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Title: Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1
Author: al-Abbasi, Ali Bey
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1" ***

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  VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI

  IN AFRICA ED IN ASIA

  DALL'ANNO 1803 A TUTTO IL 1807


  _TRADOTTI_
  DAL DOTTORE STEFANO TICOZZI
  con tavole in rame colorate


  TOMO I


  MILANO
  Dalla Tipografia SONZOGNO e COMP.
  1816.



_ALLA SIGNORA CONTESSA_ LUCREZIA COLLOREDO

_NATA_ BUSCA

DAMA DELLA CROCE STELLATA E DI PALAZZO.


_Sonzogno e Comp. Editori._


_Voi vi distingueste, Madama, per ogni genere di gentilezze, e di civili
studj. A Voi dunque con ragione presentiamo i VIAGGI di un uomo di tale
generazione e religione, che a molte Dame potrebbe forse a primo colpo
apparire troppo straniero per accordargli favore, ma che senza dubbio
otterrà il vostro._

_E ben nel riconoscere degno, e piaceravvi, perciocchè egli è di tanto
spirito e di tanta coltura, e nel tempo stesso si mostra di sì buona
indole, che passerebbe facilmente per uno de' più garbati gentiluomini
d'Europa, se in Europa fosse nato, e fosse stato educato._

_Nell'ornare del nome vostro rispettabile i VIAGGI di ALY-BEY, noi
intendiamo manifestare al Pubblico i sensi di altissima considerazione,
con cui riguardiamo la persona Vostra; e di fortificare la nostra
impresa col valido vostro patrocinio. Nè, mercè la bontà vostra, resterà
vana, o Madama, la nostra intenzione._



CENNI SULL'AUTORE DI QUESTI VIAGGI.


Nell'autunno scorso noi abbiamo conosciuto qui di persona un Principe
Mammelucco egiziano, di nome _Ali Bey_ di _Solimano_. Era egli uno de'
ventiquattro _Bey_, ossieno Principi, che formavano l'aristocrazia
militare straniera imperante in Egitto prima che alle invasioni francese
ed inglese succedesse in quella sì celebre ed importante Provincia lo
stabilimento del dominio assoluto del Gran Signore. Il nostro _Ali Bey_
dagli avvenimenti condotto in Europa, ha avuto campo d'apprenderne varie
lingue, di erudirsi negli elementi di varie scienze, e sopra tutto di
conoscere e ben meditare sui nostri costumi, sulle arti e leggi nostre.
Nè v'ha dubbio che se la fortuna avesse a restituirlo allo stato, in cui
trovossi quando l'ultima volta l'armata turca pose piede in Egitto, e fu
tra il Visire e i Mammelucchi stipulato accordo, essendo allora egli
capo de' Mammelucchi, e signore del Cairo, non adoperasse gli acquistati
lumi per introdurre in quel paese utili istituzioni, e fondare, com'egli
diceva, sulla base della civiltà de' Cofti, e della libertà pubblica, un
imperio benefico. Il nostro _Ali Bey_, nato in Tiflis di assai distinta
famiglia, rapito dai Lesghi, generazione barbara del monte Caucaso, ebbe
per due o tre anni a correre co' suoi rapitori, e co' mercanti di
schiavi, ai quali i suoi rapitori lo vendettero, per molti paesi
dell'Oriente, avendo in quella occasione vedute parecchie città poste
sul mar Caspio; poi la Persia, Bagdad, Bassora, Damasco, Gerusalemme,
Aleppo, Smirne, Costantinopoli, e il Cairo finalmente, ove fu venduto
per l'ultima volta, ed entrò fra i Mammelucchi della casa di
_Soliman-Bey_, imperante allora in Egitto.

La grazia, che trovò nel suo padrone, e più di tutto verosimilmente il
suo bel garbo, la vivacità del suo spirito, la facilità sua s'apprendere
le arti cavalleresche de' Mamelucchi, e il suo coraggio, di cui ebbe a
dar prove fin d'allora in parecchj incontri, lo portarono giovinetto
ancora di ventidue anni ad essere uno dei 24 _Bey_, ne' quali era
concentrata la signoria dell'Egitto; e in questa qualità gli toccò la
sua volta il comando della carovana della Mecca, e l'onor singolare di
entrare solo, come è di costume, nel Santuario della gran _Kaaba_, e
togliendone il vecchio padiglione, attaccarvi di nuovo; cerimonia presso
i Musulmani sacra e solennissima, che nella loro opinione costituisce
santo colui, il quale alla medesima è prescelto.

Il nostro _Ali Bey_ ci ha narrato non solo la serie di singolari
avvenimenti succedutigli in quel viaggio, ma di più la notabile
avventura, che ito egli alla Mecca con quell'interno senso di fede e di
religione, che conceputo aveva per la superstiziosa educazione datagli
dagl'Imani d'Egitto, musulmano a più prove, fu ad un tratto condotto a
dover conoscere l'impostura di que' dottori fanatici. Imperciocchè
avendogli essi detto prima della sua partenza dal Cairo, che quanto era
felicissimo per la sua destinazione di entrare nel secreto santuario
della _Kaaba_, altrettanto guardar si doveva, penetrato che fosse colà,
di volgere gli occhi in alto, perchè avrebbe subitamente veduta la
Maestà di Dio, e ne sarebbe restato abbacinato a pieno, egli, che in
cuor suo preferiva sì alta visione alla conservazione degli occhi, entro
sè medesimo ragionando, che se gli avvenisse di veder Dio, niuna voglia,
e niun bisogno avrebbe avuto più di vedere le cose del mondo; operando
secondo questo proposito finì col guardare quanto mai potè al lacunare
del sacrario della _Kaaba_, nè altro vide che travi di cedro. La Maestà
di Dio restò nascosta a' suoi occhi, come a quelli degli altri uomini;
nè d'altro restò certo che dell'insidia tesa al suo spirito da
quegl'Imani impostori, che come su quel punto, così non dubitò, che non
ingannassero i deboli sopra moltissimi altri.

Ora di tutti i suoi Viaggi, e di tutte le cose occorsegli in Egitto, e
fuori, e della sua venuta in Francia, e della parte presa nella guerra
del 1814, e di quanto in essa, e dopo gli è seguito, disse a noi avere
già stesa amplissima relazione, poichè e parla e scrive assai bene in
francese, e volerla pubblicare quanto prima per le stampe in Parigi,
verso dove allora s'incamminava dopo avere visitata l'Italia. Nè abbiamo
noi mancato di vivamente sollecitarlo a ciò fare, certi essendo, che
molte cose ci saranno fatte palesi per esso lui, che da niun Viaggiatore
europeo potremmo giammai sapere, ammenochè non foss'egli nelle
circostanze di quel _Battema_ bolognese, i cui Viaggi vengono riportati
dal _Ramusio_.

Ma nel mentre, che facevamo codeste considerazioni sui Viaggi del nostro
Principe Mammelucco egiziano, ci sono capitati sotto gli occhi quelli di
un altro _Ali Bey_ di più nobile stirpe, e più famosa, quale si è quella
degli _Abbassidi_, chiarissimi singolarmente per l'onore del Califfato
da essi tenuto parecchj secoli, e per la protezione, che accordarono
alle arti, e scienze, promotori risolutissimi di ogni maniera di civiltà
e di bel costume; e quantunque Pontefici sommi della Religione
Maomettana, sì fieramente, come è noto, propagata col ferro, e colla
strage, tollerantissimi di ogni altra contraria alla medesima; di modo
che nel vastissimo loro imperio, e in quella ammirabile città di Bagdad,
loro residenza, famosa per oltre ventimila moschee, una delle quali
dicesi essere stata capace di cento mila persone, niuno mai nè ebreo, nè
cristiano fu a motivo di Religione inquietato in alcuna maniera.

In qual luogo dell'Asia questo _Ali Bey_ sia nato, e come sia passato in
Europa, noi lo sapremo quando vengano pubblicati altri suoi scritti,
siccome l'Editore di questi _Viaggi_ ci fa sperare poter in breve
succedere. Basterà per ora prevenire i nostri Associati, che sicuramente
troveranno questi Viaggi e curiosissimi, ed importantissimi, perciocchè
sono appunto e fatti e scritti da uomo musulmano; il che è grande
singolarità, e da tale musulmano, che nulla fa vedere, che in alcun modo
sappia di prevenzione o nazionale, o settaria; che parla di cose, che un
musulmano solo poteva essere in istato di vedere e riferire con verità;
e che in fine parla di tutto da uomo nelle nostre lingue europee, come
nella sua nativa, istrutto, e pieno conoscitore delle nostre scienze, i
cui principj egli applica ad ogni opportunità in argomenti sia di
astronomia, e di geografia, sia di fisica, e di storia naturale.

Noi non intratterremo più a lungo su di ciò i nostri leggitori, non
dovendo noi diminuir loro il piacere della sorpresa, che avranno
scorrendo questi _Viaggi_; e del quale siamo certi che ci faranno merito
per la deliberazione in che siamo venuti di preferirli al momento ad
altri, che avevamo pur pronti.



VIAGGI in AFFRICA ed in ASIA

FATTI DAL 1803 AL 1807.


«Sia lode a Dio, a lui che è altissimo ed immenso, a lui che ne
ammaestra coll'uso della penna ad uscire dall'ignoranza! Lode a Dio che
ci guida alla vera fede d'Islam, fino al termine del pellegrinaggio, e
fino alla Santa Terra.»

«Questo libro è del religioso, principe, dottore, sapiente, scheriff
pellegrino, _Ali Bey_ figlio d'Othman principe degli Abassidi, servitore
della casa di Dio.»

Dopo molt'anni passati ne' paesi cristiani per apprendere nelle loro
scuole le scienze della natura, e le arti utili all'uomo nello stato di
società, risolsi infine di tornare ne' paesi musulmani, e nell'atto di
soddisfare al sacro dovere del pellegrinaggio alla Mecca, determinai di
osservare le costumanze, gli usi e la natura delle contrade che dovrò
attraversare, onde ricavare profitto dai travagli di così lungo viaggio,
e renderli utili ai miei concittadini ne' paesi che dopo tante fatiche,
sceglierò per mia patria.



CAPITOLO PRIMO

   _Arrivo a Tanger. — Interrogatorio. — Presentazione al
   governatore. — Stabilimento d'Ali Bey nella sua casa. —
   Preparativi per andare alla moschea. — Festa natale del
   profeta. — Marabout. — Visita al Kadi. — Congedo del suo
   introduttore._


Dietro la presa risoluzione essendo tornato in Ispagna nell'aprile del
1803, m'imbarcai a Tariffa sopra un piccolo battello; ed attraversato in
quattr'ore lo stretto di Gibilterra, entrai nel porto di _Tanja_ o
Tanger alle dieci ore del mattino, il giorno 29 giugno dello stesso
anno, mercoledì 9 del mese _vabiul-anal_ dell'anno 1218 dell'egira.

La sensazione che prova colui che fa la prima volta questo tragitto
brevissimo con può paragonarsi che all'effetto d'un sogno. Passando in
così corto spazio di tempo in un mondo affatto nuovo, e che non ha
veruna rassomiglianza con quello che si è lasciato; si trova come
trasportati in un altro pianeta.

In tutte le contrade del mondo gli abitanti de' paesi limitrofi più o
meno uniti da reciproche relazioni, amalgamano, per così dire, e
confondono i loro idiomi, le usanze, i costumi, talchè si passa
gradatamente dagli uni agli altri, e quasi senz'avvedersene; ma questa
costante legge della natura non è comune agli abitanti delle due coste
dello stretto di Gibilterra, i quali, malgrado la vicinanza loro, sono
gli uni agli altri così stranieri quanto un francese lo sarebbe ad un
chinese. Nelle nostre contrade del Levante, se noi osserviamo
progressivamente l'abitante dell'Arabia, della Siria, della Turchia,
della Valacchia, dell'Allemagna, una lunga serie di transizioni ne
indica in qualche modo tutti i gradi che separano l'uomo barbaro
dall'uomo civilizzato: ma qui l'osservatore tocca in un solo mattino gli
estremi della catena della civilizzazione, e nella piccola distanza di
due leghe e due terzi, che è la più breve tra le due coste[1], trova la
differenza di venti secoli.

  [1] _Ali Bey parla sempre di venti leghe per grado._ (Nota
  dell'Editore)

Avvicinandoci a terra si presentarono a noi alcuni Mori; uno de' quali,
che mi si disse essere il capitano del porto, avvilupato in una specie
di sacco grossolano con cappuccio, colle gambe ed i piedi ignudi,
tenendo una gran canna in mano, entrò nell'acqua chiedendo il
certificato di sanità, che gli fu dato dal mio padrone; indi rivoltosi a
me, fecemi le seguenti interrogazioni.

_Capitano_. Di dove venite?

_Ali Bey_. Da Londra, per Cadice.

_C_. Non parlate voi il moresco?[2]

  [2] _Il capitano parlava il linguaggio mogrebino._ (N. dell'E.)

_A_. No.

_C_. Qual è adunque la vostra patria?

_A_. Aleppo.

_C_. E dove trovasi Aleppo?

_A_. Nello _Scham_ (la Siria).

_C_. Che paese è Scham?

_A_. È a levante presso la Turchia.

_C_. Voi dunque siete Turco?

_A_. Non sono Turco, ma il mio paese è sotto il dominio del Gran
Signore.

_C_. Ma voi siete musulmano?

_A_. Sì.

_C_. Avete passaporti?

_A_. Sì, ne tengo uno di Cadice.

_C_. E perchè non è di Londra?

_A_. Perchè il governatore di Cadice lo ritenne, rilasciandomi questo.

_C_. Datemelo.

Io lo passai al capitano, il quale, dando ordine di non permettere ad
alcuno di sbarcare, partì per mostrare il mio passaporto al Kaïd ossia
governatore. Questi lo mandò al console di Spagna perchè lo
riconoscesse; il quale avendolo dichiarato autentico, me lo rimise per
mezzo del vice-console, che venne al mio battello con un Turco chiamato
Sid Mohamed, capo dei cannonieri della piazza, che il governatore aveva
incaricato di farmi nuove interrogazioni.

Mi furono rinnovate quelle del capitano del porto, dopo di che partirono
per farne rapporto al Kaïd.

Ricomparve in appresso il capitano coll'ordine del governatore per il
mio sbarco. Scesi tosto a terra facendomi condurre al Kaïd appoggiato a
due mori, perchè quando attraversai la Spagna avevo riportata una grave
ferita alla gamba, rovesciandosi la mia vettura.

Il Kaïd mi accolse gentilmente: e dopo avermi fatte press'a poco le
medesime interpellazìoni, diede ordine di allestirmi una casa, e mi
congedò complimentandomi ed offrendomi i suoi servigi.

Dopo averlo ringraziato uscj accompagnato dalle stesse persone, e fui
condotto alla bottega d'un barbiere. Il turco che mi aveva interrogato
nel battello andò e tornò più volte senza poter procurarsi la chiave
della casa destinatami, il di cui proprietario trovavasi in campagna.
Sopraggiunta la notte il mio turco recò del pesce da mangiarsi con lui;
e quando, dopo avere leggiermente cenato, mi disponevo a coricarmi sopra
una specie di banca da letto, alcuni soldati della guardia del Kaïd
entrarono bruscamente, ordinandomi di ripassare dal Kaïd.

Io mi alzai e mi lasciai condurre dal Kaïd, il quale aspettavami con
impazienza alcuni passi fuori della porta, e mi fece salire in una
camera, ove trovavasi il suo segretario, ed il suo kiàhia, ossia
luogotenente governatore. Dopo essersi scusato perchè non mi ritenne la
mattina, soggiunse gentilmente, che voleva essermi ospite finchè fosse
preparata la mia casa. Fummo serviti di caffè senza zuccaro, e più volte
ripetute le interrogazioni, e le risposte sul conto mio; e finalmente
dopo un'abbondante cena, di cui ne gustai pochissimo, mi coricai come
gli altri sullo stesso tappeto.

Nel dopo pranzo dello stesso giorno aveva sbarcata la mia valigia ov'era
tutto il mio equipaggio. Ne offrj la chiave alla dogana; dove non si
volle nè visitarla, nè ricevere alcuna mancia. Questa valigia mi
accompagnò costantemente finchè fui collocato nella mia casa.

All'indomani dopo merenda il padrone del battello mi pregò di chiedere
al Kaïd il permesso di caricare alcune vittovaglie: al che mi rifiutai,
non credendomi entrato così avanti nell'amicizia del governatore, per
azzardare tali inchieste. Si pranzò a mezzogiorno; durante il quale
chiesi spesso notizie della mia casa, e non ebbi in risposta che dei sì;
ma verso sera mi fu dato avviso ch'era allestita. Presi allora congedo
da Kaïd che mi offrì di nuovo i suoi servigi, e fui condotto al nuovo
mio domicilio.

Vidi entrando ch'erasi consumato l'antecedente giorno ad imbiancarne i
muri, ed a coprire il palco di tutte le camere d'uno strato di due in
tre pollici di argilla, che non era peranco perfettamente asciutta. Feci
molti ringraziamenti per la cura presa nell'abbellire la mia abitazione;
ed ammirai nello stesso tempo la rara semplicità dei costumi di un
popolo, che s'accontenta di simili case, e che nè pure conosce
probabilmente l'uso delle finestre nelle fabbriche delle case; di modo
che le camere non ricevono aria e luce che dalla porta d'un andatojo,
che mette sul cortile. A fronte di tali inconvenienti, era tale il mio
desiderio, o dirò meglio l'estremo bisogno ch'io avevo di trovarmi
finalmente solo e pienamente libero, che ricevetti questo cattivo
alloggio come un singolare beneficio, e ne approfittai in sul momento.
Per questa prima notte mi coricai sopra una stuoja, valendomi della
valigia per guanciale, e d'un drappo di lana per ricoprirmi.

All'indomani, venerdì primo luglio, feci comperare quanto strettamente
occorrevami per gli usi domestici della casa, stuoje per coprire il
suolo e parte delle pareti, alcuni tappeti, un materasso, cuscini ed
altri utensiglj.

Le usanze de' Marocchini sono in Europa pochissimo conosciute, perchè
coloro che vi vengono, sogliono d'ordinario adottare i costumi dei
Turchi delle reggenze. Il Marocchino non copre mai le gambe; ha
pantoffole gialle assai grossolane, ove non entra il tallone; la veste
principale consiste in una specie di grandissimo drappo bianco di lana
chiamato hhaïk, entro il quale s'avviluppa dal capo fino ai piedi.
Perchè desiderando ancor io di vestire come gli altri, sacrificai le mie
calze e le mie gentili pantoffole turche, avvolgendomi in un immenso
hhaïk, e lasciando le gambe ed i piedi ignudi, ad eccezione della punta
che entrava nelle mie enormi e pesanti papuzze.

Era venerdì, onde dovendo andare alla moschea per le preghiere del
mezzogiorno, il mio turco m'istruì intorno al rito del paese alquanto
diverso da quello dei turchi. Ma ciò non bastava: mi dovetti far radere
nuovamente il capo, quantunque già raso pochi dì prima a Cadice: e
quest'operazione fu ancora eseguita dallo stesso turco, la di cui
inesorabil mano mi rese la cute tutta rossa ad eccezione d'una ciocca di
capelli nel mezzo. Dalla testa passò a radere tutte le altre parti del
corpo, non lasciando indizio di quanto il nostro santo profeta
proscrisse nella sua legge quale orribile impurità. Mi condusse poi al
bagno pubblico ove facemmo il nostro lavacro legale. Ma di ciò più
diffusamente altrove, come pure delle cerimonie della preghiera alla
moschea ove s'andò a mezzodì, chiudendosi in tal modo le pie opere di
questo giorno.

Nella susseguente mattina di sabbato ebbe principio la solennità
d'_Elmouloud_, o natività del nostro Santo profeta, che dura otto
giorni; ne' quali vengono circoncisi i fanciulli. Ogni giorno mattina e
sera alcuni musici eseguiscono con grossolani e sconcertati stromenti
varie suonate innanzi alla porta del Kaïd.

In questi giorni festivi ci siamo recati a fare le nostre divozioni in
un eremitaggio, o luogo sacro posto a duecento tese dalla città, ove si
venerano le spoglie mortali d'un santo; e serve ad un tempo d'abitazione
ad un altro santo vivo, fratello del defunto, che riceve le offerte per
l'uno e per l'altro. Vedesi da questo lato della città il cimitero dei
musulmani.

Il sepolcro del santo situato nel centro della cappella era ricoperto di
varj pezzi di stoffa assai sdruscita tessuta di seta, cotone, oro ed
argento. Stavano in un angolo alcuni Mori, che cantavano a coro pochi
versetti del Corano[3].

  [3] Kour'ann _è il vero nome del Corano quale viene pronunciato
  dagli Arabi_. (N. dell'E. F.)

Poi ch'ebbimo fatte le nostre preghiere al sepolcro si passò a visitare
il santo vivo, che vidimo in mezzo ad altri Mori nell'orto vicino alla
cappella. Egli ci accolse di buon garbo, ed il mio Turco, dopo esserci
seduti, gli raccontò la mia storia. Il santo ringraziava Dio d'ogni
cosa, ma in particolare d'avermi ricondotto nella terra de' fedeli
credenti. Mi prese per mano, e fatta un'orazione sotto voce, mi pose la
sua sul petto, e ne recitò un'altra; dopo di che ci separammo.
Quest'uomo vestiva come gli altri abitanti.

Di là si andò a trovare il _Fakih Sidi Abderrahmam-Mfarrasch_ capo dei
_fakih_ ossia dottori della legge, _imam_ o capo della principale
moschea di Tanger, e _Kadi_, val a dire giudice del cantone. Questo
venerabil vecchio rispettato da tutto il paese, è in grandissima
riputazione presso lo stesso Re di Marocco. Ascoltò con molta attenzione
il racconto delle mie avventare fattogli dal Turco, e mi accertò del suo
parziale attaccamento. Poi ch'ebbi soddisfatto a queste convenienze,
desideravo di potermi liberamente occupare intorno ai miei affari, ma
l'incessante compagnia del mio Turco riuscivami infinitamente molesta,
perchè non poteva travagliare nè giorno nè notte. Avrei voluto tenerlo
alcun poco lontano, ma non m'arrischiavo di farlo, temendo che avesse
avuto commissione dal Kaïd di osservare da vicino tutti i miei
andamenti, nel qual caso i miei tentativi potevano avere disgustose
conseguenze. Pure siccome s'incaricava ogni giorno de' miei piccoli
affari, e dell'economia domestica, non senza qualche suo profitto, non
fu difficile trovare veri o falsi pretesti di mostrarmi scontento di
lui; in seguito ai quali essendo venute in chiaro, che non aveva verun
appoggio presso il Kaïd, l'allontanai interamente, dopo averlo per altro
generosamente regalato, onde compensarlo de' servigi resimi ne' primi
giorni, e non inimicarmelo.

Ricuperata in tal modo la mia libertà, ripresi le mie favorite
occupazioni.



CAPITOLO II.

   _Circoncisione. — Descrizione di Tanger. — Fortificazioni. —
   Servizio militare. — Corsa de' cavalli. — Popolazione. —
   Carattere degli abitanti. — Costumi._


Dissi che nella festa del _Mouloud_ i Mori fanno circoncidere i loro
fanciulli: operazione che si eseguisce fuori di città nella cappella
sopra accennata, operazione solennizzata dalla famiglia del neofito. Per
andare al luogo del sacrificio riunisconsi alcuni giovanetti che portano
fazzoletti, cinture, ed ancor de' cenci sospesi a canne o bastoni a
guisa di stendardi. Tengono dietro a questo gruppo due suonatori di
cornamuse, e due o più tamburri, lo che forma una musica insoffribile
per chiunque avvezzò l'orecchio alla musica europea. S'avvanza dietro ai
suonatori il padre, o il parente più prossimo colle persone invitate,
che circondano il fanciullo, montato sopra un cavallo colla sella
ricoperta d'una stoffa rossa: ma se il neofito è troppo piccolo vien
portato in collo da un uomo a cavallo. Tutti gli altri camminano a
piedi. D'ordinario il neofito è vestito di una specie di mantello dì
tela bianca, cui viene sovrapposta un'altra tela di color rosso, ornata
di varj nastri; ed ha coperto il capo da una fascia di seta. Ai due lati
del cavallo vedonsi due uomini con un fazzoletto di seta in mano, con
cui scacciano le mosche dal fanciullo e dal cavallo. Chiudono la
processione alcune femmine avviluppate negli enormi loro hhaïks.

Quantunque in ogni giorno della festa del Mouloud si circoncidessero dei
bambini, aspettai l'ultimo, perchè mi fu detto, che ve n'erano assai più
che ne' precedenti; ed in fatti quel giorno tutte le strade erano
affollate di popolo e di soldati coi loro fucili.

Io sortj di casa a dieci ore del mattino, ed attraversando la folla per
recarmi alla cappella, mi scontrai in accompagnamenti di tre, di
quattro, ed ancora di più fanciulli, che venivano condotti assieme alla
circoncisione. La campagna vedevasi coperta di cavalli, di soldati, di
abitanti, di Arabi, di crocchj, di donne affatto coperte, sedute
all'ombra degli alberi, e in certe cavità del terreno, le quali
nell'atto che i fanciulli passavano presso di loro mandavano acute
strida, indizio presso questa gente d'allegrezza, e d'incoraggiamento.

Arrivato che fui all'eremitaggio, attraversai il cortile in mezzo ad
infinito popolo, ed entrato nella cappella, trovai ciò che ardisco
chiamare un vero macello. Stavano presso al sepolcro del santo cinque
uomini coperti della sola camicia, e d'un pajo di mutande, colle maniche
rimboccate fino alle spalle. Quattro di costoro sedevano in faccia alla
porta della cappella, il quinto era in piedi presso alla porta per
ricevere le vittime. Due de' seduti tenevano in mano gli stromenti del
sacrificio, e gli altri due una borsa o piccolo sacco pieno di una
polvere astringente.

Dietro ai quattro ministri eran collocati circa venti fanciulli di età e
di colore diverso, i quali, come vedremo ben tosto, avevano pure le loro
incombenze: al di là dei fanciulli, ed a non molta distanza,
un'orchestra uguale alla già descritta, eseguiva suonate affatto
discordi.

Allorchè arrivava un neofito, il padre o la persona che ne faceva le
veci, lo precedeva: entrava nella cappella, baciava il capo al ministro
principale, e gli faceva alcuni complimenti. Si conduceva dopo il
fanciullo, il quale era preso all'istante da un uomo vigoroso, che
rimboccatogli l'abito, lo presentava all'esecutore per il sacrificio. In
quell'istante la musica suonava con strepito, ed i venti fanciulli
seduti dietro ai ministri mandando alte grida, richiamavano lo sguardo
della vittima alla volta della cappella, che indicavano coll'alzar
l'indice. Stordito da tanto romore, il fanciullo alzava il capo, ed
allora il ministro prendendo la pelle del prepuzio tirava assai forte e
con un colpo di forbici la tagliava. In pari tempo un altro gettava la
polvere astringente sulla ferita, ed un terzo la copriva di filaccie
assicurandole con una benda, indi si portava fuori il fanciullo sulle
braccia. Quantunque fatta assai grossolanamente, l'operazione non durava
più di mezzo minuto. Lo schiamazzar de' giovanetti, ed il frastuono
della musica m'impedivano d'udire le grida delle vittime, le quali
esprimevano coi loro gesti l'acuto dolore che soffrivano. Ogni fanciullo
veniva posto in appresso sul dorso di una femmina; che lo riportava a
casa coperto del suo hhaïk, ed accompagnato dal corteggio di prima.

Presso ai neofiti campagnuoli vidi molti militari e beduini maneggiare
con mirabile destrezza i lunghissimi loro fucili, che tiravano nelle
gambe gli uni degli altri in segno d'amicizia.

Udj raccontare da alcuni cristiani, che taluno di loro visitando i paesi
Mussulmani, fecero i loro viaggi con piena sicurezza, coll'addottare le
loro costumanze; ciò che io non posso credere, a meno che non siansi
preventivamente assoggettati alla circoncisione, della qual cosa
sogliono informarsi tosto che vedono uno straniero; e quando io giunsi a
Tanger, ne fecero inchiesta ai miei domestici ed a me medesimo.

   [Illustrazione: L'ALCASSABA, O CASTELLO DI TANGER.]

La città di Tanger offre dalla banda del mare una prospettiva abbastanza
vaga. La sua figura d'anfiteatro, le case bianche, quelle de' consoli
regolarmente fabbricate, le mura della città, l'_alcassaba_, ossia
castello, che la signoreggia dall'alto d'un colle, la baja vasta e
circondata di ridenti colline, formano tutt'insieme un complesso di cose
che illudono il viaggiatore: illusione che sparisce all'istante che
entra nell'interno della medesima, ove si vede circondato da tutto
quanto può riunire assieme la più ributtante meschinità.

Tranne la strada principale passabilmente larga, e che attraversa
alquanto tortuosamente la città da levante a ponente, tutte le altre
sono in modo anguste ed irregolari, che tre persone di fronte vi passano
a stento. Bassissime sono quasi tutte le case, talchè il passaggiero può
toccarne colla mano il tetto affatto piano, e coperto d'argilla. Le case
dei consoli sono abbastanza ben fatte, ma quelle degli abitanti hanno
appena qualche finestra, o piuttosto pertugio d'un piede quadrato al
più, e moltissime uno spiraglio largo uno o due pollici, ed alto un
piede. La principale strada vedesi in alcuni luoghi mal selciata,
altrove abbandonata alla semplice natura ed ingombrata d'enormi sassi,
che niuno si prende la cura di appianare.

Le mura della città sono ridotte ad un estremo stato di deperimento.
Sono qua e là interrotte di torri rotonde o quadrate, e dalla banda di
terra circondate da larga fossa ugualmente in rovina, e ridotta a
coltura.

Sulla diritta della porta a mare sonovi due batterie l'una quasi a fior
d'acqua di quindici pezzi di cannone, l'altra più alta di undici. La
seconda batte il mare di fronte, ed ha pure una piccola piattaforma con
due cannoni per difesa della porta, l'altra batte ugualmente il mare e
la spiaggia. Altri dodici cannoni trovansi sopra la più elevata parte
delle mura. Tutti questi cannoni di vario calibro sono di fabbrica
europea, ma i carri sono del paese, e tanto malfatti, che quelli dei
cannoni da 12 a 24 non reggerebbero ad un quarto d'ora di fuoco. Due
informi tronchi con tre o quattro traversi, un debolissimo asse e due
ruote formate di grosse tavole quasi prive di ferramenti compongono il
carro: è tutto coperto di color nero, ma lo credo di legno di quercia.
Nella parte orientale della spiaggia sonovi tre altre batterie.

Le maggiori navi ch'io vedessi entrare in porto non eccedevano la
portata di 250 tonnellate, ma quantunque la baja sia alquanto esposta ai
venti di levante, la sua situazione è molto bella; e sono di sentimento
che vi si potrebbe formare con piccolissima spesa un eccellente porto.

Dalla banda di terra Tanger non ha altra difesa che il muro e la fossa
rovinati, senza cannoni. Al nord il muro della città si riunisce a
quello del vecchio castello _alcassaba_, posto sopra un'eminenza, e dove
trovasi un sobborgo ed una moschea.

E perchè i Mori non conoscono affatto il servizio militare, lasciano
d'ordinario le loro batterie senza guardia. Soltanto presso alla porta
del Kaïh trovasi un piccolo corpo di guardia, ed un altro corpo di
guardia viene rappresentato, quantunque effettivamente non esista, da
alcuni fucili posti a porta a mare, ove al più alcune volte si vedono
due o tre soldati. Ogni giorno in sul far della sera, mentre il Kaïh
passeggia o sta seduto sulla spiaggia, alcuni soldati fanno la ceremonia
di mutar la guardia; ma poco dopo tutti ritornano alle loro case.

L'avviso della ritirata vien dato alle dieci della sera con un colpo di
fucile tirato in su la piazza; ove nello stesso tempo viene collocata
una sentinella, la quale ogni cinque minuti dà la parola ad un'altra
posta alla porta a mare, gridando _assassa_, cui l'altra risponde
_alabata_. I Mori fanno le loro _fazioni_ sempre seduti, e d'ordinario
disarmati, lo che è comodo assai.

Nelle guerre d'Affrica il fantaccino non ha veruna considerazione, di
modo che le forze d'ogni potentato viene calcolata sul numero de' loro
cavalli, e per tale ragione i Mori si esercitano principalmente nel
cavalcare. A Tanger fannosi tali esercizj lungo la spiaggia, facendo
correre i cavalli sull'arena ancor bagnata dalla bassa marea. Con questi
continuati esercizj si rendono eccellenti cavalieri. Adoperano selle
assai pesanti, con arcioni altissimi assicurati sul cavallo da due
cinghie che serrano il cavallo, una passandogli sotto le coste, e
l'altra obbliquamente per i fianchi sotto il basso ventre. Hanno
cortissime staffe per montare, ed i loro speroni sono formati da due
ferri appuntati lunghi circa otto pollici. Con questo equipaggio, e con
un morso durissimo martirizzano talmente i poveri cavalli, che
frequentemente spargono sangue dai fianchi e dalla bocca.

Essi non conoscono che una sola manovra: tre o quattro cavalieri, e
talvolta anche più, partono assieme mettendo altissime grida, e presso
alla metà della corsa scaricano il loro fucile senza unione di tempo o
di luogo. Talvolta l'uno corre dietro l'altro sempre gridando, e
nell'atto di raggiungerlo scarica il suo colpo tra le gambe del cavallo.

Nè solo trattano duramente adoperandoli i loro cavalli, ma non curansi
pure di metterli al coperto; lasciandoli per lo più in aperta campagna,
in un cortile con i piedi d'avanti assicurati ad una corda tirata
orizzontalmente tra due pivoli, senza testiera, e senza cavezza. Gettano
loro della paglia in terra, e danno un poco d'orzo in un piccolo sacco
che viene sospeso alla loro testa. Per lo più danno la paglia al cavallo
due o tre volte al giorno, e soltanto una volta la biada verso sera.
Quando viaggiano non sogliono fermarsi finchè non giungano al luogo
destinato a passarvi la notte; e non mangiano prima di sera. Avvezzati
ugualmente all'ardente sole della state, ed alle continue pioggie
dell'inverno, si conservano grassi e sani, lo che mi persuaderebbe che
il reggime degli Affricani debba preferirsi a quello degli Europei, che
rende i cavalli soverchiamente dilicati, e poco destri ne' grandi
movimenti militari; se altronde non si dovesse aver riguardo alla
diversità dei climi.

Veggonsi a Tanger molti cavalli, alcuni muli, e pochissimi asini; e
questi ultimi sono generalmente assai piccoli, come anco i muli. Di
cavalli se ne trovano d'ogni grandezza, ma non già della maggiore: sono
vivaci, e ben disposti, benchè male ammaestrati per colpa de' cavalieri
che non conoscono l'arte. Il pelo bianco e cenericcio è il più comune,
ed è quello de' cavalli più robusti; i più belli per altro sono quelli
di color bajo-oscuro, o balzano.

La popolazione di Tanger ammonta a circa dieci mille uomini, soldati,
mercanti spicciolati, cattivi artigiani, poche famiglie agiate, e pochi
ebrei.

L'infingardaggine è il distintivo carattere di questi abitanti, i quali
sogliono rimanersi quasi tutto il giorno seduti o stesi al suolo nelle
strade, e nei luoghi pubblici. Sono loquaci assai, e ceremoniosi in
modo, che a stento ne' primi giorni potevo sbarazzarmene: ma avendo in
seguito appreso a rispettarmi, si ritiravano al primo segno che loro ne
facessi, e mi lasciavano attendere alle mie faccende.

L'abito degli abitanti riducesi ad una camicia con maniche estremamente
larghe, un enorme pajo di mutande di tela bianca, un giubboncello di
lana, o corto sopr'abito di seta, ed una berretta rossa appuntata.
Sogliono i più avvolgersi intorno alla berretta una mussola o tela
bianca, e formarne il turbante; il hhaïk li avviluppa interamente e gli
cuopre ancora il capo con una specie di grande cappuccio; hanno talvolta
un cappotto bianco sopra il hhaïk, e le pappuzze o pantoffole gialle.
Altri ancora invece del giubboncello portano un _caftan_, o lunga veste
abbottonata sul davanti da cima a fondo, con maniche assai larghe, ma
meno lunghe di quelle dei _caftan_ turchi. Tutti poi adoperano una
cintura di lana o di seta.

Le donne escono di casa sempre coperte in modo, che a stento si vede un
occhio in fondo ad una enorme piega del loro hhaïk: calzano grandi
pappuzze rosse, e, come gli uomini, non usano calze. Se portano un
fanciullo, o qualche altra cosa, la tengono sulle spalle, onde le si
vedono le mani.

I fanciulli non hanno che una semplice tonaca, ed una cintura.

Il _bournous_ sopra il hhaïk è l'abito di cerimonia per i _tables_ ossia
letterati, gl'_iman_ o capi di Moschea, ed i _fakihs_ dottori della
legge.



CAPITOLO III.

   _Udienze del governatore. — Del Kadi. — Viveri. — Matrimonj. —
   Funerali. — Bagni pubblici._


Il kaïd o governatore suole dar udienza al pubblico ogni giorno, e rende
quasi sempre giustizia con sentenze verbali. Talvolta le due parti si
presentano assieme, e talvolta soltanto la parte riclamante: in tal caso
il kaïd l'autorizza a condurre il suo avversario; lo che viene eseguito
senza incontrare opposizione, perchè la menoma resistenza verrebbe
severamente castigata.

Il kaïd, adagiato sopra un tappeto ed alcuni cuscini, ascolta le parti
rannicchiate presso alla porta della sala. La discussione incomincia, e
si prosiegue talvolta parlando tutti assieme, il kaïd, ed i litiganti,
un quarto d'ora o più, senza potersi intendere, finchè i soldati che
stanno sempre in piedi dietro alle parti impongono loro il silenzio a
forza di pugni: allora il kaïd pronuncia la sentenza, e nell'istante
medesimo i litiganti vengono cacciati dalla presenza del giudice a
replicati colpi dai soldati, e la sentenza qualunque siasi s'eseguisce
irrevocabilmente. La è una circostanza veramente notabile, che chiunque
presentasi al kaïd per essere giudicato, debba dopo il giudizio essere
rimandato dai soldati che vanno gridando _Sirr_, _Sirr_, corri, corri.

Talvolta il kaïd dà udienza sulla porta della casa, seduto sopra una
seggiola, in mezzo al popolo affollato.

Non molto dopo il mio arrivo a Tanger assistetti ad una di queste
udienze. Un giovanetto si fece innanzi al kaïd mostrando una leggier
graffiatura al corpo, e chiedendo giustizia: fu condotto il colpevole
che venne condannato a trentun colpi. Pronunciata appena la sentenza, fu
steso a terra da quattro soldati, e gli furono passati i piedi entro un
laccio a nodo corrente attaccato ad un bastone, indi un soldato gli
scaricò sulla pianta dei piedi trentun colpi con una doppia corda
incatramata: finita l'operazione venne cacciato fuori dall'udienza il
reclamante con replicati colpi. Io desideravo di chieder grazia pel
condannato, ma non osai di farlo per timore che la mia domanda venisse
mal accolta. Seppi poscia, che in ogni caso simile avrei potuto ottener
grazia a favor del reo dopo aver ricevuto dieci o dodici colpi.
D'ordinario il paziente suole gridare ad ogni colpo _Allah_! Dio; ma
taluni invece di gridare _Allah_, contano con fierezza i colpi l'un dopo
l'altro.

Rarissime volte si presentano istanze al kaïd di quattro o sei linee; e
perciò tutti gli attrezzi del suo segretario riduconsi ad un piccolo
calamajo di osso con una penna di canna, e pochi pezzettini di carta
piegati per mezzo, e preparati per ricevere qualche ordine, ciò che pure
accade rarissime volte. Il segretario non ha nè registro nè archivio;
cosicchè le carte che gli si consegnano vanno subito a male, non tenendo
verun registro degli ordini che riceve.

Il buono o il cattivo senso del kaïd è l'unica norma de' suoi giudizj, e
tutt'al più qualche precetto del Corano. Suole pure alcuna rarissima
volta accadere ch'egli consulti i fakihs, o rimetta le parti al kadi,
ossia giudice civile.

L'attuale governatore di Tanger chiamasi Sid Abderrahman Aschasch; era
semplice mulattiere; non sa nè leggere, nè scrivere, e ne pure far il
suo nome; ma non è privo di naturali talenti, e di certa quale ardita
vivacità. Non trovandosi a portata di sentire quanto l'istruzione sia
utile all'uomo, non la procura per sistema ai suoi figliuoli, che, come
il padre non sanno leggere nè scrivere. Al presente egli possiede molti
averi a Tetovan, città subordinata al suo governo, ove dimora la sua
famiglia, risiedendo egli alternativamente quando in una e quando
nell'altra città, avendo un luogotenente che ne fa le veci in sua
assenza.

Alquanto meno tumultosi sono i giudizj del kadi, comechè si emanino
press'a poco colle stesse formalità. Le decisioni appoggiansi ai
precetti del Corano, ed alla tradizione in tutto ciò che non è contrario
alla volontà del sovrano. Dopo il giudizio pronunciato dal kaïd o dal
kadi non rimane alle parti che il ricorso al Sultano medesimo, non
essendovi tribunale intermedio.

I viveri sono a Tanger assai abbondanti, ed a vil prezzo, e specialmente
la carne, che è molto pingue. Vi si fa del pane bellissimo, e non è pur
cattivo il più comune. A fronte della poca cura con cui conservansi gli
acquedotti, l'acqua si mantiene buona. Non vi si trova alcuna osteria, e
altro venditore di vino; ed i consoli sono costretti di provvederlo in
Europa.

Il terreno produce eccellenti frutti, ed in ispecie fichi, popponi, uve
ed aranci di Tetovan.

Il principal cibo degli abitanti di tutto il regno di Marocco è il
couscoussou, pasta composta di sola farina ed acqua, che si va
impastando finchè sia resa durissima; ed allora viene divisa in pezzi
cilindrici della grossezza d'un dito, che poi riduconsi in grani
assotigliando successivamente questi pezzetti, e dividendoli con molta
destrezza colle mani. Questa pasta per ultimo così divisa si secca
esponendola sopra le salviette al sole, od anche semplicemente all'aria.
Il couscoussou si fa poi cuocere col burro in una specie di pentola col
fondo pertugiato a piccoli pertugi, e posta entro una altra pentola
alquanto più grande, in cui i poveri non pongono che acqua, ed i ricchi
carni e polli. Posta a fuoco la doppia pentola, il vapore che s'alza
dalla inferiore entra pei pertugi, e fa cuocere il couscoussou posto nel
pentolino. La carne cotta nella maggior pentola viene posta in un
piatto, circondata e coperta di couscoussou, formando così una specie di
piramide senza salsa, o brodo. I grani del couscoussou sono sciolti: se
ne fanno d'ogni genere dal più fino, come un granello d'orzo macinato,
fino al più grosso come un grano di riso. Io risguardo quest'alimento
come il migliore di tutti per il popolo, perchè facile ad aversi, ed a
trasportarsi, perchè è sostanzioso assai, sano ed aggradevole al palato.

Ogni musulmano mangia colle dite della destra, non adoperando nè
forchetta nè coltello, perchè anche il Profeta mangiava così. Tale
costumanza che ributta i cristiani, non ha per altro nulla d'incomodo, o
di disgustoso. Dopo tante legali abluzioni che il musulmano deve fare
ogni giorno, nelle quali, come vedremo ben tosto, si lava le mani; egli
le lava altresì qualunque volta vuol mangiare, e dopo aver mangiato,
talmente che esclude perfino il sospetto d'ogni sozzurra. Altronde poi
niente è più comodo del prendere i cibi colle proprie dita. Rispetto al
couscoussou suol pigliarsi riunendolo in grumi, che s'accostano alla
bocca.

A Marocco per altro non mancano cucinieri molto esperti, che sanno fare
varie squisite vivande di carne, di polli, di uccelli, di pesci, di
legumi e di erbaggi. Ma perchè la legge non permette di mangiar sangue,
conviene adoperare molta circospezione. Rispetto ai volatili ed al pesce
non si mangiano che dopo avere avuta la precauzione di scannarli ancora
vivi, affinchè tutto il sangue sorta loro dal corpo. I ricchi abitanti
sogliono avere delle schiave negre, che hanno opinione d'essere
eccellenti cuciniere.

Per mangiare si ripone il piatto sopra una piccola tavola rotonda senza
piedi, di venti a trenta pollici di diametro, con un bordo alto cinque
in sei pollici: la tavola vien coperta da una specie di paniere conico
fatto di vinchi, oppure di foglie di palma, talvolta di varj colori. A
Marocco tutti i piatti hanno la figura di cono rovesciato o troncato,
sicchè la base del piatto viene ad essere strettissima. Talvolta
pongonsi sulla medesima tavola intorno al piatto alcuni piccoli pani
assai teneri, e ciascuno piglia a pezzetti il pane che gli sta innanzi.
Ogni piatto viene servito sopra una diversa tavola sempre coperta, onde
sonovi tante tavole quanti sono i piatti. Costumasi ancora di presentare
talvolta una grande tazza piena di latte agro con molti cucchiai di
legno assai grossolani lunghi e profondi, coi quali i convitati prendono
di quando in quando, e taluno ancora ad ogni boccone di carne o di
couscoussou, un poco di questo latte. Siedono in terra, o sopra tappeti
intorno alla tavola prendendo tutti la vivanda dallo stesso piatto; ma
quando i convitati sono molti, vengono servite più tavole, in modo che
ogni tavola abbia intorno cinque o sei persone sedute e colle gambe
incrocicchiate.

I musulmani avanti di porsi a tavola invocano la divinità dicendo
_Bism-Illah_, in nome del Signore; e terminato il pranzo, lo ringraziano
coll'espressione _Alhmado-Liliahi_, sia lode al Signore! Le stesse
invocazioni sogliono farsi prima e dopo di bevere; e le ripetono
qualunque volta intraprendono qualunque affare. Ma se hanno sempre sulla
bocca il nome di Dio; non sempre ne hanno il rispetto in fondo al cuore.
Uscendo di tavola si lavano le mani, la bocca, e la barba. Al quale
oggetto si fa loro innanzi un domestico, od uno schiavo, con un piatto
di rame o di majolica nella mano sinistra, una brocca nella destra, ed
un asciugatojo sulla spalla sinistra. Il domestico passa successivamente
dall'uno all'altro convitato; questi stende la mano sopra la brocca
senza toccarla, ed il domestico gli versa l'acqua con cui si lava le
mani, indi la bocca e la barba; e termina asciugandosi col drappo che
sta sulla spalla del domestico. In casa delle persone più ricche un
domestico versa l'acqua, ed un altro presenta l'asciugatojo. Il costume
di asciugarsi col tovagliolo in tempo del pranzo non è molto comune. Il
pranzo termina sempre con una tazza di caffè.

Anticamente facevasi a Marocco grandissimo uso di caffè prendendosi in
qualunque ora come costumasi in Levante; ma avendo gl'Inglesi regalato
del te ai Sultani, e questi ai loro cortigiani, in breve tempo questa
nuova bevanda si comunicò dagli uni agli altri fino alle ultime classi
della società: di modo che, proporzionatamente consumasi più te a
Marocco che in Inghilterra, non essendovi musulmano per povero ch'egli
sia che non abbia te da offrirne in qualunque ora a coloro che vengono a
fargli visita. Suole prendersi assai carico, pochissime volte col latte;
e lo zuccaro si pone nel vaso. I Marocchini ricevono questi generi
dagl'Inglesi, e ne importano altresì molto essi medesimi da Gibilterra.

La legge permette ai Mussulmani d'avere quattro mogli, e quante
concubine possono mantenere; le ultime devono essere comperate o prese
in guerra, o avute in dono. Le altre si hanno in forza d'un contratto
stipulato tra il pretendente o i suoi parenti, ed i parenti della
pretesa, in presenza del kadi e dei testimonj; e l'unione si fa senza
alcuna ceremonia religiosa, onde il matrimonio è puramente civile. È per
altro cosa notabile che malgrado la mancanza della sanzione religiosa,
che altre sette religiose danno a questo contratto, le leggi della
castità conjugale, e la pace domestica, trovinsi d'ordinario meglio
mantenute nelle famiglie musulmane, che in quelle delle altre religioni.

Dopo la stipulazione del contratto la famiglia dello sposo manda
d'ordinario a quella della sposa alcuni regali. Questa ceremonia si
eseguisce con molta pompa in tempo di notte accompagnando i regali con
molti lampioni, candele, fanali, con una compagnia di quei cattivi
musici di cui si è già parlato, e da molte donne che mandano acutissime
voci.

La novella sposa si conduce alla casa dello spose con molta ceremonia, e
con un corteggio press'a poco uguale a quello che accompagna i fanciulli
alla circoncisione. La prima volta che m'avvenni a Tanger in questo
spettacolo fu una mattina alle sei ore. La sposa era portata sulle
spalle da quattro uomini in una specie di paniere cilindrico coperto al
di fuori da una tela bianca, e con sovrapposto un coperchio di figura
conica dipinto a varj colori, come quelli del panierino di cui cuopresi
la tavola da mangiare: ogni cosa era così piccola che non pareva
possibile che potesse contenere una donna; e questo paniere aveva
perfettamente l'apparenza d'un piatto di vivande che si mandasse allo
sposo. Questi, ricevendola, alza il coperchio, e vede la prima volta la
futura compagna.

Quando muore un musulmano è posto sopra una barella, e ricoperto col suo
hhaïk, e talvolta con fronde d'alberi, indi viene portato sulle spalle
da quattro uomini, ed accompagnato da molte persone che camminano a gran
passi senza alcun ordine, e senza verun segno di cordoglio. Il convoglio
nell'ora della preghiera del mezzogiorno si reca alla porta d'una
moschea; e terminata la preghiera l'imam avvisa che trovasi un morto
alla porta: allora tutti si alzano per pregare in comune riposo
all'anima del fedele credente; ma il corpo non viene introdotto nella
moschea.

   [Illustrazione: CIMITERO DI TANGER.]

Terminata questa preghiera il convoglio riprende la strada, ed il
corteggio cammina precipitosamente perchè l'angelo della morte aspetta
l'individuo nel sepolcro per sottoporlo ad un interrogatorio, e per
pronunciare il giudizio che deve decidere della sua sorte: ad ogni
istante i portatori si cambiano desiderando tutti di prendere parte a
quest'opera di misericordia. Lungo il cammino cantano tutti alcuni
versetti del Corano sull'aria rè, ut, rè, ut.

Arrivati al cimitero depongono, dopo una breve preghiera, il cadavere
nella fossa senza cassa, e steso col volto alquanto rivolto verso la
Mecca, gli fanno portare la mano destra all'orecchio dello stesso lato,
poscia gettando della terra sul corpo, il corteggio ritorna alla casa
del defunto per complimentarne la famiglia. In questo tempo, come pure
all'istante dell'agonia, e per otto giorni consecutivi, le donne della
casa riunisconsi per fare urli spaventosi, che durano gran parte del
giorno.

Schifosi sono i pubblici bagni di Tanger, e d'un aspetto assai meschino.
Entrando per una piccola porta si scende per un'angusta scala, al di cui
sinistro lato vedesi un pozzo dal quale si attinge l'acqua per servigio
dello stabilimento: dall'altra banda presso ad una specie di vestibolo
avvi una piccola camera. In questi due luoghi si depongono e si
ripigliano gli abiti. Alla diritta del vestibolo trovasi una camera che
ha l'aspetto di cantina così poco illuminata, che all'entrarvi si
crederebbe affatto oscura; e su quel suolo sempre coperto d'acqua si
sdrucciola con molta facilità. I più vi prendono i bagni con un secchio
d'acqua calda, ed un altro di fredda, che riducono alla temperatura che
loro piace, e che gettansi poc'a poco sul corpo colle mani, dopo aver
adempiute le ceremonie dell'abluzione.

Coloro, che vogliono prendere i bagni a vapore, entrano in una camera
posta alla sinistra, lastricata a scacchi di pezzi quadrati di marmo
bianco e nero: il palco a volta ha tre lucerne circolari del diametro di
quasi tre pollici coperte di vetro di diversi colori, lo che produce un
buon effetto per la luce. La porta di questa camera sta sempre chiusa, e
dicontro alla medesima avvi un piccolo recipiente che riceve l'acqua
calda da un tubo; la fredda trovasi ne' secchi. Entrando in questa
camera s'incontra un'aria soffocante che difficulta la respirazione, ed
in meno d'un minuto il corpo trovasi ricoperto d'acqua, che riunendosi
in grosse gocciole, scorre lungo la cute, ed un abbondante sudore tutto
vi ricuopre da capo ai piedi. Si siede nel lastricato talmente caldo,
che da principio sembra insopportabile, ma che presto si dissipa: si
resta in questa camera seduti finchè ognun vuole; ed in appresso si
fanno le abluzioni, e si lava, o si bagna il corpo. L'uscita riesce
incomodissima perchè non avvi alcuna camera ove trattenersi alcun tempo
prima d'esporsi all'aria libera.

Quando entrai la prima volta in questo bagno soffersi assai per
l'eccessivo calore che vi si conserva; ma non tardai ad avvezzarmi, e ne
riconobbi la salubrità: pure avrei desiderato maggior comodo, e meno
calore. Qualunque volta v'andai, ho sempre trovato otto, dieci, ed anche
più persone ignude, cosa poco decente.

Il prezzo di questi bagni monta ad una _mouzouna_, che gli Europei del
paese chiamano _blanquille_, e che può rispondere press'a poco a due
soldi di Francia.

Per conservare il caldo, ed il vapore del bagno, vi è un forno sotto la
camera, che riscalda il pavimento; indi una caldaja dalla quale per
mezzo d'un tubo che con una chiave s'apre e si chiude, a piacere si
attinge l'acqua: avvi pure un altro tubo che conduce il vapore
dell'acqua della caldaja. Questo vapore cresce a dismisura quando
versandosi l'acqua sul pavimento caldo, ed alzandosi in vapori, carica
l'atmosfera d'assai maggiore umidità, e produce sulle persone che
entrano i già descritti effetti.



CAPITOLO IV.

   _Architettura. — Moschea. — Musica. — Divertimenti. — Grida
   delle donne. — Scienze. — Santi._


L'attuale architettura araba mogrebina, o occidentale, non ha veruna
rassomiglianza coll'architettura antica o moderna. Lungi dal trovare
nell'attuale architettura mogrebina l'eleganza e l'ardire dell'antica
architettura araba, si riconosce in tutte le sue opere il carattere
della più grossolana ignoranza. Gli edifici sono fabbricati senza alcun
piano preventivo, e quasi all'azzardo, con tanta ignoranza delle regole
elementari dell'arte, che in alcune ragguardevoli case ho trovato la
scala senza lume affatto; per cui dovevano tenersi sempre accesi alcuni
fanali. Generalmente i vestiboli, gli atrj, le scale, sono meschinissimi
anche nelle case della più grande estensione.

Ogni casa ha sempre la medesima forma, una corte quadrata con un
andatojo da due, tre, ed anche da quattro lati. Avvi una camera assai
stretta paralella all'andatojo, e lunga ugualmente; le camere non hanno
d'ordinario alcuna apertura o fenestra, fuorchè la porta di mezzo che
comunica coll'andatojo; e da ciò procede che le abitazioni sono poco
ariose. I tetti sono piani, e coperti di uno strato d'argilla, come il
suolo delle camere.

I muri sono fatti di sassi con cemento di calce, o di argilla, ma il più
delle volte non sono che di terra grassa battuta e bagnata. Per
fabbricare in questa maniera alzano delle tavole perpendicolari da ogni
lato per contenere le due superficie del muro, e gettano nel centro
delle medesime terra impastata coll'acqua, cui vien data la consistenza
della pasta; e due uomini la battono colla _mazza_. Mentre lavorano
cantano ordinariamente accompagnando il fracasso del loro stromento. E
perchè riesce difficile il trovare grandi travi, sono costretti di far
le camere ristrette onde poter costruire il tetto col piccolo legname
del paese. Su questa cavriata piana si pone da prima uno strato di
canna, indi un piede di terra coperta di argilla; pesante coperto che
schiaccia la fabbrica, e dura pochissimo.

Le porte sono fatte assai goffamente. La maggior parte delle serrature
di Tanger sono di legno; ed io le descriverò minutamente in una memoria
che pubblicherò su quest'argomento.

L'uso delle latrine è quasi sconosciuto, e vi si supplisce con un
recipiente posto nel cortile rustico.

Nè l'architettura delle moschee è più elegante di quella delle case. La
principale è composta d'un cortile circondato da archi, di cui la sola
linea paralella trovasi in faccia alla porta. La facciata è interamente
unita, e la torre è posta in un angolo a sinistra. Bassissimi sono gli
archi ed il tetto, e tutto il lavoro di legname assai mal fatto resta
allo scoperto. Nel totale la costruzione di quest'edificio è
meschinissima. Avendo osservato che nella moschea non eravi acqua, feci
costruire a lato alla porta una gran vasca solidamente attaccata, ed un
vaso per bere; e lasciai allo stabilimento una dotazione pel
mantenimento della fontana.

In una camera posta sopra la moschea alloggia un figliuolo del Kadi
incaricato della custodia di un gran pendolo, e di un altro assai più
piccolo, che servono ad indicare le ore della preghiera; ma perchè a
regolare la loro marcia col sole quest'uomo non aveva che un quadrante
inesatto, così non poteva saper l'ora che per approssimazione, quindi
finchè io rimasi a Tanger gli davo l'ora per i penduli, e per
conseguenza l'istante delle preghiere, e le chiamate dalla torre
venivano regolate dal mio orologio.

La moschea chiamasi in arabico _El-jamaa_, ossia luogo dell'assemblea.
In fondo alla moschea vedesi una nicchia quasi nella direzione della
linea che guarda la Mecca, entro la quale si pone l'_imam_, cioè il
direttore della pubblica preghiera. Dalla banda sinistra avvi una specie
di tribuna formata da una scala di legno su cui sale l'imam ogni venerdì
avanti la preghiera del mezzogiorno per fare la predica al popolo. Nella
grande moschea trovasi un cassone chiuso a chiave, entro al quale si
custodiscono il Corano, e gli altri libri religiosi. Sonovi ancora due
scranne di legno ove sedevano i fakihs quando facevano la lettura al
popolo. Alla sommità di molti archi stanno sospese alcune lumiere, ed
alcune lampade di cattivo vetro verde, disposte senz'ordine e senza
simmetria. La maggior parte del suolo è coperto di stuoje, ed in un
cortile dietro la moschea vedesi un pozzo d'acqua assai cattiva, che
serve alle abluzioni. Ma io ritornerò più opportunamente a parlare della
religione o del culto quando descriverò la città di Fez.

La musica di Tanger ha ben poche cose soffribili anche dalle meno
delicate orecchie: due suonatori con una piva ancora più discorde delle
loro orecchie, che volendo suonare all'unissono con istrumenti che non
s'accordano, non hanno nè tempo nè movimento uguale, nè nota scritta che
li contenga, e che tutto hanno imparato a memoria; sono il vero ritratto
dei musici di Tanger.

Accade spesse volte che uno dei musici strascini l'altro a suo
capriccio, obbligandolo di tenergli dietro alla meglio; lo che produce
un effetto precisamente somigliante a quello d'un cattivo organo che si
sta accordando. Malgrado così spaventosa melodia, tale è la forza
dell'abitudine, che poc'a poco quasi m'avvezzai a questo _carivari_, e
feci anzi sì fatti progressi in questa musica, che giunsi a scifrare
alcune delle arie più accreditate, ed a poterle notare coi segui della
musica europea. Queste arie, cui difficilmente può aggiungersi un basso,
sono quasi sempre in tuono di _re_.

Sembra impossibile che questi suonatori di pira possano vivere
lungamente a fronte dello sforzo continuo ch'essi fanno suonando il loro
istromento; le loro guancie vedonsi estremamente enfiate, e malgrado un
cerchio di cuojo che le ricopre due o tre pollici intorno alla bocca,
gettano molta saliva, ed il loro ventre irrigidito per la violenta
espansione del fiato che devono aspirare e respirare, dimostra quanta
fatica essi sostengano.

Ho già fatto osservare che questi stromenti sono sempre accompagnati da
un grosso tamburro, il di cui rauco suono si fa sentire ad intervalli di
quattro o cinque minuti, ed anche più spesso, tranne in una specie
d'aria nella quale marca colpi regolari assai più vicini.

I musici accompagnano d'ordinario i matrimonj, le circoncisioni, i
complimenti di felicitazione, e le feste di Pasqua; ma non sono ricevuti
nelle moschee, e l'arte loro è straniera ad ogni atto del culto. Essi
temono, come facetamente osservò un viaggiatore, di risvegliare
l'Eterno.....

A Tanger non vi sono nè divertimenti pubblici nè private società. Il
Moro ozioso esce la mattina di casa, si pone a sedere in terra sulla
piazza e in altro luogo pubblico, ove altri abitanti sopraggiungono per
azzardo e fanno lo stesso, e per tal modo formano alle volte dei circoli
ove stanno parlando tutto il giorno.

Finchè io rimasi in quella città, la mia casa fu ogni sera l'unico luogo
di riunione dei fakihs, i quali venivano a prendere il te. I consoli e
gli altri Europei unisconsi tra di loro, formando una specie di
repubblica affatto segregata dai musulmani, dividendo fra di loro le
notti per le adunanze e le conversazioni.

Alle donne, assolutamente separate dalla società degli uomini, non altro
rimane a farsi ne' giorni di festa, che mandare a prova, di sotto alle
molte vesti onde sono coperte, acute e penetranti voci. Quando un
fanciullo ha terminati i suoi studj di leggere e scrivere, nel che
consiste tutta la scienza d'un moro, viene condotto per le strade a
cavallo colla medesima solennità delle circoncisioni, e le feste, che dà
in tale occasione la sua famiglia, sono sempre accompagnate dai
penetranti gridi delle femmine. Esse gridano per la presenza del re, e
gridavano per me poich'ebbi acquistata molta riputazione. Essendosi
ridotto ad arte, e risguardandosi come prova di talento il saper fare
spaventose grida, le donne approfittano d'ogni occasione per mostrare la
loro abilità, sforzandosi di sorpassar l'une l'altre non solo coi tuoni
più acuti, ma col saper più lungo tempo sostenerli. Talora io le udiva
due o tre ore dopo mezza notte gettare acutissime voci mentre passavano
in truppa innanzi alla mia casa.

La lettura è difficilissima, sia per la forma arbitraria dei caratteri
scritti, quanto per la mancanza di vocali e di segni ortografici;
difetti sempre crescenti, finchè non s'introduca una stamperia. Per ciò
gli abitanti di Tanger trovansi immersi nella più stupida ignoranza. Una
sola persona io trovai in questo paese, la quale aveva udito parlare del
movimento della terra. Riferiscono mille stranezze intorno ai pianeti,
alle stelle, al movimento dei cieli, senza che abbiano la più leggiere
conoscenza della fisica. Uno di coloro, che chiamansi dotti, vedendomi
un giorno tra le mani un orizzonte artificiale pieno di mercurio
nell'atto di fare un'osservazione astronomica, m'avvisò, come di cosa
importantissima, essere questo un eccellente rimedio per far morire i
schifosi animali e gl'insetti; m'insegnò la maniera d'applicarlo alle
pieghe ed ai contorni degli abiti; facendomi sentire essere questo l'uso
più utile che potesse farsi del mercurio.

I mori confondono l'astronomia coll'astrologia, e quest'ultima ha non
pochi coltivatori. Non sospettavan pure che siavi la chimica; ma
trovansi tra di loro alcuni pretesi alchimisti: la medicina è affatto
sconosciuta. Limitatissime sono le loro cognizioni aritmetiche, e
geometriche. Si può dire che non abbiano quasi poeti, e meno storici; e
quindi ignorano la storia del proprio paese, e le belle arti loro sono
affatto straniere.

Il Corano ed i suoi commenti formano l'unica lettura degli abitanti di
Tanger. Questo quadro è sgraziatamente rassomigliantissimo; e questi
paesi possono in tutta l'estensione del termine chiamarsi barbari.

Quella d'essere _Santo_ è tra i Musulmani una professione, o piuttosto
un mestiere, che si esercita, e si abbandona ad arbitrio, e talvolta
ancora diventa ereditario. _Sidi Mohamed el Hadji_ fu a Tanger un
riputatissimo Santo. Dopo la di lui morte viene riverito il suo sepolcro
posto nella cappella sopra descritta; suo fratello, che fu l'erede della
sua santità viene parimenti venerato. È questi un accortissimo furbo che
di quando in quando veniva a visitarmi; cosa risguardata dagli abitanti
come un singolar favore. La sua cappella ed il suo giardino sono un
sicuro asilo per i delinquenti perseguitati dalla giustizia; e non si
troverebbe verun musulmano tanto audace che esasse entrarvi senz'essersi
prima assoggettato alla legale abluzione dell'acqua del pozzo posto in
vicinanza della sua porta; ma io che per favore speciale della mia
origine ero risguardato come superiore agli altri, v'entravo talvolta a
cavallo col mio domestico per trovare il santo senza alcuna preventiva
ceremonia.

Tanger possiede pure un altro veneratissimo santo, che divenne anch'esso
mio amico; il quale, dopo avergli infinite volte detto ch'era un furbo
che ingannava i suoi concittadini coll'impostura, si ridusse a
confessarmi finalmente la verità, ed a ridersi meco in segreto
dell'altrui credulità; ripetendo spesse volte che su questa terra i
sciocchi servono ad alimentare i minuti piaceri degli uomini di spirito.

Un altro santo scorreva le strade come un insensato, seguito da molto
popolo: aveva la testa scoperta, una lunga capigliatura arricciata, e
portava in mano una specie di _spartum_ che abbonda nel paese.
Distribuiva come reliquie alcuni pezzetti di questa pianta a coloro che
glie ne chiedevano; de' quali, allorchè l'incontraj per istrada, me ne
diede un pugno come dimostrazione di particolar favore, che io mi posi
sul petto colla più grande venerazione.

Passeggiando una volta per la città mi s'avvicinò un moro, dicendomi,
_datemi una piastra e mezza per comperarmi un bournous; io sono santo, e
se non volete credermi, o se diffidate della mia parola, chiedetene ai
vostri domestici, ai vostri amici, e troverete che non v'inganno_.
Mostrando di credere a quanto mi diceva venni a patti, e gli diedi mezza
piastra.

Ricorderò pure un altro santo di Tanger, che è, o finge d'essere
imbecille: egli sta sempre sulla gran piazza imitando il grido dell'oca
o dell'anitra: estrema è la sua sudiceria, e sarebbe indecenza il
descriverla. Mi fu detto che questo santo aveva talvolta fatte
pubblicamente cose affatto contrarie al buon costume. Lo stupido
fanatismo degli abitanti su quest'oggetto non par credibile. I fakihs ed
i talbas lasciano il popolo nell'errore quantunque siano abbastanza
istruiti, e mi abbiano più volte parlato di queste aberrazioni dello
spirito umano.



CAPITOLO V.

   _Giudei — Pesi, misure e monete. — Commercio. — Storia
   naturale. — Situazione geografica._


I Giudei del regno di Marocco vivono nel più misero stato di schiavitù.
È veramente cosa straordinaria che i Giudei abitino in Tanger
indistintamente coi Mori senza avere un separato quartiere, siccome
costumasi in tutte le altre città ove domina l'islamismo, ma questa
stessa distinzione è una perenne sorgente di dispiaceri per questa casta
disgraziata; rendendo più frequenti i motivi di contese, nelle quali se
il giudeo ha torto il moro si fa giustizia da se medesimo; e se il
giudeo ha ragione è costretto di portare i suoi riclami al giudice
sempre parziale per il musulmano.

Quest'orribile disuguaglianza di diritti tra individui della stessa
setta rimonta fino alla culla; di modo che un giovinetto musulmano
insulta o batte un giudeo qualunque siasi l'età sua, e le sue infermità,
senza che questi abbia, sto per dire, il diritto di lagnarsene, non che
quello di difendersi. I fanciulli delle due religioni trovansi nella
medesima disuguaglianza, avendo più volte veduto i fanciulli musulmani
divertirsi a battere i fanciulli giudei, senza che questi osassero
giammai opporgli la più piccola difesa.

Per ordine del governo i Giudei vestono diversamente dagli altri: il
loro abito è composto d'un pajo di mutande, d'una tonaca che scende fino
al ginocchio, e d'una specie di bournous o mantello posto da un lato,
pantoffole, ed una piccola berretta; tutte le quali cose, devon essere
di color nero, ad eccezione della camicia le di cui maniche estremamente
larghe rimangono scoperte e pendenti.

Quando i Giudei passano avanti ad una moschea, sono obbligati di levarsi
le pantoffole, come pure innanzi alle case del kaïd, del kadi, e de'
principali musulmani. A Fez ed in alcune altre città non possono
camminare che a piedi nudi.

Se scontransi in un musulmano di alto rango devono a una certa distanza
precipitosamente gettarsi sulla sinistra, lasciar in terra le pantoffole
in distanza di un passo o due, e porsi in sommessa attitudine col corpo
tutto piegato davanti, finchè il musulmano sia passato, e trovisi a
considerabile distanza. Se non si prestano subito a così umiliante
dimostrazione, come a quella di smontare da cavallo quando scontransi in
un seguace di Maometto, vengono severamente castigati. Io dovetti più
volte richiamare i miei soldati o domestici, che avventavansi contro
questi sgraziati per batterli, quando avevano tardato un istante a porsi
nell'attitudine prescritta dal despotismo musulmano.

Malgrado tutto questo i Giudei fanno a Marocco un grandissimo commercio;
e più d'una volta ebbero la ferma delle dovane: accade però d'ordinario
ch'essi vengano spogliati dai Mori o dal governo. Quand'io v'andai la
prima volta aveva due giudei tra i miei domestici, ai quali, vedendoli
così duramente trattati, chiedevo perchè non riparavansi in altri paesi;
ed assi mi rispondevano di non lo poter fare per essere schiavi del
Sultano.

I Giudei sono i principali artigiani di Tanger quantunque travaglino più
male del peggiore artigiano europeo. Da ciò può argomentarsi cosa siano
gli artigiani mori. Ma nel medesimo tempo i giudei hanno una particolare
destrezza nel rubbare, vendicandosi dei cattivi trattamenti dei Mori col
giontarli continuamente.

I Giudei hanno in Tanger alcune sinagoghe; ed hanno pure alcuni santi, o
savj che vivono una vita beata a spese degli altri, come in tutte le
sette.

Le donne ebree sono generalmente belle, ed alcune bellissime, che per lo
più diventano le amanti dei Mori, lo che talvolta contribuisce ad
avvicinare le due sette nemiche. Estremamente bello è il colorito delle
ebree, mentre la tinta delle more è d'un bianco smaccato che
s'assomiglia a quello delle statue di marmo bianco, sia per cagione
della vita sedentaria che menano, o perchè vivono sempre rinchiuse nelle
loro case; e se sortono talvolta, sortono coperte in maniera che il loro
volto non rimane mai esposto all'aria aperta.

La sola misura lineare che conoscasi in Marocco è la _draa_, che
dividesi in otto parti chiamate _tomins_.

Non essendovi campione o modello originario per l'esatta dimensione
della misura, difficilmente se ne trovano due rigorosamente eguali, ma
per un termine medio tra le differenti _draa_ che io paragonai ai miei
modelli europei, trovai che quella di Marocco è uguale a 244, 7 linee
della tesa di Francia, e a 0,55126 d'un metro.

La misura di capacità per i grani chiamasi _el moude_: de' quali ve ne
sono due, il grande ed il piccolo, cioè il secondo la metà del grande.

Lo stesso difetto d'esattezza notata nella misura lineare trovasi ancora
in questo. _El moude_ è un cilindro vuoto assai mal fatto, la di cui
capacità, avuto riguardo a tutte le imperfezioni, può essere considerato
come eguale a 123 linee 56 di diametro, e 106 linee 29 di altezza, ciò
che dà 856 pollici e mezzo cubi della tesa di Francia.

Anche il peso va soggetto alle medesime varietà o vacillazioni come le
misure; ma finalmente dopo il confronto di molti di questi pesi co' miei
campioni d'europa, risulta, preso un termine medio, che la libra di
Marocco chiamata _artal_ contiene 16 oncie 347 grani 40 centesimi del
grano di Parigi.

La più piccola moneta del paese è il _kirat_, e la più grande il
_banind'ki_. Eccone la progressione:

  In rame    { il _kirat_[4].
             { il _flous_[5].

  In argento { il _mouzouna_, o blanquilla[6].
             { il _derham_, o l'oncia[7].

             { il mezzo ducato.
  In oro     { il _metzkal_, _mat'boa_, o ducato
             {    che vale dieci oncie.
             { il _baind'ki_ che vale 25 oncie.

  [4] 4 kirats — _un_ flous.

  [5] 6 _flous_ — _il_ mouzouna.

  [6] 4 blanquilles — _l'oncia_.

  [7] 5 _oncie un mezzo ducato_.

Ogni moneta di Spagna ha corso a Marocco, e mi sembra che il _duro_ o la
piastra spagnuola che chiamano arrial sia la più abbondante specie del
paese: ma il suo valore varia ad arbitrio, poichè la piastra spagnuola
vale ordinariamente dodici oncie del paese, e la pezzetta di Spagna tre
oncie, cosicchè dall'una all'altra passa una diversità del 25 per 100; e
quantunque venga cambiato il duro o la piastra per quattro pezzette e
mezza, ciò che ristringe il guadagno, tale varietà è cagione di
grandissimi contrabbandi di moneta, poichè la maggior parte di piccoli e
grandi bastimenti che vengono d'Europa portano _piecettes_ di Spagna per
cambiarle coi _derros_.

Vi sono pure molto monete false che provengono dall'estero, e dietro le
notizie ch'io mi sono proccurate potrebbero essere di fabbrica inglese.

La bilancia del commercio è assai vantaggiosa per le vittovaglie ma
altissima per le manifatture. Malgrado l'eccellente posizione del porto
di Tanger il suo commercio trovasi ridotto ad una limitata esportazione
di viveri, ad un piccolo commercio di contrabbando colla Spagna, ed a
qualche languida corrispondenza con Tetovan e Fez ove spedisconsi pochi
oggetti europei. Rispetto al commercio del regno di Marocco in generale
tornerà più in acconcio di parlarne diffusamente altrove. Le botteghe di
Tanger sono tanto anguste, che il mercante seduto in mezzo, non ha
bisogno di scomodarsi per prendere tutti gli oggetti e presentarli al
compratore.

Il suolo che forma la base della costa di Tanger è composto di varj
strati di granito secondario di tessitura compatta, ossia di grana fina.
Questi strati che sono inclinati all'orizzonte formano con lui un angolo
di 50 a 70 gradi; la loro spessezza è ordinariamente d'un piede e mezzo
ai due piedi; la loro direzione all'est-ovest; e la loro inclinazione
per formare l'angolo è dalla parte del nord.

La distanza d'uno strato all'altro è ordinariamente di due piedi, e
questo spazio è ripieno d'un'argilla poco compatta, che nella stessa
direzione forma degli strati intermedj d'ardesia.

Questi strati di granito d'argilla alzansi pochissimo sopra il livello
del mare, poichè la maggiore altezza che gli abbia trovato è di 30 ai 40
piedi, ma grande è la loro estensione, poichè sono esattamente le
medesime al fiume di Tetovan distante otto leghe. Ho inoltre osservati
alcuni strati di granito che entrano nel mare nella stessa direzione e
ad una grande distanza.

Se fosse permesso di tirar grandi induzioni da piccole cose, direi che
la catastrofe che aprì lo stretto di Gibilterra, fu un subitaneo
sprofondamento, non del suolo che forma il fondo dello stretto, ma di
quello che l'avvicina al mezzodì, e sul di cui vuoto cadde la montagna,
o la massa terrestre che occupava lo spazio oggi riempiuto dal braccio
di mare: ed in conseguenza di questo movimento gli strati perpendicolari
del granito presero l'attuale direzione: ma d'altronde siccome questo
granito compatto sembra d'una formazione secondaria, possono ammettersi
nella sua stratificazione tutte le possibili direzioni, senza aver
bisogno di supporre uno smottamento posteriore alla sua formazione.

Sopra questo letto, o base generale della costa, le acque ed i venti
accumulavano altri strati d'argilla sciolta, e di arena che formano le
colline e le montagne della strada Tetovan: finalmente le spoglie
vegetali ed animali formano quello strato di terra vegetabile che copre
il tutto, ed è di una maravigliosa fertilità.

Al sud della baja di Tanger sulla riva del mare i venti dell'est
formarono a poco a poco grandi ammassi di arena, che hanno di già forma
di colline, le quali vanno restringendo la baja, che un giorno
chiuderanno affatto. Queste arene sono assolutamente mobili, e non hanno
in se principio che possa legarle: ma null'ostante questa particolarità
vi si vedono vegetare i liliacei, ed alcune altre piante che conservo
nella mia raccolta.

La temperatura di Tanger è assai dolce. Il mio termometro collocato
colla necessaria attenzione affinchè non ricevesse nè l'impressione
diretta, nè la riflessione immediata del sole, onde esprimesse soltanto
la vera temperatura della massa dell'aria, non marcò nei maggiori caldi
della dimora da me fattavi che 24° 6′ di Reaumur il 31 agosto a
mezzogiorno, in cui si ebbe un calore straordinario. Un altro termometro
posto colla possibile cura al sole affinchè ricevesse tutta la sua
maggiore influenza marcò il giorno 22 agosto alle due ore dopo mezzo
giorno 39° 5′.

La maggiore altezza del barometro fu di 28 pollici, 1 linea, 9 decimi di
linea del piede parigino e la più piccola 27 pollici, 3 linee, ciò che
dà un risultato di 4 linee e 9 decimi di linea di variazione.

La minore umidità atmosferica osservata fu di 38 gradi dell'igrometro di
Supur il 15 luglio: ma qui l'aria trovasi comunemente impregnata
d'umidità, che si rende sensibile non solo colle indicazioni
dell'igrometro, ma dalla rapidità con cui a Tanger s'ossidano tutti i
metalli a cagione della soprabbondante umidità atmosferica.

Assai marcata è in Tanger la differenza delle stagioni. L'estate fu
costantemente serena. Verso l'equinozio cominciarono le pioggie e le
borrasche, che continuarono colla medesima costanza. In questo tempo
cadde più volte la folgore sulla città, ed uccise un uomo.

Malgrado la fertilità del terreno le specie delle piante ne' contorni di
Tanger sono pochissimo variate: e lo stesso deve dirsi rispetto
agl'insetti, almeno pel tempo ch'io vi dimorai; giacchè la stagione più
propizia a tali indagini dev'essere la primavera.

A Tanger non può un uomo senza compromettersi salire sul terrazzo della
propria casa per la gelosia degli abitanti delle case vicine. Le due
case ch'io abitai successivamente erano così mal collocate, che non
potei fare che pochissime osservazioni astronomiche, e queste ancora con
molto stento: inoltre avendo lasciati i miei stromenti astronomici col
mio equipaggio a Cadice, non mi furono portati che nella stagione delle
pioggie, nella quale rarissime volte vedesi il cielo scoperto per pochi
istanti. A fronte di questi ostacoli, la mia latitudine osservata per un
termine medio assai poco distante dagli estremi, diede 35° 47′ 54″ nord.

A fronte degli ostacoli che s'opponevano al mio desiderio di fare una
collezione di storia naturale, raccolsi a Tanger nella sua baja molti
articoli, tra i quali trovansi alcuni _fucus_ assai belli. Tutte le
piante marine furono da me raccolte assai vivaci in fondo al mare.

Noi altri musulmani dobbiamo sormontare troppe difficoltà quando
vogliamo fare delle collezioni entomologiche; e per cagione della purità
legale che proibisce di toccare gli animali immondi, e perchè non
possiamo abbruciare verun animale vivo. Il primo ostacolo difficolta la
formazione d'una collezione di Cleoptere, ed il secondo rende inutile
quella delle farfalle d'ogni genere, perchè avanti di morire senza
fuoco, battono le ali per la semplice ferita della spilla che le
assicura. Per lo stesso motivo m'accadde un giorno, che uno scarabeo
fortissimo che aveva riposto nella scattola con altri insetti, si andò
dibattendo con tanta violenza, che staccò la sua spilla, e distrusse
tutti gli insetti da me raccolti. Trovavasi in questo numero una falsa
tarantola assai grande, ed assai interessante.



CAPITOLO VI.

   _Continuazione della storia d'Ali Bey. — Notizie intorno
   all'interno dell'Affrica. — Presentazione all'imperatore di
   Marocco. — Visite del Sultano e della sua Corte._


Poco dopo arrivato a Tanger la mia esistenza cominciò a diventare
aggradevole. La prima visita che mi fece il Kadi _Sidi Abderrahman
Mfarrasch_; il mio annuncio dell'eclissi del sole che doveva aver luogo
il 17 agosto, e di cui io ne avevo disegnata la figura quale doveva
vedersi nella sua massima oscurità; la vista de' miei equipaggi e de'
miei istromenti che arrivavano d'Europa in un battello; i miei regali al
Kadi, al Kaïd, ed ai primarj personaggi; le mie liberalità verso altre
persone, tutto contribuì a fissare sopra di me l'attenzione del
pubblico; cosicchè in breve tempo acquistai un'assoluta superiorità su
tutti i forastieri, e sopra i più distinti abitanti della città.

Dall'altro lato il cambiamento del clima, le sostenute fatiche, ed il
nuove genere di vita da me abbracciato alterarono alcun poco la mia
salute: onde fui costretto di assoggettarmi ad un regime rinfrescativo,
ed a prendere i bagni di mare. Queste precauzioni mi resero ben tosto la
salute; ricuperata la quale potei occuparmi delle mie collezioni. Un
giorno che, nuotando, mi ero alquanto allontanato dalla spiaggia, vidi
avvanzarsi quasi a fior d'acqua un enorme pesce lungo dai venticinque ai
trenta piedi, onde presi precipitosamente la direzione verso terra ove
le mie genti attonite mi richiamavano ad alta voce. Il pesce andò
sott'acqua, ma pochi istanti dopo ricomparve precisamente nel luogo ove
io mi ritrovavo quando lo vidi.

Un _talbe_ chiamato Sidi Amkeschet, venendo un giorno a trovarmi, ed
entrati accidentalmente sull'argomento dell'interno dell'Affrica, mi
parlò in tal modo:

«Dalla mia provincia di Sus, e di Tafilet partono spesse volte le
carovane che attraversano in due mesi il gran deserto per portarsi a
_Ghana_ ed a _Tombouctou_.»

«Nell'interno dell'Affrica conosconsi due fiumi col nome di Nilo; l'uno
de' quali attraversa il Cairo ed Alessandria, l'altro si dirige verso
Tombouctou.»

«Questi due fiumi sortono da un lago che trovasi nelle montagne della
Luna (_Djebel Kamar_). Quello dal Tombouctou non arriva fino al mare, ma
si perde in un altro lago. Le montagne della Luna ebbero tal nome dal
colore che prendono in ogni lunazione d'una corona, o d'un arco baleno».

«Da Marocco alle rive del Nilo di Tombouctou si viaggia con piena
sicurezza come in mezzo ad una città _quantunque colle mani piene
d'oro_; ma nell'altra banda del fiume _non avvi più giustizia nè
salvaguardia_, perchè abitata da nazioni assai diverse da questa. Entro
al fiume trovansi ferocissimi animali chiamati tsemsah, che divorano gli
uomini».

M'indicò colla mano la direzione dei due fiumi; il Nilo del Cairo,
diss'egli si volge a levante.... Io gli chiesi allora, interrompendolo;
«quello di Tombouctou anderà dunque a ponente?»... Certamente, risposemi
egli senza esitare, verso l'occidente».

Come mai conciliare tanta contraddizione? Stando al racconto che mi fu
fatto, farebbesi un commercio assai attivo e continuato tra i paesi
meridionali di Marocco e di Tombouctou; e per conseguenza sembra
impossibile che quella gente possa ignorare il corso del Nilo di
Tombouctou, trovandosi quasi giornalmente frequentate le sue rive dai
Marocchini. Riferiscono questi ultimi che quel fiume va ad Occidente; e
Mungo-Park assicura che volge le sue acque verso l'Oriente: che dobbiamo
conchiuderne?.... Accordando alla scoperta di Mungo-Park tutta la fede
che merita, diremo che passa per Tombouctou verso Occidente un altro
fiume, che ancora non conosciamo, e che i Marocchini confondono senza
dubbio col gran _Nilo Occidentale_ o _Joliba_ scoperto da Mungo-Park, il
quale confessò che questo fiume non passa precisamente per Tombouctou, o
pure che il Joliba fa in questo luogo uno straordinario contorcimento,
che è cagione dell'errore in cui versano gli abitanti di Marocco; o pure
convien supporre che questi ultimi ne parlino senza aver nulla veduto, e
soltanto dietro il racconto degli antichi geografi. Frattanto questa
relazione spogliata dagli errori che la sfigurano, indica sempre due
cose singolari: _l'unione, o la comunicazione dei due Nili verso la loro
origine nello stesso lago, e lo smarrimento del Nilo occidentale in un
altro lago_. Ritorneremo altrove su questo argomento.

L'artiglieria delle batterie di Tanger annunciò il 5 ottobre l'arrivo
del Sultano _Muley Solimano_ imperatore di Marocco, che scese al suo
alloggio nell'_Alcassaba_ o castello della città. Siccome non ero ancora
stato presentato al Sultano, io non sortivo di casa, onde aspettarvi gli
ordini, a seconda delle intelligenze che avevo col kaïd ed il kadi: e
perciò non potei vedere la cerimonia del suo arrivo.

All'indomani il kaïd mi fece sapere, che potevo allestire il regalo di
pratica per il susseguente giorno; lo che io feci all'istante. Al
mattino del giorno indicato ebbi una conferenza col kaïd ed il kadi
intorno al modo della mia presentazione. Il kaïd mi chiese la lista dei
doni che destinavo al Sultano; io gliela diedi, e fummo subito
d'accordo.

Perchè era giorno di venerdì andai prima alla gran moschea per fare la
preghiera del mezzogiorno, perchè questa è una indispensabile
obbligazione, e perchè doveva recarvisi ancora il Sultano.

Fui appena entrato nella moschea che un moro mi s'accostò, dicendomi,
che il Sultano aveva allora mandato uno de' suoi domestici per
prevenirmi che io potevo salire all'Alcassaba alle quattr'ore,
ond'essergli presentato.

Prima che giungesse il Sultano alla moschea entraronvi alcuni soldati
disordinati, e, quantunque armati, si posero dall'una parte e dell'altra
senza conservare alcun rango.

Il Sultano non fecesi aspettar molto; entrò seguito da un piccolo
accompagnamento di grandi, e di ufficiali tutti così semplicemente
abbigliati, che non distinguevansi altrimenti dal rimanente della
compagnia. Eranvi nella moschea, affollata di popolo, circa due mille
persone. Finchè io vi rimasi ebbi cura di tenermi un poco appartato.

La preghiera si eseguì al solito degli altri venerdì; ma la predica si
fece da un fakih del Sultano, che perorò con molta energia intorno
all'argomento «essere gravissimo peccato il commerciare coi cristiani,
non doversi dar loro nè vendere alcuna specie di vittovaglie, e simili
altre cose.

Terminata la preghiera mi feci aprire un passaggio dai miei domestici, e
sortj. Un centinajo di soldati negri trovavasi sotto le armi in
semicerchio fuori della porta, ov'era adunata moltissima gente. Tornato
a casa venne a cercarmi un domestico del Sultano per significarmi gli
ordini del suo padrone, ed in pari tempo per ricevere la mancia di
consuetudine.

Alle tre ore dopo mezzogiorno il Kaïd mi spedì nove uomini per ajutare
la mia gente a portare il mio regalo composto de' seguenti oggetti:

Venti fucili inglesi colle loro bajonette.

Due moschetti di grosso calibro.

Quindici paja di pistole inglesi.

Alcune migliaja di pietre focaje.

Due sacchi di piombo per la caccia.

Un equipaggio compiuto da cacciatore.

Un barile della miglior polvere inglese.

Varie pezze di ricche mussoline semplici e ricamate.

Alcune piccole bijotterie.

Un bellissimo parasole.

Varie confetture ed essenze.

Le armi erano entro alcune casse chiuse a chiave, e le altre cose
disposte sopra grandissimi piatti coperti da stoffe di damasco rosso
gallonate d'argento. Salj all'alcassaba alla testa degli uomini e dei
domestici che portavano il dono. Il kaïd aspettavami alla porta, ove mi
complimentò. Attraversai un portico sotto al quale trovavansi molti
ufficiali della corte; di dove entrai in una piccola moschea che gli sta
di fianco per fare la preghiera del vespero, cui assistette ancora il
Sultano.

Appena terminata la preghiera essendo uscito dalla moschea, vidi presso
alla porta un mulo per il Sultano, intorno al quale stava un infinito
numero di domestici, e di ufficiali della corte. Precedevano due uomini
armati di picca, o di lancia che tenevano perpendicolarmente, ed aveva
press'a poco la lunghezza di quattordici piedi. Il corteggio era seguito
da circa settecento soldati negri, armati di fucile, strettamente
riuniti, senz'ordine nè rango, e circondati da molto popolo. Io, ed il
kaïd presimo posto in mezzo al passaggio presso ai due lancieri. A canto
a noi venivano i regali portati sulle spalle dai miei domestici, e dagli
uomini mandatimi dal kaïd.

Giunse bentosto anche il Sultano e montò sulla sua cavalcatura, e quando
giunse in mezzo al cerchio, il kaïd ed io ci facemmo innanzi: il sultano
fermò la sua mula, ed il kaïd mi presentò: io chinai la testa, ponendomi
la mano al petto, cui il sultano corrispose abbassando il capo, e mi
disse; Siate il ben venuto; indi si volse alla folla, ed avendola
invitata a salutarmi con queste parole: _Ditegli che sia il ben venuto_:
all'istante tutta la gente gridò: _ben venuto_. Il sultano spronò il suo
muletto, e recossi ad una batteria lontana due cento passi.

Colà portatomi col mio introduttore, rimasi presso alla porta, lasciando
che s'avanzasse il solo kaïd col donativo. Quando entrammo nelle
batterie si fece un profondo silenzio. Eranvi almeno venti persone, la
maggior parte usceri e grandi ufficiali.

Poco dopo fui chiamato dal kaïd e lo seguii nel terrapieno della
batteria che formava una specie di terrazzo che guardava al nord sul
mare, ed era armato da nove pezzi di cannone del maggior calibro.
Nell'angolo orientale eravi una casuccia di legno, alcuni piedi più alta
della batteria, onde dominare il parapetto, a cui si saliva per una
scala di otto gradi.

Il sultano trovavasi entro questa casuccia seduto sopra un piccolo
materasso guarnito di guanciali. Il kaïd, due grandi ufficiali, ed io,
lasciammo le nostre pantoffole alla porta onde avere i piedi nudi, come
vuole l'usanza. Due ufficiali mi presero in mezzo tenendo ognuno per un
braccio, ed il kaïd mi si pose alla sinistra e ci presentammo al sultano
facendo una riverenza o profondo inchino della metà del corpo colla mano
destra al petto.

Il sultano dopo aver replicate le sue espressioni di _benvenuto_, mi
fece sedere sulla scala; gli ufficiali si ritirarono, ed il kaïd rimase
in piedi. Allora il sultano mi disse umanamente, e con voce amichevole
«che era assai contento di vedermi» e replicò molte volte somiglianti
espressioni tenendosi la mano al petto, onde farmi conoscere i suoi
sentimenti non meno colla voce che coi gesti. Conobbi questo sovrano
assai propenso a mio favore, lo che mi sorprese assai perchè niente
aveva fatto per meritarmi la sua grazia.

Mi chiese in seguito in quali paesi ero stato, quai linguaggi parlavo, e
se sapeva anche scriverli; quali scienze avevo studiato nelle scuole dei
cristiani, e quanto tempo mi ero trattenuto in Europa. Dopo avere
ringraziato il cielo d'avermi fatto uscire dai paesi infedeli, mi
testificò il suo rincrescimento perchè un uomo della mia qualità non si
fosse più presto recato a Marocco. Mi ringraziò d'avere preferito il suo
paese a quello d'Algeri, di Tunisi o di Tripoli, mi assicurò
replicatamente della sua protezione, e della sua amicizia. Mi chiese poi
se avevo stromenti per fare osservazioni scientifiche; e dietro la mia
risposta affermativa, mi disse che desiderava vederli, e che _potevo
portarli_.... Ebbe appena pronunciate queste parole, che il kaïd
s'avvicinò e prendendomi per mano voleva condurmi via: ma senza movermi
io feci osservare al sultano, che _bisognava aspettare fino
all'indomani, perchè avvicinandosi la sera non avevo tempo di
prepararli_. Il kaïd mi guardava attonito perchè a Marocco non è
permesso di contraddire alle voglie del sultano; il quale mi disse: «E
bene dunque portateli domani — a quale ora? Alle otto del mattino. — Io
non mancherò». Allora mi congedai dal sultano, e partii col kaïd.

Ero di poco ritornato a casa che vennero ad avvisarmi della visita
generale dei domestici del palazzo, cui doveasi in tale circostanza una
gratificazione. I miei domestici mi sbarazzarono da questa visita con
minor spesa ch'io non credevo.

Quando il sultano parlavami de' miei stromenti aveva fatto portare un
piccolo astrolabio di metallo di tre pollici di diametro, che serve per
regolare gli orologi, e le ore per la preghiera, e mi avea domandato se
ne avessi uno somigliante; al che rispondeva di no, soggiungendo che
_questo stromento era troppo inferiore a quelli di moderna invenzione_.

All'indomani andai al castello all'ora indicatami; trovai che il sultano
mi stava aspettando nello stesso luogo col suo primo fakih, o muftì ed
un altro suo favorito. Teneva avanti di se un servizio di tè.

Vedendomi entrare mi fece salire subito la scala, e sedere al suo lato:
indi preso il vaso, versò il tè in una tazza, ed avendovi posto del
latte, me la presentò colle sue proprie mani. In tanto egli chiese
carta, e calamajo, e gli fu portato un pezzo di cattiva carta, un
piccolo calamajo di corno con una penna di canna: scrisse in quattro
linee e mezzo una specie di preghiera che diede a leggere al suo fakih;
il quale gli fece osservare che aveva dimenticata una parola; ed il
sultano ripresa la penna vi aggiunse ciò che mancava. Avendo terminato
di prendere il tè S. M. Marocchina mi presentò la scrittura perchè la
leggessi, ed egli accompagnava la mia lettura indicandomi col dito sulla
carta ogni parola progressivamente e correggendo i difetti della mia
pronuncia come farebbe il maestro collo scolare. Terminata la lettura mi
pregò di custodire questa carta, che ancora conservo.

Si levò il vassellame del tè composto d'una zuccariera d'oro, d'un vaso
di tè, d'uno per il latte e di tre tazze di porcellana bianca ornata di
oro, il tutto posto sopra un gran piatto indorato.

Come porta l'uso del paese, egli aveva posto lo zuccaro nel vaso del tè;
metodo incomodo assai perchè obbliga a prendere la bevanda o troppo, o
poco addolcita.

Il sultano mi dava frequenti prove del suo affetto. Chiese di vedere i
miei strumenti, che osservò pezzo per pezzo con molta attenzione,
chiedendomi la spiegazione di ciò che non conosceva, o non sapeva quale
ne fosse l'uso. Mostrava di compiacersi assai di quanto gli rispondeva,
e desiderò che facessi in sua presenza una dimostrazione astronomica;
onde per appagarlo presi due altezze del sole con il circolo
moltiplicatore. Gli feci vedere varj libri di tavole e di logaritmi che
avevo portati meco per dimostrargli che gli strumenti non servono a
nulla, se non s'intendono que' libri, e molti altri. Mostrò d'essere
estremamente sorpreso alla vista di tante cifre, e quando gli offersi i
miei strumenti, risposemi, che io «dovevo conservarli perchè io solo ne
conosceva l'uso; e che avressimo avuto molti giorni, e molte notti per
contemplare con piacere il cielo». Da ciò compresi che pensava di
tenermi presso di se, avendomene fatti altri cenni. Soggiunse che
desiderava di vedere gli altri miei strumenti, che promisi di portare
all'indomani e mi congedai.

Il susseguente giorno essendomi portato al castello, salii nella sua
camera, ove lo trovai coricato sopra un piccolissimo matterasso ed un
guanciale: stavan seduti innanzi a lui sopra un tappeto il suo gran
fakih e due suoi favoriti. Appena vedutomi alzossi da sedere, ordinando
di portare un materasso somigliante al suo, che fece collocare al suo
fianco, e mi ordinò di adagiarmivi.

Dopo i vicendevoli complimenti, feci introdurre una macchina elettrica,
ed una camera oscura che gli presentai siccome oggetti di semplice
curiosità non applicabili alle scienze. Avendo montate le due macchine
posi la camera oscura presso ad una finestra: il sultano levossi e vi
entrò due volte; lo ricopersi io stesso colla coltre durante tutto il
tempo che vi rimase, compiacendosi di osservare gli oggetti trasmessi
dalla macchina; lo che io risguardai come una grandissima prova di
confidenza. Si divertì in seguito a vedere scaricarsi la bottiglia
elettrica a diverse riprese. Ma ciò che maravigliosamente lo sorprese fu
l'esperienza del colpo elettrico, che mi fece replicare più volte,
mentre ci tenevamo tutti per la mano per formare la catena, e volle
essere a lungo istruito intorno a queste macchine, ed all'influenza
dell'elettricità.

Il precedente giorno avevo mandato al sultano un cannocchiale, che
allora glie lo richiesi per regolarlo secondo la sua vista; ciò che io
feci all'istante, marcando sul tubo il conveniente grado dietro
l'esperimento da lui fattone.

Io avevo lunghissimi mustacchi, onde il sultano mi domandò perchè non li
accorciassi come gli altri Mori. Ed avendogli rimostrato che in Levante
non si tagliavano; mi rispose; «va bene, ma questa non è l'usanza del
paese». Quindi avendo fatto recare un pajo di forbici, tagliò alquanto i
suoi, ed in appresso prendendo i miei m'indicò quanto doveva toglierne e
lasciarne: e forse il primo suo pensiero era quello di scorciarmeli egli
medesimo, ma perchè io nulla risposi, depose le forbici. Mi chiese poi
se io tenevo une strumento adattato a misurare il calore; e gli promisi
di mandargliene uno. Mi congedai facendo levare i miei strumenti, e lo
stesso giorno gl'inviai un termometro.

Verso sera mentre stavo con alcuni amici, un domestico del sultano mi
recò da parte sua un regalo. Avendogli ordinalo di avanzarsi, si
presentò chinandosi fino a terra, e pose innanzi a me un involto di tela
d'oro e d'argento. La curiosità di vedere il primo regalo che mi faceva
l'imperatore di Marocco mi fece aprire l'involto con molta premura, e vi
trovai...... due pani assai neri.

Non essendo preparato a cotal dono, non mi sovvenne in quel primo
istante di cercarne il significato; e rimasi un momento così sorpreso
che non sapeva che dirmi; ma coloro ch'eran meco s'affrettarono di
complimentarmi, dicendo, quanto siete fortunato! quale felicità è la
vostra! _Voi siete fratello del sultan_o; _il sultano è vostro
fratello_: mi rissovvenni allora, che tra gli Arabi il più sacro segno
di fraternità è di darsi a vicenda un pezzo di pane, e di mangiarne
ambedue; e per conseguenza i pani mandatimi dal Sultano erano il suo
segno di fraternità con me. Erano neri perchè il pane mangiato dal
sultano si fa cuocere entro fornelli portatili di ferro; ciò che dà loro
un colore oscuro al di fuori, ma internamente sono bianchi e buonissimi.

All'indomani, dopo aver ricevuto le visite di alcuni cugini, o altri
parenti del Sultano, andai col kadi a visitare il fratello maggiore
dell'imperatore: egli chiamasi _Muley Abdsulem_, che ha la sventura
d'essere cieco. Il nostro intrattenimento che si prolungò quasi un'ora
fu tutto filantropico.

Il martedì undici ottobre il kaïd mi ordinò per parte del Sultano di
tenermi pronto a partire con lui il susseguente giorno alla volta di
Mequinez; prevenendomi di domandare tutto quanto poteva abbisognarmi.
Passai tosto a trovarlo nel castello per fargli sapere che io non potevo
partire così presto, avendo bisogno di rimanere a Tanger alcuni altri
giorni. Mi chiese quanto tempo mi abbisognava, ed avendogli risposto
dieci giorni, entrò dal Sultano, che me li accordò senza difficoltà.

Le stessa sera, accompagnato dal mio buon kadi, andai a render visita al
primo ministro _Sidi Mohamet Salaoui_ che mi ricevette seduto in su le
calcagna in un angolo della cameretta di legno, in cui avevo veduto il
Sultano; ma egli stava sul suolo senza pur avere una semplice stuoja, al
lume d'una miserabile lucerna di latta con quattro vetri, posta sul
suolo al suo fianco. Egli aveva poc'anzi ricevuto nella medesima maniera
il console generale di Francia che sortiva nell'atto ch'io entrai.
Sedemmo in terra presso di lui, trattenendoci un quarto d'ora in
complimenti.

Fui in appresso col kadi a visitare Muley Abdelmélek cugino germano del
Sultano, uomo rispettabilissimo che era generale della guardia.
Accampato sotto la tenda, stava co' suoi figliuoletti sdrajato sopra un
matterasso, ed aveva a lato il suo fakih. Appena entrati, il fakih si
alzò; Muley Abdelmélek si pose a sedere, e fece che noi pure sedessimo
presso di lui sopra un altro matterasso. La nostra conversazione che
durò quasi un'ora fu assai amichevole. Nel fare queste visite il kadi
servivasi della sua mula, ed io del mio cavallo, e la mia gente ci
accompagnava a piedi colle lanterne. Regalai tutte le persone visitate,
senza scordarmi di dar la mancia agli usceri ed ai domestici. Feci pure
qualche regalo ad alcuni grandi ufficiali e favoriti del Sultano.

Mercoledì 12, il Sultano partì di buon mattino alla volta di Mequinez.
In tal modo ebbe fine il mio ricevimento alla corte del sovrano di
Marocco.

Il Sultano _Muley Solimano_ mostra l'età di quarant'anni. È grande di
statura, e la sua carnagione è assai fresca. Il volto non bianco, ma non
soverchiamente bruno porta i segni della bontà; ha grandi e vivacissimi
occhi; semplicissimo è il suo vestire, per non dir di più, essendo
solito di portare un grossolano hhaïk; sono disinvolti i suoi movimenti;
parla con rapidità, agevolmente comprende ogni cosa. Egli è fakih, ossia
dottore della legge, e la sua istruzione è puramente ed interamente
musulmana.

Ogni lusso è sbandito dalla sua corte. Durante il soggiorno ch'egli fece
a Tanger rimase accampato sotto le tende poste all'ouest della città
senza alcun ordine. Le sue erano in mezzo ad un grandissimo spazio
vuoto, e circondato da un parapetto di tela dipinta in forma di
muraglia. Nella tenda di Muley Abdelmélek ch'era molto grande, non
vedevansi che due matterassi, un gran tappeto, un candelliere d'argento
con una gran torchia acceso. Intorno ad ogni tenda stavano attaccati i
cavalli ed i muli del padrone, ed in tutto il campo non vidi che due
cammelli. Malgrado la confusione ed il disordine di questo campo,
calcolai che poteva contenere all'incirca sei mille uomini.

Il kaïh accompagnò il Sultano fino alla prima stazione della sera; ed
allorchè ritornò a Tanger mi fece replicate istanze a chiedergli tutto
quanto poteva abbisognarmi. Lo pregai di farmi venir tende ed altri
oggetti necessarj ai miei progetti.



CAPITOLO VII.

   _Uscita di Tanger. — Viaggio a Mequinez, ed a Fez._


Avendo tutto disposto per il mio viaggio, impiegai il giorno di martedì
25 ottobre a far sortire il mio equipaggio da Tanger. Si dispose il
campo a cento tese all'ouest dalle mura, ove aveva fatte riunire le mie
genti ed ogni mia cosa.

Dopo fatta la mia preghiera nella moschea, ed abbracciati i miei amici,
sortii di casa a cavallo alle cinque ore della sera, accompagnato dal
kadi, ch'era pure a cavallo, da tutti gli altri fakih e talbi della
città, ed alcuni domestici ne seguivano a piedi. Arrivai con questo
seguito fino al luogo del mio campo, ove mi lasciarono solo affinchè
potessi riposarmi.

Prima ch'io sortissi di casa un fakih mi prese l'indice della mano
diritta, e lo girò sopra una parete della camera, facendomi formare
certi caratteri misteriosi per ottenere buon viaggio e felice ritorno.

La notte era già fatta quando il kadi e gli altri fakih ritornarono alla
mia tenda. Presero meco il tè, e m'inbandirono una squisita cena.
Vennero pure a trovarmi i principali santi, e tutti ritiraronsi per
entrare in città, prima che si chiudessero le porte.

Il giorno fu bello; e la mattina il barometro segnava 28 pollici e due
linee e mezzo. La notte fu serena e tranquilla, e la luna risplendeva di
tutto il suo lume. Le mie genti eransi accampate sopra un'altura; la mia
tenda aveva alla sua base diciotto piedi di diametro, e tredici alla sua
sommità: aveva un doppio ordine di cortine ermeticamente chiuse,
illuminata da due fanali. Il termometro marcava alle nove ore della sera
15° 1′, e l'igrometro 85°.


_Mercoledì 26 ottobre._

La mattina si levò il campo, e quando stavo per montare a cavallo, il
kadi e tutti i fakih tornarono per l'ultima volta. Essi mi posero in
mezzo, e facemmo due preghiere all'Eterno perchè renda felice il mio
viaggio, e dopo i più teneri abbracciamenti, ci separammo colle lagrime
agli occhi: erano le sette ore e mezzo del mattino.

Appena rimasi solo caddi in un profondo pensiero.

Diffatti allevato com'ero io in varj paesi dell'Europa civilizzata, mi
trovava per la prima volta alla testa d'una carovana, viaggiando in un
paese selvaggio senz'altra garanzia per la mia individuale sicurezza,
che le mie proprie forze. Partendo dalla costa N. dell'Africa, ed
internandomi verso il mezzodì, dicevo a me medesimo: sarò io in ogni
luogo ben ricevuto?... quali vicende m'aspettano?... quale sarà l'esito
delle mie imprese?.... Sarò io la sventurata vittima di qualche
tiranno?.... Ah no! no senza dubbio.... Il sommo Dio che dall'alto del
suo trono vede la purità delle mie intenzioni, mi darà il suo appoggio.
Uscito da questo stato di turbamento, ne dedussi questa conseguenza:
poichè Dio colla sua mano onnipotente mi ha felicemente condotto fin qui
a traverso di tanti pericoli, mi condurrà colla medesima prosperità sino
al fine.

La mia carovana era composta di diecisette uomini, di trenta bestie, e
di quattro soldati di scorta. La tenda destinata alla mia sola persona,
aveva per mobili un letto, alcuni tappeti e guanciali, uno scrittojo, e
due casse contenenti i miei strumenti, i miei libri e le mie biancherie
per uso giornaliero. Tre altre tende erano occupate dal mio equipaggio,
dalla mia scorta e dalla mia cucina.

Si viaggiò verso il S. ¼ S. E. fino alle undici ore del mattino che si
piegò al S. O. Ad un'ora dopo mezzogiorno si prese la direzione del S. ¼
S. O. fino alle ore tre e mezzo che si fece alto. Quel giorno viaggiando
si passò in vicinanza di cinque _dovar_[8], due de' quali formati di
case fabbricate di fango e di pietre, e gli altri tre di semplici tende.
Il nostro campo si pose in distanza di cento tese da un dovar di più di
sessanta tende divise in quattro gruppi, val a dire in quattro famiglie.
Le tende sono fatte di pelo di cammello, e gli sgraziati che vi dimorano
non hanno altra abilità che quella di condurre e di aver cura delle
gregge. In quel giorno la monotonia abituale del luogo era interrotta
dalla ceremonia d'un maritaggio festeggiato col romore del tamburro,
delle picche, e di pochi colpi di fucile: non s'udivano le strida delle
donne perchè quivi vanno scoperte, e vivono in società cogli uomini. Io
non saprei a cosa attribuire questa prevaricazione della santa legge del
profeta, che proibisce tale costumanza. Mi riferirono pure i miei
domestici d'averne vedute alcune mal vestite e quasi nude.

  [8] _Gruppo di casuccie mal fabbricate, o di tende più o meno
  grandi che servono d'abitazione ad una o più famiglie d'Arabi
  Beduini._ (Nota dell'Editore)

Il suolo composto di una buona terra vegetale è coperto da una
eccellente verdura per i bestiami, ma inutile per le api e per i
botanici perchè quasi affatto priva di fiori. Io non potei raccogliere
che tre o quattro piante pel mio erbolajo.

Il paese vien circondato di colline da ogni banda: da quella dell'E.
vedesi la catena delle montagne di Tetovàn, che si prolunga nella
direzione N. S.; ma quivi s'avvanzano all'ouest in guisa che non sono
più di due leghe lontane dalla costa occidentale dell'Africa.

All'un'ora e mezzo dopo mezzogiorno attraversammo una ramificazione di
queste montagne, che prolungasi fino al mare. Vidi cammin facendo alcuni
pezzi di granito di color rosso incarnato con pochissimo feldspato.
Dalla sommità di queste montagne scoprivasi perfettamente il Capo
Spartel al N. O., ed una immensa estensione della costa. Vedemmo pure ad
una grandissima distanza due gruppi di vascelli di linea che sembravano
essere quaranta all'incirca[9].

  [9] _Erano le flotte che diedero la battaglia di Trafalgar._
  (Nota dell'Estensore.)

Scendendo al S. della montagna trovasi una vasta e bella pianura, lungo
la quale s'aggira il fiume _Meschavaalaschef_ abbondante di acque
quantunque diviso in due rami, che passammo a guazzo.

Il cielo era questo giorno alquanto coperto; l'aria rinfrescata da un
vento del mattino si fece assai forte dopo il mezzogiorno, in modo
d'esserci incomoda perchè accampati sopra un'altura.

Scontravansi varie sorgenti, ed una ne avevamo presso al campo
d'un'eccellente acqua.

Alle otto della sera il termometro e l'igrometro esposti all'aria aperta
segnavano, il primo 14° e l'altro 85°. Il vento N. E. era fortissimo.

Lungo la strada vidi molte mandre, unica ricchezza di quegli abitanti;
ma tutto il terreno era incolto.


_Giovedì 27._

Sì riprese il cammino a sett'ore ed un quarto nella direzione di S. E.,
e due ore dopo si piegò a S. O. fino alle dieci e tre quarti, quando
trovandomi sopra un'altura scoprii il Capo Spartel quasi esattamente al
N., alla distanza di sei leghe. Vedevasi il mare lontano due leghe e
mezzo all'O.; avevamo all'E. la catena delle montagne che dopo tre leghe
piega al S. Proseguendo a camminare tra il S. ed il S. ¼ S. O. si
perdette di vista il mare, ma non le montagne, che mantennero la stessa
apparente distanza sulla nostra sinistra fino alle quattro della sera
quando feci alzar le tende.

Il terreno è somigliante a quello percorso nel precedente giorno. Il
paese viene formato da vaste pianure qua e là sparse di colline, e
coperte d'una verzura, che le uguaglierebbe ai prati dell'Inghilterra se
fossero coltivate. La vista di prati così belli affatto abbandonati
toccavano vivamente il mio cuore, pensando che nell'Asia e nell'Europa
gli uomini circoscritti entro piccoli spazj, periscono in parte, o
strascinano una miserabil vita: laddove qui nissuno gode dei benefizj
della natura!

Trovai lungo la strada molte sorgenti non discoste le une dalle altre, e
di un'acqua assai buona; ed inoltre due piccoli fiumi. Vidi parecchi
dovar di tende ai due lati della strada, ed alcuni pochi arabi che
aravano coi buoi; mentre da ogni banda osservavansi numerose mandre di
pecore, di capre e principalmente di animali bovini.

Le piante di questa contrada non diversificano da quelle che avevo di
già raccolte, ad eccezione soltanto di molte palme, _palma agrestis
latifolia_, e di varie felci.

Il tempo ch'era stato assai freddo al mattino a cagione d'un gagliardo
vento N. E., si fece caldissimo dopo le dieci ore in cui, calmato il
vento, e fattosi il cielo sereno, rimanevo esposto ai cocenti raggi del
sole, che mi percuotevano violentemente il capo, quantunque difeso dal
turbante, e dal capuccio del _bonruons_: onde non so comprendere in qual
maniera possano i cristiani, che viaggiano in Affrica con cappelli tanto
leggieri, resistere ai colpi di così ardente sole.

Gli abitanti d'un dovar vicino al mio campo mi donarono del latte e
dell'orzo. La notte non poteva essere migliore, essendosi mantenuta
sempre serena e placida.

Avendo prese quattro altezze del sole, trovai col cronometro la
longitudine del 23 di tempo O. da Tanger, lo che s'avvicinava assaissimo
alla mia stima geodesica: come dall'osservazione del passaggio della
luna al meridiano trovai la latitudine N. — 35° 11′ 44″.

Alle nove ore e 20 minuti della sera il termometro nella mia tenda
aperta segnava 13° e l'igrometro 64°.

Il luogo in cui eravamo accampati è consacrato ad un pubblico mercato
che vi si tiene ogni martedì quantunque non sia che una campagna aperta
senza il menomo distintivo. Il vicino Dovar chiamasi _Daraïzàna_ ed è
abitato dalla tribù _Sahhèl_. Gli abitanti mi dissero che _Laraisch_
ossia _Larache_ è posta all'O. ed assai vicina al luogo in cui mi
trovavo: se ciò è vero la sua latitudine sarebbe troppo alta nelle carte
di Chénier e di Arrowsmith.


_Venerdì 28._

Alle sett'ore ed un quarto c'incamminammo al S. O. a traverso una
macchia di quercie larga un quarto di lega, chiamata la macchia di
_Daraïzàna_. Alle nove attraversammo il fiume _Wademhàzen_, e
proseguendo la strada nella direzione di S. S. E. scopersi a dieci ore
una cappella ed alcune case di campagna, che mi fu detto essere assai
vicine a Larache, ed erano da noi lontane circa quattro leghe al N. O.
Piegando allora al S. S. O. arrivammo poco dopo il mezzodì ad
_Alcassar-kibir_.

Il paese è formato di bellissime praterie chiuse all'ouest da piccole
colline, ed all'est da una catena di monti che s'innalza a tre leghe di
distanza. Un'appendice di queste montagne sembrava staccarsi all'ouest
per prolungarsi fino al mare ad una lega al sud da Alcassar. Si
attraversarono quattro burroni non molto profondi.

Il terreno non diversifica da quelli esaminati ne' giorni antecedenti,
fuorchè sembra alquanto più arenoso. Si passò in vicinanza di tre o
quattro dovar composti di tende e di baracche, il più grande de' quali
non ne aveva più di venti. Feci mettere il campo in distanza di circa
sessanta tese da Alcassar. Essendo venerdì entrai in città per fare la
mia preghiera nella moschea, che trovai piccola, e di cattivo aspetto;
ma la sua principale facciata interna vedesi adorna di alcuni disegni
arabeschi.

Alcassar è più grande di Tanger. Le case sono fatte di mattoni, ed i
tetti colle capriate a schiena d'asino, sono coperte di tegole come in
Europa. Vi si trovano molte botteghe di mori e molte officine in cui
lavorano gli ebrei. Questa città, quantunque ricca, mi parve trista e
monotona. Vidi varie persone signorilmente vestite: qui tutte le donne
portano le calze, e sortono come a Tanger sempre coperte con un velo.

Il cielo in questo giorno fu sempre oscuro, ed insoffribile il caldo
soffocante dell'atmosfera nebbiosa. Il governatore d'Alcassar mi fece
portare alle otto ore della sera un'abbondante cena, ed accrebbe di sei
soldati la mia scorta. Un altro ragguardevole personaggio mi mandò una
seconda cena. Il tempo coperto non mi permise di fare veruna
osservazione astronomica. Alle otto ore e mezzo il mio termometro
all'aria aperta segnava 16° 3, e l'igrometro 40°. Poco dopo incominciò
la pioggia; ma l'idrometro indicava che l'aria non era presso alla terra
carica d'umidità. Pure una terribile borrasca imperversò tutta la notte.


_Sabbato 29._

Non fu possibile di partire avanti le dieci; alcuni muli caddero in quel
terreno argilloso ed ancora molle. Attraversai varj orti, ed in seguito
si varcò il fiume _Luccos_ che scorre al sud d'Alcassar, e non già al
nord, come erroneamente lo indicano tutte le carte. Venni assicurato che
questo fiume si getta in mare presso a Larache, nel quale supposto
convien dire che piega assai verso il nord nord ouest. Nel luogo in cui
io lo varcai a non molta distanza da Alcassar scorre ad ouest ¼ nord
est; ed in tal luogo è povero d'acque, comecchè per altro si sappia che
le sue escrescenze sono terribili.

Continuammo il cammino ora in una, ora in altra direzione, ma
generalmente al sud sud est; ed al sud dalle due ore dopo mezzodì fino
alle cinque, allorchè si fece alto.

Dopo avere attraversato il fiume si trovò il paese continuamente
montuoso, e la vista era sempre circoscritta dalle sommità vicine. Ad
un'ora dopo mezzogiorno scendemmo in una bella pianura di circa una lega
di diametro, sparsa di alcuni _dovar_, e fiancheggiata di montagne,
lungo le quali si camminò fino a sera.

Il terreno era di quando in quando arenoso, ma per lo più composto d'una
terra argillosa tutta ingombra di cardi secchi assai bianchi, che
presentavano l'immagine d'un paese coperto di nevi. Osservai altresì
alcuni tratti sparsi di sassi calcarei rotolati dalle acque.

In questo giorno si videro passare sopra di noi, ma ad una sterminata
altezza nella direzione nord est immense schiere di uccelli, di cui, per
la soverchia distanza, non si potè conoscerne la specie. Una di queste
schiere di circa quattro mille individui, aveva l'apparenza d'un'armata
ordinata in battaglia.

Il cielo fu coperto di nubi, ed alle tre ore pioveva leggermente. La
notte fu simile al giorno; e mi tolse il piacere di occuparmi di qualche
operazione astronomica. Alle tre ore, essendo esposti all'aria libera,
il termometro segnava tredici gradi e sei linee, e l'igrometro 85.


_Domenica 30._

Erano sett'ore ed un quarto allorchè feci movere il campo, dirigendomi
al sud-est, indi al sud-sud est fino alle dieci ore e mezzo, che si
prese la direzione al sud-sud-ouest, ed un altr'ora dopo al sud. Arrivai
ad un'ora dopo mezzogiorno sulla sponda diritta del fiume _Sebou_, che
si attraversò con una barca per accamparsi sulla riva sinistra.

Questo fiume nel luogo in cui io lo varcai è molto grande, e mi si disse
essere formato da due fiumi il _Verga_ che viene dall'est, ed il _Sebou_
dal sud. Al luogo in cui trovasi la barca riceve un altro fiume poco
considerabile chiamato l'_Ardat_.

La larghezza del Sebou mi sembrò di circa cento ottanta piedi: è
profondo e rapido assai. Il suo letto forma una vasta fossa in mezzo a
due coste quasi perpendicolari, alte ventisei piedi sopra il livello
dell'acqua, che corre all'ouest; e le rive sono d'una terra
argilloso-arenosa. Tutt'i fiumi ed i ruscelli attraversati in questo
viaggio hanno i loro letti tagliati nella stessa maniera, e siccome
attraversano il paese da levante a ponente, dalla catena delle montagne
fino al mare, possono riguardarsi come fossero fatti dalla natura per
difesa, renduta ancora più facile dagli angoli assai frequenti delle
rive opposte.

Fino alle undici ore si camminò per un paese montuoso, e finalmente ci
si aperse innanzi un vastissimo orizzonte, ed allora scoprimmo la catena
delle montagne ad otto o nove leghe di distanza all'est. Un'alta
montagna isolata, al di cui piede mi fu detto trovarsi la città di Fez,
non sembravami essere a maggior distanza di dodici leghe al sud-est.
L'orizzonte veniva chiuso all'ouest da una linea di collinette, ed una
vasta pianura occupava lo spazio intermedio. Alle dieci ore costeggiai
alcuni piccoli laghi abbondantissimi di tartarughe.

Il terreno è argilloso nelle montagne ed in qualche parte del piano; il
rimanente arenoso misto di terra calcarea. Alle undici ore ed un quarto
eravamo a fianco d'un picco isolato di pietra calcarea primitiva,
composto di strati quasi verticali. Lo strato di argilla che ricopre il
paese è rotto, e scosceso, come si può vedere negli smottamenti e nei
letti dei fiumi, ed è formato di depositi orizzontali. Io inclino a
credere che questi immensi strati siano prodotti da eruzioni vulcaniche
sotto-marine accadute in remotissimi secoli.

Tutti i terreni argillosi vedonsi interamente coperti di cardi secchi;
come gli arenosi sono sparsi di palme, di lecci, e d'alcune altre
piante; ma in questa stagione non avevano nè fiori, nè frutto.

In questo giorno vidi molti dovar, in uno de' quali festeggiavasi un
matrimonio. Secondo la costumanza di questo paese, lo sposo uscì tutto
coperto da capo ai piedi di una gran tela, ed alcuni Arabi che lo
accompagnavano chiesero alle persone del mio seguito qualche piccola
cosa, compensandoli con una grande quantità di radici secche. È cosa
straordinaria che quest'usanza non produca verun abuso, e conviene darne
merito alla buona fede di questi popoli. Osservavo con piacere
l'innocenza e la semplicità de' costumi dipinte sul loro volto, ed
indicate ancora dai loro abiti.

Si consumarono tre ore nel passaggio del fiume, perchè oltre
l'imbarrazzo dello scaricare, e caricare i muli, non essendovi veruna
tavola per agevolare l'entrata e l'uscita dalla barca, le bestie
adombravansi, ed era duopo farle entrare e sortire a forza di braccia, e
sempre con molta difficoltà. La fatica delle mie genti fu resa ancor
maggiore da una orribile borrosca accompagnata da continui tuoni e da
una dirotta pioggia.

S'alzò il campo presso ad un dovar, il di cui capo mi regalò un montone
molto eccellente orzo e latte.

Il cielo sempre coperto di nubi non mi permise di fare le consuete
dimostrazioni astronomiche. Alle otto ore della sera il termometro, e
l'igrometro posti all'aria aperta, segnavano il primo 12° 5, l'altro
100. La terra e l'aria erano saturati d'acqua.


_Lunedì 31 ottobre._

Ci rimettemmo in cammino alle sett'ore ed un quarto dirigendoci al sud
ouest fino alle undici che si piegò al sud-est, ed in appresso al sud ¼
sud-est, finchè si arrivò ad un'ora e mezzo dopo mezzo giorno sulla riva
destra del fiume _Ordom_, che si costeggiò per qualche tratto.
Attraversammo una piccola montagna, e dopo avere passato due volte il
fiume, feci alzar le tende a quattr'ore e tre quarti della sera.

Da principio il paese presentò vaste pianure chiuse da ogni lato da
piccole colline, scoprendosi di quando in quando sopra quelle a sinistra
le sommità delle montagne dell'est distanti dieci in dodici leghe. Si
seguì per una mezza lega all'incirca la sinistra del _Sebon_ che aveva
sempre la medesima larghezza. Il fiume Ordom, che si costeggiò pure
lungo tratto, è largo e profondo assai; ma guadabile in varj luoghi, non
però senza qualche difficoltà a motivo del suo rapido corso. I suoi
margini sono argillosi, e tagliati quasi a picco come quelli degli altri
fiumi. Attraversando la montagna che occupa la vista dell'orizzonte al
sud, si scopre un vasto paese terminato all'est ed al sud da una seconda
linea di montagne, ed all'ouest da bassi colli.

Il suolo tutto argilloso e fino ad una certa distanza coperto di cardi
secchi, presentava qua e là alcuni tratti calcarei ed arenosi sparsi
d'arboscelli spinosi ugualmente secchi, e pochi tratti di terra lavorata
e seminata. La montagna che noi attraversammo era di una roccia
calcarea, avvicinandosi nel totale al tessuto dell'ardesia con strati
obliqui.

Vidi molti dovar, e feci far alto in vicinanza dell'ultimo. Trovammo
pure lungo la strada alcune cappelle o eremitaggi, ove si fece la
preghiera.

Il giorno era cupo e piovoso, e la notte fu uguale al giorno, ma senza
vento. Alle tre ore all'aria libera il termometro era al 12° 5,
l'igrometro al 34°.


_Martedì primo novembre._

Si partì alle sette ed un quarto prendendo la direzione ora verso il
sud-sud-est ora verso il sud-sud-ouest a motivo dell'ineguaglianza del
terreno, che si forzava a mutare direzione ad ogni istante. Alle otto
ore si attraversò per l'ultima volta il fiume Ordom, che in questo luogo
scorre colla medesima rapidità all'ouest. Alle undici e tre quarti
passai per la paralella di Fez, che ci stava all'est in distanza di sei
o sette leghe; lo che rettificava altre inesatte nozioni che mi erano
state date negli antecedenti giorni. Ad un'ora dopo mezzo giorno si
attraversò un piccolo fiume che scorre all'est, e di là salendo sopra
una vicina altura, ci trovammo sopra Mequinez, che vedevasi
perfettamente distante in retta linea soltanto un quarto di lega.
Essendo finalmente scesi dal monte si passò il fiume di Mequinez e
salito un basso poggio, s'entrò alle due e mezzo della sera in una
cappella vicinissima alla porta della città.

Il paese veduto jeri, e che al primo aspetto pareami una vasta pianura,
lo trovai formato di un laberinto di colline rotonde, e d'un uguale
altezza, tra le quali serpeggiano l'Ordom, ed alcuni altri minori fiumi.
La catena delle montagne all'est mostrava ancora le sue sommità ad una
considerabile distanza.

Piccola è l'altura su cui è fabbricata Mequinez, ed un triplice muro
forma un circuito capace di contenere, oltre la popolazione, una grande
armata. Queste mura hanno quindici piedi di altezza, e tre di spessezza
con alcune aperture di tratto in tratto. La città veduta dall'alto
presenta colle sue torri un'imponente prospettiva: i suoi contorni sono
coperti di ortaglie e di ulivi.

Il cielo era coperto di nubi, e piovve pure a varie riprese. Eranvi
lungo la strada alcuni _dovar_. Aveva fino alle due del mattino spedito
un domestico con una lettera a _Sidi Mohamed Salaovi_ per avvisarlo
della mia venuta, per cui mezza lega fuori di Mequinez trovai un
ufficiale del palazzo, che d'ordine del Sultano veniva ad incontrarmi, e
che dopo avermi fatto riposare nella cappella sopra accennata, mi
accompagnò col mio equipaggio alla casa preparatami.

Appena giuntovi venne a trovarmi il sopr'intendente del tesoro; il
quale, dopo i mutui complimenti, s'informò di tutto quanto poteva
abbisognarmi, avendo ordine di pagare senza eccezione tutte le spese per
me, per la mia famiglia e per le mie bestie. Alle nove della sera _Sidi
Mohamed Salaovi_ mi mandò una magnifica cena.


_Mercoledì 2._

La mattina mi recai a far visita al ministro il quale alle quattro dopo
mezzogiorno mi fece portare a casa uno squisito pranzo. Rimasi quel
giorno in casa, aspettando gli ordini per presentarmi al sovrano. Non
potendo montare sul terrazzo della mia casa, ed appena per l'altezza
delle case contigue potendo dall'inferior parte della mia vedere il
cielo, non feci le consuete osservazioni astronomiche.


_Giovedì 3._

Nulla di nuovo fuorchè l'ordine di presentarmi all'indimani al sultano.


_Venerdì 4._

Vennero a prendermi a mezzogiorno, e fui condotto nella moschea del
palazzo; ove un istante dopo entrò il sultano: perchè era giorno di
venerdì vi fu predica, e la consueta preghiera.

Soddisfatti i doveri della religione, mi presentai al sultano, con cui
ebbi una conferenza assai amichevole. Mi disse che in breve partiva alla
volta di Fez, e soggiunse di parlarne con _Salaovi_.

Dalla moschea andai direttamente a trovar _Salaovi_, che mi pregò
caldamente a chiedergli quanto mi abbisognava per partire all'indomani
alla volta di Fez ove sarei alloggiato e mantenuto in casa di _Muley
Edris_, che è un grandissimo e veneratissimo santo. Perciò, di ritorno
alla mia casa, disposi ogni cosa per la partenza.


_Sabbato 5._

Dietro gli ordini dati da _Salaovi_, mi furono la mattina condotti i
muli necessarj al trasporto del mio equipaggio, e cinque soldati a
cavallo che dovevano unirsi alla mia scorta.

Sortii da Mequinez alle tre del mattino, camminando quasi costantemente
all'E. ¼ N. E., ed all'E. N. E. Alle dieci ore si attraversò il fiume di
Mequinez; a mezzogiorno un ramo dell'Ordom, ed un altro ramo dallo
stesso fiume un'ora dopo. Alle tre finalmente si varcò l'_Emkèz_, fiume
assai ragguardevole, e si entrò in Fez verso le sette della sera.

Il paese attraversato è composto da vaste pianure che all'E. perdonsi
nell'orizzonte; ed è circoscritto al N. da una linea di alte montagne, e
le colline dell'O. vedonsi a grandissima distanza.

Il suolo tutto calcareo-arenoso, qua e là misto di argilla, è tutto
coperto di palme e non vi si vedono coltivati che pochi ulivi dalla
banda di Mequinez. Ad un quarto di lega da questa città trovansi due
_dovar_ presso alle montagne.

Il giorno fu cupo, ed avanti notte si fece oscurissimo: la pioggia ed il
vento gagliardo mi accompagnarono fino all'alloggio che mi era stato
preparato.

Alcune ore prima avevo ordinato a due soldati di precedermi, portando a
Fez l'ordine del ministro onde non si chiudessero le porte della città
prima del mio arrivo; e tanto si fece. — In tal modo si terminò
felicemente il mio primo viaggio nell'Affrica.

Dalle osservazioni ch'io feci risultò, che la caravana da Tanger
percorse press'a poco 2125 tese per ora; ma che da Mequinez a Fez si
faceva una lega nello stesso spazio di tempo.



CAPITOLO VIII.

   _Descrizione di Fez. — Governo. — Scienze. — Fabbriche. —
   Pianta narcotica. — Viveri. — Clima. — Terremoto._


La città di Fez è posta al grado 34 6′ 3″ di latitudine settentrionale,
ed al 7° 18′ 30″ di longitudine occidentale dell'osservatorio di
Parigi.

Molte osservazioni astronomiche fatte con eccellenti stromenti, benchè
contrariate da un'atmosfera quasi sempre nebbiosa, il di cui termine
medio ebbe l'enunciato risultato, non mi lasciano incerto rispetto alla
loro precisione: ciò che dimostra l'erroneità delle carte
d'_Arrowsmith_, del maggior _Rennel_, di _Delille_, di _Golbewi_ e di
_Chénier_. La casa, in cui ho fatto le mie osservazioni, è posta nel
centro della città.

Fez è fabbricato sul pendio di varie colline che lo circondano da ogni
banda, fuorchè da quella di nord-nord-est. Non è possibile di conoscere
con esattezza la popolazione: si diceva, che attualmente ha cento mille
abitanti, e che ne aveva due cento mille prima della peste.

Oscurissime ne sono le strade non solo a cagione dell'essere anguste in
modo di non ammettere due uomini a cavallo di fronte, ma ancora perchè
le case, che sono altissime, hanno al primo piano delle arcate di
sostegno, il che toglie loro molta luce: inconveniente reso maggiore da
alcune gallerie, o passaggi, che danno superiormente accesso dall'una
all'altra casa: devonsi a ciò aggiungere le muraglie traforate a guisa
d'archi, che di tratto in tratto servono d'appoggio alle case dei due
lati della strada. È questa un'usanza che trovai ugualmente stabilita a
Tetovan e ad Alcassar. Tali arcate chiudonsi in tempo di notte, di modo
che la città trovasi allora divisa in quartieri, che non possono
comunicare gli uni cogli altri.

La sua posizione sopra piani inclinati, ed il declive di quasi tutte le
strade, che non sono selciate, ne rendono il soggiorno disagiato,
specialmente in tempo delle pioggie, duranti le quali non si può
camminare senza imbrattarsi di fango fino al ginocchio. Pure quando non
piove sono abbastanza proprie, perchè gli abitanti non vi lasciano
immondezze; ma disaggradevole ne è sempre la vista, come nelle altre
città dell'Affrica, perchè chiuse entro l'altissime muraglie delle case,
che tutte sembrano minacciare rovina. Molte sono senza finestre, o con
finestre della grandezza d'un foglio di carta ordinaria, e comunemente
chiuse con griglie. Anche le porte sono anguste e meschine.

Dietro questi gran muri trovansi alcune case internamente abbastanza
belle: ma generalmente parlando l'usanza del paese richiede, che un
alloggio abbia un cortile fiancheggiato da colonne e da pilastri che
sostengono le arcate e formano i portici a pian terreno, e ne' piani
superiori. Da questi corritoj si entra nelle attigue camere, che per lo
più non ricevono lume che dalla porta, cui si ha l'avvertenza di dare
una grande apertura. Le camere sono assai lunghe e strette come quelle
di Tanger; il palco fatto di tavole è altissimo, e d'ordinario senza
verun ornamento; ma in alcune case ed i palchi e le porte delle camere e
le arcate del cortile sono ornate dei rabeschi in basso rilievo, coperti
a varj colori, ed anche con oro ed argento. I pavimenti delle camere e
del cortile sono di mattoni, di majolica, e di marmi a varj colori
formanti diversi disegni nelle case de' più ricchi abitanti. Anguste
sono le scale ed i gradini troppo alti. I tetti delle case simili a
quelli di Tanger, sono coperti di terra della spessezza d'un piede;
carico immenso che ruina i muri senza garantirli dalle pioggie, i quali
siccome sono costrutti con cattivo cemento, si sfranano bentosto: onde
poche sono le case che resistano lungo tempo. In fatti vedonsi molte
muraglie con larghe fenditure, o fuor di piombo, e quasi tutte in uno
stato di estremo deperimento.

Infinito è il numero delle moschee di Fez, che da alcuni si portano a
più di dugento. La principale chiamasi _Il Caroubin_; nella quale
contansi più di trecento pilastri, ma la sua costruzione è pesante, e
senza gusto. L'architettura e gli ornati l'avvicinano assai a quella di
Tanger, se non che ha un assai maggior numero d'arcate, molte porte, e
due belle fontane nel cortile. Non pertanto questo grande edificio così
celebre, non può per alcun rispetto pareggiarsi alla cattedrale che vidi
a Cordova in Ispagna, assai più magnifica e grandiosa. Generalmente
parlando tutte le moschee da me vedute nel paese si rassomigliano: tutte
hanno un cortile circondato da un portico, e dalla banda di mezzogiorno
un quadrato o parallelogramo coperto e sostenuto da più ordini di
arcate. In mezzo alla muraglia del fondo, che guarda al sud, o al
sud-est trovasi _El-Mehreb_, ossia la nicchia, in cui si pone _l'Iman_
per dirigere la preghiera; al lato sinistro vedesi la piccola scala, e
la tribuna detta _El-Monbar_ per la predica del venerdì. Tutte queste
cose trovansi pure nella cattedrale di Cordova; lo che prova, a mio
credere, evidentemente essere questo un edificio religioso fabbricato
dai mori, e non già un'opera Romana destinata ad un mercato, come
credono alcuni abitanti di Cordova, probabilmente tratti in tale
opinione dalle colonne di quel tempio, che altra volta appartenevano ad
opere costrutte da quei padroni del mondo. E ciò che viene ad appoggiare
maggiormente la mia asserzione, sono le arcate del parallelogramo
rivolte al cortile di questa chiesa, che sono state modernamente chiuse:
in Affrica le moschee le hanno semplicemente scoperte, come quelle dei
tre altri lati del cortile; e tali erano pure quelle di Cordova prima
che servisse al culto cristiano.

Il _Caroubin_, come tutti i monumenti di tal genere, non ha alcuno
ornamento di pittura, ed il suolo è coperto di stuoje, come nelle altre
moschee. Gl'inservienti custodiscono nella torre tre cattivi orologi a
pendolo per regolare le ore della preghiera; e sonovi sul terrazzo due
piccoli gnomoni o quadranti solari orizzontali per conoscere il punto
del mezzogiorno. Prima del mio arrivo erano talmente disorientati, che
marcavano il punto indicato quattro in cinque minuti prima; insegnai
loro la maniera di rettificarli, ed ebbi il conforto d'udire annunciarsi
la preghiera del mezzogiorno nell'istante conveniente.

Conservasi inoltre nella torre una sfera armillare, ed un globo celeste,
fatti ambedue in Europa da più d'un secolo; e perchè i mussulmani non
sanno adoperarli, questi stromenti sono colà abbandonati all'umidità,
alla polvere, ai topi; di modo che non si possono quasi più vedere, non
che leggere o conoscere i caratteri e le figure. Un'altra sala contiene
una raccolta di libri egualmente trascurata, ed esposta agli stessi
infortunj. Non ho mancato di fare le più diligenti indagini per scoprire
il famoso codice delle storie di _Tito Livio_ compiute, che supponevasi
essere in questo luogo, ma tutte le mie ricerche tornarono vane, e niuno
di coloro che io interpellai su tale oggetto, sapeva che avesse mai
esistito in questa libreria. Avrei per altro spinte più avanti le mie
ricerche, se avessi potuto farlo senza rendermi sospetto, e dar luogo a
svantaggiose prevenzioni contro di me.

La moschea di Fez ha una cosa singolare, una camera chiusa destinata
alle donne che vogliono intervenire alla preghiera pubblica. Niun'altra
moschea, ch'io sappia, ne è provveduta, perciocchè avendo il nostro
santo Profeta escluse le femmine dal paradiso, i musulmani
ragionevolmente le hanno pure dispensate dall'obbligo d'intervenire alla
pubblica preghiera.

Avvi pure un'altra nuova moschea terminata dall'attuale Sultano _Muley
Solimano_, fatta con maggiore eleganza che le altre, avendo le arcate
più svelte, ed i pilastri proporzionati, comecchè rispetto alla forma
non differisca dalle altre.

La sola moschea di Fez affatto diversa dalle altre, ad in pari tempo la
più frequentata, è quella dedicata al Sultano _Muley Edris_ fondatore di
Fez, e per conseguenza venerato come un santo. Le sue ceneri riposano in
questo santuario, entro un mausoleo posto alla diritta della nicchia
dell'Imam, e coperto d'una tela screziata a varj colori resa succida
dalla devozione degli adoratori. Molte lumiere di vetro e di cristallo
sono sospese nell'interno della sala quadrata, che questa moschea ha sul
davanti invece del portico coperto. Ai due lati del sepolcro vedonsi due
grandi coffani per ricevere le offerte pecuniarie, che per la grazia di
Dio moltiplicandosi dai fedeli, fruttano assai più che le miniere
scavate dai cristiani.

La torre, comecchè non lo sembri, per essere situata in luogo basso, è
la più alta di Fez. Presso alla torre trovasi una gentile abitazione
formata di varie camere, di dove la vista si perde in un estesissimo
orizzonte. In una delle camere conservansi molti orologi a pendolo, due
de' quali bellissimi. Ritengasi che questi sono fatti in Europa, giacchè
in Affrica, non solo non se ne fanno, ma neppure si sa raccomodarli, o
nettarli. Mi fu mostrato un vecchio orologio assai guasto, che si diceva
fatto da un moro; ma non tardai a convincermi della falsità di tale
asserzione.

Questo santuario è facilmente il più rispettato asilo dell'impero,
poichè il maggior delinquente, fosse anche reo di lesa maestà e di alto
tradimento, può rimanervi tranquillo, che niuno oserebbe arrestarlo.

Le altre moschee sono piccole e meschine, tranne quella che ritrovasi
nel palazzo del Sultano. Questo palazzo è composto di un grande numero
di cortili, alcuni non terminati che per metà, altri mezzo rovinati, i
quali servono d'ingresso agli appartamenti da me non veduti. Anche nel
primo cortile trovansi guardie e porte chiuse, che vengono aperte
soltanto agl'impiegati, ai domestici della casa, o alle persone
particolarmente privilegiate.

Nel terzo cortile trovasi una casuccia di legno, somigliante a quella
dei gabellieri in Europa, e vi si sale per quattro scaglioni. In sul
davanti è coperta da una tela dipinta, ed il suolo da un tappeto. In
faccia alla porta vedesi un letto con cortine; da un lato un soffà, e
dall'altra un piccolo matterasso.

Questo gabinetto non ha più di quindici piedi quadrati; ed è il luogo in
cui il Sultano, seduto sul soffà o steso sul letto, riceve le persone
che hanno ottenuta la grazia d'essergli presentate, e che non
s'avvanzano mai al di là della porta. Entranvi soltanto i favoriti, e
siedono sul matterasso; parziale distinzione a me sempre accordata.

Nello stesso cortile trovasi una cappella, o piccola moschea dove il
Sultano fa la sua preghiera giornaliera, fuorchè il venerdì, in cui
recasi alla grande moschea del palazzo, che viene aperta al pubblico per
mezzo di una porta che comunica colla strada.

Nel cortile trovasi la camera del ministro. È questa collocata in luogo
basso ed umido a canto d'una piccola scala e può avere cinque piedi di
larghezza, e sei di lunghezza; le pareti sono affatto annerite; e non
sonovi altri mobili fuorchè un vecchio tappeto che copre il suolo.
D'ordinario il ministro si sta accovacciato in un angolo di questo
miserabile camerino con un calamajo di corno a lato, poche carte entro
un fazzoletto di seta, ed un piccolo libro per annotarvi le cose di
maggiore importanza. Quando sorte chiude il suo calamajo, avvolge nel
fazzoletto le carte ed il libro, che si pone sotto il braccio, e porta
seco, partendo, tutti i suoi archivj.

Il palazzo è situato sopra un'eminenza in un quartiere del sobborgo, che
chiamasi la _nuova Fez_. I Giudei sono costretti di abitare in questo
istesso quartiere, ove vengono chiusi in tempo di notte.

Del rimanente Fez non ha altri distinti edifici; perciocchè anche le
case di _Muley Abdsulem_ e di altri principali personaggi niente hanno
al di fuori che le distingua da quelle del popolo, nè l'interno è troppo
migliore, ove se ne eccettui il giardino. Il Sultano ha il suo presso al
palazzo, il quale non è che un orto regolare con alcuni alberi, e
qualche edificio che ne formano il principale ornamento.

Il fiume di Fez attraversa il palazzo, indi entrando nella città
dividesi in due rami, dai quali derivasi l'acqua nelle moschee e nelle
case; cosicchè quasi non trovasi casa che non abbia una fontana, e due
ed anche più tutti i pubblici edificj. Sonovi nell'interno della città
varj mulini ad acqua.

Se si dovesse calcolare la popolazione dalle botteghe si darebbero a Fez
più di trecento mila abitanti. Ma conviene riflettere che questa
quantità di botteghe forma una specie di fiera continua, ove gli
abitanti de' vicini paesi, divisi in piccoli villaggi senza botteghe ed
officine di alcuna sorte, devono prendere giornalmente tutto ciò che
loro abbisogna.

Numerosi assai sono i mercati di vettovaglia, ed abbondanti di ogni
prodotto del suolo, come quelli d'Europa. Vi ti trovano pure molte
botteghe ove si vendono vivande e manicaretti preparati, e locande come
nelle grandi città europee.

Le arti, i mestieri, e le varie specie d'oggetti venali sono divisi per
classi in separate contrade, onde se ne trovano molte in cui non vi sono
che persone occupate della medesima professione; alcune sono piene di
botteghe di drapperie, di seterie, di manifatture d'oltre mare, formando
ciò che chiamasi _El-Caïsseria_. E quest'ultimo luogo trovasi
abbondantemente provveduto di tutte le produzioni europee, di quelle del
levante e dell'interno dell'Affrica.

_El-Caïsseria_, siccome diversi altri luoghi pieni di botteghe, ha un
coperto di legno costrutto in modo che forma degli arabeschi, con
apertura o finestre di varie forme. Generalmente queste strade sono
tenute con molta politezza, quantunque siavi ogni giorno la gente
affollata come in una fiera; e si potrebbero in qualche modo paragonare
alle gallerie del palazzo reale di Parigi: vi s'incontrano ancora alcune
belle musulmane, quantunque sempre avviluppate in quei loro misteriosi
_hhaïke_, che per altro sanno opportunamente aprire.

Fez abbonda di bagni pubblici, alcuni de' quali composti di molte camere
gradatamente più calde le une delle altre; onde ognuno rimane in quella
che più gli conviene. In tutte queste sale trovansi vasche in cui scende
continuamente dalle caldaje poste al di dietro l'acqua calda, come pure
varie qualità di vasi per bagnarsi e fare le abluzioni legali. Ho di già
osservato altrove, che quando entrasi in queste sale tutto il corpo
copresi d'una sottil rugiada, per essere la loro atmosfera saturata
affatto dei vapori dell'acqua calda.

Avendo portato il termometro nell'ultima sala al migliore de' bagni
pubblici, e per conseguenza nella più calda, segnò il trentesimo grado
di Reaumur; in due sale meno rimote, ov'io mi spogliavo, ventidue gradi;
all'aria aperta nove. Nella sala esteriore avvi una fontana che getta un
grosso filo d'acqua in una vaghissima vasca di marmo. Tutte le sale sono
fatte a volta e senza finestre, e ricevono la luce da alcuni fori
praticati nella volta, e chiusi con vetri. Il suolo è lastricato di
marmi a varj colori, ed in ogni sala, riscaldata al di sotto, sonovi
diversi piccoli gabinetti per coloro che amano di rimaner soli, e farvi
le abluzioni. I bagni sono aperti tutto il giorno, e gli uomini vi vanno
la mattina, le donne dopo il mezzogiorno. Io v'andavo ordinariamente la
notte, prendendo per me tutta la casa dei bagni, onde non vi fossero
altri forestieri, ma soltanto gli amici che conducevo meco, e due miei
domestici. La prima volta che vi andai, avendo osservato ch'eranvi dei
secchi d'acqua calda simmetricamente disposti negli angoli d'ogni sala,
e d'ogni gabinetto, chiesi a qual uso servivano: non toccateli, signore,
non toccateli, mi risposero premurosamente le persone del bagno —
perchè? — Queste acque sono destinate per quelli di sotto — chi sono
questi di sotto? — I demonj che vengono a bagnarsi la notte. E qui
cominciarono a contarmi mille scioccherie su quest'argomento; ma perchè
già da qualche tempo ho dichiarato guerra ai diavoli dell'inferno, ed ai
loro _luogotenenti_ sulla terra, ebbi la soddisfazione d'impiegare nel
mio bagno l'acqua di alcuni di questi secchi, togliendo ai poveri
diavoli parte della loro provvisione.

Fez possiede un ricchissimo spedale unicamente destinato alla cura dei
pazzi. Ma ciò che v'ha di più singolare si è, che una gran parte delle
entrate fu per testamento lasciata allo spedale da persone caritatevoli
per _assistere, medicare e mantenere le grù e le cigogne ammalate_ —
Credesi che le cigogne siano uomini di certe lontanissime isole, che in
alcune stagioni dell'anno prendono la figura d'uccello per venire a Fez,
e che all'epoca conveniente tornano al loro paese, ove riprendono la
deposta forma di uomo. Dietro tale opinione è creduto colpevole
d'omicidio colui che uccide uno di questi uccelli, e si fanno a questo
proposito mille strani racconti. Utile senza dubbio è il rispetto che si
porta a questi uccelli distruggitori de' rettili, così abbondanti ne'
climi caldi, e perciò la saviezza de' nostri antenati volle che fossero
riguardati quali esseri benefici; ma l'amore del maraviglioso che ha
tanta forza sullo spirito dell'uomo, sostituì ad una cagione vera
assurde favole, che danno lo stesso risultato.

Il governo di Fez ha la stessa forma di quello delle altre città
dell'impero. Il kaïd, ossia governatore, che è il luogotenente del
sovrano, vi esercita il potere esecutivo; il kadi vi amministra la
giustizia; un ministro detto _almotassèr_ determina i prezzi delle
vettovaglie, e giudica gli affari relativi a questo ramo di pubblico
servizio. Il governatore ha pochi soldati ai suoi ordini; ed alle porte
della città ed a quelle di alcune strade non vidi mai guardie, ma
soltanto i portinaj.

Vastissime mura circondano la città; ma essendo antiche assai trovansi
in pessimo stato: circondano, oltre la città, la nuova Fez, e molti ampi
giardini. Sulle due eminenze che stanno all'est ed all'ouest vedonsi due
vecchissimi castelli composti di un semplice quadrato di muraglie di
circa sessanta piedi per ogni lato; e si dice esservi delle strade
coperte che vanno dalla città ai castelli. In occasione di ammutinamento
del popolo vi si collocano cent'uomini con alcuni pezzi di cannone,
meschinissima difesa.

Questa città è provveduta di molte scuole, delle quali le più
ragguardevoli sono quelle delle moschee del _Caroubin_ e di _Muley
Edris_ in una piccola casa e moschea detta _Emdarsa_, o accademia. Il
lettore si figuri un uomo seduto in terra colle gambe incrocicchiate,
che mette spaventose grida, o salmeggia in tuono lugubre: lo circondano
quindici o venti giovanetti seduti in circolo intorno a lui coi loro
libri, o con il calamajo in mano ripetendo quasi simultaneamente al
maestro le acute grida, o la salmodia con una perfettissima dissonanza:
il lettore, com'io dicevo, figurisi questo grottesco quadro, ed avrà una
perfetta idea di tali scuole. Rispetto alle cose che vi s'insegnano,
posso assicurare, che quantunque sotto diversi nomi, non vi s'insegna
che una sola cosa; _la morale e la legislazione_ identificate _col culto
e coi dommi_; o per dir meglio, che tutti gli studi si ristringono al
solo _Corano_, ed agli spositori del medesimo, ad alcune superficiali
regole di grammatica e di dialettica, indispensabile a chi vuol leggere
ed intendere alcun poco il divin testo. Per quanto ho potuto osservare,
i commentatori sogliono d'ordinario affogare in un mare di sottigliezze,
o di pretese dottrine metafisiche i loro ragionamenti, che non intendono
essi medesimi, e nascondendo la loro ignoranza con intralciati
argomenti, quando non sanno più trovar via per uscire dal geneprajo,
chiamano in loro soccorso la predestinazione, e l'assoluta volontà di
Dio.

Questi dotti sono eterni disputatori in _verba magistri_: perchè non
intendendo punto la tesi che hanno presa a difendere, s'appoggiano alla
parola del maestro, o del libro, che citano a dritto ed a rovescio. E
siccome non v'è ragione che possa bilanciare l'autorità del rispettivo
maestro, o la sentenza del proprio libro, così le loro dispute non si
possono in verun modo conciliare.

Molti de' più principali eruditi di Fez venivano frequentemente alla mia
conversazione; e perciò fui più volte testimonio delle nojose, ed
interminabili loro dispute. In vista di che, approfittando della
opinione di cui godeva, li riducevo al silenzio; ma desiderando di
conseguire un maggiore e più utile effetto, risolsi di rendere sospette
le dottrine insegnate dai loro maestri e dai loro libri; ed infatti con
tale preliminare io aprivo a costoro una nuova carriera, la di cui
perfettibilità veniva paralizzata da questa specie di stagnazione
spirituale.

Adottata tale massima entravo frequentemente nelle loro dispute, e
quando con evidentissimi argomenti otteneva di ridurli al silenzio, e
che per rispondermi erano costretti di citarmi la sentenza che
appoggiava la loro opinione; io gli chiedevo: chi scrisse questo? — Un
tale — chi è quest'uomo? — Un uomo come gli altri. — Dietro la vostra
confessione, soggiungevo loro, io non presterò fede ai suoi detti quando
lasci d'essere ragionevole; io l'abbandonerò all'istante ch'egli
s'allontani dalla verità per vendere sofismi.

Riusciva loro così nuova questa maniera di parlare, che le prime volte
rimanevano stupidi ed interdetti, guardandosi vicendevolmente. Dopo
alcun tempo li avvezzai a ragionare (cosa affatto trascurata nella loro
educazione) ed a scordarsi a poco a poco di quelle insulse risposte, di
cui facevano in addietro così frequente uso. Non tardai per altro ad
avvedermi, che questi dottori cadevano in un altro non meno grave
inconveniente, ed era quello di citare nelle loro dispute i miei detti;
mostrando così d'aver cambiato bandiera, ma non il consueto modo di
combattere.

Io andavo loro le mille volte ripetendo, che non dovevano giammai
sostenere una quistione qualunque coll'argomento _lo ha detto Ali Bey_;
ma che dovevano prima d'entrare in disputa spassionatamente esaminare,
se la tale o tale altra opinione poteva essere vera; e che soltanto nel
caso affermativo, era permesso d'entrare in disputa. Finalmente ne
ottenni il desiderato effetto; sicchè posso, senza millanteria
lusingarmi, che questa scintilla di luce produrrà a lungo andare presso
que' popoli una felice rivoluzione nel sistema scientifico.

Essi rispettano la geometria d'_Euclide_, che mi fu presentata in due
grandi volumi in foglio assai corrosi, perchè niuno ha il coraggio di
leggere, meno poi di trascrivere, tranne le prime dodici o quindici
pagine. La cosmogonia è quella del _Corano_ figlia del _Pentateuco_; e
la cosmografia è quella di _Tolomeo_ chiamato _B-tlàïmous_. La scienza
astronomica è circoscritta a pochi principj necessarj per determinare
con astrolabj assai grossolani le ore del sole. Rispetto alle
_matematiche_ essi non conoscono che la soluzione di pochissimi
problemi. Nulla dirò della _geografia_, che non si studia, e della
_fisica aristotelica_ studiata superficialmente. La sola _metafisica_ è
il campo di battaglia in cui si esercitano continuamente, anzi dirò
meglio, dove i dottori consumano tutte le loro forze morali. Presso
questi popoli, che pure hanno qualche nozione dell'_alchimia_, e tra'
quali trovansi alcuni miserabili adepti, non esiste ancora la _chimica_.
La religione ha interamente sbandita _l'anatomia_ in opposizione alla
purità legale, alle idee intorno ai morti, alla separazione dei sessi
ec. Lo studio della _medicina_ si limita a quello di alcuni libri
empirici ignorando quasi perfino l'esistenza de' grandi maestri antichi;
onde la terapeutica è sempre accompagnata da procedure crudeli, e da
pratiche superstiziose. I medesimi ostacoli che impediscono lo studio
dell'anatomia, non permettono pure d'applicarsi alla storia naturale. È
noto a tutti che la legge proscrive le statue e le dipinture d'oggetti
animati; e che la gravità musulmana abbandona alle femmine ed alle
ultime classi del popolo la musica e la danza; e per tal modo si privano
delle belle arti, e delle aggradevoli occupazioni che ne derivano.

Lo studio dell'astronomia confondesi con quello dell'astrologia, e
perciò coloro che osservano il cielo per saper l'ora, o scoprire la
nuova luna, vengono del popolo riputati astrologhi, indovini, che
predicono la sorte futura del re, dell'impero, dei privati. Possedono
varj libri d'astrologia, e coloro che si applicano a questo vano studio
sono assai riputati, e facilmente ottengono le principali cariche di
corte per l'influenza che si crede esercitarsi dall'astrologia sugli
affari pubblici e privati. Siccome avevo dichiarato aperta guerra
all'astrologia ed all'alchimia, incominciavo ad averne alcuni felici
effetti; ed a forza di regionamenti non solo ottenni di abbattere, ma
ancora di convincere alcuni dalla vanità e dell'impostura degli
astrologi e degli alchimisti.

Ma un'occasione clamorosa mi si presentò per convincermi che
l'astronomia era del tutto confusa coll'astrologia, quando il primo
astronomo di Fez mi chiese caldamente di dargli la longitudine e la
latitudine di tutti i pianeti il primo giorno dell'anno, onde formarne
il suo calcolo, e predire se l'anno sarebbe buono o cattivo, ec. Io gli
risposi francamente, non doversi profanare la scienza presso che divina
dell'astronomia coi sogni e colla ciarlataneria dell'astrologia; gli
parlai con estremo disprezzo della divinazione, facendogli sentire che
l'arbitrario incominciamento dell'anno ne' differenti calendarj non
poteva avere il menomo rapporto colla natura; e terminai l'arringa,
dimostrandogli colla ragione, e col _Corano_ medesimo, che l'_esercizio
dell'astrologia è un delitto_: la quale sentenza proclamata da molti
dottori o fakih, mi fece salutare loro fratello.

Siccome questa scena ebbe luogo in presenza di molte persone; ed
altronde non si pubblicò in Fez dagli astronomi l'annuale predizione, in
vece della quale pubblicai io il mio calcolo dei giorni in cui doveano
vedersi le nuove lune; lo che diviene sommamente importante per
conoscere il cominciamento dei mesi arabi, le pasque, e le cinque
preghiere giornaliere, che marcai di cinque in cinque giorni per tutto
l'anno, come pure gli eclissi, ed altri fenomeni, tutte cose non
eseguibili da quegli astronomi; fu questo un colpo di fulmine che
atterrò l'astrologia, e cuoprì di disprezzo i suoi seguaci di modo, che
molti ciarlatani apostatarono, altri più tenaci delle loro opinioni, si
ridussero al silenzio, in aspettazione, senza dubbio, che passi la
burrasca, e che il popolo, che vuol essere ingannato, torni alle antiche
abitudini.

Sonovi nell'imperio alcuni storiografi che scrivono la storia del paese
e della nazione, ignorando perfettamente quella degli altri popoli, ma
le loro opere trovano pochisimi lettori.

Estremo è il decadimento della lingua. Essi non hanno stamperie; e la
somma imperfezione della scrittura procede dal confondere frequentemente
le lettere, i punti, e gli accenti: ecco un ammasso di cause riunite per
distruggere affatto le poche cognizioni scientifiche che ancora
rimangono in quest'impero, talchè gli abitanti non s'intendono spesse
volte tra di loro. Finalmente il disordine è ridotto a tal segno, che
spesse volte una lettera non può intendersi che da quello che la
scrisse. Ciò rende ragione perchè quando il celebre orientalista
Cristiano _Golius_ venne in questo paese, non potè intendere una sola
parola araba, e fu costretto di valersi di un interprete.

Tale imperfezione della lingua e della scrittura gli sforza a legger
sempre cantando, cosa che confonde il senso delle frasi, altronde non
distinte dai segni ortografici, ma soltanto per ritornelli, o cadenze;
dando così tempo al lettore d'intendere la parola scritta, che non
intenderebbe leggendo correntemente. Se vedonsi alcuni leggere con
rapidità il _Corano_, o altro libro, è perchè lo sanno a memoria. Lo
asserisco dopo averne più volte fatta la prova: facendo sospendere la
lettura, il lettore, quantunque avesse il libro sotto gli occhi come se
l'avesse letto, esso non poteva più continuare nè riconoscere sulla
pagina il luogo in cui aveva lasciato di leggere; cosicchè si può dire
che costoro leggono come pappagalli; ad altro non servendo il libro che
tengonsi innanzi agli occhi, che a dar loro un'aria di sapere o
d'importanza. A questo termine sono ridotte le scienze a Fez, città che
può risguardarsi, se mi si permette quest'espressione, come l'Atene
dell'Affrica, per l'infinito numero de' dottori sedicentisi dotti, e per
le scuole frequentate da due mille scolari per volta.

Questa città può avere circa due mille famiglie ebree che abitano nel
sobborgo della nuova Fez. Tale è l'avvilimento, a cui sono ridotti,
tanto il disprezzo del popolo per questa gente, che non è loro permesso
di scendere in città siano uomini siano donne, che a piedi nudi. E nel
loro quartiere, e nella campagna quand'incontrano l'ultimo de' soldati,
o il più miserabile nero della famiglia del re, sono obbligati di
cavarsi le loro pappuzze. A fronte di tanto avvilimento, e dei continui
disgusti che loro proccurano i mori, io vidi in Fez moltissime belle
Giudee riccamente abbigliate, e molti Giudei ugualmente ben addobbati;
lo che non mi accadde di vedere a Tanger: indubitata prova, che non sono
a Fez così poveri come a Tanger. Hanno nel loro quartiere diverse
sinagoghe, un mercato ben provveduto, e tutti sono o mercanti, o
artigiani.

Le fabbriche di Fez somministrano hhaïk di lana, cinture e fazzoletti di
seta o pappuzze di cuoio, _bournou_, pantoffole, berrette rosse, cattiva
tela di lino, eccellenti tappeti, ch'io trovo preferibili a quelli di
Turchia rispetto alla morbidezza, ma inferiori assai per conto del
disegno, cattiva majolica, armi, sellerie, ed altri articoli di rame.
Sonovi ancora molti orefici; ma perchè la legge non permette oro ed
argento negli abiti, e perchè sotto un governo dispotico ognuno teme di
far pompa di soverchio lusso, le arti mancano d'incoraggiamento, e
rimangono molto al di sotto di quelle d'Europa, ad eccezione delle
acconciature de' cuoi, e delle manifatture dei tappeti, e dei _hhaïk_.
Sanno inoltre lavorar bene le cere e le armi.

Sane e saporite sono le vettovaglie di Fez. Il _concoussou_ forma la
base della sussistenza del popolo. Vi si mangia molta carne, e pochisimi
legumi ed erbaggi. Nella carne preferiscono il grasso o il sevo, ch'essi
mangiano avidamente, bevendo tosto grandissimi bicchieri d'acqua, lo che
talvolta è cagione di malattie; ma generalmente parlando essendo il
clima molto sano, vi si gode ottima salute.

Questo paese dà un abbondante raccolto d'una pianta narcotica chiamata
_kiff_. Essendo una pianta della primavera non potei vederla che
disseccata e quasi ridotta in polvere. Per farne uso si pone intiera in
un vaso di terra con molto buttiro, indi si fa bollire per lo spazio di
dodici ore, poi si feltra il buttiro, che serve ad acconciare le
vivande, o si mischia colle confetture, o vien mangiato semplicemente in
pillole. La sua virtù ha tanta energia, che in qualunque modo si prenda
non lascia di produrre il suo effetto: alcuni fumano le foglie di questa
pianta come il tabacco. Mi fu detto che la sua virtù non è altrimenti
quella d'ubbriacare, ma bensì di rallegrare la fantasia con ridenti
immagini. Confesso di non essere mai stato tentato di farne la prova.

Essendomi trattenuto a Fez in tempo d'inverno, non vidi quasi altri
frutti, che aranci e limoni dolci di eccellente qualità. I dattili di
varie sorti provengono dalla banda del mezzodì, da Taffilet. La carne di
montone è migliore di quella di vacca e di bue. I mercati abbondano di
pollami in modo, che se ne può comperare una dozzina con quattro o
cinque franchi; e per lo stesso prezzo si hanno venti libbre di carne.
Quantunque il pane de' fornai sia assai buono, quasi tutti gli abitanti
usano di farlo in casa; onde si vedono per le strade piccoli ragazzi
portare al forno sopra una tavola cinque o sei pani che si danno loro in
ogni casa, e riportarli dopo cucinati a quella cui appartengono.
Universale è il costume di bere il latte agro, ma io non potei
avvezzarmi a tale bevanda.

Durante la mia dimora in Fez il clima fu assai dolce; ma fui assicurato
che nella state vi si soffre un caldo soffocante. Nell'inverno io vi
provai il freddo d'Europa, benchè il termometro di _Reaumur_ non
scendesse mai oltre il quarto grado sotto lo zero; ed il termine medio
del barometro è presso a pocco di 27 pollici. L'abbondanza delle acque
mantiene l'atmosfera in un alto grado d'umidità, e quasi sempre con una
tale abbondanza di vapori, che giungono essi soli ad impedire le
osservazioni astronomiche nelle giornate più serene. Il 13 gennajo si
sentì a Fez quel tremuoto, che cagionò tanta rovina a Motril su la costa
di Spagna, e che fu sensibile anche a Madrid. Incominciò a cinque ore e
trentanove minuti precisi della sera, durò venti secondi, e fece trenta
oscillazioni, assai forti le prime quattro o sei, le successive
abbastanza sensibili: la sua direzione ondulatoria sembrava da levante a
ponente. Io sono di sentimento, che il suo centro fosse sotto lo stretto
di Gibilterra, e si stendesse otto gradi in latitudine al Nord ed al
sud. Molti giorni avanti e dopo questo tremuoto, il barometro, il
termometro, e l'igrometro soffrirono piccolissime variazioni, e
l'atmosfera fu, come al solito, senza apparente cambiamento.

I pesi, le misure, le monete, qui ed in tutto l'impero sono come quelle
descritte all'articolo di Tanger.



CAPITOLO IX.

   _Religione. — Storia del profeta. — De' suoi successori._


Gli scrittori di tutte le nazioni hanno parlato della religione
musulmana, e del nostro profeta. Le buone o cattive sorgenti, da cui
ognuno attinse i suoi materiali, ed il passaggio di questi a traverso
de' pregiudizi, delle passioni, dell'entusiasmo, e dirò ancora della
filosofia, hanno più o meno travisati i loro racconti. Se io non
iscrivessi che pei musulmani, sopprimerei questo articolo; ma siccome
nelle mie occupazioni mi sono sempre proposto l'istruzione di tutti gli
uomini, qualunque sia la nazione ed il culto a cui appartengono, ho
creduto necessario, pubblicando la descrizione de' paesi soggetti
all'Islamismo, di risparmiare al lettore l'incomodo di cercare in altri
libri la storia di questa religione e quella del suo legislatore, che si
trasse dietro la quinta parte degli abitanti del globo.

Il grand'uomo _Mouhhammed_ nacque alla Mecca il 10 del mese
_Rabiul-aoüal_ dell'anno 6163 del mondo, secondo la nostra cronologia
musulmana, o dell'anno 578 dalla nascita di Gesù Cristo.

Rimasto orfano in tenera età, fu allevato da uno de' suoi zii. La sua
buona condotta gli guadagnò la stima de' suoi concittadini, e gli
procurò impiego nella casa della ricca vedova _Kadijé_, che, invaghitasi
di così interessante giovane, lo fece bentosto suo sposo.

_Mouhhammed_ commerciava come gli altri Arabi, vale a dire viaggiando
alla testa dei suoi cammelli, e de' suoi domestici. Questo genere di
vita gli diede opportunità di conoscere le varie nazioni che confinavano
col suo paese. Fornito di grandi talenti, e di sicuro giudizio, si
procurò ne' suoi viaggi periodici quelle nozioni, che meditate poi
negl'intervalli di riposo, lo resero capace di concepire grandissimi
disegni.

Il primo foglio del _Kour'ann_ comparve nell'anno quarantesimo della sua
età. Gli fu recato dall'angelo del Signore? L'assicurano i Musulmani; lo
negheranno coloro che professano altre religioni. Fu un concepimento del
suo genio? I fedeli credenti diranno di _nò_; gl'infedeli di _sì_. Ma
non entra nella natura di quest'opera una tale quistione.

Il grand'uomo elevato al rango di profeta non confidò che alle persone
più care le prime sue rivelazioni, e gli credettero sulla sua parola. Le
comunicò in appresso in una adunanza de' principali individui della sua
tribù che era quella dei _Kourèish_, la più illustre della Mecca. La
grazia della fede non fu sventuratamente accordata a tutti, e vi è una
divisione tra i suoi più prossimi parenti.

I _Mekkaovis_, o _Mecchesi_ erano idolatri, onde l'uomo che loro
presentava le sublimi idee d'un Dio unico eterno, immenso, onnipossente,
finalmente una causa unica di un'opera disposta sopra un piano
d'un'ammirabile armonia, quest'uomo doveva necessariamente guadagnarsi
molti partigiani. Ma altronde il tempio della Mecca, detto _Kaàba_, era
pieno di idoli, a cui le vicine nazioni venivano ad arrecare le loro
offerte che naturalmente erano la più ricca e miglior parte del
patrimonio dei _Koureis_ preti o ministri della _Kaiba_, e perciò questi
avevano ragione di temere che la caduta degli idoli non distruggesse il
loro credito e le loro ricchezze. Era dunque questa tribù più d'ogni
altra interessata a conservare l'antico culto, e doveva naturalmente
opporsi a chiunque tentasse di abbatterlo.

Ciò infatti accadde. Il profeta incominciò a predicare la nuova dottrina
pubblicamente, e si fece un infinito numero di proseliti. I _Koureisch_
allora si unirono e giurarono di perderlo. Esposto ad ogni sorta di
persecuzioni, minacciato della vita, il profeta fu costretto di
abbandonare segretamente la patria nella notte in cui doveva essere
assassinato[10]. Sortì della Mecca, accompagnato soltanto da _Abubèkr_,
e da un giovane idolatra chiamato _Abdallà_. Questa celebre notte è il
punto d'onde ha principio l'era dei Musulmani: gli Arabi la domandano
_el hòjera_, ed i cristiani l'_Egira_ cioè la _fuga_. Essa corrisponde
all'anno 631 della nascita di Gesù Cristo.

  [10] _Aveva allora cinquantatrè anni._ (N. dell'E.)

Il profeta passò a Medina ove i suoi insegnamenti erano già stati
accolti con entusiasmo e dove lo avevano preceduto i suoi fedeli
discepoli. Colà stabilì la sua dimora, ed incominciò ad appoggiare la
sua missione colla forza delle armi. Bentosto il Dio di Mosè, di Giosuè,
di Carlo IX, d'Innocenzo III, d'Oneal, e di Pizzarro copre colle
protettrici sue ali le imprese di Maometto.

Dopo molti combattimenti il gran Dio degli eserciti sottomise la Mecca
al profeta che vi entrò da vincitore alla testa di dieci mille uomini il
20, venerdì del Ramadan, dell'Egira (22 gennaro 639). Atterrò tutti gli
idoli e le statue che adoravansi in quel tempio, lo purificò dai rottami
di quegli empj simulacri, e restituì la _Kàaba_ all'oggetto della prima
sua istituzione, che è l'adorazione d'un Dio unico ed invisibile.

Padrone della Mecca, il profeta non tardò ad assoggettare al suo dominio
le vicine contrade. Intanto ebbe in diversi tempi celesti rivelazioni, e
le parole di Dio si promulgarono dalla sua bocca, resa sacra
negl'istanti in cui le circostanze richiedevano una divina
dichiarazione. In tal modo s'estese l'_islamismo_ e si consolidò col
potere del profeta fino alla sua morte, accaduta in Medina un lunedì del
mese _Saffar_ l'anno 73 dell'età sua, 641 di Cristo. Il suo corpo fu
seppellito entro una fossa aperta nella di lui casa, e coperto colla
medesima terra senza alcun mausoleo. La casa fu poi convertita in un
tempio.

Siccome il profeta non lasciava figli maschi e non aveva nulla
determinato intorno alla sua successione alla suprema dignità, nacquero
contese tra i fedeli relativamente all'occupazione del trono rimasto
vacante per la sua morte, che s'andarono poi rinnovando qualunque volta
mancava uno de' suoi successori i quali presero il titolo di _hhalipha_
cioè _Califfo_, o luogotenente del profeta. Dopo i primi quattro
califfi, cioè _Abubèhr_, _Omar_, _Othman_, ed _Ali_, che sono i soli
riguardati come veri califfi universali, la dominazione passò
successivamente a diverse dinastie, tra le quali si distinse quella
degli _Abbàssi_ o _Abbassidi_, sceriffi discendenti d'_Aboulàbbas_, zio
del profeta, pel lungo spazio di tempo ch'ella consacrò il trono, e per
la protezione che alcuni dei califfi di questa dinastìa accordarono alle
scienze ed alle arti. Fu sotto il loro regno che l'_islamismo_ si stese
dalle frontiere della China fino allo stretto di Gibilterra con una sì
sorprendente rapidità, che non può essere paragonata alla marcia
d'alcun'altra religione conosciuta.

Malgrado così splendida carriera l'_islamismo_ era interamente lacerato
da scismi che dividevano, ed ancora dividono i suoi settatori. I
Persiani negarono la legittimità dei tre primi califfi, e li
risguardarono come intrusi, non ammettendo a quest'alto favore che il
solo _Ali_ che presso loro passa per il vero califfo successore di
_Maometto_; opinione che cagionò sanguinose guerre, e fece risguardare i
Persiani quali eretici. Una folla di pseudo-profeti sorsero in seguito
ad abbattere colla spada alla mano questo culto sublime, e gli
anticaliffi turbarono la pace de' fedeli. Finalmente l'ambizione de'
guerrieri squarciò in brani quest'impero colossale; molti capi si resero
indipendenti, e scomparve il califfato.

L'Islam secondo El-Haddis è fabbricato sopra cinque fondamenti che sono:
fare la professione della fede _non v'è altro che un Dio, e Maometto è
l'inviato di Dio_; fare la preghiera; dare l'elemosina; digiunare il
ramadan, ed eseguire il pellegrinaggio alla casa di Dio la proibita ai
non Musulmani.

A fronte di tanta semplicità non avvi forse sulla terra altra religione
con tanti espositori e commentatori.

Il culto è diviso[11] in quattro riti ortodossi chiamati il _hhàneffi_,
il _màleki_, il _hhànbeli_ ed il _schàffi_, dal nome dei quattro Imani
loro fondatori. Il primo di questi riti è quello dei Turchi, il secondo
dei Marocchini e degli Arabi occidentali; gli altri due sono seguiti da
varie tribù e nazioni dell'Arabia e dell'Asia. Tali riti si avvicinano
interamente rispetto al domma, e tutta la diversità loro trovasi nelle
cerimonie religiose. Per esempio quando si è alzati per fare la
preghiera, i _hhàneffi_ incrociano le braccia, ed i _màleki_ le tengono
pendenti. Nell'abluzione legale mentre gli uni incominciano dalla punta
delle dita per andare fino al gomito, gli altri cominciano dal gomito
per andare alla punta delle dita.

  [11] _Benchè le obbligazioni del culto musulmano siano state
  spesso descritte troviamo questa d'_Ali Bey_ così precisa, che
  non abbiamo creduto di sopprimerla, tanto più che contiene
  alcune notizie sconosciute. Il signor _Ohson_ ne parla più
  estesamente nel suo _Quadro dell'Impero Ottomano_; ma egli ne
  parla dietro le altrui relazioni, ed _Ali Bey_ dice quello che
  ha veduto, _Ohson_ parla de' Turchi, che hanno corrotta la
  purità della rivelazione, il nostro autore parla degli Arabi,
  che conservano la purità del culto._

Per presentarsi al creatore, e meritarsi i suoi sguardi, pensano i
musulmani che il loro corpo debba essere affatto pulito; ed a tale
effetto furono istituite le abluzioni legali, che consistono nel lavarsi
tre volte di seguito le mani; l'interno della bocca e delle narici, il
volto, le braccia, la testa, l'interno delle orecchie, la nucca ed i
piedi. Sonovi inoltre le abluzioni generali che si fanno lavandosi tutto
il corpo dal capo ai piedi, il venerdì avanti la preghiera del
mezzogiorno, e dopo certi atti quali sono la coabitazione con una donna
ec. Ne' luoghi ove non trovasi acqua può farsi l'abluzione colla terra o
coll'arena; ed in tal modo si eseguisce nel deserto. Si può ancora fare
l'abluzione strofinandosi colle mani dopo averle tenute sopra una
pietra, ed in questa forma fanno le abluzioni i naviganti, perchè si
risguarda l'acqua del mare come immonda ed inutile per quest'oggetto.

Ogni musulmano deve recitare cinque volte al giorno la preghiera: la
prima volta allo spuntare dell'aurora, o quando il sole trovasi diciotto
gradi sotto l'orizzonte, voltandosi a levante; lo che chiamasi
_Es-sebàh_; la seconda dopo mezzogiorno nell'istante in cui l'ombra del
gnomone o d'un bastone posto perpendicolarmente al sole sarà uguale al
quarto della sua lunghezza; e si dice _Ed-douhòur_; la terza quando
l'ombra del bastone, o del gnomone sarà uguale alla sua lunghezza; ed è
l'_El-àssar_; la quarta deve farsi allorchè il sole tramonta affatto; e
le si dà il nome di _El-mogarèb_; finalmente si recita la quinta
nell'istante del crepuscolo della notte, ossia quando il sole trovasi
diciotto gradi sotto l'orizzonte dalla banda d'occidente, ed è
contrassegnata dal vocabolo _El-Aascha_[12].

  [12] _Se un musulmano fosse trasportato a Spitzberg, o nella
  Groenlandia, ove il sole in certi tempi non sale sull'orizzonte,
  in altri non s'asconde mai, come adoprerebbe nel fare la
  preghiera?_ (Nota dell'Editore.)

Ogni preghiera canonica è composta dell'invocazione, di molti _rikat_, e
della salutazione. Un _rikat_ si compone di sette posizioni del corpo
con differenti preghiere; eccone la forma col tenore della preghiera:


INVOCAZIONE.

Il corpo diritto, ambo le mani sollevate all'altezza delle orecchie, si
dice:

  _Grandissimo Dio!_

Primo Rikat.

_Prima positura._ — In piedi colle braccia e le mani pendenti pei
_malecki_, o le braccia incrocicchiate pei _hhanneffis_; si recita il
primo capitolo del Corano, che è intitolato _El-Fatha_: eccolo

_Sia lode a Dio! Signore del mondo clementissimo, misericordiosissimo,
re del giorno dell'estremo giudizio, noi ti adoriamo, ed imploriamo la
tua assistenza; reggici sul retto cammino, il cammino di coloro che tu
hai colmati de' tuoi beneficj, di coloro che sono senza corruzione, e
non appartengono al numero degli smarriti. E così sia._

Dopo si recita un capitolo, o alcuni versetti del Corano nella medesima
attitudine.

_Seconda positura._ — Si piega tutta la parte superiore del corpo,
appoggiando le mani sulle ginocchia, e si esclama ad alta voce:

  _Grandissimo Iddio!_

_Terza positura._ — Si rialza dicendo:

  _Dio ascolta quando lo lodiamo._

_Quarta positura._ — Prostrato, le ginocchia, le mani, il naso e la
fronte a terra, si dice:

  _Grandissimo Iddio!_

_Quinta positura._ — Seduto sui talloni colle mani sulle coscie, si
grida:

  _Grandissimo Iddio!_

_Sesta positura._ — Prostrandosi come prima si pronuncia:

  _Grandissimo Iddio!_

_Settima positura._ — Si alza in piedi senza appoggiare le mani a terra,
se è possibile, e si fa udire l'esclamazione:

  _Grandissimo Iddio!_

In tal modo finisce il primo _rikat_, dopo il quale si dà cominciamento
al secondo.

A queste secondo _rikat_, dopo avere eseguite le sei prime positure, la
settima consiste nel sedersi sui talloni come alla quinta ripetendo.

  _Grandissimo Iddio!_

Poscia si aggiunge:

_Le vigilie sono per Dio, come pure le preghiere e l'elemosine. Salute e
pace a te, o Profeta di Dio! Che la misericordia del Signore e la sua
benedizione siano sopra di te. Salute e pace a noi, ed a tutti i
servitori di Dio, giusti e virtuosi! Attesto che non v'ha Dio, se non
Dio unico, ed attesto che Maometto è il suo servitore ed il suo
Profeta._

Se la preghiera non deve avere che due _rikat_, si recita nella medesima
positura la seguente addizione dopo la preghiera da noi indicata.

_Ed attesto essere stato lui che chiamò a se Maometto; ed attesto
l'esistenza del Paradiso e quella dell'Inferno, e quella del sirat[13],
e quella della bilancia[14], e quella dell'eterna felicità accordata a
quelli che non ne dubitano, e che davvero Dio li risusciterà dal
sepolcro. O mio Do! dà la tua salute di pace a Maometto, ed alla razza
di Maometto, come tu donasti la tua salute di pace ad Ibraim _(o
Abramo)_; e benedici Maometto, e la razza di Maometto, come hai
benedetto Ibrahim, e la razza di Ibrahim. Le grazie, le lodi, e
l'esaltamento di gloria siano in te, e per te._

  [13] _Ponte sull'inferno sottile quanto il filo di una spada. I
  giusti lo passeranno colla rapidità del lampo per entrare in
  Paradiso, i reprobi caderanno ne' vortici di fuoco._

  [14] _L'eterna bilancia sulla quale saranno pesate le buone e le
  cattive azioni degli uomini._ (Nota dell'Editore)


CONCLUSIONE O SALUTAZIONE.

Seduto col collo rivolto a diritta, poi a sinistra, si ripete da ogni
lato la salutazione:

  _La pace sia con voi!_

Ciò costituisce una perfetta preghiera; ma quando deve avere tre
_rikat_, non si recita l'addizione, e la conclusione che alla fine del
terzo, in tutto somigliante al secondo. Se la preghiera deve avere
quattro _rikat_, alla fine del secondo, e senza l'_addizione_ si
recitano le due ultime come le prime due, aggiungendo l'addizione, e la
conclusione al quarto.

Prima d'incominciare le preghiere canoniche si fa la seguente
_invocazione_:

_Grandissimo Iddio! Dio grandissimo! Attesto non esservi altro Dio,
fuorchè Dio; attesto che il nostro Signore Maometto è il profeta di Dio;
attesto che il nostro Signor Maometto è il profeta di Dio. Venite alla
preghiera; venite nell'asilo, _(o tempio di salute)_ venite nell'asilo.
Grandissimo Iddio! Dio grandissimo! non avvi altro Dio fuorchè Dio!_

Questa convocazione viene così gridata dall'alto delle torri delle
moschee cinque volte al giorno per chiamare i fedeli, o almeno per
annunciare al popolo l'ora della preghiera, che ognuno può fare nel
luogo in cui si trova, ad eccezione di quella del venerdì, che
dev'essere fatta in comune nella moschea. Alla convocazione del mattino
dopo il secondo _aï-a-elefelàh_, si aggiunge:

  _La preghiera è migliore del sonno._
  _La preghiera è migliore del sonno._

L'uomo incaricato di gridare chiamasi el _Mudden_. Avvi poi un secondo
_Mudden_ nella moschea, che recita o canta la convocazione, ed _Allàhou
aki bàr_ ad ogni posizione del _rikat_, come altresì la conclusione
_Assalàmou salèïkom_.

Dopo cadauna preghiera canonica, si fa uso della corona, e si pronuncia:

Al primo grano

  _O Dio Santo!_

Al secondo grano

  _Sia data lode a Dio!_

Al terzo grano

  _Grandissimo Dio!_

Ed in tal maniera si passano i novantanove grani della corona musulmana.

E siccome nella preghiera canonica il musulmano non deve chiedere a Dio
alcun bene di questa terra; così d'ordinario, dopo avere terminata la
corona, si ha il costume di giungere le mani, indi alzarle
nell'attitudine conveniente all'uomo che riceverebbe alcuna cosa
proveniente dall'alto: allora si domanda in tale atto ciò che si brama,
e dopo avere fatta tale preghiera si passa la mano destra sulla barba
dicendo:

  _Dio sia lodato!_

Questa formola termina la preghiera.

Vuole la costumanza che ogni venerdì si vada alla moschea almeno
mezz'ora prima della venuta dell'Imano. Appena entrati si fa una breve
preghiera composta di due _rikats_, poscia si siede, e si seguita a
recitar preghiere a memoria quando però non si preferisca la lettura di
qualche libro santo, e principalmente quello intitolato: _Dalil al
Hhiratz._

Prima d'incominciare la preghiera del venerdì l'Imano fa un sermone al
popolo.

Il _Corano_, oltre la divisione dei souras o capitoli, è diviso in
trenta _hhezb_ o fascicoli; e l'uso consacrò i capitoli dell'ultimo
_hhezb_ per essere più usualmente recitati nelle preghiere canoniche
dopo l'_el-fat-ha_.

Per fare la preghiera è necessario colloccarsi in un luogo puro; e nel
caso che non sianvi stuoje o tappeti, si stende sulla terra il proprio
_hhaïk_, il cappotto o il turbante, per collocarvisi sopra.

Quando molti Musulmani pregano insieme l'uno di loro si pone avanti agli
altri, fa le funzioni d'Imano, e dirige la preghiera affinchè i
movimenti dei _rikat_ siano simultaneamente eseguiti da tutti
gl'individui dell'assemblea: se i fedeli sono moltissimi, si dispongono
dietro l'Imano sopra più file come nella moschea.

Sonovi ancora alcune preghiere addizionali, che tutti i Musulmani
recitano ogni giorno: tali sono l'_el-fegèr_ che deve precedere il
_sebàh_ il mattino; l'_eschefàa_, e l'_uter_ che devono seguire
l'_ascha_ della sera. Del resto il musulmano può dire quante preghiere
egli vuole sia di giorno, sia di notte, fuorchè nell'istante del levarsi
del sole fino al mezzogiorno, e dall'istante dell'_aàssar_ fino al
_mogarèb_, ne' quali tempi non devesi pregare. Queste orazioni sono
meritorie al fedele credente, ma esse non lo dispensano dalle cinque
preghiere canoniche.

Nelle preghiere giornaliere il _fegèr_ è composto di due _rikat_, il
_douhour_ di quattro, l'_aàssar_, dello stesso numero, il _mogarèb_ di
tre, l'_ascha_ di quattro, l'_eschefàa_, e l'_ùter_ di tre.

Il _fàt-ha_, ed il capitolo, o versetti del _Coran_, che lo seguono ne'
due primi _rikat_ si recitano ad alta voce nel _sebàh_ il _mogaréb_
l'_ascha_ l'_eschefàa_, nell'_ùter_, e _douhour_, l'_aàssar_, e le
preghiere addizionali volontarie; si dice ogni cosa sotto voce. Rispetto
alle invocazioni _Allàhou ak bar Sèmeo! allahu_ ecc. e la salutazione
_Assalàmon Aaleikom_ pronunciansi sempre ad alta voce.

Per ultimo sonovi delle preghiere particolari per gli ammalati, pei
morti, pei viaggiatori, per la pioggia, per le ecclissi del sole, e
della luna, pei combattimenti, per le trenta notti del Ramadan, per le
pasque, per la _Kàaba_; poi delle preghiere soddisfattorie, e di
surrerogazione.



CAPITOLO X.

   _Elemosina. — Digiuno. — Pellegrinaggio. — Calendario. — Mese
   sacro. — Pasque. — Impiegati delle moschee. — Feste. —
   Superstizioni._


Dopo la credenza di un solo Dio onnipossente, e la fede nella missione
del suo profeta, come altresì l'obbligazione delle preghiere canoniche,
duopo è osservare il precetto della elemosina: questa legge è
assolutamente obbligatoria per ogni musulmano in istato di osservarla.

Questo precetto comprende la _decima elemosiniera_, l'_elemosina
pasquale_, il _sacrificio pasquale_, le _donazioni o pie fondazioni_, e
le _elemosine eventuali_ di carità.

La _decima elemosiniera_ corrisponde al due e mezzo per cento all'anno
di quanto si possiede, tranne i montoni e le capre che non
contribuiscono che in ragione dell'uno per cento. Deve distribuirsi
quest'elemosina ai poveri; ma si fa generosamente e senza troppo minuto
calcolo, poichè ogni cuore buono alle disgrazie del povero contribuisce
in una più alta porzione che quella fissata dalla legge. Per conto mio
ebbi costantemente l'abitudine di nudrire un certo numero di sventurati
o di storpiati, oltre le accidentali elemosine ch'io facevo, e credo di
aver soddisfatto al mio debito.

Chiamasi _elemosina pasquale_ l'obbligazione imposta ad ogni ricco
musulmano di dare ai poveri il primo giorno del mese _schovàl_, che è la
piccola pasqua; (l'_Eìd seguìr_) una mezza misura di frumento, o di
farina, o un'intera misura d'orzo, o di dattili, prima del sole. I padri
di famiglia e le persone che hanno servitori, devono dare per ogni
individuo della famiglia quanto per se medesimi. È in loro arbitrio il
dare l'elemosina in natura, o in danaro.

Il _sacrificio pasquale_ è quello d'un montone, di un bue, o d'un
cammello, che s'uccide il primo giorno della gran Pasqua (l'_Eìd
quibir_) che ricorre il 10 del mese _Dulhàja_. Questa misura è
applicabile ad ogni musulmano agiato padre di famiglia, o capo di casa.
Dopo aver ucciso l'animale colle proprie mani tra il levar del sole ed
il mezzogiorno, ne mangia una parte arrostita, e dà ai poveri il
rimanente, che dev'essere più di un terzo della bestia. La pelle della
vittima è riservata per gli usi personali del padrone oppure deve darsi
ai poveri. Si fa lo stesso sacrificio in alcune importanti circostanze,
come per guarire da una malattia, quando viene intrapreso un lungo
viaggio, e simili cose.

Le _donazioni o pie fondazioni_, consistono nell'inalzare monumenti di
pubblica utilità, come a dire nello stabilimento d'una moschea, d'una
fontana, d'un ospizio, d'un ospitale, d'una scuola, ec. Quando un
musulmano fa una _fondazione_ o _pia donazione_, egli e la sua posterità
perdono per sempre la proprietà dello stabile, ma per altro può
riservarsi certi godimenti per sè, e suoi successori. Una delle mie
prime cure, quando abbandonai il paese de' Cristiani, fu di meritare la
grazia di Dio con una _pia fondazione_, e feci fare un deposito d'acqua
potabile ad uso della moschea di Tanger che non ne aveva.

Gli ordinarj atti di carità, o le accidentali elemosine che sono
consigliate nelle altre religioni, sono quasi obbligatorie per i
Musulmani. Egli non può mettersi a tavola senza invitare quelli che gli
stanno ai fianchi, qualunque siasi lo stato loro, e la loro credenza;
egli non rimanderà giammai senza qualche soccorso il miserabile che
glielo chiede, s'egli ha mezzo di consolarlo. L'ospitalità verso ogni
uomo che si presenta, qualunque sia il suo culto, è una conseguenza di
questo principio.

Il digiuno nel mese di _Ramadàn_ è il quarto precetto divino. Consiste
nel non mangiare nè bere, nè fumare, nè respirare l'odore degli aromati,
nè quello di un frutto, ed a osservare una perfetta continenza dal
momento del _feger_, crepuscolo avanti il levar del sole fino al
tramontare ne' ventinove o trenta giorni del mese di Ramadan.

Questo digiuno obbliga tutti gli uomini e le donne, ad eccezione degli
ammalati, dei viandanti, delle femmine incinte, o nello stato d'impurità
legale, delle nutrici, dei minatori, dei vecchi deboli, delle persone
alla cui sanità l'astinenza potrebbe pregiudicare, dei pazzi, ecc. E se
si rompe il digiuno per inavvertenza o per distrazione, per causa di
malattia, di viaggio, o per altra legittima causa corre l'obbligo di
soddisfare a questo debito digiunando tanti giorni in altro tempo a sua
scelta: ma se la trasgressione del digiuno di un solo giorno fu
volontaria, e senza legittima causa, devesi per espiare questo delitto
digiunare settantun giorni.

Dal tramontare del sole fino all'ora della preghiera del mattino, si può
mangiare, bevere, fumare e divertirsi quanto si vuole durante la notte;
ma le persone di regolata coscienza impiegano il tempo a recitare
preghiere in casa o nella moschea, a leggere il Corano, a fare altre
opere di carità, ad unirsi in una fraterna ed aggradevole società, ma
sempre circospetta. In questo tempo cessano le nimicizie, si riuniscono
le famiglie, i poveri sono più che in altri tempi soccorsi con
abbondanti elemosine.

Le moschee sono aperte ed illuminate tutta la notte in tempo del
ramadàn, e la folla entra e sorte continuamente; le botteghe sono
aperte, e frequentate dai due sessi; sono pure aperti i caffè, ma
frequentati soltanto dagli uomini. Vi si conserva però sempre quel
carattere di gravità che si distingue il musulmano.

Non bevendo nè mangiando in tutto il giorno, s'aspetta con impazienza
l'ora del _mogareb_, ossia del cader del sole; al primo segnale
dell'_el-mùdden_, o gridatore pubblico posto in cima alla torre, tutte
le persone si pongono in moto, ed all'istante si mangia una specie di
pappa di farina, condita col mele e collo zuccaro, o qualche altro
manicaretto assai nutriente: si fa in seguito la preghiera, e poco dopo
si pranza. Molti mangiano durante la notte tre o quattro volte, io non
prendevo che il tè, e la mattina prima dell'aurora una tazza di pappa, o
un poco di _concoussou_.

Il digiuno del Ramadan è appena sentito dal ricco, perchè egli passa la
giornata dormendo, e la notte si compensa largamente delle privazioni
del giorno; di modo che egli non fa che cambiare l'epoca de' suoi
giornalieri godimenti: ma esso è bene una grave penitenza pel poco
agiato che deve guadagnarsi il vitto col travaglio del giorno, e perciò
non può eludere il rigore del precetto cambiando il suo tenore di
vivere. Questo digiuno del Ramadan viene osservato con tanta precisione,
che un musulmano che lo rompesse volontariamente senza leggittima causa,
e sopra tutto in presenza di testimonj, sarebbe come infedele giudicato
meritevole della pena di morte.

I mesi arabi essendo lunari, ed ogni mese incominciando all'istante che
scuopresi ad occhio nudo la nuova luna i musulmani sono estremamente
attenti ad osservare il cielo; ed hanno in ciò un tatto finissimo ed una
vista estremamente penetrante, di modo che più volte m'indicavano il
luogo in cui vedevano la nuova luna, ch'io non vedevo altrimenti, e che
col soccorso d'un cannocchiale scoprivo in seguito in quel punto preciso
del cielo ch'essi mi avevano indicato. La dichiarazione di due
testimonj, che attestano innanzi al kadi aver veduta la luna, basta per
far proclamare incominciato il mese; e quando le nubi impediscono di
vederla, il compimento di trenta giorni del mese precedente dà luogo al
nuovo mese.

Onde agevolare queste osservazioni, io calcolavo da prima i giorni in
cui le nuove lune potrebbero vedersi, e dava loro questa specie
d'almanacco: l'esattezza de' miei pronostici mi avevano conciliata tutta
la loro confidenza, e vi si conformavano senza scrupolo per incominciare
il Ramadàn e finirlo; di modo che il Sultano ordinò che questa cerimonia
non avesse luogo che dietro la mia indicazione.

Il cominciamento del Ramadàn viene annunciato a Fez con molti colpi di
fucile tirati da un'altura vicina, e col lugubre suono delle trombette
che i pubblici stridatori fanno udire dall'alto di tutte le torri delle
moschee; l'istante del fine dello stesso mese, o il cominciamento della
pasqua, viene pure annunciato con colpi di fucile tirati dai tetti delle
case: infelici coloro che amano la tranquillità, e sopra tutto infelici
gl'infermi! essi sono storditi dal numero delle armi da fuoco, e dal
grido dell'universale tripudio. Malgrado il carattere augusto che la
religione imprime al mese di Ramadàn molti mori del basso popolo,
diventano quasi frenetici. Gli uni si riscaldano il capo colle frequenti
preghiere, e colla lettura continua del _Corano_; altri con quella dei
libri ascetici, o sacri; altri finalmente colla debolezza del loro
stomaco, e colla tristezza che ne è un'inseparabile conseguenza; e tutti
sono scossi dall'orribile e funebre suono delle trombe, che dall'alto
delle torri si fa udire in diverse ore del giorno e della notte: ciò che
cagiona molte contese tra la plebaglia.

Nella notte del 27 avvi continuamente in ogni moschea un ministro, che
senza libro recita il _Corano_ ad alta voce, ed il popolo sta in piedi
ad ascoltarlo. La recita è interpolata da preghiere; e la persona che
recita viene successivamente rilevata da un'altra, talchè allo spuntare
del giorno si viene ad aver recitato tutto il _Corano_. In quella notte
sono illuminate le strade ed i terrazzi; immensa è la folla, e le donne
vanno in truppa per visitare qua e là le moschee, nelle quali
un'infinita quantità di fanciulli d'ogni età, di femmine, di santi
imbecilli, buoni e cattivi, fanno uno spaventoso mormorio; che però non
impedisce la lettura del _Corano_, nè le preghiere.

Tutte le notti del Ramadàn avanti l'aurora vi sono degli uomini delle
moschee, che scorrono le strade con enormi bastoni battendo a replicati
colpi le porte delle case, affinchè gli abitanti si alzino per mangiare
avanti l'ora della preghiera del mattino.

Il pellegrinaggio della Mecca è il quinto precetto divino. Ogni
musulmano deve almeno una volta in sua vita fare personalmente questo
santo viaggio, o darne la commissione ad un pellegrino, che soddisferà
per lui, ed in suo nome a questo sacro dovere, nel caso che egli abbia
legittimi motivi che lo impediscano di farlo.

L'oggetto di tale viaggio è quello di visitare la _Kaàba_, o la casa di
Dio alla Mecca; le colline _Sàffa_ e _Mèrova_ che sono nella stessa
città, ed il monte Aarafat, che trovasi a piccola distanza dalla santa
città. L'epoca di queste cerimonie alla Mecca ricorre tutti gli anni nel
mese _Dulhàja_. Molti pellegrini approfittano della circostanza per
andare anche a Medina per visitarvi il sepolcro del Profeta; ma questo è
un atto di divozione nè ordinato, nè consigliato dalla legge.
Ritorneremo altrove su questo argomento.

L'anno arabo essendo composto di dodici mesi lunari, trovasi undici
giorni più corto dell'anno solare; e per conseguenza il Ramadan e le
pasque fanno il giro dell'anno solare in trentuno o trentadue anni. Ecco
i nomi dei mesi arabi

  _Moharràm._
  _Safàr._
  _Ràbioul-aoval._
  _Ràbiou-zéni._
  _Diàd._
  _Ioumeldà_ (ossia _Ioumà_).
  _Arjàb._
  _Schabàn._
  _Ramadàn._
  _Schoval._
  _Doulkàada._
  _Doulkàja._

I giorni della settimana chiamansi così

_Nahhàr el Khàd_ — primo giorno — Domenica.

_Nahhàr el Zenin_ — secondo giorno — Lunedì.

_Nahhàr el Telàta_ — terzo giorno — Martedì.

_Nahhàr l'Arbàa_ — quarto giorno — Mercoledì.

_Nahhàr el Hhamiz_ — quinto giorno — Giovedì.

_Nahhàr Ioumouà_ — sesto giorno — Venerdì.

_Nahhàr es Sebts_ — settimo giorno — Sabbato.

I giorni di digiuno e le feste dell'anno sono:

Il 1, 2, 3, e dieci di _Moharram_ per il digiuno.

Non avvi nulla nel mese _Safàr_.

Il 12 di _Rabioul-aoual_ si solennizza il _Moulotid_, o la nascita del
Profeta: le feste durano fino al 19: ed a quest'epoca soglionsi per
l'ordinario circoncidere i fanciulli.

Non v'è niente di particolare ne' tre susseguenti mesi.

Il primo giovedì, ed il 27, del mese _d'Arjab_ sono consacrati al
digiuno.

Nel mese di _Schaban_ si passa pregando la notte del 15, e si digiuna il
susseguente giorno.

Si digiuna tutto il mese di _Ramadan_; si fa preghiera la notte, e
particolarmente nelle notti del 27, e del 30 che devono interamente
consumarsi pregando.

La Pasqua chiamata l'_Eïd Seguìr_, piccola Pasqua, è fissata nel primo
giorno del mese di _Schovàl_. In questo giorno deve farsi l'elemosina
pasquale, di cui si è parlato, e si fa la preghiera pasquale
all'_Emsàlla_ di cui si parlerà tra poco. Dopo questo giorno di Pasqua
si digiuna sei giorni scelti ad arbitrio nel corso dello stesso mese.

Niente vi è nel mese _Doulkaada_.

In quello di _Doulhaja_ i musulmani che non vanno alla Mecca digiunano i
primi nove giorni. Il 10 del mese incomincia la Pasqua chiamata l'_Eïd
Kibir_ o grande Pasqua, la quale dura tre giorni; nel primo de' quali si
va subito la mattina a fare la preghiera pasquale all'_Emsalla_, poi
tornato in propria casa si sacrifica un montone in memoria del
sacrificio d'Abramo. Egli è a tale epoca che si fanno le ceremonie del
pellegrinaggio della Mecca.

Questi mesi sono composti di 29 e di 30 giorni, e l'anno non è che di
trecento cinquanta quattro, e per conseguenza il termine dei dodici mesi
si compie undici o dodici giorni prima di quello dei dodici mesi solari.
Risulta che il Ramadan, e le Pasque fanno il giro dell'anno solare, e
non s'incontrano press'a poco nello stesso punto che dopo trentuno o
trentadue anni solari, che compongono un anno lunare di più. Il presente
anno che è il 1218 dell'Egira ha cominciato il 23 aprile del 1803 di
Cristo.

Il digiuno del Ramadan è il solo di divino precetto, gli altri non sono
che una pratica religiosa imitativa.

I musulmani contano nell'anno quattro mesi sacri, duranti i quali non si
deve senz'esserne forzati, fare la guerra, nè privar di vita un uomo.
Sono questi i mesi di _moharram_, d'_arjal_, di _doulkaada_ e di
_doulhaja_.

Per la preghiera Pasquale avvi fuori delle città un luogo a ciò
destinato, che chiamasi _El-Emsàlla_, ove s'aduna tutto il popolo la
mattina del primo giorno d'ogni Pasqua avanti il levare del sole.

Magnifica fu la festa dell'ultima Pasqua celebrata in Fez dal Sultano. I
_paschà_, i _keih_, ed i grandi _cheik_ alla testa di numerosi corpi di
cavalleria vennero da tutte le provincie dell'impero per felicitare il
Sultano, e rimasero quasi tutti accampati fuori della città.

Nel luogo dell'_Esmàlla_, si formò un recinto di forma quadrata, chiuso
da tre lati da una tela di cinque a sei braccia d'altezza, e press'a
poco della lunghezza di circa sessanta piedi da ogni banda, con entro
una tribuna pel predicatore. Noi eravamo entro questo recinto in numero
di circa seicento, e tutta la popolazione di Fez, ed i fedeli venuti
dalle provincie, stavano al di fuori in numero di altre dugento
cinquanta mille persone. All'arrivo del Sultano incominciò la preghiera.
Ogni volta che per i movimenti dei _rikat_ l'Imano ed il _Mudden_
pronunciavano l'esclamazione _Allàhou aki bàr! Dio grandissimo!_ questa
veniva ripetuta da un infinito numero di _Mudden_ sparsi tra la folla
fino ad una grandissima distanza: ed a tale grido si vedevano prostrarsi
innanzi alla divinità dugento cinquanta mille persone aventi il sovrano
alla loro testa, e per tempio l'intera natura: spettacolo veramente
augusto, che non si può vedere senz'essere profondamente commossi.

Dopo la preghiera un _fakih_ del Sultano salì sulla tribuna, pronunciò
un sermone, e la ceremonia si chiuse con una breve preghiera. Il Sultano
sortito dal recinto, montò a cavallo, e tutta la sua corte ne imitò
l'esempio. Dopo aver fatto un passeggio, durante il quale i diversi
corpi delle provincie gli vennero incontro per salutarlo, si ritirò; ed
in allora, ebbero cominciamento le corse dei cavalli, le scaramuccie, i
colpi di fucile, le grida d'allegrezza ohe si prolungarono tre giorni
nella città e nei contorni.

Rimarcabile è la maniera con cui ogni corpo salutava il Sultano. Dopo
essersi disposti in linea si presentavano al Sultano coi loro lunghi
fucili che si tenevano perpendicolarmente davanti colla mano destra, ed
appoggiati sul pomo della sella piegavano il corpo avanti, facendo una
riverenza, e gridando ad alta voce tutte le volte _Allàh jebark òmor
sidina! Dio benedica la vita del nostro Signore!_ Poi ritiravansi per
lasciar luogo agli altri. Il capo di ogni truppa veniva alquanto
innanzi, ed avvicinandosi al Sultano, lo salutava in particolare,
facevasi conoscere, e faceva segno alla sua gente di avanzarsi e di
ritirarsi.

A poca distanza dal Sultano erano molte compagnie della sua guardia a
cavallo con un infinito numero di stendardi, ed una banda di tamburri
rauchi, e di cornamuse assai discordi. Marciavano presso al Sultano i
grandi ufficiali ed alcuni servitori a piedi; e due di questi stavano
sempre ai fianchi del suo cavallo con un fazzoletto di seta in mano per
scacciare le mosche.

Tra i musulmani non trovansi preti propriamente detti. Quelli che
assistono alle moschee non hanno altra marca distintiva che possa farli
conoscere, nè alcun carattere che gli dispensi dalle obbligazioni di
cittadino: hanno mogli, travagliano e pagano le imposte; in una parola,
l'ordine sacerdotale, che negli altri culti forma nello stato una classe
separata, non esiste presso i musulmani. Qui gli uomini sono in ogni
casa eguali in faccia al Creatore; i templi non hanno luoghi riservati,
nè posti privilegiati. La virtù o il vizio sono i soli mezzi che
avvicinano o allontanano l'uomo dalla Divinità.

Gl'impiegati delle moschee sono prima gl'_Imani_, che dirigono la
preghiera, predicano i venerdì, e fanno talvolta la lettura de' libri
sacri; ed in appresso i _Mudden_, che chiamano il popolo dall'alto delle
torri, e che ajutano gl'Imani nella direzione delle preghiere.
Quest'impieghi non imprimono verun carattere in coloro che gli
esercitano; e quindi tosto che hanno terminate le loro funzioni, si
occupano in altri affari come semplici cittadini. Durante l'assenza d'un
Imano dalla moschea, il _Mudden_, o un altro individuo, o qualunque del
popolo si pone alla testa dell'assemblea; dirige la preghiera, e fa le
funzioni di vero Imano.

I musulmani non hanno altre feste in tutto l'anno che quelle della
Pasqua, e della nascita del Profeta. Il venerdì il musulmano lavora come
gli altri giorni della settimana, incominciando la mattina fino ad
un'ora avanti mezzogiorno, in cui abbandona la sua officina, o altre sue
occupazioni per andar a fare le sue abluzioni, e la sua preghiera alla
moschea: torna in appresso al suo travaglio.

Dal fin qui detto si vede che l'_islam_, o la religione di _Maometto_, è
austera. La parola _islamismo_ vuol dire _abbandono di se medesimo a
Dio_; e su questa primaria base è fondato questo culto.

La credenza nella missione di _Noè_, di _Abramo_, di _Mosè_, di _Gesù
Cristo_ e di altri antichi Profeti, è un articolo indispensabile per
l'introduzione all'_islamismo_; di modo che un giudeo non può essere
ammesso al corpo dei fedeli, senza che preventivamente abbia dato prove
della sua credenza nella missione di Gesù Cristo, riconosciuto come lo
spirito di Dio (_Rouh Oullàk_) e figliuolo di una Vergine: lo che viene
attestato dal _Corano_.

I musulmani sono d'opinione che gli evangelj che trovansi tra le mani
de' cristiani siano stati viziati, o corrotti da interpolazioni. Essi
negano la morte di Gesù Cristo, che secondo il _Corano_ salì vivo al
cielo senza subire il supplizio della croce; non ammettono il domma
della Trinità, nè per conseguenza l'unione ipostatica della seconda
persona in Gesù Cristo, e nell'eucaristia.

Sgraziatamente sonosi pure introdotte nell'_islamismo_ varie
superstizioni, che il musulmano filosofo detesta. Le ceremonie esteriori
del culto hanno soverchiato in modo le dottrine fondamentali della
religione, che quando un musulmano faccia ogni giorno il numero della
prostrazioni o dei _rihat_ prescritti dalla legge, non si guarda alla
sua morale, e sarà tenuto buon musulmano; sarà pure inalzato alla
dignità di santo, se eccede il numero delle preghiere e dei digiuni
legali, quantunque la sua condotta sia quella d'un uomo perverso, com'io
ebbi occasione di vederne alcuni esempi.

La venerazione pei sepolcri dei santi ha un utile effetto quando le loro
cappelle sono l'asilo dell'innocenza contro gli attentati del
despotismo. La venerazione in cui sono tenuti gl'imbecilli, protegge la
sgraziata loro esistenza; ma l'asilo delle cappelle conserva altresì un
ragguardevole numero di delinquenti, dai quali dovrebbesi liberare la
società, ed il rispetto verso gl'imbecilli è cagione di mille attentati
contro la pubblica morale. I _safi_, o talismani, le reliquie, le
corone, i recitatori di preghiere per gl'infermi, per le cose smarrite,
ec. ec., sono altrettante pie frodi che macchiano il puro deismo di
_Maometto_. Altronde qual è il culto in terra che non sia stato alterato
dalla cupidigia dei ciarlatani, o dalla sciocca timidità del popolo?
Fortunatamente che nell'impero di Marocco non si vedono quelle greggie
monastiche, ossia quei _Dervis_, che scontransi in tutta la Turchia.



CAPITOLO XI.

   _Sceriffi di Muley Edris. — Affare del pendolo. — Ingresso del
   Sultano in Fez. — Messo del Sultano. — Interrogatorio del capo
   degli astrologi. — Sua ipocrisia, mala fede. — Intrighi
   dell'astrologo. — Trionfo d'Ali Bey. — Compera d'una Negra. —
   Almanacco. — Partenza del Sultano. — Eclissi._


Abbiamo veduto, che le ceneri di _Muley Edris_ fondatore di quest'impero
sono venerate nel suo santuario a Fez, ove dimorano i suoi discendenti,
risguardati ancora come la più illustre famiglia del paese sotto il nome
di _Sceriffi_ di _Muley Edris_. Il capo di questa famiglia prende il
titolo di el _Emkaddem_, o _l'antico_. _L'Emkaddem_ attuale è un vecchio
venerabile chiamato _Hadj Edris_, il quale ha l'amministrazione dei
fondi posti ne' coffani accanto al sepolcro del santo, come pure
dell'elemosine in granaglie, in bestiami, ed in altri effetti che gli
abitanti gli danno a titolo di tributo: egli stesso le ripartisce tra i
scheriffi della tribù, la maggior parte de' quali si mantiene con questi
fondi, comecchè ve n'abbiano di ricchissimi di beni stabili, o pel
commercio che fanno, siccome l'_Emkaddem_. È tanto grande la venerazione
degli abitanti per _Muley Edris_, che in tutti gli accidenti della vita,
e ancora per uno spontaneo movimento, in luogo d'invocare
l'onnipossente, invocano _Muley Edris_.

Venendo da Mequinez a Fez mi passò innanzi un ufficiale del Sultano
apportatore d'un ordine sovrano ad _Hadj Edris_ perchè mi preparasse un
alloggio e mi assistesse e servisse di tutto quanto potessi desiderare.
In conseguenza, al mio arrivo fui alloggiato in casa sua; e perchè la
vecchiaja appena gli permette di far pochi passi, non che di occuparsi
di tutti i doveri dell'ospitalità, fu il suo maggior figliuolo _Hadj
Edris Rami_[15] che s'incaricò esclusivamente di tutti i miei affari, e
perciò qualunque volta io parlerò di _Hadj Edris_ si deve intendere del
figliuolo, ammeno che io non indichi espressamente il padre. Amendue
colle rispettive loro famiglie abitano nella medesima casa. _Hadj Edris
Ràmi_ è della mia età; il suo stimabile carattere, la dirittura de' suoi
principj, e la sua fedeltà, che giammai non si smentirono, lo resero il
mio migliore amico: possa egli essere tanto felice quanto io lo
desidero, e possano i suoi anni essere numerosi come le sue virtù!

  [15] _È lo stesso personaggio che fu a Parigi nel 1808 in
  qualità d'ambasciatore straordinario dell'Imperatore di
  Marocco._ (N. dell'E. F.)

All'indomani del mio arrivo a Fez ricevetti la visita dei principali
scheriffi della tribù _d'Edris_ e di molti altri della città. Infinite
erano le domande che mi si facevano in tali visite, e le osservazioni;
come pure le ricerche che facevansi ai miei domestici, al quale oggetto
valevansi di tutti i mezzi immaginabili. In somma facevansi loro subire
formali interrogatorj sul conto mio; ma ne ottennero così soddisfacenti
risposte, che avanti che terminasse il secondo giorno, mi avevano
baciata cento volte la barba, ed i più ragguardevoli mi avevano pregato
a riceverli nel numero de' miei amici.

Gli _Edris_ affezionatisi al loro ospite pensavano ad avermi lungo tempo
in loro casa, e nulla trascuravano di tutto ciò che poteva, rendermene
aggradevole il soggiorno; ma siccome io non mi trovo mai bene che in
casa mia, si viddero forzati dalle mie istanze a cercarmene una, e pochi
giorni dopo io mi trovavo già stabilito in quella ch'essi mi procurarono
delle migliori di Fez. Il susseguente giorno mi recai a visitare il
principe _Muley Abdsulem_ che allora era a Fez. Quest'augusto e
rispettabile cieco mi fece infinite carezze, e mi pregò caldamente
d'andare a trovarlo ogni giorno; glielo promisi, e poche volte mancai
alla promessa.

Il despotismo che da tanto tempo pesa su quest'impero avvezzò gli
abitanti a nascondere il loro danaro, e ad adottare nei loro abiti, e
nella economia famigliare tutto ciò che può allontanare da loro il
sospetto dell'agiatezza; talchè niuno ardisce, per ricco ch'egli sia,
fare la menoma spesa di lusso; ad eccezione dei più prossimi parenti del
Sultano e dei scheriffi _Edris_, che godono di una maggiore libertà, e
perciò non temono di vestirsi, e di alloggiare più decentemente. I miei
amici mi vedevano tenere un sistema diverso dal loro, perchè accostumato
al lusso orientale, non sapevo ridurmi alla miseria ed agli usi di Fez.
Essi tremavano per me, e non mi dissimulavano i loro timori; ma lontano
dal pensare a correggermi, non declinai un sol punto dalle mie
abitudini; onde i miei amici terminarono coll'avvezzarvisi, e qualcuno
ancora incominciò ad imitarmi. La mia società s'accresceva ogni giorno.
I _Fachik_, i _Sceriffi_, i dotti, non isdegnavano di farne parte.

Non molto dopo arrivato a Fez fui condotto nella moschea di _Muley
Edris_, ed in una bella casa dipendente dalla moschea, ove vidi un
singolare assortimento d'oriuoli a pendolo: seppi che il Sultano aveva
ordinato che mi fosse preparata quell'abitazione, affinchè potessi
andarvi per leggere o per studiare, e che i dottori dovevano venire ogni
giorno a parlare con me intorno a cose scientifiche.

Per verun conto non mi conveniva assoggettarmi a qualsiasi vincolo; e
quindi dopo avere testificata tutta la mia riconoscenza verso il
sovrano, ed accettata l'abitazione, ordinai ai miei domestici di
portarvi tappeti, cuscini, un soffà, e tutto quanto poteva abbisognarmi;
dissi che sarei talvolta venuto a leggere, dichiarando in pari tempo
francamente che _ciò non avrebbe luogo ogni giorno_. Questo linguaggio
li sorprese.

Ne' primi dieci giorni non v'andai che due volte; vi capitarono molti
dottori, ma la nostra conversazione si restrinse ai complimenti
vicendevoli, ed a discorsi di niuna importanza.

Intanto si ebbe notizia che il Sultano arriverebbe ben tosto a Fez.
Allora _Hadj Edris_ mi fece sapere che due giorni dopo il mio arrivo suo
padre aveva ricevuto un ordine dal Sultano, col quale gli partecipava,
ch'io dovevo prendermi cura dell'andamento regolare dei pendoli di
_Muley Eddris_, e dare l'ora per le preghiere canoniche; che a tale
oggetto mi assegnava una pensione sulle entrate della moschea. Io saltai
come un capretto udendo un così fatto ordine. Declamai contro l'ingiusta
pretesa di voler impormi obbligazioni quando io non chiedevo nulla a
chicchessia; mi alterai, giurando, che mai più non avrei posto piede in
quella sala, e che se non mi si dava soddisfazione non andrei in
avvenire nella moschea di _Muley Edris_. Il buono _Hadj Edris_
arrabbiava; m'assicurò, ch'esso, e quanti erano stati informati di
questo affare, erano del mio sentimento; che per tale motivo non me ne
avevano parlato fino al presente, vedendosi costretti a farlo in vista
dell'imminente arrivo del Sultano, onde non esporsi a qualche dispiacere
per non aver eseguito il suo ordine. Tutti gli amici non trascuravano
intanto di calmarmi, pregandomi d'addolcire il mio rifiuto coll'andare
qualche volta presso _Muley Edris_; ma io non ascoltavo alcuno, e
montato a cavallo partii come un lampo per recarmi da _Muley Abdsulem_.

Feci conoscere a questo rispettabile amico le mie acerbe lagnanze,
osservandogli, che io veniva degradato in faccia al pubblico, e che ciò
doveva farmi credere ben poco avanti nella considerazione del Sultano, a
cui lo pregavo di far conoscere i miei sentimenti su quest'argomento.
_Muley Abdsulem_ mi diede ogni possibile soddisfazione, assicurandomi
che doveva esservi qualche mal inteso, e che s'egli ne avesse avuta
prima conoscenza, non avrebbe permesso di parlarmene; che dovevo
risguardarmi come suo figlio, e come figlio del Sultano _Muley
Solimano_, e che per conseguenza sarebbe sempre in mio arbitrio di fare
quanto mi piacesse, senza che alcuno debba o possa immischiarsene; e
ch'egli non soffrirebbe mai che mi si desse il menomo dispiacere.

Per tre giorni questo buon principe si compiaque di darmi ragione
intorno a quest'affare; ond'io conobbi evidentemente la favorevole
opinione ch'egli, ed il Sultano avevano di me, e che l'ordine relativo
ai pendoli era opera di qualche ministro ambizioso, che aveva interesse
di degradarmi agli occhi di tutto il mondo: ma invece d'abbassarmi,
quest'affare accrebbe il mio credito. I miei amici celebrarono questo
trionfo come una cosa non mai più udita; il mio nome si rese famoso; ed
io spiegai tutto l'apparato che si conveniva al mio grado. Non vi fu
alcuna persona di qualche distinzione a Fez, che non si desse premura di
visitarmi, onde la mia casa rifluiva di gente mattina e sera.

Non si tardò molto ad annunciare il vicino arrivo del Sultano. Io sortii
accompagnato da alcuni domestici e molti dei più principali della città
tutti a cavallo per incontrarlo ad una ragguardevole distanza. Tosto che
lo vedemmo, gli facemmo i nostri saluti, ai quali egli corrispose
affettuosamente; indi frammischiandoci ai signori del suo seguito
l'accompagnammo al palazzo. Il Sultano si ritirò nei suoi appartamenti,
ed il suo seguito, e la truppa ritiraronsi col popolo.

L'accompagnamento del Sultano era composto di un distaccamento di
quindici in venti uomini a cavallo: cento passi a dietro veniva il
Sultano sopra un mulo, ed al suo fianco, montato pure sopra un mulo,
stava l'ufficiale che gli portava l'ombrello, che a Marocco è il segno
distintivo del sovrano, non potendo farne uso ch'egli, i suoi figli e
fratelli; onore straordinario, ch'io per altro ottenni. Otto o dieci
domestici venivano dopo il Sultano, indi il ministro _Salaoui_ con un
domestico a piedi, e chiudevano la marcia alcuni impiegati, ed un
migliajo di soldati bianchi e neri a cavallo, con lunghi fucili in mano
formanti una specie di linea di battaglia, che aveva nel suo centro
dieci in dodici uomini di fondo, e le di cui estremità andavano a
terminare in un solo uomo; ma tutti senz'ordine di gradi, di file, o di
distanze. Nel centro della linea eranvi in sul davanti tredici grandi
stendardi, ciascuno d'un solo colore, altri rossi, altri verdi, bianchi,
gialli. Questo gruppo di bandiere serve alla truppa di punto di vista
per marciare, per fermarsi, o per cambiare di fronte; movimenti tutti
che si fauno in disordine e tumultuariamente. Quattro o sei tamburri
rauchi con alcune cattive cornamuse stanno dietro agli stendardi; ma non
si fecero sentire che dopo che il Sultano entrò in palazzo.

Lo stesso giorno mi recai da _Muley Abdsulem_, e gli chiesi consiglio
sul modo che doveva tenere per essere presentato al Sultano. Egli mi
rispose che se ne sarebbe occupato all'istante egli medesimo.

_Muley Abdsulem_ andò subito a corte, ed al suo ritorno mi disse che il
Sultano mi riceverebbe tutti i venerdì, e che non mi chiedeva ogni
giorno per non incomodarmi, nè privarmi della mia libertà; che mi
manderebbe uno de' suoi letterali per accompagnarmi ogni volta al
palazzo.

Effettivamente all'indomani, mentre trovavansi presso di me circa venti
persone, mi venne annunziato un messo del Sultano: lo feci entrare: egli
era il primo astrologo di corte. Presentandosi mi diede segni del più
profondo rispetto, e ponendomi sulle mani da parte del Sultano un
magnifico _hhaïk_, mi disse, ch'egli, _Sidi Ginnàm_, avea l'onore
d'essere stato scelto da sua maestà per accompagnarmi al palazzo ogni
venerdì.

Dopo avere baciato il _hhaïk_, ed avermelo posto sul capo secondo l'uso,
lo lasciai sul mio cuscino, e ricevetti i complimenti di tutte le
persone presenti.

Fu portato il tè, e dopo una mezz'ora di conversazione _Sidi Ginnàm_ mi
chiese se poteva dirmi una parola in segreto. Lo condussi in un'altra
sala con uno scrivano o segretario, che aveva seco condotto. Appena
fummo seduti incominciò a farmi varie interrogazioni. Mi chiese nome,
età, patria, ed il luogo de' miei studj; indi mi pregò di sciogliergli
alcuni problemi astronomici, come la longitudine, e la declinazione del
sole dello stesso giorno, la periodica sua rivoluzione, la precessione
dell'equinozio, la longitudine e latitudine della mia patria, quella del
mio alloggio a Londra, ec. Tale trattenimento non poteva in verun modo
piacermi, perchè ne ignorava lo scopo. Risposi con qualche durezza, ma
non per questo lo scrivano lasciò di scrivere. V'aggiunsi le predizioni
di due vicini ecclissi del sole e della luna, de' quali lo scrivano ne
marcò la data e le ore. Dopo ciò io li congedai, regalandoli amendue.

Nel tempo di questa specie di interrogatorio _Hadj Edris_ non cessava
d'andare e venire d'una in altra sala con molta inquietudine; e quando
ebbi congedato il mio astrologo, entrando nella sala ov'era la società,
viddi tutti i miei amici divisi in gruppi di quattro persone che
pregavano per me. Io rimasi commosso dall'interesse che quest'onesta
gente prendeva al mio ben essere, il buon _Hadj Edris_ si tranquillizzò,
e tutti mi replicarono i più affettuosi complimenti.

Il susseguente giorno si andò per divertimento ad un giardino di
campagna di _Hadj Edris_: ma essendo tutti uomini, e non permettendoci
la gravità musulmana d'intrattenerci in qualche giuoco, o colla musica,
o colla danza; privi dell'uso de' liquori proibiti dalla legge; ed
altronde non essendo la società composta di persone abbastanza dotte per
potersi universalmente occupare delle scienze; e per ultimo mancanti
affatto di notizie politiche, che sogliono somministrare largo
trattenimento alle società europee, come potevasi ingannare
piacevolmente il tempo?... A mangiare cinque o sei volte al giorno come
tanti Eliogabali, a bere tè, e a far preghiere comuni, a giuocare come
fanciulli, ed a nominare fra di noi i _pascià_, i _califfi_, i _kaid_, i
quali avessero impero sul rimanente della società ad ogni pranzo, ad
ogni tè, ad ogni passeggiata? Con tali e somiglianti altri divagamenti
restammo colà tre giorni, e due notti. L'ultimo giorno era giovedì, e
siccome avevo annunciato al Sultano che in tal giorno vedrebbesi la
nuova luna, se le nubi non la nascondevano, il Sultano fece proclamare
il cominciamento del Ramadan pel venerdì, quantunque la luna rimanesse
coperta.

In esecuzione degli ordini sovrani questo venerdì _Sidi Ginnàn_ venne a
prendermi per condurmi al palazzo. Montai a cavallo ed andai seco alla
moschea del palazzo, ove, dopo avermi fatto sedere, mi lasciò solo.
Un'ora dopo il Sultano venne nella tribuna, ove suole recitare la
preghiera del venerdì senz'essere veduto dal popolo. Dopo la preghiera
il Sultano partì subito, senza che io potessi vederlo.

Appena era egli sortito, _Sidi Ginnàn_ aprì la porta della tribuna, mi
chiamò, e mi fece entrare; e dopo aver chiusa la porta, facendomi molte
carezze, mi mostrò il luogo in cui il Sultano aveva costume di fare la
preghiera, e m'assicurò; _che gli aveva detto ogni cosa; che lo aveva
informato della mia predizione delle ecclissi; che il Sultano avevagli
risposto, essere soddisfatto, e che ordinava di condurmi ogni venerdì
alla moschea, come aveva fatto al presente_.

Conobbi all'istante la mala fede di quest'uomo, e gli risposi
seccamente: _benissimo; ma mi riesce affatto indifferente il venir qui
per la mia preghiera, o l'andar altrove_. Il mio uomo imbarrazzato da
tale risposta cercava di nascondere il suo turbamento. Mi condusse sulla
strada per una porta interna del palazzo, dicendomi misteriosamente:
_usciamo da questa banda, perchè siccome tutto il mondo sa che il
Sultano vi ha chiamato, si saprà più presto ch'egli vi accorda simili
distinzioni_. Sdegnato degl'intrighi di costui, gli replicai
bruscamente: _per me è lo stesso l'uscire per di qui, o per tutt'altra
porta_, e montando subito a cavallo, partii con i miei domestici. Montò
egli pure sul suo mulo, sforzandosi di raggiungermi, e venne a porsi al
mio fianco, chiedendomi se volevo far una passeggiata, al che mi
rifiutai di mal garbo. Mi accompagnò fino a casa, e si ritirò.

Gli amici che m'aspettavano vedendomi entrare come un furibondo,
s'affrettarono di chiedermi se avevo veduto il Sultano. Gli contai
l'accaduto, e rimasero storditi.

Io conoscevo l'ascendente della mia influenza, come i motivi della
condotta di _Sidi Ginnàn_, ed il bisogno di fare un colpo assai
clamoroso. Presi dunque all'istante la penna e stesi una memoria divisa
in dodici articoli. Dimostrai geometricamente l'ingiustizia di questa
specie di disprezzo, poichè io non avea chiesto nulla, ed il sultano
all'opposto non avevami chiamato che per avvilirmi. Terminavo l'ultimo
articolo con queste parole: _in conseguenza io parto alla volta
d'Algeri._ Feci sapere agli amici la presa risoluzione, e pregai _Hadj
Edris_ di disporre subito quanto mi abbisognava pel viaggio, incaricando
un individuo della società di portare la mia lettera a _Muley Abdsulem_.

Dopo aver udito quanto scriveva, e vedendo la mia ferma risoluzione, i
miei amici tremarono, e fecero ogni possibile per ritenermi; ma io non
ascoltai ragione finchè non mi fu fatto osservare che senza estremo
bisogno un musulmano non deve viaggiare in tempo del Ramadan. A ciò mi
acquietai, e promisi di passare il Ramadan a Fez, dichiarando in pari
tempo che partirei subito dopo.

All'indomani _Muley Abdsulem_ mi fece dire d'andare da lui. Mi arresi al
suo invito. _Io ho parlato, mi disse, del vostro affare al Sultano, che
gravemente si adirò contro Ginnàn, dicendo che quest'uomo aveva un cuore
malvagio: quando il Sultano ordinò di condurvi tutti i venerdì al
palazzo non era già per lasciarvi nella moschea, ma per introdurvi
innanzi a lui a fine di vedervi e di parlarvi: che in tal modo doveva
fare ogni venerdì; ma che poteva ben essere che Ginnàn, e qualcun altro
avessero motivo di pentirsi....._ Terminò dicendomi, che ordinava allora
l'arresto di quel miserabile. Allora presi a parlare a favore di
_Ginnàn_, dichiarando ch'io ero soddisfatto, e che desideravo che questo
disgustoso affare non avesse ulteriori conseguenze.

I miei amici festeggiarono il mio trionfo; ma non molto dopo ritornò uno
di loro assai triste, e mi disse: voi per soverchia bontà commetteste un
errore — quale? Avete comunicati al traditore _Ginnàn_ i giorni e le ore
in cui succederanno gli eclissi del sole e della luna; or bene, non solo
nulla disse di esserne a voi debitore, ma presentò il vostro lavoro, e
se ne fece egli stesso autore — pover'uomo, soggiunsi io all'istante, mi
fa pietà — ma perchè? — perchè nè egli, nè altra persona conosce a Fez i
giorni o le ore delle vicine eclissi. — Come non gli avete voi detta
ogni cosa? e non scrisse egli quanto voi gli diceste? — No; io conobbi
subito il carattere dell'uomo, e rispetto alle cose astronomiche non gli
dissi la verità, e per conseguenza egli ha spacciati dei falsi
pronostici..... A questo tratto tutti slanciaronsi verso di me,
baciandomi le mani, abbracciandomi, alzandomi sulle loro braccia, e
proclamandomi uomo superiore agli altri.

Il seguente venerdì, fingendo d'ignorare tutto il passato, _Sidi Ginnàn_
venne a prendermi per condurmi al palazzo. Lo feci aspettare più di
mezz'ora, e montando a cavallo, gli ordinai di seguirmi. Entrammo in una
cappella interna del palazzo, ove venne subito un figlio del Sultano per
tenermi compagnia, e pochi momenti dopo il Sultano mi fece chiamare.

Andai, come porta l'etichetta, accompagnato da due ufficiali, i quali mi
presentarono al Sultano, che trovavasi nella casetta di legno della
terza corte. Appena entrato, mi fece sedere sopra un piccolo matterasso.
Fra molt'altre cose mi domandò se piacevami il paese: se non mi era
contrario il clima; quindi chiamandomi _suo figlio_ e dandomi altri
soprannomi onorevoli, mi replicò più volte, ch'_egli era mio padre_.
Volli baciargli la mano, ma egli la rivolse e mi presentò da baciare la
palma, come ai suoi figliuoli. _Essendosi poi spogliato del suo
bournous, me lo pose in dosso colle sue mani_, ripetendo ch'io potevo
presentarmi a lui qualunque volta lo desiderassi, ch'egli non mi fissava
verun tempo, perchè non voleva altrimenti incomodarmi. La conferenza
durava da molto tempo quando il Sultano mi domandò l'ora: guardai
l'orologio, e gli dissi essere quella della preghiera. Allora
ripetendomi di nuovo più volte che io ero suo figlio, si levò, ed
andammo alla moschea.

Questo intrattenimento ebbe luogo alla presenza di molte persone, e tra
le altre del _Muftì_, o principale Imano del Sultano. Questi prendendomi
per la mano mi condusse nella moschea, ch'era affollata di gente, e non
mi lasciò finchè non fui seduto. Quest'ingresso nella moschea con il mio
seguito, e col _bournous_ del Sultano sovrapposto al mio, chiamò sopra
di me gli sguardi di tutta l'assemblea. Io sortj di mezzo alla folla;
tutti quelli che trovavansi sul mio passaggio baciavanmi la spalla, o il
lembo della veste. Chiesi dov'era _Ginnàn_; ed il _Muftì_ facendo un
atto di disprezzo; _non prendetevi cura_, mi rispose, _di questo
miserabile, cui non devesi più verun riguardo_. Feci qualche elemosina
alla porta della moschea, secondo la mia costumanza, e ben tosto
s'invocarono le bendizioni del cielo sopra _Muley Solimano_, e sopra di
me. Montai in seguito a cavallo e mi restituj a casa compiutamente
soddisfatto, poichè pubblico era stato il soddisfacimento della ricevuta
ingiuria, e così luminoso. Fui complimentato da tutti; e più non si
parlò di andare ad Algeri, e proseguj a frequentare il Sultano, ed a
fare con lui la preghiera alla tribuna.

Un musulmano senza donne vedesi generalmente di mal occhio. I piaceri
dello spirito occupandomi più di quelli del corpo, non avevo fin ora
pensato a quest'articolo. I miei amici me ne parlarono tanto, che mi
convenne cedere alle loro istanze. Sapendo che non volevo ammogliarmi
che dopo aver fatto il pellegrinaggio alla casa di Dio, mi fu posta
innanzi una schiava negra, ch'io presi senza pure osservarla. Le donne
d'_Hadj Edris_ avendola riconosciuta nella qualità di mia concubina, la
bagnarono, la purificarono, la profumarono diversi giorni; gli fu poi
fatto il suo corredo; indi mi fu condotta a casa. A fronte degli
abbigliamenti, de' profumi, delle purificazioni, rimase isolata in
un'abitazione separata dalla mia, ove venne ben servita e trattata; ma
io, non saprei dirne il motivo, non ho mai potuto vincere la mia
ripugnanza per una negra colle labbra grosse, e col naso schiacciato:
quindi la sventurata donna dovette trovarsi ben delusa della sua
aspettazione.

Aveva promesso a _Muley Abdsulem_ un calendario per i quattro ultimi
mesi dell'anno arabo. Io lo feci indicando la corrispondenza delle date
coll'anno solare, i giorni della settimana, del mese e della luna, la
longitudine e la declinazione del sole nell'istante del mezzogiorno a
Fez, l'ora del levarsi e del tramontare nello stesso luogo; l'ora del
passaggio della luna al meridiano, la differenza dal tempo medio al
tempo vero, le fasi ed altri punti lunari, ed i più notabili fenomeni
degli altri pianeti.

Siccome in quest'epoca dovevano precisamente accadere le due eclissi del
sole e della luna, l'almanacco diventò più interessante assai pel
pronostico di questi fenomeni da me descritti interamente: aggiungendovi
inoltre le figure ch'essi dovevano presentare. Posi in fine due altri
disegni che mostravano, uno la grandezza dei pianeti relativamente al
sole, l'altro il sistema solare con tutte le nuove scoperte. Quando
presentai quest'almanacco, _Muley Abdsulem_ ed il Sultano ne furono in
modo sorpresi, che predissero la rovina di tutti coloro che senza saper
nulla godevano in Fez opinione d'uomini scienziati.

Pubblicatisi una volta i giorni e le circostanze delle eclissi, n'ebbe
ben tosto notizia tutta la città, e perchè ognuno voleva aggiungere alla
notizia qualche cosa del proprio, si spacciarono mille stranezze: e gli
astrologhi predissero sventure, che dovevano essere precedute da tre
giorni di dense tenebre. Non è credibile la pena ch'io mi diedi per
distruggere l'impressione di tali ridicole predizioni.

Terminato il Ramadan, si celebrò la pasqua nel modo solito, e poco dopo
il Sultano partì alla volta di Marocco, invitandomi a seguirlo: glielo
promisi.

L'eclissi della luna fu dal popolo poco notata perchè il cielo era
ingombro di nubi, e pioveva: ma gran Dio! quale spaventoso rumore non
produsse l'eclissi del sole! Il cielo era affatto sgombro, ed era verso
mezzogiorno: il sole oscurossi quasi interamente, non rimanendo che un
mezzo dito del disco scoperto. Gli abitanti correvano per le strade
gridando come insensati; i tetti ed i terrazzi erano coperti di gente;
ed il mio alloggio era così affollato, ch'era impossibile il fare un
passo dalla porta fino al luogo più elevato.

L'eclissi finì poco dopo mezzogiorno. Stavo pranzando quando mi fu
annunciato che il figlio del kadi desiderava di parlarmi. Fattolo
introdurre, mi disse, colle lagrime agli occhi, e nel più compassionevol
modo, che la malattia di suo padre attratto non permettendogli di
sortire, veniva egli in sua vece a pregarmi, poichè il buon Dio li aveva
felicemente salvati dell'eclissi[16], d'avere la bontà di dirgli, _se
doveva ancora temersi di altra cosa_. Io lo rassicurai, come seppi
meglio, e lo rimandai soddisfatto.

  [16] _Un'eclissi riguardasi nel regno di Marocco come una grande
  sventura._ (N. dell'E.)

Non è possibile persuadere a queste genti, che si possono saper fare
osservazioni e calcoli astronomici, senza essere astrologo, e senza
saper dire a ciascuno la sua buona o cattiva sorte. Io mi abbattevo ogni
giorno in taluno che mi pregava a dargli indizio delle cose perdute o
rubate, altri a chiedermi la guarigione di un'ostinata malattia; i più
discreti si limitavano a domandarmi una preghiera per loro, o un
_Flous_, o piccola moneta per conservarla come un prezioso regalo. Tanta
è la costoro ignoranza che io mi affaticavo, ma con poco profitto, di
guarirli da sì grande semplicità.

Determinai il giorno della partenza alla volta di Marocco. I miei amici
tentarono ogni mezzo per ritenermi; le preghiere, le offerte, le cabale,
gl'intrighi, tutto fu posto in opera: ma finalmente io diedi i miei
ordini, presi commiato da tutti, e mi disposi a mantenere la promessa
fatta al Sultano.



CAPITOLO XII.

   _Partenza da Fez. — Viaggio a Rabat. — Descrizione di questa
   città._


Avendo preventivamente fatta sortire dalla città la mia caravana, io
sortii di casa mia a piedi il 27 febbrajo del 1804 accompagnato dai
principali _scheriffi_, e dal venerabile _Emkaddem Hadj Edris_; ed
attraversando la folla che mi circondava, ed ingombrava i cortili della
mia casa, e le vicine strade, ci recammo alla moschea di _Muley Edris_,
ove dopo aver recitata la preghiera, ci separammo colle lagrime agli
occhi. Io montai a cavallo innanzi alla porta della moschea, e seguito
soltanto da due domestici, da due soldati a cavallo, e da un domestico a
piedi; attraversai lentamente la folla ch'era immensa, lo che diede
tempo ai _scheriffi_, e ad altri considerabili personaggi di montare a
cavallo, e di seguirmi. Questo corteggio mi seguì fino ad una lega fuori
della città, ove assolutamente volli che si ritirassero; lo che si
eseguì dopo nuovi reiterati abbracciamenti, e nuove lagrime.

Ero sortito da Fez ad un'ora dopo mezzo giorno, prendendo la strada di
Mequinez, che poscia abbandonai per volgermi all'O. avvicinandomi alle
montagne. Alle tre arrivai presso alcuni laghi d'acque salse da cui
ricavasi molta quantità di sale. Moltissime truppe di anitre selvatiche
coprivano quelle acque e specialmente presso le rive. Lasciate a
sinistra queste lagune, e tenendo sempre la medesima direzione, alle
quattro e mezzo la carovana si fermò sopra un'altura, presso ad un vasto
_dovar_ chiamato _Elmogàfra_.

Immense pianure si stendono al S. fino alle falde di lontanissime
montagne. Il suolo è composto di una terra vegetale mista a molta arena.
La vegetazione era così poco avanzata, che le erbe non avevano più di
due pollici d'altezza, e non erano ancora in fiore.

Il tempo fu affatto coperto, e cadde pure interrottamente alcun poco di
pioggia. Alle cinque e mezzo il termometro segnava 12° di _Reaumur_, e
l'igrometro 64°. Il vento soffiava debolmente dall'O.

Nell'atto che s'alzavano le tende venne a visitarmi un santo imbecille.


_Martedì 28._

Alle due della mattina pioveva fortemente.

La carovana si mosse alle nove e mezzo. La direzione cambiava
frequentemente per causa delle montagne; ma generalmente era verso l'O.
N. O. A mezzogiorno, o poco dopo, giungemmo alla riva destra
dell'_Emkes_, fiume abbastanza considerabile, che va al N. Dall'altro
lato le montagne serrano di più la strada; e seguendo generalmente la
medesima direzione, feci alto alle cinque ed un quarto.

Il paese da noi attraversato era coperto da basse montagne, ma verso le
tre e mezzo vidi alla diritta una montagna alta e scoscesa non molto
lontana dalla strada. Dietro le notizie avute, ha molta estensione ed è
abitata dall'indomabile tribù di _Beni-Omàr_, che vive quasi affatto
indipendente dal sovrano.

Fin presso al fiume il suolo è composto d'una terra vegetale assai
arenosa, ed allora sterile a cagione della siccità. Dall'altro lato del
fiume incomincia ad essere frammischiata d'argilla, e perciò la
vegetazione era assai più rigogliosa, le seminazioni bellissime, le
praterie ancor migliori, e sparse di fiori, specialmente di radiati e di
vaghissimi ranuncoli.

È cosa notabile che molte di queste montagne sono unicamente formate di
ciottoli rotolati, o di frantumi calcarei ammonticchiati, i più grossi
de' quali hanno quattro a sei pollici di diametro; il tutto coperto da
uno strato sottile di terra vegetale argillosa.

Il tempo fu costantemente nebbioso, fuorchè un istante prima del
tramontare del sole. L'orizzonte si ricoperse ben tosto, ed alle otto
ore pioveva. Alle sei ed un quarto il termometro segnava 13°,
l'igrometro 98°, ed il barometro 27 pollici 4 linee, ciò che nello stato
presente dell'atmosfera prova che la mia altezza sul livello del mare
era minore di quella di Fez, benchè mi trovassi in mezzo alle montagne.

La mattina mentre passavamo in vicinanza d'un _dovar_ due de' principali
abitanti vennero in mezzo alla strada per chiedermi una preghiera.
Fermai il cavallo, ed alzando le mani, soddisfeci al loro desiderio.
Queste oneste persone non sapendo in qual modo attestarmi la loro
riconoscenza mi baciarono più volte il ginocchio. La stessa domanda mi
fu poi fatta in quasi tutti gli altri _dovar_ posti lungo il cammino.


_Mercoledì 29._

La mattina pioveva dirottamente, ed il mio seguito non potè mettersi in
cammino che alle dieci ore e tre quarti; volgendoci all'O. N. O., e
montando sempre fino alle undici e mezzo in cui si cominciò a
discendere. Alle tre e mezzo sboccando da una strettissima valle mi
trovai all'improvviso fuori delle montagne, ed in faccia ad un vasto
paese. Sceso sul piano continuai a camminare all'O. fino alle cinque e
mezzo. Avendo allora attraversato la strada di Tanger, ed il fiume
_Ordom_, feci alzar le tende sulla riva sinistra.

Il terreno di quella contrada è tutto argilloso, le montagne presentano
roccie di marmo grossolano, e di argilla indurita a strati obbliqui, e
qua e là confusi. La linea viene rotta da una roccia arenosa tenera
coperta da un denso strato d'argilla, e talvolta della densità di
quindici piedi.

Appena sceso sul piano trovai la vegetazione assai avanzata, alta l'erba
dei prati, ed una straordinaria abbondanza di fiori variati che
formavano un colpo d'occhio più bello e magnifico di quello, che
presentino i giardini d'Europa.

I miei amici di Fez conoscevano il mio trasporto per le collezioni di
storia naturale, e conoscevano le attrattive di questa inclinazione per
un'anima che si commova alle bellezze della natura; ma i selvaggi che mi
circondavano, non potevano comprenderlo. Io mi sarei guardato di fare
sugli occhi loro ciò ch'essi biasimano negli Europei che viaggiano nelle
loro contrade, vale a dire di dimostrare quell'amore per le ricerche,
quell'ardore per le scienze, quello zelo d'ingrandirne la sfera colla
scoperta di nuove cose. Questo gusto, questa liberalità d'opinione sono
idee affatto straniere alla infingarda gravità che deve caratterizzare
un Principe della mia santa religione, e questa maniera di pensare può
riuscire dannosa, e quasi sempre avere tristi conseguenze. Mi vidi
perciò costretto di sagrificare le mie inclinazioni ai pregiudizj delle
persone che mi accompagnavano, e di rinunciare alla ricchezza d'un
terreno, che mi offriva migliaja di piante: ne raccolsi soltanto una
dozzina con una cert'aria di non curanza, che non poteva urtare la loro
estrema ignoranza, e stupidità.[17]

  [17] _Malgrado gli accennati ostacoli le collezioni di Ali Bey
  sono ricchissime. Ad ogni modo non bastavano a saziare la sua
  passione per la storia naturale._ (N. dell'E.)

Noi eravamo passati vicino a molti _dovar_, i più grandi de' quali
composti d'una ventina di tende, e gli altri soltanto di cinque o sei.
Nere sono le tende e collocate in giro: alcuni _dovar_ avevano intorno
una siepe di roveti, ed ogni tenda è lontana dieci in dodici passi dalle
altre. I popoli che le abitano sono pastori, e le loro sostanze sono
formate delle mandre che allevano; in tempo d'estate le conducono sulle
alte montagne poste a levante, e nell'inverno le custodiscono nei luoghi
piani. Quando s'avvicina la notte le fanno entrare nel circondario del
_dovar_. Vidi più animali bovini assai, che pecore, e capre.

Lungo la strada molti Arabi sortivano dalle loro tende, e venivano sulla
strada per complimentarmi, invitandomi alla loro casa: altri mi
domandavano preghiere, pochissimi l'elemosina.

Feci disporre il mio accampamento presso certe cappelle ove sono i
sepolcri dei santi, a cui non omisi di mandare le mie elemosine. In
questo luogo si tiene mercato tutti i giovedì.

Tutto il giorno aveva continuato il cattivo tempo, ed alle nove della
sera pioveva dirottamente. Spirò un vento d'O. fino al levar del sole;
ed allora incominciò un vento d'E. Alle sei della sera il termometro
segnava 16° 2, e l'igrometro 36°.


_Giovedì primo Marzo._

La mattina venne molta gente al mercato, che chiamasi di _Sidi Càssem_
dal nome della cappella principale. Quando io partivo eranvi di già
molte tende, e calcolando dalla folla che vedevo venire, supposi che tra
venditori e compratori non vi dovevano essere meno di tre mille persone;
lo che mi fu pure confermato dagli abitanti, che interpellai su
quest'oggetto. In ogni mercato vendonsi grani, frutti e simili prodotti
del paese; inoltre cavalli, buoi, pecore, capre, ed altri oggetti. Vi
vengono gli abitanti di _dovar_ assai lontani sì per vendere che per
comprare. Vidi molte donne col volto scoperto, che sembraronmi non meno
povere che brutte.

Il capo del santuario di _Sidi Càssem_ mi mandò la mattina un regalo di
aranci.

Partimmo alle otto e mezzo del mattino camminando all'O. S. O. con
leggiero deviamento. Ad un'ora dopo mezzogiorno si attraversò il fiume
_Bet_, che qui va dal S. S. O. al N. N. E. Mi fu detto che metteva foce
in alcuni grandi laghi una giornata al di là di Rabat; e non si univa al
fiume _Sebou_, come suppone la carta del sig. _Chenier_. Questo fiume
che volge molte acque ha un corso assai rapido. Alle due meno un quarto
fummo costretti di accampare per mettersi al coperto da una orribile
burrasca.

Il paese attraversato questo giorno era quella vasta pianura veduta
jeri, e terminata al S. dalle montagne costeggiate nel precedente
giorno. Vidi pure un'altra linea di piccole montagne al N., ma a
grandissima distanza: verso l'O. la pianura sembrava perdersi
coll'orizzonte, ma verso il mezzodì essendo giunto ai confini dell'O.,
conobbi che questo vasto piano non era che una grande spianata assai
elevata sul resto del continente all'O., di dove lo sguardo spaziava
come da un elevato balcone. Si scese tra alcune montagne, le cui sommità
sono più basse della spianata. M'accorsi allora, che le montagne che
avevamo prima alla sinistra stendevansi considerabilmente al S. Al di là
del fiume la strada segue l'andamento delle valli tra le colline. Il
terreno dell'alto piano è argilloso, in appresso calcareo, arenoso, ed
alquanto misto d'argilla.

Sull'eminenza la vegetazione era ritardata, ma la trovai molto avanzata
nella parte più bassa, benchè tutte le piante fossero delle più piccole
specie: i pruni ne formavano la principal quantità. Dopo Fez non aveva
veduto un solo albero, ad eccezione di alcuni ne' giardini prossimi
all'eremitaggio di _Sidi Càssem_. Sonovi pochissime terre lavorate; e
non vi si vedono che uccelli di passaggio.

Trovammo varj _dovar_ assai poveri, ed uno assai esteso. Era formato di
molti cerchi di tende, ed ogni cerchio, attorniato da una siepe di
pruni, conteneva, secondo che appariva, tutti i rami di una famiglia
primitiva. Mi si disse che uno di questi cerchi apparteneva al ministro
_Salaoui_. Ogni cerchio contiene da quattro fino a dodici tende fatte di
peli di cammello, nere, e succide come gli abitanti, che sono di color
di cuojo o giallastro, piccoli, e smilzi; hanno l'aria di diffidenza, e
di malinconia propria dell'uomo che sente, che dovrebbe essere libero, e
che non pertanto soggiace al più terribile despotismo.

Le donne di questo _dovar_ sono alquanto più gaie, e mi parvero di un
carattere dolce e sincero. Sono piccolissime; hanno il volto largo, gli
occhi penetranti, ed il portamento meno disaggradevole che le donne
delle città: quelle che io vidi sono più bruciate dal sole che gli
uomini. Il loro abito consiste in un giubbone, e in un turbante, o
fazzoletto sul capo. L'abito degli uomini ristringesi ad un semplice
_hhaïk_; ed i più ricchi hanno pure un pajo di pantaloni, ed una camicia
di lana, che portano sotto al _hhaïk_; ma d'ordinario hanno la testa
nuda.

Questi abitanti dei _dovar_, e delle montagne sono dai mori conosciuti
ed indicati col nome _el Aàrab_ (Arabi) o _el Bedàoui_ (Bedovini). La
maggior parte sta sempre a cavallo col fucile, e colla spada, e
rarissime volte accade che sortano dalla tenda senza sciabla, senza
pugnale. Molti mi vennero all'incontro per baciarmi il ginocchio o la
mano, quando loro la presentavo; altri mi chiesero la preghiera, ma
nissuno l'elemosina. Io non vidi alcun individuo di colore che fosse
grosso e grande, niuno che avesse l'apparenza, non dirò d'uomo ricco, ma
di qualche agiatezza. Colui che possiede danaro lo tiene nascosto, e non
lascia di vestirsi da misero.

Questa giornata fu orribile, e fummo costretti a fare alto prima
d'arrivare al luogo fissato atteso il gagliardo vento, accompagnato da
diretta pioggia. Vicino al nostro campo era un _dovar_, e quella gente
mi disse, che a non molta distanza trovavansi dei lioni. Alle sei della
sera il termometro segnava 12° 6, e l'igrometro 100°.

Alle undici ore continuava la pioggia; ed io trovai entro la mia tenda
varj preziosi insetti ch'erano venuti per porsi al sicuro dal cattivo
tempo. Un bellissimo rospo saltò sul mio scrittojo, guardandomi
tranquillamente lungo tempo; io mi alzai per aprire la porta, ed il
povero animale, quasi avesse indovinato quello ch'egli voleva, sortì
all'istante.


_Venerdì 2._

Il tempo era così cattivo, che i miei domestici mi pregarono di restare;
ma perchè avevo somma premura d'arrivare a Marocco, ordinai che si
levassero le tende.

Alle dieci ore e mezzo del mattino ci rimettemmo in cammino, prendendo
la direzione al S. O., ma bentosto si smarrì la strada facendo mille
viziosi ravvolgimenti entro un grandissimo bosco di vincaja: e vi
saremmo probabilmente rimasti più lungo tempo, se non avevamo la fortuna
d'incontrare una guida. Il vento e la pioggia continui non mi
permettevano d'osservare la bussola, ed il cielo era così coperto che
non potevo assolutamente rimarcare un solo rombo; i ravvolgimenti del
bosco m'avevano fatto perdere le traccie della stima, di maniera che più
non conoscevo la posizione del campo, che stabilj in vicinanza d'un
_dovar_ alle quattro meno un quarto della sera.

Il paese è composto di vaste pianure rotte di tratto in tratto da
qualche burroncello, o da strette valli assai profonde.

Il suolo è d'una terra vegetale leggerissima, con molta arena.

Un'ora dopo mezzodì si attraversò prima un bosco di grandi lentischi,
poi un secondo di lecci, e di mandorli silvestri, che fiorivano allora.

Non vidi altro essere animato fuorchè una farfalla assai bella; stava
sopra una foglia, e si lasciò prendere dolcemente.

Il tempo si rischiarò avanti sera, ed alle sei il termometro segnò 10°
8, l'igrometro 98°.

Trovavansi a poca distanza alcuni luoghi paludosi, ove una sorprendente
quantità di rannocchi cantarono tutta la notte vigorosamente come in
tempo d'estate.


_Sabbato 3._

Il giorno incominciò coll'acqua, e malgrado l'incostanza del tempo la
mia carovana si pose in marcia alle dieci ore e mezzo, dirigendosi
all'O. S. O., e continuando nella stessa direzione con poca varietà al
S. O.

Alle due e tre quarti s'attraversò il piccolo fiume _Filisto_ che in
questo luogo scorre all'O. N. O.; ed alle quattr'ore feci spiegare le
tende presso ad un _dovar_.

Il paese è formato di basse colline divise da larghe valli. Un'arena
rossiccia mista con poca terra vegetale forma la natura del suolo.

La vegetazione era proporzionata alla stagione. Alle undici dal mattino
entrammo in un bosco di altissimi lecci, di grandi ginestre, e di
mandorli fioriti in tanta quantità, che dietro ciò che la terra produce
spontaneamente, non v'ha dubbio che se gli uomini del cantone
coltivassero questo ramo d'agricoltura e di commercio, potrebbero
provvedere i mercati d'una parte dell'Europa; ed intanto malgrado queste
ricchezze della natura quegli abitanti vanno quasi nudi, o coperti di
cenci, e dormono sulla nuda terra, o al più sopra una stuoja..!!
Giuriamo odio al governo dispotico, i di cui sudditi sono tanto infelici
a dispetto di tutti i doni di cui gli fu la natura liberale! Questo
bosco che si prolunga rasente la strada ci parve opportuno per alzarvi
le nostre tende.

Il tempo fu costantemente coperto; di tratto in tratto pioveva, ed il
freddo rendevasi sensibile. Queste circostanze davano al paese
l'apparenza d'un cantone settentrionale della Francia o
dell'Inghilterra, e non sembrava altrimenti una contrada dell'arsa
Affrica.

Alle sei della sera il termometro marcava 10° e l'igrometro 100°, il
cielo cominciava a rischiararsi, ed il vento veniva dall'O. Sarebbe
stata per me cosa assai interessante l'osservazione dell'eclissi d'un
satellite, ma le nubi non me lo permisero.


_Domenica 4._

Queste malaugurate pioggie continuarono tutta la notte e tutto il
giorno; ma non pertanto ci posimo in viaggio alle sette e mezzo del
mattino verso l'O. S. O. declinando alquanto al S. O. Alle due e mezzo
dopo mezzogiorno giugnemmo presso le mura di _Salè_. Per timore di
ritardare il viaggio non volli visitare questa città; e varcato il
fiume, entrammo in Rabat posta sulla riva sinistra.

Il paese presenta da ogni lato vastissime pianure, il di cui terreno è
fermato da un'arena rossa. Partito di buon ora, incontrai un bosco di
lecci più piccoli, ma più fitti che quelli veduti il giorno avanti, fra
i quali eranvi molti mandorli fioriti. Le altre piante non erano così
abbondanti, e le poche che vi si vedevano incominciavano appena a dar
segno di vegetazione. Finalmente a mezzogiorno si sortì dal bosco, ed
allora scopersi una vasta estensione di coste sul grand'Oceano
Atlantico.

Il tempo era malvagio: la pioggia cadeva a torrenti, e soffiava un
gagliardo e continuo vento d'ouest.

La città di Salè mi parve piccola, e tutt'altro che ricca, mentre a
Rabat si vedono alcuni edificj molto ben fatti. Convenne impiegare
un'ora e mezzo nel passaggio del fiume dovendosi scaricare, e caricare i
muli. Venticinque in trenta battelli posti sulle due rive servono al
passaggio: ogni battello vien condotto da un solo uomo provveduto di due
remi. Il fiume può avere trenta tese di larghezza nel luogo in cui si
attraversa, e non è che circa 300 tese lontano dal lido. — Al di sopra
del passaggio eranvi ancorati tre bastimenti musulmani, ed uno francese
di 80 tonnellate.

Appena sbarcato a Rabat feci avvisare il governatore del mio arrivo, il
quale mi spedì subito uno de' suoi ufficiali per complimentarmi, e
dichiararmi esente dal pagamento del pedaggio sul fiume. Fui alloggiato
nell'alcassaba, ossia castello, che ha una sorprendente veduta tanto
dalla banda di terra, che da quella di mare. Poco dopo arrivato in
castello, il governatore mi spedì un'abbondante provvisione di viveri e
di foraggi, ciò che praticò ogni giorno finchè rimasi a Rabat.

I giorni 5 e 6 furono assai belli, onde potei determinare con
osservazioni sicure la posizione di Rabat, a 34° 57′ 30″ di latitudine
settentrionale, e di 8° 57′ 30″ di longitudine meridionale
dall'osservatorio di Parigi.

Rimanemmo cinque giorni a Rabat per ristorarci dai patimenti sofferti
per le pioggie, e per le cattive strade tanto dagli uomini che dalle
bestie. Rendevasi pure necessaria la riparazione delle tende assai
danneggiate, e nuove provvigioni per il viaggio.

Il ricevere e render visite occupò tutto il tempo della mia dimora. Il
visir Sidi Mohamed Salaavi che trovavasi a Rabat mi regalò un bellissimo
hhaïk.

Non altro rimane dell'antico splendore marittimo di questa città che
qualche capitano appena capace di dirigere un grosso bastimento, di modo
che volendo il sultano armare alcuni bastimenti di mediocre portata
difficilmente troverebbe abbastanza uomini per governarli. Ma se le
cognizioni marittime degli abitanti di Rabat devono servire a
ripristinare l'antica pirateria, è desiderabile che non cerchino di
occuparsene.

Le case sono meglio fabbricate, e promettono più che quelle delle altre
città, ma l'interna loro distribuzione è la medesima. Siccome Rabat è
posta sopra un'eminenza, le strade sono ripide, ed incomode. Sembra che
questa città fosse destinata a diventare la capitale del celebre _Jacob
El-Mansour_[18]; e perciò le sue mura guarnite di torri girano un
immenso spazio occupato da bellissimi orti ben irrigati. Colà trovasi il
sepolcro del Sultano Sidi Mohamed, padre dell'attuale Sultano, situato
in una piccola cappella ch'io visitai. Il castello in cui io alloggiavo
è posto all'estremità occidentale della città: nel punto più elevato
avevo un grande terrazzo, di dove lo sguardo vagava sull'immensità dei
mari, sul fiume, e sulla campagna. Sgraziatamente così ridente e
deliziosa vista viene qua e là rattristata da considerabili rovine che
attestano il decadimento della passata prosperità.

  [18] _El mansour significa soltanto vittorioso. Gli Europei ne
  fecero un nome proprio, ch'essi pronunciano_ Almanzor. (N.
  dell'E.)

Nella parte orientale della città vedonsi tuttavia gli avanzi
dell'antica _Schella_, che il sig. Schénier suppone essere stata la
metropoli delle colonie cartaginesi. Leone chiama questa città _Salla_,
e Marol _Mansalla_. Io avvertirò a questo proposito che in vicinanza di
tutte le città verso il quarto di S. E. trovasi un luogo chiamato _El
Emsàlla_ destinato alla preghiera pasquale. Lascio che tutti
interpretino a modo loro questa coincidenza di nomi. Schella è
circondata da altissime mura, ed ai cristiani non è permesso d'entrarvi.
Contiene i sepolcri di alcuni santi; e quello d'El-Mansour è collocato
in una bella moschea assai frequentata. Quand'io vi andai per visitarla,
era così piena di donne, che durai fatica per entrarvi. La scesa della
montagna a piè della quale trovasi il tempio pare veramente fatta per
incanto; vi si vedono molt'acque limpidissime precipitarsi fra roccie
coperte di rose silvestri, d'aranci, di cedri, e di altre piante
aromatiche, che spargono una deliziosa fragranza.

Sortendo dalla moschea feci un giro entro i giardini d'agrumi situati
sulle sponde del fiume, che sono proprio un'immagine del giardino
terrestre. Gli alberi quasi sempre coperti di fiori e di frutti,
spargono un grato odore, ed offrono i più dilicati frutti: gli aranci
sono così fitti, così grandi, così fronzuti che vi si passeggia sotto di
bel mezzogiorno senza vedere il sole, e senza sentirne gli effetti. La
sorpresa che mi fecero i giardini di Rabat fu tale, che io li preposi
per ogni rispetto ai più famosi d'Europa, a fronte dell'estremo lusso
dei cristiani. Dal centro di questi giardini io m'imbarcai per fare un
giro sul fiume entro una scialuppa a molti remi diretta da un capitano
di galea, che me l'aveva fatta preparare.

La città è difesa verso il mare da alcune batterie, ed il suo porto non
è esposto che ai gagliardi venti d'ouest. A Rabat trovansi acqua e
viveri assai buoni, e pane eccellente. Gli abitanti hanno molta
vivacità, ed intelligenza, e sono più speculatori che nelle altre città.
Vi si trovano alcune famiglie che si dicono discendere dagli Spagnuoli
rifuggiati in Affrica a diverse epoche, per sottrarsi alle persecuzioni
de' loro compatriotti. _Sidi Matte Moreno_ appartenente ad una di queste
famiglie è il solo letterato dell'impero che abbia alcune cognizioni
astronomiche, antichissime, gli è vero, ma non pertanto fondate sopra
buoni principj. Il suo eccellente carattere, il suo spirito, me lo
fecero apprezzare assai: onde gli regalai un sestante, un orizzonte, ed
alcune tavole astronomiche, delle quali gliene indicai l'uso.



CAPITOLO XIII.

   _Viaggio a Marocco._


Alle dieci ore del mattino di sabbato 10 marzo io sortj da Rabat per
passare a Marocco. La strada era prima a S. S. O., poi a S. O. fino alle
tre ore dopo mezzogiorno, in cui declinò più all'O. S. O. da che ebbimo
attraversato il fiume _Yatkem_. Alle cinque della sera si fece alto
presso ad un _dovar_. Qui la strada asseconda la spiaggia del mare,
sparsa di scogli inaccessibili, e furiosamente battuta dalle onde quando
ancora il tempo è tranquillo.

In questo paese composto di basse colline di roccia calcarea la
vegetazione trovavasi molto avanzata, e tutto il littorale sparso di
bellissimi fiori; onde vi raccolsi varie piante molto interessanti per
arricchire il mio erbolajo.

Il suolo è formato di terra arenosa con poca argilla, e qualche parte
d'ocri. La spiaggia vedesi tutta coperta di frammenti di conchiglie
estremamente piccole, e delle quali malgrado le mie attente ricerche,
non mi riuscì di trovarne una sola intiera.

Eranvi presso al mio campo due grandi rupi assai notabili terminate in
punte acute perpendicolari e formate di strati obbliqui ineguali,
avvicendati di cristalli misti di quarzo, che formano altresì delle vene
ramificate negli strati d'ardesia argillosa: e questa è la prima roccia
d'un aspetto primitivo di tale specie, che io finora abbia trovato in
Affrica.

Cadde un poco di pioggia: alle sei della sera il termometro segnava 15°
e l'igrometro 100°. Il vento era ouest.


_Domenica 11._

Si riprese il cammino alle otto della mattina nella direzione di O. S.
O. Alle nove ed un quarto attraversammo da prima il fiume _Sarrat_, poi
camminando a S. O. a dieci ore il fiume _Busteka_, e finalmente due
altri ruscelli. Ad un'ora ed un quarto dopo mezzogiorno passai per
_Mansourìa_; ed alle tre arrivò la mia carovana sulla sponda del fiume
Infìfe ove fu d'uopo aspettare lungo tempo che la marea fosse abbastanza
bassa per poterlo guadare; mezz'ora dopo averlo passato, si giunse a
Fidàla, ove feci far alto.

Questo paese è ondeggiato a collinette e la strada costeggia il mare. Il
suolo è composto d'uno strato argilloso misto d'arena sopra roccia
d'ardesia, e d'argilla dura.

La vegetazione prosiegue ad essere assai rigogliosa, onde potei
arricchire la mia raccolta di molte magnifiche piante.

Il tempo fu coperto; e si dovettero soffrire forti burrasche con vento
ed acqua. Alle otto e mezzo della sera la pioggia cadeva in abbondanza,
ed il termometro nella mia tenda segnava 14°, l'igrometro 100°.

Mansouria, e Fidàla presentano amendue un quadrato formato da alte mura
con torri: ognuno di questi quadrati può avere 65 tese di fronte da ogni
lato. Nell'interno d'ogni quadrato v'è una moschea, ed alcune case assai
popolate in ragione dello spazio. La moschea di Fidàla è molto bella.
Gli abitanti sembraronmi poveri; tra i quali sono assai numerosi i
Giudei.


_Lunedì 12._

La dirotta pioggia della notte, e di parte del mattino non mi permise di
mettermi in viaggio che ad un'ora dopo mezzogiorno. Presi la direzione
al S. S. O., e poi declinando al S. O. si passò un fiume alle due e
mezzo. Dopo aver attraversate, e fiancheggiate in parte alcune terre
paludose, giunsi verso le sei ore a Darbeïda ove si passò un altro fiume
poco considerabile.

Il paese conserva la medesima natura di quelli attraversati ne'
precedenti giorni. Sono collinette che s'aggirano entro vaste pianure
sparse qua e là di terreni pantanosi. La strada si scosta rare volte dal
mare, la di cui costa è di così difficile abbordaggio, che non vi si
trova che il porto di Darbeïda; e questo ancora molto angusto.

Il terreno d'ordinario è argilloso con qualche mescolanza di arena, e
talvolta tutto arenoso. S'incontrano di quando in quando roccie
calcaree, e qualche traccia d'argilla ardesia e l'arena del mare non è
che una scomposizione più o meno fina di conchiglie.

La vegetazione non presentava veruna novità se non che parvemi alquanto
meno variata, e le palme più numerose che tutte le altre specie
d'alberi.

Il tempo fu abbastanza tranquillo dopo il mezzogiorno; ma in sul far
della sera incominciò una dirotta pioggia, che continuò fino alle nove
ore. Alle otto nella tenda il termometro segnava 14° 8′, e l'igrometro
98°.


_Martedì 13._

La pioggia che continuò tutto il giorno non mi permise di viaggiare. Il
nostro campo era fuori delle mura di Darbeïda presso la spiaggia del
mare.

Malgrado il cattivo tempo potei fare qualche osservazione astronomica, e
trovai la mia longitudine — 9° 50′ 0″ O. dell'osservatorio di Parigi;
la mia latitudine — 33° 37′ 40″ N., e la mia declinazione magnetica —
20° 43′ 30″ O.

Ad un'ora dopo il mezzogiorno il termometro segnava 17°, e l'igrometro
96°. Il vento era O. S. O., il cielo qua e là coperto di nuvole isolate,
l'orizzonte molto carico, ed il mare assai grosso.

Darbeïda è un piccolo villaggio posto entro un vastissimo ricinto di
mura, e povero assai, e piccolissimo il suo porto. Mi fu detto che i
suoi abitanti appartengono alla provincia di Chaovia. Sul piccol fiume
che gli scorre vicino sonovi alcuni mulini.

Il governo rinforzò la mia guardia di quattro soldati.


_Mercoledì 14._

Partj alle sette ore del mattino dirigendomi al sud-ouest. Alle undici e
tre quarti attraversammo un ruscello; ed a mezzogiorno avevamo alla
destra un Capo o punta sul mare. Ad un'ora si entrò in una vasta foresta
di lentischi assai fitti, ed alle due e mezzo si attraversarono molti
pantani che occupavano più d'una mezza lega di terreno, nei quali i
cavalli si sprofondavano talvolta fino al ventre. Finalmente alle cinque
si alzarono le tende presso alle rovine d'una borgata detta _Lela
Rotma_.

Il paese presenta grandi pianure chiuse in lontananza da piccole
colline: ebbi sempre a qualche distanza in vista il mare.

Il terreno viene composto di roccia calcarea, coperta d'uno strato
sottilissimo di terra vegetale argillo-arenosa fertilissima. La
vegetazione offriva le più belle produzioni della natura.

Il tempo fu quasi sempre coperto, e verso sera pioveva dolcemente. Alle
otto e mezzo il termometro marcava 13°, e l'igrometro 100°. Il vento
d'ouest copriva il cielo di grosse nubi.

Eravamo passati in vicinanza di due _dovar_, uno de' quali innalzato
sulle ruine di Lela Rotma.


_Giovedì 15._

Alle sett'ore e mezzo della mattina si riprese il cammino nella
direzione di S. O.; attraversando alle otto ed un quarto un piccolo
fiume. Alle dieci si passò presso due _dovar_, e due poderi ove
vedevansi pochi terreni coltivati. A poca distanza vedevansi pure le
ruine d'un altro podere; e verso il mezzogiorno ci trovavamo vicini a
tre cappelle o eremitaggi, e ad alcuni orti con qualche casuccia. La
_hhenna_, parzialmente coltivata in questo paese è una pianta colla
quale le donne si tingono di rosso le mani e le palpebre. Alle due ore
giugnemmo sulla riva destra del fiume _Morbea_ sul quale serviva di
porto una piccola barca capace soltanto d'un leggere carico; ma convenne
accontentarsene per non esservi altro di meglio, e si dovettero
impiegare cinque ore nel passare tutta la mia carovana. Giace sulla riva
sinistra la città d'Azamor, presso alla quale feci alzare le tende verso
le sette della sera.

Il paese che si attraversò avanti mezzogiorno offriva grandissime
pianure, ma dopo era un misto di pianura e di colline. Ebbimo sempre il
mare a mezza lega di distanza, ed il terreno della medesima natura
dell'antecedente.

La prima traccia di vegetazione ch'io scopersi fu una densa macchia di
lecci; in appresso d'ogni qualità di piante, e specialmente di palme.
Tutto era in fiore. Osservai due spiche d'orzo già formate, ma in
generale le seminagioni erano ancora piccole.

Il tempo coperto nel mattino, si rischiarò in appresso non rimanendo che
alcune nuvole staccate. Alle otto ed un quarto della sera il termometro
segnava entro la tenda 12° 8′, e l'igrometro 98°.


_Venerdì 16._

Il tempo burrascoso, il cielo sempre coperto, una pioggia a reffoli mi
forzarono a non levare il campo. Malgrado tali ostacoli potei fare
alcune osservazioni astronomiche, che mi diedero la latitudine d'Azamor
a 33° 18′ 46″ N. e la longitudine di 10° 24′ 15″, nella quale può
essere corso l'errore tutt'al più d'un 10″.

La principale moschea mi sembrò elegante, la città non affatto brutta. È
cinta di mura, e di fossa; e vi si tiene un gran mercato ogni venerdì in
una piazza destinata a tale uso. Intorno ad un eremitaggio fuori della
città vedesi un bel sobborgo.

Il fiume può esser largo 150 piedi, ma assai profondo, e rapido a segno
che le barche lo attraversano con qualche difficoltà, per essere
strascinate dalla corrente, a rischio talvolta di perdersi. Questo
pericolo fa dire agli abitanti che alcuni diavoli alloggiano nel fiume.
In questo luogo la sponda sinistra è assai alta e tagliata a picco;
mentre la destra è bassa e piana, e le maree sono sensibili anche molto
al di sopra. Mi fu detto che questo fiume scende dalle montagne di
Tedla, ossia dal grande Atlante. Le sue acque a cagione delle pioggie
erano rosse e cariche di melma come quelle del Nilo in tempo
dell'inondazione, onde non si può beverne senza averla prima lasciata
deporre.

Facevasi altra volta un vivissimo commercio su questo fiume sempre
coperto allora di bastimenti. Il mare non dev'essere a maggior distanza
d'un quarto di lega, e ne udiva il muggito senza vederlo; ma il giorno
innanzi l'aveva osservato tinto di rosso dalle acque del fiume a più di
due leghe dalla spiaggia. Le rive della Morbea in questo luogo sono di
una terra vegetale argillo-arenosa con pietre calcaree.

Alle otto ore del mattino il termometro segnava 15° 5′, il barometro 27
poll., 9 lin., e l'igrometro 98°. Il vento fu sempre S. O. ed a mezzodì
il termometro salì a 15°.


_Sabbato 17._

Si riprese la strada alle otto e tre quarti del mattino dirigendoci al
S. S. O., e piegando alle dieci verso S. E. Alle quattr'ore dopo
mezzogiorno feci spiegare le tende in vicinanza di un grande _dovar_.

Il paese è sparso senza interrompimento di colline sopra un suolo di
bella terra vegetale argillo-arenosa.

Vedevansi molte palme, i liliacei, e diverse piccole piante tutte
fiorite; osservai molte terre seminate, e piantagioni di popponi, di
fichi, e di altri alberi fruttiferi. Questo spettacolo mi fu di grata
sorpresa dopo tanto tempo che più non vedevo che terreni incolti.

Il tempo fu sempre coperto. Alle sette il termometro segnava 13°, e
l'igrometro 98°. Il vento spirò costantemente da S. O.

Il cheik o capo del vicino _dovar_ mi regalò un montone, molto latte,
frutti, polli, ed orzo. La tribù è composta di due rami: _Oulèd-el
Faràch_, ed _Oulèd-Emhhammed_.


_Domenica 18._

Alle quattro del mattino pioveva dirottamente, e continuò fino alle otto
ed un quarto; quando essendosi alquanto rischiarato il cielo, si ponemmo
in viaggio prendendo la direzione S. S. O. Alle dieci meno un quarto
passammo per un gran mercato che si tiene ogni domenica in vicinanza di
alcune cappelle; ed a mezzogiorno, dopo esserci riposati un istante, si
ripigliò la strada verso il S. ¼ S. E. e si rialzarono le tende presso
un _dovar_ alle quattro della sera.

Il paese presenta a principio alcune collinette d'un eguale altezza, in
appresso grandi pianure chiuse al sud da un alta montagna distante sei
in otto leghe; e da altre ancora più lontane al S. E., ed al S. ¼ S. O.:
io suppongo che queste montagne siano una diramazione di quelle di
Tetovan, e di quelle che vedonsi stando sulla strada di Fez; ma qui
molto più alte, forse perchè più vicine alla grande Cordelliera
dell'Atlante.

Il suolo è composto di terra vegetale rossa alquanto arenosa, che forma
uno strato assai alto. L'arena, ed il quarzo contengono molto feldspato
rosso radiato. Proviene questo dalle vicine montagne che forse sono di
granito?... Io non posso assicurarlo, perchè tutte quelle che io vidi
sono montagne calcaree secondarie.

La vegetazione era vivacissima; ed io osservai con piacere molti campi
di biade, di cocomeri, di fave, e di altri grani.

Il giorno fu perverso: cadde molta pioggia accompagnata da gagliardo
vento, che talvolta obbligava la carovana a fermarsi. Alla fine il tempo
si abbonacciò. Alle sei della sera il termometro segnava 12° 8,
l'igrometro 100°. Il vento spirò da S. O., e le nubi si spezzarono.


_Lunedì 19._

Alle sette ore e mezzo del mattino eransi già levate le tende, ed io
m'ero posto in cammino dirigendomi verso l'alta montagna veduta jeri,
alle di cui falde arrivammo a mezzo giorno meno un quarto. Si piegò al
S. ¼ S. O., ed alle tre ore e tre quarti scopersi le sommità di molte
montagne che ci stavano in faccia al sud. Uno de' miei domestici mi
disse che Marocco era situata poco più in qua della più alta montagna,
che vedevasi mezzo coperta di neve. Alle quattro ed un quarto si fece
alto.

Da principio si attraversarono alcune pianure di dove scoprivansi le
sommità delle alte montagne a grandissima distanza. Alle dieci
s'incominciò a salire le più vicine che chiudevano successivamente
l'orizzonte: ed avvicinandoci lentamente alla più alta si trovò meno
alta di quel che sembrasse la vigilia. Si viaggiò in seguito lungo una
valle in cui si attraversarono tre ruscelli; e salito sopra un eminenza,
scopersi un altro orizzonte formato di collinette che andavano a
terminare in grande distanza nella catena del monte Atlante, che
tagliava l'orizzonte in tutta la parte del sud; di dove si staccavano
quattro grandi masse gigantesche quasi affatto isolate. Quale sensazione
provai io trovandomi, in vista di questa famosa catena...!

La terra vegetale non era diversa da quella d'jeri. Trovai in seguito
delle roccie calcaree nella prima costiera; l'alta montagna era tutta da
cima a fondo composta d'argilla ardesiata, e d'ardesia argillosa,
formando transizione all'ardesia per il coperto in istrati orizzontali.
Il terreno fu costantemente calcareo, ed arenoso; ma alle quattro della
sera mi trovai sopra un vero _strato di roccia granitica_. Mi affrettai
di esaminarla, e trovai che era granito ma già passato allo stato di
decomposizione per la conversione del _feldspato_ in terra argillosa. Il
suo colore è rossiccio con un poco di mica cristallizzata in
specchietti; il grano inegualissimo passa dal _grosso grano_ al _piccolo
grano_, e da questo al fino. Queste roccie continuarono fino al luogo
del nostro accampamento; e mentre alzavansi le tende io salj sopra una
rupe, di dove ebbi la soddisfazione di contemplare con tutto comodo le
masse colossali che innalzavansi in faccia mia.

La vegetazione era assai ritardata; e non vidi in tutto il giorno verun
terreno coltivato.

Mi fu detto che l'alta montagna, alle di cui falde eravamo passati
serviva d'abitazione ad alcuni santi eremiti. Vidi molte persone, ed una
donna, che supposi essere pure una santa.

Non trovai che un solo villaggio, ed il luogo in cui eravamo poteva
dirsi un vero deserto.


_Martedì 20._

Si riprese la strada alle otto del mattino dirigendoci al S. Dopo avere
attraversati tre piccoli ruscelli, si fece alto a quattr'ore e mezzo
presso ad un dovar poco lontano da alcune montagne.

Il luogo in cui ci trovavamo era sparso di ciottoli di diaspro bianco.

La vegetazione non aveva nulla di seducente, tranne alcuni tratti di
terreno coperti di fiori.

Il tempo si mantenne bello fino alle due dopo mezzogiorno, quando ci
sorprese una burrasca di pioggia e vento. Alle sett'ore della sera il
termometro segnò 14° e l'igrometro 78°. Il vento soffiava dall'O., ed il
cielo era carico di nubi.


_Mercoledì 21 marzo 1804._

Alle sette e mezzo si levarono le tende, camminando sempre al S., e
s'incominciò poco dopo a salire le montagne. Alle nove ore essendo
giunto sulla sommità, vidi perfettamente la città di Marocco. Scesimo
bentosto; ed alle dieci eravamo sulla pianura detta di _Marocco_.

A mezzo giorno ed un quarto arrivai al lunghissimo ponte sul quale si
passò il fiume di _Tensit_. Feci far alto fino ad un'ora e mezzo, e poco
dopo entrai in città termine del mio viaggio.

Il paese percorso presenta prima una montagna, in appresso piani che
stendonsi fino alla Cordelliera dell'Atlante al S. e S. E., ed all'O.
non ha limiti.

   [Illustrazione: VISTA DI MAROCCO E DELLA CORDELLIERA DEL
   MONTE ATLANTE.]

Il terreno della montagna è composto d'ardesia argillosa, e d'ardesia è
il coperto con molto _schisto_ micaceo, che sorte dal terreno in istrati
sottilissimi ardesiati perpendicolarmente, che scomponendosi pel
contatto dell'atmosfera, rimangono isolati, ed hanno l'aspetto d'un
cimitero immenso con pietre sepolcrali situate a perpendicolo.



CAPITOLO XIV.

   _Arrivo a Marocco. — Generosità del Sultano. — Semelalia. —
   Partenza del Sultano. — Viaggi di Ali Bey a Mogador. — Saarra.
   — Mogador. — Feste pubbliche. — Ritorno a Marocco._


Il Sultano, Muley Abdsulem, e tutti gli amici che avevo alla corte
mostraronsi assai contenti del mio arrivo. Appena avutone avviso, il
Sultano mi mandò una provvisione del latte della sua tavola come una
prova del suo affetto; e lo stesso fece Muley Abdsulem. Andai a
visitarlo il susseguente giorno, e ricevetti nuove testimonianze
d'amicizia e di stima, che raddoppiò in progresso.

Pochi giorni dopo il Sultano si degnò di accordarmi poderi
considerabili, col di cui prodotto potevo sostenere il mio rango
indipendentemente dai fondi ch'io possedeva. Ero nei miei appartamenti
quando uno de' suoi ministri si presentò, consegnandomi un firmano col
quale il sultano mi donava in assoluta proprietà una casa di piacere,
nominata _Semelalia_, con molti terreni coltivati ad uso di orto, e con
piantagioni di palme, d'ulivi ec.; ed inoltre una gran casa in città
detta casa di Sidi Benhamèd Duquèli.

Il palazzo e le piantagioni di Semelalia erano opera del Sultano Sidi
Mohamed padre di Muley Solimano, che soleva farvi l'ordinaria sua
dimora. Vi aveva fatti piantare i più belli e migliori alberi
fruttiferi, ed aggiunti deliziosi giardini. Un'abbondante vena d'acqua
condotta con magnifici acquedotti dal monte Atlante, aggiunge amenità a
quest'abitazione circondata da terreni chiusi da vasta muraglia che si
stende più di mezza lega: il podere e le palme sono al di fuori del
ricinto, che non contiene che giardini di piacere, orti, ed ulivi.

Grande è la casa di città fatta fabbricare ed abitata un tempo da
Benkamed Duquèli ministro favorito, che tenne lungo tempo le redini
dell'impero. Regolare è l'architettura dei bagni, e di una porzione
della casa, e non priva di eleganza; ma il rimanente, quantunque vasto,
non ben risponde al totale. Io conservo la proprietà di questi beni in
forza del firmano datato il 29 doulhaja dell'anno 1218 dell'egira (11
aprile 1804) che me ne assicura il godimento.

Tra pochi giorni il Sultano che voleva recarsi a Mequinez, bramando di
rendermi aggradevole la dimora nel suo impero, determinò ch'io andassi a
_Sovèra_ o Mogador, per fare una gita di piacere: ed in conseguenza
ordinò che i tre pascià delle provincie _d'Hthahha_ di _Scherma_, e di
_Sous_, si riunissero colle loro truppe a Mogador.

In conformità delle intenzioni del Sultano, io sortj da Marocco il
giovedì 26 aprile a mezzogiorno, viaggiando al S. O. ed all'O. S. O.
Alle quattr'ore traversai un piccolo fiume ed un'ora dopo l'_Enfiss_, e
feci alzar le tende sulla riva sinistra.

Il paese è una vasta pianura senza confine all'est, ed all'ouest, chiusa
al nord da piccole montagne, ed al sud, ed al sud est dalla catena
dell'Atlante. Il suolo è calcareo-arenoso, ed è un vero deserto
senz'altri esseri organici apparenti, che bassi cespugli e pochi lecci.
Il tempo fu tranquillo e sereno, ed il caldo orribile.

Il mio campo era formato di cinque tende: la mia, una per i miei fakih,
un'altra per la cucina, una quarta per i domestici, e l'ultima per la
mia guardia, composta di un caporale, e di quattro soldati negri della
guardia a cavallo del Sultano. Avea lasciato a Marocco i miei equipaggi
e la mia farmacia, di che n'ero dolente, trovandomi alquanto indisposto.


_Venerdì 27._

Mi rimisi in cammino alle otto ore del mattino dirigendomi al S. O., ed
all'O. S. O.: alle undici passai un piccolo fiume, ed alle cinque della
sera avendo attraversato il fiume _Schouschàoya_, che come gli altri
scorre dal S. O. al N. O., mi accampai sulla sponda sinistra. Il paese
rassomiglia a quello percorso jeri. La catena dell'Atlante s'allontana,
ed una delle sue ramificazioni assai più basse termina l'orizzonte al S.
Al dopo pranzo alcune collinette rompevano la eguaglianza del piano, ed
al N. vidi una montagna che parvemi isolata. Il terreno è composto d'una
marna argillosa abbastanza dura. Nè la vegetazione era diversa da quella
di jeri, tranne sulle rive del fiume, che sono coperte di bellissimi
orti, e che sembraronmi assai popolate. Molte donne col volto scoperto
lavavano al fiume.

Il mio male s'accrebbe. Mi trovavo a sette gradi e mezzo dal tropico: il
tempo era infernale; ed essendo privo di medicinali ebbi timore che la
malattia si rendesse seria.


_Sabato 28._

Malgrado la mia indisposizione feci partire la mia gente alle otto ore
del mattino, dirigendoli all'O., ed in appresso all'O. S. O. Mezz'ora
dopo mezzogiorno si passò in vicinanza di poche case e di alcune
cappelle chiamate _Sidi Moktard_. Alle quattro ritrovai altre case
disperse come fattorie o poderi. Giunto alle cinque in vicinanza di una
di queste abitazioni, situata accanto di un _dovar_, e presso ad un
ruscello, allettato da questa bella posizione, feci far alto, e prender
riposo.

Il terreno presenta a principio della marna mista di terra argillosa
rossa, ed in seguito roccie calcaree coperte d'uno strato sottile di
terra vegetale seminata d'un'infinita quantità di ciottoli calcarei, e
di alcuni sassi quarzosi.

Il paese era piano da principio, ma dopo mezzogiorno convenne salire e
scendere varie colline, in mezzo alle quali alzaronsi le tende.

Il tempo fu coperto, e faceva un vento d'O. alquanto fresco; lo che mi
fu di non piccolo sollievo. Bevei molta limonata, e questa bevanda
rinfrescativa mi giovò assai. La vegetazione assai povera la mattina, mi
presentò avanti sera campi seminati, ed alberi fioriti.


_Domenica 29._

Levatosi il campo ci ponemmo in cammino alle otto ed un quarto del
mattino verso l'O., ed in appresso verso O. S. O. fino alle quattro
della sera che si fece alto.

Il paese è tutto sparso di bellissime montagnette sulle quali vedonsi
moltissime case isolate; ciò che gli dà una qualche rassomiglianza colle
montagne della Svizzera; ma sgraziatamente ve ne sono molte cadenti.
Dalla sommità di alcune montagne scopersi un vasto paese montagnoso al
N. ed al S. Alle tre ore dopo mezzogiorno vidi il mare, e la costa di
Mogador.

Il terreno è composto di roccie calcaree coperte d'uno strato leggero di
terra vegetale, egualmente calcarea ed arenosa.

Rigogliosissima era la vegetazione. Mietevasi l'orzo, e vedevansi molte
piante fiorite; ma ciò che più mi sorprese, fu la moltiplicità degli
alberi, nel paese chiamati _argàn_.

Quest'albero prezioso si moltiplica da se medesimo senza aver bisogno di
coltura; cosicchè non altro resta a farsi che raccoglierne i frutti: è
una specie d'ulivo grossissimo, da cui se ne ritrae olio in abbondanza,
bonissimo a tutti gli usi. Benchè mi sia proposto di dare a parte la
descrizione delle piante, la somma utilità di questa mi sforza a dirne
qui alcune cose.

Sembra che Linneo mettesse questa pianta o nel genere _ramnus_, o nel
_sideroxilus_, e la chiama _rhamnus siculus_ nel suo Sistema, e
_sideroxilus spinosus_ nel suo Erbario. Il dotto botanico Driander gli
dà il nome di _rhamnus pentaphillus_, ma il sig. Schousboe console del
re di Danimarca a Marocco, che ha esaminate le piante del paese con
assai più di attenzione che non erasi ancora fatto prima, si determinò a
seguire i botanici Retz, e Wildenow, che la chiamarono _elaeodendron
argan_.

La descrizione del sig. Schousboe è senza dubbio più completa di tutte
le altre, e non vi si trovano che alcune leggere differenze indicate in
altra mia opera scientifica. L'albero, quand'io lo vidi, era in piena
fruttificazione. È spinoso, e trovasi sul frutto una grande abbondanza
di certo glutine resinoso, di cui forse la chimica potrebbe cavarne
profitto. La sua polpa, dopo averne estratto l'olio, è un eccellente
alimento per i buoj. Avvi in questo luogo un bosco di dieci in dodici
giornate di viaggio nella direzione N. e S. ove la mano dell'uomo non si
occupa d'altro, che di raccoglierne i frutti. Non sarebbe possibile di
renderlo indegno de' paesi meridionali dell'Europa? Ciò, a mio credere,
sarebbe più utile che l'acquisto d'una provincia.


_Lunedì 30 aprile._

Ci movemmo alle dieci ore e mezzo del mattino dirigendoci all'O. S. O.
Un'ora dopo usciti dal bosco si cominciò a camminare sull'arena in mezzo
a molte colline di sabbia sciolta, e poco dopo il mezzogiorno arrivammo
a Sovèra o Mogador, meta del viaggio.

Il paese aveva il medesimo aspetto di quello di jeri. Si entrò in un
piano di sabbia che è veramente un piccolo _sàhharra_, nel quale il
vento prende una sorprendente rapidità; la sabbia è tanto sottile, che
forma sul terreno le onde come quelle del mare; e queste onde sono tanto
considerabili, che in poche ore una collina di venti o trenta piedi
d'altezza può essere trasportata da un luogo all'altro. A questo
fenomeno che parevami poco probabile dovetti dare intera fede, quando ne
fui testimonio: ma questo trasporto non si eseguisce all'istante, come
viene comunemente creduto, nè è capace di sorprendere, e di seppellire
una carovana che cammina. Il vento levando continuatamente la sabbia
dalla superficie, si vede abbassarsi sensibilmente di più linee ad ogni
istante. Questa quantità di sabbia che va sempre più addensandosi in
aria per le successive ondate, non potendo sostenersi, cade e
s'ammucchia, formando una nuova collina; ed il luogo che occupava
poc'anzi vedesi affatto piano e senza la menoma traccia di quello che
era un istante prima. La quantità di sabbia levata dal vento in aria è
tale, che conviene attentamente evitare di averla direttamente in
faccia, e sopra tutto difenderne almeno gli occhi e la bocca. Questa
seconda sahharra può avere circa tre quarti di lega di larghezza ove si
attraversa; e conviene attentamente orizzontarsi, onde non ismarrirsi
negli andrivieni che devono farsi in mezzo alle colline di sabbia che
limitano la veduta, e cambiano di luogo con tanta frequenza, che non
vedesi che cielo e sabbia senza alcun'orma che possa diriggerci;
perciochè all'istante che l'uomo o il cavallo alza il piede, per
profonda che ne sia l'impronta, viene in sull'istante colmata affatto.

La grandezza, la rapidità, la continuazione delle ondate confondono in
modo la vista degli uomini e degli animali, che si cammina quasi a
tentoni. In questo luogo il camello ha un grande vantaggio, perchè
portando il suo collo perpendicolarmente alzato, viene ad avere il capo
al di sopra dalla più densa ondata; i suoi occhi sono difesi dalle sue
grandi palpebre semi-chiuse ed armate di densi peli; le vestigia de'
suoi passi sono poco profonde per la grandezza e la configurazione de'
suoi piedi fatti a guisa di cuscinetti; le sue lunghe gambe gli danno
modo di fare lo stesso cammino facendo meno passi di un altro animale, e
per conseguenza dura assai minor fatica degli altri. Questi avvantaggi
gli danno un andamento fermo e facile in un suolo ove gli altri animali
sono forzati di andare a passi lenti e corti, reggendosi a stento;
talchè li camello destinato dalla natura a questo genere di viaggi è un
nuovo motivo di lode verso il creatore, che diede il camello
all'Affricano, e la renna al Lapone.

La città di _Sovèra_ che trovasi sulle carte col nome di Mogador fu
fabbricata dal Sultano Sidi Mohamed padre del Sultano attuale. La sua
forma regolare, i suoi edificj di una conveniente altezza, le danno un
assai vago aspetto per una città d'Affrica: bello è il mercato maggiore
circondato di portici; e, quantunque alquanto anguste, sono abbastanza
belle ancora le contrade tirate a filo. Le sue mura difese da alcuni
pezzi di cannone la assicurano dalle incursioni degli Arabi. Si è alzata
una batteria verso il mare che lo batte di fronte; ma sgraziatamente le
cannoniere sono disposte in maniera che i cannoni, non si possono far
giuocare che con estrema difficoltà. Questa batteria è provveduta ancora
di alcuni mortai, e di due petriere. L'estrema piattaforma dalla banda
di mezzogiorno forma un angolo o fianco armato di un grosso cannone che
batte la bocca del porto, il quale vien formato dal canale che divide
dalla città un'isola posta al S. O. Mi fu detto che non è molto sicuro,
pure vi osservai ancorata una fregata inglese. All'ingresso del porto vi
è pure una batteria più alta dell'altra: e tra le due batterie vi sono
dei grandi magazzeni assai ben fatti.

L'isola che forma il porto può avere un miglio di diametro, ed è lontana
un mezzo miglio dalla terra. Viene difesa da alcuni pezzi di cannone, e
serve alla custodia dei prigionieri di stato.

A fronte delle sue fortificazioni questa città non potrebbe sostenersi
contro un attacco un poco ostinato, perchè non ha che le acque del fiume
lontano più di un miglio.

Il soggiorno di Sovèra è molto triste, trovandosi circondata da un
deserto di arena mobile, che non permette di passeggiarvi, e non avendo
verun giardino. In distanza di mezza lega sonovi però alcune montagne
coperte di macchie di _argani_, che vi prosperano assai.

Risiedono a Sovèra alcuni vice-consoli e negozianti di diverse nazioni
Europee, che vi formano come una colonia resa numerosa dai negozianti
Giudei del paese. Questi vi godono maggiore libertà che in tutt'altro
luogo dell'impero, fino a poter vestire all'europea, e vivere come gli
altri negozianti stranieri. Sono perciò più ricchi degli Ebrei delle
altre città; ma di tratto in tratto pagano questi vantaggi con terribili
avanie.

Ne' dieci giorni che rimasi a Sovèra il tempo fu sempre variabile; ma
potei farvi esatte osservazioni, che mi diedero la latitudine di 31° 32′
40″ al N., e la longitudine O. di 11° 55′ 45″ dell'osservatorio di
Parigi.

In questi dieci giorni i tre pascià ch'erano qui colle loro truppe mi
diedero lo spettacolo delle corse dei cavalli, e delle scaramuccie,
nelle quali rappresentavano i loro combattimenti coll'esercizio delle
armi a fuoco, consumando molta polvere, e facendo molto fracasso. Un
giorno mi condussero nel palazzo del Sultano, posto nelle montagne in
mezzo ad una foresta, ove mi fu dato un magnifico pranzo. Tornando alla
città avevamo intorno più di mille uomini a cavallo che facevano delle
corse e delle scaramuccie. Si visitò un palazzo che il Sultano Sidi
Mohamed aveva fatto fabbricare in una pianura di sabbia. Dopo averne
osservato l'interno, vidi, nell'atto che si usciva, una camera chiusa:
ordinai di aprirla, ed entratovi dentro col pascià, trovammo un falcone,
ch'eravisi senza dubbio introdotto per un buco; lo feci prendere e lo
portai meco. Pochi istanti dopo il corteggio si pose in cammino, ed
attraversammo il fiume poco profondo. Un soldato che mi era vicino
scoprì un grosso pesce lungo due piedi e mezzo, ch'era stordito per il
passaggio della cavalleria; lo ferì colla sua spada, e me lo presentò.
Non saprei ben dire quali e quanti felici presagi, si motivarono sulla
preda dell'uccello e del pesce....

   [Illustrazione: _a._ SOLDATO MORO A CAVALLO IN ATTO DI
   ATTACCARE IL NEMICO. _b._ ALI BEY IN VIAGGIO A CAVALLO.]

Terminati questi divertimenti, cui prese parte anche il popolo di
Mogador, ripresi la strada di Marocco scortato da quindici cavalieri
sotto il comando di un ufficiale. In tale circostanza incominciai a far
uso dell'ombrella, privilegio esclusivo del Sultano, de' suoi figli, e
fratelli, e vietato a qualunque altra persona.

Rifeci il cammino praticato nella venuta; e perchè preceduto dal mio
nome, tutti gli abitanti dei _dovar_ vicini alla strada, stavano
aspettandomi per complimentarmi. Gli uomini d'arme a cavallo schierati
in linea erano i primi, e mi salutavano con una riverenza accompagnata
dal grido _Allàh iebàrk òmor Sidina_, Dio benedica la vita del nostro
signore, venivano appresso i vecchi, ed i fanciulli, che mi salutavano
presentandomi un vaso di latte all'ordinario agro, perchè si costuma
così; ed io lo assaggiavo come voleva l'usanza. Tutti mi scongiuravano a
rimanere nel loro paese; le donne nascoste dietro la tenda, o dietro le
grotte facevano eccheggiare i contorni colle loro acute grida
d'applauso. Siccome questi saluti ripetevansi ad ogni istante, perchè
gli abitanti accorrevano da luoghi assai lontani, sarebbe inutile
l'avvertire ch'io non potevo accettare tutti gl'inviti. Chiedevanmi
allora una preghiera; io la faceva, ed essi mi attestavano la loro
riconoscenza colle corse de' cavalli, e colle salve de' loro fucili.

Quando arrivavo nel luogo destinato a passarvi la notte, dopo le
medesime ceremonie, e quando io ero di già accampato, tutti i notabili
della tribù, o del _dovar_ venivano una seconda volta, preceduti dallo
scheik, e dai principali abitanti, che due a due conducevano un grosso
montone tenendolo per le corna, e me lo presentavano; altri recavano del
couscoussou, orzo, polli, frutta ec. che consegnavano al mio maestro di
casa. Io invitavo i principali a prender meco il tè; ed essi mi tenevano
compagnia una mezz'ora od un'ora al più; dopo di che ritiravansi
orgogliosi dell'ospitalità ch'io aveva accordata, e del grazioso
accoglimento loro fatto.

La mattina nell'atto della partenza ricominciavano le corse de' cavalli,
le archibugiate e le grida della femmine; e per tal modo mi ricondussi
fino a Marocco il martedì 15 di maggio.


FINE DEL TOMO PRIMO.



INDICE DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO TOMO PRIMO.


  _Intitolazione_                                    Pag.    V
  _Prefazione del Traduttore italiano_                »     IX

  CAP. PRIMO.

  _Arrivo a Tanger. — Interrogatorio. — Presentazione
    al governatore. — Stabilimento d'Ali Bey nella sua
    casa. — Preparativi per andare alla moschea. —
    Festa natale del profeta. — Marabout. — Visita al
    Kadi. — Congedo del suo introduttore_             »      3

  CAP. II.

  _Circoncisione. — Descrizione di Tanger. —
    Fortificazioni. — Servizio militare. — Corsa de'
    cavalli. — Popolazione. — Carattere degli abitanti.
    — Costumi_                                        »     14

  CAP. III.

  _Udienze del governatore. — Del Kadi. — Viveri. —
    Matrimonj. — Funerali. — Bagni pubblici_          »     26

  CAP. IV.

  _Architettura. — Moschea. — Musica. — Divertimenti.
    — Grida delle donne. — Scienze. — Santi_          »     41

  CAP. V.

  _Giudei — Pesi, misure e monete. — Commercio. —
    Storia naturale. — Situazione geografica_         »     55

  CAP. VI.

  _Continuazione della storia d'Ali Bey. — Notizie
    intorno all'interno dell'Affrica. — Presentazione
    all'imperatore di Marocco. — Visite del Sultano e
    della sua corte_                                  »     65

  CAP. VII.

  _Uscita di Tanger. — Viaggio a Mequinez ed a Fez_   »     86

  CAP. VIII.

  _Descrizione di Fez. — Governo. — Scienze. —
    Fabbriche. — Pianta narcotica. — Viveri. — Clima. —
    Tremuoto_                                         »    110

  CAP. IX.

  _Religione. — Storia del profeta. — De' suoi
    successori_                                       »    140

  CAP. X.

  _Elemosina. — Digiuno. — Pellegrinaggio. —
    Calendario. — Mese sacro. — Pasque. — Impiegati
    delle moschee. — Feste. — Superstizioni_          »    159

  CAP. XI.

  _Sceriffi di Muley Edris. — Affare del pendolo. —
    Ingresso del Sultano in Fez. — Messo del Sultano. —
    Interrogatorio del capo degli astrologi. — Sua
    ipocrisia, mala fede. — Intrighi dell'astrologo. —
    Trionfo d'Ali Bey. — Compera d'una Negra. —
    Almanacco. — Partenza del Sultano. — Eclissi_     »    179

  CAP. XII.

  _Partenza da Fez. — Viaggio a Rabat. — Descrizione
    di questa città_                                  »    203

  CAP. XIII.

  _Viaggio a Marocco_                                 »    224

  CAP. XIV.

  _Arrivo a Marocco. — Generosità del Sultano. —
    Semelalia. — Partenza del Sultano. — Viaggi di Ali
    Bey a Mogador. — Saarra. — Mogador. — Feste
    pubbliche. — Ritorno a Marocco_                   »    240



INDICE DELLE TAVOLE

_Contenute in questo Tomo primo_


  TAVOLA I.   L'Alcassaba, o Castello di Tanger   Pag.  18
  TAVOLA II.  Cimitero di Tanger                   »    37
  TAVOLA III. Vista di Marocco, e della
              cordelliera del monte Atlante        »   238
  TAVOLA IV.  (_a_) Soldato moro a cavallo
              in atto di attaccare il nemico       »   253
              (_b_) Ali Bey in viaggio
              a cavallo                            »   ivi



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (ovest/ouest, Ramadan/Ramadàn e numerose altre,
soprattutto per i nomi arabi), correggendo senza annotazione minimi
errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 1" ***

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