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Title: Cronaca della rivoluzione di Milano
Author: Tettoni, Leone
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Cronaca della rivoluzione di Milano" ***

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by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



                        NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

—Il testo in grassetto è stato reso come =testo grassetto=.



                                CRONACA

                                 DELLA

                        =RIVOLUZIONE DI MILANO=


                                CRONACA

                                 DELLA

                         RIVOLUZIONE DI MILANO

                                  DI

                             LEONE TETTONI

                                      Noi fummo da secoli
                                      Calpesti, derisi,
                                      Perchè non siam popoli,
                                      Perchè siam divisi;
                                      Raccolgaci un’unica
                                      Bandiera, una speme;
                                      Di fonderci insieme
                                      Già l’ora suonò.
                                      Uniti, per Dio,
                                      Chi vincer ci può?

                                              MAMELI.


                             =A PROFITTO=

          DELLE FAMIGLIE DE’ MORTI NELLE GLORIOSE 5 GIORNATE

                                MILANO

                      COI TIPI DI CLAUDIO WILMANT

                                 1848

L’edizione vien posta sotto la salvaguardia delle leggi vigenti nei
diversi Stati Italiani, che guarentiscono la proprietà delle lettere.

                         AGLI ILLUSTRI MEMBRI
           DEL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE DELLA LOMBARDIA
                       GABRIO CASATI PRESIDENTE
            VITALIANO BORROMEO, GIUS. DURINI, POMPEO LITTA,
                  GAETANO STRIGELLI, ANTONIO BERETTA,
          CESARE GIULINI, ANSELMO GUERRIERI, GIROLAMO TURONI,
                  PIETRO MORONI, FRANCESCO REZONICO,
         AZZO CARBONERA, AD. LUIGI ANELLI, ANNIBALE GRASSELLI
                                QUESTO
                   TENUE LAVORO CHE RICORDA I FATTI
                 DELLA PIU GLORIOSA FRA LE RIVOLUZIONI
                          INTERPRETI DEI VOTI
              DEGLI AMICI E DEI CONCITTADINI RICONOSCENTI
           AL LORO INFATICABILE ZELO E SANTO AMOR DI PATRIA
                         RIVERENTI INTITOLANO
                       L’AUTORE E LO STAMPATORE



I.

PRIMA RIVOLUZIONE DI MILANO.


 Dalle tombe levarono il venerabile capo gli eroi della Tassera e di
 Legnano, insusurrarono misteriose parole, sparsero un alito di fuoco e
 di vita, e la moderna Milano, la Sibari dell’Italia, la città degli agi
 e delle feste, delle mollezze e dei piaceri, la città che trentatrè anni
 di sempre vigile e sempre artificiosa corruzione, sembrava l’avessero
 snervata, imbastardita per sempre, questa città si trovò all’improvviso
 trasformata in una palestra di eroi.

  BIANCHI–GIOVINI.


I fatti che sto per narrare non richiedono poesia, non esaltazione,
ma purità di stile senza ricercatezza; e quindi con anima schietta e
corrucciata, e colla più santa verità ricordo a’ miei amati fratelli
d’Italia cose orrende, non credibili al nostro secolo, non credibili
all’intera Europa, e tali che desteranno sul Tedesco l’esacrazione
universale. Le epoche in cui la nostra Lombardia ricorda i nomi di
Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa e delle barbare soldatesche
Scile, Unne, Gote, Visigote, Ostrogote e Borgognone, sono epoche troppo
felici messe a riscontro dei trentaquattr’anni della ultima dominazione
austriaca su questa bella parte d’Italia; e gli storici che con orrore
ci tramandarono i fatti d’allora, certo sarebbero d’opinione diversa,
chiamando orde barbariche i Tedeschi del secolo XIX, ed Eroi quelle
nordiche legioni dei primi tempi della bella Milano!

Il frequente soggiorno degli imperatori in questa città, e
particolarmente di Massimiano Erculeo, le donò lustro, ricchezze
e magnificenza, ciò che formò la sua rovina: mentre i Barbari del
Settentrione, che a torme calavano a devastar l’impero di Roma,
allettati da sì belle pompe le si avventarono addosso furiosamente e la
resero infelice per più secoli.

Milano diede già il suo nome ad uno dei più ragguardevoli ducati
d’Europa. Questo paese, abitato in antico dagli Insubri, fu sottomesso
ai Romani l’anno 221 avanti Cristo, e passò quindi nell’anno 568
dell’era nostra, insieme colle provincie vicine, sotto alla dominazione
dei Longobardi. Lo Stato di Milano con gran parte dell’Italia cominciò
allora a riaversi dal suo abbattimento e a respirare dai lunghi mali
onde in parte era lacerato. I Longobardi del Settentrione coi loro
figli e le loro donne scesero tra noi, e fugati o distrutti gli altri
Barbari, formarono un nuovo regno, _dove, per le savie leggi in uso
presso quelle genti crebbe e si rinvigorì la popolazione pressochè
distrutta, e le campagne da prima coperte di squallore e deserte,
ritornarono a rifiorire tra le speranze del laborioso agricoltore;
regno in fine, al dir degli storici, il più felice che paragonar si
potesse alla favolosa età dell’oro._ Sede dei re longobardi fu Pavia.

L’ambizione e la diffidenza di alcuni pontefici, a cui dovette l’Italia
gran parte delle sue ruine, come ci lasciò scritto Macchiavello, spinse
i Francesi sotto Carlo Magno a scendere in questa provincia, e con la
disfatta di Desiderio ultimo re de’ Longobardi, a stabilirvi il regno
dei Franchi. Pipino, primogenito di Carlo Magno, ebbe questa provincia
con titolo di regno d’Italia.

Indi dalla storia si vede come estintasi la linea Carolina fu usurpato
dai principi italiani, l’ultimo de’ quali, Berengario I, fu disfatto da
Ottone I imperatore, che ben meritamente seppe acquistarsi il nome di
_Grande_.

Nel dominio della stirpe Carolina gli arcivescovi di Milano salirono
al loro più eminente grado di autorità. È pur cara la memoria
degli arcivescovi Ansperto da Biassono ed Eriberto d’Intimiano. Il
primo, sottraendosi da ogni comando straniero si attese con zelo a
ristorare la città dalle passate disgrazie e ruine, ad abbellirla
di utili fabbriche e a cingerla di valide mura, cercando nel tempo
stesso di cattivarsi l’amore e la giusta riconoscenza del popolo: il
secondo, coll’aver insegnata ed aperta la strada della gloria a’ suoi
concittadini, conducendoli in campo contro le città vicine e i re della
Germania, e riconducendoli trionfanti ai patrii lari fra i viva dei
congiunti e degli amici seppe dalla grata posterità meritarsi un posto
luminoso tra i benefattori del suo paese.

La vittoria di Ottone gli sottomise l’Italia, che egli ed i suoi
successori riguardarono di poi come una dipendenza dell’Impero. Dopo
il dominio d’alcuni re che successivamente godettero con interrotte
vicende questa sovranità, ottenne finalmente la corona italica
l’imperatore Arrigo IV, principe di pessima indole ed incapace
di regnare, il quale riempì co’ suoi disordini tutto il paese di
confusioni e di turbolenze. Fu allora la prima volta che i Milanesi a
viva forza si sottrassero dal giogo imperiale, e si misero in libertà.
Nei primi momenti della repubblica ebbe molta autorità l’arcivescovo,
indi fu eretto un consiglio generale, le cui attribuzioni erano di far
la guerra e la pace, stringere confederazioni, spedire ambasciatori,
eleggere i consoli ed altre dignità primarie. Il consiglio generale
eleggeva un altro consiglio particolare, o senato, appellato Consiglio
di credenza, cui spettavano il governo delle cose di giustizia e delle
pubbliche entrate.

In questo stato d’indipendenza continuò Milano sino all’anno 1152, in
cui ascese al trono Federico Enobarbo, o Barbarossa.



II.

IL GIURAMENTO DI PONTIDA.

  In Pontida l’han giurata
  La disfatta del Tedesco.

  _Antica leggenda._

 Il nome di Federico I, imperatore, comunemente conosciuto col soprannome
 di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno
 sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come
 accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si
 ricorda come un barbaro. L’epoca di questo imperatore è stata funesta.
 Siamo stati avviliti, ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due
 epoche di somma umiliazione; le forche Caudine e l’invasione de’ Galli.
 Noi avemmo Uraja e Federico.

  VERRI, Cap. VII.


Federico, straziato dalla forte smania d’ingrandimento, fissò pure lo
sguardo sull’Italia. Assicurato dell’appoggio del pontefice Eugenio,
dei Baroni della Puglia, del Marchese di Monferrato, dei Consoli di
Lodi e di Como, discese nel 1154 per la prima volta in Italia alla
testa di poderoso e ben agguerrito esercito. Egli venne tra noi non
qual conquistatore, ma qual mediatore od arbitro di contese. Nondimeno
eccolo imporre ai Milanesi che lo provvedano di vittovaglie, e coglier
pretesti per dichiararsi loro nemico. _Era nella politica di Federico
l’estinguere in Lombardia la libertà, il soggiogare coll’ajuto
delle minori la città maggiore, e quindi tutte nella sua obbedienza
ridurre_[1].

Federico co’ suoi soldati scorre il territorio Milanese, ed ovunque
porta il sacco, il fuoco, la distruzione ed il macello di uomini,
di donne, di fanciulli. Rosate, Trecate e Galliate ne sentirono il
maggior danno. Tortona, perchè amica dei Milanesi, viene assediata, ed
intorno alla città sono piantate alcune forche per appiccarvi tutti i
prigionieri fatti nelle varie sortite dei Tortonesi, che sostennero
valorosamente un assedio di settantadue giorni. Tortona data alle
fiamme si arrese salva la vita dei suoi cittadini. Federico si porta
quindi a Roma, ove fu coronato imperatore e re d’Italia da Adriano IV,
e compiute le feste della sua incoronazione, stanchi i suoi soldati
della guerra, lo costrinsero a far ritorno in Germania. Passando per
Verona tenne un gran consiglio, nel quale spogliò la Milano del diritto
di zecca, che concedette a Cremona, città a lui affezionata.

In questo torno di tempo i Milanesi rialzarono la città di Tortona,
concorrendo alla spesa nobili, cittadini, popolani e campagnuoli.
Tentarono pure colle armi di riprendersi qualche città o terra che
loro si era ribellata, e la potenza loro ritornava al pristino stato,
quando le discordie insorte tra il Pontefice e l’Imperatore costrinsero
quest’ultimo a ritornarsene in Italia nel 1158 con un esercito di
100,000 combattenti capitanati da Ladislao, re di Boemia, Corrado,
duca di Rottenburgo, Lodovico, conte palatino del Reno, Federico, duca
di Svevia, Enrico, duca d’Austria, Alberto, conte del Tirolo, Ottone,
conte palatino di Baviera, Federico, arcivescovo di Colonia, Arnaldo,
arcivescovo di Magonza, Hellino, arcivescovo di Treveri, Vikmanno,
arcivescovo di Magdeburgo, il principe di Zaringhen ed altri principi
sovrani. A questo formidabile esercito si unirono contro di noi le
forze di quasi tutte le città d’Italia del partito imperiale, siccome
abbiamo da Vincenzo di Praga, cronista contemporaneo, il quale nomina
tra esse Pavia, Cremona, Lodi, Como, Verona, Mantova, Bergamo, Parma,
Piacenza, Genova, Tortona, Asti, Vercelli, Novara, Ivrea, Padova,
Alba, Treviso, Aquileja, Ferrara, Reggio, Modena, Bologna, Imola,
Cesena, Rimini, Ancona ed altre città che tutte avevano mandate le
loro truppe. Così fatta spaventosa unione di forza atterrì i Milanesi,
e li costrinse, dopo alcune sortite, ad un trattato di pace per
interposizione del conte Guido di Biandrate[2]. Non fu di lunga durata,
poichè l’Imperatore rinforzato l’esercito di nuove truppe venute di
Lamagna, tormentò di nuovo i Milanesi, fino a tanto che questi avendo
avuto la peggio dovettero arrendersi alla discrezione del nemico, che
abusandosi delle sue forze sfogò la più canina rabbia sopra la bella
capitale degli Insubri. Rifugge l’animo al solo pensiero di tante
vittime sacrificate e di tanti danni riportati in quell’occasione.
Basti il dire, che a fine di tutto manomettere e distruggere entro di
essa, commise ciascuna porta di Milano all’insolenza e all’arbitrio
d’altre città nemiche, le quali vendicarono i torti antichi con lo
sfogare in quella il loro proprio furore. Tesori e monumenti di
inestimabile magnificenza e rara antichità caddero nella rovina di una
tanta distruzione. Lo storico Sire Raul, altro autore contemporaneo,
ci descrive molte crudeltà praticate dall’Imperatore ai prigionieri che
andava facendo in alcune scorrerie de’ nostri. Ad alcuni fece tagliar
le mani, a cinque nobili milanesi fece cavar gli occhi, e ad un sesto
gliene fece cavar uno solo, acciocchè servisse di guida a ricondurre
nella città i suoi compagni; le donne venivano violate, mutilati gli
uomini. Nè men barbari erano i guasti fatti per le campagne: tagliate
le viti e gli altri alberi fruttiferi, abbruciate le messi, incendiati
i casolari. Ai Cremaschi, intimando di arrendersi sotto pena della
sua indignazione, fa impiccare 40 ostaggi dei loro presi in tempo di
pace, ed insieme con questi vengono morti con lo stesso supplizio
sei deputati Milanesi mandati a Piacenza, uno dei quali era nipote
dell’Arcivescovo[3]. Fece inoltre costruire una torre di travi posta
sulle ruote e legarvi gli altri ostaggi cremaschi, e spingendola verso
la città obbligava in quel modo i Cremaschi alla scelta o di essere i
carnefici dei loro concittadini, dei loro parenti ed amici, ovvero di
sacrificare la patria loro.

I Milanesi vagavano raminghi per alcuni anni nei dintorni della loro
desolata patria, quando il mal governo di Federico fece conoscere a
gran parte della Lombardia il bisogno di unirsi, di formare una lega
e di abbattere in Federico stesso il comune nemico. Agli interessi
de’ Milanesi aveva congiunti i suoi il pontefice Alessandro III,
guidati tutti dal solo principio di torsi dalla dispotica dominazione
dell’Imperatore. L’assunto era malagevole, nè pareva possibile il
formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente
custodite da un terribile vincitore; nè il papa aveva forze bastanti
per farvi contro. Dell’opera dei frati si pretende che il Comitato,
come ora direbbesi, dei congiurati siasi servito per condurre a buon
termine questa memorabile impresa. Essi in ciascuna città mantenevano
pratiche cogli uomini più accreditati, sì che tornò facile di insinuare
il progetto di questa liberazione e di prepararne i mezzi che ne
assicurassero la buona riuscita.

Il congresso per formare la lega si tenne segretamente nel monastero
di Pontida, posto sopra un piccolo colle tra la distrutta Milano e
Bergamo. Ivi i Lombardi, tutti d’un sol pensiero, strette insieme
le valorose destre pronunciarono il fatale giuramento di liberarsi
dall’abborrito giogo tedesco, e presero il nome di Lega Lombarda
per rispetto ai Milanesi che s’avevano meritato la compassione e
l’ammirazione de’ loro stessi nemici.[4]



III.

LA BATTAGLIA DI LEGNANO.

  Nel coglier dell’uve, nel mieter del grano
  Dovunque è una gioia, sia sempre Legnano
  L’altera parola che il canto dirà.
  Ma guai pei nipoti, se ad essi discesa
  Diventa parola che muor non compresa;
  Quel giorno l’infame dei nostri sarà.
  BERCHET.

  E voi, spose, se salva una prole
  Dalle verghe tedesche bramate,
  Al marito l’amplesso negate
  Finchè libera Italia non è.
  VALLOTTI.


Il primo articolo trattato e conchiuso nel congresso di Pontida fu
quello di ristabilire i Milanesi nella loro patria, di riparare le
fortificazioni, di aiutarli a ripristinare le case loro, e così
dare ancor nuova vita alla città che doveva essere la prima della
confederazione[5]. Per condurre a termine questo disegno vi voleva
l’aiuto de’ collegati, i quali, a ben riuscir nell’impresa, aspettarono
che Federico si trovasse sotto le mura di Roma per discacciarne il
Papa. Le novelle di Milano indussero l’Imperatore ad abbandonare la
Romagna e a rivolgersi verso la Lombardia. I Milanesi non si perdettero
di coraggio. Si portarono ad assediare il castello di Trezzo presidiato
dagli Imperiali, e fecero prigioniera la guarnigione che condussero
a Milano, e costringendo di poi Lodi ed altre città ad entrare nella
Lega. Le città di Lombardia che erano entrate nella Lega furono poste
al bando dell’impero. Federico tenta alcune scorrerie, ma è respinto.
Doveva lottare con ben 23 città, che unite avevano giurato la sua
rovina, e la distruzione dei Tedeschi. Erano collegate fra esse Milano,
Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza,
Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio,
Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. L’Imperatore fu
costretto a ritirarsi nuovamente nella Germania per la strada della
Savoja, l’unica che gli rimaneva. Tutto questo aveva saputo preparare e
condurre l’accorto Alessandro III.

Fermata la loro unione le città confederate pensarono di fortificare
i confini della Lombardia verso le Alpi, ed in particolare quelli che
toccavano le terre del Marchese di Monferrato, possente signore, che
colla città di Pavia rimaneva del partito imperiale; ed a rendere
immortale la fama del Sommo Pontefice, vollero creare una città che ne
ricordasse ai secoli futuri il nome ed il beneficio.

«Adunque[6] alli 22 del mese di aprile 1168, le milizie di Cremona,
Milano e Piacenza si portarono fra il confine del Marchese di
Monferrato, ed il confine pavese oltre Po; quivi i confederati fecero
scelta di un luogo che natura istessa pareva aver fortificato; era il
confluente della Bormida e del Tanaro, e là dove sorgeva il piccolo
castello di Rovereto, concorsi gli abitanti di Marengo, Foro, Gamondo
e di parecchi altri liguri castelli, fu per opera d’uomo innalzata
una nuova città abitata in un subito da quindici mila persone,
alle quali giorno per giorno venivano ad aggiungersi molte nobili
famiglie di Milano e di Tortona. La città fu ben presto circondata
da un fosso scavato all’ingiro e da terrapieni a modo di mura, chè
mura vere così in fretta non si erano potute fare per la vicinanza
del Marchese di Monferrato che instava coll’armi, e per tema d’altra
repentina discesa di Federico». Il Conte di Savoja, il Marchese di
Monferrato, i Pavesi stimolavano l’imperatore Federico perchè venisse
con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova Lega.
Accettò l’invito, e con poderosa armata e’ si trovò nel 1174 sotto
le mura della nuova città, e la cinse di un assedio che durò tutto
l’inverno. Nella primavera del 1175 gli alleati misero insieme un
forte esercito e si portarono in soccorso di Alessandria per la via
di Piacenza, onde obbligarlo a toglierne l’assedio, come avvenne.
L’Imperatore è costretto a domandar un trattato di pace, ma in capo
a 12 mesi, impiegati dagli arbitri nel discuterne gli articoli, egli
riceve nuovo soccorso di gente; nè anche gli alleati erano stati colle
mani alla cintola. Federico smania e si dibatte. Unisce le sue forze
a quelle di Como, di Pavia, del Marchese di Monferrato e del Conte
di Savoja che gli erano stati fedeli. Ma nell’istante appunto che la
schiavitù d’Italia pareva inevitabile e sicuro il trionfo del tedesco,
nella celebre battaglia data presso Legnano il 29 maggio del 1176, una
coorte milanese appellata _Coorte della Morte_, si slancia come lione
affamato sulla preda, scompone, incalza e distrugge le falangi nemiche,
e costringe Federico a non più tentare la sorte delle armi contro i
Milanesi[7].

L’esito della battaglia presso Legnano, fu tanto felice per i Milanesi,
che tutto l’esercito dell’Imperatore venne annientato. Molti restarono
sul campo. I fuggitivi inseguiti fin al Ticino, vi furono gettati ed
affogarono. Il rimanente si arrese, ed i prigionieri furono condotti a
Milano. Fra questi ultimi si trovavano il duca Bertoldo, un Principe,
nipote dell’imperatore, ed il fratello dell’Arcivescovo di Colonia. La
cassa militare, lo scudo e la lancia dell’imperatore, vennero in potere
dei Milanesi.

Il signor Felice Govean (vivendo sotto gli auspici del generoso Carlo
Alberto, re di Sardegna, che non ultimo fra i principi Italiani,
accordava a’ suoi sudditi la libertà della stampa) diede in quest’anno
non dubbie prove del suo ingegno e del suo sentire veramente italiano,
illustrando alcuni fatti celebri della storia d’Italia. Fra questi
lavori trovasi pure descritta la battaglia di Legnano, da cui riporto i
seguenti particolari.

_Nel 1176 ai 29 di maggio[8], un giorno di sabbato, giorno del Signore,
o popolo italiano, ricordati bene di questa data; o madri italiane,
imparatela ai vostri bimbi, l’esercito dei Lombardi si trovò a fronte
dell’esercito imperiale._

_Il cielo era bello e sereno, e le armature risplendevano per i
torrenti di luce che il sole pioveva.—Natura istessa pareva ansiosa per
l’esito della gran lite.—Fra poche ore il ladro tedesco incrudelirà
padrone sulla terra d’Italia, oppure morderà la polvere sotto il fiero
vincitore dei repubblicani. Forse le ombre fiere degli antichi Romani,
che tante volte avevano debellati i barbari Goti e Cimbri, vagolavano
in quel momento taciturne e tementi che i loro figli fossero imbelli._

_Dio Onnipossente non guardare ai nostri peccati, ma muoviti nella
tua misericordia a far salva la cara contrada che creasti con divina
compiacenza per dare agli uomini un presagio della bellezza del tuo
paradiso._

_Ecco spuntare da lungi la vanguardia tedesca, una schiera dei nostri
spronano ad incontrarla, spronano i tedeschi. A metà cammino s’urtano,
e così cominciò la battaglia. Mentre i due eserciti eseguivano i loro
movimenti, gli antiguardi menavano le mani._

_E Iddio sin dal principio di quella tremenda giornata, volle dare un
pegno del suo amore per noi._

_Imperocchè la disciplina tedesca male reggendo alla furia degli
Italiani, la vanguardia imperiale fu costretta a retrocedere,
ripiegando all’indietro ed a stento conservandosi in nodo._

_Gli Italiani non concedono sosta; animati da quel primo favore,
scostandosi troppo dai loro inseguono e ricacciono gl’imperiali
sin contro alla grossa testa dell’esercito nemico.—A quel punto la
vanguardia tedesca scompare riparandosi dietro la gran massa della
cavalleria, la quale scuote le briglie, abbassa le lancie e sprona in
lunghissima linea contro la vanguardia italiana, che per vicenda di
guerra dovè retrocedere a sua posta._

_Alto come una torre sul mezzo della sua sterminata cavalleria a spron
battuto procede trionfante il Barbarossa, dinanzi a lui come per fiero
turbine il terreno si spazza._

_Allora i settecento _della morte_ si sacrificarono per la patria;
ristretti assieme quei soli si gettano sulla via del Barbarossa. Urtati
da migliaja e migliaja di lancie non si rimovano dal luogo, avevano
giurato di non retrocedere, trafitti cadono senza cedere sotto le zampe
dei cavalli ungaresi, e morti ricoprono il posto che vivi occuparono
combattendo._

_La strage che fecero dei nemici fu cosa di spavento. Figuratevi che
disperato valore mostrassero uomini che avevano deciso morire, e che
per tanta disparità di numero sapevano dover morire._

_Di questa coorte 600 perirono, un centinajo dalle lancie nemiche
stretti da ogni parte e quasi sollevati da terra, venivano per
incontrastabile forza portati addietro, sempre però guardando il nemico
in faccia, sempre gettandosi a petto perduto contro migliaja di punte,
inviperiti, furiosi, colla spuma alle labbra bestemmiando la sorte che
loro non voleva togliere la vita._

_Ora tutto lo sforzo imperiale, cavalleria, fanteria, le schiere dei
frombolieri, balestrieri, le macchine di guerra si rovesciano sopra le
sei schiere dei cittadini che stavano davanti al carroccio; dietro in
lontananza e silenziosi stavano i _trecento.

_Il Barbarossa giunse a forare, spezzando in due le schiere dei
Lombardi, di modo che una metà rimase a difesa del carroccio.—Ed egli
sempre animando i suoi si getta sulle file degli Italiani, ad ogni
poco queste si diradano, si rassottigliano, si mostrano sceme.—O sacro
carro della libertà, a te d’intorno i tuoi difensori cadono rotti come
le canne dinnanzi al petto di fiero cinghiale.—La vittoria abbandona
i repubblicani, e Federico imperversa nell’opera di distruzione;
tempestando già s’avvicina al Carroccio, sprona il suo possente
cavallo fiammingo, il quale nitrendo, lacerato nei fianchi si rizza
sulle coscie e batte colle ferrate zampe del davanti sul tavolato del
Carroccio.—Gli accesi candelieri caddero d’in sull’altare, un traverso
della croce si ruppe, ed il Cristo rimase col braccio destro inchiodato
e disteso.... Come in atto di fulminare.—Ogni cosa era sossopra, il
sangue correva a rivi fumanti. Davanti all’eremita i nostri guerrieri
si facevano scannare, uno gli rottola ai piedi inzozzandogli le mani
e gli abiti pontificali di sangue; in quel mentre Federico trafigge
a furia di sproni il suo cavallo, e tenta farlo salire di sbalzo
sul carro.—L’eremita gli si pianta di faccia, e sollevata la destra
insanguinata, scaglia sul capo del Barbarossa le parole della scomunica
fulminategli dal papa,_ Anathema, anathema tibi sit!

_Il volto di Federico diventò livido come cenere; il suo cavallo
sbuffando, a criniera svolazzata, retrocesse, e colle larghe narici
fiutò lungamente il terreno. Federico, come leone che si flagelli colla
propria coda, cercava ridestar la sua smarrita ferocia._

_Frattanto cosa fanno i trecento, perchè non si precipitano essi pure a
morire per la patria e per la libertà?_

_I trecento sono discesi da cavallo, hanno posto il ginocchio a terra e
baciano il suolo.—A quella vista l’imperatore con alta voce di scherno
grida: «Ecco i vili Italiani che mi domandano misericordia»._

_O Imperatore imbecille, gl’Italiani non dimandano misericordia che a
Dio._

_I trecento non risposero, tranquillamente risaliti in sella abbassarono
le visiere, calarono le lancie, e solo allora ruppero il silenzio con
un terribile:_ Viva l’Italia! _e spronarono._

_Parve che il Dio delle vendette avesse finalmente sprigionato i suoi
fulmini. Accanto a Federico era un Alfiere che portava lo stendardo
imperiale; trapassato da una lancia, cade ravvolto nella sua odiata
bandiera dell’aquila a due teste._—Viva l’Italia! _in un momento
gli approcci del carroccio sono sgombri da ogni peste tedesca, la
martinella torna a suonare a distesa. L’ira degli Italiani si rovescia
in Federico. Invano Ungari e Fiamminghi tentano di fargli riparo, quel
riparo è superato; gl’Italiani sono addosso a Federico._

_O per Iddio! finalmente ci sei, o Barbarossa, a corpo a corpo coi
nostri guerrieri. Per la tua vita io non darei l’ultima moneta di rame._

_Un milanese aveva lasciata l’azza nelle interiora d’un Fiammingo,
la spada l’aveva fatta a pezzi fendendo quattro elmetti di seguito,
il pugnale rotto sino al manico crepando la corazza del vescovo di
Magdeburgo. Così senz’armi colla sola manopola di ferro alza la destra
a modo di ferrea tanaglia su Federigo, la piena degli Ungaresi lo
respinge, ritorna alla prova e questa volta le sue unghie strisciano
sulla corazza del Barbarossa, gli strappa l’imperiale collana e gliela
sbatte sul viso. La pugna che si faceva intorno all’imperatore era così
terribile; i giganti Fiamminghi, i bravi Ungaresi morivano anch’essi da
eroi per il loro padrone, ferivano a tutta possa per liberarlo. Ma se
in quel punto agl’Italiani fosse anche fuggita l’anima di petto, credo
che non se ne sarebbero accorti. Un Piemontese grida al Milanese della
manopola:—Qua, qua fratello, che ti dia una mano e s’apra la strada
a questo modo: distende un pugno sull’elmo ed un Magontino, il quale
capitombola versando il sangue dalla visiera, segno che era morto,—tira
via un altro tedesco prendendolo pel braccio e lo fa ululare, segno
che il braccio glielo aveva rotto; arriva a Federigo, gli mette a
modo nostro la destra sul collo, e colla sinistra lo stringe alla
vita; Veronesi, Piemontesi e Milanesi son tutti sopra al tiranno; il
Milanese poi della manopola fattosi, Dio sa come, nuovamente largo,
piomba su Federico, e mentre il Piemontese lo scuote alla vita, egli
afferratolo per le punte della corona gli fece battere e ribattere
la testa sulla testa del cavallo, gridando: Muori assassino della
mia patria—ed il Piemontese gridava egli pure: Ammazzalo, ammazzalo
questo cane; ed un Toscano: Ne voglio un lacerto per farlo cuocere—a
pezzi a pezzi—vivo vogliamo mangiarlo!—vogliamo vedergli il cuore—a
brani a brani.—E veramente la cosa sarebbe terminata a questo modo, ma
un’ondata di Fiamminghi, fatto uno sforzo estremo, tentò di rompere
quel cerchio. La zuffa andò in un convulso di uomini e cavalli,
italiani e tedeschi, di gambe che si agitavano in aria, di mani che
tentavano appoggiarsi in terra, e si sentivano masticare le dita dai
denti di chi era sotto calpestato da tanti piedi e ginocchi. Era un
turbine di cento mila diavoli che si divoravano fra di loro.—I gridi
di_ Viva l’Italia, _ammazza, scanna quei cani, rochi per l’arsura delle
gole, crescono, oramai non sentesi più altro.—Dov’è la famosa guardia
imperiale dei giganti Fiamminghi? uccisa.—Dove gli Ungaresi? uccisi.—E
Federico Barbarossa?—Il suo cavallo è là sventrato, attorno sono i
pezzi dell’armatura.—Il suo corpo? chi può riconoscerlo fra tanti
cadaveri che han tronche le mani, le gambe e la testa? L’imperatore
è morto[9].—Su tutti i punti del campo i Tedeschi, gettate le armi,
fuggono alla disperata, fuggono chiedendo misericordia, ma non la
trovano che nella fuga._

_Per otto miglia di seguito la furia degli Italiani perseguitò i
fuggiaschi imperiali, per otto miglia di seguito lo spazio fu seminato
di carne tedesca. Sin sulle sponde del Ticino le spade repubblicane
continuarono a ferire, e le acque di quel fiume andarono rigonfie pel
barbaro annegato bestiame._

_I Lombardi ritornando dal cacciare i nemici, ripassarono nel campo di
Legnano dov’era rimasto ad aspettargli il carroccio. Quivi quei prodi
Lombardi trattisi l’elmo, col sorriso sulle labbra asciugarono il sudor
dalla fronte, altri frammezzo ai compagni festanti pestavano, rompevano
e sfracellavano gli esecrati stendardi dell’aquila a due teste. Quindi
caricato il Carroccio delle spoglie imperiali, cantando i cantici della
vittoria fra le grida di_ Viva l’Italia, _fra lo suonare a festa di
mille trombe trionfalmente rientrarono in Milano._



IV.

GIROLAMO OLGIATI.

 Dal Visconteo castello
   Ove ogni fe’ tradì,
   Già l’Attila novello
   Dal ferro ultor fuggì.
 Fur di Milano i figli
   Eroi più che guerrier....
   E li dicean conigli
   Dell’Austria i masnadier!
 Di schiavi in man le spade
   Non son che un giunco, un stel;
   In man di libertade
   Son fulmini del ciel.

 O. T....


Diamo un rapido sguardo a questi tempi per vedere a quali tristi
condizioni si trovò nuovamente esposta la bella capitale di Lombardia.
Pertanto cessate le guerre e rassicurato lo Stato a forza di
combattimenti, sembrava che i Milanesi dovessero godersi in pace i
frutti delle loro fatiche in seno delle amate consorti e framezzo ad
una diletta corona di figli; ma no, la fiaccola incendiatrice della
discordia nata nella culla stessa della libertà ed accresciuta fra i
partiti pone la città in continue combustioni e tumulto, di maniera
che tutta fu piena di turbolenze e di rivoluzioni, conseguenza di così
abbominevol mostro distruttore d’ogni buon governo, e da cui venne
l’orribil crollo alla libertà di Milano. I tanti partiti si ridussero
a due soli, ognuno dei quali s’era nominato il suo capo. Il popolo
dirigevasi dalla famiglia Torriani, ed i nobili dai Visconti. Sì
gli uni che gli altri lottavano aspramente fra loro, ed ingannandosi
vicendevolmente disputavansi a vicenda il principato a scapito della
libertà.

La celebre battaglia data da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano,
ai Torriani, a Desio, decise del loro destino, ed i Visconti, ora con
simulazione, ora con promesse, trassero il popolo milanese a dura
servitù, e posero sotto un nuovo tirannico giogo i nostri padri.

Non si può non rabbrividire scorrendo la storia dei Visconti nel
leggere le loro avanie, le crudeltà di Luchino[10], di Barnabò[11] e
di Galeazzo suo fratello, la perfidia di Gian Galeazzo e di Filippo
Maria. _Se si volesse ricercare tra loro un’ombra di virtù, ben ci
sarebbe malagevole, e non avremmo che a correre tra i rivi di sangue
d’uomini onesti ed innocenti, fra l’ombra inspirata di una sorda e
tirannica politica, e fra le grida dello sventurato popolo oppresso, e
a tal segno conculcato da non essergli talvolta permesso di mostrare
le sue piaghe, non che di risanarle. In tempi così luttuosi parve che
Dio stesso si servisse del braccio di questi despoti per fargli piovere
sopra di lui peste, fame, guerre e ruine, e tutti in somma i flagelli
dello sdegno celeste e delle umane passioni. Tali furono mai sempre le
conseguenze d’una spirata libertà[12]._

In Filippo Maria spenta rimase la famiglia dinastica Visconti sebbene
altre linee naturali vivessero ancora in Milano, alcune delle quali
continuano anche a’ giorni nostri. Il popolo, stanco dei sofferti
disagi sotto il tirannico governo dei tristi che per più di un secolo
e mezzo li governò, volle proclamare la libertà e reggersi in comune.
Ma esso non era più il popolo che aveva giurato la disfatta dei tiranni
a Pontida, non era più quello che sbaragliò e sconfisse il nemico a
Legnano. Era un popolo senza fermezza, senza coraggio, privo di quel
maschio valore che fa superare ogni ostacolo, col quale avrebbero
trionfato anche questa volta, e Francesco Sforza, marito di Bianca
Visconti, che tutta possedeva l’arte di fingere e simulare, seppe
approfittarsi di queste circostanze per ingannare i Milanesi e gettarli
di bel nuovo in un mare di guai, facendosi proclamare loro duca[13].
I suoi successori ora ambiziosi e deboli, ora crudeli e capricciosi,
rinnovarono le triste scene dei Visconti.

Galeazze Maria Sforza destò l’indignazione in tutti i suoi sudditi. I
primordi del suo governo furono quelli di principe cattivo e dissoluto.
Si mostrò ingrato verso la propria madre, la quale volendo egli lontana
da sè, fu costretta ritirarsi nel castello di Melegnano, ove chiuse
solitaria e trista i suoi giorni. Oltre ad essere cattivo, dissoluto
ed ingrato, la storia lo qualifica per libidinoso, impudente, feroce
e brutale. Si narra che egli facesse seppellir vivo un uomo, e che
ad un altro caduto in sua disgrazia per aver violate alcune leggi
da lui promulgate intorno alla caccia, volesse far inghiottire una
lepre intera. Tante atrocità gli suscitarono contro una congiura, a
capo della quale erano i nobili Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e
Carlo Visconti. Il Duca venne trucidato sul limitare della chiesa di
S. Stefano in mezzo alle stesse sue guardie il giorno 26 dicembre del
1476, mentre solennemente entrava nel tempio per onorare la festività
di quel santo protomartire.—E Girolamo Olgiati, pieno di fuoco per il
santo amor di patria, inutilmente si affannò di richiamare alla perduta
libertà, colla morte del tiranno, l’avvilito popolo Milanese, il quale
anzi che dare ajuto ai congiurati che lo salvavano dall’oppressione,
li perseguitò. L’Olgiati caduto nelle mani della giustizia, morì da
uomo grande e valoroso nell’età di anni 23, proferendo queste parole:
_Girolamo fatti cuore: il dolore è di breve durata, ma eterna ne sarà
la memoria_.

Gli Sforza non godettero tranquilli i frutti delle loro usurpazioni,
perchè vennero in mille guise sbalzati ora dai Re di Francia
pretendenti all’eredità del ducato di Milano per ragione di Valentina
Visconti, maritata nella loro famiglia da Gian Galeazzo di lui padre,
ed ora dagli Austriaci e dagli Spagnuoli per la ragione dell’Impero.
Cessata però la linea retta degli Sforza, dopo vari combattimenti or
favorevoli ai Francesi, ora agli Spagnuoli sempre di grave danno ai
Milanesi, la fortuna arrise all’imperatore Carlo, re di Spagna.



V.


SPAGNUOLI, FRANCESI E TEDESCHI

o

IL GIRO DI TRE SECOLI.

 Non sempre i fatti che hanno la maggior importanza in sè stessi, e la
 maggior estensione pei loro effetti, sono poi anche i meglio conosciuti,
 sia ne’ loro principj, sia nella loro mole. Il più delle volte il
 pubblico non prende per guida de’ suoi giudizj che pure apparenze. Le
 sue opinioni si modellano sui racconti che egli riceve, per lo più da
 mani le meno versate nella materia, l’onore è attribuito a chi non
 tocca, il biasimo è applicato a chi nulla ha fatto per meritarlo.
 Così l’errore va circolando e prendendo piede, e la credulità dei
 contemporanei tramanda alle generazioni che succedono un retaggio
 d’erronee nozioni, frutto dell’ignoranza degli uni e della confidenza
 degli altri, o nell’affermare ciò che ignorano, o nell’ammettere ciò che
 trovano affermato. Formasi quindi una falsa istoria, specie di favola
 convenuta, che nulla insegna, che fa anzi qualche cosa di peggio, poichè
 insegna l’errore, sfigura i fatti, e mette gli attori fuori del suo
 posto.

 DI PRADT, _Sulla ristaurazione del Governo reale in Francia._

Carlo V, che nell’età di diciannove anni era stato creato imperatore,
era il più potente sovrano di Europa. A lui come ad assoluto padrone
obbedivano le Spagne, l’America, i regni di Napoli e di Sicilia,
i Paesi Bassi, gli Stati Austriaci, e per ultimo, tutti gli Stati
del ducato di Milano, lasciatigli da Francesco Sforza ultimo duca.
Questo monarca, il primo che possedesse tanta estensione di stati
dopo Carlo Magno, volle prima di morire dividerli tra suo figlio
Filippo II e suo fratello Ferdinando, e fece il primo re di Spagna,
dell’America, dei Paesi Bassi e del ducato di Milano, chiamando questo
ramo primogenito austro–spagnuolo; al secondo lasciò tutti gli Stati
austriaci, distinguendolo dall’altro come secondogenito, chiamandolo
austro–tedesco. Passata così la Lombardia sotto i Re di Spagna, e
dallo strepito della guerra, all’ozio della pace, vediamo il commercio
estinto, l’agricoltura negletta e disprezzata, le imposte esorbitanti,
il pubblico erario per cattiva amministrazione sempre esausto. La
politica spagnuola spirò nei Lombardi insensibilmente mollezza,
pusillanimità ed un pensar superstizioso, che terminò di cancellare
ogni traccia di quel carattere fermo e guerriero che distinse gli
antichi nostri avi. Nel cuor dei nobili nacque un puerile orgoglio,
nella plebe inerzia e viltà, che continuarono sino all’epoca della
prima rivoluzione di Francia, con grave rammarico di chi ama l’onor
nazionale. Dalle quali cose tutte pur troppo si comprende che i
Milanesi sempre più avidi d’imitare i costumi ed il carattere delle
straniere nazioni alle quali furono soggetti che di sostenere il loro
proprio.

Morto nel 1701 Carlo II, re delle Spagne, senza figli del miglior
sesso, per la sua successione si accese lunga ed accanita guerra tra
i principali sovrani d’Europa, che aspiravano all’eredità di uno
stato florido ed ubertoso; la qual guerra scompigliò tutte le cose
d’Italia e non ebbe fine se non per la pace d’Utrecht, tra la Francia,
l’Inghilterra e la Casa di Savoja, e per la pace di Rastadt, conchiusa
nel 1714 colla Corte di Vienna. In questi trattati si riconobbe Filippo
V, duca d’Angiò, re delle Spagne, e Carlo VI, imperatore di Germania
della famiglia austriaca, ebbe il regno di Napoli, gli Stati della
Toscana, la Sardegna, il territorio Milanese e la Fiandra. Così dopo
sanguinose contese la Lombardia venne all’ultimo in potere della
germanica Casa d’Austria.

L’imperatore Carlo VI morendo pure senza prole, chiamò all’eredità
de’ suoi Stati l’arciduchessa Maria Teresa, già moglie a Francesco di
Lorena, la quale seppe coraggiosamente sostenere i diritti della sua
eredità, che le venivano contrastati dai principali Sovrani d’Europa.
Emanò provvide leggi amministrative, tra le quali deve annoverarsi
quella del censimento, immaginata sino dai tempi di Carlo V, proseguita
sotto Carlo VI, e compita solamente nel suo regno. A lei succedeva
il figlio Giuseppe II, principe, al dire del Botta, _per vigor di
mente e per amor verso l’umana generazione facilmente il primo se si
paragona ai principi dei suoi tempi estranei alia sua casa, il primo
forse ancora, od il secondo se si paragona a Leopoldo suo fratello, che
molto pensò e molto operò in beneficio delle austriache dominazioni._
Fu in questo torno di tempo che Milano vide fiorire i Beccaria, i
Verri, ed altri cospicui suoi cittadini, i quali animati d’un fervido
amor di patria, osavano insegnarci col loro esempio a rompere la
gran folla degli errori in cui eravamo perdutamente avvolti. Ma il
dispotismo monarchico, l’orgoglio feudale, la mollezza dei potenti,
la corruzione de’ costumi di un popolo abbrutito nella schiavitù e
nell’infingardaggine, avea estinto quello spirito eroico di libertà,
onde tanto s’erano un giorno illustrati i Lombardi. La politica di
Giuseppe II, di Leopoldo e di Francesco II parea dover per sempre
raffermare la schiavitù in Lombardia, quando la rivoluzione di Francia
(1789) nell’atto che crollava dai fondamenti il grand’edificio della
monarchia, divenuto troppo pesante alla massa del popolo, venne
all’Europa tutta preparando una rigenerazione politica che sarà mai
sempre di esempio e di ammirazione a tutti i popoli della terra.

I sovrani, soliti a vedersi circondati da folla di gente, cui era
perfino delitto il pensiero d’indipendenza, credevano che la sommossa
della Francia sarebbe soffocata nel suo nascere. L’austriaco Imperatore
congiunto con i vincoli del sangue alla famiglia dei Borboni, fu
il primo a prendere le armi per porre un argine ai progressi della
rivoluzione. Ma nè gl’inconsiderati tentativi della Corte di Berlino,
nè gl’impotenti attacchi della Spagna, nè tutti i dispendiosi sforzi
dei gabinetti di Londra e di Germania, nè tampoco la debole barriera
opposta dal Re di Sardegna, poterono trattenere le vittoriose falangi
della Francia, le quali, non più curando le inaccessibili sommità delle
Alpi, piombano in Italia, fugano per ogni dove gli eserciti de’ suoi
dominatori e recano ai popoli da loro conquistati quella libertà che da
più secoli avevano perduta.

Milano, abbandonata dall’ultimo suo governatore, l’arciduca Ferdinando,
divenne conquista del vincitore, intantochè immersa nelle sue antiche
abitudini, spaventata da’ falsi presagi di un avvenire burrascoso,
ondeggiò per qualche tempo fra la speranza ed il timore, e la
discordia che divideva spesso l’opinione de’ cittadini, ritardavale
un’epoca che in apparenza la doveva restituire al lustro delle sue
antiche glorie. Alcuni personaggi che sostenevano la rappresentanza
del popolo, avendo chiesto di costituirsi in repubblica, sebbene
tuttora fervesse la guerra tra la Francia e la Germania, il supremo
generale Bonaparte accordò loro, il 9 luglio 1797, la desiderata
nuova forma di Stato col titolo di Repubblica Cisalpina, al governo
della quale era un direttorio esecutivo, composto dai cittadini
Serbelloni, Moscati, Paradisi e Sommariva, e un corpo legislativo, il
tutto sul modello della repubblica francese. La solennità di questo
giorno sacro alla libertà della Lombardia ebbe luogo nel Lazzaretto
fuori di porta Orientale, che chiamossi Campo di Marte. Alli 17
ottobre dello stesso anno, vinta l’Austria dal valore delle truppe
francesi, dovette l’Imperatore segnare il trattato di Campo Formio. Ma
l’Austria aveva sottoscritto questo trattato col solo fine di prender
tempo, per rimettersi in forza ed indurre l’imperatore delle Russie
a mandar ad effetto i trattati di un’antica alleanza che sussisteva
fra le due corti imperiali. Cosicchè quando i Milanesi credevano
di esser sollevati dai pesi di una guerra così lunga e rovinosa si
videro di nuovo involti in un turbine ancora più spaventevole. Calati
i discendenti de’ Goti in Italia ad accrescere le forze, in quel
breve spazio di tregua aumentate, della Casa d’Austria, le falangi
repubblicane non potendo resister a questi primi urti impetuosi,
dovettero in pochi mesi cedere quanto si erano acquistato in Italia, e
Milano riprende l’antica livrea. L’imperatore di Germania non ritenne
di aver segnato a Campo Formio l’indipendenza dei Milanesi, e dichiarò
intruso un governo che egli stesso aveva riconosciuto coll’atto
istesso. Tutto venne soppresso, distrutto, proscritta ogni ricordanza
del passato sistema, e coloro i quali si erano mostrati più caldi per
la causa della libertà vennero perseguitati coi più barbari modi e
confinati nelle bastiglie dell’Adriatico e del settentrione. Così si
estinsero un’altra volta al loro nascere i semi dell’indipendenza che
cominciavano a germogliare negli animi dei Milanesi, ed il fasto dei
potenti, il dispotismo e la mollezza ristabilirono in Lombardia la
loro sede. Poco godettero gli Austriaci il nuovo acquisto che loro
avea costato gravi sacrifici d’oro e di sangue. Essi trascurarono il
porto e la città di Genova che si doveva espugnare a tutto costo,
prima anche di prendere le altre piazze d’Italia; fra i comandanti
austriaci e russi nacquero sanguinose gare; la spedizione nella
Svizzera delle truppe Moscovite sotto il comando del generale Suwarov
andò fallita; le gloriose vittorie del generale francese Massena; più
di tutto lo strepito delle armi di Bonaparte, che sebbene impegnato
nella spedizione d’Egitto, al primo avviso che l’Italia era ritornata
in potere degli antichi suoi tiranni, volò in Francia e sciolto il
Direttorio, che era forse stato causa degli sconvolgimenti militari
in Italia, raccolse all’infretta un’armata di coscritti a Digione,
penetrò nella Svizzera al rinnovar della stagione, fe’ arrampicare
i suoi combattenti sulle impraticabili cime del gran San Bernardo,
precipitò nel Vallese, scorse il Piemonte ed entrò il giorno 2 giugno
dell’anno 1800 nuovamente fra le acclamazioni in Milano, che trovavasi
abbandonata dal generale Melas, mentre teneva occupate le sue genti
nell’inutil blocco di Genova.

Due giorni dopo il Governo di questa città manifestò a’ suoi cittadini
i generosi sentimenti del _Primo Console della prima nazione,
Bonaparte_, pubblicando le seguenti norme da inviolabilmente osservarsi:

I. _Sarà riorganizzata la repubblica Cisalpina come nazione libera ed
indipendente._

II. _Dovrà da chiunque essere rispettato il libero e pubblico esercizio
della religione Cattolica, secondo gli usi che praticavasi al tempo
che il prelodato_ Primo Console _come generale in capo dimorava in
Milano; venendo perciò vietato qualunque disprezzo contro la medesima
e li suoi ministri; in modo che non ne venga impedito in tutta la sua
estensione il libero e pubblico esercizio della medesima, nè per alcun
modo sia fatto disprezzo ai simboli che la riguardano, sotto le più
rigorose pene estensibili anche alla morte a giudizio delle autorità
competenti._

III. _Saranno pure rispettate le proprietà e le persone di tutti i
Cittadini indistintamente, e per conseguenza non potrà alcuno farsi
lecito di usare de’ termini che possono in qualunque maniera indicare
divisione di partito e di sentimenti._

IV. _In conseguenza di queste massime regolatici riesce disgustoso
all’Amministrazione provvisoria di vedere che molte persone abbiano
abbandonata la loro patria, e quindi per espresso ordine del sullodato
Primo Console diffida chiunque si è allontanato dalla patria stessa
di doversi restituire al più presto a misura della lontananza in
cui ciascuno si troverà al tempo della pubblicazione del presente:
eccettuati però quelli che avrebbero prese le armi contro la repubblica
Cisalpina dopo il trattato di Campo Formio, dovendo questi ritenersi
come traditori e nemici della patria._

V. _Dovendosi poi considerare come non avvenute le leggi promulgate dal
giorno dell’invasione delle truppe austriache fino al glorioso ritorno
delle armate francesi per essere stato questo dominio riconosciuto
libero, ed indipendente dalla maggior parte delle Potenze d’Europa e
dallo stesso Imperatore, in forza del surriferito trattato di Campo
Formio, restano perciò tolti tutti li sequestri posti sopra li fondi,
che per diritto di proprietà e legittimo acquisto appartenevano
dapprima a ciascun legittimo acquirente, qualunque siasi il titolo del
fatto sequestro._

VI. _Non dovranno d’ora innanzi avere corso alcuno le cedole di banco
di Vienna sparse in questo Stato nè alle casse pubbliche nè per
contratti fra privati._

_Crede l’Amministrazione Provvisoria che da queste preliminari
disposizioni ognuno degli abitanti nella repubblica Cisalpina
riconoscerà che il ritorno delle armate francesi e del glorioso_
Eroe _che le dirige, tende alla repristinazione della libertà e
dell’indipendenza; onde animati tutti da sentimenti di vera gratitudine
saranno per concorrere di buona voglia in questi tempi con ogni
sforzo al migliore mantenimento e sussistenza delle armate medesime,
all’effetto che venga posto fine al terribile flagello della guerra,
unico oggetto che dopo la riacquistata libertà resta a desiderarsi._

_Milano dalla Casa del Comune, 15 Pratile anno VIII_ (_4 giugno 1802_).

L’Amministrazione Provvisoria

  MARLIANI}
  SACCHI  }  _Delegati_
  GOFFREDO}

Levato l’assedio di Genova, sebbene le truppe francesi presidiassero
di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa
di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle
guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso
dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la
via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta
come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina
prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le
due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino
alla pace di Luneville, celebrata il 9 febbrajo del 1801, nella quale
l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa
importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite
le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli
avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si
presentavano[14].

Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace
anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la
Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i
compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza
Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina,
formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione
dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di
repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal
vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi,
dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata
dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli,
Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio
Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un
collegio di Dotti.

Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:

«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate
molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male.
Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur
probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta
colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo
questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... La protezione
della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville.
Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più
solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà
riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi
ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali
cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i
lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio
dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli
che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».

«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto
nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non
ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla
pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito
di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da
poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi
avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui
sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed
esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro
voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del
pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto
in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la
vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti
più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete
bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali,
ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non
avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche, ne
hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle;
una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le
circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»

Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che
condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini.
Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero
le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si
raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi,
nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che
sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla
sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi,
della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di
Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a
cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a
Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose
il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad
ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato
ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il
compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.

Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla
Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi
ritornossene in Francia.

«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive
l’autore del _Quadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di
Lipsia_), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena,
Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso,
se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato
da ogni nuova intrapresa, egli avea raddoppiato la sua audacia, a
misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la
verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra
una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da
mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è
balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita
da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti
ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle
guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato
riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che
egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una
dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi
avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano
in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una
debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal
collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi,
la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore,
non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la
Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che
ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la
felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La
pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola
famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che
ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il
posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza
degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di
distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo, mentre
l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di
un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee
lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di
avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi
degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe
divenuto una ricompensa.

In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo
chiama il _Grand’Uomo_, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la
sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria,
chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a
scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria
Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere,
segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per
abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che
prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle
armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli
dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro
l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona,
chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di
Mosca.

Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro
di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma
questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai
rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano,
e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con
fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano
innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni;
malamente sostenuto, per istanchezza, dalla nazione di cui era il
capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle
sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi
che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il
terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine
colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto
il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno
altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto
suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori
assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.

Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non
avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le
difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII
tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti
scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo
re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili
agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da
una rivoluzione.

Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro
le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in
grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la
fortuna e di riprendersi la corona.

Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e
poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le
Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile
chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai
impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per
terminare degnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per
tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena,
l’uomo che tanto la spaventava.

Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva
abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso
delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto
delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il
ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato
dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo
palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro
fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato
cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino
ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il
partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece
de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i
Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.

Un proclama del conte di Bellegarde[15] assicurava pace e protezione
alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore
Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il
regno Lombardo–Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello
Raineri.



VI.

GLI ULTIMI 54 ANNI DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.

  All’armi, Italiani!

 Li 22 febbrajo la tirannide impenitente dell’Austria intimava a Venezia
 e a Milano la legge marziale.

 Deh! pietà vi prenda, o fratelli, che da un anno sollevate la testa,
 pietà de’ Lombardi che gemono in luride carceri, che ora forse
 boccheggiano assassinati lungo le vie, che vi stendano le braccie,
 salutando il natio bellissimo cielo, trascinati da’ birri in esilio
 per vedove e inospitali regioni. Pietà vi prenda, o fratelli, della
 vostra fama, dell’ingiuriato stendardo, dell’onor nazionale, di questa
 carissima patria, alla quale fu tersa una lacrima. In ogni palmo
 di terra italiana sia per voi tutta Italia; uniti dalla fraterna
 legge sarete forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e sarete
 invincibili. Il nemico s’arma, armatevi rapidamente; non iscuse, non
 soste! dichiarate la patria in pericolo! i governi che indugiano pensano
 già a tradirvi; i governi che non si battezzano combattendo sono
 traditori! e che dovete aspettare?

  DE BONI, _La crociata sull’Austriaco_.


Da quest’epoca infausta ai giorni dell’ultima rivoluzione quanto
ebbero a soffrire i popoli della Lombardia e della Venezia, non è
mestieri il dirlo. Sempre in aspettativa delle concessioni, delle
leggi, delle abolizioni di alcuni diritti, delle esenzioni da alcune
tasse, secondo che loro era stato promesso, si vedevano al contrario
accresciute le imposte, il tempo del militare servigio da quattro
anni portato ad otto, la carta bollata da pochi centesimi ridotta
proporzionalmente a 60 lire al foglio; gl’impieghi più cospicui e
lucrosi, così nell’amministrazione come nella giustizia, e i primi
gradi nelle milizie, conferiti ai Tedeschi, e si va dicendo di tutto il
resto. Quanto s’erano ingannati questa volta i Lombardi nel ricevere di
nuovo fra le loro mura l’Imperatore e la podestà imperiale! Un giusto e
sincero quadro dell’infame condotta del ministero austriaco viene dal
Governo Provvisorio centrale della Lombardia rappresentato alle nazioni
Europee in data del 12 aprile, e da esso noi prendiamo le seguenti
parole onde porle sotto gli occhi di tutti a giustificazione della
condotta dei Milanesi, facendovi a quando a quando qualche noterella di
fatti veri.

_.....i modi che tenne con noi il Governo austriaco dal funesto 28
aprile 1814 al giorno della sua cacciata, furono tali da rendercelo
incomportabile pel sentimento della nostra dignità d’uomini e di
cristiani. Sicuri nella quistione di diritto, siamo tanto vittoriosi
nella quistione di fatto che sentiamo il bisogno di contenere in
faccia all’Europa la nostra parola, perchè non paja che vogliamo farci
spettacolo di miracolosa pazienza._

_Il Governo austriaco s’affaticò del continuo non solo a diseredarci
della Patria nostra e a farci credere uomini, contrada e provincia
dell’Austria, ma ben anco intese ad avvilirci innanzi a noi stessi come
apostati della famiglia italiana: intese a corromperci, a toglierci
ogni coscienza, ogni vita. Nel_ 1815, _quando lo sgomentava la fuga
di Napoleone dall’Isola d’Elba e il moto italico di Gioachino Murat,
promettevaci rispettata la nostra nazionalità, una costituzione, una
rappresentanza italiana; e tante promesse riescivano alla bugiarda
rappresentanza delle Congregazioni centrali e provinciali, che di
mano in mano venivano spogliate d’ogni iniziativa, d’ogni diritto ed
anche di quello di consigliare e supplicare. Promettevaci conservare
quella nostra milizia che sui campi di battaglia di Napoleone aveva
gloriosamente ricevuto il battesimo del fuoco; e subito la scioglieva,
e la mescolava con le milizie dell’altre provincie dell’Impero, facendo
così del nobile mestier dell’armi una schiavitù vergognosa per noi, uno
stromento di schiavitù per noi e per altri. Prometteva pagare i debiti
che s’era assunti, ereditando del Regno d’Italia, e li riconosceva per
giusti: poi li disconosceva e non pagava, aggravando invece il Monte
Lombardo–Veneto, cassa italiana, di debiti austriaci, e facendoli di
soppiatto pagare con turpe mistero._

_Nessuna ci serbava delle sue promesse il Governo austriaco, ed il
ricordo medesimo ne sbeffeggiava e puniva._

_Violator della fede, nell’arbitrio non doveva aver freno, e non
l’ebbe. Ci gravò d’imposte smodate sui beni, sulle persone, sulle
necessità: ci obbligò ad assicurarlo dal fallimento, a cui le sue
scompigliate finanze, stolidamente e ladramente amministrate, d’ora
in ora lo strascinano. Ci condusse intorno una siepe d’impiegati
foretieri, pubblici funzionarj e spie segrete, mangianti il nostro
pane, amministranti i nostri interessi, giudicanti i nostri diritti,
ignari di nostra lingua e d’ogni nostra consuetudine. C’impose leggi
bastarde, inefficaci per la loro moltiplicità, c’impose una procedura
criminale lunghissima, inestricabile, ove non era di pubblico, di
solenne, di vero che la sentenza e la condanna, la prigione e la gogna,
il carnefice e il patibolo. C’impigliò in una rete di regolamenti
civili e militari, giuridici ed ecclesiastici, tutti inceppanti, tutti
mettenti capo al centro di Vienna, che doveva aver sola il monopolio
de’ pensieri, delle volontà, dei giudizj. Ci vietò ogni sviluppo di
nostro commercio, d nostra industria per servire agli interessi delle
altre provincie e delle fabbriche privilegiate erariali, privata
speculazione de’ viennesi oligarchi. L’ordinamento municipale e
comunale, antico vanto di queste contrade, prezioso deposito del lucido
buon senso italiano, assoggettò a una tutela minuziosa, molesta, tutta
negl’interessi del fisco, tutta rivolta a stringere, a impastojare. La
religione finse proteggere per usarla a strumento di dispotismo, e la
fe’ schiava delle ignobili sue paure. Alla pubblica beneficenza tolse
ogni azione spontanea, la inintricò nelle lungaggini amministrative,
la ridusse una docile macchina dell’aulica onnipotenza. Non permise,
od a stento permise, ed armandosi delle cautele più basse, che la
carità cittadina sorgesse a soccorrere la pubblica miseria, a frenare e
purgare il contagio della corruzione abbandonato a sè stesso sulle vie
e ne’ tugurj, ne’ ricoveri e nelle carceri. S’impadronì del patrimonio
de’ pupilli obbligando i tutori ad investirlo nelle carte pubbliche
lasciate alla balía delle misteriose sue frodi. Le professioni liberali
ammiserì, assoggettando il loro esercizio alle prescrizioni più grette,
più vessatorie. Perseguitò la scienza italiana, cercò distruggerla coi
moltipli studj introdotti nel pubblico insegnamento, tutti falsati,
tutti confusi, perchè l’idea non restasse in noi libera, perchè il
peso e la massa fiaccassero lo slancio e facessero abortire l’ingegno.
Sollevò ridicoli scrupoli, inciampi odiosi e infiniti alla stampa
italiana, alla diffusione della stampa forestiera, per mortificare in
noi l’intelletto ed il cuore, per appartarci dalla civiltà europea[16].
Insidiò, martoriò gli uomini più chiari, protesse in cambio le
intelligenze e le nature servili: organizzò la vendita infame delle
coscienze, organizzò in esercito lo spionaggio: eresse la delazione
e il sospetto in sistema: fe’ arbitra la Polizia della libertà, delle
vite, delle fortune: imputò colpa al desiderio, inflisse pena alla
parola, intimò minaccia al pensiero: confuse e disperse le vittime del
patrio amore con gli assassini e coi falsarj._

_E tutto questo e di peggio noi soffrimmo per tanti anni, soffrimmo
l’onta che ce ne gravava in faccia a noi stessi, in faccia all’Europa:
tutto soffrimmo col coraggio della pazienza, procacciando a grande
studio che in noi non si spegnesse la favilla del sentimento nazionale.
Poco aspettavamo, nulla desideravamo dal Governo austriaco; ma ci
ratteneva l’idea della terribile responsabilità che ci saremmo
addossata, gettando forse prematuramente, in mezzo all’Europa la gran
quistione della nostra indipendenza. I moti del 1821 e del 1830 ci
agitarono, ci scossero nel profondo, e il grido che uscì pel mondo
delle crudeli torture di Spielberg, annunciò quanti nobili ingegni,
quante anime ardenti avessero fra noi giurato sin d’allora di
sacrificarsi alla causa nazionale. Tuttavia il paese intero continuò
nella sua longanimità, nella sua perpetua, ma tacita protesta contro
il Governo austriaco, e mostrò d’essere deliberato ad aspettare sino a
quel giorno, in cui fosse colma la misura delle sue oppressioni e della
nostra pazienza._

_E quel giorno venne. Alla voce del gran Pontefice che Dio suscitò per
la salute d’Italia, per l’affrancamento di tutte le genti cristiane,
noi ci sentimmo rinfiammati di tutti i nostri cittadini affetti; noi ci
sentimmo più che mai Italiani. Fattici del suo nome il simbolo delle
nostre speranze, de’ nostri intenti, cominciammo ad effondere gli animi
nostri da sì gran tempo compressi, a manifestare il nostro sentimento
nazionale con un tributo unanime d’ammirazione, di gratitudine, d’amore
a Pio IX. Ed ecco il Governo austriaco spiegar lutto l’apparato della
sua forza per impedire che ci mostrassimo Cattolici ed Italiani, per
farci complici quasi del suo odioso attentato di Ferrara: eccolo
rompere ogni freno alla cieca e crudele ira sua, e sull’inerme popolo
milanese, festeggiante nel nome di Pio IX l’ingresso nella sede
del suo novello Arcivescovo, sguinzagliare i suoi sgherri, i suoi
soldati trasformali in sgherri, e imbrattare di sangue incolpevole le
piazze e le vie. Ah! quel sangue avrebbe dovuto farci gridar guerra
irreconciliabile al Governo austriaco; eppure noi avemmo ancora
pazienza; volemmo vedere, volemmo che l’Europa vedesse fin dove potesse
giungere il dispotismo della Casa di Lorena_[17].

_Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami,
le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali,
tutti i Corpi costituiti amministrativi, giudiziarj, scientifici,
i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli
altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in
tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe
in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di
tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per
eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto
il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo
le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni
insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo
protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini
inermi, contro cittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì
nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo
d’infame e dolorosa memoria[18] e Pavia e Padova videro rinnovate le
stragi di Galizia._

_Eppure noi durammo ancora ad essere pazienti, e benchè il cuore ce
ne sanguinasse, accennammo dar fede alle parole lusinghevoli con
che si cercò sopire la nostra indegnazione: parole bugiarde benchè
movessero dal seggio più vicino al trono: parole tosto disdette
dalle proscrizioni, dalle deportazioni, dal nuovo apparato militare
diretto a fulminare la nostra Città, dalla proclamazione del giudizio
statario. Durammo ancora ad essere pazienti, e ci rassegnammo a divorar
gli scherni più amari, gli oltraggi più crudeli per oltre due mesi
lunghissimi, che ci furono una continua agonia._

_Finalmente il 18 di marzo usciva in Milano un bando, in cui
s’annunziava che il Governo austriaco s’era deliberato di concedere
a’ suoi popoli istituzioni più larghe, e promettevasi la libertà
della stampa e la convocazione in Vienna pel mese di luglio delle
Rappresentanze di tutti gli Stati della Monarchia. Nel tempo stesso
spargevansi le novelle del moto viennese, da cui raccoglievasi che
il Governo austriaco aveva dovuto cedere a fronte dell’insurrezione.
Quel bando e quelle novelle rivelavano che si trattava d’una promessa
estorta, da eludersi o rinnegarsi appena le circostanze mutassero.
E però noi risolvemmo tentar l’ultimo esperimento e chiarire le
intenzioni di Vienna all’Europa: vittima ch’eravamo da tanti anni
dei soprusi e delle frodi della Polizia, domandammo che questa fosse
disciolta, e che a tutela dell’ordine pubblico venisse armata una
milizia cittadina._

_Ci fu risposto a colpi di moschetti e di cannone._

_Allora noi sentimmo giunto il momento di operare, e sorgemmo: cessammo
allora d’esser pazienti: allora ci deliberammo di farla finita e per
sempre._



VII.

18 MARZO (SABATO)

 Suonata è la squilla,—già il grido di guerra
   Terribile eccheggia per l’Itala terra:
   Suonata è la squilla,—su presto fratelli,
   Su presto corriamo la patria a salvar:—
   Brandite i fucili, le picche, i coltelli,
   Fratelli, fratelli corriamo a pugnar.—

 _Canto del Crociato_.

 Via da noi Tedesco infido,
   Non più patti, non accordi:
   Guerra! Guerra! ogn’altro grido
   È d’infamia e servitù.
     Su que’ rei di sangue lordi,
   Il furor si fa virtù.

 L. CARRER.


Le Autorità di Milano parte venivano chiamate a Vienna, parte
fuggivano. Fra le prime furono il plenipotenziario Ficquelmont, che
sperava con _un buon teatro farci dimenticare e Pio IX e patria e
patimenti_, ed il conte di Spaur governatore della Lombardia; delle
seconde fu l’arciduca Ranieri, vicerè di queste provincie e delle
Venete.—La città restava abbandonata a Radetzky, capo del militare,
ed a Torresani, direttore della Polizia, ambo di un solo pensiero
distruttore verso di noi, i quali fino ad ora non conosciamo l’origine
di tant’odio.

La rivoluzione vittoriosa della Sicilia aveva destato il nostro
entusiasmo, quella di Francia la nostra ammirazione; ma quella di
Vienna ci scosse e non ci lasciò pensare più oltre. Quest’ultima
rivoluzione strappava all’Imperatore una promessa di future
concessioni che perveniva anche tra noi[19]. Ma i nostri cittadini,
parte corrucciati dalle condizioni lagrimevoli in cui veniva
abbandonata la bella Milano, parte stanchi delle insolenze e ribalderie
della Polizia; intuonarono l’inno di guerra. Su molti angoli della
città furono affisse e diffuse le seguenti

DOMANDE

DEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.

_Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibil volere che il
nostro paese intende di esser italiano, e che si sente maturo a libere
istituzioni._

_Chiediamo offrendo pace e fratellanza ma non temendo la guerra:_

1. _Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta
alla Municipalità._

2. _Abolizione della legge di sangue ed istantanea liberazione dei
detenuti politici._

3. _Reggenza provvisoria del Regno._

4. _Libertà della stampa._

5. _Riunione dei Consigli Comunali e dei Convocati, perchè eleggano
deputati all’assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine._

6. _Guardia Civica sotto gli ordini della Municipalità._

7. _Neutralità e sussistenza guarantita alle truppe Austriache._

  _Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de’ Servi._

  ORDINE E FERMEZZA.

  _Milano, 18 marzo 1848._

Questo ritardo impazientava i cittadini. L’agitazione era al colmo,
quando a mezzodì la popolazione traboccava da ogni parte, tutta
dirigendosi al palazzo Municipale e gridando armateci, dateci la
Guardia Civica. Il podestà conte Gabrio Casati, colui che altre volte
aveva esposta la propria vita per il bene de’ suoi amati concittadini,
in compagnia dell’assessore Greppi, cercarono d’acquietare la
moltitudine e persuaderla che era uopo rivolgersi al Governo. E il
popolo dimandava un capo che il guidasse. Ebbene vi precederò io, disse
il Podestà; e si mise coi corpi Municipali e Provinciali alla testa
del popolo fra le acclamazioni di una moltitudine festante che agitava
nell’aria e fazzoletti e cappelli, ed adornavasi il petto di coccarde
tricolori, molte delle quali venivano dalle donne d’ogni condizione
gittate dalle finestre lungo il Corso.

Giunto il lieto popolo al ponte di S. Damiano, i soldati posti a
guardia del palazzo di Governo scaricarongli contro i loro moschetti.
Quello sparo fu la scintilla che doveva destare il più grande incendio
che fosse mai. In un attimo i due granatieri ungaresi di guardia furono
uccisi, gli altri soldati disarmati e spogliati, il palazzo invaso, e
salva ogni proprietà domestica, distrutti tutti quei documenti per noi
di troppo funesta ricordanza[20].

Tutti i consiglieri si raccomandarono alle gambe, gli impiegati
alcuni seguirono l’esempio de’ loro capi d’ufficio, altri passarono
fra il popolo a partecipare, di quella poca gioja che questa prima
vittoria gli faceva gustare. Il solo O’ Donell, capo, in assenza del
conte Spaur, l’unica autorità lasciata ad un popolo posto sotto il
giudizio statario, rintanato nel suo gabinetto non voleva discendere a
patteggiare colla moltitudine. Poco dopo tra le acclamazioni giunsero
monsignor Arcivescovo e l’arciprete Opizzoni fregiati essi pure della
coccarda tricolore, i quali avendo assicurato il Vice presidente che
la sua vita non avrebbe corso pericolo, l’indussero a presentarsi sul
verone del palazzo, donde, palido e tremante, spiegando un fazzoletto
bianco gridava: _Farò quello che volete, tutto quello che volete_. E
il popolo a rincontro gridava: _Abbasso la Polizia, Guardia Civica_;
ed il conte O’Donell: _Sì abbasso la Polizia, la Guardia Civica_. Il
popolo replicava: _Lo vogliamo in iscritto_; ed egli l’assicurò che
l’avrebbe fatto. Tradotto quindi in casa Vidiserti, contrada del Monte
n.º 2634 C., sottoscrisse i seguenti editti che poche ore dopo venivano
pubblicati dalla Congregazione Municipale[21].

  Milano, 18 marzo 1848.

_Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere
l’ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica._

  _Firmat_. Conte O’Donell.

_La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio
immediatamente._

  _Firmat_. Conte O’Donell.

_La Direzione di Polizia è destituita: e la sicurezza della città è
affidata al Municipio._

  _Firmat._ Conte O’Donell.

  LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA CITTA’ DI MILANO.

_In conseguenza di ciò sono invitati tutti i Cittadini dai 20 ai 60
anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo
Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica._

_Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor dottor
Bellati, Delegato Provinciale._

_I Cittadini che hanno le armi dovranno portarle con sè._

  CASATI, _podestà_.
  Beretta, _assessore_.
  Greppi, _assessore_.

  Silva, _segretario_.

Da questo punto ebbe principio la rivoluzione che da tutti gli
scrittori, fu gridata la _più giusta_, la _più morale_, la _più santa_
di quante mai si possano leggere nelle antiche e moderne istorie.
Ignazio Cantù (fratello a Cesare, ingegno conosciuto e pel suo merito
letterario e per le sue peripezie fatto segno della rabbia Teutonica)
narrando di questo fatto[22], scrisse: «_La rivoluzione di Milano si
è compiuta nel modo più energico, più moderato, più giusto. Sradicò
da Italia una progenie che piantata fra noi con galanterie di nozze,
scalzata dalla pace di Costanza, rialzata ancora da quel Carlo V, che
esecrava e spegneva fino al midollo il nome di libertà; alternata poi
con Spagna e con Francia, venne finalmente dopo fughe e sconfitte a
ricollocarsi pacificamente sul trono che ora ci parve incredibile
abbiano potuto tollerare per sei lustri_.» Ed il Giornale _Il 22
Marzo_, per tacere di tutti gli altri giornali ed opuscoli che a
centinaja s’ammucchiano sopra il mio tavolo, così s’esprime:

_La causa della nostra indipendenza è vinta, vinta nel fallo come
lo era già prima nelle idee e nei desiderj di tutti. Lo straniero,
che da tanti anni occupava le nostre contrade fugge cacciato dalle
armi cittadine e si ritrae verso l’Adige, inseguito dall’odio e
dall’esecrazione universale. Tra non molto tutto il Paese sarà sgombro,
ed i Lombardi potranno abbracciare i loro fratelli colla coscienza
e coll’orgoglio d’una libertà dovuta alla concorde energia dei loro
sforzi. È questo un trionfo, che non ha riscontro nella storia, uno
di quegli avvenimenti che la provvidenza suscita, quand’è il tempo,
a rinnovare sui popoli il miracolo dell’amore, e a rintegrare la
fede sui destini dell’umanità. Ormai la vergogna di trentaquattro
anni è espiata, espiata coll’audacia del conflitto e colla sublime
mansuetudine del perdono. Il nostro popolo s’è ribattezzato degnamente
nel sangue de’ suoi martiri, ed è risorto più forte e più glorioso di
quel che lo fosse, sette secoli fa, nei campi di Legnano. La Lombardia
ha ora anch’essa il suo Vespro, ma questo potrà dirsi una volta
l’ultimo Vespro italiano._

_Al cospetto dì avvenimenti così grandi, così prodigiosi, come
quelli de’ cinque giorni trascorsi, fra le grida entusiastiche, i
palpiti, le lagrime, le speranze e gli abbracciamenti, è impossibile
assumere ufficio di storico ed esporre distesamente i fatti di questa
rivoluzione, unica nelle vicende delle Nazioni. Il cuore commosso non
può che ammirare ed esultare; e la parola non vale a tener dietro
al volo del pensiero che s’infiamma per essa di nuove ed inusate
speranze. L’Eroismo ha le sue ebbrezze come la gioja; e noi nel tumulto
concitato degli effetti, mal sapremo trovare adesso la calma dello
scrittore che dipinge e che narra. Crediamo anzi che nessuna parola
varrebbe a descrivere l’aspetto di questa grande Crociata Nazionale,
di questo piano Lombardo, gremito di città e di borgate in armi,
vigilanti alla difesa come ardite all’assalto, munite da mille e mille
barricate sorte come per incanto, di questo piano, in cui ogni casa
è una torre ed ogni petto d’uomo un baluardo inespugnabile. Crediamo
che nulla sia atto a render imagine di questo insorgere unanime di
popoli che riconquistano la propria indipendenza, di questo magnanimo
conflitto d’una moltitudine incomposta, impreparata e quasi inerme
contro un esercito agguerrito e numeroso che stette così a lungo fra
noi, oppressore e spauracchio de’ principi e dei popoli italiani. La
fantasia più imaginosa s’annienta davanti alla grandezza del fatto; nè
si può far altro che adorare la Provvidenza redentrice delle nazioni
che sanno sperare e volere._

Ma ritorno al mio assunto. A mezzo giorno l’allarme s’era fatto
generale. Il maresciallo Radetzky uscendo dalla casa Cagnola in
compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi
officiali vide chiudersi le porte, le botteghe, le gelosie delle
finestre e tutta la gente in moto. Domanda la ragione di questo
scompiglio e gli viene risposto esservi la rivoluzione a Porta Renza.
Compreso di maraviglia e di dispetto, il Maresciallo rientra nella casa
Cagnola, e poco dopo n’esce il generale Wallmoden a cavallo con altri
dello Stato Maggiore, avviandosi verso il castello. Circa mezz’ora dopo
le truppe Austriache cominciarono a disporsi sulla piazza del castello
in vari corpi separati. Di tratto in tratto qualche colpo di moschetto
caricato a polvere serviva a tenere all’erta la milizia presidiata
in castello[23]. Quindi un nerbo di soldati si portò ad occupare
i punti principali della città.—Nove ussari uscendo dal portone di
Piazza Mercanti e percorrendo la contrada di Pescheria Vecchia,
furono salutati a fischi. Il caporale a briglia sciolta e a sciabola
sguainata, cominciò a correre la via e ferì un cittadino nella spalla.
Gli altri soldati seguitarono il caporale a lento trotto sino al Campo
Santo. Una scarica di archibugi venuta dalle finestre ne uccise due e
cinque ne ferì. Mezz’ora dopo dieci gendarmi seguendo la stessa via,
non conosciuti, furono ricevuti con una grandine di pietre. Ma quando
un prete dal balcone battendo le mani, gridava: _No, no, sono Italiani:
viva la Gendarmeria italiana_, furono rispettati e poterono passare,
senz’essere offesi, alla Corte[24].

I cacciatori _Diegher_ verso le ore due e mezzo si portarono
all’arcivescovato preceduti dai loro zappatori. Questi a colpi di
scure sfondarono il portello del cortile de’ Monsignori, quindi
atterrarono la porta che dallo stesso cortile mette alla strada
sotterranea che conduce al campanile, e così rompendo tutte le porte
sino all’ultima giunsero ad impossessarsi dello spianato superiore del
Duomo, da dove fecero lungo la giornata varie scariche sopra quelli
che, o inscientemente, o imprudentemente, passavano per la piazza del
Duomo; ma le barbare insidie loro non costaron la vita che di un solo
cittadino.

L’invito del Municipio che chiamava tutti i cittadini non viventi
di lavoro giornaliero da’ 20 a’ 60 anni, traeva uomini d’ogni età
e d’ogni condizione al palazzo di Polizia, da dove respinti colle
armi fra le grida di viva Pio IX, viva l’indipendenza, viva l’Italia
corsero a farsi inscrivere al palazzo Municipale. Il bisogno d’essere
armati era imminente, poichè alcune pattuglie erano già partite dal
Generale Comando, e si temeva fortemente di un’insurrezione, poichè il
Direttore di Polizia, ed il generale Radetzky non vollero riconoscere
i provvedimenti del Vicepresidente. Alle ore tre pomeridiane le
bandiere e le nappe tricolori andavano a generalizzarsi per ogni dove.
Le barricate, costume sconosciuto nei nostri paesi, si cominciarono
in tutte le contrade, il selciato in un momento fu tutto scomposto da
uomini, da donne, da fanciulli. Le case si fornirono di una quantità di
ciottoli pronti a slanciarsi dalla finestra alla prima scorreria del
nemico per le contrade. Sopra i tetti si posero sentinelle preparate
a versar tegole e pietre sul capo dei nemici, i mobili più belli e
più pesanti già erano avvicinati alle finestre per essere precipitati
sopra gli esecrati nostri oppressori; i focolari ardevano sotto
caldaje d’acqua, di olio; insomma nulla si tralasciava di quanto la
disperazione ed il furore suggerivano.

Un nuovo bando concepito nei seguenti termini fu affisso lungo le vie
della città verso le ore quattro pomeridiane:

  POPOLO DI MILANO.

_L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro
silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura; le provincie
aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre
mani, un giorno può decidere la sorte di un secolo._

  ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!

Il consigliere Bellati erasi recato in questo frattempo al Direttore
di Polizia per intimargli che facesse consegnare al Municipio le armi
delle guardie di Polizia, ma non fu ascoltato. Se ne domandò ragione
a Radetzky, e questi disse che ne avrebbe data risposta alle ore otto
della sera.

Intanto le compagnie dei militari che uscite dai vari quartieri
correvano la città, non lasciarono di tratto tratto di fare qualche
scarica, senza tuttavia gran danno dei nostri. Fra queste scaramucce
vuol notarsi quella che ebbe luogo sul corso di Porta Romana, dicontro
alla chiesa di S. Nazaro e l’altra in contrada del Bocchetto, le quali
durarono circa un’ora, rispondendo il popolo alle schioppettate con una
pioggia di tegole[25]. Tutti questi soldati unitisi in grosso corpo
andavano frattanto rinforzando alla Gran Guardia di Piazza Mercanti,
all’ex Palazzo Vicereale, sullo spianato del Duomo ed in Piazza
Fontana[26], sempre molestati da qualche pietra lanciata, o da qualche
moschettata scaricata dai nostri bersaglieri.

Verso le ore tre pomeridiane uno stormo di cittadini che andava a
prender armi si trovò dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria
Secreta, chiedendo inutilmente arme. Una divisione di granatieri
diretti dal loro generale a cavallo, uscendo dal castello, prese
la via di S. Vincenzino e mise in fuga l’affollata popolazione. I
militari presero la contrada di santa Maria Secreta; l’albergatore di
S. Carlino, Costantino Beretta, che prevedendo sinistri avvenimenti
dai rumori della mattina, si era ben provvisto di ciottoli, mattoni
e di ogni altra cosa atta ad offendere, mandò tre suoi famigli sul
tetto, altri otto a ciascuna finestra, ed appena veduti i soldati diede
l’ordine dell’attacco. Il Generale a quella pioggia di tegole e sassi
ordinò il fuoco, il combattimento durò molto tempo, quando il Generale
colto sulla testa da un vaso di fiori, che si crede gettato dalla
coraggiosa Albergatrice, dovette abbandonare l’impresa. Il Generale fu
trasportato alla piazza Mercanti da quattro suoi soldati, e la truppa
tutta in disordine lo seguiva; si trovò quindi qualch’arma e qualche
cappello, che i soldati smarrirono nella pugna.

Sgombra di nuovo la contrada, la popolazione ritornò al negozio
dell’armajuolo Sassi, atterrò la porta e s’impadronì delle armi.

La Congregazione Municipale continuava la sua seduta in Broletto,
impiegati appositi continuavano a far le liste della Guardia Civica già
numerosissima; quando un assessore venne a portar la notizia che tutti
erano traditi, e che due batterie di artiglieria dovevano dar l’assalto
al Broletto. Il timore invase tutti gli astanti: alcuni procurarono
colla fuga uno scampo, altri non vollero abbandonare il loro posto,
preferendo una morte onorata alla continua sommessione ad un giogo
abborrito. Un grido ripetuto da molte voci annunziava a chi non avesse
armi di ritirarsi. Poco dopo giunse al Municipio la seguente lettera
di Radetzky data dal castello, che la fece accompagnare da una mezza
divisione di granatieri.

  IL MARESCIALLO RADETZKY
  ALLA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA R. CITTA’ DI MILANO

  _Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848,
  ore 8 della sera._

_Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i
provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire ed
armare una Guardia Civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione
Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei
cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far
bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e
di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre
all’ubbidienza una città ribelle. Ciò mi riuscirà facile avendo a mia
disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di
cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione_.

  RADETZKY, _Maresciallo_.

Gli assaliti combatterono contro gli assalitori da valorosi ma troppo
deboli per resister loro. Alcuni impiegati si portarono sui tetti, e
con una salva di tegole ne uccisero tre, e ferirono diversi assalitori.
Altri tedeschi furono gravemente feriti con arme da fuoco, con sassi
e con mobili gettati dalle finestre della contrada. Ma i soldati
atterrata colla scure la bottega di contro alla porta del Broletto
trascinandovi entro il cannone, vi poterono manovrare al coperto, per
cui la porta fu atterrata, e più di cento persone che trovavansi in
palazzo, furono condotte prigioniere in castello fra gli strapazzi e le
ingiurie dei soldati e del tempo che mandava dirottissima pioggia.

A sera tardi fu fatto circolare il seguente proclama:

  CITTADINI!

_Le prime prove d’oggi dimostrano che in voi è ancora il valore
de’ Padri nostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che
proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppur la
notte vi stanchi e v’inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di
voi. Difendete le barricate, armatevi, e vittoria e libertà sono con
voi._

  ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!

ALTRE NOTIZIE DI QUESTO GIORNO. Il cittadino Francesco Maglia, munito
d’un archibugio a due canne, caricato a quadrettoni, dalla propria casa
in contrada de’ Borsinari, fece una scarica sul capitano d’un drappello
di soldati che ivi si erano posti, e coltolo nel petto costrinse gli
altri immediatamente alla ritirata.

Il cittadino negoziante Giuseppe Paganuzzi, dalla finestra della sua
abitazione uccise con un colpo di schioppo un granatiere che serviva di
spione al comandante de’ suoi, mentre ordinava le truppe sulla piazza
del Duomo.

Fra coloro che si distinsero per zelo e per santo amor di patria
devesi annoverare il cittadino Vernauy, che a porta Vercellina
incontratosi prima coi Pompieri, gridava ad alta voce: _Bravi Pompieri
la rivoluzione giustamente e santamente è incominciata in Milano.
Vi mandano in città per battere il popolo. Ricordatevi di non far
fuoco sui vostri fratelli, altrimenti perderete l’onore e fors’anche
la vita_. Poco di poi incontratosi coi Gendarmi, gridava le istesse
parole, aggiungendo: _Viva la Gendarmeria Italiana_. S’adoperava
quindi nella costruzione delle barricate, e colla voce e colla forza
diede non dubbie prove di sè.

Giuseppe Ferrario, impiegato presso la strada ferrata di Porta
Tosa, fu pure de’ primi che invasero l’ex palazzo di Governo, che
s’impadronirono di O’Donell, e che piantarono la bandiera tricolore su
quel palazzo. Nei susseguenti giorni combattè valorosamente, predando
molte armi che consegnò al Comitato di Guerra.

Il conte di Neiperg, già troppo noto come uno dei più infami istigatori
degli eccessi del 3 gennajo, suggellava la propria ignominia in questa
giornata. Attraversando con una forte pattuglia la piazza Castello, e
giunto a san Protaso al Foro, si fece incontro al signor Prina, persona
da lui conosciutissima, e con giudaica ipocrisia abbracciandolo lo
invitava a recarsi al castello per intavolare trattative di pace. Il
Prina non volle però seguirlo e si ritirò in sua casa.—Lo stesso signor
Prina mostrò al Governo provvisorio una grossissima medaglia di piombo
recante l’immagine di Pio IX, che quegli assassini scagliarono contro
alla sua casa insieme alla mitraglia.—Però delle 60 persone che ivi
trovavansi ricoverate nessuna venne offesa[27].

«Appena giunse a Torino la prima notizia[28] dei gloriosi avvenimenti
di questo giorno, alcuni egregi nostri patriotti che si trovavano colà,
si affrettarono di invocare da S. M. il Re di Sardegna quegli aiuti
che avevamo diritto d’aspettarci e per la nostra qualità di Italiani
fratelli da altri Italiani, e per la eroica temerità della nostra
impresa contro il nemico comune d’Italia, e per le notorie simpatie in
ogni occasione manifestata colà in nostro favore dai gloriosi popoli
Liguri e Subalpini. A queste preghiere dei patriotti Milanesi fu
risposto che sarebbe stato impossibile al governo di S. M. di prendere
l’iniziativa di un sussidio militare in Lombardia, a meno che non
pervenisse a S. M. una diretta domanda da parte del popolo di Milano.
Un benemerito nostro concittadino, il signor Enrico Martini, s’incaricò
di portare a noi questa notizia a traverso i mille pericoli che si
opponevano al suo ingresso in Milano. Giunse la mattina del giorno
21: con che gioja fosse accolto dal Governo Provvisorio, è facile
imaginarlo: ebbe subito missione di riportare a S. M. il Re di Piemonte
i sensi della nostra gratitudine, i fervidi nostri voti, perchè le
gloriose sue truppe accorressero in nostro soccorso. Insuperabili
difficoltà provenienti dalla sospettosa vigilanza dei soldati Austriaci
si opposero per alcune ore alla partenza del signor Enrico Martini: ma
finalmente il valore dei cittadini gli aprì la porta della città, ed
egli ne approfittò, volando a Torino.»

«Ivi espose il desiderio del popolo Milanese, rappresentato dal Governo
Provvisorio, ed ottenne da S. M. il Re le seguenti formali promesse:
1.º La partenza immediata di un esperimentato e patriottico Generale il
Conte Passalacqua, il quale arrivò a Milano la sera del giorno 24 per
cooperare all’ordinamento delle nostre milizie. 2.º Il passaggio del
Ticino d’un corpo di fanteria pronto ad entrare in Milano alla prima
rinchiesta del Governo Provvisorio. 3.º Queste truppe porteranno una
bandiera neutrale, nè Piemontese nè Lombarda, ma l’italiana, in segno
di delicato rispetto verso le future deliberazioni del paese quando
sarà legalmente convocato a decidere i proprj destini. 4.º Finalmente
il Re di Piemonte si propone di venire egli stesso alla testa del
rimanente suo esercito in Lombardia; ma disse al signor Martini queste
parole: _Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia
gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se
non dopo aver ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente
valoroso_».

Ecco il generoso proclama che il magnanimo Carlo Alberto pubblicava in
seguito a questa conferenza il giorno 23[29].

  =CARLO ALBERTO=

  PER GRAZIA DI DIO

  RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME,

  ECC. ECC.

=Popoli della Lombardia e della Venezia!=

_I destini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono
agl’intrepidi difensori di conculcati diritti._

_Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti,
Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa
l’Italia._

_Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già
si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la
liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle
ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello,
dall’amico l’amico_.

_Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell’aiuto di quel Dio,
che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX,
di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di
fare da sè._

_E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento
dell’unione italiana vogliamo che le Nostre truppe entrando sul
territorio della Lombardia e della Venezia portino lo Scudo di Savoja
sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana._

_Torino, 23 marzo 1848._

  CARLO ALBERTO.



VIII.

19 MARZO (DOMENICA)

  Dal palagio al tetto umile
    Tutto tutto il bel paese
    Guerra eccheggi, e morte al vile
    Che tant’anni ci calcò.
      Guerra suonino le chiese
    Che il ribaldo profanò.

  L. CARRER.

 O Tedeschi, tanto le nostre donne, le nostre città, la patria nostra ha
 sofferto per voi! Cotanto è il tesoro d’odio contro di voi accumulato
 da secoli, da secoli nutrito con sangue, con lacrime, che per voi
 sarebbe consiglio di unica salute non che tentare l’ira nostra, ma
 ginocchioni pregare Iddio che non faccia spuntare il giorno in cui a
 spade c’incontreremo con voi; perchè in quel giorno combatteremo come
 gente che non vuole, che non concede quartieri, perchè in quel giorno
 avremo da esigere da voi, o Tedeschi, per due vendette. Feroce vendetta
 per le madri, per i nostri padri che dormono sonni invendicati nei loro
 sepolcri; feroce vendetta per noi loro figli, a cui ora vorreste perfino
 contendere la luce del sole.

 GOVEAN, _Stamura d’Ancona_.


Ad una notte piovosa, impiegata da tutti i cittadini a formar barricate
d’ogni genere, come anderò descrivendo, successe il più bel mattino,
che irradiato dal sole pareva arridere alla nostra vicina vittoria.
Iddio è con noi. Viva Pio IX, viva l’Italia, morte ai tiranni! Lo
sparo de’ moschetti e di tratto in tratto del cannone, il suono a
stormo delle campane di tutte le chiese, fanno eco a quelle grida
entusiastiche.

I primi movimenti delle truppe sono verso Porta Comasina e S. Giovanni
sul Muro, dove scorrono divisi in vari drappelli. Diverse pattuglie a
cavallo ed a gran trotto fanno lo stesso, e vengono praticati molti
arresti di persone tranquille, le quali sono tradotte in castello e
spinte con pugni e puntate di bajonetta. Quindi vanno a rinforzare
le guardie alle porte della città, munendole di alcuni pezzi di
artiglieria e chiudendone i cancelli onde impedire l’ingresso nella
città dei contadini che a migliaja vi accorrono in soccorso dei
cittadini: molte pattuglie percorrono i bastioni. Non erano i _cento
mila ben agguerriti guerrieri_ che Radetzky ci minacciava colla sua
lettera, ma pure un esercito formidabile, in confronto ai nostri,
che armati di archibugi da caccia non oltrepassavano a quest’ora i
cinquecento, tutti valorosi cacciatori. Questa volta il pigmeo doveva
scacciare il gigante.

Un altro reggimento dei nostri si era formato d’ogni sorta di gente,
armata la maggior parte d’armi da taglio che venivano somministrate qua
e là. Altri portavano, bajonette, altri coltelli da cucina e da tavola,
altri picche, lance, chiodi legati a bastoni altissimi, ed ogni altro
arnese che si potesse servire a offendere. E quando a questi arnesi si
supplì colle carabine e coi fucili? Quando si strapparono di mano al
nemico e si vuotarono le caserme prese d’assalto.

All’avanzarsi della mattina persone d’ogni stato e di ogni età van
procacciandosi arme di qualunque specie, anche antiche, svaligiando
negozi, officine e private gallerie.

Fra quest’ultime ci piange l’animo a veder distrutto, nella galleria
d’arme del cittadino Ambrogio Uboldo, il più bel monumento del medio
evo che esistesse in Milano. Non vi era principe, non sovrano, non
persona cospicua d’ogni nazione che passando per la capitale della
Lombardia non si portasse a visitarla e ad ammirare insieme colla
quantità degli svariati preziosi oggetti di quella bell’epoca il buon
gusto dell’illustre raccoglitore. Alle ore otto di questo giorno,
più di cinquanta individui si portarono a questo venerando tempio
dell’antichità a nome del Municipio per impossessarsi di tutte le armi.
Il cittadino Uboldo accondiscese volentieri a voler distribuire le
armi da fuoco e da taglio meglio servibili. Ed oh quanto sacrificio
gli dovea costare la sua generosità! Ma il popolo non contento penetra
nei corritoi, nelle sale, ed ovunque s’impossessa delle lance, spade,
spadoni, pugnali, brandistocchi delle più scelte fabbriche di Milano
dei secoli XIV e XV, sciabole moderne con intarsiature a pietre
preziose d’ogni nazione, kangiar, archibugi, stutzen, pistole, ec.,
strumenti di valore inestimabile del numero di circa 350 pezzi, dei
quali fino ad ora non arrivò a riacquistare la cinquantesima parte!
Fra le armi moderne, molte, consistenti in sciabole, squadroni,
spade, giberne, ed un cannone con carro completo, appartennero al
cessato governo Napoleonico. In questa specie di saccheggio ebbe pure
a soffrire altri guasti di diversi mobili preziosi, e tra questi un
tavolo con pietra agata fu rovesciato a terra e spezzato. Vollero
inoltre i saccheggianti munizione per le armi da fuoco, ed anche in
questo furono fatti contenti dalla generosità dello stesso signore.
In mezzo alla sala maggiore eravi un trofeo formato di diverse lance
colla tiara ed altri emblemi pontificj, che venne miracolosamente
rispettato[30].

Anche il cittadino Merelli, impresario dei grandi teatri _alla Scala_ e
_Canobbiana_, aprì a chi era privo d’armi la poca armeria del teatro,
consistente in ischioppi vecchi, molti dei quali inservibili, ed in
lance e spade per l’uso della scena e dei mimi, che nelle mani degli
ardenti cittadini diventarono brandi d’eroi.

Furono pure svaligiate le sale d’armi del cittadino Pezzoli,
consistenti similmente in arme antiche e moderne di molto valore; e
alla stessa guisa si andò a prendere tutte quelle da fuoco e da taglio
che si trovavano in alcune botteghe d’antichità.

Le barricate che quasi per incanto si erano alzate nel giorno
antecedente, si formarono col lastricato delle contrade, con casse e
cassoni pieni di ciottoli, con carrozze, carri, panche di chiese e di
scuole, tavole, materassi, sedie, pagliaricci, ed ogni altra sorta di
masserizie. Fra le moltissime furono distinte a porta Romana che si
fecero con tutte le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di
S. Giovanni in Conca. Al teatro della Scala con tutte le scranne del
teatro. Al Giardino con tutti ali attrezzi che servirono per le feste
dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando in re della Lombardia
e Venezia di fatale ricordanza, nella contrada del Monte dello Stato
con tutte le diligenze della ditta Franchetti. Al Cordusio con alcune
centinaja di balle di libri bollettarj presi nel cortile dell’ufficio
del Bollo. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi
rotoli di fascine[31]. Al Leone di Porta Orientale si trovò pure un
piano–forte a coda, di ottave sei e mezzo, dell’autore Fritz, che il
signor Antonio Vago, fabbricatore e negoziante di piani–forti, volle
somministrare al bisogno; e dopo otto giorni avendolo ritirato lo trovò
intattissimo, sebbene avesse ricevuto ed acqua e sole, e fosse stato
tutto coperto di terra.

Tralascio di parlare e lodare coloro che più o meno si adoperarono
nell’erezione di questi potenti ripari contro il nemico, rimettendo
il lettore a quanto già scrisse il narratore dei _Racconti di 200 e
più testimoni oculari_. Sebbene taccia di molti non devo passar sotto
silenzio fra i valorosi il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi,
l’ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i
seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro
Ponzoni e Valentini Gottardo, dei quali tutti molto si narra nel citato
libro.

A guardia delle barricate restavano intanto giorno e notte quelli
che non avendo arme da fuoco non potevano esporsi al nemico. La più
ricca e la più nobile gioventù, quella che allevata nella mollezza
dalla politica austriaca sembrava effeminata ed indolente, fu la più
coraggiosa ed intraprendente. Nulla curando il pericolo si affacciava
al nemico coll’istessa indifferenza che si sarebbe presentata ad
una festa da ballo, valorosa nel combattimento, generosa coi vinti:
mentrechè quella sorta di gente la più allevata, come si direbbe, alle
risse, al coltello, se ne stava neghittosa e non si moveva che a forza
di denaro. E le nostre damine? Esse riposero il telajo dei ricami per
attendere con le delicate mani a scavar ciottoli per poi portarli ai
piani superiori, a far filacce, a medicar feriti, ad incoraggiar i
combattenti, a sopravvedere le barricate se ben custodite, a fabbricar
cartucce ed altre munizioni da guerra, ed a distribuir coccarde.
La letizia è sul loro volto come nel loro cuore. Esse pure odiano
i Tedeschi, e si adoperano per distruggerne la razza. Le donne del
popolo avvilite e piangenti, pregano Iddio per la redenzione d’Italia,
per la salvezza dei loro mariti, dei loro fratelli! La santa e
volontaria incumbenza di esser utile alla patria colla fabbricazione
delle cartucce e colle somministrazioni di bende, filacce, ec., viene
tutt’ora esercitata da uno scelto numero di gentili signore.

La ferocia austriaca (come più tardi siamo stati edotti dalla
corrispondenza trovata presso la scaduta Direzione Generale della
Polizia) ci avea preparato un bel regalo per questo giorno. Cinquecento
cittadini milanesi d’intemerata vita e di alti natali, oltre quelli
delle provincie, dovevano essere arrestati, e chi sa qual sorte
sarebbe loro toccata, se non quella espressa nelle due infami lettere
del giovine arciduca Raineri al suo fratello Ernesto[32]! Due
cannoni celati fuor di porta Romana, dovevano mitragliare l’inerme
popolazione che si sarebbe trovata al corso Pio[33]. Ma gli accidenti
di jeri avevano messo tutti gli attori fuori di scena, e di ben altro
spettacolo eravamo noi attenti ammiratori, il quale ci lasciava fra le
angosce e le speranze a desiderarne lo scioglimento.

Tanti di fatto sono gli accidenti di questo giorno, che con diverso
aspetto si presentano or favorevole, or contrario a’ nostri; tanti gli
attacchi col nemico ed in tutte le parti della città, che difficilmente
riesce allo scrittore di narrarli con quell’ordine e quella chiarezza
che l’argomento esigerebbe. Procurerò di far alla meglio, ed il lettore
mi avrà per iscusato se non giungerò a contentarlo in tutto.

DUOMO, PIAZZA MERCANTI E DIREZIONE DELLA POLIZIA. Terribili furono
le lotte sostenute in piazza del Duomo per impossessarsi del palazzo
vicereale e della piazza dei Mercanti, dove risedea la Gran Guardia,
munita di due cannoni e di soldati. Il primo circondario di Polizia
era collocato su quest’ultima piazza. I cittadini inferociti nel
combattimento e tripudianti tra il fischio delle palle, lo assalirono;
e riuscirono a impadronirsene dopo un eroico combattimento. Di là
passarono alla residenza della Direzione generale in S. Margherita,
posto fortificatissimo di guardie, di poliziotti ed anche di pompieri.
Ma quest’ultimi se non si mossero in nostro favore, non si mossero
contro: ed anche qui nuova vittoria. Si cercò di Torresani e di Bolza,
ma inutilmente: fu sparsa voce che si fossero salvati colla fuga la
notte precedente.

Alcuni granatieri ungheresi al palazzo già vicereale vengono appostati
alle finestre con moschetti, e di là uccidono quanti passano. Lo stesso
fanno i Trabanti dalla parte di contrada Larga, dalle finestre e dal
tetto uccidendo il droghiere Ottolini e altri del vicinato. In tutte le
contrade vicine al palazzo v’era un allarme spaventevole.

I cannoni della piazza de’ Mercanti, uno collocato al posto della Gran
Guardia, l’altro all’uscita della piazza verso i Ratti, soffiavano con
palle di enorme grossezza. I soldati di linea a tre a tre rimpiattati
nelle porte delle contrade degli Orefici, de’ Ratti e de’ Fustagnari
sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Uno dei cannoni fu preso dai
nostri dopo di aver uccisi tre cannonieri, ed indescrivibile fu la
gioja dei vincitori.

Alle ore dodici e mezzo se ne dava l’avviso a tutti i cittadini col
seguente proclama:

  CITTADINI!

_La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de’ Mercanti e a porta
Ticinese. Il nemico in fuga a Porta Orientale, a Borgo Monforte e a
Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti. Bergamo marcia a nostro
soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni
parte, introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro
quartiere generale è organizzato, la Guardia Nazionale in attività._

_Continuate a suonare a stormo._

BROLETTO. I soldati di stazione in Broletto coi loro obizzi e mortaj
cannoneggiavano giù per la contrada di Santa Maria Segreta, gettando e
piccole bombe e razzi incendiarj; ma alcuni valorosi giovani col riparo
di una barricata formata con alcuni cassoni di contro alla farmacia
Ravizza, si difesero tutto il giorno.

PORTA NUOVA. Il combattimento di Porta Nuova fu uno dei più accaniti, e
tiene un luogo principale nella storia di questa gloriosa rivoluzione.
In esso ebbe importantissima parte anche il celebre Augusto Anfossi,
che avendo respinto un drappello di granatieri ed un cannone, vi
piantò, baciandolo, il vessillo tricolore. Egli rimase vittima del suo
valore alla presa del Genio.—Il sacerdote Alessandro Piola, abitante
sulla piazza del nuovo Seminario, fu testimonio dalle sue finestre
degli scontri fra i Tedeschi e la valorosa Gioventù Lombarda, e ci
assicura che l’accanimento della battaglia in questo giorno e nel
successivo superò ogni altro.—Il giorno seguente restati per qualche
tempo gli Austriaci padroni del campo, penetrarono per la porta dei
preti della canonica di San Bartolomeo, forzandoli ad inginocchiarsi,
gridando: _Pei preti niente perdono_; e quindi ne trassero cinque
prigioni alla Zecca. Altri invasero la casa dove abitava il predicatore
che rinchiuso se ne stava studiando, e non contenti di stenderlo al
suolo con un colpo di moschetto, lo pugnalarono. Ascesero di poi
sul campanile e di là incominciarono a tirare sui nostri, i quali
rispondendo bravamente coi loro archibugi, uccisero fin colassù uno
dei loro, il che tanto valse a spaventarli, che stimando inutile ogni
tentativo, si diedero a precipitosa fuga, e sempre inseguiti dai
nostri bersaglieri, s’intanarono nella Zecca e di là non si mossero.
Al martedì gli Austriaci avanzarono un cannone che scaricarono sulla
piazza di S. Bartolomeo contro l’imprendibile baluardo del ponte di
Porta Nuova non superato giammai, dacchè fu fortificato colla barricata
di marmo, custodita notte e dì dai nostri prodi.

PORTA ORIENTALE. Tre volte il nemico si spinse verso S. Damiano, ed
altrettante venne ributtato. Una palla di cannone portò via di netto
una gamba ad un ragazzo di 12 anni, ed egli esclamò: _benedetti coloro
che muojono per la patria!_

PORTA TOSA. In sull’albeggiare di questo giorno gli attacchi a porta
Tosa incominciarono così gagliardi per parte dei nostri che misero i
Tedeschi in grande apprensione. Verso le dieci ore gli abitanti dei
sobborghi esterni, caldissimi anch’essi per giusta causa, si portarono
per prendere la polveriera, così detta della Bicocca. Era un colpo
certo se non fosse stato attraversato dal tradimento. Il conduttore
della birreria, situata sul bastione (originario tedesco), si portò dal
comandante de’ soldati, accampati lungo il muro del magazzino Cagnola,
e lo persuase ad entrare nella casa della birreria stessa, come la più
atta a difendere la polveriera, ed a scacciare gl’insorti borghigiani.
La disperazione si impadronì tosto degli animi di quegl’inermi
inquilini che dovettero sloggiar tutti e ridursi in un solo canto per
lasciare ai barbari che li minacciavano della vita il luogo libero
donde bersagliare quei che volevano distruggere la polveriera.—Un
pezzo d’artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, giunse
da porta Romana circa il mezzo giorno. Si combattè per alcune ore, e
nel progresso della pugna si faceva più forte il coraggio dalla parte
dei nostri. Un colpo di cannone fu diretto al campanile di S. Pietro
in Gessate, che lo colpì sotto all’orologio senza atterrarlo. Quel
continuo suonare a stormo scendeva tremendo nell’animo degli avviliti
Tedeschi. Due altri cannoni vennero più tardi appostati avanti la
birreria. La pugna andò rallentandosi coll’approssimarsi della sera.
I nostri s’imboscarono dietro la siepe dell’osteria del Giardinetto,
nelle circostanti ortaglie, sopra i tetti, dietro le gelosie delle
finestre[34].

PORTA ROMANA. Giovanni Cappietti col solo schioppo protesse la ritirata
degli alunni del collegio Calchi Taeggi, mentre una masnada di croati
ne svaligiava l’abitazione.

PORTA TICINESE. Un fatto d’armi alla casa del tenente de’ Poliziotti
al ponte delle Pioppette procurò arme e munizioni a quei pochi dei
nostri che si erano cimentati.—Nel locale detto della Vettabia si
combattè per alcune ore coi Raisingher, cinque dei quali furono
fatti prigionieri con l’acquisto di altrettanti moschetti e qualche
sciabola.—Il colonnello dei Raisingher, che aveva il suo alloggio
in casa Orelli a S. Calocero, chiamò quivi a difesa cento dei suoi
soldati che continuarono a bersagliare tutto il giorno su gl’inermi
passaggieri e sulle finestre intorno. Portatisi a combattere quella
soldataglia una mano de’ nostri prodi, fra’ quali i cittadini Giacomo
Colombo, Borletti e Biancardi, e dopo breve combattimento tolsero ad
una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello,
ed il cavallo carico di munizioni da guerra che portava ai cento di
guardia: l’ufficiale ferito fu steso al suolo, non pochi di quelli
che scortavano il carriaggio furono uccisi e gli altri messi in
fuga.—Fra i prodi combattenti di Porta Ticinese in questo giorno, va
distinto il nome di Giovanni Onetti, che senza aver riguardo al numero
bersagliava intrepido il nemico e riusciva sempre vittorioso. E da
una dichiarazione del Comitato di pubblica difesa, risulta che egli
consegnò tredici prigionieri compiutamente disarmati, del reggimento
Sigismondo, da lui presi fuori di Porta Tosa, azione d’inaudito
coraggio, molto più sapendo egli che mentre combatteva per la patria,
la sua casa veniva svaligiata dalla rabbia tedesca. Ma tanto era
l’ardor suo che nei momenti di tregua anzichè badare alle cose sue e a
darsi qualche riposo, tutto era in faccende a medicare e confortare i
suoi compagni feriti.

PORTA COMASINA. Alla mattina di buon’ora una pattuglia di circa
cento soldati sparando i loro moschetti, s’avviavano dalla Foppa al
magazzino delle vivande per provvedersi di pane: ma non sono ancora
giunti alla metà della contrada, che vengono respinti da una pioggia
di tegole.—Verso sera però vi ritornano e fanno atroce vendetta
dell’accoglimento della mattina sugli abitanti della casa che trovasi
sull’angolo di detta contrada. Diedero prima il sacco, poi incendiarono
due botteghe, abbruciarono vive tre donne, indi fecero prigionieri
due giovani, e trascinatigli sui vicini spalti gli attaccarono legati
insieme ad una pianta, facendoli così servire da bersaglio ai loro
colpi per lunga ora, e quindi semivivi li lasciarono in una crudele
agonia fino alla mattina, che furono trovati dai nostri, da’ quali
furono subito sciolti, e così poterono terminare il loro martirio coi
conforti della religione.

ALTRI FATTI DI QUESTO GIORNO. Nella contrada de’ Bossi, un povero
vecchio inerme che andava per provvedersi del pane, incontratosi
in alcune compagnie di granatieri (che si portavano a rinforzare
il presidio al Broletto) venne dapprima infamemente maltrattato e
percosso, e dappoi, perchè si era inginocchiato implorando la vita,
uno dei soldati abbassando la bocca del moschetto gli scaricò una
palla nel petto. Durò cinque quarti d’ora in angosciosa angonia
quell’infelice, chiedendo un sorso d’acqua o la morte; ma non venne
soccorso, poichè nessuno poteva uscire senza pericolo della vita,
e dovette morire lambendo il proprio sangue a cercar di ammorzare
la sete che lo struggeva. Narra l’autore delle lettere _Infamie e
crudeltà degli Austriaci_, che sulla piazza del Duomo un giovinetto,
che all’abito bianchiccio sembrava o un fornajo od un garzon da cucina,
ebbe la valentia di stendere con quattro colpi quattro cannonieri. A S.
Vittore, in una casa nel Borgo delle Oche, essendosi nascosti cinque
inermi cittadini, sorpresi da una grossa pattuglia dei Raisingher,
furono prima percossi coi moschetti, quindi mutilati, ed infine
barbaramente trucidati. Questo atroce assassinio succedeva verso le ore
2 pomeridiane.

Narrano tutti d’accordo gli scrittori di questa gloriosa rivoluzione,
ed io pure lo sentiva narrare il giorno dopo che successe questo fatto
da un popolano, che dopo di aver uccisi e feriti molti del reggimento
_Kaiser_, gli fu portato via il dito annulare della sinistra, e che
egli fattosi fasciare strettamente la ferita per impedire l’emorragia,
continuò ancora a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti con
queste parole: _Una testa di legno mi ha fatto saltar via questo povero
dito_; e quindi se lo riponeva in saccoccia. Peccato che non si sia
potuto conoscere il nome di questo valoroso cittadino[35]. Il corpo
delle guardie di Finanza abbracciò questa mattina il nostro santo
partito. Attaccate le coccarde sui loro berretti, sguainarono la spada
e si unirono ai cittadini, distribuendo a loro le armi dei veterani
inabili a combattere.—Verso sera fu veduto passare sul corso di Porta
Romana il console Sardo, accompagnato da sei cittadini armati e da
quattro pompieri per recarsi dal Console di Francia a concertare una
energica protesta da farsi a Radetzky, contro l’assassinar del popolo
che le sue truppe facevano. Il Console Francese fu il primo a farci
sentire le sue intenzioni col seguente proclama che fu affisso agli
angoli della città, alle ore quattro pomeridiane[36].

  =CITTADINI!=

_Il Console Generale della Repubblica Francese protesta contro
l’arbitrio del nemico che noi stiamo vincendo._

_Le grandi Nazioni sono fatte per intendersi._

_Viva la Patria e la Vittoria._

_Quartiere generale della Sicurezza pubblica._

  ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!

Nella notte del sabbato alla domenica, il Torresani, vedendo
inevitabile la caduta del suo potere, ordinò che si abbruciassero
le carte, i registri, le relazioni, e tutto quanto poteva mettere
in chiaro le sue ribalderie, e scoprire gl’infami agenti de’ suoi
misfatti[37]. Poco mancò che il fumo di tale incendio non soffocasse
i poveri carcerati della Polizia, alcuni dei quali gridavano a piena
gola che si aprissero le finestre, altri pregavano che si aumentasse
il martirio per essere più presto spacciati, parendo loro men doloroso
il morir soffocati che morir di fame, dopo trentacinque ore senza che
a loro si somministrasse alcuna sorta di vitto. Altra prova della
iniquità del signor Torresani si è l’ordine da lui dato al cavaliere
Palladini, direttore della casa di Correzione, di scarcerare, nel caso
che il tumulto popolare continuasse, i quattrocento sessanta detenuti
che si trovavano nella stessa casa, e di armarli alla meglio, onde
confusi col popolo, uccidessero, assassinassero ed ardessero ogni cosa.
Ma il disegno andò fallito, mentre il Palladini si rifiutò di eseguire
così infame comando.

Abbiamo a piangere la morte di Giuseppe Broggi, uno dei più segnalati
eroi della nostra rivoluzione. Egli morì martire per la patria, la
mattina di questo giorno, colpito da una palla di cannone, mentre
incoraggiando i nostri, incuteva co’ suoi ben diretti colpi lo sgomento
nell’animo de’ nemici[38].



IX.

20 MARZO (LUNEDÌ).

  Evviva l’Italia!... tremate o stranieri!
    Su... via... ricalcate gli Alpini sentieri;
  Fuggite... già l’ora del sangue è suonata...
    Reclama vendetta la madre oltraggiata:
    E i figli han giurato—nei liberi deschi,
                      Morte ai Tedeschi.

  _I volontari Napoletani in Italia_.

  Non ci attristi più lo sguardo
    L’abborrito giallo e nero;
    Sorga l’Italo stendardo
    E sgomenti l’oppressor.
      Sorga, sorga e splenda altero
        Il vessillo tricolor.

  L. CARRER.


Ad una cupa e silenziosa notte interrotta da qualche grido di
_all’erta_, da qualche colpo di fucile tien dietro un giorno che si
presenta a noi sotto un aspetto molto tristo, e per la dirotta pioggia
che cade, e pel continuo suonar a stormo, e per l’incessante tuonar
del cannone. Pure i nostri animi non si abbattono, ed i nostri cuori,
come spinti da forza ignota, si abbandonano ad insolita gioja, foriera
di quella vittoria che andiamo a conquistare.—I trionfi dei due giorni
precedenti han rinfrancato il nostro coraggio. Tutto seconda le nostre
brame. _Iddio è con noi! Pio IX ha benedette le nostre armi! Iddio è
con noi_! ripetiamo questo grido. «La croce sanguigna sia il nostro
vessillo. O Tedesco infesto alla nostra nazione, odi quel funereo suono
de’ sacri bronzi? Egli ti annunzia la tua miserabile fine!—Maledetto
da Dio, maledetto dagli uomini, in chi speri tu ancora? Tu fuggirai,
ma il marchio d’infamia che t’improntarono gli Italiani, al mondo
intero ti farà manifesto e tutti i viventi malediranno e fuggiranno
in te il ladro, l’infame assassino dell’Italia.—E tu, o Radetzky, ben
degno condottiere di questa masnada, saldo appoggio del vacillante
trono Austriaco, perchè non isfoderi quella vantata spada che per
sessantacinque anni sfolgoreggiò a difesa del tuo principe? temi forse
spezzarla contro i nostri petti di bronzo? N’hai ragione, noi non
dobbiamo incontrarci. Tu non devi morire per mano di un prode. Vile
come le orde che tu comandi, te ne stai intanato co’ tuoi satelliti a
preparare la nostra distruzione coll’armi del tradimento.—E chi ponesti
a presidio del Palazzo di Giustizia, dell’Arcivescovile, della Corte,
della Direzione di Polizia, della Piazza de’ Mercanti? Vigliacchi tuoi
pari che rifiutando di combattere, ci presentano il bianco vessillo
di pace per coglierci nella rete e piombarci poi addosso coll’arma
dell’assassino.—Ma la giustizia divina ci ha salvati tutti, noi abbiamo
vinto: voi siete nelle nostre mani! Ora ci domandate la vita in dono,
ci domandate del pane?... Avrete tutto. L’Italia è un popolo di leoni,
tanto valoroso quanto magnanimo. Le vostre ossa andrebbero tritolate
come il grano turco: ma questa fatica l’affidiamo al diavolo, se pure
vorrà addossarsela.

Veniamo alla narrazione storica.

Di buon mattino tutti i soldati che si trovavano di presidio al palazzo
vicereale, e con essi molte famiglie, dietro invito del generale
Radetzky, nel massimo disordine fuggivano a ritirarsi in castello,
preceduti dal generale Ratt. Il popolo a quel rumore si fe’ addosso
alla truppa e si portò al detto palazzo dov’era già entrato un corpo
di Poliziotti, che spaventati dallo strepito dei nostri stivali si
era nascosto in una cantina[39]. I nostri scorrono tutto il palazzo
deserto e svaligiato. Frugano ogni parte per trovar arme da fuoco o
da taglio: ma trovano solo venti alabarde dei Trabanti. I Poliziotti
dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte escono dal
loro nascondiglio e depongono vilmente le armi.—Gli ammalati che si
trovavano nelle infermerie di quel palazzo, intimoriti si nascosero
sotto i loro letti, da dove tratti, furono assicurati da qualunque
molestia, e vennero accompagnati all’Ospedale, preceduti da un vessillo
con l’iscrizione, _rispetto ai feriti_. Tutto quanto stava nel palazzo
fu rispettato, e soli sei cavalli che vennero condotti via nel
trambusto, furono restituiti in capo a pochi giorni.

Verso alle ore otto e mezzo la Congregazione Municipale pubblicava i
seguenti due avvisi:

  LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA CITTA’ DI MILANO.

  _Milano, 20 marzo 1848, ore 8 antim._

_Considerando che per l’improvvisa assenza dell’Autorità Politica
viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corr. della
Vice–Presidenza di Governo, col quale si attribuisce al Municipio
l’esercizio della Polizia, non che quello che permette l’armamento
della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti,
s’incarica della Polizia il signor delegato Bellati, o in sua mancanza
il signor dottor Giovanni Grasselli, aggiunto; assunti a collaboratori
del Municipio il conte Francesco Borgia, il general Lecchi, Alessandro
Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giuseppe
Durini._

  Firmato CASATI, Podestà.
  Firmato BERRETTA, Assessore.

_Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici
che avrà luogo immediatamente._

  Firmato CASATI, Podestà.

  LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA CITTA’ DI MILANO.

  _Milano, 20 marzo 1848._

_In aggiunta all’avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti
i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono
novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria,
affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica.
Sono invitati ugualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne
avessero._

_Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parocchia,
ove si organizzeranno in compagnia di cinquanta ed eleggeranno
provvisoriamente il loro capo, il quale si metterà in corrispondenza
col Municipio per le successive disposizioni._

  CASATI, Podestà.

  BERRETTA, Assessore.

Poco dopo sventolarono i vessilli tricolore sulla maggior guglia del
Duomo, piantati dai valorosi cittadini Luigi Torelli di Valtellina e
Scipione Bagaggia di Treviso, e le campane della Cattedrale fanno eco a
quelle delle principali chiese della città.

L’esempio dato dai soldati posti a custodia del palazzo Vicereale, fu
imitato anche dai Poliziotti, o polizai, come il popolo li chiama,
forte baluardo posto a difesa del palazzo della Direzione Generale
di Polizia. Come s’impossessassero i nostri di questo infame nido,
quali atti magnanimi usassero coi vinti, l’arresto di Bolza e di
Galimberti ci vengono descritti con molto garbo dall’autore delle
lettere che portano il titolo di _Infamie e crudeltà austriache, valore
e generosità dei Lombardi nel marzo 1848_; ed io crederei di far torto
a quel distinto scrittore (che ci vuole tacere il nome) se dovessi
servirmi altrimenti che delle sue parole per quest’importante fatto
della giornata.

«Appena fatto chiaro il lunedì 20 marzo, molti della contrada S.
Margherita fecero occhiolino dalle imposte spiando cautamente lungo la
via, e non veggendo alcun poliziotto, e non scorgendo alcun soldato,
si fecer coraggio ad allungare il capo fuori dalle finestre, e non
conoscendosi assaliti nè minacciati da armi da fuoco, si azzardarono
a farsi brevi domande e brevi risposte coi vicini di contro. _Sono
andati, pare?—Indietro, potrebbero essere in agguato!!—Che vi possa
essere un tradimento?—Sono Tedeschi!—Ei Pietro, Rosina, indietro, vi
è un tradimento_.—Ma un coraggioso che venia ornato di coccarda e
munito di bastone dalla Piazza dei Mercanti, annunziando che le Piazze
del Duomo e dei Mercanti eran vuote, fece sorgere un cicalio, una
gioja, un coraggio da non dire. Giù dalle scale, fuori dalle porte,
eccoti non pochi correre all’ingresso del covacciolo del lupo. Ma....
e se vi è un tradimento?.... Un giovane dello speziale di fianco
all’abbandonata Polizia, si fa animo, entra inerme....Ritorna poco dopo
recando un fucile ed una giberna dei fuggiti Poliziotti: allora non vi
fu più freno; il correre, l’entrare, l’escire, chi con uno schioppo,
chi con una sciabola, chi con una accetta, chi con un piccone, chi
con una pentola, chi con un secchio, chi con una cazzeruola, chi
con una montura da poliziotto fu un punto solo; i portanti le prime
corsero diffilati nelle vicine contrade a chiamar gente, onde vengano
ad armarsi: chi recava le seconde, ed erano robe del custode delle
carceri, le gettano per terra, le calpestano, le stracciano, le
fracassano. Gli antivegenti però ed i più cauti traggono invece subito
a far barricate; tavole, panche, sedie, casse, tutto si pone insieme.
Una mano dei più ardenti prontan le scale per istrappare l’abborrita
aquila, il pesante stemma della Polizia; e senza istrumenti tanto
fanno, che alla fin fine la smuovono, la fanno cadere, e fra i fischi
e gli urli la collocano arrovesciata a far parte della più vicina
barricata. La contrada allora prende un carattere nuovo; dal silenzio,
passa repentina ad un fracasso forsennato: chi con zappe comincia
a strappar i ciottoli, chi con leve cerca alzar i lunghi marmi del
selciato, chi grida, chi ordina, chi consiglia, chi lavora, chi getta
dalle finestre materiali ad ingrossar le barricale, sembra insomma una
vera Babilonia».

«Una voce sonora però nel frastuono si fa sentire a chiedere: _Ed
i prigionieri?—Fuori i prigionieri, libertà ai prigionieri!_—fu la
risposta in coro. E pochi minuti appresso, eccoti le prime vittime.
Chi erano mai? Erano.... quelle donne della gioja.... quella peste
della società.... _No, no, fuori i prigionieri politici_, sentesi a
gridare, _e voi, o donne, a casa_....Vengono invece faccie pallide,
brutte, sinistre, le quali appena sortite da quella porta vi sporgano
la mano cercando pane confessando che sono 40 ore che non mangiano! fra
le quali due, padre e figlio che dicono essere un anno che penano, e
che non fu nemmeno loro cominciato il processo, e che ignorano la causa
della loro carcerazione!!—Ma i prigionieri politici dove sono? Dopo un
quarto d’ora si sente rispondere—_Che s’ignora ove si trovino_.—Allora
l’oste della contrada dei Due Muri, che nel suo commercio vendeva vino
e commestibili ai custodi dei detenuti, e che da loro sapea il numero
della stanza nella quale erano rinchiusi, grida che questi si trovano
nelle carceri ai numeri 18, 30, 36 e 37. Rinvenute le chiavi, eccovi
persone civili, fra le quali il marchese Villani, il sig. Ravizza,
il sig. Marcora ed altri precipitar da quel crudo ingresso. Al loro
apparire grida di gioja gli accolgono, tutti corron loro incontro, i
conoscenti balzan loro al collo, gli baciano con calde labbra, gli
stringon tutti con quella consolante allegrezza, che anche i cuori i
più indifferenti avrebbe mosso a dolci lagrime. Se avesti veduto, o
Torresani, le tue vittime come venivano accolte, e con qual giubilo!
Tu, uom senza cuore, anzi col cuor da tigre, avresti....Ma che dico?
Ti narrerò invece, amico lettore, un altro tratto della bontà di cuore
del prelodato Torresani. Spogliata la Polizia dell’armi da fuoco che
saran state 22, o 15, e di un centinajo di armi da taglio, si passò
a correre le camere degli ufficj, alcune delle quali si trovarono
spoglie di libri, e specialmente la segretaria, che, come dissi, furono
bruciati nella notte della domenica, come ne fanno fede le rinvenute
ceneri, e gli illeggibili avanzi quasi tutti scritti in francese. In
altri locali si trovarono gli effetti rubati, che la paterna Polizia
non restituiva mai, o quasi mai ai proprietarj, e nella chiesuola del
locale 5 cadaveri di poliziotti uccisi, un altro di costoro morto
in sul solajo, e tre feriti, in fine penetrarono i cittadini nelle
eleganti stanze da dove imperava il Torresani: dato mano a rompere
ed a fracassare qualche mobile, passarono di là in un elegante
gabinetto, nel quale trovarono giovine signora vestita di seta nera,
stringentesi al seno una bambina con a lato una cameriera, entrambe
pallide, tremanti stavano ginocchioni. Mandò questa uno straziante
gemito all’entrar del primo, credendosi vicina ad essere sacrificata,
poichè misurato il cuore di questi dal cuore del suo suocero, giacchè
dessa era la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio del Torresani
con il frutto di tale malaugurato connubio, si credette perduta e
morta colla sua bambina. Ma l’entrato, che era munito di fucile da
caccia a due canne, il cui nome ignoro e che volentieri pubblicherei
accompagnandolo della lode che bella si merita, confortandola invece, e
dato ordine che con modesto _sciallo_ si coprisse la testa e la faccia
lagrimosa, presala sotto il braccio, e chiamato un altro cittadino
armato in suo ajuto, disceser le scale per escire. Alla insperata
moderazione degli occupanti si fecer animo anche le donne del portinajo
del Torresani e qualche servo di casa a seguire quei pietosi cittadini
armati, i quali apertasi la via tra la moltitudine, guidarono quel
derelitto convoglio alla casa paterna dei conti Giovio, ma trovatala
chiusa, lo ripararono presso la famiglia dei signori Morandi.»

«La moglie poi del Torresani caduta anch’essa in potere dei nostri,
non che una fra le tante concubine dello sporco Radetzky sono trattate
con tanta amorevolezza da chi le ricovera, che se lo sapessero i
nemici nostri, come lo sapranno, dovrebbero non arrossire, ma morir di
vergogna nel confronto. Io qui ti fo riflettere, o cittadino lettore,
se il Torresani avesse almen sentito i dolci vincoli della famiglia,
avrebbe potuto abbandonare, e la propria donna e colei che per unirsi
al suo figlio abbandonò la propria famiglia, i propri parenti, i
propri amici, il proprio nome, il proprio onore, giacchè chi prima
era famigliare della giovine contessina Giovio, non la riconobbe più
fattasi moglie al figlio di un Torresani? Ma non ragioniam più oltre
di lui, se la mano degli uomini non lo potrà afferrare, la mano di Dio
graviterà sicura sul suo capo; ed il rimorso, il più fiero dei martirj,
lacererà a quest’ora quell’anima, se un’anima informa quel crudele.—Chi
lo dice nel seguito della fuggitiva armata austriaca, chi lo dice
nascosto ancora qui in Milano, chi lo dice fuggito per altre vie sotto
mentite spoglie. Ove sarà, un dì lo sapremo.»

«Si posero allora all’opra i sempre crescenti armati cittadini ad
inseguire il nemico che vilmente abbandonava i posti, ed a far caccia
de’ sparpagliati oppressori della caduta Polizia. Primo tra questi
ultimi che smaniosamente si cercava era il famigerato Luigi Bolza.
Scorsero alcune ore avanti averne notizie, ma spiato da due suoi
dipendenti, che coraggioso era corso a nascondersi nel fieno sulla
soffitta in un ripostiglio vicino alla sua dimora, lo trovarono difatto
dopo un’accurata indagine pallido, contraffatto, coi capegli irti,
chiedente, pietà, misericordia, quella pietà e quella misericordia
che mai sentì per gl’infelici che per tanti anni da vero carnefice
tormentò ed uccise. Lo trovaron, dissi, sotto un forte strato di
fieno. Cavatolo di là apparve la sua grottesca figura: e fatte sulla
sua persona le diligenti inquisizioni se avesse armi, onde non potesse
tradire, od uccidersi, giacchè lo si credeva un coraggioso, capace di
bruciarsi le cervella, gli si rinvennero invece le tasche colme di pane
e formaggio!! Figurati, lettore cittadino, la faccia scomunicata di
quel laido vecchio, smorta e sbasita, con quella bocca puzzolente che
grugnisce come il porco, e quella persona tremante, coperta tutta di
pagliuzze di fieno, che colle braccia aperte si lascia frugare nelle
tasche, e ne cavano invece di stili o di pistolle, ne cavano pane e
formaggio!! L’ira dei più accaniti, si volse in riso, e dimenticando
che avrebbe meritato una fine più crudele di quella data al Prina lo si
condusse invece in casa dei Conti Borromeo, ove dimorò sino al giovedì,
dopo fu tradotto in casa Vidiserti, sorvegliato e custodito dal
Marchese Villani, quello stesso uscito poche ore prima dalle carceri
politiche di santa Margherita, e dopo tre giorni, di notte fu tradotto
alle carceri del Criminale, ove, in onta a’ suoi meriti, è trattato
con quella generosità che è propria dell’attuale Governo Provvisorio,
generosità che lo rende a tutta l’Europa chiaro e riverito.»

«Nella contrada dei Due Muri, all’albeggiare della Domenica si
sentirono dei colpi di martello nel muro sopra la prima finestra
dell’abitazione del Garimberti, e poco dopo si vide cader calce e pezzi
di quadrello, poi una mano a strappare un grosso mattone, tenerlo
sospeso nell’aria per qualche tempo, sino a che un passaggiere si
avvicinasse, e credutolo a tiro, fu scagliato, ma non rasentò che
alla distanza di due dita lungi la testa dello sfortunato passante:
era il Garimberti o i servi del Garimberti che da quel momento fatta
pria la breccia, e coi rottami di questa fattine altrettanti mezzi di
morte pei cittadini, finiti questi bersagliarono tutta la domenica
sui passaggieri, come dissi, ed anche nella giornata del lunedì con
armi da fuoco, specialmente da un grosso fumajuolo. Ma corso tutto il
palazzo della fuggita Polizia, e non trovato il Garimberti, alcuni
armati cittadini vennero nella contrada de’ Due Muri, ove aveva la
sua abitazione, tentando con una trave atterrarne la porta: il che
non potendo ottenere perchè era per di dentro ben fortificata, e
sentito un colpo di fucile, che fu scaricato dal buco suddescritto,
posero l’allarme in tutta la stretta contrada. In questo il facchino
dello spedizionere Pezzoni diede ai cittadini una leva a ruota, e
questi poggiandola inclinata verso la porta, e ben assicurata contro
il selciato, con forza tale ne girano il manubrio dell’interna ruota
dentata, che alla fine la sgangherano, e s’impossessano dell’ingresso,
vicino al quale catturano il servo del Garimberti. Minacciato costui,
promise additar loro il padrone, qualora lasciasser loro la vita, ed
assicurato di ciò, li condusse di sopra in una stanza, nella quale
erasi in quel momento riparato il Garimberti. Intimatolo di arrendersi
e costituirsi prigione, mordendosi le labbra, cedette e venne tradotto
nella casa dei Conti Borromeo.—Tu, amico, mi tacciasti che io sono
inviperito contro gli agenti della tirannica cessata Polizia, ma dimmi
tu dopo il detto, che si merita il Garimberti?»

Jeri abbiamo veduto come il Console francese sia stato il primo a
promovere la protesta alle minacce del Radetzky, e come abbia invitato
gli altri consoli ad aderirvi. Qual effetto poi producesse nel gran
Feld Maresciallo, non lo sappiamo, ma è facile immaginarselo. Egli
avrebbe voluto far un mucchio di pietre di questa città ribellata che
non si ricordava più del valore delle sue truppe del gennajo.—Egli lo
avrebbe fatto, ma ostava la responsabilità verso le estere Potenze che
reclamavano; imprudentemente lo avrebbe fatto, ma, signor Maresciallo,
come stavate di munizioni di guerra, che da tutti credevasi vi trovaste
all’ablativo?

Intanto colla seguente lettera spera di prender tempo.

  _Signori!_

_Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d’Inghilterra,
di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale
manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non
potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le
quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse a loro di
provvedere alla sicurezza dei loro compatriotti. Il governo dì S. M.
l’Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate
all’improvvista, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti,
senza che queste avessero fatto nessuna provocazione._

_Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere ed
uccidere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi
della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni
che non era in suo potere di firmare, e che non appartengono che al
Sovrano._

_Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d’onore e da soldato, non
potrò mai compromettere nè l’uno nè l’altro, come obbliga il mio dovere
verso l’Imperatore._

_Sta in voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento
rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile;
perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati
saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che
loro inspira il modo di cui furono assaliti, e a me il sentimento
dell’odiosa sorpresa cui si sono serviti verso di loro._

_Ad ogni effetto, per rispetto ai Governi di cui siete l’organo,
sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere
contro Milano sino all’indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità
abbia a cessare dalla parte avversa._

_Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma._

_Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane._

  Conte RADETZKY.

_Ai signori Consoli d’Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio
e della Svizzera._

  _Milano._

Nel corso della giornata d’oggi, furono pubblicati ancora i seguenti
proclami:

  PRODI CITTADINI

_Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel
sangue di que’ miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò
nelle nostre mani._

_Basti per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent’anni
furono il flagello delle nostre famiglie e l’abbominazione del paese.
Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo,
fatene un’offerta a PIO IX._

  Viva PIO IX! Viva l’ITALIA!


  =FRATELLI!=

_La Vittoria è nostra. Il nemico in ritirata limita il suo terreno al
Castello ed ai Bastioni. Correte; stringiamo una porta fra due fuochi
ed abbracciamoci. Dateci intanto notizie di voi e del Mondo politico._

  VIVA L’INDIPENDENZA ITALIANA!
  VIVA L’EROICA MILANO!

  =CITTADINI!=

_La bandiera italiana sventola sui portoni di Porta Nuova. I cittadini
vi si fortificano e fanno prodigi.—Le truppe non osano avvicinarsi.
Costanti saranno vincitori e liberi. Non vi stancate di far barricate
lungo il corso di Porta Orientale e di Porta Nuova siccome sono
le posizioni che più premono ai Tedeschi. Fra un giorno o due i
nostri nemici lasceranno questa sacra terra ai buoni Italiani. Ogni
cittadino questa notte rimanga alla propria barricata, la custodisca,
la rinforzi, che Iddio protegge la nostra causa, e in questo modo
conserveremo i vantaggi di quest’oggi. Vigilanza e coraggio._

  ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!

Innumerevoli sono i tradimenti dei nemici in questo giorno, gli
strattagemmi ed i tentativi per incendiar le barricate: ma sono inutili
sforzi; mentre gli uomini cogli archibugi, colle tegole e coi sassi
vi scacciano i soldati, le donne coraggiose vanno gettandovi sopra
dell’acqua.

PORTA ROMANA. Alcuni Croati che si trovavano nella polveriera di S.
Apollinare, messi in fuga da un drappello di cittadini, si rifuggirono
sul far della notte nelle vicine ortaglie di Quadronno. I valorosi
Nova e Grilloni, con altri, li inseguirono, e fermatisi ad una voce
che gridava pietà, entrarono nella casa di un ortolano, dove fecero
prigionieri cinque Croati, che condussero in casa Trivulzio. In quella
casa si trovò mutilato in modo orrendo il corpo di una donna e di tre
suoi figli ancor fanciulli.

PORTA TOSA. In questo giorno il numero de’ combattenti va ingrossandosi
sempre più, ed intrepidi al continuo fuoco del cannone stringono il
nemico da tutti i lati. I contadini al di fuori fanno altrettanto. Il
primo numero del giornale _Fratellanza_, ci riporta il seguente fatto
successo mentre fervea più accanita la pugna. «Un ragazzo di 12 o 14
anni al più, si distingueva fra gli altri, salutando colle beffe e coi
fischi ogni colpo di cannone e la grandine delle palle austriache».

«Allo scherno aggiungeva la disfida; onde arrampicatosi sul ciglio di
una barricata fra le più vicine al nemico, vi si pose a cavalcione, e
col gesto usato dal basso popolo allorchè esprime il piacere _d’averla
fatta o di volerla fare a qualcuno_, andava provocando quei soldati ad
avvicinarsi a coglierlo».

«In quello stesso tempo un altro giovinetto di qualch’anno più
avanzato in età, stava intento come a sollazzo, unitamente a varj
suoi coetanei e più vicini, a raccogliere le palle che d’ogni intorno
piovevano a terra, quando a poca distanza vide cader di rimbalzo dal
muro dell’attigua casa una palla di cannone. Correr dietro a quella,
fermarla e prenderla fu l’opera d’un momento; d’un salto si trasse alla
vicina barricata, e di colà con quanta forza potè adoperare, rigettolla
verso i cannonieri a più riprese, loro gridando: _tornate a mandarla
giacchè non andò bene; sarebbe munizione perduta_.»

Le campane di S. Pietro in Gessate cominciarono a suonare a stormo
verso le ore dieci antimeridiane, ed intanto dietro le barricate verso
il borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti
al Conservatorio, l’ingegnere Cardani col conte Archinto figlio,
coi fratelli Modorati e con altra scelta gioventù ed alcuni arditi
pompieri, incominciarono un fuoco, che andò sempre crescendo, di
schioppi da caccia e moschetti contro i Croati e la cavalleria, che
in vari drappelli, percorrendo i bastioni dal borgo di Monforte alle
case di questo dazio, e dietro il muraglione del magazzino Cagnola,
moschettavano sui nostri combattenti.

Due volle il nemico tentò di rinforzare questa porta con due altri
cannoni che conduceva da porta Orientale, ed altrettante fu respinto
dal continuato fuoco della compagnia del valoroso Vernay. A più riprese
si combattè dai diversi drappelli de’ nostri contro i Croati. Partiti
i cannoni, Vernay colse l’occasione per correre co’ suoi bravi a dar
l’assalto alla porta e vi giunse vittorioso[40].

PORTA NUOVA. Narra la _Gazzetta officiale di Milano_ del giorno 8
aprile, i seguenti due fatti: Il giorno 20 marzo alle ore otto di
mattina i valorosi della nostra patria costrussero una barricata in
capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, onde impedire alla
guardia del palazzo del Genio la ritirata, e precludere al presidio
del Comando Militare la via di soccorrerla, indi i pochissimi nostri
tiratori, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre
confortavanli a combattere, si avanzarono dirigendo le palle dei
loro archibugi al Palazzo del Comando Militare, cui presidiavano
una compagnia di granatieri ungaresi ed un’altra del reggimento
_Raisinger_. Questi mandarono allora un officiale con bandiera bianca a
chieder pace; ma poscia, tosto che un animoso giovane si fu presentato
al loro capitano intimando che cedessero le armi, venne scoperta
l’insidia di quel messaggio, il capitano ricusò di far deporre le armi
alla soldatesca, e _tradimento_! fu il grido che risuonò per tutta la
contrada, _tradimento_! Nè quel grido falliva, perchè non erasi appena
finita la barricata, che il fuoco della moschetteria nemica si avanzava
dalla contrada dei Fiori, e ne fu colpito alla mano sinistra ed alla
coscia l’ex militare Luigi Perdoni, ultimo a dipartirsi dall’opera:
raccolto però in una casa nella contrada di Brera, il Perdoni ebbe
tosto ajuto, poichè il dottor Buzzi con le cure pronte dell’arte lo
avviò a sicura guarigione.

In questo stesso dì verso le ore due e mezzo dopo il mezzo giorno, una
banda di quei soldati masnadieri sfondò le porte dell’antica osteria di
Brera, _Lorivoli_, sull’angolo del Monte di Pietà, ed entrativi misero
tutto a sacco e ruina sotto la condotta del proprio colonnello.

PORTA COMASINA. Verso il mezzogiorno un Maggiore ungarese,
preceduto da una truppa di gente, dal castello si avanza al Ponte
Vetro, agitando in aria un fazzoletto bianco e gridando _pace, pace_,
ed assicurando che a Porta Comasina aveva fatto sospendere il fuoco a’
suoi Ungheresi, e che non avrebbe riprese le ostilità, purchè le sue
truppe non fossero molestate. Vado dal Generale in Capo in castello
per un accomodamento: chi vuol venire con me si farà persuaso. Il
sacerdote D. Pietro Mauri, della parocchia di S. Tommaso, accompagnò
il Maggiore insieme con un altro ufficiale degli Ussari che era venuto
in quel mentre.—Alcuni asseriscono di aver osservato un Tirolese di
picchetto all’imboccatura della contrada, che dimenando il capo faceva
segno di non fidarsi.—Poco dopo un Poliziotto, disarmato scortato
da tre militari italiani col moschetto abbassato e senza bajonetta,
si porta dal prestinajo in contrada del Baggio a prendere un gran
cesto di pane di formento che fa portare con sè. Questo momento fu
propizio anche per gli abitanti che andarono a provveder pane e
commestibili.—Il Poliziotto ritorna di nuovo per prendere dell’altro
pane, ed intanto quelli che aspettavano il prete, non vedendolo a
ritornare, afferrarono il poliziotto e gliene dimandarono conto. Costui
risponde che stava parlando col Maresciallo; ma le guardie civiche
non fidandosi di queste parole, trattennero il soldato di Polizia,
rimandando gli altri soldati a prendere il Prete, intimando loro che se
non ritornavano presto avrebbero fatto a brani il Poliziotto. Il Prete
ritorna poco dopo dimenando il capo e gridando al consiglier Decio,
che lo stava aspettando: _siamo traditi_! Ed il fatto non andò a lungo
a verificarsi, mentre poco dopo i soldati ripresero le ostilità, e le
moschettate ed i colpi di spingarda ripresero il loro corso[41].

Atroce caso successe nella casa di certo signor Torelli, verso S.
Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la
porta, ed entrati uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle
martirizzate in ogni foggia; poi arrostiti vivi due bambini, e cacciata
nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero
fuoco alla casa e quindi si ritirarono nel palazzo del General Comando.

PORTA TICINESE. La caserma dei Poliziotti a S. Bernardino alle Monache
cedette al valore de’ nostri, che dopo accanita pugna giunsero ad
incendiar la porta esposti ad una pioggia di moschetteria. Solo il
picchetto che trovavasi a S. Simone in guardia della Polizia, dopo
di avere spiegata una bandiera bianca in segno di pace, colse il
popolo festante sotto le finestre, e quindi i traditori scaricarono
contro i loro fucili, per modo che de’ nostri, due restarono morti ed
uno ferito. Così infame tradimento, invece di avvilire, accrebbe il
coraggio dei cittadini che si portarono sin sotto alle finestre, ed ivi
bersagliando que’ tristi, li costrinse cedere al loro valore.

Siccome in questo giorno, come abbiamo detto, la città venne in
possesso, mercè la prodezza de’ nostri combattenti, di varj palazzi
che si era appropriati il cessato governo Austriaco, il Municipio
pensò bene di metterli tutti con le cose in essi contenute, sotto la
salvaguardia delle Guardie civiche, col seguente proclama:

  CITTADINI

_Si pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la
loro immediata protezione tutti i pubblici Stabilimenti e tutti gli
oggetti che vi si contengono e soprattutto le carte che possono essere
preziose per le famiglie._

_D’ora in poi tutte le cose che erano del Governo, sono nostre. Dunque
conserviamole._

  ORDINE E CONCORDIA!

In questo stesso giorno si lessero pure affissi sugli angoli della
città i due proclami che seguono, col primo dei quali si stabiliva un
Governo Provvisorio alla direzione d’ogni cosa.

  LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
  DELLA R. CITTA’ DI MILANO

_Milano, 20 marzo 1848, ore una pomerid._

_Le terribili circostanze di fatto per le quali la nostra città
è abbandonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione
Municipale debba assumere in via interinale la direzione d’ogni potere
allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere
di far noto a’ cittadini che sino a nuovo avviso essa concentrerà
momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose al fine
desiderato dell’ordine e della tranquillità. Ai membri ordinari della
Congregazione vendono aggiunti in via provvisoria i signori._

  VITALIANO BORROMEO.

  FRANCESCO BORGIA.

  ALESSANDRO PORRO.

  TEODORO LECCHI.

  GIUSEPPE DURINI.

  AVV. ANSELMO GUERRIERI.

  AVV. ENRICO GUICCIARDI.

  GAETANO STRIGELLI.

  CASATI, PODESTÀ.

  BERETTA, Assessore.

  CITTADINI!

_Uomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recato
notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e
chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso
col generale, figlio dell’ex–Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di
Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie a Gallarate, Busto
Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmato le truppe,
preso sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse
tagliato. Evviva ai nostri fratelli del contado! Abbracciamoci tutti in
un amplesso! ringraziamo Dio. Gridiamo:_

  VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!

  Il Governo Provvisorio

  CASATI.—GIULINI.—GREPPI.—BERETTA.

L’ecclisse totale di luna che successe nella precedente sera, 19 marzo,
spargeva colla cupa sua oscurità lo scoraggiamento ed il terrore nelle
truppe austriache, era cagione di qualche risata tra noi, chè alle
barricate dalle guardie si gridava, _che la luna era dalla nostra
parte, e si aveva messa ella pure la coccarda_. La notte susseguente in
generale fu del continuo agitata da spari d’archibugio per mantenere le
scolte all’erta, e da qualche scaramuccia, ma non di grave momento.



X.

21 MARZO (MARTEDÌ).

  Ora che il vil conoscemi
    Agghiacciar dovrai d’orror!
  Col pugnal dell’assassino,
    Al favor di notte oscura,
    Egli assale il Pellegrino,
    Ove passa incendia e fura....
    Da sua man la morte scende,
    Ei presiede ad orgie orrende,
    Fra i singulti di chi langue
    Fa danzare la sua gente,
    Nelle tazze mesce il sangue,
    Ride ai lagni del morente....

  MORTEDO, _Dramma lirico_.


E sempre nuovi tradimenti! Ecco i tristi e codardi capitani austriaci
in maschera, alcuni da prete, altri da donna con grandi coccarde
tricolore al petto, che procurano di penetrare e d’introdursi colla
impostura ove non riescirono colla forza. Quali sono le prove del
vostro coraggio? Fremo d’orrore al solo ricordarle, e lo dicano per
me le tante giovani vituperate, le spose vedove e desolate, i figli
orbati de’ loro genitori, i teneri bambini ed i cadenti vecchi su
i quali, perchè incapaci alla difesa, si scatenò più accanita la
rabbia dell’assassino..... Lo dicano i tanti villaggi e le case arse
e saccheggiate....Lo dicano le tante famiglie che tuttavia si trovano
nel pianto e nello squallore. Chi può risovvenirsi delle atrocità
commesse a Porta Tosa, a Porta Vercellina, a Porta Comasina ed a Porta
Ticinese senza essere compreso d’un tremendo fremito d’orrore, nunzio
di vendetta sterminatrice contro que’ barbari? E come mai l’immortale
Pio IX, in nome del quale combattemmo per l’indipendenza Italiana,
dopo tanti eccessi, come principe temporale e spirituale non ardisce
di apertamente sostenere in faccia all’Austria quanto fu giurato da
lui fino ad ora in secreto. Un raggiro gesuitico o dell’Austria stessa
lo sgomentò forse sotto pretesto d’uno scisma, o furono le frequenti
insulsaggini dell’_Allgemeine Zeitung_ che lo arrestarono sul più
bello della sua impresa? Questo nuovo genere di politica non è in
correlazione co’ suoi fatti. Ritorni Pio IX, _Dio è con noi_ ed il
grido di _viva Pio IX_ sarà il nostro grido di guerra, ed in nome di
Dio noi vinceremo: la nostra patria sarà libera dagli oppressori.

Ritorno al mio officio di narratore:

Alle ore 5 del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava
che le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata. Il Feld
Maresciallo non aveva mai osato mostrarsi alla valorosa gioventù di
Milano durante la pugna dei tre giorni precedenti, poichè i traditori
si guardano molto dal porre in compromesso il loro grado. Egli esponeva
la bandiera bianca e chiedeva un armistizio, ed anche proponeva la
pace e lo sgombro di tutte le sue truppe dalla città a patto che i
Milanesi dovessero levar le coccarde, la bandiera italiana, gridar
viva Ferdinando e dargli trenta milioni di lire austriache. Questa
stolida proposizione venne rigettata dal nostro governo dopo lunga
discussione, come ben si doveva aspettare. Non abbiamo altra prova di
questo che nei _Racconti di 200 testimoni_, negli editti del Municipio
e nella seguente dichiarazione dei Consoli, diretta al Feld Maresciallo
alle ore quattro pomeridiane di questo stesso giorno. È a desiderarsi
che questo sunto di storia risguardante uno dei principali fatti
della rivoluzione sia trattato da penna più dotta della mia: perocchè
infruttuose mi riescirono tutte le indagini in proposito, essendoci chi
la racconta in un modo, chi in un altro, e tutti, secondo loro, furono
testimoni oculari. Ecco dunque l’unica prova che posso dare:

  A S. E. IL SIGNOR MARESCIALLO RADETZKY

_Signor Maresciallo_

_Abbiamo il dispiacere di dire a V. E. che la sospensione di ostilità,
dietro la domanda che vi abbiamo fatto nella conferenza di questa
mattina, che ci avete incaricato di proporre all’autorità municipale
della città di Milano, non è stata accettata. I membri componenti la
municipalità dopo averci domandato di deliberare sulle proposizioni,
che noi abbiamo lor fatto da parte vostra, ci hanno or fatto conoscere
questa determinazione. Abbiamo l’onore di trasmettere a V. E. la copia
della loro risposta._

_In tale stato di cose, dietro le grandi manifestazioni di umanità che
V. E. ha voluto farci, e di cui prendiamo nota, speriamo che le misure
che ella vorrà prendere non saranno della natura di compromettere
l’esistenza e le proprietà dei nostri nazionali a Milano, se
diversamente fosse noi stessi saremmo in caso di reclamare quanto ha
promesso questa mattina di accordarci il tempo e i mezzi necessarii
per metterli in sicurezza; noi ci proporremmo di proteggere la loro
uscita accompagnandoli in corpo sino ad una delle porte; e domanderemmo
inoltre a V. E. delle Salvaguardie scritte per le nostre abitazioni e
cancellerie consolari._

_Preghiamo V. E. di risponderci subito in proposito e di aggradire,
ecc._

_Milano, 21 marzo 1848, alle ore 4 pomerid._

(_Seguono le firme dei Consoli_).

La pugna va crescendo, ed in questo giorno che a noi si presenta
vestito di così splendido sole di quali trionfi non saremo noi
testimonj? I nostri cittadini combattono da veterani colle armi, e
colla più fina arte strategica s’impossessano dei posti non ancor
nostri ed impediscono agli Austriaci d’unirsi fra i loro corpi diversi
e già quasi tutti dalle nostre armi decimati e sgominati.

Diversi comitati nelle urgenti circostanze si sono formati, i quali
devono sorvegliare _alla pubblica difesa, alla vigilanza e sicurezza
personale, alla guerra ed alla finanza_[42].

Il bisogno di far conoscere la nostra condizione agli abitanti delle
terre circostanti, ci suggerì l’uso dei palloni areostatici, e ben più
di venti si videro verso le 10 ore antimeridiane svolazzare per l’aria,
i quali portavano i seguenti due proclami:

  ITALIA LIBERA

_Ormai la lotta nell’interno della città è compiuta. È tempo che le
città vicine si scuotano e imitano l’esempio di questa. Noi invitiamo
tutte e ciascuna a costituire un consiglio di guerra, che lasci le
cose di consueta amministrazione ai Municipj costituiti in Governi
Provvisori. Per noi vi è un solo ed unico affare, quello della guerra,
per espellere il nemico straniero e le reliquie della schiavitù da
tutta l’Italia. Invitiamo tutti i consigli di guerra a limitarsi a
questo—Ci sarà grato il ricever loro immediate novelle e intelligenze
per mezzo di Commissari che abbiano animo degno dell’impresa.—Noi
domandiamo ad ogni città e ad ogni terra d’Italia una piccola
deputazione di baionette, che guidate da qualche buon Capitano venga
fare una giornata d’assemblea generale a’ piedi delle Alpi, per far
l’ultimo e definitivo nostro comento coi barbari.—Si tratta di ridurli
coi debiti modi a portarsi immantinente dall’altra parte delle Alpi,
ove Dio li renda pure liberi e felici come noi._

VIVA PIO IX.

_Dal Consiglio di Guerra in casa Taverna, 21 Marzo 1848._

  CATTANEO.

  TERZAGHI.

  CLERICI.

  CERNUSCHI.

  A TUTTE LE CITTA’ E COMUNI
  DEL LOMBARDO–VENETO

_Milano vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora
circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre
formidabile._

_Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le Città e
tutti i Comuni ad armarsi immantinente in Guardia Civica facendo capo
alle Parocchie, come si fa in Milano, e ordinandosi in Compagnie da 50
uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e provveditori per
accorrere ovunque la necessità della difesa impone._

  _Ajuto e Vittoria._

  W L’ITALIA, W PIO IX.

Entro il circuito del naviglio, non rimanevano a prendersi che il
palazzo del Genio Militare, quello del General Comando, e la caserma
di S. Francesco, e questi posti, ad eccezione di quello del General
Comando, furono le conquiste di questa giornata pei nostri valorosi
combattenti. Una lunga serie di editti vengono in oggi pubblicati;
alcuni raccomandano la quiete, altri il coraggio e l’unione, altri
cercano di regolare la formazione della Guardia civica, ed altri infine
vanno pubblicando tutti i nostri vantaggi sul nemico e le circostanze
interne ed esterne della città, onde ogni individuo sia istrutto del
progresso di questa santa guerra. Ne riferirò alcuni de’ principali a
schiarimento della mia storia.

  CITTADINI!

_I fratelli persistono nell’eroica loro risoluzione._

_L’armistizio offerto dal nemico è stato rifiutato. Coraggio e
perseveranza; la vittoria è immancabile._

  W PIO IX.

_I cittadini si sono impadroniti di tutti gli stabilimenti pubblici
e delle casse tutte. I detenuti politici sono liberati. La Città è
animata dal più vivo eroismo, e va cacciando il nemico alle porte._

_Armatevi e venite a soccorrere i vostri fratelli._

  FRATELLI!

_La vittoria è nostra. Il nemico in ritirata limita il suo terreno al
castello ed ai bastioni. Correte; stringiamo una porta fra due fuochi
ed abbracciamoci. Dateci intanto notizia di voi e del mondo politico._

  VIVA L’INDIPENDEZA ITALIANA
  VIVA L’EROICA MILANO

  CITTADINI!

_Il Generale Austriaco presiste, ma il suo esercito è in piena
dissoluzione. Le bombe che egli avventa sulle nostre case sono l’ultimo
saluto della tirannide che fugge.—I nostri bamboli non cresceranno
nell’orrore della schiavitù._

_Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi
avanti al tricolore italiano. Alcuni trattenuti dall’onor militare
domandano un istante a deliberare, applicandoci frattanto di sospendere
il vittorioso nostro fuoco._

_Cittadini, perseverate sulla via che correte. Essa è quella che
guida alla gloria ed alla libertà.—Fra pochi giorni il vessillo
italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo
stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a
combattere.—Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de’
suoi destini. Ella non appartiene che a sè.—I feriti sono raccomandati
alle vostre cure,—per le famiglie povere provederà la patria._

  =CITTADINI!=

_I nostri avamposti verso Porta Tosa sono già negli orti della
Passione, ove i nostri bersaglieri cominciano a spazzare i bastioni._

_Verso Porta Vercellina i nostri sono giunti vittoriosamente sino alle
Grazie. Alcuni acquedotti, che passano sotto i bastioni, sono stati
asciugati e ci mettono in comunicazione coll’esterno_.

_Il locale del Genio Militare fu preso dai nostri colla baionetta._

_In tre giorni hanno già imparato a battersi come veterani._

_Al di fuori cinquanta uomini di Melegnano hanno sorpreso con
un’imboscata un battaglione di cacciatori, che credendosi in faccia
a un corpo numeroso si diede a precipitosa fuga abbandonando morti e
feriti._

_Il nemico manca di viveri, gli ufficiali furono visti con pezzi di
pane nero in mano._

_Il nemico diede un armistizio, certamente per potersi raccogliere e
ritirare, ma è troppo tardi. Le strade postali sono ingombre d’alberi
abbattuti, la sua ritirata diviene già molto difficile._

_Coraggio, avvicinatevi d’ogni parte ai bastioni; date la mano agli
amici che vengono ad incontrarvi; questa notte la città deve essere
sbloccata da ogni parte._

Alcuni fatti degni d’esser ricordati successero in questo giorno e mi è
grata fatica il poterveli riferire, o benevoli lettori.

PORTA NUOVA. Nella sera del 21 dalle ore 7 alle 10 di notte, moschetti,
cannoni, obizzi, razzi e quanto d’infernale il nemico aveva, tutto
fu volto a vomitar morte e sterminio nella contrada di Brera, e i
nostri prodi gli tengono fronte con soli archibugi da caccia, lo
fanno indietreggiare, e lo costringono a rifuggirsi ignominiosamente
nel palazzo del Comando Militare. Trascorse alcune ore di continua
pugna, i cannoni che, posti avanti alla casa Carpani, sparavan lungo
la contrada, furono rivolti verso quella casa e con tre colpi orribili
giunsero a spezzarne la porta, facendo cadere tutti i vetri della casa
con indescrivibile spavento degli inquilini. Tosto che i soldati furono
padroni della casa incominciarono a devastare, a saccheggiare tutti gli
appartamenti che trovarono vuoti, per essersi tutti i vicini rifuggiti
nell’appartamento Carpani. Entrati poscia in quest’ultimo appartamento
fecero soffrire a tutti gli astanti un’ora e mezza di penosa agonia,
minacciandoli colle bajonette di passarli da una parte all’altra,
mentre un officiale comandante si divertiva suonando dei waltzer sul
piano–forte. Vi volle tutta l’eloquenza dei signori consiglieri Riva
e Salvetti e della signora Carpani, non che tutto l’oro che avevano
con sè tutti gli aggressi per frenare quell’orda di assassini. Nel
mentre che alcuni si erano impossessati degli abitanti della casa, e
che l’offiziale comandante continuava il suo divertimento, gli altri,
scorrendo l’appartamento, fecero un saccheggio generale, e quello che
non poterono portar seco, devastarono e distrussero in modo orrendo.
Si voleva condur prigione il signor Salvetti, come quello che aveva
più denari indosso, ma la moglie, che era incinta, avendolo preso per
un braccio, giurò che non l’avrebbe abbandonato. Titubava l’ufficiale
nel concedergli la libertà, ma il suono della ritirata che dal vicino
Comando Militare si fece sentire, fece ritirare quegli assassini, e
la vita fu miracolosamente a tutti salvata.—Il signor Carpani, mal
reggendo a quella spettacolosa scena d’orrore, colse il destro di poter
fuggire, ed andò a nascondersi arrampicando sulla canna del cammino
della cucina, da dove per un’ora e mezza soffrì, sentendo al di sopra
le grida di tutta la famiglia che credeva di trovar assassinata. Un suo
figlio, con altri trovarono rifugio colla fuga in giardino, sebbene
perseguitati da continue moschettate. Altri si salvarono sui tetti, ed
altri in cantina.

PORTA TICINESE. Verso le ore 5 della sera una mano di soldati irruppe
dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di
cinta dell’ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase
la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.º 3707, nella quale, trovata
la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e
derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo
piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono
in corte, gridando: fatevi_ guarire da Pio IX_, e depredate anche
qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i
pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà
abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior
parte delle donne s’erano rifuggite; e qui vi senz’altro scaricata
una fucilata, colpirono un bambino d’anni tre nelle braccia di suo
fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia
barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e
gettato sulla siepe della strada confinante.—Pure nella stessa casa vi
abitava certo Migliavacca d’anni 43 circa, ammogliato, con due figlie,
uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale
appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al
furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare
la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella
resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la
propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate
da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi,
e riunitisi quei mostri in numero sovrabbondante gli sfondarono la
porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati
prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere
ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tutto quel poco di meglio
che aveva per l’importo di lir. 653, poi risovvenendosi uno di essi
che avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni,
senza più riguardo niuno, subito come furia d’averno gli si avventa
addosso, e duro freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie
e delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano
grazia per l’infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri
lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo, lasciando
gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il
descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla
considerazione.

A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di Viarenna.
Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli abitanti di
questa parte della città confinante coi bastioni della Porta, alla
testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con fasci di legna, e
la spinse avanti l’inimico, il quale vi scaricava contro una grandine
di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia. Infiammati i nostri
di furor patrio non temono la morte, e si spingono tanto sotto che
costringono l’inimico alla fuga, lasciando tre de’ suoi morti sul
campo.—Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di Cittadella.

Narrasi nei citati 200 _racconti_, che una banda di Zingari scesero
verso le ore 11 dalle gradinate verso il tombone di Viarenna, e
schierati portaronsi per ispaccare la porta presso il monumento
Sforza, quando alzati miracolosamente gli occhi verso il monumento
che rappresenta la Madonna del Duomo, e, quasi colpiti da terrore,
proseguirono il loro cammino fino alla casa Dacomo, al civico n.º 3577,
ove trovata sgraziatamente aperta la porta, si introdussero in numero
di nove.—Alcuni dopo di avere spezzato varj usci, si portarono ad
ispiare sul tetto se mai vi fossero persone nascoste; altri discesero
nella cantina, ed ivi rinvenute nascoste più di venti persone,
scaricarono contro loro diversi colpi di moschetto e ne uccisero e
ferirono tre. Uno degli uccisori fu ammazzato dai vicini, e gli altri
fuggirono.

PORTA TOSA. Ad alcuni de’ nostri venne fatto d’uscire dalla città
guadando un’acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta
Tosa, e di concerto con varj paesani entrarono nella casa dell’osteria
_delle Asse_, dalle cui finestre poi fecero fuoco crivellando di palle
anche la casa della Birreria in possesso delle truppe, come abbiamo
veduto.

Circa le ore 4 pomeridiane gli alunni e le alunne del Conservatorio di
Musica per ordine del loro direttore conte Borromeo furono condotti
a ricoverarsi nel palazzo del conte Vitaliano Borromeo scortati da
dieci Guardie Civiche. Fino dalla mattina tutti i ricoverati nel
Conservatorio, non tenendosi sicuri in questo luogo, erano passati
nelle case vicine, e specialmente nella casa Archinto, ove lautamente
venivano trattati il signor Prevosto ed i Coadjutori della Passione, le
famiglie Cardani e Frasi, e molti altri.

Il casamento del Conservatorio, dietro i progetti proposti
dall’ingegnere Grassi, venne destinato a servir di appostamento ai
nostri bersaglieri onde tener di colà distratti i soldati dai due lati,
ed in tal modo facilitare la presa di Porta Tosa. Quello che avvenne
di poi in questo luogo ci viene descritto nei citati _Racconti di 200
testimonj_, dai quali prendiamo quanto segue:

«A undici ore di notte si radunarono molti patriotti in questo locale
per l’esecuzione del suesposto progetto».

«Io con un lumicino accompagnai l’ingegnere Cardani e diversi altri
armati di fucili e carabine nel quartiere delle alunne destinate
all’uopo; le gelosie delle finestre erano state chiuse tutto il giorno,
e nelle diverse scuole e nei dormitorj si apostarono i valorosi.

«Intanto alcuni zappatori diretti dal signor Borgocanti entrarono per
la parte della cucina nel giardinetto sotto posto. Io procurai loro
una leva di ferro ed altri attrezzi necessarj per aprire una breccia
nel muro di cinta; come fecesi colla massima precauzione per non
essere scorti dal nemico. L’ ingegnere Cardani, fattosi loro guida li
condusse colle scale della Chiesa della Passione, per le ortaglie sui
bastioni, ivi furono da noi calate le scale di fuori lungo le mura,
onde avessero ad ascendere quelli che si trovassero esternamente, e
che si dicevano accorsi in aiuto. Sfortunatamente non si vide nessuno,
sia però lode egualmente a quelli che progettarono ed eseguirono tale
operazione tanto arrischiata ed ingegnosa!»

«Ad un’ora di notte si cominciò dai nostri a tirare contro i militari
posti di guardia dietro le piante sul bastione; questi risposero
colle loro solite fucilate, poi si videro dei picchetti partire da
Porta Tosa e dal borgo di Monforte e venire a schierarsi di dietro
le piante su quel punto del bastione, e così a colpi replicati e
frequenti d’archibugi si continuò per più di un’ora, quando a un tratto
cominciarono le cannonate».

«Un cannone di Porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla
stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nell’atto
opposto, cominciarono a tirar contro le finestre del Conservatorio, e
ne menarono fiera rovina.»

«Ma Dio vegliava su noi, poichè dei tanti nostri, che per ben cinque
ore di seguito continuarono al combattere in questa località, due
soli restarono feriti sul detto quartiere delle alunne: uno fu certo
Poletti Carlo, che, colpito da una palla di fucile, fu trasportato da
prima nella cucina inferiore del Conservatorio, dove gli prestarono
soccorso d’ogni sorta, nel che il signor Preposto Radaelli si distinse
per carità, coraggio e zelo; quindi fu trasportato al deposito ove
morì il 25. Un altro Antonio Donzelli addetto allo studio del signor
avvocato Lissoni restò ferito egualmente, mentre l’ingegnere Cardani
gli caricava il proprio fucile. Il Donzelli però vive tutt’ora
essendogli stata dal chirurgo Valerio levata la palla, e si spera che
guarirà. Alcuni de’ nostri più ardimentosi, dalla breccia del muretto
del giardino del Conservatorio si spinsero nella prossima ortaglia, e
di là sino sul bastione con una scala della chiesa, ma dovettero poi
ritrarsi, restandone alcuni morti sotto le palle nemiche.

«Una cosa che ha veramente del miracoloso si è ammirata e si ammira
tutt’ora da quanti la videro e la veggano, e si è che, mentre nel
detto quartiere delle alunno si raccolsero più di 20 palle di cannone
di vario calibro, e alcuni pezzi di palle di obizzi e di razze alla
Congréve caduti sul tetto e nel dormitorio dov’erano tutt’ora dieciotto
letti coi piumaccini e pagliaricci, pure non vi fu alcun segno
d’incendio».

«Di più un quadretto rappresentante la Sacra Famiglia, attaccato alla
parete di una stanza, che serviva come sala da lavoro o da ballo alle
alunne, dove solevan recitare la terza parte del santissimo Rosario,
si vide tutt’ora intatta; mentre una grossa palla di cannone forò la
muraglia da parte a parte, e colpì la parete opposta della sala.»

«Varj piccoli quadretti ed acquasantelli posti sopra i letti nel
dormitorio si veggono interamente intatti ai loro posti, mentre le
pareti a cui sono appesi è tempestata di ogni sorta di palle di fucili
e di cannone».

«La cappella del Conservatorio che stava al disotto colle finestre
guardanti sul giardino verso il bastione, rimase egualmente intatta,
tranne che fu colta da due palle nelle finestre dalla parte della
cappella delle alunne; e così pure intatte le finestre della sagrestia
della Passione, mentre le altre finestre al di qua e al di là, di sopra
e di sotto sulla stessa facciata, furono tutte guaste e ruinate dalle
archibugiate e dalle cannonate.»



XI.

22 MARZO (MERCOLEDÌ).

 Son giunchi che piegano
   Le spade vendute:
   Già l’aquila d’Austria
   Le penne ha perdute.
   Il sangue d’Italia,
   Il sangue Polacco
   Bevè col Cosacco,
   Ma il sen le bruciò.
     Stringiamci a coorte,
     Siam pronti alla morte,
     Italia chiamò.

 MAMMELI.


Oh giorno memorabile, ultimo della nostra schiavitù, la tua memoria
occuperà la più bella pagina della storia d’Italia! Spezzate sono le
nostre catene, le nostre vittorie progrediscono, e di mano in mano
che i valorosi cittadini petti s’infiammano di quel santo amor di
patria, l’avvilimento s’impossessa delle orde austriache, che estenuate
di forze mal si reggono in piedi. La notte passò in un continuo
all’erta che gridavasi di tratto in tratto da chi stava a guardia
delle barricate, e veniva ripetuto da migliaja di voci. Il cannone
romoreggiava a Porta Tosa, a Porta Comasina, a S. Celso ed in altri
punti importanti dei bastioni, mentre si voleva nella stessa notte
stringere il nemico fra due fuochi e dar l’assalto ad una delle porte.
Il difetto d’accordo nelle mosse faceva andar a vuoto il disegno.
Ordini diversi si succedevano durante il conflitto. Chi gridava: _Colle
armi a Porta Tosa_, chi _S’apre la Porta Romana_, e simili. Intanto
spuntava il giorno sereno e fresco. Una delle prime imprese dei nostri
era quella di assaltare il palazzo del General Comando, quando con
universal sorpresa fu trovato vuoto, essendosi i soldati che v’erano
a guardarlo, vergognosamente giovati dell’oscurità della notte per
rifuggirsi in castello. Allora si presero le carrozze di que’ vecchi
generali e conducendole nella contrada si formarono delle barricate,
come erasi fatto di quelle del _Vicerè_.—Due obizzi e due razzi si
trovarono quella stessa mattina sul balcone dell’attuale Aggiunto
nell’ufficio di pubblica Vigilanza signor Grasselli in contrada di
Brera.

Più tardi si lessero sugli angoli della città, e si facevano anche
circolare i seguenti tre proclami:

CITTADINI!

  _Milano, 22 marzo 1848._

_L’armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del
popolo che vuole combattere._

_Combattiamo adunque coll’istesso coraggio che ci fece vincere in
questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora._

_Cittadini! riceviamo di piede fermo quest’ultimo assalto dei nostri
oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della
vittoria._

_Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e
vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente
morire._

_La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed
assicura ai feriti gratitudine e sussistenza._

_Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti
in Governo provvisorio, che reso necessario da circostanze imperiose e
dal voto dei combattenti viene così proclamato._

  Firmat. CASATI, Presidente.
  VITALIANO BORROMEO.
  GIUSEPPE DURINI.
  POMPEO LITTA.
  GAETANO STRIGELLI.
  CESARE GIULINI.
  ANTONIO BERETTA.
  MARCO GREPPI.
  ALESSANDRO PORRO.

CITTADINI!

  _Mercoledì, 22 marzo._

_La caserma di S. Francesco, il palazzo del Comando Militare e la casa
del Maresciallo Radetzky sono in poter nostro: è una nuova promessa
della nostra vittoria. Sappiatelo per averne la sicurezza che il nostro
nemico non può altro che abbandonare la nostra città. Tutto viene
ad accrescere la nostra fiducia: ne abbia nuovo stimolo il nostro
coraggio!_

  Viva l’ITALIA–Viva PIO NONO

=CITTADINI!=

_Viene riferito che alcuni travestiti da Prete siano esciti dal
castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso
perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendono il servigio di dare pronti
schiarimenti quando ne fossero richiesti._

_La spada del maresciallo Radetzky, la spada di sessantacinque anni che
fu tinta nel sangue de’ nostri fratelli, è nelle nostre mani, nuovo
pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli._

_Sessanta Croati rifiniti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra
pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria.
Tutti i molti prigionieri che ci si sono arresi sono da noi trattati
come vuole l’onore italiano._

_VIVA L’ITALIA—VIVA PIO IX._

_Dal Comitato Centrale di Guerra in Casa Taverna, 22 marzo 1848._

       *       *       *       *       *

Diversi fatti meritevoli di menzione succedettero anche in questo
giorno, come vado narrando:

S. LUCA, _Collegio Militare_. Già da tre giorni si dava l’assalto
a questo collegio de’ cadetti, quando costretti per mancanza di
viveri e di forze dovettero arrendersi. Il signor Severus, direttore
dell’istituto, aveva ordinato al maestro Corsich di disporre i 140
alunni sì che sicuri potessero offendere coi fucili e col cannone la
gente del popolo inerme che nel secondo giorno della rivoluzione usciva
dalle sue abitazioni per provvedersi delle cose di prima necessità. A
loro vengono aggiunti 300 cacciatori Tirolesi, e tutti uniti, animati
dalle istigazioni del loro direttore, cercano di uccidere a più potere.
I soli alunni italiani, che raccapricciavano a tale comando, sono
minacciati di 25 colpi di bastone. In questi giorni per non rallentare
il fuoco, viene a tutti proibito di portarsi al refettorio, e dal
sabato al mercoledì sono nutriti con tre once di pane al giorno. Vedi
barbarie del signor Severus, infame satellite di Radetzky!

Verso le ore dodici il marchese Trivulzio, che molto si segnalò in
questi giorni, portandosi con un corpo dei nostri per la consegna, fu
ferito in una coscia e si dovette trasportarlo alla sua abitazione.
I cadetti che appartenevano a famiglie milanesi vennero consegnati a
queste, e gli altri si tennero ostaggi nella casa Barbò. Più estese
notizie intorno alla presa di S. Luca si leggono nell’altre volte
citato libro dei _Racconti di 200 e più testimoni oculari_.

PORTA NUOVA. Reduce alla sera il cavaliere Palladini, direttore
dell’Ergastolo, dal Governo Provvisorio ove erasi recato per le
importanti sue rivelazioni, delle quali si è già toccato più sopra,
presentavasi ai portoni di Porta Nuova con due guardie inermi di quello
stabilimento, instando perchè qualcuno dei combattenti di quel forte
volesse scortarlo. La sera era oscurissima, e benchè corresse voce che
dalla caserma di S. Angelo continuava il fuoco ed incessante fosse lo
sparo dei cannoni in quelle vicinanze, s’offersero immantinenti e senza
tema i cittadini Luigi Rossignoli e N. Perelli. Percorso lo stradone di
S. Angelo ed accortisi che la caserma era già abbandonata dalle truppe,
tranquillamente proseguirono il cammino. Alloraquando arrivati al viale
che mette alla casa di Correzione, d’improvviso vennero scagliati due
colpi di fucile alla distanza di circa sei passi di fronte al Palladini
ed al Rossignoli, che precedevano gli altri tre del seguito; ma fu
volere d’Iddio che ne rimanessero illesi. Imprudenza sarebbe stata
l’avanzarsi più oltre per quella strada, stante l’oscurità della sera,
e per essere invasa dalle soldatesche, che, come venne a conoscersi,
proteggevano la propria ritirata; onde retrocessi d’alcun poco e fatto
aprire un’osteria di contro alla caserma di S. Angelo, fu ivi dato
ricovero al cavaliere Palladini, che vi passò la notte in compagnia
delle sue due guardie, cui il Rossignoli, prima di allontanarsi col
proprio compagno, muniva di due buone pistole perchè vegliassero alla
difesa del benemerito suddetto Palladini.

PORTA TOSA. Il combattimento che fiero e terribile durò in tutti
i cinque giorni a Porta Tosa è uno dei fatti più importanti della
rivoluzione di Milano. L’impeto poi con cui si attaccava oggi da tutti
i punti il nemico, dava a vedere esser questo il giorno decisivo della
battaglia. In questo luogo più che altrove la ferocia delle milizie
austriache diede le più orrende e turpi prove di sua barbarie. In
questo luogo più che altrove il cannone e le bombe, mitragliando e
bombardando, portavano lo sterminio a molti caseggiati. Il saccheggio,
l’assassinio ed il fuoco dominavano in tutte le case ove potè penetrare
il Tedesco; ben nove incendi appiccati nella giornata, entro e fuori
della città, rischiaravano talmente la notte precedente il giovedì, che
gli abitanti potevano attendere alle loro cure domestiche nel più fitto
della notte senza bisogno del lume[43].

In mille modi ci viene raccontato il combattimento di questo giorno
a Porta Tosa dai diversi narratori dei fasti delle gloriose cinque
giornate.

I punti principali dell’attacco furono dalla parte del Conservatorio
di Musica, e dalla parte del Dazio. Io riporterò quanto si legge in
proposito al primo nel n.º 4 nel giornale il _Lombardo_, in quanto al
secondo riferirò le parole del dottor Osio nelle sue _Reminiscenze_,
come quello che più s’accorda colle informazioni da me prese sul luogo
e da persone che v’ebbero parte.

1.º Dal giornale il _Lombardo_:

«Frattanto spuntava il mattino del 22 marzo, rallegrato da un cielo
sereno. Suonano le cinque, e mentre il Dal Bono muove verso il
Conservatorio, i cittadini che il difendevano colti da improvviso
timore, fuggendo esclamano: _Siamo perduti! Siamo perduti!_ Intanto
duemila Croati, una banda di Tirolesi ed il cannone irrompevano con
fragorosi tuoni per atterrare le mura del Conservatorio. Il pericolo
era iminente, imperocchè se fosse stato concesso al nemico di avanzarsi
più oltre, i cittadini erano presi alle spalle. Ma udita la causa di
quella subitanea mossa, e conosciuto il danno che ne sarebbe avvenuto
per l’abbandono di quel posto, il Dal Bono con animoso coraggio rincora
i fuggiaschi gridando: _Chi non è traditor della patria mi segua_, e
precede intrepido verso il Conservatorio. I cittadini, scossi a quelle
parole, il seguono tutti; ed egli gli dispone con molto avvedimento nei
siti meno esposti, parte sulle finestre, parte nei cortili, poscia in
mezzo ad una tempesta di palle attraversa un terreno per recarsi sotto
il muro di cinta vicino al bastione a parteciparvi delle ferritoje.
Il suo esempio è seguito da diversi animosi, ed in breve molti fori
furono fatti, da dove 20 e più fucilieri mantennero un vivissimo
fuoco. Anche dalle superiori finestre le fucilate non cessarono un
istante in tutto il giorno. Durante la mischia il Dal Bono accorreva in
ogni parte: ei provvide anche alla difesa del tempio della Passione,
collocando archibugieri sulle finestre del coro, e nelle prossime
case, per modo che i Croati e i Tirolesi non poterono avanzarsi un
sol passo, e furono d’ogni banda uccisi e molestati. Fra gli animosi
che segnalaronsi in questa giornata vuolsi ricordare un Belgiojoso,
abitante alla Guastalla, un Bianchini, cavallerizzo in casa Archinto,
un Carlo Bordoni, assistente all’emporio di belle arti, un impiegato
del Tribunale, ed alcuni bravi artisti pittori o scultori, il cui nome
non ci è conosciuto, ma che ciò non pertanto meritano la riconoscenza
dei propri concittadini. Mentre più ferveva il combattimento, alcune
guardie di confine insieme ai varj cittadini furono posti dal Dal
Bono alla difesa degli orti che stanno a sinistra della Passione.
Il coraggioso Luigi Archinto era in questo sito tra i primi, e dopo
un lungo alternar di fuoco i Tedeschi dovettero allontanarsi dalla
loro posizione, per cui gli abitanti di quelle case, che già da tre
giorni mancavano di ogni alimento, furono veduti correre verso i loro
liberatori.»

«Sbandato da queste parti il nemico, conveniva scacciarlo anche dal
bastione Monforte, ove erasi del continuo mantenuto malgrado l’accanito
combattere de’ cittadini, che per la seconda volta impadronironsi
dell’antico Palazzo del Governo. Gli abitanti di quelle case erano
già ridotti alla massima ristrettezza: mancanti di alimento, la morte
volava sopra di loro, se il crudo nemico fosse rimasto vittorioso.
Il Dal Bono alla testa di alcuni prodi, che difeso avevano il
Conservatorio, corre verso quella parte: innalza una barricata nel
mezzo della strada; fa praticare diversi fori nei muri dei giardini
di quelle case, ne sottrae gli abitanti, e tale fu l’accorgimento di
quelle operazioni che in breve tempo il nemico dovette anche da quivi
sgombrare».

«Allora un grido di gioja scorse da ogni parte, perchè finalmente
fu veduto compito il grande eccidio. Tutti contribuirono certamente
coll’assidua vece della pugna alla libertà della patria».

2.º Nelle _Reminescenze_ del dottor Osio si legge:

«Spuntò finalmente la tanta sospirata alba del giorno 22, alba
che era segnata l’ultima pei nostri nemici; si impiegarono le
prime ore nell’ispezionare i diversi quartieri di Porta Tosa, a
disporre tutto ordinatamente, e verso le ore sette del mattino si
cominciò il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco
all’Orfanotrofio di fronte al Dazio, di proprietà della città, e
data in affitto a certo Stefano Primo. Fu in quella posizione che
si cominciò a caricare i nostri piccoli cannoni, ad appuntarli un
dopo l’altro rimpetto al Dazio stesso, giacchè nella foga dei nostri
desiderj spingevamo l’ardire fino a credere di poterne atterrare la
porta, E qui meritano di essere grandemente encomiati tutti quelli che
ajutaronmi in questa impresa, mantenendo e l’ordine e la disciplina, e
gareggiando ognuno di vero patrio amore, mostrando un freddo coraggio
degno dei più valorosi capitani d’armata. Era in tutti una vera gara
nell’assicurarsi che il nostro piccolo pezzo fosse bene appuntato, nè
il frequente mitragliarci che facea il nemico valea ad incutere il
più piccolo spavento, chè anzi ad ogni colpo, che per fortuna andava
fallito, anche i meno coraggiosi diventavano arditi, sfidando collo
scherno il Tedesco che, e coi cannoni, e coi moschetti, tentava di
farci ritirare dalla nostra strategica posizione».

«Intanto varj coraggiosi giovani eransi inoltrati per la porta
dell’Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre
altro drappello si dirigeva verso il lato opposto, ed un terzo verso il
Borgo della Fontana».

«I primi tiri dei nostri spingardi non furono infruttuosi;
l’artiglieria nemica che stava appuntata al Dazio cominciò a ritirarsi
verso i bastioni, ed i soldati verso i luoghi da loro barricati[44];
veduto che l’effetto corrispondeva almeno in parte ai nostri desiderj,
vennero trasportati i due pezzi più grossi di fianco a casa Besozzi,
appuntandone uno per lato, mentre io manteneva la mia posizione coi
pezzi più piccoli, ajutato da diverse carabine appostate dietro il muro
della casa, appositamente traforato. Fu allora che mi accorsi che la
munizione andava scemando, e che lungo sarebbe stato il combattere:
spedii quindi due giovinotti con un biglietto a mio padre perchè
consegnasse subito loro una provvigione di polvere che mi trovava
avere, consistente in once 33 circa. Intanto si continuava il fuoco
rispondendo vigorosamente al nemico, il che contribuì non poco ad
assicurarlo come eravamo disposti a combattere con tutti i mezzi
possibili, ed a sfidarne intrepidi la rabbia. Nello stesso tempo i
nostri bersaglieri tormentavano i soldati coi loro colpi mortali,
nè più osavano molestarci apertamente, ma solo dietro gli alberi, o
dalle barricate del Dazio, e della casa Tragella. Formai in seguito
il progetto di trasportare anche i piccoli pezzi per appuntarli alla
casa ove stavansi barricati, e che io già conoscevo, ciò che venne
effettuato in un baleno, tanto era caldo il desiderio in tutti di
caricare il nemico da vicino. Si passò di casa in casa per le praticate
aperture; si atterrò pure in quel mentre anche parte della parete di
divisione della casa Borsa colla casa Rossi, ove abitava il Bianchi
già menzionato; di là passammo silenziosi in giardino, si caricarono
i piccoli spingardi, nè saprei dire quanti colpi fossero lanciati, nè
con quale vantaggio; questo solo però posso assicurare che lo spavento
e la confusione del nemico andava aumentando, ciò che contribuiva non
poco ad accrescere il nostro coraggio prorompendo ad ogni poco con
unanime grida di vittoria, vittoria, alle quali grida rispondevano pure
i nostri fratelli che stavano nella posizione opposta, e tanto ne era
l’aere percossa, che in un coll’entusiasmo che tutti ci animava non
vedeasi che il fuoco dei fucili, senza sentirne i colpi, e nemmeno dei
cannoni che continuavano a fulminarci dai vicini bastioni».

«Appena arrivati nel giardino del Bianchi in casa Rossi, come già
si disse, alcuni di noi si appostarono alla porta, mentre altri si
portavano, mediante una sdruscita scala a mano, sul solajo del casino
Cagnola ivi confinante, posizione fortissima, e la cui inspirazione non
so a chi sia venuta primiero».

«Questo è certo che di là si fece una vera strage, non essendo discosti
dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta
dai bastioni, ove dietro gli alberi si nascondevano que’ valorosi
campioni di marziale aspetto, ne’ quali Radetzky aveva riposte tutte
le sue speranze. Su tutta la linea si continuò il fuoco con ordine e
regolarità ed intrepidezza, fuoco che non cessò che al cessare della
lotta. Divisi in varj drappelli dall’una e dall’altra parte dal Dazio,
non che da diversi altri punti vicini, i nostri colpi mietevano molte
vite fra il nemico, e ben era facile l’accorgersene dai cadaveri
che vedeansi stesi lungo i bastioni, e dalla confusione che andava
crescendo in loro. Le barricate stesse non venivano da noi rispettate,
chè quando non si poteva mirarli all’aperto, si lanciavano colpi fra le
aperture delle stesse, e ben dovettero provarne danni immensi, giacchè
visitato il Dazio il giorno dopo, si trovò sparso di sangue ed il
terreno e le pareti».

«Sbaragliato un primo corpo di linea, credo del reggimento
_Reisingher_, venne a questi in soccorso un corpo di cacciatori;
sempre più animati dai felici successi dei nostri colpi, continuammo
il fuoco su di loro, e buona parte dovettero mordere il terreno, o
farsi trasportare feriti, e fra questi un ufficiale. Irritati, o meglio
spaventati dal vedersi così frequentemente decimati tentarono col
cannone di atterrare le porte ove noi stavamo appostati. Ma Dio era
con noi! In mezzo al loro cannoneggiar frequente io non esitai punto
a barricare la porta dello stesso giardino goduto dal Bianchi, che
potea essere facilmente atterrata, perchè debole, e più delle altre
esposta ai colpi del nemico. Fu poco dopo che mi recai nuovamente in
casa Ratti, premendomi osservare tutti i posti occupati dai nostri; in
quel mentre passando per casa Melas una palla da sedici a dieciotto
libbre cadeami a pochi passi distante, ammaccando fragorosamente il
muro; io la raccolsi religiosamente e la conservo ad eterna memoria,
come pure conservo un pezzo di cartoccio di ferro, entro cui i barbari
racchiudevano la mitraglia, e che cadea poco distante dal muro ove noi
stavamo freddamente a mirarli e colpirli. Fu pure allora che lanciarono
contro di noi dei razzi alla Congrève, tentando di incendiare la casa
che ci difendeva; ma i razzi produssero poco effetto, giacchè male
diretti, uno cadde in un giardino a noi vicino, affatto innocuo, ed un
altro in casa Melas appiccando il fuoco in una sola stanza al secondo
piano, fuoco che venne da noi stessi spento con pochissimo danno; fu
pure in quel momento che maravigliati scorgemmo cominciare il fuoco
anche in casa Tragella, ove il nemico stavasi barricato. Su questo
fuoco che andava mano mano crescendo si formarono varie congetture, da
chi cioè fosse stato appiccato, se dai nostri, o da loro. Certo che i
nostri non lo potevano anche quando lo avessero voluto tentare. Erano
circa le ore due e mezzo pomeridiane, e sino a quel momento nessuno di
noi aveva ancora osato avvicinarsi cotanto. Convien quindi conchiudere
che il fuoco sia stato dato da loro stessi, ed in tal caso è forza
il convenire che fino da quel momento, disperando della vittoria,
vollero suggellare la loro sconfitta con atti dell’innata loro ferocia,
devastando e distruggendo in mille modi quanto non poteano rubare».

«Anche il soccorso dei cacciatori fu di nessun danno per noi, mentre
essi provarono e perdita e vergogna, poichè, molti di loro feriti e
morti, dovettero ritirarsi fuggendo per avere i superstiti salva la
vita».

«Nè posso nè debbo tacere come a questi veramente mirabili successi
abbiano straordinariamente contribuite quelle barricate mobili,
monumento eterno del genio Italiano. Esse avanzandosi lentamente,
spinte dai nostri valorosi armati, nel mentre aumentavano lo spavento
nel nemico, permettean loro di potere impunemente avvicinarsi, e ferire
dietro quei baluardi inespugnabili. Gloria eterna al suo inventore!»

«Animati dalla loro fuga, resi noi arditi anzi che coraggiosi, formammo
il progetto di fare una sortita per caricare il restante colla
bajonetta in canna, della quale eravamo quasi tutti forniti; ma non
appena fatti quattro o cinque passi fuori del giardino del Bianchi, che
vedemmo arrivare correndo, dal lato di Porta Orientale, un drappello
di granatieri da quattro a cinquecento circa, e che appostatisi dietro
gli alberi stavano per colpirci. Ci ritirammo allora di bel nuovo, e
rincominciammo l’attacco, non mai scoraggiati, ma sempre più animati di
prima».

«Dopo una lunga lotta anche i granatieri dovettero abbandonare il
terreno, con perdita dei loro, e nessuno dei nostri, quantunque fossero
essi sempre ajutati dal cannone. Ai granatieri vennero in soccorso i
Croati, altro drappello di 500 circa, che furono pure completamente
sbaragliati. A questo punto, privo di munizioni, avendo consumate circa
150 cartucce, e da 26 a 28 once di polvere pei cannoni, mi ritirai
nel centro cercando alcuni fucilieri freschi, e munizioni per me e
pei compagni che cominciavano pure a scarseggiarne, promettendo a
tutti sicura la vittoria in meno di un’ora. Comparvero subito alcuni
giovani coraggiosi che volentieri si prestarono all’invito, e la
munizione venne favorita dal benemerito cittadino conte Belgiojoso,
della contrada della Guastalla. Feci immantinente ritorno verso le ore
sette e mezza, ma il fuoco era già stato dai nostri appiccato alla
porta; i soldati dispersi continuavano a tirare su di noi, e coi
fucili e coi cannoni, il che non valse a rallentare il nostro valore,
e fortunatamente in una lotta così ostinata, e che non durò meno di
dieci ore, noi non avemmo a deplorare che la perdita di tre individui
e di pochi feriti. Oh! voi tutti fortunati, che combattendo per la
patria incontraste una morte invidiata sul campo della vittoria! La
patria riconoscente perpetuerà i vostri nomi scolpiti, e li tramanderà
gloriosi ai nepoti, perchè, maravigliati dalle vostre eroiche gesta,
e dalle vostre virtù, imparino a sfidare il furore del barbaro che
tentasse di invadere questa nostra bella contrada, sacrificando e beni
e vita anzichè cedere più mai un palmo solo di questa sacra terra,
rigenerata ormai col sangue dei prodi».



XII.

LA VITTORIA.

 Le lagrime di gioja, i gridi dei bimbi, dei vecchi e delle donne, che si
 precipitavano nelle braccia dei loro vincitori guerrieri e li baciavano
 sulla bocca, furono tali e così profondamente sgorganti dall’anima, che
 per certo gli angeli del cielo se ne commossero, e toccando le arpe
 d’oro cantarono un inno di grazie all’Eterno per la vittoria conceduta
 ai loro mortali fratelli d’Italia.

  GOVEAN, _La battaglia di Legnano_.


Era trascorsa di due ore circa la mezzanotte quando quel forte
romoreggiare del cannone che doveva coprire la fuga delle truppe del
grand’impero, cessò affatto. Il Feld–Maresciallo credette di usare
questo nuovo ingegno di sua strategica per salvare la pelle. Chiamò
a raccolta tutte le sue truppe e mano mano che faceva il giro di
circonvallazione le raccoglieva, facendo trasportare con esse gli
innumerevoli morti e feriti, di che il valore dei nostri prodi aveva
coperto il terreno.

Prima ad aprirsi fu la Porta Comasina, e vi tenner dietro Porta
Nuova, Porta Orientale, Porta Tosa e Porta Romana. La novella della
riportata vittoria si sparge tosto per tutta la città. I nostri
accorrono al Castello ed alle porte. Un grido di _fuori i lumi, i
Tedeschi sono andati, vittoria, vittoria_, viene ripetuto per tutte
le contrade. Tutti vogliono assicurarsi del fatto. Le contrade vanno
stivate di gente cittadina e forese che era corsa in nostro ajuto.
Qual commoventissima scena di gioja, quegli amici, quei parenti, quei
mariti, quei figli, quei fratelli che durante i cinque giorni di
lotta non s’erano più incontrati, ora si abbracciano, si stringono
insieme, e gridano: _Sì siamo vivi, vivi e redenti, cessino le angosce,
Viva l’Italia libera_! Noi ci siamo battezzati col sangue de’ nostri
fratelli. Noi abbiamo giurato sulle loro esanime spoglie mai più
Tedeschi, mai più stranieri! L’Italia si è emancipata, essa può far da
sè. La patria di tanti eroi, la bella Milano sarà pareggiata all’antica
Roma.

Milano è libera e l’inimico sbandato e fuggiasco si muove in due
colonne verso Lodi e Bergamo. Il Governo Provvisorio ne dà tosto avviso
coi seguenti editti, invitando ancora i nostri prodi a tenergli dietro
onde spegnere del tutto quella razza di barbari e d’assassini.

  AI PARROCI
  E A TUTTE LE AUTORITÀ’ COMUNALI.

_Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per
Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa,
ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci._

_Il Presidente del Comitato di Guerra_

POMPEO LITTA.

=CITTADINI!=

_Milano, 23 marzo 1848._

_Il maresciallo_ Radetzky _che aveva giurato di ridurre in cenere
la vostra città non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz’armi
avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini
guerresche e di disciplina militare. Il Governo Austriaco è sparito per
sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente
a vincere del tutto, a conquistare l’emancipazione della rimanente
Italia, senza la quale non c’è indipendenza per voi._

_Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare
vivamente di non deporle così presto_.

_Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi
nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà
immediatamente._

_Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in
Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro
sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più._

_VIVA L’ITALIA._

_Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli
incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad
eseguirsi immediatamente._

  CASATI, Presidente.
  BORROMEO VITALIANO.
  GIULINI CESARE.
  GUERRIERI ANSELMO.
  GAETANO STRIGELLI.
  DURINI GIUSEPPE.
  PORRO ALESSANDRO.
  GREPPI MARCO.
  BERETTA ANTONIO.
  LITTA POMPEO.

  CORRENTI, Segr.



COMITATO DI PUBBLICA SICUREZZA

  _Milano, 23 marzo 1848_.

=CITTADINI!=


_L’opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata
col _coraggio_, coronata colla =costanza=, ma dev’essere perfezionata
coll’_ordine.

_Per guarentire la Sicurezza delle persone è necessario che certo
numero di que’ cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono
prender parte attiva nei combattimenti, si adoperano a sostenere colla
spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de’ suoi
Comitati._

_S’invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi
presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in
drappelli diretti dai già scelti capitani._

_Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai
malfattori, esser il braccio della giustizia e uffizio onorevole
quant’altro mai, perchè esige valore uguale a virtù._

_Cittadini! Non è lontana l’ora in cui torni l’Italia a ripigliare
l’antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi
riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi
meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli
in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in
mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società._

_VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!_

IL COMITATO

  FAVA.—SOPRANSI.—RESTELLI.—LISSONI.—CARCANO.—CURTI.

  _I Segretarj_, ANCONA.—COMINAZZI.

ITALIA LIBERA

W. PIO IX

ESERCITO ITALIANO

  _Milano, 23 Marzo 1848._

_I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico
nel suo seno. D’ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i
combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D’ora in poi
non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna
un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai
cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in
due parti; l’una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con
ogni varietà d’armi la città,—l’altra, provveduta completamente d’armi
da fuoco, e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa, anche
di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo
al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il
nemico fuggente; lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli
precluda lo scampo._

_Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima
delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio
dei secoli segnò per l’Italia, noi la chiameremo_ LEGIONE PRIMA,
_l’Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi._

_I difensori della città si chiameranno_ LEGIONE SECONDA, _e per
uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:_
GUARDIA CIVICA.

_Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre,
unitevi e all’Esercito, e alla Guardia, secondochè l’imperfetto
armamento v’impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando
fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi._

_Suvvia dunque, viva l’Esercito delle Alpi, viva la Guardia della
città._

  Il Comitato di Guerra

  POMPEO LITTA—GIORGIO CLERICI—GIULIO TERZAGHI
  CATTANEO—CARNEVALI—CERNUSCHI—LISSONI—TORELLI.

Prima di por termine a questa mia narrazione vorrei conoscervi tutti
o valorosi miei concittadini e coraggiose eroine per decantare i
vostri nomi ed i vostri trionfi a tutto il mondo[45]. Sì diciamolo,
nella nostra Rivoluzione vi fu del prodigioso, del sovrumano, ma vi
fu ancora un eroico coraggio, del quale non v’ha esempio nelle storie
dell’incivilita Europa. L’Austria è caduta, e con essa l’infame
sua politica che s’appoggiava sul raggiro e sulla frode. «Caduta è
l’Austria, ripetiamolo con Bianchi Giovini, e noi gettiamoci sopra
di lei, pestiamola, calchiamola, stritoliamola. Vendichiamo tutte le
infamie della sua polizia, tutte le malvagità del suo ministero, tutta
l’ignoranza de’ suoi ministri, tutte le estorsioni, le truffe, le
ruberie, i sacrilegi, le immanità consumate nel troppo lungo periodo di
trentatrè anni: e affamata, conquassata, sbigottita, balziamola al di
là de’ Tarvisj monti e sia maledetta la sua memoria».

Ora che Milano è libero, ma non tutto il territorio, il Governo
Provvisorio continua con energici editti a mantenere in noi
quell’entusiasmo e quell’eroismo che tanto ci distinse durante i cinque
giorni, riportiamo il seguente:

PROCLAMA

IL GOVERNO PROVVISORIO.

  _Milano, 25 marzo 1848._

_Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del
nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne,
vagante come frotta di belve, raccozzato in bande di saccomanni, ci
tiene ancora in tutti gli orrori della guerra senza darcene le emozioni
sublimi. Così ci fan essi comprendere che l’armi da noi brandite a
difesa non le dobbiamo, non le possiamo deporre se non quando il nemico
sarà cacciato oltre l’Alpi. L’abbiamo giurato; lo giurò con noi il
generoso Principe che volle all’impresa comune associati i suoi prodi:
lo giurò tutta Italia, e sarà!_

_Orsù dunque, all’armi, all’armi, per assicurarci i frutti della
nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l’ultima battaglia
dell’Indipendenza e dell’Unione Italiana._

_Un esercito mobile sarà prontamente organizzato._

_Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari
del Governo Provvisorio. Soldato d’alto nome dell’antico esercito
italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell’epoca militare
napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all’armi italiane nella
gran lotta della libertà._

_Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l’avete
meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro
coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli
per cui già siete divenuti maraviglia e vanto a tutta la nazione._

_Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior
Guerriero del mondo, anch’esso italiano, accorrete a combattere sotto
le bandiere della libertà: mostrate d’essere ringiovaniti nella nuova
gioventù della patria vostra._

_Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l’angoscioso servigio,
sotto le verghe dell’Austria, venite a dimenticare il passato, a
cancellarlo sotto la bandiera tricolore, che fra breve sventolerà
dall’Alpi ai due mari._

_Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte
le armi impugnate a difesa de’ vostri politici diritti, ripigliatele
per rivendicare con noi i diritti dell’umanità_.

_Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza,
accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi
tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui
risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della
libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo
percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto._

_Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre
braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere._

_Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti
i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di
PATRIA e di LIBERTÀ._

_Dio è con noi: già ne ’l presagiva Pio IX in quella sua benedizione
a tutta Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del
suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di
quest’eroica settimana: Dio è con noi!—All’armi, all’armi! Vinciamo
un’altra volta, e per sempre._

  CASATI, Presidente.

 BORROMEO VITALIANO—GIULINI CESARE—GUERRIERI ANSELMO STRIGELLI
 GAETANO—DURINI GIUSEPPE—PORRO ALESSANDRO GREPPI MARCO—BERETTA
 ANTONIO—LITTA POMPEO.

 CORRENTI, _Segret._

Quindi lo stesso Governo si volgeva al Sommo Pontefice Pio IX, a colui
che suonò continuamente sul labbro di tutti, come l’iniziatore del
maraviglioso rivolgimento politico dell’Italia, implorando la sua
benedizione nel proseguimento della guerra dell’indipendenza italiana.
Ecco il tenore dello stesso indirizzo:

IL GOVERNO PROVVISORIO DI MILANO

ALLA SANTITA’ DI PAPA PIO IX.

  _Beatissimo Padre!_

_La gran causa dell’indipendenza italiana da Vostra Santità
benedetta ha trionfato anche nella nostra città. Noi le abbiamo resa
testimonianza di sangue; e ne andiam lieti nella speranza che questo
sangue sarà lavacro di rigenerazione per noi e per tutt’Italia._

_Nel Nome Vostro, Beatissimo Padre, noi ci preparammo a combattere;
scrivemmo il Nome Vostro sulle nostre bandiere, sulle nostre barricate;
nel Nome Vostro inermi quasi e improvidi d’ogni cosa, fuorchè della
santità pe’ nostri diritti, affrontammo i formidabili apparati del
nemico; nel nome Vostro giovani e vecchi, donne e fanciulli, lietamente
combatterono, lietamente morirono, ed ora nel Nome Vostro apriamo la
gioja de’ nostri cuori a Dio_ che ha vinto in noi la sua battaglia.

_Sì, è Dio che in noi ha vinto: lo proclama la gran voce del popolo,
che in questa certezza dimentica tutti i dolori del passato e li
perdona, mentre pieno di fede contempla nell’avvenire l’avveramento di
quelle magnifiche promesse di che prima gli entrava mallevadrice, o
Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta parola. Intrepidi nella lotta,
noi siamo stati misericordiosi nella vittoria; e devoti al Vostro
Nome che suona mansuetudine e perdono, non ci siamo abbandonati
all’ebbrezza del trionfo, non l’abbiamo macchiato d’alcuna esorbitanza,
e, quanto lo consentono le severe ragioni della guerra, abbiamo
rispettato l’immagine di Dio anche nel nostro spietato nemico._

_Spietato nella pugna, più spietato dopo la pugna; perocchè, volgendo
in fuga dalla città nostra, si gettò sulle terre vicine e fe’ di tutte
le campagne dei nostri contorni all’Adda ed all’Oglio un desolato
deserto. Violate le Chiese, i Sacerdoti dispersi e martoriati, in
fiamme i casali, gli abitatori taglieggiati, assassinati: carnificina e
saccheggio per tutto. Ed anche a noi spietato, pur dopo averci lasciati
tanti segni della cieca ira sua: perocchè trascinò con sè molti
nostri concittadini che aveva già nei dì della lotta soggettati ad
ogni obbrobrio, ad ogni martirio di servitù, Magistrati riguardevoli,
giovani nel fior della vita e delle speranze, padri, mariti, figli.
Sulla sorte loro noi viviamo in ansietà dolorosissima, sapendoli alla
balía d’una sfrenata soldatesca e di sgherri ancor più sfrenati.
Ah! queste son tali angoscie che ci avvelenano anche la gioja della
vittoria. Ma coll’averla deposta nel cuor paterno della Santità
Vostra, ci sembra sentircela già disacerbata, massime che il pensier
nostro corre già a vagheggiar la speranza che in pro’ di questi nostri
disfortunati s’interporrà, Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta
autorità, la Vostra parola propiziatrice._

_Intanto, forti del nostro diritto suggellato dal sangue de’ nostri
combattenti, forti dell’ajuto che ci presta, da noi domandato, il
magnanimo Re di Sardegna, forti del Vostro Nome, noi ci prepariamo
a proseguir quella guerra a cui non può metter fine che la completa
conquista dell’indipendenza italiana. Sinchè ferve la guerra contro
il comun nemico, solleciti di mantener l’ordine, più necessario
dentro, quando si combatte fuori, noi provvederemo insieme ai governi
provvisorj di altre città di Lombardia sgombre dall’austriaco e con noi
affratellate, che dissidj non sorgano sulla forma politica a cui debba
comporsi questa nobil parte della gran Patria italiana. A causa vinta,
la Nazione deciderà; e certo avrà per noi gran peso l’esempio degli
altri nostri fratelli, dacchè siamo fermamente risoluti di rivolgere
tutti gli sforzi nostri a rendere più saldi i legami dell’unica unità,
senza cui l’Italica indipendenza non sarà mai._

_Ma ora si tratta di combattere, si tratta di ricacciare oltre le Alpi
il comun nemico d’Italia, quel nemico che contristò anche il paterno
Vostro cuore, o Beatissimo Padre, e osò fare del Vostro Nome un segno
di contraddizione e di scandalo. Or dunque a Voi ricorriamo come al
primo Cittadino d’Italia, come all’iniziatore di questo gran moto che
i volonterosi condusse e trascinò i repugnanti, come al nostro padre,
come in Cristo che_ francò tutte le nazioni della terra. _Aggiungete
alla forza delle nostre armi la forza delle Vostre benedizioni:
benediteci nell’effusione della Vostra grand’anima, come avete già
benedetto a tutt’Italia: benediteci nella pugna per benedirci nella
vittoria: vittoria finale che farà sorgere una voce sola a gridare
dall’Alpi ai due mari:_

  VIVA L’ITALIA LIBERA ED UNA. VIVA PIO IX.

  _Milano, il 25 Marzo 1848._

  CASATI, _Presidente_.

  BORROMEO—DURINI—LITTA—STRIGELLI—GIULINI
  BERETTA—GUERRIERI—GREPPI—PORRO.

Il Sommo Pontefice in seguito ai felici successi della Lombardia
indirizzava ai popoli Italiani le seguenti parole:

  PIVS PP. IX.
  AI POPOLI D’ITALIA
  SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.

_Gli avvenimenti che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda
succedersi e incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo
vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri, non ode
la voce del Signore. Guai all’umano orgoglio se a colpa o a merito
d’uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di
adorare gli arcani disegni della Provvidenza, sia che si manifestino
nelle vie della giustizia o nelle vie della misericordia: di quella
Provvidenza, nelle mani della quale sono tutti i confini della terra.
E Noi, a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle
opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desiderj, ai timori,
alle speranze che agitano gli animi dei Figliuoli Nostri._

_E prima dobbiamo manifestarvi, che se il Nostro cuore fu commosso
nell’udire come in una parte d’Italia si prevennero coi conforti della
Religione i pericoli dei cimenti, e con gli atti della carità si fece
palese la nobiltà degli animi, non potemmo per altro, nè possiamo
non essere altamente dolenti per le offese in altri luoghi recate
a’ Ministri di questa Religione medesima. Le quali, quando pure Noi
contro il dovere Nostro ne tacessimo, non però potrebbe fare il Nostro
silenzio che non diminuissero l’efficacia delle Nostre benedizioni._

_Non possiamo ancora non dirvi che il ben usare la vittoria è più
grande e più difficile cosa che il vincere. Se il tempo presente ne
ricorda un altro della storia vostra, giovino ai nipoti gli errori
degli avi. Ricordatevi che ogni stabilità e ogni prosperità ha per
prima ragion civile la concordia: che Dio solo è Quegli che rende
unanimi gli abitatori di una casa medesima: che Dio concede questo
premio solamente agli umili, ai mansueti, a coloro che rispettano le
sue leggi nella libertà della sua Chiesa, nell’ordine della società,
nella carità verso tutti gli uomini. Ricordatevi che la giustizia sola
edifica; che le passioni distruggono: e Quegli che prende il nome di Re
dei Re, s’intitola ancora il Dominatore de’ popoli._

_Possano le Nostre preghiere ascendere nel cospetto del Signore e far
discendere sopra di voi quello spirito di consiglio, di forza e di
sapienza, di cui è principio il temere Iddio: affinchè gli occhi Nostri
veggano la pace sopra tutta questa terra d’Italia, che se nella Nostra
carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la
più diletta, Dio volle però che fosse a noi la più vicina._

_Datum Romæ apud S. Mariam Majorem die XXX Martii MDCCCXLVIII,
Pontificatus Nostri Anno secundo._

  PIVS PP. IX.

Tosto avuta in Torino la nuova del fortunato esito della nostra
rivoluzione si ordinò per il giorno 24 dello stesso mese di marzo la
celebrazione di un solenne _Te Deum_ nella cattedrale di quella città,
cui intervennero S. M. il Re colla R. Famiglia e la Corte, li Supremi
Magistrati, il Corpo di città e le regie Università. La Deputazione
Lombarda ebbe un posto distinto. Durante la funzione si sentiva un
continuo e forte cannoneggiare, e le truppe schierate sulla piazza
fecero i fuochi di parata; quindi S. M. con lo Stato Maggiore passò la
prima rivista alle 24 compagnie della Guardia Comunale. Alla sera vi fu
splendidissima illuminazione per tutta la città, che venne rinnovata la
sera vegnente.

A un’ora dopo mezzo giorno della domenica, giorno 26, arrivò fra noi
la milizia Sabauda fra le acclamazioni di un popolo esultante che
affollatissimo si era portato alla Piazza d’Armi e fuori del Sempione
per incontrarla, sebbene il cielo mandasse dirottissima pioggia. V’era
pure la nostra Milizia Civica, divisa già in varj drappelli ed in buon
numero schierata nei due lati della strada a fare il presentat’arm’.
Alcune gentili signore non poteronsi tenere dall’allungare le loro
graziose manine e porgere delle coccarde tricolori a que’ garbati
ufficialetti, che con molta eleganza se le mettevano sul cuore unite
a quella dell’amato loro Sovrano. Le grida di _Viva i fratelli
Piemontesi_, _Vivano i Prodi Lombardi_, _Viva l’Italia libera_,
venivano contraccambiate tra gli spettatori e gli arrivati.

Lo stesso Carlo Alberto, alla testa di altro poderoso esercito partiva
nel medesimo giorno coi Figli, dopo d’aver raccomandati la Regina, la
Duchessa ed i Principini alla Guardia Nazionale. Il nobile disinteresse
di questo magnanimo Principe, che abbandonò così spontaneo la deliziosa
sua reggia per combattere il comun nemico alla testa delle sue truppe,
e divider con esse gli stenti della guerra, gli acquistò tanta simpatia
nei cuori di tutti gli Italiani e particolarmenle dei Lombardi, che
tanto valorosi quanto generosi gli stanno preparando un premio condegno
al suo merito. Egli non degenera da quella dinastia veramente italiana,
che pel corso di nove secoli vegliò sempre a difesa dell’Italia.

Viva il magnanimo e potente Carlo Alberto, la prima e più valorosa
spada nella guerra per la libertà d’Italia!

Venezia, Modena, Reggio, Parma ed altre città inviarono successivamente
al Governo Provvisorio, e le più per mezzo di Deputati, indirizzi o di
adesione, o di congratulazione, o di fratellanza italiana. Il Governo
com’era suo debito rispose loro, e nelle risposte espresse la sua
riconoscenza e dichiarò i suoi principj, le norme della sua condotta e
le sue speranze sull’avvenire. Tanto gl’indirizzi quanto le risposte
furono fatti pubblici per mezzo della Gazzetta officiale.

Pubblichiamo, come documento istorico comprovante un titolo alla
stima dei Milanesi, il seguente indirizzo dell’Autore delle _Melodie
Italiche_, reputandolo opportuno a tramandare la memoria di un fatto
degno di vivere nella memoria di quanti hanno cara la virtù della
gratitudine, il quale spetta al giorno 23 del marzo.

  AI VOLONTARJ GENOVESI.
  CAPITANATI DA G. DE CAMILLI
  E PRECURSORI DEI MILITI ITALICI IN MILANO

  _Fratelli!_

_I Lombardi superstiti agli stenti e ai lutti dell’esiglio, quando
nella durata di una generazione fecero le due prove per ricuperare
un bene, che la forza e la frode dei successori dell’Enobarbo resero
infauste, il bene perduto, ma pur sempre caro e sacro retaggio di
memorie e di speranze inalienabili, que’ nostri diletti ritornando
al supplice desiderio dei rimasti leali alla patria nel posto loro
fisso, come a Geremia, tra le desolazioni cittadine, narrarono colla
gioia del pianto, che l’astro dei naviganti scorgevali a scampo dalle
carceri e dai patiboli del nemico sulla spiaggia di quel mare dove
Cristoforo Colombo imparò a governare la vela e il timone per iscoprire
le stelle e le isole divinate dall’Alighieri e dal Petrarca nel cielo e
nell’oceano dell’Atlantide. E parlavano di voi, magnanimi Liguri, colla
esultazione della gratitudine, raccomandandoci la malleveria dì un
debito, che non avremo pur sciolto, se compartecipi non siate di ogni
nostro titolo alla stima delle nazioni, voi primi venuti all’impresa
della fede e dell’amore col generoso fuoruscito, che salutammo l’araldo
di giuliva novella, mentre apparve guidandovi ad esaltare il Signore
degli eserciti sulle mille trincee, portentosi altari di testimonianza
degli oppressi, fatti lioni di Giuda, contro i violenti._

_Di quanto sangue grondassero per molte età le tolde di quelle
galere, che si contendevano il commercio del Mediterraneo per
istipendiare coi tesori dell’Oriente le bande depredanti e struggenti
i figli di una stessa madre, quando le tracotanze degli stranieri si
avvantaggiavano delle nefande discordie, noi più non rammenteremo:
giacchè la fonte delle lagrime fu esaurita da tanta espiazione; e
scese il perdono coll’angelo sterminatore dei barbari nel campo di
Legnano, annunciandoci le giornate della giustizia riparatrice; e
disse al primogenito popolo dell’ultima alleanza, pari all’eletto
dell’antica:—cingi ai fianchi sul lucco la daga degli avi, e col
bordone de’ Romei ti appresta a seguire la fase dell’Onnipotente per
celebrare nella valle di Pontita la pasqua della liberazione, sedendoti
nel cenacolo, in cui si confermi dal re de’ nostri sacrificii la
religione di un patto statuente l’emblema di propizio avvenire._

_E voi sapete, ospiti cordialissimi dei profughi, che il lituo di Pio
era operatore di miracoli come la verga di Mosè per ricondurli alle
liete imbandigioni di quel convito, disserrando i termini fìssi dal
Faraone teutonico alla cattività dell’abbominio. Inesorabile l’odio de’
suoi ministri alla vocazione del nostro destino, ebbe la pena delle
tenebre misteriose, mentre le tribù dei militi votivi al martirio
consumatore della tirannide ivano nello splendore sfolgorante dal
labaro del riscatto; e simili ai Cherubini veglianti l’arca primitiva
le immagini di Ambrogio e di Galdino, domatori delle esorbitanze
imperiali di Teodosio e di Federigo, precedevano i passi della nostra
vittoria. E ai pargoletti chiedenti nel dì delle grazie, perchè le
rombe a stormo delle squille innanzi chiamanti al pericolo espandessero
allora i placidi suoni del giubilo, i vecchi rispondevano:—ecco il dì
della perenne ricordanza, nè opere servili lo profaneranno più mai nel
paese dei grappoli e delle spiche, il paese archetipo della redenzione
di ogni popolo._

_Dolce la lode degli antenati al cuore dei posteri meritevoli di
serbarla negli inni della tradizione, se come voi, o nepoti dei prodi
propulsatori delle ostili masnade dopo un secolo ricacciate da noi,
abbiano una fama loro propria, che stia nel firmamento qual luminare
senza tramonto: ma gli asterismi sono storici monumenti, in cui si
effigiarono i fatti ordinatori del mondo morale, simboli eterei dei
volghi d’Italia, che staranno, come quelli dello zodiaco, permanenti
nella individualità di un nome e di un’orbita con armonia di evoluzioni
successive e simultanee intorno al sole, occhio sol egli della
Provvidenza per noi._

_Benedetta la luce di raggi moltiplici ed una vita della materia e
dello spirito, elemento originario dell’universo, che il Verbo creatore
mise nell’abisso delle cose, e salvatore in quello delle idee! La prima
fiaccola figurativa di questa luce per l’orizzonte civile fu locata da
voi, abitatori di Genova, sul culmino dell’Apennino, nella notte della
veglia dell’armi trionfatrici degli oppressori:—all’erta, gridarono le
vedette, accendendone di giogo in giogo sino alle vampe del Vesuvio e
dell’Etna: all’erta, ripetevano le scolte delle Alpi, udito il tuono
balenante di meteora boreale, fausto presagio delle battaglie degli
umili debellatori dei superbi; e si compiranno da quel Giosuè, che le
arpe dei leviti e le danze delle vergini accompagneranno col cantico
del passaggio dove gli eroi dell’antico carroccio santificavano la
terra della seconda promissione per giurarvi la legge perpetua della
evangelica fratellanza, su quel campo di maggio, nel giorno XXIX, che
ricordi l’anniversario del 1176. E là vi stringeremo la destra, che
impugnava per noi il brando del sacrificio, acclamandovi concittadini
per iscolpire i vostri nomi nei fasti della Insubrica regione._

  _Il 12 aprile, 1848._



NOTA

INTORNO ALCUNI DISTINTI INDIVIDUI


Vado riepilogando in quest’ultima nota i nomi di alcuni cittadini che
si distinsero con prove di valore, e d’inaudito coraggio sfidando
intrepidi le palle nemiche e dirigendo col senno la gran causa
nazionale. Cari ci suoneranno mai sempre i nomi dei sacerdoti Volonteri
Giuseppe, cappellano di S. Celso, che liberò dai Croati la caserma
di S. Apollinare; di Besesti Giovanni, coadiutore nella parrocchia
di S. Calimero, uno dei valorosi che sprezzarono ogni pericolo per
accorrere incuorando gli animi ove più vivo ferveva il combattimento,
per disporre l’occorrente alla difesa delle barricate, per prestare
asilo alle famiglie che fuggivano dalle case devastate dal cannone,
per contenere la sfrenata licenza dei Croati.—D. Pietro Mauri, di cui
abbiamo già fatto cenno alla pag. 124, ed ora aggiungeremo che fu
veduto sul tetto della chiesa di S. Tommaso colla croce e colle tegole,
gridando ed eccitando i cittadini alla difesa ed all’offesa; precedere
impavido il trasporto de’ morti; e per ultimo andare di guardia
ambulante col marchese Pallavicini e l’avvocato Turati dal castello
all’Arco del Sempione la sera del 23.—Il Prevosto di Missaglia, signor
de Gaspari, che fino dal primo giorno dell’insurrezione milanese
arringò la popolazione incitandola ad armarsi e ad accorrere in
nostro ajuto.—L’abate Malvezzi (conosciuto pe’ suoi lavori letterarj
ed artistici) che molto si adoperò nel suo ministero, somministrando
gli estremi conforti ai feriti, accompagnando i feriti ed i morti
all’ospedale e sorvegliando alla formazione ed alla custodia delle
barricate. (V. quanto di lui si scrive ne’ _Racconti di 200 e più
testimonj oculari_).

La Gazzetta di Milano ci ricorda degni di memoria e di cittadina
riconoscenza gli ingegneri Silvestri, Zambelli e Villa; gli aggiunti
Locatelli e Pensa; il capo–macchinista Giovanni Miani, ed i macchinisti
Kling, Thyss, Callin, Vergottini, Tohnson, Faenza e Giuseppe Miani;
tutti i conduttori della strada ferrata Lombardo–Veneta, i quali,
scoppiata appena la Rivoluzione Milanese, inalberarono fin dal primo
giorno ad esito incertissimo il colorito vessillo della libertà,
animando in tal modo i campagnuoli ad armarsi per Milano, indi
percorrendo giorno e notte la linea della strada ferrata da Treviglio
sino alla cascina _Ortiglia_ e viceversa, condussero gratuitamente
nei cinque giorni successivi più di 30,000 foresi in sussidio della
Lombarda Capitale. Questi generosi spendevano giornalmente più di
duemila lire italiane in fare procaccio di pane, di polvere, di piombo,
e convertirono in appuntate aste i picconi e gli altri stromenti che
avevano nei magazzini. Essi raccoglievano, copiavano e diffondevano
i diversi avvisi mandati fuori, per mezzo dei palloni volanti, dal
Governo Provvisorio, e raccozzavano i numerosi campagnuoli, condotti
con le strade ferrate, a Calvairate, li fornivano di vettovaglie,
danaro e munizioni, e li guidavano verso i bastioni rispondenti al
borgo di Monforte, e verso i bastioni tra Porta Romana e Porta Tosa,
acciocchè il nemico (trovandosi tra i due fuochi dei Milanesi e dei
Campagnuoli) avesse a sgombrare.

BASSI EUGENIO e FAMBOLI ANTONIO, ambidue studenti, alle ore 10
del giorno 21, armati salirono la mura tra Porta Ticinese e Porta
Vercellina, entrando in città dal borgo di S. Calocero, per dar notizie
dell’armamento della campagna.

BATTISTOTTI–SASSI LUIGIA. Quest’eroina, d’anni 24, nativa della
Stradella in Piemonte, ed abitante al Cavo della Vettabia, dal giorno
18 marzo fino al 22 combattè in abito virile come fuciliere nella
compagnia de’ Volontari sotto gli ordini del comandante Bolognini.
Fu essa la prima a costruire barricate nel suo quartiere abbattendo
alberi. Strappata di mano ad un soldato una pistola obbligò altri
cinque d’arrendersi, e li fece accompagnare nella Caserma de’
Finanzieri a S. Michele alla Chiusa. Quindi stretti al seno i figli e
dato un addio ai congiunti, volò il giorno 19 col marito a dare ajuto
ai combattenti, ed un esempio nuovo alle sue pari. A colpi di carabina
uccise di piè fermo Croati e cacciatori tedeschi, ed insieme a tutta la
compagnia avventossi sul nemico arrestandolo ed inseguendolo sino al
bastione di Porta Ticinese sotto una pioggia di palle che dal campanile
di S. Eustorgio cadevano sul bastione tra Porta Ticinese e Porta S.
Celso. Al borgo di S. Croce arrestò tre guardie della cessata Polizia e
le condusse in casa Trivulzio a S. Alessandro. Recatasi al borgo della
Fontana, sostenne unita a varii Pompieri, una lunga fucilata contro i
Croati colà stanziati. Questa valorosa donna non depose mai le armi se
non per portare farina in città dal vicin mulino di Porta Ticinese con
grandissimo rischio della sua vita. Per tutti questi suoi meriti verso
la Patria, fu dal Governo Provvisorio, in un col prode Sottocorno,
rimunerata con una pensione.

L’eroico coraggio della Sassi merita un posto distinto negli annali di
Milano come fatto straordinario e prodigioso.

BELLONI. Fra i valorosi delle cinque giornate sono meritevoli di
speciale ricordo i quattro fratelli Belloni e i loro compagni. Il 18
marzo furono tra i primi a costruire barricate, gittandovi in copia i
materiali dei propri magazzini, e facendo lavorare i propri dipendenti.
Il 19, avvertiti dal Birigozzi che ferveva la lotta in vicinanza
di S. Celso, accorsero colà, e la sostennero animosamente. Poscia
ingaggiarono accanito combattimento contro le guardie di Polizia,
della cui caserma s’impossessarono il giorno 21. Il 22 ebbero parte
nell’occupazione della caserma di S. Francesco, e poi recatisi nella
contrada di S. Giovanni sul Muro, di là fecero fuoco sui cacciatori
Tirolesi e li obbligarono ad abbandonare il Foro, ed essendosi Luigi
Belloni spinto, dopo il mezzo dì dello stesso giorno 22, sul bastione
tra Porta Ticinese e S. Calocero, in compagnia solamente di Bellovesi,
Fumagalli, e di Antonio Muzziani (il quale era pieno di coraggio,
ma privo di arme), si trovò in breve ora soccorso dai fratelli,
che avevano con sè alcuni tiratori muniti d’archibugio, e parecchi
individui senz’armi diretti dal commerciante Ruffatti. In un baleno
tagliarono una dozzina di alberi, e sotto il fuoco dei Tedeschi, in
faccia a loro sul bastione, e di pieno giorno eressero due barricate,
le tennero per più di tre ore, e così ebbero mezzo di calare dalle
mura della città alcuni portatori di importanti dispacci del Governo
Provvisorio. In quella posizione fecero prigionieri dodici soldati
dell’ex reggimento dell’arciduca Alberto, dai quali seppero che il
nemico si apparecchiava a partire dal Castello, e per conseguenza da
Milano in quella medesima notte. In quasi tulle queste fazioni ebbero
a compagni, oltre ai già nominati, anche Antonio Tamburini, Carlo
Chiodoni e Francesco Menghini. Facevano poi l’ufficio di esploratori il
Muzziani sopra detto, un Ambrogio Leccardi, un Natale Fabbrica, ed un
Carlo Gianbellini, che per grave ferita si dovette ritirare.—Onore ai
Valorosi.—Dal _22 Marzo, n.º 51_.

CALATI CARLO, oste di Corsico, superò due volte le mura in mezzo al
moschettar dei nemici per portare notizie al Governo Provvisorio.

_Cazzamini Andrea_, ingegnere, di Oleggio provincia di Novara,
giovine di ottima ed agiata famiglia. Questi dopo di essere stato in
varj punti della città con altri de’ nostri prodi nei primi quattro
giorni della rivoluzione, nell’ultimo si unì a quelli che entrarono
nello Stabilimento dell’Orfanotrofio maschile, ed attraversati
alcuni giardini si portarono in vicinanza al bastione di Porta Tosa.
Ivi il Cazzamini fece prodigi di valore, avendo, al dire di un suo
compagno, uccisi più di trenta de’ nostri nemici, e sempre noncurante
della propria vita, perchè tutto intento alla sant’opera della
liberazione, fu colpito da una palla di fucile. Ferito mortalmente,
venne trasportato nel detto Stabilimento, ove, nonostante le cure
prodigategli, dopo ore ventiquattro dovette morire, benedicendo con
l’ultime parole, prima di chiudere gli occhi per sempre, Iddio che gli
aveva lasciato vedere la città liberata dalla presenza de’ suoi iniqui
oppressori.

CURTI AMBROGIO. Fra gli episodi della nostra rivoluzione, quello va
ricordato specialmente in cui figura l’avvocato Pier Ambrogio Curti,
membro del Comitato di pubblica sicurezza. La mattina che il palazzo
del Tribunale Criminale fu evacuato dal presidio austriaco, e che i
detenuti politici furono posti in libertà, nel parapiglio erano state
forzate le porte degli stanzoni carcerarj. Trovavasi l’avvocato Curti
nella corte del palazzo Criminale quando ad un tratto vide una turba di
detenuti, ancora coperti dalle carcerarie schiavine, lanciarsi fuori
dalla terrena _Guardina_, e muniti di grossi bastoni e sassi tentar
l’evasione. Coraggiosamente vi si oppose il Curti armato di pistola
e squadrone, se non che que’ detenuti alla di lui voce non fecero
resistenza, ma d’un tratto si buttarono ginocchioni e colle mani giunte
baciando la terra imploravano la libertà, promettendo si adoprerebbero
alla difesa della patria. Fu risposto dal Curti che sarebbe provisto
perchè fossero più presto spicciate le procedure, e che intanto si
ritirassero ne’ loro camerotti. Quegli sgraziati si lasciarono per
allora ammansare, forse anche intimiditi pei sorvenuti borghesi armati,
onde di bel nuovo vennero rinchiusi nelle carceri. Fu tosto provveduto
con organizzarvi una guardia stabile. (Dal _Lombardo_.)

DUNANT, profumiere. «Il 18 marzo di eterna memoria, al comparire
della prima sommossa, che dal palazzo del Municipio recavasi a quello
dell’ex–Governo, il Dunant spiegava una bandiera tricolore di seta.
Questa era la seconda che compariva in mezzo al popolo, e fu tale
l’entusiasmo destato a quella vista che tumultuosamente la turba se ne
rese padrona; nello stesso tempo fece gettare dalle finestre della sua
abitazione che danno sul Corso gran quantità di coccarde nazionali, già
ivi preparate, le quali vennero pure con gran giubilo raccolte, poste
nei cappelli e portate con pompa alla testa dell’attruppamento.»

«Siccome poi la Galleria poteva e doveva essere sotto ogni rapporto un
punto di mira pel nemico, il Dunant mise in opera tutto il suo sapere
per fortificarla, e renderne mortali al Tedesco gli accessi, e in un
col concorso degli altri inquilini questo edifizio si vide trasformato
in una quasi inaccessibil fortezza.»

«Oltre il numeroso personale addetto al proprio stabilimento, lo stesso
radunò molti altri individui, che ben forniti d’armi da fuoco e di
munizioni appostò ai balconi di sua abitazione nel piano inferiore
della Galleria verso la facciata. Tali disposizioni si accordavano
con quelle prese da altri inquilini, e già presentavano al nemico una
difesa validissima. Intanto il Dunant collocava ad un piano superiore
una batteria infernale di nuovo genere, consistente in ben cinquecento
libbre d’acido solforico distribuito in varj recipienti da versare e
scagliarsi sul nemico e sui loro cavalli da una numerosa vicinanza.
Questo liquido micidiale avrebbe fatto strage dei combattenti Tedeschi.
I cavalli colpiti sarebbonsi impennati e volti in fuga, precipitando
cavalieri e cannoni sulla truppa medesima che doveano proteggere.»

«Preservata in tal modo la Galleria da ogni nemica invasione, gli
uomini raccolti dal Dunant si sparsero per la città, volando a
combattere dove più urgeva, e al dir loro, fecero gran strage di
Austriaci. Anzi quattro di essi, seguendo le loro orde fuggitive, sono
partiti per andarli a combattere in aperta campagna.»

«Nelle cinque giornate di blocco lo stesso Dunant dirigeva
un’organizzata corrispondenza areostatica nella Galleria medesima
per mezzo di palloni, e fra questi uno di forma colossale adorno di
quattro bandiere a tre colori, rinchiudente gli Avvisi che giornalmente
faceva pubblicare il Governo Provvisorio intorno agli avvenimenti della
città. Ne fece anche stampare degli altri separati in caratteri grandi
ed intelligibili ad ogni villico, e tutti convenientemente collocava
nei palloni, e poscia li spediva traverso le linee degli assedianti
portatori della nostra corrispondenza ai campagnuoli, facendo
sventolare nel libero aere sulla testa dei primi l’italiana bandiera.»

«In mezzo ad un vivo fuoco d’artiglieria, ed affrontando ogni specie
di difficoltà e pericolo, pervenne Dunant a trasportare sul Duomo un
grandioso stendardo tricolore fisso alla rispettiva asta, il quale
precedentemente era stato dal popolo portato in trionfo intorno alla
piazza, e benedetto dal sacerdote Luigi Malvezzi. Questo stendardo
fu dal Dunant inalberato in faccia all’inimico sulla sommità della
guglia maggiore di fianco alla statua della Madonna. Questo fu il
primo vessillo nazionale che siasi veduto sventolare anche da lontani
paesi, in quelle cinque giornate, sulla Cattedrale; avendo rispettabili
persone ivi addette dimostrato l’insignificanza di altre due banderuole
bicolori, cioè bianche e rosse, che con la maggiore facilità furon
trasportate per la scaletta interna e collocate ad un ripiano inferiore
alla posizione dello stendardo innalzato esternamente a vista e sotto
le cannonate dei torrioni del Castello[46].

«_Riassumendo_ quanto sopra oprato in piena luce, e dettagliato nei
relativi documenti in mano del Governo, che confermiamo veridici in
tutte le loro particolarità, risulta:

«Che Dunant coraggiosamente prese parte attiva e significante alla
rivoluzione fin dal suo scoppiare, sebbene incertissimo e pericoloso
fosse l’esito della prima sommossa, e dopo dato uno dei più
significanti segnali della rivolta efficacemente la sostenne;

«Che personalmente, con mezzi pecuniarj e cogli individui al suo
servizio contribuì ad una valida difesa, indi all’attacco, alla
sconfitta ed all’inseguimento delle orde austriache».

«Suoi scritti, i palloni e la gran bandiera tricolore sul Duomo, non
poco dovettero eccitare ed incoraggiare i circonvicini paesi a muovere
in ajuto della città».

«Finalmente fu quello, che al cospetto dei barbari, dava ben alto nel
cielo il segnale della vittoria del popolo milanese, proclamava il
trionfo della libertà sulla tirannia ed il risorgimento della civiltà;
che in mezzo alle palle ed alle bombe piantò il primo stendardo della
nazionalità e della gloriosa indipendenza d’Italia tutta».

LEONCINI ANTONIO, pregato che si tenesse dall’assalire il Castello
assiepato di Tedeschi, rispose: Lasciate fare, le palle non ci toccano:
portiamo in fronte il nome di Pio IX.

Il capitano MANARA LUCIANO prese ed incendiò la Porta Tosa, difesa da
sei pezzi di cannone.

MESCHIA GIOVANNI, lattivendolo di Porta Ticinese, va distinto tra i
più valorosi combattenti delle barricate durante i cinque giorni. Egli
tormentò il nemico ora in Viarenna, ora al bastione, uccidendo alcuni
cannonieri sull’atto che stavano per dare il fuoco al loro micidiale
istrumento. Apportatosi dietro un camino sul tetto, davanti al
campanile di S. Eustorgio, uccise con dieci colpi altrettanti soldati
che s’erano impadroniti di quella torre, e da dove moschettavano
sopra i cittadini. Il suo ritratto viene egregiamente descritto nella
seguente sestina tolta da una poesia fatta in suo onore:

  Si chiama questo tal _Meschia Giovanni_,
  E vende il latte a Porta Ticinese,
  È grande di persona ed ha trent’anni,
  Se non sbaglio però di qualche mese,
  È snello, pronto, ardito molto e destro,
  E nel tirar a segno un ver maestro.

MONTANARA N., capo della forza di Finanza, è da commendare per esser
venuto il primo tra il popolo, e recato la sera di martedì al
ponte Beatrice per impedire a’ Croati di congiungersi alle truppe
stanziate al Comando Militare. La qual cosa egregiamente riescitagli,
sollecitamente accorse a Porta Vercellina a fine di tentare un assalto
alla caserma di S. Francesco; indi alla chiesa di S. Vittore, per
disperdere un corpo di Cacciatori e Croati disseminati per quelle
ortaglie. Negatogli l’accesso alla chiesa da quei preti custodi, salì
per violenza sul campanile, ove facendo suonare a martello, dall’alto
della torre e dalli spiragli sostenne una lunga fucilata, nella quale
il nemico lasciò molti morti. Poi di là, sempre guidando i suoi,
inseguì la truppa e l’artiglieria, che costretta a ritirarsi, si mosse
verso Porta Ticinese; passando internamente di casa in casa, le tenne
dietro sino al Borgo di Viarenna, ove s’appostò nell’edifizio della
Dogana, dalle cui finestre maltrattò siffattamente la fanteria e
cavalleria che combattevano dai bastioni, che le costrinse a fuggire
più presso all’Arco Ticinese. Le inseguì colà tuttavia, perchè pareva
mirassero impossessarsi del Mulino delle Armi, ove erano magazzini di
vettovaglia, e quivi da un cittadino generoso avuto un cannone, lo
appuntò sulla barricata della via della Vettabia, onde tenere lontane
e snidar quelle che già s’erano sparse pei campi. In questo fatto si
distinse pure la guardia Borroni che fu de’ primi a salire il bastione
affrontando le palle tedesche. Chiesto ajuto, la sera del mercoledì,
da quelli di Porta Comasina, il Montanara s’affrettò al luogo detto
la Foppa, ove per due ore sostenne un doppio fuoco contro i soldati
stanziati sul bastione e quelli ch’erano a guardia del magazzino di S.
Teresa. Fu il Montanara che gridando ad alta voce: Vittoria! giunse
a tempo di troncare il fuoco impegnato per equivoco tra i nostri e
quelli accorsi dal di fuori in nostro soccorso. Non credo di dover
finire senza un ricordo di gratitudine all’infelice e valorosa guardia
Capra, la quale, alla presa della caserma de’ Croati a Sant’Apollinare
entrata in battello per darle l’assalto, si espose sì coraggiosamente
ai colpi degli assaliti, che vi perde la vita, ferita da due palle nel
capo.—Una nota posta a queste notizie ci fa sapere come il signor capo
Montanara non trovò ostacolo alcuno da parte dei preti della Basilica
prepositurale di San Vittore al Corpo, giacchè, fin dal fatale mattino,
appena sentito il suono a martello della vicina Basilica Ambrosiana
(già evasa dai nemici la Caserma attigua di s. Vittore), i sottoscritti
due fratelli in persona salirono immediatamente sul campanile di
quest’ultima chiesa, e con non poca fatica e grave pericolo della vita,
ivi suonando più forte e sollecitamente più che poterono per maggior
dispetto all’accanito nemico, e più coraggio ai nostri valorosi, pel
continuo suono furono fatti bersaglio dei cannoni postati sul bastione
della prossima Porta Vercellina, ed una palla fra le altre fu sì ben
diretta a noi soli, che dessa ci passò framezzo, fatti consapevoli di
tal graziosa e gentil visita dal polverìo in cui ci trovammo avvolti
pei mattoni percossi, dal traversotto spostato, e dalla palla istessa
di cannone che rinvenimmo a’ nostri piedi. Da quel momento in poi non
si cessò un istante e dagli inservienti della chiesa istessa, e da
altri ancora accorsi, dal suonare con energia e di giorno e di notte.

  _Il cittadino prete_ Belli Vincenzo, _coadiutore
    in detta Basilica di San Vittore._
  _Il cittadino_ Belli Angelo, _promotore de’ LL.
    PP. Elemosinieri ed Uniti di Milano._

NOVA GIUSEPPE. Il primo che entrò nelle sale del palazzo di Governo,
il primo che espose ai membri della radunata congregazione Centrale
i troppo giusti lagni dei Milanesi, il primo a dichiarare che un
ulteriore indugio a riconoscere i loro diritti sarebbe stato il segnale
della rivolta, lo abbiamo nel signor Nova. Egli diede l’esempio del
massimo eroismo e della massima moderazione quando coll’ardire della
persona, e colla forza della parola arrivò a far piantar il vessillo
tricolore in quel medesimo palazzo dove la tirannide straniera si
celava e raccoglieva a Consiglio, ed accorse a salvare il sig. Kolbs,
in allora segretario della presidenza, da un colpo di pistola che
gli veniva diretto. Lo stesso Nova va distinto tra i più coraggiosi
nell’assalto di S. Apollinare, ed al suo valore ed al suo senno si
deve principalmente la buona riuscita di quest’impresa. La presa di
questo magazzino militare, presidiato da una quarantina di uomini fu
difficilissima per la sua costruzione quasi forte castello, ed il
combattimento durò tre giorni, nel quale noi ebbimo a piangere un
solo morto e tre feriti. A provare quanto fossero barbari i Croati,
e crudeli con loro stessi vi basti questo fatto: Il martedì sera
quando i nostri s’erano già in parte impossessati del locale, uno di
essi conoscendo la lingua slava stava interrogando un Croato ferito
(che veniva portato in corte implorando la vita) per sapere quanti di
loro vi fossero a presidio, e per farlo parlare gli prometteva che lo
avrebbe fatto trasportare allo spedale e medicare. Egli stava appunto
confessando il tutto, quando due o tre moschettate gli furono scaricate
da’ suoi compagni, che lo stesero morto.

OMOBONI TITO. Questo personaggio godeva già fama fra noi per i
suoi viaggi in Affrica e nelle Indie, e per aver combattuto nelle
guerre della Spagna e del Portogallo. Allo scoppio della Rivoluzione
intraprese a costruire delle barricate a difesa della contrada del
Durino, e quindi diresse il piano d’attacco di Porta Tosa, nella quale
impresa fu mirabilmente secondato dal conte Luigi Belgiojoso e dai
suoi figli Cesare ed Alberto. L’Omboni passò poi tra le prime file dei
Volontarii, ai quali potrà giovare colla spada e col consiglio.

PIROVANO PAOLO, d’anni 17, di professione falegname, fu il primo a
superare la barriera di Porta Tosa. Egli consegnò una quantità di
munizioni da guerra, e specialmente palle di mitraglia da lui raccolte
sotto il fuoco dei cannoni. Domandatogli qual ricompensa si sarebbe
potuto proporre al Governo in premio del suo coraggio, rispose non
ambire altro che l’onore d’esser ammesso alla Guardia Civica. Egli
fu inoltre il primo a portar fuori di Milano la bandiera italiana
tricolore.

SIMONETTA ANTONIO, ora capitano della Milizia nazionale del rione
di S. Eufemia, che seppe aggiungere al nostro partito il Corpo dei
Finanzieri, i quali dalla domenica a tutti gli altri giorni della
Rivoluzione si distinsero per zelo e per coraggio dispersi per la
città. Avrei avuto a narrare qualch’altro fatto che onora il distinto
cittadino Simonetta, se la somma modestia dello stesso non me ne avesse
imposto silenzio intorno ai medesimi.

SOTTOCORNO PASQUALE, che pel primo incendiò le porte del palazzo del
Genio, e diede altre prove di valore, ottenne dal Governo Provvisorio
il seguente attestato che fu affisso su tutti gli angoli della città.

  CITTADINI!

_Onore al popolano Pasquale Sottocorno, che nel palazzo del Genio
appiccò primo il fuoco alla porta e irruppe a disarmare e far
prigionieri 160 soldati. Quest’oggi ei rinnovò la prova di valore
straordinario, assaltando la pia casa di ricovero e disarmando i
soldati che vi stavano a guardia. Il nome del Sottocorno suoni glorioso
sulle bocche di tutti i prodi, e resti esempio ed eccitamento alle
generazioni venture._

Milano, 22 marzo 1848.

(_Seguono le firme del Governo._)

SUZZARA GAETANO. «È debito di riconoscenza l’annoverare fra i prodi
Milanesi questo nostro concittadino, che sprezzando ogni pericolo, con
tanta solerzia difese la cara nostra patria. Fu il terzo che prese
d’assalto il locale del Genio, portando in trionfo fra le acclamazioni
del popolo le spoglie di un iniquo croato. Da questa impresa
rapidamente passò ad altra nel giorno susseguente, presentandosi
all’attacco della Caserma di S. Eustorgio. L’approssimarsi a questo
locale fu assai malagevole: i dintorni erano troppo scoperti, e quindi
assai pericolosi. La casa Bolognini allora gli aprì il varco, e due
muratori perforando le pareti delle abitazioni gliene procurarono
l’accesso di casa in casa passando per giardini, per case maestose
e per umili tuguri, finchè giunse ad appostarsi di contro a quel
formidabile baluardo.»

«Ma l’ingegnere Suzzara, non meno prode nei fasti militari quanto
solerte ed instancabile per guarentire la cosa pubblica, entrò fra
i primi nel Castello, in quel nido di sevizie e di nefandità, e vi
scoperse in luogo appartato, 24 casse di polvere, una cassa di palle
da obizzi, una cassa di racchette (razzi alla Congrève). Per tale
importante scoperta e per la consegna da lui fatta di questo geloso
materiale, venne incaricato dal Comitato Borromeo di praticare ovunque
ricerche per rinvenire arme e munizioni. Adempiuta con ogni diligenza
possibile una tale missione, il Comitato di guerra lo autorizzò
a ritirare e custodire tutti gli arredi d’abbigliamento che si
trovavano in Castello. È inutile il dirlo, conviene aver veduto quel
luogo siccome noi che ne fummo testimonj poco dopo la fuga di quelle
orde di barbari, perchè si possa immaginarne o descriverne l’orrido
aspetto. Tutto era disperso per le corti, spezzati i bauli, infrante
le casse ed il contenuto in balía del popolo, che, ancor furente, in
grandi masse rovistava, per disprezzo e scherno, quei miseri avanzi,
il cui succidume infettava l’aere, e respingeva perfino i più caldi
investigatori dal penetrare in quelle stanze, ove tutto era confusione
e disordine. Ma il Suzzara fece tosto espurgare da ogni immondizia
più di 400 locali; fece praticare suffumigi in ognuno di essi, e
poscia incominciò a separare gli oggetti varj: or tu vedi magazzini di
monture, di ferramenta, di giberne, di coperte di lana, di piumaccini,
di pelli, ecc., tutti disposti in bell’ordine, e quindi questo locale,
mercè la sua indefessa attività e diligenza si può visitare, come lo
visitammo jeri con gentili signore, senza alcun ribrezzo, tanto egli
seppe renderlo accessibile anche alle persone più schive.»

«La patria per così magnanime azioni gli sarà riconoscente.»
Destrani.—(Dai _Racconti di 200 e più testimoni oculari_).

TERZI GIOVANNI FEDERICO, studente di legge d’anni 19, si distinse
combattendo al Genio, ai portoni di Porta Nuova, dove uccise un
austriaco, ed in ispecie a Porta Tosa, dove trovata una famiglia in
mano de’ Croati, trasse loro di mano un ragazzo di circa sei anni, che
sugli omeri portò al Comitato di pubblica Sicurezza non senza pericolo
della vita, giacchè una palla nemica portavagli via il cappello.

VILLA MARIA. Circa alle ore 11 antimeridiane del giorno 22 una banda
di soldati composta di Croati entrarono, dopo d’averne spaccata la
porta con scuri, nella casa numero 2203, ma se ne partirono dopo
d’avere spogliate alcune stanze, intanto che tutti gl’inquilini si
erano nascosti chi nei tombini, e chi frammezzo gli ordigni delle
mollazze che ivi si trovano. Il padrone di casa, sig. Franzini, fu
quegli che avvisò la propria famiglia e gli inquilini che gl’invasori
erano partiti, onde potevano uscir sicuri dai loro nascondigli. Dopo
un’ora circa ecco una nuova banda di Croati che corre verso quella
porta; al rumore tutti cercano guadagnare i primieri posti di scampo,
calandosi nei tombini, e tra i 15 o 16 circa ch’erano ivi discesi,
trovavasi certa Villa Maria, moglie di Garolini Agostino, con un figlio
unico lattante, di 12 mesi, il quale per l’oscurità del luogo si mise
a piangere, e nulla valsero della madre e del padre le cure onde
farlo tacere. Allora la generosa donna deliberò d’uscire dal luogo di
sicurezza onde non mettere a repentaglio la vita di tutti. Esce dal
buco del tombino, il marito gli porge il figlio, ed abbandonandosi
alla Provvidenza attraversa la corte e si reca in una stanza dove si
trovavano altre otto o dieci desolate madri, che tutte seco avevano
innocenti e teneri pargoletti. Non appena ivi giunta ecco arrivarvi
la masnada dei suddetti barbari soldati, che minacciano la vita a
tutti questi, e specialmente ad un povero vecchio malaticcio che
ivi trovavasi. Tutto misero in opera quelle infelici onde impetrare
la vita, non risparmiando persino le carezze, ma i crudeli non
volevano arrendersi, e continuavano colle minacce di morte, dicendo:
venga ora Pio IX a liberarvi; dov’è Pio IX, e volendo ad ogni costo
estirpare il figlio dal seno della Villa, già s’erano apparecchiati
a infilzarlo sulle bajonette per rappresentare con esso il ritratto
di Pio IX. Figurisi ognuno le angoscie ed i timori della madre, la
quale tenendoselo stretto al seno, tanto resistette e tanto pregò, in
un colle compagne, che finalmente s’arresero. Ciò fatto chiesero la
sicurezza della vita, ed essi risposero che solo in Castello potevano
essere sicure; ed intanto che gli altri mettevano a soqquadro la
casa, dove erano anche due Ungaresi in un filatojo di seta, alcuni
scortavano, circa alle ore 2 pomeridiane, le misere a quella volta, i
quali incontratisi per la via con alcuni loro compagni, sogghignavano
tra loro alla vista della fatta preda. Giunti alla porta del Castello
verso il Sempione, venne lor proibito d’entrare da un poliziotto
che eravi di guardia, così che per ben due ore dovettero rimanersi
colà spaventate dai tanti orrori che allo sguardo loro dovunque lo
rivolgessero si presentavano; quand’ecco alle ore 4 circa esce una
carrozza; era Radetzky preceduto da un grosso corpo di Raisingher, e
soffermatosi un momento il legno, la Villa fattosi coraggio si presentò
alla portiera chiedendo carità. Ed egli non sapendo cosa volesse,
distrattamente trasse il borsellino per offrirle una moneta, e la
Villa disse, non carità di denaro chiedo, ma sibbene carità per questo
mio innocente bambino: a queste parole rivoltò altrove lo sguardo, si
mossero i cavalli, ed egli rimise la borsa nella scarsella e partì
senza proferire parola.

Ciò avvenuto le misere si recano nel Castello, ed ecco nella prima
corte ritrovano un nipote di una delle donne che componevano la
piccola carovana, il quale era militare; figuratevi la sua sorpresa
nel vedere la zia e le sue compagne. Narrano a quel fratello in breve
l’accaduto, e cercano salvezza. L’Italiano disse loro di colà rimanere
sino al suo ritorno. Portasi costui dal suo Comandante ad implorare
per quelle sventurate, ed infatti ottenne di condurle tutte in una
stanza al secondo piano, dove eranvi 6 o 7 pagliaricci, quindi le
provvede di una secchia d’acqua, e raccomandando a loro un rigoroso
silenzio, e specialmente alla Villa per riguardo al bambino lattante.
Le persuase a non aver timore se sentissero lo sparo del cannone nella
notte, mentre questo era il segno della loro andata, disse loro di
serrarsi nella stanza e se ne partì. Donne che già avevano patito
i disagi di 5 terribili giornate, pure nella loro stanza rinchiuse
recitando il SS. Rosario a poco a poco andavano acquistando coraggio,
e benchè in quel giorno non avessero potuto mangiare, pure la Villa
continuò tutta la notte ad allattare ora ad una mammella ora all’altra
il bambino, che non mise più un gemito, anzi la Provvidenza fu a lei
e alle sue compagne tanto propizia che alla mattina quando i nostri
fratelli Milanesi entrarono nel Castello e che fecero echeggiare quelle
squallide mura di italiche grida, uscir poterono dalla stanza, e si
portarono tosto a casa loro, dove la maggior parte, e specialmente la
Villa non trovarono se non i loro mariti, senza avere onde adagiarsi e
provvedersi del necessario alimento, non essendo loro restato che que’
pochi panni che avevano indosso.

VIMERCATI OTTAVIANO. «Fra i rifuggiti Lombardi che erano in Piemonte
quando scoppiò la rivoluzione di Milano, si trovava il signor Ottavio
Vimercati da Crema, quel valoroso giovane che s’era distinto nei moti
anteriori di Milano, e che aveva inutilmente sfidato alcuni codardi
ufficiali tedeschi instigatori delle stragi del gennajo. Egli a Torino
s’era aggregato all’animoso ed intelligente drappello dei Lombardi che
spingevano il Sovrano Piemontese al soccorso dei fratelli di Lombardia,
ed appena udita la nuova dei moti di Milano volò sotto le di lei
mura. Egli militò quattro anni ufficiale negli Spachi nell’esercito
francese dell’Algeria; quindi per trarre miglior partito delle sue
cognizioni militari pensò diriger le bande d’armati accorsi dai paesi
e dalle città vicine sotto le mura di Milano per molestare i nemici
esternamente, e, ponendoli fra due fuochi, tentare di aprire una via
di corrispondenza fra i cittadini e i fratelli esterni. Nel 21 marzo
raccolse una colonna di circa quattrocento dei meglio armati, fra cui
erano molti Bergamaschi eccitati da un frate, tenente da una mano un
crocifisso, dall’altra una spada, e disposti rapidamente in ordine di
guerra tentò di abbruciare la porta Vigentina o di dare la scalata.
Fece recar legne e scale sotto le mura colla massima precauzione, e
parendogli più spedita la scalata, giacchè le mura erano esplorate
e sguernite di truppa, la tentò ed egli salì il primo; ma il nemico
avea spiato le mosse della sua colonna e l’attendeva in agguato con
oltre un migliaio di soldati. Vimercati, scopertili ritirossi co’ suoi
dopo alcune scariche, e s’appostò di dietro i muri delle case vicine
ai bastioni, costretto a ritirarvisi dalla sortita di truppe dalle
due Porte Romana e Vigentina che volevano toglierlo in mezzo. Ivi si
impegnò un combattimento, in cui restarono feriti tre cittadini e morto
uno, ma dei nemici furono uccisi undici, nè egli si ritirò più lontano
sino a che venne fulminato dal cannone.»

Non vanno pure dimenticati i nomi dei valorosi Cusani, figlio del
marchese Francesco, del conte Gianforte Secco Suardi, di Luigi
Piccinini Rossari, di Luigi Ronchi, di Antonio Cristofori, maestro di
musica, di un Rusca, di Giuseppe Pezza. Va distinto ancora il nome del
dott. Carlo Osio (autore dell’opuscolo, _Alcuni fatti delle cinque
gloriose giornate_), che col fratello Enrico trovatosi a faccia il
nemico in molti scontri sempre combattè con eroica prodezza. Egli
pure nel citato opuscolo ha motivo di lode, fra i tanti valorosi che
vanta Milano in queste cinque giornate, i seguenti: Monteggia Antonio,
Balzaretti Giovanni, Scalfi N., Bononi N., Suini Sigismondo e Giuseppe,
Ceresa N., Vicenzino Paolo, i fratelli Mangiagalli Alessandro e
Battista, Rossi Giuseppe, Bertarini N., Quadri N., Torricelli Pietro,
Scarafoni N., Furi Francesco, Appiani Giuseppe, Manzotti, Aluisetti
Giuseppe, Caramelli Domenico, Tagioli Vittore, Lorini, fratelli Giacomo
e Giovanni, Morini Serafino, Trabattoni Giuseppe, Vassalli Giacomo,
Lorini Gaetano, Leoni Claudio da Cerano, ecc. ecc.

Vorrei poter conoscere tutti que’ prodi per registrarne a sussidio
della storia gli onorandi nomi. Non dimenticherò tuttavia i fratelli
Lazzati, Virginio Cozzi, i fratelli Luigi e Gaetano Strigelli, il dott.
De Luigi, i fratelli De Cristoforis, i fratelli Paladini, Albino Parea,
Giuseppe Osio, Vernay ed Emanuele Pironi prontissimo a combattere in
que’ giorni di maggiore pericolo, ed ora ufficiale della Guardia Civica
fra i più zelanti, e invigilava per la pubblica sicurezza. Nè tacerò
i nomi di Enrico ed Emilio fratelli Dandolo, Attilio Mozzoni, e di
Emilio Morosini, che coraggiosamente pugnarono in quelle giornate,
e i più pugnano ancora tra i Volontarii con molti altri giovinetti
loro compagni.—Non devo terminare questi cenni senza un tributo di
lode anche per la Giuseppina Lazzaroni. Mentre la Sassi adoperava il
suo coraggio in una parte della città, in altra Giuseppina Lazzaroni
fatta maggiore di sè stessa s’invogliava anch’ella della gloria delle
armi fra le dolcezze domestiche nel punto istesso che i cuori più
virili e le volontà più ferme abbisognavano di conforto. Armatasi
quest’avvenente giovane di moschetto, volle pugnare sempre accanto
al fratello Giovanni Battista, e non poche furono le vittime del suo
eroico coraggio. (Dal _Mondo illustrato_).

Il Cantù nelle sue _Relazioni e reminiscenze intorno gli ultimi cinque
giorni degli Austriaci_ in Milano racconta altri fatti degni di esser
riportati: «Una signora disarmò tre Poliziotti; un’altra uccise
altrettanti Croati, nè fu la sola che in quel giorno facesse prodigi di
tiro; un gruppo d’inermi ragazzi dagli otto ai dieci anni spogliarono
delle bajonette alcuni soldati. Sul Carobbio un uomo combatteva a
fucile colla sinistra mano, dopo perduta la destra; c’era chi gli
caricava lo schioppo, egli se ne serviva. All’assalto della Corte
imperiale un giovine fu colpito da quindici palle nell’istante che pel
primo invadeva il palazzo gridando: Viva l’Italia! Cadde gridando: Viva
l’Italia! Assistito dal sacerdote, spirò gridando: Viva l’Italia! Un
morente scriveva col proprio sangue sulla parete: Coraggio, fratelli!
Sangue e azioni da martiri, che Iddio avrà compensate nelle sue
altissime regioni, mentre anche qui in terra le corona col trionfo del
nostro paese».



XIII.

  ALTRE ATROCITÀ
  COMMESSE DAGLI AUSTRIACI

ESTRATTE DA DOCUMENTI OFFICIALI

  Codardi coi pugnanti
    Fèr segno ai colpi lor
    I bamboli lattanti,
    Gl’inermi genitor.
  Se sorpassar d’Uraja
    L’antica crudeltà,
    Son degni di mannaja,
    Non degni di pietà.
                  O. TASCA.


Amico lettore, tu ti farai la più alta maraviglia, dopo quanto hai
letto ne’ miei cenni storici della gloriosa nostra rivoluzione,
trovando un capitolo apposito per _altre atrocità commesse dagli
Austriaci_ nei funesti ultimi cinque giorni di lor dimora in questa
bella città d’Italia.

In vero che hanno dell’incredibile, tanto che qualcuno potrebbe anche
accusarmi di esagerazione. Ma pure vi assicuro che colla stessa verità
con cui vi narrava gli eventi delle Cinque Giornate io ora vi narro
questi nuovi fatti, alcuni dei quali tolti da Gazzette Officiali, e
da me verificati sul luogo, altri a me raccontati da tali che furono
dolorosi spettatori delle orrende scene che troverete descritte; di
altri infine fui testimonio io stesso, e raccapriccio di orrore al solo
risovvenirmi.

Vi furono uomini e donne barbaramente mutilati ed uccisi, fanciulli
sbranati, case incendiate. I sobborghi ed i punti interni più vicini
alle porte furono il principale teatro della più esecrabile barbarie, e
conserveranno a lungo le tracce del ferro e del fuoco nemico.—L’interno
del Castello, appena fu sgombro, presentò ai visitatori il più orribile
spettacolo. La nostra Gazzetta Officiale riferisce che si trovarono
numerosi corpi di cittadini trucidati e mutilati in mille guise,
giacenti nel fossato interno del terzo cortile, nei sotterranei e negli
angoli del cortile, ove furono od abbrustoliti od affogati o morti di
bajonetta e di fucile. Tra questi vi erano pure alcuni cadaveri di
donne che i barbari trucidarono e denudarono a fine di poter poi cogli
abiti di queste travestirsi e occultare la loro fuga.—Il cittadino
Carlo Viviani dal comandante Lissoni ebbe l’incarico d’esplorare i varj
luoghi del Castello, trovò nella seconda corte a destra una diligenza
con un calesse d’aggiunta, la prima svaligiata e il secondo abbruciato.
In un orto ivi presso trovò sette cadaveri d’uomini, seminudi e
barbaramente mutilati ed insultati; trovò due gambe di diversa
dimensione, che non appartenevano a nessuno dei suddetti cadaveri, e
che dalle forme apparivano chiaramente essere gambe femminili e di
persone distinte dalla delicata lor carnagione. In un’acqua corrente
attigua si trovarono molte membra di corpi umani, probabilmente
appartenenti alle due donne. I cadaveri erano malconci per calce, le
due gambe annunziavano una morte non più lontana di 24 ore[47].—I
nostri cittadini caduti nelle mani degli Austriaci furono rinchiusi
nelle più anguste e fredde carceri del Castello, e in sì gran numero
per ogni camerotto, che tutti non potevano contemporaneamente sdrajarsi
per riposare.

Privi d’ogni più meschino giaciglio posavano sul nudo terreno, e
lasciati senza cibo a stento poterono per mezzo di danaro dividere
il tozzo di pane nero colle sentinelle che li guardavano.—Di questi
prigionieri quelli che non furono sacrificati ebbero a soffrire le
più acerbe torture, e minacciati di morte vennero essi tolti dalle
carceri, legati a due a due e condotti in giro pel Castello al suono
del tamburo velato a lutto fra lo spettacolo dei cadaveri che d’ogni
dove l’ingombravano, indi fatti inginocchiare ed appuntati i fucili
al loro petto fu sospeso il comando di far fuoco allora soltanto che
tutto ebbero assaporato lo spasimo di una lenta agonia. Questa scena fu
ripetuta più volte finchè il nemico fu padrone del Castello, e quando
sgombrò la città sedici di questi infelici furono da lui condotti in
ostaggio legati innanzi le bocche dei cannoni con miccia accesa[48].

«Un Croato ferito fu recato all’Ospedale; in un piccolo involto che
teneva presso di sè, gelosamente guardato, si trovarono (orribile
tesoro) due gentili mani di donna coperte le dita di preziosi anelli.»

Nella casa a Porta Vercellina del negoziante e fabbricator di stoffe
signor Fortis, un’orda di Croati invasero ogni piano, ogni camera, e
non bastantemente paghi di aver uccisi molti inquilini e rapite grosse
somme di danaro, devastarono i magazzini, fracassarono i telai,
lacerarono ed insozzarono le stoffe, e misero ogni cosa a soqquadro
e rovina. Un ben dettagliato quadro di questo eccesso di barbarie lo
togliamo dal giornale il _Lombardo_ del 28 Marzo, ove colle seguenti
parole è espresso:

«Vicino a Porta Vercellina facendo angolo coi bastioni dello stesso
nome, trovasi la grandiosa manifattura nazionale di stoffe di seta dei
negozianti Fortis.

«Erano le ore una e un quarto passato il meriggio, quando un centinajo
di Croati sfondata e gittata a terra una porta, che dai baluardi agli
orti e quindi allo stabilimento conduce, entrarono per essa invadendo
tutto il locale.

«Il primo loro saluto fu una fucilata, che sgraziatamente colpì
ed uccise un miserello che là trovavasi. Continuando ad avanzarsi
incontrarono il signor Ernesto Fortis, figlio del proprietario delle
manifatture. Per salvare la vita questi subito presentò loro ed
orologio, e spille, e tutto quanto si trovava avere indosso, poi
cercò rifugio nella bottega di un fabbricatore di statuette di gesso
attenente a quel locale. Rinvenuto colà da una parte degli invasori,
che gli tenevano dietro, ed additato da un suo spaventato servitore,
quale padrone, venne da quelli ripreso. Li conduceva allora il giovine
Fortis alla cassa del danaro, ed essi lo accompagnavano tenendogli
sempre appuntate al dorso e bajonette e schioppi, presti a far fuoco,
gridando continuamente con voce gutturale _gurr, gurr, gurr, moneta,
moneta_. Arrivati che furono alla stanza dello scrigno, quello trovando
chiuso, e non avendo con sè il signor Fortis la chiave onde aprirlo,
già stavano per ucciderlo, quando fortuna volle che quelle immani fiere
intendessero il gesto che loro faceva il Fortis di rompere il forziere.
Scassinata la serratura, nel mentre che stavano intenti a depredare
le ivi rinchiuse ventidue mila lire dell’abborrito nome, tentava il
Fortis di fuggire per una vicina scala seguito da quel servo che lo
aveva già additato agli invasori qual padrone.

«Accortosi i Croati di tale fuga spararono dall’alto della scala varie
fucilate, e colto da quelle l’uom di servizio cadde estinto. Allora il
Fortis gettandosi in una stanza laterale, riparavasi sotto il letto
del suo cuoco. Gli assassini venivano a lui ricercandolo, ed egli
trepidante li sentiva avvicinarsi. Anzi due o tre di quei masnadieri
postisi a sedere sul letto, sotto il quale egli stavasi nascoso,
incominciarono colà a dividersi il depredato danaro.

«Quando piacque a Dio alla fine partirono, ed il Fortis potè allora
discendere nella cantina, che per essere già stata invasa due volte,
era allora la parte più sicura della casa. Infatti quietamente postosi
colà dietro una botte potè per più e più ore aspettar senza pericolo il
tardo allontanamento dei ladri.

«Intanto che accadevano le narrate cose, la maggior parte dei Croati
che si era colà introdotta, saccheggiava e devastava tutto il grande
fabbricato, commettendo mille nefandi delitti, ed inumanamente
uccidendo operai, donne e fanciulli.

«Il padre del giovane Ernesto Fortis, che fino dal primo entrare degli
assassini era stato spogliato di sue vesti, vedendo ognora aumentare la
ferocia di quelli, si gettò boccone a terra fra morti, ove stette per
ben quattro ore immobile. Così creduto morto da quelli, campò la vita.

«Una giovinetta di circa 13 anni venne scannata, e così pure
qualch’altra donna che lavorava in quello stabilimento.

«Un infelicissimo padre si trascinava avanti ai barbari traendo per
ciascuna mano un fanciulletto. L’ingannato genitore credeva che quella
vista avrebbe ammansato la furibonda sete di sangue di quei vigliacchi
masnadieri, e quindi sarebbero state risparmiate le loro vite. Fu
colmo di raffinata barbarie in vero se quelli non l’uccisero, poichè
tagliarono a pezzi sotto il di lui inorridito sguardo le due innocenti
vittime.

«Dopo quattro ore e più di devastazione e saccheggio si ritirarono quei
feroci cannibali seco traendo vistoso bottino di denaro, argenterie,
merci, cavalli e carrozze; lasciando quindici cadaveri e sette persone
malamente ferite.

«Per colmo di sventura condussero seco loro il dottor fisico Benigno
Longhi ed il capo delle manifatture Enrico Turpini.—

«Fuori di Porta Tosa s’introdussero i Croati in una osteria, e veduto
il padrone gli domandarono da mangiare, e siccome non ne aveva, lo
legarono insieme con suo figlio, ed attaccatili ad un cannone li
trascinarono qua e là per la strada, ed in tal modo dovettero bere a
sorsi a sorsi la morte. Portatisi in altra casa e sentendo un tenero
pargoletto che vagiva in culla, lo levarono da di là, presente la
propria genitrice che era spaventata, ed appoggiate le mani del bambino
contro il muro, ne lo inchiodarono come fosse un pipistrello od altra
bestia, e poscia con un colpo di bajonetta contro il cuor della madre,
la stesero morta a terra.—

»Nell’osteria dell’Angelo vicino alla strada ferrata di Treviglio, si
trovarono otto cadaveri abbruciati, fra cui due ragazzi dai dieci ai
dodici anni non più riconoscibili. In vicinanza della stazione della
strada ferrata fu pure trovato il cadavere dell’inglese Klyn, lavorante
di macchine, consunto anch’esso dalle fiamme. Venne incendiata la casa
presso l’osteria del Leon d’Oro ed il caffè Gnocchi.—

«Spuntava l’alba del 22 marzo allorchè 200 Croati circa, prorompendo
furibondi ed affamati da questa Porta, spaccavano con accette la porta
del caffè Gnocchi, vi entravano forsennati da lì a pochi minuti.

«I padroni del luogo, Leopoldo e Luigia Gnocchi (notate che questa
era incinta da circa quattro mesi) in ginocchione e colle braccia
incrociate al petto pregavano da quei mostri la vita. I soldati nulla
rispondevano, ma afferrando diverse bottiglie e succhiandone avidamente
i liquori, ghignavano e ferocemente urlando cantarellavano. I due
officiali che li capitanavano in cattivo ma pure chiaro italiano
risposero; _Sì, sì salvare la vita: ma dare robe._—E quelli ecco le
chiavi—_Venire voi per di sopra: dara tutto: noi Todisch stare Patroni
Milan: noi Todisch an occi, o domani bruciare tutta Milano, porca
Taliana._

«Dopo che gli sventurati sposi speravano (coll’aver dato tutto che
possedevano) aver sfogata la cruda fame di quelle belve, eccoti che
gli ufficiali staccano a forza la moglie dalle braccia dello sposo, la
violentano, la fanno inginocchiare, le appuntano le bajonette alla gola
e le dicono: _Tacete voi; tua marita, come tutti uomina Taliana dovere
essere mazzata; tutta Milano cenere domani._

«E dopo tali parole colla spada trafiggono il marito avanti gli occhi
della moglie, lo calpestano e il fanno a brani, poscia appiccarono il
fuoco all’edificio.

«Dopo tali atrocità incredibili al secolo nostro, ed appena credibili
fra feroci cannibali, cacciano via la misera Luigia più morta che
viva, la quale, errando attraverso prati e varcando fossati riuscì
di giungere alla strada ferrata presso la cascina _Ortighe_, dove
fu accolta benignamente in vagoni di prima classe, fatta adagiare e
consolata durante il cammino dallo scrittore del presente racconto,
Bissoni Pietro da Cremona, il quale udì dalla bocca istessa della
Luigia il miserando scempio del marito.»

Fu allora che egli (sebbene ignarissimo dell’arte di maneggiare armi)
fattosi dare uno spiedo e scultevi le lettere V. M. _vincere o morire_,
giurò, o di entrare il domani in Milano o di morire sotto i suoi
bastioni, martire della causa santissima dell’italiana indipendenza.—

«In una casa al mercato Vecchio in Porta Comasina la barbarie della
soldatesca giunse al colmo, perocchè quivi dopo avere spaventati
gl’inquilini con tre cannonate, le cui palle caddero tutte nelle
stanze, vi entrarono essi pure improvvisamente, e poichè tutti,
uomini, donne, vecchi, fanciulli ed infermi eransi ridotti in un sol
locale a piano terreno, ne atterrarono la porta, e (cosa orribile a
narrare!) con una scarica di molti fucili fatta sulla massa di quegli
infelici, ne uccisero di un sol colpo diciassette, ne ferirono otto,
e ne trassero dodici prigionieri al Castello; e, quasi non ancor sazj
di quella carnificina, nel breve tragitto al vicino Castello, ne
infilzarono due altri sulle bajonette».—

Nella Domenica, giorno 19, essendosi portate molte persone ad udire
la santa Messa in S. Simpliciano, circa le ore 9 e mezza, nel mentre
che il Sacerdote celebrava, si cominciò a tirar moschettate contro
le persone che entravano e uscivano di chiesa; quel buon prevosto
Carlo Ferrario, procurava ogni modo a persuadere la gente a fermarsi
in chiesa per non arrischiare la vita. Quand’ecco un certo Luigi
Bocciolini vedovo, padre di 4 teneri figli, essendo uscito per
recarsi a casa ed unirsi ai medesimi, appena arrivato al portone
venne colpito da una palla nel braccio destro. Ritorna in chiesa. In
essa si trovavano 131 persone, tra le quali il sacerdote ex parroco
Lorenzo Denna, ed il sacerdote Ambrogio Decio. Il Denna accoglie[49]
il Bocciolini, e coll’ajuto di altri lo sveste, rincorandolo, e
siccome dalla ferita veniva una quantità di sangue ed il misero non
poteva reggere al dolore, essendo il braccio rotto, si procurarono
subito delle bende e de’ panni, e lavando la ferita si procurò di
medicarla alla meglio. Il sig. Prevosto apprestò tutto l’occorrente
per allestire un letto sul quale si fece coricare, aspettando che si
aprissero i passi per farlo trasportare allo Spedale. Si pensò infatti
di parlare da una finestra della chiesa al casermiere, che mandò un
chirurgo con un ufficiale; sfasciò il braccio, e ponendo sulla ferita
alcune filacce, partirono dicendo, che appena fosse stato possibile
l’avrebbero tradotto all’Ospitale, ciò che non venne eseguito se non
verso le ore 4 pomeridiane.

Partiti il chirurgo e l’ufficiale, indi a poco s’udirono varj colpi di
fucile contro la chiesa e lo scoppio di due bombe, pel quale andarono
a un tratto in pezzi i vetri dei finestroni. Tutti rimasero istupiditi
credendosi perduti, ma dopo alcun tempo data calma al timore,
s’incominciò a proporre il modo di alimentare quelle persone mentre
erano la maggior parte digiune. Il sig. Prevosto, il Denna ed il Decio
deliberarono di chiamare da una finestra della casa parrocchiale verso
i giardini, gli abitanti della vicina casa, i quali uditi dal vicino
fornajo cominciarono a fornire di pane, che venne distribuito a quegli
infelici schierati in mezzo alla chiesa, ed in tal modo si continuò
fino alle ore 4 pomeridiane, nel qual tempo essendosi spiegato un
momento propizio, tutti sen corsero alle loro case a consolare i proprj
parenti.

Ancor più barbaro è il caso successo alle ore 6 pomeridiane del giorno
19 nella casa posta al N. 2047, che vado a narrare. Entrati i soldati
in quella casa, e dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle
abitazioni dei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga,
passarono al piano superiore, ove sgraziatamente si trovavano ancora
in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del Comune,
uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia, ed un
loro conoscente per nome Paolo Morari, lavoratore in seta, ancora
nubile. Essi si raccolsero nello stretto fra il letto ed il muro, ma
tosto che furono sorpresi dai soldati, i due uomini caddero a terra
trucidati da alcuni colpi di accetta, e la moglie e la figlia non
ebbero che alcune busse. Svaligiarono quindi la camera di quei pochi
risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie e
di tutta la lingeria, e se ne partirono.—La moglie disperata sulle
agonizzanti spoglie del marito si dava ogni cura per adagiarlo su di
alcuni cuscini onde meno tormentosi gli riescissero gli ultimi momenti
della vita; ma rientrati alcuni soldati nella camera martoriarono di
nuovo il semimorto Roncari, e con inaudita barbarie afferrando la
mano della moglie, fuori di sè per la disperazione, la costrinsero di
strappare le cervella al marito, che per le fattegli ferite le cadevano
sul volto.—

Verso le ore 12 e mezza dei giorno 20, parimenti a Porta Comasina, nel
momento, come ho raccontato in quel giorno, che un Maggiore Ungarese
verso il Ponte Vetro andava gridando pace e persuadeva gli abitanti
a cessare dalle ostilità, due studenti di legge venendo dalla Foppa
furono sorpresi ed inseguiti da alcuni soldati che li minacciavano
della vita perchè avevano la coccarda al cappello. Ad uno di essi
riescì di fuggire. L’altro, che si conobbe poi per certo Pirinoli
Giuseppe nativo di Cunardo, comune di Luino, onde evitare il pericolo
che gli sovrastava entrò in una bottega di prestinajo che si trovava
socchiusa, e salite le prime scale che gli si affacciarono giunse al
piano superiore, e dal solajo salendo sul tetto discese nella vicina
casa N. 2189. Avvertiti i soldati andarono a spaccare la porta, e dopo
di aver perquisita tutta la casa trovatolo nascosto sotto un letto
nell’abitazione di Giovanni Larghi, gli scaricarono adosso alcune
fucilate, e quindi lo trascinarono fuori e lo presentarono ai vicini
dalla finestra, e dopo di avergli preso tutto il denaro lo gittarono in
corte, gridando, va a trovar _Pio Nono_.—

«Nel vicolo del Sambuco, ove è l’antichissima osteria detta della
Palazzetta, recossi una mano di assassini. Chiesto ed ottenuto da
mangiare e da bere, legarono l’oste colla moglie e la figlia. Fattone
un fascio, buttaronli vivi sul camino, ove furono arsi. Prima di
partire lasciarono sfuggire dalle botti tutto il vino che era in
cantina.—

«Guidati da certo Hansek, già loro commilitone, altri soldati
penetrarono dal borgo di Viarenna nella stretta Calusca, e dopo di
aver saccheggiato e commesso ogni sorta di orrori in quelle case,
trucidarono tre infelici, che furono: Giuseppe Gambaroni d’anni 58
circa, ammogliato, venditore delle così dette _robbiole_ da fuoco;
Antonio Piatti d’anni 28, fabbro, e Giuseppe Belloni, cuojajo. Presi
e condottili nel vicino orto, e come se fosser ad una festa da ballo
ghignazzando e cantando, se li gettavano contro urtandoli e ricevendoli
a colpi di bajonetta, e mentre gli infelici in questo modo crudele
venivano straziati, parte degli assassini, per godere più a lungo
di quella scena orribile, andarono in traccia di paglia e di legna,
e gittatele addosso a quei moribondi vi appiccarono il fuoco. Ed
allorquando i pazienti per l’ardor delle fiamme tentavano agonizzanti
d’allontanarsi, quei feroci assassini li respingevano nelle fiamme
colle punte delle bajonette, così seguitando fra le acclamazioni di
allegria sino a che furono persuasi di averli spenti; e dopo d’aver
obbligati i superstiti parenti ad esser testimonj di una scena così
straziante, abbandonarono quel luogo.—

«In una stanza, fra le molte di cui si compone la caserma di
sant’Eustorgio, si vedeva una panca, sotto la quale eranvi delle scarpe
che apparivano chiaramente essere appartenenti ad un cittadino. Su
questa panca eravi del sangue raggrumato. Di questo sangue si trovò
pure intrisa una penna. Probabilmente sarà stato un prode Austriaco
che avrà dissetato la sua sevizie scrivendo note di sangue con sangue
italiano.—»



XIV.

RIVOLUZIONE DELLE PROVINCIE

(_Dalla Gazzetta Officiale il 22 Marzo_).


Non sappiamo se nella meravigliosa rivoluzione della Lombardia sia
stato maggiore il coraggio o la concordia universale. Come gli
individui qui in Milano, così le diverse provincie si levarono ad un
tratto risolute, formidabili, con un solo proposito. «Liberiamoci,
dissero esse, liberiamoci prima dai presidii che ci tengono soggette,
facciamolo presto per accorrere subito dopo in soccorso di Milano:
vinta quella città la causa è vinta». E così fecero, e per tal modo
mostrarono come le provincie, stringendosi intorno al centro comune,
volevano innanzi tutto l’unità politica, e come era loro intento di
compiere quell’opera di concordia e d’amore che da più mesi avevano
incominciata con tanta spontanea virtù. Quell’antica peste degli
odj, delle diffidenze municipali non è più, e, poichè disparve, ecco
adempirsi la liberazione di Italia. Forza, intelligenza, che sempre
ci hanno distinti, disgregate ci condussero alla ruina, appena unite
fecero la nostra gloria. Fummo già perduti per un eccesso di vigoria,
giacchè, sentendo la nostra forza, volevamo esser soli per quanto
fossimo pochi; ora invece siamo tutti, ed assieme, ed abbiamo vinto.

Nella profusione di atti di sacrificio e di valore sarebbe difficile il
distinguere una piuttosto che un’altra provincia. Milano è riconoscente
a tutte, invia a tutte il bacio della fratellanza e della gratitudine,
perchè tutte s’adoperarono a giovare Milano e con essa la causa
comune, e, ciò che è più singolare, hanno quasi tutte un titolo diverso
alla nostra gratitudine.

Bergamo che, fin da quattro mesi or sono, ebbe l’onorevole e pericoloso
ardire di stendere e presentare alla già Congregazione Centrale una
energica protesta della sua Congregazione Provinciale contro le
vessazioni dell’Austria e la sua nessuna fedeltà alle date promesse,
appena seppe che Milano stava combattendo, insorse tosto, ordinò la
guardia civica, inviò trecento armati a Milano, ed assediò la caserma
di sant’Agostino, dove erano 800 Croati. L’arciduca Sigismondo, che ivi
comandava, diede la sua parola che non sarebbe partito; ma la violò e
fuggì abbandonando vilmente le truppe. Intanto a Bergamo si continua ad
ordinare la guardia civica nelle città e nelle vallate, e si preparano
le difese ai monti, onde intercettare agli Austriaci la via del Tonale.
Molti volontarj sono partiti per Crema, altri si dispongono a formar
parte dell’esercito mobile: la linea che si distende fino a Chiari,
Soncino ed Antignate è sorvegliata da molti che spiano i moti delle
orde nemiche. Maggior previdenza, maggior sollecitudine non poteva
usarsi, poichè, mentre Milano appena liberata stava in forse dei moti
dell’esercito nemico, ecco Bergamo che volontario difensore vegliava
già alla nostra sicurezza. Noi, tre mesi fa, avevamo fatto feste ai
Bergamaschi, destinando loro il ritratto d’uno dei più grandi loro
scienziati e cittadini, il Mascheroni, ed essi ora hanno voluto farci
risovvenire che non sanno trattare le sole arti della pace, e e che
si conservano pur sempre degni discendenti del Colleoni. Ma se nel
cinquecento Bergamo fu valida difesa dello Stato a cui era unito, or si
unisce a noi con ben altra eguaglianza di diritti, e perciò con ben più
spontaneo accorrere d’armi e d’armati.

A Lecco, gli abitanti insorsero, disarmarono 200 Austriaci, e senza
alcun indugio accorsero essi pure a Milano. Giunti a Monza, inoltratisi
fino alla Piazza del Seminario, trovaronsi a fronte un battaglione del
reggimento Geppert, italiano, che erasi formato in quadrato: chiesero
di parlamentare, non ebber risposta, e scambiarono vivamente il fuoco
per ben tre volte. Ma la truppa era scontenta di trovarsi incontro a’
suoi fratelli; ed il Maggiore che la comandava, essendosene accorto,
credette miglior consiglio ritirarsi nel Seminario. Allora gli Italiani
deposero le armi, ed i nostri, munitisi di esse, raccolti con loro
molti Brianzoli, accorsero a Milano, e qui forzarono la Porta Comasina,
dopo una lunga lotta, e si sparsero per la città a combattere l’ultima
resistenza del nemico. Il Comitato eretto in Bergamo non si stancava
intanto di mandare staffette a Como ed altrove, esploratori, eccitatori
all’insurrezione, talchè l’attività di quel Comitato ed il valore dei
combattenti di Lecco valse a noi più che una armata all’inimico. Il
contado di Varese insorse pure ben presto, e potè riunire una bella
colonna d’armati fra abitanti di Varese e volontari della riviera di
Piemonte, i quali sono tutti occupati dalla nostra amministrazione di
guerra. L’impeto, la risolutezza distinsero quei di Lecco e di Varese,
come la previdenza, l’ordine e la celerità distinsero i Bergamaschi.

A Como invece fu, si può dire, un assedio regolare alle Caserme,
condotto quasi colla più esperimentata scienza militare; dopo la
vittoria fu un subito ordinarsi come d’antichi soldati e non d’uomini
nuovi alla guerra. Il giorno 18 stesso, appena si seppe l’insurrezione
di Milano, i Comaschi andarono in armi al Municipio, chiesero la
Guardia civica, l’ottennero e la notificarono ai soldati. Il colonnello
comandante al presidio dichiarò che non vi avrebbe posto alcun
ostacolo, finchè non si fosse fatto violenza a’ suoi. La guardia si
ordinò, prese la polveriera, e nella domenica durò quell’accordo,
leale da parte de’ cittadini, slealissimo da parte de’ capi militari,
i quali, quando le notizie di Milano fossero state loro favorevoli,
si disponevano ad incrudelire con atroce vendetta, come ne facevan
fede le violenti minacce. Ma, visto come Milano teneva fermo, visto
che molti civici partivano a dar soccorso all’assediata capitale,
incominciarono al lunedì a far fuoco dalla maggior caserma esterna
detta di san Francesco, ed uscirono contemporaneamente dalla caserma
interna detta Erba. Respinti dall’uno e dall’altro posto dalle fucilate
de’ nostri, si ritirarono nelle caserme e furono tosto assediati.
Sorsero per ogni dove le barricate; quelle che stringevano la caserma
Erba erano formidabili per varj cannoncini tolti alle ville del lago
da tutti i cittadini accorsi a Como al suono delle campane a stormo.
Varj carabinieri Svizzeri volontarj avevano pure valicato il confine,
ed erano appostati alla caserma Erba, che, visto quelli apparecchi
e quelli uomini, dovette capitolare. Così si arrese questa Caserma,
e dopo lunga resistenza furono pure costretti a cedere e deporre le
armi e a darsi prigionieri quei della caserma san Francesco, battuti
di fronte dai cannoncini e dalle fucilate delle mura, circondati
dalla colonna che, prima avviatasi a Milano, era pure retrocessa,
e minacciati dal fuoco appiccato ad arte in una vicina chiesa. Per
tal modo si fecero 1200 prigionieri, si tolsero loro altrettante
armi e ventiquattro cavalli, si ebbe una ricca preda di munizioni
e di polvere. Il giovedì fu davvero consolante come con quelle
armi in poco più di 6 ore si ordinasse un bel reggimento di mila e
duecento volontari che, capitanati dal generale Arcioni, e provvisti
di munizioni da guerra e da due cannoni, si incamminarono a Milano
in ordine compatto con tutte le cautele dell’arte, coll’ardore e
colla gioja, sicuri della vittoria ed anelanti a gloria maggiore.
Chi asserisce che noi siamo capaci di coraggio individuale ma non di
risoluzioni concertate, osservi quella colonna che s’avanza incontro al
nemico, e si persuada che quell’ordine è possibile anche in esercito
più numeroso; poichè l’Italiano è riluttante alla disciplina che
ammorza lo spirito non a quella che lo asseconda. Intanto il Municipio,
interprete del voto popolare, si unisce anch’esso al Governo di Milano,
e dimanda a tutte le provincie lombarde in compenso dei suoi sacrificj
non altro che libertà e vittoria.

A Brescia pure fuvvi prima l’accordo col generale Schwarzenberg che
acconsentì la Guardia Civica fino dalla domenica, poi il martedì
cedette egli stesso 800 fucili perchè la guardia fosse armata, e
più tardi tentò la lotta; ma scoraggiato ben presto venne a patti,
e il mercoledì sgombrò Brescia, la quale aderì al governo centrale
spontaneamente colle parole più calde d’ammirazione e di gratitudine
per la nostra vittoria.

A Cremona i patti, pur stipulati cogli ufficiali Austriaci, non furono
violati. Quel presidio, composto quasi tutto d’Italiani, si affratellò
ben presto coi cittadini, ed il generale Schönhals dovette ritirarsi
cogli altri. Si avvicinava a quella che il generale Radetzky chiama
così facetamente base delle sue operazioni militari, quando non lungi
da Orsinovi, inseguito dagli insorti dovette arrendersi e darsi
prigioniero, egli, i suoi ufficiali ed i suoi soldati.

A Lodi l’occupazione austriaca durò maggior tempo, perchè ivi erasi
riparato il generale Radetzky. Ora però la città è sgombra, e concorre
anch’essa all’unione lombarda.

Più varie, più sanguinose sono le vicende di Crema, dove al Comitato
provvisorio succedette una seconda occupazione austriaca e il
passaggio delle truppe fuggiasche. Anche i Cremaschi ebbero e vittime e
prigionieri, e la crudele dimora degli Austriaci durò più giorni. Ora
però si sono ritirati, sfiniti d’ogni forza, incapaci quasi a servire,
e costretti a fermarsi ogni tratto sulla strada, piuttosto invalidi che
soldati.

A Pavia gli Austriaci si ritirarono spontaneamente, e un Governo
provvisorio sta pure per consolidarsi in quella città.

All’insorta e libera Valtellina si ordina in ogni paese la Guardia
Civica: molti vegliano al passo dello Stelvio, dove fu tagliata la
strada: molti altri montanari si avviano al piano in difesa dei luoghi
più infestati dal nemico.

Il nostro trionfo è dunque generale, la rapida concentrazione di tutti
i municipj ci fa sperare che lo spirito di isolamento, rattenuto finora
in ogni parte con tanta saggezza, non vorrà rinnovarsi mai più, e che
s’intenderanno i beneficj dell’unione, alla quale dal nostro lato noi
vogliamo concorrere con ogni mezzo, coll’abnegazione di noi stessi, se
vi fosse bisogno. Queste, che noi facciamo, non sono vaghe promesse,
nè parole architettate ad arte: il Governo Provvisorio ha già disposto
perchè tutte le provincie siano rappresentate nella cosa pubblica,
anche prima che il voto comune dia un libero campo a tutte le città
di far valere i propri diritti e di vegliare ai loro interessi. Oh!
questo nome di fratelli non sia una parola ripetuta per abitudine, un
desiderio onesto ma impotente! chi vuole ottenere una cosa ottima non
deve lasciarsela sfuggire, mentre lo può. Tutto in quest’unico momento
è disposto onde ottenere la sospirata fratellanza; e noi l’avremo; ce
l’assicura la bella condotta di tutte le nostre provincie.



XV.

IL _TE DEUM_ PER LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI

(_Dalla Gazzetta officiale_ Il 22 Marzo.)


Sublime e commovente spettacolo presentava questa mattina la nostra
cattedrale. La città intera recavasi per invito del Governo provvisorio
a ringraziare Iddio della miracolosa liberazione ottenuta, e l’Inno
Ambrosiano echeggiava armonioso sotto le vôlte del tempio, ripetuto con
fremito di allegrezza da tutti i cuori. Era questa la prima volta, in
cui il canto di grazie, non più prezzolato nè ipocrita, saliva al cielo
colle più ardenti aspirazioni dell’anima, verace interprete dei voti e
della fede di tutto un popolo. L’altare, addobato a festa colle insegne
nazionali, annunziava il santo connubio della Religione e della patria,
già iniziatore dell’italiana redenzione e promessa di futura grandezza
all’Italia. Un senso profondo di venerazione, di amore e di dolcezza
partiva da quello e diffondevasi nella moltitudine, commossa ancora e
ammirata del recente prodigio. I cuori si gonfiavano e palpitavano; gli
occhi si bagnavano di lagrime: in tutti era un tripudio, un entusiasmo,
che aveva quasi del delirio. Dopo tre secoli e mezzo di servitù, Milano
si sentiva finalmente libera e grande, e poteva pregar Dio colla
coscienza della propria dignità. Qual potenza d’affetti doveva essere
in quella preghiera!

La cerimonia ebbe luogo alle undici del mattino. I membri del Governo
provvisorio e dei diversi Comitati partirono dal Palazzo del Marino,
sfilando accompagnati dalle Guardie civiche. Modesti nel tripudio,
come forti nella lotta, niun segno d’insolito apparato ne distingueva
il corteo: una sciarpa tricolore indicava in loro colla gioja il
sentimento tutto italiano. E la festa non era municipale, era
italiana, come italiana fu la pugna che abbiamo combattuto. Un fascio
di bandiere tricolori li precedeva, e il saluto, e gli evviva e le
grida di tutta la popolazione accorsa sul cammino li accompagnarono
fino all’ingresso del Duomo. Qui l’allegrezza si trasfuse in un senso
universale d’adorazione; la moltitudine stipata ascoltò con religioso
raccoglimento la messa solenne celebrata dall’Arcivescovo, e accompagnò
col cuore i concenti, che dall’altare salivano tripudianti al Dio
datore d’ogni libertà. Nuovo e maraviglioso spettacolo quel vincolo
misterioso che in quel punto confondeva quasi il cielo colla terra, e
rinverginava in tutti la fede coll’aspetto d’una provvidenza redentrice
delle nazioni.

Terminato l’inno, e benedetto il popolo dall’Arcivescovo, il corteo
sfilò di bel nuovo uscendo preceduto dalle bandiere, e, dopo aver
fatto il giro della piazza, s’avviò al Palazzo Marino. Fu allora
che la gioja, non più compressa dalla venerazione, scoppiò in gridi
entusiastici, in applausi, in lagrime, in abbracciamenti. Era un
susulto, un fremito indescrivibile. L’aspetto della Guardia civica,
militarmente schierata, che sfilava sotto i balconi del palazzo,
accrebbe ancor più la comune esultanza. Quella gioventù bellicosa, che
marciava sotto l’armi in bell’ordinanza, a guise di truppe già esperte,
quel contegno animoso e tripudiante, quelle bandiere sventolanti,
quell’insolito suono di tamburi, eccitavano, esaltavano la moltitudine.
Gli eroi delle barricate eransi già trasformati in esercito di soldati,
forte di parecchie migliaia, e il popolo salutava in loro i prodi suoi
difensori. Il grido di «viva l’Italia!» suonava su tutte le bocche; la
concordia e l’amore erano in tutti i cuori. Non mai festa nazionale fu
più bella e più grande di questa.

E alla festa, comechè compiuta nel giubilo, non mancò la pietà. Il
cittadino Angelo Grassi–Marliani aprì sulla piazza del Duomo, appena
terminata la cerimonia, una colletta pei feriti. In pochi minuti egli
raccolse dagli astanti parecchie centinaia di lire, che andranno a
sollievo dei martiri della nostra rivoluzione. Così Milano, anche nei
suoi giorni più lieti, mostra sempre accoppiato il vanto della carità
a quello dell’eroismo, alleanza di virtù, che le assicurano la futura
grandezza.

Sulla maggior porta del Tempio leggevasi l’iscrizione seguente:

                             A DIO SIGNORE
                  CHE NE’ GIORNI DELLE SUE GIUSTIZIE
                       SUSCITA I DEBOLI OPPRESSI
                    I VIOLENTI CONFONDE E DISPERDE
                          IL POPOLO MILANESE
                 ESCITO NEL BRACCIO DI LUI VITTORIOSO
                        DALLA MIRACOLOSA PUGNA
                DE’ GIORNI XVIII XIX XX XXI XXII MARZO
                    TERMINE ALLA SUA LUNGA SERVITU’
                      PRELUDIO ALL’AFFRANCAMENTO
                            DI TUTTA ITALIA
                      INTUONA CO’ SUOI MAGISTRATI
                        IL CANTICO DELLE GRAZIE

Intanto che nel Duomo cantavasi il _Te Deum_ in rendimento di grazie
a Dio per la cacciata degli Austriaci da Milano, gli Israeliti
radunati nel loro Oratorio cantavano nell’istess’ora l’Inno di grazie,
susseguito da un apposito discorso di circostanza.



XVI.

  LE POMPE FUNEBRI PEI MARTIRI
  DELLA PATRIA.

(_Dalla stessa Gazzetta Officiale il 22 Marzo_).


L’augusta e pietosa solennità del giorno 6 aprile, in cui abbiamo
chiamato la Religione a propiziare il Dio delle misericordie per le
vittime della nostra redenzione politica, lascerà per molto tempo
un’impressione profonda. Quel rito funebre era comandato dalla patria
pei figli della patria, ed ogni cittadino vi era associato come a
domestico lutto. Una voluttà amara invogliava al pianto; ma quel pianto
era insieme tributo di pietà, di amore e di riconoscenza. Ciascuno
ripensava seco stesso e i forti che erano caduti per romperci le
catene, e i superstiti alle generose vittime quivi presenti, nei quali
la gioja della patria salvata veniva così dolorosamente in contrasto
colle memorie domestiche, coi cari effetti di parentela e di amicizia,
e la Religione finalmente, suprema consolatrice degli uomini, che
santifica il dolore deposto a’ piè de’ suoi altari.

Secondo il programma, antecedentemente pubblicato per cura del
Governo[50], alle dieci antimer. movevano alla Cattedrale i molti
e varj capi rappresentanti della milanese cittadinanza, preceduti
ciascuno dalla bandiera tricolore velata in gramaglia. Il Governo
provvisorio, seguito dai consoli e dagli inviati esteri, prese posto
nel presbiterio, e quindi lungo la navata maggiore tutti gli altri
ordini in ragione della loro importanza. Monsignor Arcivescovo
pontificò il rito funebre, e, finita la Messa, versò le acque lustrali
intorno al feretro. Il signor Merini, prevosto di San Francesco da
Paola, disse dal pulpito la commemorazione pei cari defunti, a cui
era consacrata l’espiatoria cerimonia. La vasta Cattedrale parata a
luto con parca, ma appropriata magnificenza, sfolgoreggiava di lumi,
di bandiere, di iscrizioni recanti i nomi degli estinti: numero non
grave se pensiamo alla grandezza del trionfo ottenuto, gravissimo se ci
ricordiamo che ci erano fratelli, ancor più caramente diletti adesso
che per loro mercede riposiamo tranquilli sui nostri redenti focolari.
La piazza del Duomo rispondeva all’apparato interno del tempio; tutta
quanta ornata nei veroni e nelle finestre di sandali e di emblemi di
lutto, recante nel suo mezzo il trofeo funebre innalzato alla memoria
dei prodi estinti, stipata, gremita, al par delle vie adiacenti, da una
folla innumerevole di cittadini, sui volti de’ quali potevi leggere
meraviglia insieme e commozione. Reduce dalla solenne pompa, il Governo
rientrò nella sua sede al Marino, e dal maggior balcone fu testimonio
della concorde riverenza, onde i concittadini di lui circondano quel
suo mandato penoso, ma al tempo stesso santissimo, ch’egli si è tolto
di condurre a nobile meta i destini della patria. Numerosi applausi
scoppiarono dalla affollata moltitudine, fatta ancor più lieta dalla
voce del presidente Casati, che con poche e solenni parole si lodò del
nostro contegno, affermando come da esso principalmente il Governo
Provvisorio pigli sempre maggior lena in sobbarcarsi al grave incarico
della cosa pubblica.

_E nella Gazzetta di Milano del signor Lambertini, che prima inviava
all’estero la descrizione di questa commoventissima festa, così si
legge intorno all’apparato esterno:_

Erano le ore 10 antimeridiane che già stretta di folla ogni contrada
che alla Cattedrale conduce, obbligava i sopravvenienti a rallentar
il passo ed a far forza per riescire alla meta. Alzando gli occhi al
Cielo vedeasi a lato della Vergine che s’erge al sommo della guglia del
nostro Duomo sventolare il vessillo tricolore, piantatovi fin dal 20
marzo, e vedeasi lasciar pendere un lembo di velo bruno che indicava
la tristezza dell’animo cittadino pei martiri delle famose cinque
giornate, e l’atto di espiazione che al Sacro Tempio tutti volgevano ad
implorare da uno stesso amor nazionale desiosamente sospinti. Così per
quelle principali vie tutt’addobbati i balconi e quasi ogni pertugio,
di gramaglia, o di neri tappeti a frangia argentea arricchiti, e
padiglioni, e appositi detti, e segnali corrispondenti alla suntuosa
lugubre funzione vedeansi profusi. Tutt’intorno alla piazza del Duomo
era simile e ricco l’apparato, e in mezzo, piantata sopra ampio
piedestallo, sorgeva un’altissima lancia lombarda colla tricolore
bandiera, pur essa di lutto insignita, sorretta quella lancia come da
un rialzo, cui ai quattro angoli stavano corrispondenti statuette e
sopra di esse vasi portanti arbusti di funereo cipresso. Alle quattro
facciate di così tal, direbbesi, improvvisato obelisco leggevansi le
seguenti inscrizioni:

                           PIO SOLENNE VOTO
                         DI ETERNA RICORDANZA
                    AI PRODI TRAPASSATI COMMILITONI
                           CHE A LIBERAZIONE
                  DELLA SCHERNITA ED OPPRESSA ITALIA
                              SORRIDEVANO
                BOCCHEGGIANTI SOVRA SANGUINOSE MACERIE
                           AL CARO PENSIERO
                       DELLA RISCATTATA PATRIA.

       *       *       *       *       *

                                  QUI
          ALL’ALBERO GLORIOSO DELLA FRATELLANZA E DELLA PACE
                            VERSIAMO TUTTI
               COLLA LACRIMA DEL LUTTO LARGHE OBLAZIONI
                          A DEVOTO SUFFRAGIO
                        DE’ NOSTRI CONCITTADINI
                                  CHE
                    NEL TERRIBILE CONFLITTO ITALICO
                                MORENDO
                     IMPRESSERO COL PROPRIO SANGUE
                               LO STEMMA
                  DELLA PORTENTOSA MILANESE VITTORIA
                             MDCCCXLVIII.

       *       *       *       *       *

            OH IL CARO SPETTACOLO DI UNA SANTA COMMOZIONE!
                           TREGUA AL PIANTO
                    VEDOVATE SPOSE E DESOLATE MADRI
                        CHE A GRAMAGLIA VESTITE
                    ASSISTETE AL SACRO RITO FUNEBRE
                                 IDDIO
                         VOLLE CON SÈ GLORIOSI
                           QUE’ CARI VOSTRI
              CHE SPENTI PEL SOCIALE COMUNE PROSPERAMENTO
                        DELLA RIGENERATA ITALIA
                          VIVRANNO IMMORTALI
                      NELLE VENTURE GENERAZIONI.

       *       *       *       *       *

                           OGNUNO SI TACCIA
                        E DALLE TENEBROSE TOMBE
                     DEI TRUCIDATI NOSTRI FRATELLI
                                  ODA
             IL CELESTE COMANDO DEL RELIGIOSO SOVVENIMENTO
                            AD ESSI DOVUTO
                    CHE VITTIME DI GUERRA INTESTINA
                                VOLLERO
                      NOI SALVI DALL’OPPRESSIONE
                  DELLO STRANIERO ABBOMINATO DOMINIO.

Larga corona intorno a quel rialzo vi faceva la Guardia Civica in
bellissimo aspetto, ed in mirabilissimo ordine, come mirabile oltre
ogni dire era l’ordine mantenuto dalla calca del popolo. Volgendo lo
sguardo al Duomo, tutto gremito vedeasi ad ogni marmoreo parapetto di
affollata gente, spettacolo nuovo senza dubbio per noi; ed abbassando
l’occhio sulla Porta del Sacro Tempio leggevasi su gran cartello
sovraornato da un’urna coperta da strato tricolore e negro velo:

                                   P
                                   X
                        AI MARTIRI DELLA PATRIA
                     CHE NELLE V GIORNATE DI MARZO
                    L’ITALICO RISCATTO SUGGELLARONO
                              COL SANGUE
                   SEME FECONDO DI FAMIGLIE NOVELLE
                   DEVOTE A TUTTI I GRANDI PENSIERI
                       A TUTTE L’OPERE GENEROSE
                          IL POPOLO MILANESE
                        PREGA LA REQUIE ETERNA
                        ED OFFRENDO AL SIGNORE
                       L’IMMACOLATA LORO GLORIA
                                IMPLORA
                      CHE IL MAGNANIMO SACRIFICIO
                          SALVI ITALIA TUTTA.

Entrando nel tempio, aperte le ampie cortine di nero drappo frangiato
d’argento con sovrapposto velo, era di tristezza, d’amore, di
riconoscenza, di voti sinceri innalzati a Dio per quelle anime
benedette e generose ogni cuore commosso, perchè con affetto insolito
mirava quelle imponenti colonne, a neri tappeti e argento addobbate,
portar ciascuna uno stemma a guisa di scudo, chiuso da corona
d’alloro e attraversato da negro velo, con impressi i nomi, parte a
parte distribuiti, de’ valorosi che caddero per la gloria del paese,
per la vittoria nazionale alla quale ardentemente agognavano. Le
faci risplendevano perchè legger si potessero, e rimaner potessero
nell’animo nostro scolpiti.

Fra gl’intercolunnii pendevano le tricolori bandiere attraversate
esse pure da un velo, e l’occhio guidato lungo quell’ampio accesso al
funereo monumento, che s’ergeva prossimo all’altar maggiore, restava
meraviglioso e attonito di quella grandiosità che le parole nostre non
saprebbero esprimere.

Quel funebre catafalco che s’alzava a piramide tutto a lutto coperto,
ornato di alti fusti orditi a cipresso sui quattro angoli e con elmi,
emblemi, e scudi, e allori, e bandiere intrecciate da bruno velo,
portava alle quattro facce le seguenti epigrafi:

Nella faccia verso la porta della Metropolitana.

                                SALVETE
                          O MARTIRI GLORIOSI
                       DELL’ITALICO RISORGIMENTO
                       CADUTI NELL’EROICA PUGNA
                  O SGOZZATI A TRADIMENTO DAL BARBARO
                          NELL’IRA DELLA FUGA
                                SALVETE
                       IN NOME DI QUESTA CITTA’
                 PER VOI SCAMPATA ALL’ESTREMO ECCIDIO
                           IN NOME D’ITALIA
               PER VOI SUSCITATA ALL’ENERGIA DELL’OPERE
                   IN NOME DI TUTTO IL MONDO CIVILE
                      CHE VI BENEDICE E V’AMMIRA.

Nella faccia verso l’Altar Maggiore.

                         DIO GIUSTO E CLEMENTE
                     ACCOGLI NELL’ETERNA TUA LUCE
                   L’ANIME DI QUESTI NOSTRI FRATELLI
                         CHE O INERMI CADDERO
                    ALLA CIECA PERCOSSA DE’ BARBARI
                    O SOLDATI NELLA GRAN BATTAGLIA
                      DEL DIRITTO CONTRO LA FORZA
                         MORIRONO COMBATTENDO:
                  TU FA CHE IL LORO SANGUE ESPIATORE
                        LAVI LE COLPE ANTICHE:
                      TU FA CHE LE ANTICHE GENTI
                   STRINGANSI INTORNO AL TUO VICARIO
                  IN AMPLESSO D’AMORE INDISSOLUBILE.

Al lato destro.

                             ANIMOSE DONNE
                       NEL VOSTRO CUORE DI MADRI
                   NELL’ESEMPIO DELLE VOSTRE SORELLE
                   CHE POSERO PER LA PATRIA LA VITA
                       VOI TROVERETE IL CORAGGIO
                     DELLE FORTI VIRTU’ CITTADINE:
                      EMULATRICI DELLE SICILIANE
                      VOI CANCELLERETE TRE SECOLI
                          DI CODARDA MOLLEZZA
                     E RITEMPRATE A SEVERI DOLORI
                            A GIOJE SEVERE
               VI FARETE DEGNE COMPAGNE D’UOMINI LIBERI.

Al lato sinistro.

                            MARTIRI PRECOCI
                     DI QUELLA CAUSA INDEFETTIBILE
                        CHE AL PIÈ DEI PATIBOLI
                         E NELLE CUPE SEGRETE
                      RIFORNI’ PER SI’ GRAN TEMPO
                 LA COMPIANTA SCHIERA DE’ SUOI SEGUACI
                            NOBILI VITTIME
                       DI SPILBERGA E DI COSENZA
                     VOI NON AVETE SPERATO INDARNO
                       NON AVETE INDARNO PATITO
                     IL TRIONFO DI QUESTI LOMBARDI
                   ASSOLVE LA SUBLIME VOSTRA FOLLIA
                     LA PATRIA LORO È PUR VOSTRA.

Sulla Bandiera a destra:

                     IGNOTI DEL NOME NON DEL CUORE
              NEGATI ALLE PIETOSE CURE DEL MEMORE AFFETTO
                    DAI FEROCI OLTRAGGI DE’ BARBARI
                      I PIU’ DI VOI L’INSEGNARONO
              QUANTA È VIRTU’ IN QUELLA TURBA INNOMINATA
                    CHE PORTA PIU’ GRAVE IL FASCIO
                DI TUTTE LE UMANE CORRUTTELE E MISERIE.

Sulla bandiera a sinistra:

                         PARGOLETTI INNOCENTI
                         MARTIRI DELLA PATRIA
                             IGNARI ANCORA
                        DEL SUO NOME DOLCISSIMO
                           IL VOSTRO SANGUE
                     LAVACRO ALLA NOSTRA VITTORIA
                È PEI BARBARI MACCHIA NON CANCELLABILE.

MORTI

_nelle cinque gloriose giornate per la liberazione di Milano_

noti fino al 4 d’Aprile; oltre questi vi sono altre cento vittime
finora sconosciute, tra cui donne e bambini.

  Alberti Giuseppe.
  Anfossi Augusto.
  Annovazzi Felice.
  Arosio Giuseppe.
  Baj Maria.
  Bandirali Giuseppe.
  Bardelli Desolina.
  Bari Francesco.
  Barioli Rosa.
  Barzanò Tomaso.
  Battioli Giuseppe.
  Beltrami Giovanni.
  Benzi Bernardo.
  Beretta Alessandro.
  Bernacco Gennaro.
  Bernasconi, falegname,
  Bernasconi Innocente.
  Bertoglio Giuseppe.
  Bertoglio Giosuè.
  Bertolio Giacomo.
  Bertolotti Luigi.
  Besesti Giuseppe.
  Besozzi Francesco.
  Bianchi Angelo.
  Bianciardi Alessandro.
  Bolotti Giuseppa.
  Bombaglio Carlo.
  Bona Angelo.
  Bonella Felice.
  Bontempelli Gaetano.
  Borella Giuseppe.
  Boselli Antonio.
  Bosisio Domenico.
  Brenzia N.
  Broggi Giuseppe.
  Brunetti Roberto.
  Buontempelli Gio. Batt.
  Bussolari Geminiano.
  Caccia Giacomo.
  Cagnoni Francesco.
  Cagnoni Teresa.
  Caimi Giuseppe.
  Calderara Gabriele.
  Calini Amanzio.
  Campati.
  Candiani Maria.
  Cantaluppi Maria.
  Capella.
  Carati PaoJo.
  Cardani Giuseppe.
  Carones Carlo.
  Casati Apollonia.
  Casati Michele.
  Castelli Angelo.
  Castelli Ferdinando.
  Castiglioni Dionigi.
  Cattaneo Camilla.
  Cazzamini Andrea.
  Chiambranni Giuseppe.
  Chiambranni Rosa.
  Chiapponi Luigi.
  Colombo Clelia.
  Colombo Paolo.
  Comi, speziale in Saronno.
  Comolli Francesco.
  Confalonieri Carlo.
  Confalonieri Giuseppe.
  Consonni Giovanni.
  Corbella Francesco.
  Crenna Andrea.
  Crespi Antonio.
  De Ceppi Carlo.
  De Giovanni Giuseppe.
  Delmati Gaetano.
  De Martini Benedetto.
  Dubini Cesare.
  Fasanotti Giuseppe.
  Felicetti.
  Ferrari Leonardo.
  Ferrario Leopoldo.
  Filghera Giuseppe.
  Filippini Giuseppe.
  Folcia Mauro.
  Fossati Carolina.
  Fossati Giuseppe.
  Fossati Giuseppe, stalliere.
  Francisco Camillo.
  Franzetti Giuseppe.
  Frontini Angelo.
  Galleani Giovanni.
  Gaj Camillo.
  Gaj Gaetano.
  Gaj Giuseppe.
  Galimberti Felice.
  Galli.
  Galloni Teresa.
  Gatti Francesco.
  Gianotti Francesco.
  Gilardi Giuseppe.
  Grandi Francesco.
  Grugni Teresa.
  Kling Giovanni.
  Lambruschini Filippo.
  Larghesi Apollonia.
  Lattuada Carlo.
  Lazzarini Antonio, sacerd.
  Locarna Gio. Batt.
  Lomazzi Luigi.
  Locatelli Luigia.
  Locatelli Stefano.
  Longoni Pietro.
  Magni Carlo.
  Magni Giovanni.
  Magnini Giuseppe.
  Magnoni Cesare.
  Malnati Domenico.
  Manfredi Angelo.
  Marchesi Camillo.
  Mari Giuseppe.
  Martignoni Francesco.
  Martignoni Pasquale.
  Mascagni, dottore in med.
  Mauri Gio. Batt.
  Mazzi Giuseppe.
  Mazzola Andrea.
  Mercantini Domenico.
  Minetti Gaetano.
  Migliavacca Francesco.
  Migliavacca Isidoro.
  Miglio Enrico.
  Misdaris Celestino.
  Mognoni N. sarto.
  Mognoni Cesare.
  Moll Maria.
  Mollini Amadeo.
  Monti Claudio.
  Monti Luigi.
  Moraja Paolo.
  Motta Angelo.
  Motti Maria.
  Mussatti Angelo.
  Muselli Giuseppe.
  Nardi Luigi.
  Nicolini Camillo.
  Orlandi Defendente.
  Orio Marietta.
  Orrigoni Angelo.
  Ottolini Cesare.
  Paganetti Girolamo.
  Pajarino Giovanni.
  Pariani Marianna.
  Parigini Rosa.
  Pasquè Pasquale.
  Pecoroni Antonia.
  Pedotti Giuseppe.
  Perelli Giacomo.
  Perelli Rocco Giacomo.
  Perinolli Pietro.
  Perotti Angelo.
  Perotti Gio. Antonio.
  Piccaluga Pietro.
  Picozzi Alessandro.
  Picozzi Giuseppe.
  Pilati Girolamo.
  Pirazzi Giuseppe.
  Polletti Carlo.
  Pomè Antonio.
  Poretti Gio. Antonio.
  Porro Luigi.
  Prada Maurizio.
  Pozzi Giovanni.
  Radice Natale.
  Rainoldi Gaetano.
  Rainoldi Pietro.
  Ratti Apollonia.
  Rebolini Ferdinando.
  Ricotti Antonio.
  Rigamonti Annibale.
  Rigo N.
  Rocco Giacomo.
  Romanino N.
  Roncalli Francesco.
  Ronzoni Giovanni.
  Ronzoni Giuseppe.
  Ronzoni Maria.
  Rovelli Giuseppe.
  Rovida Pietro.
  Sacchi Antonio.
  Sala Caterina.
  Saldarini N.
  Sanvitori Giuseppe.
  Saronico Gilardo o Gerardo
  Scotti Marianna o Maria.
  Segale Carlo.
  Serimolli Pietro, studente.
  Silvestri Luigi.
  Stelzi Luigi.
  Tamborini Luigi.
  Tarditti Filippo.
  Tavazzani N.
  Tenca Gio. Batt.
  Tornaghi Enea.
  Trivaldi Carlo.
  Usman Caterina.
  Valentini Alessandro.
  Valtolina Gio. Battista.
  Vanotti Francesco.
  Velati Pietro.
  Venegoni Giuditta.
  Verga Francesco.
  Vigo Agnese.
  Villa Giacomo.
  Vismara Felice.
  Volontieri Giovanni.
  Zabadini Giulio.
  Zanaboni Ettore.
  Zavatteri N.
  Zopis Maria.

In tutto N. 218.

Ignoti notificati dall’Ospitale Maggiore, 47 maschi e 5 femmine.

Ignoti notificati dall’Ufficio Sanitario, 19 maschi.

3 abbruciati all’Ufficio del Dazio di Porta Comasina.

2 maschi ritrovati in un giardino presso l’Ospedale di Sant’Ambrogio.


CENNI NECROLOGICI

DI ALCUNI

=MARTIRI DELLA PATRIA.=

=Anfossi Augusto=[51].

Nacque in Nizza nel 1812; ne andò esule nel 1831, reo dell’amare
immensamente, sinceramente la patria, il popolo, la libertà: passò
in Francia, e di colà, dove allora era un gran ciarlare ed un far
pochissimo, impaziente dell’ozio e di quel vano arrabattarsi che è
peggio dell’ozio, si trasmutò in Egitto, ove di quei giorni poco si
parlava e si faceva molto; militò negli eserciti di Ibraim Bascià, e ne
uscì colonnello. Ridottosi alle Smirne, vi aprì una casa di commercio,
che in pochi anni crebbe a maravigliosa prosperità; ed ivi, lieto
del clima dolcissimo e delle memorie omeriche, avrebbe forse chiuso
i suoi giorni, se nol venivano a suscitare i recenti casi d’Italia.
Perspicace dell’ingegno, quanto era forte del braccio, s’accorse
subito che un moto italiano, benedetto, anzi iniziato dal Pontefice,
non poteva venir meno, e quindi si diede a secondarlo coll’energia del
pensiero e del cuore. Tornato in Italia, alla grand’opera dell’italico
riscatto offrì la persona e le sostanze, dichiarandosi disposto ad
assoldar volontarj a proprie spese; e si mise in comunicazione con
tutti quei generosi che nel Piemonte, nella Liguria e nella Lombardia
aspettavano il momento d’insorgere. In questa città nostra capitò
pochi dì prima del cominciamento del nostro gran dramma, e subito
ebbe a sè i cuori di tutti ed in particolare de’ giovani pel suo
piglio franco e militarmente severo, per la sua energica parola, e pel
calore dell’anima. Come appena fu deciso che noi dovevamo conquistar
coll’armi la nostra libertà, egli offrì i suoi servigi che vennero con
riconoscenza accettati. Destinato ad organizzare la guardia civica, e
quindi a comandar tutte le forze attive della nostra rivoluzione, diè
tali saggi di capacità, di coraggio, di nobile dignità, che lo fecero
conoscer tosto e riverire da tutti. Nessuno nei giorni dell’eroica
nostra lotta mostrò maggiore attività di lui; egli era da per tutto a
consigliare, ad operare, ad erigere barricate, a confortar cittadini,
a preparar mezzi di difesa, a studiar posizioni, ora capitano ed ora
soldato, ora meccanico, ora strategico, sempre esempio chiarissimo
del più fervente patriottismo. E da lui s’inspirava, ed a vicenda
eragli inspiratore Giuseppe Torelli, datogli ad ajutante; anime degne
d’intendersi, intelletti degni d’associarsi alla difesa di questa
carissima patria. Altri narreranno i fatti particolari di lui: qui
ci basta riferire come dagli altri di Porta Nuova, monumento della
sconfitta del Barbarossa, respingesse un drappello di granatieri ed
un cannone, e vi piantasse, baciandola, la bandiera tricolore, e come
nell’assalto del locale del Genio, appuntato un cannoncino alla porta
principale di esso, nell’atto che la sfondava, fosse colpito in fronte
da una palla di moschetto. Morì come Epaminonda, lieto della vittoria
de’ suoi: morì invocando Dio e la patria.

=Borgazzi Girolamo.=

Il giorno 7 dello scorso aprile nella chiesa parrocchiale della
Fontana fuori di Porta Comasina mi trovai presente alle pompe funebri
che si celebravano in suffragio di questo martire della Rivoluzione,
passai quindi coll’eletta compagnia delle guardie civiche de’ CC. SS.,
delle guardie civiche a cavallo condotte da Antonio Litta, con alcuni
rappresentanti della Strada ferrata Lombardo–Veneta con due numerose
bande e con innumerevole popolo al cimitero, furono tumulate le onorate
spoglie del Borgazzi, ivi assistetti alle seguenti commoventissime
parole lette dal sig. Direttore Grassi.

«Dirò brevi parole per onorare la memoria del valoroso Borgazzi, che
con pietoso consiglio meco qui accompagnaste alla terra dell’eterno
riposo. Severo e nobile però sia il nostro dolore per questa vittima
della tirannide, e anzichè a lagrime imbelli, esso ci commova a
magnanimo esaltamento, rammentando in lui un generoso immolatosi
alla salvezza della cara patria. Fu egli che oltre a prodezze molte
e svariate fra i primissimi tolse le porte della città al nemico, e
l’eletta schiera condusse de’ fratelli di Lecco e della Comasina per
dare l’ultimo crollo alla pertinace prepotenza del barbaro duce, che
da noi già vinto anelava pure a vendette maggiori, e se possibile più
nefande!

«Mi è di conforto pertanto, nella piena del dolore che m’invade nel
perduto amico, di avervi qui raccolti, e che mi concediate di parlarvi
di lui, dolce essendo la rimembranza dei cittadini eroici, che
devoti fin dalla prima età al culto di una grande idea, quella della
patria indipendenza, ne procacciarono col loro sangue il trionfo. E
l’interesse della patria comune richiede che di un sospiro e di una
lagrima venga onorato il loro sagrificio! una lagrima adunque ed un
sospiro per la eroica salma del Borgazzi!

«Dai lievissimi cenni che vengo a toccarvi della sua ahi! troppo
breve vita, vedrete essere egli stato sempre fra i non pochi che
luminosamente concorsero alle grandi gesta che segnarono l’epoca del
terzo e del più glorioso risorgimento d’Italia.

«Borgazzi nacque in Milano nel 1808 da nobile ed onorata famiglia. Le
prime idee alle quali informossi l’animo suo furono che la distinzione
suprema dell’uomo consiste nella moralità e nella intelligenza.
L’educazione sua fu liberale, e inspiratrice di nobili sentimenti.
Terminati gli studj di ginnasio e liceo, e trovatosi compresso ed
infelice sotto un governo pel quale i sentimenti generosi e la
rettitudine di carattere erano sì spesso insormontabili ostacoli
all’avanzamento dell’italiana gioventù in qualunque pubblica carriera,
si determinò nel 1829 di recarsi in Francia. Ma ivi soffrì dopo la
rivoluzione del luglio crudeli disinganni. Le nobili speranze concette
pel risorgimento delle nazionalità europee e specialmente dell’italiana
e della polacca gli vennero annientate, non già dalla nazione francese,
ma da quel governo.

«Accortosi il Borgazzi che non era a sperarvi nessun appoggio, e
tentata invano con altri pochi valorosi la spedizione di Savoja nel
1833, stette alcun tempo in Francia in ansiosa aspettativa di tempi
migliori, a ciò lusingato dalla conservatasi riunione degli emigrati
italiani, che per ordine del ministero dovevano organizzarsi in legione
a Mont–Brison. Si aggregò diffatti al primo battaglione di essa, e
sospirava al momento di entrare in Italia, come a quelli illustri
giovani si lasciava credere. Ma Luigi Filippo voleva ben diversamente
diretti quei prodi a Tolone, ed imbarcati con ordini suggellati, quando
giunsero in alto mare, traditi tutti nelle loro più care speranze,
videro volgersi all’Algeria le prore delle navi! L’amico di Metternich
rapiva quelle anime generose all’Italia; e traditore ed egoista se ne
giovava per sè sulle ardenti sabbie dell’Africa.

«Per tre anni dal 1833 al 1836 servì dunque il Borgazzi con distinto
onore nella legione straniera, e fra le continue zuffe ed i più ardui
disagi a quella malaugurata legione riservati ottenne avanzamento, ed
arrivò al grado di sergente–maggiore.

«Poi fu mandato colla sua legione in Ispagna in soccorso della regina
Isabella II. Ivi nella più fortunosa guerra acquistò col suo valore
e con due gravi ferite nuovi gradi onorevoli, prima di sotto–tenente
e poi di tenente, infine venne insignito delle due decorazioni di
Isabella II e della Civica.

«Per non prender parte all’anarchia che invadeva il governo e l’armata
dell’infelice Spagna, si disciolse nel 1843 dal servizio, abbandonando
la propria legione presso che distrutta dall’aspro e lungo combattere,
e venne a risalutare il sacro suolo d’Italia, dopo avere condotto
in moglie una spagnuola fornita d’ogni virtù, e capace quindi di
comprendere la rara nobiltà del di lui animo.

«Ma alla gioventù distinta per sentimenti di patriottismo e di
progresso, trovavasi sempre precluso dal governo Austriaco ogni adito
a qualunque impiego. Pieno però di vita e di energia, il Borgazzi non
volendo rimanersi inoperoso, accettò il modesto impiego di Ispettore
alla strada ferrata. E quivi per la sua rara attività, svegliata
intelligenza, e urbanità amorevole di maniere, procacciossi la stima
e l’affezione della Direzione, mantenne la disciplina la più severa
negli impiegati, acquistossi tanti amici e ammiratori quanti ebbero a
trattare con lui.

«S’avvicinavano intanto le gloriose giornate del Marzo, ed il cuore
ardente del Borgazzi già presagivagli essere egli destinato ad operare
grandi cose per la sua patria.

«Prima sua impresa fu di affrontare impavido la pena di morte
minacciata dal Radeztky a qualunque impiegato delle strade ferrate che
avesse mosso un convoglio, avendo egli ardito di condurre una mano
di coraggiosi a Sesto, ove raccolse una schiera di ben quattromila
volontarj con cui si diresse alla Porta Comasina.

«Altro fatto di grande coraggio fu il tentato violamento della
polveriera di Lambrate, che ben riuscito dapprima, dovette essere
abbandonato per soccorso di nuove truppe.

«Mentre le mura stavano guardate da innumerevoli soldati, chi le
scalava ben sei volte per comunicare col Governo provvisorio? Era il
Borgazzi, era un padre di famiglia, che tra i figli proprj comprendeva
tutti gli assediati cittadini, bisognosi di comunicazioni esterne.

«Quando vinte le soldatesche, e disprezzati i cannoni della porta
Comasina entrava in Milano coi fratelli dei borghi e della campagna;
quando, infelice! lo scopo degli eroici suoi desiderj stava per
essere raggiunto, e l’ora di compiuto trionfo era suonata, egli cadde
mortalmente ferito nel petto! e nelle poche ore che sopravvisse, in
un breve istante di animo presente a sè stesso, chiedeva: Come vanno
le cose della patria? Rispotogli, _la patria vinse_: Muojo contento,
soggiungeva quel magnanimo, e spirava! Ah, preghiam tutti insieme la
requie eterna all’anima di Borgazzi! La terra che gettiamo nella fossa
che lo racchiude accompagniamola col grido che egli alzava nel fervore
della pugna, e che sempre troverà un eco sui nostri labbri e nei nostri
cuori.—Viva l’indipendenza d’Italia! Viva l’unione Italiana!—Prima di
partire da questa tomba gridiamo:—Vivano nei nostri cuori gli eroi
vindici della cara patria! Vivano!

«I tuoi figli, o Borgazzi, ai quali non potesti legare che la ricchezza
di una grande gloria domestica, troveranno nella patria che se gli
adottò, quella predilezione d’amore e quell’ajuto di nazionale
educazione che varranno a renderli un giorno emuli delle tue virtù.

«L’Italia è pia, è generosa, è magnanima, ed il modo con cui tutelerà
il sacro deposito lasciatole da coloro che versarono il proprio sangue
per la sua redenzione, mostrerà quanta sia la differenza che passa fra
la riconoscenza dei despoti, e quella dei grandi popoli.

«Vi ringrazio, amici e fratelli, per la riconoscente pietà con cui
voleste onorevolmente accompagnare la salma dell’immortale Borgazzi a
questa funerea campagna. Ora ritorniamo ad occuparci con maggior lena
delle cose della patria nostra: Viva la patria!—Viva questo vessillo
tricolore riconquistato a prezzo di sì nobile sangue!»

=Boselli Antonio.=

Nato in Milano nel 1803 da onesta famiglia popolana, lasciati appena
i banchi della scuola si diede alla pratica del ragioniere, ed
all’insegnamento privato elementare e ginnasiale, prima nella scuola
di Giovanni Racheli, poi in una sua propria, che in breve divise con
quella i primi onori tra le moltissime della nostra città. Più tardi
alla scuola unì un collegio convitto ordinato a nuova disciplina, ed
in servigio di esso acquistò e rifabbricò il convento di S. Salvatore
sopra Erba. Costretto dalla pedanteria de’ regolamenti austriaci
a chiudere il collegio vi sostituì una pensione domestica. Studiò
privatamente le leggi, e fu dottorato.

Il 18 marzo accorse alla difesa del Palazzo Civico. In mezzo al
trambusto di quegli istanti che precedettero l’assalto de’ Croati, fu
udito gridare: _Alle finestre, alle finestre_! fu veduto farsi col
moschetto alla finestra, e tirarvi di molti colpi sul nemico. Ma non
volle aspettarlo colà: esci coraggioso sulla via e fu subito ferito
d’un colpo di bajonetta presso all’inguine: cercò riparo dietro una
barricata, e poco stante due colpi di moschetto gli aprirono altre
ferite. Pure ebbe animo e lena. Dilungatisi i barbari, procurò di
strascinarsi alla sua casa: vi dolorò sino alla mattina di lunedì,
e spirò con accanto la moglie e le sue due bambine, consolato dalla
speranza del riscatto d’Italia. Dall’elogio di Achille Mauri, inserito
nella _Gazzetta Officiale di Milano del giorno 22 aprile_.

=Broggi.=

_Vedi quanto si è detto alla pag. 104 in nota._

=Guy Giuseppe.=

Fu uno dei primi martiri dell’indipendenza Lombarda, caduto combattendo
sotto le mura di Milano, il secondo giorno della rivoluzione. In
compagnia di suo fratello e di due suoi nipoti studenti di Pavia si
mise alla testa di alcuni suoi terrazzani e di altri valorosi che si
diedero a bersagliare il nemico appostato sugli spalti e ad assalirlo
nelle sue frequenti sortite. Spintosi troppo innanzi l’inimico fu colto
da un colpo di carabina, direttogli da un ussaro, ed immantinenti spirò
nel quarantesimo anno di sua età.

Il giorno 2 di aprile nella terra di Filighera, a un miglio circa da
Belgiojoso si celebrò la funebre pompa, che a renderla più solenne
accorreva una folla di popolo e numerosi drappelli delle guardie
dei comuni circonvicini. Suo cugino, Carlo Reale, pronunciò poche
ma veritiere parole in lode del valoroso estinto, e conchiudeva:
_Fratelli, il nome e l’immagine di questo uomo generoso duri indelebile
nella vostra memoria, e dall’esempio di lui apprendete quanto amore si
debba alla causa santissima della nazione._

=Stelzi Luigi.=

Fra le vittime della rivoluzione dobbiamo annoverare anche Luigi Stelzi
pel quale si celebravano le esequie nella chiesa di S. Carlo la mattina
del giorno 28 marzo. Basta a sua lode l’epigrafe commoventissima che si
leggeva alla porta del tempio:

                             FUNEBRE POMPA
               PER L’INGEGNERE LUIGI DI GIOACHIMO STELZI
                                  CHE
                SOLERTE NELLO STUDIO, PRODE NELLE ARMI
            VITTIMA AHI! TROPPO IMMATURA DI PATRIO AFFETTO
                                MORIVA
           NEL CONFORTO DI RELIGIONE NEL COMPIANTO DI TUTTI
               SALUTATO DAL GRIDO ESULTANTE DELLA PATRIA
                    RIVENDICATA NE’ VIOLATI DIRITTI
                        FIGLI REDENTI D’ITALIA
                 IL NOME DI LUI CHE A PREZZO DI SANGUE
                  VI MATURAVA A PIU’ GLORIOSI DESTINI
               BENEDETTO PER SEMPRE VI RISIEDA NEL CUORE
                  PER OTTENERVI UNA PREGHIERA UN VOTO
              CHE ACCELERI A LUI IL GAUDIO DEGLI ELETTI.



XVII.

INNI DIVERSI.[52]

CANTICO

  Cantiam lieti Osanna! Osanna!
    Al Signor della vittoria.
    Non s’aspetta a noi la gloria,
    Solo al tuo nome, o Signor.

  Che i portenti rinnovasti
    Operati in Israele,
    Noi, retaggio tuo fedele,
    Visitando nel dolor.

  Quella fede in un evento
    Sospirato e in Ciel maturo,
    Quello sdegno ardente e puro
    Custodito in ogni cor;

  La baldanza spensierata
    Del coraggio nel periglio,
    La sapienza nel consiglio,
    La possanza nell’amor.

  Tutto, tutto fu tuo dono:
    A fanciulli trepidanti
    Prodigasti dei giganti
    L’ardimento ed il vigor.

  Il superbo condottiere
    Forte d’armi e siti e squadre
    Truculenti, sozze e ladre
    Vaneggiò nel suo furor.

  Sterminarci avea giurato:
    Dalle ignite instanti rocche
    Fulminavan mille bocche
    Sullo stretto abitator.

  Per le piazze, per le vie
    Tuonan rei bronzi omicidi,
    Cui risponde in lieti gridi
    Dai serragli il difensor

  Lungo il vallo una masnada
    Imbriaca, e d’ira pazza.
    Tetti e colti arde, e gavazza
    Tra i singulti di chi mor.

  Nella notte il ciel divampa
    D’alte fiamme scellerate,
    Crollan, piombano sfasciate
    Case e torri ad or ad or.

  Ma tra i gridi e le ruine,
    Tra il rimbombo de’ tormenti,
    Un rintocco assiduo senti
    Pio, solenne, animator.

  A quel suon, quasi a banchetto
    Sulle barbare coorti,
    Irrompeano i pochi forti,
    E tu, Iddio, fosti con lor.

  Il tuo soffio li trasporta
    Esultanti alla battaglia,
    Il tuo soffio apre e sbaraglia
    Il barbarico furor.

  Mille e mille armati e istrutti,
    Qual minuta arena al vento,
    Van dispersi in un momento;
    Tutto è fuga, ansia e terror.

  E tu pur fremente, a queste
    Mura audaci il tergo hai volto,
    Condottier superbo e stolto,
    Invilito nel dolor.

  Fuggi: e come avrai dell’Alpi
    Guadagnata alfin l’altura,
    Volgi un guardo alla pianura
    Che hai coperta di squallor.

  Sarà l’ultimo che manda
    Dalla sacra aerea cresta
    Sull’Italia che si desta
    Lo straniero usurpator.

  Cantiam lieti Osanna! Osanna!
    Al Signor della vittoria,
    Non s’aspetta a noi la gloria,
    Solo al tuo nome, o Signor.

TOMMASO GROSSI.

INNO NAZIONALE

  Fratelli d’Italia
    L’Italia s’è desta,
    Dell’elmo di Scipio
    S’è cinta la testa.
    Dov’è la Vittoria?...
    Le porga la chioma,
    Chè schiava di Roma
    Iddio la creò:
    Stringiamoci a coorte
      Siam pronti alla morte
      Siam pronti alla morte
      L’Italia chiamò.

  Noi siam da secoli
    Calpesti, derisi,
    Perchè non siam popolo,
    Perchè siam divisi.
    Raccolgaci un’unica
    Bandiera, una speme:
    Di fonderci insieme
    Già l’ora suonò.
      Stringiamoci, ecc.

  Uniamoci, uniamoci,
    L’unione e l’amore
    Rivelano ai popoli
    Le vie del Signore:
    Giuriamo far libero
    Il suolo natio:
    Uniti per Dio
    Chi vincer ci può?
      Stringiamoci, ecc.


  Dall’Alpe a Sicilia
    Dovunque è Legnano,
    Ogni uom di Ferruccio
    Ha il core, ha la mano,
    I bimbi d’Italia
    Si chiaman Balilla,
    Il suon d’ogni squilla
    I Vespri suonò.
      Stringiamci, ecc.

  Son giunchi che piegano
    Le spade vendute:
    Già l’Aquila d’Austria
    Le penne ha perdute.
    Il sangue d’Italia,
    Il sangue Polacco,
    Bevè col cosacco,
    Ma il sen le bruciò.
      Stringiamci, ecc.

  Evviva l’Italia
    dal sonno s’è desta
    Dell’elmo di Scipio
    S’è cinta la testa.
    Dov’è la vittoria?
    Le porga la chioma,
    Chè schiava di Roma
    Iddio la creò.
      Stringiamci, ecc.

GOFFREDO MAMELI.

CANTO DI GUERRA

  I.

    Via da noi, Tedesco infido.
  Non più patti, non accordi:
  Guerra! Guerra! Ogn’altro grido
  È d’infamia e servitù.
    Su que’ rei, di sangue lordi,
  Il furor si fa virtù.
    Ogni spada divien santa
    Che nei barbari si pianta;
    È d’Italia indegno figlio
    Chi all’acciar non dà di piglio
    E un nemico non atterra:
      Guerra! Guerra!

  II.

    Tentò indarno un crudo bando,
  Ribadirci le catene;
  La catena volta in brando
  Ne sta in pugno, e morte dà.
    Guerra! Guerra! Non s’ottiene
  Senza sangue libertà.
    Alla legge inesorata
    Fa risposta la Crociata;
    Fan risposta al truce editto
    Fermo core, braccio invitto,
    Ed acciaro che non erra:
      Guerra! Guerra!

  III.

    Non ci attristi più lo sguardo
  L’abborrito giallo e nero;
  Sorga l’Italo stendardo
  E sgomenti gli oppressor.
    Sorga, sorga e splenda altero
  Il vessillo tricolor.
    Lieta insegna, insegna nostra,
    Sventolante a noi ti mostra;
    Il cammino tu ci addita,
    Noi daremo sangue e vita
    Per francar la patria terra:
      Guerra! Guerra!

  IV.

    È la guerra il nostro scampo,
  Da lei gloria avremo e regno:
  Della spada il fiero lampo
  Desti in noi l’antico ardir.
    E d’Italia figlio indegno
  Chi non sa per lei morir.
    Chi tra l’Alpi e il Faro è nato
    L’arme impugni e sia soldato;
    Varchi il mare, passi il monte,
    Più non levi al Ciel la fronte
    Chi un acciaro non afferra:
      Guerra! Guerra!

  V.

    Dal palagio al tetto umile
  Tutto, tutto il bel paese
  Guerra eccheggi, e morte al vile
  Che tant’anni ci calcò.
    Guerra suonino le chiese
  Che il ribaldo profanò.
    Vecchi, infermi, donne imbelli,
    Dei belligeri fratelli
    Secondate il caldo affetto:
    Guerra! Guerra! In ogni petto
    Che di vita un’aura serra,
      Guerra! Guerra!

I CARRER.


CANTO DEL POPOLO PER I MORTI DELLA PATRIA

  I.

  Per la Patria il sangue han dato
  Esclamando: ITALIA e PIO!
  L’alme pure han reso a Dio,
  Benedetti nel morir:
  Hanno vinto, e consumato
  Il santissimo martir.
      Di que’ forti—per noi morti
          Sacro è il grido, e non morrà.

  II.

  Noi per essi alfin redenti
  Salutiamo i dì novelli:
  Sovra il sangue de’ fratelli
  Noi giuriamo libertà!
  E sul capo de’ potenti
  L’alto giuro tuonerà.
      Di que’ forti—per noi morti
          Sacro è il grido, e non morrà.

  III.

  Uno cadde, e sorser cento
  Alla voce degli eroi:
  Or si pugna alfin per noi,
  Fugge insano l’oppressor;
  E lo agghiaccia di spavento
  La bandiera tricolor.
      Di que’ forti—per noi morti
          Sacro è il grido, e non morrà.

  IV.

  O Signor! sul patrio altare
  Noi t’offrimmo i nostri figli:
  Scrivi in Ciel, ne’ tuoi consigli
  Dopo secoli, il gran dì!
  Or dall’Alpi insino al mare
  Tutta Italia un giuro unì!

GIULIO CARCANO.


                      DOCUMENTI CITATI NELL’OPERA

N.º I.

  =TRATTATO DI PACE=
  SEGNATO A LUNEVILLE

_Milano, li 3 Pratile, anno 9 della Repubblica Francese._

PETIET Consigliere di Stato, Ministro Straordinario del Governo
Francese nella Cisalpina.

_AL COMITATO DI GOVERNO DELLA REPUBBLICA CISALPINA._

_Dirigo al Comitato, giusta l’autorizzazione che ne ho ricevuta dal
Governo Francese, una copia autentica del Trattato di Pace conchiuso in
Luneville il dì venti Piovoso anno 9 tra l’Imperatore e la Repubblica
Francese, e le ratifiche del quale sono state ricambiate._

_Vi prego d’avere la compiacenza di rendere pubblico questo Trattato in
tutti i dipartimenti, acciocchè il Popolo Cisalpino non abbia più ver
un dubbio sulla sua Indipendenza, e sulla sua Sovranità._

  _Salute e considerazione_
  _Segnat_. PETIET.

  Per copia conforme

  _Il Segretario Generale_
  CLAVENA.

BONAPARTE, PRIMO CONSOLE, IN NOME DEL POPOLO FRANCESE; I Consoli della
Repubblica avendo veduto ed esaminato il Trattato conchiuso, stabilito
e firmato a Luneville il giorno venti Piovoso anno nono della
Repubblica Francese (nove febbrajo mille ottocento uno) dal Cittadino
_Giuseppe Bonaparte_, Consigliere di Stato, in forza di pieni poteri,
che gli erano stati conferiti per tale effetto, col Sig. _Luigi_,
Conte del S. R. I., di _Cobenzl_, Ministro Plenipotenziario di S. M.
l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, egualmente munito di pieni
poteri; del qual Trattato segue il tenore:

_Milano, 3 Pratile Anno 9 Repubblicano._

  IL COMITATO DI GOVERNO AL POPOLO CISALPINO
  =PROCLAMA=

Sospirato dall’universale impazienza, rivocato in dubbio da pochi
affatto nuovi ne’ politici arcani, o increduli per malizia, ecco
finalmente in solenne forma comunicato dal Governo Francese il
TRATTATO DI PACE conchiuso in Luneville, ratificato dalle due Potenze
Contraenti. Questo Palladio della Indipendenza, della Sovranità, de’
destini futuri del Popolo Cisalpino, è stato rimesso al Comitato
di Governo dal Cittadino Petiet, consigliere di Stato, Ministro
Straordinario del Governo Francese, in conseguenza dell’autorizzazione,
che ne ha ricevuta, e accompagnato con Lettera di questo giorno, che
vien pubblicata colle stampe nelle due Lingue in fronte al Trattato.

Si levi il Popolo Cisalpino ad accogliere fra gli evviva festosi questo
Monumento della lealtà della GRANDE NAZIONE. Il Governo non frappone
ritardo ad ordinare, che sia proclamato ne’ luoghi più popolosi,
e frequentati di tutti i Dipartimenti della Repubblica. A tutti i
Cittadini debbe esser noto, tutti debbono conoscere, tutti custodire
nella memoria un Trattato, che rinnovando la troppo disputata, ed
ora più che mai inconcussa Convenzione di Campo–Formio, ripone la
Repubblica Cisalpina nel novero delle Potenze d’Europa. Per esso la
Repubblica rispettata al di fuori, potrà nell’interno fiorire ben
ordinata e felice. Per esso saprà in breve adottare una Costituzione
conforme alle sue relazioni politiche, alle sue fisiche circostanze,
al carattere morale de’ suoi Cittadini, e sopra queste, come su Pietra
fondamentale, elevare l’Edifizio di sagge Leggi, che le sue forze
sviluppino, che rinvigoriscano i legami della concordia civile e de’
rapporti sociali, che migliorino i costumi, e così provvedano alla
sicurezza, alla prosperità, alla gloria Nazionale.

_Il Comitato di Governo_

SOMMARIVA.—VISCONTI.—RUGA.

CLAVENA _Segretario Generale._

  TRATTATO DI PACE
  TRA L’IMPERATORE, RE D’UNGHERIA E DI BOEMIA
  E LA REPUBBLICA FRANCESE

 _Conchiuso in Luneville il dì venti Piovoso anno nono_ (_nove febbraio
 mille ottocento uno_) _e le ratifiche del quale sono state ricambiate a
 Parigi il venticinque Ventoso anno nono._

Sua Maestà l’imperatore Re d’Ungheria e di Boemia, ed il primo
Console della Repubblica Francese in nome del Popolo francese, avendo
egualmente a cuore di far cessare le disgrazie della guerra, hanno
risoluto di procedere alla conclusione d’un trattato definitivo di pace
ed amicizia.

La detta S. M. I. e R. non desiderando meno vivamente di far partecipe
l’Impero Germanico dei beneficj della pace, e non lasciando le presenti
congiunture il tempo necessario affine che l’Impero sia consultato, e
possa intervenire co’ suoi Deputati nella negoziazione; la detta M. S.
avendo altronde riguardo a quanto si è consentito dalla Deputazione
dell’Impero nel precedente Congresso di Rastadt, secondo l’esempio di
quanto ha avuto luogo in simili circostanze, ha risolto di stipulare
esso in nome del Corpo Germanico.

In conseguenza di che, le Parti contraenti hanno nominato per li
Plenipotenziarj i seguenti, cioè:

S. M. I. R., il Sig. Luigi di Cobenzl, conte del S. R. I., cavaliere
del Toson d’Oro, Gran Croce dell’Ordine Reale di S. Stefano, e
dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, Ciambellano, Consigliere
intimo attuale della detta M. S. I. R., suo Ministro di conferenze, e
Vice–cancelliere di Corte e di Stato;

E il primo Console della Repubblica Francese a nome del Popolo Francese
il Cittadino Giuseppe Bonaparte, Consigliere di Stato. I quali dopo
aver cangiati i loro pienipoteri hanno decretato i seguenti articoli:

Art. 1. Vi sarà in avvenire, e per sempre pace, amicizia e buona
intelligenza fra S. M. l’Imperatore e re di Ungheria e di Boemia,
stipulante tanto in suo nome, quanto a nome dell’Impero Germanico e la
Repubblica Francese, obbligandosi la detta M. S. a far dare dal detto
Impero la sua ratifica in buona e dovuta forma al presente trattato.
Sarà usata la più grande attenzione dall’una parte e dall’altra al
mantenimento d’una perfetta armonia, per prevenire ogni sorta di
ostilità per terra e per mare, sotto qualunque causa e qualunque
pretesto che ciò possa essere, attaccandosi con premura a mantenere
l’unione felicemente ristabilita. Non sarà dato alcun soccorso e
protezione sia direttamente, sia indirettamente a quelli che volessero
portar pregiudizio all’una o all’altra delle parti contraenti.

Art. 2. La cessione delle inaddietro Provincie Belgiche alla Repubblica
Francese, stipulata nell’articolo 3 del trattato di Campo Formio, è
qui rinnovata nella maniera la più formale, in modo che S. M. I. e
Re per sè e per i suoi successori, tanto in suo nome, quanto in nome
dell’Impero Germanico, rinuncia a tutti i suoi diritti e titoli alle
dette Provincie, le quali saranno possedute in perpetuo, in tutta
sovranità, e proprietà dalla Repubblica Francese con tutti i beni
territoriali che ne dipendono.

Sono egualmente cedute alla Repubblica Francese da S. M. I. e R. e col
consenso formale dell’Impero: 1.º il contado di Falckenstein colle
sue dipendenze; 2.º il Fricktal, e tutto ciò che appartiene alla
casa d’Austria sulla riva sinistra del Reno, fra Zurzach e Basilea;
riservandosi la Repubblica Francese a cedere quest’ultimo paese alla
Repubblica Elvetica.

Art. 3. Egualmente in rinnovamento e conferma dell’articolo sesto del
trattato di Campo–Formio, S. M. l’Imperatore e Re possederà in tutta
sovranità e proprietà i paesi qui sotto segnati, cioè: l’Istria, la
Dalmazia e le Isole in addietro Venete dell’Adriatico e dipendenze, le
bocche del Cattaro, la Città di Venezia, le Lagune, e i paesi compresi
fra gli Stati ereditarj di S. M. l’Imperatore e Re, il Mare Adriatico,
e l’Adige dalla sua uscita dal Tirolo fino alla sua imboccatura nel
detto mare, servendo di linea di confine il Thalweg dell’Adige; e
siccome con questa linea le Città di Verona e di Porto–Legnago si
troveranno divise, saranno stabiliti nel mezzo dei ponti delle dette
Città dei ponti levatoj che marcheranno la separazione.

Art. 4. L’articolo 18 del trattato di Campo–Formio è egualmente
rinnovato, in quanto che S. M. l’Imperatore e Re si obbliga a cedere
al Duca di Modena in indennizzazione dei paesi che questo principe, e
i suoi eredi avevano in Italia, il Brisgaw, che egli possederà colle
stesse condizioni, con cui possedeva il Modenese.

Art. 5. Si è inoltre convenuto che S. A. R. il Gran Duca di Toscana
rinuncia per sè e suoi successori, e aventi causa al Gran Ducato di
Toscana, ed alla parte dell’Isola d’Elba che ne dipende, come pure a
tutti i diritti e titoli risultanti dai detti Stati, i quali saranno
posseduti in avvenire in piena sovranità e proprietà da S. A. l’Infante
duca di Parma. Il Gran Duca otterrà in Alemagna una indennità piena ed
intiera de’ suoi Stati d’Italia.

Il Gran Duca disporrà a suo piacere dei beni e delle proprietà
che egli possiede particolarmente in Toscana, provenienti sia da
acquisto personale, sia per eredità da acquisti personali del fu S.
M. l’Imperatore Leopoldo II, suo padre, o del fu S.M. l’Imperatore
Francesco I suo avo. Si è altresì convenuto che i crediti, stabilimenti
ed altre proprietà del Gran Ducato, come pure i debiti debitamente
ipotecati su questo paese, passeranno al nuovo Gran Duca.

Art. 6. S. M. l’Imperatore e Re tanto in suo nome come in quello
dell’Impero Germanico consente che la Repubblica Francese posseda d’ora
in avanti in tutta sovranità e proprietà i paesi e dominj situati sulla
riva sinistra del Reno, e che facevano parte dell’Impero Germanico;
di modo che in conformità di quanto si era espressamente convenuto al
congresso di Rastad dalla Deputazione dell’Impero, e si era approvalo
dall’Imperadore, il Thalweg del Reno sarà d’ora in avanti il confine
tra la Repubblica Francese e l’Impero Germanico, cioè dal distretto in
cui il Reno lascia il Territorio Elvetico, fino a quello in cui egli
entra nel Territorio Batavo.

In conseguenza di che la Repubblica Francese rinuncia formalmente ad
ogni possesso qualunque sulla riva dritta del Reno, ed acconsente a
restituire a chi appartiene le piazze di Dusseldorf, Ehrenbreitstein,
Philisburg, il forte di Cassel, e altre fortificazioni in faccia a
Magonza sulla riva dritta, il forte di Khel, Brisacco Vecchio, sotto
l’espressa condizione, che queste piazze e questi forti continueranno a
restare nello stato in cui si troveranno al tempo dell’evacuazione.

Art. 7. E siccome in conseguenza della cessione che fa l’Imperatore
alla Repubblica Francese molti Principi e Stati dell’Impero si
trovano privi in tutto o in parte de’ loro possessi, mentre deve
l’Impero Germanico collettivamente sopportare le perdite risultanti
dalle stipulazioni del presente trattato; si è convenuto fra S. M.
l’Imperatore e Re tanto in suo nome, come a nome dell’Impero Germanico
e la Repubblica Francese, che in conformità dei principj formalmente
stabiliti al congresso di Rastad, l’Impero sarà tenuto a dare ai
Principi ereditarj, che si troveranno privati di possesso sulla riva
sinistra del Reno, una indennizzazione, che sarà presa nel seno del
detto Impero secondo gli accomodamenti, che saranno ulteriormente
determinati su queste basi.

Art. 8. In tutti i paesi ceduti, acquistati o cambiati nel presente
trattato, si è convenuto, come si era fatto cogli articoli quarto
e decimo del trattato di Campo–Formio, che quelli ai quali essi
apparterranno, si caricheranno dei debiti ipotecati sul suolo dei detti
paesi: ma attese le difficoltà che sono insorte a questo riguardo sopra
l’interpretazione dei detti articoli del trattato di Campo–Formio, si è
espressamente dichiarato, che la Repubblica Francese non prende a suo
carico che i debiti risultanti da imprestito formalmente acconsentito
dagli Stati dei detti paesi, o dalle spese fatte per l’amministrazione
effettiva dei detti paesi.

Art. 9. Subito dopo il cambio delle ratifiche del presente trattato,
sarà accordata in tutti i paesi ceduti, acquistati o cambiati col detto
trattato, a tutti gli abitanti o proprietarj qualunque la liberazione
dei sequestri posti sui loro beni, effetti, ed entrate a motivo della
guerra che ha avuto luogo. Le parti contraenti si obbligano a compire
quanto essi possono aver di debito per fondi loro prestati dai detti
particolari o dagli stabilimenti pubblici dei detti paesi, ed a pagare
o rimborsare ogni rendita stabilita a loro profitto sopra ciascuna
di esse. In conseguenza di che si è espressamente riconosciuto che
i proprietarj delle azioni del banco di Vienna divenuti francesi
continueranno a godere del benefizio delle loro azioni, e avranno
gl’interessi scaduti o da scadere, non ostante ogni sequestro ed ogni
deroga, che saranno riguardati come non accaduti, specialmente la
deroga risultante da ciò che i proprietarj divenuti francesi non hanno
potuto fornire li 30 e li 100 per 100 domandati agli azionisti del
banco di Vienna da S. M. l’Imperatore e Re.

Art. 10. Le parti contraenti faranno egualmente levare tutt’i sequestri
che fossero stati messi a motivo di guerra sui beni, diritti ed entrate
di S. M. l’Imperatore o dell’Impero nel territorio della Repubblica
Francese, e dei cittadini francesi negli Stati della detta M. S. o
dell’Impero.

Art. 11. Il presente trattato di pace, e specialmente gli articoli
8, 9, 10 e 15 seguente, è dichiarato comune alle repubbliche Batava,
Elvetica, Cisalpina e Ligure.

Le parti contraenti garantiscono vicendevolmente l’indipendenza delle
dette Repubbliche, e la facoltà ai popoli che le abitano di adottare
quella forma di governo che i detti popoli giudicheranno convenevole.

Art. 12. S. M. I. E R. RINUNCIA PER SÈ, E PER I SUOI SUCCESSORI
IN FAVORE DELLA REPUBBLICA CISALPINA A TUTTI I DIRITTI E TITOLI
PROVENIENTI DA QUESTI DIRITTI, CHE S. M. POTREBBE PRETENDERE SUI PAESI
CHE POSSEDEVA AVANTI LA GUERRA, E CHE AL PRESENTE GIUSTA L’ARTICOLO
VIII DEL TRATTATO DI CAMPO–FORMIO FANNO PARTE DELLA REPUBBLICA
CISALPINA, LA QUALE POSSEDERA’ I DETTI PAESI IN TUTTA SOVRANITA’ E
PROPRIETA’ CON TUTTI I BENI TERRITORIALI CHE NE DIPENDONO.

Art. 13. S. M. I. e R. tanto in suo nome come a nome dell’Impero
Germanico conferma l’adesione già data col trattato di Campo–Formio
alla riunione degli inaddietro feudi imperiali alla Repubblica Ligure,
e rinuncia a tutti i diritti e titoli provenienti da questi diritti sui
detti feudi.

Art. 14. Conformemente all’articolo 11 del trattato di Campo–Formio, la
navigazione dell’Adige, il quale serve di confine tra S. M. I. e R. e
la Repubblica Cisalpina, sarà libera, senza che l’una parte e l’altra
non possano stabilirvi alcun pedaggio, nè tenervi alcun bastimento
armato in guerra.

Art. 15. Tutti i prigionieri di guerra fatti dall’una parte e
dall’altra, come pure gli ostaggi levati o dati durante la guerra,
che non saranno ancora stati restituiti, lo saranno in 40 giorni,
cominciando da quello della segnatura del presente trattato.

Art. 16. I beni stabili e personali non alienati di S. A. R. l’Arciduca
Carlo, e degli eredi della fu S. A. R. Sig. Arciduchessa Cristina, che
sono situati nei paesi ceduti alla Repubblica Francese, saranno loro
restituiti a condizione di venderli nello spazio di 3 anni.

Lo stesso sarà dei beni stabili e personali delle LL. AA. RR.
l’Arciduca Ferdinando e Madama l’Arciduchessa Beatrice sua sposa nel
territorio della Repubblica Cisalpina.

Art. 17. Gli articoli 12, 13, 15, 16, 17 e 23 del trattato di
Campo–Formio sono particolarmente richiamati per essere eseguiti
secondo la loro forma e tenore come se fossero inseriti parola per
parola nel presente trattato.

Art. 18. Le contribuzioni, consegne, forniture e prestazioni qualunque
di guerra cesseranno d’aver luogo dal giorno del cambio delle ratifiche
date al presente trattato da una parte da S. M. l’Imperatore e
dall’Impero Germanico, e dall’altra parte dalla Repubblica Francese.

Art. 19. Il presente trattato sarà ratificato da S. M. l’Imperatore
e Re, dall’Impero Germanico e dalla Repubblica Francese nello spazio
di 30 giorni o più presto se si può; e si è convenuto che le armate
delle due Potenze resteranno nelle posizioni in cui esse si trovano
tanto in Germania come in Italia, finattantochè le dette ratifiche
dell’Imperatore e Re, dell’Impero, e della Repubblica Francese,
siano state simultaneamente cambiate a Luneville tra i rispettivi
Plenipotenziarj.

Si è altresì convenuto, che dieci giorni dopo il cambio delle dette
ratifiche, le armate di S. M. I. e Re saranno rientrate sui suoi
possessi ereditarj, i quali saranno evacuati nel medesimo spazio delle
armate francesi, e che 30 giorni dopo il detto cambio, le armate
francesi avranno evacuato la totalità del territorio del detto impero.

_Fatto e segnato a Luneville li venti Piovoso, anno nono della
Repubblica Francese (nove Febbrajo mille ottocento uno.)_

  _Segnato_ LUIGI CONTE DI COBENZL
  GIUSEPPE BONAPARTE.

Approva il Trattato qui sopra, in tutti ed ognuno degli Articoli che vi
sono contenuti; dichiara ch’egli è accettato, ratificato e confermato,
e promette che lo stesso sarà inviolabilmente osservato.

In fede di che si sono date le presenti segnate, contrassegnate, e
sigillate col gran sigillo della Repubblica.

Parigi, li venti Ventoso anno nono della Repubblica (undici marzo mille
ottocento uno.)

  _Segnato_ BONAPARTE.

  _Il Ministro delle relazioni estere
  Segnat._ CH. MAU. TALLEYRAND.

  Per il Primo Console

  _Il Segretario di Stato
  Segnat._ HUGUES B. MARET.

 _Sigillato col gran sigillo di cera rossa sopra lacci di seta turchina,
 intrecciata d’oro e d’argento; il sigillo rinchiuso in una scatola
 d’argento indorato, nel di sopra della quale è impressa e scolpita la
 figura emblematica della Repubblica._

  Certificato conforme:

  _Il Ministro Straordinario del Governo Francese
  in Milano li 3 Pratile, anno 9._

  PETIET.

  ARTICOLI
  DEL TRATTATO DI CAMPO–FORMIO
  CITATI E CONFERMATI
  DAL SUDDETTO TRATTATO DI LUNEVILLE.

_Nell’articolo 2 del Trattato di Luneville._

3. Sua Maestà l’Imperatore, Re d’Ungheria, e di Boemia rinunzia per sè,
e suoi Successori in favore della Repubblica Francese a tutti i suoi
diritti e titoli su le già Provincie Belgiche conosciute sotto il nome
di _Paesi Bassi Austriaci._

La Repubblica Francese possederà questi Paesi a perpetuità in tutta
sovranità e proprietà, e con tutti i beni territoriali che ne dipendono.

_Nell’articolo 3._

6. La Repubblica Francese acconsente, che Sua Maestà l’Imperatore e Re
possegga in tutta sovranità e proprietà i Paesi designati qui appresso,
cioè, l’Istria, la Dalmazia, le Isole ex–Venete dell’Adriatico, le
Bocche di Cattaro, la Città di Venezia, le Lagune e i Paesi compresi
fra gli Stati Ereditarj di S. M. l’Imperatore e Re, il Mare Adriatico,
e _una linea che partirà dal Tirolo, seguirà il Torrente davanti alla
Gardola, attraverserà il lago di Garda sino a Larise; di là una linea
militare sino a San Giacomo, offrendo un vantaggio eguale alle due
Parti, la quale sarà designata da Ufficiali del Genio nominati da
una parte e dall’altra prima del cambio delle ratifiche del presente
Trattato. La linea di confine passerà in seguito tra l’Adige a San
Giacomo, seguirà la riva sinistra di questo fiume sino all’imboccatura
del Canal–bianco, compresavi la parte di Porto Legnago, che trovasi
sulla riva destra dell’Adige, col circondario d’un raggio di tre mila
tese. La linea si continuerà per la riva sinistra del Canal–bianco, per
la riva sinistra del Tartaro, per la riva sinistra del canale detto la
Polesella, sino alla sua imboccatura nel Pò, e per la riva sinistra del
gran Pò sino al mare._

_Nell’articolo_ 4.

18. Sua Maestà l’Imperatore, re d’Ungheria e di Boemia s’obbliga di
cedere al Duca di Modena, per indennità de’ Paesi, che questo Principe
e i suoi Eredi aveano in Italia, la Brisgovia, ch’egli possiederà alle
medesime condizioni di quelle in virtù delle quali egli possedeva il
Modenese.

_Nell’articolo_ 8.

4. Tutti i debiti ipotecati prima della guerra nel suolo de’ Paesi
enunciati negli articoli precedenti, e i contratti de’ quali saranno
rivestiti delle formalità usitate, saranno a carico della Repubblica
Francese. I Plenipotenziarj di S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria
e di Boemia, ne rimetteranno la nota il più presto possibile al
Plenipotenziario della Repubblica Francese, e prima del cambio delle
ratifiche, affinchè al tempo del cambio, i Plenipotenziarj delle
due Potenze possano convenire di tutti gli articoli spiegativi, o
addizionali al presente articolo, e firmarli.

10. I Paesi ceduti, acquistati, o permutati nel presente Trattato,
porteranno a quelli cui resteranno, i debiti ipotecati sul loro suolo.

_Nell’articolo_ 12.

8. Sua Maestà l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, riconosce la
REPUBBLICA CISALPINA COME POTENZA INDIPENDENTE.

Questa Repubblica comprende l’ex–Lombardia Austriaca, il Bergamasco, il
Bresciano, il Cremasco, la Città e Fortezza di Mantova, il Mantovano,
Peschiera, la parte degli Stati ex–Veneti all’Ovest e al Sud della
linea indicata nell’articolo 6 per la frontiera degli Stati di S. M.
l’Imperatore in Italia: il Modenese, il Principato di Massa e Carrara,
e le tre Legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna.

_Nell’articolo_ 14.

11. La navigazione della parte de’ fiumi e canali, che servono di
confine tra i possessi di S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di
Boemia, e quelli della Repubblica Cisalpina, sarà libera, senza che nè
l’una nè l’altra Potenza possa stabilirvi alcun pedaggio, nè tenervi
alcun bastimento armato in guerra; ciò che non esclude le cautele
necessarie alla sicurezza della Fortezza di Porto Legnago.

_Nell’articolo_ 17.

12. Tutte le vendite o alienazioni fatte, tutti gli impegni
contratti sia dalle Città o dal Governo, o dalle Autorità Civili,
ed Amministrative de’ Paesi ex Veneti pel mantenimento delle Armate
Tedesche e Francesi, sino alla data della segnatura del presente
Trattato, saranno confermati, o riguardati per validi.

13. I titoli demaniali ed archivj de’ diversi paesi ceduti, o permutati
col presente Trattato, saranno rimessi nello spazio di tre mesi dalla
data del cambio delle ratifiche alle Potenze che ne avranno acquistata
la proprietà. I piani e carte delle Fortezze, Città e Paesi, che le
Potenze contraenti acquistano col presente Trattato, saranno loro
rimesse fedelmente.

15. Sarà conchiuso senza ritardo un Trattato di Commercio stabilito su
basi eque, e tali che assicurino a S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e
di Boemia, e alla Repubblica Francese, vantaggi uguali a quelli, di cui
godono negli Stati rispettivi le Nazioni più favorite.

Intanto, tutte le comunicazioni e relazioni commerciali saranno
ristabilite nello stato in cui erano prima della guerra.

16. Nessun abitante di tutti i Paesi occupati dalle Armate Austriache
e Francesi, non potrà essere perseguitato, nè ricercato, sia nella
sua Persona, sia nelle sue Proprietà, a motivo delle sue opinioni
politiche, o azioni civili, militari e commerciali, durante la guerra,
che ha avuto luogo tra le due Potenze.

17. S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia non potrà, secondo
i principj di neutralità, ricevere in ciascun de’ suoi Porti, durante
il corso della guerra presente, più di sei Bastimenti armati in guerra
appartenenti a ciascuna delle Potenze belligeranti.

23. S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, e la Repubblica
Francese conserveranno tra loro lo stesso cerimoniale, quanto al rango
e alle altre etichette, quale è stato costantemente osservato prima
della guerra.

La detta Maestà Sua e la Repubblica Cisalpina avranno fra loro lo
stesso cerimoniale d’etichetta che era in uso fra la detta Maestà Sua e
la Repubblica di Venezia.


N.º II

PROCLAMA.

NOI ENRICO CONTE DI BELLEGARDE,

 _Ciambellano e Consigliere intimo di Stato di Sua Maestà Imperiale e
 Reale Apostolica, Commendatore dell’Ordine Militare di Maria Teresa,
 Gran Croce di Leopoldo, Colonnello proprietario di un Reggimento di
 Cavalleggieri, Maresciallo, Presidente del Consiglio Aulico di Guerra e
 Comandante in Capo dell’Armata d’Italia._

La Pace segnata a Parigi il 30 maggio p. p. ha fissato su basi solide e
sicure la tranquillità ed il destino d’Europa.

La sorte di questi paesi fu del pari determinata.

Popoli della Lombardia, del Mantovano, Bresciano, Bergamasco e
Cremasco, un felice destino vi attende; le vostre Provincie sono
definitivamente aggregate all’Impero dell’Austria.

Voi resterete tutti uniti ed egualmente protetti sotto lo scettro
dell’Augustissimo Imperatore e Re FRANCESCO I, Padre adorato de’ suoi
sudditi, Sovrano desideratissimo di quegli Stati che hanno la bella
sorte di essergli soggetti.

Dopo di avere colle sue armi gloriose compiuta la più grande impresa,
Egli si restituisce fra le benedizioni de’ Popoli alla sua Capitale,
dove le prime e particolari sue cure e sollecitudini saranno dirette a
dare alle vostre Provincie una forma soddisfacente e costante, ed una
organizzazione che verrà ad assicurare la vostra futura felicità.

Ci affrettiamo di rendere noti ai popoli delle dette provincie questi
graziosi sentimenti della Maestà Sua, e restiamo persuasi che il vostro
spirito esulterà per un’epoca sì fausta e memorabile, e la vostra
gratitudine trasmetterà ai più tardi nepoti una indelebile riprova di
devozione e di fedeltà.

Milano, il 12 giugno 1814.

  BELLEGARDE


N.º III.

AL POPOLO

Molti domandano perchè dobbiamo astenerci dal fumar tabacco e dal
giuocare al lotto? È spiegato in due parole. I Tedeschi oltre i tanti
milioni che portano via agli aggravj messi per forza sulle campagne,
sulle case e sulle mercanzie, ci portano via di più quasi 8 milioni
ogni anno, che noi non paghiamo per forza ma volontariamente. Questi
8 milioni sono l’imposta sui nostri vizj e sulla nostra ignoranza.
Difatto chi ci obbliga a comperare a sì caro prezzo un po’ di fumo,
a pagare il tabacco il quadruplo di quello che vale? Chi ci obbliga
a giuocare al lotto? E non capite voi che questo è un giuoco in cui
l’impresa è sicura di vincere, una vera ladreria, che se qualcuno
volesse metterla su per suo conto anderebbe in prigione come
truffatore? E poi sapete quel che possono dire di noi? Possono dire che
siamo un popolo di oziosi, che consumiamo ogni anno 7 od 8 milioni in
tabacco e dopo ci lamentiamo che manca il pane ed il lavoro; possono
dire che siamo un popolo di minchioni, che ogni anno gettiamo in un
giuoco d’azzardo 8 o 9 milioni, e che per la gola di guadagnare senza
fatica togliamo tutte le settimane il pane di bocca ai nostri figliuoli
e torniamo sempre alla stessa trappola. E sono 30 anni che la trappola
lavora, e avrà ingojato a quest’ora forse più di 150 milioni. Guarda, o
popolo, che bel patrimonio hai gettato via senz’accorgerti per un po’
di fumo, un po’ di puzza ed un po’ di speranza che somiglia all’amo
con cui si prendono i pesciolini!

Non è dunque nè per capriccio nè per una prepotenza che chi ha occhi
in testa consiglia di non fumare e di non giuocare al lotto, ma è pel
nostro meglio. Così si vedrebbe che non siamo minchioni, e che sappiamo
calcolare il nostro interesse e andar d’accordo tra di noi alla barba
delle spie e dei poliziotti che predicano la discordia e l’ignoranza, e
vorrebbero vedere che noi stessi ajutassimo colle nostre mani a cavarci
la pelle.

N.º IV.

Eccellenza!

Ogni qualvolta lamentevoli circostanze percuotono la popolazione,
crede il Collegio Municipale debito suo farne soggetto di rimostranza
all’autorità che ci regge, onde vengavi posto riparo. Nè crederebbe
servire al proprio mandato che tiene e dalla cittadinanza e dal
sovrano, se mancasse in ciò di quella solerte vigilanza, di
quell’affetto al buon ordine, di quel desiderio ridotto in atto, che
tutto collima alla tranquillità, alla pace. Egli è perciò che la
rispettosa Congregazione Municipale non dubita far presente all’E. V.
quale funesto effetto generi negli animi dei cittadini tutti il nessun
rispetto che vien adoperato verso la personale sicurezza col sistema
ormai adottato delle improvvise deportazioni. Poichè qual legge mette
in diffida il suddito di tal genere di pena? a qual delitto vien essa
applicata? Nessun atto della Sovrana Maestà è o fu giammai promulgato
che determini gli estremi di tale procedura, sicchè possa il cittadino
imputare a sè medesimo se di tale penalità venga afflitto. Se nei
cittadini havvi delitto o mancamento alcuno, perchè non si consegnano
ai tribunali per il regolare processo? È forse pietà l’attribuire una
pena che si direbbe minore a quella dal Codice comminata per le loro
colpe? Chi ne sarà persuaso senza procedimenti? Si proceda dunque, si
sentenzii se delitto esiste, e se dappoi la Clemenza Sovrana in luogo
di un carcere rigoroso infliggerà una deportazione, sarà tale atto
benedetto qual grazia, mentre attualmente è imprecato come arbitrario
abuso di autorità. L’E. V. è testimonio quale favorevole effetto avesse
prodotto il proclama vicereale del 9 gennajo: come se si fosse in
quelle vie progredito, a poco a poco poteva sperarsi un rallentamento
nello spirito pubblico, una remissione dal sentimento di alienazione
d’animo. Ma tutto si distrusse col proclama imperiale del giorno
17, col pubblicare articoli offensivi al carattere e situazione del
paese, col sistema delle deportazioni E perchè esacerbare una piaga
che doveva essere medicata? Eccellenza, la congregazione comunale si
rivolge alla conosciuta probità che la distingue, perchè voglia farsi
organo dei giusti lamenti di una cittadinanza che fu sempre obbediente,
sottomessa all’autorità, nè si eresse giammai a contrapporre la minima
resistenza.

Qualunque dimostrazione possa essere stata messa in campo, lo fu ad
esprimere voti di migliorata situazione, della quale veniva data al
pubblico solenne fondata speranza. Sia tutelata adunque la pubblica
e privata sicurezza, nè gli individui abbiano a temere di vedersi
rapiti alle loro famiglie per essere deportati in lontane ed estranee
regioni senza conoscerne il perchè. I padri, le madri, le mogli, i
figli non abbiano ad ogni romore che rompe il silenzio della notte, ad
immaginarsi gli agenti di polizia invadere il santo asilo di famiglia
onesta, sturbata la domestica pace, vedersi rapire gli oggetti più
cari al loro cuore, ad onta che nessuna taccia di colpa venga loro
rinfacciata. L’Eccellenza Vostra può ben comprendere che non sono tali
atti che ponno rannodar fra loro in iscambievole amicizia i popoli che
obbediscono ad un medesimo scettro, nè questi con coloro che esercitano
in nome di principe clementissimo un’autorità che ci limiteremo a
chiamare rigorosa.

Confida novellamente la Congregazione della R. Città di Milano che non
abbia ad esser vana questa rispettosa rimostranza, e che l’E. V. saprà
appoggiarla con tutta l’energia di un degno magistrato che fu sempre
difensore della giustizia, protettore dell’innocenza, propugnatore
dell’equità.

  Sott. _il Podestà e tutti gli Assessori_.


N.º V.

I. R. DIREZIONE GENERALE DELLA POLIZIA

AVVISO

Gente inquieta e facinorosa, sparsa in numero considerevole nei punti
principali e più frequentati di questa Città, osava jeri d’ingiuriare
in pubblico tranquilli abitanti per impedir loro l’uso innocente di
fumar tabacco, ed ardiva farlo anche attruppandosi e violentando i
passaggeri colti a fumare.

A reprimere un tanto eccesso e per dissipare gli attruppamenti,
furono attivate pattuglie di forza armata; e perchè non si rinnovino
questi colpevoli tentativi, si avverte il Pubblico, che saranno tosto
arrestati coloro che vi si abbandonassero; che la Forza pubblica di
Polizia procederà, completamente armata, per rintuzzare con vigore ogni
criminosa resistenza, e che, a tenore dell’Avviso pubblicato il giorno
10 Settembre pross.º sc.º si userà di tutto il rigore per dissipare
ogni attruppamento.

Dovranno quindi imputare a sè stessi la qualunque dannosa conseguenza
che derivasse da queste necessarie disposizioni anche coloro che
si confondessero, sebbene inoperosi, coi turbolenti; e ne dovranno
egualmente accagionare sè stessi quei genitori, quei tutori, quei
padroni di botteghe che non sapessero vegliare sui loro figli, tutelati
e garzoni per impedirli dal prender parte anche di sola curiosità nei
ripetuti attruppamenti, non potendosi in simili casi distinguere gli
innocenti dai colpevoli.

Essendo pure da qualche tempo invalso ed esteso l’abuso riprovevole
d’imbrattare all’esterno le muraglie delle Chiese, dei Pubblici
edificj e delle Case private con maligne iscrizioni, con cartelli
ingiuriosi, e con segni figurativi indecenti, s’ingiunge a tutti il
divieto di praticarlo, sotto comminatoria dell’immediato arresto, salvo
quant’altro fosse di legge.

Eguale misura del personale arresto, e colla stessa riserva di
quant’altro fosse di legge, sarà adoperata a far cessare i canti, le
grida e gli schiamazzi smodati che si frequentano di notte, e che sono
per sè stessi contrarii alla quiete generale degli abitanti. E perchè
nelle predette iscrizioni e canti si ardisce di far abuso talvolta
del nome Venerabile e Sacro del Sommo Pontefice, si ricorda come Esso
nell’allocuzione detta nel Concistoro tenuto il giorno 4 Ottobre p. p.
siasi in proposito espresso come segue:

«Gravissimamente ci duole non per tanto che in varii luoghi vi abbino
alcuni i quali temerariamente del Nostro Nome abusino con gravissimo
oltraggio alla Nostra Persona ed alla Suprema Nostra Dignità. La qual
cosa (conchiude l’altefatta Santità Sua) certamente _Noi_ grandemente
abborriamo qual contraria alle nostre intenzioni, come appare dalle
nostre Encicliche a tutti i nostri Venerabili Fratelli, i Vescovi,
indirizzate il 9 di Novembre scorso.»

Si ricorda da ultimo ai sudditi il divieto di portare coccarde od altri
emblemi stranieri, ed a tutti poi qualsiasi altro distintivo politico,
simbolo o segno di ricognizione, sotto comminatoria dell’arresto, salvo
quant’altro fosse di legge.

Milano, dall’I. R. Direzione Generale della Polizia, nelle Provincie
Lombarde, il 3 Gennajo 1848.

_L’I. R. Consigl. Aulico Attuale Dirett. Gener. della Polizia_

  Barone DE TORRESANI–LANZENFELD.

  _L’I. R. Segretario_
  WAGNER


N.º VI.

I. R. DIREZIONE GENERALE DELLA POLIZIA

AVVISO.

Colla mira di evitare disgrazie, si trova di avvertire nuovamente il
Pubblico a tenersi lontano da qualunque attruppamento od unione di
popolo, giacchè la Forza pubblica, chiamata all’esercizio de’ proprii
doveri, trovandosi nell’impossibilità di distinguere i colpevoli dai
semplici spettatori curiosi, questi incauti si espongono al pericolo di
essere confusi coi perturbatori.

_Milano, dall’I. R. Direzione Generale di Polizia_, il 4 Gennajo 1848.

L’I. R. Consigl. Aulico Attuale Dirett. Gener. della Polizia

  Barone DE TORRESANI–LANZENFELD.

  _L’I. R. Segretario_
  WAGNER.


N.º VII.

LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA REGIA CITTA’ DI MILANO

CITTADINI!

Non ha guari la vostra Magistratura dirigeva a voi parole di esultanza;
ora è coll’accento dell’afflizione che fa sentire la propria voce.
Dolorose scene funestarono le nostre contrade; lo spavento invadeva la
cittadinanza inerme; parecchie famiglie sono nel lutto.

I vostri rappresentanti non si ristettero dall’accorrere, per quanto
era in loro potere, ad arrestare il braccio del rigore. Ma gli sforzi
della loro buona volontà non avrebbero il bramato effetto senza la
vostra cooperazione al santo scopo della pace e della tranquillità.
Taluni imaginarono erigersi in censori perchè venisse eseguita una
legge ora caduta per consuetudine in disuso che vieta fumare per
le strade. Questo fatto dovette richiamare l’attenzione di chi è
costituito a tutelare le leggi, nè potea imporre a coloro che non vi si
credeano astretti.

Cittadini! Il rispetto alle leggi, ed al libero esercizio degli
individuali diritti dalle leggi non limitati costituiscono la
guarentigia della civile società. Questi santi principj siano da voi
rispettati, e nessuno si permetta disconoscere l’autorità, nè impedire
a ciascuno l’esercizio de’ proprj diritti.

Se la vostra Magistratura ha sull’animo vostro, come si lusinga,
quell’impero che solo dà la fiducia che avete posto in lei, mostratelo
coll’accogliere quest’invito. Quelli che vi parlano sono cittadini
tolti di mezzo a voi, che con voi dividono ogni interesse. Ascoltateli
e date con ciò la migliore caparra della vostra benevolenza verso di
loro; locchè servirà a sempre più mantenere viva quella fiamma d’amore
del bene che li guida e li conduce a tutto adoperarsi per tutti.

Li 4 gennajo 1848.

  CASATI, _Podestà.

  Assessori_

  BELLOTTI, V. CRIVELLI, MAURI, BERETTA, GREPPI, BELGIOJOSO,

  SILVA, _Segretario_.


N.º VIII.

IL VICERÈ

DEL REGNO LOMBARDO–VENETO

AGLI ABITANTI

_della Regia Città di Milano._

I troppo deplorabili avvenimenti verificatisi in questi ultimi giorni
in Milano hanno recato all’animo Mio un grave dispiacere, hanno portato
una profonda ferita al mio Cuore.

Dopo tante prove indubbie di attaccamento alla persona di Sua Maestà ed
al Suo Governo per parte degli abitanti di queste Provincie, anche in
epoche difficili, fu per Me ben inaspettato il vedere come una parte
di questa popolazione, tanto pacifica e rispettosa verso le Autorità,
abbia in questi giorni potuto lasciarsi strascinare fuori del consueto
suo contegno per l’impulso di pochi malevoli che, avversi per indole
ad ogni sorte d’Autorità e di ordine, si compiacciono di spargere il
malcontento e di promuoverne le malaugurate conseguenze.

L’andamento regolare di qualunque Amministrazione può sempre
abbisognare di progressivi miglioramenti. Manifestazioni turbolente non
potrebbero che rallentarne la decisione Suprema e renderebbero deluse
_le Mie più fondate speranze_, non potendo in allora innalzare al trono
di Sua Maestà i voti, che non avrebbero in loro favore l’appoggio della
tanto desiderata moderazione.

Mentre frattanto è Mia sollecita cura di sopravvegliare alla sicurezza
personale di tutti gli abitanti di questa Città, è d’altronde del
Mio stretto dovere di non permettere che l’unione di volontà private
presuma di ledere la libertà individuale assicurata come è dalle Nostre
savie leggi.

_Diletti Milanesi_! Io ebbi già delle prove del Vostro attaccamento
anche alla Mia persona, ed ora confido nella conosciuta Vostra prudenza
e moderazione. Siate dunque tranquilli, fidate in Chi è preposto alla
direzione ed al savio ordinamento de’ Vostri bisogni, e non tarderete a
conoscere come la Sovrana benignità sappia provvedere al pubblico bene.

Milano, il 5 gennajo 1848.

  RANIERI.


N.º IX.

Ecco il famoso proclama di Radetzky:

Sua Maestà l’imperatore, determinato a difendere il regno
Lombardo–Veneto, come ciascun’altra parte de’ suoi Stati contro
qualsiasi attacco del nemico, venga dal di fuori o dal di dentro,
secondo i suoi diritti ed il suo dovere, mi ha permesso, per mezzo
del maresciallo di Corte a ciò incaricato, di render noto a tutte le
truppe dell’armata che stanno in Italia, questa sua determinazione,
persuaso che questa sua volontà troverà validissimo appoggio nel valore
e nella fedeltà dell’armata:—Soldati! voi avete udito le parole
dell’Imperatore: io sono altero di farvele note: contro la vostra
fedeltà e valore si romperanno gli sforzi del fanatismo e dello spirito
infedele d’innovazione, come _fragile vetro contro una roccia_.

Salda freme ancora la spada che ho impugnato con onore per
sessantacinque anni in tante battaglie, saprò adoperarla per difendere
la tranquillità d’un paese _poco tempo fa felicissimo_, e che ora una
fazione frenetica minaccia di precipitare nella miseria.—Soldati!
il vostro Imperatore conta sopra di voi; il vostro vecchio capitano
si affida in voi, e tanto basti! Che non ci sforzino a spiegare la
bandiera dell’aquila a due teste! La forza de’ suoi artigli non è
ancora fiaccata. Sia nostra divisa difesa e tranquillità ai cittadini
amici e fedeli, e distruzione al nemico _che osa con mano traditrice_
attentare alla pace, al ben essere de’ popoli.

Milano, 18 gennajo 1848.


N.º X.

IL VICERÈ

DEL REGNO LOMBARDO–VENETO

AGLI ABITANTI

_della Regia Città di Milano_.

Le ultime Mie parole a Voi dirette hanno trovato, ne sono certo, la via
della Vostra mente, non che quella del Vostro cuore, giacchè dal Mio
uscivano.

Vuolsi però essere ancora i Vostri pensieri conturbati, le Vostre
famiglie angustiate. Ritorno dunque come padre a Voi tutti, e come
Capo Supremo del governo dal Sovrano alle Mie cure fidato a ripetervi
l’assicuranza che, se per un momento di conflitto, suscitato da
circostanze tanto strane che non poterono essere riparate, perchè non
da prevedersi, fu la Vostra Città messa in allarme, tengo però più
strettamente unite nelle Mie mani tutte le redini del potere che Vi
deve tutelare. Siccome nessuno di Voi può dubitare che è la mia volontà
di farne l’uso conveniente affinchè sia l’ordine pubblico ristabilito,
ed ognuno mantenuto nella sfera delle sue attribuzioni, come nei limiti
del suo dovere, deponete ogni inquietudine, _diletti Milanesi_, e
venite col Vostro contegno in ajuto delle Autorità che hanno carico di
sopravvegliare alla sicurezza personale di tutti.

Vi rinnovo in quest’occasione l’espressione delle Mie fondate speranze
di vedere ponderati dalla Sovrana saviezza ed accolti dalla grazia di
Sua Maestà i voti espressimi in via legale, che di già sono o stanno
per essere innalzati al Trono.

Frattanto diffidatevi delle moltiplici menzognere novità insidiosamente
sparse per mantenere l’inquietudine ed il fermento degli spiriti. I
rapporti delle Provincie del Regno intiero concorrono in dare la prova
come l’ordine pubblico non vi sia stato in nessuna parte turbato.

Una confidenza reciproca sarà sempre mai la sorgente la più feconda
d’ogni bene: confidate dunque in Me come confido in Voi.

Milano, il 9 gennajo 1848.

  RANIERI

Stava correggendo queste pagine quando la Gazzetta di Milano del giorno
3 maggio pubblicò la seguente lettera scritta dall’ex Vicerè all’ex
Governatore della Lombardia, la quale ci dà alcuni schiarimenti sul
suo modo di pensare e di agire intorno ai fatti del 3 gennaio. Credo
di fare cosa non ingrata a’ miei lettori riportandola in questo luogo.
Siano tutti gli Italiani istrutti dell’ipocrisia con cui si servì per
così lunga serie d’anni quest’austriaco principe onde corrispondere
alla sincera affezione dei Lombardi e Veneti.

N.º 19–Seg.

_Ho udito che il club_ des Lions _si chiude bensì, secondo le
regole, ad un’ora, che pure la maggior parte dei membri sì ritirano
a mezzanotte, ma però che alcuni di essi rimangono in una camera
secondaria fino alle sei del mattino col loro segretario Chiodi,
probabilmente onde trattare dei loro piani rivoluzionari e stabilirli._

_Mi si disse pure che i clubisti mandano in giro la loro servitù, e che
aizzano altra gente a disordini e schiamazzi notturni. Così pure che
essi ebbero influenza sulla circolare sparsa da pochi dì nel pubblico,
con cui si animava a non fumare. La prego quindi di incaricare
immantinente la Polizia che cerchi, con ogni qualsiasi mezzo che ha a
sua disposizione, di accertarsi della verità delle accuse suddette, e
specialmente della prima, ponendo confidenti in vicinanza del locale
del club, e nel caso che fosse vera, di notare il nome di quelli che
rimangono di notte, al loro escire dal locale del club, onde scoprire
forse per tal modo i capi dei disordini._

_Nel caso che il rapporto fosse verace che da alcuni membri del club
vi rimangono fino al mattino, allora deve la Polizia circondare
immediatamente il club medesimo, e procedere secondo le circostanze._

_Così pure mi fu riferito come cosa certa che nella abitazione del
segretario Chiodi si trovi una quantità di scritti, che ponno dar
luce sulle macchinazioni del club; quindi sarebbe bene il perquisire
inaspettatamente la sua casa._

_Riguardo poi alla proibizione del fumare, onde coglier sul fatto quei
perturbatori che si permettono, contro chi fuma, invettive ed atti
inurbani, il miglior mezzo sarebbe forse questo, di mandar in giro
travestite alcune guardie di Polizia e gendarmi col cigarro in bocca, e
farli poi seguire a qualche distanza da altre guardie travestite onde
arrestare i perturbatori._

_Siccome poi questi movimenti popolari, che cominciano a darsi a
conoscere_ (planmässig) _ben organizzati, senza dubbio vengono diretti
da un Comitato segreto, così è di somma importanza il conoscere i
membri di esso; e siccome l’esperienza insegna che in questo paese col
danaro si possono conoscere le cose più segrete, e d’altra parte vengo
assicurato da persone degne di fede che il sig. Direttore Generale di
Polizia adopera questo metodo molto economicamente, così ella avrà
a significargli a mio nome di usare di questo mezzo più largamente,
essendochè, nel caso contrario, egli dovrebbe rispondere personalmente._

_Che poi il disordine di jeri fosse promosso da persone ben vestite,
appostate a tal uopo, col mezzo di parole e di denaro, ciò si rileva
dall’acchiuso rapporto d’un ben intenzionato impiegato, che si
trovava in mezzo alla turba clamorosa, e quindi fu testimonio oculare
dell’incitamento._

_Milano, 3 gennajo 1848._

  RANIERI, _m. p._

_Al Governatore della Lombardia_ Conte Spaur.

  _Milano_.


N.º XI.

NOI FERDINANDO I.º,

_per la grazia di Dio_

IMPERATORE D’AUSTRIA

  _Re d’Ungheria e Boemia, quinto di questo nome;
  Re di Lombardia e Venezia, di Galizia, Lodomiria ed Illiria;
  Arciduca d’Austria, ecc., ecc._

Venuti in cognizione degli spiacevoli avvenimenti verificatisi di
recente in varie parti del Nostro Regno Lombardo–Veneto, ed onde non
lasciare quella popolazione in dubbio sui Nostri sentimenti a tale
proposito, vogliamo che sia senza indugio notificato alla medesima
quanto Ci rincresca tale stato di agitazione prodotto dagl’intrighi
di una fazione che tende incessantemente alla distruzione del vigente
ordine di cose.

Sappiano gli abitanti del Nostro Regno Lombardo–Veneto essere stato
ognora scopo primario della Nostra vita il bene delle Nostre Provincie
Lombardo–Venete, come di tutte le parti del Nostro Impero, e che
a tale Nostro assunto Noi non verremo mai meno. Noi risguardiamo
qual Nostro sacro dovere di tutelare con tutti i mezzi dalla Divina
Provvidenza riposti nelle Nostre mani, e di energicamente difendere
le Provincie Lombardo–Venete contro tutti gli attacchi, da qualunque
parte essi vengano. A tal uopo Noi calcoliamo sul retto sentire e sulla
fedeltà della gran maggioranza degli amati Nostri sudditi nel Regno
Lombardo–Veneto, il ben essere de’ quali e la sicurezza nel godimento
de’ loro diritti sono stati mai sempre notori tanto nello Stato quanto
all’Estero. Calcoliamo pure sul valore e sul fedele attaccamento delle
Nostre truppe, di cui è sempre stata e sempre sarà la maggior gloria il
mostrarsi valido appoggio del Nostro Trono e qual baluardo contro le
calamità che la ribellione e l’anarchia riverserebbero sulle persone e
sulle proprietà dei tranquilli cittadini.

Vienna, il 9 gennajo 1848.

  FERDINANDO.


N.º XII.

N. 4831–548.

IMP. REGIO GOVERNO DELLA LOMBARDIA

AVVISO.

_Sua Maestà_ l’Imperatore essendosi degnato di espressamente dichiarare
che è determinato di non tollerare alcuna dimostrazione popolare con
mire antipolitiche, ed avendo inoltre la _Maestà Sua_ col Sovrano
Rescritto 9 prossimo passato gennajo imposto a tutte le Autorità il
dovere di procedere d’Ufficio a norma delle attribuzioni assegnate
a ciascheduna di esse, e di adoperarsi con ogni energia per ovviare
a qualunque perturbazione della pubblica tranquillità, essendo in
fine volere della _Maestà Sua_ che non vengano permesse delle feste
straordinarie, e che abbiano ad essere rigorosamente impedite le
insolite adunanze popolari, massime di notte tempo, il Governo si
tiene in dovere di portare tali Sovrane dichiarazioni a cognizione del
Pubblico nella più ferma fiducia che tutti gli abitanti della Lombardia
saranno per confermarvisi pienamente, giacchè in caso diverso coloro
che, male consigliati, osassero contravvenire ai premessi Ordini
Sovrani, saranno irremissibilmente puniti a tenore delle veglianti
Leggi.

Milano, il 12 febbrajo 1848.

  IL CONTE DI SPAUR,
  _Governatore_.

  Il Conte O’DONELL, _Vicepresidente_.

  Conte PACHTA, _Consigl. di Governo_.


N.º XIII

I. R. DIREZIONE GENERALE DELLA POLIZIA

AVVISO.

Da qualche tempo si è adottato da taluno l’uso di portar Cappelli detti
alla _Calabrese_, alla _Puritana_, all’_Ernani_.

Non potendosi tollerare l’uso stesso, lo si proibisce assolutamente
sotto la comminatoria agli inobbedienti dell’immediato arresto.

Si ricorda che questo divieto è già portato dall’altro Avviso di questa
I. R. Direzione Generale 5 gennajo p. p. che proibisce di portare
qualsiasi distintivo politico, simbolo o segno di ricognizione, sotto
comminatoria dell’arresto, salvo quant’altro fosse di legge.

Tutte le Autorità di Polizia, così Regie come Comunali, e la Forza
pubblica, sono incaricate di curare rigorosamente la piena osservanza
delle premesse ingiunzioni.

Milano, dall’I. R. Direzione Generale della Polizia nelle Provincie
Lombarde, 15 febbrajo 1848.

  _L’I. R. Consigl. Aulico Attuale Direttore Generale della Polizia_
  Barone DE TORRESANI–LANZENFELD.

  _L’I. R. Segretario_
  WAGNER.


N.º XIV.

N.º 5904–500

IMPERIALE REGIO GOVERNO DI MILANO

NOTIFICAZIONE.

_Nel Proclama 9 gennajo_ p.º p.º SUA MAESTÀ si è degnata di manifestare
la dolorosa sensazione in Lei prodotta dall’agitazione in cui trovasi
il suo Regno Lombardo–Veneto per opera d’irrequieti individui, che,
istigati dall’estero e mossi da mire interessate tentano sconvolgere
il presente ordine legale delle cose, dichiarando in pari tempo,
essere Sua ferma volontà di tutelare la sicurezza e quiete interna ed
esterna del detto Suo Regno con tutti quei mezzi che la Provvidenza
Le ha dato, memore de’ Suoi doveri di Sovrano, fra i quali è primo il
vegliare al bene dello Stato e alla tutela dei fedeli Suoi Sudditi.
Or rendendosi necessario che tanto il potere giudiziario, quanto
le Autorità di Polizia siano munite di quella maggior forza, che i
bisogni del momento, e l’importanza dell’ufficio loro richieggono,
SUA MAESTÀ ha ordinato, che per tutte quelle azioni che turbano la
pubblica tranquillità, e sono punite dalle vigenti Leggi, abbia
luogo una procedura sommaria secondo le norme che si pubblicano
contemporaneamente alla presente coll’altra Notificazione in data
d’oggi, n.º 5901–499.

Oltre alle azioni contrarie all’ordine e alla tranquillità, che sono
contemplate dalla parte I e II del Codice penale, altre pur v’hanno,
che, per sè stesse innocue, possono assumere un carattere pericoloso
in tempi di politica agitazione, come il presente. In tal caso è, e fu
sempre dovere della Polizia d’intervenire, o prevenendo simili azioni,
o reprimendole.

Per porgerle i mezzi necessarj all’adempimento di questo suo ufficio,
e guarentirla dalla taccia di atti arbitrarj, si notificano a sensi
della SOVRANA RISOLUZIONE 13 febbrajo 1848 le seguenti disposizioni:

Ogni qual volta un’azione per sè stessa innocua, a cagione d’esempio,
il portare certi colori, o il metterli in vista, il portare certi
distintivi o segnali, il cantare o declamare certe canzoni o poesie,
l’applaudire o il fischiare certi passi di un’azione drammatica
o mimica, l’affluire ad un dato luogo di convegno, il dissuadere
dal trattare con certe persone, il far collette o il raccogliere
sottoscrizioni, e così via, assume il carattere di una dimostrazione
politica, contraria al vigente ordine legale, l’Autorità politica della
Provincia ne pronuncia il divieto.

Ciò ha pur luogo per quelle riunioni in luoghi pubblici o privati,
nelle quali si rende manifesta una tendenza ostile al detto ordine,
per ciò, che per massima notoria vi si ammettono soltanto persone
conosciute come addette ad un dato partito, o altre se ne escludono del
partito contrario.

Lo stesso vale se taluno con intenzioni sovversive dell’ordine tenta di
limitare l’altrui libertà individuale con minacce, scherni, rampogne od
ingiurie.

Il divieto di tali azioni può ordinarsi dalle Autorità di Polizia
secondo le occorrenze, o

_a_) mediante ingiunzione da farsi al solo incolpato; ovvero

_b_) pubblicando il divieto per tutto un luogo, Distretto o Provincia,
come obbligatorio per tutti.

In ambedue i casi si aggiunge al divieto una comminatoria.

Nel primo caso _a_) la pena comminata consiste:

1.º in una multa che può giungere fino alle diecimila lire austriache a
vantaggio della Casa di ricovero o d’altra Causa pia del luogo;

2.º nell’allontanamento dal luogo dove si commise la contravvenzione,
senza alcuna limitazione intorno a quello dell’ulteriore dimora;

3.º nel confinare chi si è reso colpevole della contravvenzione
in un dato luogo del Regno Lombardo–Veneto o fuori di esso, sotto
sorveglianza della Polizia;

4.º nell’arresto, nella misura stabilita dal § 89 della II parte del
Codice penale;

5.º trattandosi di persone che non hanno la sudditanza Austriaca, senza
riguardo al tempo di loro dimora negli Stati Austriaci, nello sfratto
da tutte le Provincie della Monarchia.

Quale di queste pene debba applicarsi nei singoli casi, dipende dalle
circostanze e dall’essere più o meno pericoloso il contravventore,
per lo che senza voler istabilire una progressione, se ne rimette la
decisione alle Autorità di Polizia.

Nel secondo caso _b_) la sanzione del divieto generale ha luogo col
riferirsi alla misura penale contenuta nel § 89 della II parte del
Codice penale; tuttavia le Autorità di Polizia sono autorizzate a
sostituire in casi speciali alle pene portate del citato paragrafo
quelle di cui si è detto agli articoli 1.º, 2.º e 3.º

Il divieto comincia ad avere effetto per la sanzione penale, riguardo
ai divieti indicati nella lettera _a_), immediatamente dopo firmato il
processo verbale d’intimazione, da assumersi di volta in volta sopra
tali divieti, e da conservarsi poi presso l’Autorità provinciale di
Polizia, e, riguardo ai divieti indicati alla lettera b), ventiquattro
ore dopo che il divieto sarà stato pubblicamente affisso nei luoghi a
ciò destinati.

La procedura penale ha luogo come nelle contravvenzioni di Polizia che
non sono comprese fra le gravi trasgressioni politiche. L’Autorità
provinciale di Polizia pronuncia la decisione, contro cui si può
produrre riclamo alla Presidenza del Governo, non più tardi però delle
ventiquattro ore dall’intimazione della medesima.

Il riclamo non toglie che, prima che non sia evaso, l’Autorità
provinciale di Polizia non possa dare quelle disposizioni che troverà
opportune, affinchè nè il condannato possa di nuovo incorrere nella
stessa contravvenzione, nè sottrarsi all’esecuzione della pena.

Ordinando la pubblicazione delle presenti misure di rigore, rese
necessarie dall’urgenza delle circostanze, SUA MAESTÀ confida che
i tranquilli abitanti del Regno Lombardo–Veneto non vi ravviseranno
che un nuovo atto di paterno provvedimento per la repressione di
uno spirito di vertigine insinuatosi dall’estero e fomentato da
alcuni turbolenti, o imprudenti, o protervi, il quale minaccia da
vicino la tranquillità morale e il materiale ben essere del Regno
Lombardo–Veneto. Nè esse hanno a far dubitare dei paterni sensi di SUA
MAESTÀ verso i Suoi Sudditi del Regno Lombardo–Veneto, poichè la loro
severità può colpire soltanto coloro che dopo la pubblicazione della
presente non dimetteranno i colpevoli loro raggiri contro l’ordine
sociale e lo Stato, invece di riporre la loro fiducia nel paterno cuore
di SUA MAESTÀ sempre disposto di provvedere al bene de’ Suoi Sudditi.

Tanto si porta a pubblica notizia pei corrispondenti effetti.

Milano, il 22 febbrajo 1848.

  IL CONTE DI SPAUR,
  _Governatore._

  Il Conte O’DONELL, _Vicepresidente_.

  KLOBUS, _Consigliere di Governo_.


N.º XV.

N.º 5901–499

IMPERIALE REGIO GOVERNO DI MILANO.

NOTIFICAZIONE

Sua Maestà I. R. A. in considerazione dello stato in cui trovasi il
Regno Lombardo–Veneto, e nella mira di assicurare la dovuta obbedienza
alle leggi, ha trovato con Sovrano Rescritto 13 corrente di ordinare
la promulgazione per tutto il Regno Lombardo–Veneto della norma di
procedura abbreviata, come è stata sancita dalla Sovrana Risoluzione 24
novembre 1847 qui unita pei casi di alto tradimento e per altri casi di
perturbata tranquillità pubblica.

Le preaccennate Sovrane Disposizioni si recano a pubblica notizia pei
corrispondenti effetti.

Milano, il 22 febbrajo 1848.

  IL CONTE DI SPAUR,
  _Governatore_.

  Il Conte O’DONELL, _Vicepresidente_.

  KLOBUS, _Consigliere di Governo_.

SOVRANA RISOLUZIONE.

All’oggetto di mantenere nel Regno Lombardo–Veneto la pubblica
tranquillità Mi sono determinato ad ordinare, che nei casi qui appresso
accennati dei delitti di alto tradimento, di perturbazione della
pubblica tranquillità, di sollevazione e di ribellione, e per la grave
trasgressione di polizia del tumulto, sia attivato un giudizio statario
giusta le norme seguenti.

§ 1.

Ha luogo il giudizio statario

_a_) Contro chi, dopo la pubblicazione della presente legge nel Regno
Lombardo–Veneto, provoca, istiga, o tenta di sedurre altri, benchè
senza effetto, al delitto di alto tradimento contemplato dal § 52 lett.
_b_ della Parte I. del Codice penale, ovvero al delitto di sollevazione
o a quello di ribellione (§ 61 e 66 della Parte I. del Codice penale),
quando vi sia congiunta l’intenzione di alto tradimento.

_b_) Contro chi colla stessa intenzione, ovvero durante una
sollevazione o ribellione scoppiata per qualunque motivo, si oppone con
vie di fatto alla forza armata, o commette violenze contro funzionarj
pubblici, contro persone rappresentanti qualche magistratura, o contro
una guardia.

_c_) Contro chi si associa con mano armata ad una sommossa popolare
od ammutinamento, e richiamato dall’autorità o dalla forza armata a
staccarsene, non presta pronta ubbidienza, e viene arrestato durante la
sollevazione o ribellione con armi o altri stromenti atti ad uccidere.

_d_) Contro chi suscita una sommossa popolare sia con pubblici
discorsi atti ad ispirare avversione contro la forma di Governo,
l’amministrazione dello stato o la costituzione del paese, sia con
altri mezzi a ciò diretti (§ 57 della Parte I. del Codice penale), o
prende parte attiva ad una sommossa popolare suscitata con tali mezzi.

_e_) Contro chi si fa reo della grave trasgressione di polizia del
tumulto.

§ 2.

In tutti questi casi il giudizio statario si terrà dal Tribunale
Criminale ordinario del luogo, in cui fu commesso il reato, e dovrà
istruirsi dal medesimo tostochè avrà avuto notizia dell’avvenuto, senza
attendere un ordine dell’autorità superiore o senza che sia d’uopo
d’una preventiva pubblicazione.

Per deliberare se si abbia a far luogo al giudizio statario, si
richiede, oltre a chi presiede, il concorso di non meno di quattro
giudici. La scelta dei giudici è rimessa al Presidente del Tribunale, o
a chi ne fa le veci.

§ 3.

Dinanzi questo giudizio saranno tradotti, senza riguardo al loro foro
personale od al luogo in cui fossero stati arrestati, tutti coloro che
vengano colti sul fatto, o contro i quali emergano indizj legali così
stringenti, da poter ripromettersi con fondamento di raggiungere senza
ritardo la prova legale della loro reità.

§ 4.

Il Tribunale Criminale è autorizzato ad istruire il processo statario
anche contro persone militari, o soggette alla giurisdizione militare,
qualora vengano arrestate dall’autorità civile. Incombe tuttavia al
tribunale di darne tosto parte al prossimo Comando militare, indicando
il nome, il luogo di nascita, ed il rango militare dell’incolpato.
Il Tribunale è altresì autorizzato a citare direttamente testimoni
soggetti alla giurisdizione militare; dovrà però anche di ciò rendere
informato il prossimo Comando militare.

§ 5.

Tutto il processo, dal principio sino alla fine, sarà tenuto dinanzi il
giudizio formato come sopra (§ 2) e possibilmente senza interruzione.

§ 6.

L’inquisizione dovrà di regola limitarsi al fatto, per cui fu
istruito il giudizio statario, e perciò non si avrà riguardo a
circostanze accessorie, che non fossero di essenziale influenza sulla
determinazione della pena, nè ad altri delitti, che emergessero a
carico dell’imputato. Solo nel caso, che all’imputato sovrastasse
per un altro delitto una pena maggiore, che per quello, per cui fu
tradotto dinanzi al giudizio statario, e che questi delitti stessero
fra di loro in connessione, il processo statario abbraccia e l’uno e
l’altro delitto; non concorrendo questi estremi, il processo relativo
al secondo delitto si condurrà al suo fine dinanzi lo stesso Tribunale
Criminale nella via ordinaria.

§ 7.

Non si trascurerà anche lo scoprimento dei correi, ma per questa
cagione non dovrà ritardarsi la prolazione e l’esecuzione della
sentenza, se non in quanto si abbia fondata speranza di scoprire
circostanze importanti riguardo ai disegni ed all’estensione
dell’impresa o di esplorare e convincere l’autore principale.

§ 8.

Il termine entro al quale nel giudizio statario deve essere ultimata
l’inquisizione e prolata la sentenza, è fissato a quattordici giorni,
a datare da quello in cui si diede principio all’inquisizione. Non
potendosi constatare entro questo termine la reità dell’inquisito
mediante giudizio statario, l’inquisizione si continua dallo stesso
Tribunale Criminale nella via ordinaria.

§ 9.

Contro le persone riconosciute ree di uno dei delitti enunciati nel
§ 1 sollo le lett. _a, b, c,_ ha luogo la pena di morte, semprechè
concorrono le condizioni dei §§ 430 e 431 della Parte I del Codice
penale. La sentenza di morte viene di regola (§ 11) pronunciata,
pubblicata ed eseguita nel modo prescritto per il giudizio statario.

§ 10.

Contro una tale sentenza di morte non ha luogo nè ricorso, nè supplica
di grazia.

§ 11.

Solo nel caso, che il Tribunale Criminale creda per importanti
circostanze mitiganti d’implorare la Sovrana grazia per la condonazione
della pena di morte, o che per essere già stata eseguita la pena di
morte contro uno o più dei principali colpevoli, si sia già dato un
esempio di salutare terrore bastante a ristabilire la tranquillità,
la sentenza viene sottoposta alla superiore e suprema autorità, che
procede secondo le norme generali.

§ 12.

Contro gli altri individui, la di cui colpabilità venne constatata
dall’inquisizione d’un delitto praticata in via di giudizio statario,
ma ai quali non è applicabile il § 9, si procede per la determinazione
della pena secondo le norme generali del Codice penale, relative al
delitto per cui ebbe luogo l’inquisizione. Riguardo alla notificazione
e all’esecuzione della sentenza restano ferme anche in questi casi le
disposizioni dei precedenti §§ 9 e 10.

§ 13.

Contro le persone sottoposte al giudizio statario per la grave
trasgressione di polizia del tumulto, si pronuncierà la sentenza
secondo le norme del Codice penale per le gravi trasgressioni di
polizia, e questa sarà tosto eseguita. Non si fa luogo contro tale
decisione nè al ricorso, nè alla domanda di grazia.

§ 14.

Degli atti del giudizio statario si tiene il protocollo a norma
del § 513 della Parte I del Codice penale, e per riguardo a quelle
inquisizioni, ove la sentenza sarà stata eseguita senza averla prima
sottoposta all’autorità superiore, si trasmetterà il protocollo al
Tribunale Criminale superiore al più tardi entro tre giorni dopo chiuso
il giudizio statario.

§ 15.

Contro quegl’incolpati, che non sono aggravati da indizj così
stringenti da poter incamminare contro di loro il giudizio statario,
procede nelle forme ordinarie lo stesso Tribunale Criminale che avrà
aperto il giudizio statario, ma senza alcun riguardo al foro personale
dei medesimi, nè al luogo in cui seguì il loro arresto.

§ 16.

La presente legge sarà operativa dopo giorni quattordici da quello
della prima sua inserzione nella gazzetta della città, in cui risiede
il Governo.

Vienna, li 24 novembre 1847.

  FERDINANDO.


N.º XVI

I. R. DIREZIONE GENERALE DELLA POLIZIA

AVVISO

Si deduce a pubblica notizia:

Nel corrente Carnovale resta vietato l’uso delle Maschere nelle strade,
e così pure quello invalso in alcune Città di queste Provincie Lombarde
di gettare coriandoli per le vie.

Chiunque pertanto sarà trovato per istrada colla maschera al volto,
tanto nei luoghi abitati quanto fuori dei medesimi, sarà considerato
come sospetto e come tale arrestato.

La stessa misura incorrerà chiunque si permetterà di gettare coriandoli
per le vie.

In quanto ai Balli, saranno da osservarsi le prescrizioni e restrizioni
portate dalla Governativa Notificazione 15 giugno 1827, e nel resto,
dove vige il Rito Ambrosiano, non si intende di portare innovazioni
col presente avviso alle vecchie consuetudini relativamente all’ultimo
Sabato di Carnovale.

Milano, il 22 febbrajo 1848.

  _L’I. R. Consigl. Aulico Attuale Direttore Generale della Polizia_
  Barone DE TORRESANI–LANZENFELD.

  _L’I. R. Segretario_
  WAGNER.


N.º XVII.

Consta allo scrivente Municipio (come d’altronde è noto a tutto il
pubblico milanese, che ne è testimonio) qualmente per parte del
militare si stanno da alcuni giorni eseguendo al Castello di Milano
varie opere di escavazione di fabbrica esterne con conseguente
occupazione dell’attiguo suolo.

L’I. R. Comando non si è curato di darne avviso d’uffizio allo
Scrivente, sebbene ciò saria stato suo debito trattandosi di metter
mano ad una civica proprietà, poichè è benissimo noto al medesimo
Comando che la piazza del Castello e tutte quelle adjacenze ora
destinate al pubblico passeggio con dispendiose piantaggioni spettano
alla città per cessione fatale dal cessato governo italico, per
modo che anche allorquando si riconobbe il bisogno di disporre la
cavallerizza ad uso militare il lodato I. R. Comando richiese l’assenso
municipale, e si divenne ad amichevole analogo concerto.

Il Municipio non intende di elevare opposizione a quanto dal militare
si eseguisce, nè si permetterà sindacare le dette opere nè la causale
di esse, tuttochè riuscir possano in danno di questa popolazione, lo
che solo fornir potrebbe titolo per formulare giusti ed attendibili
rilievi. Per altro, o si consideri la cosa sotto quest’aspetto,
ovvero sotto l’altro più semplice ed incontrastabile del titolo
della sua proprietà, il Municipio stesso denunzia il fatto a codesta
magistratura, affinchè nella sua saggezza promova quelle pratiche ed
ottenga per parte del militare quelle dichiarazioni che valgano a
salvaguardia de’ civici diritti, di cui in massima non puossi ammettere
la usurpazione.

Non tralascia per altro di far osservare come inutile per lo meno
risguardar si possono le opere dalla parte della città, giacchè
nulla havvi a temere da una popolazione quieta e tranquilla, alla
quale vorrebbesi _incutere timore_, nè vuolsi supporre che simili
fortificazioni possano servire nel caso pressochè impossibile di difesa
contro un nemico esterno e tanto più che fu sempre _ab immemorabili_,
anche allorquando il Castello era fortificato, osservata la convenzione
di non oppugnarlo giammai dalla parte della città, convenzione
rispettata anche da chi si sarebbe creduto meno tenace dei trattati.
Posto però il fatto al quale la Congregazione non può opporre che
l’espressione del suo dispiacere, ec., ec.


N.º XVIII.

AVVISO.

La Presidenza dell’Imperiale Regio Governo si fa un dovere di portare
a pubblica notizia il contenuto di un dispaccio telegrafico in data
di Vienna 15 corrente, giunto a Zilli lo stesso giorno ed arrivato a
Milano jeri sera.

«SUA MAESTÀ I. R. L’IMPERATORE ha determinato di abolire la Censura e
di far pubblicare sollecitamente una legge sulla stampa, non che di
convocare gli Stati dei Regni Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni
Centrali del Regno Lombardo–Veneto. L’adunanza avrà luogo al più tardi
il 3 del prossimo venturo mese di luglio.»

  M. HARTL,
  _I. R. Ispettore al Telegrafo._

  Milano, il 18 marzo 1848.

  _Il Vicepresidente,_
  CONTE O’DONELL.


N.º XIX.

CARO ERNESTO!

  _Verona, 19 marzo 1848._

Ho ricevuto il danaro. A Leopoldo ho appunto scritto, quindi egli sa
già ciò che in questi luoghi accadde. Qui siamo in un grande ospedale
di pazzi. Le notizie di Vienna, che sanno assai dell’imperatrice
madre e Sofia, le quali non vogliono che si arrechi ai loro Viennesi
il minimo danno, ebbero anche in questi luoghi le loro naturali
conseguenze. Cosa sia accaduto in Bergamo io non lo so bene, ma tu
sei più vicino alla sorgente di me. Un’ora fa arrivò Colletti della
Cancelleria, che disse aver trovate in Brescia barricate, e che si deve
aver fatto fuoco. Certo è che nella notte in cui dormimmo in quella
città, nel Collegio de’ Gesuiti si sparò un petardo per atterrire i
rispettivi abitanti. Se non cadesse nel tempo presente questo sarebbe
veramente un pensiero classico. I Gesuiti devono già essere fuggiti
a Chiari. Qui accaddero e accadono ancora delle pazzie; jersera,
dopo che al nostro arrivo si era raunata tutta la popolazione, e che
tutti, tanto quelli colla barba che senza, ci aveano salutati assai
cortesemente, doveva essere illuminato quel quartiere della città dove
abitiamo. In quella circostanza si dovevano fare degli evviva alla
Costituzione e simili, ma per fortuna piovve. Verso le 8 ore però si
raunò una immensa moltitudine innanzi al nostro albergo gridando: Viva
il Vicerè, viva l’Italia, la Costituzione; fuori il Vicerè, abbasso
i Gesuiti! ecc., ecc.; e siccome non fruttarono nulla le parole del
Podestà e del Delegato, e quella gente dichiarava di voler andarsene
tranquilla a casa appena avesse veduto il Vicerè, comparve questi al
balcone, e fu ricevuto con immenso applauso. Le grida continuarono
quando egli si era già ritirato, e i capi della sommossa si portarono
dal Delegato, e dichiararono che papà dovesse pubblicare anche qui le
concessioni arrivate da Vienna e già pubblicate da Pallfy a Venezia.
Ma siccome non era arrivato nulla, si mandarono in pace, ed essi
gridarono partendo: _Domani alle dieci_, ed alcuni aggiunsero: armati.
Allora ognuno perdette la testa: tutti si credevano già messi allo
spiedo, arrostiti, ecc., ecc.; si decise di andare a Mantova, ed anzi
di partire alle 2 ore della notte. Era già dato l’ordine di fare i
bagagli, quando la signora madre che per evitare ogni conflitto col
militare, e per le altre cagioni che tu conosci, pendeva assai per
questo espediente, mi chiamò e mi domandò cosa io ne pensassi. Certo
non mi aspettava una tale domanda, pure dissi liberamente la mia
opinione: essere questo un errore molto grossolano, mostrando con
ciò al popolo d’aver timore, e di fuggire in una fortezza, ove la
conseguenza sarebbe stata una simile, e forse peggiore dimostrazione,
ed ove v’è una guarnigione di appena tre battaglioni, mentre qui ve ne
sono di più con varj generali per condurli. Mi guardò con maraviglia, e
mi domandò se vedessi volontieri che la truppa avesse ad agire, e che
si spargesse sangue. Non potei a ciò rispondere che sì, ma soggiunsi
che, seguendo il mio consiglio, non si sarebbe sparso sangue, ma fui
deriso. Fummo mandati a casa che erano già le 9–1/2, e si doveva
partire alle 2 del mattino. Non erano cinque minuti che era arrivato
a casa, che papa mi mandò a chiamare per dirmi che non si partiva,
ciò essendogli stato dichiarato per imprudente da tutti i generali;
ciò che fece ammutolire la signora madre. Pella città circolarono
quindi numerose pattuglie militari; ma tutto era tranquillo. Questo
stato durò sino ad oggi alle 10, quando tutto il mondo affluì alla
Piazza dei Signori. Presso di noi vi è una mezza compagnia del tuo
reggimento a guardia; ed un’altra mezza compagnia di Brodiani con
otto cavalleggieri come riserva. Innanzi alla casa sfilarono un’altra
compagnia di Brodiani, e due altre alla Piazza de’ Signori. Frattanto
era stato comunicato nell’avviso qui incluso un estratto della Gazzetta
di Vienna, di modo che quei signori non sapevano bene cosa fare.
Finalmente si scelse una deputazione di cinque individui che doveva
pregar nostro padre che ritirasse la truppa, e concedesse una Guardia
Civica, che avrebbe certamente mantenuto l’ordine.

Le truppe dovettero ritornare nelle caserme, eccettuati quelle che
sono qui nella casa, e una mezza compagnia avanti alla Delegazione;
e siccome in Vienna erasi accordato l’armamento degli studenti, papà
permise la _formazione di 400 uomini_, che scelti fra facoltosi
cittadini, dovessero seguire non armati le pattuglie militari, curare
l’ordine, ed evitare i conflitti tra i militari e borghesi. Tutto ciò
non è che provvisorio, perchè deve essere approvato dall’Imperatore, ma
pure ora s’incominciò e dove finiremo? Sino a quanto si aumenterà il
numero quando otterranno anche l’armamento? Cosa ne dirà il militare?
Vorrei sentire S. M. Appena era stata fatta questa concessione, si
radunò una immensa moltitudine innanzi alla abitazione di nostro padre,
e lo chiamò fuori. Da questo momento furono tutti pazzi. I ricchi
distribuivano danaro e coccarde tre colori; i più poveri le prendono
e si ubbriacano, e così tutti girano tumultuando colle coccarde tre
colori pella città gridando: Viva l’Italia!

Oggi alle 3 tutti quelli che vogliono prender parte alla Guardia Civica
devono farsi inscrivere nell’Arena; naturalmente se ne presenteranno
assai più di 400, e pretenderanno l’accettazione, e allora incomincerà
il guazzabuglio. Peccato che s’abbia dato principio a Vienna, e s’abbia
esteso a tutte le provincie, cosicchè non si può qui negare ciò che fu
concesso a tutti, dal che nascerà vero malcontento ed insurrezione; noi
ne abbiamo bastanti esempi. Me ne duole per l’armata; ora abbiamo la
Guardia Civica in Verona, e naturalmente sarà introdotta in tutto il
regno, e per Venezia sono già stati accordati 200 uomini alle medesime
condizioni. Dicesi si sia fatto fuoco sulla piazza di San Marco,
e perciò morti cinque uomini (nessun danno). In Vicenza si voleva
prendere la Delegazione d’assalto, e piantarvi la bandiera tre colori,
ma non riuscì. Da Padova non si sa ancora nulla. La posta da Milano
che solitamente arriva alle 8 ore del mattino, non è ancora giunta
alle 4. Se là fosse accaduto qualche cosa, auguro ai Milanesi che ne
sieno restati per lo meno 500 sul luogo. Ecco la conseguenza degli
avvenimenti di Vienna. La truppa deve esser stata mal condotta, o, ciò
che è il più verosimile, e che ho detto sino da principio, deve esser
stato proibito dall’alto (donne) di far fuoco; altrimenti i Viennesi
avrebbero ottenuto altre concessioni. Si sollevano i capelli sulla
fronte in pensando cosa si pretenderà già in Ungheria, a Vienna, in
Boemia, in Gallizia. Se non succede un miracolo possiamo tutti quanti
fare il nostro bagaglio. La casa di Metternich alla Landstrasse, dicesi
distrutta interamente. E questi sono i fedeli Viennesi!

I capi sono completamente impazziti.

La maggior parte di loro sono ubbriachi, e girano per la città
gridando: Viva l’Italia! Essi abbracciano i soldati del confine come
fratelli, e lo stesso fanno cogli ufficiali del caffè al Prà, che sono
assai titubanti. Essi presero un uffiziale degli Usseri sulle spalle, e
lo portarono intorno gridando: _Vivano i fratelli Ungaresi_! Per questa
sera m’aspetto qualche altro gran guazzabuglio; e se accade qualche
cosa domani scriverò.

Il tuo reggimento e il battaglione di Brodiani hanno una bellissima
presenza; anche Windischgrätz è bello, e gli uomini che io vidi hanno
buonissime cavalcature. Sento in questo punto che fra un’ora incomincia
l’inscrizione della Guardia Civica, dove vi saranno certamente delle
liti per la preminenza; alcuni dicono che in questa circostanza si
benediranno le bandiere, naturalmente tricolori, al che assisterà anche
il Vicerè! E ciò accade in una città di provincia austriaca!

  RANIERI.


CARO ERNESTO!

  _Verona, 20 marzo 1848._

Ti sovviene degli scritti che ti spedii già a Lodi e delle descrizioni
che contenevano dell’esercitarsi che facevano le persone, della
introduzione delle armi, ecc.; ora finalmente crederà la Polizia che
queste deposizioni lasciate completamente inconsiderate erano vere, ma
troppo tardi. Ora tutto è finito, e noi dobbiamo la conservazione della
città di Milano per la monarchia solo all’avvedutezza del F. M.[53] ed
al valore delle truppe. Il capitano Huyn passò da questa città andando
come corriere a Vienna. Era stato in Castello, aveva uditi i rapporti,
ed alla sua partenza (alle undici della sera del 18) aveva veduto tutto
il disordine fatto nella città. Al Broletto i cannoni da 12 avranno
fatto dei magnifici buchi. Egli però non conosceva l’esito dell’affare,
perchè F. M. lo spedì mentre, certo della vittoria, faceva bivaccare
i soldati sulle piazze. Huyn, disse essere morti circa 40 soldati e
molti feriti, anche un ufficiale superiore. Si dovevano fucilare tutti
i prigionieri, non esclusi _Casati_ e duca _Litta_, che si dicano pure
del numero. La _Legge marziale_ è già stata spedita jeri a Milano per
mezzo di un uffiziale con due bersaglieri Brodiani; ed oggi alle due
può già essere pubblicata e messa in attività. Questo è l’unico mezzo.
Bisogna dire che i Milanesi debbono attribuire tutto ciò a sè medesimi,
giacchè F. M. ha avuto bastantemente pazienza. Ne fosse almeno rimasto
morto un bel numero, che ciò infonderà loro un poco di rispetto per
la truppa. I soldati avranno mostrato poca moderazione nell’assalto:
va benissimo. Casati è pure un vero _baron fottuto_[54]. La posta non
arrivò nè jeri nè oggi da Milano, nè si vide alcun corriere. In Venezia
tutto tornò tranquillo; qui si grida assai, e Gerhardi temeva qualche
cosa in causa degli avvenimenti di Milano, essendosi qui sparsa la
nuova essere F. M. con tutta la guarnigione prigioniero nel castello,
ed i Milanesi vincitori; ma sono già le due ore, e sembra che non
voglia accadere nulla. F. M. ha scritto perchè si spedisca a Milano
sotto buona scorta la munizione consumata[55] in cannoni ed obizzi per
il rispettivo completamento. Almeno conoscono i Milanesi a quest’ora
la musica dei cannoni da 12. Il general Woyna e Prelot erano ancora
nel palazzo di Corte; avranno sofferto un bel spavento. Il battaglione
di granatieri italiani deve aver commesso degli eccessi in Brescia;
non deve avere nessuna disciplina. Quelli del reggimento Haugwitz
dicesi vadano sempre abbracciati cogli abitanti, e fraternizzano con
essi, cosicchè non si possa aspettar nulla da quel reggimento. Qui
si dice che abbiano rifiutato di far fuoco, ma sino ad ora non si
venne a questo passo; può però succedere. Ora vorrei assumermi di
pettinare ben bene la città di Milano. Anche in Parma devono esservi
disordini. I Piemontesi dovevano nel medesimo giorno occupare Pavia,
ma non lo fecero. Secondo tutte le notizie che sino a questo punto ci
arrivarono, non devono esser penetrati contadini nella città; del resto
F. M. avrebbe spacciati anche questi. A Vienna non deve esservi ancora
quiete, perchè sembra che la Corte voglia partire ed abbandonare la
città al militare. Certo ciò sarebbe l’unico mezzo per acquietarla, ma
credo che si voglia piuttosto far concessioni che usar rigore.

Ora abbiamo una Costituzione, per cui non possiamo più servire nel
civile, ed il militare perde il suo rango. Io domando cosa dobbiamo
fare? Solo oggi papà mi disse in segreto, e non lo disse nè a mamma,
nè ad Enrico, che appena vi sarà un po’ di quiete, egli deporrà la sua
carica, e si ritirerà alla campagna, pretestando la sua avanzata età,
per non restare sotto la Costituzione. Ma io che debbo fare? Nulla,
non voglio, e se non è più possibile nel civile, andrò anch’io nel
militare, per farmi uccidere alla prima occasione, perchè allora non
avrò più a pensare al resto. Ciò noi lo dobbiamo al nostro governo
donnesco; un idiota per imperatore, una tignuola per successore
presuntivo, e un ragazzo prepotente per suo principe ereditario; e in
coda a questi...... l’imperatrice madre, Sofia, Tabarro e tutti....[56]
appartenente ad ognuna di esse.

In questo modo, e per questa gente precipiterà la Monarchia che
era tanto forte. Metternich è fuggito; Kollovrat e zio Luigi, e
probabilmente anche gli altri ministri si ritireranno; nè se ne
troveranno altri senza ulteriori concessioni, e così cadremo nel
precipizio che tutti ci ingojerà. Pensando a un tale andamento delle
cose si rizzano, come dico, i capelli sulla fronte. Non manca altro
fuorchè la Russia ci nieghi il denaro promesso e ci dichiari la
guerra, che allora possiamo dire: _adieux_ all’imperatore, e farci
inscrivere come _citoyens_ nella Guardia Civica. Domani arriva il
reggimento Fürstenwäter, e il tuo marcerà verso Brescia; arriverà qui
un battaglione del Banato, e i Brodiani alla loro volta marceranno
verso il Po. La Civica fa già pattuglie co’ suoi schizzetti tutti rossi
dalla ruggine. Due signori, fra i quali Giusti, che avevano abbandonato
il servizio riservandosi la qualifica, lo abbandonarono ora interamente
per poter entrare in essa. Essi fanno diligentemente la ronda di
giorno, quando non piovve. Tutto il giorno non s’ode altro che gridar:
Viva l’Italia e Libertà, e cantar canzoni liberali. In casa noi abbiamo
sempre due guardie di loro. Oggi pretendevano già di mettere un posto
di guardia ad ogni Porta e ad ogni Castello, e dicesi che invece di
400 ne siano già armati 1500, i quali alla prima occasione agiranno
contro la truppa. Dovresti vedere come il tenente maresciallo Gerhardi
è indispettito da tutto questo. F. M. avrà una bella compiacenza nella
Guardia Civica. In questo momento arrivano notizie di nuovi subbugli
a Venezia, Trento e Roveredo, ma non si sa cosa sia accaduto. Addio.
Finisco, perchè devo andare a passeggio; manda le mie lettere, questa
e quella di jeri a Sigismondo, perchè non ho il tempo di scrivergli in
particolare.

  RANIERI.


N.º XX.

AVVISO

DEL GOVERNO PROVVISORIO.

Allorchè ne’ primi giorni della nostra liberazione dalla tirannide
dello straniero i nostri cuori si sollevarono a Dio che benedisse
la causa della giustizia, sentimmo desiderio amarissimo de’ perduti
fratelli; e la memoria presente de’ prodi che per i primi fecero
getto della vita per la Patria, o furono immolati dalla barbarie
dell’oppressore, scemava la pienezza della letizia cittadina.

Molte e molte famiglie piangevano; a non poche era tuttora ignota la
sorte dei loro cari: la Città non sapeva ancora tutta l’opera crudele
del nemico.

Alcune delle nostre nobili e belle contrade sono tuttavia pronte al
sagrificio, per la santa causa che noi vincemmo.

Paghiamo frattanto il tributo della riconoscenza e del dolore a quelli
che morirono per la Patria: finita la santa guerra, conosceremo tutto
quello che ci costava il riacquisto de’ nostri diritti.

Giusta l’invito già fatto a’ Cittadini con altro Avviso del Governo
Provvisorio, giovedì 6 corrente aprile saranno celebrate nella
Metropolitana le solenni esequie dei morti ne’ cinque giorni della
battaglia.

Affinchè cotesta pietosa e patria funzione proceda con quell’ordine
severo che la solenne circostanza richiede, le diverse Magistrature
e Rappresentanze si raccoglieranno in tre diversi luoghi, cioè nel
Palazzo _Marino_, nel Palazzo Municipale al _Broletto_ e nella
Residenza della Società d’incoraggiamento delle arti e mestieri alla
_Piazza de’ Mercanti_, alle ore 10 della mattina precise, per recarsi
in ordinate schiere alla Metropolitana, ove si disporranno ne’ posti
a ciascuna di esse prefissi. Dal Palazzo Marino, ove siede il Governo
Provvisorio, partiranno alla detta ora:

Il Ministero della Guerra e i quattro Comitati di Finanza, Sicurezza,
Sanità e Sussistenza;

I Consoli delle Potenze estere sedenti in Milano;

Il comandante e lo Stato Maggiore della Guardia Civica;

Il Presidente e il Vicepresidente del Consiglio di Stato, e
l’Intendente generale delle Finanze;

Il Dirigente della Giunta del Censimento;

I Presidenti dei Tribunali d’Appello di III.ª e II.ª Istanza ed i
Presidenti di I.ª Istanza Civile, Criminale e di Commercio;

Il Presidente e i Membri effettivi dell’Istituto, i due Bibliotecarj di
Brera e dell’Ambrosiana e il Direttore del Gabinetto Numismatico;

Il Presidente e i Consiglieri dell’Accademia di belle Arti;

Il Prefetto del Monte;

Il Direttore delle Poste nazionali;

La Congregazione Provinciale;

L’Intendente Provinciale delle Finanze;

I due Capi delle sezioni della Contabilità;

Il Direttore del Censo;

I Direttori dei due Licei;

La Direzione dei Ginnasj:

Il Direttore della Scuola Tecnica;

Il Direttore e il Censore del Conservatorio di musica;

L’Ispettorato delle Scuole Elementari;

L’Amministrazione e il Direttore dello Spedale;

L’Amministrazione e la Direzione de’ Luoghi pii elemosinieri;

Il Direttore delle Pie Case d’industria;

La Commissione straordinaria di beneficenza;

Una Deputazione de’ Patrioti degli altri Stati Italiani;

L’Ispettore della Stamperia Nazionale.

Dal Palazzo Municipale al _Broletto_, procederanno i diversi Uffici e
le Rappresentanze che seguono:

Il Corpo Municipale;

Una Rappresentanza delle Cittadine che si prestarono alla visita
dei feriti nella difesa della patria, e di quelle che lavorano per
l’armamento;

Una Deputazione de’ volontarj Liguri, Piemontesi e Svizzeri; Una
Rappresentanza dei Parrochi, de’ Sacerdoti dell’Ospedale e delle
Ambulanze, de’ Padri Fatebenefratelli e delle Suore di Carità dette
Fatebenesorelle;

La Presidenza degli Asili di Carità per l’infanzia e quella del
Patronato de’ liberati dal carcere;

Una Rappresentanza della Società Patriotica, del Teatro Patriotico,
degli Artisti, dell’Unione, del Commercio, de’ Nobili e del Giardino.

Una Deputazione de’ Notaj, degli Avvocati e degl’Ingegneri;

La Presidenza del Pio Istituto de’ Medici e Chirurghi, e quella
dell’Accademia fisio–medico–statistica;

Una Deputazione de’ Giornalisti;

Una Rappresentanza degli orfani maschi e femmine, ed un’altra de’
ricoverati nel Pio Luogo Trivulzio;

Una Deputazione de’ Farmacisti;

Dalla residenza della Società d’incoraggiamento alla _Piazza de’
Mercanti_ dovranno partire:

La Rappresentanza della Società stessa;

Una Deputazione de’ Commercianti;

Una Rappresentanza delle Arti e Mestieri del popolo.

L’ordine col quale si succederanno le Rappresentanze e Deputazioni
verrà determinato per estrazione a sorte.

In questa funzione patriotica e popolare le diverse Deputazioni della
cittadinanza saranno precedute da una bandiera con un segnale di lutto.
Nel Tempio poi, all’ingiro del feretro, formerà una guardia d’onore una
schiera della milizia civica, alla quale si associerà, per onorevole
distinzione, uno scelto drappello della _Compagnia della morte_,
comandata da F. Anfossi, fratello dell’Augusto Anfossi che divenne uno
degli eroi della Patria nostra.

La funerea solennità sarà altresì resa più augusta dalla presenza delle
famiglie cittadine di coloro che fecero sacrificio di sè stessi per la
liberazione del nostro paese: esse già n’ebbero pubblico invito, e non
mancheranno di rendere anche questa testimonianza alla Patria, della
quale formano oggimai la parte più cara.

CITTADINI! L’educazione del dolor forte e sincero, e la parola
della Religione che suscita l’eroismo patrio vi daranno conforto e
rassegnazione in questo giorno del comune cordoglio. È un sacro dovere
quello che noi adempiamo, un dovere che legheremo ai nostri figli, come
sacra e preziosa eredità.

Il canto funebre che prega la requie de’ valorosi insegna ed impone le
virtù cittadine, ed è più sublime e più santo dell’Inno della Vittoria.

Milano, il 5 aprile 1848.


_Ai Lettori._

_Scorrendo il mio lavoro vi sarete fatti persuasi della scarsità de’
miei talenti alla quale ho voluto supplire con altrettanta buona voglia
di accontentarvi tutti con un libro che racchiudesse quanto giovi ad
illustrare i vostri gloriosi fasti, decantati non solo dalle storie
Lombarde, ma da tutto il mondo, e ultimamente per la falsa e tenebrosa
via dal tirannico Governo Austriaco prescritta per gli studi storici
nelle scuole della Lombardia oramai dimenticati. Oh! gloriose gesta
de’ nostri avi, come mai abbiamo potuto per sì lungo tempo mettervi in
oblìo? Come mai non abbiamo saputo mantenerci quella santa libertà da
essi conquistata sui campi di Legnano, ove a migliaja caddero sotto il
ferro dello straniero, anzichè sopportarne il giogo? Ma ora vi siamo
tornati a quella bell’epoca, ed i fatti dei Cinque Giorni di marzo ne
rendono eterna testimonianza. Ma leggendo il mio libro avrete trovato
ancora come le civili discordie furono mai sempre la nostra ruina,
e come poco dopo alla stessa battaglia di Legnano ci siamo da noi
stessi dati nelle braccia di nuovi padroni, e da questi ora ceduti,
ora venduti ad altri; e dopo simili esempi vi sarà ancora chi ardisca
d’innalzare altro grido fuori di quello che c’invita alla guerra?_
UNIONE e GUERRA! _La prima per l’Italia, la seconda al Tedesco che
ancora preme le nostre belle contrade, e che tuttora è riscaldato dai
coccenti raggi del nostro sole._ Guerra e sterminio _al sacrilego
assassino di Castelnuovo. Oh se le ombre di tante vittime di quella
barbara ferocia sorgessero dai loro sepolcri, allora sentireste
qual grido_: VENDETTA, VENDETTA. _Non basta scacciare il Tedesco
dall’Italia, fuggarlo fino a Vienna, fare trattati, accettar mediatori:
bisogna disfarne la razza, disperderla. Ed anche questo l’avrete
trovato nel mio libro leggendo della pace di Campoformio firmata da
Francesco I, la quale non doveva servire se non a mettere l’Imperatore
in istato di ritornare le sue truppe centuplicate sul campo._

_Ho procurato in secondo luogo di unire in diverse note alcuni
fatti del settembre 1847 ed altri del gennaio sino al giorno della
Rivoluzione, non per ricordarvi tristi avvenimenti, de’ quali foste
pur troppo testimonii oculari, ma perchè abbiano a conoscere tutti gli
altri Italiani e stranieri fino a qual punto si abusarono della nostra
sofferenza ed il Gabinetto di Vienna e l’infame Polizia de’ suoi fieri
ordini più fiera interprete ed esecutrice._

_Ma già mi par di sentirmi dire: E le biografie di Metternich, Radetzky
e Bolza, che non si leggono nel libro, dove sono? Si ricordi, signor
Autore, che_ promissio boni viri est obligatio. _Anche in questo avete
ragione, ma dopo quanto di spregevole fu pubblicato ad infamare questi
tre personaggi, io non saprei che aggiungere. Del resto tutti li
conoscete meglio di me; Metternich è un uomo che figura nel Gabinetto
di Vienna fino dai primi trattati con Napoleone, dunque vecchio,
vecchia anche la sua politica, e non più adatta ai nostri tempi.
Egli ora si trova a Londra insieme con Luigi Filippo e Guizot, altre
buone lane, che hanno dovuto abbandonar la Francia. Di Radetzky ci
è grato affermare che non appartiene alla generosa nazione Polacca.
Bolza poi era un povero uomo, privo di mezzi di fortuna, privo di
talenti e di un’educazione che lo elevasse a sostenere decorosamente
la carica affidatagli, quindi era divenuto una macchina, nelle mani
del dispotismo, che si moveva a forza d’oro o a forza di minacce.
Costretto a trovarsi troppo sovente al cospetto di persone, alle quali
era grave delitto giustificare la propria coscienza, era diventato
il terribile Bolza, che se una sua visita era annunciata a qualche
signore, gli produceva l’effetto dell’etere._

_Sebbene poi io abbia fatto di tutto per raccogliere quanto avvenne
d’interessante nelle Cinque Giornate, posso nondimeno aver dimenticato
qualche cosa, come i nomi dei più valorosi, alcune atrocità de’
Tedeschi e simili; onde mi saranno carissime e riceverò per un sommo
favore quelle indicazioni che mi venissero comunicate in appresso dai
consapevoli, che io farò di pubblica ragione colle stampe. Intanto chi
è vago di saperne più di quanto ho scritto, può rivolgersi agli stessi
libri dei quali mi sono servito, oltre alle notizie inedite da me
raccolte_[57].

_Devo in ultimo avvertirvi, come l’arcivescovo Romilli, arrivasse al
Palazzo di Governo prima del Podestà, e non dopo come fu da me scritto,
e che il cammino tenuto da quest’ultimo uscendo dal Broletto in
compagnia degli assessori Greppi e Beretta, fu quello della contrada
degli Orefici anzichè della Piazza Mercanti, donde attraversata la
Piazza del Duomo, presero, sempre uniti, la via dietro il Coperto de’
Figini, e seguendo il Corso giunsero al palazzo di Governo. Arrivata
la comitiva sull’angolo de’ Fustagnari si divise in due colonne, una
seguì il Podestà, e l’altra attraversò dalla Piazza Mercanti, ove alla
gran Guardia trovavansi tutti i soldati col fucile abbassato, pronti a
scaricare le loro armi, ma non fecero fuoco, incerti forse e confusi
alla vista de’ fazzoletti bianchi, che in segno di esultanza e di pace
la folla veniva agitando._

                                INDICE

 Dedica                                                      _Pag._   3

 Prima rivoluzione di Milano                                   ”      7

 Giuramento di Pontida                                         ”     11

 Battaglia di Legnano                                          ”     16

 Girolamo Olgiati                                              ”     26

 Spagnuoli, Francesi e Tedeschi, o il giro di tre secoli       ”     31

 Gli ultimi 34 anni della dominazione Austriaca                ”     46

 _Nota_ intorno alla censura del cessato dominio Austriaco     ”     49

    ”   dei fatti successi in Settembre 1847                   ”     52

    ”   dei fatti successi in gennaio, ed altri che precedono
           la rivoluzione                                      ”     55

 Le Cinque gloriose giornate, coi fatti successi durante i
   medesimi, la corrispondenza tra il maresciallo Radetzky e i
   Consoli esteri, Lettere segrete dell’ex Polizia, ecc. ecc.  ”     66

 La vittoria                                                   ”    158

 _Nota_ intorno alcuni distinti individui                      ”    176

 Altre atrocità commesse dagli Austriaci                       ”    190

 Rivoluzione delle Provincie                                   ”    202

 Il _Te Deum_ per la scacciata degli Austriaci                 ”    208

 Le pompe funebri pei martiri della patria                     ”    211

 Cenni necrologici di alcuni martiri della patria              ”    222

 Inni diversi                                                  ”    231

 Documenti citati nell’opera                                   ”    237

 Ai Lettori                                                    ”    277



                                 NOTE:

[1] Bianchini, Cose rimarchevoli della città di Novara, p. 36.

[2] Quest’avvenimento non fu veramente nè di gloria all’Imperatore,
nè di biasimo a Milano. Con un’armata immensa, atta a conquistare un
regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata e sola in
mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Nè l’Imperatore scortato da
tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che
caratterizza un gran generale.

Verri, Cap. VII.

[3] GOVEAN, _Il Giuramento di Pontida_.

[4] Verri, Muratori, Govean ed altri.

[5] Verri, Cap. VIII.

[6] Felice Govean, _L’Assedio di Alessandria_.

[7] Costò ben caro a Federico II l’aver ritentato contro di noi la
sorte del Barbarossa, suo avolo, non avendo guadagnato alla fine che di
rendere celebre e rinomata anche la _Coorte degli Incoronati_ condotta
da Enrico da Monza, e la compagnia di eletta gioventù dei dintorni di
Trezzo diretta da Ottobello Mairano o Mariano, dal quale si riportò
strepitosa vittoria nelle vicinanze di Cassino Scanasio.

[8] Govean, la _Battaglia di Legnano_, pag. 8 e seg. Torino, tipografia
Baricco ed Arnaldi, 1848.

[9] Stando però alla storia troviamo che Federico non rimase fra gli
estinti sul campo di Legnano, ma che cinque giorni dopo mentre si
facevano accurate ricerche della sua salma e l’imperatrice sua moglie
vestiva a lutto, comparve quasi per incanto nella città di Pavia vivo
e sano tutto baldanzoso ed involto nel suo manto imperiale. Da questa
terribile sconfitta conobbe però Federico il bisogno di riconciliarsi
col Capo della Chiesa, e più tardi colla pace di Costanza lasciò alle
città della Confederazione Lombarda il possesso della libertà e dei
diritti che da gran tempo avevano, riservando a sè l’alto dominio con
alcune appellazioni.

_L’autore._

[10] Ai 14 agosto del 1339 fu riconosciuto Signore di Milano, dopo che
erasi distinto in molte guerresche imprese viventi i fratelli ed i
nepoti. Dapprima ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che
vi rinunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico.
La durezza del governo di Luchino forma un mirabile contrasto con
quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di una congiura ordita
da due Aliprandi e da Francesco Pusterla, con intenzione di porre in
luogo di lui i suoi nipoti, figli del suo fratello Stefano. La trama
fu scoperta: i due Aliprandi vennero lasciati morire di fame, ed il
Pusterla perì sul patibolo colla moglie e due figli adolescenti. Da
indi in poi Luchino divenne vie più crudele, e da quel momento la
camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. Egli morì di
veleno procuratogli dalla moglie Isabella dal Fiesco, donna sfrenata
ne’ suoi amori.

[11] Barnabò, al dire degli scrittori contemporanei, fu crudele perchè
avaro, superstizioso perchè immerso nei delitti.

[12] _Milano osservato in tutte le sue vicende dall’epoca della sua
fondazione, fino all’istallamento del nuovo governo della repubblica
Italiana_, di G. D.

[13] Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia
sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa
in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo
Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi
allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del
duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico
con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece
a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova
Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani
del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che
alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il
comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta,
ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga,
Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono
concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto
i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici
presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso,
Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano
molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose
rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i
cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero
a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si
potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna
porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio
ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di
ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della
repubblica di Firenze, e denominarsi _capitani e difensori della
libertà_. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione
di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi
colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e
precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La
scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo
nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per
richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato
di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del
suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor
salutate dalla vittoria.

[14] Vedi in fine documento I.

[15] Vedi documento n. II.

[16] A proposito di libertà di stampa è necessario, sebbene fuori del
mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse
divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi
Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio
Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una
vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti,
ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della
Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche
centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che
avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era
esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano
perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano
a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto
non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non
voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi
sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare
tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere
per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo
a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu
rimandato coll’_a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata
a permettere la pubblicazione del presente articolo_. Non sapeva a
chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il
quale mi disse: _può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio
all’Ufficio Generale di Vienna_. Accettai questo secondo partito,
ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli
consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad
uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito
premio, che mi avrebbe servito _statim_. Passarono alcuni mesi e
nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza
al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla
Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava la _ragione
perchè non si dovesse permettere quell’articolo_: la Censura di Milano
intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta. _Il signor
Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro
ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura.
Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec_. Quant’analogia alla
domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta,
copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura
credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le
disposizioni in proposito.

In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito
dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese
Ragazzi, e questi mi rispose _esser avvenuto perchè i Viennesi non
intendevano l’italiano_.

Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze
per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita
l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente
quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo
l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di
Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio,
Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri
che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione
Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se
cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.

[17] Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa
della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla
con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle
rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della
piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui
solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e
mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da
gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando
l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti il _Caffè Reale_, ora _caffè Pio
IX_, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate
dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di
cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i
poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo
di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò
nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo
squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si
traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando
possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone
al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le
disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili
alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto
spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla
piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di
manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni,
pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da
un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a
tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa
nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta
gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle
o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il
negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la
Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente
di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.

Un articolo pubblicato nella _Gazzetta di Milano_ del giorno 9 di
questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il
più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia
è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e
non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi
concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.

Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati
a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i
vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli
della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro
quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo
fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona
proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11
ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di
S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che
correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo
dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di
moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che
fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da
un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto.
Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo
dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu
dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da
malvivente.

[18] Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della
Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi
degli abitanti del regno Lombardo–Veneto. I Giornali italiani ed
esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di
unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo
furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I
primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il
solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile
e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi
politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni
riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni
d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia
Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che
le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si
scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti
feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo
compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.

Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche
nelle provincie Lombardo–Venete si sarebbe compreso il bisogno
d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò
l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare
agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia
consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario.
Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici,
essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi
nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che
tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre
1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la
diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare
che riporto tra i documenti il n.º III.

La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja
fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in
aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.º gennajo
fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio
inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con
mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette
opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni
ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di
andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti
e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere
l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per
ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate
a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello
incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a
piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti,
percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo
ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati
vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo
consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece
ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne
l’affronto.

Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con
varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi,
che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e
sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore
della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del
suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal
Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso
alcuni cittadini. Vedi documento n.º IV.

Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta
e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al
Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero
sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le
persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta
aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di
tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il
Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In
tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo
che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età
e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano
le più alte meraviglie (_Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4
gennajo_. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il
mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città
l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.º V, il quale
destò ne’ cittadini la più alta indignazione.

Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri
incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò
e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello
alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si
va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo
che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli
scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea del _grande impero_, che
frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la
Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degli
_Ultimi fatti di Milano_) fu invasa da parecchie centinaja di soldati,
quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore:
cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata,
irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca,
offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome
l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano,
più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi.
L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla
resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci
mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui
fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La
carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè
in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che
la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani.
Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille
pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno
trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un
muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’,
che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento
prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino
seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il
fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne
rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a
ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti
fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre
verso la Galleria De–Cristoforis passava un Manganini, consigliere,
frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in
una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso
Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai
fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario
consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca,
parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo
lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da
un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel
povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante
ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè
tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato
e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò
perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due,
e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno
s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due
testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra
dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare
con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate
menzogne dell’_Allgemeine Zeitung_.»

«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le
persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino
ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo,
rimpelto alla Galleria De–Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini
entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da
un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare
colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di
fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere
la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»

«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse
ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere
parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel
mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di
Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino,
tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta;
abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti
ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto
e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti
sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia
via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono
un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la
dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i
due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed
il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e
vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso
il secondo uscio che mette al cortile: _Aprite Italiana_! gridano
quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si
tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto
sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18
anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di
fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la
arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge.
Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata
madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco
alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le
soddisfazioni che una madre ha potuto avere».

«Nell’osteria detta della _Foppa_ si contaminò, e poscia si ferì una
donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo
che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice
ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi:
e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del
tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo
sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’
_Fate–bene–fratelli_ ebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per
aver dimostrato orrore di simile strage.»

«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del
fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano
tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano
pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma
di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente
impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette,
ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati
si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un
feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un
albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il
corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella
quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di
diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».

«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui
narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati,
e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di
mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi
non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero
sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».

«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal
qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio
Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala,
padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo
pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato
allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si
porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire
di casa le persone di servizio dopo le tre».

Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i
sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio
degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro.
Non vi ebbe che un voto: _gli Austriaci dovranno abbandonare non
solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia_. I nostri fratelli, di
questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre
sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita
politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni
che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla
Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu
abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da
ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.

Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si
leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e
colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n.
V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la
dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla
popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no,
le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli
esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si
scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della
Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld–Maresciallo esponeva a’
suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del
suo Principe di conservarsi il regno Lombardo–Veneto fidando nella sua
spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in
settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.º IX.

Il Corso Francesco sì perchè ricordava i tristi avvenimenti del gennajo
e sì per il nome che portava divenne odioso a tutti i buoni cittadini,
i quali si rivolsero a Porta Romana, e quivi incominciarono un nuovo
corso che denominarono _Corso Pio IX_. L’universale scontentezza
obbligò la Congregazione Municipale di Milano, sulla proposta fatta
dal signor Nazari, Deputato alla Centrale, a stendere una supplica
a Ferdinando I, nella quale si mostravano i difetti della pubblica
amministrazione ed il modo di correggerli. Fu spedita al trono
coll’organo vicereale, ed in pendenza delle risoluzioni sovrane
il fermento nel popolo andava crescendo. Un giorno si stabiliva
un’adunanza per assistere secretamente a’ divini uffici che si facevano
celebrare per le vittime della rabbia tedesca. Un altro giorno un
gran concorso alla Scala per festeggiare la Costituzione che gli
altri principi italiani davano a’ loro sudditi, e via discorrendo.—Il
Vicerè con un secondo proclama invita alla quiete assicurando che
egli teneva le redini del governo, e che avendo inoltrato nelle vie
legali una dimostranza all’imperatore si lusingava di veder esauditi
i voti dei Milanesi. Vedi documento n.º X. Ma questo secondo proclama
acquistò minor credenza del primo, e non andò molto che ci persuademmo
del vero. Dopo alcuni giorni un proclama di Ferdinando I, spedito
da Vienna, ci avvertiva che l’imperatore aveva sempre trattato il
regno Lombardo–Veneto come tutti gli altri Stati della Monarchia, e
conchiudeva che in ogni caso egli confidava nel valore e nella fedeltà
delle sue truppe, saldo baluardo del trono, e nella maggioranza della
nazione. Vedi documento XI, al quale tien dietro il n.º XII dell’ex
imperiale regio governo.

Frattanto la notizia giunta in Milano della vittoria riportata dai
Palermitani sulle truppe del re recò grande consolazione a noi. Erano
Italiani depressi e conculcati quanto noi, che si erano levato il giogo
dal collo. A dimostrare la nostra gioja si cominciò col recarsi alla
cattedrale per ivi recitare in nostro cuore il _Te Deum_. Più di 16
mila furono, a detta dei più, gli accorrenti, e ben più di 150 carrozze
furono da me contate, che colle spalle voltate verso il palazzo di
Corte erano fatte segno di un commesso di Polizia, il quale colla
matita ed un pezzo di carta andava enumerandoli; ed io facendo mostra
di arricciarmi i mustacchi potei girargli intorno e leggere su quella
carta i marchesi B.... e V.... il primo con tre carrozze, ed il secondo
con due. E sull’interno della cattedrale, che assiepata di gente non
lascia luogo a far un passo, che si fa? La Polizia che ne era stata
avvertita, fece vestire da _Lions_ duecento sgherri ed armatigli di
stili ingiunse loro di cacciarsi nella folla, di eccitar tumulto con
grida sediziose, e nello scompiglio di ferire a destra ed a sinistra.
Il colpo tuttavia andò fallito; ma per questa mascherata spese la
Polizia la somma di 7000 lire austriache.—In appresso per maggiormente
manifestare la nostra contentezza si adottò un cappello alla foggia
de’ Calabresi, e la Polizia sempre più insospettita contro di noi,
sollecitamente pubblica un avviso con cui si proibisce assolutamente
l’uso di tal sorta di cappelli, come qualunque altro distintivo (V.
documento n.º XIII), e fatti domandare tutti i cappellaj li volle
obbligare a ritirarli sotto severe pene. Ai cappelli colla piuma si
sostituì l’antica forma, mettendovi però una piccola fibbia d’acciajo
sul davanti, e da alcuni si faceva inoltre una piuma collo stesso pelo
del cappello. Non andò guari che due proclami ci pervengono da Vienna.
L’uno guarentisce la Polizia contro qualunque diceria del popolo, e le
affida un assoluto potere, l’altro istituisce il giudizio statario pei
delitti politici, la cui procedura sommaria non doveva oltrepassare
quattordici giorni a contare da quello in cui l’imputato si presentava
all’esame, e portava la pena di morte da eseguirsi colla forca. (V.
documenti n.º XIV e XV.)

Non la sola Lombardia si scosse ad una sì vandalica legge, ma l’intera
penisola, la Francia, l’Inghilterra. Quest’ultima nazione col mezzo
del suo ministro Lord Palmerston dirigeva verso la fine di febbrajo
ai primi di marzo una nota all’ambasciatore inglese a Vienna, con cui
gl’imponeva di far valere tutta la sua eloquenza e buon giudizio, onde
indurre il Gabinetto di Vienna a cambiar sistema nell’Austria, onde
conciliarsi tutti li diversi Stati della Monarchia e non aspettare che
una rivoluzione sorgesse in danno della Monarchia stessa. L’Austria
tuttavia fece la sorda, sempre confidente nelle sue truppe, nei mezzi
che la provvidenza gli somministrava aspettava di piè fermo che la
nostra pazienza si stancasse. Non erano però di questo parere l’ex
Vicerè ed il Feld–Maresciallo. Il ministro Ficquelmont li aveva
avvertiti che noi si armavamo, che la nostra pazienza aveva toccata
la meta. E come non accorgersene? La nobiltà aveva abbandonata la
Corte. Il teatro alla Scala, come abbiamo veduto, abbandonato dai
nostri cittadini e frequentato solo dagli uffiziali del presidio
austriaco si chiamava _Caserma alla Scala_; l’allontanamento da
qualunque dimostrazione che desse il più piccolo indizio di contento
o di attaccamento alla Corte era generale. Il Carnevale (per essere
state proibite le feste, maschere, ecc., come dal documento n.º XVI)
si terminò col martedì in luogo della domenica a significare così
l’osservanza del rito romano, nonchè dall’ambrosiano, e una maggiore
osservanza a Pio IX, e via via dicendo che non la si finirebbe più.

Il Vicerè intanto apparecchiasi ad una partenza colla sicurezza che non
avrà più ritorno. Egli fa incassare tutto quello che può e suo e non
suo, sopra diverse carra che lo precedono verso Verona. Radetzky pensa
di chiudersi in castello, e ad onta delle proteste del Municipio (V.
documento n.º XVII) fa erigere alcuni fortini intorno ad esso. Graziosa
fu la satira o piuttosto profezia che riporto, esposta dai Milanesi
sopra alcuni angoli della città e del castello in occasione di questa
fabbrica:

  Porchi de Todisch!
    El savì che si mal vist:
    Vorri fabbricaa
    Che si minga vi alter i padron de caa:
    Cosa serva che tribulee,
    Che prima de Pasqua avii de fa S. Michee.

Molti altri accidenti, che precedono la rivoluzione avrei a raccontare,
i quali a danno della verità vennero svisati dalla nostra Gazzetta
privilegiata: ma se dovessi entrare a fatti particolari sarei
infinito; mentre ben pochi sono quelli di un ceto distinto che non
ebbero a soffrire perquisizioni della cessata Polizia austriaca. Tra
questi sarebbero i due fatti successi il 12 e il 14 febbrajo, narrati
falsamente dalla suddetta Gazzetta, l’esclusione degli Studenti
all’intervento dei funerali del professore di filosofia dottor Carlo
Ravizza, come pure molto vi sarebbe a dire delle stragi commesse a
Pavia ed a Padova, ma sarebbe un correre oltre il segno, avendo io
promesso di parlare solamente degli avvenimenti di Milano.

[19] Vedi documento n.º XVIII.

[20] Fra i primi che accorrevano al ex palazzo Governativo alla testa
di una distinta squadriglia, fuvvi il doltor fisico Paolo Rossignoli.
Egli colle armi che gli somministrava l’amico Ercole Durini toglieva
la vita e le armi ai soldati ivi di guardia. Quindi impossessatosi
della carrozza dell’Arcivescovo, faceva la prima barricata dal lato di
S. Maria della Passione. Si portò poscia alla bottega dell’armajuolo
Colombo, ove potè armare la sua squadriglia. Indi, facendo barricate,
si avanzò sul piazzale delle Galline, ed ivi trinceratosi con quattro
barricate fatte colle vetture del Marzari ed innalzato il vessillo
tricolore nel mezzo della piazzetta, obbligò di poi il prete della
chiesa di S. Protaso a far suonare campana a martello.

Alla presa del palazzo di Polizia gli venne ferito al fianco il
pittore Tenconi, che medicò in casa Mangili e fece quindi trasportare
all’Ospedale. Proseguendo a far eseguire le barricate sino a S.
Marcellino, fu ferito, sull’angolo del Lauro, da una palla che gli
sfiorò l’ultima costola al fianco destro, da molti Croati appostati sul
ponte Vetro nella sera della prima gloriosa e più difficile giornata.

La scelta compagnia del dottor Paolo Rossignoli era composta oltre a’
suoi due cugini Franceseo e Giuseppe Rossignoli, dei conti Guido ed
Emmanuele Borromeo, di Oreste Zaffanelli, di Carati Enrico, Valentino
Rossi, Ermenegildo Fumagalli, Quiroli Bartolomeo, Luigi Zanner,
Pellegata Giuseppe, Santino Sando, Angelo Corsi e Fiando fratelli.

Il primo che dal Broletto portasse al Palazzo di Governo la bandiera
tricolore fu il signor Gio. Battista Grondona, impiegato alla Giunta
del Censo. Egli schivò fortunatamente un colpo di fucile direttogli da
una delle guardie, stesa, poi morta a terra da un nobile cittadino.

Merita speciale ricordanza anche l’avvocato Antonio Negri, che munito
di semplice bastone, fu tra i primi a disarmare il corpo di guardia del
Palazzo di Governo, e tra quelli che fecero prigioniero O’Donell. In
appresso munito di arme da fuoco, a Porta Romana respinse quasi solo
una forte mano di Croati; all’Arco di Porta Nuova tra un nembo di palle
coraggiosamente avanzando incuorò gli altri; finalmente, benchè ferito
in una gamba, salito con alcuni altri sul terrazzino di detto Arco, col
molestare continuamente l’inimico contribuì non poco a farlo sloggiare
di quel punto importantissimo.

Parimente non v’ha dimenticato il coraggioso cittadino Carlo Peroli,
che pure con un colpo di pistola al Governo uccise uno dei soldati di
guardia; e di là in compagnia del conte Durini, passando alla contrada
di S. Paolo fece eseguire la prima barricata in capo a quella contrada,
incoraggiando ed obbligando una turba di cittadini a quel lavoro.
Trovatosi quindi con alcuni suoi compagni al negozio dell’armajolo
Colombo e vedendo che costui cercava di temporeggiare, egli con una
leva di ferro sforzò la bottega, ed armatosi potè in compagnia del suo
amico Cavalieri perseguitare la truppa che passava per la contrada
del Rebecchino. Incaricato del signor Barbò ad andare ai Monforti per
liberare uno zio del medesimo, unitosi ad una squadra de’ nostri, volò
a levare dall’assedio un vecchio rispettabile. Indi scavalcando colle
scale a mano la casa Cicogna, entrò nelle ortaglie, ov’era accampato un
corpo di Croati, contro cui combattè. In questo scontro restò ferito il
cittadino Mariani. _Racconti di 200 e più testimonj oculari_.

[21] Il signor Giuseppe Nova fece prigioniero il vicepresidente
O’Donell, che consegnò al conte Alessandro Greppi. Più avanti avrò
occasione di parlare del coraggioso giovine signor Nova.

[22] _Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano, relazioni e
reminiscenze_. Milano, tipogr. Borroni e Scotti, pag. 13. Come uno dei
primi pubblicati, questo libro manca di qualche fatto, ma non va senza
lode per le notizie esatte ed importanti che racchiude.

[23] Narra l’autore dei _Racconti di 200 e più testimoni oculari
dei fatti delle gloriose cinque giornate di Milano_, «che uscendo
tre carrozze, due a due cavalli, ed una ad un cavallo solo, ed
attraversando la piazza dalla parte della contrada Cusani per recarsi
al dazio di Porta Tenaglia, staccasi un drappello di cavalleria ussera
e si presenta alla portiera scaricandovi diversi colpi di carabina. Nè
contento di questo, adopera lo squadrone per finire di sacrificare le
vittime che in esse si contenevano. Una delle carrozze a due cavalli
prese la fuga dirigendosi verso la casa Dal Verme, e da’ militari
stessi venne condotta in castello, attraversando la linea delle
piantaggioni; l’altra con un solo cavallo, portatasi a carriera verso
la strada che percorreva, tutto ad un tratto soffermossi, e per quanto
facesse il vetturale o qualche cittadino accorso in ajuto, non fu
possibile di rimuovere dal suo posto il cavallo; la terza soffermossi
dirimpetto alla porta del castello, e vi stette per un’ora e mezzo
circa, sotto ad una dirotta pioggia, custodita da due usseri, uno per
parte della portiera, venne poi tradotta in castello, e verso sera si
vide a ritornare il medesimo legno. Asseriscono poi che alla mattina
susseguente si trovarono due cavalli morti da colpi di squadrone
sulla piazza del castello, e furono riconosciuti i medesimi attaccati
al legno fuggitivo. Un cocchiere si vide cadere nel momento che fu
assalito; nulla seppesi di coloro che erano nei legni, sendo che i
colpi di cannone e della fanteria e cavalleria che trovavasi sulla
piazza fecero ritirare tutti gli astanti.

Il _Lombardo_ in proposito ai fatti della prima giornata ci reca la
seguente importante notizia: «Veniamo assicurati che al primo sorgere
della nostra rivoluzione, la mattina del sabbato 18 corr., que’ _buoni
galantuomini_ di Radetzky, Torresani e De Betta avevano formato il
seguente piano: ottomila uomini divisi in cento sessanta compagnie
di cinquanta uomini ciascuna, dovevano invadere la città e portarsi
a saccheggiare duecento case dei più distinti signori di Milano, che
sarebbero state indicate dal Torresani, nel mentre stesso che altri sei
o sette mila uomini avrebbero tenuto a freno il popolo, impadronendosi
delle principali contrade e mitragliando, e fucilando senza
misericordia tutti coloro che avessero opposta qualche resistenza.—Se
questo piano iniquo ed orribile non fu condotto ad esecuzione, lo
dobbiamo all’opposizione energica fattagli dal generale Wallmoden,
che protestò non avrebbe mai preso parte a tal azione che infamasse
per sempre il suo nome e l’armi ch’ei comandava.—Anche il generale
Woyna protestò nel senso medesimo.—Il 20 si trattava di sottoporre il
generale Wallmoden ad un giudizio di guerra.»

«Furono intercettate due lettere famigliari che reciprocamente si
dirigevano i due figli maggiori del ex vicerè del cessato Regno
Lombardo–Veneto.—In queste i due Principini ed Arciduchini d’Austria
si mostravano più che persuasi, e spiegavano il più vivo desiderio
che Radetzky cannoneggiasse la loro diletta Milano con pezzi da
ventiquattro, e che domata la rivoluzione facesse piantare due forche,
che incominciassero il lungo loro esercizio dall’appiccare quel _baron
fottuto_ del podestà Casati».

[24] Narra il citato autore dei _Racconti di 200 e più testimoni_, che
alla testa della gendarmeria precedesse a cavallo il commesso dell’ex
polizia Zamarra.

[25] Onde non tralasciare i fatti principali e più interessanti che
mi guidano sul corso di questi cinque giorni, devo tratto tratto
servirmi anche di notizie già pubblicate da altri, molte delle quali
erano trasmesse anche a me nello stesso tempo che venivano spedite al
raccoglitore Ronchi, e ad estensori di giornali. Fra queste crediamo
degna di riportare la seguente narrazione dell’avvocato Michele
Cavalleri, abitante nella contrada di S. Pietro alla Vigna, n.º 2812.
«Alle ore 5 circa del giorno 18 marzo, sentii di repente numerosi colpi
di fucile in istrada, quindi due palle che ruppero i vetri della mia
stanza e fischiarono poche dita da me discosto.»

«Alla novità del fatto, mi avvicinai alla finestra e mi corse agli
occhi una numerosa schiera di granatieri ungheresi, difilati lungo la
parete opposta della contrada e collo schioppo approntato alla guancia
verso tutti i piani della casa. Repentissimi, violenti colpi di scure
alla porta, grida feroci lungo la strada, un alto lamento nell’interno
della casa mi annunziavano la presenza di una ferale disgrazia.»

«Venni nell’attigua stanza e quivi un’altra fucilata: al repentino
evento tosto pensai, che in tal guisa si desse principio ad una
sistematica distruzione di casa in casa, vedendone gli abitatori
innocui, disarmati e ravvolti fra un diluvio di donne e di figli
correnti, lagrimanti, stridenti.»

«Il servitore mi avvisò, che le scuri avevano già fessa la porta, e
che a momenti i soldati irrompevano; non esservi altro scampo che il
fuggire attraverso i tetti. Grazie alla generosa opera del cittadino
Meresalli, impiegato all’ex–governo, affittuario al terzo piano della
casa Piazza, Torre de’ Meriggi, congiuntamente a 16 altre persone,
padri e madri di famiglia, avemmo, per una finestra laterale al tetto,
ingresso nella sua abitazione, e da questa facemmo passaggio a quella
dei conjugi Perelli, abitanti al quarto piano di detta casa, dove
ospitalmente ricevuto questo profugo stuolo, ebbe per tutta notte asilo
e conforto di cibo: che anzi lo scrivente congiuntamente alla sua
famiglia, e ad altro, tutti depaurati dal saccheggio e tutti sotto la
legge di morte, per molti giorni ancora fruirono di tale asilo che una
benemerente carità aveva con proprio pericolo aperto.»

«Appena chiusa la finestra d’ingresso, appena chiuso l’uscio della casa
di nostra dimora, i granatieri salirono sul tetto dietro le nostre
pedate, collo schioppo alla faccia, determinati ad inseguirci e a far
fuoco contro gli usci e le finestre chiuse; quando una voce dei loro
diede ordine di fermarsi, non presentando il generale silenzio un
sospetto alcuno di nostra vicinissima presenza.»

«Fu in questo stadio, che per la seconda volta il certo pericolo di
morte ancora più acerbamente portava angoscia all’anima, perocchè noi
avremmo inviluppato nella nostra disgrazia i benefattori che ci avevano
raccolti.»

«Non rinvenuta la preda nella parte più alta della casa, corsero i
soldati ungheresi alla più bassa, nelle cantine, dove infatti giacevano
occultate donne e numerosi fanciulli d’ogni età.»

«Ma essi volevano e cercavano gli uomini, s’avvennero in un figlio
del portinajo da tempo infermo, che ferocemente maltrattarono, perchè
inabile a sorreggersi. Corsero ai piani di abitazione, gettate a terra
le porte, ogni cosa misero a soqquadro, con bajonetta o spada forarono
i ritratti, sfracellarono quanto eravi di friabile, gettarono contro
terra e con ogni studio di rovina ciò tutto che non poteva levarsi;
a colpi di sciabola e scure sforarono i mobili, sfondarono armadj,
cassettoni, tavoli; distrussero in una parola quanto loro si presentava
davanti, ponendo mano a danaro, orologi, argenterie e lasciando dietro
di sè quasi dappertutto un caos di rovine, conducendo però seco loro il
portinaio col figlio, il mercante di mobili e due giovinotti.»

«Ma qual fu l’origine di tante angoscie e di tanti disastri! L’essere
caduta in istrada una griglia dal secondo piano, senza offesa di
persona, pochi passi distante da due o tre granatieri. Essi chiamarono
a stormo dalla vicina casa del generale in capo Radetzky, e dalla
vicina caserma di san Francesco, in modo che quasi 100 uomini di
ogni arma e specialmente circa 60 granatieri, vennero a compiere con
frenesia ferina tanto ingloriosa impresa.»

«Meritano quivi una particolare ricordanza i fatti di due donne di
servizio Marianna De–Giuli e Giuseppa Rimondi, che tutti i giorni
dalla domenica in poi, attraverso i colpi di fucile che piovevano
lungo la linea della mia contrada d’abitazione, incaricavansi di far
provvigione per le 32 persone quasi tutte donne e fanciulle che a lei
commettevansi per la mancante provvista del vivere: e della cittadina
Alessio Giuseppina, maestra di scuola, che nel momento del personale
pericolo, non dimenticò l’importanza del suo magisterio, ricevendo di
piede fermo l’uffiziale ed i soldati, cui disse, che essendo donna ed
educatrice, per propria inoffensività e per incolumità delle proprie
educande, aspettavasi esente da ogni militare violenza. L’uffiziale dei
granatieri ungheresi, fatta visita al domicilio, rispose congedandosi,
che egli non aveva sete che di vite maschili, e dappoi ebbe a dire che
era per esso un gran piacere l’uccidere 50 o 60 italiani.»

[26] Baracchi, _Le gloriose cinque giornate dei Milanesi_. Opuscoletto
interessante e scritto con molta verità.

[27] Vedi atrocità commesse dagli Austriaci durante la rivoluzione di
Milano, estratte da documenti officiali.

[28] Il 22 _Marzo_, giornale ufficiale, n. I.

[29] Ad alcuno sembrerà fuori di posto questa risoluzione del Re Sardo,
che a noi non pervenne che il giorno 24, ma quando si avrà riguardo
esser ciò successo in seguito alla rivoluzione del primo giorno cesserà
ogni censura.

[30] Circa alle ore due e mezzo pomeridiane del giorno 22 marzo, una
grossa palla di spingarda, distrusse in parte una torretta di camino
nella casa dello stesso Signor Uboldo in Pantano.

[31] Intorno alle dette maravigliose barricate mobili abbiamo anche
i seguenti particolari nella Gazzetta Officiale del 22 marzo.
«Antonio Carnevali, già professore di matematica e strategia alla
scuola militare di Pavia sotto il cessato regno italiano, nominato
in questi cinque giorni alla direzione delle fortificazioni campali,
fu egli che immaginò il piano di quell’operazione. A quest’uopo
concepì l’idea di alcune barricate mobili che servissero a proteggere
i nostri bersaglieri contro i colpi dell’inimico nell’atto che si
avanzavano verso la Porta. Mentre scriviamo ci sta sott’occhio un
ordine sottoscritto da lui, perchè si formassero delle grosse fascine
cilindriche del diametro di once 60 e lunghe once 40, e quest’ordine
è accompagnato da un piccolo disegno illustrativo. L’incarico di
ridurre ad esecuzione questo pensiero delle barricate mobili, se lo
assunse il pittore Gaetano Borgocarati, giovine oltre ogni credere
coraggioso, che in tutto il tempo dell’assedio prestò utilissimi
servigi alla causa comune, combattendo valorosamente e sprezzando
qualsiasi pericolo. Questi si ridusse sulla piazzetta di S. Pietro in
Gessate, ed ivi raccolto intorno a sè buon numero di operatori, ebbe
ben presto costrutto tre di quelle barricate mobili, quindi due altre
ne condusse a termini nel vicino Orfanotrofio dei maschi. Visitate dal
Carnevali queste enorme fascine, e approvatane la costruzione, egli
stesso insegnava il modo di farle rotolare maestrevolmente ad opportuna
distanza una dall’altra e a scala onde potessero negli intervalli
di esse uscire i nostri combattenti e offendere il nemico. All’atto
pratico furono trovate di grandissimi vantaggi.

[32] L’arresto di un corriere da Verona mise in nostro possesso due
lettere scritte in tedesco da uno dei figli dell’ex Vicerè al suo
fratello Ernesto. Ne diamo la traduzione nel documento n. XIX, stata
pubblicata già nel giornale _Il 22 marzo_.

[33] V. Gazzetta di Milano del giorno 19 aprile.

[34] _La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria_, narrazione di
G. B.

[35] Cosa rincrescevole veramente è per uno storico sincero e
imparziale il non potere, per difetto di notizie autentiche, registrare
i nomi di tutti coloro che in questi gloriosi avvenimenti sia con la
mano sia col senno ben meritarono della patria. D’altra parte il merito
vero, sempre modesto, ripugna da qualunque ostentazione, e solo fa
premio a sè delle opere sue, intantochè colui forse che solo per mostra
impugnò l’armi, o stette nascosto nei momenti del maggiore pericolo,
viene dopo la vittoria ad assordar la città de’ suoi vanti, e a trarre
in inganno la credulità dei più che non potendo o non osando smentirlo,
consacra, divulgando come fatti veri le loro vanterie, sì che il
cronista, indotto dalla voce pubblica, si rende complice involontario
della menzogna, e così come già disse il cantor di Gerusalemme liberata:

  _I premj usurpa del valor la frode._

Se non che il tempo vien poi a riparar le più volte questi torti dalla
fama, ed a rendere a ciascuno il suo.

[36] Alle ore tre e mezzo pomeridiane il Console generale Francese
inviava a lutti gli altri Consoli esteri residenti in Milano le
seguenti lettere coll’unita protesta al maresciallo Radetsky che
riportiamo dal Giornale _L’Amico del Popolo_.

  Signore e caro Collega!

Si teme d’un bombardamento, e si desidera, nell’interesse dell’umanità,
che il corpo consolare residente in Milano protesti contro un atto così
selvaggio, se è vero tal cosa.

Io ed il Console generale, abbiamo promesso ai membri della
Municipalità, riuniti in casa del signor conte C. Taverna di unirsi a
voi per redigere e firmare se ha luogo questa protesta. Vi prego dunque
di venire da me e tutti i vostri colleghi, per discorrere ciò che si
può fare in interesse dell’umanità e dei nostri nazionali. La riunione
avrà luogo alle cinque pomeridiane.

Aggradite, ecc.

_Il Console Generale_

FERD. DENOIS.

Milano, 19 marzo.

_Al Console di...._

SIG. MARESCIALLO.

Ci venne detto che l’autorità militare ha minacciato la città di un
bombardamento, se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata
una tal misura estrema in una città di 160,000 anime, in una città ove
risiede un sì gran numero de’nostri compatriotti, noi saremo obbligati,
signor Maresciallo, di protestare presso V. E. in nome dei Governi,
contro un atto di tal sorta.

In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed
umanità, per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe
il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro
proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti, come
si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei
nostri rispettivi paesi.

Aggradite, ecc.

Milano, 19 marzo 1848.

Ferd. Denois, _Console generale di Francia_.—Cav. Gaetti Deangeli,
_Console generale di Sardegna_.—De Simoni, _Console generale dello
Stato Pontificio_.—Raymond, _Console Generale della Svizzera_.—Cambel,
_Vice–Console Inglese_.—Valerio, _Console del Belgio._

_A Sua Ecc. il Maresciallo Radetzky._

[37] Ma non ebbe tempo di appieno effettuare il suo disegno, chè
dopo conquistato dai nostri quell’infame covo di scellerati e di
scelleragini, ne furono trasportati ben cinque gran sacchi di carte,
fra le quali molte importantissime e segrete che recano manifesti
gl’iniqui e nefandi misterj della metternichiana Polizia. Di queste
carte noi produciamo il seguente motu proprio dell’ex Direttore, donde
appunto si vede come già da due mesi quel provvidissimo Magistrato
avesse preparato l’esilio de’ migliori nostri cittadini e il lutto
di tante famiglie. L’originale di questo documento conservasi presso
il benemerito Comitato di Sicurezza Pubblica, che ci permise di
pubblicarlo come allegato autentico nel nostro sunto storico.

Urgent. Milano 28, 1848.

_Agli I. R. Sig. Comis.ͥ Superiori dirigenti la Polizia nelle Provincie
Lombarde._

(eccetto Milano.)

(_riservato alla sola persona_)

_La invito Sig. Commis.º Sup.ͤ a voler compilare e trasmettermi colla
maggiore possibile Sollecitudine un Elenco delle persone domiciliate in
codesta provincia, contro le quali a seconda della maggiore o minore
loro pericolosità converrebbe, onde renderle inocue negli atuali
momenti di perturbazioni adottare al caso la misura dell’internamento
nelle provincie tedesche della Monarchia Austriaca, sia in via
forzosa, o sia mediante passaporto da rilasciarsi ai medesimi; non
che di quelle, alle quali Ella riputasse per ora sufficiente di fare
una conveniente avvertenza colla comminatoria d’un formale precetto
politico oppur anche della loro deportazione._

_Nell’accompagnare un tale Elenco Ella vorrà esporre succintamente
i motivi dai quali fosse consigliata l’una o l’altra delle misure
succennate._

_Le faccio obbligo di serbare sul tenore di questo riservatissimo
incarico il più scrupoloso segreto verso Chichesia_.

TORRESANI Mp.

[38] Nel nostro tempio di S. Carlo si celebrarono le sue pompe funebri
il giorno 15 di aprile, e dalla Gazzetta di Milano, prendiamo le
seguenti notizie in proposito:

Ammirabile e commovente funzione funebre celebravasi oggi nel maestoso
tempio di S. Carlo a suffragio dell’anima generosa e forte di Giuseppe
Broggi, che con tanto valore difese nelle prime due delle rinomate
_cinque giornate_ i punti più accanitamente attaccati dall’artiglieria
austriaca a Porta Nuova, a Porta Orientale, ed a S. Babila.

Quel prode che già militando per la Francia erasi battuto e distinto
sulle spiagge d’Africa, munito di quell’armi medesime, d’onde non
usciva colpo in fallo, distruggeva il nemico in modo da incuterli
spavento: ma una palla da cannone di rimbalzo lo stese sfracellato con
un colpo a terra, in mezzo a suoi fidi amici Rusca e Biffi che erangli
compagni alla vittoria. Così pure del suo eletto drappello erano di
conserva alla pugna Emilio Morosini, De Cristoforis, fratelli Biffi,
Attilio Mozzoni, Enrico Dandolo, Angelo Fava, Re, Carlo Mancini, Croff,
Negri ed altri.

Sulla porta del Tempio leggevasi questa bella iscrizione:

                                   Ρ
                  Α                Χ                Ω
                        GRAN DIO DELLE CLEMENZE
                            SIA TU PROPIZIO
                 ALL’ANIMA DI =CARLO GIUSEPPE BROGGI=
            GIA’ MILITE NELLE GALLICHE LEGIONI DELL’ALGERIA
                 COSTUMATO ARDITO FIORE D’ITALI PRODI
             COLPITO IN MILANO DA BELLICO FERALE TORMENTO
               MENTRE CROCESIGNATO DI =PIO= IL MAGNANIMO
              DIFENDEVA IMPAVIDO IL PONTE DELLA CONCORDIA
         SPEZZAVA DELLO INORGOGLITO NEMICO IL TEVTONICO GIOGO
          CON BRAMOSÌA DI RINTVZZARLO TRA I GHIACCI DEL NORTE
              VINDICE DELLA VILIPESA RAGIONE DE’ TRATTATI
                    DELLA RELIGIONE DELLA VMANITA’
           MORÌ VITTIMA DELL’INDIPENDENZA ASSOLVTA D’ITALIA
              IL XIX. MARZO M.DCCC.XLVIII DI ANNI XXXIII,
                TRA IL COMPIANTO DE’ SVOI CONCITTADINI
                   CON ISMISVRATO PERPETVO DESIDERIO
                         DEI BRAVI COMMILITONI

In mezzo al tempio, tutt’addobbato a gramaglia e ricco di fiammeggianti
cerei, sorgeva la mole funebre, delineata a foggia militare, ideata
magnificamente dal pittore Firmini. Il piedestallo sorgente dalle
gradinate era tutt’intorno fregiato di uniti fucili, come n’era la
sommità del catafalco, nel di cui mezzo stava piantato il gran vessillo
tricolore, donato per tale scopo alla Chiesa. Armi e trofei congiunti
e ben distribuiti, d’invenzione del Frattini, e bandiere e vasi e
fiaccole ardenti lo corredavano con verdi cipressi ai lati, di tal
mirabile effetto che tutta l’anima n’era commossa. Scelta musica del
maestro Raj era da numerosi artisti eseguita, e tutto il Clero, e per
quanto riguarda la Chiesa gratuitamente prestatosi, avea secondato il
desiderio de’ molti amici del defunto che sostennero varie altre spese.

Una Deputazione del Governo provvisorio intervenne alla funzione,
ed il Comando militare con altri Dicasterj. Tutta la Guardia civica
d’infanteria e cavalleria vi si è recata ad onorar la memoria del prode
estinto; e numeroso stuolo di signore vestite a bruno vi concorsero pur
esse in mezzo a folla straordinaria per spargere una lagrima su quel
feretro.

Alla tomba fu letto un breve e interessante discorso che incominciava
colle seguenti parole:

«Fratelli!

«A forte e sentito dolore mal risponde la parola, e più eloquente
d’ogni parola sono i nostri volti composti a solenne mestizia. Fra
le nere gramaglie e i funebri riti, nel raccoglimento religioso
della preghiera siamo convenuti intorno una bara per rendere pietosa
testimonianza di affetto; e il cuor nostro palpita ancora delle
più vive emozioni. Noi pregammo la pace del Signore all’anima
benedetta di un martire delle cinque giornate, e qui ci accogliemmo
a spargere sul suo sepolcro un fiore, e una lagrima di memoria e
di riconoscenza.—Cittadini! questa terra che calchiamo è terra di
valorosi; quella tomba che pur ora baciammo nell’espansione dell’anima
racchiude una salma preziosa, la salma di Giuseppe Broggi abbracciata
strettamente in amplesso fraterno a quelle de’ prodi, che combattendo
da leoni morirono da eroi nelle nostre mille barricate, e inaugurarono
coi martiri di Palermo l’evo glorioso dell’italiano riscatto».

E finiva dicendo:

«Salve o salve, anima grande; tu volasti all’amplesso di Dio colla fede
più viva, che il tuo sacrifizio avrebbe fruttato la nostra vittoria, la
tua morte la nostra redenzione. Quivi ove rotti furono violentemente i
ceppi del terreno tuo carcere, scorgerà fra breve una pietra, su cui
leggeremo scolpito il tuo nome. Il tempo logorerà la pietra ed il nome;
ma esso surviverà perenne nelle nostre gloriose tradizioni, nelle prime
due pagine della storia delle cinque giornate, nel nostro e nel cuore
conoscente del popolo italiano».

[39] A chiunque non ha assistito alla nostra gloriosa rivoluzione non
sembreranno inutili certi casi così strani, che molte volte nei momenti
del massimo furore ci spingeva contro nostra voglia a ridere.

[40] _Gazzetta di Milano_ del giorno 8 aprile.

[41] Vedi _Racconti di 200 e più testimoni oculari_.—L’autore delle
lettere _Infamie e crudeltà degli Austriaci_, narra questo fatto più in
disteso e con qualche diversità. Ciò rimetto al giudizio di chi legge e
più di chi ne fu testimonio.

[42] COMITATO DI VIGILANZA ALLA SICUREZZA PERSONALE

_Casa Taverna; Contrada de’ Bigli_

Presidente, Dott. ANGELO FAVA.

_Membri_, Dott. ANDREA LISSONI.—Avv. AGOSTINO SOPRANSI.—Avv. PIER
AMBROGIO CURTI.—FRANCESCO CARCANO.—Segretario ANCONA LUIGI.—Aggiunto,
CESARE VIVIANI.—_Capitano della Guardia del Comitato_, MANZONI LUIGI.

COMITATO DI FINANZA

_Casa Taverna_

_Membri_, ALESSANDRO LITTA MODIGNANI.—GAETANO TACCIOLI.—CESARE CLERICI.

COMITATO DI GUERRA

C. CATTANEO.—CERNUSCHI.—TERZAGHI.—CLERICI.

COMITATO DI DIFESA

_Casa Vidiserti, Contrada del Monte; 1263 C._

_Direttore in Capo_, RICCARDO CERONI.

_Comandante, Organizzat. della Guardia Civ_., ANTONIO LISSONI.

_Comandante di tutte le forze attive_, A. ANFOSSI.

_Direttore di tutti i punti di difesa_, A. CARNEVALI.

_Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia_, LUIGI
TORELLI.

_Segretarj_, G. ALESSANDRO BIAGGI.—LUIGI NARDUCCI.

COMITATO DELLA SUSSISTENZA

_Casa Pezzoli, Corsia del Giardino._

NEGRI LUIGI.—FERRANTI EUGENIO.—LUGO FERDINANDO.—LAMPATO
FRANCESCO.—BESEVI EMILIO.—BESOZZI ANTONIO.—MOLOSSI PIETRO.

[43] Fra le case incendiate in città fu quella del _Caffè della
Campagna_, situato di contro al dazio, dove restarono morti varj Croati
ed un ussaro col suo cavallo, ivi appiattati mentre aprivasi una via
di salvezza al numeroso vicinato da cui era sgraziatamente abitata; la
nuova casa dell’_Osteria della Stella_, situata a capo del borgo di
questo nome; ed altre fuori della porta, tra le quali si annoverano
il _Caffè Gnocchi_, del quale incendio narrerò la storia genuina,
l’_Osteria dell’Asse_, il nuovo caseggiato dell’_Osteria dell’Angelo_,
la casa vicina all’_Osteria del Leone_, ed altri fabbricati alla
stazione della strada ferrata.

[44] Venni assicurato che ai primi colpi dei nostri piccoli cannoni,
una staffetta ne recasse precipitosamente la notizia al vecchio
condottiero d’armate che se ne stava ritirato in castello, il quale
sbalordito esclamò: _I birbanti hanno anche i cannoni!! Siamo
perduti!!!_

[45] Vedi il nome di alcuni dei più distinti descritti nella nota a
pag. 176.

[46] Essendosi poi questo vessillo rivolto sulla corona della Madonna
e lacerato dal vento, Dunant ne fece sostituire un altro di minore
dimensione, fissato sopra cordaggio uso marina, come vedesi tutt’oggi.

[47] _Il 22 Marzo_, Gazzetta Officiale N. 1.

[48] I nomi di quegli infelici che furono condotti in ostaggio dagli
Austriaci nella loro fuga sono:

_De Herra_, figlio del consigliere, direttore del Liceo.—_Brambilla
Agostino_, d’Inzago.—_Peloso_, dottore.—_Obicino Enrico_,
possidente.—_Fortis Guglielmo_, negoziante.—_Belgiojoso_ conte
_Giuseppe_, assessore municipale.—_Manzoni Filippo_, figlio del poeta
_Alessandro_.—_Porro_ marchese _Giberto_ e fratello _Giulio_, figli del
marchese _Luigi_.—_Porro_ nobile Carlo, figlio del presidente della
Congregazione Centrale.—_Crespi Carlo_, ragioniere.—_Mascazzini_,
dottore.—_De Capitani_.—_Manzoli_ nobile _Giulio_, impiegato
municipale.—_Durini_ conte _Ercole_.—_Appiani_, ingegnere.—_Bellati_,
delegato provinciale.—_Giani_, impiegato municipale.

[49] Questo degno Sacerdote è meritevole di miglior sorte per il suo
zelo e santo amor di patria: stato perciò non troppo beneviso dal
cessato governo Austriaco.

[50] Vedi documento n.º XX.

[51] Dalla _Gazzetta Officiale_ il 22 Marzo, pag. 15.

[52] Dovevano per titolo di merito istorico ristamparsi in questa
Cronaca, come anteriori agl’inni seguenti, i _Cantici del Riscatto
Lombardo_ del Prof. Dott. Samuele Biava, che primi diventarono popolari
per mezzo di musica corale: ma essendo parecchi si pubblicheranno tra
poco in una appendice a questo volume. L’EDITORE.

[53] Feld–Maresciallo.

[54] Il testo tedesco diceva _Hundsfott_.

[55] Traduzione letterale.

[56] Qui segue una parola inintelligibile.

[57] _Cantù Ignazio_. Gli ultimi Cinque Giorni degli Austriaci in
Milano.

_Osio Carlo_, Alcuni fatti delle gloriose cinque giornate.

Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque
giornate.

Narrazioni dei maravigliosi successi accaduti durante la memorabile
lotta sostenuta dai Lombardi nei cinque giorni di marzo 1848.

_G. B._ La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, e le vicende
della casa detta della Birreria sul bastione, o le prodezze dei
Lombardi nelle cinque memorabili giornate del marzo 1848.

_Ceruti Domenico_. I cinque giorni di marzo, Lettera al suo amico e
concittadino Angelo Guangiroli.

_G. L. B_. Infamie e crudeltà Austriache; valore e generosità dei
Lombardi nel marzo 1848 (si sono pubblicate 4 lettere).

Bollettino Storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848, compilato
giornalmente da un cittadino abitante sul Corso di Porta Romana.

Due Parole di Osservazione sul Bollettino storico della rivoluzione di
Milano di marzo 1848 ecc., scritte da un altro cittadino pure di Porta
Romana.

_Baracchi Francesco_. Le gloriose cinque giornate dei Milanesi.

_Bianconi Antonio_. Origine, progresso e fine della rivoluzione di
Milano.

Relazione epistolare delle cose memorande avvenute in Milano nei giorni
18, 19, 20, 21, 22 e 23 del mese di marzo l’anno 1848.

_Coppi_. Della dominazione Austriaca in Milano dal 1814 a tutta la
rivoluzione dei Milanesi incominciata col giorno 18 marzo 1848 e
terminata nel 23 dello stesso mese ed anno.

Veridica descrizione delle più lacrimevoli turpitudini, scelleratezze
ed assassinj infamemente e vilmente commesse dalle brutali e barbare
orde Austriache nella città e dintorni di Milano nei giorni della
rivoluzione del corrente marzo; desunte ed autenticate da fonti
testimoniali e personali (fino ad ora si è pubblicato un solo foglio di
12 pagine).

Le cinque gloriose giornate della rivoluzione Milanese, descritte da
un Medico, che vi fu testimonio e parte, con un’Appendice relativa ai
giorni 23 e 24 marzo; ed infine il Canto di Guerra degl’Italiani.

_Bertolotti F_. Relazione storica del dominio de’ Tedeschi in Milano
dal 1814 sino alla rivoluzione di Marzo 1848, operata dai Milanesi,
e sfratto delle truppe Austriache dalla Lombardia. Poema in quattro
canti. Milano, 1848.

_Labadini_. Poche parole scritte e declamate nel giorno 6 aprile
1848 nella Piazza del Duomo di Milano sul feretro dei prodi fratelli
Lombardi morti per la patria nelle cinque gloriose giornate del marzo
1848.

_Bonatti Gaetano_. Le barricate di Milano.—Quest’importante lavoro
artistico che ci ricorda i mezzi di nostra salvezza nelle gloriose
cinque giornate, viene pubblicato a fascicoli di quattro tavole
ciascuno, con brevi descrizioni. Il merito dell’incisore Gaetano
Bonatti è bastantemente conosciuto per ogni dove perchè io abbia a
parlarne in questo luogo. Assistito da valenti artisti il Bonatti si
è assunto a questa bell’impresa, l’unica nel suo genere, che perciò
la raccomando caldamente a tutti, onde ciascuno possa conservare pei
nipoti una prova del nostro ingegno, non disgiunto dal valore in questo
memorabile avvenimento.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Cronaca della rivoluzione di Milano" ***

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