. 52–53 e 64–65.

[99] Sacrosancta Concilia etc.; tom. IX (Venetiis, 1729); colonna 338.

[100] _Lupi Ferrariensis_ _Epistolae_, ap. DU CHESNE, _Historiae
Francorum Scriptores_; tom. II, pag. 727.

[101] _Ibid._, pag. 778–79; e MURATORI, Diss. XLIII, ediz. cit., tom.
VIII, col. 528–29.

[102] GHIRARDACCI, _Historia di Bologna_; parte prima (Bologna, 1596);
pag. 279.

[103] _Purgat_., XI, 97–99.

[104] _Convito_, Tratt. I, cap. XI e XIII, ediz. Barbera (1857), curata
dal Fraticelli.





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