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Title: La vendetta paterna
Author: Domenico, Guerrazzi Francesco
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vendetta paterna" ***

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  BIBLIOTECA CLASSICA POPOLARE
  Volume VII


  F. D. GUERRAZZI


  LA VENDETTA PATERNA

  LETTERE INEDITE

  PREDICA DEL VENERDÌ SANTO

  CON PREFAZIONE DI G. STIAVELLI



  ROMA
  EDOARDO PERINO, TIPOGRAFO EDITORE
  Via del Lavatore 88
  1888



FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI


_Pochi, in verità, diedero sè stessi alla patria quanto Francesco
Domenico Guerrazzi. Pochi ebbero la sua fede in un avvenire di libertà e
di civiltà, la sua tenacia nei propositi, il suo carattere, il suo
ingegno. Pochi lavorarono come lui alla effettuazione di un ideale._

_E l'ideale di F. D. Guerrazzi fu una Italia democratica, veramente
libera, senza padroni e senza servi, senza moderati e senza preti, una
Italia conscia di sè, senza tutori e senza pupilli, una Italia infine
che non avesse paure, che non commettesse vigliaccherie. A questo ideale
bellissimo, che fu pure quello di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe
Garibaldi, consacrò egli la giovinezza, la virilità, la vecchiaia._

_L'ideale di Mazzini, di Garibaldi, di Guerrazzi e tanti e tanti altri e
pensatori, e soldati, e martiri, non si è per anche tradotto in fatto.
Ma non disperiamo dei destini della patria. Ma lavorino i giovani, ma
non si addormenti il popolo, e l'Italia vagheggiata da quei pensatori,
da quei soldati, da quei martiri, sarà._

_In alto i cuori, o gioventù d'Italia! Fede e ardire, o popolo italiano!
e l'alba dei giorni promessi, dei giorni tanto aspettati, arriderà alla
patria, veramente a libera vita risorta._

_Ma questo non avverrà fino a che «l'odio per qualunque servitù e l'odio
per qualunque tirannia» non avrà messo ben salde radici nei petti, come
per tempo le mise in quello fortissimo di F. D. Guerrazzi._

_Nato a Livorno il 12 agosto del 1805, da gente antica, dedita un tempo
all'agricoltura e alla guerra, il Guerrazzi ebbe educazione «popolana e
severa», come egli stesso ci dice nelle sue auree _Memorie_. Il padre,
che era lettore fervidissimo della storia di Roma antica, gl'inculcò
primo nell'anima l'amore alla libertà e l'odio verso ogni tirannide. Un
giorno che il piccolo Francesco Domenico si mostrava meravigliato delle
geste di Pompeo e di Catone, il padre gli disse: «Eppure uomini erano e
mortali come te!...», facendogli in questo modo capire che egli pure,
quando gli fosse bastato l'animo, li avrebbe potuto emulare. E
certamente una grande impressione fece sul giovinetto questa sentenza
che il padre gli andava spesso ripetendo: «Meglio vale vivere un giorno
come un leone, che venti anni come una pecora»; sentenza che Tippoo-Saib
volle incisa sui gradini del suo trono._

_Per la libertà e per la patria, suoi santissimi amori, incominciò
presto il Guerrazzi a fare, a soffrire._

_Sedicenne, mentre studiava legge a Pisa, venne per un anno bandito
dalla università, reo di aver letto e commentato ai compagni i giornali
che recarono le novelle di Napoli tumultuante. Gli parve quell'atto,
come era, un abuso di potere, e, adiratissimo, andò a Firenze per
chiedere giustizia al presidente del così detto _buon governo_, Aurelio
Pilotini. — Questi gli disse di non potere far nulla in suo favore. Egli
allora gli rispose, spartanamente: «Io ti compiango, signore, se
occupando un posto, dove, anche senza volere, fate del male, e al
malfatto non potete riparare, neanche volendo, la vostra coscienza vi
consente di rimanere.» — Sono parole che ci dicono quanta fierezza,
nella quasi universale paura, albergava nell'anima del giovinetto
Guerrazzi; parole che pochi, anche oggi, in tanto strombazzamento di
libertà, avrebbero il coraggio di pronunziare dinanzi all'ultimo
rappresentante del_ potere costituito.

_Laureatosi poi in legge, e ritornato a Livorno, nel 1831 ebbe una
condanna di sei mesi di confino a Montepulciano, apparentemente per
avere espresso idee troppo ardite in un elogio di Cosimo Del Fante,
vecchio soldato delle guerre napoleoniche, elogio che egli lesse
nell'Accademia labronica, ma in realtà perchè caduto in sospetto di
avere aiutata l'Umbria ad insorgere._

_A Montepulciano fu a visitarlo Giuseppe Mazzini. Quelle due grandi
anime s'intesero, e suggellarono in un bacio fraterno la loro fede
all'Italia. Noi non sappiamo le parole che il Mazzini e il Guerrazzi si
scambiarono; ma certamente dovettero essere parole di fuoco._

_Dopo i sei mesi di confino, il Guerrazzi andò a Firenze, smaniosissimo
di fare. Colà strinse amicizia con Pietro Colletta, con Gabriele Pepe,
col Giordani, col Leopardi, col Capponi, col Ranieri, con quanti erano a
Firenze e letterati e patriotti, ma non trovò in tutti lo ardimento che
lo animava. I più credevano immaturi i tempi ed erano di avviso che si
dovesse ancora aspettare. Egli no; e, d'accordo con pochi, fece. Cercò
di rovesciare il governo granducale e di dare così alle cose di Toscana
un più libero assetto. Ma, scoperto, fu rimandato a Livorno «con ordine
di non uscire dalle porte e ritirarsi a casa alle ore ventiquattro»,
com'egli ci narra. Oggi si direbbe: fu _ammonito_. Ciò non per tanto,
continuò in Livorno a darsi da fare; e fu largo di aiuti di ogni sorta
coi perseguitati dal governo papale che, fuggiti di Romagna, erano di
passaggio per la Toscana._

_Stretto in dimestichezza con Giuseppe Mazzini, il profeta dell'Italia,
del popolo, fondò con lui e con Carlo Bini, candidissima anima, lo
_Indicatore Livornese_, un foglio che, con la scusa di propugnare il
romanticismo, propugnava la rivoluzione._

_Accusato poi di avere aiutata la impresa di Savoja, fu arrestato di
notte tempo, messo in prigione «fra, omicidi, donne di mala fama e
facinorosi di ogni maniera», e rinchiuso indi a poco nel forte Stella di
Portoferrajo, tra i prigionieri di Stato. Colà dentro, nel 1834, in
mezzo a patimenti di ogni fatta, scrisse l'_Assedio di Firenze_, il suo
capolavoro, il libro che non morrà. Già il Guerrazzi aveva scritto una
tragedia intitolata _da Priamo_, i _Bianchi e i Neri_, che furono
rappresentati al Teatro Carlo Lodovico di Livorno, tra un uragano di
fischi, e la _Battaglia di Benevento_. Ma dello scrittore diremo poi._

_Nel 1847, ai primi fremiti di libertà che novellamente corsero
l'Italia, lanciò fuori la rovente sua lettera al Mazzini, una lettera
che quei fremiti aumentava, una lettera che era una scossa elettrica. In
essa diceva al grande agitatore genovese: «Vieni, prima che la mia vita
cessi, come rivo tra i sassi, nei giorni del sole. Io per aspettarti mi
soffermo sopra il limitare della morte, che invoco. Impotente a
stringere la spada come il Bardo normanno, mi ti porrò al fianco nel
giorno della battaglia vicina; m'avanza qualche immagine di poeta nella
testa, qualche affetto nel cuore da potere inalzare un ultimo canto — o
la requie — o il trionfo dei valorosi.»_

_Corso a Firenze, dove Leopoldo II ondeggiava tra gli austriaci e le
riforme, il Guerrazzi arringa il popolo, gli parla di patria, di
libertà, lo sprona a fare, a sorgere, a imporre il suo volere al
Granduca titubante. È arrestato nel gennaio del 1848 per ordine del
Ridolfi, e rinchiuso nel Falcone di Portoferraio. Uscito di carcere in
marzo, dopo la proclamazione della Costituente, ricomparisce in Firenze,
allora tutta sottosopra, e dagli elettori di San Frediano viene eletto a
far parte del Consiglio generale toscano. Nel settembre di quello stesso
anno è mandato a Livorno perchè plachi il popolo e lo consigli a non
commettere violenze, le quali molto avrebbero compromessa la causa della
libertà. Ascoltata è la sua parola, seguito il suo consiglio. Ritornato
a Firenze, vien nominalo ministro dell'interno; e, con Montanelli e con
Mazzoni, pure ministri, cerca di mantenere il Granduca sulla via delle
riforme. Ma il Granduca, impauritosi, fugge. Allora il Guerrazzi, il
Montanelli, il Mazzoni, prendono le redini delle cose e costituiscono il
governo provvisorio della Toscana. Sventano la congiura del generale
Laugier, stato incaricato di sottomettere nuovamente il paese, e si
rendono molto benemeriti della patria._

_Nella notte del 27 marzo 1849, viene il Guerrazzi nominato dittatore
della Toscana: e, in quella carica, dà prova di alto coraggio e di
grande energia. Ha da lottare contro gli austriacanti, contro i
lorenesi, contro i moderati, anche contro il popolino, ma non si
sgomenta per ciò; lotta e non si lascia vincere. È una fibra di ferro
che, non soltanto non si rompe, ma nemmeno si piega. In quei giorni, F.
D. Guerrazzi fu veramente grande; grande quanto un reggitore di stati
espertissimo; grande quanto un eroe antico._

_Avvenuta, il 12 aprile, la restaurazione granducale, il Guerrazzi fu
imprigionato nel forte di Belvedere. Indi, prima che gli Austriaci
entrassero in Firenze per accompagnarvi Leopoldo II, fu trasferito nel
Maschio di Volterra. Da quel carcere passò, nel novembre del 1849, in
quello delle Murate di Firenze; e vi rimase fino al 1853. In questo
secondo carcere scrisse parte della _Beatrice Cenci_ e _La Vendetta
paterna_. Così non rimaneva egli inoperoso._

_Fattogli il processo, venne condannato all'ergastolo: ma la condanna
gli venne poi commutata in quella di confino in Corsica._

_Si cercò nel processo di coglierlo in fallo per abuso del pubblico
denaro, che egli avrebbe commesso nella sua qualità prima di ministro,
poi di Dittatore: ma non vi si riuscì. Fu anzi provato che, in tutto il
tempo che egli rimase al potere, non solo non aveva abusato del denaro
del pubblico, ma vi aveva rimesso «del suo più del doppio dello
stipendio.»_

_A propria difesa scrisse il Guerrazzi l'_Apologia_, nella quale vi
hanno pagine eloquentissime, che anche oggi non si leggono senza
ammirare._

_Il Guerrazzi giunse a Bastia nell'agosto del 1853 e vi rimase fino
all'ottobre del 1856. Ivi terminò la _Beatrice Cenci_ e scrisse la
novella_ «Fides».

_Intimatogli poi il _«domicilio coatto»_, fuggì a Capraja, e di lì andò
a Genova. Vi rimase fino a che il _danno_ e la _vergogna_ della patria
durarono. Nell'epico _cinquantanove_ ricomparve in Toscana, e molto si
adoperò per l'annessione di quella terra al regno unito d'Italia. Fu
quindi eletto deputato prima a Rocca S. Casciano, poi a Livorno, poi a
Casalmaggiore, poi a Caltanissetta, finchè, nelle elezioni del 1870, con
patente ingiustizia ed ingratitudine, non venne lasciato in disparte; di
che molto egli si accorò ed indispettì._

_Nella camera dei deputati il Guerrazzi sedè costantemente a sinistra, e
spesso parlò, ascoltato sempre. Memorabile è il discorso che pronunziò
contro la cessione di Nizza alla Francia. Disse parergli delitto levare
col voto la patria a Garibaldi, quando egli, per ridarci con la spada la
nostra, aveva messo a repentaglio la vita; e ammonì che cedere Nizza
alla Francia era lo stesso di conficcare un chiodo nella bara della
unità italiana._

_Generose, magnanime parole, ma vane!_

_Contro la _setta dei moderati_, come egli la chiamava, il Guerrazzi se
la prese a morte, e attribuì ad essa tutte, o quasi, le disgrazie che
poi all'Italia derivarono. Ma se egli avesse vissuto ancora, avrebbe
detto forse egualmente di coloro che ai moderati successero nel governo
della cosa pubblica, poi che gli uni non gli sarebbero parsi molto
migliori degli altri._

_Ritiratosi a vita privata, nella sua nativa Livorno, fu spettatore di
vergogne e di codardie senza nome, e ne rimase stomacato. La
ingratitudine della nuova Italia, al cui risorgimento sapeva di aver
tanto contribuito, lo ferì nel più vivo dell'anima. Mentre il governo
livornese gli aveva fatto offrire una cattedra di letteratura nella
università di Pisa, cattedra che egli sdegnosamente rifiutò, nessuna
offerta gli venne mai fatta dal governo della nuova Italia, nemmeno
quella del più umile posto di professorucolo, quasichè valesse egli di
meno dei tanti ex preti, ex frati, ex austriacanti, ex Borbonici, ex
papalini, verso dei quali i ministri della monarchia furono così
prodighi d'impieghi e di onorificenze._

_Il Guerrazzi, nauseatosi della vita cittadina, ove tanto fango aveva
visto agitarsi, si ritirò nei suoi ultimi anni al Fitto di Cecina, nella
forte Maremma toscana, e colà visse «in compagnia del mare, delle
foreste scarmigliate dal vento e della malaria, invocando, e non potendo
ottenere, pace», come egli stesso ebbe a scrivere. Dalla fiera
solitudine del Fitto di Cecina levava di tanto in tanto la voce a difesa
dei diritti del popolo e a condanna di coloro che quei diritti ledevano,
e le parole del vecchio solitario avevano un'eco potente in tutta
l'Italia. — Vicino a morire, e conscio del suo prossimo fine, manteneva
tutta la fierezza della gioventù, tanto da scrivere ad un amico: «Riapro
il mio testamento per ordinare che, morto, mi brucino, e la cenere
conservino in casa. La mia pelle, per gli Dei superi ed inferi, non
servirà da tamburo in fiera ai ciarlatani moderati.»_

_La morte lo colse improvvisamente al Fitto di Cecina nella sua villa
della _Cinquantina_, la sera del 23 settembre 1873. Ebbe grandi funerali
di popolo, ai quali tutta Italia prese parte in ispirito, ed onorata
sepoltura vicino alle ossa paterne, sul monte a capo della terra che gli
fu culla, come, prima che lo sdegno gli suggerisse le sopra riportate
parole, era stato suo desiderio._

_A quella tomba le madri italiane conducano i figli, e dicano loro le
parole che nella splendida introduzione alla _Beatrice Cenci_ il
Guerrazzi scrisse di sè:_

_«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall'ora
che gli versarono sul capo l'acqua del battesimo: tutta la sua vita fu
una lunga lotta con lei; ma le lotte con la fortuna assomigliano a
quella di Giacobbe con l'Angelo. Superato, non vinto, amò, soffrì e si
travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici popoli,
nè principi; — lo saettarono tutti. Dall'alto e dal basso gli lanciarono
strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri; parte l'esilio.
Prigioniero, meditò e scrisse: libero, si affaticò per la salvezza
comune, e principalmente per quella de' suoi nemici ed emuli. Invano la
ingratitudine tentò riempirgli l'anima d'odio. Le acque dell'affanno
lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore. Offeso, gli piacque la
potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che tenne la vendetta
passione di menti plebee: nè perdonava soltanto, ma (più ardua cosa
assai) egli obliò._

_«La spada della legge, confidata nelle sue mani, non convertì in
pugnale di assassino. — Quando altro non potè fare, col proprio seno
tutelò la vita di uomini che sapeva essergli stati, e che avrebbero
durato ad essergli, nemici. — Il popolo un giorno lo ruppe come un
giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono alle moltitudini insanite
come schiavo nel circo delle fiere. Consumato nelle viscere, egli cadde
sopra un mucchio di rovine e di speranze; e non pertanto, morendo,
lasciava alle genti il desiderio di costumi migliori, e di tempi meno
infelici. Le sue dita, con ultimo moto, segnarono per testamento sopra
questa terra desolata le parole:_ Virtù, Libertà.» —

_La forte, l'eroica, la socialistica Livorno decretò a quel suo grande
figliuolo un monumento; e questo sorse il 17 maggio 1885, nella piazza
che da F. D. Guerrazzi prese nome. Bene! Ma perchè raffigurare il
Guerrazzi seduto, in atteggiamento di un notaio che stia rogando un suo
atto, o di un fattore che pensi i saldi annuali? — Il Guerrazzi, o
scultore Lorenzo Gori, doveva essere raffigurato su dritto della bella,
della nobile persona, su fieramente impettito, tutto muscoli, in atto o
di contemplare, superbo e sdegnoso, le bassezze pullulantigli ai piedi,
o di gittare alle turbe la parola della libertà, la fatidica parola
contenuta nei libri di lui. Oltre che con le azioni valorosissime, il
Guerrazzi lavorò alla effettuazione del suo bello e forte ideale con le
opere dello ingegno: esse, può dirsi, furono tutte a questo scopo
dirette._

_E bene a ragione poteva egli scrivere al Mazzini: «Scopo supremo per me
era tentare se scintilla alcuna restasse nel corpo della patria per
accendere di vita le presenti e le future generazioni. Non mi pareva che
corresse stagione di badare come le acconceremmo il manto o la corona;
la questione era quella d'Amleto: _essere o non essere_. Tutto il mio
concetto sta in questi versi di Francesco Petrarca:_

    _«Che si aspetti non so, nè che si agogni_
    _Italia, che i suoi guai par che non senta,_
    _Vecchia, oziosa e lenta._
    _Dormirà sempre, e non fia chi la svegli?_
    _La man le avess'io avvolta entro i capegli!» —_

_«Quindi reputai carità adoperare tutti i tormenti praticati dagli
antichi tiranni, e dal Santo Uffizio, ed altri ancora più atroci
inventarne per eccitare la sensibilità di questa patria caduta in
miserabile letargia; io la feriva e nelle ferite infondeva zolfo e pece
infocati; la galvanizzava, e Dio solo conosce la mia tremenda ansietà
quando le vedevo muovere le labbra livide e gli occhi spenti»._

_Non potendo egli combattere una battaglia, scriveva un libro; ed il
libro, diremo con Giuseppe Mazzini «aveva in sè tutte le ispirazioni,
tutte le alternative, tutto il furore d'una battaglia»; — il libro era
una battaglia veramente. Contro chi? — Contro i nemici della patria e
del popolo, chiunque si fossero, da dovunque venissero, prima contro i
tiranni estranei, poi contro quelli indigeni, contro tedeschi, contro
preti, contro moderati, contro tutti furfanti. E le pagine del Livornese
bruciavano come tizzoni ardenti, come bottoni infocati, tagliavano come
spade affilate, come baionette, come mannaie, facevano piaghe profonde,
sanguinanti permanentemente, non rimarginabili._

_I colpiti dalla prosa del Livornese non trovavano più pace, quella
prosa li stigmatizzava, l'infamava, li metteva alla berlina. Erano
allegre vendette quelle del Guerrazzi, fatte in nome dell'Italia e del
popolo! Si leggano la _Battaglia di Benevento_, l'_Assedio di Firenze_,
la _Beatrice Cenci_, il _Pasquale Paoli_, il _Secolo che muore_,
l'ultimo lavoro di lui, e si giudichi. Si giudichi se i libri del
Livornese sono o no battaglie campali; se in essi il Livornese riuscì o
no a rimescolare cielo, terra e inferno. L'Italia la rimescolò tutta, da
un capo all'altro. La sua _Battaglia di Benevento_ e il suo _Assedio di
Firenze_ furono il «sorgi e cammina» gridato alla patria che pareva
cadavere._

_In proposito del Guerrazzi bene osserva Giuseppe Mazzini: «L'ufficio
dello scrittore s'è rivestito nel suo concetto dei caratteri d'una
missione. Audacie, pericoli, dolori inseparabili da ogni missione, egli
ha tutto accettato. Ei s'è incarnata la patria. Le ferite della patria
son sue ferite; i nemici della patria son suoi nemici; ed egli ha
cacciato, non potendo altro, il guanto a tutti; papa, impero, oppressori
o seduttori stranieri, oppressori o seduttori domestici, sono
flagellati, flagellati a sangue uno per uno.»_

_Dalla lettura dei libri del Guerrazzi i giovani italiani si alzavano
soldati, si alzavano eroi, come se tocchi da un qualche intuibile nume
benefico. Ed entravano pieni di fede nelle cospirazioni, affrontavano
sorridendo il patibolo, salivano cantando sulle barricate, si
scagliavano come leoni nelle battaglie, e morivano col santo nome
d'Italia sulle labbra...._

_Oh immortale rettorica, se rettorica è questa! —_

_I pedantuzzi d'Italia, essi che mai _non fur vivi_, ostentano oggi un
grande disprezzo per le opere letterarie del Guerrazzi, sembrando loro
che l'arte in esse difetti. Ma il popolo ama il Guerrazzi, lo legge
sempre, e vi piange, e vi freme, e vi si entusiasma. E le opere
letterarie del Livornese si continuano a ripubblicare, ed è giustizia
che sia così._

_Un grande artista, ce ne duole pei pedantuzzi d'Italia, fu F. D.
Guerrazzi. Se l'arte di lui non è più quella che noi, oggi, seguiamo,
quella che i nuovi tempi richieggono, non vuol dire; è sempre arte, e
rispettabile sempre. — Ma come si debbe scrivere la lingua che parliamo,
può il Guerrazzi insegnarci anche oggi._

_Egli diede alla prosa italiana atteggiamenti nuovi, scultorii. Egli, in
tempi nei quali belavano le arcadie e sfringuellavano le accademie,
infuse nella prosa italiana l'anima che l'era venuta a mancare, le
ridiede il sangue, il colore, la forza. — Fu egli chiamato il Titano
della prosa, e la denominazione sta, poi che titanica è invero la prosa
sua, così straordinariamente insolita._

_Ma guai agli imitatori di lui! Guai a chi volesse, soprattutto,
imitarne lo stile. Questo, noi pure ne conveniamo, è, nei primi lavori
del Livornese, gonfio e rettorico assai. Ma se ne corresse il Guerrazzi;
e ciò può vedersi nel _Pasquale Paoli_, nell'_Asino_, nel _Buco nel
muro_, nelle _Vite_ del Doria, del Ferrucci, del Burlamacchi, nello
_Assedio di Roma_, nel _Secolo che muore_, nei quali libri lo stile non
ha i voli turbinosi che si notano negli altri, ma procede quasi sempre
calmo e sereno per via naturale e piana._

_Nei primi lavori il Guerrazzi, come scrittore, non s'era ancora fatto;
non aveva ancora una individualità propria. Era bensì l'innamorato di
Giorgio Byron, il suo scolare. Il Guerrazzi si fece di poi e divenne
originalissimo scrittore. A qualunque genere letterario ei si
accostasse, sapeva trasformarlo ad immagine sua, vi lasciava la sua
impronta._

_La fantasia che egli ebbe fu alata, fu poderosa, fu straordinaria;
proprio. Se fosse stato poeta nel vero senso della parola, avrebbe
rivaleggiato con l'Ariosto. Ma un Ariosto molto triste e fosco sarebbe
stato egli!_

_Romanziere, è il più immaginoso che abbia l'Italia. I romanzi di lui,
sebbene s'intitolino da soggetti storici, sono, più che altra cosa,
parti della sua fantasia._

_E, questa, nella sua corsa sbrigliata, non gli dava agio di fermarsi a
considerare se quel carattere era umano, se quella situazione era
naturale. Ed è cosi che i romanzi guerrazziani difettano spesso di
umanità e di naturalezza. Ma non debbonsi giudicare coi criteri che del
romanzo oggi abbiamo. Si pensi che il Guerrazzi non poteva essere un
romanziere naturalista. Poi, egli aveva un genere di romanzo tutto suo;
e, si aggiunga, un genere di storia, un genere di satira tutti suoi
speciali. E, in quanto al genere satirico, che autore di satire il
Guerrazzi! Ricorda Sterne ed Heine, ma non è nè l'uno nè l'altro; è lui,
nessun altro che lui._

_Oltre che immaginosissimo romanziere e fine satirico, oltre che
prosatore eletto, fu pure un erudito dei primi, da non scomparire
nemmeno di fronte al Voltaire, che egli, anzi, si studiò d'imitare._

_La erudizione che egli ebbe fu varia e profonda, e la si trova
disseminata nelle sue opere, siano romantiche, siano storiche, talora
anche a scapito di queste, poi che a volte ne intralcia l'andamento e ne
rende difficile la lettura._

_Se si fosse messo di proposito a scrivere di estetica sarebbe oggi tra
i più poderosi nostri critici. Di questo ci assicurano moltissime sue
pagine, nelle quali si ragiona d'arte con un senso del bello che pochi
invero posseggono._

_Il Guerrazzi non va certamente immune da difetti, e noi, sebbene
ammiratori fervidissimi di lui, ci guarderemmo dal proporlo in tutto e
per tutto ad esempio. Ma egli va preso com'è, e, così com'è, è grande:
grande tanto come scrittore quanto come cittadino._

  Livorno agosto 1888.

                                                      G. STIAVELLI.



LA VENDETTA PATERNA

      «Maledetto chi non onora suo padre; — maledetto nella città,
      maledetto nella campagna —; io ti percuoterà con miseria,
      febbre, freddo, ardere, melume e malaria finchè tu muoia. —
      Il cielo sopra te sia di bronzo, la terra che tu calpesti di
      ferro. Il Signore sommuova dalla terra polvere, dal cielo
      piova cenere finchè tu vi rimanga sepolto; — ti dia in mano
      ai tuoi nemici; e mentre tu sorti per una via contro di
      loro, tu ne fugga per sette andando disperso per la terra.
      Il tuo cadavere diventi pasto di tutti i volatili del cielo,
      di tutte le bestie della terra, e nessuno lo porti via...
      Sii percosso d'insania, di pazzia, di furore di mente. — Va
      di mezzogiorno tentoni come il cieco nelle tenebre. — La tua
      moglie accolga nel suo braccio adulteri. — Fabbricherai la
      tua casa, ma non vi abiterai; pianterai la vigna, ma non la
      vendemmierai; ti uccideranno il bove, e tu non ne
      mangerai... e di questo si vedranno in te segni espressi, e
      prodigi.»

                                        _Deuteronom._ CAP. 27. 28.



§ I.

ORAZIO, COME TUTTI I PERSONAGGI DI ROMANZO, PRIMA RICUSA A RACCONTARE, E
POI RACCONTA; PERÒ CHE DIVERSAMENTE NON SI STAMPEREBBE LA STORIA.


«In quanto a capelli diventati bianchi tutto ad un tratto, notò un
bandito mentre scuoteva la pipa per farne uscire la cenere del tabacco,
ho inteso raccontare, che quando don Flaminio il Marchese di santa
Prassede maledisse i suoi figliuoli, le imprecazioni del vecchio
bruciassero i capelli su cotesti loro capì, e ne calcinassero i cervelli
come pietra in fornace: insomma, che il fuoco di Sodoma non facesse men
peggio, nè più tardi.»

«Fanfaluche!» esclamò Orazio avviluppandosi nel gabbano, e mutando
fianco sopra il letto di foglie, che si era fatto sotto la quercia.

«E come potete voi affermare che le sono fanfaluche?»

«Perchè lo so. — Ah!, soggiunse poi, troppo più dura sorte incolse a
quei miseri.»

«In fede di Dio, interrogò una voce diversa che usciva da un cespo, che
cosa mai poteva loro accadere di peggio?»

«Marco, rispose Orazio con parole lente, e parti poi gran male la morte
se ti coglie subita, e improvvisa? Di minuto in minuto limarti anima e
corpo, e mandarteli dispersi come limatura di ferro, allungarti
l'agonia, e non darti la morte, lasciarti la smania di rifuggirti sotto
terra, e levarti il fiato di percuoterla, e dire: o terra, cuoprimi!
Questo vedi, Marco, è troppo peggio della famosa spinta che un giorno o
l'altro ti darà mastro Alessandro, per la quale fa conto di trovarti
nello altro mondo senza che tu te ne accorga nemmeno.»

«E pure, riprese il bandito che fu primo a parlare, che il caso dei
figli del Marchese di santa Prassede fosse successo per lo appunto come
io l'aveva contato seppi per cosa certa da un cugino della cognata del
guardaportone del palazzo Massimi, che di coteste faccende doveva essere
a parte meglio di voi. A voi chi lo ha raccontato, Orazio?»

«A me? Nessuno.»

«Or dunque, come lo sapete?»

«Io ho veduto morire i figli maledetti.»

«La notte è lunga; e al sonno, quando posa su le palpebre del bandito,
par di sedere su i pettini da lino: or dunque narraci questa storia,
Orazio; noi ti staremo a udire.»

«Io conto, e narro quando me ne piglia l'estro, disse Orazio riponendosi
a giacere sopra il letto di foglie: — voi poi, soggiunse poco dopo, se
non sapete logorare meglio o peggio il vostro tempo, fischiate.»

Ma il giovanetto, che soleva cantare le canzoni composte da Orazio, gli
si pose accanto; mise le mani incrociate sopra la sinistra spalla di
quello, e sopra le mani appoggiò la guancia; poi levando dolcemente gli
occhi, così prese piuttosto a mormorare, che a dire:

«Racconta, mio buono Orazio, racconta. Dio ti ha creato apposta per
raccontare, come il rosignolo per cantare. — Orazio, in dieci colpi di
archibugio tu ne sbagli due; ma le tue storie valgono anche meglio dei
tuoi tiri. Orazio, tu sai condurre una imboscata come il Cavaliere dei
Pelliccioni[1]; ma più hai talento per esporre un racconto. Tu sai
tutto; tu ti sei trovato a tutto. Io penso, che tu ti fossi presente
quando Dio appiccò in mezzo al cielo il gran lampione del Sole; tu devi
avere insegnato a Noè a pigiare l'uva; e se non portasti mattoni alla
torre di Babele ha da essere caso. Se non sapessi che tu sei carne
battezzata, io ti crederei quel cane di giudeo che negò a Cristo di
riposare all'ombra della sua casa, onde ei ne va condannato a ramingare
pel mondo fino alla consumazione dei secoli. Se il Papa ci offrisse una
coppia dei suoi cardinali in cambio di te, noi gli diremmo: — Santo
Padre, tienti i tuoi cardinali, e lasciaci il nostro Orazio. — Veda un
poco papa Clemente se possiede in corte un fiore di lingua come sei tu:
forse il Baronio, che scrive storie da far dormire ritti? Racconta,
Orazio, racconta una storia; tando tu ci metti quanto a cogliere una
rappa di finocchio, e a strofinartene i denti.»

Orazio a mano a mano che il giovanetto parlava si levò su la vita a
sedere, gli toccò carezzando i capelli, e così prese a dire:

«E non ci è verso; bisognerà che racconti la storia. Finchè l'uomo vive
ha mestieri di un cappellinaio per appiccarvi il gabbano dei suoi
affetti, per quanto logoro e rattoppato e' sia; ed io non posso negare
niente a questo ragazzo. Il mondo va alla rovescia; gli usignoli
incominciano a prendere i rospi: tu mi sforzi a parlare, Genesio, e poi
tu piangerai; guarda bene ve' ch'io non ti veda nè ti senta; che alla
croce di Dio ti do uno scavezzone da intronarti la testa; e il peggio è,
che il caso al solo pensarci sopra mi stringe la gola, e nella zucca non
ho goccia di vino. Ad ogni modo udite.»



§ II.

LE TERZETTATE.


Voi altri tutti siete romani di Roma, o della campagna; però di
raccontarvi quale e quanta sia la famiglia dei Massimi di santa Prassede
io mi passo. Questo poi importa che sappiate, come il marchese don
Flaminio _requiescat_ rimanesse vedovo di donna Vittoria Savella, nobile
e virtuosa dama se altra mai ne fu pari nel mondo, dalla quale egli
procreò cinque figliuoli grandi della persona secondo la loro età, ben
fatti a maraviglia e belli... parevano cinque di quelle sette stelle là
dalla parte di tramontana, che hanno forma di un pastorale di vescovo: e
poi parlavano come Marco Tullio; alcuni di loro cantavano di poesia
all'improvviso, ch'era un portento; a spada e a pugnale da stare a petto
e a mettere in cervello qualunque cavaliere, o vogli spagnuolo od
italiano, che portasse cappa; nelle brigate piacevoli con tutti,
festosi; insomma, fra i baroni romani per universale giudizio facilmente
primi. Se il vecchio Marchese se ne tenesse lascio considerarlo a voi; e
quando gli udiva lodare (cosa che di frequente gli accadeva) dava in
pianto di tenerezza, il povero signore, ed esclamava: «Dio, Dio, questa
è maggiore felicità di quella che il tuo servo possa sopportare: deh!
temperamela con un poco di amaro, onde il troppo giubilo non mi
ammazzi!»[2]. Va pur là, sciagurato, che moristi di giubilo! Questo
degno barone aveva un cuore come il sole, che quando si leva fa bene a
tutti così ai buoni come ai malvagi; alla rosa e all'aconito, a chi
piange e a chi fa piangere; e là glorioso, affacciato dalla cima del
colle, sembra che voglia dire propriamente così: «il mio ufficio è
illuminarvi, esultate: più tardi verrà il mio creatore e il vostro a
giudicarvi: io frattanto non condanno, rischiaro.» E poi non poteva fare
a meno che non fosse così, perchè egli si reputava, ed era beatissimo; e
l'anima nostra quando si sente serena vorrebbe che tutti fossero
contenti. L'allegria rende l'uomo buono, e in fondo al fiasco, Dio mi
perdoni, si pescano più sentimenti da galantuomo che su la bocca di un
padre predicatore: ad ogni modo le prediche mi fanno dormire, e il vino
cantare; e da noi vuolsi cosa ben truce stanotte, dacchè è chiaro che il
signor nostro lasciandoci senza vino intende che ci sprofondiamo in
pensieri di tristezza, brutta semenza d'iniquità.

«Pur troppo! sospirò il vecchio Ciriaco, Orazio parla come un libro
stampato. Ed io ancora mi buttai alla foresta quando mi ebbero impiccato
Trofimo... il povero figliuolo. Che cosa aveva io a fare?... Lo aveva
unico, e solo... e sua madre... meschina! ne morì di dolore... oh! oh!»

Queste parole caddero sopra l'anima dei circostanti lugubri quanto
l'antifona del _miserere_. Il buio denso della notte rotto a quando a
quando dalla fiamma, che prorompeva crepitante... cessava, e tornava a
comparire; il singulto degli uccelli notturni nel profondo del bosco,
l'ora, la esitanza delle lunghe insidie, la memoria del passato, la
minaccia dell'avvenire e l'aspettativa paurosa del racconto percuotevano
il cuore, e lo empivano di affanno.

Orazio proseguiva con voce più cupa:

Voi potreste giuocare più presto agli aliossi con gli obelischi di papa
Sisto, e mettervi in capo la cupola di san Pietro per morione, che
cancellare una virgola dallo scartafaccio della sorte. Che cosa è mai
questa sorte? Lo sapete voi? no: ed io? nemmeno. La sorte è una forza,
che ti conduce per mano, se acconsenti, e ti strascina pei capelli, se
resisti. La sorte è una necessità, che quando tu vai a dormire si pone a
giacere teco, e ti si caccia sotto il capezzale; quando ti levi ti salta
addosso prima della camicia: non dorme, perchè non ha palpebre; non si
commuove, perchè ha viscere di pietra; le preghiere entrano nelle sue
orecchie come la brinata in quelle delle statue di bronzo, e vi fanno
effetto pari... ed ora, che cosa avete capito? Nulla; ed io quanto voi.
La sorte è sorte; ciò è il più e il meglio che possiamo dirne, come di
mille altre cose di questo mondo; e tiriamo innanzi.

Marcantonio Colonna, il famoso nostro barone, che fu tanta parte della
batosta che dettero i Cristiani a quei cani senza fede dei Turchi nella
battaglia di Lepanto, pei molti meriti suoi venne eletto vicerè di
Sicilia, dove sua virtù corrompendosi, siccome suole ordinariamente
avvenire al soldato negli ozi della pace, ed essendo per natura
inchinevole alle cose di amore, viziò una fanciulla bellissima di nobile
parentado, e la tenne seco pei suoi piaceri. Le passioni nei petti di
questi signori fanno come le rondini; sono di passo. Ormai al signor
Marcantonio della sua bella Siciliana premeva più, che tanto; ma la
generosità romana, la quale abita come in casa propria nel cuore di
cotesto barone, non gli consentendo lasciare dietro sè quella meschina
in balia del furore dei suoi parenti, i quali l'avrebbero senza fallo
ammazzata, quando cessò dall'ufficio se la condusse a Roma. Però donna
Rosalia, che tale aveva nome la bella Siciliana, stavasene in palazzo
Colonna albergata magnificamente, e nutrita in sembianza di dama della
Principessa madre; la quale essendo quella saputa e discreta matrona che
tutti voi conoscete, andava pietosamente rammendando come meglio poteva
gli strappi del figliuol suo.

Ora don Flaminio Massimi, per essere nato da donna Fulvia Colonna e per
la molta bontà e piacevolezza sue, aveva entratura grande con
Marcantonio e con la madre di lui: per la qual cosa usando
frequentissimo in casa Colonna, non potè fare a meno di mettere gli
occhi addosso alla bella Siciliana; e parendole, come veramente ella
era, leggiadra molto e sventurata, gli venne al cuore una immensa
passione di conoscere i casi suoi, e quelli, potendo, sollevare. Oh
bella! egli è tanto meritorio sentir compassione per le belle desolate,
che il Papa le dovrebbe assegnare indulgenza plenaria per cento anni
almeno. E se al Marchese urgeva consolare, a donna Rosalia urgeva del
pari essere consolata, e sfogare le sue pene vecchie e nuove nell'animo
di creatura disposta a compatirla; cosa che non poteva fare con altri,
perchè da confidarsi con gente della famiglia la tratteneva pudore; e
donna Fulvia la proteggeva, è vero, ma con quel suo fare alla spagnuola
intirizziva la povera fanciulla per di dentro e per di fuori. Su cento
consolatori novantanove diventano amanti; e questo è provato: nè
chierica salva, che non è fatatura contro i colpi di amore; nè età,
perchè il legno più arde quanto meno è verde. Breve; il vecchio Marchese
tanto andò di giorno in giorno infervorandosi in cotesto suo
sconsigliato amore, che certa volta propose a donna Rosalia di condurla
per sua legittima sposa, e donna Rosalia rispose: «magari!»

O perchè la giovane donna acconsentiva? Vallo a pesca. Forse in grazia
degli anni di don Flaminio? Dio ne guardi: già essi erano troppi, e poi
l'amore per gli anni camminava alla rovescia dello amore pei ducati; e
di esperienza, amore che vive di scapataggine, non sa che fare: io so di
certo, che le corde con le quali il carnefice fastidio strozza l'amore
sono attorte co' primi capelli bianchi che spuntano sul capo degli
amanti. In grazia della sua persona? Ahimè! Dallo insieme del corpo del
vecchio Marchese si argomentava di leggeri come la bellezza fosse
passata per di là, ma qual via avesse tenuto era difficile dire; —
bottiglia di vino buono bevuto un anno fa! — E neanche io voglio
credere, che la Siciliana il facesse per cupidità di averi; — forse per
la molta piacevolezza e bontà del Marchese di che ho parlato; forse lo
studio di uscire dalla abiezione in cui ella si trovava, che in queste
faccende si ha un bel dire i panni non rifanno le stanghe, e vergogna
non cuopre broccato d'oro; forse anche veruno di questi motivi, e la
vaghezza di mutare stato, fosse anche in peggio, governa i cervelli
degli uomini, e quelli delle donne molto più.

Don Flaminio, come i vecchi amanti costumano, sospettoso non gli venisse
sturbato il disegno, sposò in segreto e senza farne motto a nessuno la
sua bella donna; e un bel mattino, parendogli avere espugnato Cartagine,
ne menò trionfo per Roma a mo' di Scipione Affricano. — I vecchi, come
pratichi delle faccende del mondo, vedendo quella nuova cosa
stringevansi nelle spalle, tentennavano il capo, e tiravano innanzi.
Giunto al palazzo don Flaminio petulante e festoso come fanciullo,
raduna i figliuoli e la famiglia dei servi; e presa per mano la bella
Siciliana, la presentava loro dicendo:

«Figli miei, della mia esultanza esultate; io vi ho dato una nuova madre
in questa mia consorte...... Marchesa di santa Prassede....»

I figliuoli lo interruppero levando al cielo un grido acutissimo di
dolore e di rabbia, dal quale rimasto il vecchio Marchese sbalordito,
non seppe che cos'altro aggiungere di buono; ma perduta affatto la
tramontana se ne andò per le corte, aggiungendo con voce commossa, che
indarno però sforzava di rendere severa:

«Voi, miei figliuoli, onoratela come mia consorte; e voi, servi,
obbeditela come padrona: non occorre altro; andate.»

Io che, come staffiere in casa al Marchese, chiamato con l'altra
famiglia mi trovava presente a cotesto fatto, pensai vedere, ma avrei
giurato aver veduto per certo una mano di scheletro girare lenta lenta
per l'aria, e tracciare un cerchio dentro del quale venivano come ad
essere comprese tutte quelle teste.

Il vecchio Marchese si chiuse nelle sue stanze, e quivi rimase tutto
giorno presso l'amata donna, consolandola con molli carezze e dolci
parlari come giovanotto per la prima volta innamorato. I padroni giovani
non furono visti in palazzo che a notte tarda, tranne Pompeo, il quale
per essere tuttavia fanciullo stette in casa, ricusando però
ostinatamente sempre sedersi in grembo alla bella Siciliana, che lo
tirava a sè con modi soavi, e gli andava offerendo baci e confetti; anzi
avendogli detto:

«Don Pompeo, io vi farò da madre,» il giovanotto le rispose stizzito: «A
me non fa mestieri altra madre che donna Vittoria Savella, la quale a
quest'ora è lassù;» e col dito indicava il cielo.

Non pareva davvero che in casa fossero state celebrate nozze, bensì
mortorio; però che assai prima del consueto il palazzo fosse sepolto nel
silenzio e nelle tenebre, — precursori della tempesta.

Fortuna volle che a don Flaminio, il quale in corte del Papa teneva
ufficio di camerario privato, ricorresse la volta nella prossima
mattina; onde egli per non mancare si levò per tempissimo, e si abbigliò
squisitamente di gala come costumano i vecchi, che studiano riparare con
l'arte le offese degli anni: premeva a lui (che passata la prima notte
aveva incominciato ad accorgersi del granchio preso) non gli fruttassero
discredito in corte gl'improvvidi sponsali; e raddoppiando di reverenza
e di zelo sperava che non glieli apponessero a torto, o alla più trista
valessero a temperarne la sinistra impressione. La donna poi che viveva
con sospetto grande, e a cui il sangue non porgeva nulla di buono,
andava consolando dicendole:

«Deh! cuore mio dolce, fatevi animo: per un po' di nebbia, o che credete
voi che non abbia più a comparire il sole? Tutto si accomoda in questo
mondo con un poco di pazienza e di piacevolezza, e voi di ambedue queste
cose possedete dovizia. Orsù, fatevi animo; che a fine di conto i
Marchesi miei figli sono cavalieri compiti, e fiore di gentiluomini, i
quali si guarderebbero bene di far piangere quei due bei soli che avete
in testa. Sicchè, vita mia, state lieta, e pensate stanotte, quando
tornerò a casa, di farmi ritrovare la luce in un raggio dei vostri
labbri divini.»

E qui abbracciatala, e baciatale rispettosamente la mano, tolse commiato
da lei cacciandosi festoso giù per le scale.

Le camere dei giovani padroni stavano chiuse, e silenziose come
sepolcri: noi altri servitori alzavamo gli occhi di ora in ora al
campanello per vedere se si agitava: ma no, esso rimaneva come
impietrito: verso mezzo dì si fece sentire un tocco solo — acuto,
stridente, che parve gridasse: — ahi! — Accorsi, e trovai tutti i
padroni vestiti da viaggio, tranne Pompeo, il quale io non vidi con essi
loro. Don Marcantonio senza levare gli occhi di terra, con parole lente
e stentate come se recitasse il _de profundis_:

«Andate, Orazio, mi disse, ed avvisate la clarissima Marchesa di santa
Prassede, che i suoi figliastri le domandano in grazia di essere ammessi
all'onore di baciarle la mano, e di augurarle il buon giorno.»

Mentr'egli così meco favellava, udii i suoi fratelli commettere ad altri
famigli accorsi alla chiamata, che prendessero le valigie, e le
accomodassero subito subito in groppa ai cavalli, che dovevano tenere in
cortile insellati, e in punto di partire. Io sbirciando di traverso
notai quattro sedie remosse da canto alla parete, e disposte intorno
alla tavola dove pareva si fossero trattenuti a consulta, e vidi ancora
sopra la tavola una carta scritta, e quattro para di pistole. Mala
parata mi sembrò cotesta, e l'obbedire mi doleva; ma chi mangia pane
altrui non ha la scelta: però senza badare ad altro portai l'ambasciata.

Donna Rosalia udita l'ambasciata stette alquanto sopra di sè; poi come
se di moto proprio non si sapesse risolvere, girò intorno la faccia
quasi cercando chi la sapesse consigliare in cotesto frangente; ma non
vedendo altri che me parve esitare, poi risolversi, e mosse le labbra
per articolare parola: ad un tratto diventò vermiglia, punta forse dalla
vergogna di consultarsi con un fante; e se fosse così, ben le incolse
quello che le avvenne; forse anche non volle mostrare paura, e allora la
compiangerei di più: fatto sta, che mi disse animosa:

«Vengano, e saranno i benvenuti.»

E come mi disse io referii. Ecco (mi pare di averli sempre davanti agli
occhi) i padroni muovere lenti, pallidi, muti nel modo col quale è fama,
che le anime dei morti nella notte precedente al giorno dei defunti se
ne vadano a processione incontro alla tempesta, che Dio manda perchè i
vivi si rammentino di loro.

Appena si furono affacciati nella stanza ove si era fatta ad attenderli
donna Rosalia, ella si levò in piedi e mosse un passo o due verso di
loro, atteggiando il sembiante a lieta accoglienza. Quando i padroni le
furono discosto un paio di braccia, e nè anche tanto, poco più di un
braccio, il marchese Marcantonio così parlò:

«I Marchesi di santa Prassede, prima di abbandonare per sempre, in
grazia vostra, il palazzo dei loro onoratissimi antenati, sono venuti a
darvi il buon giorno, e ve lo danno.»

Quattro terzettate sparate a un punto stesso, che parvero una sola,
fecero quattro finestre nel petto alla povera donna, che gridò Ge, e non
ebbe balìa di compire Gesù, e cadde giù bocconi morta sul colpo.

I padroni giovani com'erano venuti se ne andarono lenti, muti, senza pur
degnare di uno sguardo il cadavere: scesi nel cortile inforcarono i
cavalli, ed uscirono di Roma. Per la bella Siciliana non ci fu mestieri
nè medico, nè prete. La copersi con uno arazzo; dalla parte del capo le
posi il crocifisso grande di argento fitto sur un candelabro, che il
marchese don Flaminio teneva nella camera da letto; da piedi le
accomodai una lucerna accesa; le dissi presto presto un po' di _de
profundis_, e poi mandai al Vaticano pel Marchese onde venisse subito a
casa per affare, che non pativa dilazione; — e feci male; perchè a
quello che era accaduto, o un giorno o un secolo oggimai non guastava
più nulla.



§ III.

LA MALEDIZIONE.


Il marchese don Flaminio non si fece lunga pezza aspettare: improvvido e
spensierato, il cuore non gli presagiva nulla di sinistro: saliva le
scale canterellando, senza porre mente ai volti lugubri e al favellìo
sommesso dei servi: non lo percosse la frequenza straordinaria della
gente accorsa al rumore delle pistolettate, e nemmeno alla inchiesta dei
curiosi: «dov'è successo lo ammazzamento?» Tanto lo teneva assorto quel
suo matto amore!

Quando entrò in sala, e vide il sangue prima, poi il cadavere in modo
così disonesto fracassato, come colto da fulmine stramazzò. — Il medico
accorso in fretta gli allentò la vena, gli applicò le ventose: e
adoperandovi intorno ogni sforzo dell'arte, con infiniti argomenti gli
riusci a farlo rinvenire; ma colpito il povero vecchio dal male di
gocciola, ne rimase come morto: anzi si può dire morto addirittura,
tranne il capo, rimasto mezzo vivo; imperciocchè non riuscisse, anche
balbettando, a farsi capire: cibo e bevanda ricusava; mai di piangere
rifinava; due rivi perenni gli scendevano giù per le gote, ed
immollavano le lenzuola e i pannilini che ci soprammettevamo. Come quel
cristiano potesse cacciar fuori tanta acqua dal capo, per me non sapeva
capire davvero. Voi intendete, che andando avanti di cotesto passo poco
cammino si poteva fornire: e fu così; difatti il medico sul far del
giorno gli tastò il polso, lo guardò in faccia, e voltato ai parenti
susurrò: «andate pel prete.»

E il prete venne, che fu monsignor Romei vescovo di santa Sabina, il
quale remossi tutti gli ostacoli lo confessò. O come fec'egli a
confessarlo? direte voi, e questo dissi ancora io perchè della lingua
non si poteva valere, e nelle altre membra era impedito; e pure
monsignor vescovo dichiarò averlo inteso ottimamente punto per punto, e
così com'ei disse si ha da credere che fosse; imperciocchè la virtù di
Dio per operare miracoli sia onnipotente. Sempre più poi aggravandosi il
male lo munirono dell'eucarestia, l'unsero con l'olio santo; breve, lo
provvidero del viatico per imprendere il gran viaggio. In quel punto
monsignor vescovo si allontanò un momento per confortarsi. A dire il
vero suonavano allora le ventuna, e monsignore aveva pranzato a
mezzogiorno; ma la fatica sofferta, e forse anche, chi sa, la vista dei
patimenti dello agonizzante gli avranno messo appetito: a fin di conto
non lo abbandonava solo; anzi lo lasciava in buona compagnia: stola su i
piedi, e Cristo al capezzale.

Noi altri servi stavamo intorno al letto pensando che di ora in ora
passasse, quando il moribondo mandò fuori dalla gola un suono
inarticolato dal quale intendemmo, si può dire a caso, ch'egli prima di
morire desiderava vedere il suo figliuolo Pompeo. Andai pel putto, e lo
collocai tra suo padre e il crocifisso di argento: il povero figliuolo
si struggeva in lacrime; e veramente egli era un caro garzone come i
suoi fratelli, eccetto quel negozio della matrigna, che non vo' negare
un tantinello abbrivato. Il vecchio cessò dal pianto alla vista di don
Pompeo: con occhi infiammati guardava prima fisso fisso il putto, poi il
Cristo: stringeva i labbri, gonfiava le gote: le vene ingrossate e di
colore di piombo stavano a un pelo per iscoppiargli su per le tempie e
nella gola: si conosceva espresso com'egli si adoperasse a raccogliere
tutti i suoi spiriti vitali in uno sforzo supremo, e, come piacque a
Dio, secondochè desiderava gli riuscì; avvegnachè gli venisse fatto di
sciogliere la lingua, e pronunziare distinte le seguenti parole[3]:

«Signore, tu hai detto: chi di coltello ammazza, di coltello conviene
che muoia. Io nel tuo santo nome maledico gli scellerati, che uccisero
di mala morte quella povera creatura senza pietà per l'anima sua, e me
loro padre precipitarono violentemente dentro il sepolcro. Assenti col
tuo volere alla mia maledizione, e fa che se ne vedano anche in questa
vita i segni espressi per terrore dei malvagi, e per conforto dei buoni.
Esalta poi questo innocente, benedicilo in ogni pensiero del suo cuore,
in ogni opera delle sue mani; e come solo si astenne da contaminare di
sangue la dimora dei suoi nobili maggiori, così rimanga di sua schiatta
solo ad abitarla, ed a lasciarla in retaggio ai figli dei suoi figli.» —
E forse intendeva favellare di più; ma la lingua ingrossata gli negò lo
ufficio, ed ei si tacque: — nella notte passò.



§ IV.

DON MARCANTONIO MASSIMI.


Ora voi altri, se già non lo sapete, avete da sapere come in Roma
s'incontrino tre maniere di giustizia: una per noi cavalieri della
foresta e gentiluomini delle strade maestre, ed è di canapa bianca
rattorta a meraviglia, e bella: la seconda pei signori della città che
possiedono più lignaggio che ducati, ed è di ferro forbito e tagliente,
da mettere la voglia in corpo di provare una seconda volta a cui
l'assaggiò la prima: la terza spetta ai signori che hanno più scudi che
nobiltà; e questa è di cera, avvegnadio prenda il marchio dalla moneta
che vi s'impronta sopra. Ora i Massimi possedevano ricchezze stragrandi
e parentado potentissimo, in ispecie li signori Principi Colonna, i
quali tanto e tanto s'industriarono presso Cardinali e Auditori di
ruota, che ottennero, quantunque con difficoltà assai, la liberazione
del bando pei signori di santa Prassede.

Tornarono i padroni a Roma — notte tempo: — taciti, guardinghi
rientrarono nel palazzo dei loro maggiori, non altrimenti che se fossero
ladri venuti per rubare. Salite le scale si avviarono alla stanza
mortuaria del marchese Flaminio; ma per arrivarvi fu loro mestieri
attraversare la sala dove avevano ammazzata la bella Siciliana. Appena
misero i piè sopra la soglia, invece di passare addirittura per lo
mezzo, furono visti studiarsi a rasentare la parete; e don Marcantonio
in ispecie, per costume di persona oltre ogni credere lindissimo, passò
in punta di piedi come si usa da cui vada per guazzo, per amore della
calzatura. Arrivati che furono nella stanza del defunto genitore
s'inginocchiarono tutti intorno al letto in sembianza di pregare, ed
appoggiarono il capo alle materasse: di subito però, come se avessero
toccato fuoco lavorato, si levarono d'impeto e partirono[4]. Don
Marcantonio quando tornò a passare per la sala mi chiamò a sè con un
cenno del capo; e mostratomi col dito il luogo dov'era caduta la
matrigna, mi disse sotto voce:

«Mi sembra, che in tanto tempo avreste pur dovuto trovare un momento per
tòrre via cotesta macchia.»

«Macchia! risposi io, e di che?»

Tutti allora mi furono addosso, susurrandomi nel medesimo punto
all'orecchio:

«Di sangue... di sangue...»

Ond'io, inchinatomi rispettosamente, soggiunsi loro:

«In verità di Dio, padroni miei riveriti, si assicurino che con le mie
proprie mani ho lavato sette volte il pavimento.»

Allora si strinsero nelle spalle, e senza arrogere motto si partirono:
io mi rimasi lì attonito, pensando che vagellassero.

Breve però fu il convivere loro in famiglia: uno non poteva sopportare
la vista dell'altro: ingiurie aperte non alternavansi mai, nè mai si
levava rumore in casa, bensì di tratto in tratto si laceravano con motti
coperti, che parevano morsi di cane da presa. Alfine chi se ne andò a
ponente, e chi a levante: insieme rimasero soli due fratelli, stati per
lo innanzi svisceratissimi, don Marcantonio e don Luca, di cui lo amore
aveva retto alla forza segreta, che li menava a odiarsi scambievolmente:
però ognuno di questi faceva vita nelle proprie stanze.

Quinci a breve io vidi don Marcantonio farsi giallo in volto quanto i
fiorini di oro di Firenze: gli occhi gli s'infossarono, e incominciò a
guardare strambo; le gote e le tempie gli apparvero stranamente
infossate, e su queste certe vene scure gli camminavano a modo di serpi
verso il cervello. Ma quello che parve, e fu singolare davvero, consistè
in questo: che di tanto magnifico egli era stato in prima, incominciò
ogni giorno ad assottigliare la Spesa fino al puro necessario; licenziò
i famigli; vendè i cavalli. Inoltre sul principio poco, più tardi punto
uscì di casa, anzi dalla sua camera da letto: soffriva molestamente che
io gliela nettassi: ed un bel giorno mi disse alla scoperta che me gli
togliessi davanti agli occhi, e che non aveva bisogno dei miei servizi;
lasciassi da mutargli lenzuola, salviette, nè niente, perchè era meglio
tenersi intorno biancherie sudice, che servi assassini che spiano tutto,
e ad altro non attendono che a rubarvi, e forse anche ad ammazzarvi.

E siccome mi era saltato il grillo di non trangugiarmi cotesti improperi
in santa pace, e faceva le viste di rispondere, egli agguantata una
partigiana me la scagliò con tanta rabbia contro al corpo, che per
miracolo la scansai; ed ella andò a conficcarsi nella porta, dove dopo
avere tentennato un bel pezzo si tacque. La barba e i capelli gli
crebbero sordidi e rabbuffati; lerce le mani; le unghie nelle punte nere
come collari di tortora.

Non accoglieva quel tristo nelle sue stanze nessuno, tranne certi
sensali giudei e certi poveri diavoli con esso loro, che si menavano
dietro come pecore condotte al macello: entravano cheti e languidi;
cheti partivano, e barcollanti: qualche volta s'intendeva da cotesta
porta uscire un rumore come di disputa, ma a voce fioca, che indi a
breve diminuiva e poi cessava, quasi grido di gallina a cui venga tirato
il collo; tale altra egli schiudeva un tantinetto la imposta perchè si
mutasse l'aria della stanza, e vi si metteva davanti a fare la guardia:
allora si spandeva fuori per la casa un fetore di lezzo da ammorbarne
così, che tre bocce di acqua nanfa non bastavano a cacciarlo via. Agli
operai, mercanti ed altra gente siffatta, quando venivano per danari,
comecchè per la sua misera vita pochi fossero quelli che avevano credito
con lui, faceva rispondere essere andato in campagna; a san Martino
tornassero. I fratelli non trovavano la via a fargli metter fuori le
pensioni a loro assegnate, che ora con questo, ora con quell'altro
sotterfugio gli andava scarrucolando; finalmente dopo subbugli e minacce
ottenevano formale promessa di pagamento; il giorno seguente venissero;
troverebbero i danari belli e contati. Ma non eravamo a nulla:
allorquando la notte seppelliva nel sonno ogni animale, ecco don
Marcantonio alzarsi da letto, e con un lumicino, che pareva spento,
appressarsi al forziere, aprirlo, e ai ducati quivi dentro con molto
ordine disposti volgere queste parole:

«Ah sciagurati, sconoscenti! che Dio vi danni, e il diavolo vi porti:
perchè voi volete abbandonarmi? In che vi offesi? quando vi nocqui?
quale mai danno avete riportato da me? Sopra l'anima, avanti di Dio vi
adoro: io m'inchino, mi prostro davanti la vostra divinità: io vi ho
ordinati, io messi in compagnia, io vi ho fatto gustare le dolcezze
della famiglia. Sperperati nulla siete, uniti fate forza al cielo[5]; e
perchè dunque, dopo avervi raccolto a prezzo della eterna salute e della
mia fama di gentiluomo, volete lasciarmi in così grossa brigata? Che vi
manca? ingratissimi! Forse non vi trovate in cassa forte? o forse non è
bastante il serrame? o mancai mai pure una volta di chiudervi con
diligenza? Qual madre vegliò mai il suo figliuolo com'io faccio con voi?
Ed io mi sto qui del continuo seduto, pronto alla vostra chiamata,
vigile per sovvenire ai vostri bisogni di notte... ma voi punto non vi
commuovete; la pietà è chiusa nel vostro cuore di metallo. Andate;
chiunque affligge suo padre non può far sì che non capiti male, ed io lo
so; — fuori, serpenti, di casa mia; fuori, tizzoni d'inferno... io vi
maledico... vi maledico... vi maledico.»

E qui farneticando co' capelli ritti abbrancava ducati, e a manca e a
diritta li sbatacchiava furiosamente per terra. Quando poi di ducati
andava piena ogni cosa, e del forziere già si vedeva il fondo, tocco da
raccapriccio, don Marcantonio sentiva cascarsi il cuore, gli pareva
avere commesso sacrilegio; onde mutati ad un tratto intento e voglie,
con mano paralitica si dava a raccogliere la sparsa moneta camminando su
le ginocchia per ogni parte del pavimento, e in cotesta attitudine
bestiale così andava in suono pietoso lamentandosi:

«Ahi finalmente vi prende ribrezzo della ingratitudine vostra... voi
piangete... Cessate le lacrime, in nome di Dio, o che il cuore mi si
spezza: tiriamo un frego su gli errori passati: punto, e da capo: voi
sapete che non posso fare a meno, ch'io vi ami... tremendamente io vi
ami. Tornate tornate, figliuoli prodighi, a casa vostra; — tornate nelle
braccia del padre; oggi bandiremo festa solenne, ammazzeremo la vitella
grassa... Ma i fratelli pretendono le loro pensioni...? Che pensioni, e
non pensioni? Quale hanno diritto costoro di strapparmi il cuore? E gli
operai, e i creditori, e le loro famiglie come faranno a vivere se tu
non paghi i tuoi debiti? E dov'è la necessità, che tutti cotesti uomini
campino? Crepino cento volte prima ch'io mi separi dal mio dio, dal mio
tutto.»

Intanto aveva riposto, e chiuso come prima i ducati nel forziere.
Allora, asciugatisi il sudore e la polvere dalla fronte, guardava con
occhi stralunati il forziere, e in suono cupo di voce aggiungeva:

«Mi hanno prima a scorticare vivo da capo a piedi, che tormi di sotto il
più piccolo baiocco.» E la mattina se si presentavano i fratelli, ed ei
li bistrattava; se operai e mercanti, ed ei per quanto era lunga la sala
li rincorreva con la partigiana, e gli avrebbe seguitati giù per le
scale, se la paura di lasciare la camera incustodita non lo avesse
richiamato a dietro più che di passo. Alla fine dai oggi, dai domani,
venivano i birri di corte a gravare i mobili di casa; e il marchese don
Marcantonio si chiudeva nella sua stanza, tirava chiavistelli, metteva
bracciòli, rizzava puntelli come se avesse dovuto sostenere l'assedio:
ma sentiti i primi colpi alla porta, pauroso che gli atterrassero
l'uscio, e vedessero le sue ricchezze e il suo stato, calava subito agli
accordi; e domandato a quanto sommava il debito, udiva per il buco della
chiave la voce del birro ammonirlo cosi:

«Eccellenza! ducati mille per sorte principale.»

«Ahi!» — E traeva un guaio acuto come gli avessero strappato un dente.

«Eccellenza! ducati trentadue e baiocchi quindici per interessi scaduti
alla ragione...»

«Ahi! ahi! — Ecci altro?»

«E ducati settantadue di spese, nelle quali vostra eccellenza è stata
condannata...»

«Ahi, boia! tu mi fai morire a poco per volta, tagliami di un colpo solo
la testa.»

«E ducati ottanta ammenda, nella quale la sacra Ruota vi ha condannato
come temerario litigante...»

«Ahi!»

«E le spese del gravamento ducati dodici, e un po' di mancia, se piacerà
a vostra eccellenza.»

«Un paio di forche alte quanto il Colosseo.»

«In tutto, eccellenza, ducati mille... cento... novantasei e baiocchi
quindici.»

«Senti, famiglio, fatti in qua; mi pare ravvisarti dalla voce, e tuo
padre fu certo dei familiari di casa mia... Che fa egli il padre
tuo?...»

«Egli è morto cinquanta anni fa.»

«Ouf! Senti, famiglio, tu sai quanto sia il credito di casa Massimi, in
ispezie pel suo parentado con la clarissima casa Colonna, e tu mi pari
garzone troppo...»

«Eccellenza! garzone io? Traverso il buco della chiave vi servono male
gli occhi; io ho sessanta anni suonati...»

«Ciò non monta, famiglio; io posso farti favore se ti preme avanzarti di
ufficio.»

«A me non preme altro, che riscuotere i millecentonovantasei ducati e
baiocchi quindici...»

«E non si potrebbe risparmiarne almeno cento, e più... vedi un po' se ti
riesce...»

«Me li date, o non me li date...?»

«Via, anche sei...»

«Famigli, atterrate la porta.»

«Al diavolo te e la tua infame schiatta, brutto Giuda Scariotte: statevi
indietro se la vita vi preme, che or ora vi pagherò.»

Quindi a breve si schiudeva a mala pena la porta, e ne usciva una mano
scarna, che agguantava un sacco di moneta; e questo in gran fretta
rovesciato si ritirava la mano come lampo, si chiudeva la porta con
impeto, e si udiva per dieci minuti il cigolio di catenacci, paletti e
bracciòli. — In una parola, il diavolo dell'avarizia aveva preso
possesso dell'anima sua.



§ V.

DON LUCA MASSIMI.


A don Luca poi capitò per la testa un'altra strana fantasia: si mise a
voler trovare il modo di fabbricare dell'oro, non mica per vaghezza di
oro, oibò! bensì per comporre l'oro potabile da prolungare la vita; ed
affermava come questo fosse altra volta accaduto, e doveva rinnovarsi:
anzi su tale proposito raccontava che certo bifolco, nelle parti di
Sicilia, ne aveva trovato pieno un fiasco; ed essendoselo bevuto tutto
di un fiato, campò cinquecento anni e non so quali mesi[6]. Fece
pertanto nelle sue stanze fabbricare fornelli, e quivi notte e giorno si
tribolava il cervello fra le storte, i lambicchi, vetri e pentole a
soffiare, rimestare, mescolare, bollire e squagliare, ch'era pietà: poi
leggi e rileggi certi libracci che pareano messali, e puzzavano
d'inferno cento miglia alla lontana: nè qui terminava la strana passione
dell'uomo, che quante bestie gli cascavano sotto ammazzava, ricercandone
poi studiosamente le viscere; piante, minerali e sassi, niente insomma
sfuggiva alla perpetua sua investigazione: frattanto anch'egli trasanda
le mondizie del corpo, e a lui pure diventano gli occhi torti e feroci.
Un altro demonio aveva preso possesso dell'anima sua.

Ora non istette guari che vedemmo comparire in casa uno accidente pieno
di terrore: non vi era animale, o vogli cane o vogli cavallo, che più di
tre giorni potesse durarci vivo; dagli animali la morìa passò negli
uomini; morì il lacchè; morì poco dopo la sua moglie; morirono quattro
staffieri uno dopo l'altro in un giorno solo; morì il cappellano che
veniva a celebrare la messa nella cappella di palazzo: appena ebbe
mangiato e bevuto il pane e il vino della eucarestia incominciò a urlare
disperatamente: ohi! ohi!, a rotolarsi per la terra, e in breve, così
parato com'era con la pianeta addosso, vomitando frammenti di ostia e il
vino consacrati, e dibattendo la testa sopra i gradini dell'altare, se
ne morì. Don Luca a tutte queste morti accorreva, tastava i polsi agli
agonizzanti, ne speculava sottilmente le sembianze prima e dopo la morte
loro, e raccolto con diligenza il vomito, si rinchiudeva dentro il suo
laboratorio.

Questi casi misero addosso ai suoi tanto fiera paura, che chiesta
licenza abbandonarono il servizio; e taluni furono spaventati per modo,
che se ne fuggirono senza domandarla nemmeno: nè solo i servi uscirono
di casa, ma i vicini eziandio fuggivano la contrada. Anch'io andai per
tòrre commiato da don Marcantonio come maiorasco di casa; ed egli
schiusa alquanto la porta di camera, per l'apertura guardatomi in viso
un cotal poco alla trista, mi rispose:

«O chi vi para? chi vi ha mai parato? Potete andarvene quando vi piace:
un mangiapane di meno.»

«Sta bene; ma prima di andarmene, eccellenza, capisce che sarebbe di
dovere mi saldasse il salario.»

«Non vo' malinconìe: — oggi mi duole il capo — ne parleremo la settimana
entrante....»

E mi chiuse furiosamente la porta sul viso. Sicchè non potendo ottenere
meglio, mi rassegnava ad andarmene; quando ecco con pari furia torna
quel tristo ad aprire la imposta, e, fatto capolino, e' mi dice spedito:

«Bene inteso però, che da oggi in poi non vi corre più paga.»

E da capo giù la porta a scavezzacollo, e tira catorci, e metti
bracciòli, come se si accostassero i turchi. Quinci me ne andai difilato
nelle stanze di don Luca, e lo trovai secondo il solito intorno ai
fornelli col soffietto in mano: mi udì senza guardarmi in volto, e
cessare la sua bisogna; ma terminato ch'ebbi di parlare, mi battè sopra
la spalla, e con sembiante umano mi disse:

«Orazio, hai paura, eh? Non temere... io... qui... no, tu in casa non
incontrerai niente di male..... fede di galantuomo..... anzi ho bisogno
di te..... non te ne andare....»

«Eccellenza, gli risposi, avendo avuto congedo da sua eccellenza don
Marcantonio....»

«Se don Marcantonio non ti vuole, starai con me; io ti voglio far del
bene, e non voglio che tu te ne vada, hai inteso? Rammentati che ho le
braccia lunghe, ed uscendo di qui mio malgrado, vattene difilato a
prendere a pigione una fossa al camposanto: hai inteso?»

«Eccellenza sì.»

In questo modo rimasi.

Nella stessa notte sento raspare alla porta della mia camera.

«Chi è là?» — domando un cotal poco spaventato.

«Zitto. Sono io; vèstiti prestamente, e vieni meco.»

«Oh Dio! a quest'ora; ed a che fare, don Luca? Veda, casco proprio dal
sonno!»

«Vèstiti.» — E me lo disse con tale un suono di voce, ch'io reputai
prudente vestire i miei panni e presto, senza altri discorsi; se non che
fingendo di cercare qualche cosa sotto il capezzale, agguantai il mio
bravo coltello, e me lo nascosi nel petto. Allora mi parve essere
rinato. Don Luca, vestito che fui, mi diè a tenere la lanterna, ed
ordinò mi avviassi alle cave del palazzo; e come mi venne comandato
feci. — Scesi là dentro, egli chiuse cauto le porte, ed io di traverso
gli stava attento alle mani; ma egli liberamente si accostò a me, mi
tolse la lanterna di mano, e sollevatala verso il soffitto mi disse:

«Vedi?»

«Eh! vedo una bellissima carrucola agganciata dentro una campanella
murata nella volta; — vedo una fune lustra e insaponata infilata nella
girella toccare da due parti terra: e' non fa punto mestieri essere
profeta per vedere chiare e distinte tutte queste cose.»

«Or bene; fatti in qua.»

Ed io mi accostai: quando gli fui presso egli si chinò, e accolse dal
pavimento la fune; poi rialzò la persona, e mi pose una mano sul
braccio. Allora mi cadde in pensiero ch'egli disegnasse fare su di me
qualche suo matto esperimento con la corda, ond'io detti di un balzo
indietro gridando:

«Eh! don Luca, non vi sarebbe saltato in testa di darmi la colla?»

«Oibò! all'opposto; tu la devi dare a me.»

«Senti questa, che è nuova di zecca! — In fede di Dio mi sembrano gusti
guasti; ma che vi par egli, eccellenza, che io vi abbia a collare?»

«Fa' quello che ti comando, Orazio, e non badare ad altro.»

«Ma don Luca.... pensate...»

«Corpo di Pluto! Vuoi tu fare com'io ti comando? o che con le mie mani
ti scanno qui come un cane;» e traendo il pugnale faceva le viste di
corrermi addosso.

«Don Luca, rimettete il coltello nel fodero: non ci abbiamo mica ad
ammazzare per questo: corda volete, ed io vi darò corda a beneplacito.»

«Or be'; legami le mani, le mani dietro la schiena...»

«Eccole legate....»

«Adesso tirami in su un poco per volta.»

«Eh! Oe! Ecco, che vi tiro: faccio a dovere?»

«Sì.... così pian piano...»

«Don Luca, eccovi in cima...»

«Bene: ora giù lo squasso...»

«Che diavolo! volete anche lo squasso?»

«Lo squasso! lo squasso! Traditore.... tu mi mangi il pane a
tradimento... dammi lo squasso.»

«Non v'incollerite, don Luca, ecco lo squasso.»

Dopo lo squasso volle i piombi, ed io i piombi; dopo i piombi lo squasso
ed i piombi, ed io lo squasso co' piombi; insomma le asperità della
corda ei volle provar tutte, che voi, onorandissimi colleghi, già sapete
per pratica, o saprete in seguito, come dobbiamo fermamente sperare. Don
Luca sostenne da pari suo il tormento senza nè anche stringere ciglio; e
così per bene un mese durammo, facendosi ogni dì più gagliardo a
sostenere; per la qual cosa, su l'ultimo, quando lo sospendeva alla
corda gli pareva andare a nozze.[7]

Un giorno sul cadere delle foglie (saremo stati a fin di ottobre, o a
mezzo novembre) il cameriere, che unico aveva conservato presso di sè
don Marcantonio, venne ad avvisarci tutto atterrito, come il suo padrone
da bene ventiquattro ore non avesse aperta la stanza; non osare aprirla
egli stesso, perchè il padrone glielo aveva divietato; poi, perchè si
era chiuso per di dentro; ed in ultimo, perchè sforzando la porta aveva
sospetto di buscarsi una pistolettata; non sapere per tanto che pesci
pigliare, essere ricorso a noi per consiglio.

«Che vuoi tu ch'io ti consigli? rispose don Luca: quel tristo del tuo
padrone sarà morto di fame, tanto è misero costui; e tu pure, vedi,
barelli per la fame; vieni qua, sciagurato, prendi un sorso di questa
acqua arzente, ch'io stesso con le mie proprie mani ho distillata, e so
ben io che ti rimetterà l'anima in corpo»[8]. Il povero uomo dopo
qualche smorfia buttò giù il bicchiere fino all'ultima goccia, e gli
parve, com'egli disse, sentirsi riavere. — Io era lì presente, ma non lo
potei impedire.

Don Luca incominciò a pensare; sembrava sostenesse dentro una qualche
battaglia, imperciocchè le gambe come impazienti di andare si agitavano,
ed egli con le mani si aggrappava ora a questo, ora a quello altro
oggetto a guisa di uomo che caschi giù dalla tettoia rasentando la
parete della casa; e quando io lo confortai a rompere gl'indugi, e ad
accorrere in soccorso del fratello, egli mi lanciò contro uno sguardo da
basilisco, e mormorò fra i denti:

«Che tu sii maledetto!»

Finalmente ripiegò la persona, chiuse gli occhi, giunse ambe le mani
facendo scricchiolare le dita incrocicchiate, e la sua faccia gli
diventò verde: tacque lunga pezza a bocca aperta, poi susurrò con parole
tronche:

«Il demonio mi vince.... io non posso resistere al demonio.... e tra me
e Dio si distende la maledizione paterna.»

Ciò detto, prese risoluto certo suo astuccio con entrovi varie
caraffine, e venne via. Ci fu mestieri abbattere le porte, però che don
Marcantonio, come dubitava il servo, si era sprangato per di dentro; e
quando, atterrati gli usci, ponemmo il piè sopra il limitare, un molto
stupendo spettacolo si offerse agli occhi nostri.

Il soffitto da un angolo all'altro sosteneva festoni di ragnatele, donde
i ragni a modo di stelle cadenti precipitavano giù sopra gl'insetti: due
gatti stavano accovacciati a piè del letto sbalorditi dalla fame e dal
grave odore, che là dentro esalava: sopra un seggiolone a bracciòli
foderato di velluto cremisino sedeva un rospaccio dalla vista maledetta,
che pareva tutto un avvocato fiscale: di sotto lo stipo di ebano, per
tarsìe di madreperla e di argento prezioso, sbucavano fuori due
pizzughe: qua e là escrementi, ossa e rimasugli di sozzi cibi aborriti o
rigettati dagli animali; da per tutto immondezze. In un canto, coperto
da parecchie lenzuola, appariva un monte di argento lavorato: ve n'era
d'ogni maniera; candelieri, calici, reliquiari, lampade da cristiani,
lampade a sette becchi da giudei, cangiarri, ed altre più cose, tutto
sottosopra a rifascio: una lunga tavola andava ingombra di lavori di oro
e di gemme sciolte, o legate: alcune cantere dello stipo aperto
lasciavano vedere inestimabile quantità di moneta di oro e di argento.

Don Marcantonio giaceva sul letto supino con gli occhi stralunati; sopra
le labbra gli ribolliva la spuma; contorcevasi smanioso, e mugolava ora
sommesso, ora con urli spaventevoli; e i gatti allo schiamazzo infernale
rispondevano miaulando, e il rospo gracidando. Don Luca, quando lo ebbe
contemplato in faccia, disse:

«Tra le altre belle doti, che il cielo gli ha dato, ci mancava il
benedetto[9]: adesso può chiamarsi compita: tenetelo fermo, ch'io vi
farò vedere mirabilia.»

E così favellando andò allo stipo, donde tolse una manciata di ducati di
argento, e questi prese a contare vicino agli orecchi dello infermo
battendoli forte fra loro: — ecco don Marcantonio cessa dalla
convulsione, e fa vista di porgere ascolto. Allora don Luca gli apre le
mani, e vi mette cinque o sei ducati per parte.

Volete crederci, o non ci volete credere? Se volete crederci fatelo
gratis, però che io non voglia nè possa pagarvi. Don Marcantonio
sgranchiò le dita; e quantunque fosse sempre fuori di sè faceva l'atto
di contare la moneta: alla fine rinvenne[10]. — Oh come ratte e feroci
vibrava le pupille d'intorno! parevano lingue di vipera.

«Chi siete? — urlava. — Che cosa volete? come qui dentro? Non mi portate
via la roba; piuttosto l'anima.... Non mi scannate..... vi do uno scudo
per uno.... quanti siete?»

«Tacete là, sciagurataccio, lo interruppe don Luca; chi mai vorrebbe
avere la vostra ricchezza a costo della vostra miseria? Lo vedete! La
trista vita che menate; — lo starvi qui perpetuamente intufato a
tribolarvi su l'oro e su l'argento vi ha fatto capitare addosso il mal
concitale. Adesso a che vi gioveranno le vostre ricchezze?»

«Io mi vi farò stendere sopra, e morirò contento... Io comando, e voglio
essere seppellito col mio argento, col mio oro, con le mie gioie....»

«La è cosa da barbaro, fratel mio. Alarico è fama che ordinasse come
voi[11]; ma forse si giacque costui più morbido degli altri morti sotto
terra? I vermi vedendo l'oro del re gli fecero di berretta, o si
rimasero a rispettosa lontananza? — Pensate che ogni testa di queste
vostre tante monete nel giorno del giudizio, per virtù di Dio,
acquisterà lingua e loquela per raccontare il misfatto pel quale voi lo
estorceste alla vedova e all'orfano per seppellirle nello inferno del
vostro forziere...»

«Don Luca, se il demonio vi ha deputato suo procuratore per prendere
l'anima mia, potete andarvene: tanto per ora non ho volontà di morire.»

«In quanto a questo, Marcantonio mio, la vita e la morte non istanno
nella volontà dell'uomo: e voi, vedete, tornate a sbadigliare e a
torcere la bocca: indizio certo, che vi riprende il male.»

«Andate via.... lasciatemi morire solo.... Taddeo, chiudi le cantere...
portami le chiavi...»

«Prendete presto una cucchiarata di questo elisirvite se non volete
tornare a svenirvi.»

E fattosi dare un cucchiaro pieno di acqua vi gettò dentro quattro gocce
o sei di liquore da una delle caraffine dello astuccio, e l'acqua
ribollì fremendo, e fiammeggiò come se fosse fuoco. Don Marcantonio
vedendosi accostare il cucchiaro alla bocca lo allontanò rabbioso,
dicendo con amaro sogghigno:

«Don Luca, don Luca! E sì.... e sì che dovrebbe bastarvi quello che
avete fatto fin qui...»

«E che ho fatto io?» — rispose don Luca spaventato.

«Voi? Siete presso a colmare la misura d'iniquità, che vi è stata
assegnata per vostro compito.»

Don Luca allora trangugiò il liquore che aveva mesciuto pel suo
fratello: poi favellò pacato le seguenti parole:

«Vedete, io l'ho bevuto; volete che io ne mesca un'altra cucchiarata per
voi? La sincope sta per ripigliarvi... io vi assicuro che vi
ristorerà...»

«Ebbene, mescete,» — rispose don Marcantonio; e bevve senza sospetto.

Di vero tanta parve esercitare virtù lo elisirvite di don Luca, che indi
a breve don Marcantonio si levò in piedi e ci accomiatò con pessimo
garbo, tenendo di occhio alle nostre mani; nè di ciò contento, quando
fui per uscire me lo agguantò di forza, e aprendomi le dita mi disse;

«Avete preso nulla? — E visto, ch'io le aveva vuote, soggiunse: — non
mica per non fidarmi; ma talvolta, senza volere, qualcosa si attacca
alle mani, e allora si passa per ladri... sicchè il meglio è ben
guardare avanti.» —

«Accomodatevi a vostro bell'agio, signor Marchese,» io gli risposi.

E don Marcantonio, prima che avessi profferito le parole intere, mi pose
le mani in tasca frugandomi così squisitamente, che un gabelliere non
poteva far meglio; e tuttavia andava dicendo:

«Non mica per non fidarmi... ma perchè in caso di mancanza... io non
abbia a sospettare di voi, Orazio, che siete un galantuomo... pare...»

E mentre con le mani frugava me, con gli occhi ricercava don Luca: però
di un senso solo sembrava non si volesse fidare, e con qual pretesto
mettere le mani addosso al suo fratello non sapeva: di repente gli cadde
in pensiero un suo trovato, e fu di gittarsi alla vita, e abbracciarlo
con affettuosissimo amplesso, intanto che con bel garbo gli andava
palpando le tasche. Che pocanzi ci avesse accomiatati così villano o non
ricordava, o faceva le viste di non ricordare. Don Luca rideva; e mentre
don Marcantonio gli stringeva la vita, egli col pollice e lo indice
delle mani allargati circondava il collo di lui esclamando:

«O ineffabile dolcezza dello amore fraterno!»

Nella giornata don Marcantonio mandò pel fabbro, e fece mutare tutte le
serrature, e raddoppiare i ferramenti alle imposte. Inutili cure! Indi a
due giorni egli venne sorpreso da orribili convulsioni e da sincopi, che
lo lasciarono per morto. I fisici, dopo avere tenuto lunga consulta fra
loro, lo dichiararono spacciato. Allora sentendosi egli in fine della
vita, e degli umani rimedi senza speranza, ordinò gli si chiamasse il
prete; il quale accorse senza farsi pregare, e sedutosi a canto al letto
richiese il moribondo in che cosa potesse avvantaggiarlo. Don
Marcantonio, dopo avergli aperta la intenzione sua di lasciarsi tanto
bene quanto bastasse per andare in luogo di salute, se ci fosse verso,
ad un tratto gli domandò:

«Reverendo, e quanto mi metterete la dozzina di queste messe?»

«Don Marcantonio, parvi questo tempo di scherzare? O che le avete prese
per chiocciole? Parlate con più rispetto delle cose sacre.»

«Ma signor no, ch'io non intendo mancare di rispetto alle cose di
religione... segnatamente nello stato in cui mi trovo ridotto... e per
di più con la speranza di potermi salvare mercè di quelle: — io credo,
che senza peccato uomo possa informarsi di quello che ha da spendere...»

«Eh! togliete la mente dagli oggetti mondani; di ciò prenderanno cura
gli eredi...»

«Gli eredi? Ci vo' pensare io...»

«O che volete istituire erede voi stesso, come fece quel pazzo avaro di
Ermocrate nell'antichità?»

«Badate al fatto vostro, reverendo, e lasciamo stare gli antichi.
Dunque, a quanto la dozzina le messe?»

«Le cose di Dio non si comprano, nè si vendono: ma per elemosina della
messa potreste assegnare mezzo ducato.»

«Le dodici messe?»

«Misericordia! O che limosina sarebbe allora cotesta vostra? Intendasi
per ogni singola messa...»

«Signore! E allora a morire si va proprio in rovina. — Sentite,
reverendo, io non posso spendere assolutamente tanta moneta; — e poi ci
è chi me le dice a meno: — se mi fate prezzo più grato io vi do la
preferenza.»

«Questo non è possibile...»

«Come non è possibile? Il Priore di san Simone me ne ha chiesto
quarantaquattro baiocchi per messa; — e poi, sentiamo un po' quante
messe contate che mi abbisognino per andare in paradiso....?»

«Innanzi tratto, eccellenza, messe sole non bastano per ottenere la
eterna salvezza: in vita voglionsi opere buone; e se uomo ebbe la
sventura di commetterne delle prave, allora fa mestieri una sincera
contrizione di aver peccato: dopo la contrizione giovano i suffragi, ma
quanti ne occorrano non può determinarsi; questo dipende dalla infinita
misericordia di Dio.»

«Ma allora quel tristo del Priore di san Simone mi ha ingannato quando
mi accertava, che con sei dozzine di messe ed un mortorio egli lo
reputava affare fatto! Anzi, avendolo supplicato che rifacesse i conti
per vedere se qualcheduna poteva risparmiarsi, egli mi aveva promesso di
ripensarci sopra, e darmene risposta. Ora, a sentir voi, con quattro
dozzine si potrebbe sbrigare la faccenda, ed anche avanzarne...»

«Potrebbe...»

«Ma io non vo' che ne avanzi; ho sentito sempre predicare contro il
lusso, ed ha ad essere un grosso peccato anche in paradiso.»

«Difficile cosa è, che all'uomo avanzino meriti: ma quando anche ne
avanzassero, non per questo andrebbero punto perduti; chè voi li
potreste applicare in suffragio dei vostri defunti.»

«Io non intendo applicar niente a nessuno: ognuno pensi a sè, e Dio per
tutti. Quattro dozzine di messe per me giudico sufficienti: ora, alle
corte, se voi me le celebrate a quaranta baiocchi l'una, io vi
preferisco come parroco della mia parrocchia; diversamente mando pel
Priore di san Simone.»

«Eccellenza, io non venni qua a trafficare, bensì ad amministrare i
sacramenti: la grazia _gratis_ fu data, e _gratis_ la compartiamo; se
volete lasciare di che suffragare l'anima vostra, fatelo; la elemosina è
necessaria, perchè la Chiesa campa con la Chiesa: ma mi prende rimorso e
ribrezzo essermi trattenuto qui con esso voi, in momenti tanto solenni
per l'anima vostra, in mercato così vergognoso. Quando vorrete
confessarvi avvisatemi, che sarò da voi come me ne corre l'obbligo del
mio ministero.»

E se ne andò. Don Marcantonio nel vederlo partire diceva:

«Un degno sacerdote in verità! Ma caro appestato! — Ribasserà,...
ribasserà. Orazio, il falegname è venuto?»

Ed io, che nella stanza appresso mi era sollazzato oltremodo a codesto
colloquio, presago che stava per seguitarne un altro ancora più strano,
accorsi pronto, e risposi:

«Eccellenza, e' fa presso che un'ora, che il maestro aspetta in
anticamera.»

«Fatelo passare.»

E il maestro passò. Don Marcantonio, di cui lo stato peggiorava a colpo
d'occhio, con voce rantolosa gli favellò:

«Buon dì, maestro Gioacchino: accostatevi qua... più qua... abbiamo
bisogno di una cassa...»

«Eccellenza sì; e per che cosa ha da servire?»

«Per me.»

«Capisco, eccellenza, che ha da servire per lei; ma per quale uso, via?»

«Per me... per me... per rinchiudermivi dentro quando mi seppelliranno
nella sepoltura di casa.»

«Capisco, capisco, una cassa da morto per vostra eccellenza.»

«Appunto così; — prendetemi la misura...»

«Oh! non accade; veda, eccellenza, si fanno tutte a un modo.»

«Male, malissimo. Per quelli che sono di statura breve come me avanza
legno: e da questo spreco vengono aggravati di una spesa, che hanno
ragione di non sopportare...»

«Eccellenza, creda, la è cosa che non mena a nulla...»

«Come non mena a nulla, sciupone? Io vo' che voi mi prendiate la
misura...»

«Come vuole vostra eccellenza;» — e lo misurò.

«E quanto mi farete pagare questa cassa?»

«A voi nulla, eccellenza; me la intenderò con gli eredi...»

«Che eredi, e non eredi? e sempre con questi eredi. L'erede sono io; i
conti l'avete a fare con me: — spendo del mio... vo' sapere io...»

«Non s'incollerisca, di grazia; a volere una cassa andante, con la sua
croce nera di tinta buona, e i chiodi di ferro pel coperchio, ci
vogliono due ducati come pigliare un pane al forno: questo anno il legno
è caro, ne chiedono otto ducati la canna: e se casca un baiocco te lo
ripongono in magazzino. Ma per lei bisogna lavorare una cassa nelle
regole, di legno noce, e chiodi con la capocchia di ottone, o di
argento: converrà eziandio foderarla di panno nero, e metterci sopra la
sua brava croce di tela bianca; — però... due e tre fanno cinque,
(continuò il maestro contando sulle dita) e dieci quindici, e sette
ventidue, trentaquattro... per farla co' chiodi a capocchia di ottone
voglionci giusti trentaquattro ducati, e coi chiodi di argento
quarantadue...»

«Misericordia! Oh che rovina! oh che rovina, ch'egli è morire!...
Maestro Gioacchino, la raccolta...»

«Che dice, eccellenza?...»

«Abbassatevi..... accostatevi..... mi manca la voce: la raccolta è
andata male questo anno, e non posso fare così grossa spesa.... poi ho
aborrito sempre queste vanità.... e dovete sapere, maestro Gioacchino,
che offendono Dio: — una cassa alla liscia, intendete, e adoprerete
certi usciali vecchi, che ho giù in cantina; un po' tarlati, è vero, ma
per quello che devono servire ne avanza... sono anche un po' spaccati,
ma con lo stucco rimedierete ogni cosa: col legno di mio... una cassa
liscia.... quanto vi ho a dare?»

«Allora mi darà — affare andante... due ducati.»

«Col legno di mio?»

«Eh! il legno non fa differenza, la è bagattella.»

«Come bagattella? Non avete detto pocanzi, che il legno costava un
occhio?... bugiardo... bindolo... andate via.»

«Don Marcantonio, non ci guastiamo su l'ultimo: ho avuto l'onore di
servirla sempre in vita, e intendo servirla anche adesso in punto di
morte... col legno di suo vada per un ducato e mezzo.»

«Un ducato... e ne avanza...»

«Orsù, come vuole; darà da bere agli uomini...»

«Ci è l'acqua _paola_... Io non posso accompagnarvi in cantina:
frugatemi qui sotto il capezzale, prendete il mazzo di chiavi grosso...
bene... quello... mostratemi le chiavi, non quella lì... quell'altra
accanto è la chiave della cantina: badiamo di lasciare stare l'altra
roba; quando entrerete e quando uscirete tenetevi davanti agli occhi il
comandamento di Dio: _non rubare_: ricordatevi, che questo comandamento
è uscito proprio da lui sul monte Sinai, e bisogna crederci... Voi
troverete gli assi nel canto a man dritta appena entrato... hanno ad
essere quattro... fate, che ne bastino tre... qui si parrà la vostra
maestria, ed io non rifinirò mai di raccontare le vostre lodi, e
raccomandarvi agli amici.»

Il maestro muoveva il passo per andare, quando don Marcantonio
incominciò a stralunare gli occhi, torcere la bocca, e volgere il collo
come se gli svitassero il capo; le mani attratte a uncini agitava, le
agitava in guisa di naufrago, e prima di perdere conoscenza affatto,
gridò:

«Ahimè! muoio... Orazio... don Luca, muoio... maestro Gioacchino, tre
usciali bastano... i chiodi... ah! adesso me ne sovviene... ci ho anche
i chiodi giù in cantina... dite... quanto mi defalcate dal prezzo co'
chiodi di mio...?»

Don Luca gli fece apprestare l'esequie magnifiche; immensi ordinò i
suffragi per l'anima sua; e quando il cadavere fu tratto al sepolcro
egli volle reggere un lembo del tappeto. Ripiegato come sotto un peso
che non potesse sostenere, andava a capo chino, a balzelloni, versando
dirottissimo pianto.[12]

A quanto sembra però monsignor Taverna, che fu governatore di Roma in
quel tempo, e credo che anche adesso lo sia, non si lasciava punto
intenerire da coteste lacrime: imperocchè messo in sospetto dal numero
spaventevole delle morti avvenute in casa Massimi, prese a ricercare
sottilmente il successo, ed in breve gli venne fatto di accumulare tanti
e tali indizi a carico di don Luca, che di subito ordinò alla Corte
ponessegli le mani addosso, e lo menasse nelle segrete. Innanzi di
scendere nel cortile dove lo aspettava la carrozza, impetratane licenza
dagli esecutori, i quali trattandosi di persona di alto affare
procedevano urbanamente verso di lui, mi trasse da parte, e a voce
sommessa mi disse:

«Orazio, fa' di aver cura degli arnesi miei, e tienli forbiti tanto che
io torni. Che cosa vonno sapere da me questi gaglioffi? Tu, Orazio, mi
hai armato, e fatato cavaliere della corda. A rivederci, Orazio.»

«A rivederci presto: e degli arnesi non dubitate» — e gli baciai la
mano.

Ora giudicate voi quali fossero la mia meraviglia e il mio spavento,
quando nel giorno appresso, verso l'un'ora di notte, venni chiamato in
Palazzo, dove mi fu detto essere aspettato al carcere di Tordinona dal
marchese don Luca mio padrone, il quale prima di andare a morte
desiderava parteciparmi i suoi ultimi comandi! — Stetti per diventarne
pazzo, e dubitai su le prime ch'e' fosse un rezzolone, come sanno trarne
questi uomini di corte, per pescare; ma per questa volta presi errore,
dacchè subito il Bargello mi licenziò. Corsi a Tordinona, e trovai don
Luca seduto in sembiante nè lieto nè tristo, che tranquillo in atto e in
sostanza, se non pareva di venti anni invecchiato, e tutta la sua faccia
aveva colore di avorio antico. Poichè gli ebbi baciato la mano, ei mi
fece cenno ch'io gli sedessi di contro; nella qual cosa avendolo
obbedito, attesi ch'egli mi favellasse; ma considerato come distratto di
pensiero in pensiero ciò non curava od obliava, ruppi io primo il
silenzio dicendo:

«Ahimè! riveritissimo padron mio, che novelle sono elleno queste? Che
cosa sono gli ultimi comandi di cui mi hanno tenuto proposito? Come non
vi ha giovato nulla lo esercizio della colla? E gli squassi, e i piombi,
e le strappate?»

«Anzi, rispose egli, giovarono moltissimo, che meglio non potevano fare:
per bene otto volte sostenni il tormento accompagnato da squassi di tale
maniera, da stiantare la campanella del soffitto: alla fine mi
sciolsero, e il Giudice considerando come le impugnative sostenute con
la prova della corda avessero virtù di cancellare agli occhi della legge
ogni indizio raccolto, riferitone prima a monsignor Taverna, decretò
essermi purgato da ogni sospetto ordinando la mia immediata
scarcerazione: ma non sì tosto ebbe costui scritto e suggellato il
decreto, e appunto in quella, ch'egli stava per consegnarmelo, non senza
grandissime congratulazioni della prova da me sostenuta in pro della mia
innocenza, ecco invadermi irresistibile il furore di confessare
accusandomi delle tante commesse scelleratezze. Invano mi adopro tenere
chiuse le labbra, invano stringere i denti, invano mordo perfino la
lingua, e con ambo le mani mi abbranco le mascelle; tempo perduto! — Una
forza feroce mi torturava dentro, e mi costringeva a confessare i miei
misfatti a parte a parte come si usa al capezzale della morte.
Raccapricciava il Cancelliere nello udire, ed a me pure correva un
brivido per le ossa in raccontare quante povere anime con la maligna
virtù dei miei veleni avessi traboccato all'altro mondo senza
sacramenti. Ora io pensava tra me: e perchè mai mi resi micidiale di
tanti cristiani battezzati? In verità non lo so. Odiava io forse gli
uccisi? mai no: veruno odiava, anzi qualcheduno fra essi amava. Mi
avevano per avventura offeso? neanche. Dunque? non ne so niente.
Avvelenai il mio fratello maggiore per cupidità delle sue ricchezze?
Neppure per sogno: di danari non fui vago giammai; e poi ne possiedo
molti, forse troppi, di mio. — Perchè dopo avere sostenuto il tormento,
perchè dopo ch'era stato spedito il decreto della mia liberazione mi
sono accusato io? Non ne so niente, non ne so niente. Io sono una
ruzzola in mano alla fatalità: io vado, io rotolo lanciato dal braccio
del destino, io sono condannato a precipitare inevitabilmente; e così
dissi al Giudice, e questo dico anche a te, Orazio. La maledizione di
mio padre mi tira pei capelli... Guardalo, Orazio... vedi ve'... egli è
qui...»

«Chi mai, esclamo voltandomi di soprassalto, è qui?»

«Il clarissimo Marchese di santa Prassede... don Flaminio Massimi... il
padre mio insomma. In meno che non fa un'ora egli si è affacciato ben
quattro volte sopra la soglia della prigione mostrando pressa, e mi fa
cenno di seguitarlo...»

«Per me non iscorgo nulla. E come volete, che si affacci sul limitare se
hanno chiusa la porta per di fuori?»

«Chiusa! chiusa! Come se porte e serrami lo potessero trattenere. Signor
padre, io la supplico in cortesia a lasciarmi un'ora di libertà; poi
stia pur sicuro, ch'io mi darò interamente ai suoi ordini... bene...
gran mercè, signor padre. — Or via, Orazio, dacchè il Marchese ce ne dà
licenza, torniamo al proposito nostro, e fa di ascoltarmi bene a dovere;
avvegnaddiochè tu per te stesso tel vegga, il tempo stringe, ed è lunga
la via. Bisogna che tu ti riponga bene in mente come domani a quest'ora
la testa mi starà distante dal collo... poco... la grossezza di un
ducato... forse anche meno... però quanto basta per non sentire più
caldo nè freddo. Così l'anima potesse non sentire più nulla domani
mattina, come il mio corpo non sentirà! Riceverò, o ricuserò i
sacramenti? Chi lo sa? Io non dipendo mica da me. Se la forza che mi
governa si parte dal demonio, posso fino da questo momento affermare di
no; ma staremo a vedere...»

«Mio reverito ed onorato padrone, interruppi io, dacchè la faccenda ha
preso questa mala piega, che ormai, a giudizio mio, non lascia luogo a
rimedio, o come l'alterezza vostra si accomoda a patire tanta infamia? A
voi, che pur siete di sottile ingegno, non può davvero mancare un
partito capace di sottrarvene... Mi spiego, don Luca?»

«Anche troppo; ma non posso; te l'ho già detto: io non sono padrone di
me: quello di che mi avverti mi viene impedito. Vedi, ecco qui il mio
astuccio; non mi ha abbandonato: questo è tossico, e quest'altro è
antidoto: quattro gocce del primo basterebbero ad avvelenare uno
elefante; ma s'io mi provassi recarmi la caraffa alla bocca, il braccio
mi ricuserebbe il suo ufficio; o se pure me lo prestasse, il liquore mi
si spanderebbe giù pel mento...»

«Ad ogni modo tentate...»

«Ho capito... Tu credi, Orazio, che le sieno fisime di mente inferma: ti
assicuro ch'è inutile; ho già provato meglio di dieci volte.»

«Provate la undecima...»

«E sia...»

E' non ci fu che dire: chiuse tenacemente i denti e le labbra; e
comecchè io vi adoprassi tutta la forza delle mie mani, non venni a capo
di smuovergli i labbri, non che schiudergli i denti: i nervi su le
mascelle gli s'incordavano duri più di metallo.

«O Madonna dei dolori! Provate a cacciarvi di un coltello dentro al
cuore; — quando sarò uscito di prigione, bene inteso: — se non avete
pugnale eccovi il mio, io ve lo impresto volentieri, don Luca; non è da
pari vostro, ma l'uffizio suo sa fare quanto un altro...»

«No... no, tienlo per te: io non voglio fuggire al destino; egli è più
forte di me; ma io voglio guardarlo in faccia fino all'ultimo, e
morire.»

«Signore! signore!, esclamai battendomi forte del pugno nel capo; e
dovrò io sentire, che una fune plebea si dia il vanto di avere
strangolato il mio nobile padrone come un volgare bandito?»

«Oh in quanto a questo, Orazio, ti puoi consolare, perchè io sarò
decapitato con la scure ai termini dei privilegi di cui gode da tempo
immemorabile la nobiltà romana: su tal punto ci siamo già messi
d'accordo. — Ma io sto novellando teco come se questo non fosse l'ultimo
giorno della mia vita, senza averti dichiarato il motivo pel quale io ti
chiamai. Porgi attenzione, Orazio, e bada non ti addormentare... — La
maledizione di mio padre non si estingue nella morte di don Marcantonio
e mia, ma dura sempre viva ed aperta sopra la testa dei miei fratelli,
che mi sopravvivono; e quantunque volte io mi faccio a considerare come
loro sovrastino destini pari ai miei, un peso di amarezza inestimabile
mi si aggrava su l'anima. Quando la maledizione esige le sue giustizie,
io fermamente credo che ricovrarsi nelle braccia di Dio non salvi:
difatti per saldare l'antica maledizione dell'uomo lo Inesorabile volle
sagrifizio di sangue.... nè Cristo supplicando potè ottenere, che il
calice senza fine amaro fosse rimosso dalle sue labbra innocenti; — ed
io mi sento immensamente colpevole. No, la vendetta strappa la sua
vittima espiatoria anche di sotto al trono dell'Onnipotente; — tu, che
rimani, vedrai, comunque sia, a me incumbe l'obbligo di tentare
d'impedirlo... Consiglio inane, lo so; ma la mia vita non si compone
ella di disperati conati? A noi non avanza che la intenzione.....
pertanto, Orazio, prendi queste due lettere, e promettimi dì consegnarle
tu stesso nelle proprie mani dei miei fratelli, Mario e Severo. Il primo
io penso abbia a trovarsi qui in Roma; l'altro, comecchè io non ne
udissi più novella mai, ha da stare a Vinezia: togli ancora questa
marca, e recala al Sagrestano di santa Maria la Minerva, il quale tiene
in serbo mille ducati d'oro di mio, e digli che te ne consegni
ottocento; questi ti serviranno pel viaggio e gli bisogni che avrai,
compreso il saldo del tuo salario con la casa Massimi: parti di essere
contento?»

«Magari, mio reverito padrone!» mi affrettai di rispondergli; ond'ei
riprese:

«Tanto meglio; e gli altri duecento aggiungerai da parte mia a fra
Zanobi, ch'è l'uomo più piacevole del mondo, ch'io li lascio a lui _in
primis et ante omnia_, però che quando si mettono danari in mano ai
frati egli è lo stesso che cacciare la pecora dentro al roveto; qualche
bioccolo di lana bisogna che si rassegni a lasciarci; e poi perchè ne
faccia tante elemosine ai poverelli di Dio: e questo gli dirai che lo
credo difficile, ond'io me ne rimetto in lui; — o ne celebri tante messe
per le anime di Marcantonio e mia, e questo parmi più facile: o, se
meglio gli sembra, gl'impieghi in tante merende e desinari, e questo gli
tornerà facilissimo: — però bada ammonirlo, che tutto ciò io gli mando a
dire per giuoco, e per sollazzarmi in questi momenti di passione,
avvegnadio egli sia così giocondo come religioso e dabbene: e so che non
mancherà ai suffragi ch'io gli ho commessi. Orazio, la tua madre vive?»

«Eccellenza no.»

«E il padre?»

«Nemmeno.»

«Cospetto di Dio! O che sei nato come un fungo?» proruppe impazientito.

«Ah, reverito padrone, io nacqui da un uomo e da una donna travagliati
quotidianamente dalla miseria così, che si affrettarono ad uscire da
questo mondo come da una stanza senza impannate.»

«E figliuoli ne hai mai generati?»

«La villana che corre scalza alla macchia, potrà ella dire qual pruno le
ha punto il piede? Nella medesima guisa la femmina, che a me si dette,
avrebbe potuto dichiarare da cui rimase piena. Non menai moglie, e mi
astenni dalla dolcezza dei figli: la memoria della brutta miseria dei
genitori mi dissuase dal perpetuarla nei figliuoli.»

«Tu parli di oro, Orazio; io te lo domandava perchè intendeva
assicurarmi lo adempimento, che a te commetto delle mie volontà, col
terrore della maledizione paterna, o materna; nè quella dei figliuoli
deve pesare meno grave, se meritata; — ma bada, Orazio, ti arriverà
terribile anche la maledizione del moribondo; — e dove, trasgredendo
alla promessa sacra, tu mancassi di consegnare queste mie lettere ai
miei due fratelli, Orazio, fino da questo momento io ti maledico...»

«Eccellenza, oh! non mi parlate così, risposi io portandomi la mano
destra al cuore; voi pensate a morire, ch'io penserò a consegnare le
lettere ai vostri fratelli»[13].

«Sta bene; or bevi questo bicchiere di vino, e vattene.»

Io bevvi senza sospetto. Allora come commosso dalla mia fiducia si alzò,
e gittatemi le braccia al collo mi baciò in bocca. Povero don Luca! egli
mi si era mostrato sempre umano e generoso: io per rispetto non gli resi
il bacio sul volto, bensì su la mano, e come la faccenda andasse io non
so dire; fatto sta, ch'io gliela bagnai di pianto.

«Orsù, partiti, Orazio: incominciò di nuovo a parlare il mio signore,
con quel suono pacato e soave di voce, che gli era consueto prima del
casaccio della bella Siciliana: che pensi fare con le tue lacrime? che
pensi che sieno le lacrime? Io volli conoscere di che cosa fossero
composte, e le trovai formate con un po' di acqua e un po' di soda. Un
pozzo di lacrime non crescerà ne diminuirà di uno scrupolo solo il tuo
volume pesato dalla Provvidenza nella bilancia del destino: a me poi le
tue lacrime fanno quanto il battesimo alle campane: non ch'io te ne sia
ingrato, oh! no... fossero tanti diamanti del piviale del Papa io non le
stimerei di più. Su, via, Orazio, risparmia gli occhi, che ben ti
gioverà averli acuti per quelle maledette scale buie o a chiocciola, che
ti hanno menato quassù. — Addio.»

E in questo modo favellando mi prese risoluto pel braccio, e mi menò
alla porta. Uscii pertanto lasciandolo solo: ma non sì tosto il
carceriere ebbe richiuso la porta, che lo udimmo favellare a voce alta,
ed anche un cotal po' risentita: onde presi il carceriere ed io dalla
curiosità, incollammo, quasi per sentir meglio, le orecchie alla
imposta, e senza perdere pure una parola ci venne fatto di raccogliere
il seguente colloquio:

«Ma signor padre, via, dove ci ha uomini ci ha modo; e salvo il rispetto
filiale, che le ho professato sempre e professo, mi consenta
dichiararle, che cotesta sua è una vera vessazione. Oh! che teme vostra
signoria ch'io le fugga? — Momento più, momento meno non guasta: le
mancherà forse tempo di starsi con me? Non ci dobbiamo trovare insieme
per una eternità? E mi figuro che l'abbia ad essere una cosa ben lunga
la eternità; da soddisfare eziandio i meglio indiscreti: poteva dunque
soffrire in santa pace che mi trattenessi per un quarto di ora con
Orazio fuori della sua presenza, come (e questo le dico senza amarezza
alcuna, e nè anche per ombra di rimprovero) vostra signoria potrebbe
pure chiamarsi contento, che don Marcantonio ed io avessimo espiato la
sua maledizione.... Alfine siamo suoi figliuoli noi, ed ella col suo
sangue ci ha generati, e le fummo cari una volta. No? — Ella tentenna il
capo, ed accenna di no? Non le pare di avere ancora il suo saldo? Vostra
signoria di mala morte li vuole dunque spenti tutti? propriamente tutti?
Diavolo! Chi mai ebbe a fare con un uomo tanto inesorabile? Po' poi nè
anche vostra signoria fu senza peccato; e mettere in casa Massimi per
marchesa una femmina di partito e' fu azione, signor padre, da doverne
render conto a Dio ed agli uomini. Se il Signore ha messo sopra la
bilancia le nostre colpe, non creda già ch'ei non ci voglia mettere
anche quelle di vostra signoria — ed egli imparzialissimo giudicherà. Vi
ha qualche cosa, signor padre, che è troppo più potente della sua
maledizione, e questa è la misericordia di Dio, nella quale sciolto
adesso dalla nebbia della sciagura e del delitto riposo intera l'anima
mia....»

«Manco male, che ci si è accomodato!» — pensava io allontanandomi di
costà; però che assistere più a lungo a quel vagellare di uomo sano
avrebbe terminato col farmi dar di volta alle girelle anche a me.



§ VI.

DON MARIO MASSIMI.


Nella notte medesima senza porre tempo fra mezzo mi posi in traccia di
don Mario un po' per allargarmi il cuore, ma più assai per soddisfare
sollecitamente alla volontà del moribondo: che vi dirò? Quelle paurose
parole di maledizione mi erano come esca accesa dentro le orecchie
dell'asino. — Don Mario era della natura della lumaca, che dove passa
lascia traccia; sicchè in breve mi venne fatto trovarlo. Verso l'una ora
di notte entrai nella osteria dell'Angiolo, ove aveva preso usanza
meglio che nelle altre taverne. I fiati, il fumo e l'esalazioni delle
candele di sego di così grave nebbia empivano il luogo, che a me per
buono spazio di tempo non riuscì distinguere le facce dei raccolti
intorno alle tavole per bere.

Però, anche senza cotesta infernale caligine, come mai avrei potuto
raffigurare don Mario? Ficcai gli occhi nel viso ad un cotale, che udii
chiamare il Marchese; ed, ahimè! come il bellissimo don Mario era
diventato sozzo aspetto! La faccia aveva vermiglia color del rame, il
naso gli protendeva fuori della fronte acceso, e pieno di bernoccoli
paonazzi, quasi altrettanti testimoni prodotti dalla buona Coscienza al
tribunale della Temperanza per sostenere l'accusa; la pelle gli pendeva
giù floscia dalle mascelle, e vergata di rughe premature. Gittata là
sopra una pancaccia la veste plebea, stavasene in camicia con una manica
attorta su fino alla spalla, e l'altra abbottonata intorno al polso: i
capelli, che una volta egli ebbe belli e ricciuti, ecco adesso
scarmigliati come bioccoli della lana di capra, e di terra sordidi e di
paglia. Dalla fronte, da tutta la faccia gli grondava giù il sudore, per
la smania che gli si era messa addosso; e nondimeno ei beveva, e beveva,
conciossiachè avesse giuocato con un vetturale a cui tracannasse più
vino.

I partitanti così dell'uno come dell'altro bevitore stavansi seduti, o
in piedi variamente atteggiati, contando le fogliette bevute. Nessuno
fiatava; cotesto silenzio era soltanto rotto dal gorgoglio del vino
versato e dal colpo morto dei bicchieri battuti sopra la tavola, come
bòtte che due nemici mortali si avventino in mezzo alla nebbia. I
giuocatori quando posavano il bicchiere, ma più terribili assai quando
l'orlo del vetro toccava loro la radice del naso, si guardavano fissi
ferocemente, che pareva si volessero scannare: gli occhi avevano voce, e
si vedeva espresso, che l'uno all'altro diceva proprio cosi: «Maledetto!
perchè non cedi? O non vedi, che la tua ostinazione mi fa morire?
Deciditi a crepare, cane rinnegato!» e forse anche peggio.

Considerata alquanto la cosa detti spesa al mio cervello avvisandomi,
che gittarmi lì framezzo a scompartirli tornava lo stesso che cacciare
la mano fra la incudine e il martello; e non pertanto mi parve bene
tentare un colpo ardito, per porre termine allo sconcio strazio. Mi
accosto dunque di fianco a don Mario, e forte battendogli della destra
sopra la spalla, gli dico:

«Don Mario, io vengo dalla parte del vostro signor fratello il Marchese
don Luca, condannato ad avere domani la testa mozza in capo al ponte
sant'Angiolo, per ragionarvi della maledizione del vostro signor padre
don Flaminio...»

Come manzo, che abbia sciolto le funi in quella che il maglio lo ha
percosso in mezzo alle corna, barcollò, chiuse gli occhi, e, declinata
la faccia, prese don Mario a borbottare suoni indistinti e rotti in
guisa di singulti: poi la pelle aggrinzandoglisi fitta fitta tremò,
diventò in viso prima violato come il petronciano, poi colore di lupino
secco: al fine aperse le braccia, e giù sul pavimento svenuto a mo' di
pane di piombo.

Degli adunati intorno alla tavola la più parte, presi da terrore,
restavano immobili: alcuni, ma pochi, mi guardavano biechi, ma non
ardivano muovere un passo. Io cinsi don Mario a mezza vita, lo sollevai
di peso, e così com'egli era scamiciato lo trasportai all'aria aperta;
immaginando tra me che il freddo, il quale in cotesta notte stringeva
acutissimo, gli avrebbe apportato notabile giovamento. Lo deposi sopra
un banco di pietra, e mi detti ad asciugargli il sudore strofinandolo
forte forte per la fronte e pel petto. Allo improvviso ecco, ohimè! si
risveglia... e sotto il pannolino vedo... in fè di Dio io non ho pelo
che mi stia fermo, a rammentarlo soltanto.

«Che cosa vedesti, di', Orazio?» domandarono ad una voce tutti i banditi
i quali stavano con la faccia loro ammusati con quella di Orazio, come
le formiche costumano quando s'incontrano per la via.

Che cosa vidi? — Io vidi dalla carne viva di don Mario uscire fiammelle
verdi e celesti, e scivolando attraverso i capelli abbrustolirglieli: i
capelli poi ardendo si attorcigliavano, per uno istante duravano cenere
figurata in sottilissime spirali bianche, e disperdevansi; la pelle
della fronte si rialzava in gallozzole, le quali scoppiando lasciavano
colare un sangue sieroso, e giallastro: pel seno altresì guizzavano
lingue di fuoco, e ne abbruciavano i peli: insopportabile il fetore. —

«Soccorso! urlai, soccorso per lo amore di Dio!» — Allora uomini e donne
slanciaronsi fuori della osteria per portare aiuto; ma contemplando
cotesto spettacolo spaventoso, presero a urlare a posta loro più forte
che mai:

«È il diavolo! Lo aveva detto, che non poteva essere altri che il
diavolo!» — Ed io:

«Ma venite appresso, che il vermocane vi colga; o non vi ho chiamati col
nome di Dio?»

E' fu fiato gittato: quei somari, come se mille demoni se li portassero,
sempre gridando «Domine aiutaci!» spulezzavano parte, e furono i più,
per la contrada; e parte, volendo ripararsi dentro l'osteria, accecati
dalla paura dettero del capo negli stipiti, e nei muri. A me poi lo
spavento partorì effetto contrario, dacchè mi sentissi come inchiodato
sul terreno, e privo della facoltà di muovere le gambe. Al divampare del
fuoco per la faccia lo sciagurato don Mario apriva gli occhi lustri da
gatto, e quindi subito li stringeva come persona, che ammicchi per
lascivia: le gote, in prima pendenti, ora gli si distendevano stirate
verso le orecchie, e mostrava i denti bianchi chiudersi e serrarsi;
talchè pareva che ridesse di matta allegria.

Più di una volta tentai con le mani spegnere le fiamme: ma, oltrechè me
le sentissi ardere da dolorose scottature, il leppo grave mi stringeva
la gola. Finalmente la paura cacciandomi addosso il delirio della
febbre, mi sciolse di un colpo le membra: — non corsi, volai via
fuggendo da cotesto spettacolo abbominato, e nel fuggire il vento mi
portava per le ombre della notte questa preghiera, singhiozzata dal
misero don Mario nel rantolo dell'agonia:

«Ho voluto affogare la mia maledizione nel vino, ed il signor padre me
lo ha convertito in fiamma dentro le viscere.... Ahi! ahi! — pietà....
misericordia... una volta sola lo inferno... e dopo spirata l'anima...
Oh Dio!» —

Io mi chiusi gli orecchi per non sentir più lo strazio di quel doloroso
guaio, ed alla prima chiesa che occorsi vi entrai dentro, e tuffai ambo
le mani nella piletta dell'acqua santa; donde, poichè io me l'ebbi
lungamente purificate, mi tolsi; ma non osando tuttavia uscire di
sagrato, mi ridussi in un confessionale, e quivi quanto fu lunga la
notte stetti battendo i denti per la gran febbre, che mi si era cacciata
addosso.

Quando incominciò a spuntare l'alba uscii inosservato per mutarmi di
vesti, e poi piano piano mi avviai per la contrada di santa Agata,
dov'era successo il caso; non bene sicuro per anche, malgrado le
scottature delle mani, se quanto aveva veduto fosse sogno
d'immaginazione febbrile, o verità.

Appena io m'ebbi messo il piè nella ruga, i frequenti capannelli di
popolo e le diverse novelle che si contavano a vicenda, mi persuasero il
fiero caso essere stato vero pur troppo, ed a chiarirmene affatto io
vidi...

Oh! vogliatemi credere, compagni miei, — non mi date del bugiardo, chè
in verità di Dio voi lo fareste a torto — un volume colore carbone, non
più grosso di un pane da cinque libbre... una qualche cosa, come sarebbe
a dire, una palla di terra argilla sformata, in capo a questo volume...
quattro pezzi di materia carbonizzata pendenti giù dai lati, uno insieme
schifoso, strano e terribile, somiglievole, più che altro, ad una
testuggine tinta in nero voltata sotto sopra... ecco tutto quello che
avanzava dì don Mario.[14]

Lo schiamazzo, il frastuono, il lamentìo andavano a cielo. Un nugolo di
frati, come i gabbiani sul mare agitato, si aggiravano pel popolo da
molte passioni commosso, e andavano dispensando medaglie e insaccando
testoni, secondo il solito. Uno di loro, nei panni e nella faccia tutto
scarduffato, salito su di un muricciuolo, dopo averci predicato miracoli
terribili e paure da cacciare la quartana addosso a noi altri poveracci
che stavamo a udirlo, terminò con queste parole, che vi riporto tali
com'ei le disse:

«Profferire più bestemmie in un giorno, che dieci conventi di cappuccine
non cantino litanie in un anno: tenere sempre in mano il boccale, e non
mai il rosario: frequentare le bische, le taverne e il bordello, ed
esser vago di chiese come i cani delle mazze: — per vizi, che
precipitano giù a scavezzacollo nello inferno, tenere sempre preparato
uno scudo nuovo di zecca; e pei fraticelli di Dio, che stanno a fare
penitenza per voi, e vi menano diritto in paradiso, non avere mai un
papetto... Ma che parlo io mai di papetti? nè manco un bolognino! — nè
manco un baiocco di quelli vecchi col verderame sopra! — I sacramenti
tenuti cari quanto i sassolini dentro le scarpe... I perdoni avuti in
conto di bruscoli dentro gli occhi... i digiuni di zanzare, l'elemosine
di tafani. Queste, queste con altre più assai, che taccionsi _honestatis
causa_, furono le virtù, fedelissimi e carissimi fratelli in Cristo,
_con le quali, e nelle quali venne a sostanziarsi_ quel peccato
_connesso, complesso, e per di più continuato_, per cui il diavolo
s'impossessò di quest'anima e s'impossesserà (se le speranze non tornano
corte) quanto prima anche della vostra. Il demonio è venuto come _leo
rugens quaerens quem devorans_, e con un colpo della sua terribile coda
(dacchè i demoni giudicano e condannano soprattutto con la coda) lo ha
frombolato dalla taverna nella ruga, dove avendolo abbracciato,
stazzonato e baciato, mirate un po' come lo ha concio!...»

E qui messo il dito sopra quella parte delle reliquie infelici, che
presentava la traccia della testa, ella venne a sciogliersi in polvere;
per la qual cosa tutti i circostanti proruppero in un grido di orrore, e
si allontanarono.

Ma questo spulezzare della gente non garbava punto ai disegni del frate,
che, mugolando come toro di maggio, si sbracciò tosto a richiamarla con
queste parole:

«Fratelli dilettissimi, alto là! Se muovete anche un passo, guai a voi,
fratelli, e soprattutto a voi altre sorelle! Cristiani, accostatevi, e
udite la vera verità dalla mia bocca: Non vi ha peccato, per quanto
grande egli sia, il quale non possa trovar grazia appresso Dio mercè una
contrizione sincera e profonda. Così è, dilettissimi: il pentimento non
opera mica in ragione della sua durata, bensì in ragione della sua
intensità: un sospiro, vedete, ma di quei buoni, è capace a sollevare la
basilica di san Pietro fino alle porte del paradiso: anzi si legge sui
libri stampati come abbia di questo il diavolo mosso querela grande
davanti la Corte del cielo, specificando qualmente una lacrimetta pianta
a tempo lavasse più, e meglio, che ventiquattro bucati di voi altre
donne romane: ed egli dopo avere lavorato ben trenta, cinquanta, e
talvolta ancora ottanta anni intorno ad un'anima per farsela sua, mentre
già teneva aperta la bocca del sacco per insaccarcela dentro, ad un
tratto si trovava con le mosche in mano, e come, puta il caso, sarebbe
ad aver giuocato di noccioli agli aliossi; — e questa, rimettendosi, non
gli pareva giusta. — Sulla qual cosa io lascio che giudichino i più savi
di me: quello però che posso giudicare io si è, che la sbaglia a
partito, prende un granciporro grossissimo chiunque si avvisa potersi
pentire con una sola parte del corpo; mentre, per lo contrario, il
pentimento deve resultare dal complesso delle intere facultà e potenze
così del corpo come dell'anima: e se volete pentirvi in parti, fatelo,
io non vel contrasto; ma deh! che non sieno queste parti sempre le
stesse. Infatti voi dite: — Padre, mi sono pentito. — Davvero? E dove,
figliuolo mio? — Padre, nel cuore. — Ottima cosa, e nobilissimo viscere
è il cuore, io non lo vo' negare, e non lo nego; ma chi ci vede là
dentro? Dio, e il beccaio: e noi dii non siamo, e per vedervelo, come fa
il beccaio, bisognerebbe spararvi per lo mezzo. In questo voi non
trovereste il vostro tornaconto: dunque, orsù, pentitevi con qualche
altra parte che possa esser veduta anche dagli uomini senza spararvi;
pentitevi un po' con la mano: vediamo, su, via, da bravi; un segno di
questo pentimento con introdurvela in tasca, e cavarne fuori
un'abbondante elemosina.[15] Taluno forse di voi mi domanderà: e a che
pro la elemosina? per suffragare l'anima del defunto? Ma no; s'ella se
ne andava nello inferno non ci ha più mestieri acqua santa, nè moccoli;
egli sarebbe un raddrizzare il becco agli sparvieri. No, dilettissimi;
quelli che vestono un abito come il mio non consumano più olio che vino,
per consigliarvi a gittar via ranno e sapone; conciossiachè io vi abbia
fatto toccare con mano, che la sua anima anche di mezzo agli artigli del
Maligno poteva riscattarsi in virtù di un sospiro: ma forse perchè dalle
porte Salara e del Popolo entrano carni e frutti, e di ogni maniera
derrate, non pagano essi la gabella? Mai sì che la pagano. Qual è
pertanto la gabella, che le anime hanno da pagare innanzi di entrare in
paradiso? Ho io bisogno di dirvelo? Questo conoscono i putti; questo è
noto anche a quelli, che non sanno nè anco a quanti dì vien san Biagio:
il Purgatorio — il Purgatorio. Ora lascio fare a voi; per me non me ne
intrigo, che ne perderei la tramontana: a voi lascio fare il conto di
quante diecine di centinaia di migliaia di anni dovrà questa povera
anima tribolarsi dentro le fiamme del purgatorio. Dunque la messa torna
a matutino: suffragi ed elemosine. Ma se ci ha tra voi altri (o ci sarà
di sicuro, perocchè fin qua mi giunga certo odore di zolfo, che mi
sforza a starnutire) qualche maledetto da Dio, turco o cristiano
rinnegato, che a ciò non creda, si faccia avanti questo ser tale, e mi
dica, su via, se ad ogni modo i suffragi anderebbero perduti? No
davvero; perchè o si applicherebbero alli parenti vostri, o sarebbero
messi da parte in benefizio di voi medesimi ora per quando passerete a
migliore vita: la qual cosa io vi conforto a fare, quanto per voi più
sollecitamente si possa, per la massima gloria di san Francesco ed
esaltazione della santissima Madre Chiesa _in omnia sæcula sæculorum,
amen_.»

Tanto mi mossero le parole di questo valentuomo di frate, che sua
disgrazia fu non avessi riscosso gli ottocento ducati, però che cento
almeno io gliene avrei dati per suffragare le povere anime dei miei
defunti padroni; non mi trovando addosso altro che uno scudo, quello
donai, e volsi altrove i miei passi.

Per parecchi giorni mi rimasi come melenso, ma il peggio avveniva
durante la notte: aborriva nutrirmi; strane fantasie mi si aggiravano
per la testa; la terra sotto non mi pareva ferma mai, e le gambe mi
tremavano. Come sarei andato a finire io non so, quando mi risovvenni di
colpo della lettera, che avevo promesso consegnare a don Severo.



§ VII.

DON SEVERO MASSIMI.


Alla memoria della maledizione di don Luca balzai ignudo da letto,
sentendo quasi il fischio della frusta scossa per isforzarmi le gambe;
onde, senza porre altro tempo fra mezzo, io mi disposi andarmene in
traccia del marchese don Severo come mi sforzava religione di
giuramento, e necessità di sollevarmi lo spirito agitato. Salito in nave
ad Ancona, giunsi in Vinezia. Appena confortatomi alquanto dalle fatiche
del viaggio, impresi a investigare sottilmente di don Severo: il quale,
dopo moltissime ricerche mosse indarno, mi dissero per cosa sicura
doversi trovare al Cerigo, luogo di convegno, per quel momento, delle
galere della serenissima Repubblica; dove egli, mercè la molta bontà sua
ed il valore miracoloso in più incontri dimostrato, era pervenuto al
grado di capitano di galera, avendo schifato sempre avvantaggiarsi
presso il Doge e i Signori per ottenere favore delle raccomandazioni del
magnifico messere Marcantonio Colonna suo consorto. Non mi riuscì
disagevole nè lungo rinvenire nave, sopra la quale imbarcarmi, dopo
avere costeggiato le terre di Dalmazia; e fatto scala ad alcune isole
del mare Ionio sottoposte al dominio viniziano, arrivai sul calare del
giorno a Cerigo il dì undici aprile anno domini mille cinquecento
ottantanove. In questa isola stanziavano per ordinario alcune fuste
viniziane con altri legni minori sparvierati e sottili, messi là come
sentinelle avanzate a speculare le mosse delle flotte turche,
sorprenderle alla spicciolata, combatterle e impadronirsene, o apportare
loro i danni, che si fossero potuti maggiori. Ond'io lascio che
consideriate voi, se a quelli che li governavano, o vogli uffiziali o
vogli marinari, e soldati, facesse mestieri essere arditi davvero,
avendo a mettere quasi quotidianamente la vita in isbaraglio frammezzo a
disperate avventure. Indicatami la galera di don Severo, mi parve bene
presentarmi a lui nella sera stessa del mio arrivo.

Egli mi accolse silenzioso e grave, salutandomi con un sol cenno del
capo; mi ascoltò senza proferire parola: ed io, comecchè ne avessi
soggezione grande, pure attentandomi di guardarlo sottecchi, gli vidi
espresso conficcato da una tempia all'altra il chiodo della maledizione
paterna. Pallido egli era, e i suoi capelli neri gli scendevano giù per
le guance e per le spalle rabbuffati a modo di criniera; profondi gli
occhi e sanguigni; i sopraccigli irsuti ed aggrottati per guisa, che le
pupille accese traverso i peli parevano fuoco in mezzo ad un roveto; nel
nome, insomma, e nelle sembianze egli appariva Severo. Sempre chiuso in
sè, passava le intere notti a pregare genuflesso sopra i freddi gradini
dell'altare, davanti la immagine di Gesù crocifisso; delle altre pareva
non facesse conto; correva fama eziandio ch'egli costumasse portare
addosso il cilicio, e lo avevano sentito più volte, nel buio,
flagellarsi a morte senza dire un fiato. Con i soldati e con i marinari
egli procedeva spietatamente giusto: nelle zuffe piuttosto belva feroce,
che guerriero valoroso; di dare, e verosimilmente di ricevere a
quartiere, alla ricisa nemico: ogni menomo indugio lo faceva montare in
furore: non pativa esitanza, non monito: sua smania irrefrenata, suo
delirio supremo, scorto appena un naviglio nemico avventarglisi addosso,
arrampicarsi su pel sartiame, e combattere pugna manesca sul cassero.
Sembrava cercasse con sommo studio la morte; e questa, siccome vediamo
per ordinario accadere, quanto più era cercata, tanto più lo fuggiva:
molte, e sconce ferite gli avevano lacero il corpo; ma, provvidenza o
caso, egli era riuscito a non rimanerne storpio della persona. Siccome
poi delle prede fatte egli non serbava per sè parte alcuna comecchè
minima, ma le distribuiva generosamente intere alla ciurma, ne avveniva
che marinari e soldati, un po' per affezione, molto più per paura, ogni
suo cenno con esattezza eseguissero, nè di gittarsi a capo basso fra le
baruffe più arrisicate balenassero. Tal era pertanto don Severo Massimi,
l'ultimo dei figli maledetti da don Flaminio marchese di santa Prassede.

Prese la lettera del fratello don Luca, la lesse tre, quattro volte e
sei senza stringere labbro nè ciglio, o con altro moto qualunque
palesare la interna commozione dell'animo; poi, levati gli occhi al
cielo, esclamò:

«Oh! se bastasse... Povero don Luca! egli fu sempre per noi amoroso
fratello... ed uomo di ottimo giudizio... onde a me pare impossibile,
che egli non siasi accorto noi spingere inevitabilmente a mala morte la
maledizione paterna, e la vendetta di Dio.»

E rivolgendo a me la sua faccia, proseguiva pacato:

«Don Luca mi scrive lettere, nelle quali mi annunzia sentirsi prossimo a
morire; non pertanto io osservo i suoi pensieri gagliardi, e la
scrittura ferma così, che uomo sano non traccerebbe diversa. Non si
sarebbe egli per avventura reciso la gola?»

«Eccellenza no.»

«Preso veleno?»

«Oibò! le pare?»

«Gittato nel Tevere!»

«Nemmeno.»

«Or dunque, dite, come moriva egli?»

E siccome io, peritandomi, esitava a rispondere, don Severo con voce
incavernata e tremante, come uomo che faccia forza a sè stesso, balbutì:

«Orazio... questo sappiate... e tenete sempre davanti agli occhi... che
io non ho costume d'interrogare due volte... Dite aperto... io sto
apparecchiato a tutto...»

«Ei morì giustiziato... don Luca.»

«Giustiziato!»

E ci pensò un poco sopra, e quindi a breve don Severo riprese:

«E gli altri, giustiziati anch'essi?»

«Domando perdono, eccellenza;» — e qui, vincendo l'orrore da cui io mi
sentiva compreso, a parte a parte gli narrai il modo col quale avevano
terminato la vita loro don Marcantonio e don Mario.

«Dunque di mala morte sono morti tutti, tranne Pompeo?»

«Per lo appunto così, eccellenza;» risposi inchinandomi rispettosamente.

«Eh! già, così doveva ben essere; incerto il modo, certissimo il fine. —
Strana cosa però!... Don Luca aveva migliori viscere degli altri, e non
pertanto gli è toccata la morte più trista... ed ha commesso i delitti
più atroci. Fatalità, che strascina! E noi siamo condannati non pure a
capitar male, bensì a perdere la vita con accidenti strani e terribili,
onde lo esempio nostro ammonisca a un punto e minacci. Però...»

E qui si tacque rimanendo sospeso come persona, che ascolti le parole di
un'altra; e quando gli parve che avesse cessato di favellare, quasi
rispondendo, riprese:

«Io vi chieggo mille scuse, ma non mi rimuovo dal mio proposito niente:
ogni offesa ha espiazione, ogni vendetta confine; e la morte
ignominiosa, signor padre (e qui si riscaldava, e su per le gote gli
saliva un colore di rosa appassita), la morte ignominiosa poteva essere
risparmiata da lei; — non fosse altro pel decoro della illustre casata
donde ella e noi nasciamo — e per rispetto al suo bene amato Pompeo, a
cui doveva essere studio comune trasmettere senza macchia la nobiltà del
lignaggio dei Marchesi di santa Prassede. Lo avessero almeno giustiziato
come a gentiluomo si addice! — Dite voi (m'interrogava ad un tratto,
sbarrandomi incontro gli occhi ferocemente stralunati) come
giustiziarono don Luca, con la corda, o con la scure?»

«Con la corda? Nè manco per ombra! O che forse, dappoichè ella non ci è
più, crede che le sieno state dismesse le buone creanze in Roma? Don
Luca reclamò i privilegi del suo sangue, ed ottenne di quieto avere il
capo mozzo per filo e per segno.»

«Laudato Dio!.... ed anche questo è pure qualche cosa pel mio cuore
desolato.»

Egli è di facile contentatura don Severo, pensava così tra me e me;
quando egli riprese a tendere il collo, ed a porgere le orecchie come
per ascoltare; e poi di nuovo immaginando egli nella viziata fantasia di
dar risposta allo udito, soggiunse: «No di certo.... io non
sofistico.... io non presumo scusare i miei fratelli, molto meno me: —
però, mi creda, il vituperio pungeva atrocissimo e tale, che ogni
gentiluomo onorato doveva sentirsene disfatto senza riparo nella fama.
Ma che mi burla, signor padre! Non sa ella come predicava l'obbrobriosa
scritta? Forse non lo avrà informato veruno; adesso, che siamo al
termine della tragedia, favorisca ascoltarmi. L'obbrobrioso libello era
intitolato a lei, signor padre,.... a lei rappresentante e capo della
prosapia dei Marchesi di santa Prassede, e diceva per lo appunto così:

    _«Le corna di oro e' fanno come i denti;_
    _«Rodon cresciute, e dolgono nascenti.»_

Come se il principe don Marcantonio Colonna avesse rinvenuto in lei un
vile paltoniere, che si fosse indotto a prestare il suo inclito nome per
moneta, onde servisse di tabarro agli amori di lui con la bella
Siciliana. — Eh! signor padre — la non tentenni il capo, e non si ostini
a dire di no. Nei piedi nostri, veda, vostra signoria avrebbe fatto lo
stesso, e forse peggio. — No?.. No?.. Ed io, salvo rispetto, persisto a
replicare: sì, sì. Per Cristo santo, e vivo! bisognava non avere sangue
nelle vene per patire di queto cosiffatti improperii. Dica piuttosto,
che la fatalità nostra, ed anche la sua volle così, che dirà bene, e
basta.»

Tacque; e poco dopo, tutto raumiliato come se avesse ricevuto qualche
rampogna, riprese:

«No, senta signor padre, io non lo faccio per redarguire, nè per
accusare; anzi mi chiamo soddisfatto del mio destino, e ne ringrazio
Dio: egli era così per dire, e forse valeva meglio tacere; imperciocchè
nè anche l'Onnipotente potrebbe cancellare lo accaduto.»

Io voltava gli occhi al punto ov'egli indirigeva la favella; ma non mi
riusciva scorgere persona, appunto come don Luca; sicchè incominciava a
entrarmi il tremito della paura addosso, e desiderava trovarmi un miglio
lontano da cotesta stanza; quando don Severo, allo improvviso chiamatomi
per nome, mi favellò:

«Io qui non possiedo altro albergo, dalla mia galera in fuori; andate a
bordo, e intanto ristoratevi: domani poi mi chiarirete a vostro agio se
piacevi restare, o andarvene. Se vorrete rimanervi, io vi accomoderò con
vantaggio vostro di presente, e con speranza di meglio in avvenire: — ed
io quanto più so e posso vi conforto a questo, perchè non può farsi nel
mondo opera che tanto approfitti alla salute dell'anima, quanto spendere
la vita in combattere i nemici della fede di Cristo. — Se all'opposto
scerrete partire, io vi darò commiato in guisa, che vi chiamerete
satisfatto: come vi talenta meglio operate.»

La mattina dalla parte di oriente incominciava a comparire un colore
grigio chiaro, che a mano a mano si faceva di rosa, quando amore di
rinfrescarmi con la brezza matutina invogliandomi a salire sul ponte, io
v'incontrai don Severo; il quale, con la vista tesa facendo delle mani
solecchio, guardava qualche oggetto lontano sopra l'orlo estremo
dell'orizzonte.

«Due... sei.... dieci..... Per san Marco! ella è tutta un'armata.» Egli
esclamò.

Io pure mi posi a speculare, ma non iscorsi nulla. Don Severo dà un
fischio, e subito dopo, come se fosse sbucato di sotto alle tavole per
le fessure, comparve il comito della galera. Don Severo con presti
accenti gli favellò:

«Momolo, stamani hacci passo di smerghi: vedete per costà lo stormo dei
mali uccelli: guardiamo un po' se qualcheduno ci riuscisse sbrancarne.
Lasciate stare la galera; faremo meglio con la fusta: quaranta rematori
bastano a spingerla come sparviere; del rimanente è in punto, che ieri
la visitai da per me stesso dalla carena al pappafico; — tra dieci — tra
cinque minuti alla banda della galera.»

Udii, in meno che non si recita un _credo_, lo sfrenellare della ciurma;
e la fusta sottile volava sopra le ale dei remi, tutta impaziente, tutta
spumante, — cavallo arabo dei mari.

Andiamo a vedere anche questa, io aveva detto nel calarmi dalla galera
nella fusta; ma poi provai, che sarebbe stato meglio per me andare a
terra, o rimanermi a bordo.

Ora sapete voi, che cosa mi abbia tagliato così la faccia? Su, dite,
via: giuoco Roma contro uno scudo, che veruno di voi la indovina in
mille.

«Una punta di picca?» disse un bandito.

«Niente.»

«Un man rovescio di pistolese?» interrogò un altro.

«Neppure.»

«Una scaglia di bombarda?» domandava un terzo.

«Cerca.»

«Da' retta, che la indovino io; e' fu una stiappa di legname...»

Orsù, ve lo dirò io, interruppi; dacchè tanto non vi basterebbe l'animo
di trovarlo di qui a un anno. Così mi ha concio un pezzo di cranio, ed
ecco come. Di onda sguizzando in onda, giungemmo a tiro di bombarda
dalla squadra turca. I legni nemici procedevano di conserva, ed a
nessuno di quelli venne vaghezza di scompagnarsi per darci la caccia;
molto più che vedevano potere ciò molto disagevolmente fare come quelli
che avevano legni gravi a governare, ed il nostro scivolava
stupendamente snello e leggero.

I nostri zimbellavano in varie guise per attirarli, ora nascondendosi
giù sotto le paratìe per dare ad intendere che scarsa fosse la ciurma a
bordo, ora straziando la bandiera turca con mille vituperi: però
lusinghe e minacce tornavano indarno, nessuno dei legni si scompagnava.
Voga, arranca, ci accostiamo sempre più: in verità di Dio la nostra
fusta aveva l'aria di una rondine, che andasse ad accattare briga con
uno stormo di falchi.

Il Comito si accostava a don Severo, e, cavatosi ossequiosamente il
berretto, gli domandò:

«Non vorrà l'eccellenza del signor Capitano ordinare, che voltiamo di
bordo?»

«Avanti! avanti! arranca! Forza di remi!» gridò don Severo con voce
tonante.

E fu fatta forza di remi. Oggimai eravamo arrivati a meno di un terzo di
tiro di bombarda, quando il Comito, levatosi da capo il berretto con i
medesimi segni di devozione profonda ripetè:

«Sembrerebbe tempo alla eccellenza del signor Capitano ordinare, che
dessimo di volta al timone?»

E siccome don Severo teneva gli occhi accesi nella armata turca intenti
così, che pareva volerla ardere col guardo, e come tratto fuori di sè
alle parole del Comito nè badava, nè rispondeva, questi soggiunse:

«Io mi tolgo ardimento, signor Capitano, di ammonirla, che alla prima
scarica del turco, della carcassa della povera fusta non rimarrà tanto
legno che basti per farne una croce, da piantarsi sopra la nostra
fossa.»

In questa, ecco si leva di sul legno nemico una leggera fumata; e in
meno, che non si batte occhio, immaginatevi come fa il grano sbalzato
dai vaglio quando di qua e di là si spande, e il vento se ne porta la
pula... così se ne andò frantumato il capo di don Severo, colto in pieno
da una palla di bombarda.

Un pezzo di cranio, schizzato con forza, mi lacerò la gota sotto
l'occhio sinistro. Il Comito trovò il cervello del marchese don Severo
dentro il suo berretto. Il tronco del Marchese non cadde, giravoltò su
le calcagna; poi mosse in fretta quattro passi o cinque, quasi volesse
correr dietro alla testa; senonchè giunto alla sponda della fusta vi
battè fieramente dentro con la pancia, e a gambe levate precipitò in
mare. Il Comito, senza punto smarrirsi, e come se non fosse fatto suo,
gridò:

«Gira di bordo! Forza di remi!»

Ma nel punto, che ogni supremo sforzo adoperavamo per allontanarci
sollecitamente, ci piove addosso una vera tempesta di ferro e di fuoco:
rotto il sartiame, crivellate le vele, gli alberi tronchi, spezzati i
remi: i morti molti; troppi più i feriti. E la sciagurata fusta? Oh!
ella non sembrava più il balioco cavallo arabo di dianzi, spumante e
leggero; bensì ranchettava come pecora incannucciata. Alla Beatissima
Vergine piacque salvarci per miracolo!

Il Comito, ch'era di Spalatro in Dalmazia, garbato quanto il taglio di
una scure, gittata ch'ebbe l'ancora ci chiamò tutti intorno a sè; e,
bevuto prima un lungo sorso di acqua arzente, si forbiva con la mano la
bocca, e poi ci favellava in questa sentenza:

«Strenuissimi compagni! Don Severo da gran tempo cercava il male per
medicina, ed io me n'era avvisto: egli voleva morire; le religione gli
difendeva ammazzarsi, ed egli ha scelto questo partito per uscire dal
mondo: adesso ha ottenuto il suo fine, e mi figuro che sarà contento!
Essendo egli ottimo cristiano, hassi da credere altresì che con le
faccende dell'anima si tenesse apparecchiato, come il buon capitano
cerca di avere più presto che può le sue patenti a bordo. Tuttavolta,
siccome qualche _de profundis_ di più non guasta nulla, così, o fuori o
dentro la chiesa, voi farete bene a recitarglielo. In quanto alla sua
morte non vi ha causa di piagnisteo, perchè morto per la fede; in quanto
alla sua sepoltura nemmeno, perchè il sepolcro ampio e di acqua conviene
al marinaro; dentro una fossa, con tanta terra addosso, ahimè! mi
parrebbe affogare. Per le quali cose tutte concludo: che chi è vivo e
sano vada alla osteria, chi è ferito sia portato all'ospedale, e chi è
morto sia sepolto al camposanto. Amen.»

A me parve di sentir parlare Marco Tullio in persona; però come a me non
sembrò al cappellano della galera, il quale cheto cheto si accostò al
Comito, e ponendogli la destra sul braccio glielo battè leggermente due
volte, e favellò con voce soave queste parole:

«Momolo, voi non avete parlato con spirito di carità. Don Severo pei
molti meriti suoi era degno di miglior sepoltura, che le onde del mare
non sono.»

Intanto il sole si accostava al tramonto. Signore! come era terribile a
contemplarsi! Pareva che nel fare il giro della terra egli avesse
attratto a sè tutto il sangue, che gli uomini hanno versato sopra
gl'infiniti campi di battaglia dappoi che mondo è mondo, ed ora lo
rivomitasse a torrenti pel cielo e pel mare.

Un flutto incalzava l'altro flutto, e nel rovesciarglisi addosso di
vermiglio si faceva nero, mormorando un suono come di migliaia di
disperati, che piangessero. Per mezzo ai flutti galleggiava un cadavere
tronco, che di tratto in tratto sollevava le mani, e non sapevi ben dire
se in attitudine di preghiera o di minaccia. La nera apparizione con
istupenda celerità si accostava, si accostava alla banda del bastimento.

«Misericordia!» Gridò il marinaro, che primo lo scoperse: un morto
cammina sul mare.

E gli altri tutti spaventati urlarono ad una voce:

«Misericordia! È don Severo, che torna a visitare la sua galera.»

Il Comito, ambe le mani appoggiate sopra la sponda della nave, e il
busto sporto in fuori, sgomento in vista, urlò anch'egli:

«Che vuole adesso? Che cosa cerca costui?»

E il cappellano, facendosegli appresso, gli susurrò negli orecchi:

«Cerca cristiana sepoltura in sacrato, e voi gliela darete. La
espiazione è compita; l'ora della misericordia incomincia.»

Il cadavero di don Severo fu ripescato, ed ebbe onorevole sepoltura a
piè dell'altar maggiore nella Primaziale del Cerigo.

Don Pompeo, l'unico figlio di don Flaminio non compreso nella
maledizione paterna, vive e prospera; e, per quanto udii favellare in
Roma, sta in procinto di condurre a moglie una dama di casa Obizza,
nepote del cardinale.

Questa è la vera storia dei figli maledetti da don Flaminio, marchese di
santa Prassede.


FINE.



LETTERE INEDITE.



A Ferdinando Bertelli


    _Caro Amico_

Mi hanno detto il molto, che ha fatto per me. La ringrazio di cuore.
Siccome la faccenda tira in lungo, la prego a non intramettere le
diligenze; il resultato non lo consegni a nessuno; verrà Maria fra dieci
giorni da lei, ed ella si compiacerà consegnarglielo, e dirle se ha
esaurita la vena. Siccome sto ordinando da me stesso questa prova
testimoniale, così concentro tutti i fogli presso me. Gradisca i miei
cordiali saluti e li faccia avere graditi alle sue Sigg. Consorte, e
Figlie; e mi confermo

  _Firenze, 5. Mag. 1852._

                                                  _Suo aff.o Amico_
                                                      GUERRAZZI.


                                              _Bastia 25 Ag. 1853._

    Cariss.o Amico_

Dopo varie fortune eccomi a Bastia: certo mi hanno fatto vuotare il
calice fino alla feccia. Pazienza! — Ho avuto in aggiunta una
infiammazione terribile agl'intestini: ora sto meglio. Vado ad abitare
una villa in riva al mare, in mezzo ad un bosco di olivi: eremo vero, ma
magnifico per vista, per elasticità di aria, per promessa di salute.
Credo, che anche a lei farebbe bene: però senza tanti preamboli, se nel
mese di ottobre vuole venire a rifare la salute, venga: la villa è tutta
mia; il tragitto da Livorno a Bastia è 6 ore; i vapori eccellenti; ella
mi consolerebbe con la sua vista: povero Sig. Ferdinando, è tanto buono
per me!... Mille cose alla Signora Teresa, e alle figlie. È stato
rassettato il matrimonio della Sig.ra Ersilia? — Rispondendo, consegni
le lettere al Corsi, che penserà a inviarmele. Addio a tutti.

                                                       _Aff. Am._
                                                      D. GUERRAZZI.



A Ersilia Bertelli, sposa


Sposa! Quando lo amore feconderà il tuo seno, rammenta come il carissimo
dei miti della nostra religione sia la creatura, che allatta il suo
creatore. I maestri di pittura sopra cotesta immagine dipingono una
gloria meritamente. Dopo le bellezze celesti gli Angioli non possono
deliziarsi in contemplazione più divina di quella della madre, che
nudrisce di sua sostanza il proprio figliuolo. La religione degli
antichissimi padri immaginò la capra amaltea altrice di Giove, e le
stille di latte cadute pose nel cielo a formare la via, che noi
chiamiamo _galassia_: la nostra non pose le stille di Maria in parte
alcuna del firmamento, ma la umanità le raccolse nel profondo
dell'anima, onde Maria venne salutata regina dei cieli, e vi regnerà
eterna perchè regina dei cuori.

Donna! Educa primamente il tuo figliuolo alla forza. Tu bada a me, che
amo, e sento, e lascia dire le dotte larve, ludibrio di uomo. Può egli
ricavarsi suono gagliardo dall'arpa fessa? Col corpo languido potrà
l'anima durare nei suoi alti proponimenti? No, il corpo sano in pugno
all'anima sana, è come l'asta di Vulcano nella destra di Achille. Il
figlio, che ti desidero, o Donna, sia forte, sia bello, sia virtuoso, ma
tu domanda dal cielo, che queste grazie si succedano ognuna nei loro
tempi come le stagioni della vita.

Donna, in buon tempo pensa, che il tuo figlio virtuoso sarà
perseguitato; contro i buoni si accampano nemici tutti i vili, e questi
sono i più: e tu fino d'ora rammenta, che l'asilo più sicuro pel figlio
negl'infortunii della vita occorre nelle braccia materne sollevate sopra
la sua testa. La donna di Ges, che stringendo il suo pargolo al seno
fugge in Egitto per sottrarlo alla persecuzione di Erode, offre per la
umanità trionfo più glorioso di quello, che menò Giulio Cesare sopra
Farnace veduto, e vinto.

Donna, Lutero leggendo la Bibbia là dove narra di Dio, che domanda al
padre Abramo il sagrifizio d'Isacco, notò in margine: «Ma Dio non
avrebbe osato domandarlo a Sara.» Queste le sono fole, ma se il Creatore
avesse domandato il sagrifizio del suo sangue alla madre, sai tu che
cosa gli avrebbe risposto? «Ente maligno, e crudele, cerca i tuoi
trastulli fuori delle viscere delle madri.» Ma quando la Patria, la cara
Patria, ha detto alla madre: «Ho bisogno del tuo figlio», che cosa ha
risposto la madre?

— Lo aveva generato appunto per questo, — tali furono le parole della
madre di Brasida, quando le annunziarono il suo figliuolo caduto per la
difesa di Sparta.

Donna, e tremando io te lo annunzio: se il figliuol tuo, la carne della
tua carne, dovesse un giorno salire il patibolo, bada al delitto non
alla pena: pensa, che anche il patibolo è diventato segno di adorazione:
rammenta che Maria compresse l'anelito tremendo di madre, e potè
consolare lo sguardo moribondo del figlio col suo sguardo: non porre in
dimenticanza mai, che uno dei titoli della Madre di Cristo — forse il
più grande, certo il più pietoso, — è quello di Madre dei dolori.

Ma Dio disperda questi augurii, e, come il mio cuore desidera, ti mandi
figli forti — belli — virtuosi — e felici.

  _Bastia, Belgodere 10 8bre 1853._

                                                      F. DOM. GUERRAZZI.



A Teresa Bertelli nata Guerrazzi


    _Carissima Sig.ra e Parente_

Io non ebbi più sue nuove, nè di Ferdinando, nè delle figlie: ciò mi
duole assai, molto più, che la famiglia era in condizione non lieta; se
fosse stato altramente, sopporterei con più rassegnazione il loro
silenzio. Mi scrivano dunque, mi visitino con le loro lettere: io qui
sono solo, e mi sono fatto uno esilio nello esilio: amicizie corse ho
poche, italiane nessuna, e veramente se togli pochi non ne giova. Sicchè
mi raccomando.

Siccome è venuta presso me la nipote, così incominciano le mode: essa mi
chiede di posta vestito, e cappello. Ed io mi rivolgo a lei perchè costà
si spendono meglio che a Livorno: le includo mostre di velluto, e
nastro: di questo ne prenderei quanto basta per un cappello, e i
fiorellini di accompagnatura. Maria in certo fondaco in Vacchereccia
ebbe tutto per uno zecchino: però si compiaccia acquistarmeli, e,
mediante qualche riscontro, mandarli al Dot. Antonio Mangini, Livorno —
Palazzo Bartolomei, 2.o piano, v. 4 Scali del Pesce.

In quanto a me, se non eseguisce la commissione non la tormenterò,
perchè non ho intenzione portare cappelli di velluto co' fiori, ma per
parte della ragazza potrebbe essere diverso.

Mi ragguaglierà anche del minimo prezzo col quale si può avere la seta
di cui accludo mostra. Dello importo del velluto la rimborserà il D.e
Mangini. In aspettazione di sue lettere e pregandola dei miei saluti a
Ferdinando, ed alle figlie, con vero piacere

  _Bastia 10 10bre 1853._

                                        _Suo aff.o amico e parente_
                                                D. GUERRAZZI.



A Ersilia Bertelli


    _Carissima Signora Ersilia_

Oh! questo poi lo sapeva, quando lor signore si ficcano in testa una
cosa, e che contiamo noi poveri babbi, e poveri zii? Meno, che nulla.
Infatti, e come potremmo sostenere la guerra civile? Noi correremmo
rischio, mantenendoci in istato di ostilità, a trovare la nostra pappa
diaccia, e buona a impastare gli avvisi della lotteria Poniatowski;
tossendo, a sentirci dire: lisca! — a non trovare berretto da notte, le
pantofole, la veste da camera; a trovare il letto marmato, lo scaldino
pieno di acqua, sul guanciale un ago, nelle scarpe un sassolino...
misericordia!

Il padre di famiglia eccolo con la corda al collo ai vostri piedi, si
arrende a discrezione, e voi, belle come pietose, usategli carità.

Ma l'uomo pel quale, voi amabilissima, diventate di ora (i maldicenti
dicono tutti i giorni come il _panem quotidianum_ del _pater noster_) in
ora demonii incarnati, non vada lieto del suo trionfo: brevi gioie ha da
aspettarsi, ecco la vita del marito: a tavola serva sempre, e a lui il
più delle volte non rimanga minestra, o gliene rimanga poca, e
fondaccio, della carne l'osso, del pesce le lisca, e di tratto in
tratto, purchè non passi in consuetudine, la testa, e la coda: paghi il
sarto, il mercante, il parrucchiere per fare comparire la moglie ornata,
ma egli non sia temerario di darle braccio; al teatro si levi sempre, e
ceda posto al primo venuto, e rimanga confinato accanto alla porta,
esposto al reuma perpetuo; non si attenti salire in carrozza della sua
consorte, ma si dica beato se, in passando, lo impolvera, e lo infanga;
queste ed altre le giuste pene dei giovani per i peccati commessi e
fatti commettere a danno di noi poveri babbi, e poveri zii.

_Discite justitiam moniti._

Fuori di chiasso, sono lieto delle sue contentezze; saluti il buon
Ferdinando, a cui auguro vedere cinque, o sei nipotini intorno a
pungergli le gambe con le spille; non è vero il detto del frate; meno
galline, meno pipite. La creatura umana vive di affetti, senza essi la
vita è un festino senza lumi. — Alla signora Teresa dica, che spero
vederla venire a prendere i bagni di mare quaggiù. Starebbe
magnificamente, con piccola spesa; in paradiso, in somma; molto più che,
attaccandomi un barbone, io potrei sostenere le parti di Padre Eterno. I
miei nepoti salutano lei, lo sposo, e tutti di casa. Scrivetemi, che le
lettere dei cari amici come voi, mi sollevano, e quando le ricevo, sto
bene tre giorni.

  _Bastia, Villa di Belgodere, 27 Feb. 1854._

                                                      _Aff.o Amico_
                                                      D. GUERRAZZI.



A Teresa Bertelli nata Guerrazzi


                                             _Bastia 23 Marzo 1854._

    Carissima Signora, ed Amica_

Ebbi a questi giorni la sempre cara sua lettera del 13 corrente, dalla
quale sento il matrimonio della Signora Ersilia; ella è felice; basta. O
che cosa importa che quel benedetto Ferdinando si triboli a lambiccarsi
il cervello se questa prosperità sia per durare o no? O che si è messo a
fare l'astrologo? Lasci fare i lunari al Formigli. Godiamo del presente:
noi poveri mortali siamo soli padroni del presente, ed anche è bazza. —
Non ispendo parole a persuaderla che sto in Bastia; di qui non mi mossi
mai, nè ho intenzione di muovermi; quando a Dio piacerà, mi muoverò per
rivedere la dolce Patria, e voi diletti amici; e ciò avverrà tosto che
si allontanino le armi straniere: fino a quel punto mi piace mantenermi
esule. Nel mese entrante conto visitare l'Isola bella di memorie che
piacciono al nostro cuore a cagione del Sampiero e del Paoli. D'altronde
io sto benissimo con questi Corsi, dacchè i miei nepoti nasceano da
madre Corsa, e gli amori di parentela sieno qua stupendamente tenaci, ed
estesi. Nessuno vi ha retto lungamente, io ci sto volentieri, grazie
alla mia casa, che pare fabbricata dalle mani delle fate, e alla
parentela. Non passa giorno che non vengano a visitarmi dalla vicina
città! Creda, Sig.ra Teresa, è uno incanto, e se le ho detto venga a
prendere i bagni di mare quaggiù, io gliel'ho detto perchè se ne
troverebbe contenta. A Ferdinando dirà che mi scriva quando vuole, ma mi
dica tante cose: che cosa dicono, che cosa pensano laggiù? Che cosa
fanno non importa, perchè non fanno nulla, e questa è vecchia; ma le
ciarle, il bisbiglio, e se si preparano ad accogliere i Cosacchi.

Saluti e carissimi a tutti per parte mia, dei nepoti, e della Maria che
ingrossa a vista: ella mi abbia sempre

                                            _Per suo Aff.o Amico e P._
                                                   D. GUERRAZZI.

P. S. Mandi le lettere per me al S:e D:e An:o Mangini, Livorno.


                                      _Villa Belgodere 23 Ap. 1854._

    Carissima Amica, e Parente_

Se a lei, ed ai suoi giungono gradite le mie lettere per la benevolenza,
che mi portano, graditissime mi hanno a riuscire le sue per affetto, per
gratitudine, e per necessità, però che per gli esuli tutto quanto muove
dalla Patria assume una certa fisionomia come di religioso, e di santo.
In questi giorni la morte ha diluviato fra i miei parenti ed amici; pure
la nuova della partenza del D:o Gius: Guerrazzi ha contribuito non poco
a contristarmi: vero è però, che la sua età era matura, e la morte è la
conclusione della vita. — Bisognerebbe che la morte di un tanto uomo
fosse annunziata nei Giornali con un breve cenno biografico; ma a questa
ora ci avrete pensato, ond'io con queste parole porto frasconi a
Vallombrosa.

Non ho veduto nella sua lettera parola riguardante le figlie: perchè
questo silenzio? Fu casuale o a disegno? Se casuale, la prego a
ripararlo, se a disegno, sarei temerario se le domandassi la ragione? I
nepoti, e Maria stanno bene e le si raccomandano.

Fin qui a lei; adesso al Sor Ferdinando.

Credo benissimo a quanto ella mi dice, e la dispenso da giurarlo, ma non
ci vedo verso: pur troppo temo il serpente abbia ragione: astuto è
costui, e capacissimo a speculare il tempo pei suoi vantaggi. Io intendo
benissimo, che volere riportare tutti i bisbigli di Firenze equivarrebbe
ad ammazzare a colpi di pugnale tutti i moscerini, che si aggrappano
intorno una botte di vino andata a male, ma pure taluni per la loro
singolarità meritano essere riportati: me ne scriva dunque di
qualcheduno. Il fondo della cosa è, che ormai non si sa più dove andiamo
a cascare: ed io mi sogno una seconda santa Alleanza da Pietroburgo a
Napoli; e il Papa liquefarsi, e noi respinti nella barbarie per qualche
secolo. La confusione entra nelle faccende del mondo: nessuno fa la sua
parte, e nello scompiglio contano le baionette, e Austria, Prussia, e
Russia ne hanno molte, e appuntate. Francia non crede più a nulla; i
popoli sono sfiduciati, discordi, queruli, e ciarlieri, e codardi; tra
una bastonata e l'altra purchè possano rosicare un osso, e basta: per
ora non vedo, che male, ed ogni rimedio, quando mai potesse apparire,
temo sia tardi. Le stringo la mano e le do un bacio di cuore.

                                              _Suo Aff:o Amico e P._
                                                  D. GUERRAZZI.



Ad Ersilia Bertelli


                                                _Bastia 20 Ag. 1854_

    Carissima Sig. Ersilia_

Appena mi capiterà la occasione di spedirle un foglio, che non tocchi
quarantina, avrà quanto ella, e l'amica sua desidera, non nuovo ma
accomodato al soggetto; dacchè anche gli Album possono spargere buon
seme, e il come lo dirà lo scritto. Non ho anco ricevuto la _Beatrice_.
Io non l'ho potuta correggere, e temo vi sieno errori non pochi. Si
emenderanno in altra edizione, se ciò fosse accaduto. Sento, che Pappà
la legge, ella pure la leggerà: il vostro parere non chiedo, tanto mi
procedete parziali, che parrebbe accattare lodi. No, senta quello, che
la gente ne dice in pro, e contra, e si compiaccia trascrivermelo, onde
io ne faccia, se merita, mio prò. — Conforto lei, e tutti a scrivermi le
cose del paese; voi avete tempo per farlo, ed io m'illudendo sopra lo
esilio penso così starmi in casa. Quando ritornerò, e ritornerò mai?
Questo Dio solo sa. Intanto compie l'anno della mia partenza. Certo è
amaro lo esilio, ma non è dolce starci in casa come state voi, e questo
pensiero, invece di sollevare, accresce le noie. Sento però, che i
privilegiati vivono contenti, e ai bagni si balla in allegria, mentre in
città si muore di colera, e di miseria. Questo non mi maraviglia;
dev'essere così, gli schiavi a catena non ponno avere i sensi degli
Scipioni. Eppure la parte sana avrebbe da usare il disprezzo, arme non
proibita, e che pure fa le più profonde ferite. Dicano quello, che
vogliono: la Patria sta in mano delle donne; queste non possono
difenderla con le armi, ma creano, ed allevano le braccia, e i cuori
bastanti a ciò. Saluti a tutti in casa, e fuori agli amici se me ne
rimangono, e se si ricordano di me.

                                                      F. D. GUERRAZZI.


                                                        _Set. 1854_

    _Carissima Sig. Ersilia_

Se prima non adempii la promessa, e' fu per difetto di occasioni di
mandarle la lettera. Se l'amica avrà cuore di mettere nel suo Album la
pagina scritta, non mi dorrà di avere sprecato il tempo in queste
baggianate. A un patto solo è sopportabile l'Album, ed è, che contenga
quello, che io dico. E, quando sia cosi, non solo non fu grave, ma avrò
caro contribuirvi. — Mi scriva, mi parli di lei, della mamma, del babbo,
della sorella, di tutti, e di tutto. Ha letto la _Beatrice_? Morta o
viva, è suo destino capitare in mano dei carnefici, e degli sbirri, e di
_Valentino Turco_. Ch'effetto le ha fatto? Che ne dicono? _Crucifige,
plagas_. La scotta, e la dicono eretica; ma non è cosi, frusta, e
smaschera cotesti formicoloni del diavolo. O che credevano, che mi
volessi ingoiare l'ergastolo come un sorbetto? Hanno finito essi: ora
incomincio io. Una volta per uno, ed io non mi rimarrò finchè non gli
abbia schiacciati come scorpioni. Addio.

                                                  _Affezionatissimo_
                                                    D. GUERRAZZI.



A Ferdinando Bertelli


                                                 _Bastia 17 Set. 1854_

    _Caro Amico_

Lasci dire, che alla fine si quieteranno. L'accusa di avverso alla
religione è ignoranza, o ribalderia. Pochi, io credo, sentono la
religione come me; certo non religione di Preti, tutto altro, bensì la
religione di Gesù Cristo Salvatore; tentano confondere il personaggio
del Cenci coll'Autore; il Cenci fu iniquo due volte il doppio di quello,
che dico io; degna la morte alla infame sua vita; e mi pare, che veruno
al mondo poteva esporlo alla esecrazione pubblica come ho fatto io; e
Beatrice, ch'è protagonista del libro, e donna Lucrezia, e Bernardino, e
Virgilio santissimi tutti perchè non li contano? Ma il libro, e la sua
morale, non si devono giudicare dal linguaggio dei personaggi, bensì
dalle considerazioni dello Autore. E Cenci non è nuovo a Firenze; vi è
un Cenci di Shelley tradotto dal Niccolini, e stampato fra le sue opere
dal Lemonnier; leggano e confrontino. So della persecuzione, che
incontra; doveva essere. Ebbene, se vogliono battaglia, sono pronto a
sostenerla: certo contro quegli abietti, che hanno reso nome di orrore
la giustizia, ed atterrato questa colonna santissima su cui appoggiavasi
la società, guerra sempre, finchè non sieno smascherati, e costretti a
nascondersi per la vergogna. Anzi, trattateli bene questi scellerati;
essi vorrebbero mangiare in pace, tranquilli, e per di più onorati, la
infamia propria, e il sudore del popolo. Io li ringrazio di provocarmi,
li attaccherò al palo, e ve li freccerò come fecero a San Bastiano. Se
quelli che si avvisano a dire: fate piano, sapessero quattro anni e un
terzo di prigione, che sia, e la salute rovinata, e le convulsioni e
l'epilessia, e la rabbia di quella sbarazzinesca impudenza, e il
sentirsi venduto dalla plebea viltà di otto o dieci mascalzoni... ma
lascio, perchè mi viene il sangue al capo. — Fin qui non mi è capitato
occasione di mandare il foglio alla Sig. Ersilia, e le quarantine
durano. Qua continuiamo sempre senza _cholera_, e questo è il meglio.
Giorni sereni per me squallidi e non per me, ma per la miseria della
Patria, e dei miseri emigrati. Parecchi si ammazzano per disperazione,
altri s'ingaggiano nella legione straniera, ch'è una morte più lunga.
Povero.... povero... sangue, e Dio ne chiederà conto a cui n'è colpa, e
con Dio fraude nè forza valgono. Saluti caramente la consorte, e le
figlie; ella, o le donne non intromettete scrivermi, e come vi ho detto,
di tutto, e su tutto, perchè anche una lucciola fa lume. Mi continui la
sua cara amicizia, e mi creda sempre

                                                      _Aff:o Amico_
                                                      D. GUERRAZZI.



A Emilia Bertelli


    _Carissima Sig. Emilia_

Mi è stata sommamente gradita la carissima sua del 20 del passato mese,
dalla quale sento le nuove sue, e di tutti di casa. Tanto la salute è
buona, e se il Babbo ha ritrovato, povero uomo, un po' di calma, anche
questo è benefizio di cui abbiamo a ringraziare Dio. Non so com'ella
dica, che non hanno festeggiato il giorno onomastico della Mamma, se la
sorella sua la presentò di versi, ed ella di un lavoro all'acquerello?
nè meglio per loro, nè più giocondamente per la Sig. Teresa, potevano
solennizzarlo, che presentandola di tali nobili frutti dello ingegno:
quello che tutti possono fare, come un pranzo, poco è da pregiarsi.
Festeggino sempre così le solennità domestiche, che le festeggeranno
bene.

Se là tempesta, qua rovina; miseria crescente, e caro orribile di ogni
cosa; il _cholera_ cessò da molto tempo, e, quando apparve, appena si
fece sentire, grazie alla eccellenza di questo clima; ma la città è
desolata, a cagione delle famiglie, che hanno i loro congiunti alla
guerra, e sono moltissime, però che i Corsi amino il mestiere delle
armi, reputandolo scala da salirsi presto, e spesso s'ingannano.

Qui s'insinuarono i Gesuiti, e si dimenano quanto il diavolo nella pila
dell'acqua benedetta per fare proseliti, ma invano. Giorni sono
bandirono gran festa per quaranta martiri di loro; prediche, mortaletti,
un quadro sterminato _tinto_ in tre giorni, ed esposto come il
gabbamondo dei teatri diurni, messa, fanfara.... raccolsero quattro
franchi e dieci soldi: condannati nelle spese! È inutile, per essi è
finita; rassomigliano al

    «_Quatriduano Lazaro, che pute._»

Spero, che se ne andranno con le trombe nel sacco, perchè, dove non si
guadagna, lasciano la presa.

Saluti tutti in casa, anche per parte dei nepoti e di Maria, ed ella mi
abbia sempre

  _Bastia 15 Novemb. 1854_

                                                _Per suo aff.o Am._
                                                   D. GUERRAZZI.



A Ersilia Bertelli


                                              _Bastia 17 Marzo 1855_

    Carissima Sig. Ersilia,_

Cosi è, io le scrissi due volte perchè mi riesce sommamente grato
rispondere subito alle sue lettere, che mi arrivano carissime; però non
voglia maravigliarsi se le sono andate perdute; la Polizia, come donna,
qualche volta è curiosa; e, se può rammendare lo strappo, le consegna,
diversamente, le consegna a Vulcano.

Anche qua avemmo sciagure orribili a deplorare; nei giorni nefasti 15-16
Febbraio proruppe un uragano spaventevole, migliaja di olivi sradicati,
o schiantati per lo mezzo, casamenti naufragati, e una fregata
bellissima con 750 uomini perduta così, che non si è salvato neppure un
uomo. È venuto alla spiaggia il cadavere di un Corso, un tale Zuani, e
gli hanno trovato in tasca una lettera per sua moglie; passando rasente
all'isola sperava trovare qualche pescatore a cui consegnarla, ma l'ha
portata egli stesso.

Io sto raccogliendo notizie su la Corsica: ho intenzione di scrivere un
racconto intorno al Paoli: il contrasto di questi costumi co'
turpissimi, vigliacchissimi e frivolissimi nostri, mi piace; meglio, oh!
meglio barbari così, che civili come nella fogna che si chiama Firenze.

Tutti stiamo bene, e tutti salutiamo lei, la sorella, e Babbo, e Mamma;
ci dia le sue nuove, e dei suoi, e mi abbia sempre

                                              _per suo Aff:o Amico_
                                                  D. GUERRAZZI.



A Ferdinando Bertelli

                                              _Bastia, 15 Apr. 1855_

    Mio caro Ferdinando_

Avevo sentito le disgrazie del nostro povero paese e la si può
immaginare se contribuiscano a contristare uno spirito già contristato —
Piove proprio sul bagnato! — Nè, da qualunque parte ci volgiamo,
apparisce punto di chiaro. Sento, che hanno richiamato i tedeschi di
costà; anche questo è qualche cosa, disse quegli che pisciava in Arno.

Mi ha raccontato un uffiziale francese, venuto di Toscana, di certo
duello fra un tedesco insultante, e un toscano, con la peggio del primo.
Grande errore fu quello di chiamare i tedeschi in Toscana. Sono odii
nazionali, che non si spengono manco con l'acqua santa. Rivoluzione.
Reazione. Transazione; ma la terza parte non vogliono imparare, e forse
è tardi, e le ingiurie troppo grosse. Hanno creduto farmi danno mortale,
e me ne hanno fatto, e Dio lo sa, ma non è il peggiore dei mali starmi
sopra uno scoglio, che sembra ben piantato a guardare cui tribola
nell'acqua grossa.

Vivo in paese napoleonista per interesse ed anche per genio, ma ogni dì
più incupisce, e del futuro teme assai. Considera non la guerra, ma il
modo rovinoso, e funesto. Di prendere Sebastopoli, non è più quistione,
e su l'Austria non contano per nulla, quantunque confessino, che
romperla coll'Austria sarebbe uno stroppio per loro. Noi italiani
considerano per buoni a nulla, come se essi fossero buoni a qualche
cosa. Quando ci sono io gliele canto in rima, ma, come a Dio piace, fin
qui veruno mi ha risposto.

In casa stanno tutti bene, e vi salutano, in ispecie la buona Maria; io
così così, che i nervi e gl'intestini non danno tregua; pure, malato o
sano, sono sempre

                                                _Il suo Aff:o Amico_
                                                   D. GUERRAZZI.

Mille cose alla Sig.ra Teresa e alle figlie.



A Ersilia Bertelli


    _Carissima Sig. Ersilia_

Dalla ultima sua ho sentito con piacere inestimabile le nuove del bene
stare suo, e della famiglia tutta: però questa contentezza in parte
viene amareggiata da quanto mi assicurano parecchi che hanno
corrispondenza con Firenze, voglio dire che il cholera sia comparso
costà, e minaccioso al punto di fare venti vittime al giorno. La prego a
chiarirmi se questo fatto è vero. Non mancherebbe altro pel mio povero
Paese. Mi parrebbe posto a bersaglio dell'ira degli uomini, e di Dio: ma
voglio sempre sperare che ciò non sia.

In qualunque caso taluno trova il suo tornaconto; però non maraviglio
sul rimpianto degli ospiti nemici; confido sia di pochi, che se
all'opposto fosse di molti, ciò mi angustierebbe più del mio esilio.

Non è accaduto a lei, ma accade a tutti fare esperienza a spese proprie:
e siccome l'acqua passata non manda molini, così il meglio sta nello
attendere ad accomodarsi, con minore disagio, che si può, nelle
condizioni presenti; perchè sa ella? Dalle rovine di un palazzo si può
ricavare materia da fabbricarci una casetta da abitarci comodamente. E
poi la vita è una battaglia, e tenga per matto chi crede non averne a
toccare. Io me ne sto mestamente tranquillo: nulla desiderando per me,
moltissimo per la Patria: ma qui la speranza mi si sbiadisce ogni dì
più, quantunque i concetti della emigrazione tengano del febbrile:
intendiamoci però, io dico di speranze immediate, perchè rispetto al
fine inevitabile delle tendenze umane io non sono dubbio: la via è
lunga, anzi non terminerà mai, ma veruno si auguri far camminare la
società all'indietro: la natura è ella morta nello inverno? Senza i
rigori invernali noi non godremmo Aprile. Si consoli; saluti la Sig.
Teresa, il Babbo, e la sorella: mi scriva più nuove che sa. Qui in casa
si raccomandano tutti alla benevolenza sua, e dei suoi; ed io facendo lo
stesso ho il piacere di confermarmi

  _Bastia 20 Maggio 1855_

                                                  _Suo Aff.o Amico_
                                                    D. GUERRAZZI.


                                          _Bastia, 15 giugno 1855._

    _Carissima signora Ersilia_

Sento con vivo dolore lo stato cagionevole dell'ottimo suo padre; molto
più, che argomentando costà la stagione peggiore di qua, temo non sia
per nuocergli. Io credo, che una cosa sola potrebbe sanare il povero
Ferdinando, e sarebbe mutare aria, prendere le acque di Vicovaro, o
altre simili, e poi per qualche tempo starsene a Livorno, dove potrebbe
benissimo accudire ai negozi, e forse facilitarli, e ampliarli.
Soprattutto mutare affatto sistema di nutrizione; esaminare attento
quello che giova, e quello che nuoce; temperare la crudità con qualche
rimedio blando, e mano a mano abituarsi al moto. Finchè stiamo nelle
mani ai medici poveri noi! E lo so per prova. — Noi le Dio grazia stiamo
bene. L'emigrazione tutta, dopo l'attentato del Pianori, è tormentata
dalla Polizia, e internano or qua or là i più pericolosi, o riputati
tali. — Ho percorso tutto il Capo Corso, e l'ho trovato bello di aspra
bellezza; strade sul fianco di rupi scoscese, nere, e il mare sotto
anch'esso nero, ed ampissimo; monti sopra monti, e gli ultimi incoronati
di neve perpetua; paesi posti colà dove la rondine dubita porre il nido;
miseria e cupidità smisurate, e qualche fortuna fatta in America
straricca. Continui a darmi nuove di casa, gradisca, e faccia gradire
alla Mamma, Babbo, e sorella i saluti miei, dei nepoti, e di Maria, e mi
tenga sempre

                                                       _Aff. Am._
                                                      D. GUERRAZZI.



A Teresa Bertelli nata Guerrazzi


    _Carissima Amica_

Prima di tutto rettifico un fatto: io non ho detto già, che dubitava
causa del non iscrivermi la paura di lordarsi i guanti, bensì le dita: e
questo è altra cosa; perchè i guanti poco hanno da premerle, ma la mano
le preme, e a ragione, perchè ottenni, che mi fosse _scoperta_ come la
SS. Nunziata, e la trovai bellissima. Ma io volli scherzare, ed ella è
troppo buona per rimproverarmi un riso appassito, nato appena a fior di
labbra, e morto subito. Mi scrissero dello amico Corsi, della scossa,
dello sdegno pubblico, della infermità: ma veruno, tranne lei, mi
avvertì della pronta guarigione. Gli altri soddisfecero alla curiosità,
ella sola al cuore: ma ella è donna, e queste tenerezze, non ci è che
dire, non sanno conoscere altri che le donne.

Se possa o no verificarsi quello che mi scrive, sta in lei: quello di
cui l'assicuro è questo: qui spirare aria pura, qui non sapere cholera
che sia, qui poterci fino a tutto settembre fare bagni in mare: una
dimora lunga, grave, un soggiorno breve, divino, ed esserci qualche
villetta assai conveniente da potervisi ripiegare due famiglie, e non
cara. Sicchè se il cholera cresce, il che Dio non voglia, qui avrete
asilo, e, meglio che asilo, salute, perchè Ferdinando potrebbe
sperimentare le acque di Orezza per la sua infermità miracolose.

Quaggiù niente di nuovo, ma in grandissima aspettazione. Saluti tanti a
tutti.

  _Bastia, 27 luglio 1855._

                                            _Affez. Amico e parente_
                                                 D. GUERRAZZI.



A Ersilia Bertelli


    _Cariss.a Sig.ra Ersilia_

I mali dei nervi, lo creda allo esperto, si guariscono meno con le
medicine, che con la propria volontà. Animo più riposato, genere di vita
mutato interamente, e aria, e aspetti di cose nuove li cacciano via:
ella lo sa pur troppo; alle Murate mi visitarono garbatamente tre
accidenti nervosi, epilettici; temeva che la munificenza di Leopoldo II
mi avesse donato per sempre questo guiderdone reale — dacchè gli antichi
lo chiamassero morbo regio — ma ridottomi qui, sedato l'animo, mutati
modi di vivere, esponendomi sempre all'aria, immergendomi nel mare,
sento a poco a poco scomparire il male. Ella adoperi il medesimo
sistema, e si faccia animo; ai giorni nostri si vuole la donna forte,
che scuote l'avversità come la polvere dalla testa. È molto tempo, che
sapevo la morte del povero Chiarini, e delle misere condizioni della
famiglia: anch'io mi adopererò fare quanto più posso. Egli era uomo di
fede. Con dolore odo non diminuito, ma cresciuto, il morbo costà, e, da
due ordinari mancandomi lettere dell'amico Corsi, me ne spavento. Qual
sobbisso di guai sono piovuti sul mio povero paese! E non siamo a mezzo.
Mal fa chi dipinge il futuro di rosa; il futuro è nero; il mio cuore è
pieno di compassione per quei matti, che stanno a sciupar tempo in
processi puerili, e non vedono qual beccheria il tempo appresta per
loro, ed anche per noi. Un giorno di febbre, accompagnata di delirio,
agiterà il mondo: questo non credono, a questo non pensano; se tu lo
predichi, ti ridono in viso, si sa; è decretato, nessuno si ricrede
dalla sua infamia. — Cotesto paese, veduto da lontano, fa figura di
decrepito cascato in melensaggine; — melensaggine bizzosa, cattiva, ma
melensaggine da vecchi decrepiti. — Così piacerebbe sempre a cui piace;
ma altro è popolo, altro è governo, e la distinzione quest'altra volta
sarà detta in guisa che non sarà più dimenticata. Ma noi altro non
possiamo che contemplare e compatire tutti, amici come nemici, però che,
quando la mano di Dio percuoterà, non vi saranno amici nè nemici, bensì
unicamente sventurati. — Che fa la signora Teresa, che la sorella, che
il babbo? Non temano; bravi; la paura è mezza malattia; io traversai due
cholera senza pensare a ripararmi, e sì che furono fieri, ma fieri
davvero! — State sani, amateci, ed abbiate grati i saluti miei, dei
nepoti, e della famiglia.

  _Bastia, 30 ottobre 1855._

                                                       _Aff. Am._
                                                    F. D. GUERRAZZI.



A Ferdinando Bertelli


                                            _Bastia, 29 9mbre 1855._

    Cariss.o Amico_

Sempre care mi arrivano le notizie sue, e di casa: vorrei fossero
migliori quelle della Ersilia, e penso, che la risanerebbe, qualora per
parecchio tempo stèsse lontana dalla città su le rive del mare, o su
l'alto di una montagna, mutando affatto genere di vita: bisogna
pensarci.

Qua il cholera procede con molta severità, ci ha portato via parecchi
conoscenti, e le donne in casa stanno di mala voglia; ma ormai partirci
è dannoso quanto il rimanere; e bisogna far muso duro alla fortuna; sarà
quello che sarà, e poi io mi governo un po' a uso Turco: era destinato!

Tempi mai più visti, piagge sformate, piani straripati, monti franati,
ogni cosa per la peggio. Fame, miseria, orrori: e tutto questo a cagione
della profezia: l'_empire c'est la paix!_

Della guerra niente; buttano fuori bolle di pace, ma non c'è da
crederci. La Russia vuole rifarsi; certo ella sta su le spine, ma nè gli
Alleati riposano su le rose. La guerra andrà per le lunghe, e si
strazieranno, finchè l'Austria e la Prussia non ci entrino di mezzo. La
Inghilterra già ci ha guadagnato!

Nè a noi sento meglio. Grande insegnamento sarebbe questo, che tanta
mole di danni deriva dall'avere o con frode o con violenza rapito le
libertà oneste ai popoli: ma sì, egli è un predicare alle rondini.

I miei saluti alla signora Teresa, e alle figlie per parte mia, di
Maria, e di tutti. Mi voglia bene.

                                                       _Aff. Am._
                                                      D. GUERRAZZI.



A Teresa Bertelli nata Guerrazzi


                                        _Bastia, 30 dicembre 1855._

    _Cariss.a Parente ed Amica_

Sempre grati mi giungono i suoi caratteri, comecchè non mi annunzino
liete novelle.

Senta bene, e mi dia retta, unico rimedio di Ersilia, che ritroverà
infallibile, è recarsi in campagna remota, e copiosa di paesaggi: darsi
moto, accomodare lo stomaco, e il sangue, cibando latticini quanto più
si può: insomma ingagliardire il sistema _venoso_ onde vinca il nervoso:
in altro non isperi: ed io l'ho provato.

Che tempi orribili avemmo, signora Teresa mia, e in parte abbiamo: qui
non caro, ma mancanza assoluta di moltissime cose, qui cholera in
fiocca; qui diluvio universale: tutto adesso è cessato, non la fame.
Quaggiù per ora non si può più reggere, che alle miserie l'Italia ha
aggiunto le sue: meglio di 10,000 contadini sono venuti quaggiù: e,
orribile a dirsi! da Lucca mandarono orfani, i quali si vendevano
pubblicamente da 10 a 12 franchi a capo.

Queste cose eravamo riserbati a vedere in mezzo del secolo decimottavo.

Le auguro anno migliore del bruttissimo che muore; saluti tutti in casa
per parte mia, e dei miei, e col desiderio, non con la speranza di
rivederla, mi confermo

                                        _Suo aff.o parente ed amico_
                                                D. GUERRAZZI.


                                          _Bastia, 23 giugno 1856._

    _Cariss.a parente ed amica_

Certamente voi immeritevoli colpisce la fortuna matta e maligna; ma mi
riesce di non mediocre consolazione udire come rimetta alquanto dei suoi
rigori, e se, come spero e desidero, l'aria, e i bagni di mare,
renderanno la salute intera all'ottimo Ferdinando, non la malediremo del
tutto. — Per ora la stagione corre contraria: ieri ebbi a vestire di
panno: oggi poi fa caldo. Sono stato a viaggiare per l'isola: natura
aspra, e gli uomini altresì, ma di cuore, la più parte s'intende.

Per iscrivere sopra un argomento, quante volte ho potuto mi sono recato
su i luoghi, e me ne sono trovato bene.

S'ella non ha da darmi nuove, pensi se io, che vivo appartato in questa
remota parte di mondo.

Di tornare a casa non desidero nè spero. Con la libertà ne sono uscito,
e non vorrei tornarci che con la libertà. Quantunque gli anni
incomincino a farsi molti, io ho fiducia in Dio, che la patria nostra
tornerà a godere le oneste franchigie, che sono bisogno della odierna
civiltà, e cesserà il mal governo dei pessimi, che in ogni tempo di
miseria pubblica scappano fuori, come erbacce da un campo non coltivato.

Saluti tanti in casa, ed ella mi abbia sempre

                                    _Per aff.o suo parente ed amico_
                                             D. GUERRAZZI.



A Ersilia Bertelli


                                          _Bastia, 21 agosto 1856._

    _Cariss.a Sig.a Ersilia_

Avrei dovuto rispondere prima alla sua lettera graditissima del 12
corrente, molto più che la materia lo meritava davvero: ma ho dovuto
procrastinare, stante che ancora io ho sofferto un disturbo intestinale
di cui non sono per ancora rimesso. Sento con infinito dispiacere, che
la salute del buon Ferdinando non migliora, e a parere mio non fu savio
repugnare al taglio dello ascesso; ma forse a questa ora lo avrà fatto
coll'opera dello Zannetti: tanto io, quanto Maria e gli altri di casa,
desideriamo avere notizie del Babbo, e le auguriamo migliori. Possa
questa speranza non rimanere delusa! In attenzione di suoi riscontri,
pregandola di dire tante cose a tutti, io mi confermo

                                                  _Suo aff.o amico_
                                                     D. GUERRAZZI



A Teresa Bertelli nata Guerrazzi


                                    _Comigliano, 20 novembre 1856._

    _Cariss.a parente ed amica_

Ella mi narra disgrazie, io le taccio le mie, e se le mie consolassero
le altre non mi starei in silenzio; ma come le crescerei il fascio senza
pro, sicchè meglio e fare come faccio. — Il freddo mi travaglia, e non
siamo a nulla. Non ho mente a scrivere per ora, ma quanto prima qualche
cosa di fatto uscirà in luce. Sto solo in una villa arcigrandissima, e
messa su alla grande: ci abitò la ex regina di Francia moglie di Luigi
Filippo, ed ora la sua nuora mi sta poco lontana. Curiosa! tutti
frantumi gettati alla spiaggia.

Parliamo di lei. Intorno a Ferdinando, pazienza, dacchè il male se ne
va; per Ersilia poi, finchè non muterà affatto sistema di vita, non
guarirà mai; vuolsi aria montanina, e molto affaticarsi, e nudrirsi, e
ingrassare.

Quanto mi ragguaglia, circa a femmine, è brutto; più di tutto mi dolse
dell'Alberti, di cui le sembianze tanto erano gentili, ma costumi
secondo tempi, come frutti secondo gli alberi. Noi Toscani siamo
ludibrio per la nostra codardia, e rilassatezza.

Addio, stia sana, e si ricordi di noi. Salute a tutti.

                                                    _Aff.o parente_
                                                     D. GUERRAZZI.



A Ferdinando Bertelli


                                            _Genova, 5 giugno 1857._

    _Caro Ferdinando_

Ho ricevuto la carissima sua del 17 maggio, e da questa mi pare dovere
intendere che la signora Ersilia ebbe la bontà di mandarmi due lettere
senza ch'ella ne avesse risposta. Che sia cosi non l'impugno, dacchè
l'afferma; quello che le posso affermare è, che io ho risposto sempre
esattamente, onde ci dobbiamo dolere che le abbiano ad essere andate
smarrite.

Mi rincresce che la sua salute non migliori; ma pure, avvertendomi ella,
che per guarire radicalmente abbisogna per due mesi dei bagni di mare,
mi è dato argomentare che sia in cammino di guarigione. — Con tutti i
voti le desidero, che questa avvenga per lei, per la famiglia, e per gli
amici.

Non disperi; dopo uno sforzo successe sempre il periodo della
prostrazione: questo importa nulla: a tempi quieti ci siamo noi che non
pieghiamo mai. Quanto a salute sto bene. A Torino non vado; attendo a
stabilirmi a Genova; dove ella venendo mi figuro, che mi vorrà onorare
ospite. A tutti in casa salute, e ricordi amorevoli e grati.

                                                        _Aff.o Am._
                                                        GUERRAZZI.


                                            _Genova, novembre 1857._

    _Cariss.o Ferdinando_

Io sentirei con molto dispiacere le nuove del suo stato poco migliorato
di salute se la giocondità della sua lettera non mi porgesse argomento,
che per lo meno spera di rimanere in breve immune da ogni infermità. —
Ho letto il bollettino dei Carnefici: vada franco, Dio ci è, e,
quantunque non paghi il sabato, sempre paga. — Mi rincresce non poterle
mandare l'_Asino_, come desidera: e sì che ci avrebbe un po' di diritto,
essendo nato quando compiva l'opera di carità di venire a visitare i
carcerati; e bisogna che si contenti della buona intenzione, che avrei
di mandarglielo. — Procuri inviarmi migliori nuove di lei. Tanti saluti
all'avvocato Serpente, e grazie della buona mente per me; gli dica, che
gli sarò tanto e poi tanto obbligato se vorrà favorirmi qualche fatto,
che si presti a farci sopra un bel racconto: negli spogli che fa, certo
gli dovrebbero capitare fra mano casi stupendi; e gli dica ancora, che a
scrivermi non rimetterebbe altro, che un po' di tempo. Ella potrebbe
prendere la lettera e mandarla al mio amico a Livorno. Saluti a tutti e
carissimi in casa.

                                                      _Aff.o suo_
                                                      D. GUERRAZZI.



A Ersilia Bertelli


                                        _Genova, 12 novembre 1857._

    _Mia cara signora Ersilia,_

Davvero, che durano troppo le nuove non buone della sua famiglia, le
quali quanto mi sieno di gravezza lascio a lei immaginarlo; confido però
sentire che questa volta i bagni di mare tornino proficui al padre suo.
La sorella bisogna che avverta a migliorare il sangue; per me ho fede
nei bagni dolci prolungati, e nelle pozioni di salsapariglia, insieme
con un regime rigoroso di vita.

S'ella non ha nuove, figuri io! Che ormai sto da parte, avendo
isperimentato avversi uomini e casi; non maledico persona, amo che altri
si affatichi per la patria, ma comprendo essere più che stolto non
richiesto mettersi nella calca a farsi pigiare. O quelli, che mi fecero
il tiro veramente patrizio, o che fanno eglino? Che pesci pigliano?
Educano i bachi da seta; bene; bravi; Dio li consoli.

Saluti di cuore Mamma, Babbo e la sorella e mi abbia sempre

                                                    _Per suo aff.o_
                                                    F. D. GUERRAZZI.


                                        _Genova, 13 decembre 1857._

    Cariss.a signora Ersilia_

Avvicinandosi il natale, le scrivo per darle mie nuove, e domandare le
sue. Sono usi vecchi, ma io non sono giovane, e poi, in certe ricorrenze
rammentarsi degli amici e volgere loro un saluto, non so in che noccia
alla sapienza moderna. Sicchè ella a mano a mano si rifà: coraggio! ogni
maggio rinnova i suoi fiori, e le sue fronde: tutto ben pensato, il
peggio è morire.

Anco Ferdinando sta meglio; guarirà; ma gli dica che non abbia tanta
smania di levarsi tutto il cattivo da dosso: badi bene prima a quello
che ci rimarrà.

Mi ricordo che una volta, andando a Volterra, e trovandomi in compagnia
del signor Nervini, andammo a visitare le saline; dov'è uno staderone a
bilico, sul quale passano gli asini carichi di sale; e se ne piglia il
peso. Il prelodato signore si mise su la bilancia per farsi pesare,
intanto che domandava: «Ma pesando l'Asino, e il sale in massa, o come
fanno a conoscere il peso del sale?» — Signor mio, risposergli, si fa
tara asino, e quello che rimane è sale. Dopo lui entrai io, e dopo
pesatomi, io dissi al custode: «Per me non fate tara asino, perchè non
rimarrebbe nulla.» — Il gaglioffo non intese. Questo racconti alla
Colomba Andreozzi, se la vede, che la divertirà.

Me ne dimenticai nell'_Asino_; sarà per la 3a edizione, che la seconda è
uscita.

Saluti in casa alla signora Teresa, alla sorella, e a tutti, e, se le
riesce, insaponi le scale al casigliano.

                                                       _Aff.o A._
                                                      D. GUERRAZZI.


    _Cariss.a signora Ersilia_

Le scrivo per avere nuove primamente del signor Ferdinando, dacchè le
ultime non mi giunsero come avrei sperato soddisfacenti, e poi di tutta
la famiglia che non dubito sana, e come si può in _hac lacrymarum valle_
contenta.

Anche questa stagione perversa. Per ben 40 giorni mi sono chiuso in
casa, tormentato da tutti i malanni dello inverno. Adesso vado meglio,
e, mitigatasi la stagione, continuerà il bene essere.

Malgrado il tempo reo, la gente insanì nelle bestialità carnevalesche;
però meno dell'anno passato, e di Torino meno assai; dove la morte nel
carnevale menò strage. — Torino si bandisce la seconda città d'Italia, e
si rallegra di avere attinto in pochi anni 1785 anime tra buone e
cattive. Sicuro eh! quando gli altri Stati italiani ci mandano ad
abitare il meglio e il buono, non deve fare maraviglia se cresca in
popolazione, decoro, sapienza, e civiltà. Ma se domani ognuno può
tornare a casa, Torino rimarrà come prima.

Si sollevi, si prevalga del tempo sereno, e dell'aria di campagna.
Saluti cordiali a tutti in casa e addio.

  _Genova, 18 marzo 1858._

                                                _Affezionatiss.o P._
                                                   D. GUERRAZZI.


                                            _Genova, 7 aprile 1858._

    _Mia cara signora Ersilia_

Sono sorpreso della sua lettera, perchè non corre gran tratto di tempo,
ch'io le scrissi chiedendole sue nuove, e dei parenti, e dandole le mie,
e dei famigliari.

Per certo la lettera deve essere andata smarrita. Ora la ringrazio
dell'ultima gentilissima sua, perchè, oltre al bene di vedere i suoi
caratteri, mi porge due notizie consolanti, la prima della migliorata
salute del buon Ferdinando, l'altra delle nozze prossime della signora
Emilia. Io gliele auguro di tutto cuore felici, e confido che Ferdinando
spalancherà bene gli occhi per accertarsi che le abbiano a riuscire
tali. E di lei o perchè non mi scrive niente? Il tempo non le ha recato
veruna consolazione?

Io vivo la vita dell'esule, rimpiangendo la patria, e desiderando di
starmi lontano finchè durano le presenti condizioni. Quanto a speranze,
io non ne ho veruna.

Tante cose per me alla signora Teresa. Quanto al signor Ferdinando, io
vado orgoglioso di avere contribuito alla sua eterna salute (a suo
tempo); perchè, se egli esercitò tutte le virtù corporali puntualmente,
come quella di visitare i carcerati, vado sicuro, che un bel seggiolone
imbottito di crino per la estate, e di lana pel verno, lo aspetta in
paradiso. A rischio però di essere ripreso d'ingratitudine, io non
vorrei contraccambiarlo. Stia sana; saluti in casa tutti per parte mia,
e dei miei, e si persuada, che le sue lettere saranno sempre per me
argomento di contentezza. Mi abbia sempre

                                                    _Per aff.o suo_
                                                     D. GUERRAZZI.


                                          _Genova, 28 giugno 1858._

    _Mia cara signora Ersilia_

Come la trattano questi calori? Seguì il matrimonio della sorella? Come
va la signora Teresa? E soprattutto come sta Ferdinando? Spero avere di
ciò risposta soddisfacente. Ma voi altri che siete ostriche, le quali,
attaccate allo scoglio, non si muovono mai? O perchè non venite mai
quaggiù? Non fosse altro per vedere la figura, che fa questo grappolo di
libertà malmenata dalla crittogama d'Italia e dall'altra di Francia.

A mano a mano mi si fanno più rade le lettere del mio paese; ed a
ragione; perchè gli esuli sono mezzo morti, e più che stanno fuori più
muoiono. Ora, siccome so che i morti hanno sempre torto, mi taccio; e
poi che dirmi che io non immagini? — Lamenti sempre indecorosi, ed anche
ingiusti.

Però anco qua vedo una svogliatezza, e i segni manifesti di decadenza in
tutto; casca il commercio, cascano le case, cascano le pratiche
religiose, e ripeto per isvogliatezza. Se così dura, lo sbadiglio
diventa re del mondo.

Ciò che adesso si fa sentire di più vivo, sono le cicale.

La riverisco unitamente alla buona Maria, e la preghiamo di fare gradire
in casa a tutti i nostri saluti e voti per la loro felicità.

                                                      _Aff.o amico_
                                                      D. GUERRAZZI.


                                          _Genova, 13 Agosto 1858._

    _Carissima Signora Ersilia_

Desideriamo sapere quale buon resultato abbiano per questo anno ottenuto
dai bagni di mare. Sarebbe veramente tempo che la fortuna lasciasse in
pace il corpo; quanto allo spirito se vogliamo possiamo provvedere anche
noi. Poichè non c'è speranza vedere alcuno di voi da queste parti, Maria
si dispone di venire costà, e intanto mi commette dirle, che dia bando
alla malinconia, e che beva del buono: che tutto il suo male nasce dal
bevere acqua, e che, se venisse a stare un mese qui meco, in questa mia
meravigliosa villa, in mezzo della città, donde la vista, e i visceri
rimangono confortati, n'escirebbe calafatata, e spalmata da durare
contro tutte le tempeste dell'Oceano. Forse si promette troppo Maria,
che l'aria non sana tutte le doglie del cuore; tuttavolta merita il
pregio di tentare.

Rispetto al sangue verde, deve essere così, perchè siamo impazienti e
bisogna esserlo, ma gli eventi si maturano e, quello che deve avvenire,
forza è che avvenga. Ma qui non è luogo di favellare su tanto argomento.
Questo però abbia dinanzi gli occhi sempre, che il nostro destino è
dentro noi, non fuori di noi, e ognuno ne porta il suo pezzetto in mano.
Gli omei cacciano fuori le donne partorienti, non gli uomini operatori,
e quindi degni di sorti migliori.

Saluti alla Mamma, al signor Ferdinando, ed alla Emilia, e abbiatevi
tutti le consolazioni che meritate, e che il mio cuore vi desidera.

                                            _Affezionatissimo amico_
                                                  D. GUERRAZZI.


                                            _Genova, 2 dicembre 1858_

    _Carissima Signora Ersilia_

E come fa a dire, che io non le scrivo? come può accusarmi, ch'io non
rispondo? Scrissi col mezzo dell'Avv. Corsi, e s'egli non portò, o mandò
la lettera, quale colpa ne ho io? Sappia ch'io rispondo sempre, chè così
mi persuadono il debito, la natura ed il costume.

Io, quanto a salute, non istò di peggio; dico di peggio perchè quei tali
colpi nel capo si fanno di tratto in tratto sentire, non come dolore
acuto, ma come un peso che pure vale ad impedire ogni occupazione. Dono
regio contratto in prigione.

Sento, che Babbo va migliorando. Signore! o quanto ci vuole a
scattivirlo? Stia di buono animo, chè spero co' bagni, a stagione calda,
guarirà.

Notizie non le so dare, perchè vivo in campagna, quantunque in città. La
nepote non è più meco; pigliò il volo come fanno tutte le colombe, e si
è maritata. Io le ho data la dote in quattro bei mila scudi di mio; e la
partita è saldata. Benedette figliuole! Veniste al mondo col levarci una
costola, ma bisogna confessare che ci vivete logorandocene due. Eppure,
senza donne non si può fare, tanto vero, che ho qui in casa una bambina
di 5 anni che un mio amico ci lascia stare a sollievo della mia
solitudine.

Maria sta bene, e saluta lei e tutti i suoi parenti. Le auguro, o
piuttosto torno ad augurarle, buono anno, carnevale allegro, oblio del
passato, contentezza avvenire, milioni, cavalli, carrozze, e una collana
di diamanti grossi come mele appiole.

Lo stesso alla Mamma, meno i diamanti e l'oblio del passato.

Lo stesso alla sorella, eccetto l'oblio.

Lo stesso a Ferdinando, con meno i diamanti e con più la spalla sanata.

Tutto suo

                                            _Affezionatissimo amico_
                                                  D. GUERRAZZI.


                                            _Comigliano, 4 del 1858_

    _Carissima Signora_

Sento dalla cara sua, nuove non buone, e mi duole non potergliene
cambiare con buone; ancora io mi sento infermo di spirito e di corpo;
ma, risoluto non lasciarmi abbattere, con lo aiuto di Dio supererò anche
le presenti traversie. Siccome vivo romito, non so dirle niente del
mondo per ora basta vivere. Mi rincresce che il capo doloroso non mi
permetta trattenermi di più con la sua cara compagnia. Si distragga,
faccia viso tosto alla fortuna, e viverà.

I miei augurii sinceri al Babbo, alla signora Teresa, a lei, e alla
sorella, e si ricordino di me.

                                            _Affezionatissimo amico_
                                                 D. GUERRAZZI.


    _Carissima Signora Ersilia[16]_

Dopo molte inaspettate vicende, e pericoli non mediocri, arrivo qui in
Genova, e vi ricevo sue lettere. Sento che la malattia non vuole
lasciare ancora casa sua, ma, via, con un po' di cura, ne verrà a capo.
In procinto di partire per Torino, non posso come vorrei scriverle più a
lungo. Quando mi risponderà, mandi secondo il solito la lettera al Dott.
Mangini. Saluti a tutti, e desideri di meglio.

                                            _Affezionatissimo amico_
                                                   GUERRAZZI.



A Ferdinando Bertelli


    _Carissimo amico_

Sento con piacere che la sua salute non va di peggio, e vo' sperare, che
questa volta Livorno le gioverà assaissimo. Le donne poi col mare si
rimettono come fiori, e pare che sentano come Venere nacque dal mare. La
cagione del mio silenzio, avrà veduto, se legge il _Diritto_: lì scrivo;
lì stampo i discorsi alla Camera.

E' pare che non abbiano smesso il vezzo delle pantraccole laggiù. Io non
sono amico, anzi avversario aperto del ministro Cavour; però non ho
mancato dargli ragguagli, e consigli sul mio paese; ahimè! indarno. La
marea monta, e per colpa dei vili quanto inetti moderati un'altra stella
sorge in Italia, che temo forte non iscombussoli ogni nostro concetto.

Stia sano, mi raccomandi alla sua famiglia intera, e ringraziandola
della buona memoria, che conserva di me, mi confermo

                                        _Suo affezionatissimo amico_
                                               D. GUERRAZZI.



A Ersilia Bertelli


    _Carissima Signora Ersilia_

Che ardire, e non ardire? Sono io, che devo ringraziare lei, la sorella,
e la Signora Teresa, e il Babbo, dell'amore vero, che mi portate, e
della cortese memoria, che vi compiacete conservare di me. Ella sposa:
così va fatto; e, se niente niente il consorte la fa arrabbiare, procuri
avere il pozzo in casa, e a gambe levate lo scaraventi dentro, e poi se
ne prende un altro. Si fa col Papa? O perchè non si potrebbe fare coi
mariti? Figliuoli meno che sia possibile, io per me sono di avviso del
padre Bendini: meno galline, meno pipite; ed io lo so, e non sono miei.
Orsù, fuori scherzo, io con tutto il cuore le auguro mille felicità, e
la ringrazio della lieta notizia, che mi dà. Abbracci tutti i suoi per
me. Al Babbo dica, che non fu per complimento, ch'io gli dissi: venga 15
giorni qua da me. Ho stanza, che basta, l'aria purissima, e nuova, a
mezza costa d'un colle sul mare, intorno boschi di olivi, clima da
primavera, sole di prima mano; in sei ore si viene da Livorno;
scegliendo un bel giorno di vento di terra è delizia. Insomma, quando
dico: vieni, lo dico col desiderio che l'uomo venga. Addio dunque, e se
la mia benedizione può esserle seme di felicità, io gliela mando con la
pienezza del cuore. Abbracci tutti, e mi ami sposa come mi amò
fanciulla, e questo è tale affetto di cui vado sicuro non ne andrà
geloso il suo egregio sposo.

                                            _Affezionatissimo amico_
                                                  D. GUERRAZZI.


    _Carissima Signora_

La sua ultima lettera, nell'annunziarmi finalmente che tanto ella che i
suoi, godono perfetta salute, è riuscita oltremodo accetta a me, e a
tutti di casa. Così spero e desidero che continui: al resto poi
provvederanno il tempo e la buona fortuna. Quaggiù abbiamo corso
burrasca. La legione straniera aveva fatto disegno d'impadronirsi della
cittadella, ardere la città, ammazzare e rubare i ricchi, o riputati
tali, perchè sento, che ci avevano messo nella nota anco me; scoperto il
fatto, per denunzia di un complice allo Imperatore, una grossa vaporiera
è arrivata a prenderla tutta per trasportarla in Africa. Io non mi
adonto, anzi vado lieto, che mi abbiano tolto il titolo di Avvocato,
dacchè non l'ebbi in pregio mai, e parrai (superbia o no) stare meglio
solo. Qual'è commessuccio del Bargello che non si chiami Avvocati i
Carcerieri, Cavalieri i Soprastanti? Dunque, la meglio, e la più pulita,
è portare il solo nome proprio scosso e spazzolato da qualunque polvere.
Niente mi parla di Firenze, nè di arti, nè di musica, nulla: questo è
male. Una signora mi ha scritto da _Ragusa_ avvisandomi che i giornali
costà dicono che io mi sono venduto al Governo; che in questo pensiero
ella spasima; che non avrebbe più fede. Io non le ho risposto nulla. Può
risponderle ella, ed ella può dirle se io sia uomo da vendermi; ha nome
Paolina Lepès. Saluti a tutti.

                                              _Affezionatissimo A._
                                                   GUERRAZZI.


    _Carissima Signora Ersilia_

Mi sono arrivati davvero grati i suoi caratteri, imperciocchè appunto
con Maria temeva quello che trovo essere arrivato, cioè che la salute
vostra non era buona. Ora la sento migliorata; io ve l'ho detto, e ve lo
ripeto, bisogna mutare abitudini di vita, nutrimento e in campagna; in
campagna, e latte, erba, e pollo; in meno di sei mesi tornate sani come
lasche.

Seppi le insanie scellerate dei Fiorentini. Svergognati! meritano l'ira
di Dio, e il disprezzo degli uomini. Se non poteva trattenerli il
rispetto all'affanno di tanti esuli italiani in terre remote a stentare
la vita con la speranza, che i rimasti a casa pensino a loro, e li
compassionino, nè l'amarezza della perduta libertà, nè la memoria di
tanti traditi morti sul campo, nè dei trucidati nelle città, nè delle
bastonate tedesche, nè i lutti recenti del cholera, almeno, anime
squarquoie, doveva frenarli il senso della miseria presente, e la
minaccia della disperazione futura. O per chi, per chi, per chi, ci
siamo sagrificati noi! È una schifezza, che supera ogni credenza. E in
Livorno come a Firenze; a Roma e a Napoli eziandio, crogiolano nella
servitù. Ci stieno: a me che importa? nulla. Arlecchino mangiava le
saponette a colazione. Forse adesso si vergognano molti, per tornare a
far peggio domani. Ora i Predicatori. Le cause vinte hanno torto, e a
lungo andare non piacciono a Dio, agli uomini, e alle donne meno. Saluti
a tutti in casa, la Mamma, il Babbo, e l'Emilia.

                                                  _Affezionatissimo_
                                                     D. GUERRAZZI.

P. S. Mi vorrebbe essere cortese a levare dalla sopraccarta _Avvocato_?
La Corte di Firenze me lo ha levato, e a me non par vero obbedirla.
Domenico Guerrazzi basta.


    _Carissima Signora Ersilia_

Mi è riuscito oltremodo spiacevole udire le male nuove della salute del
Pappà. Per guarire dalle malattie intestinali bisogna mutare aria, non
c'è rimedio. Quando il corpo si vizia lentamente sotto una temperie,
nessuno speri guarire se non n'esperimenta una diversa. Comprendo quanto
è critica la condizione di lei, ma ormai è forza sostenerla con
fermezza, dacchè non so cosa giovi innaffiarsi lo viscere di bile.
Triste è il caso, ma non degli irrimediabili. O io mi dovrei dare al
diavolo, che mi trovo in esilio dalla terra, che amo, senza amici, senza
colloqui intimi, di cui neanche in prigione era privo. Nipoti ho bene,
ma giovani, e non devono starsi ad annoiarsi meco; ogni età ha i suoi
piaceri: spesso mi trovo di faccia a Maria, zitti come olio, ella col
gatto in collo, io co' cani fra le gambe. Abbiamo giorni procellosi, e
tristi. Speriamo bene. Tanti saluti a tutti di casa, ed ella mi abbia
sempre

                                    _Per suo affezionatissimo amico_
                                             D. GUERRAZZI.


    _Carissima Signora_

Le sue lettere mi giungono oltremodo gradite, molto più che non cessano,
mentre le altre illanguidiscono. Così è, i miei amici di Firenze, o
distratti da altre cure, o, come credo, piuttosto in virtù della
sentenza, che uomo bandito è mezzo morto, a mano a mano si dimenticano
di me. Questo è amaro a sopportarsi, ma, la Dio mercè, sortii un cuore
capace da contenere questi, e bene altri dolori. Le passioni umane
conosco tutte, e so compatirle; i lagni non valgono, e poi palesano
debolezza: l'uomo non può essere diverso da quello che è.

Qui non abbiamo cholera, e, se caso mai, o vaghezza o necessità vi
persuadesse ad allontanarvi da Firenze, ricordi all'ottimo Padre suo
come qua vi siano le acque di Orezza, portentose veramente alle
infermità dei visceri. Dal continente vengono a curarsi i malati di
stomaco, fegato, intestini, e gran copia di quest'acqua va all'estero.
L'avverto, e le confermo, che il passaggio da Livorno in una bella notte
si fa in 5 ore, ed in meno.

    «Bene! Brava! Mi parli del paese
    Parlami della mia,
    Della diletta tua patria natia.»

Il cholera è scoppiato costà? Ma sarà paura? E poi è cessato: speriamo
bene, dunque. A Livorno dicono il male più fiero; dicono, ma altri
negano. La verità da qualche tempo è andata in campagna; in città si fa
vedere più poco: ma il cholera vi sarà benissimo, e ciò pregiudica i
divertimenti, i balli, le frivolezze di quel popolo frivolissimo, non è
vero? Ogni giorno il cielo si fa più buio, e ormai, perduta la bussola,
io mi abbandono nelle braccia di Dio. Non istò bene; tutt'altro: vivo
romito e non vedo che il mare rotolare le eterne sue onde sotto casa
mia, e più sento, che altrove starei peggio.

Perchè la signora Teresa non mi scrive? ha paura tingersi le dita
nell'inchiostro? Se avessi 30 anni meno, ella mi scriverebbe di più; oh!
vedete che presuntuoso. Signora sì: quando aveva 20 anni mi pareva
essere bello, e, a dirgliela nell'orecchio, pareva anche ad altri; ma di
qui a quei tempi ci è che ire.

I nepoti, e Maria in ispecie, salutano lei, e tutti di casa; io mi
raccomando alla vostra memoria e mi confermo

                                        _Suo affezionatissimo amico_
                                               D. GUERRAZZI.


    _Carissima Parente_

Duolmi lo incomodo del padre suo, e amico carissimo mio, e più mi
sarebbe doluto, se al punto stesso Ella non mi mandava notizie del suo
miglioramento: spero che progredisca, e in questa fiducia mi conforto.
Conto di rivederlo, e rivedere lei unita alla sorella, e alla Mamma, ed
esprimervi a voce i sentimenti di affetto profondissimo, che ha
suscitato in me il vostro amore unico. Intanto abbiatemi per vostro

                                                  _Amico e parente_
                                                    D. GUERRAZZI.

P. S. Saluti a tutti. Ieri non risposi perchè il braccio non voleva
andare, oggi fa mezzo a suo modo, e mezzo al mio.



A Emilia Bertelli


                                          _Genova, 31 Dicembre 1858._

    _Carissima Signora Emilia_

Io, intitolando questa lettera, non ho messo il suo casato, perchè lei,
come l'anno, che cessando di essere 58, non è ancora 59, stando su la
scala delle nozze, non è anco entrata nel forno del matrimonio. Però se
propriamente lei entrerà nel forno del matrimonio, o il matrimonio
entrerà in lei, questo è quello che mi dirà più tardi. Però, mettendo
gli scherzi da parte, si abbia da me gli augurii per le felicità che
meritano le sue ottime doti, e spero che, come ottima figliuola,
riuscirà ottima sposa, e più tardi ottima madre.

Mi duole che quella benedetta spalla di Ferdinando non voglia guarire
affatto, ma in questo anno ha da sanare la sua piaga, e con essa
saneranno bene altre piaghe; almeno così si spera.

Ecco ciò che mi chiede: avrei voluto fare meglio; ma s'incomincia a
invecchiare, e quando passa la stagione delle pesche si fa buon viso
anco alle castagne. Maria sta bene e saluta tutti; in questo anno conta
venire a Livorno, e può darsi che le incontri ai Bagni. Reverisca la
signora Teresa, e la signora Ersilia, e di nuovo augurandole quanto il
suo cuore desidera mi confermo

                                            _Affezionatissimo amico_
                                                F. D. GUERRAZZI.



A Ferdinando Bertelli


                                          _Genova, 13 agosto 1859._

    _Amico carissimo_,

Prima di tutto grazie a lei dello inalterato amore, e affetto, e
reverenza a cui si mostra benevolo a me. — Pur troppo l'Av: pare siasi
attirato (almeno pel momento) l'ira universale addosso: io l'ho ammonito
come doveva, ma il suo sangue gli si è infiammato nelle vene, e ora a
toccarlo si farebbe peggio. — Io tengo lei, e devo tenerlo come un
fratello, ma creda, Ferdinando, che a me non è sicuro nè decente venire.
Posso sbagliare, ma siccome penso molto alle cose, così paio ostinato,
ma non sono. È difficile per lettera dir tutto, ma così in succinto
basti questo.

Fin dal febbraio passato promossi qua presso il Governo le cose di
Toscana. Consigliai chiamassero di costà persona per informazioni:
chiamarono Ridolfi, e al tempo stesso chiamarono anco me; nel punto di
partire il Corsi mi avvisa venire col Ridolfi. — Aspettai a Genova nel
concetto che, passando, mi avrebbero cercato, e così insieme andati a
Torino. Vennero; non mi cercarono; Corsi mi scrisse di Torino perchè
andassi; ma spedì la lettera al suo nipote Caprile qui in Genova, che la
tenne 3 giorni senza consegnarmela; mentre mi disponeva andare mi vedo
comparire il Corsi: parlammo insieme: predicò concordia; (questi signori
l'hanno sempre su le labbra); averla anco raccomandata il signor Cavour.

Per me ogni sacrifizio par facile per lo amore della patria: quanto a
offese non se ne parlasse più: circa a politica avrei appoggiato quanto
proponeva. Se scrivendo, poterlo fare di qui; se con la presenza in
Toscana, ricordasse, che non mi permetteva la disastrosa fortuna tenere
due case, una qui, una costà; e il traslocarmi con le mie robe troppo
spendioso.

Partiva: dopo un mese scrive il Corsi: non avere potuto incominciare la
pratica dell'accordo; poi zitto: dopo altri 40 giorni mi dà notizia
dello avvenuto a Firenze e mi conforta, se amo il paese, a durare in
esilio: — Così mi scrissero altri, e così scrisse il Bon-Compagni al
cavaliere Carlevaris, mio amico trentenne. Subito dopo l'oltraggio
dell'amnistia. Io vidi allora le arti della fazione aristocratica, che
arrolò Corsi, Malenchini, ed altri per tentare il terreno, e per
gratificarsi il popolo, e governare tiranna; e così fu, e così è.

Il popolo è rimasto attontito, intronato dalle minacce: guai! se ti
muovi; guai! se ci tocchi; guai! se non ci lasci fare. — Traditore,
parricida, matricida... anatèma! anatèma! anatèma!

Gli atti di governo furono una serie di errori; ma avevano il piviale
della Indipendenza addosso, e bisognò lasciarli stare.

Ora io ho rimesso a servire il popolo il mio stato, mezza salute, mezzo
ingegno, e più che mezzi gli averi: io non rinfaccio nulla: mi sento
disposto a servirlo da capo, ma non mi sento disposto a elemosinare il
permesso di finire questi avanzi di vita per lui. — Il popolo non mi
ama, il popolo mi ha obliato; lo so, ingannato, e deluso: ma perchè,
com'ebbi nemici operosi e implacabili a nuocermi, non gli ebbi del pari
a giovarmi?

E poi a che venire? Se per esprimere un voto per la decadenza dei
Lorenesi, e per l'annessione al Piemonte? Io l'ho fatto col ritratto di
Leopoldo II; con la dichiarazione del 12 agosto nel _Diritto_, col
_Ricordo_ al Popolo toscano stampato in Torino. Tanto basta.

All'altre cose del Governo vostro non potevo aderire: e la mia
opposizione si sarebbe attribuita ad astio, e a mal talento.

Di più, chi governa ora? Gente aristocratica; anzi oligarchica; ed io mi
sento popolo schietto; forte, leale, e generoso sangue popolano: — essa
non seppe e non volle perdonare di avermi atrocemente offeso: dunque
intende stare in guerra meco: — uno di loro, Ridolfi, mi ha messo le
catene alle mani iniquamente, per una sua poltronesca, e matta paura;
l'altro, il Ricasoli, mi ha esposto ad essere fucilato dai Tedeschi per
cruda, e fredda vanità di comandare. Ricordi ch'ero l'agnello da essere
arrostito per il connubio di Ricasoli e Compagnia col Granduca
restaurato. Ricordi il _furore_ col quale hanno avversato la mia
elezione. Come intendano libertà lo vedo dallo sgoverno ombroso, e
tirannico; quanto a giustizia vedo conservati i carnefici in seggio. —
Non mi pare aria di tornare adesso. — Le ho detto e le ripeto, e le
ripeterò invariabilmente sempre: se il Popolo mi vuole, mi chiami come
conviene a lui, e a me: se non mi vuole, mi lasci.

Certo, veda sorte disforme! Manzoni onorato, levato a cielo, e
pensionato dal Re; io avvilito, oppresso, impoverito dal Popolo. Manzoni
pel Re non fece mai nulla, io pel Popolo sempre e tutto. Bisogna
pigliare tutto con equo animo, e senza querela, chè lo strillare è da
bambini.

Le sarò grato se mi darà più frequenti che può notizie intorno agli
umori _reali_ non fattizi che si vanno sviluppando nel popolo costà.

E agli amici veri dia comunicazione di questa lettera. Mi conservi la
sua benevolenza; saluti alla signora Teresa, e alle figlie anche per
parte di Maria.

                                                       _Aff.o_
                                                   F. D. GUERRAZZI.


                                          _Genova, 29 agosto 1852._

    _Cariss.o Ferdinando_

Ho ricevuto la sua lettera; ho detto _sua_, ma le dico alla ricisa, che
non la credo _sua_; e poi mi giova sperare, che molte cose le non sieno
come le conta, perchè, se fossero, io dovrei scapparmene in America.

Che cosa ha l'_Apologia_, che mi faccia torto? — Sostenni che, eletto
ministro del Principe costituzionale, compii con fede il mio dovere; e
questo è vero. Dissi che dopo Novara pensai di farlo chiamare con patti,
e garanzie: ed anco questo è vero. In che mi appuntano dunque? E che ha
l'_Apologia_, di cui io mi abbia a vergognare? Amerei saperlo.

Mi parla della difesa del Capponi. — Ma oh! non vede, che questa finta o
vera moderazione è quella che tronca le ossa. Quali torti mi trova egli?
Non egli mi propose ministro al Granduca? Non egli membro del Governo
Provvisorio? — Forse non eseguii il mandato? Gli stessi _carnefici_ miei
non lo attestano? Dunque quali torti ho io? E perchè egli consentì che
mi tramassero l'orribile tradimento? Egli si scusò allegando la cecità
sua; ma il cuore è cieco?

Ella vuole non parli del 12 aprile; non ne parliamo; ma io che ho
sofferto (ella lo sa) la più che quadrienne carcere, e i colpi di
epilessia, e le poche sostanze rovinate, e con fredda crudeltà il
trovarmi esposto alla fucilazione tedesca, e la squisita prigionia con
tramogge, ribalte, ecc. ecc., bisogna che lo rammenti; e tanto più lo
rammenti perchè credo non aggravarmi la coscienza reputando il Ricasoli,
e il Ridolfi capacissimi di farmi assassinare.

Il popolo ha dimenticato: pazienza! Gli auguro ogni bene, e non gli
rinfaccio niente, e niente domando da lui. Chi ha avuto, ha avuto, e
credo ci possa stare.

E poi venire a chiudermi in una villa! stare _bonino_; seguitare la
politica del Governo, come hanno fatto i miei amici, ed implorare la
elemosina di potere logorare in prò dei padroni quel po' di vita, di
averi, d'intelletto che mi rimangono?

Chi le ha detto che i miei amici seguano la politica del Governo? La
oligarchia, che regge costà, ebbe la destrezza di mettersi il piviale
delle idee, che fin qui sono la passione del popolo, e con esse dura.
Così sembra fautore della Unità, e dell'Annessione al Piemonte, mentre
professò sempre massime autonomiste, e zelatrici della dinastia. Tanto
vero questo, che il Ricasoli nel febbraio proponeva andare in palazzo a
proporre a Leopoldo II la renunzia in prò di Ferdinando IV. E' mi paiono
ladri, che avendo rubato la pisside, pretendono passare per sacerdoti.
La non può tirare innanzi un pezzo; arriverà il bargello, e dirà loro:
la pisside nel ciborio, e voi altri birbe in galera. — Se togli questi
punti nuovi per loro, vecchi per noi: in che vuol ella, sia benedetto,
che ci troviamo d'accordo? Quello che hanno fatto fecero tardi con la
corda al collo. Essi amano la libertà quanto io e lei Pio IX.

Rispetto a A. e T. mi occorre correggere una sua assertiva assai
avventata. A. non mi scrive più, nè io gli scrivo; nè sono uomo da
movermi da ciarle senza fondamento; e sperava, che la mi dovesse
conoscere. Quanto a T. egli non mi consiglia, nè mi riferisce: lo aiuto,
e fa quello che nella sua professione gli ordino.

Ripeto, ho scritto un po' vivo perchè ho creduto di non scrivere a lei,
e perchè nel suo foglio trovo giudizi, ed opinioni che non mi si
affanno; ed ora basta. Se potremo rivederci a casa, bene, se no, basta
che ci rivediamo in paradiso.

Intanto mi scriva un po' lei, o mi faccia scrivere dalla Ersilia; e con
un abbraccio di cuore, pregandola dei miei saluti in casa, mi confermo

                                                    _Suo aff.o am._
                                                        F. D. G.

P. S. Credo bene avvisarla di una cosa perchè c'intendiamo meglio. Io
non cerco, nè cercherò mai deputazioni. Richiesto a Livorno di prova:
per mettere il mio nome sul ruolo degli elettori, rifiutai; commisi al
signor Mangini, e agli amici, astenersi da qualunque pratica per me.
Anche pochi giorni fa il signor Romanelli, nel presagio di una renunzia
alla deputazione di Arezzo, me la offeriva, ed io la renunziai. Non ho
bisogno di deputazioni, nè di partiti; ho chiesto un po' di amore, e di
essere restituito in patria senza trovare sulla soglia la infame
sentenza, e la più infame amnistia. — Se alla giustizia dei miei
concittadini pare troppo, io durerò in esilio. Forse un giorno mi
loderanno di non essermi lasciato avvilire, ed esalteranno quanto ora
deprimono.



A Ersilia Bertelli[17]


    _Cariss.a signora Ersilia_

Rispondendo a lei rispondo all'amico Ferdinando. Io non mi guasto per
così poco con le persone, che amo, e che mi hanno fatto del bene. — È
costume dei signori, che ora obbedite, perseguitare a morte chi non
partecipa la loro opinione; non mio: quando non ci possiamo intendere su
materie politiche, non se ne discorre più, e rimangono inalterati gli
affetti, gli uffici, e i termini di buona amicizia. D'altronde, se mi
commossi un poco fu davvero per le nuove che Ferdinando mi fece la
gentilezza mandarmi; anzi sarei veramente obbligato se me le rinnovasse;
bensì m'increbbe l'approvazione, che in certo qual modo pareva che il
Babbo dèsse a coteste grullerie; egli che vide quale strazio di me si
facesse, e sa se lo meritai, e conosce quanto furono e sono crudeli, e
superbi, i miei carnefici, come poteva consigliarmi a tornare, farmi
piccino, piaggiare il Governo ecc.? — Questo, lo confesso, mi spinse una
fiumana di sangue al capo. Lo stesso dicasi dello addebito stolto
dell'_Apologia_. Io dissi questo, ed è vero: dopo Novara _pensai_, badi
bene, _pensai_ ad armare il paese, e poi alla tornata dell'Assemblea
orare in questo senso: soli contro Austria non possiamo reggere, bensì
fare difesa disperata. Io vi conforto a mandare a dire a Leopoldo che
spontaneo uscì, e spontaneo torni, se vuole, a patto che non vengano
Tedeschi, e si mantenga lo Statuto; se così farete, l'Inghilterra
promette la mediazione, e la garanzia, (io aveva riportata questa
promessa); io mi condanno allo esilio, contento di portar meco la vostra
affezione; se invece vorrete battervi, e me confermate nell'ufficio,
farò il debito.

Ecco quello che divisava fare. — Sostenere che gli Aristocratici hanno
fatto ma non detto prima, è scempiezza, perchè il fatto basta e ne
avanza; ma non è vero: lo dissero ancora e fu pei loro proclami, e
assicurazioni che il popolo si rivoltò. Essi dicevano: col resistere, e
coll'imporre garanzie, il Granduca vi chiama i Tedeschi a casa, e vi
_assicuriamo_ libertà, immunità da occupazione straniera ecc. ecc.
Questa è storia; i documenti avanzano a centinaia, ed a negarli ci vuole
fronte più che di bronzo.

E del Capponi ancora mi urta quell'aria di moderazione. — Chi consigliò
il Granduca a pigliarmi ministro? Lui. Chi orò solo perchè mi
deferissero il Governo provvisorio? Lui. Feci il debito? Tutti con
giuramento risposero: sì. Dunque dove va a pescar torti? Torti sono i
suoi, quando tradì l'antico amico, quando lo lasciò in mano dei suoi
carnefici, quando lo espose ad esser fucilato dai Tedeschi. E, quando
stava in prigione, mandò a scusarsi allegando la sua cecità; ma le
cattive azioni muovono dal cuore, e il cuore non accieca. — Ferdinando
queste cose sa, ha viste, ne fu parte; però doveva così rispondere e
difendere l'amico perseguitato, e il parente?

Sul rimanente della sua lettera non risponderò. Solo le dico, che alle
mie mani avreste avuto meno lumicini e più schioppi.

Le cose sono tutt'altro, che tranquille, e sicure. La libertà, cosa
cara, caramente si acquista, e se pensano averla senza sagrifici, e atti
virili, e risoluti, dubito assai se riusciranno. Ad ogni modo questo non
ha da essere pensiero mio: ci provveda a cui tocca.

Tanti saluti a tutti in casa; e di nuovo accerti Ferdinando ch'io l'ho
per buono e caro amico, e lo prego e lo conforto a mandarmi le nuove di
quello che vede, ed intende, chè io di certo me ne gioverò nella via,
che rimane a fare. Addio; anche Maria saluta.

                                            _Affezionatissimo amico_
                                                F. D. GUERRAZZI.



A Ferdinando Bertelli


                                          _Genova, 26 Ottobre 1859._

    _Caro Amico_

Rispondo tardi perchè stetti parecchi giorni a Torino. E' pare che
Pandora versi il vaso dei mali sopra la sua famiglia: non può credere
quanto questo ci affligge; ma a questa ora speriamo risanata la Signora
Teresa, e gli altri mali attutiti. In questa speranza passo ad altro.

Conferii parecchie ore con Vittorio Emanuele; e co' ministri più volte.
Il Carignano non può venire; Napoleone lo vieta; chè vuole restituito il
Granduca con territorio accresciuto: pure non lo metterà per forza,
riproporrà il cimento del suffragio universale perchè lo avvenuto (egli
dice) è ristretto, e spremuto da una _fazione_. Dunque tutto sta adesso
nel disporre il paese a sostenere lo assalto del nuovo voto. Non si
crede l'attuale Governo capace a ciò; è un po' logoro, corbellerie ne ha
commesse, e asperità non poche, vecchie e nuove. Però si vedrà di
convocare l'Assemblea, ed eleggere reggente il Gen. Fanti, buona e
valente persona, prediletta al Re; no Ricasoli, perchè le sue rigidezze
voglionsi temperare, perchè capo imporrebbe i suoi concetti, e così non
si farebbe guadagno, e perchè Napoleone lo detesta; onde non si vorrebbe
urtare con lui. Il Gen. Fanti comporrebbe il nuovo Ministero,
conservando del vecchio quanto è popolare ed ha valore vero, l'altro
licenzierebbesi onestamente. Il Governo così ricomposto avrebbe a
proporsi questo fine precipuo: tenere il Paese ben disposto perchè,
interpellato da capo, dicesse:

  1 Non voglio Lorena e servitù
  2 Voglio Savoia e libertà.

Il Governo Sardo fa pratiche per questo: costà la pubblica opinione
avrebbe a secondare con tutte le forze; e presto, perchè, com'ella bene
avverte: in mal tempo arriva l'affare delle Dogane che, ledendo molti,
li alienerà di certo, e queste cose vanno fatte a tempo e a luogo, e
dopo molte avvertenze: e in tempo peggiore gli arresti (_segue una
parola inintelligibile_), perchè scompigliano, lasciano zizzanie, e sono
tanti voti contrari a Vittorio Emanuele che non ne ha una colpa al
mondo. Se rimarrete neghittosi, vi troverete per la seconda volta
Austria in casa. Addio. Mi scriva presto per darmi nuove della salute
sua, e dei suoi.

                                                  _Affezionatissimo_
                                                   F. D. GUERRAZZI.


                                          _Genova, 14 Novembre 1859._

    _Caro Ferdinando_

Ho il cuore piccino come una nocciuola. Altro che feste! Potrebbe darsi,
ma io non vedo che di due cose l'una, o restaurazione, o guerra. E badi,
guerra col tedesco, guerra di rabbia, guerra di sterminio, e combattuta
senza aiuto francese. Così bisogna mettere l'alternativa: e se il popolo
vuole, si levi, e si apparecchi; se non vuole, torni alla stalla. Io ho
motivo di credere, che il Re è lavorato di straforo non dai nemici, no,
che questi sono aperti e leali, ma dagli amici, che già a quest'ora a
Parigi armeggiano a cascare ritti in ogni evento. E di più non posso
dire. Io non tornerò, perchè chi ha cominciato bisogna che finisca, e
poi io non muto mai; anco, che mi disponessi a tornare a questi lumi di
luna, io non muoverò passo se non chiamato: e se non mi vogliono, ci
vuole pazienza. Perchè poi sia così ostinato, sappia, se io non gliel'ho
detto, che il Governo presente, coll'organo del suo Capo, scrisse
lettera con la quale si diceva, che, se amavo la Patria, stessi lontano
per amore di _Concordia_!!! Dunque obbedisco.

                                            _Affezionatissimo Amico_
                                                  GUERRAZZI.

P. S. _Dicesi_ in questo momento che dopo contrasto sia risoluto l'invio
del Carignano.


                                        _Genova, 14 Dicembre 1859._

    _Carissimo Amico_

È parecchio tempo che manco di sue nuove, e, certo, perchè ho mancato di
riscontrare l'ultima sua; ma ciò non l'avrebbe a trattenere, perchè
talora sono stanco di scrivere, e non ho, come lei, persona discreta a
cui possa dettare; dunque mi dia sue nuove, e di tutti di casa.

Che cosa è questo negozio? Comincerebbero per avventura ad accorgersi i
fiorentini, che cotesto civilissimo governo si rassomiglia molto a
quello, che adoperano in talune parti dell'America, co' negri lavoratori
ai mulini da zucchero? Vedono alfine che dai modi vecchi ai nuovi la
differenza che corre è di un L a un R? Resuscita il duca Valentino
costà? Mi pigliano i rossori considerando in qual modo un arrogante
aristocratico presuma avvilire la patria nostra.

Mi occorre pregarla di un sommo favore, il quale è di volersi compiacere
a fare consegnare a Giuseppe Montanelli in proprie mani la qui inchiusa
lettera, dacchè da Livorno e da Firenze vengo assicurato che il
liberalissimo vostro Governo viola il segreto delle lettere, ed io non
amo punto ch'ei sappia i fatti miei.

Qui la stampa suona a vituperio contro al Bey di Firenze; e credo che il
Ministero stesso non lo veda con dispiacere.

Mi saluti la Signora Teresa, il genero, e le figlie; anco per parte di
Maria, e mi abbia sempre

                                    _per suo affezionatissimo amico_
                                            F. D. GUERRAZZI.


                                            _Genova, 4 Gennaio 1860._

    _Carissimo Amico_

In _primis_ buono anno a lei, alla famiglia, al genero, e a tutti; il
passato poteva andare meglio, ma siccome poteva andare peggio, così
contentiamoci.

Quello che ci è, è questo, che, non solo in Firenze, ma in altri punti
d'Italia credevano ballare a suon di violino, e bisognerà ballare a
suono di cannoni. L'abietta e vile tirannide che opprime la Patria
nostra è venuta in uggia quaggiù, e la bombardano a palle rosse. Chi
porterà via questi rospi pieni di veleno e di goffaggine è nato. La
Nazione armata, con a capo il Garibaldi, simbolo, ed espressione del
popolo italiano. Via aristocratici, e tirannucci da sedici alla crazia,
e voi scotete coteste vergognose some. La pazienza ha pure un confine. E
sopporterete in nome di mentita libertà quello che non soffriste colla
tirannide? Giù privilegi, giù tribunali eccezionali, giù ciarlatani.
Libertà ed armi. Ecco le nuovità. Come le trova? Addio: saluti a tutti,
e mi mandi nuove più che può e più spesso che può. Bisogna cavare fuori
la spada, ed io lo faccio proprio tirato pei capelli, ma, tirata che
sia, butto il fodero al diavolo. Stia sano.

                                            _Affezionatissimo Amico_
                                                  GUERRAZZI.



Al cav. Cesare Stiavelli


                                              _Cecina, 4 Marzo 1871._

    _Carissimo Signore_

Mi trovo favorito di un suo lavoro, di che la ringrazio. L'ho letto con
l'attenzione, che meritava, e mi parve ben fatto; considerandolo come
saggio di cosa maggiore, se a continuare nella impresa di illustrare
monumenti le basta il conforto di una mia parola, io volentieri gliene
do mille. Quantunque io non ci trovassi molto a riprendere intorno alla
lingua, tuttavia mi corre l'obbligo avvertirla, che parecchie locuzioni
da lei adoperate non vanno immuni da vizio, e talune parole voglionsi
addirittura condannare, come a mo' di esempio: «_dettagliatamente_».
L'obbligo di scrivere netto corre a tutti, ma più a lei che a pag. 10 mi
esce fuori con queste parole d'oro: «La lingua che è il primo tesoro
d'una nazione, e tanto la illustra, quanto più è bella, dovrebbesi con
religioso studio adoperare in ogni maniera di scritti.»

Ma so bene io donde la colpa: dai giornali, la più parte veleno di
morale, di dignità, di libertà, di tutto.

Gradisca queste parole come di padre, e mi abbia con stima per

                                              _Affezionatissimo suo_
                                                 F. D. GUERRAZZI.


                                            _Cecina, 20 Maggio 1873._

    _Mio caro Signore_

Ho ricevuto da Lei una illustrazione intorno al quadro di s. Luigi
Gonzaga, dipinto dal fu Angiolo Visconti annegato nel Tevere. Piango il
miserrimo fato del povero giovane.

Io non entro mai in chiesa, e se ci dovessi entrare, non vi considererei
la immagine di Luigi Gonzaga, persona dalla quale di pieno cuore
ripugno. Giovane stupidito dalla venefica influenza dei Gesuiti, fino al
punto di temere una carezza della madre, anzi la sua medesima faccia
come una tentazione del demonio. Può darsi, io già nol contrasto, che il
quadro, come lei dice, possa meritare lode dal lato plastico, o vogliamo
dire, tecnico; è impossibile che appaghi per la parte psicologica, o
estetico-morale. Nè io mi sdegno col pittore circa la indegnità del
soggetto, bensì col committente matto e beghino. La religione
_cristiana_ possiede i suoi eroi, che meritano davvero essere celebrati
co' carmi, co' marmi e coi pennelli; a mo' di esempio san Telemaco, che,
precipitandosi nel circo, si pose tramezzo ai gladiatori combattenti, e
a prezzo del suo sangue fece cessare coteste atroci carneficine. E
quando ai cristiani altro non sovvenga, facciano dipingere Cristo in
croce, la Madre da un lato, e san Giovanni dall'altro, simboli, o verità
di anime divine che affermano col martirio la santità dei propri
principii; di affetto materno, che vince ogni dolore, per porgere
conforto al Figlio straziato: di amico cui basta di accompagnare il suo
amico al patibolo, e lì alla presenza dei persecutori affermare il suo
affetto al condannato.

Questi gli argomenti nei quali l'artista può ispirarsi davvero,
imperciocchè potente Musa in ogni maniera di arte esplicatrice dello
spirito umano sia la commozione che nasce dal vedere la virtù che
abbraccia la sventura per giovare alla nostra stirpe infelice.

Dunque non si dipingano Luigi Gonzaga, nè Stanislao Kotska, nè altri
santi della fabbrica dei Gesuiti.

Gradisca i miei distinti saluti co' quali mi dichiaro con stima

                                                        _Aff.o suo_
                                                      F. D. GUERRAZZI.



PREDICA PER IL VENERDÌ SANTO

COMPOSTA NELLE CARCERI DEL FALCONE IN PORTOFERRAIO IL 19 MARZO 1848.



PREFAZIONE


_Un degno popolano, quando nel 1833 andava prigioniero alla Stella, mi
fu cortese, con suo sommo pericolo, e non lieve disturbo, di ogni
maniera di benevoli uffici; nel 1848 il dabbene uomo non era punto
mutato: gli anni, siccome avviene nelle anime bene disposte, anzichè
scrollarlo lo avevano maravigliosamente confermato nelle sue
convinzioni, ed anche per questa volta, (che spererei ultima), non mancò
di procedere verso di me con coraggio pari all'amorevole volontà. Ora io
avrei desiderato secondo le mie modeste sostanze ricompensarlo, ma non
osava dirglielo, conciossiachè io conosca a prova come il popolo buono,
il vero ed egregio popolo sdegni qualunque moneta che di cuore non sia.
Egli però mi prevenne e mi disse avere un figlio giovanetto sacerdote;
essere stato scelto a recitare la predica del Venerdì Santo nella Chiesa
della Misericordia di Portoferraio; pregarmi in ricompensa dei presenti
e dei passati servigi comporgli una predica. — Una predica! esclamai
maravigliato. — Una predica, insistè egli, ed a me non sofferse l'animo
ricusargliela. Ora come farò io? domandava a me stesso. — Quale oratore
imiterò mai? Nei tempi andati aveva letto il Turchi e il Segneri, ma non
me ne ricordava siccome avviene delle letture che mi lasciano poca
impressione, bene mi rammentava di certo scrittore chiamato Carli il
quale mi parve che con modestia pari alla bontà esponesse la dottrina di
Cristo, e lo lessi in casa di certo Proposto campagnuolo mio amico, a
cui lasciai le opere del Montaigne in memoria di me e certo non fu buono
ufficio. Questo scrittore però non consuona alla mia maniera di sentire,
onde io privo afatto di modelli da imitare mi rimaneva sgomento. —
Ripensandovi sopra io favellava fra me: e che cosa importano le regole,
e gli esempi altrui? Non basta lo Evangelo per ispirare? Raccogliendo la
mente a contemplare i casi di Cristo forse non mi sentirò commosso? La
commozione non genera forse le parole che valgono a impietosire? La
pietà non accende la pietà come scintilla un gran fuoco? E Cristo sempre
mi si accostò al cuore soavemente, come colui che bandì la libertà e la
fratellanza fra gli uomini, e confermò la sua dottrina col sangue. —
Così pensando scrissi di Cristo indegnamente forse, ma con animo pieno
di reverenza. — Se in questa orazione manca l'arte, io vo' che sappiano
piacermi assai che manchi. Fu scritta come il cuore la dettava, — in
carcere per la libertà, mentre dentro e fuori le mura del luogo in cui
io mi trovava ristretto risuonavano le grida di libertà. Che cosa
importava a me se cotesti gridi non abbattevano la mia prigione? Essi
avevano virtù di abbattere i ceppi della umanità, e in questo pensiero
esultava. Altre volte la obbrobriosa tirannide mi chiuse in carcere, e
uscito fuori mi parve entrare in un carcere più grande. Che giova al
prigioniero starsi nel cerchio del carcere, o di una città quando il
servaggio contrista la città e il carcere? Ma adesso le porte mi vennero
aperte dalle mani della libertà. Chi ha cuore di patria non settanta
giorni ma settanta anni di prigionia non vorrebbe avere sofferto per
vedere compiti i prodigi che avvennero nel breve periodo di due mesi?
Sia pertanto lode a Dio che alfine rivolse a noi i suoi giusti occhi.
Altri ambisca altri onori, io mi chiamo contento di portare impresso
sopra il mio volto l'ultimo sgraffio degli artigli dell'odiato
dispotismo. Se quelli che leggono si sentiranno per metà commossi di
quello che io fui quando scrivevo, mi parrà avere conseguito il mio
fine, e non cerco altra lode._

  Livorno. 29 marzo 1848.



PREDICA PEL VENERDÌ SANTO


                                                        _Ecce homo!_

Diciannove secoli vedono la legge del Vangelo come una bandiera in mezzo
alla battaglia inoltrarsi gloriosa e trionfale per le vinte contrade,
avanzarsi per lo universo e bandirvi lo amore. Questo divino vessillo
candido di fede, verde di speranza, vermiglio del sangue dei martiri ha
superato il volo delle aquile romane. Alla spada della superbia vennero
meno il taglio e la punta; le catene di ferro caddero logorate dalle ire
dei popoli, ma la legge della carità nelle procelle acquista vigore,
ingagliardisce per contrasto, la persecuzione disperde e lo errore.
Quelli che l'acquistarono se la stringono al seno con lo affetto della
madre che abbraccia il suo primogenito, e quelli che ancora non la
posseggono vi volgono desiosi lo sguardo tardando loro che appaia questo
segno di pace su lo emisfero della libertà.

Chi fu l'operatore di tanto prodigio? Quali arti impiegò? Di quali
argomenti, di quali armi si valse? Voi tutti, o Cristiani e Fratelli
dilettissimi, lo sapete, e non pertanto siavi grato udirlo adesso
ricordare nuovamente da me. Povero io sono di spirito, e pusillo; la mia
parola suona inesperta: a tanto ufficio nè io nè altri credono degno, ma
Cristo mi sovverrà, quel Cristo che dei fanciulli formava sua cura e sua
delizia, e sopra ogni altro voleva che a lui si accostassero e della sua
dottrina testimonianza porgessero: _sinite parvulos venire ad me_.

Dio pentito di avere creato l'uomo mandò il diluvio per esterminare la
razza che aveva contristato il suo spirito immortale, e se stringendo
poi il patto con Noè promise di non maledire la terra più oltre, ciò
fece non perchè gli uomini fossero diventati punto migliori, ma perchè
omai deponeva ogni fiducia che potessero migliorare: — «non maledirò più
la terra da ora innanzi a cagione degli uomini: conciossiachè il
pensiero e il talento degli uomini inchinino al male fino dalla loro
infanzia:» _nequaquam ultra maledicam terræ propter homines; sensus enim
et cogitatio humani cordis in malum prona sunt ab adolescentia sua_. Ma
Cristo scese a imprendere l'opera di migliorare le umane generazioni —
fino nei cieli creduta disperata! Egli volle rendere gli uomini degni
della benedizione di Dio; egli venne a bandire la legge dello amore, a
confermarla cogli esempi, a suggellarla col sangue.

A conseguire il magnanimo intento nel mostrarsi sotto umano sembiante
prima di tutto egli scelse umili natali, e apparve figlio del popolo,
gli uomini lo conobbero allevato dal falegname Giuseppe, e dicesi che
sua madre Maria con operose industrie s'ingegnasse. Così egli insegnava
il disprezzo delle superbe fortune che sono fregi anche del vile,
chiariva come qualunque accolga in sè anima immortale possa conseguire
nobili destini, palesa riporre principalmente la speranza di
rigenerazione nel popolo come quello che possiede maggiore copia di
affetti, ed è più facile a lasciarsi infiammare dal divino entusiasmo, e
più esperto nei mali, di lieve si commuove di compassione alle sventure
altrui. O figli del popolo, quanto è gloria potere dire a colui che
vanta chiarezza di lignaggio, e abbondanza di averi: _la mia nobiltà
comincia in me — in te finisce la tua_. E Cristo non iscelse tra i
potenti della terra i suoi seguaci, ma li tolse dalle viscere del popolo
e con uno sguardo li vinse, con una parola gli accese, li trasse dalla
rete, per convertirli in pescatori di uomini. I soli figli del popolo si
sentono capaci di morire pei maestri, per gli amici e per la patria,
imperciocchè cosiffatti sagrifici non si paghino che con moneta di
cuore, e questa moneta di cuore trova soltanto il suo corso fra il
popolo.

Maestri suoi furono la meditazione, e la volontà. Io sento
quotidianamente molti del popolo sconfortarsi con manifesto errore di
salire in fama di sapienti solo perchè di libri difettarono o dei
maestri. Certo non vuolsi punto negare che questi sussidi aiutino con
molta efficacia ad acquistare scienza, ma non si hanno a reputare
necessari così, che mancando, l'uomo rimanga condannato alla ignoranza.
Dove lessero, o dove impararono Lino ed Orfeo e gli altri incliti
legislatori e poeti dell'antichità? Due volumi eterni pose Dio davanti
agli occhi di coloro che anelano imparare, — la natura e il cuore
dell'uomo. Emana troppo maggiore scienza dalla contemplazione delle
glorie del firmamento in un plenilunio sereno — dalla esultanza dei
fiori in un bel giorno di primavera — da una lacrima tremolante sul
ciglio della riconoscenza, che non da centinaia di volumi. Cristo chiuso
nei santi pensieri, siccome al Nilo, e ad altri larghissimi fiumi noi
vediamo avvenire di cui ignoriamo le scaturigini, allo improvviso ci
appare tutto splendido di Sapienza. Negli ombrosi recessi, nel silenzio
delle vigili notti Cristo si cinse la zona del forte intorno alla vita,
e si apparecchiò a compire la profezia del Precursore: «verrà dopo me un
gagliardo che vi battezzerà col fuoco, metterà la scure dentro le
radici, ed ogni albero sterile di frutti buoni sarà reciso e gittato sul
fuoco: col ventilabro alla mano separerà il grano dal loglio, e getterà
le paglie sul fuoco inestinguibile.» La vana scienza dei Dottori rimane
vinta dal supremo intelletto del fanciullo di dodici anni; i Dottori
confusi ammirano ed odiano siccome costumano fare sempre i Dottori dalle
false dottrine, dalle timide, e insensate teorie.

Cristo, continua la bene incominciata opera. Chi siete voi, ipocriti
tristi, che sostenete Dio il gran padre della natura e degli nomini
avere scelto un pugno di creature per metterle a parte del regno celeste
condannando tutte le altre alla eterna dannazione? Abominevole calunnia!
Dio senza volontà del quale non cade un capello dalla testa più umile,
Dio che si toglie tanto benevola cura di un passero condannerà alla
_gehenna_ del fuoco penace ove sono le grida disperate, il tremore dei
denti, migliaia e migliaia di generazioni solo perchè non nacquero dal
popolo eletto? Quale presunzione, quale vanità, e peggio ancora quale
iniquità è mai questa? La Misericordia infinita ha sì grandi braccia che
prende ciò che si rivolge a lei. Dio, Sole dell'universo, diffonde la
benedizione dei suoi raggi sopra le cose e sopra gli animali. Gloria,
onore, e pace a tutti coloro, qualunque essi sieno, che operano il bene,
imperciocchè Dio aborra ogni parzialità di persone: _gloria, autem et
honor et pax omni operanti bonum. Non est exceptio personarum apud
Deum_, dice l'Apostolo delle Genti.

Non ponete l'affetto vostro nelle cose che la tignola rode, e i ladri
involano: ponete ogni pensiero a gentile acquisto di fama. La buona
rinomanza sopravvive alla morte dell'ottimo cittadino come l'eco
armonico dura a scuotere l'aria, cessata la vibrazione della corda, o
come il profumo continua a spandersi pel tempio anche dopo la
consumazione del grano d'incenso nel turibolo. La fama sola è il sudario
di amianto che proserva i defunti dalla corruttela. Cura molesta di
povertà non turbi l'anima vostra. Salomone in tutta la sua gloria non
comparisce vestito come il giglio bellissimo della valle. Amatevi,
cambiate liberali tra voi i doni della natura, e avrete copia di beni
terreni. Chi serba il grano nel granaio non accumula nel regno dei
cieli; chiunque terrà avaramente il vino nel celliere non sarà dissetato
dalle fontane del paradiso. Battete e vi sarà aperto, finchè voi stessi
apriate le porte ai bisognosi. Cristo povero ciba le moltitudini; certo
cotesto fu prodigio, ma cotesto miracolo può essere rinnovato
quotidianamente dagli uomini quante volte si sentano da mutuo amore
infiammati. Allora non camminerà più brancolando il cieco, nè lo storpio
arrancherà con affanno avvegnachè lo storpio sarà l'occhio del cieco, il
cieco il piede dello zoppo. Figli di un medesimo Padre che regna nei
cieli, fratelli tutti nella nostra parentela divina, maledetto colui che
contrista uno spirito immortale, maledetto l'uomo che tiene il piede sul
collo dell'uomo che piange, maledetto anche il fiacco che altro non sa
che gemere sopra le sue catene, e non ardisce romperle, e convertirle in
brandi per rivendicarsi in libertà. Se Spartaco servo pagano, quantunque
la voce di Cristo a lui non gridasse nel cuore, ebbe siffatto ardimento,
ora come potrà e dovrà essere emulato dal Cristiano consapevole avere
Dio apparecchiato nei cieli i seggi più gloriosi ai magnanimi che per la
Patria combatterono, e per la salute di lei fortemente perirono?

Cristo insegna il perdono delle offese che dai nostri fratelli ne
vengono arrecate, e ne forma fondamento principalissimo della sua legge
divina. Umana cosa è errare, celeste condonare lo errore. Se il tuo
fratello ti offende e tu perdona; se egli torna a offenderti, e tu di
nuovo perdona, oblia la ingiuria, o seguace di Cristo, e ricorda
soltanto il fine di carità e di amore a cui tendono le ale aperte
dell'anima tua. Altri si stanchi piuttosto ad offenderti che tu a
perdonargli. O Creatura mortale, conviene a te mantenere odio immortale?
Perchè vorrai segnare la corsa rapidissima alla morte e che ha nome vita
con una traccia di sangue? Narrasi come il santo Filippo Neri
supplicando un sussidio pei poverelli del Signore da certo barone romano
si ebbe acerba ripulsa: tornato a supplicarlo con insistenza il superbo
uomo prorompe in bestiale furore e percuote il Santo nel volto; questi,
comecchè sentisse tutto il sangue ribollirgli nelle vene, pure placido e
mansueto gli si volse dicendo: — per me la guanciata: ora datemi un po'
di aiuto pei miei poverelli! — Perdono ai fratelli traviati, perdono ai
nemici vinti come il Sammaritano infuse pietoso balsamo e olio nelle
piaghe del trafitto Giudeo. Cessata appena la cagione dell'odio anche
verso il nemico subentri un senso di benevolenza e di carità. Le mani
liberate dai ceppi non si distendano alla vendetta, ma s'inalzino al
cielo per ringraziare lo Eterno. E voi pure che mangiate il pane della
violenza, e bevete il vino della abominazione; voi pure che peccate col
fallo più grave che mai possa commettere l'uomo al cospetto di Dio,
voglio dire la infame schiavitù in cui tenete le umane creature, solo
che diate segno alcuno di pietà, e torniate alle case vostre, dove la
gente a voi più caramente diletta vi attende, noi vi pregheremo pace:

    _Passate l'Alpi e tornerem fratelli._

Ma però non crediate, o Cristiani, che il nostro Cristo tanto pietoso al
perdono dei fratelli facili a ravvedersi, procedesse molle contro gli
avversari della sua dottrina, o gli uomini a sopportare codardamente le
miserie della servitù persuadesse, o a fiacca pazienza li consigliasse.
Io vo' che sappiate come nella sua mansuetudine nessuno fosse più
animoso di lui. Egli quantunque sapesse che cadrebbe vittima
degl'ipocriti e dei farisei osò guardarli nella pallida faccia, e dire
loro: «razza di vipere, sepolcri imbiancati: il vostro cuore vi sta nel
petto come un lupo entro la tana: male pensate, peggio parlate
conciossiachè l'uomo favelli con la sostanza del cuore, ch'è l'anima.
Voi volete un segno? Voi avrete il segno di Giona.» Egli rigettò dai
suoi labbri quella gente tepida, moderata di tutti i tempi, pei quali
spunta l'alba del lunedì mentre pei popoli splende il meriggio del
giovedì, fiore di paura, peste di ogni partito generoso, però che amarli
tu non possa e odiarli affatto nemmeno; piante parasite che si
avviticchiano intorno alle gambe del forte per impedirlo e per farlo
cadere: arene infeconde, nuvole prive di acqua, cimiterio di ogni
sentimento magnanimo, e preoccupati sempre di sè e dei propri comodi
sotto lo eterno pretesto di provvedere al bene della patria comune.
Privi di quella favilla di senno che Dio concesse a tutti i cuori
sicuri, intendono imporre i loro spaventi come leggi, e le trepidanze
affannose della paura come consigli di sapienza, e fu a gente di natura
siffatta che contaminava in antico la Chiesa di Filadelfia e la causa
della religione cristiana nel modo stesso che contamina oggi la Italia e
la causa della libertà, che Cristo col mezzo del prediletto Evangelista
mandò a dire; — conosco le opere vostre, voi non foste freddi nè caldi,
e Dio volesse che foste stati o freddi o caldi, ma perchè nè l'uno foste
nè l'altro io incomincio a vomitarvi dalla mia bocca.

— Non è quegli che mossi appena i primi passi nella via, si asside sopra
una colonna migliara, e accusa gli altri che poderosi lo precorrono, ma
sì colui che dura infaticato fino al termine, che otterrà salute: _quis
autem perseveraverit usque ad finem hic salvus erit_. La corona della
vita non si acquista con Cristo se non che a patto di mostrarci costanti
e fedeli: _sis costans ac fidelis et dabo tibi coronam vitae_. Lo
entusiasmo è il raggio del sole che concentrato nel vetro emana potenza
d'incendiare; se cotesto raggio cessa, il vetro solo rimane cosa sordida
e vile. Lo entusiasmo dà l'ale all'anima, e chi glielo toglie, le tronca
le penne all'alto volo che levandola da queste terrene dimore l'accosta
al cielo. Chi spenge lo entusiasmo uccide l'anima. La quale cosa, se è
vera in qualunque condizione della umana civiltà, vediamo poi essere
verissima presso i popoli che aprono appena gli occhi dal mortale
letargo di lunga, infame, e narcotica servitù, circondato come da un
lenzuolo mortuario da tutti i vizi della tirannide, che appena conosce
patria che sia, e per diuturna abitudine ha appreso a porre e
intelligenza e cuore dentro la borsa. Sì, o Cristiani fratelli miei, in
verità io vi dico chi spenge lo entusiasmo sacro uccide l'anima.

Allorquando era mestieri propagare le sue celesti dottrine Cristo non
pativa attorno a sè camaleonti morali, ma risolutamente dichiarava: —
chi non è per me fa contro me — _qui non est pro me contra me est_; —
consentaneo in questo a Solone salutato come uno dei sette sapienti
dell'antica Grecia, il quale ordinando il governo di Atene messe una
legge che dannava allo esilio il cittadino che non abbracciasse in
patria un partito. Infatti i partiti non nuocciono alla città finchè
sieno preordinati tutti al bene di lei. Le acque stagnanti
imputridiscono, le sbattute mantengonsi cristalline e sane, e così degli
uomini. I partiti sono come i venti i quali qualche volta imperversano,
ma senza di quelli le vele inerti lungo l'alberatura non acquisterebbero
mai forza di fare avanzare la nave; e il buon nocchiero odia la calma
non i venti, quantunque gagliardi, conciossiachè nella prima venga meno
ogni arte, e co' secondi faccia prova d'ingegno.

Non vi ha affezione dell'anima, per quanto cara ella sia, che Cristo non
abbia sagrificato all'ardente carità che lo infiammava del bene
universale: conoscete voi cuore al mondo che come il suo amasse la
Madre, e da lui fosse teneramente riamato? E nonostante alla opera della
redenzione noi lo vediamo anteporre la stessa sua dilettissima madre. Un
giorno ch'egli predicava alle turbe, sua Madre e i suoi fratelli lo
chiamarono fuori per parlargli, ma egli rispose: «chi è mia Madre, chi
sono i miei fratelli?» — E distendendo la mano sopra i suoi discepoli
aggiunse: «Questa è mia madre, e questi i miei fratelli: chiunque farà i
voleri di mio Padre ch'è nei cieli quegli mi è fratello, e madre, e
sorella.» _Quæ est mater mea et qui sunt fratres mei? Et extendens manum
in discipulos suos dixit: ecce mater mea et fratres mei._

Nè già crediate che Cristo ignorasse o dissimulasse le aspre contese che
avrebbe dovuto incontrare, le divisioni, le persecuzioni ed il sangue;
mai no, o Cristiani: all'opposto a sè e ad altrui manifesta i pericoli
del suo divino mandato: «per me, egli favella ammonendo gli Apostoli,
per me sarete perseguitati, e verrete in odio alle genti, ma non temete
e quello che vedrete nelle tenebre voi palesate alla luce, quello che vi
susurro dentro le orecchie voi predicate dai terrazzi, potranno
uccidervi il corpo, l'anima no ch'è immortale, e non crediate che io sia
venuto a mettere pace sopra la terra, ma la spada: i figli si
separeranno dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, i
fanti verranno a contesa co' padroni; coloro che amano padre, madre,
figlio e figlia più di me, di me non sono degni.»

Una voce bugiarda accusa Cristo colpevole della rovina dello impero
romano. Prima di tutto io vo' che sappiate, o fratelli Cristiani, come
la distruzione di questo immane edifizio di violenza e di rapina non fu
male: ma però siffatta accusa non è vera. Lo impero romano precipitò
sotto il peso del furore del mondo, e corroso dai suoi delitti e dai
vizi. Guai a noi se nella immane rovina che sparse di frantumi le parti
più remote della terra non si fosse inalzata la Croce simbolo di salute
come l'Arca dell'Alleanza fra le tenebre e le onde del diluvio
universale. Il potere della spada era rotto, i barbari parvero lupi
convenuti da tutto l'universo per divorare la preda; rabbia, vendetta,
sete di sangue erano i venti che agitavano procellosamente cotesto mare
d'ira... ora dove saremmo noi se i miti consigli dello Evangelo non
avessero prevalso? Chi domò il Goto? Chi mansuefece il Normanno? Chi
respinse l'Unno? La spada romana o la Croce di Cristo? Contemplate il
Sicambro che tutto asperso di polvere cruenta scende nella sacra
piscina; i gradini sotto i suoi piedi traballano, le acque del battesimo
grondandogli dal corpo diventarono vermiglie — egli sembrò battezzato
entro un lago di sangue: — non importa: di belva diventò uomo — di
tormentatore fratello degli uomini. — Chiunque sostiene che lo Evangelo
abbia virtù di avvilire i cuori mentisce alla Storia. — Fu codardo santo
Telemaco che si precipitò nel Circo Romano in mezzo ai Gladiatori
combattenti gridando le Creature di Dio non doversi trucidare per infame
diletto? E perchè tutti io restringa in uno, codardi furono quei
valorosi cristiani che da cento mortalissime punte trafitti, divelta la
lingua, ardirono intingere il dito nel proprio sangue, e tracciare
agonizzando sopra il terreno il segno della salute? Cristo rese le
vergini innamorate delle palme del martirio assai più che della
ghirlanda di fiori di arancio — simbolo di nozze terrene. Cristo
convertì i fanciulli in eroi. Forse le battaglie combattute per la fede
temono paragone di qualsivoglia battaglia pagana? La gesta di Giovanni
Sobieski sotto le mura di Vienna non emula la battaglia di Canne? La
impresa di Lepanto non può andare di fronte con Salamina? Se Curzio i
pagani vantano e Codro, e noi abbiamo Pietro Micca torinese, e Bianchini
parmense. Se i pagani si gloriano di Camillo, e noi del Principe
Eugenio, se di Fabio e noi del Montecuccoli fortunato trionfatore del
Turena, e cristiano fu quegli che vinse e superò tutti, Cesare,
Annibale, Scipione, e quanti altri mai vissero capitani famosi
nell'antichità — Napoleone!

La sua aquila imperiale, e molti tra voi che mi ascoltate bene lo
ricordano — la sua aquila imperiale si fermò in questa isola nobilissima
per riposarsi un momento le ali affaticate e rifare le forze a nuovo
volo, che fu l'ultimo. O Napoleone, quando tutti ti abbandonarono — e il
figlio ti languiva lontano, e la consorte faceva getto del superbo vanto
di avere cinto nelle sue braccia colui che aveva abbracciato il mondo —
peso troppo grave per lei, — e la memoria degli uomini ingrati ti
pungeva il capo come gli spini della corona di Cristo — Cristo ti si
posò accanto sopra la coltrice deserta, conciossiachè egli visiti quando
tutti disertano. O Napoleone, perchè mai vivendo non rammentasti più
Cristo? Con la tua maravigliosa potenza di salvare quale fu il dono che
facesti agli uomini? — La tomba. Tu fosti grande finchè la tua spada
fiammeggiando simile alla nuvola di fuoco che precedeva gl'Israeliti nel
deserto, precorse gli uomini sul sentiero della libertà, ma quando
mordesti le mammelle che ti avevano allattato, quando convertisti le
creature di Dio in isgabello dei tuoi piedi... ah! come cadesti basso, o
stella matutina. Gli Angioli piansero vedendo il cielo vedovato da tanto
splendore e tenebre fitte si diffusero sopra la terra. Napoleone fu
l'ultima possibile espressione della potenza assoluta. Se i lauri
gloriosi non bastarono a celare il taglio e il sangue della sua spada
dispotica, come avrebbero potuto regnare tiranni astuti con la ferula
del pedante? Colà dove vennero meno gli echi del ruggito del lione,
avrebbe potuto durare lo schiattire di volpi coronate? — Guardate; — io
vi dico guardate: il lampo che fende le tenebre e sparisce, il ruscello
che sviene tra i sassi nei giorni del sole, la fronda inaridita staccata
dall'albero dal primo fiato dello inverno, non somministrano paragoni
bastevoli a darci idea della facilità con la quale un popolo grande
cacciò via lo ignobile personaggio che alla magnifica legge della
universale carità e dello amore di Cristo sostituì i calcoli di un vile
e privato interesse. Oh! io non avrei mai creduto che un potente della
terra, un uomo che portò corona potesse cadere tanto basso. Il popolo lo
cacciò via con minore sdegno di quello ch'ei si faccia allontanando da
sè una vespa importuna. La monarchia in Francia cessò come lo anelito
esile dello agonizzante ottuagenario. Possano i tiranni dei Popoli,
seppure di ora in poi qualcheduno altro osasse levarsi a contristare la
Creatura di Dio, lasciare esempio non meno abietto e miserabile di lui.
Ecco il preteso senno, ecco gli accorgimenti, e le coperte vie a che
cosa menino! Le astutezze stanno co' vili e con esse paure, tradimento,
e rovine, la lealtà sta co' forti e con essa fiducia, benevolenza, ed
esaltazione. Non date ascolto ai sofismi della vana scienza, divino
guidatore di popolo è colui che la mano sul petto, gli occhi al
firmamento, lo conduce a magnanimi destini.

Mi accosto tremando alla fine di Cristo. Voi vedeste com'egli figlio del
popolo nascesse, come predicasse, come perdonasse, e punisse, come per
la sua dottrina combattesse, e pegno di salute ai viventi lasciasse....
ora tutte le nostre virtù raccogliamo intorno al cuore e contempliamo la
morte di Cristo.

Fra la intelligenza e la ignoranza e la mediocrità immensamente più
trista dell'assoluta ignoranza, tra la bruttezza e la bellezza, tra i
codardi e i magnanimi corre uno astio roditore, una guerra d'istinto per
cui i mediocri, i brutti e i codardi odiano a morte gl'intelletti
divini, i venusti di forma, e i generosi. Non cercate altra causa alla
infame persecuzione, che lo fareste invano. Cristo giacque vittima come
infiniti grandi uomini giacquero, e come forse altri incliti personaggi
giaceranno vittima della invidia. Nessuno uomo morì come lui. Socrate
non può venirgli paragonato a gran pezza. Socrate non fuggì la morte; ma
Cristo le andò incontro. Socrate fu consolato dai suoi discepoli, e si
trattenne con sapienti colloqui con Platone e Senofonte; Cristo era
tradito da Giuda, rinnegato da Pietro. Ahimè! la stirpe dei traditori
non è anche spenta, anzi questa mala erba del Diavolo vegeta poderosa
nei cuori umani e va crescendo. Gli odierni traditori superano gli
antichi. Giuda antico gittò lo infame prezzo e disperato salì l'albero
fatale, i Giuda di oggi esultano, e il prezzo del tradimento conservano
e tengono caro. — Giuda Scariotta pentivasi, i traditori nostri
lamentano che manchi loro materia a nuovi tradimenti. Giuda vendeva
Cristo trenta danari, i nuovi traditori venderebbero trenta Cristi per
un danaro solo.

Socrate ebbe morte pacata: la tazza della cicuta era cinta di rose come
la tazza dello allegro convito, Cristo durò morte obbrobriosa, e così
piena di atrocissimi spasimi che all'anima nostra ne viene ribrezzo.
Socrate rampognò superbamente i suoi Giudici, sè jattava uomo troppo
migliore di loro, sè vantava salutato da Apolline come il più giusto dei
mortali: non così Cristo: egli non redarguisce nessuno, non muove
querela, non ostenta costanza. Di Giuda gli bastò dire: — meglio era che
costui non fosse mai nato! — A Pietro si contenta volgere gli occhi
gravi di amarezza. A Pilato che lo interroga se confessi lui essere
figlio di Dio risponde modestamente: — tu lo dici — _tu dicis_. Per
coloro che lo martoriano, lo avviliscono, e uccidono prega: _perdonate
Padre a costoro, però che non sappiano quello che si facciano_.

Venite, o Cristiani, seguitiamo i passi di Cristo sopra il Calvario:
coronato di spini pungenti; pesto da molte migliaia di percosse; sotto
la sferza del sole, e il peso della croce salisce sul Golgota; ogni
passo ei segna con una stilla di sangue; le pulsazioni del cuore
appaiono anche di sopra la sua veste vermiglia; con la bocca anela
tremendamente, e dalle narici gli esce l'alito fumoso; cade sotto il
peso; se lo rialzano non è per pietà, ma per imporglielo nuovamente
addosso, e per costringerlo ad avvicinarsi al supplizio: chiede un sorso
di acqua... gli è rifiutato, supplica refrigerio alla ombra della casa
di Asvero, ed è rispinto.

O Cristo, tu bene ci avevi insegnato nessuno essere profeta in casa sua,
ma questo è troppo! — Eppure non è tutto! Giunto al Calvario lo
spogliano, e sopra le sue vesti gettano la sorte, pongono sul patibolo
uno scritto di scherno e d'infamia, conciossiachè ai tristi non basti
rendere gli uomini infelici ma vogliano eziandio renderli infami;
compagni di pena gli danno due ladri, e già gli avevano preferito
Barabba; con aceto e fiele il dissetano, lo inchiodano, lo trafiggono. —
Ahimè! torciamo lo sguardo spaventato da tanto strazio... Ch'è questo
gran Dio? — La terra commossa traballa. — il sole vela la sua faccia —
il velo del tempio si spezza — i morti balzano fuori dalle antiche
sepolture, e strascinandosi dietro i funerei sudari per l'aperta
campagna traggono lamentevoli ululati... In mezzo a tanto terrore ove
cercare scampo alcuno di salute?.. Volgiamoci di nuovo al Calvario. O
spettacolo portentoso di pietà e di grandezza! O come Cristo non sarà la
religione degli uomini finchè gli uomini avranno un cuore che si
commuove alla magnanimità, e alla sventura? Venite e vedete questo
spettacolo: in mezzo alle tenebre profonde che ne circondano, esso
splende illuminato dall'aureola di luce che incorona il sacro capo di
Cristo; — egli sta sul patibolo dove ascese per confermare la sua
dottrina di redenzione più glorioso di Salomone sopra il suo trono. A
piè della Croce da un lato comparisce sua Madre Maria; dall'altro il suo
amico Giovanni. La Madre trafitta il cuore come da spada non fa motto,
non versa lacrima, non agita neppure le labbra; sembra trasfigurata
dall'angoscia; — tutto il suo corpo è una fibra spasimante, ma l'amore
materno vince la natura, e resiste alla immensità dello affanno; — per
ora ella non vuole soccombervi sotto, — più tardi si darà in balìa del
dolore come il naufrago si abbandona alla soverchiante onda dell'Oceano;
adesso comunque fulminata sta in piedi, affinchè l'occhio morente del
figlio si posi sopra una sembianza amica, e nello estremo punto del
vivere suo non gli manchi questo supremo conforto.

Come Maria dà esempio del quanto possa l'amore materno, tu San Giovanni,
dimostri ove giunga la santa amicizia. Te non commosse il ludibrio delle
genti, te non turbò il pericolo presentissimo di chiamarti amico del
condannato Cristo, lo accompagnasti sul patibolo, e ti ponesti sotto la
croce come in luogo di gloria per ricevere sopra il capo il sacro sangue
e le ultime parole del divino maestro. — Qual'è l'anima che a spettacolo
cosiffatto non si dissolva in pianto? Amore di umanità, amore di madre,
amore di amico qui noi vediamo effigiati fino al punto in cui la umana
natura venendo meno, la divina incomincia. E noi, o Cristiani, sempre
fissi sopra cotesta Croce, imitiamo Cristo. Dai tetti, su per le piazze
per noi si bandisca la legge della libertà, della fratellanza, e dello
amore. La lampada accesa per illuminare le genti non deve rimanersi
celata sotto il moggio, ma splendere luminosa sopra il candelabro;
combattiamo per lei; per lei sappiamo morire. Imitiamo Giovanni il
fedele amico, che in mezzo alle minacce, ai vituperii, e ai pericoli
rende testimonianza di amicizia, — connubio divino delle anime, — fino
sotto al patibolo. E voi italiane madri imitate... ahimè! che dico io?
il mio cuore non ardisce pensarlo: le mie parole svengono sopra
l'estreme labbra e non si attentano proferirlo... troppo... ahi! troppo
è dolore confortarvi ad imitare Maria.... Come, povere Madri, potrete
voi sostenere la vista delle viscere vostre dilettissime lacerate? Come
lo strazio del dolce figlio che le mammelle vostre nudrirono, che con
tanti affanni educaste? Come la morte di colui che doveva bagnarvi la
bocca nella ultima ora, e chiudervi gli occhi in pace, — oh voi nol
potete... Ma ecco alla accesa fantasia si presenta un'immagine di donna
desolata avvolta in nero ammanto, pallida in vista che poco è più morte;
essa non grida, e non piange: ma tiene la faccia sopra una urna che
stringe nelle mani tremule; i cherubini dalla spada fiammeggiante, posti
da Dio alla guardia dell'Eden dopo il bando dei nostri padri peccatori,
la sollevano da terra, e la trasportano fremendo al trono dello Eterno,
— le cime dei boschi piegano come per bufera, l'aria rotta dalle penne
spaventose manda dietro un suono come di lamento — la natura geme; giù
in terra lungo le sponde dello Eridano cento altre desolate, sciolte le
chiome, palma battendo a palma, levano le braccia al cielo e supplicano
che la rapita dai Cherubini presto giunga al Trono dello Eterno. Chi è
colei? Chi sono esse? Ella è la regina del dolore; ella è la Niobe
cristiana; ella è la madre vedovata di tutti i suoi figli... piangete o
Cristiani, piangete o Madri... ella è la Madre dei Bandiera che va a
deporre davanti al Tribunale di Dio le ceneri dei suoi figli. Costoro
sono le Madri lombarde.... ahi! non più Madri per virtù del ferro
straniero.... e insieme unite domandano non vendetta per loro, sibbene
misericordia dal Padre dei viventi, affinchè alle madri italiane
cosiffatte ambasce non si rinnovino. Fuori le belve feroci dalle belle
contrade! Fuori, barbari dai pensieri di rapina, e dalle mani
sanguinose! — Fuori i barbari fu il grido di Giulio II e adesso lo sia
di Pio IX. Esultate! la misura dell'ira di Dio fu trovata colma di
lacrime e di sangue. Esultate! le vostre prove, o fratelli, finirono —
imperciocchè qui fosse imitato Cristo, qui Giovanni, qui le Madri i
dolori della Madre Maria sopportassero. — Il giorno del riscatto è
vicino. — Gloria a Cristo redentore padre degli uomini liberi e felici.
Amen.


FINE.



Quando la mano di Dio scrive nel volume della Storia dei popoli, gli
eventi corrono con le penne del fulmine. Le madri lombarde a questa ora
ebbero vendetta, e la madre dei Bandiera placata abbraccia adesso nella
schiera dei martiri le anime de suoi figliuoli, diventate cittadine dei
cieli.


NOTE:

[1] Il cavaliere don Paolo dei Pelliccioni fu famosissimo bandito di
cotesti tempi: le sue avventure e il suo fine sono tali, da formare
argomento di tremenda tragedia.

[2] Filippo il Macedone avendo ricevuto in un giorno stesso le notizie
della nascita del figliuol suo Alessandro, della vittoria dei suoi
cavalli nei giuochi olimpici, e della rotta data da Parmenione
agl'Illirii, esclamò: «O Giove! dopo tre grandi contentezze piacciati
mandarmi qualche disgrazia leggiera». _Plutarco_ in Alessandro.

[3] Che la passione veemente dell'anima faccia forza al corpo impedito
ed ostruito non pure per caso, ma per natura altresì, la storia ce ne
somministra nobilissimo esempio nel figliuolo di Creso; il quale,
quantunque muto per natura, vedendo un soldato di Ciro in procinto di
ammazzare suo padre, recuperò ad un tratto la favella, e disse: «Ferma,
soldato, tu uccidi Creso». _Erodoto, Storie, Lib. I, 85._

[4] Riccardo Cuore-di-leone, quando fu morto suo padre Enrico II, che lo
aveva maledetto, si fece a contemplarne il cadavere. Giuntogli appresso
gli scoperse la faccia, e s'inginocchiò accanto al letto per recitargli
sue preci; senonchè appena ebbe appoggiata la testa ai lenzuoli si levò
in piedi, uscì precipitoso dalla stanza e non comparve più. _Thierry,
Storia della conquista dei Normanni tom. 3. p. 170._

[5] Questa fu sentenza di Cristoforo Colombo; e mentre così diceva non
iscopriva l'America.

[6] Nell'alchimia gli esperimentatori proponevansi due fini: quello di
trovare l'oro, e l'altro di rinvenirlo potabile, il quale avesse virtù
di ringiovanire e prolungare la vita. Il fatto del vaccaio di Sicilia,
che ai tempi del re Guglielmo trovò sotto terra un fiasco di oro
potabile, e bevutolo tornò giovane, viene referito da Rogero Bacone.
_Opus maius_, p. 409. I Templari si proponevano simbolicamente la
ricerca del _graal_, o coppa di oro, che raccolse il sangue di Gesù
Cristo, la quale aveva due singolari virtù: di prolungare di 500 anni la
vita a coloro che la guardavano, e di far morire quelli che vi si
accostavano, meno i fanciulli. _Michelet, Storia dì Francia, tom. 3.
pag. 130._

[7] Intorno all'arguzia di esercitarsi a sostenere il tormento della
corda per non confessare il delitto leggasi il seguente curiosissimo
caso, accaduto nel secolo stesso in cui cadde il fatto dei Marchesi
Massimi; anzi pure in questa, medesima via Ghibellina, dov'è posto il
Carcere delle Murate; dentro il quale, mercè il senno e la bontà altrui
da parecchi anni dimoro: «Intorno all'anno 1570 viveva in Firenze un
nostro concittadino chiamato Vincenzo di Zanobi Sarselli in apparenza
buona persona, benchè come dimostrò la esperienza nutrisse nell'ànimo
pensieri diabolici; dissi in apparenza buona persona, perchè udii già
dire da un vecchio detto Giulio Ruoti, che circa 25 anni sono morì di
età di più di 80 anni, che lo haveva molto ben conosciuto, frequentava
le compagnie particolarmente quella di San Niccolò, detta del Ceppo,
nella quale (per quanto diceva il medesimo Ruoti) il Sarselli mai non
entrava se non si poneva in ginocchioni a ginocchi nudi, siccome nelle
pubbliche processioni voleva essere quello, che portava il crocifisso;
insomma faceva ogni estrinseca, et apparente divozione di pietà, et anco
ho sentito da persone degne di fede, ch'egli da giovine si trattenesse
in bottega di un mercante d'arte della lana nella quale s'impiegavano in
quei tempi le persone civili, e ben nate. Con tale occasione
s'intrinsecò familiarmente in una stretta amicizia con un giovane
parimente lanaiolo chiamato Matteo di Bartolommeo Santini persona
civile, e di buona gente. A questa coppia si aggiunse per terzo un
homaccetto di bassa estrazione, il nome e cognome del quale non ho
potuto rinvenire, ma persona di mezza tacca, come dire donzello, o
servente di uno dei nostri magistrati, o simile; e però dovendolo io più
volte nominare nel progresso di questo discorso lo chiamerò lo
Incognito. Trovandosi dunque del continuo insieme questo terzetto di
amici a cene, a giuochi, in casa di femmine e altrove, sì come in tutte
le allegrie di spesa, che essendo eglino poveri compagni non solo con
tenue patrimonio, ma piuttosto di quelli, che vivevano con la propria
fatica, et industria: questo modo di vivere gli messe nella necessità
dopo qualche tempo di pensare, non avendo essi come potessero fare, a
valersi di quello di altri per continuare nella loro dissoluta vita.
Onde il Sarselli, ch'era tra loro il più vecchio, e di maggiore
autorità, una volta, che uno di loro si lamentava di non havere denari
disse: a chi ha cervello non mancano mai denari, a me non ne sono mai
mancati, e non ne mancheranno ancora a voi, se farete a mio consiglio,
et interrogato da loro del modo di trovare con tanta facilità, con la
qualità dei discorsi si aperse loro liberamente essere già un tempo, che
egli quando in un modo, quando in un altro, industriosamente involando
ad altri quello, che gli bisognava non solo per la necessità, ma per le
voglie, e capricci ancora, e per mostrare, che ciò non fosse errore, o
almeno molto leggero, come quello, ch'era un bel parlatore e pronto di
lingua aggiunse a loro il seguente discorso: — Iddio e la natura che
fanno ogni cosa bene, e niente operano indarno hanno messo in questo
mondo per benefizio, e comodo del genere umano questi bene detti di
fortuna perchè chi si ha di bisogno se ne pigli, e quelli, che si hanno
più di noi non gli hanno per altro, se non perchè essendo stati più
valenti uomini degli altri si sono presi la loro parte, e la nostra, di
maniera, che il privarli di qualche particella non è torre loro, ma egli
è bene il modo di tornare a riavere qualche cosa del nostro. — Con
questi et altri discorsi mettendosi la cattività in ischerno fece a poco
a poco sdrucciolare nella infamia et in un mare di scelleraggini quei
due poveri giovani, i quali perduto in tutto e per tutto la faccia, e la
vergogna assuefacendosi a poco a poco a torre quello degli altri, e
passando dalle bagatelle alle cose grandi, e dalle grandi alle maggiori,
divennero i più fini ladri del mondo, nella quale perfidia, e mal modo
di vivere imperversarono tanto, che tutti alfine, chi in un modo, chi in
un altro, si ruppero finalmente il collo. Era il Sarselli tristo, e come
tale, considerato quello, che a lungo andare gli poteva intervenire, per
armarsi ad ogni colpo di avversa fortuna fece un giorno ai suoi compagni
il seguente ragionamento: — Non è dubbio, fratelli, che se i birri non
guastassero, quello che abbiamo tra le mani non sarebbe il più bel
mestiere del mondo, ma perchè tanto va la gatta al lardo, che ci lascia
lo zampino; io stimo necessario per regola di buon governo lo andarci
preparando a tutti quei travagli, che noi possiamo verosimilmente
incontrare per poterci in ogni caso schermire dai pericoli, che portano
seco quell'imprese, che noi giornalmente intraprendiamo, e per
dichiararmi meglio voglio dire, che non sarebbe gran fatto, che una
volta, o alcuno di noi desse nella rete, o parlasse in prigione; in
questo caso bisogna darci ad intendere di avere ad essere trattati con
quei rigori, che è solita la Giustizia con i delinquenti, e perchè ho
sentito dire, che la corda è la regina dei tormenti, et il più comune et
usato mezzo del quale la Giustizia si serve per cavarne dei rei la
confessione dei loro delitti, sarei di parere, che noi sperimentassimo
una volta in noi medesimi questa sorta di patimento per potere poi in
ogni caso resistere, e salvarci, e quando a voi paja di applicare a
questo consiglio, e di metterlo ad esecuzione, io ho un luogo assai
comodo e facile in casa mia dove se io non voglio non può entrare altri,
che me: qui di notte tempo entreremo provvisti degli ordigni necessari,
e senza che nessuno possi osservarci eserciteremo le nostre persone in
questo cimento. — Piacque questo consiglio al Santini et allo Incognito
et non andò molto tempo, che lo misero in pratica, perchè adunati una
notte in casa del Sarselli, che abitava in quel tempo in _via
Ghibellina_ in una casetta (credo di certo Menchi) posta quasi allo
incontro di via Buonfanti ove era una cantina assai solitaria separata
dall'abitato della casa, ov'egli aveva accomodato una carrucola con il
suo canape ad una campanella di essa volta, e quindi ritirati loro tre
soli a qualche ora stravagante della notte spartirono le cariche facendo
uno da Giudice esaminatore, uno da reo, e l'altro faceva da famiglio, e
tirava su e teneva il canape al quale il reo era attaccato e sospeso, e
così cangiando ogni sera ciascuno di loro lo uffizio toccava una volta
per uno a fare tutte le sue parti. Questo esercizio ebbe per alcuno di
loro un fine molto diverso di quello, che essi supponevano, perchè
osservando il Sarselli, che lo Incognito non reggeva al cimento con la
medesima forza, che reggevano gli altri, gridò una notte per la
impazienza del dolore mentr'egli lo teneva sospeso per la corda: —
calatemi, che io lo dirò — il Sarselli mentre, che a poco a poco lo
calava dato di occhio al Santini, il quale faceva da esaminatore, posto
che fu lo Incognito in terra fingendo sciorgli le mani dalla fune
gliel'avvolse al collo, e con lo aiuto del Santini lo strangolò, e lo
avvolsero in un pezzo di rascia, e postolo uno di loro sopra le spalle,
e l'altro facendogli scorta, camminarono di buon passo per la via dei
Buonfanti, e lo portarono nei chiostri di Santa Croce, ch'è tra la
chiesa, e il convento, e corrisponde alle scalere, giacchè la porta di
quel chiostro stava in quel tempo tutta la notte aperta, e quivi entrati
posero quel cadavere così involto in una delle sepolture, che sono nel
medesimo cimitero, e poi serrata la detta sepoltura se ne tornarono alla
casa loro con la medesima quiete come se fossero tornati da una cena
etc. etc. Arrestati per sospetto, e torturati, Sarselli tenne fermo,
Santini confessò, allora anche il primo dopo avere patito nuove torture
palesò ogni cosa; — furono impiccati ec.» _Morbio, Storia del Municipii
Italiani_ — Firenze — pag. 29 e segg.

[8] Gl'Inglesi avevano già incominciato ad usare di questa bevanda,
chiamata _acquavite_ o _acqua arzente_, nella guerra dei Paesi Bassi nel
1581, dandola ai soldati per infondere loro coraggio, e confortarli dai
fastidii e dai danni ch'essi pativano a cagione della umidità.

[9] Il mal caduco, o epilessia, chiamavasi in cotesti tempi _benedetto_,
ed anche _mal comitale_.

[10] _Descuret_ nella _Medicina delle passioni_, al Titolo delle
passioni dominanti, narra di uno avaro caduto in frenesia, guarito da
Celso mediante lo annunzio di molte successioni ereditate; — _e di una
avara caduta in letargia rinvenuta per virtù di uno scudo nuovo messole
in mano_; — finalmente di uno avaro in istato di _coma_ da ventiquattro
ore, rinvenuto udendo il rumore della scrivania aperta dai figliuoli,
onde trarne danaro per le spese.

[11] Coll'opera di una moltitudine di schiavi fecero a forza voltare il
corso del _Busentino_, piccolo fiume che bagna le mura di Cosenza. Nel
letto vuoto scavarono il sepolcro reale, empiendolo con le splendide
spoglie e i trofei di Roma: quindi si fecero tornare le acque nel nativo
canale e restò per sempre celato il segreto posto in cui fu depositato
il cadavere di Alarico con la inumana strage degli schiavi che si erano
impiegati nello eseguire questa opera. — _Giornandes, De reb. Getic. c.
30 p. 634_, citato da _Gibbon, Storia della decadenza dello Impero
Romano_.

[12] Questo esempio di tremenda ipocrisia non è solo nella storia degli
uomini. Giovanni senza paura, duca di Borgogna, fece ammazzare a
tradimento il duca di Orleans; ed alle sue esequie teneva un lembo del
tappeto mortuario, e piangeva con gli altri. — _Michelet, Storia di
Francia, tom. 4. pag. 160._

[13] In Livorno fu un pinzochero ignorante, il quale confortava il padre
moribondo con queste parole: «Lei, signor padre, pensi a morire, che io
penserò a mandarla in paradiso.» Infatti egli logorò il suo patrimonio
in messe e funerali, e morì povero lasciando i figliuoli mendichi. — È
nota in Toscana la storia dello Ammannato, celebre scultore fiorentino,
il quale, facendo il calcolo di vivere fino ad una certa età, si serbò
tanto da campare da par suo, e l'altro suo avere donò ai reverendi Padri
Gesuiti. Ora i suoi calcoli andarono falliti, ed egli si trovò a vivere
oltre la previsione. I Padri donatarii non aborrirono, secondo l'antico
loro costume, di lasciarlo andare mendicando per le strade, dove levava
una voce di lamento, che diceva: «_Date un quattrino al povero Ammannato
— A cui mancò la roba, e crebbe il fiato._»

[14] Anche di recente lessi sopra i giornali casi di ustione spontanea
per ebbrezza. _Lavi, Monografia ec._ racconta il seguente fatto. — Nel
1828, a istanza del Commissario di Polizia, visita nella sua qualità di
medico una vecchia di 65 anni, perdutissima a bere liquori spiritosi. La
stanza esalava fetore empireumatico, i vetri delle finestre erano di un
colore più o meno rossastro, i muri coperti d'acqua crassa; — il
cadavere era ridotto ad una massa informe carbonizzata, come un pane da
quattro libbre; il petto e l'addome erano spariti, l'estremità eransi
appressate alla testa, la quale toccata appena andò in cenere; la cuffia
era intatta. Cotesta femmina soleva bere un litro di acquavite, e due
bottiglie di vino al giorno; e non era troppo. — Il subito trapasso da
un'alta ad una bassa temperatura è motivo di subitaneo sviluppo della
combustione.

[15] Questa ultima parte di predica udii io stesso; e non può negarsi
che il buon frate non adoperasse lo epiteto di _pentita_ alla mano, con
più sagacia del Minzoni nel sonetto «Quando Gesù con l'ultimo lamento»
(famoso _nelle scuole dei reverendi Padri Gesuiti_) là dove dice: «Con
la _pentita_ man fe' strazio ed onte». — Rincresce veramente nel vedere
come quel grande intelletto di Ugo Foscolo si confonda a criticare la
_pentita man_ del povero Minzoni: pare Domiziano, che si sollazzi ad
uccidere le mosche col romano pugnale.

[16] Questa lettera, e le sette che seguono, mancano nell'originale
della data.

[17] Nell'originale la lettera manca della data; ma sopra di essa vi è
il bollo dell'ufficio postale di Firenze, in data del 14 settembre 1859.



INDICE


  PREFAZIONE                                         Pag.   5

  La vendetta paterna

  § I. Orazio, come tutti i personaggi di romanzo,
  prima ricusa a raccontare, e poi racconta; però
  che diversamente non si stamperebbe la storia       »    21
  § II. Le Terzettate                                 »    25
  § III. La Maledizione                               »    36
  § IV. Don Marcantonio Massimi                       »    40
  § V. Don Luca Massimi                               »    49
  § VI. Don Mario Massimi                             »    79
  § VII. Don Severo Massimi                           »    90

  Lettere inedite

  A Ferdinando Bertelli                               »   115
  A Ersilia Bertelli sposa                            »   116
  A Teresa Bertelli nata Guerrazzi                    »   119
  A Ersilia Bertelli                                  »   120
  A Teresa Bertelli                                   »   122
  A Ersilia Bertelli                                  »   126
  A Ferdinando Bertelli                               »   128
  A Emilia Bertelli                                   »   130
  A Ersilia Bertelli                                  »   132
  A Ferdinando Bertelli                               »   133
  A Ersilia Bertelli                                  »   135
  A Teresa Bertelli                                   »   138
  A Ersilia Bertelli                                  »   138
  A Ferdinando Bertelli                               »   141
  A Teresa Bertelli                                   »   143
  A Ersilia Bertelli                                  »   145
  A Teresa Bertelli                                   »   146
  A Ferdinando Bertelli                               »   147
  A Ersilia Bertelli                                  »   149
  A Ferdinando Bertelli                               »   160
  A Ersilia Bertelli                                  »   161
  A Emilia Bertelli                                   »   168
  A Ferdinando Bertelli                               »   170
  A Ersilia Bertelli                                  »   177
  A Ferdinando Bertelli                               »   180
  A Cesare Stiavelli                                  »   186

  Predica per il Venerdì Santo

  PREFAZIONE                                          »   193
  Predica per il Venerdì Santo                        »   197



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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