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Title: Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi" ***

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   [Illustrazione: F. D. Guerrazzi — Da un ritratto in Fotografia —
   Luglio 1851.]


  APOLOGIA
  DELLA
  VITA POLITICA

  DI F.-D. GUERRAZZI


  SCRITTA DA LUI MEDESIMO.



  FIRENZE.
  FELICE LE MONNIER.
  1851.



AVVERTENZA.


Le agitazioni popolari trasmodando in Italia nel 1848, siccome avviene
in tutti i movimenti politici, tenevano inquieti gli animi delle classi
più agiate, tanto più insofferenti di tumulti quanto meno abituate alla
vita politica degli Stati liberi.

La Toscana, agitata anch'essa, sperò maggior quiete nel Ministero
del 26 ottobre; e comunque il desiderio si spingesse oltre il
possibile, tuttavia la parte più intelligente e spassionata riconobbe
singolarmente in F.-D. Guerrazzi l'uomo che il ristabilimento
dell'ordine voleva e si adoprava per conseguirlo.

Penetrato dei suoi doveri di Ministro Costituzionale, egli pose rara
solerzia nel conciliare lo elemento democratico con il Principato
Rappresentativo, al quale ebbe l'ossequio e l'affetto che quei doveri
e la sua coscienza gl'imponevano.

Penetrato del bisogno di dare alla Italia la sua Nazionalità, secondò
con ogni sforzo in questo fine santissimo i chiari voleri del Principe,
e si adoprò ad un ingrandimento dei singoli Stati entro i limiti del
possibile.

Lasciati varii Stati, ed il nostro fra questi, a loro stessi nel 1849,
in un momento nel quale sarebbe stato forse più che in altri tempi
necessario ogni sforzo dei Poteri costituiti a risparmiare disastri,
tutti gli uomini intelligenti e spassionati si congratularono che vi
fosse al Governo cotesto Uomo, il quale, lottando vivamente con le
irrompenti moltitudini, e gl'impeti furiosissimi degli estremi Partiti,
impedisse i gravissimi danni che minacciavano.

Ad esso, al suo non comune coraggio, alla non comune intelligenza sua
nelle cose politiche, si attribuiva la salvezza del Paese.

Ed invero, riavutosi dallo stupore del non aspettato abbandono del
Principe, egli non risparmiò nè fatiche nè vigilie, nè schivò pericoli,
per salvare il Paese dalla guerra civile e dall'anarchia, nelle quali
cotesto avvenimento fu per gettarlo.

Venne restaurato l'antico Governo, e la Commissione Municipale sembrò
che per un momento riconoscesse i benefizii da lui resi al Paese e
allo stesso Governo ch'essa restaurava: se non che, fatto di poco più
stabile l'antico ordine politico, i benefizii andarono dimenticati,
anzi furono compensati con un Carcere di Stato, e poi con una accusa di
Perduellione!

Alla voce della coscienza pubblica fu anteposta la querela di certo
officiale di polizia, oscuro e peggio (ora processato per falsità, e
dichiarato di perdutissima fama[1]), il quale divenne l'attivo agente
nella compilazione di un Processo giunto ormai alla mostruosa mole di
dieci grosse filze e varie migliaia di pagine.

Così l'Uomo di chiara fama letteraria, e del quale Italia, non che
Toscana, si onora; l'Uomo che con esporre vita e salute riuscì a
salvare il suo Paese, era costretto a difendersi ed a lottare nella
fangosa arena dei Processi Criminali; conflitto diseguale, sostenuto
per una parte dall'Accusato chiuso in strettissimo carcere con la
smarrita o confusa memoria dei molti fatti che in mezzo al trambusto
popolare erano avvenuti nell'Amministrazione Governativa, costretto a
rendere conto dei mezzi esaminati singolarmente, senza che gli venisse
apprezzato il fine raggiunto; dall'altra, dal tristo Accusatore libero,
e forte di mille braccia che facevano a gara per sovvenirlo.

Venuti a fine, dopo ben 25 mesi, la immane mole del Processo ed i
lavori dell'Accusa, fu il tempo del difendersi. Comunque lo intiero
Processo dovesse compilarsi per gli ordini del Senato, era almeno
a sperarsi che, se ciò non era stato osservato, almeno il giudizio
dovesse rinviarsi a quella suprema Magistratura. Ma non fu così: fin
qui i veri Giudici sono stati negati, e conviene rispondere ad atto
di Autorità incompetente. Primo elemento della Difesa dovevano essere
i Documenti degli Archivii Ministeriali, dai quali agevolmente si
sarebbe conosciuto come il Prevenuto si fosse comportato nella sua
amministrazione. Conveniva esaminarli e fare, siccome l'Accusa aveva
fatto, la scelta degli utili allo assunto. Quei Documenti sono stati
fino a qui negati: speriamo non lo saranno in avvenire, se pure le armi
dovranno essere pari tra l'Accusa e la Difesa.

Intanto l'Accusa non potendo dissimulare a sè stessa qual fosse la
generale opinione in questo Processo, pubblicava il frutto delle sue
peregrinazioni agli Archivii ed alle case dell'Imputato, in un grosso
Volume a stampa. Fin qui non era avvenuto in Toscana che si rendessero
di pubblica ragione Atti dei Processi Criminali prima della Sentenza;
nè trovo che altrove cotesto sistema costumasse. Convenne quindi
contrapporre alcun lavoro che stesse a distruggere le idee inesatte che
il confuso Volume potesse far nascere.

E questo parve al Prevenuto diritto e debito fare da sè stesso in
rispetto della Patria, degli amici, e di sè: ond'egli dette mano al
presente lavoro, aiutato dai Documenti medesimi dell'Accusa e da altri
pochi raccolti.

Comunque io vada persuaso che questa Memoria soverchi all'uopo di
ribattere l'Accusa, tuttavia io credo per obbligo di ufficio dovere
apprestare sollecitamente altri lavori sui deposti testimoniali, e
preparare poi nuove prove (e tra queste i Documenti degli Archivii che
ci verranno concessi) per il pubblico dibattimento, affinchè l'alta
Magistratura, sola legittima a giudicare di questo Processo, possa con
maggior sicurezza, se non riparare i danni di una carcerazione spinta
ormai al ventinovesimo mese, rendere almeno allo Accusato quel compenso
di lode, al quale la rettitudine delle sue intenzioni, i sacrifizii
e le pene consumate pel pubblico bene, la evidenza dei fatti e delle
prove che li accertano, gli danno inoppugnabile diritto.

  _Settembre 1851._

                                                    AVV. TOMMASO CORSI



INTRODUZIONE.

                              E chi oserà rispondere NO
                              alla ribellione nei primi momenti di
                              furore, fra i saturnali della non
                              isperata onnipotenza?

                                           BYRON. _La Isola_, § V.


Me accusano di tradimento: e tale apposero accusa anche a Focione;
e condottolo a bere la cicuta, i suoi nemici non riputarono averne
vittoria intera, finchè non fecero decretare, che il suo corpo fosse
gittato fuori dei confini dell'Attica, e nessuno Ateniese si attentasse
a somministrare fuoco pei suoi funerali. Per la quale cosa non vi fu
alcuno dei suoi amici che ardisse di pur toccare il cadavere infelice:
solo un certo Conopione, uomo plebeo, notte tempo, recatoselo sulle
spalle, lo trasportò al disopra di Eleusina, e tolto il fuoco dal
territorio di Megara, abbruciollo. Una donna megarese, assistendo
ai funerali, formò un tumulo vuoto, e versovvi sopra i libamenti, e
postesi le ossa in seno portossele a casa, e le seppellì accanto del
focolare, dicendo: «_O lari amici, io depongo appo voi queste reliquie
di un uomo dabbene. Voi restituitele poscia ai sepolcri dei di lui
antenati, quando gli Ateniesi fatto abbiano senno_.» Per verità,
non andò guari che le loro faccende medesime fecero conoscere agli
Ateniesi quale sopraintendente, e custode della temperanza e della
giustizia avessero perduto, e gl'innalzarono una statua di rame, e ne
seppellirono le ossa a pubbliche spese.[2]

In due cose soltanto io presumo paragonarmi a Focione: nello amore
della temperanza e della giustizia, e nei patimenti di persecuzione
acerbissima; anzi, se bene io considero, nei patimenti, parmi superarlo
di assai, imperciocchè la morte sia termine di tutta angoscia, e
rivendicazione di vera libertà; ma io sento da oltre due anni il
sepolcro, e nonostante vivo. Vivo per vedere le miserie della patria
dolcissima; vivo per udire il lamento dei travagliati, che mi percote
fin qua; vivo per considerare la mia famiglia dispersa come foglie di
un arbore maledetto, e i miei nepoti orfani per la seconda volta, senza
consiglio e senza guida nel più arduo periodo della vita, lontani dalla
patria e da me; vivo per sentirmi consumare viscere e cervello da una
lima, che lenta e continua sperpera la mia esistenza in minutissime
particole come limatura di ferro. — Orribile strazio d'intelligenza
non nata a intisichire nel carcere! Io quando mi volto a dietro per
considerare lo spazio di tempo percorso durante la mia prigionia, mi
spavento meno della sua lunghezza, che della inerzia alla quale ebbe ad
accostumarsi la mia anima per sopportarla.

Nè questo è tutto: comunque sepolto, io ho udito convenire sopra la
lapide, che mi hanno messo sul capo, gente di ogni maniera a scagliarmi
anatemi di calunnie atroci e codarde. Quanto le fazioni raccolgono
di più frenetico, la ignoranza di più insensato, la perfidia di
più velenoso, il truce furore di parte ha fatto bollire nella empia
caldaia delle streghe di Machbetto per consumarmi non pure la vita del
corpo, ma eziandio la fama, ch'è la vita dell'anima. Oh! certo colui
che primo impiegava il ferro a fabbricare le penne ebbe il tristo
presagio che farebbero obliare un giorno gli stessi pugnali; ed io
l'ho provato! Veramente nella rabbia della persecuzione _i bravi della
penna_ avventando colpi vennero a percotersi di mutue ferite; ma chi
ha rilevato i turpi assurdi, o le sanguinose contradizioni? Nessuno.
Nuovo esempio del come gli uomini si mostrino troppo più operosi nel
male che nel bene. Però, assai meglio dello iloto ubriaco a persuadere
nel fanciullo spartano lo amore della temperanza, gli odierni
saturnali delle fazioni varranno a confermare nei nostri figliuoli lo
abborrimento della calunnia codarda. Se così avverrà, come spero, non
mi dorrò, che il mio capo sia stato segno di scellerate imprecazioni,
quasi vittima espiatoria consacrata agli Dei infernali.

Se le furie politiche, dopo avermi strascinato nel tempio della
Giustizia, si fermeranno sopra la soglia, io entrerò pieno di speranza,
e toccherò l'altare, e l'altare mi proteggerà: se all'opposto, e
Dio disperda lo augurio, invadendo esse occupassero il seggio dello
Accusatore e dei Giudici, io sarei perduto, è vero, ma andrebbe meco
perduto il sociale consorzio, imperciocchè quando la procella delle
passioni sconvolge anche i Tribunali, un secondo diluvio allagherebbe
la terra; — e per questa volta senz'arca di Noè.

Vi furono giorni sopra la terra, nei quali il più forte ascoltò per non
credere, e il debole parlò per non persuadere.... Ma in quei giorni la
Giustizia nel vedersi percossa dai suoi sacerdoti si velò la faccia, e
cadde ai piedi del simulacro della Vendetta!

Leggo nei libri triste sentenze, che dicono, come sopra la porta
dei processi politici, del pari che su quella dello Inferno, stia
scritta la minaccia: _uscite di speranza, voi che entrate_. Gravi
scrittori ammoniscono, i giudizii politici proporsi a scopo non già
la investigazione del vero, ma la condanna del prevenuto. Non mancano
persone, che visitandomi nel carcere si studiarono persuadermi essere
ogni difesa vana, ormai il mio destino fissato; dovermi rassegnare ad
ottenere giustizia dopo la morte. La storia di Giobbe mi ha accostumato
a sopportare in pace siffatta ragione di confortatori. — Io non
li credo: costoro oltraggiano la natura umana: gli uomini commossi
dallo spettacolo di molte iniquità hanno talora espresso una sentenza
generale, ma cotesto fu impeto di passione, non discorso della mente.
La ira di Dio non può tanto essersi accesa contro di noi, da toglierci
ogni anima onesta, ed amica di virtù. In qualche orecchio si fa sentire
ancora il divino precetto: _diligite justitiam qui judicatis terram_.
Che io poi creda così, lo provo con lo accingermi, malgrado i vani
terrori, a dettare con animo tranquillo questa mia difesa.

La Legge, o il costume forense, indulgendo alla umana debolezza,
consentono al condannato da una sentenza di maladirla tre giorni.
Questo privilegio dato dalla pietà al dolore, comecchè ingiusto, è
misera cosa, ed io lo disprezzo. Intendo a scopo più nobile, ed uso
del diritto di agitare la mia causa davanti al tribunale della pubblica
opinione. Nessuno, per potente che sia, o si estimi tale, può opporre
la declinatoria a questa suprema magistratura: nessuno può mandare
satelliti a chiuderne le sale, però che essa tenga le sue sedute
nella coscienza degli uomini; non abbia uscieri, nè cancellieri, nè
soprastanti, ma commetta lo adempimento dei suoi decreti nelle mani
della Provvidenza; e questa, lenta talora, inevitabile sempre, gli
manda ad esecuzione.



CONSIDERAZIONI GENERALI.



I.

Metodo adoperato dall'Accusa.


Con maraviglia pari al dolore io vidi praticato dal Decreto della
Camera di Consiglio del 10 giugno 1850 un metodo apertamente nemico
agli acquisti della civiltà, agli insegnamenti della scienza, e ai
dettati di pubblicisti gravissimi. Mi confortarono a meglio sperare in
giudici più esperti, ed io sperai; ma il Decreto della Camera delle
Accuse del 7 gennaio 1851, per _ammenda_ ai falli commessi, aggiunse
dottrine ricavate dalle leggi imperiali, quando la tirannide, spenta la
libertà, sospettò dei cenni, convertì in delitto i sospiri, e, credendo
gittare eterne le fondamenta alla _mala signoria_, scavò la fossa
alla virtù latina, e apparecchiò la strada al trionfo dei Barbari. Il
Decreto cita autori del secolo di oro dei carnefici, che salutavano
la tortura regina delle prove; allega voti di tempi per ispietata ira
di parte maledetti nei quali (orribile a dirsi!) qui.... in Toscana
furono visti cannibali usciti dallo Inferno lacerare umane carni,
arrostirle, e divorarle!! Io per me ho fede che se i gentili Toscani
hanno letto cotesto Decreto, devono essere corsi sbigottiti al lunario,
per consultare se nel 1851 dalla nascita di Cristo noi fossimo, o in
quale altro secolo ci trovassimo stornati.

L'Atto di Accusa del 29 gennaio 1851 per _ammenda_ ha raccolto le
briciole cadute al Decreto del 7 gennaio, quando mi spartiva il
pane dell'amarezza, e me le ha riposte sopra la mensa. Insomma,
io vedo a prova, che questo solco quanto più si produce più si fa
dolente. E poichè le mie parole, trattandosi di causa propria, non si
concilierebbero autorità, e come dettate da passione, non da ragione,
andrebbero screditate, così a me giovi mettere il metodo tenuto in
cotesti documenti a confronto delle dottrine di tale uomo, che la
Europa stima, ed è rigido cultore del governo costituzionale stretto.

I Decreti e l'Atto di Accusa tessono una storia di fatti generali
(quanto veri essi sieno ed esatti, qui non importa discorrere),
e composta così la cornice v'incastrano dentro uomini diversi,
anzi contrarii, e perfino sconosciuti fra loro, e opere disparate,
independenti l'una dall'altra, e cospiranti a fini profondamente
disuguali. Poi scendono a fatti speciali, senza però abbandonare
i generali, imperciocchè i primi si dichiarino _più culminanti_,
lasciandone incerti da cui ti debba guardare, da cui no. Così la Difesa
procede incerta, non sapendo da quale parte pararsi; e mentre adopera
le sue forze in un punto, corre pericolo di trovarsi assalita al fianco
e alle spalle. Arti di duellista paiono coteste, non di giudice.



II.

Giudizio del Guizot sul metodo adoperato dall'Accusa.


«Questo sistema, scrive il Guizot,[3] fu adoperato nel 1678, e fino
di allora venne _meritamente aborrito_, nella Inghilterra contro i
cattolici dietro le denunzie di Tito Oates di cui parla a lungo lo
storico Hume.» Hume poi discorrendo di cotesti tempi così racconta:
«Proseguirono i processi ai pretesi colpevoli, e le Corti di Giustizia,
luoghi che dovrebbero andare scevri da ingiustizia più che le stesse
assemblee nazionali, si fecero conoscere elleno pure contaminate dalla
rabbia dello spirito di parte, e da prevenzioni.»[4]

«E sono accuse fabbricate sopra fatti generali quelle che comprendono
ora lo stato di un paese, e il cumulo delle pubbliche disposizioni
in certi tempi, e ora una serie determinata di casi che spaventarono
il potere, o svelarono un pericolo urgente: qui si trattengono sul
contegno e sui fini di un partito, altrove su la tendenza di tale
o tale altra opinione, che conta maggiore o minore copia di amici e
difensori. In Inghilterra sotto Carlo II erano fatti generali i partiti
repubblicano e cattolico, la paura del popolo pel papismo del duca
di York, gli sforzi della opposizione parlamentaria; in Francia sotto
Enrico IV le diffidenze della Lega e del protestantismo, e lo agitarsi
dei gesuiti.» Fatti generali sono da noi le cospirazioni manifeste o
palesi del partito repubblicano per ridurre a forma repubblicana la
massima parte della Europa, e tutta potendo; le mene bene altramente
minacciose di sovvertire lo intero ordine sociale. «Non è giustizia
(sempre il Guizot favella), ma persecuzione politica, quella che
immagina una congiura indipendentemente da ciò che si referisce agli
accusati, che prova con una moltitudine di fatti ai quali gl'imputati
sono estranei del tutto, di cui non hanno cognizione, e in cui essi non
si trovarono. Non è giustizia, ma politica persecuzione, la raccolta
dei fatti fuori dell'accusa speciale intesa a costruirne uno edifizio
capace di percuotere la immaginazione, e mostrare fra mezzo un dedalo
di confusione e di oscurità il delitto sprovveduto di forme individuali
e precise, e poi dire: _ecco, il fatto è certo, congiura vi fu; adesso
predico, che questi uomini se ne resero colpevoli_. — Ecco come la
tirannide (parla sempre il Guizot) adopera i fatti generali, quando non
potendo trovare il delitto negli uomini va a cercarlo da ogni lato per
metterveli dentro. — Questa pratica equivale _al gettare lunga rete,
e a strascinarla per largo tratto di mare pescando tutti i mezzi per
nuocere_. In questa guisa tutte le tristi passioni, tutte le vecchie
diffidenze dei partiti, tutti i ciechi errori sono evocati, e diretti
contro un punto solo. Ed è arte iniqua prendere uomini onorati, e
di chiara fama, e metterli a canto di uomini perduti nella pubblica
estimazione, quasi per fare riflettere sopra loro la luce sinistra
che emana da questi ultimi. Pervertimento deplorabile, conciossiachè
avvenga per lo appunto il contrario, che i buoni non iscemino di
reputazione, e i cattivi al confronto dei buoni vengano ad acquistare
una importanza, che non avrebbero mai posseduto, nè dovrebbero
possedere.»

Presago forse che i suoi precetti poco sarebbero attesi, e per
avventura nemmeno letti, con più gravi parole insiste il pubblicista
della Monarchia Costituzionale, «che fra tutte le pesti di cui la
empia virtù contamina la giustizia quella dei _fatti generali_ è la più
pericolosa: per lei considerazioni vaghe vengono sostituite ai motivi
legali; per lei la condizione dei prevenuti è snaturata così, che si
trovano immersi dentro una atmosfera oscura e dubbia, _indizio certo_
della invasione della politica sopra la giustizia, della presenza
del dispotismo, e dello approssimarsi delle rivoluzioni. — Fra tutti
i sentieri, per mezzo dei quali la giustizia entra nella via della
_iniquità_, _i fatti generali_ sono il più largo e il più fatale,
però che esso si chiuda irrevocabilmente dietro a coloro che l'hanno
passato.»

Pellegrino Rossi dettando il suo Trattato del Diritto Penale ammaestra,
che l'Accusa incolpando di tradimento i Ministri può fondarsi sopra
fatti _generali_, a differenza dei privati, pei quali forza è che
adduca fatti _speciali_. Ma, considerato quanto sia dura la condizione
del Ministro in simile caso, aggiunge ch'egli ne trova compensamento
nelle maggiori garanzie offertegli dalle _forme dell'accusa e del
giudizio, e dal tribunale eccezionale e politico dei Pari_. Pei
privati, il giudizio è più legale che politico; pei Ministri, più
politico che legale.

Ora, mercè i miei Giudici, non si concede il mio Tribunale naturale
ch'è il Senato, e si costruisce l'accusa di fatti generali. Ministro
sono pel modo della incolpazione; per quello del giudizio, privato. La
offesa è politica, la difesa deve procedere dentro le angustie delle
prove forensi. Lo Accusatore per sè usurpa la Tribuna dei Parlamenti,
me poi costringe a rispondere dallo sgabello dei comuni imputati:
per sè egli reclama le licenze della fantasia, me condanna al rigore
dell'abbaco. No, questa non è giustizia: accusa politica mi apponeste,
datemi ancora il mio Tribunale politico, — il Senato. —



III.

Esposizione dei fatti generali composta dall'Accusa.


I documenti dell'Accusa ben possono andare contenti Di questa
digression, che a lor non tocca!...

Onde non cadesse dubbio intorno al modo, ecco che il Decreto del 7
gennaio 1851 apertamente intitola _la sua rete lunga strascinata per
largo spazio di mare_ ESPOSIZIONE DEL FATTO IN GENERE (p. 2). e poi
passa agli _Addebiti speciali_ (p. 19). E, perchè il fatto risponda
alle parole, così racconta: «La Toscana non andò del tutto esente
dalle commozioni che negli anni 1820, 1821, 1832 agitarono alcune
provincie italiane, ma dalle riforme introdotte negli Stati Romani
dopo l'assunzione al pontificato di _Pio Nono_, molti Toscani presero
argomento per desiderare che si convenisse in _diritto_ il _fatto_
delle libertà toscane. Il Principe, mosso da considerazioni generali
e speciali, largiva al paese la rappresentanza nazionale; ma la
rivoluzione francese del 24 febbraio 1848 suscitò smoderate voglie in
coloro che reputavano impossibile conseguire la indipendenza nazionale
senza accettare la _forma repubblicana_; le quali voglie sempre
più si accesero dopo lo infortunio delle armi italiane, e allora si
dette opera a congreghe politiche per superare ogni ostacolo che alla
instituzione della _Repubblica_ si opponesse. I maggiori sforzi in
Toscana si manifestarono nel 1848; _giunsero al sommo dopo la sconfitta
di Novara_. Però fino _sul cadere_ del 1848 una grave e profonda
agitazione fra noi turbò _la pace e la floridezza toscane_, e ne
condusse sotto il dominio di _fazione cospirante contro la Monarchia_;
e la plebe spinta dalla fazione irrompeva allora ogni momento nelle
piazze, resisteva alle leggi, disprezzava le Autorità. I circoli si
facevano _centri di violenze_ e disordini. La stampa, tranne poche
eccezioni, travolgeva i più santi principii dell'onesto vivere civile.
Il ministero Capponi, per _ricondurre in calma la sconvolta Livorno_,
vi mandava governatore Montanelli, reputato in cotesti tempi uomo
di fede candida, e conciliatore; se non che Montanelli, _obliando
il mandato_, cresceva legna al fuoco col pubblicare la Costituente
italiana. Il ministero Capponi ebbe a dimettersi, e incaricato il
Montanelli di formare un nuovo ministero, mentre protestava devozione
alla Monarchia Costituzionale, e prometteva tenere lontano dal governo
il Guerrazzi (_creduto autore principale dei moti livornesi_),
propose tosto a suo collega quel Guerrazzi di cui _poco addietro
aveva consigliato lo arresto per fatti delittuosi, che asseriva a
lui noti, e che aveva schernito e vilipeso nei suoi scritti_. La
fazione esulta del nuovo ministero appellato _democratico_. Animata
principalmente dal Programma ministeriale del 28 ottobre 1848, che
dichiarava _preferire al silenzio per paura il trasmodamento per
licenza_, l'anarchia si fa _sempre più temuta e irresistibile_, come
ne somministrano testimonianza la violenta occupazione dei forti di
Portoferraio; la barbara orgia di Livorno per la strage del conte
Rossi, assistente il Governatore; le violenze elettorali; le offese
contro alcuni giornalisti e deputati avversi, o tali creduti, al
Ministero; la invasione del palazzo dello Arcivescovo di Firenze
costretto a esulare; le furie di una stampa empia e sovvertitrice.
— In tanto sconvolgimento, il Governo, _o complice, o impotente_, se
non rimaneva affatto inoperoso, restringeva la sua azione a _parole
e provvidenze ingannevoli_; quindi il presagio della prossima rovina
della Monarchia e dello Statuto appena se ne fosse presentata la
occasione. La Costituente proclamata dal Montanelli dava la pinta,
perigliosa com'era pel suo indefinito concetto alle Monarchie
italiane, sicchè la demagogia della Penisola l'accolse esultando e
mescendo l'acclamazione della Costituente alla strage del Rossi, e
alle violenze esercitate contro il Pontefice costretto ad abbandonare
i suoi Stati. Al quale successo deplorabile non rimase estraneo il
Ministero democratico, e particolarmente Montanelli, il quale favorì
esecrabili articoli sul _Papato_, mentre domandava affettuoso la
benedizione dal _Papa_, e spediva La Cecilia a Roma per tenere accordi
con parte repubblicana, e sovvertire la pontificale monarchia. I
faziosi, udita la notizia della romana Costituente, si commuovono e
si agitano perchè _il Ministero ne ricavi argomento_ per chiedere,
ed ottenere dal Principe l'approvazione al progetto di legge della
Costituente. Invero, nel 21 gennaio 1849 il Circolo fiorentino sotto le
Logge dell'Orgagna proclama la necessità della Costituente instituita
mercè il suffragio universale; e tumultuante trae alla Cattedrale, e
al Palazzo Arcivescovile, dove, dolenti i buoni, _inerte il Governo_,
accaddero le violenze esaltate a cielo dai giornali del tempo; nel
successivo giorno lo stesso Circolo presentava al Consiglio indirizzo
col quale chiedevasi _minacciosamente_, che per via di suffragio
universale i deputati _alla Costituente italiana_ sollecitamente
si eleggessero; e ad arte si sparsero per la città rumori, che il
Consiglio avrebbe patito violenza se la proposta del Circolo non fosse
stata senza porre tempo di mezzo discussa ed accolta. Così disposte le
cose, alcuni ministri _si condussero_ presso il Principe, e _adducendo
(arte del tempo) il pericolo d'imminenti subbugli_, e dopo molte _ore
di combattimento_, ottennero l'assenso sovrano per la presentazione
della legge del 22 gennaio 1849; nè però lo assenso fu dato assoluto,
_sibbene con riserva_ circa allo esercizio del _veto_, come si ricava
dalla lettera del Principe scritta in Siena il 7 febbraio 1849, dove
dice, che egli manifestò il dubbio del pericolo della censura, la
quale sarebbe dipesa principalmente dal mandato da conferirsi ai
deputati della Costituente. La legge fu presentata per urgenza: la
Commissione proponeva l'ammenda — che le attribuzioni dei deputati
alla Costituente italiana, e il luogo, e il tempo della convocazione
dovessero determinarsi per via di una legge successiva, — _ammenda che
se fosse stata accettata salvava i dubbii dal Principe manifestati ai
Ministri_, ma conflittata gagliardamente dal Montanelli, sostenuto _dal
tumulto delle tribune, che quasi soffocarono la discussione_, riuscì
ad ottenere il mandato illimitato sopra le cose e le persone. _La
Camera dei Senatori approva anch'essa la legge_. Il Granduca partiva
per Siena, dove la sua famiglia reale godeva _ospizio affettuoso e
fedele_, e quivi egli avrebbe potuto esercitare la regia prerogativa,
se i faziosi _non ne avessero turbata la quiete_, mal sofferendo le
accoglienze e i plausi fatti al Principe, non disgiunti da gridi contro
la Costituente. _In quei giorni la demagogia macchinava la distruzione
del Principato_, come si ricava da certa lettera del Mordini, la quale
dichiara: avrebbe provocata la dimissione del Ministero toscano tra il
_primo_ e il _cinque febbraio_, proclamato la dittatura nelle persone
di Montanelli, Mazzini, e Guerrazzi, e inviatili a Roma per _domandare
la immediata unificazione_ di fatto fra gli Stati Romani, Veneziani, e
Toscani; e quindi i Faziosi e i Partigiani della rivoluzione per mezzo
dei loro giornali, _non escluso il Monitore_, presero a prorompere in
obbrobrii e minaccie contro la fedele città: il Circolo di Grosseto
denunzia le dimostranze di affetto dei Senesi al Granduca come mene
aristocratiche, e chiede l'abolizione dell'Articolo 70 dello Statuto:
quello di Arezzo dice deplorabili i casi di Siena, impreca la vendetta
del cielo contro il partito degli Aristocratici, _propone sostenere
armata mano i liberali di cotesta città_: l'altro di Firenze per le
notizie di Siena _si dichiara in permanenza_, nomina Commissarii per
opporsi alle mene dei Retrogradi, scrive al Circolo di Siena chiedente
soccorso; stesse di buono animo, recarsi costà Montanelli, Marmocchi,
e Niccolini, i quali avrebbero posto il capo a partito ai malvagi e
agli stolti; e Montanelli infatti partiva in compagnia degli altri
mentovati, recando seco lire 1400, e Siena per la infausta presenza
loro, improvvisamente mutata, tumultuava, sicchè il Principe temendo
gravi calamità dall'approvazione della Legge, e diffidando in tanta
esaltazione del libero esercizio del veto nella Capitale e in Siena,
si allontana da questo luogo cercando altrove un asilo contro alle
violenze, protestando però di non volere abbandonare il suo diletto
paese, come apparisce dalle sue lettere ai ministri. Niccolini torna
frettoloso a Firenze a recare notizia del caso al Guerrazzi, e seco lui
si rimane _gran parte della notte_; poco dopo sopraggiunge Montanelli
_lieto in vista_, e, convocati i Ministri, deliberano adunare per
urgenza il Consiglio generale, e rassegnare lo ufficio; nè i soli
Ministri convennero nella notte del 7 all'8 febbraio in Palazzo
Vecchio, ma, invitati, ancora, Mordini, Dragomanni, e i fratelli
Mori, che usciti di là col Niccolini si conducono al convento di Santa
Trinita, e adunano il Circolo, il quale _in preferenza delle Camere
riceveva primo le partecipazioni ministeriali_; agli adunati i Faziosi
palesano la partenza del Principe, e lo vituperano; invitano il popolo,
promettendo pagamento, a intervenire pel giorno successivo a pubblica
adunanza sotto le Logge dell'Orgagna. A tutte queste operazioni non
dovè rimanere estraneo il Ministero, o _almeno alcuni di coloro i quali
lo componevano_, sì perchè lo allontanamento del Principe da Siena,
qualificato abbandono, presentava opportunità a operare la rivoluzione
per cupide o ambiziose voglie meditata da tempo remoto; sì perchè
Niccolini disse a Montazio, intenzione di Montanelli e Mazzoni essere
che il Circolo prendesse la iniziativa per la formazione del Governo
provvisorio; sì perchè il Mazzoni dichiarò, che la riunione dei Circoli
venne provocata dal Governo; sì perchè gli agitatori del Circolo
furono dal Governo confessati suoi commessi, e pagati, secondo che si
ricava dal biglietto del Mazzoni dell'8 febbraio 1849. — Gli Agitatori
per mandare a compimento i disegni macchinati nella notte, traggono
tumultuanti sotto le Logge dell'Orgagna; Mordini apre la seduta con
apparato di bandiere e di cartelli, in mezzo a curiosi e tristi pagati
poi coi danari dello Stato; quivi notificano la partenza del Principe,
la sua condotta calunniano, il suo nome vituperano, _la sua decadenza
decretano_, il Governo provvisorio proclamano, una mano di plebe
è spinta contro l'Assemblea per imporle la sua volontà. In questa
i Deputati si adunavano per udire le comunicazioni del Ministero.
Invano il Presidente Vanni, avvertito poche ore innanzi, prevedendo
saviamente i pericoli della seduta, propose la riunione del Comitato
segreto; Guerrazzi si oppone, _dicendo volere seduta pubblica; non
temesse il Presidente, perchè le disposizioni erano prese per tutelare
la libertà della discussione_; invano alcuni Deputati la proposta del
Vanni rinnuovano; invano il Presidente torna ad invitare il Ministero
a condursi nella sala delle Conferenze per tenere _tranquillamente_
una discussione preparatoria; Guerrazzi e Montanelli vi si ricusano
pertinaci. Si apre alfine la seduta pubblica. Montanelli salito
in tribuna annunzia la partenza del Principe da Siena, e legge le
granducali lettere. Non era terminata la lettura, quando il _Popolo_
da un lato irrompe _minaccioso e fremente_ nelle tribune, dall'altro
13 o 20 forsennati invadono l'emiciclo, preceduti da un cartello, dove
a grandi caratteri stava scritto: _Governo provvisorio — Guerrazzi
— Mazzoni — Montanelli_. Niccolini antesignano degl'invasori presa
la parola bandisce: _decaduto_ il Principe, le Camere _sciolte_, il
Governo provvisorio deliberato dal popolo padrone; _l'Assemblea vi
aggiunga per formalità il suo voto_: altramente guai! — Il Presidente
alla strana intimazione risponde: vietata la parola ai non Deputati;
se il popolo ha petizioni da presentare, le depositi, la Camera si
ritirerebbe, e le prenderebbe in considerazione; al che fieramente
Niccolini soggiunge: non essere quella petizione, ma comando del popolo
al quale la Camera deve obbedire. Plaudono i tristi con minaccie e con
urli; il Presidente seguito da alcuni Deputati si ritira nella sala
delle Conferenze; il tumulto continua; Niccolini salito in tribuna
legge il decreto del Circolo intorno alla decadenza del Principe.
Guerrazzi invitato per la terza volta a recarsi nella sala delle
Conferenze risponde: «_Io non mi muovo di qui perchè non ho paura
del Popolo_.» Montanelli pregato dal Tabarrini a sedare il tumulto
replica: «non è più in mia mano farlo.» Si sentono minaccie di morte
ai Deputati che si assentassero. Vanni ritorna nella pubblica sala
cedendo al timore, incussogli dal Montanelli, di guerra civile e di
strage. — Riapertasi la seduta, Guerrazzi legge il Processo verbale
dettato nella notte dai Ministri, concludendo deporre il potere _per
lasciare il paese a sè stesso_. Incomincia un simulacro di discussione
alla presenza degl'Invasori e dei Tumultuanti, dopo la quale, _sotto
la coazione evidente della forza maggiore_, la Camera delibera un
Governo provvisorio, senza determinarne lo scopo nè le attribuzioni,
nominando a comporlo le persone indicate dagli agitatori che lo
avevano imposto, e finalmente si scioglie al grido del Montanelli:
«Se Leopoldo di Austria ci ha abbandonato, Dio non ci abbandonerà!» I
Faziosi, conseguito lo intento, _conducono_ gli eletti sotto le Logge
dell'Orgagna, dove, per attestare fiducia al popolo, e confermarlo
nella presa deliberazione, arringando dicono: — fuggito il Principe,
— falso pretesto lo scrupolo di coscienza allegato, — motivo vero
il desiderio di dare luogo all'anarchia e alla guerra civile.... —
rammentasse il Popolo i suoi diritti.... Dio avere scritto sotto i
merli del ballatoio di Palazzo Vecchio la parola _Libertas_, perchè il
Popolo dopo tanti secoli vi rientrasse padrone. Ciò fatto, i Triumviri
salgono in palazzo, il Circolo _si ritira_ a Santa Trinita imprecando
a Leopoldo secondo, e _acclamando la repubblica_. Il Governo, per
mostrarsi grato ai suoi partigiani, invita per mezzo del Guerrazzi
il Circolo a tenere la sua adunanza nel salone del Palazzo Vecchio
nella sera del 9 febbraio, come di fatto avvenne, e a spese dello
Erario vi fu festeggiata la partenza del Principe, vilipeso il nome,
applaudito il Governo provvisorio, preparata la instituzione della
Repubblica; nè qui si ristette, chè, ricompensando coloro che avevano
violentato il Consiglio generale, promosse Mordini a ministro degli
Esteri, Ciofi gestatore del cartello nell'emiciclo mandato a Siena,
Dragomanni cancelliere della legazione toscana a Costantinopoli;
Niccolini ricompensato con danari (da Guerrazzi ebbe _dieci scudi_!).
Da questi fatti emergono fino di ora bastanti argomenti a convincere,
che il Governo dell'8 febbraio ed i suoi principali aderenti avevano
artificiosamente _preparata_, o per _lo meno accettata_ coi suoi
criminosi caratteri la rivoluzione, considerando abolito lo Statuto
da essi giurato, e reputandosi commessi non già a mantenere il potere
conferito alla persona del Principe secondo il _diritto universale in
casi analoghi_, ma sì a consolidare le basi della Rivoluzione.» —

Per ora basti fin qui, chè il rimanente sarà tema doloroso della
speciale Difesa.



IV.

Confronto del metodo praticato dall'Accusa con le dottrine del Guizot.


Questo metodo presenta i caratteri indicati dal Guizot? Furono
accumulati fatti a me estranei? Fui immerso dentro una atmosfera vaga
e indefinita dove non si trova la strada per uscirne? Si espose la
storia, o piuttosto la novella dello stato del paese, e delle pubbliche
disposizioni, per appuntarmela al petto? Fuori dei fatti dell'accusa
speciale non fu egli costruito uno edifizio per rovesciarmelo sul
capo? Ebrei con Sammaritani mescolaronsi o no? La Chimera favolosa
non si doveva vedere ridotta a verità nei Documenti della Accusa? La
lunga rete non si strascinava per tratto largo di mare onde pescare di
tutto un po' ai miei danni; fatti estranei, induzioni, rumori plebei,
calunnie, rabbia di partiti, sofismi, per invilupparmici dentro? Non si
è prima tentato di stabilire una cospirazione diretta a distruggere la
Monarchia Costituzionale, e poi si è detto: _ecco il colpevole_?

È stato fatto anche più; dopo avere con faticosa solerzia raccolto
un cumulo di pietre destinate a lapidarmi, ad un tratto me lo hanno
mostrato, e incominciando a gittarmele contro la persona soggiunsero:
difendetevi! — Al punto stesso però mi negarono gli atti della mia
Amministrazione[5] capaci a chiarire le condizioni toscane in cotesti
tempi quali erano, e gli sforzi supremi da me adoperati per mantenere
i popoli alla devozione della Monarchia Costituzionale, che l'Accusa
pretende da me insidiata mai sempre, e la ragione, anzi pure la
necessità, delle opere incriminate. — Difendetevi! — Ma in mezzo alla
bufera rivoluzionaria, fra tremende perplessità, e incessanti terrori,
che da un punto all'altro subbissasse la società, per ispossatezza,
e per vigilia febbricitante, avevo io modo di notare i singoli casi?
Quando si apre una via all'acqua nel corpo della nave, bada egli il
pilota quale delle sartie le schianti la tempesta? — Come rammentarsi
di tutti i successi, che varii, moltiplici, infiniti, si tenevano
dietro con ispaventevole rapidità? Chi conosce a nome le migliaia delle
persone che mi passavano davanti, in ispecie se si consideri che da
tempo breve io avevo stanza a Firenze? E conoscendole ancora, come
ricordarmene dopo spazio sì lungo di tempo? Perchè non concedermi le
conferenze co' segretarii miei, e con le persone che mi circondavano,
onde potere instituire ricerche a difesa, come l'Accusa le instituiva
laboriosamente e per anni ben lunghi ad offesa? — Difendetevi! — Ma
se mi legate le mani, se mi chiudete la bocca, se da due anni e più
mi tenete iniquissimamente in carcere segreta, come ho a fare per
difendermi io? — Difendetevi! — Ma se le testimonianze avverse al
concetto, che vi tramandate dall'uno all'altro _stereotipato_, non
curate; se, giudicando della mia amministrazione, gli archivj della mia
amministrazione a voi e ad altrui chiudete; se invece di dissetarvi
a cotesta fonte viva, correte dietro a rigagnoli di acqua fangosa;
se i documenti e i riscontri non leggete; se le deduzioni rigorose di
logica aborrite, a che e come mi difenderei io davanti a voi? Invece
di distinguere confondete, vero a falso mescolate, la progressione dei
tempi invertite; gli stessi errori, le medesime enormezze, anzi pure le
stesse parole da un Decreto all'altro (funesto augurio di non possibile
difesa) trasportate; e con quale cuore poi voi mi dite: — Difendetevi? —

Invocherò il diritto, che m'insegna il Guizot nella opera citata, ma
nessuno mi ascolterà. Questo diritto consiste «nel pretendere, che la
mia colpa sia cercata là dove io mi trovo, e fabbricata con le mie
proprie azioni; si esaminino i fatti che a me si referiscono, e nei
quali sostengo una parte.»

Il Pubblico Ministero con l'Atto di Accusa del 29 gennaio 1851, come
di già notava, seguitò lo esempio dei Decreti che lo hanno preceduto,
anzi intristiva quello che già appariva tristissimo, e sarà dimostrato.
Anche al Ministero Pubblico, anzi a lui principalmente, rivolgendo
il Guizot la sua grave parola, scriveva nella opera citata: «ma che
il Ministero Pubblico a cagione di un uomo o di un fatto stabilisca
la presenza di una fazione, ve lo inviluppi dentro, declami contro i
_tristi_, e i desiderii, e i disegni loro; che in appoggio di accusa
speciale svolga tutte le considerazioni generali, che possono addursi
in favore di una misura del Governo....... questo è sovvertimento di
giustizia, è introdurre le procelle della tribuna nel Santuario della
Legge.» L'Atto di Accusa del 27 gennaio 1851 non ha fatto altro che
questo. — Oh! Il Ministero Pubblico pensando unicamente sostenere
l'interesse dell'Accusa, s'inganna intorno alla nobiltà del suo
ufficio: non sono, no, i soli interessi dell'Accusa quelli che vengono
confidati nelle sue mani, ma eziandio quelli più santi della innocenza
perseguitata, della morale pubblica, della intera civiltà. —

Chi cerca lo errore confonde, chi indaga il vero distingue. Ora a me
pare che, volendo instituire diritta indagine intorno alle ragioni
della mia vita politica, debbansi nella seguente maniera determinare le
ricerche:

1º Origine, progresso, e motivi della forza rivoluzionaria fuori di
Toscana, e in casa.

2º Lo Incolpato, prima e durante il suo Ministero, fu aiutatore,
complice, o docile arnese di questa forza rivoluzionaria?

3º Come agisse questa forza, e a quale intento. Condizione dello
Imputato di contro alla forza rivoluzionaria.

4º Come vi si opponesse lo Imputato, e in che cosa riuscisse; in che no.

5º Come lo Imputato provvedesse alla società minacciata; — primario
scopo del mandato ricevuto dalle Camere, dal Popolo, dalla sua
Coscienza, da Dio.

6º Come lo Imputato intendesse alla restaurazione della forma politica;
— secondario scopo del mandato medesimo.

7º Se sia vero, che lo Imputato si opponesse alla Restaurazione.

Io entro nella difesa a mani ignude, come lo schiavo romano gittato
nel circo alle belve: non ho esaminato il processo; ignoro il deposto
dei testimoni; non ho conferito con persone che portino alla mia
travagliata memoria il soccorso delle loro reminiscenze; non parlerò
di Diritto, e nonostante confido disarmare l'Accusa. Esporrò una serie
di fatti e di raziocinii, non perchè i primi sieno tutti, e molto più
stringenti non possano argomentarsi i secondi; ma perchè mi è parso,
che in causa propria io dovessi, parlando, somministrare alcuna guida
alla Difesa, e tema al Pubblico, onde se dico il vero, e la mia causa
gli sembri giusta, egli mi approvi, e mi ami; se invece trova la mia
_lingua dolosa_, e la mia causa ingiusta, allora si chiuda le orecchie
e il cuore, e mi scagli la pietra.



V.

Origine, progresso, e motivi della forza rivoluzionaria fuori e in casa.


La Storia male si accomoda sempre con le Accuse; e forse, anche
ad uomini che accusatori per indole e per instituto non sieno,
riesce, per non dire impossibile, male agevole assai dettare storie
contemporanee, chè la passione guida la mano a chi tiene la penna, e
versa nel calamaio i suoi colori, e troppo spesso la rabbia: — comunque
sia favellerò, per quanto possa, imparziale. — Varii sono i sistemi
immaginati intorno alle origini della Società; ma o tu vogli credere
(ed è questa la più dannata ipotesi) che un violento avendo legato per
forza o per inganno i suoi simili abbia detto loro: io non vi sciorrò
se prima non promettete servirmi; o si reputi più dirittamente, che
gli uomini convenendo in sociale consorzio abbiano pattuito cedere
tanta parte di naturale libertà quanta era necessaria al vivere
civile: fatto sta, che torna nell'uomo irrevocabile il desiderio di
rivendicare la sua alienata libertà, o perchè la Società gliel'abbia
sottratta tutta, o perchè, come sembra più consentaneo al vero, gliene
abbia tolta troppa. Carissima è poi la libertà nella estimazione di
coloro che la dispensano, e di quelli che la ricevono, conciossiachè
i primi sogliono concederla o per cuore magnanimo, o per molta paura,
e i secondi l'accolgono con allegrezza, che talora è delirio. Invano
la libertà viene duramente respinta, perseguitata, e sepolta; essa
vive anche nei sepolcri, e, quando vengono i tempi, rompe la lapide, e
torna a chiedere la sua giustizia. Lord Brougham l'ha paragonata alla
Sibilla di Tarquinio, la quale quante volte era ributtata, altrettante
tornava offrendo numero di libri più scarso, prezzo maggiore. La
libertà gira perpetuamente pel mondo: poserà ella mai? Questo non
so: solo io conosco, che dove ella non trovi la compagnia della
religione, dei costumi onesti, del temperato vivere, e della concordia
fraterna, passa senza fermarsi, o breve soggiorna. La libertà poi non
arriva come ladro notturno, ma invia davanti a sè nunzii precursori
a prepararle la stanza per potersi presentare pacata col saluto su
i labbri: _la pace sia con voi_; ma la gente che l'odia, invece di
accogliere i nunzii festosamente, mostra loro il viso dell'arme, li
perseguita come _liberali_, — più tardi come _demagoghi_, — più tardi
ancora come _rossi_, e gli uccide, o gl'imprigiona. Intanto la libertà
sopraggiunge, e non trovando albergo apparecchiato ad ospitarla, si
ferma dove si trova, e prende più che non bisogna, donde poi nascono
disordini, e perturbamenti grandissimi attribuiti alla sua presenza,
mentre da un lato hassene ad incolpare la incauta trascuraggine dei
suoi avversarii, e dall'altro le giunterie dei _trecconi_ e degli
_zingani_, che in difetto dei veri e buoni rappresentanti della
libertà, cacciati in prigione, ne usurpano il titolo di gestori di
negozii. Giuseppe II e Leopoldo I, imperatori (ai tempi che corrono
lasciati mordere poco meno che per eretici), furono prudenti reggitori
dei popoli, e gli avrebbero condotti, a prova di arte, a lido amico
di libertà duratura, se la Francia non era. Sia detto senza ira come
senza disprezzo, la Libertà di questa nobilissima nazione, che si vanta
_battistrada_ dei Popoli, troppo spesso porta in mano una torcia che
incendia, invece di fiaccola che illumini il cammino; precipitando
negli orrori del 93, spaventò Principi, sbigottì Popoli; sè stessa
spossò nei delirii di sangue, e rifinita cadde fra le braccia di
Napoleone che la uccise con uno amplesso da soldato. Napoleone barattò
alla Francia la sua libertà in tanta moneta falsa di gloria bugiarda;
però, che egli imprendesse la perpetua guerra in benefizio della
umanità, poco è da credersi; la monarchia universale di Carlo Magno, di
Carlo V, e di Filippo II, nella vasta mente mulinava, o piuttosto il
sospetto che i Francesi quietando, la libertà smarrita cominciassero
a desiderare. Intanto i Popoli, distinguendo a prova i vizii degli
uomini dalla bontà della dottrina, tornarono ad amare i benefizii
della onesta libertà, e ad infastidire il superbo giogo del soldato
imperiale. I Principi vennero fomentando con sommo studio siffatti
umori dei Popoli, e gli adoperarono come leva potentissima a sovvertire
la buonapartiana onnipotenza; nè la tirannide di Napoleone, nè la
libertà dei Popoli essi amavano; però la prima allora maggiormente
temevano. Sortito il fine desiderato, le promesse fatte ricusarono
mantenere. Di qui, e unicamente di qui, la lotta talora violenta, più
spesso di parola, eterna di desiderio, fra governanti e governati. I
Governi si logorarono nella contesa, e l'aborrita pianta stancava le
braccia a tagliare piuttosto che ella si stancasse a mettere fronde; e
sradicarsi non si poteva, nè si può. La passione, compagna infallibile
di principii perseguitati, sorgeva a fare più veemente il cordoglio. Da
per tutto alla fine straripò torrente, che mena in volta sassi e fango;
rovina dei luoghi coltivali.

Nè il ciclo infelice di questo avvicendarsi di successi sembra completo
fin qui, mercè i consigli di una gente improvvida, che non comprende,
come la fede mancata assai più nuoccia alla causa delle Monarchie, che
le grida insensate pel socialismo. «Quando la buona fede fosse bandita
da tutta la terra, dovrebbe ricoverarsi nel cuore dei Re,» il senno
antico ammaestrò; la quale sentenza io non so bene se più corrisponda
co' precetti della morale, o con quelli della politica (seppure
questa distinzione può farsi), comecchè sappia, che con entrambi
necessariamente la lealtà si mantenga.



VI.

Agitazione in Toscana.


Ma inopportuno ragionamento sarebbe qui discorrere le vicende di
Europa; mi ristringo in più modesto confine; parlo di Toscana.

La lunga amministrazione precedente al Ministero Ridolfi aveva, da una
parte, aumentato fra noi universale disgusto: delle cause non tratto,
nè mi gioverebbe trattarle: accenno un fatto, che male può revocarsi
in dubbio: dall'altra, si disfacevano nel disprezzo e nell'odio gli
agenti dell'autorità, utili in Istato che goda la pubblica opinione,
necessarii negli Stati che dalla pubblica opinione si scompagnano,
perchè, se essi difettano di credito e di forza, chi gli sosterrà?
Certo la forza poco dura; ma finchè dura, costringe. Così il Popolo,
un giorno commosso dal medesimo impulso (e a torto si affaticano
qui a rintracciare instigazioni di sètte), prese a imprigionare e a
manomettere tutti gli ufficiali superiori e subalterni della Polizia.
Io non assumo di certo la difesa della vecchia Polizia: troppo bene
conosco che i Governi la nutrivano e l'accarezzavano allora, come si
sopportano i gatti in casa, per prendere i topi: oggi poi, mi dicono,
che non è più così; _amen_! — ma nel giorno che il Popolo incomincia
a fare da sè, mi sembra che pel Governo sia finita, là dove egli non
sappia adoperare i mezzi acconci pel restauro della smarrita autorità.
Nè si obietti, che in Inghilterra costrinsero Giovanni Senza-terra
a segnare la magna carta, e nonostante la Monarchia si resse;
conciossiachè non il Popolo, ma i baroni gli usarono violenza, pei
quali, quanto importava circoscrivere l'autorità regia per estendere
il proprio dominio, altrettanto poi premeva conservarla in piede,
come quella che era fondamento dell'ordine feudale. E di vero, indi
a poco, qui fra noi, ebbero a cansarsi tutte o la massima parte delle
Autorità governative partecipi della medesima animavversione. Allora
corse un plauso generale, ed io udii battere le palme con gli altri
a Magistrati gravissimi, che mi avevano garbo del folle che menava
trionfo nel contemplare lo incendio di casa sua. Il Governo non osò
difendere (e nemmeno lo avrebbe potuto) la Polizia, e la lasciò, come
la mignatta, morire dentro al sangue ch'ella aveva succhiato. Così
rimase in un subito disarmato di forza per farsi rispettare, e soli
avanzarono i partiti di sapienza e di conciliante composizione, i quali
si reputarono allora, e tuttavia dovrebbero reputarsi, meglio alla
toscana civiltà convenevoli. Però che la mente che considera quanto sia
arduo revocare gli uomini dalla naturale ferocia alla mansuetudine, e
quanto, per lo contrario, facile farli trascorrere ai bestiali istinti,
trema ogni volta che vede gittare a piene mani la semenza dell'odio nei
cuori che Cristo destinava ad amarsi.

Dalla parte del Vaticano soffiava un vento, che non pure in Toscana,
ma in Italia, in Europa, anzi, per tutto il mondo, alzava le menti
a incredibile aspettativa. Allora _uomini_, che io voglio credere
inspirati da puro amore di patria, allo scopo di condurre Toscana a
migliore governo, e alle riforme troppo ritardate, _impresero a far
circolare_ per le vene del Popolo stampe clandestine eccitatrici a
desiderarle, ed a chiederle.

La Legge sopra la stampa si promulgava: egli è evidente, che il Popolo
minuto, il quale poco legge o punto, non poteva poi fare le stimate per
cosiffatta Legge: nonostante _invitato_ ad applaudire, si rese _allo
invito_, ed applause. Coloro, che primi lo invitarono, per certo a
fine di bene, non avvertirono come sia più agevole sprigionare i venti
dall'otre di Ulisse, che ricacciarveli dentro, e come, _appellato_ il
Popolo una volta in piazza ad _approvare_, bisognava sopportarlo quando
_spontaneo avrebbe disapprovato più tardi_. Fu in quel tempo, che
considerando io come il Popolo ricevuto cotesto impulso non si sarebbe
rimasto soddisfatto alla Legge della stampa, ma avrebbe richiesto cose
maggiori mano a mano che gliene fosse venuto il desiderio; nè essere
senza grandissimo pericolo per l'Autorità esporsi a lasciarsi svellere
ora questa concessione, ora quell'altra, imperciocchè, così operando,
il potere non acquista il merito del pronto concedere, e il Popolo
si educa a crescere più intemperante nelle domande; fu, dico, in quel
tempo ed in questo concetto, che dettai il libro _Del Principe e del
Popolo_, il quale prima di stampare sottoposi allo esame di Magistrato
per altezza di mente distinto, e fu tenuto allora non indegno dei
casi consigliere discreto di quelli ai quali m'indirizzavo, presago
poi delle sopravvenute vicende. Era mio conforto al Governo ritirarsi
indietro dallo immediato contatto del Popolo minuto, concedendo
subito quanto reputava prudente, riacquistare credito, e temprato per
nuova opinione, prendere tempo a ricostruire gli arnesi necessarii di
Governo. Questo non volle fare il Ministero; lasciò che gli eventi
lo strascinassero legato dietro il carro. Di qui gratitudine poca,
esitanza a concedere crescente, su le labbra concordia, in cuore
sospetto.

Gli _agitatori_, i quali dapprima non furono i _demagoghi_, chè questi
vennero in fondo, ma sì uomini chiari per fama, e per condizione
cospicui, ottennero le riforme da loro reputate sufficienti. Giusta
il costume antico di quelli che commuovono le moltitudini, pretesero
allora, ch'esse posassero; contenti loro, contenti tutti. Il Popolo
minuto, poco soddisfatto della Legge sopra la stampa perchè non legge,
nè della Guardia Civica perchè n'era escluso, _continuò ad agitarsi per
conto proprio_.

Giuseppe Mazzoni deputato, con molta verità accennava a questo con le
parole profferite nella Seduta del Consiglio Generale toscano del 16
ottobre 1848: «Però le agitazioni anteriori al settembre dell'anno
passato, le quali non _si disapprovavano nemmeno da certi alti
personaggi_, furono generalmente riguardate come politiche necessità; e
s'esse non erano, l'antica Babele della Polizia non sarebbe espugnata,
e le libertà dello Statuto, che tutti stimiamo carissime, sarebbero
tuttora un sogno.»[6]

Io però non dubito punto affermare, che i Toscani di natura
contentabile, acquistate le libertà costituzionali, sarebbonsi tenuti
soddisfatti, se anche sopra di loro non fosse passato il vento che
sconvolse l'Europa intera dal Mediterraneo al Baltico, dall'Atlantico
al Mar Nero, e minacciò portar via, come la polvere di una strada
maestra, i troni di Vienna, di Berlino, di Roma, di gran parte della
Germania, e d'Italia, nella guisa stessa che disperse quello di
Francia; ed in ispecie poi il prossimo incendio di Sicilia, di Milano,
e di Venezia, la guerra della Indipendenza prima, poi i disastri della
guerra.

Per la rivoluzione di Francia si diffuse la idea della Repubblica, e
parecchi fra noi presero a coltivarla, non perchè ve ne fosse bisogno,
ma per fare qualche cosa; e poi corre sciaguratamente nelle contrade
nostre antico il vezzo di ricavare dalla Francia pensieri e voglie,
e begli e fatti i vestiti. Le moltitudini rimasero un cotal poco
spruzzate di _comunismo_ e di _socialismo_, di cui però non conobbero
le dottrine, e giova che le ignorino. Imprudenti, a mio parere,
suonarono le parole del Lamartine nel suo Manifesto alla Europa,
affermando essere la Repubblica il punto estremo dove giunge la civiltà
di un Popolo per mezzo di reggimenti costituzionali, imperciocchè
somministrassero a molti motivo di non posare, finchè non avessero
toccato il vertice, e nei Principi mettessero sospetto di confidarsi
intieri sopra una via sdrucciolevole; nè lo avere raccomandato,
com'egli fece, ai Popoli i quali non fossero peranche giunti alla
maturità dei Francesi, rimanessero indietro ad ammaestrarsi, assicurava
punto, avvegnadio facesse comprendere ai Principi, che potevano sperare
tregua, pace non mai. E come imprudenti, se male non mi appongo,
furono coteste parole non vere, però che nella Inghilterra le libertà
costituzionali durino dal 19 giugno 1214 in poi, nè mostrino per ora
di volere cessare, e la Repubblica v'ebbe vita brevissima dal 1649 al
1660; per la quale cosa evidentemente apparisce, come nella formula
costituzionale i destini dei popoli possano quietarsi, almeno per tempo
lunghissimo.[7] Nè danno minore, io penso, ci ridondò dal proclamare
che fece il Lamartine, non avrebbe sofferto in pace la Francia,
che alcuna Potenza si fosse mossa contro i Popoli rivendicantisi in
libertà; imperciocchè questa sicurezza rese baldanzose a insorgere
nazioni, le quali forse diversamente ci avrebbero pensato due volte.
So bene, che non si ha sperare che un Popolo metta in avventura la
propria libertà per sovvenire all'altrui; ma mi sembra, ed è disonesto,
spingere i creduli nel pericolo con promesse, che non si vogliono
mantenere. Quante volte accadde rivoluzione in Francia, tante i
Francesi eccitarono a sollevarsi Popoli confinanti per metterli come
sentinelle perdute fra loro e le Potenze settentrionali di Europa;
passata poi la burrasca, con ingenerosa politica dichiararono non
potere sopportare, che i Popoli insorti si facciano gagliardi, onde
i negozii politici non si complichino, i commerci loro non iscemino,
l'autorità non diminuisca, ed abbiano a dividere con molti quella
potenza, che gli Stati, quantunque liberissimi, attendono possedere
in pochi. Questo vedemmo praticare dalla Monarchia Costituzionale di
Francia del 1830, questo aspettavamo vedere dalla Repubblica, e lo
vedemmo. Lamartine stesso, autore del Manifesto alla Europa, nella sua
Storia della Rivoluzione del 1848 ci ammonisce essere cosa contraria
agl'interessi di Francia acconsentire che qui in Italia si componga
uno Stato potente. Politica di Enrico IV e del successore Richelieu,
fu mantenere Italia e Germania deboli, epperò divise. Da Richelieu in
poi, sembra agli uomini di Stato francesi, che nè sia mutato nulla, nè
nulla sia da mutarsi, e poi si vantano non pure amanti, ma promotori
del progresso. Da questo tengansi avvertiti i corrivi ad abbandonarsi
alle lusinghe francesi. Di Lamartine ho parlato; mi sono taciuto
degli altri, perchè temeva che lo inchiostro nero mi diventasse sopra
la carta rosso per la vergogna. Intanto in Germania di Francia non
curano, e in Italia così bene si adopera, che essa vi perde ogni giorno
autorità, vi acquista odio. Molti mali ci vennero dalla Monarchia
francese, ma spettava alla Repubblica, dopo avere sospinte le voglie
dei Popoli oltre ai confini del giusto, affaticarsi ardentemente a
spengere anche i sospiri della libertà. Qui vi è progresso d'iniquità,
e nessuno può impugnarlo. Ma questo non è tema da svolgersi qui;
a me basti avere indicato, che la rivoluzione francese fu causa di
commovimento in Toscana.

Le rivoluzioni lombarda e veneta nei petti già infiammati raddoppiarono
l'ardore della guerra. Fra tutte le nobili imprese nobilissima, fra le
sante santissima, la guerra della Indipendenza. I Germani, discendenti
generosi dello antico Ermano, certo non condannano in altrui i sensi
che gli han resi nelle pagine della storia immortali. Seme di guerra
perpetua è dominio di Popolo sopra un altro Popolo: allora la necessità
rende il dominatore ingiusto, il soggetto violento; la pace, togliendo,
si perde: la storia è lì con le sue tavole di bronzo per insegnare
come le conquiste costino troppo più del guadagno che procacciano, e
all'ultimo si perdono: una sola maniera ci presenta la storia capace di
occupare permanentemente il paese vinto, ed è la conquista normanna. I
vincitori si fermano nella Inghilterra, e a mano a mano distruggendo
gli Anglo-sassoni, si sostituiscono al Popolo disperso. In altro
modo non pare che si possa; però che neppure i Romani durassero a
tenere la rapina del mondo, nè i Longobardi la Italia, nè i Saraceni
la Spagna, nè i Greci l'Asia, e degli altri popoli conquistatori chi
vivrà loderà il fine. Nonostante, se come Italiani a noi riusciva
impossibile rifuggire dalla guerra, come Toscani ci appariva piena di
eventi dubbiosi. Vincendo Austria, era da aspettarci la sorte che ci è
capitata addosso: vincendo Piemonte, poteva forse credersi che saremmo
stati assorbiti.

A compimento di rovina sopraggiunsero i disastri della guerra italiana.
Nella sventura l'uomo diventa maligno. I Lombardi, e con essi parecchi
Italiani, dubitarono della fede di Carlo Alberto; di tradimento
sospettarono; inaspriti pensarono non aversi a riporre speranza nel
Principato. Napoli, mormoravano, ritirare i soldati dal campo, Toscana
procedere con fiacchi provvedimenti, Torino farsi rompere in battaglia
a disegno. Mostruosa opinione era questa ultima, eppure propagata, e
creduta nei ciechi impeti di passione smaniosa. Allora ottenne seguito
nell'universale il disegno d'invertire il concetto politico: _invece
di giungere per mezzo della guerra allo assetto federativo della
Italia, vollero con la istituzione dell'unica Repubblica arrivare al
conseguimento della Indipendenza._

Qui pertanto in Toscana convennero infiniti Lombardi, e li premeva
cocente la cura di ricuperare la patria diletta; cagione legittima
ad ogni più arrisicato consiglio. Nè si creda, che facinorosi essi
fossero: all'opposto erano uomini distinti per dottrina, per natali,
e per ricchezze, benvoluti come fratelli, come infelici compianti,
da per tutto ammirati a modo di magnanimi propugnatori delle patrie
libertà. La Emigrazione lombarda dimorava in Firenze come corpo
organizzato sotto il governo di un _Consiglio dirigente_;[8] possedeva
pubblicisti, ingegneri, e ufficiali superiori del Genio; fondò un
Giornale _La Costituente_, e lo pubblicava, come si diceva, a scapito;
divenne padrona di parecchi altri, che indirizzava al medesimo fine;
acquistò aderenze, partigiani, ed amici; finalmente propose armare
ed armò compagnie di Bersaglieri.[9] E' fu forza accettare la offerta
concepita in termini dittatoriali, e accomodarsi a comprare un padrone,
secondo ch'è fama gridasse Diogene, esposto in vendita sul mercato;
per l'appunto come al Ministero Capponi fu mestieri arruolare _720
prodi componenti la legione della Indipendenza Italiana_, e più se
ne venivano;[10] e, trapassando a cose maggiori, come fu mestieri a
Carlo Alberto condurre generali a modo altrui, rompere lo armistizio
inopportunamente, e combattere battaglia intempestiva.

Alla Emigrazione lombarda aggiungi parecchi uomini calati giù dalla
vicina Romagna, gente manesca, arrisicata molto, alle baruffe avvezza,
ed al sangue, Siciliani, Napoletani, Polacchi, ed altri cultori
ardentissimi di sconfinata libertà; privi di patria, cupidi di
ricuperarla.



VII.

Tumulti quando incominciassero.


Contro al vero manifesto è supposto dal Decreto, che l'agitazione
apparisse sul declinare del 1848. Ufficio solenne di ogni storico
è scrivere la verità, massime poi s'egli ordisca storie per gli
effetti criminali. L'agitazione precede lo Statuto; crebbe dopo per
le ragioni già discorse; finalmente diventò irresistibile quando
il Principe partendo le lasciava libero il campo. Chi mi sa dire in
qual giorno preciso fu rotta la guerra contro l'Austria? Se io non
erro, incominciava, non declinava con l'anno 1848. — Crede egli il
Decreto, che il Principe nostro adoperasse spontaneo il diritto che gli
appartiene per l'Articolo 13 dello Statuto di dichiarare la guerra? No,
egli nol crede. Taccio dei titoli dimessi, facile sacrifizio; ma non si
renunziano spontaneamente gli affetti della propria famiglia, non le si
muove nemico mentre ella versa nel massimo pericolo, non le si porge la
spada per ferirla invece della mano per soccorrerla, non si distrugge
un appoggio sicuro per andare in traccia di fortune minaccievoli, o
per lo meno dubbiose. Prova ella è questa di agitazione veementissima
contro la quale consiglio non vale; prova di forza, che strascinava,
ineluttabile, conosciuta da quanti vivono al mondo: forza, che
travolse antichi reami, e re, e Popoli come paglie davanti al turbine;
alla quale, si pretende, che io solo potessi, dovessi, e in tutto,
resistere, e sempre. Ora questa guerra, sopra ogni altra causa, fu
motivo di sconvolgimento nel Popolo, così che fra i tumulti guerreschi,
la confusione degli apparecchi, e gli animi concitati a tremenda
febbre, tacevano le leggi, sbigottivano i Magistrati, disfacevasi lo
Stato.

Io troppo bene mi accorgo che sorriderà la gente di questo mio
affaticarmi a portare acqua al mare; ma poichè l'Accusa, contro la
verità, nel fine riposto di sostenere che l'agitazione sorse nel
declivo del 1848, per potermene dichiarare benignamente fomentatore,
dissimula i fatti, importa restituirli alla genuina loro cronologia.

Nell'ottobre 1847 fu distrutta la Polizia. Il Municipio fiorentino,
con la Notificazione del 28 ottobre 1847, deplora il fatto del giorno
innanzi, suscitato dalla brutalità dello sbirro Paolini, e dichiara che
il Popolo mutò un _nobile sentimento di compassione in atti violenti_.

Tumulto in Firenze per la occupazione e atroci atti commessi a
Fivizzano. Popolo vuol correre in massa in Lunigiana. Il Ministro
Ridolfi, coartato a scendere in piazza, promette che il Governo si
farebbe rendere conto delle commesse iniquità. La _Patria_ dell'11
novembre 1847, per questa volta anch'essa trova «_che cotesti fatti
atroci avevano commosso tutte le anime oneste_.»

Il Governo, costretto dalla volontà del Popolo, manda gente a
Pietrasanta per cagione di Fivizzano. Compagnia di Granatieri, accolta
dal Popolo ai cancelli della Fortezza, è scortata dal Popolo fuori di
Porta. La _Patria_ nobilita il Popolo accorso, «quella parte di Popolo,
che certuni male chiamano _minuta_, mentre è parte _operaia_, nè grossa
o minuta come ogni altra parte di Popolo, il quale nome comprende
tutti quanti, eccetto il Principe; la parte _operaia_ del Popolo
spontaneamente empì le vie della Fortezza: altra gente pure accorse
spontanea.» _Patria_, 15 novembre 1847.

Nel novembre del 1847, per la strage di un caporale, il Popolo a
Livorno tumultua; vuole in sue mani lo uccisore per istracciarlo; il
Delegato Zannetti è bistrattato; più tardi percosso, spinto in carcere,
e cacciato via.

Sommosse popolari a Livorno nel mese di decembre successivo, di cui
terrò altrove ragionamento.

La _Patria_ nel 18 gennaio 1848 annunzia: «che una forte agitazione,
e _potente e irresistibile commuove tutta la Italia_.» E nel 23 dello
stesso mese, alla ricisa bandisce: «_Toscana tutta quanta_ ha bisogno
di essere riordinata _incominciando dal Governo_.»

Sul declinare del febbraio 1848 la _Patria_ ricorda le riunioni
tumultuarie in Firenze, pei fitti delle case. Nel 20 aprile 1848
predica il Giornale stesso: «il pericolo della Repubblica imminente
però non potersi evitare adulando i Principi, e con atti arbitrarii e
dittatorii di Ministri adulatori.... le forze _politiche stanno ormai
nelle mani al popolo_.»

Nel 26 maggio 1848 i Fiorentini ardono la carrozza del napoletano
Statella, donde la Patria ricava argomento di ammonire i buoni e il
Governo, che i _tempi si fanno grossi_.

Turbolenze lesive la proprietà. In Empoli si fa violenza al mercato
per acquistare grano a prezzo basso; lo stesso accade a Fucecchio,
lo stesso a Pistoia, a San Piero in Bagno, a Siena. I possidenti se
ne commuovono; la _Patria_ del 14 luglio 1848 solleva desolate grida
esclamando: «è necessario provvedere subito e fortemente per reprimere
e impedire questi disordini. Non vi è contagio peggiore di questo.»
Lo incubo del _comunismo_ già appuntella le ginocchia sul petto dei
possidenti!

Nel luglio del 1848, alle adunanze pubbliche del Consiglio Generale
dolevansi di mene _austro-gesuitiche_ turbatrici dello Stato, e il
Ministro dello Interno parlandone come di cosa vecchia, rispondeva,
pur troppo _non ignorarle_ il Governo, ed _importare che riescano
indarno_. «Il Governo fa quanto può, ma per riuscire completamente,
converrebbe ch'ei non fosse disarmato, e da questo lato, bisogna _pur
dirlo, gli manca la forza_. Fu distrutta la _Polizia, e non fu ancora
ristabilita_. In questo stato di cose è facile vedere che molte volte
mancò il mezzo per fare eseguire le misure governative, altre per
provvedere. _Manca la forza necessaria al potere esecutivo_.»

Nonostante, l'Accusa me solo incolpa per non avere voluto, o saputo
Ministro prevenire e reprimere i tumulti; mi chiama _impotente per
vizio di origine, o forse_ anche _complice_!

Nel 30 luglio, grande sorse il tumulto in Firenze: la forza fu
respinta, il Popolo scese ad agitarsi con insoliti indizii.

Sopra la stessa Piazza Granducale, a piè del Palazzo Vecchio
erano scritti e letti Decreti pei quali _la decadenza del Principe
dichiaravasi, un governo provvisorio instituivasi_. Di ciò fanno prova
il processo compilato in quel tempo, e il proclama del Governo comparso
il 31 luglio seguente: «La tranquillità pubblica fu _gravemente
compromessa_ in Firenze per opera di perturbatori, che in gran parte
non appartengono nemmeno a questa città, e che manifestavano la
_intenzione di rovesciare l'attuale ordinamento politico del paese_,
e avvolgerlo nei disastri, che sono sempre la conseguenza delle
commozioni violente.[11]» In molti cagione, in altri pretesto del
tumulto i disastri della guerra italiana, e il sospetto dei sottili
provvedimenti fatti dal Ministero. La Guardia Civica, chiamata più
volte, si aduna scarsa e repugnante a sostenere un Ministero caduto
nell'odio universale. _I soliti agitatori declamano, ed eccitano i
Popoli su pei canti delle strade_. Alle ore sette comparve un proclama
firmato _Ridolfi_, col quale si promettevano per _domani la legge
per muovere la Guardia Civica, ed altri apparecchi di guerra_. Così
con queste ed altre più efficaci parole raccontava i successi della
giornata la _Patria_ del 31 luglio 1848. Onde a ragione potè esclamare
il Ministro Ridolfi, vedendo la _Patria_ fra i suoi avversarii: «_Saul
anche esso è tra i profeti_?»[12]

Tumulti gravissimi nei _pressi_ di Massa Ducale, con _collisione di
contadini e soldati, non senza morti e feriti_.[13]

Tumulti contemporanei succedono a Lucca, a Pisa, a Livorno, e si temono
a Firenze.[14]

Tumulti di contraria indole a _Laterina_, dove in mezzo a scariche di
fucile gridasi dai campagnuoli: _Viva i Tedeschi! Morte alla Guardia
Civica_.[15]

Conflitto sanguinoso, e aperta rivolta a Livorno nel 2 settembre
1848. Fortezze assalite dal Popolo, capitolano col Generale Torres.
_Si tratta di eleggere un governo provvisorio. Il Governo perde ogni
autorità sul paese_.[16]

E mentre, come sarà in breve chiarito, io mi conduco a Livorno per
salvare, quasi malgrado il Ministero, cotesta mia Patria dall'anarchia,
e ricondurla, già già tracollante nella Repubblica, sotto la obbedienza
del Principe Costituzionale, la _Patria_ in data del 22 settembre 1848
narra, che a Lucca, a Pistoia, a Prato (e a Firenze non mancano) gli
agitatori indefessamente travagliansi; nel 28 settembre afferma, che
uno _spirito di vertigine_ ha suscitato agitatori _da per tutto_; e già
fino dal 7 settembre cotesto Giornale, i fini, le occasioni, e i motivi
del tremendo agitare adduceva nelle seguenti parole: «Il _partito
repubblicano_ in Italia _non ha dimenticato_ il suo disegno dopo il
fatale armistizio. Esso allegando, che i _Principi Costituzionali_
d'Italia non potessero più sostenere la causa della Indipendenza con
una guerra ordinata, ha detto non esservi altro scampo che una guerra
insurrezionale dei Popoli, e per muovere i Popoli ha creduto espediente
di prendere, e creare tutte le occasioni di agitare lo interno degli
Stati, a fine di potere in queste commozioni sostituire la _Repubblica_
al _Principato Costituzionale_, e allora con tutte le eccitazioni
possibili alzare le moltitudini, e precipitarle furiose e infierite
contro gli eserciti austriaci.» E quanto diceva era vero.

Tumulti in Firenze nei giorni 3 e 4 di ottobre, tendenti a offendere la
pubblica tranquillità, e la personale sicurezza.[17]

Tumulti a Pisa il 7 ottobre, qualificati _perfidi tentativi di
anarchisti_.[18]

Tumulti a Livorno nel 19 ottobre 1848, per quanto avverte la _Gazzetta
di Firenze_ del giorno 20.

Il Consiglio Generale ebbe a sospendere la seduta del 23 settembre 1848
come nell'8 febbraio 1849. Il Presidente in _quel giorno si cuopriva,
e si allontanava; dopo un'ora riapriva la seduta appunto come nell'8
febbraio 1849_.[19]

La Guardia Civica lucchese, per sottrarre il conte De Laugier alle
ingiurie della plebe ammutinata, ebbe a tenerlo custodito nella caserma
nello agosto 1848.[20]

La milizia, già sul cadere del luglio 1848, dava lo esempio pessimo di
cacciare via gli Ufficiali.[21]

E con più infame delitto le palle avanzate dalla guerra lombarda
sparava nel collo al Capitano, uccidendolo a Pecorile nel 9 agosto
1848.[22] Gregarii eccitati all'odio dei superiori; superiori
disprezzanti i gregarii: ogni vincolo infranto, milizia diventata
ormai terrore non difesa. Questi erano i soldati, che si ha coraggio
sostenere corrotti da me! Di ciò pure sarà ragionato altrove. —

La mancanza delle carte necessarie non mi concede di tessere racconto
più esatto dei tumulti che agitarono la Toscana dal 1846 in poi;
ma basterà tanto per dire apertamente, ch'è falso si manifestasse
l'agitazione fra noi sul declinare del 1848 soltanto: da più lontana
origine essa muove; più antichi di quello che i Giudici dissimulano,
sono gli attentati per rovesciare la forma governativa dello Stato;
più vecchio che i Giudici non fingono, il disfacimento di ogni mezzo
governativo per prevenire, e per reprimere; prima assai del febbraio
1849 il Popolo aveva imparato a turbare le sedute del Consiglio
Generale. Chi per vaghezza, o per obbligo si accinge a raccontare
fatti, o dopo lungo studio giunse a conoscerli, oppure non vi giunse:
nel primo caso gli esponga ingenuo; nell'altro taccia verecondo.
Qualunque poi o per fatuo, o per servile, o per altro più pravo
consiglio opera diversamente, non compone storie, ma commette infamie:
e quale seminò, tale raccoglie. —

Le quali cose condurranno a confessare, che non inutile fu la mia
chiamata al Ministero. Me posero a lottare, non a governare; _io fui la
barriera ultima intorno allo abisso_; e se i miei concittadini andranno
persuasi di questo, che se io non era, deplorabili giorni avrebbe
veduto la Toscana, terrò siffatta persuasione per conforto del mio
indegno patire. Perchè poi ne vadano meglio convinti, esporrò in quali
stremi fosse ridotto il paese.

Ho riportato qui sopra le parole gravissime del Ministro Ridolfi.
Se esaminiamo gli atti dell'autorità, i discorsi pronunziati nelle
Camere legislative, e le confessioni degli stessi Ministri, troveremo
sempre il medesimo lamento. Nella seduta del Consiglio Generale del
16 ottobre 1848 il deputato Mazzoni domanda «se sia o no vero, che
dal _settembre del decorso anno_ la Toscana sia stata senza Polizia,
e a confessione dello stesso Governo senza forza?» Odaldi deputato,
risponde distinguendo l'azione della Polizia sul senso morale e sul
senso politico, ma di leggieri concede, la Toscana essere rimasta da
lungo tempo priva di forze governative.

Replicando io al collegio onorandissimo dei Negozianti livornesi, che
mi compartiva lode (dolce al mio cuore) «di avere ricomposto l'ordine,
e data tranquillità al paese, indispensabili per la prosperità del
Commercio e della Industria,» diceva: «il Governo della Toscana è ben
lontano da possedere i mezzi governativi, che assicurando e confermando
ogni maniera di onesto vivere civile comprimano i conati delittuosi
di gente che ardisce profanare il nome di libertà per procedere poi
impunemente da infame........ Ma se la Toscana non possiede ancora
mezzi permanenti e duraturi necessarii a governare gagliardamente,
supplisce adesso il Ministero con _operosità straordinaria, con
l'autorità personale, con le aderenze d'individuo, con lo entusiasta
consenso di voi, e di quanti appartengono al Popolo buono_.»[23] E con
parole supreme ammoniva per via telegrafica il Governatore di Livorno
il 16 novembre 1848: «_energia, Governatore, energia, o fra un mese
Toscana diventa un mucchio di cenere_.»

Il Prefetto di Firenze volgendosi al corpo dei Veliti, Pompieri, e
Portieri, così favellava: «È vero, che i tempi e gli eventi produssero
un pregiudicevole indebolimento alla forza che assicura la esecuzione
della legge; ma se voi volete, potrete con la opera vostra e col vostro
zelo rilevare le forze indebolite, ed ottenere plauso dal Governo.»[24]

Ne porge eziandio splendida testimonianza il mio Rapporto al Principe
per la instituzione della Guardia Municipale; io confido che i buoni,
a cui mi volgo, vorranno ritornare col pensiero sopra quel documento
uscito da me, e che ebbe lode nei tempi.

Il Senatore Corsini, per cagione della violenza usata contro
l'Arcivescovo di Firenze interpellando il Ministero intorno ai mezzi
di cui il Governo intendeva servirsi per impedire che i disordini si
rinnovassero, tale si ebbe risposta dal Ministro Mazzoni: «Il Governo
si propone usare la maggiore vigilanza che gli è dato adoperare; porrà
in opera tutti i mezzi possibili per prevenire disordini, _ma avendo
ricevuto dagli antecedenti Ministri la somma del Governo toscano
nello stato più deplorabile, non è da aspettarsi da lui più di quello
che umanamente sia abilitato a fare secondo LE FORZE, che vengono
accumulandosegli intorno._»

E nella stessa tornata, non dissentendo nessuno, egli aggiungeva: «_Pur
troppo al Governo si è fatto carico delle circostanze in cui si trova;
ma, oso dirlo senza superbia, se noi non fossimo stati, più gravi —
gravissimi inconvenienti avrebbero funestato la patria nostra_.»

Le parole del Mazzoni, quantunque sieno testimonianza di cose
conosciute universalmente, e pronunziate davanti a Collegio dove
molti dei Ministri precedenti sedevano, oggi, come di uomo esule ed
incolpato, non si vorrebbero attendere. Ma si oda in grazia quale
ricevessero immediatamente conferma dalla bocca del Senatore Capponi,
poco anzi Presidente del Consiglio dei Ministri: «Intorno alle parole
dell'onorevole Ministro di Grazia e Giustizia, che concernono il
passato Ministero cui ebbi l'onore di partecipare, intorno a queste
io sono fortunato di non potere altro che usare lo stesso linguaggio,
che intorno alle interpellazioni ha usato l'onorevole Ministro. _Le
condizioni dei tempi, il pubblico stato delle cose, il movimento degli
animi_ produssero tali cose, che quella medesima insufficienza, che
ha trovato nel reprimere ogni atto in sè biasimevole, quella stessa
insufficienza fu da noi sperimentata.»[25]

Nel Programma ministeriale del 19 agosto 1848, il Ministero Capponi
aveva dichiarato espressamente: «correre tempi difficili abbastanza da
_sgomentare i più esperti_.»

Il Senatore Baldasseroni in cotesta seduta dava al Ministero molto
solenni insegnamenti: voleva che le cause del disordine investigassimo,
voleva che il Governo combattendo per l'ordine perisse. Se la infermità
non mi avesse impedito di assistere a cotesta seduta, io gli avrei
risposto: — assolutismo improvidamente antico, e libertà impetuosamente
nuova, sono cagioni del male; in quanto a perire per la salvezza
comune, non lo togliete di grazia per rinfacciamento, ma io mi vi sono
esposto, quando mi gittai fra l'onda infuriata del Popolo per salvarvi
il figliuolo.....

E, se non è grave, odasi un poco come in proposito favellassi io
all'Adunanza del 29 gennaio 1849: «Le parole del vostro Indirizzo in
risposta al Discorso della Corona accennano ai disastri e ai _tumulti
passati_, e indicano speranza di repressione pei futuri. In questa
maniera voi non dite del presente, e non favellando del presente venite
implicitamente a dichiarare, come nulla sia stato operato adesso per
riparare a questi tumulti che voi deplorate, e che _avete ben ragione
di deplorare_. Ciò può sembrare al Ministero un rimprovero: egli non
crede averlo meritato: imperciocchè, o Signori, voi rammenterete come
abbiamo noi ricevuto lo Stato. Noi lo abbiamo ricevuto, perdonatemi la
immagine, _come si consegna una casa incendiata in mano ai Pompieri_.
Voi lo avete veduto, la finanza era esanime: _in quali lacrimevoli
condizioni fosse l'esercito_, voi lo sapete. Vi parlerò di quello che
spetta più specialmente al mio Ministero. _Qui niuno ordinamento; i
vecchi istrumenti non si potevano adoperare, i nuovi sono tuttavia
un desiderio. Gli ufficiali mancavano affatto di vigore; non restava
che un simulacro di forza, il quale non corrispondeva alla chiamata_.
O Signori, quando ebbi l'onore di essere assunto al Governo dello
Stato, io cercai se o poche o molte vi fossero le forze per potere
governare. I passati Ministri si sono allontanati dal Governo,
com'essi dicevano, di faccia alla pubblica disapprovazione: essi
così affermarono, ed io non ho verun motivo per dubitare di questa
loro asserzione: ma devo dirvi eziandio che a me parve non solo il
Governo abbandonasse il Ministero per virtù della opinione, ma assai
più perchè era impossibile il governare. Io dissi a me stesso: qui
lo Stato fu consegnato a noi, come _un cadavere in mano ai preti per
seppellirlo e cantargli l'esequie_. Ma no, io non ho creduto mai nè
credo che uno Stato possa perire. Credo che, per malignità dei tempi,
e per pessima amministrazione di uomini, forse uno Stato possa cadere
in morte apparente, in asfissia; ma la vita resulterà, quando un uomo
voglia veramente trovarla, e liberare lo Stato dalla misera condizione
in cui egli è stato condotto. Privo di forze, privo di ordini
governativi, privo perfino del mezzo di sapere in che cosa le piaghe
dello Stato consistessero, io non trovai nessuno dei miei antecessori
che m'indicasse in quali condizioni era lo Stato, e in che cosa le
sue forze consistessero. — Ordinai a tutti i Prefetti, Sotto-Prefetti
e Gonfalonieri delle diverse Comunità, che immediatamente, o nel più
breve spazio di tempo possibile, mandassero rapporti intorno allo
stato politico, economico e morale delle provincie e delle città che
reggevano. Vennero questi rapporti, quali più presto, quali più tardi,
e furono elementi già ordinati, ma non sufficienti ancora per formarmi
uno esatto concetto dello stato in cui attualmente si trova il nostro
Paese. Tuttavolta ho ordinato e in parte effettuato questo lavoro.
Egli è bene lontano dall'essere peranche perfetto, nè lo sarà mai,
perchè tutti i giorni devono succedere casi che valgano a modificarlo,
e speriamo in meglio, ma io lo lascerò sul banco del Ministero dello
Interno come un Breviario, affinchè quelli che mi succederanno, con
senno migliore, e con migliore fortuna forse, ma non con maggiore fede
di certo, al Governo dello Stato, lo abbiano sempre dinanzi agli occhi,
e per regolarsi con cognizione di causa. Mentre pertanto il Ministero
vostro, per rendersi degno del Popolo e di Voi, suoi rappresentanti,
si accingeva a conseguire precisa cognizione dello stato del Paese;
mentr'egli si accingeva a conoscere la sua malattia per applicargli
quei rimedii che reputava migliori; mentre il Governo sta preparandovi
le leggi, che nel senno vostro esaminerete e delibererete, per portare
rimedii alle malattie che accennava; pensate, o Signori, come cadesse
fra mezzo uno stato di transizione per noi deplorabile. Questo stato,
che come una via di fuoco sarebbe bene che noi potessimo percorrere
correndo, non è passato ancora, quantunque a me tardi che cessi, e il
Paese rimanga guarito di questa ferita di dolore. — Ma, frattanto, il
Governo non si è trovato e non si trova _in mezzo all'enormezze di due
partiti_? Io non voglio definire quale dei due sia o no progressivo.
In tutti gli Stati, e specialmente in quelli ove, come nel nostro, la
vita politica si è iniziata, due partiti devono agitarsi, e non è male,
come ho sentito deplorare in questa Assemblea, ma invece è un bene
che si agitino; perchè dal cozzo dei partiti nasce quella cognizione
esatta delle cose che unica giova a ben condurre lo Stato. Però, a
tutti i partiti onorevoli e plausibili, purchè nascano da convinzioni,
non mancano coloro che suscitano mille voglie, mille cupidigie tutto
altro che plausibili; e i Capi dei diversi partiti si trovano sovente a
vergognare di quelli che fanno bandiera dei loro nomi onorati a queste
intemperanze ed a queste enormezze. A cosiffatti disordini accennavano
le parole della Commissione nel compilare lo Indirizzo al Principe.
Ora, che cosa ha fatto il Ministero vostro nell'assenza di mezzi, e
nella mancanza delle persone? I Ministri hanno sentito, come altro
non potessero fare che dare allo Stato una cura indefessa, sottrarre
le ore al sonno, dimenticare, non dirò ogni diletto, ma perfino ogni
sollievo della vita....» Così io orava al cospetto di quattro Ministri
che mi avevano preceduto; nè alcuno sorgeva a confutarmi. Dopo alquante
parole, io conchiudeva domandando una dichiarazione di fiducia.

E il Consiglio, — _non obliando la miserabile condizione nella
quale, per effetto dei mutamenti politici, era caduta la Toscana_, —
deliberava unanime questa dichiarazione di fiducia, formulandola così:
«_Siamo grati agli espedienti che il Governo si affrettò di adottare_.»
— Non era anche venuta l'ora della ingratitudine!

Nè meglio potrei dimostrare qual fosse Toscana quanto allegando una
parte del mio Dispaccio telegrafico del 16 novembre 1848 mandato al
Governatore di Livorno, più che ad altro somiglievole ad un grido di
allarme: «Energia, Governatore, energia, o fra un mese Toscana diventa
un _mucchio di cenere_!»

In questo modo si confessava da ogni maniera di gente, così negli atti
pubblici come nei privati, ed era vero, lo Stato ridotto agli estremi.
Io lo trovai incapace a resistere a qualunque tenuissimo urto, pure
lo sostenni in guisa, che i tumulti decrebbero, la fiducia pubblica
incominciò a ridestarsi, e se il fatalissimo 8 febbraio non era, da
quanti mali, da quanto lutto non mi sarebbe stato concesso preservare
il paese!

Forze governative pertanto affatto disperse, Polizia investigatrice
distrutta, m'ingegnai fra gli antichi ufficiali scegliere alquanti
che aveva sperimentato onesti e capaci; ma per quante istanze e
raccomandazioni facessi loro, non vollero saperne: mi si mostravano
invincibilmente repugnanti, _perchè nell'ora del pericolo il Governo
gli avesse lasciati in balía dell'ira popolare_.[26] I Veliti, come
si ricava dal mio Rapporto della _Guardia municipale_ al Granduca,
ormai chiamati ad altro destino, odiavano, e a ragione, il servizio
di Polizia. La milizia, da quei medesimi che la capitanavano, era
chiamata infamia, non tutela del paese. La Guardia Municipale non
ancora composta.[27] Il Senatore Capponi, lo abbiamo non ha guari
veduto, dichiarava in Senato la condizione del suo Ministero essere
identica a quella del mio. Confesso di leggieri, che nè anch'egli
sedeva sopra letto di rose; ma con sua pace, il divario appariva
grandissimo fra il suo Ministero ed il nostro, però ch'egli possedesse
la forza dei Carabinieri intera, e a me la consegnasse odiatrice
ed odiata, percuotente e percossa. Sventura lacrimevole, che poteva
essere risparmiata! No, le condizioni non apparivano uguali; tra il
mio Ministero e il suo correva la guerra civile rotta, una sconfitta
toccata dall'Autorità, un Popolo reso audacissimo per miserabile
vittoria.

Noi a mani giunte imploravamo lo aiuto di tutti, anche degli emuli
nostri, per isvellere fino dalle radici la mala pianta del disordine;
— gli supplicavamo a uscire dalle case loro, a scendere con noi fra la
moltitudine per ammaestrarla, e ammonirla.[28] — Le preghiere nostre
secondarono? Il soccorso supplicato compartirono? — Ah! no; secondo
l'usanza pessima ed antica, a parole protestavano volerci aiutare, ma
in fatto nè brogli, nè conventicole, nè qualunque argomento preterivano
nello intento di rovesciare il nostro Ministero. Taluno, ponendosi la
mano sul petto, sentirà che io dico il vero. In quanto a me, sappiate
che conosco assai più cose di quelle che dico: _potrei citare nomi, e
disegni a me noti, e da me per longanimità lasciati inavvertiti_; — ma
la prudenza, che mai deve scompagnarsi da chi tenne officio supremo,
desidera che alle provocazioni dell'Accusa io mi taccia.

Tanto può la cieca ira di parte, che gl'incauti si affaccendavano
ad abbattere il dicco estremo, che sosteneva la piena minacciante
di sommergerli tutti. Queste cose sa il Principe, che deplorandone
gl'imprudenti conati interpose l'autorità sua, perchè cessassero e
forse glielo promisero; io però ebbi a provare che non lo attennero
troppo.

In questa parte concludendo, è lecito dire, che i Giudici, e l'Accusa
non affermarono il vero, anzi esposero il falso, quando narrarono
l'agitazione essersi manifestata sul declinare del 1848 soltanto.
Nè ciò si creda che entrambi facessero senza consiglio, imperciocchè
lo studio loro intenda, come ho avvertito, a mostrare che una forza
rivoluzionaria fosse eccitata da me, crescesse, crescesse irresistibile
fino all'8 febbraio 1849; nell'8 febbraio poi cessasse ad un tratto
per ripigliare più tardi: così i fatti altrui fino all'8 febbraio
s'imputano a me, perchè da me _costretti_; i fatti posteriori all'8
febbraio s'imputano parimente a me, perchè in me _spontanei_. A senso
dell'Accusa, le forze rivoluzionarie stavano in potestà mia, come le
cannelle dell'acqua fredda e dell'acqua calda quando entro nel bagno.
Io però fui _complice_, o _impotente per vizio di origine_; nato in
peccato mortale, non basta a salvarmi agli occhi dei miei Accusatori
_il battesimo_ della scelta sovrana; però importa osservare come i
Ministeri precedenti, usciti al mondo immacolati, o immersi del bel
Giordano nelle chiare acque, non riuscissero meglio a vincere la forza
rivoluzionaria fino dai primordii. Eglino stessi lo confessarono, e
ne addussero cause plausibili. La _confessione_, lo avvertano i miei
Accusatori, è cosa che merita reverenza grandissima, perchè innalzata
anch'essa alla santità di _sacramento_. Ora considerino, di grazia,
se in tempi più grossi mi venisse fatto di adoperarmi con qualche
vantaggio in benefizio del Paese.

Quando mi giunse a notizia, come l'autore del _Decreto della decadenza
del Principe_, scritto e proclamato sopra la Piazza Granducale _il 30
luglio 1848 sotto il Ministero Ridolfi_, continuasse la sua dimora
in Firenze, irremissibilmente lo esiliai.[29] Preti, seminatori di
scandali, pervertenti lo spirito dei campagnuoli, insinuanti che il
Granduca costretto aveva consentito allo Statuto, non già di cuore e
spontaneo, chiamai, ammonii, e corressi.[30] Torres, espugnatore delle
Fortezze livornesi sotto il _Ministero Capponi_, ardito uomo, fu da
me parimente bandito, e ritornato con manifesto spreto dell'Autorità,
ordinai lo arrestassero e lo conducessero ai confini.[31] Alle censure
acerbissime della stampa, per questo fatto, risposi: «Renda conto
il Torres della sua passata condotta a Livorno, giustifichi il suo
ritorno a Firenze, allora apparirà se la misura presa a suo riguardo fu
arbitraria e vessatoria, o piuttosto opportuna e giusta.»[32]

E qui giovi notare, _di scancio_, contro alla benevola insinuazione
gittata là dal Decreto in mezzo a parentesi (Guerrazzi creduto autore
principale dei moti livornesi), che se io fossi stato tale, non lo
avrebbe ignorato il Torres; e alla mia invereconda provocazione non
avrebbe egli risposto col verso di Clitennestra:

    «Chi mi vi ha spinto or mi rimorde il fallo?»

Livorno ridussi in potere del Principe, quantunque, come attestava
il Presidente Capponi, _stesse in procinto di eleggere il governo
provvisorio_.[33] A moderare il passo continuo di gente nemica
naturalmente di pace, il chiarissimo Mariano D'Ayala ed io osammo
proporre al Principe il Decreto del 27 novembre 1848, dove si
ordinava, che tutti quelli i quali presentandosi alle frontiere non si
arruolassero soldati fossero respinti. Preposto a scrivere il Rapporto
del Decreto, adoperai parole audaci,[34] che m'inimicarono coteste
turbe, dove a poco bene s'incontrava mescolato parecchio male: però che
i Popoli creduli reputassero profeti tutti quelli che paltoneggiando
pel mondo si facevano le spese a nome della patria; e guai a colui
che avesse ardito con parole o con fatti torcere pure un capello di
quelle teste reputate sante. E solo _osai_ ancora di più: gl'ingenerosi
insulti (tollerati dai precedenti Ministri) contro i nemici repressi;
tanto ebbi a schifo qualunque cosa, che magnanima veramente non fosse,
tanto studiai di sollevare il cuore del Popolo ad alti concetti. Le
parole che io dissi sul terminare del 1848, quando gli Austriaci erano
lontani, posso ripetere adesso che sono in casa: «Non così (scriveva al
Prefetto di Firenze), non così si educa un Popolo, nè se ne ritempra il
carattere. Nè m'incresce meno considerare come si espongano al pubblico
dileggio i nostri nemici. I nemici vanno vinti, Signor Prefetto, e non
oltraggiati, imperciocchè lo insulto, prima della vittoria, sia stolta
jattanza; dopo, bassezza codarda. E un altro male fanno eziandio simili
scede, che inducendo il Popolo in falso concetto sopra la potenza
del nemico, dorme sicuro poterlo vincere agevolmente, mentre avrebbe
mestieri di supremi conati per superarlo.»[35] Ah! non era io quegli,
che lusingando assicurava il Popolo potersi vincere il nemico co'
bastoni e co' sassi..... non io..... non io promisi andargli incontro
co' figli; ma quando strinse il bisogno, mandai semplice soldato
quell'unico, che mi tiene luogo di figlio!

Ma l'Accusa, dissimulando la condizione dello Stato, e come se
incominciasse sotto il mio Ministero l'agitazione in Toscana, va a
raccogliere i fatti successi per gittarmeli in faccia; essa rammenta:
1º Lo assembramento in Livorno nel 29 e 30 ottobre 1848 per bruciare
la _Patria_, e l'uscita delle milizie a dimesticarsi col Popolo. 2º
La occupazione violenta delle Fortezze di Portoferraio. 3º Le minacce
contro i proprietarii della sega a vapore a Livorno. 4º Le violenze
alla tenuta di Limone dei fratelli Bartolomei. 5º La esultanza in
Livorno per lo assassinio del Conte Rossi, assistente il Governatore.
6º La opposizione al richiamo in Firenze del Capitano Roberti. 7º Le
violenze elettorali, quantunque l'Autorità avesse _avuto il tempo
e i mezzi per prevenirle_. 8º Le violenze contro il giornale _La
Vespa_, onde ridurlo a tacersi, _comecchè avesse avuto coraggio di
farsi opponente al Ministero_. 9º I disordini in piazza, e al Palazzo
dell'Arcivescovo, per cui il venerando Prelato ebbe a cercare sicurezza
fuori di Firenze. 10º L'esorbitanze della stampa ec. E fatta questa
raccolta conclude, che il Ministero restringeva i provvedimenti ad
apparenze di preparativi, a frasi di disapprovazione, al _rinvio degli
avvenimenti più scandalosi all'ordinarie vie di giustizia_![36]

Davvero, per poco non mi cade l'animo sconfortato, però che i fatti
che in parte io stesso allegava in testimonio di riordinato reggimento,
mi si ritorcono contro, o come _eccitati da me_, o come _da me reo di
peccato originale_ non potuti _reprimere_. Esaminiamo in qual modo io
adoperassi contro i fatti dall'Accusa allegati, avuto sempre riguardo
alle condizioni del paese e dei tempi. — Pervenuta al Ministero la
notizia dell'arsione in Livorno del Nº 120 della _Patria_, e del come
non volesse il Popolo consentire alla consegna di cotesto Giornale,
ecco quello che feci stampare nel N. 270 della _Gazzetta di Firenze_:
«Il Governo, fermo nel suo intendimento di mantenere il suo Programma,
comunicò al Direttore della Posta di Livorno, per mezzo del Ministro
dello Interno, le istruzioni che noi riproduciamo. — Illº. Sig. Il
sottoscritto Ministro dello Interno, in unione dei suoi Colleghi,
_intende e vuole_ che sia pubblicato secondo l'ordinario il Giornale
detto _La Patria_. Libertà di parole a tutti. Questo principio
professerebbe sempre lo attuale Ministero in altrui; _molto più lo
deve, trattandosi di sè_. Dove i miei concittadini nel proponimento
loro persistessero, gli avverta che scapiterebbero assai nell'onorato
concetto che il mondo si è formato di loro, e che a tutti noi
apporterebbero grandissimo cordoglio. Il proverbio antico diceva, che
nè anche Giove piace a tutti; come possiamo pretendere _piacere a tutti
noi, che per certo Giove non siamo_?»

Ancora nel giorno 29 ottobre 1848, a ore 9, mi mandavano il seguente
Dispaccio telegrafico: «_Questa sera_ a ore 11 fu bruciato lo infame
e tristo Giornale _La Patria_. Il medesimo urtava il nuovo Ministero,
e quindi la intera popolazione livornese. Fu condannato ad essere
bruciato in mezzo di Piazza; poscia il Popolo ha proibito al Direttore
della Posta, pena la _morte_, di farlo introdurre in questa valorosa
città di Livorno. A scanso d'inconvenienze rimetto a lei giudicare
chi ha torto o ragione.» Ed io subito, dopo men di due ore, rispondeva
per la medesima via al Consigliere Isolani: «Male, male. La _Patria_ è
ostile a noi. _Motivo di più per rispettarla_. Se la pubblica opinione
ci sostiene, perchè mai violenze? Scriva la _Patria_; quanto più
scrive, più mostra la bassa invidia a cui manca perfino la decenza.
Questo dispaccio si parte dal Guerrazzi, e non dal ministro Guerrazzi.»

Così io raccomandava un Giornale piuttosto mio persecutore che avverso;
Giornale, che non aveva aborrito di rovesciare sopra di me la calunnia,
quando oppresso e imprigionato non poteva rispondere, ed ogni sua
parola pesava nella bilancia della Giustizia a mio danno; Giornale,
che più di ogni altro si affaticò a spargere le triste voci, che
adesso raccoglie diligentemente l'Accusa per tessermene una corona
di spine; — Giornale, che dettato, per non dire altro, da chi una
volta fu amico, doveva per pudore tacere; però che, secondo la greca
sentenza, l'amicizia cessata sia un Tempio di cui, remosso il Dio,
voglionsi venerare le pareti mai sempre in memoria della Divinità. E la
raccomandazione bastava, sicchè il Giornale poteva essere distribuito
liberamente di poi. Peccati veniali erano quelli pei tempi che
correvano, nè avrei potuto finalmente volere, che agl'incendiatori di
un foglio fosse applicata la pena del taglione! Siccome non fui vile,
perseguitato; non conobbi vendetta, potente. — A sedare i tumulti di
Portoferraio, di concerto di S. A. e del Ministro D'Ayala, presi le
determinazioni opportune _illico et immediate_; nelle stanze stesse
del Granduca, lui presente, dettai la commissione; mandammo pel Sig.
Giorgio Manganaro, e senza perdita di tempo, lo spedimmo subito subito
alla Isola dell'Elba.[37] Andò, sedò, arrestò i supposti autori, e li
tradusse davanti ai Tribunali ordinarii. I Tribunali _assolverono_.[38]
È mia la colpa, dite, se i _Tribunali allora_ erano facili a scusare,
come _adesso_ lo sono a punire? È mia la colpa, se gli uomini,
diventati barometri, ad ogni lieve impressione di caldo e di freddo
abbassano od alzano il loro mercurio? È mia colpa se, istrioni sopra
la scena del mondo, talora essi sostengono la parte di Tito, tal altra
quella di Dracone? Volete sapere come scriveva all'ottimo Giorgio
Manganaro a schiarimento di certi suoi quesiti? «Signore Giorgio
Manganaro. Firenze 21 novembre 1848. Io odio le vie eccezionali: sono
da deboli. Il Granduca ha fatta l'amnistia: vedasi se G...... vi sia
compreso; ciò spetta ai Tribunali. Dove non sia compreso, procedasi
con rigore apertamente, e giustamente. In ogni caso, da qui innanzi
chi rompe paga senza paura. Addio.» Io dunque al mio dovere adempiva;
perchè non lo adempirono tutti?

Il tripudio per la morte del Rossi non fu opera del Governatore; pure
lo appuntai di essersi presentato al Popolo; barbara cosa lo reputammo,
ed era; fin da quel momento desiderai occasione di rimuovere il Pigli
da Livorno, e quando capitò senza timore di resistenze tumultuarie,
lo rimossi. Ma in questo modo parlando di Carlo Pigli, io non posso
astenermi, nè devo, da aggiungere che non cuore malvagio, il quale
anzi io gli conobbi compassionevole e buono, ma difetto di sufficiente
costanza a resistere alle improntitudini altrui lo indusse a dire
parole di cui egli ebbe a pentirsi amaramente poi.[39]

Io so come un visconte D'Arlincourt abbia scritto, che il conte
Mamiani, il principe di Canino, Sterbini ed io deliberammo a Livorno
la strage del Rossi. Pare che questa prima deliberazione non bastasse,
perchè, secondo lo egregio Visconte, lo atroce omicidio fu messo di
nuovo a partito a Firenze in Via _Santa Apollina_ (com'egli dice), e
fu tratto a sorte chi dovesse fare il colpo fra Montanelli, Sterbini,
Galletti e Canino; e la sorte ad arte si operò che cadesse su l'ultimo
di loro. Ma nè anche queste deliberazioni bastarono; perchè il negozio
succedesse col mistero necessario alle opere di sangue, decisione
uguale fu presa a Genova nell'Albergo Feder, e a Torino nel Circolo
Gioberti (_Italia rossa_, pag. 82). — Tali e siffatti gesti per me
si operarono, finchè, secondo che ci ammaestra il pro' Visconte, il
Popolo tornava a sventolare l'_antica bandiera toscana turchina e rossa
invece della tricolore_ (_Ivi_, pag. 87). Io deploro col profondo del
cuore, che altri siasi reputato offeso da cotesto sciaurato; e troppo
più deploro, che per le costui ribalderie nobile sangue italiano sia
stato in procinto di versarsi. Lasciate andare; cotesto è fango, e
del peggiore, che schizza mentre passa a rompicollo la treggia della
reazione. — Oh! antica nobiltà di Francia quanto basso caduta.....

Se le violenze elettorali non furono potute prevenire, furono però
represse in Firenze _dalla mia stessa presenza, recandomi di persona
ad ogni_ Collegio Elettorale in compagnia del Sig. Baldini maggiore
della Guardia Civica, nè mi ritrassi, finchè non rimasi sicuro che
ogni cosa andasse in ordine.[40] Passando da Pisa, per una parola
che profferii, venni sottoposto a processo! — E la parola fu questa.
Antonio Dell'Hoste, uomo egregio, aspettatomi alla Stazione della
Strada Ferrata, mi diceva: «Grande essere in Pisa il perturbamento
per l'elezioni; dolergli nel profondo che avessero tolto il nome suo
a pretesto di sommossa; avere dichiarato invano non potere accettare
ufficio di Deputato; provvedessi, perchè forte temeva che in cotesto
giorno avrebbero rotto o urne, o teste.» Io gli rispondeva, mancare
di autorità per provvedere; ciò spettare ai Magistrati locali, che
avrebbero fatto buono ufficio ricorrendo alla Guardia Civica; e siccome
egli sembrava dubitare della energia di quelli, della efficacia di
questa, io replicava: «E allora, o come pensi che potrei provvedere
io? Ho forse meco uno esercito? Confido che non avverrà cosa da
deplorarsi; in ogni evento, _meglio sarà che rompano le urne, che
le teste_.» E questo favellai nel senso proverbiale di chi dovendo
scegliere fra due partiti tristi accetta il men peggio. Meglio è
cascare dalle scale che dalla finestra, costuma dire il Popolo; nè
per questo si pensa, che uomo desideri rotolare le scale; e nonostante
fui accusato! Vedi se incominciò a soffiare rigido il vento davvero!
Manco male, che mi posero fuori di accusa senz'altro danno; altrimenti
avrei imparato quanto sia pericoloso discorrere per proverbii. — Nei
Paesi Costituzionali, anche in tempi ordinarii, il periodo delle
elezioni non passa senza disturbi più o meno gravi;[41] e quello
che merita considerazione fra noi si è, che, nonostante lo agitarsi
della gente, poterono essere eletti quelli che intendeva escludere,
e l'elezioni furono lasciate libere per modo, che uno Scrittore ebbe
a dire, che il nostro Ministero contava nel Consiglio Generale _tre
voti_ soltanto;[42] avesse almeno detto sei, manco male! Sei eravamo
Ministri, e tutti deputati; e che avessimo a fare come Licurgo, il
quale piantando la vite si tagliò le gambe, non è poi da credersi,
nonostante la pesa autorità dello Scrittore allegato. Ad ogni modo,
l'elezioni allora e poi furono liberissime per la parte del Ministero;
nessuno ardì rimproverarlo di brogli o di arti consuete pur troppo
ad usarsi dal Potere per procacciarsi la maggiorità. Intorno alla
insinuazione benevola, che tempo avessi e modo di prevenire, accennerò,
che dei giorni elettorali, uno e mezzo, cioè _quello preciso_ in cui
avvenne la rottura delle urne a Firenze, passai in viaggio e a Livorno
per esercitare lo ufficio di elettore, donde a gran fretta venni
richiamato per ovviare al rinnuovarsi del tumulto; e che avendo voluto
libere sempre l'elezioni, e vigilato di persona perchè uscissero libere
siccome veramente elle uscirono, se avessi potuto immaginare che per
un momento fossero state disturbate, avrei fino dal _primo_ giorno
provveduto, come feci il _terzo_.[43]

E qui mi gode l'animo di riportare una parte di lettera che scrissi
nel 27 novembre 1848 al signore Andrea Padovani gentiluomo livornese,
in risposta di certa sua nella quale tenevami proposito di Ridolfo
Castinelli, non voluto da un partito deputato a Pisa, e non pertanto
eletto a Pisa e a Castelfranco, patria dei miei padri, per opera
in ispecie dei miei parenti ed amici: «Il Ministero è deciso a fare
rispettare la Legge, e ha preso le sue disposizioni in proposito: spera
che non sarà condotto ad estremità; se lo fosse, con meno jattanza di
altri, ma più costanza assai, dichiara, che saprà morire al suo posto.
Però supplica che i prudenti non accrescano difficoltà alle già tante
che lo tengono oppresso: prudenza dunque e gravità. Tutti si uniscano
a noi per creare un governo, una amministrazione, una qualche cosa
che difenda e assicuri, e poi ci mandino al diavolo. Se altri ha mezza
voglia di mandarci, noi l'abbiamo intera per tornarcene a casa. Per me
mi sento sbigottito dalla fatica e dalle rinascenti difficoltà. Questa
lettera potrà sembrarti severa, ma ti dimostrerà parimente che io ti
stimo e che sono degno della tua amicizia. Addio.»

Confido, che quanti leggeranno questa Apologia, con voglie pronte si
affretteranno a mandarmi le lettere che posseggono di mio, le quali
valgano ad allontanare da me le turpi imputazioni dell'Accusa. — Certo
non mancherà essa di persistere che le mie parole sono astuzie di chi
doppio ha il cuore per mostrarsi alla occasione o topo o uccello, come
il vipistrello del Padre Moneti. — Facile è insultare l'uomo oppresso e
in carcere.... e se verecondia e giustizia non fanno inciampo a questa
facile a un punto ed infelice potenza, davvero non posso farcelo io.
Tra i miei Giudici e me giudichi il Paese.

Le violenze voglionsi sempre prevenire, e, quando non si può, almeno
reprimere; però biasimati come meritano coloro che oltraggiarono gli
scrittori della _Vespa_, è forza che io apra l'animo mio intero intorno
alle parole dell'Accusa: essa loda cotesto Giornale come quello _che
aveva avuto il coraggio di farsi oppositore al Ministero_. Calunnia
perfida, insinuazioni iniquissime, vituperii senza fine erano le arti
della _Vespa_, e l'Accusa trova parole di lode per lei! — Quando
ogni altro riscontro mancasse per dimostrare con quale e quanta
stemperatezza proceda l'Accusa, basterebbe questo uno. Dunque animosi
erano tutti i calunniatori del Ministero? Egregi uomini quanti lo
vituperavano? L'Accusa, nello infinito odio contro il mio Ministero,
non è contenta di averlo maledetto,

    Nella ira del Signore ingenerato,
    Figliuolo della morte e del peccato;

non le basta, che pesi su lui la condanna di Caino, però che alla fin
fine Dio vietò che uccidessero il fratricida: adesso ella mi mette
a pari del lupo, e sembra avere desiderato che dessero la taglia
dei dieci scudi a chi portava la testa mozza di questo Ministero
licantropo. Il torto non è di coloro che mi correvano addosso: egli
è evidente; il torto era tutto mio, per non essermi rassegnato di
buona grazia a farmi lacerare. Cecità di partiti! Vogliono ricostruire
l'Autorità, e commendano coloro che l'Autorità distruggevano! Nè vale
opporre: ma voi ci eravate esosi; — non importa; — se consentanei a voi
stessi, noi eravamo Autorità, e tanto bastava perchè ci aveste dovuto
rispettare, e difendere. Vedete David: egli odiava Saul; grande era
il comodo che risentiva dalla sua morte; e nonostante, in venerazione
dell'Autorità, ordina sia tolto di vita lo Amalechita che mise la mano
su l'unto del Signore. Certo capitano Côrso, che io ho conosciuto,
dopo essersi arricchito seguendo le fortune della prima rivoluzione
di Francia, professavasi adesso sviscerato dell'Autorità. Nel 1830 i
suoi figli travagliandosi nei nuovi sconvolgimenti, toccarono da lui
un fiero rabbuffo: e siccome essi per iscusarsi gli rammentavano le
sue geste operate nella rivoluzione, egli rispose: _Tacete! cotesta
rivoluzione era giusta perchè c'era io_! — Così l'Accusa a me: _Tacete!
cotesta non era Autorità perchè ci eravate voi_. — Le stesse premesse
di passione conducono alle medesime conseguenze di errore. Un Giornale
_onesto_, non _parziale_ del Ministero, _amico_ dello Statuto, ecco
come qualificava _allora_ a viso aperto i libelli che all'Accusa _basta
il cuore adesso_ salutare col nome di GENEROSI OPPOSITORI AL MINISTERO.

«Quello che oggi è accaduto in Firenze potrebbe però dalla sola
malevolenza attribuirsi al Popolo, o anche ad un Partito. Un
attruppamento di forse 20 persone si è recato alla tipografia Passigli,
si è impadronito delle _forme_ del giornale _la Vespa_ ec... Noi
non troviamo parole sufficienti per flagellare certi VITUPEROSI
giornali di tutti i colori, che mercano oro bruttando di fango quanti
sono loro avversarii, e che alla discussione calorosa, ma urbana e
ragionata, sostituiscono la CONTUMELIA VILLANA E LA CALUNNIA. Questi
DEPRAVATORI della Morale pubblica, questi BASTARDI PARASITI della
libertà della stampa, dovrebbero trovare degna punizione _nel disprezzo
e nell'abbandono delle oneste persone_, se molti cui piace ridere
delle ferite fatte altrui, tenerissimi poi della propria pelle, non
gettassero, a nutrire tanta bruttura, un soldo per comprare un minuto
di stupido passatempo, per non dir peggio. E sì, per Dio! che son
tempi questi da ridere e da scherzare leggiadramente, e da cercare
sollazzo frugando nel santuario delle pareti domestiche, o alzando il
velo che cuopre i segreti, che dovrebbero essere inviolabili, della
vita privata! Un bel Popolo degno di libertà veramente saremmo noi
se dovessimo essere giudicati dalle sozzure che si vanno stampando
e affiggendo pei canti della città! La cosa non va per questo modo,
la Dio mercè; ma neppure dev'essere lecito in un Popolo ordinato
civilmente, che ha leggi e Governo, ai primi venuti d'andare a farsi di
proprio moto vendicatori della Morale pubblica.» — (_Nazionale_, 3 gen.
1849.)

_I vituperosi, i villani, i calunniatori, i sozzi depravatori, i
contennendi da quante sono oneste persone_ nel 1849, nel 1851 diventano
_generosi oppositori per l'Accusa_! In verità, siffatte considerazioni
talora mi spingono in volto il rosso della vergogna di essere nato
uomo, e nell'anima uno sgomento, che poco più è morte. — O Patria mia!

Fra le quotidiane calunnie, la _Vespa_ diffuse quella, che io avessi
ordinato il Palazzo del Marchese Ridolfi si manomettesse, e, fedele poi
al mio programma, gli avessi fatto pagare il guasto!!

Per chiunque intende gentilezza che sia, il mio ufficio m'imponeva
tutelare tutti, particolarmente poi il signor Cosimo Ridolfi, che mi
era proceduto infesto senza ragione. Si rimproverava un fatto falso,
e mi pareva che costituisse vera calunnia. Chiamai il Magistrato, e
gli dissi adoperasse per noi la difesa che avrebbe usata a favore di
ogni altro cittadino: nella repressione dei delitti rammentasse che il
Governo non proteggeva la Magistratura, ma all'opposto la Magistratura
il Governo. Esaminasse, e vedesse quello che in sua coscienza era
da farsi.[44] Il Magistrato esaminò e referì: non correre tempi
propizii per questa sorta accuse; la difesa avrebbe saputo togliere
di mezzo ogni ombra d'imputabilità: non persuadergli la coscienza
d'instituire processo. Davanti alla coscienza del Magistrato tacqui:
però con profondo sconforto notai, che il tempo governava cose che
non avrebbero dovuto governare ragioni di tempo. A Lucca parimente
non omisi provocare l'azione dei Magistrati contro i delitti della
stampa, ma il Prefetto avvisava: «Il Pubblico Ministero non crede
incriminabili gli articoli della _Riforma_, e così _l'Autorità
Governativa non può agire contro essa!» — Heu Hector quantum mutatus
ab illo_! A reprimere le sfrenatezze della stampa, occorrevano
due mezzi legali, e vennero praticati: i Tribunali; e assolverono,
trovando i _tempi poco favorevoli_ a simili accuse: il richiamo dei
Direttori dei Giornali; e dissero avere vinta la mano dagli scrittori.
Io, e _il Processo lo attesta_, esortai qualche Direttore a smettere
la veemente polemica, offerendomi pronto a fargli toccare con mano
come il suo Giornale proseguisse uno scopo ad ottenersi impossibile.
Il Prefetto di Firenze ai Direttori di Giornali di varia opinione
raccomandava reciproca cortesia e temperanza.[45] Ad ogni evento vi
erano leggi repressive; eranvi Magistrati a posta per invigilare; nè
l'Autorità governativa può, nè deve, senza sconvolgere ogni diritto
ordine di reggimento, mescersi da per tutto: in siffatte faccende il
_Governo attende soccorso dalla Magistratura, non glielo partecipa_.
Avvertasi per ultimo se _complice_ o _impotente_ repressore di violenze
fossi io! — Arrestati alcuni prevenuti di guasti alle campagne dei
signori Bartolomei, così ordinava col Dispaccio telegrafico del
16 novembre 1848: «Bene, benissimo: adesso procedura immediata:
si sospenda ogni altro negozio al Tribunale: pena la indignazione
sovrana se i Magistrati, nel più breve tempo possibile, non terminano
questo negozio: impieghino giorno e notte; si dia pubblicità alla
discussione: prenda parola il Procuratore Regio; energia, o _fra un
mese la Toscana diventa un mucchio di cenere_.» Grave fatto fu quello
dello Arcivescovado; ma simili successi, come inopinati e improvvisi,
male possonsi prevenire. Bene si possono, anzi si devono castigare.
È colpa mia, se gli Ufficiali non sapevano, o aborrivano dal proprio
dovere? Le inquisizioni furono ordinate; perchè non proseguite? Il
Governo ha da fare tutto? Può provvedere a tutto? Di tutte le paure,
di tutte l'esitanze, di tutte le negligenze ha da essere becco
emissario il mio Ministero? — Il _Monitore_ del 23 gennaio 1849 così
manifestava l'animo suo vituperando il fatto: «Pochi facinorosi e
un branco di ragazzi tentarono violare la santità dello asilo (dello
Arcivescovo), con generale reprobazione di tutti i buoni Fiorentini,
dei quali non pochi si adoperarono onde desistessero dallo spingere
più oltre le violenze. Il Governo non può nè deve tollerare qualunque
trascorso che tenda a turbare la pubblica tranquillità o infrangere
l'autorità delle leggi. Sono già state prese le misure opportune, e
_la Giustizia sta in traccia dei colpevoli, che saranno puniti con
tutto il rigore_.»[46] L'Accusa poteva rammentarsi che mercè le mie
premurose istanze l'Arcivescovo fu richiamato in Firenze, che egli a
me si affidò, e che io, con sommo studio, correndo pericolo grande,
attesa la malvagità dei tempi, lo assicurai nello esercizio liberissimo
delle sue funzioni ecclesiastiche. La opposizione del Roberti a
presentarsi a Firenze, era ella cosa da rammentarsi nemmeno? _Dat
veniam corvis, vexat censura columbas_! E nonostante, col Dispaccio
telegrafico del 13 novembre 1848, ore 6, fu mandato: «Se Roberti
(Giorgio) vuole dimettersi, accettisi la dimissione.» E nel 18 detto:
«Roberti obbedisca e venga a Firenze; se disobbedisce, si cassi dai
ruoli.» Roberti obbedì. Le violenze contro i signori Bartolomei ed
Henderson furono con alacre operosità represse. «Sono state prese
le opportune disposizioni perchè non si rinnuovino violenze a carico
dei proprietarii della sega a vapore.» (Dispaccio telegrafico dell'8
novembre.) — «Ma avvertasi, che nulla accadde di _violento; vi furono
solo minaccie_.» (Dispaccio telegrafico Isolani del 7 novembre.) —
Rispettivamente ai sigg. Bartolomei, ecco come io ordinava a ore 4,
min. 55, del giorno 11 novembre col telegrafo: «Si proteggano ancora
i Bartolomei. _Appunto perchè mi hanno fatto male, debbono essere
protetti_. Se fosse diversamente, ridonderebbe in infamia per noi.» —
Alle ore 6, min. 43, del medesimo giorno, mi rispondeva il telegrafo:
«La dimostrazione contro i Bartolomei era incominciata col suono di
un tamburo; l'ottimo Petracchi l'ha dissipata.» — Perchè mi appone
l'Accusa disordini che furono prevenuti? Nel giorno 13 novembre, a
ore 6 pom., per via telegrafica comando al Governatore di Livorno: «Si
proceda _subito_ allo arresto dei violatori delle proprietà Bartolomei;
_subito_, fossero anche miei fratelli.» Perchè mi appone l'Accusa
disordini che così acremente repressi? — Più benigni a me dell'Accusa
i pretesi ingiuriati, della ottima mente loro mi dettero poi prove
tali, che a me duole non poterle riportare in questo Scritto, però che
onorino la umana natura e riposino l'animo stanco dalla vista di tante
iniquità.[47]

Non so se io debba continuare nella storia delle sommosse accadute
durante il mio Ministero e degli sforzi operati per sedarle, perchè
io vedo con paura che tutto mi si ritorce contro. L'Accusa, intorno ai
fatti riportati fin qui, mi dichiara _complice, o impotente per vizio
di origine_; riguardo ad altri fatti che mi riusciva impedire, l'Accusa
ne trae argomento a ragionare nella seguente maniera: poichè l'Accusato
_potè_ impedire molte intemperanze, segno è certo che alle altre
che accaddero egli _non volle_. Così non salva tenere nè lasciare;
così perde ugualmente fermarmi e fuggire. Se non riesco resistere,
sono complice; se riesco, sono reo per non essere riuscito di più.
Un cammello può portare il carico di mille libbre; ma perchè non ne
portava due mila, sia condannato a morte. Tale è la legge dell'Accusa:
— fiera legge invero!

Ma la Storia non giudica così, e tale registra splendido elogio del
Lafayette, a cui pure non venne fatto riparare tutto quello ch'ei
volle: «Lafayette adoravano le milizie, quantunque il vincolo della
vittoria non le legasse a lui; pacato uomo egli era, e ricco di partiti
in mezzo ai furori popolari; — però, malgrado la sua operosa vigilanza,
non sempre giunse a capo di vincere i tumulti delle moltitudini,
imperciocchè, per quanto sia spedita la forza, non può trovarsi
presente da per tutto contro un Popolo da per tutto sollevato: —
spesso lottava contro le fazioni senza fiducia, ma con la costanza del
cittadino, il quale non deve disertare mai la cosa pubblica, quando
anche disperi di poterla salvare!»[48]

Una frase _scoperta_ dal Decreto del 10 giugno 1850 viene accolta con
amore e accarezzata dal Decreto del 7 gennaio 1851: il Ministero fu
_complice, o impotente_. Ora come in suprema accusa possono queste due
parole congiungersi in virtù dell'alternativa? Immenso è lo spazio
che passa dall'uno stato all'altro. Nella misura della imputazione,
alla _impotenza_ corrisponde venia e favore; alla _complicità_, odio e
castigo.

O Ministri, che adesso reggete le sorti toscane, e che, credendo
in me l'uomo soltanto flagellato, di me non curate; attendete e
avvertite, che con l'uomo va a stracci la prerogativa ministeriale.
La via di Palazzo Vecchio per me insegna, che può diventare quella
del Calvario, e di ora innanzi metterà ribrezzo percorrerla, perchè
se un Tribunale potrà intorno al Ministro caduto aggrappare non solo
i proprii fatti, ma anche gli altrui, e di tutti chiedere al medesimo
ragione, e, nulla intendendo delle necessità politiche, lo porrà nelle
consuete condizioni della vita di uomo che può volere e disvolere a
suo senno: — se di pratiche dilicate, condotte con opportuno mistero,
egli pretenderà prove _luminosissime e chiarissime_; — se il concetto
di atti operati con la discretezza imposta dai tempi, ed anche con
dissimulazione, presumerà dimostrato con riscontri, e dirò quasi con
_istrumenti_ e _chirografi univoci_ e non _equivoci_; — se di più,
questo Tribunale andrà a pescare gli elementi dell'Accusa nelle parole
della Tribuna, e nei Giornali, che ne sono l'eco; — se l'ora della
lotta penserà che sia l'ora della Giustizia, e le furie dei Partiti
pacate consigliere del giudicare, quale Ministro mai, quale Ministero
si salverà?

L'Accusa me incolpa, _per essermi limitato a rinviare gli avvenimenti
più scandalosi alle ordinarie vie di giustizia_. Io temo comprendere
troppo, o troppo poco. O dove aveva a rinviarli io? Forse come Mario
reduce a Roma, col negare o col rendere il saluto, dovevo indicare ai
satelliti i cittadini da trucidarsi? Agendo come l'Accusa rimprovera,
io adempiva al mio dovere; lo hanno tutti ugualmente adempito? O
piuttosto talora con pusillanime oscitanza, tal altra con quello
_zelo serotino e importuno_ (_che fu il terrore del Talleyrand_) non
abbandonarono o imbarazzarono il Governo?[49]

Ma sia che vuolsi, io continuerò nella narrativa di quanto mi fu dato,
come Ministro, operare in benefizio del Paese, onde il Paese giudichi
me e i miei Giudici, e veda se io mi merito lo insulto (e non è il
solo) che essi mi gettano in faccia: «_va, tu fosti un complice tristo,
o uno imbecille impotente_!»

La Plebe Castagnetana insorge con moti comunisti. È repressa
energicamente con lo invio di Commissione speciale.[50] Attentati
contro le foreste dello Stato repressi, nonostante il pericolo di
sloggiare gli scarpatori armati di pianta in pianta.[51] Guasti di
palazzi, attentati d'incendii prevenuti, o repressi. Aggressioni e
latrocinii prevenuti parimente o repressi.[52] Plebe Pratese tumultua
e minaccia ardere le fabbriche dei cappelli di paglia; con pronti
rimedii è frenata.[53] Plebe di Campi irrompente contro le proprietà
dei cittadini tenuta in rispetto.[54] Campagnuoli infestanti le
vie maestre e i pubblici passeggi, estorcenti danari ai passeggeri,
sorpresi e arrestati.[55] Contadini e Plebe Fiorentina invadono il
negozio Peratoner sotto pretesto di cambiare i _Buoni del Tesoro_,
e minaccianti pel medesimo motivo la banca Fenzi, repressi, nella
deficienza di pronta forza, con la mia stessa persona.[56] Plebe e
contadini di Firenze, nella notte del 27 gennaio 1849, percorrono la
città, gridando: «Morte ai codini, fuoco alle case;» insultano Veliti
e Guardia Civica; invadono i corpi di guardia delle Delegazioni,
infrangono porte, e minacciano di morte il Delegato Carli. Cresce
il tumulto in Borgo degli Albizzi e in Via Calzaioli. Eduardo Ricci
muore di coltello. Un Campigiano è arrestato; gli altri fuggono.
Cotesta fu notte in cui più di uno tremò nel suo letto, e le pattuglie
esitavano di mettersi a sbaraglio in mezzo al tumulto. Io era per le
strade improvvido di me, attendendo al dovere di tutelare la pubblica
sicurezza. Sì certo, il mio dovere; ma è pur forza dirlo, egli è più
facile assai dare il consiglio, che lo esempio di avventurare la vita
per mantenere l'ordine della città: e la città fu quieta; i facinorosi
posti in mano alla Giustizia.

I Giornali della Opposizione sbigottivano pei nuovi mostri; il Governo
deprecavano a tentare i _supremi sforzi_ per ritrarre il Paese dal
fatale sentiero dove precipitava; avvertivano come il Ministro dello
Interno nella risposta allo Indirizzo della Corona, prendendo le parti
della Commissione, intendesse che lo inciso relativo ai disordini
si conservasse, e ciò feci non solo perchè fosse richiamo costante
alle cure mie, quanto perchè durasse ammonimento ai Deputati, che
male l'ordine si consiglia, e peggio si spera conseguire, se i facili
consiglieri non sovvengono con pronte voglie la opera governativa. —
Infine, a fronte scoperta annunziavano comparire sintomi quotidiani
di potente _reazione_, e gente perversa che, sotto sembianza di
difendere la libertà, per via di tumulti e di scandali cospirava ad
opprimerla.[57]

Troppo fastidiosa opera sarebbe ricordare tutti i casi di simile
natura, successi durante il mio Ministero: bastino gli esposti per
chiarire, come la plebe cittadina si rimescolasse con la rustica; e
come, peggiorata la indole, cotesti moti incominciassero a manifestarsi
attentatorii alla vita e alla sostanza dei cittadini.

Io vegliava quando la città si dava in balía del sonno; e con l'animo
sospeso tendeva l'orecchio se alcun rumore sorgesse, per correre sul
luogo del pericolo. Al difetto di ordinamenti e di forze, suppliva
con operosità, che mi ridusse in breve a comparire l'ombra di me
stesso.[58] In quei giorni pochi erano i labbri di ogni maniera
di gente, che non pronunziassero lode al mio nome. — L'ora della
ingratitudine non era peranche arrivata!

E fermamente credo, che dove ogni barriera non si fosse, per così
dire, abbassata spontanea davanti allo impeto della fazione politica
e dei tumultuanti, a fine ancora più pravo, non senza lotta forse,
ma certissimamente con buon successo, sariasi potuto resistere, ed
ordinare lo Stato. — Lasciando alla coscienza pubblica decidere
se dirittamente e cristianamente operassero i Giudici, quando mi
gittarono in faccia il vituperio di _complice_, o _impotente frenatore_
di turbolenze, io penso potere concludere con queste proposizioni.
1º Forza rivoluzionaria sorse in Toscana fino dal 1847. 2º Ordini
governativi furono fino da quel tempo manomessi da prepotente impeto
di forza rivoluzionaria. 3º Nel settembre del 1848, rimasero affatto
distrutti. 4º Stato alla mia chiamata al Ministero era stremo di
qualunque difesa. 5º Non ignavo, non codardo, non infedele custode
della pubblica sicurezza fui io.



VIII.

Di una insinuazione dell'Atto di Accusa, che mi dà luogo a chiarire le
sofferte ingiurie per la parte della Polizia.


All'_Atto di Accusa_ bastò l'animo toccare la storia delle disoneste
persecuzioni da me sofferte nei tempi trascorsi. Poco tempo addietro
non s'incontrava anima viva, che volesse accettare la trista eredità
del _Potere Economico_; la ricusavano tutti, anzi aborrivanla; però
che a così fare persuadessero alcuni pudore, altri la usanza. Adesso,
sembra che si pentano della improvvida renunzia, e mettono innanzi
non so quali _restituzioni in integrum_, come pei pupilli si costuma
fare! Io mi era astenuto favellarne; parevami decoroso per la fama
della nostra civiltà non ridestare memorie, che a tutti noi dovrebbe
essere grato lasciare nell'oblio: ed io, a cui avrebbe dovuto tornare
più ardua la dimenticanza, dimenticava mosso da patria carità. Pensava,
che evocare coteste memorie deplorabili si uguagliasse allo agitare
che fece Marcantonio, davanti agli occhi del Popolo, la camicia
insanguinata di Cesare! Quantunque io considerassi qual tesoro di
pietà mi schiuderebbe appo l'universale la esposizione dei patiti
dolori, io non ardiva discorrerne, — mi vergognava..... in verità mi
vergognava....! Temeva mi si dicesse: tu vuoi commuovere le nostre
menti con gli affetti per mancanza di ragioni. Adesso, mercè l'Atto
di Accusa, mi è fatta abilità di favellarne, e di ciò grazie gli
sieno, imperciocchè io deva credere, ch'egli in bel modo mi abbia
voluto porgere occasione di rivelare anche in questa parte le vicende
della mia vita. Ecco pertanto le parole_ dell'Atto di Accusa. «Questo
imputato ha interessato altre volte, e sempre per cause politiche, ora
l'Autorità Governativa, ora la Giustizia, ora la Grazia_.[59]» Cinque
sono le piaghe di cui porto le stimate, ed è questa la sesta.

Nel 1821, fanciullo di _quattordici anni_, attendevo agli studii
forensi nella Università Pisana. Cotesto anno andò famoso per
rivoluzioni italiane, specialmente di Napoli. Da cotesto Regno erano
mandate Gazzette, le quali, oltre al racconto dei casi, che alla
giornata vi succedevano, referivano i discorsi tenuti nel Parlamento
da personaggi per chiarezza di fama prestantissimi. La lettura
delle Gazzette si permetteva nei Caffè, ed è facile immaginare se la
curiosità od altro più nobile affetto le menti giovanili invogliassero
a sapere di cotesti successi e di coteste orazioni. Non bastando però
una sola copia a soddisfare la impazienza degli scolari, fu stabilito
che a turno uno di noi salisse sopra luogo eminente e leggesse. A me
toccò la mia volta come agli altri, e voglio confessare più spesso
che agli altri, forse perchè avessi o migliore voce, o migliore garbo
nel leggere. — Questo fatto mi fruttò la perdita di un anno accademico
per _Risoluzione Economica del Buon Governo_. — Se cotesta era colpa,
perchè consentire che le Gazzette si esponessero alla lettura nei
Caffè? Non pareva insidia tesa a inesperti fanciulli? E se non era
colpa, perchè punirci? E chiunque pensi che coteste pene cadevano
sopra famiglie numerose, la più parte scarse di averi, e come a molti
giovani venissero ad essere rotti per sempre gli studii, ad altri con
inestimabile danno ritardati, non dubiterà affermare, che potevano
reputarsi _veri omicidii intellettuali_. Ho narrato altrove[60] come,
venuto a Firenze, reclamassi della ingiustizia presso il Presidente del
Buon Governo, il quale mi disse: _A lui non appartenere la facoltà di
graziare; egli non potere fare altro che punire. Alla quale proposta
risposi: Io vi compiango, Signore, se occupando un posto dove anche
senza volere fate del male, e al mal fatto non potete riparare nè anche
volendo, la vostra coscienza vi consente rimanervi_. — Come si chiama
questa _Grazia_ o _Giustizia_? Lo dica l'_Atto di Accusa_, chè per me
io me ne lavo le mani.

Ci era una volta..... e forse vi è ancora, in Livorno un'Accademia
dall'antico Ercole Labrone appellata Labronica. Me vollero ascritto
alla medesima, e, quantunque non mi sentissi troppo tagliato a
diventare Accademico, per non comparire scortese mi lasciai fare.
Tenevano allora in cotesto collegio il primato uomini antichi e
presuntuosi, usi a convocare una o due volte l'anno i cittadini,
perchè ascoltassero i vieti sospiri in rima di qualche pastorello
di sessant'anni suonati. Pazze cose invero, ma innocenti fin qui.
— Certa sera, ch'era caduta copia di neve, mi chiamavano a consulta
per urgenza; andai, e trovai che mandavano a voti certo partito per
fissare se di ora in avanti il candidato accademico dovesse proporsi
da dodici o piuttosto da tredici Accademici. Aspettai udire cose di
maggiore importanza e rimasi deluso, imperciocchè col voto del partito
ogni negozio cessasse. Allora io mi attentai avvertire modestamente, ma
francamente, che sarebbe stato bene indirizzare l'Accademia a più utile
scopo, come a modo di esempio, allo studio della patria amatissima,
sia per provvedere alla educazione del Popolo affatto abbandonata,
sia per promuovere i commerci e le comodità capaci ad ampliare la
floridezza del nostro emporio. — Risposero acerbi, si tennero per
ingiuriati, e in brevi accenti dissero, avere fin lì durato in quel
modo, ed aborrire da ogni novità. Deliberai congedarmi dall'Accademia;
e lo faceva senza porre tempo fra mezzo, se Giuseppe Vivoli, adesso per
meriti diuturni eletto Cavaliere, non mi avesse invitato caldamente
a dettare lo Elogio di Cosimo Del Fante, valoroso soldato livornese,
e a leggerlo nell'Adunanza solenne solita a tenersi nel 19 marzo
di ogni anno. Studiosissimo di tutto quanto può ridondare a decoro
della patria comune, il signor Vivoli mi conduceva a vedere i vecchi
genitori di Cosimo, i quali a cagione della morte dell'unico figliuolo
traevano desolati gli estremi giorni verso il sepolcro. Piangeva il
padre mostrandomi i documenti delle rapide promozioni del figlio, le
insegne e il ritratto; non piangeva la madre, perchè la sventura le
aveva offeso il bene dello intelletto. Composi lo Elogio e lo lessi,
plaudenti i cittadini benevoli, alla presenza dello stesso Governatore
Venturi. I Regolamenti dell'Accademia ordinavano, il manoscritto della
composizione letta nelle mani del Segretario si depositasse, ed io
trasgredii a questa disciplina, conciossiachè, essendo determinato a
licenziarmi, non mi paresse essere più tenuto ad osservarla: e qui fu
il danno. Tre Accademici, il nome dei quali taccio, però che uno sia
morto e due vivano acciaccati dalle infermità e dagli anni, presi,
dirò, da tentazione del Demonio, mandarono scritto al Presidente del
Buon Governo, com'io recitando lo Elogio di Cosimo del Fante ne avessi
tolto pretesto a predicare massime sovversive _al trono e all'altare_
(allora correva la usanza di coteste parole); a tanto ardire farmi
audace lo affetto, che con bontà grande, ma prudenza poca, mi aveva
mostrato il Governatore Venturi. Dal Presidente vennero istruzioni
per informare segretamente della cosa; e subietto della indagine
fu ancora il contegno del Governatore, il quale avendolo subodorato
ne sentì inestimabile cordoglio. Egli primieramente, col mezzo del
signor Direttore Pistolesi, mi richiese del manoscritto, che subito
gli consegnai, e riscontratolo prima, lo inviava a Firenze, affinchè
esaminassero la verità, e della calunnia si persuadessero. Tanto poteva
bastare; ma sopportando acerbamente la ingiuria che gli pareva avere
ricevuta, il Marchese Venturi scrisse lettere minatorie al Presidente,
non ostante il mio consiglio a rimanersene, però che le minaccie
destituite di effetto, anzichè tutelare dalle ingiurie, le provochino;
e gli presagiva ancora, che la burrasca, passando di sopra ai suoi
poderi, sarebbe scoppiata sul campicello mio. E fui profeta. Trascorsi
parecchi mesi, allo improvviso, senza essere udito nè citato, senza
che fatto alcuno mi contestassero, ecco giungere dalla Presidenza
ordine al _Governatore stesso_, che m'intimasse la relegazione per sei
mesi a Montepulciano. Mio era il danno, la umiliazione del Marchese.
Giovane allora e del futuro improvvidissimo, manifestai volontà di
ridurmi in Inghilterra; ma il Governatore, baciandomi con molte lacrime
e profferendomi quanti desiderassi danari, mi scongiurò ad obbedire;
lasciassi a lui la cura del resto; essersi prevalsi dell'assenza
del Principe, allora recatosi a Dresda, per dargli quel colpo; dove
abbisognasse, si sarebbe deciso corrergli dietro fino a cotesta città
per chiarirlo del fatto; stessi di buono animo, chè tutto questo aveva
a ridondare in mio maggiore benefizio. Comecchè dubitassi forte dello
esito presagito alla trista ventura, pure andai a Montepulciano,
repugnando rincrescere all'ottimo vecchio, che mi si era mostrato
tanto benevolo. Egli poi non istette saldo nel suo proponimento, e a
me toccò consumare i sei mesi nella relegazione di Montepulciano. Il
Vicario di cotesta città, se non isbaglio chiamato Marini, mi veniva
persuadendo a fare istanza onde la relegazione cessasse; si assumeva
egli indirizzarla e raccomandarla, mi assicurava il fine felice: fui
grato al buon volere, non accettai il consiglio, e dopo sei mesi tornai
a Livorno.[61]

Prima che passi ad altro, mi giovi ricordare come arrivato in patria
mi s'ingiungesse di non partirmi senza licenza; così nel giro di
sei mesi io era _cacciato_ prima, poi _confinato_ in Livorno! — Ora
è da sapersi come i promotori del mio infortunio non rifinissero da
sussurrare, che il manoscritto da me consegnato fosse tutt'altra cosa
da quello letto; ma il tempo ha chiarita la menzogna, imperciocchè da
prima fosse stampato a mia insaputa a Marsilia, poi liberissimamente in
Toscana _mentre durava la Censura preventiva_; le quali due edizioni,
dove si collazionino col manoscritto, che so trovarsi negli Archivii
della cessata Presidenza, si conoscerà essere uguali per l'appuntino.
Uno dei miei segreti denunziatori prima di morire commise al Cavaliere
Vivoli d'impetrargli perdono da me, ed io lo concessi di cuore; pregato
inoltre a dettargli lo epitaffio, lo feci senza adulazione, perchè
invero egli era stato uomo di molta scienza e benemerito della mia
città nella moría del 1804. Un altro non aspettò cotesto estremo punto
per acquietare la sua coscienza, ma venne cristianamente per mercede, e
cristianamente fu accolto; e ci baciammo in bocca, dannando all'oblio
la ingiuria fatta e patita. Il terzo, un giorno pretese giustificarsi
appo me, profferendo mostrarmi lettere donde resultava la pressura
fattagli di unirsi agli altri due. Fosse vero o no il suo dire, cotesta
era ignobile ricerca: la ricusai, invitandolo a dare al fuoco le carte,
come io avevo dato alla dimenticanza il caso. — «Bruciate cotesti
fogli, raccomandavagli istantemente, onde i nostri figliuoli non li
trovino e si vergognino di noi.» — Durante il Governo Provvisorio, il
Presidente del Buon Governo, che di questi e di altri travagli aveva
contristato la mia giovanezza, fu il _primo_ che a scadenza di mese
mandò la ricevuta per riscuotere la paga. I miei orecchi sono stati
saziati di encomii, e non gli ho avvertiti; ma questa fiducia posta
nell'animo mio mi toccò nel profondo: grande era dunque la opinione
della mia generosità! I miei compatriotti giudichino se io l'abbia
meritata.

Che cosa fosse questa o _Grazia_ o _Giustizia_, lo dica l'Accusa,
perchè io mi professo incapace a chiarirlo. —

E passo alla _terza piaga_. Talvolta, non sempre, per sollevare
l'animo e il corpo stanchi dalle continue fatiche, mi recava per
qualche ora la notte in certa compagnevole brigata dove cenavamo,
fumavamo e novellavamo a nostro agio. Convenivano quivi giovani
appartenenti alle principali famiglie della città, ora uomini che il
Governo annovera meritamente tra i fidatissimi suoi. Un bel giorno
siamo chiamati davanti il Commissario di Polizia io e Domenico Orsini,
persona dimostratasi sempre amica di quiete, onorata d'impieghi,
tenuta anch'essa in conto di devota alla Monarchia Costituzionale; e
ad ambedue noi il Commissario di Polizia fece motto di cospirazioni,
di sètte e di simili altre fatuità. Rovello della Polizia a quei tempi
era volere da per tutto cercare congiure: sentii dire, che gliele
pagassero quando le aveva trovate, sicchè i bracchi tenevano sempre il
muso a terra, e, non volendo tornarsi mesti ed anelanti a casa, quando
non levavano congiure abbaiavano per far credere ch'elle fossero nel
macchione. Fummo ritenuti due mesi in carcere: per questa volta vidi
un Decreto, ma invano cercai il motivo della condanna; se ben ricordo,
la breve scrittura conteneva una frase equivalente al _causis nobis
cognitis_. — E se vuolsi aver saggio del caso che a quei tempi facevasi
della libertà dell'uomo, si sappia come mio fratello Temistocle venisse
a visitarci quasi quotidianamente. Certo giorno, su l'andarsene,
il soprastante alle carceri gli diceva che bisognava si trattenesse
là dentro; e il mio fratello rispondeva: rimarrei volentieri, ma i
miei negozii mi chiamano altrove; — e l'altro: ho ricevuto poco anzi
l'ordine di non lasciarla partire. — Oh! allora è differente la cosa.
— Insomma anche il fratello un mese in prigione per colpa di visitare
il fratello. _Male incoglieva a quei tempi praticare le opere di
misericordia corporale_! —

Ho udito raccontare come nei tempi antichi corresse usanza di allevare
al fianco di regio alunno un fanciullo di piccolo stato, onde quante
volte il primo cadesse in colpa, tante potessero bussare il secondo,
onde quegli con la sola vista della pena si emendasse, e questi il
dolore (ch'è retaggio plebeo) sofferisse. La Polizia, sospettosa
del consorzio innocentissimo degli spettabili giovani, io penso
che percuotesse sopra di me, come persona di minore importanza, per
incutere negli altri _salutare terrore_. — Intanto un senso di molestia
per tutta la Toscana diffondevasi; in ogni classe di cittadini era
ansietà affannosa, sgomento crescente, e un domandare quando cotesti
incomportabili arbitrii avrebbero fine, e uno instare continuo affinchè
il mostruoso instituto cessasse. Fu reputato colpa dell'uomo quello che
era vizio del maestrato, e il primo dimisero, il secondo conservarono.
Noi uscimmo di carcere punto lieti della caduta del Presidente, poichè
si manteneva in piedi la Presidenza.[62]

Se questa fosse _Grazia_ o _Giustizia_, l'Accusa avrebbe potuto
informarsene da qualcheduno di quelli che porsero grazie pubbliche al
Principe di avere affrancata la Toscana dal turpe giogo della Potestà
Economica.

Eccomi alla _quarta piaga_. La Polizia non aveva punto deposto lo
antico sospetto, dacchè ella appartenesse a quella maniera di bestie,
delle quali si dice che perdono il pelo, il vizio mai. Erano suoi
fantasimi le sètte segrete. La svegliatezza degl'ingegni, la pratica
degli umani negozii, la indole espansiva, non meno che certo costume
antichissimo, ormai fra noi diventato natura, di aprire l'animo nostro
a libera indagine intorno agli atti governativi, hanno impedito sempre
che siffatte congiure allignassero in questa terra;[63] nè altrove
abbiamo potuto intendere di che cosa sieno state capaci. Eranvi in
Francia sètte segrete nel 1830, ma senza le ordinanze di Carlo X
nulla avrebbero potuto operare; eranvi anche nel 1848, ma se Luigi
Filippo consentiva ad alcuna modificazione su la Legge Elettorale, o
più tempestivamente rassegnava il potere a favore del nipote, le sètte
rimanevano impotenti. Le sètte, e la esperienza lo ha chiarito, non
sono mai da tanto di rivoluzionare gli Stati. — Le rivoluzioni nascono
dagli errori dei Governi, dallo scontento dei Popoli, e dal cumulo
di molte cause che troppo lungo sarebbe discorrere. _Fiorenza non si
muove, se tutta non si duole_, dicevano i nostri antichi, e con ciò
vollero significare che il Popolo non è portato, ma porta, nè corre
dietro alle voglie o alle passioni altrui, ma per le proprie unicamente
si agita; e dissero bene. Le sètte, nello scompiglio universale,
possedendo il vantaggio di un tal quale organamento, s'impadroniscono,
su quel subito, delle faccende pubbliche; ma scemata la improvvisa
caldezza, non corrispondendo quasi mai ai desiderii comuni, forza è
che cadano come, senza andare tanto oltre, osservammo espressamente
in Francia nel 1848. Se ai Governi importa, pei loro fini, mostrarsi
atterriti di queste congiure, sì il facciano; ma che uomini politici
se ne preoccupino, davvero non è cosa facile darsi ad intendere a chi
conosce queste arti. Io di segrete congiure non ebbi mai paura, però
temei moltissimo l'universale accoramento[64] del Popolo. Insomma,
per me le sètte sono la jena che seguita da lontano le traccie, ma non
precede mai il leone della rivoluzione. — Però la Polizia toscana non
guardava tanto pel sottile; e perlustrando ogni cosa col microscopio
alla mano, le venne fatto di scuoprire una sètta. Davvero, senza
microscopio la non si sarebbe potuta vedere; andava composta di poche
persone di stato piuttosto misero che mediocre, senza reputazione,
senza seguito, prive d'ingegno, destituite di aderenze; la Polizia
riputò che elle fossero comparse, e i veri attori stessero dietro le
scene. Senza porre tempo fra mezzo, stese le immani braccia, e fatto
fascio di gente, la gittò in carcere; tutta lieta di avere trovato
il bandolo, già si augurava dipanare la matassa; e che così fosse, si
manifesta dalla confusione delle persone arrestate. Infatti all'Elba
fummo mandati il Conte Agostini, l'Avvocato Angiolini, Carlo Bini, io,
e Carlo Guitera. Incominciate le procedure, alla prima scossa di vaglio
e' fu mestieri scevrare gli Ebrei dai Sammaritani. Guitera rinvenuto
colpevole con altri di sètta segreta, presto ricondotto in terraferma,
subì giudizio, e fu condannato con altri parecchi. A noi rimasti, per
la parte della Presidenza, dichiaravano: non essersi trovato fatto
capace di appuntarci; però, reputarsi minacciato il Governo, ed ogni
Governo minacciato avere diritto di provvedere alla propria sicurezza;
noi poi conoscere uomini di mente a lui avversa, e tanto bastargli
perchè in tempi difficili dovesse assicurarsi delle nostre persone:
nonostante stessimo di buona voglia, chè appena cessati i torbidi,
saremmo rimandati alle nostre case.

Credete voi novella quanto io vi dico? Dei molti, che ebbi a compagni
in cotesto infortunio, mi basti rammentare uno solo, l'Avvocato
Generale di Cassazione, Venturi; egli non è capace di mentire, ed egli
vi chiarirà se io abbia detto il vero. —

Eccomi alla _quinta piaga_. — Quantunque scrittori consapevoli del
pericolo in cui io verso del diuturno carcere, e della colpa appostami,
abbiano profferite deliberatamente a mio danno parole peggiori
delle _siche_ romane; quantunque vaghi della opera e della infamia
del vile Maramaldo, essi non abbiano aborrito da ammazzare un uomo
morto; quantunque io mi trovi inseguito da oscena caccia, che a cane
arrabbiato non si farebbe più atroce; quantunque tremendi diritti
mi desse la difesa, e sentissi anima da gittarvi nella faccia il mio
sangue innocente onde fosse di maledizione nuova ed aperta a voi, ai
vostri figli e ai figli dei vostri figli, pure mi rimango, e desidero
tôrre ogni amarezza al mio Scritto, onde alle tante miserie della
patria non si aggiunga quella suprema di presentare lo spettacolo turpe
di morti che non sanno posare in pace neanche dentro il sepolcro!
— Io parlo al mio Paese come davanti un Tribunale di Giurati; io
non recuso a giudicarmi nessuno, nè anche i miei nemici, purchè non
codardi nè venduti, nè ciechi per la smania di avvantaggiare uno Stato
_italiano_ a cui nuocciono pur troppo; questi io gli ho provati senza
coscienza, come senza pietà. I generosi, comunque nemici; si rendono
giustizia, ed anche questi ho provato. Nella esposizione di questa
quinta piaga mi studierò non offendere persona: comprendo sarebbe stato
meglio tacere; e che così credessi, lo provi avere taciuto fin qui;
ma adesso il silenzio non giova più, dacchè l'Accusa pubblicava la
storia da me scritta dei casi dell'8 gennaio 1848, e da me per amore
di patria lasciata inedita. L'Accusa non ha voluto rispettare nemmeno
il sacrifizio del mio silenzio! Uscito dal carcere di Portoferraio
(il quale duole a taluno dei benevoli scrittori ricordati qui sopra
che non fosse più lungo), attesi allo esercizio della mia professione
con assiduità maggiore di quello che avessi fatto fino a quel punto,
inducendomi a prendere questo partito lo abbandono degli amici,
l'amara povertà, e poco dopo il retaggio dei miei orfani nepoti.
Dio eterno! Parevami questo esercizio di virtù; e nonostante a coro
sento attribuirmelo a vizio di cupidigia, di avarizia, e ad altro
peggiore. E bene m'incolse essermi armato di provvidenza, perchè una
angosciosa infermità mi sorprese, tenendomi travagliato, ora più, ora
meno, per bene tre anni. Schivo di compagnia, chiuso, ai miei studii
tutto, pervenni al 1847. In cotesto anno principiarono le Riforme, e i
moti delle Riforme; vedeva i successi, e tacito considerava; non era
cercato, e mi stava da parte. Allo improvviso gli emuli miei (e poi
furono nemici), che fin lì avevano posto una tal quale ostentazione
ad obliarmi, ecco cercarmi premurosi, e volere anzi costringermi che
seco loro mi accompagnassi. Biasimo o laude che ne ridondi, questo
s'intenda bene, e si riponga in mente, che altri, non io, anzi me
inconsapevole e repugnante, prese ad agitare il Popolo livornese; e
le prove abbondano più che non si crede, e le direi se una cosa sola
non si opponesse, ed è l'alto, invincibile aborrimento che sente in sè
ogni anima, che non sia fango affatto, di adoperare anche a necessaria
difesa le arti usate dagli emuli miei per offesa spontanea. — Che
cosa gli muovesse, e perchè? Poco importa indagarlo; il fatto sta
che vennero in casa mia, mi obbligarono a vestirmi, mi presero per
le braccia e pel petto, e a forza mi trassero ad arringare il Popolo
nella Piazza di Arme, a forza mi trassero a Pisa. Passate le prime
effervescenze, pensai, e scrissi quello di cui tenni proposito nella
pagina 21 di questa Apologia. Intanto fu chiesta la Guardia Civica
a Firenze, e Guardia Civica si volle immediatamente a Livorno. Mi
sia permesso dirlo: il modo col quale essa venne composta in Livorno
seminò la discordia nel Popolo, e fu origine di tutti i mali. Alcuni
individui, certamente rispettabili, ma allora per inesperienza più che
non conviene in simili congiunture imperiosi, stesero una nota di loro
amici, o aderenti, disegnarono i gradi, distribuirono gli ufficii;
poi recatisi al Governatore Don Neri Corsini, la fecero firmare; il
Gonfaloniere Conte de Larderel costrinsero (secondo ch'egli stesso
mi referì) a sottoscriverla senza pur leggerla. Di qui nacque che
la Guardia Civica in Livorno sorse opera non dirò di un Partito,
ma piuttosto di una consorteria, ed anzichè istrumento di concordia
fosse motivo d'ingiuria da un lato, di offesa dall'altro, di litigio
per tutti. Chiunque più tardi (non ora che la rabbia di parte non
lo consente) si farà a dettare storie meritevoli della dignità del
nome, troverà come _il modo_ della istituzione della Guardia Civica
in Livorno partorisse guai, che altri va stortamente attribuendo
a cause diverse. — Ora avvenne che il Popolo escluso dalla Guardia
concepisse maraviglioso rammarico, e togliendo pretesto dalla guerra
imminente si facesse a domandare armi. Qui è da sapersi come parecchi
cittadini, e della Guardia Civica la massima parte, opinassero dovesse
il Popolo contentarsi delle ottenute Riforme, e della guerra avesse
a deporre il pensiero; opinione, che, a quanto sembra, seguitò poi
il conte Pellegrino Rossi, e come ottima viene in questi ultimi tempi
sostenuta dal Cousin: altri all'opposto dichiaravano insufficienti le
Riforme, inevitabile la guerra; e consigliare prudenza che le prime si
estendessero con animo spontaneo fin dove pareva convenevole, ovviando
al pericolo che il Popolo si spingesse a quel termine, e nell'impeto
sregolato lo trapassasse, e alla seconda si facessero per tempo gli
opportuni apparecchi. Devo per verità confessare come taluno dei
Civici che procedeva allora schivo d'ingaggiare la guerra, fosse poi
dei meglio animosi a combatterla, e per sagrificii di ogni maniera
sofferti, e pel valore singolare dimostrato su i campi di battaglia,
non si mostrasse a nessuno dei commilitoni toscani secondo. Al Governo
si paravano davanti due strade: la prima consisteva nel negare le
armi risolutamente, dicendo: «Le armi si domandano e si danno per due
motivi, per la difesa interna od esterna dello Stato. In quanto allo
interno non ci minaccia alcuno; moti contrarii alle Riforme non sono
a temersi; coazioni al Governo, oltrechè non si sopporterebbero, non
sarebbero giuste, come quello che volentieri è disposto di compiacere
ai diritti desiderii dei Popoli. In quanto alla difesa esterna, non ci
potrebbe offendere che Austria; ma avendo essa dichiarato astenersi
da prendere parte nelle faccenda altrui, possiamo starcene in pace:
dove poi s'intendesse dichiararle la guerra, il Governo al tutto si
opporrebbe per questi motivi: — sono i soldati nostri pochi, non bene
addestrati negli esercizii militari, della disciplina impazienti; i
Popoli miti, repugnanti dalla guerra; e mentre di lieve momento sarebbe
il soccorso nostro, troppo grande avventureremmo la posta nel giuoco
periglioso, conciossiachè vincendo guadagneremmo nulla o poco, restando
vinti perderemmo del tutto indipendenza e libertà.» — Io però confesso
di leggieri che in tanta esaltazione di animi, cotesto partito sarebbe
stato a praticarsi impossibile. Ma il Governo, procedendo nell'opposto
concetto della guerra, a liberarsi da ogni improntitudine poteva dire:
«Volete guerra, e guerra sia; e Dio protegga la causa migliore. Però
voi tutti, che chiedete armi, nè soldati siete, nè volete diventarlo;
ora, le armi sono sempre arnesi di costo grande, oggi poi pel bisogno
preziose, per l'uso sante; noi sì le daremo, ma a chiunque voglia
adoperarle davvero in benefizio della patria, non già a pompa vana,
o ad altro uso più reo. Pertanto chi intende essere armato e vestito
soldato per la Indipendenza, venga, e si arruoli per tutto il tempo
che durerà la guerra. Gli arruolati saranno spediti senza indugio ai
campi disegnati, onde si addestrino negli esercizii, alla soldatesca
vita si accostumino, e così portino negli scontri che si apparecchiano,
non solo lo ardore che fa i martiri, ma ancora la disciplina che fa
i vittoriosi.» Per questo modo i millantatori avrebbero cagliato, i
generosi rinvenuto la via a soddisfare gli spiriti bollenti, ai tumulti
tolto il pretesto. Il Governo non seppe abbracciare speditamente alcuno
di questi partiti; più tardi disse non avere potuto riporre fiducia nei
toscani uomini, e ben per loro; però che la molta civiltà acquistata
gli rendesse inetti al combattere;[65] parole, che fecero parere
bella la stessa barbarie, avvegnadio, che cosa possa essere un Popolo
incapace a rivendicare la propria independenza non sappiamo vedere,
dove non sia il somaro che porta, lo schiavo che diletta, il buffone
che percosso ringrazia per fare ridere il suo signore: tra i flagelli
di Dio bisognerebbe allora annoverare la civiltà.

Intanto i provvedimenti del Governo parevano scarsi ed erano; la
fiducia del Ministero nella vittoria, giovanile jattanza; la sfida di
guerreggiare una Potenza famosa in armi, e pertinace nei propositi, con
sassi e bastoni, fanciullesco vanto. Le armi promettevansi prima senza
prefiggimento di tempo, poi a giorno designato e le promesse riuscivano
invano; sicchè alla impazienza si aggiungeva il sospetto, al sospetto
il furore, e rendevano procellosi tempi già abbastanza turbati. Sopra
la fede di commissioni date e di solleciti arrivi, il Generale Sproni
livornese, governatore provvisorio di Livorno, e Celso Marzucchi,
assessore, promisero le armi a posta fissa più volte, e più volte,
loro malgrado, mancarono. Il Popolo notte tempo circonda il Palazzo del
Governo, e prorompe in contumelie bruttissime, e in minaccie: tentano
ogni via per placarlo, ma il furore vince ogni riguardo; già molto
era cotesto, e si temeva peggio: fatto sta, che il Popolo, occupate le
porte, impediva la uscita. In tale estremo, o interrogato o spontaneo,
chè io non so questo, il Popolo domanda una Commissione di cittadini,
affinchè esamini se le incette delle armi sieno vere, ed essendo, ne
solleciti lo invio; il conte Larderel, me, ed altri parecchi nominano
membri di cotesta Commissione; se il Governo locale assentisse in quel
punto ignoro, — chè io stavo giacente in letto per abituale infermità
intestinale, inaspritasi, come suole, nella rigida stagione; — quello
che so, è, che il Popolo impetuoso mosse in traccia del conte e di me.
Percossa duramente la porta, e referitomi quello che da me si volesse,
sorgo tosto in piedi, mi getto addosso una pelle, e mi sottraggo per
le scale segrete; il Popolo ricusando fede ai servi, che mi dicevano
assente, invade la casa, e fruga camere e sale; parte del Popolo
stanziava giù nel cortile, sicchè a me era preclusa la via di uscire,
nè la condizione delle vesti lo consentiva. Vedendo che il Popolo
non se ne andava, e incominciando a travagliarmi il freddo, deliberai
tornare in casa, dove arrivato domandai che cosa volessero da me; e
uditolo, significai ai circostanti apertamente: la mia salute inferma
non concedermi poterli soddisfare; e schivo di subugli, non volere che
il mio nome fosse tolto per segno di opposizione al Governo. Allora
essi risposero essere appunto il Governo quello che mandava per me,
perchè bloccato in Palazzo non rinveniva la via di uscirne. «Se così
è, soggiunsi, il Governo scriva, o invii qualche ufficiale, e potendo
mi renderò alla chiamata.» Infatti, non andò guari che lo Aiutante
Baldanzi venne a invitarmi per parte del Governatore di condurmi al
Palazzo, ed io andai. Quivi erano il Governatore, Marzucchi assessore,
Bernardi colonnello, ed altri moltissimi, i quali, se io non erro, mi
parvero più che mediocremente pensosi di cotesta tempesta popolare.
Salutato il Governatore, lo richiesi di quello che da me desiderasse,
ed egli non senza qualche commozione rispose: «Io nulla; il Popolo
è quello che la vuole.» — «Non è così, risposi; io mi mossi, dacchè
ebbi il suo invito, e venni per farle piacere; stando diversamente la
faccenda, permetta che io mi ritiri.» Allora egli ed altri con modi
cordiali mi esposero la condizione in cui si trovavano, riusciti vuoti
di effetto i tentativi per allontanare le turbe tumultuanti; e poichè
sembrava che in me ponessero fiducia, mi adoperassi a sovvenirli in
quel duro frangente. E con tutto il cuore lo feci. Infermo, curante il
freddo che m'inacerbisce i nervi, nel mezzo di una notte d'inverno,
forte soffiando il rovaio, vado sul terrazzo, e parlo in questa
sentenza: «Il Popolo avere ragione delle armi tante volte promesse, e
non mai consegnate, ma non avere ragione di trascorrere a vilipendii,
se il mare e i venti contrarii tenevano il naviglio vettore lontano
dal porto. Dio dominare gli elementi; non gli uomini. Tutto il momento
della lite consistere a verificare se gli ordini per comprare fossero
stati dati ed eseguiti. Questo affermare il Governo, e di questo
non potersi dubitare; nonostante, la Commissione riscontrerebbe,
profferendo il Governo ogni schiarimento desiderabile, e darebbe fedele
ragguaglio il giorno prossimo. Per ora non rimanere altro che ritirarci
nelle nostre case, obliando gli avvenimenti deplorabili della serata.»

Il giorno veniente mi condussi, per tempo, appo il Generale Sproni, al
quale mi legavano vincoli di cittadinanza e di benevolenza (e come i
primi non si possono, così confido che neanche i secondi siasi voluto
sciogliere in questa procella), e con parole aperte gli favellai:
la sera innanzi essermi mosso unicamente per aiutarlo a tôrsi dalla
difficoltà nella quale versava; la mia salute, le condizioni di
famiglia, il desiderio, e il bisogno di vita pacata dissuadermi da
prender parte in cotesti ravvolgimenti. Ma il Governatore, a grande
istanza, mi pregava a non ritirarmi dalla Commissione: stessi sicuro;
del mio buon volere informerebbe il Governo; lo aiutassi a ricomporre
in quiete l'agitata città. Sopraggiunse il Venturi assessore, e
mi animava con simili conforti a rimanermi con loro; ogni dubbio
deponessi dall'animo: «Ed io, egli dicevami, mi pregio di onestà, e
tu da molti anni mi conosci; sicchè non vorrei nè potrei indurti a
cosa che ti scemasse reputazione o ti arrecasse danno.» Persuaso a non
dimettermi, esposi loro i miei pensieri per trovare modo che la città
posasse; e prima di tutto si voleva mettere a parte della Commissione
certe persone, che, da qualche tempo, procedevansi piuttosto che
poco amorevoli, avverse; e così togliere a un punto le gozzaie tra
spettabili cittadini, e lo esempio al Popolo della discordia.[66]
— Inoltre, ad impedire il rinnuovarsi dei tumulti, appellati
_dimostrazioni_, che precidendo ogni nervo allo Stato facevano il
governo impossibile, la Commissione i desiderii del Popolo ascoltasse,
e ne riferisse al Governo in forma di supplica o di petizione. Il
Popolo poi avrei desiderato che non si presentasse tumultuante alla
Commissione, ma col mezzo di deputati eletti a conferire. Sembravami
questa medicina acconcia al male, perchè considerava come il Popolo
avesse preso il costume di assembrarsi in moltitudine, ed una volta
raunato, gli agitatori ci soffiavano dentro, commuovendolo a modo
di venti contrarii, per cui ne usciva un domandare discorde, spesso
assurdo, sempre violento. Deviare cotesta tribolazione dal Governo
per attirarla addosso a noi, non sarebbe stato rimedio plausibile; lo
importante stava in sopprimere affatto il subuglio. Insinuando, come
io suggeriva, al Popolo di radunarsi nelle chiese per discorrere delle
loro faccende, si toglieva di piazza, e questo era primieramente un
bene grande; poi l'assembramento diventava minore per la capacità del
luogo, lo univoco impulso era remosso, lo equilibrio di varii centri
stabilito. Inoltre, la santità della chiesa avrebbe raffrenato la
violenza degli atti e le disoneste parole. Molte esigenze popolari
sottoposte a discussione sarebbero comparse assurde. Uomini probi
in adunanza di simile sorta, avrebbero adoperati a fine lodevole
l'autorità del nome, il credito della condizione, la efficacia delle
parole. Gl'impronti agitatori non si sarebbero mostrati, conciossiachè
sia facile a comprendersi quanta differenza corra tra aizzare il
Popolo passionato e inesperto durante la notte, e sostenere una
opinione alla luce del giorno con bontà di discorso. — Quando si
possa chiamare la gente in parte dove sia costretta a vergognarsi
delle sue enormezze, ella, se eccettui pochi perdutissimi, tace.
La Commissione ancora avrebbe avuto a trattare con uomini dabbene,
padri di famiglia, conduttori di negozii, per indole e per interesse
amanti di riposato vivere; nè intemperanze dalla parte loro erano da
temersi; in ogni caso agevole adoperare con essi gli argomenti medesimi
ch'eglino avrebbero impiegato con gli altri. Insomma, intendeva
convertire il tumulto in sistema regolare di petizione. Le carte
perquisite fecero fede di cotesto mio concetto; il quale forse sarà
stato intempestivo, ma non disacconcio; ed anzi, neppure intempestivo,
dove si avverta, che contro il Popolo non si voleva, nè si sarebbe
potuto, senza pericolo, ricorrere alla forza.[67] Dei due partiti,
reprimere o concedere, bisogna pure valerci di uno nelle perturbazioni
politiche; peggio di tutto è la inerzia, che, come non ti sottrae
ai danni di chi combatte, neanche ti acquista la benignità solita
praticarsi verso chi cede a tempo. _In ogni caso ell'erano proposte
le quali potevano accettarsi o ricusarsi, non già leggi che per me si
volessero imporre. All'Autorità locale parve avessero a sospendersi,
e rimasero senza effetto_. — A me non giova suscitare adesso tristi
memorie, nè, adoperando io quello che in altrui massimamente detesto,
staccherò serpi dal capo della Discordia, per gittarli a turbare la
comunanza solenne della sventura. A me basti dire, che fui vilmente
calunniato, che (stupendo a narrarsi!) Livorno intero mi suscitarono
contro con l'accusa di macchinati incendii, di rapine e di stragi! Ben
quattromila cittadini armati vennero ad arrestare e a incatenare la
bestia feroce. Predicazioni acerbissime, stampe infami, governative
insanie cospirarono ad alienarmi in un punto tutta la mia patria che ho
amato sempre come la pupilla degli occhi, per cui mi piacque la fama,
offerendo a lei, in tributo filiale, quel poco di onore che mi veniva
procurando con i miei scritti! Allora, come adesso, perfide parole
mi filtravano dall'alto del carcere sopra il corpo e sull'anima come
stille di pece infiammata. Allora, come adesso, smarrito ogni senso
di morale, di religione e di pudore, uomini (che se ne pentiranno
amaramente un giorno) si fecero _cagne studiose e conte_ per latrare
e per mordere. _E adesso, come allora, la mia maladizione saprà
perdonarvi_.

Lo egregio uomo Scipione Bargagli, venuto Governatore a Livorno,
presto si accôrse della oscena persecuzione: i miei concittadini,
pieni d'inestimabile rammarico, per essersi lasciati così stupidamente
ingarbugliare, domandavano ammenda della commessa ingiustizia. Alla
Catilinaria era mancato il Catilina; nè Marco Tullio aveva potuto
ripetere il verso famoso:

    O fortunata nata, me consule, Roma!

I Giornali erano rientrati nell'otre di Ulisse. I Municipii, che simili
ai montoni di Panurgo furono uditi uno dopo l'altro belare Indirizzi
di congratulazioni, per la patria liberata dagli Unni, tacevano; solo
si dibatteva il Partito a me avverso, e agitato da molte passioni,
cresceva di violenza. Questo Partito, che aveva proceduto ardentissimo
contro la Commissione, la quale si era proposta di secondare il
Governo, col pretesto che creava uno Stato dentro lo Stato, adesso
sorgeva tra il Governo e me; e al Governo diceva: «Guai se egli si
attentasse a farmi tornare!» Da me ardiva pretendere un _atto di
contrizione_ delle colpe commesse, poi si contentava di _un atto di
fede_, che gli servisse di modello per confrontarvi in ogni tempo la
mia futura condotta; altrimenti minacciava mi avrebbe fatto durare
fino a dieci anni in carcere. Artificiosa era cotesta improntitudine
del pari che temeraria; però che il Partito intendesse strapparmi
uno scritto qualunque, che poi, interpretato con la solita carità,
gli servisse a dimostrare che _non senza motivo_ si era mosso ai miei
danni. Intanto il Governo, liberati i compagni della mia prigionia,
riteneva me, che avevo dichiarato non volere uscire, dove alla mia
fama non si desse convenevole riparazione; e il Principe nel 22
marzo 1848 dichiarava, che _gli atti a me obiettati si riducevano ad
una preordinazione per ispingere possibilmente verso una meta, cui
le sopravvenute mutazioni politiche in Italia hanno a noi permesso
di pervenire senza pericolo del nostro Popolo; aggiungendo che la
loro illegalità era sparita dopo che lo Statuto ne aveva assicurato
il conseguimento con letizia comune del Governo e dei governati_.
Onoratissime parole, almeno in cotesti tempi, ma non meritate affatto,
imperciocchè, come ho avvertito, le mie erano proposte da accettarsi
o da ricusarsi, non già leggi da imporsi; pure tacqui, avendo promesso
non suscitare imbarazzi al Governo con importuni reclami.

Forse per questo il Partito quietavasi? No. Persone non vili andavano
dal Governatore Bargagli, e lo ammonivano che della quiete di Livorno
non gli rispondevano, se io vi fossi comparso; e siccome il Bargagli,
ormai infastidito, disse loro: «che gli ringraziava dei consigli, e
che io sarei tornato ad ogni modo,» poco dopo egli si vide comparire
davanti una persona vile, che minacciò mi avrebbero ucciso a furore
di Popolo, se avessi posto piede a terra. Queste cose confidò poi lo
egregio conte Bargagli a me e a Giovanni Bertani, ed io le riporto
con la maggiore discretezza che posso, e per necessità di difesa;
onde io spero ch'egli, gentilissimo com'è, non solo vorrà compatirmi,
ma deplorare lo estremo in cui mi trovo di doverle rendere palesi.
Alla fine il Governo spediva il piroscafo _Giglio_ a riprendermi
con onore, e venivano con esso taluni autori od esecutori del mio
non degno arresto. Io gli accolsi come se mai mi avessero fatto
oltraggio: arrivammo di notte; il Comandante del Porto attendevami per
accompagnarmi a casa; io gli chiesi in grazia di accompagnare lui, e
mi ridussi solo alla mia stanza. Gli autori del mio arresto, in parte
si erano allontanati; in parte, dubitando della loro sicurezza, si
tenevano nascosti; nei loro cervelli balzani già già le proscrizioni
sillane attendevano. — Io fui Ministro, e _non volli leggere cotesto
Processo_ per non avere motivo di concepire rancore contro coloro che
per avventura avessero deposto a mio pregiudizio. Io ebbi il potere,
e lo adoperai a difendere, a beneficare, e perfino impiegare quelli
che avevano cospirato a mio danno. Se motivo alcuno di ambizione mi
fece desiderare il potere, fu questo: trovarmi in parte ove io avessi
facoltà di mostrare quanto fossi diverso da quello che gli emuli per
vizio di parte mi avevano calunniato.[68] — Prima di usare parole di
obbrobrio contro di me, perchè non gittava l'Accusa uno sguardo sopra
cotesto Processo? Essa avrebbe veduto che non fu grazia il Decreto
del 22 marzo 1848 in quanto a me, ma benigno risguardo all'onore di un
uomo atrocemente, quanto indegnamente, offeso. Essa avrebbe appreso,
che non fu _esatta_ quando le piacque designarmi come: _individuo, che
altre volte ha INTERESSATO la Grazia_... e le Accuse quando posseggono
tanta copia di carte, e di occhi, che le leggono, e di bocche, che
referiscono, avrebbero l'obbligo di essere _esatte_.

Se l'Accusa avesse udito gli scorticatori di San Bartolommeo
muovere querela contro il povero Santo per averlo scorticato, che
cos'avrebb'ella detto? In verità, a me sentendo rimproverarmi le
sofferte piaghe, parve essere San Bartolommeo accusato di crimenlese
per non avere più pelle.....



IX.

Esame dei §§ VI, VII, VIII dell'Atto di Accusa, e Comento alle parole
del Decreto del 7 gennaio 1851: «_che con mezzi riprovevoli ero giunto
a impossessarmi del potere_.»


Investigando con intenzione nemica la passata mia vita, l'Accusa mi
porge occasione ad esporta, fondandomi sopra Documenti e sopra la
testimonianza dei miei concittadini. Reduce a Livorno, io trassi vita
più solinga che prima non aveva fatto, non cruccioso, ma mesto della
ingiuria patita; chè la nuova benevolenza non toglieva l'amarezza dello
strazio passato:

    Piaga per allentar d'arco non sana.

Gli emuli miei, vedendo tanta mansuetudine, la reputarono viltà, e
tornarono più baldanzosi che mai a procedermi avversi nelle prossime
elezioni, continuando nelle calunnie, che vorrei dire infami, se non
fossero state ridicole.[69] Per la quale cosa schivando diventare
argomento di litigio, e maledicendo in cuor mio lo infame seme della
discordia, che mai non quieta nei petti umani, deliberai di un tratto
abbandonare la città e ricovrarmi in qualche appartato asilo.[70]
E rallegrato dall'amicizia, splendido delle bellezze della Natura
e dell'Arte, io mi ebbi queto asilo nella villa di Scornio. Colà io
riposava all'ombra delle antichissime piante, e leniva con gli affetti
domestici, le cortesie dell'amico e i cari studii, l'animo offeso,
quando lo egregio Niccolò Puccini mi avvisava come la banda cittadina
avesse deliberato venire a farmi festa, e come la banda del Borgo non
sembrasse disposta a patirla, correndo fra loro emulazione grande, e
quasi nemica. Conobbi invidiarmi la fortuna anche cotesto ricovero,
onde senza por tempo fra mezzo io mi partii, pauroso sempre che il
mio nome diventasse soggetto di contesa, e mi condussi a Firenze.
— Intanto accaddero le elezioni in Livorno, e quantunque sommando i
voti dei quattro Collegi io ottenessi numero di gran lunga superiore
a quello degli altri candidati, pure singolarmente in ogni Collegio
lo ebbi minore, e non rimasi eletto. — La operosità non contrariata
degli emuli conseguiva un fine per loro desideratissimo, e poichè
vedevo che tanto gli soddisfaceva, anche io ne godevo. Adesso la Curia
Fiorentina mi scriveva su l'Albo dei suoi Avvocati; e questa larghezza
non mi ha ritolto finora, almeno credo. Più tardi l'Accademia della
Crusca mi creò Accademico; ma altri pensando forse che in me si avesse
a rinnuovare lo esempio di Nabuccodonosor, voglio dire che cadendo di
seggio diventassi bestia, mi ha radiato dal ruolo degli Accademici.
_Deus dedit, Deus abstulit, fiat voluntas Dei_! Intanto tre Collegi,
San Frediano in Firenze, Dicomano e Rosignano, mi elessero Deputato:
estratto a sorte rimasi di Rosignano; nè dal maggio in poi misi più
piede in Livorno. Fra la mia patria e me, rimaneva non dirò rancore, ma
un cotal poco di ruggine a cagione dei fatti del gennaio; e partendo,
io la lasciava in balía degli emuli, i quali la dominavano intera
con la Guardia Civica, di cui erano principali e caporioni. Correva
il 22 agosto 1848, quando i destini condussero a bordo del Piroscafo
l'_Achille_ il Padre Gavazzi a Livorno. Altre volte soggiornò in
Toscana. Uomo di spiriti accesissimi era egli, per professione del
sacerdozio, per impeto di eloquio e per vasta corporatura potente
sopra le turbe, molesto ospite al Ministero nostro. Il Ministero, che
si perdeva dietro ai bruscoli e non avvertiva le travi, dapprima volle
impedire lo sbarco al Barnabita tribuno; quando il Popolo lo volle in
terra, gli concesse e sbarco e transito traverso Toscana per Firenze.
La mattina del 23 agosto giungeva col mezzo del telegrafo cotesto
Dispaccio a Livorno, e in quella mattina stessa a mezzogiorno il Padre
partiva alla volta indicata. Dodici Livornesi lo accompagnavano per
fargli onore. Arrivati a Signa, trovarono apparato di Guardia Civica
e di Carabinieri commessi a non permettergli il passo per Firenze:
andasse a Pistoia, quinci a Bologna. Con la milizia venivano ancora
contadini armati. Non sembra che succedessero accoglienze oneste nè
liete, conciossiachè vi fossero ingiurie e percosse ricambiate; si
disse ancora di una bandiera tricolore arsa; degli accompagnatori,
dieci andarono a Firenze, due proseguirono il viaggio per a Bologna
col Frate. Il Popolo per queste notizie montò su le furie, ruppe
il telegrafo, corse ad armarsi; il Governatore L. Guinigi relegò in
Fortezza Nuova, i Dispacci governativi sorprese. Artatamente o a caso,
si sparse rumore una mano di soldati muovere contro Livorno; a crescere
il tumulto, le sentinelle avanzate scaricano gli schioppi; allora
presero a suonare le campane a stormo, il Popolo corse ad armarsi,
la Civica occupò le porte; gli Artiglieri disposero in battaglia tre
pezzi di artiglieria; ma il Governatore mandava ordine nessun corpo
armato s'inoltrasse contro la città, la bandiera supposta arsa tornava
sventolante a Livorno, deputati spediti al Principe ne riportavano
parole benigne: «Rincrescergli si dubitasse della sua fede e del suo
affetto verso Livorno, del quale aveva dato sempre prove non dubbie;
non avere mai avuto pensiero di mandare forze contro la città.» Pegni
certi di restaurata pace erano quelli: se non che quando ormai pareva
sicura, come il destino volle, ecco prorompere più tremendo motivo di
guerra. Cadde in alcuni il pensiero malaugurato di dispensare fucili
alla Guardia Civica attiva in Porta Murata; il Popolo minuto, che
avea sempre sopportato a malincuore trovarsi escluso dalla Guardia,
accorre e pretende le armi pur egli. — Una sezione di Civici muove
a comporre il subuglio, e vi riusciva, quando il comandante della
sezione ordinava facessero fuoco; lo fecero, e tre rimasero morti,
quattro feriti, di cui uno dopo poche ore spirava. Il Popolo adesso
inferocisce a mille doppii più terribile di prima; i Civici tutti
correvano pericolo presentissimo di vita, se molti di loro non
si nascondevano, e se l'esortazioni di sacerdoti e di spettabili
cittadini non avessero placato gl'incrudeliti animi, persuadendoli a
deporre ogni proponimento di privata vendetta, e aspettare il fine del
processo, che ormai s'iniziava contro i colpevoli di cotesta immanità.
Fu in quella occasione, che me, assente e inconsapevole, posero a
formare parte di una Commissione intenta a mansuefare il Popolo e a
condurlo a miti consigli,[71] e furono anche spediti uomini a posta in
Firenze per far prova di menarmi a Livorno; alla quale istanza _io mi
ricusai_, sì perchè temei la calunnia di provocare coteste turbolenze
a danno del Governo, sì perchè seppi formare parte della Commissione
uomini i quali io reputava largamente bastevoli di provvedere al
bene della patria comune.[72] Mentre però ricusava andare, confidando
nell'antica amicizia del Presidente Capponi, seco lui mi restringeva,
scongiurandolo a palesarmi quali deliberazioni intendesse prendere
riguardo alla mia patria; ed egli dicevami, avrebbe mandato Leone
Cipriani Commissario straordinario; alla quale notizia io mi turbai e
risposi: Leone Cipriani essermi amicissimo, conoscerlo uomo risoluto,
capace d'immaginare od eseguire forti proponimenti, ma appunto per
queste sue ottime qualità disacconcio alle parti di conciliatore.
Leone Cipriani non dissimula nè sopporta uno insulto, e siccome prevedo
probabilissimo che qualche oltraggio gli facciano, così riesce agevole
del pari il presagio, che simile negozio non possa sortire lieto
fine. — Queste cose ho voluto dire, perchè so che a Leone Cipriani
furono riportate diversamente; dal 1848 in poi noi non ci siamo più
visti: egli andando in California, io rimanendo prigione, forse in
questo mondo noi non ci rivedremo: ma desidero che di me conservi quel
buon concetto, che io (tranne la sua infelice commissione livornese)
serberò, vada certo, finchè io viva, di lui. — Altre pratiche feci
presso il Presidente Capponi e i suoi Colleghi per impedire la sciagura
imminente; sopraggiunse S. A., ed io mi allontanai con la promessa,
che se taluna delle mie proposte avessero accettato, me ne avrebbero
porto avviso prima del mezzogiorno a casa. — Venne mezzogiorno;
aspettai fino al tocco; allora uscii disperato di ogni buono esito
delle mie premure. Incontrando il signor avvocato Menichelli, mi
domandava perchè non assistessi alla Tornata straordinaria del
Consiglio Generale tenuta in cotesta mattina per discutere intorno ai
poteri eccezionali da conferirsi al Ministero per ridurre a partito la
città di Livorno: accorsi sollecito alle Camere, ma trovai discussi e
votati due Articoli della Legge del 27 agosto 1848; allora discutevasi
il terzo, e se non erro, orava il Trinci.[73] Mi ritirai col cuore
chiuso da funesti presentimenti. Mi sia permesso trapassare correndo
sopra i casi del 2 settembre. Sangue fraterno versavasi e da mani
fraterne! Dopo la scellerata battaglia, ecco come rimaneva una città
floridissima, emporio unico del commercio toscano: Autorità fuggite,
uffizii vuoti, Municipio disperso, cittadini trepidanti, milizie
incerte del proprio destino, Fortezze rese, avventurieri audacissimi
a capo del Popolo; plebe insanguinata, e orribilmente sospinta agli
estremi delitti. Orribili detti si udivano, ma peggiori fatti si
temevano; da per tutto affanno e paura; gl'incendii, le rapine e le
stragi immaginate nel gennaio, adesso paventavano davvero. In tanto
stremo, la Camera di Commercio mandava J. Moore, O. Lloyd, P. Pate e G.
Nesi, a scongiurare il Ministero inviasse a Livorno Don Neri Corsini
e me, per impedire la rovina della città.[74] Il Ministero rispose
acerbamente, non accogliendo la istanza. Allora si volsero a Don
Neri Corsini. Io non ricordo bene se questo signore non reperissero,
ossiovvero si recusasse; però se lo rinvennero, ed ei rifiutò, io non
lo biasimo: disperata impresa era quella di andare a gettarsi nella
fossa dei leoni, e per di più, col Governo non bene disposto.[75]
Finalmente, smaniosi si fecero alla mia dimora, e grandi e reiterati
furono gli scongiuri perchè non consentissi che la mia patria, il
luogo della mia nascita, sobbissasse; la Provvidenza apprestarmi
prodigiosa occasione di potere salvarla da quei danni medesimi, che
indegnissimamente l'odio di parte mi aveva imputato; afferrassi la
occasione, la benevolenza degli amici mi confermassi, quella degli
avversarii conquistassi, benemeritassi della Patria e della Umanità.
Cotesti scongiuri bastavano, anzi erano troppi, non però vincevano le
difficoltà che andavo loro esponendo: — temere grandemente ch'essi
esagerassero il mio credito sul Popolo di Livorno; ignota la plebe
a me, io alla plebe, e, se ricordavano, averla io provata più di
una volta contraria: non sapere come venire a capo di superare gli
avventurieri armati, che soffiavano in cotesto incendio: pericoloso
sempre darsi in balía del Popolo commosso, insania adesso, ch'era
montato in delirio. Dall'altra parte, non isperimentare il Governo
benevolo, e la opera mia non pure egli non seconderebbe, ma l'avrebbe
forse aborrita. — In questa condizione di cose prevedere la perdita
della fama certa; forse della vita, e benefizio nessuno per la patria.
— Ma per queste ragioni non si ristavano, e tanto meno consentivano
lasciarmi andare, in quanto me tenevano suprema tavola nel naufragio,
onde fervorosamente incalzavano: «non essere sagrifizio quello che
calcola così sottile; vederlo pur troppo, covarmi riposto nell'anima
il rancore contro la patria per la memoria dell'antica offesa; bene
altro concetto avere essi formato di me; adesso a prova trovarmi non
generoso, non magnanimo siccome mi avevano tenuto.» Non vi ha cosa al
mondo che tanto mi ponga paura, quanto il sospetto che altri mi abbia
a trovare inferiore alla estimazione che mi onora; non so se a caso
o ad arte coteste parole adoperassero, ma certo elleno erano tali a
cui non poteva e non potrò mai resistere io; però, tronco a mezzo ogni
ragionamento, uscii in questo discorso, il quale sarà sempre, io non
ne dubito, presente a quei Signori: — A Dio non piaccia, che io non
abbia a meritarmi la vostra stima: verrò, come volete; e se mi accadrà
sventura, farete testimonianza che non fui cieco nè imprudente, ma
che prevedendola io mi vi sottoposi, perchè voi reputaste che per me
si potesse avvantaggiare la patria. — E partimmo; fra Pisa e Livorno
rovesciò la carrozza e andammo sottosopra dentro una fossa: quale più
quale meno, rimanemmo ammaccati tutti. Mentre versavamo in cotesto
pencolo io dissi: — questa è la prima, non la più grave delle disgrazie
che mi attendono. — Venuti alla meglio in prossimità di Livorno,
trovammo sentinelle avanzate che ne circondarono, e per un laberinto di
barricate dopo lunga ora ci fecero pervenire nel centro della città.
Sporsi il capo dallo sportello della carrozza, e vidi con apprensione
non piccola, come moltissimi degli armati camminassero senza scarpe e
in capelli; eravamo arrivati in fondo davvero! La mattina per tempo,
consigliai uno dei due Priori rimasti a mandare inviti al Clero,
ai Collegi Legale e Medico, alla Camera di Commercio, alla Guardia
Civica, alla Milizia di linea, ai Possidenti e a parecchi del Popolo
minuto, perchè intervenissero ad una adunanza nella sala terrena
del Municipio; intanto io facevo opera perchè i buoni cittadini gli
smarriti spiriti ricuperassero; mostrassero buon viso alla fortuna;
si aiutassero insomma se volevano che Dio gli aiutasse;[76] pubblicai
proclami, adoperando parole di lode verso il Principe per deliberato
consiglio.[77] Io mi era accorto presto che la grandissima maggiorità
del Paese, affezionata al Principe Costituzionale, da una parte
deplorava la inettezza del Ministero che l'aveva condotta a questo
estremo; dall'altra stava paurosa della plebe armata, indigente,
infellonita, e dei capi che si era messi alla testa. Invero non era
affare di lieve momento cotesto. Torres, che si chiamava Generale, uomo
rotto ad imprese arditissime, il quale mescendosi fra il Popolo, fino
dal 3 settembre si era fatto dichiarare Comandante della forza armata
di Livorno, aveva costretto la Commissione di sicurezza a dimettersi;
capitolò per la resa del Forte di Porta Murata;[78] seguíto da una
turba di gente sinistra svillaneggiava, minacciava, incuteva terrore.
A questa gente non tornava conto la pace; usa a pescare nel torbido,
voleva permanente la tempesta e la provocava. — Due cose erano da
farsi, e presto: dare animo alle menti sbigottite di manifestare voto
solenne di volere stare congiunte alla famiglia toscana e rifuggire da
ogni mutamento politico; togliere al Torres la male usurpata autorità:
così veniva a spuntarsi la speranza alla turba del Torres di sopraffare
la maggioranza dei cittadini con violenti partiti. Aperta la seduta,
io incominciai, e lo ricordano tutti, proclamando _essere intenzione
universale, starci uniti alla Toscana e al Principe Costituzionale_,
imperciocchè volere diversamente sarebbe stato non pure _empio_, ma
_assurdo_. Unanime consenso approvò la proposta, e i pochissimi che
sentivano diversamente ebbero a tacere. Poi trapassando a discutere
intorno alle cose necessarie per ricondurre stabilmente la pace nella
città, furono con buone ragioni respinte le intemperanti richieste
e ridotte a queste quattro: 1º Oblio per tutti, e di tutto. 2º
Cambiamento dello Stato-maggiore e dei primi Capitani della Civica.
3º Organizzazione e armamento della Riserva. 4º Revoca dei poteri
eccezionali. E finalmente fu deliberato una Deputazione di 20 Cittadini
si recasse a Firenze a esporre le domande dei Livornesi al Ministero;
un'altra di 12 governasse provvisoriamente la città: il comando della
forza armata si confidasse all'ufficiale Ghilardi giunto in Livorno in
quella stessa mattina.

Prima di proseguire nella narrativa, giovi trattenermi un momento
su quelle operazioni. I due fini erano conseguíti; impedire sommosse
repubblicane e violenze, remuovere il comando delle armi dal Torres.
— E qui importa sapere, che il Ghilardi, come soldato agli stipendii
toscani, e spedito dal Ministero Ridolfi con una colonna dei nostri
alla guerra lombarda, inspirava fiducia. Le domande dei Livornesi non
parevano esorbitanti, considerati i tempi, e paragonate con quelle
di cui si fecero portatori nei giorni decorsi, in meno difficili
congiunture, il Deputato Malenchini e il Prete Zacchi, e che pure il
Ministero aveva promesso esaudire.[79] L'organizzazione e l'armamento
della Riserva fu concertato per questo motivo: impossibile appariva
levare le armi al Popolo; tanto era strappare i denti al leone! E le
armi indisciplinate atterrivano; col partito proposto incominciava
ad operarsi lo scevramento fra Popolo e plebe, piaga vergognosa di
ordinata città; e amicato il primo, poteva ricorrersi alla forza per
disarmare la seconda; le armi composte in mano al Popolo cessavano
apparire pericolose; nei regolamenti erami avviso determinare per pena
ai falli di disciplina la perdita temporaria o perpetua delle armi;
pel quale ordinamento ne veniva di due cose l'una: o il Popolo si
disciplinava, e meglio che mai; o non si disciplinava, e perdeva le
armi. Nè mi sembrava impossibile riuscire a questo, perchè costringere
la universalità a rispettare il comando, massime in tempi torbidi, è
arduo, ma agire partitamente sopra i singoli diventa agevole. L'Atto
di Accusa, nel § VI, riporta certe espressioni di un Manifesto che
nel 25 settembre m'indirizzarono i cittadini: «È incontrastabile,
che voi avete diritto alla riconoscenza dei Livornesi, _ed è pure
incontrastabile che con la vostra influenza ne potete dirigere
ogni movimento_; compite dunque l'opera, e fate deporre le armi.»
Ahimè! In mano dell'Accusa le fronde di alloro diventano cipresso;
non dubitate, no, che cotesto elogio ella saprà bene convertire in
ronciglio, e ne trarrà la benevola conseguenza, che a senso dei miei
stessi concittadini potendo io dirigere a mia posta ogni moto del
Popolo, segno è certo che tutto quanto successe di reprensibile fu
da me provocato, o da me non impedito; e stringendo in brevi termini,
fui _complice_ o _impotente_, però adesso non per _peccato originale_,
ma per volontà![80] — O miei concittadini, il fato vuole che voi mi
abbiate a nuocere e quando mi lodate e quando mi redarguite! E sì che
l'Accusa doveva sapere che lo elogio non corrisponde quasi mai alla
_vera verità_; che difficile è sempre potere ciò che si vuole, e che la
fortuna del favore popolare

                        è color d'erba,
    Che viene e va, e quei la discolora
    Per cui ell'esce della terra acerba.

Ad ogni modo, in quanto alle armi, io aveva provvisto prudentemente
e con partito possibile; se questo non avvenne, l'Accusa ne incolpi
il Ministero, che ad ogni punto che io cuciva per rammendare i
suoi strappi, mi cresceva la mercede di avversione. Necessaria mi
pareva la rassegna dei poteri eccezionali, perchè essendo stati
provati e riusciti male, ormai bisognava ricorrere alle provvisioni
conciliatorie; e così essendo, a che convocare Popoli di Toscana a
Pisa come i Sette incontro a Tebe? Perchè, desiderando che il tumulto
cessasse, le cause del tumulto mantenevansi? Era, non dirò savio, ma
cristiano, educare figli della famiglia medesima ad odiarsi fra loro?
Lo so che fu detto, tale non essere il fine dell'adunata, e voglio
crederlo: ma intanto appariva così, e le apparenze bastavano perchè
effetti pessimi partorissero. — Ora proseguo la storia.

Difficile cosa era che i partiti deliberati non si disfacessero
per opera degli agitatori; e la fortuna ne porse loro terribile
occasione. Ad un tratto corre voce di agguati tesi ai cittadini per
le campagne adiacenti, di vie solcate di polvere, di mine, di feriti,
di morti. Ribollono le ire, i persuasi rompono i patti, gli agitatori
si scatenano. Accorsi su la ringhiera del Palazzo Municipale, e
vidi un mare di capi in tempesta, e la mia voce appunto si udiva
come se io l'avessi alzata su la costiera quando vi si rompono i
frangenti. Alle ore cinque circa, alcuni barrocci sboccando dalla Via
Ferdinanda lenti lenti, traversano diagonalmente la Piazza di Arme
piegando all'ospedale; le ruote segnavano traccia sanguinosa sopra il
terreno.... portavano undici feriti nella esplosione delle polveri al
Calambrone.[81] — Sorse un grido immenso: _tradimento! tradimento!_
E gli agitatori prevalendosi del caso, con feroce consiglio,
aggiungevano: _anch'egli è traditore_.... e mi segnavano a dito, e qui
vidi numero grande di archibugi prendere la mira alla ringhiera dove io
mi stava in compagnia di Ufficiali e cittadini: chiusi gli occhi, feci
delle braccia croce raccomandandomi a Dio. Poco dopo mi avventurai a
riguardare, e conobbi come i migliori cittadini con mani e con bastoni
stornassero i fucili gridando: _non fate.... non fate_! — Accanto a
me notai un solo Ufficiale rimasto, il maggiore Ghilardi, pallido in
faccia; come io mi apparissi non so: veramente fu un tristo quarto
d'ora cotesto. Tememmo in quel tempo che gente nemica questi successi
apparecchiasse, onde il Popolo rompendo le deliberazioni prese, ella
potesse del continuato tumulto raccogliere il mal frutto;[82] forse
non era vero, e si ha a credere piuttosto che si prevalesse della
occasione. Immensi sforzi usarono i buoni cittadini a placare il nuovo
furore: ad ogni patto intendevano le genti prorompere fuori delle
porte, e portarsi al Calambrone; si acquietavano appena su la promessa
del Maggiore Ghilardi gli avrebbe egli medesimo condotti all'alba del
giorno venturo. La mia opera diventava più ardua assai; tuttavolta
esposi con le parole che seppi più acconce, le deliberazioni fermate
la mattina, e scongiurai il Popolo ad accettarle; ma le migliaia della
gente raccolta tentennavano; di tratto in tratto scoppiavano urli
di rabbia: allora infervorandomi nel dire, mostrai la empietà della
separazione di Livorno dalla Toscana, ricordai la fiorentina origine
del Popolo livornese, il mutuo affetto di Firenze con Livorno, il motto
_fides_ dato per impresa dalla Signoria fiorentina alla mia patria
in mercede della costanza e della fedeltà sue; separai la causa del
Principe umanissimo da quella del Ministero; invocai la religione e lo
esempio di Cristo per perdonare, e comporsi in fratellevole concordia
col Governo e con la rimanente Toscana; conclusi dicendo: «porteremo le
proposte vostre al Governo; dov'ei le rigettasse ritorneremo fra voi,
e voi farete quello che la vostra coscienza v'ispirerà.»[83] Le mie
parole toccarono il cuore degli adunati, e dichiararono contentarsene;
di più promisero, sotto parola _di onore_ della città, fino al nostro
ritorno avrebbero obbedito alla Commissione governativa, posando da
qualunque tumulto. Però cotesta vittoria non mi assicurava; io aveva
notato fremere parecchia gente, e temeva non prorompesse; gran parte
della notte spesi a blandire cuori esacerbati, a raumiliarli con parole
affettuose; alla fine, estenuato, mi ridussi a casa per riposarmi
qualche ora. La partenza della Commissione era appuntata alle 4 del
mattino.

Appena posato il capo sul guanciale, domandano alcuni Ufficiali, a
grande istanza, favellarmi: introdotti nella mia stanza da letto,
conosco il Colonnello Costa Reghini, in compagnia di due Tenenti. Il
Colonnello, commosso, mi diceva: «per le passate vicende, e per quelle
che prevedeva imminenti, dubitare della sua vita: avere contemplata sul
campo di battaglia la morte e non averla temuta, nè temerla adesso;
solo stringergli il cuore un'angoscia insopportabile pei figli suoi,
che paventava vittime, e soprattutto per la madre loro che giacente
inferma non si dava pace, e travagliata da convulsioni lo scongiurava
a sottrarre i cari capi alle furie del Popolo; invitarmi pertanto
in nome della umanità a dargli un foglio di _lascia passare_ alle
porte, che certo lo avrebbero rispettato.» Inoltre aggiungeva: «Io vi
propongo di mandare con essi loro uno di questi Ufficiali travestito,
con lettere pel Generale Ferrari, ammonendolo, che non inoltri milizie
verso Livorno, per ovviare qualunque scontro che sarebbe fatale.» Io
rispondeva dichiarandomi pronto a sollevare le sue paterne ansietà,
e quelle della povera madre; lodai la proposta delle lettere al
Generale Ferrari; ma gli faceva osservare che la mia autorità non
era tanta quanta egli immaginava; pendere attaccata ad un capello, e
averlo veduto poche ore prima; per paura di un male rimoto e incerto
ci guardassimo da incappare in male prossimo e sicuro. Intanto, chi
dice a lui che sarà conosciuta la mia firma? Ed ancorchè la conoscano,
se ravvisano i suoi figliuoli, se il generoso Ufficiale,[84] se
frugandolo gli trovassero la lettera addosso, chi sa che cosa mai
fantasticherebbero quei cervelli sospettosi? Se mai venissero a
dubitare di tradimento.... guai a tutti noi! In mezzo a così fiera
concitazione non bastarmi la mente, su quel subito, a considerare
qual fosse il partito migliore; mi lasciassero un'ora tranquillo; più
riposato, in breve, avrei pensato a dargli risposta. — Il Colonnello
profferiva ritirarsi ad aspettare nelle prossime stanze; ma io, per
fortuna, insisteva perchè partisse di casa, non mi parendo essere
libero col pensiero se qualcheduno aspettava. Dieci minuti dopo la
sua partenza, le porte risuonano di colpi: aperte dal servo, invade
le stanze una torma di gente invelenita, e circondatomi il letto,
me chiama a morte come traditore, con baionette spianate e sciabole
brandite. Balzai a sedere sul letto, e domandai risoluto chi fossero
— e che volessero. _Nega_, gridavano, _che sono venuti qui poco anzi
Ufficiali di linea; che cosa ci sono venuti a fare_? — Voi lo sapete.
— No, non lo sappiamo. — Come no? Voi lo dovete sapere, perchè dite
che io sono traditore; e se temevate che fossi tale, perchè mi avete
mandato a chiamare? Voi siete peggio del vento; ora vi fidate troppo,
ed ora diffidate di tutto. Volete sapere che cosa sono venuti a fare
cotesti Ufficiali da me? Ve lo dirò, ascoltatemi. — E qui a parte a
parte narrava loro il colloquio tenuto col Colonnello Reghini.[85] —
Si ritirarono confusi domandando perdono. — Da questo apprenda l'Accusa
quanto sia facile il Popolo a sospettare, e come vigili inquieto anche
coloro nei quali sembra riporre sconfinata fiducia.

Giunse la Deputazione a Firenze, e tenne due consulte col Ministero.
Fino dal principio insorse ostacolo impreveduto, e mi sia lecito
aggiungere strano, per la parte del Governo: pareva a lui indecoroso
inviare le Autorità in paese sconvolto; a me all'opposto pareva,
lasciamo da parte il decoro, dovere del Governo cogliere ogni occasione
per impedire che il disordine aumentasse, e una floridissima città si
perdesse; nè sapevo comprendere come l'ordine in paese abbandonato a
sè medesimo potesse ristabilirsi. Da questo fatto erano da aspettarsi
due conseguenze: o la confusione aumentava, e troppo biasimo ne
veniva al Governo non avendola, come poteva, impedita con mandarvi
Autorità acconcie all'uopo; o si riordinava mercè Collegio o persona
extra-legale con provvedimenti di compenso, e si correva rischio che il
fatto riuscisse difficile, e forse impossibile a disfarsi. Per quanto
i Deputati si affaticassero a chiarire cotesto errore manifesto, non
ne vennero a capo; il Ministero proponeva reggesse il Municipio, ma i
due Priori municipali osservarono essere il Municipio disperso, non
trovarsi in numero da deliberare secondo i regolamenti, nè sentirsi
capaci da tanto. Allora il Ministero propose ne assumesse lo incarico
la _Camera di Commercio_! ma i Deputati della Camera dimostrarono
non avere attitudine, nè autorità per farlo. Dopo molti dibattiti,
nei quali alternativamente fu offerto lo incarico di eleggere una
Commissione governativa al Municipio, e alla Camera di Commercio, venne
alla perfine stabilito che si cercasse raccogliere il Municipio onde
eleggesse una Commissione per governare in assenza delle Autorità; e
la sera del 6 settembre 1848 rimasero approvate le seguenti Convenzioni
fra il Ministero e i 20 Deputati livornesi:

1º Oblio di tutto a tutti, militari, forestieri e cittadini.

2º Il Municipio elegga la Commissione la quale governi nell'assenza
delle ordinarie Autorità, allo scopo di ricondurre la quiete, e
riorganizzare la Civica provvisoria, che rimane sciolta per Decreto del
Principe.

3º Sta bene, che, rientrato l'ordine, la Costituzione riprenda il suo
vigore normale.[86]

Il Ministero inoltre invitava i Deputati a condursi nella notte alla
Stazione della strada ferrata, dove avrebbero trovato i Dispacci
convenuti, e treno speciale per tornare a Livorno; e così fu. Aperto
il Dispaccio, non mi parve corrispondere con le cose stabilite,
imperciocchè mi sembra che vi fosse scritto, governerebbe il Municipio
autorizzato ad aggiungersi quel numero di cittadini che meglio
credesse; ma i Deputati mi osservarono, che non faceva differenza. Il 7
settembre era dato ragguaglio del trattato a cinque e più mila persone,
stipate sotto la ringhiera del Palazzo Municipale; la Commissione
governativa era acclamata dal Popolo, a patto che la sanzionasse il
Municipio, nelle persone del conte Larderel, del popolano Petracchi, e
di me; ma in mezzo alle acclamazioni, sorgeva mal represso il grido di
vendetta, che chiamava a morte Cipriani e Cappellini, ed io rispondeva:
— vendetta essere urlo da lupi, giustizia da uomini. — E instando
quella parte cui doleva la pace a gridare vendetta, replicava: — «Le
famiglie degli uccisi intenteranno processo, e avranno restauro a norma
delle leggi.» Non per questo la turba lasciava presa, e accennava più
specialmente al Cappellini, di cui sono prossime le case alla Piazza,
pruno quasi posto su gli occhi per sospingere il Popolo agli eccessi.
Allora gittava questa parola audace per riabilitare il Cappellini,
e confortare la milizia: «Egli è soldato, ed adempiendo gli ordini
ha fatto il suo dovere.» Ma questo era troppo, e di fatti la gente
incominciò a fremere, onde riputai convenevole aggiungere: — «Ebbene,
se anch'egli è colpevole i Tribunali provvederanno.»[87]

Prima però che per me si esponga quello che in Livorno operai, mi
giovi rammentare le difficoltà che mi circondavano. Le più gravi mi
vennero dalla parte del Governo. Geloso egli che esercitassi autorità
a pro del Principato Costituzionale, incomincia a bisticciare intorno
alla origine e allo esercizio di cotesta autorità; nè solo rimansi a
bisticciare, ma con isfrontatezza di cui le pagine più ignobili della
storia parlamentaria non somministrano esempio alla ricisa le cose
pattuite negò. Cotesta curiosa Accusa, che volle ficcare le mani dove
non importava, e dove importava non le ha ficcate, fra le mie carte
trovò l'originale della Dichiarazione emessa nel 19 settembre 1848 da
ben quattordici testimoni presenti alle convenzioni, e poichè essa la
stampò a pag. 52 dei suoi Documenti, anche io la stampo.

_Nota di Convenzioni approvate tra il Ministero e la Deputazione
Livornese._

«1. — Oblio di tutto a tutti, militari, forestieri e cittadini.

«2. — Il Municipio elegga la Commissione la quale governi nell'assenza
delle ordinarie autorità allo scopo di ricondurre la quiete, e
riorganizzare la Civica provvisoria, che rimane sciolta per Decreto del
Principe. — La _Civica_ riorganizzata sarà sottoposta alla sanzione del
Principe.

«3. — Sta bene che rientrato l'ordine la Costituzione riprenderà il suo
vigore normale.

«Noi sottoscritti Deputati della città di Livorno dichiariamo come
quanto sta scritto di sopra è l'appunto di quello che rimase stabilito
tra noi e il Ministero Toscano la sera del 6 settembre 1848, e si trova
registrato in un foglio preso sopra la tavola del Ministero che porta
in margine la intitolazione: _R. Segreteria di Finanze_. Il Signor
Ministro Marzucchi ne fece copia di sua mano. La facoltà di eleggere
la Commissione Governativa voleva dal Ministero darsi alla Camera di
Commercio di Livorno, ma dietro le osservazioni del signor Benedetto
Errera venne trasferita nel Municipio, e fummo licenziati con promessa
che avremmo trovato il Dispaccio analogo allo appuntamento preso alla
Stazione della Strada Ferrata; — ove veramente trovammo un Dispaccio
chiuso diretto al Municipio di Livorno.

«Questa è la verità, null'altro che la verità.

  «_Livorno, 19 settembre 1848._

«Primicerio Can. Angiolo Del Sere, _Sacerdote_.

«Dott. Raffaello Marubini Varnacci, _Presidente della Camera di
Disciplina_.

«Dott. Guglielmo Pensa, — Dott. G. Gavazzeni, _Medici_.

«Antonio Venzi, — Andrea Sgarallino, _Ufficiali della Guardia Civica_.

«Benedetto Errera. — Francesco Contessini, _Negozianti_.

«Gaetano Terrieri, — Cesare Castelli, _Del Municipio_.

«Felice Cordiviola, — Luigi Secchi, — Lorenzo Bargellini, — Filippo
Salucci, — F. D. Guerrazzi, _Cittadini_.»

Secondo le leggi, e la pellegrina sapienza del Ministero, non doveva
reggere il Municipio mercè la Commissione, ma egli stesso in suo nome;
come se il Municipio, che il Ministero consentiva, fosse Autorità
più costituzionale della Commissione eletta dal Municipio; come se il
Ministero costituzionale potesse di proprio arbitrio, secondo ch'ei
proponeva, conferire potestà governativa ad una Camera di Commercio;
e finalmente, come se quando ti brucia la casa, sia tempo di tribolare
chi ti porta acqua da spegnere. — Il Ministero, stretto alla Camera dei
Senatori, negò la convenzione sopra trascritta, e non usò rettitudine;
e tanto peggio fece, in quanto che anche l'unico Documento da lui
approvato non gli giovava; imperciocchè sia vero che, rovesciate
le Autorità costituite, il Municipio abbia a provvedere alla comune
salvezza; ma non vero che il Ministero costituzionale, rifiutando i
Magistrati alla città che li chiede, autorizzi, anzi costringa il
Municipio a governare. Il Ministero poteva addurre la legge della
necessità, e questa giustificava il governo tanto del Municipio
quanto della Commissione eletta da lui, o non giustificava nessuno.
Inoltre, il silenzio ostinato mantenuto alle mie domande, nè punto
meglio instruito o consigliato il Municipio; rade anche a questo le
lettere, e sempre imbarazzanti; sicchè riusciva difficile a indovinare
se il riordinamento della città piacesse al Ministero o piuttosto lo
turbasse. Volle la Commissione governativa abolita, e il Municipio
la soppresse.[88] Il Municipio mi eleggeva Priore, aggiungendomi al
Collegio; il Ministero ordinò che mi cassassero, ed io non fui neanche
Priore![89] E' pare proprio che io sia destinato a non essere nulla,
nè Accademico nè Priore. Allora a scanso di disgusti mossi istanza
al Municipio, che con sua Deliberazione determinasse i limiti entro i
quali avrei dovuto esercitare la mia autorità; ma nè anche questa fu
dal geloso Ministero rispettata.[90] — L'adunata dei Civici a Pisa,
la quale ormai sembrava non avere altro scopo che quello d'irritare
gli animi, non volle omettere. La nuova organizzazione della Civica
contrariò, comecchè instituita provvisoriamente, e da _sottoporsi
sempre alla sanzione del Principe_.[91] La strada ferrata tardi
ristabilita.[92] Gli ufficiali di Polizia, anche subalterni, negati.
Con le Dogane ed altre amministrazioni, corrispondenza continua;
e s'impennava perfino se dallo Uffizio della Sanità richiedevamo
notizie intorno alla salute pubblica, per assicurare gli animi dei
cittadini. Nel maggiore uopo nessuna somma stanziata per le spese;
dalla Camera di Commercio ebbi da principio lire settemila, che portai
al Municipio.[93] Io, che pure attendevo alla polizia della città, non
disposi _neppure di un danaro_. Commissioni per provvedere all'annona,
ai lavori, alla sicurezza pubblica, alle armi, soppresse. — Che più?
Continue l'angustie e le sofisticherie per la Guardia Municipale,
che pure era stata approvata. Le stesse provvidenze di Polizia sotto
pretesto d'illegalità riprendevansi, e per ismania di biasimare il
Ministro o non curava o dissimulava sapere le leggi.[94] Le leggi
tacevano; dei Magistrati la più parte lontani; alcuni però, aborrito
cotesto esempio, magnanimamente al posto loro; fra i quali a causa
di onore ricordo Francesco Billi presidente del Tribunale di Prima
Istanza. Popolo vivente alla giornata, povero e instigato a guardare
con cupidi occhi la roba altrui. _Eccitamenti alla repubblica_ dentro
e fuori, che le notizie delle rivoluzioni ora di Ungheria, ora di
Vienna, ora di altri paesi germanici, una dietro l'altra si succedevano
come colpi di ariete ad atterrare un muro già crollato. La notizia
di occupazione dei Piemontesi aspreggiava gli animi, dubbiosi più
che mai, che le assicurazioni di pace fossero tranelli per coglierli
alla sprovvista. Questi, ed altri molti, furono i travagli che mi
circondavano, ai quali ripensando forza è che confessi, come senza lo
aiuto di Dio non sarei potuto uscire a bene da cotesto inviluppo.

Intanto le barricate si disfacevano; ogni traccia di perturbamento
remossa; Commissioni di lavori, di beneficenza, di annona, di armi,
di sicurezza instituivansi; prestanti cittadini, messi da parte i
proprii negozii, notte e giorno alacremente attendevano a prevenire
delitti; preghiere pubbliche bandivansi; feste per distrarre il
Popolo si provocavano, distribuzioni di 30,000 e di 50,000 libbre
di pane al giorno sì facevano; i lavori interrotti proseguivansi,
nuovi ordinavansi, si attendeva ad organizzare le Guardie Civica e
Municipale; l'esplosione delle armi, i canti sediziosi, i giuochi
perfino, peste della gioventù, si vietavano; i cittadini guardavano i
cittadini, e (stupendo a dirsi) la delazione fin lì reputata infame,
poichè spontanea adesso, e aperta, e in pro del bene comune, si
faceva come pubblico ufficio; ai sospetti rinascenti io provvedeva
accogliendoli tutti, e profferendomi così di notte come di giorno
pronto a verificarli da me stesso: ora temevano di polveri e di armi
alla bruna sottratte di Porta Murata per via marina; ora di assalti
improvvisi; erano perfidi soffii su fuoco latente onde tornassero
a divampare le fiamme. Di quieto in piccola compagnia andavo a
perlustrare, e sempre tornavamo con la prova, che a fine iniquo
abusavano della popolare credulità; liti domestiche componevamo, e
negozii contenziosi e vecchie discordie; in un mese la città sciolta
da ogni freno, o piuttosto da sè stessa frenata, contò cinque ferimenti
e ventun furto, pel valore cumulato di lire 1112, numero di gran lunga
inferiore a quello di ogni altro mese antecedente; le carceri rimasero
parecchi giorni vuote.[95] La stampa, finchè io stetti a Livorno,
_reverente al Principe; in ogni occasione lodato e raccomandato allo
amore del Popolo_.[96] _E dello stesso Presidente Capponi discorso
con ossequio_.[97] Città insomma non pure ordinata a riposato vivere
civile, ma disposta a ricevere le Autorità governative, che richiedeva
fiduciarie del Governo e di sè. — Lascio della stampa della Capitale
a me avversa: _se raggranellata una masnada di grassatori, avessi a
capo di quella rotte le strade, io penso che non si sarebbe avvisata
vituperarmi con obbrobrii sì spessi, nè sì abbominevoli_. La opera mia
era compita, nè il provvisorio poteva prolungarsi senza danno dello
Stato, della città e mio; nel 28 settembre, piegando finalmente alle
_domande giustissime del Gonfaloniere_, e per _soddisfare le premure
di alcuni cittadini livornesi_,[98] il Governo mandava a Livorno il
sig. cav. Ferdinando Tartini. Il Gonfaloniere e i Cittadini aggiunti
al Municipio avevano fatto stampare un Manifesto, per disporre
il Popolo a riceverlo gratamente, quando vennero avvertiti che il
Manifesto sarebbe sfregiato; non essere persona di fiducia del Popolo
il cav. Tartini. La repugnanza del Popolo persuase il Gonfaloniere e
il primo Priore a muovere per Firenze onde trattenere il Governatore
eletto; ma essendo occorsi in lui alla Stazione della strada ferrata
di Livorno, gli esponevano che la sua presenza avrebbe cagionato
tumulto. Mandarono per me, ed io, per verità, confermai lo esposto dai
prelodati signori Gonfaloniere e Priore; ma aggiunsi cosa, che il sig.
cav. Tartini dimenticò forse scrivendo il Rapporto dell'avvenimento,
e fu, che io mi proffersi accompagnarlo, e difenderlo con la mia
stessa persona.[99] Rinviati il Gonfaloniere e il primo Priore in
città ad assicurarsi meglio dello spirito pubblico, rimasi col sig.
cav. Tartini: dopo lunga ora tornarono il Gonfaloniere e il Priore, e
nuovamente gli dichiararono inevitabile la sommossa, dov'egli si fosse
inoltrato. — Per questo successo le cose si facevano più torbide che
mai; le relazioni officiali con Firenze si dichiaravano interrotte. —
In questa Giuseppe Montanelli tornava d'Inspruck: appena messo piede
nel Parlamento, propose un ordine del giorno universalmente approvato,
col quale si persuadeva al Governo di sopire i dissidii livornesi,
restituendo le Autorità governative al travagliato paese; nel tempo
stesso egli mi scriveva lettera con la quale confortavami a governare
Livorno: di questo facessero istanza il Municipio e la Camera di
Commercio; egli avrebbe appoggiato la domanda.[100] Il Municipio e
la Camera partivano per Firenze, ma non ottenevano lo intento;[101]
invece il Ministero proponeva loro Montanelli per Governatore; ed essi
accettavanlo.[102] Allora egli scrivevami di nuovo adducendo le ragioni
per le quali non aveva potuto ricusare.[103] Appena io ebbi udito
questo, malgrado che il Municipio e la Camera di Commercio instassero
fervorosamente a rimanermi, non lo aspettai; ma pubblicato un
Manifesto,[104] col quale invitava i miei concittadini a ricevere con
lieto animo il Governatore inviato dal Ministero Toscano, mi partiva,
ritornando a Firenze, sazio dei passati travagli, senza disegno, come
senza voglia di uscire più mai dai riposi della vita privata.

Io partiva, privo perfino del conforto di una parola amica per la
parte del Governo; e sì che avevo corso pericoli presentissimi di vita,
durato fatiche inestimabili, ricondotta alla devozione della Monarchia
Costituzionale una città agitata da violenti passioni e istigazioni
perverse, inferocita per fresca strage, commossa dallo sfracellarsi
della massima parte degli Stati di Europa, flagellata da un lato dalle
furie dell'anarchia, dall'altra tratta pei capelli dai partigiani
della repubblica. Non importa; mi bastò allora, e mi basterà sempre la
benevolenza degli amici, e la stima degli stessi emuli. — Sorga adesso
pertanto la religione dei miei concittadini tutti, così amici come
emuli, ed anche nemici, se io pur ne ho nella dolce terra che mi diè
vita, e dica se composi o sconvolsi la patria mia, e mi salvi dalla
disonesta persecuzione dell'Accusa!

Ma che dico io, sorga? Ella sorse, ed in cotesti tempi Municipio,
Collegio dei Curiali e Camera di Commercio grazie amplissime mi
profferivano; e privati cittadini, per farmi scolpire marmorea
immagine in pubblica testimonianza di onore, si collettavano.[105]
Non sembra ella strana cosa all'Accusa, che i livornesi uomini per
siffatto modo gratificassero colui che ne turbava la quiete, ne
ingiuriava i commerci, di scandali empiva la patria terra e di sangue?
Qual consiglio, o qual coscienza persuade l'Accusa a desumere le sue
infelici imputazioni dalle calunnie di sciagurati e dalle voci sparse
da lingue appassionate e dolose? I cittadini miei, che convivendo
meco, vigilandomi al fianco, le opere mie di ora in ora contemplavano
e soccorrevano, non par egli al senno e anche al pudore dell'Accusa che
dovessero, come testimoni più degni di fede, preferirsi a tutti altri?
— E sì, e sì che anche l'Accusa, fra i suoi Documenti, raccolse una
carta da lei intitolata: _Indirizzo dei Livornesi a Guerrazzi_, nella
quale si leggono le seguenti parole:

«Signore. È incontrastabile che voi avete diritto alla riconoscenza di
tutta Livorno; ed è pure incontrastabile che con la vostra influenza
ne potete dirigere ogni movimento. Compite dunque l'opera, e fate
deporre le armi. Lo Stato nostro è unico, ed il Popolo armato vuol
dire ribellione permanente; ciò non è naturale che deva durare, perchè
il firmamento stesso, se non fosse ordinato, si disfarebbe. La parte
essenziale della popolazione non rientra di certo fino al compimento di
questo voto universale, ed _è un voto di fiducia in voi, che tutti oggi
ammiriamo ed amiamo, pregandovi caldamente ec_. — Livorno. — Signor
Avv. F. D. Guerrazzi aggiunto al Municipio di Livorno. — I Livornesi,
che aveste amici sempre, e quei pure che lo sono, e lo saranno da ora
in poi per sempre.»[106]

All'Accusa, e in altri parte l'ho avvertito, bastò il cuore per
convertire questo voto, che forma una delle poche consolazioni dei miei
non degni martirii, in offesa nemica, e disse: Vedete, per confessione
dei vostri stessi concittadini, voi volgevate e rivolgevate a senno
vostro Livorno; dunque tutto quanto successe e' fu per colpa vostra....
— Siffatti argomenti vincono qualunque pazienza, — il pensiero
sbigottisce. — cascano le braccia....

E l'Accusa eziandio riporta la minuta di lettera da me indirizzata al
Municipio, che bene a ragione io qualifico sfogo. Certo, quando basta
la coscienza per insultare con turpe oltraggio un uomo _come doppio di
cuore a pravo intento_, quando si nega pudore, probità, gentilezza,
tutto infine si nega, e la mano non trema nel mettere me — a stregua
di un vile paltoniere, che visse, se pure può dirsi visse, 51 anno
addietro.... queste dimostrazioni di animo non solo non si credono, ma
si scherniscono. Diversamente poi giudica la coscienza pubblica, ed
a questa volgendomi domando se, perturbatore io dei moti di Livorno,
avrei potuto, senza fasciarmi la sfrontata faccia di bronzo, scrivere
e mandare le seguenti parole al Magistrato della mia città, compagno,
testimone e aiutatore delle opere mie, per ridurla da tutto sconvolta
per cittadina battaglia, in comportabile assetto!

«Signori ed amici onorandissimi,

«Voi sapete, che quattro volte chiamato dalla Commissione, dal
Municipio e dalla Camera di Commercio, mi astenni dal venire in
Livorno, parendomi che la città nostra contenesse copia di ottimi
cittadini capaci di condurla traverso ogni più duro caso. Non potei
resistere alla ultima, imperciocchè avrei dimostrato ostinazione somma
e poco affetto a chi mi ama.

«Pertanto io venni e feci il mio dovere; null'altro più che il mio
dovere. Esaminando lo stato della città, mi parve che la sua commozione
derivasse da un subito esasperamento per ingiuria che il Popolo
reputava aver patita. Mi persuasi di due cose importantissime: la prima
che durava perenne l'amore per il Principe costituzionale; la seconda
che di Comunismo e Socialismo il Popolo non sapeva nè anche il nome.
Ciò posto, e l'evento dimostrò che non mi ingannai, mi parve facile
ridurre Livorno in quiete, e Dio aiutando, e gli egregi cittadini suoi,
vi fu ridotto.

«Ma Livorno non ha mestiero soltanto di quiete, ha ben bisogno di
sollecito e vigoroso riordinamento. La prima cosa derivava da credito e
da mutua benevolenza, e presto venne conseguita. La seconda poi ha da
emanare dall'azione governativa energica, unisona, libera, secondo la
gravità dei casi, in tutti i suoi moti.

«Mancava una guardia di Polizia, e fu creata.

«Mancavano Magistrati di sicurezza, e furono istituiti.

«Mancavano opere pei braccianti, e procurammo che una Commissione le
apparecchiasse.

«Mancavano denari al Municipio, e pensammo a una Commissione che li
provvedesse.

«Insomma, onde io non vi trattenga in troppo lunghe parole, fu
provveduto a tutto, per quanto un volere fermo a procurare il pubblico
bene può suggerire.

«Ma al Governo molte cose increbbero, e bisognò disfarle: così perdemmo
il benefizio delle nuove istituzioni, e delle vecchie non ci potemmo
valere, perchè guasti gli ordini, gli impiegati assenti, manchevoli i
denari.

«Se il Governo aveva per iscopo renderci impotenti, egli lo ha
conseguito; se intendeva che noi riordinassimo la città, non ha
adoprato gli argomenti necessarii.

«Ora questo stato di cose non può durare, perchè il disordine
diverrebbe malattia cronica, e la mia coscienza non mi permette
autorizzare con la persona un sistema che reputo rovina dello Stato.

«Inoltre io comprendo essere inviso al Ministero, e non è possibile
che procedano vigorosamente insieme uomini tra i quali il sospetto si e
insinuato. Io da più parti ho notizia piena, che il Ministero mi reputa
autore dei casi di Livorno: quanto sia giusta questa supposizione
lascio considerarlo a Voi; ma nonostante egli nutre simile sentimento,
e mi parrebbe vergogna scendere a giustificazioni.

«Aggiungete ancora che il mio congedo dalla Camera domani o domani
l'altro spira. A me tarda andare alle Camere e render conto alla
Nazione del mio operato. Vedremo se mi condannerà o mi approverà.

«Io però nè posso nè devo lasciarvi all'improvviso: sarebbe un tradire
la benevolenza vostra, e la fiducia che avete in me riposta, ma lo
faccio per avvertirvi che o V. S. poniate l'occhio in persona che possa
surrogarmi nel posto che adesso occupo, o avvisiate il Governo che
mandi l'Autorità con capacità e attribuzioni di governare. I tempi si
apparecchiano neri, perchè io temo la minaccia del Cholera, la fame
prossima che è qualche cosa peggio di minaccia, le finanze esauste,
il malcontento dello imprestito coatto, le armi straniere, sieno pure
piemontesi, introdotte in Toscana, e soprattutto temo ogni autorità
caduta, ogni vincolo sciolto, perpetuato il disordine, e il tremendo
ribollire dei bassi fondi della società.

«Io vorrei essere falso profeta, ma vi ripeto che dolorose vicende
si accostano. Non che io mi reputi da tanto da riparare al flagello
di Dio; ma richiesto da voi, mi era offerto a fare quanto è possibile
all'uomo pel bene del proprio paese: lascio la ingiuria, lo insulto e
lo avvilimento, — queste cose non mi toccano; — ma il sospetto in cui
sono tenuto mi toglie adito a imprendere qualunque provvedimento.

«Considerate questa lettera come uno sfogo, perchè il mio cuore
trabocca, e in ogni evento, per quel poco che valgo, tenetemi per
amico, fratello, o quale altra cosa più caramente a Voi congiunta vi
piaccia. Addio.»

E il Municipio nell'8 ottobre 1848 mi rispondeva:

«Comunità di Livorno.

                           «_Dal Palazzo Pubblico, li 8 ottobre 1848_.

  «Illustrissimo Signore,

«La Civica Magistratura di Livorno riconoscente delle molte cose, che
V. S. Ill. ha operato _isolatamente_, ed in unione della medesima per
il riordinamento di questa Città, nella sua seduta del dì 6 corrente
ha deliberato un Voto di ringraziamento, e mi ha conferito l'onorevole
incarico di parteciparglielo, siccome faccio con il presente foglio,
protestando i puri sentimenti di riconoscenza, non tanto per la
detta efficace cooperazione, quanto per la saggia instituzione della
Guardia Municipale, di cui la Città tutta è alla S. V. Illustrissima
intieramente obbligata.

«Profitto di questa fortunata occasione per professarle la mia alta
stima e rispetto, dichiarandomi

  «Di V. S. Illustr.

                                                           «Dev. Servo
                                           «AVV. LUIGI FABBRI _Gonf_.»

La città universa qualche giorno prima mi compartiva i lieti onori, che
l'Accusa ha saputo tornare in tristi lutti.

«Al nostro concittadino F.-D. Guerrazzi, Deputato al Consiglio Generale
Toscano.

  «Concittadino!

«Vostra mercè Livorno, questa città, che è vivace per giovinezza di
età, lo che è un pregio, non irrequieta, e turbulenta per effetto di
malo costume, ha sostenuto dignitosamente durissime prove.

«Vostra mercè il Popolo illuminato sulla giustizia del chiedere, ha con
inalterabile fermezza tranquillamente aspettato ciò ch'era giustizia
concedergli.

«Vostra mercè infine, utili quanto opportune disposizioni governative
hanno mantenuto fra noi come supremi e insperati vantaggi l'ordine
interno, la sicurezza pubblica, la libertà delle industrie, la
prosperità dei commerci.

«E tuttociò in un tempo in cui il Governo superiore, passionatamente
reagendo, credeva che anarchici fossimo e ostinatamente e
disordinatamente ribelli. Onde finiva coll'abbandonarci a noi stessi...
Fatalissimo errore!!!

«Dopo aver compiuto l'altissimo ufficio, ecco che già tornaste là
dove la vostra voce come rappresentante del Popolo è organo de' suoi
diritti, è oracolo delle sue libertà. Tale modesto contegno, come vale
meglio di ogni altro argomento a uccidere la calunnia o l'invidia,
quando percuotervi osassero, svela sempre meglio la grandezza
dell'animo vostro. Voi col fatto approvate quel detto di Catone, il
più grande degli antichi Romani, quando condolendosi alcuno con esso
lui perchè i suoi concittadini non gli avessero posto una statua nel
Campidoglio, rispose: essere meglio meritare un onore che conseguirlo,
_meruisse satis_.

«Ciò però non toglie a noi Livornesi un debito sacro, ch'è quello
di offrirvi pubblico e solenne attestato di patria riconoscenza.
Accoglietelo, illustre Concittadino, come parola di ringraziamento,
come pegno di confidenza non peritura in noi per voi, come senso di
sincera stima e perenne affezione.

  «_Livorno, 5 ottobre 1848_.

                                              «I VOSTRI CONCITTADINI.»

Il Collegio amplissimo dei Negozianti livornesi, poco uso a lasciarsi
andare dietro le immagini false delle cose; per indole e per costume
studioso a ben calcolare i fatti e i detti; quasi per me vinta la
natura, mi mandava splendida testimonianza di affetto:

  «Cittadino Ministro.

«A Voi piacque mostrarvi grato insieme agli onorandissimi Colleghi
vostri, verso i Negozianti di questa Piazza, per quanto essi hanno
fatto a pro del Governo, e non fecero se non quello che era debito di
ogni leale cittadino. A loro posta i Negozianti di Livorno vogliono
mostrarsi grati verso di voi, e ben più a ragione.

«Il modo come già sapeste ricomporre l'ordine, e donare la tranquillità
al nostro paese indispensabili pella prosperità del commercio e
delle industrie, l'alacrità vostra istancabile, il senno col quale
scioglieste animoso complicati problemi della Politica contemporanea,
e finalmente il sagrifizio per cui non risparmiate veglie, patimenti,
e disagi a pro nostro, vi hanno ormai collocato fra gli uomini i più
benemeriti della Patria, e la riconoscenza delle popolazioni, poste
sotto il vostro Governo, è divenuta per tutti un debito sacro. Noi
sottoscritti ci affrettiamo a dimostrarvela intiera, e queste nostre
espressioni saranno in ogni occorrenza confermate dai fatti, perchè
convinti che Voi al Ministero formerete e consoliderete la felicità
della Toscana Famiglia.» — (_Monitore Toscano_ del 15 dicembre.)

Nè, come per sè stesso poco è vago di parole il Commercio, così egli
si era rimasto a dimostrarmi la sua benevolenza con vuoto suono di
favella, chè mi aveva profferto largamente qualunque somma pei bisogni
della patria avessi riputata necessaria; ed anzi, miracolo nuovo del
secolo avaro, ricusavano ostinati lo interesse del sei per cento sul
danaro, chiamandosi del solo quattro contentissimi.

  «Carissimo Amico

«T'includo lettera Zocchi: prendi nota, e raccomandalo. La lettera sta
per giustificazione.

«Il Commercio soddisfatto di noi mi fa sapere mediante alcuni miei
amici che se vogliamo 50 o 60 mila lire ce le darà.

«Altra buona nuova: i sovventori delle 30 o 40 mila lire, ricusano il
sei e vogliono il quattro. Coraggio dunque e avanti. Partecipa queste
buone notizie alle E. LL.; io le farò mettere nel Giornale. Fa fare la
deliberazione per emettere pagherò, e mandamene uno di lire 15 mila,
sei mesi data, che ti porterò in giornata il danaro. Attivate lavori;
la città sia in festa, e chi ci vuole male, male si abbia. Addio.

  «_27 settembre 1848_.

                                            «Firmato: F. D. GUERRAZZI.

«P. S. Firma e manda le accluse.

  «All'Illmo. sig. Avv. Luigi Fabbri Gonfaloniere di Livorno.»

E la Curia Livornese, che sempre mi tornerà nella mente grata ed
onorata memoria, all'antico confratello si compiacque tributare alcuna
parola di lode, che gli tempera di alcun poco il fiele di cui adesso lo
abbevera l'Accusa.

  «Cittadino Ministro,

«Interpreti dei sentimenti della Curia e della Camera di Disciplina
di Livorno, noi vi rechiamo le congratulazioni loro per lo inalzamento
vostro al Ministero. E l'una e l'altra, orgogliose di avervi avuto nel
proprio seno, hanno sentito con gioia che il Principe ha reso giustizia
ai vostri meriti e li ha ricompensati con la sua fiducia. In questo
avvenimento, esse hanno considerato, non il vantaggio Vostro, non il
lustro che proviene dalla carica, ma sì il vantaggio della Patria,
il bisogno che ella ha di Voi e la gloria che saprete guadagnare in
servirla. Epperò, come di un avvenimento felice, hanno creduto loro
debito di rallegrarsene con Voi, come se ne erano prime rallegrate seco
stesse.

«E certe che il mezzo onde più degnamente onorarvi e meglio incontrare
il Vostro gradimento quello è di porgervi nuova occasione a ben
meritare della Patria, esse hanno voluto che vi fosse fatto manifesto
e subordinato e raccomandato un loro desiderio, sorto al seguito delle
nobili parole proferite nella mattina del dì undici stante dal Regio
Procuratore di Livorno, ed inspirato loro dall'amore ardentissimo che
nutrono verso la terra natale e la scienza.»


L'Accusa (parmi sentirla) considerate tutte queste carte esclamerà:
«Le sono giunterie di chi ha perfido il cuore per andare a' versi
di chi tiene il timone dello Stato e buscarsi un po' di croce o una
pensione...., o piuttosto schifezze di gente sprofondata nella sozzura
della servitù.... non furono uditi gli schiavi salutare Claudio, quando
andavano a sgozzarsi, per tenerlo un po' sollevato? — Ed anche, chi sa,
che tutti i lodatori non fossero stati, di presente sieno, e saranno di
generazione in generazione perfidi quanto il lodato!»

O dignitosa Accusa, sii, ti scongiuro, cortese a notare, come la ode e
i danari i concittadini miei mi profferissero assai più mentre io stava
lontano dal Ministero e dalle sue speranze, che dopo; nè l'abiezione è
naturale peccato nella città che mi diè viti.

Motivi dello studio da me posto nello evitare il Montanelli erano
due; il primo, per un tal quale risentimento che nutriva contro di
lui, essendomisi scoperto anch'egli contrario nei casi del trascorso
gennaio, sopportando che stampassero gravi cose a mio carico nel
suo Giornale _La Italia_; il secondo, perchè ognuno portasse il
merito delle opere sue, e quando mai egli fosse riuscito a male,
non si dicesse, che per libidine del medesimo officio io lo avessi
attraversato.

Venne il Governatore Montanelli, e il primo atto del suo maestrato fu
proclamare solennemente la Costituente italiana. Lo incolpa l'Accusa
avere tradito il mandato così operando. Io non devo assumere la
difesa del signor Montanelli: pure, per un senso di convenienza e di
giustizia, forza è che dichiari parermi questa imputazione assurda.
Montanelli giungeva in Livorno il giorno 7 ottobre, e il giorno 8
manifestava al Pubblico il suo disegno; ora non è verosimile che
col primo suo atto, poche ore dopo la sua elezione, volesse così
apertamente contrariare il Ministero che lo aveva creato. Inoltre
il Ministero _non lo disapprovò mai ora nè poi_; ancora egli rimase,
come prima, amico del Capponi, e il Capponi di lui, e _queste siffatte
paionmi gherminelle da guastare ogni più salda amicizia_. Finalmente
nella seduta del Consiglio Generale del 31 gennaio 1849,[107] egli
con risentite parole si esprimeva così: «Fu detto che io proclamando
la Costituente a Livorno tradiva il mandato che mi era stato affidato
dal Ministero. Quando le accuse cadono su persona privata io le
disprezzo...; ma quando cadono su persona pubblica è dovere smentirle.
Ora, Signori, io dirò, che prima di andare a Livorno manifestai qual
era il mio programma. Il capo del Ministero, _il venerabile Gino
Capponi può rendere testimonianza di questa mia schiettezza_. Io gli
diceva come credessi la Costituente solo rimedio alla divisione degli
animi, bandiera sola di nazionalità. Io diceva, che _se fossi andato a
Livorno ove mi richiamava l'acclamazione del Popolo, non avrei potuto
non manifestare questo mio programma_; ed il Presidente del Consiglio
al quale faceva queste dichiarazioni, mi rispondeva: _andassi, facessi
quello che la coscienza m'inspirava. Qui sono persone che possono
testimoniarlo_. Così rispondo a queste indegne accuse che mi pesano sul
cuore.»

A sostenere queste cose in modo siffatto, in occasione tanto solenne,
quando non fossero vere, si vorrebbe avere faccia di granito nero;
nè la impudentissima audacia gli avrebbe bastato, avvegnachè alle
sue parole si trovassero presenti tre Ministri, i signori Mazzei,
Samminiatelli e Marzucchi, i quali lo avrebbero certamente (se
bugiardo) smentito; e supposto ancora ch'eglino avessero per peritanza
su quel subito taciuto, soccorreva la stampa liberissima per protestare
contro la calunnia.

Adesso poi protestare contro allo esule sarebbe non pur facile, ma
meritorio; e nonostante si tacciono....

Finalmente l'Accusa, a pagina 899 dei Documenti, riporta questa
risposta di Giuseppe Montanelli al signor Massari. «È _menzogna_
che io, nominato Governatore a Livorno, ritorcessi il mandato contro
chi me lo aveva dato. La mia condotta fu conforme alle spiegazioni
avute col Ministero e col Granduca. Quando avrò fatto conoscere i
precedenti di quella nomina, si vedrà la delicatezza estrema con la
quale procedei prima di accettare quel difficile incarico, di cui
previdi e dimostrai tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate.»
Ma io che conosco a prova come le Accuse tutte in generale, e la mia
in particolare, troppo meglio del popolo ebreo meritino il titolo di
dura cervice, neanche a ciò mi rimango, e per chiarire l'Accusa che
bisogna andare adagio ai ma' passi, le dirò, che io possiedo nelle mie
mani, e gliela porrò negli atti del processo, proprio la minuta del
Proclama del signor Montanelli ai Livornesi, letto ai signori Capponi,
Giorgini e Samminiatelli prima ch'ei partisse per Livorno, emendato,
a dettatura di uno di loro, nella frase: «Le condizioni che proponeste
alla vostra riconciliazione col Potere;» cui con evidente convenienza
surrogò quest'altra: «i desiderii che esponeste al Potere.» Donde, per
conseguenza inesorata, deriva che tutte le altre espressioni di quel
Programma, su le quali l'Accusa perfidia con malevola sofisticheria,
come quello che furono lasciate stare, o non contengano tutta la
nicotina che immagina, o, se venefiche sono, ne abbia a chiedere
conto principalmente a coloro ai quali incombeva l'alto ufficio di
sopprimerle, e non le soppressero. — Però io metto l'alternativa, così
per guisa di discorso, che so troppo bene essere parole innocentissime
coteste, e so eziandio, che, ora che io gliel'ho detto, l'Accusa
anch'essa quasi le reputa tali.

A me rincresce supporre che il Ministero _scegliesse piuttosto dannarsi
col Montanelli che salvarsi con me_:[108] almeno per quanto concerne
Gino Capponi, che un giorno fu amico! Io credo che questo personaggio,
speculatore arguto delle vicende politiche, e per genio studioso non
solo delle passate storie, ma eziandio di quanto accade alla giornata,
avesse considerato, come dal corso impetuoso che precipitava la più
parte di Europa alle forme repubblicane, lo Stato nostro, per le
sue condizioni altra volta discorse, sarebbesi trovato stravolto nel
turbinío prodigioso a modo di una foglia secca; e però la Costituente
montanelliana accettasse, come quella che gli dava comodo a soffermarsi
sul pendío, e stare a vedere dove le mondiali sorti piegassero, onde
preservare il paese da moti ciechi e irreparabili. Queste speculazioni
poi o non sa fare l'Accusa, e dimostra la incapacità sua a giudicare
dei negozii politici; o sapendole fare non le ha fatte, e dimostra la
stemperatezza con la quale procede a immaginare colpe là dove i tempi
grossi persuadevano provvedimenti straordinarii.

Comunque sia, io mi chiamo estraneo al bando della Costituente.
Il Ministero Capponi si dimetteva, e doveva costituzionalmente
dimettersi, perchè la sua Legge intorno alle adunanze politiche gli
era stata _mutata affatto dalla Commissione_. Altre cause concorsero
senza dubbio, come suole avvenire in qualsivoglia altra rassegna
ministeriale, ma la causa parlamentaria fu quella. In Inghilterra,
a modo di esempio, è regola di Parlamento, che il Ministero non
si dimetta mai dall'ufficio apparentemente per motivi di politica
esterna, e non pertanto questi motivi determinano spesso la sua
renunzia. Allora si promuove qualche incidente di politica interna,
e da quello si ricava argomento per rassegnare i portafogli. Questa
pratica, c'insegnano i pubblicisti, è dovuta all'orgoglio inglese, che
non consente confessare che le faccende altrui possano avere virtù
di sconcertare le proprie. Narra l'Accusa, ed è vero, che in varie
città della Toscana (essa rammenta Livorno, Arezzo e Lucca) avvennero
manifestazioni, affinchè S. A., Montanelli e me chiamasse al Ministero.
S. A. però, secondo che ne corse fama, commetteva lo incarico di
comporre il Ministero al barone Bettino Ricasoli, il quale dopo varii
tentativi rassegnò al Principe il mandato. Però ella è cosa sopra modo
notabile, e dall'Accusa punto avvertita, come i Toscani prendessero a
commuoversi fieramente allora soltanto che corse pubblica la fama avere
S. A. incumbensato il Barone Bettino Ricasoli a comporre un Ministero.
Ora predicava la gente, e voglio credere a torto, il Barone zelasse
caldissimo per le parti di Carlo Alberto; nel quale concetto veniva per
avventura confermata dal _piemonteggiare_, che pareva allora soverchio,
del giornale _La Patria_, mantenuto a sue spese; e dalla presenza di
3, o 4000 (che io non bene ricordo il numero) soldati sardi in Toscana.
Nel falso immaginare, il Popolo temeva che il Principe non desse dentro
in qualche tranello, e il suo commuoversi non mirò già a comporgli un
Ministero, sibbene a salvarlo da quello che reputava rovina. Di questo
l'Accusa, se avesse voluto, poteva raccogliere copia di prove: a me
non è lecito farlo: solo mi basti dimostrare che in Livorno il Popolo
si acquietò, quando seppe non anche composto il Ministero: «Atteso una
lettera che assicura non essere ancora composto il _nuovo Ministero_,
e in seguito di un discorso analogo del Governatore, il Popolo ha
riaperto le porte, e se ne andò nell'aspettativa che i suoi voti sieno
adempiti.»[109]

Fallito il disegno del Ministero Ricasoli, si chiamava il Governatore
di Livorno a Firenze. Il signor Montanelli, giunto alla Capitale,
nè venne a cercarmi, nè si concertò meco, ed invano si sforzerebbe
provarlo l'Accusa, e non lo tenta nemmeno. Una Deputazione della
Guardia Civica si presentò al Principe per supplicarlo a incaricare
il signor Montanelli per la formazione del Ministero. Grande fu la
mia maraviglia quando leggeva il Dispaccio telegrafico del 22 ottobre
1848, del signor Montanelli, annunziatore della mia partecipazione
al Ministero; e maggiore quando egli _improvviso, per la prima volta
dopo il suo ritorno da Inspruck_, circondato da numerosa e onorevole
comitiva, mi si presentava davanti per confermarmelo a voce.

Qui importa notare come l'Accusa ritenga con molta persistenza una
cosa, quasi tornasse a sommo disdoro del signor Montanelli e mio, ed
è: che quantunque _egli assicurasse una Deputazione di cittadini di
tenermi lontano dal Potere_, — malgrado lo _scherno_ prodigatomi con i
suoi detti e nei _suoi scritti_, e il consigliato arresto per _delitti
a lui noti_, egli mi proponesse al Principe per Ministro.

Lascio per ora della pretesa promessa di tenermi lontano dal Potere
perchè a me ignota; dirò delle parole profferite dal signor Montanelli
appena mi vide, e furono queste: «Confessare essere stato indotto in
errore per le altrui calunnie sul conto mio; chiedermene scusa alla
presenza di quei rispettabili cittadini; _non egli avere dettato gli
articoli a me ingiuriosi_, pure meritare rimprovero per non averli
reietti dal suo Giornale;[110] dovermi una splendida riparazione;
averlo sentito nell'anima, e intendere farmela adesso con lo invitarmi
ad essergli compagno nel Ministero.» Così mi favellava persona da me
lungamente riverita ed amata; tornava dalla guerra italiana dove aveva
sparso il suo sangue; era soffrente per la ricevuta ferita; una mano
teneva fasciata al collo; sporgeva la sana in traccia della mia per
pegno di pace.... Mi era parso fin qui che l'oblio delle ingiurie fosse
insegnamento di Cristo; adesso al precetto di religione si aggiungeva
carità di Patria.... io lo abbracciai con tenerezza, e lo baciai. Ora
poi imparo dall'Accusa, che in questo modo procedendo Montanelli ed
io, commettevamo infamie. — Anche questa mi toccava a sentire in Paese
cristiano!

Le politiche emulazioni forte commovendo gli spiriti, avviene che
questi nello ardore del contrasto sovente trascorrano fin dove non
vorrebbero andare, e fu veduto una volta gli odii di parte perpetuarsi
feroci. I Partiti, pur troppo, non serbano modo nelle accuse perchè
contendono per avere ad ogni costo ragione, e questo so e provo. La
parola scocca come saetta dalle labbra adoperate a modo di arco, e
lo stesso furore agita tutte le guerre, sieno di armi, di scritti
o di discorso; nè finchè bolle la zuffa, alla ragione delle offese
si abbada; anzi più piacciono quanto meglio mortali, come quelle
che affidano di sollecita vittoria. Nella Inghilterra, paese nella
pratica della libertà antichissimo, i convizii parlamentari giungono
a tale, che nessuno, per quanto si senta tremare ii cuore in corpo,
può sopportare, ed io ne lessi di quelli avventati da O'Connell
contro lord Brougham, che mi cacciavano i brividi addosso. Ora anche
mettendo la religione a parte, che raccomanda il perdono della
ingiuria, come debito principalissimo del Cristiano, la prudenza
umana persuadeva, che là dove i motivi della ingiuria moltiplicavansi,
quivi si apparecchiasse eziandio copia proporzionata di placamenti.
Però in Inghilterra, quando due Deputati accesi d'ira si avvicendano
ingiurie che a gentiluomo non è dato dissimulare, officiosi amici
interponendosi operano in guisa, che comunque suoni la sconcia favella,
purchè dichiarino, che non intesero denigrare la buona estimazione
scambievole, ciò si ritiene per soddisfazione sufficiente ed onorata.
Ora il sig. Montanelli mi profferiva scuse non già di avere scritto, ma
di avere patito che altri stampasse nella Italia gli articoli che mi
avevano offeso, e me ne domandava perdono. Doveva rifiutarglielo io?
Pare che l'Accusa creda che abbia ad essere _qualche grave scandalo_
conoscere il proprio torto, confessarlo ingenuo, con parole oneste
raumiliare l'animo inacerbito, e dall'odio, che pesa così grave al
cuore dell'uomo, ritornare benigni a quella pace per cui

          . . . . . . . quaggiù si gode,
    E la strada del ciel si trova aperta.

Intanto il Montanelli protesta: _essere menzogna, che nel gennaio
del 1848 contribuisse al mio arresto, ed afferma averne dissuaso il
Ridolfi, predicendogli che da uno arresto fatto senza elementi di vera
colpabilità ne sarebbe avvenuto quello che realmente avvenne_.[111]
So che Monsignore Buoninsegni assicura, il signor Montanelli avere
parlato ben diverse parole in cotesta occasione; ma vorrà, in grazia,
Monsignore Buoninsegni essermi cortese di non sapermi mal grado se
io credo più che a lui al signor Montanelli quantunque Monsignore
non sia? Rispetto poi al signor Massari ed alla sua trista opinione,
io mi permetterò domandargli se si rammenta quando egli, e per sè e
mandato dal sig. Gioberti, venne a invitarmi a casa per conferire col
Filosofo italiano?[112] E se ricorda quando il Ministro Gioberti con
lettera pressantissima m'invitava a consiglio diplomatico a Torino?
Certo io non ebbi la fortuna di trovarmi d'accordo col suo Maestro;
conosco l'attaccamento ch'egli ha per lui, e di questo lo lodo; so
ancora come il signor Massari sia amico di coloro che non sono amici
miei; ma tutto questo ed altro ancora, non mi pare che gli dia abilità
a dire che il sig. Montanelli fece molto per la rovina d'Italia,
quando mi scelse collega nel Ministero: io vorrei provargli per filo
e per segno tutto il contrario: ma il sig. Massari, che imploro non
meno cortese di Monsignor Buoninsegni, persuadendosi che il carcere
ov'io giaccio, appena vivo, non è il luogo più acconcio per sostenere
simile controversia, senta vergogna di avere provocato chi non gli può
rispondere, senta vergogna di avere vergato sconsigliatamente carte che
meritarono essere raccolte dall'Accusa a danno nostro; — nè peggiore
pena, potendo, io vorrei dargli di questa.

Ma in quanto alla offerta del Montanelli per formar secolui parte
del Ministero, mi schermiva adducendo di varia sorta ragioni,
imperciocchè tanto più mi sembrasse dovermi ostinare nel rifiuto,
in quanto che riputava il suo disegno esorbitante. Però egli e gli
altri mi stavano attorno con preghiere, e con parole che stringono
più veementi delle preghiere, intendo dire il dubbio della sincerità
della riconciliazione, se a ricusargli il mio consenso persistessi:
tuttavolta nemmeno per queste fervorose istanze accettai; mi riservai
dare risposta dopo avere conferito col Principe, che mi fu detto
aspettarmi.[113]

Infatti S. A. mi aspettava. Di questo colloquio basti adesso riferire,
che innanzi tutto supplicai il Principe a dichiararmi s'egli intendeva
eleggermi Ministro di sua piena ed assoluta volontà; alla quale
richiesta sotto la sua fede mi assicurava _eleggermi di sua piena
e liberissima volontà alla carica di Ministro_. In altra occasione,
pregandolo io ad essermi più largo della sua fiducia, il Principe in
suono di mite rimprovero: «E non le detti prova di fiducia, rispose,
quando l'assunsi all'alto grado che occupa?» E penso non ingannarmi
affermando, che S. A. mi dicesse eziandio il marchese Gino Capponi
essere stato mio promotore presso di lui, e Lord Giorgio Hamilton avere
proposto con istanza, che a me la presidenza del Consiglio affidasse,
la quale cosa mi venne confermata più tardi dallo stesso onorevole
Lord.

Ora come può sostenersi, non dico criminalmente ma onestamente, che
io _pervenissi al Potere con mezzi riprovevoli_, e più ancora che
il Principe mi eleggesse _sforzato_ dal timore della guerra civile?
L'Accusa dunque intende smentire la parola del Granduca? Chi di
noi due è il temerario? Io, che su la fede data dal Principe mi
appoggio, o l'Accusa che questa fede disprezza? — E poniamo pur vere
le manifestazioni a mio favore di Livorno, di Arezzo e di Lucca;
forse non accade sovente nei liberi paesi acclamare o disapprovare il
Ministero, e tale chiedere che sia innalzato, e tale altro dimesso?
Intanto si prova come le dimostrazioni livornesi, che per certo
dovevano apprendersi come le più stringenti, fossero esposte al
Principe dentro i limiti costituzionali di semplici espressioni di
desiderio;[114] quelle poi di Lucca e di Arezzo tanto avevano virtù
di muovere gli animi a Firenze, quanto la nebbia dell'anno passato:
e stando all'Accusa, la Deputazione fiorentina non pure non instò per
avermi Ministro, all'opposto pose quasi per patto al Montanelli, che
da me più che da viperino sangue aborrisse. Dunque come io arrivassi
con mezzi riprovevoli al Potere, se l'Accusa non ce lo spiega, riuscirà
davvero malagevole intendere; — finalmente il Principe, anzichè patire
violenza, avrebbe potuto e saputo allontanarsi[115].... Ma io mi
vergogno andare in cerca di argomenti là dove la fede del Principe
mi assicura. Anche una volta lo intenda l'Accusa, dalle labbra reali
uscì la parola, che mi diceva eletto con grato e libero volere; questa
parola rispetti. E se l'Accusa non mi fosse proceduta così acerbamente
nemica, forse poteva conoscere, che se io alla fine accettai, e' fu per
salvare chi incauto troppo si avventurava a perigliose fortune! — Altra
parte importantissima del mio colloquio con S. A. riferirò più tardi.

Avendo acconsentito a formare parte del Ministero Montanelli,
considerando la ragione dei tempi e gli umori dei Popoli, conobbi come
noi fossimo eletti quasi argine estremo allo irrompente precipitare
della Europa verso la Repubblica. Disposto a combattere pel Principato
Costituzionale _come quello che sapevo essere unico desiderio della
massima parte del Popolo toscano_, m'ingegnai formare un Ministero
capace a sostenere la tempesta, raccogliendo gli uomini meglio cospicui
del Partito Costituzionale. A questo scopo con buoni argomenti, che
menerebbe troppo in lungo esporre, persuasi il Sig. Montanelli _a
offrire la presidenza del Consiglio al marchese Gino Capponi_; nè la
pratica si rimase sterile consiglio, chè egli andò a farne ufficio
presso il Marchese; se non che riuscite vane le premure, Montanelli
tornava riportando a me, e a parecchi onorevoli cittadini, che con non
mediocre ansietà attendevamo: «con grato animo _avere accolto il Sig.
Capponi_ questa dimostrazione di stima per lui; doversi però astenere
dallo accettare per cagione di salute; promettere ad ogni modo il suo
appoggio al nuovo Ministero;» e questa promessa veramente mantenne.

Del marchese Ridolfi per essere assente, e per altri rispetti, non
era a parlare. Il barone Ricasoli aveva poco anzi fallito nella
composizione di un Ministero, nè ci procedeva favorevole; con tristo
presagio mi convenne deporre il pensiero di guadagnarci persona la
quale rappresentasse a un punto la nobiltà fiorentina e la parte più
conservatrice della Camera. Tentammo il Professore Eliseo Regny per la
Finanza, ma anch'egli allegando la incerta salute ricusava. D'Ayala,
onoratissimo personaggio e di virtù antica, era ed è illustre in Italia
per fama di dottrina, e per moderati consigli. Franchini, gentiluomo di
buone lettere, zelante della patria, probo, e mite. Mazzoni, piuttosto
rigido osservatore della onestà che ordinariamente onesto. Adami, dal
braccio traboccante dell'Accusa fu misurato, e rinvenuto giusto di
misura! E credo che cotesto egregio uomo, anche in questo momento,

    Uscito fuor del _pelago_ alla riva
    Si volga _all'acqua perigliosa_, e guati.

Egli, compiacendo ai miei desiderii, sagrificava alla patria non poco,
lasciando i negozii floridissimi della sua Banca, reputata meritamente
sostegno del Commercio livornese. Ed ecco come fu composto il Ministero
contro il quale la dignitosa Accusa e schietta avventa il torchio
di cera gialla acceso in fuoco di maladizione gridando: _anathema
sit_![116] Pertanto io penso potere con sicurezza concludere, che
legittimamente ascesi al Potere al pari di ogni altro Ministro venuto
al mondo con la grazia di Dio, essendovi stato chiamato in virtù dello
esercizio liberissimo della prerogativa reale.[117]



X.

Costituente.


Parliamo della Costituente. Innanzi tutto fa di mestieri sapere come
nella prima conferenza che ebbi con S. A. io le domandassi quali
dovevano essere le condizioni del Ministero. Il Granduca rispondeva
interrogando: «E non gliele ha esposte il sig. Montanelli?» — «Sì
certo, replicai, me le ha esposte; ma io desidero udirle confermare
dalla bocca dell'A. V.» Allora il Granduca stesso, con le sue labbra,
mi dichiarò, programma del nuovo Ministero sarebbe stata la Costituente
del sig. Montanelli, — e questo mi disse senza ambagi, assoluto,
non parlando punto di condizioni, o di riserve. — Rimasi percosso;
e mi ricordo avere soggiunto: «Altezza, io soprattutto mi studio
essere onesto.» E il Granduca: «Ed io pure sono tale.» — «Non vi ha
dubbio, ripresi, e quindi non devo astenermi dal cerziorarla che l'A.
V. può correre eventualmente il risico di perdere la corona con la
Costituente del sig. Montanelli; ora mi permetta, Altezza, che io le
domandi se ella ha bene pensato a queste accidentalità.» — «Io ci ho
pensato, replicò S. A., e quantunque io fossi parato anche a questo
per benefizio del mio Popolo, pure, a parlare schietto, non lo temo,
perchè la mia famiglia ha bene meritato della Toscana, ed io penso, ai
meriti paterni avere aggiunto qualche cosa di mio; laonde _il Popolo
consultato non vorrà scambiarmi per un altro, e credo che voterà pel
Principato Costituzionale e per me_.» — «Lo credo ancora io, ripresi;
ma era mio dovere avvertirla;» e ammirando la fiducia del Principe,
e volendo come per me si poteva corrispondervi in quel punto stesso,
continuai: «Non era da aspettarsi meno dal suo cuore; ma se (e qui con
l'atto della mano accompagnai le parole), _ma se per mutate vicende
V. A. avesse a pentirsi della consentita Costituente, ora per allora
la prego a volermelo confidare, chè io le prometto industriarmi in
maniera, che spero V. A. potrà dimettere il nuovo Ministero piuttosto
con aumento che con iscapito della sua reputazione._»

Qui l'Accusa, secondo il suo stile, aggruppa insieme varie circostanze
a me estranee, per lo intento (secondo la egregia espressione del
Guizot) d'immergermi dentro una atmosfera di preordinazione criminosa.

Parla primieramente d'invio ordinato da Giuseppe Montanelli di
Giovanni La Cecilia a Roma, _dopo la partenza del Pontefice da cotesta
città_, allo scopo di procurare che il dominio temporale cessasse, una
Costituente si bandisse, _Leopoldo Secondo a presidente si eleggesse_,
la unione di Toscana con gli Stati Romani si operasse, senza fare per
_allora_ quistione di _dinastia_ o di _repubblica_. Inoltre, l'Accusa
espone, come, proclamata la Costituente a Roma, il Montanelli scrivendo
al Ministro Bargagli la combattesse, come quella che imponeva limite
ai poteri dei Deputati, e rispettava _la personalità e le condizioni
organiche dei singoli Stati italiani_.

Intorno a questo particolare rispondo, che di rado il signore
Montanelli mi partecipava gli atti del suo Ministero, ed io immaginando
che li concertasse col Principe, taceva; ond'ebbi a maravigliarmi non
poco certo giorno, che S. A. mi domandava, che cosa vi fosse di nuovo.
Alla quale domanda risposi: «Chi meglio informato di V. A., che avrà
ricevuto in giornata le partecipazioni del Ministro degli Esteri?»
Ed egli a me: «Io non so nulla; mi si fanno mancare le necessarie
notizie.» Mi permisi rispettosamente osservargli, che di me non poteva
lamentarsi, perchè non mancavo di giorno in giorno tenerlo informato di
tutto, _anzi pure di ora in ora così di giorno come di notte_, quando
ce n'era il bisogno; in quanto agli altri Ministri avrei provveduto; ed
infatti tornato allo Uffizio, mi dolsi col sig. Montanelli, che tanta
poca diligenza ponesse a compire non pure un riguardo verso persona
tanto autorevole, ma un dovere costituzionale verso il Capo dello
Stato. Queste lettere, questi trattati a cui accenna l'Accusa, io non
conosco; non mi furono esibiti; ignoro qual carattere rivestano; non
sono chiamato a rispondere di loro.

Con questa riserva esaminandoli, osservo che egli spediva lo Incaricato
segreto quando _già il Papa si era allontanato_, e quando le cose
romane versavano manifestamente alla Repubblica, onde impedire che
questa fiamma in paese confinante si accendesse e su noi si avventasse,
procurare che aderisse a Governo ordinato, promuovere, in qualunque
vicenda (e tutte erano temibili o sperabili allora), gl'interessi del
Principe nostro colà; frattanto nè di principato, nè di repubblica
si favellasse. Se io non isbaglio, mi sembra che il Montanelli in
questo modo operando, mettesse in pratica lo ammaestramento del sommo
Politico, che nelle improvvise e non riparabili fortune, il meglio è,
potendo, aspettare: _da cosa nasce cosa, e tempo la governa_. Ed anche
acconsentendo che il Montanelli si affaticasse in prevenzione a volgere
a pro del suo paese lo esito probabile di cotesti tramutamenti, io non
so come e in che lo si voglia incolpare.

Nel volume dei Documenti, a pag. 543, trovo lettera particolare
del sig. Montanelli al conte Bargagli Ministro Toscano a Roma: «_Se
Roma convoca immediatamente la Costituente, e vota la Presidenza di
Leopoldo, noi avremo ottenuto un doppio effetto: 1º Fusione dei due
Stati dell'Italia Centrale. 2º Centro italiano, al quale il Piemonte
e certo anche Napoli dovranno concorrere._» (28 novembre 1848.) — Più
sotto, a pag. 544: «Colla Costituente sarebbe tutto rimediato (ogni
padre ama i suoi figliuoli).... _I Repubblicani non farebbero colpi
di mano. Gli Albertiani sarebbero temperati nelle loro ambizioni
dinastiche ecc._» (Senza data.) — «_Tocca agli Stati a decidere se
convenga meglio Deputati con mandato senza limiti o con limiti._» (pag.
545). — «_Sebbene, qual è stata proclamata, la Costituente romana
non sia d'accordo con quella proposta in Toscana, pur non ostante è
sentita la necessità di astenerci da tutto ciò che può essere causa
di discordia, e l'adesione Toscana, alla Costituente non mancherà._»
(Senza data.) — «Sterbini...... assentì molto volentieri, che la
Costituente fosse proclamata a Roma sotto la _Presidenza di Leopoldo
Secondo_.» (Rapporto di La Cecilia del 30 novembre 1848, pag. 547.) —
Di qui scendono le conseguenze: 1º Che Montanelli trattava comporre uno
Stato della Italia Centrale, che servisse nelle prevedibili eventualità
di equilibrio fra Napoli e Torino. 2º Che si adoperava a prevenire la
_Repubblica_. 3º Che s'ingegnava di comporlo a benefizio di Leopoldo
II. Io comprendo ottimamente che al Governo Pontificio questo possa e
debba riuscire amarissimo; ma in che, e come possa essere argomento
di crimenlese di faccia alla Toscana, io non veggo. E neppure mi
persuado in che guisa questi trattati offendano la pietà cristiana del
signor Montanelli. — Carlo V imperatore teneva imprigionato il papa
Clemente VII in Castel S. Angiolo, e faceva nei suoi Stati esporre
il SS. per lui; di più, egli fu persecutore acerrimo della Riforma
Luterana, e morì santamente da frate nel convento di S. Giusto. Nè
tacciarono il Bossuet di empietà per avere composto nel 1682 gli
articoli della Libertà della Chiesa gallicana sotto Luigi XIV; nè empio
chiamarono Napoleone quando elesse suo figlio Re di Roma. Chi conosce
le conferenze dei trattati di Vienna, sa come i sovrani più religiosi
e cattolici stessero per tôrre al Pontefice lo Stato, il quale gli fu
salvo mercè la destrezza del cardinale Consalvi, e l'appoggio della
Inghilterra, ma non sì che in qualche parte non gli venisse tarpato.

La premura del sig. Montanelli per impedire la limitazione del mandato
dei Deputati alla Costituente, sia intorno alle cose, sia intorno
alle persone, era conseguenza del suo Programma accettato dalla Corona
come condizione del Ministero; ma non si opponeva che gli altri Stati
conferissero mandato limitato; nè ricusava aderire alla Costituente
comunque fosse. Qui non vi è delitto; o se vi fosse, sarebbe delitto
da essere accusato dalla Camera dei Deputati, giudicato dai Senatori;
ma nè Deputati accuserebbero, nè Senatori giudicherebbero, però che
essi alla unanimità votassero la Legge della Costituente. Strano suona
poi lo addebito al Montanelli di avere difeso energicamente il suo
progetto, avvegnadio pei Ministri Costituzionali questo è dovere, come
quello delle Camere, se non piace, disapprovarlo con le orazioni,
rigettarlo co' voti, e costringere il Ministero a ritirarsi; nè
gioverebbe punto la violenza (comodo arnese in mano dell'Accusa, la
quale per iscusare i fatti altrui, lo ha sempre in pronto; per iscusare
i miei, o non lo crede, o lo pretende provato _luminosamente_), dacchè
vedremo in breve i Deputati stessi attestare averla votata spontanei, e
i Senatori poi non venissero neppure disturbati dagli schiamazzi delle
tribune.

Secondariamente, l'Accusa s'ingegna cercare un nesso relativo fra
le dimostrazioni del Circolo e la presentazione della Legge della
Costituente; ma insinuazioni siffatte cadono, quante volte tu
consideri, che la Costituente formando la sostanza del Programma
ministeriale, il Montanelli, senza mestiero pretesti e senza
sollecitazioni, doveva proporla, difenderla, vincere, o ritirarsi.[118]

Aggruppare intorno al Ministero le intemperanze, e di straforo perfino
_le stragi_, condirle di benevole insinuazioni d'_inerzia_, o di
_complicità_, e allacciarle con i suoi atti, come se tutto cotesto
turpe, stolto, e insidioso mosaico fosse fattura ministeriale, non è
ufficio da Giudici. L'Accusa intemperantissima, penetrando con le sue
supposizioni fin dentro le secrete stanze dei Consigli del Principe,
mi costringe a rivelare le consulte. Se davanti le Camere fossi stato
interpellato intorno a siffatte materie, io, seguitando le tradizioni
costituzionali, mi sarei schermito da rispondere senza previa facoltà
della Corona: ma qui si tratta di Accusa, qui si tratta di Accusatore
che mi muove incontro co' ferri arroventati; egli è pel diritto
chiamato _moderamen inculpatæ tutelæ_, che mi devo difendere; ed io
potrei consentire tacendo alla offesa della persona, ma a quella della
fama non mai.[119]

Da parecchi giorni il signor Montanelli aveva presentato il Decreto
della Costituente alla firma del Principe, e questi andava differendo
a restituirglielo. La trattativa di questo negozio, come di cosa a
lui spettante, aveva assunto sopra di sè il sig. Presidente; solo
ci dichiarava la sua dimissione sicura, là dove il Principe non gli
avesse firmato il progetto. Certo giorno, il Presidente si recò per
questo motivo al regio palazzo, ma anche allora egli ebbe a partirsi
sconclusionato, chè il Principe lo rimandò ordinandogli gl'inviasse
il Ministro dello Interno; io pure per negozii del mio ufficio ero
andato a Pitti, e il Principe si restrinse immediatamente meco a
consulta. — Ecco le considerazioni, che sottoposi al giudizio della
Corona: «Piemonte è in guerra con Austria; nè deve supporsi che lo
armistizio si converta in pace, perchè a romperlo lo persuaderanno il
dolore della sconfitta, il cruciare della vendetta, l'antica cupidità
dello acquisto, tanto più intensa adesso in quanto per un momento
appagata, il desiderio di gloria, la irresistibile violenza delle cose;
e questa forza avrebbe strascinato anche noi, quantunque, discorrendo
strettamente degl'interessi della Toscana, questi ci consigliassero a
posare; poco il nostro soccorso a vincere, e troppo per provocare lo
sdegno del nemico; pericolosa forse la vittoria piemontese, esiziale
certamente la perdita. Due essere naturali vicende della impresa contro
Austria, vincere o perdere. Vincendo Piemonte, venivamo ad acquistare
per confinante uno Stato di 10 milioni di uomini all'incirca,
orgoglioso per vittoria, e intento sempre a dilatarsi; noi piccoli,
deboli e senza frontiere difendibili dalla parte del Piemonte. Ora
non era da supporsi, che Piemonte, in mezzo alla petulanza compagna
ordinaria della buona fortuna, si mostrasse più temperato verso di noi
di quello che fosse prima di vincere. Invero, avemmo a provare dalla
parte di cotesto Regno una lotta difficile, per cagione dei confini;
voleva tôrci l'Avenza, la quale perduta, era forza le tenesse dietro
Carrara; e se ottenemmo che i Lavenzini tutti votassero per Toscana,
ciò devesi agli sforzi supremi da me stesso operati: nè qui si rimase;
chè continuava a bisticciarci per Panicale, Mulazzo, Calice e Parana,
come altrove sarà con più lungo ragionamento dimostrato. Il Governo
Sardo, mentre da un lato esigeva ogni maniera di sagrifizii da noi per
impresa dove raccoglieva principalissimo vantaggio vincendo, perchè
riuniva sotto di sè Lombardia, Venezia, Modena e Parma, e correva
minore pericolo perdendo, perchè la Francia non avrebbe sofferto mai
la invasione austriaca in provincia confinante; dall'altro si mostrava
per modo tenace, che io, scrivendo lettere confidenziali al Ministro
Gioberti, ebbi ad usare le seguenti espressioni: «Con quale coraggio
potremo noi _consigliare la Corona a persistere nel proponimento di
correre le vostre fortune_, se voi vi mostrate sì fervidi a contenderci
frammenti di terra più che ad altro somiglievoli a pezzi di pan secco
co' quali si fa la zuppa ai cani?» Si scusavano con lo incolpare di
coteste improntitudini lo zelo importuno dei Sarzanesi. Certo _di che
cosa sia capace lo zelo importuno, conosco ancora io, ed ho provato,
e provo_; ma però non cessarono punto i lamentati maneggi. Vinta
pertanto dal Piemonte la guerra, ponendo ancora che lo acquisto della
Toscana non lo tentasse, noi dovevamo aspettarci ad essere ridotti in
istato di assoluta subiezione. Infatti la Toscana, se lasciata durare,
diventava provincia piemontese: ogni posta ci avrebbe portato ordini da
eseguire: la Corona Toscana avrebbe dovuto scadere alla ignobile parte
di vassalla tremante della Corona Sarda, e stenderle supplichevole
la mano quotidianamente, — anzi di ora in ora, — anzi di minuto in
minuto, per limosinare il misero vanto di parer padrona, — ludibrio
a un punto, e agonia di Sovranità! A questo evento, che cosa avrebbe
opposto uno Stato di un milione e mezzo, contro Stato di dieci milioni?
Armi non avevamo o poche, e in guerra nazionale non si sarebbe voluto
nè potuto adoperarle. La protezione delle Potenze estere forse? Ma
di che cosa sappiano queste estere protezioni conosce il mondo; il
cavallo, che cercò l'uomo per combattere il cervo, è favola antica
di applicazione sempre moderna; nè la durata della Toscana avrebbe
formato mai quistione di equilibrio europeo. Arrogi a questo, che le
trasformazioni minacciate dai tempi portentosi non avrebbero permesso
alle Potenze di badare tanto pel sottile, se in condizioni tranquille
noi le avevamo vedute accomodarsi con la paziente dottrina dei fatti
compiti. Bisognava pertanto cercare un freno da imporgli, e questo
freno a me pareva vedere nella Costituente italiana; la quale, a senso
mio, avrebbe dovuto consistere in un Congresso di Stati Italiani,
dove si determinassero i diritti, gli obblighi e le guarentigie del
patto federativo, non meno che le riforme, per quanto era possibile
uguali, da estendersi alla universa Italia. Annullate le condizioni
e le sicurezze dei Trattati del 1815, era pur forza crearne nuove. La
necessità di riordinare uno equilibrio italiano tanto più stringeva,
in quanto diventava maggiore il disequilibrio dello Stato convicino.
In qual parte trovare un freno immediato ed efficace di opinione a un
punto e di forza, se la Costituente italiana non lo somministrava?

«Nè il Piemonte dissentiva punto da aderirvi: a condurre le trattative
veniva mandato da Torino, negoziatore straordinario, il Deputato
Ferdinando Rosellini, uomo di mente sveglia e di arguti consigli. Sola
obiezione mossa da lui era il mandato che egli pretendeva limitato
non solo ai Commissarii piemontesi, ma bene anche ai toscani; questa
limitazione poi consisteva in due cose: 1º nel tenere per accetto
il Regno della Italia Superiore composto di Piemonte, Lombardia,
Venezia, Modena e Parma, e casa di Savoia sovrana; 2º nel conservare
Pontefice, Granduca, Re di Napoli in Italia. Per questo modo il limite
del mandato, in quanto concerneva Carlo Alberto, riguardava due scopi,
il reame e il regnante; rispetto agli altri Principi accennava alle
persone soltanto; per gli Stati poi non dissentiva che potessero
eventualmente stringersi od allargarsi. Breve, non voleva mettere in
compromesso quanto si augurava conquistare, anzi prima della conquista
esigeva la ratifica degli altri Stati Italiani. Il sig. Montanelli,
fermo nel suo sistema, procedeva onninamente contrario; mandato
illimitato pretendeva, e per tutti i Deputati e per tutto, così per
le cose come per le persone. Conciliando io, nella impossibilità di
far cedere il sig. Montanelli sul punto del mandato illimitato, lo
richiamava a considerare quanto esorbitante fosse la pretensione
d'imporre per parte sua le norme del mandato agli altri Principi
italiani; come questi non avrebbero mai consentito la Costituente,
se vi avessero ravvisato minaccia o pericolo; e per siffatto modo
chiudere egli la porta alla possibilità di vedere attuata quella
Costituente, che pure era stata bandita da lui; correrci anzi tutto il
dovere di essere coerenti al programma, il quale aveva promesso che
la Costituente non sarebbe stata causa di lite, ma sì all'opposto di
concordia fra gli Stati Italiani: gli bastasse il mandato illimitato
pei nostri Commissarii; questo egli avere promesso; questo solo avere
potuto promettere, però che gli altri non dipendessero da lui: il suo
onore essere salvo, e doversene stare pienamente tranquillo. Dall'altra
parte richiamavo il Negoziatore sardo ad avvertire che, com'egli
trovava strano che Montanelli presumesse dettare le condizioni del
mandato ai Commissarii piemontesi, così al Montanelli dovesse sembrare
nuovo ch'egli ai nostri le assegnasse; il sig. Montanelli persistere a
credere il suo onore impegnato in questa promessione, nè rinvenire modo
di recederne, se non dimettendosi dal suo Ministero, avvenimento che il
Negoziatore stesso non pareva desiderare; ora le cose del mondo, quando
e' non si possono fare come si vorrebbe, si hanno a fare come le si
possono; ed io mi sarei ingegnato a piegare il Montanelli a questo, che
mantenendo il mandato libero ai Commissarii toscani si contentasse che
agli altri fosse conferito limitato. Inoltre, io mi legava per fede a
dare istruzione ai Commissarii nostri, che al partito della maggiorità
senza obietto alcuno immediatamente aderissero. Così, aggiungeva io, si
concilia ogni differenza; il sig. Montanelli mantiene la promessa, e i
Commissarii riuniti esibendo prima di tutto i mandati, circoscrivono
i limiti e pongono le basi sopra le quali hanno ad aggirarsi le
trattative. Un'altra considerazione mi muoveva a consigliare così, ed
era, che quantunque andassi persuaso, che il mandato illimitato non
fosse mai per nuocere all'A. S., ma piuttosto giovarle, pure questa mia
persuasione studiava assicurare con quelle guarentigie che mi era dato
conseguire maggiori.

«Lo Inviato sardo parve penetrarsi di queste mie considerazioni, e
dichiarò scriverne al suo Governo. Io ho motivo di credere che ci
saremmo trovati d'accordo, sebbene rimanesse a spianare la difficoltà
relativa al Regno della Italia Superiore, la quale avevo lasciato
sospesa onde sembrasse che in qualche punto cedessimo, ma disposto
a consentirlo per due ragioni, una migliore dell'altra; la prima,
perchè al contatto di due Potenze principali era necessario per la
indipendenza d'Italia porre uno Stato forte; la seconda, perchè quando
Carlo Alberto se lo fosse acquistato, chi sarebbe stato quegli che
glielo avrebbe potuto contrastare? Certamente non noi.

«Considerando la seconda ipotesi della vittoria austriaca, la quale
si è verificata, nemmeno mi pareva inutile nel futuro interesse del
Trono Costituzionale toscano il merito di avere proclamato primo
la Costituente italiana. Se la vita umana è breve, brevissima è la
ministeriale; quindi non parrà cosa strana nè forte che i Ministri,
secondo le facoltà dello ingegno loro, si addentrino nei tempi che
verranno, e su gli eventi probabili discorrano.

«Vincendo Austria, era a credersi che i Trattati del 1815 sarebbono
stati mantenuti in Italia, se pure se ne contentava. Ma pensando così
diceva: le durerà eterna la buona fortuna? Dopo la vittoria rimarranno
spente le cagioni della guerra in Italia? Non credo; anzi sorgeranno
maggiori: mutabilissime sempre le vicende umane; le battaglie sono un
giuoco di zara dove invece di dadi gittiamo anime umane, e il chiodo
alla ruota della Fortuna nè uomo nè Popolo hanno posto fin qui. A noi,
che vedemmo il tremendo tramutare delle sorti da Napoleone in poi, e
non siamo vecchi, nessuno venga a sostenere immortale la opera degli
uomini. Propone l'uomo, Dio dispone. — Pongasi Austria trionfante
delle angustie nelle quali adesso si trova, e delle guerre italica
ed ungherese; poserà forse tranquilla? È da dubitarsi. I Magiari
parteggiarono in prima per lo Impero a danno dei Popoli slavi; se ne
divisero quando alla superbia loro volle imporsi un freno; allora,
côlto il destro, gli Slavi sostennero lo Impero vacillante, per odio
della preponderanza magiara, e per amore di libertà: gli uni e gli
altri a vicenda presero la bandiera dello Impero per ingagliardirsi
agli scambievoli danni. Gli Slavi vittoriosi, estimandosi salvatori,
non diventeranno più importuni e più difficili a contentarsi dei
vinti? L'aiuto russo non riuscirà più tardi molesto, però che la
memoria del male presto passi e il fastidio della subiezione duri?
Concesso ancora che per la parte dei Russi non si operi cosa che
valga a fomentare negli Slavi sentimenti di origine, di religione e
di lingua comune,[120] per cui desiderino un giorno collegarsi in una
sola famiglia, non è da credersi che questi sentimenti si svilupperanno
spontanei? Gli stessi Stati ereditarii non sono travagliati da umori
_socialisti_ troppo più pericolosi dei _repubblicani_? Questo contagio
non si estende nella intera Germania? Non dura e si prolunga, tela
penelopea della alemanna politica, l'assettamento della Germania?
Cesserà l'antagonismo fra Austria e Prussia? Il bisogno di tenere in
piedi eserciti enormi per guardare Ungheria, Italia, Boemia, Germania,
non sopravviverà alla vittoria, seme nuovo di guerra? Le sue finanze
non sono disastrate, i Popoli non si esauriscono anch'essi? E posto
ancora che la buona fortuna e il senno dei Ministri austriaci vincano
prodigiosamente queste ed altre difficoltà, forse tutte le cose nostre
non hanno la morte? Non si spengono i reami come gl'individui? È questa
una verità, che nè anche la superbia potrebbe smentire:

    Cadono le città, cadono i regni....

Per le quali considerazioni mi parve consiglio buono mettere il nostro
Stato in vantaggiosa condizione per qualsivoglia eventualità. — Se mai
vorrà il destino che Austria debba un giorno abbandonare la Italia,
allora avrebbe potuto valere alla Toscana riprodurre la Costituente
italica, per nuovi eventi celata sotto il moggio, onde tornare più
tardi a splendere sul candelabro.

«Per quello poi che riguardava il tempo attuale, la Costituente ci
salvava dallo impeto repubblicano, come ho scritto di sopra discorrendo
dei motivi probabili che persuasero il Presidente Capponi a consentirne
il bando al signor Montanelli.» —

Il Principe, ascoltate le mie riflessioni attentissimamente, si
degnò favellare queste parole: «In quanto dice vi è del vero, ma
Lord Hamilton sente in modo contrario.» — «Lord Hamilton, risposi,
è uomo peritissimo nelle faccende politiche; mi permette l'A. V. che
io lo consulti su questo proposito?» — «Ella può farlo, il Principe
soggiunse; anzi lo può fare immediatamente, perchè è qui in Palazzo.»
— «Altezza, dove?» — «In salotto giallo.» — «Mi concede l'A. V.
che io vada?» — «Sì, volentieri.» Nel luogo indicato, rinvenni Sir
Carlo Hamilton, fratello dell'onorevole signore Ministro che adesso
deploriamo defunto, col quale tenni lungo e grave colloquio, di cui
conclusione fu cadere insieme intorno alla convenienza di presentare
il progetto di Legge della Costituente alle Camere nel modo indicato
da me. Tornai nelle stanze di S. A., e le detti ragguaglio dell'esito
della conferenza; parve maravigliarsene, e desiderò udirlo confermare
dal prelodato Sir Carlo; la quale cosa fece, lasciando me solo nella
sua stanza: dopo lunga ora tornò, e firmando il progetto, a me lo
consegnava piuttosto premuroso, che repugnante, affinchè il Ministero
lo sostenesse alle Camere.

Io mi sarei vergognato adoperare parole capaci a diminuire nel Principe
il libero esercizio della regia prerogativa; nè la dignità di S. A.
lo avrebbe sofferto; e lascio poi considerare se di questa maniera
argomenti avrebbero sortito effetto con un Ministro di tale Potenza
quale Inghilterra si è. Chi vorrà, con alquanto meno disprezzo di
quello che l'Accusa sapientissima si faccia, avvertire il modo col
quale io sostenni la discussione della Costituente, penserà che le
ragioni, trovate plausibili dalla Corona e da Sir Carlo Hamilton,
non dovessero presentare poi tutte quelle stupidezze che l'Accusa si
compiace immaginare. Se questo fosse caso di dannazione, bisognerebbe
dire che mi sarei dannato in ottima compagnia!

E se non ho perduto il bene dello intelletto, il Documento donde
l'Accusa ricava indizio di violenza usata alla Corona, la esclude del
tutto. Questo Documento è il Dispaccio telegrafico del 22 gennaio 1849
al Governatore di Livorno: «Dopo molte ore di _combattimento_, avemmo
il Decreto Regio per la Costituente italiana.» Qui, innanzi tratto,
è chiaro come la parola _combattimento_ fosse scambiata con l'altra
più acconcia di _dibattimento_; ma via, lasciamo combattimento, chè
la contesa di raziocinii si risolverà in dibattimento pur sempre. Ora
io dico, che chi la violenza sostituisce alla ragione non ha mestieri
di formule prolisse; il ragionare che giova? Porgete il collo alla
dura necessità. La impressione del meto è cosa breve per colui che
l'adopera e per quello che la subisce: non si discute mica la paura;
e il dibattimento di molte ore non può referirsi alle conseguenze di
un subito moto dell'animo, sibbene alle avvisate e lente operazioni
del pensiero. — La quale intelligenza anche più si manifesta leggendo
il rimanente Dispaccio: «_bisognerebbe mostrarci grati al Principe_
con una grandissima dimostrazione.» Se avessi usata forza alla volontà
di S. A., queste parole sarebbero a un punto vituperevole scherno per
lui, immane atrocità per me..... Se non che all'Accusa costa tanto poco
pensare atrocità, che scarso frutto questi argomenti ponno fare con
lei!

L'Accusa, che andò a rifrustare mostruosi motivi d'insinuazioni
pessime, perchè non considerò il voto unanime della Camera dei
Deputati? Perchè non pose mente alle parole pronunziate dal Deputato
signor Socci, nell'adunanza del Consiglio Generale del 25 gennaio 1849?
«Questa immensa fiducia gliel'ha dimostrata anche la Camera, quando
_alla unanimità_ approvava la Legge sulla Costituente italiana, _e
credo che tutti la votassero di gran cuore_.»[121]

Ma all'Accusa non basta la testimonianza del Socci, che nell'ardua
sua virtù ella forse come cagnotto del Potere disprezza; onde, la mano
sempre sul petto,

    Da quella parte ove il cuore ha la gente,

e gli occhi al cielo, l'Accusa attesta andare nei precordii della
sua coscienza convinta, che _soffocata quasi la discussione della
Camera, in virtù del tumulto delle tribune, riuscisse al Montanelli
di ottenere il mandato illimitato_[122] — Deh! abbassa, o coscienziosa
Accusa, cotesta mano, e quegli occhi, e prendi il _Monitore_, e leggi
ciò che arringando dichiarava Ridolfo Castinelli, uomo per fermezza di
carattere, ai tempi che corrono, piuttosto singolare che raro; e bada,
Accusa, ch'egli è quel desso che i libertini più accesi pretendevano
escluso dalla deputazione pisana: e avverso al Ministero reputavasi,
e certo egli professava dottrine conservatrici, e sopra i banchi
dell'Opposizione sedeva; — e avverti ancora (dacchè tutte le Accuse
sogliano talvolta disgradare nella memoria Magliabechi, e tal altra,
quando lor torna, superare in ismemoraggine Messala), che il sig.
Castinelli queste parole profferiva il 25 gennaio 1849, discutendo la
Legge su i _Buoni del Tesoro_, e però spontaneo così e liberissimo, che
neanche l'argomento del discorso, o lo impeto della improvvisa orazione
gli facesse violenza.

«.... E ciò prova che è veramente insussistente l'accusa, pure
pronunciata in questa Assemblea, che il Ministero abbia a combattere
una Opposizione sistematica. — Il voto unanime che il Consiglio
Generale dei Deputati diede alla Legge di convocazione della
Costituente Italiana, non prova luminosamente ciò che ho affermato? —
_Se alcuni onorevoli nostri Colleghi amarono sentire dalla bocca stessa
dei Ministri, quanto era spontaneo il desiderio del Principe che lo
portava a sottoscrivere l'atto d'inaugurazione per il Popolo Toscano
alla vita rappresentativa italiana, non resultava dalla discussione e
dallo sviluppamento degl'intimi moventi dei Ministri, se fosse bello e
rifulgente il serto col quale tutti concordi incoronammo questo grande
Atto_?»

Forse, chi sa, potrebbe darsi che alcun poco dolesse all'Accusa di
trovarsi perpetuamente in tutto quanto ella afferma smentita; ma
considerando dall'altro canto, che il renunziare a questa parte della
truce novella sconcerebbe l'architettura della fabbrica, delibererà
nella sua coscienza dovere persistere a ritenere e dare ad intendere
violentata la Camera dei Deputati nel voto della Legge intorno alla
Costituente. — Rispetto a ciò, confesso non sapere che cosa rispondere;
ed auguro all'Accusa su le piume della coscienza un sonno d'oro. Che
se non le talenta la Camera dei Deputati, almeno tenga in pregio il
Senato, corpo creato dal Principe e conservatore per eccellenza. Tenga
in pregio lo scrutinio _segreto_, dove ognuno poteva deporre nell'urna,
senza sospetto, il voto riprovatore. Tenga in pregio le parole
dello illustre senatore Bufalini: «Non avrei altre considerazioni
a soggiungere in questo proposito, sopra il quale _non mi pare sia
occorsa divergenza di opinione_. Dirò solo che, come il Senato fu
sempre penetrato della grande importanza di riacquistare la nazionale
Indipendenza, e fu sempre sollecito altresì, per quanto era in lui,
di provvedere a tutto ciò che potesse meglio conferire allo acquisto
di quella; _così se dall'adozione della proposta Legge avesse egli
potuto temere nocumento per lo acquisto della Indipendenza nazionale,
certo che il Senato avrebbe avuto il coraggio, inspirato dal dovere,
di palesare francamente non essere ancora venuta la opportunità di
approvare una Legge, che invece di partorire i benefici frutti che
si desiderano, avrebbe anzi attirato sopra la Italia le calamità che
più si vogliono fuggire. Così non temendo il Senato questi mali, si
conduceva più facilmente a servire al principio che lo aveva condotto
alla unanime persuasione di dovere adottare la Legge proposta_; e
quando la Commissione esprimeva al Senato questo pensiero, esprimeva
appunto il pensiero che _unanimemente le Sezioni avevano accolto_.»

Ma il voto unanime non giova, il voto segreto neppure, molto meno la
mancanza di qualsivoglia obietto nel seno delle Sezioni; non giova
il silenzio delle tribune assistenti alla discussione del Senato,
non giova la solenne dichiarazione, che i Senatori avrebbero avuto
il coraggio di rigettare la Legge dove l'avessero reputata dannosa:
l'Accusa li pretende ad ogni modo costretti a votarla sotto la
impressione del terrore; e se essi lo impugnano, l'Accusa predicherà,
che non sanno quello che dicono, e che ella lo sa per loro, e meglio
di loro, ed anche contro a loro, perchè così le fa comodo di sapere; e
badino a stare cheti, che nel Senato han favellato assai. O Accusa!....
Accusa!.... Accusa!....

L'Accusa, non ci ha rimedio, è ferocissimamente incaponita a pretendere
violati i Senatori, come a volere me non tocco, negli atti _co' quali,
e nei quali venne a consumarsi la perduellione_.

Io per volere del Principe dettai il Programma ministeriale e il
Discorso della Corona. In questi Documenti, afferrato il concetto
avventuroso della Costituente, badai a renderlo benefico con le
dichiarazioni solenni: «La Costituente ha da essere pegno di amicizia,
non offesa ai Popoli amici, molto meno impedimento a conseguire la
suprema delle necessità nostre, la Indipendenza Italiana. Quindi
preparandola noi, non vogliamo togliere che venga convocata in città
più inclita della nostra, comecchè nobilissima ella sia; e neppure
vogliamo proseguirla in guisa, che non riesca per poca autorità del
nostro Stato, o _turbi le relazioni fraterne co' Popoli vicini_.» — (§
12 del Programma ministeriale.)

Prima gettai il principio che la Costituente avesse ad essere motivo
di unione con gli altri Stati; la quale cosa importava che non si
dovesse turbare la Italia con proposte importune di mutamenti politici:
quindi, per ovviare ad acerbe censure, posi la suprema necessità della
concordia per la guerra della Indipendenza: più tardi, persuasi che
le quistioni governative si aggiornassero: infine, che la Costituente
avesse a presentare due stadii; il primo di difesa, il secondo di
forme; nè si muovesse parola intorno al secondo finchè non fosse
conseguito il grande scopo della Indipendenza italiana; e, quantunque
non senza molta difficoltà, indussi il Presidente del Consiglio ad
abbracciare questo partito, conforme apparisce dalla Circolare ai
Rappresentanti del Governo toscano presso i Governi italiani del dì 8
novembre 1848.[123]

L'Accusa, che si mostra così curiosa a ricercare sui Giornali cose
che valgano a danneggiarmi, o perchè non lesse le acerbe polemiche
dirette principalmente contro me, rimproverando la falsata indole della
Costituente, la fede pessima di attenuarla, e ridurla in fumo?[124] In
quanto a me, suonavano coteste accuse ingiuste, imperciocchè io avessi
bene aderito alla Costituente, ma a patto che non fruttasse seme di
discordia fra gli Stati Italiani.

Intanto si ritenga che mercè gli sforzi miei, cui aderì la maggioranza
del Consiglio ministeriale, la Costituente doveva presentare due
stadii: 1º la guerra; 2º gli ordinamenti interni aggiornati dopo lo
acquisto della Indipendenza. — Domando in grazia di bene avvertire
questo fatto a cagione della importanza delle conseguenze che ne
scaturiscono.

Rimaneva a discorrere del _tempo_, del _luogo_, delle condizioni del
mandato.

Tutto questo rimase indeterminato, e non senza consiglio. La stampa
chiedeva il luogo fosse _Roma_, il tempo il _5 febbraio_, giorno della
convocazione della Costituente romana, il mandato _illimitato_; dei
due stadii non si voleva sentire parlare, — perchè, nei concetti del
Partito repubblicano, senza ordinamenti nuovi non si poteva acquistare
la forza necessaria per combattere la guerra della Indipendenza.

Riguardo al _luogo_, io m'ingegnavo non impegnarmi per iscegliere il
più conveniente, e di Roma (se non vado errato) sempre si astenne
favellare il Ministero. Procurai rimanesse incerto il _tempo_, per
evitare la coincidenza del _5 febbraio_ richiesta dalle pretensioni
popolari; e a questo preciso scopo nella seduta del 22 gennaio 1849 mi
sforzai a fare discutere la Legge sul Bilancio del 1849 prima della
Costituente, richiamando l'attenzione della Camera sopra la prima
Legge, e confortandola a deliberare con pacato consiglio. Ecco le
mie parole: «Crede il Ministro dello Interno fare atto di coraggio,
quando profferisce parole che sieno argomento a temperare la bella,
ma soverchia, voglia del Popolo. Sta al Popolo concepire le nobili
passioni, ma sta al Ministero il grave carico di attuarle e renderle
possibili. Ora dunque desidererei che l'ordine presentatovi dal
meritissimo Presidente fosse mantenuto, imperciocchè non solamente
è vero, nella guerra, quello che diceva il Maresciallo Montecuccoli,
cioè, che ci vogliono: danari, danari, danari, — ma anche in ogni altro
ramo di pubblica amministrazione. Ora pregovi considerare che forse
la Costituente aumenterà i bisogni della guerra; quindi io vorrei che
innanzi tutto si discutesse quella Legge che somministrasse i mezzi
pei quali questa Costituente non riuscisse parola morta. Concludo
perchè piaccia alla Camera tenere fermo l'ordine del giorno proposto
dal nostro Presidente.» — (Seduta del Consiglio Generale del 22 gennaio
1849.)

Io pertanto proponevo che l'ordine del giorno si estendesse non pure
alla _lettura_, ma ancora alla _discussione_ della Legge sul Bilancio;
la Camera non comprese la mia proposta, nè il motivo che la dettava.

Alla inchiesta che fosse discussa immediatamente la Legge intorno
alla Costituente io opponeva: «Riguardo alla proposizione, che domani
deve essere discussa la Legge intorno alla Costituente italiana, a
me, come Deputato, siffatta coartazione non piace, e l'Assemblea non
la deve per niente subire. La Legge della Costituente è d'importanza
così grave e solenne, così ella può mettere il paese in condizione
perigliosissima, ch'è bene che tutti i Deputati ci portino quella
maggiore considerazione che si desidera e che la importanza della cosa
vuole.» — (Seduta medesima.)

L'Assemblea, malgrado la dilazione da me insinuata e la causa grave
per motivarla, _non attese gli avvertimenti del Ministero, anzi li
contrariò, e volle nel giorno successivo discutere e votare la Legge
nello insieme e nei suoi articoli_.[125] Nè si dica che la Camera
patisse violenza; imperciocchè io stesso, e lo ricordano tutti,
io stesso la confortai ad usare animosamente dei suoi diritti, e
infastidito a un punto dello schiamazzare delle tribune e della
pazienza del Presidente, uscii in queste avventate parole: «Poichè,
per le regole parlamentarie, a me non è lecito in questo recinto
favellare al Popolo, prego il signor Presidente indirizzargli una
parola formulata così: «_Dichiaro traditore della Patria chiunque con
intempestiva e indegna perturbazione fa sì che in questo momento la
discussione non proceda solenne e liberissima_.» — (Detta Seduta.)
Veda dunque l'Accusa, che per me si fece anche troppo per mantenere
la libertà e la dignità della Camera; ragione le porsi e modo di
aggiornare a tempo ben lungo la Costituente, dacchè la discussione
del Bilancio suole occupare parecchie Sedute. L'Accusa dirà: e' sono
parole; — ma coteste parole corrispondono a' fatti, e si persuada che
non era piccolo cimento profferirle allora.... oh! riesce molto più
facile dissimularle adesso.

Ancora: per evitare il domandato invio dei Deputati alla Costituente
romana il giorno 5 febbraio, dava spazio lo adempimento dello articolo
6 della Legge. Poco mancò che anche questo benefizio andasse perduto,
per la proposta di un Deputato diretta a invitare il Ministero «a
presentare il Regolamento per l'elezioni _entro tre giorni_ da quello
in cui la presente Legge avrà ricevuto la finale sanzione.» — (Detta
Seduta.)

Un'altra considerazione. La petizione del Circolo intendeva che la
Costituente italiana _subito, a tutti i fini_, sia ordinamento interno,
sia apparecchio di guerra, si stabilisse a _Roma_, allegando la
promessa del Ministero, che l'avrebbe convocata tostochè vi aderissero
due Stati d'Italia. — (Detta Seduta.)

I petizionarii erravano, perocchè il Ministero avesse promesso
unicamente: «Che la Costituente comincerebbe le sue operazioni appena
due Stati si fossero intesi ad iniziarla, ma al _solo ed unico scopo
di provvedere alla guerra della Indipendenza_, ch'è quanto dire al
primo stadio: rispetto al secondo, non potersene parlare finchè non
concorresse il voto di tutto il Popolo italiano, gran parte del quale
non potrà eleggere i suoi rappresentanti finchè geme nel dolore della
straniera servitù.» — (Circolare dell'8 novembre 1848, Art. 12.)

Così ho inteso dimostrare: 1º quali fossero i motivi pei quali
a me importava rimanessero incerti il _tempo_ e il _luogo_ della
Costituente; 2º come la petizione del Circolo non s'accordasse col
progetto ministeriale pel _tempo_, nè per il _luogo_, nè per lo _scopo_
che la Costituente si proponeva; e questo serva a confutare il nesso
che l'Accusa (con intento trucidatore del vero) pensa discernere tra
la petizione del Circolo e la presentazione della Legge: anzi, dicasi
senza ambage, il concertato di me Ministro col Circolo.... — Faccia
pure l'estreme prove l'Accusa, ella non giungerà mai a conseguire il
sospirato disegno di trovarmi cospiratore contro la fede di Ministro
del Principe.

Adesso favellerò del mandato e dei motivi che me lo fecero lasciare
_indefinito_. Quali discussioni sostenessi col signor Montanelli
su questo proposito, in parte esposi. Ai ragionamenti riferiti
aggiungeva: — «supposto che Carlo Alberto esca vittorioso dalla guerra
italiana, egli è verosimile che voglia deporre la sua Corona davanti
ai Commissarii della Costituente, rassegnandosi a portarla quando essi
glielo avranno concesso? E quando, per vano simulacro, adoperasse così,
chi avrebbe osato disdire a lui trionfante e gagliardo su le armi? Il
Re di Napoli gli pareva egli uomo da cacciarsi a chiusi occhi in questi
ginepraj? Voglionsi le cose o le immagini delle cose?» — Montanelli
andava pensoso, ma diceva assai avere sofferto sbocconcellato il suo
progetto; nè potere senza scapito di reputazione consentirlo più oltre;
e poichè gli riusciva difficile sostenere il suo programma politico,
probità di uomo e dovere di Ministro consigliarlo a dimettersi. _Il
signor Montanelli propose alla Corona espressamente, esplicitamente,
la sua dimissione, e per dimostrare la parzialità sua pel Ministero,
accettava la rappresentanza toscana presso la Corte di Torino_.

Alla Corona piacque farmi l'onore di consultarmi su questo negozio,
ed io le osservai: «Vuolsi o no conservare il signor Montanelli al
Ministero? Se no, accettisi la dimissione; in quanto a me, riduco
volentieri la Costituente in termini più limitati. Se sì, egli non può
moralmente nè politicamente tirarsi indietro.» Ho motivo di credere
che il Ministro d'Inghilterra consigliasse accettarsi la dimissione
del Montanelli. Alla Corona non parve prudente accettare, _almeno per
ora_, il congedo del Presidente del Consiglio, nè inviarlo a Torino;
in quanto a me, è agevole sentire per quali motivi di convenienza
dovessi rimanermi da insistere. _Invitato dal Principe a ricondurgli
il Montanelli, lo feci, e fu accolto con modi più che cortesi,
affettuosissimi_.

Adesso pertanto bisognava mettere d'accordo il progetto del sig.
Montanelli con l'esitanze della Corona, ed anche co' dettami di buona
politica.

Proposi si lasciasse nella Legge _indefinito il mandato_, e le ragioni,
per così fare, furono queste. La Costituente deve validare la concordia
degli Stati Italiani; ora la maggiorità di questi, se avessero inviato
(come era da aspettarci) Commissarii con mandato diverso da quello
dei nostri, dovevamo noi porre questi al duro passo di partire dal
Congresso, con danno e scandalo del Paese? La Costituente non rigettava
verun progredimento razionale e possibile; questo aveva proclamato il
Ministero nel programma, la Corona nel discorso di apertura; dovevamo
noi ostinarci adesso a volere _Cesare o nulla_? Il Popolo non pure
poteva, ma doveva dare mandato _generico_, imperciocchè sia chiaro che
egli in anticipazione non avrebbe saputo nè come, nè quando, nè su che
cosa sarebbesi adoperato, specialmente nel possibile progresso verso
lo scopo della Costituente. La cognizione di tutto ciò apparteneva
al Potere Esecutivo; e a questo solo spettava per necessità (essendo
egli ottimamente informato delle condizioni mutabilissime dei tempi)
ampliare o restringere il mandato adattandolo alle contingenze. —
Intanto fino d'ora, come istruzione fondamentale, si doveva annunziare
che i Commissarii _nella preliminare verificazione dei poteri si
uniformassero alle condizioni del mandato della maggiorità_.

Per questo modo il suffragio universale eleggeva i Commissarii _con
mandato generico_; ma il Potere Esecutivo _ne formulava le condizioni
a norma del suo discernimento_ per darne conto a suo tempo alla
Rappresentanza del Paese.

Questo non fu avvertito dall'Accusa, anzi dissimulato affatto: non
importa; basta che bene lo avvertano coloro cui piace lo studio della
verità.

Ora io sostengo, che questa facoltà posta in mano del Potere
Esecutivo, oltre all'essere razionale per le ragioni discorse, riusciva
_favorevole alla sicurezza della Corona, e al conseguimento dei suoi
giusti desiderii, più di qualunque mandato, comunque strettamente
formulato._

Infatti, applicabile così a tutti i casi contingibili, avrebbe il
Potere Esecutivo avvertito, che il mandato non riuscisse mai inane; —
commesso al suo discreto giudizio, il Potere Esecutivo n'era assoluto
moderatore ed arbitro, onde nè ai danni proprii nè agli altrui si
traducesse.[126]

Intanto, e giova ripeterlo, per le dichiarazioni esposte, il Potere
Esecutivo doveva ordinare preliminarmente il mandato generico a questi
tre fini: 1º Le trattative di ordinamento interno fino a guerra
vinta si sospendano; 2º i Commissarii si occupino ad assicurare la
Indipendenza italiana; 3º trascorso questo periodo, i Commissarii
toscani per riordinare la Italia, aderiscano a trattare dentro i limiti
prescritti dalla maggiorità dei mandati dei Commissarii italiani. La
Costituente Montanelli veniva per questo modo ridotta dentro confini
possibili, e giusti: la quistione dello interno ordinamento prorogata a
_tale termine_, dove ricorrere alla Costituente sarebbe stato rifugio
desiderabile e accettissimo: — quantunque dubito se efficace, pure
l'estremo, che avrebbero concesso le contingenze future di fronte
alle cupide voglie di un Regno forte su le armi, baldanzoso per fresca
vittoria.

La diversità dei pareri e i faticosi dibattimenti col Presidente dei
Ministri di tanto non poterono celarsi, che traspirati nel pubblico
non si qualificassero come dissentimenti profondi fra i Membri del
Consiglio,[127] per cui il _Monitore_ del 25 gennaio 1849 ebbe ad
avvertire: «Siamo autorizzati a dichiarare _per la seconda volta_,
che le voci di men che perfetta concordia fra i membri componenti il
Ministero, sono senza fondamento.»

I Giornali avversi al Ministero, intesi a screditarlo per ogni via, e
gli altri di parte esaltata, me denunziavano al Pubblico come ligio
alla Corte[128] e nemico alla Costituente. Di qui ebbe origine la
diffidenza dei Repubblicani, e il sospettoso sorvegliarmi più tardi.

Prove dello assunto fino ad ora discorso si ricavano evidenti negli
atti pubblici. Si ponderino le espressioni della Circolare del 12
decembre dettata in questo spirito: «La limitazione proposta dal
Ministero romano, non è in alcun modo necessaria quanto al primo stadio
della Costituente. Trattandosi in questo d'indirizzare tutte le forze
armate italiane alla cacciata dello straniero, la Costituente assume il
vero e proprio carattere di Federazione militare, con un centro unico
di direzione; e nessuno degli Stati Confederati può temere, che la
propria esistenza sia posta neppure in problema. Quanto poi al secondo
stadio, la limitazione riesce affatto superflua per altra ragione.
L'opinione nazionale italiana, resultante dalla contemperanza di tutti
i pareri e di tutti gl'interessi, sarà quella che farà legge, qualunque
sia il limite col quale oggi si presuma signoreggiarla. Ora dal
nuovo rimescolamento di tutte le forze italiane agitate nella guerra
della Indipendenza, o questa opinione uscirà favorevole alla unità
federale, o alla unità assoluta. Se alla unità federale, sarà superfluo
avere imposta questa forma alla Costituente, come la sola possibile,
essendochè proromperà dal libero voto della stessa Nazione solennemente
interrogata. Se alla unità assoluta, le restrizioni attuali non
potranno impedire di acquistarla alla Nazione che la vorrà.»

Da queste parole si ricava come _eventuale riuscirebbe e lontanassimo_
trattare degli ordinamenti interni, e come ogni pensiero dovesse
volgersi adesso alla guerra; da queste altre si dedurrà, che, venuto
ancora il tempo di provvedere alle forme governative, il Ministero
toscano annunziava rimettersi al volere dei più. «Gelosi della
Costituente autonoma, noi ci guarderemo dal fare di essa una bandiera
di scisma. E poichè qualunque passo sì faccia verso la Unità lo
riguardiamo come un progresso, se il voto di altri poderosi Governi
si manifesti per la limitazione che noi respingiamo, ci uniremo a
loro, contenti del non imporla ai rappresentanti inviati da noi.» —
(Circolare suddetta.)

Così lo stesso signor Montanelli esprimeva il concetto della maggiorità
del Ministero, comecchè non consentanea affatto al primitivo suo.

Invero, confrontato il Programma della Costituente pubblicato dal
signor Montanelli a Livorno, _consentito_ dal Ministero Capponi,
troveremo come il concetto della Costituente ministeriale fosse non
pure _diverso_, ma _contrario_, dal suo. La Costituente del Montanelli
proclamata a Livorno _esclude i due stadii, nega che l'ordinamento
governativo deva posporsi alla guerra_; all'opposto intende che la
preceda, poichè per esso egli crede che la guerra potrà condursi
gagliardamente: «Ma questo gran fatto di un Governo nazionale dovrà
precedere o seguitare la conquista della Indipendenza italiana?
Noi abbiamo creduto che avesse a susseguire alla espulsione dello
straniero, e questo fu il nostro errore fatale!!! — Ma che cosa mancò
alle forze insorte per compiere l'opera della Indipendenza? Mancò
l'unità della direzione. Quindi il non avere un Governo nazionale, il
combattere come Piemontesi, come Toscani, come Napoletani, come Romani,
e non come Italiani, fu la causa prima per cui questa grande impresa
mancava. La fondazione dunque di un Governo nazionale è necessaria
per effettuare la stessa impresa della Indipendenza italiana.» — (Vedi
_Corriere Livornese_ del 9 ottobre 1848.)

Mi sembra, che la dimostrazione non possa essere più evidente.

Il Conte Mamiani alla lettura di cotesta Circolare ebbe a dire che
l'apprendeva come adesione alla Costituente romana, e la annunziò
alla Camera dei Deputati romani.[129] D'altronde io aveva promesso
secondarlo nella conferenza ch'ebbi seco nel novembre a Livorno,[130]
e mantenevo la promessa.

Ma sopra tutto, di simili discrepanze, di tali compromessi, e cautele,
appariscono traccie nella Seduta del 23 gennaio 1849. Noi vediamo
uscirne quattro opinioni. _Una_, che per sospetto del poco intende sia
specificato immediatamente il mandato; _un'altra_, che per paura del
_troppo_ vuole sia determinato in seguito da una Legge; _una terza_,
che sostiene il Progetto abbia a lasciarsi _incerto_, nel modo col
quale fu proposto, sperando ogni sconfinata conseguenza; _la quarta_,
che lo pretende _preciso_ perchè lo teme.

Il signor Montanelli modificando, in virtù di più maturo consiglio,
la sua dottrina, sostiene la necessità dei due stadii; dichiara il
principio della Nazionalità non doversi discutere se non intervengono
due condizioni di fatto: _la prima, che tutta la Nazione Italiana possa
essere rappresentata; la seconda, che da ogni parte a lei accorrano gli
eletti dal suffragio universale_. (Seduta della Camera dei Deputati,
23 gennaio 1849.) — Per ora dovere accordarci per combattere non come
Piemontesi, Toscani, Romani o Napoletani, ma come Italiani. — Non parla
di _luogo_, ed esprime il desiderio, che la Costituente potesse tenere
la sua _prima seduta sotto la tenda nelle pianure lombarde_. — Non
potere essere il mandato limitato nel secondo stadio della Costituente,
perchè davanti il voto della universa Nazione non era dato imporre
limiti; se però i _Deputati delle altre parti d'Italia avranno un
limite, essi renderanno impossibile l'applicazione del principio_.

A me parvero assurde le proposte, 1º di specificare adesso il mandato;
2º di aspettare a specificarlo poi con Legge. Adesso, non si poteva
sapere come rimarrebbe la Italia, compita fortunatamente la guerra
della Indipendenza; e il mandato avrebbe potuto non essere applicabile
allora. Questo caso successo, una Legge che avesse anche in seguito
determinato tassativamente il modo del trattare, avrebbe potuto rendere
vani o difficili i negoziati. — _Essendo commessa al Potere Esecutivo
la facoltà di formulare il mandato, rimaneva in suo arbitrio adoperarlo
nel modo il più utile alla Patria comune_. E in me era convincimento
assoluto, che fosse benefizio della Patria mantenere il Governo
Costituzionale di Leopoldo II.

Quindi più volte arringando, io mi sforzava di bene inculcare:[131]

§ 1º Come la Costituente si dividesse in due stadii: «il primo,
di concorrere con tutti i Potentati italiani alla guerra della
Indipendenza; il secondo, di determinare le forme della nostra
Nazionalità.

§ 2. Come ai fini della Costituente da me sostenuta, bastasse questo
solo primo scopo: «Se i Rappresentanti degli altri Stati italiani non
vorranno subire questa larga formula, e se consentiranno all'Assemblea
Costituente al solo scopo di proseguire la guerra per la Indipendenza,
vorremo noi imitare lo improvvido padre di famiglia, che ricusa
porzione di pagamento perchè non gli saldano il debito intero? No, noi
accetteremo.»

E successivamente: «Nella verificazione dei poteri vedranno quanti
sono Deputati dal mandato limitato, quanti dal mandato illimitato;
e là dove il numero dei primi soverchiasse il numero dei secondi,
egli è certo che determinata allora la periferia delle trattative,
rimarrebbe impedita agli altri perfino _l'aperizione della bocca sopra
materie le quali oltrepassassero il termine stabilito_.» E poco dopo:
«I Deputati nostri mossi da spirito di concordia, e da carità patria,
lo restringano, se così il bene della Italia desidera, unicamente
allo scopo di conseguire la sua Indipendenza.» Ancora: «Se fin qui non
vogliono giungere gli altri Stati Italiani, in ogni caso diremo sempre
ai Deputati: non tornate, ma fermatevi, e concertatevi con tutti,
a patto che la Italia sia libera. _Agli altri fini provvederanno il
tempo e la buona fortuna_.» Finalmente: «E però stando a conferire
(_il mandato_) al Popolo ai termini della Legge, non può definirsene
lo esercizio, _dovendoci prima mettere in conveniente relazione con gli
altri Stati Italiani, affinchè la nostra Costituente non sia motivo di
discordia, ma di unione e di forza_.»

Insomma, mercè i miei sforzi in Consiglio e fuori, l'avventurosa
Costituente montanelliana corrispondeva _sostanzialmente_ alla proposta
mossa nel 14 agosto 1848 alla Romana Assemblea:

«Preghisi il Ministero a scrivere a tutti i Governi italiani,
invitandoli ed esortandoli, uditi ciascuno i suoi Parlamenti, a spedire
subito in Roma dei Deputati per discutere e deliberare in comune
e sotto l'alto patrocinio di Pio IX, intorno al modo migliore di
difendere la Italia e assicurare la sua Indipendenza.»[132]

§ 3. Come questo mandato avesse a esercitarsi conforme alle istruzioni,
le quali sarebbero date dal POTERE ESECUTIVO al momento della partenza
dei Deputati: «_In questo concetto i Deputati ricevono il mandato AL
MOMENTO DELLA ELEZIONE, e la NORMA DI ESERCITARLO AL MOMENTO DELLA
PARTENZA._» — E in altra parte: «IL POTERE ESECUTIVO HA DA INDICARE LE
ISTRUZIONI PER ESEGUIRE IL MANDATO UN MOMENTO PRIMA DELLA PARTENZA.»

§ 4. Come allorquando il signor Montanelli, stretto dalla Opposizione,
emetteva proposizioni conformi al suo concetto primitivo pubblicato
in Livorno, e discordi dal mio, pronto accorressi a fare palese che
la Costituente non doveva fare ingiuria al Principe, che il mandato
non poteva neppure in pensiero credersi esteso alla sua esclusione,
e finalmente che l'ora della Repubblica non era suonata in Italia:
«_Quando un Principe generoso e magnanimo, come mi gode l'animo
dichiarare Leopoldo II, non ha aborrito sottoporsi al Consesso
universale d'Italia, il Ministero ha fermamente creduto che il Popolo
si mantenga, come sempre fu, grato e leale; ha sentito che il POPOLO
AVREBBE PAGATO DI GENEROSITÀ LA GENEROSITÀ DI LEOPOLDO II; il Ministero
HA SENTITO ED È PERSUASO CHE L'ORA DELLA REPUBBLICA IN ITALIA NON È
SUONATA; il Ministero ha sentito ed ha creduto che Italia voglia e
debba conservare la forma della Monarchia Costituzionale, e VERUN
ALTRO PRINCIPE MERITASSE PIÙ DI LEOPOLDO II LA CORONA DAL LIBERO
CONSENTIMENTO DEL POPOLO._ Il Ministero pertanto, quando ha proposto a
Leopoldo II questa Legge, _ha creduto, crede, e crederà sempre_ avergli
persuaso un atto di gloria e di benevolenza capace a procacciargli
l'amore e la eterna riconoscenza di tutta la Italia.»[133] — (Applausi
vivissimi e prolungati, con evviva a Leopoldo II.)

Pareva a me che in questo modo adoperando avessi bene meritato
della Patria e del Principe, conciossiachè il principio avventuroso
della Costituente montanelliana per le mie cure ridotto a plausibile
disciplina ponesse la Corona in grado di scegliere quattro vie, per una
piena di dubbiezze ch'ella _medesima_ mi aveva imposta.

_Prima via_. La Corona poteva accettare la dimissione del signor
Presidente, inviarlo ministro a Torino, e modificare, secondo che io
consentiva, il progetto della Costituente.

_Seconda via_. La Corona poteva, della Legge intorno alla Costituente,
accettare quella parte che si referiva al primo stadio; negando per ora
formulare il mandato e dare istruzioni circa al secondo.

_Terza via_. La Corona poteva accettare, in genere, tutto il progetto
della Costituente per valersene poi a tempo opportuno e secondo la
contingenza dei casi, o come difesa contro le cupidità di potente
vicino, o come istrumento per fondare la Confederazione Italiana,
giovando alle stesse condizioni del Pontefice (il quale è da credersi
che meglio informato non l'avrebbe reietta), o come mezzo di allargare
lo Stato, se tale era la mente della Provvidenza, suprema ordinatrice
delle cose.

_Quarta via_. La Corona, se tutto questo non le andava a grado, poteva
chiamarmi e dirmi: «Mantenete la promessa di potervi licenziare senza
scapito della mia reputazione, perchè la Costituente mi è diventata
incresciosa.» Ed io avrei, con gli espedienti che mi sarebbero parsi
più acconci, mantenuta la fede.

La Costituente promossa dal Ministero toscano poteva, anzi doveva,
restringersi allo acquisto della italiana Indipendenza. E se questo
proponimento nobilissimo, con tanto fervore, con tanta necessità di
conato, con tanta immortale agonia dell'anima, e perfino con pericolo
della propria persona promosso da famosi Pontefici, meritava la
scomunica del Papa, io non so più vedere che cosa avrebbe meritato la
sua benedizione!...[134]

L'Atto di Accusa afferma che se fosse stata accolta l'ammenda proposta
dalla Commissione, si sarebbero _forse_ salvati o rispettati almeno
i dubbii e le riserve del Principe, note allora al _Ministero_. —
Esaminando con rispetto le parole della Corona che mi oppone l'Accusa,
avvertirò come quella non affermi punto di avere dichiarato al
Ministero le sue riserve, bensì essere consiglio riposto nell'animo suo
il riservarsi ad osservare lo andamento della discussione. La Corona
parla di dubbio manifestato ad alcuni dei Ministri, non al Ministero:
in quanto a me, non mi sembra avere udito di questi dubbii mai: dove
gli avessi conosciuti, mi sarei ingegnato come poteva meglio chiarirli.
E confido, che io glieli avrei molto agevolmente chiariti con queste
proposizioni che trovano largo comento nelle cose discorse nel
presente Capitolo. — I mandatarii non possono informare il mandato ai
mandanti. — Importa e giova lasciare indeterminato il mandato, perchè,
discutendolo, potrebbero uscirne norme rigorose, cagione di gravissime
difficoltà alla Corona. — Basti avere proclamato alla faccia della
Toscana, della Italia e della Europa: 1º questa Costituente tendere a
due scopi; 2º non doversi trattare del secondo che ad epoca eventuale
e lontana;[135] 3º adesso restringersi a promuovere la guerra per la
Indipendenza italiana; 4º non potere cospirare mai a danno altrui; 5º
proporsi la comune concordia; 6º quantunque il mandato indeterminato,
stare in potestà della Corona e del suo Consiglio determinarlo
prudentemente a norma della contingenza dei casi; 7º fin d'ora essere
stato annunziato, che al parere della maggioranza degli Stati Italiani
avremmo, _senza pure aprire bocca, aderito_; 8º finalmente avere io
(discorde in questo dal Presidente) espresso che intendevo impiegare
la Costituente in benefizio del mio Paese e del mio Principe e del
Principato Costituzionale in Italia.[136]

Poichè l'Accusa crede discreto allegare il regio scritto, voglia
non fargli dire quello che non dice: questo non è decente nè giusto.
Ora l'ammenda proposta dalla Commissione suonava così: «I poteri dei
Deputati, le forme della elezione, e la epoca della convocazione dei
Collegi elettorali dovranno stabilirsi da Legge a parte.» Ciò posto,
io non dubito dichiarare come la osservazione dell'Accusa apparisca
evidentemente erronea. Immaginiamo accolta la ammenda, quale effetto
avrebbe ella partorito? Forse lo scioglimento della quistione? No per
certo; sibbene lo aggiornamento accompagnato co' pericoli dell'ansietà
delusa, e dal sospetto di fede mancata. È manifesto errore supporre
che l'Assemblea legislativa possa conferire mandato alla Costituente
nominata dal Paese. Questa dottrina leggemmo professata in questo punto
stesso dal signor Moulin negli Ufficii dell'Assemblea di Francia,
in proposito della discrepanza insorta intorno a convocare la nuova
Costituente, per rivedere tutta o parte la Costituzione, e vediamo oggi
avere prevalso negli Ufficii, che a maggiorità di voti si pronunziarono
per la revisione totale, o piuttosto per la necessità del non imporre
alcun mandato. La ragione per tutti, ma specialmente pei giurisperiti,
apparisce chiarissima. Le Camere, o Assemblee, rappresentano la parte
di _mandatarie_; ora quando, per gravità di casi sopravvenuti, è forza
ricorrere al _mandante_, con quale diritto può il primo imporre al
secondo l'obbligo di formulare, pel seguito, il mandato nella guisa
che meglio desidera? E, come di diritto, egli manca di autorità e di
forza. Assurda cosa pertanto. Però sento obiettarmi: E se il Popolo, a
cui si aveva ricorso col suffragio universale, avesse conferito mandato
illimitato, come avreste saputo limitarlo voi? Per necessità, rispondo,
della natura e dello esercizio di questo mandato. Per necessità
della natura del mandato illimitato, che appunto, perchè generico, ha
bisogno di norme e istruzioni successive; e se queste non prescriveva
la Corona, non si conosce chi altri avesse potuto indicarle, ponendo
mente che l'azione del suffragio universale versava unicamente sul voto
elettorale, e quindi cessava; — per necessità dello esercizio, essendo
il mandato nostro di natura complessa, e tale che senza consenso e
concorso degli altri Stati rimaneva inane. E supposto eziandio che
le istruzioni del Ministero per esercitare il mandato fossero parse
a taluno, o a molti degli Elettori, diverse dal suo concetto, egli
avrebbe chiesto e agevolmente ottenuto la conferma dell'operato, o,
come si dice con parole inglesi, un _bill d'indennità_; conciossiachè
costretto dal voto maggiore di Stati più potenti del nostro, non avesse
potuto estenderlo agli scopi desiderati; e averlo speso nella opera
della Indipendenza italiana lealmente ed efficacemente, non sarebbe
stato piccolo merito. Il Montanelli avrebbe dovuto, dopo pochi giorni,
presentare nuova Legge alla Corona intorno al mandato dei Commissarii
ch'egli avrebbe richiesto illimitato, a norma della sua dottrina. La
Corona avrebbe concessa o negata la discussione della Legge; se negata,
il Presidente si dimetteva, e tanto era accettare la sua dimissione
pochi giorni prima che pochi giorni dopo; anzi, meglio prima, perchè
allora spontanea, e con promessa di sostenere la politica del Ministero
riformato; se conceduta, la Camera naturalmente votava o rigettava
la Legge: rigettavala, ed ecco ritornare la necessità della ritirata
del Ministero, e in questo modo con clamore e scandalo, mentre poteva
congedarsi di quieto; la votava, ed allora per tortuoso avviluppamento
si replicavano le condizioni medesime del voto della Costituente.
Nonostante, piacemi di esaminare le fortune probabili della Legge sul
mandato. Se s'intendeva formulare come quello del Piemonte, voglio
dire la persona e gli Stati della A. S. si rispettassero, e in quanto
agli altri Principi italiani la conservazione unicamente delle persone
loro in grado principesco qui in Italia si raccomandasse, è certo che
a questa maniera di mandato non avrebbero acconsentito il Papa nè il
Re di Napoli; il primo, perchè fuori dei suoi Stati, e poco davvero
gli sarebbe premuto restarsi principe di Pontecorvo o di Benevento; il
secondo, perchè in quel punto privo di Sicilia. Se invece fosse stato
espresso nel mandato, che il Papa e Ferdinando di Napoli avessero ad
essere restituiti nelle provincie perdute, e queste allora avrebbero
repugnato da una guerra, di cui il fine sarebbe stato costringerle
a sottostare nello antico dominio; quindi, invece di concordia per
combattere la guerra straniera, avrebbe la Costituente partorito
la guerra civile. Di qui veda l'Accusa quanto sia avventata la sua
considerazione, messa fuori solo per ismania molta e senno poco di
trovare ottimo quanto avversava il Ministero. Nel mare politico del
1849, pieno di súbite procelle e di non prevedibili fortune, era
mestieri avventurarci fidando nella propria rettitudine e nello aiuto
di Dio; e il mandato indefinito, anzichè nuocere a verun disegno, stava
apparecchiato come vela buona ad ogni vento. Se ne persuada l'Accusa;
la politica contiene tante latébre così profondamente misteriose, così
portentosamente improvvise, che il suo risoluto sentenziare non sembra
cosa _umana_, ma piuttosto _divina_;[137] però che presagire il futuro
e penetrare nei cuori si è di Dio.

E finalmente, se io avessi consigliato la Costituente (mentre
all'opposto, già concertata fra la Corona e il Presidente del
Consiglio, a me fu imposta come una croce da portare), se io l'avessi,
ripeto, consigliata, ed avessi commesso errore, con quanta giustizia
l'Accusa vorrebbe oggi incolparmene? — Odasi un po' quello che scrive
David Hume nel Cap. 64 della sua _Storia della Inghilterra_, intorno
al processo di Lord Clarendon, _ministro sagrificato da Carlo II alla
rabbia dei suoi nemici, i quali non paghi della caduta del Cancelliere
ne vollero la totale rovina_.... — «Molti degli articoli dell'Accusa
erano _frivoli o falsi_.... — Lo avere consigliato la vendita di
Dunkerque sembra l'articolo di accusa più importante e più vero; ma
sarebbe dura cosa dar colpa ad un Ministro di uno sbaglio di giudizio
(se pure fu tale), ove non apparisca segno di corruttela, o di cattiva
intenzione.»

Comprendo che adesso, per questa esposizione, io dovrò sperimentare
avverse due maniere di gente che già ho provato duramente moleste,
voglio dire, i partigiani del Piemonte, e quelli della Repubblica:
a entrambi questi (comecchè invano) risponderò breve: «_Ministro
costituzionale di Leopoldo II, io doveva curare la sicurezza e la
grandezza del mio Paese, e del Principe_.»



XI.

Di una proposizione contenuta nel § IX del Decreto della Camera delle
Accuse.


Il Decreto della Camera delle Accuse, nel membro 5º del § IX, contiene
questa proposizione: «La fazione.... si mostrò..... più ardita nei suoi
piani sovversivi e criminosi, incoraggiata dal Programma ministeriale
del dì 28, il quale preferiva _al silenzio per paura il trasmodamento
per licenza_.» Confrontisi la citazione del Decreto col § del
Programma: «Zelatori della libertà di stampa, noi non ismentiremo i
nostri principii mai. Fra i _due mali_, che essa trasmodi per licenza,
o taccia per paura, noi scerremo il primo, _persuasi che le tristi
parole, se calunniose, non reggono, e fidenti ancora nella civiltà
del Popolo toscano, presso cui ogni maniera d'intemperanza è febbre
effimera, non condizione normale di vita_.»

Così il Programma non esprime sentenza generale, _ma unicamente
relativa alla stampa_; tanto la licenza, quanto il silenzio per paura,
dichiara _mali_; confida che le parole _calunniose_ non reggano, e il
Popolo sappia guarire di cotesta infermità.

E sapete voi a che cosa accennasse il Programma con coteste parole?
Alle calunnie che i Giornali avversi al Ministero si sbracciavano
profferire contro di lui. E sapete voi che cosa avessi in mente io
quando dettava cotesto periodo? Le calunnie che emuli ingenerosi (non
conosceva ancora le giudiciali) non cessavano avventarmi; e mi studiavo
con l'altezza dell'animo richiamarli a un senso di pudore gentile.
Le mie vecchie e nuove ingiurie rimettevo, e non le altrui; però che
in quel momento mi corresse al pensiero Socrate santissimo, levato in
piedi nel teatro di Atene, vincere, con la virtù della mansuetudine, il
perfido motteggiare di Aristofane.

Invero, nelle precedenti pagine ho narrato e provato come il libero
spaccio della _Patria_, giornale al Ministero infestissimo, io
assicurassi;[138] ho rammentato come S. A. si compiacesse interporre
l'alto suo ufficio presso taluno, affinchè la febbre maligna del suo
Giornale alcun poco curasse. Il _Conciliatore_, il _Nazionale_ e gli
altri tutti Giornali di Opposizione ministeriale non ebbero a lamentare
offesa; anzi qui, nella stamperia di questo carcere delle Murate,
consenziente il Ministero, rimborsate le semplici spese, imprimevasi,
ostile a lui, un Giornale, e fu lungamente sofferto, — perchè
instituito a benefizio di Venezia. Credeva essere magnanimo, e mi trovo
ad avere commesso misfatto!.... Almeno così redarguisce l'Accusa.

Però, stupendo a dirsi! mentre l'Accusa ascrive a delitto il parlare
di taluni Giornali, appunta come colpa il tacere di tali altri;
e pei cipressi dell'Arno durerà famoso il suono delle flebili
Elegie dell'Accusa per la figlia della sua predilezione, _la Vespa,
propugnatrice generosa dell'ordine_. — E di più osa: perchè, che
cosa non ardiscono le Accuse? Osa tuffare ambe le mani nei vituperii
giornalistici, nelle enormezze dell'odio invelenito, nelle bave
dell'astio deluso, e spruzzarmi addosso l'empio liquore come una
benedizione di acido di vetriolo. — Sta bene.

Ma donando le mie ingiurie, nè donavo, nè potevo donare le altrui.
L'adito dei Tribunali era aperto a chiunque si sentiva leso: solo
correva rischio, che gli dicessero: _non correre tempi propizii per
siffatti negozii_.

Donando le mie ingiurie, non potevo con una frase di Programma dettare
nuove leggi, le quali, impari l'Accusa, nei Governi Rappresentativi si
fanno col consenso dei tre Poteri dello Stato.

Donando le mie ingiurie, non intendevo, nè potevo intendere, che le
Leggi vigenti non si eseguissero; solo che non avrei proposto Leggi
nuove repressive della stampa. La esecuzione della Legge promulgata
appartiene ai Magistrati, non ai Ministri. «In questo il Magistrato
non riceve forza dal Governo, ma al Governo la partecipa.»[139] Forse
ordinai io ai Magistrati che lo ufficio loro non esercitassero? Certo
che no; anzi io, vedendo o credendo vedere rilassatezza straordinaria,
gli richiamai alla più esatta osservanza del dovere loro; ma correvano
allora tempi di sprone, e non bastava; come adesso correrebbero tempi
di freno, e chi sa se bastassero! _Omnia tempus habent_! dice il
Predicatore, e ce lo dimostra l'Accusa.

Pare egli ai miei Giudici, che se lo parole del Programma fossero state
pregnanti della figliuolanza bruttissima immaginata da loro, la Corona,
la quale riposatamente lo considerò, di propria mano lo corresse, e mi
fece l'onore di meco discuterlo a parte a parte, arrendendomi io alle
savie osservazioni di quella; — pare, dico, ai miei Giudici, che la
dignità del Principe avrebbe lasciato inaugurare il suo Ministero con
turpitudini siffatte?

La infedeltà delle citazioni, il modo col quale vengono trasportate a
cose diverse da quelle che esse contemplano, le induzioni malevole che
se ne deducono, non danno opinione che nella presente procedura siasi
voluto fin qui trovare la verità, ma un uomo da sagrificare.



XII.

Notte del 7 all'8 Febbraio 1849.


Il Granduca lasciava improvvisamente Firenze per Siena, e il Ministero
ne aveva notizia dal signor Adami, il quale conferendo nella notte
con S. A. lo apprese dalla sua propria bocca. Alcuni dei colleghi
maravigliarono di cotesto annunzio casuale, ma io facevo notare come
il Granduca ci aspettasse verosimilmente al Circolo, che in cotesta
sera correva, e non doveva punto stupirci, se, essendo per mala sorte
mancati tutti, ne avesse avvertito quell'unico Ministro che gli era
occorso vedere: d'altronde, non doversi guardare tanto pel sottile,
dacchè non eravamo mica in Inghilterra, dove la Corona non può uscire
nè entrare in città senza certi riti convenuti. Si acquietarono, ma
indi a breve presero a correre voci sinistre: il Principe essersi
partito per non tornare più; licenziati i servi; questi andarlo
propalando pubblicamente. Feci verificare la cosa, e pur troppo trovai
che di questa sorta discorsi erano stati tenuti dai regii servitori
per le botteghe della via Guicciardini.[140] Avvertasi, che il
Partito desideroso del vecchio sistema non rifiniva sussurrare dentro
città e fuori: il Principe tenuto prigioniero in Palazzo, a forza
costretto di firmare le Leggi; gli andrebbero a genio tutti coloro
che alle nuove Leggi non obbedissero, il Ministero avversassero; —
ed altri cotali discorsi, che le ultime fibre del Governo tagliando,
lo facevano impossibile. Forse _erano anch'essi generosi propugnatori
dell'ordine_? Io non lo dirò, lo dica l'Accusa. Allora fu che scrivemmo
a S. A., essere urgente la sua tornata in Firenze; e dove le piacesse
prolungare il suo soggiorno a Siena, noi, come inabilitati a reggere
il Ministero, lo pregavamo a degnarsi accettare la nostra dimissione.
Promise sollecito ritorno: e a me particolarmente mandava gli tenessi
tranquillo il paese. Differendo la tornata, parve ai colleghi non
dovere trattenersi più oltre a inviare la dimissione: nel presagio
di agitazioni, ne avvisai gli egregi uomini Generale della Civica
Corradino Chigi, e Gonfaloniere del Municipio fiorentino Ubaldino
Peruzzi; i quali partecipando le mie apprensioni, non dubitarono
mettersi in viaggio nella malvagia stagione, conducendo seco il Priore
Luigi Cantagalli per supplicare S. A. a restituirsi alla Capitale.
Andarono; e tornati referirono il Principe trovarsi veramente infermo,
sarebbe venuto appena la salute glielo concedesse; sentire anch'egli la
sconvenienza della separazione della Corona dal Ministero; desiderare
che almeno qualcheduno dei Ministri andasse a Siena. Voleva partire io
stesso; ma offerendosi il Presidente dei Ministri, io m'ebbi a restare;
in data del 5 febbraio, S. A. mi mandava il Decreto col quale al
Ministero dello Interno riuniva provvisoriamente quello degli Esteri.
— Partiva il signor Montanelli il 5 febbraio; giungeva a Siena il 6:
tornava a Firenze il 7.

L'Accusa aveva sostenuto prima, più sommessamente ha insistito poi,
che Siena era tranquilla, e quivi il Principe in pace avrebbe potuto
esercitare la regia prerogativa del veto, se il riposato vivere di
cotesta città, se le oneste e liete accoglienze non fossero state
sconvolte dalla presenza dei signori Montanelli, Marmocchi e compagni.
Questo fatto non è vero, nè può esserlo, imperciocchè appaia fuori
della ragione delle cose, che da un punto all'altro un Popolo cangi
genio e costume; e in altra parte di questo Scritto mi sarà forza
tornare intorno a simile argomento. Ora importa rilevare, che la
mancata sicurezza in Siena, dovuta, come si dice, alla presenza
dei mentovati individui, non sembra essere stato il motivo dello
allontanamento del Principe. Non fu timore di sicurezza perduta, ma
timore di _reazioni ostili_ che lo persuase a fare così: «Ed abbandono
anche Siena, onde non sia detto che per mia causa questa città fu
campo di ostili reazioni.»[141] — (Lettera di S. A. del 7 febbraio
1849.) — E queste frasi, se io non vado errato, significano: «Siccome
un Partito fa del mio nome bandiera, e siccome io non vo' che si dica
avere fomentato conflitti sanguinosi, così cedo al tempo, e mi conduco
altrove.» Questa illustrazione poi ho creduto dover fare, _perchè è
vera_, e perchè è _onorevole al Principe_.

Dicono, che il romano Niccolini precedesse il sig. Montanelli nel
portarmi notizia della partenza di S. A. da Siena; e questo sarà.
Montanelli è certo che venne più tardi al Consiglio. Le tremende e
moltiplici commozioni di cotesta notte, e del giorno successivo, non mi
lasciarono distintissima la memoria dei casi, ma io mi ricordo che alla
malaugurata notizia io rimasi tutto sbigottito.

Niccolini con accese parole instava dicendo: doversi ormai proclamare
la Repubblica e la decadenza del Principe; me avrebbe fatto eleggere
Dittatore e Capo; di qui non potersi uscire. E siccome, recandomi
coteste proposte incomportabile gravezza, io proruppi in acerbi
rimproveri contra di lui; egli diventato a un tratto, di carezzevole,
minaccioso e protervo, gridò: _noi ti costringeremo_!

Questo fatto, che avrebbe forse schernito l'Accusa se riposasse sopra
la mia semplice affermativa, come alla Provvidenza piacque, viene
provato largamente in processo dagli stessi testimoni ricercati da lei.

Rimasi sbigottito, pensando alle condizioni del Paese e alle mie. Lo
Stato derelitto come cadavere sopra la strada pubblica; ogni ordine
sciolto; cessata tutta autorità; nessun mezzo da fare riparo...
nessuno; su la forza materiale, inferma e poca, non era da contare; la
forza morale aveva dato vinto il campo. Nei politici sconvolgimenti,
abbiamo veduto sempre afferrare il Potere quel Partito che dura un po'
meno disorganizzato; e quantunque più tardi, come già notai, se non
si accorda al voto universale, forza è che cada, nonostante in quella
prima confusione vince, e domina. Il Partito repubblicano, composto
per la massima parte di gente non toscana (chè per essere italiana io
non m'indurrò mai a chiamare straniera), appariva poderoso fra noi
di armi, di danaro, di uomini prestanti, ed osservava gli ordini di
un _Consiglio dirigente_. Questo Partito, era facile a prevedersi,
avrebbe sospinto subito, con estremi conati, la Toscana alla Repubblica
e alla Unione con Roma, che già da parecchio tempo con ardentissime
voglie provocava. Nè i pericoli di questo avvenimento, comunque gravi,
erano i gravissimi; bene altramente mi spaventava vedere dietro ai
Repubblicani le turbe inferocite, sferzate dal bisogno e dalla cupida
brutalità, che in breve, soperchiati i Repubblicani, avrebbero allagato
il Paese come fiume di fuoco. Io per vaghezza di frasi, o per arte di
difesa, non annerisco le tinte: i furti cresciuti a dismisura; certe
industrie diminuite, altre cessate;[142] e la pertinacia di non volersi
ingegnare per altra via; la elemosina pretesa con incussione di paura
allo stesso passeggio delle Cascine; i guasti tentati ed anche eseguiti
a qualche palazzo, altri minacciati; lavoro improntamente richiesto,
più che per altro, a colore di esigere non meritata mercede; miseria
così veramente profonda, che poco più poteva esagerarla la menzogna;
operaj pretendenti aumento di salario, proletarii in città, _pigionali_
in campagna; Campi, Prato, ed altri paesi tumultuanti non per libertà,
ma per fame, — mi empivano di dolorosa ansietà. Nel breve Ministero,
non indulgendo a fatica, e quotidianamente interrogando centinaia di
persone, avevo tastato la piaga, e rinvenuta troppo più profonda che
io non temevo. Questa piaga dura tuttavia, e forse diventa maggiore; vi
badi a cui spetta. — Ecco in quali condizioni mi trovava alla presenza
di questa gente diventata padrona. Non già, come piace all'Accusa,
per tardo pentimento dovuto alle sorti mutate della guerra, od ai
consigli altrui, ma per instituto antico mi ero mostrato avverso alla
Repubblica; e me falsatore della Costituente incolpavano; il mio nome a
segno di amare invettive ponevano; me quotidiane lettere anonime, come
traditore, di mala morte minacciavano; persone altra volta benevole
mi fuggivano, anzi con ostentazione fingevano non ravvisarmi per
via; uomo ligio affatto agl'interessi del Principe predicavano, e non
mancava gente usa in Corte che lo affermasse; di ciò andavano attorno
le novelle; ciò nei Giornali stampavasi: onde io più volte in quella
notte, e dopo, ebbi spesso a prorompere: «Ah! perchè fui gettato come
uno schiavo alle bestie del circo?»

Queste, e bene altre cose pensai: ore di passione sono quelle;
pure deliberai, potendo, provvedere. I Documenti dell'Accusa, pare
che reputino colpa la rassegna dei poteri; ma sembra che essa non
abbia avuto tempo o voglia d'informarsi, come, secondo le forme
costituzionali, la partenza della Corona, senza lasciare luogotenente
che la rappresenti, senza indicare il luogo della sua dimora temporaria
o permanente, rompa la macchina governativa. Decreti senza firma del
Principe non valgono; le Leggi senza la sua sanzione nemmeno; gli
atti governativi, quantunque per la finzione costituzionale non si
attribuiscano alla Corona, e ne rispondano i Ministri, pure è forza
concertarli con lei: mancata la Corona, mancano il principio e la
origine donde i Ministri ricavano autorità: i Ministri, cessata o
interrotta la corrispondenza col Capo del Potere Esecutivo, sono morti;
mandatarii del Principe per la specialità del mandato ministeriale,
si vieta loro esercitarlo nella sua assenza; e tutto questo è ovvio:
ora come continuava ad essere Ministro io, con la Corona lontana, in
isconosciuta dimora, e per di più disapprovato col _veto_ apposto alla
legge della Costituente? — La dimissione per questi motivi era cosa
inutile, perchè accaduta, per così dire, _ipso jure_, appena verificato
il fatto in discorso; anzi, conosciute le lettere della Corona, veniva
a mancarmi perfino la facoltà di prendere qualunque provvedimento; e
se in me cessavano questo diritto ed obbligo, come vorrebbe incolparmi
l'Accusa per non averlo preso?

Però non mancai al dovere di cittadino, comecchè potesse essermi
venuta meno la facoltà di Ministro. Ne porga testimonianza il Proclama
del Gonfaloniere di Firenze: «Concittadini! Nella gravità delle
circostanze, dalle quali può dipendere la sorte della nostra Patria,
il Municipio si affretta a confortarvi, _assicurandovi_, che le
Autorità e le Assemblee provvedono ai bisogni dello Stato, mentre alla
brava Guardia Civica ed alla vostra saviezza, è affidata la pubblica
tranquillità in questi _supremi momenti_ più che mai necessaria.»
Il Cavaliere Peruzzi, che mi stette al fianco in cotesta notte,
può attestare meglio di ogni altro, quali cose lo confortassero ad
assicurare così apertamente la città.

Lo stesso dicasi delle Camere. Elleno cessavano di pieno diritto,
imperciocchè essendo inviate ad esercitare il mandato dentro ai
termini dello Statuto, e di concerto con gli altri Poteri dello Stato,
il mandato cadeva mancando taluna delle condizioni necessarie allo
esercizio di quello; tra le quali, la presenza della Corona appariva
suprema. La volontà annunziata dalla Corona di rimanersi in Toscana,
non è affatto capace di screditare la bontà del ragionamento discorso,
avvegnachè o abbandonarla affatto, o ridarsi in parte ignota, per gli
effetti di tôrre ai Ministri il potere, alle Camere l'autorità, torna
il medesimo. Breve; a cagione di questo accidente, il Paese, lasciato a
sè stesso, era dominato dalla necessità di provvedere alla sua salute,
come gli sarebbe riuscito più acconcio. Nè giova all'Accusa obiettare,
che la latitanza della Corona avrebbe durato brevissima, perchè alle
Rivoluzioni basta un'ora, e il Governo cessava sciaguratamente nel
punto, in cui urgeva più veemente lo sforzo dei Repubblicani per
conquistare il fine agognato, più paurosa la minaccia delle moltitudini
contro la pubblica sicurezza.

La Difesa forense addurrà copia di Scrittori di Diritto costituzionale,
che confermino questo assunto: a me basti l'autorità del Senatore
Capponi, cui tributano lode i Documenti dell'Accusa. Egli, dopo la
semplice lettura delle lettere granducali, fatta dal signor Montanelli,
nella tornata del Senato dell'8 febbraio, arringando favellava così:
«_In quanto a me dichiaro essere questo mio voto dato con pieno
convincimento, e con sicurezza di coscienza_. Il Decreto che viene
a noi proposto è una stretta necessità, _quando ci manca ogni mezzo
di comunicazione col Potere Esecutivo_: al quale difetto è d'uopo
surrogare quei Poteri costituiti, che tuttavia rimangono.»

Io poi crederei fare ingiuria ad uomo tanto reputato, se dopo la
solenne protesta di favellare con pieno convincimento e sicurezza di
coscienza, mi affaticassi a prevenire il dubbio altrui che egli così
orasse per paura, nè la lingua corrispondesse al sentimento riposto
del cuore, adoperando come quei perfidi di cui è arte apparecchiarsi ad
ogni evento per gittarsi al Partito che trionfa. Cose vili sono queste,
e non possono supporsi che da uomini vili.

Ma qui odo obiettarmi: e se presumevate venuto meno il mandato nei
Rappresentanti della Nazione, se sciolte le Camere, se cessati i
poteri dei Ministri, a quale scopo convocaste voi le Camere? Perchè le
chiamaste a spenderlo in cosa alla quale non poteva essere esteso, nè
per la indole sua, nè per la intenzione dei mandanti? Perchè voleste
che la Legislativa diventasse Costituente? Perchè deponeste nel seno
della Camera dei Deputati un Potere del quale vi credevate già privo?

Io feci questo, e meco uomini spettabilissimi si accordarono a
farlo, appunto perchè la fazione repubblicana, prevalendosi di tale
deplorabile stato, e instando sopra la cessazione di qualsivoglia
Governo, non si arrogasse prepotente il diritto di creare a tumulto
quello che meglio le talentasse; — perchè le Provincie _agitate_ dai
Partiti municipali, non avessero motivo di repugnare;[143] — perchè le
deliberazioni prese, se difettose di legalità, presentassero carattere
del maggiore consenso in quel momento possibile; — perchè un simulacro
di autorità costituita rimanesse; — perchè nel naufragio quanto si
poteva di ordine si conservasse; — perchè il Popolo non riducesse in
atto il vantato diritto di essere padrone di ogni cosa; — perchè la
fazione non precipitasse irrevocabilmente il Paese al passo al quale
con tutti i nervi tendeva; — perchè uscisse un Governo, che di tutelare
_dall'imminente pericolo vite e sostanze assicurasse_; — perchè il
Paese per delitti infami, o per guerre civili non s'insanguinasse; —
perchè i Partiti alle ingiurie estreme non irrompessero, — perchè voi
stessi, cui basta il cuore accusarmi, foste dalla procella imminente
protetti.... — Quali potessero essere le azioni della plebe e dei
contendenti Partiti, ignoravasi; temevansi tristissime.

Nonostante il mio affaticarmi a far credere le Camere tuttavia
costituite, vedremo come i Repubblicani, e parecchi Deputati
dichiarassero omai cessato nelle medesime il deposito della
Rappresentanza Nazionale, la Sovranità del Paese ricaduta nel Popolo.

Chiamai i signori Generale della Civica e Gonfaloniere, e tutta notte
circondato da frequente avvicendarsi di persone, conferii ad alta
voce provvedendo alla pubblica sicurezza. Come supporre che mentre
da un lato, con persone dabbene e principali, prendevansi misure di
ordine, dall'altro con facinorosi plebei apparecchiassi il disordine? E
avvertite, che io non mi mossi mai dalla stanza. La nequizia immaginata
dall'Accusa supera ogni segno, e arriva alla follia. Difficilmente si
cercherebbe nella storia personaggio più perfettamente grottesco, di
quello che mi fanno sostenere i miei Giudici: bisognerebbe andarlo a
cercare in qualche goffa _Atellana_, — delizia di fiera. Certamente
previdi, facile presagio davvero, che nello abbandono del Governo
costituito, avrebbero eletto un Governo Provvisorio. Così imponeva la
necessità.

Il Decreto della Camera di Accuse afferma che Niccolini rimase con
me gran parte della notte (§ 18). Questo non possono avere detto i
testimoni, e d'altronde gli osterebbe il fatto, avvegnachè, durante
la intera notte, io stessi circondato da moltissime persone che lo
attesteranno. Niccolini si sarà per avventura aggirato nel Palazzo,
come sovente usava, frugando ora quella, ora quell'altra stanza;
ma, che si restringesse meco _gran parte della notte_, è impossibile
materialmente, e per discorso di ragione. Taluno osservò, sarebbe stato
salutare consiglio avere a noi i Capi dei Circoli, esortarli a restarsi
tranquilli, e contenti a quello che il Parlamento avrebbe deliberato
in pro della Patria travagliata; non rendessero disperata con tumulti
intempestivi una condizione di cose già di per sè stessa gravissima. Mi
parve savio partito, e tale sarebbe apparso, io credo, a chiunque abbia
fiore di senno. Non conoscevano il domicilio di Antonio Mordini: dicono
che io commettessi a Emilio Torelli di chiamare Francesco Dragomanni:
io non lo ricordo, ma sarà; e se ciò è vero, devo averlo fatto
richiesto da coloro che vollero adunati i Capi dei Circoli, e perchè
egli indicasse, se lo sapeva, il domicilio del Mordini. Vennero eglino,
i chiamati, o no? L'Accusa dice che vennero; però vuolsi notare, e
credo che dal Processo si ricavi, che io non conosceva i chiamati,
se togli Dragomanni, nè li vidi, nè loro parlai: altri conferiva con
essi, e dovei ritenere che l'esortazioni fatte ai medesimi fossero
conformi al convenuto. Insisto ad affermare, che io rimasi sempre nella
mia stanza, circondato dai signori Gonfaloniere di Firenze, Generale
Chigi, e, _se io non erro_, dal R. Delegato Beverinotti, dal Prefetto
Buoninsegni, dall'Avvocato Dell'Hoste, con altri moltissimi, che io non
rammento, che prego per amore della santa verità, ricordarselo per me,
— e spero che lo rammenteranno.

Io già discorsi di questi fatti, perchè il Decreto del 10 giugno 1850,
quantunque non mi accusasse, pure diceva, che non vi fu estraneo il
Ministero, _o taluno dei componenti il medesimo_. Strano linguaggio
sempre; nelle cose criminali, dove la vita e l'onore degli incolpati
pericolano, peggio che strano, avvegnachè fra _tutti_ e _qualcheduno_
la differenza appaia grandissima; nello spazio che passa tra l'una
e l'altra frase, cape la innocenza; e trovarci tutti accatastati,
presunti colpevoli e presunti innocenti, come legna da ardere in un
medesimo falò, non sembra precisamente quella che gli uomini _solevano
un giorno salutare_ col nome di Giustizia. I lettori giudichino. Il
Decreto del 7 gennaio pareva avermi escluso (§ 59) dalla partecipazione
dei fatti, qualunque eglino sieno stati, della notte del 7 all'8
febbraio; ma l'Accusa, paurosa che per questo strappo uscisse lo
improvvido tonno dalla rete, eccola pronta a raccattare la maglia,
e nel § 83 dichiara, _che ebbi parte, e non secondaria, mentre era
Ministro e Deputato, nelle conferenze tenute nella notte dal 7 all'8
febbraio, con i Capi del Circolo ed altri agitatori_.

Di qui si fa manifesto il bisogno, che i Decreti e le Accuse
specifichino esattamente gli addebiti pei quali deve lo imputato
rispondere, perchè la Difesa, in diversa guisa, non sa da che parte
badare, e mentre attende di faccia, si sente alla sprovvista presa
alle spalle. Cotesti sono agguati buoni in guerra, ma io non ho inteso
mai dire che i Magistrati abbiano ad apprendere il gravissimo ufficio
dell'accusa negli Strattagemmi di Polieno...

Volete vedere come io di lunga mano col Partito repubblicano
cospirassi? Come io scavassi la fossa per precipitarvi dentro il Trono
Costituzionale? Come io macchinassi cacciare il Principe di Toscana?
— Costretto dal rimorso, allegherò per ora alcuni brevi Documenti che
daranno, senz'altra ricerca, vinta la causa all'Accusa.

Desideroso di ravvivare con la presenza lo affetto, che pur conosceva
portare il Popolo livornese al suo Principe, con queste espressioni
io consultava il Consigliere Isolani: «La città è tranquilla così, che
si possa presentare a S. A. _come una famiglia concorde ed unita ad un
padre_?» — (Dispaccio telegrafico, 1 novembre 1848.) — E fu risposto:
_Sì_.

Promuovendo Carlo Massei amico mio, e non della ventura, in modo
confidenziale nel 9 novembre io gli scriveva:

  «A. C.

«Sei Prefetto di Grosseto. Vieni per istruzioni; mando costà
Buoninsegni egregio amico mio, e persona degnissima. Gli saranno
Consiglieri Corsini e Raff. Dal Poggetto. Non jattanze, non
millanterie: assumete dignità pari alla imponenza dei casi, e al
concetto che ho dei Democratici lucchesi. Non inasprite gli emuli, fate
loro desiderare di tornarvi amici. Fate festa. _Consolate il Principe
che vive sempre alquanto abbattuto_.»

E tuttavia nel desiderio di procacciare amore al Sovrano, che mi
aveva assunto ai suoi consigli, mandava al Governatore di Livorno, con
Dispaccio telegrafico del 19 novembre 1848: «Adoperati a mantenere la
quiete; o se volete esultare, _fatelo per la generosa amnistia concessa
dal Principe_.»

Allo scopo di rendere vane le voci, che si spargevano ad arte di
prorogata apertura del Parlamento toscano, a motivo di dissidii
intervenuti fra il Principe e il Ministero, nel _Monitore_ dell'8
gennaio 1849 così annunziava: «Possiamo assicurare, che tra Principe e
Ministero è pieno lo accordo; che fermo sta il giorno per l'apertura
del Parlamento toscano, e che se apparenza alcuna d'incertezza vi
è stata per alcun ritardo, notato nelle disposizioni necessarie
innanzi a questa patria solennità, non nel dissenso del Principe, ma
nella lontananza del medesimo dalla Capitale, se ne deve trovar la
cagione. _Del resto, noi bene ci augureremmo se in tutti gli Stati
Costituzionali, Principato e Governo si accordassero così mirabilmente,
come tra noi ne veggiamo lo esempio_.»

A Gio. Battista Alberti, alla persona del Granduca attaccatissimo, in
guisa riservata mandava: «A. C. Probabilissimamente S. A. _verrà solo
in Arezzo per ismentire con la sua presenza le triste insinuazioni
sul conto suo, e nostro_. Io ti raccomando, che le Deputazioni, le
quali si presenteranno certamente da lui, _lo tengano sollevato_, e lo
persuadano che la quiete in Toscana non può durare che continuando nel
sistema governativo iniziato.[144]»

Nel giorno ultimo di gennaio 1849, avvertito del prossimo sbarco
di Giuseppe Mazzini, mandavo al Governatore di Livorno il seguente
_Dispaccio telegrafico_:

«Sento che verrà Mazzini. Il Governo avverte il Governatore ad usare
ogni possibile prudenza. Il Granduca è lontano dalla Capitale. Un
moto in senso repubblicano basterebbe a non farlo tornare, _e questo
sarebbe il peggiore dei mali. Qui non si vuole affatto la Repubblica da
tutti_.»

Avvisato che Mazzini sarebbe andato a Civitavecchia sotto mentito nome,
senza toccare Livorno, rispondo: _Sta bene_.

Allo annunzio delle voci sparse di fuga del Principe, io ammonisco, con
Dispaccio telegrafico del _4 febbraio 1849_, il Governatore di Livorno:
«S. A. è a Siena, ove cadde ammalato. Firenze è tranquillissima;
_noi pure lo siamo, e continuiamo a stare in perfetta relazione col
Principe. Diffidi dei rumori sparsi dai speculatori di torbidi_.»

Nel 5 febbraio, onde tôrre via il sinistro effetto delle insinuazioni
di scissura fra la Corona e il Ministero, pei casi successi a Siena,
annunzio nel _Monitore_: «Cessi ogni trepidazione; la città si
rassicuri; _la stretta armonia fra il Principe e il suo Ministero,
anzichè soffrire alterazione, ogni dì più si conferma_.»

Per isbaldanzire i maneggi dei Repubblicani, e levare loro ogni male
concepita speranza, che il Governo potesse sopportarli pazientemente,
io componeva e faceva stampare nel Giornale Officiale il seguente
articoletto in forma di lettera, che immaginava pervenuta da Roma
_il 7 febbraio 1849_. «I buoni Italiani convenuti qui in Roma, pare
che abbiano deposto il pensiero di proclamare la Repubblica. Tutti
i frutti, in ispecie i politici, quando sono immaturi, guastano la
salute. Piemonte si chiuderebbe in politica isolata, seppure non
irrompesse manifestamente ostile. Toscana, _noi lo sappiamo, vuole il
Principato democratico e repugna dalla Repubblica_; — non parlo già
del Governo, che io non conosco, ma del _Popolo nella sua maggiorità_.
Così invece di stringerci per la guerra della Indipendenza, avremmo
la guerra civile, madre infelicissima di servitù interna ed esterna.
A questo pensino tutti quelli che si dicono amanti della Patria.
Se vuolsi avvantaggiare la veneranda madre Italia, è un conto; se
pescare nel torbido, incendiare un pagliaio per riscaldarsi le mani,
è un altro. Ma siccome io reputo coloro che professano concetti
repubblicani, uomini di ottima fede, almeno la massima parte, così
_richiamino la mente alla grave considerazione degli elementi che
ci stanno sotto mano_, e giudichino nella rettitudine del cuore. Gli
uomini sono uomini, e si dispongono con le persuasioni e col tempo; con
l'esorbitanze si rovesciano, e inferociscono.[145]»

Ma l'Accusa, che sospetta sempre in me trattato doppio, insorge, e
dice: tutte queste sono «_lustre, finte, e mostre per parere_;» voi
tenevate due corde al vostro arco; voi siete l'uomo _vafer, atque
callidissimus_, dei Latini; nella composizione del vostro corpo, per
tre quarti almeno, ci entra carne di volpe. Bene! Grazie! La fortuna,
fra tante acerbità, mi fu cortese di amici, fra i quali dilettissimo
e venerato il signor Giovanni Bertani, che, intrinseco già del padre
mio, me lo rappresenta adesso per affetto, per cura, per ogni altra
cosa più dolce; e la Istruzione lo sa. Ora può credersi sincero, almeno
quello che confidavo a lui: non era destinato a sapersi; dovevano
rimanere le mie espressioni riposte nello animo suo. E quando io gli
facevo la confidenza dei miei pensieri? Poche ore prima che Niccolini
mi annunziasse il successo di Siena, e mi aprisse il disegno di
proclamare la Repubblica, e me volere a forza Dittatore. — E come?
— Oh! non dubiti l'Accusa: in guisa, che i suoi stessi sospetti
rimarranno placati: con lettera, che porta il doppio marchio delle
Poste di Firenze e di Livorno. — E che dic'ella cotesta lettera? —
Giovanni Bertani, con lettera del 6 febbraio, mi ragguagliava come la
città andasse turbata nelle decorse notti con le grida di — _Viva la
Repubblica_! e giorni innanzi un certo tale avere tenuto parlamento
al Popolo dalla terrazza della Comunità, in senso _repubblicano e
comunista_. Io così gli rispondeva la sera del _7 febbraio 1849_:
«Tutto andrà pel meglio, purchè costà non avvengano disordini.
Screditate questi mestieranti torbidi e sviscerati della Repubblica per
aver pane dal Principato. S... va fischiato. Lo stesso sacramento in
bocca sua diventa sacrilegio: vergogna al Popolo che sopporta simili
Apostolati.»[146]

Ma l'Accusa (per adoperare il suo linguaggio) dirà: non sono questi
_atti univoci_, non _prove limpidissime_; gli è forza che vi scolpiate
_luminosamente, splendidamente_; bisognerebbe conoscere proprio quello
che ruminavate tra voi altri Ministri, quello che tenevate giù dentro
al profondo del cuore. — Ahimè!

               _Facilis descensus Averni._
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    _Sed revocare gradum, superasque evadere ad auras,_
    _Hoc opus, hic labor est._

Ebbene, voi lo volete sapere? Ve lo dirò. Quando il Presidente del
Consiglio partiva per Siena, io gli spediva dietro una lettera in data
del _6 febbraio 1849_, nella quale, dopo avere dettato al Segretario le
notizie pervenute in giornata, di mia mano aggiungevo per poscritto:
«P. S. Con Marmocchi e CC. bisogna dare prova sensibile a S. A., che
la sua sicurezza impone ch'egli e la sua famiglia tornino subito a
Firenze. _Bisogna salvarlo anche suo malgrado_.»

L'Accusa ringhia, ma non lascia presa, e pretende la prova della mia
incolpabilità avere ad essere sfolgorante come la faccia di Giove
quando comparve a Semele. Cotesto fu mal consiglio; troppo volle
costei, e diventò cenere... pur va, Accusa, e cenere diventa. —
Avvisato dalla signora Laura Parra, che nella notte del 7 febbraio od
ella sarebbe andata, o avrebbe mandato (chè ciò non bene ricordo),
a Siena, le confidava, breve ora e forse pochi momenti innanzi che
giungesse lo annunzio della partenza del Granduca, la lettera qui oltre
impressa. Depositata presso persona di fiducia del presente Governo,
mi viene ora restituita, affinchè me ne valga a confondere la impronta
Accusa, che arreca ribrezzo e accoramento a quei medesimi, i quali
nella mia vita politica mi procederono più avversi. — Pubblicando
questa lettera dichiaro, che il giudizio quivi espresso da me intorno
alcuni individui, come formato sopra notizie altrui, non già sopra
osservazioni proprie, è erroneo, ed ebbi a doverlo riformare più
tardi. —

  «A. C.

«_Modena_. — Non si verifica, nè si conferma la notizia.

«_Civica_. — Bisognerebbe ricorrere alle Camere per Legge speciale.
Concerto con D'Ayala se può farsi altrimenti; ingaggierei Volontarii
per un anno. Stasera conferiremo. I Circoli si offrono pronti a
secondarmi.

«_Mordini_. — Anche per le notizie della signora Laura è un cupo
ambizioso che ci mina sotto. Credi potertene servire con sicurezza, o
vuoi rovesciarlo nella polvere? Pensaci: dimmelo, e fa come vuoi.

«_Andreozzi_. — Rimandatemelo subito: ora è necessario a me: nulla
giova a voi.

«_Roma. — Non hanno proclamato la Repubblica; ed è bene._

«_Torino_. — Gioberti prevale adesso; ma vuole accostarsi: _per me,
sempre nei limiti omai stabiliti_, accolgo qualunque comunicazione.

«_Saracini_. — Pensate a sostituire persona democratica, energica,
cittadina sanese: se no, vedremo se va Del Medico; ma lo credo
difficile. Tenta Dell'Hoste. Io pure lo tenterò.

«_Marmocchi_. — Avrà quanto chiede: forse no la montura; per domani
certamente sì.

«_Se non crepo, reggerò ogni cosa. Retrogradi e Rossi mi tengono in
subuglio il Paese: bisogna dare una zampata ad ambedue._

«Saluta il Granduca, e digli da mia parte che oggi non gli scrivo,
perchè proprio non posso. Non mi muovo più di Palazzo. Abbia coraggio e
fede in noi, come noi ne abbiamo in Lui. Cacci via da sè gente che non
sa altro che atterrirlo e lasciarlo indifeso; e siccome io non ho mezze
misure, — se credi, leggigli anche questo periodo, ed anche tutta la
lettera. — Quando può, torni con la famiglia, conquisti e si mantenga i
cuori. Diavolo! Vuol egli acquistare fiducia mostrando sospetto? — Alla
Granduchessa soprattutto insinua questo; — si ricordi del proverbio: Il
Diavolo non è brutto come si dipinge; — e noi non siamo orsi. La mostra
(e sei tu) val meglio della balla (che sono io), e questo succede
sempre; ma non si offrono angioli per campioni di demonii.

  «Saluti a Marmocchi; riguardati; addio.

  «Firenze, 7 febbraio 1849.

                                                     «Am.o GUERRAZZI.»

Adesso che cosa dirà l'Accusa? L'Accusa dice, ch'è evidente come di
lunga mano, avanti il 7 febbraio e nel 7, cospirassi a instituire la
Repubblica, e a rovesciare il Principato Costituzionale, e a cacciare
via il Principe dalla Toscana; — e tale sia dell'Accusa!



XIII.

Mio concetto intorno alla Repubblica.


L'Accusa nel § 85 dichiara non importare nulla indagare se io riputassi
sempre od in massima la _Repubblica_ forma buona ed accettabile per
la Toscana, quando si sa[147] che fui elemento _disorganizzatore_.
— A me pare all'opposto che importi moltissimo, imperciocchè nelle
criminali disquisizioni, se io male non appresi nelle scuole, hassi
principalmente a ricercare lo _affetto_ che lo imputato può avere avuto
a commettere la colpa; ed invero quando non occorra veruna delle cause
che i legisti chiamano di _delinquere_, ed anzi ne occorrano contrarie,
viene la coscienza dei Giudici facilmente condotta ad escludere il dolo
dall'azione incriminata. L'Accusa da sè stessa discorda, dacchè nel §
83 la vediamo registrare la notizia «che ho _interessato_ altre volte,
e sempre per cause politiche, or la Giustizia, or la Grazia;» quasi
per dedurre l'abito vecchio a questa maniera di falli; e ciò sta bene,
perchè nel suo concetto cotesta sciagurata memoria poteva nuocere.
Nel § 85 poi quale sia stata la mia professione politica non importa
conoscere; e sta bene, perchè può giovare. E questa ricerca gioverà ad
un'altra cosa, voglio dire, a mostrare quale potesse essere il motivo
pel quale i Repubblicani me volessero piuttosto Mancipio, che Capo, in
potestà di loro.

La insipienza non cessa ingiuriare la Repubblica, come se non fosse
e non fosse stata forma governativa di Popoli incliti nella Storia,
ma sì piuttosto modo di vivere di gente usa alle rapine ed al sangue.
Da parte siffatte stupidezze; e giovi ripetere col signor Guizot:
«La Repubblica è in sè forma nobilissima di governo: suscita inclite
virtù, ha presieduto al destino e alla gloria di Popoli grandi.»[148]
Chiunque dia opera allo studio delle umane lettere facilmente della
Repubblica s'innamora, però che i precipui scrittori così greci come
latini appartengano al periodo repubblicano; i capitani famosi, le
geste sublimi per eccellenza si vedano apparire ed imprendere nelle
Repubbliche antiche; nè le Repubbliche del medio evo aggradiscono
meno per la vita feconda che le commuove; piacciono le vittorie contro
la barbarie; piacciono gli uomini che vi si agitano dentro, i quali,
portentosi per certa loro salvatica grandezza, dominano il pensiero.
Ancora: filosofi, per istituto di vita o per virtù di fantasia
appartatisi dalle condizioni effettuali degli uomini, si dettero a
speculare intorno al migliore governo della società, e astrattamente
parlando immaginarono ottimo essere quello dove le fortune fossero
pari o comuni, uguali le persone nelle prerogative, nei diritti e nei
doveri; non doversi fare inciampo alla volontà liberissima col vincolo
ingiurioso delle Leggi, conciossiachè lo spirito umano, memore della
sua origine divina, avrebbe inteso, senza posa, spontaneo,

    Al decente, al gentile, al buono e al bello.

_Saturnia regna_! — In cosiffatte Repubbliche Tommaso Moro propone che
la pena capitale abbia a consistere nello appiccare un cerchio di oro,
io non ricordo bene se al naso o in quale altra parte del delinquente.
Sogni di Angioli sono cotesti, e Dio faccia tristo colui che desta i
sognatori! Ma gli uomini non dormono tutti, nè sempre; la massima parte
di loro uscendo dalle astrattezze forza è che si travagli per la dura
esperienza della vita. I poeti non hanno a tenere la mano al timone,
ma dalla prua del naviglio contemplare lo emisfero interminato, dove è
fede che troverà pace l'ansia irrequieta che affatica i petti mortali.

Meditando su le Storie, conosciamo come le Repubbliche abbiano durato
fra procelle, e poco; lo esercizio smodato delle virtù che pure le
alimentano, averle condotte in rovina; la uguaglianza immaginata, fine
a conseguirsi impossibile; se tace la smania di superarsi in ricchezze,
subentra più intensa l'agonia di vincersi con le ambizioni, co' brogli
ed anche con lo splendore di gesti famosi; per cui Aristide un giorno
dirà agli Ateniesi, che, se desiderano pace, lui e l'emulo Temistocle
gittino giù nello _Apotete_. Ella cammina così la bisogna; se togliete
via le passioni, e l'uomo è fatto pietra; ma voi non le volete, nè
potete tôrre, e allora nelle società corrotte esse partoriranno turpi
gare di viltà, e di delitti; nelle sane, emulazioni di studii, ed
anche di gloria; nobilissime invero, e non pertanto seme immortale
di disuguaglianza fra gli uomini, nè meno delle altre dannose alla
Repubblica. Considerate le Storie, vediamo che virtù fa forza, forza
superbia, superbia corruttela; e l'ambita grandezza consuma i popoli
come macina molare; non mancano però uomini di peregrino intelletto,
i quali ostinati in certe loro immaginazioni si voltano alle Storie, e
le contemplano non come elleno sono, ma come loro talenta. Io non gli
maledico; mestiere plebeo è questo; ma gli assomiglio a quel Don Pietro
di Portogallo, che, acceso di amore per la morta moglie, la vestiva di
vesti magnifiche, le poneva in testa corona, al collo e agli orecchi
monili e gioie, e delirando la volea pur viva. — Essi vi diranno
presentare le Storie due periodi, quello dell'_autorità_ e quello della
_personalità_, per mettere capo al terzo, che è il Messia, quello
della _fratellanza_; ma la faccenda procede altrimenti, e troviamo
bene spesso, troppo spesso, Stati che invece di progredire verso il
periodo ultimo, stornano verso l'autorità; anzi, verso la barbarie;
anzi, verso lo assoluto potere della spada. Intendono volere distrutte
le disuguaglianze degli averi, della prestanza personale e perfino
degli intelletti, e predicano questo quando le disparità appaiono più
disperate. Nel secolo che vide Napoleone, Cuvier, Berzelius, e Goethe,
e Byron, e Alfieri, andate a parlare di uguaglianza d'ingegni! E
quando si arrivasse alla divisione degli averi, io vorrei un po' sapere
quanto ella avrebbe a durare, e come farebbero a impedire che nascesse
il prodigo e l'avaro, il cupido e il trascurato, lo industrioso e lo
infingardo. La società umana non può nè vuole uscire da uno stato
che conosce, e che spera migliorare mercè progressive riforme, per
precipitarsi dentro un abisso che non conosce, e che teme: _omne
ignotum terribile_. E almeno gli arditi riformatori andassero d'accordo
fra loro! Ma no; quegli vuole moneta e proprietà soppresse, questi
risparmia la moneta; uno pretende la donna libera, un altro chiusa;
chi lascia stare il matrimonio, chi lo abolisce; vi ha chi reputa il
suffragio universale ingiuria alla proprietà; non manca chi sostiene
la libertà di commercio tirannide commerciale; vi ha perfino chi
immagina pagare il debito pubblico della Inghilterra con le uova.[149]
Mentre però procurano rovesciare Dio, religione, matrimonio, famiglia,
eredità, proprietà, potenza individuale, tutto quanto insomma fin qui
venerammo e rispettammo, non sanno dove andremo a cascare. Qualche
esperimento hanno fatto, e capitò male: nonostante si ostinano, e forse
può darsi, ma non lo credo, che a sciogliere la società pervengano; a
riordinarla non mai.

Non ragioniamo di siffatte dottrine che, _con molta imprudenza e senno
poco_, vedo formare perpetuo argomento di qualche Giornale fra noi;
certo per imitazione francese, come se noi avessimo comuni con Francia
travagli e dolori. Torniamo a favellare delle forme del Governo.

I dottori della Repubblica di leggieri concedono vera la sentenza del
Montesquieu, che la Repubblica democratica si fondi sopra la virtù;
ma aggiungono subito, ch'egli ha confuso la causa con lo effetto; la
virtù dovere essere figlia, non madre di libertà; e questo diceva anche
Alfieri: — però aspettare, per vendicarci in libertà, ad avere fatto
procaccio, durante il servaggio, delle virtù necessarie per mantenerci
liberi, torna lo stesso che condannarci a catena perpetua. Nè siffatto
ragionamento è destituito di verità, se non che, invece di giovare alla
conseguenza che ne deducono, le nuoce. Di vero, invece di precipitare
la umanità a corsa, dove non le basteranno le piante, vediamo un po'
se ci fosse verso d'incamminarla mano a mano verso il meglio: se fu
cieca e brancolò per tenebre, perchè volere che duri cieca a brancolare
per non sopportabile luce? Quando lo schiavo rompe la catena, la sua
libertà appare vendetta e delirio;[150] l'adopera in usi pessimi,
finalmente si spossa, e allora di leggieri è restituito al pristino
stato.

I governi costituzionali pertanto, _purchè sinceri_ (e qui, secondo
me, è dove giace nocco), si adattano meravigliosamente alle attuali
condizioni della società, nè virtuose tutte, nè corrotte tutte, e
piuttosto penzolanti di qua che di là; eglino somministrano forme
abbastanza late, dove si può, senza scosse, camminare al meglio;
impresa non superiore alle nostre spalle, e però non disperata;
sistema nel quale capendo democrazia, aristocrazia e monarchia,
l'azione popolare nel progredire vi si afforza con la pratica dei
negozj pubblici, con le virtù, e soprattutto col diminuire l'amore per
sè, ed estendere l'amore per la patria. In questo modo si evitano le
cadute, più dure che non è soave il salire; quello che si acquista si
mantiene; delle riforme sociali si promuove quel tanto che i costumi
sono apparecchiati a ricevere. La umanità è corpo grave, disacconcia
a moti repentini; e quando tu la costringi a saltare, corre rischio
che si rompa le gambe o che affranta si accasci. Che qualcheduno la
preceda con la torcia accesa a schiarirle il cammino, bene sta; ma non
le vada tanto innanzi, che, fissa in quel lume lontanissimo, non veda
i pericoli che le si parano sotto i piedi.

Essendo pertanto avvenuto, che uomini, i quali speculativamente si
mostrarono parziali a forme di governo latissime, fossero assunti al
Potere, nè si trovassero abilitati a ridurre in pratica le teorie
manifestate, si ebbero, senz'altro, _rimprovero di mutata fede_, e
di peggio. Accusa, a mio parere, ingiusta; imperciocchè a comporre
un trattato e a scrivere un libro basti poca carta e inchiostro e il
proprio cervello, ma per condurre un Popolo sia forza consultare i
suoi desiderii, i suoi bisogni e la sua potenza. Nè si deve, senza le
solite stemperatezze dei Partiti, biasimare chi, vedendo che tutto non
si può nè ad un tratto, e forse alcune cose mai, con lealtà di cuore
e fede intemerata si mette a raccogliere le possibili. Così non si
biasimava Platone, se, avendo scritto il _Trattato della Repubblica_,
si conduceva a Siracusa per mansuefare lo efferato animo del tiranno
Dionigi; nè Tommaso Moro, il quale, comecchè dettasse il _Libro della
Utopia_, consentiva a tenere ufficio di Gran-Cancelliere d'Inghilterra
sotto Enrico VIII; nè il Moro perciò vendeva la sua coscienza a cotesto
re, e lo mostrò con la morte. — E Cocceio Nerva compiacque piuttosto
al suo fiero talento, che al bene della umanità, quando, pria che
vivere sotto Tiberio, sostenne morire, conciossiachè è da credersi
che con l'autorità, la quale esercitava grandissima, e l'amicizia che
l'Imperatore gli professava, avrebbe potuto, per avventura, temperare
la truce indole di quello.

Migliaia e migliaia di persone, tinte in chermisi fino alla radice dei
capelli, presero a impallidire da un lato dopo la battaglia di Novara,
e di tanto progredirono, che, svanito anche il verde, dopo il 12 aprile
si trovarono perfettamente partiti di rosso e di bianco. Cotesti esempj
non fanno per me: prima che la dignità umana abbia a ricevere offesa
per mia viltà, prego Dio a ritirarmi la vita. Io non aspettai questo
infortunio a chiarire come pensassi della Repubblica, e mi mostrai
avverso alla medesima prima dello Statuto, dopo lo Statuto, semplice
Deputato, e Deputato e Ministro, libero, e prigioniero. Pei tempi che
corrono, o non pare ella all'Accusa siffatta costanza mostruosa quasi?

Nel 19 novembre 1847 ragionando per lettera col marchese Gino Capponi
(che in quel tempo erami amico, e potrebbe essermi ancora, se fosse
rimasto sempre solo coll'anima sua) intorno ai miei concetti politici,
gli scriveva in questa sentenza: «Io vedo, e vedo certo, disordine
e impossibilità di scopo a cui tendiamo, per difetto di razionale
organismo. Per me la questione è semplice: il Governo cerca forza;
hanno a dargliela i cittadini? Se il Governo si mantiene assoluto,
_no_; — se modifica il suo principio convenientemente, _sì_. Io,
perdurante la mia vita, ho combattuto il primo, e certo non posso nè
devo sovvenire che al secondo. Nonostante, se questo mio fosse errore,
se dovesse contristare i migliori e più sicuri amici miei, io non
rinunzierò alla mia opinione, ma la chiuderò nel mio seno, e romperò
la penna, — pregando Dio che voglia abbreviare il termine prefisso alla
mia vita.»[151]

Nel _decembre del 1847_, scrivendo certe mie _Memorie_, m'indirizzava
a Giuseppe Mazzini con queste parole: «Molta terra e molto mare ci
dividono adesso: corrono _anni ben lunghi che noi non ci mandiamo
neppure un saluto: le opinioni diverse ci separarono_. Tu inebriato di
amore, e confidando troppo nella umana natura, nella casta ed ardente
fantasia immaginavi non possibili destini ai tuoi fratelli, e li volevi
ad un tratto felici e vendicati dal servaggio che è offesa a Dio ed
onta alla dignità dell'uomo. _Io, più provato alla dolorosa esperienza,
quel tuo soverchio volere non consentiva; e pretendere fuori di misura,
mi pareva tornasse il medesimo che non profittar nulla_. Ed in questo
ancora differivamo, che il bene divisavi _imporre ai popoli repugnanti
e ignoranti; io poi, forse di soverchio studioso dell'altrui libera
volontà, ricusava costringerla anche a quello che per avventura era
ottimo_.»[152] E favellando, a pagine 25, delle varie tirannidi che
contristano la terra, dichiarava: «Ho provato nella vita occorrere di
molte generazioni di tirannidi; nè sempre cingono corona di oro, _ma
bene spesso berretto frigio_; nè sempre muovono dai potenti, ma bene
spesso _dalla miseria importuna, dalla querula presunzione e dalla
cieca ignoranza_.»

Così nei tempi in cui potevasi non solo impunemente confessare, ma
anzi tôrre argomento di popolarità dalla confessione di avere promosso
o partecipato a sètte politiche, io volli manifestare come avessi mai
sempre rifuggito da quelle, e ne dissi il perchè; chiarii dividermi
da Mazzini antica e profonda diversità di opinione; lamentai la sua
corrispondenza da moltissimi anni interrotta; la tirannide del berretto
rosso stimatizzai. Nel medesimo anno pubblicai il libro _Al Principe e
al Popolo_, di cui ho favellato altrove.

Della libertà così vi ragiono: «Della libertà che per esercitarsi
offende la Legge, non è da godere: la libertà non iscambiamo con la
licenza: quella è vita, questa è morte dei Popoli. — «Di più ragioni
io conosco libertà, diceva il Parini: libertà vanitosa, libertà
soverchiatrice, libertà ciarliera, con tante altre specie ch'è più
onesto tacere: amo la libertà anche io, ma non la libertà fescennina.»
— Ed io consento con quel santissimo petto.»[153]

Avvertiva i pericoli dello essere andati prima troppo tardi, e
dello andare adesso troppo presto: «Sventura grande nelle società
umane è quella, che il tempo non procede mai equabilmente; prima noi
camminavamo un'ora dentro un anno: adesso in un'ora precipitiamo un
secolo: però, quello che parve ottimo ieri, apparisce disadatto oggi,
forse pessimo domani: una grandissima vertigine ci offusca tutti, ed io
non maraviglio se alcuno perde la bussola.»[154]

Ma soverchio sarebbe allegare citazioni; solo io prego i lettori
esaminare come a pagine 42 prevedessi i moti toscani, ne indicassi
le cause, e secondo il mio corto intelletto ne proponessi i rimedj,
fra i quali mi pareva efficace quello che il Governo precorresse le
voglie del Popolo discretissime allora, riprendesse forza ed autorità,
inspirasse fiducia co' fatti, la meritasse, e concedendo anche
più di quello che portavano i desiderii presenti, togliesse motivo
al nascere dei futuri.[155] Scendendo alle specialità, persuadevo
una Rappresentanza di uomini eletti e pagati dalle città, i quali
cooperassero alla formazione della Legge.[156] E la forma della
consigliata Rappresentanza desiderava non fosse inglese, o francese,
o spagnuola, ma italiana, confacente alla indole, ai costumi e alle
condizioni nostre, ed in modo che alcuno dei Potentati di Europa
potesse con la forza sì, ma non col diritto perseguitare.[157] Non
intendevo pertanto che al Principe s'imponessero leggi intorno alla
forma della Rappresentanza, pago di quello che suggeriva egregiamente
il signor marchese Daniele Zappi in certo suo libro intorno alle
condizioni della Toscana: «Se non che tanto ci avanzammo nella carriera
politica, che non più risponderebbe alla presente situazione delle
cose lo appello fatto ai provveditori delle Camere, e a pochi altri: in
quella vece si rende ora indispensabile, che dalle provincie toscane,
e in modo alquanto più largo della Romana Deputazione, sieno convocati
probi e savii cittadini, che a riformare le Comuni si adoperino
col Governo, e che innanzi di disciogliersi sappiano ottenere dalla
clemenza sovrana una forma di nazionale Deputazione, come istituzione
dello Stato, la quale concorra a coadiuvare il Governo, e valga
a sostenere gl'interessi del Popolo, vera ed unica base di nuovo
ordinamento politico dello Stato.»

Questa Rappresentanza, come al prelodato Marchese, sembrava anco
a me capace di salvare il Ministero dal popolare commovimento,
ponendosi fra Governo e Popolo: essa raccoglierebbe le speculazioni
degli scrittori politici, e dopo averle ponderate le presenterebbe
al Governo; riterrebbe il Popolo da seguitare dottrine diverse, e
varii capi, potendo riposare nei suoi Deputati; e finalmente, tra
gli eccellentissimi, ottimo il vantaggio che partorirebbe questa
istituzione: «guarentendo stabilmente il Popolo dagli abusi del potere;
non si potendo godere il bene della giustizia, se assicurata non sia
per lo avvenire: e come gli uomini, per buoni che sieno, mutabili
e mortali sono, così la continuata e salda guarentigia della opera
governativa non può venire dalle persone, ma deve essenzialmente
risiedere nelle instituzioni dello Stato.»[158]

Parole poi piene di reverenza adoperavo verso il Principe, e di
preghiera,[159] e finalmente concludevo col dire, che: «principio unico
e fondamento vero di riforma, consisteva nella rappresentanza popolare
cooperatrice alla formazione della legge.»[160]

Ho detto come, chiuso in carcere a Portoferraio, io stendessi una
scrittura, che lasciai inedita; perquisita dall'Accusa, si legge
adesso, con mio rammarico (però che dei fatti del gennaio 1848
avrei voluto non rimanesse memoria, per onore di quelli che vi
parteciparono), nel Volume dei Documenti a pag. 60. Quivi nella parte
finale, indirizzandomi al Popolo, lo ammonisco: «Terminerò col darti
uno avvertimento, non inopportuno ai tempi che corrono. _Le cose
di Francia non t'illudano_; gli Stati _non vivono d'imitazione_.
Ogni Popolo _ha le sue età_. Non bene riscosso dal lungo letargo,
male imprenderesti a correre. _Sta queto_. Fortificati. Sviluppa
il tuo ingegno con lo studio del reggimento degli Stati. _La forma
costituzionale presenta campo abbastanza per questi_...» E continuo
col concetto, e quasi con le parole che stampai nello aprile, e che si
leggono qui oltre.

Nello aprile del 1848, dopo cotesta prigionia essendo già pubblicato lo
Statuto, dichiarando i principii di varii reggimenti, e cercando quello
che, giusta la opinione mia, meglio si confacesse al Paese scriveva:

_Corriere livornese, 6 aprile 1848_: «Dopo lui (Luigi Filippo),
sembrò il Governo costituzionale, menzogna: ma si confortino i
diffidenti: il vizio fu dell'uomo, _non già dell'istituto_; e
ricercando per le Storie, non mancano esempj di Principi e di
Popoli, osservatori religiosi degli scambievoli doveri. — La lode
di Agesilao, dice Senofonte, non può andare separata da quella della
patria, conciossiachè Lacedemone fedele ai suoi Re, non imprese mai a
spogliarli della loro potestà, e i Re non desiderarono mai poteri più
estesi di quelli che dalle leggi venissero loro consentiti.»

_Nel No dell'8 aprile_, trattando della Repubblica, termino: «Ora sono
eglino in noi animo e costume capaci a conseguire la Repubblica, e,
conseguita, a mantenerla? Noi ne dubitiamo grandemente, ed esporremo le
cagioni del dubbio.» _E nei N. 13 e 19 di aprile_ espongo i motivi, pei
quali non reputo la Repubblica governo adattato al nostro Paese.

_Nel Nº del 15 aprile_, dico: «La monarchia costituzionale offrirci
palestra bastevole a istruirci nella scienza dei Governi.»

Capitale poi apparisce la dichiarazione diretta agli elettori, stampata
nel _Nº 2 maggio del medesimo Giornale_: «Qualunque sieno i pensieri
individuali, verun cittadino può imporre a forza la sua opinione
al Popolo, arbitro supremo del modo col quale intende reggersi. La
tirannide non porta sempre corona di oro; qualche volta la vidi col
berretto frigio: la sfidai sotto il primo sembiante; saprò combatterla,
alla occasione, sotto il secondo. Per me, il migliore Stato è il meglio
governato secondo i desiderii, i bisogni, e le condizioni attuali del
Popolo. Però, ove il Popolo si accomodi al governo costituzionale, e
prosegua di affetto il suo Principe benemerente, a me non repugna,
mandatario fedele, sostenere la Monarchia, purchè Costituzionale
davvero.»

Eletto Deputato, fra le infinite allegazioni basti una sola, quella
raccolta dalla medesima Istruzione, allegata dalla stessa Accusa, la
quale prescelgo per la data, che appartiene al tempo in cui tornava
da avere composto la scompigliata Livorno, e per la dimostrazione dei
principii politici, che me legavano allora allo scrivente; ed è la
lettera direttami nell'_11 ottobre_ dal Deputato Pigli. «Assisti con
attenzione al gran dramma; e quando sarai chiamato, sii presente. _Noi
vogliamo la Costituzione sincera, e la strada di ogni civile progresso,
sgombra da ogni impaccio di vile egoismo_. — Se occorre, scrivimi. —
Io ti assicuro di tutto ciò che uomo virtuoso può desiderare, e non già
per me te ne faccio fede, ma pel Paese mio.»

Vedasi in quella la non sospetta manifestazione degl'intimi sensi di
tale, che mi sedeva al fianco nella Camera dei Deputati, e militava
allora con me sotto la medesima bandiera, e si comprenda se io fossi
lealmente, interamente partigiano della Monarchia Costituzionale.
Tale era il mio domma politico; io vi ho persistito sempre, e fu nella
fiducia che anche Carlo Pigli vi persistesse che lo proposi al Governo
di Livorno,

Assunto al Ministero, tanto più mi approfondai in quello, in quanto
che per copia maggiore di fatti venni confermato nella osservazione,
che la massima parte dei Toscani fosse alla Monarchia Costituzionale
attaccatissima. Invero, primo mio studio come Ministro fu provocare
da tutte le Autorità governative, e da tutti i Gonfalonieri del
Granducato, rapporti quanto meglio potessero esatti, intorno lo stato
politico, economico e morale delle Provincie e Città che reggevano.
Commisi, tutti questi rapporti riducessero in quadro sinottico (come
proverò in seguito), e dal libro che mostrai a S. A., e rimasto forse
allo Ufficio del Ministero, venne a risultare in modo esatto la verità
della osservazione intorno ai desiderii del Popolo toscano. Io per
me ho sempre inteso, che per governare quanto meglio si può, bisogna
porre accuratamente studio a ricercare i fatti. I Governanti, che ai
fatti non guardano, o non li curano, o li dispettano, si rassomigliano
ai fanciulli, che corrono a nascondere il viso nel cantone, credendo
non essere veduti. — Però questo mio sistema mi ha fruttato taccia
d'ignorante e di gretto, dal Partito repubblicano.[161] Io posso
abbandonare intera alla censura altrui la mia mente, mi salvino
il cuore; ma davvero con idee preconcepite, e discordi dal voto
universale, io non comprendo a che cosa si riesca, tranne a sobbissare
i paesi per soverchia presunzione di sè.

Però nella Circolare del 12 novembre 1848, indirizzata ai Prefetti,
dopo avere parlato del periodo procelloso che percorrevamo, dichiaro:
«I principii monarchico e democratico possono vivere in pace fra loro,
a patto però, che il primo si mantenga _leale_, il secondo proceda
_temperato_. I re durarono nella Repubblica di Sparta, e progenie
inclita di Ercole eroe furono Codro, Agide e Agesilao, onore della
umanità. Se il presente Ministero fosse andato persuaso, _che Principe
e Popolo camminino contrarii disperatamente, non sarebbe salito ai
Consigli del Capo Supremo dello Stato_.»

Più oltre: «Alle persone senza consiglio stemperate, dite che noi
siamo antichi amici della Libertà, che la nostra fede non può tornare
sospetta, che ci ascoltino come fratelli, e sappiano essere _più
onorato del desiderare nuove libertà, mostrarci capaci di adoperare
dirittamente quelle che abbiamo ricevuto_.»

E nella seduta della Camera dei Deputati, come di sopra ho avvertito,
bandii solennemente non esser suonata l'ora della Repubblica in
Italia; e la generosità del Principe e i suoi meriti presso il Popolo,
e l'obbligo di questo a mostrarsi grato, per lo insigne beneficio
ricevuto.[162]

Al quale cumulo di fatti vogliansi di grazia aggiungere gli altri
riferiti in altra parte di questa Memoria, e si vedrà come io mi fossi
pronunziato apertamente contrario alla Repubblica, per calcolo rigoroso
di giudizio, e per probità politica; e come esatti manifestassi i
principii, guida costante del mio operato, secondo che sarà chiarito in
appresso.

Io non posso concludere questa parte del mio ragionamento senza
difendermi da un'accusa... ma per questa volta è _repubblicana_!
— Comprendo benissimo, che difenderci di dietro e davanti ella è
impossibile cosa; nonostante non consente l'animo, quantunque presago
della difesa disperata, abbassare vinto le mani. Come nell'Appendice
sarà manifesto, uno scrittore di setta repubblicana con molta
querimonia mi appunta che nei destini della Italia io non avessi fede,
nè nella virtù dello entusiasmo; freddo calcolatore essere io, e nel
respingere il concetto repubblicano mi consigliassi con le dottrine del
Machiavello e del Guicciardino. Aborrente, come ogni onesto dev'essere,
a giudicare le intenzioni altrui, io raccomando al signor Rusconi
leggere e meditare queste parole di Ugo Foscolo, che per certo non
fu cuore freddo, nè tepido amatore della Patria e di quanto potesse
ridondare in augumento di lei, ond'egli giudichi se in parte potesse
farne ragione pei suoi amici, o per sè:

«Quando il Popolo torna a precipitare nella corruzione, allora ad
alcuni bennati le teorie sono stimolo a nobile vita, a sublimi
speculazioni, a generosissime imprese; ma alla universalità de'
cittadini necessitano rimedj desunti dalla esperienza, e consentiti
dalla natura dell'uomo. Catone fu d'onore a sè; ma di che pro alla
Repubblica? La sua virtù pareva ostentazione, e fu alle volte derisa;
però infruttuosa: non doveva piegare i costumi, bensì lo ingegno, alla
condizione de' tempi; e se non fosse temerità giudicare di tanto uomo,
direi ch'egli era più filosofo che cittadino romano; perchè s'ei non
avesse inteso a procurare alla Patria il _bene assoluto_, avrebbe per
avventura, col valersi dello stato d'allora, potuto procurarle _quel
più di bene che si poteva_.»[163]

Che se il sig. Rusconi e gli amici suoi mi vorranno essere benigni
di proseguire nella lettura del libro, che cotesto austero intelletto
scriveva proprio per noi, troveranno, spero, argomento di spiegare la
mia mente, senza attribuirmi le brutte intenzioni che lo infelicissimo
non dirò amore, bensì furore di parte, gli mette in pensiero.

«Ma io adorando la sapienza e la onnipotenza di Dio, e senza arrogarmi
di giudicarla, o di bilanciare il meglio ed il peggio di quanto
poteva fare o non fare, nè interpretare i suoi fini, _mi rassegno
ai fatti, benchè discordino dai miei desiderii_, e m'ingegno di
osservare le prove perpetue, che le cose e gli uomini, come stanno, mi
somministrano; e _con l'unico lume della esperienza, dirigo fra tante
tenebre le mie opinioni a quel poco che io posso in utilità della
Patria_.»[164]

E che io poi non meriti anatema, per essermi mostrato difensore e
custode del Principato Costituzionale, avverso a scapigliata, debole,
e non possibile Repubblica, mi giovi per ultimo citare un'altra volta
Ugo Foscolo, che la Italia nostra con le armi difese, con gli scritti
onorò, e che morì esule mandando l'ultimo sospiro, lo estremo suo
desiderio a lei, e per lei.

«Alcuni _esaltando principii di perfezione politica ardono le menti_;
ma gli animi sono corrotti; quindi ogni tentativo verso lo impossibile,
prorompe a corruzione maggiore: testimonio la _Rivoluzione di Francia_.
Non tutti i Popoli, nè tutti i tempi possono tutto: l'esempio degli
Stati Uniti di America, popolo nuovo, suscitò il desiderio di libertà
nei Francesi, che avevano inveterata depravazione; _lo esempio della
Inghilterra, che tanti anni addietro aveva per più di un secolo patito
le stesse carnificine_, dovea limitare i loro desiderii ad ottenere un
Monarca, ed una Costituzione....»[165]

E tanto basti per ora.



XIV.

Concetto dei Repubblicani.


L'Accusa lo sa, — quando allega la petizione del Circolo fiorentino del
21 gennaio 1849, che domanda i Deputati Toscani sieno presenti a Roma
il 5 febbraio per la Costituente italiana: lo sa, — quando riporta la
lettera, che afferma emanata dal Presidente del Circolo fiorentino:
lo sa, — quando allega il Decreto deliberato nell'8 febbraio sotto
le Logge dell'Orgagna, che proclamava la decadenza del Principe: lo
sa, — quando narra che il Niccolini in nome del Popolo gridava nella
sala del Consiglio Generale _decaduto il Granduca dal trono, e sciolte
le Camere_: lo sa, — quando accenna alla stampa quotidiana, di cui
insistente, perpetuo, fu grido fino dal 9 febbraio 1849:

(_Alba_ dal Nº 453 al Nº 456, e dal 463 al 470; — 15 febbraio — 4 marzo
1849.)

«Unione con Roma! Unione con Roma!

«Domani forse sarebbe troppo tardi. Una nota diplomatica potrebbe
barricarci il cammino, distruggere con un tratto di penna i nostri
voti, i voti di Roma, e le comuni speranze.

«Unione con Roma! Unione con Roma!

«Domani forse lo annunzio della invasione nemica potrebbe chiamarci
tutti alla frontiera, potrebbe impedirci di convocare la nostra
Costituente, e così obbligarci a rimettere la Unione ad epoca
indefinita.

«Un Governo solo di Roma e Toscana; uno scopo solo a quel Governo: la
guerra; — una patria sola ai governanti e ai governati: l'Italia.»

Dal Nº 473 al Nº 500 (7 marzo — 3 aprile 1849) diventò più acre.

«Fino a tanto che la Toscana non sia unita in uno Stato solo con Roma;
fino a tanto, che il Popolo non sappia su quale principio si fonda il
Governo voluto da lui, ed a quel Popolo non si dieno armi, non s'ispiri
fiducia; fino a che si lasci sbollire lo entusiasmo, nascondersi
infruttuoso il danaro, e gli elementi di esso; insomma fino a tanto che
si edifichi sul passato, senza prevedere l'avvenire, — la rivoluzione
di Toscana sarà un'amara ironia.»

E ciò in quanto a concetto; in quanto a persone, il Partito piuttosto
demagogico che repubblicano, nel timore di non avermi favorevole, nè
di potermi dominare con la forza, già da gran tempo s'industriava
a scalzarmi sotto, me affermando incapace a rappresentare il vero
governo democratico, e a tenermi come un mezzo, come un gradino, e
niente più.[166] Qui si accennava chiaramente ad una rivoluzione,
e si predicava volerla fare in onta mia. Perchè non proteggevano i
Magistrati, non dirò me o il Ministero, ma lo Stato? E sì che in simili
faccende «_il Governo ricava forza dalla Magistratura, non gliene
partecipa!_» Nè il Ministro poteva assumere, senza ingiuria della
giustizia, le parti di offeso, di accusatore e di giudice.

E il Giornale _La Costituente_ non era qui in Firenze fondato a posta
perchè la Toscana con Roma in reggimento repubblicano si congiungesse?
E gli alberi della libertà piantati per tutta Toscana, invito il
Governo, che cosa volevano dire? E le petizioni dei Circoli, e le
deliberazioni dei Municipii, dal febbraio fino allo aprile, che
cosa domandavano esse? Non furono compilati perfino processi pei
petizionarii della proclamazione della Repubblica, e della Unione
immediata con Roma? — A questo modo predicavano cittadini, e stranieri,
e Municipii, e Circoli, su per le piazze, e pei convegni. Chi meno era
repubblicano più si fingeva; e il nastro rosso crebbe di prezzo due
cotanti il braccio pel gran consumo che ne facevano: chi poi fossero
quelli che più lo adoperavano, io non lo voglio dire.[167] Dov'erano
allora gli sviscerati pel Principe, e pel Principato? — Quali voci
d'improbazione si udirono? — Una sola! — e questa voce fu la mia.[168]



XV.

Motivo dei Repubblicani nel nominarmi membro del Governo Provvisorio.


È chiarito pertanto per prove manifeste, come io esperto del voto della
massima parte dei Toscani, e reverente a quello, mi fossi dichiarato
contrario alla Repubblica. Questo sapevano da tempo remoto i nemici
del Principato; e non potevano ignorare neppure come questo mio
concetto scendesse da esame diligente di fatti, non da mutata voglia,
compiacendo a cupidità di potere o a comodo privato. La voce pubblica,
come già avvertiva, diceva con particolare benevolenza proseguirmi
il Principe, nè mancavano persone intime in Corte, che siffatta voce
confermassero. Non vedevano i partigiani cosa che potesse farmi vago di
mutamenti; all'opposto ne vedevano moltissime che me dovevano rendere
affezionato al Governo Costituzionale. Considerando tutto questo,
pensarono, che, lasciatomi andare libero, prima di tutto non piccolo
discredito avrebbero toccato i loro disegni; e poi temerono che i
Costituzionali facilmente si sarebbero riuniti intorno a me come a
centro, ed io, rilevando lo smarrito coraggio di questi, disciplinassi
la Opposizione, e quanto macchinavano rendessi impossibile, o almeno
pieno di ostacoli. Io non voglio dire che si apponessero al vero
nello attribuirmi tanto credito nel Paese; imperciocchè le passioni
riscaldino i cerebri, e, secondo il consueto, vedano gli oggetti troppo
più grossi di quello che veramente essi sieno; nonostante non andavano
errati del tutto: ed invero, il sentimento universale, impressionato
da serie continua di dichiarazioni, me reputò sempre amico del Governo
Costituzionale. Malgrado le perfide arti di lunga mano apparecchiate
per farmi venire in odio alla gente,[169] e malgrado gli atti estorti
da prepotenza ineluttabile di uomini e di casi, vedremo i _buoni
Cittadini_ riporre in me fino negli ultimi tempi piena fiducia, che
reprimendo ogni eccesso, preservando da eventi luttuosi il Paese, senza
sangue, senza vergogna, senza scosse violente l'antico ordinamento
restaurassi.[170] Il Partito repubblicano, diretto non mica da gente
grossa, ma sì invece acuta e arrisichevole, non consentì mai, che le
uscissi di mano, disegnò ridurmi in sua potestà per adoprarmi a modo
suo, separarmi da tutti, circondarmi, sorvegliarmi, spingermi a suo
senno, coartarmi... Dove io fuorviassi... guai a me!

Io non mi sento abbastanza _Visconte_ per usurparmi il privilegio di
assassinare senza coscienza come senza pudore la fama altrui. Guardimi
il cielo da pensare, che i Capi di parte repubblicana macchinassero
disegni di sangue. No. Ma ogni fazione ha la sua morchia, e da questo
fondaccio si è visto sorgere sempre qualche uomo perverso; e le minacce
suonavano feroci; e le parole ardenti accendono gli spiriti a cose
immani, e le passioni politiche pervertono ogni sentimento morale. Il
fato di Pellegrino Rossi stava lì a spaventare i più arditi.

Il partito preso dai Repubblicani a mio riguardo apparisce dal
volermi Capo o Membro del Governo Provvisorio, non pure inconsulto,
ma repugnante e contendente. Niccolini, che fu gran parte delle
deliberazioni del Circolo nella notte dell'8 febbraio, può egli
supporsi che non abbia informato i convenuti del mio aborrimento dalle
macchinazioni loro? Può credersi che loro tacesse i miei rimproveri
e l'acerba repulsa? Certo non è da credersi; e allora egli deve avere
proposto lo espediente che a me medesimo, con fronte aperta, manifestò,
di costringermi a viva forza. D'altronde la violenza ormai era sistema
del Circolo, e vedremo più tardi come le fosse lasciata per regola
di condotta. — Se, falsando i fatti, si voglia sostenere che me ne
andassi volenteroso a concionare il Popolo in piazza, certamente queste
verità non si potranno conoscere; ma se si ritenga, come è vero, che il
Popolo invadente le Camere, il Popolo giù per le vie me solo chiedeva,
a me imperiosamente di mostrarmi ordinava, ed avvisato che ricusava
obbedire, e dell'audace risposta — io sto nell'Assemblea, mandava per
la seconda volta una turba molto, più numerosa della prima a rinnuovare
il comando con tanto furore, che il Vice-Presidente Zannetti,

    Pensoso più d'altrui che di sè stesso,

prorompeva negli accenti: «Il Popolo non si frena; andate e predicate
rispetto alla vita, rispetto alle proprietà;» se si ritenga, dico,
che mi trovai portato di peso giù in piazza, sbattuto e abbattuto;
se si ritenga, che sospettosi inquisitori mi si cinsero alla vita, e
che furibondi ordinatori mi tennero in perpetua pressura, allora si
comprenderà che i Repubblicani mi portarono al Campidoglio sì, ma per
precipitarmi dalla Rupe Tarpea.

Chiunque sia, comecchè mediocremente versato nella storia delle
commozioni popolari, conosce che i Partiti, allora quando scelgono un
Capo, nol fanno già per darsi padrone, ma sì per avere un servo;[171]
e dove niente niente e' baleni ad eseguire i comandamenti loro, lo
spezzano. Di qui avviene che uomini reputati onnipotenti, inciampando
in un filo di paglia, stramazzino: ora, siccome di casi siffatti non
fu penuria ai dì nostri, non importa addurre esempj. L'Accusa non ha
cercato, e non gl'importava trovare, cosa che io conosco, ed è: che
se il 12 aprile non sopraggiungeva, una cospirazione, che si chiamava
repubblicana, _si era formata per rovesciarmi e per trucidarmi_.[172]
Da questa parte io mi guardava, ma la rovina venne dall'altra parte
dalla quale non mi badava, o nella quale riponeva fiducia di conforto
e di aiuto. E di ciò, a suo tempo, saranno addotti i motivi.



XVI.

Giorno 8 Febbraio 1849.


L'Accusa insiste, che per bene tre volte, invitato dal Presidente
Vanni, io ricusassi restringermi a segreta conferenza. Di questo
triplicato invito nè so, nè ricordo, nè mi venne contestato. — So, e
ricordo, che alcuni Deputati mi confortavano uscire di sala pubblica, e
condurmi a quella delle Conferenze. — Nel Decreto del 10 giugno 1850,
il signor Montanelli, che _andò_ a pregare i Deputati onde tornassero
nella pubblica sala, è incolpato di averli esposti alla violenza del
Popolo; e me, _che non volli andare_, accusano del medesimo disegno.
Sicchè, sia che si andasse, sia che si stesse fermi, al cospetto
dell'Accusa, che _mi scuoia e mi squatra_, non ci è via di salvazione.

Se io pongo mente al tempo e alla cagione delle parole, ricordo che
quei tali onorevoli colleghi mi animassero a procurare il ritorno dei
Deputati partiti, e che io rispondessi: «È andato Montanelli; basta.»
Riprova di questa verità occorre nel considerare, che i colleghi
conferenti meco, trascurato lo esempio altrui, restavano fermi nella
sala, nè facevano sembiante di volersene andare, la quale cosa dimostra
come la Seduta fosse incominciata, e come di conferenze segrete non
fosse più a parlare.

L'Accusa non sembra che fra i suoi studii si dilettasse molto di
quello dello Statuto; o se le piacque un tempo, poco se lo rammenta
adesso; imperciocchè, se fosse altramente, saprebbe che l'Articolo
44 dello Statuto dichiara: «Le adunanze delle Assemblee avere ad
essere pubbliche; soltanto su la domanda di _cinque_ Membri potersi il
Consiglio costituire in adunanza segreta.» — Il verbale dell'Assemblea
non dice che questo rito fosse praticato, e veramente nol fu; e nemmeno
dice il verbale che i Ministri ricevessero lo invito di cui parla
l'Articolo 61 dello Statuto medesimo. Per altra parte, l'Assemblea
quale ha mestieri di consenso ministeriale per costituirsi in
conferenza segreta? Di quali informazioni abbisognava per parte dei
Ministri? Forse non erano istruiti del successo e del tenore delle
granducali lettere il Presidente e parecchi Deputati? Sì certo lo
erano, e il Signor Vanni era stato chiamato in Palazzo appunto per
questo: oggimai dello infausto evento correva pubblico il grido. E se
le Camere non abbisognano del consenso dei Ministri per costituirsi in
conferenza segreta, molto meno hanno d'uopo della presenza loro per
deliberare i partiti. Il Ministero non costituisce per niente membro
necessario del Parlamento; — or fanno pochi giorni l'Assemblea di
Francia, non ostante l'assenza del Ministro del Commercio, discusse
e votò la proposta su le tariffe commerciali, instando Thiers; —
e fu nella Camera nostra dichiarato, in occasione della Legge su
l'arruolamento, discussa in parte e deliberata assente il Ministro
della Guerra, nella Seduta de 17 agosto 1848. Io ben ricordo avere
in cotesta Tornata fatto osservare se non la necessità, almeno la
dicevolezza, ed anche il vantaggio della presenza del Ministro per
attingerne opportuni schiarimenti; se non che il Deputato Salvagnoli
tanto seppe dire intorno alle facoltà della Camera di discutere, e
votare senza bisogno di Ministri, che non fu tenuta in conto alcuno la
mia osservazione. Non _invito legale_ pertanto, ma _consiglio semplice_
fu dato di conferire in segreto, nè dal mio non seguirlo era tolto alla
Camera di prendere quel partito, che le fosse parso più profittevole.

Me poi a non seguitare cotesto consiglio persuadeva copia di ottime
ragioni. In prima, la commissione del Principe, il quale con lettera
del 7 febbraio ordinava: «Prego il Ministero a dare _pubblicità a
tutta_ la presente dichiarazione, onde sia manifesto _a tutti_ come e
perchè fu mossa la negativa che io do alla sanzione della Legge per
la elezione dei Rappresentanti toscani alla Costituente italiana;
che se tale pubblicazione non fosse fatta nella sua integrità e
con _sollecitudine_, mi troverò costretto a farla io stesso dal
luogo ove la Provvidenza vorrà che io mi trasferisca.» Da questo il
bisogno della _urgenza_ e della _pubblicità_ della Seduta. Inoltre,
nella agitazione certissima del Popolo in quei momenti supremi, in
affare di tanta importanza, ogni ombra di mistero avrebbe accresciuto
le ansietà e inacerbito i sospetti: ogni uomo che abbia senno, di
leggieri andrà persuaso che la conferenza segreta, invece di diminuire,
avrebbe a mille doppj accresciuto i pericoli del frangente. Ancora,
io vorrei che l'Accusa, in cortesia, m'istruisse in che e come la
sala privata avesse, meglio della pubblica, difeso l'Assemblea dal
Popolo irrompente. Forse la sala privata ha in sè virtù repulsiva,
od è munita di ridotti e cinta da bastioni? Forse il mago Atlante
vi pose sotto la soglia le _incantate olle_ come al Castello di
Carena?[173] Se la sicurezza poteva consistere nella diversità delle
stanze sotto un medesimo tetto, l'Accusa avrà ragione; ma finchè non
venga dimostrato in che la camera delle conferenze avesse maggior
virtù della sala pubblica, egli è certo che i Deputati sarebbero stati
esposti ugualmente nell'uno come nell'altro locale. Ed anzi peggio,
perchè le angustie del luogo avrebbero, ad ogni evento, impedito
l'uscire, aumentati i pericoli. Finalmente, a tutelare l'Assemblea
erano state prese le provvidenze necessarie. Il Decreto del 10 giugno
1850 argomentava il _reo disegno_ dal trascurato invio di ordini
al Capitano della Guardia Civica stanziata alla porta di sotto, per
opporsi allo ingresso della moltitudine tumultuante; ma in qual punto
avrei dovuto trasmettergli io ordini siffatti? Prima o dopo l'apertura
della Seduta? Se prima, ordini speciali per cosa che s'ignora non se
ne possono dare; inoltre il Capitano non riceve ordini dal Ministro, ma
dal suo Superiore; e poi il Capitano posto a guardia ha ordine generale
di difendere la sicurezza dell'Assemblea; nella quale generalità,
naturalmente, rimane compresa la specialità di operare quanto reputa
convenevole per adempire il fine della consegna. Lo intento della
moltitudine non poteva essere dubbio se, come narra l'Accusa, infuriava
tumultuante e schiamazzante, con cartelloni che dicevano, a lettere
da speziali, quello che volesse fare. Che cosa altro si domanda per
conoscere che l'Assemblea sta per essere violata? Che più si aspetta
per sapere venuto il momento della difesa? Se le Guardie, spesso
collocate a distanza grande dai Superiori, avessero ad aspettare, via
via che la occasione si presenta, ordine speciale per agire, verrebbero
a portare sempre il soccorso di Pisa. Ora, nel caso in discorso,
io non poteva conoscere quello che si faceva per di sotto, stando
nell'Assemblea; e sarebbe riuscito festoso che per me si mandassero
ordini per impedire lo ingresso della moltitudine tumultuante, quando
la vedeva già entrata! Non so di cose guerresche; ma parmi evidente,
che se la Guardia si fosse disposta su per gli scaglioni con le armi
abbassate, la posizione sarebbe stata insuperabile.

Però io ho detto tutto questo per tenere dietro alle aberrazioni
dell'Accusa; ma ella, che poco sapere le Istituzioni Costituzionali,
o ricordare si cura, importa che avverta come il comando della forza
armata di guardia all'Assemblea dipenda unicamente dal Presidente
di questa. I Ministri, usurpando simile prerogativa, non solo
commetterebbero sconvenienza massima, ma colpa. Infatti, nella Seduta
del 30 marzo 1849, mentre una mano di Popolo con urli e minacce
assai più veementi che quelle dell'8 febbraio intendeva violentare
l'Assemblea a proclamare la Repubblica, io mi trovai, o credei
trovarmi, forte abbastanza per indirizzare al Presidente queste parole:
«Come Capo del Potere Esecutivo, in cui il Popolo intero ha riposto
la sua fiducia, io credo dovergli rispondere con atto di coraggio. Se
il signor Presidente domanda gente per disperdere gl'iniqui e perfidi
perturbatori, io stesso monterò a cavallo.» — E nella Seduta, non meno
procellosa, del 2 aprile, il Ministro dello Interno interrogava il
Presidente dell'Assemblea dicendo: «Io le ho mandato 180 uomini; che
ne fa ella?» E il Presidente rispondeva: «Io ho trasmesso gli ordini
opportuni al Capitano del distaccamento della Guardia Nazionale che in
questo momento forma il presidio dell'Assemblea.»[174]

Se il Ministro della Guerra raccolse i Comandanti dei Corpi militari
per provvedere più particolarmente alla città di Firenze; e fu messo
all'Ordine del Giorno, che tutte le milizie starebbero consegnate nelle
rispettive caserme; e stabilito, che le milizie, stanziali e cittadine,
avrebbero agito promiscuamente dietro ordini firmati dal Comandante di
Piazza e dal Prefetto (Atto di Accusa § 53); si persuaderà di leggieri
la gente, che alle provvidenze fu pensato.

Ma l'Accusa, che prima aveva rimproverato la omissione delle misure,
ora che le trova prese, ci sofistica sopra, e dice, che le milizie
dovevano agire soltanto in caso di _vera e propria_ sommossa popolare,
e critica quel dovere agire dietro ordine di due autorità _dissociate_;
non si contenta che la Civica fosse mandata alle Camere con numero,
mezzi, e istruzioni consuete; bisticcia perchè non avesse posto le
baionette in asta, come se tutte queste cose dipendessero da me;
gavilla perchè la Stato-Maggiore, e il Generale in Palazzo Vecchio
stanziassero, come se potessero stare in migliore luogo per difendere
il Senato che sedeva in quel medesimo Palazzo, e il Consiglio Generale
che sedeva nella fabbrica accanto!!

Il Ministro D'Ayala fu sempre di parere, che i soldati non si
avessero a mescolare nelle popolari sommosse: per queste doveva
bastare la Guardia Civica. Se la Guardia Civica non mantiene l'ordine
interno, o che cosa ci sta a fare? La milizia stanziale combatte le
guerre della patria. Di tale suo concetto espose buone ragioni alle
Camere; per questo motivo non fu piccola impresa ottenere i suoi
soldati nel supremo accidente; e la doppia firma ha da essere stata
regolare, e necessaria secondo la sua superiore esperienza.[175] Che
cosa si voglia inferire dalla firma simultanea delle due Autorità
_dissociate_, io non so comprendere; molto più, che per non essere
parola italiana l'aggettivo dissociato, non capisco per l'appuntino
che cosa significhi; ma indovinando che corrisponda a _disgregato_, o
che forse, domando io, una dimorava in Firenze, e l'altra al Capo di
Buona-Speranza? Sentiamo un po': che grande ostacolo faceva questo,
o in che le operazioni necessarie avrebbero incontrato impedimento o
ritardo? Il Comando di Piazza stanzia in Palazzo Vecchio; il Prefetto
come Deputato sedeva alla Camera: distavano dunque forse trenta passi,
e tre scale! Che insinuazioni cavillose, che sofisticherie sono elleno
queste? E crede l'Accusa, che il Generale Chigi, personaggio chiaro
per valore e per ingegno, si sarebbe prestato docilmente a lasciarsi
aggirare come un gaglioffo? Riprenda l'Accusa gli aggiunti di _vera
e propria_, che ce li mette di suo, — e fa ufficio di _barbaro,
gittando nella bilancia iniqui pesi_, — e lasci unicamente la _sommossa
popolare_,[176] e veda se fosse venuto tempo di agire (se è vero quello
che dice il Decreto del 10 giugno 1850), alloraquando gli agitatori
_deliberavano_, sotto la Loggia dell'Orgagna, _imporre_ un Governo
Provvisorio alle Camere, e (se è vero l'altro che referisce il Decreto
del 7 gennaio 1851) quando vi si conducevano _tumultuanti_. Se non
presenta carattere di sommossa una _turba tumultuante_ che delibera
in pubblico d'_imporre un Governo nuovo al Paese_, davvero che cosa
sia sommossa io non saprei vedere. In quanto alle baionette non
messe in asta, le Guardie ce le avevano a mettere; e credo che non le
avessero lontane, perchè, se non isbaglio, se le tenevano al fianco.
Se anche questo sembra all'Accusa un _crimenlese_, non ha fare altro
ch'estendere la requisitoria, e mettervi dentro anche le Guardie.
Sarebbe per avventura anche questa una _disassociazione pregna di
maligni disegni_? Or via; i provvedimenti furono presi, e se rimasero
inadempiti, non è mia la colpa. I Circoli invitati a stare fermi, _si
vollero muovere_; le milizie invitate a muoversi, _scelsero di stare
ferme_; ma che, per avventura, devo io portare il peso dei falli di
tutto il genere umano?

Nè qui si fermano le insinuazioni; e si trova a ridire perchè fossero
chiamati i Capi dei Circoli, e non il Presidente Vanni; perchè nella
notte fossero avvertiti i Circoli, e non le Camere. Trattandosi
d'impedire turbolenze, era razionale convocare chi potesse reprimerle,
e chi provocarle; i primi, perchè alla occasione si mostrassero, i
secondi, perchè dal dare questa occasione si astenessero; ed ordinando,
o pregando, che i Capi dei Circoli stessero tranquilli, ne veniva
per necessità che fosse loro partecipato il motivo della chiamata e
dell'ordine. Forse si volle tenere celato il successo della partenza
del Principe? Ma non erano il cavaliere Peruzzi Capo del Municipio, e
il cav. Chigi Generale della Guardia Civica e Senatore, che ne furono
primamente instruiti? Perchè malignare se non fu chiamato il Presidente
della Camera? Da questa parte non poteva venire danno davvero, e
soccorso materiale nemmeno. Fintantochè non ci dica l'Accusa quale
rovina irreparabile abbia cagionato chiamare il Presidente della Camera
la mattina per tempo, qual soccorso di forza ci avrebbe apportato
l'ottimo e mansueto Cosimo Vanni, che Dio nella sua misericordia dallo
aspetto delle odierne miserie in buon punto ha salvato, sarà difficile
che la gente trovi, come l'Accusa fa, criminoso un lieve ritardo del
tutto fortuito ed innocuo.

Rifinito dalla fatica, agitato da commozione profonda, e da
presentimenti tristissimi, dopo avere vegliato tutta la notte, io
mi conduco alla Camera deliberato a rassegnare la carica appena il
signor Montanelli avesse letto il suo Rapporto. Questa intenzione
aveva manifestato ai miei familiari, e a parecchie persone che mi
circondavano; sicchè prima di uscire dalle stanze di Ufficio fatto
fascio di corrispondenze, e di altre carte private, gittandole sul
fuoco, esclamai: «poichè non tornerò più qui, non vo' che alcuno
legga i miei negozii!» Mi sentiva preso da sazievolezza, e di
salute infievolito non poco; rivolgendomi nell'Assemblea al Popolo
sorvegnente, diceva loro: «Rammentatevi, cittadini, che abbiamo
vegliato tutta notte: — per conseguenza state tranquilli.[177]»

Il signor Montanelli, appena letti i documenti di S. A., viene
interrotto da turba di Popolo guidata dal Niccolini, il quale si
annunzia latore di _ordini_ popolari; e poi aggiunge: _che il Popolo
abbandonato dal Sovrano, il quale è fuggito vilmente, mancando alla sua
fede e al suo onore, è rientrato nei suoi diritti._[178]

Sorge fiero tumulto. _Il Presidente si è coperto il capo, ha dichiarata
sciolta la Seduta, e si è ritirato seguito da molti Deputati._[179]

Di faccia alla rivoluzione che irrompeva, deh! senza ingiuria di
alcuno, mi sia concesso dichiarare, che non mi parve quello contegno di
bene avvisati Deputati. Chi lascia il campo, si dichiara vinto. Padroni
della sala e del Governo già già diventavano il Niccolini e la plebe;
— sì, _lo avvertano bene tutti coloro che fanno le viste di obbliarlo
adesso_, — plebe, e quella dessa, che dopo avere innalzato gli alberi
della libertà, in onta mia, per estorcere danari, gli abbatteva
più tardi per estorcere danari; plebe, che minacciosamente proterva
domandava elemosina alla foggia del povero del Gilblas, e ruppe strade,
e incendiò case, e manomise le persone, e gli averi; plebe, che anelava
gli ultimi orrori; plebe, che, implorando lo aiuto dello stesso Circolo
_armato_, fu forza contenere perchè non isbranasse gli arrestati nella
notte del 22 febbraio; Ciompi senza Michele Lando.

Bene altra cura stringeva adesso, che di forme politiche: _si trattava
salvare la società,... la vita di quelli che ora il beneficio ricevuto
disprezzano, — anzi pure vituperano, e rampognano, o accusano!_

Si legge il terrore sopra i volti dei circostanti, e i prudenti
comprendono a prova il fallo commesso dal Presidente, per avere
disertato il seggio. Non così Boissy-D'Anglas e Thibaudeau presiedevano
all'Assemblea di Francia in giorni bene altramente terribili! Tacevano
tutti. Fra gli schiamazzi del Niccolini, che dall'audacia fortunata
reso audacissimo bandisce _decaduto il Principe_, _sciolte le Camere_,
e il _Governo Provvisorio_, ed ostenta il mio nome scritto di _rosso_,
che cosa faccio io? Gli ammicco forse degli occhi, gli sorrido facile?
Con la voce e co' cenni gli applaudo? Lo abbraccio, lo bacio? Mando al
Popolo i baciamani? — Queste cose si costumano fare fra gente indettata
nella esultanza dei conseguiti disegni. Ah! io sentii pur troppo in
cotesto punto la insidia della fazione repubblicana per tenermi stretto
nelle sue tanaglie. Io solo salgo alla tribuna, rilevo la dignità
avvilita dei Deputati, ed esclamo: «non potere vedere, che essi sieno
stati cacciati così a vergogna. — Qualunque sia la opinione che ci
divide fra noi in questa sala, noi siamo tutti fermi e uniti a tutelare
con l'ultima stilla del nostro sangue la patria minacciata dai nemici
interni ed esterni. Io pertanto mentre rimprovero al Popolo le sue
esorbitanze, non posso astenermi di rimproverare anche i Deputati che
hanno disertato i loro scanni[180]..... Figli di una stessa famiglia,
pensiamo a prendere provvedimenti valevoli e salutari nel supremo
pericolo dell'amatissima patria.»

Tutto questo, assai più che con le parole, col gesto concitato, e
col guardo torvo, era diretto contro il Niccolini, che si smarriva,
rimettendo alquanto della consueta petulanza, e, mal per rabbia
sapendo quello che si facesse, si mise a sedere su la pedana del banco
ministeriale. Ora, Dio eterno, si può egli supporre, che un uomo il
quale avesse eccitato queste enormezze in segreto, ardisse rinfacciarle
così aspramente in palese? E si può egli credere, che o Niccolini, o
tale altro della Congiura si fosse tolto in pace vituperio siffatto? La
mia sfrontatezza avrebbe toccato il termine della insania; la pazienza
altrui quello della stupidità.

Intanto Niccolini, ripreso animo, a cagione degl'imperiosi messaggi che
il Popolo mandava per invitarmi (e voleva dire ordinarmi) a scendere
in piazza, per le apprensioni del Vice-Presidente, pei clamori delle
tribune, ed anche per certa imprudente proposta mossa da un Deputato
rivolto a me, che tenevo sempre la tribuna, grida: «chiedere la
parola in nome del Popolo; avere il Popolo riassunto i suoi diritti,
dopo che si era radunato in piazza, ed aveva dichiarato decaduto il
Potere; avere di più nominato tre persone per reggere la Toscana, e
con Decreto sciolti gli altri poteri.» Quindi cruccioso conclude: —
«O voi accettate, e non esiste altro Potere che il vostro conferitovi
dal Popolo; o non accettate, e il Popolo penserà a quello che deve
fare....[181]»

La turba applaudiva frenetica: difficilmente può significarsi per
parole l'amarezza con la quale il Niccolini urlava: «Il Popolo penserà
a quello che deve fare.» Per coteste minaccie gli animi degli astanti
sbigottivano.

Ed a ragione sbigottivano; perchè, sapete voi che cosa voleva dire «_Il
Popolo farà da sè_?» Voleva dire: il Principe decaduto, le sue case
saccheggiate, i servitori manomessi. Voleva dire: chiese espilate,
cittadini multati, pubbliche casse vuotate. Voleva dire: leggi dei
sospetti, tribunali rivoluzionarii, sentenze scritte col fiele della
vendetta e col sangue del furore. Voleva dire: antichi impiegati
condotti alla miseria (forse a peggiori destini), e famiglie disperse.
Voleva dire tutto quello che una plebe arrabbiata sa fare quando la
sferzano le furie della necessità, della cupidigia, e della paura, ed
uomini perversi la inebbriano di odio. — Se questa poi sia esagerazione
o verità, vedremo tra poco.

Io avevo impegnato un duello col Niccolini, che pure l'Accusa designa
audacissimo, ed è vero; pur troppo mi accôrsi che mi poteva tornare
fatale; nonostante sperando, che di valido aiuto i miei colleghi mi
sovvenissero, me gli rivolgo incontra da capo, ingegnandomi blandire
il Popolo, e separarlo per questa via dal suo Condottiere; e così
lo interpello: «Perchè pretende egli esclusa dallo aderire alle
deliberazioni la parte del Popolo elettissima, che siede in questa
sala? Le Provincie non devono essere rappresentate? Non importare
ch'elle stieno unite? Se mai le persone indicate accettassero, perchè
vorrebbe togliere loro il voto, e l'adozione dei colleghi, per conforto
a procedere in una via da ora in poi piena di supremi pericoli, e forse
di morte sicura?[182]»

Questo era impedire la dissoluzione del Paese, e dirò quasi un porgere
una cima di canapo alla Camera affinchè l'afferrasse, e, diventata
padrona della occasione, ardire pari agli eventi mostrasse. Alcuni
più ragionevoli del Popolo si lasciano persuadere, e favellano miti
parole. Allo improvviso si ascolta nuovo Popolo accorrente con immenso
fragore: la sala intronata, pareva che sobbissasse: per questa volta
mi sentii cadere il coraggio: temei della mia, ma più assai della vita
altrui. In quel momento mi appiglio (ogni altra difesa mancando) alla
parte del Popolo, che, prima venuta, si era mostrata proclive alla
persuasione, e dirò quasi mansuefatta; la invoco a supremo riparo, e
supplicando grido: «_Il Popolo guardi il Popolo: non venga introdotta
persona_.[183]»

Ma il Popolo prorompe furibondo, ed intima con altissimi urli che
scendiamo in piazza. Allora fu, che sempre combattendo, e riparando
alle parole promettitrici del Vice-Presidente, in atto ortatorio dissi:
«Prego ad ascoltare la lettura del Rapporto, e lasciare che l'Assemblea
sul medesimo deliberi.»

Niccolini inquieto, avvertendo che il Popolo alla lettura di cotesto
Rapporto si calmava, teme la seconda disfatta, onde mi taglia le parole
in bocca, e proclama lo scioglimento delle Camere.

Ora qui, da chiunque goda del bene dello intelletto, o per istudio
infelice di parte non chiuda gli orecchi alla coscienza, o per turpe
consiglio, o per altra qualunque più malnata passione non rinneghi
il vero, sarà agevolmente concesso, che se Niccolini ed io andavamo
d'accordo non ci potevamo intendere di peggio, conciossiachè Niccolini
pretendesse la Camera sciolta; io mi sforzassi a tenerla unita:
Niccolini il Principe decaduto proclamasse; io cotesto plebiscito
deludessi: Niccolini sovrani i Decreti del Popolo in piazza a
sostenere si ostinasse; io a dire che nessuno, tranne la Camera,
avesse diritto di proclamare leggi persistessi: per lui decadenza
del Principe, e reggimento mutato fossero fatti compíti, e non vi
fosse più luogo a deliberare: per me tutto da farsi, e l'Assemblea a
risolvere liberissima: il Popolo di scendere in piazza m'imponesse; io
dichiarassi non mi volere muovere dall'Assemblea.

Credo che non mi rifiuteranno fede gli onesti, quando dico che,
ordinariamente di salute mal fermo, adesso per la veglia durata e le
angoscie dell'animo, io mi sentissi prossimo a mancare; pure non volli
rimanermi da profferire parole le quali indicassero come per me veruna
cosa fosse ancora decisa, e tutto rimanesse a deliberare, vituperassero
i tristi, minacciassero gli audaci.

«Da questo momento i Ministri cessano essere Ministri di Leopoldo II,
e divengono semplici cittadini. L'Assemblea e il Popolo deliberino
il resto. Frattanto abbiamo spedito in tutte le parti della Toscana;
abbiamo preso provvedimenti necessarii affinchè un Governo immediato,
pronto e vigoroso, possa erigersi per reprimere i disordini che
potessero insorgere così per le fazioni infami dei retrogradi, come per
le fazioni non meno infami degli anarchici.[184]»

Queste ultime parole erano per quattro quinti dirette alle persone
che mi stavano davanti. Errano le carte dell'Accusa (e vorrei credere
per inavvertenza) quando affermano che Niccolini intimasse alla Camera
di aderire alla nomina del Popolo, però che egli mai disse questo. Il
suo concetto era troppo bene disegnato diversamente: egli pretendeva
decaduto il Principe a cagione della sua partenza, il Popolo padrone
di disporre di sè, ed in fatti disporre sciogliendo tutti i poteri
costituiti, e nominando un Governo Provvisorio. Niccolini, latore
degli ordini popolari, non poteva fare contro al mandato contenuto nel
Decreto del Popolo, che l'Accusa male finge ignorare.

Quando per le mie parole Niccolini tacque, incominciò veramente la
discussione. La stessa Accusa dichiara, ed io mi maraviglio come questa
confessione le sia caduta dalla bocca, _che io solo riuscii a far
tacere il Niccolini_ (§ 77).

Io ho sostenuto, che i Deputati potevano uscire, e usciti non tornare,
perchè invero molti uscirono, e parecchi non tornarono, e perchè
Niccolini latore degli ordini popolari intimava sciolte le Camere.
Dicono che vi furono alcune minaccie di morte, e vi saranno state,
ma scarse, e rade così che io non le udii; comunque sia ciò, non
toglie efficacia alla mia osservazione, confermata dal fatto dei molti
Deputati usciti incolumi dalla sala, e dallo essere andati immuni
da offesa tutti coloro cui non piacque tornare. Il Decreto del 10
giugno parlava sempre dell'assenza del Presidente, taceva quella dei
molti Deputati. Se il Presidente tornava, lo faceva coartato dalla
minaccia della guerra civile, ed anche qui dei Deputati persistenti
a rimanere lontani non si profferiva parola, e ciò a bella posta,
perchè non si voleva credere che la minaccia della guerra civile non
fu _coartazione_, ma _presagio_ al quale rimasero indifferenti tutti
coloro che vollero, e che i pertinaci a stare fuora non corsero danno
o pericolo di sorta alcuna.

Invano si nega; se violenza avvenne, e' fu per cacciar via i Deputati,
non già per ritenerli.

Dopo che, ridotto al silenzio il Niccolini, s'incominciò la
discussione, Cosimo Vanni Presidente con molto grave sentenza impegnava
il nazionale orgoglio, affinchè la turba raccolta tacesse, e lasciasse
«tranquilli in cotesto luogo i Rappresentanti del Popolo a deliberare
quello che deva farsi in così grave e solenne circostanza.»

Il _Monitore_, il processo verbale della Seduta, non notano che d'ora
in poi il Popolo interrompesse. La storia della Seduta raccolta dagli
stenografi, e compilata dai segretarii presenti, deve preferirsi a
reminiscenze talora inesatte, qualche volta sleali.

Questi Documenti diranno come il Popolo due sole volte disapprovasse
il signor Viviani, Deputato di molto seguito, e tutti gli oratori,
compreso il signor Corsini, applaudisse. Io non apersi più bocca; assai
e troppo l'avevo aperta per mettere in compromesso la mia sicurezza; e
quando avessi voluto, non lo avrei potuto, tanto mi sentiva rifinito di
forze.

Il Deputato Socci fa la _proposta_ che venga eletto un Governo
Provvisorio, nel modo che domanda il Popolo di Firenze. Il Deputato
Trinci censura il Popolo per avere preoccupato il voto della Camera
venendo a proclamare il Governo Provvisorio, ma conforta a rispettarlo:
ambedue questi Deputati dichiarano il Paese _senza Governo, la
necessità di crearlo, l'ordine pubblico gravemente minacciato_. Il
Deputato Corsini conviene _della gravissima condizione del Paese, e
della necessità di supplire al suo Governo con un Governo Provvisorio;
aderisce con intero e libero suffragio_ alla elezione degli uomini
distinti che _si vorrebbero nominare_, solo desidera aggiungervi
il Gonfaloniere di Firenze, e Ferdinando Zannetti. Trinci replica
che gli eletti potranno aggiungersi coloro che meglio penseranno,
non volendo imbarazzare con nomi la libertà che intendeva _lasciare
pienissima, come pienissima era la sua fiducia_, ai tre membri del
Governo Provvisorio. Il Deputato Cioni rigidamente pone la quistione
che si voleva lasciare velata: _Ai termini delle Leggi costituzionali,
mancato un Potere, gli altri cessano. Noi non siamo rappresentanti, ma
potremo votare come semplici cittadini. Un Governo di 3 o di 5 è cosa
indifferente, purchè questo Governo assuma sopra di sè il Governo di
tutto il Paese, e_ PENSI A CONVOCARE I COMIZJ, _affinchè un'Assemblea
nazionale provvegga a' destini del Paese_. Viviani combatte il
Cioni, e sostiene la mia opinione, che i Deputati rappresentano tutta
Toscana, non il solo Popolo di Firenze, il quale non può presumere di
rappresentare Toscana intera; però conviene che, _mancato un Potere,
cessino gli altri_; solo restringe _la rappresentanza dei Deputati alla
facoltà d'istituire un Governo Provvisorio. Insiste su la necessità_
che i Deputati concorrano col voto a confermare il Governo Provvisorio,
affinchè le Provincie lo accettino, _e non rimproverino i loro
Deputati, reduci a casa senza avervi cooperato_. «Non dire questo (egli
professava) per amore alla Deputazione perpetua, ma perchè ognuno deve,
con _freddo coraggio_, eseguire il mandato del Paese, e non disertarne
la causa, _anche_ sotto _lo impero della forza_. Quando il Governo
sarà _consolidato col voto indipendente di tutti noi, io sono il primo
a dire_ CHE LA CAMERA È SCIOLTA, E CHE OGNUNO DEVE TORNARE ALLA VITA
PRIVATA.»

Chi pone fine alla discussione? forse il Popolo? No: il _Monitore_ non
lo dice; dice, all'opposto, che la proposizione di troncarla venne dal
Trinci, il quale, per _amore del Popolo e per la imponenza dei casi_,
vuole si scenda a deliberare. «Il Governo Provvisorio scioglierà la
Camera, se lo reputerà convenevole, e allora lo _scioglimento sarà
legale_; non s'imbarazzino le sue _attribuzioni_; la Camera ha dato ai
tre individui, che _vogliamo_ al Governo Provvisorio, segni non dubbii
di fiducia: riposiamoci _nelle loro braccia_.»

Zannetti aderisce a Trinci, e invoca solleciti provvedimenti. «_Urge_,
egli dice, una circostanza che non bisogna nasconderci. _Il Popolo, in
piazza, attende vedere i membri del Governo Provvisorio_. Il Popolo
_non si frena_; però _questi tre componenti_ il Governo Provvisorio,
_approvati dalla Camera, discendano_ a mostrarsi al Popolo, e gli
dicano: _Popolo, unione, rispetto alla proprietà, rispetto agli
uomini_.»

Tre Deputati insistono per la immediata votazione. Il Corsini aderisce
anch'egli. Allora soltanto, il Popolo, plaudente, grida: _ai voti, ai
voti. — Però quattro Deputati energicamente insistono a dichiarare
che ogni Potere è sciolto, che non sono più rappresentanti, e tali
diventeranno quando eletti dal Suffragio Universale; — tre votano
come cittadini, uno ricusò votare_. Segue la votazione; nessun voto è
contrario. Io taccio sempre, e, prima di accorgermene, vengo preso,
aggirato, passato di braccia in braccia, fino in piazza, rovesciato
a terra, e in pericolo di essere calpestato dalla folla delirante, se
molti, con furia di spinte e di gomiti, non mi salvavano. Il _Monitore_
dell'8 febbraio, narrando il fatto, dice che fummo portati, e dichiara
la verità.

Ora, può egli ritenersi in coscienza che io col Niccolini e co' suoi
compagni mi fossi indettato? È egli vero o no che la Seduta dell'8
febbraio ebbe due periodi, procellosissimo il primo, per mia virtù
composto, il secondo tranquillo? I miei conati furono diretti a
esporre i miei Colleghi alla violenza, o non piuttosto a confortarli
e metterli in condizione di opporsi alla furia irrompente del Popolo?
Alla discussione pose termine il tumulto, o veramente il consiglio
gravissimo di non lasciare il Popolo senza freno, ed il timore,
ch'egli, riputandosi sciolto da qualunque governo, non precipitasse
in enormezze contro le proprietà e le vite dei cittadini? Chi dirà
che i Deputati furono costretti a votare, se molti ebbero facoltà di
uscire, dei quali taluno tornava e tale altro no? Chi dirà i Deputati
costretti a votare, se la volontà del Popolo era _che non votassero,
e dalla sala partissero_? Chi dirà i Deputati costretti, se alcuni
protestarono votare come semplici cittadini, e tali altri si astennero?
Chi si assume il tristo diritto di deturpare, alla faccia del mondo,
nomi chiarissimi e strascinarli nel fango come di uomini senza fede,
sostenendo che mentirono quando ultronei dichiararono di dare il
voto con _intero e libero suffragio, e non volere disertare la causa
pubblica neanche sotto lo impero della forza, e intendere far prova di
freddo coraggio_? Come può con pudore affermarsi che le attribuzioni
del Governo Provvisorio dall'Assemblea s'intendessero limitate, quando
non si volle appunto _con limiti importuni imbarazzarlo_, quando gli
concessero _libertà pienissima_, quando di riporsi _affatto nelle sue
braccia_ protestarono? Come, che non gli si commettesse di consultare
il Paese col suffragio universale, quando si legge che _politicamente
fu eletto appunto per questo_? — Quanti foste presenti allora,
benevoli o malevoli, venite e attestate con la mano sul cuore, se, il
Paese stava o no in procinto di sobbissare: attestate s'era pericolo
raccattare il Potere caduto in piazza, e se fu merito contenere le
turbe furibonde! Attestate se pochi cenciosi fanciulli vi spaventarono,
oppure moltitudini imperversanti e diverse! Dite, onesti colleghi: è
vero o no, che temendo la ultima ora venuta della società, mi prendeste
a mezza vita e mi gettaste in piazza dicendomi: «salvaci o muori?»

Havvi tale che suppone tutti i miei sforzi tendessero a circondare
la violenza popolana con sembianze di legalità. Questa supposizione,
comecchè ispirata da sensi a me punto benigni, è vera. Il Popolo
era padrone quel giorno; ora, se da lui solo muoveva la elezione del
Governo Provvisorio, questo avrebbe dovuto, per necessità, eseguire in
tutto e per tutto il plebiscito decretato sotto le Loggie dell'Orgagna,
e la rivoluzione si compiva. All'opposto, il Governo Provvisorio,
appoggiandosi ad altra origine, e sopra un altro mandato fondandosi,
non ristretto al Popolo fiorentino, ma esteso a tutta Toscana,
rappresentata dai suoi Deputati, creava lo impedimento giuridico
di sottostare al plebiscito. Più tardi vedremo i pubblicisti della
rivoluzione sostenere acremente questo tema, e il Governo, opponendogli
sempre la doppia origine e il mandato della Rappresentanza Nazionale,
dichiarare che niente dovesse innovarsi senza il consenso di tutto il
Paese. — La Costituente salvò la Toscana dalla Repubblica, o, a meglio
dire, dalla Demagogia.

Ogni altro concetto a chiara prova è assurdo, e dimostra stupido
e bieco ingegno tanto in cui lo esprime quanto in chi lo crede, o
piuttosto finge di crederlo. Invero, dove non fosse stato pel fine
poi oltre avvertito, da quando in qua la rivoluzione, che consiste nel
sovvertimento delle forme legali, implora il battesimo della legalità?
La rivoluzione nasce dalla forza, e in quella si appoggia. Se la forza
si mantiene per essa, dura, e si costituisce una legalità nuova; o
la forza l'abbandona, e allora, che le giovano non solo le forme più
o meno legali di cui seppe circondarsi, ma le promesse eziandio, le
convenzioni e i trattati? La rivoluzione dal conservare tutte o parte
le istituzioni che ha osteggiato, tutti o parte gli ufficiali del
Governo caduto, non ricava forza; all'opposto debolezza, e questo è
facile ad intendersi.

Il Decreto del 10 giugno 1850 affermava che io mi condussi ad
arringare: osservai, ch'egli era il bel sollazzo davvero buttarsi là,
per le angustie di scale lunghissime, in mezzo alla folla imperversata,
la quale, se nemica, ti opprime per odio; se amica, ti soffoca
per tenerezza. Il nuovo Decreto e l'Atto di Accusa si compiacquero
introdurre nella storia una lieve variante: non _mi condussi_, ma
_vi fui condotto_. Ma perchè non dire a dirittura il vero, che vi fui
_portato_? O che fa tanta paura il vero ai Giudici miei? Perchè non
rammentare, che intimato a scendere in piazza recusai apertamente?
Tanto sagaci i Giudici, perchè non avvertirono che il Popolo a me solo
appellava? Nè anche notarono, che una seconda mano di Popolo, troppo
più numerosa della prima, venne per istrascinarmi in piazza? Perchè
sfuggì loro, come alla forza fisica si aggiungesse la forza morale
dei Colleghi, e segnatamente quella del Vice-Presidente Zannetti, che
acceso, come sempre, di amore pel pubblico bene, con fervorose parole
scongiurava andassi, e alla pericolante società con ogni supremo sforzo
sovvenissi?

Esposta la storia della Seduta come resulta dal _Monitore_, e com'è
vera, a che montano le inesattezze, gli artificii e le insinuazioni
nemiche dell'Accusa? — Quello che avevamo a pubblicare a tutti non
potevamo comunicare segretamente. Con noi, in qualità di Ministri,
non v'erano misure da prendere, perchè, pel fatto dell'assenza del
Principe, cessavamo dal Ministero. Più ancora: il Parlamento, se si
sentiva capace a provvedere, non aveva mestieri affatto del Ministero
nè giuridicamente nè materialmente. Il segreto, impossibile e forse
fatale. Popolo, ora composto di ragazzi, di cenciosi e di poca
plebaglia; ora minaccioso, fremente, operante irresistibile violenza;
ma prima composto e poco; poi nelle Camere si estende e costringe;
la quale contradizione grossolana è così apparecchiata a modo di
fantasmagoria con fine sinistro, ed è questo: le milizie non si mossero
a reprimere, perchè, ordinate contro la _vera e propria sommossa_, non
ravvisarono siffatto carattere nella scarsa, cenciosa e ben composta
plebaglia che si condusse a deliberare il suo plebiscito sotto le Logge
dell'Orgagna; ma quel medesimo Popolo come uscito fuori del sacco
del prestigiatore giganteggia dentro la Camera per giustificare la
violenza fatta ai Deputati: però vi era da calafatare un'altra fessura,
e per questa trapela l'acqua nella barca storica dell'Accusa, così che
minaccia passare per occhio; invero, se poca, di ragazzi e cenciosa
era la turba, tanto doveva riuscire più agevole alla Guardia Civica
repulsarla dalla Camera. Le pretese minaccie di morte a cui fra i
Deputati si assentasse, non impedirono che molti partissero incolumi, e
taluno non ritornasse. La discussione vi fu, e obiettiva, non terminata
da violenza popolare, ma per volontà dei Deputati pensosi non tanto del
Popolo presente, quanto del Popolo rimasto senza freno a imperversare
per la città. Al Governo Provvisorio furono date amplissime le facoltà
di provvedere alla salute della Patria, e per convocare i comizii,
onde il Paese sopra le sue sorti si consultasse. Se in quel giorno,
e nei successivi, e sempre, il partito d'interpellare il consenso
universale alla prepotente violenza della fazione non si opponeva,
io vorrei che mi dicesse l'Accusa che cosa mai avrebbe saputo ella
opporre? Il mio detto, che _non temevo del Popolo_, riportato con
tanta ostentazione, che cosa poteva significare se non che fiducia che
il Popolo non trascorresse a iniqui fatti; fiducia, che, onorandolo,
giovasse a confortarlo e a persuaderlo di frenarsi? Forse egli importa
che l'atteggiamento del Popolo non fosse pauroso, o forse, che sempre
uguali si mantenessero le condizioni dell'animo mio? Riguardo allo
avere accettato favellerò fra poco.

Intanto giovi riportare la opinione di un Giornale a me infestissimo,
organo del Partito avverso al mio Ministero, la quale varrà a chiarire
come i Deputati, senza la spinta del Popolo, avrebbero eletto un
Governo Provvisorio:

«La fuga del Capo dello Stato e la dimissione del suo Ministero,
alteravano sostanzialmente la economia del Governo Costituzionale, e
imponevano la necessità alle Assemblee legislative di provvedere per
qualche modo straordinario ed eccezionale al reggimento dello Stato.
Questa necessità _era nella mente di tutti_; e dove il Circolo politico
non avesse invasa l'Assemblea ed imposto il suo voto, il Consiglio
_avrebbe deliberato un Governo Provvisorio_.[185]»

Ma via, sopra tutto questo diamo di spugna; — frego, e da capo.
Immagini l'Accusa di essere a sua volta tradotta davanti un Tribunale
(e non deve riuscirle a immaginarlo difficile, imperciocchè al cospetto
della coscienza pubblica ella stia quanto me, e forse più di me),
e risponda. Se l'uomo che ora è segno a scellerata ingratitudine,
nel giorno ottavo di febbraio 1849 non aveva cuore per voi altri
tutti, che cosa sarebbe accaduto della Toscana? — Dirà ella, che la
parte repubblicana, la fazione demagogica e le plebi cupide e feroci
avrebbero quietato? Da quando in poi i leoni posano prima della
preda? E chi avrebbe tutte queste forze contenuto? Per propria loro
deliberazione sarebbono per avventura quietate? Questo, io penso,
comecchè ne abbia dette delle marchiane davvero, non voglia affermare
l'Accusa. Dunque: i Deputati? Ma se l'Accusa ce li dipinge sbigottiti
disertare il campo! Noi Ministri? Ma se l'Accusa c'incolpa per non
essere fuggiti ancora noi! La Corona? Ma se in quel giorno errava
incerta del luogo dove l'avrebbe condotta la Provvidenza! La Guardia
Civica? Ma se l'Accusa ci racconta, ch'ella riponeva la baionetta
nel fodero! La Milizia stanziale? Ma se senza ordini non si muove; e
chi glieli potesse dare mancava, per non dirne altro! I Cittadini di
parte avversa? Ma se il Governo nel 22 febbraio non gli salvava dal
furore della moltitudine, questa gli avrebbe sbranati! — Chi dunque
ha impedito che nel giorno ottavo di febbraio la rivoluzione allagasse
tutte le terre della Toscana nella pienezza del suo trionfo?

O Giudici, con quella mano stessa con la quale ora vi basta l'animo
scrivere accuse contro la mia costanza, quali non avreste vergato
improperii al mio nome, se per viltà fuggendo vi avessi lasciato in
balía alle furie rivoluzionarie? O Giudici, ditemi, la mano con la
quale tracciate le accuse disoneste, non è quella dessa che scrisse per
me uno dei trentamila e più voti, co' quali il Compartimento Fiorentino
volle onorare i miei travagli sofferti in pro del pubblico ordine? Ah!
voi sfondate gli ombrelli adesso ch'è passata la pioggia? Come padri di
famiglia, io vi tenea più provvidi.

Stupendo a dirsi, quanto a considerarsi angoscioso! Giustizia mi
viene donde io non l'aspettava. Nel Giornale intitolato _La Civiltà
Cattolica_, fascicolo 27, a pag. 366 leggo: «Dal 12 aprile 1849, che il
Guerrazzi venne arrestato nel Palazzo Vecchio, e chiuso poi nel Forte
di Belvedere, ha passato i suoi giorni prima nella _Casa di Forza di
Volterra_; quindi nel _Carcere penitenziario delle Murate di Firenze_,
ed ivi tuttora si trova.

_Grande sarà la curiosità pubblica di questi dibattimenti. È forza però
convenire, che a lui ed alla sua stessa ambizione_,» (se ambizione di
far del bene, forse non crederò mi disconvenga la parola), «_non che
alla penetrazione dello ingegno, dovè la Toscana non essere caduta
allo estremo dei disordini e delle rovine demagogiche. Ed egli ben lo
sa; anzi è fama avere detto, nell'atto che fu preso: — Se i Fiorentini
avessero due dita di cervello, e mezza oncia di gratitudine, mi
dovrebbero alzare una statua_.» (Questo già non dissi, ma nulla in sè
contiene, che con alquanto più di modestia non senta avere potuto dire
io.)

Per siffatto modo _i Gesuiti_ rendono a me quella giustizia, che
_Magistrati Toscani_ mi hanno acerbissimamente negata fin qui. E sì che
i primi, davvero, non mi vanno debitori di nulla, mentre i secondi,
io penso, mi dovrebbero pure qualche cosa! Io quante volte ho posto
l'articolo dei Reverendi Padri a confronto con gli atti dell'Accusa,
non senza riso mesto ho ricordato quel detto romano che andò su per le
bocche degli uomini, quando Urbano VIII dei Barberini spogliava del
metallo corintio la vôlta della Basilica di Agrippa rispettata dagli
Unni e dai Goti:

    QUOD NON FECERUNT BARBARI FECERE BARBERINI!

Dopo questa storia di fatti, desunta dai Documenti autentici, diventa
più chiara la quistione, imperciocchè ella deva formularsi così: fui
io provocatore o complice delle macchinazioni della parte repubblicana
precedenti il giorno 8 febbraio? Il _Giurì_ della pubblica coscienza,
io confido, dirà: no. Allora ne scende per necessità questa deduzione:
che se non fui complice, ne fui oppositore a un punto e bersaglio.



XVII.

Mia situazione in Piazza.


Vi rammentate di Mazzeppa legato sul dorso del cavallo indomito? Tale
io era fatto, per opera dei faziosi, di faccia al Popolo, ed anche
per gli scongiuri della stessa Camera dei Deputati. La rivoluzione
mi stava davanti con le sue mille teste, con le sue mille braccia,
palpitante e smaniosa. Quanto possano il sospetto e la paura sopra
le moltitudini agitate ogni uomo che legge storia conosce. Plaudivano
adesso le genti, ma da un punto all'altro disposte a diventarmi prima
carnefici che giudici. Intanto inquisitori, a modo dei Veneziani,
mi si stringevano al fianco. Dirò cosa non credibile e vera, che,
avendo retto il Popolo di Livorno e quello di Firenze, mi è sembrato
il primo, quando imperversa, a trattarsi più agevole del secondo;
della quale cosa ricercando sottilmente la ragione, mi parve trovarla
in questo: che il Popolo di Livorno, per natura impetuoso, trascorre
in escandescenza per motivi lievissimi e con molta facilità; ma o tu
lo lasci sfuriare, e quel fuoco per difetto di alimento si estingue
subito; o ti riesce gittarvi dentro una parola di senno autorevole,
e, non altrimenti che per acqua, si spegne del pari: il Popolo
fiorentino, all'opposto, è mite d'indole, arduo a muoversi, però
causa grande ed eccitamento potentissimo si richiedono a spingerlo; ma
spinto che sia, la difficoltà di acchetarlo sta in proporzione della
difficoltà di agitarlo: le parole non bastano; procede concentrato e
feroce. Considerai la insidia dei Repubblicani che mi si tenevano come
vincitori davanti, quasi volessero dirmi: «ti faremo noi Repubblicano
per forza.» Niccolini allora comandava onnipotente; una sua accusa
poteva perdermi; ed io lo aveva, in pubblico, mortificato e costretto
a tacere. L'accusa veniva spontanea; chè a colorarla bastavano, e ce
ne avanzava, le circostanze dell'essermi io sempre mostrato avverso
alla Repubblica, parzialissimo del Principato Costituzionale; le voci
sparse della benevolenza singolare del Principe; i perfidi sospetti,
non senza frutto, insinuati tanto a Livorno che qui; finalmente il
contrasto pertinace opposto ai voleri del Popolo nella Seduta della
Camera. Reputano i miei Giudici subdolo trovato di difesa, se, mentre
tanti e poi tanti appena curati, o non curati affatto, addussero a
giustificazione dell'operato, e loro valse, il pensiero di provvedere
alla propria sicurezza, affermo che ancora io badai un poco a me, io
che mi ero posto a duro cimento e mi vedevo circondato da gente nemica
e da Popolo sospettoso. Io aveva detto: «Chi si sente capace di operare
in guisa diversa, sorga e mi accusi.» I Giudici sono sorti e mi hanno
accusato: io devo confessare che ammiro il più che spartano coraggio
di loro. In quanto a me, sono uomo, nè cose sopra natura so fare:
non temo la morte, imperciocchè tosto o tardi, e tutti, e in breve,
dobbiamo morire; pure, da morte sanguinosa e senza onore repugno; nè
per leggere che io abbia fatto storie mi venne fin qui incontrato uomo
cui dilettasse cadere sotto ignobile ferro. Io ero solo. Il Municipio,
rappresentato dall'egregio Gonfaloniere, pregavami a non abbandonare
in quel pericolo la Patria, e prometteva valido aiuto. Così pregava
eziandio la Guardia Civica per l'organo del suo degno Generale, che
si affrettò, in Senato, di aderire al voto del Popolo. Il personaggio
tenuto come Capo della Commissione governativa del 12 aprile, nell'8
febbraio pronunziava parole gravissime per giustificare quello che
il Popolo esigeva. — Io non incolpo nessuno; solo vorrei che quello
che bastò ad altri o non costretti, o poco, potesse bastare a me,
sottoposto a ineluttabile pressura.

Nè si trattava di me solo, ma, nell'universale sbigottimento, meco
dovevano salvarsi i miei compatriotti tutti, la pericolante società.

Qui cade in acconcio favellare dell'accusa appostami nel § 52 del
Decreto del 7 gennaio 1851, e ripetuta in seguito, di non avere
abbandonato la posizione che poteva strascinarmi o farmi perseverare
nella via del _delitto_.

Non vi era luogo a renunzia: non si offeriva lo ufficio come cosa
che potesse rifiutarsi o accettarsi. La moltitudine imponeva, e fu
dimostrato. Guardia Civica, Municipio, Deputati instavano a salvare la
vita e le sostanze dei cittadini. Quando il naufrago chiede soccorso,
possiamo ricusarlo per debito di coscienza? Se curando il mio proprio
interesse avessi duramente respinta la preghiera, e se questa durezza
avesse partorito i mali che pur si temevano, e che sarebbero stati
inevitabili, in qual parte di mondo potrei sollevare io adesso la
faccia svergognata? — Dove sarebbero andati i familiari del Principe,
ai quali, con Decreto del 10 febbraio 1849, d'accordo con P. A. Adami,
riuscii a mantenere le pensioni? Dove gl'impiegati? dove voi stessi,
o Giudici che mi accusate? Ma lascio della ingratitudine atroce: e
in qual modo potevo sottrarmi io? E non avete saputo che nè notte nè
giorno mi abbandonavano? Che, pieni di sospetto, specialmente nei
primi tempi, mi seguitavano come ombra? Voi lo avete saputo, ma lo
dissimulate. E dove fuggire? A Livorno forse? Sì certo, perchè, come
traditore, mi ponessero a morte! A Roma...? In tempi di rivoluzione,
difficile e piena di pericoli è la fuga, anche apparecchiata da lunga
mano. Il Decreto dovrebbe sapere qual maniera di gente stanziasse
allora in Firenze; Romagnoli e Romani, che a rinnuovare la strage di un
supposto Rossi avrebbero reputato ottenerne merito presso gli uomini e
presso Dio: e senza uscire di Toscana, il Frisiani, caduto in sospetto,
quale acerbissimo fine non ebbe egli a patire!

Egli è impossibile giudicare di cose politiche, senza lo studio o la
pratica degli avvenimenti politici. Un uomo, comecchè mediocremente
versato nelle storie, consapevole del come il Popolo commosso proceda
inesorabile nella sua vigilanza, non avrebbe domandato: Perchè non
fuggiste? E molto meno poi della omessa fuga avrebbe fatto accusa.
Questo uomo si sarebbe sovvenuto, che non riuscì la fuga a Carlo I, nè
a Giacomo II, nè a Luigi XVI. Carlo II si salvò per miracolo nascosto
nella quercia reale: delle regie, e pontificali fughe dei più recenti
tempi a me non importa discorrere; basti rammentare che non vennero
operate senza difficoltà, e precauzioni grandissime. Nella prima
rivoluzione di Francia (e correva sempre l'anno 1789), il barone de
Bechman, maggiore del reggimento Guardie svizzere, era strascinato alla
Comune solo perchè la sua carrozza, scendendo il Ponte Reale, volse a
sinistra dalla parte di Versaglia. Bonseval dal Municipio di Villenasso
è sostenuto prigione; Cazalès, fuggendo l'Assemblea nazionale, si trova
arrestato a Caussade; l'abate Maury, quantunque travestito, viene
fermato a Peronna; all'Aura di Grazia traducono in carcere il duca
de la Vauguyon e il suo giovine figliuolo, che pure mentivano abito,
professione e nome. Delle fughe tentate e capitate male più tardi,
basti accennare appena: Roland costretto a trapassarsi il cuore con la
propria spada, e Condorcet a prendere il veleno; dei profughi Girondini
ve ne furono perfino taluni divorati dai lupi; al solo Louvet riuscì
lo scampo mercè le cure portentose di amantissima donna. Ecco come si
riesce a fuggire dalle rivoluzioni. Veramente, se i Giudici pensano
che per me si potesse abbandonare lo ufficio con la medesima comodità
con la quale, giunti gli ozii autunnali, mandasi pel fattore onde ne
aspetti col calesse alla Stazione della strada ferrata, e ci conduca
in villa a far vendemmia, hanno ragione di appuntarmi per la mia
permanenza: ma la cosa non è così; e la storia ammaestra come nè anche
ai Principi, potenti di danari e di aderenze, sia riuscito talvolta
fuggire; sempre poi con pericolo. Il cittadino privato, in cosiffatte
fughe, perde o la vita o la fama, e sovente ambedue.

Pietro Augusto Adami dal Decreto del 10 giugno 1850 venne a ragione
scusato della sua permanenza in ufficio per le mie insinuazioni, che
lo impressionavano di vedere ridotta a mal partito la casa e famiglia
sue per l'enormezze dei faziosi: ora questi timori non partecipava
io, e bene altramente gravi per me? Forse si dirà (e così mi bisogna
procedere, perchè quale vituperosa supposizione ha risparmiato
l'Accusa a mio danno?) che senza sentirle simulava io coteste paure
per inspirarle in altrui? Or come, anche all'amico, anche all'uomo che
conviveva meco? E quantunque io glielo indicassi, non aveva egli senno,
non aveva occhi ed orecchi per conoscere se io gli dicessi il vero?
Queste insidie noi, la Dio grazia, non siamo usi a concepire nemmeno,
e tanta pravità supererebbe perfino la immaginazione infelice di chi
per mestiere maligna su la natura umana; nè il Decreto la suppone
nemmeno. Dunque si ha da ritenere, che siffatte apprensioni palesate
fra amici, nella intimità delle domestiche mura, dovessero essere
troppo bene sentite, e pur troppo vere. Ed io non avevo casa allora,
non avevo famiglia _allora_ (ahimè! adesso mi sono state spietatamente
rovinate, e disperse), _non ho cuore io come l'Adami? La mia forza è
ella come la forza delle pietre? la mia carne è ella di rame_?[186] —
Oh! non è questo il solo punto dove con inestimabile amarezza ho veduto
che i medesimi Giudici adoperano due pesi e due misure. Pietro Augusto
Adami è scolpato per essere rimasto in ufficio, dietro le istanze che
gli muovevano spettabili persone, timorose che la Finanza cadesse
in mani pessime. E me non pregarono? No? Me la cittadinanza àncora
ultima di speranza chiamava; a me i servitori stessi di S. A. come a
rifugio estremo ricorrevano; me impiegati principalissimi, _mantenuti
tuttavia in carica_, scongiuravano a non disertare lo ufficio con
rovina sicura del Paese e di loro; nè questo già mi dicevano in faccia
per piaggeria, ma nelle private lettere lo predicavano ai lontani, ma
nei penetrali della famiglia, ma nei fidati colloquii con gli amici
non rifinivano ripetere; e quando più tardi, indignato degl'improperii
di parte repubblicana, dichiarai volermi dimettere, la grande
maggiorità dell'Assemblea per lunghissima ora non supplicò, che io non
volessi mancare nel maggiore uopo al bisogno della Patria?[187] — Del
Municipio, della Guardia Civica e dei Deputati, ho detto qui sopra.
Oh! chi sa, che quelle mani... — ma che dico io, chi sa? — quelle mani
stesse, che vergarono la ingrata Accusa, scrissero il voto di fiducia a
mio favore, volendo allora tributarmi l'onorevole approvazione pel mio
operato! — Ma ahimè! il sentimento della gratitudine s'inaridisce più
presto della lacrima dell'erede... Io, invitato ad usare le mie scarse
facoltà in benefizio del mio Paese, non ho mai rifuggito, comecchè con
mio carico grande; e se nel 12 aprile io non lasciai Firenze, e' fu
perchè mi pregarono interpormi, onde Livorno aderisse di quieto alla
restaurazione del Principato Costituzionale: poi si scoperse essere un
tranello cotesto; ma il mondo dirà da qual parte stia la vergogna, se
dalla parte dei venerabili personaggi che dello amore di Patria fecero
insidia, o dalla mia, che mi lasciai prendere a quell'amo!

I Giudici commendano Adami per avere conservato gl'impiegati: ma io
feci di più; un segretario antico e benemerito del Ministero dello
Interno, Ambrogio Piovacari, me istante, fu promosso a Consigliere di
Stato, e nel suo ufficio posi la persona ch'egli stesso mi designava.
Frequenti lettere anonime mi confortavano, ed anche _minacciavano_, a
dimettere un altro Segretario, il Signore Allegretti. Io gli mostrai
le lettere, gli dissi reputarlo, qual è, onesto, e, per quanto
stesse in me, volerlo conservare in ufficio. Altra lettera anonima
mi notiziava agitarsi ai miei danni Ferdinando Fortini; io gli mandai
per suo governo il foglio accusatore, certificandolo della mia perenne
amicizia.

E la mia lettera suonava in questa sentenza: «Amico. Se io credessi
vero quanto nell'acclusa lettera si legge, io non te la manderei. Da
quella vedrai come in questi tempi infelici la calunnia non risparmia
te nè la tua famiglia. Se puoi argomentare da quale mano nemica muove
cotesto foglio, badati. In quanto a me è inutile dirti che simili
infamie non valgono a farmi mutare opinione intorno ai probi uomini,
fra i quali novero meritamente te. Fammi grazia salutare il Sig.
Duchoqué, il quale ebbi l'onore di conoscere in circostanza non troppo
piacevole, ma non per cagione sua. Addio.

  «Firenze, 20 ottobre, 1848.

                                                      «Aff. GUERRAZZI.

«_Al Sig. Avv. Ferdinando Fortini Regio Procuratore Firenze_.[188]»

A certo altro facevano guerra (Stefano Stefanini Commissario degli
Ospedali di Livorno) e n'era pretesto l'affezione al Governo passato,
gli onori ricevuti da quello; motivo vero la cupidità della sua carica
onoratissimamente esercitata. L'egregio uomo tra le angoscie della
iniqua persecuzione smarriva l'animo, e a me per aiuto scriveva.
Ecco come io lo confortava: «Amico carissimo. — A questa ora _avrai
pace_, lo spero, e poi _lo voglio_. Ed ho potuto, e voluto, quando ero
nulla; pensa se adesso! — La mia amministrazione sarà breve o lunga,
poco importa, ma sarà di _giustizia. Dunque rispondimi se ti lasciano
tranquillo_. — Eccoti una supplica. Se merita, ti offro modo di fare un
bene, e conciliarti favore; — se non merita, — nulla: Addio.»

Dirò altrove del giovane Boiti per sospetto degli Arrabbiati dovuto
allontanare, e poi da me restituito in ufficio.

A tutti i servitori del Principe curai si mantenessero gli stipendii,
e fu già detto, col Decreto del 10 febbraio 1849.

I sussidii alle molte famiglie povere elargiti dalla Corte di S. A.
ordinai si continuassero.[189] Finalmente provvidi affinchè in modo
stabile le sorti degl'impiegati della Corte si determinassero.[190]

Membro del Governo Provvisorio, impiegai perfino Pretore al Porto
Santo Stefano chi venne ad arrestarmi un anno avanti! — E basti.....
perchè è pure ignobile, Dio mio! — è pure infelice la condizione ove
la necessità della difesa mi costringe a spogliare il benefizio del suo
divino pudore.[191]

Lodano i Giudici meritamente Emilio Torelli, il quale per lungo tempo
mi servì con zelo come guardia del corpo aspettandomi spesso nelle
tarde ore di notte, per iscortarmi a casa; lo lodano, dico, per essersi
adoperato a salvare dalle mani dei faziosi oggetti di regia proprietà,
e non sanno compartire merito alcuno a me, che rientrato appena in
Palazzo, sbigottito della mente, e indolenzito della persona, firmai
tre Decreti, e primo fra questi, quello che instituisce la Commissione
dei Signori Generale Chigi, Gonfaloniere Peruzzi, Deputato Fabbri, e
Professore Emilio Cipriani _per prendere in consegna immediatamente
tutti i palazzi regii, e oggetti di qualunque natura nei medesimi
esistenti_,[192] onde salvarli dalla dispersione.

I Giudici e l'Accusa non hanno avuto occhi per leggere la risposta,
che di mia commissione mandava il Segretario del Governo Chiarini al
sig. Poggi, custode del Palazzo della Crocetta, il quale mi avvisava
come una mano d'individui, _nel 23 marzo 1849_, minacciasse convertire
cotesto Palazzo in Quartieri, e lo annesso giardino ridurre a orto, per
seminarvi _carote, cavoli_ e _patate_ ad uso delle milizie.

«Sig. Poggi. Sono incaricato dal Governo Esecutivo di rispondere
alla sua del 23 spirante. Avanti tutto le faccio sapere che le di
lei osservazioni, in essa manifestate, sono ritrovate non giuste, ma
_giustissime_. Nel tempo stesso rendo a sua piena cognizione, che
il Governo mai ebbe in _animo di ridurre il Palazzo della Crocetta
ad uso di Quartieri, nè per ora soggetto a nessuna innovazione_. Il
Governo conosce benissimo le _convenienze_, e molto più sa rispettare
le opere di Arte: mai è stato vandalo. Si rassicuri, caro sig. Poggi;
usi il _solito attaccamento alle cose affidatele_, e vada persuaso
che comunque girino gli eventi, i galantuomini sono sempre rispettati,
e riveriti.» (Così allora credevo.) «_Se il Governo non ha potuto in
tutto e per tutto ostare alle esorbitanze e agli arbitrii dei molti
intemperanti, non è stato suo volere, ma sola mancanza di cooperazione,
e di forza_. Dove non è ordine, non è legge. Però mai sotto il suo
Governo (cioè del Guerrazzi) saranno compiti atti _di violenza, nè
contro le cose, nè contro le persone, di qualunque condizione si
sieno_.[193]»

A me da tempo remotissimo era noto il signor Poggi, che fu amico di mio
padre, e sovente me lo era venuto ricordando con affetto, sicchè quando
lo rividi, lo accolsi come conoscenza antica: però questa lettera,
oltre lo scopo pel quale adesso è citata, giova maravigliosamente a
provare quante esorbitanze avessi a subire, e a quante, con mio sommo
dolore, non mi trovai capace di riparare per difetto di forza e di
sussidio!

I Giudici non trovano parola di lode alla discretezza mia di fare
apporre sigilli al gabinetto particolare di S. A., onde le sue carte
non andassero rovistate; nessuna pel Proclama scritto da me nella notte
dell'8 al 9, e pubblicato nel _Monitore_ del 9 con la data dell'8, dove
s'incontrano le parole: «Custodi per volere del Popolo della civiltà,
della probità, della giustizia, noi siamo determinati a reprimere
acerbamente le inique mene dei _violenti_ e dei _retrogradi_;» nessuna
alla perigliosa minaccia da me diretta al Niccolini e alla turba
seguace, che intendeva irrompere nel Palazzo Corsini, e trambustarlo
da cima in fondo, per trarne un supposto tesoro appartenente a S. A.,
di che eglino erano (come asserivano) informati da un servo di casa.
I Giudici lodano il Prefetto Guidi Rontani, per avere fatto abbattere
gli alberi nella corte del Liceo Imperiale; e me, che davanti le
moltitudini affollate ostai al piantare dell'albero sopra la piazza,
non ricordano nemmeno. Che più! quello che in altrui dai Giudici si
scusa, in me s'incolpa: così si approva il medesimo Prefetto per avere
fatto remuovere i granducali stemmi a scanso di oltraggi plebei; io poi
che condotto dagli stessi motivi trasmettevo ordini uguali, al parere
dei Giudici commettevo delitto. Dovevo io sopportare che si rinnuovasse
la turpitudine di vederli da Fiesole strascinati a Firenze?[194]



XVIII.

Cause di delinquere.


Toccai sopra di quanta importanza sia investigare le cause per le
quali l'uomo può essersi diretto ad agire, imperciocchè ogni atto che
si parte da mente supposta sana, se manchi di causa proporzionata e
razionale, deve per necessità ritenersi involontario o costretto; i
Giuristi dicono: non informato da dolo. Qui vuolsi considerare come
due motivi soli potessero persuadermi a cospirare per la rivoluzione;
o personali od opinativi. Personali sono, cupidigia di averi e di
onorificenze. Quanto io fossi vago di pecunia lo mostrai, quando
abbandonati floridissimi negozii, consentii a tenere tale carica di cui
l'onorario bastava alla _metà sola_ delle spese del dignitoso vivere
di mia famiglia, e mio. Scrittori no, ma arpie, di cui instituto è
contaminare tutto quello che toccano, non mancarono appormi cupido
ingegno, anzi avaro. I libri della mia domestica economia ricercati,
dimostrarono quanto sia poca cosa la mia sostanza, quali le vie per
acquistarla, quali le spese, e i motivi delle spese. Se coloro che
scrivono facessero studio di onestà come e' professano, porrebbero
cura a bene informarsi prima di asserire cosa che leda la estimazione
altrui; nè a sfuggire la taccia bruttissima di calunniosi, può loro
giovare punto la protesta di ritrattarsi subito che venga dimostrato
lo errore in cui sono caduti, avvegnadio non si comprenda con quale
autorità essi citino al proprio tribunale uomini dabbene, per colpe
che mai non furono, tranne nella loro matta fantasia; tribunale per di
più spregevole, come quello che già si mostrò o leggiero o maligno;
— e finalmente domando io che cosa si penserebbe di un uomo il quale
ti dicesse: lascia che io ti ferisca, nè richiamarti che io ti faccia
torto, perchè tengo in pronto balsamo e fila per medicarti la piaga?
Tali sono quei moderati scrittori, che dopo averti calunniato si
protestano dispostissimi a ritrattarsi. Ipocriti! Il vostro dovere
è quello di bene esaminare prima di gittare la pietra; e di coteste
ipocrisie oggimai logoro è il conio.[195]

In quanto a vaghezza di onori, io prego prima di tutto di non
attribuire a immodestia quanto sono per dire. Io veramente non credo
che ad acquistarmi un po' di fama nel mio paese, mi abbisognasse la
carica ministeriale; nè per uomo travagliato da libidine di ambizione
può bastare il Ministero Toscano, di cui la fatica è pari a qualunque
Ministero del mondo, superiori le ansietà perchè ogni acqua ci bagna, e
ogni vento ci muove; infinitamente minore la fama. — Ma via, posto che
questa febbre ambiziosa mi fosse caduta addosso, o non doveva essere
sazia con la promozione alla carica di Ministro, e forse, in breve,
a quella di Presidente del Consiglio? Lo intento che aveva potuto
proporsi il mio cuore era già conseguito, e consisteva nel fare palese,
col perdono, con la tutela, col beneficio di coloro che non pure mi
erano proceduti avversi, ma nemici, quanto io fossi diverso da quello
che mi avevano dipinto. E se dico questo, non faccio per rimbrottarlo,
no, — o per suscitare memorie oggimai date all'oblio; io lo faccio
costretto a difendermi, perchè la mia vita non è stata altro che
affanno; — compatitemi, e non rimettete della vostra benevolenza che mi
ridonaste. Continuiamo amici, dacchè siamo miseri assai. Intanto corse
un grido che diceva: «Chiunque vuole aver bene dal Guerrazzi, bisogna
che gli faccia del male.» Esagerava questo, ma la esagerazione stessa
prova la verità delle cose. Possano dunque le ambizioni altrui proporsi
sempre uno scopo non diverso dal mio!

Forse, avvertirà l'Accusa sottilissima, v'increbbe il Governo
Costituzionale, perchè vedeste durarvi _instabili_ i Ministeri. Certo,
i Ministeri vi sono instabili e pericolosi, ma nelle Repubbliche
appaiono instabilissimi e pericolosissimi; sicchè il sospetto non
ha luogo. Ma l'Accusa insisterà dicendo: Forse vi prese cupidità di
più alto seggio. — Vennero da Roma, una volta, deputazione di uomini
distinti per natali e per condizione, ed un'altra, di messi speciali
nelle ore più tarde della notte, a offerirmi carica suprema, ed io la
rifiutai; e prova di quanto affermo occorre nel Decreto proposto dal
Principe C. G. Bonaparte all'Assemblea della Repubblica Romana, che
suona così:

«Visto che il Popolo tanto della Toscana quanto della Repubblica
Romana, hanno più che bastantemente dimostrato che vogliono la
unificazione sotto un regime repubblicano; l'Assemblea sovrana della
Repubblica Romana:

«1º Invita i 120 Deputati, componenti la Costituente Toscana, a venire
a sedere fra noi per formare la Costituente della Repubblica della
Italia Centrale.

«2º Offre al Guerrazzi un seggio nel Triumvirato della Repubblica
complessiva ec.»[196]

Dunque nè anche la supposta cupidità mi mosse. — Intorno ai fini
opinativi è chiarito come io, dall'incominciare delle Riforme,
speculando sul genio del Paese, mi scoprissi contrario alla Repubblica.
Se per me si fosse voluta, nell'8 febbraio sarebbe stata proclamata in
Toscana, come si vedrà più largamente in seguito; se con giudizio o no,
se per durare o passare a modo di spettro, se a sostegno o a rovina del
Paese, è diversa ricerca: nessuno si opponeva; i dissidenti vi erano,
ma non avevano coraggio di fiatare; anzi si spenzolavano, smaniosi più
degli altri, a proclamare la Repubblica; mani e piedi pestavano per
volerla, e subito: per poco me non accusavano di traditore opponendomi
ai legittimi voti del Popolo, al _desiderio eterno riposto nell'intimo
del loro cuore repubblicano_. Io contemplava la nuova viltà, e
sorrideva. Udite un po' come si esprimeva il _Conciliatore_ del 28
febbraio 1849: «Che cosa possiamo sperare da coloro che s'inchinano
a tutti i poteri, che stancarono le anticamere delle Corti e dei
Ministeri, e che _oggi proclamano svisceratissimi la Repubblica? O
Libertà.... quando il tuo culto era proscritto, tu conoscevi a nome i
tuoi addetti; oggi, che hai altari su le piazze e su i trivii, anche
i tuoi_ più crudeli ed antichi nemici _ti portano pubbliche offerte
fra le acclamazioni delle immemori turbe_.» Non ti pare quasi sentire
un lamento del _Conciliatore_ che altri gli abbia vinta la mano, e
possa essere reputato più amante della Repubblica di lui? Bassa voglia
poi sarebbe indicare chi questi svisceratissimi della Repubblica si
fossero: la morale pubblica ne scapiterebbe; e poi picchiandosi il
petto, essi si confessarono pentiti e dichiararono di non peccare
mai più.... fino alla prima occasione. Io non mi prevalsi nè della
ebbrezza, nè del furore, nè della pazienza, nè della viltà. Eletto
tutore del Popolo, e consapevole dei suoi veri desiderii, mi sarebbe
parso fare opera di ladro, che carpisce la firma ad una cambiale
dall'uomo preso dal vino, sospingendolo al Partito della Repubblica.
I Repubblicani in questo fanno appunto consistere la mia colpa;
io la mia probità. A me piace proporre al Popolo, dopo pranzo, le
risoluzioni ch'egli confermerà anche la mattina a digiuno: perfida mi
è parsa sempre la dottrina di mettere a repentaglio così moltitudini,
come individui: più tardi, risensati, lacerano lo ingannatore, ne
maledicono la fama. Io di altri Popoli nè so, nè parlo; ma affermo,
che non ostante la ebbrezza e il furore di molti, gli eccitamenti
interni ed esterni, la viltà e la pazienza, — la grande maggioranza
dei Toscani, finchè vissi nel mondo politico, non era repubblicana;
il Partito compariva, più che non bisognava, gagliardo a violentare
e a distruggere, ma per creare cosa durevole, non sarebbe bastato.
Questa gente, infervorata nella sua idea, non vuole comprendere come
con uomini, che al vedere bandiere, udire tamburi, gridi e simili
altre diavolerie, guardano trasognati, poi si ritirano in casa
chiudendo le finestre, non si può creare Repubbliche. La grandissima
maggioranza delle persone educate in Toscana, stando al Ministero e
prima, conobbi appassionata delle vere libertà costituzionali, e non
delle bugiarde che si gittano alle genti come un osso da rodere, e poi
non si vogliono o non si possono mantenere; agli altri, in ispecie ai
campagnuoli, bisognava dare ad intendere la Libertà come la dottrina
cristiana. Io certa volta dissi alla Corona, che il Governo doveva
essere educatore di libertà in Toscana, e mi parve dire bene; se i
tempi sono mutati dopo due e più anni di carcere, non so, nè m'importa
conoscere; ma allora era così. Intanto i Repubblicani mi regalano il
titolo di _stolto_, e sarò; mi basta quello di onesto: ma quello che
parrà più strano a credersi, si è che mentre i miei Giudici mi tengono
in prigione per avere cospirato contro il Principato, e promossa la
Repubblica, i Repubblicani protestano che mi ci avrebbero messo eglino
medesimi, per averla attraversata: «La Repubblica Romana era divenuta
per esso come uno spino, e quello spino vie più gli era infesto,
allorchè gli si parlava di Unione.»[197] E poco oltre, a pagina 174,
così si esprime il signor Rusconi: «Una Commissione fu istituita,
che disse governare in nome del Principe, e gli amici del Principato
toscano cominciarono dal retribuire Guerrazzi dei servigi fatti loro,
con quella _carcere che da tutti altri che da essi avrebbe dovuto
meritare_.»

Sicchè, a quanto pare, non ci è rimedio; io nacqui proprio nel mondo
sotto la costellazione della prigione!!! — _Pericula in mare, pericula
in terra_, — diceva S. Paolo.

Sembra pertanto che io non avessi motivo alcuno a sovvertire il
Principato Costituzionale; all'opposto lo avessi grandissimo a
mantenerlo.



XIX.

Della contradizione notata dai Documenti dell'Accusa fra la potenza e
la impotenza di resistere alle pretensioni del Partito repubblicano.


Or come, dice l'Accusa, potete voi sostenere a un punto la potenza
e la impotenza a reprimere? Questo suona contradittorio: anzi, deve
dirsi, che siccome a parecchie enormità opponendovi le impediste, così
a tutte le altre successe voi non vi opponeste, nè le voleste impedire.
(Decreti del 10 giugno 1850 § 54, e del 7 gennaio 1851 § 53.)

Due erano, come ho detto, i fini che io pensai essermi affidati, e
mi affidarono certo gli onesti cittadini e il Parlamento: la salute
della società, e questo principalissimo; l'altro di preservare il Paese
da avventurosi esperimenti; o, se si vuole più chiaro, di consultare
con pacatezza i Toscani intorno al modo col quale intendevano essere
governati. Al primo scopo provvidi, e corrisposi, confido almeno, alla
aspettativa universale; ma in questa parte ebbi a compagni anche gli
onesti Repubblicani, i quali pure aborrivano dalle violenze, dalle
rapine, e dal sangue; la coscienza pubblica mi sovvenne con la sua
grande voce; e una tal quale esitanza provavano ancora quelli che
procedevano più rotti, sicchè, comunque aspra lotta durassi, pure,
Dio aiutando, mi venne fatto conservare illesa, anche in mezzo ai
trambusti, l'antica fama di civiltà, di cui, meritamente, godeva, e
dovrebbe continuare a godere il nostro Paese. Ma se a tutto non avessi
potuto riparare, come sarebbe giusto imputarmelo? Se portai le mille
libbre e non potei le due mila, i miei Giudici non solo mi negheranno
la mercede per le mille libbre portate, ma pretenderanno multarmi
per le mille che non ho potuto portare? Egli è invano, che i miei
Giudici rigetterebbero questo paragone e questa conseguenza; i loro
argomenti procedono sempre così. In quanto poi al secondo scopo che mi
era proposto, ecco come riuscii a salvare la somma delle cose. Vuolsi
principalmente avvertire, come principio emesso dai Repubblicani, in
ispecie quando si agitò la questione se la Lombardia dovesse unificarsi
al Piemonte, fu consultare il voto universale, _imperciocchè, abolita
ogni idea di diritto divino, reputino il Popolo origine di tutta
sovranità_. Il quale principio oggi non pure è dei Repubblicani, ma
vi si accostano eziandio quelli che si mostrano caldi promotori delle
regie prerogative. «Io credo che la sovranità, secondo la teoria
costituzionale, risieda esclusivamente nel Popolo, il quale delega
a questo il potere legislativo, a quell'altro il potere esecutivo;»
diceva il Montalembert (il quale, credo che non importi avvertire che
non è Repubblicano) nell'Assemblea di Francia il 10 febbraio 1851.
Il Governatore di Livorno con Dispaccio dell'8 febbraio avvisava,
come Giuseppe Mazzini arrivato (al mal fagli male), su l'alba di
quello stesso giorno, a bordo dell'_Ellesponto_, arringando al Popolo
avesse concluso: «che la Toscana doveva aspettare le determinazioni
della Costituente — e di Roma.»[198] E sue precise parole furono: «La
nazione, per mezzo dei rappresentanti del Popolo, eletti col suffragio
universale e con libero mandato, _farà conoscere le sue volontà, e noi
c'inchineremo al sovrano_.»[199]

Questo stava bene in teoria; ma in pratica non istava più bene; anzi,
secondo le contingenze, aveva ad esser tutto a rovescio. Là dove il
Popolo propende alla Repubblica, si consulti col voto universale; dove
no, cotesto diventa fastidioso puritanismo, e bastano le petizioni dei
Circoli, gl'indirizzi dei Municipii (che oggimai noi conosciamo a prova
di che cosa essi sappiano), e i clamori di piazza. Logica è questa
di ogni Partito di cui lo scopo consiste nel riuscire a qualsivoglia
costo. — In Toscana il Popolo, non ostante la vertigine che lo agitava,
consultato a cose quiete, non avrebbe risposto nella maggioranza
alla Repubblica: questo aveva subodorato Giuseppe Mazzini, ed invero,
informando l'Assemblea romana su le condizioni della Toscana, spiega
chiaro: «che le tendenze della parte più _energica_, più importante
della popolazione, sono altamente unificatrici, e dicendo unificatrici
intendo escludere il dubbio vocabolo di unione. Tutti i Giornali sono
unanimi in questa espressione.... tutti i Circoli, — molti Municipii, —
parecchi Comandi della Guardia Nazionale, dichiararono nella _penultima
domenica del mese scorso_, con una manifestazione solenne seguita da
altre adesioni nei giorni seguenti, che il voto della Toscana era la
forma repubblicana e la unificazione con Roma.»[200] Le quali parole
lasciano pur troppo intendere, che la parte più _energica_ era per
la Repubblica, ma lo stesso non poteva dirsi della più numerosa.
Però Mazzini _intende_, ma non _approva_ più che sia consultato il
Popolo.... «perchè l'unica legalità nelle rivoluzioni sta nello
interrogare.... _nello indovinare_ il volere del Popolo, e nello
attuarlo.»[201] Tra _interrogare_ e _indovinare_ passa divario grande,
quasi quanto tra il _complice_ e lo _impotente_, o tra _tutti_ e
_taluno_ dell'Accusa. Ma egli è così: là dove lo spirito di parte detta
i giudizii, si affacciano sempre le medesime formule di sofisma. Fatto
sta, che si voleva commuovere, rimescolare il Popolo, e, s'era ebbro
d'acqua arzente, dargli a bere olio di vetriolo. Così s'incendiano
gli Stati, non si costituiscono, ed io non ho voluto rovine. E poi
neanche poteva conseguirsi quello a cui tendeva, perchè ai deliranti
non faceva mestieri aumentare delirio, e pei repugnanti ogni argomento
tornava inutile, per la ragione dichiarata poco anzi dello starsi a
vedere e poi chiudere le finestre. — Abbiamo veduto altrove Popoli
interi muoversi e insorgere al nome di Repubblica: ma io credo che
vadano grandemente errati coloro che immaginano le moltitudini si
muovessero unicamente per forma di governo, che neppure intendevano;
parte si mossero per fame, parte per ingiurie patite, parte per odio
di feudali istituti, parte per amore di libertà: altri per altre
cose. La formula delle rivoluzioni somministrano gl'intelligenti,
le passioni, il Popolo: donde avviene che tutte le tendenze unite a
distruggere, disaccordino poi sul modo di fabbricare. La ragione,
per la quale i Partiti compaiono a prova prodigiosamente deboli a
governare, si è questa, che il fascio, stretto durante la battaglia,
si scioglie dopo la vittoria. Or qui in Toscana mancavano (e prego
Dio che abbiano sempre a mancare) ingiurie sanguinose a vendicare,
odii antichi a sbramarsi; solo in molti, ma non nei più, Toscani,
era vaghezza di forme repubblicane; molti ancora, non può negarsi,
si agitavano per cupidigie o per bisogni, e, non frenati, stavano per
partorire deplorabili lutti; piantatrice e spiantatrice degli alberi
della Libertà, per la massima parte, era di questa sorta gente, che
ama le baruffe e le provoca solo per pescare nel torbido; taccio di
quelli che non erano di qui. Ma per amore della Repubblica, per quante
ne sapessero fare, non si muovevano davvero i mezzaioli in campagna,
nè i borghesi in città, i proprietarii grandi, la nobiltà, il clero.
— Agitate, agitate, perchè le minorità vincono le maggiorità; — le
vincono, è vero, o piuttosto le stupefanno, ma per durare ci vogliono
gli annegamenti nella Loira, le mitraglie di Lione; e questi estremi
rendono spaventevole la Libertà, e la fanno precipitare alla tirannide
soldatesca. Tuttavolta, questo volevasi, intendetelo bene, signori
Giudici, e questo sarebbesi fatto: e poichè la vostra coscienza non
ve lo ha saputo dire, vi dica il Paese intero, cui mi giova sperare
non ingrato, chi impedì questo, e a qual prezzo. — Agitate, agitate, e
troveremo cannoni, armi ed armati; — ahimè! la esperienza ha dimostrato
non succedere così; e senza un buon nervo di esercito disciplinato, i
volontarii o fuggono, come i Francesi a _Grand Pré,_ o muoiono, come i
Toscani a Montanara — gloriosamente, sì, ma non vincono....

Finchè pertanto i Repubblicani si stavano ai ragionamenti, che erano:
inutile consultare il Popolo, dacchè per le petizioni dei Circoli,
dei Municipii, della Guardia Civica, e per le acclamazioni delle
genti, il voto si dimostrava patente; io rispondeva: tanto meglio: s'è
vero come supponete, apparirà solennemente manifesta la propensione
dell'universale per la Repubblica; ma non falsiamo il principio del
suffragio da voi stessi predicato: guardate a non comparire apostoli
bugiardi: parmi, ed è indegno di uomini che si vantano creatori di
nuovo ordine di cose, incominciare con la menzogna, ch'è vizio della
viltà. Così non ho mai veduto incominciare i reggimenti gagliardi.
Romolo inizia il suo regno con un atto di ferocia, ma non di bassezza.
Ora con quale fronte vorrete adoperare voi le medesime arti, che più
diceste aborrire negli avversarii vostri? Voi sostiene la opinione
di lealtà; di amici sinceri del Popolo, voi diventate sopraffattori
e tiranni. Voi, Mazzini, avversaste Vincenzo Gioberti, quando, prima
che la vittoria decidesse le fortune italiane, voleva che Lombardia si
aggiungesse al Piemonte, e dicevate non essere quello il momento di
sturbare con importune trattative il pensiero dei Popoli, che unico
doveva concentrarsi nella guerra della Indipendenza; ed io vi detti
ragione.[202] Ed ora quello ch'era buono per Lombardia e Piemonte,
non è più vero per Toscana e per Roma? Ma lasciamo questo da parte:
come potete pretendere onestamente proclamata la Repubblica a tumulto,
mentre l'aria dura commossa dalla vibrazione della vostra voce, che
diceva: «che la nazione deve dichiarare la sua volontà per mezzo
dei rappresentanti eletti col suffragio universale?...» E fino dal
16 febbraio a Mazzini opponeva Mazzini, gittandogli in volto le sue
dichiarazioni predicate a Livorno; «ecco le parole piene di fede, e di
senno, che Mazzini rispondeva al Popolo di Livorno, che saputa la fuga
del Granduca domandava ad alte grida la Repubblica: — Io repubblicano
per tutta la mia vita, vi esorto ad attenderne la iniziativa da Roma;
sono là i veri rappresentanti del Popolo, e noi dobbiamo inchinarci
a quel potere sovrano.»[203] — L'Accusa io qui l'ascolto esultare
dicendo: dunque, vedi, anche tu accennavi aderire all'Assemblea
Costituente di Roma, — ed io le rispondo: tu non capisci niente; —
allora importava non irrompesse la Repubblica a furia, e non era a
guardarsi la natura del rimedio, purchè salvasse dal male presente:
poi cosa fa cosa, e tempo la governa. Mazzini pertanto, ed i seguaci
suoi non potevano replicarmi in viso senza inverecondia, _imperciocchè
adoperava a combatterli le loro stesse parole_. Allora furono tentate
altre vie.

Imitate, dicevano i Repubblicani, il Governo Provvisorio di Francia;
ordinate provvisoriamente la Repubblica, salva la sanzione del Popolo,
come fece Lamartine. Per questo modo, proseguivano essi giovandosi
degli argomenti di lui, farete cosa a un punto rivoluzionaria, e
conservatrice; imperciocchè da un lato lo sperimento della Repubblica,
durante certo spazio più o meno lungo di tempo, sarà sempre tanto
guadagno fatto pei governi liberali, e pei vantaggi del Popolo;
dall'altro, dove anche più tardi l'Assemblea disfacesse la Repubblica,
partorirà adesso entusiasmo nel Popolo, soddisfazione agli animi
agitati, maraviglia alla Europa, impulso e forza per traversare lo
abisso senza fine cupo della rivoluzione.[204]

E questo era intoppo duro davvero. Se non che, ripreso animo, io
rispondeva: di grazia, ascoltatemi; voi altri sapete come il Cormenin,
favellando del Lamartine, abbia detto che un castaldo avvezzo alle
faccende di villa mostrerebbe facilmente a prova, anche in quelle
della politica, più giudizio del Lamartine; ed io del Lamartine, del
Cormenin, e degli altri uomini di Stato francesi non ripeterò, chè
non sarebbe giusto, quello che già scrisse il Machiavelli di loro,
cioè, che i mali orditi del cervello sanno rinforzare con le mani; e
nè anche quello che ei disse al Cardinale di Ambosa: «di Stato, voi
altri Francesi, non intendete niente;» ma è certo, che tutti quelli
i quali in Francia fanno professione di politica, non intendono
troppo. Però posto questo da parte, e stringendoci a ragionare del
Lamartine, vi pare egli discorso cotesto suo di mettere in cimento la
Repubblica, come si farebbe, a modo di esempio, nelle scuole, di un
calcolo, o di una dimostrazione geometrica? A questo ufficio bastano
una lavagna e un pezzo di pietra da sarto; e se il calcolo non riesce,
si strofina col ruotolo della cimosa, e da capo. Volendo sperimentare
la Repubblica, se ti attieni al metterne fuori unicamente il nome,
converti il Governo in bersaglio, onde tutti i Partiti contrarii
gli tirino addosso di punto in bianco; ma al nome solo non puoi
attenerti, nè devi; quindi per durare anche una settimana ti trovi
condotto a imprimere nel Governo e nel Popolo un moto corrispondente
al fine proposto, accomodarvi i provvedimenti e le leggi, scansare gli
uomini disadatti o contrarii, altri sostituirne amorevoli e acconci,
distruggere antichi interessi, altri crearne,... e tutto questo per
prova? E tutto questo, incerti se la Repubblica possa sostenersi?
Bel giudizio davvero, moltiplicare le cause di perturbazioni e di
contrasti, allorchè vi proponete ricomporre l'ordine sociale sconvolto!
Poi, Francia è Francia, e Toscana è Toscana: la Repubblica in Francia
può dare argomento di maraviglia alla Europa; in Toscana, di riso:
costà fra 36 milioni di uomini, qualche milione può sorgere a sostenere
con le armi la opinione del Governo, e propria; ma qui fra noi conviene
starci contenti alle migliaia, ed anche poche. Nè mi parlate di Roma,
di Sicilia e di Venezia: queste ultime due, male si reggono in vita; e
invece di trasmettere altrui, chiedono forza per loro. Roma e Toscana,
sommate insieme fanno una debolezza, perchè non possiedono armi, nè
pecunia, nè eserciti addestrati, i quali da un punto all'altro non si
arriva a formare. Ancora: Francia, per lunghi anni educata nella vita
politica, per avventura potè credersi giunta al grado convenevole di
maturità per adattarsi alla nuova forma di Governo, quantunque voi
sappiate come grave sia il subuglio dei Partiti colà, perfidiandosi
intorno alla libera scelta della Repubblica, con danno inestimabile
alla reputazione di questa: ma Toscana si leva adesso, e non ha ben
desti gli occhi; gli animi vi sono rimessi, inerti a molti gli spiriti,
i partiti estremi impossibili; speculatori arguti sono per la più
parte i Toscani, e più facili a fare per consiglio della mente che per
subitezza del cuore; anzi quel continuo rombo di parole superlative, e
di concetti esorbitanti, gl'inquieta come api che fuggono dai bugni,
se odano rumore di lebeti percossi; e sopra tutto vi raccomando a
considerare, che la Toscana delle libertà costituzionali si chiamava
non ha guari soddisfatta; nè ella operò rivoluzione alcuna; nè credo
che la voglia operare: lo scettro è in mano al Popolo, non perchè ei
volesse strapparlo, o lo strappasse, ma perchè gli fu lasciato. Questo
abisso di mandare in perdizione la Società, noi da vicino non minaccia;
di comunismo per ora, se spruzzate, non paionmi contaminate le
moltitudini; la Repubblica, anzichè diminuire le perturbazioni, avrebbe
virtù di aumentarle, e rendere forse disperato un male di per sè stesso
gravissimo. Ad ogni modo, che il Popolo universo a decidere delle sue
sorti consentisse, questo prometteste, questo promisi, e questo hassi
a mantenere: leali vi chiamaste, e leali perdurate, chè bene v'incorrà
della conservata rettitudine. — E alle ragioni, che procrastinando
si sfiduciavano gli animi, i malfermi alienavansi, sfocavansi gli
ardenti, e si dava luogo a insinuare che il Governo procedesse
avverso alla Repubblica, io replicava: questo non essere da temersi,
imperciocchè il Governo fino dai suoi primordii aveva dichiarato, che
per pronunziare la decadenza del Principe e la Repubblica, dovesse
aspettarsi che lo universo Popolo toscano emettesse liberissimo
il voto. La _requisitoria_ del Pubblico Ministero Regio dichiara
francamente,_ che tutto il mio sforzo si ridusse a persuadere, ed agire
in qualche contingenza, perchè non venisse la Repubblica attuata troppo
sollecitamente_: la _requisitoria_ del Pubblico Ministero Repubblicano,
rappresentato dal sig. Carlo Rusconi, mi accusa: «Che giunto al Potere,
ebbi modo di fare proclamare la Repubblica, e non volli. — Che quando
mi fu dato unificare due provincie _assecondando_ i voti del Popolo,
comecchè unitario ed entusiasta del Popolo mi fossi detto, bramai
persistere in una disunione _insensata_. — Il dottore Maestri inviato
da Roma instava perchè — il desiderio di unificazione, che _nel Popolo
si manifestava_, fosse appagato. _Lottando quotidianamente_ col toscano
Triumviro, a cui tutti quegli argomenti adduceva che sogliono far
forza in chi non ha preconcetta opinione ec.» Chi ci era, racconta
che _quotidiane_ erano le istanze, (e istanze di gente arrabbiata,
fanatica, e forte su le armi, si sa che cosa vogliano dire); chi non ci
era sostiene che furono rade; chi ci era mi accusa che procrastinando
rovinai il concetto repubblicano, chi non ci era, sprezza cotesta
opera come di piccolo momento. I Repubblicani, i quali di rivoluzioni
s'intendono più assai del Regio Procuratore Generale (e spero che
questi non me lo vorrà contrastare) dicono, che _occasione passata è
occasione perduta_; ed hanno ragione: la Repubblica poteva instituirsi
in Toscana, ma nel modo che nelle antecedenti carte ho avvertito; ed
io ripeto, fui tutore del Paese, non capo delirante di fazione. Anche
quando fosse vero, come non è, che il mio sforzo tendesse unicamente
a procrastinare, l'Accusa dovrebbe sapere che ciò sarebbe più che non
bisogna nelle rivoluzioni. Una notte di pensiero cangia le tendenze
dell'animo, il quale senza impulso veemente ed attuale schiva, almeno
nei più, precipitare a partiti disperati.

Devo confessare come fra le infinite umiliazioni con le quali fu
saziato il mio cuore, nessuna tanto profondamente mi tocca quanto
quella del trovarmi condotto a esporre la mia ragione a tale, che le
verità volgarissime della Storia s'infinge ignorare; e dico s'infinge,
conciossiachè riesca duro a credere, che abbia animo per giudicare di
politica chi di politica si senta siffattamente inesperto. Il sig.
De Barante, uomo di senno antico, e per pratica di negozii pubblici
rinomato assai, dettando il suo libro della _Storia della Convenzione
di Francia_, assicura che tutto il male della Rivoluzione venne dal non
trovarsi persona capace a resistere allo impeto dei primi moti, onde
si componesse una opinione giusta delle cose, una bandiera sorgesse
dove i cittadini sbigottiti si assembrassero; — all'opposto, persuasi
fino dai primi giorni che ogni Governo era cessato, si trovarono in
balía di tutte le autorità imposte di mano in mano dalla violenza, _le
quali comandavano in virtù del meccanismo delle sètte, mentre l'ordine
nella Società era venuto meno. — Tutto il mio sforzo si ridusse ad
agire perchè la Repubblica non venisse attuata troppo sollecitamente_!
— Fatto sta, che la non venne proclamata mai; pur sia come vuole
lo Accusatore: ma sa egli, che cosa importi un giorno, una notte
nelle rivoluzioni? Lo vuole egli sapere? Se di una notte sola avesse
potuto ottenere indugio il virtuoso Malesherbes, per presentare le
sue osservazioni sul modo di contare i voti, la vita di Luigi XVI era
salva; e certamente poi, se nella giornata del 19 gennaio fosse stato
vinto il partito dello aggiornamento alla esecuzione della sentenza:
«car (nota Thiers) _un délai était pour Louis XVI_ la vie mème.[205]»
Vuol egli sapere, che cosa giovi un'ora? La mattina dell'_8 termidoro_
cadde reciso il gentil capo di Andrea Chènier, a cui, poveretto! doleva
morire così giovane, e con tanta potenza di poesia nell'anima... Un
poco più tardi, nel sangue che aveva fatto versare, affoga Robespierre,
e seco va disperso il regno del terrore.[206]

Infatti il _Regio_ Procuratore _Repubblicano_ afferma, che non mi
mancavano gli avvertimenti: «come nulla vi fosse di peggio in politica,
specialmente in tempi di rivoluzione, che il non far nulla, e lo
aspettare gli avvenimenti con la stolta lusinga di dominarli.»[207]

Ma i condottieri della fazione repubblicana erano oltre ogni credere
tenacissimi, e vedendo che le parole non bastavano, fecero prova di
operare una nuova rivoluzione nel giorno 18 febbraio. Nel giorno 18
febbraio una immensa moltitudine conveniva in Piazza; nel 18 febbraio
Niccolini arringando diceva con parole aperte: «Il Popolo ingannarsi
sul conto mio, avversare io la Repubblica, intendermela col Granduca;
entrasse il Popolo in palazzo, mi costringesse a proclamare la
Repubblica: se assentissi, bene; se no, giù dai balconi!»

Questa minaccia fu ripetuta più volte: si aizzava il Popolo a
trucidarmi. Quanti tremavano allora per la mia vita, che ora non
dirò lieti, ma in parte certo profondamente indifferenti, del mio
non degno infortunio! Ma allora ero una trincera dietro la quale
riparavano sbigottiti; adesso sono diventato documento increscioso
d'ingratitudine. Però fu detto dei nostri vecchi: mala bestia è quella,
che dà di calcio al vaglio dopo avere mangiato la biada...

Poco dopo, il fatto tenne dietro alla minaccia. Il Popolo allagò
imperante e furioso. Che cosa fare? A qual Santo votarmi? In mezzo al
tumulto era difficile farmi intendere, e folle il parlare quello che
sentivo; ridotto allo estremo, dicevo: «Ora via, Cittadini, dacchè
volete la Repubblica ad ogni costo, e Repubblica sia; a patto però,
che mi mostriate domani duemila giovani fiorentini armati, e disposti
a combattere per la Repubblica.» Risposero urlando: «trentamila
ne condurremo!» Ed io di nuovo: «Bastano duemila.» Era cotesto un
ripiego che il mio buon genio mi suggeriva per ischermirmi dalla
tremenda violenza che faceva una moltitudine capace d'ingombrare sale,
scale e piazza; e al punto stesso era prova, con la quale intendevo
certificare il Partito repubblicano della vanità dei suoi conati a
strascinare il Popolo intero. Firenze non ebbe i duemila soldati per
la Repubblica, mentre gli aveva avuti, e generosissimi, per la guerra
della Indipendenza italiana, bandita dal Principe Costituzionale.
Così preservai in quello accidente il Paese, la opinione del Partito
repubblicano fu indebolita, e _cresciuta a dismisura la sua rabbia
contro di me_. Questo io operava con pericolo mio contro la moltitudine
arrabbiata il 18 febbraio, _non già dopo la disfatta di Novara_, come
con offesa manifesta del vero non aborrisce affermare l'Accusa.[208]

Nè per questo i Repubblicani si davano punto per vinti: mediante il
Ministro romano sig. Maestri presentano una Nota contenente diversi
articoli per approvarsi subito dal Governo toscano. Se le cose
richieste fossero state ammesse, non lasciavano più il Paese in potestà
di deliberare. Io mi professai incapace a discernere la importanza
della proposta, e dissi, il mio dovere impormi mandarla al Consiglio di
Stato; sperare che il Consiglio l'accoglierebbe; lo avrei sollecitato
a rimettermi il suo parere. — Nello inviarla al Consiglio, gli commisi
scevrasse nelle cose richieste quelle che avrebbero pregiudicato
la libera votazione, dalle altre che la lasciavano illesa. Così
fece il Consiglio: grandissimi si elevarono i clamori per questo, e
tuttavia durano. Io giunsi appena a sedarli, facendo notare, che la
imminente votazione dell'Assemblea avrebbe reso inutile qualunque
restrizione.[209]

Ecco in qual modo pervenni a impedire le urgenti molestie per la
proclamazione della Repubblica, e gli attentati contro la sicurezza
dei cittadini. Le altre improntitudini, per la loro natura non
somministravano uguali rimedii; non pativano dimora; erano cose da
farsi su l'atto; non potevo dei loro stessi principii comporre un
freno per ritenerle; e non avevo meco la opinione pubblica, che mi
sorreggesse: tacevano, tremavano i dabbene cittadini, e si contentavano
a pregare Dio che mi desse forza a resistere. Riguardo a destrezze, nè
sempre giovano, nè sempre si affacciano alla mente nella subitaneità
dei casi che succedono. —

Ora, senza distinguere il modo della resistenza, e confondendo la
ragione delle cose, ricavare dai conati riusciti a bene argomento
per accusare dei fatti che non poterono ripararsi l'uomo che si
sagrificò alla salvezza comune, parmi tanto crudelmente assurdo, quanto
iniquamente ingrato.



XX.

Forza.


L'Accusa confessa questa forza; ma ammettendola facilissimamente
a benefizio altrui, per me poi mostra il viso dell'uomo di arme.
L'antico Pirrone e San Tommaso, a petto suo, sono credenzoni. Così
anche in questa parte, nell'Accusa, si osserva da un lato rilassatezza,
dallo altro incredibile rigore; da una parte miscredenza, dall'altra
superstizione.[210] Nel volume degli _Scritti varii_ recai in volgare
certo canto illirico,[211] il quale dice di un Bano di Croazia, che
era cieco da un occhio; e sordo da un orecchio; e con l'occhio cieco
guardava le miserie dei derelitti; con l'orecchio sordo intendeva
il pianto dei disperati. Ora non vi par egli, che l'Accusa legga
con l'occhio cieco del Bano di Croazia le carte che mi discolpano,
e ascolti con l'orecchio sordo di quello le testimonianze a me
favorevoli? Altrove addussi ragioni di questa diversità manifesta: la
violenza patita dagli altri mi accusa; la violenza, non patita da me,
mi condanna; ma poichè io credo avere dimostrato abbastanza, che di
cotesta forza non fui provocatore nè complice, bisogna, per necessità,
concedere che io sopra gli altri fui esposto a subirne l'azione.

Il Decreto del 10 giugno 1850, da capo in fondo, è pieno di questa
prova di forza che domanda da me; così nello _Attesochè_ 3º racconta:
«che sul finire del 1848 sorse una fazione» (io ho provato che vi era
anche innanzi) «cospirante contro la Monarchia, eccitatrice di plebe
a incomposti disordini, recalcitrante alle Leggi, sprezzante di ogni
autorità, forte d'improntitudini e di audacia per il pervertimento
dei Circoli e lo imperversare della stampa:» — nello _Attesochè_
8º, in conferma della opinione emessa, rammenta i Forti occupati di
Portoferraio; gli Ufficiali prigioni; il plauso feroce allo assassinio
del Rossi; le violenze elettorali, ai giornalisti, al domicilio
dell'Arcivescovo; la stampa repubblicana: — nello _Attesochè_ 9º con
parole, che invano c'ingegneremmo trovare più truci, infama «cotesto
sconvolgimento, come quello che elevava il _furore a virtù_, la
moderazione a delitto, segni certissimi di prossima rovina per la parte
dei faziosi della Monarchia e dello Statuto, i quali aspettavano la
opportunità, e la ebbero nello allontanamento del Granduca da Siena:» —
nello _Attesochè_ 11º parla dello assembramento all'Arcivescovado, che
commise violenze deplorate dai buoni, dai pessimi giornali celebrate: —
nel 12º rammenta lo Indirizzo minaccioso mandato alle Camere, affinchè,
per via del suffragio universale, si eleggessero sollecitamente i
Deputati alla Costituente italiana, onde pel 5 febbraio potessero
assistere alla prima seduta di Roma. — nel 16º e 17º dichiara Siena
turbata pel cruccio e per lo arti della Demagogia, che si augurava
prossimo il rovesciamento del Principato; la rivoluzione imminente
per colpa della stampa, senza limite licenziosa, e del concorso dei
Circoli diventati, nel pervertimento, fratelli; l'anarchia provocata
in Siena, la _città sconvolta dopo_ l'arrivo di Montanelli, Marmocchi
e Niccolini: — nel 18º afferma, per _violenza_, avere il Principe
abbandonata Siena; per _violenza_ le Camere avere eletto il Governo
Provvisorio: — nel 21º espone: «l'audacia di pochi tristi prevalsa
sopra la moltitudine illusa, sconfortata, indifferente, i quali,
vituperato in ogni maniera l'augusto Principe, proclamarono la sua
decadenza dal Trono, e il Governo Provvisorio:» — nel 25º certifica il
Presidente Vanni tornato a presiedere l'Assemblea per concepito timore
di guerra civile e di sangue: — nell'84º racconta dei faziosi esigenti
a forza lo abbassamento delle armi: — nel 32º palesa «come i Circoli,
coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, _si dierono a
presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe toscano_:»
— nell'88º nota gli sforzi per instituire la Repubblica e inalzare
l'albero della Libertà il 18 febbraio, e le pubbliche ardentissime
arringhe di rovesciare tutte le monarchie italiane: — nel 94º ci fa
conoscere che una fazione, fuori del Governo, proseguente un fine suo
proprio, esercitava solertissima sorveglianza: — nel 104º insegna quali
e quanti fossero gli sforzi a spingere i Popoli alla Repubblica in
provincia, non meno gagliardi di quelli che si facevano in Firenze,
e gli eccitamenti della stampa per _armare_ il Popolo a sostenere
la rivoluzione, la Repubblica, _e a cacciare il Principe da Santo
Stefano_: — finalmente nello _Attesochè_ 32º dichiara la sorpresa, le
violenze adoperate, e le furiose declamazioni della stampa, capaci a
imporre il Potere alla Toscana.

Accorda col Decreto del 10 giugno del 1850 il secondo Decreto del
7 gennaio 1851 ai § 5, 7, 8, 10. L'Atto di Accusa del 29 gennaio
1851, ampliando il quadro nei § 4 e 5, dalla rivoluzione siciliana
precedente, e dalla milanese susseguente lo Statuto, dalla Repubblica
proclamata in Francia, dalla guerra lombarda, dai suoi infortunii
ricava argomento, ed è vero, per mostrarci una maniera di gente, mal
paga delle riforme costituzionali, aspirare alla Repubblica, e scuotere
profondamente nelle viscere la Italia.

E l'Accusa poteva aggiungere la rivoluzione di Vienna, la ungherese, la
badese, le zuffe sanguinosissime di Berlino, tutta la Germania avvolta
in giro dal turbine rivoluzionario; — la prossima Roma: _proximus ardet
Ucalegon_.... Europa tutta in fiamme!

L'Accusa poi, dando saggio delle opere di questa fazione, rammenta le
declamazioni per le piazze e pei Circoli, e la licenza della stampa; —
rammenta l'ardire del nizzardo Trucchi di decretare, nel _30 luglio_,
sotto Palazzo Vecchio, la decadenza della Monarchia, lo scioglimento
delle Camere, e la istallazione di un Governo Provvisorio, di cui
chiamava a far parte Guerrazzi e Pigli (ma non rammenta che con noi
erano indicati Gino Capponi, Neri Corsini, e Giuseppe Giusti;[212] e
molto meno rammenta _che, lasciato stare liberissimamente dai Ministri
precedenti, fu, da me assunto al Potere, e per quel fatto, esiliato di
Toscana il signor Trucchi_); non tace dello incendio della carrozza del
Generale Statella; e i fatti livornesi del 25 agosto, e la _orribile
sventura_ del 2 settembre.



XXI.

Conseguenze della Forza ammessa dai Documenti dall'Accusa.


Se l'Accusa presta fede alle proposizioni che dai suoi Documenti
medesimi ha desunto fin qui (ed io devo ritenere ch'ella ci creda), e
allora come domandano i miei Giudici a me la prova di quello che eglino
stessi hanno provato? Infatti, come si può sostenere «che la violenza
coattiva, sia all'individuo, sia al collegio, non è provata, anzi
esclusa, dai primi atti co' quali _e nei quali_ venne a consumarsi il
delitto» (Atto di Accusa § 85), quando mi confessate agitarsi da lungo
tempo fra noi una fazione capace a imporre al Paese intero? Se questa
fazione insorse, voi dite, fino dal declinare del 1848, mentre durava
la Monarchia Costituzionale, e con essa si mantenevano gli ordinamenti,
comecchè indeboliti per tutelarla; o come pensate che si fosse rimasta
inerte ad un tratto? Come di audace diventata paurosa; di sprezzante
ogni freno di autorità, umilmente arrendevole; di cospirante alla
distruzione della Monarchia, facile ascoltatrice dei miei sermoni?
Anfione e Orfeo, che a suono di lira ammansirono belve, e trassero a
seguitarli le pietre, sono racconti da storia in paragone della potenza
favolosa che da me pretende l'Accusa.

Se plausero gli arrabbiati ferocemente alla strage del Rossi, perchè
non mi concedono i Giudici che potessi andare pensoso pel mio stesso
destino? Se Dionisio Pinelli chiamavano _traditore_, e il fato
infelicissimo di cotest'uomo gli minacciavano, perchè di simili
minaccie non dovevo far senno ancora io?[213] Se cittadini e deputati
temerono della propria vita, perchè non dovei temerne io, esposto al
terribile sospettare dei faziosi, quotidianamente minacciato, e delle
loro accesissime voglie oppositore importuno? E badi l'Accusa, che per
venire in fama di traditore non importa fare tanto; basta solo sostare;
così ammonisce lo infortunato Silvano Bailly nelle sue Memorie, là
dove favellando di Mounier, e di Malouet, i quali apprensioniti dalla
piega che prendevano le cose pubbliche in Francia nel 1790 vollero
scansarsi, racconta:[214] «allora corse l'accusa solita a percuotere
chiunque si ferma in mezzo a un Popolo che cammina: la tremenda parola
di _tradimento_ fu pronunziata.» In tempi di rivoluzione l'accusa di
_traditore_ è quasi un saluto ordinario su le bocche dei venduti e
dei fanatici. Se violarono lo Arcivescovo difeso dalla reverenza della
religione, perchè pensano che volessero trattenersi da violentare me
non difeso? Se, durante tempi che in paragone dei posteriori all'8
febbraio potevano dirsi ordinati, la furia del Popolo assalta ed occupa
Fortezze, imprigiona Ufficiali, perchè negano fede i miei Giudici che
la mia stanza invadessero, e, armati, minacciassero? Se dichiarano
altri percosso dal pensiero della guerra civile, della tremenda
anarchia, e della strage imminente, e perchè non doveva io pure
spaventarmene? Qui si vorrà forse rinfacciarmi che io dissi talora non
temere il Popolo? Certo avrei fatto bella prova a mostrarmi codardo! Nè
quello che si dice in una occasione vale per un'altra; e spesso, come
notai, si lusinga il Popolo perchè o si trattenga dal male, od operi il
bene; artifizii sono questi che la stessa morale non disapprova. E se
la forza di cui parlate valse, a parere vostro, a violentare Principe
e Camere e collegi e individui e terre e città e Popoli interi, perchè
volete poi reputarla insufficiente a violentare me per piegarmi ai
suoi comandi? Se i faziosi pretendevano violentemente che gli stemmi
granducali si abbassassero, perchè imputarmi l'ordine trasmesso di
remuoverli per preservarli da oltraggio? Se il Principe proclamarono
decaduto, o come pensare che me non coartassero a scrivere i Dispacci
relativi alle Spedizioni Elbana, di Porto Santo Stefano e Laugeriana?
Quando voi stessi raccontate che i _Circoli, coadiuvati dalle furiose
declamazioni della stampa, si diedero a presentare petizioni per la
cacciata dello stesso Principe dal suolo toscano_, con quale coscienza
sostenete poi, e, lasciando la coscienza, con qual fronte, con quanto
senno, con qual pudore, che la _violenza è esclusa dai primi atti con
i quali e nei quali venne a consumarsi il delitto?_ Forse le petizioni
della moltitudine, coadiuvata dai Circoli e dalle furiose declamazioni
della stampa, reputate piccola pressura per me? Ma voi, voi stessi,
queste petizioni reputaste sufficienti a costringere la Camera dei
Deputati quando decretarono la Legge sopra la Costituente! Non sono
questi due pesi, non sono due misure? E presumereste paragonare la
condizione del 21 gennaio con quella dell'8 febbraio 1849? Una fazione
che si era proposta _il rovesciamento di tutte le monarchie italiane_,
è da supporsi che si rimanesse da usare ogni partito estremo per
conseguire il suo fine, precisamente sul punto di cogliere il frutto
dei lunghi e travagliosi conati? Gente, _che eleva il furore a virtù_,
si pretende credere che, con mansuetudine pastorale, le istanze per
le mentovate spedizioni mi presentasse, o non piuttosto con tal garbo
che non dava campo alla scelta? Se i Giudici sanno che il Popolo
irrompente il 18 febbraio in Piazza, malgrado che io, secondo le mie
forze, mi opponessi, e nonostante le mie dimostranze, quasi in onta di
me, volle inalzarmi sotto gli occhi l'_albero della Libertà_, perchè
ricusano fede alla mia impotenza a resistere a tutto? Perchè non vi
curaste, non dirò nello imparziale animo librare le parole dirette
all'egregio uomo signor Poggi amico del padre mio: «_Se il Governo
non ha potuto in tutto e per tutto ostare alle esorbitanze ed agli
arbitrii dei molti intemperanti, non è stato suo volere, ma solo la
mancanza di cooperazione e di forza_,» ma almeno leggerle? Perchè mi
chiedete ragione se il vento mi ha portato via qualche vela; tronco
qualche albero, e non mi tenete conto del corpo della nave che, Dio
aiutando, vi ho preservato dal naufragio? Voi mi siete, Signori, scarsi
e crudeli. E badate, comecchè le mie parole adesso sieno argomento
di scherno appo voi, che tra i più brutti vizii che offendano il
Signore io ho sentito come principalissimo annoverare sempre quello
della ingratitudine: anzi in certo solenne Maestro di divinità ricordo
aver letto una volta: «_la ingratitudine essere vento crescente, che
dissecca la fonte della pietà, e la rugiada della misericordia_.» E
queste fonti dovrebbero mantenersi del continuo aperte a dissetare i
cuori spasimanti di rabbia, e queste rugiade divine implorarsi perenni
a temperare le fronti riarse dal furore.

Oltre a dichiarare non provato quello che eglino stessi si sono
affaticati a provare, i Giudici esprimono due altre proposizioni, e
sono: I. Il Decreto del 7 gennaio 1851, § 53, intorno alla violenza
dedotta dice, _che i fatti allegati non gli paiono d'importanza tale
da stabilire la violenza irresistibile e continuata_; e qui importa
notare, che e' sono della medesima natura, e di molto maggiore
intensità di quelli che il Decreto medesimo e gli Accusatori tutti
hanno ritenuto valevoli a coartare Principe e Camere! — II. L'Atto
di Accusa poi, a § 85, non solo non vuole provata la violenza, _ma
la esclude_: qui la contradizione mi sembra palese, perchè il primo
non nega i fatti ma non gli apprezza, il secondo del tutto gli nega.
Il Decreto del 7 gennaio continua che, in ogni caso, cotesti fatti
di violenza non varrebbero a scolparmi, perchè dal Processo resulta
l'autorità che io aveva su le turbe tumultuanti, la mia protesta di non
temerle, e la frequente riuscita a contenerle per vantaggio di privati
cittadini! Di questo modo di argomentare ho ragionato abbastanza; ma
il cuore degli onesti tornerà a sollevarsi per me a cagione di questi
implacabili sofismi.

Ed è pur qui che l'Atto di Accusa, § 85, dopo avere ammessa la forza,
anzi dopo averne accennato le origini, ampliato il quadro dell'azione,
ad un tratto la fa cessare; e quando? Nel giorno 8 di febbraio. E
perchè? Per accusare come liberissimi gli atti pei quali _venne a
consumarsi il delitto_. Poi, egli stesso, di leggieri confessa che
insistenze, esigenze, improntitudini vi furono; ma invano; ormai il
fatto era consumato, nè esse potevano giustificare il delitto già
completo.... Se questo sia vero e verosimile, chiunque ha fior di
senno a colpo di occhio il conosce;.... ma che favello io di vero e
di verosimile, quando neppure l'Accusa crede a quello che dice! — _La
Fazione_, ella dice, _per rovesciare Monarchia e Statuto attendeva
occasione opportuna, e la ebbe, nello allontanamento del Granduca
da Siena_. Dunque non istettero con le mani alla cintola i Faziosi
nell'8 febbraio. Essi operarono la rivoluzione in quel giorno, ed
è l'Accusa che un po' lo confessa, e un po' lo nega; che modo di
ragionare è mai questo suo? E svarioni siffatti, che in una scuola di
Logica basterebbero a mettere a pane e acqua il tristo scolare che gli
scrisse, hanno potuto avere in Toscana la virtù di logorarmi in carcere
ventotto mesi di vita? Le febbri delle fazioni non sono intermittenti,
ma continue; e questo andare, fermarsi, rimettersi in cammino, bene
sta deplorabilmente nella fantasia dell'Accusa, non già nella natura
umana. _Motus in fine velocior_. E dico deplorabilmente, imperciocchè
se il Pubblico Ministero penserà che alla sua religione non sieno
«confidati gl'interessi della verità, della innocenza, della civiltà,
della coscienza pubblica e della giustizia, ma unicamente quelli della
pena,» che cosa diventerebbe mai il Pubblico Ministero?... Tutto è qui:
fui complice, o no, _con la fazione, che attendeva occasione opportuna
a proclamare la Repubblica, la decadenza del Principe, e la Unione con
Roma, e la ebbe nell'8 febbraio?_ Se fui, le sue colpe sono le mie;
se non fui, perchè mi disfate anima e corpo prolungando la iniquissima
prigionia?

Il sistema di violenza era dai Circoli degenerati abbracciato e
praticato come regolamento organico. Nel principiare del novembre
1848, nella solenne Adunanza del Circolo Fiorentino, tenuta nel
teatro Goldoni, trovo che fu proposto di _sospingere_ il Ministero;
ma questo parve poco, chè sorse Oratore di maraviglioso seguito in
quel tempo, il quale espressamente dichiarò: «essere di opinione che
non solamente si avesse a _sospingere_ il Ministero, ma _violentarlo_
se fosse necessario, e portarlo più lontano.... Se il Popolo conosce
la necessità di agire prontamente, io ripeto, che non solamente deve
_spingere_ il Ministero, ma _violentarlo_, quando vi sia, ciò facendo,
la convinzione del bene d'Italia, quando vi sia la convinzione di un
fatto di urgenza ec.»

È vero che l'Oratore protesta, che le violenze intende abbiano ad
essere morali; ma, scendendo agli esempj, suggerisce le dimostrazioni
pubbliche e gli eccitamenti del Popolo in massa, sicchè quanto
sapessero di morale cotesti partiti ognuno sel vede. Quasi poi che il
detto fosse poco, insisteva l'Oratore affermando: «Oggi mi pare che la
Italia sia in una alternativa co' suoi Reggitori; nell'alternativa cioè
di _rovesciarli_, o di _strascinarli_. Non ci è via di mezzo; una delle
due.»[215] Cotesti erudimenti facevano effetto di zolfo su carboni
accesi, e già troppo bene gli avevano posti in pratica senza conforti;
ora poi che vi si trovavano eccitati, non è da dirsi se volessero fare
a risparmio, e se (come l'Accusa immagina contrariamente a quello che
narra il Decreto del 10 giugno) se ne rimanessero proprio nel punto
in cui per assicurare i loro disegni ne avevano maggiormente bisogno.
Intanto l'Accusa, se avesse amato conoscere come i Repubblicani fossero
contenti, poteva leggere la requisitoria repubblicana del signor
Rusconi, il quale narra che il Partito minacciava irrompere da un punto
all'altro contro di me; e poteva anche informarsi come una congiura
repubblicana si andasse preparando per rovesciarmi. Se per difendere
me dovessi offendere altrui, è naturale che il mio debito sarebbe
di restare indifeso, ma le cose a cui accenno sono note a tutti, e
resultano da atti pubblici.

In breve somministrerò prove più speciali ancora della violenza
subíta; adesso giovi ricercare qui, se a questa procella avesse
potuto resistersi. Io penso di sì quante volte il Principe non
avesse abbandonato il Governo. Bene altramente gravi, così per gli
uomini come per le cose, erano le circostanze che accompagnarono
in Inghilterra la rivoluzione del 1688; nonostante tra quelle che
davvantaggio la favorirono, Hallam pone la fuga di Giacomo II;[216]
ed Hume, narrando come il Re dopo avere inviato la Regina e il figlio
in Francia, egli pure, secretamente, si muovesse verso la foce del
Tamigi dove l'aspettava un vascello, considera che questo passo ebbe
a riuscire grato ai suoi nemici più di ogni altro suo procedimento.
Questo storico gravissimo espone, come gli emissarii di Francia,
fra i quali l'ambasciatore Barillon, erano affaccendati attorno al
Re suggerendogli, male a proposito, nessuna cosa potere operare più
acconcia a sconvolgere il paese quanto la sua partenza. E che così
opinassi ancora io pel nostro Paese ne porgono testimonianza il
Dispaccio diretto al Governatore di Livorno, dove dichiaro che lo
allontanamento del Principe sarebbe il peggiore dei mali; e gli altri
al Presidente del Consiglio, dove gli raccomando a fare ogni prova per
ricondurre il Principe e la sua famiglia a Firenze, e di salvarlo anche
suo malgrado. Prevalsero altri consigli, dei quali ebbi prima dolore e
pericolo, ed ora ho il danno.

Giacomo II, abbandonando il Governo, non destinava persona a reggere
durante la sua assenza, per lo che grande fu in Londra la sorpresa
dello evento, e «ognuno vide le redini del Governo abbandonate ad un
tratto da chi le teneva, senza che nessuno apparisse il quale potesse
avere il diritto, e neppure _la pretensione d'impadronirsene_. — Allora
avvenne a Londra che nella temporaria dissoluzione del Governo, alla
plebe fu sciolto il freno; nè vi fu disordine, che in tanto scompiglio
non si potesse temere: insorse tumultuante, ed atterrò tutte le
cappelle dove si celebrava messa: assalì e pose a ruba le case dello
Inviato di Firenze e dello Ambasciatore di Spagna, ove molti cattolici
avevano riposte le loro più preziose suppellettili. Il Cancelliere
Jefferies, che si era travestito per fuggire, caduto nelle mani della
plebe, ne rimase talmente malconcio, che poco dopo morì. Temevasi che
lo esercito contribuisse ad accrescere il tumulto. I Vescovi e i Pari,
in tanto stremo, si riuniscono per provvedere alla comune salvezza; al
gonfaloniere e agli aldermani danno ordini convenienti per reprimere
l'anarchia; mandano comandi alla armata, allo esercito, e ai presidii;
finalmente s'indirizzano al Principe di Orange. _Giacomo II non era
partito d'Inghilterra_, anzi fu ricondotto a Londra, e ricevuto con
grida di acclamazione dalla plebe, _seguendo la sua natura versatile_;
invano però, chè la rivoluzione per quel breve abbandono del Governo
era stata operata. Orange, genero al re, e la figlia Maria, avevano
supplantato il suocero e il padre.»[217]

Così fra noi, abbandonato il Governo, trionfa il Partito repubblicano;
e fu mestieri provvedere innanzi tratto a salvare la società; poi a
ricondurre il Paese nelle condizioni politiche che gli erano naturali,
traverso il travaglio rivoluzionario, e senza sangue....



XXII.

Atti Speciali.


§ 1. _Fatti di Siena._

Siena sopra ogni altra città toscana presenta se non antiche le cagioni
del tumulto, almeno gli spiriti pronti a trascendere in contenzioni di
parti. Io ho sentito dire come ad un Santo riuscisse persuadere, che
ai coltelli surrogassero sassi nelle pugne, costumate dalla gioventù
per vaghezza nelle novene natalizie: e gli parve avere fatto un bel
guadagno! Simili gare di origine vecchia si perpetuarono in cotesta
città per futili motivi, e s'invelenirono per dissidii politici.

Io, davvero, vorrei tacere per affetto alla nobilissima terra; ma
considerando la causa che mi fa parlare, non dubito che torrà in pace
se io ricordo le contese per la morte del Petronici, il pericolo dei
Carabinieri, e Giovanni Manganaro costretto a salvarsi notte tempo con
la fuga. Non senza mistura politica furono i tumulti a cagione dei
grani, per quanto almeno me ne assicurava la Deputazione, che venne
a intercedere a pro dei colpevoli, i quali tutti ottennero amplissima
remissione di pena dalla clemenza sovrana.

Però studiando comporre in pace la travagliata città, proposi,
accettandolo il Principe con lieta fronte, a Prefetto di Siena il
signore A. Saracini. Considerando lo inclito lignaggio, l'onore
acquistato combattendo per la Indipendenza Italiana, la indole egregia
e la mitezza dei modi, pensai essere questo personaggio acconcissimo
per ridurre i partiti a concordia.[218]

Il Proclama del sig. Saracini, che si legge stampato nel _Monitore_
del 10 decembre 1848, chiarisce _come le maledette parti già tenessero
Siena divisa_, e quanto premurose fossero le cure del Governo di pur
comporle in pace. — Ah! che per somma sventura di noi, troppo più
agevole riesce predicare pace, che conseguirla! —

A mano a mano che io m'inoltro in questa Procedura, la mia maraviglia
diventa maggiore; imperciocchè l'Accusa invece di ricorrere ai Rapporti
ufficiali del Governo, se veramente voleva formarsi giusto concetto dei
casi di Siena, vada raccogliendo articoli di Giornali, e corrispondenze
dei Circoli, e carte altre cotali meno adatte all'uopo. E tuttavolta
anche con gli elementi che scelse mettersi fra mano, no, non si poteva,
senza ingiuria manifesta del vero, tessere storia uguale a quella
dell'Accusa.

Cotesta mala peste delle parti sembra essersi ingenerata fino
dall'agosto dell'anno 1848, quando i reduci dalla guerra lombarda
trovarono in Patria ai patimenti e al dolore un rimerito di
scherno.[219] I quali umori pessimi, inacerbiti dai fatti del 24
ottobre 1848,[220] crebbero così, _che una deplorabil divisione di
opinioni politiche radicata nelle menti dei Cittadini, rendeva la
guerra civile inevitabile_;[221] onde nel 24 novembre 1848 per opera di
cittadini dabbene, fra i quali il colonnello Saracini e il professore
Corbani primeggiavano, fu fatta pace fra i capi di parte con universale
allegrezza. Quantunque non tutte le cose in cotesta occasione avvenute
meritassero pari lode, pure per confermare la pace che sperava
durevole, e per premiare la dichiarazione _concorde_ che _in Toscana
volevasi la libertà costituzionale, la conservazione di Leopoldo_, e i
_plausi fatti alla libertà, al Principe e alla sua reale Famiglia_, io
reputai prudente non istarmi tanto sul sottile, e concedere il perdono
ai condannati pei tumulti del grano nell'anno precedente, secondo me ne
fece ressa la Deputazione mossa da Siena.[222]

Nel giorno 30 gennaio 1849, il Granduca giunge a Siena nelle ore
vespertine. Fattasi notte, la Banda, preceduta da bandiera bianca e
rossa e seguíta da molto Popolo, si recò suonando sotto il palazzo
regio; quivi s'inalzano gridi di: _Abbasso la Costituente! Morte agli
Scolari! Viva il Regno di Napoli!_ Chi leva diverso grido, come:
_viva la Costituente! viva il Ministero!_ è battuto, e inseguito.
Il Principe, per ben due volte costretto di affacciarsi al balcone,
ringrazia i Sanesi dell'accoglienza fatta a lui e alla famiglia.

Il giorno seguente, 31 gennaio, su pei cantoni si lessero appiccati
cedoloni, che dicevano:

«_Avviso salutare ai Sanesi_. La Costituente italiana è una invenzione
del Montanelli toscano, la quale spinge il Popolo ignorante al macello
della guerra ed alla miseria. O Popolo, non cedere alla violenza dei
pochi tristi, o pazzi, che te la lodano. Roma non la vuole; il Piemonte
non l'approva; tu solo vuoi rimanere ingannato? Lo Stato è in miseria,
e questa crescerà per la guerra, perchè il ricco dovrà alimentarla con
quel danaro, che serviva a darti lavoro, e tu dovrai sostenerla con gli
stenti e i pericoli della vita.»[223]

A mezzogiorno gli Scolari si radunarono, e deliberarono abbandonare
Siena riducendosi a studio nella Università di Pisa.

I _Documenti dell'Accusa_ narrano, come si tenesse per _certo_
che il Granduca, per tôrre via ogni pretesto di scissura, si fosse
determinato a ricondurre la sua famiglia alla Capitale, e come di
cotesti avvenimenti gravissimi andassero incolpati — _i ricchi di
Siena, superbi e ignoranti, che temono dovere sborsare qualche soldo
di più per la guerra della Indipendenza, e gridano morte ai liberali
chiamandoli Repubblicani al solito. Il male è cominciato dallo agosto
passato_.

Gli animi si accalorano, e già nel 3 febbraio taluno narrando i
casi del giorno antecedente, ammonisce: «Il Partito liberale si
è risvegliato, credimi, per Dio, che si è svegliato, e lavora
energicamente, _e le prime lezioni sono state date_.» E nel 2
febbraio questo Partito, fatto per provocazione furioso,[224] si
aduna sul prato della Lizza, e manda pel Prefetto onde spieghi al
Popolo, Costituente che sia; e il Prefetto, come vollero, fece:
richiesto inoltre persuadere a S. A. di concionare alla moltitudine,
promette adoperarvisi, e lo invita a convenire nell'ora prefissa in
piazza. Intanto da una parte si grida: Viva Leopoldo solo; e basta; —
dall'altra: Viva Leopoldo e Viva la Costituente;[225] — e per allora
dividonsi; la sera si trovano puntuali al convegno. «Venne l'ora» (io
cito i Documenti dell'Accusa) «in cui si muta la guardia; ed ecco,
che la canaglia pagata, tutti armati, si mettono davanti a noi e
incominciano a gridare: Viva Leopoldo secondo solo! e noi: Viva la
Costituente! e quelli: no; — e noi: sì! — Si affaccia il Granduca,
ringrazia e si ritira; si ripetè: — Viva Leopoldo! viva la Costituente!
— e quelli di nuovo: — Viva Leopoldo solo! e chi ha coraggio venga
avanti. — Allora cominciò la zuffa, ma durò poco, e vi furono soltanto
tre feriti dalla parte dei retrogradi.»

I giorni seguenti temevasi peggio; bande di gente armata vagano per la
città pronte alle offese. Quei dessi, che provocando avevano suscitata
la tempesta, ora ne rimangono atterriti. Da un punto all'altro un
conflitto sanguinoso aspettavasi, e i provocati dichiaravano: «Noi
siamo preparati, e non si avrà più misericordia per nessuno d'ora in
avanti.»[226]

Intanto per le terre toscane correva un grido, cresciuto, come suole,
dalla fama, che sacrilega guerra si combatteva in Siena; sangue
cittadino, e da cittadine mani versato, correre le strade: «Che più
manca a voi, Guelfi e Ghibellini? Alla riscossa, Bianchi e Neri....» si
esclamava dintorno. — E fiere minaccie si indirizzavano al Ministero,
ora perchè non avesse provveduto, ora perchè non avesse seguíto il
Granduca a Siena, ora perchè non _ne procurasse il ritorno_;[227]
tale altra perchè, nonostante gli avvisi, favorisse il Governatore
amico e sostegno dei nobili, nobilissimo anch'esso; finalmente tennero
dietro le proteste degli Scolari, che _di consenso dei Professori_, si
erano rifugiati alle loro case; e i rimproveri di facile, sofferente
le perfide trame, sollecitandolo a procedere severamente contro gli
svergognati promotori della dimostrazione del 30 gennaio.[228]

Questi miserabili casi, pei quali la mente travagliata considera come
dopo cinque secoli duri fra noi la maladizione, che costrinse la grande
anima dell'Alighieri a lamentare:

    «Ed ora in te non stanno senza guerra
    «Li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
    «Di quei che un muro, ed una fossa serra;»

non hanno virtù alcuna per commuovere le ardue viscere dell'Accusa. A
noi il pianto nasconde la dolentissima storia.... ed anche all'Accusa
questi fatti nasconde.... il pianto no.... ch'ella non piange mai, —
ma il fiero talento di nuocere a torto, in onta al vero, e con angoscia
della innocenza; — che cosa dunque rappresenta fra noi questa Accusa?

I Rapporti governativi depositati negli Archivii del Ministero,
fin qui non concessi, mi davano abilità di fare stampare quanto
segue nel _Monitore_ del 5 febbraio 1849: «S. A. il Granduca si
condusse, secondo il solito, a Siena per visitare la Reale Famiglia
che sverna costà. Un Partito di pochi, e, piuttostochè tristi,
stupidi retrogradi, si valse della presenza dell'_Ottimo Principe_
per fare una dimostrazione avversa alla Costituente, coonestando lo
stolto intento con _acclamazioni al suo Nome, le quali non potevano
essere se non che universali_. — Di qui avvenne la reazione; e i
retrogradi ebbero la peggio, rilevando alcuni di loro parecchie
ferite. La Giustizia informa: molti arresti sono stati operati;
alcuni arrestati confessarono, a un tratto, essere stati pagati:
a vero dire, sottilmente pagati, perchè i retrogradi hanno copia
di generosità come d'intelletto. — Intanto il Principe, per queste
angustie dell'animo e per disposizione di corpo, è caduto infermo.
Sebbene obbligato a tenersi giacente, non ha febbre, ma sonnolenza
e gravezza, dolore di capo, e gli altri segni tutti di forte reuma.
Il Consiglio dei Ministri, ieri sera, aveva deliberato mandargli
qualche Ministro per circondarlo della responsabilità ministeriale,
e _il Presidente Montanelli si chiamò pronto a partire_. Nella notte
sono arrivate notizie da Siena, le quali istruiscono che il Principe
desidera e chiama intorno a sè parte del Ministero, o per lo meno
un Ministro. Così il pensiero ministeriale si è trovato d'accordo
co' desiderii del Principe. Il Presidente Montanelli è partito in
compagnia del Segretario Marmocchi di patria sanese. Queste notizie,
della verità delle quali non è dato dubitare, abbiamo voluto rendere
palesi, affinchè ogni trepidazione cessi, e la città si rassicuri. _La
stretta armonia tra il Principe e il suo Ministero, anzichè soffrire
alterazione, ogni dì più si conferma_.»

Ora, comecchè coteste cose non mi tocchino, tuttavolta in omaggio del
vero, esaminiamo se il Granduca statuisse la partenza da Siena prima o
dopo l'arrivo del signor Montanelli. Già fu avvertito che il Presidente
lasciava Firenze il 5 febbraio, ed arrivava il 6 a Siena nella
mattinata. Ora, dai Documenti pubblicati dal Ministero degli Affari
Esteri Inglese, intorno ai casi d'Italia, per essere presentati alle
Camere del Parlamento, s'impara come Lord Hamilton avverta il Visconte
Palmerston, _nel 7 febbraio, che il Granduca desiderava uno dei vapori
inglesi stanziati in Livorno per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo
Stefano_.[229] — Dunque, se si calcola il tempo che un messaggio
impiegava allora, per difetto di strada ferrata, da Siena a Firenze, il
tempo per mandare a Livorno e ottenere risposta dai Comandante Inglese,
il tempo per riscontrare S. A., il tempo finalmente perchè il piroscafo
giungesse nel prefisso giorno a San Stefano per imbarcare S. A., non
sarà indiscreto supporre che, o nella notte del 5 febbraio, o almeno
nelle prossime ore matutine del giorno 6 pervenisse al Ministro Inglese
la richiesta di S. A. per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo Stefano.
— Però ci persuaderemo che la risoluzione presa di partirsi da noi,
precedeva, non susseguiva, l'arrivo del signor Montanelli a Siena: e
ci persuaderemo eziandio, che infausti consiglieri di quella furono i
successi accaduti dal 30 gennaio al 5 febbraio, non già la presenza del
Montanelli e dei seguaci suoi.

I Documenti dell'Accusa si sbracciano a volere trovare un concertato
fra i disegni dei Repubblicani, le agitazioni di Siena e la presenza
dei signori Montanelli e Marmocchi in cotesta città: in prova di ciò
allegano certa lettera di Antonio Mordini a Lorenzo Corsi ingegnere
di Arezzo; ma è di evidenza intuitiva che il concetto di quella non
accorda per nulla con quanto avvenne, nè con quanto il Ministero operò.
Infatti la lettera si basa sul caso possibile della dimissione del
Ministero toscano che il Partito provocherà fra il 1o e il 5 febbraio.
Ora questa dimissione non solo non avvenne, ma in quel medesimo giorno
5 il _Monitore_ annunziava, per mia diligenza, che _l'armonia fra il
Principe e il suo Ministero, invece di soffrire alterazione, ogni dì
più si confermava_. — E chi, Dio mio, non lo avrebbe creduto al pari di
me? Da Siena, lettere confidenziali di persona intima all'A. S. me ne
assicuravano sollecito il ritorno; delle notizie, pervenutemi per via
particolare e colà trasmesse, mi ringraziavano; di usare solerte opera
onde la città rimanesse tranquilla mi raccomandavano. Lusinghiere,
amorevoli erano coteste lettere, ed io mi vi affidavo intero. Nè andava
di tanta benignità immeritevole la mia fede, perchè ogni mio riposto
consiglio manifestava al Principe, _e perfino la mia corrispondenza
privata_. —

E non avvenne la Dittatura immaginata dal Mordini, nè il nostro invio
a Roma; e gli sforzi miei erano diretti a conseguire il ritorno del
Granduca, _la sua partenza non già_, e fatti e scritti il dimostrano;
nè la unificazione con gli Stati Romani, Toscani e Veneti, nè alcuna
delle cose quivi indicate successero. Io non so pertanto che consiglio
sia questo di andare a trovare un nesso tra il fatto mio e le infinite
fantasie uscite dagli accesi cervelli di quei tempi; molto più quando
fra loro appariscono siffattamente disformi.

Il Decreto del 7 gennaio 1851, nel § 16, dice espresso, che Montanelli
andò a Siena _seguíto_ da Marmocchi, e più tardi da Niccolini:
l'Accusa del 29 gennaio 1851 ostenta ignorare se eglino con Montanelli
andassero, _o innanzi o dopo esso_. Nè questa esitanza si creda priva
della sua buona ragione, imperciocchè tutti i Documenti vorrebbero
trovare che il subuglio in Siena avvenisse _dopo_, non _prima_ la
giunta loro a Siena. Ma no; anche il Lunario è inesorabile: il gennaio
nell'ordine dei mesi viene innanzi al febbraio, e nel processo dei
numeri il 5 tiene dietro al 4. Molte cose possono fare e molte ne hanno
fatte i Giudici, ma porre febbraio prima di gennaio, e il 4 dopo il
5, non possono: però, se non lo possono fare, lo possono dire; e lo
dicono, e certamente non si risparmiano da scriverlo. Il Decreto del 7,
§ 17, imperturbato afferma che _i movimenti anarchici_ accaddero dopo
il _5 febbraio_, pei quali _cessò la sicurezza della reale famiglia_;
l'Accusa, § 54, anch'essa sostiene, che Siena, _bastantemente
tranquilla.... fino ai primi di febbraio, cambiò tosto aspetto
e trascese alla rivolta_. Il Lunario dice che i moti _anarchici_
avvennero dal 30 gennaio 1849 al 5 febbraio 1849. Il Lunario dice che
la deliberazione presa di abbandonare Siena, e imbarcarsi l'8 a Santo
Stefano, ebbe a precedere, per necessità, l'arrivo del Montanelli;
ed il Lunario intende avere ragione, ed il Lunario l'ha, perchè per
mostrare che il torto è del Lunario questo non si tribola, e non può
tribolarsi col carcere. Felice Lunario! Leggendo attentamente l'Atto
d'Accusa, § 45, non trovo che dopo lo arrivo del Montanelli altro
abbia saputo raccogliere che _conferenze_ con pretesi _demagoghi_,
_dimostrazioni_ apprestate, _voce_ di danaro sparso, _opinioni_ di
mutate condizioni della città; ma gli assembramenti, le grida in senso
opposto, le percosse, le ferite, il Granduca costretto a presentarsi
alle moltitudini, le minaccie: «uccisi prima i Repubblicani, daremo
addosso ai Signori;»[230] gli Scolari deliberati ad abbandonare
Siena, e il fatto dello abbandono; le bande armate per la città;
il proponimento di non usare d'ora innanzi misericordia; il Lunario
inesorabile dice che successero dal 31 gennaio al 5 febbraio, e non
_dopo_ il 5 febbraio 1849; anzi dall'agosto del 1848, quando vi fu chi
ebbe cuore d'irridere i reduci dalla infelice guerra lombarda!

I Documenti dell'Accusa talvolta capiscono troppo, e talora troppo
poco: se volessero leggere meco i Rapporti di polizia, troverebbero
questi fatti semplicissimi che loro racconto. Due Partiti da molto
tempo travagliavano Siena: uno smanioso del Principato assoluto,
_nemico naturalmente di guerra_, avverso alle dubbie fortune, il
quale alla patria, alla gloria, alla voce stessa del Principe, che
pur ci chiamava ad impresa ch'era e che fu detta santa, la tenace
conservazione, e lo ignavo godimento del paterno censo anteponeva;
l'altro, promotore del Principato Costituzionale, della Costituente,
e di quanto altro in quei _tempi antichi_ andava per le bocche (chè
per i cuori mal saprei dire davvero) dello universale; conciossiachè
vuolsi notare da cui fa studio della verità, come dalle stesse carte
dell'Accusa non ricavo che in Siena si acclamasse la Repubblica nè
prima, nè quando giunse il signor Montanelli. Il primo provocò il
secondo, questi raccolse le forze, e andò a combatterlo; quindi scontri
deplorabili e timore di peggio. — L'Accusa sembra che lealissimi, degni
di onore, amici veri del Principato reputi quelli che acclamavano: —
al Principe solo, e basta; — che urlavano: — Morte agli scolari! — che
spiegavan bandiera bianca e rossa; che imprecavano alla guerra della
Indipendenza, che insultavano la gente, che in piazza si presentavano
armati, e a cui non gridava come loro davano di buone coltellate pel
mezzo della faccia: — demagoghi (dacchè oggi di questa parola è gran
consumo nelle scritture, specialmente nelle curiali), e meritevoli di
perpetua infamia gli altri che spiegavano bandiera tricolore, e alla
Costituente applaudivano. Ma la guerra della Indipendenza avevano
bandita i Ministeri tutti, il Parlamento, e il Principe stesso; ma
la bandiera tricolore era stata dichiarata bandiera nazionale; e
tutti, badate bene, tutti, o di seta al cappello, o di smalto fra i
ciondoli dell'orologio, ne portavano il segnale; ma tricolore fu dato
il nastro ai Deputati donde pendeva la medaglia, tricolore la sciarpa
che ricingeva il collo ai Senatori, tricolore il nastro della medaglia
che, mostrando la effigie del Principe, consolava i suoi sudditi
dell'angoscia per la guerra dove li tradì la fortuna, non l'animò;
tricolori le bandiere giurate, tricolori le bandiere agitate dalla
sovrana destra dai balconi della regale dimora; ma i padri mandavano
i figliuoli a studio in Siena, perchè vi venissero istruiti e non
ammazzati; ma la Costituente proposta alle Camere con Decreto del
Principe e votata dal Parlamento, finchè non era reietta col _veto_,
doveva rispettarsi.

Ai fatti narrati io vedo opporre la testimonianza di alquante persone,
intorno al deposto delle quali una cosa sola dirò: che nè anche
l'Onnipotente può fare che il fatto non sia. A che questi testimoni
di cose che l'Accusa stessa, co' suoi Documenti, smentisce? Perchè
ricorrere a così torbida sorgente? _Non tali auxilio_.... doveva
esclamare l'Accusa, come Ecuba quando vide Priamo barcollante sotto
il peso delle armi; ma l'Accusa accolse Priamo e mi ha preso anche
Tancredi. Purchè mordano, l'Accusa accetterebbe gli orsi, non che gli
eroi dei poemi epici! O non vi sono dentro gli Archivii i Dispacci del
Prefetto, i Rapporti dei Delegati, le informazioni del Provveditore
della Università di Siena, le Procedure incominciate o concluse? E
mentre l'Accusa tiene queste lucerne sotto il moggio, o come fa ella a
mettere sul candelabro un Misuri copista, un Baldassini tappezziere,
un Fedeli sarto, un Corsi falegname, e un Tancredi (senza avvertirci
se sia diverso dallo amante di Clorinda), i quali vi dichiarano (e
l'Accusa par che lo creda) _che Siena era tranquilla, ma che venuto il
Montanelli venne il diavolo?_... L'Accusa non dice se qui il testimone
si sia fatto il segno della santa croce. — È notabile una lettera
confidenziale di Niccolini al Circolo di Firenze, dove gli si dà
ragguaglio di quanto egli operò a Siena il 6 febbraio 1849: in quella
egli non ispaccia il nome del Governo, nè se ne dice incombensato, nè
propone, o fa cose che gli si possano riprendere.[231]

Io per me, quando considero i Documenti dell'Accusa e li confronto con
quello che so, ed è vero, e si trova nelle carte officiali del Governo,
non posso impedire alla mia mente di meditare sopra la tremenda
sentenza del signor Thiers: «Nei tempi in cui si agita la discordia
civile, si vedono quei vergognosi processi dove il più forte ascolta
per non credere, il debole parla per non persuadere.»[232]


§ 2. _Invito al Circolo Fiorentino di tenere le sedute in Palazzo
Vecchio._

I Documenti dell'Accusa ritengono che io _invitassi_ il Circolo
fiorentino a tenere una _orgia rivoluzionaria_ nella Sala di Palazzo
Vecchio, che per mio ordine fu illuminata a festa, dopo avere
rimproverato il signor Lanari, perchè non concedesse il suo Teatro per
celebrare _cotesta solennità_ di Popolo.

Ora io dichiaro siffatto _invito_ apertamente _falso_. Nel giorno 8
febbraio, tra le altre pretensioni del Popolo, dei Repubblicani, dei
Demagoghi (chiamateli come meglio vi piace, ma di quella gente insomma
a cui _nessuno di quanti mi accusano avrebbe saputo dire di no in
nulla_, — assolutamente in _nulla_), vi fu quella di volere tenere
Circolo nella Sala di Palazzo Vecchio. Tanto poco io lo invitai,
che il Circolo volle la Sala quasi in sussidio per non essere stato
accolto nel Teatro Nuovo. Tanto poco io lo invitai, che scrissi parole
acerbe al signor Lanari per rimproverargli il suo rifiuto, nello scopo
appunto, che cotesta vicinanza molestissima non venisse ad annidarsi in
Palazzo Vecchio; e se adoperai la espressione di _solennità popolare_,
ciò feci perchè, come costumava a quei tempi, ebbi a scrivere
il biglietto sotto gli occhi dei petizionarii. Comecchè io primo
confessi che sarebbe stato un impossibile, tuttavolta, immaginiamo
che l'onorevole Magistrato, che sostiene adesso le parti di Regio
Procuratore, nell'8 febbraio si fosse trovato nei miei piedi, ed avesse
creduto per lo meno reo consiglio scrivere il biglietto al signor
Lanari onde allontanare il Circolo da Palazzo Vecchio, e di questo
biglietto avesse dovuto fare portatori i petizionarii; io mi attenterei
domandargli, così per mia istruzione, se avrebbe scritto sotto ai loro
occhi: _vi raccomando accomodare questa geldra di ribaldi degna di
corda, del vostro Teatro, per certa orgia rivoluzionaria con la quale
intende deturparvelo materialmente, e moralmente....?_ Ecco, io sono
uno di quelli, che credo che l'onorevole Magistrato non avrebbe scritto
precisamente così; e mi ha da essere cortese, che tra scrivere queste
parole il giorno 8 febbraio 1849, sotto gli occhi dei rappresentanti
il Circolo fiorentino, e scriverle nel 29 gennaio 1851, nel § 73 della
sua Requisitoria, un qualche divario vi potrebbe pur correre![233]
Andate a vuoto le preghiere, le offerte di pagamento, ed anche le
minaccie, se così si vuole, per allontanare il Circolo, onnipotente
in quei giorni, i suoi rappresentanti tornarono più imperiosi che
mai a volere il salone di Palazzo Vecchio; e questa verità di per
sè si comprende, imperciocchè, se avessi inteso invitare il Circolo
nel salone, non avrei adoperato tutte le vie perchè non ci entrasse.
Ricordo come, per ischermirmi, osservassi non convenire che una sala
deturpata con le pitture rappresentanti il Trionfo di Cosimo I sopra
città innocentissima, udisse la eloquenza di uomini liberi: ma non mi
valse, perchè risposero che il Savonarola l'aveva fatta fabbricare
a posta per favellarvi di libertà, e che il Popolo voleva usare
liberamente degli edifizii fabbricati da lui, nè più nè meno come disse
il Circolo sanese quando volle occupare il salone delle _Alabarde_;
per lo che lascio considerare a chi legge, se tanto pretendeva nel
30 gennaio del 1849 a Siena il Circolo sanese, che cosa dovesse
pretendere l'8 febbraio il Circolo fiorentino a Firenze![234] — Con
simile ripiego mi riuscì, più tardi, salvare la campana del Bargello,
venerabile monumento di patria antichità, minacciata anch'essa della
_fusione_: tanta era la smania del _fondere_ a quei tempi! Allora posi
loro sott'occhio la spesa della illuminazione, grave sempre, adesso
gravissima pei bisogni della guerra: non la potei spuntare: ridotto a
piè del muro, non nego avere detto al signor Giuseppe Nardi: _bisogna
contentarli_; — ma _tardi, verso sera_, tornato invano ogni schermo,
ogni pratica venuta meno per mandare il Circolo altrove; ed anzi
parmi ricordare avergli detto, com'era vero, «_lo vogliono_;» ma se io
male non appresi la mia lingua, mi sembra che il termine _bisognare_
corrisponda _ad essere di necessità_; ed è scrivendo o parlando il più
usitato, quantunque, per vaghezza di variare, si muti talora con la
frase — _è forza_, tal altra con quella — _fa di mestieri_, e simili.
Però, se fui costretto codesta sera a cedere, mi adoperai, facendo
tenerne proposito a parecchi caporioni del Circolo, perchè andassero
altrove a piantare i loro tabernacoli, principalmente insistendo sopra
la improvvida spesa. Voglio aggiungere un altro fatto, ed è, che se
avessi invitato il Circolo, non mi sarei mostrato di tanto scortese a
non accoglierlo di persona, o almeno, per breve ora, visitarlo: ma no,
io non lo accolsi, neanche per un istante mi vi affacciai. Questi fatti
bene poteva attestare il signor Nardi archivista del Ministero dello
Interno, e poteva attestare altresì se io, repugnante, come quello che
patisce forza, o volenteroso, come chi invita, lasciassi entrare il
Circolo nel Palazzo Vecchio. Se il signor Giuseppe Nardi (la quale cosa
non credo, però che egli mi parve onestissimo uomo, e mi dorrebbe più
per lui che per me se dovessi persuadermi adesso di essermi ingannato)
per peritanza che spesso, e a torto, sente uno impiegato a deporre in
favore del caduto in disgrazia, non avesse somministrato testimonianza
del vero, non mancano testimoni che sappiano e vogliano attestarne,
conciossiachè lo espediente a cui mi appresi, per sottrarmi, si sparse
per la città, dando luogo, siccome avviene, a novelle. Intanto l'Accusa
si acquieti di questo, che, per quanto cercare ella faccia, ella non
troverà che prima e dopo l'8 febbraio il Circolo fiorentino procedesse
d'accordo con me; io con lui.[235]


§ 3. _Impieghi dati in ricompensa a Mordini, a Ciofi, a Dragomanni;
danari a Niccolini._

Antonio Mordini erami, come ho detto altrove, e qui confermo, non pure
non legato in amicizia, ma[236] perfino ignoto di persona. Giuseppe
Montanelli lo mise in sua vece al Ministero degli Esteri, ed io non
poteva contrastare. Da prima furono le mie relazioni poche con esso, se
non che nell'udirlo ragionare parendomi, come veramente egli è, uomo
d'ingegno non ordinario, incominciai di mano in mano ad aprirmi seco,
e di leggieri, ponendogli sott'occhio le ricerche coscienziose, ed i
fatti dai quali resultava evidente la repugnanza del Popolo toscano
dalla Repubblica, lo ebbi persuaso della necessità della restaurazione
del Governo Costituzionale. Di questo egli somministrò non dubbie
prove, e lo vedremo più tardi nell'Assemblea della Costituente
combattere i suoi antichi amici politici. Dalla parte repubblicana sono
stato acerbamente ripreso di avere assiderato i cuori delle persone
che mi stavano attorno; e fu posto in dileggio quello che chiamano
_positivismo_.[237] Non è così: io non ho assiderato come non ho
inebriato nessuno: ho pregato di bene esaminare i documenti raccolti,
e decidere con coscienza, posto da parte qualunque privato desiderio.
Quando si tratta delle cose di questo mondo, mi sembra che dare loro
una occhiata non sia poi irragionevole affatto, nè _scandaloso_ tanto
quanto il _Regio_ Procuratore della _Repubblica_ sig. Rusconi presume;
però che spesso mi tornasse alla memoria quel filosofo, che per fissare
sempre le stelle cadde nel pozzo. Ora, in quanto al signor Mordini
concludo, che non lo conoscendo non lo avrei impiegato, come invero
io non lo impiegai; ma dopo averlo conosciuto io lo avrei impiegato,
perchè di mente giusta, capacissimo a tenere uno officio, e di vuote
astrattezze troppo meno vago, che altri non immagina.

Consentii che il signore Demetrio Ciofi, anzi ebbi caro che ad ogni
modo si allontanasse da Firenze. Le carte del Processo attestano
com'egli fosse persona di moltissimo seguito nel Popolo minuto, capo
del Circolo di San Niccolò, parlatore facondo e potente a tirarsi
dietro la moltitudine devota. Siccome per ordinario le provincie
prendono norma dalla Capitale, così rimuovere da Firenze le persone
che forse avrebbero mantenuta accesa l'agitazione, mi parve diritto
consiglio; altri propose, ed io approvai, _quantunque a vero dire non
vi fosse luogo a repulsa_; e certo non è senza riso questa accusa,
imperciocchè conoscendo l'autorità grandissima in quei giorni del
Ciofi e dei compagni suoi, vuolsi maravigliare, che di sì lieve
ufficio si contentasse, e ad assentarsi da Firenze acconsentisse, e
non piuttosto rovesciato il Governo in luogo suo si surrogasse; il
quale avvenimento quanto potesse essere desiderato da quei medesimi che
adesso m'incolpano, lascio a loro considerare.

Dragomanni poi proposi io stesso: egli non era temibile affatto; mal
destro a discorrere; di poco credito in guisa, che mai gli riuscì farsi
eleggere Deputato: o di fortuna poco bene in arnese. Quando mi capitò
il destro di mandarlo lontano, io lo afferrai, e così adoperando intesi
dare sussistenza ad uomo di chiara stirpe, cultore delle lettere, e
mostratomisi parziale fino da quando egli, Presidente dell'Accademia
della Valle Tiberina, me immeritevole e non chiedente, anzi repugnante,
volle ascritto nell'albo dei socii della medesima.[238] L'Accusa
da prima sospettò, che cotesto impiego fosse mercede della opera
prestata nell'8 febbraio; io feci avvertire che soltanto nel _10
aprile_ egli era promosso: ricompensa un po' troppo remota; — allora
gavillando l'Accusa ha trovato che si volesse allontanare perchè,
più che di vantaggio, fatto impedimento; e nè anche questo è vero. Il
signor Lemmi era stato eletto Segretario allo Incaricato di affari a
Costantinopoli: ricusando egli, gli subentrava il sig. Dragomanni quasi
fortuitamente.[239] Quantunque, come il proverbio dice, l'asino non
valga la cavezza, chè materia di piccolo momento ella è questa, pure
anche qui mi piace ripigliarti senza rancore, o Accusa, e condurti
a toccare con mano che non ne imberci una. Fammiti qui appresso,
e vediamo un po' se mettendo tutto il nostro in comune (poichè di
comunità oggi corre la usanza), ci riuscisse fabbricare qualche cosa
che avesse garbo di ragionamento. A che miravo io? Su, dillo, via.
— L'Accusa, che teme esporre il suo a compromesso, mi sbircia alla
trista, e tiene i labbri stretti. Lo dirò io per te; io non risico
nulla: tanto in prigione ci sto. Miravo forse alla restaurazione
del Principato Costituzionale? L'Accusa, scattando il capo, si tocca
col mento la manca e la diritta spalla. No, eh! Ma potevi fare più
adagio a negare, che per poco non hai preso una storta nel collo.
Mulinando contro il Principato Costituzionale, un Repubblicano (e
accordo, di lieve importanza) doveva pure tornarmi più vantaggioso a
Firenze che a Costantinopoli; perchè anche tu, o Accusa, devi andare
persuasa che indurre il Sultano a mandare Turchi in soccorso della
Repubblica toscana, neanche al Dragomanni sarebbe potuto riuscire.
Bisognerebbe credere che io mirassi al _provvisorio eterno_. Come
provvisorio eterno? Non ci è rimedio: a considerare questa ipotesi io
mi sento tratto pei capelli proprio da te, o Accusa mia; avendo tra
i gratissimi testimoni a carico del Romanelli accettato quello che
depone avergli udito dire: — _Viva il Governo Provvisorio eterno_, —
e' pare che anche tu abbi fede nella eternità provvisoria. Lasciamo,
chè di questo avrai a rendere conto a Dio, perchè gli è un peccato
grosso. Come non devo credere io così, quando di queste antitesi, o
come le si abbiano a chiamare, io ti vedo innamorata? Difatti, con mio
non mediocre insegnamento venni notando l'_uno o taluno_, il _complice
o impotente_, e fino dalle prime carte la mia scienza del _veleno
nascosto che si nascondeva_ nella montanelliana Costituente, con altre
più _taccherelle che si tacciono per lo migliore_, come di _Guccio
Imbratta_ diceva Messer Giovanni Boccaccio. Ma dacchè _provvisorio
eterno_, o eterno provvisorio, anche a rifarsi di capo al mondo non
si trova se non su i labbri del tuo testimone, così mi sia lecito
passare questo punto sotto silenzio. Avanza pertanto una cosa sola; la
Repubblica. Ora come, quando si agita di Repubblica, cacciansi via i
Repubblicani? La vigilia di vendemmia si licenziano eglino gli operaj
della vigna, o piuttosto, in qualunque ora del giorno si presentino,
si fermano e mettono alle faccende? E se mi si oppone che ancora io
confesso che piccolo frutto poteva cavarsi dal Dragomanni, rispondo
che è vero, ma che ogni pruno fa siepe, ed al bisogno da ogni legno
schiappa si cava; sicchè convien dire che l'Accusa, gittando la rete
al motivo della spedizione del Dragomanni presso il Gran Turco, non è
giunta a pescarlo. — Certo, Dragomanni visitava spesso la mia casa,
ma non per questo godeva davvero la mia confidenza: al contrario,
nel cospetto di tutti, si manifestava di principii opposti ai miei,
ed io sovente lo riprendeva alla presenza di familiari ed amici con
parole acerbe della sua irrequietezza, e delle pratiche che teneva con
persone troppo diverse da lui, per educazione e per nascita. Ancora:
dalle sue parole profferite nel calore della disputa ricavava lume per
conoscere i disegni del Circolo e degli apparecchi repubblicani, per
cui talvolta mi fu data abilità di prevenirli. _S. A. un giorno ebbe la
bontà d'interrogarmi su questa pratica; io le ne dissi la origine e il
motivo, ed essa mi parve approvarla_.[240]

D'altronde, prudenza così ammaestra operare. Gli uomini diventati o
pericolosi o potenti negli Stati bisogna opprimere, o amicarseli;
il primo partito è dei tempi del Borgia, la religione lo riprova,
non lo consente la indole toscana; molto meno la mia; importava
dunque li gratificando allontanarli. In questa guisa pertanto operai
Ministro, _e palesandone le ragioni alla Corona, ella mi parve andarne
persuasa_. Finchè il Governo starà nelle mani di gente esclusiva, agirà
e sarà odiato come fazione. — È intendimento elementare dei Governi
Costituzionali, accogliere negl'impieghi persone di varii Partiti,
onde l'uno all'altro non prevalga, e l'Autorità della Corona regga
entrambi equilibrandoli. Maestro di cosiffatto equilibrio fu Luigi
XVIII, e morì re. Carlo X e Luigi Filippo l'obbliarono, e morirono
esuli. La storia rammenta come egregia arte di regno la promozione
che fece Napoleone, ad ufficj supremi, degli stessi _Convenzionali_.
Però, e l'Accusa lo prova, pochi furono dal Governo conferiti impieghi
a cui parve procedere infesto al Principato, e con qual mira, e da
quale necessità costretto, già esposi; e che il disegno non fallisse
dimostrò il successo, dacchè tolto dal Circolo il Mordini, e dei più
capaci alcuni amicati al Governo, altri espulsi, andò di giorno in
giorno declinando, agitandosi alfine con rabbiosi, ma disperati conati.
In breve vedremo come i Demagoghi contro me si sbracciassero, perchè
alla mensa degl'impieghi non convitassi i puri Repubblicani; ed anche
in questa parte mi trovo fra incudine e martello.

L'Accusa afferma avere goduto il Niccolini la mia confidenza, e avergli
io pagato nel 13 febbraio dieci monete. Si è veduto se Niccolini
potesse essermi amico: egli mi fu soverchiatore, esploratore, e nemico,
ora coperto, ora palese. Quando potei lo bandii, nè egli si richiamò
della offesa, come altrove esporrò con larghezza maggiore. In quanto
alle dieci monete che ordinai pagassersi al Niccolini, e' fu appunto
per non serbare obblighi seco, il quale per insinuarsi nell'animo del
mio giovane nepote, o per altra causa che il muovesse, volle donargli
una carabina, e questi vago di armi accettò. Io come prima lo vidi,
instai a che, o si riprendesse la carabina, o ne accettasse il prezzo:
dopo averlo rifiutato, egli alla fine accettollo; ed io, che non avevo
la moneta addosso, gliela feci pagare in dieci francesconi dallo Adami,
perchè convivendo meco egli mi andava debitore della sua quota di spese
di casa. — La carabina deve essere stata rinvenuta nella stanza di
Palazzo Vecchio abitata dal giovane. I conti col signore Adami nè anche
adesso sono fatti, nè si fecero mai, onde io non potei accorgermi se mi
avesse portato a debito, come doveva, le L. 66. 13. 4.

A confermare questa spiegazione agevole e piana, concorrono il modo
confidenziale del biglietto: — _Adami. Paga dieci scudi a Niccolini.
Guerrazzi_; — che dimostra come io m'indirizzassi all'amico, non al
Ministro, e la omessa indicazione dello uso della moneta, il quale è
costume specificare quando si tratta di pubbliche spese; e finalmente
io credo, che non sieno mancate testimonianze validissime intorno alla
verità del fatto: nonostante l'Accusa tiene in tutto e per tutto le
pugna strette, quasi paurosa che schiudendole un poco si volino via le
raccolte incolpazioni. Dieci scudi? E in questa somma l'Accusa presume
vedere la giusta mercede di una rivoluzione? — Per amore del cielo,
non faccia credere queste cose l'Accusa, imperciocchè se le rivoluzioni
fossero a tanto buon mercato, correremmo pericolo pei tempi che volgono
che se ne aumentasse prodigiosamente il numero dei _consumatori_!


§ 4. _Lettera al Sig. Giovan-Batista Alberti Prefetto di Arezzo._

Questa lettera è riportata nel § 25 del Decreto del 7 gennaio 1851;
e dice così: «Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia
ridotto. Prima di partire ha dichiarato annullare la Legge intorno alla
Costituente. Il Ministero convoca le Camere e dà la sua dimissione.
Sarà instituito _necessariamente un Governo Provvisorio_. Si circondi
dei Patriotti più caldi dello amore del Paese. Prenda i provvedimenti
che in simili casi straordinarii persuade la necessità. Se avvengono
_reazioni_, si comprimano ad ogni costo, sotto la sua personale
responsabilità. Crei una Commissione di salute pubblica; energia, e
vigore; viva la _Patria_. I Principi se ne vanno, ma i Popoli restano
ec. — Firenze, 8 febbraio 1849, — 5 di mattina.»

Il Decreto afferma che per questa lettera si dichiara come per me
si reputasse ormai la Monarchia cessata in Toscana. A me pare che
questa lettera non dimostri altro, tranne la mia ansietà e la mia
diligenza che in tanto sconvolgimento la Patria non s'infamasse con
azioni scellerate. In che e come nuoce cotesta lettera? Forse, perchè
porgevo avviso al Prefetto dell'operato della Corona? Ma la stessa
Corona voleva si rendesse palese, e presto. Forse perchè presagivo
la elezione del Governo Provvisorio? Ma questa ormai era diventata
politica necessità; e il Giornale dei _Conservatori Costituzionali_
annunziava essere _nella mente di tutti_. Forse per la notizia dello
allontanamento della Corona? Ma se si era allontanata! Forse perchè non
indicavo il luogo dove si era ridotto il Principe? Ma nè il Principe lo
diceva, nè sembrava egli stesso saperlo. Forse per la raccomandazione
di circondarsi di Patriotti caldi dello amore del Paese? O di chi
doveva circondarsi? Di quelli che gli volevano male? E ci erano. Forse
per le pressanti istanze onde i moti reazionarii non avvenissero, o
avvenuti si comprimessero? — Qui giova fermarci alquanto, e chiarire
per bene questa materia.

I Documenti dell'Accusa, noi lo vedemmo, ritengono il Ministero nostro
come uno di quei parti mostruosi a cui le balie devono lasciare
sciolto il bellíco: egli ebbe prima il torto di vivere; poi subito
quello di non farsi ammazzare di buona grazia, persuaso, come doveva
essere, di nascere in peccato originale: però anche allora, agli
occhi dell'Accusa, fu colpa opporsi ai moti reazionarii; bisognava
non impedirli, anzi dar loro comodo di operare con sicurezza piena. Se
l'Accusa così pensa di me mentre fui Ministro, immaginate un po' voi
che cosa pensi quando mi vollero parte del Governo Provvisorio! Ed io
apertamente dico all'Accusa, che pessimo argomentare è cotesto suo.
— Non si dissimulino le cose, ch'è vano e non plausibile conato: la
verità si ricerchi, e si dica. Il Principe parte da Siena, aborrendo
_reazioni e sanguinosi conflitti_; e l'Accusa invece non vuole che le
reazioni, i conflitti sanguinosi, nè la guerra civile s'impediscano;
e perchè? Perchè crede che tutte queste cose la causa del Principato
favorissero. Dio ci liberi dalle offese, — ma ed anche dalle difese
dell'Accusa!

Dunque il Principe, a mente dell'Accusa, sta con la reazione? La Corona
(e lo dovrebbero sapere i Magistrati) non istà con i reazionarii,
nè con i Repubblicani; sta con la Costituzione. Ma i Giudici sanno
eglino reazione che sia? Sanno eglino come proceda? La reazione è
ripristinamento dell'odioso dispotismo, e del suo tristo corteggio,
co' modi che la umanità aborrisce, e la morale condanna. Ora in
Toscana, per la Dio grazia, non erano soltanto due Partiti estremi,
ma prevaleva, mentre io vivea nel mondo, il terzo Partito degli amici
delle Libertà Costituzionali _più o meno largamente intese_. Ricordano
i Giudici come la reazione operasse nell'Aretino nei tempi passati?
Forse lo hanno dimenticato; mi concedano che lo richiami loro alla
memoria.

«Nella vigilia dei santi Apostoli Pietro e Paolo (28 giugno 1799), allo
incessante rimbombo dei colpi da fuoco e dei _Viva Maria_, il Popolo
_sanese_ accorre in folla; e si unisce co' suoi _vendicatori aretini_;
nei suoi primi slanci si scaglia contro coloro che stimava non
semplicemente avversi alla religione cattolica, ma occulti cospiratori
per abbatterla, quali sono i _giudei_; pone quindi a _sacco_ qualche
bottega, e qualche casa di essa; _alcuni ne uccide e gli aborriti
cadaveri getta sul fuoco_!....»

Sanno i miei Giudici, che fece la reazione nella inclita città
di Siena nel medesimo tempo? A Siena furono gettati _cinque ebrei
vivi_ ad ardere sul rogo acceso su la piazza maggiore davanti alla
immagine della Madonna, che sta a piè della Torre, e allo Arcivescovo
Zondadari!! Questi fatti i Giudici possono ritenere per veri pur
troppo, imperciocchè vengano narrati dal Canonico Giovanni Battista
Chrisolino dei Conti di Valdoppio, parroco della Cattedrale aretina, a
_gloria_ (com'egli dice) di _Maria Santissima del Conforto_, stampati
in Città di Castello nel 1799.

Cotesti immani uomini, siffatte nefandità commettendo, invocavano il
nome della _Consolatrice degli afflitti_; sarebbesi dovuto lasciarli
fare, nella fede che ciò operassero a maggiore gloria della Madre
di Dio? — Anzi imparo, fremendo, come nell'Agro aretino fare _Viva
Maria!_ significhi portare le mani ladre nella roba altrui. Ora i ladri
e i violenti sol perchè gridino _Viva Maria_, o _Viva Leopoldo II_,
voglionsi venerare per santi, o lodare per leali?... Vergogna per tutti
queste cose, non che dire, pensare; per Magistrati poi enormezza!

Sanno i miei Giudici, che cosa operasse la reazione nel 1849 a Empoli,
a Lucca, nell'Aretino e altrove? Certo prendevano a pretesto il nome
del Principe, ma le case incendiavano, le strade rompevano, le imposte
ricusavano, dalla patria difesa aborrivano, straniere dominazioni
macchinavano, ruberie e ferimenti commettevano, terre e castelli di
assaltare tentavano. — Io non ho gli Archivii, ma se giustizia vive nel
mondo mi verranno finalmente concessi, e allora si conosceranno le mene
delle Provincie, e chi le suscitasse, a qual fine tendessero, non meno
che gli sforzi dei Giusdicenti a reprimerle. In tanta deficienza giovi
non ostante favellare di alcuno.

«Nella sera del 12 febbraio, un piccolo pugno di scioperati, e avversi
al Paese, non che al proprio interesse (non però dimoranti a S.
Miniato, o appena 8 o 10), concepito il vandalico disegno di troncare
e _guastare la linea ferrata in quel tratto di pianura, che giace fra
l'Arno e il posto della Scala_, si recarono alla Parrocchia di S. Piero
alle Fonti; ove di prepotenza vollero suonare la campana a martello,
nella speranza che i contadini, ed altri popolani accorsi al suono,
gli avrebbero secondati. Ma gl'intervenuti, comunque numerosi....
altamente biasimarono, e, protestando non volere dare mano a opera
tanto nefanda, si dileguarono. I pochi facinorosi, vedutisi delusi,
si dettero con _forsennate grida, e con fiaccole_, a fare proseliti
lungo la strada nel punto che passa la parrocchia della Isolata, quando
per l'unione di altri male intenzionati si lusingarono potere dare
principio; gl'Isolani in numero di circa 60 si fanno loro incontro
a passo di carica, e fatto alto al cancello della strada ferrata,
esplodono in aria i fucili. Ciò bastò, perchè i perversi e i faziosi
estinte le fiaccole si disperdessero, dandosi a fuggire per le vie
traverse, temendo essere inseguiti. A S. Miniato appena ebbesi contezza
dell'accaduto, la indignazione dei cittadini contra questi perturbatori
dell'ordine, fu universale; e già molti volenterosi avevano preso le
armi per discendere al piano ec.» — (Lettera del signor Carlo Taddei al
prof. Giovacchino Taddei. — Vedi _Monitore_ del 17 febbraio 1849.)

Tutti i Documenti dell'Accusa riportano lo incarceramento dei
Parrochi, e di altra gente, ordinata dai signori Montanelli e Mazzoni
in premio, essi dicono, _della gioia che le popolazioni circostanti
a Firenze, nella purezza dell'animo, mostrarono con innocenti e
festive dimostrazioni_ allo annunzio del ritorno del Granduca. Di
questo incarceramento io non so; ma so, che un Lally Tolendal viene
celebrato per le storie, come quello che nelle prime commozioni di
Francia ebbe il coraggio di proporre un proclama col quale esortavasi
il Popolo a non insanguinare le mani, e lasciare libero il corso alla
giustizia. Il Bailly intendendo a salvare la vita al Bertier, ordinava
che lo trasportassero alla Badia, e quivi lo custodissero prigione;
se non che fece tronco quel disegno la plebe, la quale avventandosi
in Piazza della Greve contro cotesto sciagurato lo ridusse a morte.
Assai più notabile è il caso del Foullon. Lafayette, di cui certamente
non vorrà negare alcuno la nobiltà del carattere, e lo amore degli
uomini, per sottrarre dalle mani del Popolo furibondo il Foullon,
trovò il consiglio di mostrarglisi acerbamente crudele: «Ed io, diceva
arringando la moltitudine, lodo il furor vostro; sempre ebbi in odio
costui; lo reputo perdutissimo uomo, e non credo che possa immaginarsi
pena che uguagli al suo fallire.... Però badate; egli ha da avere
complici, e non pochi: importa conoscerli; intanto io farò trasportarlo
alla Badia: quindi lo processeremo, e condanneremo alla morte infame
che si è meritata pur troppo.» Il Popolo persuaso applaudiva, quando
il Foullon, indovinando il segreto concetto del Lafayette, ebbe la
inavvertenza di fare plauso anch'egli. Allora il Popolo si ravvisava,
una voce sinistra sorse a gridare: «sono d'accordo!» e il pietoso
trovato del Lafayette riuscì invano. — Inoltre, cosa nè singolare, nè
inusitata presso i Governi, è schiudere la carcere come asilo supremo
ai perseguitati... e me pure pretesero dal fiorentino Popolo.... Ma di
questo più tardi. Che tale poi fosse lo scopo del Montanelli, me ne
persuadono e la indole mite di lui, e il nessuno aumento, per quanto
io sappia, del martirologio in Toscana.... e i successi che stiamo per
esporre.

Intanto, è mestieri affermare apertamente, che le tinte, di cui
l'Accusa colora il tumulto del 21 febbraio, sono false e smontano al
sole. Se cotesto moto avesse presentato il carattere che immaginano,
o come la città di Firenze sarebbesi tutta levata a reprimerlo? Nè
il tumulto si rimase a così tenere dimostrazioni; però che io leggo,
egli acclamasse ai nemici della nostra Patria, e seppi con certezza
come gli ammotinati s'indirizzassero contro la città con urli di
minaccia, e spari di schioppo. La Guardia Civica non pare che andasse
persuasa troppo della purezza dell'animo di cotesti innocentissimi,
dacchè accorse _spontanea a ributtarli_ con le armi, e accorse ancora
spontaneo e furibondo il Popolo fiorentino. L'azione del Governo non
fu di eccitare, ma di risparmiare la effusione del sangue, trattenendo
la moltitudine da mettere le mani violente nella vita altrui, ed
ostando che gli arrestati a furia di Popolo si manomettessero.[241]
Il Montanelli, comunque infermo, sorse dal letto e vi si adoperò,
oltre quello che parevano consentirgli le forze. Funesta notte poteva
essere quella, e madre di assai più terribile giorno: quando il sig.
Montanelli non avesse altro merito, parmi che Firenze dovrebbe benedire
il suo nome. Adesso corre il tempo della ingratitudine; ma i tempi non
vanno sempre ad un modo; e chi ha bene operato può aspettare nella
tranquillità dell'animo, che gli sia resa giustizia un giorno, e da
tutti. — Ora, considerati i Rapporti di Polizia, il consenso spontaneo
ed universale della Civica e del Popolo fiorentino, nello avventarsi
contro i campagnoli tumultuanti, parmi che si possa concludere con
una di queste due cose; o che il moto del 21 febbraio non presentava i
caratteri attribuitigli dall'Accusa, o che nè i tempi erano quelli, nè
i modi per operare la restaurazione del Principato Costituzionale.

E anche ad Empoli, negli avvenimenti del 12 febbraio, i facinorosi
gridavano: _Viva Leopoldo II!_ e intanto la Stazione bruciavano, e la
strada ferrata rompevano. Ho sentito dire che si scusassero col timore
che i Livornesi sopraggiungessero, ed hanno accettato la scusa; ma,
in grazia, la Stazione con la strada come ci entrava ella? E nel 23
febbraio, quando gli Empolesi, minacciando rinnuovare gli attentati
medesimi, vi fecero accorrere pronta e spontanea la brigata delle
Guardie di Finanza di Firenze, avevano sempre paura dei Livornesi?
No. La verità è che uomini avversi più che al Governo alle persone
di quelli che lo tenevano, eccitarono le passioni delle moltitudini,
e queste, fiduciose della impunità per la dissoluzione del Paese,
non pure trascorsero al guasto della strada ferrata e allo incendio
della Stazione, ma posero in compromesso la proprietà degli agitatori
medesimi. Il Popolo di Empoli, dedito al commercio dei trasporti più
di ogni altro, ebbe a patire danni per la costruzione della strada
ferrata, e l'odiò allora, e forse l'odia anche adesso; solito effetto
della nuova industria che disagia o rovina l'antica. — Tutte queste
cose sapeva, e le dissi apertamente in faccia agli Empolesi; però
nessuno si dolse di asprezze per parte mia, nè fu ricercato per negozii
politici, e tutto a tutti rimisi, salvo delitti comuni; ed ecco come
favellai ai Deputati di Empoli venuti a Firenze per condannare le
grida _non consentanee_ ai tempi levate dalla gente empolese, e per
_respingere da sè_ il fatto della strada ferrata:

«I fatti di Empoli commossero a dolore il Governo Provvisorio, a
sdegno la Toscana tutta. L'essere usciti in parole non consentanee ai
tempi, e in atti di ferocia contro le cose e le persone nella sera
del decorso venerdì, affligge non solo quanti amano _le istituzioni
e i governi liberali_, ma quanti hanno _senso di umanità_. Lo
incendio della Stazione è siffatto eccesso, che parrebbe incredibile,
se non fosse avvenuto alla distanza di poche miglia da noi. Ben
fa il Paese a respingerlo da sè. Così si mette d'accordo con la
pubblica opinione che lo ha fulminato con la sua disapprovazione.»
E continuavo confidando che gli uomini più autorevoli di cotesta
illustre terra «raccomanderanno al Popolo di quella e delle adiacenti
campagne l'_amore all'ordine_, che ogni Partito dee rispettare; _la
tolleranza delle opinioni_, che i soli illiberali possono respingere;
la _concordia_, che i soli fautori degli Austriaci possono odiare;
il _rispetto_ alla _proprietà, e soprattutto alla strada ferrata_,
che solo l'uomo nomade può _guardare di mal occhio; la quiete e la
sicurezza_, che sole possono mantenere la floridezza di quel Paese ec.»
— (Vedi _Monitore_, 16 febbraio 1849.)

A Castelfranco-di-sopra le _turbolenze_ presentarono tale carattere
da indurre il Gonfaloniere e la Guardia Civica a interporre le loro
premure affinchè cessassero. Colà il Governo non mandò forza; _i
Cittadini stessi compresero la necessità di prevenire disordini, e vi
si adoperarono con frutto_. — (_Monitore_, del 26 febbraio 1849.)

A Castelfranco-di-sotto, nel 9 febbraio, successero moti così gravi
che la Guardia Civica ebbe a impugnare le armi e combattere; alcuni
Civici rimasero feriti. I Rapporti di Polizia autorizzarono il Governo
a pubblicare la seguente notizia nel _Monitore_ del 14 febbraio
1849: «In Castelfranco avvenne un movimento in senso _retrogrado_.
La Guardia cittadina accorse numerosa a reprimere il disordine,
sebbene ne _patisse danno_. — Il sangue uscito dalle vene dei Civici
di Castelfranco è una offerta fatta alla causa della _nazione e
dell'ordine_. Perchè i buoni cittadini non si affrettano a respingere
questi movimenti? Qui non si tratta di quistione di _forma governativa.
Il nome di Leopoldo è un pretesto per violare la proprietà, per
saccheggiare le case, e per uccidere i migliori cittadini!_ — Il
movimento non è politico, ma anarchico: non si combatte per un Governo
contro un altro, ma per non averne nessuno. Il Governo vuole l'ordine,
perchè la Legge abbia forza e sia salva la Patria. I cittadini devono
volere l'ordine per la sicurezza della Patria non solo, ma ancora
per quella dei proprii giorni e delle proprie sostanze. — Vogliono i
cittadini che la Toscana sia invasa da continui ladronecci? Vogliono
che Austria speri nelle nostre contese le sue vittorie? — _Morire per
l'ordine è morire per la Patria_. Ritenga i poveri dall'anarchia il
pensiero che il Governo si adopera per diminuire la miseria; muova
i ricchi a resistere alla _reazione_, il senso dell'onesto, l'amor
patrio, il proprio interesse.»

In Prato si tentavano disordini contro la strada ferrata Maria
Antonia, della specie di quelli di Empoli. Le Autorità e la
Commissione Governativa seppero prevenirli con prontissimi e gagliardi
provvedimenti. (Vedi _Monitore_, 16 febbraio 1849.)

A Cascina incendiavano la Stazione della strada ferrata. «Nel mio
passare ho trovato la Stazione di Cascina in fiamme. Spegnere lo
incendio era impossibile, perchè la Stazione era presso che distrutta.
Io seguito il mio viaggio, appena avrò preso alcuni concerti col
Pretore di Pontedera. — Al Ministro dello Interno. — PAOLI.[242]»

Finalmente a Lucca la strada ferrata a furia di Popolo disfacevano.

Del contado di Arezzo più tardi. Dovevano dunque lasciarsi fare?
Stare a vedere le genti sbranarsi, battere le mani agl'incendii,
plaudire ai saccheggi, con sempiterna infamia assistere, neghittosi,
al sobbissare del Paese? E queste cose con serena fronte profferiscono
Magistrati toscani? E, nel pretenderle, il loro cuore nei loro
petti sta saldo? Dunque, a mente di loro, la bandiera cuopre sempre
comecchè perfidissimo il carico? La marca basta per garantire la
merce falsata? Non così, per onore del nostro Paese, la intendono
tutti i Magistrati toscani. La Corte Regia di Lucca, con Sentenza del
4 giugno 1850, decidendo intorno alla spedizione di Capannori e di
Porcari, ha dichiarato che: «Essendo diretta a ricomporre in quiete e
all'ordine la provincia.... di comprimere ogni reazione che minacciasse
disorganizzare lo Stato, e di risparmiare, allontanandone il pericolo,
le calamità di mutue stragi.... e non tendente a rafforzare il Governo
nel male acquistato potere.... comparisca ragionevole ritenere che il
Governo stesso non si allontanò da quella linea di condotta che la
necessità della precauzione e le regole della prudenza consigliano,
e che in pariforme caso un Governo, anche legale, avrebbe, senza
esitazione, abbracciata.»

Perchè la Verità dorrebbe preferire le sponde del Serchio a quelle
dell'Arno? — Così è: come a Lucca, accadeva da per tutto. Le agitazioni
politiche già già destavano le furie socialistiche. Commosso da
apprensioni terribili, oppresso da fatiche, a cui sembrava impossibile
che uomo potesse durare, io mandava un grido di desolazione col
Proclama del 16 febbraio 1849: «La nostra bella contrada si disfà, se
quanti hanno cuore italiano non sorgono animosi a salvarla. Bande di
facinorosi, col pretesto della _fuga di Leopoldo II_, ed anche senza
pretesto, irrompono al saccheggio e allo incendio. Il Governo ha
represso gli scellerati, e saranno puniti.»

In cotesti tempi, per così vigile provvedere, persone onorevolissime mi
levarono a cielo; nè fra queste mancavano parecchi membri del Municipio
fiorentino, e il suo egregio Capo. Alle mie dichiarazioni che la mia
natura, vinta dal travaglio, stava per soccombere, allibivano; e primi
fra gli altri, gli antichi impiegati, gli stessi servi della granducale
famiglia, a mani giunte, mi supplicavano a non gli abbandonare.
Sapevano ben essi quali sorti gli aspettassero! Ahimè! Come mai tutte
queste fatiche, cure e pericoli adesso, a un tratto, diventarono
delitti?

Fra tante, e solennissime tutte, testimonianze, mi giovi allegare
quella del signore Allegretti, e ciò per due ragioni; la prima, perchè,
preposto allora, e credo anche adesso, nel Ministero dello Interno alla
Sezione della Polizia, giudicava dei tempi con esattissima cognizione
delle cose; la seconda, perchè dall'attuale Governo adoperato e
promosso non può neanche dalla ombrosa Accusa reputarsi sospetto.
Almeno così parrebbe che da costei si potesse sperare. Scrivendo
pertanto il sig. Cav. Segretario Allegretti al sig. Biavati di Lucca
lettera confidenziale sul principiare del marzo 1849 così si esprimeva:
«_essere io stanco di cotesto stato di cose, avere minacciato
andarmene, e laddove questo avvenisse, grandi guai sarebbero caduti
addosso alla Toscana_.» Io poi non dubito nella onestà del signore
Segretario Allegretti, che egli non sia per commentare largamente a
voce quanto scrisse, e credo che come compiacenza all'animo, gliene
verrà lode dai suoi Superiori, cui certo non può piacere la selvaggia
e veramente smodata persecuzione dell'Accusa.

Nella lettera scritta al signor Prefetto di Arezzo si avverta,
all'opposto, che non vi si parla di decadenza del Principe, nè di
Repubblica; anzi, non vi si adopera espressione offensiva alla Corona;
le quali cose stanno a dimostrare che io la dettai quando mi trovava
abbastanza libero di me, nè mi si teneva accalcata e furiosa dintorno
la fazione a impormi frase e concetto di quanto, prepotentissima, ella
ordinava di poi. Che se fa amarezza la frase: «i Principi se ne vanno,
il Popolo resta,» hassi a riflettere in prima, ch'ella suona piuttosto
cruccio o dolore, che esultanza per la partita del Granduca; e poi,
che essendo quel Dispaccio dettato, lo scrivente poteva avervi messo
coteste parole che furono dette in quella notte, e ripetute il giorno
successivo nel Parlamento; e in quanto a leggere prima di firmare,
davvero, mancava il tempo e la voglia. — Però se l'Accusa intendeva a
penetrare l'animo mio in cotesta occasione, sembra che avesse dovuto
fondarsi in preferenza sopra gli _autografi miei_.

«Il Consiglio dei Ministri al Governatore di Livorno. — Il Granduca ha
abbandonato Firenze e Siena. Non _si sa_ dove si sia ritirato con la
famiglia. Scrive non volere approvare la Legge della Costituente. Il
Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si _prevede_ la elezione
di un Governo Provvisorio. Raddoppi le guardie alle porte. Chiami
a sè gli Ufficiali della Civica e della Linea. Si assicuri delle
Fortezze. Appello ai cittadini di stare uniti per prevenire qualunque
_avvenimento doloroso_. Energia, attività, e si _salvi ad ogni costo il
Paese_. — GUERRAZZI.»

Al Maggiore Fortini nel giorno _8 febbraio 1849, ore 7 antimeridiane_:
«Soldato e Cittadino, come ella è, farà in modo che col Governatore e
il Comandante la Piazza sieno religiosamente mantenuti tranquillità e
ordine. — GUERRAZZI.»

Altro Dispaccio parimente autografo:

«Il Consiglio dei Ministri al Prefetto di Pisa. — Il Granduca è fuggito
da Siena; non _si sa_ dove siasi ritirato con la sua famiglia. Scrive
disapprovare quanto ha consentito circa alla Costituente italiana. Il
Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si _prevede_ la elezione
del Governo Provvisorio. Chiami intorno a sè gli Ufficiali della Linea
e della Civica. Appello dei cittadini di stare uniti onde prevenire
_qualunque catastrofe_. Circondarsi dei migliori patriotti. _Si salvi
il Paese_. — GUERRAZZI.»

Ho peccato io se fra tanto sbigottimento, mentre trepidavano tutti sul
giorno che stava per sorgere, mi affaticai ad operare in guisa che il
Paese non si disfacesse con sanguinosa rovina? Merita questo che mi
si mandi un Profeta Natan onde io scelga, per pena, fra peste, fame e
guerra? O Giudici, che fino ad ora osaste reputarmi colpevole, ditemi
in grazia se tali fatti voi considerate delitti.... ditemelo, onde,
insegnandomelo voi, impari anche io quali sarebbero state in cotesto
fiero caso le vostre virtù!


§ 5. _L'Accusa non vuole leggere._

L'Accusa asserisce come dalla Segreteria del Ministero dello Interno
fu, nell'8 febbraio, mandata notizia ai Prefetti e alle altre Autorità,
_contro il vero_, che Leopoldo aveva _abbandonata la Toscana_; _cosa_,
ella aggiunge, ch'era _pure inserita nel Proclama affisso nel medesimo
giorno_.

Adesso che l'Accusa non voglia leggere si manifesta primieramente dal
Proclama allegato, dove io sfido l'Accusa a trovarmi lo annunzio che il
Granduca avesse abbandonato la Toscana.[243]

Inoltre, l'Accusa a che intende ella con la sua proposizione? Per
avventura a provare, in mio danno, che la falsità della notizia
circolata fu, senza dubbio, la causa del commuoversi della Toscana
contro, o piuttosto del non commuoversi in favore del Principato? Venga
l'Accusa, legga meco i suoi Documenti, e conoscerà chi sostiene il
falso.

A pagine 236 del suo Volume occorre la prova che alle ore 7 ⅔
_antimeridiane_ partirono Staffette per Massa e Carrara, Arezzo,
Montepulciano, e Grosseto. Il Dispaccio al Prefetto di Arezzo dichiara:
«_Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia ridotto_.» (pag.
279.) Alla pagina 231 leggiamo: «Qui ricorrerebbe il Dispaccio del
Guerrazzi al Prefetto di Grosseto _del preciso tenore di quello diretto
alla Prefettura di Arezzo_.»[244] Alle ore _cinque_ antimeridiane
al Governatore di Livorno e al Prefetto di Pisa facevo sapere: «Il
Granduca ha abbandonato Firenze e Siena, e non si sa dove siasi
ritirato con la sua famiglia.» (pag. 235.) E così erano avvertiti il
Comandante di Piazza e il Maggior Fortini a Livorno. Dunque nelle prime
ore pomeridiane del giorno 8 febbraio Firenze, Pisa, Lucca, Livorno,
Massa, Arezzo, Montepulciano, Grosseto e Siena con tutti i paesi
circostanti erano per me informati precisamente del vero stato delle
cose; cioè, che il Principe aveva abbandonato Siena, e che ignoravamo
il luogo dov'egli con la sua famiglia erasi riparato.

Ma qui opporrà l'Accusa: dì pure quanto sai; al Governatore di
Portoferraio fu mandata lettera nell'8 febbraio che spiegava:
«Leopoldo di Austria ha _abbandonato la Toscana_;[245]» e il
Segretario Allegretti _scrive_, che egli la compose dietro le traccie
somministrategli da te _verbalmente_, e che lettere di uguale tenore
furono mandate alle Superiori Autorità del Granducato; ed in fine, il
Segretario _scrive_, che quantunque esse non appariscano firmate da te,
l'Archivista «cui secondo il costume incumbeva procurarne la firma, non
ti trovando accessibile, perchè in conclave co' tuoi Colleghi, non potè
farlo, — e di fronte alla commissione ricevuta fosse stabilito spedirla
anche senza firma di te.»

Altrove insisto su questa dichiarazione. Qui importa notare come nel
medesimo giorno 8 febbraio fosse scritto al Governatore di Portoferraio
in due maniere.

Il Governatore di Livorno lo avvisava così: «il Granduca _ha
abbandonato_ improvvisamente _Siena_.»[246]

Il Segretario Allegretti: «Leopoldo di Austria ha _abbandonato la
Toscana_.»

Il primo, dietro _ingiunzioni scritte autografe mie_. Il secondo, sopra
_asserte traccie verbali_.

Ancora: prima delle ore tre pomeridiane del giorno 8 era nominato il
nuovo Ministero, e per via telegrafica venne annunziato al Governatore
di Livorno alle ore _5_ e _10_ minuti pom. del giorno stesso:[247]
quindi la firma del Dispaccio in discorso, secondo le attribuzioni
ordinarie del Ministro dello Interno, a lui propriamente apparteneva,
e non a me.

Di più, gli Ufficiali del mio Ministero avevano sempre liberamente
accesso, anche non chiamati, a me. Il sig. Segretario Allegretti pieno
di riguardi soleva aspettare fuori; ma io spesso ne lo riprendeva,
confortandolo a entrare senza esitazione alcuna nella mia stanza.

Inoltre, o io aveva ordinato che i Dispacci senza la mia firma si
mandassero, o no; se ordinai, che senza la firma mia si spedissero,
e allora che cosa importava, che io fossi _inaccessibile_? Non mi
dovevano venire a cercare. Se tale non ordinai, perchè _stabilirono_
spedire senza la mia firma i Dispacci? E quando si asserisce, che le
traccie verbali somministrai nelle ore pomeridiane, come poteva io
indovinare, che sarei stato impedito al punto di dovere firmare?

Finalmente, tra le ore _5_ e le _6_ pomeridiane del giorno _8_,
apprendevo, e mi era forza annunziare, che, per notizia datami
dal Ministro Inglese, il Granduca era andato con la sua famiglia
a Portoferraio:[248] come avrei patito io che più tardi (poichè la
Posta pel Ministero, credo non andare errato se affermo, che nell'8
febbraio 1849 partì più tardi delle ore 6), si spedissero informazioni
declarative lo abbandono assoluto della Toscana per la parte del
Principe? Quando pure avessi di cotesto tenore ordinati Dispacci, io
gli avrei fatti abolire.

Anzi (singolare riscontro!) trovo, che il Prefetto di Firenze diramava
il giorno 9 febbraio la Circolare compilata dal Segretario Allegretti,
mentre io pubblicava notizie, e tutto il mondo le sapeva contrarie al
tenore di quella.

Per le quali considerazioni si farà manifesto, in primo luogo, quale
e quanta fosse la perturbazione in quel giorno, e con quale confusa
e disordinata ansietà procedessimo tutti così nei più umili come nei
più alti ufficj; e secondariamente, che, salvo il debito onore che
alla probità del sig. Allegretti sempre mi piacque professare e piace,
dubito non del tutto esatte le sue reminiscenze.

Non ostante però queste avvertenze, rimane provato, che rispetto a
me l'Accusa non vuol leggere, avvegnadio ponessi cura d'informare
fino dalle prime ore del giorno 8 la massima parte della Toscana del
vero stato delle cose, voglio dire il funesto caso della partenza del
Granduca da Siena, noi ignoranti del luogo dove si fosse diretto, nè
egli consapevole troppo per le cose altra volta discorse.


§ 6. _Ordine per abbassare gli stemmi._

Altrove toccai di questo addebito, sicchè mi occorre adesso spendervi
più poche parole dintorno. Il Decreto del 10 giugno 1850 somministra
di questo fatto tale difesa, che io non saprei desiderare nè addurre
migliore: «La furia dei faziosi esigeva violentemente lo abbassamento
degli stemmi, e l'ottemperare in ciò a un ordine del Popolo non può
non apprendersi che come lo effetto di un desiderio di evitare i danni
alle cose e alle persone, e così animato dalla veduta di proteggere la
sicurezza e l'ordine pubblico.» (_Attesochè_ 84.)

Quindi io non ricorderò per quante guise questi stemmi fossero,
in molte parti della Toscana, vilipesi ed arsi. — Non era meglio
risparmiarli all'onta? Poteva e doveva patire io che venissero
strascinati per le strade, come a Fiesole avvenne? Infatti, dove
l'azione del Governo si estese, furono risparmiati e custoditi; e fu
lodata la prudenza del Vice-Prefetto Zannetti, il quale, informando il
Governo, così scriveva il 10 febbraio: «Nella perduta sera volevansi
atterrare e distruggere tutte le armi granducali. Bastò qualche rilievo
a trattenere le dimostrazioni che a colto e ben civilizzato Popolo non
si addicessero. E le armi furono, a sera inoltrata, scese e calate dai
posti e depositate in una stanza del Municipio.»[249] Vuolsi avvertire
che in taluni luoghi, non solo di onta, diventavano eziandio materia
di furore e di offesa. «Ma la prudenza è al colmo, la licenza dei
retrogradi e dei tristi sfrenata, il contegno nostro moderato, ma già
diventa furore vedendo fra noi esistere il monumento di derisione,
l'arme di quel Principe.»[250] Non era meglio remuovere il motivo di
furore, che permettere lo spargimento del sangue? Certo era meglio;
i Giudici lo dicono, e in questa parte siamo d'accordo. E badate
che non solo gli stemmi granducali lorenesi, ma eziandio i medicei
vollero remossi, _perchè quando s'innalza l'Albero della Repubblica
debbono cadere i monumenti della oppressione_.[251] Invano però fu
scissa dall'Accusa la mia dalla causa dei signori Guidi ed Adami,
onorandissimi amici; o fummo violentati tutti, o nessuno. Se da me
emanò copia maggiore di ordini, questo naturalmente vuolsi attribuire
agli ufficj diversi che occupavo. Nella loro carica avrei dovuto fare
quanto essi fecero; nella mia avrebbero fatto quanto feci io.

Ma le parole riferite che proruppero dalle labbra dei Giudici meritano
esame profondo. Ecco, per esse, vengono a stabilirsi due fatti ed un
principio importantissimi.

Primo Fatto. Furia di Faziosi.

Secondo Fatto. Azione _violenta e imperante del Popolo_.

3. Principio. Adesione a cotesti ordini violenti persuasa dal consiglio
di proteggere la pubblica e privata sicurezza.

Ora questi fatti e principio di propria loro natura non ponno limitarsi
a un caso, ma devono, per necessità, estendersi al periodo del tempo
percorso ed alla serie dei casi avvenuti sotto la impressione delle
condizioni medesime; non possono restringersi ad uno o due individui,
ma referirsi a tutti coloro che negli stessi accidenti versarono:
sintomi permanenti sono eglino della infermità, che travagliava
tutto il corpo sociale; e comparisce insania, o perfidia, che le
medesime cause non abbiano virtù per partorire i medesimi effetti
per tutti. Se, pertanto, questa furia di Faziosi esercitò la sua
violenza contro il Prefetto, perchè avrebbe rispettato il Presidente
del Governo Provvisorio? Se la forza si confessa tale da imporre al
Prefetto, ragion vuole che più intensa si adoperasse sopra di me,
avvegnadio troppo più gravi fossero le cause che la spingevano contro
il Presidente del Governo Provvisorio, che contro il Prefetto, e di
molto maggiore importanza i resultati che attendeva estorcere da lui:
e se valse, nella coscienza dei Giudici, a scusare il Prefetto, davvero
rimane arduo a comprendersi come e perchè la reputassero pel Presidente
inefficace. Se questa _furia_ premeva, e lo dicono i Giudici, così
irresistibile a cagione de' segni delle cose, ma certo più gagliarda
(e mi basta uguale) deve essersi razionalmente avventata per volere
eseguito il Decreto risoluto sotto le Logge dell'Orgagna, che le cose
aboliva. Se alla _furia_ dei Faziosi e' fu forza cedere in un punto,
per evitare danni alle sostanze e alle persone dei cittadini, e nella
veduta di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico (e i Giudici
approvano, ma non per me!), pari concetto ebbe a muovermi sopra
altri punti, nei quali concentrandosi principalmente le loro antiche
mire, i diuturni conati e le attuali necessità, è troppo naturale che
con prepotenza maggiore li pretendessero. — I Giudici dunque hanno
rasentato la verità, anzi si erano posti sul cammino di conoscerla
intera: pochi più passi sopra la via ch'eglino stessi tracciarono, e la
luce si sarebbe fatta loro manifesta.

Ma giunti a me, essi tornarono a calarsi la benda su gli occhi, che si
erano in tanto buon punto sollevata: per me non bagna la pioggia, il
fuoco non brucia; per me non fa buio la notte, la luce non illumina;
per me il sale le cose sciocche non sala; queste, ed altre più strane
sentenze dicono coloro che giù la benda su gli occhi si calano.

E se l'Accusa, invece di rovistare gli Archivii per ricavarne soltanto
armi da offendere, vi avesse avuto ricorso per trarne luce a illuminare
la verità, quivi avrebbe trovato documento di bene altra importanza, ed
io lo ricordo, sicuro di non rimanere smentito. — Certo giusdicente del
Granducato chiese ordini precisi per la esecuzione del Decreto intorno
allo abbassamento delle armi granducali, avvisando che il Popolo
nella sua giurisdizione sarebbe per avventura sceso alla violenza per
impedirlo: io, per l'organo del sig. Segretario Cav. Allegretti, feci
rispondere: _la misura presa dal Governo circa l'abbassamento delle
armi essere stata appunto diretta a risparmiare loro sfregi plebei e
ad impedire luttuosi conflitti: se il Popolo costà desiderava le armi,
lasciassersi stare, avvegnachè il Granduca non avesse perduto i suoi
diritti su la Toscana_.

Non sarebbe stato di qualche utilità riporre in Processo un simile
documento? Ahimè! Gli esaminatori degli Archivii carte siffatte hanno
guardato con l'occhio cieco del Bano di Croazia. E poichè l'Accusa
incominciò a interrogare i Segretarii del Ministero, non poteva e
doveva udire tutto quanto essi avrebbero saputo deporre in proposito?
L'Accusa ha ascoltato i _temuti_ testimoni del vero con l'orecchio
sordo del Bano di Croazia.



XXIII.

Dichiarazioni in Senato ostili al Granduca.


L'Accusa, sotto il titolo di Atti Speciali, incomincia dal porre
il mio discorso in Senato. Io non devo biasimare il metodo ch'ella
ha creduto bene, in questa parte, seguire; passo passo le tengo
faticosamente dietro nei suoi meandri. — L'Accusa preoccupata dalla
idea singolarissima che il Circolo e le turbe concomitanti, dopo
pronunziato il Plebiscito e commessi i fatti narrati, _mi lasciassero
nella piena facoltà di agire a mio talento_, ci narra come esse
sparissero tornando alle proprie stanze dove, a modo dei vipistrelli
allo accostarsi dello inverno, si addormentassero, finchè, avendo
io compíto libero, spontaneo, gli atti incriminati, tornassero a
riprendere l'usato costume. Ora questa idea è contraria alla ragione
come al fatto, e i testimoni devono avere deposto che da quel punto
in poi non venni mai più abbandonato, e fui fatto segno di sospettosa
vigilanza.[252] Il Circolo non si ridusse a Santa Trinità per dormire,
ma per sedere in _permanenza_, dove così stava fino dal 5 febbraio,
e di là spediva i suoi Popilii che assediavano le anticamere, e
penetravano, non annunziati, nelle segrete stanze, per imporre ordini
e referirne al Circolo, in quei primi giorni troppo più poderoso del
Governo, costretto a cedere sopra una parte per conservarne un'altra:
di là muovevano di ora in ora Deputazioni per sindacare i nostri atti,
e dirci, scrollando il capo amaramente, le parole riportate dal Nº 13,
febbraio 1849, del _Popolano_: «Il Governo vorrà sì o no accorgersi
di essere un governo rivoluzionario, e persuadersi che le rivoluzioni
vere vanno avanti soltanto a colpi di cannone?» E' fu pertanto a
cagione di questa non vincibile pressura, che il _Nazionale_ del 9
febbraio predicava: «L'azione del Governo può essere vigilata, ma non
attraversata; nè senza disordine grandissimo _potrebbe altra azione
estranea al Governo sostituirsi alla sua_.» Le quali cose significano
per lo appunto il contrario del dormire, cioè stare sveglio notte e
giorno senza interruzione per invadere ed usurpare ogni cosa: parte
dei principali agitatori mi accompagnò nelle stanze di Ufficio levando
a cielo l'operato di quel giorno; e siccome io di tanto non potei
contenermi che per me non si favellasse a costoro qualche acerba
parola, ebbi a vedere tali gesti, e a udire tali minaccie, che dovei
risolvermi di mettere capo a partito, studiare, non che le opere,
gli accenti, se pure non ero deliberato in tutto di capitare a fine
infelice.

Nelle parole del signor Montanelli, profferite davanti al Senato,
occorre la prova del difetto di _libertà_ in cui ci trovammo tutti
appena rientrati in Palazzo: «Credemmo nostro debito, appena avemmo un
_momento di libertà_, di portarci in mezzo di voi ec.» Di vero non ci
potevamo sviluppare dalla turba dei Faziosi, che, urgentissima, ci si
stringeva alla vita.

Pensai alla mia condizione, come meglio mi fu dato in mezzo a tanto
trambusto. Come mai, considerava, me, che pure sapevano contrario allo
scopo a cui gli agitatori tendevano con tanta ostinazione, vollero
preso? Era evidente ch'essi mi apparecchiavano insidie per perdermi,
come contumace ai voleri del Popolo. La resistenza da me dimostrata
alla Camera dei Deputati, che, nel Decreto del 10 giugno 1850, si
qualifica _pravo consiglio_, dagli organi repubblicani allora si
accusava come _colpevole opposizione_. L'_Alba_, moderatissima in quel
giorno, narrando il fatto diceva: «Vi tornarono i Deputati nel mentre
che taluno chiedeva la dissoluzione della Camera, opinione combattuta
dal pertinace coraggio di F. D. Guerrazzi, e _in quel momento per
lo meno importuna_.» (Nº 9. feb. 1849.) — Molto mi teneva sospeso
il contrasto col Niccolini, e la umiliazione alla quale io lo aveva
ridotto; mi occorse al pensiero, che sovente i Deputati dell'Assemblea
di Francia ebbero a pagare amara una parola di rimprovero detta
contro taluno dei Caporioni dei Circoli. Il silenzio nell'Assemblea fu
spesso stemperato in fiele nelle scapigliate adunanze di Popolo, che
chiamavano _Clubs_, ed aguzzò la scure del carnefice. Cose volgari io
narro, e dal comune degli uomini conosciutissime; dai miei Accusatori
soltanto ignorate, o volute ignorare. Quanto sia assurdo intento
volere dimostrare che poca mano di Popolo allora insanisse, ho chiarito
altrove. Il _Nazionale_ dell'8 febbraio raccontando ora per ora i fatti
della giornata attesta: «Ore 11. La piazza è _stivata_ di Popolo.» — La
_Costituente_ del medesimo _giorno_: «Il Circolo popolare è radunato in
piazza. — Molti _distinti cittadini_ prendono la parola, e conchiudono
nella necessità di costituire un Governo Provvisorio.» — Gli elementi
che operarono il 12 aprile, operarono eziandio l'8 febbraio. Se Guardia
Civica, se Popolo, se plebe così urbana come rustica, se milizie non
avessero acconsentito, chi le poteva costringere? Dov'era la forza
capace a violentarle a quello da cui aborrivano? Questo è manifesto, e
non vi ha sofisticheria che valga a metterlo in dubbio: — è manifesto.

L'Accusa si arrabatta smaniosa a persuadere, che una mano di gente
stracciata operò i fatti dell'8 febbraio; presentendo l'obietto, che
allora mal poteva fare violenza alla Camera, ci dice che il luogo
chiuso e la sorpresa non lasciarono campo a misurarne la estensione. —
Bene: ma la guardia custode della Camera composta di 60 uomini? — Non
avendo ordine, non sapeva che pesci pigliare. — Meglio: ma la Guardia
civica apparecchiata? — Consegnata nei quartieri, uscì fuori a cose
fatte. — Egregiamente: ma le cose fatte si potevano disfare; e il
Popolo, la Guardia Civica, e tutti gli altri rimasti fedeli, malgrado
la tristezza, o tristizia (chè nell'uno e nell'altro modo corre
egualmente bene il discorso nella famosa Accusa) dei tempi, usciti
fuori, e vista la scarsa mano di gente cenciosa, potevano in un attimo
depositarla al Bargello.[253] Se si trattava di pochi ribaldacci, oh!
che mi vengono adesso i Documenti dell'Accusa a contare di _ora di
riscatto suonata_, di _slancio_, di eroici fatti operati il 12 aprile,
e di simili altre novelle? Se ella volesse nulla nulla essere coerente
a sè stessa, dovrebbe rampognare con arrabbiato cipiglio la poltroneria
delle migliaia dei fedeli cittadini, e sopra tutto la codardia delle
migliaia degl'impiegati fedelissimi, che si lasciarono mettere i
piedi sul collo da un cento di ragazzacci sbracati. A disperderli
sarebbero state sufficienti una voce sola e una frusta; or come
dunque, essa dovrebbe dire, gente _paucæ fidei_, non trovaste valore
in petto, nè lena in gola, che bastasse ad inalzare un grido? Non una
frusta, che servisse a frustare quel branco di ragazzacci sbracati?
Tanto è, migliaia e migliaia d'impiegati fedelissimi non ebbero una
voce, una frusta sola. _Extra jocum_, chè la dolente materia nol
comporta: _laddove il Popolo si raccoglie in gran numero padroneggia
sempre_, attestava Silvano Bailly, il quale verosimilmente doveva
intendersene.[254] Io era stato trabalzato in piazza dalla moltitudine
carezzevole, e atterrato, e per poco non pesto. Le mie orecchie erano
intronate di _morte ai traditori_, e a cui non importa dire. Aveva
conosciuto il Plebiscito decretato sotto le Logge dell'Orgagna, che
dichiarava così:

  «Il Popolo di Firenze.

«Considerando, che la fuga di Leopoldo di Austria infrange la
Costituzione e lascia senza Governo lo Stato;

«Considerando, che il primo dovere del Popolo, solo Sovrano di sè
stesso, è di provvedere a questa urgenza;

«Facendosi anche interpetre del voto delle Provincie sorelle, nomina un
Governo Provvisorio nelle persone dei Cittadini Montanelli, Guerrazzi e
Mazzoni, che a turno assumeranno la Presidenza, e loro affida la somma
delle cose per la Italia, e per l'onore toscano,

_a condizione_:

«Che la forma politica definitiva della Toscana si rimetta alla
decisione della Costituente _Italiana_; e

«Che frattanto il Governo Provvisorio deva unirsi e stringersi con
quello di Roma, in guisa che i due Stati agli occhi del mondo ne
compongano uno solo.»[255]

Rigoroso il mandato; palese il tranello, però che in quel medesimo
giorno l'Assemblea Romana votava la decadenza del Pontefice, e la
Repubblica, ed è da credersi che di ciò fossero troppo bene informati i
Caporali del Circolo quaggiù; per la qual cosa quello che la immediata
Unione con Roma volesse dire, ognuno sel vede. Infatti, il Plebiscito
del Popolo fiorentino non era presentato mica come un voto o un
consiglio: al contrario, come ingiunzione, che equivale «all'_obbligo
espresso_ di percorrere la strada tracciata _intieramente senza
riposo_.»[256]

Ed io per parare il colpo, e tutelare il mio capo, ormai mi vedeva
abbandonato da tutti. Il Municipio si opponeva forse? Protestava
egli? Si dimise? No. Egli prese parte agli atti governativi. Finchè il
terreno apparve ingombro di spine, stette dietro al Governo: quando
seppe da lui, che la Toscana si mostrava aliena alla Unione con Roma
e alla Repubblica; quando conobbe gli ostacoli remossi; e sopra tutto
quando non ci era pericolo; allora spiccò bravamente la corsa, e vinse
il palio.

Sì, io non serbo amarezza; ma, o voi del Municipio, che a tale orribile
passo, con arti di cui la pubblica coscienza raccapriccia, mi avete
condotto, ditemi: non mi deste conforto e soccorso nella universale
trepidanza a preservare da ruina il Paese? Ah! Voi lo neghereste
invano; ne menavate vanto allora, e con Deliberazione del 12 febbraio
bandivate, ed era vero: «che dopo avere speso ogni cura a remuovere
dall'animo del Principe il pensiero di uno allontanamento, _lealmente
offriste il vostro concorso_ agli uomini, che di necessità assumevano
_il grave carico_ di reggere provvisoriamente il Paese in sì _difficili
momenti_.» In che cosa peccai? dite. Forse per essere proceduto
parziale ai Repubblicani? Ma io solo mi opponeva al precipitare della
fazione, mentre voi mostravate volerle ormai dare vinte le mani.[257]
Forse per avere convocato i comizii universali? Ma con un Giornale
protetto da una parte di voi, questo provvedimento consigliavate e
pretendevate![258] Forse perchè alla difesa delle patrie frontiere
con tutta l'anima attendeva?... — Forse perchè alla restaurazione del
Principato Costituzionale io ostava?... E qualcheduno di voi lo ha
detto per onestare _la tradita fede_, che non si onesta mai. Ma di
questo più tardi.

Urgeva pertanto, che io mi atteggiassi in modo, che le insinuazioni
dei malevoli, i rancori delle vanità offese, i sospetti di parte non
facessero breccia nell'animo del Popolo maravigliosamente commosso: e,
molto più importante ancora, urgeva che le esterne turbe non passassero
sul capo al Governo e ai suoi conduttori stessi; salvare insomma la
città. Però, andando in Senato, alla proposta del Senatore Corsini,
che il Governo Provvisorio conservasse le forme attuali governative
dello Stato, e il potere devoluto alla persona del Principe, risposi a
un di presso nei termini seguenti; e dico a un di presso, perchè tutti
conoscono che la nostra _stenografia_ lasciava molto a desiderare, in
fatto di esattezza.

_Ministro dell'Interno_, «Sento il bisogno di manifestare l'animo mio
intero. Signori! Io, con quella maggior fede che un uomo del Popolo può
esercitare, ho servito fedelmente Leopoldo Secondo; e debbo dirvi, o
Signori, francamente, era offuscato da un gravissimo errore; imperocchè
io credeva che libertà di Popolo e Principe potessero stare insieme. Mi
confortava in questa mia speranza il considerare Leopoldo Secondo, per
quanto egli mi diceva, onestissimo e dabbene.

«Oggi questa speranza è caduta; questo velo si è squarciato, ed io devo
solennemente dichiarare che Leopoldo Secondo non ha corrisposto per
niente alla fede con la quale noi lo abbiamo servito. Per conseguenza,
io sono stato chiamato al Governo Provvisorio dal Popolo; sono stato
confermato dalla Camera dei Deputati toscani; chè altrimenti io non
accetterei questo mandato; intendo esercitarlo a benefizio del Popolo,
non intendo esercitarlo a benefizio di Leopoldo Secondo, che giusta la
mia opinione ci ha traditi.»

L'Accusa, ad escludere la difesa, oppone che io non poteva essere
dominato da timore, imperciocchè poco innanzi avessi esposto, che
io non aveva _paura del Popolo_. Della malevola quanto irragionevole
induzione, che ricavasi da queste parole, altrove ho discorso, e a quel
punto rimando. Qui aggiungo (e chiedo venia al lettore se lo trattengo
di studii filologici, dacchè io nol faccio per vana saccenteria: mi
compianga piuttosto vedendomi, con Toscani Giudici, ridotto perfino
a raddrizzare il significato di parola toscana), qui aggiungo, che
dove mai avessi dichiarato nell'Assemblea non avere _paura_, questo
non esclude che più tardi dovessi concepire _timore_. Paura è codardia
di animo, che aombra o per immaginativa, o per cose, che non abbiano
potenza far male: timore denota la giusta estimazione che gli uomini,
comecchè fortissimi, fanno del pericolo sovrastante:

    Temer si dee di sole quelle cose,
    Che hanno potenza di fare altrui male;
    Delle altre no....

avverte Dante nostro; e la distinzione fra timore e paura fu notata dal
Grassi, confermandola con esempii elegantissimi.[259]

Ora, quando prima venne il Popolo nell'Assemblea, bene sta che io
non ne avessi _paura_; conosciuta poi la sua furia, e considerate
le arti pessime, che altri poteva adoperare per indirizzarla a mio
danno, sarebbe stata stupidezza non raccogliere dentro di me il
prudente _timore_. E, se male non iscorgo, parmi sul futile argomento
dell'Accusa avere adoperate parole già troppe.

Io per me ho tanta opinione nella intelligenza del Senatore Corsini,
che non dubito punto asserire ch'egli si sarebbe astenuto dal suo
discorso, dove lo avessero informato della deliberazione presa dal
Popolo, e dello impeto col quale la pretendeva eseguita, minacciando
chiunque, anche con parole, gli si fosse opposto. — Supponiamo che
la proposta del Senatore Corsini fosse stata accettata, che cosa
ne sarebbe avvenuto? La fazione, il Popolo, la turba insomma, che
comandava sovrana, incitata dall'ostacolo, chiamando me e il Senato
traditori, ci avrebbe condotto a fiero passo. La proposta Corsini
pareva ed era una sfida contro al Plebiscito decretato in piazza
dalla moltitudine onnipotente; così saremmo andati incontro ai danni
che più c'importava evitare; la società si perdeva. Me atterrato, chi
saliva in Palazzo? Domandatelo agl'impiegati più alti, a cui le labbra
diventavano pagonazze discorrendo fra loro di cotesto pericolo.

Supponiamo, che vedendo impossibile mandare ad esecuzione la proposta
Corsini, io ne avessi tolto pretesto a rassegnare lo ufficio, e si
fosse sparsa in quel giorno fra le turbe commosse la voce, che io mi
era dimesso per la insorta opposizione; avete mai pensato a quello
che stava per nascere? Certo non ci avete pensato. Sì, ripeto; se il
Senatore Corsini fosse stato informato della condizione delle cose,
pensando quanto grave posta giuocava con le sue parole, si sarebbe
taciuto. Invero gli avvisati colleghi del Senatore con cenni lo
ammonivano a desistere, sicchè egli ebbe luogo a correggere il detto, e
il Senatore Capponi, sempre più confermando la grave sentenza riportata
altrove, aggiungeva:

«Questo è _certo_. Il Paese è in una di quelle necessità supreme
dove il Potere mancando, il Paese provvede a sè stesso. In questa
_necessità_ di cose, il Senato vota per quel Decreto ch'è stato
proposto. Il Senato non può fare altro, e intende di farlo come
_rappresentante della Nazione, o del Popolo_, giacchè Popolo e Nazione
sono sinonimi.»

Il Senatore Fenzi dichiarava unirsi alle parole del Senatore Capponi.

Donde si conosce, che il Senato sentiva la necessità di esprimere
il suo voto, non più come uno dei poteri costituiti nel reggimento
costituzionale, ma come rappresentante di Popolo, e in virtù del
presuntivo mandato, che la parte eletta della Nazione conferisce sempre
agli uomini insigni per dottrina, per costumi distinti.

Se pertanto io e il Senato, ed io più assai di lui, ci trovavamo
nella dura necessità di esprimere il concetto medesimo, perchè solo è
scusato il Senato, e perchè solo accusato sono io? I Senatori egregi,
consapevoli delle ragioni che ci fecero parlare, non m'incolperebbero
per questo: di qui pure il diritto sacrosanto e per ora negato,
che eglino soli, come miei Giudici naturali, intorno alle mie sorti
pronunzino.

Nè già si creda, che come le parole del Senatore Corsini (certo senza
avvertirlo) posero in quel giorno a grave cimento la pubblica salute,
a lui non fossero per partorire danno. Egli forse ignorò quanto furore
si concitasse contro, e quanti sforzi tutto il Governo Provvisorio
adoperasse, perchè incolume passasse la tempesta; e non rifinivamo
dire ai più accesi: «Come così intendete voi libertà? Invitate gli
Oratori ad aprire schiettamente l'animo loro, e poi se non favellano
a modo vostro vi adirate? Allora voi li fate liberi di pensare e
dire come piace a voi.» E così il Senatore Corsini scampò per questa
volta la mala parata. Più tardi però, come altrove ho detto, vollero
invadere il paterno palazzo, e rovistarglielo tutto; con quanto e
quale pericolo ogni uomo comprende. Inoltre, quando le intemperanze dei
Faziosi stringevano il Governo a creare il Comitato di Salute Pubblica
con poteri rivoluzionarii, e impadronirsi delle persone sospette, il
Senatore Corsini fu designato fra le principali.

E forse lo stesso Senatore io penso che si accorgesse del danno
che poteva uscire dallo incauto discorso, imperciocchè, oltre le
parole aggiunte da lui, come lenitivo alle prime, fu visto, in certe
occasioni, mettere prontissimo tappeti alle finestre, mentre gli altri
cittadini non reputavano opportuno mostrare al Governo Provvisorio
tanta svisceratezza.

Mi conferma nel mio proposito la visita del padre suo Principe Don
Tommaso, sollecitatore della protezione del Governo, per circolare
liberamente nel Granducato e recarsi fino a Genova senza sospetto,
adducendo lui essere capo di famiglia e non tenuto pel fatto dei figli;
in quanto a sè, tutto il mondo sapere quello che a benefizio di Roma
avesse adoperato, e potermi mostrare altresì la patente amplissima
rilasciatagli dal Popolo romano in guiderdone, non meno che un consulto
di solenni Teologhi declarativo la erronea opinione di coloro che
supponevano i Rappresentanti della Costituente italiana o romana
meritevoli di scomunica. Ed io, mentre della esibizione di questi
documenti lo ringraziava, penso avergli detto parole cortesemente
idonee a rassicurarlo da qualunque dubbio avesse potuto concepire.

Sarebbe giusta cosa ricavare adesso da simili ripieghi, che ogni
prudente cittadino pratica in tempi difficili per uscirne illeso,
argomento di accusa e _d'ingiuria_ contro cotesti signori, dicendo
loro: «Quei vostri furono atti e parole di chi ha doppio il cuore per
gettarsi a quel Partito che avesse trionfato?» Ci pensi l'Accusa.

Non basta ancora: imperciocchè quando l'Accusa crederà, ch'io mi
abbia vuoto il sacco, spero ritrovarci frugando qualche altra cosa
che valga, non dico a farla vergognare, che questa è da altri omeri
soma, che dai miei, ma almeno a confonderla. Sappia pertanto l'Accusa,
che il Senatore Corsini, il quale siede adesso nei Consigli della
Corona, scrivendomi privatamente mi si professò parziale, ed in fine
adoperando parole di affetto disse essere rimasto, non che contento,
edificato della mia _cara politica_. Nelle _incursioni_ della Polizia
questa lettera andò dispersa; parecchi testimoni però l'hanno veduta
e la rammentano, ma io confido nella lealtà del signor Duca di
Casigliano per sentirmela affermare vera. I gentiluomini non negano
le proprie parole, non le smentiscono, non sanno tradire, e se fra
loro qualcheduno si trova bugiardo, o fedifrago, o traditore, si deve
credere che in mezzo ad essi stia come _Pilato nel Credo_, o come
_Barabba nel Passio_.

L'Accusa invece di ponderare a qual tremendo repentaglio fosse
posta la pubblica e la privata sicurezza; quanto fiere apprensioni
agitassero i cittadini a cotesti giorni; il mancato governo; la
macchina costituzionale caduta, perchè colpita nella sua sostanza;
la plebe minacciante, e male raffrenantesi; me sbilanciato e in
pericolo; irritante la proposizione Corsini; fatale provocare l'ira
della moltitudine accesissima; attaccata a un filo la comune salvezza;
me ultimo argine della società trepidante; invece, dico, di ponderare
tutte queste cose, pensa che io libero e spontaneo, senz'altro motivo
che pel piacere di mostrare animo ostile al Principe che a supremo
ufficio avevami assunto, e che lealissimamente aveva servito nel mio
Ministero, favellassi in cotesta sentenza. Sicuramente che, in questo
modo argomentando, non ci sarebbe a fare altro che declinare il capo e
dire: percuotete! — E voi, Giudici, ponendo una mano sul cuore, senza
sentirvelo trasalire nel petto, vi reputereste capaci a percuotere?
_Poche ore_ innanzi di cotesto discorso, vi avreste dovuto rammentare,
signori Giudici, con quanto _zelo_, con quanta _calda affezione_ io
raccomandava il Granduca con lettere confidenziali dirette allo stesso
Montanelli; sarebbe stata religione che voi non metteste in oblio come
scrivendo ad amico intimo io m'ingegnassi confermare la fede della mia
Patria al Principato Costituzionale: dovevate pure avvertire con quante
diuturne dichiarazioni mi fossi mostrato alla Costituzione devoto; lo
studio posto a compiacere ai desiderii del Principe; insomma avreste
dovuto considerare tutto quanto non avete voluto considerare, e allora
avreste compreso che necessaria fu la risposta al Senatore Corsini,
e ch'è follia risguardare alle parole profferite in simili angustie.
Più tardi sarete chiariti come uomini di Stato, politici e storici,
giudichino le parole e i fatti di tale che, circondato da esercito
devoto, non nutriva timore alcuno di sè, poco della Patria!

Mi giovi qui pure riportare la pittura, comunque _sfumata_, che di
cotesti tempi fece il _Conciliatore_, non sospetto di parzialità col
Governo; e chiunque ha mente giudichi della verità delle mie parole:

«Questo commuoversi continuo delle moltitudini; questo accorrere su
le piazze levando a rumore il Paese; questo _gridare di popolo minuto
contro i popolani grassi che rappresentano la defunta aristocrazia_;
questo _fare scendere sovente il Governo di Palazzo e condurlo a
deliberare sotto la Loggia dell'Orgagna_, ci rende immagine viva dei
tempi dell'antica Repubblica di Firenze, la quale ebbe vita continua di
tumulti, di fazioni e di commuovimenti.»

Considerando il riguardo che non si scompagnava allora dal cauto
Giornale, parmi che possiamo comprendere le apprensioni dei cittadini,
lo impeto delle moltitudini, e il pericolo continuo nel quale versava
il Governo.



XXIV.

Spedizione di Portoferraio, e di Santo Stefano.


Desumo la storia di queste due accuse dal Decreto del 10 giugno,
facendovi le aggiunte e correzioni opportune dietro il confronto del
Decreto del 7 gennaio e l'Atto di Accusa del 25 detto 1851.

«È luogo a ritenersi che a questo punto non si arrestasse la
Rivoluzione, ma che, presentendo prossima l'ora del riscatto, i
Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, _si
dessero a presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe
dal suolo toscano_.

«_Nel concetto di accoglierle_, così scrisse il Guerrazzi nel dì 8
febbraio 1849 (6 ore pom.) al Governatore Pigli:

«Il Ministro Inglese assicura essere andato il Granduca con la sua
famiglia a Portoferraio; si faccia tornare il _Giglio_. Si mandino
barche e navigli con Livornesi ed uomini arrisicati a cacciarnelo.
Leopoldo non merita ospitalità sopra il suolo toscano, dopo che, con
tanta ingratitudine e nera perfidia, ha corrisposto alla fede del suo
Popolo. — E la raccomanda il 9 al Governatore di Portoferraio sotto
minaccia di destituzione:

«_Può supporsi_ che sia diretto costà, e già si trovi in cotesta Isola,
Leopoldo Secondo. — Quando ciò fosse sicuro, egli ha abbandonato la
Toscana, il Governo Provvisorio non può permettergli di rimanere
in una parte di essa. La sua presenza potrebbe divenire causa di
perturbazione, e forse di guerra civile. Ella perciò deve in quel caso
invitarlo ad assentarsi anche da cotesta Isola, e fare in modo che
la presente disposizione abbia il suo pieno ed immediato compimento.
— A ciò mancando non potrebbe da lei evitarsi la destituzione dallo
impiego. —

«Fallito il disegno di cotesta Spedizione, e dietro notizia che il
Principe era a Santo Stefano, si rinnuovarono dal Guerrazzi al Pigli
gli ordini per una seconda Spedizione militare contro il Granduca,
chiamando a soccorso le truppe e i talenti del Generale D'Apice che vi
si ricusò.» — Perchè, dice il Decreto del 7 gennaio, fosse nelle _ferme
intenzioni_ della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza del
Principe dalla Toscana.

La lettera al Pigli è così concepita: «Dalle _annesse lettere_ che mi
ritornerete, e che per difetto di tempo mando nell'originale, vedrete
il pericolo che ci minaccia. Colla massima sollecitudine _apparecchiate
gente scelta che s'indirizzi verso Santo Stefano_ per la via del
Littorale, ma per paese amico, e per ingrossarsi come palla di neve.
_D'Apice vi scriverà, e vi terrete ai suoi consigli._ — 14 febbraio
1849.»

La dichiarazione del Generale D'Apice suona nel modo seguente: «Dirò
con tutta verità, che allorquando mi trovava in Empoli ricevei lettera
per parte del signor Guerrazzi, nella quale mi diceva lasciassi in
Empoli porzione della truppa che io aveva sotto i miei ordini, e con
altra mi dirigessi in Maremma, e mi pare precisamente a Grosseto.
Ma poichè si trattava che cotesta Spedizione doveva farsi contro il
Granduca, che allora era in Maremma, io ricusai incaricarmene.»

E raccomandando io scriveva al Paoli: «Scrivo a lei perchè capace
d'intendere e di eseguire. Qui poco si fa, molto si parla. Cornacchie,
non uomini. Leopoldo austriaco sta in Santo Stefano, organizza la
reazione coll'empio pensiero di convertire Maremma in Vandea. Bisogna
fare due cose: riunire quanta più forza si può: parte offrirne al
Prefetto di Lucca, parte tenerne _a disposizione del Governatore
di Livorno_. La causa della Toscana, e forse della Italia, dipende
da queste misure, perchè da ogni buco può entrare acqua, cagione di
naufragio. _Rendete ragguaglio, per Dio, di quello che fate. Il Potere
centrale deve essere informato di tutto_.»

«Pigli (continua il Decreto del 10 giugno) raduna gente di ogni arma.
_La Cecilia_ la conduce; sparge proclami, ma non ottiene seguito, nè
riunisce gente ai ribelli.

«Questi apparecchi si accelerano, ma rimangono interrotti per dirigere
il tumultuario armamento a Pietrasanta a comprimere un tentativo di
restaurazione del Generale Laugier che dicevasi avere rialzato a Massa
la bandiera del Principato, senza però abbandonare il disegno della
cacciata del Principe.»


§ 1. _Spedizione a Portoferraio._

L'Accusa stessa, poichè ha posto che i Circoli, _coadiuvati dalle
furiose declamazioni della stampa, presero a presentare petizioni per
la cacciata del Principe_, perchè m'imputa questi fatti? Perchè, come
ha proceduto con altri meno di me pressurati, non mi scusa per quello
che non mi riuscì impedire, e non mi ricompensa di una parola che non
sia disprezzo per quanto operai? L'Accusa non può, e non lo tenta,
attenuare il carattere della forza rivoluzionaria, adesso che nel pieno
suo impeto punta sopra di me. La ritenga pertanto, com'ella medesima
la qualificava, _audace, impronta, sprezzante di ogni autorità, che
leva il furore a virtù, la moderazione a delitto_; la ritenga, com'ella
stessa ce la racconta, _cospirante in Toscana, anzi per tutta Italia, a
rovesciare Monarchia e Statuto; in agguato di opportunità per invadere
ogni cosa; opportunità che le venne offerta nello allontanamento del
Granduca da Siena_; la ritenga, come ella dice, _ferocemente esultante
per la strage di un Ministro reputato contumace ai voleri del Popolo_:
e tanto, se giusta, avrebbe dovuto bastarmi presso di lei.

Ma l'Atto di Accusa trova che gli eccitamenti, le improntitudini e
l'esigenze (e si guarda di pronunziare violenze, perchè quando si volta
a me la Fazione cangia natura) furono adoperate, a coartarmi _dopo_
l'8 febbraio, e, senza precisare il tempo in cui ripresero, crede
potere affermare in coscienza che non intervennero nel giorno 8, nè
durante lo spazio necessario a commettere gli atti che, a suo parere,
costituiscono il delitto di lesa maestà. In più parti di questa Memoria
a chiara prova dimostrai lo assurdo di siffatto supposto: aggiungansi
nuovi fatti e nuove considerazioni. L'Accusa stessa confessa che il
Circolo, nel giorno 8, si costituiva _in permanenza armato_: e se
meglio avesse voluto cercare pei Documenti da lei medesima raccolti,
avrebbe trovato che il Circolo fiorentino si era costituito _in
permanenza_ fino dal 5, ed aveva creato una Commissione, per mantenersi
in corrispondenza continua col Ministero.[260] È naturale pertanto che
non se ne stesse con le mani alla cintola; che, se non dormiva il 5,
molto meno si addormentasse l'8 febbraio, ma sì attendesse alacre e
ardente a conseguire lo estremo suo fine. Ritenuto quello che dicono
i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, che fosse nelle _ferme
intenzioni della Rivoluzione procacciare ad ogni costo la partenza
del Principe dalla Toscana_, non può razionalmente negarsi che questi
conati urgessero più veementi al primo scoppio che dopo. — Io leggo
talora che _mancano prove_ della coartazione; tale altra, che anzi
la coartazione _è esclusa_; finalmente che le _prove ci sono_, ma non
bastevoli. Questo linguaggio non solo perplesso, ma contradittorio, dei
Documenti dell'Accusa, mentre gli scredita tutti, mi toglie abilità di
conoscere lo stato della procedura; dacchè ognuno comprende che tra il
provare poco e lo escludere la contrarietà è grande, come fra la luce
e le tenebre. Non sarà privo di ammaestramento, e forse somministrerà
subietto di amare riflessioni, esaminare per lo appunto il progresso in
peggio degli Atti della Accusa.

Il Decreto del 10 giugno 1850 _andante_: «Attesochè, _comunque il
processo manifesti avere il Guerrazzi fatto sforzo_ di contenere in
questa parte le sfrenate voglie della Demagogia (Processo a c. 69, 767,
2220, 2245, 2418.; Som. a c. 2498, 2510, 2513, 2615, 2761), ciò non
pertanto, a perimere ogni elemento di civile imputazione, converrebbe
giungere a provare _luminosamente_ che _tutti_ gli atti ostili, dei
quali si fece autore, furono influenzati da una forza tale da impedire
il retto uso della ragione e della libertà, almeno riguardo alla
esecuzione dei malvagi disegni che inspiravano, e da coartarlo a non
abbandonare quella posizione che poteva strascinarlo al delitto, ec.
ec. ec.»

Qui sembra che prove ve ne sieno, ma non per _tutti_ gli atti; come
se la violenza politica che nasce da un Popolo in rivoluzione, sempre
in atto, o in potenza, presente, e sempre delirante, sospettosa e
furiosa, sia di natura transitoria, e instantanea, uguale alla violenza
ordinaria che può usarsi da uno o più individui contro lo individuo; e
come se non torni lo stesso aver la mano di un uomo sul collo, o udire
il ruggito delle moltitudini giù in piazza.

Il Decreto del 7 gennaio 1851 _crescendo_: «Considerando — che comunque
il Processo dimostri che il Guerrazzi, una volta salito al Supremo
Potere, si adoperò, _in qualche circostanza_, a distogliere _le più
accese voglie_ della Demagogia; — ciò non pertanto _il complesso degli
atti autorizzava a ritenere che tutto ciò egli facesse per tenere fermo
nelle sue mani il Potere di che, per modi riprovevoli, era giunto a
impossessarsi_; — e in ogni ipotesi, a perimere la civile imputazione
degli atti criminosi dei quali certamente fu autore, dovrebbe esso
provare _luminosamente_...» e segue come nel primo Decreto.

«Considerando che molti sono i fatti allegati dal Guerrazzi per
far sentire il predominio assoluto e costante sopra di lui della
Fazione; _ma oltrechè questi fatti non sono d'importanza_ da stabilire
una violenza irresistibile e continuata, il Processo somministra
altri fatti, dai quali emerge _la influenza personale su le turbe
tumultuanti_! — essendosi notato ch'egli dichiarò non _averne timore_!
(pei Giudici di cotesto Decreto _timore e paura_ sono tutta una cosa!)
ed essendo egli riuscito, _come racconta_, a contenerle e comprimerle
a vantaggio di privati cittadini....»

Qui i miei sforzi spariscono, e, in certo modo, si neutralizzano in
virtù dei prodigiosi ragionamenti del Decreto.

Ora ecco l'Atto dell'Accusa del 29 gennaio 1851 _che dà la stretta_:
«Ma la violenza coattiva, sia allo Individuo, sia al Collegio, non
è provata, e _resta anzi esclusa in quei primi giorni, e da quei
primi atti NEI QUALI E CO' QUALI venne o consumarsi il delitto_.
Le posteriori improntitudini, insistenze, esigenze ec.» — E qui non
solo vi sono piccole prove, non solo cessano o si neutralizzano le
prove, ma vi sono prove in contrario. Davvero in questo modo io non ho
veduto giuocare nè anche agli aliossi, non che con anime che pensano e
sentono, e delle umane miserie profondamente si contristano.

    Ben dovrebb'esser la tua man più pia,
    Se state fossimo anime di serpi.

Io ignoro il deposto dei testimoni; vi furono, vi hanno ad essere, e
mostreranno quanto singolare sia la nuova infermità trovata dall'Accusa
della _intermittenza rivoluzionaria_. Ridotto ai miei soli ricordi,
rammento che la Fazione dichiarò essersi arrogata il diritto di
vigilare «fino dal 5 febbraio ogni mia azione, d'interpellarmi con
la stampa, co' Circoli e co' petizionarii, di chiamarmi a severo
rendimento di conto ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.»[261]

Il Circolo nella sua protesta liberamente espose, che la decadenza del
Principe e l'abolizione della monarchia _fino dall'8 febbraio era stata
nel voto, e nel grido_ di tutti.[262] Dai Giornali si ricava, come nel
giorno 13 il Circolo mi mandasse una Deputazione per informarsi _di
quanto io sapeva, e di quanto operava_.[263] Il Governo è dichiarato
impotente a salvare il Popolo; s'egli non si muove alla cacciata del
Principe, il Popolo _farà da sè_.[264] Il Circolo fiorentino propone
spedire armati da tutta la Toscana contro il Granduca: Firenze si
dispone _a mandare 1000 uomini_.[265]

A tutto questo si aggiungano uomini _sempre al mio fianco armati, fino
dal giorno otto febbraio_, nell'anticamera e pei corridoj, sicchè
si rendeva difficile il passare; più _spessi nei primi giorni_, che
dopo; _commissarii_ dalla città, _commissarii_ dalle Provincie;[266]
_individui_ ancora, che con brusca cera, così nelle sale, come per
le vie, senza distinzione, di giorno o di notte mi fermavano, e
m'interpellavano. Con gli scarsi Documenti che ho per le mani, mostrai
pocanzi, essere state rammentate le deputazioni dei Circoli di Livorno,
Arezzo, Prato e Pistoia: ho mostrato gli eccitamenti alle Provincie
di accorrere per coartare il Governo, ma prima passassero nell'aula
del Circolo fiorentino, per dare e ricevere conforto, per concertare
istruzioni; ho esposto le lagnanze amare, le minaccie e le accuse
contro il Governo, perchè per lo appuntino, e subito, non obbedisse;
fu detto delle trame contro di me, della dichiarazione di tradurmi in
giudizio, dell'aperta rampogna di traditore, della strage più e più
volte minacciata. Quello, che Popolo e soldati facessero nei primi
giorni del febbraio, esaminatelo nei Giornali del tempo.

E tutto questo pare poco alla Accusa! Di triplice acciaio deve avere
ricinto il petto l'Accusa! Cotesto suo non è umano coraggio, o almeno
di cotesti uomini antidiluviani, che potevano dire: «Col leone lottai
mentre era fanciullo, e sebbene scherzassi, egli fuggì ruggendo dalle
mie mani co' denti rotti.»[267]

Io trovo prova di quanto affermo in certo tentativo avventurato dal
signor Marmocchi, per allontanare da sè il nugolo delle moleste
deputazioni, e il nugolo più tristo degli sciagurati, che o per
malizia propria, o aizzati da altri, accorrevano delatori di sospetti
per istrascinare il Governo nelle vie rivoluzionarie, e porre le mani
addosso ai designati cittadini.

«Firenze, 28 febbraio 1849. — Il Ministro dello Interno rende noto,
ch'egli non riceve deputazioni di verun Circolo, od altro corpo morale,
se non sono munite di speciale mandato in iscritto, che indichi chi le
spedisce, e l'oggetto della missione.»[268]

Imperciocchè gente nefanda, nefande cose voleva; e, parve che
ordinandole scritte, il pudore dovesse trattenere da porle in
discussione, e ridarle in iscrittura. L'Accusa ha da essermi cortese
di questo, che ordinando nel 28 febbraio cessassero, ciò significa
che avevano incominciato innanzi; e se il Circolo, anzi i Circoli
fino dall'8 febbraio si costituirono _in permanenza_ per invigilare
e dominare il Governo, dica nella sua coscienza chi legge, con quale
verità si possano asserire queste tre cose a un punto, — che non ci
sono prove, — che ve ne sono, ma non bastevoli, — che ci sono prove
che escludono l'allegata violenza. Come queste tre cose possano stare
insieme, non bisogna domandarlo a me; a me tocca udirle, e commentarle
co' mesti giorni di carcere troppo più che bienne; e' vuolsi chiederne
ai Magistrati, che le seppero accozzare insieme.

E come le referite cose precederono il 28 febbraio 1849, così lo
susseguirono, non essendo mai riuscito di allontanare dal Governo le
fervide istanze e i più fervidi petenti, per conseguire lo scopo che
stava in cima di ogni loro pensiero.

Nel giorno stesso, e nel medesimo _Monitore_, il Ministro dello
Interno rende noto pubblicamente: «che i Rapporti di Polizia, che i
privati cittadini si degnano trasmettere per il pubblico bene, sieno
inviati invece ai rispettivi Prefetti, ai quali soltanto spetta
questo incarico, perchè, mentre è compreso di gratitudine per le
premure che in tal modo i Cittadini mostrano pel Governo, non potrebbe
convenevolmente corrispondervi.»

Nè per questo cessarono le denunzie segrete, e le intimazioni ad
arrestare i cittadini sospetti, che io con mille espedienti attesi ad
eludere. I Rapporti di Polizia lo proveranno, e verrà dichiarato chi
sieno coloro, che mi devono libertà, sicurezza; forse anche la vita.
Di tanti mi basti allegarne uno, non per vana jattanza, molto meno per
rimprovero, ma perchè di questo fatto si hanno a trovare negli Archivii
le prove.

Spesse e insistenti Deputazioni del Circolo pretendevano che
l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri signor Baldasseroni
della pensione si privasse, e come cospiratore contro il Governo si
traducesse in carcere. Stretto da tanta pressura, risposi stessero
sicuri, avrei provveduto senz'altro. Rimasto solo col mio Segretario
sig. Chiarini, lo interrogai intorno alla sua opinione, che a me
non conviene riferire, perchè, trovandomi adesso ridotto in misero
stato, parebbe viltà; basti che io la seppi tale da dovere esclamare:
«Non sarà mai detto che io dia mano a perseguitare gente dabbene.»
Però, onde oppormi con buon successo alla Fazione, scrissi lettere
particolari al Prefetto Martini, onde segretamente s'informasse e
con lealtà referisse. Di queste ricerche occorre traccia a pag. 501
dei Documenti dell'Accusa: «La persona spedita ieri a Usigliano di
Palaia è tornata. Riferisce, che Baldasseroni è con la famiglia in
villa Bertolla, e conduce vita ritirata, senza apparenza da ingerire
sospetto di cospirazione. Domani con la posta dirò qualche cosa di più
in particolare.» Non piacquero le notizie Martini; il Partito mandò
suoi emissarii sul luogo a invigilare, è comecchè non ricavassero
costrutto, pure tornarono ad assalirmi; onde io di nuovo mi rivolsi
al Prefetto di Pisa; e questi sempre più confermando i suoi Rapporti,
io mi adoperai così efficacemente, che giunsi a rimuovere cotesti
arrabbiati dalla disonesta persecuzione. Le lettere responsive
dell'ottimo signor Martini, tutte di suo carattere, furono, se non
erro, dal Segretario Chiarini consegnate al Segretario Allegretti,
affinchè le depositasse nello Archivio. — Il signor Barone Bettino
Ricasoli volevasi ad ogni costo arrestato e processato; lui accusavano
di cospirazione, eccitatore di sommosse, ricoglitore nel suo castello
di Broglio di moschetti, e perfino di cannoni.[269] Questo signore
aveva provato avverso, e però doveva essermi raccomandato maggiormente:
almeno io penso, e sento così!.... Mandai persona a posta, fidata e
discreta, e trovai che moschetti ne aveva, ma per la Guardia Civica,
ed anche cannoni, ma di legno, innocente minaccia un giorno su i merli
del Castello, adesso confinati in cantina, come vediamo tutto giorno
accadere anche ad oggetti che cannoni di legno non sono, e lo hanno
per bazza; e lui inconsapevole difesi da fastidii, e forse da gravi
pericoli. Detenuto nel Forte San Giorgio per ordine della Commissione
Governativa, di cui il Barone Ricasoli faceva parte, io volli
contestargli questo fatto: pare che poco, anzi punto lo muovesse. Io ho
reso bene per male, altri resero male per bene: certo i Signori della
Commissione mi hanno fatto perdere tutto.... tutto, tranne la fama:
essi poi non hanno perduto nulla!.... Ma io aveva promesso allegare
uno esempio solo, e ne ho citati due.... troppo si produrrebbe lunga la
storia, e tanto mi basti.

Rimane adesso ad esaminare, che cosa potessero i Circoli in quei tempi.
I Circoli, nientemeno, si reputavano, ed erano padroni; il Governo
aveva ad essere arnese passivo, ed esecutore docilissimo; altrimenti,
_fuori_; oppure _avrebbero fatto da loro_. Avvi una testimonianza
gravissima di quello che potesse allora il Governo, ed è del Ministro
Inglese. Se fossero pubblicati i Dispacci di Benoît Champy Ministro di
Francia, ne avremmo altra solenne conferma. Lord Hamilton scrive a Lord
Palmerston, con lo scrupolo di fidato mandatario e con l'accortezza
del diplomatico, affinchè il superiore si regoli nella sua politica. —
Tanto meglio voglionsi ritenere esatte coteste informazioni, in quanto
che, come ho avvertito, Sir Carlo Hamilton ne riferiva di vista. Ecco
pertanto in quali termini egli si esprimeva: «Il _Governo Provvisorio_
è obbligato però di sottomettersi a padrone supremamente dispotico,
il quale _ad ogni ora_ gli rammenta le catene con le quali lo _tiene
stretto_, cioè il _potere dei Circoli_ (_clubs_). QUESTE FORMIDABILI
ASSEMBLEE GOVERNANO IL GOVERNO. È impossibile esagerare il _terrore_ e
la _desolazione di questa bella città_.»[270]

Il Ministro Hamilton, comecchè così vedesse e sentisse, pure non
rifiniva raccomandarmi: «resistete, resistete; salvate il vostro
Paese.» Benoît Champy dava simili conforti; entrambi promettevano
scrivere ai loro Governi lettere amplissime in lode degli sforzi da me
sostenuti; il primo anzi assunse di fare rettificare in certi Giornali
esteri, segnatamente nel _Débats_, gli erronei giudizii: entrambi
offerivano, in qualsivoglia evento, protezione dei loro Governi, asilo
nelle proprie dimore. In Toscana, Giudici miei concittadini, presenti,
scienti forse più degli Esteri Ministri, mi rampognano e mi accusano,
e non solo mi accusano, ma mi oltraggiano con insulti fabbricati nel
1800!

Un'altra persona domiciliata qui a Firenze, scrivendo nell'8 marzo
a certo suo amico di Parigi, tale gli dava ragguaglio delle nostre
condizioni: «I Ministri e il Comitato esecutivo — tutti sono obbligati
a sottomettersi alla tirannide di una mano di Faziosi, che si fecero
padroni di Firenze, quantunque la più parte non sia neppure nativa del
Paese. Firenze è fatta convegno di _tutti_ i seminatori di zizzanie
della Penisola. Ridotti in _Club_, che porta nome di Circolo del
Popolo, _dettano leggi, promulgano decreti, ai quali il Governo ha da
sottomettersi docilmente_.»[271] Infatti il Giornale del Circolo così
con parole ingenue ne raccontava la importanza e lo istituto:

«Essi sono un vero Magistrato (i Circoli) del Popolo, cui egli corre
per tutti i suoi interessi, per tutti i suoi reclami e lagnanze, e
vi trova tutte le simpatie per ottenere protezione. — (_Popolano_, 17
febbraio 1849.)

E quando in cotesto modo scrivevano, ero pur giunto a impedire che i
Circoli dominassero interi; e la potenza loro scemava: si pensi un po'
quanto potessero allora che mandavano commissarii in Provincia, e sopra
ogni canto gli Oratori loro con accese parole aggiungevano legna al
fuoco, le armi in pugno brandite tenevano.

Ora sotto la impressione di questi fatti si prendano a considerare i
Dispacci dell'8 febbraio. —

Il primo delle 2 e ½, strappato a forza, porta seco evidentemente
la prova della violenza immediata, avvegnachè vi si legga perfino la
dichiarazione della _decadenza_ del Principe, che sempre ho combattuta
e impedita.

Nel secondo delle 5 e 10 minuti, è gittata la parola che accenna
l'áncora di speranza, con la quale in quei fortunosi frangenti
immaginava salvare il Paese: «_Si rammentino tutti, che sarà proclamata
presto la Costituente_ TOSCANA.»

Quando non occorressero altre prove, per conoscere che il Dispaccio
dell'8 febbraio 1849, ore 6 p. m., fu imposto dalla violenza della
Fazione trionfante, basterebbe questa sola, ed è che facendo scrivere
il 14 febbraio 1849 (giorno della Spedizione a Santo Stefano) al
Governatore di Portoferraio, lo ammoniva: «Se il Principe è _partito_,
non è _decaduto_; lo Stato non è perciò venuto a mancare; le leggi
non sono abolite ec.»[272] Ma importa inoltre riflettere alla inanità
del medesimo. Generalmente, me non reputano stupido affatto: però,
se la condizione mia non fosse stata in quel punto pericolosa così
da farmi temere ogni obiettare fatale, se io avessi sperato, che tra
i furibondi schiamazzi dei comandatori la Spedizione di Portoferraio
potesse _avere luogo consiglio_, come non richiamarli a considerare
«che ritenuta certa la partenza del Principe per Portoferraio, di due
cose dovevano ammetterne una, o che il Principe vi fosse arrivato,
o no? Se arrivato, o gli Elbani nol vogliono accogliere, e allora
qual forza possono aggiungere a loro cento o duecento persone? Se lo
hanno accolto, e quale urto mai vi augurate che facciano poche barche,
contro fortezze giudicate insuperabili, e difese da molte centinaia
di cannoni di grosso calibro? Non poche barche, ma intere armate male
si avventurerebbero sotto le batterie del Falcone e della Stella.
Dove poi non fosse arrivato, come si sosterranno le vostre barche, se
venissero ad incontrarsi contro le fregate a vapore il _Porco-Spino_
e il _Cane Mastino_, rinforzate dalla fregata a vela la _Teti_, e
il vascello di primo ordine il _Bellerofonte_?[273] Ma nè queste,
nè altre, erano riflessioni da potersi avventurare a quel tempo, nè
alcuna. «A Portoferraio! a Portoferraio!» urlava la turba infellonita,
e bisognò darle aperto il Dispaccio, che vollero portare alcuni di
quella allo Ufficio del telegrafo. Come ci hanno testimoni i quali
attestano, che nella mattina dell'8 febbraio il Niccolini diceva: «Noi
siamo d'accordo, tranne col Guerrazzi... ma...», così non ne mancano
altri co' quali egli confidandosi, nei primi giorni di cotesto mese
infaustissimo, palesava: «andrebbe bene ogni cosa; solo resistere
Francesco Domenico alle loro mire, ma gli avrebbero messo il cervello
a partito.»

La storia moderna mi somministrerebbe esempii in copia per mostrare
come in simili casi si comportassero uomini incanutiti fra guerreschi
pericoli. Vi rammentate il 17 marzo del 1848 a Milano? Quando i
deputati del Popolo lombardo si presentarono al conte O'Donell capo
del Governo, per esigere da lui la sanzione di atti ostili all'Austria,
negava forse? No; diceva: «_Farò quello che voi volete, quello che voi
volete. Sì, avete ragione, giù polizia, giù tutto_!»[274]

E fu appuntato perchè non avesse resistito? Lo accusarono forse, perchè
avesse acconsentito a buttare giù _tutto_? Ed io _tutto_ non dissi che
gittassero, e mi adoperai che ciò non facessero. Non incontrò tanto
crudeli e poco assennati sindacatori, imperciocchè la sua resistenza,
come di certo esizio per lui, così non avrebbe apportato profitto
alcuno alla fortuna austriaca in quei giorni. Il sagrifizio della
persona allora è lodevole, che, come nello esempio del Cavaliere
d'Assas, gridando all'erta, ad onta della morte minacciata, si dà la
sveglia al campo e si preserva dalla sorpresa: altrimenti è giudicato
follia.

La discretezza, di cui per certo non mi dà norma l'Accusa, mi trattiene
dallo esaminare la condizione di tutti coloro che si dichiararono
coartati, e dal confrontare se le scuse che addussero e furono tenute
buone, a paragone delle mie, dovessero più o meno gravi considerarsi:
forse lo dovrò fare più tardi; — mi basti per ora uno esempio
domestico.

Ferdinando Zannetti procedè sempre zelante delle libertà
costituzionali: nel 12 aprile, io penso che più efficacemente degli
altri alla restaurazione del Principato Costituzionale desse opera;
e fu dei primi, che il Decreto a questo scopo tendente firmò: era
Generale della Guardia Civica, e quindi stava in lui il comando della
forza capace a schermirsi; egli conosceva i pericoli della Unione
con Roma; egli sentiva quanto poco il Popolo, pure allora chiamato a
libertà, fosse disposto a reggimento repubblicano; assennato com'è,
prevedeva eziandio che il suo pronunziarsi per la Repubblica avrebbe
potuto strascinare irreparabilmente il Governo; egli era stato
testimone del mio rammarico espresso agli Ufficiali della Guardia
Civica per la partenza del Principe, e dell'aspra lotta da me sostenuta
perchè la Repubblica a furia dai violenti non si pronunziasse; e
nondimeno, _invitato dal Popolo_, ebbe a gridare: _Viva la Repubblica!
Viva la Unione con Roma_![275] Quando il Popolo è preso da una
passione, e i più fervidi di quello ti fanno cerchio dintorno, e
schiamazzano, e gridano, chi mai resiste? Chi può resistere? Me poi il
Popolo non calcava festoso, ma torbido; non invitava, ma minacciava;
non arrendevole trovava, ma in quanto mi era dato con industria
opponente. Gli arrabbiati della Fazione trionfante, padroni nei primi
giorni di tutto, non si muovono dalle mie stanze, notte e giorno spiano
gli atti, le parole e i pensieri.

E tutto questo sembra poco all'Accusa; anzi, ella, _proprio in
coscienza, crede che, invece di provare, escluda la prova della
coartazione_!

Io mi ricordo avere letto nei Giornali dei tempi certo discorso, o
lettera di Giuseppe Mazzini ai suoi amici di Roma, nella quale gli
ammoniva non volersi partire di Toscana, prima di avere conseguíto il
suo intento. Ora (e spero che l'Accusa non mi vorrà smentire almeno in
questo), io affermo che il concetto mazziniano fosse repubblicano.[276]
— L'Accusa avverte, che la presenza del Principe in Toscana era pruno
negli occhi ai Rivoluzionarii.[277] Qui dentro, Romani, che la Unione
con Roma e la Repubblica agognavano; qui Lombardi, che nella Repubblica
vedevano l'unica via per ritornare alla patria, ai domestici focolari,
e alle gioie di famiglia; qui il lombardo signor Maestri, Inviato
straordinario romano, forte del soccorso del Circolo, il quale, come il
signor Rusconi si esprime, _lottava quotidianamente_ per portare via di
assalto la Unione con Roma. All'Accusa sembra che tutti questi elementi
qui condensati _escludano perfino la possibilità_, che io mi trovassi
nei primi giorni costretto a consentire quelle cose a cui non trovavo
riparo, nè con la forza, nè con la opinione, nè con lo ingegno.

Che Dio benedica l'Accusa! Se si confronteranno i varii Dispacci
scritti nel giorno 8 febbraio, dalla forma stessa del linguaggio,
chiunque imparziale consideri, argomenterà la maggiore o minore
coazione, che in quel momento pativo. Infatti nei Dispacci
telegrafici scritti a dettatura sotto la immediata pressione, tu
leggi d'_ingratitudine_ e di _nera perfidia_: nel Dispaccio scritto
al Governatore di Portoferraio si dice, che il Governo _non può_
permettere al Granduca di rimanere in una parte della Toscana; che la
sua presenza _potrebbe_ causare perturbazione, e _forse guerra civile_;
la _cacciata_ diventa _invito_ di assentarsi.

Qui per avventura si obietterà: — e non potevate mandare contr'ordine
segreto al Governatore di Livorno? — In qual modo spedirlo perchè
giungesse a tempo? Per telegrafo forse? Allo Ufficio di Livorno era
preposto tale, che prima di recapitare i Dispacci al Governo ne faceva
copia alla Fazione. Tentai rimuoverlo, ma il Popolo tumultuante volle
stesse fermo in Livorno; di vero egli serviva meglio lui, che il
Governo. — Potevate mandare le lettere per la posta. — E chi se ne
fidava? — Per messo particolare. — Non era agevole sottrarmi, nei primi
giorni, alla incessante sorveglianza; e avrei trovato chi avesse voluto
incaricarsene? E trovatolo, in quale estremo pericolo non avventurava
lui con me stesso? Adesso non doveva trattenermi il medesimo dubbio,
che in buon punto mi persuase a resistere alle sollecitazioni del
Colonnello Reghini a Livorno? Più tardi, e quando credei poterlo fare
senza danno, mandai persona a Livorno a chiarire i miei amici delle
mie intenzioni, ma allora era impossibile. Pure via, tutto questo
doveva arrischiarsi in negozio sì grave; arrisichiamo.... perchè? Per
far pervenire il Dispaccio in mano di gente che lo avrebbero letto in
piazza, alla presenza del Popolo!

Intanto, è vero che una frotta di furiosi intronava le orecchie
gridando: «Bisogna cacciare il Granduca; Portoferraio sta per diventare
la Terceyra di Toscana; di là muoveranno trame, cospirazioni e guerra
civile: egli è evidente: qui non vi ha mestiero indugio; bisogna
provvedere, e subito; scrivasi al Governatore di Livorno, a quello di
Portoferraio; da tutta Toscana si muovano gente. Il Popolo comanda
questo e questo altro, e vuole essere obbedito, e subito: ora non
hanno luogo discorsi, e guai a chi esita.» Lo sguardo torvo, lo
scrollare minatorio del capo, le pugna percosse sopra la tavola non si
rammentano; tacere allora, e obbedire, fu la mia parte, senza potere
nemmeno fare osservare la inanità degli ordini. Nè meno insensata
parevami la lettera, ch'ebbi a mostrare scritta, al Governatore di
Portoferraio, con minaccia di destituzione; avvegnadio se il Principe
fosse sbarcato, protetto da quattro legni da guerra, non il Granduca
era in potestà del Governatore, ma il Governatore del Granduca; e
supposto che il Governatore si mantenesse parziale al Principe, la
minaccia di destituzione avrebbe destato la sua ilarità.[278]


§ 2. _Dimostrazione._

Aveva pensato in prima di porre a piè di pagina a guisa di note, e
per ordine di data, i fatti narrati quotidianamente dai Giornali,
onde confutare lo strano concetto dell'Accusa, che la violenza dei
Faziosi mi lasciasse libero di operare tutti gli atti _nei quali e
pei quali_ venne a consumarsi la perduellione: ma considerando come
questo partito genererebbe confusione e stanchezza, mi è parso bene
raccoglierli tutti in un punto, affinchè servano come di Appendice al
paragrafo della Spedizione all'Elba, e d'Introduzione a quella di Porto
Santo Stefano. Però vuolsi avvertire una cosa, che molti fatti non
occorrono rammentati dai Giornali, avvegnadio le violenze, i soprusi
e le soperchierie non si raccontino; e rifletterne un'altra, che nei
primi giorni i Faziosi, troppo più occupati a operare che a scrivere,
nè tempo avevano nè modo di registrare per lo appuntino i gesti loro:
sicchè operavano più, scrivevano meno. A questo, in parte, devono avere
supplito i testimoni uditi dall'Accusa, e meglio suppliranno questi
stessi più diligentemente ricercati, e i nuovi che saprà addurre la
Difesa.

Nel giorno _8 febbraio_ abbiamo dai testimoni, ricercati dalla stessa
Accusa, che il Niccolini, eccitando la gente a unirsi a lui per mandare
a fine i suoi disegni, affermava: «ostare io solo.... ma!...» Ancora:
che poco prima, o poco dopo di quel giorno stesso, ad altro testimone
Niccolini medesimo confidava: «trovare resistenza in me.... ma che mi
avrebbero messo giudizio.»

Ora dai Documenti dell'Accusa resulta che il Circolo di Firenze
stette in permanenza fino dal _5 febbraio_ 1849. (pag. 193.) E questa
permanenza venne di nuovo decretata, e con più rigore mantenuta nel
giorno 8, nè il _20 febbraio_ era per anche sospesa. «Il Circolo...
sempre in permanenza _fino dal dì_ 8 corrente.» — (_Popolano_ del 20
febbraio 1849.) — Che cosa potessero i Circoli non importa ripetere.

Della sospettosa Polizia del Circolo l'Accusa stessa raccolse prova,
e la citerò più tardi; intanto osservate come fino dal declinare
del gennaio egli procedesse a investigare sottilmente le cose, e
le persone: «Il Circolo del Popolo nella sua seduta ordinaria del
28 gennaio deliberò di stabilire una inchiesta su i fatti avvenuti
la notte del 27, e nominò una commissione composta di cinque
membri del Circolo, a cui dirittamente furono porti i più estesi e
precisi ragguagli intorno agli avvenimenti in discorso.» — (_Frusta
Repubblicana_, 1 febbraio 1849.)

Quello che il Partito trionfante faceva e ordinava al Governo che
facesse, si ricava dalla _Costituente Italiana_ del 9 febbraio, organo,
come sappiamo, della Emigrazione armata, fra gli accesi accesissima
a precipitare lo Stato a Repubblica, per le ragioni chiarite in più
parti di questa Apologia. «Non lasciate ricadere il Paese in un fatale
letargo, non lasciate ch'ei si addormenti. Agitatelo, tenetene sempre
desta e viva la vita! In ogni momento colla parola, colla presenza,
cogli atti mantenetevi innanzi alla sua attenzione, ponetevi con
esso in continua, incessante comunicazione di spiriti e di idee!
Che da tutto e dovunque il Popolo conosca ch'ei non versa nelle
condizioni ordinarie, bensì tra vicende agitate e pericolose, e anzichè
cullarlo con facili lusinghe, gridategli sempre: all'erta! all'erta!
Rammentatevi l'artefice che ha bisogno di aver sempre rovente il ferro
per foggiarlo secondo la propria intenzione. Solo in questa intimità
tra il Popolo e voi, solo dentro a _quest'aura di rivoluzione_ e di
entusiasmo sono possibili le forti cose, a operare le quali oggi voi
foste chiamati.» Padroni di tutto, è da credersi che non si rimanessero
ai soli consigli commessi alle pagine infiammate del loro Giornale, ma
sì alle parole aggiungessero lo esempio.

Se nel primo giorno il Circolo fiorentino facesse forza, e poi, uditelo
un po' dal Giornale che ne registrava gli atti e i concetti: «Armi al
Circolo del Popolo, legione sacra che stette sempre al primo posto ogni
qualvolta occorse combattere i nemici del Paese, ogni qualvolta occorse
_spingere la bilancia delle nostre sorti che pendeva incerta_....»[279]
I vecchi consigli di _violentare_ il Governo praticavansi. —

Voi desumete prova che nei primi giorni non mi era dato oppormi
apertamente in nulla, dal rimprovero che mi muovono, il 15 febbraio,
«di non volere dichiarare la Repubblica, perchè la Repubblica bandisce
decaduto Leopoldo, e di ostare alla Unione con Roma per amore della
autonomia toscana, della quale _dieci giorni indietro vi mostravate
poco curante_.» Il giorno 8 mostrarsi poco curante era tutto quel più,
ed anche non senza molto pericolo, che potesse farsi.[280]

«Voi non volete dichiarare Repubblica, perchè la Repubblica dichiara
decaduto Leopoldo, e la decadenza di Leopoldo porterebbe intervento,
invasione, abbassamento di stemmi inglesi e francesi, e tutte le
diavolerie immaginabili.

Voi non volete per ora l'Unione con Roma, perchè l'Unione con Roma ci
toglie l'autonomia toscana, di cui oggi vi mostrate tanto passionati,
_quando dieci giorni fa ve ne mostravate non curanti_; e la distruzione
di autonomia importando infrazione dei trattati di Vienna, importerebbe
anch'essa intervento austriaco, invasione straniera e tutta la solita
litania. Ma dunque che cosa volete?» — (_Frusta repubblicana_, 15
febbraio 1849)

Gli Emigrati Lombardi amaramente mi rampognavano nel _14 febbraio_,
che da _sei_ giorni io non adémpia le grandi misure nè adoperi lo
impeto di azione che mi avevano _inculcato dalla prima ora della mia
chiamata al governo_. Consigli di gente armata, accesa di passione
politica, smaniosa di ricuperare la Patria, convinta profondamente che
per altra via non vi si ritorni, che sieno, dacchè l'Accusa non vuol
capire, capite voi tutti che leggete queste pagine, e vedete con quanta
giustizia di me si faccia lo _strazio disonesto_.

«_Sei giorni sono trascorsi_, e noi cercavamo indarno negli Atti del
Governo quella coscienza delle grandi misure, quello impeto di azione,
che _dalla prima ora della sua esistenza gli avevamo inculcato_.» —
(_Costituente Italiana_ del 16 febbraio 1849.)

E se l'Accusa volesse sapere quali ammonimenti mi dessero i Settarii,
e come facessero a fidanza, e se mi lasciassero libero, altro non
ha che fare, che leggere queste poche righe: «Fino dall'8 febbraio
abbiamo detto agli uomini che le speranze del Popolo avevano inalzato
al Governo: noi vi richiederemo conto strettissimo _giorno per giorno,
ora per ora, della opera vostra, e un minuto sprecato, è una colpa;
e noi conteremo i vostri minuti_.»[281] Vero è bene che chi scriveva
dichiarava essersene astenuto, e in quanto a sè forse non profferiva
bugia; però lo aveva fatto fare dalle Deputazioni incessanti dei
Circoli, e dagli Assembramenti popolari.

E se all'Accusa prendesse così per genio vaghezza di conoscere quale
potere i Giornali e i Circoli si fossero arrogato sul Governo, può, a
tempo avanzato, vederlo in queste parole: «Noi però abbiamo conservato
sopra _tutti i vostri atti_ un diritto e un dovere; il _dovere_ di
vegliare su di _voi_; il _diritto_ di _provvedere a noi_, se voi stessi
nol fate.»[282]

Oda un po' l'Accusa che cosa il Circolo del Popolo, onnipotente,
allora, intendesse istituita fino dal 10 febbraio; e neghi che se io
non ero, ella avrebbe veduto il Tribunale rivoluzionario, e feroce, e
insensato, e spietato, come.... come vediamo essere tutti i Tribunali
nei giorni dell'ira di Dio.

«Un Comitato straordinario di Salute Pubblica sia immediatamente
instituito. Sieno uomini provati a libertà, ad energia di cuore e
di mente; abbiano pieni i poteri; sia rapido, estremo il giudizio:
vigilino a vicenda il giorno e la notte; dispongano sempre di forze
determinate e sicure. Sia lor cura scuoprire le fila intricate e
lunghissime della reazione; e scoperte, con lo esempio della pena
prevengano colpe e pene ulteriori. _Tutto ciò noi domandiamo al Governo
Provvisorio di Toscana, — lo domandiamo col linguaggio della necessità,
con la coscienza ferma del diritto, con la volontà irremovibile del
Popolo libero_.» — (_Popolano_ dell'11 febbraio 1849.)

E che la Unione con Roma, e per conseguenza, la Monarchia abolita, il
Principe decaduto, la Repubblica proclamata, fossero non pure desiderii
o voti, ma _ordini imposti dalla Fazione trionfante, fino dal giorno
otto febbraio_, voi lo vedete a prova. «La Unione con Roma era per
noi condizione della esistenza del Governo Provvisorio fino dal giorno
_otto_ febbraio; fino dal giorno in cui il Popolo restituito nel pieno
possesso dei suoi diritti _rovesciava per sempre un ordine di cose
impossibile ormai_.» — (_Alba_, 25 febbraio 1849.)

«Ieri abbiam detto al Governo Provvisorio di Toscana diritti e doveri.
— Con franchezza gli abbiamo accennati: diremo con franchezza se
verranno compiti. — Una verità oggi ripetiamo, una suprema verità: — il
tempo preme, fate tesoro del tempo.

«Abbiam detto ieri _uniti con Roma_, — oggi diciamo _immediatamente
uniti_. I bisogni vincano le forme. — Cittadini! quando vi abbiamo
affidati poteri assoluti, abbiamo ad essi posto il suggello di una
_condizione: l'Unione con Roma_: avete accettati gli uni, avete dunque
accettata l'altra; compitela.

«Gli avvenimenti mutarono. La Repubblica Romana è proclamata. A
voi incombe inviare tosto un plenipotenziario che rechi il saluto e
l'omaggio di Toscana alla gloriosa sorella. A quest'ora l'avrete fatto:
se no, perchè il ritardo?

«L'Unione con Roma fu decretata, acclamata dal Popolo: restano a
stabilirla nodi di legalità: stringeteli.

«Trentasette Deputati erano già destinati alla Costituente nazionale.
Questi si raccolgano prima in Costituente Toscana, — compiano la
volontà del Popolo, sanzionino il patto di _Unione_, costituiscano lo
Stato della _Italia Centrale_. Poi vadano a Roma rappresentanti nostri
alla Costituente Italiana, e dal Campidoglio dettino a noi i decreti,
comunichino a noi le speranze e i bisogni.

«Ciò vi domanda il Popolo, — ciò _vuole il Popolo_. Poichè se dai
bisogni, dalle speranze e dai fatti fu il tempo prevenuto, l'opera deve
eguagliarlo non solo, ma superarlo eziandio. Meglio con l'opera d'oggi
affrettare il domani, anzichè affaticarci a ricostruire sui frantumi di
ieri.»[283]

E badate, che nè soli, nè più temibili erano i Lombardi, condotti
in parte dallo stesso Ministero Capponi, ma Napoletani, Romani, e
Romagnuoli crescevano l'ansietà, e la paura. Fino dall'_8 febbraio_
la Fazione organizzò una Legione _Romana_; nel _12_ del medesimo
mese ne apparecchiò un'altra; il Popolo anch'esso si armò: «Questa
sera una _nuova_ Legione di Romani sta organizzandosi per offerire i
suoi servigi al Governo. Anche il Circolo del Popolo sta _ordinandosi
in legione armata, per mettersi a disposizione delle autorità_.» E
mettersi a disposizione del Governo significava: attendesse a fare a
modo del Partito Repubblicano; se no, guai!

Che cosa si proponesse fino dall'_8 febbraio 1849_, e che cosa
_gridasse_ tutto il Circolo del Popolo in permanenza, lo si legge
nel Nº 16 febbraio del _Popolano_: «Nell'adunanza di ieri sera il
Circolo del Popolo fu invitato da un socio a _ripetere con solenne
dichiarazione quello che fino dal dì 8 febbraio era stato nel cuore
e nel grido di tutti_: la decadenza del Despota, e l'abolizione della
Monarchia.»

«Qual bisogno ha oggi la Toscana di rimettere ad una Assemblea la
decisione di un voto, il quale _fu già deciso dal Popolo?_... Il
Popolo ha già deciso di essere unito con Roma, e Roma ha proclamato la
Repubblica _il giorno stesso di tale decisione_.» — (_Popolano_ del 15
febbraio 1849.)

E fino da Roma venivano le congratulazioni al Giornalismo toscano
per avere _insistito_ presso il Governo Provvisorio affinchè
indissolubilmente si unisse con Roma. Altrove notammo, e qui giovi
ripetere, Giornalismo di partito trionfante, che sia; e che cosa
importassero le parole e le insistenze della Emigrazione Lombarda
organizzata a corpo militare, e del Circolo armato.

Di buon grado riproduciamo le seguenti osservazioni del Giornale romano
l'_Epoca_ intorno alla pronta Unione della Toscana agli Stati Romani:

«Noi facciamo plauso al Giornalismo liberale di Toscana, il _quale
fin dal giorno di partenza del Granduca Leopoldo insistè presso il
Governo Provvisorio, perchè si unisse subitamente e indissolubilmente
col Governo della Costituente Romana. E questo fatto, se così vogliam
chiamarlo, questo diritto, se meglio intendiamo di esprimerlo, era
implicito nel mandato consegnato dal Popolo ai tre rappresentanti del
Governo Provvisorio medesimo_....

«La Toscana in qual senso potrebbe ella adunare la sua Costituente? O
a meglio dire, cosa potrebbe decidere questa Costituente che nel fatto
non sia già deciso? O ella sceglie il Governo di Roma per effettuare
la sua Unione; ed allora una parola, un atto fraterno non basta nei
momenti attuali di tanta vitalità? O ella recede dalla Repubblica....
e in qual modo tanto trionfo avrebbe ottenuto colà il principio
democratico?

«No, non è possibile giammai. La Toscana è democratica, è repubblicana,
e non da adesso. Lo è per tradizioni, lo è per sentimento. — Coraggio,
uomini del potere! Tempo è di unione e di concordia _una_. Affrettando
la fusione dei popoli delle due famiglie, voi affretterete la
_Costituente italiana e la Guerra_.» — (La _Costituente Italiana_, 19
febbraio 1849.)

In quel medesimo giorno istituiscono Circoli parrocchiali per
agire di concerto col Circolo generale: «E per accendere lo spirito
pubblico, fu notato non essere via migliore che istituire subito, in
ogni Parrocchia, Circoli parrocchiali da agire tutti di concerto col
Circolo generale del Popolo fiorentino.»[284] Sicchè nel giorno 10
poterono armarsi i Faziosi in centurie per _istimolarmi_, dicevano
essi; ma in fatti per dominare tiranni. «La mattina di sabato (10)
fu vero scopo d'eseguire immediatamente la ordinata classazione in
centurie e decurie, e _di stimolare il Governo a volere lo armamento
dei patriotti italiani_. Fin d'allora fu aperto nel suo seno un corpo
di guardia fisso, ove furono tenute esposte note di soscrizione per
tutti i patriotti che, nei pericoli della patria, volessero impugnare
le armi. Il sabato sera il Circolo era diviso in due parti: _una
parte discuteva, l'altra era sotto le armi_.... Il Circolo e il corpo
di guardia _non si sono più chiusi. L'azione del Circolo ha dato un
moto alla popolazione_, che oggi è accorsa in folla a sottoporsi alle
armi per sicurezza dell'ordine pubblico.... Tutti i Fiorentini in
armonia hanno oggi mostrato che il Popolo poteva sfidare qualunque
pericolo.»[285]

La continua guardia, la indefessa pressura si prova dai Documenti
stessi dell'Accusa: «Fino dal _5 febbraio_ il Circolo fiorentino si
è costituito in permanenza, ed ha creato una Commissione perchè _stia
in continua corrispondenza col Ministero_.»[286] — Gl'inquisitori non
si staccavano mai dal fianco, ordinavano, investigavano, riferivano,
sospettosi sempre, pronti all'accusa.

Dal Circolo armato la città, in cotesti giorni, si perlustrava. «La
perlustrazione della città non era neppure trascurata.»[287] e coteste
armi sbigottimento e terrore nei cittadini incutevano, cosicchè al
Governo, smarriti, si raccomandavano esigendo misure che avrebbero
precipitato alla rovina, condizioni già piene di difficoltà, dalle
quali, se prudenza e senno non giovavano a salvare, niente altro
poteva. Pretesto a parecchi, motivo vero in molti di quel tremendo
ribollire, era trovare modo efficace di combattere la guerra italiana;
perciò tanto più arduo contrastarli, quanto meglio ne appariva lo
scopo all'universale accettissimo; e nella seduta dell'11 febbraio,
nel Circolo Popolare si dichiarava che: «.... la divisione dell'Italia
avendo fatto finora il nostro infortunio, anche nell'ultima guerra
di Lombardia contro gli Austriaci, la sola unione di tutte le forze
italiane in un solo Governo, può scacciare il nemico straniero di seno
alla patria. — I Principi non sono stati da tanto. L'Italia unita
sola il potrà. — Nè a ciò poter recare impedimento, notavano alcuni
degnissimi sacerdoti, le minaccianti scomuniche di Pio IX.»[288]

Nè il Circolo fiorentino si contentava, _fino dai primi giorni
del febbraio_, raccogliere le proprie forze, ma eziandio riuniva
quelle degli altri Circoli per _difendere l'ordine repubblicano_;
il che agevolmente s'intende per imporre la Repubblica. «Il Circolo
armato non potea fare a meno di ricercare agli altri Circoli, nel
presente stato di cose, il numero di quelli Italiani, che, socii
o non socii, fossero pronti a porgere il loro braccio alla _difesa
dell'ordine repubblicano_. Il perchè fu ordinato di tosto scrivere in
proposito.»[289]

E grande fu e penoso lo schermirsi dalle pretensioni di tôrre via i
beni e i tesori sacri alle chiese, sopprimere gli ordini cavallereschi,
e incamerarne la sostanza. Di ciò tu trovi traccia nei Giornali,
fievolissimo eco di quanto a voce burbanzosamente ordinavano:
«_Secolarizzati tutti i beni ecclesiastici_. Il monacume è tempo ormai
che cessi da impinguarsi a spese della nazione.... Le chiese siano
private di tutto il superfluo. Li antichi credenti onoravano Dio con
altari di pietra e calici di legno, ec.

«_Soppressi tutti li ordini cavallereschi_, ed incamerarne i
tesori.»[290]

E vedete com'era libero io, quando, _tutto giorno_, i rappresentanti
della Emigrazione Lombarda venivano a _rammentarmi_ i loro
proponimenti, e, le armi brandendo, mostravano come intendessero
sostenerli: «Noi ci troviamo in momenti di supremo pericolo; non
bisogna nè esitare nè oscillare sulla via che abbiamo eletta a
percorrere, poichè _la nostra salute è sola nell'azione rapida e
vigorosa. — Lo verremo tutto giorno rammentando agli uomini a cui è
fidato reggere i destini della Patria_.

«La reazione tenta qua e là sollevare la testa; non rifugge da nissuna
arte feroce e sovversiva, _da nessuna passione, per quantunque bassa e
antisociale, per giungere al suo scopo_. Ella ha deciso riconquistare
il potere fuggitole di mano _attraverso al caos della anarchia,
attraverso alla guerra civile_: ella non rifuggirà dal comparirvi
innanzi come vanguardia ed alleata alla invasione straniera.

«La reazione stimola i ciechi istinti delle popolazioni più ignare
della campagna, mette in atto la molla segreta della superstizione, si
rafforza della influenza dei vasti possessi, della colleganza con un
clero che abusa il facile dominio delle coscienze. _Ella ha sospinto
il Granduca a Siena, lo ha consigliato alla fuga_. Il Principe, docile
alle sue insinuazioni, ha assunto di rappresentare la sua parte nel
dramma sanguinoso della ricostruzione del dispotismo; ora tocca ai
vecchi suoi sostenitori a sottentrare alla riscossa ed adempire alla
propria.

«_Ma noi siamo preparati a riceverli e a rintuzzare_ convenientemente
questa perfidia nuova, che lavora e cospira nel secreto, che getta i
germi della divisione nel momento in cui l'Austriaco minaccia alle
porte, che vuol renderci all'Austria, anzichè arrendersi a questa
forza rinnovatrice e _irresistibile_, che avvia l'Italia verso un nuovo
destino.

«Stoltezza troppa ci hanno supposta i nostri nemici, e semplicità
inaudita, se credettero persuaderci causa vera della fuga di Leopoldo
essere state le paure della sua timorata coscienza.»[291]

E già fino dal giorno _dieci febbraio_ 1849, se non adempio gli ordini
imposti della fusione, mi si minaccia la vita: «In qualunque Governo è
sacramento, ma in un Governo che fu decretato dal Popolo, _e che solo
per suo volere sussiste e comanda, è condizione di vita, è necessità
ineluttabile_. Nè si dee, nè si può dire — Domani — a chi oggi non
ha da vivere. — Domani, o _non sarebbe più vivo lui, o nol sareste
voi_.»[292]

I soldati che rifiutavano prendere il giuramento, comecchè da me
lasciati liberissimi di prestarlo o no, e di tornare, volendo, alle
proprie case, sono vilipesi e percossi; avviso ai renitenti: «I pochi
soldati che stamani si rifiutavano di prestare giuramento, uscendo
di Fortezza, _venivano accolti a fischi e sassate dal Popolo_: essi
tornano tutti contriti a domandare di prestarlo; ma non lo si concedeva
loro, e, posti in luogo appartato, si dava loro agio di riflettere
affinchè il voto fosse spontaneo e non estorto dalla paura.»[293]

«Ieri, 12 stante, le truppe prestarono giuramento al Governo
Provvisorio toscano, salvo poche eccezioni. Coloro che recalcitrarono
_furono respinti in fortezza a furia di Popolo, ed i loro commilitoni
ricusarono riceverli_.»[294]

Avanti: perchè ogni uomo, anche a me più fieramente avverso, si
persuada come potessi operare spontaneo io in mezzo al turbine
rivoluzionario. E se si obiettasse che i Livornesi erano chiamati a
Firenze dal Governo, risponderei ch'è vero, ma che, innanzi di partire
da Livorno ammoniti come a Firenze si chiamassero contro i nemici
interni, non già per dimostrazione politica,[295] essi avrebbero
osservato il precetto, dove non fossero stati provocati dal Popolo e
dal Circolo accorrenti.

«Ogni discussione del Circolo fu interrotta quando fu fatto il
lietissimo annunzio del pronto arrivo dei Livornesi per la strada
ferrata, con cinque cannoni, sessanta artiglieri e seicento uomini.
Fra i clamorosi applausi fu scelta una deputazione per andare ad
attenderli. Erano le 9 ¼ di sera (11); ma ad un tratto altre voci
annunziarono un _moto di Popolo che andava ad incontrarli_; ed allora
il Circolo tutto, tranne gli obbligati al seggio e gli armati, con
moto spontaneo, si volse incontro ai Livornesi che furono salutati, in
Borgo Ognissanti, col sublime grido di unione, di _Viva la Repubblica
italiana_, a cui i fieri Livornesi non furono tardi a rispondere
col medesimo grido. _È indicibile la gioia di questo minuto popolo
fiorentino al nome di Repubblica!_ Ciò mostra come in esso non si sieno
mai spente le abitudini repubblicane, come dalle due infami dinastie
dei Medici e degli Austriaci non se ne sono potute distruggere, in tre
secoli, le memorie. E ciò porge la più salda speranza che in tutte le
città italiane, vissute a Repubblica, i medesimi spiriti repubblicani
abbiano, con egual forza e vigore, a risorgere. È però vero che se
alcuno gridava semplicemente: _Viva la Repubblica_, non mancava chi
subito avvertisse di aggiungere un altro grido: _Italiana_. Ciò mostra
che se noi Italiani vogliamo la libertà municipale delle passate
Repubbliche, fatti accorti che l'Italia non può vivere di fronte ai
grandi Stati europei se non è unita in un solo Stato con Roma per sua
metropoli, la Repubblica Italiana deve regolare le libertà municipali.
Allora ogni città sarà libera, e l'Italia sarà un solo Stato con leggi
a tutti gli Italiani comuni.

«Nel suo passaggio in Piazza del Popolo, di faccia alla linea, fu
notato il grido: _Abbasso li Uffiziali codini_, alludendo chiaramente a
quelli che nelle Fortezze avevano tentato di spingere alla diserzione
i soldati e di sciogliere l'esercito; al quale grido i _nostri bravi
italianissimi soldati prontamente risposero: Abbasso_!»[296]

Il Circolo fiorentino fino dal giorno _11 febbraio 1849_, col pretesto
di avvantaggiare la opera del Governo Provvisorio, tira a sè le
milizie; così togliendogli ogni mezzo di resistenza si apparecchia a
proclamare la Unione con Roma e la Repubblica: «Fino dalla mattina
dell'11 il Circolo aveva mandato un proclama a stampa nelle due
Fortezze, da Basso e di Belvedere, per avvertire i soldati delle _mene
traditrici_ di alcuni loro Uffiziali. Nè ciò fu senza effetto; perchè,
nella sera, appena il Circolo, _adunato in permanenza e armato_, aperse
la ordinaria discussione, molti militi, da bravi e buoni Italiani,
sì dell'artiglieria che della linea, presentarono al Circolo una
dichiarazione firmata ove proclamavano i loro patrii e italianissimi
sensi, e la piena fede che avevano nel nuovo Governo, mostrandosi
pronti a spargere il loro sangue per l'amatissima patria, l'Italia.
Gli amplessi e i baci fraterni coronarono l'opera. Quindi fu fatto,
discusso e dato loro un altro Indirizzo da recarsi in Fortezza agli
altri fratelli della milizia, per sempre più riaffratellare tutti i
cuori in un desiderio comune: la salvezza d'Italia.»[297]

L'Accusa m'incolpa (e si è veduto) di avere conferito impieghi ai
rivoluzionarii; i rivoluzionarii fino dal 12 febbraio mi rampognano
all'opposto per non averli ricevuti. Chi di loro ha torto, chi ragione?
Ambedue torto, imperciocchè la passione ingombri la mente, e alla
pacata disquisizione del giudizio sostituisca l'astiosa agonia di
nuocere.

«Noi crediamo fermamente e con religione professiamo la massima che
il nuovo Governo sia per dovere obbligato a collocare tutta l'autorità
governativa e tutta l'autorità militare _negli uomini che hanno saputo
fare la rivoluzione_, perchè altronde la rivoluzione repubblicana non
è sicura. Tanto per loro massima.»[298]

L'Accusa sostiene, ch'e' fu un nonnulla combattere quotidiana
battaglia, e spesso quasi vinto tornare a pertinace difesa, affinchè la
Toscana nella Unione romana non precipitasse, e il Popolo prima intorno
alle sue sorti, come padrone di sè, s'interrogasse, e decidesse.
Gli Esuli Lombardi all'opposto non la pensavano così; tengono essere
questo negozio supremo, e vi si affaticano intorno con tutti i nervi;
di Assemblea non vogliono sentire parlare; àncora di salute ultima la
Unione con Roma, donde uscirebbero la guerra, e le forze per poterla
vincere. Quanto questo partito potesse avvantaggiare i loro disegni, io
non compresi allora, e nè anche adesso giunsi a capirlo: non importa:
essi lo pensavano, oltremisura smaniosi a conseguirlo.

«Lasciate dormire in pace le Assemblee Legislative; non evocatele
adesso nel momento del pericolo, alla vigilia della guerra. A che
mai un'Assemblea convocata a 34 giorni d'intervallo, un'Assemblea
che dovrà precedere la Costituente, perchè chiamata a sanzionare la
legge? Fate tesoro del tempo, non rimettete la vita del Paese a così
lontana epoca; non date agio alla reazione di diffondere le malvagie
influenze, non fate disperdere con lunghi conflitti elettorali quella
forza che dovete tutta concentrare nella difesa dello Stato. Funesto
esempio di debolezza potrebbe essere questo procrastinare, questo
invocare una remota sanzione legale al potere, che il Popolo diede
intero nelle vostre mani. Ben è dritto che l'Unione della Toscana colla
Romagna, _che voi ora proclamerete per impeto di volontà popolare_,
per suprema necessità di circostanza, abbia a risultare, anche qual
forma temporaria, voto legalmente espresso dal Popolo. Ma in tal caso
basterà promulgare all'atto dell'Unione la legge sulla Costituente
Italiana, fare eleggere i 37 Deputati, spedirli a Roma, e ottenere dai
Deputati Romani e Toscani insieme raccolti la prima sanzione di quella
forma, che poscia dovrà essere sottoposta al supremo giudizio della
Costituente di tutta Italia. E le elezioni devono essere compite in 10,
in 8 giorni, in meno se pur si può, giacchè il tempo urge, e per poco
che aspettiamo, i registri elettorali dovranno cambiarsi in ruoli di
combattenti.»[299]

E poco più oltre sentite con quali _insistenze_ c'intronavano le
orecchie, e ce le facevano intronare dal Popolo; e nonostante, tutto
questo parrà poco all'Accusa. Ma che dico io, parrà poco? Sembrerà al
contrario, che sia nulla, anzi che sia prova di piena libertà, — se
non superiore, almeno uguale a quella di cui nelle appartate stanze
godevano i Giudici alloraquando bastava loro il cuore per dettare le
pagine, che di me, della mia fama, e delle mie opere, fanno così acerbo
governo!

«Noi rammentiamo con insistenza sempre più forte il debito che ha il
Governo Provvisorio di rispondere con alacrità, con energia, ai supremi
bisogni del Paese. La patria è in pericolo; questo è il grido che
vogliamo risuoni continuamente alle orecchie dei governanti, questo sia
il pensiero consigliatore d'ogni loro provvedimento. Gli avvenimenti
incalzano, il tempo fugge rapidissimo; è d'uopo prevenire gli uni,
economizzare, moltiplicare l'altro. Le rivoluzioni si compiono solo
per virtù di ardimenti: osiamo, osiamo; affrettiamoci; l'avvenire è dei
confidenti e degli audaci.

«Una potenza somma d'attività è nel Popolo, l'entusiasmo. Non lasciamo
che dorma inoperoso nei cuori, risuscitiamolo, facciamo che alla prima
sua ebbrezza sottentri il coraggio dei forti propositi... è solo dalle
intime fonti dell'anima commossa, agitata, che si traggono le virtù che
fanno le nazioni.

«Osate, osate, noi ripetiamo ai cittadini del Governo Provvisorio;
siate quali il Popolo vi ha fatto, dittatori nell'ora del pericolo;
abbiate la coscienza di questa forza ond'egli vi riveste e vi sorregge,
non vi arrestate davanti alle temerità consacrate dalle estreme
circostanze. Ogni titubanza, ogni indugio può tornare fatale, e _la
Patria ve ne chiederà un giorno strettissimo conto_... Siate veramente
governo di rivoluzione, organizzate a rivoluzione il Paese, non
impedite con larve pericolose di legalità la vostra azione, bisognosa
di prontezza e di vigore. Troppo furono finora funeste le lentezze ai
poteri emanati dalle rivoluzioni; vi giovi, per Dio! l'esempio degli
errori passati ad evitarne la prova.

«Il voto del Popolo, la forza irresistibile delle cose, il bisogno di
concentrazione e di potenza, chiedono oggi imperiosamente l'Unione
della Toscana colla Romagna. Lo chiede l'Assemblea Romana... Non
esitate, non indugiate a risolvere; Romagna e Toscana non debbono da
questo punto formare che uno Stato solo, nucleo della futura unità...
I Toscani vogliono essere uniti in un solo Stato co' Romani... Dite
dunque la solenne parola... È il Popolo che ve lo chiede; non temete
d'usurpare sulla sua sovranità...

«Noi lo ripetiamo ancora una volta ai cittadini del Governo
Provvisorio: osate, osate; la salute della Toscana sta tutta da queste
parole: Unione con Roma e convocazione della Costituente. L'istinto
popolare, nel suo squisito buon senso, ha già precorso il vostro
giudizio, e domanda questa Unione. Voi avete udito le sue grida
di gioia e il suo saluto a quella Repubblica, nel cui nome ei vuol
combattere e morire; voi potete e dovete sanzionare quel saluto e
quelle grida. In nome dell'Italia, non esitate. L'ardimento vi renderà
gloriosi; il dubbio potrebbe perdere la patria.»[300]

E non è tutto ancora: nel _12 febbraio_ Popolo e Soldati invadono
i cortili di Palazzo Vecchio e urlano: _Repubblica_! Per l'Accusa
questa pure è prova _esclusiva di coazione_... Ma è di pietra, è di
ferro, o di che cosa è mai cotesta Accusa? Veramente ella in durezza
disgrada le sfingi di granito dello antico Egitto; non v'ha metallo,
che possa rassomigliarsi a lei; io rimango sbalordito a tanta sovrumana
costanza... Solo mi rassicuro alquanto pensando, che ella tale
argomentava nel _gennaio del 1851_; posso io venirle senza tremore
innanzi, e domandarle se nel _febbraio 1849_ ella avrebbe voluto, o
potuto procedere come insegna nel _gennaio del 1851_? — No; ella non lo
avrebbe potuto, nè voluto, perchè se le fosse bastato il cuore avrebbe
pensato sopra tutto a salvare (in Dio confidando e nella sua coscienza)
la Società che agonizzante le stava abbandonata fra le braccia.

«Alle ore tre pomeridiane, il Circolo accoglieva un numeroso drappello
di militi d'ogni arma, che venivano ad affratellarsi. Poco appresso,
dopo le calde accoglienze e gli applausi, il Circolo, con bandiere
alla testa portate dai militi, moveva incontro ad altra schiera
di militi, che attendeva da Santa Maria Maggiore; e tutti uniti al
sublime grido di: _Viva la Repubblica Italiana_! e sempre ingrossando,
si sono condotti fino nei cortili del Palazzo della Signoria, ad
applaudire al Governo della nostra Repubblica. Poi sono andati con
grande ilarità a cantare il _De profundis_ all'aborrita dinastia,
innanzi alla porta del Palazzo Pitti, fra le risa e gli applausi fino
degli Anziani. Tre soldati, arrampicatisi ad una finestra, vi hanno
collocato una bandierina rossa, fra le acclamazioni d'immenso Popolo.
Quindi il corteggio ha salutato a Santo Spirito i Livornesi,[301]
poi si è recato fuori di Porta San Frediano; e dal ponte di ferro e
dalle Cascine è rientrato, per Porta al Prato, in mezzo alle faci, in
città, ove percorrendo Borgo Ognissanti, Lung'Arno, Piazza del Popolo,
Via Calzaioli e altre principali vie, si è, dopo tre ore di gioia
repubblicana, sciolto tranquillamente.»[302] —

Questi fatti, notati dai Giornali nel giorno _13 febbraio_, accadevano
_il 12_; per la quale cosa, irridendomi (e l'ho notato anche altrove)
il _Popolano_ intorno alla mia lettera inserita nel _Monitore_ gridava:

«La Toscana, e il suo Governo Provvisorio, hanno sentito questa sera
la voce del Popolo, _fragorosa e terribile_ come il tuono, empiere
l'aria del grido: _Viva la Repubblica_! — La Toscana, e il suo Governo
Provvisorio, hanno veduto come il Popolo sia maturo per la libertà,
e quanto andassero errati coloro che lo dicevano ligio troppo ancora
alle tradizioni del principato (e fra questi eranvi ancora gli oracoli
del Giornale officiale il _Monitore_). — Toscana decida, e il Governo
Provvisorio _sanzioni_ tale decisione.»[303]

Vediamo adesso i fatti successi nel _13_, e raccontati il _14_. — Una
Deputazione di Circoli fiorentini, ed un'altra di Popolo livornese,
vengono tumultuariamente a impormi la Repubblica; io con le ragioni più
efficaci che seppi mi schermiva, e li conforto ad aspettare. I Giornali
subito mi pongono segno al feroce sospettare del Popolo commosso.

«Firenze, 13. — Una deputazione dei Circoli e del Popolo livornese,
recatasi a Firenze, si presentò stamattina a Palazzo Vecchio, esponendo
al Governo Provvisorio i desiderii di tutta la popolazione: venisse
cioè proclamata la Repubblica, e tosto si unisse la Toscana a Roma,
atterrandosi tutti i segnali di separazione fra le due Repubbliche.
La Deputazione venne accolta dall'attuale Presidente del Governo,
Guerrazzi, molto freddamente, e non potè ricavarne parola di promessa,
essendo a suo dire da aspettarsi l'Assemblea, che viene convocata pel
15 marzo.»[304]

Il Circolo fiorentino manda Deputazioni al Governo, per essere
ragguagliato intorno alle condizioni delle cose; intanto spedisce
_uomini armati_ di _sua autorità_ contro Empoli.

«... Riferirono notizie che spinsero ad inviare deputazioni al Governo.
Intanto fu reso pubblico, come una piccola spedizione del Circolo,
composta di soli 20 uomini, guidati dal socio Spinazzi, avesse la
prima e sola avuto l'ardire, frammezzo le voci minacciose che si
spargevano, di spingersi verso Empoli.... La Deputazione ottenne
dal Governo conferma delle cose già note, e migliori speranze pel dì
seguente.»[305]

Inviando la seguente circolare a tutti i Circoli della Toscana,
l'_Alba_ apparecchia la rivoluzione repubblicana; il _Popolano_ si leva
con l'_Alba_, e la promuove caldamente.

«A voi che vi siete addossata una sì nobile missione nel regolare e
manifestare i desiderii del Popolo da voi rappresentato, a voi spetta
una generosa iniziativa in questi momenti, nei quali la patria nostra
attende ansiosamente la salute invocata. A voi, giovani e forti
creature del Popolo, sostenitori de' suoi dritti, ammaestratori de'
suoi doveri, a voi il compiere al più presto l'opera di rigenerazione
che incominciaste sì bene. Sollecitate lo invio delle Deputazioni
vostre a Firenze. Tutte abbiano uno scopo solo, una voce sola: _Unione
immediata con Roma_. — A questo patto sta il Governo Provvisorio
in Toscana. Il Popolo appose questa condizione, la consacrarono
nell'Assemblea i Rappresentanti di tutta Toscana con unanime voto;
altro non grida, altro non domanda Firenze: _Unione con Roma_. Questa
è la calda preghiera, la volontà irremovibile di quanti amano Italia
e lei vogliono prima che Toscana e Romagna e Sardegna, nomi di un
tempo. — Voi, o membri dei Circoli Toscani, questo dovete ripetere,
con la energia di uomini maturi a libertà, al Governo Provvisorio che
accettaste con noi. — Questo unicamente voi dovete ripetere. — E le
invocate legalità, che non basterebbero a salvarci dalla possibile
e probabile invasione dell'Austria, cadano davanti all'urgenza del
pericolo, alla volontà del Popolo toscano, al fremito che irrompe
dal cuore di quanti vogliono che _Italia sia_. — Roma ci ha chiamati
con una suprema parola, con una parola di fede schietta, d'amore
ineffabile. — Toscani! Come vorrete rispondere a Roma? Le direte voi:
per renderti lo addio, per stringerci a te, noi aspettiamo il 15 marzo?
Ed allora quale sarà il giorno che attenderete voi, o Toscani, per
assistere alla Costituente nazionale? — Deh, correte, o Rappresentanti
dei Circoli, correte in nome di Dio! e presto, a Firenze! — Noi
vi attendiamo con ansia indicibile, con inenarrabile affetto;
noi vi apriremo le braccia, noi vostri confratelli nel sostenere
pubblicamente i diritti del Popolo. E vi accoglieremo col giubbilo,
con la riconoscenza di chi vede rifiorire una cara vita e minacciata e
soffrente.»[306]

E per ben tre volte questo Proclama mandavasi per tutta Toscana, e con
tali comenti lo accompagnavano:

«Questo indirizzo noi ripetiamo anche quest'oggi, e lo ripeteremo
sempre finchè ne sia mestieri. — Preghiamo i Circoli Toscani a fare
noto all'Uffizio dell'_Alba_ lo INVIO delle loro deputazioni, o di
spedirci copia dei loro Indirizzi al Governo Provvisorio in proposito
della Unione con Roma. Noi li pubblicheremo immediatamente, ed avremo
uno incoraggiamento di più a non ismettere in quella perseveranza, che,
se ci suscita le velleità dei pochi, ci frutta d'altronde la simpatia
di ogni buono Italiano, e il soddisfacimento della nostra propria
coscienza.»[307]

Così un Governo fuori del Governo avevano creato i Settarii, e
tutti infiammati in quei loro smaniosi spiriti, per venire a capo
dei concepiti disegni, non badavano con accuse di ogni maniera, ed
insinuazioni di tradimento a mettermi in mala voce del Popolo, ed
anche, poichè docile benchè nelle mani loro non mi trovarono, a farmi
capitare sinistramente.

I Comitati di pubblica sicurezza eletti dal Governo, screditati:

«Creansi Comitati di pubblica sicurezza, ma si compongono di elementi
eterogenei, impossibili; ove al buono fa contrasto insormontabile
il tristo, l'inerte allo energico, al liberale repubblicano il
codino-tricolore.»[308]

Accusano il Governo, e perchè? Perchè la decadenza della Casa di
Lorena non dichiara, un sospettoso timore per la Repubblica diffonde;
perchè _il Granduca e la sua famiglia lasciò fuggirsi dalle mani_, e
mandò a Empoli un uomo egregio, di temperato consiglio, ad assettare
le cose. La _maggiore colpa_ è per Empoli per avere tumultuato, _il
restante per noi_ per non avere spento il tumulto nel sangue. Il Popolo
deve reprimere da sè gli _eccessi del Popolo malvagio_ (e questo mena
diritto allo scannare per le piazze); ma al Governo corre obbligo
di mostrarsi rivoluzionario _rovinando innanzi a suon di cannonate e
moschettate_. A mente riposata, e in tempi tranquilli, coteste più che
vane jattanze sarebbero festevoli smargiasserie, ma non era così quando
servivano a gittare olio e zolfo sur un fuoco che minacciava divorarne
tutti.

«Ma il democratico Ministero, ma il Provvisorio Governo, volendo
contentar tutti, non contenteranno nessuno: _volendo salvar tutto, non
salveranno nulla_.

«Non sono questi i tempi, nè sono i governi rivoluzionarii, i
governi a Popolo, che permettere debbono alle fazioni politiche di
avvalorarsi, di diffondersi col mezzo della impunità, e di far causa
comune coi ladri e coi briganti. — _Non è più la stagione di lasciare
pazientemente perorare la causa della Dinastia Sabauda ad un Massimo
D'Azeglio a Lucca, ad altri in altri luoghi_.

«Non vi basta, o_ uomini del Governo Provvisorio_, non vi basta _non
volere proclamata la decadenza della Dinastia di Lorena, non vi basta
lo insinuare un sospettoso timore per la parola Repubblica, non vi
basta lo esservi lasciato sfuggire di mano l'ostaggio prezioso del
Reale Arciduca e della sua famiglia che voleva oggi prestar mano, non
ispegnendola in tempo, ad accendere la reazione_?

«Quando a voi si presentò una Deputazione empolese per invocare
l'assistenza vostra contro l'impeto di una turba di masnadieri, che
cosa faceste voi?... Inviaste _uno dei più tiepidi fra gli amici
vostri, il Manganaro, ottimo conciliatore di cose conciliabili, ma
inetto a far marciare ad un passo disordine e tranquillità, moderazione
di gastigo ed esorbitanza di colpa_.

«E il tumulto divenne aperta rivolta; la masnada, esercito; il danno
che lieve saria stato riparare, divenne danno difficilmente riparabile.

«A Empoli la maggior copia della colpa; — _a voi il restante_;
giacchè se il vero Popolo deve sapere, occorrendo, da per sè stesso
reprimere gli eccessi del Popolo malvagio, _un Governo che vuol nome
di democratico non deve aborrire da quello di rivoluzionario; e le
rivoluzioni, per Dio, non si fanno a furia di sermoncini in piazza, ma
coi fucili e coi cannoni_.»[309]

Si mandano Deputazioni in Fortezza per giustificare i soldati che
non erano comparsi allo appello; e _ciò per onore della disciplina_!
E agli ufficiali trasognati, per cotesti singolari onori renduti
alla soldatesca disciplina, invece di cacciare la gente contumace
in prigione, toccava a farle di berretta e a dirle: brava! Nuovo
argomento della forza che a quei giorni esercitavano i Circoli, e della
necessità di obbedirli. Nel Circolo si parla della mia opposizione
allo inalzamento dell'Albero; coteste brevi parole somigliano la nuvola
nera pregna del fulmine: «Nella pubblica discussione di ieri sera (13)
_fu risoluto di spedire, per espresso desiderio dei militi e per onore
della disciplina_, una Deputazione ai comandanti delle due Fortezze
di Firenze, perchè fossero giustificati tutti quei militi i quali non
poterono rispondere all'appello serale per far parte delle pubbliche
dimostrazioni in favore della libertà e della unità italiana, che
occuparono il Popolo fiorentino nella giornata.

«Dipoi, per la tanta affluenza di Popolo, convenne trasferire il
Circolo negli ampii corridori del Convento di Santa Trinita. — Il
soggetto che più trattenne la discussione fu l'Unione da farsi con
Roma. Su di che non poteva esservi pensiero discorde. Solo parlossi di
varii modi, ed ogni conclusione fu differita.

«_Fu ragionato ancora della erezione di un Albero della Libertà che
nella sera era stato portato in Piazza del Popolo per piantarvelo. Fu
udito come il Guerrazzi avesse dissuaso il Popolo_.»[310]

Il Circolo tratta comporre una schiera repubblicana di 1,000 uomini,
seguita da un tribunale, per iscorrere il Paese e giudicare i
colpevoli; se ne rimane, _per ora_, a cagione dei tumulti empolesi
repressi. Voi da ciò lo vedete; il Circolo si affatica a procedere
come Governo separato: sola via a trattenerlo, e sventare le insidie
per farmi segno ai sospetti e alle ire popolari, sta nel preoccupargli
il passo su quanto egli minaccia imprendere fra mezzo agli orrori
rivoluzionarii. «Visti i presenti casi della Patria, il Circolo
si occupò della formazione intanto di una schiera di _1000 uomini
eletti, di puro sangue repubblicano_, da percorrere in tutti i sensi
il Paese ovunque si manifestassero accidentalmente macchinazioni
tedesche; _schiera seguita da un tribunale per giudicare i colpevoli_.
Ma l'ultimazione dei ladronecci e degli scandali d'Empoli ne fece
respingere, almeno per ora, la proposta.»[311]

Comecchè dei fatti che seguono occorra traccia nei Giornali posteriori
al 14 febbraio, io gli riporto perchè appartengono ad epoca anteriore.
Il Circolo fiorentino, avvisando i modi di cacciare il Granduca da
Porto Santo Stefano, delibera: «Quindi fu trattato dei mezzi di
scacciare il Despota dall'ultimo suo nido di Santo Stefano, e di
avviare spedizioni popolari da tutte le città del presente Stato
provvisorio, a fare una crociata verso quel punto, e percorrere il
Paese affine d'infiammarlo e muoverlo tutto per la santa causa;
_e fu proposto che Firenze desse cominciamento a queste patrie
spedizioni coll'inviare intanto 1000 uomini a Siena, italiani e
repubblicani_.»[312]

I Lombardi, uomini intendenti assai delle faccende politiche, a quanto
il Governo in quei giorni operava costretto, non si acquietavano punto;
non pareva loro che ei desse sicurezza di compimento finale; nulla
per essi era fatto, se con la decadenza del Principe e la proclamata
Repubblica non si varcava il Rubicone; appunto come adesso per l'Accusa
è nulla non averlo passato, ed avere impedito che altri lo passasse!
Ma la Emigrazione Lombarda, è da credersi che dei suoi interessi
intendesse meglio nel febbraio del 1849 che non l'Accusa nel gennaio
del 1851; quindi, mentre questa reputa lo accaduto fra l'_8_ e il _14
febbraio_ completo elemento di colpa, quella rampogna non lo contare
niente, e dai sei giorni, cioè dal _9 febbraio_ in poi, cercare invano
negli atti del Governo eseguito quanto essa era venuta ordinando.
Finora dunque stetti in mano a Faziosi? — E ardite giudicare voi?
Guardi tutto il Paese, e consideri se sono io, o se sono i miei Giudici
quelli che devono essere giudicati.

«Questa è la condotta, questa è la missione che vi è tracciata, o
cittadini del Governo Provvisorio? Adempitela, adempitela, per Dio!
prima che i giorni fuggano, e con essi l'occasione e l'entusiasmo e
la forza. Non siam noi sorti nel nome della Italiana Costituente, nel
nome del dogma della sovranità nazionale? L'agitazione lunga non fu
desiderio di unità, sforzo a ravvicinarsi delle diverse membra della
Italia divisa?

«Ebbene, che più tardare si doveva ad attuare questo principio di
legalità incontestata, a convocare i Rappresentanti della Toscana alla
nazionale Assemblea di Roma, e dichiararci solidarii e indivisibili
della nuova vita proclamata dal Campidoglio? Perchè se tutte le fatiche
della nostra Rivoluzione han per fine ultimo la compenetrazione ed
unificazione assoluta di tutto il Paese che Appennin parte e l'Alpe e
il mare circonda, perchè forti di questa missione salvatrice e italiana
che vi fu confidata, non realizzare, non tradurre voi medesimi in
fatto questo voto infallibile e universale? Ora che la legge d'oggi
ha proclamato il principio della unità italiana, consacrandolo nella
convocazione dei Deputati alla Costituente, perchè non lo iniziate e
preparate nel fatto, proclamando l'_Unione con Roma_?

«La legittimità del mandato da accordarsi ai rappresentanti italiani
non avea bisogno della giustificazione di nessun atto precedente
di provinciale pretesa sovranità. I Governi delle diverse provincie
non hanno altro incarico che, proclamato il principio, assicurarne
l'esercizio nella libertà e verità più intera: i Governi non possono
che pubblicare una legge elettorale, la quale emana dal potere
esecutivo ad essi provvisoriamente delegato. Imperocchè non fa d'uopo
di nessuna legge per decretare il diritto che ha l'Italia di essere
sovrana di sè stessa.

«Voi dunque siete nella più stretta legalità, o cittadini del Governo
Provvisorio, promulgando voi stessi la legge che chiami il Popolo a
nominare i suoi mandatarii alla Costituente Italiana. E voi dovevate
farlo, noi ne abbiamo ferma convinzione, voi lo dovevate sotto pena di
apparire fiacchi e derisi in faccia a tutti coloro che vi hanno sfidato
all'attuazione della vostra dottrina, in faccia a tutti quelli che,
credenti in essa, vi hanno promesso il concorso della propria opera e
delle proprie simpatie. Voi lo dovevate, perchè tra Leopoldo e l'Italia
non è possibile l'alternativa, e la decisione s'impone invincibile da
sè stessa.

«Il Popolo, nel suo desiderio, si spinge innanzi alle lente e
tranquille deliberazioni; esso attesta altamente le sue simpatie, vuol
rompere le barriere municipali che lo dividono, e domanda con grido
irresistibile universale: _Unione con Roma_. L'entusiasmo cresce e si
propaga come generosa manifestazione del nuovo spirito italiano; questo
voto incarnato nella convinzione di tutti, diventa istintivo, urgente
bisogno. L'_Unione con Roma_ è già in tutti i cuori, è già un fatto
compiuto, una rivoluzione vittoriosa; al Governo Provvisorio di Toscana
forse non resta che consacrare questo fatto, e, accettandolo, farsi
interprete del pensiero comune. Ma al di sopra di questo movimento
inconsapevole delle masse vi ha l'intelligente e sovrana Rappresentanza
Nazionale. L'_Unione con Roma_, l'obbietto di questa commozione viva
ed infiammata, non può essere che espressione temporanea del voto dei
Popoli toscani, che essi sommettono docili e reverenti alla sentenza
della Italiana Assemblea.

«Sei giorni sono trascorsi dacchè Leopoldo è fuggito, la Toscana
libera, il Governo investito della suprema dittatura.... L'entusiasmo,
cagion prima ed unica dei miracoli, si diffondeva, affratellando gli
animi, preparando la forza.... _sei giorni sono trascorsi_, e noi
cercavamo indarno negli atti del Governo quella coscienza delle grandi
misure, quell'impeto d'azione che dalla prima ora della sua esistenza
gli avevamo inculcato.»[313]

Le mura di Firenze, nei giorni _14 e 15 febbraio_, andavano coperte di
questo avviso, che i Circoli bolognesi mandavano ai Toscani:

  «Fratelli Toscani!

«Il senno, l'ordine e l'energia che nel momento il più difficile della
vita de' popoli voi dimostraste, ci hanno compresi di tanta maraviglia
ed in uno di tanto entusiasmo, che non potemmo frenare più a lungo
l'impeto dei nostri affetti, e palesarvi quanta sia la stima e quanto
l'amore che a voi possentemente ci legano.

«Fratelli! Se Leopoldo di Lorena vi abbandonava vilmente, il Dio,
proteggitore de' Popoli, vi rimaneva e rimane a tutela; e, senza
dubbio, un Nume misericordioso è coll'Italia nostra, perocchè è
piuttosto unico che singolare l'esempio di genti, a cui tolto ogni
freno di governo, siensi nullameno comportate con così alta sapienza da
esterrefare perfino i più avversi e increduli al loro valore, al loro
progresso.

«Roma e Firenze subirono le medesime crisi; Roma e Firenze le
attraversarono del pari impavide; Roma e Firenze si stringono
fraternamente la mano associandosi ad un medesimo destino: adunque
onore a Roma, onore a Firenze!

«Fratelli! concordia e perseveranza, speme nel futuro, attività e non
avventatezza, e trionferemo de' nostri nemici.

«Prepariamoci alla pugna; e il primo nostro pensiero sia il riscatto
delle misere terre lombardo-venete che piovono sangue, e della infelice
Napoli che risuona lugubre di gemiti e di catene.

«Già le Aquile latine dispiegano i loro vanni sul Campidoglio; già la
spada di Ferruccio ruota sul capo dei tiranni: il Dio delle vendette
sarà colla Italia nel giorno della lotta finale, ed Italia si erigerà
alla perfine in Nazione.

«La Costituente Italiana giudichi del nostro futuro. Viva la
Costituente Italiana!»[314]

Eccitamento a muovere contro il Granduca: «Guardatevi un po' in seno.
Il male più grave, quello che per ora fa d'uopo estirpare, per ora
sta lì, e non altrove. Lì sta Leopoldo d'Austria, e finchè esso sta in
Toscana non vi può stare ordine, nè regime, nè libertà stabile e vera.

«Che mi parlate voi d'austriaco intervento ai confini, quando
l'intervento austriaco è sempre in casa?...»[315]

Nella citazione che segue leggiamo cose che male ci basterebbe l'animo
compendiare; solo io prego chi legge ad avvertire la favella ebbra
di superbia e di minaccia, foriera della rivoluzione, che già si
spera trionfante, e la urgenza dei provvedimenti proposti da mandarsi
ad esecuzione. Il Popolo in armi aveva ad ordinare, il Governo ad
obbedire. Ecco, il dado è tratto; adesso staremo a vedere se meco si
salva la civiltà, o se, me sopraffatto, la Rivoluzione allaga con la
sua barbarie. — O voi, uomini di ordine, nudriti sempre dallo Stato,
promossi alle cariche, insigniti di onori, voi osate domandarmi perchè
io non fuggiva? Rispondete piuttosto a vostra posta voi: Perchè non vi
stringevate animosi intorno a me per salvare la Patria e per impedire
la decadenza del Principe? Perchè, dite, me lasciaste solo a lottare
contro tanto sforzo rivoluzionario? Amici del Principe voi? Ah! voi lo
abbandonaste allora; e voi adesso, con persecuzione che egli non vi
comanda, che invano sperate gli possa essere accetta, senza verità,
senza convinzione, senza coscienza, non dettando carte, ma tendendo
agguati, con gelato furore, con l'astio della ingratitudine, con
passioni malnate, che enumerare è ribrezzo, avventandovi contro cui
dovreste rispettare, voi, — se dipendesse da voi, — lo rendereste
odioso e crudele.... Ah! la pazienza ha un confine, e perdonate, o miei
compatriotti, questo sfogo a chi si sente da ventotto mesi avvelenare
il sangue più puro del suo cuore dai morsi di schifosi scorpioni.

«Salviamo la Patria, cittadini del Governo Provvisorio!... E per
salvarla incominciamo dal proclamare in diritto, dal consumare in fatto
la decadenza della Famiglia di Lorena dal trono di Toscana. Questa
decadenza, _questo diritto, questo fatto, se ne persuadano i Toscani,
non è ancora consumato_.

«Cittadini del Governo Provvisorio, grande errore voi commetteste
nel trascurare di proclamare il regime repubblicano e la Unione
immediata con Roma _il giorno stesso_ in che saliste al Potere.
Cotesta vostra diffidenza nel senno e nella virtù del Popolo vi ha
_ora reso impotenti_ a salvarlo, giacchè ora a lui fa d'uopo _salvarsi
da sè stesso_, proclamando ciò che voi, _per ritegno o per paura_,
trascuraste di proclamare.

«_E il Popolo si salverà, il Popolo salverà la Patria_!

«Senza attendere la convocazione di troppo remota e lontana della
toscana Assemblea Costituente, i rappresentanti di tutti i Circoli
toscani, quelli dei principali Municipii, quelli della Guardia
Cittadina e di qualunque altro corpo morale e politico toscano,
accorreranno solleciti in Firenze allo invito che loro sarà mosso dal
Circolo del Popolo. Quivi _essi faranno di gran cuore_ ciò che voi non
faceste, e _il Circolo del Popolo_ avrà la gloria di avere, _per la
seconda volta_, salvato la Patria pericolante....

«Il Popolo provveda alla salute della Patria, _scacciando il tiranno_.

«Il Governo provveda per parte sua, _a riparare in parte al grave
fallo_ commesso, richiamando nella Capitale sotto severe comminatorie
tutti li aristocratici che se ne allontanarono allo allontanarsene di
Leopoldo: — e ove essi ricusino, _a gravi imposte sieno condannati,
le quali, sparse nel Popolo bisognoso, lo riconfortino e lo aiutino
a durare nella quiete e nell'ordine necessario in sì gravi momenti_.
Sia _dal Popolo_ cacciata dall'ultimo suo nido _la belva boema_, e
così appaia manifesta la volontà popolare anche in questo: e tutti i
pretesti vengano rimossi ad una restaurazione principesca, che sarebbe
distruzione di ogni conquista della democrazia.

«_Cacciata di Leopoldo d'Austria, per opera del Popolo_.

«Unione immediata con Roma, e promulgazione della Repubblica per opera
dei suoi rappresentanti.

«Questi sono i provvedimenti, cui è indispensabile il compiere _entro
il giro di poche ore_.

«Governo, all'opera! Popolo, alle armi!»[316]

Io ripeto, e lo ripeterò dieci volte e cento, che sono privo di
Documenti officiali: pare a me, e parrà a tutti coloro che hanno
senso di giustizia, atrocissima cosa essere, che mi si domandi conto
dell'operato e mi si neghi la via di mostrare le ragioni dell'operato;
e tanto più empirà il rifiuto di ribrezzo, quante volte si pensi che
l'Accusa con mille occhi e con mille mani ha svolto, letto e riletto
negli Archivii del Governo, per ricavarne argomento al suo assunto;
e a me, ridotto ai miei soli occhi infermi, si ricusi desumerne quel
tanto che valga a giustificarmi: e poi con serena fronte ardiscono
dirmi: — difenditi! — E confidano, che altri creda la difesa concessa
liberissima!

Non pertanto ridotto in tali angustie, ecco io ho spigolato, in campo
che non è mio, prove che bastano per ismentire l'Accusa. Signore! ma
perchè muovermi addosso con tante arti per farmi comparire colpevole?
O come potè affermare l'Accusa, che non occorrono prove di coartazione
nei primi giorni successivi all'infausto otto febbraio? Come sostenere,
che all'opposto si trovano prove che ogni violenza escludono? Come
la mano le resse scrivere, che alla decadenza del Principe, e alla
proclamazione della Repubblica io non mi opposi, tranne che dopo la
notizia della disfatta di Novara? Perchè l'Accusa dei testimoni cita
quelli, che reputa dannosi, e scarta i favorevoli ricercati dalla
Procedura? O a che mira l'Accusa? A qual mai fine tende? Per conto
di cui ella lavora? Pel Principe no... dunque per cui? — Io tremo
investigare... io raccapriccio indovinare per conto di chi lavora
l'Accusa. — Certo questo pervertimento nello ufficio del Custode della
Legge svela una infermità profonda nel corpo sociale, conciossiachè
i Magistrati oggimai nulla più abbiano ad invidiare ai Sacerdoti di
Teute.

Importa poi intorno alle allegazioni di questa parte dell'Apologia
avvertire, che alcune narrano fatti i quali non si possono revocare in
dubbio, corrette in qua e in là di qualche inesattezza; altre parlano
di dottrine, d'impulsi, e di provvidenze da prendersi. In quanto esse
emanano dalla _Costituente_ o dai _Circoli_, facilmente s'intende che
equivalevano ad ordini da eseguirsi senza fiatare, però che venissero
appoggiate con le armi da gente accesissima e disposta al mettere a
sbaraglio la vita, pure di riconquistare la patria, e le paterne case,
e tutto quanto all'uomo è più dolce quaggiù: in quanto si partono poi
da altri Giornali, si consideri che se non coartavano direttamente,
tanto più comparivano terribili suscitando sospetti, infiammando ire, e
spingendo la plebe cieca a disfarsi con qualunque mezzi, e i violenti
accettatissimi, del Governo costituito. Un po' più tardi mostrerò a
prova come io fossi in grido di traditore, posto segno alla rabbia del
Popolo.


§ 3. _Spedizione al Porto Santo Stefano._

Delle cose fin qui discorse sommerò unicamente quelle che allo scopo di
questo paragrafo si riferiscono. Nei giorni antecedenti al quattordici
febbraio fu chiarito come due cose si facessero: 1a _eccitamenti_
urgentissimi al Popolo e al Governo; 2a _coazione_ a quest'ultimo,
affinchè intorno al dimorare del Principe nel Porto Santo Stefano senza
indugio alcuno provvedesse. Accusavasi il Governo ora di non avere
seguíto il Granduca a Siena; ora di esserselo lasciato fuggire dalle
mani; per ultimo, il Governo _nemico espresso_ del Popolo predicavano,
e fu qualificato perfino uguale a quelli con cui allora tenevamo
guerra: nemici in Toscana, non fuori, dicevano, dovevansi cercare,
finchè ci fermava stanza il Principe. Ma quello che mi pareva troppo
più grave era lo eccitamento quotidiano, o piuttosto continuo, impresso
al Popolo per ispingersi in massa contro Porto Santo Stefano; erano
gli apparecchi dei Circoli a chiara prova raccolti non pure _fuori_
del Governo, ma _contro_ il Governo. Ben poco intendimento ci vuole
a conoscere la opera indefessa dei Circoli per usurpare l'autorità e
adoperarla in concetti diversi ai governativi, anzi in danno manifesto
di quelli.

Proseguendo a trattare il doloroso tema, esporrò altre prove
speciali in proposito, che sono venuto estraendo dai Documenti stessi
dell'Accusa.... prugnole acerbe e scarse date dalle spine della siepe!
— E qui si consideri la mia miseria, e si giudichi se è cosa non dico
consentanea a giustizia, ma ai sentimenti primi di umanità, che dalla
officina del nemico io abbia a prendere quelle sole armi ch'ella
crede potermi concedere della difesa. — Le difese si compongono di
fatti; ma se mi togliete il mezzo di poterli rintracciare, ordinare
e accompagnare dei necessarii commenti, si rende manifesto che la
difesa è negata. Le cose sono come elle sono, non quali si vorrebbero
fare apparire, quantunque verso me neanche le apparenze si abbia
voluto adoperare: avvilire e opprimere fu il truce programma di chi mi
perseguita; miserabili furono i conati nell'uno intento e nell'altro;
ma il secondo sta in loro potere, il primo no. Intanto rimarrà, e me
ne dolgo, come uno sfregio in faccia alla civiltà toscana la memoria
dello avermi posto senza pudore a canto di assassini e di ladri.... Ma
io ho bisogno di mantenermi pacato; quindi, tronca a mezzo ogni amara
considerazione, riprendo lo interrotto lavoro.

Nel _Corriere Livornese_ del 12 febbraio trovo un documento in data
dell'8-9-10 febbraio, dal quale si ricava che il Circolo Grossetano
«adunatosi per urgenza, inviò una Commissione all'Alberese per invitare
il Granduca a ridursi in Grosseto, nel caso si fosse allontanato da
Siena per timore di Partiti, dove avrebbe goduto perfetta tranquillità,
e consigliarlo al tempo stesso a tornare alla Capitale. La Commissione
giunse all'Alberese dopo la partenza di S. A. per Santo Stefano, e
allora colà si diresse. La Commissione di ritorno a Grosseto dichiara
non avere potuto rilevare la intenzione del Principe di restare o
di partire, e non sapere se a quella ora si fosse o no imbarcato. Il
Circolo avvertito _che si trattava di fuga, manda sollecitamente al
Comitato di pubblica sicurezza di Grosseto due petizioni, richiedendo
con la prima una continua vigilanza della persona del Principe, onde
sapere se partiva, per dove, e con quali intenzioni; — con la seconda
venisse stabilita una continua corrispondenza col Governo centrale
di Firenze_. — Il Circolo popolare avendo fondati sospetti che nei
reali Presidii si tenti uno sbarco per una reazione, e verificato che
tutto il littorale, non che i Forti di Porto Ercole, Santo Stefano
e Palmanuova, sieno sprovvisti della guarnigione necessaria, — fu
stabilito dirigersi al Comitato di pubblica sicurezza, affinchè di
concerto con le Autorità governative _stabilisca il pronto armamento
del littorale, e dei Forti dei reali Presidii_.»

Nel giorno _dieci febbraio_ troppo più fiera notizia mi perviene da
Livorno: i Deputati Grossetani essersi collegati con quei di Orbetello,
Porto Ercole, Magliano, Talamone, e di altri luoghi, e tutti insieme
avere deliberato, il Principe non _potesse_ nè _dovesse partire, al
Vapore di prendere il largo s'intimasse, la reale famiglia a Monte
Filippo si sostenesse_.[317]

Alle ore 3 del giorno 11 febbraio, da Grosseto scrivono a Livorno:
«L'attitudine di Grosseto è imponente per reprimere qualunque
reazione da chiunque e da qualunque parte si manifestasse. Il voto
dei patriotti, che tanti ne albergano qui, quanti in una grande città,
è la indipendenza d'Italia. Il già Principe trovasi a Santo Stefano;
tenta il vile di fare suscitare la guerra civile: è impossibile. La
Maremma non sarà la _Vandea_, nè l'antica _Valdichiana. La Maremma,
e specialmente Grosseto, darà esempio luminosissimo di amore per
la Italia_: lo vedrete. Si _attendono_ truppe per terra e per mare
all'oggetto di snidare quel covo di uccelli rapaci dal Porto Santo
Stefano.»[318]

E quattro ore prima, dallo stesso Porto Santo Stefano, mandavano:
«Questo codardo Principe ex-Granduca di Toscana ha impedito al Pretore
di pubblicare i Proclami del Governo Provvisorio, ed ha minacciato il
paese con dire, che ha a sua disposizione cento pezzi di cannone. Egli
tenta di far nascere la reazione, ma non ci riuscirà, per Dio! Questo
è il tempo di fargli conoscere qual destino serbi la Italia ai Principi
traditori come lui.... _Noi confidiamo nel soccorso dei nostri fratelli
di Grosseto, e nel Governo Provvisorio_.»[319]

Intorno alle disposizioni delle genti maremmane, possiamo ricavarne
conoscenza dalla lettera pubblicata dall'Accusa a pagine 833: «_Gli
animi sono ardenti, e vogliono finirla una volta per sempre con
un ex-Principe traditore_;»[320] e dall'altra pubblicata a cura
dell'Accusa medesima a pagine 835 del volume citato: «_Presto presto la
Maremma si leverà come un solo uomo contro chi ha vilmente tradito la
Italia_.»

I Giornali andavano propagando: «Leopoldo d'Austria non ebbe vergogna
di dire alla Deputazione del Circolo popolare di Grosseto — che _Egli
in questi ultimi tempi aveva ricevuto molti dispiaceri dai Grossetani_.
Quando la Commissione in adunanza solenne riferiva tali parole,
il Popolo fremeva d'indignazione, e decretava fino d'allora che lo
ex-Granduca era uno dei membri della Camarilla di Gaeta.»[321]

Dal Porto Santo Stefano, asilo periglioso del Granduca, ai Circoli
corrispondenti scrivevano: «Sarebbe necessario, che il Governo
adottasse pronta ed energica risoluzione, tentando un colpo ardito
in quel nido di reali vipere, onde cacciarle lungi dalle nostre
terre.»[322]

E perchè alla richiesta tenesse dietro lo effetto, muovevansi da
Grosseto Deputazioni a Firenze, le quali ingrossate da quanti Faziosi
stanziavano qui, armate di prepotenza e di audacia in virtù degli
erudimenti del Circolo fiorentino, venivano a costringermi con
ineluttabile pressura. Chi sia, che revochi al pensiero quale e quanta
fosse la veemenza dei partigiani a cotesti giorni, e la Toscana fin
dentro le viscere commossa da speranza, da terrore, e da furore di
mettere le mani nel sangue, non reputerà esagerate le tinte colle quali
ce li dipinge il Decreto del 10 giugno 1850.

Narrava taluno di Grosseto, il _16 febbraio_, come: «La deputazione
inviata al Governo Provvisorio...... fosse tornata con le più liete
assicurazioni per parte del Governo, che la Maremma _sarebbe coadiuvata
nei suoi generosi sforzi di patriottismo con tutti i mezzi_. — Molti
egregi Maremmani si uniranno al D'Apice, e lo seguiranno nella sua
importante missione.»[323] Ed altra testimonianza di queste Deputazioni
ce la porge il _Corriere Livornese_ del _23 febbraio_: «Il Circolo
popolare (di Grosseto) ha tenuto la sua seduta straordinaria per udire
la relazione dei Deputati cittadini.... di ritorno dall'Assemblea
tenuta dal Circolo Popolare di Firenze il 18!....»

Già fu chiarito a prova, i Circoli fatti omai governo distinto, e
aspirando a diventare il solo, corrispondere inquieti e sospettosi
fra loro; non pertanto occorre traccia nei Giornali del tempo come in
questa occasione più operosi che mai si restringessero a operare.

Il Circolo di Orbetello, l'altro di Grosseto, corrispondono non pure
col Circolo centrale di Firenze, ma con quello ancora di Livorno.

A comprendere la tremenda attività del Partito, che urgeva
stringentissimo a prendere immediati provvedimenti, importa riferire
parte della corrispondenza dei Circoli. Nessun Governo mai si auguri
trovarsi tanto bene servito come i Circoli erano: io poi sovente
all'oscuro di tutto; sicchè venendo a me i più impronti faccendieri di
quello, smaniosi per notizie più fresche, e trovatomi ignaro perfino di
quelle ch'essi sapevano, trascorrevano in rampogne acerbe di colpevole
negligenza, e di peggio.

Da Santo Stefano, nel giorno _8 febbraio_, all'_Alba_ e agli altri
Giornali mandano: _a ore 2 p. m._, l'arrivo del Granduca con parte
della sua famiglia, e dei signori Sproni e Conticelli, su di una barca
peschereccia partita da Talamone a mezzogiorno.

_A ore 4 e ½_, arrivo della Granduchessa col resto della famiglia.
Albergo in casa _Sordini_, magazziniere del sale e tabacco. Sospetti di
fuga.

_Ore 8 e 9 p. m._, arrivo di due _staffette con dispacci_.

_9 febbraio, 9 ore p. m._, arrivo della fregata inglese.

Da altra corrispondenza pervennero ai Circoli i minimi particolari,
come: L'aspirante inglese posto a guardia del Granduca; la tristezza
dei membri componenti la R. Famiglia; il cibarsi di S. A. di alcune
gallette navigando da Talamone; l'arrivo di carrozze, equipaggi,
segretarii e servi.

_13 febbraio 1849_. Il Granduca è sempre in Santo Stefano. Sparge
danaro. _Grossetani hanno rotto la strada che conduce a Santo Stefano.
Le popolazioni maremmane tutte in armi, avverse al Granduca_.

_15 febbraio 1849, ore 12 m._ Partenza del Ministro inglese. — Il
_Virgilio_ va a Ponente con due compagni di Sir Carlo Hamilton.

_Ore 3 p. m._ Istruttore dei Principini s'imbarca per l'_isola del
Giglio_ o per _Gaeta_, come sembra, _per fissare un palazzo di dimora_.

_Ore 4 p. m._ Visita delle LL. AA. al _Can Mastino_; voce che sieno
partite, ma tornano a terra; pure si accerta, _che poco più si
trattengano_.

_16 febbraio, ore 7 a. m._ Nella notte è arrivato dall'Alberese un
Bestiaio con _dispaccio pel Granduca_.

_Ore 9 a. m._ Arrivo dell'Agente dall'Alberese con venti starne e un
capriolo.

_Ore 2 p. m._ Fregata mette segnali.

_Ore 4 p. m._ Il Granduca va a bordo della Fregata _Teti_ in compagnia
del Comandante.

_Ore 5 p. m._ Arrivo di un _espresso_ a spron battuto con dispacci pel
Principe.

_17 febbraio, ore 6 ½ a. m._ Leopoldo è sempre in Santo Stefano.

_Ore 7 a. m._ Arrivo del _Porcospino_.

_Ore 6 p. m._ Sembra che il Granduca _voglia partire. Imbarca sul Can
Mastino bauli, valigie ec._

_Ore 10 p. m._ Seguita lo imbarco.

_18 febbraio, ore 12 ½ di mattina_. Arrivano i Ministri di Francia e
Spagna. Sono presenti quelli di Piemonte, Roma, Svezia, Prussia: si
attende il Russo. — Stanno ancorati in porto Teti_, Porcospino, Can
Mastino_. Sordini e Lambardi al fianco del Granduca. — Prete Baldacconi
_mandato a Siena per motivo segreto_. Dama Palagi sviene alla lettura
di certa lettera. Frequente convocare del Corpo Diplomatico. _Imbarco
e disbarco di arnesi. Incertezza di atti_. Paese tranquillo.

Da altra corrispondenza:

_Porto Santo Stefano, 14 febbraio. Porco-Spino parte per Napoli col
carico dei danari l'11_; torna il _12 col Can Mastino_.

Staffette in questo giorno non sono arrivate.

_Ore 6 p. m. Sul Virgilio_ arriva il Ministro Sardo. Servitore supposto
del Ministro Inglese, è napoletano. _Bellerofonte_ dicesi navigare per
questi paraggi.

_15 febbraio, ore 7 a. m._ La notte senza staffette.

Altrove si troverà più completa e continua questa corrispondenza,
dalla quale risulta quanto grandi fossero il sospetto della Fazione, ed
anche la paura generatrice di partiti disperati; e quindi la vigilanza
mantenuta su tutti e su tutto, alla quale riusciva impossibile che
potessi sottrarmi io.

Ciò posto, ricerchiamo prima quali potevano essere, e quali di fatti
erano le mie apprensioni, e poi esamineremo il contegno tenuto.

Primieramente, io opinava che S. A. avesse in animo di partire
aspettando il benefizio del tempo, il quale, come dimostrerò a suo
luogo, doveva riuscirgli favorevole, e somministrava l'unica via per
conseguire lo intento in quella guisa ch'egli pure desiderava; mi
confortavano a credere così le informazioni ricevute, di cui trovasi
testimonianza nel Dispaccio diretto da lord Hamilton a lord Palmerston
in data del _7 febbraio 1849_: «Il Granduca.... mi chiede, che io
voglia ordinare ad uno dei Vapori di S. M. di essere nel Porto di
Santo Stefano _domani sera, per ricevere esso e la sua famiglia sul
bordo_.... Non conosco se la intenzione del Granduca sia andare alla
Elba, o no.» — (Collezione di Documenti citata). — Il Piroscafo tardò
un giorno; invece della sera dell'8 arrivò in quella del 9. — Opinione
universale fu che l'A. S. in Inghilterra o a Gaeta riparasse. Lo
imbarco e lo sbarco delle masserizie dimostra l'animo perplesso a stare
o a partire. Il Porto Santo Stefano poi non poteva essere lungamente
stanza pel Principe e la sua R. Famiglia, atteso i disagi del luogo; i
cariaggi, mancando locali capaci a ricettarli, stettero al sereno; nè
casa Sordini era atta a tanti ospiti.

Nella notte dell'_8 febbraio_ pervennero al Principe due staffette, in
virtù delle quali io pensai che egli fosse consigliato a restare, nel
presagio che la Toscana commossa con universale dimostrazione, Governo
Provvisorio e Costituente rovesciando, lo richiamasse al trono.

In quanto ai disegni della Fazione, non vi era dubbio da accogliere;
ad uno di questi due scopi ella tendeva con tutte le forze, o cacciare
il Principe, o impadronirsene. L'animo mio ondeggiava combattuto da
pensieri angosciosi. — Nonostante io esitava, e vinto dalla gravità dei
casi rimanevami inerte. Ma quando da un lato i Circoli, le Deputazioni
e il Popolo frementi d'ira, vennero ad accusarmi dicendo: «Che avete
voi fatto da sei giorni a questa parte? Nulla. Voi ve la intendete
co' nostri nemici; voi la rovina del Paese preparate e la vostra;» e
dall'altro udivo: «Il Popolo _farà da sè_, il Governo è ormai impotente
a salvarlo: egli nulla vuole conoscere, nulla sapere: si manderanno
frattanto mille uomini armati a Siena; il Popolo sorgerà come un uomo
solo: presto la Maremma sarà tutta in armi; gli animi ribollono ardenti
e vogliono finirla....» con le altre più cose, che prego i lettori di
rammentare, e dispensarmi dal travaglio di riferire da capo; coartato
allora in guisa, che nessuno io penso abbia patito violenza pari
alla mia, nel curvarmi sotto il giogo provvedo ai fieri eventi che
presagivo probabili; e tale fu il mio consiglio: dissuadere i Popoli
Maremmani da muoversi senza ordine del Governo, e indurli a sottoporsi
al comando del Generale D'Apice; nel mentre che la imposta leva in
massa sembro assentire, prescrivere che si adunasse gente eletta,
usa alla disciplina, e sempre al Generale D'Apice nei suoi moti si
sottomettesse; raccolta così una colonna di milizie ordinate, contenere
le Popolazioni nei moti impetuosi, e impedire che la Fazione senza o
contra il Governo si agitasse; intanto fare comprendere a S. A. che
lasciasse tempo al tempo, e in altra parte attendesse quello che pure
stava in cima dei suoi pensieri, ritornare senza spargimento di sangue
a reggere mite popoli miti; in qualunque caso tenere apparecchiata
una forza per tutelare la persona del Principe, e la sua famiglia,
dal minacciato attentato d'impadronirsi di loro. Rammentisi che le
Deputazioni maremmane non intendevano già _coadiuvare_, bensì essere
_coadiuvate_; la quale cosa importa, che i Maremmani volevano formare
la parte principale della impresa; rammentisi la strada grossetana
tronca, e l'accusa di essermi lasciato sfuggire il Granduca dalle
mani, e la deliberazione presa di ridurlo a Monte Filippo: rammentisi
eziandio le popolazioni in arme avverse al Granduca, e la notizia
che si leverebbero in breve come un uomo solo, e l'ardore di cui si
mostravano prese, e il proponimento di _finirla una volta per sempre
con lui_... E ritenuto tutto questo, ed altro ancora che non ricordo,
domando s'egli era bene lasciare che cotesto assembramento di uomini
esaltati si operasse? — I miei Giudici dunque non avrebbero pensato
ad alcuna provvidenza al fine d'impedirne o reggerne i moti? Hanno mai
avvertito i miei Giudici alle sventure, che dovevano temersi possibili
dal mescersi di tante generazioni di uomini senza freno, e senza
guida? — Balenò mai loro alla mente il fiero caso, ch'esse giungessero
a impedire la partenza del Principe.... e quello, che è anche a
imaginarsi più orribile, che lo sostenessero?

Accusa, Giudici, — che fin qui non mi avete giudicato, ma calunniato,
— non parlo a voi. Voi irridete le mie parole, e a mezza voce mormorate
il ritornello:

    _Lustre, mostre, ed arti per parere;_

_arti solite di chi doppio ha il cuore_, con quello che seguita: — io
parlo al Paese, che mi sarà più pio.

Consideriamo il Dispaccio al Governatore di Livorno: la sua data è
del _14_ febbraio; — _dunque molto tempo_ dopo le coartazioni e le
minaccie perigliose della stampa, dei Faziosi, del Circolo fiorentino
e delle Deputazioni maremmane. Il Dispaccio parla di _lettere che mi
vengono poste sotto gli occhi_; dalle quali espressioni si ricava,
che una gente estranea, desumendone necessità di misure immediate,
non mi lasciava neanche tempo a copiarle, _onde senza dilazione si
spedissero gli ordini_. Dall'_8_ al _14_ febbraio corre pure un bel
tratto! _Sei giorni_: quanti appunto mi rinfacciavano essermi rimasto
inerte. Nei tempi di rivoluzione sei giorni paiono, e veramente sono,
una eternità. La stanza del Granduca al Porto Santo Stefano si conobbe
presto; _dunque finchè non mi violentarono, io stetti inoperoso_. Anche
qui occorre il caso, che parrebbe a un punto miserabile e festoso,
ove non si conoscesse come tutti i Partiti giudichino con le mani su
gli orecchi, e la benda su gli occhi: che i Repubblicani mi riprendono
da una parte di _non fare_; l'Accusa dall'altra mi rimbrotta di _aver
fatto_. Per questo i primi mi avrebbero _tolta la libertà_; la seconda
mi _mantiene prigione_! Il Dispaccio del _14 febbraio_ trascrive, come
quello dell'_8 febbraio, taluna_ delle parole stesse che i Faziosi
venuti ad estorcerlo vedemmo avere già adoperate: _si apparecchi gente
da ingrossarsi per via_; ma però avverto che sia SCELTA; il quale
avviso fu introdotto con intenzione di far comprendere che la gente
buona fosse, e ad obbedire disposta. La frase però più meritevole di
essere specialmente notata è la seguente, posta con cautela, come mi
era concesso in quelle strette: _D'Apice scriverà, e attenetevi ai
consigli di lui_; e questo importa: _nessuno si muova senza ordine del
Generale_. — Lasciate, di grazia, lo inviluppo delle parole, che la
temperie del giorno rendeva necessario, oppure ritenetele tutte, ma
sotto la scorza ricercate il vero, e troverete prudente consiglio, non
potendo fare a meno, essere stato quello di apprestare buona e cappata
gente, che sotto gli ordini di Domenico D'Apice (soldato a cui per la
sua temperanza nemmeno rifiuta lode l'Accusa) si tenesse pronta a fare
riparo ai temuti infortunii.

E mio concetto fu, qualora il presagito assembramento si avverasse,
spingere D'Apice a presidiare Grosseto, e quivi, recatasi in mano la
somma del comando, reprimere le masse popolari dal trascorrere contro
Porto Santo Stefano, e tenere fermo il Paese fino alla pronunzia del
voto dell'Assemblea toscana.

Il Generale D'Apice, oppone l'Accusa, dichiara avere ricevuto lettera
di mio, onde con parte della truppa _si dirigesse a Grosseto_; «_ma
poichè_, egli aggiunge, _si trattava che cotesta Spedizione doveva
farsi contro il Granduca, che allora era in Maremma, io ricusai
incaricarmene_.» — A vero dire, richiamando la mia memoria su questo
punto, posso affermare risolutamente senza timore di essere smentito,
che tale non fu il dubbio esternato a me dall'onorevole Generale;
sibbene la ripugnanza di trovarsi con poca truppa e male ordinata fra
Popoli tumultuanti. Questo però non toglie punto, che dentro l'animo
suo accogliesse anche l'altro che accenna; solo dico che si astenne da
parteciparmelo; e dov'egli mi avesse aperto l'animo suo, conoscendo
la fede dell'uomo, lo avrei chiarito del congetturare suo falso; per
tutela, non per offesa del Principe, volerlo io incamminare a Grosseto,
e commettergli in quella città si fermasse, ogni aggressione contro
Porto Santo Stefano sventasse, i moti tumultuarii prevenisse, il Paese
quieto fino alla pronunzia dell'Assemblea toscana, che malgrado le
opposizioni intendevo convocare, mantenesse.

Dell'ordine dato, e della raccomandazione che nessuno senza comando
del Generale si avesse a muovere, oltre al Dispaccio mandato il
_14 febbraio_ al Governatore di Livorno; oltre alle parole della
Deputazione Grossetana, che la gente si sarebbe _aggiunta seguitando_
il D'Apice; oltre alla dichiarazione, che per muoversi _attendevano_
le milizie ordinate, ne fanno aperta testimonianza questi Documenti che
ricavo dal Volume stampato dall'Accusa: _ex ore leonis_, come Sansone,
il mele. —

«Al Governatore di Livorno — Petracchi.

«La mia colonna è sottoposta al Generale D'Apice, _nè posso muovermi
senza suo ordine_.» — Pontedera, _13 febbraio 1849_.[324]

Il medesimo al medesimo:

«Ieri sera circa le ore 11 arrivai a Pontedera, donde avvisai il
Generale D'Apice del nostro arrivo, avvertendolo che sarei partito col
treno delle 12 di questa mattina. Ero con la colonna sotto la Stazione
PRONTO A PARTIRE quando un Dispaccio del Generale D'Apice MI ORDINAVA
DI RESTARE QUAGGIÙ.» — Pontedera, _14 febbraio 1849_.[325]

Dove gli ordini per la Spedizione del Porto Santo Stefano fossero stati
spontanei, io non avrei certo aspettato dal giorno _9 febbraio_, in cui
seppi l'arrivo di S. A. in quel Porto, al _diciassettesimo a sopportare
mossa_ la colonna Guarducci per Rosignano. Gli ostacoli frapposti
perchè non fosse mandato ad esecuzione quanto i Faziosi imponevano,
appariscono evidenti da questo: la colonna Guarducci nel _16 febbraio_
si trovava in Empoli:[326] «La colonna Guarducci era già partita
prima del mio arrivo a Empoli.» Il giorno _17_, rimandata a Livorno,
s'incamminava per la via littorale verso Maremma; e non ha guari ho
detto: _io non l'avrei sopportata mossa il 17 febbraio_; _imperciocchè
senza ordine del Generale D'Apice, a cui era sottoposta, nè mio, nè
di veruno altro Membro del Governo Provvisorio, si fosse posta in
marcia_. Il _Popolano_, che da sè stesso s'intitolava _Monitore del
Circolo Fiorentino_,[327] ed era informatissimo di quanto accadeva,
annunzia la partenza del battaglione Guarducci per Maremma, ma non sa
avvertire per comando di cui, nè a qual fine.[328] Riscontro sicuro
che Guarducci non ebbe comando nè dal Generale nè da me, è questo:
che da Empoli non lo avremmo respinto a Livorno, ma sì da Pisa su per
la Via Emilia incamminato a Grosseto. — Altra prova che di arbitrio
del Governatore era lo invio del Maggiore Guarducci in Maremma, è
considerare come questi non trasmetta i suoi rapporti al Generale
D'Apice o al Governo superiore, ma renda ragguaglio dell'operato
unicamente al Governatore.[329] Ancora: il Governo non poteva intendere
col Dispaccio del 14 al Governatore di Livorno, che questi spedisse
il Battaglione Guarducci, però che lo avrebbe fatto direttamente
da sè. Con questo ho voluto dimostrare che, per me, il Battaglione
fu trattenuto fino al _17_ febbraio; che da noi non fu comandato
di marciare alla volta di Maremma; e che il Governo di Livorno, il
quale volle, seppe eziandio incamminarlo immediatamente là dove il
Governo superiore non lo incamminava. Altra prova che eravamo andati
trattenendo la gente dallo accorrere in Maremma, è l'ordine trasmesso
il _14 stesso_, al Battaglione Petracchi, di stare fermo a Pontedera,
ed incontrarvelo sempre nel _17_ febbraio. In cotesto giorno il suo
Comandante non corrisponde più col Generale come gli correva obbligo,
bensì col Governatore di Livorno, a cui manifesta il suo _pensiero_
di partire il giorno appresso per Maremma, non già in virtù di ordine
ricevuto;[330] il Governatore di Livorno, usurpando le funzioni del
Generale D'Apice, comanda senza superiore concerto, e di sua autorità,
il ritorno del Battaglione Petracchi.[331]

_Dunque rimane provato che D'Apice non mosse_ per Maremma, anzi
_rifiutò_ muoversi; che il Battaglione Guarducci, trattenuto fino al
_17_ in Empoli, e nel giorno stesso rimandato a Livorno, si avviò per
Maremma non pure _senza_ ordine del Governo, ma _contro_ la volontà del
Governo; e finalmente che il Battaglione Petracchi tenuto da noi fermo
fino al _17_ in Pontedera è richiamato a Livorno dal Governatore, che
ormai si arroga autorità a disporre le cose a suo senno.

Altro riscontro di consigliato impedimento occorre confrontando la
seguente corrispondenza. Il Governatore Pigli domanda con Dispaccio
telegrafico del _17 febbraio_ 1849, ore 11, m. 5 pom., al Maggiore
Petracchi: «Per ordine del Governo Superiore _domattina circa le 11_»
(e non era punto vero) «deve essere eseguita una spedizione di Militi
cittadini per oggetto importante. Se ella, senza nuocere alla missione
che l'è meritamente affidata, credesse far parte con la sua colonna di
detta spedizione, o di mandarne almeno porzione, la prego prevenirmi
col mezzo del telegrafo nel caso affermativo.»

Parmi pressochè inutile notare come, se il Governo avesse voluto
servirsi di questa forza, avrebbe trasmesso direttamente gli ordini,
non già pel mezzo del Governatore: infatti, se non per altro, per
economia di tempo, era ragionevole che il Dispaccio restasse a
Pontedera, e non si spingesse a Livorno per ritornare poi a Pontedera:
parmi del pari superfluo ricordare come per avviarsi verso Grosseto
il Petracchi da Pontedera non avesse mestieri di condursi a Livorno:
finalmente nemmeno mi tratterrò ad avvertire una cosa, che, come
troppo ovvia, salta agli occhi dei più idioti; ed è, che avendo voluto
spingere gente in Maremma, poco importava la condotta del Generale
D'Apice, dacchè più tardi il Governatore Pigli, quando ebbe sotto la
sua potestà il Battaglione Guarducci, ve lo diresse.

Solo mi giovi richiamare l'attenzione di chi legge su questo, che nel
fine di rendere frustraneo l'ordine estorto, nei giorni _14_ e _15_
febbraio, come dimostrano gli stessi Documenti dell'Accusa,[332] fu
comandato al Petracchi di non si muovere senza ordine del Generale
D'Apice, e, _otto_ ore dopo lo invito a lui fatto dal Governatore
Pigli, io sospettando di qualche trama, fui cauto di richiamarlo a
Firenze. «Il Presidente del Governo Provvisorio al Comandante Antonio
Petracchi. — Firenze, 15 febbraio 1849, ore 8 a. m. — Venga subito a
Firenze. Prenda una carrozza. Risposta subito.»[333] Sicchè, ritenuti
nelle nostre mani i battaglioni Petracchi e Guarducci, il primo a
Pontedera, il secondo a Empoli, di gente scelta e disciplinata, o
che presentasse almeno simulacro di disciplina, donde e chi potesse
raccogliere il Governatore di Livorno, in verità non si comprende.

L'Accusa insiste allegando lo invio dei _12_ Municipali a Grosseto,
e degli Artiglieri _nazionali e di linea_, i quali dalla lettera del
Prefetto Massei, riportata nei Documenti dell'Accusa a pag. 321,
ricaviamo sommare a _14_, e così in tutti a _26_! — Ma io non ho
trovato ordine alcuno da me, nè da altri, trasmesso al Governatore
Pigli perchè muovesse di arbitrio neppure una persona; e questo
Governatore molte cose faceva a modo suo, più molte si accingeva
a farne; e moltissime poi ne dava ad intendere. Poco sopra avete
osservato come egli avvisasse Petracchi della Spedizione che doveva
essere eseguita la mattina del giorno _15_, prima delle ore _11_,
e _non fu vero_; nella lettera del 14, riportata in nota qui sotto,
annunzia al Prefetto di Grosseto lo invio dei 26 uomini; aggiunge, che
nel veniente giorno partirebbero da Livorno due compagnie di Guardie
Nazionali, e _non fu vero_; nello stesso giorno 15 afferma altre forze
militari provenienti da Firenze capitanate dal Generale D'Apice costà
sarebbonsi dirette, e _non fu vero_: da Firenze per lo contrario partì
l'ordine che stessero ferme.[334]

Il disegno di formare in Livorno un centro di Governo Repubblicano,
nello intento di rovesciare il Governo Provvisorio, vedremo farsi
mano a mano più chiaro che c'inoltreremo a discutere le imputazioni
dell'Accusa. Essa dice: ma voi impediste le corrispondenze al
Principe, e mandaste persone armate a Cecina per intraprenderle. Io
nulla impedii. Il Circolo Grossetano ricorrendo co' suoi emissarii
al Governatore di Livorno, presso cui trovava più facile ascolto,
insisteva per questo provvedimento. Il Governatore, sempre più
emancipandosi, prende le misure che reputa convenienti, e poi ne avvisa
il Governo:

«Signor Ministro. Persone autorevoli di questa città mi hanno
fiduciariamente fatto supporre che dal Fitto della Cecina, villaggio
posto sopra la strada maremmana, transitino di frequente degl'individui
diretti a Porto Santo Stefano, i quali, per la loro indole sospetta,
sarebbero meritevoli di tutta la sorveglianza governativa. Essendomi
sembrata cosa di somma importanza lo attivare senza indugio questa
sorveglianza, la quale può condurci ad utilissimi resultati, sono
sceso nella determinazione di fare la Spedizione per quella località
di venti cittadini armati, i quali, di fatti, nelle ore pomeridiane di
oggi partono a quella volta capitanati e diretti dal nominato Giovanni
Scotto. L'ufficio che eglino debbono esercitare quello si è di vigilare
e tenere di occhio le persone transitanti per detta ubicazione,
spingendo le loro indagini, nei casi di dubbio e sospetto, fino alla
perquisizione, ed effettuandone, occorrendo, anche l'arresto. Per fare
fronte alle spese necessarie al mantenimento dei componenti la detta
Spedizione, è stata, per mio ordine, prelevata dalla Cassa di questa
Dogana la somma di L. 500, su le quali ho fatto una anticipazione di
zecchini 12 al rammentato Giovanni Scotto. Affrettandomi a renderle
conto, signor Ministro, di questa misura, che ho creduto dover prendere
per urgenza, starò in attenzione delle sue istruzioni in proposito ec.
— _13 febbraio 1849_. — C. PIGLI.»

Dall'altra parte il Prefetto di Grosseto avvisava il Circolo di
Grosseto, avere deliberato di operare in guisa che i Dispacci attinenti
alla Corte Granducale si fermassero. In simili angustie ai signori
Marmocchi e Allegretti non era dato disfare, senza manifesto pericolo,
quello che ormai aveva il Governatore compíto; e per altra parte,
considerando le sciagure a cui sarebbero andate sottoposte le persone
partecipi della corrispondenza se le lettere fossero pervenute in
mano degli arrabbiati, mi sembra che dirittamente si consigliasse
dai predetti Signori, ordinando al Prefetto di Grosseto procedere
_con prudenza e saviezza per l'adozione delle misure necessarie ad
assicurare la esecuzione del divisato progetto_.[335]

E che tale dovesse essere la intenzione dei signori Marmocchi e
Allegretti nessuno potrà negare, e forse, se interrogato, lo avrà
già detto il signor Segretario Allegretti compilatore dei Dispacci
allegati. A me giovi affermare che io, non pure non concorsi a impedire
la libera corrispondenza a S. A., ma all'opposto, per quanto stette in
me, gliela schiusi. A Sir Carlo Hamilton, che me ne fece istanza, detti
carta amplissima perchè lo lasciassero passare liberamente; e non solo
questa carta io gli affidai, ma consenso espresso a quanto intendeva
proporre.

Ed ecco quanto egli aveva in mente proporre, e mi affermò avere
proposto. Spontaneo, o, come credo piuttosto, di concerto con
personaggi cospicui della città nostra, egli restringendosi meco mi
confessava volere tentare l'animo dell'A. S. a deporre i fastidii
del molesto Governo, rassegnandolo al suo reale Primogenito; e mi
ricercava, nel caso che il suo consiglio venisse accolto, se avrebbe
potuto ripromettersi la mia adesione. Io risposi quello che ora non
dubito manifestare: parermi il Popolo troppo acceso adesso; essere di
mestieri liberarlo prima dagli stimoli urgenti e incessanti; poi dargli
tempo a riaversi dal delirio; per questi argomenti egli sarebbe tornato
per certo alla devozione antica; in quanto a me, tranne la momentanea
esaltazione, crederlo, _anzi saperlo_ bene affetto al Principato;
la più parte dei Toscani desiderare le libertà costituzionali, e di
queste chiamarsi contenta; per siffatta mia convinzione, confermata
dai Rapporti officiali e da particolari notizie, potere egli ritenere
per fermo, che avrei di buon grado aderito a tutto quanto tornasse _di
vantaggio al Paese, onorevole per me_. Sir Carlo tornando mi riferiva
bene avere del suo proponimento tenuto motto a S. A., ma, rinvenuto
il terreno poco arrendevole, essersi trattenuto dallo insistervi
sopra. Motivi di convenienza, che anche in mezzo ai pericoli e
alle provocazioni della intemperantissima Accusa reputai mio dovere
osservare, mi persuasero ad astenermi da esporre questi fatti, finchè
Lord Giorgio Hamilton visse, e Sir Carlo dimorò in Firenze. Adesso poi
che il Signore ha richiamato alla sua pace l'onorevole ed egregio Lord
Giorgio, e Sir Carlo si condusse altrove, penso potere, senza offesa
della delicatezza, manifestare simili trattati, e prego con fervorosa
istanza il nobile Baronetto, dovunque si trovi, se mai gli perverranno
nelle mani queste dolenti pagine, a rendere pubblica testimonianza
in faccia della Europa se sieno i miei labbri mendaci, o se anche in
questa parte esprimano la verità.[336]

Altro esempio, che il Governatore Pigli faceva da sè, lo troviamo
nello avere pagato lire diecimila al Petracchi per la Spedizione a
Portoferraio, senza ordine del Governo, anzi senza pure avvisarlo. Di
vero, agevole cosa è comprendere come cotesta Spedizione per diffalta
di danaro non avrebbe avuto luogo, e il Governatore per certo doveva
avvertire, che non gli essendo provvisti i mezzi necessarii, non
poteva mandarla ad esecuzione, nè le facoltà sue estendersi a disporre
dei pubblici danari; e questo per lui potevasi avvertire subito per
telegrafo, non già aspettare al 10 febbraio quando le cose erano fatte.
— Così tra il mandare Dispacci, e rispondervi, sarebbe scorso tempo
sufficiente a sedare gli spiriti accesi, persuaderli della inanità di
cotesto moto, e indurli forse a desistere.[337]

Altro esempio dello arbitrario operare del Governatore Pigli ci viene
offerto dalla Spedizione fatta dal medesimo, fino dall'_11_ febbraio,
alla Isola del Giglio, della Spronara, per vigilare persone sospette,
e pubblicare Proclami, della quale avvisa il Governo unicamente nel
giorno tredici successivo;[338] e sì, che anche su questo, se per via
telegrafica non poteva informarci intorno ai particolari delle cose,
gli era agevole notificarcene la somma. Nel maggiore uopo ci lasciava
per taluni giorni senza avviso delle operazioni che gl'importava
palesarci ormai compíte, comecchè di altre per minuto ci ragguagliasse;
ed egli medesimo il confessa: «La rapida e incessante successione degli
eventi, e le cure che ne conseguitano, assorbono così il mio tempo da
non lasciarmi agio a quell'ordinato e quotidiano ragguaglio che avevo
impreso, e che riannoderò come prima mi sia concesso, limitandomi
di presente a darle conto dei casi più gravi, e delle più importanti
misure.»[339]

Il Rapporto del 14 febbraio incomincia con la protesta medesima:
«Neppure oggi mi è dato riprendere la interrotta narrazione degli
avvenimenti attuali, bastandomi appena il tempo e le forze di accennare
di volo i più notevoli ed importanti.»[340]

L'Accusa sostiene che, ricusato dal Generale D'Apice il comando della
Spedizione pel Porto Santo Stefano, il Governo lo confidava al Pigli,
il quale tosto incamminò La Cecilia per la Maremma verso Porto Santo
Stefano. Contradizioni, e peggio: nè l'una cosa, nè l'altra. La Cecilia
per ordine del Governatore di Livorno, non già spedito dal Governo o
da me, precede la Colonna Livornese, e va per mettersi a capo delle
Guardie Nazionali della Maremma; poi fa una giravolta, pubblica
Proclami, nessuno gli dà retta, e torna maledicendo ai Maremmani. Il
Governatore non ebbe mai altra commissione, tranne quella di adunare
gente scelta, e dipendere dagli ordini del Generale D'Apice. A D'Apice
fu proposto il comando delle forze nel caso che si avesse dovuto
spedirle a Grosseto; egli non accettò lo incarico, e _a nessuno altro
venne conferito giammai_. Chi sostiene diversamente, a chiare note si
sappia ch'ei calunnia, all'atroce intento di nuocere contro la verità
manifesta. Infatti, quando ebbe questo ordine il Pigli, che l'Accusa
fabbrica nella sua officina? prima, o dopo il _14_ febbraio? Prima no,
conciossiachè pel Dispaccio incriminato del 14 la _gente scelta doveva
apparecchiarsi, e dipendere_ dal Generale D'Apice, e per le prove
superiormente addotte ne dipendeva; dopo nemmeno, dacchè, oltre il
Dispaccio del 14, per frugare che abbia fatto, l'Accusa non ha potuto
rinvenirne altro. Qui dunque si tratta, io lo ripeto, di calunnia, non
già di accusa.[341]

Ma la presente materia merita di essere più sottilmente considerata,
onde si faccia luce maggiore nella ragione degli uomini e dei
tempi. Coloro che volevano strascinare il Paese al compimento della
rivoluzione, sfiduciati d'incontrare nel Governo arrendevolezza,
si volsero a quelli che meglio parvero disposti a secondarli; e fra
questi venne lor fatto incontrare, più accesi degli altri, Carlo Pigli
e La Cecilia; noi li vedremo collegati avversare il Governo, tentare
ogni via di usurpare il Potere per promuovere la Repubblica, e per
altra parte noteremo indirizzarsi a loro uomini perversi con orribili
proposte. Alfine l'uno è deposto dall'ufficio, l'altro avviato fuori
del Paese.

La Cecilia crebbe avverso a me: delle sue qualità morali non parlo,
chè a me nulla è noto che onorevole non gli sia; favello dell'uomo
politico. Io presto ebbi a conoscerlo irrequieto e dominato, più
che da altro, da certo spirito torbido che lo agitava a fare e a
disfare.[342] I Livornesi, i quali, più che altri non estima, aborrono
i commuovimenti inani o pericolosi, spesso venivano o mandavano a
lamentarsi meco di lui, e mi pregavano trovare modo ad accomiatarlo
onestamente. La corrispondenza officiale ha da porgere di questo piena
testimonianza; in suo difetto, ne occorre traccia nel _mio_ Dispaccio
telegrafico al Governatore di Livorno del 19 novembre 1848: «I reclami
contro La Cecilia crescono di momento in momento. Invitisi venire
a Firenze per conferire col Ministero.» Egli prima mi tenne caro;
quando poi mi conobbe avverso alla Repubblica, prese a inimicarmi
con molta acerbezza nel _Corriere Livornese_ che tolse a dirigere:
però nel _7 marzo_ stampa su l'_Alba_, Giornale devoto a parte
repubblicana, essersi ritirato da cotesta Direzione per _la stupida
servilità dei tipografi proprietarii del Giornale_. I tipografi gli
rispondevano: «Non essersi già ritirato, ma averlo essi licenziato,
e averne avuto motivo non dalla stupida servilità loro, ma dalle sue
continue incoerenze, avendo fatto subire in breve tempo al Giornale
cento variazioni e colori diversi: ora adulando il Governo in cose
che nessuno lodò, anzi biasimò (come nel Discorso della Corona per
l'apertura delle Camere!), ora _facendogli una opposizione alla quale
la opinione pubblica ripugnava_.»[343] Mandato a Roma da Montanelli
come Console toscano, in breve renunzia e torna in Livorno. Qui domina
Pigli, e lo governa a suo senno: va, viene, capovolge ogni cosa; si
accompagna a tutti i conati per istrascinare il Governo a proclamare
la Repubblica, ed unirsi, senza indugio, con Roma. Quando mi verranno
consegnate le carte della mia amministrazione, confido potere ordire
più completa storia; — costretto a valermi delle carte dell'Accusa,
a _nuocere copiose, a salvare parche_, mi si presenta nel primo di
marzo 1849 un Dispaccio, dal quale si argomenta come La Cecilia si
affaticasse a conseguire qualche grado superiore nello esercito,
ed io rispondo: «Gli ufficiali delle milizie sono destinati, e La
Cecilia guasterebbe ogni cosa. A Pistoia lo Ufficiale superiore sarà
Melani colonnello, a San Marcello Razzetti maggiore; _non facciamo
confusione_. Riguardo ai mezzi, bisogna regolare le cose in maniera
_che lo impiego della fortuna pubblica si faccia rigorosamente, e
possa darsene sempre esatto conto. Entrerà nelle previsioni del Governo
mandare un quartier-mastro pagatore_.» Pigli risponde: La Cecilia non
essere eletto _a comandare truppe, solo a precederle fino a Lucca,
onde provvedere ai bisogni delle nostre colonne, e averlo inviato i
Maggiori Guarducci e Petracchi; stasera o domattina aspettarsi reduce
in Livorno_.[344] All'opposto ricaviamo dai Documenti che La Cecilia
il Generale comandante le Milizie toscane non cura, molto meno il
Governo, bensì col Governatore di Livorno unicamente corrisponde; in
quel giorno stesso egli lo avvisa non avere trovato cavalli da treno,
e fra le altre cose, che alle due partirà per Lucca. Un poco più tardi:
_avere passato in rivista la compagnia di Pisa_, e, dopo altre notizie,
domanda l'approvazione del Governatore.

Barli, comandante di Piazza a Pisa, per telegrafo avverte: essersi
presentato il signor Colonnello La Cecilia _con una Circolare del
Governatore di Livorno, che lo autorizza a presentarsi alle Autorità
Civili e Militari, per essere assistito in ogni sua operazione a
reclutare Volontarii, e cavalli per l'artiglieria nazionale_; avergli
domandato quanta cavalleria fosse disponibile in questa Piazza;
domandare istruzioni per non intralciare le operazioni di cotesto
Dipartimento.[345]

Sicchè quanto fosse vero, che Petracchi e Guarducci avessero inviato
la Cecilia, e non il Governatore, di qui apparisce espresso. Per queste
notizie accorgendomi come ormai volesse stabilirsi un Governo di fatto
Repubblicano a Livorno, di cui Pigli avesse ad essere la mente, e La
Cecilia la spada, mando al Governatore:

«Lo invio del La Cecilia è uno dei _soliti spropositi_; domanda
artiglieria, cavalleria, e altro da Pisa. Tu hai azione _dentro_ il
tuo Dipartimento, _fuori_ no; non puoi farlo senza mandare sottosopra
ogni cosa. Per Dio, così rovina la impresa. Dite il vostro bisogno.
Dite come potete provvedere per voi, e come deve aiutarvi il Governo
centrale. — Manderemo ufficiali a posta. Il Comandante di Pisa, come è
naturale, non sa che fare. _Si richiami La Cecilia con bel garbo_.[346]

Pigli per gratificarsi i Volontarii livornesi, promette di propria
autorità venti crazie al giorno di paga. Avverto, che questo negozio
sconvolge da cima in fondo lo esercito, imperciocchè tutti pretendono
paga uguale; per rimediare, suggerisco far credere che la differenza
della paga ricevano dal Municipio; _scongiuro non prendano misure
senza concerto nostro_; altrimenti, quando più la disciplina e la
organizzazione abbisognano, ci casca addosso il caos.[347] La Cecilia,
apprendendo che l'ordine del Pigli intorno alla cavalleria non verrà
eseguito, gli scrive parole concitate contro il Governo superiore.[348]
Pigli risponde insistendo non avere egli inviato La Cecilia...
«Che debbo farci?» egli aggiungeva: «gl'imbarazzi sono molti!»[349]
Questa parevami, ed era, duplicità manifesta. Da lunga pezza io era
informato delle disposizioni di Carlo Pigli ostili al Governo, dello
studio posto da lui a radunare un partito gagliardo in Livorno, della
sua professione nuovamente repubblicana, del suo accontarsi co' più
ardenti di cotesta parte, non meno che dello agitarsi perpetuo del La
Cecilia. Certo mio parente, che di me, troppo spesso fiducioso più che
non conviene, prendeva amorevole cura, sorprende e mi reca lettere,
inviate da un Frugoni di Lerici, capitano di mare, e proprietario
di bastimenti, a La Cecilia, con le quali gli proponeva alla ricisa
di ammazzarmi come traditore, e surrogare lui a me, Pigli a Mazzoni
come uomo inetto; si lasciasse Montanelli, finchè non si trovasse
meglio. Dai Documenti raccolti per opera dell'Accusa resultano le
prove di questi fatti, i quali vengono per altri riscontri confermati
in processo. Spedito Marmocchi a Livorno a investigare le cose,
così riferisce nel 5 marzo: «Non ho scritto fino ad ora, perchè ora
solamente ho un concetto preciso delle cose in questa città. Ho sentito
molte persone di opinione diversa. Vado per la diagonale e vado bene.
La cosa principale per la quale sono qua è una ridicolezza. Pigli è
lo stesso amico di prima, sincero e ardente. La differenza è nella
salute, perchè io l'ho trovato veramente decaduto. Si regge mercè
lo spirito, e considererebbe siccome gran favore la sua licenza, o
almeno una gita di riposo nel suo paese per un mese. Bisogna dare un
collocamento conveniente a La Cecilia. In tutti i modi, subito. Non
ha il seguito che credete, no, _ma manca l'antica amicizia_, e di gran
cuore se ne andrebbe. Quel di Lerici è un fatuo; non è nulla; vorrebbe
vendere al Governo Provvisorio alcuni bastimenti, ecco la chiave di
tutto. Il Popolo livornese è sempre eroico e grande; è anche moderato.
_La Repubblica non è proclamata_. Siamo qui come a Firenze su questo
proposito, con la differenza, _che Firenze è una selva di alberi,
e qui non ve ne sono che tre o quattro soli_. Volete si tolgano di
Piazza, e si portino in Chiesa fino al giorno che l'Assemblea decreti
definitivamente la Repubblica? Livorno aderisce, e Firenze non sarebbe
così docile. Vedete dunque che cosa è Livorno.»[350]

Il Rapporto del Marmocchi non poteva persuadermi: comunque vogliasi
tenere in poco conto la vita, pure sentirti dire, che il disegno di
ammazzarti è cosa da nulla, non garba ad un tratto; e il successo venne
dimostrando, che Marmocchi per soverchio di dolcezza neanche nelle
altre cose si era apposto al vero. Ad ogni modo risposi: non potere
offerire altro ufficio, che di secondo segretario a Parigi; però poco
dopo aggiungevo, _che se l'uomo meritava congedo, non capivo perchè
si avesse a impiegare; ed avvertisse che la mansuetudine, quando
è troppa, rovina_.[351] Marmocchi replica: La Cecilia accettare;
egli essermi ancora molto amico, ma _disgraziato_; non potere
dirmi tutto per telegrafo; venire La Cecilia a Firenze: pregarmi
riceverlo, in considerazione della lunga amicizia; nessuno credere
a tradimento; _quel di Lerici essere fatuo come lo scrittore della
Frusta repubblicana_; la passata intrinsechezza con La Cecilia avrebbe
fatto vedere con dolore la presente severità; esultare gli amici
ch'egli partisse, ma non derelitto da me; bene altri nemici avere il
Governo; _trovarsi chi traendo argomento dalla miseria corrompe la
plebe; mi manderebbe nella notte uno di questi facinorosi incatenato a
Firenze_.[352] Qualche ora più tardi nello stesso giorno, aggiungeva
avere veduto il Gonfaloniere, il quale si rallegrava col Governo per
la misura presa relativamente a La Cecilia, e la opinione pubblica
commendarla.[353]

Nonostante scrissi per via telegrafica: «_desiderare non vederlo;
fosse trattenuto, potendo, in Livorno_;»[354] pure egli venne, ed io lo
accolsi con volto sereno e mente pacata; e dopo avergli posta davanti
gli occhi la lettera del Frugoni, lo interrogai, che cosa avrebbe fatto
nel caso mio. Rispose non essere in sua potestà impedire _allo stolto
che favellasse secondo la sua stoltezza_; e siccome questa mi parve
convenevole scusa, tacqui; non ugualmente bene poteva scolparsi intorno
alla guerra mossa contro il Governo per istrascinarlo di viva forza
alla Unione con Roma, e a proclamare la Repubblica, o rovesciarlo.
«Orsù via, partiti di Toscana,» gli dissi. «e tutto è posto in oblio.»
Partì per Livorno menando a lungo la partenza, finchè crescendo le
manifestazioni di anarchia, aombrate dal pretesto della Repubblica
nel 14 marzo, contemporaneamente al richiamo del Governatore a Firenze
per via telegrafica, scrissi a Livorno: «S'inviti La Cecilia a partire
_subito_, anche per terra, per Genova, _donde recarsi al suo destino_.
Qualora non volesse appagare questi nostri desiderii, noi l'avremmo
per tradita amicizia. Gli si partecipi il Dispaccio.»[355] Allora
si condusse a Genova; e quivi si andò indugiando sotto vario colore,
finchè i successi della guerra gli dettero campo di presentarsi come
utile alla difesa del Paese.

Da Genova nel 27 marzo mi scrisse La Cecilia la lettera che leggiamo
a pagine 222 dei Documenti dell'Accusa; in questa ei parla di errori
commessi dai Comandanti piemontesi nella battaglia di Novara; poi
propone due mezzi di difesa, di cui il primo sarebbe stato plausibile
per quello che in tempi antichi e moderni ne hanno scritto peritissimi
uomini di guerra; il secondo avventuroso e impossibile. Di questa
lettera giova riportare la frase che accenna al pertinace proposito di
fare sempre a suo modo: «Insomma se nulla si conclude qui tra oggi e
domani, io torno; mi metterai in prigione, ma devo, ma voglio dividere
le vostre sorti.»

    _Non tali auxilio, nec defensoribus istis_
    _Tempus eget! —_

La Cecilia non era uomo da dire le cose e non farle; piuttosto prima
le compiva, poi le diceva. Di vero il giorno seguente eccolo a Massa,
donde m'invia la lettera in data del 28 marzo 1849, nella quale si
propongono tre progetti: il 1º contenuto in altra lettera, che io non
ricordo, ove non fosse taluno degl'indicati nella lettera del 27; il
2º di seppellirci tutti sotto le rovine delle nostre città; il 3º di
fare offrire la corona al figlio del Granduca; _questo ultimo mezzo
repugna di molto_, egli scrive, _ma il Paese vorrà difendersi?_ E tanto
basti per dimostrare come io provassi contrario La Cecilia nel periodo
del Governo Provvisorio, da quando mi mostrai reluttante ad appagare i
desiderii di parte repubblicana.

Ora continuo esponendo i fatti attinenti a Carlo Pigli Governatore
di Livorno; diventato, più che capitano, mancipio della Fazione
demagogica, ormai egli non ha più potenza di fare il bene e d'impedire
il male. Cotesta egregia Patria di cima in fondo compariva guasta. Il
Governo, assentendo ai consigli del signor Marmocchi, pensa scambiare
la Guardia Municipale di Livorno con quella di Firenze; e chiamata
qui la prima, purgarla e spartirla in altre compagnie. Inoltre, ai
suggerimenti del Ministro della Guerra Tommi compiacendo, accorda
che il primo Battaglione di Linea si spedisca a Livorno, e quivi si
riordini mediante un campo da stabilirsi nelle campagne littorane.[356]
Annunziando io queste provvidenze a Livorno, aggiungo: «Il Popolo
attenda vigilante le disposizioni del Governo _ormai disposto a
procedere con severa giustizia contro tutti i perturbatori, e nemici
delle libertà, sia civili che militari_.»[357] Queste parole ai
caporali della Fazione erano _savor di forte agrume_; nell'anarchia
confidando, per soverchiare il Governo, ecco s'industriano a lavorarlo
di straforo, mettendo male biette tra il Popolo. «Badate, dicevano, a
non lasciare partire la Guardia Municipale Livornese, e sostituirla
dalla Fiorentina, però che questa sia qua mandata per opprimere la
libertà.»[358] In quanto al Battaglione di Linea avviato a Livorno, si
guardassero dal Colonnello Reghini, a cui avevano commesso di trarre
a palla sul Popolo, come già aveva fatto sul Popolo pistoiese.[359]
Il Popolo si commuove, e circondato il Palazzo del Governatore in
numero di 4,000 persone, domanda a morte il Colonnello; altri urlano
che si cacci in carcere. «Il Governatore, narra il signor Reghini
nel suo Rapporto, si addimostrò sgomento, varii dei suoi spaventati,
perchè circuito il Palazzo, e l'anticamera invasa da turbe, che
esaltate chiedevano la mia persona in loro possesso, e _i moderati
gridavano venissi posto alle segrete_.[360] Ed io, ben contento di
secondare la volontà del Popolo indignato (non so perchè), esortai
ad essere dal Popolo stesso condotto in segrete, dove giunsi molto
a stento: ma coadiuvato dai buoni che mi fecero corona, mi restò
lontano lo stiletto, nè si ottenne di gettarmi a terra.» Io rimasi
fieramente percosso per tanto vituperio, imperciocchè il Governatore
dovesse nel suo Palazzo, come in asilo inviolabile, custodirlo, nè
mai consentire, se non che calpestando il proprio petto, cotesti
furibondi giungessero al petto del Colonnello. Avvertito per telegrafo,
adoperando la destrezza persuasa dalla gravità dello accidente, senza
intermissione rispondo: «Importa grandemente sia fatto il processo ai
soldati di cotesto reggimento che si ribellarono. A ciò è necessario
il Rapporto del Reghini. Bisogna mettere il Reghini in libertà onde
faccia cotesto Rapporto. _Non accendasi il Popolo già acceso. Si lasci
fare al Governo_; ha i suoi fini, e vuole essere libero per il bene
della libertà. Dicasi al Reghini, che il Governo penserà a lui. Si
risponda subito.»[361] Il giorno seguente, soccorrendo al mal capitato
Colonnello, insisto: «Esatte informazioni ci persuadono a conservare
Costa-Reghini; però non si vorrebbe urtare la Popolazione. Il Governo
vorrebbe formare un campo in prossimità di Livorno, e quindi riordinare
il reggimento. Reghini rimarrebbe a riorganizzarlo, e sembra essere
adattatissimo per questo. _Procuri che la Popolazione applauda a questo
progetto, e ci renda intesi dello effetto delle sue premure. Comprende
la necessità della prestezza_.»[362]

Ancora nel medesimo giorno 10 marzo: «Intorno al Reghini, sarà
collocato. Del reggimento sarà fatto un campo. Forza, tranquillità,
coraggio e gravità; — e forse riusciremo.... forse, perchè i tempi
ingrossano; e _disfacendo tutto, nulla si fabbrica_.»[363]

Il Generale D'Apice, giunto a Firenze, scriveva al Governo Provvisorio
la seguente lettera, la quale non abbisogna di comento:

«Ieri al mio arrivo in questa città, seppi che il signor Costa-Reghini
Colonnello del 1º Reggimento Infanteria di Linea, fu immeritamente
insultato dal Popolo di Livorno, e poi vilmente abbandonato ai suoi
persecutori, dalla prima Autorità costituita in quella città, dal
Governatore, presso cui il detto signor Colonnello si era rifugiato. —
Un tal fatto è talmente grave, che io lo considero come una vera offesa
fatta allo esercito, che ho in questo momento l'onore di comandare.
Come capo dunque di questo esercito, e nell'interesse del servizio,
credo mio stretto dovere dirigermi alla giustizia del Governo, perchè
un'ampia e pubblica soddisfazione sia data allo esercito, e al signor
Colonnello Costa-Reghini, elevando questo al posto di Generale di
Brigata, e dimettendo dal suo posto il signor Governatore di Livorno.
Qualora il Governo non credesse a proposito di accedere alla mia
richiesta, lo prego in risposta di volere degnarsi spedirmi la mia
dimissione dal servizio.»[364]

In tutto questo negozio io procedeva d'accordo col Generale, parendomi
fosse pur giunta occasione di potere alla fine allontanare Carlo Pigli
da Livorno, e precidere i disegni di coloro che agognavano alla estrema
demagogia. — Invano il Colonnello Reghini scrive, averlo voluto libero
il Popolo livornese, e accompagnato dal Governatore, e da parecchi
Uffiziali della Guardia Nazionale, fra plausi e banda essere stato
condotto al Palazzo Governativo; invano _dichiara, per questo modo
adempirsi l'ordine del Governo che lo voleva fino da ieri l'altro
posto in libertà, ordine non ancora eseguito per timore di collisioni,
non tutti i Circoli andando d'accordo nella mia liberazione_;[365]
invano informa per via telegrafica il Ministro della guerra: «Sono in
libertà per acclamazione popolare e generalissima. La mia confusione
è grande: vorrei dimostrare al Popolo la mia gratitudine, al Governo
la mia devozione; supplico la di lei ministeriale autorità, essermi
interpetre, come lo è stato, a mio sommo vantaggio, il signor
Governatore Pigli.»[366]

Io ben conobbi cotesta essere mala toppa allo strappato, e conoscevo
a prova di che cosa sapessero cotesti Dispacci imposti dai presenti,
e da loro prima letti, e poi mandati; però nel 13 marzo 1849, allo
intento di superare le resistenze, conforto il Generale D'Apice a
tenere il fermo nel domandato congedo: finalmente nel Consiglio le
provvidenze da me proposte si mettono a partito, e si vincono; allora
senza porre tempo fra mezzo, nel giorno 13 marzo, alla ora prima
pomeridiana, mando per telegrafo a Livorno: «Il Governo invita il
Governatore di Livorno a venire in giornata a Firenze, per conferire
insieme su cose importantissime.»[367] Arrivato a Firenze alle _7
pomeridiane_, alle 9 si ordina al Colonnello Costa-Reghini: «È pregato
a portarsi domani col primo treno a Firenze. Il Generale D'Apice lo
vedrà appena arrivato;»[368] e alquante ore trascorse, di nuovo, alle
_3 antimeridiane del giorno 14 marzo_, intímo a La Cecilia la partenza
immediata, sotto minaccia, che avremmo lo indugio per tradita amicizia,
come già in altro luogo opportuno fu debitamente notato.

A ben comprendere quanta industria fosse posta da me per indebolire
la parte che strascinava il Paese alla demagogia, e quanta difficoltà
incontrassi nella perigliosa impresa, prezzo della opera è sospendere
alquanto questo racconto, e continuare quello che spetta alla Guardia
Municipale.

La Guardia Municipale corrotta e governata da taluni che trovavano
il proprio conto a mostrarsi smaniosi libertini, mercè la diligenza
fatta, viene a Firenze, ed è stanziata a Santa Maria Novella. Qui
noi attendevamo a mandare ad esecuzione il disegno di cui già tenni
proposito, allorchè, avendolo i più audaci subodorato, si ribellano
con minaccie di morte: ordinai si trasportassero due cannoni, e al
Quartiere, intimati prima i pacifici a separarsi dai rivoltosi, si
appuntassero. Però essi non ne aspettarono la vista, e più che di
passo trassero alla Porta San Frediano incamminandosi verso Livorno,
dove tolleravansi o di leggieri erano scusati. Il Dispaccio del 10
marzo così ammonisce il Governatore: «Accade un fatto gravissimo
che dev'essere ad ogni costo, intenda bene, ad ogni costo represso.
_Una parte_ della Municipale di Livorno si è ribellata. Prima, nel
Convento di Santa Maria Novella, aveva fatto mostra di difendersi;
poi è uscita da Porta San Frediano, e non si sa dove siasi diretta.
Verrà forse a Livorno. Prenda, con la massima segretezza e con vigore,
le misure onde venga arrestata. Si concerti con _Frisiani_ e con
altri Ufficiali di testa. L'avviso a tempo, onde a tempo provveda.
Non intende il Governo mezzi termini nè pietà. Se mostriamo mollezza
per la Guardia Municipale, è finita: _invece di difensori avremo un
branco di assassini_.»[369] Il Maggiore Frisiani raggiunge le Guardie
ribellate a Pisa, con ordine di tradurle da capo a Firenze sotto
scorta; si sottomettono, ma implorano andare a Livorno, _e non tornare
alla Capitale presso il Governo Provvisorio_. Frisiani non si reputando
facultato (come invero non era) ad arbitrare, viene per ordini.[370] Le
Guardie promettono aspettarne arrestate il ritorno; i Maggiori Frisiani
e Magagnini mallevano per loro; fa lo stesso Mastacchi; se non che le
Guardie, mutato consiglio, dai Quartieri di San Martino si recano,
nella sera del giorno 12 marzo, alla Stazione della strada ferrata,
e quivi _per amore o per forza intendono volere essere trasportate a
Livorno_.[371] Il Governo, sentinella perduta dell'ordine, alacremente
commette al Governatore: «L'arrivo dei Municipali a Livorno è fatto
gravissimo, e tale da cimentare la pubblica sicurezza. _Se forza non
rimane alla Legge, il Governo è d'uopo che si dimetta, e con esso
cadano tutti i funzionarii pubblici per dare luogo ad uomini facinorosi
che condurrebbero a irreparabile ruina il Paese_.[372] È necessario
pertanto che cotesti ribelli sieno per forza o per arte arrestati e
disarmati. Procurate con ogni mezzo che ciò si ottenga, il Governo
penserà in giornata a darvi le istruzioni in proposito. Se in un corpo,
che tutto deve imporre con la forza morale, si lasciano introdurre
germi d'immorale dissoluzione, io non so più qual forza resti al
Governo per fare eseguire le Leggi; qual tutela resti al Popolo
della propria sicurezza. Uno esempio è necessario. I cinquanta militi
municipali venuti costà non appartengono più al corpo. Restituite con
un atto di coraggio la fiducia che deesi avere dal Popolo nella Guardia
Municipale, e che le mancherebbe, qualora questi sciagurati, indegni
di appartenervi, andassero anche questa volta impuniti. I Maggiori
Magagnini, il Frisiani, e il Mastacchi hanno cimentato la loro parola
in questo affare. Agiscano; chè altrimenti ne va del loro onore. Ogni
buon Livornese deve vergognarsi di convivere nelle stesse cerchia e di
chiamarsi concittadino di uomini così indisciplinati e ribelli come
sono cotesti Municipali.»[373] La pubblica indignazione levandosi
a danno loro, altri non potè assumerne le parti di protettore e
avvocato; figli di predilezione erano essi, ma sul momento fu mestieri
abbandonarli, bensì con fiducia poterli restaurare dello smacco
largamente ed in breve. Il Governatore, verso le ore due pomeridiane
del giorno 13, annunzia i Municipali disarmati essere stati tradotti
in Fortezza; «chiedere intanto essere autorizzato a inviarli a Pisa
per essere ivi custoditi e giudicati; implora _molta indulgenza e
sollecita_, non senza però il più ampio apparato di Giustizia.»[374]
Fu il richiamarlo risposta. La Fazione sentendosi percossa, prorompe
in aperte minaccie; Pigli torna a Livorno; una parte del Popolo
tumultua, e intende impedirne la partenza;[375] ma egli ormai privato
del comando, increscioso a molti per le sue avventate parole, a
parecchi ancora dei suoi partigiani caduto novellamente in fastidio
pel non degno abbandono del Colonnello Reghini, comprende essere
migliore partito per lui abbandonare Livorno riducendosi a Firenze:
quello che vi venisse a fare lo dichiarano i Documenti officiali
dell'Accusa; egli venne a osteggiare il Governo, nelle Assemblee e
fuori, istando ardentissimo perchè la Repubblica e la Unione con Roma
si proclamassero.

Nel giorno _14 marzo_ stavano radunati nella mia stanza i signori
Montanelli, Mazzoni, Pigli, Reghini, e D'Apice, a cui Reghini
su la prima giunta aveva esposto per filo e per segno com'erano
andate le cose. Io invitai il Colonnello a contestarle in presenza
al Governatore; ma egli, si peritasse per gentilezza, o per altro
motivo, si andava tuttavia schermendo: allora lo confortai a favellare
senza ritegno; poichè la sua sentenza adesso suonava diversa dalla
manifestata testè.... nella stessa mattina al suo Superiore. Egli,
fattosi animo, confessava essere stato abbandonato pur troppo alla
furia popolare dal signor Pigli, e nel venire tratto giù per le
scale avere creduto arrivata la estrema ora per lui. Il Pigli si
scusava affermando avere adempito a quanto era in potestà sua di
fare. Congedati il Generale e il Colonnello, gli palesai aperto non
lo potere più oltre conservare in Livorno; e siccome i miei Colleghi
assentivano al detto, egli si piegò a dimettersi ponendo innanzi certe
sue pretensioni di pecunia, le quali lasciai che altri regolasse con
lui, contento ch'egli dal governo di Livorno ad ogni modo cessasse.

La Guardia Municipale ebbe a venire in Firenze e sottomettersi; a
Livorno proposi una Commissione governativa composta dei signori
Fabbri, Pappudoff, e Manganaro.[376] Certo, Luigi Fabbri fu soldato
prestantissimo, e dei primi della guerra della Indipendenza; e
spesso (chè spessissime volte col fine di bene inculcarlo nella
mente degl'ignavi ascoltatori ei lo disse) con l'orgoglio che ogni
concittadino sente in cuore pei forti detti e pei generosi gesti dei
suoi compatriotti, lo udii, e ben mille altri meco lo udirono ripetere
le parole con le quali, tutto infiammato, usciva nella Seduta del 23
gennaio 1849: «Tra questi v'è un uomo, e sono io, che, all'istante nel
quale fu dichiarata la guerra, prese le armi, e, senza diffondersi in
vane parole o in semplici grida sulle pubbliche piazze, o in esagerati
concetti per istrappare l'applauso dal sentire generoso del Popolo, ha
pugnato nella guerra della Indipendenza, ed ha affrontato la morte;
e non solo ha affrontato la morte lasciando teneri figli ed amata
consorte, ma adesso dichiara, in presenza a tutto questo onorevole
Consesso, che ritornando le armi nostre su i campi lombardi, sarà
pronto di nuovo a cingere la spada.»[377] — Ma non per questo nè allora
nè poi fu Repubblicano il Fabbri, e, se ne avesse bisogno, gliene
potrei far fede; e il signor Pappudoff nemmeno, comecchè amico delle
oneste libertà. In quanto a Giorgio Manganaro, basti dirne questo: che
la parte faziosa lo ebbe ad oltraggiare con la brutta minaccia: «_Devi
fare come il Pigli, o ti butteremo dalla finestra_.»[378]

Tutte queste cose io volli dire seguitatamente, affinchè si
comprendesse come, amici Pigli e La Cecilia una volta, meco una
volta concordi per sostenere e promuovere gl'interessi del Principato
Costituzionale toscano,[379] poco oltre l'8 febbraio, acconsentendo
ad altre persuasioni, gli avessi prima segreti, poi alla scoperta
avversarii. Da Firenze in prima si estorcono commissioni onde al
Governatore di Livorno sia fatta abilità di eseguire, con nome e
credito governativi, ufficii contrarii alla mente del Governo; a
suo arbitrio estenderli; a norma degli ordini di tale che in quei
giorni troppo più di me poteva, ed era obbedito, applicarli; indi a
breve, nemmeno gli ordini si aspettano o si cercano; e già in Livorno
spunta costituito il Governo, che, passandomi sul corpo, si augura la
Repubblica, la Unione con Roma, e la Decadenza del Principe proclamate.
Così vedremo con quanta diligenza e pertinace volere da una parte,
difficoltà e pericolo dall'altra, pervenni di mano in mano a contenere
la Setta, che dello intero Popolo toscano piccola parte, ma prepotente
di audacia e di gagliardía, mentre attende cupidissima a sospingere
il Paese nella Repubblica, non si accorge precipitarlo fra gli orrori
rivoluzionarii nell'anarchia.

Secondo l'ordine dell'Accusa succede la lettera scritta nello stesso
giorno _14 febbraio_ a Tommaso Paoli, consigliere della Prefettura
di Pisa, la quale, comecchè dettata nelle condizioni medesime di
tempo e di luogo, forza è che si giustifichi con le ragioni addotte
in proposito del Dispaccio al Governatore Carlo Pigli. E dove si
ricerchi argutamente la materia, tu vedi in cotesta lettera espressa
la traccia di pressura attuale. Invero, ricordisi quanto nel § della
_Dimostrazione_ provai con la testimonianza dei Giornali, voglio dire
le Deputazioni dei Circoli una succedentesi all'altra nel giorno 13
febbraio, e con quanta mansuetudine oggimai è manifesto, _per essere
ragguagliate di quanto sapeva e operava_; e allora si comprenderà come,
per ischermirmi dall'accusa di negligenza (e insinuavasi tradimento),
rimproverato, rimprovero di essere lasciato privo di novità. Ancora:
il linguaggio che correva su per le bocche degli uomini in quei tempi,
ed usavasi nelle scritture, nelle petizioni dei Circoli, ed in quel
punto si favellava dalle persone che mi stavano al fianco, forza è che
trapassi nel Dispaccio, siccome nel Dispaccio dell'8 febbraio fecero
passaggio le parole: «il Principe è decaduto;» e oggimai per mille
documenti è provato com'io questa decadenza conflittassi e impedissi.
Finalmente, quantunque commosso dalla presenta perturbazione, bene
ordino radunarsi uomini, ma parte inviarsi a Lucca, e parte tenerne _a
disposizione_ del Governatore di Livorno, il quale a sua volta aveva a
dipendere dal Generale D'Apice, come fu dimostrato di sopra.

Ora l'Accusa (ma di siffatti studii non si occupano le Accuse) se
avesse desiderato chiarirsi, poteva mettere a parallelo degli atti
che incolpa, altri atti che pure ella raccolse nel suo Volume, e
confrontando avrebbe acquistato la conferma (dove facesse mestieri)
della patita coazione. E innanzi tratto io pongo il Dispaccio
mandato allo stesso Consigliere Paoli, dove lo avviso della infermità
sopraggiuntami, ed in bel modo lo conforto a procedere prudentemente
e con temperanza grandissima, a impedire ingiurie ed offese, a rendere
amabile la libertà proteggendo tutti, e conservando il diritto ordine
fecondatore del vivere civile.[380] — Di molto maggiore importanza
apparisce l'altro Dispaccio del pari indirizzato al Consigliere Paoli:

«A BUONO INTENDITORE POCHE PAROLE. — Armatevi — armatevi — armatevi. —
Esaltate i soldati; — NON ABBIAMO BISOGNO DEL GIURAMENTO, — ma pure se
lo prestano meglio che mai.

«Bisogna che diate forza al Partito democratico di Lucca.

«NON SI PRECIPITI NULLA IN QUANTO A REPUBBLICA.

«_1º Perchè tutta Toscana ha da esprimere il suo voto._

«_2º Perchè Francia e Inghilterra, stando così, proteggono da
invasione straniera_; — se no, abbassano le armi, e abbandonano il
Paese: giudizio dunque. _Partecipi agli amici, non che al Prefetto, se
crede_.»

E sapete voi quando io dettava cotesto Dispaccio? Il 13 FEBBRAIO
1849 nelle ore pomeridiane, e per tal modo poco tempo innanzi che
per me si scrivesse il Dispaccio incriminato. Voi lo vedete adunque:
intorno al giuramento non metto sollecitazione veruna, anzi dichiaro
non averne bisogno; raccomando impedirsi la Repubblica; ammonisco
intorno ai pericoli non mica transeunti, bensì permanenti, e tali
da non iscomparire da un giorno all'altro dove sconsigliatamente si
proclamasse; tra siffatte disposizioni dell'animo mio manifestate
nel _13_ febbraio, ponete le strette e le violenze, che in parte
vennero raccolte nel § della _Dimostrazione_; e si abbiano anche i più
diffidenti prova non dubbia della sofferta pressura. Le discrepanze, o
meglio le contradizioni fra il Dispaccio del _13_ e l'altro del _14_
febbraio, somministrerebbero di leggieri materia a lungo discorso:
io però amo il lettore di per sè stesso le senta, piuttosto che
andargliele ad una ad una enumerando partitamente io.

Per quanto in queste angustie mi è dato, ricorderò alcuni pochi
atti, onde il paragone sempre più riesca convincente. Nel giorno _8
di febbraio 1849_, instituisco una Commissione, perchè provveda alla
custodia dei mobili tutti appartenenti al Granduca, ond'egli (se la
fama mi porge il vero) ebbe a dire a Sir Carlo Hamilton, delle cose
sue non avere perduto la più piccola; nel _9_, alla domanda (ed era
minaccia): «nasce dubbio nel _Pubblico_, che la proclamazione del
Governo Provvisorio Toscano abbia fatto cessare le attribuzioni dei
pubblici funzionarii,» rispondo sollecito dopo _pochi minuti_: «il
dubbio non è fondato; stieno al posto; chè il mandato dura finchè non
sia revocato.»[381] Chiunque attende a mutare forma di Governo, non ne
conserva la organizzazione e gli ufficiali; ma quella immediatamente
disfa, questi licenzia. Nel _10_, riavutomi alcun poco dallo
sbigottimento, malgrado la decadenza del Principe proclamata dal Popolo
l'_8 febbraio_, e malgrado che io pure fossi costretto a scrivere
quella parola in quel giorno, annunzio:

«Cittadini. — Abbandonato il Paese a sè stesso, noi fummo dal
Parlamento toscano e dal Popolo eletti custodi della pubblica
sicurezza. Fermo proponimento nostro è mantenerla, e difenderla. I
Cittadini cui preme la Patria si stringano intorno a noi. Chiunque
con fatti o detti attenta alla salute pubblica, commette scandali, ed
eccita la guerra civile, sarà considerato traditore della Patria, e
come tale punito. — Firenze, _10 febbraio 1849_.»

Il giorno seguente, osando di più, il Governo dichiara: suo primo
dovere consistere nel mantenere la pubblica sicurezza; in quanto
alle sorti toscane, aversi queste a decidere dalla intera Nazione col
mezzo dei suoi Deputati; rispetterebbe allora il Governo le volontà
del Popolo sovrano: — con le quali sentenze davo ad intendere senza
ambage, che tutto quanto era stato deliberato da parte del Popolo a
Firenze io riteneva per irrito, e come a cosa di nessun valore ricusavo
sottopormi: la universa Toscana, debitamente interrogata, disponesse di
sè:

«Dopo che la Toscana fu priva di uno dei tre Poteri dello Stato, fu
eletto dal Popolo, e confermato dal libero voto delle Assemblee, un
Governo Provvisorio. Primo ed ultimo dei doveri di questo doveva essere
la tutela dell'ordine pubblico. A tanto dovere non mancherà mai questo
Governo, finchè gli bastino tutte le sue cure, e tutto sè stesso.

«Ai Toscani poi tutto il diritto, e il dovere insieme di decretare
la forma che ha da prendere lo Stato. _Quando i Deputati eletti
liberamente per universale suffragio avranno espresso la volontà
loro, il Governo Provvisorio darà primo lo esempio della più
perfetta obbedienza ai voleri del Popolo Sovrano_. — Firenze _11
febbraio_.»[382]

Finalmente il giorno _14 di febbraio_, il giorno stesso del Dispaccio
incriminato, faceva scrivere dal Segretario Marmocchi al Governatore
di Portoferraio: «SA PERALTRO CHE SE IL PRINCIPE È PARTITO, NON È
DECADUTO.»[383]

Nel giorno _10 febbraio_, considerando la miseria a cui la partenza del
Principe riduceva i suoi familiari, e compiacendo ai desiderii di lui,
decreto:

«Tutti i Cittadini che fin qui appartenevano al servizio del
Principe, riceveranno provvisoriamente la loro pensione a carico della
Depositeria Generale, finchè il Governo non abbia trovato il modo di
sistemarli convenientemente.»

Nel giorno _11 febbraio_, così imponendo i proconsolari ordini della
Setta, decreto, che il regio Palazzo della Crocetta sia destinato ad
ospedale degl'Invalidi; più tardi, si è veduto, i novelli Municipali
vanno di proprio arbitrio a rinnuovare ai Custodi la minaccia dei
veterani di Augusto ai possessori degli agri italici: _veteres migrate
coloni_; ma segretamente dispongo non s'innuovi.[384] Nel giorno
_11 febbraio_, ricercato il Governo dal Governatore di Livorno, se
i soldati mossi da quella città per Firenze avessero a proclamare
la Repubblica, risponde: chiamarsi pel mantenimento dell'ordine,
non già per dimostrazioni politiche, le quali dovevano all'opposto
con ogni studio prevenirsi.[385] E qui mi sia concesso notare, onde
si conosca quanta sia stata la umanità mia, e la cura indefessa,
perchè nefande discordie tra la famiglia toscana non insorgessero, o
insorte appena posassero, la esortazione rivolta nel medesimo giorno
al Governatore Pigli: «Si raccomanda la buona condotta passando per
Empoli. Si rammentino, che gli Empolesi, momentaneamente traviati, sono
fratelli.»[386]

Nè, quantunque poco faccia alla materia in questo punto discorsa,
io mi asterrò da riportare un Dispaccio telegrafico da me dettato
il _16 febbraio_, relativo ai Veliti. — O voi non degni soldati di
questo corpo onorevole, e da me onorato, che veniste a inacerbirmi il
carcere di San Giorgio dicendomi improperii sotto le cieche finestre,
o minacciando traverso le porte, io non voglio rammentarvi, che
per me, assentendo ai desiderii vostri, dagl'ingratissimi ufficii
di Polizia foste rilevati; e neppure, che sopra ogni altra milizia
Toscana otteneste prerogative, e soldo; queste cose accennerebbero,
per avventura, a provocare la vostra riconoscenza; ed io ve ne
dispenso. Leggete, vi scongiuro, più che con gli occhi col cuore, il
mio Dispaccio del _16 febbraio_, ed imparate che cosa sieno amore di
cittadino e carità di Cristiano. — Avvertito, da Pontedera, come alcuni
Veliti per timore di minaccia fuggissero via, così gravemente ammoniva:

«Invece di accomodare, arruffate. Qui i Livornesi hanno fatto pace co'
Veliti; a Pontedera gli minacciano; sicchè questi fuggono. I Veliti
sono il miglior corpo che abbiamo. Bisogna che voi gli richiamiate, e
subito fate pace, e sincera. Con questi modi prevedo guai grandi. Siamo
tutti fratelli; se non l'amore, ci stringa il pericolo comune.»[387]

Quando lo insulto si posa sopra le labbra del soldato, il valore leva
le tende dall'anima sua.

Correva il giorno 12 febbraio, quando una moltitudine di Popolo,
traendo a furia su la Piazza del Granduca, si accinse a piantare
l'Albero della Libertà, e con infiniti schiamazzi chiedeva il Governo,
affinchè l'atto approvasse, e lodasse. Mi presentai solo, e solo mi
attentai a contrastarlo, e lo chiamai prepotenza diretta a costringere
gli altri Toscani, i quali _forse_ lo avrebbero consentito, ma non
erano presenti per farlo: appartenere al libero voto di tutto il Popolo
toscano, radunato in Assemblea il 15 del futuro marzo, _decidere su la
forma del Governo_.[388] — Quale concepisse rancore la Fazione assai
dimostrammo, e più dimostreremo, se Dio ci aiuta; però nonostante le
mie parole, tornava più tardi, e lo volle piantato sotto i miei occhi,
quasi in dispregio di me. Siete chiariti adesso, che nè sempre, nè
tutto quello che desiderava non fatto, mi riusciva impedire? L'Accusa
impenitente sussurra: _lustre per parere_; opere volpine per istare
apparecchiato ai successi futuri. Sta bene; ma egli è forza convenire,
che mentre provvedevo alle probabilità future, correvo temerario il
pericolo di rimanere oppresso nelle contenzioni presenti: e questo io
non vorrei rinfacciare l'Accusa per non avere fatto, ma vorrei, che un
cotal poco più onesta ella fosse nel darmi merito per averlo fatto io.

Nè meno importa allegare in mia difesa il Decreto dei Commissarii da
inviarsi nelle Provincie, che compilato dal sig. Mordini, firmai il _14
febbraio_, avvegnachè in esso non si faccia pur motto di Repubblica,
nè di altro attenente a forma di Governo, bensì di risvegliare i sensi
generosi della Nazione, mettere a profitto i mezzi sparsi in tutto il
Paese, facilitare il fornimento delle Guardie Nazionali, lo scriversi
dei Volontarii alla milizia; raccogliere insomma in uomini, in bestie,
in danari, e in arnesi, quel più che la diligenza loro avesse potuto
ottenere dai Municipii toscani.

Ora tutte queste paionmi prove evidentissime della mia reluttanza a
operare cosa che tornasse ostile al Principato Costituzionale, però che
da me pendesse unicamente consumarne l'abolizione; e se questa allora
e poi contrastai, stupido concetto è pretendere, che al punto stesso io
la provocassi e volessi.

    Nè pentere e volere insieme puossi,
    Per la contraddizion che nol consente.
         (DANTE, _Purg._, III.)

Lo dice anche il Diavolo, ch'è pure il Procuratore Regio nell'altro
mondo!

Appartiene, per ordine di data, a questa sede del nostro discorso
la lettera che l'Accusa senza altro impaccio afferma da me spedita
al conte Del Medico; ne favellerò in altra parte: intanto importa
fino d'ora avvertire, ch'ella non è punto una lettera mandata, bensì
semplice nota posta sotto la missiva di cotesto Delegato: il che suona
troppo diverso. E qui pure, se non per ragione di data, per connessità
di materia, dovrei esporre i motivi delle note, che si afferma di
mio carattere scritto sotto le lettere del 12 e 17 febbraio 1849,
la prima del Consigliere di Prefettura, la seconda del Prefetto di
Grosseto; ma poichè esse vengono governate da altra serie di fatti,
io penso con migliore consiglio favellarne là dove di questi fatti
terrò ragionamento. Chiuderò piuttosto, prima di passare ad altro, col
proseguire la storia dei sospetti e degli eccitamenti contro la mia
persona, mossi dalla Fazione dei demagoghi dai primordii del Governo
Provvisorio fino a questi tempi, e poi purgandomi dall'accusa della
persecuzione esercitata contro i Sacerdoti.

Nel 9 febbraio, a nome della Fazione, intimasi il Governo a spogliare
gli abbienti del _superfluo_, e a distribuirlo fra il Popolo; ai
colligiani, alle femmine, agl'impiegati tolga le pensioni mal date
e peggio ricevute, e subito, perchè già in qualunque Governo sarebbe
sacramentale dovere, ma in quello che regge, dura, vive e respira per
volontà di Popolo, è condizione di vita, necessità. Nè dica domani, no:
domani _potreste non essere più vivi_...[389]

Della inquieta polizia dei Circoli somministrano prova i Documenti
dell'Accusa in data dell'_11_ febbraio, con l'ordine di vigilare i
palazzi, e la taberna di alcuni cittadini.[390]

Nel giorno _13_ febbraio, la Emigrazione Lombarda minaccia prossima
l'accusa davanti il Popolo, per la colpevole inerzia con la quale avevo
poltroneggiato fin lì.[391]

Nel _14_ il _Monitore_ del Circolo, me e i miei colleghi bandisce
_Governo austriaco_, se, dubitando, indugiamo più oltre a proclamare la
_decadenza del Principe_.[392]

Nel giorno stesso, pel medesimo _Monitore_ rimango avvertito che il
mio _mal sonno_ di tre giorni (la Emigrazione Lombarda vedemmo, che lo
calcola di _sei_) mi tornerebbe fatale, avvegnachè io _giuocassi della
mia testa_.[393]

La mia opposizione al piantare l'Albero è denunziata al Circolo,
da quello con parole crucciose avvertita, e minacciosamente dal suo
_Monitore_ propalata.[394]

Con pari cruccio, e pericolo anche maggiore, la Emigrazione Lombarda
avvisa il collegio repubblicano essere stata da me freddamente accolta
la Deputazione venuta a instare, affinchè la Repubblica senz'altro
indugio si proclamasse.[395]

Scellerata cagione di sangue, me furibondi designano alla pubblica
vendetta, perchè relutto a dichiarare la Repubblica, la decadenza del
Principe, e la Unione con Roma.[396]

Questi, ed altri tali, erano dardi avventati _ad hominem_, dacchè, bene
o male che il credessero, demagoghi e Repubblicani pensavano essere
io impedimento unico a conseguire il termine estremo degli sforzi
loro,[397] senza il quale, assai più esperti dell'Accusa, tenevano non
avere conquistato nulla, e riposta ogni cosa in compromesso. L'Accusa,
tetragona ai colpi di paura, scriveva, dentro la sua stanza, nel
gennaio del 1851, a canto al fuoco, gli usci diligentemente serrati: —
lievi prove di coazione sono coteste, anzi non sono prove, e, meglio
meditandovi sopra, piuttosto sono prove escludenti qualsivoglia
violenza! — Ma, Dio eterno, che cosa pretenderebbe l'Accusa? che io,
in prova della violenza patita, le portassi davanti la mia testa mozza
come Beltramo da Bornio?[398] Atroce patto ella pone alla sua fede,
se non si contenta di altro che di gole squarciate, e di cuori fessi!
L'Accusa non tace che alla prova del cataletto...

Le manifestazioni di animosità della parte repubblicana, a me
particolari, sono venuto con prove espresse raccontando durante il mio
Ministero, e nei primi giorni del Governo Provvisorio; vedremo a mano
a mano crescere in breve, e prorompere alfine in manifesta accusa di
traditore.

Da me altri non aspetta (e non mi sento tale da farne) proteste di
devozione serotina: io parlo piuttosto con la coscienza del testimone,
che con lo zelo del difensore. Però, innanzi tratto, dichiaro,
ch'eletto a tutela della pubblica sicurezza, io non solo non mi
reputerei colpevole di avere adoperato contro i Sacerdoti, secondo i
meriti loro, ma all'opposto mi terrei colpevole per essermene astenuto.
Forse i Sacerdoti presumono esercitare il privilegio del delitto?
Chi questo crede, gl'insulta. La santità del carattere e lo istituto
sublime impongono loro augumento di carichi, ed essi lo sanno, non
già dagli assunti doveri gli assolvono. Nè Cristo senza sacrilegio può
essere tolto a segnacolo di fazioni contrarie; egli sente misericordia
di tutti; per chi piange, ed anche per chi fa piangere. Monsignore
D'Affre, inclito martire della fede cristiana, quando si avventurò
tra i furori della battaglia cittadina, non andava già a rafforzare
questa parte o quella; finchè cristiani uomini gli uni contro gli altri
combatterono, egli gridò: — «forsennati! forsennati!» e li conteneva;
quando cadevano, egli gemè: — «infelici!» e gli andava soccorrendo;
quando fu piagato di mortale ferita, ei li chiamò: — «figliuoli!»
e li benedicea. — Chi davanti a Sacerdoti siffatti non s'inchina? —
I Sacerdoti commettitori di scandali e di risse, già più Sacerdoti
non sono; la Chiesa, pel carattere che rivestono, bene domanda sia
proceduto contro loro con certi riguardi, ma essa prima e più severa
di tutti acerbamente gli accusa. Ciò premesso, io dichiaro, non avere
mai dato ordine che si arrestassero Sacerdoti. Mentre fui Ministro
dello Interno, feci chiamare, come altrove ho notato, alcuni Preti
ed alcuni Frati, e gli ripresi del poco amore che portavano alla
Patria, del costume pessimo, e dello sviarsi dietro a cose umane che
non ispettavano loro, con iscapito grande delle divine a cui erano
unicamente commessi; non però gli arrestai, nè in altro li volli
mortificati. Durante il Governo Provvisorio non adoprai modi diversi;
anzi, ricordo come certa volta presentatisi avanti il Ministro dello
Interno alcuni Sacerdoti, udii riprenderli, perchè si mostrassero
avversi alla Costituente, e andassero dissuadendo la difesa del Paese;
e dico averli uditi riprendere, dacchè non erano stati punto chiamati
per ordine mio, e nello ufficio del Ministro io penetrava a caso. Senza
profferire parole, in disparte ascoltai le discolpe loro; poi fattomi
presso ad uno che al sembiante mi parve più giovane degli altri: — «Io
non so, Reverendo, incominciai ponendogli la mano destra sul braccio,
io non so, Reverendo, perchè voi non dobbiate amare la Patria; anzi non
so perchè voi non la dobbiate amare più di noi.» E il degno Sacerdote
con atti e parole vivaci rispose: «Io amo il mio Paese al pari di
ogni altro. Rispetto alla Costituente Italiana, la mia coscienza mi
vieta aderirvi; ma in quanto a difendere la mia Terra dalle invasioni
straniere, da Sacerdote le affermo, che prenderei l'arme, e verrei
a farlo io stesso.» — Allora gli strinsi la mano, e conchiusi: «E
tanto basta, mio degno Sacerdote,... tanto basta.» — Quando mi verrà
concesso esaminare gli Archivii, ritroverò il nome e la condizione del
Prete.[399] —

Superiormente alla tristizia dei tempi, trovarono in me i Sacerdoti
continua ed efficace tutela. Di ciò provare mi porge abilità la
cortesia dell'Arcivescovo di Firenze, il quale, da me richiesto, mi
rimetteva la copia autentica della lettera che io gl'indirizzava il 2
aprile 1849:

  «Monsignore.

«Io vorrei pregarla, Monsignore, ad avere la compiacenza di
significarmi se V. S. Rev.ma intende per le imminenti solennità
celebrare in Firenze.

«Nel mentre che io vado persuaso che V. S. Rev.ma si penetrerà di
quanta pace e di quanta consolazione sarebbe la sua presenza in mezzo
al suo ovile, mi permetterei aggiungere le mie preghiere caldissime
onde ciò abbia effetto.

«So bene che V. S. Rev.ma non si tratterrebbe punto nello esercizio
delle sue sacre funzioni per sospetto che potesse concepire; pure vada
convinto, che finchè duri nello arduo uffizio che mi fu confidato,
saprò e vorrò mantenere severamente la reverenza che si deve a tutti
gli Ecclesiastici in generale, e in particolare alla sua degna persona.

  «Di Lei, Mons.re Reverend.mo

  «(L. S.) Li 2 aprile 1849.»

                                                             «Devot.mo
                                                          «GUERRAZZI.»

E già io gli aveva dirette altre due lettere in risposta alle sue, con
le quali mi domandava protezione per lo esercizio delle sue episcopali
prerogative. Quantunque egli abbia smarriti gli originali, non ha
mancato il degno Arcivescovo, con esempio di rettitudine generoso, _non
per anche imitato da tutti quelli nei quali io maggiormente confidava_,
di sovvenirmi nelle dure strette in cui mi trovo con lo aiuto delle sue
reminiscenze, come si conosce dal seguente attestato:

«Attesto per la pura verità, che nel tempo da me trascorso alla Badia
di Passignano, dopo le tristi vicende che mi costrinsero ad abbandonare
questa Capitale, oltre una terza lettera già da me rilasciata dietro
richiesta delle Autorità Giudiciarie, io ne ricevei pure altre due
direttemi dallo stesso signor Avv. F. D. Guerrazzi, in allora Capo di
quel Governo Toscano, nelle quali, con espressioni le più ossequiose
e rispettose, mi diceva ch'egli approvava pienamente le misure
da me prese di relegare all'Alvernia i due Sacerdoti *** *** come
propagandisti di dottrine eterodosse, e mi protestava che sarebbe stato
sempre deferente all'Autorità Episcopale, promettendo, fintantochè
egli fosse stato a capo del Governo, favore, protezione e sostegno pel
libero esercizio della medesima.

«Non avendo io tenuto conto di dette due lettere, e venendomi esse
richieste dallo stesso signor Avv. F. D. Guerrazzi per interesse della
sua difesa, ho stimato _mio dovere_ di manifestarne il sentimento, e
rilasciarne il presente certificato.

«In fede ec.

  «Dal Palazzo Arcivescovile di Firenze,

  «(L. S.) Li 11 marzo 1851.

                                  «FERDINANDO Arcivescovo di Firenze.»

E queste sono nobili parole: in prigione non posso nè devo fare
più lungo sermone. Allora la lode è turpe per cui la profferisce, e
senza onore per cui la riceve, quando possa sospettarsi che muova da
viltà o da paura. Miseria non ultima del carcere, dove il biasimo ti
viene ascritto a furore, la lode ad abiezione. La virtù nella comune
estimativa del mondo sta abbracciata con la fortuna.

E, non diverso dall'Arcivescovo di Firenze, il Vescovo di Milto
Ordinario a Livorno, con lodevole premura porgeva anch'egli
testimonianza di averlo io sostenuto, affinchè in negozio dilicato
l'autorità sua fosse obbedita.

«I Signori *** *** presentandosi come incaricati del signor Avvocato
F.-D. Guerrazzi mi richiedono di uno attestato, che stia a constatare
qualmente il medesimo mentre dirigeva il Ministero dello Interno
si prestò ad appoggiare la mia Autorità di Ordinario in emergente
dilicato, interessante la moralità e la coscienza, ed io non posso
ricusare un tale attestato, in quanto che è vero, che in circostanza
come sopra fui dal suddetto signor Guerrazzi utilmente coadiuvato. Ed
in fede

  «(L. S.) Livorno, 26 luglio 1851.

                                       «GIROLAMO, _Vescovo di Milto_.»

Nè già si creda, che senza mio sommo pericolo fossero i soccorsi,
che, secondo l'obbligo mio, dava allo Episcopato per lo esercizio
delle sue legittime prerogative, e la preghiera al fiorentino
Arcivescovo, che con la presenza e i riti la religione commossa
confermasse. Un cartello infame fu affisso nel giorno terzo o quarto
di aprile all'Albero della Libertà, piantato in Piazza del Duomo, e
fatto remuovere vi ricomparve più volte, il quale diceva così: «Due
traditori (il primo era io, il secondo Monsignore Arcivescovo) si
sono dati la mano per tradire il Paese; si muova il Popolo, e si dia
la meritata pena, prima che gli scellerati disegni sieno compiti.» A
vero dire io non ebbi mai l'onore di favellare con lo Arcivescovo; ma
non importa; noi cospiravamo insieme per tradire il Paese. In quanto
al soggetto cui accenna l'attestato di Monsignore Vescovo di Milto, mi
dichiarò mortalissima guerra; scriveva lettere ortatorie perchè mi si
spingessero contro come a un verro di macchia, perchè traditore della
Patria, venduto ai tiranni, col corredo delle consuete ribalderie,
che i ribaldi costumano. La Polizia sorprese una di queste lettere,
e svelò come anch'egli partecipasse alle trame del Frugoni di cui ho
parlato a pag. 369 di questa Apologia. Longanime come è mia natura,
non uso a tremare, e per paura offendere, tardo a muovermi quanto più
in grado di accompagnare il baleno del volere col fulmine del fare,
io mi restrinsi a spedire la lettera intrapresa del tristo Prete a
Manganaro, ordinandogli di depositarla negli Archivii della Polizia, e
sorvegliare, e sfrattare il Frugoni.[400]

Ma tornava al benevolo disegno della Accusa raccontare di Preti
imprigionati e di Arcivescovo offeso, me annuente o impotente. Ciò non
pensava il Vescovo di Livorno, e molto meno lo Arcivescovo di Firenze,
che a me ricorrevano per protezione in tempi anche più torbidi, e la
ebbero, però che io con tutti i nervi mi vi adoperassi. Ma che importa
questo? Ciò che si dimostra lo Arcivescovo non avere mai pensato, pensa
l'Accusa; e non solo lo pensa, ma lo rimprovera, e ne forma subietto
d'imputazione.

L'Accusa fonda il rimprovero: 1º sopra taluni ordini spediti l'8
febbraio 1849, dove leggonsi l'espressioni: «Si vuole ovunque
mantenuta la pubblica tranquillità, ed energicamente represso ogni
_tentativo_ reazionario contro lo attuale ordinamento, se vi fosse
tanta stoltezza da _tentarlo_. I Parrochi in ispecie, e Preti in
generale, debbono rigorosamente guardarsi, e ove costoro, o chiunque
altro, si cogliessero in fallo, sieno irremissibilmente carcerati e
processati;» 2º sopra una lettera del 19 febbraio che dice: «Se trova
Preti renitenti o traditori, è tempo finirla; si arrestino questi
indegnissimi figli della Patria e di Cristo, e si mandino legati a
Firenze. Non ammettiamo esitanza, dubbio, od osservazione in contrario:
sotto la responsabilità sua, si leghino e mandino in Firenze.»

Mi rifarò dal documento secondo. Le osservazioni, che questa lettera
ignoravasi 1º a cui fosse mandata; 2º se spedita; 3º da cui scritta;
4º e da cui firmata, — conciossiachè le firme del signor Montanelli e
mia non appaiono di nostro carattere, e il corpo della lettera neppure,
come neanche di persone addette alle Segreterie, nè di familiari
nostri; tutte queste osservazioni, almeno per quello che sembra, hanno
persuaso l'Accusa a dubitare un tantinetto intorno alla autenticità di
cotesto documento: però io mi stringerò a dichiarare in _istil breve e
succinto_, che di questa carta io non devo dire nulla. Per qual motivo
poi, con mille altre di pari natura, l'abbiano stampata nel _Volume_,
pende il giudizio incerto. Alcuni sostengono, che la Istruzione
dapprima si avvisasse apparecchiare il caos, onde i Giudici poi,
quasi divini, dicessero: «si faccia luce,» e luce si facesse; — altri
opinano, che ella intendesse fornire un saggio della intelligenza e
della prestanza di taluni impiegati toscani; e si maravigliarono perchè
il _Volume dei Documenti_ non fosse spedito, con tante altre rarità,
alla Esposizione di Londra.... ma, spicciandosi, sarebbero sempre a
tempo; — altri, altra cosa dichiarano. Intanto stampano lo Indice,
ottima giunta alla buona derrata, perchè accuratamente compilato, con
diligenza elzeviriana corretto, sicuro nelle indicazioni; per sugosi
sommarii, e soprattutto precisi, veramente esemplare;... questa opera
inclita in ogni parte armonizza![401] — Favelliamo di altro. E quanto
espressi sul documento secondo dovrebbe giovarmi anche pel documento
primo, dacchè non sia scritto nè firmato da me, sibbene dal solo
Segretario signor Allegretti. Ma il Segretario Allegretti, ricercato
con lettera intorno alle ragioni del Dispaccio, risponde per lettera
quello, che già abbiamo letto a pag. 289 di questa Apologia. Quando
il signor Segretario sarà richiamato, come diritto vuole, non dubito
punto nella rettitudine sua, ch'egli vorrà rammentarsi come mostrando
nel volto dolore, gli domandassi che avesse, ed avendomi manifestato la
repugnanza sua a scrivere disposizione siffatta intorno ai Parrochi, io
gli rispondessi: «ed ella non la metta.» Se non che altri intervenne,
e disse con impeto: «che importa a lei? Faccia il suo dovere, e
obbedisca.» Ma queste cose non importa sapere all'Accusa.

Il Manifesto alla Europa afferma che il Governo non mandò armati
a cacciare S. A. da Porto Santo Stefano, e, tranne alcuni pochi
Municipali, nessuno; e dichiarò eziandio non essere mai stato
instaurato in Toscana il Governo Repubblicano. Questo trovammo a
prova essere vero esattamente, se ai Municipali aggiungi i quattordici
artiglieri, quantunque rispetto a me non sapessi degli uni nè degli
altri. Però non vuolsi revocare in dubbio che le voci corressero
diverse dal vero, siccome vediamo per ordinario accadere; se per
_forte mano_ vogliasi intendere la colonna Guarducci, nè ella, come
chiarii, era spedita da me, nè da altri del Governo, e veniva nel
giorno 18 richiamata a Livorno, e rivolta verso il contado lucchese;
se per capi stranieri D'Apice e La Cecilia, il primo non si mosse da
Empoli, e ricusò il comando; a La Cecilia non fu commesso dal Governo
ufficio di sorta, nè leggo avere operato cosa alcuna, tranne bandire
proclami, proporsi di capitanare le milizie civiche della Maremma,
e, non rinvenuto il terreno molle, data una gira-volta, tornarsi a
Livorno prima del 20 febbraio. Il cannone di Orbetello bene salutò la
Repubblica, ma la Repubblica in Toscana non era; per la quale cosa il
Manifesto alla Europa non ismentendo (come inesattamente scrive il
Procuratore Regio del Tribunale di Prima Istanza di Firenze, a pag.
23 della sua Requisitoria) le cannonate di Orbetello, disse a ragione
erroneo il supposto, che la Toscana, decretata la decadenza del suo
Principe, si fosse costituita a reggimento repubblicano.

E perchè si conosca a prova quanto il mal genio dello errore abbia
presieduto a questa opera infelice della Magistratura toscana, noterò
come il Regio Procuratore rammentato adduca a conferma di un fatto vero
una prova falsa. Veri gli spari di cannone ad Orbetello il giorno 20
di febbraio; non vero, che ne faccia fede il Dispaccio, allegato dalla
Requisitoria, di Carlo Pigli; ed è evidente. Il Dispaccio del Pigli
apparisce dettato il 22 febbraio a ore 5, m. 45 pom., e dice: «_ieri_
a Grosseto e a Orbetello fu grandemente festeggiata la Repubblica
con sparo di artiglierie ec.;» lo _ieri_ del _22_ pare quasi sicuro
(a meno, che non lo voglia contrastare il signore Paoli) che sia il
_21_: però, stando a questa prova, il Procuratore Regio del Tribunale
di Prima Istanza di Firenze ci vorrebbe dare ad intendere, che S. A.
sentisse nel _20 febbraio_ i colpi di cannone sparati il _21_!!! Ma
queste le sono baie.

    _Verum ubi plura nitent in carmine, non ego paucis_
    _Offendar maculis....._

Nonostante, quando si agita del sangue e della fama di un uomo, uno
scrupolo più di coscienza non parrebbe che potesse guastare la ricetta.

Onde sieno completi gli schiarimenti sul Manifesto alla Europa, dirò
che fu composto sul principiare del marzo. Ora, mantenendo viva (come
sarà provato fra poco) la Legge Stataria in Firenze per prevenire uno
sconvolgimento in senso repubblicano, _chi scrisse cotesta carta_, la
quale comparisce vergata da mano non mia, per certo reputò nella sua
prudenza necessario, e lo era, insinuarvi qualche parola vaga la quale
trattenesse gli arrabbiati da darsi alla disperazione; imperciocchè
i disperati tutti sieno temibili; i politici poi, tremendi: e questo
vedemmo, e tutto giorno vediamo. Niccolò nostro lasciò ai Partiti un
buono insegnamento, di cui, se volessero seguitarlo, questi potrebbono
avvantaggiarsi non poco; ed è: — che bisogna contentarci del vincere,
e schivare lo stravincere. — Nè io avrei potuto contrastare coteste
frasi senza venire ad aperta rottura coi Colleghi, mettendo da capo
a repentaglio ogni cosa; molto più se si avverta, che il Partito
Repubblicano durava sempre abbastanza gagliardo da consigliare
il mantenimento della Legge Stataria per contenerlo; e dall'altra
parte, che incominciando a stringere il tempo della convocazione
dell'Assemblea, urgeva per me tentare il provvedimento supremo di
riporre in mani toscane la sorte della Toscana; il quale con buona
fortuna (altri dirà, se con senno ed ardire) mi venne fatto operare
col Decreto del 6 marzo. Io non mi sentiva uomo, per poche parole
senza costrutto, mettermi in avventura di sconciare le cose. Come
poi devansi giudicare la parole espresse in simili angustie, vedremo
nella ultima parte di questa Apologia, dove riporterò la opinione di
uomini di Stato, e di Storici reputatissimi, intorno a casi non pure
somiglievoli, ma quasi identici.

Più tardi della Spedizione di Lucca: — frattanto importa notare
come la colonna Guarducci, la quale non oltrepassò Rosignano, fosse
richiamata, e celeremente spedita verso il contado lucchese. Nè si
opponga, come l'Accusa fa, ciò non essere stato spontaneo, bensì per
ovviare a maggiore pericolo; no: dicasi piuttosto, che dopo avere in
cento modi attraversate le Spedizioni maremmane, io colsi il primo
pretesto per mandarle a vuoto. So bene, e a mie spese, che con le
Accuse non si fa a fidanza; però intendo dimostrare quanto dico. —
La commissione di apparecchiare gente scelta per Maremma, io dava
sforzato il _14_ febbraio, e la colonna Guarducci senza ordine o
avviso del generale D'Apice, nè mio, potè incamminarsi per Rosignano
il giorno _17_ di febbraio; ma per tornare e volgersi verso il contado
lucchese, non le si concede mettere tempo fra mezzo; richiamata il 18
a Livorno, da Livorno nel 18 parte.[402] Ancora: — io dai Volontarii
indisciplinati aborrivo, e _precisamente in questa occasione, così
scrivevo nel 22 febbraio da Lucca al signor Mazzoni, presidente di
settimana_: «Volontarii, non importa; se prendono ingaggio, va bene,
perchè allora si disciplinano, e possono partire; sciolti da qualunque
freno, mandano sottosopra ogni cosa,[403] e _lo vedo a prova_.» Sicchè
di loro, così com'erano indisciplinati, non sapeva che farmi. Infatti,
parte furono inviati in Val di Serchio, perchè lungo il littorale
giungessero a Viareggio; parte, senza ordine, sceso il Colle di Chiesa,
si spinsero fino al ponte del Macellarino, con presentissimo pericolo
di rimanere tagliati fuori;[404] finalmente, con ispreto degli ordini
del Generale, vollero trascorrere fino a Pietrasanta; sicchè D'Apice
protestò, che se non indietreggiavano essi, egli non avanzava, per la
quale cosa mi avventurai solo fino costà, ingegnandomi con parole ora
di preghiera, ora di rimprovero, a farli retrocedere.[405] I Volontarii
che vogliono operare a modo loro, sono impedimento, non forza; le
popolazioni li temono ed odiano; le milizie ordinate li disprezzano,
ed essi rendono a tutti pan per focaccia, con ingiurie e soprusi. Però
di Volontarii a Lucca non vi era bisogno; e se fu detto, e' si fece
per istornarli dalla Maremma; il maggiore uopo di forze, almeno per
testimonianza di persona autorevole, era colà, e non altrove; dacchè,
partito il Principe, cessava il pretesto di agitarsi in suo nome.
Infatti Cesare Laugier, malgrado che il Granduca sul partire da Porto
Santo Stefano lo nominasse suo Commissario in Toscana, a cagione della
sua partenza, ritenne cotesto Decreto di nessun valore; e le parole
contenute nel chirografo, che nel 22 febbraio 1849 egli mi dirigeva
da Massa, lo dichiarano espresso: «La partenza del Principe in terra
straniera sciolse il Laugier da ogni scrupolo. Credutosi svincolato
dal giuramento, pensò il miglior mezzo, per evitare lo spargimento di
sangue, retrocedere nelle posizioni da cui era partito.»



XXV.

Spedizione di Lucca.


§ 1. _Dimostrazione storica._

Dove io indirizzassi la parola ai benevoli soltanto, mi sarebbe avviso
procedere a modo di storico, risparmiando loro il tedio di leggere una
serie di allegazioni non sempre piacenti, qualche volta tristissime; ma
essendo io accusato, e favellando ad uomini che meco certo non vogliono
fare a fidanza, è pur mestieri che io vada piuttosto compilando
documenti, che dettando storie. Per ora mi aiuto con le notizie che
mi somministrano taluni libri e giornali e qualche persona dabbene a
cui duole questo mio strazio, e il Volume dell'Accusa a cui questo mio
strazio punto non duole; anzi le piace. Quando mi saranno consegnati
gli Archivii, potrò confermare lo esposto ed ampliarlo a maggiore
edificazione dei cultori della giustizia; nonostante, anche quello che
mi è venuto fatto raccogliere basterà al mio assunto presso gli onesti:
e forse, o io erro a partito, ce ne sarà di avanzo.

Continuando pertanto la Dimostrazione storica impresa nelle precedenti
pagine, metterò prima di tutto un Proclama che fu diffuso a migliaia
di esemplari. Di questa sorta pubblicazioni avrebbe potuto adunare
l'Accusa copia bene altramente abbondevole; contentiamoci di quello
che ci dà. A caval donato non riguardiamo in bocca. Dallo stile e
dai modi parmi fattura lombarda; in molte guise, e, per la temperie,
efficacissime, egli intende provocare la Unione della Toscana allo
Stato Romano:

  «Popoli di Toscana!

«Nella lunga e travagliata vita delle Nazioni Dio suscita un pensiero
che debbe rinnovarle; quei Popoli che non l'intendono e lasciano
trascorrere il tempo prefisso, soscrivono di per sè la loro sentenza di
morte politica e civile.

«Toscani! Ora noi ci troviamo in questa condizione. Colui che per
molti anni tenemmo a Principe, l'uomo che la intera Toscana a furia
di affettuose dimostranze s'ingegnò di persuadere a farsi iniziatore
della nostra nazionalità, è fuggito; fuggito non per lasciare una terra
che ne lo cacciava, ma sì per farsi simulacro di guerra civile, per
infiammare tutte le malvagie passioni che il senno del Popolo aveva
saputo spengere; fuggito per disgregare gli animi, sperando, a cotesto
modo, di sostituire alla suprema guerra di principio la guerra de'
fratelli.

«E fuggendo, esso ha fronte di scrivere che in ciò obbediva alla sua
coscienza. Questa gli acconsentiva pure di sottoscrivere liberamente al
Programma del Ministero Guerrazzi-Montanelli e alla Legge fondamentale
per la Costituente; lo raffreddava in altri tempi, allorchè la intera
Toscana, credendo alla possibile colleganza fra i suoi interessi e
quelli del Principe, chiedeva la Guardia Nazionale, e con la sola
forza dell'affetto lo poneva sulla via di fortificare il suo potere.
Ma allorchè le libere istituzioni, per la logica conseguenza, gli
mostrarono come bisognasse romper guerra allo straniero, allorchè,
per comunione di dolori, Italia chiese di tornar Nazione, la coscienza
di quest'uomo si ribellava, gli permetteva di dire e disdire, ed anzi
gl'imponeva di farsi segnacolo di dissidii civili. Dal Porto di Santo
Stefano cotesta sua coscienza attende che batta l'ora della nostra
sventura.

«Toscani! Facciamo per modo che esso attenda invano. Il nostro
maraviglioso passato, il nostro senno, la nostra dignità c'ispirino;
maestri di civiltà in altri tempi, mostriamo all'Europa che le libere
tradizioni vivono intiere negli animi nostri, che in noi non vi ha ira
di parte, ma sì febbre di riscatto nazionale, e che se fummo infelici
e divisi per le congiurate previsioni di Principi, liberi ora, sapremo
volere e tornar grandi. Considerate di qual sorte sia la coscienza di
quest'uomo. Essa gl'impone ora di lasciare così gli amici come i nemici
in balía della incertezza; lo forza di aderirsi allo scomunicatore
di Gaeta e di assistere dalla lunga alle soffiate vampe di Empoli; lo
mette d'accordo coi consigli dell'Austria che ne concertava la fuga,
e lo fa rinnegare il proprio Popolo, la propria parola. Circondato da
arme, e vinto da interessi stranieri, quest'uomo si confida di seminar
paure, di suscitare stragi e rapine nel suo nome. Disperato per la
prevalenza d'un principio, esso si appiglia ad una fazione ingannata,
specola sulla ignoranza dei Popoli della campagna, e pone così il
suggello al proprio decadimento. Nell'ora della fuga i Principi tutti
si somigliano, e interamente si palesano: e questa è opera di Dio.

«Cacciato non da noi, ma dalle sue fallaci promesse e dai fatti arcani
e dai vincoli di sangue che l'uniscono all'Austriaco, Leopoldo di
Lorena non intende il Popolo nè l'Italia. Toscani, mostriamo ad esso
che la Libertà, l'Ordine, le Leggi non s'incarnano in un uomo, non
riposano sopra una volontà. Il Principe può andarsene, ma il Popolo
rimane, e con esso il sentimento della propria dignità e de' suoi
diritti. Col Principe adunque gli errori del passato, con noi le salde
speranze di un riposato futuro, la gloria del combattuto presente.

«I Martiri di Curtatone, il fiore più eletto della giovine Toscana
non debbono essere caduti indarno. Se non giovarono alla causa dei
Principi, essi tuttavia rimangono sacri a quella più schietta de'
Popoli. Percossi in terra tornata a servitù, attendono che la Toscana
con sapiente ardimento raccolga il frutto del loro sacrifizio.
Fortifichiamo i nostri liberi ordinamenti politici, acciocchè
l'Europa li rispetti e vegga in essi la unanime volontà di un Popolo
al quale tutte le classi hanno diritto e debito di appartenere, il
saldo proposito di una Nazione ridesta. Imperocchè le Potenze non si
attentano di combattere i Popoli che vegliano concordi, ma sì quelli
che, divisi in fazioni, guastano il concetto nazionale. Ricordiamo che
la guerra civile è il più valido aiuto alla oppressione straniera, che
i Potenti la soffiano, che i Principi la incitano. Essa è la loro arma,
quindi non può esser mai quella dei Popoli.

«E poichè la veneranda Roma, scossa la vergogna secolare, impaura i
nostri eterni nemici col supremo grido di libertà, e li fa maravigliare
del suo senno; adoperiamoci per metterci in grado di partecipare
all'ineffabile amplesso. Affrettiamo senza esorbitanza l'adempimento
delle nostre promesse; smessa ogni gara di Municipio, le città sorelle
della Toscana aiutino la impresa, e stretti in una benedetta comunanza
d'interessi e d'intendimenti, vegga il nimico d'Italia che i Popoli non
si vincono quando fra essi riescono ad intendersi.

  «Firenze 15 febbraio 1849.»

Il Governo Provvisorio attendeva a chiamare la gioventù alle armi; i
Circoli, nello scopo di soverchiare il Governo, ecco si recano in mano
questo mezzo di forza per adoperarlo contro me, o piuttosto a vantaggio
dei loro disegni. Una cosa essi promettono, un'altra ne fanno: danno
ad intendere, _a cui ci voleva credere_, avere decretato spedire in
Provincia Commissarii onde prestare opera vantaggiosa al Governo in
questo negozio, per cui ottengono che il Ministro dello Interno lasci
stampare sul Giornale Ufficiale una specie di avviso concepito così:
«Il Circolo del Popolo di Firenze, nelle gravi circostanze nelle quali
è costituita la Patria, ha decretato inviarsi in tutte le Provincie dei
Commissarii muniti di apposita credenziale per organizzare Circoli, per
eccitare lo spirito pubblico, per promuovere il più generale armamento
delle popolazioni in difesa della Patria. Restano perciò invitati
tutti i buoni cittadini di accoglierli ed aiutarli nella sacra loro
missione.» — (_Monitore_, 17 febbraio 1849.)

E per inspirare maggiore fiducia al Governo scopertamente si affaticano
a questo ufficio: «_Ieri_ il Circolo del Popolo teneva una pubblica
seduta in Piazza, sotto alla Loggia de' Lanzi, ad oggetto di eccitare
questa popolazione _ad accorrere in gran numero alla difesa della
Patria, facendosi inscrivere nei ruoli dei Volontarii aperti a
quest'uopo dal Governo Provvisorio toscano_. Un numero considerevole
di cittadini assisteva all'adunanza ec.» — (Supplem. al _Nazionale_, 17
febbraio 1849.)

Ma il Giornale che si annunziava _Monitore del Circolo di Firenze_, se
poi gradito banditore o mal gradito io non so, il segreto fine subito
dopo palesava: «La pronta Unione con Roma fu argomento principale,
anche ieri sera, alla discussione nel Circolo. E questa volta fu
coronato da un voto. Il Circolo decise, a unanimità, di spedire
25 Commissarii, cinque per compartimento dello Stato Provvisorio,
per invitare tutti i Circoli, corpi morali e Guardie Nazionali ad
esprimere i voti, o mandare deputati a Firenze, per chiedere al Governo
Provvisorio la solenne dichiarazione di unirsi a Roma.» — (_Popolano_,
17 febbraio 1849.)

Per questi indizii, e più per gli avvisi tanto ufficiali come
amichevoli, io ottimamente comprendeva quale bufera stesse per
iscoppiare. Con molta industria, di lunga mano, si erano indettati
i Circoli provinciali col Circolo fiorentino d'inviare a Firenze,
pel giorno 18 di febbraio, gente più accesa in forma di Deputazioni,
affinchè forzassero il Governo a dichiarare la Repubblica.

«Circolo politico popolare di Barga.

  «Cittadino.

«Con deliberazione di questo Circolo nell'adunanza straordinaria del
16 corrente fu creata, alla unanimità ed acclamazione, una Commissione
nei cittadini Avv. C. B., Avv. D. C., Dott. A. M., affinchè nel giorno
di domenica, 18 stante, si presenti a cotesto Circolo del Popolo,
e, di concerto con quello, domandi, a nome del Popolo di Barga, al
Governo Provvisorio toscano la immediata unificazione e fusione con la
Repubblica Romana, senza attendere l'apertura delle Camere.

«Ha fiducia questo Circolo che accetterete di buon grado un tale
incarico, essendo ben noti i vostri sentimenti politici, democratici,
italiani.

«Salute e fratellanza.

«Dalla residenza del Circolo Popolare, li 16 febbraio 1849.

  «Al Cittadino Avv. C. B., Firenze.

                                            «Il VICE-PRESIDENTE.»[406]

Da Lucca il Prefetto avverte il Governo nel 17 febbraio:

  «Il Prefetto di Lucca al Ministro dello Interno.

«Alle ore tre e mezzo pomeridiane, dal Circolo politico di questa
città è stata inviata al Governo Provvisorio una Deputazione il di
cui mandato si è di manifestargli il desiderio della unificazione
dello Stato Toscano a quello di Roma. La Deputazione è composta degli
appresso cittadini. (Seguono i nomi.)

                                             «Il Prefetto LANDI.»[407]

Il Governatore di Livorno, il medesimo giorno, manda:

«Poco fa ha avuto luogo una dimostrazione numerosissima, con cartelli e
bandiere, per chiedere la pronta Unione con Roma. Sono stato costretto
a parlare. Ho promesso d'informare il Governo, e, senza promettere
niente, mi sono limitato a lodare la Repubblica Romana. Credo di sapere
che domani si portino costà deputazioni di tutti i Circoli per chiedere
quanto sopra.

  «17 febbraio 1849.

                                                         «PIGLI.»[408]

E quando mai l'Accusa desiderasse imparare se manifestazioni siffatte
avessero o no potenza per costringere, può considerarlo da sè stessa,
leggendone il racconto nel _Corriere Livornese_ del 17 febbraio
1849: «Al mezzogiorno il Popolo, muovendo da tutte le Associazioni
Parrocchiali con bandiere e cartelli esprimenti i suoi alti desiderj,
si è diretto sulla Piazza del Popolo, da dove con le bande musicali
ha poi mosso verso il Palazzo del Municipio. Immensa era la folla; e
le grida di _viva la Repubblica Italiana, viva l'immediata Unione con
Roma, viva la guerra_, riempivano l'aria; giunta la moltitudine in
Piazza Grande, ha fatto sosta presso la Comunità, ove si è recata una
Deputazione. Il _Gonfaloniere ha esternato ai deputati, confortanti
e ragionate parole, le quali poi ha ripetute al Popolo festante dalla
terrazza, ricambiate coi più fragorosi evviva_. La folla ha voluto poi
salutare l'egregio cittadino Governatore, che ha dette al Popolo calde
e generose parole. Quindi la moltitudine pacificamente si è sciolta,
nel pensiero di riunirsi dimani alla Capitale coi fratelli di tutta la
Provincia Toscana e concorrere uniti a compiere un atto, al quale oggi
sono più che mai rivolti tutti i nostri pensieri, come àncora della
salvezza d'Italia.

«La sera, nel Teatro Rossini, vi fu adunanza del Circolo Nazionale
e di tutte le Associazioni Parrocchiali della città. Il concorso fu
straordinario; la platea, i palchi, l'orchestra ed il palco scenico
rigurgitavano di Popolo. Fu discusso intorno allo inviare domenica
(dimani) al Governo Provvisorio una Deputazione di tutti i Circoli,
del Municipio, della Guardia Nazionale e di Popolo, per dimandargli
la immediata unificazione della Toscana con la Repubblica Romana; e
la deliberazione in proposito avvenne tra le assordanti ripetute e
generali grida di _viva la Repubblica, viva l'Unione immediata con Roma
repubblicana_.

«Fu deliberata pure per l'indomani una solenne dimostrazione al nostro
Municipio, onde invitarlo a concorrere per parte sua ad appoggiare le
dimande del Popolo.»

Io riporto, senza farvi osservazioni, le storie dei Partigiani
della Repubblica; in breve ne rileverò gli errori, che artatamente
essi v'insinuavano. Venne il giorno 18; e quale egli fosse, uditelo
ora descritto dalla _Costituente Italiana_, Giornale compilato da
scrittori lombardi, i quali, per adoperare la penna, posavano un
momento la spada: «Ogni giorno, ogni ora il Popolo chiede sollecito
al Governo la parola che sanzioni e che compia la sua rivoluzione,
che dia un significato a _questa agitazione perenne_, la quale è
desiderio, bisogno di vita italiana: esso sventola innanzi al viso
dei suoi rappresentanti la bandiera della patria, e mostra loro la
nappa di unione, onde scrivasi il patto fraterno, si tolgano i confini
segnati colla spada, si decretino i nostri destini. — E quest'_oggi
anche Livorno, Pisa, Lucca e altre città toscane avevano inviate
le loro Deputazioni, affinchè il Governo, rafforzato innanzi ad una
Rappresentanza Toscana_, potesse coscienziosamente rispondere ai voti
comuni, e il Paese passasse nella tranquillità di una determinata
situazione.

«_Un programma del generale Laugier_ palesava vie più la necessità
della Unione immediata. Vedevasi, per esso, come Leopoldo restasse
ancora a Porto Santo Stefano con una speranza nel cuore, con un
pensiero alla bella Firenze e al magnifico Pitti, con un piè sulla nave
che lo tragga lungi dai popoli che lo sdegnano, e l'altro sulla terra
ove fu re. — Vedevasi come, esso Laugier, nel di lui nome, innalzasse
il vessillo della ribellione, e si preparasse a marciare su Palazzo
Vecchio, Zucchi del Granduca, spacciandosi avanguardia di 20 mila
Piemontesi, Spagnuoli della Toscana; _quindi maggiore la necessità di
gettare un fatto compiuto in faccia a queste speranze_, di opporre a
questi tentativi una forte posizione militare.

«Recavansi le Deputazioni accennate, unitamente a una rappresentanza
fiorentina, unitamente ai Volontarii accorsi all'appello della Patria,
_per presentare un'altra volta al Governo la volontà del Paese_.
Chiedeva tempo il Governo a rispondere, fino dopo il banchetto che
imbandivasi dal Circolo del Popolo alle Deputazioni delle Provincie
e ai Volontarii, fra le Loggie del Palazzo degli Ufizii. — Bello ed
utile pensiero degli uomini del Circolo di adunare questi prodi al
desco fraterno, di mostrare ai cittadini i primogeniti della Patria,
di offrir loro questo tributo di affetto e di riconoscenza, questo
plauso universale. — Era uno spettacolo gaio, commovente, questo
convito modesto, ove officiali e soldati si alternavano i bicchieri,
ove ai _Viva la Repubblica_ succedevano i cantici della libertà,
ove, nella fratellanza della città repubblicana, si iniziava l'intima
domestichezza del campo! — E Francesco Ferruccio impalmava la bandiera
tricolore, e portava il _berretto frigio_ sul capo;» — (Ah! Francesco
Ferruccio si copriva il capo di celata di ferro, non già di berretto
frigio; e quando minacciava il nemico, beveva un sorso di vino in
piedi, ed anche Dio glielo annacquava![409]) — «era il connubio della
Repubblica del Savonarola colla moderna Repubblica nell'ultimo martire
repubblicano caduto sul campo.

«Finito il banchetto presentavansi sotto la Loggia dell'Orgagna il
presidente del Circolo del Popolo, del Comitato Italiano, e _Giuseppe
Mazzini_ venerato apostolo di libertà. — Parlava Mazzini; e provato
come le nazioni nei momenti supremi non si salvino che per audacia
ed _abnegazione_, chiedeva se volessero proclamare l'Unione con Roma
e la Repubblica, e votarsi tutti alla difesa delle frontiere. Un
grido di approvazione copriva la voce dell'oratore, e le bandiere di
tutta Toscana ondeggiavano salutando la Repubblica Italiana. _Allora
leggevasi una formula di Decreto col quale era stabilita l'Unione a
Roma; era proclamata la Repubblica; nominando frattanto un Comitato di
difesa composto di Guerrazzi, Montanelli e Zannetti_, coll'aggiunta
di una Commissione di altri benemeriti cittadini, _dichiarando
definitivamente decaduto Leopoldo Austriaco, e traditore della patria
il generale Laugier_. Ad ogni parola interminate acclamazioni, ovazioni
sincere, ed in fine la richiesta che _tutto subito si presentasse
all'accettazione del Governo Provvisorio_. — Il Governo _ricevette con
giubilo_ le attestazioni di fiducia, dichiarò che la voce del Popolo
interpretava il cuore anche de' suoi rappresentanti, e ch'esso aderiva
ai voti e alla volontà sì costantemente e generalmente manifestati;
che però la proclamazione definitiva dell'Unione Repubblicana
rimetterla all'indomani, _affinchè avesse luogo con quella solennità
e in quell'apparato di forza che esige un atto nazionale_.» — (Questo
era falso, ma la menzogna è necessità nei Faziosi.) — «L'ebbrezza
del Popolo fu quale l'abbiamo conosciuta nei primi giorni di questa
rivoluzione; a un tratto s'illuminarono le vie, suonarono a festa le
campane, e Firenze echeggiò dei canti di guerra. Il Popolo _volle
innalzato l'Albero_ della giovine Libertà, a simbolo di quella
libertà che palpita nei nostri petti, a promessa di quella libertà che
pianteremo nelle nostre istituzioni.»[410]

Il _Popolano, fidus Achates_, del pari nel foglio del 20 febbraio
1849: «A ore 2 pomeridiane i Volontarii, già riuniti presso il Circolo,
mossero con bandiere e tamburi, unitamente a molti socj, _Deputazioni
e gran folla di Popolo ec_.

«Finite le mense fra la letizia e i cantici, cominciossi a gridare: _La
Repubblica_; e poi, convenuta la maggior parte del Popolo sulla Piazza
del Popolo, gli oratori, fra' quali _primeggiò Giuseppe Mazzini_,
cominciarono ad arringarlo. Ivi, innanzi al grande uditorio del Popolo,
quanto la gran piazza ne poteva capire, _fu proclamata la Repubblica e
la riunione con Roma_, e lette varie risoluzioni che il Popolo approvò.
_Tutto ciò in risposta e dopo pubblica lettura del bugiardo proclama
di Cesare De Laugier_. Non mancò chi promise di subito pubblicare la
biografia di tanto infame, degno imitatore di Zucchi. Quindi _da una
Deputazione furono portate le risoluzioni al Governo Provvisorio_,
come esprimenti il desiderio di tante migliaia di Popolo e di tante
Deputazioni. _Il Governo Provvisorio gridò, come sempre, i voti del
Popolo, confermò la ridicola ribellione del Lorenese Laugier, e disse
che il Popolo mostrasse di volere difendere la Repubblica con dare
2,000 reclute per la mattina seguente_.

«Nella serata, in mezzo al generale tripudio fu innalzato l'Albero
della Libertà con bandiera in cima, sulla Piazza del Popolo, tutto
all'intorno illuminata dalla gioia dei cittadini.»

E già nel foglio antecedente del 19 febbraio 1849, per meglio imprimere
la memoria del fatto nella mente del Popolo, aveva raccontato: «18-19
febbraio. — Ieri aveva luogo sotto le Loggie degli Ufizii un grande
banchetto pei Volontarii ascrittisi nei ruoli aperti nel Palazzo dei
Priori e al Circolo del Popolo.

«Più di 1,000 erano i banchettanti. E il Popolo tutto prese parte al
convito.

«_Intanto giungevano le Deputazioni dei Circoli di Livorno, di Lucca e
di altre principali città toscane._

«Udivasi la nuova della defezione del generale De Laugier, ed _unanime
fremito suscitavasi in ognuno, unanime imprecazione contro il traditore
della Patria_.

«_Il Circolo del Popolo di Firenze decretava una sentenza di cui più
oltre diamo il contesto_.[411]

«Intanto lo spirito pubblico animavasi ognor più: gran numero di
Livornesi, uniti al Popolo fiorentino, al Circolo del Popolo ed agli
altri Circoli, convenivano nel concetto esser venuto il giorno del
solenne riscatto, nè potersi più oltre indugiare l'atto formale di
Unione alla Repubblica di Roma.

«_La Repubblica veniva così proclamata e di diritto e di fatto in
Toscana_.

«Fino da ieri sera, _l'Albero della Libertà era piantato sulla
Piazza del Popolo e salutato da rumorose salve di applausi e dal
suono di tutte le campane di Firenze_. Grandi processioni di Popolo
festeggiante, con faci e cantici patriottici, percorsero per tutta
notte la città.

«Invitavansi intanto i Volontarii inscritti a recarsi, alle 8, nella
mattina del 19, sulla Piazza del Popolo per partire immediatamente alla
volta dei confini.»

Il _Nazionale_, non amico mio, pure narrando i casi della giornata del
18, sovveniva allo sforzo del Governo:

«Oggi fino a ora tarda della sera, _Firenze_ ha risuonato di suoni
e canti, e sulla piazza che ora si chiama del Popolo ha stazionato
continuamente un folto gruppo di persone a udire discorsi e
proposizioni che si facevano dalla Loggia dell'Orgagna. — Fu letto un
Proclama del generale Laugier, comandante la truppa ai confini di Massa
e Carrara. — Il Proclama in nome del Granduca esortava i Toscani a
tornare all'obbedienza; prometteva amnistia generale, quelli eccettuati
che prendessero le armi dopo la promulgazione del Proclama. — _A grida
generali si dichiara il Laugier traditore della patria_. — Sulla sera
in faccia al Palazzo Vecchio _era piantato l'Albero della Libertà_.
— Noi siamo avversi a ogni sorta di violenza, da qualunque parte si
eserciti. — Noi c'inchiniamo alla sovranità del Popolo tuttoquanto
chiamato a libere elezioni; da sè medesimo crei la sua rappresentanza,
alla quale confidi le sue volontà, e la cura di provvedere allo
eseguimento.»[412]

E meglio ancora nel numero del 19:

«Il principio di autorità fu rappresentato sinora dalla dinastia; la
dinastia lo ha abbandonato; il Popolo deve raccoglierlo e con la sua
libera volontà ricostruirlo. Ma noi, rispettando sempre i suoi decreti,
non lo loderemmo se lasciasse forzarsi la mano, e si acquietasse a
premature determinazioni uscite dai clamori incomposti della piazza:
non lo loderemmo se tornasse ad affidare le sue sorti alle dinastie,
che sono un fatto transitorio e perituro, senza prima circondarsi di
forti e inespugnabili guarentigie. — Il Popolo sappia con ordine e
dignità esercitare la libertà, che gli tornò piena ed intera, ec.»

Intanto che cosa faceva il _Conciliatore_? Appesa l'arpa al salice
_super flumina Babilonis_ piangeva; e nello incendio, che consumava il
Paese, salilo in pulpito gravemente ammoniva i Popoli dicendo: il fuoco
scotta; e se sarete bruciati, io non so proprio che farci.

«Ai tempi che corrono, il cercare rimedj adeguati alla gravità del
male, sarebbe impresa soverchiante le forze umane. Pio IX forse lo
poteva, iniziando i nuovi moti pubblici col principio religioso.
Ma oggi sventuratamente anche questo salutare freno è tolto, e la
corrente straripa a sua posta, secondo gl'impeti delle acque che già
ruppero ogni argine. — Però noi contempliamo dolenti questo crescere
continuo di rovine, questo stravolgimento d'intelligenze ognora più
terribile.»[413]

Ben fastidiosa prefica è quella che imprende a cantare l'esequie
all'uomo che non è anche morto! Il giorno dopo questo Giornale,
riavutosi, raccomanda al Governo la sicurezza dei cittadini, l'ordine
della città; ma considerando la desolazione predicata nel giorno
diciotto, non si sa come avesse il coraggio di farlo da vero; molto
più che con rugiadosa insinuazione andava sussurrando, che il Governo
non aveva preso parte ostensibile negli avvenimenti del 18 febbraio,
tirando per così dire l'orecchio al sospetto, affinchè dubitasse che
egli forse ve l'aveva presa segreta facendo fuoco nell'orcio. Il qual
contegno quanto in sì estremo pericolo fosse, non dirò onesto, ma
savio, lascerò che altri consideri.

«Ieri mattina giunse in Firenze una numerosa Deputazione dei Circoli
di Livorno, con bandiere, cartelli e berretto rosso. Alle ore due ebbe
luogo un banchetto pubblico sotto gli Ufizii, dato dal Circolo popolare
ai Livornesi, ed ai Volontarii che sono inscritti per difendere la
Patria. Alle ore sei, il Niccolini di Roma, Presidente del Circolo
popolare, proclamò la Repubblica sotto la Loggia dell'Orgagna a
nome del Popolo Fiorentino. Sulla sera fu piantato l'Albero della
Libertà sulla Piazza del Popolo. — Nella sera suonavano a distesa
tutte le campane delle chiese, e si sparavano fucili in segno di
gioia. — Il Governo Provvisorio non ha preso parte alcuna, _almeno
ostensibilmente_, a questi diversi atti. — In tanta incertezza di
avvenimenti ed in tanto pericolo, noi non possiamo far altro che
raccomandare a chi tiene il Governo di provvedere alla sicurezza
pubblica, ed a tutti gli onesti cittadini di adoperarsi per mantenere
l'ordine nella città.»[414]

Il Popolano del 19 febbraio accusa il Governo _di frode_, quasi le
promesse fatte ieri non volesse più mantenere oggi:

«Oggi noi pubblichiamo un documento e un articolo intorno ad un fatto
che forse, fra qualche anno, a chi non ha la chiave che schiude i
misteri di Stato, apparirà enigma indecifrabile.

«L'articolo che togliamo dalla _Costituente Italiana_ è lo esatto
ragguaglio di quanto ieri accadeva sulla Piazza del Popolo di Firenze
e dentro il Palazzo della Signoria.

«Il documento è un Proclama che va sfornito di taluni adempimenti di
voti nostri e del Popolo, di cui cotesti fatti eran promessa, di cui le
misure iniziate dal Governo eran garanzia, ma va per altro arricchito
da una grata e lieta novella, cosicchè lo acquisto per l'una parte
compensa la mancanza che appare dall'altro lato.

«Mancanza è, e per la _Costituente_ (giornale) e per noi, _la
proclamazione definitiva della Unione Repubblicana_, che il Governo
aveva detto di rimettere allo indomani (cioè oggi), _affinchè avesse
luogo con quella solennità e in quello apparato di forza che esige un
atto nazionale_.» (Sono parole della _Costituente_.)

«Acquisto prezioso si è la certezza pervenuta nel corso della notte al
Governo, che stolta e infame invenzione del traditore De Laugier era
la nuova starsi pronti 20,000 Piemontesi ad invader la Toscana, per
riporre l'ultimo Leopoldo sopra un trono cui volontariamente egli aveva
rinunciato fuggendo e lasciando senza timone la nave sdrucita dello
Stato.

«I Piemontesi protestavano solennemente contro la taccia che dar gli
voleva _l'uomo del 29 maggio_ di satelliti di tirannia, di degeneri
Italiani, di uomini che per passività di obbedienza fosser pronti
a mostrarsi fratricidi; e insanguinare la sacra terra d'Italia di
italiano sangue. I Piemontesi protestavano, giammai voler porre
ostacolo al riordinamento della Toscana, e intendere lasciarla libera
di reggersi secondo la forma politica che più fosse per piacerle:
volerci Toscani fratelli e compagni nella guerra contro il comune
nemico — l'Austriaco: ma giammai volerci nemici e combattenti sovra
limiti di provincia che un dì o l'altro debbono esser totalmente
remossi, per dar luogo ad un solo e potente Stato: — la Italia Una e
Repubblicana.

«Ed altra notizia, ella pure aggraditissima e inaspettata, era lo
appoggio e l'amicizia di una grande e formidabile potenza, alla cui
ombra è oggi lecito alla Repubblica della Italia Centrale il metter
salde radici e con minor precipitazione che non li avvenimenti
minacciati dall'imminente avvenire ci facessero ieri parere
indispensabile.

«In grazia di tali rassicuranti novelle, noi consentiamo a subire
in santa pace quella specie (ci si perdoni la inconvenienza della
espressione) di giuoco di bussolotti accaduto fra ieri ed oggi nel
Palazzo della Signoria.

«Ad onta di tutto ciò, ad onta di sentirci coll'animo più libero, e
colla mente meno angustiata da funesti pensieri, noi non cessiamo però,
nè cesseremo giammai, dal deplorare i danni del _provvisorio_, dallo
invocarne il pronto e definitivo termine. Noi non cessiamo nè cesseremo
di deplorare, come una perpetua e feconda sorgente di discordia e di
guerra civile, la presenza di Leopoldo di Austria in Toscana.»

L'aria dintorno diventa densa, e infuocata; già si scrivono e già si
leggono parole somiglievoli alle grosse goccie di pioggia precorritrici
della tempesta; e tempesta di sangue temevasi: nel Popolano del 21
febbraio si dichiara, che la seguente scrittura era dettata fino dal
giorno 19:

«La grande tela ordita dai Principi è compiuta. Tocca ora ai Popoli il
metterla in brani colla punta delle loro baionette e colla mitraglia
dei loro cannoni.

«La condotta dei Regnanti Italiani si svela oggimai ed apparisce nella
sua piena luce.

«Pio IX, Carlo Alberto, Re Bomba e Leopoldo d'Austria van perfettamente
d'accordo, e congiurano ad un sol fine, ad operare dietro un solo
impulso, in un medesimo momento.

«Se sulla infamia e sul tradimento di tutti costoro restasse alcun
dubbio in qualche credula mente, basterebbe a dissiparlo il vedere, il
riflettere come contemporaneamente Radetzky occupi Ferrara, Re Bomba
ingrossi le sue truppe ai confini romani, Carlo Alberto le sue spedisca
in gran furia a quei di Toscana, e Pio IX, senz'armi e senza eserciti,
per far qualcosa, fulmini nuove proteste colla affiochita sua voce
dalle spiaggie di Gaeta.

«Noi siamo lieti, grandemente lieti di questa potente congiura,
perocchè essa è il segnale del definitivo scioglimento della grande
questione italiana.

«Noi siamo lieti, grandemente lieti nello udire che i Tedeschi sono
vicini; e a noi par quasi sentire il nitrito dei loro feroci destrieri,
già ci par vedere lo sperpero delle campagne e la fuga de' nobili
signori ch'eransi iti a rintanare nei loro aristocratici covi per
congiurare contro la patria e contro la libertà.

«Nobili infami!... A che cosa vi sarà valso il congiurare, e il
seminare reazioni, divisioni, disordini? il far gridare: _Viva il
Tedesco, Viva Leopoldo II_?

«Oh vedrete, vedrete, insensati quanto iniqui, se il vostro Leopoldo
II vi salverà lo scrigno dall'artiglio croato; vedrete, vedrete,
codardi, se vi varrà plaudirne lo arrivo per risparmiare le vostre
figlie all'oltraggio, i vostri campi e le vostre ville al saccheggio,
le vostre fortune al forzato tributo!...

«Noi siamo lieti, grandemente lieti, che l'ora della strage, l'ora
del sangue sia venuta: ora vedremo, per Dio, quanti siamo d'Italiani
in Italia, ora ci conteremo tutti, e il sangue dei traditori bagnerà,
insiem con quello del Tedesco, le nostre vie che han d'uopo di un
battesimo di sangue acciò lavarne l'onta delle passate ignominie
per i corsi romorosi, per le sciocche dimostrazioni, per le festose
processioni; per avere, insomma, sostenuto tanti e tanti anni i passi
oziosi e lenti di tanti e tanti cittadini inerti, baloccheggianti,
perduti dietro puerili vaneggiamenti, immersi in discussioni ozjose,
parolaj senza fatti e senza azioni.

                    *       *       *       *       *

«Si fondano in cannoni le campane, si spoglino le chiese dei vani
ori e dei male spesi argenti: si reclutino, marcino, combattano e
frati e monaci e preti, come in altri paesi fu fatto; si costringa i
contadini a marciare per la difesa comune, e i recalcitranti si pongano
dinanzi ai cannoni o ci servano di mitraglia ai nemici: ogni pezzo di
ferro, ogni pezzo di bastone sia messo a profitto: ai pali si aggiunga
una ferrea punta, e servano ad armar lancieri: si riempiano pure le
carceri, purchè si vuoti di nemici lo interno dello Stato. In quanto
a noi, ne facciamo sacramento a Dio ed alla Patria, appena la campana
del Popolo suonerà a stormo, getteremo a terra la penna, e, impugnando
il fucile, sdegneremo riprenderla finchè l'ultimo dei Tedeschi non
abbia sgombrato l'Italia, — finchè l'Italia non sia più un nome, ma una
nazione libera e vincitrice.

«E se questo momento sarà domani, i lettori nostri si tengano per
avvertiti, — il nostro Giornale non apparirà che col riapparire del
vittorioso vessillo repubblicano fralle mura della redenta Firenze.

«Queste nostre parole erano scritte 24 ore innanzi degli avvenimenti di
ieri sera.»

Più cauta in parole, ma di partiti violenti punto meno bramosa, la
_Costituente_ del 21 febbraio predicava:

«Cittadini del Governo Provvisorio di Toscana. — Il Paese è minacciato,
l'Italia ci domanda soccorso; voi pure avete un debito da adempire, un
debito grave e solenne verso la gran madre comune. Gridammo armi ed
armati, gridammo denari, energia, impeto di rivoluzione, e di patria
carità ardente ed efficace; or come fummo ascoltati?

«Battete a dritta ed a manca, _sospingete, sforzate_. Le risorse vi
sono, la buona volontà vi corrisponda; l'ardimento dei più vi sorregge;
camminate adunque, camminate adunque, camminate liberi e forti. _I
ricchi paghino il proprio debito di oro_, come il Popolo generoso
offre il proprio sangue; non ismarritevi nell'inestricabile labirinto
di minute preoccupazioni, ma seguite la via larga delle misure vaste
e risolute. I giorni passano, i giorni sono preziosi e numerati; — che
non trascorrano più lungamente senza frutto! —

                    *       *       *       *       *

«Debbe (il Governo) agire fortemente a reprimere qualunque rinnovazione
di minaccie così inique, qualunque possibilità e principio di tumulti.
Versiamo in circostanze straordinarie, in mezzo a pericoli supremi; —
si adoprino misure straordinarie, mezzi supremi. — L'esempio di Romagna
non è da disprezzarsi: si proclami la Legge Eccezionale; essa emana
dalla legge normale della salute della patria.

«Debbe agire fortemente, per raccogliere denaro, subito e molto.
_Prenderlo dov'è, senza troppa esitanza_, poichè ogni altra trafila
finanziera non corrisponde alla gravezza istantanea del bisogno. Ori e
argenti di tutti, prestito forzato. I Croati a Ferrara, mentre porgono
l'esempio, danno stimolo a tutti a concorrere per non subire con
vergogna e paura una simile sorte.

«E soldati, per Dio! soldati vogliamo. La Guardia Nazionale
riorganizzata si offre, anela forse a una mobilizzazione. Ma per questo
ha bisogno di esser educata, di avere quel corredo di istituzioni e
di armi speciali che possano farla entrare in campagna; si provveda
a tutto questo, — si incominci almeno a provvedere. Poi fa d'uopo
anche pensare alle armi, di cui vi ha visibile scarsezza. Noi siam
ben lontani dall'avere in pronto i mezzi per l'armamento universale
del Popolo, qual è nella nostra mente, e qual è _forse_ nel pensiero
dello stesso Governo; si procurino dunque le armi, e possibilmente
da Venezia, o altrove, nel minore spazio di tempo che può essere
concesso. _Armi, soldati e danaro_: è la nostra parola d'ordine, il
nostro grido giornaliero, il ritornello incessante a cui siamo legati
per coscienza. _Armi, soldati, danaro; Unione con Roma di diritto e
di fatto immediata_, è il nostro programma, il codice della nostra
politica nelle circostanze presenti. Noi lo verremo sempre ripetendo e
insegnando, ec.»[415]

Per questi successi ed eccitamenti, Toscana agitavasi tutta. Il
Governatore Pigli, non curata la condizione apposta dal Governo al
proclama della Repubblica, la bandisce assolutamente:

«La Repubblica è proclamata. Il Popolo è Re. — Guai a chi tentasse
strapparti lo scettro pagato per lunghi secoli con le lacrime, e il
sangue, e le opere della più sublime virtù, della quale ti conserverai,
ne sono certo, indefettibil campione.

«Popolo, compi i tuoi gloriosi destini! Pensa, che la tua capitale è
Roma, che la tua patria è la Italia; chi ti conferisce lo imperio è il
tuo diritto! Chi ti consacra è Dio. Viva l'Italia. Viva la Repubblica.

  «Livorno, 19 febbraio 1849. — C. PIGLI.»

E senza neppure consultare il Governo, nella ebbrezza del trionfo, ed
ormai considerandosi dei Capi, o prossimo a diventarlo, della bandita
Repubblica, ecco istituire un giorno di feriato, con tutte le sue
sequele; al quale scopo è necessaria una legge, che per certo non istà
nelle attribuzioni di un Governatore promulgare.

  «Cittadini!

«Per festeggiare il presente memorabile giorno, viene disposto che
il medesimo a tutti gli effetti di ragione debba considerarsi come
feriato solenne, e che non si possa quindi procedere al protesto delle
cambiali, ed altri recapiti mercantili.

«Livorno, 19 febbraio 1849.

                                                           «C. PIGLI.»

E in altro Proclama affermava:

«La Repubblica è stata proclamata ieri in Firenze con l'adesione del
Governo, _il quale ha bensì impegnato quella città_ a dare in questo
stesso giorno 2000 uomini.»[416]

Questo non era vero. Il Governo aveva mandato: «La Repubblica è
stata proclamata. _Il Governo l'ha accettata a patto, che il Popolo
fiorentino dia per domani 2000 uomini armati_.»[417]

Ma al Pigli, ed ai suoi nuovi amici, importava far credere
diversamente. Su l'ora della mezzanotte _le Deputazioni_, forse unite
in gran parte, e certo indettate con i partigiani di Firenze, piuttosto
stizzite che vinte, volendo sgarare chela Repubblica andasse innanzi ad
ogni modo, con bande, gridi e schiamazzo infinito, destano la città, e
abbindolati i cittadini piantano l'Albero della Libertà, e proclamano
la Repubblica.

«Tutto era calma e tranquillità per la fiducia degli uomini che
reggevano il Governo: quando alla mezza notte il ritorno improvviso
delle Deputazioni da Firenze spargeva la lieta novella della
proclamazione della Repubblica in Toscana, dell'adesione di quei
Tribuni generosi alle volontà manifeste di un Popolo ivi raccolto
da tutte le Provincie. Livorno sebbene a quell'ora tarda prendeva
immediatamente un aspetto festivo: bande musicali percorrevano le vie,
ed il Popolo acclamava con mille evviva a quell'atto solenne d'italiana
rigenerazione. Un Albero della Libertà contornato di bandiere tricolori
era piantato come per incanto nel mezzo della piazza, fra il suono
a festa di tutte le campane e le grida alla Repubblica, a Roma, a
Venezia, a Sicilia, a tutti i fratelli d'Italia: il nuovo sole sorgeva
ad illuminare il più gran fatto nel nostro risorgimento.»[418]

Il Governatore di Livorno intanto, come colui che guarda per vedere
se il tiro ha colto nel segno, scrive a ore tre pomeridiane del 19
febbraio al Ministro dello Interno:

«Qui è stata fatta una solenne manifestazione per festeggiare la
Repubblica _Toscana_. Oggi alle quattro si canterà il _Te Deum_. È
necessario bensì smentire immediatamente una voce, che comincia a
circolare _intorno la dimissione del Guerrazzi_ e del Montanelli, e
la istallazione al Governo di soggetti che non sarebbero graditi. È di
assoluta necessità pronta risposta.»[419]

Che cosa fu risposto? L'Accusa dagli Archivii Governativi ha tolto
quello che le piacque, poi chiudendoli si è posta la chiave in tasca, e
ha detto a me che li voleva esaminare per conto mio: «Concedertelo non
dipende da me, figliuolo; e quando dipendesse da me, tu devi indovinare
prima, o rammentare quello che contengono, ed esporne il contenuto:
allora giudicherò io quali delle carte possono fare al caso tuo, e
quali no; lasciati governare da me, rimettiti nelle mie braccia: vieni,
addormentati sul mio seno; se le mie mammelle contenessero latte, te le
porgerei a poppare. Ad ogni modo, avendo me per tutrice, sto per dire
che tu se' nato vestito, io provvedo a tutto, e credi che lo _todo lo
que hazo, lo hazo per to bien_.» Tenerissima Accusa!

Da Pisa il Prefetto Martini, a ore 1 pomeridiana, avvisa il Ministro
dello Interno, per via telegrafica:

«Il Popolo è adunato numeroso volendo proclamare la Repubblica, sia
_vera_ o _falsa_ la notizia che lo stesso è avvenuto a Firenze. _Molti
cittadini s'interesseranno per trattenere questo atto_, ma ormai pare
inevitabile. Batte la generale. Si dice fatto altrettanto a Livorno,
quindi la mossa di Pisa.»[420]

Il tenore di questo Dispaccio dimostra chiaro, che il Prefetto Martini,
corrispondendo alle istruzioni del Governo, s'ingegnava con altri a
parare quel colpo, ma che disperava venirne a capo.

A Siena già nel giorno 20 febbraio, erano tutti Repubblicani per
convinzione o per paura.[421]

Grosseto nel 20 febbraio bandiva anch'essa la Repubblica, e piantava
l'Albero.[422] Partito appena S. A. da Porto Santo Stefano, fu nel
giorno 22 di febbraio salutata la Repubblica.[423]

Intanto in Firenze si agitava segreta la cospirazione, che scoppiò
nella notte del 21 febbraio 1849; infaustissima fu quella notte, ma
più infausto giorno le poteva tenere dietro. Il _Monitore_ ne dava
ragguaglio nella guisa che già fu detto a pagine 279-282 di questa
Apologia.

Ho esposto altrove, e con documenti provato, come Giuseppe Montanelli
facesse opera veramente cristiana salvando dal furore del Popolo
la gente arrestata, e come in tanto stremo il Governo con provvido
consiglio ricorresse al Circolo medesimo, impegnandolo a mandare taluno
dei suoi concionatori tanto efficaci a rimescolare le moltitudini,
perchè inspirasse loro sensi di carità e di mansuetudine. Se poi mi
domandassero perchè io affermi essere stato cotesto savio consiglio,
mi parrebbe dovere rispondere, che gli uomini i quali non sieno del
tutto perduti ordinariamente s'ingegnano mostrarsi meritevoli della
fiducia, che in essi viene riposta, e quantunque ai giorni nostri i
traditori non sieno appesi, e molto meno s'impicchino da sè, pure quel
brutto nome di Scariotte a nessuno accomoda. Così Lamartine condotto
dal medesimo concetto, che animò (ne sono convinto) i miei Colleghi,
creava la _Guardia mobile_ a Parigi togliendo al disordine le forze
per conservare l'ordine: egli se ne loda, e credo, che in questa parte
abbia ragione.[424]

E qui faccio tregua con le citazioni, osservando, che se lo edifizio
non riuscì come avrei desiderato completo, non è mia la colpa; però
desiderando, piuttosto che sperando, non essere tratto a compirlo,
basterà quello che fu detto per somministrare notizia dei tempi;
imperciocchè

    Ogni erba si conosce per lo seme.

Ora io voglio un poco confrontare questi nostri successi con altri, i
quali, a un punto più celebri e più terribili, hanno dato al mondo una
lezione di spavento.


§ 2. _Confronto storico._

Nel 1792 erano in Francia uomini infiammati nei cerebri dai vapori
delle speculazioni astratte, i quali reputando, che il male degli
uomini derivasse non già dalle ree passioni che gli agitano, bensì
dalla forma della Società, come se non fossero essi e le opere loro
che gli hanno ridotti nello stato in cui sono, drizzarono la mente a
capovolgerla di cima in fondo. Però non tutti accordavano su i fini,
nè penso, come allora, in futuro saranno per accordarsi giammai; e
questo è sommo bene. Alcuni di loro intendevano, mercè le riforme
politiche, arrivare alle sociali; altri alla rovescia, nè tutti
volevano trascorrere fino al punto di abolire la fede di Dio; e
quelli che pur volevano cassato Dio, più che altro sembravano Titani
ciechi brancolanti in cerca di scogli per avventarli contro il cielo;
e negli scritti e nei ragionamenti loro manifestavano piuttosto la
convulsione della rabbia, che un discorso considerato della mente.
Spettava ai giorni nostri sopportare la vista di uomini, che lontani
dai ravvolgimenti politici, con la pacatezza del filosofo, e la
soavità dell'uomo dabbene, si affaticano a dimostrarti per filo e
per segno, che tu non sarai felice mai là dove tutta questa macchina
morale, civile, religiosa e politica, non vada in fascio. Certo, chi
dette simile impulso ai moti rivoluzionarii del tempo, sortì grande
la potenza dello ingegno. Lo spirito del male lo deve avere baciato
proprio su la fronte dicendogli: tu sei il figliuolo della mia
predilezione. La grande maggiorità dei diseredati, che forma la base
della piramide sociale, gl'infiniti figliuoli della Natura, che dalla
madre loro credono essere stati benedetti con uno schiaffo, poco si
commuovono per Repubblica o per Monarchia; imbestiati dal miserabile
costume i grossolani appetiti è forza gratificare dapprima; più
tardi verranno i bisogni dello spirito, e il desiderio di razionale
reggimento, tanto più duraturo quanto meglio gli uomini saranno ad
apprezzarlo capaci. Lasciamo che questo avviso assai si rassomigli a
quello di dar fuoco alla casa, nella speranza che ci venga rifabbricata
più bella; egli è certo che per isconvolgere la Società non si poteva
inventare leva più pericolosa, nè più sicura di questa. — Noi vediamo
ordinariamente i Partiti intenti a distruggere, venire a capo dei
concetti disegni per due precipui motivi: primo, perchè su le mosse
vanno di accordo, quantunque più tardi pieghino chi a destra, e chi a
sinistra, chi di loro vuole trascorrere, e chi stare fermo; tuttavolta
siffatte discrepanze lo Stato già sconvolto rendono infermissimo:
secondo, perchè l'assalto procede sempre più fervido della difesa,
nè lo assalito può in un punto da tante parti salvarsi, e l'assalto
gli sopraggiunge addosso continuo, impreveduto, e difficilmente
prevedibile. Un rimedio ci è, o almeno, se non basta questo, agli altri
è inutile pensare; ma lo vedo respinto, però che come tutti i farmachi
sappia un po' di ostico a cui ha il gusto avvezzato a malsani dolciumi.
Gli umori rivoluzionarii tengono della natura di quelle infermità,
che, per ispogliarle del maligno, bisogna inocularle. Il reggimento
costituzionale, da senno praticato, sarebbe la vaccina salutare; ma
tanto è, le vecchie balie non ne vogliono sapere, e gli armano contro
tutti gli errori per questa volta non popolari, ma signorili; intanto
il male cova, e a tempo debito se non ucciderà il fanciullo, te lo
lascerà concio, che Dio ve lo dica per me.

Le grandi Assemblee di rado trascendono ad enormezze, o, se pure
irrompono in quelle, durano poco; e là dove per istituto si ragiona,
se qualche volta la passione accieca, anche a tastoni, la via diritta
smarrita io ho veduto ritrovare sempre; però i Rivoluzionarii di
professione le Assemblee e i Poteri costituiti detestano, o se gli
sopportano, vogliono ad ogni patto dominarli. I Rivoluzionarii in
Francia avevano, a vero dire, seguito grande nell'Assemblea legislativa
in virtù dei Deputati che per sedere sopra i più eccelsi scanni
si chiamavano Montanari, e per la pressione delle conventicole; e
nonostante questo, non pareva loro essere sicuri a bastanza, ove del
tutto non la riducevano in servitù. Se l'Assemblea voleva vivere,
doveva rassegnarsi, ed essere nelle costoro mani quasi un suggello,
per legalizzare le immanità che si accingevano a commettere. Così,
per siffatto disegno, la Comune accanto all'Assemblea a poco a poco
diventò Governo; in seguito più che Governo. Nel Palazzo Municipale
si radunarono i più violenti; di là spaventarono, quivi usurparono, là
ordirono in segreto quanto in palese non avrebbero mai osato, non che
fare, dire.

Qui fra noi mancava l'Assemblea. La eletta con l'antica legge
elettorale, oltre all'essere stata disciolta per volere del Popolo, nè
si sarebbe attentata di adunarsi, e se adunata, avrebbe fornito materia
allo infuriare della moltitudine, che pure si voleva attutire. Ora
io ho veduto che per placare il toro, non gli si agita mica davanti
gli occhi la bandiera vermiglia che odia, e trema; ed è eziandio
così da avvertirsi, come da evitarsi che le prime offese chiamino
le seconde; imperciocchè la vittoria insuperbisca, e quello che ti
riesce ottenere dalla paura, che poca o molta accompagna sempre la
prima esperienza della forza, invano chiederai dopo la prova riuscita
prosperosa per coloro che intendi reprimere. Però di questo a suo
luogo più copiosamente. Intanto reggeva il Governo Provvisorio; per
sua natura debole; sostenitore degli ufficiali governativi piuttosto,
che sostenuto da quelli. A questo gli ufficiali tutti, a questo
i cittadini, amorevoli o no, pongano mente, poichè all'Accusa non
preme badarvi: che il Governo Provvisorio potè salvare uomini e cose,
fondato appunto sul transitorio, che gli serviva di pretesto a non
imprendere mutamenti; — uscendo nel definitivo per impeto di passioni
rivoluzionarie, pensate un po' voi dove vi avrebbe balestrato cotesto
turbine. La Fazione violenta riusciva a sforzarmi in molte cose, non in
tutte, nè nella suprema in ispecie, presso cui le altre erano nulla: di
qui l'agonia di volere ad ogni patto imposta la Repubblica a tumulto,
e di qui, trovatomi oppositore e custode dei diritti dell'universo
Popolo, il proponimento palese in molti, segreto in taluno, di
sostituire al Governo Provvisorio un Governo che la desiderata
Repubblica proclamasse.

In Francia la stampa della Opposizione, spaventata, tace; dei tipi e
dei torchj si spoglia, e ai propagatori delle opinioni rivoluzionarie
si donano: qui pure alla stampa, nemica della violenza, voleva imporsi
silenzio.

In Francia i Rivoluzionarii intendono impadronirsi di quella facoltà,
la quale mentre dura la tempesta degli sconvolgimenti politici non
merita più essere chiamata Giustizia, e neppure diritto di punire, ma
sì piuttosto potenza di mal fare, conciossiachè, ottimamente avverte
il Thiers,[425] arrestare e perseguitare i supposti nemici formi per
i Faziosi principalissima e ambitissima libidine. — Quale e quanta
poi sia la tristizia e la rabbia delle persecuzioni politiche, non
importa discorrere! — Donde nascesse la prima radice dei Tribunali
rivoluzionarii di Francia, insieme con gli altri Storici lo dichiara
Luigi Blanc: «La mollezza e la esitanza dei Poteri governativi da una
parte, e dall'altra il sospetto e la paura fanno nascere la prima idea
del Tribunale rivoluzionario. Dupont di Nemours fu che il propose; e
per questo modo dalle mani di un Consigliere di Parlamento furono poste
le basi del Tribunale rivoluzionario.»[426]

La Storia, non senza che le tremi nella destra lo stilo, registra
nelle sue tavole, come a sbramare le rabbie della scapigliata licenza
e del bilioso assolutismo non fecero mai difetto uomini tristi; i
quali comecchè vestissero toga nè nome di Magistrati meritarono,
nè Magistrati furono; come per vetro traverso a loro si vedeva il
carnefice. E che cosa importarono quei luridi scartafacci curialeschi,
martirio della ragione umana, e scuola di calunnia? Chi ingannarono?
Dio forse, o la coscienza propria, o gli uomini? Ah! nessuno, nessuno
ingannarono; avrebbero operato più presto e più lealmente, a prendere
una pietra e mettersi ad affilare il taglio della mannaia. Deve essere
profonda davvero la satanica voluttà di abbracciare il male, e dirgli:
«Tu sei il mio bene!» se la vendetta umana spesso, e la divina sempre,
il disprezzo presente, la esecrazione dei posteri, e le visioni della
notte e i terrori del giorno, non bastarono a rattenere dal truce
mestiere. Ahimè! Che importa che Fouquier-Tinville, giudice carnefice
della tirannide libertina, muoia come Ciro nel sangue che ha versato?
Che giova che Jefferies, giudice carnefice della tirannide regia, spiri
ammaccato dai colpi come un lupo? La morte loro non richiamerà dal
sepolcro l'illustre Bailly, la egregia Madama Roland, le pie Granut e
Lady Lisle, e Cornish innocentissimo. Io non ardisco interrogarlo, — ma
è ben profondo, ben soverchiante la ragione nostra, il consiglio — per
cui vedemmo per le Storie la nequissima stirpe di cotesti due togati
carnefici rinnovellarsi copiosa, mentre fu scarsa quella di Papiniano
che osò guardare in volto Caracalla, e dirgli: «essere più facile
commettere il fratricidio che scusarlo.»

E qui non pure tra noi si pretendeva che il Governo instituisse
Tribunali rivoluzionarii; ma i Faziosi, già già diventati Governo
da per sè stessi, siffatti Tribunali creavano, i loro Giudici
carnefici eleggevano, uno esercito di mille cagnotti ad accompagnarli
disegnavano. Il Governo Provvisorio queste infamie impediva, e,
fingendo adempire egli alle sformate voglie della Fazione, mutava
in comune salvezza quello che nelle mani altrui sarebbe stato esizio
universale. Lo impugnate voi? Su, vengano innanzi le vedove che abbiamo
fatto, escano fuori gli orfani per causa nostra, e ci pongano accusa.
La pena più lunga, che fu applicata dal Romanelli, questo nuovo Carrier
del contado aretino, non arriva al terzo della nostra carcere di
custodia!

In Francia, a Parigi segnatamente, spaventavano le persone, solite a
trovarsi in tutte le Capitali, per costume depravate, d'istinto feroci,
per abitudine di trambusto fatte convulse, perpetuamente oscillanti
fra lo ergastolo e la taverna; tanto più rese terribili adesso, che
sciagurati predicatori le ammaestravano a colorire le inique passioni
con la politica. — Fra noi terribili erano gli scherani nostri, e
non pochi, ma non sì, che, come in numero, in ferocia non venissero
superati da quelli che ci mandava la vicina Romagna, cui pure adesso
con molta fatica contiene grossa mano di armati, vigilanti ai confini.

Vedete in Francia uomini improvidi del domani, non aborrire accendere
oggi uno incendio, che non sapranno più spegnere, e dal quale eglino
stessi rimarranno a posta loro distrutti; e Cammillo Desmoulins,
stracciando lo ingegno bellissimo, gittarne i brani al Popolo
feroce, per vie più inferocirlo. «Abbiamo uno esercito, egli diceva,
latente sì, ma ordinato e in procinto. Nè causa al mondo fu della
nostra più sacra per combattere; nè premio maggiore destinato alla
vittoria. Quarantamila palazzi, case, castelli, due quinti delle terre
di Francia, ecco il bottino di guerra. Chi presumeva conquistare
sarà conquistato, chi vincere vinto. Il Popolo andrà mondato dagli
stranieri, e dai mali cittadini; e tutti quelli che il bene proprio al
bene comune preferiscono, saranno sterminati.»

E qui tra noi si urlava: «I danari si piglino dove si trovano, le
Chiese dei sacri arredi si saccheggino, a viva forza i signori si
spoglino, e le spoglie si dividano fra il Popolo, caparra e saggio di
più abbondante raccolta.» E' furono giorni pieni di pericolo cotesti;
e chiunque comprende quanto efficace maestro sia il bisogno, e quanto
la cupidigia docile scolara, ne andrà persuaso di leggieri. I miei
Colleghi furono stretti a mettere una Legge nel 22 febbraio, con la
quale fu ordinato ai benestanti ripatriassero; dove no, sarebbero
multati: ma nessuno fu multato, e vagarono quanto seppero e vollero; —
testimone Don Tommaso Corsini. Questi eccitamenti non avendo trovato in
Francia nel Governo quei supremi contrasti che in Firenze trovarono,
bensì plauso ed istigazioni, ecco in breve spazio di tempo in quali
fatali rovine fu visto precipitare quel nobilissimo Stato. — Parte di
Popolo ardeva i castelli, ne decapitava i padroni; le mozze teste fitte
sopra le picche, trionfo infame, portava in processione per le strade;
dai braccioli di ferro dei lampioni pendevano cittadini impiccati;
e l'altra parte del Popolo plaudiva e urlava; qualche volta ancora,
tratto argomento di arguzia dalla nefanda tragedia, rideva. Desmoulins,
furente di rabbia rivoluzionaria, assumeva il titolo di _Procuratore
Generale del Lampione_.

Oppressione antica nel reame di Francia, governativi errori, insolenze
patrizie e abusi universali, di lunga mano apparecchiarono il
bisogno di riforme; peregrini intelletti somministrarono argomenti
e favella al gemere lungo del Popolo; forse il Principe cedeva, ma
i Privilegiati non vollero, meno teneri della Monarchia che di sè
stessi, ed invidiosi che questa, sviluppandosi da loro, senza loro
durasse. Tutto lo edifizio monarchico e feudale doveva salvarsi o
perire, e ciò parve amore, e veramente fu astio; ma così amano sempre
i Partiti: — próstrati a terra, e adorami; io ti darò i regni della
terra. — Satani sempre, e a tutti; anche a Gesù! — Di qui ebbero
origine, da un canto, le trappolerie, gl'inganni, e le slealtà, poi le
mene segrete, al fine le scoperte opposizioni; e dall'altro, rancori,
rabbie, pretensioni quotidianamente crescenti, e il subentrare continuo
dello impeto della passione ai nobili discorsi del pensiero; poi,
aumentando lo scambievole odio, si venne alle ingiurie; il trapasso
all'offesa fu breve; quegli ebbero ricorso alle forze ordinate del
dispotismo, questi alle forze scomposte dell'anarchia; i primi, se
avessero vinto, avrebbero ucciso la Libertà stringendole il collo; i
secondi, vincendo, la condussero a morte aprendole le vene. Il sospetto
non chiuse più occhio, e la vigilia infiammò il sangue del Popolo; e
siccome quanti più scalini scendiamo per la scala della ingiustizia,
sempre più copiosi troviamo i motivi di offendere, al sospetto, alla
miseria, alla cupidità, al furore ecco accompagnarsi la paura; fra
i cattivi consiglieri, pessimo: — la paura, Ciclope acciecato, che
di tutto teme, anche dei camposanti, però che il vento che zufola
per le croci le metta spavento; onde impreca alle croci, e vorrebbe
anch'esse sepolte. Pareva che ormai la ferocia degli uomini avesse
toccato il fondo del suo inferno, e non era niente; l'ultima furia e
la più truce di tutte dormiva sempre. Negli ultimi giorni di agosto
1792, si sparge la voce in Parigi, i Prussiani, espugnato Longwy,
accostarsi a Verdun. Male davvero conosce la natura delle rivoluzioni
chi pensa che siffatte novelle giovino ad abbattere gli animi esaltati;
la rabbia vedemmo allora diventare delirio, e destarsi e stendere le
braccia insanguinate la furia delle vendette. Il sospetto cerca le
cospirazioni pronte a scoppiare, spesso le immagina, qualche volta le
trova, la paura l'esagera, e nella propria sua ombra teme il sicario;
la minaccia esterna inasprisce, facendo, per così dire, rientrare nella
massa del sangue la infiammazione della cute, e un grido sussurrato
di orecchio in orecchio a voce sommessa, come si costuma ai funerali,
dice: «Siamo traditi, il _pericolo delle armi_ sta lontano, e non è
quello che ci _stringa più urgente_; il pericolo sta qui nei nemici
che abbiamo in casa. I Generali alla frontiera badano ai Prussiani,
noi qui dentro dobbiamo badare agli aristocratici cospiranti sempre
contro la Libertà.[427] La causa della rivoluzione potrà salvarsi, se
accorriamo tutti ai confini; ma lasciandoci dietro le nostre famiglie
abbandonate, i nostri nemici le trucideranno; dunque è necessità
mettere mano al sangue: forse la causa della rivoluzione soccomberà,
dunque vendichiamoci anticipatamente della temuta disfatta sopra
questi aborriti, che dispererebbero la nostra agonia con gl'insulti del
trionfo; sia che vinciamo, sia che perdiamo, bisogna far sangue.»

Riandate col pensiero le citazioni allegate nelle pagine precedenti,
anzi aggiungetevi anche questa: «Per combattere il nemico straniero
bisogna non _temere che il nemico interno c'insidii e ci minacci
alle spalle_. La Fazione, non c'inganniamo, è numerosa, e potente.
La coscienza della causa dà il debito, e il diritto della vittoria:
_questo fa legittimo, e sacro ogni mezzo_;»[428] e vedete se la mossa
del Laugier partoriva in Firenze i medesimi furori. Lascio la decadenza
del Principe gridata a furia; lascio la Repubblica proclamata per
_gittare_, come dicevano, un _fatto compíto_ davanti ai suoi nemici;
non ricordo il bando di traditore posto addosso dalle turbe invelenite;
ma, con ribrezzo, mi trovo costretto a rammentare la empia gioia
della vicina strage, gli eccitamenti orribili a purgare con battesimo
di sangue le strade della nostra città: e qui mi taccio, perchè
nel ravvolgermi per queste memorie mi prende al cuore una tristezza
infinita, che poco è più morte.

Confrontate il linguaggio, che qui si udiva, in Toscana, con quello,
che costumavasi in Francia, e ditemi poi se i giorni del terrore vi
paressero imminenti! «I motivi sono eglino puri? Il fine approfitta
la Rivoluzione? Giova o no alla causa della libertà? — Ciò basta...
Si deve parlare della Rivoluzione con rispetto, e dei provvedimenti
rivoluzionarii co' riguardi che meritano. La Libertà è una vergine di
cui è colpa sollevare il velo.»[429] Vedete se qui come in Francia
proclamavasi la sentenza, ai Rivoluzionarii non pure spettare il
diritto, ma incumbere il dovere di fare di ogni erba fascio per
salvarsi: «empia massima e atroce, che somministra ai minacciati il
diritto di combattere con armi pari, e distrugge lo Stato Sociale per
surrogarvi la guerra.[430]»

Siffatti eccitamenti condussero in Francia le giornate del settembre.
Che cosa pagherebbe mai la Francia per potere strappare coteste pagine
dal volume della sua storia? Forse quelle che narrano dei gesti del
Condé; e se non bastassero, ci aggiungerebbe le altre che parlano del
Turena; e, se più si volesse, anche quelle di Napoleone; e finalmente
quante altre mai favellano di gloria, purchè cotesto vituperio
cessasse. Nè dovrebbe reputarsi troppo caro il riscatto, conciossiachè
i Popoli s'infamino peggio pei fatti scellerati, che non si esaltino
pei gloriosi.

Coloro che quelle immanità ordinarono non ne sentirono rimorso, almeno
sul momento; all'opposto, le confessarono come provvidenza necessaria
di Stato; e questo avviene quante volte, pervertito ogni senso morale,
il cervello guasto dai sofismi pesa sul cuore come una lapide di
sepolcro: quelli poi che l'eseguirono n'ebbero orrore; ed anche questo
è ragione, perchè il Popolo traviato dalla passione chiude le orecchie
alla voce della coscienza, ma per via di cavilli non sa strozzarla.

E avvertite, che non per ordine dell'Assemblea, ma in onta sua, fu
commessa la strage. I violenti l'avevano soverchiata instituendo
Governo fuori del Governo, per quei tempi onnipotente quanto feroce. La
Francia spaventata imparò lo eccidio del settembre per via di questa
Circolare spedita dal Comitato di Salute Pubblica col sigillo del
Ministro della Giustizia:

«Prevenuto che torme di Barbari si avanzavano contro la Francia, la
Comune di Parigi usa diligenza ad informare i fratelli di tutti i
Compartimenti come una parte degl'iniqui cospiratori detenuti nelle
prigioni è rimasta spenta per virtù del Popolo. Comparve necessario
questo atto di _giustizia_» (e sempre _giustizia_ rammentasi da coloro
che meno vogliono e sanno adoperarla) «per contenere con la paura le
legioni dei traditori chiuse dentro le mura, mentre stavamo in procinto
di muovere contro il nemico; e il Comitato non dubita che il Popolo di
Francia, dopo la serie dei tradimenti lunghissima la quale lo spinse
su l'orlo dello abisso, si studierà imitare questo partito tanto
vantaggioso quanto necessario, e dirà come il Parigino: — Noi correndo
contro al nemico non lasceremo dietro a noi scellerati che scannino le
nostre mogli ed i nostri figliuoli...!»

I posteri incolpano meritamente la memoria del Danton, come
partecipe ed eccitatore di cotesti misfatti; ed è da credere che dove
risolutamente vi si fosse opposto, forse gli sarebbe venuto fatto
stornare tanta sciagura dalla Francia, tanta infamia dal suo capo;
però che la voce del Magistrato sia autorevole a dissuadere le turbe da
promiscue stragi, come da qualsivoglia altro atto di efferata barbarie,
dalla quale per religione, per educazione e per naturale istinto
esse repugnino: e bene ammonisce il signor De Barante nei frammenti
citati, che il Danton, stimolando la plebe a insanguinarsi, non fece
affatto prova di audacia, bensì di codardia, solita nei capi di parte,
che, _per mantenersi in favore dei proprii soldati, alle voglie loro,
quantunque disordinate, sempre vilissimamente acconsentono_.

E di vero il Danton invece di trattenere, ecco come spingeva la plebe:
«Il dieci agosto ci ha divisi in Repubblicani e in Realisti: poco
numerosi sono i primi, molto i secondi. In questa debolezza noi ci
troviamo esposti a due fuochi; a quello dei nemici fuori, e all'altro
dei realisti dentro,» e concludeva col truce attraversare della mano su
la gola, e colle più truci parole: «Bisogna atterrire i realisti!»[431]

Così procedono i fomentatori della Rivoluzione, e non la trattengono,
nè il proprio corpo in mezzo alla strada attraversano, affinchè il
carro sanguinoso si arresti.

La sentenza gravissima del signor De Barante, da noi riportata poco
anzi, ci porge occasione, confrontandola con certe parole dell'Accusa,
a dimostrarne la manifesta stupidità. Costretta l'Accusa a confessare
con amarezza inestimabile com'io mi fossi valoroso oppositore delle
più _accese voglie_ della Demagogia, subito dopo, per cancellarne il
merito, aggiunge che questo feci per conservare nelle mie mani il male
acquistato potere.

Innanzi tratto la mia autorità, per sua natura transitoria, non
poteva prorogarsi che per ispazio brevissimo di tempo, sia che
l'Assemblea deliberasse la Repubblica, sia piuttosto che il Principato
costituzionale restituisse; nel primo caso, è da credersi che non
avrebbero scelto a governare la Repubblica, _tale che accusavano
averla contrariata_; nel secondo, di questa pasta non si fanno
Principi, e penso che non ci bisogni dimostrazione. Ancora: non qui
in Toscana, ma a Roma, il Potere Esecutivo e i Ministri sarebbersi
dovuti eleggere; onde se in me fosse stata vaghezza di durare al
governo con la Repubblica, e commettermi alle sue fortune, insensata
opera faceva travagliandomi ad avversarla in Toscana: lasciato
quaggiù, come suol dirsi, sacco e radicchio, avrei dovuto prendere
le mosse verso Roma, dove supremo seggio, più volte, mi avevano
offerto, e l'ho provato altrove. — Per durare al potere, in virtù del
beneplacito della moltitudine, signora assoluta delle cose, nuova arte
c'insegna l'Accusa. — La Storia ci mostra come i vogliosi di dominare
abbiano sempre piaggiato, non contrastato il Popolo; ma che cosa cale
all'Accusa di Storia? Ella sa di dire sempre bene. Anche Cromvello
e Napoleone, che furono così assoluti e si sentivano gagliardi su
le armi, si gratificarono i Popoli con ogni maniera di lusingheria.
Perpetuo aborrimento loro erano i corpi deliberativi; sicchè quando
vollero dominare signori, Cromvello nell'aprile del 1653, invaso
il Parlamento co' suoi soldati, ne cacciava a vituperio i Deputati,
e chiusa la sala se ne ripose la chiave in tasca, ordinando che vi
appiccassero un cartello che dicesse: «_Stanze da appigionare._»[432]
Buonaparte, nel novembre del 1799, faceva saltare, a San Clodio, dalle
finestre i Membri del Consiglio dei Cinquecento.[433] Io convocai
l'Assemblea Costituente toscana, perchè delle sorti toscane statuisse
nello spazio di tempo che mi fu dato più breve.

Adesso come, — esclamerà l'Accusa levando le mani al cielo, — con
paziente animo può sopportarsi in bocca di questo bagnato e cimato
prevenuto sì superbo vanto! Possono eglino questi agnelli toscani
paragonarsi co' lupi parigini del 1792? Dove il coraggio, dove le
mani sariensi trovate per far sangue? _A diversis non fit illatio._
Abbassa le mani, Accusa, e ascolta: già non sono io che queste cose
penso essere state possibilissime qui; ma tu, che descrivi la Fazione
con tali orribili colori, che se fosse stata composta di tanti diavoli
scatenati dallo Inferno, non avresti saputo e forse nè anche voluto
fare peggio.

Ma io metto, che fosse mansueta quanto una vergine, eppure anche di
questa il buon Parini filosoficamente poetando insegnò:

    «Ahi da lontana origine
    «Che occultamente noce
    «Anco la molle vergine
    «Può divenir feroce...»
Oppure tu pretendi, o Accusa, la Fazione pusillanime e codarda? E
per questo appunto la si doveva temere spietata. La virtù, che si
esercita gagliardamente contro la resistenza, si arresta dinanzi al
nemico supplichevole di mercede: ma la pusillanimità, per vantarsi,
che anch'essa fu della festa, non potendo mostrarsi nella prima opera,
si prende per sua parte la seconda, che è di sangue, e di strage. I
macelli dopo le vittorie ordinariamente commettonsi dai bagaglioni,
e dai saccardi, e la cagione delle immanità inaudite, per le quali
le guerre civili diventano infami, consiste appunto in questo, che la
plebe imbelle gavazza nel tuffare le braccia fino ai gomiti nel sangue
e nel cincischiare un cadavere steso ai suoi piedi, sentendosi affatto
di prodezza incapace:

    _Et lupus, et turpes instant morientibus ursi,_
    _Et quæcumque minor nobilitate fera est._

Narrano le Storie che Alessandro crudelissimo tiranno di Fere, mentre
si deliziava a ordinare i veri strazii di tante infelici vittime, non
poteva soffrire i finti di Andromaca e di Ecuba rappresentati sopra i
teatri. L'Imperatore Maurizio essendo avvertito in sogno e per altri
prognostici, che un Foca soldato in allora sconosciuto lo avrebbe messo
a morte, interrogò il suo cognato Filippico intorno ai costumi, alla
indole, e alle azioni dell'uomo, ed intendendo com'ei si fosse pauroso
e codardo, ne concluse subito, ch'egli doveva essere ancora omicida e
crudele.[434]

Leggi, Accusa, il grave De Barante, e t'insegnerà come anche in Francia
la sete del sangue a poco a poco si sparse, e a poco a poco crebbe;
saprai che nello esordio della strage dei prigioni della Badía gli
ammazzatori se giungevano ai cinquanta non li passavano; vedrai come
alieni molti di costoro da così immani delitti, al cessare del delirio
che gli aveva invasi, presi da malinconia, agitati da visioni notturne,
diventassero matti; udrai come uno armaiolo, detenuto nel carcere
della _Conciergerie_, al quale i sicarii fecero patto salvargli la
vita se gli aiutava a scannare, accettasse, ma, dato il primo colpo,
gittasse via il ferro micidiale, e gridato con quanta voce aveva in
gola: «Uccidetemi; io eleggo essere piuttosto vittima che carnefice!»
cadesse trafitto martire della sua umanità;[435] e se ne avrai voglia,
apprenderai «come dato una volta il segno, e prevalsa la idea che
bisogna sacrificare vite per la salute dello Stato, tutto si disponga
a questo atroce fine con incredibile agevolezza. Ognuno opera senza
repugnanza, e senza rimorso; la gente vi si abitua nel modo stesso che
il magistrato a condannare, il chirurgo a vedere gl'infermi patire
sotto i suoi arnesi, il generale a spingere ventimila uomini alla
morte. Viene composto un fiero linguaggio corrispondente alle opere; e
perfino si trovano motteggi e lepidezze per esprimere idee di sangue.
Ciascuno corre strascinato, intronato dal moto universale; e furono
visti uomini, i quali nel giorno innanzi si occupavano pacifici di arti
o di commercio, trattenersi con la medesima facilità di distruzione e
di morte.»[436] Sicchè per queste e per altre notizie, tu, se ne avrai
talento, potrai, o Accusa, conoscere come un Popolo lieto, giocondo,
amabile, ai sensi di carità di leggieri inchinevole, religioso così
che mediamente ebbe nome di cristianissimo, mutato, in breve giro di
tempo, genio e costume, vincesse d'immanità assai le più feroci belve,
e rinnegasse non solo i riti religiosi, non solo lo Dio dei suoi
Padri, ma tutto Dio, e facendo l'anima morta col corpo, operasse da
bruto. Veramente ogni Popolo presenta una sua speciale fisonomia; però
andrebbe errato di molto colui che presumesse in queste nostre parti
occidentali tanto un Popolo dall'altro diverso che, sottoposti entrambi
al medesimo impulso, uno dall'altro, agendo, differisse; questo
starebbe contro il naturale ordine delle cose e contro la esperienza
quotidiana. Nelle medesime condizioni di civiltà tanto più si
livellano i pensieri, gli appetiti e gl'impeti, che anche in condizioni
differenti gli abbiamo veduti procedere a un di presso uguali. Così,
a modo di esempio, nella peste di Milano del 1630 il Popolo ebbe fede
alla presenza degli untori, e furono processati e morti, imperciocchè
quale infamia, qual tirannide e quale errore patirono penuria di
_Giudici_ per sentenziare, di Carnefici per _giustiziare_? E nella
moría del Cholera chi di noi non rammenta avere udito gente, e non
mica di piccola levatura, bensì di ordinario discorso dotata, affermare
che uomini perversi, toccando con arnesi imbrattati, il mortale morbo
trasfondevano? — E mentre questi successi accadevano sotto i miei
occhi a Livorno, non leggevamo di cittadini dabbene precipitati dalla
credula plebe parigina nei pozzi, perchè temuti manipolatori di veleni
_cholerici_?

Qui, come in Francia, sconfortate le moltitudini e indifferenti, e ce
lo racconta la stessa Accusa;[437] qui la forza pubblica inerte; qui
sciolti i vincoli politici, rilassati i religiosi; qui insomma poteva a
buon diritto ripetersi quello che Garat Ministro dello Interno diceva
all'Assemblea: «Enormezze incomportabili in Parigi quotidianamente
commettonsi, e temesi peggio. La forza pubblica rimane spettatrice
inoperosa, e si scusa adducendo difetto di ordini: intanto, prima che
gli ordini arrivino, i perversi ragunano il Popolo, lo infiammano, lo
strascinano, e il male cresce irrimediabile.»

No, — senza supremo di Dio benefizio, a cui prima dobbiamo grazie
infinite, e l'opera di me, fatto segno di vituperevole guerra, Toscana
piangerebbe adesso giorni funesti quanto quelli che nel 1792 successero
in Francia.[438] Questa è la mia gloria, e nessuno me la può tôrre. Se
in secolo meno tristo io fossi nato, se fra gente più generosa vivessi,
tradotto innanzi al Tribunale avrei detto: «in questo giorno, e in
questa ora le furie rivoluzionarie invadevano la Patria nostra, traendo
seco i mali, che fanno piangere un secolo. Dio aiutando, a me fu dato
salvare la Patria. Popolo e Giudici, che facciamo noi qui? Andiamo in
Chiesa a rendere grazie a Dio pel ricevuto benefizio.»

Queste sono reminiscenze pagane; oggi i cristiani più civili farebbero
condurre Cicerone alle Murate, a starsi in compagnia con Cetego e con
Lentulo.


§ 3. _Stato in che mi trovo ridotto nei giorni 18, 19, 20._

Vedevo imminente formarsi la tempesta, e attendendo fra tanto pericolo
a preservarne lo Stato, il quale era da temersi che ne andasse
sommerso, pensai in primo luogo occupare le menti col rumore dello
apparecchio delle armi, poi nel negozio delle elezioni. Consideravo
così tra me, che scemando i motivi dello ardore, e frastagliandolo in
tanti scopi diversi, poteva sperarsi che quel fattizio impeto per la
Repubblica quietasse. In simile intento nel giorno 17 febbraio, con
data del 16, era bandito questo Proclama, e col Proclama provvedimenti
relativi allo scopo del Proclama consentivo, e ordinavo.

  «Toscani!

«La nostra bella contrada si disfà, se quanti hanno cuore italiano non
sorgono animosi a salvarla.

«Bande di facinorosi col pretesto della fuga di Leopoldo II, ed anche
senza pretesto irrompono al saccheggio e allo incendio. Il Governo ha
represso gli scellerati, e saranno puniti.

«Alcuni soldati figli di questa terra a noi dilettissima, abbandonavano
le bandiere, e con sacrilegio maggiore disertavano i confini alla
fede del sacramento loro affidati. Una cosa sola conforta l'animo
travaglialo, ed è questa, che i più, pentiti, sono ritornati. Possa in
breve un battesimo di fuoco reintegrarli nella pienezza dell'onore, che
non doveva mai rimanere offeso.

«Ora corre il momento solenne. Momento di eterna infamia o di eterno
onore. Non sapremo noi spargere altro che lamenti codardi, e lacrime
vane? Vorremo noi offrire di nuovo lo spettacolo allo straniero di una
emigrazione troppo spesso derisa?

«No, i mali sono grandi, ma non minori alla costanza del buon
Cittadino. Non è mai lecito disperare della salute della Patria.

«Coraggio! La Legge intorno ai Volontarii fu pubblicata; breve lo
ingaggio, di un anno e un giorno; la ricompensa giusta, l'onore
grandissimo.

«Non più parole, ma fatti. Se trentamila Toscani volontarii non corrono
alle armi, chi è quaggiù che ardirà parlare di Libertà? Se il Popolo
sarà pari alle sue promesse, il Governo non mancherà al suo dovere.

«Egli saprà vincere l'anarchia interna, egli si difenderà aggredito
dalle invasioni straniere: farà quanto Dio e la coscienza gli
impongono.

«Rammentinsi i tepidi e gl'infingardi e gl'inerti, che a tale siamo noi
che restare è peggiore che andare, e che il partito più fecondo di mali
sta nel non far nulla.

«Voi vi ritirate nelle vostre case, sciagurati! Chi ve le salverà dallo
incendio? Voi nascondete il vostro denaro e lo negate alla voce della
Patria! Chi vi difenderà se lo avrete a dare sotto al bastone croato?
Voi pervertite il cuore dei campagnuoli e li dissuadete dalla guerra!
Chi preserverà i colti dalle scorrerie dei cavalli nemici?

«Non ci credete? Guardate la Lombardia, e vedrete se questa è verità.

«Firenze, li 16 febbraio 1849.»

Mirava ad attirare le menti commosse verso l'elezioni la Circolare ai
Prefetti, pubblicata nello stesso giorno 17 febbraio.

«_Circolare del Governo Provvisorio Toscano ai Gonfalonieri._

  «Signor Gonfaloniere.

«Il primo pensiero del Governo Provvisorio, appena si trovò chiamato
ad assumere in momenti così supremi le redini dello Stato, fu quello
di circondarsi di un'Assemblea Nazionale, onde la volontà del Popolo
avesse tutto il suo peso nel Governo del Paese.

«Così fosse stato nell'umana potenza, come era nel desiderio dei
Cittadini che governano, improvvisare all'istante un'Assemblea
Nazionale! Ma volendo far tutto che era umanamente possibile per
affrettarne la convocazione, fu dettato un Regolamento nel quale,
piuttosto che a giorni, ad ore, vennero misurate le operazioni
elettorali.

«Infatti per la preparazione, formazione, correzione e pubblicazione
delle liste, fu imposta una sollecitudine per la quale si richiede
tanta alacrità nei Parrochi e nelle Autorità Municipali, che solo
la gravità dei tempi fa sperare secondata da tutti. Le ulteriori
operazioni fino alla convocazione delle Assemblee Elettorali, e
le successive, fino alla proclamazione dei Deputati di che parla
l'Articolo 39 del Regolamento de' 13 corrente, sono così compendiate
nel tempo che il Governo le ordinò, non senza tema che fossero
giudicate impraticabili. Non si ebbe riguardo a sacrificare il
ricorso, che in tempi ordinarii non avrebbe potuto negarsi, contro
le risoluzioni dei Prefetti in domande di rettificazione di liste; e
per le trasmissioni di carte da luogo a luogo, si fece conto che le
Autorità interessate non avrebbero profittato dei modi di ordinaria
corrispondenza comunque spedita, ma avrebbero, come debbono usare,
mezzi al tutto straordinarii di più celere comunicazione.

«Signor Gonfaloniere! all'Autorità Comunale, a Voi, è specialmente
affidata l'esecuzione del Decreto Elettorale: da Voi specialmente
dipende che il 15 marzo tutti gli Eletti del Popolo sieno in solenne
convegno attorno al Governo Provvisorio. Gli indugi toscani non
sieno più che una memoria. Pensate che il Paese vi guarda ed attende.
Studiate in precedenza tutto il meccanismo del Regolamento, onde non vi
sorprenda dubbio nel momento dell'azione: e quando sentiate bisogno di
alcuna dilucidazione, chiedetene per tempo ai Prefetti, a Noi.

«Le operazioni elettorali sono una catena. Se un anello non
corrisponde, la macchina si ferma. E la macchina deve andare a ogni
costo.

«Li 16 febbraio 1849.»

Sembra che il sospetto di trovarsi prevenuti, consigliasse i Congiurati
ad anticipare, non aspettando che da tutti i paesi, come avevano
disegnato, giungessero genti a Firenze. Verso le ore sei pomeridiane
del 17 febbraio, ecco arrivarmi da Livorno questo Dispaccio.

«Pigli a Guerrazzi.

«Poco fa ha avuto luogo una dimostrazione numerosissima con cartelli e
bandiere, per chiedere la pronta Unione con Roma. Sono stato costretto
a parlare. Ho promesso informare il Governo senza promettere niente; mi
sono limitato a lodare la Repubblica Romana. _Credo sapere_ che domani
si porteranno costà Deputazioni di tutti i Circoli, per chiedere quanto
sopra.»[439]

Accorto da qual parte spirava il vento, e avendo oggimai conosciuto,
che del Governatore non mi poteva fidare, spedisco senza mettere
tempo fra mezzo il mio familiare Roberto Ulacco, e credo averlo
fatto accompagnare da Emilio Torelli con lettere urgentissime pel
signor Dottore Antonio Mangini, persona a me aderente, e preposta ai
miei negozii in Livorno; con queste lettere gli commetteva, che col
Gonfaloniere si accontasse, e palesatogli il mio concetto, facessero
opera insieme presso gli amici, affinchè il disegno dei partigiani
della Repubblica non avesse seguito. Spediti i messaggeri, per mezzo
del telegrafo ammoniva il Gonfaloniere in questa sentenza:

«Il Presidente del Governo Provvisorio al Gonfaloniere di Livorno.

«Il Dottore Mangini a questa ora deve avere una nota del concetto del
Governo. Dovrebbe fare un Proclama. Se non lo ha fatto, sollecitalo.
La condizione nostra è piena di pericolo. Il Paese sta sopra un filo
di rasoio. Quello che importa, è, che corrano alle armi. L'anno e un
giorno è una formula; assicura che lo ingaggio sarà per un anno fisso.
Qua abbiamo mille Volontarii, — domani speransi duemila. Livorno sarà
minore di Firenze. Vergogna, vergogna.

«Febbraio 17, ore 10, min. 20 pom.»[440]

Questo pericolo nostro, o piuttosto mio, consisteva nel presagio
d'impotenza a resistere allo sforzo repubblicano; l'oscillazione del
Paese sul filo del rasoio riguardava la quasi sicurezza, che, attesa
la inerzia dei più, sarebbe stato stravolto dalla Fazione audacissima.
Consultato adesso da me il signore Mangini intorno ai fatti di cui
fu parte, risponde nella guisa che sarà esposta fra poco. Importa
intanto considerare, come, dalle carte raccolte nel Volume dell'Accusa
resultando la notizia data al signor Dottore Mangini del mio concetto
intorno ai successi del tempo, il suo possesso di una mia nota per
compilarvi sopra un Proclama, e la raccomandata conferenza in proposito
col signor Gonfaloniere di Livorno, nè l'uno nè l'altro sia stato su
questo punto ricercato; però se importava considerarlo, non deve recare
maraviglia alcuna, dopo averlo considerato. L'Accusa, che nel suo
ufficio ravvisa un duello da combattere, s'ingegna con tutte le arti a
facilitarsi e ad assicurarsi la vittoria.

_La gran bontà dei cavalieri antiqui_ stava bene appunto fra i
cavalieri antiqui; gli Accusatori di siffatte cortesie non sanno o non
curano; e' vogliono sgarire ad ogni modo; e a questo scopo intendendo
essi, quanto offende raccolgono, da quanto difende aborriscono.

Non racconto novelle, ma cose che io stesso vidi. Fu già un uomo di
cervello balzano, a cui venne in testa di fare raccolta di cornici;
empito che n'ebbe un magazzino, cangiata voglia, si dette a comprare
quadri e ad accomodarli dentro di quelle. Ora accadeva sovente che
i quadri non capissero nelle cornici, di che il buono uomo punto si
turbava, ma tagliato quel tanto che sopravanzava ce li faceva entrare
di santa ragione. Così tagliò fin quasi ai ginocchi un quadro giudicato
di Rubens, che rappresentava il caso della coppa di Giuseppe rinvenuta
nel sacco di Beniamino, il quale, rimasto nella mia Patria, rende
perpetua testimonianza della barbarie dell'uomo. L'Accusa, non so se
abbia comprata da altri, o se abbia fabbricata con le sue mani una
cornice; fatto sta, che ha preso testimonianze e documenti, e ce gli
ha provati; quei, che a parere suo c'incastravano, ella ve gli aggiustò
con amore; a quelli che non v'incastravano ha tagliato inesorabilmente
le gambe ribelli.

Ecco come scrive il Dottore Antonio Mangini: «Nel giorno successivo
all'Adunanza del 16 febbraio, per mezzo di Roberto Ulacco, da
lei specialmente ed appositamente inviato, ricevei una lettera
urgentissima, nella quale accludendomi un lungo scritto tendente
a dimostrare la inopportunità della Unione con Roma, e della
proclamazione della Repubblica, mi commetteva lo pubblicassi a modo di
Proclama, e per tal modo ne rendessi convinti i Circoli, e il Popolo
di Livorno. Comunicai questo scritto al Dottore Mugnaini, a cui restò.
Questo Proclama era intempestivo, perchè veniva dietro la deliberazione
presa. Non ostante questo, il Dottore Mugnaini voleva servirsene nel
miglior modo possibile. Immantinente conferii col Gonfaloniere Fabbri,
il quale conobbe essere impossibile arrestare la opinione prevalente.
Nulladimeno, mi promise intervenire la sera al Circolo, dove dovevano
essere eletti i Membri componenti la Deputazione del Circolo Politico,
che doveva partire per Firenze la domenica mattina successiva. Infatti
il Fabbri intervenne al Circolo, ma indarno: non prese parola, perchè
non vi fu discussione, essendo partito già preso; e indarno il Dottore
Mugnaini volle opporsi, e con esso altri pochi. La domenica a Firenze
avvenne quello che a tutti è noto. Interpellato oggi il Dottore
Mugnaini per lettera, ha convenuto essere rimasto a lui quel Proclama,
ma dichiara non averlo più trovato, e probabilmente essersi perduto fra
moltissimi altri suoi fogli. Questi sono i fatti di cui sicuramente mi
ricordo.»

Mentre ingrossano senza riparo le turbe nella Capitale per proclamare
la Repubblica, e mentre qui stanno tali, di cui Europa armata anche
adesso paventa, per condurle, ecco cadere, non come favilla no, ma
come folgore sopra le polveri incendevoli, la notizia: il Generale De
Laugier essersi dichiarato contro al Governo Provvisorio; abbandonata
la custodia delle frontiere, muovere contro la Capitale; avere
sostenuto il Delegato Regio Conte Staffetti; minacciare fucilazioni
e stato di assedio; percorrere le vie con sembianti terribili, e
finalmente avere pubblicato il seguente Proclama:

  «Toscani!

«Il nostro amato Sovrano Costituzionale Leopoldo Secondo si degna
avvertirmi:

«I. Non avere mai abbandonato la Toscana, perchè rimasto sempre in
questi pochi giorni a Santo Stefano con Guardie d'onore inglesi.

«II. _Nell'allontanarsi da Siena aver nominato un Governo Provvisorio_.

«III. _Aver proibito alle Truppe di sciogliersi dal Giuramento_.

«IV. Essere Egli sempre _l'ardente amatore della Libertà e
dell'Indipendenza Italiana_.

«V. Ordinarmi quindi richiamar tutti alla fedeltà e al dovere,
ripristinare l'ordine e la quiete.

«_Le Truppe Piemontesi, in numero di 20,000 uomini, passare adesso le
frontiere per sostenerlo_.

«VI. Essere conservati i gradi nella Milizia stanziale.

«VII. Perdono ed oblio per tutti, meno per quelli, che dopo questo
Proclama tentassero di fare spargere una sol goccia di sangue
cittadino.

«In Massa, li 17 febbraio 1849.

«Viva Leopoldo II Principe Costituzionale.

«Viva la Libertà.

«Viva la Indipendenza Italiana.

                                         «_Il Generale_ — DE LAUGIER.»

Altre voci succedono mescolate, siccome avviene, di vero e di falso,
esagerate dalla fama, dalla rabbia e dalla paura: il Generale levare di
Lunigiana artiglierie e milizie; abbandonare la frontiera indifesa alle
invasioni nemiche; avere stracciato gli avvisi del Governo Provvisorio,
posta Pietrasanta in istato di assedio.[441] Concionatori su le piazze
crescevano legna al fuoco; era da per tutto tremendo anelito e delirio
furente; immensi urli gridavano traditore De Laugier, Repubblica, morte
ai nemici del Popolo; i sospetti si arrestino, le porte chiudansi,
le case si perquisiscano; se il Governo vuol fare queste cose lo
soccorreranno, se si rifiuta lo metteranno in pezzi, e faranno da
sè; e questo sarebbe il meglio, perchè ormai, e si era visto a prova,
il Governo non sa camminare con passi rivoluzionarii, verso i nemici
della Patria procede con indulgenza colpevole, tepido poi si mostra e
incapace degli estremi partiti; e questi abbisognare adesso, e questi
ad ogni modo volere. Più che mai ardenti e minacciosi tornavano ai
rimproveri avventati contro me fino dai primi giorni di febbraio.[442]

In quel giorno i Settarii andavano insinuando malignamente parole
mortali contro il Governo Provvisorio, o piuttosto contro di me: «già
la _calunnia_ investe i nomi rispettabili dei componenti il Governo
Provvisorio; già i reazionisti esitanti fino all'ultimo momento a
mostrarsi a visiera alzata, susurrano iniquamente gli uomini del
Governo nostro temporeggiare _per concerti fraudolenti col despota
piemontese_, insinuano _volere essi conservare lo Stato allo austriaco
Leopoldo_, e, senza compromettere sè stessi, lasciare che il loro
Partito si comprometta, e si perda.»[443] Così fingevano compiangere
i mali, che eglino stessi seminavano: lacrime di coccodrillo erano
coteste. Ed in quel giorno G. B. Niccolini strillante come uccello del
malo augurio, più spesso che mai avesse fatto, andava urlando dintorno:
«Giù il Guerrazzi dalle finestre, e chiunque si oppone!» Incominciava
per costui a diventare idea fissa quel mandarmi capovolto dai balconi
del Palazzo; nonostante questa ed altre tali tenerezze, l'Accusa
ritiene, che il Niccolini «continuò a godere, almeno per certo tempo,
come in avanti, della confidenza e intimità dei Triumviri, _non escluso
il Guerrazzi_!»

La fiumana, rotti gli argini, allaga; la Repubblica in mezzo a fremiti
è bandita, il Principe si urla decaduto, chiamato a morte De Laugier,
l'Albero... ma che parlo io di Albero? una foresta di Alberi sorge su
per le piazze e pei crocicchi di Firenze; e non solo la Repubblica, la
Decadenza del Granduca, la Unione immediata con Roma, e la morte del
Generale De Laugier si urlano, ma si riducono in Plebisciti.

Dall'alto dei balconi del Palazzo Vecchio vedevamo quel mareggiare
di teste in burrasca, e udivamo cotesto inferno di gridi, Sir Carlo
Hamilton ed io; e lo interrogava dicendo: «Ora come potrò resistere?
_Ah! fui gittato come uno schiavo alle fiere_.» Ed egli, fieramente
turbato: «Cedete su tutto, ma salvate la vita e le sostanze dei
cittadini.»

Quando il Popolo irruppe allagando camere e sale, ed io solo nel vano
di una finestra (al salto periglioso eravamo vicini, e il caso di
Baldaccio dell'Anguillara mi traversava la mente), con ragioni, con
preghiere, con rimproveri, e finalmente con arguzia potei schermirmi da
cotesti furiosi, dovevano venirmi a canto i Giudici. Allora avrebbero
veduto e sentito se incitai i Popoli, o se con pertinace resistenza,
che a Dio piacque benedire, li contenni. Allora avrebbero inteso
quali fieri accenti scambiassi con Giuseppe Mazzini, _che delle parole
dette a Livorno non voleva più sapere_, e la Repubblica pretendeva,
e subito s'instituisse; i quali, comecchè pronunziati nello impeto
della passione, non è bello nè onesto riferire. Se in quel giorno i
Giudici e gli Accusatori che fin qui mi stettero schierati di contro
fossero stati fra i difensori dell'ordine al fianco mio, il giorno 18
febbraio così si sarebbe loro scolpito nel cuore, che forse avrebbero
sentito vergogna di affermare, che alla proclamazione della Repubblica
mi opposi soltanto dopo la disfatta di Novara. Ma dei miei Giudici
e dei miei Accusatori fin qui non fu istituto _difendere_, bensì
_offendere_; e tutto il mondo, non dubitino, di ciò si è accorto da
buona pezza di tempo. Però, se cotesti Giudici e cotesti Accusatori
non vi erano, vi ero io, e vidi intorno a me, soldati dell'ordine, il
Gonfaloniere Peruzzi, il Generale Zannetti e quello Adami che osarono
processare, e Romanelli e Franchini che ardirono accusare, ed altri
parecchi cittadini onoratissimi i quali con la vista e con la voce mi
confortavano a durare cotesta lotta mortale.

L'Accusa, cui sembra poca cosa differire, può intanto conoscere che per
essere state differite in quel giorno la decadenza del Principe e la
proclamazione della Repubblica, nè allora nè poi furono atti compíti
cotesti.

Sentiamo adesso come ha coraggio incolpare l'Accusa. Il Decreto del
10 giugno, e con poche varianti sul medesimo tema il Decreto del
7 gennaio, e l'Atto di Accusa del 29 gennaio 1851, sostengono, la
Spedizione armata volta verso Lucca essere in _gran parte_ composta
della gente straniera, la quale allora _infestava_ il Paese: guidandola
io, avere incusso da per tutto paura d'incendio e di saccheggio alle
campagne che la impresa del Laugier e la causa del Principe si fossero
attentate a favorire: Laugier _da me con Decreto_ messo fuori della
Legge, e da me _costretto_ a rifuggirsi, quasi solo, in Piemonte,
_abbandonato_ dalle sue milizie per opera nostra spaventate e corrotte.

A Cesare De Laugier mi legava amicizia antica; e veramente la meritava,
come quello che dell'onore italiano si mostrò tenerissimo sempre.
Di questo fanno fede le opere che, con lungo studio, dettò sopra i
gesti degli Italiani in Ispagna e in Russia (dove i nostri soldati
combatterono per le glorie di un Popolo, a cui, almeno per ora, non
piacque porre la gratitudine nel novero delle virtù che gli fanno
corona), e il desiderio di accendere dalle scene, scuola vecchia di
vizio e di viltà, con drammi guerreschi la mente dei giovani alla
milizia. Egli procurò rendere popolare in Toscana la storia dei fatti
di arme pei quali suonò onorato il nome degli esuli italiani su le
remote spiaggie di Montevideo; e primo scrisse erudimenti per la
milizia cittadina, ahimè! staccata acerba dall'albero dove avrebbe
maturato rigogliosa e salutare. Per queste e per altre cagioni erami
caro Laugier: egli pertanto scrivendomi, con lodi che mi parvero
troppe, intorno al Decreto del 9 febbraio sul giuramento delle milizie,
ammoniva mal consiglio essere stato quello di sciogliere le milizie
dal giuramento, però che, già troppo inferme, per lo sciogliersi anche
di cotesto vincolo sarebbonsi per avventura sbandate; i soldati avere
già balenato con pessimi segni, più tardi avrebbe saputo ridurli al
fine commessogli; lasciassi fare a lui, che egli gli avrebbe col tempo
ridotti. Così egli scriveva a me; quello che al Ministro della Guerra
scrivesse, ignoro; questo chiariranno gli Archivii del Ministero. Io
gli rispondeva dandogli ragione, ed esponendogli come il Decreto fosse
stato impresso nel _Monitore_ senza la mia firma, anzi contro il mio
consenso. Potrei io invitare Cesare De Laugier, a nome della verità,
di ritornarmi, almeno in copia certificata conforme, la mia lettera?
Diligente conservatore delle sue carte io so il Generale, ed egli
in parte la citò nella sua relazione da Sarzana: giustizia vuole si
conosca intera.

Della improvvisa mossa del Generale De Laugier tanto maggiormente io
mi ebbi a restare sorpreso, in quanto che nel giorno stesso in cui egli
muoveva con le sue forze contro lo interno del Paese, nel 17 febbraio,
mandava al Ministro della Guerra: «Tenere bene le frontiere guardate;
dove occorresse, farebbe il suo dovere di soldato.»[444]

Ora questa amicizia con Cesare De Laugier mi tornava funesta; tale non
gli fu, nè gli sarebbe mai stata la mia; i miei avversarii cominciarono
a susurrare prima, e poi dire alla scoperta al Popolo febbricitante:
«Ora vi siete chiariti? Non vel presagivamo noi? Sotto i governativi
languori non covava la trama? Guerrazzi del traditore Laugier è amico
antico; in ogni occasione tolse sempre le sue parti, così a Livorno
come qui a Firenze, e sempre; seco lui tiene corrispondenza segreta;
per certo di questa infamia egli era a parte, forse macchinata e
condotta da lui. Quest'uomo non si mostrò propenso alla Repubblica
mai; ed ora chi è che l'avversa? Forse non egli solo? Perchè, con
quale intento le insorge egli contro? Chi non è con me, è contro me;
e questo, io vo' che sappiate, ha detto tale che non può fallare. Che
cosa significa questa tenerezza di conservare intatti i regii ostelli?
Ha paura che noi li guastiamo? E di ciò a lui che ha da calere? Quali
pensieri del Rosso sono questi suoi? Non sono eglino roba nostra?
e se li guastiamo, dovrà egli risarcirli a sue spese? Inoltre, noi
sappiamo, e ve ne abbiamo avvertito le mille volte, che il Guerrazzi
se la intende di lunga mano col Ministro Gioberti per farci venire i
Piemontesi in casa. Quel benedetto Montanelli, piuttosto che chiamare
intorno a sè il Guerrazzi, faceva meglio a mettersi l'esca accesa
negli orecchi. Ancora, udite, e questa è prova espressa contro la
quale non ci è da ripetere; noi sappiamo il Guerrazzi avere mandato
tutti i suoi bauli a Livorno, e con essi la famiglia, tranne il nipote
e un familiare rimasto ammalato; ora che cosa significa fare bauli?
— Significa che l'uomo si apparecchia a viaggiare: egli dunque tenta
fuggire; egli fugge; egli è traditore.»

Deh! Non fate le meraviglie se il Popolo armeggiasse in siffatta guisa;
per avventura abbaca con miglior senno o con più coscienza la gente
che tira salario a posta per ragionare? Almeno il Popolo dice le sue
sciocchezze _gratis_.

E badate, queste voci, comecchè triste, pure avevano in sè qualche
fondamento di vero, consistendo appunto la calunnia nell'arte di
mescere il vero col falso. Vera la relazione antica col De Laugier;
vero il mio pronto sostenerlo in parecchie occasioni tanto in Livorno
che in Firenze; a Livorno, in ispecie, quando nelle feste del settembre
1847 la milizia uscì fuori armata, mentre, per quanto si asseriva,
egli aveva promesso mandarla fuori senz'armi, e non era vero; a
Firenze, quando mi mandò un suo segretario affinchè mi adoperassi
a fare approvare la sua condotta al Consiglio Generale, la quale
venne amplissimamente approvata; vero lo invio delle valigie e di
tutta la famiglia a Livorno, tranne il nipote che meco venne a Massa;
vero che, temendo prossimi i tempi, dai quali la mia anima rifugge,
avrei preferito morire nel tentativo di fuga, che vivere in terra
insanguinata.[445] Stampavasi in Piemonte, e pubblicamente dicevasi,
avere io domandato lo intervento delle milizie piemontesi a Vincenzo
Gioberti; ed era vero all'opposto avergli scritto, a mediazione
dell'amico Pasquale Berghini, lettere ortatorie onde nol consentisse:
nonostante per siffatto modo si dilatò la voce, che io ebbi a smentirla
nel _Monitore_ del 13 marzo 1849: «Brevi parole e schiette. Da Torino
mi giungono notizie che il signor Vincenzo Gioberti va susurrando
avere io domandato lo intervento piemontese. Dove ciò fosse vero,
dovrei dichiarare il signor Gioberti mentitore, e gli raccomanderei a
rammentarsi che gli uomini pubblici devono cadere con dignità. Però, in
questi tempi copiosi di vani romori, _spero che le notizie pervenutemi
ritengano appunto siffatta natura_. Nonostante giovi ad ogni buon fine
questa mia dichiarazione.»

Nel _Messaggere Torinese_ del 14 marzo si leggeva: «Vediamo con
piacere le imprecazioni (del Gioberti contro di me), perchè i nuovi
fautori del Gioberti si affannavano in Piemonte a sparger voce che
il toscano intervento fosse concertato col Guerrazzi, voce che, per
quanto combattuta dagli amici del prigioniero di Portoferraio, andava
acquistandosi qualche credito.»

Nè già si creda che fossero nuove queste notizie; al contrario, esse
avevano incominciato a circolare fino dal novembre 1848, come occorre
nel Nº 30 novembre del _Monitore_: «Nel _Corriere Mercantile_ del 28,
sotto la rubrica di Genova 27 novembre, si legge, che in quella mattina
partirono sul Vapore _San Giorgio_ 350 soldati delle riserve piemontesi
chiamati in Toscana, a quanto si dice, dal Ministro Guerrazzi.»

E fu smentito; ma la calunnia è un'acqua torba, che, per chiarire che
si faccia, lascia sempre la posatura in fondo; almeno così insegna Don
Basilio, nell'arte del calunniare professore solenne.

Alla fine il Popolo sconvolto si avventò con le sue ondate contro i
gradini del Palazzo Vecchio, fremendo ed urlando: «Il Guerrazzi fugge
— è fuggito — è traditore.»

Hanno mai provato i miei Giudici il Popolo quando viene in siffatto
arnese a visitarvi a casa? — Se lo avessero provato, se anche veduto,
o se almeno fattoselo raccontare, io quasi quasi mi persuado che non
avrebbero scritto la coazione poca, o nulla, o esclusa dai primi atti
_co' quali, e ne' quali_, ec., come in altra parte fu detto.

E gli urli mi percossero nella mia stanza, dove stavo di corpo infermo,
e della mente peggio, però che quel contendere ogni momento la fama
e la vita, è tale martirio che logora viscere di bronzo. Qui non vi
era tempo da perdere. Se il Popolo tornava imperversando nell'ostello
già violato, mi lacerava di certo; risolvei, per subita ispirazione,
andare contro lui. Presi (nè so bene il perchè, non potendo
l'uomo negl'improvvisi moti dell'animo rendere ragione a sè stesso
dell'operato) uno squadrone, e correndo giù per le scale mi presentai
al Popolo dicendo: «Chi è che mi accusa di tradimento? Io non fuggo,
chi ha cuore mi seguiti.»[446]

Il Popolo brontolando si acquietò alquanto; ed ecco come mi trovai
sospinto a partire per Lucca. Così i Francesi sospetti, nella prima
Rivoluzione, riparavano al campo per sottrarre il capo alle parigine
stragi.

E avvertite che appena uscito da Firenze, o sia che per le relazioni
dello _Inquisitore_, che mi avevano messo al fianco, della mia fede
dubitassero, o sia che per sospetto spontaneo le consuete ubbie
riassumessero; fatto sta, che allo improvviso mi giunse dietro per
staffetta il richiamo: al quale, non senza sdegno, rispondendo io
per via telegrafica da Lucca il 22 febbraio 1849 diceva: «_Non posso
partire di qua senza vergogna, e_ SENZA CHE MI SI DICANO LE RAGIONI
DELLA CHIAMATA.»[447] L'Accusa fra i suoi Documenti riporta un conto
dell'oste Bordò pel Niccolini, e da cotesto conto appunto si conosce
ch'egli meco non venisse, nè io meco lo conducessi, imperciocchè se
fosse stato del mio seguito nei miei quartieri e non altrove avrebbe
albergato, alla mia mensa, e non a quella dell'oste, seduto.[448]
L'Accusa, inoltre, cita ricavandone motivo a mio danno l'espressioni
contenute nel Dispaccio spedito da Massa il 23 febbraio 1849, le
quali dichiarano: «_Ho servito fedelmente, e lo dico con franchezza,
il Principe Costituzionale: servirò con uguale fedeltà il Popolo, non
ne dubitate._»[449] Queste parole testimoniano aperto com'io venuto
in sospetto m'ingegnassi inspirare la fede che meritavo; come ai miei
stessi Colleghi, che di me, non pur gli atti, i pensieri conoscevano,
la mia devozione religiosa agli interessi del Principato Costituzionale
contestassi, e finalmente, e di ciò mi onoro, che con zelo e sagrifizio
pari mi sarei, siccome invero mi sono, consacrato agl'interessi
del Popolo, per liberarlo a un punto dagli scellerati furori degli
anarchici, e dei reazionarii.

Ma i Giudici appongono: tutto questo è nulla; il Guerrazzi aveva
detto non avere paura, dunque non la doveva avere, e poteva resistere
al Popolo in tutto e per tutto.... A simili opposizioni, le quali
riesce giudicare impossibile se patiscano maggiore il difetto di
discernimento, o quello della riconoscenza, comecchè grandissimi
entrambi questi mancamenti appariscano, io mi sono confessato e mi
confesso stremo di difesa.

Oltre le ragioni a me speciali, stranissima (e potrei dire stupida)
cosa è supporre che uomini di carne avessero potenza di resistere a
tutto, in mezzo a così orribile trambusto, e rifiutare la sanzione al
Plebiscito, che Laugier traditore della Patria dichiarava, mentre io
riusciva a evitare l'altro relativo alla decadenza del Principe, e al
bando della Repubblica. Stranissima e stupidissima cosa è supporre, che
il Governo potesse astenersi da ordinare una Spedizione, che Popolo
armato, e gente accorsa da più parti, non che di Toscana, d'Italia,
imperiosamente imponevano. Qui non sovveniva ripiego di sorta; non
si potevano opporre qui le teorie dai Repubblicani predicate, nè
le promesse dai medesimi fatte poco anzi; non giovava addurre la
necessità di consultare il Popolo; bisognava ed era prudente obbedire,
avvegnachè, se per una maggiore resistenza avessero rotto l'ultimo
freno, che cosa mai sarebbe accaduto di me? Dichiarato traditore,
sarei stato messo in brani a furia di Popolo. — Questo c'importa
poco, avvertiranno i miei Accusatori; ed io dirò: in fede di Dio voi
parlate discretamente, perchè davvero trovarmi straziato dal Popolo,
o da voi, potrebbe parere lo stesso, dove non pensassi che il Popolo
si ravvede sempre, e piange, e voi non vi ravvedete, nè piangete mai;
ma se non per pietà altrui, per voi medesimi almeno avrebbe dovuto
premervi, che il Paese non venisse in balía di chi esaltava per santo
qualunque partito, per istrascinare il Paese alla Repubblica, e danari
dov'erano voleva arraffare, e dei sacri argenti spogliare le Chiese,
e tribunali rivoluzionarii istituire, e rivoluzionarii eserciti
disegnare, e impiegati sospetti e traditori non pure destituire, ma
ammazzare:[450] avrebbe dovuto, sciagurati, premervi che lo Stato
non cadesse nelle mani di chi esultava nella _prossima strage_, il
sangue con aperte narici quasi bestia feroce fiutava, le strade con
un battesimo di sangue cittadino intendeva purificare. E sì, e sì,
che queste cose con le proprie mani avete raccolto, e co' vostri occhi
avete letto come i Faziosi cospirassero a imporre _silenzio perpetuo_
agli avversarii loro; e sì che avete provato, come già voi stessi di
contumelie e improperii vituperassero, e con più disonesto attentato
manomettessero. Ora io vi domando, perchè dal nuovo pericolo percossi
vi rivolgeste a noi, e ci chiedeste protezione? Se voi estimaste che la
mala turba fosse aizzata per noi, o con qual senno o consiglio a noi vi
raccomandaste? Voi mi credeste custode allora della civiltà toscana;
e voi credeste, che avrei voluto e potuto difenderla. Ditemi, non vi
difendemmo noi? Si tacque forse la nostra voce? A procurare tostano
castigo dei colpevoli non fummo solleciti noi? Noi dalla rivoluzione
vi difendemmo; come mi avete difeso voi dalla reazione? Io non parlo
di altri; parlo di voi, i nomi dei quali ho letto sotto i Decreti e
le Requisitorie compilate fin qui; e a voi rivolgendomi dico, che per
onore vostro avreste dovuto continuare a credere oggi come credeste
allora, e che me in voi stessi avreste dovuto rispettare.


§ 4. _L'Accusa non sa leggere._

Il Decreto della Camera di Accuse del 7 gennaio 1851, firmato da
_Giuseppe Orsini_, _Giovan Battista Aiazzi_ e _Luigi Pieri_, il quale
ne fu _relatore_ o _compilatore_, come si abbia a chiamare, a pag. 88,
§ 32, dice in questa maniera:

«Il De Laugier con Decreto del giorno successivo (18 febbraio 1849),
_firmato dal Guerrazzi e dal Mordini_, fu posto fuori della Legge come
Traditore della Patria, e vennero dichiarati ribelli i soldati che
l'obbedivano.»

Nel Volume che serve di fondamento all'Accusa, a pag. 838, cotesto
Decreto occorre riportato, e dice in quest'altra:

«Il Governo Provvisorio toscano

«Considerando, che il Conte De Laugier col suo Proclama del 17 corrente
si è fatto eccitatore della guerra civile;

«Considerando, che il Governo Provvisorio toscano legittimamente
costituito dal Popolo mancherebbe a sè stesso, e al debito che egli
ha di tutelare la vita e gli averi dei cittadini, se non facesse alla
colpa succedere immediatamente la pena; ha decretato e decreta:

«Art. 1. Il Conte De Laugier è dichiarato traditore della Patria, e
come tale posto fuori della legge.

«Art. 2. I soldati tumultuanti sono dichiarati ribelli.

«Art. 3. I bassi uffiziali, che rimarranno fedeli terranno il posto
immediatamente superiore a loro, occupato dagli uffiziali traditori.

«Il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento della Guerra è
incaricato della esecuzione del presente Decreto.

«Dato in Firenze questo dì diciotto febbraio milleottocento
quarantanove.

                                                           «G. MAZZONI
                          «Presidente del Governo Provvisorio toscano.

«Per il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento della Guerra,

                                      «Il Ministro Segretario di Stato
                                 pel Dipartimento degli Affari Esteri,
                                                          A. MORDINI.»

Fui indiscreto io, se a giudicare di me pretesi Giudici che sapessero
leggere? — Tremendi diritti mi somministrerebbe la Difesa, ma carità
di Patria mi prega che io chiuda in cuore il giustissimo sdegno, e mi
taccia.


§ 5. _Della lettera del 19 febbraio 1849 indirizzata al Pretore del
Porto Santo Stefano._

La Requisitoria del Regio Procuratore generale, a pag. 126, afferma
essere stata questa lettera dal signor Marmocchi composta sopra
_minuta_ o _appunto_ del Guerrazzi. Il Decreto della Camera di Accuse,
a pag. 87, aggiunge, che per essa lettera _non si deponeva punto il
pensiero della cacciata del Principe_. Ecco la lettera:

  «Cittadino Prefetto.

«I provvedimenti da voi adottati, dopo le notizie delle quali avete
informato questo Ministero col foglio vostro in data del 17 stante,
non possono non rimanere pienamente approvati. — Noi corriamo alla
frontiera dalla parte di Massa. Colà urge il pericolo. _Leopoldo penso
che attenda a fuggire._ Voi intanto mandate a Orbetello, Massa, S.
Filippo, e Rocca S. Caterina. Il Pretore di San Stefano si porti dal
Granduca, e gli dica, che il Governo, eletto dalla Assemblea e dal
Popolo, gli partecipa che la reazione non può avere luogo; che la sua
presenza ecciterà, come ha eccitato, qualche facinoroso al delitto;
che è indegno di Principe _cospirare_ a _turbare_ l'ordine, che dice
_raccomandare_. La Nazione giudicherà di Lui come Sovrano. Il Pretore
faccia il suo dovere; se non può farlo, _protesti all'Ammiraglio,
che con la minaccia dei cannoni inglesi s'impedisce il Magistrato ad
eseguire gli ordini del Governo_. E vi saluto.

«Li 19 febbraio 1849.»

Prima di tutto, come possa da uomo di mente sana conservarsi il
concetto di _cacciare via tale_, ch'ei pensa _in procinto di partire_,
è per vero dire uno dei tanti prodigi di ragionamento, che l'Accusa ci
abituò ad ammirare senza insegnarci, almeno per ora, ad intendere. Io
poi ho serbata a questa sede del discorso la lettera del _19 febbraio_,
perchè l'attenzione del lettore si fermi a considerare il tempo e lo
stato delle cose in cui fu dettata.

Ora è da sapersi come il signor Gustavo Mancini con Dispaccio del
_12 febbraio 1849_, in assenza del Prefetto di Grosseto, domandasse
le istruzioni, e come dopo _cinque_ giorni il Prefetto medesimo, non
le vedendo comparire, per averle insistesse. Dunque da ciò si rende
manifesto, come io da ben _sette_ giorni mi andassi indugiando a
rispondere intorno al Granduca, però che scrivere spontaneo cosa che
gli tornasse spiacente io non voleva, e cosa che a me e ad altrui
nuocesse io non poteva. Giunto a Firenze nel giorno _18 febbraio_
il Dispaccio nel _17_ mandato da Grosseto, che instava, affinchè al
Pretore del Porto San Stefano le istruzioni domandate fino dal _12_ del
mese stesso si mandassero, il signor Marmocchi, il quale esercitava
allora l'ufficio di Ministro dello Interno, meco per certo ne avrà
conferito, e con altrui. Nel Volume dei Documenti occorrono di mio
carattere due scritti relativi a questa lettera: il primo veramente è
appunto come per ordinario ponevo nel margine dei Dispacci, contenente
il concetto della risposta, che si doveva fare; il secondo è copia
precisa della lettera mandata.

Lo appunto dichiara: «Le istruzioni furono date. Se S. A. ama,
come dice, il Paese, repugna alla dignità e lealtà sue rimanere in
parte ove serve di bandiera alla guerra civile. Rammenti, che la
situazione attuale del Paese fu creata da lui, non già dal _suo Popolo_
innocentissimo.»[451]

La copia della lettera del _19 febbraio_ suona in diversa guisa:
«Approvansi i suoi provvedimenti. Noi corriamo alla frontiera dalla
parte di Massa. Colà urge il pericolo. Leopoldo penso che attenda
a fuggire. Mandi a Orbetello, a Massa, San Filippo, e Rocca Santa
Caterina. Il Pretore di Santo Stefano si porti dal Granduca, e
gli dica, che il Governo, eletto dalle Assemblee e dal Popolo,
gli partecipa che la reazione non può avere luogo; che la sua
presenza ecciterà, come ha eccitato, qualche facinoroso al delitto;
che è indegno di Principe cospirare a turbare l'ordine, che dice
raccomandare. La nazione giudicherà di lui come Sovrano. Il Pretore
faccia il suo dovere; se non può farlo protesti all'Ammiraglio, che con
la minaccia dei cannoni inglesi s'impedisce il Magistrato ad eseguire
gli ordini del Governo.»[452]

Ora parmi chiaro, che meco conferendo e con altri il Ministro dello
Interno ricevesse commissione di comporre il Dispaccio dietro le
traccie dello appunto trascritto sopra la lettera del signor Mancini
del _12_. Questo naturalmente successe nelle prime ore del giorno _18_,
dopo lo arrivo della posta. I casi avvenuti in cotesta fiera giornata,
le ardenti accuse mosse contro il Governo di avere con negligenza
colpevole somministrato motivo alla guerra civile, e la necessità di
difenderci all'uopo da persone, che si erano arrogate il diritto di
sorvegliare i nostri atti, i nostri moti di ora in ora, e perfino
di minuto in minuto, persuasero di certo alla svegliata prudenza
del signor Marmocchi di mettere nel Dispaccio parole più colorite,
e provvedimenti, che nè allora seppi, e neppure adesso so che cosa
mai potessero importare. Lascio, come anche ora che scrivo, frugando
nella mia mente, Rocca Santa Caterina che sia, del pari ignoro; bensì
chiunque abbia intelletto di stile, di leggieri comprende, che la copia
della lettera del 19 non è mio dettato.[453] Interrogato il Ministro
circa il Dispaccio trasmesso, io, secondo ch'egli mi veniva dicendo,
scrissi su i margini della lettera del signor Prefetto, onde potere
mostrare ai miei _Inquisitori_ come le istruzioni fossero date, e
quali: molto più, che difetto nel mandarle vi era, ed aveva mestieri
schermirmi da giusto rimprovero d'inerzia.

Arrogi quello che soventi volte ho dichiarato, non correre nè
potere correre allora stagione opportuna a restaurare il Principato
Costituzionale pochi giorni dopo che egli lasciava il campo, senza
fare neppure le viste di resistere a parte repubblicana. Ella è follia
espressa pretendere quiete il giorno seguente alla rivoluzione. La
Inghilterra, che stette ferma all'urto della rivoluzione francese del
1830, pure, a giudizio di Lord Melbourne, durò per bene quattro anni a
tentennare.[454] Nè questo è tutto: distraendo in altra parte le forze
che tenevo apparecchiate col Generale D'Apice per impedire tumultuarie
aggressioni contro Porto Santo Stefano, molte e gravi fortune potevano
accadere alle quali importava grandemente ovviare. Come le terre di
Maremma ardessero tutte, abbiamo veduto; certo La Cecilia le descrive
diverse, ma altri dissente da lui; varii i giudizii secondo le
impressioni; bensì il fatto dimostra che meglio i secondi opinassero,
dacchè per le città e terre di Maremma, non annuente il Governo,
vollero proclamare la Repubblica, e la proclamarono; e al Porto Santo
Stefano eziandio, appena ebbe quinci rimossi i piedi il Granduca.

Pertanto considerando maturamente la qualità dei successi, i tempi
fortunosi, i pericoli, la inanità, anzi il danno espresso di rimontare
contro pelo la corrente quando strascina più rapida, e la sicurezza
di riuscire dando tempo al tempo, e modo di riaversi con la quiete
consigliera di giusti partiti ai Toscani tutti, costituzionali ed
anche esaltati, io per me, se avessi tuttavia seduto nei Consigli della
Corona, le avrei detto:

«Altezza. L'autorità che, debole e disarmata, non senza sforzo reggeva
all'urto della Fazione avversa al Principato, impossibile parmi che
possa ricuperarsi adesso per forza, adesso che di propria mano ha
schiuso la porta ai suoi nemici. Che la Toscana per la massima parte,
e gli uomini di senno pressochè tutti, sieno del costituzionale
reggimento tenerissimi, V. A. lo sa, lo ha veduto, senza timore
d'inganno lo ha detto più volte, ed è vero così. Si danno epoche
per la umanità, che io volentieri chiamerei di contagio politico;
e la presente è fra quelle: testimone la Europa. Quali argomenti si
adoperano contro il contagio? Giova talvolta sostenerne imperturbati
lo assalto, e, senza lasciarsi sbigottire, far prova di vincerlo col
valore e con l'arte; tale altra parve più utile scansarsi, aspettare
che la malignità dell'aere cessasse per tornare poi nelle purificate
dimore. Praticare in un punto questi due partiti è impossibile. Del
presente stato male s'incolperebbe tale o tale altro uomo, tale o tale
altro Popolo. Stupidezze di menti meccaniche sono queste. Siffatte
perturbazioni politiche non dirò che sopraggiungano alla sprovvista
per tutti, bensì sempre ai Governi fatali, generate di lunga mano, per
molti umori disposte, come sarebbero appunto le pestilenze ed altre
maniere di perturbazioni fisiche. Ora poichè dei due partiti fu scelto
quello di scansarci, scansiamoci, e provochiamo da questo i frutti che
ne dobbiamo raccogliere, i quali, a senno mio, matureranno presto, e
felici se lasceremo gli esaltati a straccarsi nello inane tumulto, se
torremo loro prudentemente dinanzi gli argomenti i quali, gittandoli
a disperate risoluzioni, chiuderebbero loro al rinsavire ogni via;
in qualunque Stato che muti forma di reggimento con sicurezza di
durata, il trapasso dal vecchio al nuovo noi vedemmo sempre doloroso
per necessarii subugli; immaginiamo ora se accadrà di quieto questa
trasformazione priva di potenza vitale. Voi vedrete i neghittosi
diventare prodi per lo spavento della prossima anarchia. Tutto il
male sarà attribuito alla Rivoluzione; ogni speranza di pace riposta
nella restaurazione del Principato Costituzionale; dalla speranza al
desiderio, dal desiderio al bisogno di ristabilirlo è brevissimo il
tratto, se pure tratto ci corre; il moto poi riuscirà irresistibile,
imperciocchè gli avversarii non pure troverete avviliti negli sforzi
infecondi, ma vinti dal sentimento della propria impotenza, ed è questa
fortuna suprema nelle faccende politiche dove la forza doma, ed anche
per poco, — non vince; i traviati troverete all'abituale devozione
ricondotti, gli ignavi, scottati dall'acqua calda, solleciti ora a
guardarsi anche dalla fredda; riassicurati i timidi; tutti acclamanti;
gli amici vostri, non della vostra fortuna, esulteranno e procederanno
modesti; gli amici della vostra fortuna, e non di voi, si mostreranno
insolenti, e voi con la prudenza e gravità vostre ne saprete tenere
corti gli ugnoli. Fra pochi mesi V. A., tornando chiamato dal voto
universale della Nazione, esclamerà: io ne vado sicuro, come Carlo
II reduce a Londra, che suo fu il torto di andarsene o di non essere
tornato più presto fra Popoli amatissimi e amantissimi.[455] Ogni altro
consiglio, Altezza, come pernicioso a Voi, esiziale alla autorità che
importa ricostruire, nemico al Popolo, deh! vi scongiuro, rifiutate.
Ricondotto dalle armi, e sieno pure piemontesi, aprirete nel cuore
delle genti una ferita che per tempo non sana, e gli esempii del secolo
ce lo hanno fatto vedere.[456] Confidando nei moti interni, adesso
che la febbre dura, avverto, che per lo meno insorgeranno contrasti,
e questo è ciò che ho dimostrato doversi prudentemente evitare,
conciossiachè l'uomo, animale di contradizione, soglia, per contrasto,
ostinarsi, e, per offesa, nello errore confermarsi. Nè sono a temersi
contrasti ed offese individuali soltanto, ma nascerà, e già è nata
la guerra civile, di cui V. A. ha meritamente ribrezzo: l'anarchia
stenderà, e già ha cominciato a stendere, le mani ladre, e, orribile
a dirsi, alza l'augusto vostro nome a bandiera! Altezza, se orrore di
sanguinosi conflitti l'animo vostro mansueto persuase ad allontanarvi
da Siena, deh! considerate che, a cagione della presenza vostra a Santo
Stefano, questi conflitti.... per ora.... non cessano.... ma crescono;
— dacchè, durando le cause che in questo momento li provocano, anzi
essendo diventate maggiori, la distanza di poche miglia non può avere
virtù di spegnerli. Sceglieste il partito di dare tempo al tempo; io lo
avrei combattuto con tutte le forze prima che voi, Altezza, lo aveste
preferito; ora che lo sceglieste, giova seguirlo; se non m'inganno,
ormai è quello che vi ricondurrà con pace nell'onorato seggio: mite
foste, mite mantenetevi; gli altri consigli rigettate, però che se
per essi (cosa che adesso subito parmi ad accadere difficile) vi fosse
restituito lo scettro.... V. A. lo rigetterebbe da sè perchè sarebbe
insanguinato.»

Così con non savie forse, ma affettuose parole, io avrei favellato
a Leopoldo II, se mi fosse stato concesso recarmi a Santo Stefano; e
questo era il concetto che in nota succinta registrava il 18 febbraio
1849 sul Dispaccio inviato al Governo dal Consigliere di Prefettura di
Grosseto il 12 di quel mese.[457]


§ 6. _Motivi per muovermi contro il Generale Laugier._

Ora si voglia supporre per un momento, che stesse in facoltà del
Governo astenersi dalla Spedizione a Massa. Innanzi tratto, io vorrei
domandare se i Giudici credono davvero che quando un soldato alza una
bandiera, sia pure in nome del suo Sovrano, devano tutti sotto pena
di ribellione prestargli fede, e seguitarlo. Badino, che quello che
dicono, come pare, è veramente enorme, e potrebbe tirare grandemente a
male.

Per buona sorte servendo l'Accusa alla sua passione ha rinnegato la
scienza, ed ha commesso gli errori deplorabili, di cui, invocata la
dottrina dei pubblicisti, la incolpa l'Avvocato Adriano Mari nella
Difesa che presentò alla Cassazione per Leonardo Romanelli.

Il terreno che io ho da percorrere brucia: scerrò quello che scotta
meno; e dirò soltanto, che più meditava il Proclama del 17 febbraio
del Generale Laugier, meno mi riusciva intenderlo. Per nessun segno io
poteva ritenerlo sincero.

Infatti il Proclama dichiara, che il Granduca nello allontanarsi
da Siena aveva nominato un Governo Provvisorio: ora questo era
patentemente falso, nè conosciuto in quel tempo, nè mai; anzi
contradittorio con la lettera e con lo spirito delle dichiarazioni
granducali del 7 febbraio: con la lettera, perchè nulla contenessero
espressamente in proposito; — con lo spirito, perchè raccomandando a
noi i regii servi (e non invano), cosiffatta raccomandazione a privati
non si poteva indirizzare; e se il Principe avesse eletto un Governo
Provvisorio, noi privati cittadini ridivenivamo: inoltre pensava, che
se il Principe avesse lasciato qualcheduno a rappresentarlo, sarebbe
stato un Luogotenente, non un Governo Provvisorio. L'affermazione
del Proclama accennava a due cose: prima, a una menzogna; seconda,
ad uno errore commesso, o fatto commettere, perchè il Paese versasse
nell'anarchia. Sosteneva inoltre avere vietato alle truppe di
sciogliersi dal giuramento, ed anche di questo non era comparsa
notizia. — Della Commissione conferita al De Laugier, nessuno fu
avvertito dal Principe in modo autentico; in quanto a me, dopo l'ultima
lettera particolare del signor Commendatore Bitthauser da Siena, nella
quale mi si prometteva prossimo il ritorno del Principe, e intanto a
suo nome mi si raccomandava la quiete della città, non ebbi avviso di
sorta, neppure verbale. Nè anche Sir Carlo Hamilton mi riportò invito,
ordine, raccomandazione, o che altro, da Santo Stefano. Al Governo,
eccetto la lettera e la dichiarazione del 7 febbraio, non pervenne
altro atto dalla Corona direttamente nè indirettamente. Ma non soli
noi; non il Senato, non la Camera dei Deputati, non il Municipio,
nessuno insomma ricevè avviso, che appo loro accreditasse il contegno
del Generale Laugier.

Ingrate materie io tratto, e con ingrato animo; ma se dei generosi non
è spento il seme, ricorderanno, che io mi difendo da capitale accusa,
e deploreranno con me chi mi ha ridotto in questo non giusto stato. —
Sopra tutto mi faceva andare pensoso la chiamata dei 20,000 Piemontesi.
Gli uomini che presiedevano allora ai consigli del Re Carlo Alberto
si erano mostrati, non dirò poco benevoli, ma con mio sommo rammarico
avversi alla Toscana. In altra parte di questa Apologia ho favellato
delle quistioni col Governo di Piemonte poi confini; fu visto che
per comporre coteste faccende era stata proposta al Ministro Pareto
una commissione mista di Piemontesi e Toscani; accolto il partito,
riceveva un principio di esecuzione. Avenza (come ognuno conosce) fa
parte di Carrara: occupata prima dai Piemontesi, dopo l'armistizio
Salasco la sgombrarono: allora, gli Avenzini imploranti, presero
a presidiarla i Toscani. Il Piemonte a un tratto, sopportando ciò
molestamente, c'impone la uscita non senza aggiungere minaccie. A
questo punto, salito al Ministero io, trovai la quistione. Proposi
allora alla Corona saggiare un po' di quali frutti sarebbe stata
portatrice la Costituente, fino dal 12 Maggio 1848 da lei bandita fra
cotesti Popoli, opposta come mezzo di difesa al Piemonte; e piaciuto
il consiglio sfidai in certo modo il Governo Sardo a rimettercene al
voto universale. Il Piemonte aderiva: proseguendo nelle trattative,
fu convenuto una forza mista di milizie piemontesi e toscane, fino
al giorno della votazione, presidiasse Avenza; in quel giorno si
ritirasse; due commissarii, uno per parte, alla votazione assistessero.
I Sardi, presentendo sfavorevole lo esito del negozio, adesso si danno
a mettere in campo cavilli: opposi a tenacità tenacità; il convenuto
solennemente ebbe ad adempirsi, ed è cosa degna di considerazione,
come due soli voti ottenessero i Piemontesi. Con voglie prontissime gli
Avenzini confondevansi alla famiglia toscana.[458] Ottimo esperimento
era cotesto, e pegno felice a bene sperare della Costituente _quando le
vicende politiche ci avessero persuaso o costretto di ricorrere a lei_.
Piemonte, mal soddisfatto, metteva innanzi non so quali irregolarità
di votazione, e mandava di nuovo Carabinieri ad Avenza per tenervi lo
ufficio. Inestimabile, e l'ho detto, fu la contentezza della Corona per
l'esito di questo suffragio universale. Pareva a lei, come a chiunque
altro, che procurare alla Toscana confini naturali fosse un bello
acquisto, — e più ne letiziava il cimento prosperoso del voto.

Nel decembre i Piemontesi tentano torci Panicale, per la qual cosa
il Regio Commissario conte Del Medico si risentiva gagliardamente
scrivendo al Delegato di Sarzana:

«Devo significarle il dispiacere e la sorpresa che ho provato nel
ricevere dal signor Sabatini, R. Delegato di Pontremoli, la notizia che
a Panicale si fossero avvisati di procedere ad una votazione assistita
soltanto da alcuni Sarzanesi, senza la presenza di verun Toscano,
e, dirò di più, accompagnata da minaccie e da violenze. — Come non
sentirne dispiacere? Oltrechè quei modi non sono civili nè onesti (non
parlo della legalità la quale niuno vorrà per certo affacciare), non si
addicono poi a popoli di amiche Potenze, e molto meno ad Italiani del
nostro tempo.»

Più tardi (referisco le parole del _Monitore_), correndo il 12
decembre, il villaggio di Parana fu preso da alquante milizie
piemontesi, che ne cacciarono fuori le toscane;[459] tennero dietro i
dissidii per Mulazzo, Calice, Pallerone, e terre altre parecchie, su di
che vedi il _Monitore_ del 3, 12, 27 decembre 1848, e 6 febbraio 1849,
e le corrispondenze officiali, _quando me le daranno_.

Per queste tribolazioni sarde assai si turbava la Corona, e penso non
dilungarmi troppo dalla verità, se confermo, che principalissimo motivo
a renderle accetta la Costituente fu quello di potere opporla quando
il bisogno stringesse alle tendenze corrosive sarde, che lievi adesso,
ma tenaci, davano a pensare del futuro assai. Meschina contesa fu
quella, per non dire di peggio; intorno alla quale una considerazione
mi conforta, ed è questa, che la si deve attribuire unicamente a colpa
degli _zelanti, flagello dimenticato dal Profeta Natan, e fatale a
qualunque Governo_, il quale comunque per ordinario diligente venga
distratto da cure supreme.

Con simili premesse, come io dovea credere che di punto in bianco
dal sospetto si traboccasse nella sconfinata fiducia? E come supporre
vero, che, mutata di subito politica, la Corona si gittasse a occhi
bendati in braccio al Piemonte? Non era mica indovino io; e badate, se
anche avessi indovinato, non per questo mi sarei trovato meno deluso,
conciossiachè se la Corona, cedendo a improvvidi consigli, chiamò
un giorno il soccorso sardo, il giorno veniente lo disdisse: però io
avevo buon fondamento a ritenere il soccorso sardo non vero, perchè non
verosimile.[460]

E qui ripeto, che l'obbligo di soccorrere quei Popoli alla nostra
fede commessi ci correva grandissimo, dacchè pareva duro, dopo averli
alienati dai Piemontesi, esporli adesso al loro risentimento, che pur
talvolta provano anche i generosi quando si vedono disprezzati. Ad ogni
modo il nostro dovere era cotesto, perchè, se i fati non ci vogliono
uniti nel grembo di una stessa famiglia, la gente apuana serbi almeno
per noi stima di probi, amore di fratelli.

Quando conobbero menzogna lo intervento piemontese, cotesti Popoli
mostraronsi a viso aperto contrarii al Generale Laugier, e con lettere
pressantissime e messaggi dicevano: «Ci affrettassimo a liberarli dalla
insopportabile molestia. Non essersi dati alla Toscana per patire le
stravaganze di un soldato, che non adempiva al dovere, voltando la
faccia colà dove non erano nemici.»[461]

La chiamata dei Sardi con volontà della Corona, a cagione delle cose
esposte, mi pareva incredibile; pure il Generale De Laugier bandiva
in quel punto 20,000 Piemontesi passare la frontiera, sicchè malgrado
avvisi in contrario era a dubitarsi che fosse così. Io pensai che
Cesare De Laugier _italianissimo_ come perpetuamente vantava, preso da
vaghezza di lode presente, e più dalla cupidità di fama futura, avesse
di repente abbracciato il partito di unire la Toscana al Piemonte:
non era strano, nè forte, supporre in lui il disegno, che intendesse
collegare il suo Paese ai destini di un grande Stato italiano forte
in su le armi, invece di lasciarlo andare in balía della cieca ed
avventurosa _unificazione_ con Roma. In questa opinione confermavami la
notizia di un Partito piemontese agitantesi da tempo remoto in Toscana;
la permanenza di Piemontesi di gran seguito quaggiù, a cui mettevano
capo con molta ostentazione tutti coloro, che si reputavano od erano
parziali al Piemonte, _e il Generale Laugier, non dico che fosse, ma si
riteneva fra questi_;[462] la riunione di parecchi personaggi al Golfo
della Spezia per macchinare nuovità; e finalmente la natura stessa
del Generale De Laugier, uomo della prestanza militare del quale non
è da dubitarsi, però non sempre seco, per quanto parve, pienamente
concorde. Nè questo agitarsi non dei Piemontesi, ma pei Piemontesi,
a Lucca, era solo; temevansi eziandio le mene, provocate da cui non
voglio dire, a favore di Carlo Ludovico, che, incominciate da parecchi
mesi indietro,[463] furono rinvenute vitali dalla procedura conclusa
col Decreto della Camera di Accuse della Corte Regia di Lucca in causa
Santarlasci e consorti, da me citata a pag. 459-460 di questa Apologia.

Ed oltre ai moti politici, da tempo antico covavano nel contado
lucchese, e vi si erano manifestate, enormezze in senso di anarchia.

«Il Prefetto di Pisa al Ministro dello Interno. — Oggi alle 4 circa,
vetturini ed altri paesani lucchesi hanno rotto 4 o 5 verghe della
strada ferrata a due miglia da Lucca, verso Pisa, e si sono opposti
alle riparazioni che i lavoranti della strada volevano subito fare ecc.
— 31 decembre 1848.»

Parevami (e ciò sia detto, s'egli è mai possibile, senza inasprire
gli animi che pur troppo dureranno inacerbiti), parevami eziandio che
in tale impresa, dove più che nelle armi era da farsi capitale nella
benevolenza dei Popoli, non fosse da preferirsi il Generale Laugier,
essendo noto a tutti quanto da lui repugnassero e Lucca e Pisa e
Livorno, nè troppo gli procedessero benevoli neppure in Firenze: colpa,
io voglio credere, non sua, bensì dei mutabili umori del Popolo, a cui
per rendersi accetto egli non omise argomento di sorta. Ma, insomma,
quando vogliamo conciliarci il Popolo per via di blandizie, è pur
mestieri non prenderlo a contro pelo nelle sue affezioni, ed anche
nelle sue fantasie.

E avvertite, che non fui mica il solo a credere che il Generale Laugier
mancasse di mandato a operare come faceva. In certa sua Apologia,
datata da Sarzana il 1º marzo 1849, e impressa nel _Risorgimento_, egli
medesimo ne informa: «Non vedendosi comparire i Piemontesi, gli animi
abbatteronsi: si suppose _mia invenzione_ lo intervento, e _perfino la
lettera del Granduca_.»

Pensoso, e gravemente pensoso del pericolo che minacciava la città per
la estrema esasperazione, solita accompagnare la paura del pericolo
e la violenza rivoluzionaria, intendendo al disegno di distrarre la
mente accesa delle turbe cittadine dalla Spedizione di Porto Santo
Stefano, e dal proclamare a tumulto la Repubblica, mi parve operare
prudentemente, prima col Dispaccio del 18 febbraio a volgere i corpi
volontarii armati, senza dilazione, verso Lucca, e più tardi a vuotare
Firenze, se mi venisse fatto, di quanta più gente armata potessi:
quantunque (e si noti con prudente discernimento) nel medesimo giorno
alle ore 6 pomeridiane io sapessi, che i Piemontesi non sarebbero
entrati,[464] e su le prime ore del giorno 19 mi giungesse la conferma
di questa notizia per la parte del Delegato Regio di Massa.[465] Ho
detto, che anche un pensiero di personale sicurezza mi spinse; della
mia persona niente importa all'Accusa, e troppo bene lo dimostra in
ogni suo atto; ma se un cotal poco di me a me premesse, vorrà ella
per questo incolparmi di criminlese? In marcia i soldati non attendono
ad agitazioni politiche, nè i cittadini stanno loro alle orecchie per
sobillarli. Di questo mi rampogna l'Accusa, ma davvero anche qui ella
si è affrettata troppo, però che io deva confessare avere sortito
il mio concetto meno che mezzo. I soldati non toscani formarono
_piccolissima parte_ della colonna spedita a Lucca, ed è agevole
riscontrarlo negli Ufficii del Ministro della Guerra. Vennero alcune
compagnie lombarde da molto tempo condotte ai nostri stipendii:[466]
la massima parte erano Toscani; con loro partii; in mezzo a loro io
stetti inerme. Mi circondavano i soldati medesimi che avevo trovato
tumultuanti in Fortezza di S. Giovanni Battista. Le genti in mezzo alle
quali io passava, nel vedermi circondato di ufficiali al nome italiano
poco, ed a torto, creduti amorevoli, mormoravano. Ai soldati e agli
Ufficiali toscani poi nemmeno mancava chi insinuasse condurli D'Apice
ed io per tradirli nelle mani dei Piemontesi. Così nei tempi torbidi la
perfidia mesce mostruose novelle, e così facile le accoglie l'armento
degli uomini.[467]


§ 7. _Di una lettera del R. Delegato di Massa e Carrara._

Ho voluto differire a ragionare in questo luogo della lettera del
Delegato Regio di Massa e Carrara del 13 febbraio. Il Decreto della
Camera delle Accuse del 7 gennaio così dichiara alla pagina 84:

«Al _Prefetto_ Staffetti il quale faceva noto al Guerrazzi con lettera
del 13 febbraio, come le truppe acquartierate ai confini ricusassero di
prestare giuramento e si sbandassero, il Guerrazzi con lettera privata
_rispondeva_ che calunniasse e screditasse il Granduca nell'animo di
Laugier, onde indurlo a seguitare il nuovo Governo.»

Importa, come sempre, prima di tutto rettificare il fatto. Il Regio
Delegato di Massa e Carrara queste cose mandava: 1º la milizia toscana
a Pontremoli, negato il giuramento, sbandarsi, e verso la Capitale
incamminarsi; 2º d'accordo col comando generale egli spedire Ufficiali
a incontrarla per ricondurla al dovere; 3º ancora inviare parte della
Guardia Civica a Fosdinovo per agire secondo i casi; 4º a Massa avere
temporeggiato a deferire il giuramento alle milizie; 5º mancata la
truppa di Linea, difficilissimo mantenere l'ordine nel Paese;[468] 6º
doversi organizzare 5 o 6 compagnie di bersaglieri; 7º da Fivizzano
indirizzare una Deputazione in cerca di truppa piemontese temendo
invasione nemica.

Se ciò sia vero si conoscerà leggendo la lettera stessa del Delegato,
stampata a pag. 208-209 dei Documenti:

«In questo momento giunge avviso al Comando generale da Pontremoli
che la truppa non ha voluto prestare giuramento, che ha incominciato a
sbandarsi, dichiarando incamminarsi verso la Capitale.

«Di accordo col Comando generale, si spediscono alcuni Ufficiali per
incontrarla verso Fosdinovo e procurare di ricondurla al dovere. Nel
tempo stesso io parto per Carrara, per mobilizzare una parte di quella
Guardia Civica, e la invio egualmente a Fosdinovo per agire a seconda
delle circostanze. Vi è colà una compagnia di truppa di Linea, colla
quale si vorrebbe impedire il contatto di questi traviati.

«Qui, conoscendo le difficoltà d'indurre immediatamente come si voleva
la truppa a prestare nuovo giuramento, si è temporeggiato, predicando
la necessità di mantenere l'ordine, e procurando di disporla a poco per
volta al giuramento stesso; ma le notizie sopracitate, unite ad altre
che sono giunte di Lucca ed altri paesi, non so quale effetto potranno
produrre.

«Se manca la truppa di Linea non so cosa potrà accadere in questi
paesi. Io faccio e farò risolutamente quanto sarà in mio potere per il
mantenimento dell'ordine, ma questa volta l'affare è serio davvero.

«Mandami subito il Capitano Franzoni che ti diressi con lettera pochi
giorni sono, e manda qui a chi credi l'incarico di organizzare 5 o 6
compagnie di Bersaglieri, le quali potranno essere utilissime. Io non
mi ricuso di fare quanto possa essere utile. Addio.

«Massa, 13 febbraio 1849.

                                                           «Tuo affez.
                                                «DEL MEDICO STAFFETTI.

«Notizie del momento.

«Da Fivizzano è stata mandata una Deputazione a Sarzana per cercare la
truppa piemontese temendo di una invasione nemica. — Manderò staffette
ogni qualvolta sia necessario.»

La minuta, o appunto della risposta, dichiara in questa maniera:

  «Prefetto ed Amico,

«Tieni forte: fa quanto credi; arma Bersaglieri: difendi i confini:
lusinga, loda ed eccita l'onore del Laugier; senta nel profondo che
Leopoldo II, senza pretesti, senza plausibile motivo, lasciò il Paese
all'anarchia e all'invasione. Portò seco quant'oro potè; e sull'estremo
lito, con un piede in terra e un piede sopra un naviglio inglese, sta
speculando la guerra civile. Creeremo un'armata, troveremo denaro; e
quando nulla potrem fare, anderemo all'aria.»

_Tieni forte_, riguarda la difesa dell'ordine: _fa quanto credi_, si
riferisce al mettere in moto la Guardia Civica: _arma i Bersaglieri_,
considera la difesa dei confini: _le altre parole_ sono dirette a
indurre il Generale ad operare gagliardamente in pro della Patria,
e in benefizio di cotesti paesi. Quanto fosse in noi l'obbligo e lo
interesse di difenderli, ho esposto altrove; se fosse necessario
confermare in qual conto da noi Toscani meritamente si tenessero,
io non avrei a fare altro che allegare le istruzioni dal Ministero
Capponi conferite nel 22 settembre 1848 al Marchese Ridolfi inviato
straordinario e ministro plenipotenziario del Granduca di Toscana alle
conferenze di Brusselle, in quella parte in cui queste provincie gli si
raccomandano:

«.... Ciò che il Governo granducale chiede, e lo chiede opinando di
avere molti titoli per ottenerlo, è la conservazione dei suoi attuali
confini, quali furono determinati dall'atto di accettazione del 12
maggio 1848. La perdita di questi territorii nuovamente aggregati
alla Toscana sarebbe per essa cagione di vivissimo rammarico; e ciò
non tanto per la diminuzione che essa soffrirebbe del suo territorio
o per altro fine di proprio e particolare interesse, ma perchè
il Governo granducale è sinceramente convinto che i popoli della
Lunigiana e della Garfagnana, recentemente aggregati, siano toscani
e per geografica posizione e per rapporti commerciali e per affetto,
e che la prosperità, che ai medesimi può derivare dal far parte della
famiglia toscana, non sia per essi possibile di trovare nella unione
con qualsivoglia altro Stato. I voti e l'affetto di queste popolazioni,
la lealtà costantemente dimostrata dal Governo di S. A. R. nella
questione italiana, i sacrifizii da esso fatti per la causa nazionale
costituiscono altrettanti titoli degnissimi di considerazione, per i
quali questo desiderio della Toscana non potrebbe senza ingiustizia non
appagarsi....»[469]

Certo le parole contenute nella estrema parte di cotesto mio appunto,
dimostrerebbero animo mal disposto pel Principe là dove spontanee mi
fossero uscite dalla penna. Ma quando furono esse vergate? Vogliasi
rammentare: nel giorno 14 febbraio 1849, in quel giorno stesso nel
quale, come confido avere dimostrato nelle pagine precedenti, la
prepotenza della Fazione mi costringeva a spedire al Governatore di
Livorno l'ordine di apparecchiare gente onde essere poi inviata per
la Maremma. Agl'Inquisitori e' fu mestieri fare copia della lettera
del Regio Delegato; accesi quindi gli avvisi e i comandi; coteste
espressioni contengono l'eco di quanto stampavasi pubblicamente,
e predicavasi; ed io scrissi lo appunto in discorso per acquietare
cotesti arrabbiati; ma la ricerca, che doveva proporsi l'Accusa, e
sopra la quale avrebbe potuto fondarsi, allorchè fosse stata quella
scrittura spontanea, consisteva nel conoscere se il foglio fu spedito,
se ricevuto dal Conte; se, adoperando gli argomenti indicati, ei si era
fatto a scrollare la fede del generale Laugier.

Ora tutto questo non prova l'Accusa, e non fu. Perchè non interrogò
ella i miei Segretarii, tanto gli _eletti_ quanto i _reprobi_, voglio
dire tanto i mantenuti in carica, quanto i congedati, se compilarono
Dispaccio alcuno sopra le traccie di cotesto appunto? Perchè non ne
ricercarono lo egregio conte Del Medico? Veramente, a cagione del suo
amore per la Toscana, male gl'incolse, e forse, mentre io tribolava in
carcere sotto le torture degl'interrogatorii, questo illustre amico
mutava in terra non sua gli amari passi dello esilio; ma nel modo
(ed è questo uno dei singolari trovati della presente Procedura) che
i dimoranti in Firenze, per lettere s'interpellavano; anzi un po' a
voce, e con giuramento, e un po' per via di epistole s'invitavano a
raccontare il fatto loro; potevasi col medesimo mezzo richiamare anche
il Conte, a somministrare schiarimenti in proposito.

Veramente l'Accusa, sommando i suoi addebiti, di cotesta lettera non
fa capo d'incolpazione, ma intanto ella la cita, ella la converte in
risposta, la suppone spedita, e ricevuta; le giova nella composizione
non giusta nè leale dell'atmosfera criminosa, nella quale si studiò
sempre e si studia immergermi dentro.

Io penso avere provato quanto la pressione da me patita fosse materiale
e continua, tale da soddisfare la Legge anche nei casi ordinarii; ma
per chiarire come altre forze e di altra maniera necessità valgano
a costringere gli uomini politici, mi giovi riportare certa sentenza
profferita da Odilon Barrot nella Seduta dell'Assemblea di Francia del
19 luglio 1851 che mi cade adesso sott'occhio: «Bisogna confessare,
che occorrevano allora una certa corrente d'idee, tali e siffatte
preoccupazioni degli spiriti, certe morali necessità, le quali fanno
sempre sentire la loro pressione sopra gli uomini politici. Quante
volte nelle nostre secrete discussioni intorno ai punti che adesso si
affacciano, circa i pericoli che avevamo preveduto, e la esperienza
confermò, quante volte non intesi io rispondermi: — Certo voi avete
ragione, non oggi però; più tardi: adesso lo stato degli umori, la
corrente, le preoccupazioni impediscono ad accettare le vostre idee!»


§ 8. _Minaccie d'incendii e di saccheggi._

E poichè sento in cuore carità di patria, andando, confidai prevenire
i casi pei quali tutta guerra civile viene esecrata meritamente. La
fortuna (ed io perciò le perdono ben molte offese) di tanto mi era
in questa parte benigna, che lo esito rispose alla speranza. Onde io
rimasi sbigottito davvero, quando mi conobbi accusato di avere incusso
timore di saccheggio e d'incendii. Questa turpe accusa è scomparsa,
come piace a Dio, nel Decreto del 7 gennaio 1851 e nell'Atto di Accusa;
ma fu scritta nel Decreto del 10 giugno 1850: onde riesce pieno di
sconforto pensare come uomini cristiani possano con tanta leggerezza
aggravare di scellerate accuse il capo di un uomo cristiano.

Di me troppo era consapevole, avvegnadio quasi per iniziare il
carattere di cotesta Spedizione, appena giunto in Empoli, volli
ogni trascorso rimesso agli Empolesi, e riceverli in grazia come
buoni fratelli: e già mostrai in che guisa premurosamente ammonissi
i Livornesi, passando per Empoli, ad osservare _buona condotta, e a
rammentarsi che cotesti popoli, comecchè momentaneamente traviati, ci
erano pur sempre fratelli_. Tanto riposi solertissima cura a inspirare
sensi di umanità in tali fortunose vicende, dove la voce di lei per
ordinario si fa meno ascoltare! Nonostante rilessi affannoso se per
avventura taluno vi avesse aggiunto qualche espressione maligna, e la
Dio mercè di simile minaccia io non trovai vestigio. Questa sarebbe
stata contradizione al mio scopo, il quale fu implorare pace, e
portarla; impedire effusione di sangue; appena nata, sopprimere la
guerra civile. Di ciò dia prova, che informato come la colonna condotta
dal Petracchi si avanzasse sopra Pietrasanta precorrendo la colonna
D'Apice, nello intento di ovviare ogni probabile conflitto, anzi ogni
ingiuria, e anche semplice iattanza, non meno che per istudio della
militare disciplina, non esitai ad avventurarmi solo per vie non
sicure; e giunto in tempo, le ordinai riprendesse la via di Viareggio.
L'ordine venne eseguito, non ostante la stanchezza dei soldati, e il
_non celere_ obbedire.[470] Ne sieno prova il comando ai soldati di
portare fronde di olivo nella bocca dello archibugio scarico e su i
caschi, e il perdono concesso largamente a tutti. Se questo non feci
a De Laugier, ciò avvenne, perchè prima di attendere la risposta
si era fuggito; però ai signori Compagni e Salvioni, intercedenti
per lui, dissi che non sarebbe stato senza grave pericolo rimanersi
allora in Toscana, e che lo consigliavo a ritirarsi in Piemonte, _dove
liberissimo intendevo lasciarlo andare_.

In qual parte, pertanto, incussi timore di saccheggio e d'incendii?
Forse nel Dispaccio da Pisa inviato _nel 21 febbraio 1849_ al Prefetto
di Lucca? Quivi si parla del Decreto del Presidente del Governo
Provvisorio contro De Laugier; si protesta ritenere _per apocrifi
gli atti di lui, perchè nè il Governo nè il Municipio ha ricevuto
da Leopoldo II veruna dichiarazione autentica in proposito_; avere
il Governo sentito il bisogno di reprimere la guerra civile nei suoi
primordii; venire io mandato con 3,000 uomini e D'Apice generale, a
disperdere gli autori dello attentato.

Per avventura i saccheggi e gl'incendii s'incontrano nell'Ordine del
Giorno ai Soldati, in data di Lucca, del 21 febbraio? Ma no, quivi
anzi si palesa il modo col quale intendevo mandare ad esecuzione il
Decreto, che poneva il Generale De Laugier fuori della Legge: — _fugga,
sgombri dalla nostra terra_; — e quivi è l'ordine di non combattere:
«Portate un ramo di olivo sopra i vostri caschi, perchè voi non venite
a suscitare, ma a reprimere la guerra civile.» Con quale, non dirò
probità, ma fronte, avrei potuto io nel giorno 22 febbraio volgermi
ai Cittadini, ponendo la condotta del Governo in parallelo con quella
del Laugier, se avessi minacciato gli orrori dello incendio e del
saccheggio?

«Cittadini! — Un soldato ribelle ordina si straccino le Notificazioni
del Governo Provvisorio, eletto dall'Assemblea nazionale e dal
Popolo. Il Governo Provvisorio all'opposto ordina, che le stampe
di cotesto soldato vengano diffuse e affisse sopra le cantonate. Il
Governo intende che il Popolo, confrontando, giudichi e veda: come il
soldato adoperi parole di menzogna, il Governo di verità; — il soldato
ecciti la maledetta guerra civile, il Governo si affatichi richiamare
i fratelli a concordia, necessaria sempre, santissima adesso che
l'Austriaco torna a minacciare la desolazione nel nostro diletto Paese;
— il soldato tolga il presidio alle frontiere, il Governo spinga la
gioventù, atta alle armi, a difenderle; — il soldato calpesti la legge
e la nazione, il Governo legge e nazione sostenga; — il soldato tenti
spegnere la civile libertà nel sangue dei cittadini, il Governo procuri
conservarla intera; — il soldato semini l'anarchia, susciti la Patria
a sanguinose reazioni, il Governo voglia conservare l'ordine e gridi
_pace, pace_.

«Tacciano le discordi opinioni, tregua alle parti. Soldati toscani,
il vostro posto non è contro il soldato toscano, ma sì alle frontiere
contro il comune nemico. Cittadini, l'odio vostro non contro voi, ma
deve volgersi contro l'Austriaco, che vede le vostre discordie, e ride.
Il Governo co' voti più ardenti del suo cuore supplica Dio che cessi,
appena nata, l'empia guerra: richiama i traviati ad avere pietà se non
di altrui almeno di sè stessi; spera dovergli bastare a questo fine una
parola di affetto, desidera essere risparmiato da più penoso ufficio;
ma quando accadesse diversamente, sappiano i perversi pertinaci avere
dichiarato il Governo, chiunque con parole, con scritture, o con fatti
si adoperi aizzare la guerra civile, traditore della Patria, e come
tale doversi punire con tutto il rigore della Legge. Il Governo farà
in modo, che la sua dichiarazione non rimanga parola vana, e lo abbiano
per inteso.»[471]

Vedasi il Proclama diretto ai soldati del Generale Laugier in data
di Camaiore, del 22 febbraio (il quale non pervenne loro, e fu
inutile, perchè già eransi sbandati): in quello io dico, «che voglio
abbracciarli, dimenticare ogni trascorso, perdonare lo involontario
fallo; tornino in famiglia per combattere il solo nemico che abbiamo,
lo straniero.» Vedasi la Notificazione datata da Camaiore nel medesimo
giorno, essendomi qui pervenuta nuova della intenzione manifestata da
alcuni di arrestare la madre del Generale Laugier;....[472] di qual
tenore ella fosse vedete qui sotto. Mi risponderanno, preservare uno
annoso ed innocente capo dalle furie di uomini perversi, fu dovere,
nè può somministrare adesso argomento d'ingenerosa iattanza. Ed io
dico: sta bene; dovere fu, non argomento di lode; non mi si dia, non la
cerco; ma neppure si converta il dovere in subietto di accusa. Ed io mi
difendo da accuse. Se poi taluno volesse appuntarmi per l'espressioni
che adoperai in cotesto Proclama, lo pregherei a tenere sempre fisso
nella mente lo esempio del Lafayette e del Fauchet, che non dubitarono
valersi di parole bene altramente gravi, per salvare Foulon, o Luigi
XVI; e la Storia, invece di biasimarli, gli loda per l'arguta loro
pietà.[473]

Nelle tempeste rivoluzionarie se si avesse a guardare le parole, che
la necessità pone su le labbra, o su la penna, guai a tutti quelli, che
sederono, sedono, e sederanno Ministri! Sarebbe più agevole far passare
un cammello traverso la cruna dell'ago, che assolvere un Ministro da
queste stolide imputazioni; gli uomini di Stato e i Politici opinano
così: è opera di Accusa, quando _speculando il suo calendario crede
il sole entrato nel segno del mastino_, andare a cercare il nodo nel
giunco, e dai detti e dai gesti ricavare materia di perduellione.
Non senza raccapriccio, io credo, gli Storici prudenti noteranno, e
già hanno notato, come la Riforma Leopoldina del 1789 di cosiffatte
esorbitanze purgava la Toscana. Del progresso abbiamo avuto assai: oh!
chi ci fa stornare, di grazia, sessantadue anni!......

Nulla d'incendio e di saccheggio nel Dispaccio spedito al Presidente
del Governo Provvisorio datato parimente da Camaiore il 22 febbraio;
il quale mi giova riferire non solo per mostrare che non fu mai
proposito ricorrere a questo mezzo ch'è infamia dei popoli civili, ma
eziandio che non ve ne fosse bisogno, atteso l'arrendevolezza per tutto
incontrata.

  «Al Presidente del Governo Provvisorio.

«Al mio giungere in Lucca, senza perdere tempo, deliberai correre
_contro_ Laugier e _verso_ i nostri fratelli in tre punti. Uno per la
strada littorale di Viareggio, dove mandammo i Livornesi con ordine
che fossero sostenuti per mare dal Vapore il _Giglio_. In Val di
Serchio furono lasciati in riserva i Civici Pisani. Il secondo verso
il Monte-Chiesa, dove il Maggior Petracchi si era spinto col solito
generoso ardore, distendendosi fino a Macellarino. Il terzo per la
via di San Quirico verso Camaiore, dove Laugier aveva raccolto maggior
copia di gente e posto tre pezzi di artiglieria.

«Era ordine _a tutti di procedere a schioppo scarico con ramoscelli di
olivo nella bocca del medesimo e sui caschi; dove avessero incontrato
resistenza fossero andati innanzi, domandando se per la empietà di un
uomo i fratelli dovessero trucidare i fratelli_. L'anima mi esulta nel
poterle dire che i Toscani ingannati da Laugier, appena seppero che per
la parte di San Quirico mi avvicinava col General D'Apice, protestarono
che non intendevano combattere contro i loro concittadini, onde da
Montemagno, ove Laugier aveva posto un pezzo d'artiglieria e diverse
compagnie, si ripiegarono sopra Camaiore, e quinci, per quanto ci viene
riferito, sopra Pietrasanta. _Entriamo adesso a Camaiore, alle 5 e
mezza pomeridiane, fra il suono delle campane e gli applausi di tutte
le popolazioni accorse dalle campagne circostanti, che acclamavano al
Governo Provvisorio, alla Italia, alla Libertà. Il Municipio indirizza
la protesta che si compiega qui dentro_.

«Appena riposati qualche ora, è proponimento nostro passare oltre. Qui
mi giunge la consolante notizia che il Petracchi con la sua colonna è
entrato in Viareggio _in virtù delle medesime disposizioni dei nostri
fratelli Toscani_.

«Nessuna nuova di perviene di mosse piemontesi, anzi avendo mandato
un amico mio[474] e del Gioberti a Sarzana per sapere un po' se, egli
Ministro, i Piemontesi avessero a comprimere la Libertà in Toscana, con
promessa che, ove trovasse dato simile ordine al Generale Piemontese
colà stanziato, sarebbe tornato ad avvisarmi, od altrimenti avrebbe
proseguito per Torino, non si è più visto; e tutto porta a credere che
la invasione Piemontese _fosse una brutta calunnia del Laugier_. Dove,
contro il diritto delle genti e lo interesse medesimo dei Piemontesi,
questi passassero la frontiera, noi anderemo loro incontro collo stesso
ulivo in cima alle armi, e gl'interrogheremo se i nemici dei Piemontesi
sono i Toscani o se gli Stranieri, e gli costringeremo a nome della
Patria e della Libertà a procedere uniti con noi alla difesa della
Patria. Credo debbano esser queste per tutti i cuori generosi liete
novelle. Nella fiducia di potergliene partecipare ben presto anche
migliori, mi dichiaro di Lei ec.

  «Camaiore, 22 febbraio 1849.»

Perchè incutere timore di saccheggio e d'incendio, se le popolazioni
mostravansi lietissime di accoglierci, e noi invitavano a liberarle con
incessanti messaggi? Dove dalle mie labbra fosse uscita la immanissima
minaccia, come avrei avuto abilità di lasciare ai Lucchesi il seguente
Manifesto? Io vado lieto per averlo dettato, perchè spira intero
l'anima mia. Del mio intelletto ho, com'è debito, opinione rimessa; ma
non così leggermente concedo che altri possa vincermi per altezza di
cuore.

  «Lucchesi!

«I deboli nella inaspettata vittoria _si mostrano crudeli_. Il Popolo
nel trionfo dei suoi diritti, come colui che si sente fortissimo,
è _sempre generoso_. Il Governo, nelle cui mani fu confidata la
rappresentanza del Popolo, sa mantenersi all'altezza del suo mandato:
_egli non ricorda le ingiurie disoneste ed ingiuste di cui era posto
segno ne' tempi passati; e se le ricorda, le perdona. Come vinse i
suoi nemici armati con fronde d'ulivo, così egli intende vincere i
suoi detrattori colla persuasione e con la magnanimità. Si assicurino
pertanto tutti i suoi avversarii, perchè la passata malevoglienza,
invece di somministrare al Governo argomento di persecuzione, dà
titolo loro di amplissima tutela_. Quelli soltanto che le procedure
iniziate paleseranno cospiratori contro la Patria saranno _giudicati
a norma delle leggi veglianti_; depongano il pensiero che il Governo
intenda procedere _a modo di Dittatore e rinnovare le proscrizioni
sillane. Egli assunse il carico di mantenere tranquillo il Paese,
finchè l'Assemblea nazionale non decida delle sue sorti: questo intende
fare, e questo con ogni supremo sforzo farà_. Il Governo darà opera
infaticabile a stringersi con gli altri Stati Italiani per combattere
la sacra guerra della Indipendenza. Tutti quelli che sentono carità
di Patria devono cospirare a questo scopo. Il Governo indirizza le
sue preghiere ad ogni classe di cittadini, e segnatamente poi _ai
Sacerdoti, onde essere sostenuto nell'arduo assunto_. I copiosi di beni
terreni ricordino che con poco danaro dato alla Patria acquisteranno
onore grande e sicurezza di non rimanere disfatti dai rapaci
stranieri. I Sacerdoti tengano in mente che l'albero della Libertà
deve crescere fortunato accanto alla Croce. Una volta la Libertà
fu bandita coll'abolizione di ogni culto divino; adesso si predica
Cristo iniziatore di Libertà. _Noi abbiamo fatto molti passi verso
i Ministri dell'Altare; deh! ne muovano essi uno solo verso di noi_.
Anche la Libertà è una Religione nutrita di lacrime di popoli desolati,
santificata col sangue dei Martiri, ed essa pure merita la benedizione
del Cielo. Non sieno i Sacerdoti ribelli ai voleri di Dio, perocchè
Dio con segni manifesti protegga visibilmente la Causa Santa della
Libertà e della Indipendenza Italiana.[475] Possano queste parole, che
ci partono dal cuore, avere virtù di vincere gli animi più renitenti,
_indurli a deporre gli odii e gli sdegni, e ad unirsi una volta nel
concorde volere di dare salute alla povera Patria, che a mani giunte a
tutti i suoi figliuoli supplica_ PACE.

  «Lucca, 26 febbraio 1849.»

Se io con gli atti smentii le mie parole; se la lingua dolosa
pronunziava ipocriti accenti, sorga l'accusatore, e mi vituperi:
possano i miei avversarii, come me in questa parte, aspettare il
giudizio degli uomini e di Dio senza paura.

A completare i Documenti che furono mia fattura, mi giova citare una
frase del Dispaccio telegrafico del 21 febbraio 1849 riportato a pagine
487 del Volume dell'Accusa: «Le cose andranno bene. Penso al Piemonte;»
e l'altra contenuta nella lettera del 22 febbraio riportata poc'anzi:
«ho mandato a Sarzana uno amico del Gioberti, e mio.» Come pensavo io
al Piemonte? In che guisa? Con quali termini? Certo gl'Inquisitori dei
Circoli non mi si staccavano dai fianchi, ma adesso, in Lucca, era
più libero; mi confidava con persona amica in procinto di partire.
A Pasquale Berghini io consegnava questo scritto pel Ministero
Piemontese:

  «Berghini,

«Siete amico mio, e più della Patria; quindi vi dichiaro essere la
verità:

«Che la Costituente Italiana fu liberamente accettata dal Principe col
consiglio del Ministro d'Inghilterra.

«Che partì da Firenze sempre promettendo sollecito il ritorno.

«Che tardando a tornare, e mandandogli noi la nostra dimissione,
rispose, stessimo al nostro posto, sarebbe quanto prima tornato.

«Che dopo simulata infermità andava via senza indicare il luogo ove
intendeva celarsi.

«Che il Ministero, considerando da una parte offeso il patto
costituzionale, dall'altra la impossibilità di governare, depose, come
doveva, i suoi poteri nel seno dell'Assemblea.

«Che l'Assemblea e il Popolo elessero il Governo Provvisorio per
provvedere alla quiete e all'ordine del Paese. Sostenere adesso da
taluno dei Deputati che non votarono con libertà, è menzogna:

«1º Perchè la necessità li costringeva ad eleggere un Governo
Provvisorio;

«2º Perchè nella Sala delle Conferenze anche prima di entrare in
Seduta pubblica, e prima che il Popolo invadesse l'emiciclo della sala,
avevano determinato l'elezione del Governo Provvisorio;

«3º Perchè i Deputati in parte uscirono, ma per le mie veementi
rimostranze, cacciato via il Popolo, i Deputati tornarono, mentre
nessuno li costringeva, unitamente al Presidente, e votarono, dopo
discussione, all'unanimità.

«Il Governo non poteva governare con Camere nate da legge elettorale
conosciuta difettosa, e perciò le ha convocate di nuovo sulla base
del voto universale. Queste Camere sono convocate pel 15 marzo: più
presto non si poteva. _Il Popolo irrompe e vuole Repubblica_. Il
Governo con tutte le forze ricusa prendere la iniziativa per dichiarare
la Repubblica, e la fusione con Roma. Intende che tutta la Nazione
rappresentata legittimamente, e con maturità di consiglio, decida
delle sue sorti. Ma sforzato da questa posizione, che gli sembra ed è
legalissima, in primo luogo si difenderà dalle ingiuste aggressioni,
ed in secondo luogo, _ritirandosi_, lascierà a cui spetta, tutta la
odiosità d'avere protetto, mentre invadeva il comune nemico tedesco, la
guerra civile in Italia.

«Lucca, 21 febbraio 1849.

                                                          «GUERRAZZI.»

Lo scrissi allora, nè mi sembra dovermene pentire adesso. Se Vincenzo
Gioberti, invece di essere preso da quella sua caldezza che parve
soverchia, e se invece di stimarmi, a torto, dei maneggi politici di
Giuseppe Mazzini svisceratissimo, avesse voluto sperimentare da sè, io
vado convinto che noi ci saremmo trovati d'accordo; però che io non
mi senta presuntuoso così da ostinarmi nel mio concetto, e quanti mi
conoscono sanno che di buon grado ascolto, e, dove trovi avere errato,
di leggieri il confesso. La mia scrittura pertanto apriva l'adito
a interrogazioni e a schiarimenti, e a senno mio le prime potevano
ridursi a due: Perchè la Convocazione dell'Assemblea col suffragio
universale? Qual fine ve ne ripromettete voi? Io gli avrei risposto,
con parlare succinto, quello che verrò diffusamente ragionando fra
poco, e allora io penso che il Ministro Gioberti avrebbe potuto, con
vantaggio grande della Patria comune, interporsi mediatore fra il Paese
e il Principe; certificarlo dello scopo mio, e confortarlo ad aspettare
lo esito del rimedio proposto, siccome quello che si addiceva meglio ai
tempi, al Paese, al decoro, e alla contentezza dell'universale.[476]

Il signor Farini nel tomo III della Opera altrove citata a pag. 223
afferma: «Queste dichiarazioni del Guerrazzi erano consentanee a
quelle che il Governo Provvisorio aveva già pubblicate, nè a mutare
le risoluzioni del Governo Piemontese potevano essere efficaci.» In
primo luogo ha da notarsi, che lo intervento piemontese in Toscana
fu concetto particolare a Vincenzo Gioberti, non già del Governo
Piemontese, se dobbiamo ritenere per vere le dichiarazioni parlate
da Urbano Ratazzi nella Seduta del 21 febbraio 1849 della Camera
dei Deputati piemontesi, e le scritte da Domenico Buffa, che in quei
giorni governava Genova. In secondo luogo domando: e perchè le mie
dichiarazioni non dovevano avere la virtù di mutare il concetto di
Vincenzo Gioberti intorno allo intervento piemontese in Toscana?
Forse la bandita Costituente toscana chiudeva irrevocabilmente
l'adito a qualsivoglia mezzano partito? La Costituente doveva per
necessità sopprimere il Governo Costituzionale in Toscana? I rimedii
vi erano, e buoni, e lo stesso signor Farini gli ha scritti, ma non ha
meditato, come agli storiografi si addice, a sufficienza su quelli;
o forse gli obliò, o forse, e questo parrebbe più grave, gli ha
voluti dimenticare. Quando Roma nel gennaio del 1849 ebbe bandita la
Costituente, Vincenzo Gioberti non reputò rotta ogni via di accordo
col Pontefice; all'opposto tenne, che per essa potesse condursi a fine
la pratica di onorevole e fortunata conciliazione. «Illustrissimo
signor Presidente. — Ricevo da Gaeta la lieta notizia, che il conte
Martini fu accolto amichevolmente dal Santo Padre in qualità di nostro
ambasciadore. Tra le molte cose che gli disse il Santo Padre pel conto
degli affari correnti, questi mostrò di vedere di buon occhio che il
Governo Piemontese s'interponesse amichevolmente presso i rettori ed il
popolo di Roma per venire ad una conciliazione. Io mi credo in debito
di ragguagliarla di questa entratura, affinchè ella ne faccia quell'uso
che le parrà più opportuno. Se ella mi permette di aprirle il mio
pensiero in questo proposito, crederei che il Governo romano dovesse
prima di tutto usare influenza, acciocchè la Costituente che sta per
aprirsi riconosca per primo suo atto i diritti costituzionali del
Santo Padre. Fatto questo preambolo, la Costituente dovrebbe dichiarare
che per determinare i diritti costituzionali del pontefice uopo è che
questi abbia i suoi delegati e rappresentanti nell'assemblea medesima,
ovvero in una commissione nominata e autorizzata da essa Costituente.
Senza questa condizione il papa non accetterà mai le conclusioni della
Costituente, ancorchè fossero moderatissime, non potendo ricevere
la legge dai proprii sudditi senza lesione manifesta non solo dei
diritti antichi, ma della medesima costituzione. Se si ottengono questi
due punti, l'accordo non sarà impossibile. Il nostro Governo farà
ogni suo potere presso il pontefice affinchè egli accetti di farsi
rappresentare, come principe costituzionale, dinnanzi alla commissione
o per via diretta, od almeno indirettamente: ed io adoprerò al medesimo
effetto eziandio la diplomazia estera, per quanto posso disporne.
Questo spediente sarà ben veduto dalla Francia e dall'Inghilterra,
perchè conciliativo, perchè necessario ad evitare il pericolo d'una
guerra generale.»[477]

Perchè Vincenzo Gioberti, che sì manieroso mostravasi a Roma, voleva
dare alla Toscana il pane con la balestra? Hassi a ritenere pertanto,
che Gioberti un po' per isdegno concepito per mendaci rapporti, un po'
cedendo alle insistenti suggestioni di cui non importa dire, deviasse
in questa faccenda dalla prudente gravità dell'uomo di Stato.

Questi Documenti, la difesa del mio onore mi ha persuaso allegare;
e non tanto per respingere da me la temeraria imputazione appostami
dal Decreto del 10 giugno 1850, ma molto più ancora, perchè porgono
manifesta testimonianza di tre cose a ritenersi notabili:

_Prima_, come io reputassi e dovessi reputare la mossa del Generale
Laugier operata senza il consenso della Corona, e contraria
agl'interessi della Patria, a parte qualunque quistione intorno alla
forma di reggimento.

_Seconda_, come in tutti questi atti emanati da me, sempre circuito
dallo inquieto sospetto degli Inquisitori rivoluzionarii, pure lontano
alquanto dalla violenza immediata io non adoperassi verbo nè facessi
allusione alcuna relativa alla Repubblica: riscontro sicurissimo
dell'animo mio intorno a questo particolare.

_Terza_, come per me non fossero incarcerati, nè si ordinasse
incarcerarsi Sacerdoti; i quali no, mai, se Sacerdoti davvero, io mi
condurrò a credere nemici della Patria nostra, a noi tutti, quanti
sortimmo nel suo grembo la vita, per tanta bellezza, e più per tanta
sventura sommamente diletta.


§ 9. _Corruttela delle milizie laugeriane, e di tutte in generale, e
accusa del giuramento._

A materia ingrata subentra altra ingratissima. Nel modo di concepire
dell'Accusa, so bene io che cosa ella intenda per corruttela, e come
non le piaccia nè le giovi distinguere; a me all'opposto talenta
analizzare ed esporre dirittamente la materia al giudizio altrui. Ora,
se per corruttela si voglia indicare la indisciplina delle milizie,
apparirà strano davvero che a me si attribuisca; se invece per
corruttela s'intende la parzialità dimostrata a difendere la Patria,
la repugnanza a seguire, e la prontezza ad abbandonare il Laugier, si
vedrà del pari come male possa essermi attribuita. E innanzi tratto,
favelliamo del Decreto che scioglie le milizie dal giuramento. Questo
Decreto fu apparecchiato per ordine di non so cui, e presentato alla
firma; io ricusai firmarlo, sì perchè i nostri sindacatori non lo
esigevano, sì perchè ho piccola opinione dei giuramenti, i quali
dovrebbero legare moltissimo, ma alla prova vediamo che stringono
pochissimo: ne abbiamo uditi tanti di questi benedetti giuramenti!
— Breve; di giuramenti non sono partigiano gran fatto, perchè l'uomo
probo, e che teme Dio, non ha mestiero di altro ritegno, che il timore
di offenderlo; e per lo improbo, i giuramenti sono come funi a Sansone
quando aveva i capelli cresciuti.... E Cristo maestro lasciò scritto:
«sia il tuo parlare: _sì, sì; no, no_; il soverchio a queste parole
viene dal maligno.» Ho letto ancora, che Ugo Foscolo, il quale per fede
intemerata fu, piuttosto che raro, unico al mondo, soleva portare uno
anello dove erano incise le parole: _est, est; non, non_; nobilissima
impresa, che ognuno che voglia può meritare. Nonostante la mia
opposizione e la mancanza della mia firma, il Decreto venne stampato,
e col mio nome. La sera il Generale D'Apice accorse ad osservarmi
come gli paresse cotesta provvidenza inopportuna, ed io gli rispondeva
approvando il suo concetto; solo non comprendere il motivo delle sue
riflessioni, però che io mi fossi astenuto da firmare il Decreto, e
non avere voluto che si stampasse. Egli replicava averlo letto: io
soggiungeva essere impossibile; finalmente chiesto il _Monitore_,
esaminando, trovo il Decreto stampato. Procedei alle debite indagini,
interrogai ufficiali e stampatori, e chiarii come lo sconcerto nascesse
dal costume, che mi assicurarono antico, di raccogliere i Decreti dalla
tavola dei Ministri, e farli firmare dopo stampati. Più del costume
pessimo ed antico, scusava poi la nuova pressura, imperciocchè ai
Decreti nostri sovente accadde quello ch'ebbe a sperimentare il Governo
Provvisorio di Francia nei suoi, «i quali, pretesi con gridi impazienti
da quelli che accorrevano a dimostrarne la urgenza, erano portati via
e stampati, prima che fossero sottoscritti dai Componenti il Governo
Provvisorio.»[478]

Questo fatto molto di leggieri poteva chiarire l'Accusa interrogando
gli ufficiali del Ministero dello Interno, tanto gli _eletti_ quanto
i _reprobi_, e qualcheduno degl'impiegati alla compilazione del
_Monitore_; potevasi eziandio ricercare il Generale De Laugier, che
presentasse la mia lettera, dove di questo fatto gli si ragiona; e al
D'Apice era dato somministrare in proposito testimonianza pienissima;
ma tanto è pervertito il fine dell'Accusa, così, falsato il suo
instituto, ella dimentica lo ufficio che le commise la Società, che il
vero teme, e fugge, se nuoccia al fine della condanna.

Nè qui, nè a questo soltanto si limitò l'Accusa; e quante volte i
testimoni vollero deporre quello che venne loro dettando la coscienza,
udironsi dire da taluno degli Esaminatori: «_basta.... non importa
altro_!»

Questo nasce dal pervertimento delle nozioni più ovvie intorno allo
ufficio del Ministero Pubblico, che fino dal principio di questo lavoro
noi con l'autorità del Guizot deplorammo. Non è duello, no, lo incontro
del Ministero Pubblico col prevenuto; questo sarebbe scelleratissimo,
imperciocchè rinnuoverebbe lo spettacolo dell'uomo inerme gittato
alle bestie feroci; — sarebbe pagano. Un credente di Cristo, Santo
Telemaco, incontrò il martirio perchè questa infamia presso gli antichi
Gentili cessasse nei circhi; ora potremmo noi moderni cristiani
patirla rinnuovata nei fôri? No; — la Legge e la Società non hanno
istituito il Ministero Pubblico avvocato, furiere e provveditore del
patibolo; egli non deve fare dell'accusa un patrimonio suo proprio:
non deve mettervi gara, come se si trattasse vincere un palio. Se, non
vincendo l'Accusa, il Ministero Pubblico corresse pericolo dell'azione
della calunnia, comprenderei, se non la fede, almeno il bisogno del
sostenerla tenacemente. La Società e la Legge chiudendo il prevenuto, e
sequestrandolo da ogni relazione, circondandolo di terrori, saziandolo
con pane d'angoscia.... hanno confidato alla religione di chi presiede
al Ministero Pubblico d'indagare sottilissimo le ipotesi della
innocenza e della colpa; altrimenti il giudizio diventa assassinio
giuridico. La Società e la Legge non sentono bisogno, molto meno
vantaggio, a punire: in ciò non guadagnano la prosperità, nè la morale,
nè la economia pubblica, nè nulla. Se alla religione del Ministero
Pubblico la Società non confidasse altro che la _vittoria della pena_,
come potrebbe resistergli il prevenuto? Chi cercherà le difese per lui?
Chi lo assisterà? Chi supplirà con lo ingegno e la pacatezza a quanto
gli rapiscono il tedio del carcere, e le ansietà della procedura? Come
mai il prevenuto, sbigottito e solo, durerà davanti l'Accusa fredda,
acuta, esercitata da lunghissima scherma, sovvenuta da cento braccia e
da cento occhi, terribile Briareo? No; — l'Accusa è tutela di verità:
se dimentica il suo instituto, o lo calpesta; se le prove della
innocenza sopprime; se i testimoni favorevoli esclude, o non ascolta, o
non provoca a dire quello che sanno; se i mezzi per chiarire la verità
rigetta, — paga solo di quanto ella pensa capace per la condanna....
allora, perchè si raddoppiano impieghi? Perchè si commettono inutili
spese? Il carnefice può fare tutto da sè.

Continuando adesso io dico, che se l'Accusa con le sue imputazioni
vuolsi referire alla mia visita nel Castello di San Giovanni Battista,
io colà mi recai in compagnia del signor Montanelli con la semplice
intenzione di esaminare la indisciplina della milizia, che da ogni
parte mi affermavano vergognosa. Trovai la Fortezza chiusa, remosse
le sentinelle, Popolo stipato sotto le mura, parte dei soldati
alle trincere, parte vaganti, e le milizie e il Popolo avvicendarsi
ingiurie e sassate. Fatto aprire le porte, il Popolo vi sì precipitò,
ma venne, con molta difficoltà, respinto, adoperandomivi io stesso.
Dentro, tumulto infernale. Anche cotesta fu trista giornata. Le milizie
schieraronsi in tre file, due laterali, una di faccia; da sinistra i
Volontarii gridavano: Viva la Libertà! Viva il Governo Provvisorio!
— Verso questi si avviò il signor Montanelli. Io, accompagnato dal
Colonnello Baldini, m'incamminai al centro. Qui sorgevano diverse le
grida; alcuni urlavano: Viva Leopoldo! — Altri: vogliamo andarcene! —
Altri finalmente, e questi erano i troppo più: vogliamo la _massa_!
Alcuni artiglieri, ma rari, minacciavano volerci puntare contro i
cannoni. Passando davanti alla Linea, non una, nè dieci, ma cento
volte dissi: che il Governo non costringeva nessuno; e chiunque volesse
ritirarsi, lo facesse liberamente; noi poi non essere nè padroni, nè
signori, nè nulla; soltanto preposti a mantenere illeso lo Stato a
benefizio dello Stato medesimo, e di quello a favore di cui si sarebbe
dichiarato il voto universale; ognuno di loro avrebbe potuto votare
come meglio credeva.

E queste cose diceva in parte suggeritemi dagli stessi Ufficiali,
che mi assicuravano come i soldati ritenuti a forza avrebbero voluto
partire; e lasciati partire, avrebbono voluto rimanere. Così invece di
esortare i soldati al giuramento, e incutere timore ai repugnanti, la
verità è, che per me concedevasi a tutti facoltà amplissima di restare
o di andare. Le mie proposizioni compariscono vere dalle cose che
seguono:

Nel giorno stesso ci pervenne la seguente Protesta:

«Ai Signori Membri del Governo Provvisorio.

«L'ordine, la Patria e la Guerra della Indipendenza, essendo la divisa
di tutti gli Uffiziali toscani, quelli della milizia stanziale di
Firenze protestano altamente pel loro onore in faccia alla Toscana
e alla Italia tutta, che i loro sentimenti non concordano con quelli
espressi questa mattina da una parte dei loro sottoposti ai signori
Membri del Governo Provvisorio, e pregano il Governo suddetto a rendere
di pubblica ragione la presente dichiarazione.

«Firenze, dalla Fortezza di S. Giovanni Battista, li 11 febbraio 1849.»

Questa Protesta presentava l'intero collegio degli Ufficiali
dei Volontarii, del Reggimento di Artiglieria e del 4º di Linea:
l'originale è negli Archivii, la copia nel _Monitore_.

Pochi soldati si prevalsero della facoltà di partire; e i partiti,
come gli Ufficiali presagivano, tornarono chiedendo essere ammessi al
giuramento, che avanti rifiutavano. — (_Monitore, 12 febbraio 1849_.)

A Pontremoli i soldati reputandosi sciolti dalla milizia, disertano
con arme e bagaglio; ma breve tratto di cammino percorso, tornano
addietro, e parte spontanei, parte persuasi dagli Ufficiali, giurano.
— (_Monitore, 15 febbraio_.)

A Portoferraio varii soldati tumultuano; vengono repressi dai
Sedentarii, timorosi che non si vogliano unire ai galeotti per mandare
in subbisso la città. — (Monitore, 15 febbraio.)

Gli Ufficiali delle milizie stanziate all'Elba mandano al Governo
Provvisorio la seguente Protesta:

«Gli Uffiziali del 2º Battaglione del 3º Reggimento di Linea, di
guarnigione a Portoferraio, protestano, nulla avere risparmiato per
quanto loro incumbeva, onde prevenire gli eccessi commessi nei tre
precedenti giorni da molti individui del Battaglione medesimo. Quindi
solennemente dichiarano di avere disapprovato l'accaduto, avvenuto
con loro dolore per subdoli raggiri, e di non approvare quanto fosse
per seguire di consimile, giacchè i sottoscritti intendono di servire
fedelmente alla Patria, all'Onore, al Governo Provvisorio, e a tutto
ciò che per le superiori disposizioni potrà contribuire alla tanto
sospirata Indipendenza Italiana.

«Portoferraio, 13 febbraio 1849.»

A questa Protesta accenna il Dispaccio del Ministro della Guerra, al
Governatore di Portoferraio, del 16 febbraio 1849. «Pervenuta a questo
Ministero per l'organo del Maggiore Orselli Comandante il Battaglione
che trovasi ora in cotesta Città, una Protesta di cotesti Ufficiali,
che fa loro onore, il Ministero medesimo non può che esternare su
di ciò la piena sua soddisfazione, scorgendo in essa quei sentimenti
che non possono andar disgiunti da chi apprezza la Patria, l'onore,
ed i voleri di un Governo eletto dalla pluralità dei voti di un
Popolo.»[479]

Sessanta soldati soli partirono dalla Elba, e sessanta tumultuarono
a Livorno. Qui il Popolo gli arrestò. Lo Stato Maggiore del presidio
di questa Piazza protestò devozione al Paese rappresentato allora dal
Governo Provvisorio. Sopra gli altri il maggiore Pescetti, che non
rifiniva di persuadere i soldati, com'essi non avessero a badare tanto
in là, e dovessero difendere con tutta l'anima da qualunque invasione
straniera la Patria, che gli nudrisce e paga durante la vita intera,
perchè col braccio la proteggano un giorno. — (_Monitore, 15 febbraio
1849_.)

A Lucca, tranne pochissimi, soldati e Ufficiali si mostrarono pronti
di obbedire al concetto di mantenere il Paese quieto dentro, difeso
fuori, fino al resultato del voto universale; e invece di aspettare
insinuazioni o abbisognarne, mandavano agli altri proclami per
trasfondere in essi lo ardore dal quale, a sentirli, si dicevano
animati.

La Linea senza riguardi voleva la _Repubblica_:

  «Fratelli d'Italia!

«Non seconda è la Linea a quei sentimenti che _Veliti e Granatieri_
hanno mostrato alla Nazione; essa pure sente nel cuore l'alto
disimpegno che l'è affidato, sente gli affetti di Patria, l'idea sacra
della Libertà. Il traviamento di pochi, che ogni sforzo all'opera non
omesso a ricondurli al giusto e perfetto sentiero (_sic_), non sia per
dare idea di corruzione nel totale.

«Pronta ed avida di far mostra di sè al mantenimento dei diritti
sociali, alla difesa della Libertà e della Indipendenza d'Italia, anela
quel momento di stringere la mano d'unione al Popolo, per nuovamente
combattere il comune nemico, quando chiami la tromba all'onorato
appello.

«Sì, Fratelli! giura altamente esser con voi e con le altre milizie,
nella brama che la Patria risorga, e vendicare quei valorosi che un dì
pugnando morivano sui campi lombardi.

«Viva il Governo Provvisorio toscano! Viva la Repubblica Romana ec. ec.
ec.

«Livorno, 15 febbraio 1849.

                                                           «LA LINEA.»

Più rimessi i Granatieri, pubblicavano parole portentose a dimostrare
la gran voglia che provavano di farsi fare a pezzi, pei fini di che
avverte lo stupendo loro Proclama,

  «Livornesi!

«Alcuni soldati, dimentichi di sè stessi, ignari del proprio dovere,
a scherno di noi tutti, tentarono la fuga, e corse voce per ogni via
di Livorno, essere dei Granatieri; _ma, siccome galleggiano in seno al
mare le navi, così l'innocenza più leggiera galleggia sopra l'infamia
e i delitti_.[480] Vi supplichiamo a disprezzare e non credere i
retrogradi che amano porre discordie fra il Popolo e i Soldati.

«No, non vogliamo che rida su di noi lo straniero, non vogliamo che
le _Armi Fraterne_, intente alla difesa della Patria, _brandiscano
contro i petti nostri_, ma anzi l'impeto del nostro furore le faccia
sfavillare nella gente nemica allorquando pugneremo a fronte i diritti
della bella Penisola, e la tanto sospirata Libertà. (_sic_.)

«Livornesi! ogni cittadino è soldato; _or dunque facciamo di noi
salda catena, la quale sarà di cilicio al barbaro Croato che tenterà
spezzarla_.

«Sì, giuriamo tutti sul _tricolore Vessillo_, di farci fare in brani
pria che vederlo sventolare in mani tedesche. Fratelli! scordate quei
detti pestiferi vomitati da _Vipere velenose_, amanti di discordia
fra noi, la rovina di tutta l'Italia; _è loro che fuggitivi_ (_sic_)
vogliamo che sentano il peso di quella pena quale si deve ai _Traditori
di Patria_. Uniamoci, e la vittoria è certa.

«Viva il Governo Provvisorio! Viva l'Italiana Indipendenza! Viva
l'Unione.

«S. B. — I GRANATIERI.»

Le Guardie di Finanza (e fecero bene, e le lodai allora di Palazzo,
e torno a lodarle adesso di prigione) accorsero spontanee a tenere in
rispetto Empoli che sembrava volere rinnuovare il guasto della odiata
strada a vapore.[481] Nè mancarono i Veliti, chè anzi primi fino dal
12 febbraio, non contentandosi di favellare ai soldati Toscani, si
rivolsero a tutti quelli d'Italia, e loro dicevano.... Ma sarà meglio
ch'eglino stessi i proprii concetti manifestino:

  «A tutti i Soldati Italiani di Toscana!

«Fratelli! Camerati! L'affetto e la riconoscenza ad un uomo è un
lodevole sentimento; ma il sentimento più puro e più nobile è quello
del Cittadino verso la sua Patria. Prima di rivestire una uniforme
di soldato noi eravamo Cittadini, e tuttora siamo Cittadini a buon
titolo, poichè vestiamo le insegne e portiamo le armi dei difensori
della Patria. Rispettiamo noi stessi nei Governanti eletti dal voto
del Popolo, di quel Popolo di cui noi pure facciamo parte. Riserbiamo
le ire contro il nemico comune, contro lo straniero oppressore
dell'Italia, e giuriamo di volere essere soldati e difensori di
questa Italia, madre comune di tutti noi, di questa Italia che fino a
quest'oggi fu debole perchè divisa in brani, ed ora comincia ad esser
forte perchè si unisce al cenno di Roma, della città che Dio ha posto a
capo e centro della forza e della gloria italiana. Fino a quest'oggi il
superbo straniero rideva dei soldati toscani del Papa, e gl'insultava
chiamandoli guardie del Santo Sepolcro. Ma lo straniero non riderà
e non insulterà ai guerrieri della grande Nazione Italiana. Uniamoci
dunque in un amplesso fraterno ai nostri concittadini, e gridiamo con
loro:

«Viva il Popolo Italiano! Viva Roma eterna! Viva l'Italia!

«Firenze, 12 febbraio 1849.»

(Seguono le firme dei componenti il Reggimento Veliti.)

E non si voglia dimenticare, in grazia, che in quel giorno stesso, 12
febbraio, io mi opponevo allo inalzamento dell'Albero della Libertà
in Firenze, e che nel giorno seguente, 13, soldati toscani e Popolo
empievano i cortili di Palazzo Vecchio, con tremende grida proclamando
la Repubblica; in fine, che soldati erano quelli che, poche ore prima,
avevano appeso bandiera rossa alla magione reale.

Il giuramento non conteneva in sè espressione o concetto il quale, in
modo irrevocabile, alienasse i soldati dalla Monarchia Costituzionale:
presentava anch'esso il carattere di provvisorio; e quando pure
avesse dovuto ritenersi permanente, anche alla restaurazione dello
Statuto applicavasi: «Giuro fedeltà e obbedienza alle Leggi e ai
Poteri esecutivo e legislativo costituiti e _da costituirsi dal libero
assenso del Popolo_. Giuro difendere e sostenere col mio sangue la
_sacra bandiera italiana_ sotto cui ho la fortuna di militare, e di
non mai abbandonare o vilmente cedere il posto che mi verrà affidato.
Giuro sdegnare qualunque relazione col nemico della Patria. Giuro di
non usare le armi che contro i suoi nemici sì interni che esterni.
Giuro di prestare obbedienza a tutti i miei superiori, e rispettarli
e difenderli.»[482] Porge testimonianza della verità di quanto poco
anzi affermai, che nessuno soldato fosse stato violentato, anzi nemmeno
blandito a rimanersi, l'_Ordine del giorno_ dell'11 febbraio 1849: «Il
Capitano interrogherà ciascun soldato della sua volontà di servire
la _Patria_, oppure abbandonare le bandiere. Quelli che vorranno
continuare saranno raccolti ec. — I soldati poi che avranno deciso
abbandonare le bandiere, verranno immediatamente licenziati senza
congedo alcuno. Il Governo Provvisorio rilascerà loro la giacchetta di
panno e il berretto di fatica.»[483] L'Auditore Padelletti nell'Atto
del 27 agosto 1849 dichiara: «Non feci Processo verbale perchè non
vi era bisogno, essendo liberi di andarsene quelli che non volevano
servire il Governo Provvisorio.»[484]

Come a me poco importasse di questo giuramento l'ho dimostrato
riportando la lettera spedita al Consigliere Paoli nel 13 febbraio
1849, nella quale si legge la sentenza: «_Non abbiamo bisogno di
giuramento_; ma se pure lo prestano, meglio che mai.»[485]

Nè quanti rifiutarono giurare ebbero a patire per parte del
Governo Provvisorio molestia: all'opposto si accettarono di nuovo,
reintegrandoli facilmente nei loro gradi e titoli di anzianità. «Il
Governo Provvisorio, volendo attribuire ad aberrazione momentanea di
mente, anzichè a mala volontà, il fatto di quei militari che ricusarono
di prestarsi al giuramento di fedeltà alle nuove istituzioni, ha
ordinato che vengano riammessi al servizio, senza perdita di anzianità,
tutti coloro che pentiti del commesso fallo si sono di già costituiti e
si costituiranno alle militari bandiere per riprendervi il corso della
rispettiva Capitolazione. — Firenze 17 febbraio 1849.»[486]

Dai quali fatti deduco, ed il dedurlo è lieve, non avere punto bisogno
le milizie toscane delle mie insinuazioni per dichiararsi favorevoli
al Governo Provvisorio; recandomi inerme e solo in compagnia del
Montanelli, non potere usare violenza alla milizia, ma all'opposto
essere in facoltà della milizia ritenerci prigioni; gli Uffiziali
delle tre armi, onoratissima gente, se le mie parole non fossero state
ristrette in questa formula: «Qui non si tratta altro che di difendere
la Patria, e questo di voi altri soldati è dovere supremo. In quanto
al Principe o forma di Governo, dipenderà deciderne all'Assemblea
_toscana_ eletta con suffragio universale. Voi pure, soldati, darete il
voto alla persona, o persone, che penserete più acconcie a sostenere
il vostro voto;» (se, dico, così da una parte e dall'altra non fosse
stato detto ed inteso), è da credersi che da me, inerme, in mezzo
a loro, dentro Fortezza chiusa, avrebbero con equo animo ascoltato
proposizioni di tradimento? Può egli supporsi, che essi avrebbero
mandato spontanei, senza che nessuno gliela chiedesse, padroni del
Castello assoluti, la protesta del 12 febbraio contro una parte
della milizia, se i sensi manifestati da questa fossero stati tutti
affetto, tutti spiranti benevolenza e devozione al Principe? Avrebbero
eglino pregato il Governo a rendere pubblica la dichiarazione di non
concordare co' sentimenti espressi da una parte della milizia? — No,
ripeto, qui non si trattava tradire nessuno, lo intenda bene l'Accusa,
sibbene tutelare la Patria fino al voto dell'Assemblea: — no, le grida
dei pochi soldati non suonavano devozione, ma sì piuttosto impazienza
di servizio militare, e cupidità di recuperare le _masse_ perdute.

Adesso esamino se le milizie laugeriane potessero essere per opera
mia corrotte, o spaventate da me. Le milizie dopo le rotte sogliono
rilassare la disciplina; questo noi vedemmo accadere anche negli
eserciti incliti per militari ordinamenti, come a mo' di esempio quelli
di Napoleone; le nostre milizie, dicasi con rammarico, non avevano
mai avuto il pregio della disciplina, e per maggiore stroppio erano
state vinte. Non è mio studio trattare qui dei modi di comporre ed
istruire lo esercito in Toscana; basti dire, ch'eglino erano tali, da
produrre effetti pessimi, e li partorirono. Gli Ufficiali disprezzavano
i soldati a un punto, e temevano; i soldati avevano a vile gli
Ufficiali, e gli odiavano; non fu spettacolo capace di rassodare la
disciplina davvero la mutua detrazione. Il Generale Laugier, preso da
impeto, coperse di obbrobrio a Valleggio gli Ufficiali, al cospetto
dei soldati. Per avventura poteva avere ragione di concepire amarezza
inestimabile contro gl'imbelli, ma si ha da confessare eziandio, che
il modo tenuto tagliò alla radice la disciplina. Cotesti Ufficiali
non potevano più durare al comando. Non importa che io dica come
occorressero nobili eccezioni, e non poche, e queste al confronto
quanto da un lato facevano risaltare la bontà dei soldati virtuosi,
così dall'altro svelavano come il male fosse profondo pur troppo. Che
cosa, di rovina in rovina, diventasse il nostro esercito sarà bello
tacere, imperciocchè dopo la vergogna vediamo avanzare una strage
nefandissima dalla quale il pensiero inorridito rifugge.[487] Io
narrai come la massima parte dei soldati raccolti in Castello di San
Giovanni Battista, indifferente ad ogni sentimento, urlasse: «_Vogliamo
andarcene! La massa! La massa!_» La soldatesca laugeriana, uguale in
tutto a questa, non aveva in bocca gridi diversi.

Nello scritto che ho citato sopra, impresso nel _Risorgimento_, egli
stesso, il Generale Laugier, dichiara che nel 16 febbraio: «aumentava
la diserzione e la indisciplina nelle truppe; mancava il danaro per
pagarle.» Più oltre: «Moltissimi ordini di previdenze militari non sono
eseguiti.» Ancora: «Truppe e cavalli non avevano preso nutrimento;
compagnie senza cappotto; mancano fieno e biada; cavalleggieri privi
di portamantelli. — A Montemagno _ordino strattagemmi guerreschi_,
che non furono eseguiti con diversi pretesti.» — «Le truppe, egli
aggiunge, erano piene di entusiasmo, _non però quelli_, fra queste,
_che temevano di pericolare il proprio sostentamento, e famiglia_.» A
cui coteste parole accennassero, di lieve si comprende, imperciocchè
i soldati semplici non abbiano famiglia, nè il soldo loro sia tale
da farli paurosi di perderlo. Convoca gli Uffiziali e propone loro
o ritirarsi in Piemonte, o far testa a Fosdinovo: rigettano l'uno
e l'altro partito; vogliono capitolare. — A un tratto gli giunge
notizia del campo di Porta in piena rivolta; — «ai soldati essere
stato assicurato (egli continua) averli io traditi, e fuggito in
Piemonte. Gli esorto a ricondursi all'ordine, e seguirmi a Fosdinovo,
ma rifiutano ostinatamente gridando: _A casa! La paga! La massa!_ — Il
Colonnello Reghini e molti Ufficiali assistevano impassibili a quella
brutalissima scena. Coloro stessi che io reputai più fidi, mi avevano
abbandonato. Volli che il Commissario di Guerra Pozzi mi mostrasse la
cassa; negava: la pretesi; costretto, aprì; eranvi poche centinaia di
lire; l'obbligai a consegnarle al Capitano Traditi, e ne feci ricevuta.
— Ordinai all'artiglieria, alla cavalleria, ai buoni soldati, seguirmi
a Fosdinovo. _Gli Uffiziali_ non mossero. — Cercai coloro che formavano
parte del mio Quartiere Generale, ed avevano oggetti per me necessarii,
che avevo loro affidati al momento della partenza: non potei mai
trovarli! — Mi fermai all'Avenza con la speranza di vedermi, se non
altro, raggiunto da quelli che mi avevano le mille volte giurato non
volere la loro dalla mia sorte dividere, o almeno restituirmi quello
che avevo loro affidato. Inutile!»

Riuscirebbe difficile, per non dire impossibile, ritrarre con tinte
più scure la indisciplina soldatesca, nè questa poteva essere opera del
momento, sibbene derivata da origine remota; e come si vede, poco, anzi
nulla, desumeva da opinioni politiche, ma tutto da voglia di ridursi
a poltroneggiare a casa co' danari della _massa_. Nè dicasi che questo
portento di disordine nascesse dal mio Proclama del 22 febbraio 1849,
però che óstino due ragioni, una più forte dell'altra; la prima, perchè
cotesto Proclama non fu impresso, nè pubblicato; la seconda, perchè
innanzi che io muovessi da Lucca, De Laugier, deliberato a partirsi,
mandava l'ultimo addio ai _Popoli della Versilia_. E queste mi paiono
ragioni, che anche dall'Accusa si potrebbero capire.

I soldati toscani un po' per colpa dei successi, e moltissimo per
quella degli uomini, erano ormai ridotti a tale, che, qualunque
mutamento in loro accadesse, non poteva essere che in meglio. Don
Mariano D'Ayala, personaggio di quella rettitudine che tutto il mondo
sa, si dimise dal Ministero della Guerra, sgomento di riuscire a
condurre la milizia a termine ragionevole di disciplina.[488] Quello
che il Generale D'Apice ne pensasse, può ricavarsi da questi brevi
cenni, contenuti nella lettera del 27 febbraio 1849, pubblicata
nei Documenti dell'Accusa a pag. 72: — «Alla mia entrata in Massa,
vi trovai il Caos; ed ho dovuto mandare le truppe di Laugier ad
organizzarsi altrove, per dopo richiamarle. — Una compagnia italiana
dovei spedire a Firenze, per evitare la dissoluzione di quel corpo,
_conseguenza della indisciplina della truppa, della quale io non
ho colpa. — Gli Uffiziali_ del mio Stato Maggiore sono animati del
migliore spirito, e pieni di zelo e di attività. _Cosa farà la truppa?
Lo ignoro_.»

Il Ministro della Guerra, Colonnello Tommi, malgrado i suoi sforzi
lodevolissimi, non venne a capo di nulla; ond'è che giustamente
commosso, uscì col seguente Ordine del Giorno, che ben dimostra quale
e quanta fosse la disperazione del male, atteso i rimedii gagliardi,
ch'egli si proponeva adoperare:

  «Uffiziali, Sotto-Uffiziali, Soldati!

«La giustizia non può sostenere più a lungo la indisciplina che disfà
l'armata. Ogni mite consiglio, ogni mezzano temperamento sarebbe una
ingiuria alla Patria, che versa in tanto rischio, da esigere come
dal cittadino ogni sagrifizio estremo, così dal soldato ogni prova
più estrema di valore. Nè il valore può essere disgiunto dall'ordine,
che solo costituisce la forza degli eserciti; e l'ordine è calpestato
da voi. Fiacchezza nei comandi, ribellione nelle compagnie, soldati
faziosi, inobbedienti, disertori; ecco il miserando spettacolo che la
Toscana ha dinanzi ogni giorno. E la Toscana non può soffrirlo, noi
non vogliamo, voi nol dovete, ove pensiate uno istante alla ignominia
vostra e del vostro Paese. Su dunque, sentite per voi stessi una volta
riverenza di uomo, ed amore di soldato; e trattenete con contegno
migliore la mano della Giustizia, che pende inesorabile sopra di voi.
Noi l'amministreremo senza pietà, poichè la pietà sarebbe così per voi
estrema rovina, come per noi incancellabile vergogna.»

Se non che a guasto antico male si ripara con parole; e le minaccie, e
i rigori stessi, tornano inefficaci nella estrema corruzione; sicchè il
meglio è disfare, ed a questo partito penso che si sieno attenuti; ma
tanto basti allo increscioso argomento di dimostrare come le milizie
del Generale Laugier e le toscane tutte fossero di per sè e da gran
tempo corrotte.

Prima però che io mi parta dallo ingrato soggetto promosso dalla
suprema indiscretezza dell'Accusa, e da me assunto per necessità di
difesa, abbiano meritata lode i generosi soldati che si mostrarono
degni di fortuna, non di causa migliore; — con grato animo io la
profferisco loro, e desidero ch'essi non l'abbiano meno accetta, perchè
venga dalla parte di un prigioniero.


§ 10. _Perchè il Generale Laugier si partisse da Massa._

Apparisce chiaro del pari, che non per me il Generale De Laugier
fosse costretto ad allontanarsi. Due vie egli aveva per riuscire
alla impresa: o una forza irresistibile e materiale, o un consenso
universale di Popolo. Per la prima aveva mestieri del soccorso
piemontese, per la seconda no. La seconda era scevra da conflitto
sanguinoso, e da guerra civile; la prima difficilmente, imperciocchè
le armi allora non erano poche in Toscana, terribile il furore della
gente armata, e la concitazione di parte del Popolo maravigliosa;
ed una volta venute a riscontro le due schiere, l'una avrebbe voluto
andare innanzi, e l'altra spingere indietro, la quale cosa come possa
definirsi senza zuffa tra uomini che tengono le armi in pugno, e si
reputano nemici, io non so vedere. Ad ogni modo questo partito venne
meno, col rifiuto o con la disdetta dello intervento piemontese.[489]
Avanzava l'altro; ma non correva la stagione opportuna, nè poteva
farlo riuscire De Laugier, come ho notato poco anzi: questo doveva
partirsi dal centro ed estendersi alla periferia: alla rovescia,
senza molto polso di armi, non vedemmo mai riuscire simili moti,
perchè hanno sembianza di aggressione, e trovano i Popoli indifferenti
o contrarii; nè ricorrere alla forza diventa meno incomodo a cui
l'adopera che a quello contro cui si adopera, conciossiachè per
esempii quotidiani rimanga chiarito come quegli che usa la forza si
trova sempre, per vicenda di casi, tratto più in là che non voleva;
e sostenuto da gente cupida, e spesso anche pessima, almeno in parte,
ch'è del pari pericoloso accettare o ricusare, comincia co' consigli
proprii e termina sempre o quasi sempre con gli altrui: per le quali
cose, trovandosi debole suo malgrado, è costretto ad abbracciare
partiti violenti, e, posto ormai sul pendio, bisogna che vada.... e
vada tuttavia — prima di passo, e poi di corsa a precipizio. Il tempo
pertanto non era opportuno; e il modo anche meno: ritornerò fra poco su
questo argomento. Frattanto giovi notare come De Laugier, incontrate
appunto le popolazioni indifferenti o avverse, depose giù dall'anima
la impresa avventata prima assai che io mi muovessi da Firenze. Di
vero, la mia partenza fu il 20 febbraio, ed egli ci racconta nella
sua Relazione del 1º marzo, che _nel 17 già era solo; non secondato
che da pochi, contrariato segretamente dalle autorità politiche e
governative, in niun luogo aveva appoggio, meno in lui solo_.[490]
Viareggio non si mostrava disposta a contrastare co' Livornesi,
essendo fra loro dimestichezza grande a cagione dei commerci;[491] più
tardi protestò apertamente contro De Laugier.[492] Pietrasanta non si
commosse,[493] Lucca e Massa mormoravano contro di lui.[494] Carrara
gl'insorgeva nemica, Camaiore ci accoglieva festosa; soldati Piemontesi
non venivano; i suoi per fame, per difetto di paga, per indisciplina,
sbandavansi; tutto questo basta, e ce n'è di avanzo, per fare capitare
male un disegno importuno. Ma in conferma del vero, stiamoci agli
stessi laugeriani Proclami. Nel _21 febbraio_, appena entrato io a
Lucca, egli così avvisava i Pietrasantini.

  «Pietrasantini!

«Io voleva sostenere i diritti di Leopoldo Secondo mio legittimo
Sovrano; le popolazioni non hanno corrisposto; siamo pochi, e perciò mi
ritiro, perchè mi ripugna di versare il sangue cittadino.»

Nelle prime ore del giorno 22 febbraio mi pervenne nelle mani questo
altro:

  «Popoli della Versilia!

«Voleste risparmiar l'_orrore di una guerra abbominevole_, io
vi aderisco; nessuno desidera versare il sangue cittadino, meno
dell'_Italianissimo_ Generale De Laugier.»

Veramente nella sua Relazione datata 1º marzo, Sarzana, copiosa
d'inesattezze, egli c'insegna come nel 21 febbraio fosse _deciso
andare a Lucca_, e nella notte ritirandosi avesse _ordinato a
Montemagno strattagemmi guerreschi_; e se non condusse a fine il primo
proponimento, e' fu perchè le milizie nol vollero, o nol poterono
seguitare; il secondo (che non mi sembra diretto a risparmiare sangue)
gli fallì, perchè _sotto diversi pretesti non venne eseguito_. — Che
che di ciò sia, il Generale Laugier nelle prime ore del giorno 23
partiva per Sarzana. — A me si presentò la Deputazione Massese in
Pietrasanta, nel giorno 23 febbraio, verso le ore 2 p. m.[495]

Da tutto questo, se non erro, mi sembra provato: che io a Lucca andai
per sottrarmi a presentissimo pericolo; nel concetto di allontanare
dalla città in momenti di esasperazione gente arrabbiata; per rendere
innocua la Spedizione, la quale, senza me e contro me, con offese
e con morti sarebbesi fatta; e rimane chiarito eziandio, come non
paure d'incendii o di saccheggio io incutessi, ma parole civilissime
e cristiane favellassi, perdono a tutti concedessi, i soldati del
Generale Laugier non corrompessi (poichè tanto, più guasti di quello
ch'erano non si potessero fare, nè pervenisse a loro il mio Proclama;
anzi prima che io lo scrivessi, si fossero, molto per colpa loro,
moltissimo per colpa di chi li lasciò senza paga e senza pane,
sbandati); Laugier non costringessi a partire, come quello che i
Piemontesi non vollero soccorrere, le popolazioni seguitare, i soldati
obbedire; finalmente che in tutto quel successo io non favorii la
Repubblica, anzi neppure la rammentai nei pubblici Atti, malgrado i
focosi eccitamenti degli uomini mandati dalla Fazione repubblicana a
sorvegliarmi; e che pei fatti e per le ragioni politiche io ritenni,
e doveva ritenere, la mossa del Generale Laugier, operata senza il
consentimento del Principe, contraria agl'interessi della Patria.

Che mal consiglio fosse cotesto, e capace di sobbissare il Paese con la
guerra civile, universalmente, crederono, ed io allora credei, e credo
ancora. I Popoli se ne commossero prima, e se ne rallegrarono poi come
di lutto domestico evitato. Santissimi Vescovi ne resero, _spontanei,
grazie solenni a Dio_!



XXVI.

Leggi Statarie.


Il Decreto del 10 giugno 1850 espone, che la Legge Stataria del
22 febbraio 1849 ben fu firmata dai signori Mazzoni, Romanelli e
Mordini, — e dal Guerrazzi, il 2 marzo, abrogata, — ma in conseguenza
della protesta del Municipio fiorentino contro questo _eccezionale e
riprovato_ sistema di Procedura. Gli altri Documenti dell'Accusa quasi
litteralmente concordano.

Certo io non nego, anzi con grato animo ricordo avere io conferito
sovente, intorno alle condizioni della Patria, col signore Ubaldino
Peruzzi, il quale, cedendo alle mie istanze e a quelle di persone
a lui amiche, accettò la carica di Gonfaloniere di Firenze che, me
proponente, S. A. gli commise. Lo reputai allora uomo probo e di ottima
mente, e non ho motivo per ricredermi adesso della concepita opinione.
Veramente i suoi consigli, come meritavano, accettavo; i soccorsi
suoi e del Municipio, che gli aveva _promessi leali_, mi davano animo
a durare nella opera perigliosa di tenere ordinato il Paese;[496]
ma della Protesta del Municipio non seppi niente, come quella che
fu presentata nel 24 febbraio, quando stavo lontano da Firenze, dove
tornai il giorno 26 del medesimo mese.[497] Dai Documenti dell'Accusa
si ricavano due cose: che la Deliberazione Municipale intorno alla
Legge Stataria non era pubblicata in virtù di altra Deliberazione
Municipale; e che quantunque simile sospensione si decretasse per la
promessa ottenuta dal Governo di revocarla il giorno dopo, pure nè il
Governo credè conveniente revocare la Legge, nè il Municipio pubblicare
la Protesta.[498] Dunque _non è vero_, che indotto io dalle Municipali
Proteste la Legge Stataria abolissi.

È vero soltanto, come nel primo marzo, il Cavaliere Ubaldino favellando
meco intorno alle ragioni della Legge del 22 febbraio, io venni di mano
in mano esponendogli i motivi pei quali non l'aveva per anche abrogata:
— siffatte Leggi, di leggieri io consentiva, avere a durare poco, e
piuttosto per incutere terrore, che per mandarle ad effetto; ed oggimai
per me la Legge del 22 il suo effetto avere partorito in Firenze.
Allora egli mi diè contezza delle Deliberazioni Municipali, e sempre
persistendo nella censura della Legge, e raccomandandone la revoca, si
persuase dei pericoli imminenti dai quali doveva difendere il Governo
Provvisorio lo Stato, sicchè promise _fare opera che il Municipio
aggiornasse la pubblicazione delle sue rimostranze_.

Però, nonostante che le promesse il Cavaliere Ubaldino adempisse
(Ubaldino Peruzzi, Gonfaloniere di Firenze, sapeva allora, e non dubito
che saprebbe anche adesso mantenere le sue promesse, perchè onorato)
intorno allo aggiornamento,[499] — convocati i Colleghi dimostrava
loro, che io di cotesta Legge non sapeva che farmi; e siccome taluno
sembrava tentennare, io gli domandai: «Se avrebbe sostenuto, egli
Toscano, che soldatesche palle rompessero il petto ad uomini toscani?»
Alla quale interrogazione avendo con subita vivezza ed atto di orrore
risposto di no, allora io soggiunsi: «Dunque in nome di Dio togliamola
via.» E il 2 marzo l'abrogai, malgrado che nel giorno stesso mi
pervenisse la lettera del signor Gonfaloniere Peruzzi, con la quale mi
assicurava che il Municipio consentiva ad aggiornare la pubblicazione
delle sue Deliberazioni. Quindi anche qui erra l'Accusa, governata dal
destino nemico, che non le concede imberciarne pure una; ed è vero
che io toglieva la Legge giusto in quel punto, che in certo modo il
Municipio non si opponeva a farla durare.

Si ritenga pertanto, che fino al 2 marzo non solo dissuasi, ma volli
che la Legge Stataria durasse; e che nel 2 marzo, nonostante che
paresse a taluno aversi a mantenere, io instai ed ottenni di farla
cessare. Ora dirò le ragioni per le quali non l'abrogai al mio primo
giungere a Firenze.

Il Circolo di Firenze annunziava[500] avere spedito Commissarii
nelle Provincie onde eccitare i Popoli ad accorrere alla Capitale,
per _mandare ad effetto_ la proclamazione della Repubblica, _già
decretata dal Popolo fino dal 18 febbraio, ed accettata dai Circoli e
dai Municipii toscani_; in altri termini, a compire una rivoluzione
per rovesciare il Governo Provvisorio, e sostituirvene altro di
loro fattura. Già fino dal 23 febbraio comparivano indizii di vicina
tempesta, e il _Nazionale_ gli aveva notati.[501]

Nel 27 febbraio due Compagnie, una del Battaglione Italiano, l'altra
di Volontarii Lucchesi, e molta mano di Popolo, si fanno ai quartieri
della Cavalleria a Pisa, e menano i soldati a percorrere le vie
della città, acclamando alla Repubblica.[502] Da Lucca muoveva una
Deputazione a Firenze, per costringere il Governo a proclamare la
Repubblica, e unirsi a Roma, a seconda di quanto venne annunziato
col N. 465 dell'_Alba_.[503] Notabilissimo poi è il rapporto del
Consigliere di Prefettura Ciofi, il quale dimostra quali e quante
sottili astuzie adoperassero gli Arrabbiati, insinuando perfino essere
desiderio del Governo di parere sforzato _ad abbandonare la via della
legalità, e procedere con la rivoluzione_; sicchè anche Siena veniva da
cima in fondo rimescolata, per violentare il Governo, e dichiararsi per
la Repubblica.[504] Fra i Documenti dell'Accusa

occorre lettera del Circolo popolare di Vicchio al Circolo del Popolo
di Firenze, colla quale si lamenta, che il ritardo di posta abbia
impedito di mandare gente al convegno in Firenze, su la Piazza del
Popolo, per proclamare la Repubblica, e la Unione con Roma.[505] A
Pisa, invece di scemare, il furore cresce di giorno in giorno, e si
vuole ad ogni costo piantare l'Albero, e costringere l'Arcivescovo a
cantare il _Te Deum_.[506]

Per siffatti successi in parte accaduti, e in parte facili a
presagirsi, il Partito Costituzionale con ardentissimi voti mi chiamava
a Firenze; e i Faziosi, che prima avevano veduto la mia partenza
con sospetto, mandatemi le spie dietro, e finalmente smaniando di
paura, si erano ingegnati a farmi richiamare appena mosso; ora non
volevano che io ritornassi; anzi, mentre il Partito Costituzionale mi
proseguiva di lode,[507] eglino decretarono, e su pei canti appiccarono
i cedoloni, che il Popolo non mi venisse incontro, o mi accogliesse
freddamente. Di vero, non s'ingannavano; imperciocchè, appena giunto
a Firenze, chiamato dal Popolo con altissime grida a mostrarmi, uscii
sul poggiuolo del Palazzo, dove arringando dissi, — che il Popolo non
porgesse ascolto ai falsi amici; sarebbe stata tirannide, non libertà,
imporre a forza e a tumulto alla Patria una forma di reggimento per la
quale tutto il Popolo toscano aveva diritto di pronunziare il suo voto;
la Legge si rispettasse, il Decreto dell'Assemblea eletta col suffragio
universale si attendesse. Nè i Giornali del Partito tacquero il male
concepito dispetto, chè l'_Alba_ nel suo Nº del 27 febbraio 1849
biasimando stampava: — «ma il Popolo sa quando e perchè applaudire,
e ciò ne dimostrano tanto gli evviva agli eccitamenti patriottici
dello illustre Cittadino, _quanto il silenzio profondo con cui venne
accolta la dichiarazione di lui circa al ritardo nel proclamare la
Repubblica, e nello unirsi con Roma_.» — E nella guisa che riportai a
pag. 192 di questa Apologia, ammonii gravemente il Prefetto di Pisa e
il Governatore di Livorno, con Dispaccio telegrafico del 27 febbraio
delle ore 5 pom.

E subito dopo, il Governo pubblicava in Firenze il Proclama, che nel
Volume dei Documenti si legge stampato alle pagine 573 e 851:

  «Toscani!

«Il Governo Provvisorio ha convocato l'Assemblea Toscana, e i Deputati
alla Costituente Italiana, col voto di tutto il Popolo Toscano,
affinchè decidano intorno alle sorti del nostro Paese: questo fatto,
assunto di faccia a tutta la Nazione, deve essere e sarà mantenuto.

«I principii dei componenti il Governo attuale sono bastantemente
noti, per non rimanere dubbii sopra il partito che essi prenderanno
nell'Assemblea Toscana, e nella Costituente Italiana.

«Il Governo intende che sia interpellato il voto del Popolo, e si
deliberi intorno cosa di tanto momento con maturità di consiglio e
libertà di scelta.

«Chiunque presumesse trascinare violentemente la Patria, e con
manifesta tirannide, fino di ora è considerato traditore della Patria,
per essere giudicato a norma della Legge del 22 febbraio 1849.

«Al Governo fu commessa dal Popolo e dalla Assemblea Toscana la
custodia della Libertà e la difesa dei diritti popolari; egli intende
e vuole governare in benefizio della Libertà e del Popolo, e combattere
la tirannide sotto qualsivoglia aspetto si presenti.

«Firenze, 27 febbraio 1849.»

                                                        G. MONTANELLI.
                                                      F. D. GUERRAZZI.
                                                           G. MAZZONI.

L'aura popolare, che mi tornava favorevole, soffocate per ora
le calunnie di tradimento, mi dava animo ad avventurare siffatti
linguaggio e partito, cogliendo ogni occasione perchè lo spirito
pubblico, sicuro di non rimanere per prepotenza soverchiato, prendesse
coraggio a manifestarsi liberamente.

A Livorno i provvedimenti praticati partorirono buono effetto,
nonostante che il Circolo non avesse tralasciato di spedirvi suoi
mandatarii, come si ricava dagli stessi Documenti dell'Accusa, e dai
Giornali del tempo;[508] e così a Pisa,[509] e così a Lucca.[510]

E badate, che per trattenere il nuovo turbine, erano mestieri gagliardi
partiti davvero, imperciocchè più accese che mai venivano da Roma le
ingiunzioni e le istanze, che la Repubblica di assalto si conquistasse;
e il Farini, che talora (ma rado, una volta su mille a farla grassa)
imbrocca nel segno, penso che a ragione dica, come Giuseppe Mazzini
desse a Roma sollecita opera per costringere la Toscana a quella
unificazione, a cui è vero che ella non si voleva piegare, ma a cui,
parimente è vero, si sarebbe lasciata piegare per oscitanza, se altri
non le infondeva sentimenti di dignità, per disporre almeno co' voti e
liberamente dei proprii destini.[511]

Se a inestimabile furore si accendessero le menti degli Arrabbiati,
lascio pensare a chi legge: si assembrarono, urlarono, minacciarono,
protestarono. Quanto fu stampato in proposito riuscirebbe a riportarsi
fastidioso; basti saperne questo, che il Circolo di Firenze nel 27
febbraio, in solenne adunanza, decretò la seguente protesta, la quale
dai Giornali del tempo venne riportata, e con quali chiose Dio ve lo
dica per me:

«PROTESTA.

«_Il Circolo del Popolo di Firenze_

«Abbenchè persuaso di esser forte, per la opinione generale del
Paese che si _è ormai pronunziata, colla adesione di tutti i Circoli
e di gran parte dei Municipii, per la immediata Unione con Roma,
e la proclamazione della Repubblica_; sicuro perciò che starebbe
pienissimamente in esso il mandare ad effetto con ogni successo la
propria deliberazione; — tuttavolta mosso da maggiore carità di patria,
senza cambiare le proprie convinzioni, e _pronto a far render conto
al Governo_, davanti alle Assemblee, del proprio operato, _dichiara
di astenersi dalla dimostrazione annunziata pel 1º marzo, e ciò per_
remuovere anco il più lontano probabile di farsi cagione di quella
guerra civile, alla quale ne sfida il Governo col suo Manifesto di
questo giorno: ma nello astenersene _protesta_ solennemente contro
il Manifesto istesso, inaudito nella istoria di ogni rivoluzione.
Imperocchè _se la Legge Stataria si è veduta applicata dai Governi
assoluti contro i liberali, — giammai si vide un Governo libero e
democratico applicare leggi eccezionali contro uomini dello stesso
Partito, che vogliono la cosa istessa che il Governo dice volere_.

«Il Circolo decreta che la presente Protesta, stata approvata per
acclamazione, sia fatta immediatamente di pubblica ragione.

«Firenze, 27 febbraio 1849.»

Ora io domando ai miei Accusatori e Giudici: doveva io lasciare che
questi agitatori per violenza operassero quanto stava in cima dei loro
desiderii? Sì, o no? Accusatori e Giudici comparsi fin qui, su via,
parlate: — avvertite però, che, rispondendo affermativamente, voi vi
trovate a concordare co' più arrabbiati Faziosi, però che anch'essi
acerbamente mi mordessero, appunto come fate voi, per non averli
lasciati operare. E che Dio vi perdoni, Accusatori e Giudici comparsi
fin qui, quale altro spettacolo avete fino ad ora apprestato alle
genti, oltre quello di farvi vedere scalmanati e ciechi, affaticarvi
di su e di giù a raccogliere tutte le male erbe in due campi diversi,
ma del pari faziosi, nemici a morte, ma ugualmente anarchici, sia che
mentiscano larva di Repubblica, o principesca? Non è fra questi poli,
che deve oscillare l'anima dei Giudici, nè in altri poli qualunque;
bensì stare ferma alla vibrazione delle scosse politiche le quali
spesso cambiano, sempre si acquietano.

Ed ecco perchè, vedendo approssimarsi il turbine, per quattro giorni
mantenni la Legge Stataria; nè vi voleva meno, imperciocchè in quei
giorni la Toscana fosse minacciata da invasione estera, da guerra
civile, e da reazioni interne;[512] e appena mi parve, almeno pel
momento, allontanarsi, instai onde venisse revocata. Lo universale
mi reputò della Legge annullatore, e questa opinione, nel modo che
ho chiarito qui sopra, fu vera. Se vuolsi sapere quello che i miei
stessi avversarii pensassero in cotesta occasione, può leggersi
nella _Nazione_, Giornale piemontese al Governo toscano infestissimo:
«Il Governo toscano, che aveva per ridicola inspirazione pubblicata
la Legge Stataria, ora l'ha ritirata, ed io credo _per volontà del
Guerrazzi_; il quale si sarebbe approfittato dell'assenza di M. per
farlo» (e questo non era vero). « — Giacchè, dovete pur saperlo,
Guerrazzi _è per singolarità il più assennato, e il più moderato dei
nostri padroni_.» — (_Alba_, 14 marzo 1849. — Dalla _Nazione_, Nº 56,
7 marzo.)

_Le mani erano di Esaù, la voce di Giacobbe_; di Torino la stampa,
lo scritto di Toscana; infatti apparteneva a certo Professore _fior
di senno_ della Università di Pisa, che a me non importa rammentare,
e a lui io credo molto meno. Io poi ho voluto coteste parole citare,
unicamente in prova della opinione universale, e parmi non demeritata,
della mia temperanza. In quanto alla singolarità, che accenna lo
Scrittore, dimostra una cosa sola, ed è quanto sia temerario, per non
dire disonesto, giudicare un uomo, non ultimo finalmente del vostro
Paese, o senza conoscerlo, o con la itterizia delle vostre passioni
addosso. Poveri infermi, il giallo non istà negli obbietti che
guardate, egli vi sta proprio negli occhi, — forse nel cuore; e allora
la vostra malattia sarebbe senza rimedio, — la quale cosa io non vi
auguro.[513]

E non per iattanza vana, ma per difesa di me troppo a torto
oltraggiato, io rammenterò come a quei tempi gli uomini che le opinioni
loro facevano pubbliche col _Conciliatore_, i gravi mali deplorando,
non sapevano, non dirò quale apportare, ma neppure quale avvertire
rimedio; e verso di me si volgevano confortandomi ad operare, secondo
che esperienza di storie veniva suggerendomi; se non che in cotesti
casi abbaruffati il senno cade vinto e il coraggio, i consigli generali
non valgono; ed anche fossero comparsi speciali, a cui consiglia non
duole il corpo; ed altro è dire: fa; ed altro è fare; e la favola del
sonaglio, che i topi deliberarono in collegio di appiccare al gatto,
ce lo insegna _ab antiquo_. Intanto la stupenda audacia della Fazione
repubblicana persuadeva gli uomini del _Conciliatore_, essere qualunque
partito per attraversarla intempestivo od esiziale; oggimai a reverire
in pace l'altare della Libertà rassegnavansi; unicamente a mani giunte
supplicavano ad inalzare a canto a quello l'altare della virtù; le
quali parole, ridotte in casereccia favella, significavano, che, per
quanto amore portavo a Dio, dalle passioni fanatiche prima, poi dalle
violenti, e alla fine dalle cupide le persone loro, e i poderi, e le
case tutelassi. Ed io di cuore mi consacrava alla impresa, e certo
per volontà non mancai al debito mio; ho fatto quanto la mia natura
dentro me mi concedeva, e quanto fuori la veemenza degli accidenti mi
consentiva. Se voi credevate fare meglio, dovevate dirmelo allora,
e venire a provare a quei tempi; ma voi invece me pregaste, in me
confidaste, chè di fare voi lo esperimento mi parevate vaghi come i
cani delle mazze. — Perchè dunque mi avete tradito, e poi sempre e
sempre calunniato; anzi, a quanti vennero a dirmi _raca_ traverso i
fori del mio sepolcro con aperte palme applaudito? Parvi esemplare
questo? Parvi virtuoso? La coscienza è il Pubblico Ministero di Dio;
e le sue accuse, non contaminate da infelici passioni, suonano sempre
giuste; — voi interrogatela, intanto che io riporto le vostre parole:

«..... Le passioni non hanno più freno; l'interesse è l'unico
motore della più parte delle azioni, e l'uomo sale imperturbato i
gradini dell'ignominia, come una volta avrebbe salito quelli della
virtù.... Questi mali dei tempi nostri notiamo liberamente aiutando il
ragionamento col paragone dei tempi antichi, non a sfogo d'ire private,
ma sibbene a pubblico insegnamento. _Quali rimedii fossero buoni a
ripararvi, male sapremmo indicare_, sebbene di rimedii sia urgenza, se
vuolsi trarre un qualche utile frutto dai mutamenti dello Stato. Chi
tiene oggi il Governo della Toscana conosce al pari di noi questi mali;
e scrivendo sulle virtù degli Avi, non risparmiò il flagello di Nemesi
alla codardia dei nipoti degeneri. _Operi dunque come lo consigliano
conoscenza di tempi ed esperienza di Storia_. Noi non facciamo altro
voto, se non quello di _vedere inalzato l'altare della virtù accanto a
quello della libertà, onde abbiano culto ambedue_, quale si conviene a
vergini Dee, che amano pellegrinare sorelle fra le sventure e le follie
degli uomini.» — (_Conciliatore_, 28 febbraio 1849.)

«Il Circolo Popolare di Firenze aveva intimato il Popolo a proclamare
la Repubblica oggi 1º marzo. Il Governo Provvisorio fece allora
intendere al Circolo, come unicamente all'Assemblea, che tra pochi
giorni sarà convocata, sia riserbato il votare liberamente una forma di
stabile Governo: la Repubblica proclamata senza consiglio deliberato,
non potere avere nè autorità per sè, nè reputazione all'estero.

«Il Circolo, peraltro, non si appagava di queste ragioni, e persisteva
nel primo proponimento. Allora il Governo pubblicò un Proclama, nel
quale _applicava contro chiunque avesse turbato con violenze la quiete
pubblica il rigore delle Leggi Statarie_. Il Circolo protestò contro il
Governo; ma in pari tempo promise astenersi da ogni manifestazione.

«_Così terminò questo incidente, che poteva avere gravi e dolorose
conseguenze, e la giornata di oggi sembra riuscire tranquilla_.»

In questo modo il _Conciliatore_ del 1º marzo 1849, Giornale di quella
tenerezza per me che tutti conoscono, racconta il motivo pel quale di
quattro giorni protrassi la durata della Legge Stataria.

Avvertite cosa, che la impronta Accusa non bada: io voglio dire come
la Legge Stataria fosse spada a due tagli, e guardasse a tenere in
rispetto ogni maniera di gente, qualunque partito professasse, o
piuttosto fingesse, la quale con sedizioso attentato la vita e la
proprietà dei cittadini, o in altro modo l'ordine pubblico sovvertisse;
nè questo è già un mio ingegnoso trovato, conciossiachè ricevesse
manifesto commento dal fatto, dell'averla io quattro interi giorni
protratta per contenere la rivoluzione minacciata nel 1º marzo 1849.

E quando il Ministro dello Interno propose, e il Presidente del Governo
accettò di richiamarla in vigore, io volli, che meno comparisse
il concetto politico, e più fosse messo in rilievo il _sociale_; e
di vero, nei _Considerandi_, unicamente si appella a _tranquillità
pubblica turbata da fatti, che formano brutto contrasto con l'ordine
pubblico generalmente mantenuto in Toscana_; e meglio si definisce
nello Articolo IV, per moto reazionario che cosa s'intenda. Ai
caratteri che deve presentare, io penso che nessun cittadino mai
potrebbe astenersi da contribuire con tutte le forze a comprimerlo:
«Moto reazionario,» si dice, «è quello il quale per le cause onde
procede, e pel fine cui è diretto, e pel suo materiale carattere, possa
ritenersi attentato contro il Governo, o contro l'ordine stabilito,
o contro la pubblica tranquillità.» Nè qui rimasi, chè quantunque a
me non ispettasse in cotesti giorni la Presidenza del Governo, che
veniva esercitata da Giuseppe Montanelli, pure volli conoscere i
nomi degli uomini deputati a comporre la Commissione preposta alla
esecuzione della Legge, e non resi il foglio finchè non seppi che erano
tutti probi e miti; tali insomma da corrispondere alle intenzioni del
Governo.

Ai Giudici del Decreto del 10 luglio 1850 basta l'animo di affermare:
«Che tutto ciò fu fatto per comprimere la _reazione_, la quale _in
sostanza altro non era, che un desiderio di restaurazione_.»

Ho avuto luogo di notarlo altra volta: io pendo incerto se ingiurino
più profondamente le offese o le difese dei Magistrati, i quali dettero
opera fin qui a questa scandalosa procedura; fatto sta, che esorbitanti
suonano coteste parole, ed io, e quanti facciano studio del Principato
Costituzionale, dobbiamo considerarle non meno alla dignità della
Corona, che al Paese, vituperevoli. E poichè mi accorgo che qui tra noi
pochi fanno la parte loro, a me piace e giova fare la mia, protestando
altamente dal profondo del carcere per la dignità della mia Patria e
del Principato Costituzionale, contro tanto disonesta sentenza.

Da simili proposizioni due conseguenze sono da trarsi, ed è la prima,
che male giudicherà di me chiunque ritenga l'enormezze dell'Agro
Aretino atti devoti alla causa del Principato Costituzionale; la
seconda, che nefando desiderio, e degno della universa riprovazione
è quello, che perduti uomini, ossa di trucidati e ceneri di case arse
ammucchiando, vi piantassero sopra la bandiera dello assolutismo. — Lo
so, per ventura pochi, e nondimeno per onta della civiltà nostra anche
troppi, vivono uomini fra noi a cui basterebbe il cuore di mostrare
l'ossuario dello Agro Aretino, come la Svizzera addita adesso con
orgoglio l'ossuario di Morat, e non solo lo pensano, ma in isvergognate
pagine lo scrivono.... Ah! stracci la coscienza pubblica coteste
pagine, testimonianza di giorni di lutto per la nostra Patria.... le
arda, e le disperda, perchè davvero mai ceneri più esecrabili furono
gittate in balía dei venti.

Perchè non avete raccontato i fatti che condussero il Governo a
decretare la Legge Stataria per le Campagne Aretine? Eranvi ignoti
forse? No, voi gli sapete. Forse ne andavano smarrite le traccie?
No, si trovano negli Archivii ministeriali, e voi ad una ad una avete
sfogliate le carte (che adesso presumete contendere a me), assistente
uno ufficiale del Ministero. Bene io leggeva cotesti miserandi
Rapporti, per cui tutto sconfortato, _al tocco dopo la mezzanotte_ dei
24 marzo 1849, mandava per Dispaccio telegrafico al Governo di Livorno:

«_La campagna di Arezzo è in preda al brigantaggio e allo assassinio.
I Pulicianesi hanno dato l'assalto a Castiglion Fiorentino. Vedete s'è
tempo adesso di dimostrazioni_.[514]»

Quello che non avete fatto voi (e ve ne corr