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Title: Al rombo del cannone
Author: De Roberto, Federico
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Al rombo del cannone" ***

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                             F. DE ROBERTO


                                AL ROMBO
                              DEL CANNONE



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                  1919

                           Secondo migliaio.



                         PROPRIETÀ LETTERARIA.

       _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
    per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda_.

                         Tip. Fratelli Treves.



AVVERTIMENTO.


_Gli scritti raccolti nel presente volume furono composti e pubblicati
a parte durante la guerra. Mentre si decidevano le sorti della Patria e
del mondo non era possibile distrarre la mente dalla immane tragedia,
al paragone della quale ogni opera di fantasia sarebbe rimasta priva
di senso. L'autore si volse alla storia per cercarvi ammaestramenti e
conforti, studiò memorie di soldati, di diplomatici e di politici, e
tra i libri di bella letteratura esaminò quelli che avevano per tema la
grande crisi, o che indirettamente vi si potevano riferire. Le pagine
che egli ne trasse ad auspicio di vittoria non sono forse indegne
d'essere rilette ora che la guerra è gloriosamente finita._

  31 decembre 1918.



AL ROMBO DEL CANNONE



Vigilia italica.


Il regno d'Italia è dunque in guerra ad oltranza contro l'impero
d'Austria: dall'Adige all'Isonzo, dalle vette delle Prealpi tridentine
agli anfratti del Carso il bombardamento imperversa, la battaglia
infuria. Soldati italiani veleggiano per l'Adriatico, battaglioni di
bersaglieri operano in Val Sabbia; i nomi di Gorizia, di Tolmino, di
Malborghetto, di Monfalcone, di Plava, di Asiago, di Arsiero, della Val
Sugana, della Vallarsa, della Valle Lagarina ricorrono nei bollettini
quotidiani; Trento, Trieste, l'Istria, la Dalmazia sono oggetto della
gran contesa. La Francia è col giovane Regno contro il decrepito
Impero, che ha dalla sua i Prussiani e le altre genti tedesche;
l'Inghilterra e la Russia.... ahimè, l'Inghilterra e la Russia non
sono — non erano con noi quando una guerra simile alla presente si
combatteva tra il regno d'Italia avente per metropoli Milano e per
vicerè il figlio di Giuseppina di Beauharnais, e l'Austria di Francesco
II.... Come oggi contro l'impero teutonico ed i suoi dipendenti,
l'Europa si era allora collegata contro l'impero napoleonico ed i
suoi satelliti; e il Regno Italico, trasformazione monarchica della
Cisalpina, doppiamente odiato perciò, come opera iniziata dalla
Rivoluzione francese e compita dall'uomo che aveva vòlto a proprio
profitto quel cataclisma, non doveva, non poteva trovar grazia presso
i futuri negoziatori di Vienna, preparatori della Santa Alleanza,
restauratori della _legittimità_.

Ma proprio allora, quando alla difesa d'Italia cooperavano veri
reggimenti italiani ed i primi soldati designati col nome più tardi
glorioso di _bersaglieri_, proprio allora furono proferite la prima
volta tra i popoli e nei Gabinetti le espressioni di _indipendenza
italiana_, di _unità italiana_, e la storia di quei tempestosissimi
giorni ha per noi un interesse profondo ed un irresistibile fascino.
Un ufficiale francese studiosissimo delle imprese guerresche e degli
avvenimenti politici di quel tempo, il comandante Weil, la narrò in
un'opera colossale che è tornata oggi d'attualità: i cinque grossi
volumi, di circa tremila pagine complessive, intitolati _Le prince
Eugène et Murat_, dove si descrivono giorno per giorno e quasi ora per
ora, con una infallibile e inesauribile documentazione, le operazioni
militari dirette dal figliastro e dal cognato del gran Côrso, e si
riferiscono tutti i contemporanei negoziati diplomatici svolti dalla
primavera del 1813 a quella del '14, cioè fino al primo tracollo del
l'impero francese ed alla definitiva rovina dei due regni italiani che
gli erano infeudati.


I.

Nelle grandi linee, la campagna d'Italia del 1813-14, combattuta per
la difesa del nostro paese sugli stessi campi dove si è iniziata per
la sua integrazione quella del 1915, procedette sciaguratamente al
contrario dell'odierna. Oggi il nostro Comando ha preso l'offensiva
nell'impresa di liberazione delle Alpi Giulie; allora Eugenio di
Beauharnais, possedendole dopo che Campoformio era stato corretto
a Presburgo ed a Schönbrunn, doveva soltanto difenderle contro la
rinnovata cupidigia austriaca; noi miriamo alle rive della Sava e
della Drava, entrambe allora tenute — e perdute — dal Vicerè. L'occhio
d'aquila di Napoleone aveva, fin da parecchi anni innanzi, antiveduto
in quale situazione il figliastro si sarebbe trovato venendo alle
prese con l'Austria e quale via avrebbe dovuto tenere per ridurla
alla ragione. «Voi concentrerete il vostro esercito nel Friuli» gli
aveva scritto da Parigi il 12 aprile 1809 «e disporrete una divisione
alla sbocco di Pontebba per minacciare continuamente di marciare su
Tarvis.... Secondo il mio calcolo, le principali forze del nemico si
troveranno a Tarvis; così essendo, esso non si porterà su Gorizia,
ma si accentrerà a Lubiana. Lasciate dunque sull'Isonzo una parte
della cavalleria e una dozzina di migliaia di fanti ed avanzate con
tutto l'esercito su Tarvis, nulla concedendo al caso. Tenete bene
unite le vostre forze.» Invece Eugenio, subordinando le proprie
mosse alla manovra austriaca, della quale ebbe troppo tardi notizia,
abbandonava a sè stessa la sua ala sinistra per portarsi con tutte
le truppe disponibili su Adelsberg e Lubiana, perdendo il vantaggio
dell'iniziativa e contromandando poi la marcia, con deplorevole
effetto, per procedere da Gorizia, Canale e Caporetto verso la
Carinzia. Il buon successo di Feistritz parve per un momento avergli
ridato il vantaggio dell'offensiva; ma poi l'inferiorità numerica,
l'incapacità dei luogotenenti, la deficienza dello stato maggiore —
era composto di soli sei ufficiali! — la diserzione degli Illirici
e dei Dalmati, lo mettevano nella penosa necessità di retrocedere
sull'Isonzo.

Nulla ancora era perduto. La linea dell'Isonzo era naturalmente
designata per una strenua difesa: nove anni innanzi Napoleone aveva
suggerito al figliastro: «Percorrete a cavallo le rive dell'Isonzo;
sono quelle le vostre frontiere. Un giorno sarete chiamato a
difenderle. Bisogna che il più piccolo sentiero e l'infima posizione
siano da voi conosciute. Coteste ricognizioni sono importantissime
e vi riusciranno preziose. Credo che abbiate visto quei luoghi
quando eravate molto giovane, ma che non li abbiate esaminati
tanto minutamente quanto occorre....» Nè la perdita dell'Isonzo
sarebbe riuscita fatale. In una lettera del maggio 1808, da Baiona,
all'inizio dell'avventura spagnuola, e in previsione di nuove
ostilità dell'Austria, il grande stratega aveva riscritto ad Eugenio:
«Quand'anche il nemico occupasse tutto il paese tra Isonzo e Piave,
non terrebbe ancora nulla: insino al Piave il paese nulla offre di
molto importante». Il corso di questo fiume era, a suo giudizio, più
vantaggioso che non quello del Tagliamento; ma l'estrema linea della
difesa, quella che la «spregevole fanteria austriaca» non avrebbe
dovuto nè potuto oltrepassare, consisteva sull'Adige, «di cui Verona è
il centro e il punto principale».

Per mala sorte, mentre il Vicerè era costretto a retrocedere dal
confine orientale, anche quell'altra parte del suo esercito cui
aveva affidato la difesa del redento Tirolo era costretta a ripiegare
fino a Trento ed a Rovereto: l'insurrezione fomentata dal nemico tra
quegli alpigiani e la defezione della Baviera favorivano il còmpito
assegnato al _feldzeugmeister_ Hiller. Molto probabilmente il piano
dell'offensiva del Trentino, della cosiddetta «spedizione punitiva»,
concepito la scorsa primavera dallo stato maggiore austriaco, fu
ispirato da quello che un secolo addietro il barone Hiller effettuò:
allora come oggi i nostri nemici pensarono di compiere una gran mossa
avvolgente dall'Alto Adige per la Valsugana, con lo scopo di sboccare
nella pianura veneta e di cogliere alle spalle le truppe operanti
sull'Isonzo; tranne che, mentre oggi le ondate dell'assalto si sono
infrante contro i petti dei nostri soldati, allora i Franco-Italiani
furono costretti a una serie di continue ritirate, da Primolano, da
Cismone, da Folgaria, da Montebaldo, da Ala, dinanzi alle colonne
avversarie discendenti da Borgo di Valsugana e da Feltre e collegate
da corpi volanti per i Sette Comuni, la Vallarsa e la Valfredda. A
Bassano Eugenio compiva uno sforzo e conseguiva un'effimera vittoria,
costringendo i fanti dell'Eckardt a retrocedere su Cismone e quelli
del Brettscheider su Gallio, Asiago e Levico; ma poi il Vicerè doveva
a sua volta abbandonare la linea del Piave e della Brenta ed avviarsi
a Vicenza ed a Verona, talchè Bassano era rioccupata dal nemico, che
procedeva da Castelgomberto verso Vicenza, dove le divisioni scese
dal Trentino dovevano congiungersi con quelle avanzanti dall'Isonzo
e concorrere così all'investimento di Venezia. Ancora una volta
il Vicerè tentava un ritorno offensivo per la Valle Lagarina verso
Rovereto e Trento; ma, espugnata Caldiero, non poteva mantenervisi per
insufficienza di forze e tornava a ridursi a Verona.


II.

Una delle principali cagioni del cattivo esito della campagna era il
voltafaccia di Gioacchino Murat. L'ambizioso sergente di cavalleria
sospinto sul trono di Napoli dall'inaudita fortuna del grande cognato,
temeva d'esser travolto nell'imminente disastro, e volendo assicurarsi
sul capo la malferma corona, bramando anzi d'ingrandire il suo regno
e di ridurre sotto il suo scettro tutte le genti italiane, cercava
alleati tra i nemici di Napoleone, si offriva invano agli Inglesi,
si stringeva da ultimo all'Austria, affidandosi «senza riserva alla
fiducia che deve ispirare la lealtà dei suoi principi, segnatamente
quella del sovrano che oggi la governa». Singolare speranza davvero,
cotesta, di divenir sovrano dell'Italia unita mediante la «lealtà» di
quegli Absburgo che a null'altro aspiravano nè lavoravano, con tutte le
arti e tutte le armi, fuorchè a recuperare Venezia e Milano, l'Istria
e la Dalmazia, il dominio dell'Adriatico e l'egemonia sulla penisola!

Il Weil, pur tessendo una finissima analisi delle esitanze, delle
tergiversazioni, delle contraddizioni di Gioacchino, afferma che,
senza l'opposizione implacabile di lord Guglielmo Bentinck, messo
britannico presso i Borboni di Sicilia, l'improvvisato Re di Napoli
sarebbe riuscito nell'impresa di liberare e ricomporre l'Italia. È
lecito dubitare di questa, come di qualche altra affermazione del
diligentissimo storico. Quando, per esempio, egli dà torto a Napoleone
per avere rifiutato, sul principio del 1813, le «accettabili e
onorevoli» condizioni di pace offertegli dal Metternich, non tiene
conto del grande equivoco, scoperto e documentato da Alberto Sorel,
che si celava nelle proposte del cancelliere austriaco e di tutta la
Coalizione. Quanto all'Italia, affinchè Gioacchino Murat riuscisse
allora a resuscitarla, occorrevano due cose: che la coscienza dei suoi
cittadini fosse formata, e che i potentati europei consentissero a
lasciarla rivivere. Ma se la grande idea era stata concepita da alcuni
generosi, essa non era ancora divenuta, come occorreva, sentimento
e passione comune; e se nei consigli dell'Europa si cominciava a
considerare il problema italiano, non gli si voleva ancora dare, pure
annunziandola e promettendola, la sola soluzione che comportava.

L'Inghilterra lasciò sperare che avrebbe dato mano a liberare la
Penisola dalle influenze rivali dell'Austria e della Francia. Il
Bentinck, acerrimo avversario del Re Gioacchino, ne ostacolava con
ogni possa i piani, ma scriveva a lord Castlereagh, ministro inglese
degli affari esteri, che se la Gran Bretagna avesse estesa la sua
protezione ed assistenza agli Italiani, avrebbe provocato tra loro «un
gran movimento nazionale, simile a quello che ha sollevato la Spagna
e la Germania: un gran movimento in favore dell'indipendenza; e quel
gran popolo, invece che lo strumento d'un tiranno militare o di qualche
altro individuo, invece che lo schiavo dolente di alcuni miserabili
principotti, sarebbe divenuto una formidabile barriera eretta tanto
contro la Francia quanto contro l'Austria. La pace e la felicità del
mondo avrebbero ottenuto un possente aiuto di più. Temo molto, però,
che l'ora sia trascorsa....» L'ora, per dire esattamente, doveva ancora
giungere: tant'è vero, che lo stesso Bentinck non si faceva scrupolo
di difendere, nello stesso tempo che proferiva così belle parole,
gl'«imprescrittibili» diritti borbonici.... Impegnata nel duello
a morte contro la Francia di Napoleone, l'Inghilterra aveva troppo
bisogno di ottenere l'aiuto dell'Austria, e per ottenerlo rinunziava
al magnifico disegno di fare dell'Italia unita un pegno dell'equilibrio
europeo ed un freno alle contrastanti ambizioni austriache e francesi,
contribuendo invece a consegnarne gran parte agli Absburgo: mentre il
Vicerè manovrava tra l'Adige e l'Isonzo, difendendosi del suo meglio
sulle due frontiere, i vascelli britannici comandati dall'ammiraglio
Freemantle cooperavano dal mare con le truppe del maresciallo austriaco
Nugent per ridare a Francesco II Fiume, Pola, Capo d'Istria, Rovigno;
favorivano le operazioni del Tomasich e del Danese in Dalmazia;
prendevano parte all'assedio ed all'espugnazione di Trieste, di Zara,
di Ragusa; e se pure aiutavano i Montenegrini nell'impresa di Cattaro,
lasciavano poi che le Bocche fossero riprese ed annesse dall'Austria e
tenevano per conto di lei, consegnandogliele alla pace, Lissa, Lesina,
tutte le isole adriatiche.

La Francia della Repubblica e dell'Impero potè credere d'aver fatto
molto per l'Italia, e qualche cosa realmente fece; ma la diffidenza
che doveva trattenere allora, e per lungo tempo ancora, i reggitori
di quella nazione, era espressa limpidamente nel rapporto del
Caulaincourt, ministro degli esteri di Napoleone, al suo padrone:
«L'Italia dichiarata indipendente avrebbe senza dubbio un più diretto
interesse a difendersi. Era formata di popoli divisi: Vostra Maestà
ne ha fatta una nazione, e le forze che quel paese ha acquistate
sotto l'amministrazione della Maestà Vostra hanno accresciuto la
sua fiducia in sè stesso. La maggior parte degl'Italiani desiderano
ottenere l'esistenza politica. Il Re di Napoli se n'è accorto. Egli
si servirà d'ogni mezzo per dare sfogo a questa tendenza e riunire,
potendo, le sparse membra d'Italia. Ma se Vostra Maestà consentirà
all'indipendenza di quel paese, ora oppure al momento della pace, sarà
anche nel vostro interesse formarne una sola monarchia? L'Italia ha 16
milioni d'abitanti e tutti i vantaggi d'un suolo fertile e d'una felice
situazione marittima e commerciale. Un buon governo potrà, in una sola
generazione, aumentare di metà quella popolazione. I suoi arsenali,
il suo commercio, la sua marina, si sviluppano a poco a poco. Essa
porta via alla Francia il commercio del Levante e la preponderanza nel
Mediterraneo; e, forte della sua posizione fra una catena di montagne
e i due mari, diventa la prima potenza del Mezzogiorno....»

Alla pregiudiziale della rivalità nazionale si aggiungeva l'ostacolo
della rivalità delle persone. Chi dei due, tra Eugenio di Beauharnais,
Vicerè del regno settentrionale, e Gioacchino Murat, Re del regno
napolitano, avrebbe ottenuto lo scettro dell'Italia una? L'invidia
contro il Beauharnais, la paura di vedersi soppiantato da lui, la
certezza che Napoleone lo preferisse, facevano titubare il Murat,
rendevano doppio e perfido quel soldato nativamente franco e leale.
L'uno accorrendo da Napoli verso i campi lombardi, occupando Roma,
la Toscana, le Marche; l'altro battagliando tra l'Adige e l'Isonzo,
parlavano agl'Italiani di libertà, d'unità, d'indipendenza; ma Eugenio
confessava candidamente di non avere sposato la causa italiana se
non «come leva per ottenere nuovi sacrifizii» dai suoi sudditi; e
Murat presumeva di fare l'Italia gettandosi in braccio all'Austria,
annunziando che la coalizione nella quale egli entrava aveva la
«magnanima intenzione di ristabilire l'indipendenza delle nazioni....»


III.

Dell'indipendenza italiana osava parlare la stessa Austria! Il
proclama del conte Nugent, disceso con gli Austro-Inglesi dalla vinta
ed asservita Trieste alle foci del Po, e procedente verso Ferrara
e Ravenna, portava l'intestazione: _Regno indipendente d'Italia_,
e diceva alle genti: «Voi avete sofferto sotto il giogo di ferro
dell'oppressore. I nostri eserciti sono venuti per liberarvi del tutto.
Un nuovo ordine di cose, destinato a restaurare la vostra felicità, vi
si offre.... Coraggiosi e bravi Italiani, è vostro interesse prendere
le armi per conseguire la vostra rigenerazione e la vostra felicità....
_Voi dovete divenire una nazione indipendente_....» Il generale
austriaco, come il Vicerè francese e l'ambasciatore britannico, teneva
quel linguaggio per trarre dalla sua le popolazioni: quattro mesi dopo,
caduto Napoleone, l'ultimo tricolore sventolante ancora in Italia era
ammainato, l'esercito italiano cessava d'esistere, e un nuovo proclama
del Bellegarde, ornato in testa dell'aquila bicipite, partecipava
ai Lombardo-Veneti il «felice destino» che era stato loro concesso:
l'annessione alla Monarchia absburghese....

Buon profeta, tra i molti illusi, era stato Gabriele Pepe, quando,
biasimando i portamenti di Gioacchino e la sua entrata nella
Coalizione, si dichiarava ignaro delle condizioni del trattato, ma
«certo che l'Italia non avrà nè l'indipendenza nè l'unità». La menzogna
di quelle promesse fu grave di conseguenze funeste. «La condotta degli
Alleati verso l'Italia è un peccato che, al pari dello smembramento
della Polonia, costerà molto caro all'Europa. Occorreranno ancora
una ventina d'anni d'espiazione....» A parte l'errore di calcolo,
perchè l'espiazione durò molto di più, anche queste parole furono
profetiche: le pronunziò quel goriziano Catinelli che, mezzo secolo
prima di Garibaldi, tentò un'impresa garibaldina al rovescio: salpò con
mille soldati da Milazzo per tentar di sollevare la Toscana, prendere
alle spalle il Vicerè sul Mincio e concorrere alla «liberazione»
della Penisola, auspici gli Austriaci e gl'Inglesi.... Gli Alleati
del 1813-14, dichiarando di combattere una crociata per la «libertà»
d'Europa, per la causa del «diritto» e della «giustizia», ridussero
bensì all'impotenza il grande perturbatore dell'antico equilibrio, ma
non compirono l'opera, diedero ai popoli false speranze e ribadirono le
catene ai polsi degl'Italiani. La presenza dell'Italia risorta fra gli
Alleati odierni è la maggiore e migliore garanzia contro il ripetersi
di simili errori.

  _12 ottobre 1916._



Una Absburgo in Italia: MARIA CAROLINA DI NAPOLI.


I libri della guerra non offrono ancora molto interesse: vuole la
necessità che la storia non cominci se non quando gli attori e i
testimonii dei grandi avvenimenti spariscono. Di qui a cent'anni si
continueranno a pubblicare documenti delle conflagrazioni attuali, come
anche oggi, dopo più d'un secolo, ne vengono fuori, e di prim'ordine,
intorno a quelle della Rivoluzione, del Consolato e dell'Impero. Il
carteggio di Maria Carolina col marchese di Gallo, edito a Parigi
dal comandante Weil e dal marchese di Somma-Circello quando la voce
dei cannoni echeggiò la prima volta, e forse perciò non osservato con
l'attenzione che meritava, porta un contributo prezioso alla storia
delle Due Sicilie dall'inizio dei rivolgimenti francesi sino alla
seconda fuga della Corte borbonica da Napoli, cioè al 1806, e consente
di aggiungere nuovi tocchi al ritratto morale di quel singolare
personaggio che fu la figlia di Maria Teresa, sorella di Maria
Antonietta, moglie di Ferdinando IV, amica di Guglielmo Acton e di Emma
Lionna.


I.

Dice la cronaca scandalosa, e rammenta anche il Welschinger nella
prefazione ai due grossi volumi, che la Regina di Napoli aveva
accordato al Gallo, oltre l'amicizia, qualche altra cosa; ma chi
pensasse di trovarne qui le prove resterebbe disingannato. Non c'è una
sola parola che attesti l'intima natura dei rapporti della sovrana
col vassallo; Maria Carolina si firma _maîtresse_, cioè padrona,
non già amante del suo ambasciatore e ministro, e gli tiene bensì il
linguaggio della massima confidenza, gli parla «a cuore aperto», lo
mette a parte di tutti gli avvenimenti del regno e di tutta la cronaca
della reggia, gli scrive in cifra e col succo di limone cose che
divulgate le recherebbero molto pregiudizio e gli raccomanda perciò di
bruciare queste sue lettere; gli professa anche un'amicizia «eterna»,
una stima «eterna» altrettanto; lo giudica amico «perfetto», spera
di vivere ancora vicino a lui e di finire i proprii giorni accanto al
«vecchio amico» a cui dice addio «sino alla tomba»; ma tutte queste,
ed altre espressioni similmente ampollose ed enfatiche come vuole il
temperamento della scrittrice, non mettono nessun sapore di romanzo nel
succoso epistolario. C'è qua e là qualche nota salace: la Regina parla
al ministro del male che le fanno le emorroidi e delle operazioni a
cui è stata sottoposta per una fistola; gli manda anche la relazione
dei medici accompagnata da disegni che ella stessa qualifica «molto
indecenti»; ma questa mancanza di pudore potrebbe dimostrare non tanto
l'abbandono dell'amante quanto l'ottusità e l'idiozia morale della
donna. Si legga in quali termini ella parla della sensualità della
nuora e della frigidità del genero, e il dubbio riescirà anche più
legittimo.

La donna, appunto, è quella che noi cerchiamo nella Regina, e poche
altre sovrane dimenticarono tanto la corona e lo scettro nel rivelare
il proprio pensiero quanto Maria Carolina componendo queste sue
lettere. Si dice che Napoleone Bonaparte la definisse: «il solo
uomo delle Due Sicilie», e il giudizio potrebbe essere appropriato,
considerando che razza d'uomo fu il Re suo marito e quali persone lo
circondarono dopo l'allontanamento di Bernardo Tanucci; ma la virilità
di Maria Carolina resta ancora da dimostrare, e in queste pagine, se
mai, ne troviamo prove negative del tutto.

Ella adopera una violenza, una virulenza di linguaggio che non è, come
pare, espressione di forza. Un odio profondo, istintivo, tenace, la
infiamma contro la Francia democratica che ha rovesciato la monarchia
nazionale e minaccia le straniere, che le ha ucciso il cognato e la
sorella. I segni verbali di questo sentimento cieco e inestinguibile si
moltiplicano sotto la sua penna: i Francesi sono «birbanti, briganti,
miserabili, scellerati, maledetti, canaglie, pazzi, forsennati, pirati,
assassini, vandali, tigri, mostri»; il suo augurio è che quella «infame
nazione sia tagliata a pezzi, annichilita, disonorata, ridotta a nulla
per almeno cinquant'anni»; ella non vede altro rimedio che armarsi
in massa contro di lei, «col crocifisso in mano» — l'espressione
è del 1793, e il cardinale Ruffo se ne rammenterà sei anni dopo in
Calabria — nè giudica che vi possa esser salvezza per il mondo se
Parigi non sarà «rasa al suolo»; la sua ultima speranza è riposta in
50 mila Turchi che «saccheggino ogni cosa» — solo i Turchi sono, a
suo giudizio, «franchi e leali» — oppure in 20 mila Albanesi ai quali
direbbe: «Amici miei, saccheggiate, mangiate, rovinate....»; ma, con
tanta sete di vendetta, ella è tutt'altro che sorda ai consigli della
moderazione quando giunge il momento di agire, e se lavora a cementare
la coalizione dei potentati contro la «scelleraggine francese», ordina
all'ambasciatore di tener nascosto questo maneggio, perchè non vuol
essere «compromessa», e se i detestati Francesi appariscono nelle
acque di Napoli per imporsi alla città ed al regno, ella non tenta di
opporsi, di far valere comunque la qualunque sua forza; al contrario:
si piega, e piegandosi, vantandosi «onesta nel cuore», dichiara
che aspetta di cogliere la prima occasione per mostrare il vero suo
animo....

Questa potrebb'essere prudenza, e non sarebbe perciò da confondere
con la viltà, tanto più che verrà la volta quando la Regina sarà
temeraria e spingerà la monarchia alla rovina; ma nella mancanza di
misura, precisamente, nel procedere così per pavide sottomissioni ed
aggressioni spavalde, si rivela la mancanza di forza vera, di energia
schietta e durevole, di resistente e indomabile coraggio. «_Paura,
paura e ancora paura_», scrive nel giugno del 1794; «è orribile a
dirsi, ma vero». Di questa paura che addebita ai circostanti, ella
stessa è partecipe. Quando afferma: «Se dobbiamo perire, bisogna
che ciò avvenga per disgrazia, e non per mancanza di energia e di
coraggio»; quando dice che ha deciso di contendere il regno a palmo
a palmo, di ritirarsi da Gaeta a Capua, a Napoli, a Salerno, a
Cosenza, a Calanzaro, a Reggio, a Messina, a Palermo, ad Augusta, e
che, sopraffatta in questo estremo rifugio, getterà con le proprie
mani i suoi sette figli in mare e si precipiterà da ultimo dietro
di loro, le parole sono belle, ma i fatti non le confermano. Nella
sconfitta si smarrisce, si avvilisce, si prostra: dopo la pace del
1796 dichiara che le grandezze non le importano più, che ha perduto
tutte le sue illusioni, che vede le cose «con gli occhi della verità»,
che aspetta di finire i suoi giorni «non solo senza pena, ma con
una specie di godimento», e protesta e giura che non intende più
«impacciarsi di nulla»: parole, parole, e ancora parole: appena stima
giunto il momento della rivincita, fa il colpo di testa del 1798 —
salvo, dopo la catastrofe, a gemere, a lagrimare, a dichiarare che la
sua «scena è finita», che non chiede altro se non di ridursi a Linz,
a Graz od a Presburgo, «sia pure in Valacchia», dove si contenterà di
«pane e cipolle», maledicendo il «falso eroismo» che l'ha spinta alla
perdizione: ancora parole, ancora menzogne; perchè, insieme con queste
espressioni del pentimento, si alternano quelle del furore impotente,
dell'odio impenitente, del delirio isterico: vengano, esclama, gli
stranieri: «quali che siano, le forze potrebbero scendere in Puglia,
sciabolare, avanzarsi. Non potranno far male se non ai possidenti:
la terra già non potranno distruggerla». Ma se anche la terra potesse
andarne distrutta, ella non esiterebbe a dar l'ordine: «la stessa peste
è meno temibile che la Repubblica stabilita ed afforzata in Napoli....
Un massacro generale non mi farebbe la minima pena.... Ve ne prego, in
nome del Re e mio: se mai gli Austriaci o i Russi scendessero dalla
parte di Roma a Napoli, niente accordo, niente convenzione, niente
tregua, niente perdono....» E queste, ora, non sono più sole parole:
queste espressioni della ferocia, sì, ricevono piena conferma dagli
atti, quando la capitolazione dei Repubblicani, offerta e sottoscritta
dal luogotenente del Re, firmata e garantita dai rappresentanti di
tre grandi potenze europee, sarà da lei lacerata e la «scellerata
Repubblica tricolore» andrà per suo ordine sommersa nel sangue....

Ma ella non crede d'aver commesso nulla di male; se mai, soffre
«mortalmente» delle violenze e della severità: il suo cuore «ne geme».
Prima ancora di lordarsi le mani, dichiara preferibile «esser vittima,
piuttosto che farne»; dopo l'immane tragedia, continua a protestare
che la sua «morale» le consiglia di anteporre «l'esser vittima allo
scatenare un flagello», e che sarebbe farle gran torto giudicarla
«arrabbiata energumena». Non crede possibile la salvezza, ha detto,
se non «con la forca e il carnefice a fianco e le orecchie turate,
col cuore indurito e le leggi stracciate»; e quando ha eseguito
puntualmente il programma, vanta la propria «purezza», esalta la
propria «bontà», si duole che «la bontà non è la virtù occorrente alla
conservazione dei troni», benedice Dio d'averla fatta giungere alla
fine della carriera, perchè altrimenti si sarebbe «guastata», sarebbe
divenuta «despota» e «scellerata....» Lei ed i suoi sono «gente onesta:
questo e certissimo»; gente che non comprende nè ammette «se non i
procedimenti della politica onesta e retta dei buoni tempi antichi»:
lo dichiara nel 1803 al marchese di Gallo dandogli «parola d'onore»,
la sua parola «sacra», che resterà neutrale se la Francia le accorderà
la pace — salvo a chiamare, di nascosto, i Russi e gl'Inglesi; salvo a
porre il suo ambasciatore e confidente nella necessità di dimettersi
quando vedrà che la Regina gli ha giurato il falso. Ella che prende
il servitore ed amico a testimonio della propria lealtà, non sa che
costui bollerà un giorno la «leggerezza» e l'«inconseguenza» di lei:
eufemismi ai quali il diplomatico e suddito ricorre per non poter dire
«tradimento» e «viltà».


II.

Si potrà sostenere, almeno, che questa impudenza è incosciente come
forse è incosciente l'impudicizia? Neanche. Molte cose, troppe cose
mancano a Maria Carolina, fuorchè l'intelligenza. La sua immaginazione
«fermenta», ella «sente» tutto, «prevede» tutto; vive molto «con sè
stessa» ed è capace di esaminarsi «senza onta nè repugnanza». Lampi di
verità, allora, la abbagliano: «Vorrei punire il delitto e perdonare
gli individui; ma, come tutti i paurosi e codardi, noi crediamo che
la crudeltà premunisca, e quella che esercitiamo, da cui repugnano gli
stessi giudici che vi sono costretti, finisce con l'alienarci i pochi
cuori rimasti affezionati». Paura e codardia: ella stessa pronunzia la
sentenza tremenda: ma conoscersi, avere coscienza dei proprii vizii,
non è il primo, il più gran passo sulla via dell'emenda? Sì, quando
la passione non è più forte; e le passioni della Regina sono tutte più
forti: l'orgoglio e la superbia prevalgono, il bisogno della vendetta è
irresistibile, l'appetito del potere, la sete del dominio, la voluttà
dell'intrigo, la vanità regale, il fanatismo feudale, l'odio contro
la libertà dissipano i buoni propositi, i consigli della prudenza, le
velleità di rinunzia.

Dieci, cento, mille volte, nella previsione delle catastrofi, in mezzo
alle rovine, assicura che tutto è finito per lei, che un convento
l'aspetta, che senza la religione si darebbe la morte, che «aborre
e detesta» il suo mestiere di Regina esercitato malamente, che vuole
rinunziare a quel «cane di mestiere», che intende d'ora innanzi vivere
da privata compiendo «gli atti di virtù di cui sono capace», che ha
bisogno di farsi «dimenticare», che invidia chi «zappa la terra», che
non chiede altro se non «una pensione, un giardino, qualche libro, i
pennelli, le matite, un pianoforte», per vivere meditando e componendo
le sue memorie, e che farà incidere sul portone della sua casa: «_Qui
non si parla nè di monarchi, nè dì governi, nè di politica, e neanche
delle notizie delle gazzette_»; ma tutte le volte, ed ogni volta più
ostinatamente, riprende, vuole riprendere, muove cielo e terra per
riprendere il suo posto, e giura che sosterrà la sua parte «finchè ci
sarà olio nella lampada», che lotterà «finchè avrò una goccia di sangue
nelle vene», che compirà il suo dovere «fino alla tomba»!

Ella stessa dà la chiave di questa continua e stridente contraddizione.
«Se fossi soltanto privata cittadina, mi piegherei facilmente....
ma Regina!... Parlerò, e il mondo intero mi restituirà la sua stima.
Sono la figlia di Maria Teresa!...» Il male è che, essendo figlia di
Maria Teresa, volendo levarsi all'altezza della madre, non le tocca i
ginocchi. I suoi disegni politici sono un arruffio, un guazzabuglio di
assurdità. Arriva ad avere una singolare visione: l'Italia fiorente,
rifiorente, affidata ai posteri uniti e concordi in modo da rendere
impossibile che «la bella contrada» sia soggiogata mai più: ma sono
idee «inutili», riconosce, che non potranno effettuarsi «se non
quando la nostra esistenza sarà dimenticata». Di tradurre in realtà la
visione, di fare almeno qualche tentativo, di scernere se non altro la
via per la quale ci si potrà arrivare, ella non possiede la capacità.
Si contenta di pensare che se Gustavo di Svezia o Giuseppe II vivessero
ancora, direbbe loro: «Osate, affezionatevi l'esercito, i baroni ricchi
e potenti, lanciate ai popoli nobili manifesti, parlate il linguaggio
dell'intelligenza, dell'amor proprio, guadagnatevi i cuori e procurate
con ogni mezzo di divenire Re d'Italia....»; ma quei sovrani sono morti
e sepolti, e non avendo «nè l'energia, nè la potenza, nè il carattere,
nè la perseveranza, nè i mezzi loro, bisogna piegare sotto il
giogo....» L'amore di sè soffre, assicura — e non è difficile crederla!
— «nel fare questa confessione che mi è costata molte lagrime»; ma la
sincerità non ritorna, come non tornano i lampi della verità; torna
invece la presunzione, ricominciano le smanie, le manie, le insanie,
l'impossibilità di accettare le lezioni della vita, di sottostare alle
leggi della realtà.

Da Palermo, dove si è rifugiata, giudica preferibile «entrare in
un monastero piuttosto che vedermi insultata nei miei Stati»; ma
poi l'idea di vivere da semplice privata in Germania le riesce
intollerabile «per punto d'onore»; ed a Vienna, dove si ritrova
«Regina di nome e cittadina di fatto», dove la resistenza alla Francia
non è ostinata quanto ella vorrebbe, dove i parenti e la figlia non
la trattano come pretende esser trattata, a Vienna rigurgitante di
generali «da sputarci sopra», le è impossibile vivere; sennonchè,
quando torna a Napoli e trova che le cose vanno ancora peggio di
prima, riprende a dichiarare che preferirebbe «zappare la terra al mio
paese, piuttosto che vivere qui....» Non si accorge di portare con sè,
dovunque, le ragioni dello scontento. Si sdegna contro l'ambasciatore
francese Alquier che la giudica affetta da «demenza convulsiva», ma
ella stessa non confessa che si sente «ammalata di rabbia», in «uno
stato violento», e che teme di morire — come infatti morrà, nove anni
dopo — «d'un colpo apoplettico»? I freni morali non funzionano in
lei: scatta al minimo impulso, avventa giudizii spaventevoli contro i
suoi più prossimi, contro il Re che poi protesta di voler rispettare
e di «non voler porre in ridicolo»; contro i suoi parenti austriaci,
contro l'Imperatore che ha precipitato la monarchia d'Absburgo
«nell'obbrobrio» e che ne ha assicurato «lo sprofondamento»; contro i
parenti di Spagna, la cui Corte è un «_infâme tripot_», la cui Regina
è una «_vieille catin_»; contro il Papa, che dice di rispettare come
discendente di San Pietro, ma che «come sovrano è infame e merita il
disprezzo universale»; contro gli Inglesi e i Russi, che ha portati al
cielo quando si è alleata con loro, ma che, non appena la scontentano,
diventano «infami, saccheggiatori, egoisti, vili, implacabili e perfidi
nemici».


III.

L'improvviso mutamento d'opinione e l'alternarsi di atteggiamenti
diametralmente opposti non è tanto sintomatico quanto nel caso di
Napoleone Bonaparte. Giudica lui solo degno d'esser «ministro della
guerra in Italia», perchè lui solo sa trasformare «gl'Italiani
in soldati»; dice che «lui solo, _solo_, SOLO in tutta Europa sa
governare, maneggiare, dirigere i popoli e gli affari», e gli vorrebbe
quindi affidare il proprio regno durante un anno affinchè glielo
restauri, e gli professa «vera stima» e «profonda ammirazione» e
«sincera venerazione», e se il grand'uomo morisse, vorrebbe che lo
riducessero in polvere, «per darne una cartina a ciascun sovrano e due
a ciascuno dei loro ministri, e allora le cose andrebbero meglio»;
ma poi, anzi contemporaneamente, egli è «il bastardo incestuoso,
il mitragliatore, l'avvelenatore di Giaffa, quello dei prigionieri
infermi precipitati nel Po, mussulmano in Egitto, cattolico a Parigi,
scellerato dovunque....».

L'accusa che gli rivolge con maggiore compiacimento è d'essere un
«_parvenu_», un imperatore «di nuova fabbrica»; ma il peggio, ancora,
è che, giudicandolo tale, gli si umilia, lei, la figlia di Maria
Teresa! Quante volte ha dichiarato preferibile «perire piuttosto
che disonorarsi», quante volte ha promesso al suo confidente ed a
sè stessa di non voler «mendicare misericordia da nessuno»? Orbene:
ella la mèndica dall'«arci-Imperatore», da «Bonaparte I»; gli scrive
una lettera d'umile implorazione, si espone a riceverne una risposta
ironica e minacciosa, leggendo la quale — «io, la figlia di Maria
Teresa!» — per poco non crepa di rabbia. Ma la rabbia, l'umiliazione,
la mortificazione non le impediscono di tornare a piatire:
«L'Imperatore è tanto grande! Ha tanta gloria che potrebbe acquistarne
un'altra, una vera, mostrandosi generoso, lasciandoci tranquilli a
casa nostra, _sicuro che mai più_» — dopo tre impegni spezzati, e nello
stesso punto di infrangere il terzo! — «ci lasceremo sedurre!... Non ho
più fiducia in nessuno, e mi sottometterei al tiranno, se mi trattasse
bene....» Ha giurato che «mai, _mai_, MAI» consentirà che il Re di
Napoli si riduca alla condizione di tributario o prefetto del proprio
regno: e, meno di tre mesi dopo, accatta per suo figlio il posto «di
re o di prefetto....» E nel chiedere che l'ambasciatore interponga
i suoi buoni ufficii per ottenerle questa elemosina dal padrone del
mondo, avvilendosi fino ad offrirglisi in ostaggio, dimentica d'averlo
chiamato «bestia feroce, animale ruggente, mostro morale, vendicativo,
furente....»

In verità, il «piccolo Côrso» non dovrebbe fare altro se non
risponderle come rispondeva a lui stesso il granatiere della leggenda:
«_Après vous, s'il en reste!_...»

  _28 maggio 1916._



L'Austria nei giudizii d'un suo alleato.


Pietro Colletta, nel terzo Libro della sua classica _Storia_, narrando
l'accortissima ritirata strategica compiuta nel 1798 da quella parte
dell'esercito napolitano che obbediva al generale Damas, giudicò che la
salvezza della legione fosse «frutto del dimostrato valore de' soldati
e del duce. I quali andarono lodati di que' fatti; ma poche virtù fra
molte sventure si cancellano presto dalla memoria degli uomini».

Più d'un secolo doveva passare prima che la diretta testimonianza dello
stesso duce rinverdisse quegli allori, e le _Memorie_ del conte di
Damas, rimaste inedite nell'archivio della nobile famiglia, dovevano
finire di pubblicarsi in sul divampare d'una nuova serie di guerre
più sanguinose e tremende di quelle alle quali l'autore partecipò. Ma
appunto per questa coincidenza il libro, che in altri tempi avrebbe
interessato soltanto pochi studiosi, si raccomanda oggi ad un maggior
numero di lettori ed ha pagine che parrebbero scritte per noi.


I.

Ruggero di Damas, discendente da una famiglia di prodi, ebbe da
fanciullo una straordinaria vocazione per il mestiere dei suoi
maggiori, «il più bel mestiere del mondo», ed entrò giovanetto nel
Reggimento del Re; ma, per la pace che allora regnava nella sua patria,
non potendo altrimenti sfogare l'umor bellicoso se non nei duelli,
una bella mattina, letto un giornale che dava notizie della guerra
combattuta in quell'anno 1787 tra Russi e Turchi, restò «asfissiato»
dalla lettura, e senza porre tempo in mezzo, senza chieder licenza nè a
parenti nè a superiori, partì per la Russia con pochi denari ottenuti
in prestito e andò ad offrire la sua spada al principe Potemkine.
Fu accettato, ed ebbe anche la fortuna d'incontrarsi col principe di
Ligne, che conosceva da Parigi e che si trovava presso i Moscoviti come
rappresentante dell'esercito austriaco loro alleato. Il volontario ed
il generale si misero a studiare insieme la lingua russa, «ritenendo
le parole _baionetta_ e _vittoria_ prima che _pane_ e _vino_», e
la vittoria ben presto rimeritò il suo ardentissimo alunno, in un
combattimento più navale che terrestre contro il vascello ammiraglio
ottomano ancorato sulla foce del Dnieper: la nave fu presa d'assalto
dalle scialuppe comandate dal Damas, che ebbe in premio la croce di San
Giorgio ed una spada d'oro da Caterina II. Ferito più volte, promosso
al comando di reggimenti di cavalleria e di fanteria — aveva soli 23
anni — distintosi negli assedii e nelle espugnazioni, segnatamente ad
Ismail, dove si guadagnò una commenda, l'ardito colonnello dimenticò
quella guerra per le notizie d'un'altra, non solamente più grossa,
ma più importante agli occhi ed all'anima di un Francese: la guerra
originata dalla Rivoluzione.

Bisogna dir subito che, nato e cresciuto nella devozione al suo
Re, offeso nelle opinioni, negli affetti e negli interessi dalle
persecuzioni alle quali fu fatta segno la sua famiglia, Ruggero di
Damas non corse alla frontiera di Francia per combattere con gli
eserciti repubblicani contro lo straniero, bensì per combatterli
nell'_Armée royale_, nell'esercito di emigrati capitanato dal Condé e
alleato degli stranieri. Non fu dunque, questa volta, la bella guerra:
fu la guerra civile, con tutti i suoi orrori — dei quali egli stesso
ebbe piena coscienza, se chiamò «strazianti» le cause e i ricordi
di quegli avvenimenti, se nessun godimento potè mai provare «che non
fosse formato dalle memorie o dalla speranza della Francia, che non
provenisse da lei od a lei non mi riportasse», se dichiarò che la sua
mano si sarebbe irrigidita prima di dare a stranieri il consiglio di
entrare in Francia «senza la certezza che aspirino soltanto ad una
pace solida e che nessuna idea di conquista li governi», e se, cercando
ovunque una nuova patria e non trovandola in nessun luogo, credendo di
poter fuggire la lava dilagante dal vulcano francese via per il mondo,
e sentendosi sempre raggiunto da quella, pensò e scrisse un giorno: «I
piedi mi bruciano ovunque mi fermo; presto non mi resterà altro rifugio
che nel cratere di Francia...».

Il militare di professione, del resto, non poteva non ammirare l'impeto
straordinario e gli sforzi sovrumani dei generali della Repubblica,
«l'ardore che conduce alla conquista del mondo»; e se, da legittimista
convinto e inconvertibile, egli condannò in Napoleone l'usurpatore
del trono di San Luigi, fu compreso anche di tanta meraviglia per le
grandi cose compite dal capitano immortale, da esclamare con simpatica
ingenuità: «Perchè non è egli Borbone!...»

Simpatica propriamente riesce la figura di questo singolarissimo
campione della causa dei Re, il quale non si lascia intanto accecare
dalla fede monarchica, ma critica lo stesso Re suo, pure servendolo,
e, pur combattendo la Repubblica, domanda a sè stesso, considerata la
nullità dei monarchi del suo tempo: «Perchè mai l'Europa dipende da
cotesta genie? I regnanti attuali disgusterebbero per tutta la vita
del principio monarchico!...» Con parola più mordace, attribuendo la
fortuna politica del Bonaparte alla deficienza degli altri sovrani,
dichiara che allora crederà al tramonto dell'astro napoleonico quando
i troni saranno resi vacanti «da una _epizoozia_ di tutte le famiglie
regnanti....» È vero, tuttavia, che il mestiere del Re «dev'essere
divenuto molto duro, se un Luigi Bonaparte se ne stanca e lo smette...»

Sebbene partigiano, Ruggero di Damas non ha peli sulla lingua. Il
famoso manifesto del Brunswick, donde prende le mosse la reazione
sulla quale egli fonda tutte le sue speranze, è da lui severamente
criticato; e battendosi insieme col duca e con gli Austriaci durante la
campagna di Francia che dagli effimeri successi di Longwy e di Verdun
finisce a Valmy con la ritirata e la rotta, non risparmia i biasimi
alla strategia del comandante supremo; e lodando l'esercito prussiano
dove è da lodare, denunzia la barbarie di cui esso si macchia. «Come
difendersi da un sentimento di pena e di terrore, vedendo cotesto
esercito celebrare il suo primo passo nel territorio francese con la
più arbitraria devastazione?...» Un colonnello è cancellato dai ruoli
e due soldati sono impiccati per dare un esempio; «ma io non potevo
supporre allora che, ad impedire il disordine, sarebbe stato necessario
impiccare tutto l'esercito....»


II.

Un più profondo esame ed un più severo giudizio è quello del quale
egli fa oggetto un'altra potenza coalizzata contro la Repubblica di
Francia: l'Austria. Come stimarla capace di vincere, se a tutte le
molle che il «giacobinismo» faceva scattare nei petti dei soldati
repubblicani, essa non sapeva opporre altro che la «pedanteria»? Come
credere al genio dell'idolo dei Viennesi, il Coburgo, dopo aver visto
cotesto maresciallo, a capo di 15000 soldati austriaci, indietreggiare
all'assedio di Giurgevo dinanzi a soli 4000 Turchi? Come credere
all'ingegno dei generali di corte, dell'arciduca Giovanni, «adoperato
a guisa di polverine del James all'agonia d'un infermo», od a quello
dello stesso arciduca Carlo? «Chi si è condotto come costui, nelle
circostanze in cui si è trovato, non ha pensato una sola idea giusta,
non ha fatto nulla di raccomandabile, e se ha avuto qualche momento
di fortuna, bisogna cercare fra coloro che lo circondano la testa che
pensava per lui....»

Sarebbe certamente stolto, avverte il Damas, negare il valore di alcuni
generali austriaci; ma essi non possono adoperarlo come i francesi,
perchè «il genio della loro nazione li rende incapaci di rinnovarsi:
gli Austriaci resteranno sempre un esercito d'altri tempi, teorico,
coraggioso, ma lento e testardo nei suoi sistemi: essi agiranno contro
i nostri nipoti come agirono contro i nostri avoli, e per conseguenza
saranno battuti da quelli come furono battuti da questi.... La lentezza
di concezione e di esecuzione nei generali, l'asservimento alla
pedanteria nei preparativi nell'azione, l'inerzia e la svogliatezza
nei subalterni, l'apatia dopo i buoni successi come dopo i rovesci,
sono altrettanti vizii ed impacci». E, per esempio, a Wattignies
il Cleyrfait «giudicò più semplice lasciar proseguire la ritirata
vergognosa, anche quando le circostanze non l'esigevano più, che di
fare indietreggiare le truppe il cui movimento era già cominciato, e
solo per apatia non diede nessun contrordine. Il successivo passaggio
della Sambra fu così compiuto e la battaglia più importante si trovò
perduta, mentre i Francesi si ritiravano in tutta fretta sulla loro
destra. Simili fatti si crederebbero difficilmente da chi non ne fosse
stato testimonio; ma io garantisco che quanti hanno servito con gli
Austriaci ne avranno una collezione....» Altro esempio: l'inutilità
della vittoria di Essling, dopo la quale — ma prima di Wagram! — i
soldati di Napoleone trovano un argutissimo modo di scusare la disfatta
del loro duce, del loro _papà_: «Il nostro papà non fa più altro
che sciocchezze dacchè è in Austria: il contagio del paese gli si è
attaccato....»

Quando era al servizio di Caterina II, il Damas aveva visto i Russi
rallegrarsi e godere all'annunzio delle disfatte degli Austriaci,
come se fossero loro nemici, mentre erano alleati contro il Turco,
nemico comune: questo sentimento che lo stupì profondamente, e
che poteva sembrare propriamente iniquo, fu da lui compreso quando
studiò da vicino la psicologia austriaca. «Gl'individui di cotesto
esercito aggiungono ai loro difetti disgraziatamente troppo noti, una
presunzione ed una sufficienza indefinibili; essi non possono andare
d'accordo con nessun alleato, non apprezzano altro che i sussidii
in denaro, e questo genere di concorso non serve se non a farli
perseverare nella guerra senza portare rimedio ai loro errori. Tutte le
battaglie che hanno sostenute in lega coi Russi hanno messo a giorno la
poca cordialità e la poca simpatia di cui sono suscettibili, e questo
esempio recente fa tremare per l'avvenire. Quasi tutti i trattati
conclusi dalla Corte di Vienna da un secolo a noi hanno dimostrato
la sua abilità nel gravar la mano sugli alleati, e la potenza che
contrae con lei si trova egualmente oppressa sui campi di battaglia
e nei gabinetti diplomatici....» Ma la presunzione e la prepotenza
finiscono il giorno delle sconfitte: allora gli altezzosi sono in
preda ad un abbattimento che fa accettare le paci «disastrose», le
paci «vergognose». Nei lunghi soggiorni dell'autore a Vienna, durante
le grandi crisi dell'Impero, egli non ode «un solo proponimento che
dimostri indipendenza e coraggio. Da che cosa dipende dunque l'avvenire
d'uno Stato non sostenuto nè dalla coscienza della propria forza,
nè elettrizzato dall'amore della gloria e della patria?...» Per
conseguenza: «degenerazione, imbastardimento di ogni idea di onore e
di morale», ed anche una irrimediabile «mostruosità di debolezza», per
la quale i governanti non sono capaci di prendere altri provvedimenti
fuorchè quelli _in extremis_ e si sottopongono poscia al giogo «senza
resistenza».

L'acuto ed equo osservatore non nega le buone qualità alla gente
semplice, del popolo minuto; ma il congegno sociale è così fatto,
che «per mantenere l'animo in pace, in questa metropoli (Vienna),
bisognerebbe non incontrare personaggi ufficiali. La loro vista turba
per tutto il giorno, tanto sono rappresentativi della decadenza». Ed
anche fuori del mondo in divisa, c'è qui in tutti i procedimenti, in
tutte le usanze, in tutte le feste e i divertimenti, un velo teutonico
che toglie grazia ad ogni cosa.... L'edifizio morale di questo paese
rammenta i monumenti costruiti nei tempi di decadenza dell'arte....
Immaginate la dissipazione senza godimento, la leggerezza senza garbo,
la sciocchezza senza contegno, la fatuità senza conquiste, e avrete la
misura della disgraziata differenza che passa tra la gioventù di Vienna
e quella di Parigi».

Delle sciocchezze e delle goffaggini delle quali egli fu spettatore il
Damas riferisce gustosi esempii. Quando Maria Luisa andò in Francia
sposa di Napoleone, scortata dai generali francesi, due cittadini
di Ens, obbedendo all'ordine di far luminaria, tirarono fuori,
per economia, gli stessi trasparenti «di cui si erano serviti nei
festeggiamenti prescritti in altre occasioni: si leggeva sull'uno
_Vivat Laudon_, sull'altro _Vivat Coburg_, e le effigie di quei due
generali» — i peggiori nemici dei Francesi — «prendevano parte a
quell'infame e vergognoso baccano con un'espressione diametralmente
opposta alle circostanze....» Il generale Bubna, pezzo grosso
dell'esercito e della diplomazia, spedito a negoziare l'armistizio dopo
Wagram, si vede offrire da Napoleone un anello del valore di ventimila
fiorini, e senz'altro se lo passa al dito. «E che? In questo paese un
generale va a conferire col nemico — tuttora nemico, poichè la pace non
è per anco stipulata — e il nemico osa fargli un regalo, e il generale
negoziatore lo accetta?...» In previsione di nuove ambascerie del
Bubna, il Damas esclama: «Quest'altra volta egli tornerà indietro con
una ricca tabacchiera, e poi all'ultimo viaggio riceverà un calcio nel
sedere tempestato di diamanti....»


III.

La gravità di questa diagnosi dipende dal fatto che è compita da un
uomo il quale non è già nemico dell'Austria, nè predisposto contro
di lei; che è anzi suo amico ed alleato, che ha combattuto accanto ai
suoi eserciti, che chiede un giorno di esservi ammesso, perchè vede in
lei la maggior potenza impegnata contro l'aborrita Repubblica e capace
di abbatterla. Il Damas vorrebbe ammirare, sarebbe felice se potesse
ammirare l'Austria come la più fedele fautrice delle tradizioni che
egli venera, e vorrebbe nascondere agli altri ed a sè stesso la verità
cocente; ma la verità è più forte dell'interesse, e il suo sdegno
contro la dappocaggine delle legittime dinastie fiaccate o travolte dal
ciclone rivoluzionario si accentra sugli Absburgo. L'apparato imperiale
dei sovrani apostolici, degli eredi di Carlo V, è imponentissimo e
incute un senso di soggezione; «ma quando gli avvenimenti li forzano
a togliersi da cotesto teatro d'illusioni e d'inganni, la scena sulla
quale si rifugiano mortifica l'immaginazione e lascia che lo spettatore
scorga in cotesti personaggi illustri altrettanti poveri istrioni di
campagna....»

Si potrebbe ancora spigolare dell'altro nei due grossi volumi di queste
_Memorie_, se non fosse ora di rammentare che, oltre alla diagnosi
della mentalità austriaca, esse offrono un altro grande interesse;
perchè, come si disse in principio, il Damas servì anche nell'esercito
napolitano e direttamente partecipò alla storia nostra nei primi anni
del secolo decimonono.

  _6 settembre 1917._



Un condottiero francese a Napoli.


Dopo gli allori còlti al servizio di Caterina II contro i Turchi, dopo
la meno fortunata partecipazione alla guerra della prima Coalizione
contro la Francia, l'avventuroso Ruggero di Damas, trovandosi di
passaggio a Napoli per andare a riprendere servizio in Russia, apprese
che anche il regno delle Due Sicilie stava per entrare nella gran
guerra; e allora, all'idea di poter menare subito le mani, l'uomo
di guerra scrisse a Guglielmo Acton, primo ministro di Ferdinando,
per chiedere di servire nell'esercito napolitano. Poichè questo era
posto in gran parte sotto il comando di generali stranieri, quali il
principe di Assia Filippstadt, il principe di Wittenberg, il cavalier
di Sassonia, il barone di Metch, il generale Bourcard — generalissimo
era l'austriaco Mack, successore dello svizzero Salis e dell'ungherese
Zehenter — il Damas poteva sperare che la sua domanda avrebbe ottenuto
buon esito.

Favorevoli gli furono, infatti, le disposizioni dell'Acton e del Re;
ma il cavalier di Sassonia, concepito un sentimento di gelosia contro
di lui, riuscì, per mezzo della propria amante, che era la principessa
d'Assia, a montare Maria Carolina in modo da farla opporre alla nomina.
Ne seguì un duello fra il Tedesco ed il Francese, finito con un colpo
di spada che il primo diede al secondo; ma allora, e come se questo
anticipato tributo di sangue avesse dimostrato la serietà dei propositi
del Damas, gli ostacoli cessarono, e il fuoruscito francese, nonchè
colonnello russo, divenne maresciallo di campo napolitano.


I.

Da quel giorno si può dire che Ruggero di Damas facesse di Napoli la
sua seconda patria. Studiate le condizioni interne del regno e la
sua situazione in Europa, egli formò sull'una e sulle altre i più
sensati giudizii. Le Due Sicilie, di cui l'Acton era «il cattivo
genio», potevano, grazie alla giacitura geografica, attenersi alla
neutralità; «ma un governo può saviamente fondare e restringere
le sue precauzioni su questo calcolo?» A parte che il cataclisma
minacciava di coinvolgere tutti gli Stati italiani, come dimenticare
che «lunghi secoli non spegneranno le pretese della Casa d'Austria
su questa parte d'Europa?...» Prima della Rivoluzione di Francia,
l'Austria, effettivamente, era stata la potenza da cui Napoli aveva
più dovuto guardarsi; capovolti poi tutti i rapporti europei per
effetto dell'invasione repubblicana e della coalizione formatasi per
contrastarla, l'alleanza, o almeno la buona armonia con l'Austria
diveniva necessaria; sennonchè, considerata la mentalità austriaca,
l'accordo non poteva riuscire «utile e scevro di pericoli» senza
«un esercito napolitano di cinquantamila uomini che garantisca la
reciprocità dei vantaggi delle due potenze».

Non si poteva dir meglio. E l'esercito era già costituito;
disgraziatamente la divisa non bastava a formare i soldati, in un
paese dove, per un lungo ordine di cause storiche, politiche, sociali,
la milizia era considerata, a giudizio di Pietro Colletta, come «lo
stato più basso della nazione». Il Damas fece del suo meglio per
infondere lo spirito militare nelle sue truppe, ma la breve campagna,
se cominciò col portare i Napolitani a Roma, finì con la sconfitta
e la rotta — che il generale francese, a differenza di molti, di
troppi altri, non addebita alla codardia dei soldati. È bello anzi
vedere questo Francese, cavalleresco verso i repubblicani di Francia
contro i quali combatte, esser giusto con i Napolitani che comanda, e
lodarli contrariamente a quanto di male ne dissero coloro stessi che
avrebbero dovuto esserne i naturali difensori e aiutatori, invece di
renderne propriamente disperate le operazioni per effetto della cieca
imprevidenza e della presunzione folle.

Durante i preparativi, nè lo Stato maggiore nè il Genio pensarono di
gettare un ponte sulla Melfa, che le truppe dovevano pure oltrepassare;
giunta l'ora, i soldati dovettero traversarla a guado. Il Damas dispose
due squadroni di cavalleria a monte del passaggio, per rompere un
poco la corrente, e fece entrare nel fiume la fanteria per plotoni,
a file serrate, con gli ufficiali in testa: quantunque la piena
prodotta dalle recenti piogge investisse gli uomini fino al petto e
ne travolgesse una gran parte, il passaggio fu compito «col massimo
ordine». Per l'insipienza dei capi e per l'inclemenza della stagione
quell'esercito improvvisato giunse a Roma con le armi arrugginite,
le scarpe perdute, l'artiglieria dispersa, una parte dei muli morti,
i carriaggi a cinque marce addietro: «la guerra dei Sette Anni non
aveva altrettanto sdrucito gli eserciti allora in azione». Elementare
prudenza sarebbe stato, dunque, ristorare, riordinare e rifornire
le truppe prima di procedere oltre: invece esse ebbero l'ordine di
avanzare immediatamente.

Il Damas rigetta sulla cattiva disposizione dell'ordine di attacco la
disfatta della sinistra, e narra con singolare efficacia la drammatica
situazione in cui si trovò — «il momento più grave di tutta la mia
vita» — quando, dopo il felice successo del combattimento di Civita
Castellana, dove i Napolitani conquistarono le alture alla baionetta,
e sul punto d'impegnare la battaglia che doveva ributtare i Francesi
oltre il fiume, ricevette l'ordine, portante la data del 10 dicembre,
di ritirarsi immediatamente dietro Roma in seguito allo scacco patito
dal Mack, e di trovarsi il 12 a Velletri: ordine e notizie che, per
un fatale ritardo, gli pervenivano il 13 a sera! Isolato dal grosso
dell'esercito in rotta, a cinquanta miglia dal punto in cui avrebbe
dovuto trovarsi fin dal giorno innanzi, senza la possibilità di
far conoscere il ritardo del messaggero e di chiedere quindi altre
istruzioni, il Damas si salvò e salvò il corpo d'esercito posto sotto
il suo comando con la bellissima mossa di fianco sopra Orbetello,
allora possessione del Re di Napoli. La marcia notturna con la quale
egli la iniziò fu talmente accorta, che il comandante francese dichiarò
di esserselo visto «sgusciare tra le mani come un pezzo di sapone», e
del buon esito delle azioni compite durante la ritirata egli attribuì
il merito ai suoi soldati; ma il merito fu anche suo, poichè quelli
obbedienti ad altri capi meno valenti e meno accorti non si portarono
bene. A Toscanella i suoi si mantennero saldissimi perchè egli
seppe fare appello al sentimento dell'onore, dimostrando loro che la
baldanza e la temerità dei Francesi era tutta fondata sul disprezzo
che nutrivano contro i Napolitani. «Kellermann spiegò la sua colonna
non appena il terreno glielo consentì; la mia artiglieria disordinò
quello spiegamento; poi, non appena fu compito, il generale francese
fece battere la carica e con le grida proprie alle truppe repubblicane
si precipitò sulla mia linea; il fuoco della moschetteria cominciò,
si protrasse a lungo molto nutrito, e i Napolitani diedero prova del
miglior contegno.» Il corpo d'esercito fu così disimpegnato e condotto
a salvamento dentro Orbetello — dove il Damas si fece curare una
terribile ferita alla mascella riportata nel fitto dell'azione.

Lodi non minori egli tributò ai suoi uomini quando, promosso
luogotenente generale dopo la caduta della Repubblica Partenopea —
durante la quale aveva raggiunto la Corte a Palermo e preparato un
piano di difesa della Sicilia — gli fu dato l'incarico di riordinare
le milizie del Regno e d'intraprendere la marcia attraverso la Toscana
per dar mano agli Austriaci — i quali intanto negoziavano la pace per
loro proprio conto, senza comprendervi gli alleati napolitani!...
La presa di Siena, la strenua resistenza opposta ai Cisalpini del
generale Pino e la salvezza di quella legione furono dovute, dice
il Damas, «allo zelo ed alla buona volontà» delle truppe che egli
comandava. Par quasi che egli voglia riversare su chi ne è meritevole
la lode tributatagli dal Colletta nel riferire quei fatti — e tanto
più dispiace che il Botta li abbia narrati come una serie di disastri.
Più giusto è il Marulli quando osserva, non senza una punta d'ironia,
che il Damas era «predestinato alle ritirate»; ma ancora più grande
è la malinconica ironia dello stesso condottiero, quando scrive: «Io
ho gran pratica delle nazioni sconfitte, e siccome non ero nato per
questo, soffro crudelmente di tale regime. Se le disaccortezze, le
goffaggini, le sciocchezze non avessero nessuna parte nelle disgrazie,
farei di necessità virtù; ma veder sempre le vittime sacrificate dalle
loro proprie buaggini rende impossibile la stessa pietà.» E questo
egli non lo dice più a proposito delle sconfitte napolitane, ma delle
austriache!...

Della sua nobiltà d'animo è da addurre un'altra prova. Nelle trattative
dell'armistizio che preannunziò la pace di Firenze, il comandante
repubblicano — Gioacchino Murat — pretese che il Re di Napoli
licenziasse il suo ministro Acton. Ma il Damas, quantunque avesse
poca ragione di lodarsi di costui, ricusò di ascoltare ogni altra
condizione finchè quella non fosse ritirata: «Rigettai formalmente
un articolo che offendeva direttamente la persona del Re; osservai
che la scelta dei ministri, depositarii della confidenza sovrana, era
riservata ai monarchi, e che per nessun motivo un governo straniero
poteva immischiarvisi. Murat non ne parlò più....» E l'Acton, per tutta
dimostrazione di gratitudine, fece di lì a poco una tale scenata al
Damas, che il generale, dopo avergli detto il fatto suo, presentò le
dimissioni al Re tra il plauso di quanti — ed erano tanti, a Napoli!
— non potevano tollerare lo sgoverno del ministro. «Lasciai Napoli
sfigurata dalle sciagure prodotte dal suo ministro e tremante sotto il
suo flagello oppressore. Augurai che il tempo riparatore mi mettesse un
giorno in grado di rendere nuovi servigi ad un paese e ad un esercito
che mi avevano sempre dimostrato confidenza ed usato benevolenza.»


II.

L'occasione si presentò tre anni dopo. Richiamato dai sovrani
all'approssimarsi della nuova crisi, egli lasciò Vienna, dove si
era ritirato, e giunse a Napoli il 5 gennaio 1804. Ebbe a sopportare
nuove prove della nemicizia dell'Acton e passò nove mesi nel Regno da
semplice spettatore; ma il 12 ottobre fu nominato ispettore generale
dell'esercito. Non secondato come e quando occorreva nei suoi disegni
di riordinamento, mentre l'Acton dava al Re false cifre delle truppe
disponibili, non fu colpa del Damas se le Due Sicilie si trovarono
impreparate al nuovo assalto francese. Russi ed Inglesi dovevano
aiutarle; ma anche quegli alleati mandarono forze molto minori
delle promesse; peggio ancora: aggravarono la mano su Napoli con le
esorbitanti esigenze e le oppressive imposizioni — e al momento buono
decisero di ritirarsi! Le loro esitazioni avevano disgustato il Damas,
il quale aveva dato ragione ai suoi soldati, scontenti e disgustati
degli ordini e dei contrordini e delle sofferenze a cui le marce e
contromarce inutili li avevano esposti. Il rigetto della sua proposta
di tentare la difensiva sul Volturno era stato definito dallo stesso
generale russo Anrep «un'infamia»; e la fuga degli alleati portò al
colmo lo sdegno del prode Francese. «Al loro arrivo, mi ero proposto
di offrirli come modelli ai miei soldati poco agguerriti, ed eccomi
invece ridotto a sperare che dimenticassero il vergognoso esempio!...»
Disgraziatamente essi non lo dimenticarono a Campotenese, dove pure
il Damas fece il possibile per salvare la situazione e si battè, a
testimonianza dell'universale, con coraggio «da leone».

Un centinaio di lettere inedite di Maria Carolina, raccolte in
appendice alle _Memorie_, attestano la fiducia che, nonostante il
rovescio, egli continuò a godere da parte della Corte: a Vienna,
dove si ritirò ancora una volta, servì la Regina, per desiderio di
lei, da consigliere e da informatore. Ma la gratitudine che egli le
portò non gl'impedì di giudicarla secondo coscienza. Certo, non è
da stupire se il Damas insiste spesso, segnatamente in principio,
sulle buone qualità di Maria Carolina; ma poi comincia a distinguere,
e la dice provveduta «più d'immaginazione che di carattere, più di
bisogno d'agire che d'abitudine di lavorare», ed anche di «troppa
diffidenza», di «troppa effervescenza» e di troppo poca «perseveranza».
Riconoscendone l'ingegno, le attribuisce il genio degli «intrighi», ed
osserva che ha agito nel modo più pregiudizievole alla sua reputazione
ed al Regno. «La vanità, l'inconseguenza, la petulanza sconsiderata,
l'ambiguità dei pensieri le hanno fatto perdere il Regno di Napoli.
Gli stessi inconvenienti, difetti ed indomabili impulsi le fanno ora
(nel 1812) perdere il governo della Sicilia.» Mai cotesta donna, «a
cui nessuno può negare ciò che si chiama disgraziatamente spirito,
ha avuto abbastanza giudizio da governare il suo cervello, le sue
azioni e le sue stesse parole. Ha esasperato e doveva esasperare
Napoleone; ha esasperato e doveva esasperare gl'Inglesi, e se il
cielo le avesse accordato l'impero del mondo e mille anni di vita, lo
avrebbe perduto a poco a poco senza che una sola volta una sciagura
avesse esercitato tanto effetto su lei da fargliene scansare un'altra.
È nata per imbrogliare, per ostacolare tutto ciò in cui si mescola,
e morrà disgraziata, dopo aver fatto tanti disgraziati da una parte
quanti ingrati dall'altra, con un cuore eccellente e le migliori
intenzioni del mondo. Io sono per buona sorte esente dal rammarico di
non aver potuto moderarla negli ultimi sei anni, perchè la ragione,
la buona fede, la lealtà, l'amicizia non hanno avuto mai il minimo
impero su lei. Chiunque contraria la sua folle vivacità comincia
tosto a divenirle sospetto....» Anche nell'esilio, «quantunque spenta
moralmente, fisicamente e politicamente», egli non dubita che «cerchi
ancora d'intrigare».


III.

Il giudizio del Damas conferma dunque, in fondo, con qualche riserva
e qualche concessione ammissibile, quello della storia, ed in un
solo punto è pienamente favorevole alla Regina, alla donna: in quanto
concerne i suoi costumi. Contrariamente all'opinione comune, il Damas
dice che, se pure, dopo il matrimonio, Maria Carolina ebbe sempre
qualche amante, «nessuno di costoro, fino a quando ella non fu più in
età di procreare, ottenne da lei gli estremi favori, e nessuno godette
mai dell'intera sua confidenza: ecco ciò che non si crederà, e di cui
_ho la certezza_».

È doveroso notare questa testimonianza, che farà molto piacere
all'ultimo storico inglese della Regina. Nei due volumi su _Lord Nelson
and Lady Hamilton_ e negli altri due intitolati _The Queen of Naples
and Lord Nelson_, John Cordy Jefferson si è studiato di rivendicare la
fama dell'Austriaca. Come donna, egli la giudica «supremamente buona»;
politicamente, attribuisce a lei tutti i meriti che finora gli storici
nostri avevano assegnati al Tanucci, e va fino a dire che, proponendo
l'accordo degli staterelli italiani per far argine ai Francesi,
la Regina absburghese «anticipò il grido garibaldino per l'unità
d'Italia!...»

Questa apologia della sovrana non sarebbe riuscita possibile se non
fosse stata preceduta dalla riabilitazione della sua sviscerata amica
Emma Lionna; ed il Jefferson, senza spingersi fino a paragonare
l'ex-cortigiana londinese, come fece il Paget, a Giuditta ed a
Giovanna d'Arco, tenta scagionarla dalla maggior parte delle accuse e
di metterla nella miglior luce compatibile con le traversie della sua
vita.

Intimamente connesso a questi due tentativi doveva esser quello
di cancellare la macchia che il sangue dei Napolitani del 1799
stampò sulla divisa, per l'innanzi immacolata, di Nelson. Secondo
il Jefferson, la condotta dell'ammiraglio fu tutta ammirevole; la
capitolazione stipulata dai Partenopei col Ruffo, luogotenente del
Re, e controfirmata dai rappresentanti esteri, compreso l'inglese, fu
«scandalosa» ed «infame», e Nelson, annullandola, non fu «minimamente
influenzato dalla passione per lady Hamilton»: egli non fece altro che
obbedire agli ordini impartitigli dal suo governo; esercitò anzi «una
savia discrezione» e non commise «nessuna mancanza contro l'umanità»
mandando il «traditore Caracciolo dinanzi alla corte marziale: i
provvedimenti presi per recuperare Napoli furono «terribili», ma «non
abbastanza severi»; è anche «ridicolo» insistere nell'osservare che
Ferdinando avrebbe dovuto concedere un'amnistia generale; e se la San
Felice addusse la gravidanza perchè ritardassero il suo supplizio, il
pretesto non poteva stupire «venendo da una donna così bene provvista
di amanti....» In poche parole: tutto quanto si disse in difesa delle
vittime e contro il Re, la Regina, la Hamilton e Nelson, fu «menzogna»,
fu «velenosa invenzione dei libellisti liberali».

Ruggero di Damas non era liberale; era, come abbiamo visto, nemico
acerrimo della Rivoluzione di Francia, paladino dei Borboni di Francia
e di Napoli, alleato degli Austriaci, dei Prussiani, dei Russi e degli
Inglesi nella lotta contro la Repubblica e l'Impero. E Ruggero di
Damas, testimonio oculare, esce dal sepolcro attestando che «Nelson
aveva molto da fare per riscattare le sciagure da lui cagionate a
Napoli perchè si dimenticassero quelle alle quali ha contribuito nella
riconquista del Regno.... Egli aveva associata milady Hamilton agli
onori del trionfo; l'ambizione di lei divenne rivale della gloria
di lui, e la gloria ne andò di mezzo.... Tutto si ridusse comune tra
loro: denaro, difetti, vanità, torti d'ogni specie. Nelson non era più
altro che una caricatura di Rinaldo, schiavo d'una sciocca Armida senza
pudore e senza magia....»

  _7 settembre 1917._



L'Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio.


La quistione adriatica, imperialmente risolta dalla Repubblica di
Venezia nel corso di lunghi secoli contro Tedeschi e Slavi ed Ungheresi
e Turchi, risorse quando Napoleone Bonaparte, da ardito e fortunato
stratega trasformatosi in mercante di popoli, ordì l'infamia di
Campoformio. Agonizzando la Serenissima, avviandosi i Francesi per
la Lombardia ed Ancona a Roma ed al Levante, subentrando l'Austria in
Istria, in Dalmazia e poi nella stessa Laguna, un altro Stato italiano,
la monarchia delle Due Sicilie, vide prepararsi un assetto contrario ai
suoi interessi, lesivo della libertà delle sue mosse, pericoloso alla
sua stessa esistenza.

Con la Repubblica francese, autrice di quelle novità, i rapporti della
Corte borbonica erano da poco tornati pacifici. Fin dall'inizio della
Rivoluzione, Ferdinando e Maria Carolina avevano concepito contro la
Francia un sentimento di odio misto a paura, che la neutralità imposta
loro dall'ammiraglio Latouche-Trouville con i cannoni puntati contro la
città di Napoli aveva rinfocolato, e che era poi giunto al parossismo
quando Luigi XVI e Maria Antonietta, stretti parenti dei Reali
siciliani, avevano perduto il trono e la vita. Partecipando allora
alla coalizione contro la Francia, le Due Sicilie avevano mandato
truppe all'assedio di Tolone, forze navali alla impresa di Corsica e
reggimenti di cavalleria alla guerra nella pianura lombarda; sennonchè
erano poi costrette dalle strepitose vittorie del generale Bonaparte a
sciogliersi dalla lega e a chiedere la pace separata, che il principe
di Belmonte destramente negoziava ed otteneva, a patti non troppo
onerosi, il 10 ottobre del 1796.


I.

Cessata con la firma di quel trattato la missione del Belmonte,
la rappresentanza diplomatica siciliana presso la Repubblica era
assunta dal commendatore Alvaro Ruffo di Scaletta. Mentre tra Francia
ed Austria si decidevano le sorti d'Italia, il primo ministro di
Ferdinando, Guglielmo Acton, scriveva al Ruffo: «Vostra Eccellenza
è nella situazione la più importante e la più critica per poter
rendere agli augusti sovrani ed alla sua patria i massimi servigi, da
far epoca in questi regni (Napoli e Sicilia).... Lavori intanto per
acquistarsi il credito e le confidenze ed opinione di quei governanti,
di Barthélémy e Carnot specialmente, e renda la quiete con la sua
negoziazione a questi regni, nonchè la sicurezza, da procurar loro con
la cessione di barriere effettive....»

Duplice era la garanzia che il governo siciliano mirava ad ottenere:
una terrestre, l'altra marittima. Dalla parte di terra, costituiti in
Repubblica Cispadana il Ducato di Modena e le Legazioni di Bologna e di
Ferrara, stabilitisi i Francesi in Ancona, preparandosi la formazione
della Cisalpina, avvicinandosi fatalmente il giorno della caduta del
potere temporale del Papa, Napoli voleva premunirsi contro possibili e
probabili minaccie, acquistare più sicure frontiere, partecipare alla
divisione del patrimonio di San Pietro. Non si leggono senza interesse
i curiosi particolari di questi antecedenti della quistione romana
nel bellissimo libro dove Benedetto Maresca, raccoglitore espertissimo
dei documenti serbati nel R. Archivio di Napoli, narrò ed illustrò la
missione del Ruffo a Parigi: ma l'altra rivendicazione napolitana,
le pratiche fatte per ottenere compensi anche dalla parte del mare
dopo i mutamenti avvenuti e minacciati nell'Adriatico, fermano meglio
l'attenzione del lettore e acquistano sapore di attualità, oggi che
l'Italia attende a risolvere il problema del suo mare orientale.

Durante le discussioni della pace con l'Austria, abbandonando al vinto
e prostrato nemico gli Stati veneti come compenso della Lombardia
strappatagli per costituirla in repubblica e farne un satellite della
Francia, Napoleone Bonaparte aveva detto di voler riservare a questa
nuova potenza italiana le isole Jonie, già della Serenissima. Se gliele
avesse effettivamente procurate, il Côrso avrebbe compensato, benchè
in troppo piccola parte, l'iniquo vantaggio accordato all'Austria con
la cessione delle più sicure costiere adriatiche; ma, ripensandoci
meglio, il prepotente maneggiatore di quella pace si pentì della buona
intenzione. Già cominciava egli a volgere nella mente il disegno di
fare dell'Italia, parte conquistandola, parte asservendola, il centro
di un impero mediterraneo; aveva allora allora recuperato la Corsica
che gli Inglesi erano stati costretti a sgombrare, aspettava di prender
l'Elba e d'avanzare da Livorno in Toscana, era già disceso in Ancona,
«finestra dell'Oriente»: le isole Jonie avrebbero prolungato la catena
di quelle stazioni fino alla soglia del Levante. Il Direttorio, col
quale l'accordo non era sempre perfetto, lo assecondava in questo
proponimento: il Carnot osservava: «Corfù è l'isola che più importa
riservarci»; il Reubell soggiungeva: «Cerigo ci sembra anch'essa un
posto non meno importante».

Uno dei negoziatori per conto dell'Austria era il marchese di Gallo,
ambasciatore delle Due Sicilie a Vienna. Conoscendo le mire francesi
sull'Elba e sui Presidii napolitani di Toscana — erano già stati
chiesti, insieme col distretto di Trapani in Sicilia, come una delle
condizioni più onerose della pace dell'anno innanzi, e il Belmonte
aveva ottenuto che il Direttorio non vi insistesse — il Gallo offerse
al generale Bonaparte la porzione napolitana dell'Elba ed i Presidii,
in cambio della duplice garanzia necessaria alle Due Sicilie: un più
saldo confine terrestre, possibilmente la Marca d'Ancona con le sue
adiacenze, e uno stabilimento all'entrata dell'Adriatico, di fronte
alla Terra d'Otranto ed al golfo di Taranto: le isole Jonie e gli scali
Veneti della costa d'Albania. Ai primi di luglio del 1797, in Udine,
il generale gli faceva sapere che, tralasciando per il momento la
quistione della barriera terrestre, consentiva a trattare intorno alla
cessione delle isole e degli scali contro l'Elba ed i Presidii. Sulle
prime egli voleva escludere Corfù e tenerla per sè, ma poi disse che
avrebbe dato a Napoli tutto l'arcipelago Jonio insieme col territorio
di Prevesa e con gli altri distretti Veneziani d'Albania e della Morea,
tranne le Bocche di Cattaro, che appartenendo alla Dalmazia sarebbero
andate all'Austria.

Poichè nel fare questa concessione il vincitore della guerra
d'Italia dichiarava di avere ricevuto le plenipotenze necessarie alla
stipulazione del trattato, e poichè il governo siciliano rispondeva
accettando di scindere le due quistioni e di regolare per il momento
soltanto quella marittima, si potrebbe credere che l'accordo fosse
virtualmente raggiunto. Lo credettero a Napoli, dove già tre reggimenti
di linea, con proporzionata artiglieria, si preparavano ad imbarcarsi
per essere scortati dalla squadra navale fino alle isole ed agli scali
da occupare....


II.

La cosa andò invece in modo molto diverso: perchè, contrariamente
alle affermazioni del generale, il Direttorio non solo non gli aveva
accordato le plenipotenze, ma gli spediva certi memoriali composti da
studiosi francesi per dimostrare che l'arcipelago Jonio era necessario
alla loro nazione. Uno degli scrittori affermava che con quelle isole
in mano si sarebbe impedito agli Austriaci di penetrare in Albania:
argomento la cui forza è stata confermata dalla discesa degli Alleati
a Corfù: ma che, addotto a quei tempi, poteva alquanto stupire, avendo
allora la Francia qualche cosa di meglio da fare, per impedire la
penetrazione austriaca in Albania, che occupare le isole Jonie: la
Francia poteva non consegnarle il patrimonio veneto: i preliminari
di Leoben e le trattative di Mombello e di Udine non erano ancora
finiti a Campoformio!... In un altro di quei rapporti spediti dal
Direttorio al Bonaparte si dimostravano i vantaggi che la Repubblica
si sarebbe assicurati stabilendosi sull'ingresso dell'Adriatico;
l'autore proponeva di dare le città dalmate, già venete, alla Turchia,
per averne in cambio un'isola dell'Egeo come garanzia degli interessi
francesi in quel mare: al regno delle Due Sicilie si poteva tutt'al
più cedere, e sempre in cambio dell'Elba, «la piccola isola di Lissa,
sulle cui coste i pescatori del Regno facevano una ricca pesca di
sardine....»

I fatti seguivano alle dimostrazioni: mentre duravano ancora i
colloquii del Bonaparte col Gallo, quest'ultimo apprendeva che
truppe repubblicane erano già sbarcate a Corfù, e che altre avrebbero
occupato Cefalonia, Zante, Santa Maura. La notizia era grave, ma le
speranze siciliane non ne andarono distrutte. Il generale Canclaux,
rappresentante francese a Napoli, si era dimostrato piuttosto
favorevole alle rivendicazioni del Governo presso il quale era
accreditato; a Parigi l'ambasciatore siciliano aveva ottenuto qualche
promessa dal signor di Talleyrand, ministro degli affari esteri, e
da alcuni membri del Direttorio. Insisteva quindi il Ruffo perchè si
venisse ad una conclusione, dimostrando come l'acquisto dell'arcipelago
Jonio fosse «oggetto incontrastabile d'infinito ed essenziale interesse
per noi», se si voleva evitare il danno che sarebbe derivato al Regno
«per la posizione e vicinanza di altre potenti nazioni»: con i Francesi
in Lombardia e nelle Marche, con gli Austriaci a Venezia, in Istria
e in Dalmazia, egli vedeva «le barriere generali d'Italia aperte a
nazioni potenti».

Ma quando gli affidamenti dovevano tradursi in fatti, cominciarono a
spuntare le difficoltà. Il Talleyrand giudicava la Corte napolitana
immeritevole di vantaggi per la sua condotta segretamente ostile alla
Repubblica; e invano il Ruffo protestava contro l'accusa, e lo sfidava
a provarla; e invano lo stesso ambasciatore francese a Napoli, il
Canclaux, la dichiarava infondata: il Talleyrand negava fede al suo
proprio inviato. E se il marchese di Gallo, da Udine, scriveva al Ruffo
per esortarlo a sollecitare la pratica a Parigi presso il Direttorio,
nulla potendosi ottenere dal Bonaparte, i Direttori rispondevano al
Ruffo che bisognava, al contrario, trattare in Italia col generale,
solo arbitro della situazione. E se l'ambasciatore tentava di tornare
alla carica, nè i Direttori nè il ministro lo ricevevano; e se
presentava una nota scritta, lo lasciavano senza risposta. Un giorno il
Talleyrand aveva dichiarato non essere il caso di parlare dei compensi
da assegnare al regno di Napoli mentre gli stessi negoziati della pace
tra la Francia e l'Austria stavano per fallire; ma il giorno che le
trattative austro-francesi arrivavano in porto tutta l'eredità veneta
andava spartita fra i due contendenti: il boccone più grosso toccava
all'Imperatore, la Repubblica tratteneva per sè le isole e gli scali.


III.

Neanche a questa notizia il Governo napolitano dispera. Al marchese di
Gallo, che aveva insistito perchè la cessione alle Due Sicilie fosse
stipulata nello stesso trattato di Campoformio, Napoleone Bonaparte
aveva risposto che il cambio dell'Elba con le isole e gli stabilimenti
veneti sì sarebbe concluso a parte, e che egli stesso, tornando in
Francia, avrebbe parlato col Direttorio in favore di Napoli. Anche il
suo capo di stato maggiore, il generale Berthier, partendo per Parigi
col testo del trattato, prometteva al Gallo che avrebbe raccomandato le
domande siciliane.

Ma il Talleyrand, a Parigi, dove il Ruffo riprende a fare del suo
meglio per ottenere quei compensi, risponde che la cosa non è più
possibile, ora che le condizioni della pace, divulgate in Francia,
hanno deluso il paese per la scarsezza dei vantaggi conseguiti.
Menzogna, perchè la pace è accolta con grande e universale esultanza;
ma tutte le insistenze sono vane. Invano il Ruffo dimostra che
l'acquisto è un pericolo per la Repubblica, non potendo essa mantenerlo
in caso di guerra marittima. L'ambasciatore napolitano è buon profeta:
una delle ragioni che getteranno lo Zar Paolo I nella coalizione
contro la Francia sarà appunto il vantaggio da costei assicuratosi
con l'occupazione delle isole, e la flotta russo-turca riprenderà fra
poco Cerigo, Zante, Cefalonia, e stringerà d'assedio Corfù, mentre
Alì pascià farà trucidare le guarnigioni francesi di Prevesa e di
Butrinto.... Ma il signor di Talleyrand sorride quando Alvaro Ruffo
soggiunge che, nell'interesse europeo, e della stessa Francia, conviene
affidare quella parte del patrimonio veneziano a una potenza italiana
e neutrale come le Due Sicilie. Ed è vano tentare di rivolgersi ancora
al Bonaparte: più volte il Talleyrand aveva assicurato che, pur essendo
personalmente favorevole alla cessione, non poteva far nulla senza il
consentimento del generale: ora dichiara che, se anche il generale dirà
di sì, egli, ministro, replicherà di no....

Un'ultima speranza anima ancora il Ruffo. Non solamente egli spera,
ma nutre fiducia che la stessa Austria possa e debba appoggiare
le richieste siciliane. Le due Corti, strettamente imparentate,
seguono entrambe con la stessa rigidità i principii della politica
conservatrice, ed il Regno è stato e sarà sempre dalla parte
dell'Impero: non potrà ottenere in premio che l'Impero favorisca
le sue aspirazioni? E ad Udine, infatti, quando il futuro Console e
padrone del mondo aveva la prima volta manifestato l'intenzione di
tenere per sè le isole venete e gli scali albanesi, il Cobenzl, altro
rappresentante austriaco, glieli aveva negati, chiedendo che andassero
invece al Re di Napoli. In due tempestose sedute quel dissidio aveva
minacciato di far naufragare la pace; ma poi, contenta della parte
ottenuta, l'Austria aveva abbandonato la causa siciliana e si era
piegata a lasciare sul passo dell'Adriatico la potenza rivale.

Nonostante questo precedente il Ruffo fa ancora assegnamento
sull'appoggio austriaco. Egli è persuaso che sia interesse del
Gabinetto viennese togliere quei possedimenti alla Francia, perchè
l'acquisto dell'Istria e della Dalmazia non garentirà alla monarchia
d'Absburgo il dominio dell'Adriatico se la Francia resterà padrona
di sbarrarle la via, da Ancona dove è insediata, alle isole Jonie
anch'esse già occupate. «Senza il possesso delle isole», scrive, «il
resto è solo apparenza speciosa ed inganno». E ancora: «La Corte di
Vienna deve considerare che la Francia acquista col porto d'Ancona,
possedendo già le isole di Levante, un dominio fatale in quel mare,
a danno evidente della Dalmazia, dell'Istria e di Venezia stessa.
Il concorso efficace dell'Imperatore in questo grande affare è
indispensabile ed è l'àncora della mia speranza....»


IV.

Ma a quell'àncora egli si afferrò invano. Se già a Campoformio
l'Austria aveva finito col lasciar vincere la partita alla Francia,
non era più credibile che avrebbe poi rotto il trattato e ricominciata
la guerra per i begli occhi del Re di Napoli. E il Ruffo ci rimise il
fiato e l'inchiostro. È vero tuttavia che quelle pratiche sarebbero
altrimenti riuscite, se un altro degli argomenti che il solerte
ambasciatore aveva ripetuti fino alla sazietà fosse stato tenuto
da conto. Nella stessa nota dove aveva suggerito la prima volta
di richiedere l'appoggio e l'assistenza dell'Imperatore, il Ruffo
aveva soggiunto che «lo sviluppo preparato di tutte le nostre più
straordinarie forze è una necessità assoluta alla nostra sicurezza».
Poi aveva insistito: «Le misure di forza prese in tempo e portate
fino al maggior grado di possibilità sono le vere basi su cui è
indispensabile d'appoggiare la nostra sicurezza....» E poi ancora:
«La salvezza in queste deplorabili circostanze non ha altro possibile
appoggio che la forza....» E poi ancora: «Purtroppo vedo realizzarsi
il mio timore ed il bisogno delle misure estreme....» E poi ancora:
«Una energia straordinaria, dirò anche eccessiva, è necessaria per
salvarci....»

Quasi in ogni suo dispaccio Alvaro Ruffo tornava su questa necessità.
Era la vera, la sola àncora della salvezza. Perchè mai, l'anno innanzi,
il principe di Belmonte aveva ottenuto che la Francia vittoriosa
rinunziasse alle più gravose pretese, se non per la dimostrazione di
forza fatta dal Regno con i vascelli e i soldati mandati a Tolone ed in
Corsica, con i reggimenti del principe di Cutò schierati in Lombardia?
«Sapete che hanno quattro eccellenti reggimenti di cavalleria che mi
hanno cagionato molto male», aveva confessato Napoleone Bonaparte al
Miot, ministro di Francia a Firenze, «e dei quali mi preme sbarazzarmi
al più presto possibile?...» Dopo quella prova, il generale non si
sentiva di eseguire le istruzioni del Direttorio, il quale presumeva
di poter continuare la guerra a fondo tanto contro l'Austria quanto
contro le Due Sicilie. Per marciare su Napoli, il vincitore di Arcole
e di Rivoli non chiedeva meno di altri 24000 soldati e 3500 cavalli,
che il Direttorio non poteva dargli; ed anche per combattere contro la
sola Austria, il giovane condottiero sentiva la necessità di liberarsi
il fianco dalla minaccia napolitana: «La pace con Napoli è di assoluta
necessità!».

Alvaro Ruffo sapeva dunque ciò che diceva quando ripeteva
instancabilmente il consiglio di armare. E questo è l'insegnamento
che scaturisce dall'episodio delle velleità di partecipazione
all'equilibrio adriatico nutrite più d'un secolo addietro dalle Due
Sicilie. La politica estera del governo borbonico non fu sempre cieca
come l'interna: in quella crisi del 1797 esso comprese che il Regno,
massimo potentato d'Italia, doveva ottenere le sue garanzie ed appagare
le sue aspirazioni. Posto tra la Francia nemica e l'Austria amica, si
affidò all'una ed all'altra per far valere il suo diritto: entrambe gli
diedero ragione a parole e con belle promesse: nessuna le mantenne.

Morale della favola: _diritto_ è nome astratto che solo la forza può
tradurre in concreto.

  _29 marzo 1916._



Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron.


Presentata da una breve prefazione di Giorgio Clemenceau e curata da
Giovanni Delachaume, è apparsa or ora a Parigi la versione francese di
una parte dell'epistolario di Lord Byron. Bene è che queste lettere
siano, grazie alla nuova veste, accessibili anche al gran pubblico
che ignora la lingua nella quale furono composte, perchè la figura
dell'autore vi si rivela con quella singolare evidenza che Ippolito
Taine aveva già avvertita. «Il suo diario, il suo epistolario, tutta
la sua prosa involontaria», scriveva del cantore di _Childe Harold_ lo
studioso della _Storia della letteratura inglese_, «è come fremente
di spirito, di collera, d'entusiasmo; il grido della sensazione
vibra nelle minime parole; dopo il Saint-Simon non si erano più viste
confidenze più vive. Tutti gli stili sembrano opachi e tutte le anime
sembrano inerti a paragone del suo stile e dell'anima sua».

Non s'intende, in verità, da quale criterio il Delachaume sia stato
guidato nello scegliere le centosessantacinque lettere di questa
raccolta fra le molte centinaia comprese nella corrispondenza
epistolare del poeta; certo, le presenti sono molto significative;
ma altre anche più notevoli erano degne d'essere tradotte. Comunque,
la buona intelligenza del testo, l'eleganza della versione e la molta
conoscenza della biografia byroniana meriterebbero ampie lodi a questa
fatica, se non vi si dovesse lamentare una poco perdonabile ignoranza
delle cose nostre. Come si sa, e come questo volume apprende a chi non
ne avesse notizia, il Byron fu conoscitore amantissimo della lingua,
della letteratura e della vita italiana; in Dante, nel Tasso, in molti
altri temi dell'arte e della storia nostra cercò e trovò l'ispirazione;
alla traduzione del _Morgante maggiore_, «la miglior cosa ch'io abbia
mai fatta», si accinse con gran fervore, «per imporre silenzio agli
Arlecchini d'Inghilterra» che lo accusavano d'irriverenza in materia
di religione, dimostrando loro, col poema del Pulci, «ciò che era
permesso in un paese cattolico ed in una età bigotta». Orbene: il
_Morgante maggiore_, per opera del Delachaume, muta sesso e diventa
_La Morgante maggiore_.... Ancora: scrivendo un giorno al suo editore
Murray, Giorgio Byron espresse l'opinione che il Ricciardetto «si
sarebbe dovuto tradurre letteralmente, o non tradurre del tutto»: e il
Delachaume annota: «_Ricciardetto_, poema cavalleresco in 30 canti di
Fonteguerri....» Poniamo che questo sia uno svarione tipografico; c'è
dell'altro. Il Byron, innamorato dell'idioma gentile, «soave latino
bastardo che si strugge come baci in bocca femminea, che fluisce come
se si dovesse scriverlo sopra serica stoffa, con sillabe dalle quali
traspira tutta la dolcezza meridionale, con vocali carezzose, scorrenti
e fuse così bene che neanche un solo accento riesce stridente»,
il Byron, dunque, con tanto amore per la lingua nostra, adopera
spessissimo, in queste sue lettere familiari, frasi e parole italiane
che il Delachaume lascia accortamente intatte; soltanto, quando vuole
riferire ai lettori francesi il significato di «seccatura», spiega:
«_Seccatura_ signifie sécheresse, stérilité....»


I.

Fatte queste osservazioni al traduttore, qualche altra è da muovere
al presentatore dell'elegante volume. Nella prima pagina del quale
il Clemenceau parla del «romanticismo importuno che vela l'ardente
sincerità della vita del poeta». E certo il romanticismo del Byron può
essere giudicato importuno ora che quello stato d'animo è superato, e
che per certi aspetti riesce anche incomprensibile; ma dire che esso
menoma la «sincerità» dello scrittore e dell'uomo non pare plausibile,
quando di quell'arte e di quella vita fu anzi il segno predominante e
l'essenziale carattere. Molte prove si potrebbero addurne, se oggi che
il mondo è tinto di sanguigno, e che il nostro paese si trova impegnato
in tanta guerra, non convenisse restringersi ad una sola: quella che
non distoglierà la nostra attenzione dalla grande tragedia europea
nè dalla causa nazionale italiana, che anzi ad entrambe si riferisce.
Perchè, infatti, tra gli altri atteggiamenti di quel romanticismo del
quale il Clemenceau lamenta l'importunità, ve ne fu anche uno politico,
e riuscì tanto opportuno allora, che è ancora oggi opportunissimo,
avendo i romantici dato l'esempio della ribellione non solamente alla
tirannia dei retori classici, ma anche a quella dei despotici reggitori
degli Stati, per propugnare la libertà dei popoli e l'indipendenza
delle nazioni. I problemi allora posti, e più tardi parzialmente
risolti, aspettano dal presente regolamento di conti una soluzione
più radicale, ed il Byron, italofilo ed austrofobo quando la patria
nostra era una semplice espressione geografica, significò questi suoi
sentimenti con argomenti degnissimi d'essere ai nostri giorni riletti
e meditati.

Afferma il Clemenceau che se Lord Byron non amò i Francesi, «non si può
dire che avesse maggior simpatia per gli Italiani». Nella prefazione di
un volume dove si riferisce la voce secondo la quale il poeta avrebbe,
come i Dogi veneziani, celebrato le sue nozze con l'onda adriatica,
l'affermazione riesce alquanto stupefacente. Dobbiamo proprio citare
tutte le pagine nelle quali lo scrittore inglese ci significa il
suo favore? Tralasciamo i giudizii sulle città italiane, su Milano
«impressionante», su Venezia che è stata, dopo l'Oriente, «la più
verde isola della mia immaginazione» e dove vorrebbe morire, su Roma
la Meravigliosa», che vince «la Grecia, Costantinopoli, tutto, tutto
quanto, almeno, ho visto finora». Si può, infatti, ammirare un paese
senza stimarne gli abitanti — distinzione che il Byron farà in un
altro viaggio. Lasciamo anche da parte le lodi tributate all'Alfieri,
al Pindemonte, al Foscolo, ad altri grandi Italiani del suo tempo, per
i quali potrebbe aver fatto altrettante eccezioni. Ma al Moore, che
lo invita in Francia, dichiara: «Mi piacerebbe molto prendere la mia
parte del vostro _champagne_ e del vostro _laffitte_, ma sono troppo
italiano per Parigi», e soggiunge di lì a poco: «Tutti i miei piaceri
e tutti i miei tormenti sono italiani.... Ho vissuto nell'intimità
degl'Italiani, sono stato testimonio delle loro speranze, dei loro
timori, delle loro passioni; le ho condivise: _pars magna fui_....»
Si potrebbe aggiungere dell'altro: basteranno per tutte le quattro
righe della lettera del 28 settembre 1820 al Murray: «Gl'imbecilli che
scrivono sull'Italia mi costringono a dar loro una clamorosa smentita.
Parlano degli assassinii; ma che cosa è l'assassinio, se non l'origine
del duello ed una _giustizia selvaggia_, come Bacone lo definisce? È la
fonte del punto d'onore moderno, là dove le leggi non possono o _non
vogliono_ colpire....». Ecco dunque: nella sua simpatia per la nostra
gente il poeta arrivava a giustificare ciò che altri, non senza qualche
ragione, le rimproverava: la frequenza dei delitti di sangue e la
facilità a farsi giustizia da sè!... Agli occhi degli uomini nordici,
nati e cresciuti nella concezione e nella disciplina protestante,
il cattolicismo dei nostri paesi suole anche riuscire antipatico: e
il Byron dichiara invece al suo amico Hoppner, da Ravenna, di voler
educare nella religione cattolica la figliuoletta per la quale ha
trovato nella nostra lingua il nome di Allegra.

Vero è che talvolta egli si lasciò sfuggire qualche nota di biasimo
sulla «rilassatezza» regnante nei costumi italiani a quei tempi;
ma, prima di tutto, l'autore del _Don Giovanni_ perdette il diritto
di condannarla, dal momento che se ne giovò — e riconobbe del resto
egli stesso d'averne perduto il diritto —; in secondo luogo, anche
avvertendo la differenza tra la «morale meridionale» e l'anglo-sassone,
egli trovò che se gl'Italiani erano più «appassionati» — e voleva dire,
e disse in un'altra occasione, più «incontinenti» — degl'Inglesi,
attribuì a costoro meno delicatezza e meno «pudore». Ma questo fu
ancora più bello e più degno, da parte sua, e questo merita d'essere
oggi ripetuto: che dell'Italia egli compianse le sciagure e proclamò i
diritti e fece sue le ragioni.


II.

Nato nella più alta aristocrazia, orgoglioso del suo nome e del
suo titolo, Lord Byron si venne sottraendo a tutte le concezioni
tradizionali nella sua casta e nel suo paese. «Ho semplificato la mia
politica», scrive nel 1813: «essa consiste nel detestare a morte tutti
i governi esistenti». Ammiratore, in un primo tempo, di Napoleone e
di Murat, definisce «trattato di pace e di tirannia» quello che chiude
nel 1814, col trionfo della Coalizione, le guerre della Rivoluzione e
dell'Impero. «Il popolo lombardo-veneto», scrive nel 1818 al Moore,
«è forse il più oppresso d'Europa». Nella primavera del 1820, al
nuovo fremito di libertà che corre per la Penisola, narra al Murray,
dalla commossa Ravenna: «Gli affari spagnuoli e francesi hanno messo
gl'Italiani in fermento: troppo a lungo essi sono stati calpestati.
Riescirà uno spettacolo triste ai vostri squisiti viaggiatori» — è
superfluo avvertire l'ironica intonazione di queste parole — «ma non
per chi risiede nel paese e ne desidera naturalmente il risorgimento.
Io resterò, se i cittadini me lo consentiranno, per vedere ciò che
avverrà, e forse per fare un giro con loro in caso di bisogno, come
Dugald Dalgetty» — il soldato di ventura di Walter Scott — «perchè
lo spettacolo degli Italiani ricaccianti nelle loro tane i barbari
d'ogni paese sarà il momento più interessante della mia vita. Ho
vissuto abbastanza fra loro da sentirmi affezionato a questa nazione
più che ad ogni altra, ma» — la riserva fu sciaguratamente vera allora
e per qualche tempo ancora — «ma difettano d'unione e di direzione,
e dubito che riescano. Tuttavia è probabile che facciano la prova, e
se la faranno sarà per una buona causa. Nessun Italiano può odiare un
Austriaco quanto l'odio io stesso: la razza austriaca mi pare la più
detestabile che si trovi sotto la cappa del cielo, dopo la inglese....»

Non accade qui fermarsi sulle ragioni che fecero il Byron nemico dei
suoi proprii connazionali, nè distinguere per quanta parte il suo odio
contro l'Inghilterra fosse sincero e giustificato, e per quant'altra
ostentato e mentito: preme ora vedere con quali veementi parole e con
quanto animosi proponimenti egli parla della nostra causa durante
la crisi del 1820-21. «Ci batteremo un poco», scrive al Murray da
Ravenna il 31 agosto del 1820, «nel mese entrante, se gli Unni non
traverseranno il Po, ed anche se lo traverseranno. Non posso dire di
più per il momento.... Una volta che si sarà cominciato, ci si batterà
da selvaggi, siatene certo. Il coraggio proviene nel Francese dalla
vanità, nel Tedesco dalla flemma, nel Turco dal fanatismo e dall'oppio,
nello Spagnuolo dall'alterigia, nell'Inglese dalla freddezza,
nell'Austriaco dalla testardaggine, nel Russo dall'insensibilità, ma
nell'Italiano dalla collera: vedrete quindi che non risparmieranno
nulla....» Il 21 febbraio 1821, alla notizia dell'avanzata austriaca,
scrive al Murray: «I barbari marciano su Napoli, e se perderanno una
sola battaglia tutta l'Italia insorgerà. Alla prima loro disfatta si
ripeterà ciò che avvenne in Ispagna. Aperte, le lettere? Certo, che
sono aperte: ed è questa appunto la ragione per la quale io spiattello
sempre la mia opinione su coteste canaglie di Tedeschi ed Austriaci:
non c'è Italiano che li odii al pari di me, e tutto quanto potrò fare
per liberare l'Italia e la terra intera dalla loro infame oppressione,
sarà fatto con amore (in italiano nel testo)». Il 3 aprile, disanimato
dalle cattive notizie, dichiara al console Hoppner: «Non parlo
di politica, perchè quest'argomento mi sembra disperato finchè si
consentirà a coteste canaglie di tiranneggiare i popoli e di privarli
dell'indipendenza». Il 26 dello stesso mese confessa allo Shelley che
«quest'ultima disfatta degli Italiani mi ha totalmente deluso per molte
ragioni generali e private».

Le ragioni generali consistettero nel suo fervore per la libertà,
nella sete di giustizia, nella passione per tutte le nobili cause; le
ragioni private furono il legame contratto con la Guiccioli, l'amicizia
che lo stringeva ai parenti di lei e ad altre famiglie italiane; ma la
delusione e la sfiducia che lo invadono hanno una causa più profonda:
dipendono dallo stesso suo temperamento che dà subite ed alte vampe di
entusiasmo troppo rapidamente ridotto in cenere, che lo rende incapace
di proporzionare gli atti agli scopi ed i giudizii ai fatti, e che gli
dètta sentenze scettiche e sarcasmi di discutibile gusto. Ecco: i moti
italiani sono falliti a Napoli, a Palermo, in Piemonte, e la reazione
trionfa: un altro che non fosse come lui tanto pronto alle speranze e
alle disperazioni, troverebbe nello stesso abbattimento nuova forza e
nuova fede: egli scrive lì per lì al Moore: «È impossibile che siate
stato più disingannato di me, ed anche tanto ingannato», e soggiunge
una volgarità che sarebbe imperdonabile, se nella stessa lettera non
avesse cominciato con l'affermare che «nè il tempo nè le circostanze
muteranno mai nè il tono delle mie parole nè i miei sentimenti
d'indignazione contro la tirannide trionfante»; se non avesse scritto
altrove, nelle pagine del _Diario_: «Si dice che i Barbari d'Austria
stanno per venire. Lupi! Cani d'inferno! Speriamo ancora di poter
vedere le loro ossa accatastate!...», se non avesse dichiarato:
«Bello morire per l'indipendenza italiana!» e se non avesse aggiunto
i fatti alle parole, aderendo alla Carboneria, armando del suo fanti e
cavalieri, animando i timidi e affrontando egli stesso la sua parte di
pericoli.


III.

Scoccata di lì a poco l'ora della resurrezione ellenica, egli si dà
tutto a questa nuova causa. «La Grecia è stata sempre per me ciò che
dev'essere per quanti hanno sentimento e cultura: la terra promessa del
valore, delle arti e della libertà: il tempo che passai in gioventù
a viaggiare tra le sue rovine non ha per nulla scemato l'affezione
che porto alla patria degli eroi.» Durante il primo viaggio, a dire
il vero, egli aveva dato un giudizio un poco diverso. «Amo i Greci»,
aveva scritto al Drury nel maggio del 1810: «sono ammirevoli furfanti
— rascals nel testo — con tutti i vizii dei Turchi, e senza il loro
coraggio....» Nondimeno, egli corre a patrocinare ardentemente la loro
causa. Il 7 luglio 1823 annunzia che porterà seco laggiù, in denaro
e lettere di credito, da otto a novemila sterline; cinque mesi dopo
ha già largito al governo greco duecentomila piastre, «senza contare
i doni complementari alle vedove, agli orfani dei rifugiati ed ai
vagabondi d'ogni sorta»; e intanto ha ordinato al suo banchiere di
anticipargli le rendite del 1824, di vendere anche la casa di Rochdale
per poter profondere altre somme nell'insurrezione e nella guerra, e
reclama a gran voce i diritti d'autore sul _Werner_ perchè, se anche
sono poca cosa, con trecento sterline potrò mantenere cento uomini
armati durante tre mesi». Quando ode che i Greci non si battono, o che
si battono male, che «accettano i fucili, ma gettano via le baionette,
e sono molto indisciplinati», si raffredda; ma poi riprende a dare
senza «rincrescimento» il suo denaro, apprendendo che ricominciano
a combattere. E dà qualche cosa di più che il denaro, spende tutta
l'attività del corpo e dello spirito, si accinge ad offrire la vita.

La bellezza della causa affascina l'anima sua di poeta, il risorgimento
dell'ellenismo gli pare davvero capace di rigenerare l'umanità. Nè la
poesia lo ha mai appagato come semplice sentimento, come pura forma: si
è anzi dato a comporre versi in mancanza di meglio, giudicando che la
gloria poetica non vale la pena di essere ambita. «Che cosa è un poeta?
Che cosa vale? Che fa?... È un parolaio....» Andando a morire per la
Grecia, egli traduce dunque ancora una volta l'intenzione in azione,
aggiunge l'esempio alla predicazione; ma non sarebbe quello che è,
amante dei contrasti, ricercatore delle antitesi attorno a sè e dentro
di sè, a volta a volta e spesso ad un tempo apatico e appassionato,
misantropo e caritatevole, idealista e cinico, ingenuo ed affettato, se
anche durante questa partita suprema, in cui la posta è la sua stessa
esistenza, lo scetticismo e l'ironia non gli prendessero la mano.
«Vi raccomando ancora una volta di impinguare la mia cassaforte ed i
miei crediti, cavando il miglior partito possibile da tutti i mezzi
legali che sono in mio potere; perchè, insomma, val meglio giocare alle
nazioni che scommettere alle corse....»

Conviene soggiungere che anche un motivo esteriore e concreto lo spinge
allo scetticismo: la poca virtù, appunto, della quale la Grecia dà
prova. I figli di lei sono in preda a dissensi che egli si propone
di sedare e comporre, sapendo purtroppo che «nè l'una cosa nè l'altra
è agevole....» Da Cefalonia scrive direttamente ai governanti: «Sono
pervenute fino a noi voci di nuove contese: che dico? di guerra civile!
Auguro con tutto il cuore che siano false od esagerate, perchè non
riesco ad immaginare più grave calamità....» Sciaguratamente le voci
sono vere. «Le ultime notizie ci apprendono che non vi sono soltanto
dissensi in Morea, ma che la guerra civile vi regna.... Il colonnello
Napier vi narrerà il recente e specialissimo intervento degli Dei in
favore degli Elleni, che sembra non abbiano nè in terra nè in cielo
nemico più temibile della loro discordia intestina.... Se riuscirò
soltanto a riconciliare i due partiti (e muovo cielo e terra a questo
scopo) sarà molto; altrimenti dovremo percorrere la Morea con i Greci
dell'ovest, che sono i più coraggiosi e forti, e tentare l'effetto di
consigli _fisici_ se continueranno a respingere la persuasione morale.»

Queste parole fanno anche oggi pensare. In un'altra lettera al principe
Maurocordato egli scrive: «La Grecia è posta fra tre partiti: o
riconquistare la sua libertà, o assoggettarsi ai sovrani d'Europa, o
ridiventare provincia turca. Non c'è altra scelta fuori di queste tre
soluzioni. La guerra civile non servirà ad altro che a preparare le
due ultime. Se la Grecia desidera la stessa sorte della Valacchia e
della Crimea, potrà ottenerla domani; quella dell'Italia, posdomani;
ma se vuol essere veramente libera e indipendente, deve decidersi
oggi, o non ne troverà mai più l'occasione....» Se il poeta potesse
vedere ciò che accadde dopo di lui e ciò che accade ora delle due
nazioni allora lottanti per la loro redenzione, non proporrebbe più il
destino dell'Italia alla Grecia come esiziale e schivabile; potrebbe
invece ripetere le parole rivolte con vero senso profetico al Governo
ellenico il 30 novembre del 1823: «Debbo francamente confessare che se
non si ristabilisse l'unione e l'ordine, i Greci perderebbero in gran
parte, se non totalmente, l'aiuto che potrebbero aspettarsi di ricevere
dall'estero. E ciò che peggio è, le grandi potenze europee, delle quali
non una sola era nemica della Grecia, che anzi parevano favorire il
suo ordinamento in nazione indipendente, resterebbero persuase che i
Greci sono incapaci di governarsi da sè, e forse darebbero allora mano
a metter fine alle vostre dispute in modo da distruggere le vostre più
brillanti speranze e quelle dei vostri amici....»

  _25 dicembre 1916._



Il Protocollo della “Giovine Italia„.


La regia Commissione preposta all'edizione nazionale degli _Scritti_
di Giuseppe Mazzini ha licenziato da qualche tempo, in appendice
alle opere edite e inedite del grande Genovese, il primo volume di
un _Protocollo della «Giovine Italia_», del quale, probabilmente per
causa della guerra, non si parla quanto e come si dovrebbe, con poca
giustizia, in verità; poichè, se la nuova storia della Patria richiama
oggi tutti i nostri pensieri, non è distrarsi il meditare anche quella
di ieri, dalle cui pagine escono voci di calda esortazione e di severo
ammonimento degnissime d'ascolto nelle circostanze attuali.


I.

Che cosa sia questo _Protocollo_, una bellissima introduzione al
sontuoso volume, copiosamente e perspicuamente annotato, spiega con
molta diligenza. Dopo il fallimento della spedizione di Savoia e
durante gli anni che corsero da quell'infelice tentativo al 1839,
Giuseppe Mazzini patì un turbamento profondo. «A torto od a ragione»,
il mal esito era stato a lui addossato; «quanti conosci fra i
migliori», scriveva egli stesso a Nicola Fabrizi, «m'hanno lasciato:
ridono di tutto: mi dicono matto, alcuni — e degli intimi — ambizioso,
e per questo ho operato, dicono, con istrepito. Alcuni coprono
il mutamento colla misantropia: altri collo scetticismo o col Don
Giovannismo: altri si contentano di formulare la impossibilità di fare:
altri in fondo vogliono vivere e godere: tutti sono individualisti, che
hanno recitato — in buona fede o no — la parte di poeti, di patriotti,
di entusiasti, finchè hanno sperato di vincere. Quando avranno veduto
che la nostra era una teorica di dovere, che bisognava far della vita
una continua battaglia anche con la certezza di non vincere se non dopo
morti, hanno voltato le spalle.... Da qualche scritto in fuori da me,
per ora, non attendete cosa alcuna. Duole a me il dirlo quanto non puoi
credere, perchè la mia vita va via e non vedo via neppur di morire a
mio modo; ma v'illuderei se parlassi altrimenti. Son solo, sfornito di
tutti i mezzi; costretto a lavorare per pane, e nella incredulità che
mi circonda fo molto — non che propagarle di cercare di ridurle ad atto
— s'io serbo intatte le mie credenze».

Ma nell'uomo di pensiero e d'azione, nell'uomo che faceva della vita
una «credenza in azione», la forza della fede doveva presto vincere
e fugare i dubbii, le diffidenze, gli sconforti, e produrre un nuovo,
più alto slancio operoso. Per lo studio della psicologia del Maestro
questa crisi è delle più istruttive. Come al Fabrizi, egli descrive
al Melegari l'abbandono nel quale è rimasto, le delusioni sofferte,
la perdita «di ogni senso di vita individuale, d'ogni potenza di
gioia, d'ogni capacità di sentire o sperare un'ombra di felicità»;
«ma d'altra parte,» afferma immediatamente, «lontano dal cadere nella
misantropia quanto alle azioni, mi sento più fermo che mai, più deciso
che mai a giovare — se mi s'affacciassero mezzi — all'Italia futura.
Vivrò e morrò, lo spero almeno, per essa. Sicchè qualunque sfogo io
t'accenni sugli uomini e sulle cose d'oggi, non accusarmi di debolezza,
nè di mutamento. Le cose e gli uomini, comunque m'appaiano, possono
oprare sulla mia vita intima e sul mio cuore, tormentandolo; non mai
sulle mie azioni, nè sull'adempimento de' doveri, de' quali il cenno
viene a me da più alta cosa che non è il presente: Dio e il cuore, la
tradizione dell'Umanità e la mia coscienza...». E di lì a poco l'uomo
che aveva negato ogni fiducia «nella generazione vivente in Italia»,
riprendeva «con proposito deliberato, incrollabile, quasi feroce, il
lavoro della _Giovine Italia_.... Perchè la _Giovine Italia_ non esiste
più? perchè un'Associazione giurata per un intento gigantesco, giurata
ora e sempre, giurata con promessa esplicita di consacrare pensieri
ed azioni a ottenere vittoria o martirio, si è sciolta dopo il primo
tentativo fallito, come se avesse compito la propria missione? Dopo un
primo tentativo fallito, quando noi sul principio c'eravamo levati più
su degli altri, a un'idea religiosa? quando avevamo dichiarato voler
fare più di tutte le associazioni passate? quando avevamo accusato
e osato e promesso tanto da esigere sforzi e costanza da Titani per
non meritare la derisione? Or che mai è mutato? lo Stato d'Italia?
la santità dello scopo? la nostra credenza nella _potenza_ italiana?
no: non ha mutato che la nostra credenza nella _volontà_ italiana;
bene; non avrebbe questa ad essere ragione di moltiplicare gli
sforzi per farla nascere?...». E la volontà sua, dell'agitatore, del
suscitatore, dell'apostolo, si tende, s'afforza, ricomincia ad operare,
energicamente, magnificamente, «senza calcolo di tempo nè di riescita».

Il proponimento di ricostituire l'associazione ideata nella fortezza
di Savona sul cadere del 1830 e fondata l'anno appresso in Marsiglia,
è ora partecipato, oltre che al Fabrizi e al Melegari, anche ad
altri fidi, tra i quali Giuseppe Lamberti. Non volendo iniziare una
cosa nuova, «ossia una _forma_ nuova», l'esule diffonde da Londra
l'_Istruzione generale_ concepita come quella di dieci anni innanzi,
tranne un accenno alla Giovine Europa sorta nel frattempo a Berna. Come
la prima volta, anche ora il sodalizio sarà composto di _Congreghe_
da istituire nei varii paesi, dalle quali dipenderanno gli Ordinatori
incaricati di reclutare gl'iniziati. E negli Stati Uniti e nell'America
meridionale le sezioni sono facilmente formate; non così in Francia,
dove, per esser convenuti la maggior parte dei proscritti e degli
emigrati del 1821, del '31 e del '33, se si trovano molti fedeli
discepoli del Mazzini, vi sono anche parecchi di coloro che sentono
diversamente da lui, i liberali moderati sul tipo del Mamiani e di Pier
Silvestro Leopardi, i fautori del progresso «omiopatico».


II.

Prima che la sezione parigina avesse vita, fin dal 15 maggio del
precedente anno 1840, il Lamberti aveva cominciato a tenere il registro
della corrispondenza epistolare, notandovi, riassumendovi e in buona
parte trascrivendovi tutte le lettere ricevute e spedite Di questo
libro pochi avevano notizia, pochissimi avevano visto l'autografo
ed una copia infedele. L'originale, portato in Italia dal Lamberti
al suo ritorno in patria, nel 1848, fu probabilmente da lui donato,
insieme con gran parte delle lettere del Mazzini, all'amica del
Maestro, Giuditta Sidoli; certo è che pervenne agli eredi di lei e
che da costoro l'acquistò il Re Umberto, il quale volle che fosse
custodito nella sua privata libreria di Torino. Sua Maestà Vittorio
Emanuele III, quando la Commissione mazziniana deliberò di pubblicare
il prezioso manoscritto, concesse che fosse portato a Roma e dispose
che potesse essere consultato con la maggiore agevolezza. Ora se ne è
pubblicato il primo volume, che comprende il registro del carteggio
di due anni e mezzo, dal 15 maggio 1840 al 26 dicembre 1842. Se le
lettere del Mazzini erano già note, per essere state integralmente
raccolte nei volumi dell'_Epistolario_ — due sole riescono nuove
e mancano negli autografi della raccolta Nathan — le risposte del
Lamberti le completano e illuminano. E i sunti delle centinaia di
lettere degli altri ed agli altri — Domenico Barberis, il condannato
alla forca insieme col Mazzini e il Berghini; Federico Campanella,
l'attivissimo ordinatore della Congrega di Marsiglia; Carlo Bianco,
capo di quella centrale del Belgio; Angelo Furci, altro operoso
ordinatore; Lorenzo Lesti, esule del '31; Giacomo Ciani, l'editore
che diffondeva da Lugano gli scritti dei patriotti; Felice Foresti,
il liberato dallo Spielberg; Edmo Francia, attivissimo corrispondente
livornese che comunicava al Lamberti le poesie inedite del Giusti
più volte pubblicate nel giornale della Società; Gaetano Moreali,
arrestato nel '21 per aver diffuso un proclama in latino ai soldati
ungheresi invitandoli a non combattere contro un popolo che difendeva
la propria libertà, condannato poi a 10 anni di galera dal Tribunale
statario di Rubiera e morto tisico in carcere; Giuseppe Zacheroni,
segretario dell'Assemblea dei Notabili a Bologna nel '31; Pietro
Fontana Rava, condannato nel '21 a vent'anni di ferri, collaboratore
del Mazzini nella ricostituzione della _Giovine Italia_ a Lione; Natale
Danesi, ordinatore dell'Associazione nell'Algeria; Giuseppe Pieri,
il futuro complice di Felice Orsini; Lorenzo Ranco, collaboratore
all'_Italiano_; Giambattista Cuneo, esule in America, fedelissimo
ai principii mazziniani; Gaetano Fedriani, cospiratore in Genova con
Garibaldi nel '34; Teodoro Dallari, compagno di prigionia del Fabrizi
in Modena nel '31 — i sunti di tante centinaia di lettere formano una
vera miniera di preziose notizie. La vita di quei giorni fortunosi vi
è risuscitata, con le sue ansie, le sue speranze, i suoi disinganni.
A considerare il corso preso dagli avvenimenti, si scoprono gli
errori della politica, le sviste dell'opinione pubblica. Una parte
dei liberali d'Italia si ripromettevano salute da Massimiliano di
Leuchtenberg, figlio del vicerè Eugenio di Beauharnais, particolarmente
dopo il suo matrimonio con una Granduchessa russa: a Milano si formava
una società appositamente per favorire le rivendicazioni di quel
principe! Altri facevano ancora assegnamento sui Borboni d'Italia e
finanche di Spagna. Guglielmo Pepe, come Adolfo Thiers, voleva creare
Re costituzionale di tutta la Penisola il sovrano delle Due Sicilie;
Giacomo Antonini aspettava una discesa spagnuola sulle coste sicule
o napolitane e credeva nell'azione liberale del principe Leopoldo. Ma
gl'_Indipendenti_ di Sicilia chiedevano che la loro isola formasse un
regno a parte, e quindi il Mazzini ricusava loro la cooperazione della
_Giovine Italia_ per il movimento che essi preparavano a Palermo due
anni dopo quello scoppiato in Aquila.... Le sorti della Polonia stavano
anch'esse a cuore ai patriotti, e di esuli polacchi — il Gordaszewski,
che aveva preso parte alla spedizione di Savoia; il Dybowski,
ingaggiatosi nella colonna polacca che doveva concorrere alla seconda
spedizione, e divenuto intimo del Mazzini; il famoso profeta Towianski,
per il quale i suoi connazionali erano «impazziti» — di questi e di
altri esuli il _Protocollo_ dà notizie e lettere.

Ma le pagine dove sono riferiti i propositi, i consigli, le intenzioni,
le mosse dei cospiratori italiani, dove sono trascritti e le cifre
dei loro magri bilanci, degli oboli raggranellati per la gran causa
o ricavati dalla vendita dell'_Apostolato popolare_ — il giornale
dell'Associazione che costava 5 soldi per chi poteva spendere,
ma che si dava per 3 agli operai — non si possono leggere senza
commozione. Il Mazzini non si contentava questa volta di avere con
sè gl'intellettuali: voleva anche acquistar proseliti nel popolo,
scendendo in mezzo ad esso. «È cosa che non abbiamo mai fatta e che
faremo» — e che fece —; e Giuseppe Lamberti, diligentissimo interprete
del Maestro, gli scriveva da Parigi per dolersi che gli operai italiani
fossero «mescolati nel Comunismo», che non avessero confidenza negli
emigrati «aristocratici», che andassero da loro soltanto quando ne
avevano bisogno: per guadagnarli alla causa nazionale, scriveva,
«bisognerebbe esser a contatto con loro nelle lor fucine». Fin da
allora c'era chi, movendo dal santo precetto che gli uomini debbono
considerarsi ed amarsi come fratelli, presumeva che la patria dovesse
posporsi al genere umano; ma al Mazzini, apostolo delle nazionalità, il
Lamberti riferiva d'aver predicato: «Bisogna che siamo Italiani prima
d'essere Umanitarii».

Non era possibile conseguire l'Unità, il grande scopo, il supremo dei
beni, senza l'unione, e grave al cuore del Mazzini, increscioso sopra
ogni altra cosa, riusciva il dissidio prodottosi sin dall'inizio,
quando uno dei primissimi confidenti ai quali egli aveva partecipato il
proposito di risuscitare la _Giovine Italia_, lo stesso Nicola Fabrizi
gli si era opposto fino allo scisma. Per l'esule modenese, l'antica
associazione aveva compiuto il proprio ufficio ed era quindi vano e
pericoloso tentare di richiamarla in vita. Essa aveva bensì contribuito
a formar l'animo dei cittadini, ma occorreva ora armarne il braccio;
quindi egli proponeva che le forze liberali militanti si raccogliessero
intorno ad una nuova bandiera: quella della _Legione italica_. Per il
Mazzini, invece, nel quale l'azione non era qualche cosa di opposto al
pensiero, o di diverso da esso, bensì lo stesso «pensiero realizzato»,
questo distinguere fra la mente e la mano, fra la parola e la spada,
era voler fondare una specie di dualismo, «a un dipresso il sistema
delle caste indiane, dove agli uomini d'una era dato esclusivamente il
pensiero, all'altra il valor militare». Ma il Fabrizi insisteva tanto
nella sua idea, e tanto si era affezionato alla _Legione_, da opporre
un rifiuto alla proposta di fonderla con la risorta _Giovine Italia_;
ostinazione per la quale il Maestro pronunziava contro di lui una
specie d'interdetto e manifestava un «rigore» che parve «troppo» al
mite e conciliante Lamberti.

Sennonchè anche Manfredo Fanti, di risposta all'annunzio della
resurrezione della _Giovine Italia_, partecipava al Mazzini, dalla
Spagna, di essersi legato al Fabrizi «nella parte esecutiva»; ed un
altro esule di cui il Maestro aveva stima, che giudicava «buono,
attivo, _giovine_ anche in illusioni», Francesco Vitali, scriveva
dalla Corsica al Lamberti per dirgli che reputava totalmente finita
la missione della _Giovine Italia_ «tanto come istitutrice che come
cospiratrice», cioè tanto come strumento di propaganda morale che come
fucina di forze operose. E il conte Giuseppe Ricciardi, nonostante la
molta devozione al Maestro, pensava di fondare da canto suo una terza
Società, un'_Italia novella_; senza contare una _Lega lombarda_, senza
contare i _Livellatori_: moltiplicazione che il Lamberti giudicava
«rovina grande per l'Italia», e che al Mazzini doleva sommamente, come
quella che poteva seminare «germi di federalismo» e «rompere l'unità».
La parte assegnata alla _Giovine Italia_ consisteva appunto nel
«determinare una Unità di tendenze che promuova quando che sia l'Unità
italiana». I dissensi, i contrasti, le divagazioni, le schermaglie non
potevano far altro che giovare ai nemici: «Pensate che si va addietro
terribilmente, che i nostri padroni se ne giovano a riconciliarsi con
atti di clemenza in favor di molti, che l'Austria conquista più sempre
pacificamente influenza, e che siamo infami verso il paese e verso i
nostri giuramenti, se non cerchiamo di uscir di questo stato...»

Ed in Francia la causa nostra era discreditata dai _Vendicatori
del Popolo_: altra società italiana formata a Nimes da emigrati che
millantavano rapporti con la _Giovine Italia_, ma che erano invece,
tranne alcuni illusi, gente sprovvista di senso morale, incappata anche
nelle maglie della giustizia penale per un ricatto, a Montpellier,
dove l'aula delle Assise echeggiava di tristi accuse contro l'Italia,
«nazione degradata, popolo generalmente vizioso e criminale», la cui
emigrazione portava in Francia «la demoralizzazione, il principio
dell'assassinio, la corruzione della gioventù....» E queste accuse
godevano di tanto credito oltr'Alpe, che quei giornali ricusavano
di pubblicare le risposte e le difese degl'Italiani.... Non c'erano
soltanto ricattatori fra i _Vendicatori del Popolo_: c'erano anche
spie; ma il tradimento più nefando ordito contro la fiducia degli
esuli e del loro Capo doveva esser quello dello sciagurato Partesotti,
intorno al quale il _Protocollo_, e particolarmente la nutrita
appendice, ha pagine che fanno fremere.


III.

Attraverso tali difficoltà, tali ostacoli e tali insidie si veniva
compiendo l'opera del Mazzini. Bene a ragione Giuseppe Lamberti
scriveva sulla prima pagina di questo suo libro: «Mia corrispondenza
della _Giovine Italia_: documento che proverà la costanza, gli sforzi,
i sacrifizi di Giuseppe Mazzini per far libera, una, indipendente
l'Italia». Se la figura del Maestro vi campeggia in tutto il suo
splendore impareggiabile, anche i discepoli vi appariscono in nuova
luce, gli illustri e gli umili, i celebri e i dimenticati. Come
epigrafe di tutta l'opera si potrebbero mettere in evidenza le stesse
parole indirizzate dal Mazzini al suo fedele segretario il 31 maggio
del 1841: «Chi pensa veramente alla felicità e all'onor della patria,
non può trascurare, quantunque minime, quelle cose che tendono a
tale altissimo scopo»; perchè, se pure molte delle notizie che si
attingono da questi fogli appartengono più all'umile cronaca che alla
storia togata, nulla è trascurabile di quanto concerne la laboriosa,
indefessa, mirabile preparazione del Risorgimento. «Se gli sforzi»,
soggiungeva il Precursore, e potrebbe soggiungere l'epigrafe, «se
gli sforzi che promettiamo fare unitamente a voi ed a tutti gli
altri buoni, otterranno pure, come speriamo, il nobile scopo che ci
siamo proposto, verrà un giorno che la posterità riconoscente avrà in
riverenza i vostri nomi, come quelli a' quali nè lontananza, nè tempo,
nè ostacoli, nè sventure d'ogni maniera hanno potuto mai sterpare dal
cuore la santa carità del proprio paese».

  _31 gennaio 1917._



Maestri di guerra.



I.

IL PRINCIPE DI LIGNE.


Il Circolo archeologico della città di Ath, nel Belgio, avvicinandosi
col dicembre del 1914 il centenario della morte del principe di
Ligne, deliberava, ad onorare la memoria dell'insigne conterraneo,
di ripubblicarne le opere: per cominciare, la tipografia Sellekaers
e Keulener di Bruxelles approntava la nuova edizione delle _Lettres
à la marquise de Coigny_ il 20 aprile di quell'anno, i _Prejugés_
e le _Fantaisies militaires_ il 20 ed il 29 giugno, ed i _Mémoires_
il 25 luglio — lo stesso giorno nel quale scadeva la perentoria nota
dell'Austria alla Serbia.... Non occorrono altri discorsi a spiegare
l'arresto della ristampa, ed è certo che se le egrege persone ad essa
preposte avessero potuto sospettare il cataclisma dal quale il loro
paese era minacciato, non avrebbero dato la loro attività ad imprese
letterarie.

Tuttavia quei valentuomini debbono essere contenti di avere licenziato
i primi volumi del Ligne, i due di argomento militare segnatamente;
perchè, se i gustosissimi ricordi autobiografici ci mettono dinanzi
viva e parlante la singolare figura del grande scrittore, del gran
signore, del grande amatore; se certi suoi aspetti particolari, e non
dei meno caratteristici, sono lumeggiati dal carteggio con la marchesa
di Coigny; i _Pregiudizii_ e le _Fantasie militari_ hanno acquistato,
con la conflagrazione mondiale, nuova freschezza.


I.

Belga di nascita, francese di lingua, di cultura, di spirito, il
principe di Ligne servì la Casa d'Austria. Non fu sua colpa, perchè
allora il Belgio apparteneva agli Absburgo, ed «affinchè non nascano
equivoci», il barone di Heusch, tenente generale nell'esercito del Re
Alberto, avverte nella prefazione ai _Pregiudizii_ che Carlo di Ligne,
«servendo l'Austria, serviva il proprio paese». Se tale è il giudizio
dei suoi concittadini posteriormente costituiti in nazione, non sarà
diverso quello degli stranieri; e poi, che cosa importa oramai lo
stato di servizio del principe; anzi, che cosa ne resta? Di lui restano
soltanto le opere, e qui egli è belga, francese, latino di purissimo
sangue: per gli scritti d'argomento guerresco è annoverato tra i
massimi scrittori militari di Francia; per le composizioni letterarie
la signora di Staël lo definisce «il solo straniero che, trattando il
genere francese, invece di restare imitatore sia divenuto modello».

Ma si può dire qualche cosa di più: giova dire che servendo l'Austria,
compiendo la sua carriera nell'esercito imperiale, il principe di Ligne
non si trovò a suo agio, e che, senza lo straordinario e irresistibile
trasporto per i ludi di Marte, molto probabilmente egli l'avrebbe
troncata anzi tempo. Tale fu la sua vocazione, che udendo parlare, nei
più teneri anni, della morte del Principe Eugenio — altro straniero al
servizio dell'Impero, altra gloria latina e tutta nostra — il bellicoso
fanciullo già si proponeva di prendere il posto dello stratega sabaudo.
«Questo,» dichiara, «fu il primo pensiero di cui io serbi memoria». Il
suo secondo ricordo gli rappresentò la guerra che si combatteva quando
egli cominciava ad avere coscienza di sè, «la guerra,» racconta, «che
mi diede alla testa». Ininterrotte tradizioni militari regnavano nella
sua famiglia; il suo nome era portato da un reggimento di fanteria e
da uno di dragoni; i suoi antenati erano stati generali e marescialli;
maresciallo era suo padre quando faceva impegnare un combattimento
d'avanguardia contro i Prussiani per dare al figliuoletto il battesimo
del fuoco, galoppando al suo fianco, tenendolo per mano e dicendogli:
«Sarebbe grazioso, Carlo, se riportassimo insieme una piccola
ferita!...» E nulla potè agguagliare la soddisfazione e l'alterezza che
invasero l'animo dell'adolescente nel partire per quella prima delle
sue dodici campagne di guerra.

Accoppiando fin da quei cominciamenti la facoltà e l'esercizio della
riflessione con la voglia e l'impeto dell'azione, egli componeva a
quindici anni un _Discorso sulla professione delle armi_; e l'uomo a
cui, da giovane, le figure di Carlo XII e del Condé avevano «impedito
di dormire», doveva più tardi ammonire i giovani: «Se i vostri sogni
non sono popolati da immagini militari, se non divorate i libri di
guerra, se non baciate le orme impresse dal piede dei vecchi soldati,
se non piangete al racconto delle loro battaglie, spogliate subito la
divisa! Guai ai tepidi! Foste anche del sangue degli eroi, foste anche
del sangue degli Dei, se la Gloria non vi procura un continuo delirio,
non vi schierate sotto le bandiere...» Amando dunque il suo mestiere
sopra ogni altra cosa, s'intende come le delusioni non riuscissero a
farglielo abbandonare; ma le delusioni non gli furono risparmiate, e
provennero precisamente dalla incompatibilità mentale e morale che lo
divideva dai supremi reggitori della milizia e della monarchia degli
Absburgo.

L'impossibilità di uniformarsi ai responsi dei Consigli aulici,
di chinare la schiena nelle anticamere della Corte, di compiere le
bassezze necessaire a farsi avanti, lo persuase ad appartarsi: due
volte lo andarono a cercare per offrirgli il comando contro Napoleone
Bonaparte; tutt'e due le volte gli anteposero «quattro invalidi» che si
fecero battere uno dopo l'altro, «quattro poveri ignoranti che avevo
avuti sotto i miei ordini ed ai quali, eccettuato il Clerfayt, non
avrei affidato neanche tre battaglioni». Un'altra volta lord Grenville,
residente inglese a Berlino, chiese al primo ministro austriaco,
il barone Thugut, di affidare al Ligne il comando dell'esercito del
Reno: la proposta britannica non fu neanche trasmessa all'Imperatore.
Un'altra volta il principe fu invitato dal Re di Sardegna, con la
promessa che sarebbe stato preposto al comando supremo delle forze
piemontesi a condizioni eguali a quelle dell'esercito imperiale: questa
volta il Thugut cominciò col sorridere graziosamente, come sul punto
di consentire; ma poi, tratta una riverenza all'inviato sardo, che
era il conte di Castellalfieri, volse ad altro tema il discorso. Il
presuntuoso Cancelliere non poteva perdonare lo spirito mordace col
quale il Ligne aveva fatto ridere di lui, appioppando a quel _parvenu_
il titolo di _Barone della Guerra_ per l'ostinato rifiuto opposto alle
ragionevoli offerte di accomodamento avanzate dalla Francia, e per
contrasto al titolo di _Principe della Pace_ largito dal Re di Spagna
al primo ministro Godoy.

«La sciocchezza e la furberia dei favoriti di Corte, le cattive scelte
che hanno fatte, la negligenza usata verso le brave persone e gli
uomini di valore, hanno distrutto il mio fervore guerresco, che nulla
credevo potesse scemare». A Vienna «l'immaginazione è una pianta tanto
esotica, che le tre o quattro persone che ne posseggono sono pazzi...».
Non sarebbe fuor di luogo trascrivere tutti i saporosi giudizii da lui
dati intorno a quel mondo, a quei sistemi ed all'uomo che li impersonò,
se non importasse maggiormente notare le doti proprie dell'autore,
la vivacità dell'immaginazione, appunto, che fece di questo soldato
un artista; la severità del sentimento del dovere e dell'abito della
disciplina, che fece di questo artista un soldato; la capacità di
freddamente osservare e di caldamente sentire; il mirabile equilibrio
del cuore e dell'intelletto, della dottrina e dell'ispirazione; la
perfetta fusione di qualità non sempre concordi, anzi, e per disgrazia,
ordinariamente contrastanti.


II.

Così formato dall'eredità, dall'educazione e dalla vita, egli
doveva cadere in discredito come maresciallo austriaco e conseguire
l'immortalità come scrittore militare. Lasciamo stare le sue vedute
geniali, le sue invenzioni e le sue previsioni nel campo strettamente
tecnico, capaci d'interessare soltanto i competenti; ma poniamo in
evidenza la singolarità d'un uomo che al tempo nel quale un buon
numero di mercenarii e di stranieri entravano a comporre gli eserciti,
scriveva un libro intorno alla «parte morale del nostro mestiere,
che è dovunque negletta od ignorata»; d'uno scrittore che durante il
regno del bastone asseriva: «La prima disciplina consiste nel regnare
sulle anime»; che mentre i governanti avevano una matta paura delle
_baionette intelligenti_, e gl'istruttori lavoravano in piazza d'armi
a ridurre i soldati all'obbedienza cieca ed al perfetto automatismo,
dimostrava la necessità di suscitare la coscienza di sè e il senso
della responsabilità in quelle macchine. Quale credito poteva ottenere
l'originale che nello Stato e nella casta dove imperava il feticismo
delle norme e delle forme, affermava che un articolo da aggiungere
a tutti i regolamenti dovrebbe dare la facoltà di trasgredirli; che
i giovani uscenti dalle scuole debbono disimparare tutte le inutili
cose con tanta fatica cacciate nella mente; che non occorrono maestri
d'armi, bensì maestri d'elevazione, e scuole d'ammirazione, scuole
d'entusiasmo, e scuole — anche — di «disordine»? Non doveva essere
giudicato propriamente eretico e far passare brividi d'orrore per
la schiena dei _feld-marschälle_ pettoruti, compassati e pedanti lo
scrittore secondo il quale gli aiutanti di campo debbono distinguersi,
sì, per il coraggio, l'esattezza, l'intelligenza, ma anche «nel
saper modificare l'ordine che portano, se le circostanze sono
modificate....»? Non doveva sembrare un sovvertitore degli elementari
principii della gerarchia e dell'etichetta colui che voleva vedere
la prima severità esercitarsi sui capi supremi: colui che si vantava
d'aver fatto aspettare Imperatori e Imperatrici, ma non un coscritto;
che giudicava la società dei fantaccini «più pura e delicata che
non quella delle persone della buona società»; che assegnava ad ogni
ufficiale la missione «d'amico, di confidente, di consolatore» dei suoi
uomini, ed affermava che il colonnello dev'essere «il padre e la madre
del reggimento»?

Quando la psicologia non era ancor di moda negli studii, e tanto meno
tra i _ranghi_, il principe di Ligne indagò l'anima di quel grande
fanciullo che è il soldato e gli attribuì tutta la dignità che gli
compete. Ai soldati pensò che bisognerebbe deferire, se non si vuol
sbagliare, il giudizio intorno ai premii da largire ed alle punizioni
da infliggere ai generali; e la più perfetta eguaglianza volle che
regnasse nell'esercito; ma dall'altra parte, e per giusto compenso,
volle anche che l'ordine concernente una «bagattella» fosse tanto sacro
quanto quello che si riferisce alla battaglia, e che al caporale si
portasse tanto rispetto quanto al generale.

Le idee anticipate dal principe hanno fatto strada, ma non è inutile
che i giovani destinati alla carriera militare le meditino sulle
eloquenti pagine dell'autore. Più utile ancora riuscirà, non solamente
ai militari, ma a quanti sentono che la guerra è una dolorosa necessità
e che nella forza consiste, e consisterà finchè l'umana natura non sarà
mutata, la sanzione del diritto; più utile, oggi, ai cittadini cui non
fu dato di poter combattere, ma che seguono con l'ansioso pensiero e
con la fervida speranza i combattenti, riuscirà la lettura delle parole
con le quali il principe di Ligne esalta «il più bello dei flagelli».

Ai predicatori della pace ad ogni costo egli ne dimostra i danni e
propone un formidabile dilemma: «Bisogna scegliere tra l'avere la Pace
perchè si è pronti a fare la Guerra, o avere la Guerra perchè non si
è pronti a farla»; e soggiunge un'altra verità espressa in forma non
meno concettosa: «Giunto il primo giorno della Guerra bisogna pensare
alla Pace, e il primo giorno della Pace bisogna pensare alla Guerra».
Ma non perchè è persuaso della fatalità della lotta, non perchè nutre
tanta passione per il suo mestiere da scrivere: «Il mio stupore è
che si possa sopravvivere ad una battaglia, qualunque ne sia l'esito:
come non morire di dolore se è stata perduta, e di gioia se è stata
vinta?; non perchè dice: «Una battaglia è un'ode di Pindaro: bisogna
mettervi un entusiasmo che confini col delirio»; e non per essere nato
soldato «come altri nasce pittore, poeta o musicista»; non perciò Carlo
di Ligne si può ascrivere tra quei militaristi di professione i cui
viziosi abiti mentali dànno buon giuoco ai mestieranti del pacifismo.
Altra è la personalità di quest'uomo di cuore, di questo avversario
della pena di morte, di questo sentimentale a cui fu possibile amare
tre donne ad un tempo «con la miglior fede del mondo, poichè non le
ingannavo punto: ingannavo, forse, me stesso...». Se la passione lo
acceca in amore fino ad un certo segno soltanto, gli lascia tutta la
sua chiaroveggenza come soldato; e dopo avere dimostrato i danni delle
lunghe paci, l'infiacchirsi dei corpi e delle anime, il prevalere degli
appetiti materiali e degli istinti egoistici; dopo avere esaltato
la necessità della guerra, la bellezza dell'eroismo, la fecondità
del sacrifizio, «io non dirò,» conclude: « — Fate per ciò la guerra;
ma se la ragione, la giustizia, l'onore, l'utilità o la vendetta
fanno gridare _all'armi!_ sia allora consentito ai giovani ufficiali
di gioire, ai vecchi di riprendere il cammino della vittoria, alle
fanciulle ed alle spose di ornare di coccarde i loro innamorati ed i
loro consorti, e si vieti alle vecchie ed ai filosofi di trovarci da
ridire...». La guerra, senza dubbio, porta con sè durezze e crudeltà
inevitabili; «ma bisogna essere uomini: essa non è mestiere da
filosofi!».


III.

E tanta è la lucidità di questo assertore della guerra, che egli non
se ne dissimula il grande nemico: il prepotente istinto della vita, il
sentimento della paura. «Fra tutti gli animali il più pauroso è l'uomo.
È chiaro che la paura ci rende le più maldestre creature. Consiste essa
in una specie di ragionamento che c'impedisce di fare ciò che i più
pigri e tardi animali fanno tutti i giorni. Con un poco di coraggio,
noi salteremmo tanto bene quanto le scimmie, e cadremmo forse da un
terzo piano come i gatti, senza farci male. Si è visto mai la lepre,
che non gode fama d'essere la bestia più animosa, temere il tuono, o la
cerva spaventarsi degli spettri?... Quante brave persone non tremano al
pensiero di trovarsi sole in un bosco durante la notte e la tempesta?
A quante il vento non impedisce di dormire?... E come mai l'uomo non
avrebbe paura del fuoco? Ne ha tanta dell'acqua! È il solo fra tutti
gli animali che non sappia nuotare. Non c'è cinghiale che non ne sia
capace, venendo al mondo. Non appena noi vi entriamo, già si lavora a
sgomentarci. Balie, governanti, precettori, frati, parenti: tutti ci
minacciano, tutti ci intimidiscono....»

Contro i deplorevoli effetti di questa congiura egli sostiene l'utilità
degli esercizii fisici ardimentosi, la necessità di una scuola del
pericolo, l'immensa efficacia dei fattori morali. Per quest'uomo
pugnace la guerra è fiducia nella forza, volontà di vincere, tensione
della volontà, impetuosità di assalto. «Bisogna ostentare l'offensiva,
anche quando si è costretti, per una moltitudine di circostanze che
del resto non dovrebbero mai avverarsi, a mantenersi sulla difensiva.»
E non gli parlate dei temporeggiatori: Cesare, Alessandro, Annibale,
Pirro, Scipione sono i santi del suo calendario: Fabio non vi ha
posto: «la stessa temerità è talvolta prudenza». La precauzione
deve nascondersi, restare tutta interiore; solo l'audacia ha da
manifestarsi. Nulla vi dev'essere d'impossibile; bisogna fare cose
straordinarie sapendo che si possono fare: «Siate certi che un capitano
di dragoni lanciato a briglia sciolta può vincere una battaglia». Per
compiere «passabilmente» il proprio dovere, bisogna compierlo «tre
volte»; e ancora: «Per fare il proprio dovere bisogna fare più del
proprio dovere. La gloria è qualche cosa di tanto raro, che bisogna
procacciarsene quanto più si può...».

La guerra d'oggi è diversa da quella d'un tempo, ma non tanto che le
parole di questo maestro non siano da meditare. C'è, sì, qualche foglia
secca in questa sua fiorita; c'è qualche paradosso e qualche sofisma;
ma scegliendo di pagina in pagina si potrebbe comporne un _vade-mecum_,
una Bibbia del soldato; ed egli ha veramente ragione di dire ai critici
che i suoi libri tengono luogo di un'intera biblioteca, contenendo
tutto il succo della scienza delle armi come la fiala contiene un
elisir.

  _16 luglio 1916._



II.

LAZZARO CARNOT.


Non c'è lettore di giornali francesi, dacchè la guerra divampa, che non
si sia imbattuto più volte nel nome del gran cittadino da cui la prima
Repubblica riconobbe la salvezza ed a cui la gratitudine nazionale
conferì il titolo di _Organizzatore della Vittoria_. Bene a ragione
la Francia, in questi giorni di prove, rievoca la vita, interroga lo
spirito, medita gl'insegnamenti di Lazzaro Carnot; perchè, sebbene la
fama concesse i suoi massimi favori a Napoleone, i posteri non hanno
ancora sentenzialo se quella dell'Imperatore fu gloria vera, mentre
nessun velo d'ombra offusca lo splendore dell'aureola che circonda la
figura di chi ebbe, fra tanti altri meriti, anche quello di riconoscere
il valore dell'Uomo fatale e di favorirne il genio — finchè non diede
segni di errore.


I.

Questa «divinazione meravigliosa» — sono parole del Michelet, riferite
da Carlo Mathiot nel suo recente studio _Pour vaincre_ — questa
capacità di scoprire e all'occorrenza di suscitare le capacità dei
collaboratori e dei dipendenti, è fra le primissime doti dei duci e
contraddistinse come pochi altri il Direttore di guerra del Comitato
di Salute pubblica. Il suo penetrantissimo sguardo vide nel comandante
d'un battaglione di volontarii provinciali il futuro espugnatore di
Charleroi, il liberatore delle frontiere settentrionali della patria,
il vincitore di Fleurus e di Stockach — il maresciallo di Francia
Jourdan — e in un tenentino delle guardie nazionali il futuro difensore
di Dunkerque, il _Pacificatore della Vandea_, l'eroe di Wissemburgo
e di Neuwied — Lazzaro Hoche. Facoltà propriamente divinatrice,
esercitata talvolta anche contro la volontà degli stessi prescelti,
come nel caso dei Levasseur, che il Carnot destina a soffocare
la ribellione scoppiata nell'esercito del Nord dopo l'arresto del
generale Custine. «La scelta mi onora,» risponde il designato, «ma
la fermezza della mano non basta: occorre l'esperienza, occorre il
talento militare: coteste doti essenziali mi fanno difetto.» — «Noi
ti conosciamo,» risponde il Direttore, «e sappiamo apprezzarti....» —
«Ma, in verità, Carnot,» obbietta il rappresentante del popolo, «anche
i mezzi fisici mi mancano. Considera la mia piccola statura, e dimmi
come, con tale aspetto, potrò incutere soggezione a granatieri!...»
— «_Alexander Magnus corpore parvus erat._» — «Sì,» insiste ancora
l'altro, «ma Alessandro aveva passato la vita negli accampamenti,
e sapeva quindi come si governa lo spirito dei soldati.» — «Le
circostanze formano gli uomini; la fermezza del tuo carattere e la tua
devozione alla Repubblica mi garantiscono....»

In sul finire del 1793 il generale Dugommier è preposto all'assedio
di Tolone caduta in mano degli Inglesi. Due piani d'attacco sono
presentati al Comitato: uno dello stesso comandante delle forze
repubblicane, l'altro d'un giovane capitano suo aiutante, un Côrso dal
nome stravagante: un certo Napoleone Buonaparte. Lazzaro Carnot non dà
la preferenza a quello del generale perchè è del generale, nè mette da
parte quello del capitano perchè è del subalterno. Spiegate le carte
topografiche sulla tavola delle adunanze, il Direttore della guerra
dimostra ai colleghi che entrambi i disegni hanno del buono e che
bisogna per conseguenza formarne uno solo, fondendoli: ciascuno dei due
strateghi dirigerà quella parte delle operazioni che ha escogitata. Ma
come mai un semplice capitano avrà tanta autorità di comando? Ed ecco
che, seduta stante, il capitano è promosso capo di battaglione — e,
dopo la vittoria, generale di brigata.

Nè solo all'inizio, ma in tutta la prima fase della prodigiosa carriera
Napoleone deve i buoni successi ai consigli, agli incoraggiamenti, agli
aiuti del Carnot. Quando il vincitore della campagna d'Italia chiede
che, per mezzo di onorevoli trattati, sia scemato il troppo grande
numero dei nemici, il diplomatico del Direttorio, il Reubell, trova ed
oppone mille difficoltà, ed è invece il soldato, è lo stesso Carnot,
quello che interviene, improvvisandosi diplomatico, per appagare le
giuste domande del generale. Dopo che la Repubblica è rappacificata col
Piemonte e con le Due Sicilie, il Bonaparte potrebbe essere in grado
di volgersi con tutte le sue forze contro gl'Imperiali per assestar
loro il colpo di grazia; sennonchè, e nonostante l'accorciamento della
fronte, egli chiede ancora grossi rinforzi. Lazzaro Carnot non gli
risponde con un rifiuto: dispone anzi le cose in modo da mandargli,
prima che l'Austria s'accorga dei movimenti di truppe sul Reno e sulla
Mosa, non già i quindicimila uomini richiesti, ma trentamila....

Quest'uomo suscita gli eserciti come per virtù di magia. Nel febbraio
del 1793 la Francia possiede poco più di 200000 soldati: ne ha 500000
tre mesi dopo, più di 600000 alla fine dell'anno, più di un milione
dopo un altro semestre. Come gli uomini, così egli moltiplica gli
strumenti di guerra: in pochi mesi tutta la nazione si trasforma in
fucina ed officina, accumulando armi, munizioni ed approvvigionamenti.
Mentre il salnitro mancava, ora la sola Parigi ne fornisce dodici
milioni di libbre. «Parigi,» dice l'operatore di cotesti miracoli,
«Parigi, già sede della mollezza e della frivolità, potrà ora gloriarsi
del titolo immortale di arsenale dei popoli liberi.» E il risultato
del mirabile sforzo è questo: che mentre i nemici erano giunti a trenta
leghe dalla metropoli, la pace è dettata loro a trenta leghe da Vienna.

Militarmente, la perizia posseduta da Lazzaro Carnot non è minore della
sua straordinaria facoltà di organamento. Quella nuova strategia e
quella nuova tattica che contraddistinguono il genio di Napoleone, il
Carnot le ha prima di lui pensate e adoprate. «Agire in massa; cercare
il punto debole del nemico con una superiorità tale che la vittoria non
possa essere dubbia.... Volete vincere? Attaccate ogni giorno, mattina
e sera.... Attacco continuo, e sempre con forze preponderanti, colpendo
all'improvviso, ora sopra un punto, ora sopra l'altro.... La difensiva
ci disonora ed uccide.... Siate attaccanti, sempre attaccanti: c'è un
solo mezzo di trionfare: la vigilanza. Un uomo che veglia è più forte
di centomila che dormono....»

Hondschoote e la liberazione di Dunkerque, Wattignies e la liberazione
di Maubeuge sono glorie sue. A Wattignies, quando il Jourdan,
dopo quattro ore di eroici e vani attacchi frontali al centro e
l'indietreggiamento dell'ala sinistra, propone di battere in ritirata,
il Carnot gli risponde una sola parola: «Vigliacco!». Ma il furore col
quale l'offeso sferra, per vendicarsi, due nuove cariche consecutive,
non ha ragione dei cannoni dei Coburgo. Nella notte, il Jourdan
consiglia ancora di rinunziare all'assalto centrale e di rinforzare
la pericolante sinistra. «A coteste modo si perdono le battaglie»,
afferma Lazzaro Carnot, e suggerisce invece di richiamare la sinistra
per rinforzare la destra. «Se adottiamo l'opinione del rappresentante
del popolo,» dichiara l'altro, «lo avverto che dovrà sostenerne tutta
la responsabilità.» — «Preparazione ed esecuzione: assumo ogni cosa
su me!» risponde il Carnot; e il domani, dati gli ordini, cinta la
fascia tricolore, sfoderata la spada, monta egli stesso all'assalto del
formidabile pianoro e vi arriva sanguinante ma trionfante alla testa
dei soldati che intonano la _Marsigliese_: «la più bella battaglia
della Rivoluzione», giudicherà più tardi il vincitore di Marengo e di
Austerlitz.

Uscito dall'arma del genio, il Carnot precorre i tempi adattando alla
nuova guerra i nuovi ritrovati dell'ingegno umano, e gli stessi uomini.
Sua è la prima idea di speciali truppe alpine: durante la missione nei
Pirenei egli propone che si crei, col nome di «legione delle montagne»,
un corpo di fanteria leggera addestrata a manovrare tra le balze e
i dirupi. La prima linea telegrafica militare è creata da lui; a lui
è sottoposto il disegno di adoperare le mongolfiere, ancora semplici
oggetti di curiosità e di giuoco, agli usi militari, e con suo decreto
il Coutelle è nominato capitano d'una compagnia d'«aerostieri» e
inviato al campo. Per poco il rappresentante del popolo, Duquesnoy,
insospettito alla vista degli inesplicabili ordigni, non prende
l'aeronauta per un agente dei nemici e non lo fa fucilare; lo stesso
Jourdan lo accoglie male, ed occorre che il Carnot scriva: «Il
cittadino Coutelle non è un ciarlatano, è un tecnico dei più stimabili,
e l'operazione che compirà rappresenta il frutto delle speculazioni di
scienziati insigni. Preghiamo il generale di accordargli protezione ed
assistenza....». Così, per merito suo, le vie dell'aria sono battute
la prima volta da soldati esploratori: il giorno della battaglia di
Fleurus l'aerostato librato per nove ore sul campo rende ottimi servigi
e gli Austriaci si fanno il segno della croce, giudicandolo opera del
diavolo. Allora il Carnot crea tutta una scuola d'aerostatica militare
a Meudon, dove si iniziano anche gli studii della nuova telegrafia
aerea.

Una quindicina d'anni dopo, i fratelli Coessin espongono all'Accademia
delle scienze un loro battello chiamato «nautilo sottomarino» capace
appunto, dicono, di navigare sott'acqua: Lazzaro Carnot, relatore della
commissione nominata per esaminare quell'apparecchio, lo descrive,
riferisce i risultati delle esperienze e conclude — cento anni or sono!
— non esservi più dubbio che si possa creare un sistema di navigazione
subacquea «molto rapida e poco costosa....».


II.

Singolari quanto si voglia, questi meriti non raccomanderebbero
tuttavia il nome del Carnot all'ammirazione dei posteri, se non fosse
la bellezza e la bontà delle idee da lui significate. Quest'uomo
di guerra che riconobbe nella guerra una condizione eccezionale
e violenta, durante la quale le ordinarie norme della convivenza
civile sono abolite, volle pure, col suo maestro Vauban, che i
soldati procedessero per le vie «meno sanguinose» e che nell'umanità
consistesse la loro prima virtù. Con una sentenza dal suono
paradossale, ma animata, come tutti i paradossi, da un senso di verità,
disse che «la guerra è per eccellenza l'arte di conservare»; infatti:
«l'arte di distruggere ne è l'abuso». E le fortezze furono da lui
definite «monumenti di pace», perchè la loro moltiplicazione consente
di scemare il numero dei combattenti e di restituire molti soldati
alle arti pacifiche. Nessun popolo, del resto, dovrebbe lottare a
scopo di conquista; tutti debbono impugnare le armi per difendere la
nazione minacciata o la civiltà offesa: «Ogni guerra giusta, degna
del nome, è essenzialmente difensiva». Ed ogni soldato _degno del
nome_ dovrebbe incidere nella memoria e nel cuore le parole di questo
maestro: «Risparmiate ovunque gli oggetti del culto; fate rispettare i
tugurii, gl'infelici, le donne, i bambini, i vecchi: presentatevi come
benefattori dei popoli.... Bisogna far temere il nome francese» — e
così dicasi di ogni altro — «ma non farlo odiare....».

Quanti invocano il regno della giustizia nei rapporti dei popoli
non fanno se non esprimere con altre parole — nè molto diverse — i
principii enunziati dal Carnot. «Le nazioni sono, le une rispetto alle
altre, nell'ordine politico, ciò che gl'individui sono nell'ordine
sociale: esse hanno, come questi ultimi, i loro diritti reciproci,
consistenti nell'indipendenza, nella sicurezza all'estero, nell'unità
interna, nell'onore nazionale: beni d'ordine superiore dei quali
nessun popolo potrebbe esser privato se non per violenza, e che ciascun
popolo può riacquistare quando l'occasione se ne offre. Ora la legge
naturale vuole che si rispettino cotesti diritti, che ci si aiuti
vicendevolmente a difenderli, finchè i soccorsi ed i riguardi non
pongano a rischio i diritti proprii.... Poichè la sovranità appartiene
a tutti i popoli, non può darsi comunità ed unione fra loro se non
in virtù di una formale e libera transazione: nessuno d'essi ha il
diritto d'assoggettar l'altro a leggi comuni senza il suo espresso
consentimento.... Noi abbiamo per principio che ogni popolo, qualunque
sia la esiguità del territorio da lui abitato, è assolutamente padrone
in casa propria, che è eguale in diritto al più grande, e che nessun
altro può legittimamente insidiarne l'indipendenza, tranne che la sua
propria non corra visibilmente pericolo.»

Testimonio ed attore principalissimo d'una delle maggiori crisi che
travagliarono il suo paese e il mondo tutto, egli sperò d'afferrare
nella Rivoluzione «il fantasma della felicità nazionale», credendo
possibile d'ottenere «una Repubblica senza anarchia, una libertà
illimitata senza disordine, un sistema perfetto d'eguaglianza
senza fazioni»: l'esperienza lo disingannò «crudelmente» e gli fece
riconoscere che la saggezza è egualmente lontana da tutti gli estremi.
Il massimo della prosperità nazionale consiste fra la libertà assoluta
ed il potere assoluto.... Il miglior governo è quello dove tutto si
fa per abito, per educazione, e non già in forza di precetti sempre
variabili: è quello, in una parola, dove i governanti hanno meno da
fare....» E molto probabilmente nel corso di quella terribile delusione
egli concepì la grande verità, umana e non soltanto politica, che
incluse in un'altra delle sue concettose sentenze: «Lo stesso sforzo
compiuto per afferrare la felicità è uno stato violento che spesso la
distrugge....».


III.

Non è dunque vero che la guerra, quantunque necessariamente atroce,
sia scuola mortificativa di quanto è più alto e nobile nello spirito
umano, se quest'uomo di guerra potè sollevarsi alle ultime vette
della filosofia, quelle dalle quali si dominano il tempo, gli uomini
e l'universo; se potè dire che il savio, «come cittadino, ferma gli
occhi sulla Patria, fa voti per lei, applaudisce alle sue fortune,
partecipa ai suoi trionfi»; ma, «come filosofo, ha già oltrepassato
le barriere che separano gl'imperi, non ha più nemici, è cittadino
di tutti i paesi e contemporaneo di tutte le età....». Il saggio
che scriveva queste parole era anche un poeta di cui restano alcuni
delicati componimenti: il _Ritorno al casolare_, fra i più espressivi,
e il _Soliloquio d'un vecchio_.

Ma la saggezza filosofica e il sentimento elegiaco non impedirono che
il Carnot seguisse in ogni atto della sua vita i consigli del più
esclusivo e geloso amore di patria. Nel 1789, capitano del genio,
legge dinanzi all'Accademia di Digione il suo _Elogio del Vauban_:
il principe Errico di Prussia, che è fra gli astanti, gliene fa i più
caldi rallegramenti, seguìti dall'offerta di un alto grado
nell'esercito prussiano: egli ricusa. Venticinque anni dopo,
nel 1811, comandante di Anversa assediata, riceve da un altro
Prussiano, il conte di Bülow, l'insidiosa proposta di abbandonare la
causa di Napoleone, con la promessa di un'adeguata ricompensa, egli
risponde: «Troppo mi sta a cuore di serbare la stima che mi dimostrate,
perchè non difenda con tutti i mezzi in mio potere il posto onorevole
confidatomi dall'Imperatore dei Francesi....». Pochi giorni dopo
Napoleone ha abdicato, e un altro Francese più accomodante, divenuto,
grazie alla malleabilità della sua tempra, principe ereditario di
Svezia — il Bernadotte — ritenta di indurre il Carnot a rendere
Anversa; egli risponde infliggendo una lezione al transfuga: «Comando
questa piazza in nome del governo Francese: esso solo ha il diritto di
fissare il termine del mio ufficio. Allorquando il nuovo regime sarà
definitivamente e incontestabilmente stabilito sulle nuove basi, sarà
mia premura eseguirne gli ordini: determinazione che non può mancare
d'essere approvata da un principe nato Francese, a cui sono ben note le
leggi imposte dall'onore....».

Tanto zelo non è alimentato, sia pure indirettamente, sia pure in
minima parte, dalla speranza dei premii. Non ne ha mai ottenuti quanti
ne ha meritati; tanto meno ne ha chiesti. Tornato a Parigi il domani di
Wattignies, che è vittoria sua, egli scrive al comando dell'esercito
del Nord per rallegrarsi con esso del glorioso successo, come se non
vi avesse contribuito per nulla. All'inizio del Consolalo è ancora
ministro della guerra ma ha già detto al Côrso ambizioso: «Credo che
soltanto il Bonaparte tornato semplice cittadino possa lasciar vedere
il generale in tutta la sua grandezza». Più tardi soggiunge: «Voi avete
da scegliere nella storia il posto d'un Cromwell o d'un Washington.
Se sceglierete male, precipiterete dall'alto, e un giorno forse
si contesterà la vostra stessa gloria militare....». L'ammonitore,
il repubblicano, il Convenzionale che ha votato la morte del Re, è
il solo a votare contro lo stabilimento dell'Impero; ma quando la
maggioranza dei Francesi accetta la nuova forma di governo, egli
desiste dall'opposizione, perchè nelle crisi dello Stato vi può essere
per ogni cittadino un momento d'incertezza sul partito da prendere;
si può esitare, o scegliere fra le diverse opinioni, senza commettere
un delitto; ma tosto i più si pronunziano, e allora, se la minoranza
si ostina nell'opposizione, non è altro che una fazione: principio di
giustizia eterna formante l'essenza d'ogni società politica, senza del
quale non c'è più altro che anarchia e guerra intestina nell'intero
universo».

In forza di questo principio il cittadino esemplare che lo enunziò
fece qualche cosa di più che desistere dall'opposizione all'Impero.
Dopo avere inflessibilmente respinto, negli anni della prosperità, le
seduzioni di Napoleone, che gli offriva «tutto quanto vorrete, quando
vorrete, come vorrete», il giorno che l'Imperatore è ridotto a lottare
disperatamente per salvare la Francia invasa, il gran patriotta accorre
ad offrirgli i suoi servigi. E si contenta del comando di Anversa;
e quando è il momento di compilare il decreto di nomina, scoprono
che quel creatore di quasi tutti i generali francesi, quell'antico
Direttore della guerra e quasi dittatore della nazione, ha soltanto,
sull'annuario, il grado di maggiore del genio, conseguito per anzianità
all'uscire dal Comitato di Salute pubblica.... Il solo oppositore
all'Impero è anche, ora che l'Impero rappresenta la Patria e la stessa
Libertà contro il pericolo della restaurazione borbonica imposta dagli
stranieri, il solo che sconsigli a Napoleone di abdicare; ed anche dopo
l'ultimo disastro, anche dopo Waterloo, è il solo che gli suggerisca di
resistere, di rivolgere un proclama al popolo, di chiamare alle armi
tutti i cittadini, di mobilitare la guardia nazionale, di difendere
Parigi, di ritirarsi dietro la linea della Loira. Fouché esclama:
«Siete pazzo!». Lazzaro Carnot gli risponde gettandogli in faccia il
giudizio della storia: «E voi siete traditore!...».

  _10 aprile 1917._



Gli enimmi di Waterloo.


Nell'anno secolare della battaglia che segnò l'ultimo crollo
dell'impero napoleonico, un soldato francese ridottosi da molto tempo
a vita di studio per le ferite riportate in guerra ha pubblicato
una nuova storia di Waterloo. Compiuta nella primavera del 1914,
l'opera ponderosa e poderosa fu consegnata ai tipografi il 3 giugno
di quell'anno, due mesi prima della conflagrazione europea: l'autore
ha creduto necessario avvertirlo sin dal frontespizio, quasi a
giustificare la pubblicazione di indagini intorno ad una guerra
passata mentre le battaglie imperversano dall'un capo all'altro del
vecchio continente. E il libro suo, narrando come si decisero un
secolo addietro le sorti del mondo, rischierebbe veramente di passare
inosservato oggi che esse si stanno decidendo ancora una volta, se non
fosse che mentre noi abbiamo sete di conoscere quanto avviene sui campi
della gran guerra attuale, mentre non abbiamo quasi altro bisogno,
supreme ragioni di prudenza vietano ai capi degli eserciti e degli
Stati di appagarlo: talchè alla nostra immaginazione distratta da ogni
altro oggetto le stesse narrazioni degli antichi combattimenti offrono
un pascolo.

Si potrebbe intanto, e pregiudizialmente, domandare se occorresse
proprio tornare sul tema che da cento anni centinaia di scrittori
d'ogni paese hanno sviscerato. La luce non è fatta, chiara, piena,
lampante?... Non è fatta ancora. Il Lenient, avanti di comporre il
suo libro, ha meditato gli altrui, dal primo al penultimo, che pareva
anche definitivo: quello di Arrigo Houssaye. L'ultimo fu scritto
da un Italiano, da un competentissimo Italiano: Alberto Pollio. Noi
possiamo dolerci che lo scrittore francese non ne conosca l'opera, ma
non certo quanto se ne dorrà egli stesso dopo averla cercata; perchè
vi troverà, a sostegno delle idee da lui combattute, argomenti che
lo faranno pensare, e meglio ancora perchè alcuni degli stessi suoi
giudizii potrebbero essere egregiamente avvalorati con quelli espressi
dal generale nostro.

Nel suo _Waterloo_ il Pollio, come tutti gli studiosi precedenti,
non presume di spiegare ogni cosa: ammette anzi che molti enimmi
sussistono; il Lenient intitola invece l'opera sua: _La solution des
énigmes de Waterloo_. Vediamo.


I.

La domanda preliminare, la più generale e comprensiva, è questa: come
mai un esercito di 124000 soldati, con 25000 cavalli e 300 cannoni,
comandato dal primo capitano del secolo, forse di tutti i secoli, è in
soli quattro giorni disfatto, distrutto, dissolto?

Gl'idolatri hanno detto che il piano dell'Imperatore era infallibile;
Adolfo Thiers afferma che la fatalità soltanto potè sconvolgerlo.
La fatalità ha spalle da regger some anche più gravi di questa. Ma
poichè nessuno l'ha vista ancora in faccia per chiamarla alla resa dei
conti, e poichè il più prepotente bisogno, nelle avversità, è quello
di addossarne a qualcuno la colpa, così anche di Waterloo si sono
cercati e, naturalmente, trovati i capri espiatorii. Tutta una scuola
addebita il disastro ai luogotenenti, o disertori come il Bourmont che
passa al nemico con lo Stato maggiore della sua Divisione all'inizio
della campagna, o insolitamente malaccorti, subitamente intimiditi,
straordinariamente inabili, come Ney ai Quatre-Bras, come Grouchy a
Wavre.

Il Lenient dimostra che i traditori non giovarono al nemico, e
distrugge le accuse rovesciate sui marescialli. Si dovrà credere
allora ciò che tanti altri hanno asserito, cioè che la rovina fosse
da imputare allo stesso Napoleone, perchè non era più quello di prima,
perchè le grandezze ne avevano indebolita la tempra, perchè gli anni,
i malanni e i rovesci ne avevano offuscata la mente, infiacchita la
volontà, fiaccata la fede?

Neanche questa è l'opinione dell'autore. Egli adduce, al contrario,
tutte le prove dell'energia fisica, della prontezza e dell'acume
intellettuale, della gran forza morale con le quali l'Imperatore
compose ed attuò il piano della campagna.

Allora?...


II.

Il primo dei problemi particolari nei quali si risolve il gran
problema di Waterloo è quello del numero. Poteva Napoleone avere una
forza maggiore di quella che adoperò? Egli mosse con 124000 uomini
contro Wellington e Blücher, ciascuno dei quali ne comandava quasi
altrettanti: fin dal principio, dunque, la partita si presentava come
troppo disuguale. Con un incredibile intuito profetico l'Imperatore
scriveva al maresciallo Davout: «La più gran disgrazia che possiamo
temere è d'esser troppo deboli al nord e di patirvi sulle prime uno
scacco». Lo scacco sopportato di primo acchito, dopo soli quattro
giorni di campagna, in quei campi settentrionali dove appunto temeva
d'esser troppo debole, fu veramente senza rimedio: terribile lucidità
di previsione! Allora, perchè non correggere la debolezza?

Il Thiers, il Siborne, il Pollio, molti altri dicono che
nell'apparecchiarsi alla guerra Napoleone fece quanto umanamente
era possibile. Il Lenient, sulla fede di ragionamenti e di calcoli,
lo nega. Le forze della Francia sarebbero state molto maggiori se
l'Imperatore non avesse esitato tra la difensiva e l'offensiva, se
avesse chiamato più presto le milizie territoriali che avrebbero
lasciato disponibile per la prima linea un più grosso nerbo di truppe.
Comunque, alla difesa del suolo nazionale bastavano i 434000 uomini
già raccolti: perchè mai, dunque, i 178000 dell'esercito di campagna
furono ridotti a 124000? Perchè distrarre dalle pianure del Belgio,
dove si decideva la quistione vitale, 54000 soldati e disseminarli
sulle altre frontiere? La Coalizione minacciava, è vero, anche dalla
parte del Reno: ma che potevano fare i 46000 uomini di Rapp, di Suchet
e di Lecourbe contro i 500000 del principe di Schwarzenberg? Alberto
Pollio adopera una formula a definire il concetto napoleonico della
ripartizione delle forze: il minimo necessario per le operazioni
secondarie, il massimo disponibile per le principali. Secondo il
Lenient si dovrebbe dire invece: le forze impotenti sono forze inutili.
Sui confini della Spagna, del resto, nessuno minacciava: che stavano
dunque a farci gli 8000 soldati del Decaen e del Clauzel?

La spiegazione proposta dall'autore è tutta psicologica: l'uomo che
aveva riconquistata la Francia con gli ottocento soldati dell'isola
d'Elba, che disprezzava i nemici, che giudicava Wellington «generale
di terz'ordine», Blücher nient'altro che «un bravo ussaro» e le loro
truppe altrettanta «canaglia», quest'uomo non credeva di dover fare uno
sforzo eccessivo e stimava che 124000 soldati in mano sua valessero il
doppio....

Ora, in qual modo li adoperò?


III.

La manovra di Charleroi è ancora levata al cielo come la più sapiente
rottura strategica, e l'attacco come una sorpresa fulminea. Il Lenient
dimostra che non vi fu sorpresa di sorta, che Blücher e Wellington,
sei settimane innanzi, si erano pienamente accordati prevedendo
precisamente ciò che Napoleone poteva fare, e che poi fece. L'idea di
sorprenderli, di sgominarli prima di dar battaglia, fu una presunzione
suggerita e alimentata anch'essa dal folle orgoglio. Avanzarsi su
Charleroi per separare i due nemici e quindi avvolgerli e travolgerli
uno dopo l'altro, sarebbe stato possibile se in quel luogo si fosse
trovato il nodo concreto della fronte alleata da rompere; ma Charleroi
era soltanto un centro geografico, come chi dicesse il luogo geometrico
del collegamento nemico: l'ala inglese vi sfiorava appena la prussiana,
e un attacco su quel punto poteva tanto meno essere considerato come
rottura strategica, perchè il campo di manovra che l'Imperatore veniva
ad aprirsi sarebbe riuscito del tutto insufficiente. Secondo la stessa
teoria napoleonica, un esercito composto di cinque o sei Corpi e posto
tra due pericoli, deve poter disporre, in ciascuna delle direzioni
pericolose, di almeno tanto spazio quanto ne occorre per due marce.
Ora l'esercito del Nord era appunto composto di sei corpi, e le due
direzioni nelle quali si trovavano gl'Inglesi e i Prussiani erano
pericolosissime: esso aveva dunque bisogno d'una zona di manovra lunga
quaranta o cinquanta chilometri — e tra Sombreffe e i Quatre-Bras ne
correvano appena dodici!

Ma veniamo all'esecuzione, ed al primo atto del gran dramma: il
passaggio della Sambra.

Fu passata, infatti, il 15 giugno, e l'esercito, lasciata la riva
destra del fiume, ne tenne l'opposta; ma questo non era il puro e
semplice risultato da conseguire: bisognava anche arrivare dentro un
certo tempo ai luoghi designati, distruggendo quante forze nemiche
vi si trovassero. Invece il corpo di Zieten, contro il quale la
superiorità numerica dei Francesi era schiacciante, potè ripiegare come
e dove volle, e il fiume fu passato con molto ritardo. Perchè? Come mai
i luogotenenti dell'Imperatore lasciano i bivacchi due, tre, quattro
ore dopo quello prescritta? Sono incapaci?... Altri generali certo più
capaci, come Davout, come Gouvion Saint-Cyr, sono stati lasciati da
Napoleone in disparte per la stessa superba persuasione di non averne
bisogno; ma nè Reille, nè d'Erlon, nè Vandamme sono inabili o infidi:
essi non curano come dovrebbero l'esecuzione degli ordini perchè
l'autocrate, chiuso in sè stesso, ha trascurato di svelare tutto il
suo pensiero, di mostrare quale e quanta è la parte a ciascuno di essi
affidata.

E mentre il passaggio del fiume è appena iniziato a mezzogiorno,
il duce supremo scende da cavallo, si fa portare una sedia e vi
s'addormenta. Debolezza della carne? Sì; ma anche cieca fiducia che il
sonno gli è consentito, che nulla egli ha da temere, che a tutto saprà
porre riparo.


IV.

L'azione s'inizia. Napoleone col grosso attacca a destra i Prussiani e
lancia il I e il II Corpo a sinistra, contro gl'Inglesi.

Questo è l'enimma di Ney. Ney, il cuor di leone, l'eroe della Moscova,
il fedele Ney che pagherà con la vita l'adesione accordata al reduce
dell'Elba, il fulmine di guerra che tre giorni dopo anticiperà
temerariamente le cariche della cavalleria contro Mont-Saint-Jean e
avrà cinque cavalli uccisi sotto di sè, Ney, _le brave des braves_,
ricevendo l'ordine di slanciarsi «a capofitto» contro Wellington e di
prender posizione oltre il crocevia dei Quatre-Bras, si avanza infatti,
il 15; ma, affrontatosi col nemico, giudica di non potersi impegnare
a fondo, e s'arresta; il 16 esita ancora, perde tempo, attacca con
una sola parte delle sue forze, non si spinge oltre il crocevia, non è
neppure in grado di concorrere, dalla destra, all'accerchiamento della
sinistra prussiana! Enimma nell'enimma: tutto il corpo d'esercito di
Drouet d'Erlon, posto tra Ney che attacca gl'Inglesi e Napoleone che
attacca i Prussiani, va dall'uno all'altro e torna dall'altro all'uno
senza arrivare a combattere con nessuno dei due!... Chi ha portato a
d'Erlon l'ordine scritto con la matita? Non si sa! Ma Napoleone l'ha
veramente scritto? Il Lenient lo nega.

La sua spiegazione del mistero è nuova del tutto. Il fatale andirivieni
di Erlon è dovuto a un ordine contraffatto: un gregario, a fin di bene,
in quell'esercito dove la disciplina lascia troppo a desiderare, dove
lo zelo consiglia audacie pazze, ha falsificato la scrittura del capo.
E Ney non ha colpa d'avere esitato. Se mai, doveva esitare anche più,
disobbedire totalmente all'ordine imperiale, arrestarsi più indietro
ancora, rendere così impossibili le marce e contromarce di Erlon e
mettersi in grado di dare una mano a Napoleone contro Blücher. La colpa
è tutta dell'Imperatore, che mentre si propone di separare i due nemici
alleati e di cominciare a distruggerne uno, si divide invece egli
stesso, resta con soli 80000 uomini contro i 120000 di Blücher e manda
i 47000 di Ney contro Wellington, pretendendo anche che il maresciallo
gliene riservi una parte. Troppo poche se debbono affrontare tutti
i 95000 soldati del duca, le forze di Ney sono troppe se debbono
sostenere soltanto qualche breve zuffa.

E quest'ultima è veramente l'opinione dell'Imperatore: Wellington non
potrà resistere, non riuscirà neanche a concentrarsi, non potrà opporre
nessun serio ostacolo sulla via di Brusselle. Entrare a Brusselle è il
sogno del vanaglorioso: già egli caracolla con l'immaginazione per le
vie di quella città.... Un particolare è caratteristico: Napoleone dà
a Ney la cavalleria della Guardia, ma gli dice: «Non ve ne servite!».
La cosa è tanto incredibile che Alberto Pollio ricusa di crederla.
Il Lenient vi trova invece la conferma della sua spiegazione. La
cavalleria è data a Ney per mostra, come uno spauracchio contro i
nemici: basterà che costoro vedano quella forza, perchè si sentano
perduti. Questo concetto l'Imperatore ha di Wellington, del duca di
ferro!

Un concetto non molto diverso ha di Blücher: è persuaso che il
maresciallo prussiano, con 120000 uomini sotto il proprio comando, non
potrà, non saprà concentrarne più di 40000 a Ligny. Non contento quindi
d'aver distaccato Ney contro gl'Inglesi, il temerario lascia anche
inerte Lobau a Charleroi con tutto un corpo d'esercito, lo richiama
troppo tardi, quando s'accorge che Blücher ha con sè tanta forza da non
lasciarsi schiacciare. Potendo riuscire un trionfo risolutivo, Ligny è
così una mezza vittoria e lascia indecisa la partita tremenda.


V.

Il 17, alla vigilia della giornata suprema, l'Imperatore può scegliere
tra due obbiettivi: o inseguire e finire Blücher, oppure correre
addosso agl'Inglesi. Anche ora, invece, egli presume di poter
conseguire i due scopi ad un tempo. Illudendosi che Blücher sia
stremato, crede che basti Grouchy ad annientarlo; 38000 Francesi in
tutto, contro più di 100000 Prussiani! Egli stesso con i 60000 soldati
che gli rimangono, stima di poter opprimere i 95000 di Wellington.

La giornata fatale già spunta. Napoleone ha inoltrato tutte le sue
forze verso Brusselle, in unica colonna, senza tentare un attacco di
fianco, senza accennare ad una mossa avvolgente. Scorgendo Wellington
fermo sul pianoro di Mont-Saint-Jean, lo giudica perduto — «il tempo
di far colazione!» — e non si accorge che l'Inglese, certo dell'arrivo
dei Prussiani, si stima intanto sicuro, nel campo precedentemente
scelto e studiato, come dentro una piazzaforte. I Prussiani, secondo
l'Imperatore, non possono, non debbono arrivare: Grouchy è stato da
lui spedito appunto per attraversare loro la via. Ma il maresciallo ha
pure un'altra missione: sostenere la destra del generalissimo. È ancora
il presuntuoso sistema di voler raggiungere due scopi ad un tratto —
con l'aggravante che questa volta il duplice ufficio non è assunto da
Napoleone in persona, ma affidato a un povero di spirito come Grouchy!
Soult, la sera innanzi, ha dimostrato la necessità di richiamarlo: il
despota gli ha brutalmente ordinato di tacere, salvo a ricredersi, più
tardi — troppo tardi.

E Grouchy non arriva, non arriverà, non potrà mai arrivare; e invece
i Prussiani spuntano all'orizzonte mezz'ora dopo l'inizio della
battaglia! Anche ora, nell'ora estrema, invece di tenere le sue forze
indissolubilmente unite per disfare gl'Inglesi prima che i suoi alleati
siano in linea, Napoleone si divide un'altra volta, manda contro il
pericolo ancora lontano tutto il VI Corpo e due intere divisioni di
cavalleria!

Qui spunta un altro enimma: l'impiego dell'artiglieria. Gl'Inglesi
dispongono di 177 pezzi, Napoleone di 266: l'enorme vantaggio resta
infruttuoso. È vero che il campo di battaglia è stato trasformato dal
temporale della notte in una pozzanghera; ma il principio dell'attacco
è ritardato sino alle undici e mezzo appunto per dar tempo al terreno
di asciugarsi. Non è asciutto abbastanza? Ma allora come mai Wellington
può far manovrare i suoi cannoni e Blücher farli arrivare da tanto
lontano?... L'artiglieria può essere, è adoperata anche dai Francesi;
male, però, insufficientemente, nè alle ore nè dalle posizioni
opportune. Tutto un corpo d'esercito si logora contro la bicocca di
Hougoumont presidiata da neanche due migliaia di nemici, quando qualche
batteria ne avrebbe avuto rapidamente ragione. Espugnata a costo di
sacrifizii enormi, l'altra fattoria della Haye-Sainte è difesa da
batterie di cui le batterie inglesi spengono i fuochi. Napoleone,
ufficiale d'artiglieria, vincitore di cento battaglie grazie al
sapientissimo impiego dell'artiglieria, non se ne serve per guadagnare
l'ultima posta!

Distrazione? Inquietudine? Smarrimento? Impotenza? No: parossismo
dell'orgoglio presuntuoso, ancora e sempre. «Che bisogno ha dei
cannoni? Non c'è che lui, il suo pensiero, il suo sogno, la sua
illusione....»


VI.

Ora, spinta a tal segno, la tesi del Lenient, in buona parte evidente
e plausibile, non persuade più. Una presunzione che si astrae talmente
dalla realtà potrebbe essere segno di quelle amnesie, di quelle
aberrazioni, di quella involuzione e degenerazione mentale che l'autore
nega risolutamente.

Piace rammentare che egli stesso ha scritto: «Nei problemi complicati
bisogna diffidare delle soluzioni troppo semplici». Spiegare ogni
cosa con l'accecamento dell'orgoglio è veramente una troppo grande
semplificazione. In flagrante iattanza, da un'altra parte, non
sorprendiamo anche Blücher quando scrive alla moglie: «Con i miei
120000 Prussiani assumerei di prender Tripoli, Tunisi e Algeri, se
non ci fosse di mezzo il mare»? Blücher riuscì, Napoleone fu vinto; si
dovrà giudicare sulla fede dell'esito?... Napoleone si divise dinanzi
al nemico: ma non si divise anche Wellington, distaccando ad Hall 20000
uomini che vi restarono inerti, mentre egli poteva esser travolto a
Mont-Saint-Jean? Non fu travolto: diremo che ebbe ragione? Chiameremo
errore — dice Alberto Pollio — ciò che non riesce?...

L'errore proprio del Lenient consiste nell'aver voluto sciogliere tutti
gli enimmi con una sola chiave. Il suo libro incatena l'attenzione
del lettore anche digiuno di scienza militare, ma ansioso, oggi, di
conoscere come si vince, avido di trovare nella lezione del passato
la rivelazione dell'avvenire. Waterloo è l'effetto di un formidabile
intrico di cause prossime e remote, particolari e generali, militari
e politiche, fisiche e psichiche, materiali e morali. Quando si sono
enumerate tutte, resta ancora il _quid obscurum_ vittorughiano: _quid
obscurum, quid divinum_. «Era possibile che Napoleone vincesse quella
battaglia? Rispondiamo di no. Perchè? Per Wellington? Per Blücher? No.
A cagione di Dio....»

Questa è la soluzione del poeta. Il Lenient si duole perchè sul campo
della pugna eternamente memorabile fu eretto «un modesto monumento
di due o tre metri in onore della _Grande Armée_, e un'interminabile
colonna alla gloria di Victor Hugo». Lasciamo il metro, inadatto a
paragonare le altezze morali. I soldati diedero il sangue e la vita: il
poeta, narrando ai secoli le loro gesta, proferì una grande parola.

  _8 gennaio 1916._



Thiers, Bismarck e la guerra.


La signorina Dosne, proprietaria delle carte di Adolfo Thiers, ne
fece a sua volta erede il Governo francese, col solo patto che non
fossero rese pubbliche prima d'un certo tempo. Il caso ha voluto che
la scadenza del termine da lei assegnato coincidesse con la guerra,
e che le lettere del Thiers e di altri a lui intorno al conflitto
franco-prussiano del 1870-71 apparissero mentre i due popoli, a
distanza di circa mezzo secolo, si affrontano ancora una volta.
La lettura di questi documenti offre molto interesse, poichè dagli
avvenimenti di allora gli odierni in gran parte dipendono.


I.

La giornata «terribile», la scena «diabolica» del 15 luglio 1870,
quando Emilio Ollivier partecipò al Corpo Legislativo la dichiarazione
di guerra alla Prussia, è narrata con senso divinatorio dal Thiers,
il solo che avesse tanto coraggio civile da tentare di opporsi
alla «follia criminale» del governo napoleonico e della maggioranza
parlamentare. Come tutti gli altri patriotti francesi, meglio che gli
altri, l'insigne storico e statista sapeva quale errore fosse stato
lasciare stravincere la Prussia dal 1864 al '66; come e più che gli
altri, egli voleva fare il possibile per evitare la minaccia gravante
sul suo paese; ma si ribellò sdegnosamente «vedendo i miserabili
che nel 1866 non vollero impedire il male all'origine, voler ora
precipitarne le conseguenze, a rischio di renderle decisamente mortali»
— sono parole scritte quarantotto ore dopo la seduta. Per correggere
l'errore antico bisognava aspettare il giorno propizio; questo giorno
sarebbe stato quello «in cui la Prussia avrebbe ripreso il corso
delle sue usurpazioni» «Allora», scrive Adolfo Thiers al Duvergier
de Hauranne, i Tedeschi del Sud, invasi da lei, si sarebbero gettati
nelle nostre braccia, l'Austria non avrebbe potuto neanch'essa esitare,
e l'Inghilterra sarebbe stata moralmente insieme con noi. In queste
condizioni, con l'esercito tenuto in assetto, si sarebbe forse potuto
rifare l'antica Confederazione germanica, o prendere sul Reno qualche
pegno territoriale. Ma qualunque guerra, prima che la Prussia avesse
commesso una nuova usurpazione materiale, mi sembrava una pazzia.»
Ed al Rémusat, un altro dei pochi rimasti capaci di freddamente
ragionare: «Voi avete indovinato. Le cause della guerra sono delle
più meschine. La rivincita contro la Prussia, per offrire probabilità
favorevoli, doveva essere differita. Poichè la Prussia non poteva
proseguire l'opera sua, tante volte ostentata, senza mettere la mano
sugli Stati del Sud della Germania, bisognava aspettare quel giorno,
e allora avremmo avuto dalla nostra una buona metà dei Tedeschi, più
l'Austria, costretta a pronunziarsi, più l'Inghilterra che non avrebbe
tollerato nuove usurpazioni prussiane, o che, se anche non avesse
partecipato alla guerra con noi, sarebbe rimasta neutrale, benevola,
capace per conseguenza di trattenere la Russia. Quello sarebbe stato
il momento dell'azione. Fino a quell'ora bisognava contentarsi di
comporre nel miglior modo possibile gl'incidenti quotidiani, senza
mettersi dalla parte del torto nel caso che una rottura fosse divenuta
inevitabile....».

Opporsi alla candidatura di un Hohenzollern al trono di Spagna era
dunque legittimo, ma non si doveva forzare la nota. Quantunque il
Governo francese avesse ecceduto nel tono della protesta, il rimedio
era ancora possibile. Bisognava appagarsi d'infliggere alla Prussia
un grosso scacco diplomatico. «Se pretenderete di più», aveva detto
il Thiers ai ministri, «l'amor proprio entrerà in giuoco, e allora
la guerra sarà inevitabile. Essa potrà andar male, nonostante il
valore dell'esercito nostro, e non bisogna correre il rischio. Bisogna
porre da parte il desiderio di disfare ciò che fu compiuto a Sadowa;
bisogna aspettare il giorno delle future e immancabili usurpazioni
prussiane.... Mi si rispose che avevo ragione, ma che disgraziatamente
non credevano possibile ottenere il sacrifizio della candidatura
Hohenzollern. _Replicai che si sarebbe ottenuto, ma che bisognava
contentarsene_....».

Fu ottenuto, infatti, come egli assicurava; ma, sciaguratamente, come
egli stesso temeva, non bastò. Il dispaccio spagnuolo annunziante
la rinunzia del Principe prussiano produsse un tripudio di gioia
nell'Ollivier, ma non valse a soddisfare gli ultrabonapartisti, cui
non importava affrontare la guerra, che volevano anzi affrontarla,
sperando di affermare, con una segnalata vittoria sul nemico di fuori,
il regime imperiale minacciato e minato dagl'interni avversarii. «A
capo di cotesto partito si trovava il maresciallo Leboeuf, brav'uomo,
soldato eccellente, ma ebbro d'ambizione e politico molto leggero.
Tutti i bonapartisti si sono messi dietro di lui ed hanno fatto
risonare il Gabinetto di grida furenti. Resta a sapere se l'Imperatore
è stato più trascinato che non trascinasse. Fatto sta che i pacifici,
formanti la maggioranza e guidati dallo stesso Ollivier, si sono
lasciati intimidire ed hanno stabilito di chiedere al Re di Prussia
l'impegno personale (che la candidatura del congiunto non sarebbe stata
ripresentata), con lo scopo, apertamente dichiarato, di umiliarlo. Ho
visto i ministri dopo il funesto Consiglio tenuto martedì, 12 luglio.
Ho detto loro che avevano commesso un grave errore non dichiarandosi
soddisfatti, e che la guerra tornava ad esser possibile. Mi hanno
solennemente giurato che sarebbero stati prudenti, cioè poco esigenti.
Nel frattempo ho fatto una vera campagna presso i deputati del Centro.
Cento, a dir poco, mi hanno dichiarato che, se davo loro il segno della
pace, m'avrebbero seguìto. Un buon numero di costoro sono venuti a
dirmi: — Prendete il potere: siamo in duecento pronti a sostenervi; non
si può lasciare il Governo in quelle mani....».

Ma egli ricusa di mettersi avanti, di appagare ambizioni ed appetiti;
insiste invece perchè si faccia consistere soltanto nella pace lo scopo
essenziale da raggiungere. «Non ho udito una sola obbiezione, salvo
tra i bonapartisti, che del resto io non frequentavo. Il mercoledì,
13, si sono rimandate le ultime spiegazioni a venerdì, 15. Ho visto
e rivisto i ministri, e parecchi mi hanno dichiarato che si sarebbero
dimessi piuttosto che assumere la responsabilità della guerra. Plichon,
Chevandier, me lo hanno promesso....».


II.

Disgraziatamente, se i bonapartisti, in Francia, volevano venire ai
ferri corti, i bismarchiani se ne struggevano in Prussia, e come i
Francesi si erano môrse le mani vedendo sfumare, col ritiro della
candidatura tedesca, l'occasione desiderata, ed avevano perciò avanzata
l'eccessiva e pericolosa pretesa che il Re Guglielmo s'impegnasse
personalmente a non permettere che mai più si riparlasse del suo
parente, così il conte di Bismarck, leggendo la nota redatta per
ordine del suo sovrano dal consigliere segreto Abeken, con la quale
la risposta negativa era distesamente e serenamente riferita, pensò di
«_abbreviarla_» in modo che sonasse «come una fanfara di risposta a una
sfida....».

Il Thiers non poteva allora conoscere questo particolare, svelato
molti anni dopo dallo stesso Bismarck; ma neanche nella secca
forma datagli dal ministro prussiano il dispaccio di Ems parve allo
statista francese quell'«oltraggio» che vollero trovarvi in Francia.
«Buoni cittadini avrebbero attenuato la cosa, si sarebbero rivolti
all'Inghilterra perchè la accomodasse, e avrebbero così preservata la
pace. Ma i signori ministri vi hanno veduto un motivo di mettersi col
partito della guerra senza troppo disonorarsi, e di restare quindi nel
Gabinetto dal quale si sentivano sul punto di uscire.... Quando, in
mezzo ad un'ansietà inaudita, il manifesto è stato letto, una specie
di stupore si è impadronito della Camera. I Centri hanno fatto come
i ministri, si sono serviti di questo mezzo per non guastarsi col
potere, e i ministri per restar tali, i ministeriali per continuare
ad essere ministeriali, hanno gettato il paese ed il mondo in una
guerra spaventosa. La stessa Sinistra, solitamente tanto coraggiosa,
era sorpresa e paralizzata, quando io mi sono alzato con uno scatto
infrenabile. E allora tutti i furori del bonapartismo si sono scagliati
su me.... Cinquanta energumeni mi mostravano il pugno, m'ingiuriavano,
dicevano che insozzavo i miei capelli bianchi....»

L'ansia del Thiers era tanto più grande perchè, antivedendo purtroppo
la sconfitta, neanche la certezza della vittoria sarebbe valsa a
rassicurarlo: la guerra fortunata avrebbe anzi afforzato il partito
bonapartista, nemico delle pubbliche franchige, fautore e autore
di dispotismo. «Questo avvenimento che ci costerà o la libertà o la
grandezza, m'ha spezzato il cuore.... Per quelli dei nostri militari
che sono liberali, quale dolore, combattendo per la nostra terra,
all'idea che non vinceranno se non a spese della nostra libertà!...»
Ma nel terribile frangente la condotta, non solo dei soldati, bensì di
tutti i cittadini, era nettamente segnata: «Il dovere non è equivoco:
bisogna fare di tutto per vincere, e se fossi soldato darei francamente
la vita per questa causa....».

Non dovendo e non potendo combattere, egli fece tutto quanto la patria
gli chiese; e non fu poco: a cominciare dalla penosa peregrinazione
attraverso le metropoli europee in cerca di aiuto. Qui consiste il
maggiore interesse dei documenti venuti ora in luce, per le profezie
che vi si trovano, talvolta un poco involute ed incerte, talaltra
singolarmente precise, intorno alle conseguenze dell'incontrastato
trionfo tedesco e della profonda umiliazione francese.


III.

Il Mignet scrive al Thiers, a Londra: «Gli augurii e i consentimenti
continuano a seguirti nella tua patriottica missione. Così possa
riuscire, per l'onore e l'interesse delle grandi Potenze europee, non
meno che per il sollievo e l'integrità della Francia, abbandonata ad
un'invasione che resta ora senza fondato motivo da parte d'una Potenza
oggi soltanto conquistatrice. L'Inghilterra, la Russia e l'Austria
hanno eguale interesse ad opporsi alla devastazione, alla rovina, alla
menomazione territoriale della Francia. Il mantenimento dell'equilibrio
europeo importa ad esse in egual grado. L'unità della Germania sotto la
Prussia, divenuta certa, in fatto, grazie alla guerra, e destinata a
compiersi, in diritto, dopo la pace, renderà l'orgogliosa e bellicosa
Prussia preponderante sul continente. Se la si lasciasse tendere ad
ingrandirsi con annessioni a spese nostre, presto o tardi, quando
l'occasione favorevole si presentasse, essa sarebbe disposta a riunire
al futuro e inevitabile impero germanico i Tedeschi delle province
austriache e quelli delle province russe del Baltico. Tollerare che
soddisfi la propria ambizione a spese della Francia, importa esporsi al
pericolo che la sua ambizione si rivolti contro l'Austria e contro la
Russia. _Se non le s'impedisce d'essere invadente oggi, la si renderà
pericolosa per tutto il mondo in un avvenire immancabile_....».

Ma il Thiers non raccoglie altro che delusioni. Il Tissot, incaricato
d'affari a Londra, gli scrive il 14 ottobre, a Firenze: «La situazione
è qui press'a poco quale l'avete lasciata. Il Governo inglese continua
a chiudersi nel proponimento dell'astensione e persiste nel non voler
intervenire se non quando gli sarà provato che la sua mediazione avrà
qualche probabilità di riuscita». E il 12 novembre, notando le simpatie
dell'opinione pubblica e riferendo le promesse di Lord Grenville: «In
fondo a queste simpatie che l'Inghilterra ci dimostra, c'è senza dubbio
il sentimento molto egoista dei pericoli che la minacciano; ma non
importa: l'essenziale è che essa comprenda oggi questi pericoli da lei
tanto lungamente negati. L'arroganza teutonica vi ha contribuito più
ancora, forse, che i nostri disastri. La stampa germanica già reclama
Heligoland come chiave del Mare del Nord. Quanto all'Olanda, essa sarà
chiamata a far parte del Zollverein, aspettando che occupi, di buona
o mala voglia, il posto che già le è assegnato nella Confederazione
tedesca. Tali sono le conseguenze prossime, ed altre se ne intravedono
in un avvenire più o meno lontano. _Tutto ciò_ — mi diceva ieri il
signor Otway, sottosegretario agli affari esteri — _finirà con una
coalizione europea contro la Germania_....».

Meno fortunati ancora dovevano riuscire i tentativi compiuti dal Thiers
presso il governo russo. Il marchese di Gabriac, incaricato d'affari
francese a Pietroburgo, gli scrive di lì, dopo la sua partenza: «Il
partito tedesco, in minoranza nel paese, ma forte quanto sapete, ha
sfruttato presso l'Imperatore la notizia delle scene di disordine
avvenute in Francia, segnatamente a Marsiglia ed in una parte del
Mezzogiorno. Si sono distesamente riferite nei giornali le tristi
scene dell'Hôtel de Ville. Dall'altra parte la capitolazione di Metz
ci ha naturalmente nociuto molto come effetto morale, e, militarmente
parlando, se ne è concluso che, non avendo più esercito regolare
da opporre al nemico, la nostra resistenza non è più se non un atto
d'inutile ostinazione....». Dopo aver notato alcuni sintomi di migliori
disposizioni alla notizia dei nobili sforzi della Difesa nazionale,
ed accennato allo scambio di note delle grandi Potenze, il Gabriac
osserva: «Se la guerra durerà ancora a lungo, mi sembra probabile che
non vi sarà altra politica tranne quella delle cupidige individuali,
con appena qualche intermezzo. Del resto sarà la stessa che è
moralmente prevalsa dopo lo schiacciamento della Danimarca e di cui
noi portiamo oggi la pena, senza speranza di risollevarci interamente,
_finchè le due grandi nuove agglomerazioni uscite da questo disordine,
il germanesimo e lo slavismo, si urtino in una lotta suprema_ da cui
spero che saremo tanto abili per fare nuovamente uscire il regno della
giustizia e del buon senso....».

E la Russia disse pure una buona parola; il Cancelliere dello Zar
consentì che il Gabriac partecipasse a Giulio Favre, ministro degli
affari esteri della Repubblica, che «il desiderio della Russia di
vedere risparmiate alla Francia le cessioni territoriali non era ignoto
a Berlino». Ma poi, con la totale distruzione delle forze militari
francesi, il ministro moscovita tenne tutt'altro linguaggio: ogni
Potenza, fece osservare al Gabriac, ha dovuto compiere sacrifizii in
seguito a guerre disgraziate....


IV.

Il Thiers e il Favre sostennero sforzi sovrumani durante le trattative
della pace. «Ci trovavamo», narra il primo al duca di Broglie,
ambasciatore a Londra, «nella posizione d'un esercito ridotto ad
arrendersi a discrezione, cioè nell'impossibilità di resistere. Ho
resistito nondimeno, e talvolta con violenza. Volevano portarci via
tre quarti della Lorena (l'Alsazia era già sacrificata): ne abbiamo
serbato i quattro quinti: ma abbiamo perduto Metz. Bisognava scegliere
tra Metz e Belfort. Volevano togliercele entrambe. Io ho rivolto i
miei sforzi su Belfort, perchè Metz non chiude nulla, mentre Belfort
sbarra la frontiera dell'est, e particolarmente quella della Germania
meridionale. La lotta è durata nove ore. Finalmente ho salvato
Belfort....»

Ma c'era ancora la quistione finanziaria, quell'indennità di cinque
miliardi, il cui annunzio, secondo riferiva il Broglie al Thiers,
aveva prodotto in Londra un «vero scandalo». «Il pubblico inglese»,
soggiungeva l'ambasciatore, «si sente toccato nel vivo. Esso sa che
sarà lui quello che, di buona o mala voglia, pagherà i cinque miliardi,
o almeno il più grosso boccone dell'enorme bottino. La richiesta di
capitali e di numerario che saremo costretti a rivolgere a tutti i
mercati del mondo, ed all'inglese particolarmente, che è il primo, lo
turba straordinariamente. Il pensiero che questo capitale, di cui i
tralasciati lavori della pace aspettavano impazientemente l'impiego, è
sul punto di essergli sottratto per ficcarsi nel tesoro di guerra d'un
esercito ancora conquistatore, l'irrita e lo sdegna.... La _City_ è
come un formicaio su cui la Prussia ha posto il piede....»

Ma forse l'immagine era più bella che fedele, o le formiche si
sentirono impotenti contro il piede; perchè, ad eccezione d'un
tentativo compiuto _in extremis_, «veramente molto insignificante
e tardivo, per aiutarci ad ottenere la riduzione d'un miliardo» —
sono parole del Broglie — e ad eccezione dell'offerta di favorire
l'emissione del prestito, l'Inghilterra non seppe far nulla per
moderare le pretese del vincitore. «Si può dunque dire», conclude
amaramente il Thiers, «che, avendoci abbandonati, l'Europa è il vero
autore del trattato che abbiamo firmato; trattato tanto crudele per lei
quanto per noi, poichè i miliardi che dalla nostra cassa passeranno in
quella prussiana saranno altrettante forze tolte all'Europa _e portate
al dispotismo germanico che si prepara_....»

Sarebbe riuscito veramente difficile far intendere alla Prussia il
linguaggio della moderazione, se le grandi Potenze avessero voluto
veramente, fermamente tenerlo? La discrezione nella vittoria era stata
la legge che il Bismarck si era imposta, e che aveva imposta agli
stessi militari ed al Re, nel 1866. Se qualcuno l'avesse imposta a lui
nel 1871, egli si sarebbe risparmiato l'ammonimento che, perduto il
potere, rivolgeva ai suoi successori, e del quale Gabriele Hanotaux
ha pur ora avvertito il profetico senso: «Il mio timore è che, sulla
via per la quale siamo posti, il nostro avvenire resti sacrificato ai
mutevoli umori del giorno.... Il nostro prestigio e la nostra sicurezza
si affermeranno tanto più durevolmente, quanto più nelle contese che
non ci toccano direttamente ci terremo da parte, e quanto più saremo
insensibili ad ogni tentativo di solleticare e sfruttare la nostra
vanità.... La Germania commetterebbe anche oggi un grosso sproposito,
se nella quistione orientale, e senza avervi un interesse proprio,
volesse prendere partito prima delle altre Potenze più interessate
di lei.... Essa è forse la sola grande Potenza d'Europa che sia meno
tentata da fini raggiungibili solo mediante guerre vittoriose. Il
nostro interesse è quello di conservare la pace.... A questa situazione
dobbiamo conformare la nostra politica: impedire cioè quanto più è
possibile o limitare la guerra: non lasciarci forzar la mano nel giuoco
di carte europee, non lasciarci vincere dall'impazienza, da nessuna
compiacenza a spese del paese, da nessuna nostra vanità come da nessun
incitamento d'amici. Altrimenti, _plectuntur Achivi_....».

  _26 agosto 1916._



Un profeta del pangermanesimo: EDGARDO QUINET.


Mathieu de Mirampal, al tempo della Rivoluzione francese, propose di
far viaggiare gli adolescenti in Germania, «per ritardare, grazie ai
rigori del clima, l'età della pubertà». La stravaganza del consiglio,
e quella dei molti contemporanei giudizii intorno all'indole delle
popolazioni teutoniche, può dare un'idea della ignoranza degli
scrittori che li proferirono. Un giorno ci si mise una scrittrice,
colei che fu chiamata Imperatrice del Pensiero per far dispetto a
Napoleone Bonaparte, Imperatore di Francia — e l'_Allemagne_ della
signora di Staël riuscì un'apologia, anzi un'apoteosi. Il bello fu
questo: che gli stessi Tedeschi non vi si riconobbero, e dissero che
l'autrice «nulla ha visto, nulla ha udito, nulla ha capito....».

Corinna meritò quest'accoglienza, perchè non fu sincera: ella esaltò
la Germania per combattere Napoleone che l'aveva sottoposta. E mentre
il suo libro era male accolto tra le genti che portava al cielo,
lo applaudirono invece con gran calore quegli stessi Francesi che
festeggiarono le truppe della Coalizione accampate a Parigi nel 1814.
Perchè Bonaparte era stato dispotico, quei cittadini dimenticarono
che nel despota, intanto, era impersonata la patria, e in odio a lui
gioirono della disfatta, e accettarono come articoli di fede le lodi
tributate dalla Staël ai loro secolari nemici.

È vecchia sentenza che la passione acceca. E la passione politica
continuò ad offuscare la vista dei Francesi durante la Restaurazione
ed al tempo della monarchia di Luglio; per il disagio sofferto sotto
quei regimi, gli spiriti insofferenti si volsero a cercare oggetti
di ammirazione oltre confine. Il romanticismo letterario contribuì
anch'esso a mettere in voga i costumi alemanni; gli stessi progressi
compiuti dalla scienza tedesca accrebbero quel fervore, a segno che
il Michelet scriveva nel 1828: «la _mia_ Germania, il _mio_ Lutero,
il _mio_ Grimm» — e non chiamava _suo_ Giambattista Vico, a cui doveva
pur tanto, e di cui aveva tradotto l'opera. Un altro giovane scrittore
amico del Michelet e destinato anch'egli alla celebrità — Edgardo
Quinet — si recava tre volte in Germania con l'ardore d'un pellegrino,
sposava una Tedesca, chiamava «_nostra_» Eidelberga, e leggendo e
traducendo e presentando ai suoi connazionali la _Filosofia della
storia del genere umano_, dichiarava d'aver trovato nel libro tedesco
«una fonte inesauribile di consolazione e di gioia: mai, no, mai mi è
accaduto di chiuderlo senza avere un'idea più nobile della missione
dell'uomo su questa terra; mai, senza credere più profondamente al
regno della giustizia e della ragione; mai, senza sentirmi più devoto
alla libertà, alla mia patria, e più capace di buone azioni».


I.

Quel filosofo esordiente sarebbe rimasto molto stupito se gli avessero
detto che il suo entusiasmo per la Germania avrebbe, di lì a poco, dato
luogo ad un sentimento molto diverso. La prima impressione di doccia
fredda fu da lui provata quando, innamoratosi di Minna Morè e scambiata
con lei la promessa nuziale, conobbe da vicino i fratelli della sposa,
Tedeschi fanatici, inconciliabili nemici della Francia, i quali
indussero la giovanetta a ritirare la parola data. Molto penosa fu
la crisi del disinganno, ma potè essere superata, e qualche anno dopo
Minna sposò Edgardo, e lo rese felice; ma il velo attraverso il quale
egli aveva visto la patria di Arminio gli era intanto caduto dagli
occhi: egli si guardò intorno, prestò attentamente l'orecchio, e vide
e udì ciò che a tutti gli osservatori sfuggiva allora, e doveva ancora
sfuggire per lungo ordine d'anni: «_segni_ in fondo alle cose, come
un mormorio che partiva non si sa donde, indistinto e indefinibile;
conversazioni rare, parole interrotte, improvvisi entusiasmi che
scoppiavano e svanivano come lampi: _la grandezza della Germania_....».

Paolo Gautier, raccogliendo oggi tutti gli articoli nei quali, dal
1831 al 1870, il Quinet avvertì la Francia di ciò che si preparava
nell'animo della nazione rivale, ci dà modo di apprezzare la singolare
chiaroveggenza dello scrittore. Mentre il popolo tedesco pareva ancora,
come era parso a lui stesso nella prima fase dell'ammirazione, e come
forse era stato in altri periodi della sua storia, contemplativo,
meditabondo, rifuggente dalla realtà, incapace di passare dalle idee
agli atti — «annegato nell'infinito», aveva detto la Staël — il Quinet
colse i sintomi del mutamento, dell'orientazione dello spirito pubblico
verso l'attività pratica e politica, dell'aspirazione all'unità
nazionale, dell'ambizione di farsi largo nel mondo: sentimenti e
movimenti già così profondi, «che non resta più a quel popolo se non
afferrare la corona universale».

Queste parole sono del 1842. Undici anni innanzi, scrivendo al
Michelet, Edgardo Quinet annunziava all'amico che le cose erano molto
mutate in Germania dacchè entrambi avevano lasciato quel paese,
«e l'unità tedesca si prepara in modo così minaccioso, che non ho
resistito al bisogno di descriverne i progressi inevitabili». Nella sua
descrizione — un articolo intitolato: _La Germania e la Rivoluzione_
— il Quinet nota che l'antica imparzialità e serenità, che l'apatia
politica e la tendenza al cosmopolitismo hanno dato luogo in Germania
ad una «nazionalità irritabile e collerica»; che la libertà non è tra
i più urgenti bisogni di quel popolo; che il partito democratico, ed
anche il demagogico, hanno fatto pace col Governo della Prussia dopo
che questo ha dato al paese ciò di cui esso è ora cupido: «l'azione,
la vita reale, l'iniziativa sociale», appagando «il repentino
infatuamento per la potenza e per la forza materiale». Tra i governati
e i governanti «c'è una secreta intesa per rimandare l'avvento della
libertà e mettere in comune l'ambizione di conseguire la fortuna di
Federico II». Il dispotismo prussiano è più minaccioso dell'austriaco,
perchè non risiede soltanto nel Governo, «ma nel paese, nel popolo, nei
costumi e nel portamento da _parvenu_ dello spirito nazionale». Benchè
preparati ad apprezzare l'efficacia delle idee, i Francesi si sono
addormentati per quanto concerne «il moto dell'intelligenza e del genio
tedesco»: lo ammirano ingenuamente, credendolo immune dall'ambizione
«di passare dalle coscienze nelle volontà, dalle volontà agli atti,
e di aspirare alla potenza sociale ed alla forza politica». Ma ecco:
quelle idee che dovevano restare incorporee «fanno come tutte le
altre idee apparse nel mondo, e si sollevano contro di noi con tutto
il destino d'una razza, e questa razza si pone sotto la dittatura di
un popolo — il prussiano — non già più illuminato, ma più avido, più
ardente, più esigente, meglio addestrato agli affari. Essa gli affida
le sue ambizioni, i suoi rancori, le sue rapine, le sue astuzie, la
sua diplomazia, la sua gloria, la sua forza.... La Germania è dunque
intenta oggi a sostituire, come suo agente, la Prussia all'impero
d'Austria? Sì: e se sarà lasciata fare, la spingerà lentamente, da
tergo, all'assassinio del vecchio regno di Francia».

Scritte nel 1831, queste parole tolsero il riso al Michelet, come
confessò egli stesso, «per dieci anni». Al loro paragone, le pagine
sull'_Arte in Germania_, composte l'anno appresso, fanno meno
impressione, ma sono anch'esse degne di nota, perchè l'ansia dello
scrittore cerca e trova più sottili ma non meno fondate ragioni
d'inquietudine nella stessa attività fantastica del popolo nemico.
Finora, in Germania, l'arte è stata senza patria; il più grande
scrittore tedesco, Volfango Goethe, si è mantenuto superiore a questa
come a tutte le altre passioni umane; ma già i buoni cittadini sono
sconcertati dalla sua olimpica impassibilità; già i nuovi artisti,
nella musica, nella pittura, in poesia, si accostano al popolo,
attingono alle tradizioni, celebrano i fasti della razza. Se Uhland
è «il Béranger tedesco», Goerres «ha ricevuto la missione di gettare
una volta per sempre nell'arena la massa inerte della Germania e di
scatenare il mostro»: quel Goerres che, per punire l'infedeltà commessa
dall'Alsazia nel farsi francese, proponeva di bruciare la cattedrale
di Strasburgo eretta nel secolo XV dal genio tedesco, e di lasciare
intatta la sola guglia «per l'eterna vendetta dei popoli germanici».


II.

Più il Quinet conosce la Germania nuova, più ne diffida. Nel quinto
articolo, composto nel 1836, egli denunzia il dissolvimento dell'antico
spiritualismo tedesco, ammonisce la Francia di non rappresentarsi la
rivale «come un Eden popolato da poeti, e l'intera nazione come la
Bella addormentata nel bosco: immagine vera cinquant'anni addietro, ora
non più». La _Giovine Germania_ ha «scoperto» che l'uomo è di carne
e d'ossa, e si è quindi messa a sciogliere inni al corpo. Ubbriacati
dalle lodi che il mondo aveva loro tributate, i Tedeschi hanno preso
coscienza di sè, e la febbre dell'orgoglio li ha assaliti. Ma, dopo la
prima ebbrezza, si sono guardati attorno: hanno visto che il loro paese
è chiuso, in terra, tra la Francia e la Russia, e che l'Inghilterra lo
blocca dal mare. «Hanno cercato allora quale grande pensiero portassero
in sè per rinnovare il mondo, e hanno trovato la _teutomania_....» La
parola è pronunziata dal Quinet nel 1842, e gli serve per intitolare
il nuovo articolo, nel quale l'autolatria, già entrata nel cuore della
Germania prima ancora di aver conseguito l'unità politica ed ottenuto
il predominio militare, è denunziata con parole gravi. Ma più gravi
di tutte, veramente terribili, sono quelle che il polemista scrive
dall'esilio, nel 1867, dopo Sadowa.

In questo nuovo studio, intitolato _Francia e Germania_, egli comincia
con l'avvertire che la vittoria prussiana non è soltanto il segno d'una
crisi, che è anzi la rivelazione «di un nuovo stato del mondo». L'unità
tedesca non può più essere impedita da nessuno, ma essa non si viene
conseguendo «con la giustizia e la libertà, bensì con l'ingiustizia
e l'arbitrio». I Tedeschi sono ora convinti di aver conquistato
il dominio degli spiriti in Europa, «e tengono per fermo che tutto
emana da loro: scienza, poesia, arte, filosofia, e che il mondo è
divenuto loro discepolo. A cotesta presunta sovranità che cosa manca
ancora? La forza. Ecco che se ne sono, ora, impadroniti. Per loro,
non c'è soltanto un impero di più nel mondo, è avvenuta senz'altro la
sostituzione dell'êra germanica all'êra dei popoli latini, relegati in
un piano inferiore». Rivolto al popolo tedesco, lo scrittore francese
gli fa osservare: «Fino ad oggi il dispotismo prussiano è stato
violento, iniquo, ma non si è data la pena d'esser falso. Si è servito
di armi palesi: l'audacia, la temerità, la sfida, senza avvelenarle
con la menzogna, e la menzogna è quella che corrompe l'avvenire. Fin
qui, dunque, il principio del diritto, della vita morale, può ancora
essere restaurato e salvato. Ma badate che il momento decisivo non
è ancora giunto. Sarà quello in cui cotesto dispotismo avrà bisogno
di travestirsi, di mutar nome e linguaggio, di mettersi la maschera
della libertà e della democrazia. Allora tutto minaccerà di falsarsi
e snaturarsi. Che faranno quel giorno i Tedeschi? Sarà l'ora dei
tranelli. Vogliono essi cadervi? Quando il dispotismo si travestirà da
democrazia, la democrazia, sempre compiacente, sposerà il dispotismo?
Se mai coteste nozze si celebreranno, dite per sempre addio a quanto
avete conosciuto della vita tedesca: probità dell'intelligenza,
acume, grandezza dello spirito, genio, gloria; tutto sparirà, tutto
naufragherà nella confusione del bene e del male, del giusto e
dell'ingiusto, del vero e del falso»: avvenimento inevitabile, perchè
già «la democrazia tedesca si è riconciliata con chi la calpestava».
Non mancano i liberali, in quel paese, e credono anche d'esser padroni
dell'avvenire; ma s'illudono. Non lasciano essi che l'unità della
patria si compia con la violenza e le conquiste? Come possono dunque
prometter nulla, «dopo la fatalità a cui si rassegnano?». Se questa
fatalità dovesse un giorno ripresentarsi, «nulla impedirà che essi vi
si rassegnino con più filosofia e più pazienza».

Quando si pensa come i Tedeschi si accordarono nel volere la guerra,
sembra propriamente che Edgardo Quinet abbia letto nell'avvenire. Ma
non c'è in lui, come non c'è in nessun uomo, la capacità di antivedere
il futuro: c'è soltanto, come bene avverte il Gautier, «un senso più
intimo delle realtà e delle grandi leggi storiche che si governano».
La riprova è questa: che quando lo studioso non tiene conto di tutti
i fatti, o quando le leggi sono troppo complesse, le sue previsioni
non riescono altrettanto sicure. Fin dal 1842, ad esempio, egli
preannunziava l'alleanza franco-russa: «Gli scrittori tedeschi vogliono
proprio inimicare i due paesi — Francia e Germania — trascurando di
pensare che una sola stretta di mano della Francia e della Russia
potrebbe bene, all'occorrenza, stringere oltre misura i fianchi di
Teutonia?». Ma il Gautier, ponendo in evidenza l'accortezza di questo
giudizio, non avverte che un altro ragionamento porta il Quinet ad
una conclusione contraria: «Avete dimenticato che la Russia era con la
Prussia e con la grande Germania a Lipsia? Ecco, senza parlare degli
interessi comuni, il legame sacro tra loro....». Quando scrive queste
parole, lo stesso Quinet ha dimenticato d'aver detto che la gran rivale
della Germania è la Russia, perchè — e qui ha indovinato — «i Tedeschi
sono fatalmente attratti verso l'Oriente».

Queste ed altre esitazioni e contraddizioni sarebbero tuttavia
trascurabili senza quelle che concernono il principale argomento
delle indagini e delle inquietudini del pubblicista francese. Il
quale, dopo avere denunziato con parole tanto concitate i pericoli
dell'autocrazia prussiana inebbriata dalle sue fortune guerresche,
scrive che «del resto, fra i Tedeschi, la gloria militare non degenera
in superstizione, perchè è dominata dalla gloria dei riformatori,
dei poeti, degli artisti». Lutero, Goethe e Schiller, soggiunge,
«passeranno sempre prima di Blücher. Lo splendore dell'uniforme,
che affascina gli altri popoli, non è la principale magia dall'altra
parte del Reno». E allora egli stesso non teme più ciò che lo ha tanto
spaventato: «Io posso dunque concepire un impero fondato sul fucile
ad ago, e nondimeno incapace di far tutto consistere nel militarismo.
Gli resterebbero, a suo dispetto, forze molto diverse da quelle della
spada».


III.

La verità è che il Quinet aveva troppo amato la Germania, un tempo,
perchè potesse poi odiarla. La detestò certamente quando, tornato
dall'esilio alla caduta del Secondo Impero, vide avverarsi la disfatta
e la mutilazione della patria che egli aveva predette; ma, prima dello
scempio, serbò sempre in cuore qualche cosa della fede nutrita negli
anni più belli.

C'è anche nei suoi giudizii un errore, grave di conseguenze: quello
di procedere per distinzioni troppo radicali fra popolo e popolo,
di assegnare a ciascuno di essi qualità diverse e discordi, e
funzioni separate ed opposte. E sapete, fra parentesi, in che cosa
consisterebbe la parte dell'Italia? «L'Italia ha per sè la libertà
dei costumi, la vita facile, la felicità e l'esaltazione dei sensi, la
noncuranza prodotta dall'abitudine delle rovine; ella ha segnatamente
al suo servizio l'arte, che dovunque altrove è uno sforzo, ed in lei
istituzione divina e naturale». Faremmo torto al nobile scrittore
se ci fermassimo su questa sentenza: non dimentichiamo la simpatia
che egli accordò alla causa nostra, nè i rimproveri acerbi che mosse
alla Francia di Napoleone III per averci abbandonati a Villafranca,
nè l'esortazione che rivolse all'Austria, «di sollevare un momento
la pesante zampa distesa sull'Italia». Ma, per tornare in argomento,
tanto è ancora il credito da lui accordato alla Germania, che riconosce
ai paesi di lingua tedesca «il senso della felicità domestica, le
cure della famiglia, la calma dei costumi tradizionali, la vita
religiosa, la vocazione per la scienza». L'Inghilterra si distingue per
l'industrialismo; l'America del Nord per il culto della libertà; alla
Francia resta riservato l'istinto e l'istituto della civiltà: «da due
secoli la Francia ha posto il suo destino nel farsi organo dominante
della civiltà».

Ora, come non osservare che, precisamente per questa volontà di
dominio, riuscita un giorno troppo molesta alle altre nazioni, tutta
l'Europa si collegò contro la Francia, e che al «sole di Campoformio»
tennero dietro le nebbie della Beresina e le tenebre di Waterloo? Dopo
Napoleone I, scrive il Quinet, è divenuto impossibile che, «per la
_stessa_ causa», si scateni la «gran guerra, la guerra universale».
E qui non cogliamo in fallo il profeta? La guerra universale, oggi,
non si è scatenata per la _stessa_ causa, avendo la Francia saviamente
deposta l'ambizione di primeggiare, ma per una causa _simile_. «Da 15
anni», scrive il Quinet nel 1832, cioè dalla caduta del Primo Impero,
«il posto della Francia resta vuoto; da 15 anni la corona della civiltà
moderna si trascina con lei nel fango. Chiunque può raccattarla e
prenderla a suo talento; non bisogna far altro che chinarsi: chi lo
impedisce?...». Lo impedisce, appunto, una coalizione simile a quella
formatasi contro l'impero napoleonico, e soltanto più vasta, perchè più
forte è il popolo che non ha resistito alla pericolosa tentazione di
raccattare quella corona. Il mondo non è più disposto a tollerare che
nessuno se la ponga in capo; nessuna benevolenza verso la civiltà dà
diritto ad egemonie. Lo stesso Quinet, con un'altra contraddizione che
gli fa onore, dopo avere attribuito ad ogni nazione una parte distinta
nel gran concerto umano, domanda a sè stesso: «Nel caos di opinioni, di
idee, di poesia che si agita in ogni angolo d'Europa, come riconoscere
l'elemento che ciascun popolo vi porta? Lo spiritualismo del Nord,
il materialismo del Mezzogiorno, l'eguaglianza francese, l'industria
inglese tendono a stabilirsi e coesistere ovunque contemporaneamente».
Allora, che cosa concludere? Questo: che tra i voti — se non tra le
profezie — dello scrittore francese, il più bello, il più degno di
avverarsi è che il Reno diventi un giorno «il fiume di alleanza dove si
mescoleranno il genio della Francia e della Germania», e che una nuova
guerra tra le due nazioni debba considerarsi, come in cuor suo egli già
la considera, «guerra civile». Fino ad oggi — oggi più che mai — «il
genere umano è stato in guerra con sè stesso». Composti i dissidii,
cessata «la solitudine dell'orgoglio», il posto degli uomini sia al
focolare «non d'un popolo, ma dell'umanità».

  _1.º novembre 1917._



L'Imperatore liberale: FEDERICO III.


Se è vero che «i vituperi di nemico a nemico onta non fanno», le lodi
di nemico a nemico fanno senza dubbio tanto onore a chi meritamente
le ottiene quanto a chi doverosamente le tributa. Che in piena guerra
contro la Germania ancora accampata in terra francese, un Francese, un
membro dell'Istituto, Henri Welschinger, pubblichi una grossa biografia
apologetica di uno dei principali autori delle vittorie del 1870,
di un Hohenzollern, del padre di Guglielmo II, è cosa degna d'esser
notata, particolarmente in Italia, dove le virtù di quell'infelice
sovrano furono conosciute più da vicino e poterono quindi esser meglio
apprezzate.


I.

Certo, da Principe ereditario e da Imperatore, Federico Guglielmo ebbe
piena coscienza del dovere di lavorare alla grandezza del suo paese;
ma quanto le vie che egli intendeva seguire per assicurarla fossero
diverse da quelle che i governanti batterono col consentimento ed il
plauso della nazione, si vide dalla guerra che gli fu mossa nella
stessa Germania. Ammiratore delle istituzioni politiche inglesi,
profondamente devoto alla Regina Vittoria, della quale aveva sposato
la figlia Vittoria, l'erede del trono prussiano riuscì tanto inviso al
ministro del proprio padre, da vedersi escluso dai pubblici negozii e
giudicato finanche non incapace di tradire gl'interessi della patria!
Ottone di Bismarck lo tenne al buio, sempre che potè, delle notizie
di governo, temendo che le rivelasse alla moglie, la quale le avrebbe
a sua volta partecipate alla Corte britannica. Discutendosi, durante
la guerra contro la Francia, alte quistioni di Stato, il ministro osò
chiudere la bocca al suo futuro sovrano, e quando si firmò la pace
gli nascose il grande avvenimento; un giorno lo accusò senz'altro di
comunicare ai suoi «piccoli amici d'Inghilterra» ed ai «ciarlatani
politici» le note e le osservazioni che il Principe riflessivo e
studioso consegnava alle pagine di un suo diario intimo. «Ciarlatani»,
naturalmente, erano, a giudizio di Bismarck, i progressisti dei quali
Federico Guglielmo amava circondarsi.

Quello che fu chiamato _incidente di Danzica_ aveva dato inizio alla
lotta. Recatosi nell'antica città polacca per compiervi un'ispezione
militare, l'erede del trono vi giungeva il 31 maggio del 1863,
vigilia della pubblicazione di un decreto che restringeva la libertà
di stampa: alle espressioni di rispettoso rammarico rivoltegli il
domani dal borgomastro, Federico Guglielmo si affrettava a rispondere
manifestando il rammarico suo proprio per essere giunto mentre, a
sua insaputa, si produceva tra il governo ed il popolo un disaccordo
del quale non aveva la minima responsabilità. Non contento di questa
assicurazione, il Principe mandava a Bismarck una formale protesta
contro il reazionario decreto ed esigeva che fosse comunicata al
Ministero di Stato. Bismarck, di rimando, accusava il figlio al padre;
ma, ai rimproveri paterni, Federico Guglielmo rispondeva giustificando
la propria condotta, e scriveva al ministro dichiarandogli che la sua
politica non dimostrava nè affetto nè stima verso il popolo, che era
fondata sopra discutibili interpretazioni della costituzione, che la
svalutava agli occhi del Re, e avrebbe anzi finito con lo spingerlo a
violarla: per conseguenza, lo scrivente chiedeva d'essere esonerato da
tutte le sue cariche ufficiali e dispensato dal partecipare ai Consigli
dei ministri. Come se non fosse abbastanza per suscitare la collera
bismarchiana, il _Times_ pubblicava una particolareggiata informazione
intorno all'incidente, rallegrandosi col Kronprinz per avere una
moglie educata a quei principii liberali che egli stesso tentava di far
prevalere anche in Prussia. Nell'impeto dell'ira, Bismarck accusò al
Re la Principessa ereditaria, la Regina Vittoria, e la stessa Regina
prussiana — Augusta di Sassonia-Weimar, anch'ella favorevole al partito
progressista — come autrici della ribellione del Principe; ma questi
confermava al padre d'esser contrario alla politica dispotica, che
avrebbe recato gran danno alla dinastia e pregiudicato l'avvenire della
nazione, e gli consegnava inoltre un memoriale dove erano partitamente
precisate tutte le ragioni del suo malcontento. E Bismarck, a cui
il Re Guglielmo partecipava quello scritto, vi apponeva in margine i
più acri commenti, osservando che la condotta dell'erede del trono,
suggeritagli probabilmente dalla Principessa, cupida di guadagnare
al marito il favore popolare, era una vera e propria ribellione alla
Corona, passibile di giudizio e di castigo, più pericolosa della stessa
propaganda anarchica, capace finanche di provocare qualche odioso
attentato contro la persona del Re!


II.

Il dissidio tra quei due uomini non poteva comporsi, perchè dipendeva
dall'intima e quasi organica diversità della loro natura. Mentre l'uomo
di ferro, duro, testardo, iracondo, violento, non intendeva adoperare
altro che la forza per conseguire l'unità tedesca, il Principe mite,
generoso, persuasibile, giudicava la forza «non necessaria»; e mentre
l'astuto, infinto e mendace ministro procedeva per vie oblique e
tortuose, il Principe franco e leale manifestava apertamente tutto il
proprio pensiero e non sospettava la doppiezza altrui.

Iniziandosi, con la guerra danese del 1864, l'effettuazione del
programma bismarchiano, Federico Guglielmo, infatti, non scopre
subito il giuoco; ma, non appena comprende le secrete mire del
ministro, «il secondo fine di qualche ingrandimento prussiano», tosto
gli scrive: «Lasciatemi brevemente dirvi la mia opinione: cioè, che
tali disegni falsano tutta la nostra politica tedesca e ci preparano
complicazioni con l'Europa». E quando, nel 1866, la Prussia dichiara
guerra all'Austria, sua complice nell'aggressione di due anni innanzi,
rigettando su lei l'accusa di menzogna, di perfidia e di malafede,
l'erede del trono fa di tutto per evitare il conflitto e non nasconde
neanche all'esercito il proprio rincrescimento: chiamato al suo posto
di battaglia, compie egregiamente il suo dovere di soldato e arriva in
tempo a Sadowa per decidere le sorti della giornata; ma sullo stesso
campo della grande vittoria esclama: «Colui che con un tratto di penna
scatena la guerra non sa che cosa fa uscire dall'inferno!». Il trionfo
non lo inebbria, non lo converte ai metodi preferiti dai militaristi:
nel 1867, a chi considera leggermente l'eventualità che la quistione
del Lussemburgo si risolva con le armi, osserva severamente: «Voi
non avete visto la guerra, signore; altrimenti non ne pronunziereste
tanto facilmente il nome. Io che mi sono trovato a faccia a faccia con
questa cosa terribile, io vi dico che il più grande dei doveri consiste
nell'evitarla, quando è possibile. Dichiararla è assumere una ben grave
responsabilità. Un uomo di Stato, anche quando ne prevede la necessità,
non dovrebbe mai provocarla per via di artifizii....».

E nel 1870 egli accetta la nuova sciagura appunto perchè non sa che
Bismarck si è servito di «artifizii» — la falsificazione del dispaccio
di Ems — per far credere che la Prussia sia stata provocata; ma, nel
condurre le operazioni militari, mentre lo spietato politico vieta
che si conceda quartiere e che si facciano prigionieri, il Principe
soldato si duole nel vedere i campi di Francia deserti «per paura degli
antropofaghi tedeschi», e impartisce quindi gli ordini più severi
affinchè le popolazioni siano rispettate, e lamenta che in quella
«lotta di giganti nulla sarà risparmiato al mio orrore della guerra».
A Sedan sconsiglia tutto quanto può umiliare il vinto Napoleone, e dal
premio della vittoria sarebbe disposto ad escludere Metz, e prevede
che l'acquisto dell'Alsazia e della Lorena «potrà riuscirci molto
precario».


III.

Nelle grandi e nelle piccole cose il suo pensiero differisce da quello
dei dirigenti. Mentre gli ambiziosi vogliono fondare l'impero, Federico
Guglielmo ha idee più modeste: si contenterebbe che la Germania fosse
costituita in Regno, e propone per conseguenza che tutti i capi degli
Stati da riunire nel nuovo reame rinunziino ai loro particolari titoli
di Re, Principi e Granduchi, per ridursi semplicemente a duchi. Regno
od Impero, del resto, «il principale nostro scopo», scrive, «è di
edificare una Germania libera». Disgraziatamente, non può illudersi di
raggiungerlo finchè il timone dello Stato resterà nelle stesse mani
che ora lo reggono: «Dove trovare gli uomini capaci di comprendere e
di esporre i veri principii, i principii necessarii a consolidare le
nostre fortune?». Questi principii sono tanto avversati, che mentre
egli fa distribuire ai soldati feriti un giornale liberale, Bismarck
ne ordina il sequestro! Come fare assegnamento, in queste circostanze,
sulla fondazione d'un Impero democratico? «Solo quella futura età nella
quale si dovranno fare i conti con me potrà riuscirvi. Le esperienze
compiute durante dieci anni non mi saranno tornate inutili. Io sarò
più che altro il primo principe che si presenterà al popolo lealmente
e incondizionatamente affezionato alle leggi costituzionali».

Coerenti a questo proponimento sono tutte le sue idee di governo.
«Il mio primo còmpito sarà la soluzione delle quistioni sociali,
che voglio sviscerare». Egli è favorevole ai Polacchi, ai Danesi, a
tutte le nazionalità sottoposte; in politica estera vuole una sincera
pacificazione con la Francia: «Non porto nessun sentimento di odio
contro i Francesi, mi sforzo invece di preparare la riconciliazione».
L'alleanza con l'Inghilterra è un altro punto del suo programma:
«Io vorrei arrivare, seguendo i principii dell'indimenticabile mio
suocero» — Alberto di Sassonia-Coburgo, Principe consorte della
Regina Vittoria — «a formare una catena tra due nazioni i cui
rapporti saranno per essere tanto vasti». Ed a questo proposito si
manifesta ancora una volta l'irreconciliabile discordia con Bismarck.
Quel _junker_ difensore del diritto divino, contrario al sistema
parlamentare britannico, mediocre estimatore della Regina Vittoria
— «la gonnella inglese», la chiama, e chiama la figlia di lei, la
Principessa ereditaria tedesca: «Vittoria Numero due», od anche: «il
discepolo di Gladstone» — quel furbo Prussiano stringe con la Russia
il secreto patto diplomatico conosciuto col nome di _Trattato di
contro-assicurazione_, secondo il quale, in caso di guerra anglo-russa,
la Germania resterà neutrale. Non appena ne ha notizia, Federico
Guglielmo immediatamente osserva: «Spero bene che l'Inghilterra ne sia
stata avvertila e che vi abbia acconsentito!» — provocando il riso di
Bismarck e dei suoi accoliti con queste parole, dettate, a giudizio
del volpino ministro, da un candore troppo ingenuo e propriamente
puerile....

Il Cancelliere non lo stima infatti «uomo capace di serie riflessioni»;
dice anzi di lui che, «come tutti i mediocri, il Kronprinz amava
copiare e nascondere le sue lettere. Non aveva nient'altro da fare,
del resto, poichè l'Imperatore lo teneva sempre al buio delle cose
di Stato, e non mi permetteva di comunicargli nulla»: menzogna con la
quale il troppo abile uomo capovolge la verità: ha lavorato egli stesso
ad escludere l'erede del trono dal governo, a mettere in cattiva luce
il figlio presso il padre, e vorrebbe dare ad intendere che è il padre
quello che ha dubitato del figlio!...

E un giorno il dramma del quale è teatro la Corte prussiana si muta in
tragedia. È il giorno nel quale, morto il vecchio Guglielmo I, Federico
Guglielmo sale finalmente al trono col nome di Federico III. Vuole il
destino che l'uomo tanto lungamente, tanto scrupolosamente preparatosi
a meritare il suo altissimo ufficio, l'uomo che vorrebbe fare del suo
regno «un benefizio per il popolo, una benedizione per l'Impero», il
sovrano nella cui corona «l'oro ardente dovrebbe mescolarsi ai pallidi
e dolci rami dell'olivo», il fautore del regime liberale, del sistema
parlamentare, delle leggi democratiche, della giustizia sociale, della
diplomazia leale, della politica conciliante, temperata e pacifica,
debba afferrare lo scettro quando la sua mano sta per essere irrigidita
dalla morte, che debba annunziare al popolo il suo grande disegno di
governo quando non gli resta più un filo di voce nella gola invasa dal
cancro.... Ma neanche dinanzi a quella tremenda agonia le ire e gli
sdegni si placano. Egli — l'Imperatore! — non è libero di affidarsi
ad un chirurgo di sua fiducia: perchè il chirurgo è inglese, i medici
tedeschi e i pangermanisti arrabbiati gli si scagliano contro; un
giornale, la Koelnische Zeitung, lo avverte di non uscire per le vie di
Berlino «perchè il popolo lo farebbe a pezzi e lo lapiderebbe». Per suo
conto, il Cancelliere, a cui qualcuno fa notare lo strazio atroce dello
sciagurato sovrano, seccamente risponde: «Possibile, ma non ho tempo da
fare una politica sentimentale». E neanche la morte lo placa.

Prima di chiudere gli occhi, Federico III ha affidato il suo _Diario_
alla moglie adorata; la quale, stralciate le pagine del 1870, le ha
consegnate al consigliere Geffcken, uno dei sinceri amici del morto
sovrano. Il consigliere, per onorare la memoria del suo signore e per
appagarne l'espresso desiderio, pubblica quelle pagine sulla _Deutsche
Rundschau_ — e allora l'ira del Cancelliere non conosce più freno.
La sua fortuna ha voluto che Federico III restasse ad agonizzare
sul funebre trono novantanove giorni, durante i quali è mancata al
moribondo, già muto per sempre, la forza, non che di effettuare, ma
di semplicemente proclamare i suoi magnanimi proponimenti; sennonchè
il morto, dal suo sepolcro, dalle pagine del postumo libro, li attesta
ancora, li riafferma, e svela anche la tenace opposizione che gl'impedì
di tradurli in atti. Fuori di sè, il Cancelliere impone che quella
pubblicazione sia incriminata; quantunque certo dell'autenticità
del _Diario_ — «neanche un minuto ne ho dubitato» — vuole metterla
in forse: «Non importa: bisogna trattarlo come se fosse falso», e
minaccia di dimettersi se non si procederà giudiziariamente; chiede
un minimo di due anni di lavori forzati contro l'editore; fa accusare
il duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, proprietario della _Rundschau_;
fa imprigionare il consigliere Geffcken, spontaneamente presentatosi
alla giustizia; lo traduce dinanzi al Tribunale di Lipsia; ma,
poichè i giudici pronunziano una sentenza assolutoria, il furibondo
chiede che, almeno, l'atto di accusa sia reso pubblico sul Giornale
ufficiale dell'impero, e pretende che Geffcken sia punito se non
altro disciplinarmente, come professore all'Università di Strasburgo:
udendo che l'Università non è sottoposta allo stesso regime di tutte
le amministrazioni dello Stato, esclama: «Ma come? Il professore,
in Germania, sfugge alla legge?...» e non se ne dà pace, e non
lascia mezzo intentato per distruggere la «leggenda» del liberalismo
dell'Imperatore, «come perniciosa a tutta quanta la dinastia».

Il nuovo biografo francese di Federico III, come già l'inglese Rennel
Rodd, molto opportunamente ha voluto dimostrare che quel liberalismo
non era una leggenda, che l'orrore della guerra, che l'amore della
patria, che la mitezza, la modestia, la moderazione, la lealtà, la
carità, il cristianesimo del monarca meritamente chiamato Federico
il Nobile furono virtù rare — nel doppio senso della parola:
come infrequenti sul trono che egli doveva per tanto poco tempo
occupare, e per ciò stesso tanto più preziose — sebbene fatalmente e
sciaguratamente rimaste inefficaci.

Negano i deterministi ciò che Tommaso Carlyle afferma, cioè l'efficacia
dell'intervento personale dell'Eroe sul corso della storia; ma
quando si pensa che Federico III, il quale scriveva, dinanzi a Parigi
assediata, il 27 gennaio del 1871: «È oggi il tredicesimo natalizio
di mio figlio Guglielmo. Possa egli divenire un uomo forte, leale,
fedele, sincero.... C'è propriamente da aver paura quando si pensa
alle speranze riposte fin da ora sul capo di quel fanciullo, e quale
grande responsabilità ci incombe dinanzi alla patria per l'indirizzo
che diamo alla sua educazione. Essa incontra già tante difficoltà per
le considerazioni di famiglia e di casta alla Corte di Berlino!...»;
quando si pensa che quel padre esemplare, che quell'Imperatore liberale
avrebbe potuto regnare a lungo ed attuare i suoi grandi disegni,
o se non altro impedire che i piani contrarii e le correnti ostili
prevalessero, e vivere ancora nel luglio del 1914 — avrebbe avuto 83
anni; il padre suo potè bene viverne 91! — si deve veramente concludere
col Welschinger che la morte prematura di quell'uomo fu un disastro per
la Germania, per l'Europa e per il mondo.

  _1.º gennaio 1918._



La battaglia della Marna.


Il corso di tre anni è troppo breve perchè tutte le fasi della
titanica pugna che salvò la Francia possano essere note in tutti i
loro particolari. Durando ancora il conflitto, manca la versione della
parte contraria, e la verità, nella storia delle guerre, come nelle
liti incruente, non può scaturire se non dal paragone delle opposte
affermazioni: ma questo, intanto, piace da parte degli scrittori
francesi: che, pure esaltando il genio del Joffre ed il valore delle
sue truppe, essi non attribuiscono la vittoria a questi due soli
fattori, ma fanno la sua parte alla fortuna e non disconoscono i meriti
del nemico.


I.

La battaglia della Marna fu annunziata dal Moltke — il primo,
si potrebbe anzi dire il solo — qualche tempo innanzi che fosse
combattuta: fin dal 1859.... Lo stratega tedesco, a cui erano
mancate ancora le occasioni di rivelare il suo genio, scriveva
allora, riferendosi agli avvenimenti guerreschi del 1814, che, come
nella campagna fatale all'Uomo fatale, anche in una futura guerra
franco-germanica l'investimento e la presa di Parigi mediante
un'offensiva attraverso il Belgio, avrebbe rapidamente deciso le
sorti della Francia; «ma», soggiungeva, «se noi trovassimo l'esercito
francese riunito nella regione di Reims, dovremmo tosto deviare dalla
direzione di Parigi. Attaccheremmo allora i Francesi dietro l'Aisne e
col favore del numero li batteremmo e rigetteremmo dietro la Marna, la
Senna, la Ionna e la Loira. Poi marceremmo su Parigi....».

Questa è, in poche parole — e, beninteso, con la differenza d'un
esito totalmente diverso — la battaglia della Marna, e qui consiste la
spiegazione della condotta, da alcuni giudicata inesplicabile, e forse
troppo severamente condannata in Germania, del generale tedesco von
Klück. Posto all'estrema destra della valanga che precipitava dalle
frontiere del Nord con la velocità di cinquanta chilometri il giorno,
e che, secondo una testimonianza riferita dal Madelin nel suo studio
sulla _Victoire de la Marne,_ schiacciava le forze francesi «come un
rullo», von Klück era pervenuto il 30 agosto in vista di Parigi: una
marcia ancora, più breve delle precedenti, e la metropoli sarebbe stata
investita; quand'ecco a un tratto il comandante tedesco si lascia
a destra la via della grande città e piega a sud-est verso Meaux e
Coulommiers. Che cosa è avvenuto? Questo: che l'esercito francese, già
duramente provato sulle frontiere, quindi in piena ritirata attraverso
il territorio nazionale abbandonato al nemico, ha finalmente ricevuto
l'ordine di fermarsi sopra una linea opportunamente prestabilita, di
ammassarvisi insieme con nuove forze e di riprendere di lì l'offensiva.
«Mentre s'impegna una battaglia dalla quale dipende la salute della
patria», dice l'ordine del giorno del generalissimo, «importa ricordare
a tutti che non è più il momento di guardarsi addietro: ogni sforzo
dev'esser diretto ad attaccare e respingere il nemico. Le truppe che
non potranno più avanzare dovranno mantenersi a qualunque costo sul
terreno guadagnato e farvisi uccidere piuttosto che arretrare. Nelle
circostanze presenti nessuna debolezza può essere tollerata....»

Si è dunque dato il caso previsto mezzo secolo innanzi dal futuro
trionfatore di Sedan. Se non precisamente «nella regione di Reims»
l'esercito francese è riunito e fa fronte un poco più giù: si distende
ad arco, come una gran falce bene affilata, dinanzi al grande arco
della Marna e fino alle porte di Verdun. In queste condizioni, come
indugiarsi, da parte tedesca, dinanzi a Parigi? Conquistarla, dopo
che il Governo si è trasferito a Bordeaux, sarebbe raggiungere un
obbiettivo puramente «geografico» — dicono al Grande Stato Maggiore
germanico —: l'obbiettivo militare e politico da conseguire,
per chiudere con una rapida vittoria la guerra, consiste invece
nell'affrontare, avvolgere e distruggere le ricostituite forze
francesi.

Quindi von Klück opera la sua conversione a sinistra e si accosta a von
Bülow, il quale scende dal canto suo al fianco destro di von Hausen,
anch'egli affiancato dal duca del Würtemberg, alla cui sinistra procede
ultimo il Kronprinz: i cinque capi tedeschi comandano cinque eserciti
che sono come le cinque dita di una enorme mano distesa a ghermire e
strozzare. Ma anche la Francia ha ora in campo cinque eserciti: cinque
dita di un'altra mano aperta a respingere quella dell'avversario:
Sarrail, il mignolo, sotto Verdun, contro il Kronprinz; Langle de
Clary, l'anulare, contro il duca Alberto; Foch, il medio, contro von
Hausen; Franchet d'Espérey fiancheggiato dagli Inglesi del French,
l'indice, contro von Bülow; Manoury, finalmente, contro von Klück. E
l'errore di quest'ultimo — poichè errore c'è — consiste nel credere
che la mano francese abbia solo quattro dita, e che il quinto o sia
stato troncato o penda inerte. Dinanzi a quella Parigi che il generale
tedesco rinunzia ad assediare, Joffre ha disposto, formandolo con
elementi in gran parte freschi, tutto un nuovo esercito — questo del
Manoury, per l'appunto — che è come il pollice poderoso della mano
francese improvvisamente contrapposta a quello della germanica.

Così, e costì, avviene il primo urto. Sulla Marna, dal 5 al 12
settembre, lungo una linea di trecento chilometri e fra tre milioni
d'uomini, non si combatte una battaglia sola, e bene il Fabreguettes
intitola il suo libro _Les batailles de la Marne_: le battaglie sono
cinque, quanti gli eserciti di ciascuna nazione, quante le dita di
ciascuna mano — e alcune vanno già designate con un lor proprio nome.


II.

Questa prima, impegnata tra von Klück e Manoury, è la battaglia
dell'Ourcq. Sull'Ourcq, come osserva il Babin (_La bataille de
la Marne_), consiste «lo stesso pernio, la stessa anima ardente»
dell'immensa mischia; a giudizio del Madelin, qui avviene «l'atto
determinante della vittoria». Discendendo da sinistra per circuire
l'esercito del Franchet d'Esperey e gl'Inglesi, von Klück sente a un
tratto d'essere egli stesso minacciato d'accerchiamento quando vede
sorgere sul suo fianco destro l'insospettato o disistimato esercito
del Manoury. Allora, come ha rinunziato a Parigi per concorrere alla
distruzione delle forze nemiche, così il generale tedesco capovolge
un'altra volta il suo piano — «con una decisione che consacra la sua
reputazione di stratega», riconosce il Madelin — e lasciando da parte
i Franco-Inglesi, ripassa la Marna che aveva già passata, e si volge
con ogni sua possa contro il Manoury. Il primo scontro avviene il
5 settembre: i Francesi trovano a Barcy ed a Chambry il «calvario»
della loro Riserva; ma si affermano, intanto, e compiono anche qualche
piccolo progresso; il domani avanzano ancora e costringono il IV Corpo
germanico a battere in ritirata verso i boschi di Meaux. Grazie ai
rinforzi ricevuti, von Klück pare sul punto di scongiurare il pericolo;
il giorno 8 contrattacca con nuova violenza e fortuna; ma anche
Manoury è soccorso dalla rapida iniziativa di Gallieni, il governatore
di Parigi, che requisisce migliaia di _autobus_ della metropoli
per lanciare sul campo nuove truppe fresche: le parti sono allora
invertite, la destra tedesca, sul punto d'essere oppressa, compie uno
sforzo disperato e costringe la sinistra francese a ripiegare; ma è
il supremo sussulto, e prima di mezzogiorno la resistenza teutonica
è vinta: alle 5 gli avioni francesi segnalano l'indietreggiamento di
numerose colonne; alle 8 von Klück, svaniti uno dopo l'altro i due
sogni di entrare in Parigi e di avvolgere i nemici, lancia, «con cuore
grave», l'ordine della ritirata generale e immediata.

Atteniamoci all'immagine della mano per comprendere che cosa accade
sul restante campo della gran lotta. Le dieci dita contrapposte
a due a due si sono strettamente intrecciate, e mentre il pollice
francese ha respinto il tedesco, i due indici — von Bülow da parte
tedesca e French con Franchet d'Espérey da parte anglo-francese — si
avvinghiano: comincia il generale prussiano a premere sugl'Inglesi
il 6 e 7 settembre; ma, come gli sforzi delle dita della mano non
sono indipendenti, bensì strettamente collegati, così, avendo dovuto
sostenere von Klück nel momento del pericolo, per riparare all'effetto
di «succhiamento» o di «ventosa» — come è stato definito — prodotto
sulle truppe imperiali dall'inopinata apparizione di Manoury sul
fianco di von Klück, per questa ragione von Bülow si è visto costretto
a desistere dalla spinta e ad arretrare in modo che il French ha
potuto avanzarsi fin presso alla Marna — che i Tedeschi cominciano a
ripassare — mentre da parte sua d'Espérey, dopo una lotta violenta, si
è spinto avanti con deciso vantaggio ed ha cominciato l'inseguimento
del nemico ripiegante: progressi che si confermano e crescono il giorno
8, quando gli Inglesi forzano il Petit-Morin e la Marna — con la loro
tenacia proverbiale, ripetono un tentativo non meno di diciassette
volte, finchè riesce — e i Francesi si impadroniscono di Marchais, di
Montmirail e mettono piede sul pianoro di Vauchamps: il maresciallo
britannico non trova più nemici nella sua avanzata, il 9 e il 10, per
il ripiegamento tedesco ad occidente di Château-Thierry, che d'Espérey
riconquista, annunziando in un infiammato ordine del giorno la nuova
vittoria francese su quegli stessi campi che videro le mirabili e
disperate gesta di Napoleone abbandonato dalla fortuna.


III.

Ma la terza battaglia della Marna, grave e decisiva quanto la prima
— il secondo atto del gran dramma — è quella che s'impegna al centro
della linea sterminata, tra i due medii delle due mani. Questa è
la battaglia che porta il nome delle Paludi di Saint-Gond, intorno
alla quale Carlo Le Goffic, con lo squisito senso d'arte che ha reso
celebre il suo _Dixmude_, ha scritto tutto un volume: _Les marais de
Saint-Gond_.

Enorme smeraldo incastonato nei campi di Francia, le paludi di
Saint-Gond si distendono per dieci chilometri di lunghezza con
cinque di larghezza e formano come un gran fosso, come una ciclopica
trincea naturale sbarrante la via all'invasione. Nel fango di questi
pantani si sommersero e sparirono, ai tempi di mezzo, le orde di
Attila, che vi perdette — dice la leggenda — il suo casco d'oro;
qui, sul principio dell'era contemporanea, affogarono i soldati delle
ultime leve napoleoniche, gli eroici coscritti designati col nome di
_Marie-Louise_. E qui una nuova leggenda, nata a mezzo settembre del
1914, dice che s'impigliò e sparì, durante la battaglia della Marna,
la Guardia imperiale: ma il Le Goffic e gli altri storici francesi
distruggono la leggenda, quantunque lusinghiera all'amor proprio
nazionale, per ricercare ed affermare la più semplice e non meno bella
realtà.

Numericamente inferiori, i Francesi del Foch hanno la missione di
mantenersi sulla «difensiva attiva», di chiudere la via, segnatamente
verso il centro, ai Tedeschi di von Hausen: se la resistenza non
fosse infrangibile, se il nemico passasse, tutta la linea francese
crollerebbe e l'enorme sforzo compiuto dal Manoury riuscirebbe
vano. Ma, sulle prime, il centro, che ha spinto le avanguardie oltre
le paludi, sulla loro riva settentrionale, in faccia al nemico, è
costretto a ritirarle il 6 settembre, per restringersi a difendere
la sponda sud della gran trincea. I Tedeschi hanno un mezzo per
impadronirsene: accerchiarla da oriente e da occidente, ricongiungersi
a sud, chiudendola ed abbrancandola come in una tenaglia; e questa è,
infatti, la manovra che pare abbiano scelta; sennonchè, dinanzi alla
misteriosa insidia di quelle acque morte, essi sembrano presi da un
senso di «esitazione» che gli stessi scrittori francesi dichiarano
«inesplicabile», attribuendo ad esso la salvezza del loro esercito.
Quando, due giorni dopo, von Bülow presta il suo aiuto a von Hausen,
quando i due capi germanici tentano l'avvolgimento, l'8, è troppo
tardi. C'è di più: persuasi che Mondement e il suo castello siano
la chiave di tutta la regione — mentre dominano le sole paludi — i
Tedeschi si ostinano a impadronirsene, vi sciupano un tempo prezioso,
«vi s'imbottigliano», secondo l'espressione del generale Humbert.

E tuttavia l'attacco a fondo dei trentacinque formidabili battaglioni
della Guardia rompe tutta l'ala destra francese per una profondità
di quattro chilometri; ma il Foch, secondo cui «battaglia perduta è
quella che si è creduto d'aver perduta», lancia il suo laconico ordine
del giorno: «La situazione è eccellente; ordino ancora di riprendere
vigorosamente l'offensiva....». Egli si è accorto che von Klück ha
trascinato von Bülow nel ripiegamento, e che tra costui e von Hausen
si è prodotto un vuoto; quindi si avanza attaccando, riprende il
10 Fère-Champenoise perduta la vigilia, riprende Mondement a costo
d'un'epica lotta, ed a sera le rive settentrionali delle paludi tornano
in mano sua.

Tale è razione centrale della battaglia della Marna. Se fosse riuscita
favorevole ai Tedeschi, l'«audace errore» di von Klück sarebbe stato
corretto, la mano francese sarebbe stata tagliata in due. Poteva
riuscire? Una versione tedesca citata dal Le Goffic afferma che
sì. Von Klück, nel momento decisivo del suo attacco, aveva chiamato
da Compiègne un corpo della riserva; Moltke — il secondo — vedendo
in pericolo von Bülow, ordinò invece che quelle forze venissero a
sostenere quest'ultimo, ed esse iniziarono infatti la conversione:
sennonchè, accortosi che il pericolo maggiore era sull'Ourcq, il
generalissimo tedesco emanò un contrordine e fece fare dietrofronte
alla riserva; la quale, perduto un tempo prezioso in questo
andirivieni, restò inutile a destra ed a sinistra — come il corpo di
Drouet d'Erlon a Waterloo. Sapremo più tardi la verità su questo punto;
rammentiamo per il momento che la vittoria delle Paludi di Saint-Gond
fu dovuta in parte ad un generale d'origine italiana, il Grassetti,
e che un altro italiano d'origine, il capitano di Saint-Bon, nipote
del nostro ammiraglio, compì una eroica difesa a Lenharrée e vi trovò
gloriosa morte.


IV.

Le altre due grandi fazioni, tra Langle de Clary e il duca del
Würtemberg, e tra Sarrail e il Kronprinz, formano il terzo ed ultimo
atto del gran dramma.

Un episodio preliminare è degno di speciale menzione. Il Clary aveva
ricevuto, nella seconda quindicina d'agosto, l'ordine della ritirata
generale proprio mentre conseguiva un notevole vantaggio sulla Mosa, e
invece del garibaldino «Obbedisco», telegrafò al Joffre chiedendogli
di poter restare sulle posizioni conquistate. Il Joffre gli rispose:
«Non vedo inconvenienti nel fatto che restiate domani, 28 agosto, dove
siete, allo scopo di confermare il vostro buon successo e di dimostrare
che la ritirata è puramente strategica; ma il 29 tutti debbono
ripiegare» — bella prova della forza d'animo e dell'avvedutezza del
generalissimo.

E in obbedienza all'ordine ricevuto, il Clary si ritrae, contenendo
la pressione del duca Alberto, finchè fa fronte, il 5 settembre, con
gli altri eserciti francesi. Il 6 egli resiste all'impetuoso attacco
nemico: il 7 la lotta infuria sempre più, e dopo qualche vantaggio
da parte francese i Tedeschi s'impadroniscono di Lermaire; l'8 la
resistenza è più salda, ma non dovunque fortunata; per buona sorte, i
rinforzi ricevuti consentono al Clary di respingere i Sassoni il giorno
dopo e di trasportare parte delle sue truppe all'ovest della Marna;
il 10 il progresso è anche più sensibile e la velocità della ritirata
germanica aumenta.

Finalmente, tra Sarrail e il Kronprinz, all'estremità occidentale del
grande arco, al manico della gran falce, tra i mignoli delle due mani,
la lotta anch'essa furibonda, ha risultati meno felici per i Francesi;
tuttavia essi riescono ad impedire l'investimento di Verdun. Le truppe
del Principe imperiale sono le sole che restino ancora, in parte, l'11
settembre, nella regione dove si trovavano all'inizio della battaglia;
poi sono coinvolte nel ripiegamento generale dell'esercito germanico,
lasciano libera una buona metà dell'invasa Argonna, e ripassano per il
campo della battaglia di Valmy.

Odono esse allora la voce di Volfango Goethe ripetere, dopo
centoventicinque anni: Da quest'ora, in questo luogo, comincia una
nuova storia?...

  _10 settembre 1917._



Romanzi di guerra.



I.

IL SENSO DELLA MORTE.


«Per me, ciò che si dice, ciò che si scrive, non ha interesse. Non
capisco come in Francia, oggi, si possa pensare ad altro fuorchè
a battersi ed a curare feriti», osserva Caterina Ortègue nel nuovo
romanzo di Paolo Bourget, significando con queste parole un sentimento
non già particolare all'anima francese, bensì comune a tutte le genti
coinvolte nella guerra mondiale. Ma se veramente i nostri non sono
tempi propizii agli esercizii letterari, e se i letterati scioperano
infatti dacchè operano i soldati, tanto più notevole è che l'autore
di _Crudele enimma_ e di _Menzogne_, del _Discepolo_ e di _Andrea
Cornelis_, abbia composto in questi giorni tremendi un'opera di
fantasia.

Il lettore che vi si accostasse con l'idea di stornare le visioni
cruente andrebbe incontro a un disinganno. Già il titolo dovrebbe
avvisarlo: _Il Senso della morte_ non promette scene gioconde od
avventure erotiche. Le eroiche gesta dei difensori della patria vi
sono evocate, ma non espressamente: il libro è scritto per narrare una
battaglia morale. Paolo Bourget ha supposto che il dottor Marsal fosse
zoppo dalla nascita per ispiegare come non sia corso alle trincee;
ma quand'anche il personaggio godesse del perfetto uso di tutte le
membra, altre ragioni potrebbero dispensarlo dal combattere armata
mano. Prestando l'opera sua di sanitario nella clinica del professore
Ortègue trasformata in ambulanza, egli già compie il dover suo; quando
lascia il bisturi per la penna e riferisce il dramma di cui è stato
testimonio, fa ancora cosa buona e degna. L'autore affida a lui la
cronaca di un avvenimento e lo studio del problema che ne scaturisce:
tragico avvenimento ed alto problema.


I.

Michele Ortègue, celebre chirurgo, operatore infallibile, insegnante
illustre, sposa a quarantaquattro anni una giovanetta di venti.
Positivista, materialista, assertore dei soli fatti che cadono
sotto l'impero dei sensi, negatore d'ogni altra verità che non
sia dimostrabile per via di esperimento, egli si vergogna di aver
condisceso a contrarre il matrimonio religioso. Gli scrupoli della
suocera gliel'hanno imposto, non già quelli della moglie: costei ne
avrebbe anzi fatto a meno anche lei. Figlia e moglie di scienziati,
Caterina è spregiudicata come il padre ed il marito. E del marito
che potrebbe esserle padre la vediamo anche innamorata. La vediamo
innamorata a segno che un giorno, quando Michele Ortègue, deperito e
languente, scopre di avere un cancro allo stomaco, e quando anch'ella
apprende l'orribile verità, restando esclusa per la stessa natura del
male qualunque speranza di guarigione, volendo anzi l'infermo sottrarsi
agli spasimi insopportabili mediante un veleno, ella gli offre di
trangugiarlo insieme: patto accettato con gioia ineffabile e con
infinita gratitudine, perchè massima ed unica prova d'un amore forte
come la morte.

La gioia dell'infermo è tanto più grande perchè un dubbio si era
insinuato nell'animo suo. Allo scoppio della guerra il tenente Ernesto
Le Gallic, cugino di sua moglie, era apparso un momento nella clinica
durante una breve missione militare, reduce dalla frontiera, diretto
un'altra volta al campo, e il professore precocemente invecchiato a
cinquantun anno, già in preda ai primi sintomi del male più che mai
scettico nell'anima, aveva temuto che il paragone col giovane soldato,
bello e prode, pieno di vita, ardente d'amor patrio e di fede in Dio,
gli dovesse recare troppo pregiudizio. Se invece Caterina è ora pronta
a morire con lui, non ha egli ragione di sentirsene rassicurato e
insuperbito? Non trionferà della vita, inducendo una giovane vita ad
immolarsi per lui?...

Sennonchè ella ha promesso per compassione del sofferente, non per
amore. Ha voluto alleviargli la pena atroce della morte a cui si
sa condannato, ha voluto dargli un'ultima illusione ed un conforto
estremo.... Improvvisamente il tenente torna alla clinica. Vi
torna dentro una barella, gravemente ferito. Caterina, infermiera
espertissima, si dà tutta all'ufficio pietoso; il professore, pure
curando il ferito, ricomincia a provare più acuti i morsi della
gelosia. Il suo tormento cresce a dismisura, ora che si sente
attanagliate le viscere dal male senza perdono. Ma non ha egli la
promessa della moglie? Non è veramente giunta l'ora di chiederne il
mantenimento? Se Caterina dirà ancora di sì, se prenderà il veleno
con lui, non vorrà dire che l'ama, che ama lui unicamente? Ella è
infatti pronta al gran passo; ma egli non ne resta, come già un tempo,
riconfortato. Ora i dubbii lo assalgono e assillano. Morirà ella per
amore, o non piuttosto per punto d'onore, per non disdire la parola
data?...

Questo, realmente, e non l'altro, è il sentimento di Caterina.
L'eroismo del cugino ha trionfato dell'egoismo del marito. Ella è
turbata sino alle radici dell'essere: come morire, quando l'anima sua
rifiorisce? Non osa dirlo, ma non può neanche nasconderlo del tutto: lo
confida a un foglio di carta. Il dottor Marsal, conoscendo la decisione
del duplice suicidio imminente, e dubitando della sincerità della
donna, porta quel foglio al professore, per salvarla. Quando Ortègue
legge la confessione non da più in ismanie: una gran calma invade anzi
il suo spirito. Ora egli sa, e l'accertamento della realtà, la nozione
della verità, per un indagatore della sua tempra, per uno scienziato
che non ha saputo nè voluto far altro fuorchè verificare i fatti, è già
una gran cosa, è come la soddisfazione di un istinto irrefrenabile. Ma,
con la luce, una nuova persuasione si compie in lui. Quando s'illudeva
ancora sulla natura del sentimento e del consentimento di Caterina,
egli poteva accettarne il sacrifizio; ora non più; permettere ora
che ella muoia, dopo aver saputo che non è spinta dalla passione,
dall'impossibilità di sopravvivergli, sapendo anzi che anela di vivere,
sarebbe un assassinio. Egli non lo commetterà. Non solamente scioglierà
la moglie dal patto di morte, ma al dottor Marsal che lo scongiura di
non darsela, di sottoporsi anzi ad un'operazione per guadagnare qualche
mese di vita, risponde acconsentendo.

Ha finto, ha mentito, per esser lasciato solo. Quando Caterina,
consolata dalle notizie recatele da Marsal, torna presso il marito, lo
trova fulminato da una infezione tossica. Allora anch'ella vuol morire:
ma un altro moribondo la salva: il tenente Le Gallic. Anch'egli ha
concepito, suo malgrado, una tenerezza profonda, un amore inconfessato
e inconfessabile per la cugina. Lo ha negato al marito geloso ed a
sè stesso, ma lo spasimo prodotto in lui dal dramma di cui è stato
spettatore ed attore ha esacerbato la sua ferita: sul punto di morire,
alla vedova del suicida, alla donna secretamente amata, egli addita
nel compimento del bene, nell'esercizio della carità, nella speranza di
un'altra vita, il dovere di vivere.


II.

Tragico caso, egregiamente osservato nella persona di Michele Ortègue.
Escludendo ogni finalità dall'universo, tutto facendo consistere
nei fenomeni, riducendo la coscienza umana ad un epifenomeno, costui
parla ed agisce secondo l'intima logica o la rigorosa necessità della
natura sua. Sposare sulle soglie della vecchiezza una fanciulla fu, a
giudizio dei suoi colleghi, una «pazzia»; si potrebbe anzi giudicare
che fu vera colpa; ma quali scrupoli avrebbero potuto trattenerlo, se
egli era ed è persuaso che non esistono altre leggi fuorchè quelle da
cui il mondo fisico e l'organico sono governati? Amando la giovane,
egli l'ha fatta sua; l'amor proprio gli ha lasciato credere che un
uomo del suo valore può benissimo essere riamato, nonostante l'enorme
differenza degli anni. Quando si sente affetto da una malattia mortale,
accettare che sua moglie muoia con lui, gioire del patto, pretenderne
la esecuzione, sono cose anch'esse, secondo lui, naturalissime; perchè,
in nome di quale principio, per virtù di quale precetto potrebbe egli
rinunziare ad un sacrifizio che è prova d'amore, che appaga la sua
vanità, che lo farà segno all'invidia del mondo, che solletica così
le sue passioni?... La mostruosa presunzione crolla ad un tratto,
quando il dottor Marsal gli dà a leggere la carta dove Caterina ha
significato il proprio rimpianto; crollata la presunzione, che cosa
resta in quell'anima? L'egoismo è mortificato, insanabilmente; la
morte è vicina, inevitabilmente; e perchè vivere ancora un poco, finchè
tutte le fibre saranno incancrenite, se nessuna forza morale aiuta a
sopportare il dolore e se la morte è la distruzione totale dell'essere?
Precipitarsi subito nel nulla: questo un uomo come l'Ortègue farebbe,
e questo precisamente egli fa.

La condotta di Caterina non riesce persuasiva altrettanto. Per
voler morire insieme col marito, ella dovrebbe amarlo d'una passione
immortale. Tale non è la sua. La sua passione è anzi definita «più
immaginaria che reale». In mancanza dell'amore, la pietà, il bisogno
di consolare l'agonia dell'uomo che l'ama, può indurla a consentire
di avvelenarsi con lui; ma il suo è più che un consentimento chiesto
ed ottenuto; è anzi un patto da lei stessa proposto, quasi imposto da
lei: ella stessa esige che il marito le giuri di avvertirla quando avrà
deciso di morire. Può bensì ella avergli tenuto questo linguaggio non
potendo altrimenti dimostrargli che lo ama e dissipare i suoi dubbii,
ma nell'atto che gli ha detto d'amarlo tanto, ha pure soggiunto:
«T'amo.... Non so se è impossibile, se è insensato. So che è»: parole
che avrebbero potuto e dovuto aprire gli occhi ad un uomo meno accecato
dall'amor proprio.

Altri fattori concorrono, è vero, a spiegare l'offerta di Caterina.
Ella sente altamente, prova disgusto per le donne che passano dall'uno
all'altro amore, vuol dimostrare a sè stessa d'essere rimasta fedele ad
uno solo. Ora, turbata sino in fondo all'anima dalla vista del cugino,
dell'eroe giacente sul letto di dolore, ella prevede di cadere nelle
sue braccia se non morrà col marito. Dove sarebbe tuttavia il male?
Poichè il marito è condannato senza rimedio ed ha qualche mese di
vita appena, e poichè il cugino non è neanche egli uomo da contentarsi
d'un amore libero e libertino, ma vorrà anzi sposarla, dopo il lutto
vedovile, dinanzi al mondo ed a quel Dio nel quale fermissimamente
crede, la coscienza di lei non dovrebbe dunque tremare. Dove è detto
che neanche la morte possa restituire la libertà ad una creatura umana,
quando ella stessa non si sente vincolata dalla sua propria passione?
Caterina non ama più d'amore l'uomo a cui è unita, se pure lo ha mai
amato così; ama il cugino, si sente amata da lui; e quando non ha da
far altro che dar tempo al tempo, aspettare che il cancro, il male
organico di cui nessuno è responsabile, compia l'opera sua, dovrebbe
invece giudicare cosa «naturale», cosa «inevitabile», morire insieme
col canceroso?

Quanto è inumano il patto, tanto umano è il pentimento. Logicamente,
necessariamente, ella deve pentirsi e ribellarsi. Se suo marito ne
prova tale disinganno da darsi tosto la morte, deve o soltanto può
ella concepirne un rimorso che la risospinga al suicidio? Dov'è la sua
responsabilità? Ella non ha fatto altro che scrivere per sè stessa il
pensiero suo intimo: quello scritto le è portato via dal dottor Marsal;
egli stesso, ad insaputa di lei, corre a presentarlo al professore. Chi
può chiamarla a renderne conto? Certo, ella deve provare una ambascia
acutissima nel veder morto il compagno della sua vita, l'uomo a cui
aveva promesso di seguirlo sotterra; ma se di questa promessa si pentì,
se questa idea le riuscì intollerabile, se la vita la riprese, e con
essa l'amore e la speranza della gioia, può ella sentirsi ancora legata
dall'orribile patto dinanzi a un cadavere?... Quando il dottor Marsal,
l'abate Courmont e più che altri il cugino di lei si propongono di
strapparle di mano la boccetta del veleno e di persuaderla a vivere,
si può antivedere che non dovranno durare molta fatica per riuscir
nell'intento....


III.

Ciò non vieta che le parole con le quali Ernesto Le Gallic le insegna
la legge della vita e del dolore siano da meditare. Tutto, nella
figura, nelle azioni, nei sentimenti di lui è logico e coerente, come
— sebbene all'opposto polo del mondo morale — in quella di Michele
Ortègue. Quanto è inveterato e quasi viscerale lo scetticismo di
costui, tanto profonda, essenziale è la fede di Ernesto. L'urto delle
due tendenze non può essere evitato: e questo contrasto è l'argomento
sul quale Paolo Bourget ha voluto fermare l'attenzione del lettore.
Dinanzi alla scomposta disperazione del professore monista, dinanzi
alla sua intolleranza del dolore fisico che lo rende morfinomane
ed aggrava così le sue condizioni organiche, dinanzi alla sua
incapacità di sopportare il dolore morale, dinanzi all'incontinenza
sentimentale che lo spinge a fare una scena di gelosia al ferito,
al morente, lui morente, torturandosi e torturandolo; dinanzi alla
fiacchezza dell'animo suo che lo induce a fuggire la vita prima del
tempo, mentre ancora potrebbe salvare tante altre vite di soldati
sanguinanti per la Patria — di fronte a questa insania la serenità di
Ernesto Le Gallic, la forza con la quale egli soffre e reprime la sua
passione per Caterina, tacendola a lei e negandola a sè stesso; la
bontà, l'indulgenza, la ragione che oppone ai sarcasmi del frenetico
sospettoso, la rassegnazione con la quale vede avvicinarsi la morte,
l'eloquenza della sua fede destini dell'anima rifulgono ed ammoniscono.

Egli non trionfa effettivamente del rivale, non lo converte. Persuade
la donna secretamente amata a vivere, ma nè l'impresa era molto ardua,
nè Caterina è da lui rimessa sulla via della fede: al contrario, ella
continua a dubitare. Molto agevolmente il Bourget avrebbe potuto
mostrarla ricreduta. Fanciulla, costei era stata religiosissima;
solo la disciplina scientifica del padre e del marito avevano potuto
distoglierla dal sentimento del divino. L'eroe che ella ama, e che
l'ama, potrebbe, morendo, restituirla alla Chiesa. Si può dire qualche
cosa di più: l'ufficio di sostenere la necessità della preghiera non
dovrebbe naturalmente essere conferito a lei, alla donna?

Se l'autore non ha fatto così, è segno che non ha voluto. Vi è
dentro di lui come una specie di rivalità fra l'artista intento
a rappresentare la vita e il moralista ansioso di diffondere un
insegnamento. L'efficacia della sua opera d'arte può talvolta essere
qua e là menomata dal preconcetto, ma l'artista prende tosto la sua
rivincita. È lui quello che ha impedito a Ernesto Le Gallic di operare
conversioni. Michele Ortègue nega fino all'ultima sua ora, fino ad
uccidersi, stoicamente; Caterina continua a dubitare. Ella accetta di
vivere per gli altri, si prodiga ai sofferenti, sino all'esaurimento;
ma ignora se le sarà tenuto conto, altrove, dell'opera sua. Talvolta lo
spera; le pare talvolta che una voce le dica grazie; ma non sa da che
parte le venga. Che importa, se l'opera è santa?

Ed il suo dubbio, più artistico — cioè più vero — è anche, senza
paradosso, più persuasivo. La conversione potrebbe sembrare
voluta, artifiziata, falsa; l'incertezza, invece, l'esitazione,
l'interrogazione sono atteggiamenti proprii dello spirito umano.
L'importante è che questi problemi lo occupino. Il merito di Paolo
Bourget è quello di averli proposti, oggi che il fiore della gioventù
s'immola sull'altare della Patria, oggi che tutte le forze, tutti i
valori morali devono essere chiamati a raccolta per la vittoria.

  _23 novembre 1915._



II.

LA FAMIGLIA VALADIER.


Leggere le prime pagine ed i primi capitoli delle _Heures de guerre
de la Famille Valadier_ di Abele Hermant è provare l'impressione che
la guerra mondiale, o almeno quella dei Francesi contro i Tedeschi,
sia finita da un pezzo. Sarebbe altrimenti possibile scherzare intorno
all'argomento tremendo? Come trovare materia di sorriso e di riso
nell'ora paurosa del pericolo, nell'ora sublime dell'olocausto? Chi
avrebbe l'animo di indugiarsi a rilevare i lati comici della tragedia
immane?... Quando udiamo il professore Valadier ordinare al figlio
di staccare dal muro la cornice dove, «come una reliquia», è serbato
un pezzetto di pane del 1870; quando vediamo il giovane Valadier, in
costume di _boy-scout_, mettersi sull'«attenti», eseguire l'ordine «a
passo accelerato», e porre «sotto il naso» dell'ospite, del narratore,
«l'orribile crosticina che i suoi quarantatrè anni d'età non hanno resa
nè più nè meno appetitosa», noi pensiamo che anche la nuova guerra,
durante la quale il professore recita un suo ingegnoso discorso sulla
carestia del grano e la «virtù delle mortificazioni», ma confessa che
«la mollica riesce mortale al suo stomaco dilatato», noi pensiamo
che anche la guerra del Quattordici e del Quindici, come quella
del Settanta, dev'esser passata al dominio della storia. Se fosse
attuale, se in una parte notevole del territorio francese lo straniero
restasse ancora accampato, se tutti gli sforzi della nazione fossero
ancora intesi a scacciarlo, potrebbe il narratore riferirci che il
suo personaggio, dopo la quotidiana «variazione» sul pane, udendo il
quotidiano squillo di campanello annunziante l'arrivo della quotidiana
gazzetta, si mette a cantare, sull'aria della _Bella Elena_:

    _Ce coup de tonnerre_
    _Annonce à la terre._
    _Un communiqué...?_

C'è veramente qualche passo nel quale il lettore prova quasi il
bisogno di portar la mano agli occhi per accertarsi di non aver
travisto o frainteso. L'umore e il buon umore del romanziere sembrano
un'irriverenza, quasi una profanazione....

Quando si procede nella lettura l'impressione di anacronismo e di
sconcerto si attenua: quando si voltano le ultime pagine è già vinta,
cancellata, dispersa. Uno scrittore di professione, un lavoratore
della penna, non avrebbe trovato difficoltà a comporre sulla guerra
un romanzo con dentro una tesi, un libro di predicazione patriottica,
di propaganda nazionale; Abele Hermant ha composto invece la _Famiglia
Valadier_ perchè così portava l'intima e singolare natura dell'ingegno
suo. «Ai giorni che corrono», dichiara in un certo luogo, «tutto
ciò che non è sincero mi riesce odioso». Si può aggiungere che non
oggi soltanto, ma in ogni tempo la sincerità è doverosa ed amabile.
L'ironico osservatore della vita, il delizioso autore di quei
_Transatlantici_ che non udremo più nella mirabile recitazione di
Alberto Giovannini, non poteva smettere l'abito suo; anche avendone
la possibilità gliene sarebbe mancata la ragione; perchè, con la sua
ironia, col suo umorismo, la _Famiglia Valadier_ è anch'essa l'opera di
un patriotta: opera d'arte dove le ragioni dell'arte sono rispettate,
dove la moralità e l'insegnamento non sono inclusi con artificio, per
forza, a furia di retorica, ma scaturiscono invece naturalmente come
dalla stessa vita.


I.

I Valadier sono una famigliuola borghese composta del padre, della
madre e di tre figli, tutti in preda alla passione del teatro. Ha
cominciato la primogenita, Emma, entrando al Conservatorio drammatico
ed uscendone premiata agli esami finali. Valadier padre, professore di
storia afflitto dal nome di Arturo, non volendo ostacolare la vocazione
della figliuola, ma sentendo incompatibile la dignità professionale con
la qualità di genitore d'una commediante, ha lasciato l'insegnamento,
ed a furia di udire e di leggere opere teatrali, parla e gestisce ora
anch'egli come dalla ribalta. I due figli minori, Luciano e Luisa,
familiarmente chiamati Lulù e Lilì, contraggono il contagio a loro
volta, e si tirano l'uno per attor comico, l'altra per attrice tragica.
La signora Valadier, agli occhi della quale il marito è stato ed è un
oracolo, incoraggia da parte sua quelle tre vocazioni ripromettendosene
gloria e ricchezza, ed acquista intanto l'aspetto, il fare e le
mosse del _madro_. In questa casa, subito dopo gli esami di Emma, e
qualche settimana prima dello scoppio della guerra, ha cominciato a
prendere i suoi pasti uno degli esaminatori della giovinetta, un autore
drammatico, un prestanome dello stesso autore, il quale narra in prima
persona ciò che vede e ode.

Egli ode giudizii politici e militari enunziati con grande sufficienza
dall'ex-professore, come questo, ad esempio: che «l'assassinio
dell'arciduca Francesco Ferdinando non potrà avere nessuna influenza
sulla politica generale dell'Europa»; oppure come la risposta data
con piglio severo al figliuolo che gli domanda se la Francia volerà in
soccorso del Belgio: «No! La nostra generosità ce lo consiglierebbe;
ma, per Dio! non facciamo i sentimentali! Siamo obbiettivi!...».
Egoismo mentito, parte recitata: quando il brav'uomo apprende che
l'esercito francese passa effettivamente dalla difesa all'attacco, ne
concepisce tanta esultanza che si mette a spiegare il comunicato a chi
vuole e a chi non vuole udirlo, finanche alla serva, «imperocchè egli
obbedisce al precetto borghese di non esser familiare con i servitori,
ma si rammenta anche di Molière».

Prima della guerra, il giovane Lulù aveva i capelli biondi e portava
abiti attillatissimi; allo scoppio delle ostilità si è trasformato in
_boy-scout_ collettore della Croce Rossa, e quantunque abbia appena
diciassette anni, chiede di marciare come volontario: quando la sua
domanda è accettata, i capelli gli s'imbruniscono perchè tralascia di
darsi l'acqua ossigenata: sebbene poi, nel vestirsi per andare a passar
la visita, metta tali cure, aiutato dall'intera famiglia, che la casa
Valadier sembra trasformata in un «camerino d'attore, dove non si bada
a tirare il lucchetto nè ad accostar l'uscio prima di cambiar d'abito:
la sola differenza fu che egli non adoperò nessuna polvere o piumino,
e per comparire dinanzi ai giudici non si dipinse gli occhi. Aveva già
sacrificato la chioma, talchè era tosato e del più bel nero...». La
sua ammissione nell'esercito è concordemente festeggiata dai genitori e
dalle sorelle, ma quando l'ospite si reca a salutare il nuovo soldato,
lo trova singhiozzante sulle ginocchia del padre che tenta invano di
confortarlo recitandogli con voce tremante un vecchio ritornello del
Béranger, mentre tutti gli altri parenti sono in lagrime e tragicamente
atteggiati. Egli ne concepisce un senso di sdegno, credendo che il
giovane abbia ora paura e che anche la famiglia sia pentita di avergli
accordato il suo consenso; ma la signora Valadier adduce la ragione di
quell'angoscia — nobile ragione, sebbene spiegata col gesto e la voce
di un personaggio del Corneille: «Lulù sperava d'esser destinato alla
fronte, e lo mandano invece ad Albi....».

Quella della partenza è una scena commovente, sebbene «l'avrei
giudicata senza dubbio più commovente se non fosse stata una
scena....». L'ottimo Valadier è addolorato nel veder partire il
figliuolo, «ma si sarebbe sentito molto più infelice se gli avessero
vietato di rappresentare la sua parte di padre nobile secondo
il Diderot e di prendere in prestito al Greuze la truccatura del
_ruolo_.... Egli pronunziò un discorsetto pieno di coraggio e di
sensibilità. Le sue lagrime colarono. Noi non potemmo trattenere le
nostre. Erano lagrime del secolo decimottavo. Ma quando la signora
Valadier baciò il soldatino sulle due guance e gli disse: — Va', caro
ragazzo mio — non so perchè quelle parole mi scossero molto più che
l'allocuzione del papà. Non significavano tuttavia gran cosa, salvo che
quella madre, un po' ridicola ma dolorosa, dava con tutto il cuore, e
senza frasi, il figliuolo diletto alla Patria. Io trassi un singhiozzo
da bambino. Il signor Valadier mi guardò con occhio severo, ma perchè
aveva paura di fare altrettanto».


II.

Con quest'arte, con questo stile Abele Hermant narra di Emma Valadier.

L'ospite, vedendo la giovanetta sempre pensierosa e triste, sospetta
che abbia un secreto d'amore colpevole, ma non depone perciò l'idea,
concepita fin dalle prime visite, di insidiarla; giudica anzi l'impresa
tanto più facile se ella ha già avuto un amante. Ma quando si accinge
a farle la sua brava dichiarazione, Emma gli butta le braccia al collo
e scoppia in pianto, annunziando: «È morto!». Chi è morto?... «L'amico
mio!...».

Era un compagno di studii, un futuro compagno d'arte. La guerra lo
prese dei primi. «Non avremmo certamente fatto nulla di male se la
guerra non fosse scoppiata. Ma il sabato, appena vidi il manifesto
della mobilitazione, corsi da lui. Aveva un alloggetto in via Bergère.
Mi aprì: naturalmente non teneva servitori. Da principio m'abbracciò e
disse: — Vinceremo!... Gli risposi: — Oh, sì, cerio! E poi soggiunse:
— Emma, potrà ben darsi che non tornerò più.... Allora gli risposi: —
Fa' di me ciò che vuoi....»

Bisogna leggere nel testo tutta la pagina. A un tratto l'uscio
si schiude «e il signor Valadier fece una brusca entrata, seguito
dalla signora Valadier che lo tratteneva. Lo tratteneva almeno nella
stanza attigua, ma dovette poi liberarlo sul passo dell'uscio, che è
stretto; e una volta l'uscio passato, lo riagguantò per la falda della
giacchetta. Non essendo armato, il signor Valadier non uccise nessuno
e si contentò di fare un gesto di maledizione; poi s'inabissò nella
poltrona che Emma gli aveva istintivamente ceduta, e si nascose il viso
tra le mani. Io ero ben contento che la scena non volgesse al tragico,
ma non potevo difendermi dal mandare al diavolo quel valentuomo che
si disponeva a rammentarmi la _Dionigia_ proprio nel momento in cui
provavo la più sincera commozione ed ero a cento miglia dal teatro.
Fortunatamente il repertorio del signor Valadier è diverso, ed egli
sentì, al pari di me, come il Diderot fosse più di stagione che non
Dumas figlio. Alzò lentamente la fronte ingombra. Il suo viso passò,
per insensibili gradazioni, dall'espressione di una collera santa a
quella della clemenza di Augusto. Il suo sguardo si rischiarò e divenne
d'un'infinita dolcezza. Spalancò le braccia, Emma vi si precipitò, egli
le richiuse intorno a lei, e non si udì altro, nella modesta cameretta
dove il crepuscolo già discendeva, che un suono misericordioso di
singhiozzi e di baci».

Questo è il secreto di Abele Hermant: una indovinatissima mescolanza
di comico e di drammatico, la riproduzione integrale degli aspetti
ridicoli e patetici dell'esistenza, con l'aggiunta di un commento che
è, secondo i casi, e talvolta ad un tempo, umoristico e serio.

Il professore Valadier, parlando ora come Socrate ed ora come il
_Bonhomme Jadis_, è un gran brav'uomo, un padre eccellente, un
cittadino esemplare. Egli procedeva all'esame delle poche righe dei
comunicati come un epigrafista studia le iscrizioni, come un insegnante
di lettere pesa tutte le parole d'un vecchio testo venerabile. Mai
una pagina di Virgilio, di Racine o di Bossuet fu sottoposta a simili
prove. Arrivava sino a tentare certi spostamenti della punteggiatura
che modificavano il senso della frase, o che gliene davano uno quando
per caso non ne aveva. Si permetteva di tanto in tanto qualche appunto
di natura grammaticale, ma non trovava da ridire circa lo stile;
perchè, come lutti i buoni Francesi, approvava senz'altro quanto emana
dal Governo.....» Dopo tante notizie angosciose, dopo tante speranze e
tante delusioni, la lettura del bollettino che annunzia la battaglia
della Marna gli procura uno scoppio di pianto. «Credo», dice, dopo
avere abbracciato l'ospite, che sia una vittoria.... Lo disse a voce
molto sommessa, come se avesse vergogna o paura della gran parola
che proferiva. Io chinai il capo. Ero in preda anch'io ad un bizzarro
sentimento di paura o di vergogna che non sapevo spiegare a me stesso.
Credo bene che singhiozzassi anch'io. Non mi rammento....» Ed alla
proposta di comperare una bottiglia di _champagne_ per festeggiare
l'avvenimento, Emma Valadier esclama candidamente: — Oh, no! Oggi non
ne vale la pena, poichè è una vittoria vera».

Luciano Valadier, «il povero istrioncello fatuo e ridicolo», diventa
un altr'uomo per virtù della guerra. Quando l'ospite apprende che lo
hanno trasportato dal campo all'ambulanza, che è stato operato, che si
tratta di cosa non lieve, corre a trovarlo. « — Dove sei ferito?... —
Egli alzò le spalle, poi voltò la faccia contro il muro, e vidi e udii
che singhiozzava. Ne fui spaventato. Lo supplicai di non lasciarmi
più a lungo in quell'ansia mortale. Egli rivoltò il viso dalla mia
parte e disse con tono furibondo: — Non sono ferito, m'hanno operato
d'appendicite otto giorni addietro; non mi sono sentito di scriverlo
alla mamma.... — Sciocco! — esclamai. Egli scoppiò di nuovo in
singulti, ed io non potei frenare una risata. — Via! gli dissi; non è
cosa che disonori! Perchè piangi?... — Egli rispose, interrottamente:
— Non capisci.... non capisci che ne ho ancora per una quindicina di
giorni.... e che poi.... poi vogliono darmi una licenza di due mesi....
Due mesi e quindici giorni!... Allora.... di qui ad allora la guerra
sarà finita!... — Ma no, piccino mio, che la guerra non sarà finita
di qui a due mesi!... — Mi afferrò allora per il collo e si mise a
piangere sulla mia spalla. Ripeteva continuamente: — Mi giuri?...
Giuralo!... Giurami che non sarà finita!... — Gli giurai che la guerra
non sarebbe finita tra due mesi, lo cullai come un bambino e lo guardai
con ammirazione. Non ridevo più....»

Con una mano altrettanto leggera, ma non meno sicura, è sfiorato
l'argomento della fede. Il professore Valadier, «anticlericale della
più bell'acqua, nei suoi verdi anni, obbedì alla velleità di credere
in sull'inizio delle ostilità; ma ora non crede più, col pretesto
che la guerra dura troppo e che per conseguenza il buon Dio non c'è;
inoltre, la neutralità della Santa Sede lo sdegna, ed ecco insemina
un convertito la cui conversione non è durata sei mesi». Ma quantunque
appartenga ad una generazione di uomini «che sono nemici personali del
miracolo», egli esclama: «Fu miracolo!» quando considera come Parigi
restò salva dell'invasione teutonica.... Suo figlio, come tutti i
soldati, non parla del futuro senza avvertire: «Se Dio mi dà vita»,
e l'osservatore commenta finissimamente: «Coloro che vanno a battersi
diventano volentieri superstiziosi; sarebbe un torto rimproverar loro
questa debolezza, mentre è tollerata nei giocatori....», e quando
Emma, avendo potuto vedere un'ultima volta il suo diletto, esclama,
all'opposto del padre: «C'è pure il buon Dio» e quando il signor
Valadier spera nell'intercessione della Vergine per la salvezza del
figlio, l'umorista non commenta più.


III.

Resterebbe ora da narrare la conoscenza fatta da Emma all'ospedale,
dove si reca ogni giorno per visitare i soldati in atto di pietoso
omaggio alla memoria del suo caro perduto; l'idillio che pare s'intessa
in quella casa del dolore e della speranza; e come poi la giovane, che
è vedova senza aver cessato d'essere signorina, e che mette al mondo
un bambino quasi senz'essere stata donna, elegga di restar vedova
e madre venerando le reliquie del suo diletto. Resterebbe ancora da
spigolare fra tanti gustosi episodii, fra tanti squisiti particolari
d'osservazione e d'espressione; ma riesce propriamente impossibile
seguire qui la tenue trama del romanzo e molto difficile rendere in
un'altra lingua il sapore delle sue pagine. Questo libro veramente
francese, dove è dipinta dal vero una famiglia della piccola borghesia
parigina, possiede tuttavia un valore rappresentativo molto maggiore
che non sembri.

Il genere umano è in massima parte composto di tante famiglie Valadier,
con le loro smanie, le loro manìe, le loro vanità, le loro stesse
volgarità; ma questa piccola gente, all'occasione, dimostra d'esser
pure una gran brava gente e riscatta le debolezze con l'eroismo, e le
ridicolaggini con la bontà, la generosità, la gentilezza. Per questa
ragione l'ironia del romanziere non è caustica, come suole. L'umorismo,
in fondo, lascia un senso d'amaro e un sentimento di sfiducia: ma Abele
Hermant, il quale confessa d'aver perduto per proprio conto, questa
volta, il suo scetticismo, contribuisce a combatterlo negli altri con
lo spettacolo di virtù non studiate, senza paludamento, anzi semplici
ed umili. Dove la rappresentazione di qualità sovrumane rischierebbe di
non esser creduta, dove gli effetti convenzionali lascerebbero freddo
il lettore, i casi e le parole di questi personaggi veri e sinceri lo
interessano e lo commuovono. Appunto perchè non ha tesi, la _Famiglia
Valadier_ acquista tanta efficacia quanta corrono pericolo di perderne
i romanzi composti secondo le ricette della «psicologia classica e
ufficiale», quella psicologia della quale Abele Hermant ha ragione di
dire che non ha niente da vedere con la realtà.

  _22 decembre 1915._



Paesaggi di pace e paesaggi di guerra.


Tra i Francesi amici nostri, Gabriele Faure ha da tempo un posto
eminente: la maggiore e miglior parte della sua produzione letteraria
è consacrata — l'espressione religiosa non sembri impropria —
all'Italia. I tre volumi delle Heures d'Italie, oltre quello delle
_Heures d'Ombrie, e gli altri quattro sul Pays de St. François
d'Assise, sulla Via Emilia, sulla Route des Dolomites_ e _Autour des
lacs italiens_, sono i documenti della passione con la quale egli
ha studiato il nostro paese: passione, e non semplice curiosità, o
diligenza, o interesse, o dottrina: passione vera e profonda, tenace
e fervido e nostalgico amore. Uno degli stessi suoi romanzi, l'_Amour
sous les lauriers-roses_, si svolge in Italia, sul lago di Como, e il
paesaggio italiano è il galeotto che sospinge gli occhi a Maddalena
Frémeuse ed a Renato Seillon, che scolora i loro visi ed unisce le
loro bocche.... Stendhal, altro italiano d'elezione, disse che un
paesaggio è uno stato d'animo; il Faure, stendhaliano nel sangue, va un
poco oltre: il paesaggio è per lui quasi un personaggio: sente, vive,
parla, suggerisce, persuade. _Paysages passionnés_, appunto, intitolò
l'autore una specie di antologia di pagine descrittive dove i luoghi
non sono tanto rappresentati come apparenza, quanto interpretati come
espressione. Ed oggi egli pubblica un volume di _Paysages littéraires_
meritevolissimo di essere raccomandato ai nostri lettori, non
foss'altro perchè una buona metà dei capitoli concerne l'Italia.


I.

È curioso scoprire, per esempio, le stranezze e le contraddizioni
dei giudizii dati intorno ai più singolari aspetti del nostro paese
da un luminare della letteratura paesista, sceso ben sei volte nella
Penisola: il visconte di Chateaubriand.

Cominciamo col notare che nel _Genio del Cristianesimo_ le pagine
concernenti l'Italia e gli artisti italiani furono composte di maniera,
prima che l'autore passasse le Alpi; quando le valica, nel 1803, resta
deluso perchè non trova la pianura appena scavalcato il Moncenisio;
giudica bello l'effetto dei dintorni di Torino, ma «ci si sente ancora
la Gallia: credevo di trovarmi in Normandia»; la metropoli piemontese
è «d'aspetto un poco triste»; i campi lombardi gli piacciono, ma non
il Duomo di Milano, perchè «il gotico, e lo stesso marmo, mi sembrano
stonare col sole e con i costumi italiani»; arrivando a Napoli,
non è impressionato dal paesaggio, «fertile, ma poco pittoresco»;
i luoghi virgiliani gli offrono uno spettacolo «magico» bensì, ma
non «grandioso». Dal Vesuvio contempla «uno dei più bei paesaggi del
mondo»; ma il grandioso, l'imponente, l'affascinante è da lui trovato,
finalmente, a Roma. «Ci sono, finalmente! Tutta la mia freddezza è
svanita. Sono accasciato, perseguitato da ciò che ho visto....» Tanta
è stata la sua freddezza, che certi passi del _Voyage en Italie_ sono
più aridi delle indicazioni d'una guida e d'un catalogo; ma a Roma, e
dinanzi alla campagna romana segnatamente, il poeta della solitudine
e delle rovine prova un'impressione profonda: profonda a segno, che
dopo averla espressa nella lettera del 10 gennaio 1804 al Fontanes,
egli quasi s'ingelosisce quando altri dopo di lui osa ancora descrivere
quei luoghi, dei quali si stima senz'altro scopritore: «i viaggiatori
francesi ed inglesi venuti dopo di me hanno segnato ogni loro passo
dalla Storta a Roma con altrettante estasi: il signor di Tournon segue
la traccia d'ammirazione che io ho avuto la fortuna d'indicare». Ed a
Roma vorrebbe morire: «Se avrò la ventura di finire qui i miei giorni,
ho fatto in modo da avere a Sant'Onofrio un cantuccio adiacente alla
camera dove il Tasso spirò. Nei momenti perduti della mia ambasceria,
alla finestra della mia cella, continuerò le mie _Memorie_. In uno dei
più bei siti del mondo, fra gli aranci e le querce, con Roma intera
sotto gli occhi, ogni mattina, mettendomi all'opera fra il letto di
morte e la tomba del poeta, invocherò il genio della gloria e della
sventura....»

Non potendo appagare questo voto, tornato in Francia e ripartitone
per l'esilio del 1832, egli scende in Isvizzera e si ferma alle porte
d'Italia, a Lugano, dove ancora una volta prova la tentazione di
fermarsi e morire. «Finirò dunque le mie _Memorie_ sulla soglia di
questa classica e storica terra dove Virgilio e il Tasso cantarono,
dove tante rivoluzioni si compirono? Rimembrerò il mio destino di
Bretone dinanzi allo spettacolo di queste montagne ausonie? Se il loro
velario si alzasse, mi scoprirebbe le pianure lombarde; di là, Roma;
di là, Napoli, la Sicilia, la Grecia, la Siria, l'Egitto, Cartagine;
plaghe remote che misurai, io che non posseggo tanto di terra quanta
ne premo con la pianta del piede....» Ma l'incredibile è che questo
romantico errante, questo ricercatore e amatore di luoghi insigni per
natura o storia od arte, arrivato nel 1806 a Venezia, donde salperà
verso l'Oriente, non solamente resta freddo dinanzi a quella meraviglia
del mondo, ma sente il bisogno di dichiarare nella lettera al Bertin:
«Questa Venezia, se non m'inganno, vi dispiacerebbe quanto a me. È una
città _contro natura_....», soggiungendo prove talmente puerili del suo
giudizio, da sollevare giustamente lo sdegno dei Veneziani: articoli
di gazzette ed appositi opuscoli daranno sulla voce al temerario,
e qualcuno dichiarerà di non sapere se prendersela più con la sua
«cattiveria» o con la sua «stupidità».

È vero che ventisette anni dopo, nel 1833, egli si ricrede o scioglie
un inno alla città delle lagune: «Si può, a Venezia, credersi sul
ponte d'una superba galera all'àncora, sul Bucintoro, dove vi diano
una festa e dal cui bordo scopriate mirabili cose....»; è vero che egli
riesprime il desiderio di vivere e morire anche qui: «Perchè non posso
chiudermi in questa città in armonia col mio destino, in questa città
dei poeti, dove Dante, Petrarca e Byron passarono?...» ma il Faure nota
argutamente come l'improvviso infatuamento dopo il disprezzo fosse
determinato dalla voga data a Venezia dai nuovi scrittori stranieri,
dal Byron precisamente.

Si potrebbe, dunque, trovare qui una prova di ciò che non era per
altro ignoto: della poca sincerità dello scrittore. Il presuntuoso
stimatosi quasi inventore della poesia della campagna romana, si mette
ad ammirare la già denigrata Venezia per amore di byroneggiare!... Ma
c'è, sotto un altro aspetto, anche di peggio. Egli si lagna perchè nel
1833 non ritrova le rive del Brenta quali erano la prima volta che le
percorse: «L'Austria è venuta: essa ha rimesso la sua cappa di piombo
sugl'Italiani e li ha costretti a ridiscendere nel loro sepolcro»:
osservazione amarissimamente vera, che ha il solo difettuccio di esser
fatta da uno dei più illustri tirapiedi della Santa Alleanza, dal
congressista di Verona, dal turiferario della «miracolosa» Coalizione e
della diplomazia del 1814, del '15 e del '22 che «fondò nell'avvenire
i diritti dei sovrani e dei popoli, e la sicurezza e la libertà
dell'Europa!».

Il Faure non fa critica storica, nel suo bel libro, e neanche
semplicemente letteraria; tuttavia egli non tralascia di rilevare quel
tanto di falsità che c'è in qualche pagina italiana di Giorgio Sand.
La celebre scrittrice, l'amatrice famosa ha piantato a Venezia il
povero Alfredo infermo e se n'è andata col suo Pagello a Bassano: la
passeggiata di due giorni nei dintorni della città veneta diventa una
«spedizione» nel cuore delle Alpi; la novelliera dichiara d'essersi
«scorticate le mani e le ginocchia», per attingere le estreme
«solitudini» e l'«ultima vetta»; soggiunge ancora d'essersi creduta
in America, negli «eterni deserti che l'uomo non ha potuto ancora
conquistare sulla natura selvaggia....». Con lo stesso spirito di
verità lo Chateaubriand l'aveva gabellato per un viaggio di scoperta
nei deserti dell'America settentrionale quello che un critico,
«spietato» secondo il Faure, ridusse alle modeste proporzioni di
un'escursione al Canadà....


II.

«Spietata» veramente suole riuscire la critica quando si attenta di
scemare o distruggere il fascino esercitato dai grandi scrittori; ma è
colpa della critica se i grandi scrittori, e le grandi scrittrici, non
hanno tutti una grande anima?

Per buona sorte, Gabriele Faure non va incontro a delusioni quando
sceglie altri soggetti, più nobili e puri. Giustamente persuaso che non
è possibile evocare i genii se non nel quadro che fu loro familiare,
egli ascende in reverente pellegrinaggio il poggio di Arquà, entra
nella casa del Petrarca, volge lo sguardo alle colline ed alla pianura
che furono l'ultima visione del cantore di Laura; scende poi, o per
meglio dire ritorna nella verde Umbria e si ferma a contemplare il
paesaggio francescano di Clara Scifi, la madre delle clarisse. Immagini
singolarmente espressive egli trova anche per rivelare l'anima dei
luoghi lamartiniani e stendhaliani, ma il suo più grande fervore è
serbato all'Italia: «Italia, Italia», ripete col Byron, «tu fosti e
sei sempre il giardino del mondo, la patria della Bellezza nell'arte e
nella natura!...».

Un appunto, tuttavia, gli si potrebbe, o per dir meglio gli si poteva
muovere fino a poco tempo addietro; perchè la sua visione del nostro
paese è, talvolta, un poco quella della tradizione: una specie di
«giardino di Armida» — giudica il protagonista dell'_Amore sotto gli
oleandri_ — un luogo, per conseguenza, dove non si fa altro che godere
ed obliare. Sul lago di Como, nel bacino della Tremezzina, a Bellagio,
«tutto è voluttuoso, tutto parla ai sensi, tra gente unicamente intenta
all'amore ed al piacere»; a segno, che quando Lucilla ne fugge e prende
una barca per guadagnare l'opposta riva, il barcaiuolo la guarda «con
aria maliziosa» e le domanda: «_Une histoire d'amour, n'est-ce pas,
signora?_....». Si potrebbe — si poteva — chiedere al Faure il ritratto
di cotesto barcaiuolo, se lo stesso autore non avesse ora scritto
altri due libri: i _Paysages de guerre de France et d'Italie_, e _De
l'autre côté des Alpes: sur le front italien_, dove «quei Francesi
che troppo spesso parlano un poco leggermente dell'Italia» possono
apprendere che questo paese del «languore dei sensi» è anche il paese
dei forti propositi, dei magnanimi ardimenti, dell'indomito coraggio e
dell'eroismo sublime.

Nelle sue visite per le città e le campagne della zona di guerra,
il Faure non può dimenticare d'essere artista; ma il cittadino
della nazione alleata, l'ammiratore dello sforzo italiano pensa al
passato bellicoso di Brescia dinanzi alla sua _Vittoria_ e vi trova
una promessa ed un simbolo; ricorda gli studii fatti sulla scuola di
pittura a Bassano, ma esalta la virtù guerresca della città; giudica
che i palazzi merlati non sembrano più, come un tempo, fuori posto
nella Treviso cui gli apparecchi di guerra hanno oggi conferito
un nuovo aspetto di forza; ammira le pittoresche vedute delle Alpi
carniche, ma anche più gli «splendidi» alpini che ne custodiscono i
passi, ed il «miracolo» del nostro organamento militare; chiede anche
a sè stesso, rileggendo il Carducci, quali parole il poeta di _Ça ira_
troverebbe per cantare la Marna e Verdun, «in quella stessa regione
dell'Argonna e della Mosa che tanto giustamente chiama Termopili della
Francia». «Se egli vivesse ancora», soggiunge, «noi ci volgeremmo
a lui, vegliardo divino, come egli si volgeva a Vittor Hugo, e gli
chiederemmo di cantare anche alle nuove generazioni il canto secolare
del popolo latino:

    Canta a la nuova prole, o vegliardo divino,
    Il carme secolare del popolo latino;
    Canta al mondo aspettante Giustizia e Libertà...».



INDICE.


  AVVERTIMENTO                                   Pag. VII

  Vigilia italica                                       1
  Una Absburgo in Italia:
    Maria Carolina di Napoli                           15
  L'Austria nei giudizii d'un suo alleato              30
  Un condottiero francese a Napoli                     42
  L'Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio           56
  Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron       70
  Il Protocollo della “Giovine Italia„                 85
  Maestri di guerra:
    I. Il principe di Ligne                            99
   II. Lazzaro Carnot                                 112
  Gli enimmi di Waterloo                              127
  Thiers, Bismarck e la guerra                        143
  Un profeta del pangermanesimo:
    Edgardo Quinet                                    158
  L'Imperatore liberale:
    Federico III                                      173
  La battaglia della Marna                            186
  Romanzi di guerra:
    I. Il senso della morte                           109
   II. La famiglia Valadier                           212
  Paesaggi di pace e paesaggi di guerra               226



  OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO
  (Edizioni Treves).

  _Le donne, i cavalier'...._ Edizione di lusso,
    in-8, illustrata da 100 incisioni                L. 7 50
  _Una pagina della storia dell'amore_                  2 —
  _L'illusione_, romanzo. Nuova edizione                2 —
  _La sorte_, novelle. 4.º migliaio                     2 —
  _La messa di nozze_, romanzo. 2.º migliaio            3 50
  _L'albero della scienza_, novelle. Nuova edizione     3 —
  _Al rombo del cannone_. 2.º migliaio                  4 —
  _Leopardi_                                            3 —



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Al rombo del cannone" ***

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