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Title: Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2
Author: al-Abbasi, Ali Bey
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Viaggi di Ali Bey el-Abbassi in Africa ed in Asia, v. 2" ***

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  VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI

  IN AFRICA ED IN ASIA

  DALL'ANNO 1803 A TUTTO IL 1807


  _TRADOTTI_
  DAL DOTTORE STEFANO TICOZZI
  con tavole in rame colorate


  TOMO II


  MILANO
  Dalla Tipografia SONZOGNO e COMP.
  1816.



VIAGGI IN AFFRICA ED IN ASIA

FATTI DAL 1803 AL 1807.



CAPITOLO XV.

   _Descrizione di Marocco. — Santi. — Palazzo del sultano. —
   Giudei. — Giardini. — Corvi. — Leprosi. — Monte Atlante. —
   Brebi. — Collezione di alcuni vocaboli di quell'idioma._


La città di _Marràhsch_, o Marocco, antica capitale del regno di questo
nome, ruinata da una lunga serie di disastrose guerre, spopolata dalla
peste, non conserva ora che l'ombra del suo passato splendore. Ne' tempi
della sua prosperità una popolazione di quasi settecento mille abitanti
ravvivava l'agricoltura, le arti, ed il commercio del paese: al presente
appena conta trenta mille abitanti.

Le sue mura che sopravissero alle ingiurie del tempo, e della mano degli
uomini, ne attestano l'antica grandezza. Esse girano tre leghe, e questo
spazio è adesso ingombro di ruine, o trasformato in orti; la minor parte
forma la presente città; e quantunque le muraglie delle case siano
tirate a filo, e formino contrade, lasciano ancora nell'interno delle
isole grandi spazj vuoti.

Molte osservazioni astronomiche mi hanno data la longitudine della mia
casa, chiamata _Bebhamed Duquali_ posta quasi nel centro delle mura:
longitudine orientale = 9° 55′ 45″: dell'osservatorio di Parigi,
latitudine settentrionale = 31° 37′ 31″; e la declinazione magnetica =
20° 38′ 40″ Orient.

Le strade della città sono di larghezza assai disuguali, allargandosi
qua e là e ristringendosi più volte. Gli accessi alle case alquanto
considerabili sono quasi sempre formati da chiassolini tanto angusti e
così tortuosi, che un cavallo non vi passa senza difficoltà; e ciò fu
espressamente fatto dai grandi per potersi più facilmente difendere
nelle rivoluzioni popolari, e nelle frequenti guerre de' scheriffi per
la successione al trono, poichè bastano quattro o sei uomini per
difendere uno di questi vicoli. Per la stessa ragione le case sono
provvedute di feritoj, e la mia sembra, piuttosto che una casa, una
fortezza.

L'architettura di Marocco non è diversa da quella delle altre città
dell'impero; val a dire che le case sono composte di un cortile con
gallerie, o corritoj all'intorno, cui corrispondono lunghe e strette
sale, illuminate soltanto dalla luce che entra per la porta. Le
principali case hanno due e tre cortili simili al descritto; la mia ne
conta cinque. Poche sono quelle che abbiano finestre verso la strada.
Molte sono fatte di pietra, ma la massima parte di smalto composto con
terra, sabbia, e calce che si batte entro due tavole applicate alle due
superficie del muro; ciò che chiamasi _tàbbi_.

La città di Marocco contiene varie piazze o mercati, che come le strade,
non sono nè lastricate, nè coperte d'arena; la qual cosa le rende
estremamente incomode, sia ne' giorni piovosi a cagione del fango, come
ne' tempi asciutti per la soverchia polvere.

Tra le molte moschee di Marocco se ne contano sei grandi, delle quali le
principali sono _El Kautoubia, El Moazinn, El Benious_. Trovasi la prima
isolata in mezzo ad un grande spazio scoperto: elegante ne è la sua
architettura, e l'altissima sua torre si rassomiglia molto a quella di
Salè. La moschea di Benious conta omai seicento cinquantadue anni da che
fu fabbricata: è grande assai, ma la sua architettura presenta una
bizzarra mescolanza di architettura antica e moderna, essendo stata in
molte parti rifatta di nuovo. Trecento cinquant'anni dopo fu innalzata
la moschea El Moazinn veramente magnifica, e posta in vicinanza della
mia casa. Le sono addetti dieci ministri, assai mediocremente pagati per
ordine del sultano colle entrate della moschea: di modo che questi
ministri, come tutti gli altri di Marocco sono obbligati di procacciarsi
la loro sussistenza col travaglio, o colle pie truffe dei talismani che
vendono per guarire le malattie, i veleni, le ferite, i maleficj ed
altri accidenti.... Ah grande Maometto! voi non ingannaste mai gli
uomini con sì piccole frodi!... Il profeta non si arrogò giammai il dono
dei miracoli, pubblicamente confessando che fu accordato a Gesù Cristo,
e non a lui.

_Sidi Belabbèss_ è il santo patrono di Marocco. La sua moschea, come
quella di Muley Edris a Fez, è composta d'una sala quadrata coperta da
una cupola ottagona, le di cui travature sono incise e dipinte in
rabeschi, e coperte al di fuori di tegole inverniciate e colorite. Il
sepolcro del santo è coperto di molte stoffe di lana e di seta, poste le
une sopra le altre: vedesi da un lato la cassa delle elemosine. Il
palco, ed una parte delle muraglie sono coperti di tappeti, e di altri
drappi.

Presso al salone o moschea sono molti cortili con portici e camere
destinate ad alloggiare i poveri, i storpiati, gl'invalidi, i vecchi.
Questo spettacolo è ributtante, ed al triste aspetto che presentano
tante miserie dell'umanità, si aggiunge la mancanza di quelle saggie
istituzioni praticate in Europa negli stabilimenti di tale natura.
_Mille ed ottocento infelici dei due sessi_ sono al presente alimentati
in questo luogo col prodotto delle elemosine, e colle entrate della
moschea.

Questo santuario serve pure d'asilo agli sgraziati perseguitati dal
dispotismo, i quali rifugiatisi nel suo circondario possono negoziare la
loro grazia, ed aspettare di essere riammessi al godimento de' loro
diritti, essendo intanto sicuri che il loro asilo non sarà violato. Per
altro non avvi veruna legge positiva in favore di tale immunità, ma è
talmente fondata sulla pubblica opinione, che quel monarca che, abusando
del suo potere, osasse di violarla, sarebbe irrimediabilmente perduto
nelle rivoluzioni che farebbe nascere. Quanto è mai vantaggioso
all'umanità questo pregiudizio in un paese ove l'abitante, privo d'ogni
civile guarenzia, trovasi assorbito dallo spaventoso vortice del
despotismo! Il capo di questo stabilimento ha, come quello di Muley
Edris a Fez, il titolo _El Emkàddem_, il vecchio, ed è egualmente
rispettato; anzi incomincia ad avere _odore di santità_.

Farò qui parola dei due più gran santi che attualmente vivono
nell'impero di Marocco; uno de' quali _Sidi Ali Benhamet_ risiede a
Wareu, ed il secondo chiamato _Sidi Alarbi Beumàte_ trovasi a _Tedla_.

Questi due santi si può dire che quasi decidano della sorte dell'impero,
perchè si crede ch'essi soli provochino sul paese le benedizioni del
cielo. Nel loro distretto non avvi nè pascià, nè kaïd, nè governatore
del sultano, e non si paga alcun tributo: il popolo viene governato dal
rispettivo Santo, sotto una specie di teocrazia ed in una tal quale
indipendenza. È tanta la venerazione di cui essi godono, che quando
visitano le provincie, i governatori vicini ricevono i loro ordini, ed i
loro consigli. Non però lasciano i due santi di predicare la sommissione
al sultano, la pace domestica, e la pratica delle virtù. Immenso è il
prodotto dei doni, e delle elemosine che loro si fanno, e forse non v'è
una sola donna in tutto l'impero che non si procuri l'opportunità di
parlargli quando vengono nel proprio paese. In questi religiosi viaggi
sono accompagnati da una folla di miserabili che cantano le lodi del
Signore, o quelle dei Santi personaggi. Li seguono pure molti uomini
armati, preparati a difendere la santa causa a colpi di fucile.

Ho di già fatto osservare che questa celeste grazia della santità era in
alcune famiglie ereditaria: il padre di Sidi Ali era un gran santo; Sidi
Ali lo è attualmente, ed il suo maggior figlio Sidi Bentcami incomincia
ad esserlo.

In un gran giro che Sidi Ali fece a Marocco, ebbi l'onore
d'intrattenermi con lui; egli liberò la mia dilicata coscienza da
qualche scrupolo. Gli feci un piccolo dono di mille franchi, ed egli mi
diede una magnifica pelle di leone, sopra la quale egli da tredici anni
faceva la preghiera: vi aggiunse molte confetture ed un gran vaso di
siroppo di limone, ch'egli costuma di mischiare col suo te. Non
trascurai di encomiare molto questo siroppo quando ne presi in sua
compagnia. Sciolto affatto da ogni mondano interesse, il sant'uomo
impiegò il danaro ch'io gli diedi, ed il prodotto delle abbondanti
elemosine che aveva ricevute, nell'acquisto di fucili e di altre armi
pei difensori della fede che l'accompagnano.

L'aspetto di Sidi Ali, dell'età di circa cinquant'anni, è venerando e
grave. Un volto regolare, colori risentiti, occhi vivaci, piccola barba
candida come la neve, forme piccole e pienotte perfettamente
proporzionate... Dio sia lodato! Il suo abito sempre uguale consiste in
una specie di camicia, o piccolo caftan di lana bianca, un piccolo
turbante, una specie di hhaik leggere di lana bianca, che coprendo la
testa del santo gli ondeggia sciolto sulle spalle e sui fianchi a guisa
di piccolo mantello. La sua voce alquanto nasale acquista grazia dalla
sua divina dolcezza. Il maggior figlio di Sidi Ali cammina sulle traccie
del padre, e spira santità malgrado la sua fresca età. Può avere
ventisei anni, ma è più grande e grosso di suo padre, e più rossiccio.
Altri figli avuti dalle sue negre, accompagnavano il santo che viaggia
in una lettiera sostenuta da due muli. Questa lettiera è abbastanza
lunga perchè l'uomo apostolico possa coricarsi quando trovasi stanco
d'avere colle sue ferventi preghiere chiamate sopra l'impero le grazie
della divinità.

Non ho potuto vedere Sidi Alarbi che era a Tedla, ma conosco un suo
nipote venuto a ritrovarmi da parte sua. Egli è rubicondo assai, e
talmente grosso d'avere difficoltà di respiro. Mi si disse che Sidi
Alarbi, è ancora più grande e grasso del nipote. Onde apparisce che i
digiuni, e le mortificazioni non pregiudicano al vigore ed alla sanità
dei nostri santi. Si aggiungeva che a fronte della sua pinguedine Sidi
Alarbi monta leggermente a cavallo, e sa ben tirare un colpo di fucile,
lo che è un nuovo favore della divinità. Sgraziatamente ebbero luogo
alcuni diverbi tra questo santo ed il Sultano Muley Solimano. Avendo
l'ultimo fatta fabbricare una moschea nel territorio di Tedla, ed avendo
forse mancato a certi riguardi, Sidi Alarbi credette di doverla
convertire in una scuderia. Muley Solimano per rappacificarlo gli donò
mille ducati; ed il venerabile santo mandò in vece mille montoni al
Sultano. Giova sperare che quest'atto di pentimento gli procurerà la
misericordia di Dio per le raccomandazioni del santo.

La città di Marocco ha nove porte. Le mura che la circondano sono
abbastanza solide, altissime, ed armate di torri al di fuori, tranne
dalla banda del palazzo del sultano, ove invece sono al di dentro,
formando come una cittadella che domina la città. Le muraglie sono quasi
tutte costrutte di terra battuta colla calce.

Il palazzo del sultano trovasi al S. E. del circondario della città.
Viene formato dall'unione di molte fabbriche assai vaste; perchè oltre
gli appartamenti del Sultano, de' suoi figliuoli, di Muley Abdsulem, e
dell'infinito numero di donne che loro appartengono; vi si trovano
diversi giardini ed orti. Sonovi pure le abitazioni delle persone della
corte, dei domestici, delle guardie, due moschee, ed immensi cortili o
piazze nelle quali il Sultano accorda le sue _meschouàrs_, ossia
pubbliche udienze. Tanti edificj formano un laberinto di muri, e come
un'altra città, il di cui esterno recinto può avere una lega e mezzo di
circonferenza.

Per entrare nel palazzo propriamente tale, dopo avere attraversate tre
immensi cortili, o piazze d'udienza, conviene da prima entrare in un
quarto cortile ove trovasi il corpo di guardia, di poi passare in un
altro, in mezzo al quale vedesi un _cobba_, o casuccia quadrata alcuni
piedi più alta sopra il piano del cortile. Questa casuccia internamente
coperta di tappeti, e provveduta di alcuni cuscini è il luogo in cui
stanno i grandi ufficiali di corte in attenzione degli ordini del
Sultano: è propriamente un'anticamera, ove le persone obbligate a
risiedervi si fanno servire di pranzo e di cena. Da questo cortile si
entra in un vestibolo, ove trovansi paggi di servizio, ed un'altra
guardia; e di là finalmente si entra in un giardino, ove sono due
casette di legno, in una delle quali il Sultano suol ricevere le
persone.

Questo giardino di forma regolare è pieno d'aranci, è assai bello, e ben
provveduto di fiori e di piante aromatiche. Le donne non vi entrano.
Esse ne hanno alcuni altri di loro esclusivo uso inaccessibili agli
uomini. Tra le due casette vedesi un pilastro sopra il quale è collocato
un quadrante solare orizzontale. Un giorno che aveva fatto portare i
miei strumenti, osservai il passaggio del sole per prendere la
latitudine di questo punto, e feci un segno sul pilastro, affinchè si
rettificasse la posizione del quadrante che trovavasi alquanto
disorientato. Feci quest'operazione in presenza del sultano.

Un'altra volta il sultano mi condusse egli medesimo nell'interno del
palazzo, e mi fece vedere i bei appartamenti fatti all'europea con
grandi finestre dalla banda del giardino, ed una magnifica sala, che non
aveva altri mobili che pochi tappeti. Quest'appartamento che trovasi al
primo piano è assai bello, e soltanto la scala è mal collocata, oscura,
ed assai meschina. Nello stesso giardino trovasi un passaggio interno
per andare nell'appartamento di Muley Abdsulem posto a fianco del
palazzo. Quest'entrata non ha guardie, ma le porte sono sempre chiuse;
ed il portinajo non le apre che al Sultano, a Muley Abdsulem, ed a me:
per ogni altra persona è necessario un ordine particolare del Sultano.
La casa di Muley Abdsulem è abbastanza spaziosa, ed ha pure in sul
davanti un bel giardino.

La _Giuderia_ ossia il quartiere de' Giudei, che ha pure un parziale
recinto, è situato tra il palazzo e la città. Anche questo quartiere fu
ruinato come gli altri, e vi si trova solamente un mercato
abbondantemente provveduto. La porta viene chiusa la notte ed il
sabbato, è custodita da un kaïd.

I Giudei di questo quartiere si fanno ascendere a circa due mille; quali
tutti, senza distinzione d'età nè di sesso, non possono entrare in città
che a piedi nudi; e sono trattati con estremo disprezzo. Il loro abito
di color nero è assai meschino, ed è perfettamente eguale a quello de'
Giudei di Tanger. Il loro capo che sembra un buon uomo, e che venne più
volte a ritrovarmi, non veste meglio degli altri. Le donne vanno per le
strade col volto scoperto, ed io ne vidi alcune assai belle, anzi
straordinariamente belle. La loro capigliatura per lo più bionda, ornata
di rose e di gelsomini, dà ai loro volti un'aria seducente. La
dilicatezza e la regolarità dei tratti, l'eleganza del corpo, la
bellezza degli espressivi loro occhi, le grazie allettatrici sparse su
tutta la persona, danno loro quel bello ideale, che invano cercasi
altrove che nei capi d'opera della greca scoltura. Eppure queste
singolari bellezze sono disprezzate ed avvilite; esse vanno a piedi
nudi, e sono obbligate di prostrarsi ai piedi riccamente ornati delle
orribili negre, che godono dell'amor brutale e della confidenza dei
Musulmani loro padroni. I figli maschi de' Giudei sono belli finchè sono
giovanetti, ma degradono coll'avvanzare degli anni, talchè difficilmente
si vede un Giudeo di bell'aspetto in età matura. Devesi ciò forse
ascrivere alle sofferenze inseparabili dall'orribile schiavitù che li
opprime?

I Giudei esercitano molte arti o mestieri; sono essi i soli argentieri,
i soli lattonaj, i soli sarti di Marocco. I mori sono soltanto calzolai,
falegnami, muratori, magnani, e fabbricatori di hhaik.

Anticamente la città di Marocco era circondata di giardini, e di belle
piantagioni, che stendevansi a grandissima distanza. Per l'irrigazione
di que' giardini vi derivavano dalle montagne dell'Atlante moltissime
sorgenti per mezzo di acquedotti, o canali scoperti: grandiose opere, di
cui al presente non rimangono che le ruine per attestare alle persone
istruite che gli arridi deserti ond'è al presente circondata la città,
erano ameni e fertili orti. I pochi giardini tutt'ora esistenti ricevono
l'acqua da alcuni conservati acquedotti sotterranei; tra i quali quello
che conduce alla mia villa di Semelalia è così grande, che gli uomini
incaricati di ripulirlo vi passeggiavano sotto in piedi fino ad una
ragguardevole distanza. Quest'acqua è eccellente.

La pianta più comune ne' contorni di Marocco è la palma. Quest'albero si
solleva ad una prodigiosa altezza; ma i frutti nè uguagliano quelli di
Taffilet, nè possono conservarsi secchi tutto l'anno: chiamansi
_billòh_. Entro e fuori del circondario di Semelalia io possiedo molte
di queste piante; e nel mio giardino io mangiavo frequentemente del
midollo, ossia della parte centrale del tronco, che è un'eccellente
cosa.

In una foresta di palme tra Semelalia e Marocco si è formata una specie
di repubblica di corvi, le di cui costumanze sono affatto singolari.
Ogni mattino allo spuntar del giorno questi uccelli partono tutti in
traccia di cibo, recandosi in luoghi assai lontani senza che che rimanga
un solo in quel contorno: tornano poi verso sera riunendosi a migliaja
nel bosco e facendo un orribile fracasso, quasi fra di loro si facessero
il racconto delle avventure di quel giorno: cosa da me più volte
osservata tanto in tempo d'estate che d'inverno. A fronte delle
praticate diligenze io non ho mai potuto trovare in queste parti i corvi
a piedi rossi osservati da altri viaggiatori e naturalisti.

Trovasi a breve distanza da questo bosco un sobborgo isolato abitato
soltanto da famiglie che hanno la sventura di essere infette da una
espulsione somigliante alla lepra, che si propaga di padre in figlio.
Quest'infelici sono esclusi dalla società degli altri abitanti, e non
avvi persona che ardisca di avvicinarli.

Vedesi stando a Marocco la Cordelliera dell'Atlante, di cui un quarto
rimane costantemente coperto dalla neve. Ho calcolato che nella sua
totalità possa avere 13,200 piedi d'altezza sopra il livello del mare;
ciò dico per approssimazione, giacchè per averne un'esatta misura avrei
dovuto eseguire delle operazioni trigonometriche, che avrebbero
allarmato i barbari che mi circondavano, e sagrificai quest'oggetto,
siccome molti altri, al mio grande progetto. Questa cordelliera è posta
obbliquamente innanzi a Marocco dirigendosi dal S. O. al N. E., ma la
parte più immediata trovasi al S. della città non più distante di sei
leghe. Essa si prolunga nell'interno dell'Affrica, e si volge al levante
passando al S. d'Algeri, e di Tunisi fino ai confini di Tripoli. Avremo
opportunità di parlare altrove di queste montagne, esaminandole sotto un
diverso rapporto.

I viveri sono più a buon mercato a Marocco, che a Tanger, o a Fez.
Questa sgraziata capitale quasi spopolata affatto dalle guerre e dalla
peste ha perduto ogni commercio. Le arti e le scienze non possono
prosperarvi, nè avervi incoraggiamento, mancando Marocco perfino d'una
scuola di qualche importanza. Il circuito delle mura, l'immenso ammasso
di ruine, gl'infiniti acquedotti resi inutili, i vasti cimiterj che la
circondano, possono soli rendere credibile una distruzione così rapida,
e così sorprendente.

L'_alcaïsseria_ di Marocco non è paragonabile a quella di Fez, ma gli
Arabi delle vicine montagne vengono a farvi le loro provvisioni; lo che
anima alcun poco il mercato.

Questi Arabi montagnardi sono tutti di piccola statura, negri,
abbrustoliti del sole, e di un ributtante aspetto. Sono conosciuti sotto
il nome di _Brebi_, e formano una nazione separata. Quantunque la
maggior parte di loro sappia parlare l'arabo come gli altri abitanti, si
valgono d'un idioma affatto diverso dalla lingua araba, fuorchè nelle
espressioni prese dalla medesima. Io mi feci spiegare alcuni vocaboli,
di cui ne do la seguente nota:

  _Amànn_          acqua.
  _Agròm_          pane.
  _Tiffli_         carne.
  _Oudi_           buttiro.
  _Tàmment_        miele.
  _Adìl_           uva.
  _Accaïnn_        dattilo.
  _Agmàr_          cavallo.
  _Tèzerdunt_      mulo.
  _Erguez_         uomo.
  _Tamgart_        donna.
  _Tamtot_         donna.
  _Taouàïa_        negra.
  _Yessèmh_        negro.
  _Aguioul_        asino.
  _Taguiòul_       montone.
  _Tehzi_          pecora.
  _Tagat_          capra.
  _Tofòunagt_      vacca.
  _Azuer_          bue.
  _Aïdi_           cane.
  _Idan_           cagna.
  _Tigmi_          casa.
  _Agadir_         muro.
  _Lafit_          fuoco.
  _Imi_            porta.
  _Zeccar_         albero.
  _Timuzunìn_      argento monetato.
  _Kareden_        rame monetato.
  _Afous_          mano.
  _Adar_           piede.
  _Alen_           occhio.
  _Imi_            bocca.
  _Tamàrt_         mento.
  _Medden_         del mondo.
  _Tadovatz_       calamajo.
  _Taparout_       chiave.
  _Touslinn_       forbici.
  _Hint_           coltello.
  _Ohsan_          dente.
  _Ils_            lingua.
  _Egf_            testa.
  _Iberdan_        arredi.
  _Amzog_          orecchio.
  _Inzar_          naso.
  _Adouco_         scarpa.
  _Sabàït_         scarpa.
  _Iducan_         scarpe.
  _Zifr_           libro.
  _Quièguit_       carta.
  _Maismennek_     come vi chiamate?
  _Saoval_         chiamare.
  _Aglid_          sultano.
  _Amgar_          pascià.
  _Aronco_         vaso.
  _Torazinn_       orzo.
  _Ierdenu_        grano.
  _Ibaun_          fave.
  _Turigt_         sale.
  _Abdan_          pelle.
  _Idemmen_        sangue.
  _Azèr_           capelli.
  _Iegzan_         braccio.
  _Ifedden_        ginocchio.
  _Tàdautt_        dorso.
  _Addiss_         ventre.
  _Ovoul_          cuore.
  _Eguer_          spalla.
  _Adat_           dito.
  _Idudan_         dita.
  _Aglid moccorn_  Dio.
  _Taffoct_        sale.
  _Aïour_          luna.
  _Azal_           giorno.
  _Gayret_         notte.
  _Zik_            mattino.
  _Tedduguet_      sera.
  _Tirerninn_      l'ora dopo mezzogiorno.
  _Takourinn_      due o tre ore dopo mezzogiorno
  _Tenouschi_ o
    _el mogareb_   tramontana del sole.
  _Tenietz_ o
    _al Ascha_     ultimo crepuscolo.
  _Idgam_          jeri.
  _Azca_           domani.
  _Azzummeit_      freddo.
  _Ierga_          calore.
  _Elhhall_        tempo.
  _Behra_          molto.
  _Imik_           poco.
  _Ariatzaat_      di qui a poco.
  _Aschat_         venite.
  _Ascht_          venite.
  _Souddo_         andate via.
  _Adrer_          montagna.
  _Azif_           fiume.
  _Aragar_         piano.
  _Orti_           giardino.
  _Atchag_         mangiate.
  _Atzog_          bevete.
  _Igdad_          uccelli.
  _Hoùloussen_     pollo.
  _Tigliaï_        ovo.
  _Taouount_       rupe.
  _Accoraï_        bastone.
  _Aganìmm_        canna.
  _Ouchen_         lupo.
  _Tiflouz_        tavola.
  _Acal_           terra.
  _Imèndi_         grano.
  _Tigant_         sale.
  _Agauhha_        cucchiajo.
  _Timsguida_      moschea.
  _Tahanutz_       bottega.
  _Araam_          cammello.

_Numeri._

  _Tau_                uno.
  _Sin_                due.
  _Crad_               tre.
  _Cos_                quattro.
  _Semmòs_             cinque.
  _Seddès_             sei.
  _Za_                 sette.
  _Tam_                otto.
  _Tza_                nove.
  _Meràou_             dieci.
  _Ian de meraou_      undici.
  _Sin di meraou_ ec.  dodici.

I Brebi contano così fino al venti, ch'essi chiamano _aascharinn_ come
gli Arabi, di cui ne hanno adottate le espressioni numerali di decine,
che combinano colle unità brebe; per esempio

  _Cos de ascharinn_   ventiquattro.
  _Za de telatiun_     trentasette.

Usano pure le espressioni;

  _Ascharin de meraou_ trenta.
  _Telatin de meraou_  quaranta ec.

Secondo la costumanza de' Francesi, che dicono _sessanta dieci_,
_quattroventi dieci_.

Rimarcansi nelle montagne diversi dialetti della lingua breba: tutti
estremamente poveri e formanti misti d'arabo; di modo che si può
prevedere che la lingua breba scomparirà in pochi secoli. Per iscrivere
in questa lingua si adoperano i caratteri e l'ortografia araba: ma a
fronte delle mie più diligenti ricerche non ebbi notizia di verun altro
libro scritto in questo idioma.



CAPITOLO XVI.

   _Malattia d'Ali Bey. — Storia naturale. — Eclissi della luna. —
   Ritorno del Sultano. — Regalo di donne. — Annuncio del viaggio
   alla Mecca. — Visita di etichetta, e regalo del Sultano. —
   Tenda mandata dal medesimo. — Ali Bey parte da Marocco._


Mentre mi trovavo a Semelalia fui sorpreso da grave malattia, che mi
ridusse agli estremi. Nel corso di tre mesi ebbi cinque gravi ricadute,
che mi lasciarono così debole da non potermi neppure leggermente
occupare de' miei più favoriti studj. Rimasi costantemente nel mio
palazzo di Semelalia senza medico, perchè non voleva prevalermi di
quelli del paese, e non eravi in Marocco alcun medico europeo. Dovetti
perciò curarmi da me stesso, adoperando i medicamenti, di cui ne aveva
meco un abbondante provvisione, accompagnata da una apposita istruzione
intorno al modo di farne uso; ed ebbi la fortuna nel tristo stato di
trovarmi affatto abbandonato a me medesimo, di non perdere affatto i
sensi. Quando potevo alzarmi del letto non omettevo di fare qualche
operazione astronomica; e rispetto alla storia naturale raccolsi i
seguenti fatti.

In maggio i pomi granati erano perfettamente fioriti, come ancora le
palme e gli ulivi: gli albicocchi erano maturi, e tagliavasi l'orzo.

In sul finire di giugno incominciava la stagione dei fichi che durava
fino alla metà d'agosto.

In luglio eranvi popponi e pastinache, e verso la fine d'agosto si
ebbero i primi dattili di Taffilet.

Alla metà d'agosto i mercati incominciarono ad essere abbondantemente
provveduti di uve.

In giugno ed in luglio eranvi molti citriuoli, pomi d'oro, ec., legumi
di varie sorti, e si raccolsero le granaglie.

Il giorno 31 luglio i miei domestici uccisero nel mio giardino d'estate
un serpente lungo sei piedi e quattro pollici, e della circonferenza di
cinque pollici ed otto linee nella parte più grossa. Questo rettile mi
parve analogo al _coluber molurus_ o al _boa_; ma egli aveva sulla testa
alcune grandi piastre, che lo avvicinavano al Scitale. Io sono di parere
che sia d'una specie sconosciuta: ma per mala sorte era un animale
immondo, che la legge non permetteva di toccare; onde non potei
esaminarlo attentamente, nè disegnarlo, lo che sarebbe stato un delitto
in faccia alla gente che mi stava intorno. Perciò i miei domestici si
affrettarono di levarmelo dinnanzi e portar lontano quest'animale così
bello e curioso. Come mai potrebbero le scienze naturali fare alcun
progresso ne' paesi mussulmani!

Ne' tre mesi di maggio, giugno e luglio l'atmosfera fu quasi sempre
serena.

Nel medesimo giorno in cui si trovò il bel serpente un vento di S. O.
portò una specie di turbine che si mantenne molto elevato, o dirò forse
meglio, una massa di vapori che aveva un orribile aspetto. Non vedevasi
alcuna nube, ed il lontano orizzonte sembrava un immenso vortice di
fiamme, mentre una linea rubiconda sembrava circondarci da ogni lato
all'altezza apparente di sei gradi; e di là fino allo zenit il cielo era
tutto di colore citrino. Il disco solare era bianco smaccato, affatto
privo di splendore e rassomigliava ad un globo di terraglia, o a dir
meglio ad un disco di carta bianca. Il termometro era salito al 36°, ed
il calore era effettivamente soffocante. Questa meteora si mantenne
tutto il giorno; e fu portata senza dubbio dal vento _simoum_ dal
deserto, comechè non abbia potuto per cagione del monte Atlante
dispiegare al di qua delle cordelliere la sua forza distruggitrice.

L'atmosfera fu alquanto meno carica all'indomani, e quantunque il sole
la penetrasse con difficoltà, non presentò il fenomeno del precedente
giorno.

Due dì dopo l'atmosfera si caricò di nubi, il tempo fu borrascoso, il
vento soffiava interrotto con violenza, accompagnato da' rovesci
d'acqua, e da tuoni.

Mi fu detto con asseveranza che in tale epoca non avevansi mai nè
borrasche nè pioggie, che non incominciano prima d'ottobre.

Alla metà d'agosto i popponi sono maturi.

In sul finire dello stesso mese maturano ancora e sono già grossi i pomi
granati che si raccolgono alla metà di settembre.

Incominciasi ad aver dattili a mezz'ottobre, di cui se ne fa la piena
raccolta in novembre, come nell'ultima quindicina dello stesso mese
raccolgonsi ancora le olive.

Alla stessa epoca incominciano a cadere le foglie; ma quest'anno gli
alberi si spogliarono così lentamente, che ne' primi giorni di decembre
conservavano ancora due terzi di foglie.

In tale stagione io avevo nel mio orto ogni sorta di verdure e di
legumi: radici, cipolle, agli, lattuche, fave, cavoli ec. L'orzo era
bellissimo, ed era già alto quasi otto pollici.

Dopo le borrasche d'agosto, il tempo fu costantemente bello, non
essendovi state che alcune brevi e leggieri pioggie; onde incominciavasi
a sentire il bisogno dell'acqua, perciocchè alla fine di novembre i
terreni erano così asciutti, che non si potevano seminare. Può darsi che
quest'anomalia fosse cagione della tarda caduta delle foglie. Fatto è
che tale siccità fu assai dannosa alla provincia di Duquela, risguardata
come il principale granajo dell'impero.

Viene costantemente osservato che in sul finire d'agosto tutte le
cigogne sono di già partite alla volta di Soudan. Io ne avevo tre nel
giardino d'estate, cui erano state raccorciate le ali, che rimasero
tranquille affatto, ed assai famigliari: di modo che venivano, a farmi
compagnia quando io pranzavo nel padiglione sotto un pergolato, e
quantunque avessero rifatte le ali non pensarono pure alla partenza.

Le notti e le mattine freddissime alla fine di novembre cagionano molti
reumi. Fra i primi giorni di questo mese non si videro più nè ranocchi,
nè rospi. Il dieci novembre furono trovati sotto il guanciale del mio
letto due scorpioni (_scorpio africanus_ di Linneo).

Le mosche incominciano a diminuire verso la metà di novembre, e verso il
fine non se ne vedono più. I mosconi erano di già scomparsi in ottobre.

Il termometro esposto al sole ad un'ora dopo mezzogiorno marcò il primo
di decembre 41°; e perchè continuava a salire, mancando maggior vuoto
nel tubo dovetti ritirarlo perchè non si rompesse. Lo stesso giorno
segnò all'ombra 21° 2′.

Lo esposi più volte ne' giorni susseguenti, e gradatamente montò sempre
meno.

Il maggior caldo che si ebbe in estate fu il due, ed il tre di
settembre. Il termometro all'ombra segnò 38° 8′.

Alla metà di decembre gli alberi non erano ancora spogliati affatto di
foglie.

Il 18 decembre osservai una cigogna che volava sopra i miei giardini
senza che le mie tre cigogne facessero verun movimento. Siccome non
trovavasi allora ne' contorni di Marocco alcun uccello di tale specie
non saprei dire da qual parte venisse questa, tanto più che non era di
passaggio, giacchè dopo aver volteggiato tre o quatro volte sopra
_Semelalia_ partì dirigendosi al N. E. Forse che alcune cigogne si
rimangono tutto l'inverno nascoste in paese. Questo giorno era turbato,
e la mattina vi fu un uragano che forse fu quello che fece sortire la
cigogna dal suo ritiro.

Il 19 decembre incominciarono le pioggie; e prima che terminasse il mese
gli alberi non avevano più foglie.

Dopo mezzogiorno del 31 decembre il sole aveva una corona mal terminata,
che mostrava tutti i colori dell'iride assai vivaci sopra una superficie
di due gradi della sua circonferenza. Il fondo, per così esprimermi, era
d'un bianco che piegava al grigio come una corona lunare sopra uno
spazio di duecento, ed il rimanente appariva confuso.

Le pioggie continuarono, e la seminagione si fece alla fine di decembre.
Non si udì il tuono che la notte del 30 decembre, ed il primo fu
veramente spaventoso. I venti furono quasi costantemente d'Ovest.

Il minor calore fu da 7° sopra zero di _Réaumur_ il 18 decembre alle
cinque ore della mattina; e pure in quel giorno, e nell'ora medesima il
freddo era sensibilissimo.

Il primo gennajo alle dieci ore e mezzo del mattino il termometro
esposto al sole segnava 29° 5′.

Avevo ne' miei giardini quattro gazzelle perfettamente addomesticate.
Allorchè vedonsi affatto libere i loro giuochi sono veramente
dilettevoli, facendo salti e capriole sorprendenti. I miei giardinieri
le perseguitavano perchè mangiavano, e guastavano le piante, ma io le
proteggevo perchè i giardini erano abbastanza grandi per non lasciar
sentire i guasti che facevano. Addomesticate come le cigogne non mi
privavano mai della loro compagnia in tempo del pranzo e della cena; di
modo che aveva in loro e nelle cigogne le sette mie migliori amiche.

Desiderando che la morte non rattristasse il sacro recinto della mia
semelalia, proibij, severamente ogni sorta di caccia. Volevo con ciò
offrire agli uccelli nel mio podere un sicuro asilo; ove il variato
canto di tante diverse specie faceva della mia Semelalia un paradiso
terrestre. Allorchè passeggiavo fuori dei giardini; ma però sempre entro
il recinto generale, varie bande di pernici mi stavano dintorno, ed i
conigli passavano spesso, per così dire, tra le gambe. Io cercavo
d'allettare, ed addomesticare questi animali, che corrispondevano alle
mie cure assai più di alcuni uomini che chiamansi civilizzati. Gli
uccelli non temevano di venire a prendere le miche di pane che gli
gettavo, ed entravano senza timore nelle mie camere, e la notte io avevo
le tende del mio letto coronate di uccelli liberi nel paese della
schiavitù.

Non ottenni però mai di render familiare un triste _chakal_ ch'erami
stato recato. Gli avevo fatta fabbricare una casuccia; terminata la
quale, per lasciargli maggiore libertà, gli feci levare la catena, e lo
lasciai padrone del suo nuovo alloggio: ma egli seppe aprirsi un
passaggio sotto il muro, e fuggì con tanta destrezza (giacchè non oserei
dire altrimenti) quanta ne avrebbe appena saputo impiegare un essere
ragionevole. Vero è che il mio chakal era incoraggiato dalle grida de'
suoi compagni, che venivano la notte in truppe intorno a Semelalia: e
perchè i molti cani d'ogni specie ch'io tenevo al di dentro rispondevano
abbajando in varj tuoni, venivo ad avere due bande di musica notturna,
spesse volte sostenuta dai contrabassi dei ragli dei giumenti, mentre i
galli, ed i polli di Guinea faceano le parti di soprano. Tale cacofonia
lungi dal sembrarmi disaggradevole mi riusciva aggradevole: niente vi
era d'artefatto.

Pareva che la fama dell'immunità della mia villa si fosse estesa fino ai
deserti poichè io vidi numerosissime truppe di gazzelle venire a
diporto, e giuocare a centinaja intorno alle mura di Semelalia. Forse
m'illuderò, ma parvemi talvolta, ch'esse bramassero la licenza
d'entrarvi.

Feci un assai interessante collezione di piante, d'insetti, e di fossili
di Semelalia. Fra gl'insetti trovasi l'_aranea galleopodes_ magnifica
per la sua grandezza: la prima volta ch'io la vidi mi spaventò da
dovero, tanto più ch'ella passò sul mio petto mentre stavo seduto sul
soffà. Tra i fossili bellissima è la raccolta dei porfidi e dei ciottoli
rotolati giù dall'Atlante.

Avendo dato avviso di un eclissi della luna, che doveva vedersi la notte
del 15 gennajo del 1805 molti pascià ed altri ragguardevoli personaggi
vennero a casa mia per osservarlo: ma sgraziatamente il tempo fu tutta
notte affatto coperto, e cadde tant'acqua accompagnata da violenti colpi
di vento, che ci fu tolto di fare veruna osservazione.

Il Sultano non rimane mai lungamente nello stesso luogo: pochi giorni
dopo l'eclissi si ebbe notizia dell'imminente suo arrivo a Marocco,
notizia assai gradita al popolo, e specialmente a me, che desideravo di
prendere da lui congedo per fare il pellegrinaggio della Mecca.

Il Sultano giunse a Marocco nel giorno indicato, ed io andai ad
incontrarlo a molta distanza. Stava in una lettiga portata da due muli.
Appena vedutomi, si fermò, e discorse meco alquanto, testificandomi la
sincerità del suo affetto. Muley Abdsulem, che lo seguiva mi trattò come
fossi stato suo fratello. Durante la loro lontananza la nostra
corrispondenza non era stata interrotta; e quando la malattia non
permettevami di scrivere, supplivano le persone che venivano spedite da
Fez con ordine di vedermi, e di riferir loro lo stato di mia salute. Ora
che vedevanmi rimesso in salute, e capace di sostenere il disagio della
cavalcatura, non sapevano saziarsi di attestarmi la piena loro
soddisfazione. Soggiornando essi a Marocco fummo costantemente nella più
intima confidenza.

Pochi giorni dopo fui stranamente sorpreso dall'avviso, che _il Sultano
mi regalava due donne_. Nella ferma risoluzione di non prenderne alcuna
finchè non avessi terminato il mio pellegrinaggio alla casa di Dio,
rifiutai di ricevere il dono; ma le donne erano già sortite dall'_harem_
del Sultano, e non potevano più rientrarvi: il buono Muley Abdsulem, si
compiacque di accoglierle in sua casa. Egli temeva di parlare del mio
rifiuto col Sultano, e con me. Tutta la corte teneva gli occhi sopra di
noi, desiderando di conoscere il fine di questo grande affare: ognuno
sussurrava all'orecchio del suo vicino, ma niuno ardiva spiegarsi
intorno a quest'oggetto apertamente: io andavo continuamente a corte,
come se nulla fosse accaduto.

Intanto Muley Abdsulem non potendo durarla in così imbarrazzante
situazione, mi aprì finalmente il suo cuore: io gli risposi che
all'indomani mi recherei al suo appartamento per rispondere a quanto
vorrà dirmi.

Quando andai a ritrovarlo stava aspettandomi insieme al primo fakih del
Sultano, uomo rispettabile per ogni riguardo. L'attacco incominciò, ed
io fui costretto di rispondere a tutti gli argomenti de' miei avversarj.
La disputa durò alcune ore. Muley Abdsulem che non voleva disgustare nè
il Sultano nè l'amico, era agitatissimo, ed i suoi occhi per sempre
chiusi alla luce, s'inumidivano di lagrime. Più commosso dal pericolo in
cui per amor mio erasi posto questo buon principe, che dai mali che
potevano rovesciarsi sopra di me; io mi alzai, e presagli la mano gli
dissi: «Infine Muley Abdsulem io conosco quanto voi mi amate, voi che
leggete nel fondo del cuore dell'amico i più segreti pensieri,
indicatemi quale condotta io debba tenere; ditemi ciò che volete ch'io
faccia, ed io lo farò, ma pensateci bene.» Egli prese la mia mano, che
accostò al suo cuore, e dopo alcuni istanti di silenzio, mi disse con
voce mal ferma. «Che si conducano le donne a casa vostra. — Io vi
acconsento, gli risposi, ma sappiate Muley Abdsulem, che io non le
vedrò; che non tarderà ad arrivare il giorno in cui partirò per la Mecca
che in allora, se le donne vogliono rimanere potranno farlo, perchè io
non le avrò vedute, e se vogliono seguirmi, accorderò loro protezione.»

Sollevato dal peso che l'opprimeva, Muley Abdsulem non potè più
contenersi. Passando dall'estrema tristezza alla più viva gioja, mi
saltò al collo abbracciandomi con tenerezza fraterna. Il suo volto
brillò di gioja, e fu bagnato dalle lagrime di tenerezza. Fu convenuto
che la sera dello stesso giorno le donne sarebbero condotte a casa mia:
chiesi che la cosa si facesse senza romore e senza alcuna ceremonia; e
passai subito al mio alloggio. Il Sultano mi aveva regalato una bianca
chiamata _Mohhàna_, e la nera _Tigmu_.

Ordinai che venisse allestito un appartamento separato nella mia casa di
campagna, e lo feci ammobigliare decentemente; vi feci riporre
abbondanti provvisioni di zuccaro, di caffè, di te, ec., ed inoltre un
forziere con entro molte stoffe, ed altre bagatelle, alcuni giojelli, ed
una borsa con alcune monete d'oro.

Erano quasi le dieci della sera quando il mio mastro di casa venne ad
annunciarmi che le donne erano arrivate. _Che si conducano al loro
appartamento_, io gli risposi, e continuai a discorrere col mio
segretario, il mio fakih, e due altri amici. La governante dell'harem di
Muley Abdsulem con una mezza dozzina di donne erano venute ad
accompagnare le mie. S'imbandì la cena alle donne, ed un'altra agli
uomini, terminata la quale chiamai la governante dell'harem di Muley
Abdsulem, che si presentò velata secondo il costume. Le feci un piccolo
dono, poi consegnandole la chiave del forziere, gli dissi: «Date questa
chiave a Mohhàna; ditele ch'io la stimo; ma che alcune particolari
circostanze m'impediscono di vederla. Tutto quanto ella troverà
nell'appartamento, e sotto questa chiave è robba sua. Spero che
proteggerà Tigmu. Io parto alla volta di Semelalia; ma lascio qui in mia
assenza uno di casa della mia famiglia il scheriffo Muley Hhamèt, il
quale avrà cura di servirla con due domestici e due serventi. Tutto
quanto ella desidera non ha che a chiederlo a Muley Hhamèt.»

Licenziai all'istante la governante sorpresa. Era ormai mezzanotte, ed
io montai a cavallo coi miei amici, e la mia gente, ed accompagnato da
molte lanterne, presi la strada di Semelalia, ove contavo di trattenermi
lungo tempo. Le donne di Muley Abdsulem rimasero in casa mia fino
all'indomani.

Se la corte di Marocco si maravigliò del rifiuto delle donne, non fu
meno sorpresa del modo con cui le ricevetti. Non era possibile con tanti
domestici, e con tante altre persone che frequentavano la mia casa, che
la cosa rimanesse segreta: nè passarono ventiquattr'ore, che tutta la
città fu informata di tutte le più minute circostanze.

Io continuavo a vedere il Sultano e Muley Abdsulem, come se niente fosse
accaduto, presso i Musulmani vuole la creanza che non si parli mai di
donne.

Finalmente palesai la mia risoluzione di andare alla Mecca. Ebbi su
quest'oggetto lunghe conferenze col Sultano, con Muley Abdsulem, e con i
miei amici, che mi sconsigliavano dall'intraprendere questo penoso
viaggio. Mi veniva opposto che il medesimo Sultano non l'aveva fatto;
che la religione non obbligava a farlo personalmente, e che facendo le
spese ad un pellegrino mi acquistavo agli occhi della divinità lo stesso
merito. Queste ragioni ed altre molte che non accade accennare, non mi
rimossero punto dalla presa risoluzione.

Il Sultano che desiderava d'avermi vicino venne un giorno alla mia casa
accompagnato da suo fratello Muley Abdsulem, da suo cugino Muley
Abdelmelek, e da tutta la corte. Il Sultano arrivò alle nove ore del
mattino, e si ritirò soltanto alle quattro e mezzo della sera. In questo
tempo si parlò più volte del mio pellegrinaggio ma non mi rimossi dal
mio proposito: due volte s'imbandì la mensa, quando arrivò il Sultano
col suo seguito, e quando partì. Il Sultano che voleva convincermi del
suo affetto, e della illimitata sua confidenza, mangiò una volta, prese
molte volte il caffè, te e limone; scrisse e firmò dispacci sulla mia
scrivania; mi trattò in ogni cosa come fratello; e finalmente, partendo,
sei de' suoi domestici mi presentarono da parte sua due magnifici
tappeti.

La maggior parte degli ufficiali dopo avere ricondotto il Sultano al suo
appartamento, tornarono a complimentarmi ed a scongiurarmi di nuovo a
non partire, facendomi le più lusinghiere predizioni sul mio destino se
rimanevo. Insensibile a tante belle promesse, fissai l'epoca della mia
partenza entro tredici giorni.

Giunse il tempo di dare l'ultimo addio al Sultano. Rinnovò le più calde
istanze, e mi replicò le mille volte di pensar bene a quel ch'io facevo,
di riflettere alle fatiche ed ai pericoli cui mi esponevo in così lungo
viaggio. Nell'abbandonarlo ci abbracciammo colle lagrime agli occhi.
L'udienza di congedo con Muley Abdsulem fu ancora più tenera, e fino
all'ultimo mio sospiro io porterò scolpita nel mio cuore l'immagine di
così caro principe.

Il Sultano mi regalò una ricchissima tenda foderata di drappo rosso, ed
ornata di frangie di seta. Prima di mandarmela la fece alzare in sua
presenza: allora v'entrarono dodici fackiri, recitandovi certe preghiere
che dovevano assicurarmi le grazie del cielo ed una costante prosperità
in tutto il viaggio. Aggiunse a questo dono alcuni otri per portar
l'acqua, articolo necessario in questo viaggio.

Feci dire a Mohhàna, che si coprisse perchè dovea parlarle. Appena si fu
assettata, mi recai al suo appartamento accompagnato da molta gente, e
le dissi: «Mohhàna in procinto di partire per il Levante, io non vi
abbandonerò se volete seguirmi; ma voi siete ugualmente in libertà di
rimanervene, poichè voi sapete essere questa la prima volta ch'io vi
vedo, e vi parlo.»

Ella modestamente rispose: «Io voglio seguire il mio Signore. — Pensate
bene, gli replicai, a ciò che voi dite, perchè risposto che abbiate non
v'è luogo a pentimento. — Mohhàna replicò; sì mio signore, io vi seguirò
in qualunque parte del mondo vi portiate, e fino alla morte.» Allora
rivoltomi a quelli che mi accompagnavano; «voi udite, dissi loro, ciò
che dice Mohhàna, voi siete testimonj della mia risoluzione. Indi dissi
a Mohhàna; voi siete una buona donna, avete dell'attaccamento per me; ed
io vi proteggerò sempre. Preparatevi a partire con me. Addio.»

Feci subito fare per Mohhàna una specie di lettiera chiamata _darboùcco_
chiuso da ogni banda, che si colloca sopra un mulo, e sopra un cammello,
e che si usa in paese per le principali dame. Non si fecero per Tigmu
tante ceremonie; essa poteva viaggiare avviluppata nel suo hhaïk, o
bournous. Destinai a queste donne una gran tenda, ove non potevano
essere vedute da alcuno. In tal modo io intrapresi il mio viaggio alla
Mecca lasciando incaricato dell'amministrazione de' miei beni a Marocco
_Sidi Omar Bujèta_ pascià di quella capitale, con le opportune
istruzioni.



CAPITOLO XVII.

   _Casa regnante a Marocco. — Genealogia. — Scheriffi. — Tattica.
   — Entrate del Sultano. — Sue guardie. — Sue donne. — Partenza
   d'Ali Bey da Fez. — Viaggio ad Ouschda._


Molti autori scrissero la storia de' Sovrani dei paesi, che formano
l'attuale regno di Marocco. Tra le composte da' Scrittori Europei,
quella del sig. Schénier incaricato d'affari del re di Francia presso
l'imperatore di Marocco, mi sembra la più pregievole.

È noto che dopo Muley Edris, che vivea nel secondo secolo dell'Egira,
ottavo dell'era cristiana, il regno di Marocco, di Fez, di Mequinez, di
Sus e di Taffilet furono governati da diverse dinastie sempre in guerra
tra di loro fino al tempo in cui il Sceriffo dell'Yenboa, _Muley
Schèrif_ si stabilì a Taffilet, acquistandosi colle sue virtù la stima
di tutti i popoli, che si affrettarono di sottomettersi alle sue leggi.

Suo figlio Muley Ismaïl, che dopo molte guerre occupò il trono, e Muley
Abdalla suo nipote resero colle crudeltà famoso il loro governo. Muley
Mohamed più politico de' suoi predecessori fu meno crudele, ma non meno
avaro. L'attuale Sultano Muley Solimano è il più moderato di quanti
scheriffi occuparono prima di lui il suo trono.

L'impero di Marocco non ha nè costituzione nè legge scritta. La
successione al trono non è regolata, ed ogni Sovrano prima di rimanere
padrone dell'impero deve sempre combattere contro i suoi fratelli, ed
altri rivali, che tutti del canto loro armano i popoli per la propria
causa; talchè la morte di un principe Marocchino è sempre cagione di
quella di centomille uomini.

L'attuale Sultano Muley Solimano ha tre fratelli, che sono Muley
Abdsulem[1] il maggiore della famiglia; Muley Selema, che dopo aver
combattuto contro suo fratello, ritirossi vinto al Cairo ove vive
miseramente; e finalmente Muley Moussa che dimora a Taffilet, ove mena
una vita dissolutissima.

  [1] _Si crede che Muley Abdsulem morisse poco dopo._ (Nota
  dell'Editore)

Muley Solimano è un uomo abbastanza istruito nella scienza della
religione: è fakih o dottore della legge: ma per ciò appunto più devoto
degli altri, consuma parte del giorno in preghiere, e veste d'ordinario
un grossolano hhaik, sdegnando ogni sorta di lusso, ed ispirando la
stessa religiosa severità ai suoi sudditi: quindi ad eccezione di Muley
Abdsulem, e di me, non avvi forse alcun altro che osi far pompa di
qualche appariscenza di lusso.

Dietro questo principio, allorchè Muley Solimano trionfatore de' suoi
fratelli, si vide tranquillamente stabilito sul trono, fu sua prima cura
quella di far estirpare tutte le piante di tabacco che trovavansi nel
suo impero, e che davano il sostentamento ad alcune migliaja di
famiglie. Quantunque l'uso del tabacco non sia dalla legge espressamente
proibito, non avendone il profeta fatto uso, viene dai rigoristi
riguardato come una lordura. Non pertanto Muley Abdsulem ne prende
molto; e Muley Solimano, benchè di raro assai, non lascia di usarne
alcune volte. Ad eccezione degli abitanti dei porti e dei marinai, pochi
altri Marocchini prendono tabacco.

E questo è pure il motivo che lo ritrae dall'aver commercio coi
cristiani. Teme sempre che le relazioni cogl'infedeli non finiscano col
corrompere e pervertire i fedeli credenti. Questo modo di vedere rende
tanto difficile ogni relazione commerciale, che sonovi persone che
potrebbero caricare intere flotte di grani, e che mancano di danaro per
vivere, per l'impossibilità di venderlo all'estero. In una nazione ove
l'uomo non ha veruna proprietà, poichè il Sultano è padrone d'ogni cosa;
ove l'uomo non ha la libertà di vendere, o di disporre dei frutti del
suo travaglio; ove finalmente non può nè goderne nè farne pompa in su
gli occhi de' suoi compatriotti, è chiara la cagione della sua inerzia e
della sua miseria.

Ho copiato l'albero genealogico di Muley Solimano, ch'egli medesimo mi
confidò originale. Rimontando da lui fino al profeta conserva il
seguente ordine:

  _Solimano_    _Hassèn_       _Ismaïl_
  _Mohamèd_[2]  _Kàssem_       _El Kassèm_
  _Abdallà_     _Mouhamèd_     _Mouhemèd_
  _Ismaïl_      _Abulkàssem_   _Abdallà el Kàmel_
  _Scherif_     _Mouhamèd_     _Hassàh el Meschna_
  _Ali_         _Stassèn_      _Stassèn es Sèbet_,
                                 figlio di _Ali Ben
                                 Abutàleb_, e di
                                 _Fatima el Zòhra_
                                 (la Perla) figlia del
                                 profeta _Mouhhammed_.
  _Mohamèd_     _Abdallà_
  _Ali_         _Mouhamèd_
  _Jussuf_      _Aàrafat_
  _Ali_         _Elltassèn_
  _Stassèn_     _Abubekr_
  _Mouhamèd_    _El Kassèm_

  [2] _Quantunque il nome di Mohamèd sia sempre scritto coi
  medesimi caratteri in Arabo, l'uso ha consacrate le diverse
  maniere di pronunciarlo, come vedesi in questa nota._ (N.
  dell'Edit.)

In Taffilet contansi più di due mille scheriffi, che tutti vantano
diritti al trono di Marocco, e che per tale cagione godono di alcune
leggieri gratificazioni del Sultano. In tempo degl'interregni molti
prendono le armi, siccome Marocco non ha verun'armata propriamente tale
per comprimere all'istante questi parziali movimenti, la nazione intera
soffre tutti i mali dell'anarchia.

La tattica de' Marocchini è sempre la stessa in tutte le battaglie.
Consiste nell'avvicinarsi alla distanza press'a poco di cinquecento
passi dal nemico. Colà giunti dispiegansi con un subito movimento
cercando di presentare la più estesa fronte possibile; indi corrono a
tutto potere imbracciando il fucile. Giunti a mezzo tiro fanno il loro
colpo: fermando allora il cavallo tutt'ad un tratto, ritiransi colla
medesima celerità con cui avanzarono. Ricaricano il fucile correndo, e
se il nemico si ritira, continuano il fuoco guadagnando terreno. Ma se
l'azione si fa calda, e si viene a far uso della spada, in quale
imbarrazzo non devono trovarsi questi combattenti, i quali senz'alcun
ordine, sono costretti di tenere colla sinistra la briglia, ed un lungo
fucile, e la spada colla mano destra! In questa circostanza collocano
essi il fucile sopra l'arcione della sella, ed in allora ogni uomo
occupa una fronte più estesa che quella di due, e rimane isolato, e
senza appoggio ai fianchi. Quale sarebbe in allora l'effetto di una
linea di battaglia europea sopra tali ranghi di truppe! Per tale motivo
appunto il soldato moro non s'impegna che sforzato, a battersi colla
spada; riponendo la sua superiorità nella velocità dell'attacco, della
ritirata, e nella destrezza del maneggio del fucile.

Le entrate del Sultano di Marocco si valutano venticinque milioni di
franchi. Avendo pochi impiegati, i quali non hanno altro appuntamento
che i prodotti eventuali, ed alcune gratificazioni che ben poche volte
sono loro accordate; non avendo bisogno di mantenere un'armata, perchè
nel caso di guerra ogni Mussulmano è soldato per religione; la maggior
parte di questo danaro va a seppelirsi nel tesoro di Marocco, di Fez, e
principalmente di Mequinez.

La guardia del Sultano, che si vuole di circa dieci mille uomini è la
sola truppa che venga mantenuta anche in tempo di pace: è questa in
parte composta di schiavi negri comperati dal Sultano, o ricevuti in
dono, o in pagamento; oppure figli di soldati negri. L'altra parte è
formata di mori tolti dalle tribù _Oudaïas_. Queste truppe rimangono di
fazione nelle provincie dell'impero, ed un grosso corpo segue sempre il
Sultano. I soldati quasi tutti a cavallo hanno il nome di _el bokhari_,
che presero, quasi mettendosi sotto la protezione dell'imam espositore
di questo nome, la di cui dottrina è addottata a Marocco.

Quantunque Muley Solimano viva senza splendore, la spesa della sua casa
è per altro ragguardevole per cagione delle moltissime sue donne e
figliuoli. Egli non può avere più di quattro mogli legittime, oltre le
concubine; ma egli suole ripudiarle frequentemente per prenderne delle
altre. Le ripudiate vengono relegate a Taffilet, accordando loro una
pensione per il mantenimento. Ho veduto più volte gli abitanti
presentargli le loro figliuole, che in conseguenza entravano nell'harem
sotto nome di serventi, e che avendo la fortuna di piacere al Sovrano,
vengono poi sollevate al rango di sue mogli, per essere poscia a vicenda
ripudiate. Nè Muley Solimano si fa scrupulo d'avere nello stesso tempo
due sorelle per mogli, quantunque i dottori non riguardino quest'azione
di buon occhio, come ne pure quella di bever vino la notte nell'harem;
cose proibite dalla legge.

Il Sultano è del resto sobrio, e mangia colle dita come gli altri arabi;
pure quando m'invitava a pranzo con lui, mi faceva portare un cucchiajo
di legno, perchè la legge non permette l'uso de' preziosi metalli nel
vassellame; e per questo motivo i suoi piatti e la tavola sono affatto
simili a quelli dei suoi sudditi. Egli non mangia che le vivande
cucinate nell'harem dalle sue negre. A casa mia per altro mangiò cibi
preparati da' miei cuochi.

Io tenni andando a Fez la medesima strada che avevo fatto venendo a
Marocco. Benchè non fossi pienamente ristabilito in salute, non ommisi
nel mio viaggio di fare alcune osservazioni astronomiche, che
confermarono le precedenti; sgraziatamente però non ero ancora capace di
sostenere un lavoro continuato.

Ne' primi giorni dopo il mio arrivo a Fez ebbi una disputa col pascià;
egli pretendeva che in conseguenza d'essermi congedato dal Sultano per
andare in Algeri, avrei dovuto partire entro otto o dieci giorni; e mi
preparò pure gli oggetti necessarj al mio trasporto, e la scorta che
doveva accompagnarmi, ma io mi dichiarai in termini positivi, che non
poteva ancora partire, e rimasi a Fez un mese e mezzo. Poco prima ch'io
partissi Muley Abdsulem venne a Fez, mi portò una commendatizia del
Sultano per il Dey di Tunisi, ed un'altra per il pascià di Tarabba o di
Tripoli: Muley Abdsulem me ne diede una sua per il Dey d'Algeri, cui per
alcune considerazioni politiche il Sultano non aveva voluto scrivere.

Avendo finalmente fissato il giorno della mia partenza da Fez, mi
congedai da Muley Abdsulem, e dai miei amici con maggior rincrescimento
che la prima volta, perchè vedevanmi intraprendere un viaggio azzardoso,
e temevano di non più vedermi.

La mattina del giovedì 30 maggio 1805 sortj a nove ore e tre quarti di
casa coi miei amici che mi accompagnarono prima alla moschea di Muley
Edris, indi per un tratto di strada fino all'istante in cui li congedai.
La mia casa, le strade, la moschea, e l'uscita della città erano
affollate di gente, che da ogni banda cercava d'avvicinarmisi per
toccarmi, per chiedermi una preghiera, ec. Dirigendomi al N. giunsi a
mezzogiorno nel mio campo di già stabilito al di là del ponte sulla riva
destra del Sebou, fiume assai considerabile, che scorre all'ouest.


_Venerdì 31 Maggio._

Ci ponemmo in cammino alle otto del mattino, diriggendoci d'ordinario
all'E. N. E., e facendo mille ravvolgimenti nelle montagne, fino alle
due dopo mezzogiorno, che feci alzare le tende in riva al fiume
_Jenaoul_ che scorre con poche acque all'ouest.

Il paese è composto di montagne secondarie, la maggior parte calcaree,
con alcuni tratti di terra coltivata.

Tra gli omaggi che mi furono resi dagli abitanti de' Dovar posti lungo
la strada merita d'essere ricordato il seguente. Io vidi i fanciulli
riuniti per incontrarmi; de' quali colui che precedeva gli altri era
vestito d'una tonaca bianca, con un fazzoletto di seta sul capo, e
portava in mano un bastone alto sette piedi, all'estremità del quale
eravi una tavoletta su cui era scritta una preghiera. Dopo avermi fatto
un complimento studiato, mi baciarono la mano, la stoffa, o ciò che
potevano toccare, e partirono in seguito assai soddisfatti. Quanto era
commovente la loro semplicità! Le madri facevano la scolta per vedere
l'accoglimento ch'io faceva ai loro figliuoli.


_Sabbato primo Giugno._

Alle otto del mattino eravamo già in su la strada andando nella
direzione di E. seguendo più d'un'ora e mezzo il fiume Yenaoul che
scorre lungo la vallata. Si entrò subito dopo nelle montagne, e si
attraversò un piccolo fiume ad un'ora dopo il mezzogiorno. Alle due si
fece alto sulla sponda destra.

Il terreno non diversifica da quello di jeri, se non che la vegetazione
era alquanto più rigogliosa. Vidi molti campi lavorati, ed un solo
dovar.

Il tempo era in parte coperto, ed il termometro nella mia tenda segnava
alle quattro della sera 26 e 7 di Réaumur.


_Domenica 2._

Si riprese il cammino alle sette del mattino seguendo l'andamento di
molte vallate tra montagne di mediocre altezza, ove si dovettero
attraversare ad ogni istante alcuni piccoli fiumi; ed alle quattr'ore ed
un quarto della sera si piantarono le tende presso a Tezza, piccola
città posta sopra una rupe alle falde d'altre montagne più alte al N. O.
Assai pittoresco è il quadro che offre questa città, circondata di
antiche mura, colla torre della moschea che s'innalza fuori delle case
come un obelisco. La rupe è scoscesa in alcuni lati, ed in altri coperta
di piante fruttifere. I giardini ne circondano la base. Da un altro lato
aggiungono varietà alla veduta un ruscello ed altri minori rigagnoli che
si precipitano dall'alto, ed un ponte mezzo rovinato. Una sorprendente
quantità d'ussignuoli, di tortorelle, e d'altri uccelli di varie specie,
rendono questo luogo assai delizioso.

La valle coperta d'abbondante messe, mi convinse che questi abitanti
sono più laboriosi che quelli delle coste del mare.

Il tempo fu sereno, e caldo assai fino all'istante di far alto, in cui
il cielo coprissi di dense nubi; ed appena alzate le tende si udirono
terribili colpi di tuono, e cadde una dirotta pioggia.

Malgrado questo contrattempo, ebbi il vantaggio di poter approfittare
d'un istante in cui il sole apparve tra le nuvole, e trovai la mia
longitudine cronometrica — 6° 0′ 15″ Ouest dell'osservatorio di Parigi.

Incontrai sulla strada molte carovane di Arabi che venivano da Levante,
cacciati dalla carestia che regnava ne' loro paesi: erano composte
d'intere tribù, che conducevano con loro gli avanzi de' loro bestiami, e
tutto quanto possedevano. L'aspetto di tali carovane può dare
un'adeguata idea delle antiche emigrazioni della Palestina e
dell'Egitto, prodotte dalla stessa cagione.

Un colpo di sole sul rovescio delle mani mi cagionò una resipola. Si
gonfiarono assai, e l'infiammazione diventò forte in modo di farmi
soffrire acuti dolori.


_Lunedì 3._

Non diminuendo le mie doglie non feci levare il campo: altronde tutta la
notte e la mattina il tempo imperversò.

Osservai il passaggio del sole di mezzo a grosse nubi, che mi diede la
latitudine al N. di — 34° 30′ 7″; ma quest'osservazione non è
attendibile. La pioggia continuava ancora verso sera con un gagliardo
vento d'O., e la mia mano sinistra proseguiva a tormentarmi.


_Martedì 4._

La dirotta pioggia non ci permise di riprendere il cammino.


_Mercoledì 5._

Alle otto del mattino si partì dirigendoci all'E., attraversando
vallate, salendo e scendendo colline rinfrescate da molli ruscelli. Ad
un'ora ed un quarto essendosi passato un fiume, feci alzare le tende
entro il circondario d'un antico _Alcassaba_ (castello) detto
Temessovín.

Il terreno di questa contrada è tutto composto di argilla glutinosa che
forma le colline e le valli fino ad una grande profondità, poichè io
vidi degli strati verticali di oltre quaranta piedi. Io suppongo essere
il medesimo strato generale, che da una parte va fino alla strada che
conduce da Tanger a Mequinez, e dall'altra va a formare le montagne del
Tetovan.

In questo giorno incontrai una càffila (carovana) proveniente dal
Levante, che conduceva una greggia di più di mille cinquecento capre.
Avevano collocate sopra alcuni camelli una specie di baldacchini o
piccole tende entro le quali stavano le donne ed i fanciulli delle
famiglie più ricche della tribù; le altre camminavano scoperte. Molti
buoi e vacche erano cariche, e portavano, come i muli loro carico sul
dorso.

Questo era l'ordine della marcia. Il bestiame collocato avanti era
diviso in corpi di circa cento capi cadauno, e diretti da quattro o
cinque garzoni, che cercavano di conservare un intervallo di circa venti
passi tra un corpo e l'altro; le tende, gli equipaggi e la maggior parte
delle donne e dei fanciulli collocati sui camelli stavano nel centro;
gli uomini a cavallo e a piedi portando il fucile appeso, formavano la
retroguardia, ed andavano pure dispersi sui due lati.

L'Alcassaba ove noi eravamo accampati è formato d'un quadrato di muri di
425 piedi di fronte con una torre quadrata ad ogni angolo, ed un'altra
nel centro di ogni faccia. Il muro aveva tre piedi di spessezza, ed era
alto diciotto. Da quest'altezza sorge un sottile parapetto
sull'estremità esteriore tutto sparso di feritoj; e la residua grossezza
del muro è il solo spazio su cui devono stare i difensori, che non
possono fare alcun movimento senza pericolo di cadere. Vedesi nel centro
dell'Alcassaba una moschea ruinata, presso alle rovine d'altri edificj.
Varj gruppi, ciascuno di tre o quattro baracche, sono il miserabile
asilo degli abitanti di questa solitudine. Il kaïd dell'Alcassaba che
abita in un dovar distante una lega, venne a complimentarmi, e ad
offrirmi un montone, orzo, latte, ed altre derrate.


_Giovedì 6._

Alle sette ore e mezzo del mattino la mia carovana si avanzava all'Est,
e continuò a tenere la stessa direzione fino alle tre e mezzo della
sera, quando a canto di un povero dovar, ed a poca distanza da alcune
rovine, o informi abituri, feci collocare il mio campo.

Il terreno formato d'argilla pura presentava una vasta pianura, ed un
vero deserto senz'abitanti, e senz'altra verdura che quella d'alcuni
cespugli abbruciati. Alle dieci si passò presso ad una grande cisterna
piena d'eccellente acqua, e verso il mezzogiorno si attraversò un
piccolo fiume.

Il tempo benchè sereno era rinfrescato da un vento d'E.


_Venerdì 7._

Partj alcuni minuti prima delle sette del mattino, e dopo di avere
passato il fiume _Moulovìa_, vidi le ruine d'un Alcassaba. Per lo spazio
di due ore seguitai a tenere la strada al N. E. in poca distanza dal
fiume, indi piegando all'E. continuai fino alle due dopo mezzogiorno.
Passai in seguito presso ad un grande Alcassaba minato, intorno al quale
vedevansi molti dovar: indi dopo aver attraversato il fiume Enzà si
fermò il campo sulla sua sponda.

Profondo è il fiume Moulovìa, ma nel luogo in cui noi lo varcammo,
avendo molta estensione, presenta un buon guado. Egli scorre al N. E.,
le sue acque cariche di melma erano rosse, e dense come quelle del Nilo,
ma lasciate alquanto in riposo sono assai buone. Le rive sono basse e
coperte di alberi nel luogo in cui eravamo jeri.

Il fiume Enzà, oltre d'avere naturalmente poche acque, viene impoverito
di più dai canali che servono all'irrigazione. Era per me un vero
piacere il contemplare in mezzo ad un deserto queste tracce dell'umana
industria. Le sue acque scendono all'O.

A principio il suolo pare una continuazione della stessa pianura
argillosa, deserta, osservata nel precedente giorno. Ma alle dieci del
mattino si discese in un altro paese alternativamente composto di strati
argillosi e calcarei che formano delle colline. A mezzogiorno passai
innanzi ad una montagna che mi sembrò formata di basalto, e che lasciai
sulla diritta. Ad un'ora e mezzo entrai in un bel paese, ben coltivato,
coperto di belle messi nel di cui centro vedesi l'Alcassaba, ed al N.
l'Enzà, sulla di cui riva diritta feci far alto.

Il cielo era mezzo coperto, ed un forte vento di N. E. rinfrescava
l'aria. Questo deserto è noto sotto il nome di _Angad_. Sembra che si
dilati nella direzione di N. O. dall'Alcassaba di Temessouinn fino al
Sud d'_Algeri_.


_Sabbato 8._

La mia gente levò il campo alle sette ore ed un quarto, e prendemmo la
direzione di N. O. seguendo lo stesso deserto. Alle otto trovammo un
ruscello di acqua assai buona. Alle nove e mezzo il paese si andava
restringendo tra piccole montagne calcaree ed argillose. Ad un'ora e tre
quarti dopo mezzogiorno si passò un piccolo fiume, e volgendomi all'E.
camminai alcun tempo lungo la riva destra; alcun tempo dopo si cominciò
a vedere qualche terreno coltivato, ed in seguito un dovar. Alle tre e
mezzo si alzarono le tende vicino ad un Alcassaba, e ad un dovar
chiamato _l'Aaïaun Maylouk_.

Il suolo attraversato questo giorno è a vicenda argilloso e calcareo.
Due linee di montagne che fanno parte del Piccolo-Atlante chiudono
l'orizzonte al N. ed al S.

In tutto questo deserto non si videro altri animali che alcuni piccoli
ramarri, alcuni ragni morti o addormentati sui rami spinosi di una
piccola pianta abbrucciata.

Sopraggiunsi colà nell'atto che gli abitanti facevano la ceremonia d'un
convoglio funebre. Il cadavere posto in parata sopra un luogo eminente
era circondato da una quarantena di donne, che divise in due cori
gridavano in misura avvicendando: _Ah-ah-ah ah_. Tutte le donne del coro
pronunciando il loro _ah_ rispettivo, graffiavansi, e guastavano la cute
del volto in modo che grondavano sangue. Stavano al loro fianco sei
uomini in linea cogli occhi rivolti al paese d'una tribù nemica, che
aveva ucciso l'uomo cui facevansi i funerali: gli altri Arabi a piedi,
che formavano il corteggio, le circondavano interamente.

Rimasero mezz'ora in tale attitudine; e le donne dopo avere continuate
per tutto questo tempo le loro grida e le loro graffiature, separaronsi
dal morto piangendo in battuta. Gli uomini sepellirono il morto nello
stesso luogo, e tutti ritiraronsi senz'altra ceremonia.

Il tempo sempre fresco fu costantemente coperto.


_Domenica 9._

Alle sei ore del mattino si riprese la via verso il N. E. Alle sette ore
attraversammo un fiumicello; e piegando poi all'E. N. E., alle due dopo
mezzogiorno si passò altro fiumicello uguale al primo, ed alle quattro
meno un quarto entrai in _Ouschda_.

Qui il suolo conserva la stessa natura di quello della pianura deserta
di cui abbiamo parlato. Alle otto del mattino vidi per altro una buona
terra vegetale, ma mal seminata. Le due catene d'alte montagne
continuavano a limitare l'orizzonte al N. ed al S. ad una ragguardevole
distanza.

Alle sett'ore e mezzo del mattino avevo scoperto in lontananza sopra una
eminenza presso al cammino due uomini armati a cavallo, che avanzavansi
lentamente verso di noi. Le mie genti incominciavano ad allarmarsi, ma
io li acquietai, e quando giungemmo presso di loro seppimo ch'erano
scolte della tribù nemica che aveva ucciso l'uomo Aaïaun Moylouk, e che
dietro di loro trovavansi le truppe della tribù.

Scontraronsi poi alcuni uomini che mietevano le biade che avevano tutti
presso di loro i cavalli sellati ed imbrigliati. Più lontano vedevasi la
truppa armata.

Alle dieci ore eravamo nel territorio di questa tribù: è questo uno
spazio d'una lega di diametro, tutta coltivata, ed avente più di venti
dovar. Ci vennero incontro quattro uomini armati a cavallo, che mi
chiesero una preghiera, indi mi licenziarono cortesemente. Questa tribù
nominata Mahaïa parvemi composta di gente armigera; e credo che il
Sultano di Marocco non eserciti su di lei un precario potere.



CAPITOLO XVIII.

   _Descrizione d'Ouschda. — Difficoltà per proseguire il viaggio.
   — Detenzione per ordine del Sultano. — Partenza da Ouschda. —
   Avventure del deserto. — Arrivo a Laraïsck e sua descrizione. —
   Partenza dall'impero di Marocco._


Ouschda, villaggio che contiene cinquecento abitanti all'incirca, è come
gli altri luoghi popolati che trovai al di qua dell'Alcassaba di
Temessouin, nel deserto d'Angad.

Le case fatte di terra, sono piccole, e così basse che a pena vi si può
stare in piedi. Sono inoltre così succide, e piene d'insetti, ch'io
preferj di rimanere sotto la tenda nell'Alcassaba che è assai grande e
posto a canto del villaggio: passeggiai alcun tempo entro un piccolo ma
grazioso orto di sua pertinenza.

Un'abbondantissima fonte che scaturisce mezza lega al di là d'Ouschda
somministra un'eccellente acqua, ed inaffia gli orti del villaggio.
Offrono questi una bella verdura e varie specie d'alberi fruttiferi, tra
i quali il fico, l'ulivo, la vite, la palma, tengono il primo rango. Il
paese produce pure deliziosi popponi, e carni d'una squisita qualità; nè
può immaginarsi quanto sia delicato il montone del deserto. Questi
animali sono lunghi, magri, hanno poca lana, e vivono in un paese ove
trovano appena di che vivere; ma la loro carne è forse la migliore del
mondo.

Sia nel villaggio, sia ne' contorni trovansi pochi polli, e nessun
selvaggiume; ma abbondano le carni, il riso, la farina, i legumi.

L'esatte osservazioni astronomiche da me fatte collocano Ouschda nella
longitudine orientale dall'osservatorio di Parigi di 4° 8′ 0″; e nella
latitudine settentrionale di 34° 40′ 54″. In una latitudine così elevata
il clima dovrebb'essere poco diverso da quello d'Europa, ma il deserto
che la circonda ne riscalda l'aria a dismisura. Vi ebbimo non pertanto
alcuni giorni abbastanza freschi nel mese di giugno, totalmente coperti,
ed anche piovosi.

Osservai ad Ouschda un'eclissi della luna. Avrei dovuto fare alcune
altre osservazioni, ma sgraziatamente non mi furono dalle circostanze
permesse, perchè io doveva tutto sagrificare all'oggetto principale del
mio viaggio.

Quando arrivai, il capo ed i principali del villaggio mi avevano
dichiarato ch'io non potrei proseguire il viaggio, perchè in questo
stesso giorno avevano avuto avviso della rivoluzione manifestatasi nel
regno d'Algeri, e che a _Tlèmsen_, o _Tremecèn_ dov'ero io diretto
scorreva il sangue Turco ed Arabo.

Dopo molti discorsi, e dopo avere maturamente riflettuto, mi determinai
di spedire un corriere, che al suo ritorno mi portò la notizia, che i
torbidi nati in Tlèmsen erano sedati, ma che la strada era infestata dai
ribelli che rubbavano ed assassinavano. Chiesi all'istante una scorta al
capo del villaggio, il quale mi rispose non aver forze bastanti, ma che
cercherebbe ad ogni modo di assecondare il mio desiderio.

Avanti che passassero due giorni il capo ed i principali d'Ouschda
fecero venire il _Schèk el Boanani_ che è il capo di una vicina tribù, e
gli proposero di scortarmi a Tlèmsen. In sulle prime il Schek non vi
acconsentì, e dopo avere lungamente discusso l'affare, partì senza nulla
decidere.

Erano già scorsi più giorni in trattative inutili; ed intanto i
rivoltosi erano venuti fino sotto le mura d'Ouschda, tirando alcuni
colpi di fucile che uccisero due uomini. La mia situazione diventava
sempre più difficile, perchè da una parte si esaurivano tutti i miei
mezzi di sussistenza, e dall'altra io non ignoravo che i miei nemici di
Marocco, che avevano saputo rendere sospetto al Sultano il mio lungo
soggiorno di Fez, non ommetterebbero di approfittare di questa
circostanza per calunniarmi: risolsi quindi di montar solo a cavallo per
andare in traccia di Boanani, che aveva il suo dovar alla foce delle
montagne, due leghe distante da Ouschda.

A tale notizia le mie genti si sbigottirono, fuorchè due rinnegati
Spagnuoli, che mi seguirono da Fez, e che in questa difficile
circostanza mi si presentarono, dicendomi; «Signore se voi ce lo
permettete noi vi seguiremo, e divideremo la vostra sorte». Fissai loro
gli occhi in volto, e conoscendoli coraggiosi, gli ordinai di prendere
le armi affinchè uno mi tenesse compagnia, e l'altro rimanesse coi miei
equipaggi.

M'incamminai per sortire accompagnato da uno schiavo fedele detto Salem,
e dal mio rinnegato, ma trovai chiusa la porta delle mura, e circa
quaranta o cinquanta de' principali abitanti determinati di vietarmene
l'uscita.

Io li scongiurai di lasciarmi sortire; ma mi risposero tutti ad un
tratto, alcuni colle ragioni, altri colle grida. Io instai, essi
resistettero. Finalmente rivolgendomi al capo, presi una delle pistole
appese all'arcione della mia sella, e con un tuono tra l'amichevole, ed
il minaccioso, gli dissi: «Schek Solimano, noi abbiamo cominciato bene,
ma credo che la voglia finir male. Aprite la porta.» Allora Schek
Solimano aprì la porta, dicendo agli altri: «poichè egli vuol perire,
lasciatelo andare.»

Sortj seguito dal mio schiavo e dal rinnegato, e presi la strada delle
montagne di Boanani. Poco dopo la mia partenza vidi avanzarsi a briglia
sciolta gli stessi abitanti, che venivano per scortarmi: mi
s'avvicinarono scusandosi della loro opposizione, che non aveva avuto
altro scopo, dicevan essi, che il loro attaccamento alla mia persona, ed
il timore di qualche sventura.

Fummo assai ben accolti da Boanani. Si diede premura d'invitarci a
pranzo, e ci trattò lautamente, ma trovava sempre mille ostacoli per
condurmi solo a Tlemsen. Finalmente vinto dalle mie persuasioni e da
quelle di Schek Solimano che in quest'occasione mi servì assai bene,
convenne di accordarsi con il Schek d'un'altra tribù chiamata
_Benisnouz_. Quest'ultimo doveva aspettarmi colla sua gente a mezza
strada per scortarmi fino a Tlemsen, ed il Boanani incaricavasi di
condurmi fino a lui.

Due giorni dopo Boanani venne a dirmi di star pronto per partire
all'indomani. Giunse infatti con circa cento uomini, e sortimmo subito
da Ouschda. Quando eravamo solamente distanti una mezza lega ci vennero
dietro a briglia sciolta due soldati del Sultano, gridando di fermarmi.
Erano seguiti da un corpo di truppa comandato da un ufficiale superiore
della guardia chiamato _El Kaïd Dlaïmì_. Egli mi disse che il Sultano
avendo saputo ch'io era ritenuto ad Ouschda l'aveva spedito per
proteggermi, e per difendermi in caso di bisogno.

Gli risposi che la rivoluzione d'Algeri e di Tlèmsen, ed il brigandaggio
de' rivoltosi essendo le sole cagioni della mia dimora ad Ouschda, io
potevo proseguire senza pericolo il viaggio, perchè il pericolo era
passato, tanto più che mi trovavo scortato dalle tribù dei boananis e
dei benisnouz.

Malgrado le mie rappresentanze Dlaïmi mi disse, che in vista
dell'attuale stato di cose, egli non poteva accondiscendere alla mia
partenza finchè non ricevesse nuovi ordini dal Sultano. Fui perciò
costretto di tornare ad Ouschda, e di scrivere al Sultano. Questi appena
ricevuta la mia lettera, mi spedì due altri ufficiali di scorta con
ordine di condurmi, dicevano essi, a Tanger, ove potermi imbarcare per
il Levante. Tale disposizione Sovrana mi forzò a sortire d'Ouschda con
tutta la mia gente ed i miei equipaggi il giorno 3 agosto alle nove ore
della sera. Ero accompagnato dai due ufficiali, e da trenta _oudaïas_, o
guardie del corpo del Sultano. Io lasciai ad Ouschda il Kaïd Dlaïnci, ed
il rimanente della sua truppa.

Partj così tardi a cagione che Dlaïnci aveva ricevuto avviso che
quattrocento Arabi armati aspettavanmi sulla strada. Fui però obbligato
di lasciare la città segretamente, e senza sapere quale direzione
dovessi tenere fino all'istante della partenza, in cui Dlaïnci l'indicò
ai miei conduttori. Lasciando da banda il cammino frequentato,
attraversammo i campi verso il S. entrando assai avanti nel deserto. La
notte era assai tenebrosa, ed il cielo tutto coperto.


_Domenica 4 agosto._

Dopo aver camminato celeremente tutta la notte, e sormontate delle
montagne, arrivai alle sei del mattino presso le rovine d'un grande
Alcassaba, a' piedi del quale trovammo una sorgente d'acqua ed un grande
dovar.

Si continuò a camminare senza prendere riposo, a seconda dell'andamento
di molte tortuose vallate, in fondo alle quali scorreva un fiume che
quantunque piccolo, non riusciva meno utile per l'inaffiamento de' loro
poderi ai laboriosi abitanti di molti dovar.

In conseguenza di un ordine che avevano i due ufficiali che mi
accompagnavano, da ogni dovar sortivano uno o due Arabi montati ed
equipaggiati, che s'incorporavano alle persone del mio seguito. Arrivato
verso le nove del mattino al luogo in cui terminava il piccolo fiume i
trenta oudaïas si congedarono da me, lasciandomi la scorta degli Arabi
armati sotto il comando dei due ufficiali.

Nell'istante che le guardie del Sultano si ritiravano, diedi alcune
monete d'oro ad uno degli ufficiali per gratificare i soldati, e
continuai il cammino; ma ben tosto avendo udito qualche rumore in sul di
dietro, volsi il capo, e vidi gli oudaïas rivoltati contro i loro capi,
minacciare di massacrarli. Contemporaneamente giunsero due di loro a
briglia sciolta per riclamare, supponendo che gli ufficiali avessero
ricevuto parte del danaro loro destinato. Accorsi verso questa truppa,
cui mi affrettai di far abbassare le armi. Ottenni di rimandarli
tranquilli, e di persuaderli. Durante questa rissa che ci tenne alquanto
inquieti per le tristi conseguenze che poteva avere, niuno pensò a
provvedersi d'acqua; pure incominciavamo ad averne bisogno, e
sgraziatamente io non sapevo che questo era l'ultimo luogo in cui poteva
trovarsene.

Si camminava sempre con celerità temendo l'incontro dei quattrocento
Arabi, dai quali procuravamo di allontanarsi. Per tale cagione si
avanzava a traverso al deserto, invece di tenere la strada. Questo paese
è affatto privo di acqua, non vi si trova un albero, non una rupe
isolata che possa offrire la più piccola difesa contro i raggi d'un sole
infuocato. Una atmosfera perfettamente trasparente, un sole immenso che
ferisce il capo, un terreno bianchiccio, e d'ordinario di forma concava
come uno specchio ardente, un legger vento che abbrucia come la fiamma;
tale è il fedele ritratto dei deserti che noi attraversammo.

Ogni uomo incontrato in questa solitudine viene risguardato come un
nemico. Perciò avendo i miei tredici Beduini veduto, verso il
mezzogiorno, un uomo armato a cavallo, che tenevasi ad una considerabile
distanza, riunironsi all'istante, e partirono come un lampo per
sorprenderlo, mettendo acute grida, interrotte soltanto da motti di
disprezzo e d'irrisione: _Che vai tu cercando fratel mio? Ove ten vai
mio figliuolo? ec._, ed in pari tempo facevansi scherzando passare il
fucile sopra la testa. Il Bedovino trovandosi scoperto approfittò del
suo vantaggio, e fuggì nelle montagne, ove non lo raggiunsero. Fu questo
il solo uomo da noi incontrato.

Intanto e gli uomini e gli animali non avevano quasi nulla mangiato nè
bevuto questo giorno, e dalle nove di jeri sera avevano sempre camminato
senza prendere riposo. All'un'ora dopo mezzogiorno non avevamo più una
gocciola d'acqua, e le mie genti, e le loro cavalcature, incominciavano
a mostrarsi abbattute dalla fatica. Ad ogni passo i muli cadevano col
loro carico; e bisognava rilevarli, e sostenere il carico che portavano.
Questo penoso esercizio consumò le poche forze che ci rimanevano.

Alle due ore dopo mezzogiorno un uomo cadde irrigidito come un morto
spossato dalla fatica e dalla sete. Io mi fermai con tre o quattro de'
miei domestici per soccorrerlo. Si spremette il poco umido che rimaneva
in un otre, e si ottenne d'introdurre poche gocciole d'acqua nella sua
bocca, ma così debole soccorso non produsse verun effetto. Io stesso
incominciavo a provare certa quale debolezza, che accrescendosi a
dismisura mi presagiva la prossima perdita delle mie forze. Abbandonai
quello sventurato, e rimontai a cavallo.

Intanto andavano successivamente cadendo altre persone del mio seguito,
e rimanevano sul terreno abbandonate alla sventurata loro sorte, perchè
la carovana si era già dispersa, _salvisi chi può salvarsi_. Furono pure
abbandonati i muli col loro carico, e vidi due grandi miei bauli in
terra, senza che potessi sapere cosa fosse accaduto alle bestie che li
portavano, giacchè non eravi più alcuno che si prendesse cura de' miei
effetti. Ma io vedevo queste perdite coll'indifferenza medesima che
avrei veduto cose di niuno valore, e passai oltre. Sentivo tremarmi
sotto il cavallo, comecchè fosse il più robusto della carovana. Tutti
camminavamo abbattuti e senza parlare, nè guardarsi in volto: e quando
io mi provavo d'incoraggiare qualcuno ad affrettare il passo, in luogo
di rispondermi mi guardava fissamente, e portava l'indice verso la
bocca, per indicarmi la sete che lo struggeva. Volli rimproverare agli
ufficiali condottieri la poca cura che avevano avuto di provvederci
d'acqua; ed essi ne incolpavano l'ammutinamento degli oudaïas; e
soggiungevano, forse non soffriamo noi pure come gli altri? La nostra
sorte era tanto più spaventosa in quanto che nessuno di noi credeva mai
di poter sostenersi fino al luogo in cui troverebbesi dell'acqua.
Finalmente verso le quattro ore della sera caddi ancor io spossato dalla
fatica e dalla sete.

Steso al suolo, senza sentimenti, in mezzo ad un deserto, circondato da
quattro o cinque uomini solamente, uno de' quali era caduto quando caddi
ancor io, e gli altri tutti incapaci di soccorrermi perchè non sapevano
ove trovare acqua, e perchè altronde non avrebbero avuto forza bastante
per andarne in traccia, sarei indubitatamente perito in quello stesso
luogo coi miei domestici, se un miracolo della Provvidenza non ci
salvava.

Era già passata mezz'ora da che mi trovavo in quello stato, secondo mi
venne dopo riferito, quando si scoperse a molta distanza una grossa
carovana di più di due mille persone che s'avvanzava verso di noi. Era
questa diretta da un marabotto, o santo, chiamato Sidi Alarbi, che
recavasi a Tlésmen, ossia Tremegen, per ordine del Sultano. Vedendoci in
così disperata situazione, s'affrettò di far versare sopra ciascuno di
noi alcuni otri d'acqua.

Poichè me n'ebbero gettato a varie riprese sul volto e sulle mani,
incominciai a rinvenire; aprj gli occhi, e guardando da ogni lato non
potevo conoscere alcuno. Finalmente vidi sette od otto Scheriffi, e
Fakihs, che standomi intorno, mi parlavano amichevolmente. Volevo
rispondere, ma un nodo insuperabile nella gola non permettevami di
articolare una parola, e dovetti supplirvi coi segni, indicando la mia
bocca colle dita.

Si continuò a spruzzarmi d'acqua il viso, le braccia, le mani, e
finalmente potei inghiottirne a diverse riprese alcuni sorsi. Allora
potei pronunciare: _chi siete voi?_ Tosto che mi udirono parlare, mi
risposero con allegrezza. Non temete nulla; lungi dall'essere ladri o
briganti, siamo anzi vostri amici: io sono un tale ec. Allora mi
risovenni della loro fisonomia senza potermi però ricordare i loro nomi.
Mi fu nuovamente gettata addosso dell'acqua, ed in maggiore quantità che
le altre volte; bevetti ancora: e quando videro che incominciavo a
rimettermi, riempirono una parte de' miei otri d'acqua, e mi lasciarono
all'istante, perchè preziosi erano tutti i momenti che perdevano in
questo luogo, ed irreparabile la perdita.

Quest'attacco della sete si manifesta su tutta la superficie del corpo
con una somma aridità della pelle; gli occhi pajono sanguigni, la lingua
e la bocca, sì internamente che al di fuori si ricuoprono d'un tartaro
della densità di una linea: questa crosta è d'un giallo fosco, insipida
al palato, e d'una consistenza perfettamente uguale alla cera molle d'un
favo di miele. Una spossatezza, un certo languore impediscono il
movimento; e l'angoscia, ed una specie di nodo nel diafragma e nella
gola impediscono la respirazione; cadono dagli occhi alcune grosse
lagrime isolale; si cade a terra, ed in pochi istanti si perdono i
sensi. Tali sono i sintomi ch'io notai sugli sventurati compagni del mio
viaggio, e che poco dopo provai in me stesso.

Montai a cavallo con molta difficoltà, e si riprese l'interrotto
cammino. I miei Bedovini, ed il mio fedele Salem erano ognuno dal suo
lato in traccia d'acqua, due ore dopo tornarono l'un dopo l'altro con un
poco d'acqua buona o cattiva. Siccome ognuno arrivava frettoloso per
porgermi ciò che aveva ritrovato, dovetti beverne, e bevetti più di
venti volte: ma sì tosto ch'io avevo inghiottito un poco d'acqua, la mia
bocca tornava ad essere arsa come avanti di bagnarla; di modo che io non
potevo nè sputare nè parlare.

Alle sette ore della sera facemmo alto presso ad un dovar e ad un
ruscello dopo una marcia sforzata di ventidue ore consecutive, senza un
momento di riposo.

Le mie genti ed i miei equipaggi arrivarono la notte a diverse riprese.
Io non perdei quasi nulla perchè la carovana di Sidi Alarbi avendo
successivamente incontrati i miei equipaggi ed i miei domestici,
soccorse e salvò colla sua acqua gli uomini e gli animali.

Se non giugneva questa carovana noi tutti perivamo infallibilmente,
perchè l'acqua portata dai Bedovini e da Salem sarebbe giunta troppo
tardi: la respirazione e le funzioni vitali andavano già mancando, ed io
credo che non sarebbesi durato altre due ore in così violento stato
senza perire. Allorchè io penso che questa grande carovana erasi
allontanata dalla strada ordinaria dietro la falsa notizia che vi erano
due o tre mille uomini disposti ad attaccarla, (non erano poi che i
quattrocento Arabi che mi aspettavano) che quest'errore fu la cagione
della mia salute, io, confesso il vero, non posso stancarmi d'ammirare e
benedire la Provvidenza.

Adesso comprendo facilmente come lo sgraziato maggiore _Houghtton_ può
essere perito nel deserto in conseguenza di una circostanza simile alla
mia, senza che vi abbia avuto parte la perfidia di coloro, che lo
accompagnavano.

La maggior parte del suolo del deserto è di pura argilla, ad eccezione
d'un breve tratto di terreno calcareo, la superficie è coperta da uno
strato di ciottoli calcarei bianchi, rotolati, liberi, grossi come il
pugno, quasi tutti eguali, aventi la superficie bucherata come fossero
pezzi di vecchio calcinaccio, lo che mi persuade a ritenerli come un
prodotto vulcanico. Questo strato è steso con sì perfetta eguaglianza,
che non lascia assolutamente verun punto discoperto, e rende il cammino
assai faticoso.

Non vedesi in questo deserto veruna specie d'animali, quadrupedi, od
uccelli, rettili od insetti; l'occhio vi cerca invano una pianta, e
l'uomo non si vede altro d'intorno che il silenzio e la morte. Soltanto
verso le quattr'ore della sera si poterono distinguere a qualche
distanza alcune piccole piante abbrucciate, ed un albero spinoso senza
fiori e senza frutti. Io avevo raccolte nel deserto due pietre, un pezzo
d'argilla, e due pezzi di minerale: ma tutto andò perduto.

In questa orribile calamità i miei muli ed i miei cavalli non solamente
perdettero i ferri, ma rimasero quasi tutti storpiati.


_Lunedì 5._

Erano le sette del mattino quando si riprese la strada a traverso lo
stesso deserto, e facendo un giro al S., ed al S. O.

Il terreno è lo stesso di quello di jeri. Alle undici ore del mattino si
scese una lunga costiera, dopo di che ci trovammo nella provincia di
Schaonia, e sulla sponda diritta del fiume Enzà. Sull'opposta riva
vedevasi una sola casa ove abitava _Schek Schaoui_, o capo della
provincia. Poi che si ebbe tre volte attraversato il fiume, ci
accampammo a mezzogiorno sulla riva sinistra presso ad un dovar, e ad un
mercato. Le mie genti avevano l'immaginazione ancora così calda del
passato pericolo, e gli animali risentivansi in modo delle fatiche
dell'antecedente giorno, che gli uni e gli altri appena veduto il fiume,
corsero a gettarvisi dentro all'istante, gli uomini vestiti com'erano, e
gli animali coi loro carichi; onde vi abbisognò molto tempo, pena e
travaglio per farneli sortire.

Io fui tormentato dalla febbre tutto il giorno, effetto, non v'ha dubbio
del sofferto disastro.

Assai ben coltivate erano le sponde dell'Enzà; e vi trovammo in
abbondanza pastinache, popponi, uve, che furono da noi risguardate come
un dono del cielo nello stato d'irritamento in cui trovavasi il nostro
sangue.

Schek Schaoui, la di cui provincia parvemi assai ricca, era assente, ma
suo fratello venne a trovarmi, e mi mandò a regalare molte provvisioni.


_Martedì 6._

Alle sei ore del mattino si levò il campo dirigendoci all'O. nelle
montagne, e dopo mezzogiorno soltanto scendemmo nella grande pianura,
ove camminando a N.O. si passò verso le quattr'ore della sera il gran
fiume Moulouia: al di là del quale feci far alto presso ad un dovar.

Le montagne attraversate questo giorno non sono sterili come le
precedenti; vi si trovano di quando in quando piccoli fiumi e terreni
coltivati. La pianura è quel medesimo deserto, ch'io avevo attraversato
precedentemente andando verso Ouschda.

Io continuavo ad essere assai indisposto, e temevo di qualche più serio
attacco.


_Mercoledì 7._

La mia carovana prese il già descritto cammino, che ci condusse
all'alcassaba di Temessouinn.


_Giovedì 8._

Proseguendo la stessa strada giunsimo presso alla città di Tezza.


_Venerdì 9._

Questo giorno non si levò il campo; ed io entrai in città per assistere
alla pubblica preghiera del venerdì.

Tezza è la più gentile città che io vedessi nell'impero di Marocco; la
sola ove l'occhio non è rattristato dalla vista delle ruine: le strade
sono belle, le case dipinte. La principale moschea è grande assai, ben
fatta, ed ornata d'un vago vestibolo. Sonovi varj mercati ben
provveduti, molte botteghe, orti assai fertili, acque eccellenti, l'aria
purissima: vi si trovano buoni cibi, ed a prezzi assai moderati, ed in
grande abbondanza; e gli abitanti mi sembrarono assai risvegliati.
Questi vantaggi riuniti mi fanno preferire Tezza a tutte le città
dell'impero, non escluse Fez e Marocco.

Trovavasi accampato presso alle nostre tende un corpo di truppe
comandate da un pascià, che mi fece rendere gli onori dovuti al mio
rango, e mi mandò alcune provvisioni. Eravi con lui _Muley Moussa_
fratello dell'imperatore di Marocco; cui la mia indisposizione non mi
permise di visitare.

Più accurate osservazioni delle prime mi diedero la latitudine di Tezza
a 34° 9′ 32″; lo che dimostra l'errore in cui ero caduto la prima volta.
Soltanto la longitudine fu esatta.

Deviando dalla nostra pratica si riprese il viaggio alle nove della
sera, dirigendoci al S. O. Dopo aver passato il fiume Tezza, e fatte
molte sinuosità in mezzo alle montagne, si passarono altri fiumi.


_Sabbato 10._

Dopo avere camminato tutta la notte passammo in sul far del giorno un
altro fiume che va verso l'E. Attraversando un paese sempre montuoso, mi
volsi all'O., ed alle otto del mattino feci far alto presso ad un dovar.
Ero allora nella provincia di _Hiàïna_.

Si riponemmo in via ad un'ora dopo mezzogiorno volgendoci all'O., ed al
S. O. fino alle cinque della sera; ed allora feci piantare le tende
presso ad un dovar, patria di uno degli ufficiali che mi accompagnavano.


_Domenica 11._

I buoni abitanti di questo dovar mi pregarono di così buona grazia a
rimanere un giorno con loro, che non mi vi potei rifiutare. Nulla essi
ommisero di tutto ciò che poteva riuscirmi dilettevole, onde
testificarmi la loro gratitudine e rendermi meno nojosa la dimora. Io
non mi dolevo di questa circostanza, che mi diede agio di riposarmi dopo
tante fatiche sofferte.


_Lunedì 12._

Dato ch'ebbi un addio a questi buoni Arabi, mi posi in cammino alle sei
ore, facendo molti giri entro le montagne. Erano le nove ore quando
scendemmo per passare il _Levèn_ fiume assai vasto che va al S. O. Si
costeggiò la sua sponda destra per lo spazio di due ore in un luogo
piano, dopo il quale si tornò a salire sulle montagne. Ad un'ora dopo
mezzogiorno si fece alto presso ad un dovar.

A poca distanza dal mio campo trovansi alcune ricche saline; di là
scoprivansi una serie di sei o sette montagne isolate in forma di pani
di zuccaro; il di cui colore rosso mi fece sospettare che siano
interamente metalliche.


_Martedì 13._

Alle sei ore del mattino si proseguì il viaggio tra le montagne fino
alle due dopo mezzogiorno, che si pose il campo presso ad un grosso
dovar.

Tutto il paese ch'io avevo attraversato apparteneva alla provincia di
Hiaïna.

Il suolo è composto di montagne rotonde di argilla glutinosa come quelle
di Tetovan. Sono esse naturalmente sterili; ma gli abitanti sono
laboriosi, e vedonsi quasi tutte le colline coperte di _panicum_ ossia
di quel miglio; che s'avvicina al mais, e costituisce la base della loro
sussistenza. Era allora maturo, e tutti i poderi venivano custoditi da
alcuni uomini che avevano cura d'allontanarne gli uccelli con continue
grida.

Tranne i fiumi di cui si è parlato, gli abitanti della provincia di
Hiaïna non hanno che acqua dei piccoli pozzi che scavano sul pendio
delle montagne: le acque di quasi tutti questi pozzi hanno un cattivo
gusto sono salate, sulfuree, o minerali. Vedonsi alcuni burroni, e letti
di torrenti coperti di uno strato bianco di sale. È probabile che questo
paese abbondi di minerali; senza che gli abitanti abbiano il più leggero
sospetto dei tesori su cui passeggiano. In molti luoghi gli strati
metallici si manifestano di sotto all'argilla che li ricopre; ed alcune
roccie perpendicolari, quasi affatto composte di sostanze metalliche,
s'alzano qua e là in mezzo alla pianura come torri isolate.

Gli abitanti dediti all'agricoltura abbondano di granaglie, ma non hanno
alberi, e non coltivano che pochissimi erbaggi, o frutta. Le loro case
fatte di terra, e coperte di tralci sono assai piccole, ed abitate
soltanto nell'inverno; perchè durante la bella stagione stanno sotto le
tende come gli altri Arabi.


_Mercoledì 14._

Alle sei ore del mattino ci ponemmo in viaggio facendo mille
ravvolgimenti tra montagne assai alte e sparse di dovar. Era ormai
mezzogiorno allorchè scendemmo in sul piano. Dopo avere traversata la
_Wérga_ fiume assai largo che scorre all'O., costeggiammo la sua sponda
destra nella stessa direzione fino alle tre della sera; ed in allora
piantaronsi le tende presso a due dovar.

La tribù che abita questi e molti altri dovar vicini chiamasi
_Vlèd-Aaïza_, o figlia di Gesù; ed è assai numerosa.


_Giovedì 15._

Alle sei ore tutti eravamo pronti a porsi in cammino prendendo la
direzione di N. O. Entrammo alle otto nel distretto di Wazéin, e
poc'appresso vidi al N. la montagna su cui è posta la città; che si
lasciò alla dritta, continuando la strada fino alle tre ore della sera,
che si alzarono le tende presso a molti dovar.

Il distretto di Wazéin è composto di vaste pianure chiuse all'E. da alte
montagne. In mezzo alle pianure alzasi una grande montagna vasta affatto
isolata, a metà del di cui declivio è posta la città di Wazéin; che
chiamasi la forte, ma che non è cinta di mura come le altre città
dell'impero. Colà dimora il celebre Santo Sidi Ali Benhamet di cui si
parlò poco sopra. Padrone della città e del distretto, egli vive quasi
affatto indipendente.

Io non vidi mai altrove un paese più bello, più popoloso, e meglio
alimentato, nè più belle messi. Onde convien credere che la Divina
grazia protegga in particolar modo questi abitanti. Il paese è tutto
sparso di grandi dovar disposti affatto diversamente da tutti gli altri:
qui le tende sono poste in linea retta, e negli altri luoghi in cerchio.

In tutta l'estensione del piano non vedesi un albero; e non vi si trova
che l'acqua di alcune piccole sorgenti.

Il mio campo trovavasi distante dalla montagna di Wazéin all'O. Dalle
osservazioni astronomiche ebbi il risultato di 6° 55′ 0″ di longitudine
orientale, e di 34° 42′ 29″ di latitudine.

Notai ne' due ufficiali condottieri una cert'aria misteriosa, e segni di
connivenza; pure continuavano a trattarmi con profondo rispetto; ed io
non potevo dir loro alcuna cosa, nè manco concepire verun dubbio sui
loro segreti abboccamenti. Le tribù stazionate sul mio passaggio
venivano a rendermi tutti gli onori, ed a offrirmi i doni di viveri e di
foraggi; ed io continuavo a far uso del parasole; ero in somma sempre
trattato come un figlio o fratello del Sultano. Questo stato di cose
potev'egli durare? Ecco ciò che vedremo tra poco.


_Venerdì 16._

Si riprese in cammino verso le sei del mattino dirigendoci all'O. in
mezzo a piccole montagne, ed un'ora dopo la nostra partenza essendo
arrivati sulla strada da Fez a Tanger, ci volgemmo direttamente al N.
fino alle tre ore della sera, ed allora ordinai di spiegare le tende tra
i giardini situati al N. della città d'Alcassar.

Feci una cattiva osservazione intorno alla longitudine; ma non mi riuscì
d'afferrare il passaggio d'alcuna stella, nè meno quello della luna in
su lo spontar del giorno, per causa di alcune grosse nubi che
ingombravano l'emisfero.


_Sabbato 17 Agosto._

In questo giorno finalmente cadde il velo che copriva il misterioso
contegno de' miei ufficiali; allorchè mi annunciarono che dovevasi
andare a Laraïsch, o Larache, e non già a Tanger, ov'essi avevano prima
detto di andare. Questo procedere spiacquemi assaissimo, ma dopo avervi
riflettuto, mi lasciai condurre, essendomi affatto indifferente l'andare
in uno, o in altro luogo.

In conseguenza di ciò alle sei ore del mattino si riprese la strada
all'O.; ed un'ora dopo si piegò al N. o al N. O. Entrammo in un bosco di
lecci assai alti abbondante di felci, del quale non uscimmo che a
mezzogiorno dopo aver fatti molti giri. Finalmente si passò un fiume, ed
un'ora dopo mezzogiorno giungemmo a Larache.

_Laroïsch_ che i Cristiani dimandano Larache è una piccola città di
circa quattrocento case, poste sul pendio settentrionale d'una ripida
collina, di dove le case si prolungano fino sulla riva del fiume, la di
cui imboccatura serve di baja alle grandi navi. I bastimenti che non
oltrepassano la portata di duecento tonnellate possono entrare nel
fiume, ma sono costretti di scaricarsi onde passare la _barra_.

Larache abbonda di moschee, la principale delle quali è pregevole per la
sua architettura. Vi si trova un grande mercato, circondato da portici
sostenuti da piccole colonne di sasso; ed è il più bel mercato ch'io
vedessi nell'impero di Marocco. Fu fabbricato dai Cristiani, ugualmente
che le principali fortificazioni. La città appartenne agli Spagnuoli, ai
quali fu tolta da Muley Ismaïl.

Dalla parte di terra la città è difesa da buone mura con larga fossa; e
due bastioni proteggono la porta ed il ponte. L'alcassaba o castello
posto verso terra al S. della città è un piccolo quadrato di bastioni ad
orecchioni circondato da una fossa. Ogni cosa trovasi bastantemente
conservata, fuorchè il parapetto estremamente guasto. Sgraziatamente la
piazza non ha acqua, e quella che vi si beve deriva da una sorgente che
scaturisce in riva al mare a cento ottanta tese di distanza dalle mura,
in luogo coperto dal fuoco della piazza. Ne viene presa ancora da
un'altra sorgente lontana una lega. All'estremità della città, presso la
foce del fiume, avvi un castello che mi si disse fabbricato per ordine
di Muley Edris. La fortezza quadrata è provveduta di molte piccole
colombrine. La bocca del porto viene difesa da due batterie poste al S.,
e da una specie di castello situato dalla stessa banda a tre cento
cinquanta tese di distanza, con cannoni e mortai. Non avvi veruna
fortificazione al N. del fiume o del porto.

A trecento tese al S. dell'ultima batteria di cannoni e mortai, sonovi
presso all'acqua alcune opere, che viste dal mare, hanno l'apparenza di
fortezza, ma che in realtà non sono che le ruine d'una casa e d'un
molino a vento.

A sessanta leghe all'E. S. E. del castello quadrato trovasi una Cappella
o santuario di una santa femmina patrona della città, chiamata Làla
Minàna. Vi si onora il suo sepolcro. Io non ho giammai potuto dicifrare
la complicazione delle idee che risvegliò in me l'esistenza della
canonizzazione d'una donna, colla credenza mussulmana dell'esclusione di
questo sesso dal paradiso. Ma Dio ne sa più che gli uomini.

La costa del S. è formata da una rupe assai alta, mentre quella del N.
ha un piccolo banco di sabbia.

Per ordine del Sultano, Sidi Mohamed Safaxi, che era pascià di Larasche,
mi destinò la miglior casa, situata sul gran mercato a lato alla
principale moschea.

Malgrado questa vantaggiosa posizione, non potendo salire sopra la casa
per osservare il cielo senza impedimenti, non potei prendere le distanze
lunari; a fronte di ciò per mezzo degli ecclissi dei satelliti ho potuto
fissare la longitudine O. dell'osservatorio di Parigi ad 8° 21′ 45″;
come la latitudine per il passaggio del sole a 35° 13′ 15″ N. La
declinazione magnetica è di 21° 39′ 15″ orientale. La temperatura è
assai dolce e corrispondente a quella dell'Andalusia.

La città è circondata da un'arena rossiccia, ch'io riguardo come una
decomposizione di feldspato, con molta disposizione a conglutinarsi. La
rupe alta del mezzodì è formata di strati perfettamente orizzontali,
sottili assai, e vicinissimi gli uni agli altri, lo che forma un'ardesia
tagliata perpendicolarmente in riva al mare. Questi strati di roccia
sono formati soltanto di arena rossa di già conglutinata nella sottile
tessitura d'ardesia.

La città non è affatto sprovveduta di giardini. I viveri sono buoni, e
l'acqua, quantunque alquanto cruda, non è malsana.

Le fatiche sofferte nel viaggio d'Ouschda mi cagionarono una malattia di
quindici giorni. Furono pure indisposti alcuni miei domestici, e le
bestie da soma, alcune delle quali rimasero storpiate; ma non morì che
un mulo. Feci i bagni di mare, ed approfittai dell'opportunità per
arricchire la mia collezione di piante marine.

Una corvetta di Tripoli, che da più mesi era entrata nelle acque del
fiume, trovavasi a Larache. Il Sultano ordinò di equipaggiarla a sue
spese, destinandomi la camera di poppa per il mio viaggio in Levante.
Visitai questa nave che dovea tra pochi giorni mettere alla vela per
Tripoli, e feci disporre per questo lungo viaggio la camera che mi era
stata destinata.

La Domenica 13 ottobre 1805, giorno fissato per la mia partenza andai la
mattina a congedarmi dal pascià, che mi diede tutte le migliori
dimostrazioni di stima, e di considerazione, soggiungendo, che se volevo
differire il mio imbarco fino alle tre ore dopo mezzogiorno, egli
avrebbe assistito alla mia partenza. Tale inchiesta era per me troppo
lusinghiera per non la poter rifiutare.

Essendo i miei equipaggi già imballati e caricati a bordo, andai al
porto all'ora concertata per imbarcarmi colle mie genti. Chiesi conto
del Pascià, e mi fu risposto che non tarderebbe ad arrivare. Mentre
veniva la scialuppa, mi trattenni alcun tempo sulla spiaggia, ove la
muraglia forma un angolo rientrante, e dove trovasi un vicoletto che
sbocca dall'angolo.

Arrivata la scialuppa, e non vedendo venire il Pascià, mi disponevo di
andare a bordo, quando due distaccamenti di soldati si presentarono a
dritta ed a sinistra, e un terzo uscì dal vicolo in fondo all'angolo. I
due primi s'impadronirono bruscamente di tutte le mie genti, l'altro mi
prende in mezzo, e mi comanda d'imbarcarmi solo, e di partire
all'istante. Chiedo la ragione di così strano procedere; e mi viene
risposto: _così ordina il Sultano_. Domando di parlare al Pascià, e mi
vien detto, _imbarcatevi_. Conobbi allora apertamente la mala fede del
Sultano, e del Pascià, che fino all'ultimo istante, avevano ordinato che
mi fossero resi i più grandi onori dalle truppe e del popolo, mentre
meditavano il colpo che doveva profondamente ferirmi, poichè io non
avevo meno premura per le persone che mi erano affezionate, che per me
medesimo.

M'imbarcai nella scialuppa col cuore lacerato dalle grida di alcune
persone della mia famiglia desolate da così subita separazione. Scesi il
fiume divorato dalla rabbia e dalla disperazione finchè si giunse al
passaggio della barra, ove i violenti colpi dell'onda mi sconvolgevano
lo stomaco; lo che mi fu salutare, essendomi scaricato di un'enorne
quantità di bile: ma spossato da così violenti scosse morali e fisiche,
arrivai quasi privo di sensi alla corvetta che stava ancorata a poca
distanza dalla barra. Mi trasportarono nella mia camera, e coricaronmi a
letto.

In tal modo uscii dall'impero di Marocco. Sopprimo tutte le riflessioni
che qui sarebbero inopportune. Forse avranno luogo in altra opera.



CAPITOLO XIX.

   _Dell'antica isola Atlantide. — Dell'esistenza di un mare
   Mediterraneo nel centro dell'Affrica._


Prima di visitare la parte occidentale dell'Affrica, l'accurato studio
della geografia fisica di questa parte del mondo, confrontato colle
nozioni che la tradizione e l'istoria ne trasmisero intorno alle grandi
rivoluzioni del globo, ed alcuni indizj somministrati dai recenti
geografi e viaggiatori rispetto alla situazione interna di questo
continente, mi guidarono quasi simultaneamente a due idee che emanano
dal principio medesimo, ed appoggiandosi vicendevolmente, sembrano
concorrere a dare un grado di probabilità più grande di quello che possa
sperarsi in simili argomenti alla seguente opinione:

1.º Che l'antica Atlantide era formata dalla catena del monte Atlante;

2.º Che trovasi nell'Affrica un mare Mediterraneo, che siccome il Caspio
nell'Asia esiste isolato senza aver comunicazione cogli altri mari.

Dopo tanti sistemi e visioni sul luogo che doveva altra volta occupare
l'isola Atlantide, si risguarderà forse come una pazzia il voler di
nuovo far rivivere una quistione tante volte agitata, e che ora sembrava
dimenticata: ma siccome io mi limito ad indicare soltanto leggermente
quest'idea troppo spesso messa in campo da altri scrittori; la sua
coincidenza con quella dell'esistenza d'un mare interno nell'Affrica, mi
scuserà presso al lettore; il quale non pertanto potrà risguardare
questo capitolo come un episodio della storia de' miei viaggi. Per
leggerlo è duopo avere innanzi agli occhi la carta generale dell'Affrica
settentrionale.

Benchè niun viaggiatore Europeo attraversasse giammai nel suo centro il
Sahhara, o grande deserto dell'Affrica, noi abbiamo sufficienti dati per
essere quasi assolutamente certi, che dal N. al S. non è tagliato da
veruna cordelliera di montagne, la quale leghi quelle dell'Atlante con
quelle di Kong, e con quelle che sono al S. E. del deserto, e stendonsi
nella direzione E. O. fino nell'Abissinia.

Nell'estremità orientale della catena Atlantica trovansi i deserti che
s'avvicinano a Godemesch ed a Tripoli, quello di Soudah e quello di
Borca, che da un lato toccano al Sahhara, e dall'altro il mare
Mediterraneo; quindi la catena degli Atlanti circondata al N. ed all'O.
dal Mediterraneo e dall'Oceano, confinata al S. ed all'E, da deserti di
sabbia, che da una banda arrivano all'Oceano Atlantico, e dall'altra al
Mediterraneo, viene ad essere una vera isola senza apparente legame
colle altre montagne dell'Affrica.

Tutto ciò che si sa intorno ai deserti di sabbia che circondano la
catena dell'Atlante all'E. e al S. prova, che non sono composti come
quelli della Tartaria dell'_humus depauperatus_ di Linneo, val a dire,
di una terra che a forza di travagliare, e di produrre, è rimasta
esinanita, e priva delle molecole organiche necessarie alla vegetazione.
Si può far illazione ai deserti che sono al S. dell'Atlante da quelli
che io ho veduti al N. ed all'O. In questi io non trovai che strati
estesissimi d'argilla glutinosa, che viene considerata come un prodotto
vulcanico sotto-marino, pianure di sabbia sciolta tutta composta di una
polvere selciosa di quarzo, e di feldspato, mischiata di un _detritus_
di conchiglie estremamente fino, e di banchi di una marna calcarea assai
moderna, evidentemente formata dalla conglomerazione della sabbia, o del
_detritus_ animale.

Vero è ch'io non trovai in questi deserti intieri avanzi di animali
marini; ma perchè la situazione in cui io mi trovavo, non permettevami
di fare accurate ricerche; ed è altronde verosimile che questi avanzi,
quando esistano, non potrebbero trovarsi che a molta profondità al S o
all'O. dell'Atlante, perciocchè la violenza delle onde polverizza
qualunque oggetto che in questi luoghi s'innalza alla superficie del
mare. L'urto delle onde è così terribile, che senza borrasca, nella più
perfetta calma, e quando di lontano la superficie del mare sembra
tranquilla, le onde battono così furiosamente sulla costa, che
frequentemente innalzano montagne di schiuma alte cinquanta o sessanta
piedi, non solamente sulle coste sparse di scogli, ma ancora sulla
spiaggia d'arena.

Non esaminerò adesso le cagioni di tale fenomeno, che dovrebbero forse
ricercarsi nel movimento generale della grande massa delle acque
dell'Oceano, accresciuta o diminuita dalla projezione o configurazione
delle coste: ma devonsene soltanto considerare i risultati sotto i
rapporti che hanno colla presente quistione.

Quando il mare lambisce dolcemente una riva, le conchiglie ed i zoofiti
vi si stabiliscono, germoglianvi le piante marine, e si moltiplicano
come gli animali: la successiva decomposizione di tutti questi corpi
organici ingrassa il terreno, lo rende proprio alle posteriori
generazioni; e dall'ammasso di tante spoglie, nel corso di più secoli,
che per la natura non sono che un giorno, ne risulta finalmente una
ricca terra vegetale abbondantemente provveduta di mollecole organiche
proprie ad alimentare, ed a dare la vita agli animali terrestri, che
devono anch'essi servire ai bisogni dell'uomo.

Ma quando per lo contrario il mare batte furiosamente una costa, i
moluschi e gli altri animali marini se ne allontanano come da uno
scoglio contro di cui sarebbero infranti, le piante marine non possono
allignarvi perchè vengono sradicate prima d'essersi profondamente
fissate nel terreno che loro serve di sostegno. L'infelice animale, o la
pianta che la corrente porta su queste rive periscono vittime del furore
delle onde, ed i loro rottami sono spinti a grandissime distanze. Quando
per effetto delle correnti dell'Oceano, e per lo scemamento dei mari, e
per qualsiasi altra cagione, questa costa rimane scoperta e fuori
dell'acqua, non può offrire che un ammasso informe di pietre, di arena,
o di particelle selciose isolate, improprio alla vegetazione, e per
conseguenza ad essere abitazione d'animali, in una parola, inutile
all'esistenza dell'uomo: e questo avendo molta estensione sarà chiamato
_deserto_.

Una gran parte delle coste di Marocco trovansi in tale stato. Tanger è
circondato da un suolo arenoso, Rabat ugualmente: Mogador, che è il
punto più meridionale da me visitato, è posto nel centro d'un piccolo
Sahhara, la di cui sabbia forma colline mobili assai alte. Se, come io
lo suppongo, questi deserti diventano più estesi a misura che
c'innoltriamo verso il S., noi dobbiamo trovarvi il Sahhara o grande
deserto, il quale non è che una replica in grande del fenomeno che
vedesi in piccolo a Mogador, ed in miniatura a Rabat ed a Tanger.

Non è a dubitarsi che queste pianure di sabbia non siano depositi del
mare, che sensibilmente si ritira da queste rive: la baja di Tanger si
colma; il fiume di Rabat va egualmente colmandosi e restringendosi, e lo
stesso fenomeno si riproduce a Mogador, nel canale, che lo separa
dall'isola, e serve di porto. Questi fatti sono provati dagli ancoraggi
che ogni giorno diventano più ristretti, e vedonsi ad ogni istante
vortici di sabbia levati dalla spiaggia del mare dal vento d'O. formare
in poco tempo _dune_ o colline ne' luoghi ove non eranvene per lo
innanzi, senza che giammai un contrario vento, una forza contraria
equilibri questi effetti, di modo che la sabbia viene levata sempre
dalla riva del mare senza più ritornarvi. Quindi se il Sahhara è una
replica in grande dello stesso fenomeno, come tutto c'induce a crederlo,
ben lungi d'essere composto dell'_humus depauperatus_ di Linneo, non
sarà che una superficie di sabbia abbandonata dal mare, come quella di
Tanger e di Mogador, e che non fu giammai atta alla vegetazione.

Tale congettura si spinge ben presso all'evidenza quando si fa
attenzione alla piccola elevazione del Sahhara sopra il livello del
mare. Noi vediamo il Wad-Dràd, il Wad-Taffilet, e gli altri fiumi che si
precipitano dal piovente settentrionale dei monti Atlante nel deserto,
perdersi senza poter arrivare al mare per mancanza di declive per
proseguire il corso.

Il Senegal e la Gambia si precipitano dalle vicine montagne di Kong
verso il N., ed il N. O.: arrivati, il primo sui confini del Sahhara, ed
il secondo in altra pianura, ritorconsi bruscamente all'O., e dopo
infinite sinuosità somiglianti a quelle del Meandro dell'Asia minore,
giungono al mare a traverso un piano quasi insensibilmente inclinato,
formando nel loro corso innumerabili isolette, perchè la caduta di un
albero, o qualunque altro leggero ostacolo basta a deviare, e dividere
la loro debole corrente.

Ciò sembra indicare, che quando le montagne del Kong formavano un'isola,
questi grandi fiumi precipitavansi nel mare del Sahhara, e che quando
questo mare fu colmato dalla sabbia ammonticchiata a poco a poco, i
fiumi diressero il loro corso verso l'Oceano, a misura che la sabbia
successivamente aumentandosi li forzava a ripiegare dalla prima
direzione. Debole essendo la loro corrente, bastava a farli piegare il
più leggero ostacolo, come a' nostri giorni accade rispetto al Senegal
quando questo fiume è vicino a metter foce nel mare.

Queste considerazioni corroborate dall'immensa quantità di conchiglie
trovate nei deserti all'O. dell'Atlante, e dalla considerabile quantità
di sale che trovasi nel Sahhara, e da altri fatti da me osservati, mi
fanno credere che il Sahhara fu un mare fino ai tempi assai vicini
all'età nostra, quando si paragoni colle grandi epoche della natura; ed
allora troviamo che la Cordelliera dell'Atlante era un'isola.

Questa Cordelliera dai naturali è chiamata _Tedla_, e siccome questo
vocabolo, secondo il costume delle lingue orientali, è scritto senza
vocali, può ancora pronunciarsi _Atdla_; cui i Greci aggiunsero la
finale come comportava il genio della loro lingua: ed ecco questo nome
conservato dalla prima antichità tradizionale fino al presente.

Se consultinsi gli autori e le carte antiche, si troveranno i mari che
circondano l'Affrica dalla parte di levante, di mezzogiorno, o
d'occidente, indicati col nome di _mare Atlantico_; e poichè il paese
d'Atlante dava il proprio nome a mari tanto lontani, a più forte ragione
l'avrà dato ancora al mare di Sahhara che bagnava le sue coste, ed in
allora l'isola dell'Atlante, e l'Atlantide si presenta circondata dal
mare dello stesso nome, e dal Mediterraneo, offrendo esattamente le
prime circostanze annunciate a Platone dal sacerdote di Sais, il quale
dice che quest'isola era situata _sulle rive del mare Atlantico_.

Un'altra particolarità di quest'isola è quella di trovarsi _in faccia
all'imboccatura che i greci chiamano nel loro linguaggio le Colonne
d'Ercole_. Il sacerdote non dice solamente che l'isola fu in faccia alle
Colonne d'Ercole, ma ne indica più circostanziatamente il luogo dicendo,
ch'era in faccia _all'imboccatura che i Greci chiamano nella loro lingua
le_ Colonne d'Ercole. Ora quest'imboccatura non fu mai altro che lo
stretto di Gibilterra; ed il piccolo Atlante, che è una diramazione
della Cordelliera che prolungasi fino a Tezza, a Tetovan soddisfa
esattamente a questa seconda condizione.

Quest'isola era _più estesa della Libia e dell'Asia insieme_[3]. Ecco
press'a poco l'estensione del grande e del piccolo Atlante.

  [3] _Val a dire di quella parte d'Asia conosciuta dagli antichi
  a quell'epoca._ (N. dell'Edit.)

Aggiugne il sacerdote di Saïs che _i viaggiatori potevano da
quest'Atlantide recarsi ad altre isole, di dove era loro agevole il
passare sul continente_. Chiara cosa è che le molte isole del
Mediterraneo potevano facilitare le comunicazioni dell'Atlantide coi
diversi punti del continente d'Europa e d'Asia, bagnati dallo stesso
mare, tanto più che nello stato di potenza in cui suppongonsi i re
Atlantici, dovevano avere esteso il loro dominio sulle piccole isole
vicine, per valersene, secondo l'espressione dello stesso sacerdote di
Saïs, come di scala.

La dominazione dai re atlantici stabilita da una banda sopra la Libia
fino in Egitto, e dall'altra fino alla Tirrenia, e le loro minaccie
contro la Grecia s'accordano perfettamente colla posizione di
quest'isola, situata sopra una linea centrale di questo paese, e colla
sua popolazione.

Una sola opposizione può essere fatta a questo sistema che al primo
aspetto sembra distruggerlo affatto. Questa è la narrazione fatta dal
sacerdote di Saïs della _scomparsa_ dell'isola prodotta da _spaventosi
tremuoti, e da disastrose inondazioni_. In fatti l'isola lasciò di
essere isola da che fece parte del continente: non è pure improbabile
che qualche parte dall'isola sia stala inghiottita dai tremuoti, come
per esempio la porzione che occupava lo spazio oggi coperto dal golfo di
Tripoli, dal Capo Bon presso Tunisi fino al Capo Ras Sem presso di
Derna: i gran banchi di Kerkena e quelli di Sydra, che sono in quei
golfo appoggerebbero quest'ipotesi, ove si vogliano considerare come
avanzi di una terra sommersa; lo che combinerebbe coll'ultima
circostanza riferita dal sacerdote di Saïs intorno all'isola Atlantide.
Quanto alla sommersione totale effettuatasi in ventiquattr'ore di
un'isola così estesa quanto si suppone l'Atlantide, e sparsa di alte
montagne; è un avvenimento che a stento si ammette, qualunque volta si
voglia rappresentarsi all'immaginazione gl'immensi abissi che debbono
supporsi per concepire un così prodigioso effetto: supposizione altronde
affatto gratuita, e non convalidata da veruno avvenimento analogo preso
dall'istoria naturale dopo l'ultimo grande cataclisma.

Se si voglia supporre che l'Isola d'Atlante arrivasse fin al Capo Ras
Sem, allora questa parte dell'Atlantide sarebbesi trovata in faccia ed a
poca distanza della Tirrenia, dalla Grecia, dall'Asia, dall'Egitto, e
dalla Libia; ed ecco il teatro delle conquiste degli Atlanti, la di cui
metropoli trovavasi nel centro.

Potrei aggiugner prove a prove, ragionamenti a ragionamenti in sussidio
del mio sistema; ma non volendo trattare questa quistione che come una
parte accessoria, e subordinata a quella dell'esistenza d'un mare
interiore nell'Affrica, io ne lascio la soluzione ai dotti critici che
l'hanno di già analizzata. Frattanto senza parlare di quei tanti sistemi
creati intorno all'Atlantide, credo di poter far osservare che la
posizione data a quest'isola dall'autore della storia filosofica del
mondo primitivo, non corrisponde ai dati che noi abbiamo dal sacerdote
di Saïs, poichè più non sarebbe _sulle rive del mare Atlantico_,
collocandola, com'egli fa, in mezzo del Mediterraneo, che non ebbe mai
il nome d'Atlantico; nè _in faccia all'imboccattura che i Greci chiamano
nella loro lingua le Colonne d'Ercole_; ossia lo stretto di Gibilterra;
di dove, secondo il citato autore, sarebbe stata lontana quasi duecento
leghe. In tale ipotesi niuna linea retta sarebbesi dall'isola tirata
allo stretto senza passare sopra terre intermediarie a cagione della
projezione delle coste di questo mare: altronde il piccolo spazio entro
cui pone quest'isola non poteva contenere un territorio tanto esteso
quanto la _Libia e l'Asia insieme_, qualunque riduzione si faccia subire
al paesi allora conosciuti sotto questi nomi; meno poi un territorio sul
quale regnavano molti re _famosi per la loro potenza...._, che
stendevano il loro impero sui vasti paesi adjacenti, ed andavano
_altieri delle loro grandi forze_. Vedo che l'autore della storia
filosofica ha cercato di dissipare tanti inconvenienti con ingegnose
soluzioni, ma a lui medesimo io subordino queste osservazioni, e sono
persuaso ch'egli renderà giustizia a' miei voti per la verità, qualunque
sia il grado di probabilità che voglia attribuirsi al mio sistema.

Devo pure notare che la situazione data a quest'isola del sig. Bory de
Saint-Vincent nei suoi saggi intorno alle isole Fortunate, non combina
meglio colle circostanze riferite dal prete di Saïs; poichè il sig. Bory
la suppone nel mare Atlantico, e non presso le rive di questo mare, come
l'enunciato prete. Nè in tal caso avrebbe più da un lato la Libia, e
dall'altro la Tirrenia. Per la situazione e la forma che le vengono da
lui date non sarebbervi state isole intermediarie per passare sul
continente. Ma ciò che è ancora più notabile, il sacerdote dice
positivamente che Atene esisteva già al tempo dell'Atlantide, e che gli
Ateniesi condussero le loro flotte contro gli Atlantidi conquistatori:
ora nel sistema dell'autore, risulta, malgrado il suo commentario, che
ai tempi dell'Atlantide lo stretto di Gibilterra, ed Atene non
esistevano, perchè quello ancora non era aperto, e l'altra con tutte le
pianure della Grecia era tuttavia coperta dalle acque del Mediterraneo,
che non la scoprirono che per rompere lo stretto, ed inghiottire
l'Atlantide. Come dunque gli Ateniesi, che ancora non esistevano hanno
potuto frenare l'ambizione degli Atlantidi? Come mai le flotte degli uni
e degli altri hanno potuto entrare e sortire dal Mediterraneo, il quale,
come suppone l'autore, non era allora che un lago chiuso da ogni banda
senza avere comunicazione con verun altro mare?

Provato una volta, come possono provarsi simili oggetti, che il Sahhara
era un mare ne' tempi d'assai posteriori all'ultimo grande cataclismo
del globo, risulta che la sua superficie essendo pochissimo elevata al
di sopra del livello del mare, deve formare un gran bacino, ove si
precipitano le acque piovane di tutti i paesi che lo circondano. È pure
probabile che nel centro dell'Affrica sia restato un vasto lago, ossia
un mare Mediterraneo, che sarebbe per avventura un irrefragabile prova
dell'essersi il mare Atlantico ritirato dalla Sahhara.

Abbiamo dimostrato la poca elevazione della Sahhara al di sopra del
livello del mare col fatto dei fiumi che dopo essere penetrati nel
deserto mancano di declivio per giugnere ai mari esteriori dell'Affrica;
esaminiamo adesso i motivi che mi muovono ad ammettere un mare interno
nell'Affrica, indipendentemente dalle acque che ha potuto lasciarvi
l'Oceano, e che forse, come nel mar Caspio, basterebbe per mantenervi un
vastissimo lago per molti secoli.

Avvi nell'interno dell'Affrica uno spazio di trentatrè gradi e mezzo
dall'E. all'O. dalle sorgenti del _Niger_ fino a quello del _Misselad_;
e più di venti gradi dal N. al S. dal piovente meridionale dell'Atlante,
e delle altre montagne vicine ai Mediterraneo, fino al piovente
settentrionale dalle montagne del Kougo e fino alle sorgenti del
Bahàr-Koula, superficie immensa da cui non sorte una goccia d'acqua per
gettarsi nei mari esteriori dell'Affrica, poichè da un lato non
conosciamo le sorgenti dei fiumi, che mettono foce nel Mediterraneo, e
nell'Oceano occidentale, i quali tutti derivano le loro acque fuori di
questa superficie; e dall'altro lato i fiumi che si gettano nel golfo
della Guinea non sono troppo più abbondanti degli altri, e per
conseguenza non suppongono un'origine più lontana dalla loro foce, di
quello che lo sia il piovente meridionale delle montagne del Kongo, e
delle altre montagne che seguendo la stessa linea dell'E. vanno a
riunirsi alle montagne di Kouri o della Luna, ove trovansi le sorgenti
del Bahàr el-Abiad, o fiume bianco, che forma il principal ramo del
Nilo.

Sappiamo inoltre che i fiumi di questa parte dell'Affrica si dirigono
per linee convergenti verso il centro: i fiumi dell'Atlante, e quelli
del deserto al S. ed al S. E., il Niger e quelli che scendono dalle
montagne di Kong al N. E. ed all'E., il Misselad, il Kulla, e molti
altri intermediarj al N. O.; il Kuku, il Gazel, ed altri al S. ed al S.
O.; e finalmente tutti quelli che sono conosciuti nell'interno
dell'Affrica, hanno la loro direzione verso il centro del continente.

Le relazioni di alcuni viaggiatori nell'interno dell'Affrica, e le
informazioni che si hanno dagli abitanti, danno, che la quantità d'acqua
somministrata dalle continue pioggie in quel paese è tanto
considerabile, che gli animali e le piante cadono in uno stato di
deperimento.

Non avendo osservazioni metriche dirette intorno a questa quantità
d'acqua dell'estensione de' paesi di cui parliamo, ci è forza supplirvi
con calcoli approssimativi, fondati sulla misura de' luoghi conosciuti.
Sappiamo che in Europa prendendo un termine medio cadono annualmente
diciotto pollici d'acqua, e che questa quantità cresce al Sud. In
Algeri, ad anno compensato, ne cadono ventotto pollici: nel 1730 ne
caddero trenta pollici, e quaranta quattro nel 1732. A Madera ne cadono
trenta pollici all'anno, e sotto i tropici, stando alle osservazioni del
celebre Humboldt, settanta. La superficie in quistione è tagliata a
mezzo dal tropico; pure per dare maggiore forza a tutte le supposizioni
a me contrarie, ridurrò la quantità della pioggia a cinquantaquattro
pollici, vale a dire a sedici pollici meno di quanto ne dà il sig.
Humboldt, ridurrò a zero le pioggie del deserto, e supporrò che il
Sahhara occupi la metà di questa superficie, di modo che soltanto le
pioggie dell'altra metà somministrino acqua al gran lago interiore.
Spero che chiunque troverà larghe queste concessioni: dunque calcoliamo:
la superficie intera è di 240,000 leghe di venti al grado; ma perchè ne
ho assegnata la metà al deserto, non ne rimangono che 120,000 per
somministrare le acque piovane al gran lago: questa estensione a ragione
di 292,410,000 piedi quadrati rotondi per lega, forma una superficie di
33,089,200,000,000 piedi quadrati, sulla quale le pioggie depongono ogni
anno compensatamente una massa d'acqua di 157,901,400,000,000 piedi
cubi.

Se diansi al mare interiore dell'Affrica 150 leghe di lunghezza e 50 di
larghezza, verrebbe ad essere press'a poco grande come il mar Caspio o
il mar Rosso: e formerebbe una superficie di 12,500 leghe quadrate,
eguale a 3,655,125,000,000 piedi quadrati.

L'evaporazione in Europa in una temperatura media di 11° è, secondo
Dobson di 30 a 38 pollici all'anno. Il sig. Humboldt l'osservò a Cumana
in America a 28° centigradi di temperatura 2780 millimetri all'anno Si
trovò alla Guadaluppa di quattro a sei millimetri per giorno; e questo
dotto viaggiatore suppone che possa portarsi ad 80 pollici per anno
sotto i tropici. Ma per non lasciare alcuna cosa a desiderarsi agli
antagonisti del sistema, porrò contro di me questo risultamento,
triplicando la quantità assegnata dal sig. Humboldt, e portando
l'evaporazione del nostro lago a 240 pollici, ossiano 20 piedi per ogni
anno.

Ora se moltiplichisi questa evaporazione per la superficie del lago, ne
risulta una massa di 157,901,400,000,000 piedi cubi: onde rimane ancora
un eccedente di 84,698,900,000,000 piedi cubi di acqua per supplire alla
evaporazione nei fiumi e nei laghi subalterni, e per la decomposizione
dell'acqua per la vegetazione ed altri fenomeni: lo che dimostra, stando
anche alle supposizioni meno favorevoli al sistema, che in un mare della
grandezza del Rosso, o del Caspio, posto nel centro dell'Affrica,
l'evaporazione non leverebbe pure la metà dell'acqua che le pioggie
devono deporre ogni anno sulla superficie in quistione, e che ne
rimarrebbe più della metà per le altre cause d'assorbimento; tal che, se
queste non bastano per consumare l'altra metà, come sembra probabile, il
nostro mare Affricano dovrà essere più vasto del Rosso e del Caspio.

Nulla dirò della sua profondità, perchè dipendente dalla configurazione
del suolo: ma qualunque sia tale profondità, il mare conserverà
senz'alterazione tutto l'eccedente dì venti piedi tolti dalla
evaporazione.

Questi calcoli dimostrano l'impossibilità della supposizione, che il
Niger si perda nel pantani a Wangara; e spiegano ove devono essere le
foci dei tanti fiumi che vanno nel centro dell'Affrica senza che più si
vedano sortire.

Dimostrano in pari tempo l'impossibilità dell'uscita di tanta quantità
d'acque per la costa della Guinea, come lo suppose un dotto tedesco. Di
fatto il Migered ed il Senegal hanno le loro sorgenti nelle montagne di
Kong a brevissima distanza le une dalle altre, e questi fiumi dirigonsi,
uno al N.E., l'altro al N. O. Il primo dopo un corso dì cento sessanta
leghe arriva a Giambala in sul confine del Sahhara, ed il secondo dopo
avere percorso un eguale spazio, bagna i confini dello stesso deserto a
Fariba. La situazione di questi due fiumi è allora assolutamente la
medesima. Il Senegal per arrivare da Fariba al mare, di dove non è
lontano più di cinquanta leghe, fa mille tortuosità, e forma colle sue
acque un gran numero di laghi e di paludi in un suolo appianato, e quasi
al livello dell'Oceano; di modo che può dirsi che se il mare si
ritraesse cento leghe dalle rive attuali, conservando lo stesso livello,
il Senegal non potrebbe arrivare colà, e svaporerebbe in uno o più
laghi.

Per più forte ragione le acque del Niger, che a Gimbala è nella stessa
posizione che il Senegal al Fariba, non avranno una bastante
inclinazione per iscorrere più di cento cinquanta leghe, ossia il triplo
della distanza che attraversa il Senegal da Fariba all'Oceano; ed allora
incomincierà il gran lago interno dell'Affrica, che stendendosi nelle
supposte dimensioni arriverà presso al lago Fitrè, ove gettansi i fiumi
delle Gazzelle, il Misseda, ed altri, e che comunicano col lago di
Semegonda, che io riguardo come una baja, o un golfo del nostro mare
Caspio d'Affrica.

Ma se dal punto in cui io suppongo che incominci questo mare interno,
dovesse il Niger scorrere ancora duecento quaranta leghe, il Gazzel, il
Misselad, ed altri fiumi trecento quaranta di più in linea retta per
arrivare al golfo della Guinea, chiara cosa è, che trovando il suolo
senza inclinazione, si spargerebbero e perderebbero nei laghi senza
arrivare all'Oceano.

I grandi fiumi Formoso e Rey, e gli altri che gettansi nel golfo della
Guinea, ricevono le acque da una superficie assai estesa per poter
pareggiarsi ai più gran fiumi, poichè calcolandosi dal piovente
meridionale delle montagne di Kong e di Komri fino all'Oceano, avvi una
superficie di 75,000 leghe quadrate, più che bastante ad alimentare
tutti questi fiumi in un paese ove in uno spazio minore della metà si
formano i fiumi del Senegal, di Gambia, di Rio grande, di Messurata, e
molti altri i quali presso a Capo Roxo ed alle isole Bissagos dividonsi
in grandi canali e laghi uguali press'a poco a quelli di Rio Formoso, e
di Rio de Rey sul golfo della Guinea.

La carta generale dell'Affrica settentrionale del maggior Rennel prova
che la supposta esistenza del mare interno risolve il problema delle
foci degli interni fiumi dell'Affrica, senza deviare un atomo dalla
geografia conosciuta.

Dimostrato una volta, per quanto lo acconsente la qualità
dell'argomento, che l'immensa quantità d'acqua versata dalle pioggie
nell'interno dell'Affrica, e portata dal Niger, e dagli altri fiumi nel
centro del continente, non può svaporarsi nei piccoli laghi, e meno poi
nei semplici pantani del Wangara ed inoltre che non può arrivare
all'Oceano nel Golfo della Guinea; se noi ne deduciamo la necessità
dell'esistenza d'un gran lago o mare interno, in cui riuniscansi e
svaporino le acque che sovrabbondano ai bisogni della vegetazione, ed
alle altre scomposizioni di questo fluido, non rimane che ad addursi
alcun fatto per ultima prova dell'esistenza di questo mare interno.

Trovansi negli antichi autori rammentati molti grandi laghi dell'interno
dell'Affrica; la _palude Nigrite_, i laghi _Clonia_, _Libia_, _Nili_,
_Nuba_, _Gira_, _Ghelonide_. Non potrebbero essere questi golfi o baje
d'un solo e gran lago, cui sarebbersi dati tali nomi? I moderni fecero
lo stesso, e se taluno, ignorante della geografia, udisse parlare del
mare Adriatico, dell'Arcipelago, del mare di Marmora, e del mar Nero,
non crederebbe egli giammai, che queste siano parti di un solo e
medesimo mare, che dicesi Mediterraneo, ma li crederebbe altrettanti
mari isolati.

Nelle discussioni cui ha dato luogo questa quistione, sonosi, per non
essersi intesi, ammessi degli errori, ed io ne trovo la ragione
principale nei vari significati attribuiti al vocabolo _Bahàr_. Le
nazioni che parlano l'arabo chiamano _Bahàr_ il mare, _Bahàr_ un
qualunque lago, e _Bahàr_ un fiume.

Quando gli abitanti o gli Arabi viaggiatori dell'Affrica interna
parlarono d'un _Bahàr_ esistente in quel paese, gli antichi e moderni
Europei intesero semplicemente un lago, e senza cercare ulteriore
spiegazione di un vocabolo, di cui credevano averne compreso il vero
significato, supposero che si parlasse di laghi, o di fiumi.

Ecco le ragioni che m'indussero ad ammettere questo mare interno anche
prima di viaggiare nell'Affrica; ragioni da me discusse nel 1802 a
Parigi con varj dotti dell'Istituto, ed a Londra con molti membri della
Società reale. Spedii pure intorno allo stesso argomento una memoria da
Cadice in data del 30 maggio 1805, ed un'altra da Tripoli nel novembre
del 1805.

Ma veniamo al fatto che conferma il sistema, e rende innegabile
l'esistenza di questo mare interno.

Nel bastimento che portavami da Laraïsch a Tripoli in ottobre del 1805
eravi un negoziante di Marocco detto _Sidi Matte Bouhlàl_, ch'era stato
lungo tempo a _Tombout_, o Tombouctoo, ed in altri paesi del Soldano o
della Nigrizia, ove commerciava in società con uno de' suoi fratelli.
Quello Bouhlàl era fratello d'un cheik nominato dall'imperatore di
Marocco direttore della carovana della Mecca, se le circostanze
politiche avessero permesso di fare il viaggio. Era un uomo intelligente
di circa quarant'anni, d'irriprovevole condotta, veritiero, ricco, e che
non poteva avere il menomo sospetto ch'io andassi in traccia di notizie
intorno allo stato interno dell'Affrica. Il complesso di tali
considerazioni m'inducono a dar piena fede al suo rapporto, ed a credere
ch'egli non volle ingannarmi perchè non aveva il menomo interesse di
farlo.

Essendomi durante il viaggio trattenuto in lunghi discorsi con questo
negoziante, si venne più d'una volta a parlare dell'interno
dell'Affrica; e n'ebbi le seguenti notizie:

«Tombout è una grande città assai commerciante, abitata dai Mori e dai
Negri.

«La famiglia colà regnante discende da un imperatore di Marocco, che
fece un'incursione in quel paese, ed il di cui nome vi è tuttavia
rispettato assai.

«A Tombout Bouhlàl avea più libertà che a Marocco. Aveva sempre ai suoi
servigi molte negre, che comperava, vendeva, cambiava a suo capriccio;
lo che avea pure alquanto alterata la sua fisica costituzione, e
cagionate più malattie.

«Tombout trovasi _alla medesima distanza dal Nilo Abid_ (Nilo dei Negri,
o Niger ) _che Fez da Wad Sebou_, vai a dire a meno di due leghe.

«Questo fiume scorre _verso il levante_.

«Il Nilo Abid è largo ed ogni anno nella stagione delle pioggie _sorte
dal suo letto, ed inonda il paese come il Nilo d'Egitto_, talchè allora
sembra un braccio di mare.

«I Negri navigano su questo fiume con barche di una costruzione
particolare; non hanno chiodi, e tutte le parti sono legate assieme da
sottili corde di palma.

«Ogni barca porta fino a _cinquecento cariche di cammello_ in sale, in
grani, ed in altre derrate.

«Queste barche viaggiano senza remi e senza vele: per farle camminare,
un certo numero d'uomini, secondo la grandezza della barca; si colloca
sui due lati, verso prora; ognuno tiene in mano una pertica assai lunga
che appoggia contro il fondo del fiume, e tutti spingono la barca nello
stesso tempo. Questa nascente navigazione li costringe a non iscostarsi
dalla riva.

«Il Nilo Abit scorre verso l'interno dell'Affrica ove forma _un gran
mare senza comunicazione cogli altri_. In questo mare le barche dei
negri _fanno quarantotto giornate di cammino rasentando_ la costa, e
sempre _senza vedere la terra opposta_.

«I più comuni oggetti di commercio su questo mare sono i grani ed il
sale, perchè trovansi nell'interno vaste contrade, cui mancano tali
generi.

«Si dice che questo mare _comunica col Nilo d'Egitto_, ma su questo
proposito non avvi nulla di positivo.

«Si soggiugne che Haoussa è una città molto grande, e molto popolata,
all'E. di Tombout, e che è assai civilizzata.»

Siccome in questi intrattenimenti parlavamo l'arabo, e che Bouhlàl
faceva sempre uso del vocabolo _Bahàr_, io non ommettevo giammai di
chiedergliene spiegazione: ed egli mi replicò più volte che intendeva
significare un mare di molti giorni di traverso in largo ed in lungo,
_come quello sul quale noi navigavamo nel nostro bastimento_; ed era il
Mediterraneo.

Un fatto così notabile toglie qualunque dubbiezza intorno alla esistenza
del mare interno, o del Caspio Affricano, che Bouhlàl chiamava sempre
_Bahàr Soudan_, ossia mare della Nigrizia. Si faranno tuttavia alcune
obbiezioni, e si aspetterà ai futuri viaggiatori il darne, o cercarne la
risposta[4].

  [4] _Alcuni anni dopo che Ali Bey fece queste ricerche intorno
  al mare interno all'Affrica il sig. Jackson vice-console inglese
  a Magador pubblicò che gli abitanti di Tombouctoo avevangli
  detto che, «quindici giorni di cammino all'E. al di là di quella
  città trovavasi un vasto lago, detto _Bahàr Soudan_, o _mare di
  Soudan_». Ma perchè non dà verun altra notizia intorno a questo
  mare, avendo limitate le sue indagini soltanto intorno agli
  abitanti delle sue coste, (indagini che noi vogliamo credere più
  esatte di quelle da lui fatte intorno al regno di Marocco),
  niente aggiunge alla precedente scoperta d'Ali Bey, che presenta
  molto maggiori lumi sull'argomento trattato. Avvi non pertanto
  qualche cosa di singolare nella coincidenza della posizione data
  a questo mare, _a quindici giornate all'E. da Tombouctoo_, cioè
  a poco più di cento leghe, in ragione di sette leghe al giorno,
  ordinario cammino di un cammello; ciò che torna precisamente al
  calcolo fatto da Ali Bey._ (Nota dell'E.)



CAPITOLO XX.

   _Viaggio per mare da Laraïsch a Tripoli in Barbaria. —
   Innalzamento del mare. — Burrasca. — Si approda al banco di
   Kerkeni. — Descrizione delle isole dello stesso nome. — Arrivo
   al porto di Tripoli._


M'imbarcai la domenica 13 ottobre 1805 sopra una fregata di Tripoli
comandata dall'_Erraiz_ ossia capitano Omar: trovavasi ancorata nella
rada di Laraïsch, ove rimasi tutto il susseguente giorno. Si spiegarono
le vele il martedì 15 in sul far del giorno; ma mancando il vento
favorevole, il bastimento non poteva che bordeggiare.


_Mercoledì 16._

La mattina s'alzò un vento d'O. S. O. A mezzogiorno eravamo nello
stretto di Gibilterra, e due ore dopo tra Gibilterra e Ceuta, di dove
vedevansi le due città in una prospettiva assai pittoresca. Il campo
Spagnuolo in faccia a Gibilterra formato di tende e di baracche, la
città di S. Rocco posta sopra un rialto, ed Algezira che vedevasi a
traverso una punta di terra, formavano un sorprendente quadro.
Trovavansi nel porto di Gibilterra una squadra inglese, ed un convoglio.

Si seguì tutto il giorno il rombo quasi all'E. col medesimo vento.


_Giovedì 17._

La notte il vento rinforzava con molto travaglio della fregata: l'acqua
passava sopra il ponte, e ne penetrò ancora nell'interno. La mattina si
scoprì Capo di Patta, che si trapassò alle due ore dopo mezzogiorno; e
dopo si prese la direzione del N. E.


_Venerdì 18._

La mattina per tempo si vide il Capo di Palos. Gli eravamo già sopra
quando il capitano fece tirare al S. per dare la caccia ad una nave che
aveva l'apparenza di voler sottrarsi alla nostra visita. La raggiunse ad
un ora dopo mezzogiorno: era un brick svezzese. Al cader del sole
eravamo ai 37° 15′ di latitudine N., e 2° 47′ 30″ di longitudine O.
dall'osservatorio di Parigi.


_Sabbato 19._

Durante la notte il bastimento erasi avanzato assai poco, e la mattina
faceva quasi calma. La nostra direzione era all'E. ¼ S. E.

Alle quattro della sera si scoprì una catena di montagne della costa
dell'Affrica, ed alle cinque la mia longitudine 1° 37′ 30″ O.
dell'osservatorio di Parigi.

Il vento mancò affatto, ma la corrente portava all'E.


_Domenica 20._

La calma continuò, ed alle nove ore del mattino avevo la longitudine di
1° 27′ 30″ di Parigi.


_Lunedì 21._

Si virò di bordo al N. con leggier vento di S. E.


_Martedì 22._

La fregata proseguì avanzandosi al N. fino a breve distanza dall'isola
Formentera, ove prese la direzione di S. O. Si camminò quasi ad O. S. O.
fino al cadere del sole, ed allora si volse la prora all'E. N. E.


_Mercoledì 24._

A mezzogiorno si ripiegò a S. E. ¼ E.

Rinfrescandosi il vento alle tre ore dopo mezzogiorno il bastimento si
trovò in mezzo ad una straordinaria meteora. Il mare s'alzò tutt'ad un
tratto, ed invece di muovere le onde sulla superficie le une dietro le
altre, l'acqua slanciavasi verticalmente in piramidi o coni diafani a
punte acute, le quali sostenevansi lungo tempo senza piegare da veruna
parte, finchè cadevano perpendicolarmente sopra se medesime. La cagione
di questo fenomeno, che s'avvicina assai a quello delle trombe, parvemi
prodotto dalla elettricità di alcune grosse nubi che ci stavan sopra, ed
esercitavano così violente attrazione per equilibrarsi alla elettricità
del mare. In pari tempo rinforzò il vento, onde il vascello saltellando
a traverso di queste acute piramidi ne faceva sentire spaventose scosse
accresciute dal volume dell'alberatura affatto sproporzionato al corpo
del bastimento; e perchè erano aperte le cannoniere, entravano da ogni
banda torrenti d'acqua. Non eranvi sgraziatamente che due pompe; una del
tutto inservibile, e l'altra in cattivo stato, onde non veniva assorbita
che una piccola quantità d'acqua. I pertugi, e condotti onde doveva
uscire l'acqua al di sopra della tolda e de' ponti, erano chiusi dalle
balle di mercanzia, e dalle spazzature, perciò l'acqua ch'entrava a
torrenti, e non poteva uscirne minacciava di affogare ad ogn'istante il
bastimento. Il fondo della stiva era sott'acqua, e non vedendosi veruna
terra, non si aveva alcuna speranza di soccorso. I marinai, ed i
passaggieri atterriti erano saliti sopra la tolda persuasi di dover
soccombere. Si chiusero le cannoniere alla meglio, e gettaronsi in mare
le balle, e gli effetti che potevano sopraccaricare la nave. Tutti
travagliavano intorno alla sola tromba, che poteva ancora servire, e si
ottenne con infinita pazienza e fatica di sbarazzare alcuni dei condotti
onde dare sfogo all'acqua. In pochi momenti la fregata erasi
sensibilmente alleggerita; ma a fronte di ciò e malgrado gli sforzi
dell'equipaggio, la nave periva infallibilmente, se la meteora in vece
di soli dieci minuti avesse avuto una maggior durata.

Ne' più terribili istanti della nostra situazione ebbi la ricompensa di
alcuni atti di beneficenza fatti sul bastimento. Il capitano, il contro
maestro, e molti marinai vennero a dirmi all'orecchio gli uni dopo gli
altri ch'io non dovessi temere, perchè sarei stato salvato a preferenza
d'ogni altro. Compresi da tale discorso ch'erasi formato un complotto
per assicurarsi della scialuppa; la quale in sul finire della meteora
andavasi preparando, e che sarebbesi difesa col coltello alla mano
contro chiunque non era destinato ad entrarvi. Fortunatamente che la
cosa si terminò colla perdita degli effetti spettanti alla fregata, ed
ai passaggieri, il di cui valore ammontava a parecchie migliaja di
piastre: io non ne perdetti che circa trecento, perchè in
quest'occasione mi fu utile la riconoscenza dell'equipaggio. Alcuni
effetti conosciuti di mia spettanza furono nell'istante, che volevansi
gettare in mare, ritolti a chi li portava, e rimessi nella camera nel
tempo stesso che non si perdonava agli effetti più preziosi del naviglio
e de' passaggieri; di modo che inclino a credere che io non avrei
perduta alcuna cosa, se nella confusione di così terribili momenti si
fossero conosciuti di mia proprietà. Dopo la partenza da Laraïsch aveva
gratuitamente distribuiti medicamenti ed altri soccorsi agli sventurati
che ne abbisognavano; ecco la cagione del loro attaccamento.


_Venerdì 25._

Si seguì in quel giorno lo stesso rombo fino al tramontar del sole, ed
allora si piegò al N. E.


_Sabbato 26._

Il bastimento trovandosi a mezzodì sotto il 38 grado di latitudine, si
volse con leggier vento all'E. S. E.


_Domenica 27._

Si scoprì a mezzogiorno Capo Bugaroni, sulla costa d'Affrica, e fu presa
quella direzione.


_Lunedì 28._

In sul far della sera eravamo fra l'isola di Galita e la costa
d'Affrica.

Quest'isola osservata col mio grande canocchiale parvemi formata da una
vasta rupe di granito rosso di mattone con larghe vene di quarzo puro
ondeggiate. È una montagna assai elevata, il di cui aspetto ha qualche
rapporto con quello di Gibilterra.

Buono è il canale tra Galita ed il continente. I Tripolitani non
passavano giammai al largo dell'isola, vale a dire tra l'isola e la
Sardegna per la continua guerra che hanno cogli abitanti di quel regno;
i quali, secondo m'assicurava il capitano della fregata, sogliono
appiccare tutti i comandanti di nave che hanno la sventura di cadere
nelle loro mani.

   [Illustrazione: VEDUTA DELLE ROVINE DEL PALAZZO DELLA REGINA
   DALLA PARTE DEL MONASTERO DI S. GRISOSTAMO.]


_Martedì 29._

In questo giorno si avanzò assai poco; ed a mezzodì il bastimento
trovavasi in faccia a Biserta o Capo Bianco.


_Mercoledì 30._

Dopo avvicinato il Capo Bon, che si oltrepassò avanti mezzogiorno, il
capitano si diresse col favore d'un leggier vento al S. S. E. 5° E.


_Giovedì 31._

Continuando lo stesso rombo con un vento più fresco, si scoprì avanti
sera l'isola di Lampidosa o Lampedusa in distanza di cinque leghe dalla
banda d'E.

Se il movimento del mio cronometro non soffrì una considerabile anomalia
da un giorno all'altro, convien dire che la posizione di Lampedusa è
posta d'un mezzo grado più all'O. nella carta del deposito idrografico
di Madrid, secondo l'osservazione astronomica ch'io feci in vista della
medesima. Rimetto questa quistione alla parte scientifica de' miei
viaggi, ove vengono discusse le osservazioni astronomiche.

Alle nove della sera il vento rinfrescò, ed andò rinforzandosi in
maniera che a mezzanotte la burrasca era terribile. Il bastimento faceva
molt'acqua, il mare spingeva le onde sopra il cassero ch'era a metà
coperto, ed inondava l'interno. La nostra cattiva tromba agiva sempre,
ma con poco successo. Gli attrezzi del vascello erano vecchi, ed il mare
li consumava. Il moto del vascello era tanto forte, che le antenne
entravano più di sei piedi sott'acqua: l'equipaggio credevasi perduto, e
di già intuonava la cantilena della morte. Il capitano pallido e
spaventato venne ad avvisarmi che il vascello non poteva durarla a lungo
andare; e mi chiedeva consiglio intorno ai mezzi da adoprarsi in tale
frangente.

Gli chiesi se trovavansi ancora delle vele spiegate; e dietro la sua
risposta affermativa, lo consigliai ad ammainarle tutte, fuorchè una
piccola per governare. Il capitano partì all'istante per ordinare la
manovra; e momentaneamente calcolando con difficoltà il mio punto di
stima, mi trovai press'a poco a ventiquattro leghe al N. di Tripoli.

Allorchè tornò il capitano gli chiesi se il vascello poteva orzare, «Non
lo so, rispose; ma proveremo». E bene, soggiunsi volgetelo all'O. N. O.
e procurate, se è possibile, d'imboccare il canale tra Kerkeni e Zerbi.

Mi ubbidì, e poco dopo si riuscì a sottrarci a quel terribile filo di
vento che minacciava di farci rompere sulla costa di Tripoli. Il vento
incominciò a calmarsi, ed il mare abbonacciò quantunque le onde fossero
ancora grosse.


_Venerdì primo novembre._

Dopo aver seguito tutto il giorno lo stesso rombo, resosi il mare più
tranquillo, si gettò l'ancora alle otto ore della sera in quindici
braccia d'acqua, sopra un banco presso Kerkeni.

Tutte le persone del vascello risguardavansi come risuscitate,
s'abbracciavano, e si felicitavano vicendevolmente.


_Sabato 2._

Io riconobbi il nostro punto lontano tre leghe da Kerkeni, che trovavasi
all'O. N. O. 6° N.

Eravamo sopra un gran banco di sabbia di feldspato rosso di tegola e di
quarzo, che stendesi per una superficie di molte leghe, e sul quale si
sta all'ancora con egual sicurezza come in un porto chiuso, perchè col
vento più gagliardo, siccome quello che faceva allora, le onde non si
alzavano, e le acque del mare sembravano uno stagno.

Questo banco forma un piano inclinato quasi insensibile fino alle isole
di Kerkeni, ed alla costa del regno di Tunisi. Alcune miglia prima di
giugnervi, si riconosce al color biancastro dell'acqua, e quando vi si è
sopra per la tranquillità della medesima.

Due sono le isole di Kerkeni poste a breve distanza dalla costa di
Tunisi, tra di loro separate da un canale; sono così basse che appena si
vedono uscir fuori dal mare. Vi si vedevano alcuni alberi, ossia palme.
Il capitano scese a terra più volte; e mi riferì che lo sbarco è
difficilissimo, perchè la più piccola scialuppa non trova acqua
bastante: onde non vi si può giugnere che per alcuni punti conosciuti
dai piloti pratici.

Queste isole che i loro abitanti, e quelli delle vicine coste chiamano
Kàrgnana vengono indicate sulle carte con quello di Kerkeni.

Il dubbio che io avevo intorno alla longitudine dell'isola di Lampedusa
abbraccia pure la situazione di queste isole. La latitudine del punto
medio tra le due isole è di 34° 39′; alquanto diversa dalla sua
posizione sulle carte.

Non vi sono in queste isole nè sorgenti nè fiumi; e gli abitanti non
hanno altr'acqua per bevere che quella che piove; e questa ancora è così
scarsa, che per portarne un poco al bastimento convenne raccoglierla
presso gli abitanti in piccoli vasi.

Il suolo che è una roccia quasi scoperta non produce che poche palme, e
perciò quegl'infelici abitanti non hanno altro alimento che quello dei
datteri, del _palma christi_, e del pesce che seccano per la provvisione
dell'anno.

La popolazione vi abita riunita in capanne bassissime, che offrono
l'aspetto della più grande miseria.

Hanno una specie di battello estremamente cattivo, con una piccola vela,
che non può portare più di quattro uomini. Questi battelli detti
_Sandal_ scorrono la costa fino a Tripoli, e non si scostano mai più
d'una lega da terra. Uno di questi venne a portare l'acqua che noi
avevamo richiesta, ed i pochi volatili che avevano potuto raccogliere.
Gli uomini non vestono che un chaïk bruno, grossolano, sono magri, ed
hanno il colore di cuojo. Interamente dediti alla pesca, usano varj
artificj per rinchiudere, e per prendere i pesci, che formano la base
della loro sussistenza.

Non potei avere accurate notizie intorno al numero degli abitanti di
queste isole; ma credo che non arrivi a quello di seicento, e forse è
minore assai. Professano la religione mussulmana, e sono governati da un
_cheik_ nominato da loro, il quale manda ogni anno a Tunisi un tributo
al Pascià, che non percepisce da queste isole verun altro prodotto.

La nostra nave rimase sul banco di Kerkeni fino alla notte del 7 di
novembre, ed in questo frattempo i venti furono sempre impetuosi in
maniera che spezzarono una volta l'albero, e squarciarono la vela della
scialuppa che portava il capitano a terra, mentre al nostro ancoraggio
il mare era affatto tranquillo. Questi giorni furono impiegati nel
riattamento delle vele, ed a chiudere con lastre di rame le fessure per
cui penetrava l'acqua in fondo alla cala.


_Giovedì 7._

Si levò l'ancora alle otto della sera, e si prese la direzione di S. E.
con un leggier vento.


_Venerdì 8._

Dopo aver seguita tutto il giorno la medesima direzione, il vascello
bordeggiò durante la notte per non avvicinarsi troppo alla costa di
Tunisi, ch'era a breve distanza.


_Sabato 9._

La mattina il cielo era coperto; ma prima di mezzogiorno vedevasi
chiaramente la costa di Tripoli. Si governò verso il porto. Passando
innanzi al castello si salutò col cannone, e fu risposto al saluto. La
scialuppa del governatore venne a riconoscerci all'ingresso del porto;
alcuni individui montarono a bordo, e presero una specie di
dichiarazione dal capitano. La nave continuò ad avanzarsi tirando molte
salve d'artiglieria, finchè si gettò l'ancora in mezzo alla baja. Erano
allora le tre dopo mezzo giorno: il capitano scese subito a terra.


_Domenica 10._

In questo giorno sbarcò l'equipaggio; ed io rimasi a bordo aspettando
che mi fosse preparata una casa in città.


_Lunedì 11._

A mezzo giorno andai a terra dopo avere felicemente terminato questo
faticoso tragitto.

Devesi notare che il grande sollevamento del mare il 24 ottobre accadde
_due giorni dopo la nuova luna, e quasi ad un'ora e mezzo dopo il suo
passaggio per il nostro meridiano_.

La gagliarda burrasca della notte del 31 ottobre sopraggiunse _due
giorni dopo il primo quarto_; e cominciò _un'ora e mezzo circa dopo il
passaggio della luna per il nostro meridiano_.

In questi due casi la luna trovavasi nella sua _costituzione boreale_.
Spetta al dotto Lamarck l'apprezzare queste osservazioni.



CAPITOLO XXI.

   _Sbarco. — Presentazione al Pascià. — Intrighi. — Descrizione
   di Tripoli. — Governo. — Corte. — Moschee. — Tribunali. —
   Caffè. — Viveri. — Giudei. — Commercio. — Misure, pesi, monete.
   — Clima. — Antichità. — Regno di Tripoli._


Ho di già osservato, che quando giugnemmo nel porto di Tripoli, il
capitano era subito sceso a terra, per presentarsi al Pascià, e
rimettergli le sue carte, ed alcune lettere di Marocco.

All'indomani mattina il capitano venne a bordo coll'ordine di sbarcare i
passaggeri; e si scusò verso di me di non avermi ancora potuto preparare
una casa, pregandomi d'aspettare fino a sera. Quando tutta la gente fu
sbarcata, tornò dopo mezzo giorno per dirmi di pazientare fino alla
susseguente mattina. Io non ignoravo che il Pascià Salaovi di Laraïsch
aveva scritto contro di me; e diffidavo pure di due passaggeri ch'erano
a bordo, ma ero pienamente sicuro degli altri: lo era ancora
dell'equipaggio, e del capitano. Non presi dunque pensiero di nulla, e
quantunque mi fossi accorto che il ritardo procedeva da tutt'altro che
da mancamento d'alloggio, io rimasi affatto tranquillo. Non tardai a
verificare che non erami ingannato ne' miei sospetti. Il susseguente
giorno il capitano mi prevenne, che potevo andare a terra. Feci sbarcare
i miei equipaggi; e sortendo di nave fui condotto nella casa in cui
dovevo alloggiare, la quale trovavasi in faccia a quelle del primo
ministro, e del console generale di Spagna.

Mi trovavo già da tre giorni in Tripoli quando il capitano mi portò
l'ordine di presentarmi al Pascià. L'udienza fu solenne; ed ebbe luogo
in una vasta sala, ove il Pascià stava seduto sopra una specie di trono,
o di piccolo soffà alquanto alto, intorno al quale stavano i suoi figli,
e molti cortigiani. Gli fu presentato il mio dono, ch'egli accolse
dignitosamente, mi colmò di gentilezze, e mi rese ogni sorta d'onori.
Rimasi lungo tempo seduto sopra una sedia ch'egli avevami fatta
preparare, intrattenendomi col Pascià intorno a diversi oggetti; ed
intanto fui servito di tè, d'acqua odorifera, e di profumi. Dopo aver
molto parlato ci separammo assai contenti l'uno dell'altro; egli mi
porse la mano come ad un amico, e senza permettermi di baciargliela come
costumasi con un sovrano; in somma mi diede la più sincera prova
d'affezione.

Partendo ordinò a due de' suoi grandi ufficiali di condurmi dal primo
ministro, personaggio veramente rispettabile, che aveva quasi affatto
perduta la vista. Lunga ed amichevole assai fu la nostra conferenza,
onde rientrai in casa assai contento delle due visite che avevo fatte.

Alcune persone di Marocco, e specialmente il Pascià Salaovi avevano
scritto dipingendomi coi più neri colori: uno de' passeggieri, forse di
commissione dello stesso Pascià, nulla aveva trascurato di tutto quanto
poteva rendermi odioso; ma i suoi tenebrosi raggiri furono disprezzati
dal Pascià e dalla sua corte, dopo le prese informazioni, e le
dichiarazioni fatte da tutte le persone del bastimento. Il passeggiere
che era un negoziante Marocchino non ottenne che l'universale aversione.
Io ero così sicuro del fatto mio, che presentandomi al Pascià non volli
far uso della commendatizia dell'imperatore di Marocco. Avevo
precedentemente dichiarato al capitano, ed a qualcun'altro, che in vista
della condotta tenuta dal Sultano quando sortii da Laraïsch, rifiutavo
la sua protezione: il mio procedere franco e leale, mi rese più
rispettabile agli occhi del pascià e della sua corte. Frattanto per
cancellare affatto la memoria dell'affare di Marocco, come anco a
cagione del Ramadan e d'una indisposizione sopraggiuntami, uscii poche
volte di casa finchè rimasi a Tripoli, fuorchè per andare alla moschea,
per visite di etichetta, e per fare qualche passeggio a piedi. Le
addotte cause non mi permisero di estendere molto le mie ricerche. Dalle
poche osservazioni astronomiche ch'io feci, mi risulta la longitudine E.
di Tripoli 11° 8′ 30″ dall'osservatorio di Parigi, e la latitudine N.
32° 56′ 39″. La declinazione magnetica osservata 18° 41′ 2″ O.

Tripoli di Barbaria vien detto _Tarabla_ dagli abitanti; ed è una città
assai più bella di qualunque del regno di Marocco: è posta in riva al
mare, e le sue strade sono diritte, ed abbastanza larghe. Le case
regolarmente fabbricate sono quasi tutte bianche. L'architettura
s'accosta assai più all'europea che all'araba; ed in ispecial modo le
porte quasi tutte d'ordine toscano, i cortili con colonne di pietra ed
archi di ottimo stile invece degli arabi acuti che vedonsi a Marocco. I
fabbricati di pietra seno frequentissimi, e vedonsi pure alcuni marmi
fini ne' cortili, nelle porte, nelle scale, e nelle moschee. Le case
hanno finestre verso strada, cosa non praticata a Marocco, ma per altro
sono sempre chiuse da fitte griglie.

Osservai nelle case di Tripoli un'usanza assai singolare; cioè, che in
quasi tutte le camere per lo più lunghe e strette, trovasi a ciascheduna
delle due estremità un palco di tavole press'a poco alto quattro piedi
dal suolo, sopra il quale si ascende per angusti scalini. Questi rialti
hanno una balaustrata, ed alcuni ornamenti di legno, e si va sotto ai
medesimi per una piccola porta. Esaminando quale potesse essere lo scopo
di questa singolare disposizione, trovai che ogni camera poteva
contenere le masserizie complete di una donna, poichè sopra l'uno
collocasi il letto, sull'altro gli arredi de' fanciulli; sotto di uno si
pone il vassellame e le altre cose occorrenti al pranzo, e sotto l'altro
gli altri effetti della famiglia. Questa distribuzione lascia in mezzo
alla sala il luogo necessario per ricevere le visite; ed un uomo in una
casa, o in un appartamento composto di tre o quattro camere, può tenere
tre o quattro donne con tutte le comodità possibili, ed affatto
indipendenti le une dalle altre. Tripoli non ha fontane nè fiumi; e gli
abitanti bevono l'acqua che cade dal cielo conservata entro le cisterne,
di cui ne è provveduta ogni casa: per i bagni, per le abluzioni, ed
altri usi, valgonsi dall'acqua salsa dei pozzi.

La peste distrusse gran parte della popolazione; e vedonsi ancora molte
case rovinate in conseguenza di quel flagello che mandò sotterra molte
intere famiglie. Di presente il numero degli abitanti può calcolarsi di
dodici in quindici mila.

Questa popolazione è composta di Mori, di Turchi, e di Giudei: e perchè
da prima il governo era assolutamente Turco, gli abitanti sono più
civilizzati che a Marocco. La seta ed i metalli preziosi s'impiegano
negli abiti; e la corte si mantiene con estremo lusso. La maggior parte
degli abitanti conosce e parla diverse lingue Europee, e lo stesso
Pascià parla l'italiano: ciò che a Marocco risguarderebbesi come un
peccato più o meno grave.

La società vi è pure più sincera, e più libera che a Marocco; i Consoli
Europei mi visitavano frequentemente, e nessuno se ne formalizzava. I
rinnegati Europei possono ottenervi avanzamento, ed elevarsi alle prime
cariche dello stato: l'ammiraglio o capo della marina Tripolitana è un
inglese che sposò una parente del pascià. Gli schiavi cristiani sono ben
trattati, hanno il permesso di servire ai particolari, corrispondendo
parte dei loro profitti al governo.

Il sovrano di Tripoli conserva ancora il titolo di Pascià, perchè da
prima quel paese era governato da un Pascià mandato di tre in tre anni
dal gran Signore. Questi efimeri comandanti non altro vedendo nei loro
firmani che un mezzo di spogliare inpunemente gli abitanti, si resero in
modo insoffribili che questi massacrarono l'ultimo Pascià mandato dalla
Porta. Dopo tale rivoluzione accaduta circa ottant'anni sono, scelsero
per loro principe _Sidi Hhamet Caramanli_ nativo della Caramania, che fu
il fondatore della regnante dinastia. In seguito a Sidi Hhamet suo
figliuolo Sidi Ali padre dell'attuale sovrano montò sul trono; ma
obbligato da alcune rivoluzioni ad abbandonare la patria, riparossi a
Tunisi. Il figlio di Sidi Ali chiamato Sidi Hhamet, come suo avo, prese
le redini del governo. Era questi un uomo vizioso, le di cui malvage
qualità gli costarono il trono e la vita; e gli succedette Sidi
Youssouf, suo fratello, oggi regnante.

Sidi Youssouf, ossia sig. Giuseppe è un uomo di bella presenza di circa
quarant'anni. Non è privo di spirito, parla assai bene l'italiano, ama
il fasto, la magnificenza, e si mantiene dignitosamente senza trascurare
d'essere manieroso e gentile. Sono ormai dieci anni e mezzo che occupa
il trono, ed il popolo si mostra di lui contento.

Sidi Youssouf non ha che due consorti propriamente tali: una delle quali
sua cugina e bianca, gli ha già dati tre figli e tre figlie; e l'altra è
una negra, da cui ebbe un maschio e due femmine. Tiene molte schiave
negre, ma veruna bianca. Spiega tutto il lusso e la magnificenza negli
abiti delle sue donne, e negli arredi delle loro abitazioni. I figli del
pascià assumono il titolo di _Bey_, e l'uno di essi ha il mio nome
Ali-Bey; ma quando dicesi soltanto _Bey_, intendesi per antonomasia il
primogenito, che è di già conosciuto erede del trono.

Fui assicurato che le rendite del pascià non ammontano ad un milione di
franchi all'anno.

Il portiere interno del palazzo è uno schiavo negro; e sonovi più di
quaranta schiavi cristiani tutti italiani pel servizio interno.

Il giorno di Pasqua nell'istante ch'io entravo in palazzo per vedere il
pascià, la sua orchestra che stava entro una camera più interna
cominciava a suonare, ma quand'egli mi vide fece segno di far cessare la
musica, siccome un divertimento che un grave mussulmano deve risguardare
con disprezzo. Nei brevi momenti che io l'udii, la trovai passabile ed
infinitamente migliore di quella di Marocco. Mi fu detto che l'orchestra
era composta di ventiquattro parti.

I principali impiegati sono _l'hasnadàr_, ossia tesoriere, il _guardian
bàchi_ capo e maggiorduomo di palazzo, il _Kiàhia_, luogotenente del
Pascià, il quale occupa un magnifico sofà nel vestibulo; poi il secondo
_Kiàhia_, cinque ministri incaricati di diversi rami d'amministrazione,
l'agà de' Turchi, ed il generale della cavalleria araba. La guardia del
Pascià è composta di trecento Turchi, e di cento mammaluchi a cavallo.

Ad eccezione delle guardie, il Pascià non mantiene verun'altra truppa
regolata in attività. Allorchè deve sostenere qualche guerra, aduna le
tribù arabe che si presentano colle loro bandiere o stendardi in sul
davanti; e può in tale circostanza mettere in piedi dieci mila cavalli,
e quaranta mila pedoni.

Abbiamo già detto che l'ammiraglio del Pascià è un rinnegato inglese
ammogliato con una sua parente. Le sue forze marittime consistono ne'
seguenti legni.

  1. Fregata o corvetta di cannoni      N.º   28
  1. _Idem_ di                           »    16
  3. Sciabecchi di 10 cannoni ciascuno   »    30
  1. Saica di                            »     8
  2. Galeoni di sei cadauno              »    12
  1. Piccolo sciabecco di                »     4
  1. battello di                         »     1
  1. Galeotta di                         »     4
                                         ———————
  In tutto 11 bastimenti, e cannoni      N.  103

A quest'epoca si fabbricavano due altri galeoni, lo che formerà un
totale di 13 bastimenti armati.

Tripoli contiene sei moschee del primo ordine con torri, e sei moschee
minori.

Magnifica veramente è la grande moschea, e di elegante architettura: il
tetto tutto formato di cupolette viene sostenuto da sedici maestose
colonne doriche di un bel marmo grigio, che mi fu detto essere state
prese sopra un bastimento cristiano. Fu fabbricata dall'avo di Sidi
Youssouf. Questo tempio, siccome gli altri ch'io vidi a Tripoli, non
sono di quella meschina architettura che rimarcai a Marocco. La loro
elevazione non manca d'imponenza; ed in tutte sonovi all'usanza delle
chiese Europee, alcune tribune alte per i cantori. Tutte le moschee sono
coperte di tappeti, mentre che quelle di Marocco, non esclusa pure la
moschea del palazzo imperiale, sono coperte di stuoje: quella di Muley
Edris a Fez è la sola che abbia tappeti.

Le torri di Tripoli sono di forma cilindrica, assai alte con una
galleria circolare nella parte superiore, di mezzo alla quale alzasi una
torricella, o garetta. Dalla galleria il _mudden_ suole chiamare il
popolo alla preghiera.

A Marocco il culto è più semplice, e più misto; qui più complicato, e
pomposo. Il venerdì a mezzo giorno danno cominciamento alla cerimonia
molti cantori che intuonano alcuni versetti del Corano. L'imam sale la
sua particolar tribuna, che consiste in una semplice scala come a
Marocco, colla diversità che a Tripoli è di pietra, colà di legno.
Recita una preghiera sotto voce in faccia alla muraglia, ed in appresso
volgendosi al popolo, canta un sermone coi medesimi trilli e cadenze
proprie di certe canzoni Spagnuole dette _polo andalous_. Parte del
sermone è variabile, ed il predicatore canta leggendo il suo
manoscritto; l'altra parte che è sempre la medesima viene recitata a
memoria, con alcune preghiere ed altre formole di pratica, che canta sul
medesimo tuono.

L'imam infine del suo sermone voltasi con affettazione verso il
_meherèb_, o nicchia che sta alla sua diritta, cantando una preghiera in
più alto tuono: indi voltandosi alla sinistra colla stessa affettazione,
ripete la medesima preghiera: scendendo due o tre gradini della scala
recita alcune preghiere per il pascià e per il popolo, infine d'ognuna
delle quale il popolo risponde _amen_; finalmente, nel tempo che canta
il coro, l'imam scendendo al mehrèb, recita la preghiera canonica col
popolo, come costumasi a Marocco. Le grida che si fanno dalle torri per
l'adunanza del popolo sono a Tripoli meno gravi che a Marocco,
perciocchè in alcune moschee sono i ragazzi che fanno le funzioni di
mudden, cosa che non eccita troppa devozione.

Nel tempo del Ramadan non si odono le trombette funebri che si usano a
Marocco; ogni notte vengono illuminate le gallerie delle torri ove i
mudden cantano alcune lunghe preghiere.

Le moschee possedono case e terreni provvenienti da donazioni
volontarie: queste entrate servono al mantenimento dei ministri e degli
altri impiegati nelle cose del culto.

Il muftì è il capo della religione, e l'interprete della legge. Stan
sotto di lui due kadì, uno per gl'individui del rito ehanefi, l'altro
per quelli del rito maleki.

La composizione dei tribunali del muftì e delkadi è veramente una
istituzione rispettabile Questi giudici sono incorruttibili, e tutti i
loro ministri sono mantenuti coi proventi delle moschee.

Sonovi in Tripoli tre prigioni, una per i Turchi, e due per i Mori, ma
sono male governate ed i prigionieri sono obbligati a mantenersi del
proprio, o col prodotto della carità pubblica.

I negozianti e gli oziosi sogliono riunirsi in un caffè; ed il basso
popolo in due altri d'un ordine inferiore. Da pertutto vi si prende il
caffè senza zuccaro.

Vi sono pure alcune taverne ove si vendono vini e liquori dai Mussulmani
medessimi, che non si fanno scrupolo di beverne ancor essi malgrado la
proibizione della legge. Questo ramo di pubblica entrata produceva
all'erario centomila franchi.

Il mercato è assai ben provveduto, ed i viveri si vendono a prezzi
moderati. Vi si trovano eccellente pane e carni, non così i legumi. I
Tripolitani fanno il couscoussou meno fino che a Marocco; essi usano
molti altri grani, alcuni de' quali provengono dall'interno
dell'Affrica. Il paese produce l'olio necessario al suo consumo.

La terra è comune come a Marocco, purchè non sia circondata da qualsiasi
siepe; e trovansi varj abitanti che possiedono quindici ed anche venti
poderi chiusi; e mi fu detto averne uno bellissimo il Pascià. Mancando
acque correnti s'innaffiano i giardini coll'acqua salmastra de' pozzi,
che si attigne con una macchina posta in moto dai muli.

I Giudei che hanno in Tripoli tre sinagoghe sono assai meglio trattati
che a Marocco. Sono circa due mila che vestono alla musulmana, e solo la
berretta, e le pantofole devono essere nere, ed il turbante
ordinariamente turchino. Si contano fra questi circa trenta famiglie
ricchissime, gli altri sono artigiani, orefici ec. Il commercio d'Europa
è quasi tutto nelle loro mani: essi corrispondono principalmente con
Marsiglia, Livorno, Venezia, Trieste e Malta. Vi sono pure alcuni
negozianti mori tra i quali Sidi Mehemet Degàiz primo ministro del
Pascià, che ha fama d'avere in circolazione un milione di franchi.

Se sono sincere le notizie che ho potuto raccogliere, la bilancia del
commercio di Tripoli coll'Europa è a suo vantaggio, perchè le
esportazioni eccedono d'un terzo il valore delle importazioni; ma il suo
commercio col Levante e coll'interno dell'Affrica conguaglia i vantaggi
di quello d'Europa. Riunirò altrove le particolarità del commercio di
questa città con quello degli altri paesi.

Le misure ed i pesi che vi si adoperano sono inesatti come a Marocco,
tanto per la grossolana loro forma che per mancanza d'un tipo originale.

Dietro un grande numero di confronti diretti ho trovato i seguenti
risultati.

Il pik o gomito di Tripoli, detto _dràa_ è la base d'ogni loro misura:
corrisponde a venticinque pollici, nove linee e mezza del piede
Parigino.

L'_Artàl_ o _rottla_ a sedici oncie, sei grossi, e 54 grani del peso di
Parigi.

La misura dei grani è chiamata _ouiva_, ma perchè riesce incomoda a
cagione della sua grandezza, adoprano d'ordinario un'altra misura che
non è che la quarta parte.

Questa misura di capacità, _quarto ouiva_, è un vaso di legno che ha la
figura di cono troncato fatto assai grossolanamente. Dopo fatte le
possibili riduzioni trovai che la sua capacità era uguale a pollici cubi
di Parigi 1200. Ma perchè si usa di colmare la misura, devono
aggiungersi 130. Onde questa misura colla colmata contiene del piede
Parigino 1330 pollici cubi.

Tali sono i piedi e le misure da me paragonati; ed avuto riguardo ai
mezzi di cui mi sono servito, ho motivo di lusingarmi che i miei
risultati siano più esatti di quelli avuti precedentemente.

Le monete in corso a Tripoli sono le seguenti:

  In oro

_Scherifi_ — Vale 48 hamissinn: è la moneta di maggior valore.

_Nos scherifi_ — Eguale a 24 hamissinn.

_Mahbouh trablessi_ — Vale 28 hamissinn.

  In argento

_Yuslik_ — Vale 10 hamissinn.

_Tseaout hamissinn_ — Eguale a 9 hamissinn, come lo indica il suo nome.

_Hamissinn_, ossia _bou hamissinn_ — È l'unità monetaria, e la moneta
più comune in circolazione; 26 hamissinn valevano allora una piastra
Spagnola.

_Nos hamissinn_ — La metà d'un hamissinn come lo indica il suo nome.

_Para_ — dodici para e mezzo equivalgano ad un hamissinn.

  In rame.

_Para_ — Dodici para e mezzo equivalgono ad un hamissinn.

_Nos para_ — ossia mezzo para, de' quali 25 formano un hamissinn, è la
più piccola specie corrente.

  Moneta ideale.

_Piastra_ — Cinquanta piastre formano un hamissinn.

Tutte queste specie, ed in particolar modo quelle d'argento sono d'una
bassa lega, e poco più che rame inargentato.

Il valore rispettivo di queste specie va soggetto ai capricci del
momento: di modo che all'epoca in cui io mi trovavo a Tripoli eranvi dei
_para_ di buon argento in circolazione, che avevano esattamente lo
stesso peso di quelli di rame, e pure gli uni e gli altri avevano lo
stesso valore rappresentativo di dodici para e mezzo per un hamissinn.

Gli Europei sono a Tripoli assai ben veduti, e rispettati. Oltre gli
agenti delle diverse potenze d'Europa, eravi allora un negoziante
Francese, fratello del Console, uno Spagnuolo fabbricatore di navi, un
medico Maltese, ed un orologiajo Svizzero.

I Cristiani vi hanno una cappella ufficiata da quattro monaci del
terz'ordine di Roma. È cosa assai singolare che questi monaci hanno
nella loro cappella una campana, il di cui suono si fa udire ogni giorno
in tutti gli angoli della città. Questa chiesupola è mantenuta
cogl'incerti, colle donazioni, e con una pensione della corte di Roma.

Si dice che il clima è caldo nella state proporzionatamente alla
latitudine, ma che tutte le altre stagioni offrono l'immagine d'una
perpetua primavera. Pure, durante la mia dimora, ebbi alcuni giorni
freddi, che però mi fu detto essere affatto straordinarj al paese. Dalle
mie osservazioni meteorologiche fatte a Tripoli risulta, che il più alto
grado di calore fu di 16° 1′ di Réaumur in diverse mattine, e durante la
notte.

Questa minorazione di calore sarebbe in Europa poco sensibile, ma qui
produce una così piccante sensazione di freddo, come in Europa il freddo
dell'inverno, lo che senza dubbio è relativo allo stato abituale dei
pori, che sono in questo paese sempre aperti.

Ho veduto regnare quasi abitualmente i venti del quartiere d'O.; cadde
molta pioggia, e l'igrometro di Saussure segnò frequentemente 100 gradi,
termine della estrema umidità.

Vidi un bel monumento presso alla casa del console di Francia; un arco
trionfale inalzato dai Romani, e composto di una cupola ottagona,
sostenuta da quattro archi posti sopra quattro pilastri. Il tutto è
fatto senza cemento con pietre tagliate di enorme grandezza sostenute
dalla propria gravità[5].

  [5] _I Romani che fabbricavano per l'eternità conoscevano
  ottimamente, che il solo cemento che possa resistere all'urto
  del tempo è la gravità._

Questo monumento era ornato di sculture, di figure, di festoni e di
trofei d'armi internamente, e al di fuori; ma la maggior parte di tali
rilievi fu distrutta: non rimangono adesso che parti isolate incoerenti,
che attestano ancora l'antica eccellenza del lavoro.

Sulle facciate al nord, ed all'occidente vedonsi gli avanzi d'una
iscrizione, che pare essere stata la medesima in amendue i lati. Questa
singolarità rese facile al sig. Nissen console di Danimarca il
redintegrarle, riunendo ed ordinando, i frammenti delle due iscrizioni.

Lontano venti leghe da Tripoli vedonsi le ruine dell'antica _Leptis_, e
_Lebda_; e mi fu detto rimanervi tuttavia molte colonne, capitelli, ed
altri interessanti rottami. Il sig. _Delaporte_ cancelliere del
consolato generale di Francia che visitò tali ruine ha copiato le
iscrizioni.

A maggiori distanze entro terra vedonsi pure le grandiose ruine d'altre
città antiche, con catacombe, statue, ed avanzi di edificj d'ogni
specie.

La costa di Tripoli stendesi duecento venti a duecento trenta leghe dai
confini di Tunisi fino a quelli d'Egitto, ed in tale estensione contansi
i seguenti porti.

_Trabonca_ porto situato alla estremità della costa; dodici leghe al di
là del quale verso occidente trovasi _Bomba_, rada con un buon
ancoraggio. _Rasatin_ si trova otto leghe più lontano, porto che non
ammette che i piccoli bastimenti che vengono a caricar sale. Altre
quindici leghe più in là avvi _Derna_, il di cui basso fondo rende quel
porto impraticabile nell'inverno: vi si caricano per Alessandria
butirro, cera e lana, in cambio di riso, e della tela di cottone. Gli
abitanti di Derna non conoscono altra moneta che quella del Levante, e
le piastre spagnuole. Quaranta leghe al di là da Derna vedesi Bengàssi
buon porto, ma non praticabile dai grandi bastimenti: pure vi si fa un
ragguardevole commercio di lane, di butirro, di miele, di cera e di
piume di struzzo, con Marsiglia, Livorno, Venezia, Malta e Tripoli.
Cinquanta leghe più in là è situato il Capo _Messurat_, la di cui
cattiva rada è esposta a tutti i venti: vi si caricano datteri per
_Bengassi_.

Tripoli il di cui porto non ha bastante fondo per le navi da guerra, ed
è aperto ai venti di N. E. trovasi lontano trent'otto leghe all'O. dal
Capo Messurat: vi s'imbarcano lane, datteri, zafferano, soda, senape,
donne negre, pelli, penne di struzzo per i porti d'Europa sopra
enunciati, e per il Levante. Dieci leghe più occidentale era il _vecchio
Tripoli_, il di cui porto non è ora praticabile che ai piccoli battelli,
che caricano la soda per Tripoli. Vedesi finalmente altre ventiquattro
leghe più in là Sovàra nella di cui rada le piccole barche vanno a
caricare sale e pesce salato per tutta la costa.

In così vasta estensione del regno di Tripoli non si contano che due
milioni d'abitanti, perchè la maggior parie del paese è deserto, e
tranne gli abitanti della capitale, gli altri sono poveri e sventurati
Arabi. L'autorità del governo sul paese è così poco rispettata, che
niuno, se non è Arabo, può viaggiare a qualche distanza senza andare in
carovana, o fortemente scortato; altrimenti sarebbe infallibilmente
derubato, o assassinato.

Gli abitanti di Soàkem, di Fezzan e di Guddemes che sono tributarj di
Tripoli, tengonsi in corrispondenza cogli abitanti dell'interno
dell'Affrica. Il sovrano di Fezzan viene riconosciuto dal bascià di
Tripoli sotto il nome di _Scheik di Fezzan_. I Fezzanesi sono neri
grigi, poveri, ma di un carattere assai dolce. A Tripoli s'impiegano ne'
più piccoli esercizj.

Abita due leghe lontano da Tripoli il maggior santo o marabotto del
paese detto il _leone_. Ha un villaggio cinto di mura ove trovasi la
moschea; gode il dono della santità ereditaria, come i santi di Marocco:
il suo villaggio è un asilo inviolabile per i delinquenti, qualunque
siano i loro misfatti, fosse anche l'assassinio del Pascià. Il _leone_
attuale è un uomo d'oltre quarant'anni.

Le montagne più vicine alla città trovansi ad otto leghe verso il S., i
di cui abitanti sono tributarj del Pascià.

In vista del pericolo non potendosi viaggiare isolati, molte carovane
vanno e vengono di levante a ponente ne' tempi tranquilli. Le grandi
carovane di Marocco, di Algeri, di Tunisi, e di El-Gerid quando
intraprendono il viaggio della Mecca, riposano quivi quindici giorni:
attualmente non possono viaggiare per le turbolenze che agitano quasi
tutta la Barbaria e l'Egitto. Questa circostanza mi costrinse ad
intraprendere per mare il tragitto di Alessandria, e di continuare in
tal modo il mio pellegrinaggio alla casa di Dio.



CAPITOLO XXII.

   _Congedo d'Ali Bey dal Pascià di Tripoli. — Partenza alla volta
   di Alessandria. — Errore del Capitano. — Arrivo sulle coste
   della Morea. — Isola Sapienza. — Continuazione della strada. —
   Mancanza di viveri. — Ritorno a Sapienza. — Modone._


In conseguenza delle mie disposizioni sì allestì per il mio tragitto ad
Alessandria un grosso bastimento Turco, che sortì dal porto di Tripoli
il 26 gennajo 1806, colle mie genti ed i miei equipaggi, mentre io mi
stavo ancora a Tripoli con due domestici, aspettandovi gli ordini dei
Pascià, che mi aveva fatto prevenire che desiderava abbracciarmi avanti
ch'io partissi.

Perchè il tempo passava, ed il Pascià non mandava a cercarmi,
incominciai ad essere inquieto, come pure i miei amici, perchè il
bastimento trovavasi già due miglia al largo, bordeggiando per
aspettarmi.

Finalmente alle dodici ore del mattino ebbi ordine dal Pascià di recarmi
al suo palazzo.

Mi accolse colla maggiore cordialità, mi fece sedere presso di lui, e
rinnovò in una lunga conversazione i primi tentativi per indurmi a
restare a Tripoli. Alzossi in uno slancio di cuore, e stando in piedi
innanzi a me, mi disse: _Io sono tuo fratello; che vuoi tu? parla_. Lo
accertai della mia riconoscenza, ma stetti fermo per la partenza. Poco
dopo scherzando meco, condussemi ad una finestra, di dove vedevasi il
bastimento che bordeggiava verso l'orizzonte, e prese a dirmi: _vedete,
vedete come vi aspetta_. Avendo il bastimento tirato un colpo di
cannone, soggiunse: _egli vi chiama_. Presi allora la parola per dirgli:
_in nome di Dio, mio amico, lasciatemi partire_. Ci abbracciammo colle
lagrime agli occhi, e partii accompagnato dai miei amici, e da alcuni
suoi cortigiani. Trovai preparate al porto le scialuppe del Pascià: miei
amici imbarcaronsi meco ad un'ora dopo mezzogiorno, e mi accompagnarono
fino al bastimento, ove li congedai. Immediatamente dopo, il vascello si
diresse al N. E. con buon vento, e si perdette ben tosto di vista la
terra.

Questo bastimento era grande ma cattivo veliero; ed il capitano la più
gran bestia che si potesse trovare. Quand'egli non vedeva più la terra,
non sapeva più dove si fosse, e non sapeva pur fare il più piccolo conto
di stima. Fortunatamente il suo secondo incaricavasi di tutto, e non
rimaneva a quest'imbecille altra incombenza che quella di bevere a
dismisura, e di dormire.

Trovavansi a bordo molti passeggieri, cioè: due negozianti Marocchini,
un ufficiale del Pascià di Tripoli, due o tre piccoli negozianti
Tripolitani, uno scheriffo Marabotto detto Muley Hassen, che vantavasi
di essere stato grande distruttore dei Francesi nella guerra d'Egitto;
cinque in sei donne, e molti pellegrini che andavano alla Mecca, i quali
erano tanto miserabili, che sembravano piuttosto avventurieri che
cercassero di fare fortuna, che persone che andassero a soddisfare ai
doveri della divozione.

L'aria del mare mi era così contraria che ogni tragitto ch'io facevo mi
ruinava sempre più il temperamento: di modo che questa volta mi trovai
estremamente male, avendo dovuto restare due giorni a letto. Il 29 potei
alzarmi, ed avendo fatte alcune osservazioni astronomiche mi accorsi che
in vece di tenere la strada d'Alessandria, ci eravamo alzati in maniera
verso il N. che il bastimento stava per entrare nel mare Adriatico,
sulla direzione di Corfù.

Prevenni il capitano dell'errore, ed egli fece cambiare direzione all'E.
per cercare la costa della Morea, sulla quale giugnemmo dopo quattro
giorni di calma. Si gettò l'ancora all'isola Sapienza in faccia a
Modone.

Questo paese offre una spaventosa prospettiva; sembrando tutto
squarciato da eruzioni vulcaniche. La base del terreno è un'argilla
glutinosa assai tenace, ed il fondo del mare è della stessa specie di
terra, per cui le ancore vi si attaccano con una straordinaria forza.
Avevamo dato fondo a quaranta braccia dalla costa al N. dell'isola
Sapienza, in venti e più braccia di acqua.

Si rimase cinque giorni all'ancora nella medesima posizione, e
quantunque ammalato scesi un giorno a terra, e trovai che la latitudine
settentrionale dell'isola in vicinanza al nostro ancoraggio era 36° 49′
51″; ma la longitudine vuol essere meglio discussa. Osservai altresì la
declinazione orientale dell'ago magnetico di 14° 27′ 0″, non
rispondendo per altro della differenza di uno o due gradi, perchè la mia
bussola sofferta aveva l'avaria d'un colpo di mare nel tragitto di
Laraïsch.

L'isola della Sapienza può avere otto in dieci miglia di circonferenza:
è formata di terra argillosa coperta di roccie calcaree; ed è tutta
sparsa di piccole montagne e di colline. Mancante di ruscelli, di
sorgenti, di pozzi, non ha che un poco d'acqua che si raccoglie quando
piove in alcune cavità delle rupi; ma anche quest'acqua sempre malsana
non conservasi in tempo d'estate. Veruna famiglia vi soggiorna
stabilmente, e soltanto finchè vi si trova acqua vi si conducono alcune
mandre di pecore e di capre, custodite da pastori greci vestiti di una
specie di giubbone, e di un pajo di mutande di pelli dì montone non
spogliate della sua lana. Sembrano sani e robusti, e nella ilarità del
volto mostransi contenti della loro sorte: bella è la loro carnagione,
ed il loro sguardo penetrante e vivo. Siccome non conoscono che il
linguaggio del proprio paese, non potei legar con loro conversazione; ma
parvemi che conservassero ancora un avanzo della politezza e della
urbanità che formavano il carattere degli antichi Greci.

Da questa isoletta vedesi la città di Modone posta sul continente in
riva al mare alla distanza di mezza lega al N. N. O. Vedesi pure a poca
distanza dal continente un isolotto assai alto, sul quale i Russi
avevano nell'ultima guerra piantata una batteria di ventiquattro cannoni
per battere la città: io per altro non so persuadermi, che in uno spazio
così limitato, comecchè opportunissimo all'oggetto, si potessero
manovrare ventiquattro cannoni.

Noi restammo all'ancora; ed il capitano continuava a bevere largamente:
in fine la mattina del sette febbrajo si spiegarono le vele con un vento
d'O. Poco prima gli avevo indicata la direzione che doveva prendere per
tenersi al largo dell'isola di Candia, e andare direttamente ad
Alessandria. Promise di attenersi ai miei ricordi; ma egli aveva
intenzione d'entrare nell'Arcipelago, e di dar fondo sotto qualsiasi
pretesto nel porto di Canea, o di Candia. Perciò durante la notte mutò
direzione all'E., ed in sul fare del giorno mi vidi in faccia alle isole
di Cerigo e di Candia all'imboccatura dell'Arcipelago. Rimproverai al
capitano un'operazione che doveva prolungar molto il nostro viaggio, del
che scusossi, dicendo di non aver potuto fare altrimenti, e che non si
poteva a meno di entrare nell'Arcipelago. In tale stato di cose ci
sorprese una perfetta calma.

I molti capi e montagne della Morea coperte di neve, e le varie isole
poste sull'ingresso dell'Arcipelago presentano una sorprendente veduta.
Tutte le isole assai alte mi parvero composte della roccia medesima
ond'è formata l'isola della Sapienza. Quella di Cerigo che domina
l'ingresso dell'Arcipelago pare ben coltivata, e contiene molti
villaggi. Trovavasi allora occupata dalle truppe Russe.

In sul cominciare della notte si levò un piccolo vento, che facendo
temere al capitano l'avvicinamento della terra, volse la prora al mare,
indi s'addormentò affatto ubriaco.

Il giorno dopo voleva entrare nell'Arcipelago; ma eravamo troppo
lontani. Il vascello con piccoli venti, o contrariato dalle calme
avanzava assai lentamente; ed essendo sopraggiunta la notte prima di
arrivarvi, il capitano rinnovò la manovra del precedente giorno, lo
stesso fece cinque giorni consecutivi: lo che non sarebbe accaduto, e
noi saremmo entrati il secondo giorno nell'Arcipelago, se, vegliando una
sola notte, avesse corso piccole bordate per tenersi nella sua
posizione.

Un giorno si dubitò d'essere minacciati da un pirata; e si approntarono
le armi, ma il pirata s'allontanò rispettando forse la portata del
nostro bastimento, ed il ragguardevole numero di uomini da cui lo vedeva
montato. Il labirinto delle isole dell'Arcipelago favorisce i progetti
di questi assassini, che con deboli barche senza artiglieria, e con
iscarsi equipaggi, ma ben armati e decisi, attaccano bastimenti assai
considerabili: il nostro capitano ed il suo secondo avevano molti anni
esercitato questo nobile mestiere. Allorchè un pirata s'impadronisce di
un bastimento, annega d'ordinario tutto l'equipaggio, e chiunque si
trova con esso, onde non si palesi il segreto; conduce poscia il
bastimento in alcuno dei tanti porti deserti di cui abbonda questo mare,
e colà si gode pacificamente la sua preda: lo che prova evidentemente
che il governo Turco non è capace, o non si cura di distruggere tanta
infamia.

Durante questa nojosa navigazione, eransi consumati quasi tutti i viveri
e l'acqua: molti passeggieri non avevano più nulla da mangiare; ed
eravamo tutti ridotti ad un ottavo di razione d'acqua.

In tale situazione i viaggiatori, ed i marinaj tanto più rattristati, in
quanto che non sapevano vederne il fine, tenevano tutti rivolti gli
occhi sopra di me: ma che potevo io fare con quell'imbecille di
capitano, il quale in mezzo a tanta sciagura continuava ad ubbriacarsi e
dormire?

Finalmente montai sul ponte, feci distribuire parte de' miei viveri, e
somministrai denaro ad una quarantina di sventurati, onde potessero
comperarsi i viveri da coloro che ne avevano. Riconfortata così alla
meglio la gente; rimproverai acerbamente il capitano della sua condotta,
che ci aveva ridotti in così trista situazione. Sentendo il suo torto e
vergognandosi, voltò bordo al N. E., e facendo buona guardia tutta la
notte, all'indomani 14 febbrajo rientrò in un piccolo porto dell'isola
Sapienza, onde vettovagliarsi a Modone.

Questo piccolo porto, detto _Porta-Longa_ è bello e ben chiuso con un
isoletta alla imboccatura, ed un fondo eccellente: vi si può dar fondo
fino a quaranta braccia dalla riva, ed ancora molto più vicino coi
piccoli bastimenti. È capace di dodici o quindici vascelli di guerra che
vi possono restare in tutta sicurezza in qualunque vento, perchè coperto
da tutti i lati, e protetto da montagne.

La stessa sera entrò in Porta-Lunga un bastimento greco proveniente da
Livorno.

La domenica 16 febbrajo io sbarcai a Modone piccola città sei in sette
miglia lontana da Porta-Longa.

Tre grosse figure turche mi ricevettero alla dogana su la riva del mare,
e mi colmarono di gentilezze, invitandomi a prendere il caffè, e mi
offrirono una delle loro lunghe pipe che io rifiutai. Siccome nessuno di
loro intendeva l'arabo, nè verun altro linguaggio da me conosciuto, non
potei rispondere che con segni di riconoscenza alle lor gentilezze. Ci
lasciammo reciprocamente soddisfatti, ed io entrai in città, ove mi era
stata destinata una casa nella contrada principale.

La città di Modone può riguardarsi come una buona fortezza. Posseduta un
tempo dagli Spagnuoli, poi dai Veneziani, fu successivamente fortificata
da quelle due nazioni. E circondata da alte fortissime mura con torri
provvedute di numerosa artiglieria, larghe fosse, controguardie, strade
coperte, palificate, ec., ma ciò che in particolar modo difende i ponti
levatoj e la porta di terraferma è un gran bastione fatto dai Veneziani,
sulle di cui facce vedesi tuttavia il leone di San Marco. La città dalla
banda di terraferma ha una sola porta, e due in sul mare. Vien detto che
abbia inoltre un portello segreto che mette in campagna, e per il quale,
mentre i Russi l'assediavano, i soldati turchi fecero una sortita, e
batterono così aspramente gli assedianti, che furono obbligati a fuggire
abbandonando tutta l'artiglieria, e gli altri effetti di campagna.

Non pertanto questa piazza ha il capitale difetto di essere dalla parte
del N. dominata da una piccola altura, sulla quale può facilmente il
nemico stabilire delle batterie in distanza di sole centocinquanta tese
dal corpo della piazza, senza che questa vi si possa opporre, e di dove
il nemico signoreggia una gran parte della strada coperta, e batte fino
ai piedi della muraglia. Per ovviare a questo inconveniente, gli
Spagnuoli fabbricarono un'altissima batteria nel corpo della piazza; e
questa opera, benchè in parte danneggiata dal fuoco russo, esiste ancora
in buono stato: ma in vece sarebbesi dovuto spianare il rialto
esteriore, che pure non sembra cosa assai difficile. Imperciocchè finchè
resta, le batterie che il nemico sarà sempre in libertà di stabilirvi,
malgrado gli sforzi della piazza, riusciranno ben tosto a far tacere il
fuoco degli assediati; ed in allora gli assedianti possono stabilirsi
liberamente su la cresta della strada coperta, e battere in breccia.

Questa piazza è piena d'una immensa quantità d'artiglieria d'ogni
calibro, d'ogni nazione, di tutte le età, ma questi pezzi sono tutti mal
montati; la maggior parte senza carro, e posti soltanto in prospettiva.

Modone è abitato dai Turchi. Credo che possa contenere un migliajo di
famiglie; e si vuole che abbia settecento soldati pagati dal Gran
Signore. I pochi ch'io vidi mi parvero belli, bianchi, ben fatti, e
sopra tutto ben equipaggiati, e ben vestiti. Le loro armi sono una
piccola carabina, due pistole, ed il _khanjear_, ossia coltello. Vidi
pochissimi cavalli, e questi ancora assai cattivi.

In tempo della mia dimora tutti gli uomini d'arme uscirono di città per
dar la caccia ad una masnada di briganti che pochi giorni prima avevano
sorpreso un villaggio, e scannati gli uomini, le donne, ed i fanciulli.
Queste orribili scene sono sgraziatamente nella Morea assai frequenti;
manifesto argomento della disorganizzazione del governo turco.

Modone circondato di alte mura, con strade anguste, e sucide sembrommi
un soggiorno insalubre, perchè vi si respira un'aria inprigionata, ed
infetta di cattivi odori. Ho inoltre osservato nella campagna che
l'argilla forma un terreno pantanoso e disaggradevole, ed a questa
cagione io attribuisco quell'apparenza di putrefazione che vedesi
egualmente nei legumi e nelle frutta. Il pane molle, ed affatto nero
rassomiglia perfettamente ad un pezzo di fango disseccato per metà; e la
stessa disgustosa apparenza trovai perfino nella carne. Pure gli
abitanti vi si conservano sani e con bei colori; vantaggi che potranno
forse ascriversi alla molta quantità di vino che vi si beve: in
proporzione più considerabile che in qualunque città d'Europa malgrado
la proibizione della legge.

In città non sonovi fonti, ma soltanto pozzi, la di cui acqua non è
bevibile, e quella che vi si beve vien portata dalle bestie da soma, e
presa in un ruscello che scorre a breve distanza dalla città. Eranvi in
altri tempi alcune fonti, ma ne furono minati i condotti.

Quasi tutte le muraglie sono fatte di pietre tagliate; le case sono pure
di pietra, coperte di tegole all'usanza d'Europa, e le strade ben
lastricate. Queste pietre sono di varie specie d'ardesia, di pietra
calcarea, o di marmo grossolano. I palchi delle camere sono di legno. Le
case hanno molte finestre verso strada fatte all'europea, e chiuse da
griglie assai fitte. Alcune porte, ed alcuni archi che preludono qualche
idea d'architettura sono tutte di stile greco, e nulla vi si vede che
ricordi lo stile arabo.

In generale l'aspetto di questa città è trista assai. Il color
cenericcio degli edificj, le tegole dello stesso colore, l'altezza delle
mura, le sozzure che si lasciano nelle strade, il cattivo odore che
n'esala continuamente, la cattiva qualità dei cibi, la scarsezza d'acqua
buona, la povertà e la inazione assoluta degli abitanti che non hanno nè
arti nè commercio, la reciproca loro diffidenza, le diverse loro sette
sempre armate e sempre disposte a battersi, il cupo silenzio che domina
la città, la pubblica ubriachezza, tutto concorre a dare a questa città
l'aspetto di una dimora infernale: pure per le sue fortificazioni può
risguardarsi come una piazza di second'ordine, come ancora per la sua
posizione geografica, che è l'angolo S. O. della Morea, ed il passaggio
dall'Arcipelago ai mari d'Europa. Ella ha pure nelle sue vicinanze
eccellenti porti, che potrebbero renderla un emporio di commercio.

Trovai con una buona osservazione la latitudine settentrionale di Modone
36° 51′ 41″. Una cattiva osservazione precedente dava due minuti meno.
La sua longitudine è quella dell'isola Sapienza che gli sta al S. Non mi
fu possibile di osservarvi le distanze lunari.

Nel tempo del mio soggiorno la temperatura fu fredda, l'atmosfera quasi
sempre coperta di nubi, e piovve spesse volte.

Sopra un isolotto distante poche tese dalla città vi è un castello, o
torre ottagona, composta di tre piani gli uni su gli altri; ed il più
basso è guernito di artiglieria. In questa torre abita il capitano del
porto, e per passare dalla torre all'isola fu costruito una specie di
molo.

Presso Porta a mare eravi anticamente un altro molo, di cui più non
rimangono che le ruine.

Mal tenuto e meschino è il bagno pubblico. Sonovi molti caffè nei quali
i Turchi sono continuamente occupati a bevere, a fumare, ed a giuocare a
scacchi. Vedonsi nella strada principale diverse botteghe mal
provvedute, e di cattivo aspetto.

L'unità monetaria che si usa a Modone, siccome in tutta la Turchia, è
una piccolissima moneta d'argento, o di rame inargentato, che chiamasi
_para_. Centoquaranta para equivalgono ad una piastra spagnuola.

Il _Goeursch_ o piastra turca moneta della grandezza della piastra di
Spagna vale quaranta _para_. È di rame con poca mistura d'argento.

Il _Yuslìk_ dello stesso metallo vale cento _para_.

Il _Mahboub_ del Cairo, moneta d'oro vale cent'ottanta _para_.

Il governatore di Modone la di cui autorità è sempre precaria,
chiamavasi Mehemet Aga allora indisposto.

Il più influente abitante di Modone è certo Mustafà Schaoux, uomo ricco,
che ha l'aspetto perfettamente di grossolano bandito. Esce sempre di
casa armato di coltello e di pistole. Padrone del bagno pubblico, del
grande caffè, e di tutte le biscazze della città e dell'isola Sapienza
tiene l'Agà quasi confinato nel suo alloggio; ed il capitano del porto,
che ugualmente lo teme, non osa d'entrare in città. Il gran caffè è un
asilo sicuro per ogni delinquente. Dopo esservi entrato, non gli resta a
temer nulla per conto della pubblica autorità finchè non sorte da quel
sacro recinto.

Mustafà Schaoux proteggeva la pirateria nella sua isola. Era amico del
mio capitano, e del suo secondo, che mi accompagnò dalla nave alla casa
quando sbarcai. Poichè questi ebbe avvisato i doganieri che conducevami
in una casa di Mustafà Schaoux, tutti chinarono il capo; mi si fecero
singolari distinzioni, e fui spedito all'istante.

Pure questo Mustafà aveva di fresco sostenuta una guerra con una fazione
sollevatasi contro la sua tirannia. Le ostilità durarono più mesi, i
suoi partigiani assai numerosi eransi ritirati ne' suoi caffè e nelle
sue case, di dove facevano fuoco sopra i nemici che uscivano dalle
proprie abitazioni, ed osavano passeggiare per le strade. In fine
trionfò e mantenne il suo dispotismo, che rinforzossi più che mai.
Simili avvenimenti rinnovansi ad ogni istante nella maggior parte delle
provincie sottomesse all'imperatore di Costantinopoli: onde non è
difficile il prevedere che un tal'ordine di cose non può durare lungo
tempo, e che quest'anarchia perpetua, queste parziali sommosse
termineranno col distruggere l'impero de' Turchi.

Ho già detto ch'io ero alloggiato in una casa di Mustafà Schaoux. Suo
fratello erasi incaricato de' miei affari, ed egli medesimo mi faceva
continuamente la sua corte, ripetendo che _Ali Bey era il primo uomo del
mondo_; volendo con ciò farmi sentire che la mia riconoscenza doveva
essere proporzionata ai servigi, ed agli onori che mi rendeva.

Quest'uomo potente e feroce ha una figlia e due figli bevitori quanto il
padre, ed egualmente grossolani e rossi; sicuro pegno della perpetuità
di così nobile razza. La figlia dell'età di circa dodici anni venne
tutta sola a recarmi la mia biancheria: entrando nella mia camera
scoprissi intieramente il volto assai avvenente. Quando rientrò Mustafà
gli chiesi perchè sua figlia avesse tanta libertà; _mio caro Signore_,
mi rispose, _noi non formiamo che una sola famiglia_. Io mi mostrai
grato alla distinzione che si compiaceva d'accordarmi.

Sul rovescio della collina che signoreggia la città è fabbricato il
villaggio dei Greci, nel quale contansi a pena centocinquanta abitanti;
e le loro case hanno l'apparenza dell'estrema miseria. Pure in questo
luogo teneva la sua residenza il solo console straniero che trovavasi a
Modone, quello di Ragusi. Era questi un uomo di gentili maniere; aveva
seco un canonico, prefetto apostolico della Morea, personaggio istruito
assai, e che nel suo lungo soggiorno di Roma aveva acquistata tutta la
delicatezza dell'urbanità romana. Gli altri consoli Europei risiedono
nella città di Corone distante un giorno di viaggio all'E. di Modone.

Tripolizza è la capitale della Morea in cui risiede il Pascià. Si
pretende che la Morea racchiuda 88,000 Greci, e 18,000 Turchi. La
popolazione Greca era in addietro infinitamente più numerosa; ma vessata
di continuo orribilmente da' suoi brutali padroni, soffre ogn'anno una
sensibile emigrazione. Continuando alcun poco ancora lo stesso ordine di
cose, i Greci abbandoneranno affatto la terra de' loro padri. Se le
virtù e le austerità de' costumi non salvarono la fiera Sparta dalla
vergogna della schiavitù, quale mai nazione potrà lusingarsi d'esser
libera!

La parte orientale della Morea forma un separato dipartimento, detto la
_Maïna_, abitato da 30,000 abitanti. Questo dipartimento è sempre
l'appanaggio del Capitan-Pascià della Porta Ottomana, che lo governa a
suo capriccio, e ne percepisce tutte le rendite.



CAPITOLO XXIII.

   _Porta-Longa. — Bastimenti Europei. — Ipsilanti. —
   Continuazione del viaggio. — Burrasca. — Arrivo in Alessandria.
   — Uragano. — Spaventosa burrasca. — Arrivo a Cipro. — Pessimo
   stato del bastimento. — Sbarco a Limmassol._


Io rimasi a Modone fino al 20 febbrajo dì sera, quando il capitano mi
avvisò d'essere pronto a partire. Perciò entrai nella scialuppa che mi
condusse a Porta-Longa, ove trovai tre bastimenti austriaci, i di cui
capitani mi diedero all'indomani una piccola festa.

I venti d'E. ci obbligarono a restare tre giorni in quel porto della
costa orientale dell'isola Sapienza. Due esatte osservazioni fatte in
terra mi diedero la latitudine settentrionale di 36° 46′ 37″.

In questo frattempo si approvisionò la nave di viveri presi a Modone,
come pure d'acqua piovana raccolta nell'isola.

Nell'ultimo giorno entrarono in porto una grande ourca Russa armata, ed
un altro bastimento procedente da Napoli e da Corfù, i quali portavano
ufficiali e soldati Russi sulle coste del Mar Nero.

Vennero a visitarmi un general maggiore ed alcuni ufficiali. Il generale
parvemi un buon uomo; era vestito di nero, con una piccola berretta di
cuojo in capo dello stesso colore, ed una corona composta d'una dozzina
di grani grossi come una noce che teneva in mano. Gli ufficiali avevano
tutti presa l'aria e le maniere inglesi. Erano accompagnati da un Greco,
chiamato Costantino Ipsilanti, nipote del famoso principe di tal nome.
Questo giovane che aveva servito in qualità d'ufficiale nelle guardie
vallone di Spagna, mi parve un dizionario poliglotto ambulante,
perciocchè parlava e faceva versi in dieci o dodici lingue. Io l'udii
parlare inglese, francese, spagnuolo, italiano assai bene:
sgraziatamente per altro con tante cognizioni e talenti, le sue idee
erano frequentemente confuse.

Poichè si ritirarono, io mandai loro un piccolo regalo di latte, e di
rinfreschi, cui corrisposero con una scarica generale dell'artiglieria
dei due bastimenti. Ipsilanti mi spedì i seguenti versi:

    «Volerà di lido in lido
      La tua gloria vincitrice,
      E d'oblio trionfatrice
      La tua fama viverà.

    «E non solo in questi boschi
      Sarà noto il tuo coraggio
      Ma ogni popolo più saggio,
      Al tuo nome, al tuo valore
      Simulacri innalzerà.»

            «In segno di verace stima
               e profondo rispetto
         «L'infimo sì, però servo sincero
            _Costantino Ipsilanti_.»

Se come pare questi versi improvvisati sono suoi, può riguardarsi il
Greco Ipsilanti come l'uomo attualmente più istrutto della sua nazione.

All'indomani mattina 21 febbrajo si mise alla vela per continuare la
nostra navigazione al S. O., avendo il capitano alla fine risolto di
passare al largo di Candia senza entrare nell'Arcipelago.

Il vento di N. O. cominciò a rinfrescarsi a mezzodì, e verso sera erasi
cangiato in decisa burrasca. Si corse tutta la notte, ed il susseguente
giorno con colpi di mare terribili; ma in su le nove della sera il vento
calmossi alquanto, ed il pericolo cessò.

Moderati furono i venti del susseguente giorno benchè il mare
continuasse ad essere grosso. Io trovavami in un estremo stato di
debolezza; niente potendo mangiare o ritenere nello stomaco, e vomitando
sangue. Quasi tutti i passeggieri trovavansi egualmente ammalati, e nel
più compassionevole stato. Il capitano peggiorava i nostri mali
prolungando il tragitto, perchè faceva di notte piegar le vele onde
poter dormire a suo agio, dopo aver passata un'ora a cantar canzoni in
onore di Bacco in mezzo alle bottiglie; ciò che non lasciò di fare in
tempo di burrasca. Io non avrei mai creduto d'incontrarmi in un capitano
Turco così dedito all'ubbriachezza, e così poco guardingo nel celarla.
Molte volte pregavami di alzarmi per osservare la nostra posizione,
perchè egli non teneva verun conto di stima, nemmanco per
approssimazione; e trovavasi come un cieco in alto mare senza sapere da
qual parte andare: cosa che faceva disperare i passeggieri, onde mi
pregavano tutti a levarli da tanto imbarrazzo.

Portato a guisa d'un moribondo su le spalle di alcuni uomini veniva
spesso sul ponte. E perchè non avevasi veruna stima della nostra
posizione, feci varie osservazioni del Sole e di Venere, e per
approssimazioni successive, fui a portata di determinare con esattezza
il nostro punto, che trovai di già ben vicino ad Alessandria. Tale
notizia rincorò tutti i passaggieri.

All'indomani mattina 3 marzo avendo trovato che la nostra longitudine
era vicinissima a quella di Alessandria, feci drizzar bordo al S. per
trovar terra. Si scoperse infatti prima di mezzogiorno, e da
quest'istante la gioja fu universale. Ma perchè è una spiaggia assai
bassa ed uniforme, non trovavo verun punto che me la facesse
distinguere.

Osservai la latitudine meridionale, e la trovai quasi affatto la stessa
di quella d'Alessandria. Feci girar di bordo all'E. con vento fresco di
N. O. che ci faceva avanzare gagliardamente.

Ad un'ora e mezza si scopri Alessandria in faccia a noi. Due ore dopo
eravamo già presso al porto; e le case sembravano tanto vicine da
toccarsi colla mano: tutti saltando per allegrezza, si vestivano, e
disponevansi a scendere a terra; già preparavansi le ancore.... Nel
medesimo istante in cui afferravamo la bocca del porto col vento più
favorevole, uno spaventoso colpo d'uragano colpisce la nave ed
impietrisce il capitano.

Il suo secondo, ed i marinaj si ostinano a voler entrare in porto; il
capitano vi si oppone, si fa ubbidire a colpi di bastone, e correndo sul
ponte rimette la prora al mare. Si scongiura di prendere l'altro porto
d'Alessandria, o quello d'Aboukir: ma sordo alle preghiere riprende il
mare, e ci porta in seno alla burrasca la più orribile che immaginar si
possa.

La furia del vento e delle onde s'accrebbe a segno che verso sera tutti
i passeggieri si credettero perduti, e già imploravano ad alte grida la
Divina misericordia. Salii sul ponte, e vidi uno spettacolo d'orrore. Le
onde più alte assai del vascello venivano le une sulle altre a
rompervisi contro; e formavano come una specie di nebbia densa, che a
traverso dalla incerta luce del crepuscolo confondeva la vista del cielo
con quella del mare; tutti gli oggetti sembravano d'un color grigio che
piegava al rossiccio; le vele erano squarciate, il bastimento faceva
acqua da tutte le parti, e le pompe non bastavano per diminuirne la
quantità. La maggior parte de' passeggieri tremanti, sembravano
moribondi; molti marinai erano feriti, sia pei colpi loro dati dal
capitano, sia per le cadute ed i colpi della manovra. Il bastimento era
raggirato come una palla da giuoco tra i due elementi che lo battevano.
Tale fu io spaventoso quadro che s'offerse a' miei occhi. Il capitano mi
s'avvicinò colle lagrime agli occhi, e mi disse; _che potrei io fare,
Sedi Alì Bey? Se è volontà di Dio che noi moriamo qui, questa notte, che
andiamo noi ad essere?_.... Io gli risposi soltanto: _Ah! capitano_....
e non volli proseguire, perchè la cattiva sua condotta, e la sciocca sua
ostinazione ne avevano condotti a tale estremità, ch'egli avrebbe potuto
schivare entrando in uno dei porti d'Alessandria, o meglio ancora s'egli
avesse vegliato la precedente notte; nel qual caso saremmo entrati in
porto avanti il mezzogiorno.

Questa terribile burrasca si andò alquanto calmando in sul cominciar
della notte. Così urgente pericolo non impedì al capitano di chiudersi
nella sua camera, ove poich'ebbe bevute alcune bottiglie di vino
s'addormentò così tranquillamente come se fosse stato all'ancora. Lo
stesso fece il suo secondo poich'ebbe fatto assicurare il timone. I
marinai stanchi e senza capo, sparirono l'un dopo altro andando per
dormire sotto coperta. Io rimasi sul ponte con un marinajo maltese e due
napolitani. Quale spettacolo presenta una nave della grandezza di una
fregata, sbattuta da violenta burrasca, facendo acqua in ogni lato,
senza capitano, senza piloto, senza marinaj, col timone attaccato, e
totalmente abbandonata al furore dei venti e delle onde!

Alle dieci ore della sera il vento rinforzò ancora, ed i colpi di mare
si resero più gagliardi e più frequenti. Vedendo che la burrasca
prendeva nuovo vigore, ero preparato ad una crisi terribile nell'atto
del passaggio della luna per il meridiano; e non potendo assolutamente
contare sul capitano, nè sull'equipaggio, ritenni ogni cosa perduta.

Alle undici ore la luna passò il meridiano, crebbe la burrasca, ed a
mezzanotte era più orribile che mai. Malgrado la luna, ci trovavamo tra
le più dense tenebre; montagne di flutti ne coprivano di quando in
quando, e la pioggia, e la grandine alternavano col furore del mare. I
lampi illuminavano questa scena d'orrore, ma non si udiva il fracasso
del tuono, reso nullo da quello delle onde somigliante al ruggito di
mille lioni e tori; e per colmo di sventura il bastimento, in tale
estremità era, per così dire, abbandonato dal capitano e
dall'equipaggio!... Io mi trovavo affatto debole, ed omai fuori d'ogni
speranza di salvezza: ma la considerazione che vent'anni di vita più o
meno passano come un sogno, ed alcune altre riflessioni calmarono il mio
spirito; e rimasi alcun tempo aspettando tranquillamente il fatale
istante.

La burrasca continuava colla medesima forza. Vidi più volte cadermi il
fulmine vicino, e parvemi ancora di averlo altra volta osservato guizzar
dal mare verso le nubi. Ottenni intanto di risvegliare il secondo ed
alcuni marinaj, i quali cominciarono a pompar acqua, mentre il secondo
ch'era un uomo colossale, preso il timone, cercava di presentar la prora
alle onde: queste due operazioni furono assai utili. Finalmente alle due
ore dopo la mezzanotte vidi innanzi alla prora risplendere una fiamma
che parvemi avesse tre piedi di diametro; ma perchè non potevo
calcolarne la distanza non mi fu possibile di conoscerne l'effettiva
grandezza. La sua esplosione si eseguì senza lampo e senza apparente
movimento; la sua luce brillante come il sole durò tre in quattro
secondi. La figura di questa meteora parvemi quella d'un sacco che si
vuota, e di cui si svolge la tela. Turchino e rossastro fu l'ultimo
raggio di luce.

Lo sparire della meteora fu seguito da un orribile colpo di mare, di
vento, di grandine, che durò fino alle tre ore. Allora la tempesta
cominciò a scemarsi quantunque fosse ancora assai violenta fin dopo il
levarsi del sole; continuando a mantenersi tutto il giorno il vento N.
O., e l'onda grandissima.

Il cinque di marzo poi ch'ebbi osservata la mia posizione, il capitano
decise che non potevasi arrivare ad Alessandria; e risolse di passare a
Cipro. Diressi perciò la nave a quella volta, ed in tre giorni di
navigazione con venti sempre furiosi, ed il mare grossissimo, si diede
fondo nella rada di Limmassol nell'isola di Cipro il 7 marzo 1806.

Come potrei io descrivere il miserabile stato del nostro bastimento?
Tutte le vele squarciate, e senza averne di cambio; il corpo faceva
acqua in ogni lato a segno che le pompe dovevano sempre essere in
azione; tutte le genti ammalate; venti che sembravano prossimi a
spirare: uno era morto il giorno 4, ed il suo corpo era stato gettato in
mare, un altro morì il giorno che si prese porto, due altri erano
agonizzanti, e due impazziti. Gli uomini dell'equipaggio ajutandosi a
vicenda per iscendere a terra fuggirono tutti lasciando il capitano a
bordo con tre o quattro marinaj turchi. Tutti ci affrettammo di
sbarcare. Gli abitanti in vista dell'infelice stato del bastimento, se
ne allontanarono: niuno voleva montare a bordo; e fu duopo che il
governatore della città ordinasse ad alcuni calafattaj di chiudere
almeno le principali aperture del carcasso per salvar la nave, che
faceva temere di colare ben tosto al fondo.

Si pretese che la cattiva acqua dell'isola Sapienza avesse pregiudicata
la salute della nostra gente, e che il vapore di alcuni quintali di
zafferano avesse viziata l'aria del bastimento: ma il peggio di tutto
fu, che in molti giorni che fummo agitati dalle burrasche, furonvi
sempre più d'ottanta persone chiuse sotto senza la menoma apertura per
respirare: tutti eravamo tristi ed abbattuti non avendo altro che pochi
cibi freddi, e gli escrementi di tante persone gettate in fondo alla
cala. Da ciò è facile l'immaginarsi lo stato di quegl'infelici. Rispetto
a me, fortunatamente la camera di poppa ov'io ero solo, non aveva
comunicazione colla sotto coperta.

Allorchè sbarcai a Limassol mi si presentarono alcuni Turchi e Greci; ai
quali avendo chiesto un alloggio, mi condussero in una bella casa, di
cui ne presi possesso coi miei domestici. In seguito venne ad offrirmi i
suoi servigi il governatore turco che è un agà, e spedì due scialuppe
con un ufficiale per isbarcare i miei effetti, che alla dogana non
furono visitati. In ogni cosa fui trattato con quella delicatezza che
avrei potuto desiderare nella più cortese città d'Europa.

Colui che qui aveva cura de' miei affari era il più ricco greco,
Dometrio Francondi, allora vice console d'Inghilterra, e di Russia, e
console di Napoli: parlava assai bene l'italiano, ed era egualmente
rispettato dai greci, e dai turchi.

Era alloggiato in sua casa un inglese chiamato il sig. Rich, che
risiedeva al Cairo, come egli diceva, per amministrarvi gli affari della
compagnia delle Indie. Questo giovane preveniente che parlava senza
stento il turco, ed il persiano, ed aveva adottati gli usi e le
costumanze mussulmane mi accompagnava spesso a pranzo, e parlavami
sempre con entusiasmo di Mamlouk Ali-Bey.

Trovavasi pure presso il sig. Francondi un eunuco nero, ch'era uno dei
quattro capi del serraglio del Gran Signore: chiamavasi Lala, e si
recava alla guardia del sepolcro del Profeta a Medina. Allorchè arrivò a
Limassol rimase mortalmemte ferito da alcuni soldati, che avevano
attaccato uno de' suoi domestici; e questo uomo dotato del più dolce
carattere che mai possa immaginarsi, perì vittima di tale accidente.

Uno de' miei domestici era ammalato in conseguenza delle fatiche
sofferte sul bastimento. Eranvi nella moschea molti altri sventurati
nello stato medesimo.

Il 21 marzo morì una delle donne ch'erano sulla nave, il 25 si perdette
un altro passeggiere, ed un altro mio domestico ammalossi il giorno 23.



CAPITOLO XXIV.

   _Viaggio a Nicosia. — Descrizione di questa città. —
   Architettura. — Visite d'etichetta. — Arcivescovi, e Vescovi. —
   Tributi dei Greci. — Donne. — Ignoranza. — Chiese Turche. —
   Moschee._


Trovandomi nel paese reso famoso dalle descrizioni che fecero i poeti
delle gentili avventure della madre d'Amore, volli visitare i siti più
celebri di Citera, d'Idalia, di Pafo, d'Amatunta, accompagnato soltanto
dal sig. Francondi, da suo figlio, e da quattro domestici. Il 28 marzo
1806 partii alle cinque del mattino, prendendo la strada all'E.

Appena passato il fiume d'Amatunta che scorre al S. per isboccare poco
dopo in mare, trovai in riva al mare stesso le ruine della città, di cui
vedremo più sotto la descrizione. Di là seguendo la stessa direzione al
N. O., entrai nelle montagne, ove a mezzogiorno fui sorpreso dalla
burrasca, ed all'un'ora e un quarto giunsi al villaggio di _Togui_.

Il paese attraversato questo giorno offre le più ridenti prospettive. Da
Limassol alle ruine la strada costeggia il mare, e la terra offre
piccole pianure dolcemente inclinate che vanno a terminarsi in amene
colline coperte di un bel verde. Al di là delle colline innalzasi una
catena di alte montagne, le di cui cime erano coronate di neve. Il suolo
formato di una terra vegetabile rossiccia è fertilissimo.

Le montagne attraversate dalla strada hanno un pendio assai dolce, e la
più rigogliosa vegetazione anima questo grazioso paesaggio.

Il villaggio di Togui, le di cui case sono brutte, e mal fabbricate,
trovasi in una pittoresca situazione sul declivio di due colline,
abitata l'una dai greci, l'altra dai turchi. Passa tra le due colline un
piccolo fiume sotto un ponte d'un solo arco, sopra il quale è fabbricata
la chiesa de' greci dedicata a S. Elena.

Il 23 marzo partii alle sette ore ed un quarto, seguendo sempre la
direzione dell'E., un'ora dopo si attraversò il fiume Scarino, che
scorre al S., ed alle tre ore un altro fiume che va dalla stessa banda.

Alle nove e mezzo la strada piegò al N E., s'incominciò a salire sulle
alte montagne. Si giunse alla sommità alle undici, e discendendo per un
dolce pendio si attraversò mezz'ora dopo un villaggio, chiamato Corno,
ove si entrò a mezzogiorno nel monastero greco di _Aià Tecla_ (Santa
Tecla).

Sortendo dal monastero ad un'ora e mezzo mi diressi al N. N. O. Alle due
si guadò un piccolo fiume, e dopo un altro mi lasciai alle spalle il
villaggio Traforio posto a piccola distanza dalla strada. Proseguendo
trovammo a destra altro villaggio detto Tisdarchavi, ed attraversato un
torrente, si giunse alle sei ore, tenendo sempre la stessa direzione,
nella città di Nicosia capitale dell'isola.

Il paese ci presenta in principio piccole montagne fatte a scaglioni, e
coperte di freschissima verzura, che ad ogni tratto ci offrivano ridenti
prospettive veramente degne dell'amabile divinità cui era consacrata
l'isola. Il suolo è composto di una eccellente terra vegetabile, quale
potrebbe desiderarsi per un giardino. Le alte montagne sono formate da
una roccia cornea a varie degradazioni di color verde, dal verde pomo
fino al verde cupo; e vi si trovano ancora dei pezzi di cornea assai
bella, e lucidissima.

Fermai un'istante il mio cavallo per esaminare queste roccie. Il sig.
Francondi mi disse: _queste roccie chiamansi Rocche di Corno_. Gli
chiesi, com'erasi formato tal nome, ed egli mi rispose; _da un luogo che
vedremo tra poco_. È questo quel luogo di cui feci cenno nel descrivere
la strada. Se è accidentale quest'incontro del nome vernacolo d'un
villaggio colla denominazione mineralogica, sarebbe assai singolare; e
nel contrario supposto qual mineralogista avrà fondato, o denominato
così il villaggio di Corno? Sulla origine di questo villaggio non
poterono darmi veruna notizia, lo che è una prova della sua antichità.
Può avere, a dir molto trenta case, ma la sua posizione in mezzo ad una
valle coperta d'ulivi e di cavoli è veramente deliziosa. Gli abitanti
sono quasi tutti fabbricatori di stoviglie.

Queste montagne sono tutte sparse di cipressi selvaggi che formano
macchie assai graziose. Quest'albero indigeno di Cipro, ne ha pure
ricevuto il nome. Tra gli strati di roccia cornea vedonsi alcune vene e
piccoli filoni di quarzo; ma non mi riuscì di vedervi verun indizio di
granito. Che tali montagne siano metallifere, ne fanno prova la mica
ch'esse contengono, e gli ossidi di rame e di ferro.

Dopo avere attraversato due ore dopo mezzogiorno un ruscello si entrò in
un piano di una cattiva terra argillosa. Il piano può avere una lega di
diametro, ed è chiuso all'E. da montagnette di pura argilla bianca,
affatto sterile ed ignuda. Trovasi in sull'uscita di questo piccolo
deserto un poco di terra vegetale, ma d'inferiore qualità. Tutte le
pianure seguenti non presentano nè la fertilità, nè la bellezza della
parte meridionale dell'isola.

Il monastero di Santa Tecla è in una ridente situazione sul pendio delle
montagne cornee. Vi abita un solo monaco con molti domestici, e
lavoratori che coltivano le terre del monastero. L'Arcivescovo di
Nicosia, vero principe dell'isola, gode le entrate di questo monastero e
di molti altri. Sotto alla chiesa di Santa Tecla sorge una fonte di
eccellente acqua. La chiesa è ben tenuta; è nel monastero vi sono celle,
ed abitazioni pei viaggiatori.

L'estensione di Nicosia, capitale dell'isola, la renderebbe capace di
centomil'abitanti; ma è spopolata affatto: vi si vedono in vece di case
molti orti assai vasti, e molti tratti di terreno ingombrati di ruine.
Mi fu detto che attualmente non aveva più di mille famiglie turche, ed
altrettante greche.

Questa città, posta sopra un rialto di alcuni piedi in mezzo ad un vasto
piano, gode di un'aria purissima e di una amena vista. Scoscesa è la
circonferenza del rialto, che serve di muro alla città con parapetto di
pietre tagliate, e mezze lune ad angoli salienti e rientranti, di modo
che è suscettibile di regolare difesa, ciò che gli dà un'importante
aspetto. Ha tre porte dette di Pafo, di Chirigna, di Famagosta. L'ultima
è magnifica essendo formata di una volta cilindrica che copre tutta la
salita dall'inferior piano della campagna fino al superiore ov'è posta
la città. A metà della salita v'è una cupola compressa, o segmento di
sfera, nel centro della quale trovasi una fenestrella circolare per
ricevere la luce. Questo monumento tutto formato di pietre tagliate, e
di marmo comune rammenta l'eccellenza della greca architettura. La parte
di città abitata dai greci non è affatto priva di belle strade; ma tutte
le altre sono anguste affatto, ed inoltre sucide. e non selciate.
Vedonsi alcune case molto belle, ed alcune ancora assai grandi. Quella
in cui io alloggiai, e che apparteneva al _dragomano di Cipro_ primo
impiegato della nazione greca nell'isola può dirsi un vero palazzo, ed è
vagamente ornata di colonne, di giardini, di fontane.

Qui gli edifici sono costrutti affatto diversamente da quelli di
Barberia: colà non ricevono luce che dalla porta, qui per lo contrario
non vedesi muro interno od esterno che non abbia due ranghi di finestre
poste le une sopra le altre, ed in tanto numero, che nella camera da me
più frequentata, la quale aveva 24 piedi in lunghezza sopra dodici di
larghezza, se ne contavano quattordici oltre la porta. Il superiore
ordine di finestre è chiuso da una griglia esterna, ed internamente di
vetri: le inferiori hanno griglie, vetri ed imposte. Questa disposizione
produce un buon effetto in case che hanno il tetto assai alto; e non
devo dimenticar di dire che anche i muri di separazione, hanno le loro
finestre come gli esterni. I corritoi o gallerie sono egualmente
provvedute di griglie.

Il tetto ed una parte della scala sono fatti di legno; di marmo i
pavimenti di tutte le camere, come pure i pilastri delle porte e delle
finestre, ed il primo filare delle case: il rimanente delle muraglie è
fatto di sassi comuni, di mattoni malcotti, e di calce. Il coperto non è
di tegole, è piano, ed assai pesante: ed è forse a questa dannosa
pratica che si deve imputare la distruzione di tutti gli antichi
edificj, de' quali non altro rimane al presente che il palazzo, il quale
vien chiamato _Scraya_, ossia Serraglio, monumento vasto e mal
distribuito ove dimora il governatore generale dell'isola.

L'antica cattedrale d'_Aïa Sophia_ (Santa Sofia), grandioso fabbricato
gotico, fu ridotto in moschea di turchi, che coprirono le colonne con un
grosso strato di calce, onde sembrano mostruosi cilindri: vi aggiunsero
due torri assai ben fatte, ma discordanti affatto dal totale della
fabbrica.

Perchè la legge ordina di pregare volgendosi verso la Mecca, non essendo
questo tempio stato fatto pel culto mussulmano, si dovette nell'interno
del medesimo alzare delle facciate o frontispicj di legno, posti
obliquamente nella direzione della linea della Mecca, onde poter pregare
nella situazione prescritta.

Tutti i Vescovi dell'isola erano venuti a Nicosia per ricevervi il nuovo
governatore generale; e vi si trovavano egualmente molti de' più
distinti personaggi dell'isola.

All'indomani del mio arrivo venne a trovarmi il Vescovo di Lamarca
accompagnato da numerosa comitiva. Lo conobbi uomo di buon senso, di
molto giudizio, ed assai istruito.

Il susseguente giorno accolsi la visita del Vescovo di Pafo, che
quantunque giovane, mi parve assai destro, l'altro Vescovo di Chiriga,
era gravemente indisposto.

L'Arcivescovo ritenuto dall'estrema sua vecchiaja, e dai dolori della
gotta, mi mandò il suo Vescovo _in partibus_ che ne fa le veci; il quale
venne a trovarmi accompagnato dall'_archimandrita_, dall'economo, e da
altri cinquanta preti. I tre dignitarj mi fecero mille scuse in nome
dell'Arcivescovo, che malgrado il suo stato, voleva assolutamente farsi
trasportare, se non n'era impedito.

Tra le molte riguardevoli persone, che mi frequentavano, distinsi in
particolar maniera il sig. Nicolao Nicolidi, incaricato della dragomania
di Cipro in assenza del Dragomano. Egli parla con tanta eloquenza anche
improvvisamente, ch'io gli diedi il soprannome di moderno Demostene.

Il terzo giorno andai a visitare il governatore generale, che mi
ricevette in grande cerimonia, circondato da molti ufficiali, soldati, e
domestici armati fino ai denti. Alla porta della sala eravi una
sentinella in piedi con una scure in ispalla.

Il governatore si alzò per ricevermi, e mi fece sedere al suo fianco
sopra un magnifico sofà. Lo trovai uomo di spirito, pieno di fuoco, e mi
fu detto ch'era assai colto. La conferenza che fu molto lunga, s'aggirò
specialmente intorno ad oggetti politici. I signori Nicolidi e
Francondi, che mi avevano accompagnato, mi servirono da interpreti,
perchè il governatore non parlava l'arabo, nè alcuna lingua europea, ed
io non intendeva la turca. Il governatore riccamente vestito, aveva una
superba pelliccia. Gli fu recata la sua pipa persiana, che presentò a
me, ed io rifiutai per non essere avvezzo a fumare. Sei paggi dell'età
di quindici anni, di bella e vantaggiosa statura, doviziosamente vestiti
di raso, e di finissimi _scialli cachemiri_ servivano di caffè; ed in
appresso mi profumarono e mi spruzzarono d'acqua di rose. Partendo, il
governatore volle accompagnarmi fino alla porta dell'appartamento.

Passai in seguito nella camera d'un suo fratello, che è un buon vecchio:
ci fece anch'egli servire di caffè, e si accese d'entusiasmo per me
quando seppe ch'io mi disponeva a fare il viaggio della Mecca, ov'egli
era stato più volte. Mi diede alcuni consigli, e ci separammo egualmente
contenti l'uno dall'altro.

Terminata la visita al serraglio passai al palazzo dell'Arcivescovo.
Trovai alla porta l'archimandrita e l'economo, con venti in trenta
domestici per ricevermi. A piè della scala fui preso da molti preti, e
portato fino alla prima galleria, ove mi ricevette il Vescovo _in
partibus_, con molti altri preti. Nella seconda galleria trovai
l'Arcivescovo. Questo venerabile vecchio quantunque avesse le gambe
straordinariamente enfiate, erasi fatto colà trasportare dal Vescovo di
Pafo, e da cinque o sei altre persone, per venirmi incontro. Gli feci
degli amichevoli rimproveri per essersi presa tanta pena, e presolo per
mano lo seguii nella sua camera.

Il dottor Brunoni medico italiano domiciliato a Nicosia, il quale aveva
tutte adottate le usanze, i costumi, e le greche maniere, mi servì
d'interprete. È questi un uomo di bell'umore, accorto assai, e senza
verun pregiudizio.

Il venerabile Arcivescovo mi fece il racconto delle violenti vessazioni
sofferte nel precedente anno dai turchi ribelli dell'isola; ed io
procurai di consolare questo cuore ancora esulcerato dalle recenti
ingiurie. Si parlò assai intorno a ciò, e dopo i consueti onori del
caffè, de' profumi, e dell'acqua nanfa, ci separammo presi da
vicendevole affetto.

Visitai in appresso nelle loro abitazioni l'economo e l'archimandrita,
ove trovai pure il Vescovo di Pafo, ed il Vescovo _in partibus_. Ma
quale non fu la mia sorpresa, allorchè sortendo vidi ancora il
venerabile Arcivescovo nella galleria, ov'erasi fatto condurre per darmi
un'ultimo addio! Non saprei dire quanto mi toccasse questo tratto del
venerando vecchio. Volli fargliene un dolce rimprovero, ma la parola si
spense sulle mie labra.

L'Arcivescovo di Cipro patriarca indipendente in seno della chiesa
greca, è inoltre il principe, o capo supremo spirituale e temporale
della nazione greca nell'isola. Egli risponde verso il Gran Signore
delle imposte e della condotta de' Ciprioti greci. Per non entrare nelle
particolarità degli affari criminosi, e per iscaricarsi di una parte del
governo temporale, ha delegati i suoi poteri al _dragomano di Cipro_, il
quale in forza di tale delegazione è diventato la primaria autorità
civile: egli trovasi per il rango e per le attribuzioni eguale ad un
principe della nazione, perchè il governatore non può far nulla contro
un greco senza la partecipazione e l'intromissione del dragomano, che
trovasi pure incaricato di portare a' piè del trono del Gran Signore i
voti della nazione.

Eravi stata l'anno avanti nell'isola una gagliarda sommossa de' turchi
contro il dragomano. Essendosi costoro impadroniti di Nicosia vi
commisero infinite atrocità contro l'Arcivescovo e contro gli altri
greci, uccidendo coloro che rifiutavansi di dar loro del danaro. Il
dragomano fuggì a Costantinopoli, ove non solo vinse la causa in favore
dei greci, ma ottenne ancora l'ordine di far marciare un pascià con
truppe della Caramania, contro i ribelli ch'eransi chiusi in Nicosia.

In così difficile situazione l'economo fu l'angelo tutelare della
nazione, essendo riuscito coi suoi talenti a calmare alquanto il furore
dei faziosi.

Dopo varj combattimenti questi entrarono in trattative col pascià, il
quale per l'intromissione di alcuni consoli europei, promise di non
castigarli. A tale condizione i ribelli aprirono le porte della città:
ma senza aver riguardo alla data fede, il pascià appena entratovi ne
fece decapitar molti.

Questo avvenimento umiliò i turchi dell'isola, ed incoraggiò i greci che
affettano una certa qual'aria d'indipendenza. Il dragomano trattenevasi
tuttavia a Costantinopoli; ma se io non potei conoscerlo personalmente,
le sue opere da me vedute lo fanno conoscere per un uomo dotato di
spirito e di talento.

Ho di già fatto osservare che in ciò che spetta allo spirituale
l'Arcivescovo di Cipro è patriarca indipendente: e perciò egli non ha
veruna relazione col patriarca di Costantinopoli, ma bensì con quello di
Gerusalemme per rispetto ai luoghi santi, i di cui sacerdoti possedono
alcune proprietà nell'isola.

L'Arcivescovo conferisce i vescovadi e le altre dignità, ed impieghi
ecclesiastici dietro la presentazione del popolo; ed accorda le dispense
matrimoniali ne' gradi proibiti.

L'Arcivescovo, i Vescovi, e gli altri grandi dignitarj non possono
ammogliarsi: ma viene permesso d'aver moglie ai semplici sacerdoti
secolari, i quali la sposarono avanti di diventar preti: e se questa
muore non possono passare a seconde nozze. L'attuale Arcivescovo è
vedovo, ed ha un figlio. I monaci sono a perpetuità obbligati al
celibato.

L'insegna distintiva de' preti consiste in una berretta di feltro nero,
angolare per gli ammogliati; rotonda in forma di cono rovesciato per i
celibatarj, e per i monaci. I Vescovi hanno il distintivo di un piccolo
nastro violetto intorno al capo, e vestono frequentemente una stoffa
dello stesso colore. Gli altri preti sono per lo più vestiti di nero.

I greci sono subordinati assai e rispettosi verso i loro Vescovi: quando
li salutano, si prostrano, si cavano la berretta, gliela presentano
rovesciata; e quasi in presenza loro non osano parlare. Vero è che i
Vescovi sono come punti di riunione per questa nazione schiava, e quelli
cui devono la loro qualsiasi esistenza; e quindi l'interesse loro
proprio vuole che diano ai prelati quella importanza politica che i
medesimi turchi riconoscono, se dobbiamo giudicarlo dal modo con cui
questi li trattano, e per la deferenza, e, dirò ancora, per il rispetto
che gli dimostrano. Nelle loro case, i Vescovi spiegano un lusso
principesco, non sortendo mai senza un numeroso seguito; e facendosi
portare quando ascendono una scala.

I greci pagano al Vescovo la decima e la primizia de' frutti,
gl'incerti, le dispense, ed altre molte elemosine.

Siccome questi principi riscuotono le imposte della nazione per pagare
al governo turco l'ordinario tributo, ciò dà luogo tra di loro ad una
specie di monopolio. Il governo turco non potè mai sapere con precisione
il numero de' greci dell'isola. Essi confessano un totale di
trentaduemila anime: ma le persone istruite portano la popolazione greca
a centomila. Nel precedente anno il governo aveva mandato un commissario
per fare il censo esatto della popolazione greca, ma questi fu
guadagnato coll'oro, e partì senza far nulla. Quest'amministrazione
delle imposte produce ai capi un immenso guadagno; ed il popolo soffre
in silenzio per timore di peggio.

I greci pagano al governo il tributo di cinquecentomila piastre all'anno
per il soldo della guarnigione di quattromila soldati turchi; numero ben
lontano dall'essere giammai compiuto. In oltre il Gran Signore
percepisce ancora due in trecentomila piastre sull'esportazione dei
cotoni, ed altri prodotti dell'isola. Tali somme riunite a quelle che il
governo generale, ed i governatori particolari esigono, possono portare
le imposizioni ad un millione di piastre che i Ciprioti greci pagano ai
turchi. Ma i Vescovi, e gli altri capi della nazione ne percepiscono
assai di più.

I greci non sono meno gelosi dei turchi; e tengono le donne loro in
luoghi così appartati, che non è possibile di vederle. Quelle che io
scontrai sulle strade erano coperte ed avviluppate in una tela bianca,
come le donne turche; e non si vedono a viso scoperto se non le vecchie,
e le deformi affatto. Il loro abito non è senza eleganza: ma dispiacemi
assai una specie di berretta in figura di cono ch'esse portano in capo.
Rispetto agli uomini sono generalmente ben fatti, ed hanno una bella
tinta. I ricchi portano sempre degli abiti lunghi come i turchi, dai
quali non si distinguono che pel turbante turchino; e molti ne hanno
pure di altri colori, e perfino di bianchi, senza che i turchi gli
muovano querela. In generale osservai, che tutti i greci dell'isola, non
esclusi i pastori, i giornalieri, ed i poveri, erano decentemente
vestiti.

Mancando i greci di scuole pubbliche nell'isola per istudiarvi le
scienze sublimi, sono assai poco istruiti. Pure si fa ancora travedere
l'antico spirito de' loro padri, e vi si trovano non di rado uomini
pieni di fuoco, e di eccellenti disposizioni; ma la massa della nazione
avvilita dalla schiavitù è pusillanime, ignorante, e vile.

Essi adoprano l'antico calendario senza la correzione gregoriana, onde
il loro computo trovasi arretrato di dodici giorni da quello d'Europa;
resta ugualmente indietro dal corso solare, talchè se non viene
corretto, verrà un tempo in cui il calendario noterà il mese di luglio
nel solstizio d'inverno, o i giorni del freddo nella canicola.

La quaresima che i greci osservano rigorosamente è più lunga una
settimana di quella dei cattolici. Durante questo tempo di penitenza non
mangiano nè carne, nè pesce, nè cose di latte; e si fanno per fino
scrupolo di adoperar l'olio; onde il loro cibo si riduce al pane, ed a
poche olive. Essi credonsi i soli ortodossi, perchè suppongono d'aver
conservato il rito greco primitivo, e trattano di scismatici i cristiani
latini. Hanno tutti i Sacramenti ammessi dalla chiesa Romana; ma
consacrano l'Eucaristia col pane fermentato.

Il santuario delle chiese greche è separato dalla nave per una sbarra di
legno coperta di quadri dipinti secondo il cattivo gusto che regnava in
tempo del basso Impero. Questa sbarra ha nel mezzo una larga porta, ed
altre più strette, una da ogni lato, che servono per entrare nel
santuario, in mezzo al quale s'inalza un piedestallo quadrato coperto, e
circondato da una piccola balaustrata di legno. Vedonsi su questo
piedestallo alcuni piccoli quadri, il messale, ed altri arredi. I
ministri del culto che possono soli entrare in questa parte della
chiesa, dicono la messa, per quanto mi fu detto, colle tre porte chiuse,
che si aprono soltanto a certi tempi fissati dal rituale. I fedeli
stanno nella nave, e la loro immaginazione supplisce alla grandezza dei
misteri che non vedono. Le donne stanno in una tribuna alta, chiusa di
dense griglie, ove non possono essere vedute.

I greci portano i mustacchi, e si radono la barba come i turchi; ma gli
uomini d'età avanzata, ed i preti la lasciano ordinariamente crescere. È
loro proibito il portar armi; ma tutti tengono sotto l'abito nascosto
uno stile, o un coltello.

I greci fanno quasi esclusivamente il commercio dell'isola, il di cui
principale prodotto è il cotone; ed i turchi in questa parte gli sono di
lunga mano inferiori. L'indolenza del loro carattere è abbastanza
conosciuta; soddisfatti del clima, e degli abitanti di Cipro, fumano
tranquillamente le loro pipe, e non si scompongono che quando possono
fare una soverchieria ad un greco, sotto pretesto d'un fallo reale, o
apparente. Il più grave delitto viene perdonato, quando il reo pone
sulla bilancia la quantità d'oro, che, secondo l'avidità del giudice,
equivale alla gravità del fatto. La proprietà non è rispettata se non
allora quando il proprietario è più forte, o più protetto del rapitore;
quindi si vedono frequentemente degli sgraziati villani greci
spossessati dai turchi, che si usurpano il loro patrimonio.

Per evitare queste arbitrarie vessazioni, alcuni greci si mettono sotto
la protezione dei consoli europei, che possono accordare tale favore ad
un determinato numero di famiglie. Questi _protetti_ godono delle
immunità accordate agl'individui della nazione che li protegge. Portano
per segno distintivo una gran mitra di pelle d'orso, detta _calpàc_, col
pelo assai nero. Ho però veduti alcuni greci portare la mitra senza
essere protetti, e senza che i turchi guardino troppo per minuto[6].

  [6] _Questi privilegi cessarono posteriormente in Turchia._ (N.
  dell'Edit.)

Le moschee del paese, tranne quella di Santa Sofia chiamata dai turchi
_Aïa Sophia_, sono meschine e sudicie.

Abbiamo già detto che ogni venerdì, avanti la preghiera del mezzogiorno,
l'Iman deve fare un sermone in arabo; ma qui, siccome nissuno Iman turco
conosce quella lingua, i loro sermoni riduconsi ad alcune frasi assai
brevi che imparano a memoria, e ripetono sempre come papagalli senza
intendersi, e senza essere intesi dagli uditori. Quantunque l'araba sia
la lingua sacra de' musulmani, non ve n'hanno appena dieci in tutta
l'isola che l'intendano.

Con osservazioni soddisfacenti ebbi la latitudine N. di Nicosia 35° 13′
14″, e la longitudine E. dall'osservatorio di Parigi 31° 6′ 30″.

È da notarsi che in questo paese il gesto negativo, ossia il segno che
tien luogo del vocabolo _non_, consiste nell'alzare il capo nel modo
medesimo con cui in Europa si suole indicar disprezzo, o derisione. Il
gesto del disprezzo si fa ponendo la punta della lingua tra le labra, e
pronunciando _potu_, quasi si volesse sputare. Il segno negativo degli
europei di girar la testa a diritta ed a sinistra, non è conosciuto in
Cipro.



CAPITOLO XXV.

   _Viaggio a Citera. — Ruine del palazzo della regina. —
   Osservazioni intorno alla loro origine. — Ritorno a Nicosia. —
   Viaggio ad Idalia. — Larnaca. — Ritorno a Limassol._


Partii da Nicosia il giorno tre di aprile alle otto del mattino
prendendo la direzione di N. E. per andare a Citera: alle nove
attraversava un villaggio detto _Diamiglia_; e dopo tre quarti d'ora ero
giunto al termine del mio viaggio. La vasta pianura di Nicosia stendesi
fin presso a Citera posta in mezzo a collinette d'argilla. Quanto
riscalderebbesi un'immaginazione poetica all'aspetto di questi luoghi
consacrati un tempo alla madre d'amore!... A Limassol aveva trovato il
sig. Rook viaggiatore inglese, il quale avendo visitato Citera, mi disse
che la sua immaginazione aveva supplito al difetto della realtà, e
ch'erasi figurata innanzi agli occhi la Dea circondata dalla sua corte.
Il mio capo mal proprio alle illusioni non seppe presentarmi immagini
opposte a quelle che ricevono dai sensi. Le Ninfe, le Grazie, gli Amori
non vollero abbellire a' miei occhi l'aspetto della povera Citera, ch'io
non seppi rassomigliare che al più misero casale del contado Venosino, o
della Limagna dell'Alvernia. Citera non è infatti che un piccolo
quartiere di forma irregolare coperto di orti, e di gelsi sopra lo
spazio d'una lega dal nord al sud, e d'un quarto di lega da levante a
ponente.

Questo piccolo villaggio deve la sua esistenza ad un'abbondante fontana,
che dividendosi in due ruscelli bagna il piano di una valle formata da
colline affatto nude d'argilla pura, che giammai non hanno potuto
rendersi fertili. Vedonsi in questa valle qua e là sparse diverse case,
ed alcuni mulini che provvedono Nicosia di farine. Il terreno non è di
sua natura fertile, ma la rarità dell'acqua in tutta l'isola fa sì, che
non si trascurino i mezzi d'innaffiamento; e questa valle è ben
coltivata dovunque può essere irrigata. Sonovi molti orti, e molti
gelsi, e questi non isolati gli uni dagli altri come costumasi in
Europa, ma per l'opposto fitti in modo da formare una densa macchia che
direbbesi un vivajo, tanto le pianticelle sono piccole e sottili.
Pretendesi che con tal metodo producano maggior abbondanza di foglie; ed
inoltre si ha l'avvantaggio di poterle spogliare stando in terra.

Citera presenta dunque una foresta di gelsi per i bachi da seta, alcuni
carrubi, ulivi, alberi fruttiferi, ed erbaggi nel fondo di una valle,
che per lo stagnamento dell'aria, il riverbero delle colline, e la
vicinanza di una catena di montagne vulcaniche al nord, deve essere in
estate un soggiorno infernale. Pure gli abitanti vogliono che il caldo
siavi moderato; ma perchè l'uomo è un animale che s'avvezza a tutti i
climi, devesi piuttosto dar fede alla sua posizione topografica, che a
tutte le loro asserzioni.

Io non aveva in questo viaggio altri compagni che un domestico, ed il
dottor Brunoni che facevami da interprete e da _Cicerone_. Fummo per
ordine dell'Arcivescovo alloggiati in casa del parroco, che era un
ottimo vecchio. Desideravo di vedere qualcuna delle donne che hanno così
universale opinione di bellezza, ma tanto nelle case, che nelle strade
non vidi che donne al disotto della mediocrità. Pretendeva il mio
dottore non esservene di veramente belle, ma che sono le più scostumate
dell'isola, e sono spesso cagione di procedure innanzi ai magistrati di
Nicosia. Non è inverosimile che il calore del clima, la separazione
delle case, le fitte macchie di gelsi, e la frequente assenza dei
mariti, che vanno al mercato della città, siano cagioni della loro
dissolutezza, o non la rendano, se non altro, più facile.

Assicurasi che l'antica Citera era posta sopra una piccola altura alla
distanza di un miglio. Io non crederò mai che colà vi potesse essere un
giardino; o almeno non vedesene traccia. Ma noi dobbiamo descrivere
assai più interessanti oggetti. Partendo da Nicosia fui prevenuto, che
tornando da Citera, potevo visitare le ruine del _palazzo della Regina_:
ma ciò mi fu detto con certa quale non curanza, siccome di cosa di non
molto rilievo. Il dottore m'avea strada facendo indicato il luogo di
queste ruine sopra la più elevata sommità delle montagne poste al nord
di Nicosia. Credetti, osservandole col cannocchiale, vedervi oggetti
degni della mia curiosità; onde mi proposi di visitarle nel ritorno da
Citera. Dalla casa del parroco in cui eravamo alloggiati, vedesi di
fianco la montagna del palazzo della Regina. Congedatomi dopo il pranzo
dal nostro ospite, partimmo per vedere la fonte che bagna Citera. Ai
piedi delle colline argillose che sono al sud d'una catena di montagne
basaltiche, l'acqua sorge in abbondanza da cinque luoghi, ed in minore
quantità da molti altri, e forma ben tosto un piccolo fiume. È
trasparente, leggiera, perfettamente pura, e freddissima, per quanto mi
fu detto in estate; lo che prova derivare da profondo deposito posto
nelle montagne, e non mai nelle colline d'argilla. Credono gli abitanti
che abbia origine nei monti della Caramania continentale, e si faccia
strada per di sotto al mare. Nè ciò sarebbe, rigorosamente parlando,
impossibile; ma è ben più probabile che provenga dalle montagne
basaltiche dell'isola, facendosi strada sotto alle colline d'argilla,
senza però toccarle, perchè in tal caso perderebbe le sue buone qualità;
tanto più che queste colline sono di più moderna formazione, e
sovrapposte alla massa primordiale delle montagne.

Soddisfatta in tal modo la mia curiosità, lasciai con tutta indifferenza
la povera Citera, cui ben poco rimane del bello, ch'ebbe allorquando vi
dimorava la Dea della Grazie. Salimmo verso il nord fino alla prima
linea delle montagne che signoreggiano le colline d'argilla, e la grande
pianura al sud, di dove dirigendomi all'ovest sul piano superiore di
questa linea coperta di lava e di prodotti vulcanici, e costeggiando la
catena delle montagne basaltiche che ci stavano a destra, riprendemmo
dopo due ore la direzione del nord, finchè si giunse al monastero di S.
Giovanni Grisostomo posto a poca distanza della roccia, sulla quale sono
le ruine del palazzo della Regina, che chiamasi _Buffavento_.

Questo monastero che ha press'a poco la forma di quello di Santa Tecla
appartiene ai luoghi di Terra Santa. Tre monaci greci, la sorella del
priore vecchia e vedova, ed una giovane serva assai bella, sono i soli
abitanti di questa solitudine. Gli ortolani, e gli altri lavoratori
alloggiano fuori del monastero.

All'indimani 4 aprile uscii accompagnato da due guide, non avendo avuto
coraggio di seguirmi nè il dottore, nè il mio domestico troppo pingue
per arrampicarsi sulla rupe. Montato sopra un mulo andai fino alle falde
della rupe lontana del cammino mezz'ora di viaggio; e colà dovetti
smontare per salir l'erta. Dopo un quarto d'ora eravamo giunti al piede
dell'aguglia, ove trovansi due quadrati di muraglie rovinate. È
quest'aguglia una rupe tagliata quasi perpendicolarmente in ogni lato,
che non offre niuna traccia di sentiero. Approfittavamo
dell'ineguaglianza del sasso, e delle stenditure per aggrapparci colle
mani e co' piedi, ajutandoci a vicenda l'un l'altro: talvolta le guide
si fermavano per riconoscere il lato che offriva minori ostacoli,
comecchè tutti difficilissimi, e tutti sparsi di orribili precipizj.
Finalmente dopo molti stenti arrivammo alla porta del palazzo ove si
prese un istante di riposo.

Questo edificio può considerarsi come diviso in quattro parti le une più
alte delle altre, che io indicherò così; il primo l'alloggio delle
guardie, il secondo quello de' magazzini, il terzo il luogo di parata,
ossia la corte, il quarto il dormitorio de' padroni posto sulla più
elevata parte dell'aguglia.

La costruzione di questo edificio che posa sopra camere sotterranee
parvemi anteriore all'epoca istorica: onde per quanto mi fu detto non
viene ricordato in veruna storia degna di fede; ed io, per quanto
attentamente ne esaminassi ogni parte, non vi scorsi alcun indizio
d'iscrizioni, o di geroglifici.

Le mura sono formate di pietre prese in sul luogo, ed unite con cemento
di calce; e molti angoli sono fatti di mattoni ancora rossi, e ben
cotti. Quelli ch'io misurai sono lunghi due piedi, e larghi un piede, ed
hanno la spessezza di due dita: i pilastri delle porte e delle finestre
sono di marmo composto di nicchi marini di diverse specie, ed assai ben
conservati: alcune camere dell'edificio hanno ancora il coperto.
Pensando al lavoro ed alla spesa di quest'edificio posto in tal luogo, e
ponendo mente alla sua antichità, non si può non esserne sorpresi. Si
vede abbellito di tutto ciò che di più magnifico e signorile aver poteva
il lusso de' tempi in cui fu eretto. Le finestre sono regolari e
simmetricamente disposte, i pilastri, le cornici, i fregi delle porte e
delle finestre sono tutti di marmo colassù trasportato da lontane parti;
come non hanno potuto fabbricarsi in luogo, la calce, i mattoni, ec. La
bellezza, o dirò meglio, la magnificenza dell'appartamento in cui io
penso che si radunasse la corte, e perfino la provvista dell'acqua
necessaria alla costruzione di così vasto edificio in così elevato
luogo, tutto concorre a farci credere che il di lui fondatore fu un
sovrano fornito di non comuni talenti, e di molte ricchezze.

Se vuol supporsi che quest'edificio non fosse che una semplice rocca,
potrebbesi press'a poco determinare l'epoca in cui fu fatta, senza farsi
scrupolo del silenzio della storia perchè potrebbe non aver meritato per
alcun fatto importante, l'attenzione degli storici. Se vuole
risguardarsi come l'abitazione di piacere di alcun ricco privato
somigliante a quelle ch'io vidi sovr'alcune montagne dell'Affrica, direi
che tal'edificio si fece in eguali circostanze, cioè quando non eranvi
case nel paese piano. Ma se poi riguardo alla magnificenza ed al lusso
di questo palazzo, prezioso monumento dei progressi dell'arte all'epoca
della sua costruzione, ed alla singolare inattaccabile sua posizione;
son chiamato a crederlo la dimora di un gran sovrano.

Parmi adunque che il palazzo della Regina sia stato fatto avanti i tempi
storici, ed abitato da un ricco e potente sovrano dell'isola, il quale
volle farne a un tempo una rocca inespugnabile, ed un magnifico
soggiorno, ove i piaceri della società abbellivano e rallegravano
l'apparato della potenza. Ma qual è il principe che lo fece inalzare?

Il nome di _palazzo della Regina_ fu da costante tradizione trasmesso
fino ai nostri tempi, non essendovi persona nell'isola, che non lo
conosca sotto tal nome. Siccome ogni culto ha le sue misticità, mi fu
mostrato nel convento di S. Giovan Grisostomo un antico quadro in legno,
rappresentante, come mi fu detto, la regina fondatrice, cui i monaci
attribuiscono ancora la fondazione del loro convento. Questa principessa
vedesi in atto supplichevole avanti ad una immagine della Vergine Maria.
Il pittore ha fatta la regina più bella ch'egli ha potuto, ma gli diede
un abito greco moderno. A piè del quadro trovasi una iscrizione greca
quasi affatto perduta, ove leggesi ancora il preteso nome di questa
signora, _Maria figlia di Filippo Molinos_, ec.

Pretendono i monaci che si conservasse nel loro convento un antico
manoscritto, portante che questa sovrana era loro protettrice. Niuno
però vide tale manoscritto, ed il confronto dei due edificj disvela
l'anacronismo. Certo è intanto che quando fu fabbricato il palazzo della
regina non conoscevansi ancora nè la Maria, nè i Filippi, nè i Molinos,
ed ancora meno il monastero di S. Giovanni Grisostomo. Questi poveri
Greci dopo l'epoca del basso impero non vedono per tutto che monaci e
monasteri: essi chiamano chiesa la superior parte del palazzo,
quantunque composta di due piccole camere quadrate, con porte anguste
che escludono ogni verisimiglianza d'avere servito per luogo di riunione
di molte persone. Altre ruine poste quasi a' piè della rupe vengono pure
risguardate come reliquie d'un monastero; quando non sono meno antiche
delle altre. Io per me le ritengo essere stati ridotti, ed opere
avanzate per difendere l'ingresso del palazzo.

Trovansi discendendo alquanto più a basso le ruine di una vera chiesa; e
queste apertamente dimostrano la falsità dell'origine attribuita alle
prime. Ma inalziamo il nostro pensiero, e troviamo a questo singolare
monumento un'origine più analoga alla sua forma, alle sue ruine, alla
sorprendente sua situazione. Il nome di palazzo della regina, come
osservai poc'anzi è stato conservato e trasmesso dalla più uniforme
tradizione. Nella rimotissima epoca in cui fu fatto, se l'autore fosse
stato un uomo, avrebbe fatto soltanto una rocca, limitandosi ad una
ristretta abitazione per proprio uso, ma il buon gusto ed il lusso
estremo che campeggiano in quella parte da me chiamata salone della
corte, o della società, mi fa sospettare che sia stata l'opera di una
donna. È questa composta di quattro sale quadrate poste l'una dietro
l'altra con grandi finestre a settentrione ed a mezzogiorno, talchè da
ogni lato godesi l'aspetto di quasi tutta l'isola: le porte fatte nel
mezzo sono della stessa grandezza, e dall'ingresso della prima si vedono
tutte quattro le sale. Non può supporsi che tale appartamento si facesse
per luogo di difesa, perchè la sua forma non è punto appropriata a tale
uso: non potrebbe pure risguardarsi come un luogo di abituale residenza,
poichè le sue grandi finestre, postate fino a terra, ed aperte fino ad
ogni vento escludono questa supposizione. Nemmeno può risguardarsi come
un luogo destinato al culto, fuorchè a quello di Venere, essendo privo
di quella misteriosa oscurità, che caratterizza gli antichi tempj. Io
non trovo verun'altra spiegazione che quadrar possa a questa
continuazione di camere, fuorchè quella di essere state destinate ad uso
di loggia ossia d'appartamento di corte e di società. Il gusto altresì e
l'eleganza delle parti mi consigliano a riguardarlo come l'opera di una
donna: e quando altronde troviamo dalla tradizione conservato a questo
luogo il nome di palazzo della regina, è difficile il non prestarvi
fede.

Considerando la posizione di questo monumento, non si può a meno di non
essere sorpresi che niun viaggiatore l'abbia ricordato sotto il suo vero
punto storico e filosofico. Lo stesso signor _Rooke_ che aveva lasciato
libero il corso alla sua immaginazione in questi luoghi popolati da
tante antiche memorie, non fece un solo cenno di questo singolare
edificio che signoreggia quasi tutta l'isola, ed in particolar modo
Citera ed Idalia. Riferisce la tradizione che negli antichi tempi
potevano fino alla sommità montarvi i carri. Citera ed Idalia sono i
luoghi più vicini, ove trovinsi acque abbondanti in modo da poter
innaffiare ed abbellire i vasti giardini della potente padrona del
palazzo. Allora se questa signora era..! sì voi l'indovinate, lettore,
una vera _Venere_, o uno dei tipi della _Venere_ poetica..! se altri
viaggiatori visitarono queste ruine, e ne diedero una più fondata
spiegazione[7], non vogliate togliermi alla mia illusione d'avere
soggiornato un istante nell'abitazione delle grazie, e d'essermi
introdotto nel più elevato e più segreto gabinetto della Dea d'Amore.
Senza dubbio, quand'ella voleva compartire i suoi favori ai mortali,
riceveva a Citera e ad Idalia gl'incensi ed i non cruenti sacrificj,
indi ritiravasi a godere la compagnia degli Dei nella sua celeste dimora
al di sopra delle nubi.... Ah _Rooke_! io sono al par di te in preda
all'immaginazione.

  [7] _Sembra che i pochi viaggiatori che parlano di queste ruine
  non le esaminassero che stando a molta distanza, considerandole
  soltanto sotto il punto di vista rappresentato dai monaci._
  (Nota dell'Edit.)

Per ultimo se paragonisi la costruzione, la posizione, e l'antichità di
questo edificio colla tradizione e la favola, risulta in un modo assai
probabile che fu l'opera di una donna; che questa donna era assai
potente nell'isola; che Citera ed Idalia devono risguardarsi siccome
parte dei giardini della Dea; che essendovi allora qualche poeta
nell'isola, avrà senza dubbio divinizzati questi oggetti, facendo
l'apoteosi della regina, rassembrandola a _Venere_ figlia di _Giove_:
allegoria della fecondità della materia, e forse dell'attrazione
universale, che precedette di molto tempo la civiltà de' Greci e degli
Egiziani. In tale ipotesi il genio poetico avrebbe fatto immortale un
oggetto che forse era ben lontano del meritarlo.

Nella camera più alta che non ha più tetto evvi un cipresso selvaggio.
Ne colsi un ramo col frutto; poi salito sul muro staccai la più elevata
pietra dell'edificio.

Da questo luogo si gode la più magnifica veduta. Ad eccezione d'un
piccolo angolo di terra coperto dalle montagne di Pafo o del monte
Olimpo, l'occhio abbraccia quasi tutta la circonferenza dell'isola a
vista d'occhio come sopra una carta geografica. Verso la costa del nord
scopresi la piccola città di _Chirigna_, che sembra posta alle falde
della montagna. Avendo di là fatto le mie osservazioni trovai che la
latitudine di _Chirigna_, è di 35° 25′ 0″ nord, e la sua longitudine 31°
1′ 30″ est, dall'osservatorio di Parigi. L'orizzonte del mare è così
vasto, che la vista confonde il mare col cielo, rassomiglianti ad un
caos o densa nebbia. Attualmente su questa rupe non avvi acqua, come
forse eravene in antico; e forse l'acqua del monastero di S. Giovanni
Grisostomo non è che un'antica sorgente deviata dalla pristina sua
destinazione.

Respirasi su quest'altura un aere purissimo, ma di una tale temperatura
che non avrà permesso alla Dea di vestire tanto leggermente, come
piacque ai pittori ed agli scultori di vestirla. Questa guglia spingesi
in alto isolatamente sopra la catena delle montagne vicine, e forma una
specie di conduttore elettrico. Ho più volte notato, trovandomi nel
sottoposto piano, che le nubi che si alzano dalle minori montagne, o
sono portate dai venti, s'attaccavano alla sua cima: fenomeno favorevole
alle religiose illusioni della misticità[8].

  [8] _Intorno a questo argomento vuol leggersi quanto acutamente
  ha scritto nella sua _Scienza Nuova_ Giovanni Battista Vico._

Alle nove ore del mattino uscii del palazzo della regina. Non
incontrammo minori difficoltà nello scendere di quelle sostenute nel
salire. Giunto ai piedi della guglia, rimontai sul mio mulo, ed alle
dieci ore mi trovai al monastero per riunirmi al dottore ed al mio
domestico.

Dopo un'ora di riposo scendemmo le falde delle montagne basaltiche, poi
le colline d'argilla, ed eravamo in sul piano mezz'ora dopo mezzogiorno.
Occorrono dunque due ore ed un quarto per iscendere dal palazzo della
regina in sul piano.

Camminando verso S. O. passai ad un'ora dopo mezzogiorno il torrente di
Nicosia, che non ha acqua che nella stagione delle pioggie, ed un quarto
d'ora dopo attraversai il villaggio Caïmakà, di dove giunsi a Nicosia
alle due ore.

All'indomani 5 aprile partii da questa capitale alle otto ore ed un
quarto, andando pel gran piano verso S. O., poi avanzando tra mezzo a
colline d'argilla, piegai alle undici al sud, costeggiando la riva
sinistra di un torrente, che attraversammo a mezzogiorno poco prima
d'entrare in Idalia. Questo luogo un tempo così famoso pei suoi
boschetti non è che un miserabil villaggio posto in una valle circondata
di colline d'argilla pura, sterili, e assai triste. Le case sono mal
fatte e meschine, e gli abitanti poveri all'eccesso. Sonovi pochi
alberi, e pochi erbaggi, non coltivandovisi che frumento ed orzo; onde
si può dire che la moderna Idalia somigliante ai più poveri villaggi
delle pianure della Beozia, è il più tristo soggiorno che immaginar si
possa. Credesi in questo paese che l'antica Idalia fosse situata sopra
una piccola altura distante un miglio dalla presente. Mi recai in sul
luogo, ma non mi fu dato di scoprirvi alcun'orma di antichità. Di là
vedesi perfettamente il palazzo della regina.

Non trovando cosa degna di attenzione ripresi la strada alle due ore
dopo mezzogiorno. Poichè ebbi attraversati un villaggio ed un paese
assai tristi fra colline d'argilla sterilissime, scesi in sul piano,
lasciando a sinistra il villaggio d'Aradipo, ed a sei ore entrai in
_Larnaca_, la più ragguardevole città dopo Nicosia, residenza d'un
vescovo, di tutti i consoli stranieri, di alcuni negozianti europei, e
di molti Greci protetti da diverse nazioni, colle quali dividono i
privilegi e le immunità della rispettiva bandiera. E per tale ragione vi
si trovano le costumanze press'a poco delle città e dei porti d'Europa.

Il giorno del mio arrivo il governatore Turco, che è uno sceriffo, venne
a visitarmi portando a lato la sua carabina; ed il giorno dopo fu a
trovarmi con numeroso seguito il vescovo. Lo stesso fecero i consoli, ed
i principali cittadini.

La rada di _Larnaca_ parvemi troppo aperta e mal difesa; ma la sua
posizione geografica in faccia alle coste della Siria vi chiama molti
bastimenti. Lontano un miglio da questa città trovasi il borgo _Scala_,
in cui risiede il console inglese e due altri consoli. La sua latitudine
è di 31° 27′ 30″ E. dell'osservatorio di Parigi, e la latitudine 34° 56′
54″ N.

Il giorno 8 aprile alle due ore ed un quarto dopo mezzogiorno uscii di
_Larnaca_ prendendo la direzione di S. S. O. Trovai a breve distanza un
acquedotto di notabile lunghezza, ma di meschina struttura. Alle tre mi
trattenni alcun tempo nel giardino di una casa di campagna, e quando mi
rimettevo in cammino il tempo si andava abbaruffando di modo che a
fronte d'ogni mia diligenza fui raggiunto dalla pioggia. Alle sei ore
entrai nel villaggio di _Mazzotos_.

La pianura attraversata è alquanto fertile; a destra è chiusa dalle
montagne, ed a sinistra dal mare, lontano sei miglia dalle montagne.
_Mazzotos_ è un povero villaggio posto in buon terreno alle falde delle
montagne.

Il giorno nove alle cinque ore e mezzo del mattino mi diressi al S. O.;
indi piegai all'O. dopo avere attraversato un paese fertilissimo
chiamato _Laconicos_, e che i naturali credono essere stato abitato da
una colonia di tal nome. Fui avvisato che troverei a diritta le ruine di
una antica città detta _Alamina_, che non devesi confondere con
Salamina. Alle sette ore varcai un piccolo fiume, ed un'ora dopo un
altro pure di poca importanza: finalmente alle otto e tre quarti feci
alto in riva al fiume di Sant'Elena.

Alla foce di questo fiume trovasi un piccolo porto con una vasta rada
dello stesso nome, perchè la principessa Elena madre dell'imperatore
Costantino vi sbarcò tornando dal suo pellegrinaggio di Gerusalemme.
Partii alle dieci del mattino camminando lungo il mare. Alle due ore
dopo mezzogiorno passai in vicinanza delle ruine di Amatunta; un quarto
d'ora appresso attraversai il fiume di questo nome: alle tre ore ed un
quarto si giunse a Limassol.



CAPITOLO XXVI.

   _Viaggio a Pafo. — La Couclia. — Bellezza delle donne Cipriote.
   — Jeroschipos Aphroditis, ossia _giardino sacro a Venere_. —
   Xtima. — Antica Pafos. — Nuova Pafos, ossia_ Baffa.


Il mercoledì 23 aprile sortii alle sette ed un quarto della mattina da
Limassol per andare a Pafo. Due ore dopo passai per Colossi, di dove,
poichè ebbi varcato il fiume che va al sud, venni a riposarmi ad
Episcopi fino alle tre e tre quarti dopo mezzogiorno. Alle quattro e
mezzo era giunto a S. Tommaso, ed alle sei a Latanischio ove doveva
passare la notte. Il piano di Limassol stendesi fino a Colossi, ed a
mezzogiorno di questo piano si prolunga il Capo Gatta.

_Colossi_ è un villaggio circondato di giardini, e bagnato da molte
acque. Vi si vede ancora un castello o torre quadrata, che dicesi
fabbricata dai Templari, ed accanto alla torre un grande acquedotto;
fatti sì l'uno che l'altro con marmo grossolano.

_Episcopi_ giace in amenissimo sito, ed è più grande di Colossi. Ogni
casa è circondata di giardini, di alberi, di piantagioni di cotone e di
campi a grano. Questo villaggio posto alle falde delle montagne che si
prolungano fino al mare, signoreggia un bellissimo piano e la costa:
l'abbondanza delle acque, e la fertilità del terreno rendono delizioso
il soggiorno d'Episcopi, e ben più degno che Idalia e Citera della Dea
protettrice dell'isola. Fu anticamente una assai ricca città con vaste
_raffinerie_ di zucchero, per le quali erano stati fabbricati un
grandioso acquedotto, ed immensi magazzini, come lo attestano anche al
presente i loro miseri avanzi. Ora non è che un villaggio abitato da'
Turchi e da' Greci, che hanno il loro separato quartiere. Parvemi che le
donne vi godano molta libertà, ma non ebbi la fortuna di vederne di
belle.

Al di là d'Episcopi convien salire alcune montagne calcaree: i di cui
grandi strati perpendicolari lungo il mare ne rendono tanto più
difficile e pericoloso il cammino, in quanto che i cavalli non possono
assicurarsi sopra un suolo affatto liscio ed inclinato. Dopo questo
pericoloso passaggio la strada prosiegue sempre tra le montagne in mezzo
a boschi di cipresso, di quercia, di leccio, e di varie piante
aromatiche che riempiono l'atmosfera di soavi profumi.

_S. Tomaso_ è un piccolo villaggio posto tra le montagne; ed a non molta
distanza trovasi pure _Latanischio_ alquanto più grande, e situato
propriamente nel centro delle montagne. Da quest'ultimo vedesi
perfettamente il Capo di Gatta, la di cui estremità sembrommi lontana
sette leghe al sud-ovest.

I più numerosi abitanti di Latanischio sono Turchi, che mi parvero buona
gente, ed amanti del lavoro: sono decentemente vestiti di una stoffa di
lana bianca, e si lasciano crescere la barba lunga, folta e rossiccia;
le loro mense s'imbandiscono con proprietà, e di abbastanza delicate
vivande. Sarebbero felici se meno fossero vessati dal governatore che li
maltratta ancora più de' Greci, perciocchè anche la più povera famiglia
paga cento piastre all'anno. Questi buoni montanari mi fecero pena e
pietà: sono fedeli musulmani, e meritevoli di miglior sorte.

All'indomani 24 lasciai Latanischio alle otto e mezzo del mattino, e
scesi per un gran burrone, in fondo al quale vedesi una bella sorgente,
la quale come più altre dell'isola è ornata di un piccolo antico
frontispizio. Il burrone ha duecento quaranta piedi d'altezza
perpendicolare, e presenta un infinito numero di strati orizzontali di
sasso calcareo, o di marmo grossolano. Tutta la parte non tagliata
perpendicolarmente è coperta di folte macchie.

Alle nove ed un quarto passai per _Jalectora_, adesso povero villaggio,
ma altravolta assai grande e ricco, se può farsene giudizio dalle ruine
delle chiese, e di altri grandi edificj. È posto sul pendio delle
montagne, e circondato da belle valli in gran parte coltivate.

Finalmente alle undici e tre quarti, sortito da questo mucchio di
montagne, attraversai un piccolo fiume presso alla sua foce nel mare, la
di cui costa in questo luogo cammina dall'E. S. E. all'O. N. O. e di qui
proseguendo la strada quasi a N. O. giunsi alla _Couclia_, antico
palazzo fabbricato sopra un alto còlle, distante mezza lega dal mare, e
vicino ad un villaggio dello stesso nome quasi affatto ruinato, e che
non conta più di dieci famiglie. Il palazzo è tutto fabbricato di pietre
riquadrate, ed ha in sul di dietro un vasto cortile circondato da
scuderie e da magazzini; ma tutto l'edificio trovasi in estremo
deperimento.

Alcuni autori vogliono che la Couclia fosse l'antica Citera, altri la
ritengono per Arsinoe; gli abitanti invece credono che questo fosse il
_prediletto giardino della Regina Aphrodite_ (Venere). Chi bramasse
vedere più diffusamente trattata tale controversia potrà leggere la
parte storica e geografica di questi viaggi. Il palazzo signoreggia una
vasta e fertile campagna irrigata da molti ruscelli, o da alcuni fiumi;
che attualmente forma l'appannaggio di una delle sultane del Gran
Signore, ma abbandonata agli affittajuoli, o sotto affittajuoli, che ne
trascurano la coltivazione; e per tal modo questo quartiere, che
dovrebb'essere un luogo delizioso, ed in pari tempo bastante ad
alimentare più migliaja di persone, sarà ben tosto un deserto.

L'affittajuolo principale, che è un greco, alloggia nel palazzo, e
trovandosi assente, mi riservai di rivedere le vicine antichità di
questo luogo nel ritorno da Pafo. Dalla Couclia vedesi il mare ad un
mezzo miglio di distanza, ed un villaggio turco detto la _Mandria_.

Mentre stava per partire, un prete greco conducendomi poche tese lontano
della porta del palazzo mi mostrò sulla sommità del còlle due bellissimi
mosaici recentemente scoperti di circa tre piedi di diametro. Fa
meraviglia che niuno si avvisi di scoprire il rimanente, non essendo
coperto che da uno strato di terra di pochi pollici: ed il prete mi
soggiunse che in tal luogo eravi pure un palazzo d'_Aphrodite_.

Uscito dalla Couclia alle quattro e mezzo circa della sera, e prendendo
la strada al N. O. passai sopra un bel ponte di un solo arco con una
iscrizione turca. Alle cinque attraversai un altro fiume, ed i villaggi
di Demi, d'Ascheïa e di Coloni, gli uni agli altri affatto vicini, ed
arrivammo a _Jeroschipos_ alle sei e tre quarti. Si vuole che fosse
questo uno de' sacri giardini di Venere, e tale veramente è il
significato del greco vocabolo, che dalla più remota antichità trovasi
dato al piccolo villaggio posto sulla sommità della rupe che signoreggia
il soggetto giardino. In Jeroschipos alloggiai presso il greco _Andrea
Zimbolaci_, agente del consolato inglese, la di cui bandiera svolazzava
sul tetto della casa. La figlia di questo compitissimo uomo parvemi la
più bella donna ch'io vedessi in Cipro, e degna veramente di abitare
nella signoria di _Venere_. Senza essere perfettamente bianca, la sua
carnagione è la più bella che veder si possa, e le proporzioni del suo
corpo sono quelle delle greche statue,[9] a riserva del petto, che come
osservai in tutte le altre cipriote, è troppo pendente. Avendo osservato
che costei aveva i capelli dorati, mi rissovvenni che le donne affricane
li colorivano. Ne feci la confidenza a suo padre, il quale mi fece
vedere una polvere proveniente d'Alessandria, di cui le cipriote si
servono per dare ai loro capelli il color d'oro. Vidi nella stessa casa
una fantesca musulmana con biondissimi capelli, che quantunque bella,
aveva una cert'aria di selvatichezza che disgustava. Vero è che non deve
cercarsi tra le musulmane il tipo dell'antica bellezza greca, ma bensì
tra le cipriote; ma come trovarvelo, se queste sottraggonsi ai nostri
sguardi? Ma questo tipo di perfetta bellezza conservatoci nella _Venere_
de' _Medici_, ha egli mai esistito?... Forse il poco merito delle altre
donne greche contribuì ad accrescere il pregio delle cipriote; o
fors'anche i più dissoluti costumi di queste supplirono alla bellezza
per riscaldare la fantasia de' poeti, de' pittori e degli scultori.
Confesso, che anche fatta astrazione da quell'aria di riservatezza e
baloccheria ch'io notai in tutte le donne greche, che è una conseguenza
del presente stato d'avvilimento di quella nazione, il loro volto
ritondo e senza espressione, il petto pendente, il portamento sgraziato,
ci danno una poco vantaggiosa idea delle bellezze delle loro antenate.

  [9] _Si dice che _Apelle_ facesse le carnagioni delle due
  _Veneri_ alquanto brunette; e _Pietro Aretino_, e _Lodovico
  Dolce_ diedero straordinarie lodi a _Tiziano_ per aver data la
  stessa tinta alla sua_ Santa Caterina.

All'indimani 25 aprile andai a visitare il sacro giardino di _Venere_. È
questi un piano largo un miglio all'incirca e lungo due, che partendo
stendesi fino al mare con dolce declivio da una rupe a strati
orizzontali tagliata perpendicolarmente, che lo chiude nella parte più
elevata; lo che dà a questa campagna l'aspetto di un sotterraneo, perchè
non vi si può entrare da veruna banda senza scendere per un burrone; e
perchè soffiando il vento anche gagliardissimo nella parte superiore,
nel giardino si gode costantemente di una perfetta calma. Da più punti
delle spaccature della rupe zampillano limpidissime acque, che possono
irrigare tutta la soggetta campagna, e vedonsi frequenti traccie di
assai maggior numero di sorgenti, negli andati tempi. E siccome la rupe
ha molte sinuosità, ad ogni tratto vedesi variare l'aspetto del
giardino, che potè essere naturalmente diviso in più scompartimenti
tutti provveduti di grotte o abitazioni tagliate nel masso, quali
vedonsi anche al presente.

Il principale ingresso sembra essere stato una scesa aperta nella rupe
accanto al presente villaggio, la di cui volta è adesso caduta lasciando
il passaggio scoperto ed ingombrato di ruine; ciocchè avvalora
l'opinione che si entrasse nel sacro giardino per un sotterraneo
somigliante a quello che tuttavia si vede accanto all'ingresso. Forse il
postulante vi era ritenuto per subire le prove, o per partecipare ai
segreti dell'iniziazione. In tale supposto quando da quel tenebroso
antro veniva condotto nel delizioso giardino, doveva credersi
trasportato in un celeste soggiorno. È certo intanto che questo strato
di rupe è sottilissimo, vedendosi in più luoghi traforato
artificialmente, e altrove smottato; onde è facile l'immaginarsi per
quali oscuri labirinti doveva andar brancolando l'iniziato prima di
entrare nel giardino. Ci sono note le terribili prove d'_Iside_ e
d'_Osiride_, e sappiamo, che volendo _Pitagora_ partecipare ai misterj
di Diospoli, fu forzato di sottoporsi alla crudele operazione della
circoncisione[10]. Ma tali prove usavansi ancora nelle _iniziazioni
d'Aphrodite_?.... Io parlo d'iniziazioni primitive anteriori a quelle
che usavansi ne' tempj della Dea.

  [10] _Le memorie intorno a _Pittagora_ sono così incerte ed
  oscure, che non è abbastanza posto fuori di dubbio, se questo
  fosse il nome di un individuo, o della carica di capo dei
  collegi._

   [Illustrazione: FONTANA NELLE MONTAGNE DI PAFO.]

Ma questo famoso giardino che fu un tempo la delizia degli abitanti
della Grecia e dell'Asia, non è adesso che il soggiorno ed il mal
coltivato campo d'un povero affittajuolo!

Quasi nel centro del giardino vedonsi gli avanzi d'una chiesa greca
detta _Aïa Maria_, tra i quali è notabile il capitello d'una colonna
striata di marmo grigio assai semplice ed elegante.

Sotto al villaggio di Jeroschipos trovasi la principale sorgente del
giardino, che pur sorte di sotto allo strato superiore della rupe, e
somministra un'acqua così limpida e fresca, che fa dolce invito a
gustarne.

Lo stesso giorno alle nove ore e mezzo del mattino lasciai Jeroschipos,
e passando in su la destra della città e porto di Pafo, oggi Baffa,
arrivammo un'ora dopo a Ktima, ove risiedono il governatore turco di
Pafo, ed un vescovo greco. Era allora governatore _Alai Bey_,
garbatissimo vecchio, che nel lungo suo governo aveva saputo guadagnarsi
l'amore ed il rispetto de' Turchi e de' Greci. Egli mi accolse
pomposamente facendomi entrare a cavallo fin presso alla porta della sua
camera, ove fui servito a splendida mensa. Dopo il pranzo fui condotto
nell'abitazione che mi era stata destinata, e di là passai in una
gentile moschea, che fu già una chiesa di rito greco dedicata a _Santa
Sofia_.

La città di _Ktima_, un tempo così rinomata, non è oggi che un ammasso
di ruine, ove non sonovi più di dugento famiglie turche, e venti greche.
Il palazzo del vescovo colle sue pertinenze trovasi in separato
quartiere; ma pare che il vescovo preferisca la dimora di una città
interna, che mi si disse bastantemente grande e popolata di soli Greci.

Dietro buone osservazioni fissai la latitudine settentrionale di Ktima a
34° 48′ 4″. Il porto di Baffa trovasi mezza lega più a mezzodì di Ktima.

   [Illustrazione: 1. CASA FORMATA IN UN SASSO NELLA VECCHIA
   PAFO. 2. CATACOMBA A PAFO.]

All'indomani sabbato 26 dopo aver ricevuta la visita del rispettabile
_Alai Bey_ partii per Pafos lontano un miglio sulla riva del mare.
Avvicinandomi a questa città vidi nel piano alcune rupi isolate. Ma
quale fu la mia sorpresa allorchè visitandole, le trovai internamente
tagliate in modo da formare regolarissime case? E la mia maraviglia si
accrebbe a mille doppj quando trovai sotto terra l'immagine d'una città
scavata nella rupe. I palchi di queste case sotterranee sono fatti ad
arco stiacciato, ed alcuni senza centine, le muraglie sono
perpendicolari e liscie, e gli angoli perfettamente a piombo. Alcuni di
tali edificj hanno l'apparenza di palazzo, con cortili, logge, colonne,
pilastri, e tutta la squisitezza degli ornamenti architettonici, che
immaginare si possa; ogni cosa scolpita nel vivo masso con finissime
modonature. Il più perfetto pulimento conservasi ancora dopo tanti
secoli. Quando si considera questo sforzo dell'uomo, non si possono non
ammirare così fatte opere anteriori, a quanto sembra, ai libri ed alle
medaglie della più rimota antichità. La rupe onde sono composti tali
edificj è formata di una pietra calcarea arenosa di un bianco
giallognolo, di finissima grana, a strati orizzontali obliqui. In uno di
questi edificj vidi alcune colonne spezzate, i di cui capitelli rimasero
sospesi all'architrave perchè formano corpo colla cornice.

Quantunque possano riguardarsi come catacombe a motivo della loro
situazione, e dell'infinito numero di anguste nicchie che sembrano
destinate a ricevere i feretri; pure la mancanza di così fatte nicchie
in molti appartamenti, ed in altri l'interna comunicazione dell'una
coll'altra nicchia, e la qualità degli ornati, mi piegano a credere che
questi luoghi servissero d'abitazione anche ai vivi.

La vasta estensione di tali ruine non permette di dubitare, che
facendovisi degli scavamenti continuati e ben diretti, non si trovino
degli oggetti interessantissimi, rispetto all'antichità di lunga mano
più ragguardevoli di quelli d'Ercolano e di Eraclea.

La tradizione che assegna per soggiorno a _Venere_ questo luogo, ed il
Jeroschipos, è troppo ben fondata perchè possa richiamarsi in dubbio, e
le spaziose grotte che si vedono ancora s'accordano coll'idea che noi
abbiamo delle iniziazioni misteriose della Dea. Ma che questa Dea di
Pafo, e di Jeroschipos sia la stessa Dea d'Idalia e di Citera, e regina
del palazzo delle montagne di Nicosia, è ciò che nol posso credere;
imperciocchè lo stile dell'architettura del palazzo è patentemente
posteriore alle ruine ed agli avanzi di Pafo[11].

  [11] _Anche ciò può essere vero; ma il nostro autore ci disse,
  parlando del palazzo della montagna, che lo credeva anteriore ai
  tempi storici. Se questo è, quale sarà l'antichità di Pafo?_

Ciò ammesso una volta si deve probabilmente supporre esservi state in
Cipro due regine Aphroditi (_Veneri_), la più antica delle quali regnò a
Pafo, a Jeroschipos ed alla Couclia, l'altra, in un'epoca meno lontana,
nel palazzo delle montagne di Nicosia, e signoreggiò Citera ed Idalia;
che l'una e l'altra essendo di molto anteriori all'epoca istorica,
furono dai poeti delle posteriori età ridotte ad una sola sovrana di
Citera, d'Idalia, e di Pafo; nelle quali città le furono innalzati
templi ed altari come ad unica divinità. Tale è almeno il risultato
delle mie osservazioni, che sottopongo alla saggezza de' miei lettori,
desiderando che ove dissentano dalle mie opinioni possano almeno dire:
_Se non è vero, è ben trovato_: pronto a ritrattarmi, se mi vengano
mostrate più verosimili congetture. Sgraziatamente quando trattasi di
così lontane memorie, ci è giuoco forza accontentarci delle probabilità,
o tacere.

È cosa notabilissima che la città di Pafo posta in riva al mare è un
monumento dello stato stazionario del Mediterraneo, che nello spazio di
tanti secoli non variò di un solo pollice il suo livello generale. A dir
vero le rupi nelle quali è tagliata la città di Pafo sono di formazione
marina; ma ciò dovette operarsi in un'epoca anteriore ancora all'ultimo
grande cataclismo del globo. Avendo osservato il passaggio del sole,
stando in mezzo alle ruine che ho descritte, le trovai poste nella
latitudine settentrionale di 34° 48′ 4″.

Dopo mezzogiorno lasciai le ruine per andare alla nuova Pafo, porto di
mare distante mezza lega, dai Turchi e dalle carte nautiche detto
_Baffa_, altra volta ragguardevole città, nella quale trovansi rottami
di colonne di archi, ecc., e poche case abitabili sparse tra le ruine
con alcuni giardini.

Piccolo è il porto, e così ingombrato di arena che appena possono
entrarvi i più piccoli battelli. Sulla punta di uno scoglio al S. O.
avvi una fortezza fabbricata dai Turchi, e fornita d'artiglieria. Giunto
in faccia al forte vidi inalberarsi la bandiera, e fui salutato da tre
colpi d'artiglieria, secondo gli ordini dati da _Alai-Bey_. In un côlle
in faccia al porto sonovi degli scavamenti i di cui ingressi sono ora
ingombrati di ruine; e nella superior parte di questo côlle vedonsi i
rottami di molte colonne di granito grigio nerastro affatto liscie, che
attestano la remotissima esistenza d'un magnifico monumento. Dicono gli
abitanti che fu questo un palazzo di _Venere_: ma io sono di sentimento
che fosse un tempio di un'epoca meno lontana dei sotterranei dedicato al
di lei culto.

Dopo aver data un ultima occhiata al labirinto delle ruine della nuova
Pafo, ritornai la sera a Jeroschipos.



CAPITOLO XXVII.

   _Ruine gigantesche della Couclia. — Ritorno a Limassol. —
   Amatunta. — Ruine. — Catacombe. — Osservazioni generali. —
   Viaggio ad Alessandria. — Sbarco._


All'indomani 27 aprile dopo aver visitate altre case sotterranee a non
molta distanza da Jeroschipos, partii alla volta della Couclia, passando
per Coloni, per Ascheïa, e per Dimi. Nel secondo di questi villaggi
esistono gli avanzi ed alcune arcate di un acquedotto, che serviva alle
fabbriche di zucchero del paese.

L'affittajuolo principale della Couclia, che mi aspettava, aveva fatto
preparare un lauto pranzo. Lagnossi meco della sultana sua padrona;
perchè non permetteva che si riparassero le fabbriche di questo vasto
possedimento, che vanno in ruina. Egli paga venti borse all'anno.

Tra le ruine della Couclia trovansi alcune ale di muraglia affatto
straordinaria, composta di due ordini di grandissime pietre che ne
formano la base, e sopra un secondo ordine di doppie pietre che ne fanno
tutta l'altezza e la spessezza. Quest'opera colossale pare inalzata da
mani gigantesche: onde non dando fede a' miei occhi, volli piuttosto
credere che questa massa altro non fosse che un'antica pasta
pietrificata; ma invano il suo colore nerastro ed un principio di
decomposizione mi rendevano probabile tale supposizione: invano si
vorrebbe illudersi; sono queste vere pietre, e pietre di così enorme
dimensione, che la nostra immaginazione rimane atterrita pensando agli
sforzi che dovette costare il loro trasporto, e il loro collocamento.
Sarebbe questo un avanzo dell'architettura Ciclopica....?[12] Si
pretende che queste ruine, ed i mosaici di cui si parlò poc'anzi,
appartenessero al palazzo d'_Aphrodite_. Presso a queste ruine colossali
veggonsene alcune altre de' secoli di mezzo, con iscrizioni, bassi
rilievi, e pitture a fresco. La moglie dell'affittajuolo della Couclia è
molto bella benchè troppo pingue, e belle ugualmente sono le sue due
fanti; ma tutte tre hanno il volto greco-rotondo. Fui assicurato che a
Pafo, a Ktima, e nella vicina contrada il sesso è molto bello.

  [12] _Di queste muraglie ciclopiche trovansene molti avanzi
  nell'Italia meridionale e nella Grecia. Veggasi l'opera_ —
  Schiarimenti richiesti dalla classe delle belle arti
  dell'Istituto di Francia intorno alla costruzione di molti
  monumenti militari dell'antichità. Parigi ann. XII.

Il 28 partii alla volta di Limassol per la già fatta strada, ove arrivai
il giorno susseguente. Non molto dopo mi recai a vedere le ruine
d'Amatunta lontana una lega da Limassol.

Amatunta fu già una grande città fabbricata sopra diverse colline in
riva al mare; ma tali ruine sono così consunte che non vi si trova alcun
ragguardevole oggetto. Tra queste ruine richiamarono la mia attenzione,
quelle d'un tempio, la di cui poca regolare architettura lo dimostra
fabbricato nel decadimento delle belle arti. Sulla sommità d'un colle
trovasi un frammento d'una colonna, e due vasi tagliati, o a dir meglio
formati della stessa rupe di una colossale grandezza: uno è quasi
affatto distrutto, l'altro abbastanza ben conservato. Questi due vasi
giganteschi posti uno accanto all'altro dovevano essere destinati al
medesimo oggetto. A traverso all'oscurità della tradizione, la
costruzione di questi vasi sopra la sommità di un colle presso ad un
monumento, e la figura d'un toro in rilievo scolpito egregiamente ne'
quattro lati di ogni vaso, corrispondenti ai quattro punti cardinali mi
fanno conghietturare che fossero destinati alle libazioni, o ai
sacrificj di _Adone_.

Vi si trovano pure molti sepolcri cavati nella rupe, ed infinite
iscrizioni scolpite sopra grandi pietre. L'ingresso delle catacombe o
grotte sepolcrali all'O. d'Amatunta è così ingombrato di ruine che non è
possibile d'entrarvi che per un'angusta apertura, trascinandosi col
ventre a terra per lo spazio di alcune tese colla sola luce de' fanali
che portansi seco. Un andito, una camera centrale, e tre altre camere
sepolcrali compongono queste catacombe. Migliaja di pipistrelli
risvegliati dalle nostre fiaccole, i letti sepolcrali cavati nella rupe
ed aperti, l'estrema umidità, ed il silenzio della mia guida che sola
era meco, mi ricordarono che questo era il soggiorno de' morti, e mi
determinarono a tornar presto a godere della luce del giorno.

Il fiume d'_Amatunta_ scorre a poca distanza all'O. della città; e pare
che anticamente la attraversasse. Il mare si rompe contro le mura della
città.

L'attento esame delle antichità dell'isola di Cipro mi conferma nella
supposizione dell'esistenza di due diverse sovrane dette _Aphrodite_,
ossia _Veneri_, in affatto diverse epoche, la prima anteriore all'epoca
istorica sovrana delle catacombe o palazzi sotterranei dell'antica Pafo,
di Jeroschipos, e della Couclia; l'altra posteriore, signora d'Idalia e
di Citera, posseditrice del palazzo della regina, sulla montagna di
Buffavento. I poeti contemporanei della seconda _Venere_ per lusingare
la sua vanità non la distinsero dalla prima: e quelli de' posteriori
secoli ingannati dai loro scritti terminarono di confondere in buona
fede la copia coll'originale, dando ad una sola _Venere_ gli attributi
di quella di Pafo, e di quella d'Idalia, e di Citera. La superstizione,
la licenza, e l'interesse de' Ciprioti consacrarono tempj all'apoteosi
di questa donna ne' luoghi dalla tradizione e dai poeti, soli storici di
que' remotissimi tempi, indicati come soggiorno della Dea. Il porto di
Pafo, o Baffa, posto nel lato occidentale dell'isola in faccia alla
Grecia ed all'Arcipelago, tra l'antica Pafo ed il Jeroschipos, sarà
stato il luogo dello sbarco de' pellegrini greci. Le offerte impiegate,
non v'ha dubbio, nella costruzione del magnifico tempio, le di cui belle
colonne trovansi in pezzi sul colle della nuova Pafo o Baffa in faccia
al porto, avranno contribuito più che tutt'altro a rendere questa città
doviziosa e grande, quale la dimostrano le immense sue ruine.

   [Illustrazione: PROFILO D'UN ANTICO TEMPIO IN AMATUNTA.]

Io non mi ricordo d'aver letta alcuna descrizione di quest'isola, e non
so cosa ne pensassero altri viaggiatori; ma qualunque ne sia stata la
loro opinione, io sono di parere che la _Venere_ di Pafo sia diversa
dalla _Venere_ di Citera e d'Idalia[13].

  [13] _Peccato che gli altri viaggiatori non abbiano finora
  descritta l'isola di Cipro sotto i suoi rapporti mitologici, e
  che nulla ci dicano a questo riguardo di Pafo, del palazzo della
  Regina, ecc._

Se quest'isola avesse un governo tutelare ed amico delle arti, è
probabile che ricerche ben dirette darebbero assai più interessanti, e
variati monumenti che Ercolano e Pompeia.

L'isola di Cipro in generale scarseggia di acqua; e mentre le montagne
di Pafo e di Episcopi ne danno in abbondanza, le altre parti dell'isola
non sono irrigate che da poveri ruscelli e torrenti, in tempo di estate
quasi sempre asciutti.... Gli avanzi di antichi acquidotti che vedonsi
qua e là sparsi in tutta l'isola ben dimostrano, che anticamente veniva
irrigata in ogni lato; è certo che le montagne di Pafo potrebbero darne
a tutta l'isola; ma come pensare a queste opere sotto il governo Turco?

Si vede pure che nella medesima epoca eranvi strade e ponti, che
rendevano facili e deliziosi i viaggi nell'isola; ma tutto è adesso
guasto e ruinato.

Quest'isola per tanti altri riguardi così accarezzata dalla natura è
afflitta da due calamità: 1. da una quantità straordinaria di vipere o
serpenti lunghi due in tre piedi, le di cui trafitture sono generalmente
mortali; onde gli abitanti d'ogni classe od età anco i più poveri sono
costretti di camminar sempre stivalati. Ho veduti più volte alcuni di
questi serpenti la di cui abituale andatura è lentissima. 2. Dalle
cavallette che riproduconsi ogni anno in prodigiosa quantità senza che
si pensi al non difficile mezzo di distruggerle. Io mandai
all'arcivescovo principe di Cipro una breve memoria su questo argomento,
e n'ebbi il più grazioso ringraziamento.

Se la popolazione fosse portata al numero di cui l'isola è suscettibile;
se una costituzione liberale assicurasse agli abitanti le proprietà, e
la libertà del culto, non tarderebbe a diventare una delle più felici
contrade del mondo: così la natura le fu liberale di clima temperato, di
aere purissimo, di acque eccellenti, e di fertilissimi terreni. I
raccolti del cotone, del vino, dei grani, che andrebbero crescendo in
ragione della popolazione, dell'industria, della libertà e della
sicurezza degli abitanti; le fabbriche di zucchero e di tabacco che vi
si potrebbero ristabilire, i legnami d'opera che facilmente si
moltiplicherebbero sulle alte montagne, lo scavo delle abbondanti
miniere di rame, e fors'anche di più ricchi metalli che esistono
nell'isola; la disposizione degli abitanti per un nuovo ordine di cose,
che desse impulso all'industria nazionale: tutto contribuirebbe a far
prosperare l'isola di Cipro.

Rispetto alla parte topografica può risguardarsi quest'isola come un
segmento del circolo, che ha sessanta leghe di corda, e diciotto e mezzo
di seno. Questa superficie dividesi in tre grandi parti: 1º la catena
delle montagne di Pafo, o del monte Olimpo, le di cui più alte cime sono
sempre coperte di neve; questa catena di prima formazione compone la
parte meridionale dell'isola, dalle vicinanze di Pafo, ove trovansi le
più elevate cime fin presso a Larnaca: 2º la grande campagna di Nicosia
che traversa nel centro l'isola da levante a ponente: 3º la catena delle
montagne vulcaniche al nord che stendonsi da Chiringa fino al Capo
Sant'Andrea.

Dietro le mie osservazioni astronomiche fatte in diverse epoche a
Limassol ebbi la latitudine settentrionale di 34° 36′ 30″, e la
longitudine orientale di 30° 36′ 30″.

Per proseguire il mio viaggio alla Mecca approfittai della prima
opportunità d'un brigantino greco che faceva il tragitto d'Alessandria;
e noleggiai la camera per me, e piazze per i miei domestici. Si fece
vela la notte del 9 al 10 maggio con vento in poppa, che durò fino alla
notte dell'undici in cui ebbemo vento contrario; ma la mattina del 12
avevamo ancora buon vento. Scoprimmo avanti mezzogiorno un vascello da
guerra che ci veniva sopra, nè si tardò a riconoscerlo per una fregata
turca. Dopo le interrogazioni di pratica ci diede il buon viaggio, e
poco dopo fummo in faccia al porto d'Alessandria dove entrammo
felicemente a mezzodì del 12 maggio 1806.

All'indomani il secondo _Scheih Ibrahim Baschà_ venne a trovarmi a
bordo. Sbarcai subito e lo accompagnai a casa sua, e di là fui condotto
in una casa che mi aveva fatto preparare.

Alla dogana non si vollero visitare nè i miei bauli nè le mie casse, e
ricevetti tutte le dimostrazioni di rispetto, e quei riguardi che la
costumatezza poteva ispirare a così buoni abitanti.


FINE DEL TOMO SECONDO.



INDICE DELLE MATERIE CONTENUTE IN QUESTO SECONDO TOMO


  CAP. XV.

  _Descrizione di Marocco. — Santi. — Palazzo
  del sultano. — Giudei. — Giardini. — Corvi. —
  Leprosi. — Monte Atlante. — Brebi. — Collezione
  di alcuni vocaboli di quell'idioma_              Pag.   5

  CAP. XVI.

  _Malattia d'Ali Bey. — Storia naturale. —
  Eclissi della luna. — Ritorno del Sultano. —
  Regalo di donne. — Annuncio del viaggio alla
  Mecca. — Visita di etichetta, e regalo del
  Sultano. — Tenda mandata dal medesimo. — Ali
  Bey parte da Marocco_                             »    25

  CAP. XVII.

  _Casa regnante a Marocco. — Genealogia. —
  Scheriffi. — Tattica. — Entrate del Sultano. —
  Sue guardie. — Sue donne. — Partenza d'Ali Bey
  da Fez. — Viaggio ad Ouschda_                     »    49

  CAP. XVIII.

  _Descrizione d'Ouschda. — Difficoltà per
  proseguire il viaggio. — Detenzione per
  ordine del Sultano. — Partenza da
  Ouschda. — Avventure del deserto. — Arrivo
  a Laraisck e sua descrizione — Partenza
  dall'impero di Marocco_                           »    71

  CAP. XIX.

  _Dell'antica isola Atlantide. — Dell'esistenza
  di un mare Mediterraneo nel centro dell'Affrica_  »   105

  CAP. XX.

  _Viaggio per mare da Laraisch a Tripoli in
  Barbaria. — Inalzamento del mare. — Burrasca. — Si
  approda al banco di Kerkeni. — Descrizione delle
  isole dello stesso nome. — Arrivo al porto
  di Tripoli_                                       »   136

  CAP. XXI.

  _Sbarco. — Presentazione al Pascià. — Intrighi.
  — Descrizione di Tripoli. — Governo. — Corte. —
  Moschee. — Tribunali. — Caffè. — Viveri. — Giudei.
  — Commercio. — Misure, pesi, monete. — Clima. —
  Antichità. — Regno di Tripoli_                    »   151

  CAP. XXII.

  _Congedo d'Ali Bey dal Pascià di Tripoli. —
  Partenza alla volta di Alessandria. — Errore
  del Capitano. — Arrivo sulle coste della Marea. —
  Isola Sapienza. — Continuazione della
  strada. — Mancanza di viveri. — Ritorno
  a Sapienza. — Modone_                             »   175

  CAP. XXIII.

  _Porta Longa. — Bastimenti Europei. — Ipsilanty.
  — Continuazione del viaggio. — Burrasca. — Arrivo
  in Alessandria. — Uragano. — Spaventosa
  burrasca. — Arrivo a Cipro. — Pessimo stato del
  bastimento. — Sbarco a Limassol_                  »   195

  CAP. XXIV.

  _Viaggio a Nicosia. — Descrizione di questa
  città. — Architettura. — Visite d'etichetta. —
  Arcivescovi, e Vescovi. — Tributi dei Greci. —
  Donne. — Ignoranza. — Chiese Turche. — Moschee_   »   208

  CAP. XXV.

  _Viaggio a Citera. — Ruine del palazzo della
  regina. — Osservazioni intorno alla loro origine.
  — Ritorno a Nicosia. — Viaggio ad Idalia. —
  Larnaca. — Ritorno a Limassol_                    »   230

  CAP. XXVI.

  _Viaggio a Pafo. — La Couclia. — Bellezza
  delle donne Cipriote. — Jeroschipos
  Aphroditis, ossia giardino sacro a Venere. —
  Xtima. — Antica Pafos. — Nuova Pafos, ossia
  Baffa_                                            »   250

  CAP. XXVII.

  _Ruine gigantesche della Couclia. — Ritorno
  a Limassol. — Amatunta. — Ruine. — Catacombe. —
  Osservazioni generali. — Viaggio
  ad Alessandria. — Sbarco_                         »   266



INDICE DELLE TAVOLE

_Contenute in questo Tomo secondo_


  TAVOLA I.   Veduta delle rovine del Palazzo
              della Regina dalla parte del
              monastero di S Grisostomo              Pag. 241

  TAVOLA II.  Fontana nelle montagne di
              Pafo                                    »   258

  TAVOLA III. (_a_) Casa formata in un sasso
              nella vecchia Pafo                      »   261
              (_b_) Catacomba a Pafo                  »   ivi

  TAVOLA IV.  Profilo d'un antico tempio
              in Amatunta                             »   271



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le
grafie alternative (Mohamed/Mohamèd, sabato/sabbato e numerose altre,
soprattutto per i nomi arabi), correggendo senza annotazione minimi
errori tipografici.





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