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Title: I Bianchi e i Neri
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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*** Start of this LibraryBlog Digital Book "I Bianchi e i Neri" ***


  SCRITTI
  DI
  F.-D. GUERRAZZI.


  I BIANCHI E I NERI.
  dramma.



  FIRENZE.
  FELICE LE MONNIER.
  1847.



I BIANCHI E I NERI,

DRAMMA.


                                  Tu porterai novelle di sospiri
                                  Piene di doglia e di molta paura;
                                  Ma guarda che persona non ti miri
                                  Che sia nemica di gentil natura.
                                                 GUIDO CAVALCANTI.



PERSONAGGI.


BIANCHI

MESSER GUALFREDI.
MESSER GERI _suo figlio_.
BIANCA _sua figlia_.
MANENTE.
GUIDO.
NELLO, _ed altri Fanti_.
UBERTO _capo di masnada_.
VANNI.
UGHETTO.
BACCIO.
DONATO _ed altri Masnadieri_.

NERI

MESSER LEMMO.
MESSER DORE.
FRA LOTTERINGO _cavaliere Gaudente_.
UOMINI, _che parlano_.


_La Scena: in Pistoia._



FATTO STORICO.


«Nel 1300 la detta città (di Pistoia) haveva assai nobili e possenti
cittadini, infra i quali una schiatta di nobili e possenti cittadini e
gentil'huomini, li quali si chiamavano Canceglieri, et havea quella
schiatta in quel tempo dieciotto cavaglieri a speroni d'oro, et erano sì
grandi e di tanta potenza, che tutti gli altri grandi soprastavano e
batteano: e per loro grandigia e ricchezza montarono in tanta superbia,
che non era nessuno sì grande, nè in città nè in contado, che non
tenessono al disotto; molto villaneggiavano ogni persona, e molte sozze
e rigide cose facevano; e molti ne faceano uccidere e ferire, e per tema
di loro nessuno ardia lamentarsi. Seguitoe che certi giovani della detta
casa li quali teneano la parte Bianca, ed altri giovani della detta casa
i quali teneano la parte Nera, essendo a una cella ove si vendea vino,
et avendo beuto di soperchio, nacque scandalo intra loro giucando; onde
vennero a parole, e percossonsi insieme, sì che quello della parte
Bianca soprasteo a quello della parte Nera, lo quale avea nome Dore di
messer Guglielmo, uno dei maggiori della casa sua, cioè della parte
Nera. Quello della parte Bianca che lo avea battuto, avea nome Carlino
di messer Gualfredi, pure dei maggiori della parte Bianca. Onde
vedendosi Dore essere battuto et oltraggiato, e vitoperato dal consorte
suo, e non potendosi quivi vendicare, però ch'erano più fratelli a
dargli, partissi, e pruoposesi di volersi vendicare; e quel medesimo dì,
cioè la sera a tardi, stando Dore in posta, uno dei fratelli di detto
Carlino che aveva offeso lui, che aveva nome messer Vanni di messer
Gualfredi, et era giudice, passando a cavallo in quel luogo dove Dore
stava in posta, Dore lo chiamò, et egli non sapendo quello che il
fratello gli aveva fatto, andò a lui, e volendogli Dore dare di una
spada in su la testa, messer Vanni per riparare lo colpo parò la mano:
onde Dore, menando, gli tagliò il volto e la mano per modo, che non ve
gli rimase che il dito grosso. Di che messer Vanni si partio, et andonne
a casa sua; e quando lo padre e' fratelli e gli altri consorti lo videro
così fedito, n'ebbero grande dolore, però ch'egli era, come detto è, dei
migliori del lato suo: ed anco perchè colui che lo aveva fedito era
quello medesimo intra quelli del suo lato; di che tutti gli amici e
parenti loro ne furono forte malcontenti. Lo padre di messer Vanni e i
fratelli pensarono per vendetta uccidere Dore, e il padre e i fratelli e
consorti di quello lato. Eglino erano molto grandi e molto imparentati,
e coloro gli temeano assai, e tanta paura aveano di loro, che per
temenza non usciano di casa. Onde vedendo il padre, e' fratelli, e'
consorti di Dore che li convenia così restare in casa, credendo uscire
della briga, deliberarono di metter Dore nelle mani del padre e dei
fratelli di messer Vanni che ne facessono loro piacere; credendo che con
discrezione lo trattassono come fratello: dopo questa deliberazione
ordinarono tanto che feciono pigliare Dore, e così preso, lo mandarono a
casa di messer Gualfredi e del fratelli di messer Vanni, e miserlo loro
in mano. Costoro, come spietati e crudeli, non riguardando alla
benignità di coloro che gli lo avevano mandato, lo misono in una stalla
di cavalli, e quivi uno dei fratelli di messer Vanni gli tagliò quella
mano con la quale aveva tagliato quella di messer Vanni, e diedegli un
colpo nei viso in quel medesimo lato dov'egli aveva fedito messer Vanni,
e così fedito e dimozzicato lo rimandarono a casa del padre. Quando lo
padre, e' fratelli, e' consorti del lato suo, ed altri suoi parenti lo
videro così concio, furono troppo dolenti: e questo fue tenuto per ogni
persona troppo rigida e crudele cosa a metter mano nel sangue loro
medesimo, e spezialmente avendolo loro mandato alla misericordia. Questo
fue lo cominciamento della divisione della città e contado di Pistoia,
onde seguirono uccisioni di uomini, arsioni di case, di castella, e di
ville.» — Così le _Istorie Pistoiesi dal 1300 al 1348_, dalla Crusca
tenute di anonimo scrittore, e nelle note all'ultima edizione dello
Ammirato, attribuite a Iacopo di Franceschino Ambrogi.

«Focaccia fu dei Cancellieri di Pistoia, e a tradimento uccise un suo
zio. Nel 1300 erano in questa famiglia tre fratelli, e Focaccia, giovane
audacissimo e di pessimi costumi, era figliuolo di uno di questi.
Intervenne che, giucandosi alla neve, il padre di Focaccia percosse un
suo nepote, perchè troppo acerbamente aveva con la neve percosso un
altro fanciullo, e questo fece come a sua famiglia, sendo zio. Ma il
fanciullo, più temerario e più maligno che non richiedea la sua età,
dissimulò il dolore, e dopo non lungo spazio finse volergli parlare
all'orecchio: chinossi il zio, e il fanciullo gli dette una ceffata.
Dolsene il padre, che rimandò il fanciullo al suo zio perchè lo punisse
a suo modo. Ma egli stimando che più non si bisognasse pel fatto di un
fanciullo, in luogo di batterlo, lo baciò in volto, e rimandollo al
padre. Ma lo scellerato Focaccia, suo figliuolo, tagliò la mano a questo
fanciullo, dipoi corse a casa del padre, che era suo zio, ed ucciselo.
Dal qual parricidio ne nacque tanto scandalo, che tutta Toscana ne fu
molti anni tribolata, perchè di qui ne derivarono le parti dei Bianchi e
dei Neri, che divisero prima Pistoia poi Firenze.» — Così il Landino,
_Commento di Dante, Inferno_, Canto XXXII.

«Era fra le prime famiglie di Pistoia quella dei Cancellieri. Occorse
che giuocando Lore di messer Guglielmo e Geri di messer Bertaccio, tutti
di quella famiglia, e venendo a parole, fu Geri da Lore leggermente
ferito. Il caso dispiacque a messer Guglielmo, e pensando con la umiltà
il torre via lo scandalo, lo accrebbe; perchè comandò al figliuolo che
andasse a casa il padre del ferito, e gli domandasse perdono. Obbedì
Lore al padre; nondimeno questo umano atto non addolcì in alcuna parte
l'acerbo animo di messer Bertaccio, e fatto prendere Lore dai suoi
servitori, per maggior dispregio sopra una mangiatoia gli fece tagliare
la mano, dicendogli: Torna a tuo padre e digli _che le ferite con il
ferro e non colle parole si medicano_. La crudeltà di questo fatto
dispiacque tanto a messer Guglielmo, che fece pigliare le armi ai suoi
per vendicarlo, e messer Bertaccio ancora si armò per difendersi; e non
solamente quella famiglia, ma tutta la città di Pistoia si divise.»
Niccolò Machiavelli, _Istorie Fiorentine_, lib. II.

Certo, maraviglia non poca apporterà ai leggitori, il pensiero come per
tanti scrittori siasi potuto tanto diversamente narrare un medesimo
fatto. Quantunque però li citati sien quelli che viemaggiormente tra
loro diversificano, ciò non s'intenda già che altri infiniti, o
contemporanei o posteriori all'avvenimento, concordino; chè anzi
trovammo esser varii, e negli anni in che accadde, e nel modo della
ferita, e nella cagione del nome, e nelle persone eziandio. Simone della
Tosa, negli Annali, parla nel 1300 di questa fazione come di cosa già da
qualche tempo avvenuta, non pure in Pistoia, ma sì ed anco in Firenze.
Paolino di Piero, nella _Cronachetta_, la rammenta nel 1297 al modo
stesso di Simone. Tolomeo lucchese, vescovo Torcellense, negli _Annali_,
ne deriva l'origine fino dal 1286; e questa opinione è stata
modernamente seguita dal Pignotti e dal Sismondi. Per la ferita,
osservammo le Storie Pistoiesi contare di uno sfregio sul volto, e di
una mano tagliata per modo, che non vi rimase appiccato che il dito
grosso. Tolomeo Lucchese tace del volto, e dice che tre sole dita furono
recise; Il Machiavelli narra la ferita essere stata leggiera. Il Landino
semplice percossa. La cagione del nome dal Salvi nelle _Memorie Storiche
della città di Pistoia_, dal Fioravanti nelle _Storie di Pistoia_, dal
Machiavelli e da altri infiniti, si attribuisce a due mogli che furono
di messer Cancelliere, di cui l'una si chiamò Bianca, l'altra Nera. Dal
Ferretto Vicentino alla diversa capelliera di messer Guglielmo e di
messer Gualfredi, che nera quegli, bionda questi aveano sortito dalla
natura. Nè manca chi la derivi dall'aver tolto una parte per divisa il
Bianco, e l'altra, per opporsele meglio. Il Nero. Finalmente nelle
persone; perocchè il ferito ora è Vanni, ora è Pelleri, ora è Geri, e il
feritore or Dore, or Focaccia e or Lore. Non senza consiglio poi ci
prese vaghezza di tutte questo cose discorrere, imperciocchè se
Istoriografi eccellenti, il principale studio dei quali dovea porsi in
ricercare la verità, hanno tanto e diversamente parlato di questo
atrocissimo fatto, confidiamo non sieno per saperci malgrado i cortesi,
se in questa Opera nostra, in che noi non facciamo officio da Storico,
dilungati alquanto da tutti l riferiti racconti, narrammo la novella pur
noi a modo nostro.



ATTO PRIMO.

                              Amor celato fa sì come fuoco
                              Il qual procede senza alcun riparo;
                              Arde, e consuma ciò che trova in loco,
                              E non si può sentir se non è amaro.
                                                CINO DA PISTOIA.


SCENA I.

Luogo remoto dietro Damiata castello dei Cancellieri. È vicina l'_Ave
Maria_ del giorno.


GERI, MANENTE.


  _Geri_       Credi che in buio eternamente cupo,
               Simile a questo, senza fine il mondo
               Sarà sepolto un dì?
  _Manente_                        Credo.
  _Geri_                                  E che un giorno
               La condanna tremando intenderai,
               Che in guaio interminabile t'inchiodi
               Giù nell'Inferno disperato?
  _Manente_                                Credo.
  _Geri_       E credi ancora ch'ove il nuovo sole
               Diffonda il raggio su la fronte a Dore,
               Occhio di Dore non vedrà più sole.
  _Manente_    Geri, — pensate al fine.
  _Geri_                                A qual mai fine?
               Se di vita, — fors'io temo la morte?
  _Manente_    No, vivadio, siete valente, o Geri,
               Come la lama di questo pugnale,
               Cui mai fu d'uopo raddoppiare il colpo.
  _Geri_       Che altro terrammi, or via, se non è morte?
  _Manente_    La pena degl'infami...
  _Geri_                              O masnadiero,
               Poichè pria del capestro la speranza
               Scorgi, codardo, tra l'opra e la pena,
               Tal tu tremi: — non io: se un ferro stringo,
               Ei dee passare certamente un core,
               O lo inimico o il mio. — Parato a tutto,
               E fermo che ove più cadami in fallo, —
               Capo che tal si avvisa, indarno spera
               Starsi lunga stagion sul busto all'uomo.
               E poi — nullo qui vede, — eternamente
               Ei tacerà. — Chi bene ha fesso il core
               Lingua non snoda.
  _Manente_                      E il sangue?
  _Geri_                                      Hai tu mai inteso
               Gridare il sangue?
  _Manente_                       E Dio?
  _Geri_                                 Dimmi, Manente,
               Se' tu di quelli che perduto il cielo
               Temono poi l'inferno? A te sta a dire
               Di Dio, a te? Conta del ciel le stelle:
               Tanti, e più, sono i tuoi misfatti.
  _Manente_                                        E voi
               A vostra posta il ciel guardate: — un occhio
               Eterno veglia colassù che scerne
               Anco pel buio della notte; — un braccio
               Che aggrava il capo dell'iniquo. — Dite,
               Sapete voi quanto un delitto pesa?
               Vedeste mai quando lo stanco senso
               Lascia libera l'alma, appiè del letto
               Starsi un demonio che vi guata fiso,
               E ride, e aspetta al varco della vita
               Il fiato eterno per piombarlo dentro
               Allo abisso infinito? E voi pauroso,
               Chiamare e Cristo e i Santi; e di repente
               Scendere l'Agnol del Signore, e vôlto
               A quello delle tenebre: — Vediamo,
               Dirgli, a cui spetta; — e qui cavare un scritto
               Breve, in che stanno i merti, e l'Infernale
               Sporger volume immenso, e pieno tutto
               Di colpe, e all'Agnol dire: — Or va beato;
               Quando per fuoco sarà fatto puro,
               Riedi per esso; — e quei partirsi, e un guardo
               Volgerti, — un guardo che disvela tutto
               E l'inferno acquistato, e il ciel perduto.
               In questa l'Infernal ruinarti addosso,
               E stringerti alla strozza, e dalla fronte
               Graffiarti il crisma e conficcarvi il segno
               Di Caino; — e voi ansoso e a forza desto, —
               Esterrefatto trabalzar dal letto.
               Come lapide freddo, e andar cercando
               Al lume di una lampada conforto...
  _Geri_       Io ti credea senza rimorso: — all'opra
               Basto solo...
  _Manente_                  Messer, che dite? — male
               O voi intendeste, od io parlai. — La porta
               Della misericordia è per me chiusa,
               Nè questo labbro, via della bestemmia,
               Può dir parola che suoni preghiera.
               Nè io, nè altri per me prega: — un'opra
               Saria perduta. — Guai! se un giorno io cesso
               Addensarmi sul capo la vendetta
               Dell'Eterno. — Guai! se un punto io poso;
               Disperato un pensiero allor m'assale.
               Feroce un'ira, — un'agonia di morte.
               Vivo di sangue come d'aere; — ond'io
               Nè vo' lasciarvi, o posso, chè su quante
               Son cose al mondo a me più grata è questa.
  _Geri_       Ben volea dir ch'io m'ingannassi. — Or dove,
               Dimmi, accennava il sermonar tuo dianzi?
  _Manente_    Tanto è lo stato mio tremendo, — è tanto
               Crudo, che in altri mi farla pietade:
               Deh! non saperlo tu. — A me l'incarco
               Di spegner Dore lascia, — a me che sono
               «Per disperazion fatto securo.»
               Il terzo giorno ciberò del pane
               Nel vin temprato su l'arca del morto,
               Nè i suoi consorti ancideranmi. — Questo
               Bastami. — Questo sol dal Cielo io chieggo;
               Più che possibil fia tardi — mi piombi
               Giù nell'Inferno.
  _Geri_                         Oh gran mercè! — Ma quale,
               Dimmi; è il sapor della vendetta?
  _Manente_                                      Frutto
               Crear Dio, che il desso non volle.
  _Geri_                                          E ben volle.
               E a tor vendetta che daresti?
  _Manente_                                  Dove
               Per me non fosse chiuso, — il cielo.
  _Geri_                                            Or sappi,
               Questa cacciarmi tra le mani il ferro.
  _Manente_    Che! — V'offendeva Dore?
  _Geri_                                Atrocemente,
               E sempre; — e l'odio, e lo vo' spento. Intendi?
               Alcun qui move, odi un mutar di passi;
               Vieni; — t'ascondi...
  _Manente_                          Seguovi...
  _Geri_                                        Rammenta
               I dì che furo.
  _Manente_                   E voi — quei che verranno.


SCENA II.

DORE, BIANCA.


LI DUE SVENTURATI.

LAMENTO.


  _Dore_       Torna il verno. — Le fronde alla foresta
                 Svelle e mena feroce in giro il vento;
                 È triste il colle, la pianura è mesta;[1]
                 Dell'usignolo il melodiare è spento:
                 Il veltro per la notte alza la testa
                 Esterrefatto, e prorompe in lamento;
                 Orrore spira ogni cosa e paura,
                 Sembra che gema Dio su la Natura.
               Dai campi seminati di umane ossa
                 Torna la squadra, e il trepido sospiro
                 Cessa la sposa amata che si è mossa
                 Al caro amplesso, ed il padre deliro
                 Di abbracciare il figliuol pria che alla fossa
                 Lasci la carne e a Dio l'eterno spiro.
                 Securo che nel dì di morte santo
                 Ei glieli chiuda, or terge agli occhi il pianto.
               Gino non torna a Oretta. Sventurata!
                 La mano della madre il bianco velo
                 Avea trapunto, e i fior di fidanzata
                 Esultante reciso dallo stelo.
                 Quella mano per morte ora è ghiacciata!
                 Rigido stringe quei fioretti il gelo!
                 La squilla i prodi alle difese affretta;
                 Gino partiva e non tornò più a Oretta.
               Ei non reddiva più. La disiosa,
                  — Come colei che il suo mal teme, e spera, —
                 Ne fea dimanda: — Il cavalier riposa
                 Nella morte, risposerle; — sua schiera
                 Combattendo perì da valorosa, —
                 Chè co' forti quel giorno Iddio non era. —
                 Volse al ciel gli occhi Oretta, e dolce in atto
                 Disse: — Signore, il tuo voler sia fatto.
               Buio d'Inferno per lo cielo assembra
                 Notte, e sul mondo per silenzio tetro
                 Solennemente spiegalo, e rassembra
                 Manto di trapassato in sul feretro;
                 E il cupo mugghio del mare rimembra
                 Gente che pianga in lamentoso metro,
                 Nè tutt'uom dentro le paterne porte
                 Dorme il sonno fratello della morte.
               Per questa notte dubitante e lento
                 Move Gino alla casa del suo amore;
                 Chè giacque offeso e non rimase spento
                 Nel giorno maledetto del furore.
                 La casa è vuota, e sol vi stride il vento;
                 Ond'egli grida in voce di dolore: —
                 Oretta, — Oretta, non ti vedrò più!
                 L'eco dei monti gli risponde — più.
               Sorge un dì senza sole. Il cavaliere
                 Pallido in faccia e con occhi compunti,
                 Mesto mesto incamminasi al piviere
                 Co' bracci in croce sul petto congiunti.
                 Giunge: — e Oretta dov'è? domanda al Sere;
                 Quei cela il volto, e il campo dei defunti
                 Gli accenna. Ei corre. — Novamente smossa
                 Comparisce la terra di una fossa.
               È la tomba di Oretta. — Eterno pianto
                 Con la rugiada spargevi Natura...
                 Cessa la umana lagrima col canto
                 Che accompagna gli estinti in sepoltura.
                 Ahi! l'anima quantunque sotto il manto
                 Di Dio ripari, e in lui si faccia pura,
                 Se un pio ricordo l'Angiolo le porta
                 D'alto gaudio anco in Cielo si conforta.
               Fioria modesto su la tomba un giglio
                 Alla infelice vergine: — lo colse: —
                 Tal tu passasti un dì; — qual mai consiglio
                 Riporrà il fiore ove mia man lo tolse?
                 Chi a rianimare Oretta trarrà il figlio
                 Del soffio eterno ove disio lo volse?
                 Qui Gino tacque: ora riposan l'ossa
                 Di quei due travagliati in una fossa.

  _Bianca_     Mesto è il tuo canto, o Dore; è mesto come
               Pianto di madre che il morto sembiante
               Del figliuolo involarse per la polve
               Vede curva sull'orlo della fossa. —
               Donna del Cielo, ella è menzogna in core
               Del giusto un seggio aver la pace; e i deschi
               Fuggire, e i letti, ove riso di pianto
               Ride, e sonno di spine il fallo dorme?
  _Dore_       O mia diletta, e può turbar fantasma
               Di colpa lui che dal tuo sguardo ha vita?
               Celeste cosa son l'anima e gli occhi
               Tuoi, e allor che pietosi al ciel li movi,
               Ogni spirto li segue in paradiso. —
               Io son tranquillo, — ma di pace stanca.
               Giaccio, — ma non riposo, — e sento tale
               Una quiete, che sarà nel giorno
               Dell'ira, quando staranno il giudicio
               Di Dio tremendo ad aspettar le genti.
  _Bianca_     Dal profondo del cor volgiti a Dio;
               Chiama, e risponderà. — Qual madre sorda
               Fu al grido dell'infante? A quale afflitto
               Non sovvenne invocato il sommo Dio?
  _Dore_       Il libro della vita è scritto: — è fissa
               Del dolor la misura, e della gioia
               È destinata, o Bianca: — e noi siam fiumi;
               Rapidi discorriamo per la china
               Entro un letto fatal, finchè ne accolga
               Lo abisso della eternità.
  _Bianca_                               Ma Dore,
               Voi fate ingiuria al vostro Dio. — Qual mai
               Fu il fattore che odiasse sua fattura?
               L'arbore ei dette della vita, e noi
               Cibammo il frutto della morte; — noi
               Liberi come il raggio del pianeta. —
               Se il sapere di Dio conosce il fine.
               Non però il move; qual uom su la riva
               Mira la navicella indirizzarse
               Secondata dal vento al suo cammino.
  _Dore_       Oh parole celesti! O Bianca, bella
               Come il sorriso della prima madre
               Quando innocente si specchiava in Dio;
               Tu sola degna di parlar dei cieli;
               Nè cor più puro, nè più santo labro
               Mai innalzò prece: e che mai dirti io posso?
               Il mio intelletto vinci, eppur da molti
               Anni mi è aperto il mio destino. —
  _Bianca_                                        Quale
               Ruppe il velo del tempo, ed il futuro
               Vide presente? — Forse tu, con arte
               Che il Cielo aborre?
  _Dore_                            Turbare io la polve
               Che riposa? — Io turbar l'ossa dei morti
               Guardimi Dio! — Rammenta i giorni andati
               In che un tetto copriva i nostri padri,
               E non violato era l'amplesso, e quella
               Speme ei nudrivan ch'or contesa è ai figli...
  _Bianca_     Ahi che rammenti, o Dore!
  _Dore_                                 E pur rammenta
               La notte turbinosa in ch'io, chinato
               Il capo sul tuo grembo, ascolto dava
               Al novellare dell'antica Lena...
               Povera Lena! or non è più: — che Dio
               Faccia pace a quell'anima. — Repente
               Fu battuto al castello; — era un Palmiero
               Che chiedeva per Dio posare il fianco
               Sotto il tetto dell'uomo.
  _Bianca_                               Oh se il rammento!
               Coi labbri che baciaro il gran sepolcro
               Ei mi baciava; — questa ch'ei donommi
               Portai sempre sul core.[2]
  _Dore_                                  Egli accostossi
               A noi, — la man c'impose: — E voi godete,
               Disse, il piacer della innocenza, e l'ora
               Della pace; — ch'ella è di vita il lampo,
               E le succede tenebra di pianto,
               Di misfatto di pena e di rimorso...
               Si volse, e lagrimò; — dal ciglio cadde
               La lagrima, io l'accolsi, e da quel giorno
               In questo cuore è viva.
  _Bianca_                             Ei ben si appose:
               Non siam noi infortunati?
  _Dore_                                 Più tremenda
               Sventura io temo.
  _Bianca_                       Ed è?
  _Dore_                               Perderti, o Bianca.
               Gran Dio! non sai di quale amore io t'ami,
               Perchè non fu, nè sarà mai favella,
               Che valga a dire ogni pensier di amore. —
               Odi visïon che testè m'apparve. —
               Suonata era la squilla degli estinti,
               Ch'io fui tratto in misterioso sogno. —
               Pareami uniti andassimo l'amore
               Nostro a sacrar nel tempio: — il guardo volsi
               Su i comitanti, e non conobbi amico,
               Ma strani tutti; — aveano intento il ciglio,
               La pupilla velata; — al tuo bel volto
               Il raddrizzai, — tu non avevi il serto
               Di sposa, — eran viole; — e già sospeso
               Tenevi il piè per valicar la porta,
               Quando dall'alto tal mosse una voce, —
               Di tua madre era voce: — Vieni, o amata.
               Dalla valle del pianto al sen materno,
               Vieni, ripara in Dio. — E tu sorgevi,
               Qual portò la colomba olivo al giusto,
               Nel gemito dell'anima io ti chiamo,
               Ma tu non odi, e su le sante piume
               Di un immenso desio librata, voli
               Vie, vie più lieve pel sereno azzurro...
               L'anima afflitta ama seguirti, — scuote
               Di Adamo il carco, ma nol spezza, e tutta
               Anelante il dì eterno si dibatte
               Pei lacci della vita. — Tal mi sveglio
               Freddo, affranto, dolente, e il corpo e l'alma
               Sono una piaga.
  _Bianca_                     Se nel cielo è fisso
               Che sia tale il mio fato, o Dore, vivi,
               Vivi alla patria, e ad alle cose intendi...
               Pensa alla madre Italia: — ella sospira
               Da lungo un figlio di lei degno, — indarno.
               Pensa all'Italia:... e... qualche volta ancora
               Deh! pensa a Bianca tua;... ma non sia quello
               Pensiero di dolor. — Nel ciel beata
               Godrò di tua virtude, e se mai avviene
               Nel giorno della gloria un'aura senta
               Aleggiarti soave intorno al volto.
               Di': — Questa è l'alma della mia diletta.
               Che fa omaggio di amor, siccome è dato
               Ad immortale.
  _Dore_                     Oh! vivrà pria il creato
               Senza la stella che conduce il giorno.
               Eppure qui nell'anima mi suona
               Triste una voce che mi dice: Mai
               Più con la Bianca parlerai di amore;
               Mai più la rivedrai. — Quindi al cospetto
               Di Dio e di tua madre or sii mia donna.
  _Bianca_     O Dore!
  _Dore_               Se quest'alma da me fugge,
               Forza è che vada a secolo immortale
               Con la tua fede.
  _Bianca_                      O Dore!
  _Dore_                                Ecco l'anello
               Che dà una sposa al Cancellieri. — Il padre
               Mio alla sua lo concedeva. — A Bianca
               Porgelo Dore...
  _Bianca_                     E nol ricusa Bianca;
               E t'abbi in cambio questo mio. — Dal letto,
               Ove giacea la moribonda madre,
               Questo raccolsi e un bacio. — Io con te lieta
               Il legato divido. — Ecco l'anello;
               Lasciami il bacio: — pago sei?
  _Dore_                                      Son pago.
  _Bianca_     Omai più rade e pallide pel cielo
               Fansi le stelle... Intendi?... il sacro bronzo
               Suona la prece del mattino;[3] sembra
               Che flebile lamenti su la luce
               Che sorgerà tra breve a illuminare
               Le sventure dell'uomo ed i misfatti.
               Donna del Cielo, ah! tu soave inspira
               Senso quaggiù; — tu di alcun fiore adorna
               Questo calle di spine; — i duri sdegni
               Vedi, e la gente che su questa zolla
               Si divora incessante. — Alfin la terra
               La inghiotte, e invano; — chè la nuova schiatta
               Sorge, e su l'ossa dei padri contende!
               Donna del Ciel, fa che la via del ferro
               Oblii la destra, e sol dell'uom si stenda
               A impalmare la destra. — Oh! non consenta
               Voce all'ingiuria il varco, e sol le labbia
               Suonino il verbo della pace; — salve
               Fratello.
  _Dore_                 Così sia.
  _Bianca_                         Dore, la gioia,
               Di Dio sia teco.
  _Dore_                        O dolce Bianca, — addio.


SCENA III.

DORE.


               Travagliata nell'anima si parte
               Senza conforto. — Oh pace almeno al giusto!
               Sul letto della vergine dall'ale
               Scuota l'Agnol di Dio i sogni vaghi
               Dei colori dell'iride. — Signore,
               Se la misura del tuo sdegno è colma.
               S'è ver che i figli den portare il peso
               Dei paterni misfatti, — ecco io mi t'offro
               Vittima espiatoria, — alma per alma, —
               Sangue per sangue; — fulmina, ma cessa
               Dalle vendette... e perdona. — Son tristi
               I figli tuoi... son crudi... ma infelici;
               E tu sei padre alfine... Dio, perdona!


SCENA IV.

GERI, MANENTE, E DETTO.


  _Geri_       Senti amasio quadrel di amore è questo?[4]
  _Dore_       Ahi traditore![5] E tu se questa è pena
               A tradimento.
  _Geri_                     Son morto!...
  _Manente_                                Non senza
               Vendetta...
  _Dore_                   Oh quanti siete! Iddio m'aiti.
  _Manente_    E me l'inferno.[6] — Cavalier, mercede
               Per Cristo!
  _Dore_                   Tolga il ciel, che in te si brutti
               Ferro onorato: — ti aspetta la scure. —
               Vivi, e se puoi, ti penti.


SCENA V.

GERI, MANENTE.


  _Manente_                               Niun qui geme. —
               È trapassato...
  _Geri_                       Manente!
  _Manente_                             Vivete?
               Io vi facea tra i morti.
  _Geri_                                Ah! dammi aita,
               Ferma il sangue che spiccia... Ahi questa è piaga,
               Che se altra è più mortal, nulla è più acerba.
  _Manente_    Gagliardo egli è quest'uomo Vostro![7]
  _Geri_                                              Quindi
               Più mi grava di spegnerlo.
  _Manente_                               A quest'ora
               Poco spazio di terra avria sepolto
               Il trafitto, il misfatto e la memoria; —
               Ma io vel dico, voi — mai sarete un uomo.
               La buona spada innanzi al sol combatte,
               E dà in petto al nemico; — ma il pugnale
               Le tenebre ama e il dosso: — più veloce
               Quindi è la via che mena dritto al core.
  _Geri_       Vivo; — la sconterà.
  _Manente_                         Ma intanto il vostro
               Sangue per lui tigne la terra...
  _Geri_                                        Vivo.
               Breve di pochi dì tremenda vita
               Io gli apparecchio, e morte disperata.



ATTO SECONDO.

                                  E sì distretto m'ave in suo disire
                                  Lo core mio, che dallo suo pensare
                                  Un'ora solo io nol porria partire,
                                                 DANTE DA MAIANO.


SCENA I.

Sala interna di Damiata. Spunta il giorno.


GUALFREDI _al lume di una lampada legge una nota di proscritti_.


               E voi morrete, — Tedici, Lazzarri,
               Rossi: già foste amici, or troppo grandi
               Siete: — io non v'odio... ma perchè importuni
               Ove a posare ho il piè poneste il capo?
               Voi perirete. — Lemmo Cancellieri!
               Il figlio di mio padre! Il mio fratello![8]
               Uno stesso alvo!... un sangue stesso!... il nome!
               Di mie vigilie o lampada compagna,
               Vinta del sole al mattutino raggio,
               Sembri la Vita;... scintilla di eterno
               Lume... di vile umor figlia, che splende
               Nell'ombre: — sembri il tempo, che misura
               I pianti lunghi, il breve gaudio, e scava
               Le fosse. — O tempo, o vita, e che mai siete?
               D'immota eternità mobili figli,
               Tenebra di sepolcro, ombra di morte. —
               Ma ed io sarò un eterno? Qui di forma
               Muta tutto e non muore. E il mio giudicio?..,
               La mano tinta di fraterno sangue
               Arderà nell'Inferno... io fratricida...
               No, — non sarò.[9] Fratello, vivi, e quando
               Ne dovessi esser morto, e a vituperio
               Per le vie tratto, e alfin gittato ai fossi, —
               Vivi: — ciò tu non sai, ma io ne son lieto.
               Dunque vero è che un oprar bello, ov'altro
               Manchi conforto, alto a se stesso è premio?
               Ma io non posso esser giusto, — non posso.
               Nello... Guido!


SCENA II.

NELLO, GUIDO, E DETTO.


  _Nello_                      Messere.
  _Gualfredi_                           Il figliuol mio?
  _Nello_      Non giunse ancora alle paterne case.
  _Gualfredi_  Vagare innanzi dì per la foresta
               Forse disio prendevalo?
  _Nello_                              Messere,
               Noi l'aspettammo tutta notte indarno.
  _Gualfredi_  Che!... gran Dio! Certo un qualche grave malo
               Lo incolse... in qualche perigliosa impresa
               Si cacciò male ardito... ahi! forse ei cadde.
               Tu perchè pria non mel dicevi? O figlio,
               Per darti stato a fiero passo io metto
               L'alma e la vita mie, e tal sì acerbo
               Tu mi rimerti? — Seguimi.
  _Nello_                                Pensate.
               Ch'ora sia questa a uscir soli: — il nemico
               Però non dorme, e il capo vostro ha messo
               A prezzo.
  _Gualfredi_            Vieni... ch'ove tremi un padre
               Pei dì del figlio, non paventa morte...
               E già mi è troppo questa vita grave,
               Che vedovato strascinar la possa
               Del figlio mio....


SCENA III.

GERI, MANENTE, E DETTI.


  _Geri_                         Vosco sta il figlio...
  _Gualfredi_                                           Oh vista!...
               Tu se' ferito... ell'è mortal la piaga?...
               Chi t'offendeva?... Guido, il ferro mio...
               Tu corri... va per mastro Dino, Nello...
               Parla in nome di Dio; chi ti trafisse?
               Nello, ma Nello, la mia spada dammi?
  _Geri_       Rimanti, — lieve è questa piaga; — Dino
               Videla, un tal suo farmaco vi appose.
               Sì che ormai n'è la doglia al tutto spenta.
  _Gualfredi_  Ma il feritore... il feritor?...
  _Geri_                                        Lo taccio...
  _Gualfredi_  Svelalo...
  _Geri_                  Padre!...
  _Gualfredi_                       Se il mio amor t'è caro,
               Se grave t'è lo sdegno mio, lo svela.
  _Geri_       Quanta angoscia di pianto e di vendetta
               È per uscirne...
  _Gualfredi_                   Non ti calga,... il noma.
  _Geri_       Egli consorte è nostro...
  _Gualfredi_                            È Lemmo?
  _Geri_                                          È Dore...
  _Gualfredi_  Schiatta iniqua!... vil serpe!... io calpestarti
               Potea... nol volli... Maladetto l'uomo.
               Che vede il serpe e nol calpesta. — Oh spenti
               Siate voi tutti, ribaldi![10] ricada
               Il vostro sangue su la vostra testa...
               Sali il mio buon destriere, o Nello... sprona
               Al mio castello; — trova Uberto; — digli
               Che mova tosto, — che tra sesta e nona
               Con le masnade armate io qui lo aspetto...
               Parti, — vola. — E non se' partito ancora? —
               Ora tu dimmi, il fiero caso come
               Accadeva?
  _Geri_                 Poichè disio vi prende
               Saper la triste istoria, e a vendicarvi
               Siete parato, — io ben volenteroso
               La vi dirò. — Con nera opra il codardo,
               Ordita in grembo della notte, d'onta
               Volea coprirci tal, che da qui innanzi
               Senza arrossire non osasse il volto
               Alzare un Bianco;... un redivivo... eterno
               Portare obbrobrio... una infamia infinita
               In casa di Gualfredo Cancellieri...
  _Gualfredi_  Onta a Gualfredo!
  _Geri_                         E svellerti dal seno
               Paterno il capo diletto di Bianca...
               Spietato!...
  _Gualfredi_               A forza?...
  _Geri_                                Oh! femminil talento
               Fievole è cosa, e più che d'ira, degno
               di pietà...
  _Gualfredi_              Dunque consentia colei?...
  _Geri_       Dai ribaldi travolta, con parole
               Dolci di pace vinta, ir si lasciava
               Semplicetta alle frodi...
  _Gualfredi_                            E tu?
  _Geri_                                       Li colsi
               Al varco, — ruppi il nequitoso fatto. —
               Di lieve piaga ebbi la mano offesa.
               Ma di profonda il core.
  _Gualfredi_                          O scellerata
               Figlia! Oh disdoro della casa mia!
               L'ora tua estrema è suonata... la gente
               Dirà a un punto il tuo fallo e la tua pena;
               E che Gualfredo tra il delitto pose
               E la tua morte quel tempo che vuolsi
               A trarre un ferro, e a trapassare un cuore.


SCENA IV.

UN SERVO, E DETTI.


  _Servo_      Messere, un uom,
  _Gualfredi_                   Che vuole?
  _Servo_                                  A grande istanza
               Favellarvi...
  _Gualfredi_                Che rieda a vespro.
  _Servo_                                        Ei disse,
               La sua bisogna oltre ogni pensier grave
               Non dare indugio, e dove or non lo udite,
               Ei mai più tornerà.
  _Gualfredi_                      Lo conoscesti?
  _Servo_      Io nol conobbi: a grande studio il volto
               Col mantel cela.
  _Gualfredi_                   Or chi fie questo? — venga.


SCENA V.

DORE, E DETTI.


  _Dore_       Se Dore Cancellieri...
  _Gualfredi_                         Iniquo! muori...
  _Dore_       Partecipate il retaggio dell'empio:
               Un innocente trucidate.
  _Gualfredi_                          Il tuo
               Ferro scaldossi per entro le vene
               Del figlio mio, e se' innocente?
  _Dore_                                        Sono:
               Alla morte di Dio, lo giuro. — Questo[11]
               Mi svelava il misfatto: e per comando
               Del padre, solo, senza compagnia,
               Con la coscienza che sol mi francheggia
               «Sotto l'usbergo del sentirsi pura»
               Venni a mercè d'involontario fallo. —
               Assalito per l'ombra... a tradimento...
  _Geri_       Certo, assalire io ti dovea per l'ombra,
               Però che figlie di tenebra sono
               Le opre tue bieche... In grembo della notte
               Ogni codardo rapace l'artiglio
               Dispiega; e tal ti argomentavi Bianca
               Menarne, e farci infami...
  _Dore_                                  Ove non foste
               Voi mio consorte, e me solo offendeste,
               Altra risposta io vi daria che motti.
               Ma voi sozzate il vase del Signore,
               Sfrondate il giglio di Pistoia, quind'io
               Favellerò di queto: e posto ancora
               (Guardimi il ciel!) ch'io proponessi cosa
               Di lei non degna, avriami ascoltato ella?
               Bianca! — creatura che si piacque Dio
               Formar perfetta, onde di lui memoria
               Rimanesse quaggiù. L'amo, ma di alto.
               Di magnanimo amore io l'amo; — e dove
               Il ciel compagna la mi desse, ah! suora,
               Sposa, madre, per me tutto sarebbe;
               L'adorerei sì come cosa sacra,
               Nè direi più che questa vita è un pianto,
               Una scuola di angosce; ma una via
               Sparsa di fior che tra il diletto mena
               Alle gioie immortali.
  _Geri_                             Oh! pria di morte
               Sposa che tua sarà...
  _Dore_                             Geri, mi odiate,
               Il so; — pur io non vi offendeva mai.
               Membrate un fatto o un detto che in ingiuria
               Vostra da me movesse; — A correr giostra
               Certo talora, od a ferir torneo
               Vi soverchiava; — ed io per me non veggio,
               Oltre quest'una, altra cagion dell'odio
               Vostro atroce: — se ciò fosse, — sventura
               Al dì che appresi a trattare asta e spada!
               Sventura al dì che ferir l'uomo io seppi
               Con ferita immortal... con la vittoria!...
  _Geri_       Tu te ne menti: e quando mai vincesti
               Geri tu?...
  _Dore_                   Mento io? — Queste labbia ignote
               Sono a menzogna, perocchè una sede
               Eterna ha su le tue. — Sul ver ti punsi;
               Ma se di un Cancellier figlio tu sei,
               Rammenta i giorni andati, e su la polve
               Pensa di quelli cui perpetua impresa
               Fu nella vita, ed ultimo sospiro
               Nella morte l'Italia, e tu pur anco
               Prode sarai; — e nel dì della battaglia
               Vedrai l'ombre paterne confortarti; —
               Udrai la voce che raddoppia il core,
               L'alito sentirai della vittoria. —
               Ma per invidia non si sale in fama. —
               Dagli stellati seggi nello abisso
               Giacque della tenebra chi astiando
               Avverso mosse al suo Fattore: — or l'astio
               Con Satano accomuna; un giorno ancora
               Avrai pena comune...
  _Geri_                            Ormai più modo
               Non ha lo sdegno: — t'accomanda a Dio,
               Ch'or sei morto...
  _Dore_                          Al ferire un uom senz'arme
               Ti riconosco...
  _Gualfredi_                  Vivaddio, t'arresta![12]
               Hai morto il senno? — Queste mura senza
               Periglio a voi non sono: — andate, — e dite
               Al padre che di pace e di perdono
               Parole omai correr tra noi non ponno; — Che
               non più di una terra il fosso stesso
               Può rinserrarci, e nudrirne di un cielo
               Medesmo l'aere; — che di noi due, l'uno
               Da qui innanzi dee piangere, ed il giorno
               Maledire in ch'ei nacque. — Uno sterminio,
               Ditegli, in breve, una guerra di morte
               Io moverogli contra, ond'ei si guardi
               S'egli è vero che il dritto esalta Iddio.
  _Geri_       Non fie lieve così lo tuo commiato
               Da queste case. —[13] Altra ben'io di vostra
               Morte, tra breve, da costoro ordita,
               Trarrò vendetta. — Tu sappi per sangue,
               Per parole non già, piaga sanarsi;
               E l'anima tua... indegna che per questo
               Mio pugnale sia sciolta. — A te, Manente,
               Sotto pena di cor lo affido.
  _Dore_                                    Forza
               Mi fate voi? ben mi aspettava a questo. —
               Gualfredo, e il consentite? — Intendo or come
               Più che crudo esser frale è maggior danno; —
               Ma e bene intendo qual pena, e qual merta
               Pietà. — Gualfredo, per qualunque evento
               In vostra casa possa incormi, — io prego,
               Che conto un dì non vi domandi Dio...
               Io vi perdono... or lo sdegnate? — Un giorno
               Questa parola, più che prece e pianto,
               Misericordia impetrerà...
  _Manente_                              Nè chierco
               Mai sermonò così soave, o frate.
               Venite al premio...
  _Dore_                           La trascorsa notte,
               S'io mal non veggo, ti salvai la vita?
  _Manente_    Oh! tristo me, ch'io son di mente lassa; —
               E questo antico è sì, che omai non merta
               Membrarlo.


SCENA VI.

BIANCA E DETTI.


  _Bianca_                Empio, che fai! — lo meni a morte?.
               Non dà la terra a nudricarti il frutto?
               Non il liquore a dissetarti? — Il sangue
               Perchè e le membra dell'uomo desii?
               Oh! se dischiusi nuovamente i cieli
               Piovessero l'oceano della morte,
               E lo spirto di Dio fosse su l'acque
               Gridando: — Il giusto è salvo; si vedria
               L'arca pei mari di virtude in terra
               Segno, e di pietà in cielo, — o spenti tutti?
  _Manente_    L'arco baleno è un patto a più colori
               Che mi toglie il sospetto.
  _Bianca_                                O padre mio,
               Son queste le promesse, i giuri questi.
               Che al letto della morte, ove la estrema
               Ora vivea la madre mia, faceste?
               Desioso di Dio, pur su la soglia
               Della vita fermavala un pensiere
               Di angoscia; a voi si volse, ed al perdono...
               Vi confortò del sangue vostro... e: Vedi,
               Disse, Siam polve,... la mercè di Dio
               Non fie a lui che visse odiando in terra...
               Voi piangevate, chè la pieta il varco
               Avea tolto alla voce; allora un lampo
               Vestì di gioia il volto alla beata,
               Compose il capo alla quïete eterna,
               E scosse l'ale al sempiterno riso...
               I labbri intanto della morta spoglia
               Parea pur sempre dicessero: — pace. —
               Spirto beato, dai stellati seggi
               Ove sei santo, a questa terra un guardo
               Volgi, e vedrai di quale amore il sangue
               Si ami dei Cancellieri; — e qual conceda
               Pace e perdono il tuo consorte. — Padre...
               Pensate che possa giurare invano
               L'uomo ai suoi morti?
  _Geri_                             Or chi fie mai che nieghi
               Mastro gentile ai bei concetti amore!
  _Bianca_     Amore?
  _Geri_              Sì, — forse non ama il nostro
               Nemico Bianca?
  _Bianca_                    Io... del Signor l'amico
               Amo; — inimico a nullo, io Dore amo;
               Nè tale è questo amor che voglia starsi
               Celato, — e al padre, e a te non pur, ma al mondo
               Io vorrei dire l'amo. — Oh a quello amore
               Guai! che di farsi manifesto adonta,
               O già fatto è delitto, o se ne appressa.
  _Gualfredi_  E lieti giorni e avventurosi Bianca
               Stimi trarre con Dore?
  _Bianca_                            Avventurosi! —
               E chi lieto è quaggiù? — Non è ella prova
               Di pianto questa vita?
  _Gualfredi_                         E qual conforto
               Or ti fie dunque averlo a sposo?
  _Bianca_                                      Un fuoco
               Che nudrono le vergini in onore
               Di Nostra Donna è l'amor mio, — modesto
               Sì, ma immortale: — la ragion non vince,
               Eppur sento che dove a sposo Dore
               Dio mi consenta, io gli dovrò tai grazie,
               Quali di suo più grande beneficio...
               Ma poichè la ventura a tal ne mena,
               Ecco prostesa in voi m'affido io tutta.
               Proferite giudicio: od all'amplesso
               Tornate il fratel vostro, e fie suggello
               Il mio nodo di pace; o consentite
               Ch'io al Ciel mi renda. Oh! non già lieve questo
               Sarammi; — ma un pensiero mi conforta:
               Più che sovra i felici il guardo intende
               Sovra gli afflitti Dio.
  _Gualfredi_                          Sorgi... la mano.
               Che stringere desii di sangue è tinta, —
               Sangue del fratel tuo. —
  _Bianca_                              Sangue!... chi il dice?
               Ella è innocente...
  _Dore_                           Io questa mano, il giorno
               Delle vendette, francamente a Dio
               Per supplicarlo innalzerò; nè traccia
               Perenne è questa, perocchè non grido
               Di colpa, ma consiglio di natura
               Scorse la mano;... e la natura è figlia...
               Di Dio.... Mi striscia su le carni un ferro, —
               Percuoto nella tenebra... Per quanto
               È più nel cielo e in terra sacro, il giuro, —
               Sono innocente.
  _Bianca_                     Cancelliero, il giuro
               È mala prova d'innocenza: — il fallo
               Al par lo adopra, e più. — Ben ti credo io,
               Ma sposa — finchè il mondo non conosca
               Te non essere un tristo — ch'io ti sia,
               Impossibile è cosa.
  _Dore_                           In questi luoghi
               Volea tenerne il cugin nostro — a forza:
               Or volontario rimarrommi; e a voi,
               Gualfredo, il carco di chiarir se Dore
               Un fellon sia concedo; — e dove tale
               Non vi appaia, se voce di consorte
               Puote in voi nulla, — priegovi — torniamo
               Amici, deponiam l'ire fraterne
               E le contese, onde la gente dica:
               Ben serba il Cancelliero alma sdegnosa,
               Ma volentier perdona....
  _Gualfredi_                           Benedetta
               La pace che da lungo invan sospiro! —
               Figli... figli... Or deh, Bianca, alle tue stanze
               Riedi; — voi, Dore, nelle mie vi state: —
               Dei vostri padri è questa casa, — e vostra;
               Ogni timor quindi sbandite. — In breve
               Tornerò a voi. — Sappiate intanto ch'ove
               Pieni non sieno i desir vostri, certo
               Non fie per me che voi non siate lieti.
  _Bianca_     Parmi, o benigno il ciel s'inchina?
  _Dore_                                           Il voglia
               Iddio, ma non mi affido: — ad ogni evento
               Amami.
  _Bianca_            In cielo, dopo Dio, te primo. —
  _Dore_       Bastami. — Or va, ch'io son parato a tutto.


SCENA VII.

GUALFREDI, GERI.


  _Gualfredi_  Non periranno i Cancellieri.[14] — Figlio;
               Molte io fin qui sopportai cose in vostro
               Danno e mio da voi fatte, e pur di nulla
               Tanto mi dolgo quanto di questa una
               Che oggi faceste in mia presenza. — Or giovi
               Membrarvi, — Dore qui securo starsi
               Con la tutela del mio nome, — solo
               Esserne signore io; — e da qui innanzi
               Senza periglio non poter voi a scherno
               Torre la santa autorità paterna... —
               L'evento della notte...
  _Geri_                               Udite cosa
               Che ultima vo' che in questo sia. — Gualfredo,
               Poichè al mio detto non fidate, e in dubbio
               Ponete la mia fe', non dirò verbo
               In difesa... io disdegno...
  _Gualfredi_                              Oh! mal conviensi
               Disdegno in ciò, — ma si vorria ben onta
               Pria di mal fare. — Or vel ripeto, — sono
               Signor supremo io qui. — Voi fate senno
               Di mie parole, e pensate allo stato
               Cui, se ben veggo, non vi chiama il cielo.


SCENA VIII.

GERI.


               Nè a virtù tutto, — nè a delitto tutto: —
               Tra il Caino e l'Abele... A me è conteso
               Spegnerti o Padre: ora mi chiama il fato
               Tuo mal grado a ferire, e strascinarti
               Per una via di sangue al mio disegno.



ATTO TERZO.

                          . . . . . . . . . . . . . I lor tetti
                          . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                          Quasi spelunca di ladron son fatti
                          . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                          E tra gli altari, e tra le statue ignude
                          Ogni impresa crudel par che si tratti.
                          Deh quanto diversi atti!
                          Non senza squille si comincia assalto
                          Che per Dio ringraziar fur poste in alto.
                                                      PETRARCA.


SCENA I.

Scena come nel primo Atto. È giorno.


UBERTO, VANNI, UGHETTO, DONATO, BACCIO, ED ALTRI.


  _Vanni_      Poichè ne amate come figli, noi
               Qual buon padre non men vi amiamo, Uberto:
               Quindi è il piè in staffa, ed è la lancia in resta
               Al tuo comandamento; che buon dritto,
               Ragion, giustizia è a noi tuo cenno, — tutto.
               Pur, se ne assenti, a che ne hai tu condotti?
               A che venimmo?
  _Uberto_                    Lo sapete voi?
               Certo non io.
  _Ughetto_                  E fa mestier domanda?
               Non ella è aperta nostra sorte? — Amati,
               Reveriti, diletti oggi, e percossi
               Dimane, — come verga che alla pena
               Del figlio il padre innalza, e ov'ei si umili,
               Ridivenuto pio questi l'amplesso
               Dischiude del perdono, ed è la verga
               Tronca gittata a terra.
  _Vanni_                              O come cane,
               Cui per la belva presa toccan'ossa
               Sovente e battiture.
  _Uberto_                          Vanni, duolti
               Seguirmi? — rifà i passi, — io non ti tengo;
               Ma in ciò pon mente, nulla a perdere hai.
               Tua non è quella veste che ti copre,
               Tue non sono quell'arme; e appena appena
               L'anima è tua.
  _Ughetto_                   Il non acquisto a noi
               Perdita è certa.
  _Vanni_                       Dunque è destinata
               La vita nostra a far siepe ai codardi? —
               Nella promessa, ove li prema il danno,
               Infiniti: perchè, securi, il prezzo
               Non den pagar del sangue? Non si dona
               L'anima, ma si vende.
  _Donato_                           E qual sia angoscia
               Sapete, Uberto, allorchè di compagni
               Scemi tornando a casa, alle accorrenti
               Donne null'altro possiam dir che: — Gemma,
               Prega requie allo sposo: — Agella, il padre
               Piagni: — e tu, Spina, non vedrai più il figlio.
               Sposo... padre... figliuol, son morti.
  _Baccio_                                            E l'onta
               Di farsi al tempio, e non potere offrire
               Al Signore che preci?
  _Vanni_                            Arrogi al danno
               Lo strazio. Altra fiata i Cancellieri
               Chiamârmi, e Guelfi e Santa Chiesa e Papa
               Voller ch'io urlassi; — in questa un uom, con voce
               Geri additando e con mano, mi dice:
               Va, ponlo a morte. — Io lo facea; — quand'ecco
               Dore giungermi addosso, e tal di un stocco
               Darmi sul capo, che se Dio non era,
               E la barbuta nuova, ei mel fessava
               Fino al mento.
  _Ughetto_                   E me pur poneva Geri,
               Onde tra l'arme non patisse oltraggio,
               (Tale almen disse), a guardia della donna
               Del giudice Benozzo, allorchè mosse
               Ratto a mia volta con sua gente Lemmo,
               E a vitupero mi cacciava. — Io solo
               Era; — nè basta incontra a' molti sdegno:
               Ritrassi il piè, ma me la cinsi al core.
  _Vanni_      Noi siam fratelli d'ingiuria: volete
               Essermi di vendetta?
  _Ughetto_                         Anzi mi è grato:
               Mi vi lego per fede.
  _Vanni_                           Ecco la mano.
  _Uberto_     O prodi, o forti, proseguite or via.
               Ma al ciel fo voto, che di voi qual parta
               Sì dalla insegna, che non oda il cenno
               Di mia voce, — saprà che all'arcion posi
               Pria di partirmi un capestro, e il contado
               Nostro molti nudrire alberi, ed alti.
               Per trescare una danza in campo azzurro.
               Non ordin fisso, non comando, o voce
               Di condottiero, ma furore, e rabbia
               Di vendetta, e ingordigia di rapina
               Guidanvi a queste guerre. — Per voi stessi
               Rotti, un timore di breve ora siete,
               E di vostra miseria una perenne
               Fonte. — Cacciare voi potete Uberto, —
               Trucidarlo anco; — ma finchè le vostre
               Voci mi appellan duca, — voi dovete
               Obbedirmi...
  _Donato_                  Egli il ver favella.
  _Baccio_                                       È giusto.
  _Ughetto_    Buona milizia è questa.
  _Uberto_                             E non sono io
               Lo padre vostro? e voi non siete i figli
               Miei? — la forza mia sola? A me lasciate,
               A me il pensier di farvi lieti. Io — nulla
               Son senza voi; voi — senza me. Ci stringe
               Necessità più salda assai di amore. —
               Fidate in me.
  _Donato_                   Fidiamo in lui.
  _Baccio_                                   Fidiamo
               In Uberto.
  _Ughetto_               Il buon duca.
  _Vanni_                               Viva Uberto!
  _Tutti_      Viva!
  _Uberto_           Ed a voi, qual può maggiori, Uberto
               Rende grazie. — Ma Geri i passi affretta
               Or ecco qui: tacetevi, e in disparte
               Fatevi, che non ama aprire a tanti
               La sua mente il signore.


SCENA II.

GERI, MANENTE, E DETTI.


  _Geri_                               Ben ne venga
               Uberto, e ben con esso la masnada. —
               Nulla t'incolse al venir tuo molesto?
  _Uberto_     Nulla: — al comando di Gualfredo io mossi
               Ratto, e se mal non veggo, il suo disire
               Parmi ho precorso.
  _Geri_                          E di ciò grande t'abbi
               Mercè. — Ti appella in questi luoghi un alto
               Consiglio; — e poichè il padre di altre cure
               Gravato or si sta lunge, — io pianamente
               Vo' chiarirti di tutto. — A tale impresa
               Vuolsi or por mano, in che il periglio scema
               A misura del core.
  _Uberto_                        Ed io parato
               Pel piacer vostro sono a tutto.
  _Geri_                                       I Guelfi
               Non ti dirò perchè altra volta, e Roma,
               Chiamato a tutelar venisti, e come,
               Anzi che pro, te ne arrivasse danno:
               Perocchè ingrata questa terra tenne
               Vostra vita un tributo e il sangue un dritto.
               Giova gridare Impero, e i Guelfi adesso
               Cacciare in bando.
  _Uberto_                        Ma che Pisa è un nome
               Pensaste mai, — Guelfa Fiorenza, — e starsi
               Sul roman seggio Bonifazio ottavo?
  _Geri_       Me' si sanno in Pistoia che in suo contado
               Queste novelle, Uberto. — I miei consorti
               Fatto han com'io di lor gente adunata,
               E di amistadi; e se un menar da franchi,
               Un assalire alla impensata i nostri
               Nimici a cacciar valgono, ella è vinta
               Tutta la impresa.
  _Uberto_                       Io non comprendo.
  _Geri_                                           Lieve
               Fieti però quando saprai, Fiorenza
               Ordir la trama istessa, non diversa
               Argomentare Lucca, e a questa volta
               Venir con mille cavalier tedeschi
               Dell'imperio il Vicario: — il modo poi
               Di correr la città non anco è fisso;
               Quando fie tempo lo saprai. — L'impresa
               Questa è, — perigli questi: — or vo' che il premio
               Sappi — di patria non dirò, — di amici
               Meno, — e non pur della romana soma...
               Motti vani, novelle da contarsi
               Dal querceto alla rupe. — Un più securo
               Consiglio or teco valgami, che al core
               Ti giunga dritto.
  _Uberto_                       Ed è?
  _Geri_                               Lo tuo pro istesso:
               Però che farai tue le ricche spoglie
               Degli usciti, e i tenèri; e dove prima
               Errante masnadiere alla campagna,
               Or tolto al soldo del Comune avrai
               Stanza e vita secure.
  _Uberto_                           Oltre il diletto
               Di farvi cosa che vi aggradi, voce
               Per me non suona sì soave, quanto
               Cangiar fortuna, come quei che traggo
               Dura vita, non certa del dimane,
               Ed appena dell'oggi.
  _Geri_                            Or ben precorri
               Il premio tuo con la speranza. — In modo
               Vo' far che ti dirai contento.
  _Uberto_                                    Geri!...
               Poichè in periglio vita io pongo certa,
               Parmi, securo in ugual modo il premio
               Dovrebbe essere, e certo.
  _Geri_                                 Uberto!... il senno
               Vienti meno? — Ti chiamo nella terra,
               I miei ti affido, e me. — Signor di tutto,
               Securtà chiedi?
  _Uberto_                     Che non sia dell'altre
               La mia testa più alta, — amo; — starmi
               Sublime senza scala, — temo; — e soglio
               Senza guatarla attraverso lo raggio
               Vuotar la tazza. M'intendete?
  _Geri_                                     Intendo.
               Se savio sei, ti guarda.
  _Uberto_                              Dal nemico
               Mi guardo, — perocchè quando ei più presso
               A me verrà, che non la spada ho lunga,
               Freddo sarò; ma dalla man che blanda
               Par che si accosti a carezzarti il mento,
               E ti rompe la gola, chi ti guarda?
  _Geri_       Tanta astrattezza ricercar che giova?
               Noi non concerne: — il mio fedel tu sei, —
               Dovizioso per me; — dove fatto
               Tale, non fora ch'io ti muti certo
               Con nuovo impronto, che di te men valga.
  _Uberto_     Sia. Ogni uom suo sentier corre; io corro il mio,
               Pensando che sul letto della morte
               Alto conforto pel tradito è questo,
               Ch'ei può legar la sua vendetta. — Geri,
               Son vostro.
  _Geri_                   Va, — nelle terrene stanze
               Tacito statti del castello; — all'uopo
               Quanto fia troverai. — Lo duca vostro
               Seguite voi silenziosi, come
               Sorprendete il viandante alla foresta. —
               Tu gli conforta a bene oprar la spada.
  _Uberto_     L'hanno tutti a due tagli.


SCENA III.

GERI, MANENTE.


  _Geri_                                  Ei vuol morire.
               Poca per celar sapienza, e ingegno
               Per conoscere ha troppo. Or tu ben nota,
               Manente; al terzo grido per lo Imperio
               Pon fine alla bisogna; — e tal ti adopra,
               Che al colpo primo la si spacci: — in modo
               Farò che Bianca non si opponga.
  _Manente_                                    Questo,
               Vel dissi io già, non lo raddoppia mai.
  _Geri_       Una volta mancasti. — Altrove io corro
               A vegliare. Ricorda... al terzo ei...
  _Manente_                                          Cada.


SCENA IV.

MANENTE.


               Facciamo i conti. — Mi torna ch'ei cada? —
               Debbo esser tristo traditore, o tristo
               Fedele? — Tristo sempre! — Parmi il meglio
               Torre il bel vanto di restar fedele...
               Ecco come s'accoppia al maleficio
               Virtude, e come ogni uom può dirsi onesto.


SCENA V.

BIANCA.


               Di arme un suono qui intesi. — Ah! m'ingannai. —
               Se come scellerata io son punita
               A inaridirmi nel sospetto, questa
               Innocenza che giovami? — Versato
               Fu il sangue qui del mio fratello... O terra,
               Dal dì che l'empio diffuse la prima
               Morte sul volto all'uomo, tu bevesti
               Più sangue che rugiada; eppur vestita
               Di luce, — eterna in tua beltà sorridi,
               E pietosa raccogli entro al tuo grembo
               E i giusti e i tristi — tutti! — È la tua faccia
               Cener di morte: — calpestiam la polve
               Dei padri noi, — calpesteranno i figli
               La nostra... O terra, una gran tomba sei!
               Non pertanto sorridi... Oh! quanto meglio
               Era non esser nati. — Ecco il vestigio...
               Dio già lo vide... Oh! a te non sorga il grido
               Di vendetta da questo... e s'ei surgesse...
               Non ascoltarlo, — no, — rimanga inulto; —
               Fu sparso senza offesa: — ma nol vegga
               La gente... deh! nol vegga... Oh! se uomo mai,
               Questo luogo accennando, e altrove il volto
               Per orrore volgendo: — Un Cancelliero, —
               Dicesse, — là trafisse un Cancelliero, —
               Oh I quanta infamia: — celisi, — nol vegga
               La gente, — deh! nol vegga.[15]


SCENA VI.

LEMMO, E DETTA.


  _Lemmo_                                     Perchè quello
               Che in pensando il tuo cor freme, — in altrui
               Vuoi sospettar? — Questo non è nè giusto
               Nè onesto; e il nome nostro delle genti
               All'orecchio fin qui non suonò infamia.
               L'anima sconfortata nel dolore
               Non ode l'argomento della mente,
               Nè palpito paterno ragion vince! —
               O auguste mura dei miei padri, — un giorno
               Men superbe sorgevate, ma certo
               Di tutela ospital, di cortesia
               Vi riparava il perseguito, — certo
               Delle oneste accoglienze il cavaliero; —
               Come della innocenza e del valore
               Al sacro asilo tutti. — Men superbe
               Sorgevate: — ma or son del signor vostro
               Le notti tutte quiete? — Il pianeta
               Vi schiara sì; — ma non v'allegra; — cade
               Suo raggio sopra voi, come su l'arca
               Del potente defunto. — O patria mia!
               Da quei muri esce un grido di minaccia;
               Però che guai alla terra ove castello
               Tal'erge il cittadin che può oppressarla:
               Guai! In breve, o il suo signor fia per te spento,
               Od ei ti fie tiranno. Insomma questo
               Dee pur finire in pianto... — Or parmi, e certo
               Scorgo una giovanetta in alcun'opra
               Intesa tutta: — oh! se della famiglia
               Di colui fosse cui nomar non oso.
               Fratello, — a lei chieder potria di Dore... —
               Gentil donzella, se benigno il cielo...
  _Bianca_     Gran Dio! qual voce è questa! Lemmo!...
  _Lemmo_                                              Tanto
               Nei miei consorti può l'odio, che desti
               La mia voce terrore?
  _Bianca_                          Amor la voce
               Vostra, ed amor dolcissimo risuona
               Su l'anima di Bianca.
  _Lemmo_                            Tralignato
               Non è il buon seme di colei che madre
               A te, ed a me dolce cognata, or siede
               Su in ciel santa. Or deh! dimmi: — il figliuol mio?
  _Bianca_     Degli avi suoi nella casa securo
               Vive. —
  _Lemmo_              Se come bella sei cortese,
               Non l'odii tu?
  _Bianca_                    Odiare io Dore!
  _Lemmo_                                     Arrossi? —
               Tanto ti grava un pensiere di pace,
               Che a diffonderti valga su pel volto
               Il colore dell'onta?
  _Bianca_                          Ahi! duro detto.
  _Lemmo_      Gemi? Ah! tu ben per tempo sei nudrita
               Nella scuola dell'ira. — Ah! ben per tempo
               Sai esultar nella gioia di futura
               Vendetta, e dolce un retaggio esser l'odio,
               Che dee di figlio in figlio tramandarsi.
               Pur chi il diria? così cortese sembri...
               M'ingannai...
  _Bianca_                   V'ingannaste... il figliuol vostro...
               Io amo...
  _Lemmo_                L'ami? ma tuo padre... l'odia...
  _Bianca_     Io gliel svelava...
  _Lemmo_                          Ne fremeva il figlio
               Di mio padre?
  _Bianca_                   Il fratel vostro?[16] — Vermiglia
               Fu questa terra del sangue di Geri; —
               Or non è traccia: — tal dalla sdegnosa
               Anima sparve l'ira... perchè Dore
               È un innocente.
  _Lemmo_                      Gioventù feroce! —
               E a te grazie, o leggiadra giovanetta.
               Che sì pietosa al genitor favelli
               Del figliuol suo. — Di', non aborre dunque
               Gualfredo Dore?
  _Bianca_                     Ei ci nomava figli. —
  _Lemmo_      Figli!
  _Bianca_            E già mosse per alcun consorto,
               Onde lieto messaggio a te portasse
               Parola di amistà.
  _Lemmo_                        Cara! non sai
               Quanta gioia nell'anima mi versi!
               E io dirtela non so; perchè — profonda, —
               Inesprimibile è. — Signor, mercede!
               Hai veduto lo spirto contristato
               Nell'angoscia di morte, e n'hai sentito
               Pietà; — non vuoi che nel sepolcro scenda
               Affranto nell'affanno il servo tuo.
               Or tu, diletta, al mio fratello vola;
               Digli che un cuore nel pensier dell'odio
               Inaridito spandersi sospira
               Per lo suo affetto intero: — un labro, amaro
               Finor per ira, ansa cambiare il bacio
               Di amistà sul suo labro; — e le mie braccia,
               Digli che mai fur giunte alla preghiera
               Dal dì che più gli si gittaro al collo
               Come pegno di amor. — Va... vola... parla
               Quello che vuoi, nè posso dirti io tutto.
               Chè al fervido sentir dell'alma è manca
               Favella umana; ma secreto un senso
               Prepotente e misteriosa fibra
               Dette il cielo ai gentili. Or dunque digli
               Quel che sentisti, non quel ch'io ti dissi.
  _Bianca_     Spirto non mosse mai sì lieto l'ale
               Verso del suo fattor, com'io del padre
               Ora al cospetto.... Quella via men lunga[17]
               Percorrerò.
  _Lemmo_                  Verso la piazza io muovo
               Del castello; — colà se mia venuta
               Tuo padre assente... a dirmi vieni, o manda;
               Nè già ti prego io ratto; — chè qual spina
               Sia l'incertezza più che dirtela io,
               Potrai sentirla tu.


SCENA VII.

LEMMO.


                                   Questa è ben gioia!...
               Ma è figlia del travaglio. — Nel dolore
               Si nasce,... nel dolor si muore,... e l'ora
               Tra il nascimento e la morte è un dolore...
               S'ei tace, — godi... — in altro modo lieto
               Esser non puoi quaggiù. — Oh! non è questa
               La patria nostra... non è questa... In cielo,
               Al cospetto di Dio è vera gioia.



ATTO QUARTO.

                      Però bestemmio in prima la natura
                      E la fortuna con chi ne ha potere,
                      Di farmi sì dolere;
                      E tocchi a chi si vuol, ch'io non ho cura;
                      Che tanto è il mio dolore, e la mia rabbia,
                      Ch'io non posso aver peggio di ch'io m'abbia.
                                            FAZIO DEGLI UBERTI.


SCENA I.

Scena come nel secondo Atto. È giorno.


BIANCA.


               Triste un silenzio di morte qui regna.
               Qual fora mai cominciamento all'odio
               Se tal cominci, o amore? — Il padre or come
               Trovare io posso? — inoltrarmi non oso.


SCENA II.

GERI, E DETTA.


  _Geri_       Bianca, che cerchi?
  _Bianca_                         Il padre.
  _Geri_                                     O Dore?
  _Bianca_                                           Il padre.
               Ma fie a me sempre, così piacque al cielo,
               Di Dore il volto un gaudio, perchè volto
               È d'uom giusto...
  _Geri_                         Dal mio diverso tanto?
  _Bianca_     La lode al buono è vitupero al tristo...
               Tal ti se' fatto, che ti giunga amara
               Del cugin tuo la lode?
  _Geri_                              Io! — no... ma il padre,
               Dimmi, a che cerchi?
  _Bianca_                          Il fratel suo mi manda
               A chiedergli se fie sua vita salva
               Nella casa paterna...
  _Geri_                             Oh! ben ne venga
               Lo dolce zio! — Riedi per esso; — digli
               Gualfredo testè giunto, alto aver mosso
               Lamento, onde nè in casa mai nè in via
               Gli occorresse; — ch'ei venga; — nè per ratto
               Muoversi farà mai che il gran desire
               Ne' suoi consorti di abbracciarlo agguagli.
  _Bianca_     Vado.
  _Geri_             Bianca, — la suora di tua madre,
               A Dio sacrata, di ferventi preci
               Empie e di pianto la romita cella;
               Or dirle cessi il lamentare, e Dio
               Avere inteso il suo sospiro; — insomma
               La nostra gioia dirle — non saria,
               Bianca, pietade?
  _Bianca_                      Io ben pensava a questo,
               Fratello; — ma deh! pregoti, di pompa
               Abbian mie nozze nulla, di terreno
               Nulla... tutto di Dio... Dei convitati
               Parco il numero; — all'anima che intera
               Nell'amor si abbandona ei son di freno
               Insoffribile; — caste nell'ornato,
               Dovizia abbian di affetti.
  _Geri_                                  È tuo disire
               Legge. — Or va; — ma perchè ristai pensosa?
  _Bianca_     Fratel!...
  _Geri_                  Sorella!...
  _Bianca_                            Il priego di una afflitta
               Puote in te nulla?
  _Geri_                          Onde mertar sì fatta
               Domanda che fec'io?
  _Bianca_                         Parla sincero...
               L'anima tua veracemente l'ira
               Depose?
  _Geri_               Il lieve dolore del corpo
               Rimase spento dal gaudio dell'alma: —
               Ella è serena — come ciel d'Italia.
  _Bianca_     I canti delle vergini la lode
               Esaltino del pio, dell'uom potente,
               Che offeso perdonò; sol questo è calle
               Per cui la polve fino a Dio s'innalza.
               Il ciel cortese di pietosa donna
               Ti sia, e di figli onore ai tuoi verdi anni.
               Conforto ai tardi, — a tutti gaudio... Addio.


SCENA III.

GERI.


               Dove mai questo cor toccar potesse
               Gemito di pietà... tu mi faresti
               Piangere...


SCENA IV.

GUALFREDI, E DETTO.


  _Gualfredi_              Or dove mai Dore si asconde?
  _Geri_       Testè a diporto pel giardino errante
               Lo vidi.
  _Gualfredi_           Fate ch'ei qui venga.
  _Geri_                                      Padre...
               Il fratel vostro...
  _Gualfredi_                      Lemmo!
  _Geri_                                  È in queste case. —
  _Gualfredi_  Che fa? perchè non viene? Andate, solo
               Convenire amo con esso.


SCENA V.

GUALFREDI, LEMMO.


  _Gualfredi_                          A che stai?
               Fratel, non osi? — temi? — In questa casa
               Pensa che visse il padre tuo, — fratello...
  _Lemmo_      Oh nome! — quanto mai fur queste orecchia
               A non lo udire; — egli nasconde un suono
               Che di amoroso brivido mi scuote. —
               Deh! torna a dirmi, o mio fratel... fratello.
  _Gualfredi_  Fratel mio dolce, — fin dagli anni primi,
               Più che le dotte carte, a me la spada
               Piacque, la scienza a te; pur mai dai nostri
               Labbri volò l'oltraggio. — Un mal consiglio
               Ci divise, — pur mai nemici fummo.
               Indurarci la mente al ciel non piacque:
               Ella era amica, ma taceva; — i figli
               Non ci videro il cor che in suo secreto
               Forte piangeva la perduta pace. —
               Ei crebbero nell'ira; — essi son rei
               Di nostre colpe; — seminammo l'odio, —
               Raccogliamo il misfatto.
  _Lemmo_                               Il ver pur troppo
               Parli. — Oh! se mai lo malo esempio il padre
               Della colpa, che poi rampogna al figlio,
               Avesse offerto, di gran pianto franca
               Saria la stirpe umana; ma di polve
               Figli, — dannati al male, — non ci è dato
               Schifar, ma solo riparare al fallo.
  _Gualfredi_  E si ripari. — Il fato che gli eventi
               Regge, senza cercarla, offre una via
               Soave, un laccio d'oro, onde torniamo
               Amici nell'amor dei nostri figli.
  _Lemmo_      Se eterno di quest'anima sospiro
               La pace sia, fratel comprendi. Tale
               Mi fai proposta, che volendo ancora
               Ricusar non potrei. — Anch'io talvolta
               Magnanimo mi credo; or veggo a prova
               Che tu vinci d'assai. Regale stato
               Non ho da offrire, e tu nol speri, a Bianca;
               Ma un viver mite, quale ad uom privato
               Conviene e a cittadino.
  _Gualfredi_                          A me di farle
               Stato la cura lascia; — in ciò lo ingegno
               Adoprerò e la spada.
  _Lemmo_                           Oh! dunque il tempo
               A più mite consiglio non ti volse? —
               Perchè di Dio la creatura intendi
               Contristar nel servaggio? — A che mai questa
               Tra le nequizie dell'uomo infinite
               Ultima, e la più cruda? — In ben ti torna? —
               Sale il tiranno e muore, e le insultanti
               Strida, e il riso feroce dell'oppresso
               Lo disperano al letto della morte:
               Suo scettro è fuoco che la man che il serra
               Arde, dannata per giudicio eterno
               Alla viltà di non lasciarlo. Il giorno
               Temi delle vendette. Iddio soverchia
               Chi sta sopra la legge, e la tremenda
               Ira di pazienza offesa.
  _Gualfredi_                          Onesta
               È tua ragione, come di uom che i casi
               Della vita, raccolto entro sua cella,
               Specola. — Ma cosa è questo vantato
               Viver libero che serbar non sanno
               Omai, nè ponno? — A chi la coglie è gemma
               Per via gittata; ed io che possa assembro,
               E senno deggio far che in man non cada
               Di chi in mal la converta. Di Dio poi
               Nè io, nè tu sappiamo nulla; e speme
               Ch'ei non abbia mal grado invece accolgo
               Di surrogare un vivere civile
               A sanguinente libertà. — La spada.
               Io tel ridico, a ogni altro basta.
  _Lemmo_                                         Sali
               Tu dunque; — opprimi, e sali. — Io per me, quando
               La fiumana trabocca e mena in volta
               Dei tapini la vita, ed a frenarla
               Non valgo, sto sopra la riva e piango,
               Nè sulla libra dell'ira di Dio
               Dei miei delitti pongo il peso. — Oh! pera
               Il nome, asconda il corpo e la memoria
               La terra del sepolcro, ma non viva
               Scritta di sangue per la storia; — il pianto
               Non la rammenti: ore alla gloria è chiusa
               Lodevol via, basti alla polve umana
               Di uno amico la lagrima o di un figlio
               Al gran tragitto dal tempo all'eterno...
  _Gualfredi_  Credimi, Lemmo, è tal nostra natura.
               Che il ferro stesso che al suo mal la stringe
               Vuolsi a condurla al bene.
  _Lemmo_                                 Ad ogni costo
               Salir tu vuoi; — ma pensa ch'uom non sorge
               Senza mozzare molti capi in terra
               Ov'ei fu cittadino; — e quando al sommo
               Verrai, in che fie di un secol pianto un detto
               Tuo solo, — pensa, il buon voler non basta;
               Erra la mente, e si trascorre al male.
  _Gualfredi_  Ma e ch'egli è mai questo uomo, onde tu tanto
               Ti travagli per esso? Ah! mal conosci
               Di queste sedi la stirpe esecrata. —
               Virtù maligna dalle stelle piove
               Che il cuor dell'uomo indura e lo fa tristo. —
               Anch'io nei primi giorni della vita,
               Quando i sogni son di Angioli, e la mano
               L'agnello e il serpe palpa, e il labro ride
               Al fior della bellezza, e al fior de' morti,
               Alla cicuta e alla rosa, — uno amico
               Vagheggiava pur io sopra ogni volto.
               Stolto! e credei che l'anima, non altri,
               Informasse le voci. — Ahi! che ben presto
               Conobbi a dura prova unirci l'odio. —
               Fa al figlio il padre scontare il delitto
               Di averlo ingenerato; — fa l'amico
               Scontare amaro all'amico il delitto
               Di aver posto in lui fede; — l'uomo all'uomo
               Eterna è guerra; — in chi la scure teme,
               O Dio, non è di sangue, ma di frode. —
               Guai! se il timor di Dio cessasse; — guai!
               Se della scure il timore: — avventarsi
               Tu vedresti l'un l'altro, — trucidarsi. —
               Ma vivi lascia la strage di tutti
               Sol due: — si scorgono, — l'odio rattiene
               L'anima che fuggiva, — egri, — carponi
               Strascinansi; — son presso, — alzan la mano
               Per percuotersi entrambi, — a mezzo l'atto
               Tronca la morte, — spirano. La tomba
               Gli uomini in pace unisce sola.
  _Lemmo_                                      E verga
               Del Signor fatti: egli è temuto Dio,
               Ma è maladetto il fulmine. — Ah! non spenta
               È virtù; — vive questa via di stelle;
               Questa nei piani di Betuelle apparsa
               Mistica scala, che alla terra il cielo
               Aggiunge, — vive: — vedi dalle mura
               Diroccate, dal suol sparso di sale
               Della regia Milano assorge cinto
               Di aureola immortal l'Italo genio: —
               Vedi fuggire i Federighi, e in altre
               Portar terre la rabbia di mal spenta
               Fame, e il furore di un orgoglio oppresso. —
               Vili fummo divisi, — uniti, invitti.
               Natura invan co' monti e con le nevi
               Ci difende; non v'è figlio d'Italia
               Che accorra all'Alpi. — Lo straniero scende
               A suo grand'agio; — averi toglie e vite,
               E ci deride. — patria mia, ti strigni
               Con Fiorenza, e con lei Milano; — o stati
               Di poche spanne, in battagliarvi eterni
               Che fate voi? — un regio manto in brani
               Siete... V'unite, e surgeran più belle
               Le itale glorie che non fur mai morte;
               Però che il sole e la virtude spenti
               Fieno a un punto in Italia.
  _Gualfredi_                              L'amistanza
               Che sia del forte non intendi; — meglio
               Servaggio intero, — meglio morte. — Il petto
               Nostro, se perir dessi, oh!... per altrui
               S'apra: per noi non già. Ma se t'è dato,
               Con l'ala del pensier sorgi tant'alto
               Che al baleno dell'occhio il mondo tutto
               Scorga, ed i piani del passato. — Vedi,
               Questa è vicenda di bene e di male;
               Ma gemesi mille anni nel dolore
               Per un lampo di gioia, e per la notte
               Vagasi in traccia un secolo di un punto
               Luminoso che appresso ha falsa luce. —
               Son tenebre per tenebre: — che giova
               Travagliarci? soffrire è la condanna
               Dell'uomo. Or se fortuna dagli oppressi
               Mi scevra, — accetto: — un più vetusto patto
               Ho con natura; di fuggire il danno.
  _Lemmo_[18]  Cielo d'Italia, perchè non ti anneri.
               Poichè la gente che il tuo azzurro allegra
               Tanto è diversa? A che mai sorgi, o Sole?
               Qui non contempli più le ardue battaglie
               Che illuminavi un dì... qui non le geste.
               Qui non tombe di eroi; — ma colpe e sangue.
               O campi, o selve d'orror sacro piene,
               Copritevi di lutto; — il vostro aspetto
               Ridente mi contrista; — echi educati
               Agl'inni dell'onore, or vi ammutite.
               Qui non suona che gemito; sia nero
               Il manto della bara, — oscuro: — insulto
               È qui letizia; — è un oltraggio il sorriso.


SCENA VI.

GERI, MANENTE, GUIDO, NELLO, E DETTI.


  _Geri_       Pace, — una volta — pace; — è breve il varco
               Dall'ira all'odio, e or qui spirar dee amore.
  _Lemmo_      Falli, Geri; non è suon d'ira il mio,
               Ma di pietà...
  _Gualfredi_                 Per altri serba, Lemmo,
               Codesta tua pietà; per me saria
               Non sopportabil peso. — Esser temuto
               Io voglio, — non compianto.
  _Lemmo_                                  Odi, Gualfredo,
               Cosa che in mente riporrai. — Son pochi
               In questa terra i buoni, — i tristi molti; —
               Agevol quindi è assuggettarla. — Capo
               Di parte avversa a te mi dice il grido,
               Ma nè anco potendo io ti sarei
               Nemico, chè uomo esser di sangue aborro,
               E tu mi se' fratello. — Uccidi e vinci. —
               Forse tepido il sole al fiore stretto
               Per gelo tornerà; — forse la scarsa
               Scintilla fie che un dì riviva in fiamma. —
               Quel che per colpa dei padri perdemmo
               Racquisteranno con virtude i figli;
               Così giova sperare. — Ai miei castelli
               Mi ritrarrò.
  _Gualfredi_               Dove il piacer ti mena
               Ti scorti il cielo; e quando mai consiglio
               Mutassi, — come il cor, teco diviso
               Sarà l'imperio mio.
  _Lemmo_                          No, — abbilo tutto,
               E l'abbominio....
  _Geri_                         Ora a men triste cose
               S'intenda. — Volga fortuna la ruota,
               E il villano sua marra. — Or dite, Lemmo,
               Berrete voi per la salvezza nostra
               Una coppa? Fia dessa in che bevea
               Lo padre vostro.
  _Lemmo_                       E perchè di sua casa
               Non berrà Lemmo alla salvezza? — Oh! viva
               Mille anni, — viva e gloriosa sempre...
               Ma e il mio figlio vi sia...
  _Geri_[19]                                Porgi la coppa.
               Prendi...[20]
  _Lemmo_                Ma... e Dore?
  _Geri_                               Or vi sarà...
  _Lemmo_                                            Gualfredo!
               Sovvienti come il padre nostro — (il cielo
               Faccia pace a quell'anima) i bei fregi
               Di questa coppa scorrere godeva
               A parte a parte, e mostrarne il fin niello:
               Quindi additava l'arme: — ecco il lione,
               Dicea, rampante, ecco la immagin nostra,
               Sdegnosi e grandi. — O figli miei, lioni
               Siatevi sempre, — e non mai volpi.
  _Geri_                                          Bevi.
  _Lemmo_      Bevo. — Cortese il ciel vi sia... Ma questo
               È sangue!
  _Geri_                 E t'abbi entro quel sangue il figlio...
  _Lemmo_      Tu... Dore hai morto?... Dio eterno!
  _Gualfredi_                                       Oh misfatto![21]
  _Lemmo_      Dov'è il mio figlio, scellerato? il figlio
               Rendimi... Ah! tu non lo uccidesti? — Cessa
               Dal triste giuoco; — egli feroce è troppo: — Le
               mie paterne viscere dirompe; —
               Io sopportar noi posso. — O Geri, in nome
               Di Dio chiamami il figlio...
  _Geri_                                    Il suono indarno
               Le sue orecchie percuote... ei non lo intende; —
               Perocchè dorme...
  _Lemmo_                        Oh! — s'ei riposa... statti.
               Forte lo udii nelle trascorse notti
               Travagliarsi nei sonni... A lui mi guida
               Tacitamente; — ch'io lo vegga, lascia: —
               Vedere un figlio al genitor chi nega?
  _Geri_       Vieni, — lo vedi, — e mori.
  _Gualfredi_[22]                          Scellerato!
               Se il giudicio di Dio non mi tenesse...
               Io parricida... — A te che dir mai posso,
               Caro infelice?... maladetto l'uomo
               Che confida nell'uomo... entrambi fummo
               Traditi. — Oh! non confondermi nell'ira
               Co' rei: — deh! nel pregar da Dio vendetta,
               Non maledirmi; — del misfatto questa
               Ben è la casa, — ma innocente io sono.
  _Lemmo_      Sii benedetto... ma mi rendi il figlio...
               Le mie castella vuoi? — l'abbi. — Di patria
               Fuori desii che ramingando io vada? —
               Andrò. — Ma deh! fratel mio dolce, — Dore
               Rendimi, — Dore... solo...
  _Gualfredi_                             Ah! s'io potessi
               Renderti il figlio, — sallo il ciel se a prezzo
               Del sangue mio lo ti rendessi. — O servi,
               Da questo infame luogo il rimovete...
               Infortunato! — in te l'angoscia ha spento
               La luce della mente...
  _Lemmo_                             Chi mi strappa
               A forza? — o Dore, il padre aita. — Fuggi,
               O ch'ei ti ucciderà... possente ha braccio
               Siccome bello ha il core: — eccolo! — Vieni;
               Beami nel tuo amplesso. — Ahimè! disparve;
               Ei sotterra disparve. — Occhi miei tristi,[23]
               Spegnetevi, dacchè veder v'è tolto
               Il figliuolo nostro.
  _Gualfredi_                       O deh! non farlo, misero![24]
               Solo, — come da fulmine percosso
               Di Dio merti le lagrime; — da questo
               Terreno affanno una pietà profonda
               Ben tosto ai gaudi dell'eterna vita
               Ti avvierà: — piagni, ma spera; — il cielo
               Me poi condanna al pianto, e alla paura.
               Vedi, uom di sangue, la bell'opra? —[25]Godi.
  _Lemmo_      Io ebbi amici, e non son più! — consorte
               Io m'ebbi, e non è più! — aveva un figlio,
               E non è più! — Ramingo... disperato
               Come Caino, e non ho colpa. — Dio,
               Perchè col peso del tuo sdegno aggravi
               Uno innocente?


SCENA VII.

GUALFREDI, GERI, MANENTE.


  _Gualfredi_                 Il giorno in che la donna
               Dal materno alvo accolseti, e a me volta
               Disse: — Gualfredo, avete un figlio, — giorno
               Fu di dolore a Dio, e di tremenda
               Gioia a Satano.
  _Geri_                       E porpora più vaga
               Al mondo fu di quella tinta in sangue
               Di un odiato? — E quale ebbe Fiorenza
               Vivo colore che al paraggio valga
               Di quel che scorre per entro le vene
               Di un nemico?...


SCENA VIII.

NELLO, E DETTI.


  _Nello_                       Gualfredo! — a rumor mossa
               È la terra, — qui piegano aspramente
               Feriti i Bianchi: — per Dio! sorti...
  _Gualfredi_                                        Oh! tutti[26]
               Si trafiggano, — tutti; — e il corpo mio
               Faccia coperchio alla universa tomba.


SCENA IX.

GUIDO, E DETTI.


  _Guido_      Damiata è cinta: — ognun di voi domanda,
               Messere, e traditor vi appella.
  _Gualfredi_                                  Il tristo.
               Buon tempo egli è che pei sembianti appresi
               Starsi, — non per le cose. — Il nome è nulla, — E
               E poichè infame io non la temo... guardo
               Fiso la morte, e alla morte sorrido.


SCENA X.

ALTRO SERVO, E DETTI.


  _Servo_      Messer... la porta scassinata... a terra
               Cadde. — Lazzarri, il fier nemico vostro.
               Porta un capestro, e di appiccarvi grida
               Al balcon del castello.
  _Gualfredi_                          Oh! nequitosa
               Plebe! — me appeso! — me d'infame morte
               Ucciso! — Ov'è una spada? — Or proverai
               Che sia destar lion quando si posa. —
               Io niuno stringo; — seguami chi vuole...
               Qualche bel colpo or la mia morte onori.


SCENA XI.

GERI, MANENTE.


  _Geri_       Inferocisti alfine! — Or corri ratto
               Manente a Uberto: — per la minor porta
               Esca, — furtivo i Neri a tergo assalga. —
               Io finch'ei giunga terrò fermo: — vola, —
               Pensa qui andarne di morte o di vita.



ATTO QUINTO.

                              Innamorata se ne va piangendo
                              Fuora di questa vita
                              La sconsolata, che la caccia Amore.
                              Ella si muove sì dolendo,
                              Che anzi la sua partita
                              L'ascolta con pietade il suo Fattore.
                                               DANTE ALIGHIERI.


SCENA I.

Facciata di una Chiesa intorno alla quale stanno le arche de'
Cancellieri. È sera.


BIANCA.


               Grato ufficio compiei. — Trovai l'angoscia,
               Ho lasciato il contento... Oh! di qual puro
               Gaudio brillò! dei Santi gaudio egli era. —
               Quanti pochi deliziarsi sanno
               Nel gaudio altrui! Povera zia! di gioia
               Ben era tempo. — Tu piangesti tanto!
               Altro, e più mesto ufficio avanza. — In questa
               Tenebra, chi mai la diletta tomba
               Additerammi? — Il core. — Eccola... è dessa. —
               Polve che dentro di quest'arca stai,
               Di tal che fu tua figlia odi la prece: —
               I baci miei del marmo che ti fascia
               Temprino il freddo e ti riscalda. — Sorga
               Qualche scintilla dell'antico amore...
               Non risponde che l'eco. — E qual del cielo
               Parte ti accoglie, o madre, che non m'odi?
               Forse ti specchi in Dio, e nel suo ardente
               Riso ti fai beata? — Oh! a questa valle
               Volgi il guardo, e vedrai cosa che in cielo
               Anco ti fie diletta. — Ah! noi raminghi
               Di Eden condanna allo sapere al pianto; —
               Forse più che non temo a me si appresta
               Di travaglio... — A soffrire ti apparecchia...
               Meditiamo la morte...[27]


SCENA II.

DUE UOMINI CHE PORTANO UNA BARA.


  _1º Uomo_                               A quel superbo
               Che per meglio punire il cielo innalza
               Piegan tutti, non io. — Ti aborro, o vile
               Idol di creta.
  _2º Uomo_                   Alto corriam periglio...
  _1º Uomo_    Pari al piacer di dire allo infelice
               Padre: — piagnete qui; — qui dentro è il corpo
               Del figlio vostro. — Senza croce, — a lume
               Spento, volea ch'io lo gittassi a' cani. —
               Ma tu pria che a congiungerti alla terra
               Ritorni, — oscuro sì ma pur sincero
               Avrai, misero, il pianto.
  _2º Uomo_                              Infortunato!
               Dei begli anni sul fior tolto alla vita
               Chi mai lo avrebbe detto? — Sì cortese.
               Sì costumato egli era.
  _1º Uomo_                           Amico! il core
               Come per morte di un mio stesso figlio
               Ho sanguinente.
  _2º Uomo_                    Sua dimora ha tolto
               Fra Lotteringo in questo monastero;
               Andianne a lui, e lo preghiam che venga
               Di acqua aspergerlo santa, e dei defunti
               Dirgli la prece pria che in tomba ei scenda.
  _1º Uomo_    O buon Gaudente, qual sarà il cor tuo
               All'atroce novella? Indarno pace
               Bramasti; ch'ella in questa terra frutta,
               Della scienza nuovo arbore, la morte.
  _2º Uomo_    Esaudisci, Signor, la mia preghiera;
               Questo spirto raccogli sotto il manto
               Di tua misericordia.
  _1º Uomo_                         Così sia.
               Requie eterna concedi a lui, Signore.[28]


SCENA III.

BIANCA.


               Esser pareami in cielo... Or dove sono?
               Misera me! oltre il dovere assente
               Stetti; — al castello di tornare è tempo. —
               Polve diletta, che secondo spiro
               Per avviarmi a lieto porto sei,
               Vale: — estremo a involarti nella notte,
               Primo a spuntare sul mattino, — dolce
               Pensiero e caro. O santa madre mia,
               Volgi talvolta un guardo di conforto
               Alla figlia nella ora che frappone
               Ai nostri amplessi desiati il tempo.
               Ma alcun qui mosse: — già non v'era dianzi
               Quella torcia! — Che fia? — Cristo! un feretro!
               Ahi! come tremo io forte... Il tristo trema
               All'aspetto dei morti, o Bianca; — tutti
               Saran com'esso, e tu... Or chi fie questo
               Che come maladetto senza prece
               È portato alla fossa? — Ove a te ogni altra
               Manchi, — infelice! — avrai la mia: — ma in volto
               Io vo' vederti. — Ah mi si strigne il core;
               Nol far... Me preme una secreta forza.[29]
               Dore... Gran Dio! l'anima stanca acco...gli.[30]


SCENA IV.

GUALFREDI, GERI, MANENTE, UBERTO E SUA MASNADA, ED ALTRI PARTIGIANI.


  _Partigiani_ Vivano i Bianchi!
  _Altri_                        Viva!
  _Al                                  Al tempio.
  _Tutti_                                         Al tempio.
  _Gualfredi_[31] Da questa plebe che aborro travolto,
               Mi accosto al tempio tremando e sperando
               Che se reietti, non saranno almeno
               Esecrati i miei voti... Scellerato!...
               Come l'osate voi?...
  _Geri_                            Ogni uom si stringe
               Dove gli torna la cintura. — Ogni uomo
               Provegga alla sua anima. — Volete
               Che io batta al tempio?
  _Gualfredi_                          Scostati, demonio...
               Dio non s'insulta... Io batterò...
  _Geri_                                          Battete.


SCENA V.

FRA LOTTERINGO DAL TEMPIO, E DETTI.


  _Lotterin._  Chi percuote alle porte? — Che si vuole
               Dalla casa di Dio? — Chi se'? — Gualfredo!
               Esecrata dell'empio è la preghiera;
               Dio la disperde irato, o la converte
               In maledizion, e su la testa
               Folgorando allo iniquo la ripiomba. —
               Scostati dagli altari: — un giorno Dio
               Ti ruggirà su l'anima, e la impronta
               Vi scorgendo del sangue: — Immaculata —
               Ei dirà — e casta ella da me partissi,
               Perchè l'hai sozza? Non è più mia figlia.
               Scostati dagli altari. — Oza protervo
               Un fuoco arse celeste, e Core un fuoco
               Terreno incese. Una fraterna guerra
               Pugnasti, — una fraterna alma sciogliesti;
               E vuoi compagno a' tuoi misfatti Iddio?
               Tu non se' degno ch'ei la man ti posi
               Grave, tremenda sul capo, e ti sperda.
               Miserabile! — il fulmine è serbato
               A più alti delitti. — Al tuo... gli orrori
               Bastano della notte, e lo sognate
               Fantasime crucianti del rimorso,
               E la paura del fuoco infinito. —
               Ma Dio t'insegue: — oh! qua ti volgi; — vedi
               Questa bara? sai chi racchiude? — Il tuo
               Nepote atrocemente assassinato. —
               Tra il santuario e te, frapposto ha Dio
               Il tuo delitto.
  _Gualfredi_                  Ahi! che innocente io sono.
  _Lotterin._  Sì, — come Giuda. Se tal sei, t'accosta,
               Vieni, e lo giura sul capo del morto...
               Ma temi che non scorra dalle peste
               Narici il sangue su le labbra; temi
               Non venga a ribollir spumoso... temi
               Fino all'inferno non si avvalli il suolo.
  _Gualfredi_  Padre! non sono io reo...
  _Lotterin._                            Giuralo...
  _Gualfredi_                                       Il giuro...
  _Lotterin._  Tu tremi?
  _Gualfredi_            Sì... ma di pietà...
  _Lotterin._                                 Si scopra
               Il cadavero: or vieni... Oh morte eterna!
               Tua figlia!
  _Gualfredi_              Cristo! Lasciami...[32] O diletta!
  _Lotterin._  Scostati; — è morta!
  _Tutti_                           È morta!
  _Gualfredi_                                O Bianca!... o figlia,
               Nell'ora del dolor vegliami, o Dio,
               Che la morta ragion l'alma non stringa
               Al fiero passo dei martirii eterni.
  _Manente_    Io non ho vena che non tremi tutta. —
               Rendiamci a Lui che volentier perdona;
               Geri... rendiamci... a... Dio.
  _Geri_                                      Sul capo nostro
               Piovve commista al maledir di Dio
               La linfa del battesmo: eternamente
               Dannati... il cielo per tremar non s'apre...
               Gemi, codardo? — In me ti affisa... io voglio
               Che ben degno di lui m'abbia l'inferno.



ALLUSIONI STORICHE.


Pag. 424.

                      _Appiè del letto_
    _Starsi un demonio che vi guata fiso._

Questa credenza religiosa era comune a quei tempi. Nello _Specchio della
vera Penitenza_ trovasi un fatto molto somigliante all'esposto; non sia
grave di leggerlo qui trascritto. — «E' fu uno cavaliere in Inghilterra
prode in arme, ma di costumi vizioso, il quale gravemente infermato, fu
visitato dal re che era uno santo uomo; e indotto che dovesse
acconciarsi nell'anima, confessandosi come buon Cristiano, rispose, e
disse: Che non era bisogno, e che non voleva mostrare di aver paura, nè
essere tenuto codardo o vile. Crescendo la infermità, e il re un'altra
volta venne a lui, e confortandolo, e, come aveva fatto prima,
inducendolo a penitenzia e a confessare li suoi peccati, rispose: Tardi
è oggimai, messer lo re; perocchè io sono già giudicato e condennato,
chè male a mio uopo non vi credetti l'altro giorno quando mi visitaste,
e consigliastemi della mia salute, che, misero a me! ancora era tempo di
trovare misericordia. Ora, che mai non fossi io nato! m'è tolta ogni
speranza; chè poco dinanzi che voi entraste, a me venneno due bellissimi
giovani, e puosonsi l'uno da capo del letto, e l'altro da piè, e
dissono: Costui dee tosto morire; veggiamo se noi abbiamo nessuna
ragione in lui. E l'uno si trasse di seno un piccolo libro scritto di
lettere d'oro, dove, avvegnachè in prima non sapessi leggere, lessi
certi piccoli beni e pochi ch'io aveva fatti nella mia giovanezza,
innanzi che mortalmente peccassi: nè non me ne ricordava. E avendone
grande letizia, sopravvennero due grandissimi, nerissimi e crudelissimi
dimoni, e puosono innanzi a' miei occhi uno grande libro aperto, ove
erano scritti tutti i miei peccati, e tutti i mali ch'io aveva mai
fatti, e dissono a quelli due giovani ch'erano gli angioli di Dio: Che
fate voi qui? conciossiachè in costui nulla ragione abbiate, e il vostro
libro, già è molti anni, non sia valuto niente. E sguardando l'uno
l'altro, gli angioli dissono: E' dicono vero. E così, partendo, mi
lasciaro nelle mani dei dimoni: i quali con due coltella taglienti mi
segano l'uno dal capo, l'altro da' piedi. Ecco quelli da capo mi taglia
ora gli occhi, e già ho perduto il vedere. e l'altro ha segato infino al
cuore, e già non posso più vivere — E dicendo queste parole, si morì.» —
Dante, al XXVII dell'_Inferno_, tal fa parlare Guido da Montefeltro:

    Francesco venne poi, com'io fu' morto,
      Per me; ma un de' neri cherubini
      Gli disse: Nol portar; non mi far torto.
    Venir se ne dee giù tra' miei meschini,
      Perchè diede il consiglio frodolente,
      Dal quale in qua stato gli sono a' crini;
    Ch'assolver non si può chi non si pente;
      Nè pentere e volere insieme puossi,
      Per la contraddizion che nol consente.
    O me dolente! come mi riscossi,
      Quando mi prese, dicendomi: Forse
      Tu non pensavi ch'io loico fossi!

E al VI del _Purgatorio_, non con diversa immagine si esprime Buonconte
figlio dello stesso Guido.


Pag. 425.

    _Il terzo giorno ciberò del pane_
    _Nel vin temprato su l'arca del morto._

La causa di parlare siffatto è manifesta dal Commento che fa il Landino
al verso del Canto XXXIII del _Purgatorio, — Che vendetta di Dio non
teme suppe_. «Creda che Dio ne farà vendetta.»

Referisce lo Imolese che in Firenze era opinione, che chi avesse
commesso omicidio, e mangiasse sopra il corpo del morto una zuppa, non
potea dipoi per vendetta esser morto: e il figliuolo di Dante, il quale
commentò questa Commedia, afferma che in questi tempi, quando alcuno dei
grandi cittadini era stato morto nella nostra città, i propinqui
guardavano la sepoltura insino a nove giorni che alcuno non vi mangiasse
zuppa.


Pag. 427.

    _Oretta, — Oretta, non ti vedrò più!_
    _L'eco dei monti gli risponde — più. _

Questa idea fu suscitata da quel verso di Byron nella _Fidanzata
d'Abido_, «Where is my child? an Echo answers, Where.» — Byron poi
confessa di averla tolta da un manoscritto arabo citato nelle note dei
_Piaceri della Memoria_, che dice: «I came to the place of my birth and
cried, the friends of my youth, where are they? and Echo answered, Where
are they?»


Pag. ivi.

    _Mesto mesto incamminasi al piviere ec._

Da tutti i monumenti storici della età della quale trattiamo, agevol
cosa è rilevare _pivieri_ dirsi li scompartimenti dei contado oggidì
chiamati cure e parrocchie; qui poi Piviere sta propriamente per la casa
del Pastore, che ora intendo nominare Canonica: _sere_ essere il titolo
del sacerdoti e dei notaj, che or tuttavia questi ultimi conservano,
avendolo i primi mutato col don; e mastro, o maestro, quello dei medici.


Pag. 429.

    _Il libro della vita è scritto._

La quistione sul libero arbitrio, di cui si fa motto nella Scena
presente, era la favorita dei tempi. Dante nel VII dello _Inferno_ aveva
attribuito una qualche influenza alla fortuna su le azioni umane. Cecco
di Ascoli, che trasse l'oroscopo alla figlia del duca di Calabria, e per
influsso di pianeta chiarì entrambi sagacissime femmine, che, come
astrologo fu abbruciato a Firenze, stimando aver tolto l'Alighieri il
libero arbitrio, nel suo poema l'_Acerba_ acremente il rimprovera al
passo che comincia: _In ciò peccasti, o Fiorentin Poeta_: il quale per
esser riferito dai Tiraboschi, dal Ginguené, dal Pignotti e da molti
altri, non riportiamo. Niuno però era più che Dante convinto del libero
arbitrio; la sua dottrina in questo proposito è chiara pel discorso che
fa tenere a Marco Lombardo al XVI Canto del _Purgatorio_, e più anche
per li due terzetti del Canto XVII del _Paradiso_:

    La contingenza, che fuor del quaderno
      Della vostra materia non si stende.
      Tutta è dipinta nel cospetto eterno.
    Necessità però quindi non prende,
      Se non come dal viso in che si specchia
      Nave che per corrente giù discende.

Nel qual luogo dimostra come la prescienza di Dio non è contraria al
libero arbitrio; la imagine della nave è stata imitata da noi, come ad
ognuno è manifesto. Se poi ella sia buona ragione, a noi non istà a
dire; avvertiremo solo che qualunque ama sprofondarsi per queste
astrattezze, materia di ben molte meditazioni metafisiche intorno a ciò
potrà rinvenire nella LXIX delle _Lettres Persanes_ di Montesquieu.


Pag. 430.

    _Era un Palmiero._

Questa voce fidiamo non ci sarà rimproverata sì come obsoleta, dacchè il
Grossi l'ha tante volte adoperata nei suoi _Lombardi alle Crociate_; pur
chi amasse conoscerne la proprietà, legga questo passo di Dante tratto
dalla _Vita Nuova_, che comenta il Sonetto _Deh! peregrini, che pensosi
andate_. «E però è da sapersi che in vari modi si chiamano le genti che
vanno al servigio dello Altissimo: chiamansi Palmieri, in quanto vanno
oltremare, là onde molte volte recano la palma. Chiamansi Peregrini, in
quanto vanno a Galizia, perocchè la sepoltura di San Iacopo fu più
lontana dalla sua patria che d'alcuno altro Apostolo; chiamansi Romei,
in quanto vanno a Roma, ecc.»


Pag. 435.

    _D'immota eternità mobili figli._

E a me sempre giunge lieto il momento in ch'io posso fare onorevole
ricordanza del Pacchiani, che tolse benevolo a scabbiarmi l'anima.
Quest'uomo nato per ingrandire le menti, seguendo troppo bene il
consiglio del gran cancelliere Bacone, _che l'uomo che sa tutto,
compendia tutto_; tale definiva il tempo, scientificamente, in due
parole: _È la durata misurata_; poeticamente: _È il figlio mobile della
eternità immobile_. Entrambi i modi fanno disperazione di dir meglio.


Pag. 445.

    _Volea tenerne il cugin nostro — a forza._

Secondo l'albero della famiglia de' Cancellieri, che si trova nelle
_Memorie storiche_ del Fioravanti, Lemmo e Gualfredo erano cugini in
primo grado; Dore e Vanni, o Geri, In secondo: noi, alterando la Storia,
accostammo i gradi della agnazione. Chi non ne indovina il perchè, è
indegno che gli sia detto.


Pag. 449.

    _Per trescare una danza in campo azzurro._

Questa, e ben altre frasi, come — _Dar de' calci al rovaio — Mandare in
Piccardia — Ballare nel paretaio del Nemi — Serrare il nottolino —
Salire senza scale,_ ec. — adoperavano i nostri antichi a esprimere
quello che più apertamente significavano coll'appiccare per la gola,
come si usa cogli uomini di garbo.


Pag. 455.

    _O auguste mura dei miei padri._

Damiata veramente era un castello che apparteneva ai Neri; e questa è
nuova alterazione della Storia. Nella cacciata dei Neri, seguita nel
1301, fu insieme con altri nobilissimi palazzi atterrato, come da tutti
gli Storici.


Pag. 468.

    _Quindi additava l'arme._

L'arme di questa famiglia, conservata dal solo ramo dei Cancellieri del
Bufalo, non era già un lione, ma sibbene un porco in campo liscio. Anche
adesso quest'arme si vede in Pistoia sul palazzo di detta famiglia,
estinta sul finire del secolo scorso, ed ora posseduto dal cavaliere
Ganucci Cancellieri, che colla eredità ne prese il casato.


Pag. 470.

            _E quale ebbe Fiorenza_
    _Vivo colore. _

Famosi furono i Fiorentini per conciare i panni: principale artificio
appo loro era la tintura. Formavano i tintori un corpo separato dalla
lana, ma erano tenuti a mallevarla di 300 fiorini d'oro. Un ufficiale
particolare, chiamato _dalle magagne_, aveva cura d'invigilare alla
buona tintura; laddove si fossero trovati i colori falsi, o meno buoni
di quello che dovevano essere, i tintori erano puniti come falsarii.
Ognuno poi sa lo scarlatto essere il panno a que' tempi maggiormente
usitato. Vedi Pignotti, _Comm. dei Toscani_.


Pag. 473.

                  _Sua dimora ha tolto_
    _Fra Lotteringo._

Questo frate gaudente vivea a Pistoia, e si chiamava Bertacca, ed era
de' Cancellieri. Noi abbiamo variato il nome di Bertacca in Lotteringo,
siccome poco poetico. Chi vorrà leggere il passo seguente delle _Storie
Pistoiesi_, potrà conoscere quanta sia la confusione de' fatti del
Landino e del Machiavelli, che riportammo a principio dell'Opera.
«Veggendo li figliuoli di messer Rinieri Canceglieri e gli altri Bianchi
di Pistoia che la parte Nera salía, e la loro scendea, pensarono di
voler vendicare la morte di messer Bertino, e uccidere uno dei maggiori
caporali della casa de' Canceglieri della parte Nera, e ordinarono col
Focaccia e col Fredduccio di messer Lippo, che era uno nipote di messer
Bertino, che lo dovessino fare; e quando ebbono ciò ordinato, ebbono
loro fanti, e stavano in posta che messer Detto di messer Sinibaldo de'
Canceglieri Neri venisse alla piazza de' Lazzari; e perocchè alcune
volte vi soleva venire, non guardandosi da' consorti suoi, che non
credea che volessero fare le vendette altrui nel sangue loro medesimo.
Onde, un dì venendo messer Detto alla detta piazza, e entrando in una
bottega di uno che gli facea un farsetto di zendado, presso a casa de'
figliuoli di messer Ranieri, lo Focaccia e Fredduccio, con certa
quantità di fanti, entrarono nella detta bottega, e quivi lo uccisono, e
partironsi. Lo romore si levò per la terra, e grande gente trasse da una
parte e dall'altra: molto fue tenuto danno di lui, perocchè era lo più
gagliardo della casa. Onde seguitarono tra loro aspre e forti battaglie,
e fue l'una parte e l'altra mandata ai confini, salvo che rimase messer
Bertacca padre del Focaccia, perchè era cavaglieri Gaudente, vestito a
modo di frate.» — Qual poi bramasse saper chi questi Gaudenti si
fossero, dove si adoperassero, e come vestissero, poche linee del
Fioravanti il chiariranno: «Quest'ordine di cavalieri, confermato da
Urbano IV, fu creato per pacificare le fazioni guelfe e ghibelline, e
quelli che vestivano l'abito di questo ordine si chiamavano cavalieri di
Santa Maria, e come altri vogliono, i cavalieri Mariani, o frati della
Madonna. I quali portavano un abito bianco, ed un mantello bigio,
entrovi una croce rossa con due stelle rosse in campo bianco, e vivevano
nelle loro case con mogli e figliuoli esenti dalle comuni imposizioni; e
chi non era nobile, non poteva essere di quest'ordine, e vivevano assai
esemplarmente.» — Dante ne caccia due nell'Inferno.


Pag. 476.

    _Ma temi che non scorra dalle peste_
    _Narici il sangue._

Superstizione. Tommaso Tomai, fisico da Ravenna, a p. 222 del suo
_Giardino del mondo_, queste cose riferisce. «Fra le rose memorabili del
sangue, non resterò di dire, come il sangue del morto per ferite, venuto
alla presenza del malfattore, lo scopre, uscendo fuori dello ferite; e
oltre i moltissimi esempi ch'io potrei addurre, ne dirò uno notabile,
narratomi dal signor Biagio dell'Orso da Ravenna, dottore illustre e
grandissimo pratico nelle cose criminali; ed à che ritrovandosi egli al
servizio del serenissimo signor duca di Mantova in Mombello, casale in
Monferrato, avendo uno di notte ammazzato uno frate di Santa Maria delle
Grazie di Trino, che non si sapeva, dopo l'essere il frate sei ore
morto, e trovato la mattina cadavero secco e agghiadato, essendo ivi
concorso molto popolo, non si vide alcuna mutazione, ma fatto chiamare
uno che si trovava in qualche sospetto, subito giunto alla presenza del
morto, il sangue uscì fresco talmente dalle ferite, che trapassando il
letto mortorio, arrivò fino a terra, non senza grandissimo stupore di
quelli che v'erano presenti. Laonde preso e condotto alle carceri, dopo
alcuni tormenti datogli, avendo confessato il delitto, fu condannato a
morte dal suddetto signor Biagio.» — In fine di certa difesa fatta per
un accusato di perduellione, da Carlo Antonio Rosa marchese di
Villarosa, innanzi il marchese di Vigliena duca d'Ascalona, vicereggente
del Regno di Napoli del serenissimo duca d'Angiò, la quale comincia
«Eccellentissimo Signore, l'infelice Ferdinando Ballati, a cui
l'avvocato fiscale a guisa di _Marte_ minaccia la _morte_, ricorre oggi
a _Giove_, qual è l'Eccellenza Vostra, ec.» si leggono le presenti
parole: «Ciò nonostante fu condannato a morte; contro la qual sentenza
furono da me proposte le nullità, ma nondimeno fu confermata. Avvenne
poi che per un giorno intero si vide sgorgar vivo sangue dalla bocca e
dalle narici del suo cadavero: il che diè motivo a molti d'intingere i
fazzoletti in quel sangue, e di credere ch'egli fosse innocente.»



CONCLUSIONE.


Addio, libro. Senza me tu vai alla bella Firenze. Uscito dai domestici
lari, adesso come nave testè varata ti aspettano i flutti e le procelle
del pubblico. Dio ti preservi dal sinistro! Ma dove mai ti sorprendesse
l'uragano, rammenta che se favellasti parole forse acerbe, tu non
sapesti dirle mai codarde, nè sleali. — Il padre tuo può errare
inconsultamente, ma errare e nuocere con deliberato animo non mai: e
quante volte egli non potè usare la libertà del parlare intera, comprese
tutta la dignità del tacere.

Adesso poi mi assicurano giunta la felicità dei tempi nei quali ti è
concesso manifestare quello che senti _con fronte liberal che l'alma
pinge_;[33] adesso mi accertano il Supremo Correttore essersi persuaso
che la Storia

    Plaude a re che apparecchia appoggio e strada
      A legge che menzogna in volto accenna
      All'uom, che meno è accorto, e men vi bada:
    A quei, che franca agli Scrittor la penna,
      E va per prova di arte al lido amico.
      Accerta il corso, e poi muove l'antenna.[34]

Onde io sperimenterò i tempi scrivendo più spesso che io non soleva, me
consultando e il mio genio, però che poco mi talenti procedere in
compagnia, e mi abbia giovato assumere per divisa quel motto di
Michelangiolo:

    Io vo per vie più disusate e solo.

E quando le cose (il che non piaccia a Dio) camminassero diversamente da
quello che io aveva immaginato, tornerò a tacermi o a stampare fuori di
paese, aborrendo per istituto e per carattere la stampa clandestina.

La stampa clandestina accenna sempre due cose: o suprema necessità o
suprema codardia. Suprema necessità, quando dovere cittadino o carità di
patria o altro qualunque affetto magnanimo ti costringono ad aprire
l'animo tuo, e tu non puoi farlo senza grave pericolo. Allora se le tue
parole non suoneranno vili, non ingiuriose o procaci, ma dignitosamente
libere, ove non te ne venga lode sfuggirai il biasimo certamente; o se
biasimo alcuno sarà da compartirsi, ne terranno meritevole non te, ma
quello che avvezzo a unire il fulmine ai suoi voleri ti costrinse. Fuori
di questo caso parmi che colui che si tiene celato sia degno di
riprovazione. Dicesse anche il vero, poichè adoperava, dicendolo, le
arti della menzogna e della frode, ha da portare le pene dei
fraudolenti. Le cose sincere voglionsi rivelare sinceramente, perchè
dobbiamo sperare che vi sieno orecchie disposte a intenderle e animi
pronti ad approvarle. Quando mai alcun danno incogliesse al franco
parlatore, egli otterrà nella sentenza che lo condanna un arnese di
ferro col quale arroventato marcare in fronte chi osò giudicarlo. La
esperienza insegna due essere Tribunali, uno nella curia, l'altro nel
fôro, e inique le sentenze di quella dove non ratificate e confermate
dalla libera coscienza di questo. Poco, a vero dire, conforto nelle
cause ov'è lite di averi: grandissimo e supremo quando si contende di
fama. Nel 20 febbraio 1774, mentre il Parlamento Meaupou condannava
Beaumarchais a fare ammenda onorevole in ginocchioni, ed ordinava che le
sue Memorie fossero _lacérés et brûlés au pied du grand escalier du
Palais par l'exécuteur de la haute justice, comme contenant des
expressions et imputations téméraires_ ec., si stampavano e vendevano
10,000 copie di coteste Memorie. _La cour et la ville_ si recarono a
casa sua per salutarlo, e il principe di Conti lo conduceva seco a
pranzo dicendo: «sentirsi nato da famiglia abbastanza illustre per dare
lo esempio del come dovessero onorarsi i grandi cittadini.» Insomma,
chiunque è vago della lode di onesto, o taccia od abbia il coraggio
della condizione in cui favellando si pose.

Corrono adesso molti anni che a me, preposto alla direzione del Giornale
lo _Indicatore Livornese_, pervenne lettera anonima di preghiera a
stampare gravissimi addebiti contra diversi scrittori del Giornale, e
più specialmente contro uno. Mandai subito la lettera a questo uomo, il
quale accorse premuroso interrogando se intendessi pubblicare cotesta
diatriba in suo vituperio. Risposi: avergli mandato lo scritto perchè se
mai alcuna cosa vera contenesse, con la debita ammenda la riparasse; se
falsa, stesse con tranquillo animo e disprezzasse.

Io poi, dato alle fiamme lo scritto, così ammoniva severamente l'anonimo
scrittore nel nº 28 del Giornale, 7 settembre 1829:


AVVISO

                    Dixerunt ei: — _Quid venit insanus iste ad te?_
                    Qui ait eis: _Nostis hominem._
                                                _Regum_ IV, 9.

Con la posta del 30 agosto pervenne alla direzione dell'_Indicatore
Livornese_ uno scritto anonimo intorno diversi articoli di questo
Giornale. — Noi siamo dolenti d'impiegare alcun verso del nostro Foglio
onde fargli convenevole risposta; ma dacchè in altro modo non sapremmo
come manifestare le nostre intenzioni all'ignoto scrittore, così è pur
forza che i nostri _Associati_ se ne chiamino contenti. — Ora dunque, e
sia qualsivoglia l'Anonimo, apprenda che male dimostra conoscere la
indole nostra se crede con perfida lusinga indurre noi a collegarci seco
in altrui vituperio. Per quanto serba dominio la volontà sopra le azioni
umane, ci serberemo incontaminati da ogni bassa voglia, da ogni vile
talento, dalle invidie, dalle ire solite a turbare gl'ingegni che
muoiono in un punto stesso _alle memorie e alla vita_. Finchè lo
consentono i cieli (e sempre spero il consentiranno), la mano che verga
questo scritto si manterrà degna di stringere qualunque altra mano
Italiana. Sono le lettere un sacerdozio morale, e guai a colui che sotto
aspetto diverso le considerasse! — Gli tornerebbe in danno la sua stessa
dottrina, e la sua fama sarebbe quella di Erostrato! — L'attitudine a
bene scrivere largita a pochi avventurosi, se volta a ritrarre le
immagini di una calda fantasia, ossivvero ad esporre sentenze di utili
dottrine, feconda fiori immortali a quegli avventurosi; — adoperata in
turpi litigi, vuolsi paragonare alle spade della patria affidate ai suoi
figliuoli per la propria salvezza, e che nell'ira del vino si cacciano
forsennati nelle viscere.

Percorrendo la storia delle sepolte generazioni, gemiamo di sdegno per
le risse letterarie del Poggio, del Filelfo, di Giorgio da Trebisonda,
del Valla e degli altri uomini dotti del quattrocento. Nel sesto secolo
vediamo un Castelvetro comprare da un sicario l'anima di Alberigo Longo
colpevole di averlo biasimato, e Castelvetro fuggirsi nudo per la notte
dalle case che gli aveano incendiato gli offesi dalla sua penna mordace:
— prostituire Annibal Caro _i sacri studi, e le onorate scuole, onde è
simile a Dio la nostra mente_,[35] in turpi motteggi contro quel
_veglio, di cui lo stil, l'inchiostro, e le parole, son la rabbia, il
veleno, il ferro e il dente_.[36] Insaniscono vituperati l'uno contro
l'altro l'Aretino e il Berni. Sacrilego Bettinelli abate si accosta alla
venerata urna di Dante, e ne conturba le ossa; altri ardisce angustiare
l'anima grande di Vittorio. — Ma perchè non paia che noi, siccome ne
avemmo rampogna, più che non convenga ci dilettiamo a cercare per le
colpe umane, ci rimanghiamo dal noverarle più oltre. — Forse vorrà
alcuno gittarci sul volto il nostro stesso esempio, e ci dirà: Tu pure
trascorresti alla ingiuria vergognosa. — Altri coll'altrui esempio si
difenda, non già noi: _peccavi_!.... Ma se alcuna notte vegliammo su i
volumi del vero, se di qualche speranza facemmo lieta la patria, ci sia
rimesso il peccato. Non si conti quel giorno nei giorni dei nostri
anni:[37] noi ne daremmo cento perchè fosse obbliato.

Dunque non saremo migliori mai dei padri defunti? Andrà perduto il
tesoro della esperienza, e dalle passate sventure non ritrarremo nè
anche il retaggio del sapere? Nello spazio brevissimo in cui viviamo
enti pensanti tra polvere e polvere, non ci ameremo mai?

Certo comparvero nel nostro Giornale alcuni scritti immeritevoli di
lode: — basti il rifiutargliela; ma si vorranno biasimare gli animi
pronti, la voglia amorosa che indusse quei cortesi ad adoperarsi in prò
di questo patrio instituto, mentre altri poltriva in ozio neghittoso? —
Dovranno incontrar male per bene? — Forse distesero un cattivo scritto,
ma fecero una buona azione; e se intendiamo biasimare le buone azioni,
noi non vediamo cosa altro ci rimanga ad operare se non che commendare
le pessime.

Imitino questi oscuri Scrittori la modestia dell'_Indicatore Livornese_:
— quale è il libro che sia stato da noi con parole amare ripreso? — Il
tempo vuole le _sue giustizie_ sopra le triste scritture, e noi lasciamo
adoperare a questo unico riparatore dei torti la sua potenza. Le
discipline gentili non si promuovono con gli esempi del pessimo; la
mente e il cuore si scaldano davanti ai simulacri di eterna bellezza, nè
Longino e gli altri retori innamorarono le genti del _sublime_ con i
falli di Omero.

L'anonimo Scrittore, forse _classico_ abbastanza da aver letto le male
arti delle Sirene nella _Odissea_, stimò col suono della lusinga assopir
noi onde gli offrissimo mezzo di avvilire la lama di un individuo. —
Anonimo, anonimo, rammentati che Ulisse si turò le orecchie, e passò
illeso dal canto pericoloso, come noi dalle tue adulazioni. — Ogni uomo
rende pur troppo, e più che non crede, strettissimo conto davanti la
pubblica opinione delle opere sue; ma te chi fece, anonimo, giudice di
morale? — Forse la fama candidissima, forse il retto costume? — Mostrati
allora a viso aperto, e vediamo se tu sarai quegli che devi scagliare la
prima pietra.


Ora dunque io voglio che sappiano, che per anni e per vicende non mutato
in nulla, molto meno avrei saputo o voluto mutarmi in queste norme di
onesto vivere civile, e che io respingo da me con disprezzo il sospetto
di potermi tanto avvilire da scoccare dalla corda di pelo di volpe dardi
velenosi riparato dietro l'anonimo. Io ho detto sempre a viso aperto, a
mio rischio e pericolo, quanto mi parve dover dire; e Dio consentendo,
la mia giovanezza non avrà a vergognarsi della mia virilità.


NOTE:

[1] Comparisce Bianca.

[2] Una reliquia.

[3] La campana dell'_Ave Maria_.

[4] Dando una pugnalata a Dore.

[5] Dore para il colpo, e ferisce Geri in una mano, che cadendo gli
lascia il suo mantello.

[6] Incespica, e cade in ginocchio.

[7] In apprestandosi a fasciargli la piaga.

[8] Si alza turbato, e fattosi al balcone, l'apre, e dopo aver
considerato alcun poco il sol nascente, torna là donde si era mosso.

[9] Cassa dalla lista il nome del fratello.

[10] Segna i nomi del fratello e del nipote su la lista dei proscritti.

[11] Mostra il mantello di Geri.

[12] Fermando Geri.

[13] Volgendosi a Gualfredo.

[14] Torna a cassar dalla lista dei proscritti i nomi del fratello e del
nipote.

[15] Si adopra in qualche modo a cancellare le tracce del sangue, e
rimane meditando in quell'atto.

[16] Lo trae al luogo d'ond'ella rimosse le tracce del sangue.

[17] Accennando la porticella del palazzo.

[18] Facendosi verso un balcone.

[19] A Manente.

[20] A Lemmo.

[21] Lascia cadersi oppresso da grave dolore sopra una sedia.

[22] Levandosi furente

[23] Fa atto di svellersi gli occhi.

[24] Lo rattiene pietoso.

[25] A Geri.

[26] Siede, e pone la testa tra le mani.

[27] Si assopisce a' piè dell'arca.

[28] Lasciano la torcia a un braccio della bara.

[29] Alza il manto della bara.

[30] Cade sulla bara, e rimane coperta dal manto.

[31] Gualfredo a Geri.

[32] A Uberto che il trattiene.

[33] Parini.

[34] Pacchiani.

[35] Sonetti di Annibal Caro contra il Castelvetro.

[36] Idem.

[37] Job III.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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