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Title: Gli eretici d'Italia, vol. III
Author: Cantù, Cesare
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Gli eretici d'Italia, vol. III" ***

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                                GLI
                          ERETICI D'ITALIA


                          DISCORSI STORICI
                                 DI
                            CESARE CANTÙ


                                  _Qui cathedram Petri, super quam
                                  fondata est Ecclesia, deserit, in
                                  Ecclesia non est: qui vero Ecclesiæ
                                  unitatem non tenet, nec fidem habet._

                                    S. CIPRIANO, _De Unitate Ecclesiæ._



                            VOLUME TERZO



                               TORINO
                    UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
                Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33
                                1866



DISCORSO XXXIX.

GREGORIO XIII. SISTO V. EPISODIO FRANCESE.


Per la solita altalena, a Pio V fu dato successore Ugo Buoncompagni
bolognese, che volle chiamarsi Gregorio XIII. Arrendevole e clemente fin
a scapito della giustizia, le inclinazioni sue mondane dovette reprimere
a fronte della riforma morale, e a fatica potè favorire un proprio
figliuolo, niente i nipoti; esatto del resto ai doveri di capo dei
fedeli, ad elevare alla mitra i migliori, a diffondere l'istruzione.
Secondo i decreti tridentini stabilì una Congregazione della visita, che
sopravedesse a quella di tutte le diocesi, e mandava visitatori
apostolici che si faceano rendere i conti delle chiese, de' luoghi pii,
delle fraternite, per quanto eccitassero scontentezze. Prescrisse che
ogni cattedrale avesse un teologo (1573). Spendendo quanto Leon X, per
riparare ai guasti cagionati da questo fondò e dotò ben ventitrè
collegi, tra cui quello di tutte le nazioni, alla apertura del quale si
pronunziarono discorsi in venticinque favelle; rifondò il Germanico,
palestra di futuri atleti; uno pei Greci, che vi erano allevati al modo
e col linguaggio e il rito patrio; uno Ungarico, uno Illirico a Loreto,
uno pei Maroniti, uno per gl'Inglesi; rifabbricò il Collegio romano,
istituì quello de' Neofiti, poi ne seminò per tutta Germania e Francia,
e fin tre nel Giappone. Spese due milioni di scudi in fare studiare
giovani poveri, e un milione in dotare zitelle[1]. A suggerimento di
lui, il cardinale Ferdinando Medici aprì stamperia di cinquanta lingue
orientali, spedì in Etiopia, ad Alessandria, in Antiochia eruditi
viaggiatori, massime Giambattista e Girolamo Vecchietti fiorentini, che
ne recarono codici.

Gregorio teneva una lista di quante persone fossero acconce al vescovado
in tutta la cristianità; e così trovavasi informato all'occorrenza.
Deputò il vescovo di Como agli Svizzeri per mantenerli in fede, e
impedire s'unissero coi Protestanti: e il vescovo di Cremona Bonomo ad
emendarvi il clero, nel che trovò grandi contrasti. Giovanni Delfino il
6 e 26 luglio 1572 scriveva al cardinal di Como Tolomeo Gallio, che a
Vienna i diecimila italiani erano pervertiti da apostati, venienti dalla
Savoja e dal Veneto; ma per ordine dell'imperatore dovettero partire.

Il decantato tipografo Frobenio, venuto a Roma, si finse cattolico,
tantochè il papa l'accolse con grandi cortesie, ed esortavalo a
rimanere; partendo, ebbe raccomandazioni da prelati, e istituì una
tipografia cattolica a Friburgo; speculazione, come fu poi lo stampar
tante opere in senso contrario a Basilea: dove il papa diede opera non
si pubblicasse il Talmud.

Gregorio immortalò il suo pontificato colla riforma del calendario.
Giulio Cesare l'avea corretto, fissando l'equinozio di primavera ai 25
marzo, e l'anno di trecensessantacinque giorni e sei ore; lo che è 11′
42″ più del vero: laonde in cenventinove anni l'equinozio si anticipava
d'un giorno. La Chiesa dovette prendersene cura, attesochè la pasqua
cade nel plenilunio succedente all'equinozio di primavera. Il concilio
Niceno del 325 già s'accorgeva che questo anticipavasi al 23 marzo, ma
non si seppe indovinarne la ragione. Nel 1257 la precessione era di
undici giorni; e fin d'allora si parlò d'una riforma, spesso tentata,
non mai riuscita. La famosa Dieta d'Augusta non volle confessare tale
anticipazione dell'equinozio, denunziandola per un lacciuolo della
politica romana[2]. Come in tutti i Concilj, così nel Tridentino se ne
discorse; poi a tal uopo Gregorio XIII convocò a Roma i personaggi
meglio versati, e singolarmente il perugino Ignazio Danti domenicano e
il gesuita Clavio di Bamberga, ma la formola vera fu rinvenuta da Luigi
Lilio medico calabrese, e compita da suo fratello Antonio.

Il papa nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, le repubbliche, le
accademie cattoliche; e avutane l'approvazione, nel 1582 pubblicò il
nuovo calendario, sopprimendo dieci giorni fra il 5 e il 15 ottobre.
L'anno vi è fissato di trecensessantacinque giorni, cinque ore,
quarantanove minuti e dodici secondi; e che ogni quattro anni secolari,
uno solo sia bisestile. La correzione è tanto prossima al vero (365g 5o
48′ 55″), che sol dopo quattromila ducentrentotto anni i minuti residui
costituiranno un giorno. Per verità sarebbesi potuto, invece del ciclo
di quattrocento anni, adottarne uno di trecencinquantacinque, che
avrebbe dato l'errore non di ventisette secondi, ma soltanto di un
decimo di secondo sull'effettiva durata dell'anno: sarebbesi potuto far
coincindere il cominciamento dell'anno col solstizio, e di ciascun mese
coll'entrar del sole ne' varj segni dello zodiaco, e assegnare trentun
giorno a quelli fra l'equinozio di primavera e l'autunnale, trenta agli
altri, e scemo il dicembre. Questi difetti s'apposero in fatti, ma ben
più spiaceva ai Protestanti che il papa comandasse, fosse pure in fatto
di calendario; vi vedeano un attentato alla libertà dei principi,
un'usurpamento sull'indipendenza delle nazioni, un'arroganza di questa
razza italiana; esclamavano ne andasse dell'onore e della dignità
dell'impero germanico, si compromettesser le libertà gallicane, fosse
un'ordita de' Gesuiti; un primo passo, che chi sa dove menerebbe! Com'è
stile dell'opposizione parlamentare, se non altro voleasi mettervi
qualche restrizione; e i Grigioni proponevano di levar cinque giorni,
invece di dieci. E lenti furono i principi ad accettarlo; solo nel 1699
vi s'acconciarono i Protestanti di Germania, nel 1700 l'Olanda, la
Danimarca, la Svizzera, nel 1752 l'Inghilterra, nel seguente la Svezia,
e non ancora i Russi nè i Greci, che perciò trovansi in ritardo di
tredici giorni sul calendario nostro; locchè deve chiamarsi
indipendenza.

Di Sisto V succeduto papa resta una fama romanzesca, causata da dicerie
popolari e da storie ciarlatanesche, fra cui quella di Gregorio Leti,
veramente degna di servir di fonte alle empiamente fantastiche dei
nostri contemporanei. Qui noi non abbiamo a provare nè a confutare,
limitandoci solo alle cose che concernono il nostro assunto. Era Felice
Peretti, nato umilmente il 15 dicembre 1521 a Montalto presso Ascoli,
ove attendeva alla pastorizia finchè uno zio frate il tirò a Roma, lo fe
studiare, e vestir francescano, nel qual Ordine ottenne tutte le
dignità. Mentre predicava il 1552 ai Santi Apostoli in Roma fra generale
ammirazione, gli arriva una lettera, che ripiglia i punti delle prediche
di esso, e massime quelle che trattano della predestinazione, e a canto
a ciascuno, _Mentisci_. Egli mandò la lettera al grande inquisitore
ch'era Michele Ghislieri; ed ecco questo comparir nella cella di lui, e
freddo, inesorabile, esaminarlo su tutti quei punti. Sisto V ricordossi
sempre della terribile impressione causatagli da tale visita, ma rispose
così appunto, che il Ghislieri ne pianse di tenerezza, e gli divenne
amico e protettore. Unitosi al partito che avea tolto a riformar
moralmente la Chiesa, il Peretti fu amico di sant'Ignazio, san Felice,
san Filippo e d'altri; e zelando il giusto e il vero anche a fronte di
persone autorevoli, riusciva poco amato. Fatto inquisitor della fede pel
dominio veneto, due volte in Venezia corse pericolo per la gelosia di
quel governo, e fuggendo disse: «Ho fatto voto di diventar papa, sicchè
non potevo lasciarmi appiccare da costoro».

Pio IV lo pose teologo al Concilio di Trento; fu spedito legato in
Ispagna pel processo dell'arcivescovo Caranza, de' cui scritti notò i
varj passi di Protestanti che aveva ammessi. Divenne vescovo di
Sant'Agata de' Goti, poi cardinale nel 1570; ma salito papa Gregorio
XIII, al quale era poco gradito, si ritirò, stampò le opere di
sant'Ambrogio, meglio de' precedenti e di Erasmo, e mostrossi smanioso
di fabbricare più che nol comportassero i suoi mezzi.

Nessun più crede alla diceria che nel conclave comparisse come cascante
e curvo sul bastoncello, per dar a sperare ai cardinali che presto
morrebbe; poi appena eletto buttasse via la mazza e si raddrizzasse. Noi
sappiamo che la sua candidatura era favorita e desiderata, come fu
applaudita da poi[3]. Fatto papa, volle esserlo nella grandezza che le
convinzioni sue gli attribuivano; e poichè i pontefici aveano perduto in
potere quanto aveano acquistato in rispetto, egli volle recuperare anche
il potere, spiegando una passione di giustizia, d'autorità, d'unità,
sostenuta dal vigore d'un'anima ardente e d'un genio esteso, sicchè fu
detto a Dio piacesse meglio la severità di Sisto che la santità di Pio.

Una storia di Sisto V in senso affatto opposto alla buffoneria del Leti,
compilò il Novaes, nella quale, oltre il resto, son indicate le premure
di esso papa per le manifatture della lana e della seta. A dir solo di
quest'ultima, ordinò che per tutto lo Stato si piantassero almeno cinque
gelsi ogni rubbio di terreno; al qual uopo somministrava quindici mila
scudi dall'erario; onde si esteser anche le piantonaje, che poterono
spacciarsi utilmente di fuori: nella sua villa, che poi divenne dei
Massimi, molto propagò la coltura de' bachi, e volea stabilirvi fiere
franche: in case attorno alla piazza di Termini fe porre filatoj e
torcitoj. Avendo l'ebreo Magino di Gabriele veneto promesso un segreto
per aver due ricolti l'anno, il papa gliene diede privilegio per
sessant'anni, e di abitar colla sua famiglia fuori del ghetto, e il
cinque per cento de' guadagni che la Camera apostolica trarrebbe da tale
innovazione, più un'oncia ogni libbra di seta. Ma il trovato non riuscì.

Sisto eresse anche grandi edifizj, concepiti in senso religioso:
protestò demolirebbe il Campidoglio se il popolo si ostinava a tenervi
le statue che v'avea messo di Giove tonante fra Minerva e Apollo; e se
lasciò Minerva, le sostituì alla lancia la croce; rizzò l'obelisco
famoso in piazza del Vaticano, ma vi pose la croce e reliquie di santi:
compiè la cupola di San Pietro, condusse l'acqua Marzia, congiunse con
ampie vie le basiliche antiche.

Dopo gli ingenti dispendj di Leon X, Adriano VI avea trovato l'erario
esausto, impegnate le gioje; ed essendosi egli proposto di non impor
nuove gabelle nè centrar debiti, dovette parere spilorcio, e lasciò nel
tesoro appena tremila scudi: pure avea mandato quarantamila ducati in
Ungheria e tre navi ai cavalieri di Rodi per resistere ai Turchi.
Clemente VII, il quale vide il maggior disastro che a Roma fosse mai
tocco, introdusse nuove imposizioni, istituì prestiti, fra cui notevole
il Monte della Fede per soccorrere Carlo V contro gl'irrompenti
Musulmani. A Paolo III si attribuisce la prima ordinata imposizione
sopra tutto lo Stato, qual fu il sussidio triennale, ma ed egli e i
successori usarono sempre con grande riguardo delle gabelle e delle
taglie. Spese immense sostenne Pio V nell'interno, oltre le quali, ebbe
la campagna di Levante, coronata dalla battaglia di Lepanto; diede ajuto
alla Francia, agli Inglesi cattolici, alla regina di Scozia; distribuì
due milioni di scudi d'oro ai poveri, ne lasciò un milione nel tesoro, e
cinquecentomila che maturavano fra tre mesi: e nella propria camera
tredicimila scudi, destinati a limosine manuali, e centomila presso il
mastro di casa.

Sisto V non introdusse un buon sistema: e chi lo conosceva allora? ma si
fisse in mente che bisognava avere assai denaro per poter assai; onde,
dopo avere speso secentomila scudi nella guerra de' Turchi, e
cinquantamila per gli obelischi, ducentomila per l'Acqua Felice,
ottocentomila per l'abbondanza, oltre le magnifiche fabbriche, ripose un
tesoro di quattro milioni di scudi, che siamo meravigliati di trovare
menzionato ancora ai giorni nostri nel trattato di Tolentino.

Non affatto scevro del nepotismo, fece cardinale suo nipote Alessandro
Peretti di quattordici o quindici anni, con ricchi benefizj e pingui
abbazie; ma questi ne fece ottimo uso; dotava cento zitelle l'anno, e
oltre le limosine a mano, dispensò più d'un milione di scudi d'oro.

Memorabilissimo è l'aver Sisto V, alle sette congregazioni dell'Indice,
dell'Inquisizione, dell'esecuzione e interpretazione del Concilio, de'
vescovi, de' regolari, della segnatura, della consulta, cresciuto
importanza e ordine, e aggiuntene altre otto; una per fondar vescovadi
nuovi, una sopra i riti, le altre per ispacciare le cause temporali
portate alla Santa Sede, a questa riservando le più gravi. Poco poi,
nella Congregazione _de propaganda fide_, dovuta a Gregorio XV e a suo
nipote Lodovico Lodovisi, tredici cardinali, tre prelati, un secretario
furono destinati a diffondere la religione e dirigere i missionarj; che
con portentosa attività dall'Alpi alle Ande, dal Tibet alla Scandinavia,
dall'Irlanda alla Cina si spargono a convertire Protestanti, Maomettani,
Buddisti, Nestoriani, Idolatri. E mentre la civiltà non portava ai
selvaggi che acquavite per ubriacar sè, ed armi per uccider altri, era
un portento l'aprire mondi interi senza violenza, e non soltanto recarvi
un libro, ma fargliene applicare i dogmi, e ottenere sommessione
all'autorità, abnegazione degli istinti, attuando il carattere della
cattolicità, cioè la potenza di unificar l'umanità nel Cristo redentore.
I prodigi dell'apostolato, coll'eroismo più disinteressato e coi
miracoli più insigni si rinnovavano specialmente nelle missioni delle
due Indie, sicchè di tante perdite in Europa i papi erano consolati
ricevendo ambasciatori dall'Abissinia, dal Giappone, dalla Persia, dagli
antichi imperi d'Oriente e dai nuovi d'America, dove s'istituivano
vescovadi e conventi, scuole e spedali. Di poi Urbano VIII nel Seminario
Apostolico preparò un vivajo di missionarj e un rifugio pei prelati che
la Riforma spogliava: il cardinale Antonio Barberino vi istituì dodici
posti pei Georgiani, Persi, Nestoriani, Giacobiti, Melchiti, Copti,
sette per Indiani o Armeni.

Rinnovando la gran politica de' maggiori papi, Sisto divisava abbatter
l'impero turco mediante un'alleanza colla Persia e la Polonia;
conquistare l'Egitto, e congiunger il Mediterraneo col Mar Rosso per
restituire il primato all'Italia; conquistare il Santo Sepolcro, di cui
allora il Tasso cantava la liberazione; coi potentati d'Italia non
seguir la politica del Macchiavelli, vagheggiata da' predecessori, ma la
fermezza del cattolicismo; proponendosi unico voto la propagazione della
fede, eccita Filippo II a conquistare l'Inghilterra e vendicare Maria
Stuarda; medita una crociata contro Elisabetta regina e Ginevra;
sostiene la Lega in Francia; osteggia Enrico IV, benchè poi si sentisse
allettato dal genio di questo in modo, che la pubblica opinione propalò
inclinasse alle idee protestanti, e che in ciò obbedisse al diavolo, col
quale avea stretto un patto, e che se ne portò l'anima quando morì dopo
soli cinque anni di operosissimo papato[4].

Questi ricordi ci portano a dar un'occhiata alle vicende della Riforma
in Francia, alle quali si annettono molti personaggi italiani, e
principalmente Caterina de' Medici di Firenze. Vedemmo come suo zio
Clemente VII le ottenesse la mano di Enrico, secondogenito del
cavalleresco Francesco I; il quale celebrò quelle nozze col supplizio di
varj Luterani, e con editti rigorosissimi contro di questi. Tal era la
scuola, alla quale veniva questa italiana a portare (come pretendono i
Francesi) i vizj, l'intolleranza, la machiavellica del nostro paese,
mentre scrive Chateaubriand che _la debauche et la cruauté sont les deux
caractères distinctifs de l'êre des Valois_, e troppo il provano
Brantôme e gli altri cronisti.

Essendo morto il Delfino, Caterina si trovò sui gradini del trono, ma
fra la duchessa d'Etampe[5] amante del suocero, e Diana di Poitiers
amante del marito; costretta a dissimulare ed ecclissarsi. Ma ecco
Francesco muore, logoro dai piaceri, il 31 marzo 1547, e Caterina
diventa regina, ma pur sempre avvilita dall'insultante presenza d'una
rivale, che sebbene invecchiata, conservava sopra Enrico un predominio,
che i contemporanei non seppero attribuire che a fatuchierie. Il re
volle sua moglie venisse coronata il 10 giugno 1549, con feste
splendidissime e un torneo quale soleasi in quel regno, che fu sopra gli
altri reputato per tali spettacoli; e pensò rendere compiuta la festa
col far bruciare quattro eretici. Ma uno di essi, col quale aveva egli
medesimo più volte disputato, lo fissò con tal misto di dolore e di
coraggio, che il re ne raccapricciò, e fece proponimento di più mai non
esporsi a simile cimento.

La Francia era paese robustamente sistemato, sicchè respinse
costantemente le novità, quando più prevalevano nella Germania e
nell'Inghilterra, sbranate fra l'aristocrazia; e tutte le memorie
attestano come la maggioranza del popolo restasse avversissima ai
novatori, e guardasse in sinistro ogni concessione che a questi si
facesse. Li favorivano invece i principi del sangue e i grandi vassalli
e guerrieri, come i reali di Navarra e l'ammiraglio di Coligny. Ne
derivava per tutto il regno uno scompiglio, ben più grave che all'Italia
non fosse sorto dalla lotta fra il papato e l'impero: e Caterina
trovossene in preda allorchè, nel 1560 ucciso suo marito in un torneo,
ebbe ad assumer la reggenza pel fanciullo Francesco II, poi per l'altro
Carlo IX. Nipote di due gran papi, vedova d'un re, madre d'una fanciulla
che sposò Filippo II, e di due figli che successivamente regnarono;
bella, colta, maestosa, magnifica allo spender e al fabbricare giusta
l'esempio della sua famiglia, nel vigor degli anni, istruita dalle
sventure de' suoi e dalle proprie, inasprita dall'aver dovuto lunghi
anni rassegnarsi a un'oltraggiosa rivalità e tenersi rimossa dagli
affari, si vide d'un tratto a capo del regno, fra il vortice di poderose
fazioni, che sbranavansi nella parte più vitale, la religiosa. Le
imprecazioni, troppo consuete in tempi di partiti, e quando la parte che
soccombe è la più attuosa in parole e scritture, perseguitarono questa
donna, rea sopratutto d'esser forestiera: e la storia servile la copiò,
esibendola come il tipo dell'astuzia e della fierezza italiana, d'una
politica egoista da Machiavello, d'una fredda crudeltà; e testè Michelet
la chiamava «un verme sbucato dal cimitero d'Italia». Realmente essa,
ancor giovane e avvenente, più non depose il bruno; de' rotti costumi
suoi non cianciano che i romanzieri[6], quantunque per politica
tollerasse gli altrui; amante de' figliuoli, sebbene li trattasse da
assoluta: operosa così, che fin venti lettere scriveva in un dopo
pranzo: d'abilità insigne diè prova, dedotta da quel sentimento d'una
grande responsabilità, che si eleva di sopra alle considerazioni
secondarie e alle calunnie di fazione: inarrivabile nell'affascinar chi
l'avvicinasse, tenea la corte più splendida d'Europa, ricreata da feste,
balletti, amori; e mentre la imputavano di cumular tesori, alla morte
non le si riconobbero che debiti. Chi conoscesse anche solo i miserabili
tempi in cui viviamo, saprebbe quante difficoltà porti il regolarsi in
età di passioni violente, dove la medesima condotta produce applauso o
esecrazione, anzi dà alternamente l'uno e l'altra. Quest'è ben certo che
la politica di Caterina fu eminentemente francese, e mentre gli Ugonotti
avrebbero venduto la patria agli Inglesi o chiamato a devastarla i
raitri tedeschi, ella si staccò dall'alleanza di Spagna, cercata dai
partigiani; e nel volere conservar se stessa in dominio conservò la
Francia che minacciava o andar a brani o cascar nella tirannide. Con ciò
siamo a gran pezza dal voler giustificare tutti i suoi atti, ispirati,
come gli altri del tempo, dalla politica di cui si fe' dettatore quel
Machiavello, che merita le apoteosi de' nostri contemporanei perchè
insegnò che «la fraude fu sempre necessaria a coloro che da piccoli
principj vogliono a sublimi gradi salire; la quale è meno vituperevole
quanto è più coperta»[7].

Coi Riformati tentò ella dapprincipio la conciliazione, e fu per sua
opera che si tenne un colloquio a Passy. Per ottenerlo essa avea scritto
a Pio IV, esponendo, le opinioni in Francia esser propense alla Riforma,
come sempre verso ciò che è nuovo e che fiede l'autorità; quelli
staccatisi dalla Chiesa sommare a tanti, da non potersi più reprimere
con leggi e coll'armi, comprendendo magistrati e nobili, uniti e
formidabili, ma non trovarsi fra loro nè anabattisti, nè libertini, nè
d'altre opinioni mostruose, tutti ammettendo il simbolo apostolico.
Perciò taluni pensano si deva tollerarli, benchè deviino in altri punti;
sperando che Iddio dissiperà le tenebre, e farà sfavillare a tutti la
luce e la verità. Qualora il papa volesse aspettar le decisioni del
Concilio[8], bisognerebbe al male pressante trovar rimedj particolari
per richiamare i traviati e ritenere i fedeli. Pei primi, il miglior
mezzo sarebbe l'istruzione; pacifiche conferenze tra quei delle due
parti che possedano maggior scienza e amore di pace; ne' vescovi zelo di
predicare, d'avvertire, d'esortar alla carità, alla concordia; astenersi
da diverbj e da termini ingiuriosi. A quelli rimasti in grembo della
Chiesa, ma con dubbiezze e difficoltà e travagli di spirito, vorrebbesi
toglier ogni occasione di scandalo; sbandire l'adorazione delle immagini
e la recente festa del _Corpus Domini_: nell'amministrazione del
battesimo ommettere gli esorcismi e la saliva e le preghiere estranie
all'istituzione del sacramento. Vorrebbesi anche ammettere tutti alla
sacra mensa sotto le due specie; non comunioni nè messa in privato, ma
tutti insieme, e dopo la confessione generale de' peccati, e cantato i
salmi, e facendo preghiere pel re, pei signori, per gli ecclesiastici,
pei frutti della terra, per gli afflitti; tutto in vulgare anzichè in
latino, acciocchè i fedeli possano scientemente esclamare _Così sia_.
Indicava altre pretese aberrazioni del culto; e finiva esortando il
santo padre a immolar se stesso, assicurandolo che le persone savie e
moderate non attentavano all'autorità di lui, nè presumeano innovare il
dogma.

Solite illusioni, dalle quali prestamente ella fu riscossa per forza.
Pio IV a quel colloquio deputò il cardinale di Ferrara, nato dalla
famosa Lucrezia Borgia. Fu ricevuto senza le onoranze consuete, e subito
i libellisti sparpagliarono ch'era nipote d'Alessandro VI, del quale si
pubblicò la storia scandalosa, e gli aizzarono il popolo in guisa, che a
fischi inseguiva il crocifero quando uscisse sulla mula a croce alzata.
Nella villa di Passy l'agosto 1561 fu tenuto il colloquio, e Teodoro
Beza, che veniva campione del suo amico Calvino, volle aver per appoggio
Pietro Martire, come dicemmo (vol. II, pag. 76). Quivi undici ministri e
ventidue inviati delle principali chiese riformate di Francia
combatterono il cardinal di Lorena, alla presenza della Corte e di gran
savj; Pietro Martire, che parlava italiano per compiacere a Caterina, vi
spiegò grand'erudizione e aspirazioni moderate; si compilò la famosa
formola intorno alla Santa Cena, transazione che i nostri teologi
repudiarono come capziosa ed ereticale; onde il colloquio si sciolse,
inutile come tutti quelli fra due partiti estremi.

Al colloquio assisteva un altro prelato italiano, Giovanni Antonio
Caracciolo. Era nato a Melfi, terzo figlio di Sergianni Caracciolo
principe di Melfi e duca d'Ascoli, e gran siniscalco del regno, che
passato in Francia dopo le vittorie del Lautrech, come maresciallo avea
guerreggiato i Valdesi della val di Luserna, e fatti smantellare i
castelli di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna. Cresciuto alla Corte di
Francesco I, presto se ne annojò, e ritirossi al deserto della
Sainte-Baume in Provenza; poi reduce a Parigi, si fe certosino, indi
canonico di San Vittore (1538), lo che non tolse che abbracciasse la
milizia, finchè Francesco I per tenerlo alla religione lo costituì
abbate di quell'insigne monastero. Come irrequieto nelle speranze,
così era scandaloso ne' costumi, vestiva da laico, blandiva
cortigianescamente, e con tal mezzo nel 1551 ottenne il vescovado di
Troyes, colla licenza di conservare la lunga barba. Quivi inclinò alle
dottrine de' Riformati, partecipò alle loro cerimonie, a cui la sua
posizione aggiungeva molta autorità; Enrico II gli proibì di predicare;
la Santa Inquisizione a Roma lo processò; ma egli ritrattossi
pubblicamente, e si recò a' piedi del pontefice. Forse sperava il
cappello cardinalizio, e non l'ottenendo, passò per Ginevra, e
affiatatosi con Beza e con Calvino, adottò le loro confessioni: al
colloquio di Passy cercò spedienti di conciliazione, ma dopo di quello
professò apertamente la Riforma; chiamò alla sua città Pietro Martire e
in man di esso abjurò, e unì una comunione protestante, pur conservando
il titolo di vescovo, aggiunto a quello di ministro del Vangelo[9], ed i
Calvinisti, distruttori della gerarchia, pur continuarono a osservarlo
come vescovo. Morì del 1569, e non è certo s'ammogliasse. Scrisse il
_Miroir de la vraie religion_ (Parigi 1541), e nelle _Lettere di
principi a principi_ n'è una sua del 14 luglio 1559 per giustificare il
Montgomery dell'uccisione di Enrico II.

Tra ciò il calvinismo si diffondeva, e Pietro Paolo Vergerio,
all'elettor di Sassonia scrivendo nel 1560 e 61, gratulavasi
continuamente che le loro cose in Francia prosperassero; che essendo
governatore il nuovo re di Navarra, zelante evangelico, sperava
s'andrebbe in meglio, e si ridurrebbe a patteggi il papa. Il Barbaro,
ambasciadore veneto a Parigi, alla morte di Francesco I calcolava che un
terzo del regno fossero eretici: il Michiel, ambasciadore nel 1561, li
portava a tre quarti, sebben l'altro ambasciadore Soriano l'anno stesso
li restringesse a un decimo: e nel 1569 il Correr asseriva che, al tempo
della maggior possa, gli Ugonotti erano un trentesimo del popolo, e un
terzo della nobiltà[10]. Bayle, scrittore disaffezionato della religione
cattolica quanto ognun sa, scrive che «stette a ben poco che i
Protestanti non guadagnasser il sopravento al principio di Carlo IX, e
se vi riuscivano, sa Dio che sarebbe divenuta la religione persecutrice.
Se il re di Navarra, dichiaratosi per essi, avesse avuto la forza di
conoscer il laccio che l'altro partito gli tendeva (massimamente nel
promettergli il regno di Sardegna), sarebbe rimasto saldo nella loro
comunione. Tanto bastava per assicurare la vittoria, essendo egli
luogotenente del regno, nè era difficile far abbracciar la professione
della chiesa riformata a Caterina de' Medici».

Questa speranza nutrirono molti[11], e più da che, coll'editto del
gennajo 1562, ella ebbe proclamato la tolleranza religiosa; ma poichè
ciò fu causa della prima guerra civile, ella s'avvide come coll'unità
della religione perirebbe l'unità del regno: e favorì i Cattolici,
ricevette i primi Cappuccini, condotti da frà Domenico da San Gervaso, e
assegnò loro un convento in Parigi nel 1571. Ma già le discordie erano
scoppiate da per tutto; gli Ugonotti saccheggiavano le sacristie, i
Cattolici distruggevano le cappelle; dagli insulti passavasi al sangue:
martiri vantavansi da tutte le parti[12]; la guerra civile infuriava; i
principi della casa reale erano divisi, gli uni appigliandosi
pertinacemente al passato, gli altri agognando al nuovo. Giovanni
Correr, dipingendo quelle miserie de' Francesi, conchiudeva: «Gli ho
sentiti più volte esclamare: Oh se i miei beni fossero nel veneto! E mi
domandavano se la Repubblica accettasse danari a prestito; voleano depor
alla nostra zecca grandi somme, credendovele sicure. Venezia era per
loro il luogo più sicuro, il paese ove non si conosce che un Dio solo,
non si pratica che un solo culto, s'obbedisce a un principe solo, e
tutti possono vivere senza paura, e godere il proprio bene in pace».

Dacchè in Iscozia spossessavasi Maria Stuarda, la riverenza pei regnanti
era scossa, e i Riformati aveano proposto pure in Francia di
impadronirsi del re e del cardinale di Lorena; ma non riescirono che ad
esasperarli. In realtà gli Ugonotti aspiravano a repubblica e a spezzar
la Francia in provincie confederate: Calvino avea dichiarato che il re,
il quale non ajuta la Riforma, si abdica da re e da uomo, onde perde il
diritto di farsi obbedire, e merita gli si sputi in faccia, come a tutti
i re cattolici. I suoi seguaci formavano quasi una potente massoneria:
aveano fatto molte parziali uccisioni; le insurrezioni succedeano
contemporanee, come allorchè son effetto di intelligenze segrete:
levarono uomini e denari; e nel 1563 settantadue ministri calvinisti
aveano sporto al re una petizione acciocchè prevenisse le eresie e gli
scismi e le turbolenze che ne derivano, punendo severamente gli eretici,
cioè chi dissentiva dalla loro confessione. Pare ancora che il famoso
grancancelliere L'Hopital e il cancelliere Ferrier, protestante celato
che stava ambasciadore a Venezia, e molto stretto con frà Paolo Sarpi,
tramassero per istaccare il re dal papa, e indurlo a costituire una
chiesa nazionale. E già i risoluti allestivansi a guerra rotta; gli
Ugonotti, capitanati dal Condè, non esitarono a ceder all'Inghilterra le
fortezze francesi; e coll'assassinio liberaronsi del duca di Guisa, capo
de' Cattolici. Caterina, più fida al partito nazionale, malgrado i
consigli di Filippo II e del duca d'Alba, credendo suo primo dovere
l'evitar la guerra intestina, sopportava persino le sommosse parziali,
le uccisioni, l'aperta resistenza; cercava tempo dal tempo; dicono gli
uni per debolezza, dicono gli altri per ambizione: l'avrebbero esecrata
come sanguinaria se reprimeva i primi eccessi: l'esecrarono quando di
passo in passo lasciolli crescere fin alla spaventosa catastrofe di San
Bartolomeo.

Il granduca di Toscana avea cercato insinuare di perdere i nemici di
Francia piuttosto in pace che in guerra. «Consideri la santità sua che,
nel travagliare quel regno con l'armi, si fanno ogni dì nemici al re ed
alla religione cattolica, nè può con tutti li ajuti che gli porga
rimediarvi sua beatitudine; anzi, che i tristi si valeranno a suscitar
le genti contra il principe loro naturale con il nome del papa, siccome
si è veduto per il passato; dove che nella pace e quiete del regno sarà
in potere di quelle maestà spegnere quei capi facinorosi e seduttori, e
di questa maniera ridurre il restante a poco a poco e con facilità al
gremio della Chiesa romana»[13].

Pio V, udendo la desolazione della Francia e i pericoli in cui gli
Ugonotti metteano que' regnanti, risolse soccorrerli d'armi e denaro.
Quelle affidò a Lodovico Gonzaga, duca di Nevers; ma di denari mancava,
tutto avendo dato all'imperatore, a Venezia, ai Cavalieri di Malta per
la guerra contro i Turchi; e durando nel proposito di non aggravare di
più i sudditi. Uscì dunque con raccomandazioni, e subito vi risposero
tutti i paesi d'Italia; il senato romano con centomila zecchini,
altrettanto gli ecclesiastici, altrettanto lo Stato: molto i duchi di
Savoja, parenti e vicini ai reali di Francia, ed Emanuele Filiberto
impose ducento mila zecchini ai sudditi: centomila il duca di Toscana,
altrettanti Venezia, ricevendo in pegno sette diamanti della corona:
ducencinquantamila ne votò il clero cattolico. Dove ci pajon notevoli e
la spontaneità di quelle offerte, che attestano come una tal guerra
fosse popolare: e il dispiacere che il papa mostrava di esser costretto
a cercare.

Caterina si era indotta, nel 1568, a concedere l'editto di pacificazione
di San Germano, col quale veniva a riconoscere gli Ugonotti e la
pubblicità del loro culto; e impalmò una sua figliuola ad Enrico re di
Navarra, capo di questi. Il Parlamento negò registrare quell'editto; il
popolo indignavasi del matrimonio, e viepiù quando i seguaci di esso re
ricusarono curvarsi all'effigie della Madonna. Il Correr, ambasciatore
veneto nel 1570, scriveva: «In Parigi il popolo è così devoto, levatone
un picciol numero, e così nemico degli Ugonotti, che con ragione posso
affermare che in dieci città delle maggiori d'Italia non vi sia
altrettanta devozione ed altrettanto sdegno contro i nemici della nostra
fede, quanto in quelle». Commetteansi eccessi contro di loro, a loro
attribuivansi le pubbliche sciagure e inumani delitti, come un tempo
agli Ebrei; ai loro supplizj accorreasi come a una festa, piacendosi
d'atroci mutilazioni.

Crebbe l'ira contro gli Ugonotti dacchè le armi cattoliche di Spagna, di
Venezia e del papa ebber rotta a Lepanto la flotta turca, e salvato da
un'invasione musulmana l'Italia e l'Europa; mal soffrendo che una così
segnalata vittoria si fosse riportata senza che la Francia vi
concorresse. Il nuovo duca di Guisa, caporione del partito cattolico,
viepiù se ne esaltò, e indispettivasi che la decretata tolleranza
scemasse la sua onnipotenza, e fosse rimesso in onore l'ammiraglio di
Coligny, ch'egli credeva autore dell'assassinio di suo padre. Invano
Carlo IX, rinnovato l'editto di pacificazione, volle che i due emuli
giurassero dimenticar le ingiurie. Il Guisa pensò ripagar l'assassinio
coll'assassinio, spedienti allora pur troppo consueti[14]; e il Coligny
fu colpito, non ucciso. Se la tigre assapora il sangue chi più la frena?
e le fazioni son tigri. Quinci e quindi preparavasi una strage
universale; il papa stesso la prevedeva, e ne dava avviso[15]: non
restava che a decidere chi primo. E primi furono i Cattolici, che la
notte di san Bartolomeo del 1572 assassinarono molti Ugonotti, sul cui
numero corre grandissima diversità. L'esecrazione per quel fatto non
potrà esser menomata da ragionamenti; ma i fatti provano che Carlo IX e
Caterina ne erano innocenti, se non ignari; che dovettero consentire a
quel che imponeva o il furor della vendetta o il pericolo di rimanerne
vittima.

Di questi successi noi abbiamo narratore Enrico Caterino Davila
(1576-1631), i cui nomi derivano dal re e dalla regina, benefattori di
suo padre dopo che i Turchi l'ebbero espulso da Cipro dond'era
connestabile. Nacque a Padova, fu lungamente in Francia, della quale
potè veder dappresso gli scompigli e prendervi anche parte. Fedele alla
bandiera cattolica, meno per credenza che per politica, sostiene
continuo la fazione regia; minuzioso come chi è abituato alle
anticamere, pure con occhio arguto scerne le ipocrisie de' partiti,
vagheggia la buona riuscita ottenuta dai furbi o dai forti, e la strage
del san Bartolomeo disapprova solo perchè non raggiunse lo scopo.

Ma che quella fosse una lunga premeditazione ogni carta che si scopre o
che meglio si legge lo smentisce. Se Caterina pensò realmente toglier di
mezzo il Coligny, e il misfatto crebbe a inaspettate proporzioni, ella
non sarebbe men colpevole, ma in modo diverso dal vulgato. Ciò che
sgomenta si è che quell'esecrabile delitto venne festeggiato, quanto
vedemmo ai dì nostri alcuni altri assassinj, fin giustificati
teoricamente: a Roma una medaglia fu coniata per rammemorarlo; il Vasari
lo dipinse; il famoso milanese Francesco Panigarola, predicando in San
Tommaso del Louvre, in presenza a tutta la Corte, congratulava il re
che, dopo aver tanto pazientato, ed esposto l'onor del regno e la
dignità propria a pericoli evidenti, avesse alfine restituito il manto
cilestro e i gigli d'oro alla bella Francia, dianzi abbrunata;
ristabilito la vera religione cristiana nel paese cristianissimo,
purgato dall'infezione dell'eresia quanto è fra la Garonna e i Pirenei,
fra il Reno e il Mare[16]. Il Tasso, e tutti gli scrittori del tempo
magnificano quel fatto. Il Requesens, governatore di Milano, aveva
scritto al granduca: _De Francia tengo casi los mismos. Y me pesa mucho
que non se proceda contra los hereses con el rigor que se començo, y
convenia. Plazera a Dios que el rey cristianissimo tenga el fin que
publica, y a su tiempo tome la occasio._ Poi come ebbe notizia della
strage, al 3 settembre rallegravasi seco _de lo subcesso en la corte de
Francia a los 24 del passado, pues la muerte del Amirante, y de las
mascabeças de Luteranos, que fueron muertos a quel dia por los
Catolicos. Sarà tanta falta a los Ugonotes, y abierto camino al rey
cristianissimo para que, con el buen zelo que tiene, pueda allanar su
regno, y asentar las cossas de la religion como convenga demas delo que
esto ymportara para asentar las cossas de Flandes ecc._

E al 10 settembre: _Espantome que entonces no tuniesse v. e. el aviso de
la muerte del Almirante, y de los demas hereses de Francia. De que con
el ordinario passado me alegre con v. e., come me alegro agora de nuevo,
con la qual cessara lo de la armada de Estrozi: pues se occupara en
cobrar la Rochela, y todos lo demas umores que v. e. dize que se
sospechava que andavan levantandose._

E il 14: _Y es con muy gran razon alegrarse v. e. con migo del buen
subceso de Francia, pues siendo aquel tan en servicio de la
christianidad, y occasion para que el rey christianissimo pueda asentar
las cossas delle como le conviene en su regno. Me avia de caber tanta
parte de contentamiento despues a ca estan estas fronteras quietas, y
nos ôtros mas Plega a Dios dellevallo adelante pues lo que mas conviene
es la paz entre los principes christianos, y atender solo contra los
infieles, ecc._

Anche altre lettere trovammo negli archivj, di congratulazione per quel
fatto, pel quale furono ordinate feste di ringraziamento in tutta
Toscana e altrove, considerandola come un gran pericolo isfuggito.

Effetto immediato della strage in Francia fu il prorompere più violenta
la guerra civile, la quale con variatissimi successi continuò lungo
tempo[17]. Caterina, mescolata per trent'anni a que' fatti, subì giudizj
affatto diversi, certo ebbe molto talento, molta ambizione, molta
abilità, poca morale, badando solo al fine, qual era di salvare il trono
dei Valois.

Sisto V, coll'altissimo sentimento che avea dell'autorità, dovea
condannare i re eretici di Francia, ma al tempo stesso riprovare la Lega
che erasi formata contro di loro. Pertanto non volle continuare i
soccorsi che Gregorio XIII avea dato alla Lega, e quando la Spagna lo
eccitò a mantener le promesse del predecessore, all'ambasciadore che
dicea volergliene far l'intimazione a nome della cristianità egli
rispose: «Se voi mi fate l'intimazione, io vi fo tagliar la testa».
Insieme però nel settembre 1585 avventava la scomunica a Enrico di
Navarra ed Enrico di Condè, rimasti caporioni del partito ugonotto. Il
parlamento di Parigi ricusò registrar la bolla; il re di Navarra fece
affiggere in Roma una protesta, ove lo chiamava falso papa ed eretico, e
che lo proverebbe in un Concilio legittimamente radunato.

Sisto s'inviperì di tale atto, poi meravigliandosi che alcuno avesse
tanto osato, malgrado il terrore che ispirava, prese buon concetto di
quel principe; mentre d'Enrico III, altro figlio di Caterina, prevedeva
che il suo carattere lo condurrebbe al punto di dover gittarsi in
braccio agli Ugonotti. Così fu, e questo re che già s'era disonorato in
Polonia, trovò un fanatico che l'uccise in nome della religione
cattolica, come in nome della protestante era stato assassinato il
Guisa.

Toccava allora la corona di Francia al re di Navarra col nome di Enrico
IV, ma era costretto conquistarsela. Sono vicende famose per istorie e
poemi, dove noi tocchiam soltanto di volo ciò che appartiene all'Italia.
La Lega formata dai Cattolici per respinger il re ugonotto, ebbe ajuti
da Filippo II di Spagna, che vi mandò Alessandro Farnese duca di
Parma[18] uno de' migliori generali del mondo, e che allora guerreggiava
i Protestanti ribellati nelle Fiandre. Uom positivo quanto valente
capitano, non ambiva la gloria, ma la riuscita; nulla abbandonava al
caso, ma colla lentezza assicuravasi i successi. Se Enrico IV gli facea
dire da un araldo «Uscite dal vostro coviglio, e venite ad affrontarmi
in campo aperto», egli rispondeva: «Non ho fatto tanto viaggio per venir
a prender consiglio da un nemico». In fatto con sapiente inazione riuscì
a vittovagliare l'assediata Parigi: come un'altra volta, accorso in
ajuto del circondato Mayenne, a Caudebec ne salvò tutto l'esercito,
sotto gli occhi d'Enrico.

In questi successi volea vedersi direttamente la mano di Dio. Per
sostener il coraggio degli assediati, il papa avea spedito legato il
cardinale Cajetano, a cui si accompagnò il milanese padre Panigarola.
Questi era stato in patria scolaro di Primo Conti e d'Aonio Paleario:
dotato di prodigiosa ritentiva, a soli tredici anni fu mandato a Pavia a
studiar leggi, ed è bello udirgli dipingere la dissipazione degli
studenti d'allora. «A poco a poco (narra egli di sè) così sviato
divenne, che questione e rissa non si facea, dove egli non intervenisse,
e notte non passava, nella quale armato non uscisse di casa. Accettò di
più d'esser cavaliero e capo della sua nazione, che è uffizio
turbolentissimo, e amicatosi con uomini faziosi di Pavia, più forma
aveva ormai di soldato che di scolare. Nè però mancava di sentire in
alcun giorno li suoi maestri,... de' quali, sebbene poco studiava le
lezioni, le asseguiva nondimeno colla felicità dell'ingegno, e le
scriveva; e quando andava talora a Milano, così buon conto ne rendeva al
padre, che levava il credito alle parole di quelli, che per isviato
l'aveano dipinto. Si trovò egli con occasione di queste brighe molte
volte a Pavia in grandissimi pericoli della vita; e fra gli altri
trovandosi presso San Francesco in una zuffa fra Piacentini e Milanesi
ove fu morto un fratello del cardinale Della Chiesa, da molte
archibugiate si salvò collo schermo solo d'una colonna, ove pur anche ne
restano impressi i segni»[19]. Dopo gioventù così dissipata andò
francescano, e preso a modello il famoso oratore Cornelio Musso, salse
anch'egli in gran celebrità; dove arrivava era accolto a battimani, e
spesso costretto recitare un discorso prima di riposarsi.

A istanza di Pio V ito a Parigi, fu festeggiato, massime da Caterina
regina. Tornato in Italia il 1573, continuò i trionfi, e venne fatto
vescovo d'Asti nel 1587. Per verità egli non mostra conoscere nè la
teologia abbastanza, nè il cuore umano; ma parla vigoroso, e forse più
vigoroso declamava; donde quei grandi effetti. Da Sisto V rispedito in
Francia il 1589, dal pulpito esaltava gli avvenimenti coi paragoni di
Betulia liberata e di Senacherib: sul testo _Ecce motus magnus factus
est in mari, ita ut navicula operiretur fluctibus_, confortava i
Parigini a sostener que' patimenti, assomigliati a quelli di Cristo;
prometteva a nome del papa un giubileo speciale: esortava a respinger la
milizia inglese, «le cui crudeltà sono scritte con il sangue nei
sobborghi vostri», e vendicarsi de' Politici e del re di Navarra,
raffigurato in Acabbo.

Ma il Farnese morì, ed Enrico IV calcolò che il regno di Francia poteva
anche comprarsi con una messa[20]. Cercò dunque riconciliarsi col
pontefice; fece l'abjura: e alfine fu ricevuto all'assoluzione,
imponendogli di ristabilire il culto cattolico in tutto il Bearn;
pubblicare in Francia il Concilio di Trento, salvo certe modificazioni;
restituire al clero cattolico tutti i beni, escludere i Protestanti da
ogni pubblica carica; a lui personalmente imponevasi di sentir messa
conventuale tutte le domeniche, e messa privata ogni giorno, dire il
rosario tutte le domeniche, le litanie tutti i mercoledì, digiunare
tutti i venerdì, confessarsi e comunicarsi almen quattro volte l'anno.

Il 15 novembre 1595 si fe la cerimonia, che pel papato riusciva un
insigne trionfo dopo tante umiliazioni. In San Pietro, ornato colla
massima pompa, il pontefice Clemente VIII nell'arredo più splendido
sedeva sul trono, circondato da' cardinali e dalle cariche di palazzo: e
con dodici penitenzieri portanti la bacchetta. I cardinali D'Ossat e Du
Perron, incaricati di rappresentare il re, lessero la professione di
fede, e promisero le condizioni imposte. Intonossi il _Miserere_,
durante il quale il papa con una verga batteva or l'uno or l'altro dei
due messi, e dichiarò assolto il re, e tornogli il titolo di
cristianissimo. Allora proruppero i canti del gaudio, accompagnati da
organi, campane, cannoni: e il papa abbracciando i due procuratori
disse: «Mi reputo felice di aver aperto al vostro signore le porte della
Chiesa militante». Du Perron soggiunse: «Accerto vostra beatitudine che,
colla fede e colle opere buone, egli aprirà a se stesso le porte della
trionfante».

Il papa anche nell'interesse mondano aveva di che esultare, poichè da
quell'istante cessava di esser protetto soltanto dalla Spagna, sincera e
convinta cattolica, ma dura e imperiosa, e trovava un nuovo appoggio in
questa Francia bizzarra e generosa. Enrico, che pur non s'intendeva
molto di libertà religiosa, meritò da Clemente VIII quell'elogio: _nihil
sibi de religione adsumens_. E quando fu ucciso[21], Paolo V disse al
cardinal d'Ossat: «Voi avete perduto un buon padrone, io il mio braccio
destro»; e scrisse alla vedova Maria de' Medici una lettera di cui
trovammo la bozza al Nº 4029 dell'Archivio Mediceo: «La morte del re
Enrico, che sia in gloria, essendo caso così grave e acerbo che eccede
ogni esempio, dovrà credere la maestà vostra che sia altrettanto grave
ed acerbo e con ogni eccesso d'amore il dispiacere con che sentiamo
ancor noi questa disgrazia, la quale tanto più punge e ferisce l'animo
nostro, quanto che partecipandone così gran parte, non conosciamo che
questo rispetto possa diminuire in lei il suo dolore ecc.»[22].

Noi ci limiteremo a riflettere come Caterina proclamasse la tolleranza
religiosa, e i Cattolici vi si opposero fino a proromperne la guerra
civile: Carlo IX rinnovò l'editto di pacificazione, e vi rispose la
micidiale notte di san Bartolomeo: Enrico III non vi riuscì per
opposizione della Lega: Enrico IV potè stabilirla mediante l'editto di
Nantes, che però fu revocato da quel che i Francesi chiamano il gran re.
Se ne argomenti qual concetto s'avesse della tolleranza religiosa.


NOTE

[1] Il P. Theiner occupa tre volumi in-folio sol per narrare di questo
pontificato.

[2] DE THOU, L. LXXIX.

[3] Nel carteggio de' Medici a Firenze, filza 255, si vede quanto fosse
approvata e festeggiata l'elezione del cardinal Montalto.

[4] Vedi sopra a pag. 386 il volume precedente. Anche il marchese Muti
scriveva al duca di Savoja che, mentre Sisto V era malato, gli comparve
in camera un frate vestito di bianco, ch'era il diavolo, e gli rammentò
come fosse scaduto il tempo pattuito, e bisognava andarsene con lui: che
il papa non volle confessarsi: e morto che fu, un uccellaccio volò
attorno alla sua finestra, e il cielo da sereno si fe bujo; scoppiarono
fulmini, e uno colpì lo stemma papale sul ghetto degli Ebrei.

E sopra relazioni siffatte tessono le loro storie l'arguto Petrucelli ed
altri.

Vedasi J. LORENTZ, _Sixtus V und seine Zeit_. Magonza 1832.

[5] Questa ottenne a suo zio Antonio l'abazia di Fleury, il vescovado
d'Orleans, il cappello rosso, l'arcivescovado di Tolosa: a Carlo suo
fratello l'abazia di Bourgueil e il vescovado di Condom; a Francesco
altro fratello l'abazia di San Cornelio di Compiègne e il vescovado di
Amiens; all'altro di nome Guglielmo il vescovado di Pamiers; due sorelle
furono abadesse l'una a Maubuisson; l'altra a San Paolo in Beauvoisis.

[6] Brantome, suo nimicissimo, non ne intacca la costumatezza. Enrico
IV, pur suo nemico, diceva al presidente Claudio Groulard: «Affedidio,
cosa poteva fare una povera donna, rimasta vedova con cinque figliuoli
sulle braccia e le due famiglie di Navarra e di Guisa anelanti alla
corona? Strane parti doveva ella sostenere per ingannar gli uni e gli
altri, eppure salvar, come fece, i suoi figliuoli, che regnarono
successivamente per la savia condotta di donna tanto accorta. Mi
meraviglio che non abbia fatto di peggio». _Mém. de Groulard_, nel vol.
II della collezione di _Petitot_, pag. 384.

[7] _Discorsi_, lib. II, c. 13.

[8] Il 7 gennajo 1559 da Blois Niccolò Capponi, per man del Tornabuoni
ambasciador fiorentino, mandava al granduca notizie di Francia,
soprattutto lagnandosi che molti colà sostenessero allora le dottrine
luterane, mentre a Ginevra le calviniche; e si leggessero i libri di
Melantone e «di Pietro Martire fiorentino che ne tengono conto»; cerca
si dissuada il papa dal fare il Concilio, asserendo che «se si vien al
Concilio, al certo hanno ragione, perchè si fonderanno in su una cosa
ove si fonda la Chiesa romana anche lei; e se vengono alle mani, la
risoluzione sarà che o non si farà nulla o con poca reputazione».

[9] HAAG, _France protestante_, al nome. Il cardinale Commendone al
cardinale Borromeo scriveva nel dicembre del 1561. «Del vescovo di Troye
in Campagne mi hanno detto per cosa certa come, già pochi giorni, egli
ha solennemente renunziato il vescovado e l'Ordine, e presa _manuum
impositionem_ dalli ministri calviniani con queste solenni parole:
_Abrenuntio manuum impositionem papisticæ sathanicæ_: e che avea voluto
predicare nella chiesa di San Giovanni di Troye come ministro
calviniano; ma che gli fu proibito dal conte d'Eo governatore della
provincia, per paura che non si levasse tumulto nella città. Questo
vescovo, ora ministro del demonio, fu figliuolo del principe di Melfi,
fuoruscito di Napoli, di casa Caracciolo, stato soldato, frate, abbate,
vescovo; e nel 1556 fu a Roma, dove fu accusato d'eresia, e che avesse,
come veramente aveva, contaminato lui stesso gran parte della sua
diocesi. Ora dicono ch'egli è in Parigi con gli altri ministri: dove
vivono con somma licenza, poichè già si predica in più case dentro della
città..... e con tanta insolenza che, già pochi dì, sonandosi le campane
di San Medardo, dove vicino abita il Beza, egli mandò a comandare che
non si sonasse, e non volendo colui che sonava obbedire, fu ammazzato
insieme con altri preti». Nell'_Archivio Vaticano_.

[10] Si dice che i Riformati fossero due milioni. Sarebbero il sesto
della popolazione, giacchè il primo censimento, fatto il 1702, dopo
tante annessioni, diede 19 milioni d'abitanti: nè poteano esser più di
12 milioni al tempo della Riforma. Eran però pensatori e proprietarj,
sicchè quella era veramente una rivolta politica contro la monarchia.

[11] Di Caterina stavano molto in sospetto i Cattolici; e il cardinale
Commendone ai 12 ottobre 1561 scriveva al cardinale Borromeo: «Monsignor
di Granuela....... m'ha detto come la regina non vuole udir consiglio,
nè conoscere il pericolo nel quale si ritrova, nè ammettere l'offerte
del re cattolico e delli duchi di Savoja e di Lorena a stabilimento suo
e de' figliuoli, e che ogni dì va perdendo autorità, ed all'incontro la
casa di Vendome l'acquista..... Appresso mi ha detto che frà Pietro
Martire (Vermiglio) ha di continuo adito aperto alla regina, e sebbene
non dubita della buona mente di S. M., teme nondimeno ciò portare gran
pregiudizio alla causa, sgomentando li Cattolici, e dando ardire agli
Eretici. Similmente ha mostrato maraviglia e dispiacere assai che il
reverendo legato (il cardinale di Ferrara) dimostri molta amorevolezza e
confidenza con la casa di Vendome, usando molti rispetti verso gli
eretici». _Arch. Vaticano._

In una relazione di Francia al duca di Toscana 13 maggio 1563, filza
4012, dopo la pace, si scrive:

«Il cardinale privato di Sciattliglion avea scritto alla regina che
saria andato presto a trovare sua maestà e saria andato in abito di
gentiluomo e cavaliero, avendo lasciato la impurità della veste romana,
per dir quelle parole ch'egli temerariamente e insolentemente usa».

Tra i famigliari di Caterina de' Medici fu Giacomo Corbinelli,
d'illustre famiglia fiorentina e di bella coltura, e che pel primo
pubblicò il libro di Dante del Vulgare Eloquio. Lo storico De Thou dice
di lui: «Non sapevasi di qual religione fosse: era d'una religione
politica _alla fiorentina_, ma era uomo di buoni costumi».

Cosmo Ruggeri fiorentino s'introdusse alla Corte di Caterina de' Medici;
e pien di talento e di sfacciataggine, ottenne onori e soldi. Tirò
l'oroscopo de' signori della Corte: cominciò a far almanacchi ogni anno,
sparsi di sentenze d'autori latini. Venuto in fin di morte, ed esortato
a pensar a Dio, prese in burla il curato e i Cappuccini, protestando
aver sempre creduto non v'abbia altro Dio se non i re e principi che
possono farci del bene, nè altri diavoli sè non i nemici che ci
tormentano in questo mondo. Morto in tali sentimenti, il suo cadavere fu
strascinato ove si sepelliscono le bestie. Molto s'applicò alla magia,
fu accusato di sortilegj contro Carlo IX ed Enrico IV.

[12] A proposito di martiri d'eretici va citata un'opera di Feliciano
Niguarda, oratore nel Concilio di Trento, poi vescovo di Como, _Assertio
fidei catholicæ adversus articulos utriusque confessionis fidei Annæ
Burgensis juris doctoris, et in academia aurelianensi olim professoris,
ac postremo parlamenti parisini senatoris: quam ipse eidem parlamento
obtulit cum, propter hæresim diu in carcere inclusus, paucis post diebus
ad supplicium esset deducendus: nec non adversus pleraque id genus alia.
Præterea contra ejusdem mortis historiam, quæ martyrium inscribitur,
Lutetiæ editum; deque hæreticorum miraculis specialis additur
articulus_. Venezia 1563.

[13] Lettera del 6 ottobre 1570 a Nofri Camajani ambasciadore a Roma,
nell'Archivio centrale di Firenze, _Carteggio di Roma_, app. LXXXII.

Delle cose di Francia abbiam parlato nel vol. II, pag. 408.

[14] Sull'assassinio politico abbiam noi raccolto bizzarre
particolarità, e pubblicate nelle Spigolature degli archivj di Firenze.

[15] Il 27 giugno 1566 Pio V scriveva a Caterina lamentandosi che, sotto
il nome della pace, crescesse di tanto l'ardire de' Riformati, e da ciò
prendesser ansa anche altri. _Non est quod quisquam istos Dei et vestros
rebelles atque hostes patiendo, tollerando, dissimulando ad sanitatem
redituros esse speret; et nescio quam temporis maturitatem expectandam
censeat, et illo pacificationis edicto paci regni consuli existimet.
Crescit eorum in dies furor, augetur animus; quo lenius cum illis
agitur, eo magis eorum corroboratur audacia. Non solum matris Ecclesiæ
obedientiam abjecerunt, sed in primis regiæ potestatis jugum excutere,
et legum ac judiciorum metu abjecto, se se in libertatem asserere et
rapinarum sacrilegiorum, scelerum et flagitiorum omnium licentiam
assequi student. Quo circa majestatem tuam hortamur, monemus et per
omnipotentem Deum obstestamur ut, cum videat jam nihil cunctando et
patiendo perfici, tantum incendium, antequam latius serpeat, extinguere
conetur: si enim hæreticorum sectas alias ex aliis in isto regno in dies
exoriri, et multiplicari permiserit, tum volet illud extinguere cum
minime poterit. Utinam non eveniant ea quæ eventura prædicimus!_

[16] Sermoni del Panigarola, Parigi 1599, in 8º, p. 318.

Oltre i già conosciuti documenti, fu ultimamente dal Theiner Ann.
Eccles. pubblicata la corrispondenza del nunzio Salviati, che conferma
viepiù quel che Ranke, Raumer, Mackintosch ed altri protestanti
sostennero, essere quello un delitto politico, non un delitto religioso.
Vivissima era l'ira del duca di Guisa contro l'ammiraglio Coligny, cui
attribuiva l'assassinio di suo padre. Coligny entrò in Parigi alla testa
di trecento gentiluomini, quando trattavasi del matrimonio di Enrico di
Navarra con Margherita di Valois: e acquistò le buone grazie di Carlo
IX, che così parea sottrarsi alla dipendenza di Caterina de' Medici e
del duca d'Anjou, e che forse andava a romper guerra a Filippo II per
cacciarlo dai Paesi Bassi. Ciò spiaceva immensamente a quei due, onde
risolsero di uccider l'ammiraglio, ispirati anche da Filippo II. Per
l'uccisione di lui avvenne il massacro.

Il nunzio Salviati sapea solo che si attentava alla vita del Coligny:
nel riferire il fatto dice: «Quand'io scriveva i giorni passati che
l'ammiraglio procedeva troppo, e gli si darebbe sulle mani, ero convinto
che non si voleva più sopportarlo: ero confermato in tal opinione quando
scrissi che speravo dar ben presto a sua santità qualche buona notizia,
ma non credevo alla decima parte di quel che ora vedo co' miei occhi...
Se l'ammiraglio fosse morto del colpo d'archibugio che gli fu tirato,
non credo sarebbero perite tante persone». (Lett. 24 agosto).

Carlo IX avea prevenuto il Salviati, spedendo assicurare il papa che il
fatto riuscirebbe a pro della religione; ma in quel momento di stupore,
le spiegazioni che gli stessi reali ne diedero eran differenti, secondo
le persone e le circostanze. In fatto, messo mano a un primo delitto, i
soliti ladri e assassini che compajono in ogni rivoluzione ne
profittarono; si disse che uccideano gli Ugonotti perchè questi aveano
tramato d'uccidere i Cattolici: Caterina fu contenta di poter palliare
sotto un delitto universale il delitto particolare. «Quelli che si
vantano d'aver colpito l'ammiraglio son tanti, che piazza Navona non
basterebbe a capirli (dice lo spaccio 22 settembre)..... Tutto quanto
scrissi riguardo all'ammiraglio si conferma. La reggente lo fece colpire
senza che il re lo sapesse, ma con partecipazione del duca d'Anjou,
della signora di Nemours e del duca di Guisa. Se Coligny fosse morto al
primo colpo, gli altri non sarieno stati trucidati. Ma sopravvivendo
alle ferite, gli autori dell'attentato temettero che il delitto fallito
non attirasse maggiori pericoli, e s'intesero col re, e risolsero di
buttar ogni vergogna, e sterminare quei del suo partito».

L'Adriani, nella _Storia Fiorentina_, e il Davila _Guerre Civili_,
asseriscono un concerto fra il re di Francia e quello di Spagna, fatto a
Bajonna. Questa asserzione adottata dagli storici più letti, è
vittoriosamente confutata dai documenti. Ponno vedersi l'italiano
Alberi, _Vita di Caterina De Medici_, e il tedesco G. Goldan, _La
Francia e la San Bartolomeo_; ed, oltre quel che ne abbiamo noi recato
nella _Storia Universale_, libro XV, una pienissima dissertazione di
Giorgio Gandy nella _Revue des questions historiques_, vol. I, pag.
1866.

Un autore tedesco prese a dimostrare che fu un'ordita di Caterina col re
di Navarra per distruggere i Cattolici. W. VON SCHUZ _Die aufgehelte
Bartolomæusnacht_. Lipsia 1845. Non dico che abbia ragione, dico che
anche questo punto fu sostenuto con buone ragioni.

Da Bossuet gli accusatori copiarono che il legato pontifizio venne a
Parigi a congratularsi con Carlo IX d'«un'esecuzione lungamente e
saviamente meditata». Ma Bossuet donde ha tolta quest'asserzione? Eppur
divenne la base de' racconti, poi della tragedia di Chenier, degli
_Ugonotti_ di Scribe, e d'altri.

Su tutti questi fatti si consultino in senso contrario:

  DE FELICE, _Histoire des Protestants de France_, 1850.
  COQUEREL, _Précis de l'histoire des Eglises reformées_, 1862.
  DABGAUD, _Histoire de la liberté religieuse_.
  MONAGHAN, _L'Eglise et la Reforme, Bulletin de la Société
  de l'histoire du protestantisme français_.

Dopo tant'altre storie di Caterina vedasi _Debts et creanciers de la
reyne mère Cathérine de' Medicis; documents publiés pour la première
fois d'après les archives de Chenonceau, avec une introduction par_ M.
L'ABBÈ C. CHEVALIER. Parigi 1862.

[17] Delle questioni religiose di Francia, come d'ogni altra cosa dove
ci fosse a far rumore volle impacciarsi il gran ciarlatano Giovanni
Battista Marini. E nella _Sferza, invettiva a quattro ministri
dell'iniquità_ (Napoli 1626) flagella quattro autori di un'opera
eretico-democratica; sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e
conchiude, questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono
tutti coloro, insieme con quei libri ove tali dottrine si contengono:
deonsi punire gl'impressori e i venditori di essi: deonsi spianare le
loro cattedre, e diroccare le loro chiese».

[18] Il gesuita Guglielmo Dondini descrisse le imprese del duca di Parma
a soccorso della Lega. Vedi _Bibliotheca romana_ di Prospero Mandosio.

[19] Sono a stampa varie sue scritture polemiche, fra cui le _Lezioni
Calviniche_, recitate d'ordine del duca di Savoja in Torino il 1582, per
opporsi ai novatori che tuttodì cresceano. Ivi loda il congiungere la
predicazione colla teologia; questa gl'insegnò a fare più sicure le
lezioni. Una sua apologia per negare la voce sparsasi, ch'egli si fosse
fatto predicatore evangelico a Ginevra, è manuscritta nella libreria
Soranzo a Venezia. Scrisse pure _De Parisiensium obsidione_ (Roma, senza
data). Ne' manuscritti della Magliabecchiana VII, 346 è quell'epigramma,
probabilmente di Vincenzo Giliani, in lode del Panigarola.

    _Religionis honos et gloria magna, clerique_
      _Seraphici summum, Panicarola, decus...._
    _Ut nautæ occludant mundi a sirenibus aures_
      _Quo valeat tuta sistere prora sinu,_
    _Vitandumque mones Scillam, infestumque Caribdim...._
    _Doctrinamque piam, sinceraque dogmata sectans_
      _E scopulis navim litora ad alma vehis._

Nella classe XXXIV, cod. 17 de' manuscritti della Magliabecchiana è un
_Breve compendio della dottrina di Platone in quello ch'ella è conforme
alla fede nostra_, composto da un tal Verino, il quale dedicandolo a
Giovanna d'Austria granduchessa di Toscana, dice: «Perlocchè l'A. V. S.
con gran prudenza attende a sì bella notizia qual è quella de' movimenti
de' cieli, servendosi dell'eccellentissimo astronomo Egnatio Danti... io
stimo che vorrà sentire la non meno salutifera che gioconda dottrina
della cristiana teologia del padre F. Panigarola».

[20] Negli Archivj Medicei è una lettera del 26 aprile 1593, che Enrico
IV scrive al granduca ringraziandolo d'avergli mandato il cardinale
Gondi a consigliarlo di farsi cattolico ed «Ho voluto e voglio
promettervi, com'io fo in fede e parola di re, per la presente, scritta
e segnata dì mia mano, di far dichiarazione e professione pubblica della
religione cattolica secondo le costituzioni della Chiesa, come hanno
fatto i re di Francia miei predecessori, nel termine di due mesi».
Accetta l'offerta fattagli di mille Svizzeri pagati per un anno, e del
soldo per sei mesi di altri mille: gli fa comprendere di mancar affatto
di denaro, e gli chiede a prestito altri ducento mila scudi contanti,
coi quali mezzi potrà ridur in breve tempo la città di Parigi, sicchè a
lui ne sarà debitore, e promette restituirglieli e restargliene
obbligatissimo.

[21] Frà Serafino Banchi, domenicano fiorentino, rivelò a Enrico IV la
trama che Pietro La Barrière avea fatta per ucciderlo: onde costui fu
preso e appiccato. Il Santo Uffizio di Roma credette avesse con ciò
violato il secreto sacramentale, e perciò lo chiese al priore di Parigi,
ma Enrico lo protesse, e lo fe giunger a Firenze, ove il granduca lo
tenne salvo, finchè, nella riconciliazione di Enrico IV, si stipulò la
salvezza del Banchi. _Storia segreta di Enrico IV_, Tom. III.

Lo stesso partito che inventava Dante precursore dell'unità regia
d'Italia, volle attribuir a Enrico IV l'idea d'ingrandir la Casa di
Savoja sopra l'Italia tutta. La famosa sua _Repubblica Cristiana_, che
al fin de' conti non era più che un progetto, mirava a metter de' limiti
alle grandi potenze, tali che non aspirassero a sorpassarli, o se il
volessero, fossero impedite da tutte le altre. Era insomma un intervento
generale; unico modo invero che finora siasi divisato per prevenire le
guerre. In essa _Repubblica Cristiana_ doveano esservi quindici
signorie: cioè cinque elettive, il papa, l'imperatore, i re di Polonia,
Ungheria, Boemia: sei ereditarie, Francia, Spagna, Inghilterra,
Danimarca, Svezia, Lombardia: quattro repubbliche sovrane; prima la
veneta; la seconda composta dei ducati di Genova, Firenze, Modena,
Parma, Mantova, e i piccoli Stati di Lucca, Mirandola, Finale, Monaco,
Sabbioneta, Correggio e simili; la terza gli Svizzeri, la quarta delle
diciassette provincie de' Paesi Bassi. A capo della Repubblica Cristiana
doveva stare il papa.

[22] Quando Maria De Medici partì per Francia, santa Maddalena de'
Pazzi, ch'essa visitò più volte in Santa Maria degli Angeli in Firenze,
le predisse avrebbe molti figliuoli, purchè avesse procurato presso il
marito, Iº che i Gesuiti fossero rimessi nel regno, IIº che cercasse la
distruzione degli eretici, IIIº che tenesse in ispeciale affezione i
poveri.



DISCORSO XL.

ERETICI A NAPOLI.


Degli eterodossi nel Napoletano largamente discorremmo, parlando del
Valdes e di Galeazzo Caracciolo, e più nel Discorso XXXII sopra
l'Inquisizione: non ci resta dunque che spigolar alcune cose ommesse.

I primi semi della dottrina luterana diconsi sparsi dai soldati che
aveano menata a orribile strazio Roma, e che colà passarono per
iscacciarne il Lautrec e i Francesi. Nel 1536 Carlo V vi pubblicò un
rigoroso editto che vietava ogni pratica coi Luterani, pena la vita e la
confisca[23]: e già all'uopo stesso nel 1533 vi si erano stabiliti i
Teatini, i quali vedemmo attenti sopra le dottrine sparse dal Valdes.
Pure nel 1536 vi predicò l'Ochino in San Giovanni Maggiore, sentito con
grand'attenzione da esso imperatore. Ma partito questo, il governatore
Toledo, al quale esso avea raccomandato di badare non si propagasse
l'eresia, non lasciogli continuar le prediche se prima non dichiarasse
in pulpito chiaramente le sue opinioni circa i punti controversi. Il
frate seppe schermagliar di modo, che potè continuare il quaresimale, e
partendo lasciò molti imbevuti delle sue dottrine «i quali poi con la
mutazione della vita furono detti spiritati»[24], o piuttosto
_spirituali_, titolo che spesso vediam loro attribuito.

In occasione d'un grave tremuoto al 7 agosto, il popolo gridò fosse
castigo di Dio contra gli eretici, onde molti furono detenuti dalla
Corte dell'arcivescovado. Pure nel 1539 tornò a predicarvi l'Ochino nel
duomo[25], e il Castaldo dice che «le sue prediche diedero campo e
ragione a molti di parlare della santa scrittura, di studiare gli
evangeli, e disputare intorno la giustificazione, la fede e le opere, la
potestà pontificia, il purgatorio e simili altre difficili questioni,
che sono de' teologi grandi, e non da esser trattate da' laici, e
massime di poca dottrina e di minime lettere. Ed io dirò cosa che parrà
incredibile ed è pur verissima, che insino ad alcuni coriari della
conceria al Mercato era venuta questa licenza di parlare e discorrere
dell'epistole di san Paolo e dei passi difficultosi di quelle, e come in
ogni parte d'Italia dove avea predicato, così anche in Napoli lasciò
partendo alcuni fedeli discepoli».

«Nella invasione che sopportò l'Italia degli eretici luterani sotto il
Borbone, dice il Bernino[26], ritrovavasi già o infetto o dispostissimo
alla infezione il regno di Napoli quando colà giunse Giovanni Valdes...
sovversore miserabile di quel popolo. Conciossiachè egli profondamente
eretico luterano, ma altrettanto bello d'aspetto[27], grato di maniere
e, ciò che rende più attrattiva la bellezza, fornito di vaga erudizione
di lingue, pronto di risposte e studioso della sacra scrittura,
annidatosi in quella metropoli, ebbe uditori in copia e seguaci in
fede».

Anche nella vita di Galeazzo Caracciolo (Ginevra 1587) è detto che il
Valdes, «avendo qualche conoscenza dell'evangelica verità, e sopratutto
della dottrina della giustificazione, aveva cominciato a trarre alcuni
nobili, coi quali conversava, dalle dense tenebre, rifiutando le false
opinioni della propria giustizia e dei meriti delle buone opere, e per
conseguente dimostrando molte superstizioni». Giosia Simler protestante
scrive pure che il Valdes «guadagnò moltissimi e massimamente dei
nobili, a Cristo, e vi fu in quel tempo nella città di Napoli una
comunità non ispregevole d'uomini pii».

Contano fra i pervertitori di que' paesi Marcantonio Flaminio, che,
secondo il Bernino «si diè alla predicazione della vita spirituale pel
territorio di Sessa e di Caserta», oltre il Carnesecchi e il Vermiglio,
che a Napoli era abate degli Agostiniani in San Pietro ad Aram: il
Giannone aggiunge che esso Vermiglio ebbe tanto credito e concorso di
gente, che, chi non v'andava, era riputato mal cristiano[28]. Tra'
costui auditori e settarj memorano Francesco Caserta, che poi trassesi
dietro il marchese Caracciolo; Benedetto Gusano da Vercelli: Giovanni
Montalcino «gran lettore delle epistole di san Paolo»[29], Lorenzo
Romano siciliano.

Per cura de' governanti le conventicole cessarono, anche prima che il
Valdes morisse circa il 1540. In quest'anno il Carnesecchi avea già
letto il libro del _Benefizio di Cristo_, forse ancora manoscritto, e
che certamente era stampato nel 1543 a Venezia, e molto fu diffuso nel
reame. Allora racconta il biografo di Galeazzo Caracciolo che
infestavano il regno di Napoli alcuni Ariani e Anabattisti, «i quali,
veduto che Galeazzo non aveva ancor raggiunto la piena cognizione delle
Scritture, non tralasciarono nulla per insinuargli i loro dogmi
falsissimi». Ma egli conversò quotidianamente coi discepoli del Valdes
«che in Napoli erano numerosissimi, e che nella cognizione della verità
cristiana non erano progrediti oltre l'intelligenza dell'articolo della
giustificazione e lo schivare alcuni abusi del papismo: per altro
usavano alle chiese, udivano messa, partecipavano alle consuete
idolatrie». Esso li seguì alcun tempo, e ciò l'avrebbe certamente
rovinato, come altri rovinò, i quali arrestati per motivo di religione,
mancando de' primarj fondamenti si ritrattarono, come avvenne al Caserta
ch'era stato il principale stromento della conversione del Caracciolo.

Allora furono proibiti varj libri che prima eransi stampati liberamente,
quali esso Benefizio di Cristo, il Sommario della Scrittura, opera di
Melantone; e nel largo davanti la porta dell'arcivescovado furono
bruciati, dopo una predica del domenicano Ambrogio de' Bagnoli. Il
Castaldo che lo racconta, assicura che dopo d'allora non s'intese che
alcun più li tenesse, e chi parlava della santa scrittura lo facea con
più modestia e sobrietà. Poi una nuova prammatica del 1545 sulla censura
de' libri, e la soppressione di alcune accademie fecero svanire lo
studio di quelle curiosità[30].

Al Caracciolo avvenne altrimenti, perchè, venuto in Germania per
gl'incarichi suoi, prese ad operare più intrepidamente che non i
Nicodemiti che avea lasciati in Italia, e principalmente gli giovò
Pietro Martire Vermiglio, che allora dettava in Argentina. Istrutto da
costoro, tornò a Napoli, ove ai seguaci del Valdes predicò l'obbligo
d'astenersi dall'idolatria, ma non gli diedero ascolto, non approvando
essi la dottrina che promette afflizioni, persecuzioni, perdita di beni
e di onori, abbandono della casa, della patria, della famiglia per
servir Dio[31].

Che cosa di lui seguisse il vedemmo: qui riferimmo tali rimproveri del
Balbani per indizio dello stato delle chiese eterodosse nel reame. E
anche il Vergerio dice che il Valdes lasciò «molti discepoli, uomini di
corte: che se una parte di essi è riuscita netta e calda, l'altra è
restata con alcune macchie, fredda e paurosa. Dio la scaldi e la faccia
monda».

Contro i triumviri della repubblica satanica (come Antonio Caracciolo
qualifica il Valdes, Pietro Martire ch'è dice Cacomartire e l'Ochino)
avventossi san Gaetano; andava o mandava ad ascoltarli, e non potendo
più dubitare de' lori errori, li denunziò al cardinale Teatino; rivelò
ai Napoletani la ipocrisia di costoro, che in veste d'agnelli aveano
contaminato la Campania, e le indegnità commesse nelle loro
conventicole, dove andavano mescolati uomini e donne; onde i capi
fuggirono. Forse era tra questi il marchese Gianbernardino Bonifazio
d'Oria, del quale raccontammo a p. 327 del volume II, e al quale a
Danzica sul Baltico fu posta una lapide che narrava qualmente _in medio
hispanicæ inquisitionis furore[32], agnita ex scriptis Melanchtonis
evangelii luce, paulo post exuli voluntario, ac primo Venetias, dein ob
irati pontificis insidias per Helvetiam in Germaniam et ad wormatiense
colloquium delato_, morì ottagenario nel 1597, _Bonifaciorum ultimus_.

Il biografo di san Gaetano racconta che questi «co' suoi ebbe grande
omaggio dai pii, e concorsero a San Paolo, chiesa de' Teatini,
innumerabil quantità de' principali nobili e del popolo, acciocchè quivi
ricevessero i sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, e udissero
Gaetano e Giovanni Marinone che a vicenda predicavano sulle cose
celesti, senza pompa di parole ma con egregio profitto di virtù».

Non è però a credere che ogni seme dell'errore fosse divelto nel regno.
Già nominammo (vol. II, pag. 329) Francesco Romano che v'avea
partecipato, ed era fuggito da Napoli ove gl'inquisitori lo citavano: a
Roma presentossi al cardinale Teatino, denunziandogli gli eterodossi del
napoletano, fra cui persone qualificate: indi fece pubblica abjura a
Napoli e a Caserta.

Come la inquisizione spagnuola fosse respinta dai Napoletani[33] vedemmo
nel Discorso XXXII, ove d'altri miscredenti s'è parlato.

Il marzo 1564 a Napoli, in piazza del Mercato furono decapitati, poi
arsi i nobili Gianfrancesco d'Aloisio di Caserta, e Gianbernardino di
Gargàno di Aversa come luterani; e «spediti dal vicario dell'arcivescovo
editti ad altri di cattivo nome, i quali andamenti della corte tanto
temporale quanto spirituale posero la città quasi in rivolta, e così
stette molti dì e mesi»[34].

Fu allora che il vicerè Parafan de Ribera scrisse a re Filippo il 7
marzo 1564:

«Ho ricevuto la lettera che vostra maestà si degnò scrivermi di sua mano
il 24 gennajo, e la premura sua che le cose della religione vadano come
conviensi al servigio di nostro signore, è conveniente a sì gran
principe e sì gran cattolico qual è vostra maestà, e alle grazie che da
esso ha ricevuto. Io farò gli uffizj che vostra maestà comanda a Roma,
benchè molto non sia da profittarne. Il rimedio vero è l'attenzione che
vostra maestà adopera. In una lettera che vien per mano del segretario
Vargas, scrivo a vostra maestà come furono suppliziati nella piazza
pubblica di questa città un cavaliere e un gentiluomo per luterani. Un
d'essi è quel che fece il principal danno in questa terra tutta: e la
gente nobile e il popolo han mostrato gran contentezza, benchè mai non
abbiano veduto giustiziar nessuno per causa siffatta. Parvemi d'avvisar
vostra maestà di quel che, per sua confessione, s'intende d'alcuni
prelati di questo regno, acciocchè vostra maestà sia avvertito nelle
occasioni che possono presentarsi. Supplico la maestà vostra con tutto
l'interesse che posso, che, essendo pericoloso il trattare di ciò,
degnisi che nessuna persona ne sappia[35]. Guardi il Signore la real
persona vostra».

«Dalla deposizione di Giovanni Francesco di Aloysio, detto altrimenti
Caserta, si fan le seguenti confessioni.

«Dell'arcivescovo d'Otranto, dice che dal 1540 fin al 1547 quando furono
i tumulti a Napoli, parlò con esso molte volte, e dichiarò che teneva e
credeva la dottrina luterana, e si trovò presente quando con grandissima
veemenza e autorità, parlando con altri, discorreva, predicava e
insegnava la dottrina luterana; e in quel tempo a Napoli era tenuto dai
Luterani per un de' caporioni della setta. Deposero contro tal
confessione altre persone, e quando si cercasse di passar avanti
nell'esame della sua vita vi si troveriano cose più brutte: ma ci
vorrebbe espressa commissione di sua santità[36].

«Del vescovo di La Cava San Felice[37] dice il Caserta che nel 48 e 49
stando in Trento, avea avuto disputa con un altro del suo uffizio perchè
contraddiceva la giustificazione per la sola fede; la qual opinione egli
tenea per verissima: e che così per avere detto ciò, come per esser
discepolo d'altro luterano, esso lo ha tenuto per un della setta.

«Dal vescovo di Catania[38] dice che, poco prima dei tumulti di Napoli,
fu a visitarlo con un altro compagno suo luterano, e parlando delle cose
della Scrittura, dichiarò che teneva e credeva le opinioni luterane, e
mostrò possedere i Sermoni di frà Bernardino da Siena e il Benefizio di
Cristo, e altri scritti di man del Valdes eresiarca, dei quali lessero
alcune parti in sua presenza.

«Dice il Caserta del vescovo di Ana (?) coadjutore di Urbino che, quando
frà Marco di Tursi eresiarca stava in Sant'Agostino di Napoli, era molto
suo amico: e parlando con esso, alcune volte dissegli che teneva e
credeva il punto della giustificazione come lo teneva il Valdes, cioè
che l'uomo si giustifica per la sola fede, e che per le opere non merita
se non in quanto son come frutto della fede.

«Dell'arcivescovo di Sorrento[39] dice il Caserta avergli detto che
teneva le opinioni luterane e che quel cammino di Lutero era il vero, e
che lodò molto un libro che possedeva, intitolato Summario della
Scrittura, che se lo fece comprare.

«Del vescovo di Isola Fascitelli[40] dice che l'abate di Tursi gli disse
era delle medesime opinioni luterane.

«Del vescovo di Cajazo[41] gli disse Geronimo Scanapeco che avea le
stesse opinioni luterane.

«Del vescovo di Nola[42] che, prima che gli dessero l'uffizio presente,
teneva un libro luterano intitolato _Il Benefizio di Cristo_, e molto se
ne piaceva.

«Del vescovo di Civita di Penna[43] dice il Caserta avergli detto don
Apollonio Merenda eresiarca ch'era delle stesse sue opinioni, e credeva
e teneva quelle di Lutero.

«Del vescovo di Policastro[44] dice che, avendolo un giorno invitato per
esaminarlo sopra certa causa, gli mostrò una composizione che avea fatta
sopra il punto della giustificazione, nella quale si dichiarava e
insegnava conforme all'opinione del Valdes; e che udì da un Luterano,
ora morto, che, leggendo le epistole di san Paolo, aveva insegnato e
predicato della predestinazione quel che opinano i Luterani.

«Dell'arcivescovo di Reggio[45] dice il Caserta, e così il Gargano, che,
prima che gli si conferisse la presente dignità, stando nel suo
convento, lo visitarono essi ed altri Luterani, e che dichiarò teneva e
credeva le opinioni luterane, e che una volta nel sermone trattò della
giustificazione, e conchiuse si debba tener e credere al modo che
insegnava Martin Lutero; e che volendo un giorno uscir fuori, cavò le
pantofole che aveva in piede, e si pose le scarpe, dicendo: «Lasciatemi
prender la giustificazione de' miei piedi» e gli mostrò alcuni libri
luterani che possedeva».

In Calabria, oltre i Valdesi di cui discorremmo a pag. 329, dicesi
serpeggiasse il luteranesimo, e ne fossero presi molti monaci e alcuni
famigliari dell'arcivescovo di Reggio Agostino Gonzaga. Ma non ne venne
notizia al Governo che dalle fiere nimicizie tra i Monsolino e i Malgeri
di Reggio, scoppiate nel 1561 in vera guerra civile, ove i Monsolini
riusciti superiori, trucidarono i nemici. Gli uni rimbalzavano agli
altri la taccia di luterani, con tale ostinazione che il vicerè nel 1562
spedì in Calabria Pietro Antonio Pansa, uomo di inflessibile rigore, che
molti convinti d'eresia condannò al rogo. Contansi in essi quattro
cittadini di Reggio, undici di San Lorenzo, fra cui sette erano frati
cappuccini. A quelli che abjurarono fu dal Pansa ordinato portassero sul
petto e sulle spalle un panno giallo, attraversato da una croce rossa.


NOTE

[23] GREGORIO ROSSO, _Hist. delle cose di Napoli sotto l'imperio di
Carlo V_. Napoli 1635. L. 1, p. 133.

[24] Così Antonino Castaldo, che morì verso il 1560, e che spesso fu
copiato dal Giannone. Vedi _Raccolta de' più rinomati scrittori
dell'istoria generale del regno di Napoli_. Napoli 1769.

[25] Forse all'advento, perchè la quaresima vedemmo predicava a Venezia.

[26] _Storia delle eresie._ T. IV, 447.

[27] Ciò potrebbe provare che Giovanni fosse altro da Alfonso,
osteggiato dal Castiglione, che dice: «La malignità ancora, senza
parlare vi si vede dipinta nella pallidezza di quel volto pestilente».

[28] Il Giannone in tutto il ragionare degli eretici è inesattissimo.
Sponde, nella continuazione degli _Annali_ del Baronio, dice che il
Vermigli _Neapoli nactus nonnulla Erasmi, Zuinglii et Buceri scriptis,
et conversatione Joannis Valdesii j. p. hispani, ex Germania illuc
delati, atque lutheranesimo imbuti, corruptior factus, una cum ipso,
spiritu et conatu rem agens, clam cœtum quemdam tam virorum quam
fœminarum, primæ etiam nobilitatis collegerunt, quibus ipse
concionabatur_.

[29] CASTALDO, c. 5.

[30] Questo passo è copiato _ad literam_ dal Giannone, che invece di
_summario_ scrive _seminario_.

[31] In fatto il Valdes nel _Mercurio_, da un'anima pia fa dire che non
credeva necessarj i pellegrinaggi, pure lodava la buona intenzione con
cui alcuni vi si moveano: e che, mirando essa coi giubilei e le
indulgenze a procurar di seguire la dottrina di Cristo, se altri gliene
facesse rimprovero, rispondeva: «Fratelli, prendete il cammino che vi
par migliore, e a me lasciate pigliar quello che voglio, poichè non è
cattivo».

[32] L'inquisizione spagnuola non v'era a Napoli, come dicemmo.
L'epitafio fu pubblicato nel 1859 a Königsberg nel giornale _Neue
Preussiche Provinzialblätter_, tom. IV, pag. 215.

[33] Si ha manuscritto un _papel sobre poner la inquisicion en Napoles_,
ove a Carlo V si fa dire: «Amo meglio il regno senza inquisizione, che
l'inquisizione senza regno».

[34] SUMMONTE, _Storia di Napoli_. L. X, c. 4.

[35] La lista era scritta con tanta gelosia, che le persone non sono
indicate che per numeri, poi dichiarati in cedola a parte. Il documento
in spagnuolo fu prodotto dal sig. Edwardo Böhmer in calce alle
_Centodieci divine considerazioni di Giovanni Valdesse_. Alla di
Sassonia 1860.

[36] Il Bernino, appoggiandosi al manuscritto del Caracciolo, dice che
«in terra d'Otranto vi fu Ladislao, auditor del vescovo d'Otranto, e
l'istesso arcivescovo fu gravemente processato, e si disse che aveva
mandato Lodovico Manna a leggere alla sua chiesa d'Otranto
pubblicamente, e che avea commercio di lettere con Martino Bucer, e che
fu amico del Valdes, leggeva i suoi libri, e che tenne gran tempo in
casa il Giannetto, eretico marcio che se ne fuggì poi a Ginevra. A
questo arcivescovo impedì il cappello il cardinale Caraffa».
L'arcivescovo era Pietro Antonio da Capua, lodato dall'Ughelli per gran
dottrina, erudizione e probità; onorato assai nel Concilio di Trento,
ove spesso orò.

[37] Giovanni Tommaso Sanfelice, che al Concilio fu rimproverato dal
vescovo di Chironia, poi privato dell'uffizio di commissario, espulso
dal Concilio, e a Roma al tempo di papa Paolo incarcerato insieme col
cardinal Morone, come si disse nel Discorso XXVIII.

[38] Nicolò Maria Caracciolo; persona di grande autorità presso i papi e
i governanti.

[39] Giulio Pavesi bresciano, de' Predicatori, commissario del
Sant'Uffizio.

[40] Onorato Fascitello d'Isernia, cassinese, lodato per letteratura dal
Casa, dal Bembo, dal Flaminio. Fu al Concilio di Trento.

[41] Fabio Mirto.

[42] Antonio Scarampi piemontese, de' conti di Cannella. Fu al Concilio.

[43] Giacomo Guidi, nobile di Volterra, scolaro di Francesco
Guicciardini. Fu pure al Concilio.

[44] Nicola Francesco Missanelli. Contro di lui nel 1567 fu pronunziata
sentenza, qualmente fosse caduto in sospetto perchè molti eretici
adoperavansi palesemente nella sua diocesi, onde venne sospeso per dieci
anni, togliendogli metà della prebenda.

[45] Gaspare Fossa calabrese, de' Minimi, inaugurò con un suo sermone il
Concilio di Trento nel 1562, e vi era molto ascoltato.



DISCORSO XLI.

ERETICI IN LOMBARDIA.


Nella città dove lo spirito guelfo fu lungamente alimentato dalle
nimicizie contro gl'imperatori; dove nell'età moderna questa medesima
avversione si espresse colla predilezione mostrata al principio
religioso nazionale, fino a sorgervi gli antesignani del partito
neo-guelfo, è notevole come spesso siasi pronunziata la antipatia al
primato romano, e dietro ad essa lo spirito acattolico. Il ricordo di
tempi quando Milano fu città non seconda che a Roma vi dovette
contribuire non meno che la pinguedine del territorio e l'indole degli
intelletti; e così il trovarsi essa abbondevole di ricchezze, e un de'
principali centri della politica italiana. L'importanza ch'ebbe nel IV
secolo sant'Ambrogio e l'esser rimasti capi di un rito particolare
pareva attribuire ai successori di quello un'autorità e una
rappresentanza eccezionale, viepiù da che divennero anche capi del
governo secolare e primarj nelle assemblee del regno. Ma queste cure
secolari distrassero talvolta gli arcivescovi dall'attendere alle
ecclesiastiche, e vedemmo come a Milano si dilatassero le sêtte dei
Patarini, della Guglielmina, de' Nicolaiti, e con quanto stento Pier
Damiani e sant'Anselmo inducessero questa diocesi al celibato
sacerdotale e alla soggezione a Roma.

Indizj che non trascurammo rivelano come di quelle sêtte non fosse mai
divelta affatto la radice. Gli studj umanistici, che quivi prosperarono
sotto la protezione de' Visconti, dovettero fomentarvi quello spirito
d'esame e di scherno che accompagnò la rinascenza, sicchè presto vi
ottennero ascolto le dottrine predicate in Germania. Fin dal 1521,
correvano a Milano versi in lode di Lutero, e che finivano:

    _Macte igitur virtute, pater celebrande Luthere,_
      _Communis cujus pendet ab ore salus;_
    _Gratia cui ablatis debetur maxima monstris,_
      _Alcidis potuit quæ metuisse manus[46]._

Il rozzo cronista Burigozzo parla come nel 1534 «venne a predicare in
domo un frate de Santo Augustino eremitano; e questo fu una dominica a
dì 25 januario, e predicò tutta la settimana seguente. E la dominica,
primo febraro, annunziò un perdono, con certe bolle de assolvere dei
casi; e fu messo per la cittade le cedole in stampa, qual se contenevano
in ditta bolla; ditto perdono fu messo fôra el dì de santa Maria delle
Candele; e fu fatto procession dal clero. Circondorno la ecclesia del
domo de dentro, e riportorno ditto perdono a loco suo, sempre col ditto
frate e commissario de ditta indulgenzia, e con certi confessionali, sì
per li vivi che per li morti; et ognuno che volea ditta indulgenzia
(dando li danari ch'erano d'accordo), gli davano la ditta carta, e li
metteva suso il nome de colui che pagava, overo de suoi morti; durò
questo circa a otto giorni. Et in questo termino assai homeni
mormoravano, vedendo questa indulgenzia così larga; dondechè fu trovato
questa cosa essere una ribalderia, et essere false le bolle; et a questo
fu preso dicto frate et il commissario; e furono messi in prigion in
casa del capitano de justizia; e gli fu data la corda e tormenti. Al
fine disseno che era vero; e furno reponuti fin a che da Roma venisse la
risposta di quello che di lor far se dovesse; et a questo passò qualche
giorni: al fine fu concluso che fusseno mandati in galea.....»

Egli stesso all'anno seguente ricorda un processo contro sospetti
Luterani, e che gl'imputati, fra cui un prete, dopo lettane la condanna,
furono in duomo riconciliati dall'inquisitore e dall'arcivescovo,
obbligandoli per alcune domeniche a starsi alla porta maggiore, vestiti
di sacco, e con una disciplina flagellarsi dal principio della messa
fino all'elevazione.

Nel 1536 trovandosi a Milano il cardinale Morone, Paolo III con breve 26
giugno gli ordinò di vigilare che si svellessero alcuni errori, che in
quella città andavansi disseminando[47].

Il senato mandò legati ai Grigioni per impedire si eseguisse in
Valtellina il decreto che partecipava ai predicanti i benefizj delle
chiese cattoliche. Venuto nel 1555 governatore il duca d'Alba, famoso
persecutore di Luterani in Ispagna e nel Belgio, esacerbò i rigori, e il
grigione Federico Salis, colle esagerazioni e colla credulità consueta
in tempi faziosi, scriveva al Bullinger aver quello promesso al papa di
sterminare gli eretici dalla Lombardia. Il Fabrizio soggiungeva aver
costui bruciato due Cristiani, un de' quali frate di non sa qual Ordine,
come non ne sa bene la storia; che fu bruciato un sellajo, e appena
passa settimana che non si veda qualche esempio[48]. Frasi da
giornalista, vaghe, nè appoggiate che alla diceria.

Ben è certo che nel 1556 Paolo IV lagnavasi col Morone sudetto,
milanese, che a Milano si fossero scoperte conventicole di persone
ragguardevoli d'ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista da
Crema[49]. Nel registro dei giustiziati, tenuto dalla confraternita di
San Giovanni alle Case Rotte, sotto il 23 luglio 1569 trovo abbruciati
«un frate di Brera e Giorgio Filatore (degli Umiliati) quali erano
luterani»: e un Giulio Pallavicino della Pieve d'Incino eretico, che «fu
messo sul palco in duomo l'anno 1555 e 1573; poi il 1 ottobre 1587 fu
morto, dopo essersi confessato e comunicato.

Fra le _Prediche di teologi illustri_ pubblicate da Tommaso Porcacchi ne
sta una di frate Angelo Castiglione da Genova, recitata nel duomo di
Milano il 1553, per consolare alcuni i quali doveano, subito dopo la
predica, abjurare l'eresia.

Milanese era frà Giulio Terenziano o di san Terenzio, che imprigionato a
Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col
pseudonimo di Girolamo Savonese. Il Gerdesio (pag. 280) mal lo confonde
con Giulio da Milano, agostiniano apostata, che predicò fra' Grigioni,
e, da Poschiavo apostolava la Valtellina e l'Engadina, in Isvizzera
pubblicò la prima e seconda parte delle prediche da lui recitate in San
Cassiano di Venezia nel 1541, dov'egli stesso narra aver fatto ventidue
prediche, le quali furono condannate. Di lui conosciamo una «Esortazione
al martirio; vi son aggiunte molte cose necessarie di sapere a' nostri
tempi, come vedrai nel voltar del foglio;

«Se a cristiano è lecito fuggire la persecutione per causa della fede;

«La passione di Fannio martire;

«Epistola a li Farisei ampliati;

«Epistola contro gli Anabaptisti, scritta a una sorella d'Italia;

«Una pia meditazione sopra del _Pater noster_[50]».

Morì vecchissimo nel 1571, nè sappiamo di che casato fosse.

Anche frà Girolamo da Milano fe da pastore a Livigno in Valtellina, dove
introdusse dottrine antitrinitarie.

Di connivenza alle massime nuove è prova l'essersi a Milano tenuto gran
tempo per maestro Aonio Paleario, benchè tacciato di disseminarne. E
nella Biblioteca Ambrosiana abbiamo lettere sue, dove ringrazia il
senato perchè neppure in tempo di gran carestia non lo lasciò mancar di
nulla.

Anche Celio Curione, del quale divisammo nel discorso XXIX, sottrattosi
all'Inquisizione piemontese, ricoverò a Milano, v'ottenne una cattedra e
ospitalità dalla famiglia Isacchi, colla quale villeggiava a Barzago in
Brianza, e della quale sposò una fanciulla: e sebbene il papa insistesse
perchè il senato milanese nol tollerasse, i giovani studenti lo
difendeano così, che non si osava porgli addosso le mani; e sol dopo tre
anni ritirossi a Venezia.

Il tante volte citato Caracciolo sa che «a Milano v'erano molti preti e
frati e secolari eretici; capo di questi fu un don Celso canonico
regolare, eretico marcio, e quel che fu peggio, era valente predicatore
e favorito tanto dai nobili e dalla città, che il _povero_ inquisitore,
ancorchè in fin dal principio s'accorgesse delle sue proposizioni
eretiche, tuttavia si ritenne dal processarlo. Costui infettò
particolarmente il castellano suo grande amico. L'esito fu che alla
fine, vedendosi processato dal Muzio per ordine del Sant'Uffizio di
Roma, se ne fuggì a Ginevra, e di là mandava lettere ed avvisi a' suoi
amici».

Intende Celso Martinenghi, bresciano, del quale tocchiamo altrove: ma in
paese nè di lui trovammo menzione, nè di altri. Che però la diffusione
dell'eresia fosse temuta ce l'attesta questa provisione dell'arcivescovo
Arcimboldi, che sedette dal 1550 al 55.

  Volendo il reverendissimo ed illust. signor Giovanni Angelo
  Arcimboldo, per grazia di Dio e della santa sedia apostolica
  arcivescovo di Milano e cesareo senatore, e il molto reverendo
  signore Bonaventura Castiglione prevosto di Sant'Ambrogio di
  Milano, commissario generale apostolico contro la eretica pravità
  in tutto il dominio di Milano, provedere che non seguino
  inconvenienti e scandali contro la santa fede cattolica ed
  apostolica nella città e diocesi di Milano; anzi volendo a suo
  potere provedere alla salute delle anime d'ogni fedele cristiano,
  e levare ogni errore e inconveniente che puotesse occorrere: per
  tenor delle presenti, ancora con partecipazione e consenso
  dell'illustrissimo ed eccelentissimo Senato Cesareo di Milano,
  ordinano e comandano che nell'avvenire, nessuno, sia di qual grado
  e religione si vegli, nè prete o altra persona ecclesiastica o
  laica, non ardisca nella città nè diocesi di Milano in alcuna
  chiesa o luogo di qual condizione o sorte si voglia, ancora fosse
  nelle loro proprie chiese o case, predicare, o leggere altrui la
  Sacra Scrittura, senza speciale licenza in scritto delli prelati
  monsignori, proibendo a qualunque prepositi, priori, rettori,
  guardiani e ministri delle chiese della città e diocesi di Milano,
  che non ammettano alcuno a predicare, nè leggere senza licenzia,
  come di sopra, sotto le medesime pene. Ancora non recedendo dagli
  altri ordini e cride fatte in questa materia de' libri proibiti,
  ordinano e comandano che non sia persona alcuna, di qual stato,
  grado o condizione si voglia, la qual presuma condurre, vendere,
  nè far vendere, nè donare in modo alcuno libri latini nè volgari,
  di qual sorte si voglia, nelli quali si tratta della Sacra
  Scrittura, se avanti siano condotti, non presentano alli prefati
  monsignori, o a chi sarà da loro a questo deputato, la nota _sine
  descriptione_ di tali libri, sotto pena di escomunicazione _latæ
  sententiæ_, e di scudi cento per cadauna volta e per cadauno
  contrafaciente, la terza parte da esser applicata all'officio de
  l'Inquisizione, un'altra terza parte alla Cesarea Camera, e
  l'altra terza parte all'accusatore, il quale sarà tenuto secreto,
  e se gli darà fede con uno testimonio degno di fede. In le quali
  pene incorreranno, e così fin adesso si declara essere incorsi li
  conduttori scienti, o compratori di tali libri, ancora che li
  libri fossero ascosti in altre robe o mercanzie.

  Ancora ordinano e comandano, che tutti li librari e ligatori di
  libri, condottieri o venditori, fra due mesi prossimi avvenire
  debbano avere fatto inventario di qualunque sorte di libri, così
  latini quanto volgari, quali si ritroveranno avere presso di sè e
  in suo potere, tanto nelle stanze, quanto nelle botteghe loro, e
  presentare l'inventario sottoscritto di loro mani all'officio
  delli prefati monsignori, sotto pena di escomunicazione e scudi
  cento per cadauno, per la terza da essere applicata all'officio
  dell'Inquisizione, un altra terza parte alla Cesarea Camera, e
  l'altra terza parte all'accusatore: e nello avvenire non possino
  tenere in bottega, nè in casa propria, nè ad altri vendere nè
  donare nè comprare alcuni libri che non siano descritti nelle
  liste e inventarj presentati all'officio delli suddetti
  monsignori. E se si trovasse alcuno, che avesse venduto o donato o
  altramente dato alcuno libro, che non si trovasse scritto nelle
  dette liste e inventario, _ipso jure et facto_ s'intenda essere
  incorsi, ed incorrano nella pena di escomunicazione, e di scudi
  dieci per cadauno libro, e qualunque volta; da essere applicati
  nelli modi e forme come di sopra; si tenerà secreto l'accusatore,
  al quale si crederà con uno testimonio degno di fede, acciocchè
  per l'avarizia non si abbiano per librari o mercanti di libri a
  non propalare e presentare li libri eretici e proibiti, che per
  l'Officio dell'Inquisizione se gli fa sapere, che presentando loro
  all'Officio dell'Inquisizione se gli provederà acciò non restino
  in danno, mentre la presentazione si faccia fra dieci giorni
  prossimi.

  Ancora ordinano e comandano a tutti quelli, li quali hanno presso
  di sè alcuni libri o scritture, di qual sorte voglia, li quali
  siano eretici, o che non si ammettano dalla santa Chiesa cattolica
  e apostolica, e siano di qua in dietro per alcun arcivescovo,
  inquisitore, sive commissario, proibiti, e massime gli
  infrascritti qua di sotto annotati, che, nel termine di mese uno
  prossimo, li vogliano avere consegnati nelle mani delli prefati
  monsignori, da' quali saranno assolti da tutte le censure e pene,
  nelle quali fossero incorsi: e passato detto termine, non si
  ammettono più, anzi contra di loro si procederà irremissibilmente
  non solo alla pena, nella quale saranno incorsi, ma ancora in
  maggiore pena, secondo la qualità delle persone, all'arbitrio
  delli monsignori: e chi accuserà sarà tenuto secreto, avrà la
  terza delle pene pecuniarie come di sopra.

  Ancora ammoniscano ogni e qualunque fedele dell'uno e dell'altro
  sesso, o di qualunque stato, grado o condizione e dignità, che,
  sotto pena di escomunicazione _latae sententiæ_ e di scudi
  cinquanta d'oro, da essere applicati per uno terzo all'ufficio de
  l'Inquisizione, un altro terzo alla Cesarea Camera, e un altro
  terzo all'accusatore, qual sarà tenuto secreto, infra giorni
  trenta dopo la pubblicazione delli presenti, cioè dieci per il
  primo, dieci per il terzo e perentorio termine e monizione
  canonica, che debbano avere denunciato, revelato e notificato se
  hanno conosciuto o udito alcuno eretico, o suspetto, o diffamato
  d'eresia in la città o diocesi di Milano. Similmente avere
  notificato per nome e cognome tutti quelli, li quali straparlano
  delli articoli della fede, delli sacramenti della Chiesa, delle
  ceremonie, della autorità del Sommo Pontefice, e delle altre cose
  pertinenti alla fede cattolica e sacramenti ecclesiastici.
  Similmente quelli che dimandano o pregano li demonj, o che loro
  sacrificano, o che li fanno sive prestano altri divini onori, e
  chi dà ajuto alli Luterani o altra sorte d'eretici o sospetti
  d'eresia. Rendendo sicuro caduno e qualunque che avesse in
  premisse cose, o alcuna di loro errato, che comparendo
  personalmente innanzi alli sudetti monsignori nel termine d'uno
  mese prossimo, si accetteranno a penitenza secreta, e si
  libereranno ed assolveranno gratis e senza spesa alcuna.

  E più se alcuno Luterano, o altramente eretico, spontaneamente
  comparesse e accettasse la penitenza, o non interrogato
  denunciasse alcuno complice, esso notificante sarà tenuto secreto,
  e guadagnerà il quarto delle pene pecuniarie, e beni che si
  potessero esigere e conseguire giustamente, secondo i termini
  della ragione di tali complici e delinquenti.

  Declarando che, se alcuno contravenisse in alcuna delle sopradette
  cose, e da se stesso si notificasse e denunciasse li complici, che
  si assolverà dell'escomunicazione e pene, nelle quali fosse
  incorso, e se gli darà la terza parte della pena pecuniaria, che
  si esigerà dalli complici.

  Certificando ogni persona, che le licenze e altre cose, che si
  faranno e si concederanno in tutti li premessi casi, si faranno e
  concederanno gratis e senza pagamento alcuno, ancora inerendo alle
  determinazioni della santa Madre Chiesa, la quale non
  immeritamente ha statuito e ordinato per la salute di tutte le
  anime, che ogni fidele cristiano dell'uno e l'altro sesso, dopo
  che saranno pervenuti alla età della discrezione, ogni e qualunque
  suo peccato, almeno una volta l'anno abbiano a confessarsi al
  proprio confessore; ingiuntali la penitenza, per le proprie forze
  studiino adempirla, pigliando riverentemente almeno ad ogni pasqua
  di risurrezione del nostro Signore, il santissimo sacramento della
  Eucaristia, salvo se per caso di consiglio del proprio sacerdote,
  per qualche giusta e ragionevole causa, si ordinasse che dovesse
  astenersene; altramente vivendo, non si ammetta nell'ingresso
  della Chiesa, e morendo non gli sia concesso la cristiana
  sepoltura.

  Oltra di questo, esso monsignor reverendissimo arcivescovo,
  inerendo alle determinazioni della santa Madre Chiesa ordina, che
  tutti i fedeli cristiani dell'uno e l'altro sesso, vogliano in
  qualunque festa di pasqua della resurrezione del nostro Signore, o
  almeno per tutta l'ottava d'essa pasqua, confessare i suoi peccati
  al sacerdote, e pigliare il santissimo sacramento della
  Eucaristia, secondo la predetta determinazione della santa madre
  Chiesa: altramente, non rispettando qualità nè grado di persona
  alcuna, si scomunicheranno per nomi e cognomi, e saranno cacciati
  fuora delle chiese con gran vitupero: e morendo in tale errore e
  pertinacia, se sepelliranno al terragio: e a quelli che per due
  anni continui non si saranno confessati nè comunicati gli se
  procederà contra, e saranno puniti nelle pene di ragione e delli
  sacri canoni; etiam, se sarà spediente, con intervento del cesareo
  fisco.

  Ed acciocchè non si possa pretessere ignoranza, nè pigliare scusa
  alcuna, per tenor delli presenti esso monsignore ammonisce per il
  primo, secondo, terzo e perentorio termine tutti i prepositi,
  rettori, vicerettori, capellani, curati, sacerdoti e altri
  ministri delle chiese della città e diocesi di Milano, che in
  cadauna e tutte le domeniche della quadragesima di qualunque anno,
  alle loro Messe, nelle ore che si troverà congregato maggiore
  popolo, sotto pena di escomunicazione e di scudi vinticinque per
  cadauno contrafaciente o meno osservatore della presente
  ordinazione, da essere applicati alla fabbrica della chiesa
  maggiore di Milano, vogliano avvisare ed ammonire tutti li fideli
  cristiani, che nella solennità di pasqua scorrente, o almeno per
  tutta l'ottava della pasqua, si confessino, e si comunichino come
  di sopra, altramente si pubblicheranno per escomunicati. E affine
  che le presenti ammonizioni e comandamenti pervenghino a comune
  utilità di tutti, dopo la pubblicazione fatta nel cospetto del
  popolo, li sudetti monsignori reverendissimo e illustrissimo e
  molto reverendo Comissario Generale comettono e mandano, che siano
  affisse, inchiodate alle porte della chiesa maggiore di Milano, e
  della chiesa di Santo Ambrogio maggiore, e della Scala di essa
  città. Nelle altre città del dominio manda il sudetto Generale
  Comissario siano affisse alle chiese loro maggiori, acciocchè da
  tutti possan essere vedute, lette, ed alla giornata pubblicate, nè
  rimanga iscusazione d'ignoranza di non avere inteso quello che si
  è patentemente pubblicato. Dato in Milano, l'anno 1551.

Ben presto, a capo dell'arcidiocesi milanese venne uno de' più zelanti
promotori della riforma cattolica, Carlo Borromeo. E in relazione a
quanto accennammo da principio, è notevole l'avversar che fecero i
Milanesi a un santo, il quale, a tacer la pietà, fu ammirato per una
splendidissima carità e per insigni istituzioni, tanto che, in un tempo
dei più esorbitanti, fu presentato all'imitazione come modello di ottimo
patriota[51]. L'emendazione ch'egli volle fare dei frati Umiliati gli
concitò l'inimicizia di questi, spinta fino a tirargli una fucilata. I
gran savj milanesi poi mormoravano che il Borromeo volesse far troppo;
pretendesse al monopolio della carità, anzichè lasciar che tutti la
applicassero come più voleano; criticavano quel che facea, suggerivano
quel che avrebbe dovuto fare; asserivano che il tanto suo adoprarsi
venisse per ambizione d'esser nominato, per fare scomparire gli altri,
per acquistarsi l'aura popolare. Ai pensatori s'insinuava come le tante
sue riforme fossero puerili, da sacristia, come volesse sostituire in
man de' nobili il rosario alle spade, i confratelli ai bravi, i tridui
ai duelli, invilendo così la nazione milanese. Alla plebe si insinuava
com'egli co' suoi divieti contro le profanazioni della festa, contro il
prolungamento delle gazzarre carnovalesche, diminuisse i divertimenti,
che pur sono la ricreazione del povero popolo e un giusto sollievo dopo
tante fatiche. Poi, sempre per patriotismo, s'insinuava all'autorità
ch'egli voleva far prevalere la sua giurisdizione, a scapito della
secolare; che invadeva le competenze del municipio o del governo; che,
durante la peste, quando i governatori erano fuggiti ed egli era rimasto
a dividere ed alleviare i patimenti, aveva sin fatto decreti ed
esecuzioni, represso i ribaldi, e altri atti, che son devoluti solo ai
magistrati.

E coi magistrati sostenne lotte durissime; e i cittadini si piacquero di
trarne occasione di scandali; e il capitolo di Santa Maria della Scala
arrivò fin a chiudergli in faccia la porta della Chiesa: dalla stessa
autorità municipale accusato al papa e al re come trascendente in fatto
di giurisdizione, Carlo più d'una volta dovette interrompere le sante
sue sollecitudini per andar a Roma o spedire a Madrid, onde scagionarsi.
E se non vorremmo sostenere ch'egli avesse sempre ragione nella quantità
e nei modi, nessun ci contraddirà se asseriamo che sempre era mosso da
rettissime intenzioni.

Ciò sia di conforto a' suoi successori; e in simili contrarietà pensino
come la giustizia soglia rendersi anche qui dopo la morte.

Restano, ed hanno vigore ancora moltissimi atti del suo episcopato, ma
pochissimi si riferiscono ad eretici di quel paese. Giulio Poggiano, di
Suna nel novarese, uno de' più belli scrittori latini di quel tempo,
adoprato come secretario di molti cardinali, della Congregazione del
Concilio Tridentino e di san Carlo, in lettera al cardinale Sirleto
descrive la venuta di quest'arcivescovo a Milano nel 1565, e come «cantò
messa nel duomo, dove fu il principe e il senato con tutti li
magistrati..... È ferma opinione che fossero alla messa più di
venticinque mila persone. Un canonico fece una orazione al cardinale
assai impertinente e lunga, _nihil boni præter vocem et latera_. Il
cardinale a mezza messa fece un sermone, nel quale parlò della
giustificazione, a proposito del vangelo _Plantavit vineam_. Della
materia se n'era informato dal padre Benedetto Palmio....»

Da qui appare che il santo toccava anche nelle prediche ai punti
fondamentali della dottrina. Il Poggiano aggiunge: «Ho inteso che, oltre
all'Aonio, qui sono due o tre letterati, ma perchè, non so per qual
disgrazia o maledizione loro, si mormora che sono infetti di opinioni
poco cattoliche, son risoluto di non parlargli, nè vederne alcuno»[52].

La vicinanza della Lombardia al Piemonte pose Filippo II in paura non ne
contraesse le nuove credenze, sicchè insistette presso Pio IV onde
potervi istituire l'Inquisizione alla spagnuola, cioè indipendente dal
vescovo e dai magistrati. Portata la domanda in concistoro, molti
cardinali vi repugnavano; nè il papa inclinava a far questo infausto
dono a' suoi concittadini: pure alfine vi consentì nel 1563.
Sbigottissene il paese, fioccarono i reclami; il governatore Cordova
mandò procurando dissuaderne il re. Al quale la città deputò Cesare
Taverna e Princivalle Besozzi, ma non conosciamo nè le commissioni date
loro nè l'esito. Bensì nell'archivio diplomatico stanno le commissioni,
che furono date ad altri, che al tempo stesso e per lo stesso effetto
erano inviati a Roma. Eccole:

  Istruzione di quanto avranno a dir e negoziar in nome di questa
  città l'illustre signor conte Sforza Morone e molto magnifico
  signor Gotardo Reina, vicario di provisione, oratori in nome di
  questa città appresso a sua santità nostro signore.

  L'illustri e molto magnifici signori sessanta, rappresentanti il
  consiglio generale della città di Milano, hanno fatto elezione
  delle persone de v. s. quale vadino a Roma con la maggior celerità
  sia possibile, e prima ricorreranno dalli illustrissimi signori
  don Aloisio de Avila commendatore maggiore, e ambasciatore Vargas,
  e baciatogli le mani in nome di questa città, gli presentaranno le
  lettere credenziali che se gli danno, e gli esporranno che,
  essendo avvisata e certificata questa città come si tratta di
  porre costì una Inquisizione molto più rigorosa del solito, il che
  ha fatto stupire, e restar piena di meraviglia tutta la città e
  Stato, vedendo che tutte le novità aggravano e danno infinita
  discontentezza alli popoli, e eterno aggravio appresso a tutta
  Italia e cristianità. Perciocchè essendo stata questa città delle
  prime del mondo, che ricevettero la santissima fede del nostro
  Signore Gesù Cristo, sino al tempo di San Barnaba apostolo, e così
  per mille cinquecento e venti anni e più sempre è perseverata
  nella santissima fede cattolica romana, nè mai ha deviato in cosa
  alcuna. Questa città fu la principale che scacciò li Ariani, e
  sotto li imperatori Greci, che favorivano le eresie più presto si
  lasciò quasi distruggere e desolare, che mai consentirgli. Furono
  a Milano a migliaja de questi cittadini fatti martiri per non
  voler consentire ad adorare li falsi Dei, siccome gli comandavano
  Diocleziano e Massimiliano Erculeo imperatori, quale Massimiliano
  allora abitava in questa città, e qui depose l'impero, e più sotto
  Valerio Maximino suo successore: e come altro Massimiano inondò la
  nostra città del sangue de martiri, e molto più sotto l'imperio
  del terzo Massimiano erede del tirannico furore del primo e
  secondo suoi predecessori, si numerano più martiri milanesi, fatti
  per la fede del nostro Signore Gesù Cristo, che non sono di
  quattro altre città delle prime. Non si ritrova che da molti e
  molti anni in qua a l'ufficio della santissima Inquisizione sia
  mai stato, non che condannato, ma anche accusato alcun milanese;
  come sua santità potrà venirne in cognizione ordinando che gli sia
  fatta relazione delli processi fatti alla santissima Inquisizione,
  ovvero mandato li libri. E se alcuni sono stati accusati e
  condannati, quali abitavano in questa città, non sono milanesi,
  onde non accade la medicina dove il corpo è sano, nè la pena
  rigorosissima e il proceder simile dove mai non fu delitto nè
  superstizione. Poichè questa nuova istituzione non è mai stata
  introdotta nè in questa città, nè in questo Stato nè in alcuna
  parte delle nostre regioni, e così siamo perseverati per più di
  mille cinquecento venti anni continui, nè ora è accaduto, ovvero
  accade cosa, per la quale si abbi di caricar le città dello stato
  d'una sì insolita ed infamatoria novità, stando la città e Stato
  caricata e colma d'ogni sorta di carichi, nè per soprasomma se gli
  dovrebbe aggiungere questa sì universalmente mala contentezza di
  tutto lo Stato, il quale presuppone che questo gli sia peggio, che
  se tutto fosse distrutto e desolato. E sebbene alcuni delli vicini
  sono macchiati della maledetta, e scellerata eresia, non è però da
  temere che un popolo, nè alcuno del popolo tanto cattolico, tanto
  pio e tanto confirmato nella nostra religione si debba mai partir
  o separarsi dall'unione della santa madre Chiesa Romana, nella
  quale per tante e tante centinaja d'anni è perseverato e
  persevera, il che apertamente dimostrano tanti ospitali, tanti
  luoghi pii, tanti monasteri, tante chiese, tante congregazioni,
  che si mantengono con le elemosine si fanno, e si edificano ogni
  giorno, e si esercitano in questa città, ed il concorso universale
  che si fa da tutti e continuamente alli divini officj, e
  sagramenti e all'udir le sacre prediche, e a pigliar le santissime
  Indulgenze, alle quali tutte concorre indistintamente e a gara
  tutto il popolo. Chi potrebbe tener le lagrime veggendo in tutte
  le chiese parrocchiali di questa città, quali sono infinite, in un
  medesimo tempo pubblicamente esposto il santissimo corpo di nostro
  Signor Gesù Cristo, avanti il quale, giorno e notte senza
  intermissione ogni sorta di gente umilissimamente con singulti e
  pianti, misti con grandissimi prieghi e supplicazioni, e con ogni
  sorta di voti supplicano la divina clemenza, ragionando tutti i
  tempi delle divine litanie, e d'ogni sorta di salmi e orazioni,
  che si degni infondere e inspirare la grazia dello santissimo
  Spirito nelli cuori di sua beatitudine, suo vero vicario in terra,
  e di S. M. che sono in mani sue, quello che sia per onore della
  santissima sua Chiesa e che convenga alla religione e pietà nostra
  antichissima, acciocchè dove meritiamo lodi non siamo infamati
  appresso tutta la cristianità senza colpa nostra, il che parerebbe
  troppo duro a questa città tanto ubbediente, affezionata e schiava
  a sua santità e sua maestà, di vedersi con questa innovazione
  senza sua colpa quasi infamare. Il che risulterebbe in non poco
  dissertivo a S. M. perchè essendo il nervo di questa città le
  mercanzie e arti che qua si esercitano, tanto dispiace questa cosa
  a tutti, che sarebbe fargli abbandonare per una gran parte, e
  trasportar le merci e arti altrove, donde ne patiranno assai li
  dazj e entrate di S. M. perchè la città, e così la patria di sua
  santità, si verrebbe a despopolare, il che si comincia a fare sin
  ad ora, perchè non si ritrova chi voglia per prezzo ancorchè vile
  comprar alcuna cosa di stabile; impauriti come sono della fama di
  questa innovazione.

  E se rispondesse che questo si fa per conservar pura e chiara
  questa città, atteso l'incendio e il fuoco che arde nelli vicini
  nostri, e per la contrattazione che si fa tra essi e noi, si può
  rispondere come di sopra, che al corpo sano e alla virtù
  continuamente esperimentata non si ha da adoperare più forte
  medicina, ovver maggior freno del solito, anzi il dar medicina ad
  un sano gli porta spasmo e repentina morte. Ma quello, che non
  meno importa sarebbe questo ungere la piaga di contrario liquore,
  perchè essendo a questa città alcuni delli vicini eretici veri
  nemici a noi, per essere noi cattolici e essi scismatici, veggendo
  il modo rigoroso della Inquisizione, dubita che, acciecati
  dall'odio ed ardenti dal furore, somministrarono falsi testimonj
  contro di noi cattolici per infamarne e distruggerne. E se è
  bastato l'animo ad un eretico ammazzar il principe di Ghisa,
  generale di un tanto re, circondato e amato da un tanto esercito,
  e macchinar nella propria vita del re cristianissimo per esser
  cristiano, che cosa faranno potendone rovinar nell'onore, nella
  vita e nella roba con falsi testimonj? E per le sacre istorie si
  vede esser così stato fatto per li eretici alli cattolici e
  sovente, e ne bastino alcuni esempj di Eustachio episcopo
  d'Antiochia, che per esser cattolico, li Ariani colla falsa
  deposizione d'una donna, alla quale allora per il rigore si
  credeva, ingiustamente fu detenuto, e poi scoperto ma tardo, fu
  restituito all'episcopato: e san Atanasio illustre e santissimo
  uomo episcopo de Alessandria, dalli Ariani sotto Costantino
  imperatore cristianissimo fu per simili vie ancora nel Concilio
  Niceno tanto travagliato e per tanti modi, che si può dir ebbe
  infiniti martirj. L'altro delle persecuzioni per testimonj falsi
  fatte a san Gerolamo dalli eretici sono notissime. Nè una legge
  conviene a tutti li popoli, siccome nè un rimedio ad ogni infermo,
  e manco alli sani. E qua vi sono bonissimi ordini sopra la
  santissima Inquisizione, i quali si servano. Egli è un tribunale
  della santissima Inquisizione, osservato con antichissima
  consuetudine, nel quale, conforme alli sacri canoni, intervengono
  molti teologi di tutte le religioni, molti ecclesiastici, per
  assessori molti dottori del collegio di Milano e un senatore: al
  qual tribunale non gli manca alcuna sorte di braccio e ajuto,
  chiamandolo, e dal principe, e dal senato, e hanno ogni autorità
  opportuna, e l'illustrissimo e invitto principe di Sessa più e più
  fiate si è offerto in pubblico di prender con le proprie mani li
  eretici, e consegnarli all'Inquisitore e ne ha mandato a prender
  dalla sua guardia tanto da piedi, quanto da cavallo. Nè manca al
  Sant'Officio d'ogni ajuto l'eccellentissimo senato, e questo è
  notorio.

  E perciò si supplica sua santità sia contenta non dar credenza
  alle false lingue, nè a chi, forse sotto specie di bene, non cessa
  seminar zizzania. E se per tanto tempo alcuni delli vicini eretici
  non hanno mai potuto infettare questa città, il che si ha da tener
  per certo, non riuscirà nell'avvenire con l'ajuto del nostro
  Signore Iddio. E se altrimenti è stato persuaso sua santità ovvero
  a sua maestà, è proceduto da persone o male informate, o malevole,
  e poco amorevoli al beneficio di sua maestà, e di questa città.

  E perciò le signorie vostre diranno esser venute in nome di questa
  città da sua santità per supplicare come a vicario del sommo Iddio
  in terra, e trattandosi di cose della fede, e per essere sua
  santità della nostra patria, e nostro vero padre e protettore,
  alla cui santità è notissima la nostra religione, e sincera e vera
  fede con le opere verso l'onnipotente nostro Signore Iddio, acciò
  sua santità non solo non venga in questa opinione de innovare cosa
  alcuna in questa causa, ma ancora ne ajuti e favorisca appresso la
  serenissima cattolica maestà del re n. s., che per le suddette
  cagioni si contenti fare il medesimo, e ne tenga in
  quell'opinione, che convien esser tenuti sì buoni, sì veri e sì
  antichi cristiani, e amorevoli e fedeli soggetti a S. M., come noi
  siamo, e devoti alla sedia apostolica, e che di questo ne faccia
  piena fede a sua santità e di ciò ne resteremo tutti, e in
  universale e in particolare obbligati alli predetti signori, e che
  per questo la nostra città non ha ancora inviato oratori da sua
  maestà.

  Poi le signorie vostre andaranno a baciar le mani
  all'illustrissimo e reverendissimo cardinale Borromeo, nostro
  arcivescovo e pastore, supplicandolo in nome di questa città di
  favore e ajuto presso sua santità, sì per essere di questa comune
  patria, sì per trattarsi dell'interesse de sua signoria
  illustrissima, non solo come nobilissimo membro di questa patria,
  ma come pastore e arcivescovo, al quale appartiene ordinariamente
  la cura e cognizione della fede e della Inquisizione, e dell'onore
  del suo gregge: onde parerebbe, che per trascuraggine de suoi
  agenti fosse bisogno di nuovo ordine e più rigoroso tribunale: sì
  per essere e per sangue, e per dignità e per valore sua signoria
  ill. tanto grata a sua santità, e perciò sia contento aggiustar il
  negozio, e introdurre le signorie vostre da sua santità[53].

  E così ancora le signorie vostre procureranno il medesimo con
  l'illustrissimo e reverendissimo cardinale San Giorgio, e
  reverendissimo signor Castellano di Sant'Angelo, e col
  reverendissimo Datario, e altri nostri cittadini, e con tutti li
  illustrissimi, e reverendissimi cardinali in Roma, e con ispecie
  con li illustrissimi e reverendissimi cardinali Santa Croce,
  Ferrara e Castelli, quali s'intende averne favoriti,
  ringraziandoli sommamente e supplicandoli di consiglio e favore,
  che tutti insieme gli siam perpetuamente obbligati, dando a
  ciascuno le lettere credenziali, che se gli danno: ed allo
  reverendissimo Alessandrino dandogli le lettere, e pregando ne
  voglia aggiustare. E poi fatti tutti questi e altri caldi officj,
  quali meglio pareranno alle signorie vostre circa questo negozio,
  le signorie vostre procureranno quanto più presto baciar li
  santissimi piedi di sua santità, supplicandola come di sopra,
  presentando a sua santità le lettere di credenza che se gli danno.

Da questa nota, così stranamente mista di rozzezza e pretensione, appare
quanto fosser temuti dai Milanesi da un lato la reputazione di eretici,
dall'altro i danni che ridonderebbero dall'Inquisizione fin ai loro
commercj e ai possessi.

Contemporaneamente Brivio Sforza era spedito allo stesso fine al
Concilio di Trento; ed è riferito dagli storici che esso e un altro
ambasciadore supplicarono i prelati e cardinali della Lombardia ad aver
pietà della patria comune, la quale, se ai tanti mali s'aggiungesse
questo gravissimo, vedrebbe molti cittadini migrare. Che se quelli che
esercitano il Sant'Uffizio in Ispagna, sotto gli occhi proprj del re,
abusavano tanto, e rigidamente pesavano sui compatrioti, che non
farebbero nel milanese, lontano e non amato? I prelati lombardi del
Concilio, uniti scrissero al papa e al cardinale Borromeo, come quello a
cui viemmeglio spettava la tutela della patria, e mostravano come qui
non militassero le ragioni che l'aveano fatto istituire in Spagna; che,
oltre portare sicura rovina nella Lombardia, avrebbe avviato a
istituirla anche nel regno di Napoli, con diminuzione dell'autorità
della santa sede, giacchè i prelati si sarebbero conservati devoti non
ad essa, ma al principe.

Anzi i Padri domandavano che nei decreti del Concilio si mettesse
qualche espressione, che esentasse e assicurasse i vescovi dal
Sant'Uffizio spagnuolo, e stabilisse il modo delle procedure. Il
cardinale Morone, presidente al Concilio, dava qualche promessa di ciò,
ma non ne fu fatto nulla; pure l'incidente tenne turbato e sospeso quel
sinodo finchè non si seppe che il governatore duca di Sessa, vedendo
pericolo che i Milanesi imitassero i Fiamminghi e si facessero
protestanti, sospese il decreto, che poi fu lasciato in dimenticanza.

In una relazione dello Stato di Milano di quel tempo, deposta nella
biblioteca Trivulzio, leggiamo: «Essendo il re di Spagna e per sua
propria volontà e per varj suoi rispetti principe veramente cattolico,
di sua volontà e comandamento nello Stato di Milano sono gravemente
perseguitati gli eretici, e novamente ha comandato sua maestà che tutti
i fuggitivi degli altri Stati d'Italia per la religione, non siano
tollerati nel detto Stato, per provvedere che non infettino gli altri. E
di più si suppone che al presente sua maestà disegni d'introdurvi
l'Inquisizione al modo di Spagna: mossa a ciò non tanto da zelo delle
cose della religione, quanto da molti sospetti in che sono entrati gli
Spagnuoli del suo consiglio, a suggestione di quelli che sono in Milano,
circa alla devozione verso lei de' sudditi di quello Stato; vedendo gli
Spagnuoli che niuna cosa possa maggiormente tener in freno i suoi
vassalli, che la severità di questo Ufficio. La quale essendo
grandemente abborrita dai Milanesi per il sospetto che hanno che, con
questa via, abbiano ad essere spogliati di tutti i loro beni, si fa
giudizio che abbiano a rendersi molto difficili in accettarla».

Segue riferendo che, al 29 agosto 1564, pubblicavasi dal governatore De
la Cueva una grida, per la quale «informata, l'enissa mente di sua
maestà essere che tutti i Regni e Stati, e massime lo Stato di Milano
siano preservati da ogni pravità eretica....... in nome di sua
eccellenza si fa pubblica grida..... che niuno il quale sia eretico
dannato nominatamente, o fuggito di mano dell'Offizio della Santa
Inquisizione, o scacciato dal suo paese e da' suoi signori per causa
d'eresia, o partito da qualsivoglia parte e luogo, e andato in altra
parte e luogo ovver paese, dove e acciò possa vivere liberamente in
eresia, ardisca di stare, praticare, nè vivere nel detto Stato di
Milano, sotto pena della disgrazia di sua maestà cattolica, e di essere
punito dall'Offizio della Santa Inquisizione secondo le sacre leggi.
Item sua eccellenza ordina e comanda che, capitando alcuno il quale si
sappia esser tale, come di sopra, nel detto Stato di Milano ad ostaria,
che gli osti e padroni de li luoghi prefati, barcaroli e portinari siano
tenuti subito a dar notizia di tali eretici e ut supra alli prefati
inquisitori, e prestargli ogni ajuto e favore perchè detti eretici e ut
supra siano presi e consegnati all'Offizio predetto della Santa
Inquisizione, sotto la pena sopradetta» con quel che siegue.

S'interessarono i Cantoni Svizzeri, e con calore grandissimo Zurigo per
far togliere il pregiudizievole generale divieto; ma pei novatori
dinotati dal Sant'Uffizio, e pei fuggiaschi d'Italia fu mantenuto, come
dal dispaccio in ispagnuolo 17 dicembre 1565 dello stesso governatore
Gabriele della Cueva. Finalmente per interposizione dei deputati di
Lucerna, Uri ed Untervaldo, recatisi espressamente a Milano, alli 13
gennajo del 1579 si ebbe dal marchese d'Ayamonte nuovo governatore
l'esplicita dichiarazione che i Locarnesi emigranti, fatti cittadini in
Zurigo e Basilea, eccettuato il solo evangelista Zanino, potessero,
venire in questo Stato «e anco a Milano e contrattare; con che, per
quanto spetta a la religione, stiano molto riservati, non parlando nè
facendo cosa che sia in offesa di essa, nè meno usino cibi proibiti, nè
vi portino libri reprobati. Li processati però per l'Offizio della Santa
Inquisizione, e che si sono assentati e fatti fuggitivi da questo Stato
non possino rientrar in esso; meno sarà lecito che entrino quelli, che
avendo abjurato, sono tornati a reincidere, così in questo Stato come
fuori. Sarà parimenti proibito a li dottori ed altri che non sono della
vera fede cattolica.... e che non averanno contrattazione e non saranno
artefici, di entrar e fermarsi nel Stato, se non dieci giorni per volta,
e in quel tempo averanno da servare il contenuto ne li suddetti
Capitoli. Averanno però da avvertire che, sopra tutto i detti Locarnesi,
se vogliono praticar qui, e non essere molestati dal Santo Offizio,
conviene che servino i detti Capitoli inviolabilmente».

Gli eretici credeansi nemici pubblici, e quindi lecita ogni rappresaglia
contro di essi, fin sequestrarne le merci, come si fece a robe dei
Pelizzari e dei Lumaga di Chiavenna, massime se libri: Beatrice
Fiamenga, nobile bresciana, per simile titolo si separò da suo marito
Geremia Vertemate di Piuro: a Vicenza trovavansi arrestati quaranta
protestanti, la più parte Grigioni; e tanto era il sospetto, che i
Cattolici provenienti dai Grigioni munivansi di bollette dei parroci
loro. Un Teodoro da Chieri, figlio del ministro di Tirano nel 1583, e
Lorenzo Soncino da Chiavenna nel 1588 furono consegnati all'Inquisizione
di Milano[54].

Nel 1594, frà Diodato da Genova inquisitore generale a Milano promulgava
un nuovo editto, ove agli eretici proibivasi d'entrare nel ducato
milanese, nè di farvi commercio; a Svizzeri e Grigioni sia concesso
alloggiare o presso case private o all'albergo, purchè al venire e al
partire notifichino i loro nomi all'inquisitore, non parlino di
religione, non vadano in chiesa, se pur non sia per udir la predica. Nel
1598 fu ripetuto l'editto, con divieto ai mercanti di trafficare con
eretici, eccetto sempre gli Svizzeri e Grigioni, e non si aprano le
balle se non in presenza d'alcuno dell'Inquisizione. Son le sevizie che
il secolo della libertà stabilì poi regolarmente, in nome della polizia
e del buon governo.

Nato a Milano e discepolo di Romolo Amaseo, Ortensio Laudi variò spesso
di nome, talchè l'Indice de' libri, dal Concilio di Trento proibiti in
prima classe, lo nomina _Hortensius Tranquillus, alias Jeremias, alias
Landus_. Non occorre rovistarne le colpe ne' molti suoi nemici,
abbastanza egli stesso dipingendosi sinistramente, come piccinacolo,
losco, sordo, macilento, color cenerognolo, membra brutte, favella e
accento lombardo, pazzerone, superbo, impaziente ne' desiderj, collerico
sin alla frenesia, composto non di quattro elementi come gli altri
uomini, ma di ira, sdegno, collera, alterigia. Finiti gli studj e
passato medico, cominciò a ronzare, e col conte di Pitigliano venuto a
Lione nel 1534, vi fu incontrato da Giovan Angelo Odone suo
condiscepolo, il quale lo descrive come «gran nemico della religione,
del greco e delle scienze: in Italia (soggiunge) non osava palesare i
suoi sentimenti, ma a Lione l'udii assicurare che stimava unicamente
Gesù Cristo e Cicerone; ma di possedere questo non mostra ne' libri; se
quello abbia nel cuore, Dio lo sa. Scampando d'Italia, portò, come sue
consolazioni, non il Vecchio e Nuovo Testamento, ma le epistole di
Cicerone a' famigliari»[55]. Da lui stesso sappiamo ch'era bandito
d'Italia, e nascondeva il proprio nome: eppure prima di quel tempo avea
servito al Caracciolo vescovo di Catania, assistente di sua santità, e
al Madruzzi vescovo di Trento; presso il quale tornò poi quando si
aperse il Concilio.

Questa tolleranza non è la men bizzarra rivelazione di quel secolo,
avvegnachè costui si fosse mostrato sempre e paradossale ed empio. Come
coloro che vogliono acquistarsi fama dal pubblico collo schiaffeggiarlo,
sputacchia tutti gli idoli del giorno; chiama animalaccio Aristotele; il
Boccaccio incolto, ruffianesco, spregevolissimo; e dice amar meglio il
parlar milanese o bergamasco che il boccaccevole, e vitupera i Toscani
perchè pretendono parlar bene. Nelle _Cose notabili e mostruose
d'Italia_ (1548) scrive di Milano: «La seconda Roma, chi ora la vedesse
avendola prima veduta, direbbe: questo per certo non è Milano: egli non
è desso: non vi è stata città in Europa già molti anni sono tanto
flagellata....... Quivi s'è ritrovato una donna, a guisa di lupa
affamata divorare i fanciulli: un fratello giacersi carnalmente con tre
sorelle, e tre fratelli goder una sorella; il figliuolo la madre, il zio
la nipote, il cognato la cognata. Quivi si son trovati uomini sì
crudeli, che da niuna ingiuria mossi, sol per esser l'un guelfo e e
l'altro ghibellino, vivi gli hanno arrostiti, e mangiatoli del fegato, e
dentro il corpo messo del fieno e dell'orzo, e adoperato i corpi umani
per mangiatoja de' cavalli. Quivi sonosi trovati uomini che hanno
ammazzato nella propria chiesa i religiosi mentre cantavano li divini
ufficj, e Iddio lodavano; nè una sola volta questo è accaduto. S'è
trovato uno, di furore tanto accecato, che non si vergognava di dire
impudentemente ch'egli volesse far un lago di sangue ghibellino. Non si
sono vergognati uomini per nobiltà di sangue ragguardevoli molto, di
starsi al bosco, e assassinare indifferentemente chiunque gli capitava
alle mani..... È una setta, da una gran femina retta, la qual si sforza
di ridur i suoi seguaci alla battesimale purità e innocenza, e del tutto
mortificarli, e per quanto m'è stato riferito da persone degne di fede,
per far prova della mortificazione fa coricare in un medesimo letto un
giovane di prima barba e una giovane, e fra loro vi pone il
crocifisso[56]; certo per mio consiglio meglio farebbe ella se vi
ponesse un gran fascio di spine ed ortiche».

Il Landi encomia l'infedeltà conjugale, il libertinaggio, i pregiudizj;
alla guisa del Doni e dell'Aretino, scombichera libri sopra materie le
più disparate; flagella gli scrittori antichi e moderni e le scienze
stesse, null'altro cercando che il brillante. «Fastidito de' costumi
italiani» e desideroso di «patria libera, ben accostumata e alieno del
tutto dall'ambizione», passò in Isvizzera e ne' Grigioni, ma il _Dialogo
lepidissimo_ pel funerale di Erasmo di cui parlammo (Vol. I, pag. 345),
gli eccitò contro la città di Basilea. Fuggitone, visitò Francia; a
Parigi penetrò nella Corte; e a Lione stampò i _Paradossi_, empio e
licenzioso imbratto, pel quale dovette mutar paese: corse la Germania,
finì a Venezia, dove aveva per amici il Muzio e l'Aretino. Parrebbero a
cercarsi le sue opinioni ereticali nei «Quattro libri de' dubbj con le
soluzioni a ciascun dubbio accomodate» (Venezia, 1552); un de' quali
libri è di dubbj religiosi; ma non sono che frivolezze e grossolanità.
Ha pure un dialogo «nel quale si ragiona della consolazione e utilità
che si riporta leggendo la sacra scrittura, e si tratta eziandio
dell'ordine da tenersi nel leggerla, mostrandosi essere le sacre lettere
di vera eloquenza, di vera dottrina alle pagane superiori» (Venezia,
1552), e ribocca di proposizioni erronee, che lo mostrano più ignorante
che ardito.

Ma se della sua religione non può dirsi che male, non sembra professasse
la nuova; e chi lo asserì lo ha probabilmente confuso con Geremia Landi
di Piacenza, ch'egli introduce nel dialogo _Cicero relegatus_, e che,
disfattosi da agostiniano, fuggì in Germania, apostatò, e scrisse
_Oratio adversus cœlibatum_; _Explicatio symboli apostolorum, orationis
dominicæ et decalogi_; _Disquisitiones in selectiora loca Scripturæ_.

Di Ortensio pajono le _Forcianæ quæstiones_, dove si espongono i varj
umori de' varj paesi d'Italia, e che alcuno male assegna ad Aonio
Paleario. A lui pure è attribuito il _Sermone di Rodolfo Castravilla_
contro Dante, ma lo credo piuttosto di Belisario Bulgarini da Siena.

Più tardi l'imitò nella sguajataggine un altro milanese, Gregorio Leti
(1630-1701). Dissipato in viaggi ogni aver suo, s'attaccò ai Riformati,
e speculatore d'esiglio e di libertà, professò il calvinismo a Losanna,
insegnò a Ginevra, dove ottenne la cittadinanza per rimerito delle sue
scritture contro Roma e la Chiesa cattolica. Le quali son numerosissime,
e tali che nemmanco i titoli può la creanza lasciar ripetere, bastando
accennare _il Parlatorio delle monache_, _i Precipizj della sede
apostolica_, _la Strage dei Riformati innocenti_, _il Sindacato di
Alessandro VII col suo viaggio all'altro mondo_, _il Nepotismo romano_,
_l'Ambasciata di Romolo ai Romani_; _il Vaticano languente dopo la morte
di Clemente X, con i rimedj preparati da Pasquino e Marforio per
guarirlo_. Si vantava di sempre aver tre opere sul telajo; e quando per
l'una gli mancasse ordito, si applicava all'altra. In fatto però gli
doveano costare ben poco, giacchè affastellava baje insulse; raccoglieva
di qua, di là senza critica, non pensando che ad impinguare i volumi e
moltiplicare dedicatorie, come lo accusa il Bayle. Per toccar solo di
quelle che s'accostano all'argomento nostro, _l'Italia regnante_ è un
viaggio in quattro volumi (Valenza 1675) dove accumula anche aneddoti
scandalosi, con notizie affatto inesatte[57]. Nella _Historia ginevrina_
narra con insipida prolissità di Mario Miroglio canonico di Casale, il
quale, rimproverato dal suo vescovo perchè viveva scandalosamente, fuggì
a Ginevra, vi si fe catechizzare dal ministro Diodati, menò moglie e
lasciò figliuoli, morendo nel 1665 (Parte IV, lib. 3). Il _Livello
politico, ossia la giusta bilancia nella quale si pesano tutte le
massime di Roma ed azioni dei cardinali viventi_, stampate a Ginevra il
1678, non è forse altro che plagio d'opera colà comparsa il 1650, col
titolo di _Giusta stadera de' porporati_.

Adulatore quanto soglion essere i maldicenti, non trova parole
sufficienti per esaltare Luigi XIV, «l'invincibile tra' guerrieri,
l'eroe tra' Cesari, l'augusto tra' monarchi, il prudente tra' politici,
il pianeta illustrato dell'universo» (_La fama gelosa della fortuna_). E
lodi e vituperi distribuisce a man salva a Carlo V, al duca d'Ossuna, al
presidente Aresi, talvolta in seconde edizioni conculcando codardamente
quei che aveva codardamente esaltati nella prima.

Eppure, mentre rinega continuo la critica e il buon senso, non sa
tampoco imbellirsi collo stile e coll'ingegno; negletto e pretenzioso,
grottescamente iperbolico, prolisso, nessun sosterrebbe la noja del
leggerlo, se non vi fossero solleticate le basse passioni dallo
sputacchiare Roma e violare il pudore. Che, come avviene dei libercoli
di partito, queste parodie dilavate dell'Aretino fossero esaltate allora
e tradotte, non fa meraviglia a chi conosce gl'intrugli di certe glorie:
ben fa da piangere che, ai dì nostri, siasi voluto ridestarne la memoria
e ripubblicarne alcune, fra cui la _Vita di Sisto V_, lurido romanzo,
degno di quanto scrissero di peggio i nostri contemporanei.

Chiesto dalla Delfina se fossero vere le mille sciagurataggini che
asserì di quel papa, come di Filippo II e d'Elisabetta regina, rispose
che una cosa ben immaginata piace quanto e più che la verità. Andato in
Inghilterra, vide dallo scisma d'Enrico VIII «nate tante disgrazie a
quell'isola e a quei popoli, che si può dire che da quel tempo in poi
non hanno avuto momento di riposo i carnefici, essendo un miracolo che
la Tamisa si navighi sopra acqua e non sovra sangue»[58]. Da re Carlo II
ebbe accoglienza e mille scudi, coll'incarico di scrivere la _Storia
della Grande Brittania_; e la fece in modo, che dovette andarsene se non
volea di peggio; allora ingiuriando quelli che dianzi aveva
blanditi[59]. Il famoso erudito Clerc, per consenso religioso e per amor
d'una figlia di esso il fece accogliere e crear istoriografo di
Amsterdam, ove improvviso morì.

A dir suo, Paolo IV vide il libro di Calvino contro Serveto ove sostiene
_jure gladii hæreticos esse coercendos_, e ne pigliò fidanza a istituire
il Sant'Uffizio, come egli stesso ebbe a dire in concistoro; notizia che
il Leti ricava da un libro a me ignoto, MENDI, _le rivoluzioni di Roma
contro al tribunale dell'inquisizione_. «Una inquisizione più orribile
di quella di Roma» a Ginevra sentenziò alle fiamme _il Livello
politico_, _l'Itinerario_, _il Vaticano languente_, opere del Leti in
cui trovava proposizioni repugnanti alla fede, ai costumi, allo Stato,
ed egli fu cancellato di cittadino.

Di Girolamo Cardano da Gallarate, scienziato non vulgare, autore di
varie scoperte, eppure teosofista, astrologo e ciarlatano sfacciato, in
altro luogo divisammo (Vol. II, pag. 372). Qui badando solo alle sue
opinioni religiose diremo come a principio nel _De Uno_ sostenesse
l'unicità dell'intelligenza secondo Averroé: di poi la negò nel _De
Consolatione_; infine nel _Theonoston_ volle conciliar le due opinioni,
col dire che l'intelligenza può considerarsi nella esistenza eterna ed
assoluta, oppure nella fenomenica nel tempo; è unica nella sorgente, è
molteplice nelle manifestazioni; soluzione che molti aggradiranno: ma
Giulio Cesare Scaligero, suo gran nemico, l'accusa sempre di averroista.
Più viene al caso nostro il passo _De subtilitate_, dove fa argomentare
un contro dell'altro un Cristiano, un Musulmano, un Ebreo, un Gentile, e
non tira alcuna conclusione, lasciando perfin sospeso il periodo.

I Gonzaga di Mantova tenevano per l'imperatore, e perciò avversavano il
papa; Ferrante Gonzaga era generale nell'esercito cesareo quando
saccheggiò Roma; Giulia Gonzaga era stata scolara del Valdes; Guglielmo
Gonzaga ricusò mandar a Roma alcuni, citati per eresia. Di ciò
indignato, e perchè Mantova fosse un nido d'eretici (BZOVIUS), il papa
voleva assalirlo colle armi nel 1566, ma gli altri principi
s'interposero. Pio V, a reprimer gli eretici, spedì a Mantova Camillo
Campeggi teologo del Concilio, il quale carcerò molti e processò, e otto
condannò a fare pubblica abjura in San Domenico. I costoro parenti
cercarono levar il popolo a rumore, affine d'impedire quell'atto, e non
riuscendo, insidiarono la vita dell'inquisitore, e ferirono due
Domenicani la notte di Natale. Il duca Guglielmo, dopo professatosi
ligio al Sant'Uffizio sino a offrirgli il proprio braccio se occorresse,
pubblicò severo bando contro que' riottosi, ma insieme domandò al papa
rimovesse il Campeggi (1568). Il papa, zelantissimo de' diritti
ecclesiastici, non v'acconsentì; anzi di que' disordini imputò la
tepidezza del duca. Questi era legato col Cellario, che conosceremo, e
prese sdegno dell'arresto e della morte di questo: e tutto il pubblico
n'era così irritato, che Pio risolse pubblicar la severissima bolla del
1569. E spedì colà san Carlo col cardinale Commendone, sicchè fu
infervorata l'Inquisizione, e gravissime procedure si fecero e abjure
pubbliche, non senza supplizj. Anche quelli che di là si erano dispersi
pel resto d'Italia perseguitò alacremente il Borromeo, finchè tutti gli
ebbe in mano.

Da Mantova era fuggito il canonico Strancario, che trovammo predicatore
antitrinitario in Polonia, ed Alfonso Corrado che in un commento
sull'Apocalisse scagliasi violentissimo contro i pontefici.

Il benedettino Giambattista Folengo, fratello di Merlin Coccajo autore
delle _Macheronee_, pubblicò commenti sulle Epistole e sui Salmi, che i
Protestanti trovarono nel loro senso, e vollero indurne ch'e' fosse del
loro pensare; vennero messi all'Indice, ma l'autore li corresse, e Paolo
IV non esitò a mandarlo in Ispagna, visitatore del suo Ordine.

Como, essendo contiguo a paesi settentrionali, soleva servire di
passaggio a uomini e cose infette, e da Germania vi si mandavano balle
di libri ereticali, come si scoprì poi nel 1549 per mezzo del
Sant'Uffizio di Roma[60]. Doveva fomentarvi le nuove idee la vicinanza
degli Svizzeri e de' Grigioni; pure, sebbene con cura speciale abbiam
indagato gli archivj di quella curia, dov'erano nelle visite indicati
tutti i miscredenti o sospetti, non trovammo alcun comasco personalmente
indicato, oltre il Minicio e il Gamba che già mentovammo. Questo è detto
bresciano dal Vergerio; certo fu morto a Como, e della prigionia e morte
di esso un minuto ragguaglio si ha in lettere scritte a un fratello di
esso da un comasco, e che furono ripubblicate dal De Porta[61].

Vedemmo come vi fosse trattato l'inquisitore Michele Ghislieri (VOL. II,
PAG. 430), il quale, mentre dal monastero di San Giovanni entrava in
città, fu preso a sassate dai ragazzi, sicchè a fatica ricoverò in casa
dell'Odescalchi, principal fautore del Sant'Uffizio: il governatore gli
comandò tornasse a Milano per quiete della città; ed egli il fece per
distorte vie, temendo incontrar la sorte di Pietro Martire. I canonici
comaschi andarono allora a portar discolpe a Roma: v'andò pure il
Ghislieri, e fu la prima volta ch'ei vide la città, ove poi dovea seder
pontefice. Vescovo di Como era allora Bernardino Della Croce, tenuto
però lontano da Carlo V come amico di Paolo III e de' Farnesi.

Gl'interpreti del Concilio di Trento nel maggio 1567 querelavano il
vescovo di Como perchè non avesse ancora stabilito il seminario nella
sua diocesi, esigendo la tassa stabilita su tutti i frutti che si
riscuotono nel vescovado, e la mezza decima su tutti i benefizj; gli
raccomandano di collocarvi di preferenza i figliuoli de' paesi infetti
di eresia; e questi paesi egli visiti di frequente e vi abbia
occhio[62].

Da Cremona nel 1528 fuggì per religione Bartolomeo Maturo, priore de'
Domenicani, che predicò a Vicosoprano fino al 1547, e morì a Tomiliasca
nell'Engadina, ove predicò pure Bartolomeo Silvio suo conterraneo. Di là
migrarono anche Giovanni Torriano, Agostino Mainardi, celebre ministro a
Chiavenna, Paolo Gaddi, un frate Angelo e Gian Paolo Nazzari domenicani;
Gajo Lorenzo minorita, Daniele Puerari, due Offredi, un Torso, un
Cambiaghi, un Fogliata, un Pelizzari. Paolo Orlandini, in una satira
contro gli astrologi, deride senza nominarlo un cremonese che avea
scritto intorno all'anticristo, alla riforma della Chiesa e alla fine
del mondo pel 1530.

Fra le lettere manuscritte nella biblioteca di Zurigo ve n'ha due di
Alfonso Roncadello, padre di famiglia, il quale narra al ministro di
Zurigo le persecuzioni che soffre, chiedendogli consolazioni. «Questi
poveri membri cristiani, afflitti ed aggravati da questa intollerabile
tirannide di anticristo, vi pregano caldamente che, insieme con tutta la
santa Giesa, pregate il Signor per noi ne dia tanta fede, che ne
liberarà da questa captività acciò potiamo offerire i corpi e l'anime
nostre come bene sia piaciuto a Dio».

Non è detto donde egli sia, ma lo crediamo tutt'uno con Alessandro
Roncadello cremonese, il quale morendo a Ginevra, legò trentotto corone
l'anno per li pii ch'erano fuorusciti d'Italia[63].

Di rimpatto in Cremona mostravansi zelanti contro gli eterodossi Angelo
Zampi domenicano, autore d'un'opera _De veritate purgatorj_; divenuto
inquisitor generale del ducato di Milano, colle multe imposte ad eretici
comprò fondi e case a favore del Sant'Uffizio, come diceva il suo
epitafio nel convento de' Domenicani a Milano. E quanto rigoroso
operasse il Sant'Uffizio di Cremona ci apparve già nel decorso di
quest'opera.

Isidoro Isolano milanese (1480-1550), domenicano, fu de' più zelanti a
repulsare Lutero, come avea ribattuto gli Averroisti e sostenuta
l'immortalità dell'anima secondo i filosofi. Contano fra i milanesi
Pietro Galesino, benchè nato ad Ancona, perchè lunghissima dimora fece
tra essi, e fu opportuno sussidio a san Carlo, pel quale compilò gli
atti o i sinodi, e l'ajutò nella restituzione dei riti, materia dov'era
versatissimo. Oltre moltissime opere ecclesiastiche e vite di santi,
accenna aver composto un volume _Contra Hæreticorum historiam_, che però
non abbiamo; confutò il Platina.

Magno Valeriano, nato in Milano il 1587 di illustre casa, resosi
cappuccino, andò in Germania, dove fu caro e onorato dall'imperatore e
dai principi; e fatto prefetto di quelle missioni, molti convertì, fra'
quali il margravio di Hermannstadt. Ciò inimicogli molti, anche
cattolici, e secondo un artifizio conosciuto, cercarono perderlo col
tacciar d'ereticale un'opera sua stampata a Praga. Facilmente dissipò
l'accusa; soffrì percosse, carcere, calunnie, e dopo sostenute onorevoli
ambascerie, morì il 1661, e fu sepolto con un epitafio di quasi ducento
linee, ove, in mezzo ad altre gonfiezze, si dice che la porpora
cardinalizia vergognossi di coprir col suo ostro lui, cui già di più
nobil ostro avea coperto il sangue versato per la fede cattolica. Molte
opere scrisse, polemiche e apologetiche, e quella _De Catholicorum
regula credendi_ (Praga 1628, Vienna 1641) gli attirò molte confutazioni
di acattolici e di socciniani.


NOTE

[46] SCHOELHORN, _Amœnitates ecclesiasticæ_.

[47] POLI _Epistolæ_ vol. III, _diatr._ p. 262.

Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la
regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere
Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra
dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:

        Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor
                          cardinale Contareno.

Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum
[Degli Psallj o _Precatores_ parla il Macri nello _Hierolexicon_]
hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam,
suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si
forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic
audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad
rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra
sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi
pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse,
tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ
scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione
digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere
videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus
verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola
videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut
videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde
mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi
ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te,
ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere
ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et
Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.

  Tui observantissimus famulus
   Hier. Vida, Albæ episcopus.


 Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello
                secretario secreto di Nostro Signore.

[Marcello Cervino, che fu poi papa.]

  In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici
  vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia,
  che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro
  signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto
  esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo;
  e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi
  giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto,
  et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni
  predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire
  predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso
  d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli
  christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni
  Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di
  justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla
  fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere
  obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà
  di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà
  che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo,
  imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse
  fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma,
  dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede
  che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto
  pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi.
  Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione
  sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è
  per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno
  questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono
  alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei
  catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e
  che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse
  precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di
  far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento.
  Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte
  volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una
  volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo
  di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina
  al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che
  prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di
  condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che
  la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate
  capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in
  Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo
  male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia
  di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse
  una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo
  d'Innocentio IIII in _Concilio Lugdunense_ fu fatta contra quelli
  i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el
  detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso
  tal delitto, come inimico della religione christiana fusse
  diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza
  altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi
  pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche
  sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese
  honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi
  predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa
  pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse
  electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona
  fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere
  executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron
  relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi
  per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare
  in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in
  queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare
  huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di
  sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et
  capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità
  et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione
  dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria
  reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal
  facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu
  di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o
  tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico,
  ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà
  se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo
  sia aretino) [Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo,
  che nel 1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli
  _Annali dei Servi di Maria_ al tom. II, pag. 131 dell'edizione
  lucchese del 1721], il quale or fa l'anno predicò gagliardamente
  in Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno
  poi predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma
  scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non
  bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male
  sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento
  predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a
  demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a
  tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse
  lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente
  depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per
  soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non
  procurassi per qualche via queste cose tanto periculose
  pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse
  opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria
  vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et
  illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui
  signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne
  opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse
  comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste
  cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè
  presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere
  quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo
  della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta
  sede, m'hanno spinto a ciò fare.

  Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et
  illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria
  vostra.

  In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.

  Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor
  Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio
  agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e
  reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur
  queste cose a sua beatitudine.

  Di vostra signoria

                                                 servitore
                                        Hier. Vida, vescovo d'Alba.


Segue la bozza d'un _Breve_, che il Vida proponeva alla Corte di Roma.

                           Paulus PP. III.
         Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.

  Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus
  Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa
  quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi
  assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie
  invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac
  spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum
  periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus
  sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum
  Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo
  christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis
  viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra
  dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso
  nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus
  debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant,
  congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis
  et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut
  accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ
  plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes
  puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator
  ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua
  erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate
  apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et
  mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et
  seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares,
  cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis
  exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles,
  hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium,
  consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito,
  persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque
  deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum
  exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere
  auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus
  examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu
  ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter
  nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra
  hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi
  causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis
  veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit
  hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ
  constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias
  pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque
  perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac
  mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint,
  tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine
  periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica
  labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo
  christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ
  sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non
  expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam
  juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a
  toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias;
  mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus
  nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis
  ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti
  fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam
  auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus
  præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et
  sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus
  constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque
  indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu
  simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis
  plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet
  concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa
  nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum
  esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic
  facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.

  _A tergo._ Dilecto filio Jo. Baptistæ Spetiano cæsareo senatori,
  ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.

  _Nota, tutta di pugno del Vida:_ — Si è facto questo schizzo per
  instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.

[48] Lettere al Bullinger, 10 giugno, 15 agosto, 22 agosto 1558, 29
luglio 1559.

[49] RAYNALDI _Ad ann._

[50] Conoscesi un'altra _Esortazione al martirio, colla Dottrina vecchia
e nuova_: e il Vergerio la dice opera di Urban Reggius (nato ad
Argalonga (?), morto il 1541), «il quale quasi tra i primi hanno
nominato e condannato; e anche in questa si vede la loro crudeltà, per
ciò che vogliono ogni giorno affliggere e perseguitare, cacciare in
prigione, metter in galera, mandare in bando, privare della dignità e
della roba questo o quello, e non vogliono pure che egli abbia dove
consolarsi».

[51] Intendo un panegirico al tempo della Repubblica Cisalpina.

[52] JULII POGGIANI _Epistolæ_, vol. II, pag. X.

[53] Carlo Borromeo come Pio IV erano milanesi, e qui per la Spagna
governava a Milano in que' giorni don Gonsalvo Ferrante di Cordova, duca
di Sessa.

[54] ROSCIO DE PORTA III, 10.

[55] Lettera del 29 ottobre 1535 a Gilberto Cousin (Cognato), nelle
opere di questo. Tom. I, pag. 313.

[56] Certe cronache esistenti nella Biblioteca Ambrosiana attribuiscono
siffatte prove alla duchessa di Guastalla, istitutrice delle Angeliche
di San Paolo.

[57] Dà a Milano 250 mila abitanti; cento piazze da vendita, e in Europa
non si trova città più abbondante di quella di cose da mangiare, come
ancora di orefici, armaruoli, tessitori di panni di seta ecc. Il
castello può assomigliare ad una mediocre città, mentre vi si trovano
contrade, piazze, palazzi, botteghe d'ogni sorta d'artefici.

[58] _Vita di Sisto V._

[59] Nella prefazione alla sua _Vita di Cromuel_ si legge: «Può dirsi
che le opere date in luce dal sig. Leti sino a quest'anno 1692 giungano
al numero di ottanta, senza comprendere il _P...nesimo moderno_, il
_Conclave delle P..._, il _P...nesimo di Roma_, il _Parlatorio delle
Monache_, il _Ruf... del gobbo di Rialto_; delle quali opere vogliono
autore il sig. Leti, che però da lui si nega; ed a' suoi confidenti,
allorchè l'interrogano sopra tal materia, suol rispondere: _Delicta
juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine..._ In italiano
ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come _il Letto fiorito_, _il
Trasporto d'amore_, _la Rôcca assediata_, _il Vicino avvicinato_,
_l'Oriuolo sonoro_ ed altri versi».

[60] Lo dice il Caracciolo, e vedasi il nostro Vol. II, PAG. 347.

[61] P. II, p. 258.

[62] JULII POGGIANI, _Ep._ vol. I, p. 417, e di nuovo alla 428 e 435.

[63] ROSCIO DE PORTA, vol. II, pag. 53.



DISCORSO XLII.

CLEMENTE VIII. I FILOSOFI NUOVI. BRUNO. CAMPANELLA. VANINO. FERRANTE
PALLAVICINO.


Tre papi si succedettero in pochi mesi del 1590 e 91: Urbano VII,
Gregorio XIV, Innocenzo IX: poi Clemente VIII, insediato il 1592, finiva
il 1605. Questi, prodigiosamente operoso, perseverante, circospetto
senza doppiezza nè nulla d'abjetto; esperto amministratore e geloso di
governar da sè, colla prudenza, la destrezza e l'aspettare compieva ciò
che non potesse di primo impeto; si oppose all'ambizione dei Medici come
alle pretendenze di Spagna, e riuscì a rimetter questa in armonia colla
Francia, staccare Enrico IV dall'Inghilterra e dall'Olanda, ricuperare
alla santa sede il ducato di Ferrara, preparare una grande spedizione
contro la Turchia. Ebbe la consolazione di ricevere deputati dal
patriarca d'Alessandria, che abjurava l'eutichianismo, e dai Greci di
Polonia, che passavano dalla chiesa rutena alla romana (1595): studiò
indefesso nella inesauribile disputa della Grazia, e vi pose un freno:
personalmente e con benevolenza trattava cogli eretici e co' filosofi:
tenne presso di sè il naturalista Cesalpino, benchè in fama di ateo, e
gli diè licenza di legger i libri botanici de' Protestanti: chiamò a
Roma il Patrizio, filosofo indipendente. Vero è che, avanzando in età,
mostrossi più severo; obbligò quest'ultimo a ritrattarsi, pose
all'Indice le opere di Telesio.

Nella bolla 25 luglio 1596 metteva: «Abbiam saputo con immenso rammarico
che molti fedeli, uscendo da varie parti d'Italia lor patrie, dove la
vera e santa cattolica apostolica religione è in vigore e pubblicamente
predicata, vanno in lontani luoghi, dove non solo serpeggia impunemente
l'eresia, ma è interdetto il pubblico esercizio della religione
cattolica, talchè colà anche le persone fedeli restano prive della messa
e dei sacramenti. Desiderando quanto possiamo ovviare a questi ed altri
mali, ordiniamo che nessun italiano, mercante o di qualsiasi condizione,
sotto nessun titolo o pretesto abiti o si stanzii in luogo dove non
v'abbia chiesa con parroco o sacerdote cattolico, e dove liberamente e
senza pericolo possano pubblicamente celebrarsi la messa e i divini
uffizj: essi italiani si astengano da nozze con donne eretiche, da
sepolture d'eretici, dal far levare al battesimo i loro figli da
eretici, nè valersi di medici loro, per quanto possono. Quando poi
rientrino in patria, si notifichino al vescovo e agli inquisitori, dai
quali saranno ammoniti seriamente ad osservare anche le pratiche della
Chiesa, e a sfuggire gli erranti; e attestino d'essersi almen una volta
l'anno confessati e comunicati, se no vengano puniti dagli inquisitori».

La bolla fu confermata da Gregorio XV, che ne promulgò un'altra contro
gli eretici che dimoravano in Italia, e chi li favorisse.

Nel pontificato di Clemente VIII restò famoso il processo di Giordano
Bruno. Nelle teorie del pensiero si era rotta la venerazione scolastica,
sia seguendo i Platonici teisti e i Neoplatonici panteisti, alcuni de'
quali vantavano l'unità di Plotino, alcuni la trinità razionale, alcuni
il risolversi delle cose in Dio: sia emancipandosi dall'autorità, e
tentando coll'esperienza e coll'induzione piantare teoriche nuove, con
quelle eccentricità, che taluni considerano come genio. Bernardino
Telesio di Cosenza (1509-88) ammetteva tre principj: due incorporei,
calore e freddo; uno corporeo, la materia, e li faceva non soltanto
attivi ma intelligenti, percependo i proprj atti e le mutue impressioni:
e dalle loro combinazioni esser nate le cose. Le sue opere dicemmo
proibite da Clemente VIII, nè a torto, se insegnava _quod animal
universum ab unica animæ substantia gubernetur_. In fatti al panteismo
vergeano tutte le teoriche d'allora, o non traendone le conseguenze,
come Marsilio Ficino che diceva _Deus fieri nititur_, eppure si mostra
tutt'altro che panteista; oppure intendendolo in un senso che non
vorremo giustificare, ma esplicare.

Qualche fisiologo o tassonomico riconosce che tutti gli enti, a
qualunque appartengano dei tre regni fittizj, sono _animati_: i minerali
hanno una vita latente di continuità; i vegetali una vita di
eccitazione; gli animali una vita istintiva; onde soli questi ultimi
sono non solo animati, ma _animali_. La cristallizzazione, cogli
stupendi suoi accidenti, attesta nelle molecole minerali una forza
propria d'informarsi e individuarsi, analoga alla forza plastica de'
germi vegetali; cioè il principio vitale, avente come forza sussidiaria
indispensabile l'etere, che però non tende a plasmare, sibbene a
dissolvere. In tal senso, secondo una dottrina ora abbandonata, il
Fusinieri asseriva che «tutto l'universo sensibile è in combustione». In
fatti ogni atto vitale cade su oggetto materiale: quest'azione importa
lavoro; il lavoro importa combinazione o decomposizione chimica, e
perciò combustione; sicchè può dirsi che tutto l'universo è in
combustione, o, secondo le teoriche moderne, è in moto; e da per tutto e
in tutto v'è l'alito della vita. Ciò forse intendeva il Bruno.

_Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che
esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati formalmente
promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico Berti pubblica s'un
giornale di Firenze una notizia, appoggiata a que' documenti, secondo la
quale potremmo modificare qualche cosa nel nostro racconto._

Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa Savolina, e
fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in Giordano quando si
monacò. Della patria e dell'infanzia sua ragiona egli spesso con
passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a quindici anni, ma una volta
diede via tutte le immagini de' santi, sol ritenendo quelle di Cristo; e
ad un frate, che leggeva le sette allegrezze della Madonna, disse: «Non
trarresti maggior frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui
trapelano le sue idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e
che tenevano delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a
Roma: ma vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le
positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i numi
saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene eterne»,
presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il pericolo e «non
esser costretto di assoggettarsi ad un culto superstizioso», gettò
l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte e altrove; indi pel Cenisio
nel 1576 uscì d'Italia, ecc.

In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau ambasciadore di
Enrico VIII.

Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.

A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo rimunera
con cinquecento talleri.

Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte,
Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo
invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si
recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora
nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un
bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.

Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora
avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e
fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e
infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il
processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che
l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno,
oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava
indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò
esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o
scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un
universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto
vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè
dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò
peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi
di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta
e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj
opportuni alla sua salute.

Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal
posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui,
ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe
gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari
ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri
di Roma il gennajo 1593.

Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova,
dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che
suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio
accomodata alla pietà e semplicità cristiana.

Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e
cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le
porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la
triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e
forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche
luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.

Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal
Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica
se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella _Storia degli Anni
Santi_, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di
quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del
Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.

Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia,
scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo
Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo
contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto
contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il
papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i
Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e
n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi
che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. _Et tamen sicut is
non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus._ Il
Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi
_majoribus remediis quam cartaceo igne_. Sarebbe stato il luogo di
mentovare il supplizio del Bruno.

J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il
Bruno e il Campanella, col titolo _Zwei Martyrer der Wissenschaft_.

Alle _Opere di Giordano Bruno, ora per la prima volta raccolte e
pubblicate da_ ADOLFO WAGNER (vol. 2, Lipsia 1830) precede una costui
vita, dove son mentovati tutti quelli che prima n'aveano scritto, e
mostrasi quanto mal lo facessero. Non si sa quando nacque: posto che
cominciasse a scrivere a vent'anni, e avendo scritto, al più, per
tredici anni, poi passatene sette in prigione, dovea esser giovane
allorchè morì nel 1600. Col repudiare le dottrine peripatetiche si fe
molti nemici, per sottrarsi ai quali gittò l'abito di domenicano, ed
uscì d'Italia come il figliuol prodigo, dic'egli, per poi tornarvi.
Arrivava a Ginevra quando vi moriva Francesco da Porto; ma coi discepoli
del defunto Calvino e con Beza non aveva comune se non l'avversione a
Roma: e risoluto a sciogliere colle proprie forze i problemi che
tormentano l'umanità, non potè reggere all'intolleranza religiosa, che
diveniva anche intolleranza filosofica a favore di Aristotele. A Tolosa,
che titolavasi la Roma della Garonna, egli eccita rumore colle sue
dottrine: ond'entra in Parigi nel 1579, e partecipa a quei _Galliæ
tumultus_ suscitato per motivi religiosi. Ad Enrico III profonde lodi
servili; e così alla Sorbona, ove dà lezioni pubbliche e private, e in
disputa solenne proclama un suo sistema di logica universale,
somigliante all'_Arte_ di Raimondo Lullo[64].

Migliori accoglienze ottiene in Inghilterra, dove stampa gran parte
dell'opere sue. Vi regnava allora Elisabetta, e le prosperità politiche
del costei regno distesero un velo sovra le persecuzioni di cui essa lo
macchiò, ben più cupe e calcolate che quelle d'Enrico VIII, il quale,
_per abolire la diversità d'opinioni_, avea moltiplicato i casi di
Stato, accumulando le pene di tradimento a quelle d'eresia. L'aver il
papa ricusato di riconoscer il divorzio di questo facea che Elisabetta
venisse considerata come bastarda, donde un'ira personale contro del
pontefice e de' Cattolici. È però falso che il papa ne irritasse gli
sdegni, anzi Pio IV cercò ogni via di calmarla, e mandò Vincenzo
Parpaglia, uom d'ingegno, favorevolmente conosciuto alla regina per
esser dimorato in Inghilterra sotto il regno precedente; il quale dovea
portar una lettera tutta affetto, promettendole non solo tutto quanto
potesse contribuire alla salute dell'anima sua, ma pur quanto ella
desiderasse per assodare la sua dignità regia, conforme al ministero
affidatogli da Dio. «Se ritornate in sen della Chiesa, come desideriamo
e speriamo, saremo pronti a ricevervi coll'amore e la gioja onde il
padre del Vangelo accolse il reduce figliuolo: tanto più che voi
ricondurreste tutto il popolo inglese».

Il legato non potè tampoco arrivare in Inghilterra; Cecil e gli altri
consiglieri di Elisabetta ne aizzarono i rancori, ne sbigottirono
l'ambizione, e proruppe una persecuzione, ove eroicamente sepper
resistere alcuni Cattolici, che formano una nuova serie di martiri[65].
Re e parlamento sancirono leggi d'un'intolleranza, qual mai non si era
veduta ne' paesi cattolici, e che è bene ricordare quando colà sono
abolite, mentre s'impiantano o s'invocano in paesi cattolici, a nome
della negazione e d'una bugiarda libertà. A qualunque ecclesiastico usi
altro rituale che l'anglicano, carcere a vita, come a chi assista a
preghiere o riceva sacramenti con rito diverso: la morte de' traditori e
la confisca a chi sostenga la giurisdizione spirituale d'alcun prelato
straniero: incapacità d'ogni officio a chi non giuri la supremazia
spirituale del re: chi dalla anglicana trae taluno alla Chiesa romana è
reo di tradimento; di complicità chi non le rivela. L'assistere alla
messa porta la multa di ducento marchi e dodici mesi di prigione.
Chiunque, compiti i sedici anni, non interviene all'uffiziatura
anglicana, paghi venti sterline per mese: ducento se persiste, e la
prigione: anzi dappoi vi si aggiunsero l'esiglio e la confisca.
Qualunque prete entri nel regno, s'abbia per traditore e mandisi a
morte. La dichiarazione contro il papismo sia mandata a tutti i papisti,
e devano sottoscriverla, pena il bando o la prigione a vita. Cento lire
sterline di premio a chi arresta un prete o vescovo papista, o lo
convince d'aver detto messa, o fatto altro atto di quel culto[66].

Alla memoria di Elisabetta o della sua gran nemica e vittima Maria
Stuarda annettesi quella di David Rizio. Questo torinese, ito a
Edimburgo col conte della Moretta rappresentante della Casa di Savoja
presso la regina Maria Stuarda, acquistò le grazie di questa, e la
serviva da segretario, confortandola a perseverar nella religione
cattolica. In conseguenza dava uggia al partito protestante, che
desiderava la dominazione dell'Inghilterra su tutta l'Isola; e volendo
perderlo cominciò, dal calunniarlo, dicendo fosse amante della regina.
Lo credesse o no, Enrico Darnley, marito di essa e d'accordo cogli
acattolici, lasciò che il duca di Rothsay e Ruthwen lo pugnalassero,
invan rifuggito dietro alla regina, gravida. Si moltiplicarono romanzi e
tragedie sugli adulterj della infelice Stuarda: essa la più bella regina
d'Europa, il Rizio piccinacolo e contraffatto: lo stesso Ruthwen le
dichiarò averlo ucciso perchè fautore dei Cattolici[67]. Così col
corrompere l'opinione preparavasi l'assassinio legale che della Stuarda
fece la superba Elisabetta.

A questa Elisabetta retoriche adulazioni prodiga Giordano Bruno,
chiamandola «unica Diana, qual è tra noi quel che tra gli astri il
sole». Ad Oxford egli sostenne l'immutabilità dell'anima e il moto della
terra, che allora era rifiutato dalla patria di Newton; ma quella
Università avversava pur essa i liberi lanci dell'immaginazione, talchè
il Bruno non potè durarvi. Recatosi in Germania, s'indugiò a Wittemberg,
già palestra di Lutero e di Melancton, il quale vi avea tornato in onore
Aristotele. Il Bruno loda la tolleranza di que' professori anche ver
lui, benchè diverso di fede[68]; e sfrenatamente esalta Lutero. «Il
vicario del tiranno dell'inferno, volpe e leone, armato delle chiavi e
della spada, di astuzia e di forza, di finezza e violenza, di ipocrisia
e ferocia, aveva infetto l'universo d'un culto superstizioso e
d'ignoranza brutale, sotto il titolo di sapienza divina, di semplicità
cara a Dio. Nessuno osava opporsi a questa belva vorace, quando un
novello Alcide si levò per riformar il secolo indegno, l'Europa
depravata a stato più puro e più felice; Alcide superiore all'antico
perchè più grandi cose compì con minori sforzi, uccise un mostro più
potente e pericoloso degli antichi: e sua clava fu la penna. E donde
venne questo eroe se non dalle fiorenti rive dell'Elba? Qui il cerbero
da tre teste, cioè dal triregno, fu tratto dal tenebroso orco, costretto
a guardar il sole, e vomitar il suo veleno.... Tu vedesti la luce, o
Lutero, tu intendesti lo spirito divino che ti chiamava, e gli
obbedisti, e corresti, debole e senz'armi, contro allo spaventevole
nemico de' grandi e dei re; e coperto delle sue spoglie, salisti al
cielo»[69].

Questi vanti a Lutero non significano gran cosa per chi abbia letto le
putide lodi che il Bruno sparpagliò lungo tutto il suo viaggio. Pur la
leggenda popolare ritenne che a Wittemberg egli avesse fatto l'elogio
del diavolo, e patteggiato con esso. Aveva in fatti parlato spesso del
diavolo con una famigliarità, che dovea scandolezzare quando tutti il
temevano; chiamatolo _uom da bene_; trovatolo accorto perchè mostrò i
regni della terra non dall'antro di Trofonio, ma dal vertice d'una
montagna; e sperare che anche i demonj sarebbero salvati, non potendo nè
Dio restar eternamente implacabile, nè essi aver luogo in un mondo
perfetto[70]: e chi sa che non abbia voluto di sottilità dialettica e
oratoria far prova coll'elogio del diavolo? Mal conchiusero si fosse
fatto luterano, perchè nella _Oratio consolatoria habita in ill.
Academia Julia_ di Helmstedt accenna essere stato _ad reformationis
ritus exhortatus_.

In realtà, con ardore d'apostolo predicò nelle varie Università e Corti
d'Europa la teoria di Lullo, il sistema mondiale di Pitagora, il
panteismo eleatico, vestito di forme neoplatoniche; or applaudito ora
scomunicato; non rassegnandosi alle dottrine legali, sempre irrequieto e
in battaglia cogli emuli, coi Calvinisti a Ginevra, coi Cattolici a
Tolosa e Parigi; sempre geloso della libertà del filosofare, nella quale
non conosce punti di fermata; sempre guidato da una superbia fin
ridicola[71]. Vantavasi d'esser esule dalla patria per gli onesti
argomenti e studj suoi sulla verità, pei quali di rimpatto trovavasi
cittadino tra gli stranieri; ivi esposto alla vorace gola del lupo
romano, qua libero; ivi morto dalla violenza de' tiranni, qua vivo per
la giustizia e cortesia d'ottimi principi. E spesso si lagna, come han
dovuto far tutti gli Italiani, di persecuzioni e invidie patrie.
«Bisognava che fosse un animo veramente eroico per non dimettere le
braccia, disperarsi e darsi vinto a sì rapido torrente di criminali
imposture, con quali a tutta possa m'ha fatto impeto l'invidia
d'ignoranti, la persecuzione di sofisti, la detrazione di malevoli, la
mormorazione di servitori, li sussurri di mercenarj, le contraddizioni
di domestici, le suspizioni di stupidi, gli scrupoli di riportatori, gli
zeli d'ipocriti, gli odj di barbari, le furie di plebei, furori di
popolari, lamenti di ripercossi, e voci di castigati».

In fondo di quella dottrina, rispondente all'indole ontologica del
pensiero italiano, egli era assolutamente panteista, facendo il mondo
animato da un'intelligenza onnipotente, causa prima non già della
materia, ma delle forme tutte che la materia può assumere, e che vivono
in tutte le cose, anche quando non sembrino vivere.

La sua dottrina appare specialmente dalla _Cena delle Ceneri_, e nei
libri della _Causa, principio ed uno_, dell'_Infinito, universo e
mondi_. Il suo primo reale è un'unità infinita eterna, sottoposta al
multuplo e al visibile, identità degli opposti come coincidenza del
tutto, e fuor della quale non può darsi nulla. Nell'uno van confusi
finito e infinito, spirito e materia: l'unità è Dio, essenza di tutte le
cose: tra l'uno minimo e il massimo è tutto indifferentemente: Dio si fa
tutto; è tutto quello che può essere, universo, mondi, monade, numero,
figura[72]; è potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli atti, vita
di tutte le vite, anima di tutte le anime, essere di tutto l'essere.
S'egli manifestasi nella pluralità è il mondo, sicchè il mondo è Dio,
animale santo, sacro, venerabile[73]. La natura è Dio che si estrinseca,
ed eternamente ritorna in sè; talchè natura naturata e natura naturante
son tutt'uno, e ogni cosa ha in sè latente la divinità, la quale può in
una sfera infinita amplificarsi. Nell'essere non manca mai nulla: tutto
è buono in sè: la morte è tramutazione: il male è apparenza soltanto.

Come si concilii il finito coll'infinito, l'ideale col reale, la libertà
colla necessità, è l'indagine sua, e proponeasi quello cui non riuscì,
cioè di non volatilizzar la materia ed intirizzire lo spirito, ma
verificar la natura, e non dividere colla ragione ciò ch'è indiviso
secondo natura e verità. L'atto assolutissimo e l'assolutissima potenza
non possono intendersi se non per modo di negazione; e a conoscer i
misteri della natura occorre indagare il massimo e il minimo, le
opposizioni e le repugnanze, attesochè la differenza nasce dall'unità e
a quella ritorna. Per mantener dunque quest'intima unità della natura e
della mente, eliminò quanto vi era di finito nel concetto dell'infinito;
quello a cui non s'attaglino nè tempo, nè spazio, nè moto, nè quiete, se
non in quanto tali categorie s'identifichino nell'universo ed uno. E
l'universo è uno, infinito, immobile, essendovi una sola potenza
assoluta, un solo atto assoluto, una sola anima del mondo, una materia
sola, una sola sostanza; che è l'altissimo ed ottimo, incomprensibile,
indeterminabile, senza limiti nè fine, non generabile, non
distruttibile. Esso non è materia, perchè non ha forma determinata; non
è forma, perchè non costituisce una sostanza particolare; non è composto
di parti, perchè è il tutto e l'uno. Nell'universo, tutto è centro, e il
centro è dapertutto, e in niun luogo la circonferenza, e così viceversa.

La sostanza prima e suprema non è cognoscibile, bensì l'anima del mondo,
che il Bruno chiama artefice interno, ed è il formale costitutivo
dell'universo e di quanto vi si contiene. Sua prima e reale facoltà è
l'intelletto universale.

Tre sorta d'intelletto si danno; il divino che è tutto; il mondano che è
fatto; i particolari che si fanno tutto, e questa è la vera causa
efficiente, non solo estrinseca ma anche intrinseca.

Nella natura vi ha due generi di sostanza: una ch'è forma, l'altra ch'è
materia, potenza e soggetto: nell'una è la facoltà del fare, nell'altra
la facoltà d'esser fatto. Nella natura, per quanto si varii in infinito,
la forma è una materia medesima; come si succedono seme, erba, spica,
pane, chilo, sangue, seme, terra, pietra ecc. Sole le forme esteriori si
cambiano ed anche s'annullano, perchè non sono sostanze, ma accidenti di
queste. Ogni cosa è in ogni cosa, poichè in tutte essendo l'anima o la
forma universale, da tutto si può produr tutto. Secondo la sostanza, il
tutto è uno. Nessuna cosa è costante, eterna, eccetto la materia, unico
principio sostanziale, che sempre rimane.

Questo principio, detto materia, può esser considerato come potenza e
come soggetto. In quanto potenza, non v'è cosa in cui non possa
trovarsi, come attiva o come passiva. La passiva può considerarsi o
assolutamente, cioè quel che è, può essere; e allora risponde alla
potenza attiva in modo che l'una non è senza l'altra. Ognuno la
attribuisce al primo principio naturale, che è tutto ciò che può essere;
e che non sarebbe tutto se non potesse esser tutto; onde in lui la
potenza e l'atto son tutt'uno. L'universo è tutto quel che può essere
per le specie medesime, e contiene tutta la materia; ma non è tutto quel
che può essere per le differenze, i modi e le proprietà individuali. Non
è dunque che un'ombra del primo atto e della prima potenza, e in lui
l'atto e la potenza non sono la cosa stessa. Nell'anima del mondo, che è
forza e potenza del tutto, le cose son tutt'uno; e scopo d'ogni
filosofia è appunto il conoscer l'uno nel tutto, il tutto nell'uno.

Il senso non cape l'infinito. La verità trovasi nell'oggetto sensibile
come in uno specchio; nella ragione a modo di argomentazione;
nell'intelletto a modo di principio e di conclusione; nella mente colla
propria forma.

Ma se il mondo fosse finito, e fuor del mondo non v'è nulla, esso saria
qualche cosa di irreperibile. Se fuor della superficie non v'è nulla,
questo nulla è un vuoto, più difficile a immaginare che non l'universo
infinito. Se è bene che il mondo esista, è bene che quel vuoto sia
riempiuto, e perciò i mondi saranno innumerevoli, innumerevoli questi
individui, grandi animali, di cui uno è la nostra terra. La divina
potenza non può rimanere oziosa.

Mentre ciascuno dei mondi infiniti è finito, perchè ciascuna sua parte è
finita, Dio è tutto infinito perchè esclude ogni termine, ed è anche
totalmente infinito perchè è tutto in tutto il mondo e in ciascuna
parte. Chi nega l'effetto infinito nega l'infinita potenza. Essendo
l'universo infinito e immobile, non bisogna cercare estrinseco il motore
di esso: perocchè gl'infiniti mondi contenuti in quello si muovono per
principio interno, per anima propria.

I principj attivi di moto sono due: l'uno finito, com'è finito il
soggetto; l'altro infinito come l'anima del mondo. L'infinito è
immobile; onde l'infinito moto e l'infinita quiete equivalgono. Corpi
determinati han determinato moto. Uno è il cielo, continente universale,
in cui tutto si muove e scorre; gl'infiniti astri non vi sono affissi,
ma si muovono e si reggono; e per esempio la nostra terra ha quattro
moti; l'animale del centro, il diurno, l'emisferico, il polare.

Così cercando le relazioni tra il finito e l'infinito, e come riducansi
all'unità, anzichè riconoscer una causa creatrice il Bruno vuol mostrare
che nell'infinito le contraddizioni cessano, i contradditorj
s'identificano. Come tutti gli altri panteisti, pretende combatter il
panteismo, e il suo sistema esser l'unico mezzo di evitarlo, perchè
«conforme alla vera teologia»[74]. E soggiunge: «Così siam promossi a
scoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio
dell'infinito vigore, ed abbiamo dottrina di non cercare la divinità
rimota da noi, se l'abbiam a presso, anzi dentro, più che noi medesimi
non siam dentro a noi».

Il suo «Spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato
dal consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da
Saulino, registrato da Nolano» (Parigi 1594) vien creduto da taluni
un'opera spaventevole contro Roma, mentre è solo una stravagante
allegoria per introduzione alla morale. Nel _Candelajo_ porgesi
grossolanamente osceno. Nella _Cena delle Ceneri_ accenna a due altre
opere sue, l'_Arca di Noè_, dedicata a Pio V, e il _Purgatorio
dell'Inferno_.

Intollerante, sarcastico, esalta se stesso quanto dispregia gli altri;
espone dogmaticamente ciò ch'è più che contestato; manca di gravità ne'
problemi più serj, ripetendo le celie che correano sulle cose sacre, e
nominando il Dio degli Ebrei e i Galilei: attacca l'immacolata
concezione e la transustanziazione, la quale riusciva logicamente
incompatibile colla sua idea della sostanza una: ogni volta che trova
contrasto fra la religione e la ragione, s'appiglia a questa: molte
volte le più strane opinioni mette in bocca d'interlocutori, poi si
dimentica di confutarle; e si propone di «spegner il terror vano e
puerile della morte»; atteso che «la nostra filosofia toglie il fosco
velo del pazzo sentimento circa l'Orco e l'avaro Caronte, onde il più
dolce della nostra vita ne si rape ed avelena»[75].

Fra le stravaganze ha veri meriti filosofici, che lo fecero paragonare
allo Schelling nel padroneggiare coll'astrazione le meraviglie visibili
e invisibili nel punto ove si confondono il creato e l'increato.
Realmente fu razionalista due secoli prima di Hegel, al quale diede la
formola, cioè la concordia dei contraddicentisi[76]; e lo lodano d'aver
voluto rivendicare i diritti della ragione, smaniosa di emanciparsi. Ma
quelli non erano tempi ove si sapesse distinguere il fallo morale dal
civile. Chi conosce il cuor umano e la storia non prenderà meraviglia
che il Bruno, dopo sì patente apostasia, osasse ritornar in Italia.
Stette tranquillo due anni a Padova in mezzo ad illustri aristotelici,
egli loro avversario; ito poi a Venezia, vi si tenne ignoto, finchè un
suo confidente lo palesò a quel Governo, che lo colse il 23 maggio 1592,
e pose nelle carceri. A nome del cardinale di Santa Severina,
l'inquisitore venne a domandarlo «perchè imputato non solo di eretico,
ma anco di eresiarca: compose varj libri dove loda la regina
d'Inghilterra e altri principi eretici: scrisse varie cose concernenti
la religione che non convenivano, benchè parlasse filosoficamente; è
apostato, essendo uscito dai Domenicani; visse a lungo a Ginevra, e in
Inghilterra; fu per la stessa imputazione inquisito a Napoli e
altrove»[77]. Non si volle consegnarglielo, e fu tenuto in carcere sei
anni, durante i quali non possiamo che immaginare quanto soffrisse. Due
sono i processi ivi fattigli, e sebbene possa attribuirsi importanza
colà dov'egli spiega le sue idee, troppo ci è noto come, in tali
frangenti, uno le modifichi e temperi per difesa; nè gl'inquisitori
veneti poteano esser arguti accademici, da seguire il filo dei suoi
ragionamenti. Basti dunque soggiungere che il senato non potè, secondo
il diritto internazionale d'allora, negarlo a nuove richieste, e lo
consegnò all'Inquisizione romana.

Viveva allora a Roma Gaspare Scioppio, famoso erudito tedesco, nato il
1576 a Neumark nel Palatinato; da Clemente VIII tratto a Roma, e
attaccato al cardinal Madruzzi, dove abjurò il protestantismo, dicendosi
convinto dalla lettura degli Annali del Baronio. Scrisse opuscoli sulle
indulgenze, sul giubileo, sulla supremazia papale ecc., e controversie
cogli abbandonati suoi correligionarj, sempre litigioso, talvolta
paradossale; difese il Machiavello: accusò Leone Alazio di aver
distratto i migliori libri della biblioteca di Heidelberg, acquistata
dal papa: e fu creduto autore dei _Monita secreta Jesuitarum_.

Era egli sui ventiquattr'anni quando il Bruno fu condannato, e
raccontandolo a Corrado Rittershausen rettore dell'Università di Altorf,
gli dà la sua parola d'onore che nella gran città nessun luterano o
calvinista è punito di morte, nè tampoco corre pericolo, purchè non sia
recidivo o scandaloso: essendo proposito di sua santità che ognuno
viaggi liberamente, e ottenga benevolenza e cortesia. Aggiunge d'un
Sassone, che un anno era vissuto familiarmente col Beza, eppure fu
umanissimamente accolto dal cardinal Baronio, confessore del papa, e
affidato, purchè non desse scandalo. Qui prosegue a narrare come il
Bruno venisse sottoposto a processo. Molti teologi recaronsi per
convincerlo, e il Bellarmino, il cardinale inquisitore, forse il papa
stesso: egli or nicchiava, or asseriva, cercava tirar in lungo, sperando
negli eventi. Finalmente il 9 febbrajo 1600 condotto avanti al palazzo
dell'Inquisizione, in presenza di teologi, consultori, persone onorevoli
per senno, età e cognizioni di diritto e teologia, e del magistrato
pubblico, a ginocchio udì la propria sentenza, motivata specificatamente
sulle azioni di tutta la sua vita: e non volendo ritrattarsi, ebbe
condanna, meritata a parer dello Scioppio, perchè ateo e apostolo di
dottrine assurde (_nugae_).

«Se voi cristiani foste in Italia (dice lo Scioppio) udreste
generalmente che fu bruciato un Luterano. Ma sappiate che gl'Italiani
non vanno molto per la sottile nel discernere gli eretici, e chiaman
tutti luterani. Del resto Lutero, questo quinto evangelista, questo
terzo Elia, sarebbe stato trattato dai Romani come adesso il Bruno.
Questi due mostri non insegnarono lo stesso genere di errori o d'orrori,
ma ciò che insegnarono è del pari falso e abominevole. Lutero sarebbe
stato arso pei pretesi dogmi e oracoli suoi: Bruno il fu per aver
sostenuto tutte le abominazioni che mai ponessero innanzi i falsi
pagani, e gli eretici antichi o moderni. L'uno il fu, l'altro il sarebbe
stato, perchè non è permesso a ciascuno di credere e professare ciò che
vuole.

«L'Inquisizione non gli imputa le credenze luterane; ma d'aver
assomigliato lo Spirito Santo all'anima del mondo; l'ispirazione sacra
alla vita dell'universo: paragonati Mosè, i profeti, gli apostoli,
Cristo ai magi, agli jerofanti, ai legislatori politeisti, levando ogni
barriera fra il popolo santo e gli etnici; ammetteva molti Adami come
molti Ercoli; credeva, o almeno (poichè amator del paradosso) sosteneva
la magia, e per mezzo di essa aver operato Mosè e Cristo. Che se egli
per magia intendea forse la cognizione delle leggi naturali,
l'Inquisizione non avea torto di dire che, elevandola così, turbavasi
l'intera società, riconosceasi a Belial il potere di sovvertir tutta la
Chiesa, attaccavasi la religione nelle coscienze».

Molte asserzioni fisiche del Bruno parvero tanto assurde, che
l'Inquisizione neppur si badò di confutarle: come quelle sugli atomi,
sulle monadi, sulle macchie del sole; la pluralità dei mondi infiniti
parve bestemmia, e l'udirgli parlare di «miriadi di mondi, un concilio
di astri, un concistoro di stelle, un conclave di Soli, un tempio
dell'universo, un libro aperto dall'oriente all'occidente, e in tutte le
lingue del creato». Udendo che la terra non dipende dalla Provvidenza,
ma da leggi impreteribili; che la nostra specie, redenta da Cristo, non
è lo scopo della creazione, ma abita un de' mille pianeti, il quale non
è centro del sistema, ma lanciato nello spazio come gli altri,
sgomentavasi l'angusta religione; scandolezzavasi quando il Bruno
sosteneva che il sistema di Tolomeo, «piccolo come il cervello d'un
peripatetico», restringe l'immensità di Dio, pel quale vuolsi un
universo «senza margine»; il cielo non esser diverso dalla terra; noi
abitanti, d'un pianeta, siam nel cielo.

Ciò significava che la Chiesa non era più unica interprete della natura,
e che le leggi di questa son impreteribili più de' suoi pensamenti; e
poichè la ragione ha la potenza e il diritto d'interpretar i fenomeni
della natura, potrà criticar pure le opinioni che la Chiesa se ne formò,
e che trae dalla sacra scrittura. Questa è un codice di leggi morali e
religiose, non un'esposizione di filosofia naturale; parlando a uomini
semplici, essa adoprò il linguaggio vulgare, e parlò delle apparenze,
non della realtà. E qui ad Aristotele e a Tolomeo, ai dettati della
Scuola e all'illusioni degli occhi opponeva Pitagora, Platone, il
cardinale Cusa che annunziò il moto della terra; Paolo III che accettò
la dedica di Copernico; e più di tutti l'intelletto, dal quale soltanto,
e non dai sensi, può esser afferrato l'infinito.

Quanto la cosmologia, altrettanto restava ampliata l'azione di Dio, non
più ristretto nella «tragedia cabalistica» ch'è la teologia del
medioevo, ma con azione viva e libera, prodotta dallo studio vero della
creazione. Eppure per tale asserzione unica il Bruno veniva dichiarato
ateo, quasi, facendo governar il mondo da leggi stabili, escludesse il
bisogno di Dio. Del che l'Inquisizione non verrà troppo incolpata da chi
veda, nel secolo successivo, fuor delle passioni del momento e fin delle
convinzioni religiose, l'erudito più spregiudicato, il filosofo più
scettico, sentenziare che «l'ipotesi di Bruno è nel fondo quella di
Spinosa: entrambi unitarj esagerati: fra questi due atei la sola
differenza consiste nel metodo: Bruno adoprando quel de' retori, Spinosa
quel de' geometri. Bruno non ridusse l'ateismo in sistema, non ne fece
un corpo di dottrina legato e intessuto al modo de' geometri: non si
brigò della precisione; si servì d'un linguaggio figurato che sottrae
spesso le idee giuste. L'ipotesi d'entrambi sorpassa il cumulo di tutte
le stravaganze possibili a dirsi; è la più mostruosa ipotesi che uom
possa immaginare; la più assurda, la più diametralmente opposta alle
nozioni più evidenti del nostro spirito»[78].

Dall'Inquisizione dato al braccio secolare _ut quam clementissime et
citra sanguinis effusionem puniretur_, fu condannato ad esser arso in
Campo di Fiore. Udendo la sentenza esclamò: «Avete più paura voi nel
proferirla che io nel riceverla». Narrano che, offertogli il Crocifisso,
ricusasse baciarlo: che ripetesse le parole di Plotino: «Fo un estremo
sforzo per ricondurre ciò che v'ha in me di divino a ciò che v'ha di
divino nell'universo»[79]. Forse sosteneva la sua costanza il pensare
quel che altrove scrisse, «Il morir in un secolo fa vivo in tutti gli
altri». E bruciò il 17 febbrajo; le ceneri ne furono disperse al vento.

Dopo così circostanziato racconto parrà strano che v'abbia chi asserisce
che sol la sua immagine fosse bruciata[80]; esser finzione la lettera
dello Scioppio, arguto grammatico ma furioso intollerante. Noi lo
brameremmo, e buon argomento ce ne darebbe il non trovare il suo
supplizio mentovato da altri. Vedemmo e vedremo come i residenti in Roma
riferissero alle loro Corti gli accidenti della gran città, nè mai
tacevano queste esecuzioni d'eretici. Ebbene, noi, per cercare, non
udimmo accennarsi del supplizio del Bruno, neppure dal ministro veneto,
che pur v'avea maggior interesse. Ma come è stranissimo che si dubitasse
del supplizio inflitto a un tal uomo, in mezzo a Roma, con formale e
lungo processo, così ci parve un fatto notevole che lo Scioppio,
virulento difensore di Roma, credesse onorarla col narrare quel
supplizio, e insultare coi sarcasmi alla vittima.

Tre anni dopo, le sue opere tutte furono poste all'Indice. Nessuno al
suo tempo vi pose attenzione, ma ai dì nostri parvero precorritrici
degli ardimenti della scuola tedesca, come ad esso aveano precorso
Parmenide e Anassagora. E per verità carattere del Bruno è l'esame
individuale, che per unico criterio accetta l'evidenza: fu il primo che
contemplasse il mondo da puro metafisico, ricercando, come oggi dicesi,
l'assoluto; senza curarsi dell'esperienza, indagò le cause de' fenomeni
non nella materia stessa, bensì nel _lume interno_, nella _ragion
naturale_, nell'_altezza dell'intelletto_, avventurandosi a divinazioni
talora anche fortunate sopra i moti delle stelle fisse, la natura
planetaria delle comete, l'imperfetta sfericità della terra, mentre
altrove divaga negli spazj infiniti, pieni di mondi splendenti di luce
propria, sognando anime del mondo, e relazioni dell'intelligenze superne
coll'universo, per istabilire l'armonia di tutte le cose fra loro. Come
Schelling coll'astrazione padroneggia le meraviglie visibili e
invisibili, dove si confondono il creato e l'increato: ma negando però
l'intuizione dell'assoluto, differisce da Schelling, il quale afferma
che l'assoluto viene nel nostro intelletto alla coscienza di sè: laonde
vuol trovare la certezza nell'unità dell'essere colla scienza, cioè
nell'identità di tutte le cose e di tutte le idee in sè e fra loro.
Mentre il Bruno non volle far che un sistema ontologico, Schelling lo
accetta, ma pretende identificarlo col pensiero, in modo che la
coscienza attesti l'identità di tutti i contrarj nell'assoluto.

Mente solitaria e passionata, il Bruno ha pensieri suoi come suo stile,
mescolato di sublime e triviale, d'inni e d'improperj. Ingegno vago,
paradossale, grande e strano, coltivando la filosofia come una
religione, combattendo la Scuola che confondea colla Chiesa, bello,
melanconico, bollente come il patrio Vesuvio, non sapea bene quel che
volesse, mancava del sentimento della realità, che fa sagrificar le
forme al fondo e non volea nascondere o temperar la propria opinione,
comunque repugnante dalla universale. Ma quando il vediamo voler fondare
una _filosofia nolana_, e prometter di svolgere tutto purchè ci abbia
tempo, siamo condotti a relegarlo fra coloro che abbandonano le leggi
universali del pensiero e le armonie di esso colla realità, per gittarsi
a quelle del senso e dell'amor proprio.

Va unito al Bruno Elia Astorini di Cosenza carmelitano, il quale dagli
aristotelici passò ai filosofi nuovi, fu inquisito come eretico e mago,
onde fuggì a Zurigo, poi a Basilea e in varj paesi di Germania, cercato
a maestro e riverito. Aderì alla protesta, ma come vide que' gran
maestri di teologia osteggiarsi e scomunicarsi fra loro, si persuase non
poter trovare riposo che nell'unità cattolica. Pertanto si diede a
combatter Luterani e Calvinisti con erudizione e solidi ragionamenti; e
assolto, fu mandato predicar a Firenze e a Pisa, poi a Roma; infine
stanco delle contraddizioni, si raccolse tutto a vita studiosa.

Tommaso Campanella, nato a Stilo nell'estrema Calabria il 1568, e
vestitosi domenicano, udendo una disputa in Santa Maria la Nuova a
Napoli, vi piglia parte, e vince tutti: donde cominciarono le
malevolenze, cresciute allorchè comparve poeta, mago, astrologo.
Perseguitato nel regno perchè difende Telesio, va a Padova dove ottien
poca fortuna; e avendovi sostenuto disputa con un ebraizzante, a Roma è
inquisito per non averlo denunziato.

Arditissimo pensatore ma disordinato, mal distingue le proprie illusioni
dalle intuizioni, e cambia facilmente secondo la passione[81]. Fissosi a
sottrarsi alle possibilità di Lullo e alle formole della scolastica,
divaga nella speculazione di principj supremi organici per riordinare
tutto il sapere e l'operare umano, e stabilir sopra l'esperienza una
filosofia nuova della natura. Volendo però combinarla colla rivelazione,
non potendo esser vero in filosofia ciò che sia falso in teologia, evita
d'affrontare con indipendenza il problema fondamentale della metafisica,
e intanto trascende i limiti teologici, per raffigurar la rinnovazione
dell'uomo mediante la scienza.

Agli scettici vorrebbe opporre un dogmatismo filosofico, atteso che la
ragione sente necessità di raggiungere il vero, a segno, che, per
impugnarlo, anche lo scettico ha mestieri di certi postulati. Al qual
vero egli suppone che l'umanità arrivi per una scala, la quale ricorda
l'educazione progressiva del Lessing. Perocchè mette che Iddio, dalla
prima antichità, parlò agli uomini mediante le varie religioni,
rivelandosi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli oracoli, ai Romani
cogli auspicj, agli Ebrei co' profeti, ai Cristiani coi Concilj, ai
Cattolici coi papi, dilatando la cerchia delle sue rivelazioni man mano
che lo scetticismo e l'incredulità corrompevano i popoli. Le scoperte
moderne sono l'ultimo termine di questa tradizione divina, che sempre
superiore alle operazioni deplorabili e alla gretta politica degli
uomini, finirà col congiungere tutti in una sola credenza, in
quell'unità del genere umano che Augusto intravide, e che la ragione
esige affinchè cessino i flagelli naturali, e le regioni più diverse
ricambiino fra sè tutti i beni.

Non vi pare questa una pagina de' Sansimoniani?

I suoi concetti filosofici e politici atteggiò nella _Città del Sole_,
specie di utopia, dove il frate non sa dimenticar la gerarchia e le
regole claustrali, ma che previene di due secoli i falansteri e le
fraternite de' nostri contemporanei. Vinta l'imprevidenza dell'uomo,
l'antagonismo degli Stati, sin la fatalità della natura, si formerà una
società felice, dove (tacendo il resto) un nuovo culto senza misteri
raccoglierà nel tempio medesimo le immagini di Pitagora, di Cristo, di
Zamolxi, dei dodici apostoli.

Eppure il Campanella era un intollerante. Coi novatori non vuole si stia
a disputar su minutezze di parole sacre; ma si domandi, «Chi v'ha
mandato a predicare? Dio o il demonio?» Se Dio, lo mostrino coi
miracoli: se no, bruciali se puoi, o gl'infama. In nessun modo si
facciano discussioni di grammatica o di logica umana, ma sol di divina,
e non moltiplicare parole o allungar il diverbio, lo che è una specie di
trionfo a chi sostiene il torto. Bisogna dannarli al fuoco secondo le
leggi imperiali, perchè tolgono fama e roba a persone autorizzate da Dio
con lunga successione, quali sono il papa e i religiosi. Il primo errore
che s'è commesso fu il lasciar vivo Lutero nelle diete di Worms e
d'Augusta; e se Carlo V il fece (come dicono) per tener il papa in
apprensione, e così obbligarlo a soccorrere esso Carlo di danari e
indulgenze nelle aspirazioni verso la monarchia universale, operò contro
ogni ragion di Stato, perchè snervando il papa s'indebolisce tutto il
cristianesimo, e i popoli si ribellano col pretesto della libertà di
coscienza[82]. Sulla Spagna riconosceva il marchio della predilezione
divina perchè cattolica, e destinata ad abbattere l'islam e l'eresia, e
assicurare il trionfo della Chiesa vera, quando, restaurata l'unità del
mondo, rifabbricherà il tempio di Gerusalemme. Consiglia a quel re di
remunerare i più dotti teologi; «ne' consigli supremi aver sempre due o
tre religiosi, Gesuiti, Domenicani, Francescani, per cattivarsi gli
ecclesiastici e fare che i suoi ufficiali sieno più accorti in non
errare e più autorevoli nelle loro determinazioni: e in tutte le guerre
ogni capitano deve avere un consigliere religioso, perchè i soldati
riveriranno più i precetti loro, e non si tratterà cosa senza saputa
loro, e massime le paghe che si danno a' poveri soldati debbano per mano
di religiosi passare»[83].

«Quella medesima costellazione che trasse fetidi effluvj dalle
cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre balsamiche esalazioni
dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni de'
Gesuiti, de' Minimi, de' Cappuccini»[84].

I dominj (a dir suo) sono costituiti da Dio, dalla prudenza,
dall'occasione. La parte che vi ha Dio, mantiene il sacerdozio: i
sacerdoti riconoscono le cose che si devono fare; i governanti le
comandano; soldati e artefici le eseguiscono. «Il sacerdozio non devesi
far vulgare, perchè perde dignità e credenza; ed è ignoranza dei
Calvinisti il creder che tutti siano sacerdoti»[85].

Altrove attacca quel «tedesco luterano, che nega l'opre ed afferma la
fede»[86]: e ripetutamente combatte Lutero e Calvino, insegnatori di
dottrine avverse alla politica naturale. «La setta luterana e calviniana
che nega la libertà dell'arbitrio e di far bene o male, non si deve
mantener in repubblica, perchè i popoli ponno rispondere al predicante
della legge che essi peccano per fato, e possono osservare che non sono
liberi in questo. Oggi gli oltremontani, negata l'autorità del papa,
negarono l'opera della fede che se gli predicò; poi negarono la libertà
di far bene e male; poi negarono i santi e il peccato, e si fecero
libertini, poi negarono la providenza, poi l'immortalità, come in
Transilvania. Molti finalmente negarono Iddio e fecero un libro
abbominevole _de tribus impostoribus_»[87]. E nelle _Lettere_
professando esatta ortodossia, dice che il dogma della predestinazione
«fa li principi cattivi, li popoli sediziosi, e li teologi traditori».

S'inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale e
non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando di
questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito; cosa imprudente ed
eretica ad affermarsi. La religione, nella quale il sommo sacerdote non
regna con le armi, non può capire più principati, se non saranno sêtte
di eresie; e però i Persiani, i Turchi, i Tartari e quelli di Fez, mori
sotto il sacerdozio di Macone disarmato, vivono ognuno con l'eresia
propria senza da un capo pendere; imperò ivi fa eresia. Ma sotto il
papato, sacerdozio cristiano armato, vi è il re Gallo, lo Spagnuolo, il
Germano, il Veneziano, potentissimi signori sotto la medesima religione
senza far eresie. La maggioranza del papa giova ai principi cristiani
temperati di signoria, perchè agguaglia le loro differenze; è arbitro
della pace e guerra giusta, e inclina colle arme alla parte che ha
ragione, ed astringe a cedere chi ha il torto, o li unisce contro li
nemici del cristianesimo, o li disunisce dai nimici; e contro ai buoni o
tristi regnatori accomoda le cose loro e del cristianesimo.... Nè può
sfrenar le sue voglie un principe che vive sotto una religione, la quale
ha il sommo sacerdote armato che tenga maggioranza sopra lui.... Dunque
la monarchia cristiana va declinando sempre, finchè arriva in man del
papa.»

Per mantenere la monarchia in questa religione, altri si sono dichiarati
del tutto ministri del papa e liberatori, come Carlo Magno e Costantino;
«ma i figli inimicandosi col papa mancaro. Altri vollero fare il papa
senz'armi temporali, e fecero rovina più che acquisto, e nacquero
Ghibellini e Guelfi, Papali e Imperiali; altri fecero eresia di Ario e
di Lutero, come Arrigo VIII, ma tutti rovinaro come Jeroboamo e Acab.
Giuliano tornò alla gentile e rovinò col vecchiume»[88].

Le stesse idee ribadisce nei _Discorsi politici_ ai principi d'Italia:
«Aggrandire ed esaltare il papato è il vero rimedio di rassicurarci di
non esser preda del re di Spagna e di sostenere insieme la gloria
d'Italia e del cristianesimo.... Talchè, per assicurarsi dal re di
Spagna, devono gl'Italiani solo attendere ad autorizzare il papato con
fatti e scritti e parole, perchè in questo sta la sicurtà loro... Per la
sicurezza dei Stati e contra interni principi, è necessario il papato
ricco e potente. Dippiù il papato non è principato peculiare d'alcuno,
ma di tutto il cristianesimo; e quanto possiede la Chiesa è a tutti
comune, e quel che donano i principi e le persone pie ai religiosi non è
dare, poichè essi e i figli loro ponno diventar padroni di quel dato; ma
è un mettere in comune e far tesoro per il bene pubblico. Il papato
dunque è il tesoro del cristianesimo; talchè gl'Italiani devono sempre
fomentar le ricchezze dei religiosi, perchè quelle sono del comune, e
fanno mancar la forza agli emuli loro.....

Ma questo principato è più proprio d'Italiani, perchè li papi e
cardinali sono per lo più italiani, e fomentano sempre la sicurtà.
Pertanto io dico che i principi italiani, non aspirando a monarchia,
tutti devono far la Chiesa romana erede de' Stati loro quando mancasse
la linea legittima di loro progenie, e con questa maniera, con successo
di tempo s'anderia acquistando la monarchia italiana e la gloria ancora,
e le repubbliche devrieno far una legge che, venendo esse in mano di
tiranno, s'intenda la signoria loro esser devoluta alla Chiesa romana; e
certo se amano il ben d'Italia questo devono fare... Intanto dovrebbe
farsi a Roma un senato cristiano, dove tutti i principi avesser voce per
mezzo di loro agenti: il papa vi presedesse per mezzo d'un collaterale:
vi si risolvesse a pluralità di voti sulla guerra agl'infedeli ed
eretici, sulle differenze tra principi, obbligando colla guerra qual vi
si rifiutasse».

Esorta l'Italia a tenersi stretta agli Spagnuoli perchè cattolici,
mentre gli altri forestieri, essendo eretici «le torrebbero l'unica
gloria rimastale, il papato». E gran rispetto si deve al papa che «solo
con la venerazione difende più gli Stati suoi, che gli altri principi
coll'armi: e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad
ajutarlo, altri per religione, altri per ragioni di Stato[89].»

Oh come un tal uomo vuol citarsi tuttodì come una vittima della
intolleranza cattolica e un martire della Inquisizione romana? Niente a
meravigliarsene quando si sappia che gli storici sempre scrivono a
passione, e la più parte ripetono il detto, senza vagliarlo. Il
Campanella, studiando i filosofi a paragone del senno eterno, cioè della
natura, trovò che la legge di Cristo, a fronte di tutte le altre e delle
filosofie, è identica a quella della natura, ma avvalorata dalla Grazia
e dai sacramenti. Ben nella Chiesa cristiana trovava mal osservati i
precetti divini: Lutero e Calvino però erangli l'anticristo, Aristotele
la causa del disordine scientifico, Machiavello del morale e
politico[90]. Pertanto mirava a una riforma, a un rinnovamento del
secolo, intorno al quale disponeasi a dissertare nell'anno del giubileo:
la conversione delle nazioni, profetata da santa Brigida, da Dionisio
Cartusiano, dall'abate Gioachino, da san Vincenzo Ferreri, da don
Serafino da Fermo, da santa Caterina, la quale predisse che i fratelli
di san Domenico porteranno l'ulivo della pace ai Turchi[91].

Con tali idee tornato nella Calabria il 1598, vi trovava soffogate ma
non estinte le idee dei Valdesi; bollenti le contese di giurisdizione
ecclesiastica cogli Spagnuoli, e il vescovo Montario n'era fuggito,
lanciando l'interdetto sulla città di Nicastro. «Tutte le città
principali (scrive egli stesso) oltre le discordie tra gli ecclesiastici
e i regj, erano divise in fazioni; e tutti i conventi erano pieni di
banditi, e il vescovo li dava da mangiare per zelo della giurisdizione,
mentre erano assediati dagli sbirri in sostegno delle attribuzioni
regie». Il Campanella s'intromise di pace fra il vescovo e la città;
ascoltato, dice il Naudè, come un oracolo; ma con ciò spiacque a coloro
cui le risse giovavano e la scomunica non facea paura; e viepiù quando
sostenne le pretensioni ecclesiastiche contro il Governo. Straordinarie
inondazioni, tremuoti, eruzioni di vulcani lo persuasero che il
rinnovamento fosse vicino: e doverne essere stromento lui, che sentivasi
capace «d'insegnar in un solo anno la filosofia naturale, la morale, la
politica, la medicina, la retorica, la poesia, l'astrologia, la
cosmografia e ogni altra scienza», e di render abile ogni «mediocre
ingegno a convincere in una sola disputa tutti gli eretici»: e che
cantava:

    Io nacqui a debellar tre mali estremi,
    Tirannide, sofisma, ipocrisia:
    Stavano tutti al bujo, io accesi il lume[92].

La fede può tutto: nulla è impossibile al credente, pensava egli: e più
l'animavano i delirj astrologici, perocchè dic'egli stesso; «degli
astrologi un tempo fui nimicissimo, e in gioventù scrissi contro di
loro, ma dalle mie sventure imparai che molte verità scoprono essi»[93].
Computando sulle nuove scoperte celesti, avea veduto come certe grandi
innovazioni succedono nel mondo ogni ottocento anni. Una fu al tempo di
Cristo; e ora stavano per compiersi la seconda volta gli
ottocent'anni[94], sicchè si attuerebbe una civiltà religiosa, che fosse
il regno della ragione eterna nella vita dell'umanità.

Con tali persuasioni è facil credere che tentasse qualche novità: più
facile che ne venisse sospettato; novità diretta a sovvertire la
dominazione spagnuola in Calabria, benchè dappoi fosse lodatore
esagerato degli Spagnuoli: e traendo divinazioni dagli astri,
dall'Apocalissi, da varj santi, insinuava che nel 1600 accadrebbero
grandi rivolture nel regno di Napoli. Fosse egli motore o stromento, si
formò infatti una cospirazione di trecento frati e quattro vescovi.
Faceano la propaganda delle sue speranze frà Giambattista di Pizzoli,
frà Pietro di Stilo, frà Domenico Petroli di Strignano e altri
venticinque Domenicani del convento di Pizzoli, fra cui principalmente
frà Dionigi Ponzio, che smaniava di levar tumulto per ammazzare certi
frati che aveano fatto ammazzar suo zio: e che valeasi delle parole del
Campanella; poi preso, riuscì a fuggire, e si fe turco.

Costoro trovarono ascolto ne' casali e tra le famiglie di Catanzaro, di
Squillace, di Nicastro, di Cerifalco, di Taverna, di Tropea, di Reggio,
di Cassano, di Castrovillaro, di Sant'Agata, di Cosenza, di Terranova,
di Satriano, insomma in quasi tutta Calabria. Già milleottocento banditi
eransi raccolti, e ogni giorno se ne ragomitolavano di nuovi; tenevansi
intelligenze colla flottiglia turca del bascià Cicala. Trucidati i
Gesuiti e i frati che non aderissero, liberate le monache, bruciati i
libri, fatto statuti nuovi, doveano fondar una repubblica, cui centro
sarebbe Stilo, patria del Campanella; appoggiati, come sempre i
sommovitori dell'Italia, dai Francesi.

Il Governo n'ebbe notizia, e li fece arrestare, impiccare, affogare,
squartare dalle galee. Il Campanella, ch'erasi ascoso in un pagliajo, fu
denunziato, e consegnato al nobile Carlo Spinelli, eletto commissario
speciale. I frati reclamarono il privilegio del fòro, onde salvi dalla
forca, vennero dati al Sant'Uffizio. A questo spettava pure processare
il Campanella, ma si volle far prevalere il delitto di Stato, e il
fiscale Sanchez personalmente recossi a Roma onde ottenere che potesse
venir tormentato per quarantott'ore con funicelli sino alle ossa,
stirato sulla corda colle braccia arrovesciate, e spenzolando sopra un
legno acuto, e tagliatagli carne, del che stette poi lunghissimo tempo
malato. «Come s'arresterebbe il libero procedere dell'uman genere
(esclama il Campanella) quando quarantott'ore di tortura non poterono
piegare la volontà d'un povero filosofo, e strappargli neppur una parola
che non volesse?».

Tale è la leggenda. Persone, che consideravano come delitto l'apostasia
e la cospirazione, cercarono scusare il Campanella[95]: altri che
giudicavale eroismo, sostenne l'opposto[96]. Il servile Parrino, e
dietro a lui il Giannone, poi il Botta copiandoli, il fan reo di aver
cospirato contro la monarchia spagnuola con frati e vescovi. Fatto è che
si è tuttora incertissimi sul costui processo, e tre differenti ne
esistono; uno che mostra volesse ribellar il Regno per sottoporlo al
papa; uno per darlo al Turco; uno per ridurlo a repubblica eretica; poi
nel Sant'Uffizio se ne costruì un nuovo, dove i testimonj delle predette
accuse si ritrattarono. Forse alcuni, raccogliendo parole sparse e
avventate, lo denunziarono come cospiratore: lanciata una accusa, ogni
scaltrito sa come sostenerla e darle apparenza di vero, al che
singolarmente s'adoprò il fiscale Luigi Xarava, che essendo stato
scomunicato, avea preso vendetta col far un processo di Clemente VIII e
dei vescovi. L'assecondarono quei molti che sempre avversano chi ha
ingegno distinto e opinioni non comuni; e difensore del Campanella fu
sempre il papa. Il Giannone (L. XXXV, 1) sempre ricalcando il Parrino,
dice che il Campanella aveva in Roma sostenuto lunga prigionia «per la
sua vita poco esemplare, e anche per sospetto di miscredenza», dopo di
che fu rimandato al suo convento di Stilo. Nulla di ciò risulta; e il
nunzio pontifizio, dandone ragguaglio l'11 febbrajo 1600, non ne fa
cenno: bensì che a quella sua azione non avea mai voluto dar nome di
ribellione, «ma detto che volea fare repubblica la Calabria per mezzo
delle armi e delle prediche, quando però seguissero i garbugli d'Italia,
che lui si era presupposto». E in fatti, se macchinò, non dovea mirare a
sovvertimento, bensì a organar il paese al modo della sua Città del
Sole, ricongiungendo la legge di natura colla cristiana.

Chiuso in prigione, senza libri, senza comunicazione, scrisse varie
opere, lodate perchè d'un martire come l'intitolarono, ma dove la vanità
è pari all'immensa inopportunità. Per riguardo al re lodava la Spagna:
per riguardo al papa protestava della sua ortodossia; prometteva, se lo
lasciasser libero, comporre libri che convertirebbero i Gentili delle
Indie, i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani: e in prova dice aver fatto
un'esposizione del Capo VIII dell'epistola ai Romani, della quale
moltissimo si giovano Calvinisti e Luterani.

Lettere sue ultimamente pubblicate, se nulla aggiungono alla cognizione
del suo intelletto, attestano un esaltamento che tocca alla pazzia, se
non vogliasi perdonarlo alla sua smania di liberazione, stando «dentro
una fossa puzzolente dove non vedo giorno, sempre inferrato e morto di
fame e di mille afflizioni fra cinquanta leopardi che mi guardano....
Son accusato per ribello ed eretico, per lo che otto anni cominciano che
sto sepolto.... Sono stato preso io e molti frati per ribello, quasi
volessimo ribellar il regno a favor del papa, in tempo che molti
officiali e baroni del regno erano scomunicati, e perseverano, e la
città di Nicastro interdetta, e in tutte queste cose io mi trovai, e fu
gridato in Seminaro _Viva il papa_ dal clero, che armata manu liberò un
chierico dalle carceri secolari. Furo necessitati gli amici di dire che
ribellavano per far eresie, e non per il papa: altrimenti morivano tutti
de _facto inconsulto pontifice_».

Così scrive al cardinal Farnese[97] e proseguendo, dà in delirj
astrologici, promette mari e monti a migliorar il regno di Napoli,
fabbricar al re una città mirabile, salubre, inespugnabile, che sol
mirandola s'imparino tutte le scienze storicamente; far vascelli che
senza remi navighino anche senza vento, quando gli altri stanno in
calma, con magistero facile; far camminare le carra per terra col vento;
far che i soldati a cavallo adoprino ambe le mani senza tener briglia, e
guida in bene il cavallo; e far libri contro i machiavellisti e la
dottrina greca, zizania del Vangelo, e persuadere all'unità, convertire
principi di Germania e screditare Calvino. Conchiude firmandosi _frà
Tommaso Campanella spia delle opere di Dio_.

Sul tenore stesso va una lettera latina al papa e cardinali. _Post
Lutherum triginta annos expectatur antichristus magnus, ut prophetavit
Joachinus abbas, qui etiam Lutheri adventum prædixit, et astipulantur
Ubertinus et Joannes Parisiensis, et d. Seraphinus Firmanus et alii
multi; jam præsens est, vel anno 1630 revelabitur: et hoc tempore luna
convertetur in sanguinem etc.... Dixit Dominus ad divam Catherinam
nostram, renovationem Ecclesiæ mox futuram, de qua D. Vincentius, et B.
Joannes episcopus, et B. Egidius et Savonarola, et B. Brigida et B.
Raymondus et magister Caterinus expectant, et alii innumeri, et ille
Firmanos vir prudens et spiritualis: et addidit se facturum flagellum de
funiculis creaturarum malarum ad purgandam Ecclesiam ab ementibus et
vendentibus. Quis autem non vidit illud? In Græcia invaluit, in Germania
convaluit, in Italia præsto est. Ego natus sum contra scholas
anticristi, contra Aristotelem qui dixit mundum æternum, et æquinotia et
stellas et motus semper eodem ordine et situ et modo fieri. Et ego
ostendam quod non perseverant sicut ab initio, et quod verum est quod
dicit D. Seraphinus, quod Aristoteles et Averroes sunt unum de septem
capitibus Antichristi, et phiala iræ Dei.... Machiavellus dogmatisavit
cum eo quod religio sit inventio sacerdotum et illusio populorum: et ubi
Macometus et Lutherus non habent potestatem (hoc est in Italia et
Hispania) regnant Machiavellus et Politici_.

E la tira innanzi lunghissima ed irta di citazioni; e raccomanda allo
Scioppio di presentarla: _Si porrigas pontifici literas, non malum puto.
Si de miraculis quæ policeor riserit, dicito me habere fidem, quantum
sinapis granum_.

Di simil tenore scrive al re di Spagna, all'Imperatore, agli arciduchi
d'Austria, _quoniam reipublicæ christianæ salus omnis in invictissima,
piissimaque familia vestra versatur_.

Ad esso Scioppio dicea: _Videant me non modo hæreticum non esse, sed
etiam a Deo excitum ad omnes hæreses eliminandas præcipue vero
philosophorum et astronomorum et latentium machiavellistarum, quorum
opera evangelium latet_. E lo esorta a persuader il pontefice ch'egli
non opera per magia o strologamenti, ma per vera fede, e crede che
miracoli evidenti accadranno per convertire i Tedeschi e far unire
contro i Turchi: confida che, coll'ajuto di Dio, svellerà dalla mano dei
Luterani san Paolo: con un solo argomento insegnerà anche agli
illetterati a sterminar tutte le eresie... «S'io dirò ai Luterani,
_passiamo pel fuoco, e chi sarà abbrucciato non è da Dio_, credi che
l'oseranno? ma io sì. Così il padre mio Domenico e san Francesco
sedarono le eresie: perchè non gl'imiterei?».

E miracoli proponeva, appellandosi a Pio V contro le testimonianze false
di suoi compatrioti, che erano premiati e decorati se lo avversavano,
sospettati se lo difendevano; laonde invoca d'esser tratto a Roma.
Accenna bensì che fu accusato d'eresia, ma dice la inventarono i frati
per sottrarlo al giudizio secolare di ribellione; mentre invece i
ministri del re l'accusavano di voler rivoltare il paese a vantaggio del
papa. Egli stesso avere chiesto di far rivelazioni al vescovo di Caserta
e al nunzio: ai quali mostrò come avesse tolto a paragonar la legge di
Cristo colla pitagorica, stoica, epicurea, peripatetica, telesiana, e
tutte le sêtte antiche e moderne e le leggi, e assicuratosi che la pura
legge di natura è la legge di Cristo: saper ribattere le difficoltà che
nascono sul nuovo mondo, e sull'incarnazione, sulle profezie e i
miracoli. Il vescovo trovò che aveva poca umiltà, e che avendo vagato
per tante sêtte, non era troppo ossequioso a Cristo. Se anche ciò fosse,
egli dichiara non essersi mai ostinato; altrimenti sarebbe uscito
d'Italia: e giura esser saldissimo nella fede[98].

Dotti e principi presero interesse pel Campanella; Paolo V spedì lo
Scioppio a Napoli per trattar della sua scarcerazione: e questi, se non
altro, gli ottenne di poter leggere e scrivere e carteggiare. Urbano
VIII riuscì alfine a trarlo a Roma, col pretesto che al Sant'Uffizio
competesse il giudicarlo perchè avea professato profezia: e avutolo, il
pose in libertà. Allora il Campanella passò in Francia, ove trovò
applausi come vittima della Spagna, e pensione e onoreficenze, finchè
morì il 21 maggio 1639.

Napoletano e prete fu pure Lucilio Vanini, nato a Taurisano in Terra
d'Otranto il 1586 da Giambattista intendente di Francesco di Castro,
vicerè di Napoli, e da Beatrice Lopez di Moguera. Studiò a Padova,
divenne canonico lateranense; viaggiò Europa sotto diversi nomi, e
principalmente quel di Giulio Cesare, con alquanti compagni predicando
tutt'altro che il vangelo, dicendo il diavolo esser più forte di Dio,
giacchè tuttodì intervengono cose che non potè volerle Iddio;
professandosi scolaro del Pomponazio, del Cardano, di Averroè, di
Aristotele «dio dei filosofi, dittatore dell'umana sapienza, sommo
pontefice de' sapienti». E di ridestare Averroè egli si propone, ma non
ne conosce se non le divulgate empietà, e bugiardamente ne riferisce gli
aneddoti.

«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con principj
naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione della carne: ma
il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi sarebbe l'anima se non
ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome cattolico, se non fossi
istruito dalla Chiesa che è certissimamente e infallibilmente maestra di
verità, a stento crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi
vergogno dirlo, anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo,
rendendo schiavo l'intelletto in ossequio della fede» (_Amphit._, pag.
164).

Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera fuor di
noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge: «Sempre salve
le credenze cattoliche».

I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci, Cristo un
ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie prorompe: «Ma lasciam
da banda queste baje».

Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi inventati dai
principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per aver onori e
ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale nessuno vide
l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense e castighi nella
vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.

Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto
conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima volontà,
uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la quale è il
principio del movimento (_Dialoghi_, lib. VI).

Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il diavolo,
perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette due terzi del
genere umano, e domina quattro quinti della terra, contro la volontà di
Dio.

Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e podestà, s'ha
a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far Dio, e l'avrebbe
fatto se l'avesse fatto infinito per podestà: onde lo fece infinito per
durata, perchè questa sola perfezione poteva appropriarsi al creato. Ma
(dice) ragioniam più sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa
che fosse simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto
soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non differiscono.
Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno: essendo tutto, fu
tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu eterno e non eterno.
Perchè uno, è eterno, non avendo pari o contrario: perchè non uno, non è
eterno: giacchè è composto di parti contrarie, avversantesi per mutua
corruzione: onde la sua eternità è nella sua composizione, l'unità nella
continuazione (_De arcan. naturæ Dial._).

_Nell'Amphitheatrum æternæ providentiæ divino-magicum,
christiano-physicum, nec non astrologo-catholicum adversus veteres
philosophos, atheos, epicureos, peripateticos et stoicos_, pone in sodo
l'esistenza di Dio, che «è tutto, sopra di tutto, fuor di tutto, in
tutto, a fianco a tutto, avanti tutto, dopo tutto, tutto intero», e la
Providenza, il libero arbitrio, l'immortalità dell'anima, perchè la
risurrezione de' corpi è asserita dalla Scrittura: ma tutto in modo
equivoco, non provando, pure non negando la religione, confutando i
cattivi sistemi allora correnti, ma nel mostrar ribattere Cardano e gli
atei, ne mette in risalto gli argomenti; le prove della Providenza
riduce agli oracoli, alle Sibille, ai miracoli, cui descrive dal lato
debole con un'aria d'ingenuità che non può far illusione.

Poi più francamente nei sessanta dialoghi _De admirandis naturæ reginæ
deæque mortalium arcanis_, fondasi su due punti. Primo: l'intelligenza
non può muover la materia, nè l'anima il corpo: anzi è la materia che dà
impulso all'intelligenza, il corpo all'anima: in conseguenza, autor del
mondo non è Dio. L'uomo deriva dalla putrefazione e dal successivo
perfezionarsi della specie: anche in forza talora è esso sopravanzato
dagli animali, onde (quest'è il secondo punto) non può dirsi a questi
superiore in destinazione, e il meglio che può fare si è vivere e
godere: «Perduto è il tempo che in amar non si spende»; nè la morale ha
fondamento che nelle leggi. Così predica uno scetticismo immorale, un
materialismo sfacciato: ipocrito senza dignità, le maggiori bestemmie
finiva col dire, _Ceterum sacrosanctæ romanæ Ecclesiæ me subjicio_. Un
interlocutore gli domanda che pensi dell'immortalità, ed egli risponde:
«Ho fatto voto a Dio di non trattar questo punto finch'io non sia
vecchio, ricco e tedesco». Un'altra volta l'interlocutore ammirandolo,
esclama: «Se tu non fossi Vanini, saresti Dio», ed egli con aria
altezzosa risponde: «Io sono Vanini». Violente critiche del
cristianesimo pone in bocca al terzo o al quarto, fingendosi inorridito
all'udirle; come si finge encomiatore de' Gesuiti, apologista del
Concilio di Trento, e accannito contro Lutero, egli che pur al
cristianesimo muove guerra or da filosofo, ora da fisico.

Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al
parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare ateo».
In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto
nell'_Histoire tragique_ dice che fa rivivere l'abominevole libro dei
_Tre impostori_.

Traversata col duca d'Amalfi la Germania, praticando Protestanti,
procedette nella Boemia, semenzajo delle dottrine che cagionarono la
guerra dei Trent'anni; ivi discusse con un Anabattista, il quale
tacciava i Cristiani di disputare di lana caprina; con un ateo ad
Amsterdam; a Ginevra coi Riformati, dai quali sentendosi mal sicuro,
passò a Lione; per paura del rogo si volse a Londra, e quivi «si attirò
la persecuzione de' Protestanti, tenuto prigione quarantanove giorni,
preparato a ricevere la corona del martirio, alla quale aspirava con
indicibile ardore»[99]. Scarcerato, viene in Italia, e a Genova apre
scuola molto frequentata; ma le sue dottrine ben presto scandolezzano
sì, che deve rifuggir a Lione; in Guascogna si veste monaco, edifica
colle prediche, col confessare, colla devozione, finchè scoperto di
brutti vizj, viene espulso. A Parigi lo ricoverò il nunzio Roberto
Ubaldini, e gli aprì la sua ricca biblioteca, donde egli stillava il
peggio, e lo diffondeva tra i giovani medici e poeti, sicchè il padre
Mersenne, a lui avversissimo, assicura che cinquantamila atei contavansi
in quella città.

Nel 1616 v'avea stampati con privilegio del re, e dedicati al
maresciallo di Bassompière, di cui era cappellano, i dialoghi _De
admirandis naturæ arcanis_, e la Sorbona li riprovò pei dubbj sulla
rivelazione, e perchè altra legge non riconosce fuor quella che natura
pose nel cuor dell'uomo. Piantatosi a Tolosa, vi teneva arcane
conventicole, apostolava i giovani, ed educava i figli del primo
presidente di quel parlamento. Ma poichè a quelle dottrine cresceva
pericolo il fermentare delle guerre di religione, un Francon gentiluomo
lo denunziò nel 1618 al parlamento d'aver negato l'esistenza di Dio:
altri l'attestarono, e crebbe i sospetti l'esserglisi rinvenuto un
grosso rospo chiuso in un'ampolla. Venne dunque condannato al taglio
della lingua e al fuoco per mago e per ateo; accuse per verità
repugnanti. Durante il processo, aveva professato le migliori credenze;
condannato, si chiarì empio, ricusò i conforti della religione, si vantò
più intrepido del Cristo, il quale aveva sudato d'ambascia, e fu
giustiziato il 19 febbrajo 1618. Leibniz dice che il Vanini meritava
d'esser tenuto rinchiuso fin a tanto che divenisse assennato, invece di
trattarlo con ributtante crudeltà. Vittore Cousin, che fece una memoria
sul Vanini, prova che restò condannato dal parlamento di Tolosa perchè
nè egli nè gli amici suoi poterono ottenere fosse demandato al tribunale
ecclesiastico dell'Inquisizione, dal quale non avrebbe avuto che una
pena disciplinare[100].

Anche Ferrante Pallavicino, primogenito d'insigne casa piacentina,
canonico regolare a Milano e lodato per dottrina, avvoltolatosi in
amori, onde averne comodità finse viaggiare, e ritiratosi a Venezia,
dirigeva agli amici lettere colla falsa data di Lione, di Parigi,
d'altrove, narrando apocrifi viaggi, che lo posero di moda quando
ricomparve. Come cappellano del duca d'Amalfi ito in Germania, vide
messo alla ruota un Calvinista, col quale entrato in disputa sulle cose
dell'anima, se ne lasciò convincere, e d'indi in poi menò a strappazzo
le cose e le persone sacre. Acciabattava libri, storie sacre e profane,
novelle, panegirici, epitalamj, talvolta ascetico, sempre ampolloso,
rinvolto, bujo e mescolandovi descrizioni lascive. Per esempio, nel
trattato spirituale delle _Bellezze dell'anima_, al cap. XIII discorre
della bellezza del seno: pari contaminazioni mette nella _Susanna_, nel
_Giuseppe_, nel _Sansone_, nella _Bersabea_. Il suo _Divorzio celeste
cagionato dalle dissolutezze della sposa romana, e consacrato alla
semplicità de' scrupolosi_ (1643) fu tradotto in varie lingue dai
Protestanti, e continuato probabilmente da Gregorio Leti, dividendolo in
tre libri, _I costumi dissoluti dell'adultera_, _Il processo de'
bastardi di quella_, _Il concorso di varie chiese allo sposalizio di
Cristo_ (1679). Nel _Corriere svaligiato_ spettorò d'ogni genere
calunnie contro il papa, i cardinali, i gesuiti, tutti i governi e i
letterati, soluccherandole di lubricità. Lo stampò alla macchia, onde la
signoria di Venezia il fece carcerare; uscitone, infierì peggio di prima
contro de' principi, di papa Urbano VIII e del buon costume, e oltre _La
Buccinata per le api Barberine_[101] e il _Dialogo tra due soldati del
duca di Parma_, scrisse la _Giustizia schernita, e la Retorica delle
p.... dedicata all'università delle cortigiane più celebri_.

Un Carlo De Brèche che a Venezia faceasi chiamare Morone, figlio d'un
librajo parigino, dicono assoldato dai Barberini con 3000 pistole,
fintosegli amico, lo persuase a ridursi in Francia, dove protetto dal
Richelieu, potrebbe stampare altre opere irreligiose; e così lo menò ad
Avignone terra di papa, ove arrestato e messo sotto processo, dopo
quattordici mesi fu decapitato, avendo ventisei anni (1618-44). La sua
fine gli attirò una compassione che poco meritava. Dicono che il suo
traditore fosse poco dopo assassinato da un italiano, al quale il
Mazzarino fece grazia. Subito comparvero due dialoghi intitolati
_L'anima di Ferrante Pallavicino_, opera forse di Gianfrancesco Loredano
suo amico, ove sono malmenati alla peggio il papa, i prelati, i
letterati, i costumi[102].


NOTE

[64] _De compendiosa architectura et complemento artis Lulli_, 1580. È
noto che Raimondo Lullo di Majorca, nell'Ars magna, volle ridurre
l'intelligenza ad una specie di meccanica, che applicasse a qualsiasi
soggetto alcuni predicati. Questi raccolse in classi, distinte con
lettere dell'alfabeto, e le dispose in circoli concentrici, per modo che
ciascuna lettera indicasse un attributo. La I componevasi di nove
predicati assoluti: _bontà, grandezza, durata, potenza, saggezza,
volontà, virtù, verità, gloria_; la II de' predicati relativi:
differenza_, concordia, opposizione, principio, mezzo, fine, maggiorità,
coequazione, minoramenti_; la III di domande: _se? che? di che? perchè?
di qual grandezza? di che qualità? quando? ove? come e con chi?_ la IV
de' nove soggetti più universali: _Dio, angelo, cielo, uomo,
immaginativo, sensitivo, vegetativo, elementativo, stromentativo_; la V
de' nove predicati dell'accidentale: _quantità, qualità, relazione,
azione, passione, abito, sito, tempo, luogo_; la VI delle nove moralità:
_giustizia, prudenza, coraggio, sobrietà, fede, speranza, carità,
pazienza, pietà_; e in contrario _invidia, collera, incostanza,
menzogna, avarizia, gola, lussuria, orgoglio, accidia_. Tutti questi
concetti, per mezzo di quattro circoli e de' triangoli iscritti,
producevano certe combinazioni di predicati; per es. _la bontà è grande,
durevole, potente, concorde, mediante, finiente, aumentante,
decrescente_. Così da ciascuna delle trentasei caselle deduconsi dodici
proposizioni, dodici mezzi, ventiquattro quistioni, e le specie della
corrispondente. Credea con ciò trovato uno stromento universale della
scienza che risolve tutte le quistioni mai immaginabili; ma in fatto non
porgeva che parole per discorrere su tutte.

[65] Nella chiesa di San Pancrazio a Firenze sta il ricordo d'un'altra
vittima delle persecuzioni di Enrico VIII, Anna Sotwel, duchessa di
Nortumbre, che quivi rifuggita morì. Il suo epitafio porta:

                          _D. O. M._

    _Petis scire quid moliar? resolvor donec redeam._
      _Appetis quid fui? Anna Dudlea anglo danoque_
    _Regali stigmate sata. Expetis quæ labilis vitæ_
      _Comites? pulcritudo, virginitas, virtus, religio._
    _O mortalis caducitas! Letho relictis laribus_
      _Rubertus Dudleus et Elisabeth Southuel_
    _Nortumbrotum Warvicensiumque duces_
    _Hoc mæstissimi parentes anno MDCXXIX_
      _Mihi et filiæ dulcissimæ posuere_
      _Disce timeque ergo viator_
    _Forma charis virtus abi nunc Nortumbria princeps_
      _Virgo sub hac secum condidit Anna petra._

[66] Sono gli statuti 1548, 1551, 1558, 1563, 1581, 1585, 1595, 1688,
1700 dello Statute-Book; sul quale vedansi i commenti del Blackstone,
Lib. IV, c. 8, e le applicazioni in tutte le storie inglesi.

[67] Uno de' più fanatici scrittori del nostro tempo, J. M. Dargaud
(_Hist. de M. Stuart_, Paris 1850) confessa che l'assassinio del Rizio
fu meditato perchè si sentiva _qu'il annullait la reine et ses alliés,
les catholiques et le catholicisme, en même temps qu'il allait redonner
vigueur à la reforme en cimentant l'alliance anglaise_: e la dice _une
entreprise qui devait être le triomphe cruel de la réforme sur l'Eglise,
du parti protestant sur le parti catholique, de Knox et du Nord, sur le
pape et sur le Midi_. Knox era l'apostolo della Chiesa scozzese, e
Dargaud assicura che, consultato dai congiurati sull'assassino, il
_rassura leur consciences déjà si hardies. L'esprit du rigide docteur
souffla sur eux, non pour le détourner du crime, mais pour les y
précipiter. Il les y prépara comme à une sainte entreprise par la prière
et par le jeûne... il mît de sa main d'apótre à l'assassinat le sceau
religieux de son caractère et de son nom._

[68] _Non vestræ religionis dogmate probatum_. De lampade combinatoria.

[69] _Oratio valedictoria_.

[70] BARTHOLMESS, _J. Bruno_ I, 161.

[71] Vedasi il suo indirizzo all'accademia d'Oxford.

[72]

    _Monas tota intima et extima tota_
    _Omnia substentans graditur super omnia, nempe_
    _Sola ipsa in toto, et totum consistit in ipsa._

[73] _De immenso et innumerabili_, lib. I, c. 13. _Del Principio, causa
et uno_. Dial. III. _Est animal sacrum, sanctum et venerabile mundus_.
De immenso, lib. V.

[74] Proem. epist. alla _Cena delle Ceneri_.

[75] _La Cena delle Ceneri_, dedicatoria.

[76] «Quel che altrove è contrario ed opposito, in Dio è uno e medesimo,
e ogni cosa in lui è medesima». _Della causa, principio ed uno_. _Dial._
III.

[77] Nota del 28 settembre 1592 negli Archivj di Venezia. Alcuni
_Documenti tratti dall'Archivio veneto_ intorno al Bruno furono
pubblicati dal Fulin a Venezia il 1864 in occasione di nozze.

[78] BAYLE, Dictionnaire in _Bruno_ e _Spinosa_.

È difficile accumular tante inesattezze quante in queste linee di
Voltaire, su J. Rabelais: _Les Italiens alors ressemblaient aux anciens
Romains, qui se mouquaient impunément de leurs dieux, mais qui ne
troublèrent jamais le culte reçu. Il n'y eut que G. Bruno, qui ayant
bravé l'inquisiteur à Vénise, et s'étant fait un ennemi irréconciliable
d'un homme si puissant et si dangéreux, fut recherché pour son livre_
Della bestia trionfante; _on le fit périr par le supplice du feu,
supplice inventé parmi les Chrétiens contre les héretiques. Ce livre est
pis qu'hérétique: l'auteur n'admet que la loi des patriarches, la loi
naturelle; il fut composé et imprimé à Londre chez le lord Philippe
Sidney, l'un des plus grands hommes d'Angleterre, favori de la reine
Elisabeth_.

Il Giannone, copiando al solito il Capasso e il Parrino, e al solito
triviale, scrive nel libro XXXIV, c. 8: «Discreditarono l'onorata
impresa (d'innovar la filosofia) due frati domenicani, li quali, non
tenendo nè legge nè misura, oltrepassando le giuste mete (!), siccome
maggiormente accreditarono gli errori delle scuole, così posero in
discredito coloro che volevano allontanarsene, ecc.».

E il Botta, lib. XV: «Non fermerommi a parlare del Bruno, perchè, avendo
insegnato che i soli Ebrei erano discendenti di Adamo, che Mosè era un
impostore ed un mago, che le sacre scritture sentivano del favoloso, ed
altre _bestemmie ancora peggiori di queste_, fu arso a Roma al modo di
Roma; rimedio abominevole contro opinioni pazze».

[79] Πειρᾶσθαι τὸ ἐν ἡμῖν θεῖον ἀνάγνειν πρὸς τὸ ἐν τῳ παντὶ αθειον.
PORFIRIO, _Vita Plotini_.

[80] Quali il Quadrio e Hayn, oltre il Bayle che dubita di tutto, e che
conchiude: _il n'y a pas loin de l'incertitude à la fausseté dans des
faits de cette nature_.

La lettera dello Scioppio fu stampata nel 1621, venti anni dopo il fatto
che narra, ma ventinove prima della morte di esso Scioppio, che non la
smentì. Alcuni moderni vollero negare fosse dello Scioppio, ma Cristiano
Bartholmess non esita a considerarla autentica, come non esitò Vittore
Cousin, recandone i passi principali nei _Fragmens de philosophie
cartesienne_. Fu ristampata nel 1705 a Jena da Struve, _Act. liter._ T.
I, fasc. V p. 64-74, assai lunga, e noi ne caviamo solo quanto concerne
il Bruno.

  _Corrado Rittershusio suo Gaspar Schoppius Fr. S._

«Quas ad nuperam tuam expostulatoriam epistolam rescripsi, non jam
dubito quin tibi sint redditæ, quibus me tibi de vulgato responso meo
satis purgatum confido. Ut vero nunc etiam scriberem, hodierna ipsa dies
me instigat, qua Jordanus Brunus propter hæresim vivas publice in Campo
Floræ ante theatrum Pompeji est combustus. Existimo enim et hoc ad
extremam impressæ epistolæ meæ partem, qua de hæreticorum pœna egi,
pertinere. Si enim nunc Romæ esses, ex perisque Italis audires
lutheranum esse combustum, et ita non mediocriter in opinione tua de
sevitia nostra confirmaveris.

«At semel scire debes, mi Rittershusi, Italos nostros inter hæreticos
alba linea non signare, neque discernere novisse: sed quicquid est
hæreticum, illud lutheranum esse putant. In qua simplicitate ut Deus
illos conservet precor, ne sciant unquam quid hæresis alia ab aliis
discrepet: vereor enim ne alioquin ista discernendi scientia nimis cara
ipsis constet. Ut autem veritatem ipsam ex me accipias, narro tibi,
idque ita esse fidem do testem, nullum prorsus lutheranum aut
calvinianum, nisi relapsum vel publice scandalosum, ullo modo
periclitari, nedum ut morte puniatur. Hæc sanctissimi domini nostri mens
est, ut omnibus Lutheranis Romam pateat liber commeatus, utque a
cardinalibus et prælatis curiæ nostræ omnis generis benevolentiam et
humanitatem experiantur. Atque utinam hic esses! Scio fore ut rumores
vulgatos mendacii damnes. Fuit superiore mense Saxo quidam nobilis hic
apud nos, qui annum ipsum domi Bezæ vixerat. Is multis Catholicis
innotuit; ipsi etiam confessario pontificis cardinali Baronio, qui eum
humanissime excepit, et de religione nihil prorsus cura eo egit, nisi
quod obiter eum adhortatus est ad veritatem investigandam. De periculo
jussit eum fide sua esse securissimum, dum ne quod publice scandalum
præberet. Ac mansisset ille nobiscum diutius, nisi sparso rumore de
Anglis quibusdam in palatium Inquisitionis deductis, perterritus sibi
metuisset. At Angli illi non erant, quod vulgo ab Italis dicuntur,
lutherani, sed puritani, et de sacrilega verberibus sacramenti
percussione Anglis usitata suspecti.

«Similiter forsan et ipse rumori vulgari crederem Brunum istum fuisse ob
lutheranismum combustum, nisi Sanctæ Inquisitionis Officio interfuissem,
dum sententia contra eum lata est, et sic scirem quamnam ille hæresim
professus fuerit. Fuit enim Brunus ille patria nolanus, ex regno
Neapolitano, professione dominicanus: qui eum jam annis abhinc octodecim
de transubstantiatione (rationi nimium, ut Chrysostomus docet,
repugnante) dubitare, imo eam prorsos negare, et statim virginitatem B.
Mariæ (quam idem Chrysostomus omnibus cherubin et seraphin puriorem ait)
in dubium vocare coepisset, Genevam abiit, et biennium istic commoratus,
tandemque, quod calvinismum per omnia non probaret, inde ejectus,
Lugdunum, inde Tholosam, hinc Parisios devenit, ibique extraordinarium
professorem egit, cum videret ordinarios cogi missæ sacro interesse.
Postea Londinum profectus, libellum illic edidit _de Bestia
triumphante_, hoc est, papa, quem vestri, honoris causa, bestiam
appellare solent. Inde Wittenbergam abiit ibique publicæ professus est
biennium, nisi fallor. Hinc Pragam delatus, librum edidit _de Immenso et
Infinito_, itemque _de Innumerabilibus_ (si titulum sat recte memini,
nam, libros ipsos Pragæ habui) et rursus alium _de Umbris et Ideis_; in
quibus horrenda prorsus absurdissima docet, v. g. mundos esse
innumerabiles; animam de corpore in corpus, imo et alium in mundum
migrare: unam animam bina corpora informare posse, magiam esse rem bonam
et licitam; Spiritum Sanctum esse nihil aliud nisi animam mundi, et hoc
voluisse Moysem dum scribit eum fovisse aquas: mundum esse ab æterno,
Moysem miracula sua per magiam operatum esse, in qua plus profecerat
quam reliqui Ægyptii, eum leges suas confinxisse, sacras litteras esse
somnium, diabolum salvatum iri; solos Hebræos ab Adamo et Eva originem
ducere, reliquos ab iis duobus Deus pridie fecerat; Christum non esse
Deum, sed fuisse magum insignem et hominibus illusisse, ac propterea
merito suspensum (Italice _impiccato_), non crucifixum esse; prophetas
et apostolos fuisse homines nequam, magos, et plerosque suspensos.
Denique infinitum foret omnia ejus portenta recensere, quæ ipse et
libris et viva voce asseruit. Uno verbo ut dicam, quicquid unquam ab
ethnicorum philosophis, vel a nostris antiquis et recentioribus
hæreticis est assertum, id omne ipse propugnavit. Pragam Brunsvigam et
Helmstadium pervenit et ibi aliquandiu professus dicitur. Inde
Francofortum, librum editurus adiit, tandemque Venetiis in Inquisitionis
manus pervenit, ubi diu satis cum fuisset, Romam missus, et sæpius a
Sancto Officio, quod vocant Inquisitionis, examinatus, et a summis
theologis convictus, modo quadraginta dies obtinuit quibus deliberaret,
modo promisit palinodiam, modo denuo suas nugas defendit, modo alios
quadraginta dies impetravit. Sed tandem nihil egit aliud, nisi ut
Pontificem et Inquisitionem deluderet. Fere igitur biennio postquam hinc
in Inquisitionem devenit, nupera die nona februarj in supremi
Inquisitoris palatio, præsentibus illustrissimis cardinalibus Sancti
Officii Inquisitionis (qui et senio et rerum usu et theologiæ jurisque
scientia reliquis præstant) et consultoribus theologis, et seculari
magistratu urbis gubernatore, fuit Brunus ille in locum Inquisitionis
introductus, ibique genubus flexis sententiam contra se pronuntiari
audiit. Ea autem fuit hujusmodi. Narrata fuit ejus vita, studia et
dogmata, et qualem Inquisitio diligentiam in convertendo illo fraterne
adhibuerit, qualemque ille pertinaciam et impietatem ostenderit; inde
eum degradarunt, ut dicimus, prorsusque excomunicarunt et sæculari
magistratui tradiderunt puniendum, rogantes ut quam clementissime et
sine sanguinis profusione puniretur. Hæc cum ita essent peracta, nihil
ille respondit aliud, nisi minabundus: «Majori forsan cum timore
sententiam in me dicitis, quam ego accipiam». Sic a lictoribus
gubernatoris in carcerem deductus, ibique octiduo asservatus fuit, si
vel nunc errores suos revocare vellet. Sed frustra. Hodie igitur ad
rogum sive pyram deductus est. Cum Salvatoris crucifixi imago ei jamjam
morituro ostenderetur, torvo eam vultu aspernatus, rejecit. Sicque
ustulatus misere periit, renunciaturus credo in reliquis illis quos
finxit mundis quonam pacto homines blasphemi et impii a Romanis tractari
solent».

«Hic itaque, mi Rittershusi, modus est quo contra homines, imo contra
monstra hujusmodi procedi a nobis solet. Scire nunc ex te studeam an
iste modus tibi probetur: an vero velis licere unicuique quidvis et
credere et profiteri. Equidem existimo te non posse eum probare. Sed
illud addendum forte putabis: Lutheranos talia non docere neque credere,
ac proinde aliter tractandos esse. Assentimur ergo tibi, et nullum
prorsus Lutheranum comburimus. Sed de ipso vestro Luthero aliam forte
rationem inierimus. Quid enim dices si asseram, et probare tibi possim
Lutherum non eadem quidem quæ Brunus, sed vel absurdiora magisque
horrenda, non dico in Convivialibus, sed in iis quos vivus edidit
libris, tanquam sententias, dogmata et oracula docuisse? Mone, quæso, si
nondum satis novisti, eum qui veritatem tot seculis sepultam nobis
eruit, et faciam ipsa tibi loca in quibus succum quincti istius
evangelii deprehendas, quamvis istic Anatomiam Lutheri a Pistorio habere
possitis. Nunc si et Lutherus Brunus est, quid de eo lieri debero
censes? Nimirum _tardipedi Deo dandum infelicibus ustulandum lignis_;
quid illis postea qui eum pro evangelista, propheta, tertio Elia habent?
Hoc tibi cogitandum potius relinquo. Tantum ut hoc mihi credas, Romanos
non ea severitate erga hæreticos experiri qua creduntur, et qua debebant
forte erga illos, qui scientes, volentes pereunt.

  Romæ, a. d. 17 februar. 1600».

[81] Allo Scioppio scrive: _Mens mea subito in id quod cupit immutatur._

[82] _Città del Sole_, cap. XXVII. _Della Monarchia Spagnuola_, c. 27.

[83] _Aforismi politici_ 75, 78, 81, 83.

[84] _Afor._ 70.

[85] _Della Monarchia Spagnuola_, c. 6.

[86] _Poesie_, pag. 100.

[87] _Aforismi_ 84, 87. Quando dicemmo non esister il libro _De tribus
impostoribus_, intendevamo l'antico. Il nostro Campanella,
nell'_Atheismus triumphatus_, dice fu stampato trent'anni prima della
sua nascita, il che lo porterebbe al 1538: e un'indicazione così
precisa, e in lavoro polemico, farebbe credere l'avesse realmente
veduto. Quel che ora conosciamo col titolo di _De tribus impostoribus
magnis liber_, sebbene supposto del 1598, è di Cristiano Kortholt,
stampato ad Amburgo il 1701 in-4º. A Yverdun, nel 1768, fu stampato un
_Traité des trois imposteurs_, che si finge tradotto, ma in realtà è
tutt'altr'opera.

[88] _Aforismi_ 70, 88, 89, 90, 91.

[89] _Discorso II del papato_.

[90] _Utinam non serperet interius hujusmodi pestis, quam Machiavellus
seminavit, docens religionem esse artem politicam ad populos in officio,
spe paradisi et timore infernorum, retinendis._ Ateismo trionfante.

[91] Sue parole in una relazione sincrona della congiura, pubblicata nel
1845 dal Capialbi.

[92] _Poesie filosofiche_, pag. 26, 141, 116.

[93] _De sensu rerum et magia_, IV, 20.

[94] _Conjunctiones magnœ in quolibet trigono perseverant annis fere
ducentis, et possunt in subditis: mox transeunt ad subsequens, et
subvertitur omnium circulus in 800; et tum in rebus dura mutatio. Ib._

[95] Vedansi VITO CAPIALBI, _Documenti inediti circa la voluta
ribellione di Tommaso Campanella_, Napoli 1840, e MICHELE BALDACCHINI,
_Vita di T. Campanella_, Napoli 1840, e con molte variazioni nel 1847.

[96] Vedi SALVATOR DE RENZI, _La cospirazione di Calabria_ del 1599.

[97] _Archivio storico_ del 1866.

[98] Lettera 13 agosto 1606 nell'_Archivio storico_ del 1866. Di
maggiore pazzia fa segno un'altra lettera di 20 giorni più tardi, ove
dice aver interrogato il demonio, e saputo che nel 1607 la podestà
pontifizia soffrirebbe gran danno, e nel 25 v'avrebbe due papi, e altri
avvisi e profezie «che non basteria sei fogli di carta»: e dopo rovinato
il papato, sorgerà un papa divino (l'antico sogno del papa Angelico), ed
altri che avran lo Spirito Santo manifesto, e trarranno alla fede Turchi
e Settentrionali. Si badi ai flagelli onde son percosse la Germania e
Venezia. Non tengasi fede ai principi, che non aspirano se non alle
entrate della Chiesa. Per riparare vuolsi la penitenza; impedir che i
principi gittino a terra i canoni, e alzino le loro costituzioni, e
neghino al papa il gladio materiale.

[99] _Amphiteatrum_, pag. 118.

[100] Vedasi _La vie et les sentiments de Lucilio Vanini_. Rotterdam
1717. Gli è avversissimo ma ancor peggio P. Garasse, il quale, nella
_Doctrine curieuse des beaux esprits de notre temps_, comincia a
parlarne con queste frasi: _Les deux plus nobles exécutions qui se
soient faites de nos jours, montrent évidement que la fin des athéistes
dogmatizans est toujours accompagnée d'une particulière malédiction de
Dieu et des hommes. La premiére fut à Tholose en la personne de L.
Vaninus, homme d'un courage dé sespérè... homme de néant... mechant
bellistre_, e dopo infinite altre ingiurie dice che, chiesto di far
emenda onorevole a Dio, al re, alla giustizia, rispose: «A Dio non
credo: il re non offesi: per la giustizia, i diavoli la portino, se pur
diavoli c'è». Nella _Apologia pro J. C. Vanino_, stampata a Rotterdam
1712, si risponde ai diciotto capi d'accusa che si davano contro di lui
da un anonimo che lo diceva ateo.

Il presidente Gramond, nella _Historia Galliæ ab excessu Henrici IV_, l.
3, narra a disteso il supplizio del Vanino come testimonio oculare.
Espostene le colpe, e l'ipocrisia in carcere e il sopraggiunto furore,
dice: «Non avea però ragione di dire che moriva intrepido. Io l'ho visto
abbattuto, con aspetto orribile, spirito inquieto... Prima di mettere
fuoco al rogo gli si ordinò di presentare la lingua per tagliargliela.
Ricusò: e il boja non potè averla che con tenaglie. Mai non fu udito un
grido più spaventevole: l'avreste creduto il muggito d'un bue. Il resto
del suo corpo fu consumato dal fuoco, e le ceneri gettate al vento».

Il Vanini, dove annovera le varie ipotesi sull'origine della razza
umana, pone anche quella che la fa derivare dalle scimmie; ma _quidam
mitiores athei solos ætiopes ex simiarum genere et semine prodiisse
attestantur, quia et color idem in utrisque conspicitur_: e che i primi
uomini andavano a quattro zampe, e solo per un'educazione particolare
cambiarono un uso, che ritorna nella vecchiaja. Vedasi pure SCHRAMM ecc.

Vedansi P. GARASSE, _Doctrine serieuse_.

G. M. SCHRAMM, _De vita et scriptis famosi athei J. C. Vanini_. Custrin
1799.

P. F. ARPE, _Apologia pro J. C. Vanino_. Rotterdam 1712.

J. G. OLEARIUS, _De vita et factis J. C. Vanini_. Jena 1708.

FUHRMANN, _Leben des Vanini_. Lipsia 1800.

EMILE VAISSE, _Lucilio Vanini, sa vie, sa doctrine, sa mort_: nelle
Memorie dell'Accademia di Tolosa.

_Œuvres philosophiques de Vanini, traduites pour la première fois
par_ ROUSSELOT. Parigi 1842.

[101] In testa alla _Buccinata_ v'era un Crocifisso coronato d'uno
sciame d'api (stemma dei Barberini), colla scritta _Circumdederunt me
sicut apes et exarserunt sicut ignis in spinis_.

[102] Di Ferrante Pallavicino l'Indice de' libri proibiti registra:
Lettere amorose. — La pudicizia schernita. — La rete di Vulcano. — Il
Corriero svaligiato. — Il Divorzio celeste. — Le Bellezze dell'anima. —
La Bersabea. — Il Giuseppe. — Panegirici, epitalamj, discorsi
accademici, novelle. — Il Principe Ermafrodito. — Il Sansone. — La Scena
retorica. — La Susanna. — La Taliclea.

Nel 1655 si fece un'edizione a Venezia delle sue opere permesse, in
quattro volumi: ma la cercata è quella delle _Opere scelte_, fatta a
Ginevra colla data di Villafranca 1660, e le peggiori furono anche
tradotte. Il Brusoni, ch'era amico del Pallavicino, ne pubblicò la vita
e il catalogo delle opere, copiato dal Marchand in nota all'articolo
_Pallavicino_. Il titolo di _Corriere svaligiato_ fu poi dato da
Mirabeau a un suo libello politico. A disteso parla del Pallavicino il
Poggiali nelle _Memorie per la storia letteraria di Piacenza_, n, 170.



DISCORSO XLIII.

ITALIANI NELLA SVIZZERA E NELLE CITTÀ LIBERE. LA MESOLCINA. GINEVRA.


La Svizzera doveva la sua civiltà ai monaci, che la popolarono di
conventi e santuarj, attorno ai quali crebbero molti villaggi col nome
di santi, e le città di Sangallo, Appenzell (_Abatis cella_), Glaris
(_Ecclesia Ilarii_), Feldkirch, Einsidlen, ecc. E alla Chiesa andavano a
servire i suoi soldati, onde Giulio II intitolò gli Svizzeri «Difensori
dell'ecclesiastica libertà», e regalò loro lo stocco e il berrettone,
che furono collocati a Zurigo; due bandiere, che si posero nella Madonna
di Einsidlen, e a ciascun Cantone un'insegna particolare con misteri
della passione; a portar la quale fu destinato un banderajo che teneva
il primo luogo nelle battaglie.

Come cappellano di questi soldati era venuto in Italia il curato
Zuinglio, che predicò la Riforma al tempo stesso di Lutero, con maggior
metodo e più risoluta negazione, e maggiormente letto perchè scriveva in
latino. Lutero lo osteggiò; tutti i Cantoni presero parte o con lui o
contro di lui: Friburgo, ch'era stato ammesso nella Lega Elvetica il
1481 con Soletta, fece alleanza con Lucerna, Uri, Svitto, Unterwald,
Zug, e radunati cinquemila combattenti, assalirono Zurigo, e il 10
ottobre 1531 vennero ad aperta battaglia a Cappel, nella quale Zuinglio
combattendo restò ucciso[103].

I Cantoni restarono divisi in cattolici, riformati e misti. Cattolici si
conservarono Uri, Svitto, Unterwald, Lucerna, Zug, Soletta, Friburgo;
misti Appenzell, Glaris, Sangallo, Vaud, Argovia, Turgovia, oltre i
Grigioni confederati; protestanti Berna, Zurigo, Basilea, Sciaffusa,
Neufchatel. I sette cantoni cattolici mandarono al Concilio di Trento i
loro deputati (20 marzo 1562) protestando la devozione filiale alla
Santa Sede e il desiderio d'ajutarla come aveano fatto sotto Giulio II e
Leone X: nella guerra contro i Protestanti e nell'uccisione di Zuinglio,
del quale incenerirono e dispersero il cadavere, avere dato prova
d'essere irreconciliabili coi Cantoni eretici; e posti ai confini
d'Italia come antemurale, baderebbero che in questa l'errore non
penetrasse.

In Isvizzera risedeva un nunzio apostolico, tenuto di grand'importanza
per l'opporsi che faceva all'eresie: ma costava assai, sì pei molti
viaggi cui era obbligato, sì pei donativi con cui tutto s'otteneva colà,
e per pranzi che duravano anche cinque ore, anzi fin dieci, in occasione
della Dieta.

Ne' Cantoni riformati ebbero ricovero molti Italiani. Basilea, entrata
nella confederazione il 1501, era l'Atene svizzera, e testè uno
spiritoso scrittore rifletteva come il Cinquecento ne fosse l'età più
splendida per arti, lettere, scienze, ma che gli insigni furono
cattolici, o almeno nati tali, e sotto al dogma refrigerante del
protestantesimo conservavano il pensiero ideale e il fecondo succhio del
cattolicismo. Il miglior quadro di Holbein è la Madonna di Dresda, col
borgomastro di Basilea inginocchiatole avanti: di quel tempo è la
elegante fontana di Alberto Durer; dell'età cattolica l'altra fontana
colla guglia gotica, e il palazzo di città, e la stupenda porta del
sobborgo di Spalen, le cui statue di santi vennero rispettate, mentre
furono distrutti gli altari e i tabernacoli del Duomo, davanti a cui
eransi prostrati gli avi, conservando però l'elegante pulpito del 1486.
Ivi Opporino stampò settecencinquanta opere dal 1539 al 1568: lo seguì
Pietro Perna, e quando lo storico De Thou lo visitò nel 1579 lo trovò
vecchio che lavorava ancora con ardore di giovane.

A Basilea Calvino incontrò il vecchio Erasmo che esclamò: «Vedo una gran
peste nascer nella Chiesa contro la Chiesa». Ivi stampò l'_Istituzione
cristiana_ nel 1536, dove, a imitazione dei Valdesi, sosteneva che nella
Cena non v'è la presenza reale e locale del corpo e sangue di Cristo;
che non dev'essere nella Chiesa nè capo visibile, nè gerarchia, nè
vescovi o preti, nè messe o feste o immagini o croci o benedizioni o
invocazione di santi, nè nulla di ciò che, pei sensi passando all'anima,
la eleva per mezzo delle cose visibili al Dio invisibile.

Ivi si stabilì una Chiesa italiana, della quale fu conservata notizia da
Giovanni Toniola[104].

A Zurigo, che nella Ufnau in mezzo al lago ha la sepoltura di Ulrico di
Hutten, Carlo Magno avea fondato una scuola, che Zuinglio resuscitò, e
da cui uscirono gli illustri Corrado Gessner, Gasparo Wolfio, Giosia
Simler, Enrico Bullinger. Molti riformati italiani vedremo cercarvi
rifugio. Colà erasi ricoverato Jacobo Aconzio, valoroso giureconsulto di
Trento, il quale nell'opera _De Methodo, sive recta investigandarum
tradendarumque scientiarum ratione_ (Basilea 1558) aveva ripudiata la
dialettica ordinaria, proponendo un nuovo metodo di giungere al vero
collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, ed esaminarla sotto
aspetti diversi, passando dal noto all'ignoto. Alla _divina_ Elisabetta
regina d'Inghilterra, da cui ebbe ripetute attestazioni di stima, dedicò
gli _Stratagemmi di Satana in fatto di religione_ (Basilea 1565), libro
allora molto acclamato, e tradotto in varie lingue, ov'egli studia di
ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, nello scopo
d'indurre le sêtte a vicendevole tolleranza.

Aveva avuto per compagno Francesco Betti romano, che al marchese di
Pescara, al cui servizio stava, scrisse una «Lettera nella quale dà
conto a sua eccellenza de la cagione perchè licenziato si sia dal suo
servizio» (Zurigo 1557). Figlio dell'amministratore dei beni del
marchese, era molto in favore e in isperanza d'avanzamenti, quando lo
smosse l'amor della divina fede. Descrive a lungo la lotta coi riguardi
e coll'amor verso i superiori e i parenti. L'uccisione d'un fratello
nella persecuzione del 1555 gli diè spinta a fuggire. Professa non voler
entrare in materie teologiche che non conosce. Sa che i Luterani son
guardati in Italia come i Turchi, ma assicura che quelli che così
vengono chiamati dagli inimici aspirano solo ad esser cristiani, e qui
espone i principali articoli della loro fede, massime sulla
soddisfazione di Cristo per noi: ammette soli due sacramenti, e nella
Cena vede una solenne commemorazione della passion e morte del nostro
Salvatore, istituita da esso. Il matrimonio non è sacramento, ma i
magistrati sono stabiliti da Dio e bisogna rispettarli e obbedirli.

A lui colla solita iracondia il Muzio buttò in viso le _Mentite
Bettiniane_; molti assunsero di richiamarlo all'ovile; ma egli continuò
a Zurigo, a Strasburgo, altrove: e nel 1587 già vecchissimo stampò a
Basilea la traduzione di Galeno.

Nella biblioteca di Zurigo trovaronsi recentemente trattati dell'Ochino,
di Scipione Calandrino e di altri, e ce ne valiamo nel nostro lavoro.

Strasburgo, capitale dell'Alsazia, città libera cioè imperiale, era una
delle principali del medioevo, con quella cattedrale che nello stile
gotico primeggia come San Pietro nel romano; con immenso commercio di
libri, poi con un operoso ricambio di dispute teologiche, avendovi
portato i loro dogmi Calvinisti e Luterani, Zuingliani e Anabattisti,
applauditi a vicenda ed espulsi[105]. Aveva essa cacciato il vescovo e
il capitolo nel 1529, abjurando il cattolicismo, che poi vi fu
ripristinato nel 1681 quando si sottopose a Luigi XIV.

Fra altri italiani ivi si ricoverò il bergamasco canonico Zanchi, il
quale non era così accannito contro il cattolicismo quanto i predicanti
di quella città. Dal rettore Giovanni Sturm invitato a pranzo, si trovò
con Marbach, Herlin, Dasypodio, Sapido; e caduti a discorrere del papa,
Marbach sostenne non v'era speranza che mai conoscesse la verità, sicchè
non doveasi più pregare per esso. Lo Zanchi rispose doveasi cessar di
pregare solo per quelli che constasse avere peccato contro lo Spirito
Santo; ciò non poteva dirsi del papa, sol perchè papa, e finchè non si
fosse certi avesse commesso tal peccato, esser dovere di cristiano
pregare per esso. Se ne scandalezzarono Marbach e gli altri, che teneano
come articolo di fede il papa esser figlio di perdizione e anticristo.

Tra i seguaci dello Zanchi a Strasburgo troviamo Giovanni Angelo Odone,
dotto veneziano, amico di Ortensio Lando, e che sin dal 1534 era in
corrispondenza col Bullinger.

Una parte della Svizzera è affatto o a metà italiana; vogliam dire i
paesi che or formano il Cantone Ticino e parte di quel de' Grigioni. In
quest'ultimo si comprendono cinque valli di favella italiana; ciò sono
la Calanca e la Mesolcina o val della Moesa, protendentisi entro il
Canton Ticino; il Munsterthal presso all'eccelsa montagna dello Stelvio,
formato dal bacino del fiume Ram che sfocia nell'Adige, ed ora ha tre
parrocchie protestanti, di cui principale quella di Monastero che dà
nome alla valle, con badia un tempo signora del paese e che vuolsi
fondata da Carlo Magno: inoltre la val Bregaglia o della Mera che riesce
a Chiavenna, e la val di Poschiavo che finisce in Valtellina alla
Madonna di Tirano. Quel paese divenne poi padrone della Valtellina, e di
questa e di esso ragioneremo a lungo più innanzi.

Quel che adesso è Canton Ticino, esteso dalle falde del Sangotardo e del
Sanbernardino fino ai laghi di Lugano e Maggiore, era stato tolto al
ducato di Milano, e fatto suddito degli Svizzeri. I tre Cantoni
primitivi di Uri, Svitto, Unterwald aveano occupato i baliaggi di
Bellinzona, Blenio e Riviera, stendentisi dal Lago Maggiore alle vette
del Sangotardo: tutti i dodici Cantoni insieme tennero i baliaggi di
Lugano, Locarno, Mendrisio, Valmaggia, attorno ai laghi Ceresio e
Verbano.

Dai Cantoni dominanti venivano balii biennali a governare queste
podestarie cisalpine, comprando quella carica a denaro, e rifacendosene
col rivender la giustizia; e secondo che essi Cantoni ed i balii erano
cattolici o protestanti, davano persecuzione o favore agli apostati.
Singolarmente a questi avea giovato Jacobo Werdmuller, caldo evangelico.
I soldati che uscivano dall'interno della Svizzera in occasione della
guerra di Musso, propagarono non tanto le dottrine nuove quanto il
disprezzo delle antiche, e un Baldassare Fontana carmelitano vi spiegava
le epistole di san Paolo, e di là scriveva alle Chiese svizzere _fedeli
a Gesù Cristo_ perchè pensassero al Lazzaro del Vangelo, che desiderava
nutrirsi delle bricciole cadute dalla mensa del Signore; mossi dalle
lacrime e supplicazioni di lui, mandassero «le opere del divino
Zuinglio, dell'illustre Lutero, dell'ingegnoso Melantone, dell'accurato
Ecolampadio»: e dessero opera perchè «la nostra Lombardia, schiava di
Babilonia, acquistasse quella libertà che il vangelo impartisce».
Giovanni Orelli di Locarno, _famigliare e perpetuo commensale_ di Gian
Galeazzo Sforza, ebbe relazioni col Savonarola e con altri trascendenti,
e introdusse nella sua famiglia l'uso di argomentare sulle cose
religiose. Suo figlio Luigi militò sotto il connestabile di Borbone
nell'impresa contro Roma, vi praticò molti Luterani e nominatamente il
Freundsperg, e dal famoso saccheggio riportò diciottomila
settecennovantuno zecchini, ventisette libbre d'oro colato, cenquindici
d'argento, dodici vasi d'oro, quarantotto dorati, trentuno d'argento,
nove di cristallo, una borsa di anelli. Anche l'altro figlio Francesco
servì sotto Carlo V, ed entrambi col padre favorivano a Locarno chi
professasse le massime nuove.

Giovanni Muralto medico, loro compatrioto, inviato dal duca Sforza a
Ginevra, vi conobbe il Serveto e alcuni profughi d'Italia, ne sorbì le
idee, e le recò in patria, dove le partecipò agli Orelli e ad alcuni
italiani rifuggiti, tra' quali il conte Martinengo di Brescia, Guarniero
Castiglioni da Castiglione Varesotto, un Camozzi, un Visconti. Tutti
trovavano ospitalità presso gli Orelli, ed alcuni ottennero il diritto
di possedere e la cittadinanza. Uno speziale, che legava anche libri, ne
ebbe alcuni di senso protestante, e cominciò a parlarne con persone per
bene: poi un Piotta insegnò apertamente l'eterodossia, e divulgò gli
scritti di Serveto.

Fra i profughi nostri, che, allettati dalla vicinanza, dal clima, dalla
lingua, dai costumi ancora italiani, si fermavano nei baliaggi,
primeggiava il prete Giovanni Beccaria, nobile milanese, che ebbe
possessi e cittadinanza a Locarno. A Roma avea conosciuti l'Ochino, il
Carnesecchi, il Vermigli, e tornato a Locarno il 1534, vi diffuse
gl'insegnamenti di questi sotto il manto di una scuola di letteratura:
anzi l'arciprete, che nol sospettava, l'invitò a fare alcuni sermoni,
che piacquero assai. Legò amicizia cogli Orelli, con Giovanni e Martino
Muralti, con Lodovico Ronco, e crebbe di proseliti, massime dopo tornato
nel 1540 d'un viaggio in Francia, e fu secondato da Benedetto da
Locarno, minor conventuale, rinomato predicatore, da Cornelio di Nicosia
dell'Ordine stesso, succeduto di Sicilia il 1546, e dal commissario
protestante Gioachino Baldi di Glarona. Ma succeduto balio il cattolico
Nicola Wirz nel 1548, impedì il propagarsi delle dottrine eterodosse,
ordinò si osservassero le feste, i digiuni e le altre pratiche
ecclesiastiche: poi volle si tenesse una pubblica disputa. Il 9 agosto
1549 presentaronsi a discuter per la _Chiesa cristiana locarnese_, il
Beccaria, Martin Muralto giureconsulto, Taddeo Duni medico, Lodovico
Ronco, Andrea Girolamo Camuzzi; contro all'arciprete Galeazzo Muralto,
al cappellano della Madonna del Sasso, a frà Lorenzo domenicano,
all'arciprete Morosini di Lugano. Fra gran concorso di popolo, per
quattro ore si disputò sul testo evangelico _Tu es Petrus et super hanc
petram ædificabo ecclesiam_, poi sulla confessione auricolare, sul
merito delle opere buone, e il commissario che vi presedeva, indignato
delle risposte ambigue, finì coll'ordinare che il Beccaria fosse tratto
prigione. Ma trenta giovani suoi devoti nel cavarono a forza; ed egli
reputò prudenza ricoverare nella Mesolcina, valle italiana sottoposta ai
Grigioni; dove ammogliatosi, tenne a educazione figliuoli d'Italiani,
che li volessero allevati nella Riforma.

A Locarno dalla disputa pubblica presero animo i novatori, e vi
predicarono Leonardo Bodetto, già francescano a Cremona, che vi sposò
Caterina Appiani, egli ed ella applicandosi a fare scuola; ed altri
chiamativi da Chiavenna.

Tale prossimità turbava i sonni del papa e del re di Spagna come duca di
Milano. Pertanto Carlo Borromeo, che già aveva istituito il collegio
Elvetico a Milano onde preparare pastori a questi paesi, penetrato nella
Svizzera in qualità di legato pontifizio, vi esercitò anche
giurisdizione di sangue contro maliardi ed eretici. A sua istanza i
Cantoni cattolici posero argine a quel dilatarsi dell'eresia in Italia,
e malgrado l'ostare dei Cantoni riformati, stanziarono severi divieti
(1552) e pena dieci scudi a chi tenesse libri o scritti contro la fede
cattolica; si minacciò fin di morte chi bestemmiasse le cose sacre, la
Pasqua del 1554 si ordinò che ogni persona dovesse _effettivamente e
vocalmente_ confessarsi e comunicarsi; chi moriva senza confessione
restasse escluso dalla sepoltura sacra. Pure i novatori non desistevano;
adunavansi principalmente nelle case dei Muralti, dei Duno, degli Orelli
e del costoro cognato Francesco Bellò di Gavirate, e domandarono d'avere
un pastore riconosciuto e chiesa propria; e Anton Mario Besozzi scriveva
al Bullinger come, nel 1554, in presenza dei sindacatori usciti a
Bellinzona, si fossero battezzati fanciulli coi riti acattolici, e
predicato in pubblica chiesa.

Venuto poi commissario il zurichese Räuchlin, crebbero d'audacia, e un
catalogo del luglio 1554 novera ottantasei famiglie riformate, composte
di centrentacinque membri, oltre i fanciulli e oltre i timidi e vulgari,
che non son catalogati. L'Orelli, il Muralto, il Duno recaronsi a Zurigo
a chieder protezione dai Cantoni riformati, formolando la lor
professione di fede, per cui accettavano il _Credo_, faceano Cristo
unico mediator nostro, due sacramenti; il battesimo da conferire senza
le cerimonie papistiche; la Cena in cui è cibo e bevanda il corpo di
Cristo.

Ma insistendo i Cantoni cattolici, il sindacato raccoltosi in Locarno
decretò che i novatori dovessero abjurare, o venir multati ne' beni e
nella vita. Se n'appellarono alla Dieta generale, dove la cosa fu
compromessa ne' Cantoni misti d'Appenzell e Glarona, e questi decisero
che tornassero alla fede materna, o spatriassero coi loro averi.

Il 1 gennajo 1555 la popolazione di Locarno fu convocata nel castello
del Commissario per annunziarle questa sentenza, ed esortare i novatori
a ricredersi. Poi sul fine di febbrajo ecco i rappresentanti dei sette
Cantoni cattolici, dinanzi ai quali processionalmente, in abito festivo
e coi figliuoli alla mano, comparvero i dissidenti in numero di
cenventicinque, non contando varj assenti e i ragazzi[106], e avendo
dichiarato di restare fedeli alla loro credenza, ebbero intimazione che
pel 3 marzo si disponessero a spatriare.

Ottaviano Riperta vescovo di Terracina, nunzio apostolico, venuto colà a
salutare in nome del santo padre gli ambasciadori svizzeri, non lasciò
alcuna via intentata a convertir gli eretici, ma con poco frutto, e le
stesse donne Barbara Muralto, Caterina Rosalina, Lucia Bellò, Chiara
Toma sostenner dispute con esso. Vuolsi ch'egli insistesse per più
severo castigo; ottenne l'estremo contro il calzolajo Nicolò Greco
bestemmiatore, e che fosser arrestati i più riottosi. Barbara Muralto
doveva essere fra questi; ma la sua casa attigua al lago, in tempo delle
fazioni era stata fabbricata in modo da poterne fuggire per una porta
cieca. Comparso dunque il satellizio, ella, alzatasi di letto, chiese
d'andar a vestirsi, e fuggì. Gli altri dovettero disporsi ad abbandonare
la patria coi beni e le famiglie. Congedatisi dai lor cari e fin dai più
stretti parenti e dalle mogli, censettantatre persone d'ogni età ai 3 di
marzo varcarono il Sanbernardino, indugiandosi alcun tempo a Rovereto
nella Mesolcina finchè prendessero accordo cogli Svizzeri. I Grigioni
offerser loro libero ricetto, e in fatti l'accettarono un Besozzi,
Leonardo Bodetto, Giovan Antonio Viscardi colle loro famiglie. I più si
stabilirono a Zurigo, _tam hilares, tam læti ac si ad nuptias aut festum
aliquod properarent_, dice il Duno. Questo locarnese vi si segnalò come
medico, godette l'amicizia del famoso naturalista Gessner, stampò varie
opere, e tradusse in latino alcune dell'Ochino e dello Stancario.

Altri ne giunsero colà quando il senato di Milano, informato che alcuni
sudditi svizzeri, banditi da Locarno per causa di religione, si erano
ridotti ad abitare nel dominio milanese, ordinò fra tre giorni dovessero
abbandonarlo, sotto pena della vita.

I Zuricani fecero partecipi i poveri delle limosine pubbliche; permisero
erigesser una chiesa italiana nel tempio di San Pietro, con proprio
pastore, che fu Giovanni Beccaria, il quale si conformasse ai riti e ai
dogmi del Cantone, giurasse obbedienza al magistrato e al sinodo:
provedendolo di cinquanta zecchini, cenquindici brente di vino, diciotto
moggia di grano e due di avena; pel quale servizio mandavansi da Berna
duemila cinquantanove fiorini, censessanta da Basilea, trentatre e mezzo
da Bienne, altri da Losanna.

Pure il loro modo di vestire e il linguaggio e il vivere strano li facea
ridicoli al vulgo. Poi presto gittossi zizzania fra il Beccaria e il
Bullinger, onde quello cessò da pastore, e sottentrogli l'Ochino, che, a
poco andare, come eretico ne fu cacciato. Anche Anton Maria Besozzi nel
64 fu posto in carcere per aver enunciato dogmi contrarj ai dominanti.
Nè i Locarnesi ebbero più ministro proprio, e dovettero pagar la decima
di tutte le eredità, contro quanto erasi prima stipulato.

Sobborgo degli Italiani fu detto quello dove prese stanza la _comunità
di Locarno in Zurigo_, gli atti della quale erano tenuti da Lodovico
Ronco. A Locarno per qualche tempo nessun voleva comprare la seta,
raccolta sui poderi di questi eretici: onde Francesco Orelli ne mandò di
molta, invece di denaro, al fratello Luigi. Il quale ne aprì magazzino a
Zurigo, e introdusse telaj e stoffe non più vedute colà: donde
cominciarono il prosperamento di tale arte e le piantagioni dei gelsi.
Le case dei Duni, degli Orelli, dei Muralti, de' Pestalozzi produssero
poi personaggi benemeriti della scienza e dell'umanità.

Che la pieve di Locarno non restasse affatto mondata ce lo pruova il
vedere che, attorno al 1580, il papa trovò bisogno di commetterla alla
particolare ispezione del vescovo di Novara Speziano. San Carlo volea
fabbricarvi un seminario, e desistette solo perchè Bartolomeo Papio
d'Ascona lasciò venticinquemila scudi d'oro, in cartelle s'un Monte di
Roma, che ne fruttavano milleducento l'anno, acciocchè in Ascona si
erigesse un collegio, dove allevar _alcuni figliuoli poveri del paese_;
collegio ch'egli nel 1582 ponea sotto la tutela di Gregorio XIII, il
quale nominò suo rappresentante l'arcivescovo Borromeo[107].

Nella val Mesolcina, dov'era già stata sparsa da Giovanni Fabrizio
Montano, capo di tutta la chiesa retica, il Beccaria avea fatto
grand'opera onde stabilire la nuova fede. Fermatovisi poco, era passato,
come dicemmo, a Zurigo coi Locarnesi, ma allorchè questi preser a capo
l'Ochino, tornò a Mesocco, sotto il nome di Kanesgen. I Cattolici di
questa valle cercarono ogni modo di sturbarlo, ed egli scriveva al
Bullinger: «Le cose della religione qui son tollerabili, grazie a Dio,
benchè i papisti non cessino di tumultuare. Dai quali però io non credo
dovere temer nulla, perchè son certo d'essere curato da quello, senza la
cui volontà non si torce un capello. Quanto ai buoni, ne fui accolto
umanissimamente. Sovra tutti mi colma di cortesie il signor Antonio
Sonvico eletto console, che non immemore delle vostre esortazioni,
s'adopera a propagar l'evangelo di Gesù Cristo. Così Dio lo prosperi! Me
e la chiesa mia vogli raccomandar a Dio. Finora sono molto più coloro
che avversano il Vangelo, benchè abbiansi a dir piuttosto atei che di
alcuna religione. Potente è Iddio ad aprir i loro cuori. Mesocco, 17
maggio 1559».

A Rovereto si era messo Giovanni Antonio Viscato, detto il Trontano
dalla patria, e vi piantò una chiesa. Se ne conturbarono i Cattolici: e
i cinque Cantoni, temendo la propagazione dell'eresia, e che i Locarnesi
rimasti in patria non prendessero coraggio a rianimar la loro fazione,
instavano presso i Grigioni affinchè fossero sbanditi. Vinse la parte
contraria, e l'aprile 1560 fu legalmente permesso al Beccaria di restar
a Mesocco, e istruir fanciulli. Crebbero così quelli che, abbandonata la
messa, adunavansi in case private per udir la predica; poi pretesero due
delle cinque chiese che eran nella valle, e le ottennero dalla Dieta. Ma
i cinque Cantoni insistettero a segno, che si diede libertà ai Comuni
della Mesolcina di ritenere o rimandare il Beccaria: e in questi adunati
prevalse il voto di congedarlo, con arbitrio però d'elegger altro
ministro. Allora il Beccaria andossene a Chiavenna, e ne scriveva a
Fabrizio Montano: «Dopo lunga e grave disputa con questi nemici di
Cristo, vinse la parte di mandarmi via, patto però che i fratelli
possano aver un altro predicante. A dirti il vero, vedendo in che stato
erano le cose nostre e quanta l'ingratitudine dei più, mi rallegro che
Dio m'abbia offerto occasione d'andarmene, prima che mi vi
costringessero il bisogno e la miseria. Dopo la morte del magnifico
Antonio e del commissario suo fratello, questa Chiesa restava talmente
sprovvista d'uomini e mezzi, che a stento v'era da mantener il
pastore... Ho dunque per benefizio del Signore che m'abbia liberato da
tale trambusto e dalla misera colluvie del popolo... Mia moglie già da
sei mesi sta a Locarno, dove fu costretta recarsi per la perduta salute:
in breve tornerà, per dir addio a questo gratissimo popolo» (15 novembre
1561). Il Beccaria per altro di tempo in tempo rivedeva Mesocco, finchè
per forza ne fu cacciato a istanza di san Carlo nel 1571.

Questo santo addoloravasi del progresso dell'eresia in paesi contigui
alla sua diocesi; onde fattosi a Roma nel 1582, n'ebbe titolo di
visitatore pei paesi svizzeri e grigioni, anche sottoposti all'ordinario
di Como. Non fu autorità a cui non avess'egli ricorso per ajuto in
questa legazione: ai re di Spagna e d'Inghilterra, a Rodolfo imperatore,
ai Cantoni cattolici, al vescovo di Coira, al duca di Savoja, ai
Veneziani. Era il tempo che più ferveva la nimistà fra Cattolici e
Riformati in Francia e in Inghilterra; a Parigi prevaleva la Lega che
cacciò il re, e ch'era sostenuta dalla Spagna; per mezzo della quale il
duca di Savoja sperava in quell'occasione recuperare Ginevra e i paesi
toltigli dai Bernesi, come tentò; ma non si potè impedire che gli
Svizzeri facessero alleanza colla Francia, e vi si unissero i Grigioni,
a gran dispiacere de' Cattolici. Pertanto il Borromeo, scrivendo al
Castelli vescovo di Rimini nunzio pontifizio in Francia, perchè
intercedesse da re Enrico sicurezza e libertà a lui ed ai preti, «Fate
però (gli diceva), che i Grigioni non sentano che io ci vado qual legato
del papa; questo sol nome ogni cosa perderebbe. Si dica un privato mio
viaggio; col qual titolo, senza scemare il frutto, consolerò quei
popoli. Ben i Cattolici mi desiderano, e gli eretici stessi mi mostrano
qualche deferenza ed amore; onde nutro speranza non mi si attraversino
impedimenti; solo ho paura che i profughi dall'Italia non mi guastino
ogni cosa. Son costoro sentina di vizj, nè solo eretici, ma molti
apostati, e del resto facinorosi e perduti, che appena udranno trattasi
di sostenere la religione cattolica e vedranno maturare i primi felici
semi, temendo essere sterminati, daranno in furore, metteranno fuoco ne'
capi per ritardarmi o impedirmi ogni buon effetto.... Principalmente
sarebbe a curare che dall'intollerabile giogo degli eretici venissero
sollevati i Cattolici di qua dall'Alpi. Poichè, quando sortiscono
magistrati eretici, se anche non facciano ad essi aperta violenza, pure
mostransi vogliosi di svellere la religione; danno pessimi esempj come
scellerati ministri del diavolo, non lasciano la libertà di cercare o
ritenere probi e religiosi sacerdoti, che avviino sul calle della
salute: vietano agli esteri, tuttochè ottimi, d'andar colà, mentre fanno
arbitrio di rimanervi a uomini empj e perduti. Poichè il re può tanto
presso i Reti, gioverebbe che, senza far mostra d'essere da me
officiato, vi s'adoprasse; e la signoria vostra potrebbe suggerire ad
Enrico uno scrupolo che pungesse e lui ed i Grigioni: mostrare cioè qual
danno potrebbe uscirne se mai tanti, oppressi dalle calamità e stancati
dal giogo, macchinassero alcuna cosa e si ribellassero»[108].

Con Francesco Panigarola francescano, famoso predicatore, e col gesuita
Achille Gagliardo riassunta la visita, il Borromeo fu di nuovo a Lugano,
poi a Tesserete, consolato dalla pietà di quei terrazzani, ove di
cinquecento confessati, neppur uno trovossi in colpa mortale[109]; per
Bellinzona si condusse a Rovereto nella Mesolcina.

In questa valle trovò abbondare scolari del Vergerio e di Pietro Martire
Vermiglio, ed esservi (scriveva al cardinale Sabello) il nome di
cattolici, non i costumi, nè la credenza. V'aveano tenuto casa i
novatori Trontano e Kanesgen, pseudonimo del Beccaria; poc'anzi v'era
morto Lodovico Besozio, scolaro del Trontano migliore del maestro: era
frequentissimo il contatto colla val del Reno, tutta già calvinista.
Singolarmente vi si segnalavano per odio ai cattolici Francesco Luino,
che da trent'anni era colà: un figlio del Trontano[110] e due o tre
altri, «le cui mogli sono veri mostri d'inferno». Stava a capo delle
cose sacre un frate, disertore dell'Ordine e della religione, che seco
traeva una femminaccia e quattro suoi figliuoli: poco di meglio erano
gli altri preti. Il Borromeo coll'amorevolezza, coll'Inquisizione,
coll'insegnamento, col largheggiare, si conciliò gli animi: e Dio ne
prosperava le fatiche.

La riverenza verso quel gran santo non ci terrà dal narrare come ivi
scoprisse moltissime streghe. Istituitone processo, ben centrenta
abjurarono: quelle che non vollero ravvedersi furono condannate, e prima
quattro, poi altrettante, poi tre, indi più altre vennero arse. Il
prevosto di quella terra Domenico Quattrino da undici testimonj era
stato visto, nella tregenda coi demonj, menar danze oscene in paramenti
da messa, e recando il santo crisma[111]: onde fu dannato al fuoco.

Sarebbero gettate le parole ch'io aggiungessi per compiangere che i
delirj del secolo prendessero anche anime illuminate e pie. Solo non
tacerò che i Grigioni si dolsero e protestarono contro abusi di
giurisdizione del Borromeo, ma nei loro atti non trovammo fiato di
lamento per queste procedure; tanto parevano regolari secondo i
tempi[112]. Il Borromeo nella Mesolcina all'ucciso curato surrogò
Giovanni Pietro Stoppano, autore del _tractatus de idolatria et magia_,
che poi fu messo all'Indice. Da poi il santo si mise per la val Calanca,
ove conobbe cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde. Pel
Lukmanier andò alla badia di Dissentis a confermar nella fede
quell'abate Castelberg, forse l'unico uom distinto che nella Rezia
zelasse la restaurazione del cattolicismo nel senso del concilio di
Trento.

Personaggio così famoso, che veniva a croce alzata, seguito da molti
ecclesiastici di virtù e di saper grande, che era incontrato
solennemente dalle autorità, che all'Ospizio dormì sulla paglia, che fe
il trasporto delle reliquie dei santi Sigisberto e Placido, dovette
lasciar viva impressione sopra quei terrazzani. Era sua mente drizzarsi
a Coira, indi nel ritorno visitare Chiavenna e la Valtellina. Per
impetrarne licenza mandò Bernardino Mora al beytag dei Grigioni: ma i
predicanti andavano spargendo sospetti sul suo conto: lui infine esser
nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, il cui nome, dopo le acerbe
guerre lor recate sul lago e in Valtellina, era fra i Reti rimasto
terribile: vedessero quanto aveva operato in val Mesolcina, dove non
prima pose piede, che collocatosi in luogo forte, stabilì un
inquisitore, e fece ogni suo talento: assai tornerebbe sospetta ai loro
alleati Francesi la venuta del cardinale, tutto ligio alla Spagna[113].
E questi susurri trovarono ascolto; onde, non che escluderlo, i
predicanti commossero quei della val Pregalia a dare addosso ai
missionarj da lui mandati, e metterli a processo[114]. Adunque avvisato
voltò per Giornico e il Sangotardo[115] a Bellinzona. Quivi trovò folta
ignoranza delle cose di Dio, ed un vivere non punto meglio del credere;
matrimonj incestuosi, usure sfacciate, conculcati i diritti del clero,
sacerdoti simoniaci e viventi in pubblica disonestà. Ho letto omelie da
lui recitate colà, donde può trarsi argomento e dello stato di quel
paese e dello zelo che il santo vi adoprò, dimorandovi fino al 15
dicembre; ove eresse anche una prebenda per mantenere un maestro, lasciò
un catechismo, compilato a posta dal gesuita Adorno, ridusse a
compimento il collegio d'Ascona. Come avea fatto rinviare dal Governo di
Bellinzona il Beccaria e il Trontano, sperava fare di Mesocco il punto
d'appoggio del rinnovato cattolicismo nella Rezia, dicendo che, essendo
questo paese uno Stato sovrano, già feudo dei Trivulzj milanesi, ed or
liberamente collegato ai Grigioni, non andava sotto alle leggi di
questi. Dovea porvisi una stamperia cattolica, da opporre alla
protestante di Poschiavo; e il palazzo dei Trivulzj ridursi a collegio
de' Gesuiti.

Fin tra le cure che ponevangli assedio negli ultimi suoi giorni, il
Borromeo s'occupava d'ottenere, se non pace, almeno tregua ai Cattolici
di colà; e teneva corrispondenza con re Filippo II d'affari sì intimi,
che non si affidavano alle carte, ma comunicavansi a voce col Terranova,
allora governator del Milanese.

Dal 1578 in poi, un nunzio pontificio risedette sempre nella Svizzera,
per quanto se ne adombrassero le potenze alleate: si fondarono scuole di
Cappuccini ad Altorf per le classi inferiori, e di Gesuiti per le
superiori a Lucerna, ai quali Gregorio XIII assegnò seicento zecchini
annui, oltre gli allievi che manteneansi ne' collegi di Milano e di
Roma. Anzi, Lega borromea o Lega d'oro fu detta quella che i Cantoni
cattolici strinsero col re di Spagna per conservar la Chiesa e la pace;
e i membri di essa obbligavansi «di vivere e morire nella sola vera e
antica fede cattolica, apostolica, romana, essi e l'_eterna_ loro
posterità».

Anche il cardinale Federico Borromeo s'adoprò a tener in fede la
Mesolcina, e vi mandava sempre sacerdoti e maestri. Nel 1609 vi erano
pretore Simeon De Negri, e cancelliere un Sanvico, i quali, ricordandosi
che un tempo vi sedeva un ministro protestante, anche allora lo
chiamarono. Il popolo se ne indispettisce, eccitato anche da Antonio
Gioerio, e irrompendo ove quello celebrava, abbattono la campana,
insozzano il tempio, bruciano i sedili.


Come i Grigioni, così neppur Ginevra era allora membro della
Confederazione Elvetica, ma solo confederata. Questo paese formava parte
dell'impero germanico ed era spartito, siccome il resto della Svizzera,
fra molti baroni, spesso in lotta fra loro e col vescovo; coi conti del
Genevese, che allegavano il diritto imperiale; coi duchi della vicina
Savoja, che guatavanli colla cupidigia del forte. I vescovi
signoreggiavano come principi e vi batteano moneta: ma ne impugnava i
diritti la città, che pretendeasi imperiale, cioè libera, e nominava un
consiglio e quattro sindaci per amministrare insieme col vescovo. I
conti di Savoja tentarono spodestare il vescovo; di che Gregorio XI nel
1370 movea lamento ad Amedeo VI. Amedeo VIII, che fu antipapa col nome
di Felice V, tenne in Ginevra la sede del suo pontificato, dove rimasero
gli atti di esso, finchè nel 1754 quella repubblica li regalò a Carlo
Emanuele III.

Nel 1401 Villars, conte del Genevese, cedette al duca di Savoja questa
contea, e con essa i suoi diritti sulla bella città del Lemano, che così
trovossi divisa fra tre poteri; il vescovo, il duca, il municipio. Il
vescovo, proposto dal popolo, eletto dai canonici, godeva di molte
regalie, e giudicava le cause in appello. Il popolo, cioè i capicasa,
eleggevano il sindaco e il consiglio, annuali; ricevevano dal vescovo e
dal conte il giuramento di conservare le franchigie. Il duca teneva
assessori laici per eseguire ciò che i consiglieri avessero deliberato
intorno ad affari temporali; col titolo di visdomino giurava fedeltà al
vescovo e al Comune; nel suo forte, detto il Gagliardo, faceva giustizia
de' condannati dai sindaci, impiccandoli a Champel, terreno del vescovo;
teneva le prigioni nel castello dell'Isola, che aveva ricevuta dai
vescovi per ipoteca di denaro dovutogli, e più non volle restituire.

E i vescovi erano l'unico ostacolo perchè quella popolazione
avveniticcia, mista di Svizzeri, Italiani, Francesi, non cadesse in
servaggio dei duchi di Savoja. Questi dunque cercavano metter su quella
sede parenti loro, che faceano nominare da Roma, in onta ai privilegi
municipali. Tal fu Giovanni, bastardo di Savoja, eletto da Giulio II, e
che già aveva cospirato per annettere Ginevra al ducato de' suoi. Tale
Pietro de la Beaume, che gli succedette giurando non intaccare le
libertà. Ma poichè Carlo III agognava trasformare l'autorità delegata in
sovranità assoluta, la lotta fra lui e i borghesi fe nascere i partiti
de' Confederati (_Eidgenossen_ donde Ugonotti) e dei Mamelucchi; quelli
cercando, questi respingendo l'alleanza con Berna. Prevalsero i primi, e
fecero trattato di conborghesia con Friburgo il 6 febbrajo 1518, onde
schermirsi dall'usurpatore[116]. Il duca infellonito fa uccidere quanti
Ginevrini si trovano a Torino, e sorprende Ginevra; ma non potè impedire
che i confederati stringessero lega con Berna il 20 febbrajo 1526. I
Bernesi, ch'eransi fatti protestanti, vennero con lance e cannoni, per
via spezzando le immagini, e abbeverando i cavalli nelle pile
dell'acquasanta; dispersero in Ginevra i tanti monumenti del primiero
culto; vinsero i vescovi e i duchi, e per mezzo di Guglielmo Farel
introdussero la Riforma. Il gran consiglio della città, sforzatosi
invano a conservare il cattolicismo, dovette tollerare i Riformati, che
subito prevalsero, e cacciarono i Cattolici e il vescovo, il quale si
collocò ad Annecy. Poi al 27 agosto 1535 fu ordinato non ci fossero se
non Protestanti, onde i Cattolici migrarono.

Il duca di Savoja ricoverava i perseguitati, e minacciava voler ridurre
Ginevra pari a un villaggio di Savoja. Il papa gli consentiva di levar
le decime sugli ecclesiastici e gli argenti dalle chiese onde far armi,
ed esortava i principi cattolici ad essergli in ajuto. Carlo in fatti si
mosse, tenne assediata per un anno Ginevra, ma questa ebbe soccorsi più
effettivi dai Bernesi, che, oltre liberarla, tolsero al duca il
Sciablese, Gex, il paese di Vaud, e dopo sacrifizj e martirj, lo
costrinsero a firmar la pace di San Giuliano, impegnandosi a rispettare
i privilegi di Ginevra.

Così Ginevra, spinta alla Riforma per amore della libertà politica, avea
fatto due rivoluzioni; coll'una liberandosi dai duchi di Savoja,
coll'altra introducendo la Riforma. Questa fu opera di Calvino, siccome
dicemmo, il quale, mentre il protestantismo non avea che distrutto,
cercò riedificare. Spoglio di poesia e d'entusiasmo, magro, malaticcio,
a fronte di Lutero gaudente, beone, beffardo; inasprito anche
dall'abitudine della controversia, governava con una logica implacabile
e con una rigida pietà, che non perdonava nè a sè nè agli altri; fra
quel fervore ragionacchiante, quella abnegazione senza slancio, non
piegavasi mai per sensibilità; lontanissimo dalla tolleranza, cioè dal
rispettare i diritti dell'anima[117].

Allora dapertutto era considerato come il maggior dei delitti l'eresia:
solo variavasi nel giudicare eresia quello ch'era antico o quel ch'era
nuovo. Calvino, carattere inflessibile, non potea che considerare come
empio chi reclamasse la libertà della coscienza; genio organizzatore,
pretendeva l'obbedienza, e trovava legittime le ordinanze pubblicate
anteriormente contro l'eresia; nè una penalità che potea spingersi fino
al supplizio, repugnava alla sua logica austera[118]. Non si fece egli
dunque riguardo d'imprigionare, di espellere, e arrivò più in là con
Michele Serveto, medico aragonese, allievo della scuola di Padova,
ostinantesi a negare la trinità delle persone divine. L'Aleandro da
Ratisbona scriveva al Sanga il 17 aprile 1532, essersi mandato alla
Dieta un libro di Michele Serveto _De Erroribus Trinitatis_, dove «quel
traditor con ogni suo ingegno si sforza mostrar che lo Spirito Santo non
sit tertia persona in divinis, et che questo nome di Trinità sii cosa
falsa e vana, ecc. Ha ventisei anni e grandissimo ingegno, ma la
cognizione che mostra della sacra scrittura fa supporre non ci abbia
messo di suo che il nome». Esso Aleandro pensa dunque farlo condannare
da una congregazione di teologi, e «scriver in Spagna che si faccia
proclamo et incendj di quel libro et de la statua dell'eretico al modo
di Spagna....... Altro non si potrà far per hora: saria il dover che
questi eretici di Germania, dovunque quel Spagnuolo si ritrova,
mostrassero impugnarlo, se sono veri cristiani ed evangelici come si
gloriano, perchè lui è pur non meno contrario alla profession loro che
alli Cattolici, ecc. [119]».

Così fecero: Calvino volle averne il parere de' credenti, e tutte le
Chiese elvetiche risposero egualmente che bisognava impedire si
propagasse lo scandalo delle empie sue dottrine, e vietare che gli
errori e le sette fossero seminate nella Chiesa di Cristo: sicchè lo
condannarono alla morte e al fuoco. Il Serveto domandò d'esser
rilasciato perchè trattavasi d'eresia, delitto che non appartiene al
poter civile, così avendo stabilito anche Costantino a proposito di
Ario. Non ebbe ascolto. Calvino, da lui implorato di perdono, glielo
negò, consigliandolo a volgersi al Dio, che avea bestemmiato. Dal famoso
Farel esortato a disdirsi, e così impetrar misericordia, il morituro
rispose: «Non ho meritato la morte, e prego Dio di perdonare a' miei
persecutori; ma non ricomprerò la vita con una ritrattazione che ripugna
alla mia coscienza». Farel l'accompagnò tutta la via, pregandolo,
minacciandolo, blandendolo, insultandolo: sulla deliziosa collina di
Champel, tra una folla immensa, che pregava per lui, fu legato a un
palo, col libro suo, e in capo una corona di fronde, spolverata di
solfo, e messovi il fuoco, l'anima di lui comparve davanti
all'Altissimo.

Molti fremettero alla fiera esecuzione, e Calvino li sfolgorava co'
termini più bassi, e sosteneva il diritto, anzi il dovere di punire
colla spada gli eretici. Par che anche la nostra Renata di Ferrara
gliene facesse appunto, ed esso le rispondeva: «Avendovi io allegato che
David col suo esempio ci istruisce di odiar i nemici di Dio, voi
rispondete che era ancora sotto la legge di rigore. Ma questa glossa, o
signora, sovvertirebbe la Scrittura, e perciò bisogna fuggirla come
peste..... Per troncar il filo d'ogni disputa contentiamoci che san
Paolo applicò a tutti i fedeli quel passo, che lo zelo della casa di Dio
ci deve consumare. Laonde Nostro Signor Gesù Cristo riprendendo i suoi
discepoli quando il richiesero di far cadere il fulmine su quei che lo
ripudiavano, come avea fatto Elia, non allega loro che or non si è più
sotto la legge di rigore, ma solo rimostra che non sono mossi da sì viva
affezione quale il profeta. Anche san Giovanni, del quale voi riteneste
solo la parola di carità, mostra che noi non dobbiamo, sotto ombra
dell'amor degli uomini, raffreddarci sopra l'onor di Dio e la
conservazione della sua Chiesa, giacchè ci vieta perfino di salutare
quelli che ci sviano dalla pura dottrina».

Come del Serveto dicea, _Si venerit, modo valeat mea auctoritas, vivum
exire non patiar_, così d'un nostro rifuggito italiano: _J'eusse voulu
qu'il fust pourry en quelque fosse, si ce eût été à mon souhait; et sa
venue me réjouit autant comme qui m'eust navré le cœur d'un poignart...
Et vous assure, s'il ne fust si tost eschappé, que, pour m'acquitter de
mon debvoir, il n'eust pas tenu à moy qu'il ne fust passé par le feu._

Trovati alcuni scritti di quel Gruet che avea mandato a morte, li fa
bruciare dal boja, e l'autore chiama _adhérent d'une secte infecte et
plus que diabolique... degorgeant telles exécrations dont les cheveux
doibvent dresser en la teste à tous, et qui sont infections si puantes
pour rendre un pays mauldict, tellement que toutes gens ayant conscience
doibvent réquerir pardon à Dieu de ce que son nom a été ainsi blasphémé
entre eux._

Tal era dunque la tolleranza calvinica, alla quale potremmo opporre la
benignità del Sadoleto, vescovo di Avignone, benevole anche coi
caporioni della Riforma [120]. Allorquando il vicelegato Campeggi menava
l'esercito contro dei Valdesi, il Sadoleto li ricoverò nel suo
vescovado, scrisse loro una lettera, in cui, dopo riprovate le loro
dottrine, aggiungeva in francese: «Desidero il vostro bene, e sarei
amareggiato se si venisse a distruggervi, come si cominciò. Perchè
meglio intendiate l'amicizia che vi porto, il tal giorno mi troverò
presso Cabrières, e là potrete venire pochi o tanti, senza che vi si
faccia alcun disturbo, e là vi avvertirò di quel che vi sia di salute e
profitto».

Paolo III indicò conferenze a Lione, alle quali convennero il vescovo di
Ginevra, il cardinale di Tournon, gli arcivescovi di Lione, di Torino,
di Vienne, di Besançon, i vescovi di Langres e di Losanna e il Sadoleto;
molto disputarono sui modi di ristabilire il cattolicismo a Ginevra,
infine dovettero limitarsi a una lettera che il Sadoleto scriverebbe.
L'abbiamo, ed è mentosto una polemica che un'effusione di cuore paterno,
dove s'associano l'elevazione del pensiero alla tenerezza morale del
vangelo, così diversa dall'aridità a cui Calvino abituava i Ginevrini.
Insiste principalmente sul punto che commoveva i distruttori d'allora,
la perennità di questa Chiesa, con una sequela di dottori, di martiri,
di pontefici, purificata al fuoco della persecuzione, vigile a condurre
i fedeli, amorosa a correggerli, inesausta in tesori di perdono. E
quando il rigido metodismo non aveva assiderato i cuori dovea far
effetto quel suo mostrar quanto i dogmi abbiano di consolante pel cuore,
i conforti della preghiera: e lo stesso Beza nella vita di questo
confessa che, _nisi peregrino sermone scriptæ fuissent, magnum civitati
in eorum statu damnum daturæ fuisse videantur_.

I caporioni di Ginevra stettero in gran pensiero a chi affidar la
risposta, e trovarono non poterla fare se non Calvino, benchè allora
fosse allontanato dalla città. La stese egli infatto, tripla di
lunghezza, superiore in energia, poco inferiore di eleganza, come retore
consumato che era e versato ne' classici; loda la virtù e il sapere di
lui, egli sempre così acre contro i suoi avversarj, ma lo imputa di
malafede e di trascorrere fino alla villana licenza del calunniare[121].

Principalmente quanto alle tante sette, suscitatesi fra' Riformati,
riflette che, se questa fosse colpa, ne andrebbe imputato l'intero
cristianesimo fra cui tante ne nacquero; doversi anzi lodar di zelo i
Calvinisti che le combatterono mentre i Cattolici dormivano oziosi.
Quasi la Chiesa non respingesse le sette coll'autorità sua propria
inerrabile; quasi fosse merito combatter l'errore coll'errore! Finisce
professando che non vi è bene maggiore dell'unione ecclesiastica, e
invocando Cristo a riunir tutti nella società del suo corpo, per modo
che, colla sola sua parola e il suo spirito, siam congiunti in un cuore
e in un pensiero.

La risposta di Calvino è citata tuttodì come un modello di bellezza e
forza di stile; noi cattolici e italiani abbiamo dimentica affatto la
lettera del Sadoleto, che in nulla le cede.

Accennammo come fondatore della Chiesa italiana di Ginevra l'Ochino
(Vol. II, p. 62). Con esso era fuggito da Siena Latanzio Ragnoni, che
venuto a Ginevra nel 1551, fu il primo che vi prese uffizio di
catechista; poi morto il Martinengo, a' 24 ottobre 1557 fu fatto
ministro di quella Chiesa italiana, e vi morì il 16 febbrajo 1559[122].
Dapprima si adunavano gli Italiani per la preghiera comune nella sala
del vecchio collegio. Cresciuti di numero si diedero forma di Chiesa:
nel 1552 la dirigeva un pastore; nel 1556 si compose il concistoro,
formato del pastore, ch'era il Martinengo, quattro anziani e quattro
diaconi; e capo degli anziani fu il marchese Galeazzo Caracciolo per
trentun anno, in tal qualità vigilando a quanto accadesse alla Chiesa e
prendendo cura de' poveri. Egli provide ad assodarla, e dal magistrato
ottenne uno statuto che del ministro determinava venticinque incombenze.
La prima era di cominciare l'adunanza coll'invocare l'assistenza di Dio,
e finire col rendergli grazie. La seconda, di far tutto con ordine,
modestia, semplicità, carità, senza discordia nè contese. Tutti i membri
della Chiesa italiana una volta l'anno si univano in generale assemblea
per conferire sul regolamento delle famiglie, e sull'accettare nuovi
membri: locchè manteneva la moralità, tanto più che non accoglieva alla
Cena chi ne fosse immeritevole. I fedeli erano visitati di tempo in
tempo dagli anziani, e i figliuoli istruiti accuratamente. Fin dal 1551
a Nicolò Fogliato di Cremona e Amedeo Varro piemontese erasi affidata la
cura de' poveri per soccorrerli con somme raccolte. Nel 1555 il
magistrato, vedendo ben ordinata quella Chiesa, e attenta ai precetti
del Vangelo, concesse a suo uso il tempio della Maddalena, dove
amministrar la Cena alle otto di mattina della domenica dopo quella che
se n'era valsa la Chiesa francese. Per residenza del pastore fu data
un'abitazione nel chiostro di San Pietro.

Alla professione di fede ginevrina troviamo si soscrissero, degli
Italiani, Celso e Massimiliano Martinengo bresciani, Galeazzo
Caracciolo, Bernardino Ochino, i conti Giulio Stefanelli e Antonio Tiene
di Vicenza, Marco Pinelli genovese, Pompeo Avanzi veneziano, G. B.
Natan, divenutovi poi predicante, Nicolò Gioffredo di Crema, Cesare
Bollani e Pompeo Diodati di Lucca, Onofrio Marini napoletano, Carlo
Federici e Paolo Alberti romani, Pietro Muti toscano, Paolo Lazise
veronese, Matteo Gribaldi, Giorgio Blandrata e Carlo Alciati milanesi,
Bartolomeo Polentani, Agostino Fogliani, Orazio Chiavelli, Santo
Mellini, Giacomo Verna, Sigismondo Pigna, Giovanni Fecato, Andrea
Cotogni, e molti vulgari; e «preti e frati rifuggiti non per altro in
Ginevra se non perchè stracchi del rigore del chiostro e del breviario,
e trovando buono di godere il resto de' loro giorni in libertà con una
moglie in seno. Almeno così ne scrivono gli autori cattolici, e così ne
parlano i Protestanti che vogliono spacciarsi per galantuomini».

Sono parole d'un altro eretico d'età più tarda, Gregorio Leti, il quale,
nella _Historia ginevrina_[123] soggiunge che sette Italiani ricusarono
sottoscrivere, e si ritirarono dalla città; fra i quali Andrea Osselani,
Marco Pizzi, Valentino Gentile, che poi vi s'indussero; nè però
quest'ultimo desistette dal sostenere proposizioni ariane, sinchè fu
cacciato. Accenna altri che ricoveravano a Ginevra, tra' quali
Margherita Pepoli di Bologna, fuggita con un amante, bastardo de'
Bentivoglio, e colà resasi calvinista.

Altrove[124] colla abituale sua prolissità e gonfiezza declama contro
l'intolleranza di Ginevra. «Dio ne guardi che pigliasse la fantasia al
re di Francia di trattar gl'infelici Ugonotti con una particella di quel
rigore, col quale li Ginevrini trattarono nel 1536 li Cattolici a
Geneva. Dio ne guardi, dico un'altra volta: almeno il re di Francia sono
già tanti anni che li va distruggendo, togliendoli oggidì una cosa,
dimane un'altra senza sangue e senza violenza considerabile, e sono
stati minacciati prima d'esser ruinati: e se gli è lasciato il tempo
pian piano di pensare a' casi loro.... Ma i Ginevrini, subito che si
videro in mano il governo, non diedero tempo un momento ai Cattolici:
cito, cito, cito: la sentenza e l'esecuzione in un momento, e non
voglion dar tempo neanco per l'instruzione».

E qui si scaglia contro gli autori del suo tempo e cattolici e
protestanti, perchè non sanno che mentire, inveire, calunniare: e i
libri che si vendono non son che controversie e satire, critica della
critica, papismo contro papismo, calvinismo di calvinismo, e sempre
maledire, criticare, mentire. E pensa che la religione se ne vada, e
dice che metà degli uomini sono atei; che come si scandalizzano i
Cattolici andando a Roma, così a Ginevra i Protestanti.

In fatto ben provvista di spioni era Ginevra, un de' quali un giorno
rapporta ai magistrati: «Ho inteso Caterina moglie di Giacomo Copa, del
ducato di Ferrara, dire che Serveto è morto martire, e Calvino fu causa
della sua morte perchè era seco in lizza, onde i signori han fatto male
a farlo morire; che Gribaldo ha dottrina sua propria, come Paolo Alciato
e il Biandrata, e che son perseguitati a torto e per malevolenza:
ch'ella vuol andarsene perchè il procedere di questi signori le spiace
in quanto condannano chi pensa diverso da loro; e disse molte bestemmie
di cui non mi ricordo». Un altro spione rincalzava: «Ella disse che M.
Calvino non è d'accordo con Gribaldo perchè questi è più dotto: ch'ella
non ha a far se non quello che Gesù Cristo dice: che, se ella persevera
e muore qual è venuta a Ginevra, sarà martire del diavolo. Essa tien una
lettera di Gribaldo, sottoscritta da Giovanni Paolo e da Valentino».

Arrestata, si seppe ch'ella era venuta a Ginevra per compiacere al suo
unico figlio, che non voleva andar alla messa, e restò condannata a
domandare mercede a Dio e alla giustizia, e bandita, con ordine di
lasciar la città fra ventiquattro ore, o perderebbe la testa[125].

Uno fu condannato perchè possedea le _Facezie_ del Poggio: un altro
perchè leggeva l'_Amadigi_: un muratore perchè stanco esclamò, «Al
diavolo l'opera e il padrone».

Questo Gribaldo, che dal Leti vedemmo dato per milanese, ma par
piuttosto padovano, era un antitrinitario: fu dal Vergerio chiamato alla
Università di Tubinga, e mandò una confessione di fede allo Zanchi,
pregando la comunicasse anche a Pietro Martire, ma fu conosciuta
eterodossa, e il Beza la disapprovò affatto[126].

I duchi di Savoja non sapeano darsi pace di aver perduto Ginevra, e
cercavano ripigliarla, adducendo a pretesto ch'era nido d'eretici. Pio
IV incaricava il vescovo di Como della nunziatura agli Svizzeri
cattolici, onde persuadere questi a confederarsi col duca di Savoja per
recuperare Ginevra[127]. Stanno nell'archivio di Torino un breve di esso
papa a Francesco II dell'11 giugno 1560, ove l'esorta ad ajutare di
denaro e di truppe il duca per recuperare Ginevra, impresa accettevole a
Dio, e utile alla pace del suo regno, disfacendo quel ricovero de'
malcontenti di Francia: e un'altra del 13 al re di Spagna nel senso
stesso, assicurando che il re cristianissimo dalla Borgogna, esso papa
dall'Italia spedirebbero truppe all'uopo. Il giorno stesso, Carlo
Borromeo avvertiva il signor Collegno che il santo padre avea deposto
ventimila scudi in mano di Tommaso Marino banchiere a Milano per servire
ai Cantoni cattolici contro gli eretici che volessero attaccare i
fedeli; e per impedire che questi andassero a soccorso di Ginevra quando
verrebbe assalita dal duca. Il quale, allorchè muova a quest'impresa,
avrà pure ventimila scudi per le spese di un trimestre; il papa manderà
la sua cavalleria a proprio costo, acciocchè la guerra compiasi presto,
avantichè i Turchi ci molestino. Sua santità trova bene che la guerra
non si qualifichi di luterana, ma solo guerra contro di ribelli e d'una
città che appartiene al duca Emanuele Filiberto.

Forse la morte di Francesco II interruppe l'impresa, ma il desiderio non
ne cessò nei duchi; e Carlo Emanuele meditò sorprendere la città mentre
l'assicurava di pace e di buona vicinanza. È famosa la scalata sua, sì
ben ordita e sì mal tessuta. Non è mestieri dire che i Cattolici
secondavano quest'impresa di lui. Il poeta Vinciolo Vincioli lo
incoraggiava

              a domar l'antico orgoglio
    Del barbaro vicin, e di quegli empj,
    Che fuggendo al tuo scettro, ebber ardire
    Fabbricar nuova fede e nuova legge;

gli assicurava il favor di Dio che certamente destina

    Che debban l'armi tue con breve guerra
    Vincer tutta la terra,
    La qual, vinta, che sia, dall'Indo a Tile
    Sarà solo un pastor, solo un ovile;

lo esortava a far fiorire di qua dall'Alpe la pace,

    Mentre di là fiera discordia ognora
    Tiene in travaglio i popoli, che sono
    Verso Dio divenuti aspidi e talpe.

Intanto lo sollecitava contro Ginevra, indarno difesa dal lago, dalla
palude, dai fiumi, dalle mura:

    E già veder il Rodano mi pare
    Portar il sangue invece d'acque al mare.

Poveri vaticinj de' poeti! Invece, la notte 12 dicembre 1602, già
ducento suoi uomini erano penetrati nella città, quando furono scoperti
e trucidati; ed egli cacciato non riportò che la vergogna d'aver
perfidiato, senza la giustificazione che suol dare la buona riuscita.
Carlo tornossene collo scorno, e le canzoni popolari a lungo fecero
risonare la sua vergogna, come un annuo digiuno e il canto del salmo 124
perpetuò la memoria dell'essere sfuggita la città al pericolo di
diventare serva e cattolica.

Nel 1609 e nel 1611 Casa di Savoja rinnovò que' tentativi, sempre col
pretesto di sostenere i pontefici, come altre volte pensò ingrandire col
pretesto di abbatterli.

San Francesco di Sales vescovo d'Annecy avea più volte insistito
sull'importanza di acquistare quella città, non però coll'armi, e la sua
speranza di guadagnarla colla persuasione andò dispersa dacchè il
Savojardo divenne esecrabile ai Ginevrini, che, coll'amor della patria,
istillarono ai figliuoli l'odio pel duca non solo, ma per tutto ciò che
fosse di Savoja.

Ginevra restò sempre la Roma degli Evangelici. La famiglia lucchese dei
Turrettino ben ne meritò e diede molti uomini di Stato e scrittori. Tali
Benedetto, autore di sermoni e dissertazioni teologiche (1631) e d'una
storia della Riforma di Ginevra, rimasta manoscritta: suo figlio
Francesco, scolaro di Gassendi e contato fra' più insigni di quella
città, che scrisse, oltre il resto, _Institutiones theologiæ elenchticæ_
(1687): Giovanni Alfonso suo figlio, più celebre degli altri
(1671-1737). Accolto con onore ne' suoi viaggi, posto a Ginevra fra i
pastori, poi in una cattedra di storia ecclesiastica, eretta apposta per
esso, tenne corrispondenza estesissima per essere informato di quanto
operavasi dai Protestanti, e cercava di mettere pace fra i dissidenti
coll'indurli ad attenersi solo a certe credenze fondamentali, e
tollerare parziali dissensi, può dirsi riformò un'altra volta Ginevra,
cancellando quanto di passionato v'aveva in Calvino; per opera sua il
concistoro de' pastori di Ginevra cessò di esigere che tutti i ministri
sottoscrivessero il _Consensus_, formulario intorno alla predestinazione
e alla grazia. Le opere di esso furono raccolte in quattro volumi a
Leuwarde 1775. Ebbe egli a scrivere che, se tante genti d'Europa, poste
sotto cielo felice e dotate di begli ingegni, nulla producono d'insigne,
n'è colpa il Sant'Uffizio, o leggi somiglianti a quelle
dell'Inquisizione, che frangono ogni vigore d'intelletto, attesochè
nessuno voglia promuovere le lettere e cercare la verità o pubblicare i
suoi trovati allorquando, invece di lodi, ottenga ingiurie, disonore
invece di applausi, pene e supplizj invece di ricompense.

Il pio quanto erudito Lodovico Muratori, che meritò il titolo di padre
della storia d'Italia, prese a confutare queste asserzioni nel libro _De
ingeniorum moderatione in religionis negotio_; ove dimostra come fra'
Cattolici sia libero il disputare di tutto quanto non intacchi la fede e
la moralità, e delle opinioni in fatto di scienze, lettere, arti, qual
sarebbe la teorica copernicana: rimanendo intero il diritto di
pubblicare la verità. Ma nel sostenerla egli raccomanda si adoperi
giustizia, prudenza, carità; non calunniare mai; temperare la mordacità;
tenersi moderati sin dove non vada di mezzo la fede; non imputare errori
che non siano ben accertati. Simili accorgimenti vorrebbe ne' censori
che rivedono libri a stampare; non irritino l'amor proprio degli autori,
col che non si ottiene che di esacerbarli; non vi mettano il puntiglio
d'opinioni personali, e l'ostinatezza a trovar errori, e la maligna
interpretazione delle intenzioni.

Tremelli Emanuele ferrarese stampò a Ginevra per Eugenio Stefano, 1569,
la traduzione latina del Nuovo Testamento siriaco. Lo tacciarono d'aver
carpita quella di Guido Le Levre, compita già, sebbene stampata solo il
1571 nella _Biblia poliglotta_ di Anversa, ma basta confrontarle per
accorgersi della falsità.

Ivi pure Vincenzo Paravicino, nel 1638 stampò _Della Comunione con Gesù
Cristo nell'eucaristia, contro i cardinali Bellarmino e Du Perron:
trattato di Giovanni Mestrezat, tradotto dalla lingua francese_.

Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi, de'
quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale, firmata
Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di comune
consentimento da le chiese che sono disperse per la Francia, e
s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una prefatione la quale
contiene la risposta e difensione contro le calunnie che gli sono
imputate. Ed è _de la stampa di Gio. Batt. Pinerolo a Ginevra_.

L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare
Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della fede.
Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico Iehova, e
assai si diffonde nel difendere tal novità.

Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:

    O David degno! o te beata appieno
      Italia mia, se quel secondi, or volta
      Da le mondane a le celesti tempre.
    Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta:
      Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno,
      E lui sol celebrar si dee mai sempre.

Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema
«l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in quello
della Chiesa del Signore».

In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si
stamparono _I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni Diodati_,
senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli Aldi; e sono
cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta salmi, del 1650,
contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel 1683 a Ginevra
apparvero _Cento salmi di David tradotti in rime volgari italiane
secondo la verità del testo hebreo, col cantico di Simeone ed i dieci
comandamenti della legge, ogni cosa insieme col canto_. Sono gli antichi
sessanta, con aggiunta di quaranta, di _Giovanni Diodati di benedetta
memoria_. L'epistola proemiale, colle solite invettive contro ai
Cattolici e alla consacrazione, dice aver già pubblicato un libro sulle
orazioni da farsi nelle adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i
sacramenti e santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della
musica. Vi sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e
così per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una
confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il tutto è
in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una chiesa
italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i _Salmi_
secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la versione _ên
lingua piemonteisa_.

Più tardi, nella _Bibliothèque Germanique_ (Amsterdam 1725, pag. 231)
leggiamo in data di Ginevra: «Nous avons ici depuis quelque tems, un
savant homme nommé M. Ferrari, italien, qui depuis longtems a embrassé
la réligion reformée, et c'est établi en Angleterre. Il cherche des
mémoires pour un ouvrage qu'il intitulera _L'Italie Reformée_, et dans
lequel il traitera des Italiens savans ou gens de considération, qui ont
embrassé la réligion protestante».

Ecco dunque uno che ci avrebbe preceduto d'oltre un secolo. Questi è
probabilmente Domenico Antonio Ferrari, giureconsulto napoletano, ajo
nella casa del conte di Leicester; quel desso che nel 1744 depose al
collegio di San Giovanni a Cambridge la copia della prima edizione del
_Trattato del Benefizio di Cristo_, che fu creduta la sola
sopravvivente. Egli stesso nel 1720 aveva mandato un esemplare delle
_Cento Considerazioni_ del Valdes a un non sappiamo chi di Neufchâtel,
che ne fece annotazione su di esso libro; unica copia arrivataci di
quell'opera, e dove il Ferrari è indicato come _original de Naples,
naturalisé anglais, et docteur en théologie de Cambridge, gouverneur de
Mr. Cock gentilhomme anglais_. Se è lo stesso, d'entrambe le due opere
del Valdes, che levarono tanto rumore allora, poi di nuovo in oggi, la
conservazione sarebbe dovuta allo stesso italiano.

Del 1705 possediamo originale questa lettera di un frate Aurelio
Ghirardini servita bolognese, in cui al governo di Ginevra offre la
propria apostasia.

  «Serenissime Princeps, excellentissimi patres,

Fidem vestram tueri cupio, serenissime princeps, excellentissimi
presidenteis; sanguinem ad vestram religionem defendendam sum effusurus,
et mei ingenii tenebris splendorem ipsius adaugere peropto. Fidem,
homini contra fidei dogmata insequuti, præstate. Debito abundant rubore
characteres, licet atramenti colore funesto nigrescant; vestram enim
pietatem implorant, quæ absque dubio, quamvis in celsitudinem conscendat
humanitatis, quamvis maxima sit, tamen adeo grata est, ut absque precum
effusione ab omnibus impetretur: in hoc non recedens a solis
generositate, qui tam collium celsitudini, quam vallium humilitati lumen
suum uberrime impertitur. Vere futuro proximo, vobis annuentibus, hic
servitutem, quam verbis profero, operibus confirmabo; dummodo me vobis
gratum fore, certiorem reddatis. Hoc temporis curriculum ab hujusce
epistolæ exaratione ad discessionem intercedet, ob commoditatum inopiam,
ab ærumnis et calamitatibus a me perpessis exortam et genitam. Nullam
artem mæchanicam ob natalium modicam claritatem, calleo. Artes tantum
liberales humilitate ingenii recolo, et vestram solum humanitatem et
æquitatem summe veneror et agnosco. Vos humillime precor, ut non calamo,
sed mihi parcatis. Viginti duo anni statis meæ jam evolarunt, et
reliquum vitæ et laborum vobis, vestræ fidei consecrabo. Responsum et
rescriptionem hujusce epistolæ animo hilari expecto. Ad majorem notitiam
simul, et mei delitentiam hic titulum mihi in rescriptione adaptandum
subposui. Vobis Cœlum illos tribuat honores, quos æque meritum vestrum
appetit. Vobis, vestræ quæ religioni tribuat incrementum; reipublicæ
augmentum, nominisque vestri famam æternam. Dum in obsequii mei
evidentiam vobis me ipsum consacro.

«Dominationis vestræ serenissimæ et perquam exc.

  «Ab urbe Reggio, mensis decembris, anni 1705.

                              _Humill^mus et obsq^mus famulus_
                          F. AURELIUS GHIRARDINI, ordinis Servorum».

      «Titulus italo idiomate faciendus:
  _Al p, f. Aurelio Ghirardini servita bolognese
             della Madonna. A Reggio._

Dopo il 1725 la Chiesa di Ginevra dichiarò che non volea maestri umani,
fossero Calvino o Beza; poi nelle conferenze che l'Alleanza Evangelica
tenne l'autunno del 1861, molti pastori d'essa Chiesa affermarono non
potere aderire ad essa Alleanza perchè aveva adottato una formola
dogmatica, cioè _Credo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito
Santo_[128].

Mentre fin a ciò si spingeva la negazione, noi stessi vedemmo un
singolare ritorcimento, attuato per opera dell'abate Francesco Vuarin
savojardo, che fu curato di Ginevra dal 1808 al 1843. Trovati colà
appena ottocento Cattolici, diede opera ad aumentarli, cozzando
vigorosamente col Governo e coi ministri, scrivendo, divulgando libri,
moltiplicando opere benefiche, introducendo le Suore della carità e i
Fratelli della dottrina cristiana, che dirigessero un ospedale, una
scuola, un orfanotrofio, mentre i Cattolici restavano esclusi dalle
molte istituzioni pie di quella città. Fu ajutato da molti, e non solo
dai pontefici, ma sin da Alessandro I imperatore di Russia: pubblicò il
giubileo del 1825, e vide accorrervi cinquemila Cattolici; diecimila ne
lasciò morendo nella sua parrocchia, con scuole libere e riti pubblici e
prediche solenni, dalle quali noi fummo assai volte edificati, come
dalla devozione degli intervenienti. L'opera sua è insignemente
proseguita dal suo successore, monsignore di Mermillod, che testè
elevalo a vescovo ausiliario di Ginevra, diceva: «In nome di Pio IX e di
Gesù Cristo sono nella città, per la quale Francesco di Sales non potè
passare che travestito nè senza pericolo della vita. Ora la percorro con
tutta libertà, in abito vescovile: vi sono salutato e riverito, e sul
mio cammino benedico fanciulletti, come faceva Gesù Cristo. Ho dodici
preti: non ancora seminario nè capitolo, ma spero impiantarveli quando
che sia. I Fratelli della dottrina cristiana istruiscono liberamente la
gioventù. Le Suore della carità traversano le strade colla modestia
della loro innocenza. In questa città, che vantavasi la Roma
protestante, nel giorno di Natale contai più di tremila comunioni. Sopra
cinquantamila abitanti ha ventimila cattolici: una magnifica cattedrale
si sta elevando sopra una delle primarie sue piazze».



APPENDICE IV

Nell'archivio di Ginevra sta un _Libro di memorie diverse della Chiesa
italiana, raccolte da me Vincenzo Burlamacchi in Geneva_, MDCL. Ne
caviamo ciò che importa all'assunto nostro.


= In appresso saranno notati li nomi delle persone italiane, le quali
sono venute ad abitare in questa città di Geneva, e fatto professione
della religione reformata, e di più l'anno del loro arrivo in esso
luogo.

1550. — Giuseppe Fogliato di Cremona. Bartolomeo Roncado di Piacenza,
con sua moglie.

E qui do notizia che solo sono qui messi i nomi che sono scritti ne'
libri; essendo certissimo che solo una parte d'essi è qui registrata.
Ciò si prova perchè già l'anno 1551 furono deputati alcuni per la cura
de' poveri. Il che mostra che, già allora ed avanti, v'era numero
d'Italiani qui. La raunanza per le prediche cominciò nel 1552, che venne
Celso Martinengo da Basilea, che fu primo ministro.

1551. — Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico nel regno di Napoli
(signor marchese), Antonio suo servitore.

Giovanello Connello di Reggio di Calabria. Lattantio Ragnone di Siena
nobile sanese. Francesco Tedesco di Messina. Paolo Buonaria. Vincenzo di
Roccia. Jacomo Tomasini di Siena, con sua moglie. Lazaro Ragazzo di
Cremona, con sua moglie. Francesco Santa di Cremona, con sua moglie.
Giuseppe Fossa di Cremona. Paolo Gazo di Cremona. Niccolò Fogliato di
Cremona. Ambrogio Varro piemontese. Michele Varro piemontese. Simone
Pauli di Fiorenza. Tomaso Pueraro di Cremona, con sua moglie.

1552. — Celso Martinengo, conte bresciano, marzo, primo ministro.

Bernardo Loda di Brescia e suo servitore. Giuseppe Fenasco di Cremona.
Alfonso Mulazzano di Ravello. Ludovico Manno di Sicilia. Giovanni Paolo
de la Motta. Giovanni Aluigi Paschale. Orsino Roccia di Capua. Francesco
Gazino di Dragonesi. Giovan Tommaso Gazino di Dragonesi. Francesco e
Sebastiano Sartoris di Chieri fratelli, con due sorelle. Bernardino
Susanno di Piacenza, con sua moglie e due figliuoli.

1553. — Francesco Marchiolo di Cremona, con sua moglie e cinque
figliuoli. Giovanni Antonio Pellissari di Mussa (moglie e quattro
figliuoli). Girolamo da Milano. Silvestro Tellio di Fuligno, con sua
moglie. Fabio Tedesco di Reggio in Calabria. Simone Fiorello di Caserta,
catechista poi ministro in Tirano (circa 1559). Giovanni Bernardino
Ventimiglia. Nicolao Giustiniano. Bottini di Genova, con sua moglie.

1554. — Andrea Rubatto di Cuneo, con sua moglie. Tommaso Portughese, con
sua moglie e cinque figliuoli. Jacomo Milanese, ecc. Georgio Miol di
Pancabero, con sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni Paolo Alciati
piemontese. Stefano Rivorio di Cavore. Domenico Fiorentino. Andrea di
Verto di Salasco. Nicolao Carignano di Carignano. Bonifacio Morena di
Cavorre, con tre figliuoli. Giofredi Morena di Cavorre, con sua moglie e
quattro figliuoli. Giovanni Pietro milanese. Antonio Gazzino,
piemontese. Costanzo Gazzino, con sua moglie. Giuseppe Bondiolo di
Cremona, sua moglie e due figliuoli. Giulio Cesare Paschali di Sicilia,
con sua moglie. Antonio del Buono di Novara, sua moglie e cinque
figliuoli. Giovanni del Buono di Novara, calzolajo, con sua moglie e
cinque figliuoli. Gioannina Cottina di Racconigi con quattro figliuoli.
Anselmo Quaglia. Tonino Tommasini. Giofredo Mozino. Hipolito Carignano.
Giovanni Battista Guazzone. Giovan Ugali, con sua moglie di Verona.
Pietro Cierigino. Giovanni Antonio Merenda. Giorgio Scarparo. =

Seguitando troviamo nel 1555 60 persone fuggite d'Italia a Ginevra,
principalmente dalla Calabria. Nel 1556 36, fra cui sette da Lucca,
colla famiglia Balbani.

Nel 1557 son 39 gli emigrati, fra cui Gioffredo Varaglia di Bosco.
Apollonia Merenda di Cosenza. Giorgio Biandrata ben noto.

Nel 1558 son 35, di cui sette spagnuoli.

Nel 1559 son 47; 19 nel 1560, fra cui Andrea del Ponte, fratello del
doge di Venezia; 22 nel 1561; 36 nel 1562, tra' quali il Castelvetro e
Fausto Sozzino; nel 1563 son 53: così in trent'anni, circa quattrocento
persone ci vennero, la più parte italiani. Torniamo al registro del
Burlamacchi[129].

= Si è trovato memoria, come le prime catechisme furono fatte nella sala
del Collegio, nel qual si celebrava il battesimo e il mariaggio. E che
il numero delli Italiani crescendo giornalmente, il luogo d'essa sala
del Collegio non sendo bastante per celebrare la santa Cena, fu, per
arresto del Consiglio, alli 13 giugno 1555 ordinato che si predicherebbe
e celebrerebbe la santa Cena alla Maddalena, la domenica seguente quella
de' Francesi, e nell'ora solita della prima predica.

Nota di coloro che hanno esercitato il santo ministero nella Chiesa
italiana, raccolta in questa città di Geneva.

1552. — Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in
questa città nel mese di marzo 1552, e dopo poco fu stabilito ministro
nella Chiesa. Morì alli 12 agosto 1557.

1551. — Lattantio Ragnoni di Siena, arrivato qua nel mese di giugno 1551
(prima catechista), fu ricevuto ministro nella Chiesa alli 24 ottobre
1557. Morse alli 16 febbrajo.

1559. — Non potendo ottener Girolamo Zanco, nè appresso M. Emanuelle,
dopo lunga ricerca. Niccolò Balbani di Lucca, arrivato qua in luglio
1557, fu ricevuto ministro nella Chiesa, alli 25 maggio 1561. Passò a
miglior vita alli 2 agosto 1587.

1577. — Giovan Battista Rota di.... in Piemonte fu ricevuto nella nostra
Chiesa, alli 20 agosto 1577, ne fu scaricato alli 20 luglio 1589 per
avere lui desiderato ritirarsi in Francia.

1590. — Giovanni Bernardo Bosso, di nazione piemontese, venuto in questa
città anno 1578, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 del
mese di maggio 1590. Esso passò a miglior vita alli 5 decembre 1612.

1612. — Giovanni, Diodati di nazione lucchese, nato qua alli 6 giugno
1576, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 decembre
1612. =


Il secolo seguente, nella successione de' pastori italiani troviamo
Benedetto Turrettini di Lucca, Giacomo Sartoris, piemontese come Giacomo
Leger. Francesco Turrettini. Fabrizio Burlamacchi, Benedetto Calandrini,
Michele Turrettini, tutti d'origine lucchese; Antonio Leger, ultimo,
durò fin al 1689: dopo di che il parlar francese divenne così comune ai
migrati, che più non fu mestieri di Chiesa distinta. Il Burlamacchi dà
pure la lista di quei che furono anziani od amministratori de' poveri.

Negli archivj del Consiglio di Stato a Ginevra stessa trovansi
quest'altre annotazioni dal registro del concistoro, che va sino al
1612.


1551. — Le marquis Galeace Caracciolo, arrivé ici 1551, travailla avec
M. Calvin pour établir l'Eglise et l'ordre de la prédication ordinaire,
y ayant dejà grand nombre de familles. Il alla querir a Bâle le comte
Celso Massimiliano Martinengo, fameux auparavant pour ses prédications
en Italie et compagnon de Martyr a Lucques, qui arriva ici en mars 1552,
et y fut etabli ministre des Italiens, etant examiné par la compagnie
des pasteurs.

1555. — On precha au commencement, et on fit les catechismes en la sale
du Collège vieux: et l'assemblée etant fort accru en 1555, par arrêt du
Conseil du 13 juin fut dit qu'on feroit le prêche italienne pour la
sainte Cène à la Madaleine, le dimanche suivant la Cène des Français à 8
heures du matin.

1556. — En l'assemblée générale de mars 1556 on établit pour adjoints du
pasteur 4 anciens, dont le dite marquis fut le premier, pour la conduite
de l'Eglise comme corps de concistoire qu'on appela Collèges, avec 4
diacres pour administrer les aumônes. Les règlements du dite College se
trouvent renouvellés le 8 mai 1564. Les dites anciens avoient charge de
visiter frequemment les familles, se partageant les quartiers. Item les
malades. Il y en avoient toujours deux, etablis sur les differences,
pour les accomoder. Un ou deux sur les écoles qu'on dressa.

On etablit pour catechiste dès devant Simon Fiorello, et on expliquait
un petit formule, et un plus grand à certaines heures. En 1556 Lattantio
Ragnone, noble siennois, faisait aussi des catechismes. Dès le
commencement on eut 50 psaumes, qu'on imprima en 1556 augmentés. Tout
ceux qui arrivoient d'Italie se présentoit au concistoire, et étant
connu de leur instruction, ils étoient incorporés en la communion de
l'Eglise, se soumettant à la confession de foi, et à l'ordre de la
discipline. Ceux qui n'étoient pas suffisamment instruits, étoient
renvoyés aux catechistes.

La congrégation générale se tenoit, dès l'an 1557, après les catechismes
italiens, au temple ou auditoire de S. Marie, dont il y eut quelques
démélés avec les Anglais pour l'heure et tout fut remis à M. Calvin. Dès
cette année on fit la depense du plancher pour la dite auditoire par
resolution du 3 mars 1557, et de quelques bancs pour les femmes in
novembre 1558, et de plancher les chapelles y mettant des bancs, janvier
1559.

1551. — Dès le commencement de 1551 jusque au fin de 1553, furent élus
entre les Italiens pour le soin des pauvres qu'ils assistoient de leurs
déniers, Niccolò Fogliato de Cremone et Amedeo Varro piémontois.

1554. — Pour les pauvres en l'assemblée générale du 4 janvier 1554,
furent députés Simon Fiorillo et Niccolò Fogliato, et en janvier 1555
leur fut adjoint Jean Paolo Alciati.

1556. — Pour l'entretien des ministres et des pauvres, il y avoit une
regle dressée de ceux qui volontairement s'y obligeoit selon leur
pouvoir, et depuis ceux de la nation y ont toujours pourvu à ses frais,
comme aussi pour les maîtres d'écoles et un chantre à gages. Le chantre
pour 8 écus. =

Nell'archivio stesso trovasi questa nota del maggio 1558. «Sur ce qu'on
decouvrit que Valentino Gentili, Giovanni Paolo Alciato, Giorgio
Biandrata et d'autres soutenaient des discours comme ne sentant pas bien
des trois personnes en une seule divinité essentielle, et troubloient la
paix de l'Eglise sémant des opinions erronées, par l'avis de M. Calvin
et des pasteurs de la ville, et du pasteur et consistoire italien fut
dressée une confession de foi special là dessus, étendant ce qui est
plus reservé en la confession ordinaire de Genéve, laquelle fu souscrite
en une congrégation générale le 18 de mai en presence du quatrième
sindyque M. Chevalier (commis au nom de la seigneurie des pasteurs
français) par la plus part des membres de l'Eglise, et par le reste en
d'autres jours suivants; et le 23 mai par six de ceux qui y faisaient
difficulté, Silvestro Teglio, Filippo Rustici, Francesco Porcellino,
Nicolò Sardo, Valentino Gentili, Hyppolite Gallo».


NOTE

[103] Della battaglia di Cappel il cardinale Accolti mandava una lunga
descrizione al Sadoleto in lettera del 4 dicembre 1531, fra il resto
dicendo che _ceciderunt quamplurimi sacerdotes qui, abjurato veræ
religionis cultu, sese in Satanæ famulatum conjecerant; repertusque est
multis vulneribus confectus Zuinglius, qui primus ad Helvetios attulit
pestifera Lutheranorum dogmata, eisque, ob singularem qua maxime inter
Helveticos florebat opinionem virtutis, doctrinæ et sapientiæ, assidue
imperitorum animos imbuebat_. J. SADOLETI Ep. lib. VII.

[104] JO. TONIOLAE _Cœtus italici qui Basileæ colligitur_. Basilea 1661.
Del Toniola abbiamo pure _Basilea sepulta, retecta, continuata, hoc est
tam urbis quam agri basileensis monumenta sepulchralia_.

[105] Nel 1860 fu pubblicato a Parigi _Mathieu Zell, le premier pasteur
évangélique de Strasbourg_ (1477-1548) _et sa femme Catherine Schutz:
étude biografique et historique par_ ERNEST LEHR. E ad Erbelfeld in
tedesco: _Capiton e Butzer, riformatori di Strasburgo, secondo le loro
lettere inedite, gli scritti stampati ed altre fonti contemporanee_, per
J. G. BAUM.

[106] Eccone la lista:

Muralto nobile signor Martino e Lucia Orella sua moglie con quattro
figliuole.

Duni nobile Taddeo, Elisabetta sua moglie e due figliuole, e Giangiacomo
fratello.

Ronco nobile Lodovico, Maria sua moglie e tre figli.

Appiano Francesco Michele con una figlia.

Cozolo Battista e Bernardino suo figlio.

Postcollonia Protaso, Franceschina sua moglie e una figlia, e Bartolomeo
suo fratello.

Zareto (o Cereto) Giovan Giacomo, Caterina sua moglie con tre figliuoli,
e Caterina madre di lui.

Orelli Luigi di Gioaneto; Apollonia sua moglie e tre figli.

Rossalino Giovan Antonio, Elisabetta sua moglie, Girolamo, Lorenzo e tre
altri figli.

Toma Pietro di Giovan Maria: Franceschina sua moglie e cinque figli.

Toma Sebastiano, Clara sua moglie con due figlie, Marta sorella:
Giovanni.

Raffagno Zannino e Caterina sua moglie.

Raffagno Evangelista, Margherita sua moglie e una figlia.

Raffagno maestro Francesco, e Caterina madre dei Raffagni.

Riva Giovanni Antonio, Maddalena sua moglie, maestro Nicolò, Bernardino
e Anna lor figli con tre altri.

Lucia, moglie del signor Francesco di Gavirate.

Cereto Maestro Battista.

Verzasca Francesco, Caterina sua moglie e una figlia.

Verzasca Giovan Antonio e Bartolomeo, due sorelle e tre figlie di
queste.

Appiano Filippo con tre figli: Parisio con moglie e quattro figli:
Caterina con tre figli: Sebastiano con moglie o due figli.

Appiano Francesco di Nicola con moglie e due figlie. Carlo Appiano suo
fratello con moglie.

Fasolo Andrea.

Muralto Giovanni: Barbara sua moglie: Giangiacomo loro figlio e tre
figliuole. Andreolo Andreoli con moglie e due figli.

Giambattista de' Baddi con moglie, e Tommaso.

Trovano Alberto con moglie, e Albertino; e Pietro Paolo con moglie e tre
figli.

Pairano maestro Giovanni Antonio, Bernardina sua moglie e due figli.

Orello Bartolomeo e Filippo; Francesco di Guffrino Orelli: Margarita sua
moglie e una figlia: Francesca sorella.

Orelli Battista di Alessandro con moglie e quattro figli.

Cattaneo Bartolomeo di Orello.

Albrizzi Battista, Giovannina sua moglie e due figli.

Muralto Giovan Antonio, Lucia moglie e Maddalena figlia: Catarina: Anna
moglie di Paolo Orelli.

Riva Giovanni di Franceschino.

Francioso Giovanni Luigi e figlio.

Lancelotto Giovanni Angelo: Susanna sua moglie con cinque figli.

Romerio Francesco e sua madre.

Rozzolli Francesco di Antonio.

Gordulino Giovanni.

Taddei Maestro Giovanni Pietro di Giovan Antonio.

Porcio Damiano.

Mercazio Filippo con moglie e figli.

Giovannina moglie di Giovan Battista Rabazotini.

Pebbia Stefano con moglie e tre figli.

Giacobina moglie di Pietro Ragazzi con un figlio.

Albertini maestro Francesco con moglie e quattro figli.

Antonia di Bernardo Benada di Gavirate.

Margherita moglie di Luigino Ronchi, e Lodovica sorella di questo.

[107] Dagli annali di Gregorio XIII pubblicati dal p. Theiner, raccolgo
che, al congresso dei signori Svizzeri tenuto a Lugano nel 1584,
l'arciprete di San Lorenzo pregava esso papa di concedere a que' preti
di dire due messe ne' luoghi di più difficile accesso, siccome già
n'aveano avuta la concessione dai vescovi di Como, allora tolta dal
visitatore Bonomo.

[108] _Ep. apud_ OLTROCCHI, _notæ ad vitam sancti Caroli_, lib. VII, c.
4.

[109] _Compertum est nullum ferme ex quingentis et amplius, qui labes
apud nos suas deposuerunt, lethalis culpæ reum fuisse auditum._ Lettera
del padre Gagliardo, da cui togliamo la descrizione di questo viaggio.

[110] Samuele, figlio del Trontano, ed un Brocca con tutta la sua
famiglia si resero cattolici nel 1584, come abbiamo dai manuscritti del
Borromeo.

[111] Vedi OLTROCCHI, ib. 684-694. RIPAMONTI, _Hist. Patr._, Dec. IV,
lib. V, e qui sopra vol. II, pag. 386.

[112] Tobia Eglino racconta con gran dolore questi atti del Borromeo
nella Mesolcina, e che colà un frate che da tre anni vi dicea messa,
annunziò di farsi evangelico. E narra d'aver lungamente in Roma servito
il cardinale Araceli genovese, che venuto a morte, si pentì d'avere
scritto molto contro il Vangelo, e confidar della misericordia di Dio;
assai cose favellò con lui sulla giustificazione e sul purgatorio,
contro le opinioni papistiche, ond'egli pensò uscir da quelle tenebre.
Venuto a Milano, cacciò un ghiro nel tabernacolo, acciocchè rodesse il
sacro pane, e così corbellare i frati che lo credeano Dio. Quinci
pericolo, ma coll'ajuto d'amici cremonesi campato, fuggì in Mesolcina.
Ora voler consacrarsi a Cristo, ed esservi molti desiderosi di lasciar
la messa ecc. La lettera del 9 giugno 1571 è in HOTTINGER, _Helv. Kirch.
Gesch._, tom. III, pag. 900.

[113] GIUSSANO, _Vita ecc._

[114] Erano l'Adorno, il Grattarola, il Boverio. Il Grattarola in una
lettera descrive il processo fattogli in un'osteria, presenti quindici
giudici insigniti della collana d'oro, i quali alfine dovendogli impor
una multa, s'accontentarono che pagasse da cena a tutti.

[115] Il passaggio del Sangotardo era allora une de' più formidabili,
pure fin dal 1374 l'abate di Dissentis vi avea posto un piccolo ospizio.
Nel suo viaggio san Carlo determinò porvi una fabbrica solida; ma morì
prima d'eseguirla, e Federico Borromeo vi collocò nel 1602 un prete con
casa. L'ospizio fu poi eretto nel 1683 dall'arcivescovo Visconti, con
due frati cappuccini per assistere i viandanti. Si sa come soccombette
nella guerra contro il Sunderbund.

[116] Appartiene a quel tempo l'avventura del prigioniero di Chillon,
che nei fasti della Casa di Savoja figura come quella del Giannone.
Francesco di Bonivard, priore di San Vincenzo a Ginevra, di gran nobiltà
savojarda e coltissimo, inchinava a' Riformati, e molto cooperò a
spinger Ginevra nell'alleanza con Berna. Perciò dal duca di Savoja era
odiato. Volendo egli andar a trovare sua madre ammalata a Seyssel,
domandò un salvocondotto, ma nel ritorno fu côlto e gettato nel castello
di Chillon, ove stette quattro anni finchè i Bernesi lo liberarono.

[117] Le ultime opere che conosciamo intorno a Calvino sono:

BUNGENER, _Calvin, sa vie, ses œuvres et ses écrits_. Ginevra 1862.

_Geschichte des französichen Calvinismus bis zur national Versammlung in
Jahre_ 1789 _von_ GOTTLOB VON POLENZ. Gotha 1857 e seg.

MAGNIN, _Hist. de l'établissement de la réforme à Genève_.

CH. CHARRONNET, _Les guerres de réligion et la société protestante dans
les Hautes Alpes_ (1560-1789). Gap 1861.

P. CHARPENNE, _Hist. de la réforme et des réformateurs de Genève, suivie
de la lettre du cardinal Sadolet et de la réponse de Calvin_. Avignone
1860: è in senso cattolico.

J. GABEREL, _Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de la
reformation jusqu'en 1815_. Ginevra 1855, 1858 e 1862.

[118] Non facea che dar aspetto legale a queste dottrine Rousseau,
allorchè sosteneva che tocca al Governo stabilir la religione civile:
che il sovrano, senza poter obbligare nessuno a creder gli articoli
della fede civile, può bandire chiunque non li crede. Se alcuno, dopo
riconosciuti pubblicamente questi dogmi, si conduce come se non li
credesse, sia punito di morte. _Contrat Social_, liv. IV, c. 8.

Giudicando l'opera di Bonnet sopra Calvino, Ernesto Renan parlò
lungamente di questo, trovando affatto naturale la sua intolleranza. Ne
leviamo alcune linee: «Quella inflessibilità che forma il carattere
dell'uomo d'azione, Calvino l'ebbe più d'ogni altro. Non so se si
troverebbe un tipo più compiuto dell'ambizioso, geloso di far trionfare
il suo pensiero perchè lo crede vero. Niuna cura di ricchezze, di
titoli, d'onori: non fasto: vita modesta: apparente umiltà; tutto
sagrificato al proposito di formar gli altri a sua similitudine. Solo
Ignazio di Lojola potrebbe disputargli la palma: ma il Lojola vi metteva
un ardore spagnuolo e un impeto d'immaginazione che hanno la loro
bellezza: restò sempre un vecchio leggitor dell'_Amadigi_, che dopo la
cavalleria mondana, seguiva la cavalleria spirituale, mentre Calvino ha
tutte le durezze della passione, senza averne l'entusiasmo... Fa
meraviglia che un uomo sì poco simpatico, sia stato al suo tempo il
centro d'un movimento immenso... e che una delle donne più illustri del
suo tempo, la Renata di Francia, nella sua Corte di Ferrara circondata
dal fior de' letterati, s'invaghisse di questo maestro austero, e
s'avviluppasse per lui in una strada così spinosa...

«Conseguenza inevitabile del carattere e della posizione di Calvino fu
l'intolleranza... Pare una contraddizione che Calvino, reclamando
focosamente la libertà per sè e suoi, la ricusasse poi agli altri.
Eppure ciò va di suo piede: credea diverso dai Cattolici, ma assoluto
quant'essi. La libertà di credere, il diritto di formarsi un simbolo da
sè, non era apparso ai Protestanti del XVI secolo... Quello zelo
violento che trae l'uomo convinto a procurar la salute delle anime con
mezzi poderosi e senza badare alla libertà, traspira da tutte le lettere
di Calvino... Come i Cattolici, reclama la tolleranza non a nome della
libertà, ma della verità. — Le violenze sue contro Serveto, Bossec,
Gruet, Gentile ed altri non faceano meraviglia; erano di diritto comune.

«La moderazione e la tolleranza, virtù supreme d'età critiche come la
nostra, non istarebbero in un secolo dominato da convinzioni ardenti e
assolute. Era la fede che in Ispagna e ne' Paesi Bassi accendeva i
roghi, e alzava patiboli: quelle ecatombe offerte alla verità (cioè a
quel che credeasi tale) hanno la loro grandezza, e non s'ha da esagerare
nel compianger coloro che soccombettero in questa lotta grandiosa, dove
ciascuno combatteva pel suo Dio: la fede gli immolò, siccome la fede li
sostenne... Come creder a mezzo quello per cui si è perseguitati? Qual
fede vacillante non diverrebbe fanatica colla tortura? La gioja di
soffrir per la sua fede è talmente grande, che più d'una volta si videro
nature passionate abbracciar opinioni pel gusto di sacrificarvisi».

[119] _Monumenta Vaticana_ LXXXIV.

[120] Delle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e delle speranze
della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio
Girolamo Rorario al cardinal Verulano, da Pordenone il 21 febbrajo 1539:

«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria
illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota,
già mesi tre, partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran
familiarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha
aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la bona mente sua verso
la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua,
scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua santità
reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural
presupposito, che essendo lui il più dotto di Germania; e in altri
luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via
della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed
aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato,
e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e
dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto
da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e
Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui!
E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton cercando poner
pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua,
ancorchè fosse presente a M. Luca Bonfilio, allor secretario del
reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose:
comunicare _sub utraque specie_; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non
mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e
prometteva che del resto s'aquieteriano, ed io parlandone col reverendo
Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser
tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma
che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non
stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo
alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti
erano nel resto....» (_Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ_, VIII).

[121] _Comme ainsi soit que par ton excellente doctrine et grace
merveilleuse en parler tu ayes (et à bon droit) mérité qu'entre les gens
savans de nostre temps tu sois tenu comme en grande admiration et
estime, et principalement des vrais sectateurs des bonnes lettres, il me
desplait merveilleusement qu'il faille que, par cette mienne
expostulation et complainte qu'à présent pourras ouir, soye contraint
publiquement toucher et aucunement blesser icelle tienne bonne renommée
et opinion._

Vedasi il nostro vol. III, p. 153, e JOLY, _Étude sur Sadolet_. Caen
1856.

[122] Registro della Chiesa italiana.

«Bernardino di Seswar, uomo dotto, desidera predicar pubblicamente la
parola di Dio in italiano, si risolve di dargli posto nella cappella del
cardinale a San Pietro per un po' di tempo, poi potrà esser messo a San
Gervaso». _Registri_, 13 ottobre 1542. Troviamo questo passo in Picot,
_Istoria di Ginevra_, ma noi, alla nota 17 del Discorso XXIII,
supponemmo deva dire Bernardino di Siena. L'errore stesso tornerebbe ove
Calvino dice: _Bernardinus de Seswar, primus pastor ecclesiæ; italicæ,
quæ Genevæ, mense octobris_ 1542, _erecta est in gratiam Italorum qui se
huc, evangelii causa, receperant_; e lo loda per la vigorosa guerra che
moveva all'anticristo. _Epistola Calvini Vireto._

[123] Amsterdam 1686, parte III, lib. III.

[124] Parte III, lib. I.

[125] Dai registri di Stato copiati da Galiffe, _Notices généalogiques_.

[126] Fra i tanti libri di colà conosciamo _Antithesis Christi et
Antichristi, videlicet papæ, versibus ac figuris venustissimis
illustrata_. Genevæ 1578, in-8º piccolo con 36 figure in legno.

[127] Bolla _Dilectum filium_, 14 giugno 1560.

[128] Nel 1865 a Uster, canton di Zurigo, il pastore Vögelin scandalizzò
gli ortodossi co' suoi ardimenti, sicchè sessanta ministri zuricani gli
opposero una dichiarazione pubblica, dove lo accusano di non aver nè
predicazione, nè dottrina cristiana evangelica; di scalzare l'autorità
della sacra scrittura e il rispetto dei popoli pei documenti sacri della
rivelazione; di negar la divinità e santità assoluta di Gesù Cristo e i
miracoli; di indegnamente abbassar gli apostoli; di far uso arbitrario
delle dichiarazioni del Salvatore; di caratterizzare la dottrina in un
modo leggero e irriflessivo, ecc., e invocavano i superiori della Chiesa
a frenarne la parola.

Questi superiori sono il Consiglio comunale di Uster, il quale rispose
che essi pastori non aveano autorità di dichiarar false le dottrine di
Vögelin; usar esso della libertà sua, com'essi della loro: badassero ai
doveri del loro ministero, e non a dar consigli.

[129] La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del
Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è notato
Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire d'alcuni, al
1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro Casale e Andrea
Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di Brescia, Stefano Barbieri
di Soncino, Antonio Capellaro di Modena. Nel 1564 molti di Montacuto di
Calabria, e varj Piemontesi. Nel 1565 Evangelista Offredi di Cremona,
nel 1567 e 68 Pietro Duca d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo
Canale di Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone
cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe
Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel 1587
Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni Giorgio
Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.



DISCORSO XLIV.

CONFLITTI GIURISDIZIONALI. POLITICA CATTOLICA. IL BELLARMINO. ERESIA
SOCIALE.


Oltre i canoni fondamentali, quali la trasmissione del carattere
sacerdotale mediante una cerimonia sacra in cui è l'azione divina; la
subordinazione a un capo infallibile; l'indissolubilità del matrimonio,
e tutto quanto concerne la vita eterna, dove la Chiesa non bada a tempi
o a luoghi, sempre identica nell'evangelizzare Cristo e il regno de'
Cieli, essa ha una legislazione in ordine alla ragione civile, che
tempera all'indole dei popoli e alla loro età morale.

Fra tanta divergenza d'accidenti e di dogmi, unico proposito conforme
dei dissidenti era l'abolire le centralità pontifizia, opponendo le
nazionalità alla cattolicità, le opinioni individuali alla unità della
fede, subordinando la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la
coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione,
il fòro interno all'esteriore.

Aveano tutto il torto?

Che l'autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di
modo che rimangano indipendenti i due poteri nell'ordine della propria
competenza, l'aveva mal compreso il medioevo quando il potere, che unico
sopravvisse della società, e che unico potea frenare la prepotenza de'
Barbari e proteggere il popolo era l'ecclesiastico: onde ne nacque un
diritto, assentito anche da quelli cui ponea limiti, e che difendeva i
deboli o per podestà immediata e diretta, o per derivata dal
pontefice[130]. Questo elevarsi de' pontefici sopra i sovrani anche pel
temporale parve trascendesse il precetto del «Rendete a Cesare quel ch'è
di Cesare»; i cesaristi non negavano il diritto canonico, bensì
discutevano se dovesse essergli subordinato il diritto pubblico: e
Dante, un de' monarchici più assoluti, prescriveva che _illa reverentia
Cæsar utatur ad Petrum, qua primogenitus filius debet uti ad patrem_.

Via via però che i governi ripigliarono ordine e vigore, andavasi
ritogliendo alla Chiesa quel che la necessità dei tempi v'aveva aggiunto
di là dalla sua competenza essenziale divina: ma l'atto effettivo della
Riforma consistette nel fare l'opposto, sovrapponendo il temporale allo
spirituale fin a dimenticare di render a Dio quel che è di Dio. Le
nazioni, cioè quei pochi che arrogansi di parlar in nome d'esse, non
volevano più l'unità teocratica; volevano costruire lo Stato
indipendentemente dalla Chiesa; e la protesta sembrò un legittimo sforzo
per isvolgere l'inviolabilità della coscienza dal diritto ancora oscuro
dalla società moderna. L'errore consistette non nell'emanciparsi dai
vincoli curiali, bensì nell'istituire Chiese distinte, nazionali,
foggiate secondo il bisogno civile. Era un frantendere la gran lite fra
la Chiesa e lo Stato; tanto più che non trattavasi d'affrancar l'anima
del cittadino, bensì di ridurlo più servo, retrocedendo fin al
paganesimo.

Di primo acchito i principi s'accorsero qual partito potessero trarre
dalla Riforma, concentrando in sè i poteri della Chiesa, e incamerandone
i beni; fra i Luterani restò convenuto dover un paese avere la religione
che volesse il principe; Grozio assegna come primario diritto maestatico
l'imporla: _in arbitrio est summi imperii quænam religio publice
exerceatur; idque præcipuum inter majestatis jura ponunt omnes qui
politica scripserunt_. Ciò importa, secondo il Böhmer, il diritto di
costituire i dottori, di prescrivere i riti, di riformar le cose sacre e
la disciplina, di dirigere l'insegnamento e la predicazione, di usar
nelle cose sacre la giurisdizione criminale e civile e penale, di
decider le controversie religiose, di convocare i concilj, di designar
le diocesi e le parrocchie. Tirannide la più completa se mai fosse stata
applicata nella pienezza delle sue conclusioni e non ristretta dalle
costituzioni scritte, alle quali fu duopo ricoverarsi dopo tolto quel
supremo custode della verità, della giustizia, del diritto. Così alla
monarchia cattolica del medioevo sostituivasi la monarchia politica
moderna, coll'unità e universalità del pubblico potere.

Quel che i Protestanti avevano conseguito di colpo coll'aperta
ribellione, i Cattolici s'ingegnarono ottenere con mezzi termini,
accordando la coscienza coll'ambita onnipotenza. Principi che avevano
declamato contro gli abusi non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro
le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato: onde
nuovi dissensi vennero a turbare il seno della Chiesa romana.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l'autorità
irrefragabile del Concilio; ma v'aveva articoli che toccavano la società
secolare. Perocchè i prelati tridentini poco si curarono della parte
legittima spettante alla politica, e presero per ribellione a Dio ciò
ch'era una riscossa contro l'arbitrio dei poteri umani. Sbigottiti
dall'attacco recato all'attribuzione loro più sublime, i papi non
pensarono più che a difendersi, tantochè, invece di continuare a capo
del progresso come erano stati fin allora, parve si atteggiassero in
opposizione o almeno in sospetto di esso, dacchè vedevanlo staccarsi da
loro; severità affatto precarie, e volute dalle circostanze, presero
l'aria d'una missione sacra e durevole: e l'Italia, nel punto che
cessava di essere il centro dell'unità religiosa, scadde da maestra
delle civili dottrine.

Ma al primo momento, tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e
intellettuale, e rifattasi vigorosa col precisare il dogma ed emendare
la pratica, e posar come assolute le sue verità, e negando che fuori di
queste si dia salute [131], Roma non solo represse nelle genti latine la
propensione alla Riforma, ma volle ricondurre alla sua obbedienza i
traviati; e ripigliata l'offensiva, parve resuscitare i tempi della sua
prevalenza. Anche in questo punto correggendo il paganizzamento della
società, avrebbe voluto togliere ogni diversità interna di chiese
distinte, di riti nazionali, credendo prova di forza l'esigere di bel
nuovo quell'unità assoluta, che dapprincipio aveva salvato la civiltà.

Come le reliquie d'un esercito scompigliato si rannodano allo stato
maggiore, così i Cattolici sentirono la necessità di stringersi al papa:
e principalmente i Gesuiti, animati dall'alito del ringiovanito
cattolicismo, si applicarono a sostenere il solo pastore, attorno a cui
dovea formarsi un solo ovile.

La stampa avea mostrato un'inaspettata potenza facendosi aggressiva e
dissolvente sotto la bandiera della Riforma per iscassinare i poteri
stabiliti, le sovranità riconosciute, e ridurre all'intelligenza comune,
le objezioni accumulate da quindici secoli contro il cattolicismo; e
mentre prima o morivano coll'uomo che aveale inventate, o restavano fra
teologi ed eruditi, allora ottenne che la religione non fosse più
sovrana dell'opinione, ma le contraddizioni e gli attacchi, giusti o
ingiusti, venissero accreditati ed estesi. I Cattolici vollero da un
lato porre un argine a' suoi eccessi, dall'altro adoprarla ad assodare e
ricostruire; e stupendi scrittori comparvero anche nel campo nostro, non
solo profondi di dottrina, ma anche abili a spiegarla e diffonderla, e
nuovo grandioso campo s'aperse alla letteratura teologica e storica nel
propugnare l'autorità e le ragioni di Roma. Ma poichè il protestantismo
aveva implacabilmente osteggiato la santa sede, gli apologisti si
volgevano di preferenza a difenderla. Melchior Cano che pel primo fece
un trattato _De' luoghi teologici_, sostenendo i diritti del
sopranaturale e della rivelazione, appoggia la fede sulle profezie e i
miracoli: pure anche in esso e nei seguaci suoi trattasi della Chiesa e
del papato, più che delle prove e de' caratteri della rivelazione.

Le Decretali si diceano il codice della tirannia papale, a scapito
dell'autorità dei vescovi [132]. La severa critica dell'età nostra fe
ragione delle tante baje spacciate in proposito delle false,
riconoscendo che in fondo esse non istabilirono verun punto il quale già
non fosse convenuto; e che dirigevansi a sostenere l'indipendenza de'
vescovi, a fronte de' metropoliti; e ciò, non coll'inventare documenti,
bensì col raccogliere brani di costituzioni, e di lettere, o regie, o
pontificie, che già aveano vigore, e darvi forma di legge.

Pio IV elesse una congregazione che le coreggesse, rintegrando ciò
ch'era mutilato, sceverando lo spurio dal sincero, e riassettando la
cronologia. Dissipate le false Decretali, l'autorità pontifizia si trovò
più solida perchè più misurata, e venne rigenerato il diritto
ecclesiastico, il cui corpo si potè pubblicare sotto Gregorio XIII.

La baldanza d'un recente trionfo, o lo sforzo di chi dissimula la
sconfitta apparve nel ridestare, in un secolo di dubbio e di negazione,
le pretensioni che, in una età organica, aveano accampate Gregorio VII e
Innocenzo III, e asserire di nuovo il predominio illimitato della Chiesa
sopra lo Stato; il papa superiore a qualunque giudizio, e decaduto il re
che uscisse dal grembo cattolico. L'atto formale di queste pretensioni
fu la bolla, detta in _Cœna Domini_ perchè doveasi leggere solennemente
ogni giovedì santo. Antica e più volte aumentata, ebbe l'ultima mano da
Paolo V, e suole citarsi come il massimo dell'arroganza papale.
Tralasciando i punti di minor rilievo, e spogliandola delle frasi adatte
al tempo e alla curia, essa in ventiquattro paragrafi scomunica gli
eretici di qualsia nome, e chi li difende, o legge libri loro, o ne
tiene, ne stampa, ne diffonde;

chi appella dal papa al Concilio, o dalle ordinanze del papa o de'
commissarj suoi a' tribunali laici;

i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi depreda navi di Cristiani
naufragate in qualunque siasi mare;

chi impone nuovi o rincarisce antichi balzelli o tasse o pedaggi a' suoi
popoli;

chi somministra ai Turchi cavalli, arme, metalli, o altre munizioni da
guerra, o vi dà consigli;

chi offende nella persona i cardinali, patriarchi, vescovi, nunzj, o li
caccia dalle proprie terre; o giudici e procuratori deputati sopra cause
ecclesiastiche, o vieta di pubblicar le lettere apostoliche o i
monitorj;

chi le cause o le persone ecclesiastiche trae al fôro secolare, e fa
leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i vescovi nell'esercizio
di loro giurisdizione, o mette la mano sopra le entrate della Chiesa e i
benefizj, o impone tasse al clero;

chi turba i pellegrini diretti a Roma, o che ivi dimorano o ne tornano;

chi occupa o molesta il territorio della Chiesa, compresevi Sicilia,
Corsica, Sardegna; e così le Marche, l'Umbria, il principato di
Benevento, Avignone, il contado Venesino, e insomma quanto alla Chiesa
spetta _di fatto_. Estendesi la scomunica ai vasi d'oro e d'argento,
vesti, suppellettili, scritture, beni del palazzo apostolico; e non se
ne darà l'assoluzione se prima non siasi desistito dal fatto, o cassati
gli atti contrarj alla libertà ecclesiastica, distruggendoli dagli
archivj e dai libri; nè qualsivoglia privilegio o grazia valga perchè
possa uno venirne assolto che in articolo di morte, e anche allora deve
dar garanzia di pentimento e soddisfazione. La condanna colpisce pure
chi impedisse di pubblicare o attuare la bolla.

Le riazioni trascendono sempre, e in guerra armata o inerme il miglior
difendersi è l'attaccare. Se non che a condiscendere trovavansi poco
disposti i principi, i quali reluttarono contro il sinodo tridentino, e
accettandolo fecero riserva per le consuetudini e le leggi de' loro
Stati; e il frangere le barriere, al potere assoluto opposte
dall'immunità clericale, e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica,
divenne l'intento di ciascuno Stato, parendo ai re che, per trovarsi
davvero indipendenti, non dovessero lasciar veruna ingerenza ad altri
nel proprio paese, nè consentirvi autorità che non fosse accentrata nel
Governo. Sino i più cattolici, impuntatisi in tali pretensioni, talvolta
sbigottirono i papi col minacciare d'abbandonare la messa per la Cena e
pel sermone; e con questi spauracchi li ridussero alla loro volontà.
Altri, senza spingersi tanto oltre e rinnegando la logica, procuravano
dipendere il meno possibile da Roma, solleticavano le ambizioni
nazionali, e a titolo d'indipendenza tendevano ad isolare i sacerdoti
dei loro Stati dagli altri, impedire le comunicazioni dirette col capo
spirituale, formando speciali Chiese, necessariamente docili al potere
locale per cui concessione esistevano, e che un moderno chiamò aborti
del protestantismo[133].

La superiorità dei Concilj al papa, pretesa in quelli di Costanza e
Basilea, fu ritenuta dai Tedeschi; i Francesi ne fecero il cardine delle
libertà gallicane, riconoscendo infallibile il papa sol quando sia unito
al consesso della Chiesa[134]. Ma anche nella Chiesa gallicana non
disputavasi della libertà individuale, bensì della distinzione delle due
potestà e della loro indipendenza; non facendosi cenno della libertà di
coscienza. Ora, l'ammettere un'opposizione non è un rinnegare i
contendenti; se anche non si riesca ad accordarli, la Chiesa e lo Stato
esistono, giacchè si contrastano.

Perchè mancassero appigli alle declamazioni contro l'avidità de'
prelati, era stabilito che delle ricchezze loro non ereditassero i
parenti, bensì la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per
tutto il mondo. Ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili
cogli eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto
papi rigorosi come Pio V. Dall'invigilare all'adempimento dei legati
pii, i vescovi traevano ragione di voler vedere i testamenti, ma con ciò
scoprivansi i secreti di famiglia, e fisicavasi sulle frodi supposte,
come poi fecero i governi moderni. La proibizione del concubinato
portava a ricorrere alla forza per isciogliere temporarie unioni, e le
curie volevano all'uopo valersi di birri e carceri proprie. Tutto ciò
parve usurpazione ai Governi, e l'andarono impedendo fin al punto che,
quasi il pontefice fosse uno straniero, il quale pretendesse invadere
colla sua universale la giurisdizione particolare del principe, si
sottoposero gli atti suoi e i suoi decreti a esame, a ordini di
esecuzione e di placitazione[135], dopo esaminato se ne rimanessero
«salvi i diritti dello Stato».

La bolla poi in _Cœna Domini_ fu ripudiata da alcuni, da altri accettata
col proposito di modificarla nell'applicazione; Venezia la ricusò, per
quanto il nunzio insistesse; l'Albuquerque governatore di Milano vi negò
l'_exequatur_; a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei
funzionarj papali senza approvazione del magistrato; i duchi di Savoja
conferivano benefizj riservati al papa: i vescovi di Toscana lasciavano
ammollire nell'applicazione que' tremendi decreti. Ma i frati la
zelavano a rigore; guai a parlare di tasse sui beni ecclesiastici!
negando l'assoluzione a magistrati, cagionarono tumulti ad Arezzo, a
Massa marittima, a Montepulciano, a Cortona. E sparnazzavasi il nome
d'eretici, tale considerando chi disobbediva a un ordine papale.

A Genova era proibito tener assemblee presso i Gesuiti, pretestando vi
si facessero brogli per le elezioni; l'Inquisizione vi fu sempre tenuta
in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta di giurisdizione
ecclesiastica. Stefano Durazzo arcivescovo, martire della peste del
1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che gli
competesse nel presbitero, e sul titolo d'eminenza; non soddisfatto,
negò coronare il doge, e la lotta si prolungò anche dopo che
l'arcivescovo ebbe abdicato.

I governatori di Milano alle riforme di Carlo Borromeo opponevano i
diritti regj, e quel senato i privilegi della Chiesa milanese; e Pio V
scrivendogli gli rammentava che _nulla re magis sæcularis potestas
stabilitur et augetur, quam amplificatione et autoritate ecclesiasticæ
ditionis; quidquid ad spirituale patrimonium firmamenti et virium
accedit, eo temporalis status maxime communitur; nam observantia et
pietas principum et magistratuum in ecclesiarum antistites, populos
ipsis adeo praebet obedientes, ut fatendum sit regnorum ac statuum
incolumitatem uno illo ecclesiastici juris præsidio tanquam fundamento
contineri, quod utinam contrariis ad multorum exitium exemplis non
pateret_.

Già dicemmo di san Carlo. Il suo cugino e successore Federico Borromeo
due volte per queste dispute dovette viaggiare a Roma; minacciò di
censure chi trafficasse con Svizzeri, e Grigioni eretici, e scomunicò il
governatore perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze delle città,
arrogavasi giurisdizione su possessi ecclesiastici[136].

Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso, attesa la sua
feudale dipendenza dalla Santa Sede. Filippo II re di Spagna con qualche
restrizione ricevette i decreti del Concilio tridentino, e il 2 luglio
1564 ordinò al vicerè di Napoli, di pubblicarli perchè fossero osservati
anche in questo paese, protestando però non si derogava con essi alle
preminenze regali, nè ai patronati regj, od altri diritti della
sovranità. Esaminatili, il reggente vi trovò molti punti che
pregiudicavano tali diritti. Così il Concilio infligge scomunica e multa
a chi stampa libri sacri senza licenza del vescovo; or se alla Chiesa
spetta la censura, spetta al principe il consentire o no la stampa. Per
certi casi si dà licenza ai vescovi di procedere contro ecclesiastici e
secolari colla scomunica non solo, ma collo sfratto e con pene
pecuniarie anche forzose: ora l'esecuzione è attributo regio. Ad essi
vescovi è pure conferito l'approvare i maestri e professori, e con ciò
s'intacca l'autorità del principe e delle Università. Per fondar nuove
parrochie o seminarj, il vescovo può imporre decime, oblazioni, collette
sul popolo; mentre questo diritto è inerente alla sovranità, e non alla
podestà ecclesiastica. Così la visita e amministrazione di tutti i
luoghi pii e spedali e confraternite, il rivederne i conti, il commutar
la volontà de' testatori, l'imporre pene ai laici e patroni che
malversino le rendite e ragioni di loro chiese, il sottrarre ai
tribunali secolari i chierici tonsurati, sono atti che assottigliano la
giurisdizione civile. In quel regno, per abitudine antica, le censure
ingiuste o nulle erano fatte revocare, e ciò il Concilio proibiva; come
colpiva di scomunica e fin privazione di dominio i principi che
permettessero il duello; ai combattenti e padrini, oltre la censura,
infliggeva la confisca dei beni e perpetua infamia.

Pertanto il Concilio fu lasciato divulgare, ma senza pubblicazione
solenne, e si tenne in non cale ogni qual volta paresse pregiudicare la
regalia; nè bolla o rescritto di Roma valea senza l'_exequatur regium_,
e poichè il papa di ciò si offendeva, Filippo II gli scrisse non volesse
porsi all'avventura di veder di che cosa fosse capace un re potente
spinto all'estremo.

Nuovi urti cagionò la bolla _in Cœna Domini_, alla quale il vicerè duca
d'Alcala risolutamente si oppose, fino ad arrestare i libraj che la
stampassero; fu condannato alle galere uno che aveva pubblicato l'opera
del Baronio contro il privilegio d'esenzione, chiamato la Monarchia
Siciliana, pel quale al re competevano le divise e i diritti di legato
pontifizio [137]. Di rimpatto i vescovi pretendeano giurisdizione sui
testamenti, e per qualche tempo tenere i beni di chi moriva intestato,
applicandone una parte a suffragio del defunto: nei casi misti, cioè di
sacrilegio, usura, concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia,
sortilegio, potesse procedere il fôro ecclesiastico o il secolare,
secondo che all'uno o all'altro fosse prima recata la querela; donde
inestricabili altercazioni. Il popolo vi trovava il suo conto, perocchè
nel 1582 essendosi messa la gabella d'un ducato ad ogni botte di vino,
il cappuccino frà Lupo uscì minacciando di grave castigo celeste quei
che la pagassero o la esigessero. Pensate se vi si diede ascolto: tanto
che fu dovuta sospendere. Nè pochi vescovi proibivano l'esazione delle
gabelle nella loro diocesi, in forza di quella bolla: e la Piazza di
Nido a Napoli ricusò un dazio nuovo, perchè non approvato dal papa. E il
papa vi dava rinfranco, e minacciava interdire la città; fu respinto dal
confessionale e privato del viatico chi, ne' consigli vicereali, aveva
opinato in contrario, e il famoso reggente Villani a stento ottenne
l'assoluzione in articolo di morte.

Per tal operare i doveri di suddito trovavansi in conflitto con quelli
di cristiano, nè vedeasi via di composizione. S'aggiungano a ciò le
citazioni che faceansi alla Curia di Roma, e i visitatori apostolici che
il papa mandava nel regno per esiger le decime, ed esaminare le
alienazioni indebite di beni ecclesiastici, e se adempiti i legati pii;
se no, trarli a vantaggio della fabbrica di san Pietro.

Privilegi ecclesiastici consentiti all'autorità secolare rendevano la
Sicilia indipendente da Roma, ma la sottomettevano alla Spagna e
all'Inquisizione, che quivi potea più che in altro paese d'Italia,
elidendo la giurisdizione dei vescovi, oppugnando la resistenza dei
vicerè, e alle prepotenze de' baroni opponendo la secreta efficacia de'
_foristi_ o famiglia del Sant'Uffizio. Avendo il duca di Terranuova
mandato in galera un orefice ladro, di Spagna gli venne ordine di
rilasciarlo perchè era forista del Sant'Uffizio, pagargli ducento scudi
per indennità, e far pubblica penitenza. Essendo nel 1602 bandito un
Mariano Alliata forista, il Sant'Uffizio intimò ai giudici lo
ripristinassero; e non obbedito, li scomunicò; e perchè l'arcivescovo
gli assolse dalla scomunica, il Sant'Uffizio scomunicò l'arcivescovo.
Questi ricorre al vicerè marchese di Feria, il quale manda contro gli
Inquisitori due compagnie d'alabardieri col connestabile e il manigoldo;
e gli Inquisitori dalle finestre del convento scomunicano costoro e
chiunque vi dà ajuto: i soldati sfondano la porta; ma trovando i frati
assisi in giro e tranquilli, non osano far violenza; al fine il dissenso
è accomodato ritirando l'interdetto e consegnando il delinquente agli
Inquisitori[138].

I principi mal tolleravano queste restrizioni alla loro autorità, e che
si avessero giudizj non solo, ma armi indipendenti dall'unità di governo
che andavano introducendo. Di qui una concatenazione di litigi, che
l'età nostra compassiona, ma che in fondo erano le quistioni
costituzionali d'allora, dove la libertà compariva sotto le cappe
pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore. Anticamente essa
libertà non era conosciuta che in forma di privilegi, e questi erano
tanti, così varj, così gelosamente protetti dalle corporazioni o
dall'energia personale, che costituivano un insieme robusto e bastevole
di pubbliche garanzie. La Chiesa era stata la prima ad acquistar e
assicurare la sua libertà, e sovente offrì un asilo alle pubbliche o
individuali, che mancavano di sicurezza. Quando la monarchia assoluta le
assorbì tutte, molti popoli credettero che le immunità della Chiesa, più
o meno rispettate, fossero un compenso più o meno sufficiente di quanto
i principi aveano tolto, e zelarono le immunità ecclesiastiche.

Taglieggiata da principi, la politica romana parve si voltasse a
favorire di preferenza i popoli, perchè ragionava de' loro diritti, e
ponea qualcosa di sopra all'onnipotenza dello Stato e dei re. Chi seguì
le nostre disquisizioni ha potuto vedere come ella avesse sempre
prediletto i governi elettivi, il suffragio popolare, la preminenza dei
migliori; sempre all'assolutezza regia opposte la legge di Dio, cioè la
giustizia eterna. Sottentrati i secoli princicipeschi, il diritto nuovo
vi surrogava i dominj ereditarj, la onnipotenza parlamentare, cioè la
supremazia del numero e della forza; e scassinata l'autorità divina, si
dovette cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle
nazioni.

Fra i pensatori italiani che si staccarono dalla Chiesa già altrove
mentovammo Alberico Gentile. Fondator della dottrina del diritto
pubblico, separava questo dalla religione, volendo che le differenze di
fede e di culto nulla ingerissero sulle relazioni di Stato e sulle
ambascerie. Però ne' pubblicisti d'allora sentesi la riazione cattolica
sebben sieno protestanti, non ostentando più le sguaiate immoralità di
Guicciardini e Machiavello, l'indifferenza tra il bene ed il male, la
venerazione per la riuscita qualunque ne siano i mezzi. Molti de' nostri
corsero quei campi, senza lasciarvi orme insigni. Scipione Ammirato
difende la Corte di Roma, e nega che da essa venga lo sbranamento
d'Italia, il quale del resto egli preferisce a una «mal costante e
peggio impiastrata unione», la qual non potrebbe ottenersi senza la
ruina del paese. Paolo Paruta, adoratore della libertà della sua
Venezia, ritrasse la guerra di questa coi Turchi, che è l'epopea della
riscossa cattolica, della quale quanto egli stesso risentisse appare nel
Soliloquio sopra la propria vita. Giovanni Botero piemontese, segretario
di san Carlo e di Federico Borromeo, nella _Ragione di Stato_, una
teorica intera della economia dello Stato fonda sul Vangelo, vale a dire
sulla giustizia e l'umanità, in perfetta opposizione al Machiavello, che
combatte sempre e non nomina mai[139]. Messo che lo Stato sia «dominio
fermo sopra i popoli», giustifica troppo i mezzi di conservarlo; approva
la strage del san Bartolomeo, mentre sgradisce la cacciata dei Mori di
Spagna, e loda la Francia d'aver concesso libertà di culto ai
Protestanti. Da orgoglio e potenza derivano i vizj del clero, che altra
autorità non dovrebbe avere se non quella venutagli dalla moderazione e
dal disinteresse. Nella _Regia Sapientia_ ammanisce precetti alla
condotta dei re, traendoli da passi scritturali, donde forse tolse
esempio d'ispirazione Bossuet alla sua _Politica tratta dalla santa
scrittura_.

Ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo
al despotismo in nome del diritto non del dovere, o zelando quel
criticismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio,
e che distruggendo il rispetto, incita alla disobbedienza. Essi
tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di
voler che anche la Chiesa partecipasse al potere, anzichè concentrarlo
tutto ne' principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai
patti sociali, là dove essi non deducevano le obbligazioni se non dalle
leggi; d'insegnare con san Tommaso che l'obbedienza ai re è subordinata
all'obbedienza dovuta alla giustizia.

I teologi nostri sostenevano che la papale sovrasta alla prerogativa
politica, perchè di diritto divino[140]. Se rispondeasi dover essere
divino anche il diritto dei principi, altrimenti qual ne sarebbe il
fondamento? essi non esitavano a rispondere, il popolo, sancendo così la
sovranità di questo, cioè il diritto che Dio conferì alle società di
provedere al proprio governo qualora ne manchino; non però di violare
diritti acquistati, nè di sostituire il capriccio della folla alle
legittime istituzioni.

Personificazione di tali idee fu Roberto Bellarmino gesuita da
Montepulciano (1542-1621). Secondo lui, la podestà civile deriva da Dio;
prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o
democrazia, fondasi sulla natura umana, e non essendo insita ad alcun
uomo in particolare, appartiene all'intera società. La società non può
esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od
alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o
consoli o altri magistrati, come il diritto il cambiarli[141].

Fine diretto e immediato della Chiesa è l'ordine spirituale, del
principe il temporale. Se il principe trascende a danno delle anime, la
Chiesa dee richiamarlo, e lo può anche esautorare.

La supremazia papale è sottratta da qualsiasi giudizio; essendo il papa
anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[142].
Però negli affari civili non deve egli maneggiarsi, salvo ne' paesi suoi
vassalli; anzi è lecito resistergli qualora turbi lo Stato, e impedire
che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, se pur non sieno
suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri, ove lo esiga la salute
delle anime, e qualora egli pronunzii, una nazione deve cessare
d'obbedirgli[143].

Questo sistema giuridico insieme e storico è quel che noi esponemmo
dominare ne' tempi ove professavasi regnante Cristo. Alla monarchia pura
antepone il Bellarmino quella temperata dall'aristocrazia; e se pur dice
che il papa può l'ingiustizia render giustizia, convien ricordarsi che
Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[144].

La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; neppure gradì a
Roma, e Sisto V la pose all'Indice, ma contro il voto della
Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata; e ad attestarne il
merito basterebbe sapere che ben ventidue opere uscirono a
confutarlo[145], anzi si eressero cattedre a posta per ciò.

Nel 1585 comparve un _Avviso piacevole dato alla bella Italia da un
giovane nobile francese_. Secondo il De Thou è opera di Francesco
Peratto, calvinista, che vi costipa quanto di peggio dissero contro del
papa i classici nostri, poi altri, e sostiene ch'esso è l'anticristo, e
che il ben d'Italia vorrebbe fosse sterminato. Vi rispose il Bellarmino
coll'_Appendix ad libros de summo pontifice, quæ continet responsionem
ad librum quendam anonymum_, e vi sostiene che la bellezza d'Italia «in
ciò consiste, che non è contaminata da veruna macchia d'eresia nè di
scisma».

Eppure com'egli sentisse la necessità di riguardi e transazioni il
mostrano certe istruzioni che dirigeva ad un nipote vescovo, tra il
resto dicendogli: «Viviamo in un tempo dov'è difficilissimo tutelare le
libertà ecclesiastiche senza incorrere nell'indignazione dei poteri
secolari. D'altro lato, se noi siamo timidi o negligenti, offendiamo Dio
stesso e il glorioso suo vicario. Bisogna col nostro modo di operare
mostrar ai principi e ai loro ministri che non cerchiamo occasioni di
cozzare con essi, ma che il solo timor di Dio e l'amore del suo nome ci
determinano a difendere le libertà della Chiesa. L'esserci avvolti in un
combattimento legittimo non ci tolga d'apprezzare la benevolenza de'
principi del secolo».

Il Bellarmino, già predicatore cercatissimo a ventidue anni, da san
Francesco Borgia spedito all'Università di Lovanio per opporsi
all'eresia serpeggiante, vi fu consacrato sacerdote; combattè Bajo che
deviava in punto alla Grazia, e continuò a predicare e istruire finchè
per titolo di salute si restituì a Roma. Nelle _Dispute delle
controversie della fede_ espone prima l'eresia, poi la dottrina della
Chiesa e i sentimenti de' teologi, rinfiancandoli non con
argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de' Concilj e
colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d'ordine, di
precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità e dal formalismo di
scuola, se sbaglia talvolta sul conto degli scrittori ecclesiastici, non
ancora passati al vaglio d'una critica severa, sa arditamente ripudiare
scritti apocrifi; non inveisce contro gli avversarj, ma appoggiato
all'autorità di teologi, li ribatte con chiara e precisa verità; e
Mosheim, uno dei più accanniti campioni dell'eterodossia, pretende che
«il candore e la buona fede di lui lo esposero a' rimbrotti de' teologi
cattolici, perchè ebbe cura di raccogliere le prove e le objezioni degli
avversarj, e per lo più esporle fedelmente in tutta la loro forza».

Uno de' tanti libelli usciti contro di lui narrava come, straziato dai
rimorsi, fossesi condotto alla santa casa di Loreto a confessare sue
colpe: ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come
irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili
scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr'egli viveva in umiltà
laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutt'Europa volava il
suo nome e traducevasi il suo catechismo; un Tedesco venne apposta a
Roma, con un notajo attese presso la casa dove il Bellarmino abitava
finchè questi uscisse, fece rogar atto d'averlo veduto, e di ciò
glorioso tornò in patria: il papa lo creava cardinale _quia ei non habet
parem Ecclesia Dei quoad doctrinam_. E morendo santamente, professava
non solo tener tutta la fede cattolica, ma nel punto controverso della
Grazia pensare come i Gesuiti[146].

Anche l'altro gesuita Santarelli insegnava poter il papa infliggere al
re pene temporali, e per giuste cagioni sciogliere i sudditi dalla
fedeltà. Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell'opera; il
parlamento di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la
condannarono ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale
condanna, e dichiarare l'indipendenza dei principi[147].

Per queste opinioni i Gesuiti furono dichiarati nemici ai re, apostoli
della democrazia, predicatori del tirannicidio, insomma precursori
dell'odierno liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli
dispotici, oppressori del pensiero, alleati de' tiranni; e allora e
adesso senza esame o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente
VIII, in un'istruzione sull'Indice, raccomanda «si abolisca ciò che,
dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce la
polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla
cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il sentimento più umano.

Eppure corre opinione che la Riforma partorisse la libertà, e che la
Chiesa nostra la esecrasse. Il vero è che, divisa da quel punto l'Europa
in cattolica e protestante, cessò la comune azione civilizzatrice, e
bisognò congegnare un equilibrio, che d'allora divenne la legge
politica. Ridotta impotente alle più elevate attribuzioni sociali, e
ristretta ognor più alla vita individuale e al bisogno di conservarsi,
la Chiesa alleossi coi re, declinando dalla propensione popolare che
l'avea controdistinta nel medioevo; la tirannide uffiziale, che essa
avea sempre riprovata, ma che allora veniva introdotta dai principi
protestanti, si comunicò pure ai cattolici; e il clero, che non poteva
impedirla, pensò tornasse opportuna a frenare i dissensi baldanzosi:
mentre i principi, sentendosi minacciati dalla libertà del pensiero,
fecero sinonimi eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono. Di
rimpatto i fautori della Riforma e d'una libertà sfrenata e
persecutrice, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della
resistenza e dei regni assoluti, contro le sorgenti franchigie
politiche, la denunziavano come sostegno del despotismo, inducendo
quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si
compiace di rinnovare a sterminio della vera libertà.

Mentre dunque dapprima il delitto confondeasi col peccato, il fôro
secolare stava a servigio dell'ecclesiastico, alla Chiesa affluivano
tributi, tasse, diritti, or tutto cambiava. I papi, spoveriti di
mezzi[148], scaduti d'autorità, trovaronsi ben presto soccombenti
davanti all'assolutismo organizzato e armato, dovettero rassegnarsi a
molte concessioni per salvar l'essenziale, e lasciar che i principi
acquistassero passo a passo le attribuzioni ecclesiastiche, che i
Protestanti aveano carpite. La sanzione di tali acquisti viene espressa
ne' Concordati, che sono il preciso opposto della formola assurda e
micidiale, or proclamata da certuni, la separazione della Chiesa dallo
Stato. La Chiesa cattolica possiede la verità tutta, la verità pura, e
con essa i principj puri della giustizia e della prudenza, talchè anche
nell'ordine temporale è la più opportuna alla felicità. Ma se il dominio
suo è desiderabile, non sempre è possibile: mentre è necessario v'abbia
una potenza spirituale, sicura, indipendente, che eserciti diritti
proprj e costanti, conferitile dal divino suo fondatore. Essa riconosce
a se sola l'autorità di definire, corregger gli abusi, modificare,
riformare la disciplina esteriore, in quanto non si opponga ai dogmi e
al gius divino. Perciò, secondando i tempi, più volte consentì
privilegi, indulti, dispense, grazie, esenzioni. Finchè concernevano
piuttosto il favore concesso che non il vantaggio generale della Chiesa,
ebbero la forma ordinaria; ma dacchè trattossi di assicurar l'esercizio
dei diritti della religione, e modificavano talune discipline per
un'intera nazione, sicchè acquistavano effetto di legge obbligatoria,
vestirono forma più solenne, e chiamaronsi Concordati.

Furono sempre promossi dai principi per materie su cui non si estendono
le loro facoltà, prendendo l'aspetto di domanda, anzichè d'esigenza; e
la santa sede li sanzionò per gravi motivi, quali il libero esercizio
della religione cattolica o della giurisdizione episcopale; la libera
comunicazione dei fedeli col papa; l'uso dei beni; l'osservanza della
disciplina ecclesiastica; la nomina de' vescovi, attribuita ai capitoli
o ai principi; la cognizione delle cause ecclesiastiche e l'appello alla
santa sede; l'incolumità della fede e dei costumi de' Cattolici viventi
fra eterodossi, o simili intenti.

Roma li considerò come liberalità de' pontefici e dovere de' principi:
questi riconoscendo l'indipendenza dell'autorità ecclesiastica, quelli
dando concessioni per quiete delle coscienze. Non sarebbero patti
bilaterali, giacchè la Chiesa riservasi il diritto di interpretare,
modificare, abrogare: pure seguono la natura degli altri contratti
quanto alla durata e alla soluzione.

Ma oggi, che la Riforma s'è innestata sulla ragion di Stato, una
politica, sterminatrice d'ogni personalità giuridica, cassa
arbitrariamente gli accordi colla Chiesa, e la vuole segregata affatto
dallo Stato, protetta coll'ignorarla, in effetto perseguitata, spoglia
della proprietà, dell'associazione, dell'insegnamento, e ridotta alle
serene contemplazioni e a giaculatorie. Questa eresia sociale nel
linguaggio nuovo adombrasi col nome di Chiesa libera, e serve alle
volubili opinioni delle maggioranze politiche: anzichè accettare qual è
naturalmente il dualismo umano di anima e corpo, per cui la società,
attraverso alle cose mortali, pellegrina verso le eterne.


NOTE

[130] I confini delle due gerarchie sociali delineava insignemente nel
XII secolo Ugo da San Vittore. _Illa potestas dicitur sæcularis, ista
spiritualis nominatur. In utraque potestate diversi sunt gradus et
ordines potestatum, sub uno tamen utriusque capite distributi, et velut
ab uno principio deducti et ad unum relati. Terrena potestas caput habet
regem; spiritualis potestas summum pontificem; ad potestatem regis
pertinent quæ terrena sunt, et ad terrenam vitam facta omnia; ad
potestatem summi pontificis pertinent quæ sunt spiritualia, et vitæ
spirituali attributa universa._ De Sacramentis, lib. II, p. 2, c. 4.

[131] Distinguono l'infedeltà in positiva, privativa, negativa.
_Positiva_, di quelli che respingono la cognizione del vangelo:
_privativa_, di quelli che per colpa lo ignorano; _negativa_, di quelli
che non sentirono mai parlare della rivelazione. L'infedeltà positiva e
privativa non è scusabile dalla Chiesa; ma la negativa è involontaria, e
perciò non colpevole. Gesù Cristo disse: «Se non fossi venuto e non
avessi parlato, non avrebbero colpa» (Jo. XV, 22). E san Paolo (_ad
Rom._ X, 14): «Come crederanno a colui di cui non han sentito parlare, e
come ne sentiranno parlare se a loro non si predichi?». La Chiesa
condannò il dire che: «L'infedeltà, puramente negativa in quelli ai
quali non è stato predicato Gesù Cristo, è un peccato».

Quanto alla necessità del battesimo, il Concilio di Trento lo volle _in
re vel in voto_: e il desiderio implicito si può intendere in colui che,
pur non avendo conoscenza del battesimo, è nella disposizione di fare
tutto ciò che Dio prescrive come mezzo e salute. Vedi GOUSSET, _Teologia
dogmatica_. _Trattato della Chiesa_, parte I, capo V, art. III, N. 914.

[132] Vedasi sopra, nel Discorso III.

[133] A. VINET, _Essai sur la manifestation des convictions
religieuses_. Parigi 1842.

[134] Il Dumoulin diceva che i decreti del Concilio di Trento «non
possono menomamente esser ricevuti senza violare la maestà reale e la
sua giustizia senza calpestar l'autorità dei tre Stati di Francia;
l'autorità della Corte e del Parlamento e la libertà del popolo
cristiano». _Conseil sur le fait du Concile._

[135] L'_exequatur_ o _placet_ regio può esser considerato come una
notizia che il principe prende delle mutazioni di uffizj o di cose
pubbliche, che il potere universale pontifizio introduce nel dominio
particolare di esso principe, e fin qui è ispezione modesta e legittima.
Diviene usurpazione quando considera il papa come un principe straniero,
che non ha giurisdizione sul territorio altrui se non col beneplacito
dello Stato. Clemente VIII nel 1596 scriveva all'Olivares vicerè di
Napoli, che «è falsa la immemorabile antichità dell'_exequatur_, anzi ne
son notissime le origini e le cagioni». In fatto nacque essa durante il
grande scisma, quando Urbano VI nel 1378 ordinò ai vescovi di esaminar
le bolle pontifizie prima d'eseguirle, onde accertare se venissero dal
papa legittimo o dall'antipapa Clemente VII. I principi usarono l'eguale
cautela, ma cessata l'occasione, lasciarono ancora la libera autorità.
Chi primo pose restrizione fu il Portogallo verso il 1486, di che fu
avvertito seriamente da Sisto IV e da Innocenzo VIII: e i principi e i
ministri colsero volentieri quest'esempio per esercitare ingerenza sulle
provisioni papali, e legar la Chiesa allo Stato. Benedetto XIV, nel
gennajo 1742 dirigeva in tal proposito una istruzione alla Corte di
Torino, nella quale dicea tollerar la visione delle bolle e dei brevi,
ma senza che vi si apponesse alcun decreto d'esecuzione; e anche dalla
visione eccettuava le bolle dogmatiche in materia di fede, le bolle e i
brevi che regolano il ben vivere e i santi costumi, quelle di giubilei e
indulgenze, della sacra penitenzieria, e le lettere scritte dalle sacre
congregazioni ai vescovi o ad altre persone per informazione.

[136] Alcuni ecclesiastici impedivano di far passare le acque sulle loro
terre: libertà d'acquedotto ch'è uno de' più utili statuti antichi del
Milanese, e causa di tanta prosperità agricola. San Carlo, considerando
_hac in re non de Ecclesiæ ejusve ministrorum damno, sed de utilitate
evidenti agi_, comanda di non opporvisi. Editto 21 agosto 1572.

[137] È questa la più rinomata fra le delegazioni fatte dal pontefice a
secolari. Urbano II al 5 luglio 1098 avrebbe dato a re Roggero e suoi
successori le facoltà di legato a latere, e di eleggere loro vicarj col
titolo di giudici della Monarchia; avendo così giurisdizione sopra i
vescovi, sino a poter annullare interdetti e scomuniche e le sentenze
loro, e sospenderli; annichilar le sentenze e pene pontifizie se non
approvate da esso tribunale. Tanto erano esorbitanti tali concessioni,
che dubitavasi della autenticità. Esaminato bene l'atto, appare che, ne'
diplomi originali con cui Roggero eresse chiese e conventi, esprimeasi
sempre «con intesa e per comando di Urbano II»: il Baronio dimostrò la
falsità dell'atto del 1098, per lo che l'ultimo volume de' suoi _Annali_
fu escluso dalla Spagna, ed egli stesso ebbe l'esclusione da pontefice
nel conclave del 1605. Per quattrocentrenta anni non se ne trova
menzione, fin quando al 1513 l'avvocato Giovan Luca Barberio lo pubblicò
nel _Caput brevium_, collezione dei diplomi delle Due Sicilie, non
indicando donde l'avesse tratto. Nel 1578 dallo Zurita stampavasi
l'_Historia Sicula_ di Gaufrido Malaterra, contemporaneo di Urbano II,
nella quale esso breve era introdotto al lib. IV, c. 29, ma potrebbe
esservi intruso o alterato. Carlo V se ne giovò, e nel 1526 lo facea
sottoscrivere dai consiglieri di Sicilia, e pubblicare nel libro _De
Monarchia_.

Del resto quel breve porta _quod omni vitæ tuæ tempore, vel filii tui
Simonis, aut alterius, qui legitimus tui hæres extiterit, nullum in
terra potestatis vestræ, præter voluntatem aut consilium vestrum,
legatum romanæ Ecclesiæ statuemus: quinimmo, quæ per legatum acturi
sumus, per vestram industriam legati vice exhiberi volumus_, ecc. Valea
dunque soltanto per esso Roggero e pel suo primogenito Simone, o per
l'altro figlio. Eppure di là vennero interminabili contese, tratto
tratto sopite con particolari concessioni di papi; massimamente Clemente
XI colla costituzione del 1715 _Romanus pontifex_ provide a reprimere i
grandi abusi, e meglio Benedetto XIII fissò i limiti de' poteri della
Monarchia. Carlo VI violò subito il concordato, e in appresso i re se ne
fecero appoggio onde pretendere come legali quelle invasioni che in
Toscana e altrove si faceano sopra l'autorità ecclesiastica, e s'andò
via via ampliando, sin a vedersi nel 1860 Garibaldi sedere sul trono, e
ricevere l'incensata. Vedi _La Sicilia e la Santa Sede_. Malta 1865.

[138] Cronaca manuscritta nella biblioteca comunale di Palermo, 2. q. E.
55.

[139] Lo dichiara negli _Uffizi del Cardinale_, lib. I, p. 64.

[140] Questa teorica fu, ai dì nostri, ravvivata dal Gioberti nel
_Primato_ e nei _Prolegomeni_. Il padre Ventura disse che «il potere
politico dev'essere subordinato all'ecclesiastico quanto il domestico al
politico». Vedasi anche AUDISIO, _Diritto pubblico della Chiesa e delle
genti cristiane._ Vol. 3. Roma 1863.

[141] De laicis, lib. III, c. 6: _Certum est politicam potestatem a Deo
esse... Jus divinum nulli homini particulari dedit hanc potestatem; ergo
dedit multitudini... Respublica non potest per se ipsam exercere hanc
potestatem; ergo tenetur eam transferre in aliquem unum, vel aliquos
paucos... Pendet a consensu multitudinis constituere super se regem, vel
consules, vel alios magistratus... Sublato jure positivo, non est major
ratio cur ex multis æqualibus unus potius quam alius dominetur..._

[142] _Summus ponfifex simpliciter et absolute est supra Ecclesiam
universam et supra Concilium generale, ita ut nullum in terris supra se
judicem agnoscat._ De Concilii auctoritate, cap. 17.

[143] _De romano pontifice capite totius militantis Ecclesiæ,_ II, 29.
_Pontifex ut pontifex, etsi non habet ullam mere temporalem potestatem,
tamen in ordine ad bonum spirituale habet summam potestatem disponendi
de temporalibus rebus omnium Christianorum._

[144] _Reges quæ imperent justa facere imperando quæ volent injusta._
HOBBES, De cive 112. L'opinione attribuita al Bellarmino si fonda
principalmente sul _De romano pontifice_, lib. IV, c. 5; ma l'ultimo
punto suole travisarsi.

[145] L'_Antibellarmino_ di Adamo Scherzer; un altro di Samuele Weber,
l'_Antibellarmino contratto_ di Corrado Vorstio; l'_Antibellarmino
biblico_ di Giorgio Albrecht; il _Collegio antibellarminiano_ di Amando
Polano; le _Disputazioni antibellarminiane_ di Lodovico Crell; il
_Bellarmino enervato_ di Guglielmo Amesio; e taciamo altri, fra cui le
confutazioni di re Giacomo Stuart. Anche Duplessis-Mornay scrisse il
_Mistero d'iniquità o storia del papato, per quali progressi salì al
colmo; che opposizione gli fece la gente dabbene di tempo in tempo, dove
si difendono i diritti degli imperatori, re e principi cristiani contro
le asserzioni de cardinali Bellarmino e Baronio_. Saumur, 1611.

[146] Dopo altri, Agostino e Luigi De Backer stamparono a Liège, nel
1853 e seguenti, in sette grossi volumi la _Bibliothéque des écrivains
de la compagnie de Jesus_. Il catalogo delle opere del Bellarmino còlle
traduzioni e le confutazioni occupa quarantasei colonne. Molte volte
furono ristampate le _Disputationes de controversiis fidei adversus
hujus temporis hæreticos_. Il Bellarmino, a istanza del cardinale
Tarugi, compose la _Dottrina cristiana breve_: e per ordine di Clemente
VIII la _Dichiarazione più copiosa della dottrina cristiana_. Fu
approvato dai più insigni teologi e dai papi, e dal Concilio romano del
1725: e attaccato dai Giansenisti, massime da G. B. Guadagnini; contro
del quale Francesco Gusta scrisse la _Difesa del Catechismo del vener.
cardinal Bellarmino_, Venezia 1799.

[147] A questo concetto del deporre i re da un pezzo rinunziarono i
papi. Il 23 giugno 1791 il cardinale Antonelli, prefetto della
Propaganda dirigeva una nota ai vescovi d'Irlanda, ove dice: «Bisogna
ben distinguere fra i veri diritti della sede apostolica e quel che
maliziosamente gl'imputano. La Santa Sede non insegnò mai che si deva
ricusare fedeltà a sovrani eretici, e che un giuramento prestato a re
fuor della comunione cattolica deva esser violato, o che sia permesso al
papa di privarli de' loro diritti temporali».

I vescovi degli Stati Uniti, raccolti nel V concilio di Baltimora,
mandarono al papa un indirizzo ove de' loro avversarj dicono: «Sforzansi
ispirare sospetti contro i loro fratelli cattolici che versarono il
sangue per la libertà di questo paese: pretendono che noi siamo sotto il
dominio del papa per le cose civili e politiche, e che così dipendiamo
da un sovrano straniero... Molti di noi dichiararono vigorosamente e con
giuramento che il papa non esercita verun potere civile; e questa
dichiarazione fu benissimo accetta da Gregorio XVI». Vedasi M. AFFRE,
_Essai sur la suprématie temporelle du pape, 1829_. Questi, contro il
Lamennais, dimostrò che la bolla di Bonifazio VIII è stata abrogata
pochi anni dopo da Clemente V in quanto diceva che la podestà temporale
fosse sottomessa alla correzione della potenza spirituale.

Francesco Suarez, al quale il Grozio non sapea trovar l'eguale per acume
filosofico e teologico, dimostra che sentimento comune de' giureconsulti
e teologi era che il potere dei re vien loro da Dio per mezzo del
popolo, e ne sono responsali non solo a Dio, ma anche al popolo. Un
predicatore davanti a Filippo II a Madrid, avendo pronunziato che «i
sovrani hanno potere assoluto sulla persona e i beni de' sudditi»,
l'Inquisizione lo processò, condannollo a penitenze e a ritrattarsi
dicendo dal pulpito che «i re non hanno sui loro sudditi altri poteri se
non quello accordato loro dal diritto divino e dall'umano, e nessuno che
proceda dalla loro volontà libera e assoluta». Vedi BALMÈS, _Il
Protestantismo paragonato al cattolicismo_.

Talmente si avea gelosia delle pretendenze papali, che la _Gerusalemme
conquistata_ del Tasso fu proibita dal parlamento di Parigi perchè,
descrivendo le turbolenze di Francia, vi si dice nel canto XX, 77 del
papa che

              ei solo il re può dare al regno
    E 'l regno al re, domi i tiranni e i mostri,
    E placargli del cielo il grave sdegno.

[148] Il cardinale Sforza Pallavicini volea che la Corte di Roma fosse
ricchissima, affine di provvedere non solo allo spirito, ma anche alle
utilità secondo la carne, essendo «quell'anima che tiene in unità tanti
regni, e costituisce un corpo politico il più formidabile, il più
virtuoso, il più letterato, il più felice che sia in terra». Perciò
richiede «torrenti di pecunia», e viver pomposo di cardinali, e
proporzionato ne' vescovi; e che a Roma concorrano a servizio uomini
d'ogni natura, e quei che vivono solo dello spirito, e quei che per
soprapiù desiderano i beni mondani, e quei che tali beni antepongono a
quelli dell'anima.



DISCORSO XLV.

ERETICI NEL VENETO. ACCADEMIA DI VICENZA. FRANCESCO NEGRI. GIROLAMO
ZANCHI. ALTRI.


Fin dal 1248 Venezia avea stabilito si punissero quelli che un concilio
di prelati sentenziasse d'empietà; e nella promission ducale di Marino
Morosini nel 1249, per la prima volta si legge: _Ad honorem Dei et
sacrosanctæ matris Ecclesiæ et robur et defensionem fidei catholicæ,
studiosi erimus, cum consilio nostrorum consiliariorum vel majoris
partis, quod probi et discreti et catholici viri eligantur et
constituantur super inquirendis in Veneciis. Et omnes qui illis dati
erunt pro hæreticis per dominum patriarcam Gradensem, episcopum
Castellanum, vel per alios episcopos provinciæ ducatus Veneciarum,_
COMBURI FACIEMUS _de consilio nostrorum consiliariorum vel majoris
partis ipsorum._ Il 4 agosto 1289, ad istanza di Nicola IV s'introdusse
l'Inquisizione, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un
domenicano e il nunzio apostolico: però non poteano seder a tribunale
senza commissione sottoscritta dal doge: solo dal doge poteano aver
ajuto nel loro uffizio: si depositerebbe una somma presso un deputato
del Comune, il quale ne farebbe le spese, e ne riceverebbe tutti gli
emolumenti e benefizj: vi assisterebbero tre _savj dell'eresia_,
incaricati dal doge per impedire gli abusi e tener informato il Governo
delle prese deliberazioni. Procedere doveano unicamente contra l'eresia;
non contra Turchi ed Ebrei i quali non sono eretici; non contra Greci,
perchè la loro controversia col papa non era ancora stata decisa; non
contra i bigami, perchè, il secondo matrimonio essendo nullo, aveano
violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non
intaccavano alcun dogma: i bestemmiatori mancavano di riverenza alla
religione, non la negavano: nè tampoco fatucchieri e stregoni doveano
esser competenza di quel tribunale, salvo che si provasse aveano abusato
de' sacramenti. Le ammende ricadevano all'erario, e agli eredi i beni
de' condannati.

Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss,
la Signoria lo fece ardere, e l'autore mandò attorno colla mitera in
capo, indi sei mesi di prigione e nulla di peggio. Viepiù tollerante era
verso gli Ebrei, come negoziatori. L'ingegnere Alberghetti nel 1490 ideò
un congegno nuovo, e per applicarlo essendosi associato ad alcuni Ebrei,
domandò al collegio se l'ordinanza 19 marzo 1414 relativa ai privilegi
fosse applicabile anche agli Ebrei. Risposto fu che quella concessione
riguardava chiunque inventasse alcuna nobile ed utile opera, non
distinguendo veneti o forestieri, cristiani od ebrei, di qual fossero
città o setta. Anche più tardi vietossi d'inveir dal pulpito contro
gl'Israeliti, nè di obbligarli andar alla predica o portar segni
umilianti.

Da una autobiografia di Giovanni Bembo veneziano, scritta nel 1536 e
dall'erudito Teodoro Mommsen pubblicata nel 1861, raccogliamo che sua
madre Angela Corner, con altre venete matrone, il nome delle quali
scomparve in una laceratura del manuscritto, assistevano alla lettura e
spiegazione del vangelo in lingua vulgare, fatta da Giovanni Maria da
Bologna medico. Questo, denunziato da Francesco Giorgio frate
Mendicante, fu posto in carcere, da cui venne liberato dopo molti anni
da papa Giulio. Ciò dovette dunque accadere ne' primi anni del secolo, e
avanti che di Germania tonassero i riformatori.

Al 26 agosto 1520 presentossi al senato il vicario del patriarca
Contarini, esibendo la bolla pontifizia che condannava le opere e le
proposizioni di Lutero, e minacciava di scomunica chi le tenesse e le
professasse; e domandò di poter mandare i famigli nella libreria del
tedesco Giordano, sita a San Maurizio per sequestrar di tali libri,
venuti di Germania. Avutone licenza, li fece solennemente bruciare, ma
già alcune copie n'erano uscite, e Marin Sanuto, autore di curiosi
Diarj, dice averne avuta una, e tenerla nello studio. Il qual Sanuto
racconta pure come «sul campo [149] san Stefano fo predicato per messer
Andrea da Ferrara, qual ha gran concorso: era il campo pien, e lui stava
sul pozuolo [150] della casa del Pontremolo, scrivan all'officio dei
Dieci; el disse mal del papa e della Corte romana. Questo seguita la
dottrina de frà Martin Lutero, ch'è in Alemagna homo doctissimo, qual
seguita san Paolo, ed è contrario al papa molto, ed è sta per il papa
scomunicato»[151].

Lamentossi il pontefice, per bocca del suo segretario Bembo,
dell'impunità concessa a questo frate, e raccomandò che la Repubblica
non permettesse di stampare un'opera di esso, di sentimento luterano:
del che venne data sicurezza al legato; e il frate fu lasciato o fatto
partire.

Quell'anno stesso Burcardo Scenck, gentiluomo tedesco, scriveva allo
Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima
a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che
il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro
l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo. Lutero stesso per
lettere [152] felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola
di Dio, e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente
vi s'adoperava; come di là giungevano esortazioni a Melantone perchè non
tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani.

Al 21 marzo 1521 il consiglio dei Dieci deliberava intorno ad eretici di
Valcamonica, accusati di stregheria, e rammemorando lo zelo sempre
spiegato a favor della Chiesa cattolica, soggiungea doversi però in tal
materia procedere con cautela e giustizia, e affidarne la procedura a
persone di chiara intelligenza, di retto giudizio e superiori a ogni
sospetto. Pertanto ne fossero, insieme col padre inquisitore, incaricati
uno o due vescovi insigni per dottrina, bontà, integrità, e
s'accordassero con due dottori laici nella confezione del processo.
Finito questo senza tortura, i rei sarebbero sottoposti a nuovo
interrogatorio dai due rettori di Brescia colla corte del podestà e
quattro altri dottori, procedendo con ogni diligenza e circospezione
prima di passar alla sentenza, e ponendo mente che la cupidigia di
denaro non fosse causa di condannare o diffamare alcuno senza
colpa[153]. Raccomandavano poi di mandare nella valle predicatori, de'
quali que' semplici e ignoranti montesi aveano maggior bisogno che non
d'inquisitori.

Monsignor Aleandro scrive al Sanga da Ratisbona il 31 marzo 1532 d'un
frà Bartolomeo minorita veneziano, fuggito per sospetto di luterano, e
diceva, per malevolenza particolare contro lui di monsignor Teatino.
Anguillava costui, chiedendo un breve del papa che lo giustificasse in
modo da poter vivere tranquillo in patria, ma al tempo stesso parlava da
luterano, e asseriva d'aver buone offerte dagli eretici se si desse con
loro. L'Aleandro usava seco or dolci modi or aspri, ma non venendone a
capo, gli parea meglio lasciarlo andare fra tante migliaja di Luterani,
che non rimetterlo in Venezia, dove «avendo parenti e, per la tristezza
de' tempi, molti fautori _etiam de summatibus_», potrebbe disseminar
tristi germi.

Più tardi troviamo costui a Norimberga in mezzo a Luterani, «che cantava
di bello contro la Chiesa con parole donde nascea non piccol carico τῶν
ἑνετῶν». Ove l'Aleandro soggiunge: «Da Venezia messer Roberto Magio mi
stimola con lettere che io vadi colà, che è molto necessario, e grande
espettazion di tutti. In una che ebbi jeri mi è scritto, che questi sono
tempi da potersi far per me in quella città di buone opere[154]».

Baldassare Altieri d'Aquila, stabilito in Venezia, e agente di molti
principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee nuove; e
tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere
vi s'istituisse una chiesa: «Voi dovete conceder, particolarmente ai
dotti, il diritto d'esternar le loro opinioni e insegnarle. La vostra
patria è la sola che posseda un'aristocrazia vera, durata da secoli, e
sempre avversa alla tirannia: assicurate dunque alle persone pie la
libertà di pensare, e non si incontri costà il despotismo che pesa sugli
altri paesi»[155].

La quaresima del 47 predicò in San Barnaba un giovane servita con
maggior concorso che altri mai, e parendo avesse trasgredito i modi
cattolici, fu detenuto, toltigli i libri e le scritture, dal cui esame
apparve «luterano e persona di grande scandalo e degna di castigo»[156].

A Venezia da Enrico di Salz e Tommaso Molk di Königsgratz fu fatta
stampare una Bibbia ussita, che or trovasi nella biblioteca di
Dresda[157]. Vedemmo che il Bruccioli ivi pubblicò la sua Bibbia vulgare
in senso luterano. Nelle case di Giovanni Filadelfo, il 1536 e 37, vi fu
stampato il «Commento sull'epistola di san Paolo, compuesto per Juan
Valdesio, pio y sincer theologo»; nel 46 da Paolo Gherardo il _Beneficio
di Cristo_, e per Filippo Stagnino _Le opinioni di sant'Agostino sulla
Grazia e il libero arbitrio_ nel 1545 da Agostino Fregoso Sostegno. Ivi
predicava l'Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio,
e tenne scuola lo Spiera di Castelfranco (Vol. II pag. 124): a Treviso
si formò un'accolta di novatori; e in una a Venezia tennero conferenze
circa quaranta persone, che spingeansi ben oltre i confini dei
Protestanti. Di ciò prese ombra Melantone, e nel 1539 scriveva al senato
pigliasse precauzioni contro gli Antitrinitarj, nè lui confondesse con
essi; finchè n'è tempo ci proveda, perchè è fama che più di quaranta
persone nella loro città e campagne ne siano infette, persone
nobilissime e d'acuto ingegno[158].

Dicemmo di monsignor Della Casa, ito nunzio papale a Venezia nel 1544, e
della parte sua nel processo del Vergerio. Dalle sue lettere appajono le
guise che quel Governo teneva coll'autorità ecclesiastica. Al cardinale
Farnese il 29 maggio 1546 scrive: «Avendo io fatto mettere prigione un
Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene che traducesse in
vulgare il _Pasquillo in estasi_, libro di pessima condizione e
pestifero, e sendosegli trovato adosso, quando fu preso, uno epitafio
mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro
signore, ed avendo sua santità a Roma con l'oratore di questi signori
fatta ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le
diligenze possibili per potere mandare il detto Francesco a Roma, il
quale è prete e stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e
finalmente il serenissimo mi ha dato tanto precisa negativa jeri
mattina, che giudico non sia più da tentare questa pratica; fondandosi
sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno
Stato debba sforzarsi di mantenerla».

Il 29 giugno: «Sopra Francesco Strozzi la illus. Signoria mi ha promesso
stamattina di darmelo in qualunque prigione io lo vorrò; e come io
l'abbia in loco comodo, farò fare quanto richiede la giustizia in caso
così atroce[159].

Il 25 agosto: «Qui son molti fautori de' Luterani che spesso spesso
levano rumori assai. I quali non avendo modo di ribattere, quantunque
questi signori siano prudentissimi, e non diano orecchio così facilmente
a ogni cosa, crescono però e si dilatano per tutto».

Il 21 maggio seguente: «Io non ho ancora potuto aver risoluzione di
quello ch'io debba fare del frate eretico, del quale io parlai mercoredì
passato in Collegio (_in senato_) bene efficacemente, mostrando a quei
signori che i rimedj ordinarj non bastavano a reprimere la malizia di
questa setta, come l'esperienza dimostra tuttavia. E perchè lor
sublimità furono di varj pareri, non ebbi risoluzione ferma: ed io ho
molto riguardo di non pronunziar cosa che non sia poi eseguita da loro,
che sarebbe poco onor di questo officio, e darebbe animo alli eretici.
Averò la resoluzione lunedì, e sono assai certo che i signori deputati
hanno novamente avuto ancora maggior autorità, e sono stati esortati
alla severità e al rigore. Per il che io spero bene».

Raccogliamo da altro luogo che quel frate fu degradato in San Marco, in
abito secolare condotto nel Forte, condannato in vita; e i suoi libri e
la scritture bruciati[160].

L'11 giugno 1547 lo stesso Della Casa scriveva: «Io credo che quello che
sua santità ha detto al signor ambasciadore abbia fatto bonissimo frutto
nella causa delle eresie, perchè due di quei signori deputati mi hanno
ringraziato molto delle buone relazioni che dicono saper che io ho fatte
a Roma delle persone loro, mostrando di averne infinito piacere: e la
causa in se va molto bene, e spero che, con qualche destrezza
necessaria, in effetto in tutta questa negoziazione di qua si sarà, con
l'ajuto del santo Dio, fatto assai opportuno rimedio a questa fastidiosa
e pericolosa malattia».

E il 3 agosto 1549: «Sopra due eretici di Padova, per aver un poco di
querela fondata contra di loro, si è commesso al vicario che faccia un
poco di esamine secreto, e si vedrà di farli venir qua».

Infine il 9 novembre all'eletto di Pola a Roma: «Facendo io jermattina
instanza in Collegio per aver il braccio secolare per il Grisonio nelle
eresie di Conegliano, il principe m'interruppe dicendo, che aveano fatto
un'esecuzione molto laudabile contra quei di Digiano ecc. e che si
avvertisse che i preti che si poneano in luogo dei contumaci fossero
buoni, e sedessero là per sanar e correggere quanto aveano infettato
questi ecc.»

Nel 1546 Baldassare Archiew inglese domandava al senato licenza di
rimaner in Venezia come residente per la sua nazione, e presentar
lettere di cui lo aveano incaricato i principi di Germania. Sul
consentirglielo si disputò per molti giorni. Michele Barozzi sostenea
che in paese cattolico non poteasi tollerare un residente eretico, per
cui favore l'eresia troverebbe modo d'insinuarsi: ma il Pesaro riflettea
trattarsi di Stato, non di fede: i Protestanti erano grandi principi,
occupavano mezza Europa, si opponevano all'imperatore, di che tornava
vantaggio a Venezia: se poi si volesse aver riguardo alla fede, ben
altri rigori occorrerebbero per reprimere la simonia. Il Barozzi
replicava che la domanda dell'Archiew riguardava appunto la fede, poichè
tendeva a procacciarsi stabile e riconosciuto dominio in Venezia, e
perciò arbitrio di parlar liberamente, spacciare suoi libri, e
scandolezzare i Cattolici coi liberi modi di protestante. Il Trevisan
insisteva, i Protestanti non mandare certo a trattar di fede, bensì di
Stato: i principi tedeschi non cercare che la conservazione della
propria libertà e degli interessi religiosi: solo per questi, dopo
ventinove anni che professavano la nuova fede, essersi ora uniti in lega
spedendo nunzj alle diverse potenze, fra cui anche a Venezia,
dirigendole per mezzo dell'Archiew una lettera alla quale sarebbe
scortesia il non rispondere: come sarebbe improvido il non tenersi amica
una Lega tanto potente. In fatto la lettera fu ricevuta, e datavi
risposta evasiva; e l'Archiew rimase come residente d'Inghilterra. Del
che lagnandosi il papa, gli fu risposto esser ciò necessario per le
continue comunicazioni con quel regno; del resto sua santità non poter
dubitare della devozione della Repubblica.

Nessun però creda che i Veneziani s'allentassero nel perseguitare
l'eresia; sì perchè ve li portava l'indole dei tempi, sì perchè essa
turbava la quiete pubblica, primario intento di quel Governo. Fin dal 22
aprile 1547 erasi data questa commissione agli assistenti del
Sant'Uffizio.

«_Nos Franciscus Donato dux Venetiarum, ecc._ Conoscendo, niuna cosa
esser più degna del Principe Cristiano, che l'essere studioso della
Religione e difensore della Fede Cattolica, il che etiam n'è commesso
per la promissione nostra ducale, e stato sempre istituito dalli
Maggiori nostri; però ad onore della Santa Madre Chiesa avemo eletti in
questi tempi col nostro minor Consiglio voi, dilettissimi nobili nostri,
Nicolò Tiepolo, dottor Francesco Contarini e Marco Antonio Venier
dottore, come quelli che sete probi, discreti e cattolici uomini, e
diligenti in tutte le azioni vostre, e massimamente dove conoscete
trattarsi dell'onore del Signore Iddio. E vi commettemo, che dobbiate
diligentemente inquirere contro gli eretici, che si trovassero in questa
nostra città, e etiam ad mettere querele contro alcuno di loro, che
fossero date; e essere insieme col reverendissimo Legato e Ministri
suoi, col reverendo Patriarca nostro e Ministri suoi, col venerabile
Inquisitore dell'eretica pravità, sollecitando cadauno di loro in ogni
tempo e in ogni caso che occorrerà, alla formazione de' processi: alla
quale etiam sarete _assistenti_, etiam procurando, che siano fatte le
sentenze debite contro quelli, che saranno conosciuti rei. E di tempo in
tempo ne avvisarete tutto quello che occorrerà, perchè non vi mancheremo
d'ogni ajuto e favore, secondo la formola della promozione nostra ecc.».

Il 21 ottobre 1548 fu presa questa _parte_, cioè determinazione nel
Consiglio dei Dieci:

«In esecution della Promission del serenissimo principe nostro e del
capitular di conseglieri, furono da Sua Serenità con il consenso loro
deputati tre delli primarj nobili nostri ad inquirir e accettar denunzie
contra eretici in questa città e ducato solamente. I quali essendosi
ridutti insieme con l'auditor del reverendissimo legato e con
l'inquisitor tre fiate alla settimana dal mese di aprile 1547 in qua,
hanno fatto quel buon frutto che a cadauno è noto. Imperochè sono
cessate le conventicule che prima si facevano in diversi luoghi publici
e privati di questa città, e molti immersi in tale diabolica pravità si
sono abjurati publicamente; la qual bona opera quando si facesse nelle
altre città del Stato nostro, nelle quali vi regna questa detestanda
setta, si come da diversi Rettori nostri per molti casi d'importanzia
siamo stati ricercati a fare, e anco dal reverendissimo legato
apostolico, non ha alcuno che non conosca quanto si faria cosa grata
all'onnipotente Dio e Signor nostro Jesù Cristo, però,

«L'anderà parte, che la deliberazion di questo Consiglio del 21 marzo
1521 in materia de strigoni e heretici, sia, quanto spetta ad eretici
della fede catolica e di sacramenti della santa Chiesa, riformata, e da
novo sia dechiarito che si abbi ad osservar quanto si osserva in questa
nostra città, cioè:

«Che li rettori delle infrascritte città, debbano primamente far
elezione de dui dottori, over persone intelligenti, catoliche e di bona
vita, e poi ridursi in qualche loco commodo con il reverendo vescovo
over suffraganeo o vicario suo, e con il venerando inquisitor, e tutti
insieme inquirir et accettar denunzie contra cadaun eretico sottoposto
alla città, alle castelle e a tutta la diocese sua; assistendo
continuamente li rettori e li dui per loro ut sopra eletti al accettar
delle querele e alla formazione di processi e non altramente, prestando
il consiglio e favor suo fino alla compita formazione di essi: e che per
i ditti reverendi ecclesiastici siano fatte le sentenzie contra quelli
che sarano conosciuti rei secondo il tenor di sacri Canoni. Al far delle
qual sentenzie debba sempre intervenir il Consegio e li dui per loro
eletti, si come è ditto di sopra e non altramente, e similmente assister
e prestar il loro consegio in ogni cosa pertinente a questa materia.
Fatte veramente le sentenzie, debbano li rettori darli la debita
esecuzione. E se per qualche justo impedimento non potessero assister
ambidue li rettori alle cose sopra ditte, vi debba almeno intervenir uno
di loro, insieme con li dui qualificati ut sopra. E ove si attrova uno
solo rettor, quello debba assister personalmente, avendo sempre appresso
di sè li altri dui a questo deputati da lui. E questo ordine sia posto
de cætero nelle commissioni di essi rettori, acciò ch'el sia del tutto
osservato.

«Li processi veramente che sin ora fussero sta fatti in questa materia
senza la presenzia di rettori nostri, s'intendino nulli, ma ben si
possano da novo formar nel modo sopra ditto.

«Sia etiam commesso alli predetti rettori, che, subito receputo il
presente ordine nostro, debbano far pubblicamente proclamar nella città
a loro commessa e in tutte le castelle sottoposte alla sua jurisdizione,
che se alcuno averà libri proibiti dalla santa Chiesa Catolica, possino
e debbino presentarli ad essi rettori fra quel termine che li parerà
statuirli, senza incorrer in pena alcuna, ma ben i libri siano brusati
publicamente. Passato veramente il termine, si procederà contra li
inobedienti come parerà alli rettori esser conveniente.

«E da mo sia preso che alli stessi rettori nostri [161] insieme con la
deliberazion soprascrita, sia scrito a parte secretamente quanto si
contiene ut infra:

«Istruzione secreta.

«Averete veduto quanto vi avemo commesso con il Consegio nostro di Dieci
e zonta, in materia di proceder contro eretici con l'assistenzia e
consiglio nostro, e di quelle due persone qualificate da esser per voi
elette, la quale deliberazion volemo che eseguiate. Ben vi dicemo con
l'istesso Consegio e zonta che quando si trattasse de qualche persona
dalla quale vi paresse poter provenir qualche scandalo per alcuno
rispetto, debbiate, avanti che si devenga a retenzione o sentenzia, dar
avviso alli Capi di esso Consegio con dichiarir particolarmente la
qualità della persona, li parenti ed aderenti, e facoltà soa, e ogni
altra cosa e rispetto che ve paresse degno de considerazione, e il
simile servarete avanti l'esecuzion delle sentenzie contra ogni altra
persona quando abbia intervenir pena de vita o membro, overo di
confiscazion di beni, perchè poi vi si darà commissione di quanto ne
parerà convenirse.

«Questo ordine nostro essendo importantissimo, volemo che teniate
secretissimo apresso di voi soli, sì che nè alcun ministro vostro nè
alcun altro, sia chi esser se vogli, lo possa saper, e consignarete le
presenti alli vostri successori in propria mano con la istessa
secretezza, i quali facino il medesimo a quelli che si succederanno di
tempo in tempo».

Lo stesso Consiglio dei Dieci colla sua Giunta, a' varj rettori delle
provincie scriveva:

«Averete veduto il modo col quale s'abbia proceder contro li eretici
luterani, dell'esecuzion del quale credemo ve sarà cura diligente. Ben
vi dicemo col detto Consegio e zonta, per conveniente rispetto, che
quando ve paresse la cosa redutta in termine ch'el se dovesse venir a
sentenzia contra alcuno de vita over de membro o de confiscazion de
beni, vediate de intervenir, sì che abbia star suspeso il proceder più
oltre, e debiate scriver alli Capi di esso Consiglio, mandando il
processo formato sotto sigillo e espettando ordine nostro».

Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scriveva al rettore di
Bergamo:

«Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro, che in questa città si
ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma
pubblicano, disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni
luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno». Ed essendosi
il papa doluto che il capitano e podestà di Vicenza lasciassero
predicare liberamente l'errore, la Signoria, conforme ai detti ordini
severi, cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all'Inquisizione
romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Rovigo condotti a
Venezia e di subito strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco
Spinola prete milanese e frà Baldo Lupetino: Francesco di Ruego fu
affogato nel 1546. Alquanti approfittarono del terribile avviso per
fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde
a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare
una volta la Riforma, con tutta la città.

L'Altieri suddetto, il 24 marzo 1549, scriveva al Bullinger da Venezia:
«Qui la persecuzione si fa ogni dì più insolente: molti son presi, e
condannati alle galere o a carcere perpetuo, alcuni s'inducono a
ritrattarsi per timor della pena, talmente ancora è debole Cristo: molti
son proscritti colle donne e i figli, altri provedonsi colla fuga. Tra
questi il pio e dotto vescovo Vergerio, il quale se viene a voi,
accoglietelo bene e favoritelo cortesemente. Io pure sarò ridotto alla
condizione stessa, giacchè Dio vuol con queste tentazioni provar la fede
de' suoi».

Esso Altieri procurò che i Tedeschi e Svizzeri facessero ritirare il
decreto del senato: ne scrisse al duca di Sassonia; andò in Isvizzera:
protestava i Veneti esser tutti favorevoli ai Francesi e perciò nemici
dell'imperatore, e in conseguenza dovere i principi di Germania tenerli
in conto, come opportuni ai loro divisamenti: ma non potè ottenere se
non lettere commendatizie, e reduce ebbe intimazione di professar il
culto romano, o andarsene. Così in fatto fece, passando per Ferrara a
Firenze, poi tornando nel Bresciano, donde scriveva ad esso Bullinger,
il novembre 1549, trovarsi in gran molestie e pericoli della vita, nè
scorger luogo in Italia ove stare sicuro colla moglie e il figlio: «nè
avran posa gli empj finchè non mi assorbano vivo».

Più violento il Vergerio scriveva: «Se sarebbe crudeltà, barbarie ed
asineria a voler impedire che fosse restituita la purità e bellezza
della lingua volgare, perchè non è da dire che sia infinitamente maggior
barbarie, crudeltà, asineria l'aver mandato un Archinto milanese legato
in Venezia, il quale non pensa ad altro tutto il dì che di far
strascinare in prigione e cacciar in bando gli uomini da bene, solamente
perchè si dimostrano bramosi di veder restituita alle Chiese quella
purità e bellezza dell'evangelo, che Gesù Cristo venne ad insegnarci, e
la quale era stata sconcissimamente contaminata e vituperata?[162]»

E al Dolfin vescovo di Lésina: «La ingiustizia e crudeltà è grandemente
cresciuta d'un tempo in qua appresso de' vostri, perciocchè a' tempi
nostri i papi fan annegare i nostri fedeli di notte segretamente, senza
che possano prima esser le loro difese ascoltate, almen in luogo
pubblico, come s'è fatto novamente di que' due santi martiri di Cristo
frà Baldo Lupetino d'Albona, di cui fu nipote e discepolo M. Mattia
Flacio Illirico, ben conosciuto dal mondo, e M. Bartolomeo Fonzio, tra
gli altri dico che di notte furon fatti annegare, nè vogliono i medesimi
papi che i rei in questa causa possano essere ascoltati, se non appena
da qualche diabolico inquisitor in un cantone _Sed tu Domine
usquequo?_».

Sotto il 24 aprile 1551 racconta: «C'è di nuovo in Italia che i signori
Veneziani avean fatto un decreto che niun legato papale nè vescovo nè
inquisitore potesse procedere contro alcun suddito, senza la presenzia
ed intervento di alcun magistrato laico; ed ora il papa freme, ed ha
fulminato una sua bolla, che sotto gravissime pene niun principe
secolare possa impacciarsi nè molto nè poco nelle materie degli accusati
per conto di religione, e staremo a vedere se i Veneziani vorran
obbedire. Buona cosa sarebbe se per questa via entrasse discordia tra
loro e l'anticristo»[163].

Poi al Bullinger da Tubinga il 6 settembre 1554: «Ho qui con me Gerolamo
Donzelino medico, cacciato or ora da Venezia pel Vangelo; uom prudente,
che sa molto di ciò che si fa in Italia; e m'afferma che la peste
servetana più che mai serpeggia, e ch'egli fu tentato dal Gribaldo per
accedere a quella opinione. Certo è che da alcuni di Basilea si fe, con
alquanti italiani, una cospirazione che, se non venga compressa, ci
partorirà qualche gran male». E negli ultimi suoi giorni (1562) scriveva
informando _Venetos impios sœvire, quod antea non fecerunt; nec dubium
est quin cum papa sint confœderati contra, ut ajunt, Lutheranos.
Florentiæ ibidem; imo una vice propter religionem XVIII captos et in
carcerem conjectos fuisse. Theologum, qui diversam de Trinitate
sententiam pro concionibus defendere voluerit, Genevæ esse decolatum;
quod factum non omnes approbant._

Aveasi dunque a Venezia libertà di costumi, non libertà d'opinioni, che
spesso con quella è confusa[164]. Vero è che i Tre Savj dell'eresia,
istituiti nel 1551, erano uno spediente per vigilar l'azione del
Sant'Uffizio. Gli Esecutori sopra la bestemmia doveano approvare le
stampe, vigilare sopra gli eretici, i bestemmiatori, i violatori di cose
sacre, coloro che celebrassero messa non ordinati.

Ed è pur vero che i papi querelavano la Signoria di troppa mitezza; e
segnatamente Giulio III nel 1550 ne mosse vive rimostranze all'oratore
Matteo Dandolo[165], anche perchè i laici fossero chiamati a giudicare
cogli ecclesiastici in materia di fede; contro la qual pratica esso
pontefice pubblicò una bolla.

Fu forse per le instanze del papa che, il 3 novembre 1550, fu emanata
questa provigione:

«_Franciscus Donato Dei gratia dux Venetiarum etc. Nobilibus et
sapientibus viris Francisco Venerio, de suo mandato potestati, et
Hieronymo Grimani capitanio Veronæ, et successoribus suis, fidelibus
dilectis salutem et dilectionis affectum._ Avendo noi esistimato cosa
equa e conveniente, che contra li imputati d'eresia da per tutto nella
giurisdizione del Dominio nostro si abbi a procedere ad un modo istesso,
avemo deliberato nel consilio nostro di Dieci e Zonta, che, nelli casi
occorrenti e che occorreranno di essa eresia, si debba osservar la
medesima forma di procedere che è statuito si servi in le città nostre
di Bressa e di Bergamo, come in le lettere scritte alli rettori di
quelle per il ditto Consilio di X con la zonta, sotto li 29 di novembre
1548 si contiene in tutto e pertutto, cioè: che ritrovatevi con quel
reverendo Vicario, over con quel reverendo Episcopo se si troverà
presente de lì, e l'inquisitore, debbiate insieme con loro e doi dottori
delli primarj di quella città, che a voi pareranno prediti di bontà e
dottrina, non ostante alcuno altro ordine, formar diligente processo in
questa materia: nel qual vi troverete presenti in tutto quello che si
opererà; ovvero, se qualche fiata per alcun necessario impedimento non
poteste voi intervenire, farete che vi si ritrovi il Vicario di voi
Podestà, appresso alli sopradetti, e usarete ogni diligenzia acciò che
il processo sia formato di quel modo che si conviene, e noi possiamo
intendere con bon fondamento come passano le cose nella prefata
importantissima materia, e finito che sarà, lo mandarete alli Capi del
Consilio preditto immediate, il quale poi che averemo veduto, vi daremo
avviso di quello ch'occorrerà. Pertanto con l'autorità del preditto
nostro Consilio di Dieci e Gionta vi commettemmo che debbiate così
osservar e far osservare, facendo registrar queste lettere in quella
cancellaria vostra per memoria de quelli che di tempo in tempo vi
succederanno a effetto di tal osservanzia»[166].

Pio IV nel 1564 si doleva coll'oratore Marco Soranzo perchè la Signoria
non operasse abbastanza severa ne' casi d'eresia, che si verificavano a
Venezia, Verona, Vicenza. «Bisogna che si mostrino più severi, e che
facciano migliori rimedj che non han fatto finora. Lo Stato loro da più
bande è vicino ad eretici; è necessario che facciano buona guardia che
questa peste non vi entri, e che, quando alcuno vien scoperto d'eresia,
lo puniscano acerbamente. Il che non hanno fatto fin adesso in quel modo
facea bisogno, e noi sapemo che anco in Padova hanno tollerato delli
scolari tedeschi apertamente eretici, li quali hanno infettato degli
altri»[167].

In conformità, il Consiglio dei Dieci emanò un'ordinanza, ove professava
non potersi fare a Gesù Cristo e a tutti i fedeli cosa più grata, che il
cercar tutti i mezzi d'allontanare que' mali uomini, i quali in materia
di religione seguono opinioni particolari: pertanto ingiungevano ai
rettori di sbandirli da tutte le terre della repubblica fra quindici
giorni dalla pubblicazione del decreto, con minaccia che, se tornassero,
verrebbero chiusi in prigione sicura, appartata da quella pe' delitti
ordinarj, e sottoposti a grave multa.

Ciò non tolse che l'anno medesimo scrivessero a' Grigioni di venir pure
a negoziare in Venezia senza paura dell'Inquisizione, sicuri sulle
promesse già date anche per tutto lo Stato, purchè vivessero modesti e
non recassero scandali.

Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente
l'Inquisizione, l'ambasciatore veneto Paolo Tiepolo scrive avergli
risposto si farebbe, ma guardando «troverebbe che in quel dominio si
vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra
parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini
uffizj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse
per l'informazione avuta del contrario».

E altra volta: «Venne a trovarmi l'inquisitore di Brescia, e mi disse
che il papa l'aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città,
e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone
ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e
raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua
santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente
prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse
aver detto a sua santità d'aver sentito che non era ben disposto verso
quel serenissimo dominio: ma come devoto della sua santità volea dirle
che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa sede; che,
sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse
mente del tutto retta, non bisognava fare mal concetto di tutta una
repubblica così degna e così buona come quella».

Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria vigilava
occulatissima sugli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la
concordia e unione de' cittadini, la quale ne rimarrebbe turbata; e che
«le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della
cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento
miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse
aver molto commercio con Tedeschi». Aggiungeva «che noi usiamo più
effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire
segretamente chi merita... Quelle dimostrazioni palesi, più grandi,
severe e terribili, portavano maggior danno che utile, e poteano
piuttosto confermar quei che seguirono i loro umori che spaventarli: in
Francia e ne' paesi di Fiandra si eran fatte ammazzare le decine di
migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno
moltiplicar la gente nell'opinione dei morti; che il Consiglio dei Dieci
aveva ultimamente fatto legge, che, chiunque fosse bandito da qualsiasi
città per conto di religione, s'intendesse bandito da tutto il dominio,
cosa che forse non si avrebbe potuto fare per gli ordinarj termini di
giustizia».

Quella terribile frase del Tiepolo «far morire segretamente chi merita»
speriamo fosse una di quelle diplomatiche, ove la seconda parte
distrugge l'effetto della prima, e che si usano da chi cede nelle forme
per conservare il fondo. Chè, se vi furono supplizj segreti, dovettero
essere eccezionali, non mai per sistema. Ed anche nel 1588 querelandosi
Sisto V de' portamenti della Repubblica, il cardinale Farnese replicò
sorridendo: «Padre santo, que' signori governano lo Stato colle regole
di Stato non con quelle del Sant'Uffizio; e se devesi aver occhio
sincero alla religione, bisogna averlo anche ad altro»[168].

Nelle carte Medicee cogliemmo una lettera del cavaliere Nobili
ambasciadore di Toscana, il quale da Madrid scrive, l'8 giugno
1568[169]:

«Io ho ritratto dall'ambasciadore di Venezia, com'egli è qua un
Italiano, il quale è stato molti mesi in terra di Svizzeri e Grigioni là
al confine di Milano, ed è venuto in notizia di molti vassalli del re,
che tengono intelligenza con Luterani di que' paesi; ed è venuto alla
Corte per manifestar a sua maestà questi tali infetti d'eretica
opinione. E costui medesimo ha parlato con l'ambasciatore di Venezia,
dicendogli che nel trattare questo negozio ha trovato molti delle terre
de' Veneziani, uomini di qualità, di questa mala intenzione: e che se la
Signoria vorrà remunerarlo, andrà là, e darà conto di tutte queste cose
con molta giustificazione e verità. Onde l'ambasciadore s'è mosso a
scrivere alla Repubblica, esortandola a volerne veder il vero, e
castigar severamente chi tenesse queste pratiche nello Stato loro, e
massime in Bergamo e Brescia, terre dove costui accenna esser seminata
questa infezione».

Poi il 30 luglio: «Sopra quello che per lettera delli 11 aprile passato
scrissero il duca mio signore e vostra eccellenza a sua maestà Cattolica
del pericolo che sovrastava all'Italia da' Franzesi e dalli eretici
quando si fossero volti a tentar questa provincia, sua santità ancora
n'ha scritto in conformità, e particolarmente s'ingegna di mostrare in
qual sospetto si doveano tenere il duca di Savoja e i Veneziani; l'uno
per l'infezione ch'è nello Stato suo di questa peste dell'eresia e per
la vicinità con Francia, e questi per tener poco conto come ciascun viva
o cattolicamente o altrimenti; e con l'ajuto o pur con la sola
permissione di questi duoi pare che possino derivare tutte le turbazioni
che altri disegni per Italia: e contro quel duca e quella Repubblica s'è
disteso, caricandoli molto appresso sua maestà, come quelli dei quali è
molto dubbiosa la volontà in servizio della fede cattolica e di sua
maestà».

Jacopo Brocardo veneziano (secondo altri, piemontese) seguì Calvino, e
pretese confermare colla santa scrittura le visioni che dicea d'avere:
nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma scoperto fu
arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in
Inghilterra, in Francia, in Olanda, ove pubblicò libri sostenendo che i
profeti aveano vaticinato gli avvenimenti particolari del secolo XVI: e
gli applicava ai fatti venturi, a quanto accadrebbe a Filippo, a
Elisabetta, al principe d'Orange. Il sinodo di Middelburg disapprovò
questa guisa d'interpretar la Bibbia. Segur Pardalliano bretone credette
che il personaggio, designato in queste profezie come destinato ad
abbatter l'idra papale, fosse Enrico IV, e indusse questo a spedirlo ai
principi protestanti per tal oggetto; ma divenne ridicolo quando palesò
donde traeva tali persuasioni.

Un commento del Brocardo sulla Genesi fu condannato dal sinodo nazionale
della Rocella nel 1581. Ritrattò poi i suoi libri mistici e profetici,
pure fu sbandito dall'Olanda, e campò miseramente fin dopo il 1594.

Il modo di procedere in fatto d'eresie a Venezia appare da questa
istruzione:

«_Modus qui servatur in tribunali nostro in procedendo contra
hæreticos._

«Et primo, porrecta querela, sive denuntia contra aliquem per judices
ecclesiasticos, videlicet reverendum dominum Auditorem reverendissimi d.
Legati apostolici et per patrem inquisitorem hæreticæ pravitatis, cum
assistentia clarissimorum dominorum deputatorum contra hæreticos, ex
offitio super ea testes assumuntur et examinatur; et si faciunt inditia
aut probationes, ita quod deveniri possit ad capturam denunciati, tunc
Judices ecclesiastici, accedente consilio prædictorum clarissimorum
dominorum deputatorum, dictam capturam decernunt; sin autem, eundem ad
comparendum personaliter citari mandant, qui si non comparuerit,
proclamatur in scalis publicis, et contra ipsum proceditur, ejus
contumacia non obstante. Si vero comparuerit, judices ecclesiastici cum
assistentia prædictorum clarissimorum d. deputat. ejus rei recipiunt aut
constitutum, et eo recepto, decernunt (accedente consilio ut supra) quod
incarceretur aut consignetur in aliquo loco quem ei deputant pro
carcere, cum fidejussione de se præsentando et de non recedendo, et
successive ad ulteriora proceditur, examinando testes et contestes, et
constituendo inquisitum qui confitetur se errasse, et qui se remittit
sanctæ matris Ecclesiæ correctioni. Tunc formata abjuratione illa, reus,
ore proprio, si scit legere, sin autem notarius reo præsente et omnia in
eadem abjuratione confitente, recitat die statuto per judices. Deinde
ipsi judices ecclesiastici, habito colloquio de pœna sive pœnitentia, ad
quam reus veniat condemnandus, cum prædictis clarissimis dominis
deputatis, et citato reo ad audiendiam sententiam, illam in scriptis,
accedente consilio ut supra, proferunt et promulgant, et in ipsius
sententiæ fine serenissimi principis pro executione ipsius sententiæ
brachium humiliter implorant. Si vero reus negaverit delicta, de quibus
in inquisitione, perpetrasse, tunc in arctiori carcere detrudi mandatur,
ut eo mediante, delicta per se perpetrata confiteatur. Si vero illa
confiteri negaverit, tunc et eo casu utatur deductis in processu et
attestationibus testium, dummodo videantur esse conformes et sine aliqua
inimicitiæ suspicione, ac tales quod in juditio fides eisdem adhiberi
possit: et sic ad sententiam condemnatoriam, prout juris fuerit ut supra
proceditur. Si vero testes examinati non plene probaverint, ita quod
tantummodo inditia fecerint, aut semiplene probaverint, tunc et eo casu
proceditur ad torturam, licet hactenus in tribunali nostro hujusmodi non
evenerit casus, et ita hactenus fuit servatum et processum, cum
assistentia prædictorum clarissimorum domin. deputatorum et eorum
accedente consilio decretum et sententiatum».

L'archivio del Sant'Uffizio di Venezia, or riunito agli altri nel
convento de' Frari, consta di cencinquanta cartelle. Eccetto un processo
del 1541, la serie regolare non comincia che al 1548. Secondo il
Romanin, fra quest'anno e il 1550 si fecero sessantatre processi sia
nella dominante o nelle provincie; diciannove di essi vennero sospesi:
gli altri riuscirono a condanne di multa o bando; alcuni di carcere
temporario, uno di galera, uno di morte. Gl'imputati sono preti o
artigiani: pochi civili, nessun nobile. Solo alla Marciana[170] esiste
la sentenza contro Francesco Barozzi per stregheria, seduzione,
apostasia ostinata: egli acconciossi a confessar tutto, purchè gli si
lasciasse salva la vita e non confiscati i beni: restò alcun tempo in
carcere, pagò cento ducati di cui fare due crocifissi d'argento, e
s'obbligò a certe preghiere e a confessarsi regolarmente.

Nè scarseggiarono nel Veneto i processi di streghe; e ne' Diarj di Marin
Sanudo ne occorrono varj, coi soliti abusi delle procedure d'allora, e
con evidenti prove di superstizione, di delirio, di allucinazioni. Dagli
_Annali di Brescia_, manuscritti alla Quiriniana, raccogliesi che nel
1455 frate Antonio inquisitore invocava il Governo contro eretici nella
pieve di Edolo, che ricusavano i sacramenti, immolavano fanciulli,
adoravano il diavolo. Nel 1510 a Edolo e Pisogne essersi bruciati da
sessanta streghe e stregoni, che confessarono aver ammaliato uomini,
donne, animali, seccato prati ed erbe: e menati al fuoco, non si
mostravano sbigottiti, nella certezza che il demonio avrebbe fatto
miracolo per salvarli. Nel 1518 essersi bruciate da settanta streghe in
Valcamonica, togliendone i beni: e di quell'anno stesso una lettera da
Orzinovi denunzia come infetti di stregoneria molti preti, che non
battezzavano, e che dicevano la messa _come Dio vuole_.

Il dottor Alessandro Pompejo, in lettera da Brescia del 28 luglio 1518,
racconta come sul monte Tonale si raccogliessero fin duemilacinquecento
persone alla tregenda: e Carlo Miani patrizio veneto con maggiori
particolarità riferisce che, sollecitate dalle madri, le fanciulle fanno
una croce in terra, poi la calpestano, e sputacchiano; ed ecco
presentarsi loro un cavallo, sul qual montato, subito si trovano sul
Tonale alle turpi nozze. Introdotte in magnifica sala tutta a seta,
vedono un signore, assiso in tribunale d'oro e gemme, che le fa
scompisciar la croce, indi le accoppia a giovincelli bellissimi. Anche
sul monte Crocedomini fra la val Sabbia e la Camonica teneansi di tali
congreghe, testimonio il Gàmbara nelle note alle sue _Geste de'
Bresciani durante la Lega di Cambrai_.

Per l'Inquisizione de' libri proibiti Venezia volle salve le ragioni del
principato, e affidò tal materia al Consiglio dei Dieci, il quale, con
decreto del gennajo 1526, comandò non si stampasse nulla senza licenza
dei tre capi del Consiglio: poi passò tal cura agli Esecutori contro la
bestemmia. L'Indice di Clemente VIII non fu ricevuto che con certe
restrizioni, e nel concordato del 1596 si stabilirono nove capitoli: 1º
i libri sospesi dal nuovo Indice per doversi espurgare, possano vendersi
a chi abbia licenza dal vescovo o dall'inquisitore: 2º se gli stampatori
volessero ristamparli, potran essere corretti dal vescovo o
dall'inquisitore, senza mandarli a Roma; 3º de' libri nuovi si
consegnerà l'originale al segretario de' riformatori dello studio di
Padova o al cancelliere del capitano delle altre città; 4º sui libri si
stamperà la licenza avuta e il nome di chi gli ha riveduti: 5º non si
pongano figure disoneste; 6º i libraj per questa sola volta presentino
all'inquisitore l'inventario dei libri che hanno, per espurgare i notati
nell'Indice; 7º vescovi e inquisitori possano proibire solo per titolo
di eresia o per falsa licenza: 8º non son obbligati gli stampatori a
dare il giuramento; 9º gli eredi libraj diano all'inquisitore la nota
de' libri proibiti che trovassero nell'eredità.

Siffatti rigori non tolsero che la tipografia fosse una delle principali
e nobili industrie di Venezia, segnalata dagli Aldi, dai Baglioni, dai
Comini, dagli Zatta: anzi i Baglioni ottenero la nobiltà veneta, e gli
Albrizzi la dignità di procuratori di San Marco.

Ogni capoluogo del Veneto aveva il suo tribunal d'Inquisizione,
organizzato a immagine di quel di Venezia; e d'accordo coi riformatori
dello studio di Padova, facea la revisione de' libri e delle stampe; e
la licenza dovea registrarsi dal magistrato degli Esecutori contro la
bestemmia. Un consultore ecclesiastico ed uno secolare venivano
interrogati nelle differenze fra gli avvedimenti religiosi e i politici;
un Revisore dei brevi esaminava tutte le bolle e carte che venissero da
Roma.

Quanto dicemmo nel Discorso IX sulla scuola di Padova vuolsi inteso per
Venezia, di cui quella città era il ginnasio. Il Caracciolo denunzia
Padova come «ricetto di eretici; vi furono per alcun tempo non solo il
Vergerio, ma Enrico Scotta, Sigismondo Gelvo, Martin Borrao, il Gribaldo
e lo stesso Calvino, quando, fuggito di Picardia, venne in Italia e
arrivò sino a Firenze. Chioggia aveva il vescovo molto sospetto
d'eresia, sicchè poi al Concilio non fu arrestato sol per la protezione
del cardinale di Trento. In universale di tutta questa provincia di
Venezia quanto fosse macchiata di eresie, si può scorgere dalla
relazione fatta di lei a papa Clemente VII dal vescovo Teatino».

Fra le lettere del Bullinger n'ha una del 30 marzo 1543, dove Osvaldo
Miconio parla d'un decano di Padova, il quale parea voler combinare i
riti cattolici colle nuove credenze; e d'un altro, non nominato, che in
colloquio sosteneva volersi un solo pastore e un solo ovile, si
osservasser la quaresima, il digiuno, le feste, l'intercession dei
santi, insomma (dice) connettere Cristo e Belial. Accenna pure d'un
altro italiano, che cattivossi Calvino in modo, da ottenerne una
commendatizia; eppure venuto ad Arovia, palesò di non credere nello
Spirito Santo.

Anche Bernardino Tomitano di Padova, che stampò una _Esposizione
letteraria del testo di Matteo evangelista_ (Venezia 1547), che
probabilmente è tradotta da Erasmo, fu accusato d'eresia, ma se ne
scolpò colla «Orazione I e II ai Signori della Sant'Inquisizione di
Venezia»; (Padova 1556).

Nell'archivio vaticano si trova una «Scrittura fatta sotto Federico
Cornaro vescovo di Padova circa il tollerare o non tollerare la licenza
della nazion germanica»[171], dove si muove lamenti perchè anche in
questa Università si esiga altrettanto che in quelle d'Inghilterra, di
Ginevra, di Germania, «che vogliono che tutti li forestieri dopo tre
giorni siano obbligati, lasciando il proprio rito, accomodarsi all'abuso
e licenza loro».

L'insegnamento degli Averroisti[172] sopravvisse nella scuola di Padova
anche dopo che di quelli la barbara forma era condannata dagli umanisti,
e il fondo dai Cattolici. Zabarella, Zimara, Federico Pendasio, Luigi
Alberti ed altri proseguirono quella tradizione, benchè repudiassero
tutti l'unità dell'intelletto. Francesco Ludovici veneziano, in una
delle tante continuazioni del poema dell'Ariosto, intitolata il _Trionfo
di Carlo Magno_, canta di Rinaldo, che penetrato nelle viscere del monte
Atlante, si trova nel tempio della Natura, e là vede dar l'esistenza a
quanto vegeta e respira; la quale Natura v'è collocata al posto di Dio,
come l'intelligenza e la ragione tengono luogo dell'anima. Interrogata
da Rinaldo perchè gli uomini abbiano anima più intelligente che le
bestie e immortale, la Natura risponde:

    Nell'uom ne pon'io più (_d'intelletto_) ch'è mio volere;
      E tanto è quel, che d'ogni altro animale
      Eccede di lontan vostro savere.
    Quell'altro poi, che in voi dici immortale,
      Io non lo fo. Se Dio lo fa, sel faccia:
      Che cosa ella si sia non so, nè quale.
    Puote esser molto ben che a lui ne piaccia
      Far, quando i corpi io fo, qualcosa in voi
      Che torni al vostro fin nelle sue braccia;
      E questo, se a te par, creder lo puoi.

Ultimo rappresentante di quella scuola ci appare Cesare Creminino da
Cento, che professò diciasette anni a Ferrara, poi quaranta a Padova. Le
poche cose sue stampate non ne giustificherebbero l'alta reputazione; ma
sussistono molte copie de' corsi che spiegava agli scolari. Egli non
accetta l'unicità dell'intelligenza: pone per intelletto attivo Dio
stesso, distinto dalle potenze dell'anima, sussistente per se stesso,
vita dell'universo, il qual universo non è, ma diventa (_mundus nunquam
est, nascitur semper et moritur_). Distingue sempre la verità filosofica
dalla teologica, e specialmente nell'aprire il trattato dell'anima dice
agli uditori: «Io non pretendo insegnarvi quel che hassi a credere
dell'anima, ma solo quel che disse Aristotele. Ora tutto quanto è in
Aristotele è contrario alla fede, e i teologi vi han risposto ad
esuberanza. Una volta per sempre ne siate avvertiti, acciocchè, se
udrete qualche proposizione di mal suono nel mio corso, sappiate ove
trovarne la risposta»[173].

Queste e altre precauzioni non tolsero che l'inquisitore di Padova, ai 3
luglio 1619, gli scrivesse per richiamargli il decreto del Concilio
Lateranense, che obbliga i professori a confutare seriamente gli errori
che espongono[174].

«La santità di nostro signore mi ha ordinato ch'io faccia sapere a
vostra signoria che nella sua Apologia non solo non ha sodisfatto alla
correzione del primo libro, inscritto _Disputatio de Cœlo_, secondo la
disposizione del Concilio Lateranense, ricogliendo la ragione
d'Aristotele, confutandolo, e manifestamente difendendo la fede
cattolica, ma d'avantaggio ha di proprio senso inventato certi modi di
dichiarazioni e distinzioni, che contengono asserzioni degne di censura,
come si può vedere dalle osservazioni che gli ho fatto avere. Per tanto
V. S. corregga per se stessa il primo libro, secondo il prescritto del
Concilio Lateranense; e essendo questo debito suo e non dei teologi e
d'altri, V. S. lo deve fare così per obbligo di coscienza, essendo quel
filosofo cristiano e cattolico che dice di essere, come per stimolo di
riputazione, volendo esser tenuto dal filosofo cristiano e non etnico. E
di più, V. S. levi dall'apologia e rivochi quei modi d'esplicare e di
distinguere che di propria mente ha rese per dichiarazione delle
propositioni che furono notate e censurate nel primo libro, perchè non
soddisfano all'ordine che li fu dato, nè si devono per se stesse
tollerare. Per tanto essendo necessario per ovviare a quei mali che la
lettura di detti libri può causare, V. S. corregga il primo libro,
secondo il prescritto che le fu ordinato in conformità del Concilio
Lateranense, e levi e rivochi dal secondo gli errori ed asserzioni degni
di censura che V. S. ha scritti di proprio senso, insieme con quei modi
che ha tenuti in dichiarare la sua intenzione in dette cose; altrimenti
mi scrivono da Roma che si verrà alla proibizione di detti libri; nè in
questo negozio si pretende altro che l'onor di Dio e la salute delle
anime. In oltre si pone in considerazione a V. S. che la retrattazione
in cose concernenti alla fede deve esser chiara e manifesta, e non
involuta nè ambigua, ed altri uomini di valore hanno esposto Aristotele
in questa Università di Padova; con tutto che tenesse l'anima mortale,
provavano non di meno insieme Aristotele essersi ingannato intorno a
ciò, e in lumine naturali, e egregiamente confutarono le sue ragioni, in
principiis philosophiæ, e tra gli altri il Pendasio a' nostri tempi,
uomo di molta dottrina e pietà. Che è quanto mi occorre farli intendere
in scrittura, oltre al ragionamento avuto seco a lungo di tal proposito.
V. S. dunque mi risponda in scrittura distintamente a quanto io le
scrivo, a fine che ne possi dar conto a Roma per venerdì prossimo
futuro. Dio la conservi».

Il Cremonino di rimando:

«Ho vista la lettera che mi scrive vostra paternità, nella quale trovo
due cose: una è l'avvisarmi, incitarmi e persuadermi a procurar di dar
soddisfazione all'osservazioni venute novamente intorno a' miei libri.
La ringrazio del buon affetto, e credo che ella sappia ch'io l'altra
volta, secondo l'ordine de sua santità, fui prontissimo, e deve credere
che ancor ora sono il medesimo ad ogni conveniente richiesta. L'altra
cosa è quello che mi propone doversi fare; del che di passo in passo le
dirò quello ch'io possa fare. Vedrò poi l'osservazioni più tosto ch'io
possa, essendo ora un poco risentito, sì che non posso attender a
studio, e farò con vostra paternità per adempimento di quanto occorrerà.

«Quanto a metter mano nel primo libro, non posso farlo assolutamente,
perchè, allora che si trattò, fu concluso di ordine di nostro signore,
che si facesse con l'occasione dell'Apologia, come s'è fatto; e ciò fu
saputo in senato, e si tien per certo, sì che io non ho autorità di
metter mano nel libro.

«Quello ch'io posso fare è questo: nell'ultima parte che darò fuori _De
cœli efficientia_, avere riguardo ad ogni cosa che accaderà, e far
quanto convenga per farmi cognoscere quel filosofo cattolico e
christiano che dico di essere, e che so che vostra paternità sa chi io
sono, che qui mi vede ogni dì essa l'esser mio, e non ha a stare a Dio
sa quali relazioni. Quanto ai modi d'esplicare che dice, credo questi
saranno a parte notati nell'osservazioni; vedrò e sarò con lei. Vedremo
anche insieme il Concilio Lateranense, e così farò quello che occorrerà.
Ma quanto al mutar il mio modo di dire, non so come poter io promettere
di transformar me stesso. Chi ha un modo, chi un altro. Non posso nè
voglio ritrattare le esposizioni d'Aristotele, poichè l'intendo così, e
son pagato per dichiararlo quanto l'intendo, e nol facendo, sarei
obbligato alla restituzione della mercede. Così non voglio ritrattare
considerazioni avute circa l'interpretazione ch'abbiate fatte delle lor
esplicazioni circa l'onor mio, l'interesse della cattedra, e per tanto
del principe. Ma vi è rimedio; ci sia chi scriva il contrario; io
tacerò, e non procurerò di respondere altro. Così al Suessano fu fatto
scrivere il libro _De Immortalitate_, contra il Pomponazio.

«Quanto alle cose dell'anima, ora non è tempo; quando farò il commento,
mi porterò da buon cattolico, e non inferiore di pietà cristiana ad
alcun altro filosofo».

Bisogna dire che, in causa delle sue credenze, nessun disturbo gli
venisse, perocchè continuò ad insegnare a Padova. Ma il suo nome restò
come tipo della dotta miscredenza, narrandosi che in modo antifilosofico
troncasse risolutamente l'accordo tra la fede e la filosofia, dicendo,
_Intus ut libet, foris ut moris_: e che, morto ottuagenario dalla peste
del 1631, anche dal sepolcro protestasse contro l'immortalità mediante
l'epitafio: _Hic jacet Cremoninus totus_.

Questo fatto è vero?

Gisberto Voet scrive[175] che _antehac ab eruditissimo viro et amico
mihi comunicatum erat epitaphium quod dicebatur sibi fecisse, Totus
Cremoninus hic jacet: sed postea ab eodem aliunde aliter informato,
monitus revocari illud_.

Ma il Balzac, raccomandando un M. Drouet, dice: «Son nom est en grosse
lettre dans les archives de l'escole de Padoue; et il sortit de la
discipline du grand Cremonin, presque aussi grand et aussi savant que
luy. Non pas que pour cela il soit partisan aveugle de feu son maistre.
Je vous puis asseurer qu'il n'en a espousé que les legitimes opinions,
et jamais fidèle ne fut mieux persuadé que luy que le Dieu d'Abram et
d'Isac est le Dieu des vivans, et non pas des morts».

E Lorenzo Crasso[176] pronunzia del Cremonino: «È veleno d'animo
contagioso l'insegnare che l'anima dell'uomo, soggetta alla corruzione,
non differisce nella morte da quella de' bruti, com'egli faceva,
ancorchè sagacemente asserisse sostener ciò solamente in sentenza
d'Aristotele»; e aggiunge che «fu ben composto di corpo, austero di
volto, brieve di sonno, ambizioso di saper molto, finto di costumi,
lontano d'ogni religione, avendo, secondo il parere d'alcuni, fatto non
pochi allievi, confidenti di questa prava sua dottrina».

Veramente reca meraviglia che il peripatismo scolastico durasse sì tardo
in quell'Università, e il Cremonino vi sponesse il trattato della
Generazione e Corruzione, e quello del Cielo e del Mondo, mentre Galileo
vi spiegava Euclide; il Cremonino che, quando Galileo scoperse i
satelliti di giove, non volle guardarli col telescopio perchè quel fatto
repugnava ad Aristotele. Ma la ruina di quella scuola non fu tanto
dovuta alla scienza seria e sperimentale, quanto al trionfo definitivo
dell'ortodossia.

Nella terraferma veneta conosciamo Paolo Lazise veronese, canonico
lateranense, che mentre insegnava il latino a San Fridiano di Lucca, udì
Pietro Martire, e gustò i dogmi eterodossi, de' quali fece professione
nel 1542. Stette alcun tempo professore a Zurigo, poi a Basilea, infine
Martino Bucer lo invitò a insegnar greco ed ebraico a Strasburgo.

È famoso nell'ampia schiera de' letterati ciarlatani Giulio Cesare
Scaligero, di Verona probabilmente, che sulle prime attaccò Erasmo per
le beffe contro i latinisti italiani, e fu sospettato d'aderire alle
opinioni nuove: consta che morì da cattolico il 21 ottobre 1558, pure
sul suo sepolcro a Agen in Francia scolpirono questa scettica epigrafe:
_J. C. Scaligeri quod fuit_.

Domizio Calderini, di Caldiero presso Verona, autore di varj commenti
sopra gli antichi, segretario apostolico a Roma, con una critica
presuntuosa si procacciò nemici, i quali dissero schivava la messa, e
quando doveva assistervi esclamava: «Andiamo all'error comune»[177]. Ciò
basta perchè l'abbiano posto fra i _testimonj della verità_.

Alessandro Citolini, di Serravalle diocesi di Céneda, oltre un'_Arte di
ricordare_, ove riduceva a certe categorie tutte le cose escogitabili,
affine di poter discorrere sopra qualunque soggetto, nel 1561 stampò a
Venezia la Topocosmia, o _il Mondo ridotto a un luogo solo_, miscuglio
di tutte le cose intelligibili e materiali; spargendovi per entro gli
errori, dai quali s'era lasciato affascinare. Rifuggì a Strasburgo, poi
in Inghilterra, e grandemente è lodato dallo Sturm.

Al 13 luglio 1528, Clemente VII dirigeva una bolla al vescovo di Brescia
Paolo Zema e all'inquisitore di quella città, congratulandoli perchè
essi e tutto il municipio, a non perdere l'ottimo nome lasciato loro da'
parenti e antecessori, con ogni diligenza vigilassero acciocchè l'eresia
non vi pullulasse, e per estirparla se ve ne fosse. E che, avendo essi
saputo come taluni, scuranti della fama e dell'onore, non si fosser
vergognati di professare la dottrina luterana, e quel che non osavano in
pubblico insegnavano in disparte, molti traviando, avevano eletto tre
cittadini, per cui cura l'eresia diabolica luterana fu quasi divelta
dalla città e dal territorio, e puniti gli autori e seminatori di essa.
Pertanto gli esorta a dar ascolto a questi cittadini, affinchè del tutto
sia sradicata la dottrina luterana e gli altri errori nella città e
diocesi; e ricordando l'accusa ch'e' mossero contro Giambattista
Pallavicino frate carmelitano, che, predicando la quaresima precedente a
Brescia, aveva enunciato alcune cose erronee ed avverse alla fede
cattolica, scandolezzando i pii, gli autorizza a proferir sentenza,
escludendo qualunque appello, foss'anche alla santa sede; obbligar colle
censure ecclesiastiche i testimonj che ricusassero; e proceder contro
chi tenga, o favorisca, o consigli le massime di frà Martino; dichiara
infami e intestabili i pertinaci, e indegni della sepoltura sacra: si
ricevano all'abjura i pentiti, e a giurare che mai più non ricadranno: e
vengano assolti da ogni inabilità o infamia[178].

Anche del già mentovato bresciano Jacopo Bonfadio, fatto morire dal
Governo genovese per delitto nefando, gli scrittori plebei vollero dire
che del supplizio fosse promotrice la corte di Roma. Al contrario
nell'archivio genovese esiste lettera di monsignor Giambattista
Lomellini, scritta da Roma a quel Governo il 1 febbrajo 1551, in cui
racconta il cardinal Crescenzio avergli detto come «sua santità restava
grandemente scandolezzata di quella Signoria, a cui si era dovuto in
poco tempo far richiamo di tre quattro casi esorbitanti, commemorando
primo il Bonfadio, il quale ancorchè allegasse esser prete, l'aveano
fatto morire senza dargli tempo di provar questo».

Nel processo del Cardinal Morone trovammo inserta questa lettera, di
nota difficile e scorretta:

«Al molto dotto predicatore e reverendo vicario generale don Polito
Crizola mio osservandissimo. Roma, alla Pace.

«Carissimo fratello, già due mie dopo la prima vi ho scritte; credo
averti scritto al mio intento e parere: non dirò altro se non che, da
Dio incatenato contro ogni mio volere e determinio, son venuto a Milano,
e ho cominciato oggi a predicar: sia fatta la volontà del Signore. Io
predicherò con quella diligenza che potrò. Nostro Signore mi guidi. Mai
fu mio intento rovinar niuno, dimandando Dio in testimonio che, se la
coscienza mi si potesse aquietare, il tutto sarebbe aquietato. Userei di
que' rimedj che voi mi scrivete. Son tanto persuaso che la libertà
cristiana deva servire alla carità cristiana, che anco questa deva
servir alla fede. Maledetta quella libertà cristiana, la quale distrugge
la carità, ma più maledetta la carità che distrugge la fede. Che se
potessi accozzar queste tre cose, io sarei il più contento uomo del
mondo, ma non posso. Io pensavo di trovar il vescovo di Bergamo, che
vedesse se mi poteva aquietar. Di grazia vi prego che richiediate il
Polo, Morone, patriarca, e vescovo di Bergamo a' quali tutti me
raccomanderete. Vedete se potete avere tanto ozio, che mi medichiate
dove mi duole. Questo mi consolerebbe. Io desidererei godere i comodi
del mondo, onesti però e cristiani, se potessi: nè mai fui tanto in
calma quanto ora che so che non mi abbandoneranno. Ma con gran mio
piacere ora finirò di predicare. Voi scrivete, ed io scriverò, fra
tanto, pregando il comun padre Gesù Cristo il quale del cuore egli solo
ne è padrone, veghi che questa è piaga del cuore. Non mancate pregare
con tutti i fedeli.

  «Da Milano, la prima domenica di quaresima (1552).

                                                      «Vostro Celso.

«Salutanvi Ottaviano Pisogno, e Adiodato, che sono qui con esso meco».

Questo Celso Massimiliano, figlio del conte Cesare Martinengo di
Brescia, canonico lateranense, eccellente predicatore, chiamato a Lucca
dal Vermiglio, con esso venne nell'errore. Racconta il Vergerio che,
trovandosi questo eccellente servo di Dio presso Milano, il Muzio mandò
soldati con bastoni e spade per arrestarlo, e darlo nelle mani degli
scribi e Farisei[179]. Uscito d'Italia, il Martinengo posossi in
Valtellina, ma quivi fu sospetto di anabattista e unitario[180]; non
ostante divenne pastore della Chiesa italiana a Ginevra, dove fu
ricevuto cittadino gratuitamente il 30 gennajo 1556.

Pietro Martire, in una lettera del 1557 entrante, si conduole a Calvino
della morte della moglie del Martinengo, che era la inglese Giovanna
Strafford vedova Williams, rifuggita a Ginevra e da lui sposata il
febbrajo 1556. Egli poi morì nel 57, e gli succedette Lattanzio Ragnoni
di Siena. Ci accadrà altrove di discorrerne.

Il tante volte citato Caracciolo riconosce in Bergamo molti eretici, e
principalmente il vescovo e il suo vicario prevosto Nicolò Assonico; e
che il Ghislieri fu mandato a formarne processo, con gran pericolo,
perchè quello era favorito dai rettori e dai principali della città. «Ma
essendo alla fine scoperto, e mandato i rettori e il vescovo gente per
ritenerlo e per farlo con grande strazio morire, se ne fuggì, avvisato
ed ajutato d'alcun fautore della Inquisizione, e fu condotto in sicura
parte, e il processo tanto importante (affinchè non corresse pericolo
insieme con la persona) fu lasciato in salvo in man d'un frate di San
Francesco: non guari dopo, per mano d'amico lo riebbe, e tornossene a
Roma con molto onor suo per sì degna opera. Ove citato il vescovo,
benchè favorito e difeso da potenti uomini, comparve in persona, e posto
in Castel Sant'Angelo e convinto, sottoscrisse a molti capi d'errori
eretici e di pessimo esempio, per li quali scorgeasi lui tener modi per
infettar tutto il paese, se con l'opera di frà Michele alla ruina di
tante anime non si riparava. Il vescovo, privato della chiesa, morì poi
in Venezia infelicemente».

Sappiamo in fatti che alla sede di Bergamo era stato preconizzato il
famoso Pietro Bembo, il quale mai non vi andò; quindi gli successe nel
1547 Vittore Soranso, che ripetutamente accusato di eresia e condannato,
fu alfine cancellato di vescovo[181]. Il suo vicario prevosto Assonico,
processato, morì a Venezia.

Nel 1593 Alvise Priuli, rettore di Bergamo, scriveva alla Signoria
veneta, «non esservi in quel territorio eretici, ad onta de' molti
mercanti tedeschi che vi abitano; che però vivono senza scandalo, e ad
onta della frequente pratica de' Bergamaschi nella Valtellina: e ciò
perchè que' fedelissimi sudditi, impiegati ne' negozj e traffichi loro,
sono lontanissimi dall'ozio, dal quale infine derivano tutti questi
mali».

Che però il paese non fosse così mondo ce lo provano il medico Guglielmo
Grattarola fuggito ai Protestanti, e Girolamo Zanchi (1516-96) di
Alzano. Era egli figliuolo di Francesco e nipote di Paolo, uomo erudito,
i cui figli Basilio e Cristoforo segnalaronsi per talento. Basilio, buon
poeta e canonico lateranense, studioso di sacre scritture, sotto Paolo
IV fu per accusa d'eresia messo in prigione, e vi morì nel 1559.
Girolamo, non eremitano, ma canonico regolare, cambiò di fede
nell'ascoltare a Lucca Pietro Martire, al quale si conservò poi sempre
devoto. Uscito di patria il 1550, a Strasburgo succedette a Gaspare
Hedion nello spiegar le lettere sante, continuandovi dal 1553 al 63, e
dando anche lezioni sopra Aristotele. Secondo il genio de' nostri
italiani, non accettava integralmente la Confessione augustana, ma
moderatissimo, riprovava le esagerazioni, non oltraggiava il papa,
riconosceva molti pregiudizj ne' Riformati, e cercava conciliare le
diverse opinioni. E scriveva allo Sturmio: «Mi muove a sdegno il veder
nelle nostre chiese riformate il modo di scrivere di molti, anzi di
quasi tutti coloro, che pur vogliono passare per pastori, dottori,
colonne della Chiesa. Sovente a bella posta rendiamo oscuro il vero
stato della quistione, acciocchè non possa esser bene intesa: abbiam
l'impudenza di negare le cose evidenti, e sfacciatamente affermiamo il
falso: inculchiamo fortemente ai popoli come principj di fede dottrine
apertamente empie, e denunciamo come ereticali opinioni perfettamente
ortodosse: mettiamo a tortura le Scritture per ridurle d'accordo colle
nostre invenzioni, e ci vantiamo d'esser discepoli dei Padri, mentre
ricusiamo seguirne la dottrina. L'inganno, la calunnia, l'ingiuria sono
a noi famigliari, nè pensiamo quanto, con simili scritti, nociamo al
progresso del Vangelo, quanta rovina portiamo alla Chiesa di Cristo, e
come rassodiamo i settarj nelle loro eresie, eccitiamo i tiranni a
prender le armi contro di noi, dilatiamo sulla terra il regno del
demonio. Sia bene o male, sia vero o falso, poco ci cale, purchè
sosteniamo la causa nostra. O tempi, o costumi! Chi mai, vedendo,
leggendo, esaminando queste cose, se scintilla conserva di pietà
cristiana, non sarà profondamente addolorato ed inquieto, e, non
deplorerà amaramente le sciagure de' nostri tempi?»[182].

Ma mentre cercava metter pace, egli stesso versò in continui dissidj.
Entrato in quel capitolo di San Tommaso, per le sue divergenze intorno
alla predestinazione, alla perseveranza nella santità, all'ubiquità,
all'anticristo fu preso in iscrezio, non gli faceano di cappello, non
gli dirigevano la parola; sinchè egli, per conservar il posto, segnò un
formulario, però con riserve, e _modo ortodoxe intelligatur_.

Rinunziò poi al canonicato, e a Chiavenna stette dal 63 al 68,
_fructuose quidem, sed non absque cruce_. Avea sposato Violanta, figlia
di Celio Curione, e in lettera a Pietro Martire Vermiglio ne descrive la
morte: tutta piena di aspirazioni, prelibava il paradiso; struggeasi di
veder il Salvatore; incaricava Olimpia Morata di sepellirla: e
nell'abbraccio del marito finì esclamando, _Al cielo, al cielo_[183].
Dapoi egli sposò Livia Lumaca ricca chiavennasca, e n'ebbe molti
figliuoli. Dall'elettor palatino Federico III fu domandato a professar
teologia ad Eidelberga, e scrisse contro gli Antitrinitarj; ma alla
morte di quel suo protettore cangiatesi le credenze del paese, egli
trovossene sbalzato con tutti quei che deviavano dal luteranesimo, e
ricoverò a Neustadt finchè potesse tornar ad Eidelberg. Di settant'anni
e già cieco, stese una professione di fede per sè e _la sua famiglia_,
ove dirigendosi a Ulisse Martinengo, protesta non aver ripudiato tutti i
dogmi della Chiesa romana, ma que' soli che non erano conformi agli
insegnamenti della Chiesa primitiva; nell'abbandonare la romana, essersi
proposto di ritornarvi qualora ella si emendasse; e lo bramava di tutto
cuore, poichè il fato più desiderabile è di viver gli ultimi giorni in
seno della Chiesa in cui si fu battezzati.

Morto nel 1590, gli fu posto quest'epitaffio:

    _Hieronymi hic sunt condita ossa Zanchii_
    _Itali exulantis Christi amore et patria._
    _Qui theologus quantus fuerit et philosophus_
    _Testantur libri editi ab eo plurimi._
    _Testantur hoc quos voce docuit in scholis_
    _Quique audiere eum docentem ecclesias._
    _Nunc ergo quamvis hinc migravit spiritu_
    _Claro tamen nobis rem auxit nomine._

Le opere sue vennero raccolte in sei volumi, contandone due di Lettere
pubblicate a Ginevra il 1619. La più celebre fu _De Dei natura et de
tribus elohim Patre, Filio et Spiritu Sancto, uno eodemque Jehova_, in
due parti: nella prima espone la pura dottrina e spiega il mistero della
Trinità: nell'altra confuta gli argomenti opposti. Queste scritture lo
levarono in tal fama, che lo Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener
testa a tutti i Padri tridentini; ma se ottennero molte lodi, ebbero
pochi lettori, e il Bayle riflette che le si aveano per un nulla, e le
compravano men tosto i teologi che i pizzicaruoli.

In non minore rinomanza salì Francesco Negri da Bassano. Per un amore
infelice entrò negli Agostiniani[184]; di nuovo l'amore lo trascinò fin
ad un assassinio, pel quale ricoverossi in Isvizzera. Legatosi con
Zuinglio e adottatone le dottrine, vuolsi l'accompagnasse alla
conferenza di Marburgo nel 1529; alla dieta d'Augusta sostenne la piena
libertà de' culti, che invece fu limitata alle due Sette principali, e
finì cogli Antitrinitarj.

Si annunziò che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato
in Isvizzera e portato a Bassano, ma per quanto noi ne cercassimo, non
trovammo che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella
biblioteca. Una è di nessun interesse: nell'altra da Strasburgo il 5
agosto 1530 al molto reverendo maestro Paolo Rossello di Padova parla
del quanto, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la
quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri
luoghi d'Italia, ove trovò «diversi fratelli alli quali narrai
(dic'egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell'Evangelio. Li
nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Aloisio dei
Fornasieri di Padova, olim in monacato chiamato don Bartolomeo. In
Padova parlai con prè Bartolomeo Testa, al quale lasciai el benefizio
mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in
una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il
nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per due giorni
copiosamente con prè Marino Gujoto, _qui quondam monachus, dicebatur_
don Pietro de Padova. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum don Vincenzo
di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender
tutto»[185].

Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non
aspettar qualche gravissima croce. _Orandum sine intermissione nobis ac
vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat._ In Venezia non potei
parlar con frate Alvise, come desiderava, imperciocchè l'era andato a
star a Treviso, _prout_ mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non
instantissimamente pregarvi che vui e gli altri fratelli cristiani
preghino _enixissime_ Dio per nui».

Il Negri prese stanza a Chiavenna come maestro, ma non pare vi fosse
pastore, giacchè il primo di tal chiesa fu Agostino Mainardi, vissuto
fin al 1563, il quale anzi lo scomunicò come socciniano. Il Negri se ne
scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria professione di fede,
confessando la divinità e incarnazione di Cristo, e l'efficacia del
battesimo e dell'eucaristia.

Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d'ebraico e delle
quistioni teologiche, ma scarso di gusto e d'eleganza. È notevole quella
sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e
di Domenico Cabianca di Bassano. Quest'ultimo avea militato con Carlo V,
e delle dottrine nuove fattosi apostolo, a Piacenza le predicò
apertamente, onde arrestato e ricusando ritrattarsi, fu appiccato nel
settembre 1550.

Il Negri tradusse in latino il caso di Francesco Spiera da Cittadella.
Ma il suo scritto più famoso è la tragedia intitolata _Libero arbitrio_,
stampata il 1546, poi il 1550, poi in latino il 1559. È un atteggiamento
drammatico delle controversie religiose; e le invettive contro monsignor
della Casa, il Tedeschino, cioè monsignor Tommaso Stella vescovo di
Capodistria, il Muzio la fecero dallo Zeno attribuire al Vergerio[186],
da altri a Luigi Alamanni o all'Ochino, ma non par dubbio sia del Negri,
che certamente si palesa ben addentro nelle quistioni che tratta, nelle
eresie di Lutero e Zuinglio, nello svolgimento de' dogmi,
nell'introduzione dei riti, nelle leggi canoniche, nelle istituzioni di
Ordini.

L'azione accade in Roma, sulla piazza del Vaticano, regnante Paolo III,
e dura dal pranzo a sera; con personaggi reali, misti ad allegorie.
Fabio da Ostia, pellegrino tornato da Terrasanta, fa la protasi.
Monsignor Clero, figliuolo del papa e primo ministro del regno
cattolico, simboleggia il pontefice; nel cui palazzo tiensi il Concilio.
Diaconato, maestro di casa di monsignor Clero, diplomatico, sostenendo i
diritti pontifizj, fa la più fosca dipintura della Corte di Roma.
Ammonio e Trifone, cancelliere e notajo della dateria, rivelano
gl'intrighi degli ecclesiastici; inoltre compajono Orbilio servo, il
cappellano di messer Clero e suo confidente, ipocrita ignorante;
l'angelo Rafaele e la Grazia giustificante, mandati in terra a uccidere
il Libero Arbitrio, e condannar il papa come anticristo.

Il papa, convocato il Concilio per reprimere la ribellione, sembra sulle
prime riesca a conservare la sua illimitata autorità. Fabio da Ostia,
reduce da Palestina, imbatte il Discorso Umano, dal quale ode la rivolta
de' Settentrionali contro il re Libero Arbitrio; Diaconato sopraggiunto
gliene espone le ragioni, e come Libero Arbitrio fosse coronato re dal
papa, che gli concesse il regno delle buone opere, gli altri possessi
riservando per sè e per l'unigenito suo monsignor Clero, che dotò colla
provincia sacramentaria, cui capitale è l'Ordine sacro, paese diviso in
molte contrade, in ciascuna delle quali stanzia una gerarchia diversa,
fra cui primeggia il concistoro dei cardinali, e ciascun cardinale tien
una Corte sontuosa della quale si dipingono i disordini.

Partito il pellegrino, Ermete, interprete del Concilio di Trento, esce a
raccontar a Diaconato quai discorsi tennero fra i bicchieri i teologi,
banchettati da monsignor Clero: cioè le quistioni intorno alla Riforma,
e le decisioni del Concilio, statuenti l'inviolabile volontà del papa e
la illimitata sua podestà, condannando chiunque sparge massime
contrarie, o interpreta al popolo le divine scritture in modo
differente. Felino, spenditor del Concilio, racconta grossolamente gli
stravizzi, cui s'abbandonarono i teologi.

Al secondo atto, Libero Arbitrio e i suoi ministri, Discorso Umano
segretario e Atto Elicito maestro di casa, cioè i due impulsi dell'animo
a operar con libertà, discorrono sopra una lettera dell'imperatore, che
gl'istruisce dei progressi della Riforma in Germania. Il re fa cercar
nella dateria documenti che provino il loro legittimo possesso; i quali
son letti dal notajo, e commentati dal buffone alla guisa che potete
immaginare; enumerandosi i varj Ordini religiosi, le ricchezze e le
colpe loro, le dignità clericali, le istituzioni di luoghi pii e di
congregazioni secolari; poi si discute della confessione, della
eucaristia, dell'orazione, della messa, delle limosine, dei suffragi,
delle indulgenze; con un incidente drammatico per mostrare che a denaro
si ottiene qualunque assoluzione.

Al terzo atto, Discorso Umano, per commissione del re, partecipa a
monsignor Clero e a Diaconato che in segreto colloquio esso re e il papa
conchiusero di scomunicare e combattere gli eretici tedeschi, emanare
severissimi banditi, inacerbire l'Inquisizione: a tal uopo si convochino
i cardinali, prescelti alla congregazione del Sant'Uffizio. Diaconato
vorrebbe che Felino ritrattasse le calunnie date ai prelati; e poichè
questo invece rincarisce le accuse[187], vien interrogato Ermete, il
quale mostrando sostenerli, gli appunta d'ignoranza e nequizia: dove
espone anche una quistione sorta fra Zuinglio ed Echio, in cui il primo
esce vincitore.

Al quarto atto, i santi Pietro e Paolo in arnese da pellegrini
presentansi a Bertuccio, cugin di Pasquino, e riconosciutolo propenso
alle novità, gli si manifestano, dicendo esser venuti dal cielo a Roma
onde chiarirsi quanto ci avesse di vero nelle notizie da Pasquino recate
in cielo circa le innovazioni papali contrarie alla divina scrittura.
Mentre essi van cercando maniera di penetrar nella Corte, monsignor
Clero esce con Felino discorrendo della congregazione di cardinali
eletta per inquisire; dove Bertuccio si pone a inveir contro costoro e
contro monsignor Della Casa, il Muzio giustinopolitano, il vescovo
Stella, ed altri impugnatori della Riforma. I due apostoli, convintisi
del traviamento della Corte romana, declamano in modo, che Bertuccio si
converte affatto alle dottrine di Lutero e Zuinglio, dei quali sono
esposti i dogmi e le discipline.

Al quinto atto, la catastrofe s'avvicina. L'angelo Rafaele e la Grazia
Giustificante scesero dal cielo; questa decapita il re Libero Arbitrio:
l'angelo racconta il caso ai due apostoli, e il papa esser l'anticristo,
e grave giudizio sovrastare alla cattolica potestà. Fra ciò sopraggiunge
in trionfo la Grazia Giustificante, e impone all'angelo di divulgare per
tutto la sentenza da Dio pronunziata contro l'intruso tiranno, che
«l'Anticristo sia, col coltello dello spirito che è la parola di Dio,
a poco a poco ucciso»; e ragionando cogli apostoli, mette a
parallelo i canoni sacri colle dottrine di Roma, rilievandone le
contraddizioni[188].

Come già vedemmo a Treviso e a Modena, così a Vicenza nel 1546 era una
adunanza di eletti ingegni, quali Valentino Giulio di Cosenza, il
Paruta, il Gribaldo, il Biandrata, Giampaolo Alciato, l'Ochino, Lelio
Soccino, che intertenevansi di dispute religiose, e spingeano la critica
fino a negare la Trinità. Le persecuzioni allora cominciate gli
obbligarono a disperdersi, e andarono pel mondo apostoli di eresia.
Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Ruego, malgrado la nobiltà, la
ricchezza e la fama, vennero messi a morte, e dagli Unitarj sono contati
fra i loro martiri[189].

È singolare che di quell'accademia, della quale tanto si discorre, nulla
si sa, nè tampoco il titolo, o dove s'adunasse, o il decreto che la
condannò. La tradizione, forse non fondata che sulla bizzarria della
facciata, porterebbe si raccogliesse nella casa Pigafetta o in una nel
pianoro vicentino, ove i colli a Lonedo si attaccano alla montagna; e
segnasi la via per la quale fuggendo ricoverarono in Germania.

L'eresia dovette essere favorita dal disordine in cui la Chiesa
vicentina era abbandonata dal cardinale Ridolfi, tantochè ne fu mosso
rimprovero davanti al Concilio dal vescovo di Calaora, ch'era stato
mandato colà da Paolo III quando ideava raccoglier il Concilio nella
gentile città. Certamente i sopranominati apparvero poi fra gli
Antitrinitarj, sicchè possiamo indurne che questa eresia vi fosse
comune. Principalmente la famiglia Thiene fu involta in quella
persecuzione. Giulio e Brunoro, esigliati nel 1532, si erano ricoverati
a Mantova colle mogli, di casa Camposampiero. Quivi Giulio uccise la
cognata, sotto pretesto di averla côlta in colpa, ma dissero per trarne
a sua moglie l'eredità: questa moglie stessa fu trucidata nel 1553, non
sappiamo da chi. Giulio è nominato in una sentenza dell'Inquisizione di
Vicenza del 4 aprile 1570, e in una di quella di Cremona del 1580, per
le quali era spogliato dei beni, ch'egli però avea già trasferiti ne'
figliuoli. Stabilì poi la sua casa in Francia ove si propagò.

Odoardo Thiene, conte di Cicogna, feudo padovano, generoso protettore
de' letterati e del Palladio, lasciata la patria del 1557, si pose in
Isvizzera, favorendo chi fuorusciva per religione; ricevette la dedica
del discorso di Alessandro Trissino, pur vicentino e pastore a
Chiavenna, intorno alla _Necessità di ritirarsi a vivere nella Chiesa
invisibile di Gesù Cristo_ (1572): morendo nel 1576 lasciò erede
principale Giulio, e destinò esecutori testamentarj Teodoro Beza, Nicola
Balbani, Prospero Diodati.

Dalla Camposampiero era nato Tiso Thiene, a cui il padre fece dono della
sostanza: ma l'Inquisizione di Cremona cassò quell'atto, perchè era
tenuto calvinista: e la donazione fruttò ai nipoti, che tornarono al
culto degli avi. Dalla Camposampiero nacque pure Antonio, che visse in
Francia, ed era signore di Chelles e Tourane nel Delfinato. Il
Sant'Uffizio di Cremona non tenne buona la procura che, al 3 giugno
1569, stando in Basilea, fece in Francesco Borroni, il che lo dà a
credere eretico; ma dovea discordare dal conte di Cicogna, che lo
espunse da' suoi eredi, col pretesto fosse già ricco.

Alessandro Thiene fece testamento l'11 maggio 1566, prima di fuggire da
Vicenza: morì nel 1568 in Spira: e i suoi beni furono confiscati dalla
Inquisizione di Cremona.

Nicolò, magistrato municipale nel 1558, esulato da Vicenza divenne
scudiero di Enrico III e fe testamento nel 1579. Aveva moglie una Leoni
di Padova, dalla quale generò Ermes, che anch'egli abbracciò i riti
calvinici, e visse a Corcelles. In Francia andò pure, probabilmente per
causa di religione, Adriano Thiene, amico del Palladio, che fece
testamento nel 1550.

Di questa famiglia era economo Francesco Borroni vicentino, a cui
dicemmo ch'essi diedero una procura da Basilea il 3 giugno 1569. Venuto
a Cremona per affari de' suoi principali nel feudo di Rivarolo, vi fu
preso dall'Inquisizione, che questo feudo confiscò, e lui condannò al
fuoco il 3 agosto 1580.

Coi Thiene aveano grand'entratura i Pelizzari, che li seguirono
nell'esiglio, e posero banca a Lione.

A Londra si piantò Gaspare Gato mercante di seta, e alla regina
Elisabetta regalò un par di calze, fatto con seta nata, filata e tessuta
in Inghilterra. Le espressioni de' contemporanei fan credere
appartenesse alla società ereticale.

Alcune frasi del testamento del 1575 fecero noverar fra gli aderenti al
calvinismo anche Volpe Brunoro.

Una lettera del 7 marzo 1591 di Gabriele Capra narra che i figli di
Marcantonio Franceschini tolsero per forza una loro sorella al convento,
e la voleano convertire; ma questo non basta per farli credere eretici.

Di Giulio Pace, altrove da noi mentovato, fu quartogenito Giacomo, che
tornò cattolico, e stette professore a Padova. Una sentenza del 5 luglio
1570 del tribunale ecclesiastico di Vicenza, firmata da Antonio Rutilio
vicario generale e frà Andrea da Materno inquisitore speciale,
condannava Francesco Renalda e Giambattista Trento. Quest'ultimo,
ricoverato in Inghilterra e postosi ospite del ministro di Stato
Francesco Walshingam, protesse i profughi per religione: nel testamento
del 2 marzo 1588 beneficava i fratelli Pelizzari suddetti; i suoi libri
ed altro lasciava alla chiesa italiana in Londra, nominando esecutore il
Walshingam, e volle esser colà sepolto in San Nicolò.

Nel martirologio di Ginevra è notato Ricetto da Vicenza, che il 15
febbrajo 1565 a Venezia fu posto sopra le famose due gondole unite, che
poi separandosi lasciavano cadere in mare il condannato. Ivi cercò un
mantello perchè sentivasi freddo. «Che freddo? (gli rispose alcuno). Ben
maggiore n'avrai ben tosto in fondo al mare. Che non cerchi piuttosto
salvar la tua vita? Fin le pulci fuggono la morte» — «Ed io (rispose)
fuggo la morte eterna».

In un manuscritto di memorie autografe, or posseduto da monsignor
Marasca di Vicenza leggesi: «1559 a dì primo zunio morse ne le preson
monsignor Augustin da Cittadella, e dappoi morto fu posto in Campo
Marzo, e lì brusado per luterano»[190].

All'11 marzo 1585 Giovanni Strozzi scriveva al granduca di Toscana da
Trento: «Qui s'è detto che inverso Lione sono state intercette lettere
di Vicentini, che da Vicenza mandavano a quelli di Lione, confortandoli
a difendersi costantemente e non dubitare, perchè presto verrebbe tempo
che tutti insieme godrebbero della comune vittoria». E al 15: «Essi
inteso che a Vicenza sono stati presi, per ordine del consiglio dei
Dieci, alcuni gentiluomini per conto d'eresia, forse per occasione di
quelle lettere intercette, che per l'altra dissi a vostra eccellenza
illustrissima».

Del poeta Gian Giorgio Trissino accennammo altrove le libere critiche
contra il clero, ma non v'è ragione di aggregarlo ai miscredenti. Fra i
tanti che v'aspiravano, egli fu prescelto a sorreggere lo strascico del
manto papale nella coronazione di Carlo V a Bologna. Venuto nel 1542 a
lite col figlio Giulio ecclesiastico, lo dipingeva qual luterano,
sedotto da Pellegrino Morato e da un prete Salvago, probabilmente
vicentino; e che seguisse e favorisse gli eretici, e ne adduce qualche
prova.

Carlo Sessi nacque da Gian Lodovico e Caterina Confalonieri a Sandrigo,
donde i suoi erano feudatarj, e donde lo menò via il vescovo di Calaora,
ch'era al seguito di Carlo V, e gli diè sposa una nipote. Dicemmo come
fosse vittima dell'Inquisizione di Spagna l'8 ottobre 1559. I suoi figli
rimpatriati, si stabilirono a Verona.

È noto come nel 1560 si trattava di congregar il Concilio generale a
Vicenza: ma la Signoria veneta vi renuiva perchè potrebbe nel Turco
destar sospetti che, sotto velo di religione, si macchinasse altro; e
perciò molestare i sudditi della serenissima.

Grand'avversario degli eretici mostrossi san Gaetano Thiene da Vicenza,
il quale vantasi d'averne convertiti molti sul patibolo, come fecero
pure i Teatini da lui istituiti, e introdotti in patria nel 1595. Dopo
quest'anno era da quel Sant'Uffizio condannato a morte Francesco detto
il Tartarello, per eretico relapso; ma un Teatino riuscì a farlo
ricredere e salvarsi. Presto vi erano stati introdotti anche i
Barnabiti, che vi fondarono l'Opera della missione per ricoverare
convertite, e teneano congregazioni di laici per opporle a quelle di
eretici. Convien dire fossero benedetti di molti frutti, giacchè nel
1550 i loro avversarj sollevarono una persecuzione contro di essi,
tacciandoli di turbolenti e fin di eretici, e riuscendo a farli
cacciare.

Sappiamo di altri protestanti che abitavano il paesello di Calvene. A
Schio ed Arzignano nel 1562 allignava la setta degli Angelicati, a
estirpar la quale fu mandato il padre Pagani. Don Silvestro Cigno prete
vicentino, predicator famoso tra il 1541 e 1570, deplorava esistesse
colà la setta dei Donatisti e dei Ribattezzatori. Girolamo Massari
d'Arzignano, a Strasburgo insegnò medicina. Alcuni tra' suoi amici e
settarj, sbigottiti dalla persecuzione, eransi professati cattolici, e
lui l'esortavano a far altrettanto, togliersi dalla comunione ereticale,
e venir a una conferenza con essi. Egli ricusò, temendo fosse un
lacciuolo per catturarlo, ma perchè alcuni gliene davano colpa, scrisse
un libro, ove finge che un Eusebio Uranio, prigioniero a Roma, renda
conto della sua credenza davanti al papa e all'Inquisizione. Son tre
giornate: i giudici parlano pochissimo, troppo l'accusato che esce in
lunghe digressioni[191]. Nel 1536 stampò _De fide ac operibus veri
christiani hominis ad mentem apostolorum, contra evangelii inimicos_,
nella cui prefazione accenna a molti italiani dimoranti in Basilea. Fe
pure una versione latina e parafrasi del trattato d'Ippocrate _De natura
hominis_ (Strasburgo, 1564), una grammatica tedesca ed una ebraica, e
morì a Strasburgo il 1564.

Domenico Cabianca di Bassano, d'anni trenta, fu condannato a morte dal
Sant'Uffizio di Cremona, e alcuni dicono fosse il primo che venisse
ucciso a Roma per apostasia: come di martire ne scrisse la vita
Francesco Negri.

In Valtellina nel 1594 troviamo profugo a Morbegno Bernardo Passajotto,
vicentino. Poi quando que' valligiani uccisero tutti i Protestanti,
caddero fra questi Anna Liba di Schio, moglie d'Antonio Crotti, con un
bambino alla mammella, e Paola Beretta monaca pur di Schio, che fuggita
di convento, avea sposato il frate Carolini. Quest'ultimo, tradotto a
Milano, dicono si salvasse abjurando.

Nella biblioteca Silvestriana di Rovigo esistono gli Elogi de' Rodigini
di Giovanni Bonifazio, fra' quali è menzionato Domenico Mazzarella,
eccellente nella legale e nella poesia, che dettò in italiano un dialogo
della filosofia nel 1568, e altri lavori, ma _tristi fato has regiones
penitus deserere coactus est_.

Baldassare Bonifazio, altro biografo, ricorda Teofrasto Mazzarella
figlio di Domenico, nato in gran povertà, brutto, guercio, ma di
bell'ingegno nelle leggi, nella poesia e nella fisica, che scrisse in
italiano un sermone della filosofia: ma poi, quasi fossegli guastato lo
spirito dal corpo, mentre la patria prometteasi da lui gran cose,
_factus pharabuta, perduellis, disertorque fidei, Genevam repente
contendit, ubi sumptus inter novatores magister et ecclesiastes, maximos
quoque apud hostes catholicæ religionis obtinuit honores, si tamen
infamibus viris in ignominioso impiorum asylo ullus esse honor potest_.
E in nota è soggiunto che fu scomunicato e dichiarato infame in chiesa
di San Francesco.

Pare che Domenico e Teofrasto sian una persona sola. Un trattato di
massime religiose stampato a Ginevra accenna in fatti «Mazzarella
Domenico accademico degli Addormentati in Rovigo: pei rigori
dell'Inquisizione abbandonò la patria e si recò a Ginevra ove si fece
calvinista: diventò predicante di quella comunità, e cangiò il suo nome
in quel di Teofrasto; è fama che morisse assassinato nel letto da un
domestico sul finire del secolo XVI». I riscontri che cercammo nella sua
patria poco ci soccorrono.

Neppure il Friuli fu mondo di eresie. Nel 1558 il senato veneto deputò
commissarj, che uniti a quelli del patriarca d'Aquileja, inquisissero
alcuni eretici in Cividale[192]: al tempo stesso che il luogotenente del
territorio di Gradisca metteva in avviso il capitolo d'Aquileja contro
il suo vicario di Farra, il quale ricusava levare e accompagnar i morti
secondo l'antico rito; toglieva le divote immagini, e vietava a' suoi il
venerarle[193].

Il Grimani patriarca d'Aquileja fu processato dalla Inquisizione di Roma
per opinioni intorno alla predestinazione; laonde nella promozione de'
cardinali del 1561 fu escluso, malgrado le istanze della Signoria di
Venezia; dovette ritrattarsi a' piedi del papa, e non fu assolto se non
dal Concilio Tridentino, ove molti teologi opinarono che le sue sentenze
erano quelle di sant'Agostino e de' santi padri.

Nel 1571 il luogotenente della Patria del Friuli, richiesto dal vicario
del patriarca e dall'inquisitore, spediva Zanetto Foresto, accusato
d'eresia, come da una ducale di quell'anno nell'archivio di Udine[194],
ove ha pure un decreto del luogotenente del 1580, che annulla un
processo in materia d'eresia, fatto in Gemona dagli Inquisitori senza
che vi assistessero il luogotenente e due dottori, a norma delle leggi.

Giorgio Rorario di Pordenone credesi autore delle note marginali alla
Bibbia tedesca di Lutero[195].

Col Vergerio avea tenuto corrispondenza Orazio Brunetti di Porcia,
militare, istruito nella medicina dallo Zarotto di Capodistria. A
Venezia nel 1548 stampò lettere, che abbondano in senso protestante, e
combatteva il cattolicismo collo svisarlo in molti opuscoli italiani, nè
pregevoli per scienza nè belli per forma, senza lealtà nè convinzione.

È memoria di Bernardino Gorgia, che, sul fine del Cinquecento, fuggito
dalle carceri del Sant'Uffizio di Udine, predicò le massime luterane
nella parte austriaca del Friuli, insieme con Federico Soriano di San
Vito[196].

Jacopo Maracco, vicario del patriarca d'Aquileja, diffuse colà le
massime nuove, e non profittando quanto desiderava, si volse a
predicarle nella parte veneta del Friuli, dove già la bandivano il
Primosio, il Vergerio, Nicola da Treviso, gli anzidetti Gorgia e
Soriano.

Nel 1567 col Carnesecchi fu mandato al fuoco un frate di Cividal di
Belluno come relapso. Chi era?

Giulio Maresio, essendo di diciotto anni tornato in Belluno dallo studio
di Bologna verso il 1541, fu circuito da un Francescano imbevuto delle
nuove dottrine, dandogli anche a leggere scritture ereticali. Ma quando
nel 1551 ebbe a Padova ottenuto il grado di dottore in teologia e di
guardiano nei Conventuali di Belluno, quel frate per invidia lo accusò
di eresia al vescovo, il quale mandollo a Venezia all'inquisitore.
Poichè questi volea metterlo in carcere, egli fuggì a Roma presso il
generale Giacomo di Montefalco: e trovandolo morto, raccomandossi al
cardinale Maffeo protettor dell'Ordine, che umanamente lo accolse e lo
spedì a Bologna. Quivi il reverendo Giulio Magnano lo chiuse in
prigione, minacciandolo della galera e del rogo se non confessasse
d'aver dubitato d'alcuni articoli di fede; e fu obbligato leggere una
formola di ritrattazione, e condannato a cinque anni di confino in
Polonia. Il quarto anno, Florio Maresio suo fratello gli dava buone
speranze da parte del generale Magnano; ma altri misero in sospetto
l'inquisitore se lo lasciasse rimpatriare. Fu allora che il Lismanino,
giunto colà dalla Svizzera, lo persuase a gittar la tonaca, e andare
apostolando con lui; lo spedì poi a studiar greco ed ebraico in
Isvizzera, dove Lelio Soccino lo tenea ben d'occhio perchè non si
restituisse in Italia, come ne mostrava sempre intenzione. In fatto,
dolente per la morte di suo padre, e disgustato dell'Ochino, di Pietro
Martire, del Soccino, fuggì in Polonia, e ritornò alla Chiesa e al suo
convento. Nel 1566 gli fu fatto il processo dalla curia di Belluno, nel
quale trovammo lettera sua, dal convento de' Francescani di Cracovia il
1560, in cui ad un suo superiore racconta questi fatti[197]; e potrebbe
darsi fosse egli appunto il frate che venne arso col Carnesecchi.

Nella contea di Gorizia penetrarono alcuni luterani della Carniola e
della Carintia[198], ma erano poco favoriti; Giovanni Rauscher parroco
vigilava perchè non sorgessero eretici, ed erano esigliati dal principe.

Del Lismanin di Corfù, e del Lucar di Candia parliamo altrove. Al 20
febbrajo 1582 il residente veneto a Roma, informava della pubblicazione
di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, tre dei quali furono mandati
al fuoco come relapsi, fra i quali Jacobo Paleologo di Scio, famoso
eresiarca unitario, che riprovato per eccessivo sin da Fausto Soccino,
girò assai per la Germania finchè fu tradotto a Roma. Lo nominammo nei
Discorsi XXXII.

Matteo Flach, nato in Albona d'Istria nel 1520, e noto col nome di
Flacius Illiriens, studiò belle lettere a Venezia sotto l'Egnazio, e
voleva ridursi monaco, ma un suo parente, provinciale de' Cordelieri, lo
dissuase; andasse piuttosto in Germania. Questo provinciale era Baldo
Lupatino di Albona, che molto adoprò a difondere la riforma nel Veneto,
e che preso, fu in Venezia tenuto prigione venti anni, e dopo questi
buttato in mare. Il Flacio a Wittenberg si pose scolaro di Lutero e
Melantone, che molte accoglienze gli fecero, e cominciò la storia
ecclesiastica, famosa sotto il nome di _Centurie di Magdeburgo_.

Espertissimo nel cavar fuori documenti antichi, fra il resto trovò una
Messa de' primissimi tempi del cristianesimo[199]. I Luterani ne
menarono vanto come diversissima dagli usi recenti di Roma; ma postavi
maggior attenzione, trovaronla sfavorevole ai loro dogmi, e diedero
opera a sopprimerne tutte le copie, mentre il cardinale Bona la ristampò
al fine de' suoi _Liturgici_.

Nel _Catalogus testium veritatis_ (Basilea, 1556) il Flacio schierò le
persone e scritture che prevennero o sostennero il protestantesimo.
Incitatissimo contro il papato, però nelle opinioni non sempre si
conformava ai capi, che lo diceano accattabrighe, intollerante: causò
disordini, e parea che di questi si giovasse per tener in freno i
principi. Mentre Melantone, che all'amor della pace avrebbe sagrificato
tanto, scrisse un libro delle cose indifferenti (_De adiaphoris_), ove
vuole non s'abbia a ostinarsi nel ripudiar riti e cerimonie, purchè non
inchiudano idolatria, Flacio furibondo urlava si dovrebbero devastar le
chiese, minacciar i principi d'insurrezione, piuttosto che tollerare una
sola cotta[200]. Sosteneva in tutta forma che il peccato originale è la
sostanza dell'uomo decaduto; sublimazione dell'errore, che eccitò
moltissimi contraddittori.


NOTE

[149] Campo dicesi a Venezia quel che altrove piazza o largo.

[150] Terrazzino.

[151] Diarj manuscritti, T. XXIX, pag. 126 e 482.

[152] LUTHEBI, _Op. compl. edit. Walch._ XXI, pag. 1092.

[153] Ecco la parte, quale sta nella biblioteca di Brera a Milano, fra
avanzi di carte tolte a Venezia nelle depredazioni del regno d'Italia.

«E' stà sempre instituto del religiosissimo Stato nostro insectar li
heretici et estirpar così detestando crimine, sicome nella Promission
del ser. Principe et capitolar di Conseglieri nei primi capituli si
legge, dal che sine dubio è processa la protetione che sempre il Sig.
Dio ha havuta della Repubblica nostra, come per infinite esperientie di
tempo in tempo si è veduto, onde essendo in questa materia dei strigoni
et heretici da proceder con gran maturità, però.

«L'anderà parte, che chiamando nel Collegio nostro il reverendissimo
legato, intervenendo i Capi di questo Consiglio, gli sia per il
Serenissimo Principe nostro, con quelle gravi et accomodate parole
pareranno alla sapientia de sua Serenità, dechiarato quanto l'importi
che questa materia sia con maturità et giustitia trattata et terminata
in forma, che, giusta l'intention et desiderio nostro, tutto passi
giuridicamente et con satisfation dell'honor del Signor Dio et della
fede cattolica. Et però ne par debbino esser deputati a questa
inquisitione uno o doi Reverendissimi Episcopi, insieme con un
venerandissimo inquisitor, i quali tutti siano di dottrina, bontà et
integrità prestanti _ac omni exceptioni maiores_, acciò non s'incorri
nelli errori vien detto esser seguiti fin questo giorno: et unitamente
con doi eccellentissimi dottori di Bressa habbino a formar legitime i
processi contra detti strigoni et heretici. Formati veramente i
processi, _citra tamen torturam_, siano portati a Bressa, dove per i
predetti, colla presentia et intervento di ambi li Rettori nostri et
colla corte del podestà et quattro altri dottori di Bressa della qualità
sopra deta, sieno letti essi processi fatti, con aldir etiam i rei et
intender se i ratificheranno li loro ditti se i vorranno dir altro: nec
non far nove esaminationi et repetitioni et etiam torturar, se così
giudicheranno espediente. Le quali cose fatte con ogni diligentia et
circonspetione, si procedi poi alla sententia per quelli a chi
l'appartien, giusta il Consiglio delli sopra nominati, all'esecution
della qual, _servatis omnibus praemissis et non aliter_, sia dato il
brachio seculare. Et questo anche si ha a servar nelli processi formati
per avanti, nonostante che le sententie fossero sta fatte sopra di
quelli. Praeterea sì efficacemente parlato con ditto Reverendissimo
legato et datoli cargo che circa le spese da esser fatte per
l'inquisitione, el facci tal limitation che sia conveniente et senza
estorsion o manzarie, come si dice esser sta fatte fino al presente, sed
imprimis si trovi alcun espediente che l'appetito del denaro non sia
causa di far condannar o vergognar alcuno, senza over con minima colpa,
sicome vien dimostrato fin hora in molti esser seguito. Et dee cader in
consideratione che quelli poveri di Valcamonica sono gente semplice et
di pochissimo ingegno, et che hariano non minor bisogno di predicatori
con prudenti instrutioni della fede catholica, che di persecutori con
severe animadversioni, essendo un tanto numero di anime quante si
ritrovano in quelli monti et vallade. Demum sia suaso il Reverendissimo
legato alla deputation di alcune persone idonee, quali habbino a riveder
et investigar le mancanzie et altre cose malfatte, sindicare et castigar
quelli che havessero perpetrati di mancamenti che si divulgano con
mormoratione; universale et questo sia fatto de presenti senza
interposizion di tempo per bon esempio di tutti. _Et ex nunc captum sit_
che, da poi fatto la presente essecutione con il Reverendissimo legato,
si venga a questo Consiglio per deliberar quanto si haverà a scriver
alli Rettori nostri de Bressa et altrove, sicome sarà giudicato
necessario, et sia etiam preso che tutte le pignoration ordinate et
fatte da poi la suspension presa a 12 dicembre pross. praet. in questo
Consiglio, siano irrite et nulle, ne haver debbano alcuna essecutione».

[154] _Monumenta Vaticana_, XCII e XCVIII. In quel tempo v'era famoso
predicatore frà Zaccaria da Luni, che nel 1534 ottenne dal senato
l'isola di San Secondo, ove molti concorsero sotto la regola di san
Domenico. Vedi CODAGLI, _Hist. dell'isola e monastero di San Secondo_.
Questo frà Zaccaria scrisse una _Defensio qua tuetur H. Savonarolam,
sociosque ab hæresi immunes esse_; manuscritto già nel convento di San
Marco di Firenze.

[155] _Epistolæ_, col. 150 e 154, ediz. di Londra.

[156] Vedi _Lettere d'uomini illustri conservate in Roma_. Parma 1853,
p. 181.

[157] Secondo LEBRET, _Staatsgescichte von Venedig_ II, parte II, pag.
1168.

[158] MELANCHTONIS _epist._, T. I, pag. 100, e vedi ALLWOERDEN, _Hist.
M. Serveti_, p. 34.

[159] Pier Filippo Pandolfini, residente di Toscana a Venezia, ai 17
giugno 1546 scrive d'aver raccomandato al senato M. Francesco Strozzi, e
n'ebbe in risposta dal principe che quei signori erano certificati esser
lui innocente, e falsamente imputato d'eresia. E in altra del 23 luglio,
che lo Strozzi avea detto villanie al legato e minaccie, e con ciò
ritardato la decisione. Più tardi annunzia che fu liberato. Lo stesso
scrive, ai 7 maggio 1547, che i Signori hanno creato tre uomini dei
primi della città, che insieme col nunzio procedano contro a' Luterani.
_Arch. Dipl. di Firenze._

[160] _Lettera di Valerio Amanio, 30 maggio; ibid._

[161] Cioè di Padova, Brescia, Cividal di Belluno, Vicenza, Bergamo,
Feltre, Verona, Treviso, Udine, Chioggia, Adria, Capodistria.

[162] _Giudizio sopra le lettere di XIII uomini illustri._

[163] Manuscritto nella libreria di Zurigo.

[164] Il Romanin, nel vol. V, pag. 328 della sua _Storia di Venezia_,
rimprovera me dell'aver detto che Venezia fu _severa e fino atroce_ nel
punire gli eretici. Parli il fatto. Il Romanin era ebreo, e non poteva
intender bene l'organamento cristiano, troppo poco conosciuto anche da'
nostri. Egli dunque, a mostrare la mitezza del Governo veneto, cita i
molti riguardi usati agli Ebrei. Che ci ha a fare? gli Ebrei non cadeano
sotto la giurisdizione dell'Inquisizione o della Chiesa cattolica (lo
dicemmo) se non in quanto tentassero fare proseliti.

[165] Questo dispaccio dell'ambasciatore Matteo Dandolo, da Roma, 15
giugno 1550, trovasi nella Biblioteca di Brera.

«_Excellentissimi Domini._ Lunedì poco dopo vespero, venne a me il
reverendo Mignanello, già legato de lì, che è quello che, fuor che di
cose di Stato, fa per la santità sua più che alcun altro, e mi disse,
che ella me lo avea mandato per farmi intendere che quella mattina in
concistoro quattro reverendissimi cardinali de' più vecchi e più gravi
gli erano andati alla sedia a far grave querimonia de Luterani, che si
trovano per il stato dell'Ecc. vostra, e della poca cura che se gli
mette, proponendogli et eccitandola a volerne far lei qualche gagliarda
provisione con mandargli un legato a posta per questo, o tutto quello,
che gli parrà, per non lasciare andare più innanti in simili luoghi sì
propinqui, tanta peste; che lei gli avea promesso e la buona diligenzia
di quell'eccellentissimo domino, et ogni provisione necessaria o
conveniente, ma che me lo avea voluto mandare a far intendere per lui,
pregandomi a scriverne in calda forma, offerendogli l'opera sua, e di
mandargli Legato o Prelato a posta, e qual altra cosa se gli saprà
dimandare; ricordandogli, per il grande amore che porta a quel Stato,
oltra il debito suo servizio al Signor Dio, quanto che gli può nuocere
indubitatamente del particolare e temporale, et a non volersi fidare in
questo de' suoi cittadini delle sue terre, perchè si può ben dubitare
che l'Ecc. vostre non siano amate da tutti. Io per risposta gli dissi di
quelle cose che altre fiate a Sua Santità ho detto, e di quel dignissimo
Magistrato contro Luterani, e di quanto se gli opera con l'assistenzia
de' suoi legali et auditori di essi; che sua signoria che gli è stata,
ben lo potea giustificare: che di Venezia io ne ero quasi sicuro, ma di
altri luoghi di quel Stato non sapevo altro, salvo che mi pareva di
poter prometter, che da quell'amplissimo Magistrato non se gli manchi,
nè se gli sia per mancare, sì che non potrà essere bisogno nè di Legato,
nè di altro prelato; che l'Ecc. vostre non mancheranno del debito e
solito loro verso il Signor Dio e cose sue, ma che io non mancherei di
scriverglielo per il primo corriero; del che, se ben me ne avea fatta
pressa, mostrò di contentarsi che io non glielo avessi ad espedire
altrimenti a posta. Da buona via poi ho inteso, buona parte causa di
questo essere stato alcuni frati inquisitori, che qui riferiscono cose
grandi di Bressa, e forse anco maggiori di Bergamo; tra le quali di
alcuni artesani, che vanno la festa per le ville, e montano sopra i
alberi a predicar la setta luterana a popoli e contadini, e dicono
esserne un processo da Bergamo già più di un anno mandato all'Ecc.
vostra giustificatissimo contra simili, i quali non ne sentendo alcuna
contraddizione, non che castigo, si sono invaliditi, e vanno continuando
al peggio che ponno..... Nel fine mi disse, che quasi si era scordato di
parlarmi di cosa molto importante. E mi entrò in questa, ma con gran
dolcezza e dimostrazione di amorevolezza, con dire che gli convenia ben
quest'ufficio per l'amor di Dio, ma lo facea anco per amor di quel
Stato, pregandolo a voler avvertire in ogni modo, perchè gli ne potrebbe
andar assai, e che quando gli vorrebbe provveder poi non potrebbe.
Allegando l'Imperatore, che con un segno di croce nel principio si
sarebbe potuto provvedere, e con non se ne aver curato, si può dire ne
sii venuto a perder l'imperio, ch'el non sa che fare, nè che dire lì ove
si attrova, nè come partirsi; che è pur più grande Stato assai quello
che gli ubedia, che non è quello dell'Ecc. vostra replicandomi dirlo con
non manco amore verso di quelle, che del suo debito verso il Signor Dio.
Devenendo ai particolari massime di Bergamo e poi di Bressa, che di essa
sa esser noto a quelle. E poi disse anco di Padoa, che quasi non ne può
aver pazienzia, che in quel studio, ove sono tanti scolari teneri e
nobili, si possono fornire di questa detestanda dottrina; della qual
Padova io gli dissi, per haverne molta pratica come privato e in
Reggimento che gli son stato, non ne aveva mai sentito parola. Mi disse,
Non la trovareste così ora; so ben quel ch'io mi dico, ma per il vero di
quel studio qui per molti è diffamato di tal setta un dottor piemontese,
conduttovi già non molto tempo a uno de' primarj luoghi di legge. E lei
continuando mi disse: Offerite a quei signori se gli paresse, che gli
mandassamo o qualche prelato espresso per questo, o qual provisione che
vogliano, che non ci sparagnino in quel che potemo, che noi non se gli
sparagnaremo punto. Pregateli per l'amor di Dio, in nome nostro, per
l'amor di Dio e per l'amor di loro, che sapemo ciò che gli dicemo. E per
non mancar di quel tanto che per ora potemo, facevo ritornar il vescovo
di Verona, che a nostro servizio stava in Alemagna, a custodire quella
terra, che non s'infetti anche essa tra tante tanto infette. — Io laudai
la santità sua del paterno e debito affetto alla religione, e la
ringraziai di quello che la dimostrava a quell'inclito Stato,
replicandogli le cose sopra dette di quel dignissimo Magistrato, e della
diligenzia che in quell'alma città si usa, e che io non credevo si
mancasse di usarla anco in quelle altre città sue; nondimeno che io non
mancherei di scriverglielo diligentemente come la mi commettea,
promettendogli diligenzia tale dell'Ecc. vostra che non gli sarebbe
bisogno di altro Prelato per questo; ma gli offrirei quelle paternali
offerte che la gli facea; e così me ne pregò di novo».

[166] Da carte 139 del vol. I, Parti et decisioni del Consiglio dei X e
maggior consiglio, segnato n. LIX del catalogo presente. Altre leggi si
hanno sullo stesso argomento, del 29 dicembre 1550, del 13 marzo 1555.

[167] Cod. DCXCVII, classe VII ital. nella Marciana.

[168] Dispaccio da Roma, Cod. MCCLXXIX della Marciana.

[169] _Archivio di Stato di Firenze_, filza 4898.

[170] Cod. CCCLXVII, Classe VII ital.

[171] Cod. Urbin. 859, fol. 325.

[172] Vedi il nostro vol. I, pag. 176. A Riva di Trento, nel 1560 fu
stampato un compendio della logica d'Averroè; molte volte ristampato,
rimase classico fra gli Israeliti fino a questi ultimi tempi.

[173] Ecco il preambolo del suo Trattato sull'anima, giusta il
manuscritto della Marciana, classe VI, n. 190.

_Explicaturi libros Aristotelis de anima, quamvis illis auditoribus eos
exponamus, quos a rectæ veritatis tramite, quem aperit christiana
religio, deviaturos nec timendum est, nec potest credi, ob sanctas et
religiosas institutiones in quibus vivunt, tamen, ob nostrum legendi
munus non debemus sine præfatione hujusmodi contemplationem aggredi.
Estote igitur admoniti nos in hac pertractatione vobis non dicturos quid
sentiendum sit de anima humana, illud enim sanctius me, et vere
præscriptum est in sancta Romana Ecclesia: sed solum dicturum quod
dixerit Aristotelis. Per sapientiam enim certe insipientiam
assequeremur, si magis Aristoteli quam sanctis viris credere vellemus.
Aristoteles enim unus est homo, et dicit Scriptura, Omnis homo mendax,
Deus veritas; quare veritatem ex Deo ipso et ex sanctis hominibus, qui
ex Deo locuti sunt, accipere debemus, atque illam semper et constanter
anteponere omnibus aliorum sententiis, quamvis viri qui illas
protulerint sint apud mundum in existimatione. Rationes omnes quibus
Aristoteles, de anima loquens, videtur esse veritati contrarius solvunt
præcipue theologi, ex quibus S. Thomas et alii ipso recentiores. Quare
quotiescumque continget ut aliquid dicatur minus consonum veritati,
habebitis apud istos quid sit respondendum, et ego illud opportune
memorabo, quandoquidem in his libris hanc sum expositionem scripturus,
ut nihil dissimulem eorum quæ ab Aristotele dicuntur, et dictorum
fundamenta, prout ex ingenio potero, aperiam; quandocumque tamen aliquid
accidet, quod a veritate christiana sit remotum, illud admonebo, et
quomodo allata fundamenta sint removenda declarabo. Scitote tamen quod
non sunt multa in quibus Aristoteles dissentiit a veritate, et illa non
sunt ita demonstrata, ut non possint habere demostrationum resolutionem.
Hic igitur est modus nostræ expositionis, quam non aliter facere debemus
ex sacrorum canonum decreto._

[174] Sta nella biblioteca di Monte Cassino, n. 483.

[175] _Selectarum disputationum theologic._, vol. I, p. 206.

[176] _Elogi d'uomini letterati_, T. II, p. 124.

[177] VIVES, _De veritate fidei_, lib. II, pag. 264.

[178] _Bullarium Romanum._

[179] _Defensione al serenissimo doge Donato._ «Un certo Muzio, la cui
professione è dettar cartelli e condurre gli uomini ad ammazzarsi negli
steccati, è fatto teologo papesco in tre giorni, e di più bargello de'
papisti. E se ne domandi il signor castellano di Milano se è vero che
colui avesse preso la corte e la sbirreria, e fosse andato _cum fustibus
et gladiis_ per prender quel buon servo di Cristo M. Celso Martinengo, e
darlo in man degli Scribi e Farisei». Negli archivj di Ginevra è notato:
«Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in questa
città nel mese di marzo 1552, e poco dopo fu stabilito ministro della
Chiesa».

[180] Filippo Gallizio scrive al Bullinger da Coira, l'ultimo di
febbrajo 1552.

«Celso Martinenghi, passando di qua, mi sostenne che non si può colle
scritture canoniche provare la parola di trinità e di persone; e che noi
non dobbiamo usar voci non usate da' Padri: che la verginità di Maria
dopo il primo parto non ci è accertata dalle Scritture: che il
battistero deve escludersi dal tempio... Comander si meraviglia che cosa
vogliano: io credo rechino in petto cose che poi oseranno versar
fuori..... Dall'Italia s'ode esservi chi non teme dire che Cristo nacque
dal seme di Giuseppe, e quel che Matteo e Luca narrano della concezione
di Cristo per opera dello Spirito Santo, non è altrimenti appoggiato al
vangelo. Quelle teste ambiziose non possono requiare».

E il Comander al Bullinger, 5 aprile 1552: «L'Italia è sbranata dagli
Anabatisti, ed anche la nostra Valtellina. Il Martinengo, infetto di
questa macchia andò in Inghilterra: mettansi in avvertenza i buoni
contro costoro».

[181] Il Morone, interrogato se conoscesse il Soranso, rispose:
«Quest'uomo veniva qualche volta da me, e mostrava di esser riformato, e
sempre mi parlava delle cose di Cristo. Ed una volta essendo lui stato
chiamato a Roma, mi disse ch'era stato accusato in molti articoli, e lo
trovai che voleva cavalcare a spasso fuor di Roma, e cominciò a parlare
del matrimonio de' sacerdoti, e contendeva che questo si poteva fare, e
che il cardinale Sfondrato avea tollerato un prete che avea moglie. Io
non potea patir questa impudenza di parlare, e gli diceva che non era
vero, e cercava con molte ragioni persuadergli il contrario».

[182] HIERONIMI ZANCHII _Responsio ad Jo. Sturmium_. Nel tom. VIII delle
_Oper. Theol._, col. 835.

[183] MELCHIOR ADAM, _Vitæ Theol. exter._, p. 151. Vedi il nostro VOL.
II, pag. 206.

[184] Non nei Benedettini, come dice il Carrara nel _Nuovo Dizionario
istorico_, pubblicato in Bassano nel 1796. Oltre quest'esteso articolo,
del Negri parlò il Verci nelle _Notizie degli scrittori bassanesi_. Li
contraddisse il grigione Domenico Rosio de Porta, ministro riformato a
Soglio nel 1794, dirigendosi al delegato don Fedele di Vertemate
Franchi; poi più diligentemente Giambattista Roberti, _Notizie
storico-critiche della vita e delle opere di Francesco Negri_, Bassano
1839. È errore del Quadrio il farlo di Lovere.

[185] Abbiamo desiderato notizie delle persone nominate in questa
lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato signor Baseggio che
il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come anche il Testa;
fuggirono di patria, nè più se ne seppe; nè si potè raccapezzare la
corrispondenza ch'essi tenevano collo Spiera.

[186] Il Vergerio ne fece la prefazione e alcune note nell'edizione del
1550, nella quale leggesi il nome di F. Negri. Se n'ha una traduzione
francese anonima del 1559 colla data di Villafranca, cioè Ginevra, e una
in latino dell'anno e luogo stesso.

[187]

    _Esse diu mentitus erat se Papa per orbem_
      _Semideumque virum, semivirumque Deum._
    _At vere hunc, retegente Deo, nunc esse videmus_
      _Semisatanque virum, semivirumque Satan._

                                 _Atto_ III, sc. 4.

[188] Altri fecero composizioni teatrali intorno alle controversie
religiose. Nominatamente Tommaso Kirchmaier (_Maogeorgus_) di Staubing
in Baviera compose _Incendia, sive Pyrgopolinices tragædia, nefanda
quorumdam papistarum facinora exponens_ (Wirtenberg 1538): _Mercator,
seu judicium, in qua_ (tragædia) _in conspectu ponuntur apostolica et
papistica doctrina, quantum utraque in conscientiæ certamine valeat et
efficiat, et quis utriusque futurus sit exitus, 1539_.

Abbiamo anche una «Commedia piacevole della vera, antica, romana,
cattolica ed apostolica Chiesa, nella quale dagli interlocutori vengono
disputate e spedite tutte le controversie fra i Cattolici romani,
Luterani, Zuingliani, Calvinisti, Anabattisti, Svenfeldiani ed altri».
Romanopoli 1537.

Si hanno tre medaglie coniate al Negri, e queste opere:

_Rhætia, sive de situ et moribus Rhætorum._

_De Fanini faventini ac Dominici bassanensis morte, qui nuper ob
Christum in Italia romani pontificis jussu impie occisi sunt, brevis
historia._ Chiavenna 1550.

_Historia Francisci Spieræ civitatulani qui, quod susceptam semel
evangelicæ veritatis professionem abnegasset, in horrendam incidit
desperationem._ Tubinga 1555 (probabilmente tradotta dall'italiano del
Vergerio).

[189] Lubienecius, nella _Hist. reform. polonicæ_, 1685, riferisce che
nel 1546 si teneano congreghe a Vicenza: che un abate Bucalo fuggì di
colà a Tessalonica con quaranta compagni: Giulio Trevisano, Francesco da
Ruego, Jacobo da Chiari furono presi: quest'ultimo morì, gli altri
furono strangolati a Venezia. L'abate morì a Damasco, e i suoi compagni
si sparsero nell'Elvezia, in Moravia ecc.

[190] Quest'onorevole amico ci ha pur comunicato un atto del notaro
Bartolomeo Buzato del 29 novembre 1300, con cui il Sant'Uffizio di
Vicenza vende a Manfredino quondam Zuanetto alcune case confiscate a
Negro Misini: l'ordine dato il 20 ottobre 1227 ai frati di quella
provincia di predicar contro i Patarini, giusta la bolla di Gregorio IX;
un atto notarile del 4 dicembre 1281 con cui il vicario del vescovo di
Vicenza condanna l'usurajo Sclate; e una del 9 febbrajo 1292, con cui
l'inquisitore frà Bonagiunta di Mantova condanna Bartolomeo Spezzabraghe
di Sandrigo a pagare 200 lire veronesi al Sant'Uffizio per bestemmie
proferite contro il corpo di Cristo.

[191] _Eusebius captivus, sive modus procedendi in curia romana contra
Lutheranos; in quo est epitome præcipuorum capitum doctrinæ christianæ
et refutatio pontificiæ sinagogæ; una cum historiis de vitiis aliquot
pontificum, quæ ad negotium religionis scitu utiles sunt ac necessariæ._
Basilea 1535 e 1597. Prende il nome di _Hyeronimus Marius Vicentinus_; e
falsamente l'opera è attribuita al Curione. Vi è aggiunto un _Modus
solemnis et autenticus ad inquirendum et inveniendum, et convincendum
Lutheranos, valde necessarium ad salutem sanctæ sedis apostolicæ et
omnium ecclesiasticorum, anno 1519 compositus in M. Lutheri perditionem,
et ejus sequacium_: per V. M. S. PRIERATUS ecc. Quest'indicazione
d'autore è una falsità.

[192] LIRUTTI, _Notizie del Friuli_, vol. V fine.

[193] MORELLI, _Storia di Gorizia_, vol. I, pag. 295.

[194] «_Aloysius Mocenico, Dei gratia dux Venetiarum, nobili et sapienti
viro Danieli Priolo, de suo mandato locumtenente Patriæ Fori Julii
fideli dilecto salutem et dilectionis affectum._»

«Veduto quanto ne scrivete per le vostre dei XXI del presente e le
scritture che in esse ci avete mandato in materia della richiesta
fattavi dalli reverendi vicario del reverendissimo patriarca d'Aquileja,
e dall'Inquisitore, perchè doveste intravenire alla espedizione di
Zanetto Foresto di Brescia proclamato d'eresia, Vi dicemo con li capi
del Consiglio nostro di Dieci che essendo, come è, che il tribunale del
reverendissimo patriarca è solito tenersi in Udine, principal terra di
questa Patria; nè essendo conveniente che esso tribunale si levi per
andar a giudicar li rei ora in uno ed ora in un altro luogo, voi però
debbiate intervenire all'espedizione del prefato reo; acciocchè,
servatis servandis, sia spedito quanto prima, come parerà alla giustizia
di esso tribunale.»

«Datum in nostro Ducali Palatio, die XXVI januarii. Ind. XV 1571 (Dal
_Lib. privil. civit. Utini_; carte 137).

[195] _Monografie Friulane_, 1847, pag. 18.

[196] LIRUTTI, _Vite de' letterati del Friuli_, vol. IV, pag. 395 e 418.

[197] Reverendissime Pater et Domine Clementissime.

Scribit D. Petrus, in priore sua canonica epistola, diabolum, leonis
instar, circumire quaerereque quem devoret, unde monet idem Petrus ut
ei, fortes in fide facti alacres intrepidique resistamus. Hanc Apostoli
divinam sententiam veram esse, luculenter testantur divinae literae,
quae tradunt diabolum ipsum suis fallaciis in ipso mundi exordio primis
nostris parentibus insidias struxisse, imposuisse, et demum in extremum
exitium una cum universa posteritate conjecisse. Hoc ejus vafrum et
fallax ingenium adversus humanum genus semper exercuit, quo et Optimi
Maximi Dei gloriam obscuraret, et homini, quoad fieri per ejus
sedulitatem poterat, incommodaret. Modo excitavit tyrannos, qui
corporibus, modo haereticos, qui bonorum et simplicium animis
insidiarentur; nec unquam destitit quousque et Christum ipsum Dei Filium
calumniis impiorum gravatum, agnum tamen innocentissimum in crucem egit.
Cum autem Christus sibi Ecclesiam sanguine suo acquisivisset, et caput
teterrimi illius serpentis contrivisset, non cessarunt parenti (?)
frustra negotium Ecclesiae Domini adhuc facessere, eam omnibus scalis et
machinis admotis diripere, diruere, ac solo aequare voluerunt; sed
Dominus praesto semper fuit, et lupos, qui illam invadebant, procul
fugavit. Inter alias autem pestes, quas mendacii pater diabolus in
Ecclesiam Dei invexit, nulla fuit nocentior Martino Luthero apostata qui
ante annos 40, Dei et propriae salutis oblitus, Ecclesiam Domini sponsam
deserens, et aliam nescio quam imaginariam sibi fingens, novam
doctrinam, nova dogmata, novosque ritus excogitavit, haecque omnia
editis in lucem perniciosis libellis orbi christiano obtrusit. In quos
et similes cum Dominicus Fortunatus Bellunensis theologus franciscanus,
ante annos 30 incidisset, et, ut erat titulo magis quam re theologus,
eorum lectione delectatus fuisset, evenit, ut post annos decem me quoque
decemocto annorum adolescentem bonarum artium studiosum, e gymnasio
bononiensi reducem, ad eorumdem librorum, quos mihi summopere
commendabat, lectionem adhortatus fuerit. Ego vero, qui purus simplexque
eram, et omnium liberalium artium, praesertim vero theologiae,
cognoscendarum cupidus, purus, sic me induxi, ut non exignum hujusmodi
librorum numerum emerem, quos per annos aliquod apud me servavi inspexi,
legi, animo plane candido nec a sancta catholica Ecclesia vel tantillum
alieno.

Accidit vero ut me Patavii strenuam operam literis navante, in patriam
Bellunum charissimorum parentum revisendorum gratia revocarer: ubi cum
Fortunatus animadvertisset me non contemnendos fecisse in literis
progressus, veritus ne paucos post annos illum et dignitate et
auctoritate superarem, rationem commodam excogitavit, qua me patria
pellere, adeoque pessumdare quandocumque vellet posset. Itaque mihi
reditum Patavium adornanti, suasit ut literas ad fratrem meum
sacerdotem, Franciscum nomine, virum bonum et Dei timentem, quem ille
superstitiosum et hypocritam esse dicebat Patavio darem, et librum
insuper aliquem ejus farinae ei relinquerem. Ego imprudens nihil mali
hic latere putans, librum, cui titulus erat _Postilla Corvini_, reliqui;
et cum primum Patavium rediissem, epistolam satis quidem juveniliter et
imprudenter scriptam ad eumdem fratrem meum dedi, qua illum ad ejus
libri lectionem, prudenter tamen, et superstitionem et hypocrisim
relinquendam adhortabar. Hanc epistolam Fortunatus proditorie
intercepit, et per totos quinque annos suppressit: interim vero
amicitiam arctissimam mecum simulavit, et quotannis conscientiam
confessione sacramentaria expurgare, et singulis fere diebus
divinissimum Salvatoris nostri sacramentum ut alter Judas intra sua
viscera recipere non est veritus. Anno vero nostrae salutis supra
millesimum et quingentesimum quinquagesimo primo, cum doctor theologiae
creatus et guardianus mei conventus electus in patriam rediissem, et
sancte ac inculpate vivere instituissem, ille per totos duos menses me
ferre non potuit, quandoquidem ad suam tyrannidem et vitam omnino
impuram connivere nolebam: iccirco epistolam ipsam in lucem prolatam,
reverendissimo episcopo Bellunensi, qui tunc aderat, obtulit; meque, cum
sibi duos alios nequam ordinis nostri sacerdotes adjunxisset, haereseos
accusavit.

Episcopus judex, in re praeceps et parum aequus, inaudita parte, patrium
solum vertere me jubet: minister provinciae guardianatu me privat, et
Inquisitori ordinario sisti mandat. Ego male acceptus utrique pareo;
libros, quos in agro Tarvisino suspectos habui, ad unum exuro; Venetias
proficiscor; Inquisitorem accedo. Ille jubet me Tarvisium reverti,
recipitque se revocaturum me esse Venetias post dies XV: expecto unum et
alterum mensem; non parvos sumptus facio; et meis illic amicis gravis
fio. Generalis quidem Jacobus Montifalchius per literas ministro mandat,
ut me in tutum carcerem det, ibique diligenter ad suum usque reditum
servet. Inquisitor me Venetias revocat, in carcerem conjecturus: amici
consulunt, ne me Inquisitoris illius indocti, mali, et mihi infensi
judicio credam, sed potius ut reverendissimum generalem accedam. Illis
pareo, deque hoc toto negotio Inquisitorem admoneo, itineri me accingo,
et Urbini generalem extinctum invenio. Romam recta propero; meque
reverendissimo cardinali Maffeo, ordinis vice-protectori sisto: ille me
amanter excipit, et me per literas diligentissime commendavit, ad
reverendum Julium Magnanum vicarium generalem Bononiam mittit, is me
indignissime acceptum quartana febre laborantem in tetrum carcerem
conjicit, ibique totum mensem satis inhumaniter servat; post alterum
fere mensem, facta per amicum quemdam meum 200 coronatorum fidejussione,
Venetias se sequi jubet. Illic me sumptu meo viventem integrum mensem
detinet; territat; deinde triremes, carceres perpetuos, ignes minatur;
et tandem vi extorquet a me confessionem, quod circa articulos quosdam
dubitaverim, quo apparentem aliquam causam condemnandi me habere
videretur. Audet dicere facilius se mihi parsurum esse si hominem
occidissem, quam quod scripserim eas literas: tentat subjicere me
reverendissimi legati judicio, verum frustra. Discedit tandem, et me
Inquisitoris illius nequam, cujus judicium detrectaveram, arbitrio
linquit.

Inquisitor praedam nactus, quam dudum optaverat, carnificinam de me
instruit, et in quoddam privatum cubiculum venire jussum, quo multos
actus publici testes futuros vocaverat, formulam abjurationis nescio
quam mihi in manus dat, jubetque ut dare legam. Ego cum prius illam
utcumque legendo percurrissem, rei indignitate motus protestor, me non
esse reum eorum quae Inquisitor de me concinnaverat, asseroque lecturum
me quidem esse Formulam ut scripta erat, quo semel tandem e manibus
hominis illius liberarer, quin majora, atrocioraque lecturum, si talia
in ipsa Formula continerentur; non tamen fateri propterea me juste
puniri, sed Deo oppressorum vindice in testem vocato, affirmo
constanter, me injuste opprimi atque damnari. Ad haec Inquisitor nihil
respondit, nisi ut jusserat formulam ipsam legerem. Legi itaque, qua
lecta ille me absolvit; deinde sententiam quam contra me tulerat,
promulgari mandavit. Illam ego cum audivissem injustam adeo atque
iniquam, ad Sanctum Tridentinum Concilium appellare decreveram: sed et
monitis et precibus reverendi magistri Camini Bellunensis patri mei, qui
aderat, mitigatus supersedi. Dicebat enim Deum vindicaturum propediem
injurias, quibus afficiebar; sumpturum supplicium de proditoribus et
jniquis iudicibus meis, quod sane fecit; et tandem innocentiam meam
christiano orbi ostensurum, quod cito futurum spero.

Venio in Poloniam, et hic totum fere quinquennium, quod temporis spatium
exilii mei terminus erat, honeste catholiceque vitam duco. Elapso quarto
mei exilii anno, reverendus Julius Magnanus generalis bonam mihi spem
facit per literas reverendi domini Flori Archipresbyteri Bellunensis
fratris mei germani, fore ut me cito in Italiam ab exilio revocet, si
quidem meae vitae honeste catholiceque traductae fide dignorum hominum
testimonium ante praemittam. Pareo, amplissimumque testimonium omnium
meorum fratrum, quibus cum familiariter vixeram, et summi insuper
Cracoviensis magistratus ad eum mitto. Ille testimonio accepto, nescio
qua causa, revocationem ad generale capitulum, quod postea Brixiae
proximo mense junio celebravit, usque prorogat. Illic de meo negotio cum
provinciae meae patribus frigide tractat, tandem reverendo magistro
Camillo Bellunensi provinciae Sancti Antonii ministro, patruo meo jubet,
ut me in Italiam per literas familiariter revocet; promittitque daturum
se operam, cum in Italiam venero, ut salva atque incolumi ejus
existimatione, libertati et dignitati meae, quoad ejus fieri possit,
consulat. Ego ad nova examina et judicia vocari me videns haesito, et
quid mihi sit faciendum plane ignoro. Interea ex Italia amici et
propinqui certiorem me reddunt, Inquisitorem in meo negotio
reverendissimo generali adversari, omnemque movere lapidem ne ego ante
absolutum quinquennium in Italiam redeam, minas insuper addit.

Hic vero in Polonia apostata Lismaninus ab relvetiis redux, veluti ex
Trophonii antro prodit: quem cum ego semel atque iterum cum aliis
fratribus officii causa invisissem, ille, ut callidus est et
versipeliis, audito mearum rerum statu, suis artibus ita me fascinavit
et irretivit, ut propositis a parte sinistra, quae me manebant in
Italia, poenis; a dextra vero praemiis, quae hic promittebat, nolentem
me et tergiversantem in suam sententiam me pertrahere facile potuerit.
Hoc autem dico quod ad habitum tempus ad deponendum attinet:
quandoquidem quod ad fidei et catholicae religionis negotium pertinet,
Deus scit me tale quidpiam in animo numquam habuisse. Cessi itaque
dolens, cum ut a tyrannide illius Inquisitoris tutus essem, tum ut
mutato statu experirer, tantum prosperiore aliqua fortuna uti possem.
Cum autem unum et alterum mensem apud illum mansissem, observata ejus et
sui similium religione ac vita, reditum ad meos meditari incipio,
scriboque non semel ad reverendum commissarium, ut mittat qui me
Cracoviam reducant. Lismaninus literas eas intercipit, et me in
Helvetiam linguarum graecae et hebraicae addiscendarum causa mittere
quamprimum tentat. Ego his angustiis circumseptus quid faciam aut quo me
vertam nescio: tandem ejus in hac re consilio acquiesco, atque ad
Helvetios, circiter calendis octobris anni 1556, me statim confero,
sperans futurum ut illinc in Italiam redeundi aliqua mihi occasio
daretur. Ticuro ad patrem scribo, eum de meo statu certiorem reddo;
rogoque ut quamprimum potest ad me illinc adducendum ipse properet, aut
aliquem e meis fratribus mittat.

Lelius sozzinus Senensis literas eas, quas illi diligentissime
commendaveram supprimit, meque et Italiam cito revisendi, et charissimos
parentes meos aliquando amplexandi certissima spe privat. Circumventus
ab his, qui se falso Fratrum titulis ornant, studio hebreae linguae per
annum integrum me totum do; anno sequenti graecas literas salutare
incipio, quo tempore literae de morte charissimi parentis mei nuntiae ad
me scribuntur. Ego infausto hoc nuntio consternatus, de opera linguis
ulterius navanda animum plane despondeo. Ad Lismaninum scribo, illumque
supplex rogo, ut in Poloniam reduci me quamprimum curet. Ille cum
subolfecisset me per sesquiannum nec artificiosissimis Ochini
concionibus, nec praelectionibus doctissimis P. Martyris et aliorum non
potuisse trahi in suam de religione sententiam; tantum abest, ut meo
desiderio satisfecerit, ut nec minimo quidem responso dignatus me
fuerit. Ad Deum tunc me converti, illumque precibus ex intimis cordis
recessibus petitis continenter pulsavi, ut me e faucibus luporum ereptum
Poloniae et catholicae Ecclesiae restitueret. Annuit statim
clementissimus coelestis Pater, et meos labores ac aerumnas miseratus
effecit, ut Italus quidam, religione excepta optimus vir mihi, se ultro
obtulerit, reducturus secum me in Poloniam honeste et commode, nulloque
meo sumptu, si vellem. Conditionem a Deo per hominem tam pie oblatam
libens accipio, meque itineri statim accingo. Cracoviam ante biennium
bonis avibus tandem redeo, et hic apud meos in Dei et proximi servitio,
rugiente diabolo, qui me devorare volebat, catholice honesteque vivo;
quod num verum sit, tu, piissime pater, fidelibus testibus, quibus cum
familiariter vixi versatusque sum, scire facile poteris. Hic autem
historiae hujus finis esto.

                        _Articuli quatuor._

Quoniam vero Inquisitor, qui me judicavit ante annos novem cum ex
Epistola mea ad fratrem, tum ex scheda quam a me extorsit vicarius
generalis, articulos quatuor excerpsit, quos satis esse putavit ad meam
damnationem, operae pretium erit illos huc adscribere, et brevi ac
aperta responsione diluere.

Primus est, aberrasse me dubitando aliquoties de purgatorio,
justificatione, liberoque arbitrio. Respondeo, me sacrae theologiae
studiis nondum initiatum potuisse facile de hisce articulis inter doctos
nostri temporis controversis dubitare, cum viderem rationes et
auctoritates sanctarum scripturarum, et veteris Ecclesiae sanctorum
patrum utrinque adduci; cum autem in ea dubitatione numquam perstiterim,
nec super his articulis aliquid unquam certi contra fidem catholicam
asseruerim, non video qua ratione hunc articulum tamquam haereticum mihi
affixerit, praesertim cum non dubitatio temporaria, sed assertio
pertinax haereticum faciat.

Secundus est, aberrasse me retinendo per multos annos nonnullos et
varios libros haereticos scienter, quos etiam sciebam esse prohibitos.
Respondeo verum quidem esse me libros hujusmodi retinuisse: hos autem
libros tenebam et servabam, non ut abuterer illis, sed uterer tantum.
Putavi enim abusum tantum verum prohiberi, non autem usum, cum nulla
creatura plane sit, qua quis uti vel abuti non possit. Pulcherrima autem
cogitatio fuit velle haereticos suis ipsorum gladiis jugulare. Quoniam
vere errasse me fateor hos libros contra summi pontificis placitum
retinendo, etiamsi non malo, ut dixi, animo; ita constanter assero me
propter hunc articulum ab Inquisitore haereseos non potuisse aut
debuisse damnari.

Tertius est aberrasse me, quod ejus doctrinae haereticae fautor extiti
hortando quemdam germanum meum, ut vacaret, daretque operam ut
proficeret in eadem, in commodando et commendando quemdam librum
haereticum et suspectum, Corvinum appellatum, promittens eidem illius
professionis me alios libros mandare, quando cognoscerem suum profectum
et studium in eisdem. Respondeo, meram esse calumniam et mendacium, quod
dicit me doctrinae haereticae fautorem extitisse. Totus enim vitae meae
transactae cursus ostendebat, me a doctrinae haereticae professione
abhorrere. Si haereticus fuissem, poenitentia indulgentiaque anni
jubilei quam Julius III omnibus Venetorum ditioni subiectis, qui
superiore anno Romam ire non poterant, concesserat, meam conscientiam
non purgassem. Quod autem articulum hunc probare contendit, propterea
quod ad fratrem meum germanum epistolam illam suspectam scripserim, et
librum reliquerim eiusdem farinae, nihil efficit. Ostendi enim supra,
quod etiam Romam ad reverendissimum Alex. cardinalem (Alexandrinum?)
scripsi, me proditoris suasu epistolam ipsam scripsisse, et librum eidem
fratri meo reliquisse. Quando dicit recepisse, me missurum esse fratri
meo libros ejusdem professionis alios, quando cognoscerem etc.
impudenter mentitur: duo enim illa verba de suo infarsit, quae in meo
exemplari numquam visa sunt. Non debui igitur adeo veteratorie mecum
agere, et me, cum catholicus essem, etiamsi tunc, ut paulo post evenit,
ruptus (?) fuisset haereticum facere.

Quartus est aberrasse, quod parvipendi sacram canonum doctrinam
existimans, facere ad hypocrisim, minusque prodesse animabus quam
pestilentissimam doctrinam illam in eisdem libris haereticis
prohibitisque contentam. Respondeo, et hunc articulum, quem mihi falso
affingit, esse impudens mendacium. Ego enim sacram canonum doctrinam
numquam parvipendi; immo manifeste apparet, me illam maximi semper
fecisse, cum in ea epistola fratrem meum hortarer ad studium eorumdem
canonum; quos dicebam, quod etiam in scheda repetii, veram sanctam
scripturam interpretandi et veritatem a falsitate cognoscendi regulam
esse. Apparet igitur Inquisitorem hunc, non Deum, sed suos tantum
privatos affectus ante oculos habuisse, et me injuste, impie, et nihil
minus quam christiane condemnasse. His articulis affine est, quod in
sententia dicit, me spontaneam istorum articulorum confessionem fecisse,
confirmasse, et ratificasse, cum actio ista omnis coacta fuerit ac
violenta, ne dicam tyrannica, quemadmodum ipsa protestatio mea prae se
tulit.

Videat igitur, post Deum, singularis pietas tua hanc causam meam, et
requirat. Itaque cum videas manifestissime, piissime praesul, quid
egerim, quid passus fuerim per totos fere decem annos, quantam jacturam
fecerim charissimorum parentum, libertatis, existimationis, fortunarum,
valetudinis, aliarumque rerum; quam obedienter paruerim sententiae etiam
iniquissimae; cum experiaris insuper, me recte de sacra catholica
religione sentire, ea omnia, quae hominem christianum et verum
catholicum decent, munia obire, in sancta romana Ecclesia constanter
vivere ac mori velle, ab omni haeresi et haeretica professione
alienissimum esse; per Deum et tuam pietatem te supplex rogo, velis me
manu tandem mittere, in pristinam libertatem asserere, Italiae, patriae,
propinquis, amicis, existimationique restituere, et ita restituere ne
posthac in cujusvis invidi sycophantae arbitrium situm sit me haereseos
insimulare aut damnare, atque adeo periculum aliquod vitae,
existimationis aut fortunarum mihi creare; quandoquidem, praeterquam rem
christiano episcopo dignam fecisse te scies, hominem vere catholicum
sublevasse, et tibi etiam devinxisse perpetuo cognosces. Potestatem tibi
fecit sanctissimus Pius IV, vivae suae vocis oraculo me absolvendi,
liberandi, pristinae libertati et dignitati restituendi. Id ne differas
exequi, quod heros tam pius jussit. Bonam meae paternae haereditatis
partem jam exhausi; tempus, rem omnium pretiosissimam, inter Polonos et
Helvetios frustra trivi discendo et docendo; propter multas causas fieri
doctior non potui. Effice nunc, pater amplissime, ut una eademque opera
omnia isthaec damna brevi temporis spatio tua singulari pietate sarcire
possim. Omnia candide exposui, nihil sciens et prudens celavi. Vides, ex
re minima quantas tragoedias per suos satellites excitavit rugiens ille
leo diabolus. Privavit vita Deus suo justo judicio intra parvi temporis
spatium auctorem mearum calamitatum, Inquisitorem illum iniquum, et tres
alios mihi infensissimos hostes; spero, illum de reliquis quoque, qui
superstites sunt, supplicium brevi sumpturum. Illis rogo ut pareat,
ipsis ut meliorem mentem det. Hunc supplicem libellum, amplissime pater,
tumultuarie scriptum, et plus aequo verbosum pro tua ingenuitate boni
consule, ac vale.

In nostro Cracoviensi Franciscanorum monasterio. Nonis Augusti MDLX».

  _Amplitudinis Tuae addictissimus cliens_, F. JULIUS MARESIUS BELLUNENSIS.

La Maresia era famiglia cittadina ragguardevole, ma non appartenente al
comune o consiglio dei nobili. Florio, figlio di Francesco, fu discepolo
di Pierio Valeriano, che gli dedicò il V libro dei suoi Geroglifici, e
fu arciprete del capitolo. Bonaventura Maresio, altro Conventuale, fu
visitatore del suo Ordine in Polonia nel 1579, assistente e teologo del
generale Antonio de' Sapienti al Concilio di Trento, e secondo
inquisitore del Santo Ufficio a Belluno per quaranta anni, cominciando
dal 1566. Devo tutte queste notizie al don Francesco de' Pellegrini. Il
padre Domenico Fortunato, accennato nella lettera, è appunto il primo
degli Inquisitori in Belluno, eletto a quell'ufficio nel 1546. Il
vescovo del quale il frate si lagna era Giulio Contarini (1542-75)
nipote del celebre cardinale Gaspare suo antecessore, al quale pure si
raccomanda sul finire della lettera, e che lasciò fama eccellente di
pietà e di sapienza.

[198] Primo Trubero, nato nella Schiavonia il 1508, morto il 1586, fu il
primo che adoprò la lingua schiavona a scrivere, traducendo il Nuovo
Testamento, il Catechismo, la Confessione d'Augusta, e alcuni trattati
di Melantone: pei quali la dottrina luterana si estese nella Carniola e
Carintia.

[199] _Missa latina quæ olim ante romanum circa septingentesimum domini
annum in usu fuit, bona fide ex vetusto authenticoque codice descripta
a_ MATHIA FLACIO. Strasburgo 1537.

[200] MELCH. ADAM, _in Vitis philosoph._, pag. 195.



DISCORSO XLVI.

VENEZIA INTERDETTA. FRÀ PAOLO SARPI. IL DE DOMNIS.


Con quanto iroso disprezzo i rivoluzionarj di settant'anni fa
abbatterono l'italiana Venezia perchè antica, con altrettanta ammirevole
pietà noi riguardiamo a quella gloriosa repubblica, che sempre ebbe per
grido «Italia e indipendenza»: che aspirava all'egemonia di tutta la
penisola, cui avrebbe ridotta a repubbliche municipali, invece
degl'infausti principati: finchè la Lega di Cambrai, primo delitto della
politica nuova, non venne a spezzare quella che gli ambiziosi chiamavano
sua ambizione.

I Veneziani erano stati i primi ad accettare il Concilio di Trento,
sicchè Pio IV, oltre encomiarli, donò alla Repubblica il magnifico
palazzo a Roma che tuttavia si dice di Venezia, con desiderio vi
risedesse continuo un loro ambasciadore, siccome fu fatto. La
serenissima in ricambio donò per residenza del nunzio in Venezia il
maestoso palazzo Gritti. Nè queste cortesie, nè l'attenzione in
perseguitare gli eretici, toglievano che i Veneziani si tenessero sempre
sulle guardie nel trattare coi pontefici; riservavansi di concedere o
ricusare l'erezione di chiese e conventi: di governare gli studj,
eccetto i puramente ecclesiastici; di regolare le esteriorità del culto,
e proteggerle; di riscontrare gli atti che venivano da Roma, e darne
l'_exequatur_: non volevano impacci di ecclesiastiche immunità nel
punire i delitti comuni[201]; anzi spingevano l'ombrosità fino a temere
che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion
di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè
sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel _Discorso
aristocratico sopra il governo de' signori Veneziani_[202]. Un Gesuita
raccoglie i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità?
la Signoria riflette che i gondolieri praticano con persone d'ogni
grado, e quindi possono servire allo spioneggio, e proibisce quella
congregazione, ed espelle il Gesuita. Un altro declama contro il
carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in soccorrere
il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla Repubblica; e la
Signoria lo sbandisce.

Il clero indistintamente era tenuto sottoposto alla giurisdizione dei
Dieci ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero in
discussione affari relativi a Roma, venivano rimossi dal Consiglio i
_papalisti_, vale a dire che avessero aderenza con quella Corte, o
soltanto parentela negli Stati pontifizj: e il 9 ottobre 1525 i Dieci
risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso nel
trattar qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire
Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di
cinquecentomila scudi l'anno, Venezia ottenne dal papa un decimo delle
rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de' cardinali. Alle
trentasette sedi vescovili l'investitura era data dal doge stesso, in
nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana
n'avea tratto a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto
delle nomine, sebbene le altre non potessero cadere che in sudditi
veneti. Quando Innocenzo VIII pretese l'incondizionata elezione dei
vescovi di Padova e d'Aquileja, la Signoria si oppose, com'anche alle
decime ch'e' voleva levare sopra le istituzioni di beneficenza. Pio IV
nomina vescovo di Verona Marcantonio da Mula, allora ambasciatore a
Roma; e la Signoria ricusa riceverlo; così fa quando lo elegge
cardinale, e ai parenti suoi vieta d'assumere la veste purpurea di seta
in segno di festa; e ne manda scuse al papa, scrivendo: «Noi siamo
schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà». Nè
volle che il Vendramin, eletto patriarca, dovesse subire l'esame a Roma;
proibì di ricevere o pubblicare la bolla in _Cœna Domini_.

Gregorio XIII, quando volle ordinar la visita generale delle chiese
venete, come erasi fatto di tutta la cristianità, trovò somma
opposizione: in nessun tempo essersi ciò praticato nel dominio: ne
sarebbero scompigliati i paesi di rito greco o confinanti coi Turchi: si
arrivò fin a minacciare di unirsi alla Chiesa greca; e solo con somme
precauzioni nel 1581 fu lasciata operare, ma da prelati indigeni[203].

Quando gli ambasciadori veneti andarono a Ferrara a congratularsi con
Clemente VIII dell'acquisto di quella città nel 1598, il papa chiese
loro, che anche la Repubblica ajutasse a quel ch'egli faceva cogli
infedeli convertiti, procurando ad essi modo di vivere, impiegandoli o
come palafrenieri e cavalleggieri, o a cavar terra o pietre o altro; che
non lasciassero vivere in ghetto gli Ebrei fatti cristiani; che molti
vivendo in bigamia, sebben questo reato spettasse al Foro laico, se ne
lasciasse il giudizio all'Inquisizione senza ledere la giurisdizione
civile; che si procedesse con dolcezza nell'esigere le taglie de' beni
ecclesiastici[204].

Della giurisdizione sovra persone ecclesiastiche Venezia era tanto
gelosa, che gl'Inquisitori di Stato, avuto spia come in casa del nunzio
si discorreva «che l'autorità del principe secolare non si estende a
giudicar ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche
indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani, i quali tenessero
simili discorsi, fossero notati su libro apposito come «_poco accetti_,
e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino,
si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine
ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono di tali
propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno,
lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che
sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[205].

Nel 1603 il nunzio movea querela perchè l'ambasciadore d'Inghilterra
facesse tener pubbliche prediche in sua casa: vero è ch'erano in
inglese, ma potrebbe anche presto voler farle in italiano. La Signoria
rispose che, trattandosi di re sì grande come l'inglese, e del quale è
preziosa l'amicizia, non poteasi impedir al suo ministro d'esercitare il
proprio culto; vorrebbero però pregarlo di non ammettere altra
gente[206].

Un frate a Orzinovi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e
questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo, ch'egli avea
preso per garantirsi. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda
al patriarca che lo sconsacri; e poichè questi esitava, alcuni in
Consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che
con ciò s'impiglierebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si
mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa
carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l'abate Brandolino di
Narvesa nel Trevisano, imputati di nefandità, e rinnova l'antico decreto
che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano
vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove
chiese senza beneplacito del senato.

Se n'adontò Paolo V. Era egli stato Camillo Borghese, e salito papa
senza brighe, si credette eletto dallo Spirito Santo per reprimere gli
abusi che aveano abbassato la Santa Sede. Di rigorosa virtù, erogava
dodicimila scudi l'anno in limosine e doti; censessantamila ne spese in
erigere quel maestoso tempio ch'è Sant'Andrea della Valle, e moltissimi
in doni a Loreto e ad altre chiese e santuarj. Degli affari decideva
egli stesso, anzichè riferirne in concistoro; insistette perchè i
vescovi risedessero; voleva istituir una congregazione per istudiare i
mezzi di ampliare l'autorità ecclesiastica e _mortificar la presunzione
de' governi secolari_, e ripeteva: «Non può darsi vera pietà senza
intera sommessione alla podestà spirituale». Per questa lottò con Malta,
con Savoja, col senato di Milano, coi governi di Lucca e Genova non
solo, ma con Francia e Spagna, e sempre prosperamente.

Col doge si trovava già in iscrezio per affari di decime, di franchigie,
di commercio, di guerra coi Turchi; e guardava di mal occhio questa
Potenza, oculatissima ad escluder gli ecclesiastici da ogni maneggio
d'affari, a non mantenere pensionarj a Roma, a esiger tasse anche dai
beni ecclesiastici, allegando ch'erano un terzo dell'intero territorio;
a voler giudicare anche i preti per le colpe ordinarie: e anticipando
una qualifica che Federico di Prussia applicò a Giuseppe II, diceva al
Contarini: «Signor ambasciatore, con nostro grandissimo dispiacere
intendiamo che i signori capi dei Dieci vogliono diventar sagrestani,
poichè comandano a' parocchiani che all'_Ave Maria_ serrino le porte
delle chiese, e a certe ore non suonino le campane».

Nato quell'aperto «pretesto di spiritualità» che dicemmo, scrisse
minaccie al doge, e non ascoltato, radunò un concistoro, nel quale
quarantun cardinali, eccetto un solo veneziano, convennero non potersi
spingere più oltre la tolleranza: sicchè il papa mandò monitorj il 25
dicembre 1605, poi la scomunica, espressa con una severità che ripugna
ai tempi[207]. La Signoria se ne mostrò addolorata, ma non cambiò
tenore. Potea facilmente rassettar la cosa col consegnare al Foro
ecclesiastico uno dei due arrestati; ma prevalse il puntiglio e il voler
braveggiare contro la maggiore autorità; ed avviluppandosi nelle
meschinità consuete a chi fa guerra ai preti, intimò guai a chi
«lasciasse pubblicare il monitorio»; impose che gli ecclesiastici
continuassero le uffiziature pubbliche e ad amministrar i sacramenti:
dietro ciò guerricciuole contro chi disobbediva; ai vescovi di Brescia,
e di Treviso, al patriarca di Udine minacciar confisca e peggio; si
citino l'arcidiacono Benaglio e l'abate Tasso; si puniscano preti e
frati d'Orzinovi e il Lana arciprete del duomo di Brescia, renitenti; si
obblighi ai divini uffizj l'inquisitore di Brescia, che se ne astiene
allegando le sue molte occupazioni: e perchè reluttò, sia bandito; si
scarceri il priore dei Domenicani, dacchè promise obbedire al Governo;
s'arrestino i commissarj apostolici: lamenti contro i frati di Rodengo,
contro i rettori di Verona per renitenze di que' preti: lode ai rettori
di Bergamo per aver ingiunto ai cappelletti e soldati côrsi d'impedire a
qualsivoglia curato di partirsi dai luoghi, nello spirituale sottoposti
all'arcivescovado milanese; suggerir che il conte Martinengo generale di
cavalleria, sotto pretesto d'andare a caccia, vada a rinfrancare que'
curati nell'obbedienza; i rettori _così alla sorda_ chiamino due o tre
per volta i confessori, scandaglino le loro opinioni in materia
d'interdetto, e i renitenti puniscano a loro arbitrio; si sorveglino le
monache che stavano in carteggio con Roma e non andavano alla
messa[208]. Al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto
lo Spirito Santo gl'ispirasse, il podestà soggiunse: «Lo Spirito Santo
ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».

Bandironsi Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali, tenendosi obbligati
d'obbedire al papa anzichè al principe secolare, andarono via
processionalmente dallo Stato, con un crocifisso al collo e una
candeletta in mano[209]; e restò proibito di scrivere e ricevere lettere
a e da' Gesuiti, pena il bando e la galera come pel lasciare figliuoli
ne' loro collegi.

Sarebbe bizzarro e, mutati i costumi, avrebbe riscontro in altri tempi
il descrivere le intime dissensioni delle terre e delle famiglie
sull'obbedire o no al pontefice; ne' conventi, monache le quali di
soppiatto scrivono a Roma: frati che tirano a sorte chi dovrà pubblicare
le bolle dell'interdetto; altri che vengono di nascosto a infervorare
alla resistenza: e chi a dispetto suona le campane: e chi procura venga
celebrata la pasqua[210]: pure la Signoria, più civile e più accorta che
alcuni Governi sparnazzanti il preteso progresso, non soffrì venisse
insultata la religione, nè calpesta l'autorità, ch'è il fondamento
d'ogni viver civile: e quando un Servita in pergamo si permise acerbe
parole contro il pontefice, sin a dire che Paolo era divenuto Saulo,
essa lo disapprovò.

Tesi, apologie, consulti furono scritti e contro e in favore dai meglio
reputati giuristi[211], e singolarmente dal celebre Menocchio,
presidente al senato di Milano; i più sostenendo ne' governi il diritto
di esaminar i motivi delle scomuniche e delle ordinanze pontifizie. Quel
che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti che nella _Vita
di Sisto V_ scrive: «I frati veneziani hanno tanto a cuore la
riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa
rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la
religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono fare lo stesso
in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj
contrarj e scandalosi».

Durava ancora il tempo vagheggiato da Giulio II, ove non si mandasse
scomunica che sulle punte delle lancie: onde il papa faceva armi; armi
facea la repubblica, e al litigio prese parte tutta Europa, in tutta
ritrovandosi persone e cause interessate. La Spagna, che, attenta a
ribadire il suo predominio in Italia, guatava in sinistro questa
republica che gliel contendea, soffiava nel fuoco; rifiutò
l'ambasciadore veneto come scomunicato; il duca d'Ossuna diceva a Paolo
V che i Veneziani non bisognava contarli per cristiani, giacchè spesso
aveano conchiuso trattati coi Turchi, espulso i Gesuiti, cozzato col
papa, parteggiato cogli eretici di Francia e d'Olanda. Di rimpatto
Enrico IV stimolava i Veneziani a suscitare disordini ne' dominj
spagnuoli. Più li favorivano l'Inghilterra, l'Olanda, il conte di
Nassau, i Grigioni, avversi al papa, e spinti dai predicanti, che
speravano in quei dissidj un'occasione di impiantare la Riforma in
Italia, cioè proprio nella sede del cattolicismo.

La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei v'erano
egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l'indifferenza religiosa.
L'autore del _Discorso aristocratico sopra il governo dei signori
Veneziani_ assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista,
permetteasi fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano
scrupolo; aggiunge però: «Non ho mai conosciuto alcun veneziano seguace
di Calvino o di Lutero od altri, bensì d'Epicuro e del Cremonini, già
lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il
quale assicura che l'anima nostra provenga dalla potenza del seme, come
le altre dell'animal bruto e per conseguenza sia mortale. Seguaci di
questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare
molti che hanno mano nel governo».

La proibizione de' libri rovinava le stamperie, che a Venezia erano in
gran fiore. Le idee democratiche, diffuse dalla scuola gesuitica,
disturbavano la dominante aristocrazia, che in conseguenza parteggiava
pel potere assoluto de' principi, e favoriva i Protestanti contro i
Cattolici.

Campione del partito principesco ci si presenta Paolo Sarpi, frate
servita, uno de' migliori ingegni di quell'età anche nelle scienze
positive. Teologo della Repubblica, in quel litigio fu condotto ad
esaminarne i titoli, e con ragioni ed autorità sminuire l'ingerenza del
papa ne' civili negozj, e contro le dottrine democratiche de' Gesuiti
sostenere che il poter de' principi deriva immediatamente da Dio, e non
è sottoposto a nessuno: il papa non aver diritto di esaminare se le
azioni d'un Governo siano colpevoli o no, poichè ciò porterebbe a
indagini incompatibili colla sovranità principesca. Sebbene scrivesse
per comando e «a norma delle pubbliche mire»[212], venne ad
infervorarsene per modo, che suo distintivo rimase l'avversione alla
santa sede. Stampò allora (se pur è sua) la _Consolazione della mente
nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella
città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V_, ove propone
tali quistioni: 1º nel pontefice e nella Chiesa v'è autorità di
scomunicare? 2º quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause
di applicarla? 3º la scomunica è appellabile? 4º è superiore il
pontefice o il Concilio? 5º per ragion di scomunica il principe
legittimo può essere privato de' proprj Stati? 6º per impedire la
libertà ecclesiastica s'incorre giustamente nella scomunica? 7º qual è
questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle
persone di questa? 8º il possesso delle cose temporali spettanti alla
Chiesa è di diritto divino? 9º una repubblica come un principe libero
può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10º il principe
secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima
potestà d'ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le
persone ecclesiastiche? 11º ha per se stesso autorità di giudicare gli
ecclesiastici? 12º quanto si estende l'infallibilità del pontefice?

E rispondeva in somma, che la potestà del santo padre si limita a
procurare la pubblica utilità della Chiesa: il Cristiano, non che a
quello dover obbedienza cieca, pecca se la presta, ma deve esaminare se
il comando è conveniente, legittimo, obbligatorio; e quando il pontefice
fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non s'ha a
tenerne conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e
sacrilega quando lanciata contro la moltitudine; non può sussistere se
non s'appoggia a peccato, anticipatamente minacciato di scomunica: il
Concilio di Trento, fuoco di Sant'Elmo apparso nelle maggiori burrasche
della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell'infliggerla, ma erra
quando vuole che, chi vi persevera un anno, sia dato all'Inquisizione
come sospetto d'eresia; e quando vieta al magistrato secolare d'impedire
al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di
diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì minori scandali che
la latina. È patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi
somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I
papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza
spirituale, e la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le
cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce
l'autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non
dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la
potestà temporale ch'egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui
principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o
spogliarli de' dominj. A rincontro gli ecclesiastici non han nulla che
resti esente dalla podestà secolare, e il principe esercita sulle
persone e i beni altrettanta autorità che sugli altri sudditi.

L'impugnar Roma era prova di tutt'altro che d'eroismo in una repubblica
sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo,
sbraveggiando il papa, umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli
ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio;
porgevasi sommessissimo ai nobiluomini del suo paese, e blandendo ad
essi ed all'opinione interessata, usurpavasi gli onori del coraggio.
Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso
ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fin alla tortura; e
l'insinuare alla Repubblica provedimenti tirannici: dai giudizj
escludere il dibattimento[213]; tenere ben depressi i nobili poveri;
opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e
gli artigli, umiliarli spesso, toglierne ogni occasione d'agguerrirsi,
trattarli a pane e bastonate, serbando l'umanità per altre occasioni;
nelle provincie d'Italia industriarsi a spogliar le città dei loro
privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno
comperati da Veneziani; quei che nei consigli municipali si mostrano
animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo: se vi si
trova alcun capoparte, sterminarlo sotto qualsiasi pretesto, cansando la
giustizia ordinaria, e il veleno tenendo come meno odioso e più
profittevole che non il carnefice. Suggerisce una legge rigorosa contro
le stampe, atteso che «da pochi anni in qua escono quotidianamente a
stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che
l'ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una
persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è
obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e
pubbliche gravezze, e basta che l'uomo sappia far di non essere
scoperto: che le imposte e contribuzioni pubbliche per la maggior parte
sono inique ed ingiuste, ed i principi, che le impongono scomunicati:
insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto
dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti; e se è necessario tenerli
per forza, in coscienza è lecita ogni cosa per sottrarsi dalla loro
soggezione».

Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà
Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con
salvocondotto, ottenne ricevimento cortesissimo e l'assoluzione: poi
repente fu arrestato dal Sant'Uffizio, e trovatogli libri proibiti,
scritture ereticali e carteggi d'intelligenze col re d'Inghilterra, fu
appiccato ed arso.

Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia,
predicando con tale franchezza, che il medico Pietro Asselineau
d'Orleans, dimorante in Venezia e caldo in quei maneggi, per cui spesso
scriveva consulti invece di frà Paolo, ebbe a dire: «Pare Dio abbia per
l'Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[214]. Fece egli il
quaresimale nel 1609 «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e
popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva
Duplessis-Mornay.

Alle scritture che, in occasione dell'interdetto, pubblicavansi contro
Roma, esultavano i Protestanti; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser,
Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni,
faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva:
«Il signor Carlo Harlay di Dolot m'ha detto di aver portato libri di
Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione
degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero
nell'esposizione del salmo XI: «A Venezia sarà ricevuto il vangelo: e i
poveri e gli oppressi cristiani liberamente si sostenteranno e
nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».

Chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con
Roma o l'avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di
rompere colla Chiesa. Chi ciò cercasse non difettava in Venezia, quali
Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto
scrisse in proposito dell'interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare
altrettanto; Antonio Querini, autore _dell'Avviso pernicioso_; l'erudito
Domenico Molino; Alessandro Malipiero, «uomo d'una pietà senza fuoco e
senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a
cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro
vicendevole»[215]. Aggiungiamo don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano
apostato, che colà rifuggito, continuava a celebrar messa, benchè
sospeso dal pontefice. «Jeri morì don Giovanni Marsilio, (scriveva frà
Paolo, di Venezia il 18 febbrajo 1612). Li medici dicono, che sia morto
di veleno; di che io, non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno
bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose
scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la
verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l'ha molte
volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità,
perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il
fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono
diversi, che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della
Riforma: ma chi teme una cosa, chi un'altra. Dio però par che goda la
più minima parte de' pensieri umani. So ch'ella m'intende senza passar
più oltre».

Questi, e Leonardo Donato, Nicola, Pietro, Giacomo Contarini, Leonardo
Mocenigo ed altri aveano ritrovi in casa d'Andrea Morosini, ove
dibatteano le controversie d'allora circa l'autorità regia e la papale,
avversi del pari alle esorbitanze romane come alla prevalenza spagnuola.
Vi davano appoggio ed incitamento l'ambasciatore d'Inghilterra ed il
famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse da frà Paolo la Storia
dell'Interdetto e quella dell'Inquisizione, e studiavasi d'introdurre la
Riforma, continuando la pratica anche dopo che Venezia si fu rassettata
col papa. Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinale
Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini,
sicuri di avervi liete accoglienze da alcuni nobili, ma poi aveano
ricevuto ordine di tornar indietro.

Giovanni Diodati, che menzionammo discendente da profughi lucchesi,
dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed
eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea procurato
la versione della _Storia del Concilio di Trento_ di frà Paolo; e a lui
di queste intelligenze dando informazione, il Bedell soggiungeva:
_Ecclesiæ venetæ reformationem speramus_, e lo esortava a recarsi colà,
dove lo sospiravano l'ambasciator suo e frà Paolo. Fu per tal occasione
che il Diodati pubblicò la sua versione italiana della Bibbia, e
scriveva: «Non istò senza speranza di farne entrare e volare degli
esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto una breccia,
per la quale è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua
verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: «A Venezia ne ho già
spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior
commissione. Per suggerimento dell'ambasciatore d'Inghilterra in
Venezia, io fo adesso stampare il Nuovo Testamento a parte, in piccola
gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha
fatti apparire. E forse il meno sarà questo servirli con la penna
solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed
espressa, e belli e formati sono i progetti, i quali il tempo è vicino
molto a metter fuori, siccome io spero in Nostro Signore».

Duplessis-Mornay, detto il papa de' calvinisti francesi, avea fatto il
_Mistero d'iniquità_ e la _Istituzione, uso e dottrina del santissimo
sacramento dell'eucaristia nella chiesa antica; come, quando e per quali
gradi la messa s'è introdotta in sua vece_ (La Rochelle 1598), opera
dove i Cattolici verificarono quattrocento false citazioni, su di che si
tenne una famosa conferenza a Fontainebleau il 4 maggio 1600, dopo la
quale egli ristampò quel libro a Saumur il 1604, con meno infedeltà.
Egli zelava la conversione di Venezia, e a lui il Diodati porgeva
contezza come già da due anni ne stesse in pratica: da lettere di colà
venir reso certo che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi
tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo
che uno crederebbe esser a Ginevra; il mal umore contro il papa non
acchetarsi; e tre quarti de' nobili aver già raggiunta la verità. De
Liquez, compagno del Diodati, soggiungeva: «Frà Paolo mi assicura che
nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla
prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che
da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli
antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la verità, ma
non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una
prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato
di continuare a celebrar messa». Aggiunge che, avendo i preti esatto
che, prima di ricever l'assoluzione, i loro penitenti promettessero
obbedire al papa nel caso d'un nuovo interdetto, il Governo gli ha
arrestati, _et mis en lieu où depuis ne s'en est oui nouvelles;
tellement que, depuis l'accord, ils ont plus fait mourir de prètres et
autres ecclésiastiques, qu'il n'avoyent fait en cents ans auparavant_.
Anche Link, emissario dell'elettor palatino, del quale si legge la
relazione negli _Archivj storici_ del professore Lebret, parla di oltre
mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj:
s'avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado
eccedeva i seicento; se vi si aggiungano quelli che voterebbero per la
costoro influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e
quindi l'effetto de' loro desiderj.

Con quale asseveranza ciò è raccontato! Eppure, non che risoluzione,
nemmanco proposta di ciò trovasi mai negli Atti verbali. E come saria
stato possibile? In Venezia tutto era cattolico; l'origine, il patrono,
le feste nazionali, le belle arti: ivi sfoggiatissime le solennità; ivi
antica l'inquisizione contro l'eresia; ivi sulla religione innestata la
politica per la crociata perenne contro gl'Infedeli: ivi aggregati quasi
tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari,
ma fin superiore al nobiluomo e al senatore: chi ha occhio dica se fosse
culto che perisce quello che fabbricava allora tante suntuosissime
chiese. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo,
un Governo eminentemente conservatore potea mai pensare alla rivoluzione
più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell'interdetto,
e in tutti gran franchezza e dispetto ci apparve, ma sommessione
cristiana e desiderio di riconciliarsi.

Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si
fosse ripromesso; nè però deponeva le speranze: quei due frati adoprarsi
a tutt'uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza pei
monaci[216]. Soggiunge che frà Paolo non vuole svelarsi, allegando che
così potrebbe meglio _saper secrètement la doctrine et autorité papale,
en quoi il a extrêmement profité_: quanto a frà Micanzio, _sans doute il
aurait effectué quelque notable exploit, s'il n'était continuellement
contrepesé par la lenteur du père Paul_. E altrove confessa avere «a
fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch'ei non crede sia
necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona
inclinazione». Anche l'apostato De Dominis a Giacomo I d'Inghilterra
scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni
della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come
sante istituzioni difendessero».

Ma il Sarpi accettò la confessione protestante? Oltre la storia sua,
azioni e lettere fanno della fede sua molto dubitare[217]. Avendo Nicola
Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye
ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al
signore di Commartin, da quell'opera tenersi offesa la Signoria veneta,
perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa.
Eppure a quell'opera del Vignerio e all'esposizione sua dell'Apocalisse,
ove riscontra l'anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà
Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di
Eduino Sandis sullo stato della religione in Occidente, ove non ravvisa
che superstizione e inezie nella pietà dei Cattolici, e massime degli
Italiani. Ugo Grozio, lodando grandemente quel libro, scriveva: _Sandis
quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli
didicerat. Item ad quædam capita notas addidit, jam egregias in
defæcando lectorum judicio_[218].

Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse
a varj amici questo passo di lettera 12 maggio 1609 del Sarpi al Gillot,
canonico della santa Cappella di Parigi, che scrisse sul Concilio di
Trento e sulle libertà gallicane; _Si quam libertatem in Italia aut
retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. Vos et dominationi
resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro
filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna
servirent: ipsique servitutis istrumenta fuere. Postquam, excusso jugo,
illa ad libertatem aspirant, tota vis dominationis in nos conversa est.
Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majores nostri
probaverant, nisi vos subvenissetis? Sed utinam omnino subsidiis vestris
uti possemus!_[219].

Quando il Priuli ambasciatore veneto tornava di Francia, moltissimi
libri ereticali furono imballati da Francesco Biondi suo segretario, il
quale poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe
ambasciatore in Francia quell'Antonio Foscarini, che finì decapitato per
isbaglio, e ch'era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al
cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come _papista_, soggiungendo
che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa
di bene per la religione»[220].

Questo residente a Torino era Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà
Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non
solo Venezia ma forse l'Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra ove
morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot
di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero
congiunte con quelle di Stato e di governo». E sempre con questa
bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.

Coloro che si lusingavano di ridur Venezia protestante ebbero per buon
sintomo il vederla legare accordi coi sollevati dei Paesi Bassi e
riceverne un ambasciatore[221], ma era un espediente politico per
avversare la Spagna. Confidavano che Enrico IV, per la sua nimistà con
casa d'Austria, vi favorirebbe le innovazioni; ma, qualunque fossero le
costui credenze religiose, egli, come tutti i re del suo tempo, riteneva
che il Governo ha podestà d'intervenire nelle pratiche religiose de'
suoi sudditi; e nello stesso editto di Nantes, di cui gli si fa tanto
merito, non concedeva libertà di ogni culto, ma del solo calvinistico.
Inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del
Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per
segno quant'erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i
principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio
conseguirebbero l'intento; e se il papa si ostinasse, Venezia romperebbe
definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti
senatori erano in desiderio.

Questa diretta denunzia[222] costringe la Signoria a provedere; i
papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed «È incredibile
quanto grande sia stato il male fatto con quella lettera. Se sarà guerra
in Italia, fia bene per la religione, e per questo Roma la teme;
l'Inquisizione cesserà, e l'evangelio avrà corso»[223]; e si duole che
«le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può
eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata
secondo le occasioni»[224]. Come ogni altro mestatore, desiderava dunque
la guerra, e invocava gli stranieri; ora Enrico, da cui «unicamente
potea venirci salute», ora Sully, ora il re d'Inghilterra, od altri
nemici della Spagna; si duole che il papa proceda lenemente, sicchè i
politici s'acconciano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e
«Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se
non venendo molti agenti de' principi riformati e massime dei Grisoni,
perchè questi farebbero l'uffizio in italiano[225]. Spagna non si può
vincere se non levato il pretesto di religione: nè questo si leverà se
non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse
fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La Repubblica negozia lega coi
Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero
esercizj di religione in Venezia»[226]. Del suo scoraggiarsi lo
rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di
vedere compiuta la sua opera[227].

Con questa disposizione di cose e di spiriti, il litigio col papa poteva
incancrenirsi. Ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono rallegravasi
di essere stato dall'ambasciatore Priuli invitato a Venezia, dove
conoscerebbe _magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus
fortissimum athletam excitasset_; invitava Giuseppe Scaligero e Scipione
Gentile a rallegrarsi che in mezzo a Venezia fosse sorto un sì magnanimo
oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono
il mondo[228]. Ma gli uomini positivi vedeano altrimenti, e il famoso
Sully, benchè ugonotto, compiangeva che il Sarpi svertasse l'autorità
del pontefice fra i Veneziani, i quali, se avessero dato segno
d'apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci,
Evangelici, Protestanti d'ogni paese, rattizzando un incendio, quale al
tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali
di Giojosa e di Perrone per impedire che tali semi si sviluppassero in
Italia, e per rimettere in concordia Venezia col papa[229].

Un tale pericolo viepiù affliggeva le anime pie[230]; e il Bellarmino
lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli
de' _sette teologi_ veneziani. Oltre le ragioni di che la francheggiano
esso e il Baronio[231], Roma minacciava anche coll'armi, finchè
l'imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze
interpostisi, ripristinarono la pace. Nell'aprile 1609 il nunzio
pontifizio fu mandato con istruzioni moderatissime, abrogando gli atti
lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti, non
obbligando Venezia a verun atto d'umiliamento o ritrattazione, solo che
usasse temperamenti. Il doge Lionardo Donato annunziava a tutti gli
ecclesiastici che, «colla grazia del Signore, s'è trovato modo col quale
la santità del pontefice ha potuto certificarsi della candidezza
dell'animo nostro, della sincerità delle nostre operazioni e della
continuata osservanza che portiamo a quella santa sede, levando le cause
dei presenti dispareri: noi, siccome abbiamo sempre desiderato e
procurato l'unione e buona intelligenza colla detta santa sede, della
quale siamo devoti ed ossequentissimi figli, così ricevemo contento di
aver conseguito questo giusto desiderio»; e perciò ritirava la protesta
che avea fatta contro l'interdetto. I due prigionieri furono messi in
due gondole, consegnati all'ambasciatore di Francia cardinale Giojosa
che era stato incaricato d'interporsi, e che assicurava Enrico IV
aveagli sempre scritto di ricordare ai Veneziani _di star bene con il
papa_[232].

E il papa ricevette cortesemente l'ambasciatore Contarino, dicendogli
che «dalla buona intelligenza fra la santa sede e la Repubblica dipende
la conservazione della libertà d'Italia; che non volea ricordarsi delle
cose passate, ma _nova sint omnia et vetera recedant_»[233].

Sarebbe contro natura se all'abbaruffata sottentrata fosse così subito
la cordialità. Venezia, che che gliene dicessero, capiva d'essere la
vinta; il papa non potea dimenticare con quei modi gli si era resistito:
pure smetteano i puntigli, col che ripianavansi le differenze. Giacomo I
d'Inghilterra, re teologastro, avendo pubblicata allora _l'Apologia pro
juramento fidelitatis_ in senso ereticale, e mandatala a tutte le Corti,
il re di Spagna e il duca di Savoja negarono riceverla; il granduca di
Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata
dall'ambasciatore in Collegio, e dal doge ricevuta come segno della
benevolenza reale, poi trasmessa al grancancelliere, che la riponesse
sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al Collegio la censura
che Roma aveva proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito:
e il Collegio gli espose l'operato, e al capo degli stampatori comunicò
verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l'ambasciatore inglese
tanto, che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini,
il quale sì ben ne ragionò, che il re ebbe a lodare il cauto procedere
de' Veneziani[234].

Colla lite dileguarono le speranze d'apostasia, e frà Paolo si moderò,
benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti:
non è male che non ne dica in ogni occasione: non lasciò via intentata
perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla Repubblica:
procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e «Non c'è
impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti
questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè». «È
sicuro (soggiunge) assolverebbero d'ogni colpa anche il diavolo, quando
con loro volesse accordarsi»; e «si vantano di dovere fra poco potere
tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[235]; e al signor Dell'Isola
scriveva: «De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e massime nel
servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro istituzioni stampate,
eppure non è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono
stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo,
che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro
compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono
scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che
cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza,
ed usino tanto ardire e zelo nell'operare».

Il buon senso non accecato da passione avrebbe dovuto conchiuderne che
non è vero esistessero queste regole secrete; pure la vulgarità le
voleva: ma se si trovò chi stampolle col nome di _Monita secreta_,
l'accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione fin al punto
da non avvertire l'assurdità di quel libercolo. «L'ho scorso, e m'è
parso contenere cose sì esorbitanti, che resto con dubitazione della
verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza
meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al
sicuro, di tali non abbiamo sentito odore in Italia; forse altrove sono
peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che
non cede a qual altra si voglia». Ci voleva la depressione più
mortificante della ragione umana perchè quel libretto fosse aggradito e
ristampato dai nostri contemporanei, per pascolo della spensante
Italia[236].

A chi dunque fa tutt'uno Gesuiti e santa Chiesa non può che puzzare
d'inferno frà Paolo: ma altri vorrà solo in lui vedere un patrioto
infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a'
Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de'
Protestanti perchè, nelle guerre d'allora, contrabilanciavano Casa
d'Austria. Alla curia romana, che, in ogni caso, bisogna ben distinguere
dalla Chiesa, frà Paolo professava un'ostilità esacerbata da puntiglio:
sempre acerrimo contro le pretensioni di essa[237], applaudiva alle
libertà gallicane, e «se briciolo di libertà noi abbiamo o ci
rivendichiamo in Italia, è tutto merito della Francia: a resister a una
sfrenata signoria voi (francesi) c'insegnaste... e come giunger al
termine che il supremo potere di stabilire la disciplina ecclesiastica
risegga nel principe... e il segnar le norme a bene usare dell'autorità
della Chiesa»[238]. Ciò lo portava all'assolutismo, asserendo che «se
v'ha alcuna cosa che alla sovranità del principe si sottragga, quel
principe da quell'ora rimansi esautorato di fatto». Repugna dal Baronio
e dal Bellarmino, celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti:
il durar di Roma giudica che «dipende da un sottil filo, cioè dalla pace
d'Italia... Vogliate credermi; una volta messa la guerra in Italia,
vinca il pontefice o sia vinto, non importa, la cosa è spacciata»[239].
Ma da questi pensamenti corre ancora un gran tratto all'apostatare. La
riforma ch'egli bramava consistea nella disciplina più che nei dogmi,
intorno ai quali, è mai probabile si lusingasse di impegnare
l'attenzione d'una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei
cambiamenti? Giurisprudente nel senso antico della parola, non
paradossale come Calvino, non sottile come Soccino, eresiarca non poteva
riuscire, giacchè considerava la religione come inviolabile
nell'essenza, purchè non abbia parte alcuna nel poter dello Stato.
Eccedono dunque e detrattori[240] e panegiristi[241], e degli uni e
degli altri abbondò. Anzi che luterano o calvinista, potremmo
qualificarlo razionalista, venerando, la propria ragione più di
qualsiasi autorità, in traccia della verità, senza voler mai trovarla
ove riposa. Ai carteggi suriferriti non si può scemar forza, se non
imputandoli all'opportunità politica, e al voler carezzare le opinioni
degli adulatori, come allorchè la Chiesa chiamava _meretrix, bestia
babylonica_ e simili titoli.

Ben a questa recò un colpo micidiale colla _Storia del Concilio di
Trento_. Da fanciullo dovette sentire, da chi vi prese parte, discorrere
di quel fatto capitalissimo nella Chiesa; a Mantova usò famigliarmente
con Camillo Olivo segretario al cardinale Gonzaga, uno de' presidi al
sinodo; in Venezia con ambasciatori di principi: e parendogli che le
storie già stampate, fin quella di Giovanni Sleidan che a tutte
antepone, non dessero sufficientemente a conoscere _l'Iliade del secol
nostro_, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d'una
convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini
e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita o
differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre
celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto
contrario al disegno di chi l'ha procurata e al timore di chi con ogni
studio l'ha disturbata; chiaro documento di rassegnare li pensieri a
Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo Concilio,
desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che
incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le
parti, che le ha fatte discordi e irreconciliabili; e maneggiato dai
principi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la maggior
diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano: dalli
vescovi sperato per riacquistar l'autorità episcopale passata in gran
parte nel solo pontefice romano, l'ha fatta loro perdere tutta
intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e
sfuggito dalla Corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne
l'esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi
ad un eccesso illimitato, gliel'ha talmente stabilita e confermata sopra
la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».

Il Sarpi vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora,
copiò a man salva gli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, De Thou,
Adriani, e sovente non fa che tradurre lo Sleidan, ostilissimo a Roma:
ma li completò con qualche documento e colle relazioni de' legati
veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; ma non guardandone che
il lato esterno, fa la parodia anzichè la storia della più insigne
assemblea che si fosse mai veduta; vuol ridurre alle proporzioni d'un
intrigo la decisione delle cose superne, e farle dipendere da una
manovra, da un'infreddatura, da un'arguzia felice, da un discorso
eloquente, da un'infornata di cardinali, dalla pronunzia strana d'un
prelato forestiero, dall'artifizio de' presidenti a soffogar la
questione o prorogarla, come succederebbe in un parlamento d'oggi;
anzichè dallo Spirito Santo, che, come empiamente dice, viaggiava in
valigia da Roma a Trento.

Come nella vita, così nell'opera non abbracciò risolutamente un simbolo
protestante, eppure staccasi dal dogma cattolico volendo la personale
interpretazione delle sacre scritture; ripudiando i libri
deuterocanonici; disprezzando la vulgata; separando l'esegesi dalla
dottrina patristica; riguardo al peccato originale, alla grazia, alla
giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera il teologo Martino
Chemnitz, uno de' più avversi al Concilio.

Non solo i polemici, ma gli annotatori più benevoli ed assenzienti lo
convincono di grossi errori; senza contare la sistematica finzione di
lunghi discorsi, che mai non furono recitati o da tutt'altri che da
quelli, in cui bocca li pone. Il quale vezzo retorico, se è brutto nelle
storie profane, sta ben peggio qui, dove si discutono punti di fede. Ma
appunto uno de' molti artifizj di frà Paolo è il non asserire in testa
propria, ma o far dire da altri ciò che sarebbe evidente eresia, o
narrarlo come dottrina nè approvata nè riprovata, oppure confutarlo con
ragioni che ne crescono la forza.

In tempo d'impetuose diatribe conservava un'apparente calma, quasi non
riferisse che fatti e documenti: e coll'aspetto d'imparzialità cattivava
gl'inesperti, e mascherava le ignoranze e contraddizioni sue, mentre
tutto disponeva non per chiarire la verità, ma per ottenere effetto, sin
alterando i documenti perchè servissero alla sistematica sua opposizione
e agl'interessi politici del suo paese.

Quanto non si raffina nell'interpretare le intenzioni, sempre in
sinistro qualvolta trattasi di Cattolici! Si bruciano in Francia i
Protestanti? compassiona «quei miseri che di nessun'altra cosa erano
colpevoli se non che di zelo dell'onor divino e salute dell'anima
propria» (Lib. V). Parlando dell'Indice, conchiude che «non fu mai
trovato il più bell'arcano per adoperar la religione a fare insensati
gli uomini» (Lib. VI) ed aggrandir l'autorità della Corte romana col
privarli di quella cognizione ch'è necessaria per difendersi dalle
usurpazioni. Alla Chiesa primitiva, nella quale soltanto egli vuol
incontrare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza o la
disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che
essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. E come ne' primi tempi, vuol
la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione; ne' quali tempi le
relazioni della Chiesa collo Stato, o pagano o giudaico, troppo
differivano da quando essa giunse a compiuto sviluppo. Perciò nè
storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della
giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo,
e via discorrendo. La gerarchia non fa consolidata che per ambizione de'
papi, e debolezza e ignoranza de' principi; nè fruttò giovamento ai
popoli, bensì oppressione e tirannia: non che il clero favorisse il
sapere, l'arte, l'umanità nel medioevo, usufruiva a puro suo vantaggio i
collegi e le scuole. Nel ribatter ostinato le pretensioni della Corte
romana, neppur s'avvide che il rinnovamento di esse era un'espressione
dell'iniziato restauramento religioso.

Marc'Antonio De Dominis, che, come nato in Dalmazia, dominio veneto,
contiamo fra gli italiani non meno del Vergerio, studiò a Loreto nel
collegio degli Illirj, poi a Padova: a vent'anni entrato ne' Gesuiti a
Verona, lesse retorica e filosofia in Brescia, matematica in Padova; ma
più volte castigato per indisciplina e superbia, uscì di quella
compagnia. Clemente VIII, su proposizione di Rodolfo II, lo pose vescovo
di Segna in Dalmazia il 1596: Paolo V lo trasferì arcivescovo di
Spalatro, cioè primate della Dalmazia e della Croazia. O credendosi non
abbastanza venerato da' suoi suffraganei, o accattabrighe per indole,
vivea scontento, pretendeva ricondurre il clero all'apostolica
semplicità; scrisse contro di Paolo V a difesa de' Veneziani, ed
avendovi mostrate opinioni eterodosse, rinunziò al vescovado, e passò a
Venezia, donde nei Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, ove
Giacomo I gli conferì ricchi benefizj, e lo creò decano di Windsor. Egli
professava volere adoprarsi a rimettere in concordia le varie sette
cristiane, ma in realtà cercava libertà di studj e credenze.

Ivi compilò due volumi _de Republica Christiana_. La repubblica
ecclesiastica comprende la monarchia del pontefice, l'aristocrazia de'
vescovi, la democrazia di tutti i fedeli, ognuno de' quali, se lo
meriti, può divenir vescovo[242]. Gli eterodossi alterarono
quest'armonia, ed uno de' più audaci fu il De Dominis, che nella Chiesa
romana ammette un primato d'onore, non di giurisdizione; tutti i vescovi
avere egual pienezza di autorità e giurisdizione: ma nè il papa nè i
vescovi hanno il potere esplicito senza l'universalità dei fedeli:
democrazia talmente estesa, che il Concilio richiederebbe la presenza di
tutti i credenti.

Gli apostoli (a suo dire) furono eguali; nè Pietro era lor principe; ad
essi non fu conferito altro che il primo ministero della fede cristiana
onde propagare il Vangelo come ministri, non come potenti; finchè Cristo
visse, non sussistette chiesa, nè a lui venne data l'amministrazione di
essa, poichè era capo soltanto della Chiesa invisibile: negli apostoli
non fu veruna podestà, ma solo il ministero: Pietro ricevette le chiavi,
non proprio e formalmente ma parabolicamente, sicchè esso è figura della
Chiesa: gli apostoli, sono pastori di Cristo, non agnello; e Pietro
tolse a pascere solo le agnelle degli Israeliti: chiunque era fatto
vescovo dagli apostoli, subito acquistava la stessa apostolica podestà
universale nella Chiesa: non sono di diritto divino i metropoliti, i
primati, i patriarchi, e la superiorità delle chiese d'Alessandria,
d'Antiochia, di Roma deriva unicamente dall'eminenza d'esse città; la
romana è capo sol di poche chiese, nè devesi appellare ad essa dalle
altre: i cardinali non sono di prerogativa superiore agli altri; nè il
papa è successore di Pietro. Dai vescovi ai preti corre differenza
essenziale: ogni vescovo «è monarca nel suo distretto»; e la podestà
sua, com'era quella degli apostoli, non dipende dal papa, anzi è eguale
ad esso: possono andar a qualunque chiesa, nè per diritto divino sono
legati a veruna; nè papa nè vescovi hanno lo spirito, cioè il potere
esplicito, senza l'universalità de' fedeli[243]. I popoli hanno
intrinseco diritto nell'elezione de' vescovi: e questi il diritto
d'eleggersi il successore. Dio non volle obbligar il suo concorso
speciale a verun sacramento; vero sacramento non è l'Ordine, e la Chiesa
non può annettervi voto di continenza. L'istituzione de' monaci non
venne da alcun pubblico provvedimento, nè lo stato loro è distinto da
quello de' laici.

Molti il confutarono, fra cui Domenico Gravina domenicano, Filippo Fabro
minorita, Zaccaria Boverio cappuccino, Domenico Veneto vescovo di
Vercelli[244]; e la Sorbona prima, poi l'Inquisizione romana ne
riprovarono gli scritti.

Fosse ravvedimento o naturale incostanza, un giorno salì in pulpito
disdicendosi, poi la ritrattazione stampò, confessandosi ispirato da ire
e da gelosie; laonde scadde affatto di credito. Ai vescovi cattolici
mandò una sua difesa e ritrattazione[245] ove confessa non aver tra i
Protestanti veduto alcuna riformazione, bensì molte deformazioni: raro
insinuarsi l'orrore e il rimorso dei delitti ove fu abolita la
confessione: i Cattolici essere discordi e peccatori, ma pure ritengono
il fondamento unico, che i Protestanti perdettero, cioè il Cristo uno,
la Chiesa una. A Gregorio XV ch'era stato suo scolaro, scrisse: «Errai
come un agnello smarrito; beatissimo padre, cercatemi, poichè i
comandamenti di Dio e della Chiesa non dimenticai», e tornato in Italia,
abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Ma il
nuovo papa Urbano VIII accertossi che teneasi in corrispondenza con
persone sospette, e che il suo ravvedimento non era sincero, sicchè come
incostante e recidivo il fece chiudere in Castel Sant'Angelo, ove morì
di settantasette anni l'8 ottobre 1623. Correva ancora il suo processo,
onde fu deposto in terra sacra; ma da quello e dal trovatogli carteggio
apparve come tenesse corrispondenza con eretici inglesi e tedeschi, e
diffondesse un'altra eresia, di antica origine e di perenne durata, cioè
che si possa salvarsi in qualunque setta cristiana; laonde il suo
cadavere fu arso coll'opera della Repubblica Cristiana[246].

Mentre abitava in Inghilterra, il De Dominis fece stampare l'opera di
frà Paolo Sarpi col titolo: _Istoria del Concilio Tridentino di Pietro
Soave Polano, nella quale si scoprono gli artifizj della Corte di Roma
per impedire che nè le verità de' dogmi si palesasse, nè la riforma del
papato e della Chiesa si trattasse._ La dedicava a Giacomo re della Gran
Bretagna, dicendo come, «dipartendosi d'Italia per ricoverarsi sotto
l'augusto manto della sua clemenza», avesse raccolto varie composizioni
de' più elevati spiriti di quella nobilissima provincia, che potessero
venir grate a lui come vero difensore della vera cattolica fede. «Non
mancano in Italia (soggiunge) ingegni vivaci, liberi in Dio, e dalla
misera cattività coll'animo sciolti, i quali con occhio puro e limpido
veggono gl'imbrogli ch'ivi si trappongono alle cose della santa
religione; s'accorgono troppo delle frodi e inganni, co' quali, per
mantenersi nelle grandezze temporali, la Corte romana opprime la vera
dottrina cristiana, induce falsità e menzogne per articoli di fede, e
l'armi già date dallo spirito di Cristo alla sua santa Chiesa perchè le
servano a difesa e all'espugnazione delle eresie e abusi, converte
all'oppressione di essa Chiesa, per farsela schiava sotto a' piedi».
Segue meravigliandosi che una tale storia del Concilio sia «uscita dalle
mani di persona nata ed educata sotto l'obbedienza del pontefice
romano»: loda l'autore per erudizione, giudizio, integrità, rettissima
intenzione, e che «sebbene non udiva volentieri le depressioni della
Chiesa romana, abborriva quelli che gli abusi di essa come sante
istituzioni difendessero»; e paragona questo libro a un Mosè, salvato
dalle acque a cui l'autore lo destinava per riverenza al papato; Mosè
che ajuterebbe i popoli a liberare da quel Faraone, che «con li ceppi
anco di sì sregolato e fallace Concilio li tiene in cruda servitù
oppressi». E qui svergognatamente mentendo, narra le sollecitudini de'
papi a distruggere o rinserrare tutti i documenti relativi al Concilio.

Fosse sincerità, o piuttosto una finta per causare mali incontri, frà
Paolo Sarpi mostrossi addolorato di tal pubblicazione, e frà Fulgenzio
ne movea questa querela al De Dominis da Venezia l'11 novembre 1619:

«Reverendissimo signore. Io do a vossignoria reverendissima questo
titolo, perchè, sebbene sia messo nel numero de' Protestanti, però
sempre le resta nell'anima il carattere sacerdotale ed episcopale, di
cui non teme voler spogliarsene. Il mio p. m. Paolo molto si lagna di
tal suo eccesso, e moltissimo pure che, avendo a v. s. reverendissima
prestato da leggere il suo manuscritto dell'istoria del Concilio
Tridentino che guardava con tanta gelosia, ne abbia tirata una copia, e
siasene poi abusato, non solo facendola stampare senza il di lui
beneplacito, ma ponendole anche quel titolo impropriissimo e quella
dedica terribile e scandalosa, e ciò per motivo d'interesse, non già per
onorare l'autore modesto. Queste non sono le vie per acquistarsi
credito, e il p. m. Paolo ed io non la credevamo tale, nemmeno nel
momento che venne intesa la diserzione sua dalla chiesa di Spalatro, e
fu letto successivamente il manifesto che sparse per l'Europa della sua
condotta ed erronea maniera di pensare. Pregando il Signore che la
illumini, mi dichiaro ecc.».

Sia giudice il lettore sul tono di questa lettera: certo è che
l'autografo d'essa storia, che noi esaminammo nella biblioteca Marciana,
non iscatta d'un punto dallo stampato. Quando il protestante Courayer la
tradusse in francese[247], il cardinale Tencin avventò una pastorale
fortissima contro quest'opera, che giudica di vero protestante.

Pio IV aveva proibito a qualunque persona sotto pena d'interdetto e
scomunica di pubblicar commenti, annotazioni, glosse o qualsifosse
interpretazione del Concilio di Trento, foss'anche per conferma di esso:
chi bramasse chiarirne alcuna difficoltà ricorresse alla sede apostolica
che si riservava di decidere le controversie e i dubbj[248]: a tal uopo
avere istituito la Congregazione del Concilio, che interpretasse i punti
di disciplina e riforma, riservando al papa quelli che concernono la
fede.

Sarebbe dunque frà Paolo già colpevole di disobbedienza, quand'anche non
si fosse mostrato sempre contrariissimo alla santa sede. Che dunque a
Roma egli dispiacesse possiam dubitarne? Già nel 1602 gli si era
ricusato il vescovado di Nona, benchè raccomandato dalla Repubblica.
Nelle istruzioni date al nunzio al tempo dell'assoluzione è detto: «A me
pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel
gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà
Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto il
nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale
doveria non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al
Sant'Officio, non che abbandonati dalla Repubblica, e privati dello
stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

L'anno dopo che la _Storia del Concilio_ era stata pubblicata, mandavasi
alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni del
1 giugno 1621 leggiamo: «Sotto il capo della santa Inquisizione pare che
si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra
signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia,
nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de' perniciosissimi
consigli che apporta, tanto più rei e malvagi quanto più sono coperti
dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta
sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che
nostro signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a' signori
ambasciadori, li quali, così in questo come nella materia del
Sant'Officio hanno sfuggito gl'incontri delle paterne[249] esortazioni
di sua santità, non coll'opporsi ma col negare il male; e però, quanto a
frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro, nè tenuto in
credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè
doversene poter avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia
pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di
presso i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà
averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj od altro
opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà
proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per
levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente,
reconciliandosi ad un'ora colla Chiesa. Ma finalmente non è da sperarne
molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi
negli anni, che non può esser grandemente lontano dalla sua fine; e
solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli
scritti, e che, ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica
pernicioso».

Che però in tempi, in cui l'assassinio politico era praticato
universalmente e lodato; in cui lo stesso frà Paolo scrive, «Tali sono i
costumi del nostro paese, che coloro che si trovano nel grado dove io
ora sono non possono perdere la grazia di chi governa senza perdere
anche la vita»[250], che in tempi tali siasi trovato chi attentasse alla
vita di lui, non è meraviglia. Cinque volte dicono si rinnovasse il
tentativo, ond'egli impetrò di farsi accompagnare per la città da un
frate col fucile: altra scena che caratterizza i tempi. Ma una volta fu
colpito da alcuni assassini. Principale di questi era un Poma, mercante
fallito, che credeva lecito qualunque mezzo per salvare la religione, e
che ad un amico scriveva: «Non è uomo del mondo cristiano che non avesse
fatto quel ch'io, e Dio col tempo lo farà conoscere»; e volea stampare
d'aver operato, non per istanza di chicchessia, ma per servizio di Dio.
Frà Fulgenzio racconta che, fatto il colpo, essi ricoveraronsi in casa
del nunzio; e vuolsi che frà Paolo, ricevuta la ferita, esclamasse:
«Conosco lo stile della curia romana». Il giuoco di parole fece fortuna,
e restò dell'assassinio incolpata Roma: forse come oggi, ne' frequenti
assassinj de' campioni del cattolicismo, vogliam ravvisare la mano de'
Protestanti. Ma il fuggire presso il nunzio potè non accadere che per
profittare delle immunità, che la casa degli ambasciadori godeva: eppure
dalle deposizioni de' gondolieri consta che ciò è falso. Gli assassini
vantavansi di aver denari a josa, e invece a breve andare si trovarono
nella miseria, poi vennero arrestati, e dove? in terra di papa; e il
Poma, il Parrasio, prete Michele Vida finirono nelle carceri papali di
Civitavecchia; uno fu decapitato a Perugia, dominio papale. Come
spiegare questa contraddittoria condotta? domandansi coloro che
presuppongono il delitto, e non se ne ricredono per quanto vi repugnino
le conseguenze. Il papa manifesta altamente il suo rammarico per quel
fatto? buttano la colpa sul cardinale Borghese, o, se altri manca, sui
Gesuiti, capri emissarj[251].

A repulsare gli attacchi di frà Paolo, altri modi pensava Roma, e
commise al gesuita romano Pallavicino Sforza (1607-67) di stendere
un'altra storia del Concilio di Trento. Già molti aveano confutato frà
Paolo, tra i quali Bernardino Florio arcivescovo di Zara in otto volumi,
appoggiandosi a documenti, convinceva il Sarpi d'infedelità nell'usarne
e nell'espor le quistioni e le decisioni: ma appena finito morì, e il
lavoro inedito rimane nella biblioteca tridentina. Ora il Pallavicino
ebbe aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e a differenza di frà
Paolo, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; cataloga
trecensessantuno _errori di fatto_ del Sarpi, oltre infiniti altri
(dic'egli) confutati di transenna.

Quella di frà Paolo è la prima storia che si dirigesse di proposito alla
denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera,
ma accumula. Egli suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde
bassezze e ipocrisie, e maneggi dapertutto, e sottofini; mentre il
Pallavicino ritrae caratteri nobili, salde persuasioni, generose
resistenze. Così eleva gli animi e istruisce meglio gl'intelletti: ma il
Sarpi ha i movimenti vivi e leggeri di chi assale e ferisce; l'altro,
ridotto a schermirsi continuamente, attedia col sempre ribattere le
opinioni del nemico.

Il Sarpi mostra pochissima arte di composizione; esponendo
cronologicamente, interrompe le materie, e lascerà a mezzo una
discussione per dire che entrò il tal ambasciadore e con quali
accoglienze; che si celebrò la tal festa, si spedì il tal corriere; e
d'incondite digressioni trae occasione ora dalla legazia del Morone, ora
dalla morte dei Guisa, or da quella del cardinale Seriprando o di frà
Pietro Soto. Accorgeasi che il suo libro riuscirebbe nojoso, e tanto per
difetto nelle forme, quanto per la natura della materia presto sarebbe
dimenticato come le altre opere simili (Lib. III), ma non curando
perpetuità nè diuturnità, bastavagli che l'opera facesse profitto ad
alcuni. Pure egli con quella dettatura alla mano, quantunque scorretta
di grammatica e di lingua, e col frizzo onde avviva la morta materia,
colle mordacità che solleticano i maligni istinti, fa sorridere e
alletta a continuar la lettura. Il Pallavicini appartiene alla scuola
che dissero gesuitica, dalla frase lambiccata, dalla parola pretensiva:
elabora il dettato come chi spera vivere per lo stile, e professa che
esser accademico della Crusca lo lusingherebbe quanto l'esser cardinale.
Quindi fa sentire incessantemente l'arte, rinvolge i pensieri nelle
frasi e per istudio d'armonia casca talvolta nell'oscuro, spesso
nell'indeterminato, e convince del quanto l'eleganza resti inferiore
alla naturalezza.

Nè l'uno nè l'altro hanno l'imparzialità di storici; e ai cercatori
della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due
fonti, entrambe sospette per opposta eccedenza. I papi proibirono la
storia del Sarpi: i Veneziani quella del Pallavicino. Ma questi non
dissimula le azioni biasimevoli della corte pontificia, e a chi ne lo
appuntò rispondeva: «Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda
assai più di qualunque panegirista»[252].

Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke,
riscontrò le asserzioni del Pallavicino coi documenti a' quali
s'appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza, benchè alcune volte
pigliasse sbagli, e, come avviene nella polemica, eccedesse nel volere
scusar tutto, perchè frà Paolo tutto accusava: dove non può negare,
almeno affievolisce; dissimula qualche objezione, qualche documento;
conchiude il Ranke che al Sarpi devono somma grazia i principi, giacchè
rinfiancò il loro assolutismo, come ai nemici del cattolicismo affilò
armi, più micidiali appunto perchè somministrate da un cattolico e
frate.

Dall'esempio di frà Paolo siamo chiariti quanto vadano collegati il
dogma e l'attuazione esterna, e come s'illudano coloro che la Chiesa
combattono a fidanza, protestando rispetto a quello; poichè egli rimase
il corifeo del partito antiecclesiastico, non per l'accannimento, anzi
per l'arte del dissimularlo, e, in abito da frate e col titolo di
teologo aguzzar le armi più fine contro la Chiesa cattolica; s'anche non
vogliasi asserire col Pallavicino che gl'insegnamenti di frà Paolo erano
semi di ateismo, togliendo la certezza di qualunque religione[253].
Monsignor Fontanini lo dà come un tipo dell'ipocrito, perchè del
carattere sacerdotale e dell'esemplarità «non volle servirsi ad altro
fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con
disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine,
senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza». Ma se
il Fontanini, per zelo religioso, può credersi nemicissimo di frà Paolo,
uno che, per furore anticattolico, lo ammira, dicea testè che egli
rimase nella Chiesa sino al fine come fosse un de' credenti, ma per
ispiarla, per sorprenderne gli atti, per denunziarla al mondo[254].
Ufficio deplorabile!


NOTE

[201] Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli,
ambasciadore a Cesare. Egli ha un consulto «se l'eccelso Consiglio de'
Dieci, esaminando i rei ecclesiastici, deva intervenir col vicario
patriarcale»: sostiene il no.

Nella lettera LXIX: «Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronie,
tutte possedute da loro, aveano formato una giurisdizione sopra li
contadini, la quale gli è stata levata, con disgusto del papa. Roma
sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà ovvero rompersi, ovvero
perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere non facendo cardinale
alcun veneto; ma li buoni l'hanno per cosa di pubblico servizio».

Nel 1865 furono, per opera del conte Papadopulo, stampate le _Leggi
venete intorno agli ecclesiastici sino al secolo XVIII_.

[202] Venezia 1670, cap. 116.

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai
Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano
eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche
passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e
il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (_Secreta
27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia_). E passando a quei giorni don
Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori
veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi
sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere
l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo
pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle
sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel
leg. 1308 dei _manuscritti negozj di Stato_ nell'Archivio di Simanca.

[203] Conosciamo una relazione che il vescovo, dappoi cardinale
Bolognetti, dirigeva a Camillo Paleotto intorno alla nunziatura che,
regnante Gregorio XIII, sostenne nel Veneto. Incaricato di farvi la
visita apostolica, gravissime difficoltà incontrò per parte della
Signoria, ma con modi insinuanti e prudenti riuscì a comporre le
differenze. Gliene seppero mal grado alcuni curialisti, e nominatamente
il cardinal Gallio segretario di Stato, che avrebbero voluto un
procedere più risoluto: talchè fu richiamato. Egli si giustifica
mostrando come colle cortesie, col rispetto, col temporeggiare s'ottenga
ben più che colle violenze, principalmente verso principi cristiani; e
come avesse conseguito veri vantaggi col sopprimere una scomunica,
voluta da zelanti che poco bene servivano alla causa del papa.

[204] _A Clemente VIII, ambasceria veneta straordinaria._ Pubblicato dal
Fulin, per nozze, nel 1865.

[205] _Statuti dell'Inquisizione di Stato._ Supplemento I, art. 3.

[206] WICQUEFORT, _L'Ambassadeur_, p. 416.

[207] «E se li detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei
ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non
voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da
adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all'interdetto
ecclesiastico la città di Venezia e l'altre città, pronunciandole e
dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale
durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre,
castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e
oratorj, ancorchè privati, e cappelle domestiche, non possano celebrarsi
messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi
dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non
altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar
campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in
quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o
privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l'avvenire in
particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto
regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica
soggette, e se bene sono di jus patronato, eziandio per fondazione e
dotazione o per privilegio apostolico dell'istesso doge e senato...

«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli
suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno
ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre
chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in
generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia
modo da' sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi
per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta
le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno
più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e
successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la
facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene
ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a
quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o
daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro li
stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri
canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni
e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche
alli detti doge e senato, o qualsisia loro persone concessi in generale
o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere
interdetti, sospesi o scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle
quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di
tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con
qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più
efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con
facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a
quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri
predecessori, e da noi e dalla sede apostolica, in contrario delle cose
sopradette, concesse, confermate ed approvate».

[208] _Paolo V e la Repubblica veneta. Giornale quotidiano._ Vienna
1859. È un estratto, fatto forse per uso d'uffizio, degli atti passati
in quel tempo, non già note giornaliere d'un testimonio, come parrebbe
indicare il titolo; tace quel che non fa al suo intento, come si vede da
quel che vi supplì l'editore Cornet. Nel giornale nè nei supplementi non
v'è pur cenno dei tentativi di apostasia di cui parleremo.

[209] Galileo Galilei da Venezia l'11 maggio 1606 scrive: «Jer sera
furono mandati via li padri Gesuiti con due barche, le quali dovevano
quella notte condurli fuori dello Stato. Sono partiti tutti con un
Crocifisso attaccato al collo, e con una candeletta accesa in mano, e
jeri dopo desinare furono serrati in casa, e messovi due bargelli alla
guardia della porta, acciò nessuno entrasse o uscisse dal convento.
Credo si saranno partiti anche da Padova e di tutto il resto dello
Stato, con gran pianto e dolore di molte donne loro devote».

Tutte le lettere de' residenti di quel tempo ragguagliano o di satire o
di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la Repubblica; de'
loro sforzi per mettere un'Università a Gorizia, o a Ragusi, o a
Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno
1606, che sbandivanli dallo Stato, del 18 agosto che proibivano ai
sudditi di mandar figliuoli ai collegi de' Gesuiti, del 16 marzo 1612
che vietavano ogni corrispondenza con essi.

[210] In una cronaca citata dal Cicogna, _Iscrizioni_, tom. V, pag. 556,
leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le reverende monache di
San Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che
osservavano l'interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si
confessavano e comunicavano, avendoli detto reverendo mostrato un
giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l'interdetto, nè
ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delizie fatte a lor
modo... Avendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio e
senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo
avendole potute rimuover da questa loro opinione, furono immediate
mandati li capitani del Consiglio dei Dieci, d'ordine del senato, a
serrarle nel convento, ficando le finestre e porte de' fuori con buoni
cadenazzi, con pena della vita a chi s'accostasse a detto monasterio, nè
meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».

[211] _Raccolta degli scritti usciti per le stampe di Venezia e di Roma
e altri luoghi nella causa dell'interdetto._ Coira, per Paolo Marcello,
1607.

[212] Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice
che questo «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede
mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per
difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la
santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d'altre opere dice
sempre: «A norma delle pubbliche mire, venne dal nostro autore
intrapresa»; p. 101, e _passim_.

[213] _Opinione di frà Paolo come debba governarsi la Repubblica per
avere il perpetuo dominio, ecc._

[214] _Mem. de Duplessis-Mornay_, X, 292.

[215] FRA' FULGENZIO. — Nel lib. IV della _Letteratura veneziana_ del
Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo, oltre i
prelati e i monaci, coltivassero le scienze sacre e la storia
ecclesiastica e ne scrivessero.

[216] Ricaviamo tali particolarità dalle _Memorie_ citate. Vedi pure
_Blicke in die Zustände Venedigs zu Anfang des_ XVII _Jahrhunderts_,
negli _Historische politische Blätter für das katholische Deutschland_.
Monaco 1843; e nelle _Memorie storiche e letterarie della società
tedesca di Königsberg_, G. MOHNICKE, _Versuche zu Anfang des_ XVII
_Jahrhunderts etc._, cioè _Tentativi fatti al principio del secolo_ XVII
_per introdur la Riforma a Venezia, con due lettere sinora inedite di
Giovanni Diodati per illustrare la storia e il carattere di frà Paolo_.
Queste lettere, che parlano d'una gita del Diodati a Venezia nel
settembre 1608, furono date da un suo discendente, professore a Ginevra.

Nella _Semaine religieuse_ del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor
Eugenio de Buddé una _Brève relation de mon voyage à Venise en septembre
1608_, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e
massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva
l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego
ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente
sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio...
Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se
Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso
dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del
desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi
da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno
prosperare alla sua ombra».

Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione
della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon,
frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di
stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o
promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte
affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che
dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes
quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de
son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et
l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri
che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben
dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere:
«Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse
prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique
accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge
capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà
Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza
di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma
è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi
discorsi e gli avvisi e i fremiti.

Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la
necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così
sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili,
contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio
non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2.
che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può
arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli
affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e
preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su
assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo
giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la
gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a
giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un
l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso
lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare
ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non
saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti
senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua
dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che
arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni.
Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue
succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.

Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A
tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane.
Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la
lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti
e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In
quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un
fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua
francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a
Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da
consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro
dissidj col papa.

Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis,
raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato
l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato
d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto
fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il
desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di
seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo
predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità:
questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto
per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime
irrefragabili.

«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto
che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la
tirannia di Roma sul personale».

Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità
sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e
Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera
ch'essi hanno sbozzata».

Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.

Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere
classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto
a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo
scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva
usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il
Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre
interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il
Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo
che tradurle in modo piano.

[217] Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona
1673, poi in calce alla _Storia arcana di frà Paolo_. Sono dirette a
Girolamo Groslot signor Dell'Isola, amico del Casaubono, al medico
Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot,
cappellano e consigliere al parlamento di Parigi. Gregorio Leti, nella
Vita di Cromwell, ne attribuisce a sè la pubblicazione. Alcuni ne hanno
impugnato l'autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda
asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le
ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo
passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21
settembre 1671: _Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps.
On a imprimé ici ces lettres; mais on croit qu'on en arrétera
l'impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu'il
entretenait commerce avec ceux de notre réligion... et qu'ainsi ils
recuseraient son témoignage touchant l'histoire du Concile, que nous
leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à
s'opposer à l'impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eut
beaucoup de passion pour la gloire de frà Paul, qu'il avoit autrefois
connu très-particulièrement à Venise lorsqu'il y conduisit les petits
néveux de monsieur Duplessis-Mornay_.

Non così credo autentiche le _Scelte lettere inedite_, stampate a
Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in
tutt'altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse.
Un'altra edizione delle _Lettere di frà Paolo Sarpi_ fu fatta a Firenze
il 1863, 2 vol. in-16º, per cura di F. L. Polidori, senza discerner le
autentiche dalle altre, con prefazione di Filippo Perfetti, il quale si
lagna che «i nemici della libertà religiosa incolpino il Sarpi d'aver
insegnato a tôrre alla Chiesa la libertà, dando allo Stato illegittima
autorità e arbitrio sopra di quella». Come si accordino questi due
membri lo spieghi chi sa. Lo loda per lo stile ironico, e dice: «Non ha
somiglianza a Lutero, non è uomo di misticismo e di sentimento, ma di
ragione ferma e tetragona; nè tampoco rassomiglia a Calvino; mancagli
l'audacia del paradosso e il furore della novità; nè il suo ingegno si
appiglia alla critica minuziosa onde scaturiva il soccinianesimo.
Insomma non era buono da farne un eresiarca; non saria stato sufficiente
a trarre dietro a sè le turbe, ma valentissimo era nei consigli di pochi
savj... E tanto difficile che Sarpi fosse un altro Lutero, quanto che
Lutero avesse ambito alla porpora de' cardinali».

[218] _Ep._ 358, p. 865.

[219] _Ep._ 574.

[220] Lettera 13 settembre 1611.

[221] Chiesto dall'ambasciatore olandese di commendatizie,
Duplessis-Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609: _Pour adresse, je ne la
vous puis donner meilleure qu'au vénérable père Paulo, directeur des
meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une
grande prudence conjoincte: mais il faut l'exciter à ce que l'une enfin
emporte l'autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio, qui n'est que feu;
précheur admirable._ Mémoires, 393. Il Bayle in _Aarsens_, riferisce che
frà Paolo imbattuto l'ambasciadore d'Olanda, gli disse che avea gran
piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva
il papa per anticristo. Questo fatto venne addotto dal Pallavicino nella
prima edizione della storia del Concilio, ma espunto nelle seguenti;
segno che il conobbe falso. Vittorio Siri dice aver trovato negli
archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli
Ugonotti, e massime ne' registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a
sventarne le trame, e che cercò aver gli originali delle lettere per
imputarlo d'eretico avanti al senato veneto.

[222] Essa è arditamente impugnata e da Voltaire e dal Daru come viltà
indegna di Enrico IV: eppure è messa fuor di dubbio dalle Memorie di
Mornay. Inoltre nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato
anch'egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini
ambasciadore di Venezia in Francia, del 1615, ove scrive d'aver inteso
dal nunzio pontifizio, che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva
del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi
espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le
quali si avea fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto: del
che il re fin d'allora ne facesse avvertire la repubblica per
l'ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva
ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella
città, e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era stato
grandemente conturbato». Vedi _Relazioni degli Stati Europei lette al
senato di Francia_, pag. 405.

Il Foscarini, condannato a morte pel noto sbaglio, in testamento
lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè
preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che,
«conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver
a fare con chi s'è reso indegno della gratia del prencipe nè mentre vive
nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutare il legato assolutamente».
Un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!

[223] Lettera XLIV al signor Dell'Isola.

[224] Lettera LX allo stesso. Vedi pure le _Memorie di Mornay_, X, 386,
390, 443, 456, 516; e Courayer, nella vita di frà Paolo premessa alla
sua traduzione della _Storia del Concilio di Trento_, pag. 66.

[225] Lettera LI, 12 ottobre 1610. Anche pochi giorni prima
dell'uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva: _Nulli dubium quin,
sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen,
sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes, nam
extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res
videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest._ Op. di frà Paolo,
VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte di Sully, dice che
l'amava «per la fermezza nella sua religione». Di Giacomo I scrive: «Se
il re d'Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene,
e sarebbe un gran principio». Lettera LXXXVIII.

[226] Lettera LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. Di tutto ciò più
distesamente vedasi nella _Storia arcana della vita di frà Paolo Sarpi,
scritta da_ M. GIUSTO FONTANINI, _e documenti relativi_. Venezia 1803. È
opera postuma, e l'editore arciprete Ferrario l'annunzia così: «Chiunque
tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e
zelo di religione, che abbi fedeltà ed attaccamento ai Governi. Buon
cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran
maschera, scopre un grand'impostore, palesa un grand'empio, ecc.»

[227] Lettera 6 marzo 1611. _Memorie_, X, 169. Nelle _Lettere
diplomatiche_ del Bentivoglio, ai 27 febbrajo 1619 abbiamo: «Per via di
un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho
saputo ultimamente che, nel tempo dell'interdetto dei Veneziani, alcuni
ministri eretici di Ginevra, di Berna e d'altre parti convicine
pensarono di valersi di quell'occasione per ispargere in Venezia il
veleno dell'eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si
mandasse colà, sotto nome di mercante, un certo tale dei Diodati,
italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v'andò in
compagnia d'altri mercanti eretici, i quali, anch'essi consapevoli del
disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia,
esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà
Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla Corte di Roma, e
sensi del tutto contrarj all'autorità della santa sede; ma nel resto non
poteva comprendere ch'egli avesse alcuna inclinazione di voler
abbracciare assolutamente l'eresia. Il detto Diodati, insieme con quei
mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza
un buon numero di libri eretici, particolarmente delle Bibbie tradotte
in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra, con
isperanza che il veleno ch'egli avea sparso fosse per fare non piccolo
progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non
vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come
feci, al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che
anch'essi avevano avuto l'istessa informazione per la medesima strada, e
Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono
dall'ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le
cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di
religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti
forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare
il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins, che con altre lettere
più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine
non fosse di quel pericolo che si era dubitato».

[228] Allo Scaligero, _ep._ 480, 11 marzo 1607.

_Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum
Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes et paralogismos,
quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te
opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ
legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis._ Ep.
474 del 7 novembre 1606. Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607.
_Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego, cum
illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et
literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam
brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui
existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum
intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum
ejus controversiæ cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe
expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat._ Nell'ep. 484 del
18 marzo a Scipione Gentile: _O viros! o exactam earum rerum
cognitionem; quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas!
multa legi.... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu
quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum,
vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti,
ecquid de vestra Italia sperare incipis?_ E lo Scaligero rispondendogli
d'aver tutto letto, soggiunge: _In illis auctoribus tres palmam
obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus
patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ dure partes,
nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, numquam stigmata
deleri, quæ pontifex accepit._ Ep. 131 del 22 marzo 1607.

[229] _Mémoires de Sully_, tom. III, pag. 27.

[230] «Tutta Roma ragionava dell'interdetto e del protesto de' Veneti,
ai quali davano torto... il cardinale Valier essere morto in poche ore a
quanto dicevasi, di crepacuore». _Esposiz. di Roma_ nell'Arch. de'
Frari.

[231] Il Romanin, nella _Storia documentata di Venezia_, tom. VII, p.
44, adduce un passo tratto da una miscellanea conservata da Emanuele
Cicogna, ove dice che il cardinale Baronio professava «esser del
ministero di san Pietro tanto il pascer le pecore che l'ammazzarle e
mangiarle; e tale ammazzamento non sia crudeltà ma atto pietoso, perchè,
se perdono il corpo, salvano l'anima».

È strano che così la pensasse il Baronio, generalmente lodato di
mansuetudine; e che nella sua _Parenesis ad R. P. Monetam_ conchiude:
«La Chiesa non odia nessuno; essa ci ammonisce cogli scritti e insinua
colle parole di amar i nemici, non perseguita e odia che il peccato.
Sant'Agostino a Massimino donatista ed eresiarca dà il titolo di
dilettissimo... «Io vi amo tutti nelle viscere di Gesù Cristo, e prego
per voi. L'ammonimento che vi mando siavi di correzione se l'accogliete;
di protesta se lo ricusate».

Non vi sarebbe dunque se non da imparare che bisogna andar cauti
nell'accettare scritture di contemporanei, che dalle passioni
contemporanee possono essere invelenite fino a repudiare ogni buon
senso, come vediamo tuttodì. Ma nel caso nostro v'è di peggio. La nota
da cui son tratte quelle parole sono poche pagine inserte in una
miscellanea, dove un tale, incaricato d'informar la Repubblica sopra le
opinioni manifestate nel concistoro, professa non aver potuto notare
tutte le parole, e dopo alquanti giorni essergli scomparse dalla memoria
a segno, da richiamarsele a stento. Or quelle del Baronio che adduce,
sono: _Quod occisio non debet esset nisi ex summa charitate: quod
occidit præcipit manducare; nempe per christianam charitatem in sua
viscera recondere, in se ipsum unire, ut sint simul unum et idem in
Christo._

Da questo simbolico uccidere e mangiare per carità cristiana, s'è potuto
dedurre quella strana asserzione!

[232] Nicolò Contarini, poi doge, grand'amico di frà Paolo, eletto
storiografo pubblico, tirò la storia dal 1597 al 1603: ma il Consiglio
dei Dieci dopo la sua morte ritirò il manuscritto, e parendo troppo vivo
nelle quistioni con Roma, non lo lasciò pubblicare.

Una buona _Historia dell'Escomunica_ fu fatta e non stampata dal
senatore Antonio Querini, che la chiude con dodici ammaestramenti.
Eccone alcuni:

II. La guerra ove si tratta di religione, anche in maschera o apparenza,
è sempre pericolosissima, perchè mette sue radici nelle parti più vitali
dello Stato.

III. Il pontefice in tutte le sue contese, per esorbitanti che siano, ha
grandissimo avantaggio, avendo sempre molti principi temporali che lo
favoriranno, e per acquistarsi merito con esso, e per opprimer gli Stati
contrarj sotto titolo di zelo religioso.

IV. Nessuna cosa può metter in maggior pericolo la libertà pubblica che
il non aver buona intelligenza col pontefice.

VI. La riuscita di questo negozio non deve dar norma nè esempio per
regolar nell'avvenire le nostre azioni in simili accidenti; perciocchè,
oltre il proverbio che non è deliberazione più pericolosa di quella che
vien regolata coll'esempio, perchè basta un minimo accidente per rendere
il successo differentissimo, non si avrà sempre un pontefice di animo
così incostante e timoroso, nè un re di Spagna anzi retto che rettore
dei suoi regni, ecc.

VIII. Se la Repubblica non ha perduto di riputazione in queste
controversie, perchè non ha abolito nè sospeso le leggi contenziose, ha
però conceduto i due prigioni; e i due maggiori re del mondo hanno per
lei dato parola al pontefice che non farebbe uso di dette leggi.

[233] Bossuet, se pur è sua la _Difesa della Dichiarazione del clero
gallicano_, volendo sostenere l'indipendenza dei principi della Chiesa,
adduce che Paolo V non depose il doge e il Governo veneto, come avea
fatto Gregorio VII con Arrigo IV; che il doge e il senato protestarono
non esser la podestà de' principi sottomessa se non a Dio; che tutti i
Veneziani obbedirono al doge e non badarono a decreti di Roma; che
rimasero saldi gli editti e le leggi del senato, ancorchè concernessero
beni e persone ecclesiastiche; fu tenuta per nulla la scomunica
pronunciata col pretesto dell'immunità ecclesiastica, e il senato fu
considerato ancora come cattolico benchè nè chiedesse perdono nè
ottenesse l'assoluzione; che l'accordo si fece per mediazione della
Francia e della Spagna, nè alcuno prese a difendere l'impegno di Paolo
V, nè ad impugnar l'editto del senato: donde si deduce che, contro
pontefici veementi ed esorbitanti si possono difendere i diritti regj
senza ledere la religione.

Si risponde, primo, che il caso di Arrigo IV era ben diverso da questo,
dove non interveniva delitto che portasse la deposizione, nè
disobbedienza minacciosa o professata eresia. Il senato non negava
l'indiretta podestà del papa sul temporale, bensì contendea del fatto e
della materia di tal podestà, e se ingiuste o no le leggi per cui Paolo
V interdiceva Venezia; sul che non era avvenuta alcuna canonica
definizione. Laonde il Donato dichiarava il breve di Paolo ingiusto,
indebito, _nulloque juris ordine servato_, e perciò nullo; non mai
perchè il papa non n'avesse diritto.

Se, come le giudicava il senato, le leggi sue erano giuste e competenti,
il papa avrebbe esercitato un potere diretto sopra uno Stato
indipendente, il che eccedeva le sue attribuzioni, atteso che il potere
spirituale del papa riguarda le cose temporali unicamente per ragione
del peccato. Ecco perchè il senato vi si oppose, nè per questo Paolo V
volle obbligarlo a ritrattarle.

Che i Veneziani tutti obbedissero al Senato, sarebbe a provarsi: gli
Ordini religiosi intanto soffersero piuttosto l'esiglio: quanto agli
altri, il timore e la riverenza potè indurveli, come vediamo tuttodì
sottoporsi i nostri a leggi evidentemente irreligiose dello Stato. La
stessa persuasione del principe che esse leggi non fossero contrarie
alla Chiesa, dovette entrare nei più.

Nella riconciliazione poi dicemmo come si procedesse in modo che, nè da
una parte apparisse ostinazione puntigliosa, nè dall'altra
insubordinatezza.

Che se Francia e Spagna avessero veduto nel senato veneto una rivolta
contro al pontefice, un atto scismatico, si sarebbero elle interposte
per un accordo? Eppure in questo si volle un atto di devozione.

[234] MOROSINI, _Storia_, lib. 18, p. 699. Nel 1657 fu legalmente
riconosciuta una comunità evangelica della Confessione Augustana, esente
dalla giurisdizione del Sant'Offizio, e con diritti che durarono quanto
la Repubblica, e furono confermati dai Governi successivi. Prima tenne
cappella nel fondaco de' Turchi: dopo il 1812 esercitò libero culto in
quella che già era scuola dell'Angelo Custode ai Santi Apostoli. V'è
stabilito l'ordine presbiteriale. Il predicatore o pastore, dipendente
dal concistoro di Vienna, è eletto a maggioranza di voti, e così gli
anziani che presiedono all'amministrazione della Chiesa, del culto,
delle limosine. Le spese sostengonsi con un'imposta ai capi famiglia.

[235] Lettera LXV, 5 luglio 1611 e LV e XI, XII al signor dell'Isola.

[236] I _Monita secreta_ si supposero scritti dallo Scioppio, ma pajono
piuttosto di Girolamo Zaorowsky, polacco, espulso dalla Società il 1611;
certo sono anteriori al 1613, in cui ne fu stampata una confutazione del
padre Jacobo Gretzer. Del satirico Scoti nella _Monarchia solipsorum_,
che è il libello più accannito contro i Gesuiti, non accenna i _Monita
secreta_: eppure nel capo X tratta delle _Leges solipsorum_, e dice
queste _in quinquagena volumina ingentia excrescere, abitura in
infinita, nisi moderatio interest. Continent autem varia decreta, tum ad
universam monarchiam spectantia, tum monarcarum_ (cioè i prevosti
generali) _singularia rescripta, admirandarum plena industriarum et
præceptionum circa singula genera rerum, numerum personarum, et quæ sub
generibus sunt singularum_. E ne riconosce come fondamenti, 1º il
venerar il loro prevosto generale più di qualsiasi persona; 2º
l'affaticarsi per soggiogargli l'intero mondo.

[237] Nelle lettere informa ogni tratto de' ripullulanti litigi di
giurisdizione di Roma colle varie Potenze. Per es. nella LXV: «In
Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che
delitto, egli si salvò in chiesa, e l'arcivescovo lo difendeva e per
esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè
lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L'arcivescovo pronunciò
il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la
porta del vescovato, con un editto di pena del laccio a quelli ch'erano
di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo
è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere
che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause
di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano
controversie, e che essi per tutto le perdono».

Nella LXXIV: «Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch'è un
luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che
importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al
papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».

Nella LXXV: «Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor
Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di
guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io
posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È
andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi
cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero: ma questo so ben
certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi
del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha
ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo
della chiesa d'Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore,
che s'avrebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste
al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per
Italiani; la seconda, che le cause anche in seconda instanza siano
giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti i
vescovati delli Stati suoi d'Italia; e la quarta, che, in luogo delle
spoglie di Spagna, si statuisca un'intrata annuale ordinaria, e non si
faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto
silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta
persona espressa, che viene per sollecitar l'espedizione, e di Roma
mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le
dimande sono contra coscienza».

«L'altro giorno è stato carcerato per il Sant'Officio l'abbate di Bois
francese dell'ordine de' Celestini per ordine della regina, per esser
quest'uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato
pubblicamente cose in pregiudicio della religione: e quello che gli ha
cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda
de' Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e
la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile
risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest'uomo gran
seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per
servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l'hanno benissimo
trappolato, e sì bene, che la passerà male, non avendo alcun appoggio, e
malissimo veduto dall'ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno
ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di
loro: perchè tra le altre cose si affatica a più potere a dare da
intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la
morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto
fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico, che
questo pover'uomo debba correr la fortuna di frà Fulgenzio cordeliere, e
prego Dio che gli abbia misericordia».

Nella LXXVI: «Già diedi conto a vostra signoria della cattura
dell'abbate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora
non sapeva, che il pover'uomo, forse dubitando di quello che gli è
avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto
del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè
è il primo, nè sarà l'ultimo, che si fiderà di chi professa non esser
obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che
il salvocondotto pontificio non si cura dell'Inquisizione. Fu preso il
dì 10, e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la
mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a
sepellire, senza che si possa penètrare che cosa significhi questa
mistura di pubblico e d'occulto. Certo è che l'ambasciadore del re ha
parte in quella morte».

«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di
soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna
novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un
accidente considerabile. Il vescovato d'Asti ha alcune terre, delle
quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici,
pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte
pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi
tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del
pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però
l'ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca veduto
questo, hanno fatto una dichiarazione di aver il decreto del nuncio come
nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda
all'esazione: e sono passati anco a usar queste parole, che non
solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando
venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo
principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla
repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono pei confini».

[238] Lettera LXIX dell'edizione Lemonnier, ma non mi sa di genuina.

[239] _Ibid._ Lettera CXXVIII.

L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi
servita teologo e consultore della serenissima repubblica di Venezia. In
Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi in-4º cui se ne
aggiungono due di supplemento, colla data vera di Verona, stamperia
Moroni, con licenza de' superiori e privilegio, 1768.

Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere latine e
italiane.

Nelle lettere al Gillot lo loda immensamente de' suoi studj sul Concilio
di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde radunar documenti su
questo, ma che i Gesuiti con immensa attenzione tirano a sè gli atti che
vi si riferiscono, levandoli di mano a chi li possiede, fin con minaccia
dell'inferno. Lo esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per
lo che è dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e
amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che
l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici e del
papa, che ormai non ha solo il _primato_, ma il _tuttato_; se in Italia
alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto della Francia, che
insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani non sono che compilatori
(_consarcinatores_), che giudicano le opinioni dal numero, non dal peso.
Loda smisuratamente il Barclay, ma se ne scosta in ciò, che egli crede
che Chiesa e Stato siano due cose distinte, che devono sorreggersi e
difendersi ciascuna coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam
duas republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram
prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis
majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere
commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur enim
arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas subest
huic vocabulo _Ecclesiastica Potestas_: si enim ea intelligatur qua
regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea nulli potestati subest,
nulli imperat, ad aliam non potest arietari, præterquam ad satanicum,
cum quo assidue illi bellum. Si vero qua disciplina clericorum regitur,
ea non est potestas regni cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).

In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio,
leggiamo:

«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli
dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad
essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e
per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte
dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come
avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria;
mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona
coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è
autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu
riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa
il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare
ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe
punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe
supremo».

[240] Trajano Boccalini da Roma scriveva a frà Paolo che era tenuto in
conto di Lutero o Calvino; e le sue opere v'erano cercate dagli zelanti
per darle al fuoco, mentre gli altri ne faceano ricerca colla lanterna
di Diogene. GREGORIO LETI, _Bilancia politica_, Lett. XVII.

_Cum ille frater Paulus calvinianæ hæresi, quam cucculatus favebat, per
eorum dissidiorum occasionem aditum aliquem quærens, nullum invenerit,
aut senatus inducere ausus sit, insidiosissimus licet, ad infringendam
sedis apostolicæ majestatem. Bossuet, Defensio declar. cleri gallicani._
T. I, p. 2, lib. 8, c. 12. E nella _Histoire des variations_: «Sous un
froc il cachait un cœur calviniste, et il travaillait sourdement à
décréditer la messe, qu'il disait tous les jours».

Il Courayer dice che, come Erasmo, era _catholique en gros et protestant
en détail_.

Calorosissimo sostenitore dell'autorità temporale de' papi fu ai dì
nostri l'abate Gioberti. Sul bel principio del suo _Primato_ stabilisce
che la debolezza degli spiriti italici viene dall'aver separato la
nazionalità dal principio religioso: errore già balenato nel medioevo,
più applicato al risorgimento, e nei tentativi _sconsigliati e spesso
colpevoli_ di Crescenzio, Arnaldo, Cola Rienzi, Porcari, Baroncelli,
come nell'_eroico sogno_ di Dante, e nella _folla di scrittori_ che
tanto _nocquero allo spirito patrio, fra' quali Machiavello e Sarpi son
principali_. Questi due scrittori, entrambi uffiziali civili di una
repubblica, in ciò consentono che reputano il papa per un fuordopera
della civiltà italiana, anzi per un impedimento, per non dir un
flagello: ma in ciò si dividono, che l'uno aspira a ricomporre una
Italia unita, forte e nazionale, ma animata dagli spiriti gentili, e
fondata principalmente sul ferro, come ai tempi di Cammillo e di
Scipione: l'altro (per quanto si può conghietturare il suo pensiero) par
voglia una Italia cristiana, ma protestante, divulsa e al più
confederata, come la Svizzera e l'Olanda, non informata da un principio
unico, e signoreggiante le ambizioni parziali. Il primo ammira un
modello antico e grande, ma pagano; il secondo vagheggia un esemplare
coetaneo, ma acattolico e forestiero (p. 30). La Providenza suscitò
contro i Ghibellini la sètta dei Guelfi, (p. 34). L'idea guelfa è in sè
stessa giusta e santa, e io la tengo come la sola soluzione ragionevole
dell'intricato problema agitato tante volte intorno all'essere nazionale
degli Italiani. Essa è... praticamente la sola che si possa effettuare
senza colpa e senza delirio (p. 35). E vedasi il seguito di tutta
quell'opera, che, eliminandone la retorica, sarebbe utile a difondere.

[241] Abbiamo _Frà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolari
di_ GIUSTO NAVE. Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe
Bergantini, e stampate a Lucca; come pure _Justification de frà Paolo
Sarpi, ou lettres d'un prêtre italien à un magistrat français, etc._
Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola, in senso
giansenistico.

_Del genio di frà Paolo Sarpi in ogni facoltà scientifica e nelle
dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de'
sovrani ne' loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi
dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperità._ Venezia 1785, due
volumi s. n. d. ma è di Francesco Grisellini, e fu dilapidato dal
Bianchi Giovini. L'autore dicea avere Bouschet raccolte le opere tutte
di frà Paolo a Losanna, poi a Venezia, donde tre traduzioni francesi, ad
Amsterdam, Londra, Ulma, e da Lebretin in tedesco. Costui è un
ciarlatano: finge che un incendio gli abbia guaste molte carte: in fatto
adulava ai papofobi del secolo passato, e fu premiato e impiegato a
Milano. Agatopisto Cromaziano lo confutò nel lavoro _Della Malignità
storica_.

Fu poi stampata a Lugano una vita del Sarpi, che fu de' primi esercizj a
cui si provò uno che dovea riuscire fra' più ribaldi pubblicisti
dell'età e del paese nostro. Credo di costui mano anche la vita premessa
all'edizione delle _Scelte lettere inedite_ del Sarpi (Capolago 1847),
repugnante al buonsenso e alla creanza, e tutta ingiurie da taverna
contro Roma e i preti in generale. Quattro sole pagine (dalla 108 alla
112) di queste _Lettere inedite_ contengono contro i Gesuiti più infamie
e stolidezze che non sapesse diluirne il Gioberti in cinque grossi
volumi. Perocchè, come se parlasse alla gente più ignorante del globo,
quel brutale editore assicura essere «dottrina insegnata concordemente
dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che è lecito
l'assassinar l'accusatore e il giudice, lecito il furto, il giuramento
falso, la simonia; che l'onania, il procurato aborto, la bestemmia, la
ribellione contro il principe, il contrabbando, l'omicidio, il suicidio,
il parricidio, il regicidio, e mille altre abominazioni sono o
giustificate o dichiarate lecite, od anche in certi casi obbligatorie; i
precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno, la rivelazione, i
profeti, i vangeli si possono credere e non credere; anzi son cose
credibili sì ma non evidentemente vere...» Di mezzo alle quali gli
sfugge la confessione che non conveniva abbattere la dominazione della
Chiesa: «È vero che la politica romana si mostrava oscillante e
malferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola,
contribuiva a conservare l'agonizzante indipendenza dei governi
nazionali d'Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono
o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto
cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il
dominio de' forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far
sorgere gravi disordini».

Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese
dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del
Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali
apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra
essi fu Lelio Baglioni _De potestate atque immunitate ecclesiastica_;
per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il
De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni
pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale,
lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la _Difesa delle censure
pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta
da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e
al trattato dell'interdetto_ (Perugia 1707).

Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de'
Serviti, e suo fu il capo _de judiciis_, molto lodato. Il rigore di cui
lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto
quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale
Jacobo Tavanti.

[242] È la definizione del Bellarmino, _De romano pontifice_, I, 3, e
vedi la nota 40 al nostro Discorso XXX.

[243] De Republica Ecclesiastica, L. I, c. 8, n. 13: e c. 12 n. 42: Lib.
II, c. 1, n. 9.

[244] Per la bizzarria del titolo menzioneremo _Daniel Lohetus, Sorex
primus, oras chartarum primi libri de Republica Ecclesiastica
archiepiscopi spalatensis corrodens, Leonardus Marius coloniensis in
muscipula captus_.

[245] _M. A. De Dominis arch. spalatensis, sui reditus ex Anglia
consilium exponit._ Fu poi stampata dal padre Zaccaria nella raccolta
delle ritrattazioni col titolo THEOTIMI EUPISTINI, _De doctis catholicis
viris qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno_
1580 _laudabili exemplo præiverunt_. Roma 1791.

[246] È anche indicata col titolo _Papatus romanus, liber de origine,
progressu atque extinctione ipsius_.

Il processo del De Dominis è riferito dal Limbroch nella _Storia
dell'Inquisizione_.

Col De Dominis era fuggito in Inghilterra un Benedettino, che vi si fece
protestante. Tornato con lui, si rimise cattolico, e faceagli da mastro
di casa. Invaghitosi d'una vicina, ne uccise il marito, e fe sposar la
druda a un servo del De Dominis. Ma quando il denaro gli venne meno,
cominciò a uccidere e rubare. Stava allora in Roma il padre Bzovio
domenicano polacco, che scrivea la continuazione del Baronio; colui
entrò a forza nella camera di questo, e ucciso il servo, rubò quanto
potè. Alfine scoperto, fu impiccato. NICIUS ERYTRAEUS, _Pinacoth_, I, p.
200.

Del De Dominis si occupa spesso il carteggio del 1617 fra il cardinale
Guido Bentivoglio e il cardinale Scipione Borghese, insistendo
principalmente sul trovarsi quello mal provigionato dall'Inghilterra e
perciò scontento. La lettera del Bentivoglio da Parigi, 11 aprile 1617,
dice: «L'arcivescovo di Spalatro si trattiene tuttavia in casa
dell'arcivescovo di Cantuaria (_Cantorbery_), dove gli viene proveduto
quanto bisogna: ma di provisione di denari non s'intende che sinora egli
abbia più di novecento scudi. Egli sollecita l'impressione della sua
opera. Il suo senso però in materia di religione non piace del tutto,
perchè non è del tutto conforme al senso anglicano» _La nunziatura di
Francia del cardinale Guido Bentivoglio_ ecc. Firenze 1863.

E al 25 aprile: «In Inghilterra corre voce che il detto arcivescovo sia
uomo molto carnale, e che spezialmente abbia avuto a fare con una sua
propria nipote: del che mi ha detto il conte di Scarnafigi, che la
regina parlò a lui medesimo».

E al 9 maggio: «L'arcivescovo di Spalatro va stampando la sua opera, ed
è già finito di stampare il primo libro. Il re ha deputato uno dei più
eminenti fra loro in dottrina a rivedere di mano in mano quello che si
va mettendo alle stampe. Egli si trattiene tuttavia in casa
dell'arcivescovo di Cantorbery, e vien custodito affinchè non sia
ammazzato, come egli mostra di temere. Il re gli ha conferito
ultimamente il decanato di Windsor, che vale tremila scudi».

Al 27 maggio il Borghese gli scriveva da Roma: «D'Inghilterra s'intende
che quel De Dominis vada stampando quell'empia sua opera, e che saranno
tre libri. L'imperatore ha già dato ordine in Germania che non corrano e
siano proibiti, e l'istesso si spera che farà sua maestà
cristianissima».

Al 27 settembre: «In Inghilterra si mira a far che la sua opera sia
piuttosto di scismatico che di eretico, per la maggior speranza che si
ha di facilitare qui fra cattolici e altrove lo scisma, piuttostochè
l'eresia aperta».

Il 25 ottobre 1617 narra le premure da lui fatte col cancelliere e il
guardasigilli perchè i libri _De Republica Ecclesiastica_ non fossero
posti in vendita. Il guardasigilli propose che la Sorbona facesse una
censura dell'opera per venire a un'espressa proibizione, «sebben qui la
libertà è tanto grande, e sì grande l'ardire degli Ugonotti, che non si
può sperare quel frutto che si dovrebbe da così fatte diligenze».

Il 22 novembre il cardinale Borghese lo avvisa che, «sebbene il libro è
pessimo e tutto pieno d'eresie gravissime e di odio e veleno contro la
santa sede... ciò non ostante, per la gravità e importanza del negozio,
il quale sarà facilmente fomentato dal re d'Inghilterra e da' suoi
ministri, sua santità gli raccomanda stia vigilantissimo e procuri di
scoprire e sapere tutto quello che s'anderà facendo».

Il 5 dicembre il Bentivoglio annunziava che la Sorbona s'è risoluta di
fare una severa censura d'esso libro.

L'8 dicembre il cardinale Borghese da Roma fa noto essersi proibita
«l'opera _De Republica Ecclesiastica_, che il già arcivescovo di
Spalatro promise di dare in luce in un suo libretto che stampò con
l'occasione della sua andata in Inghilterra: poichè si vide chiaramente
dal contenuto dell'istesso libretto, che la suddetta opera era tutta
piena d'eresie, e di odio e veleno contro questa santa sede. E ora,
essendo usciti in luce i primi quattro libri, s'è trovato che sono
pessimi, e s'è già dato ordine di rinnovare la proibizione».

Il 17 gennajo 1618, il Bentivoglio da Parigi annunzia la censura fattane
dalla facoltà teologica di Parigi; e come questa fosse criticata per
aver censurato solo alcune proposizioni, e non tant'altre che più lo
meritavano; ma la Sorbona non avea voluto toccare i punti concernenti la
potestà temporale, per evitare cozzi col parlamento. Al 31 poi manda una
predica italiana _fatta_ dal De Dominis _nella cappella delli Mercieri
in Londra_, stampato in-16º, ch'è una rarità bibliografica, e che
attesta quanto poco valesse quell'apostata, e come ci fosse una chiesa
italiana acattolica in Londra. Il 20 giugno annunziava un nuovo libro
italiano di esso, che dev'essere _Gli scogli del cristiano naufragio_.

Al 18 luglio informa che M. De l'Aubépine, vescovo d'Orleans, piglia
l'impresa di confutare il De Dominis, «e benchè qui non si usi molto a
scrivere in latino, egli potrà essere ajutato facilmente». Non so se
l'Aubépine abbia fatto questa particolar confutazione: bensì scrisse
opere di gran pregio, e nominatamente sull'antica disciplina della
Chiesa.

[247] Nella prefazione è detto: «Tutta la fermezza della fede cattolica
sta nei Gesuiti: e però non v'è cosa più efficace onde scassinarla che
scassinare il loro credito. Rovinando questi si rovina Roma; e se Roma
si perde, la religione si riformerà da se stessa, cioè diventerà
protestante». Amsterdam 1751.

[248] Bolla _Benedictus Deus_, 7 kal. febbr. 1563.

[249] Monsignor Jacobo Altoviti patriarca d'Antiochia, stato più di
sette anni nunzio apostolico in Venezia, lasciò manuscritte varie
relazioni su quel paese, ove tra altre cose dice che, sul Sant'Uffizio,
è «inesplicabile l'ombra che prende questa Repubblica, e indicibili
essere i sospetti che ciascuno della medesima concepisce, che noi a Roma
vogliamo, per questo verso del Sant'Uffizio, entrare nel loro governo...
Chi sta sull'essere tenuto buon repubblicista, studia il capitolare di
frà Paolo per bene istruirsi» (pag. 275). Soggiunge poi, che il senato
rispettava il corso de' tribunali del Sant'Uffizio, quando fosse stato
informato dall'ambasciatore di Roma, che, per assicurazioni dirette del
papa, le cause in essi trattate appartenessero veramente alla disciplina
religiosa (pag. 276). I missionarj allevati nel collegio di _Propaganda
fide_ soleano capitare a Venezia, per quindi imbarcarsi alle loro
missioni. «Suggerii, dice, alla Sagra Congregazione di fare nella
nunziatura, come fummi promesso, quattro stanze, affinchè, capitando a
Venezia questi missionarj, in pubblici alberghi non vi smarrissero
quella buona educazione che avevano appresa nel collegio di _Propaganda
fide_, come per lo più accadeva; e vi si davano a siffatti divertimenti,
che non trovavano poi la strada di andarsene alle loro missioni» (pag.
281).

[250] Lettera CIC dell'edizione di Firenze.

[251] Secondo i documenti prodotti testè da Rawdon Brown nel _Venitian
Calendar_, sir Enrico Wolto, ambasciatore inglese, narrava al doge
Donato che il feritore di frà Paolo fu uno scozzese, che frequentava
l'ambasciata d'Inghilterra, e passava col nome di Giovanni Fiorentino
figlio di Paolo.

[252] Lettera 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia
esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, saria
talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza
organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». TAPPARELLI, _Saggio
teoretico di diritto naturale_, n. CXXVII. E il De Maistre diceva che ai
papi non si deve se non la verità.

[253] _Vita di Alessandro VII._

[254] QUINET, _Les révolutions d'Italie_.



DISCORSO XLVII.

I GRIGIONI. LA VALTELLINA. SACRO MACELLO.


Nella parte orientale della Svizzera i Grigioni abitano il pendio
settentrionale delle Alpi Leponzie e Retiche, dalle sorgenti
dell'Hinterrheim fino all'Ortlerspitz che divide l'Italia dal Tirolo.
Suppongonsi discendenti dagli Etruschi, che, incalzati dai Galli, in
quelle romantiche valli rifuggissero secento anni avanti Cristo, sotto
la condotta di Reto, donde il nome di Rezia. Ad essi mescolaronsi Romani
che eranvi posti in colonie militari per custodire quei passi verso
l'Alemagna, o che vi si ricoverarono allo sfasciarsi dell'Impero, e vi
lasciarono dialetti somigliantissimi al latino. Tali sono il romancio e
il ladino; curiosità filologiche, che coll'idioma italico hanno
identiche le radici e le forme grammaticali, miste con tedesco, o forse
con celtico e con osco raseno, come di preferenza sosterrebbe il
Conradi.

Traggasene dunque l'origine dagli Etruschi o dai Romani, stanno in gran
parentela con noi italiani, tuttochè le loro sorti corressero diverse
dalle nostre dopo caduto l'Impero romano.

Come gli altri paesi elvetici, questi devono la civiltà a' monaci, che
in quelle solitudini cercando pace, vi piantarono romitorj e conventi, i
quali divennero nuclei di mercati, di villaggi, di città. Vi serbò
preminenza Coira, il cui nome (_Curia_) indica come originasse da un
tribunale romano ivi collocato. Il primo vescovo ne fu istituito da
sant'Ambrogio, onde è il più antico della Svizzera, com'era dei più
ricchi.

Quando san Colombano, venuto dall'Irlanda, a Bobbio fra gli Appennini
fondava un monastero, divenuto poi famosissimo e subito operoso contro
all'eresia ariana, alla rilassatezza de' monaci italiani e agli ultimi
aneliti dell'idolatria, Sigeberto suo compagno varcò quel monte che fu
poi detto San Gotardo: arrivato alle sorgenti del Reno, si fabbrica un
capannone fra quegli alpigiani ancora idolatri; col segno della croce
arresta l'ascia che un di costoro dirigeagli al capo; converte Placido,
signore di Truns, il quale, resosi frate, dota co' suoi beni il
monastero di Dissentis, piantato sul piovente settentrionale della val
Calanca, allo schermo di selve inviolate. Quivi i Benedettini fiorirono,
e crebbero di dominj, tra cui contavano anche la val Orsera, e il loro
abate fu principe del sacro romano impero, e capo della lega Grigia.
Coltivarono anche gli studj umani, e raccolsero libri e manuscritti, che
andarono dispersi quando i Francesi incendiarono la badia nel 1799.

Gli abitanti, non infiacchiti dalla civiltà e difesi dalla povertà,
viventi in capanne sospese alle nude roccie, poc'a poco si sottrassero
alle prepotenze de' signorotti, che di castelli coronavano le vette,
donde come l'aquila piombavano alla preda: e sostenuti dal clero,
costituironsi in governo libero, ove ciascun Comune restava sovrano,
uniti però in tre leghe; la Caddea (_Ca-de-Dio_), la Grigia, le Dieci
Dritture; che confederaronsi poi per la difesa comune nel 1471, sotto il
nome di Grigioni.

Le leghe son eguali fra loro: e portano un solo voto ciascuna, benchè
una sia molto più estesa di territorio e conti maggior numero di Comuni.
L'annua Dieta si avvicenda fra Coira, Ilanz e Davos. Nei casi di Stato e
nei pericoli della repubblica, i Comuni spiegano i loro stendardi, e in
qualche luogo piantano lo _Straffgericht_, tribunale straordinario, che
giudica colle forme eccezionali e spicciative, che sogliono imporre i
terrori plebei.

Appartiene alla lega Caddea l'Engaddina (_En-co-de-Inn_), valle
dell'Inn, una delle più belle della Svizzera, lunga diciannove ore, dove
un novemila abitanti, divisi in piccoli villaggi, vedono a rigidi e
lunghi inverni succedere estati deliziose. È parallela alla Valtellina,
verso la quale apre varj passi difficili, e principali quello della val
di Poschiavo che riesce a Tirano, e quello della val Bregaglia che
sbocca a Chiavenna.

I Grigioni, operosi e in povero paese, sciamavano a prestare servigi
nelle città d'Italia e di Germania, e a farsi soldati di forestieri: nel
secolo XVI armavano da cinquantamila uomini, di cui diecimila metteano a
soldo di Francia, cinquemila di Venezia, guadagnando di bei denari, e
purgandosi così (dice il Lavizzari) la repubblica di que' torbidi umori
che la potrebbero sconvolgere. Coira era il punto di riunione di quelli
che anche dal resto della Svizzera e dalla Germania scendeano a militare
in Italia; onde facilmente vi si sparse la Riforma, derivata non si sa
bene se da Lutero o da Zuinglio. Giovanni Comander, arciprete di quella
cattedrale, Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz, Filippo
Gallizio Salatz[255] ne furono i primi apostoli, e ben presto la
ampliarono nelle Dieci Dritture; pochissimo nella Lega Grigia; nella
Lega Caddea prosperò attorno a Coira, indi nell'Engaddina,
principalmente per opera d'Italiani.

I Riformati si valsero della lingua romancia, che allora acquistò vita e
fiore: Travers in essa tradusse il catechismo di Comander, primo libro
romancio che si stampasse a Poschiavo nel 1552; il Gallizio voltò nel
dialetto della Bassa Engaddina il _Pater_, il _Credo_, il decalogo;
Benvenuto Campell, molti capitoli della Genesi dall'ebraico, il simbolo
di sant'Atanasio, e salmi e canzoni da chiesa e un catechismo proprio;
Biveron tradusse il Nuovo Testamento nel 1560.

Ai Riformati si mescolarono Antitrinitarj; Tommaso Münzer, che a Zurigo
predicava nel 1522 il ribattezzamento, vi lanciò le dottrine
anabattiste: ma avendo esse in Germania eccitato la guerra de' paesani
contro i possidenti, qui furono repressi col tribunale straordinario.
Poi alla dieta di Ilantz del 1526 fu stabilito fosse libero professare
la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se
non ciò ch'è contenuto nella Bibbia: ciascuna parrocchia scegliesse i
proprj pastori; non si ricevessero frati nuovi nei monasteri, nè si
mandasse denaro a Roma per annate o dispense o qualsiasi titolo. Questo
rimase sempre lo statuto religioso dei Grigioni; i Riformati non ebbero
vescovi, ma concistorj, sotto al sinodo nazionale che s'accoglieva ogni
mese di giugno.

Il vescovo di Coira, ch'era come il principe del paese, rimase cattolico
in una città di religione riformata, talmente che nel suo castello, cioè
nella parte elevata della città, dov'egli esercitava la giurisdizione,
verun cattolico si trovava, eccetto il suo clero; e i beni che aveva
copiosissimi perdè, a tal punto che Enrico II di Francia per
mantenimento gli assegnò un'abbazia in Picardia. Da lui dipendeva il
clero cattolico, diviso in quattro capitoli.

Paolo Ziegler vescovo, irato per quegli statuti che il privavano d'ogni
potere esterno, si ritira a Firstenburg, e maneggia la rinunzia a favore
del cardinal De Medici che fu poi Pio IV. N'era mediatore l'abate di San
Lucio Teodoro Schlegel suo vicario, caldo campione de' Cattolici alla
dieta d'Ilanz: scoperta l'intelligenza, egli fu dato al carnefice nel
1529.

Queste persecuzioni nascevano da basse passioni, anzichè da fervor
religioso; avvegnachè del 15 marzo 1530 abbiamo lettera di Valentino
Tschudi, che scrive a Zuinglio: «Vedo insinuarsi la trascuranza di Dio,
lo sprezzo dei magistrati, la violazione de' giudizj, la vita
licenziosa; esacerbati gli animi da rancori, l'equità vien meno,
s'estingue la carità, e mentre ognuno cerca soddisfare alla volontà
propria, purchè s'innalzi quel ch'egli desidera non bada a qual danno si
corre. Popolo così accannitamente diviso, che altro deve aspettare se
non desolazione?»

E Giacomo Bedroto a Giovanni Gast: «Il mondo si riempie con paradossi,
asserzioni, incriminazioni, recriminazioni, apologie, antapologie; sotto
pretesto di cercare o di asserir la verità, niuna cosa va naufraga
peggio di questa»[256].

È parallela all'Engaddina, lo dicemmo, la Valtellina, valle italiana
solcata dal fiume Adda, che, nascendo dal monte Braulio, ergentesi verso
il Tirolo, scorre per ottanta miglia da levante a ponente fin al lago di
Como, fra due schiere di monti che la separano dal Veneto a mezzodì, a
settentrione da' Grigioni. Sondrio n'è il luogo principale, poi Morbegno
e Tirano, capi di tre terzieri. All'estremità nord-est formava contado
distinto il territorio di Bormio; presso al lago di Como diramasi
l'altro contado di Chiavenna, antichissimo passo del commercio colla
Germania, che dalla val del Liro o di San Giacomo varca lo Spluga, dalla
val della Mera la Malogia o il Septimer, per raggiungere il paese de'
Grigioni.

La comodità e l'utile dei passi facea da questi desiderare di acquistare
la Valtellina; più volte il tentarono, e finalmente, con que' pretesti
che son buoni quando sostenuti dalle armi, la occuparono nel 1521,
sottraendola al ducato di Milano. Nella pace di Jante l'avean essi
ricevuta come alleata, ma presto l'ebber ridotta serva, non partecipe ai
diritti della sovranità: le Leghe mandavanle magistrati, che all'incanto
compravano dai comizj i posti di governator della valle o di podestà de'
terzieri e delle contee, poi o subappaltavano questo loro uffizio a
qualche nativo, oppure industriavansi a cavarne profitto col rivendere
la giustizia in paese, di cui non aveano nè conoscenza nè amore.

Appena si sparsero le nuove opinioni in Italia, a chi per queste era
perseguitato sembrarono comodo rifugio la Valtellina e le terre
confinanti della Rezia, interamente o a metà italiane. Già il 12 aprile
1529 il Comander scrive al Vadiano che un profugo d'Italia s'era
ricoverato in Valtellina, e non credendovisi sicuro, passò nella
Pregalia, poi in un Comune dell'Engaddina, dove sin allora non si era
diffuso il vangelo. Non è detto chi fosse, ma supponiamo Bartolomeo
Maturo di Cremona, da altri indicato come il primo che evangelizzasse
l'Engaddina. Costui, stomacato principalmente dai miracoli che vedeva
attribuirsi da' suoi frati a non so qual Madonna, fuggì, e fermatosi a
Vicosoprano nell'Engaddina, vi mutò il culto, e vi si trattenne fino al
47. Ma volendo la libertà del credere, ai simboli nuovi preferiva le
personali opinioni; e non molto erudito, pare bevesse le credenze di
Camillo Renato che facea da maestro privato in Valtellina, e pendeva
agli Antitrinitarj. Dietro al Maturo[257] vennero Agostino Mainardi,
l'Ochino, Pietro Martire, Francesco Calabrese, Gerolamo da Milano, più
tardi il Curione e lo Stancario. Bevers fu riformato da Pietro
Parisotto.

Giulio da Milano, sfuggito dalle prigioni di Venezia, fu pregato di
stabilirsi a Poschiavo, donde scorreva predicando i vicini paesi
dell'Engaddina non solo, ma della Valtellina, massime Tirano e
Teglio[258]: vi durò ben trent'anni, finchè morì vecchissimo nel 1571, e
alla sua morte quei di Brusio si tolsero un pastore loro proprio; e così
i riformati di Tirano. A Poschiavo gli succedette Cesare Gaffori
piacentino, ch'era stato guardiano dei Francescani.

Nella Pregalia la riforma era favorita dalla famiglia Prevosti: e
predicata dal Vergerio, vescovo apostata su cui versa il nostro Discorso
XXVII, scribacchiatore d'opuscoli, ove mai non si eleva alle idee che
allora dividevano il mondo delle intelligenze, ma solo sfoga i rancori
suoi colla cinica violenza d'un linguaggio triviale[259]. Per opera di
lui, nell'aprile 1551, tutte le immagini vennero abbattute in San
Gaudenzio di Casaccia, e disperse le ossa del santo patrono. Dopo di
esso furonvi pastori Leonardo eremitano, Guido Tognetta, Bartolomeo
Silvio, Domenico Genovese, Giovan Battista da Vicenza, Tommaso Casella,
Giovanni Planta di Samaden, Giovanni di Lonigo, Simone di Valle, Lucio
Planta di Samaden, Nicola carmelitano, Nicola eremitano: nel 1598 vi
predicava Giovanni Antonio Cortese da Brescia che col fratello Giovan
Francesco avea riformato Solio.

A Solio duravano cattolici potenti, pure il 1553 furono abbattute le
immagini, e vi ministrò Lattanzio da Bergamo, poi messer Antonio Florio,
indi Giovanni Marzio di Siena. A Castasegna Gerolamo Ferlito siciliano,
poi Agostino da Venezia, Giovan Battista da Vicenza che vi morì, Antonio
da Macerata, Giovanni La Marra e Giovanni Planta di Samaden. A Bondio,
Gerolamo Torriano di Cremona, Antonio Bottafogo, Giovanni Beccaria di
Locarno, Armenio napolitano, Natale da Vicenza che vi morì, Giovanni La
Marra, Giovan Battista carmelita.

Questi nomi, di cui molti abbiamo già incontrati nei discorsi
precedenti, bastano a chiarire che principalmente a italiani è dovuto
l'aver susseminato il mal seme nell'Engaddina e nella Pregalia: e più
adopraronsi, ma con minore frutto nella Valtellina. Sgomentato dai
pericoli di questa, già il vescovo di Como v'avea mandato inquisitore un
tale Scrofeo; ma avviluppato negli affari politici di Francia, badò a
questa, più che a salvar le credenze. A Chiavenna sopratutto le truppe
grigioni, acquartierate durante la guerra mossa dal Medeghino castellano
di Musso, diffondeano gli errori proprj o almeno il disprezzo delle cose
sante, ed erano favoriti da Ercole Salis, colonnello elvetico, e da
Paolo Pestalozza suo parente. Nè pochi aveva adescati la novità, fra cui
Paolo Masseranzi, il capitano Malacrida e un Alfiere. Li contrariava il
clero cattolico, e sovratutto Cesare de Berli parroco di Samòlaco,
appoggiato anche dall'essersi sparso che la Madonna apparisse a una
fanciulla, predicendole disastri per Chiavenna se non se ne estirpasse
la zizania luterana. Proruppe allora lo sdegno contro gli eretici, si
ordinarono digiuni e processioni, raddoppiaronsi i voti che quelli
repudiavano: ma presto si scoperse l'apparizione essere impostura d'uno,
che perciò fu decapitato ed arso nel 1531.

Se stiamo alle memorie d'acattolici, anche altri preti e frati vennero
condannati per colpe sudicie; come a vicenda gli acattolici erano
imputati d'incendj alle chiese e d'altre colpe. Non si costuma così da
tutti i partiti e in tutti i tempi?

Chiavenna e tutta la Valtellina erano di comodissimo rifugio a quei che
fuggivano d'Italia, sì per la vicinanza, sì perchè continuavano a
godervi il clima e la lingua della patria, insieme colla libertà di
culto. Camillo Renato siciliano, al novembre 1542 scriveva da Tirano al
Bullinger ringraziandolo delle premure che si prendeva per quelli che
fuoruscivano d'Italia; perseverasse, in modo che quanti di là migravano
per amor del Vangelo scorgessero un porto sicuro fra gli Svizzeri e i
Tedeschi: e interpone gli uffizj di Celio Curione, per riceverne
lettere.

Nel 1546 già una chiesa erasi formata a Caspàno, terra della bassa
Valtellina che diceasi la cuna di quella nobiltà; e la favorivano
Bartolomeo Parravicini e suo fratello Rafaele, uom dotto e pio, di
famiglia numerosa. Ma ecco una mattina si trovò spezzato un crocifisso;
onde i Cattolici a levar rumore contro una religione che neppur Cristo
risparmiava; non voler più soffrire che gli eretici compissero i loro
riti nella chiesa comune; il pretore dovette far arrestare il ministro,
che alla tortura confessatosi complice e consigliere del fatto, ebbe una
multa e bando perpetuo dalle tre leghe. Giunto però a Chiavenna, egli
protestò contro la violenza usatagli, asserendosi innocente, e citò a
Coira il pretore, ignoriamo con qual esito. Dissero poi che il fatto non
fosse altro che monelleria d'un figliuolo di Rodolfo Parravicini
tredicenne, il quale confessossene reo. Bei sotterfugi, che rivedemmo
all'età nostra.

Il De Porta stampò un lungo consulto di ministri evangelici al comizio
di Ilantz sopra quanto tornerebbe spediente per costringere
all'obbedienza religiosa i Valtellinesi, Chiavennaschi e Bormini, e per
isvellerne le tante «superstizioni ed empj errori»: e decidevano
mandarvi predicanti, sbandirne i frati, e massime i Cappuccini, e le
confraternite di disciplini; impedire ogni ingerenza del vescovo di
Como, e porre un maestro di scuola riformato per ciascun terziere.

Nel 1544 alla Dieta di Davos Ercole Salis avea fatto decretare che ogni
abitante di Chiavenna e della Valtellina e de' contorni, che giungesse
alla cognizione evangelica, avesse diritto di tenere insegnamento
pubblico e privato; chi per causa di religione fuggisse dalla patria, in
qualunque luogo delle Leghe trovasse sicurezza e libero esercizio del
culto.

Quanto i Salis favorivano i novatori, tanto li contrariavano i Planta,
loro emuli politici; e il prevaler dell'una o dell'altra famiglia
variava i provvedimenti. Così nel 1551 Antonio Planta governatore della
Valtellina escluse i predicanti, sicchè Ulisse Martinengo scriveva al
Bullinger, l'ultimo agosto di quell'anno: «Qui si disputa, e poichè la
legge esclude i banditi per delitto o gli omicidi, vogliono cacciati noi
pure come banditi; forse non potrò restare nelle Tre Leghe, talmente il
diavolo imperversa contro di me». Ma ai 18 aprile 1557, il Bullinger da
Samaden a Federico Salis: «Nella Valtellina, nei contadi di Chiavenna e
di Bormio molta fatica si durò, pure vinse la verità, poichè furono
espulsi i monaci forestieri, e assegnati tempj agli Evangelici, dove col
decoro conveniente predicar il Vangelo.

«In alcun luogo, come a Sondrio sul monte di Rogoledo, fu ordinato che,
ove molti aderiscono al Vangelo, si erga una chiesa dalle fondamenta, se
non abbiasi altrove dove congregarsi. Scoperto che alcuni, con denari
forestieri e favori, procuravano contrariar il Vangelo, li multammo, e
togliemmo giù da ogni voglia di nuocere. In somma, io ed i miei colleghi
adopriamo attenti per agevolar la via al Vangelo».

A ciò industriavansi moltissimo il Vergerio con prediche, lettere,
opuscoli; ed Agostino Mainardi piemontese. Questi fece un _Trattato
dell'unica perfetta soddisfazione di Cristo, nel qual si dichiara, e
manifestamente per la parola di Dio si pruova che sol Cristo ha
soddisfatto per gli peccati del mondo, nè quanto a Dio c'è altra
soddisfazione che la sua o sia per la colpa o sia per la pena_ (1551, 18
pagine in-8º), dove si lamenta che «oggidì alcuni, che fanno professione
di predicar Cristo, sotto pretesto di tal nome scorrono in orribili
bestemmie, pubblicamente ed in pulpito innanzi agli popoli predicando
apertamente, e come dir si suole a piena bocca, e per essere meglio
intesi spesso replicando il medesimo, dicono che alla salute nostra non
basta la soddisfazione, la quale ha fatta Cristo per noi, ma è
necessario di altra soddisfazione per gli peccati nostri che quella di
Cristo».

Egli passava pel campione di questa dottrina, e l'Ochino essendo
imputato d'averne sostenuta una diversa e diffusala in Valtellina,
affrettavasi a dichiarar la sua fede ad esso Mainardi[260]. Il qual
Mainardi credesi pure autore dell'opuscolo dell'_Anatomia della messa_,
che comparve prima in italiano come lavoro di Antonio Adamo, e per
esortazione del marchese di Vico fu tradotto in francese e a lui
dedicato, indi in latino nel 1561 con tanti errori tipografici, che
l'editore attribuisce a Satana l'avervene fatti scorrere più del
centuplo di quei che sogliano (BAYLE).

I rifuggiti d'Italia cercavano, come abbiam troppo ripetuto, piuttosto
libertà di credenze personali che professar le nuove; frati e preti
apostati i più, mossi da odio contro di Roma e de' loro superiori, e
desiderosi di sfrenarsi, riuscivano spesso irrequieti e accattabrighe,
in modo che moltiplicavansi dissensi religiosi, e formossi una mistura
incondita d'elementi biblici tedeschi, e di razionali italiani. Primi ad
apostolare dottrine ariane e antitrinitarie furono frà Francesco di
Calabria parroco di Vettis e frà Girolamo da Milano parroco di Livigno.
E dicevano, il dogma della trinità quale si insegna implicare
contraddizione e assurdo: dell'immortalità dell'anima dubitavano, nè che
essa continui attiva dopo morte, o rimanga sopita fin al giorno del
giudizio, quando sarebbero dannati da Dio coloro che colla negligenza e
la disobbedienza l'avessero demeritato; riguardo alla redenzione diceano
che noi fummo salvati non tanto per la morte di Cristo, quanto per
grazia del Padre; la giustizia di Cristo non può imputarsi ad alcuno, ma
ciascuno sarà giudicato al tribunal divino secondo le opere proprie:
nessuno esser corrotto dal peccato in modo, che non gli rimanga libero
arbitrio al vero bene; la concupiscenza non doversi noverar fra i
peccati; i sacramenti esser solo esternazioni della professione
cristiana e segni commemorativi della morte di Cristo; il battesimo non
doversi conferire a bambini, ma nell'età della discrezione. Formulare
però il costoro simbolo sarebbe difficile, perocchè ora da essi, ora da
altri usciva ogni tratto qualcosa di nuovo; chi pretendea si conservasse
l'_Ave Maria_, chi nell'eucaristia non volea si pronunziasse _Hoc est
corpus meum_, o vi s'adoprasse pane azimo; che per padrini al battesimo
non si scegliessero cattolici, come faceasi spesso: la taccia
d'ignorante e superstizioso era in pronto per chiunque li
contraddicesse.

Combinata una disputa a Süs nell'Engaddina nel 1544, vi comparvero tutti
i predicanti, Andrea Schmid, Corrado Jeklin, l'Altieri, e alla lor testa
Pietro Bardo Pretonio parroco di Tusis, e il Salutz; e dopo due giornate
di dibattimenti, il frate calabrese fu escluso dalla Rezia e dal Tirolo,
e si divisarono i modi per isbarbicare gli errori di esso.

Il Tiziano, che diffondea dottrine di quel sapore a Coira, fu carcerato,
e il popolo a furia lo volea morto. Il Salutz s'adoperò da un lato per
mitigargli i giudici, dall'altro per convertirlo, ma interrogato egli
avviluppavasi in parole, evitando di precisare le sue credenze:
finalmente si ritrattò, e fu condannato ad esser condotto per la città
flagellandolo, poi bandito per sempre dall'Elvezia (1554): primo esempio
di castigo corporale per eresia tra i Riformati di quel paese.

Per corregger Camillo Renato, che a Chiavenna sparnazzava siffatte
dottrine, il Mainardi, nel 1547, stese una confessione propria, che fu
la prima pubblicatasi ne' Grigioni. Non la possediamo, ma si può
raccoglierla da un libro italiano che nel 1561 Pietro Leoni, seguace di
Camillo, stampò a Milano, adducendo le ragioni per cui non avea voluto
sottoscriverla. In essa il Mainardi condannava gli errori degli
Anabattisti, e chi facea che l'anima, morta col corpo, col corpo
resuscitasse al finale giudizio; il negare che all'uomo resti alcun lume
naturale onde conoscer ciò che deve fare od evitare: che Cristo abbia
avuto carne di peccato o concupiscenza; che la fede giustificante abbia
duopo di conferma; che Cristo non fece veruna promessa nell'istituir la
Cena; che il battesimo e la Cena sieno semplici segni del Cristiano, ed
espressioni del passato, non del futuro; che il battesimo sia succeduto
alla circoncisione, nè con questa abbia veruna somiglianza.

Non par dunque che Camillo Renato seguisse i Soccini, anzi Lelio Soccino
potè aver imparato da esso mentre stette a Chiavenna. Certamente Camillo
ascondeva accortamente le sue opinioni; se non potesse altro, dicea
d'averle sostenute soltanto per esercizio logico; scrisse un libro
_Contro il battesimo che ricevemmo sotto il segno del papa e
dell'anticristo_, sostenendo nol si dovesse conferire se non a chi
conosceva il vangelo; e più straniava in fatto dell'eucaristia.

Lo sorreggeano Francesco Negro e Francesco Stancario, i quali teneano
dogmi ancora differenti, che fecero approvare dal Comander col ridurli a
poche parole dove la quistione era dissimulata. Su tenore somigliante
insegnavano Aurelio Sittarca, succeduto al Vergerio nella cura di
Vicosoprano, Girolamo Torriano a Piuro, Michelangelo Florio a Soglio,
Pier Leone in Chiavenna. Natogli un figlio, il Negri lo presentò al
Mainardi perchè lo battezzasse nella sua fede. Questi rispose lo
battezzerebbe nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo,
nella fede della Chiesa di Cristo. Sì, no: ne nasce litigio, e il
Vergerio presume conciliarli, se non altro conchiudendo ch'erano
quistioni di lana caprina, ed anzichè disputare per queste, conveniva
cercar la riforma della vita. Il Bullinger, il Blasio ed altri
s'industriarono a toglier via uno scisma così dannoso; infine il sinodo
impose silenzio a Camillo. Non per questo egli tacque: il Mainardi
dovette recarsi nel 1558 a Zurigo a far approvare la sua confessione;
poi tediato voleva andarsene in Inghilterra, dove era invitato
dall'Ochino.

Fra le varie lettere del Mainardi, che serbansi nel Museo Elvetico,
scegliamo quest'una al Bullinger del 15 maggio 1549.

«Ricevetti la tua con due decadi di sermoni, regalo più prezioso che oro
e gemme. Le occupazioni non mel permisero ancora, ma li leggerò, e li
declamerò dal pulpito, non potendo che esser eccellente quanto viene da
te. Io son sì piccolo, da non avere cosa a mandarti, se non tale che ti
affligga. Giocondissimo m'arrivò quanto scrivi della Sassonia, della
Pomerania ecc. D'alcune cose avevo sentore, ma a stento vi prestavo
fede: tante ai dì nostri se ne spacciano! Sopratutto gratissimo mi fu
l'udire che in Inghilterra prevalse la nostra e vostra opinione sulla
Cena, onde speriamo ciò succeda anche altrove. Della Chiesa nostra non
ti posso dir nulla che ti rechi piacere; il lator di questa te ne
informerà. Gli autori dello scisma sono anabattisti; e un di costoro che
aderivano a Camillo, in presenza di molti, trovandosi alla mensa d'un
nobile dov'era anche Pietro Paolo Vergerio, chiaramente confessò d'aver
testè preso il battesimo, e così esser divenuto un altro uomo, cioè
innovato e riempito dello spirito di Dio; col battesimo aver rinunziato
al papa o a quanto avea trovato sotto il papato, perchè quel battesimo
non era di Cristo ma dell'anticristo e del diavolo[261]; e ch'io sia un
lupo e un seduttore. Camillo, lor corifeo e piloto, non va così
precipitoso a confessar all'aperta; è più prudente, non perchè non sia
peggiore, ma perchè teme di manifestarsi: del resto bisogna stiano
avvolti nel medesimo errore quelli che son tanto amici. Io non so quello
che farò; son chiamato in Inghilterra: qui nessun m'ajuta, e resto solo
a premer il torchio. Perdonami, o Signore, giacchè ciò conviene al solo
Cristo, solo di lui voglio esser detto. Diriga il Signore i miei passi:
io non so quel che mi fare. Odo che Camillo ti scrive; tu rispondigli
secondo la tua prudenza: egli è peste della Chiesa e grande eretico.
Dicono si prepari a lasciar Chiavenna: possa altrove divenir migliore!
Così portasse seco la sua peste! ma temo ci lasci le reliquie.

«Questa ti è consegnata da Baldassare Altieri, uomo esimio e di
singolare ingegno: dàgli ascolto, poichè io non ti posso scriver ogni
cosa in tanta fretta. Egli ti aprirà i suoi concetti. Tu, uom di tanta
prudenza, se vedrai che il fatto suo sia da promuovere a gloria di
Cristo, giovagli di consiglio e di favore. Io, quanto possa capire col
mio piccolo ingegno, stimo che i voti suoi giovino sommamente ad
estender il vangelo di Cristo. Ma ai capi non sarà facile corrispondere
a' suoi desiderj. Sta bene in Cristo Gesù Signor Nostro, e prega per
me».

Si prese il partito di radunare un nuovo sinodo: quattro pastori, eletti
dal concistoro, nel dicembre 1549 vennero a Chiavenna e ospitati in casa
di Francesco Pestalozza, tennero lunghe dispute, ove si finì col
proibire a Camillo d'insegnare o predicare in privato nè in pubblico; e
si stanziarono ventuna conclusioni: dietro le quali Camillo fu
scomunicato il 6 luglio 1550. Camillo stese una professione di fede, che
in fondo è mera parafrasi in versi esametri di ciascun articolo del
_Credo_, diretta a Federico Salis, dissimulando i punti sui quali
deviava[262]; scrisse anche _Errori, inezie, scandali di Agostino
Mainardi dal 1535 e dopo_, ove lo accusava di cenventicinque errori. In
altre scritture ribatte le credenze luterane.

In quell'occasione i predicanti offrirono di venire a dibattimento anche
col capitolo cattolico di Chiavenna, che non credette dover accettare la
sfida. I dissidenti pensarono poi togliere di mezzo queste discordie nel
sinodo nel 1553 per cura del Travers, del Bullinger e d'altri,
combinando una Confessione retica, secondo aveano determinato
nell'adunanza di Chiavenna, e metter così un freno agli Italiani liberi
pensatori. Comincia essa colla professione dei tre simboli ecumenici,
poi de' meriti di Cristo, e della sola potenza di santificazione della
fede; rigetta che Dio sia la causa del male: la carne di Cristo è in
cielo, pure egli sta presente nella Chiesa; il battesimo fu sostituito
alla circoncisione, e il ribattesimo è da fuggire in ogni caso. Ogni
anno due sinodi si terranno, dove l'adunanza comincerà dalla preghiera
in ginocchio; il ministro o il seniore leggerà il 119 salmo in latino o
in tedesco; verrà dietro la profession di fede; indi, scelti il
presidente, due assessori e il cancelliere, si comincerà a trattar gli
affari. Son festive le domeniche, natale, pasqua, pentecoste; e in
ognuna si reciterà il _pater_, il simbolo, i dieci comandamenti. Il
battesimo si dà in chiesa, escludendo il sale, il crisma, la saliva, e
colla liturgia di Zurigo o di Coira; i padrini non occorre siano
conosciuti per fedeli, purchè scelti dal numero dei comunicanti; senza
cognizione del padre e consenso del magistrato nessun parroco può
battezzar un bambino. Per la comunione si può adoprar pane non lievito;
nè mai la si farà in casa. I matrimonj si celebrano in pubblico; vietato
il divorzio. Nessuno deve abbandonare la propria comunità. La scomunica
esclude uno per sempre dalla Cena, se indubitabili segni di emenda nol
facciano riammettere.

Tale Confessione fu tenuta dalla Chiesa retica, e si firmava dai
ministri; benchè, quando fu pubblicata nel 1556 la Confessione elvetica,
questa venisse adottata dai Grigioni. Ma i profughi italiani non vi si
voleano acconciare; il Vergerio, trovandola in molti punti dissona dalle
credenze sue, negò sottoscriverla, e ricordandosi d'essere vescovo,
domandava d'essere eletto visitatore della Rezia e della Valtellina,
ripromettendosi di riconciliare i dissidenti. Di ciò il Salutz lo
beffava, come si desse soverchia importanza: «Il cielo non cascherà se
anche costui nol sorregge colle sue spalle. In luogo di diffonder il
vangelo, esso ne divenne un ostacolo, giacchè i predicanti litigano fra
loro, invece di unirsi tutti contro de' Cappuccini».

I Cappuccini di fatti in Valtellina opponevansi agli eretici, come i
Domenicani stanziati in Morbegno, donde si diffondeano a predicare; e
principalmente frate Angelo da Cremona a Teglio eccitò il popolo in
modo, che prese a sassi Paolo Gaddi ed altri venuti da Poschiavo, e ne
nacque una baruffa, dove andarono di mezzo molti borghesi, che
parteggiavano pel Gaddi.

Premeva ai Grigioni d'assicurare la condizione degli Evangelici in
Valtellina, massime dacchè come capo della chiesa retica in Coira al
Comander era succeduto il Fabrizio. I predicanti v'erano sempre
considerati come persone private, maestri nelle case particolari: fin il
Mainardi a Chiavenna non era sostenuto che da Ercole Salis ed alquanti
altri, e in un salotto di questo predicava; doveansi osservar tutte le
feste antiche, massime quando uscisse commissario qualche cattolico.
Allora si decretò che gli Evangelici non fossero obbligati ad altre
feste che alle prescritte dal sinodo; a loro si attribuisse un terzo
delle entrate della chiesa di San Lorenzo di Chiavenna; non più frati
novizj ne' chiostri: ad ogni predicante si assegnassero quaranta corone
l'anno, desumendole dalle entrate in Valtellina del vescovo di Coira e
dell'abate di Sant'Abondio di Como; dove fossero più chiese, una dovesse
cedersi agli Evangelici.

Incaricato d'eseguire tal decreto, Federico Salis fu festeggiato dagli
Evangelici; e nominato commissario in Chiavenna, s'adoprò caldamente a
diffonderne le credenze. Allora Giovanni Schenardo, giurisperito di
Morbegno, sporse una supplica al granconsiglio retico contro di questi
predicanti, che disertati da Agostino e da Benedetto, sollecitan
unicamente il vantaggio proprio, non quello di Cristo. Il vero
evangelico s'attiene a san Paolo, che proibisce di far nulla per
litigio, non rivendicar neppur le cose proprie, sopportare le frodi, le
ingiurie: esso vantava di non riuscir di peso ad alcuno; costoro invece,
eccoli retribuiti lautamente. Che se non vogliono imitar Paolo, che
imitava Cristo, almeno lo stipendio chieggano da quelli per cui
militano, non da quelli a cui contrariano. Ma questi disertori servono
al ventre, non a Cristo, desiderando tutt'altra vita che quella degli
apostoli, i quali la passarono in fatica, in travagli, in vigilie e fame
e freddo e nudità. O come si dicono Evangelici se detestano una vita cui
seguirono tanti Padri del deserto, fra vigilie, digiuni, cilizj?
Evangelici come sono questi che si sfratano, mentre Cristo proclamò
beati quei che si mutilano pel regno de' cieli, e Paolo preferisce il
celibato alle nozze? Cristo e gli apostoli fecero miracoli, pei quali fu
creduta la loro dottrina; i santi, i pontefici o per miracoli o per la
pazienza de' mali si segnalarono; questi avveniticci non operano
miracoli, fuggono l'austerità della vita; sicchè non meritano fede. È
poi ingiusto ed illegale il rivolgere ad una religione ciò che era
destinato ad una opposta; i suffragi pei defunti devonsi rispettare
quanto le leggi e i testamenti; togliere ciò che altri possiede per
giusto acquisto o per usucapione è iniquità. E conchiudeva si
abrogassero quelle leggi, o almeno si sottoponessero al suffragio
universale dei Valtellinesi.

Gli fu dato ascolto come si suole dai prepotenti; e il decreto, benchè
in Morbegno incontrasse qualche opposizione violenta, fu eseguito, e
assunto l'inventario dei beni ecclesiastici in Valtellina.

Il cavalier Quadrio, medico dell'imperatore Ferdinando, destinò la sua
casa in Ponte per istabilirvi una scuola di Gesuiti: l'imperatore ne
prese tale impegno, che nella dieta di Ratisbona del 1558 ne parlò
amicalmente al borgomastro di Coira, e il Canisio provinciale dei
Gesuiti mandò lo spagnuolo Bobadilla con dodici compagni ad aprirvi il
collegio. Se ne sbigottirono i Riformati; Fabrizio vi si oppose di tutta
forza, e ottenne una decisione della dieta del 1561 contro quella
scuola.

Agostino Mainardi moriva nel 1563 l'ultimo di luglio, e Ulisse
Martinengo scriveva al Fabrizio: «La mattina, convocati i fratelli,
tenne un discorso eccellente, la cui somma è che persistessimo in quella
dottrina ch'egli per venti anni avea predicata; dottrina sicurissima e
saluberrima, perchè appoggiata alla pura parola di Dio. Al domani lo
portarono sulle proprie spalle gli anziani della chiesa con gran
mestizia; perocchè talmente a tutti era caro, che neppur gli avversarj
trovavano di che rimproverarlo».

Per succedergli si invitò il bergamasco Zanchi; bello ingegno, che
volentieri accettò per sottrarsi alle molestie che a Strasburgo davangli
i Luterani. Ma nè qui ebbe pace, mancandogli la forza di carattere
necessaria a tenere in freno i migrati. Simone Fiorillo napoletano, che
nell'intervallo aveva supplito al Mainardi, or pretendeva precedenza
sopra lo Zanchi, e rimestava le idee di Camillo. S'aggiunse nel 1564 la
peste, che in poche settimane uccise centotto persone, talchè il sermone
si faceva all'aria aperta, e ciascuno portava un ampolla di vino da
bever alla santa Cena per evitare il contagio. I preti cattolici
mostravano il solito eroismo nell'assister i malati: ma neppure i
ministri evangelici abbandonarono il posto, eccetto il Torriano di
Piuro.

Quando poi sopraggiunsero il Biandrata e l'Alciato, spargendo nuovi
errori sulla Trinità, lo Zanchi lasciolli fare: ma dopo quattro anni se
n'andò. E prima fermossi a Piuro, dove sposò una Lumaga, poi ad
Eidelberga succedette a Zaccaria Orsino.

In Chiavenna fu pastore Scipione Lentulo, già barba dei Valdesi in Val
d'Angrogna, poi ministro a Montagna sopra Sondrio; donde scriveva al
professore Wolf a Zurigo il 19 ottobre 1566: «Quasi ogni giorno devo
combattere con Italiani, e benchè italiano io pure, non mi dorrà dire
che ad essi nessuna religione piace, dacchè cominciò a spiacere la
papistica». E informava il Bullinger qualmente egli s'applicasse agli
scritti teologici di lui e di Calvino, che aveva udito a Ginevra; mentre
fu nell'Angrogna, trovavasi gravato di tanti affari, da bastargli appena
tempo di leggere la Bibbia. A Chiavenna dovendo predicare cinque giorni
per settimana, non gli avanzava tempo di leggere opere estese come
quelle di Lutero (3 giugno 1575).

Tobia Eglino di Zurigo, uno de' pochi discepoli del nostro Giordano
Bruno, del quale parla con rispetto in una dedica a Giovanni Salis, era
venuto pastore di San Martino di Coira e amministratore del concistoro
retico. A lui descrivendo lo stato della chiesa di Chiavenna, il Lentulo
fa motto d'un Salomone di Piuro fabbro ferrajo, già da dieci anni
scomunicato per ariano, che qualunque occasione gli si presenti,
professa di non credere che Cristo sia Dio, sebbene concepito di Spirito
Santo. Un Ludovico Fiero bolognese, per la stessa ragione scomunicato,
reduce testè dalla Moravia, viepiù ostenta il suo delirio: un Enrico
ferrajo non fu ancora mandato via, benchè egli lo abbia denunziato al
pretore come scelleratissimo anabattista: un Alessio trentino, infame
anabattista: un Jacobo veneziano, ex-prete, che non va mai nè al sermone
nè alla Cena, nè si piace che di conversare con eretici; vi sta pure un
costui nipote o piuttosto figlio, dichiarato dalla nostra Chiesa empio e
scellerato, e della Chiesa si ride. «Da tre anni (egli continua) qui
migrò un Pietro, che si dice romano benchè si capisca spagnuolo, che
fece retta confessione da principio, ma poi si scoperse anabattista, e
porta attorno, e dà a leggere come oracoli i libri di Giorgio Siculo.
Conta fra costoro Francesco di Bagnacavallo, che prima buon cristiano,
dopo alcun tempo d'assenza tornò, asserendo che Cristo non è Dio per
natura, ma per grazia. Aggiungiamo Giovanni da Modena, sozzo uomo il
quale a tutti ricanta che i rigenerati non possono peccare. Che dirò di
quelli che non vonno firmar la Confessione retica, nè esser interrogati
sulla loro fede dai Ministri? anzi vituperano tutto il governo
ecclesiastico e la disciplina? E v'è poco lontano chi a questi impostori
favorisce, e li sorregga come attaccatissimi fratelli. Fate dunque, o
fratelli, che dagli illustrissimi signori si mandi al pretor nostro di
cacciar tutti costoro dal territorio di Chiavenna» (7 novembre 1569). E
nuove insistenze faceva il maggio seguente, all'avvicinarsi del sinodo.

Già lo Zanchi aveva pregato il Bullinger a non ammettere verun profugo
se non facesse la sua professione sulla natura di Dio, sul peccato
originale, sulla soddisfazione di Cristo, sul futuro stato delle anime:
chè altrimenti, se Spagna aveva prodotto la gallina, Italia schiuderebbe
le ova, e già sentivasi il pigolio. L'Eglino di fatti espose il pericolo
che dagli Anabattisti derivava alla chiesa e di Coira e di Chiavenna,
onde fu decretato che ognuno dovesse professarsi o cattolico o della
Confessione retica, se no sarebbe cacciato (27 giugno 1570), e aver
licenza di predicare dal vescovo di Como o dal concistoro retico.

Ne levarono rumor grande i dissenzienti, e massime il Torriano ministro
a Piuro, e altri della Pregalia e della Valtellina, appareggiando quel
decreto all'Inquisizione romana: scrissero contro di esso Bartolomeo
Silvio, ministro a Traona, e Marcello Squarcialupo medico; e il Lentulo
vi oppose una _Responsio ortodoxa pro edicto ill. D. D. trium fœderum
Rhæticæ adversus hæreticos et alios ecclesiarum ræthicarum perturbatores
promulgata, in qua de magistratus aucthoritate et officio in coercendis
hæreticis ex verbo Dei disputatur_. Alessandro Citolino, profugo
dall'Italia fra' Grigioni poi in Inghilterra, sotto lo stemma retico
ch'era dipinto sul muro, come si suole colà, avea posto questi versi:

    _Fortia signa simul connectunt armipotentes_
    _Tergeminos populos sociali fœdere junctos_
    _Solamen profugis. Felices vivite semper._

Lo Squarcialupo li cancellò, e vi sostituì:

    _Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes:_
      _Este procul vulpes: dura catena vale._

Eglino gli replicò:

    _Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes_
      _Sed grave servitium prodit ab hæreticis_
    _Calcatur Christus, non hospes ab hospite tutus:_
      _Rhæte, volens liber vivere, pelle lupos:_

allusione al cognome di quel dottore. Il Torriano, Camillo, Silvio
sottoscrissero la formola; disposti a violarla, e sicuri d'andarne
impuniti per denaro; ma il decreto fu applicato a un Cristoforo, maestro
a Sondrio; e i martirologi degli Anabattisti riboccano di vittime di
quelle persecuzioni.

Questo punto del diritto di perseguitar gli eretici venne discusso
acremente nel sinodo di Coira il giugno 1571: Tobia Eglino sosteneva il
sì: lo contraddiceva Giovanni Gantner anabattista. Vi si presentarono i
nostri italiani: il Torriano, che a Piuro accoglieva alla comunione
quelli che il Lentulo scomunicava a Chiavenna; Nicola Camulio,
denarosissimo mercante, che a Piuro stessa gli ospitava; Lelio Soccino,
un Sadoleto, _omnes perversi homines_ (dice il processo verbale)
circondati da quantità d'amici, e patrocinati dal medico Bellino, che ne
garantiva la sicurezza. Il padre Giulio da Milano, curato della chiesa
di Poschiavo, recò lettere del Camulio al Torriano, intercette da
nostri, dove i ministri evangelici chiamava vecchie e nuove volpi, nuovi
Farisei, uomini di sangue, papi anticristiani, carnefici; deplorava
l'esiglio dell'Ochino e la sua cacciata da Zurigo, e proponeva il modo
di metterlo in sicurezza a Piuro; dava a Camillo Soccini il titolo di
probo e santo e resistente ai nuovi Farisei: aspettava il Betti e il
Dario eretici; lodava la lunga consuetudine colla scuola senese, e
deplorava la morte del Castalion, gran cristiano[263]. Il Camulio si
scusò come mal pratico delle sottigliezze teologiche; aver largheggiato
coi rifuggiti per compassione; pure sosteneva che nessuno vorrebbe subir
pene contro la propria coscienza; laonde se pensano così, non si potea
forzarli; che del resto disputavasi di materie non essenziali alla
salute, come è il cercare, se il magistrato possa punir gli eretici. Ma
gli fecero tali minaccie, che svenne; e tutti questi italiani furono
colpiti di censura; pure colle blandizie ottennero di rimanere in paese,
e fin ne' loro benefizj.

Mino Celsi di Siena, nel 1572 scriveva: «Tre anni fa essendo sfuggito
dalle mani dell'anticristo, e stanco del lungo viaggio e de' superati
pericoli come a un porto approdando alle Alpi retiche, credevo (come
tra' fratelli nostri italiani si crede) che le chiese, le quali
giustamente chiamiam riformate, fossero legate d'indissolubile consenso
e unità di dottrina: e invece con somma afflizione d'animo trovai che,
sebben tutte consentano che il papa è vero anticristo, che la messa
sorpassa qualunque peggior idolatria antica, che gli uomini sono
giustificati non dalle proprie opere ma dalla fede in Cristo, che il
purgatorio è una bottega del papato, che i sacramenti son due, non
sette, e altri articoli pii e santi, in molt'altri discordano. E poichè
ognuno ritien la sua fede per vera e ortodossa, ove ammettasi la
persecuzione degli eretici è forza che ognuno perseguiti l'altro, e col
ferro, col fuoco, coll'acqua si tolgano di mezzo, nè più sia fine ai
supplizj».

Viepiù s'infervorò poi la disputa intorno alla predestinazione; e
l'Alciato e il Biandrata, che ritornavano nella Valtellina a confermar i
loro concredenti, ne furono sbanditi; Fabrizio Pestalozza, che
professava le stesse opinioni ariane, fu obbligato disdirle nel 1595,
gli altri o si convertirono o tacquero.

Dopo la credulità, l'altro male che cruccia i rivoluzionarj è la paura.
In conseguenza domandano persecuzioni e processi, e se con questi
legalmente non riescono a trovar rei e punirli, imputano di connivenza i
magistrati. Bucinavasi che i Domenicani di Morbegno spiassero tutto, per
tutto denunziare al Sant'Uffizio: perciò arrestavansi ai confini, e
ripeteasi che ne' loro cappucci si fossero trovate carte compromettenti,
le quali poi nel processo più non comparivano. Agostino Mainardi, lodato
di moderazione, mandava al famoso Fabrizio: «Devo scrivervi sebben
controvoglia, e quanto posso vi prego di tener a mente quel che scrivo,
ma la lettera non mostrare ad alcuno, perchè di materia odiosa.
L'altrjeri il commissario arrestò Vincenzo Stampa di Chiavenna,
nemicissimo agli Evangelici. Era amico di quel ribaldo Domenicano, che
fu assolto e rimandato impune dal podestà di Tirano. Vincenzo sapeva
tutti i secreti di esso, e una volta disse struggevasi di lavar le
braccia nel sangue de' Luterani. I più credono mandi spia
all'Inquisizione di quanto qui si fa. Io ve ne voglio avvertito,
affinchè con questi signori facciate che non se la campi. Scriverò anche
al commissario acciocchè lo _sforzi_ a confessar la verità, manifestare
le macchinazioni contro i fedeli di Cristo, i consigli de' profeti di
Baal, cioè i Domenicani, e degli altri che son nemici non solo al
vangelo, ma a' nostri signori. Quest'è l'unico corifeo da cui potrà
risapersi tutto, meglio che da qualunque altro si sia; tengasi dunque in
carcere, nè si lasci sfuggire. Credo che, se venga _forzato_ a dir la
verità contro i Domenicani, ne dirà di tali, che giustamente verran
cacciati dai signori... Ripeto che ciò scrivo malvolentieri, perchè non
vorrei nuocer a nessuno»[264].

Poco poi si lagnava perchè il pretore non volesse proferir sentenze se
non dopo udito il consiglio de' signori Grigioni.

E Tobia Eglino al Bullinger: «Questo è ben certo che molti frati
emissarj girano a Chiavenna, a Piuro e nelle vicinanze, pagati dall'oro
pontifizio, per fiutare quel che risolvano i Grigioni, e assalendo un a
uno, o per forza, o per timore, o per premj, svolgere dalla vera
religione. Se mai infuriò l'Inquisizione spagnuola, gli è adesso. Quasi
nessun mercante è più sicuro a Milano, dove i sospetti vengono con
atroce crudeltà uccisi, o mandati alle galere, o tenuti in prigionia
domestica se nobili. Testè un Giacomo Serravallense veneto, che professò
il vangelo a Chiavenna, e andava per affari in Italia, fu preso a Crema,
e tra molti strapazzi e colle mani avvinte al tergo a guisa d'un gran
birbante, fu condotto a Venezia, e quivi condannato alla galera, o
_dicono altri_ precipitato in mare. Simile beccheria e peggio a Bologna,
dandosi egual morte, eguali catene, eguali torture a grandi e ad infimi.
A Piuro capitò un frate, e fidato nella benevolenza degli abitanti
papisti e nella liberalità del pontefice, scrisse lettere proditorie,
per le quali, d'accordo coi migliori del luogo, avesse podestà
d'incrudelire contro i predicanti e gli Evangelici. Volle recarle a Roma
acciocchè il papa vedesse le facoltà attribuitegli, e profondesse denaro
per corromper altri. Ma non volendo firmar la lettera i consoli del
luogo, la cosa venne manifestata dal curato del paese, e il monaco
incarcerato e punito di ducento coronati» (29 dicembre 1567).

E si credeva! Ma l'accusa era stata data; se i due spioni fuggirono
n'avea colpa il pretore, vendereccio; su di essi accumulavansi tutte le
infamie possibili; a forza di ripeterle faceansi indubitate, e si
spediva al senato di Milano a portar lamenti e pretendere soddisfazione:
ma questo e il governatore chiedevano le prove, o assicuravano esser
affare dell'Inquisizione; sporgevansi querele alla dieta, e questa era
compra dall'oro di Roma, dalle baje de' frati, dalle decorazioni
cavalleresche. Non son gli argomenti che si ripetono anche adesso?

Non vogliam però dire che i Cattolici non s'adoprassero per salvar la
Valtellina dall'eresia; e poichè, secondo il diritto comune d'allora,
l'eretico era un nemico pubblico, si ricorreva a tutti gli spedienti che
il diritto di guerra consente, fino a staggire le merci che capitassero
in Lombardia appartenenti ad eretici, e coglier le loro persone qualora
fosse possibile, e vietare severamente il darvi albergo[265]. Più si
teneva occhio ai preti e frati apostati, procurando coglierli e
consegnarli al Sant'Uffizio. Tra questi era Francesco Cellario, della
Chiarella, figlio di Galeazzo, già minore osservante. Inquisito dal
Sant'Uffizio a Pavia, ne era stato dimesso il 1 maggio 1557 con imporgli
solo alcune penitenze. Ma presto fu denunziato di tenere e difonder
libri ereticali, nutrire opinioni fallaci e predicarle; onde messo in
prigione, confessò d'aver lodato pubblicamente il Bucero, il Calvino,
l'Ochino ed altri di quella risma. Riuscito a fuggire, ricoverossi fra'
Grigioni: prese moglie; e insegnava non darsi purgatorio, non esser
sacramento il matrimonio, nè vietato ai preti; il corpo di Cristo
trovarsi nell'eucaristia soltanto idealmente; a Dio solo doversi far la
confessione de' peccati; non venerare le immagini dei santi; Pietro non
essere stato superiore agli apostoli, nè il papa ai vescovi. Non
contento di predicar a Morbegno, qualche volta spingevasi secretamente
fino a Mantova, sicchè furono tesi agguati per coglierlo. Era andato al
sinodo di Zutz nell'alta Engaddina il 1568; ed essendo intercetto dalle
nevi il passo della Bernina, ritornò per Chiavenna, attraversando quel
lembo del Pian di Colico che spetta al Milanese. Quivi l'appostavano; e
côlto al passo dell'Adda, fu inviato a Piacenza, donde il duca Ottavio
Farnese si fece un onore di spedirlo a Roma, e quivi processato, come
apostato e relapso fu dato al braccio secolare il 20 maggio 1569. I
Grigioni strepitarono come di violato diritto pubblico, mandaron note
all'Albuquerque governator di Milano e ai principali Stati d'Italia, ma
si rispose ch'era nelle autorità del papa l'arrestar gli eretici. Essi
allora pubblicarono una taglia sopra l'inquisitore frà Pietro Angelo da
Cremona, premiando chi prendesse lui o alcun suo compagno, e il
consegnasse.

Più tardi Lorenzo Soncini, che predicava a Chiavenna, fu côlto al modo
stesso, e mandato all'Inquisizione.

Anche i vescovi di Coira vegliavano alla preservazione del cattolicismo.
Essendosi in quella cattedra preferito Tommaso Planta ad Andrea Salis,
si esacerbarono le ire fra le due famiglie rivali, e imputavasi il
Planta di mangiar grasso anche in giorni di digiuno, non dir la messa, e
andare zoppo nella fede come ne' piedi. Le accuse furono portate
all'Inquisizione, e frà Michele Ghislieri lo processò; egli
giustificossi, e d'allora raddoppiò di zelo, e in conseguenza fu odiato
dagli Evangelici, coi quali durò in continua lotta.

Era il tempo che spingevasi meglio il Concilio di Trento, e nel 1561 fu
mandato ne' Grigioni Bernardino Bianchi prevosto di Santa Maria della
Scala di Milano, col nobile milanese Giovanni Angelo Rizzi segretario
regio, che alla dieta di Coira querelaronsi perchè in Valtellina e a
Chiavenna si ricettassero i profughi, senza esaminarne i costumi e la
condotta, bastando si mostrassero nemici della fede cattolica: si
obbligassero i fedeli a spartire coi ministri ereticali i benefizj,
ajutandoli così a sparger interpretazioni del vangelo contrarie a quelle
de' Padri e de' Concilj ecumenici; invece si costringessero i
predicatori cattolici a dare sicurtà pei loro atti: si fosse vietato di
eriger chiese e conventi, e riprovato il Quadrio perchè fondò il
collegio dei Gesuiti a Ponte: a Poschiavo si tollerasse la stamperia
Landolfi, ostilissima alla sede romana[266]; si impedisse al vescovo di
Como di esercitar la sua giurisdizione, e fin di esigere i suoi livelli
e canoni; si fosse ordinato che tutte le parrocchie scegliesser il
curato a loro beneplacito, senza chiedere bolla o approvazione da Roma;
e allorchè di Roma giunga alcun breve non si pubblicasse senza
consentimento delle tre Leghe.

Eccitossi l'indignazione popolare contro questi messi, quasi
attentassero alla libertà, e Pier Paolo Vergerio venne apposta dal
Wurtenberg per contrariarli. Adunata la Dieta, vi si diedero risposte
evasive; dalla stamperia di Poschiavo non si lascerebbero uscire libri
contro la santa sede nè ingiurie al papa: non si contenderebbe al
vescovo di Como quel che gli apparteneva; nulla esservi d'ingiusto in
ciò ch'erasi disposto sul convento di Morbegno e il collegio di Ponte:
l'istanza del Bianchi perchè si spedissero legati al Concilio di Trento
ebbe il no, con gran trionfo del Vergerio. Anzi nel 1583 adunati a
Chiavenna, i capi della repubblica sancirono che, dov'erano tre famiglie
riformate, si tenesse un ministro a spese comuni, e questo potesse usar
le chiese «fabbricate dagli avi per uso de' posteri».

Abbiamo già accennato quanto san Carlo Borromeo s'affaticasse a
sostenere la causa cattolica fra i Grigioni e in Valtellina; vi spediva
catechismi; cercava ne fossero rimossi gli apostati, e vi si aprissero
scuole cattoliche; ma poco potè trarre a riva: anzi fu rinnovato
l'ordine che non predicasse se non chi approvato dal sinodo[267]. Il
Volpi vescovo di Como, che era stato spedito alla Dieta di Baden per
patrocinare davanti ai signori Svizzeri gl'interessi de' Cattolici,
invitò il cardinale Borromeo a visitare la Valtellina. In fatto egli,
trovandosi nella Valcamonica, varcò i Zapelli d'Aprica, e venne in atto
di pellegrino al celebre santuario della madonna di Tirano «per
infiammare (scrive egli) quanto potessi gli ortodossi di questa valle;
poichè giacciono dall'intollerabile giogo degli eretici quasi oppressi,
e gran pericolo reca di contagione il quotidiano convivere coi nemici
della nostra fede. Ivi predicai per dare qualche consolazione a quel
popolo, che ardentemente bramava udire la mia voce, e volentieri lo
feci, con facoltà del vescovo di Como».

Lo stesso santo fiancheggiò vigorosamente il Pusterla arciprete di
Sondrio nell'opporsi al collegio che voleva istituirsi in quel paese
sotto la direzione di Rafaello, figlio di Tobia Eglino: ne seguì una
vera sollevazione, e molti furono processati e sbanditi, fra cui il
Pusterla stesso, ma il collegio non si potè aprire. San Carlo ottenne
dai Cantoni svizzeri cattolici che inviassero deputati alla dieta de'
Grigioni per tutelare gli affari dei Valtellinesi ortodossi. Dopo il
viaggio nella Mesolcina che descrivemmo (vol. III pag. 91) avrebbe
bramato scendere in Valtellina, ma non l'ottenne[268].

Dicemmo che, quando la costituzione corra pericolo, i Grigioni erigono
un tribunale speciale (_Straffgericht_) di giudici scelti dalle
comunità, con poteri dittatorj. Allora lo piantarono per iscoprire e
castigare coloro che aveano favorito la venuta del Borromeo, al quale
attribuivano sottofini politici; tanto più che era nipote di quel Gian
Giacomo Medeghino, che viva guerra avea fatto a' Grigioni, e tentato
toglier loro la Valtellina. A quel tribunale Girolamo Burgo mesolcino
confessò alla tortura aver dal Borromeo ricevuto denari e grano da
distribuire ai fautori, nominò i complici, e tutto quel che si volle.

Certo è bene che al Borromeo i Valtellinesi recapitavano i lamenti
contro gli abusi dei loro padroni e che trattarono di ribellarsi
coll'ajuto dei governatori di Milano, non mai rassegnati alla perdita di
quell'importante valle. Don Ferrante Gonzaga governatore aveva intrigato
all'uopo fin col vescovo Vergerio[269], sebbene invano; e una lettera
del Borromeo del 1584 ci fa chiari che la cosa fu anche più tardi
discussa, e ch'egli la favoriva siccome propizia alla religione, e ne
trattava coll'ambasciador di Francia, e teneasi presso que' confini per
accorrere ad ogni moto; pur protestando «non voler tenere, per ajutar
que' popoli, altra via che la spirituale»[270].

Di quel tempo un Rinaldo Tettone, ricco negoziante milanese, avea mal
condotto i suoi affari, e come uomo che nulla aveva più da perdere, si
pose a capo d'una banda di bravacci, mestiero che allora non disonorava
se non chi non riuscisse. Dal fare preso ardimento al fare, meditò
invadere la Valtellina, e metterla a sacco; e per mantellare la
ribalderia, come si suole, avrà sparso di andarvi a rialzare la santa
religione cattolica, ed operar d'accordo col governatore Terranova, col
cardinal Borromeo, con papa Gregorio. S'avviò di fatto, ma il
Parravicino governatore di Como non permise che quella ciurma entrasse
in città, e a forza lo respinse colle armi cittadine, mandando al
supplizio quanti colse de' costui seguaci.

Ita al vento l'impresa, il governatore di Milano se ne fece nuovo
affatto, ed il Tettone fu cacciato in galera[271]. I Grigioni ne fecer
un capo grosso, e molta gente inquisirono, senza verificare d'alcuno la
colpa: ma il cardinale tennero in memoria di fazioso e brigante.

Era questi morto l'anno avanti nell'atto, dice il Calandrino, di metter
fuori il scelleratissimo suo parto[272]; la lettera addotta lo mostra
innocente di maneggi, ma conscio: e il Ripamonti e il Ballarino[273]
fanno testimonianza che colla Spagna assecondava la trama: e il suo nome
restò formidabile agli eterodossi, e da quel punto chi ad essi
opponevasi diceanlo appartener alla Lega Borromea, come ai dì nostri
dicesi della Congrega, de' Gesuitanti, de' Paolotti: e campioni n'erano
il padre Giovanni Odescalchi vescovo d'Alessandria, e Giovan Pietro
Negri domenicano.

Nè i dissidenti cessavano di sorreggere i proprj religionarj e sfavorire
i Cattolici; negli statuti di Valtellina stampati il 1549 furono intrusi
alcuni a favor di quelli: al giubileo del 1575 si pose ogni possibile
incaglio: nel 1585 trovandosi a Chiavenna unite le bandiere de'
Grigioni, sancirono di nuovo intera libertà di religione, il che allora
come altre volte, significò persecuzione della cattolica: non voleano
ricevere frati esteri, nè manco per la predicazione quaresimale; e
sopratutto non soffrivano si pregasse per l'estirpazione delle eresie,
quando non si dichiarasse non intendersi quelle professate dai signori
Reti; non potendo comportare che si facesser orazioni contro i proprj
signori. Ai predicanti riformati si assegnavano soldi[274]: le rendite
della prepositura di Sant'Orsola di Teglio già da anni eransi applicate
a mantener il predicante di colà, sorrettovi dalla famiglia Guicciardi.
Natane opposizione, e mescolatisi i partiti, si pretese che
l'onorevolissimo cittadino Tommaso Planta fosse guadagnato dall'oro
spagnuolo, e fattogli processo, venne condannato a morte.

Broccardo Borrone di Busseto parmigiano, studiando in Padova conobbe gli
scritti di Calvino, e ne fu pervertito; venne in Valtellina il 1592, e
mediante il favore di Andrea Ruinelli, medico e professore ne' Grigioni,
fu fatto predicante e maestro a Traona, donde il 1596 passò cancelliere
del commissario Giovanni Planta in Chiavenna. Accusato d'esser fuggito
d'Italia non per religione, ma per turpitudini commesse, d'aver più
volte esternato il desiderio di tornare cattolico se il papa gli
perdonasse, al qual fine cercherebbe ridurre in mano dell'Inquisizione
alcuni predicanti, fu messo alla tortura rigorosa: e non confessando, fu
dimesso pagando cencinquanta coronati per le spese di processo: poi la
Dieta lo bandì da tutto il paese, perchè temeasi meditasse vendetta. Nel
suo breve soggiorno nella Rezia, erasi egli giovato del suo posto per
raccogliere curiose notizie: perocchè nel 1601 un Giorgio Pini di Traona
scrisse da Roma che vi si trovava il Borrone, e che avea fatto un libro
ove descriveva il paese e gli abitanti: subito si cercò un tal libro,
poi si pose una taglia sulla costui testa, ma non si trovò chi la
volesse guadagnare. In realtà, per aver denaro, egli avea steso un
libello, dal quale scegliamo solo alcuna cosa di quel che concerne i
paesi italiani, de' quali dice: «Attorno al lago di Como son le
parrocchie cattoliche, di Novato, Campo, Samolago, Gardona, dove non c'è
eretici, talmente prevalse l'esempio dei vicini. Cattolica è tutta la
val San Giacomo, per la quale si passa a Coira, sempre fra cattolici. Il
contado di Chiavenna ha quindici parrocchie, tutte con preti cattolici;
ministri eretici sono a Chiavenna, Piuro, Pontilio, Mese, tutti apostati
dall'Italia. De' cinquemila abitanti, ottocento son eretici; e mille
capaci dell'armi, fra cui al più cento eretici. Non sarebbe difficile
purgar il paese dall'eresia, non mancandovi gente di cuore, che aspetta
l'occasione.

«Allo sbocco dell'Adda vedonsi gli avanzi d'una torre, dove Gian Giacomo
Medeghino avea posto campo per impedire che i Grigioni v'entrassero; e
converebbe rialzarla.

«Nella Valtellina ha 65 parrocchie, ciascuna col suo curato, ma
vorrebber essere visitate, essendovi di molti contumaci e profughi
dall'Italia senza dimissoria. Non c'è verun luogo tutto eretico, bensì
alcuno ove neppure un eretico; e i ministri son appena dodici, tutti
apostati italiani, i quali se si allettassero, credo che in breve la
valle sarebbe risciaquata dal calvinismo. De' venticinquemila abitanti
appena un decimo abbracciarono la Riforma: scrivonsi quattromila alla
milizia, tra cui ottocento eretici. Ma è da confessare che cogli eretici
stanno i principali e più ricchi, non solo di Valtellina ma di tutti i
Grigioni. I natii aborrono i dominanti, e all'occasione se ne
disferebbero. Nè difficil sarebbe il redimerli, tanto più che nella
Rezia non potrebbe entrare per soccorso alcuno de' confederati se non
per passi angustissimi che stan in mano de' Cattolici; mentre ai
Cattolici italiani e tedeschi son aperti i varchi».

Qui descrive la politica e la miseria de' Grigioni, poi vien a informare
de' pastori evangelici di Valtellina.

«Nicola da Milano, già francescano, tre anni fa recossi a Chiavenna, ove
predica il catechismo ereticale; menò povera donna, de' cui costumi è
disgustato, e n'ebbe figli che fatica ad allevare. Nè si loda della sua
chiesa perchè gli fu preferito Ottaviano Mei lucchese. Con tali
scontentezze, parmi che potrebbe guadagnarsi a promesse.

«Questo Mei, benchè nato e educato nell'eresia, è giovane, celibe, di
buona casa, dotto in latino, greco, ebraico e nelle buone arti, facondo;
e con largo promettere potrebbe trarsi alla Chiesa nostra; oppure
coglierlo presso il lago, ove si diletta della pesca.

«Michele Acrutiense, già pievano nella Rezia, poi apostata e ministro a
Piuro: di sessanta anni, abbastanza dotto, ma povero, con chiesa piccola
e sottili proventi; cuculato perchè sposò una giovinetta.

«Tommaso Capella genovese carmelita, or ministro a Poncila, sui
quarantacinque anni, con moglie sterile e sgraziata: egli dotto, ma
audace, ambizioso, pieno di sè, ricco; non credo deponesse l'amor
dell'Italia; ma non soffrirebbe mai di tornare in convento.

«Giovanni Marzio da Siena, già da trent'anni apostato, or predica a
Solio in Val Bregaglia, ha moglie una veneziana smonacata, da cui ebbe
due belle figliuole, or da marito; stampò qualche cosa contro la Chiesa,
e fu avvocato degli eretici nella disputa di Piuro. Crederei vano ogni
tentativo con lui.

«Da un anno venne dal ducato di Spoleto Ferdinando di Umbria; subito
sposò una giovinetta, colla quale vive in bizze; e non dubito cederebbe
a lusinghe.

«Marziano Ponchiera, già prete, or predicante a Vicosoprano, gran
parlatore, gran bevitore, di sessant'anni sposò una giovinetta, per la
quale è martellato da gelosia. Una volta volea rimpatriare, e si spinse
fin a Milano, poi diè la volta indietro. È povero in canna, poichè la
rendita d'un anno mangia in un mese».

Detto di Rafaele Eglino e Gabriele Gerber, segue di Giovanni Luca
calabrese, conventuale, or ministro a Dubino, di ventitre anni e di
molta erudizione, sposò una poveretta di che presto si pentirà. Se non
si può colle dolci, potrebbe farsi rapire da un pajo di armati, essendo
la sua chiesa vicinissima al lago.

Nè altro partito che di rapirlo propone per Luca Donato Poliziano, già
francescano, ora a Traona, con trentacinque anni e tre figliuoli.

«Ercole Poggio bolognese, predicante a Morbegno, ambizioso e mezzo
fatuo, ha moglie un'altra Santippe, colla quale se la passa bene benchè
sessagenario, nè saprebbe staccarsene.

«Da un anno fissossi a Caspano un frate, che dicono piacentino e dottore
in teologia; sposò una di Chiavenna, e non ne ho altra conoscenza.

«Scipione Calandrino di Lucca, ministro a Sondrio, è il più pericoloso,
e molti libri tradotti dal greco e dal latino invia e diffonde in
Italia; ha cinquant'anni, moglie nobile, e nobile vantasi egli stesso;
senza figli; gode gran credito presso gli eretici.

«Cesare Gaffori piacentino, già cappuccino, or ministro a Poschiavo, di
quarantacinque anni; con moglie e tre figli; parlatore, versatissimo
nella Scrittura, stampò contro il Bellarmino.

«Marco Eugenio Bonacino milanese e Alfonso Montedolio piacentino dianzi
a mia persuasione andarono nel Tirolo, aspettando il salvocondotto per
ricondursi in Italia.

«Altri ve n'ha che con promesse e ragioni potrebbero trarsi alla Chiesa
romana. Ogn'anno i ministri si radunan al sinodo: e per arrivarvi devono
traversare un angusto passo vicino al lago di Como, ch'è di
giurisdizione milanese. Si potrebber facilmente cogliere al varco»[275].

Fin qui il Borrone non è che una bassa spia; ma non manca d'arguzia ove
morde i vizj de' Grigioni, nel che del resto va daccordo cogli storici,
anche nazionali. La religione li divideva, li divedeva la politica: non
badando alla patria, ma a donativi, pensioni, collane, decorazioni,
favorivano chi questa Potenza, chi quella; divisi in due fazioni, una
devota a Spagna ed ai Cattolici, l'altra a Francia ed agli Evangelici;
capo di quella era Rodolfo Planta, di questa Ercole Salis, le due
famiglie primarie delle Leghe. Il grosso dei Grigioni essendosi
sottratto al cattolicismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e
guardava l'amicizia dei Francesi come fondamento di libertà; sicchè
prevalsero i Salis, e venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e
difesa, nella quale non facevasi eccezione veruna a favore del milanese.

Con questo ducato i Grigioni nel 1603 aveano stretto una convenzione di
buona vicinanza, per la quale il commercio non troverebbe impedimento;
essi non consentirebbero il passo ad esercito che venisse contro il
milanese; questo in compenso dirigerebbe il transito delle merci pel
paese delle Leghe. All'udire dunque della nuova convenzione coi
Francesi, gran lamento alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i
governatori spagnuoli di Milano, umore guerresco, che nel cuor della
pace teneva numerosissimo esercito, e operava colle prepotenze d'un
governo militare. Egli mandò minacciando i Grigioni di trattarli da
nemici, e a nulla approdando colle parole, si pose a fabbricare un
fortalizio, detto dal suo nome, appunto là dove la Valtellina e il
Chiavennasco confluiscono al lago di Como: sicchè dominando que' passi,
poteva impedire alla Rezia i viveri ed il commercio, come chiuder
l'adito ad ogni esercito che di là venisse. Quella striscia di
territorio spettava in fatto al milanese, ma il duca Francesco II Sforza
avea stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in
quel giro. Ne mossero dunque reclamo i Grigioni, ma il Fuentes, non che
badarvi, finì e presidiò il forte, e coll'adunare genti e navi
all'estremo del lago di Como, confermò la voce che volesse ricuperare la
Valtellina al ducato di Milano[276].

Queste pratiche davano l'ultimo tuffo alla Valtellina: le Leghe vi
crebbero guarnigioni; ad ogni ombra davano corpo; e subillate e
sostenute dai novatori, lieti che i loro religionarj crescessero in
autorità, disponevano come donni e padroni, e arrogatasi la nomina degli
ufficiali, mandavano magistrati di più che bassa mano, i quali
soperchiavano, non curando d'esser amati, purchè temuti. Nuovi editti
vietavano le indulgenze e i giubilei, tacciavano di superstizioso il
culto del paese, cassavano le dispense curiali, berteggiavano i decreti
pontifizj; cacciaronsi i Gesuiti, abolendo le donazioni lor fatte;
processaronsi i miracoli di san Luigi; turbavasi la giurisdizione col
forzare i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, escludere buoni
sacerdoti forestieri, obbligare tutti alle prediche degli eretici: delle
quali ascoltate prima per celia, poi per curiosità, poi talvolta sul
serio, l'ornamento più consueto erano rampogne contro l'avito culto, e
il purgatorio e l'astinenza dalle carni: dietro al che la ciurma non
mancava di rubare ostensorj e sparpagliare le particole, sfregiar
tabernacoli, fare smacchi a' sacerdoti nelle processioni del Sacramento,
e in quei devoti riti della settimana santa, che l'intimo dell'animo
commovono a patetica devozione. Sotto la protezione dei signori, che
dicevano «Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando», ogni
tratto qualche nuovo cattolico disertava, anche preti e curati: ed
essendo ordinato che, ove fossero più di tre famiglie riformate,
convenisse accomodarle di ministro e di chiesa a spese comuni, i
Cattolici vedeansi costretti a mantenere i predicanti co' benefizj
ecclesiastici: e non compatendo la religione loro che i preti
evangelizzassero dalla bigoncia dond'era sceso dianzi il ministro
calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Credendo
ciascuna parte essere in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi
nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello,
tirandosi al peggio che si facesse. Il conte Scipione Gámbara bresciano,
per aver ucciso un suo cugino era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi
tenevasi attorno una masnada di bravi. Entrò sospetto nei Grigioni
ch'egli volesse dar mano a stabilire l'Inquisizione, e sbrattare la
valle dai Protestanti: onde, côltolo, e coi metodi consueti, convintolo
di tramare col cardinale Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, fu
decapitato a Teglio; il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo,
e le spese del processo caricate alla valle.

Peggio avvenne quando Ulisse de' Parravicini Capello di Traona, che, reo
di molto sangue, campava la vita sul bergamasco, osò una notte
ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati.
L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e ne colsero pretesto a
spicciolare altri Cattolici.

La certezza d'esser in odio al pubblico faceva prendere provisioni, che
lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora[277],
ma di corto cadeva nell'obblio, e non rimanevano che la persecuzione,
impolitica non meno che empia, e un'opposizione non sempre generosa.
Morto il parroco della Chiesa in val Malenco e sepolto il tempio di colà
da una frana, un Tommaso paesano adoprò caldamente per indurre que'
montanari a valersi del ministro evangelico, spacciando che la parola di
Cristo predicata da questo varrebbe assai meglio che la messa dei
papisti, che orazioni recitate in una lingua non intesa, che preti le
cui dicerie riboccan di baje, di idolatria il culto. Ma Tommaso Sassi
pastore distolse i terrazzani dal cambiar religione. In Caspoggio della
valle stessa, mentre i mariti estivavano sui pascoli montani, le donne
seppero che i Riformati intendevano sepellire in San Rocco un loro
bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistare possessione
di quella chiesa. Munitesi di sassi, aspettano il funebre convoglio, e
come s'avvicina, schiamazzando alla donnesca, lo tempestano di pietre.

In Sondrio il governatore accingevasi ad entrare per viva forza nella
chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito; ma un Bertolino, uomo
all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che
colla daga alla mano l'impedisse. Come il governatore glie ne mosse
querela, Bertolino menosselo a casa, e gli improvvisò una lieta merenda:
fra la quale presentossi Giangiacomo, sempre accinto della sua daga, e
con un fiasco del miglior vino, che cominciò a mescere in giro alla
ragunata: e fatti comparire quindici garzoni in tutto punto d'armi,
«Ecco (disse) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica
fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione».

Altri fatterelli rinnovavansi ogni giorno, e non sempre risolveansi in
riso quando i reciproci rancori faceano pronti a correre ai
risentimenti.

In Sondrio degli abitanti un terzo erasi sviato dall'ovile romano; così
molte delle contrade vicine; e le miste usavano due preti[278]. Dal 1520
al 1563 v'era stato intruso come arciprete Bartolomeo Salis, che
contemporaneamente era arciprete di Berbenno e di Tresivio e curato di
Montagna, e in nessun luogo risedeva, lasciando il gregge a pascoli
infetti: de' benefizj valevasi per dotare nipoti; portò anche le armi;
il che tutto agevolava la diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a
predicarvi un frate, in aspetto di somma dottrina e pietà; e il popolo,
che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben
presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai
Mossini in casa i Mignardini, donde seguitava a sermonar ai nuovi
convertiti. L'arciprete Salis non se ne dava pensiero, tutto blandizie
verso i Grigioni nella speranza di esser assunto vescovo di Coira. E vi
fu assunto, onde rinunziava i tanti benefizj in Valtellina: ma poichè
l'elezione non fu confermata, si trovò sprovisto, e morì poveramente in
Albosaggia.

Ben altrimenti si era comportato Nicolò Pusterla, ma con sei zelanti
Cattolici rapito in prigione, colà vollero dire fosse avvelenato dal
governatore.

Gli succedette Nicolò Rusca, nato in Bedano terra del luganese, da
Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Avea studiato a Pavia: indi nel
collegio Elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che
postagli sul capo la mano, «Figliuol mio (gli disse) combatti buona
guerra, compi la tua carriera; per te è riposta una corona di giustizia,
che ti renderà in quel giorno il giudice giusto». Fatto arciprete di
Sondrio, mostrò lo zelo del buon pastore che offre l'anima per le
pecorelle. Dotto di greco e d'ebraico, non che di latino; versato nella
storia ecclesiastica e nella teologia, spesso agitava le correnti
controversie sia in dispute coi dissidenti, sia nelle prediche dove,
tutto lume della somma verità, in prima ribatteva l'errore, poi
stabiliva la dottrina vera; ma nè usava egli, nè soffriva in altri le
invettive e le ingiurie. Trovata la chiesa sproveduta di arredi,
disusata di funzioni, muta di canti, egli rinnova tutto, introduce
preghiere e processioni, ricupera i disusati beni, ripristina la
disciplina delle monache; ottiene che i Cappuccini possano confessare.
Si oppone alle pretendenze de' novatori, i quali, oltre esigere dal
capitolo la provvigione di trenta zecchini pel ministro evangelico,
volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per farsene il
cimitero: proibivano le processioni del _Corpus Domini_ e del venerdì
santo, e il suon delle campane come pubblico insulto ai magistrati
dissidenti.

Simone Cabasso curato di Tirano predicava incessantemente contro
Calvino, onde fu accusato e condannato. Egli si appella, e dal pretore
vengono invitati Antonio Andreossi ministro di Tirano, Cesare Gaffori di
Poschiavo, Antonio Mejo di Teglio, Scipione Calandrino di Sondrio,
Nicola Cheselio di Montagna, perchè tengano un colloquio sopra la fede,
e principalmente sopra Calvino. Da questo e da sè repulsarono la taccia
di eretici, mostrando (e il Calandrino principalmente) che quel dottore
non avea deviato mai dalla Chiesa quanto alla divinità di Cristo e alla
sua eccellenza come mediatore, anzi l'aver egli perseguitato gli Unitarj
e scritto contro Valentino Gentile. Non bastando il primo, si venne a un
secondo colloquio il 1 marzo 1596; poi ad un terzo il 7 agosto; dopo il
quale gli oratori grigioni sentenziarono che il Cabasso aveva
calunniato, e perciò pagasse centrentadue coronati.

Fra' Cattolici primeggiavano, oltre questo di Tirano, il parroco di
Mazzo e Nicolò Rusca, il quale del colloquio diede a stampa una
relazione (1598 Como, pel Frova). Questa parendo aliena dal vero e
calunniosa quanto alle persecuzioni che gli ecclesiastici soffrivano in
Valtellina, i signori Grigioni permisero ai ministri di rispondervi,
come fecero con uno scritto latino, il cui titolo suona, «Della disputa
di Tirano fra i papisti e i ministri del verbo di Dio nella Rezia,
tenuta gli anni 1595 e 96, quattro parti, dove accuratamente e
solidamente si tratta della persona e dell'officio di Gesù Cristo
mediatore secondo le due nature; e si vendicano le parole di Calvino
sopra la natura divina di Cristo dalle calunnie dei papisti
valtellinesi; risolvonsi i sofismi del Bellarmino, e scopronsi gli
errori de' Monoteliti, de' Nestoriani, degli Ariani, e d'altri; oltre la
storia esattissima di quella disputa: l'indice delle calunnie dei
parroci di Valtellina; la risposta ai ripetuti costoro sofismi. Autori
Cesare Gaffori, Ottaviano Mej, e gli altri ministri della parola di Dio
nella Rezia, or primamente stampati, e non solo degni di lettura, ma
giovevoli a chiunque ama la verità» (Basilea, per Waldkirch 1602 in-4º).

Nel 1596 Giovanni Marzio di Siena, pastore a Solio, avea stampato un
libro italiano della Messa, che molto si divulgò. L'_Apologia della
Messa_, che frà Giovanni Paolo Nazari cremonese domenicano vi oppose, fu
giudicata vittoriosissima dai Cattolici, ridicola dagli altri. Si
stabilì una disputa a Piuro, che fu fatta il gennajo e maggio 1597,
presenti gli arcipreti di Chiavenna e di Sondrio, il Calandrino, il
Marzio, il Mej, il quale fu trasferito allora dalla chiesa di Teglio a
quella di Chiavenna per succedere al Lentulo.

_Martello degli eretici_, quale veniva chiamato si mostrò singolarmente
il Rusca allorquando i Riformati ottennero di istituire a Sondrio un
collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero
calvinisti. Fin dal 1563 erasene divisato, poi aperto nel 1584
accettandovi cattolici e no; ma nessun cattolico andandovi, cadde.
Quando si volle rinnovarlo, il Rusca, senza guardare in faccia nè ai
Salis che lo proponevano, nè al re d'Inghilterra che dicevasi
somministrar il denaro[279], attraversò questa impresa, e riuscì a
sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche
dottrine.

Nel 1614 l'Archinti vescovo di Como per seicento fiorini comprava la
licenza di visitar la Valtellina, il che da venticinque anni era
proibito, e ne mandò relazione a Paolo V. Dopo estreme lodi al paese, si
consola che, in quell'esecranda libertà di vivere e dire quanto a
ciascuno piace, appena tremila persone abbiano adottato la Riforma, e i
popoli accorreano festosi e piangenti ad accompagnarlo. A Tirano trova
da cencinquanta eretici, _vil plebe_. I cattolici di Poschiavo e Brusio
tengonsi incontaminati, benchè mescolati ai Calvinisti. In Sondrio
questi erano potenti per numero e ricchezza, sicchè a fatica egli vi
ottenne accesso. Un terzo de' Chiavennaschi aveva abbracciato l'errore,
fra cui i meglio stanti, e dalla Bregalia i Riformati minacciavano
assalirlo in armi. Quando esso Archinti tenne un sinodo nel 1618, il
podestà di Traona pubblicò per editto terribili pene contro qualunque
ecclesiastico spedisse lettere o uscisse dalla valle: cento scudi di
multa o tre tratti di corda a chi conoscendolo nol denunziasse.

Perpetuo e vivo contraddittore de' loro disegni com'era il Rusca, gli
acattolici miravano a torselo d'in su gli occhi. Dapprima Giovanni Corno
da Castromuro, capitano della valle, lo condannò in grave multa perchè
avesse rimproverato un giovane suo popolano d'aver assistito a un
sermone dei Calvinisti. I Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo
di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira; dove il Rusca
fu assolto, ed il capitano ammonito.

Vivo contraddittore gli era il molte volte nominato Calandrino, del
quale nell'archivio di Zurigo conservasi un autografo, ove racconta «la
lunga e costante persecuzione» dei Valtellinesi contro degli Evangelici
e massime dei ministri, gli assassinj tentati, specialmente sopra di
lui, imputandone chiaramente il Rusca, benchè non lo nomini. In fatto a
questo apposero d'aver fatto trame con un Ciapino di Ponte per ammazzare
o tradurre all'Inquisizione esso Calandrino. Il Ciapino fu messo a morte
dopo orride torture, nelle quali disse aver avuto consiglio dal Rusca,
cui perciò fu aperto processo. Egli ricoverò a Como; poi giustificatosi,
tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della
persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala
via, e la fortuna vi mandò tempo.

Tra le brighe di Potenze straniere, ne' Grigioni pigliavano il
sopravento i predicanti, e intendendosela con Zurigo, Berna e Ginevra,
non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione;
essere violate le costituzioni pei bocconi stranieri; bisognare qualche
efficace provedimento per rintegrare la libertà, riformare il governo, e
simili frasi, che sempre titillano le orecchie della plebe. Fidati nel
favore di questa, sotto Gaspare Alessi di Gamogaso, da Ginevra venuto
predicante a Sondrio, e destinato rettore del seminario, accozzarono un
loro concilio, prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi
ed ingegno in gran nome, poi a Berguns, paese romancio alle falde
pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta
alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona
quella sola di Venezia: gridarono contro gli Austriaci, e che v'erano
maneggi per quelli, e che il governatore di Milano sparnazzava denari
per la Valtellina, e che per reprimerli si doveva stabilire il tribunale
inquisitorio, il quale correggesse la costituzione, venuta omai in gran
punto. Il popolo gli ascolta: Ercole Salis se ne fa capo: l'Engaddina e
la Bregalia levansi in arme: i castelli dei Planta fautori degli Ispani
son diroccati: uomini malfattori entrano a forza in Coira, e dispersi o
carcerati come ribelli i preti e persone di gran bontà, conduconsi a
Tusis, paese romancio a piè del fertile Heinzenberg fra il Reno
posteriore e la formidabile Nolla: ed ivi stanziando le venticinque
bandiere con un migliajo e mezzo di soldati, proclamano tredici capitoli
per conservare la libertà, e piantano lo _Straffgericht_, aggiungendovi
un consiglio di predicanti (1618).

Accintisi a rintegrare la libertà politica col solito modo di togliere
ogni libertà legale, una furia d'accusatori sbuca addosso a quanti erano
sospetti. Le prime sette sentenze furono pubblicate da' giudici stessi
con prefazione apologetica; e subito tradotte in italiano, francese,
olandese, vennero dapertutto esecrate per atrocità. Giambattista
Prevosti detto Zambra, di settantaquattro anni e podagroso, quasi avesse
favorito l'erezione del forte di Fuentes fu decapitato: una taglia su
Rodolfo e Pompeo Planta, Lucio da Monte, Giovanni Antonio Gioverio, il
Castelberg abate di Dissentis, e se possano cogliersi vengano fatti in
quarti: Daniele Planta, nipote dei predetti, Antonio Ruinello, Pietro
Leone di Cernetz, Teodosio Prevosti della Bregalia, Giuseppe Stampa e
suo figlio Antonio, Agostino Traversi e il padre Felice di Bivio,
all'esiglio per tutta la vita; per quattro anni Andrea Jennio console di
Coira, Antonio Molina e Gianpaolo interprete del re di Francia, Andrea
Stoppani prete di Ardetz; tolti i beni e la mitra a Giovanni Flug
vescovo di Coira, e ucciso se sia côlto: multata di ventimila fiorini la
città di Coira, come ispanizzante; il pastore di essa Giorgio Salutz
escluso dal sinodo; e tacendo varj multati, dannato a morte in
contumacia il capitano Giovanni De' Giorgi; fra i Valtellinesi, Anton
Maria e Giovanni Maria Parravicini e Giovanni Francesco Schenardi a
morte; a quattro anni di esiglio Nicola Merlo di Sondrio e Giovanni
Cilichino parroco di Lanzada, perchè avea sonato a martello quando fu
arrestato il Rusca: al cavaliere Giacomo Robustello e ad Antonio Besta
bando per un anno e mille zecchini: due anni e seimila zecchini a
Francesco Venosta; minor pena a Giovanni Battista Schenardi e Francesco
Paravicino d'Ardenno, che settagenario e infermiccio non potendo esser
alzato sulla corda, ebbe serrati i pollici in un torchietto; ma stette
saldo a negare. Il dottore Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per
opinioni religiose in Valtellina, ove prese moglie a Teglio e si fe
protestante, diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di
questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della
Valcamonica, perchè venissero e uccidessero i Protestanti di Boalzo
mentre assistevano alla predica. Il Piatti fu arrestato con supposti
complici; e messo alla tortura, confessò quanto si volle e fu
decapitato: intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che
aveva recato l'ordine dell'arresto: mandaronsi uffiziali che cacciassero
di Valtellina gli oratori quaresimali, assistessero i pretori
nell'applicare gli editti de' signori, istituissero processi di maestà.

Marc'Antonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco, a capo di
quaranta satelliti, la notte del 22 giugno avea côlto il Rusca nella sua
arcipretura, e per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo
strascinò a Tusis. Nel primo furore i Sondriesi per far rappresaglia si
voltarono addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in
salvo: diressero una deputazione a implorare per l'arciprete, e non fu
ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro
Morosini a perorarne la causa; ma il tribunale gli rinnovò l'accusa
dell'attentato contro il Calandrino; poi di avere subornato il popolo a
non ubbidire alle Tre Leghe: cercato tornar al cattolicesimo i
Riformati, tenuto carteggio col vescovo e con altri; esortato in
confessione a non prender servizio contro il re cattolico; aver
istituita la confraternita del Sacramento, che sotto le devote cappe
portava micidiali armi.

Invano gli avvocati suoi lo scolpavano: aver operato bensì che si
mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non però
tramato mai contro il governo: col Calandrino non aggrezze, ma aver
usato cortesie, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Qual pro
delle difese quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto
vecchio, disfatto di forze e di carne, fu messo alla tortura due volte,
e con tanta atrocità, che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, fra
i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere
a seppellir sotto le forche, mentre egli dal luogo, ove si eterna la
mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà pe'
suoi[280].

Ciò avveniva il 4 settembre 1618; e quel giorno fu segnalato da un
gravissimo disastro naturale, la distruzione del bello e ricco borgo di
Piuro, sepolto da una frana con tutti gli abitanti. Pensate se si mancò
di vedervi un'immediata punizione del Cielo. Poco poi il tribunale a
Coira cassò gli atti di quel di Tusis, ma i morti non tornano più.

Il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò; e prima
parlottar segreto, poi aperte querele, e venire pel più leggero appicco
a parole, a sassi e coltelli. Avendo voluto i Grigioni impiantare una
chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero di forza i Cattolici;
e per vendetta di Biagio Piatti, ammazzarono un Riformato di Tirano,
maltrattarono il predicante di Brusio, _primizie de' martiri_[281].
Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo
ferì gravemente[282]. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, tenuto
la solita loro accolta in Tirano, i terrieri in armi s'erano rimpiattati
al ponte della Tresenda per trucidarli; ma essi ne sentirono a tempo per
ripararsi. Così i signori vivevano timorosi e tremendi; nei sudditi
covava un'irosa speranza, e fra il silenzio della paura udivasi quel
sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.

I colpiti dal tribunale di Tusis empirono di lamenti il mondo, e più la
Svizzera e la Lombardia, e com'è stile de' profughi, trescavano per
introdur armi straniere nella Valtellina non solo, ma nella Rezia. Dal
duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier
ambasciadore di Francia ricevevano subdoli incentivi: cercavano muover
l'irresolutezza delle Corti d'Austria e di Spagna; al papa inviarono non
una sola volta, ed esso li confortava ad una pazienza che pareva omai
intempestiva ai fuorusciti, i quali, gridando giunta al colmo
l'oppressione della patria, confortavano i Valtellinesi a levarsi una
volta per la causa santa.

Che i Riformati si fossero giurati a trucidar i Cattolici, e ridurre
alla nuova religione la valle, scrittori cattolici lo affermano; e che
il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non
andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte
dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al
cristianissimo si asserisce questa congiura; possibile ardissero mentire
così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che alle
suppliche ne unissero le prove[283]. Ma perchè, mentre si conservarono
esse suppliche, perì il documento? come, fra tanti fasci di carte, che
ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben
si ragiona di qualche lettera, ma vaga e d'incerto autore e scoperta
miracolosamente, e che, piuttosto d'acquistar fede a questa congiura, la
fa credere uno spediente, consueto anch'oggi, quello d'accusare la parte
che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia, e ammantando di
difesa il misfatto. Era tempo di rivoluzioni; e se queste non misurano
mai i mezzi, allora ancor meno, quando la discordia religiosa aveva
abituato ai delitti: la Francia, dopo il macello della notte di san
Bartolomeo, erasi agitata fra guerre terribili, che appena allora
avevano posa: l'Olanda scotevasi sanguinosamente dal giogo della Spagna
in nome della religione: in nome di questa la Boemia rompeva guerra
all'imperatore: tutta Germania era sossopra per quella che poi si chiamò
guerra dei trent'anni. Quanto l'esempio ecciti la passione della guerra,
delle stragi, delle rivolte non fa mestieri ch'io 'l dica; nè dovette
essere allora inefficace sui Valtellinesi.

Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati,
perseguitato egli stesso, nobile, agiato, d'animo gagliardo, e di
quell'ambizione che de' sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio,
servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto
cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro e molt'aura si era acquistato
tra' suoi coll'affabilità e la splendidezza, sicchè parve opportuno
centro alle trame per liberare la patria.

Accozzati nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior
recapito e di spiriti più vivi, ai quali pareva lodevole il far libera
la patria, o utile il comandarla, o santo il purgarla dalla eresia,
esclamavano essersi sofferto abbastanza: dai padri nostri ne fu lasciata
una patria da amare, un patrimonio da difendere, leggi da conservare. E
la patria e i beni e le leggi e, che più monta, la fede, ci hanno
codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio è
lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a
cessar dalle opere. Centomila cattolici, quanti ne abitano dalle fonti
del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo; ducento milioni di
cattolici in tutto il mondo aspettano da noi esempio, e ci preparano
applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere; noi sdegno generoso;
noi magnanime speranze: noi armi giuste perchè necessarie, formidabili
perchè impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice:
Spagna ci appoggia: la discordia de' Grigioni ci favorisce. Se
l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Torna meglio morire una
volta, che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? il
mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi.
Sopravviveremo alla ben condotta impresa? quanto sarà dolce nei tardi
nostri anni dire ai figliuoli: Noi pugnammo per la patria e per la fede:
se liberi, se cattolici voi siete, è merito nostro.

Così prevalendo i consigli esagerati, giurarono ridurre le vendette ad
un colpo, e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri respirassero
nella valle. Il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte, spedito per
amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria[284] e gli
altri magnati del governo milanese, ne ottenne tremila doppie[285] con
cui assoldò esuli e gente d'ogni risma pel primo sforzo. Traverso alle
penose incertezze che dividono una fiera risoluzione dal suo attuamento,
ed a quei casi che sempre vi si interpongono, venne la terribile alba
del 19 luglio 1620, quando a Tirano cominciossi a scannare e fucilare, e
ben sessanta persone vennero in diversa foggia tolte dal mondo, fra cui
tre donne; le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la
cattolica fede. Il Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo,
schioppettò da trenta riformati, poi mise fuoco al paese; falò, diceva
egli, per la ricuperata libertà di religione[286].

Guai se il popolo comincia a gustare il sangue! I Venosta, i Quadri, i
Besta, i Torelli, i Parravicini scannavano intorno a Teglio, a Ponte, in
Val Malenco, a Sondrio; sopratutto infierivano coi predicanti e i
rifuggiti. Bortolo Marlianici, Giovan Battista Mallery di Anversa,
Marcantonio Alba predicante in Malenco perdettero la vita; l'Alessio
campò con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco
Carlini vicentino, da frate mutato in predicator calvinista, fu mandato
all'Inquisizione ove abjurò: Paola Beretta, ottagenaria già monaca,
inviata anch'essa a quel tribunale, resistette e fu arsa viva. Anna di
Liba da Schio vicentino, fu trucidata con un bambino alla mammella:
altre donne ancora e nella florida e nella cadente età, furono passate
per le spade. Giovan Antonio Gallo di Gardone, fabbricatore di schioppi,
per due giorni si difese, poi côlto nella fuga, venne attaccato a un
albero e preso a fucilate. Andrea Parravicini da Caspano, preso dopo
molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco
se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo: e si videro spiriti
celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito[287]. Nè fu questo
il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti
segni mostrasse a ciascuna il suo favore.

Ignobili affetti presero il velo della religione; contadini e servi
piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui
cauti mariti. Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia,
mettevansi fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti
e crocifissi tutt'insieme. Non moveali religione, bensì quel furore che
accompagna le fazioni, iniquamente incitato da fanatici capi, che
pretessevano a questi orrori il nome del Dio della pace, il sostener una
religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità
degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia, col morire non
coll'uccidere. Fanatici frati e sacerdoti, l'arciprete Parravicini di
Sondrio aizzavano la moltitudine. Battista Novaglia a Villa tre di sua
mano ne scannò: frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo: il
Piatti curato di Teglio attaccò il dottor Federici di Valcamonica _e
fatto il segno della croce quale portava nella mano sinestra e una spada
nella destra, ammazzò detto dottor calvino con altri seguaci_[288]: il
domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno
spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel
Cristo, che aveva detto _non ucciderai_.

Molti per forza si apersero il varco e fuggirono; alcuni giunsero a
Zurigo, dove ebbero chiesa particolare, e rimane la nota delle persone
che vi si salvarono, cioè una di Tirano, due di Teglio, sedici di
Sondrio, fra cui padovani e vicentini, sei dai monti vicini, fra cui
Marta vicentina, due di Berbenno; di Caspano e Traona novantatre, fra'
quali un Sadoleto; una di Mello, quattro di Dubino. Vincenzo di
Bartolomeo Paravicini di Caspano fu ministro di quella chiesa, alla
quale si aggregarono i profughi di Val di Monastero; approvata dal
senato, ottenne d'adoprar la lingua italiana finchè al senato paresse:
nelle sole domeniche tenessero prediche in italiano, e in ore diverse
dalle tedesche; i sacramenti e la benedizione del matrimonio non si
facessero che nelle ordinarie congregazioni tedesche; le preci si
formassero e recitassero secondo il rito zuricano. Poi nel decembre 1621
ottennero di ricever la Cena da ministri esuli di Valtellina e
Chiavenna; di tenere due sermoni la settimana, ma non, come domandavano,
di elegger due anziani valtellinesi e due chiavennaschi per assister i
poveri, nè d'avere un custode proprio della chiesa: raccomandavasi di
acquistar l'uso del tedesco, come pare facessero, giacchè dopo tre anni
la chiesa italiana vi cessò.

Degli uccisi l'appunto non si può dire; essendo chi li scema e chi
d'assai li cresce oltre i seicento: poche decine erano grigioni, gli
altri indigeni o rifuggiti d'Italia, il che mostra come tanto meno fosse
necessaria la strage. Ma di tempo in tempo gettasi tra' popoli un furore
simile alle epidemie, durante il quale ogni riparo di ragione, ogni
consiglio di prudenza esce indarno: quasi per una adamantina fatalità
bisogna che si compia il reato, che si colmi la misura, che trovi chi
l'ecciti prima, l'applauda poi, per lasciar in appresso il pentimento
quando dalla colpa e dal delirio germogliano inevitabili la miseria,
l'oppressione, il tristo disinganno e il tardivo pentire.

Ma sulle prime non si ebbe che l'esultanza del trionfo e le
congratulazioni di popoli e principi, come poi di storici[289]. I
Valtellinesi, scancellate le impronte della retica dominazione, si
diedero un governo provvisorio, e cominciarono a far decreti: pigliare
al fisco i beni de' Grigioni, restituire la patria agli sbanditi, i
possessi alle chiese, i conventi alle monache, chiamare il vescovo a far
la visita, e frati a predicare e confessare: accettare il calendario
gregoriano, la bolla in _Cœna Domini_, il concilio di Trento,
l'Inquisizione contro gli eretici; levare il seminario acattolico e le
ossa di eretici dai cimiteri; e prometteano soffrir tutto, anzichè
tornare alla scossa dominazione. Il contado di Bormio era stato immune
dalla strage: ma per essere _quella santa risoluzione a Dio
dedicata_[290], anch'esso venne a quel che chiamavasi il partito santo,
il partito di Dio.

Quei di Poschiavo non aveano preso parte al macello, ma più tardi
vedendo non potere altrimenti liberarsi dai Protestanti, meditarono
scannarli: e Claudio Dabene, cameriere del Robustelli, fiero di lingua e
di mano, entratovi uccise quanti potè sorprendere: del che domandato in
giudizio, fu sostenuto a Tirano, ma ben presto dimesso. Leggo nello
Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice dell'assassinio; ma
più volentieri credo al cronista Merlo, il quale racconta che esso
curato Beccaria aprisse il presbitero per ricoverarvi gli eretici
cercati a morte.

I Valtellinesi in generale ragunata sortirono al grado di capitano della
valle e governatore Giacomo Robustelli, con ducento scudi il mese «per
aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi spese e
danno»: suo luogotenente il Guicciardi; e sentendo imminente il
pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono borgate, steccarono accessi,
fecer uomini, armi, denaro; mandarono ambasciadori ai Cantoni Svizzeri,
al nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo
d'Austria, e lettere a tutti i popoli cattolici, per loro mentosto
giustificazione che vanto. Più tenevano raccomandati al duca di Feria i
soccorsi che diceano promessi: ma mentre gli altri governi temeano da
questo sangue la prevalenza di Spagna, il duca spagnuolo stava colle
mani giunte o non volesse far manifesto d'aver intesa coi Valtellinesi
in quel che la coscienza riconosceva per gran misfatto, o attendere
finchè avessero dato segno di valore, prova di fermezza, speranza di
esito prospero, e mostrato se dovesse il mondo chiamarli ribelli od
eroi.

I Grigioni, che in Chiavenna stavano in grosso numero, come intesero la
strage, ebbero tempo di pararsi in difesa, e farsi dai natii giurar
fedeltà; onde quel contado rimase immacolato di sangue. Il governo
grigione, si affrettò alla vendetta, e chiesto l'ajuto de' confederati,
tremila uomini spedì per la Spluga a Chiavenna e per Chiavenna in
Valtellina[291], e schivando o sperdendo le opposizioni, grossi ed
impetuosi voltarono sopra Sondrio, dove altri giungevano da val Malenco.
Fuggiti i natii, essi v'entrarono, uccisero due infermi trovati, e
n'ebbero i mirallegro da alcune donne, le quali, salvatesi col fingersi
cattoliche, ora gettavano a' loro piedi i rosarj e gli scapolari, di che
s'erano fatto scudo.

Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per
minuto i casi delle guerre; tanto, mutati i nomi, è uniforme questa
scienza de' figli di Caino: dapertutto invasioni e fughe, incendj di
paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, furti, violamenti,
sangue, lacrime, terrore, desolazioni dei vincitori non men che dei
vinti; e la forsennata umanità applaudire a chi più versa sangue.
Lasciando dunque le particolarità al vulgo degli storici, e cogliendo i
sommi capi, diremo come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso
e i Cantoni protestanti e la repubblica di Venezia, in modo che la
guerra minacciava i confini della Lombardia, mandò giù la visiera, gravò
il Milanese in novecenmila lire, ottenne che Madrid dichiarasse la valle
sotto la protezione reale, e bandì guerra ai Riformati. Paolo papa offrì
ottantamila scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia; i
predicatori in Milano esortavano i fedeli all'impresa che denotavano col
titolo così spesso e stranamente abusato di crociata.

Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo
d'Italia, piccolo sì, ma che per la sua postura faceva gola a troppi
potentati. Imperocchè la Valtellina, come dicemmo, dall'estremità
occidentale tocca il Milanese, dall'opposta il Tirolo; gli altri due
lati confinano il meridionale coi Veneziani, l'opposto coi Grigioni; ed
è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella
Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia; possessi nella cui
immensità andavano smarriti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la
Valtellina alla Spagna? ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare
qualunque esercito dalla Germania in Italia, assentissero o no gli
Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i dominj
austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebbero tolto in mezzo la
Venezia e gli altri Stati italiani, impedendo a questi i soccorsi
esterni, e rendendosi arbitri della penisola. Il papa sperava in quel
torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti: la Francia, come
sempre, agognava di surrogar la sua alla potenza austriaca. Dall'altra
parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin
d'Inghilterra sostenevano gli antichi dominatori, loro correligionarj; i
predicanti in ogni paese narravano con esagerazione l'assassinio,
chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è
dunque meraviglia se per la Valtellina si travagliassero tanti Stati con
tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità.

I Grigioni, respinti sulle prime, calarono più grossi e accanniti sopra
Bormio; ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso,
piacevansi profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione; nella
marcia vestire piviali, tunicelle e cotte; sfregiare e bersagliare le
immagini devote; illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane; coi
crismi ungersi gli stivali; mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese
al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene. Poi
grossa e brava battaglia a Tirano l'11 settembre 1620, durò otto ore,
finchè i Valtellinesi ebbero la migliore; più di duemila fra Grigioni ed
ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, e fra essi il
colonnello Florio Sprecher e Nicola da Myler, capo degli ausiliarj
bernesi, che in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri co' suoi
amici, avea promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante
anella contava una sua lunga collana d'oro. Ucciso lui, quella collana
fu mandata in trofeo al governatore Feria. La vittoria, anzichè al valor
confidente di chi combatte per la patria e per la religione volle
ascriversi a prodigio, asserendo che la statua dell'arcangelo Michele
posta versatile sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto
durò la pugna, contro ai Grigioni si tenesse rivolta, benchè contrario
spirasse il vento, minacciosamente vibrando la spada. Il Feria fece
stampare tal prodigio, e mandollo a Madrid insieme con un'immagine dei
santi Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio,
fatta bersaglio delle fucilate, n'era rimasta illesa.

La vernata chiuse di nevi e ghiacci i passi: onde sostando il pericolo,
si venne in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti
sottentrano ai convinti. Agitavasi il destino della valle da politici,
da giureconsulti, da teologi; e mentre tanti ponevano in campo ragioni
sopra di essa, la Valtellina mandava al papa, ai re, alle repubbliche,
affinchè la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la
diplomazia a gran vantaggio di essa tornavano i lunghi odj civili delle
Tre Leghe, ove Cattolici e Riformati, Salis e Planta si contrastavano
fieramente, men per fede e patria che pei raggiri di Spagna e di
Francia. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il
Feria usò questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando i fiacchi
nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega (1621 6
febbrajo), a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni
patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.

Veneziani e Francesi sbigottironsi di questo incremento della Spagna,
onde s'accingeano a rialzare i Grigioni, e restituire loro la valle in
piena signoria. I potentati e Gregorio XV, succeduto papa e subillato da
persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna, quasi
fosse turbatore della comune pace, e supplicandolo perchè rendesse le
cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione. E l'imbelle Filippo
IV, per non aver aria d'invadere l'altrui, nè soperchiare la libertà
italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni
nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidj,
perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e i Vallesiani
stessero mallevadori pei Grigioni. Ne fremettero gl'insorgenti,
gridandosi traditi da chi gli aveva mossi, e l'accordo non ebbe luogo
perchè gli Svizzeri ricusarono farsi garanti. Si fu dunque di nuovo
sulle armi; dodicimila Grigioni irrompono nel Bormiese, saccheggiando da
barbari e fanatici. Ma il governatore Feria erasi accontato
coll'arciduca Leopoldo, e mentre questi invadeva i retici confini, egli
veniva su per la Valtellina, accolto a stendardi sciorinati, a saluti di
trombe, d'artiglierie, di campane, acclamato il protettore, il
liberatore.

All'ancipite pericolo i Grigioni eransi ricoverati in casa, e gli
Spagnuoli inseguendoli, aveano messo il fuoco a Bormio, di settecento
case sol tredici lasciando illese; tanto e amici e nemici parevano in
gara di far male. Anche da Chiavenna snidolli il Feria, e gli incalzò
per la val del Reno e per la Bregalia. Il generale Baldiron con
diecimila Austriaci occupa l'Engaddina e Coira stessa; d'ogni parte
cacciati gli eretici, presa vendetta delle antiche ingiurie, respinti i
Salis; e dopo scene compassionevoli di assassinj fraterni, le Dritture
furono staccate dalla Rezia e poste a dominio austriaco. Tal frutto
coglieano delle loro dissensioni.

I Grigioni ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua
confederazione colla Spagna, concedendo passo libero alle truppe di
questa; quanto alla Valtellina, godesse piena ed assoluta libertà civile
e religiosa, pagando il tributo di venticinquemila scudi: acattolici non
vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi
possedevano: l'arciduca manderebbe alla valle un commissario per rendere
la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta ai
Grigioni: ma poichè questi non mandavano ufficiali che tenessero
ragione, si provide d'un governo suo proprio.

Così parevano rassettate le cose: ma gli emuli dell'Austria, che
contavano come perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei
videro la più pericolosa nemica dell'italiana libertà, mal soffrivano
acquistasse alla cheta un passo così ambito all'Italia; mentre dalla
Rezia poteva, per l'Alsazia e pel Palatinato del Reno, conquista sua
recente, spedire qualunque esercito nelle Fiandre ove la guerra
imperversava. I principi italiani ne tremavano per la propria
indipendenza: al duca di Savoja rincresceva che più non fosse mestieri
ricorrere a lui per ottenere un passaggio ch'e' sapea farsi pagare: ai
Veneziani il vedersi rapito il frutto di un'alleanza comprata a peso di
zecchini: tutti gridavano contro gli Spagnuoli quasi, col titolo di
religione, insidiassero gli altrui possedimenti.

Col vezzo antico degli Italiani di ricorrere alla Francia ne' loro
frangenti, e dei Francesi di professarsi tutori delle italiche libertà,
questi con Savoja e Venezia, formarono una lega contro casa d'Austria
per sostenere il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso
della Valtellina. Il re di Spagna, per non crescersi altri nemici, calò
ad un di mezzo, cioè di consegnare i forti della valle al papa, il quale
dovesse custodirli con genti proprie, ma a spese della Spagna, finchè le
due corone vi prendessero un partito decisivo. Orazio Lodovisi duca di
Fiano, nipote di Gregorio XV, occupò i forti co' Papalini, cioè con una
mano di banditi e di ribaldi, il 29 maggio 1623.

Ne seppe assai male al _partito santo_, che vedeva prepararsi lo
sdrucciolo per restituire la Valtellina, salvo il decoro della Spagna;
ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e commise le proprie
sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia! Sapeva pur male ai
Veneziani che ingrossassero o il re o il papa, il quale lasciava
trapelare l'idea di costituirne un principato ai suoi parenti. Ma
successo Urbano VIII, propenso alla Francia, in Avignone si combinò lega
tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda, Savoja ed i
principi di Germania a danno della Spagna e dell'imperatore,
singolarmente per costringerli a restituire il Palatinato del Reno e la
Valtellina[292]. Una consulta di teologi aveva proferito che il papa non
poteva in coscienza rimettere i Cattolici sotto eretici, con urgente
pericolo delle anime; ma il re cristianissimo gli intimò che o demolisse
i forti della valle, o li restituisse alla Spagna, affinchè egli
potesse, senza offesa delle sante chiavi, entrare armatamano in quel
paese, per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli dal giogo
austriaco.

I Grigioni si trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano
perseguitato i Riformati, singolarmente i ministri, rapite le armi;
mandato colonie di Cappuccini tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira,
di milanesi nella Pregalia, di bresciani in Val Santa Maria,
sostenendone l'apostolato colla forza: molti rimasero martiri fra
questi, molti martiri fra i Protestanti. Quando si volle a forza
costringere quei del Pretigau ad usare alle chiese cappuccine, ruppero a
schiamazzi: e «Questo è troppo; morremo senza patria, senza libertà, ma
salviamo almeno le anime nostre». Fuggirono dunque nelle selve: donde
con falci e coltella e sassi e mazze precipitaronsi addosso agli
Austriaci il giorno delle palme 1622, esultando fin le donne allo
sterminio dei tiranni della patria loro[293].

Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete: ma il
Feria, alla Corte di Madrid era scaduto di credito come primo autore di
questo moto della Valtellina, che alfine non partoriva che guai; ed il
papa, i timori dicendo sottili invenzioni spagnuole, non volle ricevere
in Valtellina guarnigione austriaca. Se così pensava da vero, il fatto
lo disingannò, avvegnachè il Cœvres, che fu poi maresciallo d'Estrée,
spiegata bandiera francese, entrò in Coira, così ordinato dal Richelieu
ministro di Luigi XIII; restituì a libertà le Dritture, cacciò il
vescovo, rimise il primiero stato, e difilossi sopra la Valtellina,
donde i Papalini si ritirarono. Quivi conchiuse un accordo coi deputati
della valle, promettendo gli alleati la proteggerebbero, i Grigioni non
entrebbero nei forti, solo restandovi sinchè fosse stabilito un
ragionevole governo: intanto si solleciterebbe una decisione finale. Il
Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che avea tratta in
così infelice ballo, si ridusse sul milanese; la valle tutta fu occupata
dai Francesi, fra l'esultanza dei tanti che chiamano liberazione il
cambiar di signori.

Grand'apprensione ebbe allora il Feria non volessero i Francesi, mentre
l'aura era destra, calare sul Milanese, e ritogliere parte de' suoi a
chi aveva voluto occupare i possessi altrui: onde difese i passi. Poi i
maneggi diplomatici condussero una concordia, praticata in Monçon città
dell'Aragona il 6 marzo 1626, dove, per quel che riguarda la Valtellina,
si stabilì vi si conservasse la religione cattolica, ridotte le cose
allo stato del 1617; i natii eleggessero i proprj magistrati e
governatori, senza dipender dai Grigioni: toccasse però a questi il
confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un annuo censo di
venticinquemila scudi d'oro: le fortezze fossero rimesse al papa da
demolire: Grigioni più non entrassero armati nella valle, nè gli
Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.

Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva avere
proveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli. Ma non era
ancor tempo. Imperocchè i Grigioni chiedevano si osservasse il trattato
di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia; mentre in
Valtellina il partito santo spingeva ad ordini rigorosi contro gli
eretici, pubblicava i beni dei ricaduti; e molti coperti riformati o
dall'Inquisizione o dagli zelanti erano fatti capitar male. E la natura
delle cose portava che i Cattolici, trovandosi spalleggiati,
soprusassero ai dissenzienti[294], se non altro in parole. Abbiam
lettera di frà Giovanni da Martinengo predicatore in Ponte, che a
Giovanni Bongetta e Filippo Battista detto Sfodego ed altri di Sondrio,
il 18 marzo 1627 annunziava: «Ho inteso le orrende bestemmie che voi ed
altri eretici uomini e donne che sono in Sondrio dite contro la santa
fede cattolica nostra. Ero risoluto senz'altro di venir al debito
castigo, ma voglio peccare con voi di soverchia misericordia. Pertanto
questa mia servirà a voi ed altri eretici per dolce invito alla fede
cattolica. Quando non vogliate, fate che subito tutti siate fuor della
valle e confini; altrimenti guai a voi se m'aspettate là; che al sicuro
il minimo castigo ha da essere il fuoco e fiamme. Se mi domandate con
quale autorità scrivo e minaccio, dagli effetti v'accorgerete di quello
posso e voglio fare per nettar affatto la valle di simil peste...».

Si stabilì anche il Sant'Uffizio, e nell'ottobre 1628 si decretò che
tutti gli acattolici fra due anni dovessero vender quanti beni sodi
possedessero in Valtellina, e andarsene, pena la vita. Il vescovo
Caraffino, venuto in visita, dai Protestanti trasferì in altri i livelli
della sua mensa, benchè n'avessero pagato il canone.

Nel 1631 essendo morto di peste il ministro di Poschiavo, esso Caraffino
scriveva ai signori di colà il 16 gennajo: «Nel progresso ch'ha fatto il
mal contagioso in cotesta terra e nel rimanente della mia diocesi,
intendo che sua divina maestà abbi levato di vita il predicante di
costà. Segno evidentissimo che abbiamo della sua misericordia verso di
noi. E perchè corrispondiamo tutti dal canto nostro con soddisfare al
debito, mi è parso scriver la presente alle signorie vostre, e di
avvertirle di non permetter che entri più nel contado simil peste,
opponendosi virilmente..... sicuri che, oltre l'assistenza che avremo da
Dio benedetto, io dal canto mio non solo gli porgerò tutti gli ajuti
immaginabili, anco col mandare quantità di gente ad opponersi insieme
con loro alla resoluzione d'essi eretici, ma bisognando me ne verrò in
persona, come prontamente farà anche il reverendo padre inquisitore con
tutti li suoi familiari a prendere ed il ministro e li fautori e anche
quelli che non avessero pienamente soddisfatto al debito loro in
opponersi».

Era scoppiata intanto la guerra pel possesso del Mantovano, disputato
fra i duchi di Nevers, eredi dei Gonzaga, sostenuti da Francia; i duchi
di Savoja, sempre attenti ad ampliarsi; e gli Austriaci, sempre vogliosi
d'impedirlo. Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di
Francia coi Grigioni, per la Valtellina passò coll'esercito sul Veneto,
e andò a toglier possesso del ducato. Da altre intanto delle valli
Alpine sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il
tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia, premio
ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla
Francia e sostener, egli austriaco, le austriache ambizioni, mandò
trentaseimila fanti e ottomila cavalli, guidati da Rambaldo Collalto;
truppe terribili sempre, allora viepeggio pel timore della peste che
serpeggiava. Il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco
onde calarsi sul Milanese: e spargendosi per la Valtellina, oltre i
latronecci, vi diffusero la peste, flagello aggravato dai lunghi
patimenti della guerra e dalla recente carestia. Per libri altrui e
miei, divenuti popolari, sono conosciutissime quelle miserie, nelle
quali da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, non
che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, peggioravansi
i portamenti degli uomini, che, insultando al Dio che flagellava,
godeano della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi
che nei superstiti si accumulavano.

Noi ai gran savj del nostro secolo vorremmo raccomandare di non
permettere mai queste orride sciagure naturali. In primo luogo, essi
vantano l'onnipotenza dell'uomo fin a domare la natura, un avvenire di
godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli
elementi: ma ecco un torrente, una scossa di terre, un morbo che
s'attacca all'uomo, alla vite, alle patate, un'avversità di stagione,
dissipa le gioconde previsioni, e attesta una mano preponderante, e
quanto precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un
incendio.

Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate,
della carità; cose tutte che i gran savj del nostro secolo denno
ingegnarsi di screditare; e d'impedirne quell'ingerenza, che divien
tanto efficace quanto benedetta in simili casi.

Ed anche allora, quando il vivere era un'eccezione, quand'era un eroe
chi rimanesse al posto destinatogli dalla Provvidenza, se al male v'avea
qualche rimedio lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano
concesse amplissime facoltà; non pochi con ispontaneo sagrifizio
esponeano nell'assister i malati la vita temporale per acquistare altrui
l'eterna; i Cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno
altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare
i moribondi, trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili
momenti, che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti
d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In
Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare
in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando
d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove
bramavano. Si erano colà nel 1624 stabiliti i Cappuccini, e fin ad uno
morirono a servigio degli appestati: altri sottentrarono volenterosi
alle loro cure, a morire anch'essi. Dare la vita per fare del bene! a
queste azioni ti riconosco, o religione, che sola crei i martiri
dell'amore.

A prevenire ed a curare il malore si erano dati provvedimenti, quali
buoni, quali superstiziosi, quali esecrabili. Sequestrare i malati,
durare le quarantene, non comunicare con alcuno, portarsi in mano ruta,
menta, rosmarino, aceto, un'ampolla di mercurio, che credevasi
assorbisse gli effluvj contagiosi. E poichè ne' grandi flagelli, dove
non si osa bestemmiar la Providenza, sentesi il bisogno di sfogar contro
alcuno il brutale istinto dell'odio, e della superbia umiliata
dall'impotenza, la pubblica opinione, mostro terribile nei tempi
perversi o negli imbecilli, asseriva che uomini malvagi con malìe ed
unzioni propagassero la peste: e molti paesi soffersero il miserabile
spettacolo di untori, non solo trucidati a furia di popolo, ma
processati, convinti e mandati ai peggiori strazj.

Bormio avea posto divieto che nessuno osasse passare nell'Engaddina, ove
il contagio infieriva. Nelle guardie del cordone incappò un contadino
che l'aveva trapassato; e che confessò come, trovandosi la donna sua
inferma, e dubitandolo effetto di stregheria, si era condotto di là per
consultare coll'astrologo di Camosasco; vulgar uomo che se l'intendeva
col diavolo, e che di fatto aveagli dato a vedere in un'ampolla tre
persone, che avevano fatto l'incantesimo alla sua donna[295]. Ignorante
o maligno, il contadino nominò una povera vecchia, che catturata e
domandatane alla corda, incolpò se stessa e denunziò molt'altri. Il
giudice di Bormio istruì il processo, facendo, per sicurezza di
coscienza, intervenire l'arciprete Simone Murchio; e col consenso del
vescovo di Como furono decapitati ed inceneriti trentaquattro fra uomini
e donne[296]. Così e folli guerre, e tremendi contagi, e pazzi
pregiudizj concorrevano ad affliggere ed esterminare la miserabile
umanità.

La peste cessò, non i mali della Valtellina, corsa da soldati che
andavano alla tremenda guerra de' Trent'anni. Quest'agevolezza di inviar
truppe facea più increscere la Francia del nuovo possesso della rivale:
onde levossi alfine risoluta di liberare l'Italia, titolo solito (diceva
il Ripamonti) onde i Francesi valicano le Alpi; i Francesi (soggiunge
egli) ai quali punto credere non si dovrebbe, essendo gente inquieta, e
che vuol gli altri inquietare[297].

Il duca Enrico di Rohan, il più compito gentiluomo del suo secolo, come
capo de' Riformati aveva con forza e genio tenuto testa al Richelieu, il
quale potè fargli perdere il favor della Corte, ma non la riputazione di
capitano eccellente: colla quale e con dodicimila pedoni e
millecinquecento cavalli passò per Basilea e Sangallo fin a Coira, ed
entrato per Chiavenna, senza difficoltà occupò la Valtellina.

Tosto vengono Tedeschi da Bormio, Spagnuoli e Milanesi dal forte di
Fuentes; da' cui rincalzi il Rohan è costretto ritirarsi nell'Engaddina.
Quivi rinnovato di forze, rientra, agita terribili battaglie, vince, e
mentre avea buono in mano, precipita sopra le Tre Pievi all'estremità
settentrionale del lago di Como, e postele a sacco e fuoco, s'inoltra,
finchè nei castelli di Musso e di Lecco trovò tale resistenza, da
abbandonar l'impresa per impossibile.

Francia, smaniata di togliere all'Austria quel passaggio, sollecitava i
Valtellinesi, promettendo sottrarli affatto dai Grigioni, redimerli fin
dallo stabilito censo incaricandosene ella stessa, e concedere giustizia
propria, unica religione. Ne venne sentore a' Grigioni, i quali
altamente adontatisi che il re gli accarezzasse solo in quanto gli
giovavano contro gli Austriaci, abbandonarono di tratto l'alleanza del
cristianissimo, e si volsero a Spagna. E Spagna, non avendo maggior
desiderio che questo, non istette ad assottigliare sulla coscienza,
accettò, ebbe di nuovo in mano la fortuna della Valtellina, e non si
fece scrupolo di sagrificarla per saldare l'alleanza coi Reti. Il
marchese di Leganes, nuovo governatore del milanese, profondeva cortesie
ai Grigioni ambasciadori, niuna ai Valtellinesi: chiese al vescovo di
Como se colla religione cattolica fosse compatibile il dominio grigione,
e questi rispose del sì, nè diversamente avea deciso una congrega di
teologi in Ispagna.

Già nel castello di Sondrio s'era messo presidio grigione. Del che
fremendo i Valtellinesi, erasi da certuni proposto di avventarsi di bel
nuovo nell'armi, scannare i pochi nemici in paese, e far da sè, gettata
ogni fiducia di soccorsi da Francia o da Spagna. Pareva ottimo quel che
non era più a tempo. Perocchè non più vettovaglie, non denaro nè
credito: la peste del 30, rinnovata cinque anni dipoi, aveva decimata la
popolazione; in tutti era quella stanchezza che suole succedere alle
forti commozioni, come al delirio furente il delirio tremante; e che fa
guardare come minor male il chinar la testa, e pregare Dio che la mandi
buona.

Il governatore Leganes coi deputati reti ultimò l'affare in Milano il 3
settembre 1639, restituendo ai Grigioni la Valtellina coi patti e salvi
compresi in quaranta articoli, i cui termini principali erano questi: —
Nessuno venisse riconosciuto pei fatti corsi dopo il 1620: cassate le
procedure di Tusis; le finanze, le tratte e le consuetudini tornino come
avanti l'insurrezione: gli uffiziali, dal vicario della valle in fuori,
vengano eletti dai signori Grigioni, e la sindacatura se ne faccia in
paese: degli statuti del 1549 sono derogati nominatamente quelli intrusi
a danno della fede e delle immunità ecclesiastiche: unica religione la
cattolica, operando in ciò come gli Svizzeri ne' baliaggi italiani: non
Inquisizione: vescovo, preti, frati esercitino sicuri i loro ministeri:
non vi fermi dimora alcun Protestante, se non sia magistrato. A ciascuna
delle tre leghe dovea la Spagna pagare millecinquecento scudi l'anno, e
mantener sei giovani a studio a Milano e a Pavia: libero a soldati
austriaci il transito per la valle, e a niun altro.

Rato e stipulato, egli informò i Valtellinesi dell'accordo. Cadde il
fiato a tutti in udirlo: gridarono contro il vescovo Caraffino;
parodiavano il nome del Leganes in _liga-nos_; s'appellarono,
protestarono, ultimo rifugio dei soccombenti: il grancancelliere alle
loro lagnanze rispondeva, non essersi potuto ottenere di meglio; gli
stranieri davano ad essi ragione, ma nulla più.

Questo capitolato formò la base del gius pubblico della Valtellina verso
i suoi padroni, e la misura dei dritti e dei doveri reciproci. I
Grigioni tornarono nell'intero possesso, e dicasi a loro lode,
moderatamente. Il cavaliere Robustelli, benchè affidato di pace e di
salute, non sofferse d'obbedire cogli altri ove agli altri avea
comandato: e disse addio alla patria, cui più non poteva giovare. Non
mancò chi gli affiggesse il titolo che gli Italiani serbano a chi non
riesce, di traditore.

Le cose però non potevano passare di cheto dopo tanto astio e sangue: e
sarebbe un non finir mai il ripetere le lagnanze de' Valtellinesi per le
violate convenzioni. I Riformati, benchè avessero divieto dal paese,
crescevano di giorno in giorno: la sola piccola Mese dopo un quindici
anni ne contava cinquanta: quattro famiglie n'erano a Tirano, tre a
Teglie, altrettante a Cajolo, il doppio a Traona, nove a Sondrio, due a
Berbenno, dodici a Chiavenna, altre altrove di buona parentela, a non
contare gli artigiani e i forestieri: e questi vivere alla libera,
facendo gabbo dei divoti e de' riti: ed i magistrati ledere le immunità
del clero, proibire il ricorrer a Roma, pretendere la rivelazione delle
confessioni, tenere in palazzo a Sondrio conventicole di predicanti, e
industriarsi d'introdurli. Anzi i Riformati aveano chiesto alla Dieta
grigia di potervi avere tre chiese. Intanto i ricchi tenuti sempre in
colpa, per ismungerne denaro; assolto chi pagava; processati due
ragguardevoli sondriesi perchè avessero usato la parola eretico e lo
stesso arciprete perchè congregò alcuni caporioni a prendere partito
sopra questa cattura[298].

I Riformati però non ebbero più il vantaggio nella diocesi comense, e
libertà di riti tennero solo a Poschiavo e Brusio, terre che anche oggi
appartengono alle leghe grigie, benchè di lingua italiana e
cisalpine[299]. Ivi i Riformati sono un terzo, ed in questa proporzione
si distribuiscono gli impieghi: essendo il podestà due anni cattolico,
uno riformato, e così delle altre cariche e delle beneficenze. Vivono in
buona concordia e tolleranza, e noi vedemmo assai tra gli Evangelici
assistere ai riti dei cattolici con modestia. I pastori delle due chiese
riformate sono spediti dal capitolo dell'alta Engaddina. Nel concistoro,
che tengono ogni anno i pastori della Rezia per turno, sopravveduto dal
decano, approvansi i ministri, e si danno a vicenda consigli sulla fede
e sui costumi. Seguono la confessione retica e l'elvetica, ma ne' loro
catechismi variano assai anche in punti fondamentali; alcun che del
luterano vi s'introdusse talvolta, fin a conservarsi il sacramento e
portarlo agli infermi; s'era anche proposta la confessione auricolare,
ma tutto dipende dai ministri; laonde questi da alcuni anni ebbero
istruzione di non trattare mai di dogma, ed attenersi alle sole verità
pratiche. E deh sia presta l'ora che rinverdiscano i rami, e il sacro
sangue della redenzione unisca essi pure in un solo ovile sotto un solo
pastore.


NOTE

[255] Questi non era già da Saluzzo; ma nacque il 1504 a Puntvilla in
val di Monastero.

[256] Sono la XIV e la LIII delle _Epistolæ ab ecclesiæ helveticæ
reformatoribus, vel ad eos scriptæ; Centuria 1 ex autographis recensuit
ac edidit_ JOHANNES CONRADUS FRESLINUS. Zurigo 1742.

[257] A Vicosoprano, dopo il Maturo, troviamo registrati come parroci
Giulio da Milano, Aurelio Sittarca già domenicano, Giambattista di
Teglio, Tommaso Casella genovese, Lorenzo Martinengo dalmata, Francesco
Trana, Martin Poncera, Alberto Martinengo verso il 1600. È notevole che
gli storici della Valtellina trasvolarono queste origini del
protestantismo nel loro paese: parmi che il Lavezzari non nomini tampoco
il Vergerio.

[258] Su Giulio da Milano vedasi SCHOELHORN, _Ergötzlichkeiten_, Stück
5.

Ciò che discorriamo in questo capitolo fu da noi esposto altre volte
nella _Storia della diocesi di Como_, e nel _Sacro macello di
Valtellina_. Opera capitale in proposito è la _Historia Reformationis
ecclesiarum ræticarum ex genuinis fontibus et adhuc maxima parte numquam
impressis, sine partium studio deducta.... a_ PETRO DOMINICO ROSIO DE
PORTA, T. 2. Coira 1771. Quanta possa essere l'imparzialità si rivela
dalla dedica_ — Almæ matri — ecclesiæ J. C. — vocatis sanctis —
venerandis ampliss. ac magnificis communitatibus — in exc. trium Rætiæ
fœderum rep. — religionem — ad ss. evangelium reformatam — fidem semel
sanctis traditam — corde tenentibus — ore profitentibus — opere
defendentibus — Dominis suis clementissimis — beatæ reformationis —
historiam — in devotæ mentis monumentum — dedicat._ E nella lettera
seguente, sempre in latino, dice: «Se v'ha benefizio, pel quale noi e i
figli nostri a Dio siamo eternamente obbligati, è certo la riforma... Ad
essa dobbiamo l'aver cacciata la crassissima ignoranza che avea coperto
il nostro cielo di tenebre cimerie». E parlando delle difficoltà della
sua opera, duolsi che fossero, anche al tempo suo, negletti gli studj, e
che «i preti cattolici non intendeano altro che messe e purgatorj, cioè
quel che serve alla cocina: gli Evangelici credono aver fatto ogni
dovere quando recitarono una predica imparata a memoria».

Tali prevenzioni non promettono l'imparzialità, che in fatto si desidera
sempre. Pure quest'opera sì poco conosciuta è delle meglio importanti
del secolo passato, lontanissima dallo sprezzo che allora faceasi della
storia; cercando la verità negli archivj e ne' carteggi privati,
divisando il carattere degli attori, descrivendo i luoghi, mostrando
continuamente amore alla patria, alla religione e al proprio soggetto.

Si lagna della pochissima attenzione che gli prestarono i suoi
compaesani, del non averlo ajutato, nemmanco per la trascrizione; e non
tenuto conto del suo lavoro — modi troppo abituali anche oggi, e massime
dov'io scrivo.

[259] Del Muzio abbiamo parlato a lungo. Egli scrive che «legge alcuna
nè di patria, nè di principe, nè interesse di avere e di vita all'onore
non debbe esser anteposta», _Risposta III_.

Uno dei più assidui cercatori delle memorie istriane, il Kandler, nel
1861 mi scriveva d'aver fatto molte ricerche sul Vergerio, ed esser
venuto nella persuasione fosse «uno sfortunato, che non seppe regolarsi
nelle agitazioni mosse da quel birbo suo conterraneo e compagno di
gioventù, che fu Girolamo Muzio. Tutta quella storia mi è sembrata
guerra di Francescani, mossa al vescovo per vendetta d'avere scoperte e
punite certe irregolarità. Il Vergerio non fu preparato alle cose di
Chiesa; da più di dieci anni era vescovo, senza aver neppure la tonsura;
e contro voglia si pose al governo di chiesa, o dovette porsi; credo
avesse più udito parlare della fede protestante che della cattolica,
occupato come fu sempre in diplomazia. Nè fu miglior protestante;
incerta assai la sua fede; sol fermo nel voler conservare la dignità
episcopale, di cui il titolo mai non volle deporre; teneva, contro la
Corte romana, or coi Reti, or coi Polacchi, or coi Tedeschi, mai però
non dimenticando l'appanaggio d'un buon benefizio. Sarebbe anche
rientrato in seno della Chiesa se avesse potuto recuperare l'episcopato.
Le persecuzioni che patì furono da' suoi patrioti; dal Grisoni sopra gli
altri, dallo Stella, dal Muzio; l'Inquisizione, ch'era in mano di
Francescani, fu attivissima; processi, carcerazioni, abjure, liste di
eretici, di ereticanti, di sospetti d'eresia; si dissero infetti i
monasteri, le fraglie, i capitoli, i letterati; ma in fondo a tanto
rimescolamento rimase la credenza, fossero cattiverie ed esagerazioni;
gli esuli, o perseguitati contro ragione, od avventurieri che cercavano
con quell'abito qualche fortuna.

«Tutto questo baccano doveva, a mente dei novatori, produrre l'alzamento
della lingua slava, contando convertire gli Slavi fra la Giulia e
Costantinopoli, onde si stamparono assai cose. Ma gli Slavi non sapevano
leggere, e sol tardi lo seppero; i caratteri, fusi a spese de'
Protestanti, passarono per caso a Roma, e servirono a stampare messali e
breviarj».

Fra le opere anonime o pseudonime del Vergerio è quella _Delle
commissioni et facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paulo
Odescalco comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese dei
magnifici Grisoni, 1553_.

Stampò pure _Illustri atque optimæ spei puero D. Ebherardo ill.
principis Christophori ducis Wirtembergensis filio primogenito,
munusculum, 1554_. Ma Celio Curione dice ch'è traduzione di un'opera di
Giovanni Valdes.

[260] L'attesta in una lettera da Zurigo, 4 giugno 1558 a Federico
Salis, lagnandosi che altrimenti gli avesser fatto dire i fratelli di
Lelio Soccino. Vedi DE PORTA, P. II, pag. 392.

[261] In altra lettera spiega che costui era Pietro da Casalmaggiore.
_Mus. Helv._, Parte XIX, pag. 489.

[262] Diamone un saggio:

        _Remissionem peccatorum,_
    _Credo etiam, certusque cano, intrepidusque repono_
    _Unius haud aliis quam Christi sanguine sacris_
    _Placatum semel, afflictis mortalibus ipsum_
    _Condonasse Deum peccatum quidquid ubique est,_
    _Christigenas ut nulla usquam fortuna moretur_
    _Durior, aut trepidas tortura piacula mentes_
    _Usque adeo adscribi magnum est in pignora summi_
    _Chara patris, Christi auspiciis, nil tale merentes_
        _Carnis resurrectionem._
    _Quin fateor ventura olim nova secula, quando_
    _His vetus indomitis ardescet in ignibus orbis_
    _Cunctorum in pœnas et tristia fata malorum._
    _Tum vero sanctorum hominum clarissima moles_
    _Carnis in æthereum mutabitur altera sortem,_
    _Cognatæque illis terrenæ ab origine labes_
    _Seu functi repetant vitam, seu forte supersint,_
    _Cunctarum omnipotens rerum quid non queat auctor._

[263] Del Castalion savojardo, l'opera principale è la traduzione latina
e francese della santa scrittura. Calvino l'ebbe amico, poi l'ingiuriò
per le sue idee sulla predestinazione, e per aver disapprovato la
punizione degli eretici.

[264] Il De Porta reca questa lettera per tutta lode del Mainardi,
_veridicum et liberalem_.

[265] Abbiamo questo curioso decreto:

«Per ordine del reverendissimo Federico Corner vescovo di Bergamo, e dei
reverendi Aurelio Odasio de' predicatori, inquisitore della città e
distretto di Bergamo, s'intimi ai magnifici cavalieri Gerolamo e M.
Antonio fratelli del N. S. Antonio di Grumello, e alla M. signora Medea
loro madre, che, tre giorni dopo fatta questa intimazione, sotto pena di
scomunica e di cinquecento zecchini da togliere a chi di loro
disobbedisca, e applicarsi alla fabbrica del Sant'Uffizio, debbano
licenziare dalle case loro il sig. Ercole Salis, che da alquanti giorni
dimora nella loro casa; e ciò per urgenti ragioni ecc.

Bergamo, dal palazzo vescovile, 18 aprile 1572».

[266] Fra altro erasi stampato Mestrezat _Sur la communion de Jésus
Christ dans la Sainte-Cène_, tradotto da Vincenzo Parravicini di Como.

[267] È nell'archivio arcivescovile di Milano una lettera del curato di
Morbegno, Pietro Carati, del 3 ottobre 1571 al cardinale Borromeo, dove
gli dice che, «mentre vi sta un predicator luterano per li fuorusciti
forestieri, che pur son pochi», egli è da dodici anni parroco di
Morbegno, e vi si tenne sempre: ma ora teme non poter più durarvi,
attesa la gran carestia che domina, per la quale non ha abbastanza onde
vivere e soccorrere i tanti poveri che vengono alla sua porta. Pertanto
lo supplica d'ottenergli di cavar dallo Stato alquante some di formento
senza pagar le tratte.

[268] Nel 1584 Gregorio XIII raccomandava caldissimamente ai Cantoni
cattolici le cose di Valtellina. _Accepimus conari catholicæ ecclesiæ
hostes Sondrii hæreticorum scholas et collegia constituere, jamque hac
de causa legatos misisse. Obsistite, rogamus, tanto studio quantum
virtus pollicetur, quantumque Christi causa exposcit: nihil audebunt,
vobis invitis, moliri; vos vero ad eam laudem, quam in valle Mesolcina
retulistis, hanc quoque maximam adjicietis. Tota denique Valle Tellina,
Clavenna, cœterisque locis quibus potestis, catholicæ religionis
catholicorumque hominum causam suscipite, etc._ 28 aprile: e di nuovo ai
29 novembre. AP. THEINER.

[269] Vedasi la costui lettera 21 aprile 1550, e GOSSELINO, _Vita del
Gonzaga_, f. 62.

[270]

                                          Di Milano, 24 maggio 1584.

«In materia dei negozj Grigioni scrivo assai pienamente al signor
cardinale Savello. La lettera al solito le viene aperta, per
informazione di lei; ma oltre ad essa, vi sono alcuni particolari,
ch'ella avrà qui allegati per poscritto, pur nella medesima materia, ed
ora gliene dirò d'un altro moto più secreto di tutti, il quale sebbene è
stato conferito meco da questo governatore confidentemente e con ogni
secretezza, niente di meno ho giudicato bene scriverlo a vossignoria
solamente, acciocchè ella lo faccia sapere a nostro signore, e non ad
altri, come per avviso. Sappia adunque che i popoli cattolici di
Valtellina, afflitti ed oppressi nelle cose della religione cattolica
dal governo e dominio de' signori Grigioni, l'anno passato fecero
ricorso a' ministri regj qui in Milano per esser ajutati ad uscir di
tanti travagli, e per poter vivere cattolicamente, come si conviene,
senza gl'impedimenti che hanno sentito e sentono negli ajuti spirituali.
E per far questo non dimandavano se non il soccorso di quattrocento
fanti per pochi giorni, li quali dicono esser abbastanza per levarsi in
un tratto da quella ubbidienza, e serrare i passi a' Grigioni che
volessero passar di qua de' monti: mostrando aver modo assai facile per
mantenersi poi colla gente della Valle. Scrissero questi ministri al re;
ed egli ora ha risposto che si dia loro l'ajuto che dimandano, ed ogni
altro per ajutarli nelle cose della religione cattolica in quei paesi
dove ci sia questo interesse. Fuori di questo rispetto, non si moverebbe
per modo alcuno. Ora avutasi questa risposta, i ministri suddetti hanno
soprasseduto fin adesso per veder l'esito del negozio della Lega, il
quale ora che è svanito, vedo che andranno pensando se lor possa
riuscire questo: il che quando fosse, ho speranza in Dio che in pochi
anni si farà tanto frutto in quella valle e paesi tutti di qua da'
monti, che si smorberà quasi quella peste eretica. Ma quando anco non
riuscisse, vedranno i Grigioni da questa commozione che in ogni modo
que' popoli non potranno durare in quello stato; e stando in continuo
dubbio di trattati simili, per non darne loro più occasione, si
risolveranno alla fine di permetter loro la libertà che dimandano. Nel
qual caso ultimo che, risentitisi i popoli suddetti, con le armi in
mano, se pure questa libertà per la quale si moverebbono, non seguisse,
e le cose fossero in rumore e rivolta, V. S. sappia che l'ambasciatore
di Francia, che è negli Svizzeri, ha sopraintendenza di tutti i negozj
del suo re ne' paesi de' Grigioni, e con esso ho fatto diversi ufficj
per l'ajuto spirituale di detti popoli sudditi; ed egli mi si ha
mostrato animatissimo di ajutar le cose cattoliche, e specialmente il
loro giusto desiderio. E però crederei in quel caso, con l'opera di
detto ambasciatore che entrerebbe come mezzano fra i signori ed i
sudditi, ed anco con l'intrinsechezza ch'io ho con li Cantoni cattolici
degli Svizzeri, che si farebbero intendere per la protezione di essi
sudditi, con procurare la libertà suddetta, e trattare e conchiudere fra
loro la concordia, anco con molto vantaggio per la religione cattolica.
Quando all'incontro la cosa riesca con pace e quiete, mi dà l'animo di
ottener dal re che si contentasse di restituire quei paesi a' Grigioni,
con condizioni molto gagliarde per la fede nostra; poichè egli ha dato
risoluzione a' suoi ministri di non volersi ingerire in simil negozio,
se non quanto che tocca alla religione cattolica. In questa materia io
non m'impaccio in modo alcuno, e mi riguardo tanto maggiormente dal non
cercarne altro, quanto che penso che ora vi si attenderà, ed io non
tengo per ajutare quei popoli altra via che la spirituale. Di qua fo
fare generali e particolari orazioni a Dio signor nostro, acciocchè se
n'abbia buon successo, a gloria del suo santo nome; ma non si palesa
perciò la qualità del negozio. Così desidero che V. S. faccia costì,
raccomandandolo molto ai religiosi e ad altri, e facendolo anco
raccomandare da' predicatori, ma copertamente.

«Io poi coll'occasione che ho da far qualche frutto ne' paesi degli
Svizzeri, come della visita di Locarno, che n'è bisognoso molto, e mi se
ne fa istanza, ed in altri luoghi anco di là da' monti, come della
consecrazione della nuova chiesa de' Cappuccini del colonnello Lussi, sì
per mantenere vivo il buon desiderio di detti popoli sudditi, e sì per
mantenere l'opinione che hanno avuto fin ora di me, ch'io vada, come in
effetto vo, solamente per il loro bene spirituale, come anco per esser
più vicino e presto a ogni rumore che succedesse di armi, anderò
trattenendomi in quei contorni, dove avrò anco occasione di trattar col
suddetto ambasciatore di Francia presenzialmente, acciocchè si ottenga
questa libertà cattolica in quelle valli, o per la via già indirizzata
con lui, per la quale si farà anco ogni diligenza opportuna,
massimamente che il nuncio di nostro signore in Francia mi avvisa che il
re gliene manderebbe commissione, per l'istanza ch'egli ne ha fatto, di
commissione di sua santità; ovvero non essendo successo quest'ultimo
negozio, ed essendo già suscitati i tumulti, si rimedii per via
d'accordo, come ho già detto».

[271] SPRECHER _Pallas_, lib. VI, p. 177. BUCELLINI, _Rhætia Christ_.
Nell'archivio diplomatico di Firenze, carteggio di Milano, trovai
lettera del cav. Modesti, che ai 9 luglio 1590 scriveva in cifra:

«Queste parole mi fecero ricordare di quel che, già sei anni sono,
quando io venni qua, intervenne ad un infelice gentiluomo mercante
milanese, al quale fu dato carico e denari secretamente, senza passar
mai per scrittura, acciocchè assoldasse tanta gente che bastasse a
impadronirsi della Valtellina; e non avendo potuto avere effetto il
trattato, i Grigioni saltarono su a dolersi, e questo pover uomo, dopo
lunghi sbattimenti fu mandato in galera. E mi ricordo che vidi una
mattina sua moglie con alcuni suoi piccoli figliuoli gettarsi ai piedi
del duca di Terranova, governatore di Milano, e domandare per sè e per
li minori misericordia, e che s. e. la ributtò quasi con il piede, e le
disse che non era stata poca la mercede che al marito egli avea fatto,
poichè non l'avea fatto morire: ed è più chiaro che non è il solo che da
lui fu eletto a quella impresa e per quello effetto datogli denaro».

E il 27 marzo 1591, raccomanda alla granduchessa «una figliolina di
Rinaldo Tettone, banchiere di questa città, che pe' suoi negozj andò a
traverso, e fu necessitato assentarsi, e lasciò la moglie qui con
alquanti piccoli figliuoli. In questa sua tenera età balla tutti i
balli, suona onestamente di liuto e di clavicordo singularmente, canta
di musica, e intavola ella medesima i madrigali, e scrive
ragionevolmente».

[272] _Disput. Tiran._, pag. 75.

[273] RIPAMONTI, _Hist. Mediol._; BALLARINO, _Felici successi de'
Cattolici in Valtellina_.

«Papa Gregorio III, mosso da compassione e zelo, coll'interposizione del
cardinal san Carlo, nell'anno 1581 persuaso a Carlo di Terranova di
sorprendere la Valtellina, e per verità seguiva se in quel mentre non
moriva il detto cardinale». _Manuscritto nell'archivio vescovile di
Como._

[274] Wir Gemeiner Dreyen Pünden ecc.

«Noi delle eccelse tre Leghe commissarj e consoli, congregati a Davos,
d'ordine e comando de' nostri signori e superiori delle Comunità,
facciam noto che sono comparsi avanti il nostro consiglio li nostri cari
confederati reverendi signori Giorgio Latzino e l'ecc. signor don Andrea
Ruinelli, li quali ci hanno proposto qualmente, già molti anni sono,
nella riformazione della nostra chiesa fu da noi nelle pubbliche Diete
ordinato a tutti li predicanti del nostro dominio e giurisdizione di
Valtellina e contado di Chiavenna, quaranta scudi; de' quali sinora
bisognavano contentarsi. Ma stante la presente continua carestia, ci
supplicano, in compenso della loro fatica e fedel servitù di
accrescergli il loro annuo salario, per poter più agiatamente campare.

«Avendo dunque considerata e ponderata detta causa, affinchè il servizio
non sia impedito, e che li ministri siano tanto meno gravati di spese e
vitto quotidiano,

«Ordiniamo e comandiamo che a tutti i predicatori di Valtellina e
contado di Chiavenna (benchè ne fosse uno o più per Comune) sia per il
loro annuo stipendio pagato senz'altra condizione scudi cinquanta, sino
ad altro ordine de' superiori;

«Comandando perciò a tutti i nostri officiali di Valtellina e contado di
Chiavenna presenti e futuri, che paghino a tutti li predicanti di dette
nostre provincie il sopranominato salario di cinquanta scudi, o dei beni
di chiesa o delle Comunità, ad arbitrio e beneplacito de' superiori,
sotto pena della disgrazia a qualunque a questo nostro ordine,
contrafarà.

«In fede di ciò abbiamo la presente nostra sentenza in più copie
pubblicata e suggellata col sigillo delle Dieci Dritture.

  «Datum Davos, li 22 ottobre 1588.

                                                       PAOLO BÜL
                                                    Notajo in Davos.

[275] Vedi DE PORTA, vol. II. Anche l'arciprete Schenardi di Morbegno,
in uno scritto latino sul _propagare la fede cattolica nella Rezia_,
suggeriva che, quando i ministri eretici, ogni ottava del _Corpus
Domini_, venivano a celebrare i loro conciliaboli, nel ritorno fossero
côlti in imboscata a Bocca d'Adda, e mandati a Roma.

Al 23 giugno del 1568, il residente del granduca di Toscana a Milano
scrive a questo:

«Ha da sapere V. E. che in Oltolina et altre terre de' Grigioni era un
predicante luterano scelleratissimo, che già fu frate mendicante
dell'ordine de' Minori. Il quale per le sue male qualità fu condannato
al fuoco, sendosi egli ritirato a predicare ne' Luterani. Il quale era
avvisata sua santità che incognito veniva in questo Stato, e in tutta
Lombardia a fare diversi mali ufficj, per il che ella ha procurato, per
quello che intendo, che si facesse ogni esatta diligenza, come s'è fatto
dall'Inquisitore per porlo prigione, sendo egli stato condotto ai
confini di questo Stato, e dicono li nostri, dieci passi nella
giurisdizione dello Stato, dove è stato preso. Il che inteso da'
Grigioni, che pretendono la captura si è fatta sopra la loro
giurisdizione, dopo alcune diligenze che dicono aver fatte con S. E. e
l'Inquisitore, non vedendo seguir la liberazione di detto frate, si ha
avviso ch'hanno fatto porre prigioni molti frati che si trovano in un
monastero d'Oltolina, sotto il loro dominio, pubblicando che il medesimo
che patirà il detto suo predicatore, lo faranno patire a loro, et oltra
di ciò hanno protestato in iscritto a' confini e con li Svizzeri loro
confederati, d'ogni danno che perciò potesse seguire».

Questo raccolgo dall'Archivio diplomatico di Firenze: dal quale ho pure
un aneddoto intorno al famoso santuario di Einsidlen, appartenente ai
Grigioni. Gedeone Strucker, il 27 settembre 1614, così scriveva al
granduca:

«Essendo io partito li 24 di settembre di Santa Maria d'Hermitte
(_Einsiedelen_), due giorni appresso havendo un bredicatore bredicato
secundo il solito, è stato un burghese di Zurichio presente, mentre che
il ditto bredicatore attendeva alla sua bredicatione, quel Zurichese
dette una mentida con alta voce. Subito fu il preso dela guardia et
fatto brigione, et il popolo se dubitorno ch'el saria truncato la testa,
o per il mancho fenduta la lingua, ma la giustitia è statto
misericordioso, et hanno sentenziato che alla dominica prossimo dele 28
di settember egli debeno menar alla hora della bredica sopra il pergamo,
et redire la mentita data, et ch'el habia parlato falsamente, come un
tristo mentitor, et dimandar perdono al bredicatore et alla giustizia et
a tutti cattolici auditori quali sono stati presente. Quando fa bel
tempo, se bredica sopra una bela campagnia, avante una capela, et
circondato con la guardia, et compagnato nel tempio della dita guardia,
et recompagniato con torggie, et singulare reputatione, circa lontano
dal tempio una buona tyrata d'argebuso». _Arch. dipl. di Firenze._

[276] Quando il Fuentes minacciava i confini nel 1606, Ercole Salis
ambasciadore presso la signoria veneta, eccitava questa a sostener i
Grigioni nell'impedire questa pericolosa congiunzione di Stati. Il doge
rispose, dolendosi delle molestie tante recate dal Fuentes, e che il
senato riposava nella prudenza de' Valtellinesi, «volendo credere che in
quel paese dove si lascia che ognuno viva nella vocazione che Dio lo
ispira, non debbano li pretesti di religione far quegli effetti che il
Fuentes desidera». Il senato, allora in subuglio per l'interdetto,
decretò ai Grigioni tremila ducati il mese.

[277] Vedi il patto stipulato nel 1587, rinnovato nel 1604, fra i
Cantoni svizzeri e Filippo II per assicurare la religione cattolica
nelle terre già comasche, _ap._ LUNIG, _Cod. dipl. ital._ I, p. I, sect.
2.

[278] L'arciprete Rosca lasciò scritto: «Li principali della comunità di
Sondrio erano la maggior parte eretici. Triasso, Ponchiera, Piazza,
Colda, Cagnoletti, Arquino, Riatti, Marzi, Gualzi, Colombera, Sandrini,
Pradella, Triangia, Ligari, Majoni, Bassola erano tutti cattolici.
Sondrio, Ronchi, Gualtieri, Aschieri, Prati, Mossini e Moroni sono
misti, e però si servono di due ministri, i quali tendono in Sondrio e
nella contrada de' Mossini». I Marlianici erano i principali calvinisti.

[279] Il sig. C. J. Kind (_Die Reformation in den Bistümern Chur und
Como_) mi imputa di aver detto ma non provato che il re d'Inghilterra
desse denari per sostenere gli eretici in Valtellina. Oltre esser la
cosa verisimile, leggo nella lettera di Pietro Paolo Vergerio, 8 marzo
1551, al Gualterio: «Dite al Bullingero che l'ambasciadore del
serenissimo re d'Inghilterra, che è in Augusta, mi ha scritto di sapere
che sua maestà mi vuol dare qualche ajuto onde io possa continuare a far
la guerra al diavolo».

Delle cose di Valtellina si occupa spesso il carteggio fra il cardinale
Borghese, ministro di Stato a Roma, e il Bentivoglio nunzio a Parigi.
Nominatamente il 20 luglio 1618 quegli ripeteva come bisognasse esortar
i Cantoni cattolici e la Francia a proteggere i vescovi di Sion e di
Coira, confinanti coll'Italia e molto molestati: e massime dacchè i
Grigioni aveano eretto un loro collegio a Sondrio, «il che è cosa
pestifera non solamente a quella valle, ma all'altre vicine del
bergamasco e bresciano, e per conseguenza all'Italia».

[280] Scrisse la vita del Rusca Giambattista Bajacca. Frà Riccardo da
Rusconera di Locarno ne stampò il martirio nel 1620 ad Ingolstad;
qualificata per libro infame dal De Porta, il quale non ha contumelie
bastanti contro il Rusca, e reca certi versi di uno di Norimberga, ove è
messo a fascio con Ravaillac, Ridicovio, Girard, Clement, Lopez ed altri

                          _quos secta, propago_
    _Cocyti, cœlo perfricta fronte sacravit_
    _Martyres, heu reguum cultris qui viscera ledunt, etc._

Ne fece un poema (_il Parlamento_, Como, Arcione, 1610) Cesare Grassi
comasco, che in un altro rozzo poema (_Il popolo pentito_ ib. Frova
1639) descrive i mali del suo tempo.

[281] Così un libro intitolato «Vera narratione del massacro fatto dai
papisti rebelli nella maggior parte della Valtellina, messa in luce per
la necessaria informatione et ammonitione a tutti i Stati liberi, e per
esemplo a tutti i veri cristiani di perseverare nella pura professione
del santo evangelio. Beati coloro che sono perseguitati per cagione di
giustizia, perciocchè di essi è il regno de' cieli».

[282] DE PORTA II, 483.

[283] «Fu fatta una congiura da' predicanti et Grigioni, la quale
s'esibisce separatamente alla M. V., nella quale fu risoluto d'ammazzare
il clero et nobili della valle... col giorno et hora ne' quali doveva il
tutto essere eseguito».

[284] Che i banditi Grigioni avessero intelligenze anche col governator
di Milano non ne lasciano dubbio i carteggi dei granduchi di Toscana,
dove sono divisate tutte le pratiche dei Planta, del Zambra, di
Cristoforo Carcano e del prevosto della Scala, che a Milano era centro e
anima di tutti quei maneggi. Un Beroldinger, che in Isvizzera facea gli
affari de' granduchi, scriveva il 17 dicembre 1619:

«Nelli Grisoni le cose sono ancora irresolute, però con più avantaggio
delli Luterani che de' Cattolici. Tuttavia si tratta una sollevazione
per servizio delli Cattolici, e potendosi quella effettuare, portaria
non poco giovamento alla nostra fede. Tuttavia le pratiche per la parte
de' Veneziani sono tanto grandi, che ci priva della speranza di qualche
buon fine. Con tuttociò dovemo sperare ch'Iddio non abbandonerà li
suoi».

E nel carteggio di Milano, riferendosi le informazioni avute, si trova
al 3 giugno 1620:

«In Svizzera sempre si è mandato soldati alla sfilata, essendone partiti
di qua fin ad ora 900, e sebbene questo negozio sia trattato con
grandissima segretezza, si scoprì in ogni modo che tutto si fa per
ajutar certi banditi grigioni i quali, risoluti di tornar ne' loro
paesi, tentano ogni strada perchè li riesca. E tanto che hanno
determinato, per un lungo cammino che fanno, di entrare nell'Egnadina
Alta e poi nella Val Tellina, per impadronirsi di quella valle, che,
quando li sortisca, sarà di grandissimo utile a' Spagnuoli, che senza
apparire a niuno, otterranno il loro intento d'esser padroni della Val
Tellina, che per la qualità del sito e pel transito comodissimo nel
Tirolo, sarebbe cosa di grandissima conseguenza».

Al 24. «A ogni punto si aspetta di sentire quel che haveranno fatto i
Banditi grigioni ne' loro paesi, sentendosi che alli 25 si haveva a dar
dentro, e che tutti i soldati mandati di qua per questo effetto erano
lesti per muoversi dove gli fussi stato comandato...»

Al 30 giugno, negli avvisi di Svizzera c'è: «Sono passati a questi
giorni alquanti carichi di denari, che da Milano mandano in Germania,
sebbene i banditi hanno pubblicato che devono servire contro a'
Grigioni».

Al 1 luglio. «In Grigioni si doveano effettuare i tentativi de' banditi
il giorno di san Giovanni, ma perchè le genti del serenissimo Leopoldo
(l'arciduca?) non potettero esser all'ordine per quel tempo, per questo
si è differita l'esecuzione tutto il mese di giugno passato. E mi ha
detto il signor duca di Feria che adesso aspetta avviso del seguito a
ogni punto, e spera che s'abbia a sentire qualche bel colpo per
l'estirpazione degli eretici di questi paesi. Mi soggiunse che, avendo
fatta istanza al papa per semplice consiglio, come si dovesse incamminar
il negozio, che non ha mai potuto haver risposta, e se ne dolse
gagliardamente».

Al 8 luglio. «I maneggi trattati dai banditi grigioni per entrare
nell'Engaddina bassa non sono riusciti, per essere stati scoperti, et
avvertiti i lor nemici... Non si resta però di fare ogni diligenza per
ajutar quelle pratiche. Jersera incassarono cento colli di polvere,
archibusi et moschetti, si dice per mandarli in quei paesi».

[285] DE BURGO, p. 9: cioè da 50,000 franchi.

[286] LAVIZZARI, p. 159.

[287] SPRECHER, _Hist. motuum_ ecc.

[288] DE BURGO, 64.

[289] «Che fu il 19 luglio 1620, giorno veramente fausto, et per tanta
felicità degno d'essere annoverato tra gli più celebri dell'anno con
solenni processioni» BALLARINI, _Felici Progressi_ etc, p. 10.

«Como tanti Macabei confidati nel divino ajuto assalirono gli eretici...
La qual impresa quanto sia stata accetta a Dio l'ha testificato con
diversi miracoli ecc.». _Relazione manuscritta_.

«Il che successe con tanta facilità et felicità, che ben si vide la mano
di Dio assistente ad opera tanto santa; poichè in tutta la valle non si
mossero più di cento persone, sebbene ci fu il consenso di tutti gli
altri, et nondimeno ammazzarono tanto numero di heretici et ufficiali
Grigioni». _Supplica al re cattolico_.

«Di Teglio il fatto glorioso sgombra l'oscurità dell'eresia, abbellisce
il cristianesimo, empie di gioja il mio cuore e d'altri fedeli, e tutte
le lingue si debbono snodare per celebrarlo d'opera sì sublime ed alta,
conveniente alla sublimità ed altezza ove siede». _Il Rusco o
descrizione del contado_ ecc.

L'Alberti però nelle Antichità di Bormio dice _Fortissimum consilium
quod vos ad salutaria arma capienda compulit, et Grisonum hereticorurn
jugum excutere suasit faveat exercituum Deus pietati et fortitudini
vestræ. Gregorio XV, breve del 9 marzo 1623_. Ed il _Quadrio, Della
Rezia Cisalpina, Diss._ IV. «Parve che il cielo stesso dichiarar si
volesse a favore del loro disegno, poichè, dove tutta la notte caduta
era abbondevole pioggia.. si mostrò il cielo all'apparir dell'alba terso
affatto d'ogni nube e sereno». Esso Quadrio vorrebbe contro il vero
insinuare che si aveva riguardo alle donne come _cose mobili per
natura_: che a Teglio otto donne e tre fanciulli rimasero per
_accidente_ sacrificati, ecc.: ma non era egualmente un assassinio e su
queste e su gli uomini? che «da' prudenti fu lodata la rivolta, non già
il modo».

Al fine del vol. III degli _Atti e monumenti della Chiesa Gallicana_,
1631, in-fol. è inserita una _Storia delle stragi di Valtellina_ di
Abbot arcivescovo di Cantorbery, ma non è che la traduzione
dell'opuscolo tedesco di Gaspare Waser, illustre teologo zuricano,
riprodotto nella Biblioteca dell'Höttinger, e tradotto subito in
italiano, in francese, in inglese. Egli dà a minuto le particolarità
della strage, e per esso tutti gli uccisi sono martiri, de' quali
racconta il coraggio, la costanza, i detti pietosi, alla guisa de'
martirologi. Va con esagerazione opposta il libro _Kelchkrieg, koder
urzer und wahrhaftiger Bericht des Kelchkriegs so ron den calvinischen
Pundtneren, und Zwinglischen, Zürcheren und Berneren in Veltlin
vollbracht worden_, 1620. Altorf: e l'anno stesso a Milano in italiano.

Una relazione contemporanea che ho trovata nell'Archivio generale di
Firenze, dice tra le altre cose: «Nel mentre che si sono assicurati li
posti et passi, li soldati paesani et massime li contadini sono andati
alla caccia dei fuggiti heretici, et havendo trovata la maggior parte,
gli hanno ammazzati tutti, specialmente d'una villa chiamata de Mossini
sopra Sondrio, lavandosi le mani nel sangue loro, et hanno preso molti
predicanti, alcuni de' quali tengono vivi per cavare da essi la verità
della macchinazione et trattato di ammazzare li cattolici, et estirpare
la fede Cattolica, poi li tratteranno come meritano.

«Il numero de' morti heretici sarà da 500, ma non può dirsi preciso
perchè se n'ammazzano ogni giorno, trovati nelle caverne. Altri sono
fuggiti oltre a monti, altri nel Venetiano.

«Non si lascia di dire che, tra li morti di Tirano vi era uno grisone
come gigante, che giaceva in terra con moltissime ferite, et perchè
doppo quattr'hore et più parve che movesse il capo, un figlioletto
cattolico de cinque anni andò a dargli con una mazzetta sopra il capo
dicendo, _Quel traditore lùtero non vuole anco morire_.

«Già s'è accettato il calendario gregoriano et introdotte le feste alla
romana, et per stabilire meglio la fede cattolica s'addimandano
predicatori, massime capuccini, amatissimi, a' quali si faranno due
monasteri almeno, cessata la furia de' presenti moti, sperandosi nella
misericordia divina che aggiusterà la causa sua, et nella pietà della
maestà cattolica, che accetterà nella protettione sua quei popoli
devotissimi suoi, et membri si può dire del Stato di Milano come
diocesani di Como».

Tra i libri proibiti figura il _Memoriale alla santità di nostro signore
papa Gregorio XV, il clero e cattolici di Valtellina_, come pure la
_Vera narratione del massacro degli Evangelici fatto dai Papisti ribelli
nella maggior parte della Valtellina_.

[290] Informazione de' Bormiesi nel 1636.

[291] 4 agosto. «S'intende che un nervo di Grigioni eretici con la
scorta di ducento Olandesi, di quelli licenziati dalla Repubblica
Veneta, siano entrati in Valtellina dalla parte di Chiavenna... nel
medesimo tempo si ebbe nuova che da' Grigioni eretici erano state
affondate due barche piene di soldati cattolici, de' quali nessuno s'era
salvato. All'arrivo di questi avvisi si turbò assaissimo il signor duca
di Feria, vedendo che si correva pericolo di perder l'acquistato; e
trovandosi impegnato a difendere la Valtellina, gli dispiaceva che si
aveva a venire a maggior cimento. Però dicono che si dolse
gagliardamente con monsignor proposto della Scala, dicendogli che gli
avea figurati i successi facilissimi e senza pericolo nessuno di
accender fuoco in Italia, e che ora apparisce il contrario, sentendosi
che tutte quelle montagne sono in moto, con fermo proposito di voler
ricuperare il perduto.

Poco lontano dal forte di Fuentes furono fatti prigioni tre predicanti,
i quali sono stati condotti a Milano, e si trovano in custodia del
Sant'Offizio. Fra questi vi è una monaca vicentina, che già 15 anni sono
fuggì di Vicenza» (_Carteggio di Milano, nell'Archivio generale di
Firenze_).

[292] Allora fu pubblicata un'altra delle pasquinate che dicemmo desunte
da testi scritturali.

  Re di Francia         _Ite, et reddite quæ sunt Cæsaris Cæsari
                          etc._
  Marchese di Cœvre     _Bonum est nos hic esse, faciamus tria
                          tabernacula._
  Venezia               _Attollite portas, principes, vestras,
                          et elevamini portæ æternales._
  Valtellini            _Circumdederunt nos dolores mortis._
  Grigioni              _Erit fletus magnus et stridor gentium._
  Marchese di Bagno     _Et ego per aliam viam revertar in
                          regionem meam._
  Papa                  _Ego dormio, sed cor meum vigilat._
  Duca di Savoja        _Qua hora non putatis veniam._
  Repubbl. di Genova    _Veni et noli tardare._
  Re di Spagna          _Omnia quæcumque volui feci._
  Signori di Valtellina _Ecce relinquimus omnia et secuti sumus te._
  Duca di Feria         _Adjuva me, Domine, ponam inimicos tuos
                          scabellum pedum tuorum._
  Stato di Milano       _Non habemus regem nisi infantem._
  Arciduca Leopoldo     _Quæsivi et non inveni._
  Imperatore            _Os habent et non loquentur, manus etc._
  Duca di Parma         _Doce me facere voluntatem tuam._
     »    Modena        _Quotidie vobiscum sum._
     »    Mantova       _In pace amaritudo mea amarissima._
     »    Lucca         _Clausa est janua._
     »    Urbino        _Dereliquit me virtus mea et lumen oculorum
                          meorum._
  Granduca              _Pulsate et aperietur vobis._

[293] Rimasero da cinquecento arciducali: con loro cadde il beato Fedele
da Sygmaringa cappuccino, che il Lavizzari dice _odiatissimo prefetto di
quelle missioni_, e che è il protomartire della congregazione di
Propaganda. Vedi _Istoria delle missioni de' frati minori Cappuccini
della provincia di Brescia nella Rezia dal 1621 al 1693_, pel P. F.
CLEMENTE DA BRESCIA. Trento, Pavone 1702.

[294] Gli aggravj di questi sono espressi nel _Recueil vrai et sincère
de partie des mechancetez atroces et cruelles tirannies commises en la
Valtelline après le massacre, et demeurées impunisse, ensemble les
transgressions des statuts, loix criminelles et civils, voire mesmes des
ordonnances et constitutions faites à Tiran depuis le dit temps jusqu'à
l'an 1626_. Vedi _la Valtelline, schediasma. Véritable et solide
résponce aux calomnies, et raisons desquelles les resbelles de la
Valtelline, vrais et naturels sujets des Grisons, pallient et desguisent
leurs exécrables forfaits, voulans par une entreprise imprudente et
abominable persuader aux rois et potentats de prendre les armes pour
leur défence et protection_. Abbiamo nello stesso senso: «Antidoto
contro le calunnie de' Cappuccini, composto per li fedeli confessori
della verità nelle leghe de' Grigioni. — Informatione reale delle false
apparizioni e miracoli della madonna di Tirano, di san Carlo Borromeo, e
del beato Alviggi».

[295] Quella donna, fatturata in un braccio di panno rosso, stette due
mesi fitta nel letto senza mangiare nè bere altro che qualche stilla
d'acqua infusale per un dente mancante. Eppure la vedevano affacciarsi
alla finestra; ma come tosto s'accorgeva di essere veduta, tornava al
letto, ove immobile giaceva. Tardi guarì, _non obstanti i debiti
exorcismi_.

[296] ALBERTI, _Antichità Bormiesi_, manuscritto.

[297] _Gentis inquietæ, et volentis inquietare cœteros._ Hist. Patria,
p. 127.

[298] Nel 1790 erano dieci famiglie di protestanti in Tirano, due in
Bianzone, due in Teglio, una a Castione Inferiore, una a Cajolo,
sessantacinque nel contado di Chiavenna. Giacomo Picenino, ministro
protestante a Coira, stampò l'Apologia della Riforma. Contro di essa il
padre maestro Gotti, professore di teologia a Bologna, scrisse _La vera
Chiesa di Cristo_, 3 volumi in-4º, che gli meritò la porpora.

[299] Fin a quest'ora appartennero alla diocesi di Como, siccome pure la
maggior parte del Canton Ticino. Adesso però vuolsi sottrarneli,
confiscaronsi i beni che colà aveva il vescovo di Como, e vorrebbesi
incorporare le comunità di Poschiavo e Brusio alla diocesi di Coira: al
Canton Ticino mettere un vescovo proprio.



DISCORSO XLVIII.

SGUARDO RETROSPETTIVO ALLA RIFORMA.


Al punto d'abbandonare il secolo e le immediate conseguenze della
Riforma, domandiamo se abbiasi a deplorare l'Italia perchè non l'abbia
abbracciata, e perciò non corso un differente stadio di civiltà; ovvero
con sant'Ambrogio rallegrarsi perchè _non hic tibi infidelis aliqua
regio,... Italia, Italia, aliquando tentata, mutata numquam_[300].

I dissenzienti da noi traggono vantaggio dal mostrare la decadenza che
da quell'età subì la nostra patria.

Dopo ciò, dunque per ciò; argomento triviale. Ma l'essere ingojate le
sue repubblichette da parziali signorie; il parteggiare non più per la
patria e pei diritti, bensì per la volontà, le ambizioni, le pretensioni
di principi; il rinascere in Europa la smania delle conquiste lontane,
piaga romana ch'era stata medicata dalla feudalità: la conseguente
invasione degli stranieri; l'appoggio che questi ebbero dagli eserciti
stanziali, allora generalizzati; il rifiorire delle lettere classiche,
che portava a venerare la forza dello Stato pagano, anzichè la giustizia
della società cristiana, queste ed altre furono le cause per cui
l'Italia restò prostrata moralmente e civilmente, allorquando la
scoperta, a Italiani dovuta, di due nuovi mondi sviava la ricchezza da'
suoi mercati. A colpir non meno le fantasie che gli interessi
sopravvenne in Germania la guerra religiosa dei trent'anni; l'età più
disastrosa per l'Europa; quella ove gl'individui e gli Stati ebbero
patimenti ben peggiori che nelle invasioni dei Barbari: chiusa colla
pace di Westfalia[301], cui conseguenza fu che anche la Germania
decadesse da quel primato che avea tenuto durante tutto il medioevo.
Così i Tedeschi, che per invidia al nostro sole più brillante, alla
nostra lingua più armoniosa, ai costumi più forbiti, alle istituzioni
più liberali, alla civiltà nostra più sviluppata, aveano spinto alla
Riforma, da questa nimicizia all'Italia raccolsero la propria rovina. Si
temette la prevalenza della stirpe latina, onde si osteggiò la Spagna, e
poichè questa era cattolica, si guerreggiò il cattolicismo. Ma non si
riuscì che a consolidare Casa d'Austria, che da quel punto non perdette
più la corona di Germania e il dominio sull'Italia; invece d'abolire
l'impero si abolì il papa; invece di acquistare libertà civili e
municipali, si ottenne di non andar più a messa o a confessarsi, e di
cantare i salmi in tedesco: politicamente restò impedita la fusione
della Germania; gli ingegni si svaporarono in dispute teologiche: le
classi privilegiate sbigottironsi del diritto d'esame.

Maggiormente ne scapitò l'Italia, che cessava d'esser la metropoli di
tutto il mondo, nè più vi affluivano le ricchezze e i devoti dalle
quattro plaghe: non più vi convenivano i prelati da ogni paese, nè in
ogni paese andavano i nostri, acquistando e difondendo ricchezze e
cognizioni, e trovando sfogo all'attività, stimolo agli ingegni colle
speranze.

La feconda divisione de' piccoli Stati soccombette alla prevalenza
austro-spagnuola, ormai non più controbilanciata dalla Francia, e solo
tenuta in qualche rispetto dalle repubbliche di Venezia e di Genova. Al
nord-est un principe transalpino si dilatava a poco a poco, e militando
ora per la Francia, ora per l'Austria, cresceva innanzi, sperando
mangiar l'alta Italia foglia a foglia come il carcioffo. I papi, che sin
allora avevano impedito che l'Italia cadesse sotto una sola dominazione,
ormai non poteano che accarezzarne il padrone, e quest'alleanza del
papato coll'impero consolidò la servitù dell'Italia.

L'Italia, oltre gli eserciti che la straziavano anche quando ella avea
cessato di esistere, simile a un cadavere denudato e violato, soffrì di
squallide fami, di due terribili pesti nel 1576 e nel 1630, e di governi
stranieri, che unica arte conosceano la fiscalità; onde potè giudicarsi
perita la civiltà da chi non credesse fermamente che la Provvidenza per
la via del male guida l'umanità a continuamente procedere verso idee più
vere, costumi più umani, libertà meglio intesa.

Aggiungiamo il piantarsi dei Turchi a' suoi confini. Gli Italiani aveano
sempre avuto speciale cura a

    La santa terra ove il supremo amore
    Lavò col proprio sangue il nostro errore[302]:

e incessantemente combatterono i Musulmani sotto le insegne di Venezia,
di Genova, di Pisa, di Napoli, soprattutto di Roma. Or però, abbandonati
da mezza la cristianità, dovettero vederli piantarsi fin in vista delle
nostre coste. Dove non è estraneo il riflettere che, mentre la costoro
conquista tolse ogni vita all'Oriente perchè era scisso da Roma,
nell'Occidente invece, dove al potere crollante imperiale era già
succeduto il pontifizio, si conservarono i germi d'una civiltà, i quali
svoltisi in Italia, dipoi a danno dell'Italia propagavansi altrove.

È arte di ogni rivoluzione l'afferrare due o tre idee buone, e
spacciarle per sue, e per raffaccio domandarne l'attuamento all'ordine
esistente, il quale non le repudiava, e forse non le predicava sol
perchè non revocate in dubbio. Così ai dì nostri essa proclamò la
nazionalità italiana: eppur questa era accettata così generalmente, che
neppur se ne parlava. Delle amplissime verità che la Chiesa abbracciava,
alcune particolari afferrò la Riforma e se ne fece vanto, quali l'esame
della verità storica, la civile tolleranza, la moralità di tutti e
specialmente del clero, la gratuità de' sacramenti, il ripudio delle
superstizioni e de' racconti apocrifi, ed altri punti che però erano non
solo accettati dalla Chiesa, ma promossi e raccomandati, colla prudenza
da cui solo possono dispensarsi le rivoluzioni.

E sotto l'ali della Chiesa era sempre vissuta l'arte, questa rivelazione
di Dio nello spirito umano, che fra i Pagani idealizzava la forma, fra i
nostri incarnava l'idea. La Chiesa colla scolastica aveva non solo
esercitato il pensiero, lasciandolo spingere le speculazioni fino al
punto ove l'audacia della ragione diventa licenza[303]. La civiltà
acquistava quell'universalità per cui non si conosce un affare
particolare di un regno se non si allarghi lo sguardo sull'intera
Europa, della quale gl'incrementi di comunicazioni e la stampa tendeano
a far una nazione sola. Il rinascimento fu dunque opera eminentemente
italiana, ma alzò subito un grido contro il passato, quasi un figlio che
si vergogna del genitore: acclamò al paganesimo, e filosofia, governi,
civiltà, letteratura dovere conformarsi a quello. Bastava un passo
perchè si ribellasse alla Chiesa, e il fece quando, attraverso al
grandioso incammino del risorgimento, si gittò il frate di Vittemberga.

Nessuno più di noi ha riconosciuto i disordini introdottisi
nell'attuazione temporale della Chiesa, risoluti come siamo di non
dissimulare veruna macchia per aver diritto a non velare veruna gloria,
e professando con Gregorio Magno esser meglio scandolezzare che mentire:
ma bisogna distinguere le istituzioni dagli atti degli uomini che ne
sono ministri: ed esse istituzioni valutare non sopra gli abusi, ma
sopra i fatti giuridici, che per la Chiesa sono i decreti, le leggi, i
concilj. E se anche il frutto è fradicio, bisogna salvar il seme per le
vegetazioni future. Anzi, dal vedere che, in tanto traviamento, le
dottrine supreme rimasero immacolate, nè gran peccatori quai ci
dipingono gli ecclesiastici pervertirono i dogmi, il simbolo, la morale,
argomentiamo alla divinità dell'opera, e i costumi esser altro che i
principj: talchè poteano quelli emendarsi, senza toccar a questi. E ciò
più facilmente in quanto, nell'attuazione esterna della Chiesa, tutto è
modificabile, tutto fu modificato, eccetto la disciplina che riguarda
l'amministrazione de' sacramenti. Ma la Riforma quei ch'erano uniti
dalla religione separò in due campi ostili, in cui e da cui si
avvicendarono le persecuzioni. La divisione essendo religiosa, fu
profondissima, sicchè apparvero da per tutto diffidenza e sospetto:
essendo opera di collera, trascese, e presto ebbe scosso tutto, la
società religiosa come la politica e la domestica, gli affari come le
coscienze, seminando l'Europa di sanguinose, comechè feconde ruine,
sottoponendo a leggi arbitrarie le relazioni dell'uomo con Dio, al dogma
surrogando opinioni variabili quanto le teste; eccitando dubbj
nell'intelletto, scrupoli nella coscienza da che era rotto l'equilibrio
fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri.

Gli eroi della vita austera diventavano oggetto di beffa; mentre prima
il delitto era peccato; il fôro secolare stava a servigio della Chiesa
per punire la bestemmia come il furto; le decime retribuivansi ad essa
più fedelmente che l'imposta ai principi; la ricchezza de' suoi prelati
parea più comportevole che quella de' cortigiani, tutto fu cambiato d'un
tratto.

La Riforma cercò anche annichilare la distinzione dei due poteri,
introdotta dal cristianesimo, e sottoporre l'anima allo Stato: col che
toglieva la libertà di coscienza, mentre di questo nome onorava il
mancare di convinzioni. Il diritto canonico era stato un gran progresso
sopra le consuetudini dei Barbari, ma avea dovuto piegarsi alla costoro
selvatichezza: e quindi sconveniva a tempi più colti: ma i papi stessi
aveano approvato lo statuto fondato sul diritto romano, riconoscendolo
meglio applicabile, non ricorrendo al Canonico se non nelle materie
speciali, dove il principio religioso corregge il diritto puro.

Noi non crediamo progresso l'aver distrutta la supremazia in materia di
fede, e tolta al papato l'onnipotenza delle mediazioni, perocchè, se il
cristianesimo è una società diffusa per tutto il mondo, è egli
conveniente lasciarla senza un capo, senza giudici, senza consultori
universali? Anche il credente più schietto ama veder l'ordine in ciò che
crede e le verità connesse fra loro; e mentosto la sparpagliata
discussione che non l'accordo donde trae zelo alle pratiche religiose.
Già sant'Agostino diceva ai Donatisti: _Quæ est pejor mors animæ quam
libertas erroris?_

Il clero non offendeva i re, giacchè promulga il principio d'autorità;
non l'aristocrazia, perchè rispetta i possessi e l'ingegno e i diritti
storici; non il popolo, perchè esce da quello, e per quello avea fatto
tutto; e finchè stava con esso, il popolo non avea bisogno di
abbracciarsi ai re per abbattere i baroni. Il potere dei principi
divenne eccessivo, perchè cessava l'opposizione e il sindacato del
clero. Si rinfacciò ai papi di dire «La Chiesa son io», ma allora i re
dissero «Lo Stato son io», e dalla monarchia restò non solo ristretto il
papato, ma soffogato il popolo. I papi del medioevo soli erano capaci
d'esercitare l'arbitrato europeo perchè capi della società conservatrice
e propagatrice del vero ideale, capi civili delle nazioni non per forza
d'arme ma coll'autorità della parola. Per quanto però ristretti,
rimasero non solo re di Roma, ma cattolici, e quindi di nessun partito,
e desiderosi dell'accordo di tutte le potenze cristiane; accordo che
solo avrebbe potuto risparmiare all'Europa odierna la vergogna d'aver
fra' suoi uno Stato che professa la poligamia, gli eunuchi, la potestà
assoluta, la pirateria, e che la maggior reliquia del culto cristiano
rimanga in mano de' Turchi.

Un secolo che era cominciato nel modo più grandioso, colla scoperta d'un
nuovo mondo e la rapida conversione di quello, con tanto rigoglio
dell'arti e delle lettere, trovossi tuffato nella quistione religiosa,
dietro a cui la confusione degli spiriti, l'anarchia degli atti, la
tirannide ammantata dal pretesto di reprimerla, il fanatismo
persecutore; sicchè, invece di poter congiungere la libertà cittadina
coll'indipendenza religiosa, fu duopo combattere dentro e fuori la
barbarie che parea rinnovarsi.

Che la Riforma causasse prosperamento degli studj e delle lettere vien
negato anche in altri paesi, benchè ivi coincidesse con quel che
dapertutto chiamossi il risorgimento. Ma l'Italia era già prima a capo
del mondo civile; da tre secoli studiava il suo san Tommaso, da due
leggeva Dante e il Petrarca suoi; aveva prodotto Colombo e Cesalpino,
educati Copernico e Vesalio; stava compiendo la maggior basilica del
mondo, attorno alla quale sorgeano le meraviglie del Mosè, della
cappella Sistina, delle Logge Vaticane; glorie accompagnate da quelle
del Tiziano e del Correggio, dell'Ariosto e del Caro; le sue Università
traevano studiosi da tutto il mondo; Erasmo vi ammirava cattedre di
greco[304], d'arabo, d'ebraico: e la nostra repubblica letteraria
concedeva la cittadinanza anche a quei dotti che nazionalmente si
chiamavano barbari[305].

Ma fanatizzate le moltitudini per dispute che prima stavano nel ricinto
di conventi e presbiteri, si sviò dalle belle lettere. Fra gli scrittori
della Riforma nessun italiano è insigne; nobilissimi ingegni dispersero
nelle controversie la forza che poteano destinare a far opere;
lasciarono scritti incompleti come le polemiche, nelle quali gli
ammiratori stessi lodano ciò che si volle, anzichè ciò che si fece.
Nuova importanza acquistò la filologia, trovandosi necessarie le lingue
antiche per le disquisizioni religiose. Ma la stessa traduzione della
Bibbia, che in altri paesi schiuse l'êra del vulgare moderno, non potea
farlo qui, ove almeno da cinquecento anni parlavasi e da trecento
scriveasi l'italiano. Il Manuzio, eruditissimo editore, lagnavasi che le
scuole si abbandonassero, e ch'egli dovesse passeggiare solitario
davanti all'Università romana nell'ora della lezione. Giulio Pogiano
valentissimo latinista, all'altro non men lodevole scrittore Anton Maria
Graziano, in lettera del 30 maggio 1562 lagnavasi che il bello scrivere
fosse perito: _unum, aut ad summum alterum vel in maximis civitatibus
reperias, qui speciem aliquam præseferat romani sermonis: succum vero et
sanguinem incorruptum latinæ orationis qui habeat, fere neminem. Nec
injuria. Libri enim qui nobis præstantis illius laudis et disciplinam
præscribunt et exempla proponunt, pæne obsoleverunt. Nullus jam est in
manibus Terentius, nullus Cæsar: ipse latinæ eloquentiæ princeps legi
desitus est: tota denique jacet antiquitas, optima tum vivendi, tum
loquendi magistra. Ad quos igitur plerique se contulerunt? Pudet, nec
omnino dicere licet. Sunt enim iidem barbariæ et impietatis auctores,
quorum in dispari scelere par voluntas agnoscitur. At multis vocabulis
auxerunt linguam latinam. Utinam non tam portenta quam verba, ut in
religionem sic in sermonem induxissent! at incitarunt loquendi et
scribendi celeritatem: ut illorum studiosi, vel in magnis rebus, subita
et dictione et scriptione satisfaciant._

Cercarono scuoter gl'ingegni i Gesuiti introducendo scuole con metodi
nuovi, con ingegnosi artifizj, col rendere piacevole l'insegnamento,
come s'è costretti fare allorchè la voglia n'è rintuzzata: ma lo scopo
loro era l'educazione, più che l'istruzione; piegar le volontà, ancor
più che affinare gli intelletti: e presto ebbero gl'inconvenienti delle
scuole legali; e il mal gusto, se non vi fu originato, non vi fu
combattuto dall'artificiosità dello stile e de' componimenti; da una
certa lecornia, distinta dalla vera eleganza; dal belletto, surrogato ai
robusti colori della sanità.

Dopo ciò si pena a credere che, nel secolo nostro, l'Istituto di Francia
abbia premiato una memoria dove s'è potuto sostenere, dirò piuttosto
asserire che la Chiesa era sempre stata capitale nemica dei lumi; che
«le nazioni erano da essa mantenute attentamente in un'ignoranza,
propizia alla superstizione: che, per quanto possibile, lo studio era
reso inaccessibile ai laici: che quel delle lingue antiche era tenuto
come una mostruosità, un'idolatria: che la lettura delle sante scritture
era severamente vietata[306]». E c'è un vulgo che lo ripete. Viepiù fa
stupore che un pensator cattolico, il Gioberti, in Lutero vedesse tre
doti:

1. D'aver voluto restituire la loro primitiva grandezza alle idee di Dio
e di Cristo, menomate dagli scolastici; 2. d'avere, non che conosciuto,
ma agguagliato il suo secolo, benchè non giungesse a superarlo, come
superollo Soccino; 3. nell'evoluzione logica dell'eresia luterana
scorgersi il predominio della ragione (_discorso_) sulle potenze
inferiori; privilegio dell'Italia, alla quale pertanto si compete
l'onore del luteranismo.

Se con ciò s'intende il libero uso della ragione, l'aveano ben prima i
nostri, e lo mostrammo; ma troppo ci corre dall'esame del vero, dallo
scherzo, dalla satira alla negazione sistematica e riottosa.

Lutero, dopo bestemmiato la cattedra pontifizia, bestemmiò il libero
arbitrio, bestemmiò la ragione, questa (a dir suo) fidanzata di Satana,
questa prostituta, mostro abominevole, che bisogna calpestare,
strangolare; essa è maledetta dalla rivelazione, e perciò ogni parte
dell'ingegno umano è menzogna e tenebra; le Università, sono invenzioni
diaboliche, deputate a convellere il cristianesimo.

Invece il Pallavicino, nell'_Arte della perfezione cristiana_,
professava che «infine tutte le altre potenze dell'uomo s'inchinano
all'intelletto; l'intelletto giudica di tutte le cose, l'intelletto
governa il mondo».

I soliti uomini di pregiudizj diranno che la restaurazione d'allora fu
un ritorno verso il medioevo[307]. Noi diremo che fu una fermata ne'
grandi progressi di quello. Il sospetto fece reprimere la cultura anche
qui dove avea preso tanto incremento; perocchè solito torto delle
violenze rivoluzionarie è il disgustare chi di queste era volenteroso, e
far che la società indietreggi davanti alle crisi dell'impazienza.

Colla storia alla mano potremmo sostenere che al cattolicismo è dovuto
l'acquisto di tutte le libertà civili; le forme parlamentari, che oggi
si considerano qual salvaguardia di queste, derivavano dalle abitudini
della Chiesa, e noi le godevamo ben prima di Lutero, unitavi la libertà
della discussione e della critica, che dappoi per paura e riazione,
venne soffogata dalle armi principesche e dall'inquisizione
ecclesiastica, la cui potenza noi desumiamo non tanto dai roghi, quanto
dal disparire di quell'infinità di stampe che aveva accompagnato e
favorito lo spandersi della Riforma.

La filosofia dovette arrestarsi ne' suoi ardimenti, eppure furono
cattolici, come di fuori Cartesio e Bossuet, così tra noi Galileo,
Campanella, frà Paolo.

Le riforme prescritte dal Concilio vennero dimenticandosi, nè si
conciliarono Chiesa e Stato, nè si segnarono limiti morali e giuridici
alla politica.

Svelto ogni germe di protestantismo languirono gli studj ecclesiastici,
e sebbene repudiamo la separazione or posta da Neander tra la fede, la
religione e la teologia, certo è che questa scienza, disarmatasi,
s'avvolse in intestine querele di carattere meschino, che fornirono arme
terribili agli scredenti; e il clero, inerte, impopolare, diviso, con
giansenisti ridicoli, gesuiti esosi, abati indifferenti, popolo
ragionacchiante, si trovò esposto ai liberi pensatori.

La morale fu però migliorata, anche per l'opera di coloro che vennero
denigrati col nome di Casisti, i quali furono alla pratica quel che
erano stati gli scolastici alla teoria; persone che spingevano
l'argomentazione fino all'abuso: e che, invece di dedur i canoni della
morale dalla sola legge di Cristo, andavano a fantasticarne o ne'
filosofi pagani o nelle opinioni della tale o tal altra scuola. Con ciò
arrivarono qualche volta a scusare il vizio, a scolpare il delitto,
sicchè molte loro proposizioni furono dalla Chiesa condannate; ma chi li
confutava non avea che a ricorrere all'insegnamento evangelico e alla
tradizione[308]. Realmente in quelle dispute si chiarì la morale; il
vizio sussistette ancora, ma fu chiamato col suo nome; mentre fuor della
Chiesa nostra fra suddivisioni infinite si giunse fin a negare la virtù
obbligatoria e ogni dottrina positiva; e volendo l'unità, e non
riuscendovi perchè non è possibile accoppiar l'errore e la verità nel
cristianesimo, cercavano questo distruggere.

Separato il mondo della scienza da quello della fede, proveduto
piuttosto a reprimere l'opinione falsa che a diffondere la vera, ne
seguì la trista necessità di riazioni violente. Quando una società
perisce, non v'è modo a restaurarla che coll'autorità. Questa è il fondo
del cattolicesimo, che perciò, vedendola attaccata dapertutto, se ne
sbigottì; e se prima avea protetto la libertà, vedendola ricalcitrare
fino a metter lui stesso in quistione, se ne sbigottì, si alleò al
potere assoluto per farsene sostegno, nè ravvisò l'incompetenza assoluta
della forza in materia di fede. Per ovviare gli abusi si restrinse la
primitiva libertà degli scritti; si ebbe paura del pensiero come forza o
sterminatrice o repressiva; si sentì bisogno di ricorrere alla podestà
principesca, che schiacciava le eresie, ma nell'abbraccio soffogava la
Chiesa.

Il clero, vedendo perire le libertà del medioevo sotto la pressione
principesca credette salvarsi coll'associarsi all'assolutismo regio, il
quale così trionfò. Ed oggi altrettanto vorrebbesi farlo associare
all'assolutismo democratico, che trionferebbe se esso cessasse di
resistervi.

L'Italiano, che bada ai fatti non alle declamazioni; che, fra questa
tirannide dell'opinione, osa ancora ascoltare la coscienza e serbare
convinzioni, rabbrividisce allorchè osserva la conformità dell'età
nostra con quella del Cinquecento che venimmo divisando, e quali
terribili rimedj, e quanti patimenti di due secoli furono necessarj per
chetare la turbolenza, e ripristinare quell'ordine che le popolazioni
desiderano anche più della libertà.

Sarà necessario altrettanto oggi? A questa frenesia d'una libertà
astratta, che le libertà individuali sagrifica tutte all'opinione di
piazza, alla statolatria, alle apparenze, bisognerà che succeda lo
spossamento, come al delirio fremente succede il delirio tremante? Se,
come vuole Fontenelle, l'uomo non giunge al vero che dopo esauriti tutti
i possibili errori, ancora lunga serie ne resta; e se ciascuno bisognerà
che produca la sua messe di disordini e di infelicità, alla misera
generazione nostra avrà a portare invidia quella de' nostri figliuoli.

Ma a chi ci dipinge l'odierno sfasciarsi della società nella sua parte
morale: quando, sentendo scosse le fondamenta, ognuno cerca nelle nebbie
del futuro qualche crisi alla malattia d'una società corrotta, scettica,
sbranata dai partiti, noi offriamo il quadro di essa ai giorni di
Lutero. Chi non avrebbe detto che la barca di Pietro periva? Di poca
fede! Eppure allora l'alto clero era corrotto, mentre ora unanime
resiste al demonio che gli dice, «Se mi adori, tutto questo sarà tuo»; e
fra i traviati non compajono se non le erbacce che il pontefice sarchia
dal suo orto.

Coraggio dunque; poichè Dio tira sovente la salute degli uomini dal
fondo della loro perversità: e una voce santa ci ripete che «A riguardo
de' giusti saranno abbreviati i giorni della prova».


NOTE

[300] _De fide_, lib. II, c. 16.

[301] Per quante buone ragioni e religiose e civili e umane il pontefice
respingesse la pace di Westfalia, l'ha dimostrato testè il dottor
Döllinger, _Kirche und Kirchen_, cap. 2. Si noti poi come un fatto
generale che il protestare contro di essa non valea toglierle efficacia,
nè impacciarne l'attuazione.

[302] ARIOSTO. Si sa che il primo ospedale vi fu fondato da cittadini di
Amalfi, donde nacquero gli Ordini religiosi militari. Nel 1355 Sofia di
Filippo Arcangeli fiorentina istituì l'ospedale del monte Sion, con
chiesa, casa, chiostri. Alessandro III e Urbano III fecero riporre sopra
l'altare del santo sepolcro la iscrizione, che n'era stata tolta,
_præpotens Genuensium præsidium_. Roberto di Napoli e Sancia spesero
milioni per collocare monaci presso il santo sepolcro e il presepio. La
cupola del santo sepolcro fu eretta, poi più volte rinnovata per cura
d'Italiani, e ultimamente nel 1720 per zelo del padre Antonio da Cuna
toscano, che n'ebbe licenza dal gransignore a patto che facesse
restituire cencinquanta Musulmani, fatti schiavi da potenze cattoliche;
il che egli adempì. Giovanna di Napoli ricomprò il sepolcro di Maria
Vergine in val di Giosafat. L'altare di bronzo, meraviglia dell'arte,
che sta sul calvario, fu dono di Ferdinando De Medici nel 1588, e opera
di frà Domenico Fortisiano del convento di San Marco. Carlo Guarmani
livornese scoperse testè Santa Maria Latina, antica Chiesa degli
Amalfitani, sepolta sotto le rovine.

Leibniz nel 1673 essendo a Roma, scrisse un poema dedicato _ad
Alexandrum VIII ut christianos ad bellum sacrum hortetur_, dove
proponeva la spedizione d'Egitto, e vuolsi che di là ne traesse l'idea
Bonaparte.

Avendo noi ripetuto che Lutero dissuadeva dalla guerra contro i
Musulmani, giustizia vuole che accenniamo come Melantone vi esortava
Carlo V, e soggiungeva: «Per cominciar la guerra turca, bisogna ch'e'
passi in Egitto con una flotta ben fornita, onde forzar le armate turche
ad abbandonare l'Europa. È serbato al nostro secolo di veder questa
eroica impresa, che, a parer mio, è divinamente preparata e che sarà il
segnale della decadenza dell'impero turco». _Corpus reformatorum_,
edizione di Bretschneider, t. VII, 683.

[303] Federico Morin, nel _Dictionnaire de phylosophie et de théologie
scholastique_, ch'è il più ampio ed erudito e insieme vigoroso trattato
di questa scienza, mostra, oserei dire esagera gl'immensi meriti de'
filosofi del medioevo, e asserisce che la Riforma, anzichè essere una
riazione della libertà, repressa in quelli, contro l'autorità cui si
fosse data troppa prevalenza sopra i diritti della coscienza, fu invece
il disastro della libertà razionale, surrogandovi il fatalismo
razionale. E lo prova da ciò, che la Riforma imputava gli scolastici di
sottomettere la teologia alla loro scienza, cioè di seguir piuttosto i
barlumi della ragione che la voce infallibile della fede: e negava
all'uomo il libero arbitrio, sostenuto invece apertamente dalla
teologia.

[304] Il Lagomarsino, commentando le lettere del Pogiano (vol. IV, p.
335) dice: _Fuit illa hominum ætate cum multorum ingens in Italia
græcarum literarum studium, tum egregia in italis hominibus græca
interpretandi facultas._

[305] _Qui quidem tali ingenio præditi, barbari certe non sunt. Non enim
quos a nobis montium excelsitas aut latitudo æquorum disjunxit, sed qua
cum veræ religionis cultu non peragravit humanitas et artium amor
ingenuarum, ea certa et sola est barbaries._ SADOCETI, _Phædr._, pag.
561.

[306] CH. VILLERS, _Essai sur l'espritt e l'influence de la Réforme_.
Parigi 1806.

[307] «Un principio più ampio e assoluto venne espresso dal Machiavelli;
il quale però non sembra averne misurata appieno la grandezza,
l'universalità, l'efficacia, poichè ne fece uso in modo scarso e
ristretto. Il qual pronunziato si è che, _a volere che una setta o una
repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo
principio. Il che torna a dire che l'ideale progresso verso l'unità e la
perfezione finale è un regresso verso l'unità e perfezione primitiva_.
Tal è la formola cristiana, che è la sola vera. Noi dobbiamo pertanto
risalire verso il medioevo, per ciò che spetta all'idea, perchè il
medioevo, ch'è essenzialmente ideale, è il principio, onde mosse la
civiltà moderna.... Il medioevo fu barbaro e cristiano. La barbarie, che
deriva dal predominio del senso, è per se stessa un elemento negativo, e
consiste nel difetto di coltura civile. Di costa a questo difetto, ai
mali, alle tenebre, alle calamità, che ne nascevano, pullulavano nella
età media i germogli di una civiltà meravigliosa, essenzialmente
cristiana, e avvalorata dalle sane reliquie dell'antica umanità e
gentilezza. Ma questa pianta era giovine, e i suoi fiori erano chiusi, o
cominciavano appena a sbocciare: la stagione era piena e ricca di
speranze, propizia alla coltura, lieta di frutti primaticci e tenerelli,
che promettevano un maturo e abbondante ricolto.... Il progresso moderno
dee essere _l'esplicazione della civiltà potenziale, contenuta
negl'istituti del medioevo_.... Non vi ha alcun rischio, svolgendo i
semi positivi e cristiani dell'età trascorsa, di dar nel barbaro; perchè
in tanto allora il mondo era barbaro in quanto i preziosi germi non
erano esplicati. La barbarie di quella età era tutta gentilesca;
tramandata ai popoli cristiani, parte dal politeismo greco-latino, parte
e assai più, dalla fiera superstizione dei popoli boreali.... Ma la
società ecclesiastica, che vegliava fra le ruine colla sua mirabile
struttura, e colla forte unità, spense a poco a poco la violenza e
l'anarchia feudale, coltivando, svolgendo i rudimenti civili di autorità
governatrice e di libertà nazionale; i quali ridotti quasi a nulla, pur
non erano morti, e sopravvivevano nei sovrani, e nei Comuni. Oggi non è
più duopo provare che i papi e i vescovi del medioevo, cioè la monarchia
e l'aristocrazia elettiva della Chiesa, creavano i popoli ed i re; e con
essi le nazioni moderne: la cui vita e il fiore dipendono
dall'amichevole concordia del potere e della libertà, delle nazioni e
dei principi».

GIOBERTI, _Introd. allo studio della filosofia_. Conciliarlo col
riferito più sopra non è impresa che ci torremmo.

[308] Il Sismondi nel famoso cap. 127 della storia delle _Repubbliche
italiane_ avea detto che «la Chiesa sostituì lo studio de' Casisti a
quello della filosofia morale». Il Manzoni rispondeagli che le dottrine
de' Casisti non vanno attribuite alla Chiesa, la quale non si fa
mallevadrice dell'opinione di privati, nè pretende che alcun de' suoi
figli non possa errare: i Casisti fondaronsi su ragionamenti e autorità
umana, piuttosto che sulla Scrittura o la tradizione: e appunto quelli
che, nella Chiesa, si elevarono contro le loro asserzioni, vi opposero
la Scrittura e la tradizione.

Il medesimo Sismondi al famoso predicatore americano Channing scriveva
qui: _Ceux qui croient que la moralité ne consiste qu'en quelques
préceptes vite épuisès, me semblent des observateurs bien superficiels.
Plus au contraire on l'etudie, plus on voit le champ s'elargir. Ou peut
s'en convaincre en lisant les milliers de livres ecrits sur des cas de
conscience dans l'Église catholique. Le secret du confessional, la
necessité d'accorder enfin l'absolution et de maintenir le pouvoir
sacerdotal, ont certainement fait dévier les casuistes, et créer avec
leur aide ce qu'on a appelé la moral jésuitique: toutefois des grands
progrés ont été faits par eux dans cette noble science, et nous leurs
devons peut-étre plus qu'à la Bible elle-méme l'etablissement du système
de moralité chrètienne._



DISCORSO IL.

PAOLO V. URBANO VIII. IL TASSO. IL GALILEI. LO STENON. LA SCIENZA E LA
FEDE.


Qui associamo due nomi, che non vanno scompagnati nella storia
letteraria, dove stanno registrate le critiche argutamente acerbe che
Galileo Galilei fece a Torquato Tasso. Questo gentile poeta ci
rappresenta la riazione cattolica nella poesia, perocchè, mentre i
precedenti cantavano o prodezze di paladini, o amori e magie, o fole
mitologiche, egli scelse a soggetto d'un poema il momento più epico
della storia cristiana, quello dove tutta l'Europa si unì contro _il
popol misto d'Asia e di Libia_ per arrestare gli spaventosi progressi
dell'islamismo. Il celebrare quel _glorioso acquisto_ aveva anche
un'opportunità, giacchè allora di nuovo il Turco minacciava l'Europa, e
spiegando le sue bandiere sotto a Vienna e in faccia a Civitavecchia,
metteva in forse se prevarrebbe la schiavitù musulmana o la cristiana
libertà.

Torquato non possedeva spiriti tanto elevati da secondar l'ispirazione
cattolica, e trarne tutta la poesia, di cui sì copiosa messe offrivagli
la terra piena dei canti de' profeti e delle prediche degli apostoli,
segnata dalle orme de' patriarchi e di Cristo, teatro alle figure
dell'antico e alle misteriose avventure del nuovo patto. Scarso di
storia e di fantasia, egli arrestossi alla liturgia, poetizzò le
processioni, la messa, i salmi, pur nella gemebonda armonia invocando
non la Musa dei caduchi allori, ma quella che ha fra gli angeli la
corona di stelle immortali.

Qui non siamo a valutarne i meriti e i difetti, ma solo a notare come il
dubbio penetrasse quell'anima debole e affettuosa, tanto d'aver sempre
bisogno di protettori e di fede. Nella malattia mentale che offuscò
alcun tempo la sua bella intelligenza, suppose che il diavolo gli
recasse molestie personali e facesse dispetti: e temendo non si credesse
aver egli meritato questi tormenti, si fa un dovere di protestare che
non fu nè mago nè luterano; non aver letto libri ereticali o di
necromanzia o d'altra arte proibita; non essersi piaciuto a conversare
con Ugonotti o lodarne le dottrine; non aver tenuto opinioni contrarie
alla Chiesa cattolica; e sebben non neghi aver talvolta prestato troppa
credenza alle ragioni dei filosofi, pure umiliò sempre l'intelletto ai
teologi, più vago d'imparare che di contraddire, anche prima che la
sventura lo saldasse nella fede.

Ciò scriveva a Maurizio Cattaneo parlandogli del folletto che lo
perseguitava: e pur confortandosi che gli fosse apparsa «l'immagine
della gloriosa Vergine, col figliuolo in braccio, in un mezzo cerchio di
vapori e di colori, laonde io non debbo disperar della sua grazia», lo
crucciava il timore d'aver errato. Andò pertanto all'Inquisitore di
Bologna, ed accusossi di dubbj intorno all'Incarnazione. Quegli,
ascoltatolo, gli disse, «Va in pace e non peccare»: ma poichè gli
crebbero quelle paure colla malattia, il duca di Ferrara gli suggerì di
ripresentarsi al Sant'Uffizio. E questo l'ascoltò, ed assicurollo o che
non aveva colpa, o che gli era rimessa. Pure il Tasso non istimava
l'avessero scrutato con bastante rigore, nè assicurato in tutte le
debite forme. Poi quando stava chiuso nell'ospedale, rivolgevasi a Dio,
chiedendo perdono delle incredulità. «Non mi scuso io, o Signore, ma mi
accuso che, tutto dentro e di fuori lordo e infetto de' vizj della carne
e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel
che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di
Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle
volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle
tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia
dunque s'io ti conosceva solo come una certa cagione dell'universo, la
quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come
un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come signore che
in universale provede alla salute del mondo e di tutte le specie che da
lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se ab
eterno egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l'uomo d'anima
immortale; se tu fossi disceso a vestirti d'umanità... Come poteva io
credere fermamente ne' sacramenti o nell'autorità del tuo pontefice, se
dell'incarnazione del tuo figliuolo o dell'immortalità dell'anima era
dubbio?... Pur m'incresceva il dubitarne, e volentieri l'intelletto
avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa.
Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla
tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle
pene dell'inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell'immaginazione
l'angeliche trombe del gran giorno de' premj e delle pene, e ti vedeva
seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento, _Andate,
maledetti, nel fuoco eterno_. E questo pensiero era in me sì forte, che
qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o
conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava
nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta
mi pareva d'aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per
vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale.
Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava
con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano sentir
nell'animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure
mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro che non
avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e
malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me
erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai
l'esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con
fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la
sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de' secoli si
conservasse; e sai che il nome di luterano e d'eretico era da me come
cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione,
com'essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all'intera
incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la
domestichissima conversazione».

Questa devozione ipocondriaca l'accompagnò il resto di sua vita: e
quando il papa lo invitò a Roma per ricevere in Campidoglio la corona di
poeta, egli non volle alloggiare che nel convento di Sant'Onofrio, dove
morì prima di conseguire quella sospirata onorificenza.

Allora soltanto tacquero le invidie; pe' cui punzecchiamenti egli aveva
diffidato di se medesimo a segno, che rifuse il suo poema da
_Gerusalemme Liberata_ in _Gerusalemme Conquistata_. Tra molt'altre
novità, in questa introdusse la profezia delle turbolenze religiose di
Francia, e il modo di porvi fine accenna nel diritto allora accettato,
per cui il papa era arbitro delle corone:

      ei solo il re può dare al regno
    E il regno al re, domi i tiranni e i mostri
    E placargli del cielo il grave sdegno[309].

Pei Francesi, idolatri della monarchia anche quando trucidano Enrico III
o decapitano Luigi XVI, quest'era un'eresia: laonde la _Gerusalemme
Conquistata_ fu proibita dal Parlamento di Parigi «per idee contrarie
all'autorità del re, e attentatoria all'onore d'Enrico III e IV».

Chi facea questa proibizione non era dunque il Sant'Uffizio, che invece
recò famosi disturbi ad un avversario del Tasso, Galileo Galilei.

— Galileo, sommo astronomo, scoperse che la terra gira attorno al sole.
Questa dottrina era contraria agli asserti della Chiesa, e perciò la
Santa Inquisizione lo colse, lo incarcerò, lo mise alla tortura; nè
sfuggì di peggio se non col ritrattarsi, e stando ginocchione in camicia
avanti agli inquisitori dichiarare che la terra è ferma; ma nel
pronunziarlo soggiunse «Eppur si muove»[310]. —

Tale è il racconto leggendario, insegnato nelle scuole, declamato dai
romanzieri e dai parlamentari, dipinto, litografato; sicchè viene
tacciato di pregiudizj e d'ignoranza chi attentamente abbia studiato i
fatti, e maturamente asserito che è lontanissimo dal vero.

Già il moto riformatore delle scienze sperimentali era cominciato;
l'Aldrovandi, il Cesalpino, il Mattioli aveano ristaurato la storia
naturale: Aquapendente la chirurgia; Vanelmonzio la chimica; Sarpi e
Porta l'ottica; Eustachio, Falloppio, Vesalio, Fracastoro l'anatomia; i
Lincei, fondati nel 1603 da Federico Cesi, aguzzavano l'occhio sugli
arcani della natura. Viveva allora Bacone, al quale il titolo di
restauratore della scienza s'addice ben meno che a Galileo, chè, sebben
questi nascesse tre anni dopo, e sopravvivessegli quindici anni, le sue
scoperte fece avanti il 1620 in cui comparve l'_Organon_. Ma mentre
Bacone pretendeva dare un _organo_, un metodo per fare invenzioni, e
nulla inventò, Galileo che inventò tanto, credea derivassero da intuito,
da ispirazione. «Una mattina, mentre ero alla messa (scrive a frà
Fulgenzio Micanzio) mi cadde nella mente un pensiero, nel quale poi più
profondamente internandomi, mi vi sono venuto confermando, e m'è parso
più sempre ammirando come, per modo stupendo di operar della natura, si
possa distrarre e rarefare una sostanza immensa, senza ammettere in essa
veruno spazio vacuo». E a Marco Welser: «Da virtù superiore per
rimoverci da ogni ambiguità vengono inspirati ad alcuno metodi
necessarj, onde s'intenda la generazione delle comete essere nella
regione celeste». E nei Dialoghi, parlando della scoperta del Gilberto
sulle calamite: «Io sommamente laudo, ammiro e invidio gli autori per
essergli _caduto in mente_ concetto tanto stupendo circa a cosa
maneggiata da infiniti ingegni sublimi, nè da alcuno avvertita...
L'applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principj, e
giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti
meravigliose, non è da ingegni dozzinali, ma sono concetti e pensieri di
spiriti sovrumani». E delle proprie invenzioni parla sempre come di
congetture, di ipotesi. Così avesse continuato rimpetto al Sant'Uffizio.

Instauratore della filosofia e della scienza, che portò nel campo della
sperienza sagace e spregiudicata, il maggior merito di Galileo non è
d'astronomo: l'osservar i satelliti di giove, e le macchie del sole e
l'anello di saturno[311] e le fasi di venere, poteva farsi anche da un
mediocre, armato di discreto cannocchiale; e ogni dì, quasi solo pei
raffinati stromenti, a simili scoperte arrivano persone anche novizie
nell'astronomia. Quelle tre scoperte astronomiche di Galileo, sono dal
Delambre giudicate ben piccola cosa a fronte delle tre leggi di Keplero,
delle quali nessun'idea s'aveva, anzi urtavano le ricevute, e alle quali
esso arrivò con venti anni di studj ostinati; e furono esse che
condussero Newton a riconoscere la legge universale della
gravitazione[312].

Ma solo coll'ingegno e con istudio grande egli potè determinar le leggi
della gravità, e calcolare gli effetti della forza, malgrado
l'incrociarsi de' fenomeni e l'ingombro dei pregiudizj, creando la
dinamica. Fin a lui non eransi considerate le forze che come agenti su
corpi in istato d'equilibrio: e sebbene l'acceleramento de' gravi, e il
moto curvilineo de' projettili non potesse attribuirsi che all'azione
costante della gravità, nessuno prima di Galileo avea formulato il
principio delle velocità virtuali, fondamento della meccanica e della
scienza dell'equilibrio. _I discorsi e dimostrazioni matematiche intorno
a due nuove scienze_, stampati a Leida il 1638, poco furono stimati
allora, mentre Lagrangia li riconosce pel titolo più solido della sua
gloria[313].

Eppure Galileo fu ammirato subito come astronomo, e sol tardi come
meccanico. Per riconoscer il primo merito bastava l'occhio; per l'altro
occorre penetrar seco in ricerche elevate; per quello l'entusiasmo
popolare lo acclamava; per questo era contrariato dai sapienti,
sconosciuto, fischiato. E non solo dai concittadini, caso troppo
ordinario; ma il gran Cartesio, che viaggiava onde ne' colloquj co'
dotti raggiungere la verità, venne a Firenze quando Galileo era nel
maggior rinomo, e non cercò tampoco vederlo: in una lettera al padre
Mersenne mostra conoscerne le opere, ma non avervi trovato cosa degna di
serio esame.

Tanto vale il giudizio dei contemporanei! e una prova ce ne darebbe in
Galileo stesso, che, mentre dice che alle magagne del sistema di Tolomeo
rimedia il copernicano, non accenna che il vero medico n'era Keplero
collo sbandir tutti quegli eccentrici ed epicicli; nè di lui fa cenno
che una volta sola nei dialoghi, per combattere come assurda e inetta e
degna di star fra le cause occulte l'ipotesi d'attribuire la marea alla
combinata azione della luna e del sole, mentre Galileo l'assegnava al
doppio movimento della terra[314]. Quest'ingiustizia non iscusa in parte
le usategli da suoi connazionali?

Se i più con Tolomeo tenevano che piana fosse, e immobile stesse la
terra, e attorno ad essa rotassero i pianeti, pure non erano mai mancati
fautori al sistema, già dato dall'antichissimo Pitagora, che fa la terra
rotonda e girante attorno al sole, centro immobile. Più volte noi in
libri di tutt'altro intento cercammo inaspettatissime rivelazioni
scientifiche. A tacer di Dante, che riconosce gli antipodi e
l'attrazione centrale, il beato Giordano da Rivalta, predicatore del
secolo XIV di cui parlammo, dice: «Chi fosse sotto alla terra, all'altra
faccia del mondo di sotto, si terrebbe i piedi suoi incontro a' piedi
nostri, e le piante de' piedi suoi si pareggerebbero colle nostre. Tu
diresti: _or dunque come può stare colaggiù?_ Dicoti: perchè a quel che
fosse colaggiù parrebbe esser di sopra, ed esser ritto come te. E così
se fosse levato in alto, cioè inverso giù, ricadrebbe inverso la terra,
come qui uno che cadesse d'una torre. Imperciocchè d'ogni parte gli
parrebbe che il cielo fosse altissimo sopra capo: e di verità così è, nè
più nè meno». Fin dal 13 dicembre 1304 questo frate ignorante ne sapeva
dunque quanto Newton sugli antipodi e sulla forza centripeta.

Virgilio vescovo di Salisburgo aveva insegnato la stessa dottrina; la
ciancia è che papa Zaccaria lo minacciasse di scomunica se ostinavasi a
sostenere _quod alius mundus et alii homines sub terra sint_[315]: il
fatto è che Gregorio IX lo pose fra i santi.

Il moto della terra fu preconizzato da Nicolò da Cusa[316], che pur fu
fatto cardinale, e sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. E Nicolò
Copernico prussiano, allievo dell'Università bolognese e maestro nella
romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre
le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel
sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri
attorno al sole. Da prelati insigni eccitato, pubblicò le _Rivoluzioni
degli orbi celesti_, e dedicandole a Paolo III, tratta d'assurda la
immobilità della terra, e «se mai ciancieri, ignoranti di matematiche,
pretendessero condannare il mio libro per rispetto a qualche passo della
Scrittura, stiracchiato al loro proposito, ne sprezzerò i varj
attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in
oggetti matematici si scrive per matematici». Dai pregiudizj dunque dei
dotti e dalle calunnie de' malevoli Copernico chiede protezione a chi?
al capo della Chiesa. I distillatori d'intenzioni affermano non fu
perseguitato sol perchè morì appena uscita l'opera! ebbene: l'anno
stesso Celio Calcaguini aveva in cattedra professato _quod cœlum stet,
terra autem moveatur_.

Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma
nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d'illustri
personaggi espose il sistema pitagorico, e n'ebbe in dono dal papa
l'opera greca di Alessandro Afrodiseo _Del senso e del sensibile_, bel
codice che ora conservasi in Monaco, e sul quale egli medesimo fece
annotazione di questo accidente[317].

Il padre Antonio Foscarini carmelitano, da Napoli partendosi per
predicare a Roma, scrisse una lunga e non inelegante lettera al generale
del suo Ordine, cercando conciliare la teorica de' Pitagorici e di
Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi[318]: e che
saviamente dice non doversi prender sempre letteralmente. Oltre questi,
enumera le opinioni di coloro che mettono il cielo in alto, la terra al
basso, l'inferno nel centro, o che credono, dopo il giudizio finale, il
sole rimarrà stabile all'oriente, la luna all'occidente. Chi sorride a
tali difficoltà, s'immaginerà quali sieno le risposte che seriamente
egli vi oppone; e sebbene il Montucla, dotto e imparziale storico delle
matematiche, la giudichi opera giudiziosa, a me non pare che egli
accampi una sola ragion concludente: il suo achille è l'analogia fra il
sistema planetario e il candelabro mosaico di sette rami; fra i pianeti
e il frutto vietato del paradiso terrestre, e perfino l'abito
sacerdotale di Aronne, e il fico d'India, e il melogranato; ad ogni
simbolo, ad ogni frutto allegando tutti i passi della Bibbia ove son
mentovati, o che possono, per quanto faticosamente, trascinarsi a
provare il sistema mondiale.

Qui non ci sarebbe che da compatire: ma adoprando il metodo stesso,
molti riuscivano ad infirmare l'autorità biblica, e meritavano la
disapprovazione della Chiesa per ciò, non perchè ella professasse
nimicizia originale contro una dottrina che non l'offendeva. Dicasi
piuttosto che questa era contrariata dal testimonio dei sensi nel vulgo,
e peggio ancora dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva
disimparare l'imparato, rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotele, e
confessare i meriti d'un contemporaneo.

E appunto per intendere l'elevatezza di Galileo, giova considerar la
bassezza de' suoi contradditori; e la distanza ne spiega l'invidia e la
persecuzione. I platonici credeano il cielo governato da forze speciali,
che nulla avessero di comune colla terra. I peripatetici eransi
fabbricata un'astronomia a priori, e tutto sottometteano
all'argomentazione. Il Chiarimonti di Cesena, in un'opera del 1632,
sillogizzava siffattamente: «Gli animali che si muovono hanno membri e
flessure; la terra non ne ha, dunque non si muove... I pianeti, il sole,
le fisse, tutti sono d'un genere solo, che è quello di _stelle_; dunque
o tutti si muovono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il
mettere fra i corpi celesti puri e divini la terra, che è una fogna di
materie impurissime». Altri filosofi _in libris_, come Galileo li
chiama, credeano l'ipotesi del moto della terra irreverente alla
sapienza antica. Un buon credente argomentava: «Nel cielo empireo non
siede Iddio colle anime beate? Se è simile alle altre sfere, ecco
distrutta quella credenza». Quando Keplero, con ardite eppur ragionate
ipotesi suppose che fra marte e giove esistesse un nuovo pianeta, verità
provata solo dopo cencinquant'anni, il Sizzi astronomo di Firenze lo
ripudiava perchè, come non v'ha che sette fori nella testa, che sette
metalli, che sette giorni nella settimana, che sette rami al candelabro
ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto, così non può esservi che
sette pianeti. Cristoforo Clavio gesuita, proclamato l'Euclide de' suoi
tempi e consultato dal Galilei sopra i suoi studj di geometria nel 1588,
quando udì scoperti satelliti a giove, sorrise dicendo: «Sì! prima d'uno
stromento per vederli bisognerà uno stromento onde fabbricarli». Un
genetliaco soggiungeva: «Come credere a' tuoi pianeti medicei se non
puoi mostrarmene l'influenza?».

Rappresentavansi mascherate per celiare le lune di giove; la corte di
Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare
_borbonici_, come _medicei_ aveva intitolati quelli; e allorchè egli,
lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse
d'erroneo il teorema d'Aristotele che proporzionava la celerità al peso,
destò tale un vespajo, che dovette da quell'Università migrare a quella
di Padova, sotto un governo che alle opinioni filosofiche usava la
tolleranza che negava alle politiche.

Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non
ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in
quell'istante? l'uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più
ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è
accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe
tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così sagace e indipendente,
faceva questa objezione, che, ridicola oggi, pure molti allora cattivò:
«Stiasi uno nel mezzo d'una camera fermo, e miri il sole da una finestra
prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la
finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da'
colui occhi». Il Vieta, perfezionatore dell'algebra, intelletto
eminentemente filosofico, nell'_Harmonicum cœleste_ che giace autografo
nella Magliabechiana, sostiene che il sistema di Copernico deriva da una
geometria fallace. Montaigne diceva «che non ci dee calere qual sia il
sistema più vero dei due, e chi sa che una terza opinione da qui a
mill'anni non rovesci le due precedenti?». Cartesio lo negò in alcun
luogo. Gassendi non ardì proclamarlo, perchè il vide tanto contraddetto:
Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale. Claudio
Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei _Circoli
pisani_, reputato fra i più arguti pensatori in filosofia, lo confutò
nelle _Dubitazioni per la immobilità della terra_. Pascal, negli
stupendi suoi Pensieri, poneva: «Trovo bene che non s'approfondisca
l'opinione di Copernico»[319].

Non solo ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità,
enunciata inesattamente, nè corredata di tante prove quante oggi[320].
Gli è vero che la scoperta dei satelliti di giove e di saturno,
l'assicurata rotazione di marte e giove, le fasi di venere e mercurio
traevano ad indurre che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un
osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni medesimi che a
noi, ma troppi dubbj restavano quando non s'erano ancora poste in chiaro
l'aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle
acque sotto l'equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine.
Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, che rendeasi
incalcolabile perchè mancava d'ogni parallassi annuale. Copernico credea
_necessariamente circolare_ l'orbita degli astri, onde, se spiegava
l'alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l'anno
conserva l'asse della terra, era costretto attribuire siffatta
conservazione ad un terzo movimento.

Galileo stesso dapprima credette, coi più, immobile la terra. Anche dopo
convinto del sistema vero, non osava professarlo alla scoperta per tema
delle beffe, colle quali, allora come adesso, si perseguita chi ha
ragione troppo presto. Aggiungasi ch'egli stesso supponeva la terra
girasse attraverso all'aria, la quale «non pare sia nella necessità
d'obbedir al suo movimento[321]». Del resto perchè una verità si
collochi stabilmente nella scienza non basta presentarla come un'ipotesi
che più o meno spiega i fatti, ma studiarla in se stessa, discuterla,
verificarne tutte le conseguenze.

Oggi riconosciamo che niuno superò Galileo nel talento d'osservazione e
nella sagacia a penetrar gli arcani della natura e scoprirne le leggi
per arrivare alle primordiali dell'universo; e lo proclamiamo padre di
quella che chiamiamo filosofia naturale. Ma per far valere queste verità
di mezzo ai pregiudizj, egli ricorse alla polemica, la quale non sempre
sceglie le armi più perfette; dell'ironia e dello scherzo si servì
talvolta per cattivar gli spiriti, sino a sagrificare il genio
all'abilità. Erasi dunque fatto una quantità di nemici, parte per la
istintiva malevolenza del mondo contro gl'ingegni superiori, parte per
aver flagellato gli Aristotelici inesorabilmente, repulsati gli attacchi
con sarcasmi spietati, assalito egli stesso senza rispetto all'ingegno e
alle sventure. In ciò appariva uomo, e chi osò cercare macchie nella sua
vita com'egli nel sole, trovò che profondo nella filosofia naturale, non
fa altrettanto nella religiosa e morale[322]; dapprincipio diede in
sogni astrologici, mostrò noncuranza e disprezzo per qualunque scoperta
non venisse da lui; debolezze di carattere attestare il suo contegno
prima e durante il processo, e difetto di prudenza avanti, di fermezza
poi.

Ma il clero in quale opinione ebbe Galileo? Uno di quei paradossi che
solleticano la curiosità irriflessiva dell'età nostra e che vedemmo
adoprati sul conto di Dante, di Michelangelo, di altri, fu pure
applicato al Galilei, spacciandolo per un libero pensatore, che tutta la
sua vita intese a scassinare la Chiesa cattolica, pur fingendo esserle
devoto «da ser Simplicio sempre, e con finissima ironia»[323]. Il
grand'uomo sarebbe dunque stato un abjetto ipocrita, e troppo
misericordiosa l'Inquisizione. Per provarlo, l'autore sofista adduce che
Galileo in Venezia praticò molto frà Paolo Sarpi; cita suoi detti e
scritti, fra cui un capitolo ove loda l'andar nudo e i primi popoli che
«non portavano le mutande. Ma quanto era in altrui di buono e bello
Stava scoperto da tutte le bande».

Il Galileo ebbe la disgrazia d'avere una famiglia non legittima; ma due
figlie naturali collocò in un convento a Firenze, come Dante le sue
aveva poste a Ravenna e a Verona, e poichè diffettavano dell'età,
espugnò con grand'istanza la dispensa da Roma, il che l'autore che
confutiamo dice aver egli fatto per portare anche là entro l'apostolato
anticattolico, o succhiellarne informazioni.

Accettando questi fatti, ed escludendo le interpretazioni, che saranno
smentite da tutta la nostra esposizione, appare che non poteva il
Galileo essere in odore di santità presso il clero: pure ci è noto che
il padre Foscarini, il padre Castelli, monsignor Ciampoli, il cardinale
Conti e molti Gesuiti onorarono lui e le sue scoperte: a Roma fu sempre
accolto con benevolenza e onorato da' Lincei; quando inventò il
cannocchiale, i cardinali, smaniosi di vederlo, pregavanlo a recarvelo;
il papa, al quale s'inginocchiò secondo l'uso, lo fe tosto alzare, prima
che dicesse pur una parola: e il cardinale del Monte scriveva al
granduca: «Il Galileo ne' giorni ch'è stato in Roma ha dato di sè molte
soddisfazioni, e credo che anch'esso n'abbia ricevute, poichè ha avuto
occasione di mostrar sì bene le sue invenzioni, che sono state stimate
da tutti i valentuomini e periti di questa città non solo verissime e
realissime, ma ancora meravigliosissime. E se noi fossimo in quella
epoca romana antica credo che gli sarebbe stato eretta una statua in
Campidoglio per onorare l'eccellenza del suo valore».

In quell'occasione Galileo vi conobbe san Giuseppe Calasanzio, il quale
diceva che il mondo diverrebbe un paradiso se tutti imparassero a
leggere, scrivere e il catechismo. Ma quella ciurma che pare destinata
dalla Provvidenza a far espiare il genio, cominciò a metter ombra ai
timorati contro il sistema fin allora non sospetto; insulsi predicatori
lo tacciarono d'una curiosità profanatrice[324].

Roma che, in tempi di contenziose innovazioni, non può rimanersi
indecisa nella proclamazione del vero, doveva adombrarsi d'un filosofo,
che le operazioni dell'intelletto sottometteva affatto alle leggi
naturali, poichè ciò traeva in pericolo anche le verità metafisiche e
morali. Il proclamare che bisogna attenersi unicamente all'esperienza,
cioè ai sensi, se recava a dubitar del sopranaturale, autorizzava a
chiedere come mai l'esperienza possa dimostrare che la materia è eterna,
che essa genera il pensiero, che non Dio, non l'anima esistono. Finchè
il moto della terra rimaneva ipotesi, non era essa in necessità di
combinarlo coi passi scritturali, bensì quando fosse dato per certo. Ma
se cominciasse ad acconciar i testi a tale significazione, troverebbesi
condotta alla necessità di modificare l'intelligenza della Scrittura
secondo modificavansi i sistemi fisici; nell'Università medesima si
sarebbero dati al medesimo testo due sensi differenti, perchè vi si
dibatteano due sistemi; e massime che le prove non erano perentorie.
Saviamente il cardinale Baronio diceva: «La Scrittura insegna come si
salga al cielo, non come il cielo sia fatto»: ma troppo spesso gli
interpreti ebbero la smania di ravvisare nella Bibbia più di quel che vi
appare, al modo che Macrobio, Servio, Gellio, Donato usavano coi
classici; ed era comune dottrina che vi si trovasse un senso letterale,
uno allegorico, uno morale, uno anagogico. Di ciò aveano fatto uso e
abuso gli scolastici per le loro temerarie curiosità, ed ecco or
minacciato il rinnovarsi di quegli eccessi.

Era un tempo di transizione fra le credenze del medioevo, e la scienza
dell'evo moderno; tempo perciò d'incertezza e di lotta. Al medioevo, che
noi ci sforzammo di mostrare tutt'altro da quel che i pedanti lo
denigrano, come un gran vuoto fra l'antichità e i tempi moderni, non
mancarono mai cultori della scienza. Alcuni s'accontentavano
dell'antica, traducendo, commentando, attenendosi all'_ipse dixit_.
Altri, pur appoggiandosi ai classici, pretendeano all'indipendenza e al
progresso, preparando materiali per un edifizio che, simile alle
cattedrali d'allora, sarebbe compito sol col volgere de' secoli. Altri
invece, rinnegando di proposito i vecchi, novità scientifiche ed arcani
naturali chiedeano ad arti strane, all'ispirazione, alle scienze
occulte, creando sistemi assurdi, teorie impossibili.

Noi oggi non ne abbiamo paura, e ci contentiamo di beffarle; ma allora
quell'audacia diveniva pericolosissima, giacchè in religione spingeva ad
assurde eresie, in morale a pratiche incondite, a insociabilità, a
ruine, dapertutto a gravissime temerità. La Chiesa, conservatrice eterna
della verità incorruttibile, potea non reprimerle? Allorchè tutto
metteasi in dubbio, e sollevavansi tante difficoltà senza risolverle,
potea rimanervi indifferente l'autorità che si considerava custode e
autrice del ben sociale come della salute eterna? Oltre dunque incorare
e proteggere i lavori delle Università e de' monaci, la Chiesa
condannava errori, che repugnavano non più alla fede che alla società,
non più alla religione che al buon senso, come le osservazioni
astrologiche, le pratiche teurgiche, le ricerche alchimistiche. Se gli
erranti si ravvedevano, essa riceveali al perdono; se si ostinassero a
intaccare i fondamenti della morale naturale come della rivelazione, li
puniva coi mezzi che le dava la civiltà d'allora.

Il sottoporre le verità divine alle dispute umane, e confonder nel
metodo stesso la ragione e la fede, la storia mostra a quali conseguenze
recò, a quali spaventosi disordini, e persecuzioni, e guerre. E allora
appunto incaloriva il giansenismo, ond'era a temere ricomparisse
anche in questo nuovo campo la questione sul senso privato
nell'interpretazione della Scrittura. E dal cuore del giansenismo Pascal
pronunziava: «L'autorità ha principal forza nella teologia, perchè
questa è inseparabile dalla verità: per dare certezza alle materie men
comprensibili dalla ragione, basta vederle nei libri santi: per mostrar
l'incertezza delle più verosimili basta mostrare che non vi sono».

Oggi una verità astronomica rimane isolata nel campo suo proprio; ma
toccava all'universo sapere allorchè del cielo erasi formato quasi un
mediatore fra l'assoluto e i contingenti, fra Dio e il mondo; nel cielo
risedevano e le facoltà motrici della natura divina e le attive della
natura terrestre: stromento del motore immobile, mobile eppur motore,
gira con migliaja di astri attorno alla terra, fissa; donde la
metafisica dell'astronomia: agente universale, raduna ciascuna forma e
la sviluppa, donde la generazione spontanea, prodotta dal calore solare;
ricetto di tutte le potenze misteriose, variamente le distribuisce fra i
tre regni naturali, e le trasforma, donde la magia e le scienze occulte,
e l'alchimia: co' suoi influssi governa la materia, gli spiriti, le
intelligenze e gli avvenimenti; donde l'astrologia. Il pareggiare una
innovazione filosofica ad un delitto sociale, non era un abuso, ma
facoltà conferita dalla legge civile e canonica, riconosciuta e
convalidata dalla coscienza pubblica.

E il torto di Galileo consistette appunto nel volere, come fa
specialmente in una lettera alla granduchessa, mescolare le verità
rivelate colle scoperte fisiche, le considerazioni teologiche colle
disquisizioni scientifiche, e insegnare in qual senso fossero a
intendere i passi scritturali; a questi appoggiar teoremi che
richiedevano dimostrazioni del calcolo e dell'esperienza. Che la
Scrittura rivelata adotti le forme e le credenze popolari per farsi
intelligibile, è consentito da tutti; e già Dante cantava nel IV del
Purgatorio:

    Per questo la Scrittura condescende
    A nostra facoltate, e piedi e mano
    A Dio attribuisce, ed altro intende.

Ma Galileo diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false
quanto al nudo senso della parola; che essa si espresse inesattamente
sin in dogmi solenni per riguardo all'incapacità del popolo; che nelle
dispute naturali essa dovrebb'essere riserbata nell'ultimo luogo,
prevalendo l'argomento filosofico al sacro»[325].

Temendo che la scienza non si ingrandisse che per far guerra a Dio, i
buoni se ne sbigottivano sin a repudiarla; solo dappoi gl'intelletti
migliori compresero che la fede non ha paura di veruna dottrina; che la
critica storica può mostrarsi indipendente e imparziale senza divenire
irreligiosa; laonde delle vulgarità che si lanciarono contro la Chiesa a
proposito di Galileo fe ragione il buon senso, distinguendo le
asserzioni semplici dagli articoli di fede, i divieti positivi e
necessarj dai provvedimenti prudenziali e disciplinari, gli oracoli
della Chiesa dalle deliberazioni di un tribunale particolare.

Al quale il Galileo fu denunziato quasi asserisse, egli o i suoi, che
Dio è un accidente non una sostanza, non un ente sensitivo, e che i
miracoli non sono letteralmente tali; onde il papa proferì: «Perchè
cessi ogni scandalo, la Sacra Congregazione citi Galileo e l'ammonisca».

Gl'Inquisitori soleano rimettere l'esame del fatto a _qualificatori_,
specie di giurati che pronunziavano su materie a loro conosciute. La
risposta che il famoso Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinal
Bellarmino, attesta che non ripudiavano le osservazioni di Galileo; solo
trovavano arroganza il suo darle, non soltanto per opinione ipotetica,
ma per verità assoluta.

Il confondere le ragioni della filosofia cogl'interessi della teologia
produsse che Cartesio fosse reputato avverso alla messa, attesa la sua
ingegnosa distinzione fra lo spirito e la materia; che fossero riprovati
Leibniz per le sue monadi e l'armonia prestabilita, Gassendi per gli
atomi, Pascal pel peso dell'aria. Nei giorni stessi di cui parliamo i
teologi protestanti di Tubinga anatemizzarono Keplero perchè la Bibbia
insegna che il sole gira attorno alla terra: ed egli sbigottito volea
distrugger l'opera sua, quando gli fu offerto un asilo in Graz, e i
Gesuiti lo protessero anche contro le accuse di sortilegio avventategli
dai suoi[326]. Avvenne altrettanto a Sternkammer in Inghilterra.
L'accademia di Siviglia non riprovò Colombo che supponeva la terra
popolata in giro? L'accademia di Francia non isgradì ai giorni stessi la
proposta di navigar a vapore? Oggi stesso non vediamo i giornali,
inquisizione moderna, tediare e peggio per titoli teologici? È l'eterna
implacabilità de' saccenti.

Galileo non potea sfuggirla, e gl'inquisitori, sopra informazioni di
persone credute competenti, condannavano opinioni ch'erano già state
proclamate all'ombra della tiara, e proferirono «falsa e contraria alle
divine Scritture la mobilità della terra».

Esso Galileo il 6 febbrajo 1616 da Roma scriveva a Curzio Pichena,
segretario del granduca, trovarsi ben contento d'esser andato per
dissipare le trame tesegli; già essersi rimosso ogni dubbio sulla sua
persona. «Ma perchè alla causa mia viene annesso un capo che concerne,
non più alla persona mia che all'università di tutti quelli che, _da
ottant'anni in qua_ o con opere stampate o con scritture private o con
ragionamenti pubblici e predicazioni o anche in discorsi particolari
avessero aderito e aderissero a certa dottrina e opinione non ignota a
V. S. I., sopra la determinazione della quale ora si va discorrendo per
poterne deliberare quello che sarà giusto e ottimo, io, come quegli che
posso per avventura esserci di qualche ajuto per quella parte che
dipende dalla cognizione della verità che ci vien somministrata dalle
scienze professate da me, non posso nè debbo trascurare quell'ajuto, che
dalla mia coscienza come cristiano zelante e cattolico mi vien
somministrato. Il qual negozio mi tiene occupato assai, e non senza
profitto... Jeri fu a trovarmi in casa quella stessa persona che, prima
costà dai pulpiti, e poi qua in altri luoghi aveva parlato e macchinato
tanto gravemente contro di me: stette meco più di quattr'ore, e nella
prima mezz'ora che fummo a solo a solo cercò con ogni sommessione di
scusar l'azion fatta costà, offrendosi pronto a darmi ogni
soddisfazione. Poi tentò di farmi credere non essere stato lui il motore
dell'altro motore qui. Intanto sopraggiunsero monsignor Bonsi nipote
dell'ecc. e rr. cardinale, il canonico Venturi e tre altri gentiluomini
di lettere: onde il ragionamento si voltò a discorrere sopra la
controversia stessa, e sopra i fondamenti sopra i quali si era messo a
voler dannare una _proposizione ammessa da santa Chiesa da tanto tempo_.
Dove si mostrò molto lontano dall'intendere quanto sarebbe bisognato in
queste materie, e dette poca soddisfazione ai circostanti. I quali dopo
tre ore di sessione partirono, ed egli restato tornò pure al primo
ragionamento, cercando dissuadermi quello che io so di certo».

E il 6 marzo: «Si sta per pigliar risoluzione sopra il libro e opinioni
del Copernico intorno al moto della terra e quiete del sole, sopra la
quale fu mossa difficoltà l'anno passato in Santa Maria Novella e poi
dal medesimo frate qui in Roma, nominandola egli contro alla fede ed
eretica. Ma per quello che l'esito ha dimostrato, il suo parere non ha
ritrovato corrispondenza in santa Chiesa, la quale altro non ha ricevuto
se non che tale opinione non concordi con le sante scritture; onde solo
restano proibiti quei libri, i quali ex professo hanno voluto sostenere
che ella non discordi dalla Scrittura; e di tali libri non c'è altro che
una lettera di un padre Carmelitano stampata l'anno passato, la quale
solo resta proibita. Didaco a Stunica agostiniano avendo, tre anni sono,
stampato sopra Job, e tenuto che tale opinione non repugni alle
Scritture, resta sospeso _donec corrigatur_, e la correzione è di
levarne una carta nell'esposizione sopra le parole _Qui commovet terram
de loco suo_. All'opera del Copernico stesso si leveranno dieci versi
della prefazione a Paolo III, dove accenna non gli parere che tal
dottrina repugni alle Scritture; e per quanto intendo, si potrebbe
levare una parola in qua e in là, dove egli chiama due o tre volte la
terra _sidus_... Io non ci ho interesse alcuno, nè punto mi ci sarei
occupato se i miei non mi ci avessero intromesso».

E al 12 marzo: «... Jeri fui a baciare il piede a sua santità, colla
quale passeggiando ragionai per tre quarti d'ora con benignissima
udienza... Le raccontai la cagione della mia venuta qua, dicendole come,
nel licenziarmi dalle loro altezze ss., rinunziai ad ogni favore che da
quelle mi fosse potuto venire, mentre si trattava di religione e
d'integrità di vita e di costumi. Feci constare a sua santità la
malignità de' miei persecutori e alcune delle lor false calunnie: e qui
mi consolò col dirmi che io vivessi con l'animo riposato, perchè restavo
in tal concetto appresso la sua santità e tutta la Congregazione, che
non si darebbe leggermente orecchio ai calunniatori».

Ma l'ambasciadore Pietro Guicciardini al 4 marzo avea scritto al
granduca: «Il Galileo ha fatto più capitale della sua opinione che di
quella de' suoi amici, ed il signor cardinale del Monte ed io e più
cardinali del Sant'Offizio l'avevamo persuaso a quietarsi, e non
stuzzicare questo negozio: ma se voleva tener questa opinione, tenerla
quietamente senza far tanto sforzo di disporre e tirar gli altri a tener
l'istessa, dubitando ciascuno che non fosse venuto altrimenti a purgarsi
e a trionfar de' suoi emuli, ma a ricevere uno sfregio... Dopo avere
informati e stracchi molti cardinali, si gettò al favore del cardinale
Orsini... il quale in concistoro, non so come consideratamente e
prudentemente, parlò al papa in raccomandazione di detto Galileo. Il
papa gli disse che era bene ch'egli lo persuadesse a lasciare
quell'opinione. Orsini replicò qualche cosa incalzando il papa, il quale
mozzò il ragionamento, e gli disse che avrebbe rimesso il negozio ai
cardinali del Sant'Offizio. E partito Orsini, il santo padre fece
chiamar il Bellarmino e discorse sopra questo fatto; fermarono che
questa opinione del Galileo fosse erronea ed eretica. E jer l'altro,
sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale;
ed il Copernico ed altri autori o saranno emendati o ricorretti o
proibiti. E credo che la persona del Galileo non possa patire, perchè
come prudente vorrà e sentirà quello che vuole e sente santa Chiesa. Ma
egli s'infuoca nelle sue opinioni, e ha estrema passione dentro, e poca
fortezza e prudenza a saperla vincere... Il Galileo ci ha de' frati e
degli altri che gli vogliono male e lo perseguitano; ed è in uno stato
non punto a proposito per questo paese, e potrebbe mettere in intrighi
grandi sè ed altri, e non veggo a che proposito nè per che cagione egli
ci sia venuto, nè quello possa guadagnare standoci».

A Galileo dunque non fu inflitto verun castigo nè penitenza dalla
Congregazione dell'Indice, ma solo intimato di non parlare più del
sistema di Copernico, e Paolo V l'assicurò che, vivo lui, non sarebbe
più molestato. Non si proscrivea la dottrina, bensì il sostenerla
pubblicamente come privata interpretazione della Bibbia, e Galileo
riconobbe il decreto per prudentissimo e salutifero ad ovviare i
pericolosi scandali dell'età; temerarj quelli che lo biasimavano; in
Italia, e più a Roma sapersene meglio che dalla diligenza oltremontana.
Il cardinal del Monte informava il granduca: «Egli si parte di qua con
intera la sua reputazione e con laude di tutti quelli che hanno trattato
seco: e si è toccato con mano quanto a torto sia stato calunniato da
nemici i quali (come afferma egli medesimo) non hanno avuto altra mira
che di pregiudicargli nella grazia di vostra altezza serenissima. Io che
molte volte ho parlato con lui, e ho anche sentito quelli che son
consapevoli di quanto è passato; assicuro vostra altezza serenissima che
nella sua persona non è ad imputare il minimo neo, ed egli medesimo
potrà dar conto di sè, e reprimere le calunnie de' suoi persecutori,
avendo in scritto tutto quello che gli è occorso di produrre». Il
granduca Cosimo II volle viaggiasse in letiga di corte, ed entrasse in
Firenze con corteo di servi di corte: premure per un processato, o
riparazioni, che non hanno certo i ministri odierni.

E rimanga fisso che Galileo pretendeva alla fama di buon cattolico. Al
balì Cioli scrivea: «Nessuno può revocare in dubbio la mia esemplare
pietà, la mia cieca obbedienza ai comandamenti della Chiesa». Quando
comparve al Sant'Uffizio, si mise in ginocchioni davanti ai cardinali
supplicandoli nol dichiarassero eretico, di che gli verrebbe dolor sì
acerbo, da preferire la morte; dal cardinal Bellarmino domandò
un'attestazione qualmente non ebbe a far nessuna abjura delle sue
dottrine ed opinioni, nè fu sottoposto a qualsiasi penitenza[327]: onde
chi conosce il cuore umano e l'amor proprio dei letterati, forse dirà
ch'egli si ostinasse a voler vittoria sopra gli oppositori, appunto
perchè in questa parte sentivasi men sicuro che non sul campo delle
matematiche, o forse perchè la contraddizione loro impediva il trionfo
delle sue verità.

Moriva fra ciò Gregorio XV e nel conclave del 1623, avendo la Spagna
dato esplicitamente l'esclusione al cardinal Federico Borromeo, che
nell'arcivescovado suo di Milano avea zelato le prerogative
ecclesiastiche, risultò eletto Matteo Barberini fiorentino, che si
chiamò Urbano VIII. Uom di mondo, arricchitosi ne' traffici; per
disposizione naturale e per istudio del diritto e per usata con persone
esperte, acquistò pratica delle cose diplomatiche, e più vi s'addentrò
stando nunzio in Francia, dove già fin d'allora trattavansi gli affari
di tutta Europa. Assunto papa in età fresca, con salute atletica;
grande, bruno, venerabile d'aspetto, elegante nel vestire, di modi e
moti aristocratici, parlava bene e su tutte le materie; acuto ad
assalire, pronto a difendersi, scherzi e lepidezze amava più che la sua
dignità nol comportasse, e più che nol lasciasse aspettare la
irreprovevole sua condotta; prendeva in beffa e anche in ira chi gli
contraddicesse, ma facilmente deponeva lo sdegno. Dilettavasi de' poeti
moderni, poeta egli stesso, senza che ciò lo stogliesse dagli studj
severi. Chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Eikellense,
di Levante Leone Allacci, oltre il fior degli Italiani; agli
ecclesiastici interdisse i traffici scolareschi; pubblicò migliorato il
_Breviario romano_, correggendone egli medesimo gl'inni. Diffidava di
quei che lo circondavano e massime de' diplomatici e de' cardinali
addetti a questo o a quel principe, e non parole ma ne volea espresse
dichiarazioni. Sebbene parlasse con tal aria ingenua, che ispirava
fiducia a coloro che ancor credessero possibile in un principe la
sincerità, in fatto dissimulava i proprj divisamenti. Sentendo alto di
sè, non volea concistoro, non consulta, ma veder tutto da sè, e diceva:
«Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali». Franco nel
disapprovare i suoi predecessori; gli si faceva un objezione tratta da
antiche costituzioni papali? rispondeva: «La decisione d'un papa vivo
val meglio che quella di cento papi morti»; voleasi fargli adottare
un'idea? bisognava esibirgli la contraria. Amò la pace, anche perchè
esausto l'erario; e pure, non che difender il suo Stato, lo rese
minaccioso; vi unì il ducato d'Urbino, e se mostravangli i monumenti di
marmo de' suoi predecessori, diceva: «Io ne erigerò di ferro»; pose
Forte Urbano alle frontiere di Bologna, fortificò Roma; istituì a Tivoli
manifatture di armi; arsenali e soldati a Civitavecchia, dichiarata
portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede
fatte sui Cristiani. Cercò frenare Casa d'Austria e Casa di Savoja per
conservare la libertà d'Italia, che allora riponeasi nell'equilibrio fra
le potenze prevalenti; si offrì mediatore fra Spagna e Francia, e
davvero per tutta Europa era invocato arbitro, ma non che decorosamente
sostenere sì sublime parte, cogli ambasciatori chiacchierava, dissertava
anzichè stringere, e piegavasi dal sì al no per capriccio, non per
ponderazione. Ma se condiscendeva nelle materie temporali, stava
irremovibile dove si trattasse delle spirituali. Da San Benedetto di
Polirone nel Mantovano fe trasferire le ceneri della contessa Matilde in
Vaticano, ponendole un mausoleo dov'è effigiato Arrigo V ai piedi di
Gregorio VII, allusione significativa dell'onnipotenza papale.

Essendo ancora nella porpora, avea egli scritto a Galileo il 15 giugno
1612, che leggerebbe i suoi libri «per confermarmi nella mia opinione
che concorda colla vostra e ammirar con tutti il frutto del raro vostro
intelletto»; fece versi in lode di esso; divenuto papa, lo raccomandò
caldamente al granduca[328] ed assegnò una pensione a lui e a suo figlio
Vincenzo; accettò la dedica del _Saggiatore_ di esso, stampato dai
Lincei: l'esortò venisse a trovarlo, come ei fece la primavera del 1624,
quando seco s'intertenne a lungo sopra le sue teorie astronomiche.
Intanto Galileo avea scritto sulle macchie solari e sul flusso e
riflusso, e mandandoli al granduca, rammenta la proibizione fattagli;
malgrado quella, aver qui ragionato come se la terra si muova; ben vuole
si consideri «come una poesia, ovvero come un sogno; tuttavolta anche i
poeti apprezzano talvolta alcuna delle loro fantasie: io parimente fo
qualche stima di questa mia novità».

Realmente non cessava di discutere, e mettere in ridicolo gli
oppositori, e allegar sempre Giobbe e Giosuè e i santi padri; e gli
scolari suoi scorrevano più in là. Poi nel 1632, con approvazione del
maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta con gli artifizj
che conosce chi s'arrabatta colla censura, pubblicò il _Dialogo sopra i
due massimi sistemi del mondo, tolomaico e copernicano_, critica
vittoriosa de' vecchi sistemi di filosofia naturale. Non era terminato,
e proponeva un'altra giornata «per confutare in più efficace modo che da
Dio benedetto mi verrà somministrato, la detta opinione falsa e
dannata». Mentre i dotti notavano spiegazioni false e monche,
gl'invidiosi insusurrarono Urbano VIII perchè Galileo, dopo essere sì
umanamente trattato, non solo fallisse alla promessa di non più
discorrerne, ma in quel dialogo avesse adombrato lui papa nel grossolano
peripatetico Simplicio, e messe in iscena appunto le conversazioni che
in proposito avea tenute con esso. Urbano, che avea le passioni d'uomo e
di letterato, si risentì di quello scherno vero o supposto, mandò ad
esaminare il libro alla Congregazione di cardinali, e questi lo rimisero
all'Inquisizione perchè chiarisse in qual senso Galileo continuasse a
sostenere quell'opinione. Allora egli fu citato a Roma. Avrebbe potuto
passare a Venezia o in Olanda, ove sarebbe stato accolto a braccia
aperte: ma preferì obbedir alla citazione.

Il processo di Galileo fu stampato dal cardinal Marini: un estratto ne
fu dato dall'Alberi nel IX volume delle opere di Galileo. Ma dopochè
Biot aveva sgomberato la storia da una menzogna e da una sciocchezza
intorno alle sevizie usate a quel grande, il Perchappe, Bertrand ed
Ernesto Renan[329] (oltre il Libri) tornarono a rilevarla, dicendo che,
stando il processo in mano d'ecclesiastici, possono averne cancellato
ogni cenno di tortura. È argomento insulso verso persone che della
tortura non si faceano scrupolo: è argomento strano, pel quale potrebbe
torsi fede ad atti ed accuse qualunque. Pure noi vorremo lasciar da
banda il processo, e citar le lettere e le informazioni che il ministro
del granduca a Roma inviava a' suoi principi, caldi sostenitori del
Galilei. Eccoli:

  1632, 24 _agosto_. Sento da qualche amico ci sia pensiero non di
  proibir il libro, ma sibbene che si accomodino alcune parole...

  5 _settembre_. Sua santità proruppe in molta collera, e
  all'improvviso disse che anche il mio Galilei aveva ardito di
  entrar dove non doveva; ed in materie le più gravi e le più
  pericolose che a questi tempi si potessero suscitare... e d'aver
  decretata una congregazione di teologi e d'altre persone versate
  in diverse scienze, gravi e di santa mente, che parola per parola
  pesavano ogni minuzia, perchè si trattava della più perversa
  materia che si potesse mai aver alle mani, tornando a dolersi
  d'essere stata aggirata da Galileo e dal Ciampoli... Aggiunse
  d'aver usato col signor Galilei ogni urbanità, perchè gli ha fatto
  penetrare quel che egli sa; e non ne ha commessa la causa alla
  Congregazione della Santa Inquisizione come doveva, ma a
  Congregazione particolare, creata di nuovo...

  11 _settembre_. In effetto il papa vi ha senso, perchè tiene che
  s'incorra in molti pericoli della fede, non si trattando qui di
  materie matematiche, ma della scrittura sacra, della religione e
  della fede, perchè non è stato osservato il modo e l'ordine dato
  nello stampare il libro...

  26 _dicembre_. Il Galilei sarà sicuramente ristretto d'abitazione,
  e posto in qualche necessità o di disdirsi o di scrivere contro a
  quel che ha pubblicato.

Non ci sia negato di riflettere come la piccola Toscana, popolata di non
un milione di anime, pesasse nella bilancia europea, fosse cerca da
tutte le Corti, trafficasse in America e nelle Indie Orientali, creasse
una flotta nel Mediterraneo, colla quale toglieva Bona ai Barbareschi, e
sui Turchi riportava vittorie, che meritavano gli inni del Chiabrera e
del Filicaja.

E molto ascoltato n'era a Roma il ministro Niccolini, il quale
assiduamente teneva informato il duca; e come la difficoltà consistesse
in ciò che il Galilei, «sebbene si dichiara di voler trattare
ipoteticamente del moto della terra, nondimeno, in riferire
gli argomenti, ne parla e ne discorre poi assertivamente e
concludentissimamente, ed ha contravvenuto all'ordine datogli nel 1616
dal cardinale Bellarmino d'ordine della Congregazione dell'Indice[330],
e spesso torna a lagnarsi perchè si ostina a voler fare il teologo, e
resiste agli amici che gli consigliano di prender aria ed evitare la
lotta.

Citato, il Galileo tardò cinque mesi: venticinque giorni consumò nel
viaggiar da Firenze a Soma. Quivi giunto, prosegue il Niccolini, ai 13
marzo:

  Il papa mi rispose d'avergli fatto un piacer singolare, e non più
  usato con altri, in contentarsi che possa trattenersi in mia casa,
  invece del Sant'Uffizio... un cavalier di casa Gonzaga non
  solamente fu messo in una lettiga accompagnato e guidato fino a
  Roma, ma condotto in castello, e tenuto ivi molto tempo, fino
  all'ultimo della causa... Il cardinale Barberino disse lo stimava
  per uomo singolare, ma che questa materia è assai delicata,
  potendosi introdurre qualche domma fantastico nel mondo, e
  particolarmente in Firenze, dove gl'ingegni sono assai sottili e
  curiosi...

  Sua santità mi disse non credere si possa far di meno di non lo
  chiamar al Sant'Uffizio quando s'avrà a esaminare, perchè così è
  il solito. Io le replicai di sperare che la santità sua fosse per
  raddoppiare l'obbligazione con dispensarlo anche da questa, ma mi
  fu risposto di credere che non si potrà far di meno... e che Iddio
  gli perdoni di entrar in queste materie, tornando a dire che si
  tratta di dottrine nuove e della sacra scrittura, e che la meglio
  di tutte è quella di andar con la comune... che v'è un argomento
  al quale non hanno mai saputo rispondere, che è, che Iddio è
  onnipotente, e può far ogni cosa: se è onnipotente, perchè
  vogliamo necessitarlo? [331]. Conchiuse che gli avrebbe fatto dare
  certe stanze, che son le migliori e le più comode in quel luogo...

  16 _aprile_. Dopo trasferito colà, il cardinale Barberino
  m'offerse tutte le comodità desiderabili, e che vi sarebbe tenuto
  non come in prigione nè in secrete, ma provisto di stanze buone, e
  forse anche lasciate aperte... Si procura che possa tenervi un
  servitore, e tutte le comodità...

  Il padre commissario del Sant'Uffizio lo ricevette con
  dimostrazioni amorevoli, e gli fece assegnar non le camere o
  segrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di
  quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma
  rimane aperto e libero di poter andare sin nel cortile... Si vede
  sarà spedito presto, perchè in questa causa s'è proceduto con modi
  insoliti e piacevoli... mentre si sa che vescovi, prelati o
  titolati, appena giunti in Roma sono stati messi in Castello o nel
  medesimo palazzo dell'Inquisizione con ogni rigore e con ogni
  strettezza. Anzi gli permettono che il suo servitore medesimo lo
  serva, e vi dorma, e quel ch'è più, vada e torni donde gli piace,
  e che i miei medesimi servitori gli portino di qui la vivanda in
  camera, e se ne tornino a casa mia mattina e sera...

  25 _aprile_. Il signor Galilei... mi scrive giornalmente, ed io
  gli rispondo e gli dico il mio senso liberamente, senza che vi si
  pensi punto...

  1 _maggio_. Il signor Galileo mi fu rimandato jeri a casa quando
  manco l'aspettavo, _ancorchè non sia finito il suo esame_, e
  questo per gli uffizj fatti dal padre commissario col signor
  cardinale Barberino, che da se stesso, senza la Congregazione
  dell'Indice, l'ha fatto liberare perchè possa riaversi dai disagi
  e dalle sue indisposizioni _solite_ che lo tenevano continuamente
  travagliato...

  3 _maggio_. Il signor Galilei fu lasciato tornare in questa casa,
  dove pare sia tornato in migliore stato di salute. E perchè
  desidera che si venga all'ultima terminazione della sua causa, il
  padre commissario del Sant'Uffizio gli ha data qualche intenzione
  di venire a questo fine a trovarlo...

  22 _maggio_. Parlai con sua santità della spedizione del negozio
  del signor Galileo, e mi fu data intenzione che la sua causa si
  terminerà facilmente nella seconda congregazione di giovedì a otto
  giorni. Posso ben dubitare assai della proibizione del libro, se
  non vi si rimediasse col fargli fare un'apologia da lui medesimo,
  come io proponeva a sua beatitudine. Ed a lui toccherà anche
  qualche penitenza salutare, pretendendo ch'egli abbia trasgrediti
  gli ordini nel 1616 datigli dal cardinale Bellarmino sopra la
  medesima materia del moto della terra. Io non gli ho ancor detto
  ogni cosa, perchè intendo, _affine di non l'affliggere_,
  d'andarvelo disponendo pian piano...

  18 _giugno_. Ho di nuovo supplicato per la spedizione della causa
  del signor Galilei, e sua santità mi ha significato ch'ella è di
  già spedita, e che di quest'altra settimana _sarà chiamato una
  mattina_ al Sant'Uffizio per sentirne la risoluzione... Aggiunge
  che avea fatta volentieri ogni agevolezza al signor Galileo in
  riguardo dell'amore che porta al granduca, ma quanto alla causa
  non si potrà far di meno di non proibire quell'opinione perchè
  erronea e contraria alle sacre scritture. E quanto alla persona,
  dovrebbe egli per ordinario rimaner qui prigione per qualche
  tempo, per aver contravenuto gli ordini che teneva fin dal 1616,
  ma che, come sarà pubblicata la sentenza, mi rivedrà di nuovo, e
  tratterà meco di quel che si possa fare per manco male e per
  _manco affliggerlo_... ma che non si potrà far di meno di non lo
  rilegare in qualche convento, come in Santa Croce, per alcun
  tempo... Io non ho riferito al signor Galileo che la prossima
  spedizione della causa e la proibizione del libro, ma della pena
  personale non gliene ho detto niente _per non affliggerlo_, e
  anche sua beatitudine mi ha ordinato di non gliene conferire _per
  non lo travagliar_ ancora...

  26 _giugno_. Il signor Galileo fu chiamato lunedì sera al
  Sant'Uffizio, ove si trasferì martedì mattina per sentire quel che
  potessero desiderare da lui, ed essendo stato ritenuto, fu
  condotto mercoledì alla Minerva avanti alli signori cardinali e
  prelati della Congregazione[332], dove non solamente gli fu letta
  la sentenza, ma fatta anche abjurare la sua opinione. La sentenza
  contiene la proibizione del suo libro, come ancora la sua propria
  condannazione alle carceri del Sant'Uffizio a beneplacito di sua
  santità, per essersi preteso ch'egli abbia trasgredito il precetto
  fattogli sedici anni sono intorno a questa materia. La qual
  condannazione gli fu solo permutata da sua beatitudine in una
  relegazione o confine al giardino della Trinità de' Monti, dove io
  lo condussi venerdì sera, e dove ora si trova, per aspettar quivi
  gli effetti della clemenza della sua santità.

  3 _luglio_. Mi disse sua santità che, sebbene era un poco presto
  diminuirgli la pena, nondimeno s'era contentato di permutargliene
  prima nel giardino del granduca, ed ora che potesse arrivar fino a
  Siena, per star quivi in qualche convento a beneplacito... o
  appresso monsignor arcivescovo. Pensa poi di permettergli fra
  qualche tempo che se ne vada alla Certosa di Firenze.

Egli stesso il Galileo dappoi, al 23 luglio, da Siena scriveva ad esso
balì Gioli:

  Le scrivo spinto dal desiderio di liberarmi dal lungo TEDIO di una
  carcere di più di sei mesi, aggiunto al travaglio ed AFFLIZION DI
  MENTE di un anno intero, ed anco non senza molti incomodi e
  PERICOLI corporali; e tutto addossatomi per quei miei demeriti che
  son noti a tutti, fuorchè a quelii che mi hanno di questo e di
  maggior castigo giudicato colpevole.

Dopo ciò, non so come basti fronte ai sofisti per supporre fin la
brutalità di sevizie personali[333]. La prigione stessa, che pur toccò
ai cardinali Polo e Moroni e al Caransa, fu risparmiata a lui[334],
perchè non trattavasi di un punto di fede, bensì di matematica. E
indegni figli d'Italia van supponendo che in Italia gli fosse inflitta
la tortura!

Eliseo Masini stimò bene di esporre in italiano il _Sacro Arsenale_,
ovvero _Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione_ (Bologna 1675);
tanto poco si cercava di tener nascoste quelle procedure. Nella sesta
parte vien egli a parlare della tortura. «Avendo il reo negato i delitti
oppostigli, e non essendosi essi pienamente provati, s'egli, nel termine
assegnatogli a far le sue difese non avrà dedotto a sua discolpa cosa
alcuna, ovvero, fatta difesa, ad ogni modo non avrà purgato gl'indizj
che contro lui risultano dal processo, è necessario, per averne la
verità, venir contro di lui alla rigorosa esamina, essendo stata appunto
trovata la tortura per supplir al difetto di testimonj, quando non
possono intera prova portare contro il reo». E prosegue a dimostrare
come ciò «punto non sconviene all'ecclesiastica mansuetudine e
benignità».

Ora nel caso del Galilei, nessuna di queste circostanze interveniva. Il
Masini prosegue che, «perchè in negozio di tanta importanza si può
facilmente commettere errore, o in pregiudizio notabile della giustizia,
sicchè i delitti restino impuniti, o in danno gravissimo ed irreparabile
de' rei, fa di bisogno che l'Inquisizione proponga prima, nella
congregazione de' consultori del Sant'Offizio il processo offensivo e
difensivo, e col dotto e maturo consiglio di essi si governi e adopri
sempre»[335].

E spiegando a minuto le procedure varie, per ogni caso di tortura esige
il previo consenso della sacra Congregazione. Or nella sentenza di
Galileo è detto: _Judicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen
tui, in quo respondisti catholice_. Volesse anche dir la tortura, poichè
rispose _catholice_ non gli fu inflitta. Galileo non si ostina: anche
testè Proudon, amava meglio Galileo in ginocchio che in carcere;
incalzato, non solo professa «non tener per vera la dannata opinione
copernicana, e tener per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo,
cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole», ma fin dal primo
interrogatorio dichiara: «Del non aver io poi tenuta nè tener per vera
la dannata opinione della mobilità della terra e stabilità del sole, se
mi verrà conceduta, come io desidero, abilità e tempo di poterne fare
più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla, e prometto di
ripigliare gli argomenti già recati (_per compiacenza di sottilizzare_,
ha detto innanzi) a favore della detta opinione falsa e dannata, e
confutarli in quel più efficace modo, che da Dio benedetto mi verrà
somministrato».

Abbastanza avrà patito quel grande nel vedersi obbligato a declinare le
sue opinioni davanti a persone incompetenti e prevenute: perocchè la
persecuzione ebbe i soliti effetti immorali; quei giudici disonorandosi
col presumersi autorevoli in materie ad essi estranee, disonorandosi
Galileo coll'abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria
disdetta facendo credere ragionevole la persecuzione.

Deploriamo gli errori umani, condanniamo questa implacabile nimicizia
de' mediocri contro gli alti ingegni, e l'insanabile debolezza degli
amici contro l'operosità de' nemici[336], ma non facciamone aggravio
alla Chiesa, nè esageriamo i torti dell'Italia, attribuendo ad essa quel
ch'è della natura umana. Forse non ebbe ben più serj travagli il gran
Keplero? il quale in patria era atteggiato nelle burlette colla parte di
buffone. Newton, che stabilì la legge più universale, la gravitazione,
non solo fu combattuto da Fontenelle, da Cassini, da Bernouilli, ma il
gran Leibniz l'imputava di materialismo, e i principj neutoniani trovava
funesti alla religione. Nel caso nostro, Roma seppe rispettare un
grande, di cui credea dover disapprovare gl'insegnamenti; mentre l'età
nostra offrì ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era
tampoco giustificata da profonde convinzioni. Galileo fu condannato alla
prigione «per quanto tempo piacesse»; ma Urbano papa gliela commutò
subito in relegazione nel giardino de' Medici sul delizioso Pincio. Vi
si aggiungeva l'obbligo di recitar una volta la settimana i salmi
penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste, le
cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri, tutte
d'affetto e di pietà, appajono come un soavissimo ruscello tra la motta
di quel processo[337]. Presto egli fu trasferito a Siena nel palazzo
dell'arcivescovo suo amicissimo; e appena a Firenze cessò la peste, fu
reso alla sua villa d'Arcetri, ove proseguì i lavori fin quando perdette
la vista. Quivi il Galilei usava frequente la compagnia di varj frati,
con altri era in amicizia, e principalmente con frà Bonaventura
Cavalieri[338]. Benedetto Castelli, ai 16 marzo del 1630 scrivevagli:
«Il padre Campanella, parlando i giorni passati con nostro signore, gli
ebbe a dire che aveva avuto certi gentiluomini tedeschi alle mani per
convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti, ma che
avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo
scandolezzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore
rispose le precise parole seguenti: _Non fu mai nostra intenzione, e se
fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto_»[339]. Vuol dire
che il papa era servo del regolamento, e rispettava l'indipendenza de'
tribunali, come si usa in ogni ben costituito reggimento. Galileo stesso
da Arcetri il 26 luglio 1636 scriveva a frà Fulgenzio Micanzio, l'amico
di frà Paolo Sarpi: «Di Roma intendo che l'eminentissimo cardinale
Antonio e l'ambasciadore di Francia hanno parlato a sua santità cercando
sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di
vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano
persuaso, CHE FU IL PRIMO MOTORE DI TUTTI I MIEI TRAVAGLI: e che a
questa mia discolpa rispose, _Lo crediamo, lo crediamo_; soggiungendo
però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità
perniziosissima». Aggiungiamo che il cardinale Cajetano aveva commesso
al Campanella di scrivere l'apologia del Galilei; e quando questi era
moribondo, san Giuseppe Calasanzio gli mandò uno de' suoi preti ad
assisterlo: morto, fu deposto in Santa Croce.

È natura dell'ingiustizia la difficoltà del ripararla, per non tornare
sul giudicato, per non confessar il torto, per non mortificare il nostro
amor proprio. E i libri di Galileo e quei che sostenevano il sistema
copernicano rimasero nell'Indice _donec corrigantur_, tanto che ancora
nel 1748 il celebre metereologo Toaldo avendo trovato nell'Università di
Padova il dialogo di Galileo _intorno al sistema copernicano_, lo
stampò, ma premettendovi la protesta dell'autore che il moto della terra
non possa sostenersi se non come ipotesi; emendando i passi ov'era dato
per teorema assoluto, e unendovi la dissertazione del Calmet, ove i
passi scritturali sono cattolicamente combinati colla scienza[340]. Nel
1820 nelle scuole romane liberamente trattavasi della mobilità della
terra non più in forma d'ipotesi; poi dall'Indice scomparve quella
deformità, viepiù sconveniente quando Roma e gli Ordini religiosi
diedero e danno tanti insigni astronomi e tanto favore a questa scienza.

Nè taciamo che la prova della mobilità della terra con indizj fisici,
vale a dire la deviazione progressiva del piano d'oscillazione d'un
pendolo sospeso a un punto fisso, non fu trovata che ai giorni nostri da
Foucault. Ma al vedere cotesta pertinacia in rinfacciare questo errore,
si sarebbe indotti a dire che altro non se ne sia commesso. Del resto un
giudizio erroneo di tribunal civile infirma forse la legge, o le
istituzioni giuridiche? E appunto qui s'ingannò un tribunale
ecclesiastico, non già il papa: foss'anche il papa, non pronunziava _ex
cathedra_. Perocchè della Chiesa vanno distinti i pronunziati assoluti
sulle verità di fede e morale, e quelli soltanto relativi ad esse o alla
disciplina. Ai primi il fedele sottomette affatto la sua ragione; gli
altri guarda con rispetto, senza però tenervisi obbligato di fede. In
questa nostra mistura poi di male e di bene, di dottrine eterne e di
opportune, c'è dei veri, pericolosi a un dato tempo, o che non voglionsi
accettare alla cieca perchè ancora disputati: s'incolperebbe a buon
dritto l'autorità tutrice che avvisa sopra di esse?

E poichè in questo discorso ci occupammo assai d'uomini insigni, sia
luogo a rammentare la conversione d'un illustre straniero. Nicolò Stenon
di Copenaghen, lodato naturalista, visitò l'Italia e Roma, dove i
discorsi di valenti persone lo fecero dubitare della religione
protestante in cui era cresciuto. Venuto a Firenze il 1666, per istanza
del Viviani fu dal granduca dato maestro al principe Ferdinando,
«ordinandomi (così scrive lo Stenon medesimo) con questi precisi
termini, che io gli insegnassi la filosofia cristiana; e venuto poi a
dar principio all'esecuzione di questi suoi comandi, un'altra volta mi
disse che io gli facessi ben capire, che v'era un altro principe
superiore, alla cui autorità stanno sottoposti tutti i principi».

Al convento d'Annalena tornò più volte per comprare manteche e simili
cose, ove suor Maria Flavia del Nero[341], udito ch'egli era eretico,
gli disse non potrebbe salvarsi, ed entrò seco in ragionamento
dell'anima: egli con essa recitava l'Ave Maria, ma solo la metà, non
potendo credere all'intercessione della beata vergine e de' santi: pure
s'asteneva dalle carni il venerdì e sabato, e visitava chiese, a
consiglio della pia, che lo mise in corrispondenza con dotti padri.
Sempre però egli era trattenuto dalla vergogna di parere apostato, e più
volentieri udiva la monaca parlarle del nostro Cristo, come le donne
sanno fare cioè col cuore. In ciò lo coadjuvava la signora Arnolfini,
moglie dell'ambasciadore di Lucca, finchè dopo lunghi discorsi e studio
de' Padri, abjurò.

Anche qui lasciamo la parola a lui stesso, che così scrive ad essa
Arnolfini:

  Nell'ultima venuta costà di questa Corte, a cui ho l'onore di
  servire, promisi a vossignoria di spiegarle in carta le ragioni
  che mi aveano persuaso ad abbandonare la credenza luterana di cui
  era stato tenacissimo, e ad abbracciare la fede cattolica romana,
  da me per l'addietro aborrita. Ho tardato molto a soddisfare a
  questo mio debito; perchè stimavo di esser tenuto ad esporle
  tuttociò che appartiene a sì gran causa. Un tale assunto era
  materia piuttosto da volumi che da una lettera: e questo pensiere
  mi ha sospeso la penna più lungamente di quel che richiedevano e
  la mia promessa e il mio desiderio. Finalmente per servir più che
  posso la brevità, ho risoluto di restringermi a un solo articolo;
  ed a quello appunto, sopra del quale Iddio mi diede i primi
  impulsi per cercare sinceramente la verità di quel ch'egli avea
  rivelato alla sua Chiesa, e che dovea credersi da noi con fede
  divina, non soggetta ad errori. Certificato che fui della verità
  dell'articolo di cui le parlerò, non ebbi più dubbio veruno di
  esser tenuto ad abbandonare la credenza luterana: poichè, dove una
  religione erra in un punto sostanziale della fede, al certo non
  può essere da Dio, il quale, siccome per la sua infinita sapienza
  è incapace di errore, così per la somma sua veracità è incapace di
  mentire in quel che dice, ed ingannarci co' suoi detti; onde non
  può non essere una mera invenzione degli uomini qualunque sètta
  che discordi da quello che a noi consta essere stato rivelato da
  Dio alla sua Chiesa. E benchè io mi restringa ad un sol punto
  nella presente, non avrò difficoltà a render ragione degli altri,
  sopra de' quali piacesse a vossignoria di chiedermela.

  Mi ritrovava io in Livorno, dove ella si ritrovava, nel tempo
  della solennità del _Corpus Domini_; ed al veder portare in
  processione con tanta pompa quell'ostia per la città, sentii
  svegliarmisi nella mente quest'argomento: O quell'ostia è un
  semplice pezzo di pane, e pazzi sono costoro che gli fanno tanti
  ossequj; o quivi si contiene il vero corpo di Cristo, e perchè non
  l'onoro ancor io? A questo pensiero, che mi scorse l'animo, da un
  canto non sapea indurmi a credere ingannata tanta parte del mondo
  cristiano, qual è quella de' Cattolici romani, numerosa d'uomini
  svegliati e dotti; dall'altro non volea condannare la credenza in
  cui era nato ed allevato. E pure era forza il dire o l'uno
  l'altro: poichè non vi era nè vi è modo di conciliare insieme due
  proposizioni che si contraddicono, nè di poter reputar vera quella
  religione, che in un punto tanto sostanziale della fede cristiana
  andasse errata, e facesse errare i suoi seguaci.

  In questo stato capitai in Firenze per dimorarvi qualche spazio di
  tempo, a cagione della lingua italiana che qui si parla con fama
  di pulizia, e proseguir dipoi il mio viaggio a vedere il resto
  delle principali città dell'Italia. Qui, per soddisfare
  all'incertezza dell'animo mio agitato nell'accennato mistero
  dell'eucaristia, adoperai ogni possibile diligenza nel cercare la
  verità, confidato in Dio che mi avrebbe scorta la mente col suo
  lume a conoscere il vero che io cercava con sincerità di cuore;
  comunque l'educazione avuta fin dalla mia nascita nella credenza
  luterana mi facesse forza, e mi animasse al contrasto ed
  all'ostinazione nelle mie antiche opinioni. Non contento di
  trattare sopra tal materia con persone dotte, delle quali niuno
  può negare che molte non ve ne sieno fra i Cattolici, volli con
  mio agio chiarirmi de' testi originali della sacra scrittura e
  degli autori antichissimi, ed in più modi, e particolarmente in
  una famosa libreria di antichissimi manoscritti greci ed ebrei, a
  fine di non fidarmi delle versioni latine senz'altro esame, ma di
  riscontrarle co' testi originali delle accennate due lingue,
  giacchè per lo studio già fattone le possedevo. Insomma, dopo il
  molto conferire, il molto leggere ed un lungo esaminare e
  riscontrare quanto leggevo ed udivo, non potei non rimaner
  convinto e della verità che in fatti professano i Cattolici
  romani, e della falsità nella quale vivono ingannati i Luterani.
  Lo stesso avverrà a chiunque de' Luterani sinceramente si farà a
  cercare il vero: poichè Iddio non lascerà d'illuminare chi cerca
  la vera fede con cuor sincero, siccome per sua bontà ho
  sperimentato in me stesso.

  E perchè la fede divina, quale è quella con cui si crede nella
  vera Chiesa di Cristo, si dee fondare sulla parola divina, ecco a
  vossignoria come sopra tal fondamento mi son io fermissimamente
  persuaso di tre verità, che sono le sostanziali intorno al
  sagramento dell'Eucaristia, sopra del quale furono i miei primi
  dubbj, conforme le ho accennato.

  La prima che, in virtù delle parole della consacrazione per la
  forza onnipotente di Gesù Cristo nostro signore, il quale istituì
  il sagramento dell'Eucaristia, si fa la mutazione sostanziale del
  pane nel corpo di Gesù Cristo, e del vino nel sangue di lui:

  La seconda, che il corpo di Cristo non solo si ritrovi nel pane
  consacrato nel tempo dell'uso di tal sacramento, e fino alla
  comunione; ma ancora dipoi, e fuori dell'uso attuale; e lo stesso
  dee intendersi del sangue in ordine al vino consacrato, dove
  questo si conservasse:

  La terza, che non è contro la sacra scrittura, ossia la parola di
  Dio, l'amministrarsi il sagramento dell'Eucaristia solamente sotto
  una specie qual è quella del pane, anzi ciò è un rito
  convenevolissimo.

  Per discorrere distintamente incomincierò dalla prima verità.
  Questa con ogni chiarezza viene esposta nell'evangelio di san
  Giovanni al capo 6, dove si legge, come detto da Cristo N. S.,
  _Panis quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita_; e più sotto
  nel medesimo capo, dice il medesimo Signore: _Caro mea vere est
  cibus, et sanguis meus, vere est potus_. San Matteo poi, nel
  riferire l'istituzione di questo divinissimo sagramento nel capo
  26, parla come segue: _Cœnantibus autem eis, accepit Jesus panem,
  et benedixit ac fregit, deditque discipulis suis, et ait: Accipite
  et comedite; hoc est Corpus meum. Et accipiens calicem, gratias
  egit, et dedit illis dicens: Bibite ex hoc omnes; hic est enim
  sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in
  remissionem peccatorum_. Parimente san Marco parla dell'istesso
  tenore al capo 14. _Et manducantibus illis, accepit Jesus panem,
  et benedicens fregit, et dedit eis, et ait, Sumite; hoc est Corpus
  meum. Et accepto calice gratias agens dedit eis, et biberunt ex
  illo omnes, et ait illis: Hic est sanguis meus novi testamenti qui
  pro multis effundetur._ Così fa anche san Luca nel capo 22 del suo
  Evangelio. _Et accepto pane, gratias egit, et fregit, et dedit eis
  dicens: Hoc est corpus meum quod pro vobis datur. Similiter et
  calicem, postquam cœnavit dicens: Hic est calix novum testamentum
  in sanguine meo, qui pro vobis fundetur._ Finalmente l'Apostolo
  san Paolo, nell'epistola prima a' Corinti al capo 11 parla nel
  modo seguente: _Ego enim accepi a Domino, quod et tradidi vobis
  quoniam Dominus Jesus, in qua nocte tradebatur accepit panem, et
  gratias agens fregit, et dixit: Accipite et manducate, hoc est
  corpus meum, quod pro vobis tradetur: hoc facite in meam
  commemorationem. Similiter et calicem, postquam cœnavit, dicens:
  Hic calix novum testamentum est in meo sanguine_; e dopo
  soggiunge: _Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit
  calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini_.

  Su questi testi sì chiari della Scrittura divina fondano i
  Cattolici la loro dottrina ed indubitabile credenza intorno alla
  presenza reale del corpo di Gesù Cristo sotto le specie del pane,
  e del suo sangue sotto le specie del vino; nè si può dire
  altrimenti se non si vuol fare una manifesta violenza a' sensi
  chiarissimi di tali testi, conforme l'han fatta i Sacramentarj,
  gli Zuingliani, i Calvinisti e simili, i quali contro la verità
  hanno insegnato, che tali testi parlino metaforicamente e
  figuratamente, sicchè si abbia ad intendere che il pane sia una
  figura del corpo di Cristo, ed il vino lo sia del suo sangue. Niun
  uomo disappassionato si può figurare un tal senso in tali
  proposizioni per se stesse chiarissime, e quando non altro, una
  tale spiegazione si convince falsissima da ciò che si dice del
  corpo, _Quod pro vobis tradetur_; del sangue, _Qui pro vobis, qui
  pro multis effundetur_; poichè non la figura, ma il vero corpo e
  il vero sangue di Gesù Cristo fu quello che fu dato e fu sparso
  sulla Croce per la redenzione del genere umano, e per la
  remissione de' nostri peccati. Di più, come si possono accordare
  con tale spiegazione quelle altre parole in san Giovanni: _Panis,
  quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; Caro mea vere est
  cibus et sanguis meus vere est potus_? Posta l'accennata
  spiegazione, come poteva dire il Signore, che il pane che egli
  avrebbe dato è la sua carne, e che la sua carne e 'l suo sangue
  sono veramente cibo e veramente bevanda, se tutto si riduce ad una
  figura, ad un segno, ad un simbolo?

  Fondano ancora sopra de' medesimi testi i Cattolici romani
  quest'altra verità, che, in virtù della consacrazione, cessino le
  sostanze del pane e del vino, ed in vece loro succedono sotto
  quelle specie il corpo ed il sangue di Gesù Cristo. Lutero in
  questo punto ha parlato in diverse maniere, conforme può vedersi
  nelle sue scritture a que' di Argentina, a' Valdesi ed altri,
  discordando da se medesimo. I suoi primi discepoli hanno
  insegnato, e dietro ad essi insegnano e credono i seguaci della
  loro credenza, che nel tempo dell'uso del sagramento vi sia bensì
  la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo, ma unitamente
  anche le sostanze del pane e del vino; il che è negato
  costantemente da' Cattolici, e si prova naturalissimamente da'
  medesimi testi soprallegati, a non voler cavillare ed interpretare
  di capriccio la parola di Dio, ma secondo il suo vero e naturale
  senso, conforme è di ragione che se ne intenda il significato.
  Imperocchè, come si può verificare in senso reale (non avendo più
  luogo il mistico o figurato de' Sacramentarj e loro partigiani,
  impugnati da' medesimi Luterani, non che da' Cattolici romani) il
  detto di Cristo, _Il pane che io vi darò è la mia carne: questo è
  il mio corpo: questo è il mio sangue_; siccome egli disse del pane
  che aveva in mano, e del vino che era nel calice da lui tenuto in
  mano? Imperocchè sarebbe stato necessario, per avverarsi ciò in
  senso reale, che veramente il pane fosse il suo corpo, ed il vino
  fosse il suo sangue; rimanendo quello pane, e questo dell'essere
  sostanziale di vino: il che ognun vede che è cosa impossibile, e
  che rinchiude implicanza. Adunque il senso legittimo e naturale di
  tali testi è quello che insegnano i Cattolici, secondo il quale le
  predette proposizioni della sacra scrittura portano la vera e
  reale mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue del
  Signore; sicchè il senso sincero sia: _Quello che vi do sotto
  l'apparenza, o specie del pane, non è più pane ma il mio corpo
  sotto le specie del pane_; e lo stesso si dica del vino
  consacrato; siccome nelle nozze di Cana Galilea, mutata l'acqua in
  vino per l'onnipotenza del Signore, non rimase già la stessa cosa
  acqua e vino, ma quella fu tramutata in questo. Certo sarebbe una
  mostruosa interpretazione di quelle parole dell'evangelio di san
  Luca al capo 7, _Cœci vident, claudi ambulant etc._, se si desse
  loro questo senso che coloro fossero insieme ciechi e veggenti,
  storpi e raddrizzati a camminare; mentre il senso vero naturale
  delle citate parole è: _Quei che erano ciechi, ora non son più
  ciechi, ma veggono; quei che erano storpj o zoppi, ora non sono
  più storpj o zoppi, ma sono abilitati nella persona a poter
  camminare_.

  Nè questo intendimento avuto per vero e legittimo da' Cattolici
  romani contro gl'insegnamenti de' Sacramentarj e loro simili, e
  de' Luterani, è una cosa nuova nella Chiesa di Cristo, come han
  preteso que' che sono contrarj alla Chiesa romana, ma è
  antichissimo nella Chiesa, e tramandato a noi di secolo in secolo
  fino dal primo in che Gesù Cristo la fondò, come cosa
  chiarissimamente fondata nella parola di Dio, espressa nei testi
  sopracitati, alla quale non si può dare altra legittima
  spiegazione. Per isfuggire lunghezze maggiori porterò qui a
  vossignoria alcune autorità di quelli che hanno scritto ne' primi
  cinque secoli, uomini dottissimi e che sono venerati anche da'
  Luterani, come gran maestri della Chiesa di Dio; per le quali si
  vede che la Chiesa romana di mano in mano ha sempre seguita e
  insegnata la vera fede insegnataci da Cristo, e che le sue
  dottrine non sono inventate dagli uomini dopo più secoli dalla
  fondazione della Chiesa, per politica, o per altri motivi e
  disegni umani, conforme senza ragione han preteso i suoi
  avversarj.

  Tralascio quello che si ha negli atti del martirio di sant'Andrea
  apostolo descritti da' suoi discepoli, che furono presenti alla
  sua passione e morte, per ristringermi a' soli dottori. Nel primo
  secolo scrissero adunque sant'Ignazio vescovo e martire, e san
  Dionisio areopagita, ancor esso illustre per i medesimi pregi,
  ambedue contemporanei degli apostoli.

  Il primo, nella sua epistola a' cittadini di Smirne, scrivendo di
  quegli eretici, i quali negavano che Cristo avesse vera carne,
  così dice: _Eucharistias et oblationes non admittunt, quod non
  confiteantur eucharistiam esse carnem Salvatoris, quæ pro peccatis
  nostris passa est, quam pater sua benignitate suscitavit_. Il
  secondo, nel libro _De Hierarchia eccles._ cap. 3, parte 3, oltre
  le molte cose che dice di questo sagramento, così a lui parla: _O
  divinissimum et sacrosanctum sacramentum, abducta tibi
  significantium signorum operimenta aperi, et perspicue nobis fac
  appareas, nostrosque spirituales oculos singulari et aperto tuæ
  lucis fulgore imple_. Una tale invocazione pazzamente, anzi
  empiamente si farebbe al sagramento, se questo fosse pane lavorato
  di frumenti, e non pane celeste e divino, qual è il corpo di Gesù
  Cristo.

  Nel secondo secolo, cioè dal cento al dugento, fiorirono san
  Giuliano e sant'Ireneo. Il primo nell'Apologia al capo 2 verso il
  fine, asserisce che quel cibo del quale ci alimentiamo, cioè il
  pane santificato dalla parola di Dio, è la carne del Signore; e le
  sue parole sono: _Sic etiam per preces verbi Dei ab ipso
  eucharistiam factum cibum, ex quo sanguis et carnes nostræ per
  mutationem aluntur, illius incarnati Jesu et carnem et sanguinem
  esse edocti sumus_. Il secondo, nel lib. IV, al capo 34, dice:
  _quomodo constabit eis, eum panem, in quo gratiæ actæ sunt, esse
  corpus Domini sui_. Sicchè l'uno e l'altro vuole che sia vera
  questa proposizione: _Il pane consacrato è il corpo del Signore_;
  ma senza la mutazione del pane nel corpo del Signore non può
  essere vera, poichè il pane rimanendo pane, mai non può essere il
  corpo del Signore, siccome abbiam detto di sopra. Nè io replicherò
  quest'argomento intorno alla seguente autorità, perchè lo stimo
  superfluo; potendo ognun vedere che tutte si tiran dietro le
  suddette mutazioni, se non vuol farsi volontariamente cieco per
  non vederlo.

  Nel terzo secolo scrissero Tertulliano e san Cipriano. Il primo
  nel libro IV contro Marcione, dice di Cristo: _Acceptum panem
  corpus suum facit dicendo: Hoc est corpus meum_. Il secondo nel
  sermone _De Cœna Domini_ dice: _Panis iste, quem Dominus
  discipulis porrigebat, non effigie, sed natura mutatus
  omnipotentia verbi, factus est caro_.

  Nel quarto secolo scrissero Cirillo Gerosolimitano, Ambrogio
  vescovo di Milano, san Gregorio Nisseno, e san Gaudenzio. Il primo
  nella sua Catechesi 4. Mystagog, così dice: _Aquam aliquando
  mutavit in vinum, et non erit dignus cui credamus quod vinum in
  sanguinem transmutavit_? E poco poi dice: _Sub specie panis datur
  tibi corpus, et sub specie vini datur tibi sanguis_; e più
  abbasso: _Hoc sciens et pro certissimo habens panem hunc qui
  videtur a nobis, non esse panem, etiamsi justus panem esse
  sentiat_. Il secondo nel libro _De iis qui initiantur mysteriis_,
  al capo 9 dice della consecrazione dell'eucaristia: _Quantis
  utimur exemplis ut probemus non hoc esse quod natura formavit, sed
  quod benedictio consecravit, majoremque vim esse benedictionis
  quam naturæ, quia benedictione etiam natura ipsa mutatur_? Il
  terzo _in oratione magna cathechetica_ al capo 37, così scrive:
  _Recti Dei verbo sanctificatum panem in Dei verbi corpus credimus
  immutari_. E di poi: _Hæc autem tribuit virtute benedictionis in
  illud_ (cioè nel corpo del Signore) _rerum quæ videntur_ (cioè del
  pane e del vino) _naturam utens_. Il quarto nel trattato secondo
  _de Exodo_ scrive come segue: _Ipse naturarum creator et dominus
  qui producit de terra panem, de pane rursus, quia et potest, et
  promisit, efficit proprium corpus, et qui de aqua vinum fecit, de
  vino sanguinem suum facit_.

  Nel quinto secolo vissero e scrissero Giovanni Grisostomo,
  Agostino, Cirillo Alessandrino. Il primo nell'_Homelia 83 in
  Math._ dice: _Non sunt humanæ virtutis opera proposita, nos
  ministrorum locum tenemus, qui vero sanctificat ea et immutat,
  ipse est_. Nell'_Homelia de Eucharistia in Enceniis_: _Num vides
  panem? num vinum? num sicut reliqui cibi in secessum vadunt? absit
  ne sic cogites. Sicut enim si cera igni adhibita, illi
  assimilatur, nihil substantiæ remanet, nihil superfluit, sic et
  hic sumta mysteria consumi corporis substantia_. Il secondo, nel
  sermone citato da Beda sopra il capo 10 della prima a' Corintj:
  _Non omnis panis, sed accipiens benedictionem Christi, fit corpus
  Christi_. E nel sermone 28 _de Verb. Dom._: _Ubi Christi verba
  deprompta fuerint, jam non panis dicitur, sed corpus appellatur_.
  Il terzo nell'epistola a Calosirio: _Ne horreremus carnem et
  sanguinem apposita sacris altaribus, condescendens Deus nostris
  fragilitatibus influit oblatis vim vitæ, convertens ea in
  veritatem propriæ carnis_.

  Potrei qui registrare a vossignoria gli autori di ciascheduno de'
  secoli susseguenti, riveriti nella Chiesa come dottissimi ed
  insieme santissimi uomini, i quali hanno parlato sempre
  nell'istessa conformità della trasmutazione del pane e del vino
  consacrato nel corpo e nel sangue di Cristo N. S., ma per non
  allungarmi di vantaggio con accrescere a lei la fatica di leggere
  li tralascio; pronto ad inviargliene il catalogo con le loro
  sentenze, dove così ella desideri o me lo comandi. Da ciò si fa
  manifesto che la sopradetta intelligenza de' testi della sagra
  scrittura, per se stessi chiarissimi, la quale ora è fra i
  Cattolici romani, è quella che sin dal suo principio è stata, e di
  mano in mano sempre si è continuata nella Chiesa di Dio, e non è
  stata altrimenti un'invenzione, o sia spiegazione fatta a
  capriccio dopo dodici secoli da alcuni particolari dottori
  cattolici romani; ma questa è la fede di Gesù Cristo e de' nostri
  padri, sin da' primi tempi, e non mai interrotta nella Chiesa di
  Dio. E se tale intelligenza fosse stata falsa ed eretica, e come
  mai avrebbe permesso la Provvidenza divina che tutti i santi padri
  in ciò si fossero accordati? Di più, come mai non sarebbe stata
  condannata in alcuno de' Concilj generali della Chiesa per falsa,
  per eretica, ed in una parola, per aliena e contraria alla sacra
  scrittura, che è quanto dire alla parola di Dio? Certo è che i
  Concilj generali non hanno mai avuto timore de' primi personaggi
  della Chiesa nel distinguere e nel sentenziare la dottrina vera
  dalla falsa, ed hanno condannate come eretiche più sentenze
  sostenute da gran vescovi, da gran patriarchi, comunque appoggiati
  dal patrocinio e dall'autorità eziandio violenta degl'imperatori,
  conforme è notissimo nelle istorie de' secoli a noi più lontani; e
  questi Concilj sono rispettati e venerati eziandio da' Luterani,
  nonchè da' Cattolici romani. Tali sono il Niceno celebrato
  nell'anno 325, il Costantinopolitano nell'anno 381, l'Efesino nel
  430, il Calcedonese nel 450, il secondo Costantinopolitano nel
  553, e 'l secondo Niceno nel 787, per tacere qui di tutti gli
  altri Concilj generali della Chiesa, celebratisi dipoi fino agli
  ultimi tempi.

  Or prego vossignoria a considerare se possa rifiutarsi
  un'intelligenza e spiegazione de' sacri testi, pur troppo chiari
  in se stessi, avuta nella Chiesa fin dal primo secolo, e
  tramandata a noi senza interruzione veruna di secolo in secolo da'
  santi padri e dal senso comune ed universale della Chiesa senza
  taccia veruna, anzi con approvazione e con sentimento generale,
  quale è questa de' Cattolici romani nella sopraccennata materia;
  se possa, dico, rifiutarsi come falsa e non accettarsi come vera;
  e se al suo confronto possa stimarsi vera la spiegazione
  contraria, nata nel secolo prossimo passato, e riprovata da un
  Concilio generale come repugnante alla dottrina cattolica,
  abbracciata in tutti i secoli dalla Chiesa di Dio? Per me stimo
  che niuno vorrà discostarsi da una tale verità qual è questa, se
  disappassionatamente vorrà giudicarne.

Lo Stenon divenne non solo caldo nel professare, ma anche nel propagare
la fede, e varj suoi compatrioti convertì. Passando pel primo anatomista
e uno de' migliori filosofi, era carezzato e dai letterati e dai
principi: dopo otto anni si vestì sacerdote, visse in rigorosissima
penitenza, fu fatto vescovo Titopolitano, e morì in odore di santità al
25 novembre 1686[342].


NOTE

[309] _Gerusalemme Conquistata_ XX, 77.

[310] «Fatti che basta rammentare per sentirsi raccapricciar d'orrore
(_sic_) ed empir l'animo d'indignazione». Così lo Zobi, il quale
commisera la Toscana che stava allora «sotto il ferreo scettro della
casa Medici, che oppresse Firenze pel corso di 205 anni».

[311] Galileo la sua scoperta di saturno tricorporeo velò sotto
quest'anagramma: _Altissimum planetam tergeminum observans._

[312] _Hist. de l'astronomie moderne._

[313] _Mécanique analytique_, p. 207. Nella prima parte della _Statica_
Lagrangia rivela i meriti meccanici del Galilei. Anche Arago diminuisce
il merito delle scoperte celesti di Galileo, e dice che poche ore
poteano bastare alle osservazioni ch'esso fece nel 1610 e 1611.

[314] Si ha una lettera di Martino Hasdale a Galileo, che gli riferisce
come Keplero si lagnava non avesse neppur mentovato il Bruno nel suo
_Nunzio sidereo_. Op. di Galileo, c. VIII, p. 59. Esso Keplero parlò del
Bruno in una lettera al dottor Brenger, il quale gli rispondeva: «Tu
scrivi di Giordano Bruno, abbruciato colle fascine (_prunis tostus_). Il
fatto è certo? e in qual tempo e perchè finì così? Ho compassion di lui»
(_J. Kepleri opera_, ed. di Frisch., vol. II, p. 592). Il Keplero
rispondeva sapere dal Walcher che fu arso in Roma, e sopportò con
costanza il supplizio, pur asserendo che tutte le religioni son vane, e
che Dio s'immedesima col mondo, col circolo, col punto. E il Brenger,
uom positivo, a stupirsi della _insania_ del Bruno, il quale, se non
credeva esistere alcun Dio vindice della colpa, poteva impunemente
simulare, e così sottrarsi alla morte.

Questi indizj sarebbero da aggiungere a quanto dicemmo sulla morte del
Bruno, oltre quelli recati dal professore Berti in una vita di esso, di
cui una parte stampò dopo quel nostro discorso.

Esso Bruno fu infervorato del sistema di Copernico, cui salutava come un
nuovo Colombo che sorpassa i confini, e abbatte le muraglie fantastiche,
e sprigiona la ragione umana da altri ceppi inventati dalla filosofia
plebea. Eppure, sebbene processato, non troviamo che al Bruno si facesse
colpa di tale opinione.

[315] _Annal. Bojorum._ Lipsia 1710, pag. 262.

[316] Chi rinfaccia sempre il lusso dei nunzj apostolici, voglia non
dimenticare questo Nicolò da Cusa, nunzio di quattro papi, fatto
cardinale da Nicolò V. Allorchè nel 1451 andava nunzio in Germania, fu
incontrato da magnati in gran pompa, ma _ipse super mulum suum cum
exiguo romano comitatu humiliter insidens, cruce argentea a domino
apostolico sibi data, cum suo stipite deargentato semper præcedente, ad
ecclesiam processionaliter deductus, ibidem devote fuit susceptus... ab
omni munere manus suas servavit: quod tamen terræ magnates et alii
divites copiose offerebant, esculentis et poculentis, sine quibus vita
præsens transigi non potest, tamen exceptis_... Vedasi CLEMENS,
_Giordano Bruno et Nicola von Cusa_, 1847.

[317] Varj Italiani pretesero alla priorità nell'insegnare il sistema di
Copernico. Tommaso Cornelio, che nel secolo XVII scriveva _Problemata
physica_, dice che Gerolamo Tagliavia calabrese molto avea pensato sopra
questo sistema e scritto alcune cose, che dopo la sua morte vennero in
mano di Copernico. Migliori titoli potrebbe addurre Domenico Maria
Novara ferrarese, morto il 1514 in Bologna, dove essendo professore
d'astronomia, ebbe scolaro e compagno delle osservazioni Copernico. Ciò
attesta Giorgio Gioachimo Retico, compagno e amico del Copernico
(_Narrat. de Copernico etc._), il quale soggiunge che questo ancor
giovane spiegò astronomia in Roma, e v'ebbe moltissimi uditori, anche
ragguardevoli.

[318] È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom. V, 1854: «Da
questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l'opinione
pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è
altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un
chiarissimo sistema ed una maravigliosa costituzione del mondo, molto
più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e
si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre
ormai più dubitare che ripugni all'autorità della sacra scrittura, nè
alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni
facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre
anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si
possono intendere».

[319] Altri scrisse contro il moto della terra, fra cui

ACCARISI, _Terræ quies, solisque motus demonstratus_ (Era qualificatore
della santa Inquisizione) Roma 1637.

GRANDAMICO, _Nova demonstratio immobilitatis terræ_. Flexiæ 1645.

DUBOIS, _Liber de veritate et auctoritate s. scripturæ in naturalibus
contra Christophorum Wittichium_. Trajecti 1654. Contro di questo fu
scritta _Demonstratio mathematica ineptiarum J. Durandi in oppugnanda
hypothesi Copernici et Cartesii de mobilitate terræ_. Roma 1656.

Anche nel 1806, un Domenico Pino milanese stampava a Milano
_L'incredibilità del moto della terra_, opuscolo ove compendia quanto
disse in tre tomi dell'_Esame del newtoniano sistema intorno al moto
della terra_. Non si sgomenta delle opinioni contrarie, giacchè anche la
teoria dei vortici di Cartesio fu per un pezzo abbracciata e promossa
comunemente. Naturalmente è condotto a parlare del processo di Galileo.
A sostener la sua tesi si vale della scienza, e non solo dell'autorità.

Quando il dottor Cullen fu elevato arcivescovo di Dublino, un giornale
asserì che esso avea pubblicato un libro sostenendo il sistema
tolomaico, e ribattendo il copernicano, e con esso tutti gli acquisti
della scienza moderna: così esigere la Chiesa cattolica. Il fatto era
falsissimo, ma come tante altre falsità continuò e continua ad essere
ripetuto: e qualvolta si vuole screditar la Chiesa cattolica come nemica
del sapere, si cita l'arcivescovo Cullen e il suo libro che nessuno ha
veduto: e pur dianzi ne parlava con orrore il _Times_, come si parla e
riparla della tortura di Galileo.

[320] Anche l'illustre Cremonini era avverso a Galileo; onde Daniele
Antonini friulano scriveva a questo: «Possibile che si trovino al mondo
uomini così goffi, e quel ch'è peggio, che sian quelli stimati saputi?
che cosa si potrebbe fare al mondo per farli confessare la verità, se il
fargliela vedere con gli occhi proprj non basta? Da una parte me ne
rido, dall'altra mi vien collera, e voglia quasi di dire come quel buon
religioso, che, se io fossi messer Domenedio, non sopporterei che
vivesse tal razza d'uomini irragionevoli. Ma credo che messer Domenedio
lasci costoro acciò servano per buffoni della madre natura».

Noi diciamo per espiazione a qualche velleità d'ambizione.

[321] _Dialoghi_, IV giornata. Surrogava l'esperienza anche all'analisi,
come fece cercando la quadratura della cicloide. Costruiva delle
cicloidi con foglie che poi pesava accuratamente, e così trovò che
l'area di quella curva è eguale a tre volte l'area del circolo
descrivente. Si sa quanto attorno a quel problema s'affaticarono,
cominciando dal cardinal di Cusa, e finchè l'analisi infinitesimale lo
risolse con facilità.

[322] Vedasi specialmente Philarete Chasles.

[323] ARDUINI, _La primogenita di Galileo_, Firenze 1864. Egli scrive
pure che il levar a cielo il poema del Tasso «non è che un pregiudizio
della scuola de' Gesuiti e Gesuitisti, finora interessati e privilegiati
maestri di lettere d'Italia» (p. 233) e che si servivano di quel poema
sulle crociate per assodar la loro dottrina cattolica.

È notevole che l'aver censurato il Tasso fu apposto come gran colpa alla
scuola di noi altri Lombardi, che allora eravamo chiamati romantici, e
dappoi clericali.

[324] _Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum?_ fu il testo
preso da un predicatore a Firenze. Un'altra applicazione felice di testo
trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: «Le do nuova come
in Germania il Keplero ha osservato anch'esso i quattro pianeti nuovi, e
che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata, _Galilee vicisti_».

Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l'operar della Chiesa in
quest'affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro
Galileo, il Maruffi generale di quell'Ordine ne scrisse scuse a Galileo,
dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero
trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de' grandi
pensatori e non cattolica, e molti anni più tardi, quando Newton insegnò
il metodo delle flussioni, v'ebbe dottori che dal pulpito metteano in
avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle
chimere», ed esortavano ad evitare il loro commercio, «pernicioso per lo
spirito e per la fede». SAVERIEN, _Dictionnaire des mathématiques_, tom.
I.

[325] L'autenticità della Bibbia e delle singole sue parti è
_dogmaticamente_ stabilita dal Concilio di Trento, dichiarando anatema
chi non riceve il sacro testo e le sue parti, _prout in Ecclesia
catholica legi consueverunt, et in veteri vulgata latina editione
habentur_. Eppure i più savj interpreti tengono che _scientificamente_
possa discutersi di certi versetti e incisi, e anche correggerli; come,
a tacer altro, si fece nell'edizione clementina. Vedi una dissertazione
del padre Vercelloni, _Sulla autenticità delle singole parti della
Bibbia Vulgata_.

[326] BREITSCHWERTH, _Vita e influenza di Keplero secondo nuove fonti
originali_. Stuttgard 1851. Il _Capitoul_ di Tolosa ordinò a Margherita
Melaure, verso il 1690, di vestirsi da uomo, benchè ella dicesse d'esser
ermafrodito. Saviard conobbe ch'era una malattia, la guarì, ma ci volle
un decreto del re per permetterle di vestir da donna qual era.

[327] «Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il signor
Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d'aver fatto
un'abjura in nostre mani, e d'esser stato condannato a salutar
penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo, conformemente alla
verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta
alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d'altre persone, per quanto è a
nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d'alcuna delle sue opinioni e
dottrine; ch'ei non è stato assoggettato a veruna salutare penitenza di
qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata la dichiarazione
del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione dell'Indice, cioè
come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra si muova intorno
al sole, e che il sole occupi il centro del mondo senza muoversi
dall'oriente all'occidente, è contraria alla sacra Scrittura, e che in
conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede di che
abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano,
questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».

Non è inutile ricordare che del Bellarmino stesso l'opera _De romano
pontifice_ fu messa all'Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò
mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.

[328] _Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem.
Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus
potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam
nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac
Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani
arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere
nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas
plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia
reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cœlo quatuor
assectis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum
virum, cujus fama in cœlo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna
charitate complectimur. Novimus eum in eo non modo literarum gloriam,
sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia
voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus
nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque
jucunde identidem audivimus florentinæ eloquentiæ decora doctis
disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo
pontificiæ charitatis commeatu in patriam redire quo illum nobilitatis
tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmii magni duces
remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam
inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime
mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas
dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam
charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus
virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia
nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam
munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit._

[329] _Galilée_, par le docteur PERCHAPPE, 1865.

_Les fondateurs de l'astronomie_; par Joseph BERTRAND.

La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo
processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, era stata
inventata dal duca Gaetano per prendersi gabbo di esso Tiraboschi.
Quando Roma fu invasa dai Francesi, nel 1809, nulla fu più pressante
agli spogliatori che di metter la mano sul processo di Galileo. Fu
portato a Parigi, e quando nel 1814 Pio VII recuperò gli archivj delle
sacre Congregazioni, questo non fu reso, dicendo era bruciato, poi che
era smarrito in quell'oceano di carte. Solo Gregorio XVI potè riaverlo;
e Pio IX lo consegnò a monsignor Marini che tanto erasi adoprato al suo
ricupero; indi reduce da Gaeta, nel 1850 lo donò agli Archivj Vaticani,
e fu poi pubblicato da esso monsignor Marini col titolo _Galileo e
l'Inquisizione_ (Roma 1850): dov'è compreso anche il processo del 1615.

[330] Lettera 27 febbrajo 1633. Leviamo queste frasi dalle _Lettere
inedite di uomini illustri_, stampate dal Fabroni, vol. II, p. 272 e
seg.

[331] Era facile rispondere che, se è onnipotente, potè anche far la
terra che gira attorno al sole. Esponendogli io gli argomenti che i
geologi danno sull'antichità della terra, Carlo Troya mi rispondeva che
Dio come creò piante vecchie, così potè creare e le ossa fossili, e gli
strati sovvertiti, e le roccie metamorfosate, ecc.

[332] La sentenza fu letta a velo levato nell'aula del Sant'Uffizio;
invitativi i professori di matematica e fisica.

[333] Il Bernini, nella _Storia delle eresie_, fa star Galileo prigione
cinque anni; Pontéconlant dice che, anche nelle carceri
dell'Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu
tenuto prigioniere un anno: Montucla riporta altri che dicono essergli
stati cavati gli occhi ecc. Il professore Trouessart (_Quelques mots sur
le procès et la condamnation de Galilée_ nella _Revue de l'Instruction
publique_, 1860) che è forse il più diligente ponderatore, in Francia,
delle opere del Galilei, e nemico violento delle cose ecclesiastiche,
conchiude: _Galilée ne fut donc pas soumis à la torture physique. C'est
à l'idée, non à l'homme qu'on en voulait. Ces pauvres inquisiteurs,
qu'on nous represente comme des monstres, étaient, il faut oser le dire,
d'aussi braves gens que vous et moi, c'étaient, pour la plupart, des
amis, des admirateurs de l'illustre accusé. Ils furent pour lui bons et
cléments, bien plus que ne le permettait la redoutable loi
inquisitoriale qu'ils avaient à appliquer. Galilée était_ un relaps: sa
mauvaise intention, _je parle en style d'inquisiteur, était évidente...
et ils eurent à craindre bien plus, dans ce procès, d'étre accusés
d'avoir peché par trop d'indulgence que par trop de rigueur. Les
inquisiteurs valaient mieux que l'inquisition, et c'est là encore une
moralité consolante, que nous esperons avoir fait sortir de ce procès._

Della tortura si trova bensì cenno nel processo. _Et ei dicto quod dicat
veritatem, alias devenietur ad torturam, respondit... Io non tengo nè ho
tenuto questa opinione del Copernico dopo che mi fu intimato con
precetto ch'io dovessi lasciarla. Del resto son qui nelle loro mani,
facciano quello che lor piace._

_Et cum nihil aliud posset haberi, remissus fuit ad locum suum._

Ciò prova talmente non essergli stata inflitta, che lo stesso Arduini
conchiude: «Dunque Galileo ebbe la tortura morale, la più dolorosa delle
torture, quella ove egli è tanto grande ai nostri occhi; e chi gliela
inflisse riman condannato per sempre».

Oltre i conosciuti, apparvero, nel 1865 e 66, eccellenti articoli di
Adolfo Valson nella _Revue d'économie chrétienne_ sul movimento
scientifico e intellettuale nel secolo XVII; e nella _Revue des sciences
ecclesiastiques_ altri dell'abate Bonix, il quale mostra che il decreto
del Sant'Uffizio non ottenne mai le formalità necessarie per
trasformarla in atto pontificale.

Nel _Dublin Review_ viene esaminata la condanna di Galileo in relazione
alle Congregazioni Romane, e l'autore prova che la decisione fu resa in
parte come decreto disciplinare, in parte come dottrinale d'una
congregazione, il che non porta mai l'infallibilità: il papa non ha
proferito. Del resto l'autore sostiene che la Congregazione non fallò,
giacchè l'ipotesi di Galileo era inverisimile, secondo le cognizioni
d'allora, e poichè pareva intaccare i testi scritturali, era prudente e
quasi necessario non abbandonare il senso tradizionale di questi per una
teoria poco provata. L'importanza stava nel serbare il principio della
interpretazione del testo sacro, ben più prezioso che non la verità
scientifica. E la Chiesa, che non s'arrogò men di definire le verità
fisiche, non fece che vegliar all'esattezze delle interpretazioni
teologiche presentate da Galileo.

[334] Lettera di Geri Bocchinieri del 16 aprile 1633.

[335] Non è inutile al soggetto il riferire qui la formola d'una
sentenza, tolta dal _Sacro Arsenale_ di esso Masini (Bologna 1665), che
dà una specie di sillabo delle eresie allora più consuete.

— Forma di sentenza e abjurazione contra un eretico formale non relasso
e penitente.

Noi frà N., Inquisitore ecc. ecc.

Noi N., Vicario ecc.

Essendo che tu N. N. fosti denunziato in questo Sant'Officio di N.

Che ti fossi dato a comporre alcuni libri sopra la sacra scrittura, e
specialmente sopra la divina Apocalissi, quali si pretendeva fossero
molti empj e cattivi; e ripreso non avessi voluto desistere da così
diabolica, operazione:

Che avessi ereticalmente trattato della materia del digiuno
ecclesiastico; e, essendoti per difesa della santa fede cattolica
argomentato contra, avessi allegata l'autorità degli eretici, che di ciò
hanno scritto sinistramente, e per ischerno:

Che avessi detto, la Chiesa da cinquecento anni in qua esser corrotta,
mostrando di non credere l'autorità del sommo pontefice, e della santa
Chiesa cattolica e apostolica romana, con dire che credevi in Cristo e
nelle Scritture, e che niuno poteva astringerti a creder quello che
crede la suddetta santa Chiesa romana:

Che essendoti da persona pia e zelante, con vivi argomenti dimostrato
che la detta santa Chiesa cattolica romana è la vera Chiesa, avessi
parlato in contrario, approvando l'empie e sacrileghe sètte di Giovanni
Us, di Martino Lutero e di Calvino:

Che avessi detto d'aver fatto venir di fuori una gran quantità di libri
per notabil somma di denari, dando, col tuo modo di dire, ad intendere
che fossero libri cattivi ed ereticali:

Fosti perciò d'ordine nostro carcerato in questo Santo Officio, e
fattati la perquisizione de' libri e scritture, furono appresso di te
ritrovati molti e molti libri eretici di Calvino e Calvinisti, e anco
Luterani, stampati, con un libro scritto a mano, appunto sopra la divina
Apocalissi, e altri fogli e quinternetti contenenti atrocissime eresie e
orrendissime bestemmie contro la santa fede cattolica.

E successivamente furono contro di te pigliate altre informazioni, per
le quali rimanesti di più indiciato,

Che avessi detto ad alcune persone, quali recitavano l'officio della
Beatissima Vergine, non sapendo esse il latino, che non giova il dirlo,
mentre non intendevano quello che leggevano; adducendo sopra ciò alcuni,
benchè inetti esempj, e quella volgata autorità, _legere et non
intelligere, negligere est_:

Che avessi dissuaso il frequentare la confessione sacramentale, con dire
che bastava confessarsi una volta sola, e non peccare mai più; e che il
confessarsi spesso, e poi tornar a peccare, era un burlare Dio:

Che avessi detto che il digiuno solito osservarsi dai Cattolici non è
altrimenti comandato da Dio, ma che è cosa della Chiesa, e che nostro
signor Iddio non guarda se si mangia un poco più o un poco meno:

Che, ragionandosi della divozione de' santi del cielo, e delle orazioni
che si debbono loro fare, avessi detto che, quando facciamo orazione,
dobbiamo pregare Dio e non i santi:

Che avessi detto che, se tu avessi comprata una certa villa, forse
avresti ordinato d'essere sepolto in detta villa, come facevano gli
antichi, aggiungendo altre parole per le quali mostravi di credere
sinistramente intorno alla sepoltura ecclesiastica:

Che avessi biasimato l'andar spesso ad ascoltar la messa, con dire ad
una persona, la quale ciò piamente faceva, che vanno a messa quelli che
hanno buon tempo, e che detta persona doveva aver buon tempo:

Che avessi detto che la Chiesa fa delle cose assai, e che li frati e
preti vanno sempre assottigliando, e fanno per guadagnare e tirare a
loro:

Che avessi parimenti biasimato l'andar co' piedi scalzi a visitar la
chiesa d'un tal santo del paradiso, con dire che la misericordia di Dio
è quella che ci può salvare, non certe cose pinzocchere; aggiungendo
molte altre parole con le quali mostravi di credere sinistramente
intorno alla venerazione e invocazione de' santi:

Che avessi più volte, senza alcun legittimo impedimento, e con pericolo
di grave scandalo tralasciato d'andar a sentir messa ne' giorni di
festa, scusandoti con dire che non eri vestito come volevi.

Sopra le quali cose avanti di noi più volte col tuo giuramento
esaminato, avendo già riconosciuto in giudicio tutti i libri eretici e
perniciosi trovati appresso di te, col libro e fogli scritti a mano,
dopo molte scuse, negazioni e tergiversazioni confessasti d'aver creduto
tutti gli errori ed eresie da te espresse in detto libro e fogli scritti
di tua mano, e altre eresie contenute ne' suddetti libri eretici di
Calvino, Calvinisti e Luterani. Ed in particolare,

Che l'empia e diabolica sètta calvinista sia la vera Chiesa di Cristo
dallo Spirito Santo figurata nella sacra Apocalissi per quella donna che
apparve in cielo vestita di sole e coronata di stelle, e che in detta
perversa e sacrilega sètta si trovi la vera dottrina evangelica e la
salute eterna:

Che la sacrosanta, cattolica e apostolica romana Chiesa sia la sinagoga
di Satanasso, e la meretrice babilonica, madre di fornicazioni e
abominazioni, e Sodoma spiritualmente, quanto alla dottrina che tiene e
insegna:

Che la suddetta santa Chiesa romana non sia dotata dell'autorità delle
chiavi, non creda che si trovi Iddio non sappia, che cosa sia spirito
d'intelligenza, non abbia inteso bene le parole di Cristo circa
l'autorità concessagli, nè ammetta dispute nè ragioni; ma col ferro
distrugga i suoi nemici a torto e crudelmente, e perseguitati empiamente
i martiri del Signore, intendendo per martiri gli empj e scellerati
eretici, giustamente da lei fatti morire per conto di religione, e
appunto come meretrice spogli altrui delle facoltà, e riduca li principi
e il mondo in misera servitù:

Che il sacrosanto Concilio di Trento rappresentante la santa Chiesa
romana, per aver egli proibito i libri d'autori eretici, sia il dragone
descritto nella detta sacra Apocalissi, che con la coda tirava a terra
la terza parte delle stelle; e che i Padri congregati in detto Concilio
per lo spazio di ventidue anni non abbino fatto altro che offendere la
Divina Maestà, e che il detto santo Concilio a guisa del suddetto
dragone abbia proferito bestemmie contro Dio e contro Cristo, e
ingannata la Chiesa, come il dragone ingannò Eva nell'orto:

Che li suddetti empj e scellerati eretici siano stati istrumenti della
fede, a Dio grati e profetati, e dallo Spirito Santo onorevolmente
figurati in più luoghi della divina scrittura da te espressi
distintamente nel processo:

Che Iddio abbia ripudiata la santa Chiesa romana come meretrice, e
datala in concubina a Satanasso, condannando l'uno e l'altro al fuoco
eterno:

Che tutti quelli che seguitano la dottrina della Chiesa romana siano
veramente eretici.

Che niun cristiano possa essere astretto dalla Chiesa romana a creder
quello che detta Chiesa romana crede e insegna:

Che la Chiesa sia corrotta, e che però l'orazione, la quale Cristo disse
aver fatta per Pietro apostolo che non venisse meno la sua fede, sia
adempita in Calvino, Lutero e altri eretici; li quali pareva a te
avessero per mezzo della loro dottrina superata e gittata a terra la
Chiesa romana:

Che sia bestemmia orrenda il dire che la sacra scrittura prenda autorità
dalla Chiesa:

Che il papa non sia capo della Chiesa, ma anticristo, rettor di tenebre,
e capo del diavolo, anzi il diavolo istesso, e non li convengano in modo
alcuno i titoli di santissimo e beatissimo:

Che i romani pontefici distruggano quello che Iddio ha fatto, e voltino
la grazia in servitù, e la cristiana libertà in perdizione, e leghino
gli uomini non solo nel corpo, ma anco nell'anima, e sottopongano il
cielo alla terra, e facciano peggio che il diavolo:

Che, se fosse vera la dottrina del romano pontefice in materia di
religione, la passione e morte di Cristo sarebbe stata più dannosa del
peccato di Adamo: e che esso romano pontefice con la sua dottrina
cagioni che qualsivoglia legge, ancorchè stolta e pazza, in paragone
della legge cristiana paja sapienza:

Che i Cattolici, e particolarmente i papi, nel far morire gli eretici
siano peggiori del diavolo, successori di Cain, imitatori di Giuda
traditore e di Pietro negante, Giudaici venditori del sangue giusto, e
persecutori della parola di Dio:

Che il papa sia imitatore contrario di Cristo nel negozio della sacra
messa:

Che sia atto d'idolatria il riverire il papa e i cardinali:

Che i Cattolici della sacrosanta Chiesa romana siano anticristiani.

Che i sacramenti della Chiesa di Cristo siano solamente due, cioè il
Battesimo e la Cena, e non contengano nè conferiscano la grazia; ma
siano solamente segni di essa:

Che nel santissimo sacramento dell'eucaristia non si contenga altrimenti
il vero corpo e sangue di nostro signor Gesù Cristo, ma che detto
sacramento sia solamente un segno del corpo e sangue di Cristo, e una
memoria della sua passione e morte; e che in questa forma sia stato
instituito da Cristo; e che ciò avevi creduto per un tempo, e dopo,
mutato proposito, avevi tenuto

Che in detto santissimo sacramento, fuori dell'atto del riceverlo, non
vi sia altrimenti il corpo e il sangue di nostro Signore, e perciò sia
atto d'idolatria l'adorarlo e portarlo in processione:

Che proferite le parole della consacrazione resti anco la sostanza del
pane e la sostanza del vino con la sostanza del corpo e del sangue di
Nostro Signore:

Che la Chiesa romana abbia errato nell'articolo della
transustanziazione:

Che nell'ostia consacrata si trovi solamente il corpo senza il sangue, e
nel calice consacrato solamente il sangue senza il corpo di Cristo:

Che sia necessario alla salute nostra che tutti ricevino il detto
sacramento sotto l'una e l'altra specie:

Che la sacra messa non sia vero, proprio e propiziatorio sacrificio
instituito da Cristo nella Chiesa, e che non giovi niente, anzi sia un
incantesimo, e uno spirito d'abominazione, e non debba celebrarsi con
vesti d'oro; e che i riti e cerimonie, quali usa la Chiesa nel
celebrarla, siano soverchie, e che non sia ben fatto celebrarla in onor
de' santi:

Che i santi in cielo non veggano le cose nostre, e che perciò sia cosa
vana e soverchia l'invocarli:

Che il culto delle sacre immagini sia specie d'idolatria, e che però
esse sacre immagini non debbano venerarsi:

Che dopo questa vita presente non vi sia purgatorio, ma solamente il
paradiso e l'inferno:

Che la confessione sacramentale di tutti i peccati mortali avanti al
sacerdote non sia necessaria:

Che rimessa la colpa, venga anco rimessa tutta la pena, e che perciò la
soddisfazione per li peccati sia vana:

Che i penitenti vengano a soddisfare per i suoi peccati solamente per la
confidenza che hanno nella passione e morte di Cristo:

Che le nostre soddisfazioni oscurino e diminuiscano il merito della
passione di Cristo:

Che la vera penitenza sia il non peccar più:

Che i sacerdoti non abbiano autorità di rimettere i peccati:

Che gli ordini o instituti monastici siano cattivi, e in essi non si
trovi salute: e che li preti e frati eziandio quanto allo stato che
professano siano peggiori de' Turchi; e che s'inganni colui che si fa
frate per salvarsi:

Che l'officio della santa Inquisizione sia cattivo, e instituito per
distruggere il Verbo eterno:

Che tutte le tradizioni, le quali tiene e crede la santa Madre Chiesa
romana, non si debbano credere, ma solamente quello che si contiene
espressamente nella scrittura sacra:

Che tutte le cerimonie e riti che usa la detta santa Chiesa romana
nell'amministrare i santi sacramenti, e in tutte l'altre occorrenze
ecclesiastiche siano scioccherie da fanciulli:

Che l'opre buone non siano meritorie nella vita eterna;

Che la sola fede basti a giustificarci:

Che sia lecito a ciascuno il tenere e leggere la sacra scrittura in
lingua volgare; e ciò non si possa proibire senza carico di coscienza; e
che tal proibizione sia contra Dio e la sua deità:

Che le indulgenze nella Chiesa di Dio siano nulle; e in particolare, che
i giubilei, le stazioni, gli anni santi, le medaglie, le corone e i
grani benedetti siano cose di gioco, e vane:

Che i vescovi creati dal pontefice romano non siano veri e legittimi
vescovi, ma una finzione umana:

Che lo stato conjugale sia megliore di quello de' continenti e vedovi;

Che tutte le censure ecclesiastiche siano vane:

Che il digiuno solito osservarsi nella Chiesa cattolica non sia cosa
comandata da Dio, nè vi sia obbligo alcuno di osservarlo ne' modi e
tempi ordinati dalla suddetta santa Chiesa romana:

Che l'uomo per il peccato di Adamo abbia perso il libero arbitrio, e che
tutta la nostra giustificazione venga da Dio senza alcuna nostra
operazione: e qualunque opera buona che noi facciamo venga solamente da
virtù divina, senza alcun concorso del libero nostro arbitrio; e che
l'uomo pecchi necessariamente:

Che sia lecito a' religiosi, sacerdoti e chierici costituiti negli
ordini sacri prender moglie a suo volere:

Che i matrimonj occulti siano validi, ancorchè non vi siano testimonj nè
il parroco, come comanda il sacro Concilio di Trento, e che in ciò basti
il giuramento delle parti:

Che ogni luogo sia buono per sepellirvi i morti, e che non giovi niente,
anzi sia mala cosa sepellirli in Chiesa e in altro luogo sacro, e fare
le altre cerimonie solite farsi dai Cattolici:

Che i pellegrinaggi ai luoghi santi, il far i voti e adempirli, gli
ornamenti delle chiese e degli altari, la venerazione delle reliquie de'
santi, l'osservanza delle feste fuorchè delle domeniche, Natale, Pasqua,
Ascensione e Pentecoste, siano cose erronee, e da non farne conto:

Che i miracoli fatti dai santi del Signore nella Chiesa cattolica e
apostolica romana siano invenzioni umane, e alle volte anco diaboliche:

Che i sacri dottori scolastici della suddetta Chiesa romana siano stati
falsi dottori, e piuttosto umani che evangelici, e anzi filosofi che
imitatori di Cristo, e che in materia di religione abbiano scritto per
compiacere al loro capo, cioè al papa:

Che il recitare l'officio della sacratissima Vergine Maria madre di Dio,
e nostra signora, e altre orazioni latinamente, se non s'intende quello
si dice non giovi:

Che alla custodia di ciascun uomo e donna, infino dalla natività, non
sia deputato da Dio un angelo, ma che un solo venga posto alla custodia
d'una provincia; e che il credere che ognuno abbia un angelo custode sia
un imitar l'idolatria degli antichi pagani.

Oltre a ciò confessasti che con animo e mente ereticale avevi ne'
suddetti tuoi scritti asserito la maggior parte delle suddette eresie, e
sforzatoti, come in detti scritti chiaramente si vede, di confermarle e
corroborarle con autorità e figure della sacra scrittura, e specialmente
della divina Apocalissi, con mescolarvi esecrande bestemmie, acerbissime
ingiurie, asprissime e per avventura non mai più sentite calunnie contra
la santa fede cattolica. E che molti anni sono ti furono lasciati i
suddetti libri eretici rinchiusi dentro una cassetta da una persona
oltramontana, con dirti che erano scritture de' suoi conti; e che
venutoti voglia di vedere cosa ciò fosse, avevi aperta la suddetta
cassetta, e visto ch'erano libri eretici gli avevi letti con gusto e
aderito ai loro errori, e poscia datoti a scrivere contro la suddetta
santa fede cattolica; e che eri perseverato nelle eresie sino a dieci
giorni dopo la tua carcerazione nel Sant'Officio: negando d'aver
imparato da altri le suddette eresie, nè insegnatele _ex professo_ ad
alcuna persona, nè meno aver in esse alcun complice nella città, ovvero
luogo di N. nè altrove, e dicendo d'esser pentito, d'aver tenuto e
creduto le suddette eresie ed errori, e di credere al presente tutto
quello che tiene e crede la detta santa cattolica e apostolica romana
Chiesa:

E avendo noi data piena informazione di questa tua causa e de' meriti di
essa alla sacra Congregazione della santa e universale Inquisizione
romana, d'ordine espresso della santità del N. S. per aver da te
l'intera verità, dopo averti assegnato il termine a far le tue difese,
nel quale niuna cosa adducesti a tua discolpa, ti esponessimo, senza
però alcun pregiudizio delle cose da te confessate, e contro di te
dedotte nel processo al rigoroso e anco repetito esamine, dal quale non
essendo risultata alcun'altra cosa di nuovo, similmente d'ordine
espresso di sua beatitudine siamo venuti contro di te all'infrascritta
diffinitiva sentenza.

Invocato il santissimo nome di nostro signore Gesù Cristo, della
gloriosissima madre sempre vergine Maria, e di san Pietro martire nostro
protettore, avendo avanti di noi li sacrosanti evangelj, acciò dal volto
di Dio proceda il nostro giudicio, e gli occhi nostri veggano l'equità;
— nella causa e cause vertenti tra il signor N. fiscale di questo
Sant'Officio da una parte e te N. suddetto, reo, indiciato, processato,
convinto e confesso, come di sopra dall'altra parte; — per questa nostra
diffinitiva sentenza, qual, sedendo pro tribunali, proferiamo in questi
scritti, in questo luogo ed ora da noi eletti; — diciamo, pronunziamo,
sentenziamo e dichiariamo che tu N. suddetto, per le cose da te
confessate e contro di te provate, come di sopra, sei stato eretico, e
conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene che sono dai
sacri canoni e altre costituzioni generali e particolari contro simili
delinquenti imposte e promulgate. Ma perchè hai detto d'esser pentito
de' suddetti tuoi errori ed eresie, e di credere al presente, e voler
credere fino alla morte tutto quello che tiene e crede la detta santa
madre Chiesa cattolica e apostolica romana, e del tuo grave eccesso
dimandato misericordia e perdono, saremo contenti assolverti dalla
scomunica maggiore, nella quale per le suddette eresie ed errori sei
incorso, e riceverti nel grembo della detta santa Madre Chiesa, purchè
prima con cuor sincero e fede non finta, vestito dell'abito di
penitenza, ornato del segno della santa croce quale dovrai portare per
l'avvenire sopra gli altri tuoi vestimenti, abjuri, maledici e detesti
pubblicamente, avanti di noi, li suddetti errori, eresie e sètte, e
generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e sètta che
contraddica alla detta santa Madre Chiesa cattolica, come per questa
nostra diffinitiva sentenza ti comandiamo che facci nel modo e forma che
da noi ti sarà data.

E acciocchè questi tuoi gravi errori non ti restino senza il dovuto
castigo, e sii più cauto nell'avvenire ed esempio agli altri che si
astengano da simili eccessi.

Ti condanniamo a tutte le pene degli eretici, contenute ed espresse ne'
suddetti sacri canoni e costituzioni pontificie, e a dover
perpetuamente, senza alcuna speranza di grazia, esser immurato nel
Sant'Officio, dove abbi a piangere la grave offesa da te fatta al sommo
creatore Iddio e all'unico redentor nostro Gesù Cristo e alla diletta
sua sposa detta, santa, cattolica e apostolica romana Chiesa, madre e
maestra di tutte le altre Chiese, fuori del cui grembo non può alcuno
trovare la vera e sempiterna salute, e al santissimo pontefice romano
sommo e supremo capo e sposo visibile di lei.

Ordinando che a maggior detestazione delle suddette tue empietà ed
edificazione di tutti i Cattolici, i libri e scritti eretici da te
tenuti siano abbruciati in pubblico.

E acciocchè dal benignissimo e clementissimo Dio Padre delle
misericordie ottenghi più facilmente la remissione e il perdono de'
suddetti tuoi errori ed eresie, per penitenze salutari t'imponiamo,

Che per tutto il rimanente della vita tua digiuni ogni primo venerdì di
ciascun mese semplicemente, e tutti i venerdì di marzo, e anco il
venerdì santo, in pane ed acqua:

Che per il detto tempo reciti una volta la settimana i sette salmi
penitenziali, con le litanie e preci seguenti, e appresso la corona
della beatissima sempre vergine Maria, e ogni domenica cinque volte il
_Pater noster_ e l'_Ave Maria_, e una volta il _Credo_, inginocchiato
avanti qualche sacra immagine. E finalmente

Che durante la vita tua, come di sopra, confessi sacramentalmente
quattro volte l'anno i tuoi peccati al sacerdote che da noi ti sarà
deputato, e di sua licenza ti comunichi nelle quattro principali
solennità, cioè nella Natività e Resurrezione di nostro signore Gesù
Cristo, della sacra Pentecoste e di tutti li Santi,

Riservando alla detta sacra Congregazione del Sant'Officio di Roma
l'autorità di mitigare e rimettere, o condonare in tutto o in parte le
dette pene e penitenze.

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, condanniamo,
ordiniamo, penitenziamo e riferiamo in questo e ogni altro miglior modo
e forma che di ragione potemo e dovemo. —

Nella _Revue des questions historiques_, v _livraison_, dopo il mio
lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor Enrico de
l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli autori antecedenti,
e del processo originale comunicatogli a Roma. Arriva alle medesime
conclusioni nostre per altra via; il che tanto più le conferma. «Il
decreto dichiarò _falsam_ una dottrina astronomica, che in fatto non lo
era: la dichiarò contraria alla Scrittura, e non l'era: s'è dunque
ingannato; tutti il concedono, ma lo stato delle cognizioni d'allora non
permetteva d'ammettere la nuova teoria del movimento della terra, che
non fu mai discussa avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì
come contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al
principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX il
tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i principj sui
quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è cangiato non un
principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè che la teoria di
Copernico oggi non è un'improbabilità scientifica, ma una verità
constatata dalla scienza. Il decreto del 1616 fu un semplice
provedimento di prudenza, perchè non ne soffrisse la verità cattolica:
_ne in perniciem catholicæ veritatis serpat._ Questo è il motivo: e a
tal riguardo è notevole la differenza fra le espressioni de' consultori
e quelle del decreto della Congregazione. I consultori decretano
insensata, assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette
tutti quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla
Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione è
condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del sole, è
detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il tribunale è men
colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il sole non aveva alcun
movimento locale: oggi è dimostrato il contrario: e l'immobilità del
sole è proposizione assurda in cosmografia. Che conchiuderne, se non che
la dottrina del moto della terra era ben lontana dall'essere
scientificamente stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione
scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla
immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare d'un
testo della sacra scrittura?» (pag. 100)

Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza de'
Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della tortura
inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa addurre altra prova
se non che «essa era talmente abituale, che non si prese neppure la
fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce pure che i manuscritti di
Galileo furono saccheggiati e dispersi dai famigli del Sant'Offizio, e
la più parte perì, e che poco mancò non si gettasse in una fogna il
cadavere di lui. È noto che il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione
delle opere di Galileo, i cui manuscritti conservava nella preziosissima
sua Biblioteca Palatina.

Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per lo
meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo
integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo: «Per
maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per vera la
dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità del sole, se
mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e tempo di poterne fare
più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla; e l'occasione v'è
opportunissima, attesochè nel libro già pubblicato sono concordi
gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo, trovar ancor insieme per
discorrere sopra diversi problemi naturali separati, della materia nei
loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io
soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli
argomenti già recati a favore della detta opinione, falsa o dannata, e
confutarli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà
somministrato».

E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra
Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel precetto, io
stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di Tolomeo e di Copernico
per disputabili, perchè e l'una e l'altra poteva esser vera in natura.
Ma dopo la determinazione sopradetta, assicurato della prudenza de'
superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora,
per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità
della terra e la mobilità del sole».

Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del
Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il
cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali
trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano)
giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino,
chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel
palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove
abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo
matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del
Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore
fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema
del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato
circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo
Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna,
ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».

Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono
lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che
promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a
Roma.

[336] _Pour ruiner un malheureux, spécialement un talent supérieur...
deux ou trois acharnès suffisent a l'œuvre... Dans le procés de Galilée,
le mouvement de la terre n'était point en jeu; mais seulement le
mouvement de l'envie._ PHIL. CHASLES, _Galileo Galilei_, prefazione.
Ripudiando le vulgari dicerie, egli ne imputa l'invidia de' letterati
nemici, e la tepidezza degli amici.

_Quelle aménité! Ce mond social est si délicat! Le pape punit à regret;
le grandduc voudrait sauver le philosophe: Niccolini s'y emploie: Bali
Cioli le porte dans son cœur. Partout convenence, bonne grâce,
révérences attendries, obéissance acceptée: une régularité accomplie. De
justice et d'équité pas un mot. On ne le jette pas en prison, ce qui
serait trop féroce. Son agréable ennemi Firenzuola vient le voir, lui
sourit, l'interroge, le plaint, l'allaite d'espérances... Les dernières
annèes du grand astronome se passérent dans cette ville solitaire. Aucun
geólier ne le surveillat, et cette pénitence enfantine aigrissait
l'ennuie de la retraite, jointe à de vives souffrances physiques. Le
sentiment de sa faiblesse intime, de ses détours inutiles ét de ses
inutiles concessions devait y ajouter bien de l'amertume; et le peu du
fruit qu'il recueillait de sa longue humilité, devait le lui faire
regretter cruellement... Tout savant qui voulait plaire et arriver aux
honneurs le couvrait d'injures dans un gros livre dedié aux puissances:
on disait et on imprimait tout ce qu'on voulait contre lui: lui ne
pouvait rien imprimer ni rien répondre à qui que ce fût... Les Grassi,
les Caccini, les Firenzuola se frottaient les mains en achevant cet
assassinat à coups d'épingles et à coups de matelas. O personnes
dislingués! o mœurs adoucies! ce que vous avez de pire c'est que vous
avilissez et dégradez vos victimes... Mais, grand homme, pourquoi vous
laissez-vous dégrader? On peut comparer ces doux assassinat qui a duré
huit ans, et n'a fini qu'avec sa vie, au meurtre du malheureux Prina,
dont les bourgeois d'une autre ville italienne se defirent en 1814 à
coups de parapluie lentement, doucement, hommes civilisés qui
détestaient ce bruit, opéraient comme les envieux de Galilée, avec
componction, sagesse et convenence._

Il protestante Federico De Rougemont (_L'homme et le singe, ou le
matérialisme moderne_. Neuchatel 1865) esclama: _On nous parle beaucoup
d'un Galilée emprisonné il y a plusieurs siècles par l'Inquisition
romaine, et l'on oublie que, l'autre jour, pour ainsi dire, les
republicains de 1793 interdisaient à 25 milions de Français le culte de
la religion chrétienne._

[337] La Polissena, che fu poi Maria Celeste, morì il 5 aprile 1634. Io
trassi un racconto pietoso dalle lettere di lei, che comparvero
saviamente scelte nell'edizione dell'Alberi, poi indiscretamente
nell'opera dell'Arduini.

[338] Guglielmo Libri, che ai dì nostri rinnovellò ed inasprì tutte le
vulgarità in proposito del processo di Galileo, fa del Cavalieri uno de'
peggiori nemici di questo e suo plagiario. Or bene, Galileo ne parla
sempre con affetto e riverenza: e il 26 luglio scrive: «Godo da otto
giorni la dolcissima conversazione del molto reverendo padre Bonaventura
Cavalieri, _alter Archimedes_». E al 16 agosto: «Il padre matematico di
Bologna è veramente un ingegno mirabile». E il 18 ottobre: «Sento gran
consolazione della soddisfazione ch'ella (frà Micanzio) mostra della
contratta corrispondenza d'affetto col padre matematico di Bologna».

Or come il Libri s'ingannò o perchè ingannò?

Il Cavalieri era frate _gesuato_, e il Libri lo scambiò per padre
_gesuita_: _inde iræ._

[339] La lettera è nel tom. IX, p. 196 delle _Opere di Galileo Galilei_,
edite a Firenze.

[340] Si fa tanto caso dello _Sta sol contra Gabaon_. Ma anche nelle
ipotesi più accettate, il sole si muove con tutti gli altri soli, forse
in quella gran nebulosa che si chiama la via lattea. Quando il sole si
fermasse, si fermerebbero i pianeti e i satelliti del suo sistema;
quindi la terra e la luna. Ciò non toglierebbe quelle incongruenze che
gli astronomi riconoscono nel miracolo di fermarsi soltanto la luna e la
terra?

[341] Lo racconta ella stessa in lettera ch'è fra le inedite del
Fabbroni.

[342] L'abate Henry ha pubblicato a Parigi, il 1865, _Les protestants
revenus à la foi catholique avec l'exposé des motifs qui les ont
déterminés_; e la prima serie comprende le conversioni in Francia, la
seconda quelle in Germania e Svizzera, la terza gl'Israeliti. Credemmo
bene aggiungervi alcunchè per quelle in Italia, dove menzioneremo
Alberto Bury, che abjurato in Venezia il calvinismo, stampò colà nel
1576 _Methodus facilis veram Ecclesiam lumine rationis inveniendi,
proposita a quodam calvinista seu reformato, in gremio sanctæ Ecclesiæ
cath. ap. rom. reducto_. Anche monsignor Rœss vescovo di Strasburgo,
stampa ora _Les convertis de la Reforme, d'après leur vie et leurs
écrits_; vera controversia in azione.



DISCORSO L.

IL SECOLO XVII. FILOSOFI. IL QUIETISMO.


Da un secolo e mezzo le discordie originate dalla Riforma sovvertivano
tutta l'Europa, dove più dove meno sanguinose, e peggio nel paese dove
prima era stata annunziata. Perocchè la Germania, campo di battaglie e
teatro di dissoluzioni fin dal primo momento, vide alfine prorompere la
guerra che si chiamò dei Trent'anni, dove scopo ostentato era la libertà
de' credenti; scopo vero, la libertà de' principi di introdurre qual
religione volessero. Paesi intieri rimasero spopolati, molti castelli
divennero tane di lupi e la civiltà di quel popolo che avea primeggiato
nel medioevo, restò affogata nel sangue. Alle due parti spossate caddero
alfine le armi di mano, e la pace di Westfalia, conchiusa nel 1648, fu
la prima che si combinasse non più, secondo il patto religioso del
medioevo, in nome del vangelo e della repubblica cristiana e secondo la
prevalenza del papato o dell'impero, ma dietro ad un nuovo diritto
politico e al concetto dell'equilibrio materiale fra le potenze.
Trent'anni di strazj aveano convinto che ormai una religione non poteva
abbattere l'altra, e perciò nella pace si stabiliva che la cattolica, la
luterana, la calvinista fossero egualmente tollerate, però entro i
confini territoriali che aveano allora. Non si metteano dunque d'accordo
le parti, ma si obbligavano a cessare d'osteggiarsi. Costituendo
legalmente come protestante tanta parte d'Europa, toglievasi ai papi la
speranza di ricondurla all'unico ovile. La Chiesa non recede mai, per
venerazione degli eventi, da ciò che legittimamente una volta
possedette, per quanto le convenzioni internazionali anche più solenni
violino il suo inalienabile diritto. Pertanto Innocenzo X riprovò il
trattato di Westfal