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Title: In faccia al destino
Author: Albertazzi, Adolfo
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "In faccia al destino" ***

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                          In faccia al destino


                                ROMANZO

                                   DI
                           ADOLFO ALBERTAZZI



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                            Quarto migliaio.



                         PROPRIETÀ LETTERARIA.

       _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
    per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

                      Milano, Tip. Treves — 1921.



IN FACCIA AL DESTINO



PARTE PRIMA.


I.


Ero da pochi giorni a Valdigorgo, e già deluso nel tentativo estremo
per cui mi ero trasportato da Molinella, alla casa dell'amico Moser,
alle Prealpi.

Non avevo avuto la speranza che l'aria di lassù mi purificasse lo
spirito; soltanto avevo pensato che la famigliarità con gente di cuore
potrebbe scuotermi il cuore. Tre anni innanzi, quando combattevo i
primi fieri assalti del nemico insorto in me, non avevo attinto lassù,
nuove forze alla resistenza? là non avevo provato il sollievo di lunghe
tregue?

Claudio Moser con animo aperto e affetto antico; Eugenia, sua moglie,
con la bontà che io non sapevo paragonare se non alla bontà di mia
madre; le figliole — Marcella e Ortensia — soavi e liete; il piccolo
Mino, instancabile al trotto delle mie ginocchia, quante volte
parlandomi nella memoria mi avevano chiamato a loro, come in porto e a
rivivere!

Ma invano! Avevo fatto invano il lungo viaggio! Fortunatamente,
se io ero a tal punto da non sentire più nulla e da rincrescere
agli altri oltre che a me stesso, fortunatamente io avevo trovato
la famiglia Moser in condizioni diverse: Claudio, sovraccarico di
faccende, s'assentava interi giorni; la moglie, non era ancora in piena
convalescenza d'una malattia quasi mortale; Marcella, da brava massaia
diciannovenne, s'intratteneva a diriger la casa; Ortensia, assisteva
la madre; e il fanciullo, prossimo ormai all'età della discrezione,
preferiva, al trotto delle mie ginocchia, tamburi, pifferi e schioppi.

— Qua sei il padrone tu — mi aveva detto Moser. — Fa quel che vuoi per
annoiarti più o meno, secondo la tua filosofia.

Pur troppo io non volevo nulla: soltanto restar solo. Dal dì
dell'arrivo non avevo più varcato il cancello. Mi appartavo nel
giardino a giacere e a sonnecchiar ignaro.

Così indifferente ero divenuto, che non mi ero accorto della differenza
delle cose intorno; non avevo riconosciuto i vecchi alberi, non
osservate le nuove piante e le recenti aiuole, quasi fossero per me
luogo e paesaggio nuovi ma senza novità, o vecchi e sempre uguali, e
sempre visti uguali.

E non per intimo impulso, ma come per inerzia, salivo ogni dì, alle ore
solite, dall'inferma. Ne' suoi occhi freddamente io scorgevo un velo di
rassegnazione se la fede di guarire le venisse meno; e al suo orecchio
le mie parole giungevano fredde, perchè non confortavano, ma soltanto
confermavano una cosa certa alla mia scienza: la guarigione. Nè a
vederla così emaciata mi veniva fatto di ripensarla quale era ancora
in salute, tanto bella e fiorente una volta! Quanti anni innanzi? Non
più di quattordici. Allora io, ero appena laureato; essa aveva Marcella
di cinque o sei anni e Ortensia piccolina. Che bellezza a vederla
con la fanciulletta a lato e quell'angiolo biondo in braccio! Una
bellezza materna. E come Eugenia era bella allora, io ero baldanzoso
e ambizioso. Rapito nel mio sogno di scienza e di gloria, appena mi
accorgevo di quel fiore di donna; e non l'invidiavo all'amico. Restavo
chiuso nella mia camera quasi tutto il giorno a studiare; non mi
distraeva la delizia del luogo; non mi rimproverava la cortesia della
buona signora, a cui tenevo sì povera compagnia.

Talvolta, nella passeggiata avanti desinare per andar incontro a
Claudio, Eugenia, come senza volere, ingenuamente, mi aveva detto di
essere troppo racchiuso in me stesso, richiamando la mia attenzione
alla vita esterna, ai bei tramonti, al bel paesaggio; e che soggezione
era in lei se io mi inducevo a discorrere delle mie idee e dei miei
studi! Mi ascoltava avvolgendomi del suo sguardo; lo sguardo che
abbelliva ora Marcella. Per la via chi ci vedeva sogguardava forse
malignamente: Eugenia non aveva ombra di alcuna malizia; e quando
incontravamo Moser ed essa sorrideva e s'accendeva di gioia, oh allora
io mi compiacevo che neppur l'ombra di un pensiero sinistro offendesse,
entro di me, l'amore e la gioia di Claudio! Non avevo avuto mai, non
ebbi mai per Eugenia un pensiero di profanazione; sempre ebbi per lei
una devozione affettuosa e pura.

Ma ora quasi mi pareva naturale che Eugenia fosse così intristita e
smunta, quasi fosse stata sempre così. A udirla narrare adagio e piano
della sua malattia e delle pene de' suoi, mi pareva d'ascoltare un
racconto non più doloroso; mi pareva naturale che nello sguardo di
Marcella passasse l'ombra di tante angosce; _naturale_ che Ortensia
poggiasse il capo accanto al capo della madre e che le rosee guance
e le guance emaciate stessero insieme un poco sul cuscino bianco, e
che le labbra vive di sangue ricercassero a quando a quando, come per
riscaldarla, la fronte esangue.

Finchè un giorno, mentre Ortensia usciva dalla stanza, dissi senza
intenzione di recar piacere, senza intenzione alcuna:

— Sono belle, Eugenia, le vostre figliole.

La madre non negò. Affermò:

— Sono buone.

Io tacqui, parendomi _naturale_ che la madre, non io, che pure le
conoscevo, ne avvertisse la bontà e che io tacessi.

Ma quello stesso giorno, avanti desinare, Ortensia mi sorprese laggiù,
sotto i tigli.

Disse scherzosa: — Riverisco! — e s'inchinò.

— Chi t'ha svelato il mio rifugio? — domandai a mezza voce. (Ubbidendo
a Moser proseguivo a dar del tu alle signorine, tuttavia bambine agli
occhi del padre....)

— Lo sapevo — ella rispose. Poi aggiunse franca: — E voglio saper
tutto, tutto!

— Che cosa?

— La mamma lo dice da un pezzo: Sivori è mutato. Si può sapere cos'ha?

Quantunque ardita innanzi a me, Ortensia m'interrogava con un sorriso
incerto; col dubbio manifesto che non le rivelerei il mio segreto,
e col rammarico che neppur lei, la mia «piccola amica» d'una volta,
meriterebbe tal confidenza. Dubitava d'un mistero. E io, che non sapevo
che dirle:

— Sono stanco — dissi; e la guardai in modo da toglierle il sospetto
del mistero.

— Stanco fin di parlare?

— Sì....; non d'ascoltare, però. Parla tu.

— Santa pazienza! Parlare? Ma di che, con lei?

Frattanto siede nell'erba e s'abbandonò non scomposta, reclinando il
capo a un tronco, e chiese:

— Che debbo dirle? Su! presto!

Ma io non avevo ancora parlato ch'essa si rialzò d'un tratto a seder
meglio.

E fermando al petto un grosso mazzo di margherite:

— È stanco anche dei fiori?

Non risposi.

Allora venne a pormi due margherite all'occhiello della giacca, mentre
ripeteva: — Sivori non è più lui! non è più lui!

Ed io scossi le spalle, impaziente:

— Parla d'altro!

— Cosa debbo dirle? Andiamo!

— Raccontami della tua vita in città, quest'inverno. Andavi a scuola?

— A scuola, io? a diciassette anni? Ho diciassette anni!

Ne pareva meravigliata essa stessa.

— E ne sai abbastanza?

— Di matematica, sì! Oh la maestra di matematica! Per tre mesi — siamo
rimaste a Milano tre mesi — tutti i giorni quella seccatura! Io non
ne azzeccavo una; le somme non tornavano, le moltiplicazioni peggio
che peggio! Come sarà che da me i numeri non si lasciano moltiplicare?
Basta; la maestra, poveretta, scuoteva la testa come una tartaruga
e sospirava: «Non ha disposizione alla matematica!» Il guaio è che
diceva lo stesso la maestra di francese, madame Duret. La conosce
madame Duret? No? non la conosce? — (Rideva di gran gusto) —. Immagini
un uomo vestito da donna, con una sottana di color malva corta corta,
una mantellina nera, un cappello di fil di ferro, il fusto s'intende,
ma con il velo e i nastri sossopra che lasciavano vedere il fusto; e
un naso, oh che naso! Buona però, tanto buona, _Madame Vous-vous_?...
Sa perchè io la chiamavo così, _Madame Vous-vous_? Perchè lei diceva:
_Bonjour, mademoiselle!_ E io: _Bonjour, madame. Comment vous portez?_
Mi dimenticavo sempre, a posta, il secondo _vous_. E lei: _portez vous!
vous! Quelle étourderie!_

— Eppoi?

— Eppoi cosa?

Non trovai altra domanda che intorno i divertimenti di lei, all'inverno.

Conversazioni? Ma che! non andavan da nessuno; non ricevevan nessuno.
A teatro sì, qualche volta....; a opere o a commedie, di cui finsi
ignorare l'argomento per non aver necessità d'interloquire e per
lasciar dire a lei, chiacchierina agile e fervida. Nell'esprimere
impressioni lontane e ancora sensibili essa aveva una prontezza
insolita, e s'arrestava a quando a quando per esser confermata nel suo
entusiasmo. Domandava: — Non è forse un bel dramma? Che bella musica,
è vero?

Ma tosto io non le badai più affatto. Mentre proseguiva a discorrere,
io, non so perchè, o perchè talora ella acuisse la voce al tono
fanciullesco e da ciò fossi condotto a ripensarla ragazzetta, o perchè
in quell'ora i suoi occhi avessero una luce più viva, o perchè la tinta
rossa del tramonto mi rappresentasse, d'improvviso, un altro simile
tramonto; non so perchè e come, io ebbi l'istantaneo presentimento d'un
risveglio in me nel rinnovarsi d'un ricordo. La memoria, repentinamente
e spontaneamente ridesta, mi ridiede in quello stato mortale una fugace
coscienza di vita.

Non rammentavo un fatto che importasse, allora, alla mia esistenza;
era anzi un fatto minimo che rivedevo e nel quale mi rivedevo con
precisione e reintegrazione di circostanze, di azioni, di aspetti, di
suoni. Con ogni senso percepii il ricordo.

E anche oggi lo riprendo e ripeto senza sforzo alcuno; in evidenza, per
me, tragica, sebbene agli altri possa parere una futile rimembranza.


Un giorno d'autunno salivo al poggio dove una volta i frati del vicino
convento riposavano dagli ozi della preghiera svagando l'occhio nel
paesaggio intorno, ascoltando capinere e rosignoli, odorando effluvii
di menta e di ginepro, bevendo aria vitale e dimenticando, paghi, che
il paradiso è per dopo la morte. Ma quel giorno, a vespero, il dominio
della mia solitudine era stato invaso; e da chi mi dichiararono alcune
voci più alte fra il chiasso che mi giunse a mezza costa. Erano i miei
amici; ragazzi e ragazze. Che facevano lassù? Quale nobile impresa?
Volli sorprenderli. M'inerpicai di traverso; mi celai a spiare tra una
macchia.

Ma bravi! ma bene! Non ci mancava nessuno. Le signorine Marcella
Moser e Anna Melvi diricciavano castagne a colpi di pietra e parlavano
sommesse; di contro, Guido Learchi, già studente di medicina, zufolava
interrompendosi per sgridare, quale direttore all'opera, e finiva
di comporre un forno con mattoni e sassi. Gli servivano da manuali
Ortensia Moser e Pieruccio Fulgosi, affaticati a raccogliere il
combustibile.

— Là!

— Nella siepe!

— Sotto al noce!

Furettavano dappertutto e per poco non mi scovavano.

Pieruccio più svelto di tutti ammucchiava foglie e fronde, che Ortensia
recava a bracciate.

Guido protestava:

— Legna grossa e secca! Con questa non si fan bracie!

— Ecco! A te! prendi!

— Che uomini! Un'ora per fare un po' di fuoco! — gridava Ortensia.

E Learchi a bofonchiarla: — Meh! meh! meh!

Poi egli diede uno scapaccione a Pieruccio ordinando:

— Spicciati, tu! Altra legna! legna! dico legna!

Finchè annunciò: — Pronti! — e appiccò il fuoco. Un clamore d'applausi
salutò le prime volute di fumo.

— Forza! Siete in ordine?

— Sì, ma non le bracie!

Quand'ecco Pieruccio venne da lungi con grida più alte:

— Legna grossa, signori! legna da carbone! — Si traeva dietro una panca.

— Da bruciare?

— Sei matto?!

— Bruciamola! Bruciamola!

— Non si può! Non è nostra! — protestava Marcella.

— È rotta!

— Bene! Va bene, questa!

— Bruciamola!

— No!

— Sì!

— Sì! Bruciamola!

Urtoni, strappi, scappellotti, strida.

E io piombai in mezzo alla mischia.

Allora! Dopo il breve silenzio della sorpresa:

— Eh! Chi si vede! Ben arrivato! Buona sera! — Sta bene? — Ma si
accomodi! — Che cosa comanda? — Uh, che faccia!

Sostenendo io, quantunque a fatica, il cipiglio di severità, le tre
signorine, raccolte insieme a braccetto per comune difesa, mi risero in
faccia; mentre Guido ripeteva inchini e chiedeva:

— In che possiamo servirla?

Quieto solo lui, Pieruccio, mi attaccava un riccio nella giacca, alle
spalle.

— Punto primo! — urlai (Oh in che imbroglio mi ero messo!) — Qui si è
rubato!

— Nossignore! — S'inganna! — Non è vero!

— Lasciatelo dire!

— Si sono sbattuti i castagni!

— È falso! — Calunnia! — Calunnia! — Lasciatelo cantare! Ha invidia! —
Si calmi....

— Questi ricci sono stati staccati dalle piante! Ho visto! Si vede!

— Uh!... Bugia! Li abbiamo raccolti in terra!

— Tutti? — interrogavo ora chi non mentiva mai: Ortensia.

— In terra! erano in terra!

Ma Ortensia rispose:

— Due soltanto....

— E chi li ha tolti?

— Io!

Sincera fino alla sfacciataggine. Tutti, tranne Pieruccio, il quale
cheto cheto proseguiva l'addobbo al mio dorso, risero, e le dissero: —
Brava!

Io urlai ancora:

— Punto secondo! È proibito mangiar castagne o cotte o crude prima di
desinare.

— Brrr! — Ha ragione! — Non gliene daremo nemmeno una! — Sì! una,
perchè ne faccia la voglia! — Nessuna! Nessuna! — Poverino!...

Anna aggiunse: — La finisca! —; e la timida Marcella, anche lei: — La
smetta!

A cui seguì stentorea la minaccia di Guido; la minaccia studentesca,
piazzaiuola, anarchica, spaventevole:

— Abbasso i poliziotti!

— Abbasso!

Che fare? Chi mi salverebbe? Solo un incidente imprevedibile. Infatti
Pieruccio, compiuta l'opera sua, mi punse d'un riccio a un polpaccio,
e io mi gli rivolsi contro....

— Evviva! — Parve si scoprisse un monumento. Tal gioia fu a vedermi
tappezzato a quel modo, che le signorine e il monello minore fecero,
a mano a mano, catena; mi rinchiusero in un cerchio; mi rigirarono
cantando in coro:

    È arrivato l'ambasciatore,
    Ulì, ulì, ulera!
    È arrivato l'ambasciatore,
    Ulì, ulì, ulà!

Intanto Guido sopperiva alla bisogna.

Punf! paf! Due castagne scoppiarono: Marcella e Anna mi presero a
braccio; Ortensia mi ripuliva; Pieruccio accorse e si scottò le dita.

— Sia buono! — cominciarono a pregarmi i meno ingordi. — Non faccia la
spia! Mangi con noi! — E mi convenne sedere al banchetto, complice o
manutengolo.

Ma (approssimava il tramonto) dal fondo dell'anima io mi sentiva
sorgere a poco a poco un'uggia che oscurava il sollazzo cercato con
simpatia puerile; e in me avvertivo come uno sforzo a dimenticare
la differenza dell'età fra me e coloro, e provavo come il rimpianto
di quell'età, e mi chiedevo se a quindici anni io avessi avuto una
giornata di così piena giocondità, di così assoluta spensieratezza.
I compagni ridevano, motteggiavano, bofonchiavano, si eccitavano a
vicenda, maggiori e minori, per esilarare ed esilararsi sempre più; e
il giorno era per morire, nel modo dei giorni d'autunno.

Finchè, sazii, si levarono; avventarono nel fuoco quanto fogliame
poterono raccogliere d'intorno, e dopo nuovi applausi ed evviva,
a rincorse, strillando giù per il viale, tutti m'abbandonarono: un
drappello di passeri che aveva spiccato il volo.

Si confusero le voci; echeggiarono forti; tornarono deboli; cessarono
interrotte e furon riprese là in fondo, lontano, da un richiamo più
alto; morirono.

Intanto il sole cadeva in un'onda di vivo sangue e i raggi che ne
sprizzavano, colpendo il monte avverso, vibravano tra i faggi, gli
abeti e i castagni della densa costa boschiva, sì che pareva, a fusti
d'ametista e di zaffiro, una selva incantata, tutta fulgida d'oro,
sfavillante. A nord i monti in cerchia dove non avevano luce o non
ricevevan riverbero, annerivano; mancavano i profili e i contorni;
scemavano e sfumavano le ultime vette; e dalla parte di mezzodì,
sulla plaga che scampa alle due catene protese quasi per un impotente
abbraccio, su per la pianura immensa aperta all'orizzonte, il cielo
digradava dalle tinta di viola e un'opalina bianchezza, a un cilestre
che diventava azzurro, a un azzurro che incupiva sempre più; finchè
terra e cielo insieme terminavano nell'oscurità.

E silenzio. Non più voce alcuna; non una squilla. D'improvviso, come
non mai, neppure in una notte serena lontano agli uomini e perduto
sotto l'infinito; neppure in mezzo al mare ricordando la patria e
cercando indarno un limite terrestre, io mi sentii allora, come non
mai, solo. Non un grido, non un suono; oblio. E in quell'oblio d'ogni
cosa viva per me, d'ogni mio pensiero, smarrendomi nella percezione
dell'attimo, veramente io patii il senso di un superstite che scorgeva
dall'una parte la cruenta morte del sole e dall'altra l'estrema
illusione della vita, mentre da dietro incalzavano le tenebre, la
morte precipitava; e avevo dinanzi l'infinito per rifugio, e tutte le
mie forze vi tendevano quasi in un disperato ritorno per una disperata
salvezza; e invano, chè una forza più valida mi avvinceva lassù: solo.

Cercai anche con incerti occhi il fumo che rimaneva del falò acceso
dai ragazzi; e quel povero segno umano vaporava subito, svaniva; non
altro a vederlo che quanto rimaneva d'un rogo con cui pochi mortali,
già travolti nelle tenebra, avessero creduto placare il Dio o il fato
inesorabile.

Non un suono, non un grido; morte. Ma allo smarrimento di me stesso,
che volevo fuggire da me stesso e non potevo, mi seguiva a poco a poco
una rassegnazione di schiavo, una prostrazione di vile, un impulso a
pregare, una tentazione a piangere, un doloroso desiderio dei miei, che
mi avevano preceduto nella morte e nell'ombra.

— Che fa quassù?

Mi voltai. Ortensia accorreva.

— È ora di pranzo — esclamò giuliva.

Ella ansimava per la corsa e per l'erta.

Ma arrestandosi d'un tratto, non attese più a me; rapita d'un tratto,
più presto di me, con maggior impeto verso quella splendida agonia del
giorno.

Quindi mutata in viso mormorò:

— Che tristezza, non è vero?

Io la guardai negli occhi. E vidi un'anima.


Non era strano che questo ricordo di tre anni avanti mi tornasse in
mente ora, quando la mia mente ripugnava da ogni considerazione che non
fosse il mio male presente e immenso?

Poi seguì al ricordo un'idea ugualmente strana: — per riprender la
vita non mi gioverebbe tornar fra ragazzi quale un ragazzo? — Guardai
Ortensia mentre chiacchierava.... _Avevo visto un'anima...._ Ma adesso
Ortensia era sui diciassette anni; era una giovinetta; e come per tutte
le altre della sua età, belle o brutte che siano, null'altro le ferveva
negli occhi che la giovinezza.

Ancora deluso, in me svanì l'effetto di quel primo risveglio della
memoria; scomparve l'idea che l'aveva seguito fugace al pari di un
baleno; ripiombai nel vuoto.

— Ohe! Non risponde? — esclamò Ortensia quando fu stanca e, a una sua
dimanda rimasta sospesa, s'accorse che non le badavo più. Aggiunse,
malcontenta: — Mio Dio! che uomo!

Mi sembrò allora che la baldanza della giovinetta celasse un segreto
timore; pensai ch'ella e forse altri dei Moser dubitassero di vedermi
impazzire.

A confermarmi nel sospetto quella stessa sera, a desinare, Claudio si
ricompose la barba come soleva in caso di pensieri molesti, e un po'
oscurato nella faccia, di solito così serena, mi disse:

— Senti, Carlo: aut aut: o tu mi accompagni giù in pianura, tutti i
giorni, a goderti con me trentacinque gradi all'ombra, o mi dai la tua
parola....

— Ah! — interruppi — Eugenia ha detto anche a te che Sivori non è più
quello?

Fu una dimanda aspra, con un sorriso amaro.

— Non c'entra Eugenia. Io, io, a ricordarmi che ho un amico a casa mia
che s'annoia mortalmente e che per non annoiarsi è costretto a meditare
su l'impossibile....

Scossi, annoiato, le spalle.

—.... un amico che non lavora come me, all'antica, più con le gambe
che con la testa, ma un uomo moderno, che lavora solo di cervello e
che è venuto da me per riposarsi e non può, perchè non ha distrazioni
e non ne vuole, io ci patisco, perdio! me ne dispiace molto! Sforzati
a cacciare il malumore....

(Sorrisi a udirmi attribuire soltanto del malumore....)

—.... Devi darmi la tua parola che uscirai dal covo, ti muoverai,
andrai in paese, alla fabbrica, da qualche parte insomma, purchè quando
torno a casa non ti veda con quel muso da Spinoza!

— Sta tranquillo! — feci io —; non medito; non mi annoio: mi riposo.
L'aria di Valdigorgo basterà per guarire un po' di stanchezza....

— Sicuro che dovrebbe bastare!...; ma intanto il tuo muso da Spinoza
offende Valdigorgo, offende questo paradiso terrestre, offende me!

Mino chiese: — Babbo, chi è Spinoza?

Claudio lo conosceva solo di nome; tuttavia rispose pronto e feroce:

— È un bravomo senza giudizio come Sivori! Se diventassi uno Spinoza
anche tu, ti strozzerei! E voi, — aggiunse rivolto alle figlie — perchè
dimenticate la consegna di non lasciare a Sivori un minuto di quiete?
Tormentatelo, talpe!; fategli tutte le birichinate che vi verranno in
mente!...

Marcella si scusò dicendo che temevano disturbarmi. Più ardita,
Ortensia mi fissò un istante e promise che lei e Mino mi avrebbero
scovato da per tutto e me ne avrebbero fatte delle belle.



II.


La mattina dopo mi incamminavo al di là del cancello per la via montana
a cercar un nuovo e più sicuro nascondiglio. Ma troppo tardi! Ortensia
mi raggiunse di corsa.

— Andiamo a salutare _Giovannin_?

Andammo là, presso il muricciolo di fronte alla villa, dove ogni
mattina Giovannino il cieco veniva, con lo sgabelletto sotto il
braccio, l'organetto in una mano e il bastone nell'altra. Ivi, accanto
al muro, sedeva ad aspettare l'elemosina mentre riprendeva dallo
sfiatato strumento l'«addio, mia bella, addio!»; e intanto borbottava
e sorrideva, nessuno sapeva a chi.

Per gli occhi aperti e immoti non vedevano le spente pupille; non
aspetto di cielo e di campagna o di persona tornava alla memoria di
quel povero diavolo. _Giovannin_ sorrideva, ma d'un sorriso cieco
anch'esso, come per una insistente contrazione delle labbra, o
per ebetudine; finchè non sopravvenivano i monellacci. Allora, giù
l'organetto e su il bastone! S'alzava in piedi, ad armarsi anche dello
sgabelletto, quando i nemici l'assalivano troppo da presso; e alle
beffe rispondeva con parole oscene, che anch'egli aveva apprese. Senza
dubbio però quell'omicciattolo dalle gambe rachitiche e storte, dalla
testa enorme, su cui non bastava il cappello elemosinato, dalla fronte
nera di schianze per botte contro i muri, dal dorso informe nel gabbano
non proprio, dai piedi perduti in mostruose scarpe, quel miserabile
aveva talvolta consolazioni per le quali sorrideva in altro modo, con
un barlume di pensiero e di sentimento.

Ortensia gli chiese:

— Sai chi sono?

Subito egli, tutt'allegro:

— Ortensia di Claudio!

Fin da bambine Ortensia e Marcella gli recavano i dolci e le frutta.

— Mi vuoi bene?

— Come a Dio!

La ragazza ruppe in una risata esclamando: — Troppo! troppo! — Ma quel
troppo rispondeva a una elemosina più copiosa del solito.

Scambiate poche altre parole col cieco, Ortensia mi chiese:

— Va a spasso?

— Sì.

— Buona passeggiata!

Nient'altro ella disse; non dimostrò intenzione d'accompagnarmi, nè
fece alcun accenno alle raccomandazioni paterne della sera innanzi.
Fosse nel suo contegno delicatezza spontanea, o suggerita dalla madre,
le scorsi in viso il sincero augurio che la passeggiata mi facesse
bene. Quasi che camminando io potessi fuggir da me stesso!; quasi che
io potessi non riferir la mia miseria a ogni cosa che trattenesse
il mio sguardo, a ogni persona che incontrassi! Mi confrontavo a
Giovannino. Ero forse men cieco di lui io che vedevo senza lume di
ragione l'infinito universo e nell'infinito universo vedevo senza
un perchè l'atomo del mio corpo, l'attimo della mia esistenza?
Ma _Giovannin_ almeno or s'adirava, or sorrideva. Io invece non
sentivo nulla, più nulla! Oh, non potendo amare, se avessi potuto
odiare! Odiare con la voluttà del despota che uccide e distrugge,
con lo scherno del misantropo che nega ai credenti e agli illusi la
possibilità d'esser felici! Odiare il gregge matto che pasce e si
riproduce nei pascoli opimi o fra i triboli, e bela invocazioni alla
felicità! Odiare l'umanità che trovò il telegrafo e perdè Dio; che
rintraccia bacilli mortiferi e patisce il raffreddore; che proclama
fratellanza e perfeziona la guerra; che va in chiesa e s'uccide per
amore; che scrive poemi e pute!

Ma neanche odiare potevo! Nulla! Per me al mondo non c'era più
nulla! Solo quel vuoto enorme entro di me.... — Buona passeggiata! —
Voleva forse l'augurio che divagassi lo sguardo per i noti luoghi e
ricuperassi altri ricordi?

Ebbene: mentre salivo alla strada dell'antico convento, sulla porta
della prima casupola, trovai, di poco mutata, la pallida fanciulletta
che un giorno, con gli occhi nel mistero, m'aveva dimandato: — Li fa la
gatta i gattini?

Ed ecco da questo ricordo derivarne, non so come, un altro: di una
faccia puerile anche più pallida. Era tra le memorie della mia gaia
vita di studente l'impressione che provai un giorno, quando su la
tavola anatomica vidi un compagno spolpare le gambe d'un bambino.
Tranquillamente m'ero esercitato in più d'un cadavere.... Eppure la
vista di quel bambino...., che impressione! Or dunque ascoltai se
questo ricordo mi rinnovasse il senso penoso di quell'impressione
antica. No. Rimase un ricordo del tutto mentale; non sentivo più nulla;
e la pallida ragazzetta, riconoscendomi, stupì che non le dicessi
nulla.

— Buona passeggiata! — Poco oltre, a una seconda casupola, intravvidi
il calzolaio socialista, che, un giorno, alla mia richiesta se pensasse
di non dover più tirar lo spago nella sua repubblica sociale, aveva
tratto dalle ginocchia una logora ciabatta, e mostrandomela aveva
risposto:

— Invece che rappezzare di queste, cuciremo scarpe nuove!

Così il ciabattino concepiva le sorti progressive dell'umanità! Ma a
rivederlo, ecco un altro ricordo: nelle sorti progressive dell'umanità
io ci avevo creduto più di lui! Una fede più grande io avevo avuta!

Ah i bei tempi quando dallo studiare il male in questo o in quell'uomo
ero risalito a studiar la vita di tutti gli uomini; dalla medicina alla
storia, dalla storia all'antropologia, alla biologia, alla psicologia,
etcetera, e avevo distrutto dei e religioni, filosofi e sistemi, per
conquistare positivamente Dio!

Bei giorni anche quando avevo visto morire i miei con sereno dolore,
con nobile rassegnazione alla necessità della vita!

Bei giorni quando la morte non mi faceva ancora ombra all'amore e delle
donne amate per brev'ora non scorgevo lo scheletro, non mi chiedevo
perchè e come era viva la carne che ne rivestiva lo scheletro!

Chi mi avrebbe mai detto in quei tempi di fede: Verrà il dì che
proverai in te un male a cui non basteranno le docce, da te consigliate
adesso a chi non ha la tua fede! — Altro che nervi esausti! Il cuore,
il cuore era esaurito; e non di sangue; e a tal punto che...

Meglio ridere!

Al bivio presi la via del monte. Ci rividi Martino, cenciaiuolo e
merciaiuolo, che scendeva con la biroccia e l'asino. Dei due, chi
mostrava più segni del tempo trascorso nella mia assenza, non era
l'asino, era Martino. Aveva la barba bianca e camminava curvo; non
come una volta a lato alla biroccia, ma dietro. L'asino invece, tale
e quale: nel pelo, nell'andatura, in tutto. E dei tre, il cenciaiuolo,
l'asino ed io, chi più invecchiato? Io! Ma che cosa mai aveva meritato
o demeritato dalla sorte in quei due anni l'onesto Martino? Così
invecchiato mi appariva, che non potei non interrogarlo.

— Nessuno al mondo è felice come voi! — io gli dissi per ridere, per
divagarmi.

Mi guardò e rise lui per rispetto; chè alle canzonature degli eguali
rispondeva in altro modo.

— No? — continuai. — Vostra moglie non sta bene?

— Bene; grazie a Dio.

— Foste ammalato voi?

— Grazie a Dio, nossignore.

— E l'asino sta benone! Dunque è cresciuto il prezzo della mercanzia?

— No, no! Il percalle anzi si compra meglio; anche la tela. Ma.... —
sospirò.

— Calato il prezzo degli stracci?

Scosse il capo guardandomi tuttavia incerto.

— Ah, capisco! Qualche disgrazia, forse, che non potete confidarmi....

Il poveretto, da uomo uso a longanimità, chinò la testa e tacque a
lungo. Quindi si sfogò:

— Le par poco, a lei, lavorar vent'anni, da casa a casa, a stentare il
soldo? Consumare le gambe; mangiar polenta, e non avanzarsi un soldo
per....

Io lo prevenni:

— Per aprir bottega!...

— Non è vita da cani questa?

A parte la vita da cani; ah! ah! ecco il male di Martino! Una
botteguccia nel villaggio gli avrebbe reso meno che il mestiere
ambulante; e altra volta avevo cercato persuaderlo con argomenti e
conti. Invano: la bottega era il suo sogno e il suo rovello. Più che la
stanchezza di gambe e di pazienza e peggio che la polenta lo tribolava
l'ambizione non soddisfatta. Affanno assiduo e pane quotidiano, per cui
invecchiava, gli era un'ambizione insoddisfatta! Ma io perchè ero più
invecchiato di lui? Ecco un altro ricordo: senz'aver avuto mai nè donna
nè asino che mi volesse bene, o a cui io volessi bene, come Martino,
io avevo avuto una assai più nobile ambizione. La gloria! la gloria! la
gloria!

Quanto all'asino....

Il collo dimesso, le orecchie pendule e gli occhi sonnolenti, l'asino
che io interrogavo per ridere, per divagarmi, rispondeva:

— Solita vita, caro signore! — Tritar fieno e paglia, nel sacco che
gli dondolava al collo, strada facendo; brucare acacie, arrivandoci, e
scorticare il prato quando aveva erba fresca; d'estate arrostarsi dalle
mosche con la squallida coda o drizzare il pelo indosso l'inverno;
grattarsi la schiena, nella stalla, contro il muro e fuori, in mezzo
alla polvere, con ragli e gamba all'aria; dare il buon giorno, in suo
modo, al padrone e tutto il giorno vagar con lui senza intromettersi
a contratti e a diatribe. Neppur si curava, per ragioni sue intime,
non meditate e non lamentate, delle asine in cui s'incontrasse: appena
a primavera le salutava; ma d'un saluto fraterno, o d'un reciproco
ingenuo poetico richiamo alla natura novella.

E poichè l'asino di Martino era anche utile al commercio e
all'industria, forme e prove di progresso umano; poichè all'industria e
al commercio senza dubbio è più utile un merciaiuolo che un filosofo;
poichè, secondo filosofia, di me viveva meglio il cenciaiuolo, ma,
secondo natura, del cenciaiuolo viveva meglio l'asino, fra i tre il più
sapiente era dunque l'asino e fra i tre il più asino ero dunque io!

Ridere?... Ripensavo:

Interrogai la divinità, non mi rispose. Interrogai gli uomini, non
seppero rispondermi. Interrogai le cose, mistero! Interrogai me stesso,
e seppi che non posso sapere....

Dall'asino, tutt'al più, posso apprendere che per vivere non importa
sapere; e un tempo mi sarebbe bastato opporgli: senza sapere che
importa vivere? E adesso io vivo senza sentire!

— Addio Martino! Cerca fortuna, per la bottega....

Per me non c'era più alcuna fortuna, alcuna speranza!

Voglio dirla la cosa orrenda! Voglio dir tutto!

Ero arrivato a tal punto d'insensibilità che i miei morti — mio padre e
mia madre!... — tornavano al mio pensiero, c'insistevano, ma io non ne
avevo più il sentimento! Che io non pensassi nemmeno a mia madre morta
quando nella morte scorgevo solo un fatto fisico, una trasformazione
materiale, pazienza! Ma ora le ombre dei miei tornavano a me; e non
parlavano più al mio cuore; come illusioni inutili! come niente! Ora io
pensavo che la morte non fosse annientamento della coscienza, non fosse
solo trasformazione della materia, nondimeno ogni affetto dei miei
cari, anche ogni affetto dei miei cari era spento in me! Comprendete
tutta la mia miseria?

Orribile! Se la scienza, non per effetto necessario ma per sola
conseguenza occasionale, può avere condotto un uomo, un solo uomo, a
tale estremo, sia pur maledetta la scienza!

— Buona passeggiata! — Proseguivo per l'erta via che congiunge
Valdigorgo a Paviglio. Da Valdigorgo giungeva ancora, a quando
a quando, un confuso murmure di voci e d'opere. Salivano donne
fastidiosamente liete della vendita o della compera al mercato;
transitavano carbonai e somieri: ai lati, ora spazi di campi, ora
lembi di bosco, e verdi ripe, lente o scoscese; qua donne con le
vesti succinte che ammucchiavano il fieno; là una mucca che pasceva,
una pecora che sbucava da una macchia; più oltre una casupola nitida.
Chioccolii nella fratta. Ma la vita che scorgevo e udivo intorno a me,
no, non mi ridava l'anima! Tra due massi scaturiva un'acqua sorgiva
che rigava d'una limpida vena un fossatello senza limo. Nè io avevo
sete. Un birocciaio però, venendo con la biroccia carica di legna,
lasciò procedere i muli, e gettatosi in ginocchio a terra, con la testa
indietro e teso il collo, ricevette il zampillo nella bocca; avido,
ingordo, d'un solo fiato. La gola riarsa si dilatava, palpitava al
passar del liquido e della frescura.

Ristoro ineffabile! Splendevano gli occhi all'uomo quando si rialzò
con un forte: — Ah!... — E riafferrata la frusta mentre si asciugava
la bocca col dorso dell'altra mano, egli la fe' schioccare, e mandò da
lungi un grido alle sue bestie.

A me parve un uomo che avesse ricuperato la vita.



III.


Si vedrà poi il perchè io mi costringa a raccontare la mia storia. Non
la racconto, certo, per voluttà di dolorose rimembranze — le spasmodie
romantiche han stancato il mondo, — nè per dilettantismo letterario —
bel gusto parere un letterato ai medici e un medico ai letterati! — No,
no; il mio intento è non so se più umile o più alto.

Ma poichè la prima cagione di un lungo soffrire fu l'infermità che
mi condusse a Valdigorgo, bisogna pure che io accenni un po' più
chiaramente a quel che avevo.

Medico non senza qualche nozione di psichiatria, facilmente io avrei
saputo definire in altri il mio caso. In costui — avrei detto — ci
sono indizi sicuri di «lipemania», c'è «atonia della sfera psichica»,
c'è «malinconia lucida». Se non dimostra egli stesso gravi anomalie
o asimmetrie somatiche, il suo albero genealogico deve annoverare
individui colpiti da pazzia degenerativa: costui è candidato al
manicomio o al suicidio. — Così avrei detto di un altro; ma di me mi
ostinavo a pensare diversamente, e non solo perchè mi mancavano di
quelle tali anomalie o asimmetrie gravi, e non solo perchè il mio
albero genealogico, da quante generazioni ne conoscevo, non aveva
fruttato mai pazzi o lipemaniaci.

Del mio male senza dubbio c'eran cause all'in fuori dell'ordine
fisiologico. Quali cause, insomma? Vi dirò: immaginate un uomo che
credè di poter volare al cielo.... — «il sapere» disse Shakespeare
«è l'ala con cui si sale al Cielo» —, e immaginatelo quest'uomo
precipitato dall'alto del suo sogno in un abisso buio e freddo,
con addosso l'irrisione di tutto l'universo e di sè stesso. Non
comprendete? Oh come manifestarvi allora, in poche parole, la mia
miseria? Io ero vittima del mio orgoglio e mi ritenevo nientemeno che
una vittima del secolo scientifico. Nell'immenso, stupendo progresso
delle scienze nel secolo XIX avevo sorprese certe relazioni forse
sfuggite a tutti, certe comprensioni sintetiche sfuggite a tutti
nell'abuso dell'analisi; e poggiando su di esse avevo preteso di
superare i limiti della scienza.... Il meglio della mia vita era stato
sacrificato così, dolorosamente, ad apprendere la vanità de' miei
sforzi. Eran stati lunghi anni di lotta. Avanti per la verità! avanti
per la gloria!; e ogni giorno più dubitavo e soffrivo; finchè, al
crollo del mio edifizio, caddi, vinto, nel nulla. _Nel nulla!_

Forse fu ingiusta l'imprecazione di un filosofo: «Scienza, perchè
arricchisci la mente a scapito del cuore?»; forse ciò non è vero. Ma
io, che non ero più uno scienziato o che, avendo violentato il potere
della scienza, non lo fui mai, io più spaventosamente d'ogni altro
dovevo pagare il fio della mia insania: il mio cuore era esaurito; _non
sentivo più nulla_. Ecco perchè non giudicavo quest'apatia un semplice
caso di «atonia della sfera psichica».

Non basta. Negli esauriti o neurastenici è frequente la tentazione
della morte e, insieme, l'orrore della morte. Ed io pure, uomo divenuto
inutile a tutti, a tutto e a sè stesso, io pure desideravo morire e non
osavo. Ma in me non c'era un avvilimento inconsapevole: io avevo voluto
dimostrare con modo e metodo positivo che al di là della trasformazione
del nostro organismo in dissoluzione l'anima sopravvive....; e da quel
tentativo di confermare con la scienza l'antica fede mi era rimasta
l'apprensione dell'_al di là_. Ecco perchè non mi credevo semplicemente
un neurastenico. Mi credevo invece caduto non per stanchezza ma per
disperazione; e nello stesso tempo mi vedevo pessimista insanabile non
per «depressione del tono vitale», ma per la certezza che eran stati
vani i miei sforzi e sarebbero sempre vani gli sforzi della scienza a
varcare i limiti di ciò che si definì l'_inconoscibile_.

Non importa dire in che errasse, o quanto, la mia diagnosi: importa
vedere com'era grande la mia miseria. Consideravo in me effetti e
fenomeni diversi da quelli ben noti alla psichiatria, e pur scorgendone
la somiglianza con quelli, li consideravo più paurosi, d'un'entità vaga
e più vasta; la mia miseria era quindi più grande che quella di un
medico che scorga in sè stesso una malattia incurabile, con fenomeni
fisiologicamente chiari, patologicamente certi, senza tenebrose
estensioni....

Eppoi.... Eppoi, tiriamo innanzi!



IV.


Tra i pochi che venivano alla villa Moser c'era per me una sola persona
nuova; l'ingegnere che Claudio aveva assunto a dirigergli la fabbrica
di laterizi. La fornace che era stata principio alla fortuna di Moser
e che aveva dato aumento al lavoro degli operai in Valdigorgo, era
divenuta una delle più rinomate nell'Italia settentrionale; a vigilarne
l'andamento non bastò più la sola attività di Claudio da quand'egli si
fu addossato altre imprese.

E soli assidui alla villa, per lo più di sera, erano i Fulgosi, i
Learchi e le Melvi: pochi, perchè Moser pretendeva libertà e pace
almeno in casa sua, nell'asilo del suo riposo, sebbene anche qui
piuttosto che riposare egli svariasse la sua alacrità.

Profittando della distanza dal paese (la villa era a monte e il
paese tre chilometri a valle), Eugenia sapeva accontentare il marito
conservando buone relazioni con le famiglie paesane più notevoli senza
che queste potessero, come forse desideravano, turbar la pace di lassù.
Non la turbavano essi, i villeggianti prossimi e vecchi d'amicizia e di
consuetudine. Ma nell'infermità dei miei tristissimi giorni come eran
noiosi, insoffribili per me anche quei pochi e vecchi conoscenti!

Primo, il cavaliere Fulgosi. Un uomo invidiabile; uno di coloro a
cui il mondo serve di sfondo e cornice per la loro figura, per la
loro apparenza. Pensionato d'uno di quegli uffici che rendon l'uomo
uniforme, preciso e sciocco come un regolamento, a sessant'anni poco o
nulla differiva da quel che era stato a trenta: sempre elegante, cioè
vano; sempre amabile in società, cioè fatuo. A Valdigorgo chi poteva
competere con lui? Unico a far toilette due o tre volte al giorno;
unico a portar in tasca lo specchietto e il pettinino per considerare
ogni mezz'ora se gli scarsi capelli, d'un biondo bianchiccio e d'un
biondo sporco, celassero, ben disposti, le lacune dell'età, e se
i baffetti rilevassero l'esili punte su e contro il profilo della
barbetta, e se la cravatta, a colori sentimentali, conservasse sempre
il giusto mezzo; unico a contemplar in sè medesimo ora il candor
delle unghie o la forma delle scarpe, ora i gemelli o i polsini o le
armoniche tinte delle calze di seta; ora l'orecchia del fazzoletto,
gentilmente colorato, fuor della tasca, o il brillar degli anelli nelle
scarne dita. Per parlare egli s'era adornato della fraseologia e dei
motti dei giornalisti brillanti; spropositava spesso nella pronuncia
delle frasi inglesi, ch'eran le preferite, e ripescava, per di più,
qualche sentenza scolastica o classica.

Con aria diplomatica discuteva troppo spesso in politica, poichè
un'ambizioncella politica gli si era inacidita nel cuore, nè ancora
aveva cessato di ripetere a se stesso: _j'attends mon astre_.
Aveva il suo programma nel motto «ordine nella libertà e libertà
nell'ordine» senza che paresse comprenderne egli stesso il pieno,
solenne significato che pareva attribuirvi. Infatti questo amatore
della libertà nell'ordine, questo amabile _gentleman_, era stato un
tirannico capo-ufficio ed era adesso un petulante marito pensionato.
Angustianti smorfie e _tic_ nervosi gli opponeva la signora Fulgosi;
ma apostrofandolo «imbecille» in casa, la moglie non mancava mai di
chiamarlo «cavaliere» fuori. Ella portava a Valdigorgo la correttezza
dei modi e la scorrettezza dei pettegolezzi e degli isterismi
aristocratici. Il loro figliuolo, Pieruccio, nato certo in conseguenza
di un litigio, manifestava, ora più che sedicenne, com'erano
inconciliabili anche in lui la natura materna e paterna. Fastidioso e
incoercibile per metà del giorno; compassato e affettato la sera, dopo
la _toilette_; antipatico sempre.

Involontario riscontro ai Fulgosi facevano i Learchi. Egli, Learchi
padre, era un risaiolo arricchito. Aveva dunque il diritto d'insegnare
agli altri la maniera di viver bene. In tutto si sarebbe dovuto fare
come aveva fatto e faceva lui. Ignorante e testardo; gran mangiatore e
non minore bevitore e fumatore di pipa. Ligio alle pratiche religiose,
vi tranquillava la coscienza; si assicurava con esse a star di là,
anche meglio che di qua, e frattanto sorreggeva il perfetto egoismo
cattolico dicendosi clericale «e me ne vanto». Sua moglie, la signora
Redegonda, era buona di cuore e sempre ilare; ma di testa piccola.
L'universo per lei consisteva nella cucina, dove esercitava molt'arte,
e con ingenua rozzezza stupiva a ogni altra cosa che non fossero
manicaretti, pasticci, dolci d'ogni sorta. Felici entrambi dell'aver
maritata bene, a un ricco, la figliola, aspettavano per di più la
consolazione di aver dottore il figliolo. E questi — Guido — poteva
piacere o spiacere al pari d'ogni cuor contento.

Quanto alle Melvi, la madre non riusciva a nascondere a me l'ipocrisia
e la malignità della paesana che non potè mai uscir di paese e che in
paese vuol sembrar amica di tutti perchè invisa a tutti. Lingua iniqua!
Ma quante esclamazioni, espansioni d'affetto! La bontà si sarebbe
detto trasudasse da tutti i pori della sua piccola e grassa persona;
la virtù in lei sembrava tanta da permetterle di congratularsi a ogni
nuovo matrimonio che s'annunciasse o celebrasse a Valdigorgo, quando la
rodeva l'invidia, la tormentava il dubbio di non poter accalappiare un
marito per la sua Anna;, la sua Anna, irresistibile, per lei, di vezzi
e più di carne. Ed Anna.... Che dire di _Anna Melvi_: come esprimere
quel che io provo ora, scrivendo queste due parole?

Di rado tutti costoro, nei primi giorni del mio ritorno lassù, si eran
trovati insieme alla villa. Di solito l'una e l'altra mamma saliva
da Eugenia, e sol talvolta, quando Eugenia riposava, le ragazze e i
giovani si erano raccolti nell'ampia sala a terreno, o nella terrazza,
ai loro giochi di pegni, mentre Moser si divagava aizzando il cavalier
Fulgosi contro il Learchi padre. Io per lo più avevo cercato scampo
nella mia camera, col pretesto di dormire.

Ma venne la buona novella; il medico curante, pago della mia
approvazione non che del buon effetto delle sue cure, annunciò che a
giorni permetterebbe alla convalescente d'alzarsi.

Eugenia era in piena convalescenza. Ed io?... La sera della buona
novella andavo per la casa cercando invano di raccogliere in me il
senso di quella letizia che vedevo fuori di me. Non potevo fingere
un piacere che mi sfuggiva; avrei voluto fuggire accusandomi quale un
amico indegno; neppur mi commoveva la gioia di Claudio!

Egli fece portare due bottiglie nel salotto, per gli amici; e mi
attendeva con Fulgosi e Learchi. Dovetti entrare.

— _Lupus in fabula!_ — esclamò il cavaliere. — E Claudio: — Sentite
questa! Quando eravamo all'Università a Bologna, io agli ultimi anni
e Sivori ai primi, facevamo qualche scappata a caccia nelle risaie di
Molinella. Ci accompagnava un omicciattolo, un falegname soprannominato
il Biondo.... Ah! il Biondo! ma par di vederlo! Aveva uno schioppo che
pareva un catenaccio; mirava chiudendo gli occhi, e non sbagliava un
colpo. È vero?

Accennai di sì col capo; non celando la poca voglia di riudire aneddoti
della mia biografia. Ma Claudio proseguì:

— Dunque mentre io e il Biondo stavamo alla posta delle anitre, e non
pensavamo che alle anitre, quel bel matto lì (e accennava a me) era
spesso colla testa nelle nuvole e metteva giù lo schioppo per guardare
al libro che portava in tasca. Una bella maniera d'andare a caccia! Non
si sarebbe accorto d'un rinoceronte quando leggeva. Ma un giorno che
ritornavamo in barca — era d'autunno inoltrato — io gli prendo il libro
e glielo scaravento in mezzo all'acqua. Cosa fa lui? Spicca un volo e
gli va dietro alla pesca.

— Non fu così — interruppi fiaccamente.

— Così! Proprio così! Il Biondo è ancor vivo e sano, e sebbene sia
il tuo fittavolo, adesso, è un galantuomo capace di testimoniare la
verità.... Bene! noi sudammo a pescar lui, l'amico; lo tirammo su
sporco e fracido come si meritava; e con la tremarella addosso. Io
gli davo quanti pugni potevo, più per sfogare la rabbia che m'era
venuta che per mantenergli la circolazione del sangue, e Sivori, lo
credereste?, si lamentava: — Il mio libro!... Il mio libro... Non ho
capito una cosa!... — Non vi dico altro! Quasi quasi si era affogato
solo perchè non aveva capito una cosa!

— Non è vero! — brontolai. — Era un'edizione pregevole....

Nessuno mi badò. Ridevano tutti, e più di tutti rise il piccolo Mino,
che era venuto in cerca di me. Non desiderando di meglio che sottrarmi
alla filosofia del buon senso, chiesi al ragazzo che cosa voleva.

— Se mi comperi i burattini, ti racconto una bella favola.

Ripigliò Moser: — Sublimi poi erano le discussioni col Biondo
falegname! Sivori sosteneva che ammazzare una quaglia era uno strappo
all'anima universale, come diceva lui; il Biondo invece sosteneva
che Domineddio non avrebbe creato le quaglie se non dovessero essere
mangiate arrosto. Avevano così diversi punti di vista che Sivori con
cinquanta colpi non strappava nulla, e il Biondo — lo confesso, lo
ripeto — tirava meglio di me! Ma le quaglie chi le mangiava? chi le
gustava di più? Ah quei bocconcini di anima universale! Altro che
Spinoza eh, Sivori?

Risero di nuovo. Finchè Mino tirandomi per la giacca mi forzò ad
appartarmi con lui in un angolo. Ivi solennemente prese a raccontare:

— «Castelli in aria».... Beppe andava per il bosco.

Intanto udivo Learchi sentenziare, vuotato il bicchiere:

— La filosofia sta nel seguir la volontà di Dio, ricordandosi però che
lui dice: «Aiutati che t'aiuto!»; e quando la coscienza è tranquilla,
tutto va bene a questo mondo!

— Il mondo bisogna farselo! — ribatteva Moser. — Farsi una, famiglia;
lavorare per la propria famiglia e non pensare ad altro!

— Io sono fatalista — avvertiva il cavalier Fulgosi. — «Sua ventura ha
ciascun dal dì che nasce....»

Tratto dall'astuccio il piccolo pettine, il cavaliere si pareggiò i
baffi, si mirò allo specchietto; poi aggiunse che io ero uno di quelli
nati apposta per far camminare il mondo.

— Senza filosofia, caro signor Learchi, il mondo non camminerebbe. È la
scienza delle scienze, che innalza l'umanità. Excelsior!

— Il mondo andrebbe benone lo stesso! — urlava Learchi. — Religione,
fede per sopportare i guai; e basta!

Mino tornò da capo:

—.... Beppe andava per il bosco, e trovò un pulcino. Lo portò a casa e
lo mise a dormire nella stoppa. Beppe diceva: Quando il pulcino sarà
grande, diventerà una gallina; e la gallina farà le ova e comprerò
un'agnellina. E l'agnellina diventerà una pecorina, e la pecorina farà
le ova....

Le ova della pecorina? Mi sovvenne delle mie opere. Il pulcino morto
nella stoppa della scienza? Il mio ingegno!... Questa, questa, o esimio
cavalier Fulgosi, questa è la morale della favola!

.... Non mi sarei dunque stancato mai d'interporre sempre, da per
tutto, la mia accidia? Con stento ero entrato là nel salotto a udir
parlar di me; con stento ascoltavo il ragazzo....; ma appunto perciò
avrei dovuto avvertire un risveglio nella mia volontà. In me c'era
già stato qualche mutamento notevole. Non seguirebbe questi mutamenti,
sebbene lievi, una riscossa dell'anima? Come in un barlume riflettei su
le mie impressioni e le mie azioni dei giorni innanzi.

Già Mino era riuscito a farmi guardar il mondo attraverso un vetro
color rosa e a farmi dire con lui che così il mondo era più bello;
mi aveva costretto a inventare e a narrargli una favola, che ora
ricambiava con: «Castelli in aria» e con le ova della pecorina. Già
la timida Marcella mi aveva veduto salir più spesso a trovar la madre
e a sorprender lei nell'ansietà delle faccende domestiche, la cui
importanza ironicamente esageravo. Ortensia poi aveva ripresa con me
tutta la confidenza d'un tempo, di quando era la mia «piccola amica».
Ah se avessero potuto immaginare che fatica mi costava tutto ciò!
Ma intanto io mi domandavo perchè non approfitterei del loro aiuto
a ricuperare il dominio della mia volontà. Volli restar con Mino;
volli vedere che facevano gli altri.... Mi affacciai alla porta della
sala dove la signora Fulgosi cominciava a tempestar un _waltzer_
sul pianoforte; le ragazze e i giovani le facevan chiasso d'intorno.
Quand'ecco tonò una voce gioconda.

Era l'ingegnere preposto da Moser a dirigere la fabbrica di laterizi.

— Arrivo! Pazienza! — egli rispose alle voci che lo chiamavano.

Ma prima corse a consegnar delle carte a Moser, a dargli notizie, a
prender ordini. Di sulla porta io l'osservavo.

L'ingegner Roveni quando parlava d'affari era parco nelle parole,
immobile, attento. Aveva risposte pronte. L'antipatia che mi separava
da tutti gli estranei non poteva resistere contro di lui; anzi dal
primo giorno che l'avevo visto non mi era spiaciuto quel giovane
dalla fisionomia decisa: non bella per il naso breve un po' all'insù,
ma abbellita da due folti baffi biondi; e dalla persona robusta e a
mosse un po' dure, quasi di macchina non ben levigata e non in piena
attività, eppure in un perfetto equilibrio di tutte le forze alla
regola dell'arbitrio. Per una inesplicabile contraddizione non mi
spiaceva quell'uomo, ambizioso, si vedeva, fin dal modo di camminare.

Passandomi accanto egli mi salutò con un franco:

— Buona sera, dottor Sivori! — e andò difilato a prender Anna Melvi per
ballare il _waltzer_.

Io mi riaccostai agli uomini seri.

— Che fibra! — disse Claudio, che ora parlava di Roveni. — Tutto il
giorno lavora per me e la notte studia per sè.

Aggiunse che Roveni s'occupava con passione in studi d'elettricità.

Quindi disse:

— Io penso con dolore al giorno che dovrà abbandonarmi.

Una risposta mi venne al pensiero e alle labbra: — «Hai un mezzo molto
semplice per trattenerlo: dagli in moglie una delle tue figliole».

Ma sarebbe stato come dire a uno che possegga un tesoro: — dallo
al tale —, o almeno sarebbe stato come proporre un sacrificio
intempestivo; perchè nel sereno egoismo del suo amor famigliare, Moser
non s'era ancora accorto che le figliole pervenivano all'età da marito.
Perciò tacqui.

E feci bene. Rientrando poco dopo nella sala dove ballavano, scorsi
d'improvviso che la maggiore delle sorelle Moser e la più adatta al
Roveni (il quale era sui ventotto anni), aveva già disposto del suo
cuore.

Sì: la timida Marcella...., con Guido Learchi.... Mentre con Roveni
ballava Anna Melvi e Ortensia con Pieruccio Fulgosi, Marcella e
Guido si dicevano meno parole con le labbra che cogli occhi; vedevano
l'uno negli occhi dell'altra la propria felicità. Non ne mostravano
meraviglia nè la Melvi madre nè la signora Learchi, che assistevano
da presso il pianoforte. Meravigliato rimasi io; poi disgustato per un
turbamento strano; poi, preso da una voglia anche più strana di ridere,
ridere d'ironia. — Forse per rivivere vivendo con questi ragazzi dovrei
fare all'amore anch'io? — mi chiesi; e fissai Guido ridendo.

Egli venne da me rosso in faccia, con l'indice al naso:

— Zzz.... zitto, per carità!

— Oh! credi che anche gli altri non abbiano gli occhi per vedere?

— Gli altri fingono di non vedere e non dicono nulla — rispose con voce
dolente. Sorrideva anche lui, ma per timore. Ed io per spasso quasi
crudele chiamai Marcella:

— Debbo dar retta a Guido?

Ella era divenuta più rossa di lui; si provava a fingere, a nascondersi.

— Perchè? che vuol dire?

— Debbo aiutarvi?

— Non so..., non capisco.... Mi lasci andare!

Invece la strinsi al braccio e le chiesi piano:

— Gli vuoi molto bene? —; e la guardavo negli occhi come per impedirle
di sfuggirmi. Sentiva essa la punta della cattiveria nelle mie parole e
nei miei modi apparentemente scherzosi? Ah io volevo distrarmi: volevo
sottrarmi a me stesso: interpormi meschinamente alla vita che vedevo
fuori di me, e che mi sfuggiva!

— Non è vero!...; non so.... Chi gliel'ha detto? — rispondeva la
poverina, cedendo a poco a poco.

— E tua madre lo sa?

Abbassò gli occhi, esitando ancora:

— Sì.... credo di sì; ma il babbo, no! — Mi scongiurava con i begli
occhi.

— Il babbo presto o tardi dovrà saperlo!

— Oh per amor di Dio non dica nulla! È tanto buono lei! Non ci
comprometta, Sivori! Guai, guai, se il babbo lo sapesse ora! — Pregava
apertamente; sperava nella sua preghiera ed in me, e appariva ancor
timorosa del pericolo. Soave creatura!

Anna Melvi, rasentandoci, ammiccò; fece: — Zzz.... — e ruppe in una
bella risata; e i due colombi, Guido e Marcella, mi scapparono.

Passavano davanti a me, intanto che Anna afferrava Pieruccio e si
slanciava con lui, Roveni e Ortensia. Forse anche questa una coppia
amorosa? Mi sembrarono estranei l'uno all'altra. L'ingegnere era
tutto intento a condur giusto il passo e a non farsi scorger peggior
ballerino di quel che era; e Ortensia non dimostrava che il piacere
della danza: in un pieno abbandono d'ogni energia al ritmo; con ogni
energia raccolta e diffusa nel giacere che le vibrava nel sangue, tutta
la persona di lei esprimeva giovinezza lieta, e solo gioia e grazie
ignare. Nondimeno allorchè ella cessò il ballo e venne a me, io le
dissi con intenzione maligna:

— Bel giovane, Roveni....

Oh! essa non si turbò per nulla! Rise domandando:

— Lo dice a me?

— A chi dovrei dirlo, piuttosto?

— Ad Anna.

— E due! — esclamai persuaso che Ortensia intendesse svelarmi in Anna
e nell'ingegnere il secondo paio d'innamorati.

Appunto allora Roveni, il quale conversava e scherzava ugualmente con
le vecchie e con le giovani, lasciava la Melvi madre e la Learchi,
e come avrebbe parlato a qualsiasi altra delle ragazze domandò a
Ortensia: — Sarà lei che farà ballare il dottor Sivori? — Ma Ortensia
non fece in tempo a rispondergli, perchè Anna si staccò d'un tratto da
Pieruccio, lo piantò e si porse a Roveni; e via.

Pieruccio rimase intontito là dove l'aveva lasciato Anna; con quegli
occhi bovini rivolti verso di noi, anzi verso Ortensia. A questa
susurrai, col solito sarcasmo:

— Quell'infelice soffre; e si direbbe che soffre per te.

— No — ella rispose —: soffre per il colletto. — L'alto e rigido
colletto l'attanagliava infatti; l'affogava.

In questo mentre la Melvi accresceva l'esitazione di Roveni e
l'induceva a stringerla più forte mancando al tempo o cadendo in
contrattempi: gli s'abbandonava affaticata e liberava una mano per
risollevare i capelli che le si erano sciolti; ansimava e rilevava il
petto turgido alla inspirazione frequente. Poscia di fronte a Pieruccio
Fulgosi sorrise a lui, lusinghiera insieme e beffarda. Civettava con
l'ingegnere e nello stesso tempo si burlava del giovincello. Ma questi
era degno figlio di suo padre, e con l'aplomb di un uomo di spirito
s'avvicinò ad Ortensia:

— Permette?... Posso?

Ella accondiscese senza dir nulla; rivolse a me un'occhiata che diceva
quanto colui era antipatico anche a lei, e riprese dopo pochi passi
quella letizia ingenua che nel ballo dimostrava con ogni compagno.

Io tornai ad osservar Marcella. Più di Ortensia la vista di lei
tratteneva la mia attenzione perchè Marcella, che, a guida di Roveni
e di Fulgosi danzava in maniera scolastica e fredda, la vedevo ora,
che ballava di nuovo con Learchi, quasi arrisa tutta dal lume de' suoi
occhi: era la felicità di un rapimento, l'accondiscendenza di un'anima
pura alla felicità dell'anima che la rapiva seco. Ugualmente per Guido.
Inconsci di quanto poteva essere di materiale e d'umano nel commotivo
sollazzo, trasalivano in rapidi giri con un desiderio di sollevarsi,
guardandosi così, lungi agli uomini, fuori del mondo, liberi da quello
stesso contatto dei corpi che li inebbriava e li intimidiva a vicenda.
E quando Learchi accompagnò Marcella a sedere, egli ristette in piedi
presso di lei senza parole; ambedue in un'attitudine quasi dolorosa:
quel distacco repentino, quel ritorno al riposo materiale, era uno
strappo alle loro anime che, accomunate nel piacere, non avrebbero
voluto o potuto dividersi subito così.

A tal vista io provavo un rancore, un astio di cui non avrebbe dato
sufficiente ragione neppure l'invidia, se l'invidia fosse stata
possibile in me.

— Che fa lei qui? — mi chiese Anna Melvi.

— Studio — risposi, per dir qualche cosa.

Mi fissò per un attimo e disse:

— Ne imparerà delle belle!

Avrei voluto pungerla, ferirla quella ragazzaccia sguaiata; ma Ortensia
la chiamò. Salivano da Eugenia. Quando rientrarono, Ortensia tornò
subito a me dicendomi, felice:

— La mamma dorme.... Vedesse! È queta queta.

Ma fin quella tenerezza filiale mi amareggiava! Senza badare che il mio
turbamento, di una tristezza oscura e profonda, era pur esso indizio
di risveglio psichico, io, di fronte alla affettuosa espansione della
giovinetta, ebbi vergogna di me e provai il bisogno di dissimulare.
Finalmente cercai parole che sembrassero buone.

— Dunque presto la porteremo in giardino, tua madre?

— Sì! E lei starà sempre con noi? Non scapperà più? Non sarà più stanco
e nelle nuvole? Terrà compagnia alla mamma?

Certo — risposi appena.

Ortensia mi ringraziò e nel ringraziarmi ella mi guardò quasi dicesse:
«Lei crede di comprendere tutto il bene ch'io voglio a mia madre. Ma io
gliene voglio di più, molto di più!»

Come dopo un riposo la signora Fulgosi ebbe trovato l'andare del
_dancing_, l'ingegner venne a prendere Ortensia. Su di lei raccolsi ora
la mia attenzione quasi sperando da lei sola una commozione diversa e
benefica. Ancora ella procedeva semplice e vaga, pur quando la nuova
danza imprimeva una consapevole mollezza e cadenze a riprese leggiadre
fino alla leziosaggine; e nei trapassi violenti al ritorno vorticoso,
trascorreva leggera e composta, liberandosi con spontanea agilità dal
contatto terreno.

Una voce dietro a me susurrò:

— E _charmante_ quella bambina!

Aveva parlato il cavalier Fulgosi.

— Che pezzo di carne! — disse invece il signor Learchi padre, alludendo
ad Anna, che si rapiva Pieruccio.

— Anna è più _coquette_ — giudicava il cavaliere. — E Learchi:

— Ha più grazia di Dio addosso. A quel che pare, suo figlio in queste
partite è della mia opinione.

— Prime armi! — fe' contento il mondano genitore.

Io continuavo a considerare Ortensia.

Alta, snella, bionda. I copiosi e fini capelli non erano di un biondo
aureo, ma acquistavano riflessi d'oro a ogni luce; le linee del volto
erano già in armonia così viva che essa poteva forse scemare, non
perfezionarsi nella piena fioritura della giovinezza. Gli occhi aveva
strani per un colore nè cilestre nè verde, e ombrati da palpebre
lunghe; e sotto agli occhi due archi pallidi ma lievi lievi sarebbero
stati segni di mestizia a chi l'avesse vista riposata e silenziosa: se
non che era un po' difficile vedere Ortensia riposata e silenziosa!

Le labbra si componevano insieme con un vezzoso moto involontario se
prolungava le parole: meno belle quando parlava, anche per giuoco, con
ira; e forse non belle in esclamazioni di dolore e di pianto: erano
fatte per sorridere.

Mirabili, signorilmente perfette, le mani.... E a quella freschezza
giovanile cresceva lume una nativa gentilezza, manifesta per i modi
spontanei, per le acconciature semplici, per le vesti umili e le tinte
chiare, e sin per i fiori che si puntava al petto.

Ma a lei, se Roveni perde vasi con Anna, non restava altro adoratore
che l'antipatico Pieruccio?

Meglio così per «la mia piccola amica»!; meglio ritardasse a
conoscere i perfidi inganni della giovinezza e le stupide illusioni
dell'amore!...

E in quella sera di gioia per tutti, a me parve non aver altro pensiero
buono che questo.



V.


A tanto era ridotto il sapiente osservatore della vita umana nel
tramite dei secoli: a scrutare anime di giovinette e a rintracciare
amori di villeggiatura!

Ma io medico, che dovevo curare me stesso d'un male così strano e
pauroso, intravedevo ancora un progresso nella mia coscienza: dai
ricordi ero passato a osservazione di cose, persone, animi; e seguendo
il barlume di ragione che m'aveva condotto, quella sera, a interpretar
l'animo di chi mi stava intorno e a dimostrarmi cogli altri abbastanza
disinvolto e mutato, pensavo ora che potrei di nuovo essere attratto
alla vita e ricuperare la facoltà di sentire. N'era prova l'amarezza
suscitata in me dallo spettacolo della giovinezza e della gioia.

Però la ragione mi diceva che la salvezza sarebbe nel dimenticar me
stesso; e per dimenticarmi era necessario accrescere l'esercizio della
volontà.

Come? Non in cose grandi o in cose gravi poteva più esercitarsi la
volontà di un uomo annichilito. Mi ripetei che bisognava mi limitassi
a piccoli desiderii, piccoli affetti, piccoli doveri.

Sì, anche doveri. L'amicizia me ne imponeva uno che cercai presentare
alla mia coscienza come impellente. Guido e Marcella facevano all'amore
e Claudio non ne sapeva nulla. Ed Eugenia sapeva, ma taceva e annuiva?
Impossibile! Bugie; imbroglio! I due giovani avevano fiducia in me, ma
io non dovevo prestarmi a ciò che un giorno mi costasse rimproveri; non
dovevo tradir l'amicizia. Urgeva parlar a Guido, subito.

Gli parlai infatti, appena lo vidi.

Egli mi disse che sua madre voleva un gran bene a Marcella, perchè
era una ragazza senza capricci; e ne aveva discorso lei stessa, alla
signora Eugenia, delle intenzioni del figliolo.

— E Eugenia?

— Interrogò subito Marcella. — Sì che gli voglio bene, a Guido — (Il
ragazzone contraffaceva, nella voce, anche l'innamorata). — Allora la
signora chiamò me e mi fece una predica....

— Una predica? Eugenia?

— Un discorsetto: che senza il consenso di Moser non poteva permettermi
d'essere assiduo; che, d'altra parte, finchè non fossi laureato,
l'ingegnere s'opporrebbe.... Capisce, lei, adesso, perchè abbiamo tanto
giudizio? — conchiudeva Guido ingenuamente — Marcella io non la vedo
che la sera....

— Di sera in casa....; di giorno alla finestra.

— Ahi! — Con una comica smorfia, che gli era abituale, egli significò
il dispiacere d'essere stato scoperto.

Tuttavia, stando così le cose, io non avevo più nè diritti ne obblighi
d'intromettermi. E Guido, in attesa della felicità, era felice.
Laureatosi, eserciterebbe la professione per conservare il patrimonio;
e ora studiava solo per superare gli esami. La ricchezza del padre;
la fortuna di Moser; il carattere e le abitudini di sua madre;
l'arrendevolezza di Eugenia, tutto era predisposto alla felicità di
lui, tutto il mondo per lui. Che beatitudine!

Ma di nuovo che amarezza in me! O forse la contentezza altrui mi
suscitava finalmente odio? Per fortuna non potevo odiar Mino, che mi
assaliva con richieste di nuove favole. E Ortensia l'assecondava; come
indovinasse che il proposito di adattarmi a loro mi farebbe bene.

Di su le ginocchia della sorella il fanciullo mi ascoltava ad
occhi spalancati; entrambi mi ricompensavano di risate trionfali se
attraverso i semplici intrichi portavo in salvo il debole dal forte, il
topolino dal gatto, la pecora dal lupo, il bambino dall'orco.

Ma allorchè i miei ascoltatori ridevano più di cuore, io ricordavo
Diderot:

«Amici! raccontiamo storielle! Finchè si dicon racconti non si
pensa a nulla; il tempo passa e si compie la favola della vita senza
accorgersene.»

Questo consigliava un uomo che aveva goduto il mondo con tumultuosa
natura e ferrea fibra; che aveva negato Dio e proclamata la sovrana
libertà della mente umana....

Ohi ma se tutte le gioie dell'amore, tutte le lusinghe dell'arte e del
sapere, tutte le ebbrezze della gloria, tutte le frenesie di tutte le
passioni, valgono in realtà meno che le favole della nostra fantasia,
e lo scopo della vita è l'illusione, l'inganno, l'oblìo della vita, a
che vivere?

.... Appunto in quei giorni, ad accrescere la mia pena, un'anima
semplice e umile presso a me benediceva la vita.

Per Eugenia era imminente il «gran giorno».

La sera prima di quello Ortensia mi chiamò.

— Venga con me!

— Dove?

— Dove? Dove? Venga con me: lo saprà. Avrà una bella improvvisata.

Mi fece andar da sua madre. La convalescente era ancora alzata nella
poltrona, presso l'ampia finestra, e avevan spenta la lampada, poichè
la luna, quasi piena a mezzo il cielo, bastava.

Eugenia sembrava una imagine di cera in un velo di luce bianca.

— Alzata? — io dissi entrando. — Non vi affaticherete troppo?

— Mi sento così bene — rispose. — Guardate che sera!...

— Una delizia! un incanto! Par di sognare! — esclamò Ortensia,
entusiasta. — Io stasera sono felice.

Felice, venne ad appoggiare la sua guancia a quella della madre, come
soleva.

— E Marcella? — chiese poscia la madre.

— Sono tutti nella terrazza.

— Va tu pure, se vuoi. Da me resta Sivori.

Quando Ortensia fu uscita, sedetti. A lungo tacemmo. Eugenia taceva
forse perchè io ammirassi quello splendore; ed io tacevo indifferente.
Finchè dissi:

— Dunque dimani vi avremo in giardino?

Allora la mia voce ruppe l'incantesimo di quella bianca luce che nel
silenzio investiva la convalescente e ne rendeva bianco il pallido
viso.

— Mi porteranno giù da voi. Solo a pensarci provo un piacere....; un
piacere che non so esprimere. La mia guarigione è quasi un miracolo: è
vero? Bene; immaginate, Sivori, che io abbia avuto un miracolo e me ne
senta degna; abbia ottenuto una grazia per me e le mie figliole, dopo
il perdono, dopo un'espiazione....

Scosse il capo.

— No, è impossibile esprimere il piacere che provo a pensare che
tornerò alle mie faccende, che rivedrò i fiori, che potrò girare....
Questa notte — proseguiva adagio adagio, quasi per ricuperare
l'apparenza del sogno — questa notte ho sognato che prendevo
dall'armadio la biancheria, per darle aria, e che l'odore della tela e
il profumo di lavanda mi riempivano il cuore. Lo credete? anche adesso
mi sento intorno il profumo di lavanda.

— Segno che siete guarita — dissi io freddamente —, ma che siete
debolissima. Vi bisogneranno ancora molti riguardi.

L'ammonimento tolse da noi l'impressione di gioia che aveva avuta la
sua voce trepida; e io non provavo che un'impressione di freddo, di
silenzio e d'immobilità a guardare il lume di luna. Esanimi, gli alberi
del giardino prolungavano ombre di morte. Nel cielo senza una nube il
lume scialbo spegneva il palpitante mistero delle stelle e per me non
rischiarava che l'impenetrabile vôlta d'aria sospesa su questo povero
mondo, sbiancando con neri contrasti questo povero mondo diaccio, muto,
scheletrico, quasi fosse tutto un cimitero.

Pensavo a Ortensia, a quel che aveva detto, alla sua felicità. Per
lei, per gli altri, gravava al cuore una lenta dolcezza e in quello
splendore un'anima fluiva per tutto e tutto era un'anima. Una creatura
sola era priva di un tal senso di vaga letizia; io solo n'ero privo:
il mio cuore n'era privo! Pativo in me la condanna di un'esclusione
inumana; provavo una mortale stanchezza, come se su di me solo cadesse
il peso di una maledizione universale. Invocavo le tenebre.

— Il piacere della convalescenza! — dissi a un tratto. — Ecco un
piacere che non proverò più!

Eugenia fissò ne' miei occhi il suo sguardo appena percettibile.

Nei brevi colloqui, durante le visite che le facevo ogni giorno, avevo
notato che essa cercava parlare di cose estranee a noi e piuttosto di
sè che di me. Ma dopo quelle mie parole, pensò forse prossima l'ora in
cui spontaneamente le rivelerei il mio animo, ed ebbe un accenno:

— Io ho da chiedervi perdono, Sivori.

— Perchè?

— Dubito che le ragazze e Mino v'importunino.... Siete troppo buono con
loro, soprattutto con Ortensia....; e io commisi l'errore....

L'interruppi.

— Credete forse che io resterei quassù, da voi, se qualcuno mi desse
pena o se dubitassi di dar troppo pena a qualcuno?; se non mi paresse
di star meglio qua che a casa mia?; se non fossi certo che in nessun
altro luogo troverei amicizia così riguardosa, così paziente? — Ma
ciascuna di queste interrogazioni era cercata per attenuare la durezza
che mi restava nella voce e nell'aspetto.

Invece Eugenia fu commossa essa di gratitudine. Mormorò:

— Noi vorremmo vedervi contento, Sivori....; ma comprendo che purtroppo
questo non sta nè in noi nè in voi.

— In chi sta, dunque? — chiesi con violenza mal repressa. Ella non
rispose subito; poi rispose:

— In Dio.

Esclamai:

— Ah Dio mi ha tradito anche lui!... Voi pensate che Dio bisogna
cercarlo non nella mente ma nel cuore, è vero?

— Sì.

— Sì, perchè Dio dovrebbe esser la vita e la vita dovrebbe esser qui
(mi toccavo il cuore). In tal caso (e cercai d'attenuare in forma
dubitativa ciò che per me era certo) in tal caso, io comincio a temere
che la vita non mi serbi più nulla, più nessun bene! Temo, Eugenia, che
la mente mi abbia divorato il cuore.

— Sivori! Sivori! — pregava la buona donna. — Non vi abbandonate alla
tristezza, al dubbio. Siete ancora giovane, non siete un debole....

Tacevamo di nuovo. Ingrato e tristo io invocavo Ortensia, o qualcun
altro, a liberarmi, o a mutar discorso. E fui soddisfatto. Batterono
all'uscio. Il cavalier Fulgosi veniva a portare i suoi omaggi, le sue
congratulazioni, i suoi auguri alla «cara signora Eugenia».

— Come va, cara signora?

— Sono molto debole....

— Sfido! È stata una gran batosta! Ma adesso ne siamo fuori.... _A la
bonne heure!_

Ripigliò:

— Eh, io lo dicevo anche con mia moglie: la nostra signora Eugenia è
più forte di quel che sembra. Vedrete che se la cava; vedrete! Poi è
bene affidata. Un gran bravo dottorino, quel Minguzzi!; lo dicevo ieri
col sindaco: un giovane studioso, tranquillo, in questi tempi che tutti
i medici fanno i socialisti e dovrebbero piuttosto essere moderati.
La scienza, è vero, dottor Sivori?, deve procedere adagio. _Festina
lente_. Soprattutto la medicina. A lei, che più che un medico è un
filosofo, posso confessarlo: nella medicina io ci credo poco. _Medice,
cura te ipsum!_ E per me, di medicine non ne prendo mai.... Un po' di
cremor tartaro, alle volte. S'intende però che nei casi seri, come il
suo, signora Eugenia, bisognava aiutare la natura con tutti gli sforzi
della scienza. Basta: ora ringraziamo il Cielo e stiamo allegri. Hurrà!
Domani a desinare in casa Fulgosi si leveranno i calici alla salute
della signora Moser, e mai _toast_ sarà stato più cordiale.

— Grazie — ripeteva Eugenia, — grazie, cavaliere!

— E lei, dottore, benone? Si vede.

— Benone — io feci.

— Già l'ingegner Moser esagera a dire che il troppo studio ammazza.
Eh! quando si è sani le fatiche intellettuali si sopportano come le
altre.... Ne so qualche cosa anch'io....

In quel mentre al lume di luna il cavaliere si guardava alle scarpette
nere e lucenti: ad una delle quali il nastrino s'era sciolto, o almeno
sembrava non più del tutto uguale all'altro. Lo ricompose; e rialzando
il capo guardò alla luna e l'apostrofò a tu per tu.

— _Casta diva...._ Che sera! eh, dottore? Peccato non aver
vent'anni!... Del resto, per tornare a quel che si diceva, _mens
sana in corpore sano_; e, viceversa, se è sana la mente è sano anche
il corpo. Quando non si è sani e forti, non si fanno le opere del
dottor Sivori.... No, no, dottore; mi lasci dire. Non è _flatterie_, è
verità....

— Voi siete ancora molto debole, ed è tardi — io dissi a Eugenia,
alzandomi....



VI.


Nel giardino, dietro i due abeti gemelli, un folto di ligustri, mirti e
semprevivi formava capanna. Là Claudio e il medico curante portarono,
sulla poltrona, Eugenia. Li avevamo seguiti io e le ragazze, timorose
queste; ma io non provavo niente di quel che provavano gli altri.

Più visibili, là fuori, erano nella convalescente le tracce della
malattia che l'aveva prostrata; manifeste vene azzurrine segnavano
alle tempie la pura fronte; profonde e oscure, nel pallore diafano
del volto, le occhiaie; infossate le guance; violento il rilievo agli
zigomi e alle mandibole. E le mani.... così bianche! così affilate!...

— Ah Sivori! — ella mormorò con un pallido sorriso, quasi mi dicesse:
«Come sono contenta».

— Zitta! — impose Moser. — Zitte anche voi! — disse alle ragazze, che
non fiatavano e guardavano ora alla madre ora al medico.

Ma questi, ristato un po' in attenzione dinanzi ad Eugenia, si mostrò
del tutto tranquillo per lei e pago di sè.

Io pensavo che avrebbe dovuto consigliarla a chiudere gli occhi, a
riposare, forse anche a dormire, piuttosto che permetterle di guardare,
ascoltare, accogliere di urto, subito, la vita che le ferveva intorno.
Invece egli disse solo:

— Si ricordi, signora, che appena si sentirà stanca dovrà dirlo; e
l'ingegnere e il dottor Sivori la porteranno in casa. Mi raccomando!

Dopo la quale raccomandazione e poche altre parole, prese commiato.

— Come ti senti? — chiedeva Moser indi a poco.

— Bene, tanto bene!

Per lasciarla tranquilla, Claudio si mise ad andar su e giù lungo il
viale, al margine dell'erba, fermandosi a quando a quando a riguardare.
Marcella, tacita, sedette sul sedile di macigno, presso alla madre e
ripigliò il _crochet_; e Ortensia di su un più basso sedile di pietra,
dall'altro lato, poggiava il mento su uno dei bracciali della poltrona;
e non potendo tacere, susurrava puerili e dolci espressioni d'affetto:
— Mamma buona....; mamma bella.... — Io, in piedi, ero col dorso
appoggiato a un tronco. Ora con interpretazione perspicace, sicura,
seguivo in Eugenia ogni successiva impressione; i moti del cuore e dei
nervi; la vicenda e l'aumento delle sensazioni; e insieme con queste
il rampollare delle idee.... Appena oso dirlo. Prevedevo che l'impeto
della vita fra breve sarebbe, per la delicatezza e sensibilità di
Eugenia, troppo rapido e violento; ma non ne avevo timore. Freddamente,
curiosamente, l'osservavo; e senza sforzo, come per abitudine antica a
oggettivarmi, vedevo tutto quello che succedeva in lei. Tutto!

Il suo viso, così pallido, esprimeva la meraviglia, lo stupore di
una coscienza adulta in un corpo che rinasca; l'ineffabile, sovrumana
letizia d'un'anima che scorga e misuri e accresca di sè un rinnovarsi
di sensazioni infantili.

Poichè i suoi sensi, che il lungo riposo aveva affinati e indeboliti
la malattia, non comportavano tutte le impressioni in una volta, ella,
da prima, non potè non socchiudere gli occhi e raccogliersi come
percepisse indistinta, dalla minor vista e dai più tenui fremiti,
l'anima universa; e, con l'imaginativa, in ogni vena d'erba, sentì
fluire dalla terra l'umor fresco, fecondo e perenne; e vide l'alito
che molceva le foglie, passava tra le fronde; e potè discernere,
fugaci o più vive d'ogni altro suono, recondite armonie di api e
d'insetti. Che sapore incerto di menta e di timo! che vago profumo! Dei
fiori, volle; ma poco odorosi, poco odorosi.... Poi guardò; volse lo
sguardo: a lungo attese a una turba di moscerini che in vortice, per un
inesplicabile fine, s'incorreva entro una spera di sole; e la distrasse
una ragnatela che fra due rami riluceva quasi d'argento; e vi tremava
al disopra una foglia da una fibra sola trattenuta in un'agitazione
alacre e incessante. Ma ecco: una capinera, lontana lontana, accennò,
interruppe, riprese con arte. Mentre così cantava la capinera, lontana
lontana, men lungi, repentinamente, un uomo urlò e prolungò un nome.

E intanto — anche prima? — l'arguto ribattere di un incudine, che nel
suono rendeva una visione di sprizzanti scintille, a ogni colpo. Da
presso, non prima udita, rumoreggiava per uomini e per carri la via:
eppure non si perdette nel tumulto uno stridìo di rondini....

Ma stordiva il tumulto, a poco a poco sempre più vasto, molteplice,
pieno: stormivano le frasche, cinguettavano i passeri, risonava la
strada, e l'incudine; e umane voci; e uno schiamazzar di galline; e un
trottar fondo di cavalli; e un rimbombar di echi. Un richiamo di mille
voci in una voce sola; un clamoroso accordo d'innumerevoli creature in
terra; una sensibile intesa di anime in cielo; una confusione enorme;
un portentoso palpito; un'intensa fatica; una gioia insopportabile; un
affanno mortale....

— Mamma! — gridò atterrita Ortensia, più pallida della madre. — Mamma!
mamma! — invocò Marcella. E Claudio accorse.

Ma io, che avevo previsto, mi mossi appena.

— Non è nulla — dissi —; una lieve commozione.... È vero, Eugenia?...

Essa, scorgendo con quale angoscia avevan dubitato che mancasse, e
strappandosi del tutto, con la volontà, da quella partecipazione
intensa e da quell'abbandono della sua vita rinnovata alla vita
universale, e risentendosi del tutto salva, nel sangue e nell'anima,
salva per l'amore de' suoi, sorrise; e pianse.

Ripeto: tutto ciò, o per vista o con immaginazione positiva, io
avevo osservato con «occhio clinico»; avevo inteso con scientifica
penetrazione, misurato e valutato con razionale precisione, senza
turbamento alcuno! Anche il grido d'Ortensia e di Marcella, e
l'accorrere di Claudio, e le lagrime di Eugenia tutto, tutto
«naturale», tutto «necessario», come la «funzione» d'un qualsiasi
organo, o l'andamento di una qualsiasi macchina! Il miglior amico dei
Moser era rimasto impassibile alla loro angustia. Non solo: io avevo
taciuto ciò che, per aver previsto, avrei dovuto consigliare evitando
agli altri un'apprensione grande, e un pericolo, forse, ad Eugenia....

Pensai allora, in quegli istanti, che anche un delitto in me era
possibile.... Possibile? Per provar rimorso indietreggiai nei ricordi;
riflettei sul diritto che aveva Claudio alla mia gratitudine e al mio
affetto: niente!... Rammentai la bontà di Eugenia....: niente! Il mio
cuore era sordo; il mio cuore era incurabile!...

— Rientriamo? — ripeteva, insisteva Claudio.

Eugenia pregava:

— Ancora un poco....: dite, Sivori?

— Ma si!; un poco....

.... Ah che respinto del tutto in me stesso, non cercavo più che me
stesso, disperatamente!

«Anche un delitto era possibile». Con rapida, ansiosa riflessione,
volli accertarmi del mutamento in cui per qualche giorno avevo
confidato; tutto quel che avevo detto e fatto ricercai con la
disperazione di chi comprende d'aver tentato invano; e non vorrebbe
credere....

Invano avevo ripreso l'esercizio della volontà; invano mi ero raccolto,
per dimenticarmi, in azione e considerazione di piccole cose; invano
avevo giocato con Mino e avevo voluto abbattermi nella puerilità.

Io era un uomo che una vendetta orrenda aveva gettato a vivere in un
abisso e che di laggiù, dalla profondità tenebrosa, per rincrudimento
alla condanna, riceveva fuggevoli barlumi.... Peggio! Peggio! Io era
un naufrago alla cui speranza era rimasto, in mezzo alle onde, il solo
appiglio di fuscelli!

«Anche un delitto....» E perchè no? Forse mi bisognava ricorrere
al male, a un male più grande, per uscire da quello stato in cui mi
trovavo; ricorrere a qualunque mezzo.... Io dovevo procurarmi forse
un rimorso per mezzo d'una colpa a cui non potesse sfuggir più la mia
coscienza.

Eugenia risollevò le palpebre. Sorrideva; mi sorrise.

— Vedete che la mamma ride? Vedete? — disse Ortensia beandosi nelle
carezze che faceva a sua madre.

Io fissai Ortensia: bionda; rosea in viso; bella; con gli occhi
luminosi; con un sorriso che aveva e dava luce. Che bella figliola!

Quale disgrazia se l'ala della morte toccasse d'improvviso quel fiore!
se quella giovinezza cadesse atterrata; fatte smorte quelle guance;
chiusi quegli occhi; fermo e freddo quel cuore: divenuta, a vederla in
volto, quale il ragazzo che, da studente, avevo visto spolpare nella
sala anatomica....

Ecco: c'era lì dinanzi a me una madre la cui esistenza era stata
trattenuta per un filo, mesi e mesi, all'esistenza de' suoi...., con
tante cure! con tante ansie! con una vicenda crudele di speranze
e disperazioni. Quante volte Claudio, mentre era tra gli operai e
le opere, al veder sopravvenire qualcuno di casa, aveva temuta la
notizia.... Moribonda?... morta?

Più d'una volta Marcella e Ortensia, sole nella camera vegliando la
notte, col brivido, esse, della morte, avevano creduto che la madre
assopita fosse morta....

Ebbene: questa madre ora sorrideva per piacere alla sua figliuola,
che l'accarezzava; sorrideva, per non ingelosirla, pure a Marcella;
e due vite tornavano a compiersi della sua, ch'era stata sospesa e
tronca anche per loro; e nella loro si reintegrava la vita di lei. Che
spaventevole commozione proverebbe mai un uomo....; proverei io, se
d'improvviso...., in un modo sanguinoso, precipitassi a colpire.... io,
al cuore...., la più vivace di quelle tre creature?... Che istantaneo
strappo;.... che strazio.... se io lì, presente sua madre...., io....
in tanta gioia, nel silenzio di beatitudine così tranquilla, ora,
in tanta luce...., ammazzassi, io.... strangolassi.... Ortensia? Ah
gettarmi su di lei! Un attimo....

Come mi trattenni? Sono certo che se avessi avuto un'arma avrei
compiuto quel che pensai in quell'attimo. È vero! È vero! Un
coltello...., e l'avrei piantato nel cuore di Ortensia.... Inerme,
trattenuto forse dalla percezione di una insuperabile difficoltà
materiale, ebbi il tempo di avvertire l'enormità del mio pensiero....

Rimasi come in preda a una allucinazione, con un nodo alla gola; eppoi
con uno sforzo sovrumano uscii dalla capanna, adagio, senza gridare,
disperato:

— Salvatemi! Salvatemi!



VII.


Ero salvo.

Per quanto attento a me stesso io non comprendevo che vagamente quel
che era accaduto dentro di me; e, non volendo ammettere d'essere
lipemaniaco, la tentazione o l'allucinazione del delitto, che nei
lipemaniaci è frequente, mi aveva lasciato uno stupore enorme e un
orrore profondo. Tosto però ebbi l'impressione che finalmente mi si
fosse disgelato il cuore; un'onda, quale di passione a lungo contenuta,
irrompendo infrenabile, aveva sollevato dal petto il peso che mi
soffocava; il rimorso m'aveva ridestata del tutto la coscienza.

Tornerei lieto di speranza? Smetterei per sempre quel sarcasmo che mi
avvelenava le parole?

Non potevo ancor chiedermi questo. Neanche avvertivo che un indizio
che il mio pensiero restava non poco torbido era nel bisogno di tornar
a considerare i passi della mia vita dolorosa e di misurare gli sforzi
sostenuti.

Che giorni! e a che prezzo avevo ricuperato la facoltà di sentire!

Sì: ora soffrivo; non rivedevo più Ortensia senza patire, patire
veramente, un vero rimorso; desideravo che ella mi dicesse a parole
o a sguardi che mi credeva buono. Non più per infingimento, ma per
moto sincero dell'animo, cercavo ora di mostrarmi diverso.... E cercai
anche di mitigare le antipatie che mi avrebbero reso insopportabile.
Così, di sera, scambiai qualche parola con le signore; lasciai che la
Fulgosi, sbattendo le palpebre e raggricciando il naso, mi riferisse le
delizie delle _soirées_ aristocratiche; ascoltai dalla Learchi ricette
di buon mangiare; concessi alla Melvi madre di narrarmi, in disparte,
con grandi scossoni di risa, l'ultimo scandalo paesano. Ad Anna Melvi
mi accostai senza quell'aria di uno che volesse provocarne l'ostilità,
sebbene ancora mi urtasse l'intenzione manifesta in lei di sedurre il
sicuro e guardingo Roveni; e le strizzavo l'occhio quando scomponeva
quel _manichino_ di Pieruccio. Ma di Pieruccio e delle sue occhiate
languide a Ortensia mostravo di non curarmi affatto; Ortensia non gli
badava e correva volentieri a raccontarmi tante cose! (E che orrore
di me se, mentre Ortensia parlava, mi rammentavo del mio immaginario
delitto!)

Fin al cavalier Fulgosi rivolgevo dimande intorno le condizioni
politiche di Valdigorgo, col pericolo che la mia affabilità divenisse
davvero per lui, com'egli diceva, una _great attraction_, cioè egli mi
s'attaccasse come una sanguisuga.

Soprattutto mi sforzavo a rasserenarmi quando stavo con Eugenia, o
rincasava Claudio.

Ogni giorno le ragazze ed io ci mettevamo con Eugenia al solito
rezzo. Essendo noi soli, mentre le ragazze cucivano o ricamavano, non
di rado cadeva il discorso; ma i brevi silenzi erano pieni d'anima;
d'anime concordi nell'armonia del giorno e della vita. Io la sentivo,
quell'armonia; non in me ma intorno a me. _Sentivo....: io sentivo!_

Allorchè non interloquiva Ortensia a bisticciarsi, per chiasso, con la
sorella, interrompeva il silenzio la capinera da lungi, o, da presso,
il reattino. _Zerr...._; ed ecco la più lieta fra le più liete creature
del mondo, sbucare, balzar dalla siepe al cespuglio; penetrarvi svelto,
riuscirne alacre; arrestarsi spiando, inchinando il capo per curiosità
e drizzando la coda; e subito con un nuovo _zerr_, giù in terra!; e
via, difilato, rapidissimo, a ficcarsi nel noto intrico, ove pareva
trovar sempre qualche preda.

Diventò presto nostro amico, quel reattino così ardito e pettegolo,
seppure il tremendo Mino non sopravveniva a spaventarlo; e quando s'era
cibato ben bene, non dimenticava una modulata lista di note cadenti,
sgranate e limpide, che si ricomponevano in trillo.

— Bravo!

— Dov'è?

— Sparito! S'è consumato nel canto.

Spesso interveniva Guido Learchi, o perchè si diceva mandato dalla
madre a prender notizie della convalescente, o perchè passava di
là «per caso». Io e Ortensia trovavamo i motti che pungevano lui e
Marcella; ed egli arrossiva, si schermiva mal destro. Marcella levava
dal ricamo il suo sguardo ombrato e trepido, quasi a dirci: «Sì, tutto
il mondo lo sa che ci vogliamo bene. Non siate cattivi, voi due....»

Pur Eugenia, esente da inutile severità o furbizie materne, sorrideva.

E quanti fiori recava Guido Learchi! Per monti e boschi, con lo
schioppo sulla spalla e tutto in pensieri di Marcella, raccoglieva
fiori insoliti o non facili a raccogliere, che servissero a copia di
ricamo: rododendri, campanule, anemoni, giacinti selvatici, salcerelle
e rosse valeriane, in fascio con erbe odorose, bacche, foglie a vaghe
tinte e a strane forme.

— Questo? — domandava Guido scegliendo, per l'esame di botanica, fra il
mazzo.

Ortensia rispondeva con tali spropositi che lo scandalizzavano a lungo.
Marcella, ingenua, correggeva:

— _Euphrasia officinalis._

E noi a ridere; perchè ella sola rammentava le lezioni di Guido.

Finchè l'ora declinava, e il cielo, a lembi, tra i rami, e nella plaga
verso i monti, impallidiva; e noi ad ogni suono di trotto nella strada,
ci mettevamo in ascolto. Però fra i rumori vivaci o sordi, prossimi
o lontani, io non avevo peranche appreso a distinguere il trotto del
cavallo di Moser, che di subito le figlie e la madre lo riconoscevano,
e annunziavano spesso a una voce:

— Il babbo!

Correvano le ragazze al cancello, o per la via. Eugenia si appoggiava
al mio braccio e facevamo qualche passo incontro: Guido sgattaiolava.

— Ben arrivato! Babbo, babbo!

Nè prima la carrozza s'arrestava al cancello, che già Moser era a terra
d'un salto; e se veniva dalla ferrovia, dopo più d'un giorno d'assenza,
con maggior trasporto e fretta dava saluti e chiedeva notizie.

— Come va, Eugenia? Bene! Benone! Le bimbe? Benissimo! E tu, vecchio?
(a me) E Mino?

Il monello, giungendo, gli si gettava al collo.

— Basta! Auff! Che caldo! Sono stanco morto! Capite: 35 gradi
all'ombra, laggiù! — Perde, frattanto che snoda la cravatta e respira
a pieni polmoni, con piena gioia, cartocci e carte; esprime dal volto
onesto il sollievo della fatica; la consolazione come d'un premio
meritato; la forza e la bontà. — Ah! ora sto meglio! Andiamo a sedere.

Tutti c'incamminiamo lasciando parlare lui solo; il quale si guarda
felice intorno e par che non creda d'essere salvo dall'afa e dalla
carcere e dalle faccende cittadine.

— Valdigorgo! Questo è il paradiso! Una delle più belle opere di
Domineddio! Che cielo! Che aria! Che fresco!

Poi a vedere le figliole che corrono per il bicchiere di acqua, già
prima d'esserne richieste, si ricorda che ha sete e urla:

— Marcella! Ortensia! un bicchier d'acqua! Ho sete!

— La fabbrica? — domanda Eugenia.

— A meraviglia! Siamo al terzo piano; e tra un mese....; insomma, un
buon affare, Eugenia; sta sicura!

E arriva l'una o l'altra delle figlie col bicchiere annebbiato.

— Oh che acqua! l'acqua di Valdigorgo! Non vantarla sui giornali, amico
(egli mi prega): se no, ce la portan via, o vengono a bercela!...

Segue una pausa, perchè le ragazze e Mino possan chiedere:

— La lana, babbo?

— La trottola?

— La lana?! la trottola?! Oh credete che non abbia per la testa,
laggiù, che i vostri capricci? La fabbrica, i capomastri, gli artieri,
le seccature; corri in provincia, in comune, allo studio, dai clienti:
chi mi cerca, chi mi sfugge.... Paga questo; licenzia quest'altro....
E voi, come se nulla fosse, la lana? la trottola?

Ma poi egli trae di tasca il cartoccino della lana e lo getta alle
ragazze; mentre parla a me:

— E tu hai scoperto finalmente la quadratura del circolo?

Rispondo: — _Eureka!_ — quando già le ragazze strillano:

— Dio! che lana!

— Che colore! Cos'hai fatto, babbo? Ma il campione?

— Il campione! il campione! — brontola il padre. — Dunque non ci ho
colto?...

— Un orrore!

— Eh.... se l'avessi avuto, il campione!...

— Te l'ho dato!

— Te l'abbiamo involto in un pezzo di giornale. Lo mettesti nel gilet!

— Sì! E io sono corso dal negoziante, prima di partire. «Mi vuole della
lana così....» Se non che il campione non si trova. Fuori tutte le
tasche; cerca tra le carte, sul banco, sotto il banco, per la strada:
irreperibile! Non importa: «mi dia della lana verde per pantofole....
da regalarmi nel mio onomastico....»

Altro grido delle ragazze: — No! Non è vero!

Tuttavia, rifacendo la scena, prosegue egli:

— «Di verdi, signore, ce ne sono molti....»

«Bene, me li mostri....» Che volete? Io mi ricordavo tanto bene il tono
della voce di Marcella quando mi disse «un verde così», che ho scelto
tra le matasse a colpo sicuro.

— Vergogna!

— Cattivo!

— Scegliere la lana a orecchio!

— Eh.... per pantofole....

— No: per un berretto da notte!

È questa la vendetta delle ragazze.

— Ah! infami! Un berretto da notte a me?... a me?!

Infine Claudio si ricorda che è stanco e si rimette a sedere con le
mani in tasca. Allora, non senza sua grande meraviglia, come a un
miracolo, leva la destra con qualche cosa fra le dita....: il campione
della lana.

Ma segue Mino, che richiede il giocattolo.

— Non mi amareggiare, figliolo! Non ho potuto comprarlo; non avevo più
soldi....

Il ragazzo si vendica puntando, senza piangere, l'indice al viso del
padre e accusandolo alla madre.

— Mamma: il babbo ha detto una bugia! Guarda! guarda che bugia!

Talora giunge anche Roveni, per il viale, con quel suo passo da
conquistatore.

— Oh! Roveni! Novità?... Andiamo!

E quell'uomo, stanco morto, corre col giovane nello studio; dove rimane
fino a che, chiamato una terza volta a desinare, precipita in camera da
pranzo, arrabbiandosi contro di me.

— Bravo, Sivori! Che uomo sei, perdio? Neppur buono a dar scodelle!
Come fate quando non ci sono io?.... Vedi: si fa così!

Ma non è raro il caso che un ritardo ad afferrarla, o un disguido,
rovesci, tra le grida e le risa, la scodella sulla tovaglia.


Egli, Moser, fu più lieto dopo che ebbe visto rischiararsi la mia
faccia.

— Finalmente Valdigorgo ti fa bene anche a te — mi diceva. — Bada che
sino alla prima neve non si parte di qua: nessuno!

Negli occhi e nei modi d'Eugenia io notavo invece il dubbio che mi
facessi forza a stento.

Talvolta il cuore intende meglio dell'ingegno.

Al consueto luogo, nel giardino, colsi una di quelle occhiate per dirle:

— Claudio ha ragione: sto meglio. Quest'aria fa bene non solo a voi; ed
ero forse più esaurito, più debole di voi, io!

Eugenia scosse il capo, e arrossendo lievemente:

— Voi — disse — non siete debole. Ora vi dominate per non affliggerci.

— Perchè pensate così? — domandai io con impeto. — Che cosa pensate,
che cosa avete pensato di me? Voglio saperlo! Non temete di svelarmi
tutto il vostro pensiero, se davvero credete che io non sia debole....
Vi prometto che non torneremo mai più su quest'argomento.

— Dirvi quel che penso? quel che ho pensato di voi? Ecco: i primi
giorni ch'eravate qua dubitavo soffriste per una passione.

— Una passione d'amore? — feci ridendo.

— Sì — rispose senza ridere. — Non ci sarebbe stato da meravigliarsene;
nulla di strano. Ma presto capii che il vostro male era molto più
grave.

— Perchè?

— Una passione.... — esitava; indi risoluta: — forse me l'avreste
confidata o, almeno, non avreste tentato di nasconderla così, a noi,
a me. Il vostro male doveva essere molto più grande, perchè avevate
timore che io e Claudio ce ne accorgessimo....; eppure non potevate
nasconderlo. Non eravate più quello d'una volta. Perchè? Da prima ero
un po' curiosa, lo confesso; ma l'altra sera, quando vi costrinsi io a
svelarvi un poco, indovinai, e avrei voluto non indovinare.

— Come? Che cosa indovinaste?

— Ricordavo con che entusiasmo mi parlavate una volta dei vostri
studii. Io sono una povera donna; non so nulla. Ma quante volte
mi dissi: «E se non fosse possibile arrivare dove Sivori vuole?»
Comprendevo le fatiche che doveva costarvi il vostro ideale;
comprendevo che voi non avevate nulla, non volevate nulla fuori di
quello. Tutta la vostra vita era là. Mi dicevo: «Sivori non vuole
ammogliarsi.... Come vive? perchè vive? Per i suoi studii. Non ha
altro bene al mondo. Ma: e se per una causa qualunque perdesse la sua
fede?...»

— Avete indovinato! — esclamai stringendomi il capo tra le mani e
coprendomi la faccia con le palme.

Perplessa, col timore d'avermi fatto troppo male a vedermi in quel
modo, essa ristette un poco. Poi riprese:

— Debbo dirvi tutto. Avere un ideale come il vostro e perderlo, deve
essere un dolore immenso, una sventura immensa! Ma voi avete resistito.
Avete sostenuto una lotta terribile, è vero?; ma avete resistito!
Vedete dunque che siete forte. E siete ancora giovane. Perchè non
volete persuadervi che potete avere altri affetti, altre consolazioni,
forse un'altra fede?

— No! Quando si è perduta, la fede non si riacquista più; e io ho
perduta la fede più bella, la fede di me, del mio ingegno, del mio
cuore In chi credere? in che cosa? L'altra sera vi dissi: «temo che la
mente mi abbia divorato il cuore»; poco fa vi ho detto; «sto meglio», e
infatti il mio cuore non è più di pietra. Ma adesso mi domando: «Non è
forse peggio? Soffrire senza affetti, senza speranze, senza uno scopo,
non è forse peggio che non sentir nulla?»

Eugenia avrebbe voluto parlare ancora. La trattennero dei passi che
venivano alla nostra volta; e tacque, pensosa. Confrontava la mia
miseria alla miseria di chi per vivere non chiede che un tozzo di pane?
o alla squallida miseria d'un uomo roso da un morbo insanabile?

— Una sorella.... — mormorò in fretta, seguendo il corso del suo
pensiero mentre Ortensia veniva a noi. — Perchè Dio non vi ha dato una
sorella?

Ancora il sentimento le aveva detto il solo bene che avrebbe impedito
o mitigato il mio male. Per risponderle, il mio cuore palpitò. Ma
Ortensia, senza badare a noi, a voce alta e lieta, riferiva non so che
ambasciata, o notizia.

— Cervellina! — le disse la madre in tono di soave rimprovero,
rialzandole i capelli su la fronte. — Cervellina!

La ragazza si rivolse, passò dietro la madre per trarne a posto il
cuscino su cui poggiava le spalle, e mi guardò; e accortasi che quella
sua gaiezza era giunta inopportuna, attese, incerta, con le braccia
allo schienale della poltrona.

Senza badare a lei, io dissi a Eugenia:

— Sì; ho pensato spesso di che benefizio mi sarebbe stata e mi sarebbe
una sorella. La sorella è la custode della bontà materna; è la immagine
materna che sopravvive.

La signora annuiva. Ma io mi corressi:

— Forse esagero, perchè attribuisco a questo bene, che mi manca e che
comprendo, anche la parte pura del sentimento che nessuna donna esaurì
pienamente dal mio cuore. Sono certo però che quest'affetto può bastare
a sè stesso; gli basta, per sussistere, nutrirsi di sè stesso; e ciò lo
rende superiore forse a ogni altro.

Eugenia disse:

— Infatti quante mogli non buone sono sorelle buone.

Io proseguii concitato.

— Oh l'affetto che nessuna colpa contamina, che nessuna volontà o
finzione o profitto dirige, e che si esprime spontaneo, placido,
continuo, in prove d'abnegazione, nella voluttà del sacrifizio!
Disperato, solo, io mi son visto in un'interminabile via, irta di
triboli. Tutti i beni a cui feci rinuncia eran perduti, e la vetta a
cui tendevo era sparita. Sarei caduto se avessi avuto le parole che
son balsamo allo strazio? le stesse parole che avrebbe avute per me
mia madre? Maledirei così il mio pensiero se io vedessi negli occhi di
una sorella le lagrime stesse che piangerebbe, a udirmi, mia madre?
Maledirei la vita se sentissi un cuore fraterno partecipare del mio
cuore? Ma — conchiusi, triste: — una sorella non si trova!

Eugenia taceva, triste. Senza guardarmi, essa rigirava gli anelli nelle
dita, considerandole, pareva, come bianche.

Mi guardava intanto, fisa, stupita, Ortensia; quasi quella mia
disperazione fosse una rivelazione per lei....

Ed io le vidi l'anima negli occhi, come un'altra volta le avevo
veduta....

Fu un attimo. In un attimo ebbi io pure l'impressione d'una rivelazione
improvvisa, d'una gioia ineffabile, d'un sollievo insperato e certo al
mio lungo soffrire. Due anime, in quell'istante, s'intesero. E Ortensia
sorrideva d'un sorriso trepido, quale il suo sguardo....

Un attimo: le nostre anime ricaddero in noi. Ma l'affettuoso patto era
già conchiuso.



VIII.


— Vuoi esser tu la mia sorella?

— Sì.

— Per tutta la vita?

— Sì! — rispose Ortensia con maggior fermezza.

Mi porgeva, a conferma, la mano. Ma credè non bastasse:

— Sarò buona. Vedrà! Glielo prometto!

A me parve più bella; e mi sovvenne del birocciaio che avevo visto,
stanco ed assetato, gettarsi alla sorgiva, innondare di ristoro il
petto e riprender l'erta con vigore nuovo. Un benefizio consimile ma
più grande, più grande io avrei dal consentimento di Ortensia; e questo
non era, no, un'allucinazione, un'aberrazione, una puerilità di mente
immiserita e di animo appena ridesto in un rinnovamento precario e
ingannevole. No! Non speravo una guida al lume della fede e del vero;
non supponevo nemmeno un ritorno alla fiducia in me stesso; ma dalla
corrispondenza di un semplice affetto, di un bene umano, mi attendevo
ciò che nessuna altra cosa avrebbe potuto darmi: ricupererei pienamente
il senso della vita; il mio pensiero si purificherebbe nel pensiero
di Ortensia; il mio cuore tornerebbe vigile e buono; l'anima triste
si allieterebbe dell'anima lieta. Attendevo, volevo il ristoro di
quella inconsapevole dolcezza, di quella spontanea vivacità, di quella
ingenuità forse non più ignara del male, ma su cui la conoscenza del
male passava come ombra che non agita e non intorbida....

Qua, sorellina, che ti riveda! Riluce ne' tuoi occhi la poesia
che un'eterna forza di giovinezza esprime in mille modi, in vite
innumerevoli d'intorno a te: i sogni, i tuoi sogni, ti accompagnano a
volo, t'avvolgono il capo biondo e tolgono ogni nube alla tua fronte.
Li scorgi? Guarda: ti si specchiano dinanzi nella realtà.... Qua che
ti riveda nella veste più umile: la gonna bleuastra, il corpettino
chiaro con la fascia di seta bianca, e i fiori al petto, mentre con
mano impaziente rialzi i capelli sulla fronte e sorridi. A vederti,
dilegua ogni ricordo di morte. Parla! Le parole sgorgano limpide dalla
tua bocca e cadono con soavità lunga....

— Che uomo! Sempre triste! Su, signor dottore! A raccoglier dei fiori;
presto! andiamo!

Va; e che le spine non pungano le tue mani divinamente belle!...

.... Il dolore risparmierebbe quell'anima? Già questo io mi chiedevo.
Non era dunque un affetto egoista, il mio, se già mi facevo questa
domanda; e un'affezione disinteressata mi pareva tuttavia utile al
mondo: per Ortensia non sarebbe inutile avere in me un bene fraterno,
quand'anche la fatalità della sventura le fosse indulgente.

Ma io che difendevo Ortensia, io che la conoscevo meglio di tutti,
scorgevo meglio di tutti i pericoli dell'indole sua. «Cervellina» la
diceva la madre; nè la queta e mansueta Marcella, che troppe volte
doveva attender da sola alle faccende domestiche, aveva tutti i torti a
lamentar frequenti strappi ai diritti della primogenitura e a chiamarla
svogliata. E le altre?

La signora Redegonda — la madre di Guido — chiudeva un occhio, ridendo
senza volere, allorchè giudicava Ortensia. — Buona sì; ma non le
piaceva star in cucina; non una donnina da casa come Marcella.

E la Fulgosi s'eccitava e agitava a vantar l'educazione inglese, che
concede molta libertà alle ragazze, e biasimava Ortensia appunto perchè
godendo tanta libertà non era seria come le ragazze inglesi.

Peggio poi la vecchia Melvi. Diceva che Ortensia era «una farfalla,
leggera leggera». Lei, la madre di Anna, diceva così, in tono di
rimprovero! E pensare che sua figlia, anche quando scherzava chiassosa
e pareva abbandonata alla più innocente gaiezza, non diceva parola,
non faceva atto che non ubbidisse a un'intenzione o a un'abitudine
acquistata per intenzione! Ma Anna non era riprovevole perchè era
falsa.

Ortensia invece era spontanea in tutto; schietta e franca anche
nei difetti: presto o tardi n'avrebbe danno; l'ammettevo io pure. A
diciassette anni, era ancor troppo mutevole e impetuosa: non potevo
negarlo. Troppo la sua volontà cedeva alle facoltà spirituali,
che nè gli ammonimenti materni nè il nativo buon senso bastavano a
disciplinare; era irriflessiva spesso; troppo fiduciosa di sè e degli
altri; impaziente.... Concedevo tutto questo. Ma Eugenia notava:
— Quando Ortensia ha detto no, è no! Per fortuna — aggiungeva —, a
saperla prendere è facile prevenire il no e ottenere il sì.

Dunque Ortensia aveva forza d'animo. Me lo confermavano alcuni ricordi.

Anni innanzi, quando era sui dodici anni, Ortensia s'impauriva ancora
ad andar sola, di sera, nell'oscurità. Una sera il padre la derise, per
questo, più del solito. Improvvisamente lei s'alzò da tavola; traversò
tutta la casa al buio; e tornò pallida, ma vittoriosa.

E da bambina respingeva ogni tentazione di dolci e di frutta che le
venivan offerti a patto di rivelare chi delle sue compagne di scuola
avesse commesso qualche marachella. Golosa, mangiava quelle buone
cose con gli occhi, ma non c'era modo di farla parlare. Ed ora perchè
sembrava più ardita e più consapevole di sè, quando, sul serio o per
gioco, esclamava d'impeto: — Voglio! —?

Allorchè tant'anima si raccoglierebbe nell'amore o nel dolore, che
forza di volontà avrebbe al suo soffrire! Era figlia di Claudio Moser,
il quale tutto doveva a una volontà ferrea. Come pure aveva del padre
la focosa cordialità, che manifestava spesso puerilmente.

— Tesoro! — quanti _erre_ nell'esclamazione, mentre quasi soffocava il
gatto con le carezze. Io le dicevo:

— Una volta o l'altra ti graffia. Sei troppo fidente: credi buoni sino
i gatti!

— Ma non vede com'è bello?

E il vitellino alla cascina? Era un lattonzolo fulvo e ispido, che ne
ascoltava le più affettuose espressioni con i grandi occhi stupiti e
immoti e le gambe anteriori tese e aperte a un imminente sbalzo, se
non di riconoscenza, di pazza gioia. Espressioni per il vitellino da
fare invidia a un innamorato! Quanto a _Sansone_, il vecchio e bianco
cavallo di Moser, lo abbracciava mentre esso le posava il capo su la
spalla e tritava lo zucchero; ed erano abbracci così furiosi che per
miracolo quello non se ne liberava con una zampata.

Con tali indizi d'indole affettuosa andavan altri che davano a
conoscere non men vive le facoltà spirituali.

— Dopo che la mamma è guarita non provo più nessun bisogno di pregare.
Come sarà? Certo non va bene!

Questo era effetto della giovinezza ritornata del tutto lieta; ma
chiedeva a me:

— E lei non prova mai il bisogno di pregare? Mai?...

Io sorridevo, tacendo.

— È orribile! — Ortensia esclamava allora, dolente in modo da rivelare
uno spirito passionale e profondo.

Che sarebbe di quest'anima all'uso della vita? Tenace nella passione, a
chi s'affiderebbe quest'anima? Scemando l'esuberanza della giovinezza,
così impulsiva, che mutamento avverrebbe in lei? Ogni indagine mi
pareva una preparazione a difenderla un giorno, e nello stesso tempo
accresceva l'intima ragione del mio affetto.

Volli sapere i suoi più grandi desideri.

Alla domanda, dondolandosi a pena a pena nella poltrona ad arco,
chinò le palpebre su gli occhi, quasi a raccogliere e a precisare una
visione.

— Viaggiare! Viaggiar molto! viaggiar sempre!

— Perchè?

— Oh bella! Per vedere il mondo; altri monti; pianure; città; il mare.
Oh il mare!

— Calmo....; a lume di luna.... — suggerivo io.

— E in tempesta no? Non l'ho mai visto in tempesta. Dev'essere stupendo!

— Dalla spiaggia....

—.... Le onde bianche, il cielo nero, i lampi.... Brrr! che bellezza!;
ma a non esserci, là in mezzo!

— Brava! E poi?

— Un altro desiderio grande grande? Un bel cavallo roano.... Roano o
morello? Morello! con una stella bianca nella fronte!; e mi portasse
via di galoppo, dove volessi io.... S'intende, più giovane e più focoso
di Sansone. Sa che è un bel tipo, Sansone? Cascasse il mondo, lui non
si turba! Sola io riesco a farlo inquietare un po', quando non gli
lascio ingoiar lo zucchero.... È buono, Sansone; tanto buono!; ma con
lui si va poco lontano!

— E poi? altri desideri?

— Mi lasci pensare....

Invece io la prevenni:

— Gioielli?, _toilettes_?, feste?, teatri?

— Si sa! Quale è la ragazza che non le desideri, queste cose?

— E poi? — io continuavo. — Diventar moglie d'un gran signore; magari
d'un principe?

— Uh!, non mi dispiacerebbe.

— Ma io avrei preferito che tu dicessi: moglie d'un grand'uomo; d'un
grande artista....

— Non ci ho mai pensato!

— Ah, dunque pensi a diventar moglie d'un principe?

— O di chi, allora? Di Pieruccio Fulgosi?

Fece una risata così significativa che anche a me parve di veder
Pieruccio conficcato nell'alto colletto, smorto, con gli occhi
imbambolati e i calzoni rimboccati.

— Sei senza pietà con quel povero ragazzo....

Arrossendo, Ortensia dimandò:

— Troppo sgarbata, è vero?

— Ierisera cosa ti disse quando gli voltasti le spalle?

— Eh! la solita storia!; non sa dir altro.

— Cioè?

— Che sono bella.

— E tu?

— Seccatura! Io non so dirgli altro che seccatura! Se lo merita;
bamboccio!

— Però non gli dai torto del tutto quando ti dice che sei bella.

— Per me son tutti belli, fuori che lui! È bello per me anche suo padre!

Un'altra risata; e si levò di scatto per andar a guardarsi a una delle
specchiere, che stavano alle pareti opposte della sala, quasi per
togliersi un dubbio improvviso.

— Pfu! — fece, mentre ripeteva atti soliti: rialzò i capelli sulla
fronte, e interponendo la destra al colletto che le stringeva la gola,
tentò allargarlo, irosa, alzando gli occhi: bellissimi per il contrasto
luminoso delle pupille e dell'iride col bulbo chiaro, che lo sforzo più
distingueva.

— Però — riprese —, gli occhi di Marcella son più belli dei miei.
Marcella ha gli occhi della mamma. Non sarebbe meglio fossi bruna io e
bionda mia sorella? Tanto, a Guido gli sarebbe piaciuta lo stesso, e io
mi piacerei di più a me!

Io dissi, tornando in argomento:

— Via!, consolati; chè gli artisti preferiscon le bionde. Ti daremo in
moglie a un poeta.

— No, un poeta no. Non lo voglio!

— Perchè?

— Perchè?... Perchè?... non lo so nemmen io il perchè. Un pittore,
forse...., un maestro di musica, celebre....

— Perchè preferiresti uno di costoro?

— Ma sa che è un bel tipo anche lei? Vuol sapere il perchè di tutto!
Perchè? perchè? perchè?...

Mi canzonava. Fu così travolto in riso il resto della mia indagine.

Ortensia rideva di gusto; e se non ne trovava il motivo fuori di sè, lo
trovava in sè medesima, quasi per espressione, e sfogo di giovinezza;
saltando, magari, e cantando per ridere delle sue mosse e del suo
canto; ma non era mai un riso sciocco. E diceva:

— Lasciatemi ridere, ora che la mamma è guarita!

Poi mi piantava lì, dov'ero, per correre a veder la madre.

.... Quantunque non protesse star molto in piedi, Eugenia aveva ripreso
a dirigere le faccende di casa. Più brevi divennero quindi le nostre
conversazioni al rezzo; più lunghi i miei colloqui con Ortensia, la
quale adesso ardiva sgridarmi non solo se mi vedesse accigliato e
col «sorriso brutto», ma anche se non la ubbidivo e trascuravo certe
sue giuste pretese. Per diritto e dovere fraterni mi sgridava se
m'impolveravo gli abiti e non attendevo abbastanza alla _toilette_; e
spazzolandomi e riacconciandomi la cravatta, borbottava:

— Oh che uomo! oh che uomo!



IX.


Ero certo che l'amore non aveva ancor molestato il cuore di Ortensia e
che nessun corteggiatore le dava maggior pensiero di Pieruccio Fulgosi.

La breve dimora a Milano, l'inverno, le aveva consentito la molteplice
distrazione d'una grande città, ma le abitudini della famiglia
l'avevano sottratta alle occasioni di conversazioni e ridotti, che son
propizie agli innamoramenti.

A Valdigorgo non vedevo chi potesse innamorarla.

Quando le Moser passavano in paese — e fuor dei giorni festivi era
assai di rado — il giovane ufficiale postale e telegrafico esponeva il
capo dall'inferriata dell'ufficio; l'assistente del farmacista correva
sulla soglia della bottega; i perdigiorni del caffè interrompevan la
partita a carte o a bigliardo.

— Le Moser! le Moser!

Ma tutti costoro, e gli altri non da meno e non da più di essi,
restavano come a una visione celeste e tiravan di gran sospiri: il
cielo è solo per gli eletti!

Dell'ingegner Roveni io non sospettavo affatto, perchè ero sicuro
di questo: nelle poche ore che restava alla villa egli non trattava
Ortensia diversamente da Marcella, cioè con confidenza disinvolta e,
insieme, un po' rude.

— Un giovane serio! — ripeteva Ortensia. Infatti, nè con lei nè con
Marcella scherzava mai come con Anna Melvi; e con la Melvi, la quale
lo provocava, scherzava in modo che pareva dire: «Tu cerchi di farmi
cascare, ma non ci riuscirai. Sarà brava quella che ci riuscirà!»

E rideva, con Anna, quasi per togliersi di imbarazzo, quasi per forza;
in modo che — ridendo egli poco o punto con tutti gli altri — poteva
parere un po' volgare. Anche ciò mi confermava nell'opinione che
fosse un uomo lontano e libero da preoccupazioni sentimentali; libero
fors'anche per misura, forse per calcolo. Ma non poteva passarmi per la
mente l'idea che dissimulasse; nè, pensandoci, ci avrei potuto trovare
ragione alcuna.

Del resto, Ortensia, per parte sua, col suo carattere, mi persuadeva
che quando pur avesse avuto cento adoratori attorno, e uno più esperto
dell'altro, sarebbe stata ugualmente lontana dal pericolo di languir di
passione. Chi pensa a sè stesso, perchè ama o è in attesa di amare, non
ha di quelle impressioni improvvise, di quei rapidi entusiasmi per la
vita esterna che aveva lei.

In ciò rassomigliava alla madre quand'era giovane; ma mentre in
Eugenia l'ammirazione dei fenomeni naturali era temperata dall'affetto
raccolto nel marito e nella famiglia, in Ortensia la stessa ammirazione
prorompeva giù spontanea, più vivace, più grande; immediata. Ecco forse
perchè all'arte della poesia, che domanda, a comprenderla e a gustarla,
studio e riflessione, essa preferiva la pittura e la musica.

Con Ortensia non si facevan molti passi, non si stava un po' fuor di
casa, senza udirla ripetere: — Guardi! che bellezza! Stupendo, è vero?
— E mi chiamava spesso a voce alta: — Sivori! venga a vedere! corra!

Se non che per godere del tutto la libertà delle sue giornate, Ortensia
non avrebbe dovuto aver nulla da fare in casa. E, pur troppo, la
vecchia cameriera veniva in cerca di lei con gravi incombenze di
Marcella o della madre.

Uf! che pazienza! Di solito scappava in casa di corsa per trarsi
d'impaccio al più presto possibile; ma talvolta rispondeva:

— Sì, sì, ho capito! Subito! Vengo subito! — e allora a rivederci,
Marcella; o arrivederci, mamma!

Quando poi non poteva esimersi dal cucir qualche cosa, o dal rammendare
il bucato, si addossava in un giorno il lavoro di una settimana. In
quel giorno di clausura, che manteneva con fermezza eroica, io la
vedevo di giù, dal giardino, seder presso una finestra, contro al fondo
scuro della camera.

A capo un po' chino, con movimento ritmico, alzava il braccio e tendeva
il filo a ogni punto: ne scorgevo ad ogni volta la mano bianca; e come
di tratto in tratto elevava il capo a guardar fuori, al cielo, i suoi
occhi mi parevano più luminosi e profondi.

Ma ottenere di cotesti miracoli era impossibile per imposizione.

Aveva la ribellione nel sangue; al punto che si ribellava anche a
Sivori.

Una mattina ricorsero a me, l'una dopo l'altra, Marcella, la cameriera,
Eugenia.

— Sa dove sia Ortensia? —; dove sia la signorina? —; dove sia la
cervellina?

No, neppur Sivori lo sapeva. L'avrebbe saputo Mino; ma Mino appunto era
stato prescelto da lei ad accompagnarla nel bosco, di là dall'antico
convento, per raccogliervi bulbi di ciclami.

Senza di me! Quando tornò a casa, la rimproverai con acerbezza; come
avesse commessa una colpa grave davvero. Essa però prese i rimproveri
allegramente.

— Perchè non ho chiamato lei, invece di Mino? Perchè?... per farle,
dopo, una improvvisata! Non va bene? Una scusa che non va? Allora
perchè....: per evitare una sgridata! Raccoglier cipolle di ciclami
nel bosco.... Orrore! Ma no: neppur questo «perchè» la soddisfa? Ecco
dunque la verità: m'è parso un passatempo non da uomo così.... burbero!

Quindi a me non rimase da far di meglio che star a vederla a piantar i
bulbi nell'aiuola, solo sgridandola che s'interrava le mani, e lodando
Mino, il quale, più savio, scavava con un paletto.

— Che m'importa delle mani? — ella disse. — Vedrà, vedrà che ciclamini!
Io li preferisco a tutti i fiori.... E lei? Qual è il fiore che le
piace di più? Dica! Voglio saperlo!

E Mino anche lui: — Di' dunque, Sivori!

— Indovinate — risposi, ripensando al tempo che mi piacevano i fiori.

Mino esclamò, pronto:

— Le freddoline!

Ma Ortensia:

— I fiordalisi? Di giugno, quando il frumento è alto e giallo, i
papaveri e i fiordalisi, là in mezzo, non son belli forse?

Non era il fiordaliso che io ammiravo di più, un tempo....

— La rosa! — gridò Mino con l'entusiasmo di una scoperta indubitabile.

Via! Ortensia non poteva ammettere che il fiore che più piace a tutti,
più piacesse a me.

— La rosa _thea_?

Dissi:

— Anche le _thea_ hanno le spine....

Con alacre pensiero, cogliendo le immagini più vive che le venivano
alla mente, Ortensia proseguì:

— La camelia? È stupida! Il mughetto? Sì, è grazioso...., ma poi!
I tulipani? l'ireos? No, no, non credo. Il tuberoso? Niente di
straordinario! Le viole? Peggio!; le viole mammole le han fatte
diventar noiose a scuola, con la storia della modestia; le viole
del pensiero io non le posso soffrire! Dopo l'ortensia, la viola del
pensiero è il fiore più antipatico per me. Ortensia!: potevano ben
mettermi un altro nome!

— Il geranio è bello — disse Mino.

— Sta zitto, tu! L'orchidea?... — continuava l'altra. — Ma lo dica, una
volta! Il garofano?

Assentii.

Mino gridò: — È brutto!

Ma Ortensia riflettè un istante; e poscia:

— È vero; è molto bello il garofano!

Quanti anni eran passati da quando il mondo a me pareva bello anche nei
fiori, e il garofano il più bel fiore?

Rividi nella memoria il mio paese nativo, ai dì di festa; mia madre....
Era molto bello il garofano rosso; il fiore del popolo: fiore della
forza e della libertà; fiore dell'idea e fiore del sangue.

— Prendi! — disse Mino portandomene uno, di corsa.

Ecco.... Il calice capace e alto, merlato, ben munito al fondo;
i petali copiosi, con quelle brevi frange marginali che sembrano
moltiplicarli; il calamo così sottile e lungo, che ai nodi non si piega
ma si tronca — _frangar non flectar_ —; le foglioline del gambo esili
ma salde, forti, affilate come lame; e quel colore ardente fra l'umile
verde opalino della pianta, e lo sboccio impetuoso fuori dell'intricato
cesto, gli danno una apparenza di bellezza audace, di stranezza
semplice, di letizia rude, di vigoria nobile e selvaggia.

Al mio paese, tornando dai vesperi, i giovani portano il garofano
all'orecchio, quale segno di conquista; e le ragazze non se ne adornano
esse, ma li coltivano con gelosia in una pentola crinata, che adorna
la finestra della loro camera, e se ne valgono a prove d'amore;
tentazioni, sfide, promesse, premi e pegni d'amore.

Ma se ci son fiori che appaiono più belli quando sono sbocciati appena
appena, o in prima fioritura, il garofano non è bello che nella
virilità. Prima, allorchè gl'innumerevoli petali, vivi e freschi,
fanno forza al calice che li costringe a non espandersi e nascondono
le antere e i pistilli, come per un pudore di adolescenza, allora è
di una timidezza senza grazia, di una robustezza troppo impacciata e
quasi stenta. Ma quando è maturo e aperto, quando nella festa della sua
vita fende il calice, prorompe con vigore esuberante, e i petali, per
la fenditura, in basso, formano un bitorzolo bianco come son bianchi
gli organi generativi non più nascosti, e in alto i petali sorgono
pieni di colore e di sangue, e quelli esterni si chinano e soggiacciono
quasi alla stanchezza di una fatica, grande e gioconda; quando da tutta
quell'intima complessione tenera e viva sgorga il profumo intenso che
non cesserà nella morte, oh allora è mirabile il fiore del desiderio
ardente, dell'amore cupido e della voluttà!

.... Ebbene, da quel giorno, spesso Ortensia si mise, insieme, due
o tre garofani sul petto; e da quel giorno il garofano perdè ai miei
occhi ogni espressione sensuale, e mi parve più bello.



X.


— Ho promesso e mantengo! — proclamò l'ingegner Roveni. — Domani si va
alle Grotte.

Lo ricompensò un clamore di grida gioiose; e subito le ragazze furono
intorno a me per costringermi ad andar con loro.

Anna Melvi urlava:

— Chi fa l'istanza? chi ci è più interessata? — e sospingeva Marcella,
timida e ridente in quel suo modo per cui stringeva un po' le ciglia e
velava con le palpebre gli occhi soavi.

Inanimita, Marcella pregò:

— Andiamo, Sivori!: sia buono! Se non verrà anche lei, la mamma non ci
lascerà andare.

E la Melvi:

— Dovremmo rivolgerci al cavaliere. Francamente, tra i due, preferiamo
ancora lei!

Io tacevo con un sorriso incerto.

— Non capite che Sivori non ne ha voglia? — esclamò Ortensia dopo
avermi fissato a lungo, in silenzio.

— Si annoierà più a restare in casa — ribattevan le altre.

— No, no! Si vede! È inutile: non-ne-ha-voglia!

Pronunciando in cadenza l'ultima affermazione Ortensia manifestava
malcontento e nello stesso tempo minaccia di abbandonarmi alla mia
svogliatezza.

Io le dissi:

— A quel che pare, tu sei disposta a andar senza di me. Mi vuoi o non
mi vuoi?

Rispose forte e soltanto:

— Sì!

— E io ci verrò!

Il dì dopo andammo dunque noi sette — io, i tre giovani e le tre
ragazze — a far colazione alle Grotte.

Se durante quella gita io avessi potuto o saputo conoscere a dentro
l'animo d'alcuni della compagnia; se avessi potuto scorgere i motivi
reconditi di atti in apparenza quasi involontari e di parole in
apparenza leggere; se quel giorno avessi pensato un po' meno a me
stesso, quanto dolore sarebbe stato evitato?

Per andare da villa Moser alle Grotte si teneva prima il sentiero che
guidava al piccolo oratorio del Crocifisso; ivi si passava per il ponte
di legno e si prendeva la strada, la quale or costeggia la destra del
fiume, ora se ne allontana; ora aperta, ora chiusa in lembi di bosco
o solo ombreggiata da noci e da querce, finchè si arriva all'aspra
montagna che la via mulattiera assale fra i castagni frondosi e
bistorti.

L'ingegnere s'accompagnò subito a me, ed Anna, chiassosa fin nella
veste rossa, fu costretta a correre innanzi con Ortensia e con
Pieruccio, la vittima, schiamazzando. Dietro andavano Guido e Marcella
nella lor piena felicità. Roveni, fatti pochi passi, respirò ampiamente
come chi si solleva dalle spalle un peso enorme e come dicesse: «il
mondo è mio», disse:

— Questa giornata di svago mi voleva e me la prendo! Moser è rimasto
lui alla fabbrica, oggi; ma senza bisogno: ho predisposto tutto io
stanotte.

Era la prima volta che discorrevamo insieme liberamente noi due soli,
e colsi l'occasione per dirgli:

— Moser prevede che lei, che gli è così utile, lo abbandonerà.

Senza guardarmi l'ingegnere mormorò:

— Vedremo.

—.... Però le dà ragione. Lei può pretendere migliore impiego.

— Davvero? Moser non me ne vorrà male, se mi converrà lasciarlo?

Era grato anche a me, che l'accertavo di no.

Io pensavo intanto: «Ecco un uomo! Abbastanza di sentimento; ma finchè
non gliene venga danno». Pensai pure: «Se Ortensia avesse qualche anno
di più....» Ma guardando il giovane respinsi subito quel pensiero.
«Una moglie a costui sarebbe d'impaccio. Per andar lontano, vuol essere
libero. Costui è un uomo!»

Egli proseguiva:

— Certo, Moser non potrà dire che gli do il calcio dell'asino. Avrei
potuto andarmene già l'anno scorso. È vero che.... Basta! La vita è
lotta. Io, dottore, ho lottato sempre dai quindici anni in poi.

Era rimasto orfano giovanetto; a prezzo di stenti e di fatiche
aveva compiuti gli studi.... Poi ripetè che a Moser egli era tanto
affezionato....

Avrei dovuto supporre qualche cosa di dubbio e di segreto nelle
sue parole, e in quella reticenza: «È vero che....», per cui si era
trattenuto da una confidenza inopportuna?

Non so. Anche ora rivedendo Roveni nella mia memoria qual egli era
quel giorno mentre mi camminava accanto — più alto e più robusto di me;
energico in tutta la persona che indossava il solito vestito bigio, col
cappellone a larga tesa; i grossi baffi arditamente eretti, lo sguardo
sicuro come il passo — anche ora mi sembra naturale che allora io
soggiacessi alla simpatia di quell'uomo. Notai, sì, ch'egli mi guardava
di rado e che tendeva gli occhi innanzi a sè; ma perciò vedevo in
lui l'abitudine di chi guarda a un suo scopo, lontano. Notai pure che
nella sua fisionomia prevalevano la volontà fredda e l'ambizione; ma la
stessa durezza di lineamenti non aveva per me nulla di oscuro.

Proseguiva:

— Ho lottato sempre e non dispero di vincere. — Aggiunse: — Lei è di
quelli che credono vile la conquista del denaro? Non credono che il
denaro, la ricchezza sia un elemento di felicità?

— Felicità è possedere la forza di volontà che lei dimostra — risposi.

— La forza di volontà non basta! — ripigliò il giovane. — Bisogna ben
determinare il campo d'azione; saper limitarlo secondo le proprie
forze; segnarvi la via diritta da percorrere, e correre, correre,
correre! La vita moderna è una corsa. Ma non basta. Vede? Moser
corre. Però dissipa qua e là le sue forze: architetto, costruttore,
appaltatore e fabbricatore di laterizi. Troppo! Ma criticare è facile.
Io riuscirò dove voglio?

Interrogava l'avvenire.

— Lei riuscirà — dissi con amarezza, pensando a me stesso più che a
Moser, quantunque la parte del discorso che gli si riferiva avrebbe
dovuto raccogliere la mia attenzione. — Lei sa misurare gli ostacoli e
li abbatterà.

— Non basta! non basta! La vita moderna pretende che abbattiamo anche
intorno a noi, non solo davanti a noi! I concorrenti bisogna abbattere
che mirano al nostro scopo e al nostro posto, e son tanti! Ma non
è facile. Mai come in questi tempi bisognò armarsi di prudenza per
colpire poi a spada tratta....

Mentre Roveni diceva così io ripensavo a me; già mi sentivo ricadere in
me stesso.

E gli altri, tutti insieme, ci affrontarono rimproverando la gravità
dei nostri discorsi e la lentezza dei nostri passi.

— Oggi non rideremo come l'anno scorso, quando andammo a Monfalco —
disse Ortensia.

Presero a raccontarmi della gita dell'anno innanzi, ch'era stata
interrotta da un nebbione formidabile.

— Dovemmo pernottare in una capanna.

— Merito tuo e del babbo, che vi ostinaste a salire — disse Marcella a
Ortensia.

Pieruccio affermò:

— Ma io e Roveni ci arrivammo, alla vetta!

— Non è vero! — gridò Guido. — Vi nascondeste nella nebbia, vicino alla
capanna, per paura di perdervi.

— Ci arrivammo!

— Storie!

Roveni taceva quasi non valesse la pena di sostenere la verità di così
piccola impresa.

— Oh che notte, là dentro! Che notte! — ripeteva Marcella. Raccontava
Ortensia:

— Immagini che fummo costretti a gettarci nella paglia per riposare
un poco. Che freddo!... Io e la signora Fulgosi avevamo uno scialle
in due! Bene: stavamo tutti zitti, e il cavaliere sospirò e si lamentò
che non ci fosse nemmeno un po' di tè. Allora chi si mise a sospirare
perchè non aveva la cuffia da notte; chi brontolava perchè non aveva
le pantofole; chi voleva l'acqua di Vichy. Anna piangeva perchè non le
portavano due guanciali!

Ma Anna, sogguardando a Roveni come per un richiamo a un loro
particolare ricordo:

— Nemmeno l'ingegnere chiuse occhio in tutta notte.

L'ingegner Roveni sorrise appena e disse: — Lei non dovrebbe saperlo se
io chiusi o non chiusi gli occhi. Eravamo al buio.

Ortensia sola rideva ingenuamente e con più vivacità di ogni altro,
perchè aveva più viva degli altri nella memoria la rappresentazione
del fatto e la comicità delle persone. Però quella sua giocondità,
alla quale io non partecipavo, e quelle rimembranze estranee alla mia
memoria aumentavano il mio turbamento. Avevo nell'anima il crollo di
una grande speranza. Ora, come l'anno prima nell'altra gita, Ortensia
era lontana da me, lieta senza di me.

Correva innanzi, adesso, a chiamare il cane di Guido, che impazzava a
levar passeri, o ristava per dire qualche cosa a ragazzi o a vecchi che
vedeva nei campi o nella strada, o ascoltava me e Roveni e borbottava:
— Noiosi! —, e s'accompagnava per breve tratto a Pieruccio e ad Anna.

Per divertirsi di più, ottenne da Guido, il quale aveva una naturale
attitudine a contraffar il prossimo, che imitasse Roveni: persona
eretta, mosse risolute, passi lunghi, gambe svelte e solide. Poi, la
studiata andatura di Pieruccio. Risate. Quindi imitazione della mia
voce e alcune attitudini mie. E applausi. Ancora: gallicinii e _qua
qua_. Gli disse Pieruccio:

— Fa l'asino, che ci riesci così bene!

Tranquillamente Guido si mise a ragliare; e da una cascina un cane
accorse abbaiando; e il cane di Guido gli s'avventò contro: ne nacque
una zuffa, aizzata dal terzo cane, ch'era Guido, e dalle grida delle
ragazze.

Tra queste pur Marcella mi spiaceva e mi pareva perdesse quella soavità
di spirito che le dava una beltà così gentile; ma per Ortensia sempre
più provavo il senso doloroso di un intimo distacco e lo strappo di
un'illusione necessaria.

Ahimè! bastavano quelle poche distrazioni, cui ella acconsentiva, per
persuadermi che l'affezione di lei, per quanto sincera, scemerebbe a
poco a poco nel mutare delle circostanze della nostra vita.

Mi chiedevo ora se avrei osato confessare ad altri, pur ad Eugenia, che
io avevo creduto sul serio di sopperire a un affetto naturale con un
affetto che non doveva in realtà superare i limiti dell'amicizia.

Non mi riderebbero in viso gl'innamorati (Guido e Marcella); i
desiderosi d'amore (Pieruccio e Anna); la gente positiva (Roveni),
se io chiamassi Ortensia, per uso, col nome di sorella? Dunque la mia
speranza era insana! Ortensia stessa doveva comprendere d'aver ceduto
a un'ingenuità puerile promettendomi il suo affetto, se una breve
interruzione della nostra consuetudine quotidiana e l'uscir fuori dei
soliti luoghi, in cui restavamo insieme, potevano così distoglierla da
me.

Intanto Anna, indispettita perchè l'ingegnere rimaneva al mio fianco,
sfogava il suo rovello impedendo a Pieruccio di rimaner con Ortensia.
Chi più disgraziato dei due: io o Pieruccio? Chi più ridicolo?

Povero ragazzo, che forse aveva riposte tante speranze anche lui in
quella passeggiata!

Aveva il binocolo a tracolla, e poichè non poteva servirsene a
mirar Ortensia o ad ammirar sè stesso, come suo padre faceva con lo
specchietto, ogni punto di vista gli era buono perchè traesse l'arnese
dalla busta e ristesse a osservare il paesaggio.

— Signor dottore: vuole? — mi chiedeva con un inchino. Ma Ortensia e
Anna accorrevano.

Ortensia, che poco prima aveva rifiutato il binocolo, ora insisteva:

— Voglio veder io! voglio vedere!

Ma da Ortensia il cannocchiale passava ad Anna; e cominciava la guerra
per ricuperarlo. Anna fuggiva ridendo e sperando d'esser rincorsa anche
da Roveni. E risate e grida.

Io mi servii di Pieruccio per sfogare il mio tedio.

— Oh l'infelicità del primo amore! — dissi con l'ingegnere. — Che
fatiche! che sacrifizi! L'adolescente innamorato patisce un appetito
formidabile e rifiuta il cibo; casca di sonno e si sforza a vegliare;
con tutto il pensiero cerca l'immagine adorata, che dovrebbe
specchiarsi chiara e netta alla sua mente, ma col naso divino, gli
occhi divini, la bocca divina, che la mente gli delinea, non riesce
mai a comporre la faccia divina, e invece gli balzan dinanzi le
facce più estranee e più antipatiche. E questo è nulla! Vagheggiare
qualche eroica impresa; o salvar da un pericolo mortale la bella
per meritarne l'amore, o sfidare e ferire a morte il rivale, e sudar
intanto nelle scarpe troppo strette o troppo larghe, e fare e rifare
il nodo della cravatta, or sperando or disperando che parta da essa
il colpo della vittoria! E questo è nulla! Proporsi di esser spiritoso
e irresistibile, e non riuscir a trovar motto che non sia stupido e a
trovar un gesto che non sia goffo.

Questa volta Roveni rise sgangheratamente; troppo. Non rise Ortensia;
mi fissò e disse:

— Brutto giorno, oggi! — e via!

A un punto la perdei di vista; finchè, ella ricomparve con Anna, su
di un poggiòlo in mezzo a una fratta. Di là ci chiamavano, urlavano i
nostri nomi.

Disse Roveni: — Che bella voce ha Anna! — E forte: — Canti, signorina
Melvi!

Allora la monellaccia, con voce squillante:

    L'amore è una catena!
    L'amore è una catena
      che non si spezza....

.... Quando arrivammo a Rivalta, il villaggio dei tagliapietra, a più
che due terzi del cammino,, era già tardi, e noi assetati e affamati.
Or mentre io guardavo ai tagliapietre e agli scalpellini che quadravano
e appianavano i massi — e schegge e lapilli balzavano diffusi ai colpi
dei martelli, e i birocciai davano voce ai muli, e rintronavano da
lungi le mine — le ragazze avvertirono, entro una porta, un magnifico
cesto di pere, e si misero a mangiarne ingorde, invitando noi a pagarne
il prezzo.

Allora, nel veder mordere i grossi frutti dalle polpe succose, come io
invidiai la gioia di vivere!

Non bastavano quelle belle frutta a dimostrare la provvidenziale
disposizione della natura alla gioia umana? Non erano destinate a gioie
umane quelle labbra rosse, che sui pericarpi color d'oro secondavano il
taglio avido dei denti?

E mi volsi a cominciar solo la salita dell'ardua costa montana.

Da un lato s'ergeva la costa a perpendicolo, tutta di massi grigi e
neri sovrapposti come per un gigantesco assalto alla vetta; dall'altro
lato precipitava la rovina sino al fiume, sul greto del quale il sole
batteva irradiato dalla scarsa corrente.

Io non guardavo là dove il sole splendeva: a un passo più scosceso una
nera croce di legno ammoniva che di là un viandante era precipitato e
morto. Morire così!

Ma mi raggiunsero i giovani; mi raggiunse la vita, e sempre più
incresciosa. Anche ora risento di quell'uggia; e non riferirei più
oltre di quella gita se non fossero state gravi le conseguenze che
ebbe.

.... Come entrammo nelle grotte, avanzarono per primi Ortensia,
Marcella e Guido; seguimmo io e Pieruccio e gli altri due. Roveni,
senza opposizione, reggeva la candela rifiutata da Pieruccio.

Intanto il cane si precipitava fin dove giungeva l'ultimo riverbero e
s'arrestava abbaiando alle tenebre; poi facendo l'occhio all'oscurità,
o scorgendo altro barlume, procedeva ancora e si perdeva, e impaurito
a non udir le nostre voci o a udirle lontane, latrava e guaiva, finchè
riusciva a trovarci, per riprendere quel nuovo sollazzo subito dopo.
Acute strida seguivano a fremiti veri o immaginari di pipistrelli. E
veramente ogni volta che si rinnovava l'oscurità, perchè o aria o ala
di pipistrello od altro spegnesse la candela, la tenebra gravava su
di noi; il freddo umido penetrava le ossa e l'attesa della nuova luce
pareva eterna a chi frattanto non facesse qualche cosa.

Che facesse Anna non sapevo; ma insospettito, quando la candela fu
riaccesa la quarta o quinta volta, mi ritrassi da parte per lasciar
l'adito a lei e Roveni; e sorpresi Anna nell'atto di soffiare alla
fiammella.

Finalmente usciti di là e superata l'ultima costa, tornammo nel prato,
a far la colazione che un servo aveva predisposta.

Di lassù spaziava la vista della valle, ove le case apparivano
frequenti come un gregge bianco in parte diffuso e in altre parti
raccolto: verdi di boschi erano i monti prossimi, e tra il verde,
or cupo or diverso per mezzi toni o sfumature ai riflessi di luce,
casupole e ville; giù, candido il fiume, e i monti anteriori eran
brulli e scuri, e azzurrine o già nebulose le estreme vette.

D'improvviso un suono di campane, multiplo e confuso dagli echi, ruppe
quel sensibile silenzio; il silenzio quasi fervido della conca sonora:
l'_Angelus_ vibrò nell'aria.

Esultavano i miei compagni, mangiando, senza badare a quei rintocchi
tardi e fiochi. Stranamente, dall'immagine ancor viva dei tagliapietre,
che mi pareva veder deporre martelli e scalpelli ed entrare alle case
per la zuppa fumante, ma non lieti e stancati dai duri macigni, io
corsi all'immagine dell'operaio al mio paese: deponeva la vanga e
traeva dalla bisaccia pane e cipolla; questa schiacciava col pugno e
ogni scoglio, che toccava al cartoccio del sale, accompagnava di un
morso di pan nero. Non gli zampillava vicina alcuna sorgente giuliva e
fresca.... Infelici i poveri!

Ma forse la felicità era in quelle ville di contro a noi?

— Qual è la villa De Mol? — chiesi. Me l'accennarono.

— Perchè? — mi domandò Ortensia, quasi indovinasse il mio pensiero.

Non risposi. Sapevo che là era morta anni addietro una giovinetta....
Come dovè esser bello a vederlo, di là dove eravamo, il corteo funebre!

Morì etica. Bella, dicevano, anche morta. Ricchissima, la portarono giù
di giorno, in una carrozza nera; e una fila lunga lunga di bambine e
ragazze vestite di bianco l'accompagnava; e gli alberi del viale, per
cui ella aveva corso fanciulletta, tagliavano a tratti la vista del
corteo. O la felicità era d'intorno a me?

Che cosa dicevano i miei compagni? perchè ridevano?

Ascoltai.... Anna e Ortensia, alla fabbrica Moser, erano entrate
furtivamente nella dimora, nella camera di Roveni.

— Quando? — chiesi.

— L'altro ieri.

— A far che?

— Non ha sentito? — Ortensia proseguiva. — Tutto sossopra! Abiti,
biancheria, cravatte.... Ma Anna non ha fatto in tempo, come me, a
scappar via, e Roveni s'è vendicato!

— In che modo?

— A pizzicotti.

Io guardavo, stupito, l'ingegnere. Egli, indifferente, corresse:

— Non è stata vendetta, ma legittima difesa.... Ecco la vita! Quei due
avevan già forse contaminata l'anima d'Ortensia!

Dissi aspramente: — Ogni malesempio vien da Anna.

Ma senza temere e ridente Anna mi chiese:

— Cosa può dire, lei, di me?

Risposi: — Niente, io....

Ella si alzò, mi si avvicinò minacciosa tendendo le mani:

— Se lei pensa male di me le cavo gli occhi!

— Troppo! — le susurrai —: basta spegnere la candela.

— Ah infame! — Dica subito cosa ha pensato.... Subito!

All'orecchio le dissi (ecco la vita!):

— Ho pensato che si può spegnere una candela per infiammare un uomo.

La ragazzaccia protestò:

— Maligno! Perfido! Non è vero!... —; poi, a vedermi un sincero
disprezzo negli occhi, mi volse le spalle mentre diceva forte: — Me ne
infischio!


.... E il ritorno fu triste. Roveni, silenzioso e come dolente del
tempo perduto, andava innanzi tagliando a colpi di giunco le vette che
sopravvanzavano alla siepe; Marcella e Guido, a braccetto, procedevano
poco loquaci, come marito e moglie; Anna conversava sul serio con
Pieruccio, forse perchè discorreva di me; e Ortensia mi faceva
indugiare a nominarle piante e fiori, per affrettarmi dopo. Ma anche
lei era molto diversa del mattino; era stanca, si vedeva, di sè stessa.
Mormorò:

— Povero Sivori! S'è annoiato, eh?

Invece di rispondere le domandai:

— Dov'ero io, l'altro ieri, quando siete andate da Roveni?

Non si confuse.

— Dov'era? E chi lo sa? Lo cercammo da per tutto; in casa; nel
giardino.... Anna diceva che si era nascosto per non accompagnarci. Ma
dopo me ne dispiacque, davvero! E quando tornammo a casa non le dissi
della scappata: se no, guai! Non voglio rimproveri, io, da lei!

— Oh — feci scotendo le spalle —: per me, che tu vada a raccoglier
ciclami con Mino o accompagni Anna a prender pizzicotti, dovrebbe
essere lo stesso: non deve importarmene; nè forse importerà a te che io
abbia molta stima dell'ingegner Roveni e nessuna stima di Anna Melvi.
Tu non sai ancora che un uomo non ci perde se una donna leggera si
contiene con lui come fa Anna....

Non badò nemmeno a quest'ultime parole.

— Non ci andrò più con Anna — disse d'impeto, per togliermi subito il
rammarico. — Glielo prometto!

Poi, riflettendo alle ragioni della promessa, ripetè:

— Ha ragione. Non ci andrò più!

La Melvi, ci avesse o no uditi, venne a noi e pregò Ortensia di
lasciarla sola meco.

— Debbo parlare al dottor Sivori.

Fu allora, per quel solo tratto, che Ortensia si accompagnò a Roveni; e
nel mentre discorrevamo io e la Melvi, li guardavo; e respingevo ancora
l'idea che l'ingegnere e Ortensia fossero adatti ad amarsi, sebbene a
vederli sparisse ogni ripugnanza di persona e di età.

Anna diceva:

— Lei, signor dottore, mi giudica troppo male; lei dà troppo peso a
cose innocenti.

— Forse.

— Non me ne rincresce per me: me ne rincresce per lei.

— Per me?

— Un uomo come lei preoccuparsi delle nostre ragazzate! Eppoi, io e lei
dovremmo essere amici; e non so perchè siamo nemici.

— Perchè dovremmo essere amici?

La mia domanda fu così pacata, mi dimostrò così indifferente, che vidi
Anna abbandonare la risposta che le correva alle labbra. Ebbene: se
adesso non mi meraviglio che al mattino io non avvertissi in Roveni
la sagacia di sospendere e nascondere un pensiero improvviso, mi
meraviglio che avvertendo una dissimulazione in Anna, non cercassi
di scoprirla. Non solo! Io non attesi affatto alle parole che ella
sostituì al primo pensiero.

Io ascoltai come fossero dette candidamente queste parole:

— Dovremmo essere amici — disse Anna —, se non per altro, perchè ci
conosciamo da tanto tempo!

Tacque un istante, per riprendere con disinvoltura:

— Che pelle buggerona ero io a sei o sette anni! Ricorda? Io mi ricordo
quando lei venne la prima volta quassù. E mi par di vedere Ortensia
piccola piccola in braccio a sua madre. Che bellezza era allora la
signora Eugenia! Una Madonna! Bambina com'ero, la paragonavo a una
Madonna. Mi ricordo anche che quando lei e la signora Eugenia andavano
incontro a Moser, io e Marcella correvamo innanzi; e se qualcuno ci
domandava chi era lei, non sapevamo cosa rispondere: rispondevamo: — Un
signore tanto bravo.... — quando ci dava dei dolci!

Avrebbe forse detto di più se il solito Pieruccio non fosse
sopravvenuto col solito cannocchiale. Guardassi di là alla fabbrica
Moser: si scorgevano gli operai. Io scorsi invece l'espressione di
malcontento con cui Roveni, restituendo a sua volta il cannocchiale,
scosse il capo.

Quasi a un presentimento istantaneo di un lontano soffrire, mi tornò
a mente il giudizio che la mattina l'ingegnere mi aveva dato di Moser;
e non badai più affatto alla Melvi. Mi distolsi da Anna per interrogar
Roveni senza essere udito.

— Ingegnere — gli chiesi —, lei è malcontento della fabbrica? Forse
Moser per attendere a troppe cose non se ne cura abbastanza?

— Tutt'altro! Se ne cura troppo. Oramai gli converrebbe diminuire la
produzione.

— Come? Ma non è stata la fabbrica la fortuna di Claudio? Non gli rende
molto?

— In altri tempi. Oggi la bontà del materiale non basta più a vincere
la concorrenza; e aumenta ogni giorno il prezzo della mano d'opera.
Moser dovrebbe almeno licenziare degli operai; ma è troppo buono, e
ostinato.

Dunque la fortuna di Claudio non era quella che io mi credevo?

.... Dopo Rivalta, Ortensia, sempre più quieta, si riaccompagnò a me.
Disse:

— Sarebbe state meglio che noi due ce ne fossimo restati a casa. Adesso
non la vedrei così. Non voglio vederla così!

Anche per Ortensia il ritorno era triste. Sola Anna Melvi rideva forte,
perchè, finalmente, poteva parlare a Roveni, sottovoce.



XI.


Ortensia non osava più, adesso, varcare il limite del cancello senza
avvertirmene.

Risento il piacere di quando, o dalla sala a terreno o dalla terrazza,
l'udivo chiedere alla madre o ad altri: — Dov'è Sivori? —. Impaziente
gridava forte: — Sivori! —, come chiamando Mino; come si chiama un
fratello. E se non mi trovava a terreno saliva di corsa alla mia
camera.

_Toc toc_.

— Che c'è?

— Mi accompagna alla bottega? — Era una botteguccia sulla via
maestra, in cui vendevano un po' di tutto. — Andiamo a comperar aghi e
cotone....

Oppure: — Vado all'orto per la frutta. Chi mi accompagna, lei o Mino?

— Tutt'e due!

Con maggiore attraenza andavamo alla cascina, non solo perchè c'era il
lattonzolo da riverire, le faraone e le anitre in attesa di becchime
e la massaia ridanciana; ma perchè la viottola che vi conduceva, al
di là dell'antico convento, era deliziosa per querce e per radure che
svelavano a tratti cielo e terra.

Quando poi aveva da cucire, Ortensia non restava più chiusa nella sua
stanza; cercava ne ammirassi ora la voglia di lavorare, la pazienza fin
a proseguire il ricamo di Marcella. Spesso diceva:

— Sono buona?

Buona, compiacevasi di udirselo ripetere, appunto perchè consapevole
della energia di volontà che, come le faceva parer bella talvolta la
ribellione, ora la conteneva in tanta sommissione con me.

Ripeteva: — Non mi sgriderà più: è vero? Mai più!

Per poco io non rimproveravo me stesso dell'aver dato soverchia
importanza a scappatelle; e pur temendo il malesempio di Anna,
ripensavo di Ortensia: «Il male è giunto al suo orecchio e alla sua
mente, ma senza contaminarla».

E pareva che questo pensiero mi facesse bene.

Anche con Mino, che avevo indegnamente tradito andando alle Grotte
senza di lui, avevo fatto la pace; ed egli interveniva ai miei colloqui
con la sorella, e pretendeva lo aiutassi a incollare o ingommare. Saldo
su le gambe, sicuro nel grembialone come in una corazza, col pennello
in resta, guai a non ubbidirgli!

Ma pur troppo io ero solo con me la mattina presto, allorchè mi pareva
più difficile riprendere la vita.

— Poltrone! — dicevo a Mino. — Ed egli:

— Più poltrona Ortensia! Diglielo a lei, che si alzi prima; lei è più
grande.

Non glielo dissi a Ortensia; ma essa ci udì, e diventò mattiniera.

Ai primi albori, dalla finestra spalancata della mia camera, io
vedevo ogni giorno un chiarore tenue, come di neve lontana nella notte
profonda. E più sollecita di ogni altro alato, una capinera mandava il
primo richiamo da lungi. Di dove mai? Nessuno rispondeva: essa ripeteva
più forte. Nessuno; e ripeteva più forte, approssimando. D'improvviso,
dal tetto o da un abete, sorgeva nitida, vigorosa, breve, la risposta.

Si ritrovavano così le piccole creature, e sol due, risvegliate nel
mondo immenso quando ancora tutti dormivano e tutto dormiva, e forse
rabbrividendo alla frescura sogguardavano con gli occhietti pavidi
al cielo, fuorchè da una parte, ancora notturno. Nelle loro voci era
un'ansietà di letizia non consentita a pieno, una trepidazione, uno
smarrimento quasi di paura. Piccole, innocenti creature, sol due nel
mondo immenso! Il giorno volevano; la luce, il sole! Quanto tardava!

Ma ecco il suono delle campane mattutine.... Nell'aria quieta e densa
i rintocchi suscitavan copiose onde vibranti, sì che tutta l'aria
sembrava agitata da un tremito metallico.... Poi il sole sormontando
suscitava innumerevoli specchi dalle foglie del platano e del cedro
aperte a rifletterlo, e crivellava di punti vividi i sempreverdi, e
indorava le ragnatele tra gli aghi degli abeti. Un brivido scorreva
per tutte le fronde, e tutte le piante parevano adergersi in una nuova
intensione di vita verso il cielo e verso il sole.

Infine, i rumori della strada....

Io risentivo fuori di me, per tal modo, l'armonia del giorno; ma
tuttavia mi chiedevo che cosa me ne avesse escluso, m'impedisse ancora
di parteciparvi con tutta l'anima. Quale colpa? qual destino?

A lungo attendevo, così. Quindi mi richiamava la bella voce: — Buon
giorno, Sivori!

Appena alzata Ortensia veniva sotto la mia finestra a salutarmi con un
lieve inchino, sorridente, il sole nei capelli.

«Dimenticare me stesso!» E scendevo.

.... Nè tacerò di un altro conforto che ebbi in quei giorni.

Pieruccio Fulgosi, dopo la gita alle Grotte, spasimò a dirittura
e visibilmente per Ortensia. Alle canzonature di Anna, alle
contraffazioni di Guido, ai miei sorrisi pietosi, agl'incitamenti di
Roveni, che battendogli una mano sulla spalla gli diceva: — Coraggio,
giovinotto! —, e sopra tutto all'incuranza di Ortensia, egli la sera,
durante i ballonzoli e i giochi, opponeva una faccia patibolare, un
silenzio patetico, un colletto sempre più angusto.

Quando, un pomeriggio, la signora Fulgosi, adducendo con Eugenia non so
che pretesto, venne da me per parlarmi in segreto. Aveva gli occhi fuor
del capo, come spesso; il viso pallido come sempre, e più del solito il
_tic_ delle palpebre e le raggricciature del naso. Sobbalzando con le
parole dietro le idee precipitose, quelle sue smorfie rappresentavano
gli sforzi per trattenere il filo delle idee e la furia delle parole,
mentre accrescevano l'espressione dell'aspetto tragico.

— Ah dottore, dottore! — cominciò affannosa e tremando —. Mi aiuti lei!
mi consigli!

Dubitai che in un accesso isterico avesse sofferto di qualche nuovo
malanno, e stavo per ricordarle che non esercitavo la medicina. Ma ella
esclamò: — Pieruccio! —; e recò le mani alla fronte, contro i capelli,
disperatamente.

— Che passione! Il mio Pieruccio..., questa notte.... — proseguiva
piano per aumentar l'enormità del fatto —, questa notte è uscito
di casa! Fuori di casa, la notte! Me ne sono accorta io!... Mi son
gettato uno scialle indosso e l'ho seguito. Immagini una povera madre,
di notte, per la strada, a quel modo, rasentando la siepe per non
esser vista.... Si è fermato qua, di fronte alla villa, proprio dove
sta _Giovannin_ il cieco, e pareva aspettasse.... Immagini, dottore,
immagini la mia angustia! Pensavo che la finestra s'aprisse; che
Ortensia gettasse le chiavi del cancello.... Che scandalo! Sarebbe
stata una sciagura per tutti!...

— Ma la finestra è rimasta chiusa, — feci io sorridendo, certo.

— Sì.... Avrò avuto torto di pensar male della ragazza.... Ma troppa
libertà! troppa libertà, dottore! Le ragazze in Inghilterra godono di
molta libertà, ma si educano in altro modo.... E intanto Ortensia mi ha
innamorato Pieruccio.... Capisce? Per esserle più vicino col pensiero
viene qua di notte! Poverino! È una passione terribile! A diciassette
anni.... Che passione!

Io contenevo a stento un commento sarcastico. Ella proseguiva:

— A vederlo immobile là, sotto la finestra di Ortensia, non mi è
rimasta una goccia di sangue nelle vene. Meditava il suicidio?... Gli
ho detto, accostandomi a poco a poco: «Torna a casa con la tua mamma»;
e lui, poverino, mi ha seguita come un agnello.

Colsi la pausa, che la commozione imponeva, per suggerire:

— Lo allontani.... Guarirà presto.

Ma la signora m'investì quasi a un affronto:

— Guarirà presto?! Presto?! Ah lei non sa che cosa ha fatto appena a
casa!... Una frenesia! un orrore! È nervoso come me.... Improperii,
bestemmie, maledizioni: anche a lei, dottore!...

(.... Poco male!)

—.... Maledizioni a tutti: Anna, Roveni, Guido, Moser. Non riuscivo a
quetarlo! Ha fracassato le seggiole, ha rovesciato il tavolino, ed è
andato in terra, in frantumi, il portafiori!: un portafiori di Boemia,
stupendo, magnifico!, dono di mia zia, la De Mol... Ha minacciato fin
suo padre, che è accorso....; e anche la cameriera!

(.... Come non ridere?)

— Allontanarlo, lei dice? È la mia idea. Subito! Domani! Lo manderò da
suo zio, mio fratello, il colonnello De Mol, a Varezze.... Bel sito,
Varezze! Ci son molti villeggianti e ci si divertono. Ma mandarlo con
chi, Pieruccio? Con suo padre?

— Con suo padre.

Non l'avessi mai detto! La signora gridò:

— Il cavaliere...., mio marito, a Varezze, in mezzo alla società, alle
donne? Non tornerebbe più a casa! — E spalancò le braccia come se il
cavaliere le fosse fuggito allora di seno. —.... Ah dottore!, i misteri
delle famiglie! Mio marito ha colpa di tutto! È lui la pietra dello
scandalo! Fulgosi è un uomo.... che non invecchia, un seduttore, un
gentleman traviato che non esiterebbe, se potesse, se io non tenessi
sopra tutto al mio decoro...., non esiterebbe a disonorarmi, a tradirmi
fin con donne vili! Ma io sono una gentildonna, una De Mol, parente
dei De Mol che han la villa a Rivalta! Maria, la povera Maria, che morì
etica — un angiolo! — era mia seconda cugina....

— L'accompagni lei, Pieruccio....

— Peggio! Lasciarlo a casa con la cameriera, mio marito?... Non mi
fido! Capisce?

— Capisco.... — (Il cavaliere cominciava a diventarmi simpatico). —
Dunque, lo lasci andar solo, Pieruccio....

— Solo, no. Temo, dottore.... L'avesse visto ierisera! Oggi dorme: gli
ho data tanta camomilla! Ma la passione.... Se si getta sotto il treno?

A queste parole la povera donna contrasse la faccia in modo da far
rabbrividire. Se non che io ero sordo e cieco alla pietà, anche perchè
avevo compreso ch'essa voleva l'accompagnassi io, il suo Pieruccio, a
quel paese.

Spietato a dirittura mormorai: — Se l'accompagnasse la cameriera?

— Oooh! — La signora non dubitò che io scherzassi, ma si meravigliò non
tenessi suo figlio per più che un ragazzo. La passione lo ingigantiva
agli occhi materni; la passione.... e la lettura dei giornali.

— Sempre suicidi d'amore! Per me, io non voglio armi in casa. Pieruccio
desiderava lo schioppo per andar a caccia con Guido Learchi. Niente!
Gli ho regalato invece il binocolo....

Ah! il binocolo fu la mia salvezza.

— Stupendo binocolo! — esclamai; e assunta tutta la gravità possibile
parlai a lungo, da sapiente consigliero. — Nei giovani, signora,
l'ambizione di primeggiare supera ogni altra passione; vince, se
soddisfatta, ogni altro desiderio, ogni male. Il binocolo che lei
ha regalato al suo figliolo è davvero invidiabile in un luogo come
Varezze per scrutar il mare, la riviera, l'orizzonte, le signore e
le signorine. I giovinotti invidieranno Pieruccio. Le signore e le
signorine se lo contenderanno.... — (il binocolo se non Pieruccio) —
Ed è questo il mio consiglio: che lei lasci travedere al suo figliolo
il piacere che troverà laggiù; l'invidia che vi susciterà. Conosco i
giovani: son certo ch'egli partirà volentieri....

Io avevo corso il rischio d'infuriare la gentildonna e d'esser
assalito come capitava al cavaliere. Ma per fortuna anche stavolta
la mia serietà non la lasciò nel dubbio di una canzonatura; e la mia
esperienza nella medicina delle passioni dovè convincerla.

Infatti il giorno dopo Pieruccio partiva, accompagnato dal binocolo
invece che da me o dalla cameriera.

Anna Melvi ne fu dolente, chè perdeva chi le serviva da contraccolpo
alle chiassose lusinghe con cui tentava Roveni. Quanto a Ortensia, ella
trasse un sospiro di soddisfazione; disse: — buon viaggio! — e non ne
parlò più.

Ma chi lo crederebbe? La mia soddisfazione fu assai più grande!

Già più volte io avevo chiesto a me stesso: «Se il mio affetto non
è assurdo e insano, che farò quando, presto o tardi, saprò Ortensia
fidanzata? quando andrà sposa?» E avevo risposto con animo tranquillo:
«Farò come un fratello. Ne godrò».

Ebbene, il godimento che provavo per l'allontanamento di Pieruccio non
era forse quello di una gelosia cessata? Non avrei osato confessarlo,
ma mi aveva tenuto inquieto a lungo quello scimunito, che ricercava
invano lo sguardo di Ortensia; mi aveva turbato quel meschino ragazzo
che si era ridotto a vagheggiare il suo amore di notte, attraverso
la finestra chiusa e dal sito ove Giovannin il cieco stirava
dall'organetto l'«addio mia bella, addio»! Senza mai confessarlo a me
stesso, io avevo temuto che vagheggiata da Pieruccio Fulgosi, Ortensia
riflettesse come ella poteva già essere amata, più virilmente, da
altri; oscuramente io avevo temuto che questo solo pensiero in Ortensia
mi carpisse parte del suo affetto per me!


.... Fu dopo la partenza di Pieruccio che Eugenia, a vedermi la fronte
sempre più schiarita, si compiacque del mio miglioramento.

— Merito vostro, di voi tutti — io le dissi. — Sento il bene che mi
volete e non me ne sento più indegno. Come ricambiarvi?

— Restate qua con noi sino all'inverno.

— Impossibile!

Pur troppo il tempo volava e presto dovrei abbandonare Valdigorgo per
cercar lavoro, sebbene non sapessi nè dove nè come. Io non ero tal
possidente da vivere di sola rendita; nè speravo più rendite dagli
studi, a cui avevo rinunciato per sempre.

Eugenia riprese:

— Non parliamo di partenza adesso; ve ne prego anche per Claudio. Per
Claudio? — aggiunse sorridendo. — E Mino? E Ortensia?

Allora io le dissi: — Sapete che mi par d'avere una sorella in Ortensia?

— Fosse davvero! Anzi; trattatela proprio da sorella; correggetela de'
suoi difetti.

— Sono così bei difetti!

— No, Sivori. Ortensia mi dà molto pensiero per il suo carattere. È
eccessiva in tutto. A vederla, sembra sicura, sicurissima di esser
felice per tutta la vita e si direbbe che non si preoccupi di nulla, ma
poi, di tratto in tratto, senza che se ne sappia il perchè, ha certe
malinconie...; i famosi capricci. Ve ne sarete accorto anche voi,
benchè da poi che siete qui voi questo sia accaduto più di rado. Ma vi
ricorderete delle bizze che faceva da bambina a contrariarla. Adesso
per lei è una contrarietà intollerabile ogni volta che s'accorge che la
vita non possiam farcela noi a nostro modo. E a questo mondo bisogna
invece sopportare, soffrire. Ci son tanti doveri da compiere!; e la
nostra volontà non val nulla in quello che non dipende da noi. Vorrei
vederla persuasa di queste cose, per risparmiarle dolori più grandi in
avvenire. Ho torto?

— No — risposi.

— Per darvi un'idea del suo carattere: quando ero malata diceva con
ira al medico: «Voglio che la mamma guarisca». Voglio! Il medico e
la malattia dovevano ubbidire a lei. Io peggiorai; e allora fu per
parecchi giorni una disperazione muta, continua. Non mangiava, non
dormiva più, sempre al mio letto, e guai se il medico o Claudio o
Marcella tentavano di confortarla. Ma se io morivo?

Il discorso fu interrotto dal sopravvenire di Ortensia....



XII.


Però quelle parole di Eugenia m'impensierirono. Per la prima volta,
dopo, esaminai la mia condotta, meditai sugli obblighi che m'imponeva
l'amicizia, dubitai che uno squallido e sordido egoismo mi trascinasse
a colpa di cui un giorno la coscienza mi rimorderebbe. Egoista, io
cercavo dall'affetto di Ortensia un benefizio assecondando in lei
quelle tendenze che a giudicarle con senno e con lume d'esperienza
erano dannose. Volendo dimenticar me stesso cercavo di veder lei
spensierata, e volendo reprimere dentro di me un pessimismo mortale
cercavo quella sua serenità a cui tutto appariva bello e buono.
Infelice, io traevo rimedio da lei consentendo a una felicità fuori
della vita reale. Ma se io volevo bene davvero a Ortensia dovevo
esentarla dai pericoli di una infelicità futura; dovevo predisporla
agli urti della realtà, armarla contro le violenze del destino.

Eugenia aveva ragione. Il compito che la madre mi affidava, di
contenere nella figliola le facoltà e le illusioni pericolose, diveniva
per me un imperioso dovere per lo stesso affetto che mi ricambiava
Ortensia.

Come chi si rassegna a cosa inevitabile, deliberai dunque di ubbidire
alla mia coscienza, che ora mi pareva del tutto ridesta.... Oh la
coscienza! Perchè non mi avvertì dell'errore in cui cadevo? Che
precettore della vita potevo essere io che non avevo una fede? Senza
il conforto di una fede, a qual concetto e a qual sentimento della vita
potevo ammonire che non esprimesse il veleno di un pessimismo mortale?

A compier tale dovere temetti da prima di nuocere a me medesimo,
ora che mi sentivo ravvivare; poi (lo confesso come si confessa un
delitto), provai la soddisfazione appunto dell'adempiere un dovere
grave, e avrei detto che anche in ciò si rinforzassero in me le energie
dell'animo.

Se non che la fatica della mia volontà era poca.

È così facile intorbidare un'acqua limpida! M'era così facile, appena
succedevano in me rivolgimenti di malumore, ripetere a voce alta note
voci di pessimismo e di duolo, che ricorrevano per abitudine alla mia
memoria!

    Oh come orribil sei — mondo gentil!

Oppure:

      Ascolta, Azzarellina:
    La scïenza è dolore,
    La speranza è ruina,
    La gloria è roseo nugolo,
    La bellezza è divina — ombra d'un fiore.

O peggio:

                            .... Amaro e noia
    La vita: altro mai nulla, e fango è il mondo!

Ortensia protestava:

— Vede se ho ragione io di non volerne sapere dei poeti? Noiosi! Han
sempre da lamentarsi!

— Essi però han più ragione di te: essi han vissuto e guardato nella
vita.

— No! no! han torto! Non posso credere! Noiosi!...

Protestava, batteva i piedi, ma come chi s'impazienta a udire ciò che
potrebbe esser vero.

E le ripetevo:

— Tu vedi tutto bello e tutto buono. Presto imparerai che al mondo c'è
più cattiveria che bontà e che il brutto supera il bello.

— Dio! Dio! che uomo! — esclamava; e rimaneva sopra pensiero un
istante, guardandomi quasi mi ricercasse nel cuore quanto dolore e
quanta sciagura m'avessero condotto a creder così. Le restava come un
timor panico negli occhi.

Anche le dicevo:

— Tu sei facile alle impressioni, ma rifletti poco. Comincia dunque dal
riflettere su le impressioni degli altri: leggi.

— Leggeremo! purchè non sgridi, non rimproveri....

Ma di leggere non avrebbe trovata opportunità se non si fosse mutato il
tempo.

Al principio di settembre piovve alcuni giorni di seguito, con
autunnale ostinazione; e poichè non bastava cucire o ricamare a sbalzi
per passar la giornata, Ortensia dovè prendere un libro. Avevo vinto.
E qual migliore consigliere di un buon libro? Io ne sceglievo di quelli
che rappresentassero la vita qual è. Potevo così interrompere il triste
ufficio di ammonitore e quietarmi nella consuetudine che il maltempo
rendeva più raccolta e più cara, costringendoci a restar quasi sempre
in casa.

Però anche lei, la sorellina, aveva vinto oramai. Era così ubbidiente,
paziente, affettuosa! Io per lei sentivo rifluirmi nelle vene il sangue
della salute, nè mi bisognava più uno sforzo di volontà a bandire dalla
mente i pensieri maligni.

Mentre la pioggia or bruiva a pena a pena or squassava a dirotto,
dalla poltrona ov'ero adagiato io sogguardavo, con le palpebre un po'
chine, alla cupa linea boschiva, in fondo, tutta velata sotto il cielo
piovoso, e dinanzi, giù nel giardino, agli abeti densi, dall'innumeri
braccia ad arco e dalle esili vette immote a ricever l'acqua come Dio
la mandava.

Ortensia leggeva. Non leggeva male; rilevava anzi agevolmente il senso
e variava senza leziosaggine la bella voce, e di tratto in tratto
s'arrestava, colpita.

— To'! Questo è vero! Questo è bello!

Ma talvolta non coglieva giusta la pronuncia di parole, o non poneva
giusto l'accento tonico. Correggerla era tempo perduto.

— Si dice così — avvertiva io. — E lei:

— Si dice così, ma io dico a mio modo; mi piace di più!

E avanti impavida.

Sopravveniva Eugenia.

— Cerca Ortensia; cerca Ortensia.... Dov'è? con Sivori! Sempre con
Sivori! Ma non vi stanca?

— Voi vedete.... Mi mette di buon umore.

— Non ditelo a lei, che è capace di vantarsene, la cervellina!

— Sì, mamma, che me ne vanto!

Quando non avevo voglia d'ascoltare, abbassavo del tutto le palpebre.
Sognavo? No. Avevo in quest'affetto un legame alla vita; non era più
un'illusione: per quest'affetto muterei in una operosità determinata
e proficua l'attività del pensiero che male avevo usata in difficoltà
insuperabili, rodenti ed estenuanti. La vita non sarebbe più per me
una condanna; la morte non mi darebbe più un'apprensione continua;
l'avvenire non m'era più pauroso, perchè non avevo più da sopportare
danni e sventure senza che una voce mi dicesse: «sopporta se non per
te, per me!» E mi sembrava che nel mio avvenire sorgesse, con novella
aurora, il sole.

Intanto pioveva. Quando però la pioggia scemava, quasi snebbiasse,
Ortensia correva a prendere l'immane preistorico ombrello di tela
cerata verde, che sudavo a portare, e via, qua e là, quasi sempre non
dove la strada era buona, ma per strade fangose.

Immaginarsi la fatica! Le scarpe caricandosi di fango, diventavano
grandi e pesanti come case; nondimeno bisognava ubbidire alla
signorina.

Al terzo o quarto giorno di quel bel tempo, l'acqua cessò quasi per
uno stacco improvviso; cadde un fascio di raggi tra il nuvolo. Ortensia
gridò felice:

— Non piove più! Andiamo al Ponte del Crocefisso, a vedere la piena?

Io astrologavo.

— Tra poco ricomincia.

— No. Lei non se ne intende! Non vede che Monfalco è scoperto?
«Monfalco senza cappello, fa bello, fa bello»!

— Ma l'ombrello non farà male.

— Le dico che non piove più! Sono pratica io!

Via dunque senza ombrello, alla volta del Ponte.

Ella provava la stessa gioia che traeva i passeri di sotto il tetto
a litigare, a garrire e a bagnarsi, o forse delle piante e delle erbe
che si asciugavano ricreate. Cadeva una luce pallida, che si sarebbe
detta umida anch'essa a vederla sull'erboso velluto del clivo; finchè
a levante trasparve, si colorì, si delineò, s'avvivò a un tratto, andò
attenuandosi e scomparve, l'arcobaleno.

— L'iride! — aveva esclamato Ortensia. — Glielo dicevo? Non pioverà più!

— È già sparito. Noi torneremo a casa molli fracidi.

Infatti da mezzodì avanzava una schiera d'altri nuvoloni, più neri,
che avrebbero persuaso un eroe romano a tornare indietro e che invece
attraevano alla meta la mia compagna. Ci arrivammo, come Dio volle, a
osservar l'acqua torbida che passava gemebonda sotto il ponte, superava
enormi massi alle rive, piegava i giunchi e le canne da cui l'oscura
vôlta era invasa. Da lato, più gaia, chiara e spumeggiante, precipitava
nel torrente l'acqua che un canaletto formato d'asse riceveva da un
serbatoio in alto. La chiesuola a capo del ponte e a ridosso del monte,
usciva candida dal verde folto e cupo, e dinanzi alla porta, più bassa,
aveva un piccolo portico.

— È uno spettacolo stupendo! un paesaggio stupendo! — Ortensia ripeteva.

Io guardavo il cielo livido, plumbeo.

— Ortensia, ci siamo!

— Uhm! Comincio a crederlo anch'io! M'è caduto un gocciolone sul naso!

Ci rifugiammo, di corsa, là sotto il piccolo portico.

Ora quasi mani invisibili con infantile divino sollazzo rovesciavano
dal cielo secchie a furia; fitta fitta, grossa grossa, scrosciava la
pioggia: precipitava; piegava ramoscelli e rami; penetrava tutto, si
raccoglieva in rigagnoli, correva, allagava; e sotto quel chiasso il
rombo sinistro del fiume e il fragor della cascata.

La breve zona asciutta, ove eravamo, assumeva in tale diluvio, in tale
violenza, un'apparenza di protezione miracolosa; e a guardar per la
grata nell'oratorio, veniva da quel silenzio di là dentro, da quel
senso di chiuso, da quella penombra in cui giaceva il Cristo di rozza
pietà, una promessa di pace contro tanto fracasso.

Ortensia guardò là dentro anche lei; poi sorrise a riveder l'intemperie.

— Come si sta bene qui! — Ascoltava.

A me una voce diceva: «Per due anime concordi c'è sempre un asilo».


E il giorno dopo:

— Che piova un poco, pazienza! Ma così! — Ortensia batteva i piedi per
l'ira. Soggiunse:

— È ora di finirla! Non ha desiderio d'un po' di sole anche lei?

Ebbene, sì, anch'io desideravo il sole! Con un piacere, con una letizia
lo desideravo, quale non avevo provata forse mai in mia vita.

Oh il sole! il sole!

Comprendevo la gioia che del sole avrebbe Ortensia; e dal medesimo
nostro desiderio apprendevo che la nostra consuetudine era divenuta
l'affinità spirituale da me voluta; io sentivo che finalmente godrei
del sole come Ortensia, con Ortensia.



XIII.


Il sole! Il sole!

.... Ortensia, là in mezzo al prato, con la gonna bleuastra e il
corpetto chiaro, sorgeva evidente dal verde e contro il verde; e l'aria
là in mezzo sembrava più luminosa, ed essa una forma di vita più viva
d'ogni altra e più bella.

— Ortensia! — Io la chiamai a voce alta, compiacendomi del mio grido.

— Che cerchi, Ortensia?

Non rispondeva; faceva pochi passi, l'occhio intento a terra. Ma
avvicinandomi, compresi.

— Cerchi la buona fortuna, per me?

Rispose sorridendo: — Sì.

— Non la troverai!

— Io? — esclamò col tono d'impazienza e d'ira che per giuoco assumeva
spesso. — Io non la troverò?

— Nè tu, nè altri. Del resto, non so che farmene della fortuna!

Scherzavo; ero lieto. Ella ne fu certa e sorrise, esclamando:

— Dunque il trifoglietto per l'amore!

— Che sai tu dell'amore e de' miei amori?

— So che lei un dì o l'altro prenderà moglie e che....

— Oh se per questo — interruppi —, non lo troverai il trifoglietto
dalle quattro foglie!

— Io lo troverò anche se lei non prenderà moglie! Lo voglio, e basta!

Ma là non ce n'era di pronto al suo sguardo; e sapeva dove la fortuna
ne nascondeva.

— Venga con me!

Per un viale tortuoso, fra le macchie, si giungeva a un prato estraneo
al giardino, in cui alcune donne risciacquavano il bucato in una
cisterna. A questa recava l'acqua un piccolo fosso, queto queto, alle
sponde del quale cresceva l'erba e abbondava il trifoglio.

Le donne ci osservarono tra le file dei lenzuoli stesi su corde da palo
a palo; poscia ripresero il cicaleccio e lo squasso.

— Sarà meglio la cerchi io per te, la fortuna! — dissi io.

— Avanti! a chi la trova!

E andavamo adagio adagio, lungo il piccolo fosso.

— Una sposina per Sivori: bella...., buona....

Quindi passando rapida, come soleva, dal pensiero presente a un
pensiero o a un ricordo che apparentemente non aveva con quello uno
stretto legame, Ortensia aggiunse:

— Anna.... Oh! io la disprezzo, Anna!

— Adesso....

— No, sempre; anche prima che lei venisse quassù!

— E l'accompagnavi a trovar Roveni?

— Insisteva tanto! Poi, non facevo niente di male, io!

— Ne sono convinto, di te. Ma Anna che faceva?

Mi provai ad attenuare nel tono della domanda, non la curiosità, bensì
il timore che m'induceva a interrogarla. Quasi non osavo guardarla in
faccia.

— Non so...., non posso dir nulla....

— Non vuoi dirlo!

— Non posso dire quello che non ho visto.

— E allora perchè accusi?

— Perchè...., perchè quel giorno dei pizzicotti, io scappai a veder
lavorare in fabbrica. Quando tornai e fui sotto la finestra dello
studio, sentii che Roveni sgridava ad Anna....

— Cioè?

— Diceva piano: «C'è Ortensia....» Capisce? Era lui, Roveni, che doveva
sgridare ad Anna! Dunque, mi pare....

Io, senza più titubanza avevo fissato lo sguardo negli occhi di lei per
scoprirne tutto il pensiero; nè riuscendoci, perchè volevo più del suo
pensiero, sentii il bisogno di rimproverarla ancora.

— Tu ascoltavi, sotto la finestra!

— No! glielo giuro!

In questo mentre una delle donne con la gerla piena di biancheria
veniva verso di noi. Salutò, si fermò e chiese con faccia franca:

— Cosa cerca, signorina?

— Cerchiamo fortuna, Teresa!

— Eh non ne han bisogno loro! — disse la donna sorridendo un po'
maliziosa. Ma Ortensia, ingenua:

— Non ci credi, tu, nel trifoglietto dalle quattro foglie?

E l'altra guardando a me;

— La povera gente non ci crede in queste cose!

— Male! Se tu ci avessi creduto quand'eri ragazza, adesso non faresti
più la lavandaia; saresti contessa o duchessa.

— Oh ne trovavo tanto anch'io, quand'era giovane! — confessò la donna
intanto che riprendeva il sentiero. — Ma sì! Ci vuol altro!

Per dire qualche cosa, io dissi:

— Hai sentito? Andiamo, che è tempo perduto.

— Nossignore! — esclamò Ortensia. — Io ci credo!

Così proseguimmo; lei dimentica del discorso di prima, e io tornandoci
in segreto, quasi per forza, e con un sentimento di profanazione.

Aveva appena diciassette anni: che le avevano appreso i sogni? le
letture? le compagne? l'esempio di Anna? Quanto sapeva, insomma....,
dei piaceri e delle brutture dei sensi?

Possibile che dell'amore non presentisse quei diletti che il mistero
ingrandisce alla fantasia nelle prime commozioni del sangue? Possibile
non avesse pensato che certe «brutte cose» diventano lecite e
desiderabili solo per la benedizione del prete e per il vincolo della
legge?

Che turbamento avevano lasciato nell'animo suo le audacie della
Melvi con Roveni? Che cosa, a quelle parole, terribili per me e
sollecitatrici per lei: «C'è Ortensia....», aveva immaginato? un
bacio?... soltanto? Ciò che poteva aver immaginato essa cercavo
d'immaginar io; e ora mi pareva eccessivo il mio pensiero, e ora
limitato troppo; e avrei voluto chiarirmi con inchieste che non sapevo
nè dovevo fare: il senso di profanazione s'accresceva entro di me a un
ribrezzo quale per una indagine vergognosa.

La guardavo. Sì, sì, era affatto dimentica del discorso di prima: il
sole le splendeva nei capelli; cercava, bambina, il trifoglietto dalle
quattro foglie.

Io, uomo e corrotto, non sapevo neppure perchè temevo tanto; edotto
dalla scienza, non sapevo perchè ora vedessi un male in una necessità
fisiologica, se qualche imperioso moto del sangue e dei sensi
richiamasse in Ortensia immagini sensuali. Temevo; soffrivo; e mi
consolavo a guardarla.... Mi ripetevo che voci di colpa erano giunte
al suo orecchio, ma non all'anima sua; e io avevo ben visto in lei il
contrasto fra la voglia puerile di mostrarsi perspicace e il pudore
istintivo che le faceva parere enorme quel che ricordava; il lume degli
occhi, mentre parlava, e il lieve colore passato nelle sue guance,
subito avrebbero dovuto accertarmi che a lei ripugnava rimeditare ogni
impurità, proprio per un pudore d'istinto; per uno oscuro sgomento
dello spirito; per una nativa repulsione da ciò che l'intelligenza le
aveva appreso senza volere. E la stessa sua attività fisica....

— Ebbene? Non dice più nulla? — mi chiese tutta contenta di
costringermi a pazientare con lei nella ricerca. — A che pensa? Ohe!
signor dottore!...

Ma repentinamente io avevo osservato.... Gridai: — Là! — Nè avevo
compiuto il monosillabo che Ortensia, con più alto grido di gioia,
raccoglieva il quadrifoglietto, al margine del fosso.

— L'ho visto prima io — feci rallegrato, più che dal caso, da quella
allegrezza di lei, che bastava a dissipare dalla mia mente e dal mio
animo l'ultima ombra.

— No, prima io! Mi chinavo a raccoglierlo proprio quando lei ha detto:
— Là!

— Non è vero!

— È vero! — S'inquietava. Finchè, rabbonita, mi disse:

— A lei: glielo offro.

— Non lo voglio! Sono io che l'offro a voi, signorina, per ricordo, per
augurio, per gratitudine, per omaggio.

— Auff! — Diventando minacciosa, gridò: — Lo butto nell'acqua!

— Guai! la fortuna si vendicherebbe di tutti e due: anche di me che non
l'ho cercata per me.

— Dio! Dio! Che pazienza!

Ma infine ebbe una buona idea.

— Leveremo a sorte chi debba conservarlo; benchè sia di tutti e due.

La sorte favorì Ortensia; e io godetti anche di questo!


Ero dunque riuscito nell'intento di attenuare la mia esistenza, così
e così ricuperavo la vita con piena letizia, e dissipavo ogni fosco
pensiero e obliavo? O dovevo al sole la novella gioia? Che deliziose
ore riebbi nel giardino di Moser! Rivedendomi nei giorni del mio
rinnovamento, con che cuore rivedo il bel luogo!

Verso nord acacie e robinie e alberi in ischiera disegnavano l'erta,
con la strada del vecchio convento; e più oltre, riprese di boschi.

Alla parte occidentale, era un confine di siepi, tigli e platani: a
mezzodì la catena di monti in linea uguale, netta, tagliava il cielo;
simile a un limite remoto ma preciso. E da questo limite, d'un cupo
verde, alle ore meridiane sormontavano nel cielo cristallino nuvoli di
bambagia lucente al sole, che cadevano all'ombra delle montagne occidue
con pallore improvviso. Più spesso, sorgevano vapori bianchi, quasi
segnali d'una terra ignota e invisibile. Sopra, nello spazio di cielo,
passeri traversavano, pari a frecce, e le rondini esercitavano obliqui
voli e volteggiamenti.

Là dentro, nel giardino, ricevevo adesso impressioni di cui non credevo
più capace il mio spirito; mi beavo nell'amore della campagna. Vedevo
che riflessi metallici il sole traeva dalle foglie lisce delle magnolie
e dei lauri; come penetrava radioso tra il folto degli abeti; che toni
gialli suscitava dalle acacie e dai tigli; che denso e lieto verde gli
opponevano le tuje; di che sovrano fulgore investiva i fiori e allagava
il prato. Poi, di quelle piante conoscevo tutte le attitudini e le
movenze: dai molli abbandoni nell'aria mite, alle agitazioni penose
nella furia del vento. Anche avvertivo effluvi di profumi semplici e
commisti, alcuni dei quali da me non avvertiti mai. Certo, in quella
famiglia di piante ed erbe conoscevo pur dei rami che intisichivano,
e steli che pativano, e fiori che perdevano petali; ma tali indizi di
infermità e di morte sparivano dal mio sguardo confusi in un vasto e
complesso aspetto di giovinezza, di vita intensa, feconda, continua,
gioiosa: fiori e verde, luce e calore, giovinezza e amore!

Il sole! il sole! Finalmente nell'eterno splendore che avvolgeva
tutte le cose io rivedevo l'energia della vita universale e nella
vita universa tornavo a sentire me vivo. Al cielo, che bianco intorno
al divino lume diventava con insensibile gradazione del più puro
cobalto e del più puro indaco, tendeva da tutta la terra un'anima
sola, letificata: e in quella letizia comunicavano con voci udibili
e con voci inaudite le anime di quanti corpi volavano per l'aria; le
anime di quanti corpi correvano e indugiavano su la terra, o serpevano
tra l'erba, o si ricercavano sotto terra; le anime di tutti i fiori e
le anime d'ogni natura vegetativa; le anime delle acque fluenti, dei
fuochi e dei vapori latenti; le anime in tutte le forme ancora ignote
ad occhio umano, e l'anima mia. E per l'addietro io avevo infranto
in me il vincolo di tale comunione! Per essere felice, m'ero staccato
dalla universale vitalità; al lume del sole avevo creduto poter opporre
il lume del mio pensiero, e vivere! Pazzo!

Ora io mi gettavo su l'erba col gaudio di un bambino che ritorni tra
le braccia della madre. Navigavo con lo sguardo per il cielo fin dove
lo sguardo poteva resistere, e ascoltavo ogni più debole suono, e
addentrandomi con lo spirito nelle sensazioni molteplici, smarrivo
felice la continuità del mio pensiero. Oh non pensare! non pensare mai
più! e vivere!

Nè pensavo ai filosofi che predicarono il benefizio del tornare
all'amore della terra e della campagna: sentivo in me una virtù
superiore alle loro concezioni.

E non pensavo al piacere di chi va per i campi in traccia della sua
scienza di cause e di effetti, nè alla consolazione del poeta solitario
il quale chiama cielo e terra a testimone del suo amore.

Perchè io sapevo di una vita più viva, di una consolazione più pura,
di una gioia più umana e naturale insieme: quella della fanciulla che
viveva meco là fuori, nel giardino, con finezza sensitiva, con anima
ignara, con intelligenza serena. Per Ortensia tutto viveva; a lei tutto
parlava, senza sua riflessione, spontaneamente. Strapparla via di là,
a un tratto e per sempre, sarebbe stato come recidere un fiore.

Ella ne recideva, dei fiori, per adornarsene; ma alcune volte l'udii
dire: — peccato! —; e altre volte notai che dalla pianta non staccava
il fiore più bello.



XIV.


Chi mi richiamava a cose più gravi?

Moser a vedermi «così chiaro», come egli diceva, diventava più chiaro
anche lui.

La sera, di ritorno a casa, m'abbracciava, esclamando:

— Te lo dicevo io? L'aria di Valdigorgo fa miracoli! Non ti resta che
abbandonare per sempre Spinoza e compagnia, e sarai l'uomo più felice
del mondo!

Quanto a lui, Moser, continuava la sua vita di lavoratore indefesso
e fiducioso. E gli argomenti che egli adduceva a sostegno della sua
fiducia, mi persuasero a poco a poco che la disparità di criteri fra
lui e Roveni indicasse in Roveni un po' di gelosia per la superiorità
di Moser. Il direttore avrebbe voluto primeggiare in tutto e su tutto,
nell'azienda; dominare anche il principale, perchè tal era la sua
natura; di qui il suo malcontento.

Così mi tranquillai, e tranquillato non pensai più agli affari di
Moser. Solo, ad accorgermi che negli occhi di Roveni persisteva
un'ombra, ne riferii il motivo al dissidio, lieve del resto, che egli
aveva con Claudio. Del resto, all'infuori di quell'ombra, la quale
poteva essere anche indizio di stanchezza, nulla appariva di mutato
nelle abitudini e nelle attitudini del giovane ingegnere. Mi par di
vederlo allorchè veniva a noi, la sera, dallo studio di Moser, là dove
l'aspettavamo. Si arrestava su la soglia della sala o della terrazza,
quasi a prender possesso della situazione. La sua prima occhiata era
diritta alla mia volta; ma non me ne meravigliavo, perchè di solito
ero nel gruppo giovanile, e di là prorompevano le grida che sfogavan la
lunga attesa; applausi di Anna e Ortensia; rimproveri a mezza voce di
Marcella; comiche esclamazioni di Guido.

— Che si fa? — domandava, sembrava comandare Roveni.

Se gridavano _polka_ o _waltzer_, egli afferrava, senza indugio nella
scelta, o Anna o Marcella o Ortensia, e trasportava la ballerina
seguendo la novella foga della signora Fulgosi, sotto le cui rapide
mani il pianoforte scontava le colpe del cavaliere.

Veramente Roveni rideva poco o punto, e per me sarebbe stato non
bell'indizio se non ci fossimo trovati in mezzo a compagni che
ridevan tanto. Mi pareva ch'egli dovesse sentirsi di tempra diversa
e più forte. Sorrideva a pena pur quando Ortensia voleva strisciar il
_waltzer_ con il cavalier Fulgosi e il povero gentleman era costretto
a scomporsi e ricomporsi alle norme dello strascico musicale, che la
moglie protraeva per dispetto.

Talvolta però scherzava anche lui, l'ingegnere. Non di rado si
schermiva dai giuochi e attaccava discorso con le signore e con i
soliti contendenti politici, il cavaliere e il vecchio Learchi. Mi
chiamava allora senza badare ad Anna, che l'avrebbe sempre voluto al
suo fianco.

— Qua, dottor Sivori! È vero o no che in paese è corsa la voce....

Serio, mi obbligava ad attestare una strampalata notizia di sua
invenzione, la quale era un po' scandalosa e faceva sobbalzare per le
risa l'adipe della Melvi madre. Oppure dal gruppo degli uomini diceva a
voce alta verso di me: — Me n'appello al dottor Sivori! È vero o no che
la guerra è nella natura delle cose? È vero o no che secondo Darwin, o
Spencer che sia, la prevalenza della forza è la legge dell'esistenza
universale? Dunque i fautori della pace universale sono i peggiori
nemici della società. I socialisti poi...., a domicilio coatto! in
galera! mitraglia!

Io assentivo allo scherzo, pur osservando che anche in questo si
rivelava l'energia dell'uomo.

Il vecchio Learchi grugniva: — bravo! —; e il cavaliere spalancava le
braccia.

— No, dottore, no!... Non faccia _bonne mine à mauvais jeu_! Stasera il
nostro bravo ingegnere è un po' _farceur_. Prima di tutto, confonde i
socialisti con i più nobili, più puri pensatori della pace universale!
Eppoi...., eppoi condannare _sans façon_ tutti i socialisti,
condannarli in nome della scienza...., ohibò...., è un'eresia! La
scienza è amore!

E giù uno sproloquio per finire con la libertà nell'ordine e viceversa.
Ma parlava con arte il cavaliere, mentre ascoltava e osservava sè
stesso. Il suo gestire era effetto di lungo studio, perchè gli altri
ascoltatori ammirassero i polsini, i gemelli nei polsini, gli anelli
delle dita, il candore e l'arco delle unghie. Ed ora tendeva il braccio
agitando due o tre volte la mano aperta a dita aperte; ora col gomito
nel braccio della poltrona abbandonava la mano fuor del polsino quasi
fosse sostenuta da quello; or appuntava all'avversario l'indice teso
fuor del pugno mollemente socchiuso col pollice a contatto del medio;
or apriva ad arco ambedue le braccia e concedeva la vista d'ambedue le
palme nell'atto del porgere....

Bisogna anche dire il perchè da quando era stato bandito Pieruccio
l'eloquenza del cavaliere navigava per il _mare magnum_ della
pacificazione sociale. Da che moveva in lui, a che tendeva il desiderio
di così vasta idealità?

Moveva dalla guerra domestica; intorno a cui informavano le Melvi. La
lontananza di Pieruccio aveva sollevato l'impenitente Don Giovanni,
il _vieux marcheur_, da un grave peso, dal timore di scandalizzare
il figliolo; e un giorno la signora l'aveva sorpreso mentre egli
affrettava gli approcci alla facile fortezza della cameriera. Questa,
bandita a sua volta, era andata rivelando per il paese le velleità del
padrone e la gelosia frenetica della padrona; onde chiacchiere e risa.
Il ridicolo!

La famiglia Fulgosi nel ridicolo!

— Colpa vostra: vergognatevi! — diceva la signora.

— Colpa vostra! — ribatteva il marito. — Siete nervosa nervosa nervosa!
E bisbetica! e accattabrighe! Gentildonna in apparenza; in realtà,
povera donna! Sì: povera donna!; lo ripeto senza tema di essere
smentito: povera donna!

Senza smentire, la gentildonna scagliò una spazzola a scomporre
l'accurata pettinatura della barbetta maritale.

Onde l'idea di fondare in Valdigorgo il «Club della caccia» con
inaugurazione al 20 settembre. Sissignori: dalla guerra famigliare
nacque nel cavaliere il desiderio di portare la pacificazione sociale
a Valdigorgo.

Dividevano il paese: socialismo germinante fra gli operai della
fabbrica Moser; moderatume governante in municipio con irremovibile
fede nel consiglio: «Adagio, Biagio!»; codineria collegante il grasso
priore al non men grasso e più cocciuto Learchi, ai quali tenevan
bordone clienti o satelliti in buon numero.

Anche lassù covava dunque l'odio di classe. Covava? Generava nelle
osterie, nel caffè di mezzo e nel caffè grande, lunghe e feroci
discussioni, che alla lor volta partorivano odii personali, indegni
del vivere civile, dell'amor di patria e dell'alta politica quale
insegnarono Cavour, Bismarck, Gladstone, e quale insegnava il cavalier
Fulgosi.

La pace è il maggior bene dei popoli, dei paesi, di un paese! Il
cavalier Fulgosi nel caffè grande esortava al bene di Valdigorgo:
«Primo passo, unitevi, o cittadini, nel nome dello _sport_!» Solo
_sport_ a Valdigorgo era la caccia. Ebbene: in un club ove si
raccogliessero per amor della caccia avversari d'ogni sorta, quanti
dissidi potrebbero esser composti, quante questioni risolute, quante
diatribe mitigate, quanti danni riparati, quanti vantaggi provveduti!
Perciò l'idea del cavaliere comprendeva la sublime elevazione di un
volo lirico: dall'amor della caccia all'amor della pace, all'amor del
paese, all'amor della patria tutta! Il proposito poi d'inaugurare il
nuovo club nel giorno anniversario della compiuta unificazione della
patria con la capitale Roma, non aveva forse qualche cosa del moderno
machiavellismo cavouriano, bismarchiano o gladstoniano? Come potrebbero
esimersi dal partecipare alla festa nazionale cacciatori d'ogni sorta,
fossero pure socialisti o clericali, se l'invito apparentemente non
chiamava che a festeggiare l'amor della caccia e della cacciagione?
Fin il sindaco, che cominciava a dubitare della sua resistenza nella
onorifica carica da molti anni occupata, ascoltò il consiglio del
segretario:

— Appoggi! appoggi! L'idea del cavaliere è buona.

Ma segretario e sindaco, poveri ingenui, ignoravano che cosa meditava
il cavaliere! (Alle prossime elezioni....) Intanto essi favorivano. E
il comitato presieduto dal cavaliere si mise a raccogliere soci; e un
comitato di signore s'adoperava ad accumulare premi che rendessero più
gloriosa una gara di tiro nel dì solenne.

Se non che non cessavano le battaglie nella famiglia Fulgosi e nelle
vicinanze. La signora Fulgosi dubitava che la cameriera attirasse il
marito in paese e faceva ancora volar le spazzole. Inoltre al signor
Learchi padre bastava, per politica, bere, mangiare, pipare e predicar
la castità ai rondoni....

Diceva: — Cacciatore è chi va a caccia; io a caccia non ci vado; quindi
del suo club, stimatissimo signor cavaliere, non so cosa farmene.
Religione ci vuole! Altro che caccia!

A parte la religione, l'ingegner Moser non andava più a caccia;
l'ingegner Roveni non aveva tempo di andarci; Sivori — l'illustre
pensatore — che cosa poteva cacciare? Eppure eran stati dei primi ad
associarsi. Perchè? Per vantaggio del paese, per amor della patria
tutta!...

.... In uno di quei giorni in cui si faceva scarrozzare a spese del
futuro club, il leggiadro cavaliere piombò alla villa mentre io ero con
Ortensia ed essa stava leggendo.

— _A quelque chose malheur est bon_! — egli disse entrando nella sala.
— Dolentissimo di non aver trovato l'ingegner Moser....

— Il babbo non torna che domattina — l'interruppe Ortensia.

— Me l'ha detto la signorina Marcella.... Felicissimo però, se
non disturbo, di mettermi al coperto e trattenermi in così amabile
compagnia. Come vedono, torniamo da capo. — Poi in accento toscano: —
Il tempo si rimette.... a piovere, Dio bonino!

Sorgeva infatti un nuvolone nero.

— La signorina leggeva? Ah! Dickens! Lo conosco poco, a dire la verità.
Non è uno de' miei autori. — E strizzandomi l'occhio: — Io preferisco
De Koch.

Gli chiesi:

— Come va il club?

— _All right_! — Mi prese a braccio per susurrarmi in modo che
Ortensia udisse: — Bisogna persuadere l'ingegner Moser ad accettare la
presidenza effettiva.

— Saremo invitati anche noi alla festa? al banchetto? — domandò
Ortensia.

— Invitate, sì: diavolo! Ma banchetto, no! Un _lunch_....

— Con molte paste!

—.... e _farewell_!

— Chi fa il discorso?

Sorrise.

— Forse io....; si capisce: per non urtar nessuno, al 20 settembre, ci
vuol tatto, _savoir-faire_.

E poichè tuonava:

— Niente paura! Sempre non è seren, sempre non piove!

Ma Eugenia e Marcella chiamavano

— Ortensia! Ortensia!

Marcella correva al piano di sopra ove il vento sbatteva vetri e
finestre.

— Una nuvola che passa! — garantì il cavaliere seguendo Ortensia, che
usciva, con gli occhi mollemente pecorini. — Quindi scosse il capo per
asseveranza a quanto diceva. — Sempre più bella, quella ragazza! Ce
ne sono delle più belle?... Grazie! Ma bellezze che non dicono niente;
Ortensia invece.... che simpatia! che _charme_! Eh eh! Il mio Pieruccio
non aveva poi tutti i torti.... Solo, alla sua età le ragazze sono
pericolose; meglio le signore, per imparare ad amare. Laggiù a Varezze
non gli mancherà occasione di far pratica, a quel ragazzo!

Una pausa. Eppoi:

— Tornando a Ortensia, beato lei, dottore!

Io, che guardavo fuori, al tempo, mi rivolsi con un'occhiata feroce. Ma
egli continuò:

— Lei è un uomo superiore ad ogni sospetto, superiore in tutto. Su di
lei non è possibile far malignità, è inutile fin ripetere: _Honny soit
qui mal y pense_. Voglio dire che lei può gustare tutta l'amabilità
della signorina senza dar la minima ombra; la loro è un'invidiabile
amicizia, un'_entente_ semplicemente cordiale. Però mi consenta dirle
anche che se Ortensia avesse solo qualche anno di più....

— Lei scherza! — feci io, aspro.

— Non scherzo niente affatto! Che a lei questa mia idea non sia
venuta, è naturale, perchè lei è un uomo superiore. Ma per me, non
ci sarebbe niente di strano; anzi ci sarebbe da rallegrarsi d'un così
bel matrimonio...., fattibile, ora aggiungo, fattibilissimo pur con la
differenza di età che ci corre fra la signorina e lei.

Non scherzava il cavaliere, e che piacere mi fece!; come di una
gratissima improvvisata. La mia antipatia per lui finì d'un tratto. Non
era un uomo sagace?

— Che acquazzone! — esclamai.

— Una nuvola che passa. Ma senta: un mio amico, il commendatore
Fiscaglia, ha sposato, a cinquant'anni, una ragazza di ventidue; e sono
felici, con un bel maschiotto.... La questione sta nella scelta; nel
volersi bene....; purchè, intendiamoci, si sia ben portanti e sani....

Trasse l'astuccio dello specchietto, e pareva dire: «Se io fossi
vedovo!»

— Lei, dottore, non ne conta cinquanta delle primavere. Quante ne
conta? Trentasei, trentotto? Ebbene, francamente, senza complimenti,
per la pura verità, se io fossi nella signorina Ortensia io non
esiterei un istante nella scelta, tra lei e....

A questa parola di «scelta» io mi era rivoltato d'improvviso,
fissandolo non so come; come chi aspetta una cosa inaudita, come chi
minaccia un guaio a un incauto.

Ma il cavaliere aveva già preso lo sdrucciolo, e sebbene avvertisse il
passo falso dovè tirare innanzi.

—.... non esiterei nella scelta tra lei e l'ingegnere Roveni.

Roveni?... Ero pallido, immoto nella persona e nello sguardo. Il mio
stupore, forse più che altro, esprimeva il dolore profondo d'un animo
generoso colpito a tradimento. E al dolore sottentrava irrefrenabile lo
sdegno.

Con il presentimento di una battaglia più dura di tutte le altre, il
cavaliere aveva tolte dall'astuccio le sole armi che potessero levarlo
d'imbarazzo: lo specchietto e il pettinino; e con tutta la disinvoltura
che potè assumere, con la più tenera occhiata de' suoi occhi pecorini,
con l'ingenuità di chi spera ancora di riparare dopo averla fatta
grossa:

— Che sia poi vero quello che si dice? — domandò.

Io l'investii:

— Si dice?...

Più pallido di me, tenendo il pettinino nella destra e lo specchietto
nella sinistra, a mezz'aria:

— Non assumo alcuna responsabilità — mormorò: — Nessuna responsabilità
delle chiacchiere altrui.... Si dice, dicono, lo dice anche la mia
signora, che la signorina Ortensia sposerà.... l'ingegner Roveni.

Stavo sempre immobile, quasi aspettando ancora. L'altro, al mio
silenzio, si smarrì del tutto, precipitò sino in fondo.

— Sarebbe un matrimonio già combinato....

Allora io gli gettai in faccia una sola parola:

— Sciocco!

E tornai a guardare il cielo. Fremevo, cieco d'ira; tremavo; non vedevo
più l'altro, che balbettava:

— Ma.... ma...., dottore.... È un'offesa....

Ancora tacqui. Durante il nuovo silenzio freddo e pesante il poveromo
si chiedeva che cosa gli restasse a fare. Intascare l'astuccio....
E poi? Mandarmi i padrini. Se no, la dignità del futuro sindaco di
Valdigorgo correva un rischio terribile. Un _gentleman_ a rischio di
parer vile! Ma, d'altra parte, urgeva non comprometter la pelle. Che
fare, dunque? Ah l'ingegnoso diplomatico che trovata ebbe!

Arditamente e solennemente disse:

— Dottor Sivori: lei mi ha offeso; lei ha offeso.... un vecchio!

Quasi disperato, per salvarsi, riconosceva ciò che altrimenti gli
sarebbe stato più grave di ogni insulto: si confessava vecchio!

Ma non solo per questo io ruppi in una risata ironica, mentre Ortensia
stava per rientrare....

E a veder Ortensia, il cavaliere, come ricuperasse l'anima che il
mio riso respingeva su l'abisso, con uno sforzo sublime di spirito,
mi lasciò, andò alla volta della ragazza, e varcando la porta salutò
franco:

— _Au revoir_, signorina!



XV.


— Il signor Oliviero mi piace! mi piace molto! — disse Ortensia
riprendendo il romanzo e rimettendosi al solito posto, contro alla
porta della terrazza.

Ancora su la soglia di quella io le voltavo le spalle, impietrato sotto
il peso della cosa enorme: l'_amavo_!

— Dove siamo rimasti, Sivori?... Prego! Stia attento qui, adesso. Il
mondo non casca più e il cavaliere, grazie al Cielo, se ne è andato!...
_Au revoir_!... Ah! ecco dove eravamo.... Senta dunque.

Riprese a leggere. Io non osavo riguardarla. D'un tratto, la
guardai...., in piena luce; nella luce d'una beltà divina. E non era
più come una sorella.... Destinata in moglie a Roveni.... L'amavo! io
l'amavo!

Tumultuarono in me, sotto il peso della cosa enorme, in quella luce di
rivelazione, sentimenti mal definiti e violenti: gelosia; rabbia quasi
per una sanguinosa offesa; dolore quale di chi patisce il furto di ciò
che ha più caro....; strazio: Ortensia mi aveva ingannato! Tutto quel
tumulto, tutto quel peso enorme mi travolse come nella rovina estrema
della mia esistenza; mi sconvolse e mi oscurò il pensiero intorno a
un'idea sola, superstite, viva e fugace come un lampo: ucciderla!
Con una mano afferrai la porta della terrazza, mi trattenni colla
sensazione di chi si afferra a uno sterpo sul lembo di un precipizio,
con la sensazione che avevo provata un'altra volta, al folgorare nella
mia mente di quella stessa idea; ma il mio terrore fu vinto da quello
sforzo, fu convertito quasi in una muta ilarità, che mi si agghiacciò
in faccia.

Ortensia, al volger d'una pagina, disse:

— Basta, signor Oliviero!; sono stanca. — Poi: — Che è stato? — esclamò
balzando in piedi. — Il sorriso brutto! Perchè?

Proruppi:

— A questo mondo tutto è possibile! Ogni errore, ogni colpa, ogni
vigliaccheria, ogni infamia! È fin possibile che tu m'inganni; che tu
sia falsa!...

Alle mie parole subito il volto di lei dimostrò uno stupore così
doloroso, un'angoscia tale di ingiusta accusa, che fui costretto a
contenermi, pentito, dall'eccesso della passione. Ella domandava:

— Perchè mi dice così?

Era atterrita

— Non spaventarti — risposi con viso diverso ma con sorriso sempre
ironico. — Una nuvola che passa.... Ho appreso una bella notizia....
Solo, mi è spiaciuto apprenderla da altri, non da te.

— Quale notizia?

— Che l'ingegner Roveni...., forse o senza forse....

— Anche lei! — m'interruppe riavendosi e tendendomi un dito agli
occhi, al modo di Mino quando incolpava qualcuno. — Anche lei?! Da lei,
questa, non me l'aspettavo! No, no! non me l'aspettavo! — essa ripeteva
sdegnata.

Triste io, e incauto, procedetti al solo rimprovero che potevo muoverle:

— Però tu hai detto: «anche lei!» Dunque molti lo dicono, e io non lo
sapevo! Io non sapevo quel che sa il cavalier Fulgosi!

— Non è vero! Non è vero! — esclamò battendo i piedi.

Ed io a insistere, immiserendomi nel mio stesso affanno.

— Vero o non vero, io non lo sapevo!

Stette zitta un po', e poi disse:

— Senta: lei mi rimprovera che non rifletto, che sono sventata.... Ha
ragione. Ma lei di me ha molta stima; ha molta fiducia in me; ne sono
sicura! Non sono come Anna io, per lei!... Bene! A venirle a dire: Sa?
Dicono che Roveni vuol sposarmi....; non è vero ma lo dicono....; a
venirle a dir questo, mi sembra anche adesso che sarei stata come Anna.
Anna avrebbe potuto dirle così, e ridere. Io no; io non ho potuto!
Mi crede? Non ho potuto! Non so spiegarmi, ma mi pareva una cosa
sconveniente. Ah se fosse vero quel che dicono; se Roveni mi facesse la
corte (nella frase di prammatica arrossì, rivelandomi in quel pudore
gentile forse la miglior ragione del suo silenzio).... se fosse vero,
gliel'avrei detto subito. Ma non è vero! — ripeteva alzando ogni volta
più il tono della voce —; non è vero! non è vero! E vuol sapere il
perchè non è vero?

Io non avevo ancora assentito che già ella si correggeva:

— Non posso dirglielo, il perchè; è un segreto.

— Un altro segreto — mormorai.

— Non mio: della mamma. Ma via! a lei si può confidare. — Susurrava:

— Presto, quest'altr'anno forse, Roveni se ne andrà. Capisce? Il babbo
non deve saperlo; almeno per ora....

C'era tanta sicurezza, franchezza e sincerità nelle sue parole! Tanta
ingenuità! Ed io, che potevo far io se non sforzarmi a dissimulare, a
mentire?

— E se tornasse? — domandai, comprimendomi dentro il peso
dell'infingimento in cui mi avvilivo. — Potrei io desiderarti un
giorno, se tornasse, sposo più degno?

Allora essa volse in burla la domanda patetica.

— Oh no! Un buon giovane! un bravo giovane! un bel giovane!... Che
partito invidiabile! Tornare, chi sa di dove, a Valdigorgo per sposar
me! E quanti confetti! ma pare di vederli, di mangiarli!

— Io non scherzo!

— Io sì.

Ella aveva assunto qualche cosa della mia amara ironia. Ma diceva la
verità.... E che bene mi voleva!

Rasserenata, proseguiva:

— Lei, quando è di cattivo umore, va a cercare con la lanterna tutte le
ragioni per far inquietare anche me. Basta! basta! non ne parliamo più!
Le perdòno. E che ne dice di Roveni? Andarsene; lasciare il babbo....
Me ne dispiace molto per il babbo. Per me, stia pur certo Roveni che
non piangerò quando partirà. Avrò dispiacere, ma piangere!... Anna
piangerà; che ne è innamorata cotta!

Era sincera. Ella non amava Roveni e voleva un gran bene a me. Ma a me
tanto bene non bastava più!

Che giorno fu quello! Appena fui solo, mi parve ancora di precipitare
nel considerar di nuovo la cosa incredibile e vera, ridicola e
tremenda. O meglio, mi vidi in un labirinto angoscioso e senza uscita;
mi vidi goffa vittima d'un mio proprio inganno e miserevole vittima
d'inganni altrui; vidi come io — che odiavo la menzogna — d'allora in
poi avrei dovuto mentire e come a me, stanco d'ogni finzione, sarebbe
stato necessario nascondere segretamente, per tutti e per sempre, il
mio errore, la mia colpa, la mia vergogna; vidi che per guarire d'un
male, per cui non avevo cercato e trovato a rimedio la morte, ero
caduto in un maggior male, onde avrei dovuto essere più forte e sarei
stato più vile! _Io l'amavo_!: questa la verità rivelata d'improvviso,
a me stesso, quasi per uno strappo, dalla notizia che già Ortensia
poteva essere amata da un altro; e non più da un ragazzo: da un uomo
quale Roveni. Io avevo trentasette anni ormai; Ortensia diciassette;
e l'amavo! Io avevo desiderato la morte, desideravo la morte; e amavo,
io, Ortensia! L'amavo come non avevo mai amato. E la coscienza del mio
amore, della mia colpa, della mia demenza, del mio tradimento, della
mia vergogna m'era venuta dal più torbido fondo della passione: la
gelosia. Poteva esser vero che Roveni non l'amasse; ma, ad ogni modo,
ella non avrebbe dovuto essere amata da nessun altro che da me! Io già
ingelosivo del suo avvenire!

E che sarebbe di me se io non sapessi mentire e fingere? In che
condizione mi mettevo con Claudio? con Eugenia? con la mia coscienza?
Avvertendo la mia follia, avvertivo l'oscuro presentimento d'un
delitto o di una tragica catastrofe, inevitabile. Comprendevo fin
d'allora che sarei dovuto fuggire subito, anche per pietà di me.
Fuggire? Ma io non scorgevo più che due termini a un imminente, lungo,
incommensurabile, sconosciuto soffrire: o la felicità o la morte! E
la felicità non era assurdo pensarla? Il cavalier Fulgosi non sapeva
che non solo la differenza di età mi divideva da Ortensia. Non avevo
una fede, io! Non avevo fede in me; e l'amore non basta alla felicità;
e renderei infelice Ortensia perchè sarei sempre un uomo infelice!
Dunque: fuggire! Non udir più la sua bella voce; non rivederla mai più!
Andrebbe sposa.... E perchè non a Roveni?

Possibile che in quel che si diceva non ci fosse nulla affatto di
vero? Ma Eugenia non me ne avrebbe detto nulla? Mi sembrava che io e
Ortensia fossimo avvolti in un mistero; e poichè nei frangenti della
passione anche ciò che accrescerà il male assume spesso l'illusione di
un bene, mi parve che chiarir il mistero potesse alleviarmi il nuovo
tormento. Ma perciò dovevo dissimulare, fare il disinvolto, osservare
freddamente.... Non ci riuscii.

La sera Roveni, entrando, guardò al solito modo; ma Ortensia non era
vicina a me. Tentava di persuader Mino a ubbidire. Oh come ho viva
nella memoria questa scena!

Quando aveva più sonno Mino si ostinava a star alzato, e la
vecchia cameriera lo chiamava invano. Quella sera egli pretendeva
che l'accompagnasse Ortensia. Nascondeva il viso nella poltrona
piagnucolando e sgambettando contro tutte le sollecitazioni del
pubblico; anche contro di me.

— Voglio Ortensia!

Finalmente Eugenia, stanca, minacciò di chiamare il padre.

Presto!...; il babbo arrivava; su, Mino: eccolo!

Tacque un po' e quindi, forse più per il rimorso che per il timore d'un
castigo, si gettò al collo della sorella rompendo in un pianto ch'era
invocazione di pietà. E Ortensia impietosita se lo caricò in braccio.

Ah io vidi lo sguardo che Roveni posò su di lei, mentre ella usciva
col fratellino in braccio! _Era vero_! Ah come dileguò allora l'ombra
che già avevo notata nel suo sguardo! Come l'amava! Cieco io ero stato,
cieco a non accorgermene prima! Io vidi e invidiai come l'amava: d'un
amore sano, perfettamente umano, anticipandone a sè stesso le migliori
gioie. Aveva guardata in lei la sua donna; la moglie che portava in
braccio così un loro figliolo. Quanto affrettava nella sua speranza
quel giorno! Quanto gli rincresceva che per la sua stessa felicità
avvenire, per prudenza e sagacia, non potesse comunicare quel suo
gioioso pensiero a Ortensia! Con che cuore accresceva di due anni, di
un anno la giovinezza di Ortensia! Non farneticavo; comprendevo tutto,
ora.... Certo a Roveni doleva di abbandonar Moser per cercare la sua
fortuna, che poteva mancargli. Che azione avrebbe dunque commessa
innamorando di sè e abbandonando la figlia del suo benefattore? Ah,
costui che dominava in sè, così, le due più forti passioni umane:
l'ambizione e l'amore, costui era un uomo! Io non ero stato cieco
ma egli, egli usava di una meravigliosa forza a dissimulare; e chi
dissimulava così doveva esser capace di una passione grande! L'ammiravo
e l'odiavo. Era il nemico che mi feriva a morte, e l'ammiravo e
sentivo, più virile, la bramosia di misurare la mia forza con la sua in
un contrasto violento. Ma non dovevo; egli doveva restare il più forte!
Pure, potevo dirgli: «Voi credete che io non abbia gli occhi? Gli altri
per pettegolezzo, sapendovi nelle grazie di Moser, han conchiuso nella
loro fantasia il vostro matrimonio, senza saper nulla in realtà. Io so,
io ho visto quanto l'amate! Non dissimulate almeno con me: voi!»

E mi accostai sorridendo, coll'intenzione di domandargli:

— Dunque, è vero?

Ma subito, presso a lui, mi sentii a disagio.

Con tanta tranquillità mi guardava; era così fermo il suo volto, così
saldo l'animo in quel volto, che la simulazione mi sembrò onesta in
lui e disonesta, vergognosa, in me. Inoltre, di subito, giudicai
inopportuna la dimanda che stavo per fare. Venendogli da me, la
richiesta acquisterebbe troppa gravità e precipiterebbe l'evento
temuto; la risoluzione che egli, per sue buone ragioni, ritardava.

Mi aspettò tranquillo dicendomi, quasi per risalutarmi:

— Dottore....

E dietro di me una voce, in tono di canzonatura, imitò quel saluto: —
Dottore....; ingegnere....

Uno sdegno più forte di quello suscitato in me dal cavalier Fulgosi
provai allora contro la Melvi; una smania di vendetta quasi fosse
lei e lei sola colpevole del mio soffrire. Le chiesi, tra ironico e
minaccioso:

— Ha bisogno della mia compagnia o di quella dell'ingegnere?

Anna si era appoggiata a un tavolino, su cui ardeva una lampada, e dava
la caccia a una farfalletta che svolazzava intorno al lume.

Rispose arditamente: — La sua compagnia è troppo seria, per me!

Roveni fece: — Oh oh!

Io mi accostai alla Melvi; e mentre ella bruciava la farfalla alla
lampada, dissi per provocarla:

— Essere troppo serio per lei non significa che io sia molto serio!

— E questo vuol dire che io sono così allegra.... che non dovrei
prendere sul serio nemmeno lei? nemmeno un poco?

— Un poco, via! Se non per altro, per la mia abitudine di indagare
nell'animo della gente, di scrutare i cuori umani.

— Indaghi, dottore; ma badi che i medici van soggetti a sbagliare.
Fan certi spropositi!... Per esempio, lei, che legge nei cuori, non
si è ancora convinto che dovremmo essere amici noi due e non nemici!
Gliel'ho detto un'altra volta.

Già: me l'aveva detto di ritorno dalle Grotte; e allora aveva data
spiegazione diversa da quella che era stata per dire.

— Si spieghi meglio! Perchè dovremmo essere amici?

— Indovinala grillo!

E fuggì dalla porta della terrazza, da cui si scendeva nel giardino,
evidentemente per attirarmi là a discorrere. Non la seguii; vidi
Ortensia rientrare dalla porta opposta: Roveni, che stava ciarlando
con la Fulgosi e la vecchia Melvi, si voltò di scatto. _Un altro non si
sarebbe voltato_. Ma ecco Anna rientrare anch'essa, di corsa, trafelata
e ridente perchè inseguita da Guido. Entrò nel salotto attiguo; ove si
abbandonò su di una seggiola.

— Lasciala stare! — dissi a Guido. — Ho da parlarle.

Andai risoluto, chiudendo l'uscio dietro di me.

— Voglio sapere chiaramente perchè io e lei dovremmo essere amici!

Ella attese un poco, eppoi agitò incontro a me le mani strette a palma
a palma, come per preghiera ed esclamò:

— Ma insomma! sono io che non capisco niente, o è lei? Ha piacere lei
che Roveni sia innamorato di Ortensia? No, a quel che pare! Ebbene (e
allargava le braccia alla spiegazione che mi concedeva): lei dovrebbe
essermi grato se io cerco distrarre Roveni e di liberargliela, la sua
Ortensia!

Insolenza, disprezzo, livore, erano in essa.

Il cavaliere mi aveva adirato soltanto; costei sommoveva in me l'astio
profondo dell'uomo svergognato, dell'uomo messo alla gogna; addensavo
la mia rabbia, la mia bile per una pronta vendetta che, fosse pure
indegna, mi riscuotesse subito da una umiliazione intollerabile.

Tesi il braccio e la mano verso la ragazza, quasi ad arrestarla perchè
il colpo non fallisse.

— Chi non capisce niente è proprio lei, signorina Melvi! Lei, che
non capisce di poter dire a me «la sua Ortensia» senza ferirmi. Sì:
Ortensia è mia; ma in un senso che sfugge alla intelligenza della
malignità!

— Malignità? Poverino! Dal modo con cui lei or ora guardava a Roveni....

— E chi invece capisce qualche cosa sono io, proprio io! — proseguii
interrompendola: — Io, che ho capito il suo gioco!

— Ah sì? Quale?

— Questo: Roveni è un uomo leale, ma confinato a Valdigorgo, lontano
dagli svaghi che calmano il sangue. Che importa se è innamorato di
un'altra? Per lei basta che egli abbia uno smarrimento istantaneo....,
quando va a trovarlo alla fabbrica! Roveni è onesto: dopo, sarà
costretto a riparare! Ecco perchè io e lei siamo nemici!

Anna si era alzata in piedi con la veemenza di una fiera frustata.
Dubitai m'affrontasse rabbiosa. Ma la fiamma delle guance e degli occhi
si spense d'un tratto; e rimase bianca, con le labbra tremule. Indi
sorrise, scosse le spalle dicendo:

— Me ne infischio!... — Ma aggiunse con un'occhiata di ricuperata
energia e di minaccia: — Per ora!...



XVI.


Risi della minaccia di Anna perchè dalla scienza non avevo imparato
a temere la vendetta delle donnicciole, nè mi dolsi d'aver inveito in
tal modo contro di lei perchè l'odiavo: l'odiavo per la sua condotta
equivoca, per essere stato accertato da lei dell'amore di Roveni, per
essere stato ferito da lei, nonostante il mio diniego, nel mio amore.
Ma se mentre vegliavo, nella notte, non mi agitava più il pensare ad
Anna, mi travagliava il pensiero che altri sguardi d'amore si fossero
posati su di Ortensia prima de' miei: questo il mio dolore, il mio
sdegno, la mia rabbia, come per una violazione patita, per un furto
crudele! — L'anima d'Ortensia — mi dicevo durante l'ambascia — deve
essere mia, divenire interamente mia: a ogni costo!

Non era giusto che fossi io la vittima; che per tutto trovassi dolore,
io; che dal destino fossero contaminate le mie intenzioni più pure, i
miei affetti più semplici, innocui, generosi!

Ah io avevo errato a credere in un affetto di misura e di natura
fraterno? In me, in un uomo della mia età quel concetto e quella fede
di un affetto fuori dell'ordine umano meritavano rimprovero o scherno?
Io meritavo compianto! E se Ortensia, non esperta del cuore umano,
aveva consentito ingenuamente a quell'affetto semplice e naturale,
ebbene io sapendo che il suo affetto era già teso all'estremo grado,
non esiterei...: ancora un passo, una parola sola, e io farei vibrare
d'amore quell'anima! Perchè ristare? Non era una colpa che io avessi
vent'anni più di lei, e a nessuno, non al Fulgosi e nemmeno ad Anna,
pareva inverosimile che io l'amassi e ne fossi amato. Io potevo contare
ancora quattordici o quindici anni di forte virilità. Sano, ero. Quante
infermità psichiche sono generate da cause che non toccano gli organi
essenziali? In una appunto, per cause estranee alla fisiologia, era pur
io caduto; ma già me ne sentivo risollevato.

Non mi temevo più in preda d'un misterioso male, io, che altro malanno
non avevo avuto se non il mio pensiero; io che un semplice affetto
era bastato a guarire! Del resto, mi sarebbe facile accertarmi della
mia valida costituzione recandomi da qualche insigne collega, di cui
indovinavo il responso, dopo l'ascoltazione e la percussione: «Cuore
sano; polmoni sani; cervello sano....; nessuna lesione nel cerebro»:
di questo potevo star certo! Nessun ostacolo nell'età o nella salute
fisica. Non ero ricco; nè uomo da affidare la mia famiglia e la
felicità famigliare alla dote di mia moglie. Ma troverei senza dubbio
un buon impiego; tranquillo; di lavoro materiale e agevole....

Esagerando, per la rivelazione improvvisa del mio amore, avevo accusato
in me quale fonte d'infelicità la mancanza di una fede. Ma alla fede
perduta sostituirei la fede in Ortensia e l'amore della famiglia. Dalla
fredda ragione il mio amore non ripugnava dunque più come un'enormità;
io potevo dunque conchiudere che per nessuno al mondo sarebbe
inverosimile, anormale, enorme, un mio colloquio con Moser press'a poco
in questi termini:

— Moser, sono innamorato.

— Bene!

—.... d'una ragazza di diciassette anni!

— Di una ragazza di diciassette anni? tu?

— Sì!

— Annegati, caro amico!

— Ma bada...: la ragazza è Ortensia.

Un istante di stupore; di silenzio; uno scoppio d'ira.

— Ortensia è una bambina!

— Ha diciassette anni.

E la risoluzione:

— Ortensia è tua moglie!

Sarei felice!

Già m'immaginavo il delizioso turbamento di Ortensia, quando chiederei
la sua mano.... E mi smarrivo così nell'ebbrezza della felicità, nel
sogno. Per quanto?... Viva, imperiosa, sicura, mi si affacciava d'un
tratto la persona di Roveni. E balzavo, d'un tratto, nel confronto
di me con Roveni; poichè dovevo anteporre, alla mia, la felicità
d'Ortensia; considerare, come un fratello, s'essa sarebbe più felice o
meno infelice sposando me o lui.... Che differenza! Egli era un forte,
un conquistatore della vita, un uomo a cui la fede di sè e l'equilibrio
di tutte le facoltà, davano in pugno l'avvenire. Io invece....: un
caduto a stento risorto; un debole imbaldanzito dalla speranza e nel
sogno; un infermo che a mala pena aveva ricuperato la salute.

Sì? Ero guarito? io? un uomo di trentasette anni che amava perdutamente
una giovinetta minore di vent'anni?

Del tutto dissennato, piuttosto! Ridicola vittima di un amore quasi
senile in confronto all'amore di Roveni; ridicolo più di un ragazzo....

Eccomi, dinanzi agli occhi, anche Pieruccio Fulgosi: magro e
pallido, soffocato dal colletto e dall'amore e impalato a contemplar
Ortensia; con quegli occhi imbambolati e il sorriso ebete allorchè
io lo deridevo, o quando egli s'accostava timidamente a me per
ingraziarsi: «Permette»; «scusi».... Egli soffriva, chè aveva tutti
ostili, e l'incuranza di Ortensia gli acuiva lo spasimo di un amore
senza speranza; dell'amore sublime che accende l'animo quando,
nell'adolescenza, la vita conserva tuttavia il velo di un divino
mistero e la lusinga di una felicità fatale; dell'amore che io avevo
schernito vilmente. Ma io soffrivo più di lui perchè ero più ridicolo
di lui; pativo in me, più dura, dell'irrisione altrui, la mia propria
irrisione; avevo più angosciosa che l'indifferenza d'Ortensia, la
necessità di nascondere a Ortensia il mio amore quasi una colpa.
Questo dunque era il benefizio atteso dal proposito di impicciolirmi
e di ricuperare in me, da tenui fonti, la vita? Ma non stavo meglio
quando dall'apprensione dell'immensità ero precipitato in un morboso
annientamento, a non sentir più nulla? Qual destino, qual maledizione
m'aveva risospinto a giocare e raccontar favole con Mino, a riconoscere
la gioia dell'esistenza nell'anima fervida di Ortensia, a ricercare il
sole?

Il sole! Oh il sublime ristoro del dì che avevo sentito il sole
innondare tutto il mio essere, penetrarmi in ogni vena, riscaldarmi le
vene e rischiararmi la mente perchè nella sua luce io vedessi la luce
di Dio, che la scienza mi aveva contesa, negata! Dio! Era Dio forse
a volere che io amassi così? Amassi Ortensia perchè amassi la vita?
Dio forse mi chiamava alla felicità, o mi puniva al punto che non mi
comprendessi in balia di una frenesia morbosa?

Fra questi estremi mi dibattevo: o credermi pazzo, o credermi
risollevato pienamente, con l'amore e per l'amore, alla norma più umana
della vita, e alla più alta intenzione dello spirito!

Amavo e non avevo amato mai in tal modo. Così si ama una volta sola;
e quanti erano al mondo che potessero dire d'aver amato in tal modo?
Poteva dirlo Roveni? Impossibile!

Ma egli era un forte! Dunque la mia passione era debolezza!... Tra
questi estremi mi dibattevo! E Anna Melvi ghignava alla mia fantasia,
nelle tenebre.... Poi: Eugenia; il resto del mistero. Dubitavo che
Eugenia m'avesse taciuto per secondo fine quel che si diceva di Roveni
e d'Ortensia; pensavo anche che per pietà di me mi avesse nascosto
il proposito dell'ingegnere, a lei già noto! E la rimproveravo per
la libertà che lasciava alle figliole, sicchè Learchi e Roveni avevan
potuto innamorarsene a sua insaputa....

Rimproveravo fin Claudio perchè riteneva ancora bambine le sue figliole!

Insomma, ero proprio come Pieruccio nell'ora, del parossismo e della
maledizione!

E la voce di scherno m'arrovellava dentro: dissennato!

.... Mi tranquillai verso l'alba, convincendomi, al cessar delle
tenebre, che Eugenia interrogata non potrebbe nascondermi la verità.
E se mi rispondesse: — Per la felicità di Ortensia si farà questo
matrimonio; — e se veramente ella desiderasse d'avere in Roveni
il marito della sua figliola, ebbene.... io, a qualunque costo, io
rispetterei il suo desiderio; vorrei io pure, come un fratello, la
felicità di Ortensia. Non debole; non un ragazzo! Ero un uomo capace di
una folle passione; ma sarei un amico leale.



XVII.


A rivedere Ortensia così serena io, con bramosia angosciosa,
l'immaginai trasformata dal desiderio vago e profondo, dalla malinconia
soave e dalla gioia appassionante, dal sentimento impetuoso e
ineffabile con cui l'amore invade, la prima volta, l'anima di una
giovinetta. Innamorata di me! Quale delizia, quale voluttà più grande
che rivelare a sè stessa, innamorata, un'anima? Con una sola parola,
che sorriso non avrei io raccolto da quelle labbra? che bacio? — Non
dovevo! E forse.... Illusione! illusione! Convinta e ferma in un bene
fraterno, ella forse apprendendo il mutamento avvenuto in me, non
potrebbe amarmi: a una mia parola d'amore si ritrarrebbe, forse, con un
freddo senso di ripugnanza, di profanazione, triste e delusa; nemica
per sempre. Tradire il nostro affetto! Sì, ella mi voleva bene come a
un fratello, con tutta l'anima! Sì, questo doveva bastarmi! O tanto, o
niente! Ad altri l'amore: a Roveni, presto, i primi palpiti; le prime
commozioni.... — impossibile che io sopportassi!

Ricominciava in me la battaglia; e per non esser vinto m'afferrai con
tutta la volontà al proposito già preso: dissimulare e parlare, quel
giorno stesso, a Eugenia. Ma non sapevo come introdurmi nel discorso
di Roveni. Ci voleva un pretesto; nè potevo addurre le chiacchiere
della Melvi senza turbare Eugenia, se le ignorava. Mi venne in pensiero
Marcella, da cui apprendere almeno se anche lei, come Anna, dubitava
che io amassi Ortensia.

Con che invidia osservavo ora la quieta Marcella! I suoi dolci occhi
esprimevano la fede costante in una felicità avvenire, attesa senza
colpa e senza dubbio. Con che fatica mi trattenni dall'aprire a lei il
mio cuore e confessarle, — Amo tua sorella. Dimmi tu: sono pazzo?

Le dissi invece: — Per fortuna le Melvi non vengon qua di giorno. Se
no, mi taglierebbero i panni addosso.

— Perchè?

— Mi vedrebbero sempre con Ortensia....

— Eh! Ma tutto il mondo lo sa che Ortensia è la sua «piccola amica»!
Che c'è di male? Sarebbe bella che per far piacere alle Melvi lei
dovesse annoiarsi anche più di quello che si annoia! Faccia come me:
non dia mai retta ad Anna, che ha poco giudizio.

Cercai anche di Guido e, trovatolo presso a casa sua, lo tenni in
discorsi per condurlo al termine desiderato: a dirmi se qualcuno
mormorava per la mia consuetudine con Ortensia.

— Bah! Lei potrebbe essere suo padre! — rispose Guido, beato nella
faccia tonda. — Se la signora Eugenia avesse tanta fiducia in me!

Egli voleva persuadermi, con quella faccia così diversa dalla mia, che
adesso era disgraziato; e parlava, parlava....

I giorni nei quali Eugenia convalescente passava le ore con noi in
giardino erano trascorsi, pur troppo, e adesso egli non aveva che la
sera a sua delizia; e anche di sera gli conveniva dimostrarsi molto
riguardoso. Mi narrò come un tentativo perchè la signora Eugenia
permettesse alle figliole un'altra passeggiata più lunga che quella
delle Grotte, era fallito; che Eugenia minacciava ogni giorno di aprir
gli occhi a Moser....

— Succederà un patatrac!

In conclusione, Guido aveva bisogno del mio aiuto; umilmente, con
insistenza, mi pregava d'interporre, con Eugenia, una buona parola....

Perchè no? Sarebbe il pretesto ad affrontare Eugenia per il discorso
che mi premeva molto di più.

— Tu abbi giudizio — (consigliavo io giudizio agli altri!) —. Non dar
materia alle chiacchierone.... Sai che tra di loro han già combinato il
matrimonio di Roveni e Ortensia?

Guido non rise, questa volta.

— Lo dice Anna, per paura che sia vero! Lo vorrebbe lei, Roveni!

Fremevo. Con quanta più forza potei farmi, domandai:

— Ma tu credi che sia vero?...

— Per me, io credo che il padrone del mondo.... _punf! paf! paf! punf!_
(imitava l'andatura di Roveni).... finirà con l'andarsene alla Mecca
senza di Anna e senza Ortensia. Furbo, l'amico!

— Perchè?

— Di Anna ne ha già avuto abbastanza!

— E Ortensia?

— Ortensia non è ragazza per lui. Con Ortensia, scusi, bisogna
ubbidire, non comandare!; e lui invece: _paf! punf!; punf! paf!_

Anche questa ragione m'affidava poco; piuttosto le parole e la mimica
di Guido giovarono a schiarirmi quello che già Anna mi aveva lasciato
comprendere: dicendo, cioè, che l'ingegnere sposerebbe Ortensia, ella
sperava ingelosirmi e indurmi a domandare la mano della Moser: Roveni
resterebbe a lei.

Tuttavia io rifacevo la mia strada come un uomo che abbia una meta di
dolore.

Quand'ecco il cavalier Fulgosi, dal suo villino, m'invocò, mellifluo:

— Dottore, ehi! Dottore! — Venne al cancello, con la mano tesa,
declamando:

    _Mon amitié n'est pas semblable au baromètre_
    _Qu'un air rude ou plus doux fait monter ou decroître!_

Quel povero diavolo mi aveva giudicato non indegno di sposar Ortensia
e io l'avevo ricompensato dandogli dello sciocco! Gli strinsi forte la
mano senza dir nulla.

— L'ho disturbato? Mi perdoni! — aggiunse egli ritraendosi con nobile
contegno. — Lei, vedo, medita all'aperto come me. Da quando sono
in pensione ho bisogno d'aria per trovar le idee. Ora poi che ho da
preparare il discorso per il 20 settembre!...

Chi gli avesse detto su che cosa meditavo io!

E affannoso e timoroso andai a cercar Eugenia.

Non era facile trovarla sola, la buona signora. Di solito non scendeva
a terreno che all'ora della colazione e del desinare. Riceveva nella
sua camera o la contadina o l'ortolana per i conti di compre e vendite;
o aveva la tessitrice; o la cucitrice; questa o quella paesana; e
Marcella quasi sempre alle costole. Quel giorno però essa, per caso,
era rimasta sola.

— Le ragazze e Mino sono andati a cercarvi al convento — mi disse.

Risposi palpitando:

— Vengo dalla strada maestra...., dove ho visto Guido, molto
afflitto....

— Bravo, Sivori! Venite pure a difendere il vostro amicone, che presto
presto mi farà scappar la pazienza.

— Per far scappare la pazienza a voi bisogna aver commesso un delitto.
Che delitto ha commesso Guido?

— Abusa della mia debolezza. Dite la verità, non sono troppo debole a
permettere che tutti sappiano di questi amori, fuorchè Claudio? Voi,
che mi conoscete, non vi meravigliate che io permetta dei sotterfugi?

— Guido ha buone intenzioni. D'altra parte, conoscendo Claudio....

— Sì: guai a parlargliene adesso, a Claudio, di maritar le figliole! Ma
avrebbe poi tutti i torti se si opponesse all'assiduità di Guido? Guido
non ha ancora la laurea, e, dopo, credete che suo padre sarà disposto
ad aiutarlo? Insomma, quel benedetto ragazzone dovrebbe essere più
guardingo, più serio. E già che siamo in questo discorso, vi dirò che
c'è un altro, qua, più serio, più prudente di lui....

Mi corse tutto il sangue al viso. Se Eugenia non avesse avuti gli occhi
abbassati sul lavoro, m'avrebbe letto in faccia l'enorme segreto.

— È Roveni — io mi sforzai a dire con voce ferma.

— Ve n'ha parlato Ortensia? — Eugenia chiese con ansia.

— Ortensia non crede a quel che si dice: ecco tutto.

Tanto la signora fu sollevata dalla mia risposta quanto in me pesava il
presentimento del mio inevitabile sacrificio.

Ella proseguì: — Roveni sta ai patti. Non ve n'ho mai parlato appunto
perchè ho voluto che vi facciate un concetto sicuro di lui e della
sua condotta. Francamente: ve ne siete accorto voi stesso che egli ha
simpatia per Ortensia?

— No: forse non me ne sarei accorto se non me n'avesse avvertito il
cavaliere. — E aggiunsi, per alleviarmi l'angoscia con una digressione:

— Il cavaliere è il trombettiere delle pettegole.

— Povero Fulgosi! Ma con le Melvi voi siete troppo severo.
Chiacchierano, han la lingua un po' lunga.... In fondo, però, non sono
cattive. Io non dimenticherò mai le premure che ebbero per me quando
ero ammalata....

— Anna è una civetta! — esclamai io. — Mi duole che per amor di pace
non possiate allontanarla da casa vostra.

Eugenia tacque un po' e disse:

— Dovrebbe bastarmi la vostra opinione per allontanarla subito. Ma ho
fiducia che le mie figliole non abbiano intenzione d'imitarla.

— Questo è giusto.... — E ripresi:

— Dunque Roveni?

— Oh, è una storia molto breve. Un giorno la Melvi madre mi avvertì
che parlando con l'ingegnere aveva scoperto in lui a dirittura un
grande amore per Ortensia. Sapendo che la Melvi è facile a esagerare in
tutto, non le credetti che poco. Anche qui, del resto, mi rassicurava
il contegno di Ortensia: con Roveni si comportava come per il passato;
impossibile ch'egli le facesse la corte e che essa non me l'avesse
lasciato comprendere. Pure volli chiarir la cosa. L'ingegnere mi aveva
già confidato che dubitava di poter restare un pezzo a Valdigorgo, e io
tornai sul discorso. Ripetè che trovando un impiego migliore dovrebbe
andarsene; e infine confessò d'aver molta simpatia per Ortensia, e
che non disperava nell'avvenire. La sua franchezza, la sua lealtà mi
piacque. Ma Ortensia è così giovane! con un carattere così strano; e
io mi sentivo allora tanto male! Non volevo preoccupazioni e angustie.
Ebbene, ottenni da Roveni la promessa che non turberebbe per adesso
la pace mia e di Ortensia. Voi siete testimonio che ha mantenuta la
parola. Ma ditemi: che ne pensate voi, di lui?

Eugenia mi strappava il cuore! Avessi potuto fuggire! scomparir in
quell'istante da questa stupida scena del mondo!

Risposi che pensavo assai bene dell'ingegnere.

— La sua condotta non potrebbe essere più corretta.

Eugenia proseguì:

— Dite pure che egli è prudente anche per non compromettersi. Ma non è
giusto? Il suo avvenire non sta solo in lui; è nelle mani di Dio. Dio
voglia che un giorno egli renda felice mia figlia!

Se Eugenia avesse detto tutto ciò in altro modo, io avrei creduto
volesse abbattere la mia insana rivalità; ma ella aveva parlato adagio,
semplicemente, e il solo dubbio di tale intenzione sarebbe stato
un'offesa.

— È giusto! — ripetei. (Fuggire! dovevo fuggire!)

Concluse Eugenia:

— Son contenta che mi diate ragione per Roveni e che non mi diate torto
per Guido.

Con uno sforzo supremo io sorrisi; conclusi anch'io:

— Gli farò una predica all'amico. E con l'affetto che ho per tutti voi,
auguro che le vostre figliole siano un giorno ugualmente felici. Lo
meritano, perchè sono buone come voi, Eugenia!

Ero sincero in queste parole. Ma un nodo mi stringeva alla gola....

(Fuggire! dovevo fuggire!)



XVIII.


La vittoria è dei forti! Questo almeno sapevo per scienza ed
esperienza. Dunque.... fuggire!; inutile competere con Roveni,
forte di nervi, di mente, di animo, di fortuna! Già nel desiderio di
Eugenia egli era eletto sposo di Ortensia e presto il capo biondo,
che avevo visto un giorno poggiare con affettuoso abbandono sul petto
materno, s'abbandonerebbe per amore su quel petto forte. Fuggire....
Quando? Ah se fui debole! se fui vile! Mi affidai alla mia debolezza
per ritardare quell'ora; per non correre subito al limite verso il
quale il destino mi spingeva e di là dal quale non vedevo che cosa ci
fosse: la tenebra; il vuoto; il nulla come un tempo: peggio che la
morte! Mi raccomandai alla ragione. La mia partenza improvvisa dopo
il colloquio con Eugenia avrebbe rivelato il mio segreto a Eugenia,
ad Ortensia, a Claudio, a tutti! Ancora qualche giorno per nascondere
il mio segreto; per distogliere ogni sospetto anche da Anna Melvi;
per compiere il sacrificio che, lontano, conforterebbe forse il mio
dolore, tratterrebbe forse il mio braccio dall'estrema insania contro
me stesso! Ancora qualche giorno!

Per la mia vita infelice, per la mia triste giovinezza, per quel che
avevo sofferto e avrei da soffrire resistendo a vivere, impetravo da me
stesso qualche giorno ancora! — Rimasi. E intanto dissimulare, fingere,
mentire! Perduta la rettitudine del procedere, dubitavo e temevo. Mi
spaventava il dubbio che Ortensia s'avvedesse del mio dolore e dei miei
rossori; se ne avvedessero gli altri.

Avrei voluto conoscere quel che pensassero o dicessero di me la Melvi
madre, la Fulgosi e la Learchi; ma in ognuna temevo ragioni di celarmi
il loro pensiero. E per tutte queste indagini e per tutti questi
sospetti provavo come il disgusto di un avvilimento indegno di me e
della mia passione.

Peggio; a quando a quando mi abbattevo del tutto come sotto una
condanna meritata. Avevo voluto rivivere; non potevo rivivere che così
miseramente.... Quale un cieco che smarrito cerchi un sostegno, io
cercavo adesso Ortensia. Essa era la luce dei miei occhi.

Il suo sguardo, il riflesso dei suoi capelli, l'armonia della sua voce,
l'euritmia delle sue forme potevano nel mio animo sconvolto come (non
esagero) il sole che fenda l'oscurità e spazzi via un nembo. «A ogni
costo essa non deve soffrire!» — giuravo allora con un sentimento di
pietà e di gioia, con tutta la voluttà del sacrificio.

Non so dire con che cuore in quegli ultimi giorni la vedevo tornare a
me al mattino, sorridente e viva. Ella sorgeva adagio dalla scala della
terrazza, e giungendo su la soglia si fermava un istante: staccata dal
fondo arioso e chiaro, nella fresca e chiara veste, m'appariva immagine
sorridente, vivace, palpitante. E poi diceva: — Buon giorno....

Nè so dire di quale refrigerio mi era la sua voce. Il dolce suono
dell'accento paesano or si prolungava or si rinvigoriva in una
particolare dolcezza di timbro; in una soavità calda e tremula nelle
vocali forti, che s'acuiva a una intonazione nitida se elevava
o affrettava la parola o rideva. — Parla! — le dicevo, quasi per
raccogliere quell'armonia nel cuore e non perderla mai più.

Ma alla prima gioia di rivederla e di riudirla, sottentrava dopo pochi
minuti il cordoglio, la disperazione. E dovevo fingere, celarmi!...

Poi ebbi una nuova perplessità.

Perchè essa non era più mattiniera come una volta; tardava tanto a
discendere?

Un mattino quell'attesa fu anche più lunga.

— Dorme Ortensia? — domandai a Mino, che scendeva le scale.

Mino portò l'indice al naso, perchè tacessi; corse in tinello e tornò
con due bei grappoli d'uva: uno bianco e uno rosso.

— Glieli porto.... Come riderà a vederli quando si sveglia! — Si avviò;
tornò indietro:

— Ne ho mangiata tanta anch'io! Ne vuoi, Sivori? — Io gli diedi un
bacio. — Va, va; portali a tua sorella!

Salì infatti, per discendere poco dopo e dirmi:

— A vederli s'è svegliata!

L'immaginavo nell'atto di spiccare le dolci grane, desiosa, gioconda,
senza pensiero di me che l'aspettavo triste, solo, pensando a lei;
la scorgevo riabbandonare il capo al cuscino, dipartire dalla fronte
i capelli e guardare la striscia di cielo per le imposte socchiuse.
Ricadeva, dopo la prima allegrezza, nella pigrizia piacevole che lascia
il sonno non del tutto scosso dalla frescura del mattino di settembre,
e appena appena abbassando le palpebre raccoglieva ad una ad una, quasi
dalla luce esterna, le idee. Erano ricordi? desideri? propositi per
l'oggi? speranze lontane? Era amore?

Ah non per me, che aspettavo ansioso, da basso: ella stessa non sapeva
per chi, ma non per me, fermo nel proposito di non dirle: «il tuo
affetto, sorella, non mi basta più!»

Quando giunse, mi parve che i suoi occhi mi leggessero in cuore; che
il mio segreto le fosse già manifesto; ch'ella stessa fosse mutata.
E durante il giorno mi parve che le sue assenze per le faccende
domestiche si prolungassero troppo. Forse la tratteneva Eugenia, che
forse già sapeva di me....

Voglio confessare tutti quei miei affanni, quelle mie debolezze, quelle
mie tristezze!

Non solo provavo vergogna dell'infingimento: quel mostrarmi allegro e
disinvolto con Eugenia e con Moser; quello sforzo a padroneggiarmi e a
non mutar colore se si parlava d'Ortensia ch'ella non ci fosse, o al
sopravvenire improvviso di lei; quel cercarla non più franco e senza
incertezza come prima, ma con desiderio irrequieto; quell'attenderla a
lungo in un luogo senza parere...: non solo! La gelosia divenne in me
torva quale la gelosia di un uomo in preda a un amore senile; maligna
e gretta quale la gelosia di un marito vecchio per una moglie giovine.
Invano a veder Roveni ballare con Ortensia, nelle ultime sere, tentai
persuadermi che egli amava senza impeti e senza urti; a sorrisi di poca
significazione ed a inavvertibili occhiate, quasi prendendo l'amore per
un gioco tranquillo: ogni suo sguardo, ogni sorriso, ogni atto valeva
per me un'ardente ed evidente espressione d'amore; nè l'avaro che vide
rubarsi un tesoro patì mai tanto quanto io a seguire con l'occhio, nel
ballo, Ortensia e Roveni. Se parlavano, mi avvicinavo per udirli; se
ridevano, ne chiedevo, dopo, il perchè a Ortensia.

A poco a poco mi si faceva strada nell'animo il sospetto che fossero
d'accordo per ingannarmi; solo per il piacere d'ingannarmi; oppure
pensavo che Ortensia mentisse meco per pietà, accortasi della mia
passione; o anche perchè fosse stata sua madre a pregarla d'avere
misericordia di me....

A questo punto! A tal punto cresceva il mio soffrire che in certi
momenti mi pensavo in diritto di confessare il mio amore.

Ma non dovevo. Per la sua felicità, non dovevo! per la pace di Claudio
e di Eugenia, non dovevo! per la mia dignità e per il mio orgoglio, non
dovevo! Soffrire e tacere! Vederla ignara e tacere! Vedermela portar
via, e tacere!

Spiavo. Un pomeriggio Roveni venne ad attendere Moser. Io lasciai
che egli si accompagnasse, per il viale del giardino, con Ortensia,
allontanandomi con un pretesto. Poscia, di nascosto, li prevenni dalla
parte opposta e mi nascosi dietro la macchia ch'era intorno agli abeti
gemelli. Quando afferrai che parlavano di _lawn-tennis_ ebbi tal gioia
da svelarmi con un grido, come fossi là per impaurirli.

Alla gelosia ingiusta, seguiva più tormentoso il rimorso; e per
purificarmi del veleno che mi sembrava avere ingoiato, avrei versato
il sangue a gocce, da ferite. Che, dolcezza se avessi potuto domandar
perdono a Ortensia! Per giustificarmi almeno un poco, entro di me,
ebbi desiderio di narrarle i miei antichi amori; di apprenderle il
disprezzo, il ribrezzo, la nausea, la cattiveria che me n'era rimasta:
accrescerle così orrore della sensualità, della colpa e del tradimento;
ma avrei fatto male e mi vinsi.

Eppure si sarebbe potuto credere che qualche cosa di quel che turbinava
nella mia testa giungesse alla mente di Ortensia.

Uscì a dire con disgusto:

— Anna, che sguaiata! Non ha avuto il coraggio di chiedermi se
l'accompagnerei ancora alla fabbrica?

— E tu?

— Io le ho risposto di no. — Perchè no? — mi ha chiesto. — Perchè no! e
basta. — E lei: — Avrai da tener compagnia a Sivori. A te, che gli vuoi
bene, non fa le critiche che fa a me.

— Certo che gli voglio bene a Sivori: tanto tanto! — Gliel'ho detto
perchè ci ha rabbia. Ma non parliamone più, di colei. Mi fa ribrezzo!

Se non che un istante dopo aggiunse:

— Sa che Anna studia il canto?

— Per caffè-chantant è adatta — io mormorai.

— E sa che nome mi ha messo a me, per canzonarmi? «La Regina Ortensia
di Valdigorgo.» Crede di farmi dispetto! Eh! perchè faccio spesso a mio
modo e dico: piace a me e basta; e comando a tutti, anche a Sivori, il
nome non mi sta male!

— Anche a Roveni comandi?

— Sì che anche Roveni mi ubbidirebbe! Ma non comando mai nulla, a lui.

Io ripresi, senza più sorridere, con risoluzione che sembrò improvvisa:

— Anna lasciala cantare. Quanto a me, presto la libererò del mio
fastidio. Tra pochi giorni me ne vado....

A questa notizia Ortensia mi guardò incredula; balzò in piedi; venne
a me, che le sedevo, di fronte, su la poltrona alla parete opposta, e
severa, con un atto imperioso della mano:

— Non voglio!

— Ma io non ti riconosco per la Regina di Valdigorgo!

Con voce mutata, meno forte, seria, ella ricordò:

— Il babbo non la lascia partire prima che cada la neve. Non sono
d'accordo? — E rianimandosi: — Immagini, Sivori, la prima neve quassù,
che delizia! Immagini: tutto bianco.... I monti, là; e il giardino
tutto coperto; gli abeti, così alti, vestiti di bianco! E correre
fuori, là in mezzo? — Ma dubbiosa dell'efficacia della sua descrizione,
pregava con tutta la grazia degli occhi, della voce; premendomi con una
mano al braccio.

— Stia qui da noi, Sivori, finchè andremo in città, a Natale.

— Impossibile!

— Io e Mino non la lasceremo partire.... Pensi al dispiacere di Mino!

Ripetei: — Partirò a giorni.

— Mi getterò in ginocchio, a' suoi piedi.... Lasciarmi qua sola!

Le pareva che resterebbe sola!

— Ti restano tanti: il cavaliere....; Anna....

— Zitto! Non la nomini!

— La signora Learchi....; la Fulgosi.... — E in altro modo dissi: —
Roveni....

— Cattivo! Cattivo! Oh com'è cattivo! Anna ha ragione quando le dice
cattivo! — S'allontanava imbronciata.

Io....: ancora soffrire! ancora! ancora!

Era così dolce soffrire! Ancora ebbi pietà di me.

— Resterò due giorni di più e dirò a tutti: sono rimasto due giorni di
più, non per voi, per Ortensia! Sei contenta?

Allora tornò lieta.

— Due giorni? Proprio! Qua il lunario, che le dirò io il giorno della
partenza! Non ha nemmeno un calendario? Oh che uomo! — Uscì; tornò col
calendario, dicendo:

— Ne abbiamo? Dodici. Dodici settembre. I Santi vengono? Al primo
novembre. Dunque.... Dunque Sivori dovrebbe partire il tre: va bene? Il
tre per non lasciarmi sola il giorno dei Morti, con quella malinconia.
Otto e tre fanno undici.... È deciso!

Annunciò a voce alta, a una folla, immaginaria:

— Il dottor Sivori partirà da Valdigorgo fra due mesi, l'undici di
novembre! Avete inteso, signori? Ordine mio: della Regina Ortensia di
Valdigorgo!

Io pensavo ai monti e al giardino bianchi di neve. In tinello, il fuoco
acceso e crepitante.... Fuori, nel silenzio, fioccava; e tutti eravamo
attorno al fuoco; e io a raccontar favole, che Mino ascoltava da su le
ginocchia di Ortensia.... Ma rialzando gli occhi....: Ortensia aveva
perduto ogni segno della vivacità fanciullesca di pocanzi.

A che pensava?



XIX.


Mi amava?

Al sospetto rispose in me un proposito che poteva già essere effetto
di rimorso: «Ortensia non deve soffrire!»; e per i pochi giorni che
resterei ancora lassù, saprei attenuare ogni espressione affettuosa,
ponderare ogni parola, correggere ogni sguardo, affinchè l'affezione di
lei per me non prorompesse in amore e dolore, e il mio sacrificio fosse
pieno e grande.

«Non deve soffrire! Come vuole sua madre, deve viver lieta sino a
quando Roveni le manifesterà le sue intenzioni. Allora amerà e andrà
sposa felice».

Virtù? Sacrificio? Non eran vane parole. Ma il pensiero di perderla
interamente, tardi o presto, mi dava tale spasimo da scusarmi d'ogni
pensiero più insano.

«Che io mi posponga a Roveni, è giusto; ma non è giusto che io creda
alla felicità di Ortensia perchè egli le darà i gaudi dell'amor
materiale ed ella soggiacerà alla turpe legge dei sensi».

Ed eccomi a chiamar ribelli sublimi coloro che rifiutano di vivere nel
mondo per rifiutarsi alla legge universale, bestiale e prepotente; e si
mortificano e muoiono lieti d'esser sfuggiti all'inganno del piacere e
d'aver servito alla sensualità. Avessi potuto rapir meco, salva da ogni
cupidità e da ogni bruttura, la vergine che aveva inteso in me un bene
libero da quella esperienza materiale e torbida!

Ed ecco un altro tormento. In me, ora, un involontario contatto della
persona con Ortensia, sedendo vicini o passeggiando, o l'abbandono
innocente e confidente della sua mano alla mia, che non la ricercava,
destava un sospetto oscuro, improvviso, infrenabile, rapido come un
brivido: nel mio sangue, non nella mente.

Il mio pensiero ripugnava da quella istintiva concitazione sensuale,
mentre io la vedevo e la sentivo così fervida e giovine. La guardavo
fisso, con un timore doloroso. E lei diceva:

— Perchè mi guarda così?

Alla dimanda, mi si allargava il cuore, perchè non scorgevo ne' suoi
occhi nemmeno l'ombra di quel mio sospetto; perchè il suo sguardo
mi cadeva limpido nell'anima quasi a purificarla subito; perchè
rivelandosi ignara, fin nella voce, del motivo che io aveva avuto
a guardarla così, essa non attendeva risposta nè mostrava dubitare
d'altro motivo che non fosse un affettuoso e semplice indizio di
tenerezza....

Ma il più lieve contatto d'altri, o un altro sguardo, avrebbe potuto
proporle e insinuarle il desiderio; una differente stretta di mano
avrebbe potuto darle la sensuale commozione che non le davo io.... E un
altro la contaminerebbe!

In confronto a questa infamia — era un medico che la chiamava
un'infamia! — sembrava cessare ogni colpa nel mio amore nobile e puro;
e mi dicevo che se Ortensia mi amava, mi amava allo stesso modo di me,
nè proverebbe mai voluttà più grande....

.... Mi amava?

Era tanto mutata!; o mi pareva. Diversa nei modi: non accorreva più
come una volta, non rideva più con l'impeto di prima; diversa nello
sguardo, più luminoso e profondo; e in tutta la persona di lei sembrava
definirsi la gravezza di un intimo raccoglimento, d'una meraviglia
deliziosa, intensa, continua; quasi d'una beatitudine meditata e
riflessiva.... Se pure non m'ingannavo!

La consideravo con timida gioia. Ma diveniva tosto una gioia affannosa,
paurosa; e con più speranza che timore mi ripetevo:

«Forse m'inganno».



XX.


O forse tutto era un inganno? Per difendermi del male che facevo e che
avevo, inveii contro me stesso e rimproverai Ortensia. Innamorato, al
pari di tutti gl'innamorati forse io ero uno stolto che alla donna
reale aveva sostituito la creatura del suo sogno. Troppa bellezza,
troppa intelligenza avevo attribuito a quella ragazza diciassettenne;
e bisognava rompere l'incanto, non solo per risparmiarle soffrire, ma
per risparmiarmi soffrire.

Era bella; nessuno poteva negarlo: un fiore. Beltà però facile a
deperire presto, come accade di tutte le bionde.

Poi mi meravigliavo perchè adesso Ortensia non chiacchierava più
come per l'addietro, e la credevo perciò innamorata? Ma taceva solo
perchè tacevo io! A suggerirle argomenti, era stata loquace: da sè non
trovava da dire cose notabili. Del resto, le donne molto intelligenti
si dimostran tali nell'eleganza e nel buon gusto: Ortensia non aveva
sempre buon gusto.

— Perchè ti sei messa questa giubba grigia, che ti sta così male?

— Comincia a far fresco, la mattina.... È di flanella. Ma non la
porterò più.

— Te l'ho detto un'altra volta che è un colore che ti fa parer brutta.

— È vero; non me ne sono ricordata.

E io, dopo una pausa:

— Sei infatti molto smemorata, Ortensia! Tua madre e tua sorella hanno
ragione di dirtelo.

Rispose paziente, con un queto sorriso:

— Metterò giudizio, e lei non avrà più da sgridarmi.

Ahimè! I tentativi di rompere l'incanto erano vani! Essa mi guardava in
un modo....

Ma a quella frase di «metter giudizio» rammentai le raccomandazioni che
mi aveva fatte Eugenia e che avevo dimenticate da un pezzo. Tuttavia
aspro ripigliai:

— Tua madre desidera che io ti corregga.... Son gli ultimi consigli.

Essa, con un tremito nella voce (non m'ingannavo), esclamò:

— Ultimi? perchè ultimi?

— Ti ripeto che debbo partire lunedì. Sbigottita, pallida (non
m'ingannavo), mi fissò dicendo:

— Non lo credo; nessuno lo sa, in casa!

— Lo sapranno oggi stesso.

— Ma perchè? che è stato?

Ed io, col cuore che palpitava come il suo:

— Nulla.... L'altro dì te lo dissi pure che sarei partito a giorni.

— Io credevo scherzasse.... Non mi promise....?

L'interruppi:

— Fu una promessa della tua fantasia. Eccoti un consiglio: non
affidarti mai alla fantasia contro le imposizioni della realtà.

Questo le dissi, io, che avevo tentato invano di romper l'incanto!

Ma essa si strinse nervosamente le mani, a capo chino; poi mi guardò
in quel modo.... Non m'ingannavo! Mi sembrò di vacillare; non potei non
mitigare la voce, non dire:

— In realtà.... tu sei buona.

— Buona? — Sorrideva così triste!; un sorriso di amore dolente.

— Sì, buona! — proseguii fingendo di non capire e cercando pretesto
a inasprirmi di nuovo. — Il mondo invece è cattivo! Che dolore
sarebbe per me, un giorno, se dovessi apprendere che tu ti sei mutata
all'esperienza del mondo!

A sua volta, quasi suo malgrado, ribattè fiera, aspra:

— Lei ha poca fiducia in me; ed io ne ho tanta in lei!

— Che sai di me, tu? — esclamai senza più chiaramente avvertire quel
che mi dicessi. — Ricordati che ogni infamia è possibile: anche quelli
che stimiamo di più ci possono mancare!

Il mio pensiero, trasportato dalle mie stesse parole, corse a Roveni.
Ma indietreggiai; contenni l'impeto della gelosia, a cui stavo per
abbandonarmi.

— No: esagero. Non tutti quelli che stimiamo si dimostrano indegni
della nostra stima. Io di Roveni....

— Sivori! — Ortensia gridò, sdegnata, quasi minacciosa, come non
l'avevo mai vista.

— Lasciami dire. Di Roveni io ho tanta stima che non posso pensare alla
tua felicità senza pensare alla sua felicità.

Allora essa mormorò:

— Non credevo....; non credevo.... — e fuggì via. Non credeva che io
fossi spietato!

.... Annunciai poco dopo a Eugenia che partirei il lunedì prossimo.
Eugenia mi disse:

— Perchè non restare ancora un po' da noi? Speravamo restaste fino
all'inverno!... Volete andar laggiù, in pianura, in autunno?

Non andrei a Molinella.

— Farò come Roveni. Andrò anch'io lontano a cercar lavoro; ma con
minori speranze di lui!

— Vedete che non siete guarito? — la signora mormorò notando il modo
delle mie parole. Scoteva il capo; e come un giorno aveva detto:
«perchè Dio non v'ha dato una sorella?», ora disse:

— Se aveste una famiglia, vostra....

Questo dovevo udir io, da sua madre, senza rompere in pianto!

A desinare, dalle occhiate bieche di Claudio mi avvidi che Eugenia
l'aveva già informato della mia decisione. Mi avvidi anche che n'era
informata Marcella: Ortensia arrossì, guardandomi....

Quanto mi amava!



XXI.


Assistere alla commedia della vita col pianto nel cuore: anche questo
è la vita!

Alla festa del XX settembre, in Valdigorgo, che avrebbe dovuto
redimere il cavalier Fulgosi dal ridicolo in cui egli asseriva d'esser
precipitato per colpa della moglie, anch'io risi; ma la comicità dei
casi è solo nella mia memoria mentre ho vivo nel cuore il dolore che
in me accompagnava la stentata ilarità. Sì gran dolore risento, da non
poter indugiare nel racconto, quasi per un senso di profanazione. Tre
immagini, del resto, importa solo che io rilevi dalle ricordanze di
quel dì e le scorga nella lor propria luce: in luce d'amore, Ortensia;
chiaramente perfida, Anna Melvi; nella penombra da lui sempre cercata,
Roveni.

E mi rivedo, prima, nella sala del Municipio, rigurgitante di pubblico;
con il popolo in fondo; con le file delle signore in cospetto
all'oratore e, dietro, in poltrone, le autorità del Comune e del
Circolo che s'inaugurava. L'oratore parlava su di un palco, davanti a
un tavolino; e il discorso procedeva alla volta della pace universale,
tediosamente inzeppato di frasi a doppio senso, per congiungere il
tema della caccia alla politica. «Sappia l'Italia che il _punto di
mira_ dei Valdigorghesi è il bene della patria»....; e così via: col
_paretaio_ della difesa nazionale; con le _poules_ e il _bersaglio_ del
patriottismo....

Durante il fastidio dell'enfatico sproloquio, Ortensia cercava con
insistenza il mio sguardo. Mi sorrideva, e quel lieve sorriso senza
circospezione, senza sospetto, nell'innocente abbandono di un bene
che nulla più può contenere, mi angustiava di consolazione e di pena.
Ritraevo gli occhi da lei provando l'impressione che quello sguardo mi
rinnovasse l'anima; e pur conservando nella vista mentale l'amorosa
immagine, non resistevo alla tentazione di tornar a guardarla e
tremavo all'istantaneo riscontro dei nostri occhi. Là fra le altre
essa era sovrana non solo per la bellezza, ma perchè il suo aspetto
aveva perduto ai miei occhi ogni apparenza d'adolescente ignara, e io
la vedevo in tutto lo splendore della giovine innamorata e orgogliosa
dell'amore che le fioriva in petto. Ora temevo che gli altri ci
sorprendessero; ora, in un impeto di insania, avrei voluto che tutti
scorgessero come essa mi amava.

Sola cosa buona che facesse il cavaliere era quella che con la sua
personcina elevata sul palco impediva a Roveni di scorger Ortensia.

E rivedo Roveni che, impassibile, seduto acconto a Moser, s'estendeva
i folti e arditi baffi, o incrociava le braccia puntando lo sguardo al
soffitto. Anna Melvi sorrideva all'oratore; avventava occhiate a me;
guatava Ortensia.

Eppoi, dopo lung'ora, la catastrofe. A vendetta di Learchi e degli
altri capoccia clericali, ch'eran rimasti assenti, il cavaliere
improvvisava un inno al lavoro, e col «sacrosanto grido di: pane e
lavoro!» gettava l'offa ai socialisti. Più di una volta i suoi pugni
eloquenti non avevan per poco rovesciato il tavolino; ma quando egli
volle mitigare l'audacia di quel suo favore al socialismo e mandò un
poderoso grido di «Viva l'Italia!», allora.... Un crac formidabile;
un rovescio fragoroso e simultaneo del tavolino, dell'oratore, della
bottiglia e del bicchiere che eran sul tavolino. Un'asse del palco
s'era rotta e il palco s'era sfasciato.... Immaginare il trambusto, il
tumulto!

Della folla tutti si alzarono in piedi, addosso gli uni agli altri per
vedere; molti, troppi, accorrevano per soccorrere. La signora Fulgosi
svenne; le Melvi ridevano sgangheratamente; io e Moser rialzammo il
caduto, che ci raccomandava di raccogliere le cartelle del discorso,
mentre il dottor Minguzzi gli appiccicava un pezzo di taffetà in una
guancia sanguinosa.... Quand'ecco a quello scompiglio successe un
clamore più grande. Lo provocò una voce che gridava:

— Sono stati i clericali!... Tradimento dei clericali! — E alcuni
clericali o lor difensori, i quali si trovavan là in fondo,
protestarono con violenza.

Si videro braccia in aria; pugni piombar su teste; confondersi gente in
mischia....

Queste, furon queste le conseguenze del nobile intento della
pacificazione universale!...

Ebbene, in quel disordine, io rivolsi gli occhi più d'una volta a
Roveni e lo vidi sempre là, in piedi ma al posto di prima, immobile a
guardare freddamente lo spettacolo inaspettato; superiore a tutti nella
gazzarra. Era come lo spettatore di una farsa: di una farsa però che
non riesce a farlo ridere e di cui attende tranquillo la fine, quale
che sia. Anzi egli s'imponeva tanto alla mia attenzione e m'aveva
confermato in tale opinione della sua energia, che l'avrei paragonato
la un valoroso il quale assistesse a un conflitto non degno del suo
intervento. A chi mai, vedendolo in quell'attitudine, sarebbe venuto
il dubbio che quell'uomo fosse un vile? O chi avrebbe dubitato che,
se invece di comico il caso fosse stato tragico davvero, egli non si
sarebbe comportato diversamente?

.... Poi mi rivedo nella sala del _buffet_. Ivi gli invitati, mangiando
paste e _sandwich_, si preparavano ad assistere alla gara di tiro.

Io passavo di gruppo in gruppo, con la sola intenzione di star lontano
da quello in cui era Ortensia.

Insieme con la sorella, due o tre signorine paesane e alcuni giovani
corteggiatori, essa era rimasta confinata presso al balcone; nè il mio
sguardo poteva correre là senza incontrare lo sguardo di lei. Essendomi
avvicinato una volta, lei si staccò dagli altri e venne a me, in
apparenza ardita, ma mi chiese pavida, a bassa voce:

— Perchè non sta qua con me?... con noi?

Colto all'improvviso, non seppi che rispondere. Risposi sorridendo come
chi muova un benevolo rimprovero: — Bambina....

Essa, di pallida che era, avvampò.

Roveni, intanto, percorreva la sala con il fare di un padrone di casa.
Osservai che quel giorno gli occhi del giovane erano senz'ombra alcuna;
anzi il suo sguardo, così freddo per solito e teso innanzi a lui,
pareva più limpido e ricercava come per un'accondiscendenza o cortesia
nuova il mio sguardo. Aveva già saputo della mia partenza? Così pensai.
Eppure non potevo odiarlo!; tale concetto ne avevo!

— È vero che Ortensia sta bene vestita così? — mi chiese. E ci
accostammo insieme a quel crocchio.

Ortensia suggeriva qualche cosa all'orecchio di Marcella, la quale
prima parve disapprovare o schermirsi; indi, fattasi animo, ripeteva la
cosa a Guido. Questi fece due salti fregandosi le mani, tutto contento,
ed esclamando: — Bene! benone! benissimo!

— A Sivori non dispiacerà? — domandò ancora Marcella.

Infatti Ortensia era incerta, quasi dubitasse a interrogarmi.

Finalmente l'arcano mi fu chiarito da Guido.

— Lei e le ragazze se ne stanno in giro qui, per il paese. Io faccio di
tutto per sbagliare il primo colpo; mi metto fuori concorso; scappo e
torno da loro. Va bene?

Roveni udì e non fiatò. Invece dagli altri sorsero proteste per la
defezione delle Moser, appena esse ebbero ottenuto l'assenso del padre.

Ma Ortensia non si confuse:

— Assistere a una strage di piccioni? Lo lasciamo a voi questo bel
divertimento!

— Un capriccio, al solito — esclamò Anna Melvi accostandosi col
dottorino Minguzzi al fianco.

Marcella, confusa, le disse:

— Vieni anche tu, con noi....

— No, cara! Mi son prestata abbastanza.... Basta, oramai!

La povera Marcella divenne rossa rossa; Ortensia scosse il capo
sdegnosa; Guido ruppe in una risata. Ma Roveni con aria di perfetta
indifferenza domandò alla Melvi:

— Prestata a che?

— A sfidar la malignità per favorire l'amicizia!

Ribattè Roveni, col tono di prima:

— Eh! per la malignità lei non ha niente da temere! — Al colpo io
sorrisi; Anna mi vide; si morse le labbra, e mentre fissava l'ingegnere
con quei suoi occhi di vipera, non nascose lo sforzo a trovare una
risposta adeguata. La trovò e colpì anche me.

— C'è sempre da temere quando si hanno amici e nemici in una posizione
equivoca.

Il nemico ero io!

— Da una posizione equivoca — dissi — si può sempre uscire per la via
diritta, ma non si sa dove si possa finire con una condotta equivoca.

— Uhm! Una distinzione molto sottile — ribattè Anna astutamente. — Non
la capisco. E tu, Ortensia?

Ortensia rispose:

— Io non me ne intendo di queste cose.

E vedendo che io approvavo e sembravo incitarla aggiunse:

— Se non capisci tu, ho da capir io?

— Brava! — fece Roveni, non poggiando troppo sulla lode e andandosene.

— Andiamo! Andiamo. È ora! Al campo di tiro, signore e signori! Al
Poligono, per la gara! — ripeteva il segretario a destra e a sinistra.

Esclamò Anna:

— Dottor Minguzzi, noi sappiamo dove andiamo a finire: al Poligono!; e
senza equivoci, noi!

L'altro tergiversava, ma Anna se lo prese a braccetto e s'avviò, dopo
avermi avvolto in una occhiata di sprezzo.

Roveni intanto mi attendeva a capo della scala. Lasciò che le Moser ci
precedessero, per dirmi:

— Sono stato ferito da due parti in una volta; dalla frecciata della
Melvi e dalla risposta che lei ha data alla Melvi. Ma dica: per lei, io
sono soltanto in una posizione equivoca, o è equivoca la mia condotta?

Non aveva certo l'aria di un provocatore; in quella sua calma però
scorgevo il desiderio di metter carte in tavola. Sarebbe stata forse
diversa la mia risposta se mi fossi ricordato del proverbio: «chi è in
difetto è in sospetto»; ma gli scienziati, per quanto psicologi, han
poco uso di proverbi. Sinceramente, senza attenuazione alcuna, risposi
che potevo arrogarmi il diritto di giudicare la condotta di Anna, non
la sua.

— Non credo — aggiunsi — che lei sia uomo da percorrere vie oblique, e
non la credo affatto in una posizione falsa.

L'ingegnere disse: — Grazie; ad ogni modo, desidererei parlarle in
proposito. Ma lei non viene mai a trovarmi alla fabbrica!

— Verrò domani; sarà la visita di congedo.

Non mostrò meraviglia della notizia e conchiuse: — L'aspetto.

Sulla porta m'attendevano le sorelle; e noi tre soli c'incamminammo
per il paese. Nella maniera con cui Ortensia mi scrutava era evidente
il pensiero: «Lei lo sa già il bene che le voglio. Non avrà una buona
parola per me?»

Perciò essa aveva voluto restassimo soli; ma io, io, che avevo ceduto
temendo lo scorgere degli invitati alla festa, non volevo piegarmi.

Mi risonavano all'orecchio le parole di Roveni; mi rimproveravo e
insieme mi rinfrancavo pensando alla lealtà di lui; mi pareva nello
stesso tempo che io avessi tardato troppo a frenar la passione di
Ortensia; e ch'ella vi si abbandonasse troppo debolmente.

E non potevo dirle: — Se tu sapessi il bene che ti voglio!

Quasi strappandosi dai suoi pensieri, Ortensia esclamò:

— Sai, Marcella? Sivori non parte più per ora.

— Come? — feci io nel tono di chi respinge un brutto scherzo.

— Si è sfogato. È stato feroce. Non saran più i pettegolezzi di Anna
che lo faran partire così d'improvviso. Ad Anna nessuno bada più;
neanche Roveni.

— Ma io non parto per questo!

— Perchè dunque? — fece Marcella senza malizia.

— Perchè lunedì debbo essere a Milano.

Ortensia ritardava il passo sì da lasciar avanzar un po' la sorella, e
velata di subitanea tristezza, mormorò:

— Non credevo....; non credevo....

Le chiesi a voce alta:

— Che cosa non credevi?

Mormorava:

— Che lei mi tenesse ancora per una bambina....

— Ma no! via!

— Leggera, dunque; capricciosa; falsa, come Anna!

— Chi t'ha detto questo? Non è vero!

— Si vede, si vede!

— Ti prego, Ortensia....

Marcella, che si era fermata ad attenderci, rise.

— Vi bisticciate?

Proseguimmo in silenzio.

Io vincerei; ma a che prezzo! Nè tardai ad avvedermi che l'intima
battaglia di Ortensia superava forse, per asperità, quella che io
sosteneva in me. Ah il sogno della giovine innamorata s'abbatteva;
s'infrangevano le ardite speranze contro la mia durezza? Ma il
silenzio di lei mi significava che la giovinetta, che per un momento
avevo creduto debole, già m'opponeva la fierezza di una passione
pienamente consapevole, di una donna già consapevole e guardinga della
sua dignità. Dalla bella persona, alta e snella, che mi camminava al
fianco, ricevevo una impressione di severità e di nobiltà, che non
poteva essere solo l'abito elegante e di colore insolito a conferirle.

Quant'era mutata in pochi giorni! Nè era quella mutazione un
travisamento innaturale e transitorio, quale deriva talvolta da un gran
dolore; era come un raccoglimento rapido eppur naturale e duraturo che
una misteriosa energia aveva imposto a quell'animo irrequieto e della
quale tutta la persona pareva improvvisamente dominata e investita. Non
osavo guardarla negli occhi, nei begli occhi in cui poco prima avevo
scorto uno stupore di gioia e di vita nuova e poi un tremulo desiderio
d'abbandono: temevo ora di scorgervi lo sdegno e il rimprovero di
un'imperdonabile offesa.

Per togliermi e togliere Ortensia da tanta pena cercavo invano
d'apparir disinvolto, traendo argomento a discorrere da ciò che
osservavo nella via.

Ricordo che dalla piazza avanti la chiesa un figuro giullaresco
chiamava a suon di tromba gli ultimi curiosi attorno a una sonnambula.

— Facciamoci dir la sorte anche noi — propose Marcella. — Io
acconsentivo; ma Ortensia: — No. Non voglio! non voglio profezie di
sventure!

— Sciocchina, ci crederesti?

Non rispose alla sorella; tacita diede a me una di quelle occhiate che
mi passavano sul cuore come su di una ferita un'acuta punta.

Più tardi, da una svolta venne verso di noi un uomo, che riconobbi
da lungi, benchè a stento. Com'era deperito l'onesto Martino, il
merciaiuolo ambulante, da poi che non l'avevo rivisto! Curvo, portava
in ispalla un piccolo sacco e gli pendeva la bilancia dall'altro
braccio.

— Come va, Martino?

— Ah! — fece egli in atto di chi è stato colpito da un'enorme disgrazia.

Marcella chiese:

— Vostra moglie?...

Ma egli si mostrò afflitto per ben altro che per la perdita della
moglie! Allorchè potè parlare, brontolò:

— Mi è morto l'asino....

L'asino che io avevo invidiato era morto! Il ricordo mi fece sorridere.
E Ortensia:

— Ecco il sorriso brutto...., che speravo non vedere mai più!

— Tu non sai il perchè sorrido. Sorrido perchè un giorno io mi
confrontai all'asino di Martino; e c'è chi mi crede un grand'uomo!

A lei alludevo, che forse era stata indotta ad amarmi dall'opinione che
i suoi avevan di me.

Proseguivo:

— Sorrido anche perchè, a mio scapito, un giorno io mi confrontai a
Martino, che ora piange la morte dell'asino come non piangerebbe la
morte di sua moglie. E c'è chi mi crede un uomo diverso dagli altri!

Con la mia stessa ironia Ortensia ripetè la frase udita più volte da me:

— Ogni infamia è possibile....: anche che lei non sia diverso dagli
altri.

Tacqui, io, ora; e forse per il mio silenzio la sua speranza si ridestò
in un tentativo estremo.

— Da tanto tempo — mormorò — io mi son detto che non c'è uomo eguale a
lei. Perchè dovrei essermi ingannata?

Era pur dolce sentirla parlare senza ironia, senza amarezza, con
pentimento, con fede! Tacevo.

Fissandomi quasi per accendere ne' miei occhi smarriti la fiamma che
aveva nell'anima e per vincermi con una confessione ardita e violenta:

— Sì! sì! — ripetè senza dire di più.

Sì: non si era ingannata; voleva non essersi ingannata nel concetto
di me; sì, mi amava. Ma io chinai il viso...; non volevo vedere ciò
che di più sublime può attingere l'idealità e la passione umana: come
nella bella e fiorente giovinezza di una tal creatura una misteriosa
inspirazione aveva reso perfetto il sentimento della vita con
l'improvviso palpito dell'amore.

Essa.... Ancora sperava?

— Mino — disse dopo un poco — m'ha chiamata, stamattina al suo letto
per dirmi in un orecchio: «Se Sivori mi prende a Milano, ci vieni anche
tu, Ortensia?»

Mi riferiva l'innocente domanda del fratello per intenerirmi; ma fu
come non avessi udito.

— Da Milano, lei, va dopo a casa sua, a Molinella?

— No: all'estero. Laggiù andrò quest'altr'anno; d'estate.

— E non verrà a Valdigorgo?

— Non so se potrò venirci.

Non le restava più alcuna speranza! Tornò d'un tratto sarcastica.

— Ci ha qualche sorella, laggiù?

Ah! quanto male mi fece! Eppure non dissi: «Perchè mi fai tanto male?»;
risposi:

— Non ci ho che due vecchi: il Biondo e sua moglie.

— Le vogliono bene?

— Poveri vecchi!

— Ah dunque c'è qualcuno al mondo che le vuol bene!

Così, con la mia stessa ironia....

E non parlò più. Nel caffè, dove sedemmo ad attender Guido, fingeva
leggere i giornali. Ma quando Guido giunse, gli chiese impaziente:

— Il babbo tarderà molto?

Oh se tardò!; se fu grande la pena dell'attesa!

Infine rammento che Moser venendo a noi, con la carrozza, annunciò:

— Il primo premio all'assessore; il secondo a Roveni. — E rivolto a me
e a Guido: — Voi due avete fatto bene a squagliarvi. Costui (accennava
a Guido) tira ai piccioni come tu, Sivori, tiravi alle anitre. — Mentre
parlava, Claudio guardò Ortensia, aggrottò le ciglia; quindi le chiese:
— Cos'hai?

— Nulla, babbo; perchè?

— Mi pareva....

Marcella nel salire in carrozza mormorò in modo che io solo la udissi:
— Cervellina!



XXII.


Quando entrai alla fabbrica, Roveni, su la porta della piccola casa che
serviva a dimora ed ufficio del direttore, era intento a una faccenda
strana, quantunque potesse parere uno spasso di dopo colazione:
ripuliva un rewolver. Del resto, con l'usata franchezza di parole e di
modi, egli impedì subito la mia meraviglia.

— Mi brucia d'esser stato battuto ieri, al tiro. Ho sbagliato l'ultimo
piccione. A tiro a segno non sarebbe andata così.

Nè mi meravigliò il rancore che dimostrava così dicendo; indizio di
tenacia anche nell'amor proprio.

Aggiunse:

— Voglio vedere se oggi ho il polso fermo.

Appena fuori della porta era una carretta da trasportar mattoni. A
una parete di essa egli segnò un cerchio; si mise a distanza di una
quindicina di passi; mirò per alcuni istanti, e sparò.

— Centro! — disse un operaio che accorse per primo.

— Bravo! — feci io. Roveni con un lieve movimento del capo significò:
n'ero sicuro.

Non m'invitò a tirare, quasi dubitasse di umiliarmi; tranquillamente
riprese a pulire il rewolver. Chi avrebbe dubitato che tutto ciò
seguisse a un proposito e tendesse a un fine recondito?

Poi entrammo nell'ufficio; d'onde, dall'ampia finestra, si osservava
l'andamento laborioso degli operai. Laggiù, coloro che informavano le
crete agli stampi e la lunga fila delle carrette che recavano alla
fornace il materiale pronto alla cottura: un'altra fila di carrette
ne usciva con il materiale già cotto. Risonavano i mattoni nel venir
scaricati e ammucchiati. Transitavano intanto, con fragore di ruote
e tinnio di sonagli e voci di birocciai, le birocce di trasporto alla
ferrovia.

La produzione era davvero grande. Come spacciare tanta roba?

— Ora Moser ha una buona idea — disse Roveni mentre, deposta l'arma,
rovistava su lo scrittoio. — Pensa di costituire una società in cui
entrerebbero altri appaltatori.... Purchè non v'entrino le piovre!

— Chi sono?

— Si capisce: amici; ai quali è costretto a ricorrere nei momenti
d'angustia. Per il fondo di scorta non gli bastano certe volte i
prestiti concessi dalle banche. E la piovra più insaziabile è il signor
Learchi.

— Learchi!... — esclamai stupito. Che Learchi fosse stato un affarista
un tempo, lo sapevo; ma lo credevo.... in riposo. E apprendevo ch'egli
strozzava il padre della sua futura nuora, quando gli si sarebbe dato,
tutt'al più, del burbero benefico!

— Com'è difficile conoscere gli uomini!

Ora che cerco di rappresentarmi Roveni quale mi si dimostrò in quel
giorno, con ogni sua mossa e parola, ne ricordo la fuggevole occhiata
alla riflessione con cui accompagnai l'esclamazione di meraviglia.
E ricordo ora che non di rado egli aveva di tali occhiate, le quali
sembravano sfuggirgli, per quanto fosse padrone di sè, come sospettasse
d'esser lui in sospetto d'altri. Ma già Roveni aveva trovata la carta
ricercata.

— Vede? — disse. — È la proposta di un impiego per me. Potrei uscire
anche adesso, subito, dalla posizione apparentemente falsa in cui mi
trovo....

Richiamandomi così direttamente a quanto egli mi aveva detto dopo il
mio dibattito con Anna, l'ingegnere s'imponeva di nuovo, più leale di
me, al mio giudizio e alla mia stima. Per il peso della simulazione che
io avrei voluto gettarmi d'addosso, e non potevo, tentai interrompere
il discorso.

— Le ripeto che lei non mi deve alcuna spiegazione.

— Anzi! — ribattè egli. — Io ho proprio il dovere di spiegarmi con
lei. Lei è il più fidato amico della famiglia Moser ed è bene che
veda chiaro nel mio modo di procedere. È strano che un giovane della
mia età, non un bambino come Pieruccio Fulgosi, pensi sul serio a
una ragazza e si contenti di guardarla senza dirle nulla. Sembra un
mistero.

— Ma io so che Eugenia volle promessa da lei di tacere ad Ortensia, per
adesso....

— Ah! sa? Benissimo! Ho avuto riguardo alla signora Eugenia, che è
tanto apprensiva; e ho mantenuta la promessa, da uomo leale. Ma questa
lettera, questa proposta d'impiego mi scuserebbe abbastanza se uscissi
da ogni riserbo. Diavolo! Posso provare che un impiego non mi mancherà,
e con tutto il rispetto alla signora Eugenia, potrei cominciare a
corteggiare Ortensia, che non è più una bambina.... Invece, no: lei
ha visto; lei vede come mi comporto. Perchè? Appunto perchè non mi
piace di stare in una posizione falsa; perchè io debbo riguardi anche
a Moser e non voglio si dica che, mentre mi dispongo ad abbandonarlo,
gli innamoro la figliola senza avere la certezza assoluta di sposarla.
La certezza assoluta! L'impiego che mi propongono non l'accetto: è
vantaggioso; molto vantaggioso; ma non mi soddisfa del tutto. Eppoi:
non voglio, non debbo abbandonare Moser finchè non si sia provvisto di
un altro direttore, o non abbia costituita la società.

Costui era un uomo! Io?... Mi sentivo umiliato, avvilito; ebbi di
nuovo una smania impetuosa di riscuotermi, di svelarmi, di non restare
inferiore a lui.

— La sua condotta, ingegnere, non merita che lodi. Suo solo errore è
d'aver preso per sè un rimprovero che non era nelle mie intenzioni; che
lei forse potrebbe riferire a me stesso.

Egli mi fissò come non era solito e come chi dubita d'aver frainteso.

Quindi disse (e io non badai che le sue parole non s'accordavano del
tutto all'espressione da me attribuita alla sua occhiata):

— Lei pensa che io abbia dato retta alle chiacchiere di Anna? — E
scrollò le spalle.

— Quali chiacchiere? — domandai. — Che io sono innamorato di Ortensia?

— E che Ortensia è innamorata di lei.

Se io mi lasciavo andare alla confessione del mio amore, non
compromettevo Ortensia, per allora e per l'avvenire? Perciò sorrisi in
modo che quel sorriso valeva una menzogna; e dissi:

— Lei non crede ne l'una cosa nè l'altra? Perchè?

— Prima di tutto, perchè lo dice Anna. Povera diavola! Cercava
persuadermi che lei sposerebbe Ortensia, naturalmente per trarmi nella
rete. Non poteva capacitarsi, Anna, che Ortensia mi piacesse davvero!;
sperava sostituirla! Ma ha visto ieri come dà la caccia, adesso, al
dottor Minguzzi?

Intanto Roveni lasciava sospeso il discorso di prima. Ripresi io:

— E per quali altre ragioni le sembra inverosimile ciò che la Melvi
dice di me e di Ortensia?

— È impossibile che un uomo come lei abbia voluto innamorarsi di
Ortensia; un uomo di studio, di studi ben diversi dai miei; un uomo che
forse non ha mai pensato ad accasarsi e che, se mai ci pensasse, non si
perderebbe con una giovinetta...

— Oh bella! — esclamai dissimulando la ferita che mi diede
quest'argomento. — Non è possibile che io _abbia voluto innamorarmi_?
Non potrei essermi innamorato senza volere?

— No. Io non credo all'amore fatale dei romanzi. O meglio, credo che
gli amori romanzeschi siano per la gente debole, malata, senza volontà.
La volontà, per me, entra anche nell'amore.

— Uhm! — feci io lieto di dare al colloquio un avviamento di
discussione psicologica. Ed egli:

— Anche nell'amore c'entra la volontà! Ma scusi: un uomo sano, normale,
con la testa a posto, desidera una donna. Che deve fare per ottenerla?
Deve misurare gli ostacoli che lo separano da lei. Sono superabili?
Avanti! Non sono superabili? E allora non ci pensa più!

— Il guaio è che l'amore accieca, fa perder la testa.

— Accieca chi non ha occhi; fa impazzire chi non ha giudizio!

—.... O illude: attenua gli ostacoli che sembrarono superabili. In chi
non li può superare l'amore diventa poi romanzesco, come dice lei.

— L'uomo sano deve prevedere questo pericolo!

Poi con la sicurezza di un giusto orgoglio Roveni troncò la teoria per
addurre l'esempio di sè.

— Io spero di non illudermi; spero di superare gli ostacoli che si
frappongono per adesso a fidanzarmi con Ortensia; voglio superarli. Non
ci riuscirò? Non mi ammazzerò per questo, come si usa nei romanzi. Solo
— aggiunse — si può vivere anche senza moglie!

Quell'uomo di volontà indomita, quell'uomo che con la energia della
persona e della fisionomia pareva domandar a confronto la saldezza
del granito o del bronzo, e che pareva condensare e raffreddare a
un tempo tutta l'energia dell'animo e dei nervi nello sguardo degli
occhi chiari, quasi bianchi, quando disse: — Si può vivere anche senza
moglie! — tremò nella voce; le sue labbra ebbero un tremito! Ora io
domando: chi a osservare così vivi contrasti avrebbe giudicato tal uomo
all'opposto di quel che lo giudicavo io? Per me era un forte che amava
fortemente; che aveva giurato a sè stesso: o Ortensia, o nessun'altra!

Con amarezza; con invidia non abbastanza respinta nel cuore, osservai:

— Lei però dimostra anche che quanto più son gravi gli ostacoli, tanto
più aumenta l'amore, sia o no volontario....

Non si diè per vinto. Esclamò:

— Bene! Ecco perchè lei, dottor Sivori, non può essere innamorato di
Ortensia! Che cosa le impedirebbe di sposarla, se la volesse?

— La differenza di età.

— Che! Moser per darla in moglie a lei aggiungerebbe dieci anni addosso
a sua figlia!

— Ma io potrei non volerla per timore di renderla infelice; per la
fiducia almeno che moglie di un altro sarebbe meno infelice.

L'ingegnere ruppe in una sghignazzata. Rideva di rado, ma quando
rideva, rideva così: con violenza.

— Oh questa è grossa! Questa farebbe ridere anche in un romanzo!
Amare una donna vuol dire desiderare di renderla felice; vuol dire
sperare, aver certezza di renderla felice, come nessun altro: se no,
che amore sarebbe? — E proseguì: — Ma lei scherza! Si vede. Non nego
però che forse qualcuno le darebbe ragione, a costo di far ridere i
polli. Piuttosto che confessare la propria debolezza c'è chi cerca di
gabellare la debolezza per eroismo, e chiama egoisti gli altri. Io non
li posso soffrire.... So bene che lei non è di questi! Lei scherza!

Nelle ultime parole Roveni insistè per escludere assolutamente il
sospetto di un'allusione; mentre io sorridevo proprio a mo' di chi
ha scherzato. Per non scherzar più, avrei dovuto dirgli: «Ebbene:
Ortensia sarà mia!» Ma una voce mi diceva dentro: — «Il tuo sacrificio
è ridicolo per lui, per la sua forza; ma tu devi compierlo per la
felicità d'Ortensia!»

Tuttavia il discorso non era compiuto. Fiaccamente, quasi solo per
proseguire nell'argomento scherzoso, chiesi anche:

— E perchè Ortensia non potrebbe essere innamorata di me?

— Innamorata? Come dice Anna? Eh!, conosco le donne! conosco le
ragazze! Un capriccio....; un fuoco di paglia, potrebbe darsi; se
lei stesse ancora qua, o tornasse presto: sarebbe un primo amore;
e io mi ricordo di quello che disse lei del primo amore a proposito
di Pieruccio. Una ragazza come Ortensia, a diciassette anni, non fa
passioni.... Affezionarsi, sì. Questo è indiscutibile: a lei Ortensia
è molto affezionata; ed è un bene. Io ne sono contentissimo!

Spalancai gli occhi. Egli proseguì tranquillamente:

— Da un po' di tempo s'è fatta più seria, la signorina! Aveva tanti
capricci! Ma adesso diventa una donnina a modo. Brava! Perchè c'era da
preoccuparsene. Non sono un poeta io; sono un meccanico!

Quasi per concludere, ma in realtà per togliermi ogni timore in
proposito e ogni scrupolo, io mi sforzai a domandargli anche quando
penserebbe di chiederle la mano d'Ortensia.

— Appena sarò sicuro del mio avvenire; gliel'ho già detto.

— Ma lei è sicuro del suo avvenire!

— Non ancora. Le ripeto che non amo i castelli in aria e che sono un
uomo leale. Cerco un buon impiego; stabile. Quando l'avrò trovato,
mi terrò sciolto dalla promessa che ho fatta alla signora Eugenia e
parlerò liberamente a Ortensia. La mia partenza, a ogni modo, non sarà
avanti la primavera di quest'altr'anno; così avrò tempo di spiegarmi
anche con Moser. Va bene?

Gli strinsi la mano.

Forse un altro che ricordasse il proverbio «guardati da chi si dice
uomo leale», un altro forse avrebbe sospettato un motivo recondito e
oscuro alla condotta di Roveni; avrebbe potuto diffidare di lui appunto
perchè egli aveva voluto dissipare ogni possibile equivoco.

Ma io! Io mi chiesi: «Se fossi davvero fratello di Ortensia potrei
desiderare per mia sorella marito migliore?» La scienza mi suggeriva
ch'egli era un uomo eletto per forza, equilibrio, sanità, saviezza,
fede, predominio di sè e dominio della vita.

Che ero mai io al paragone di lui?... E Ortensia non saprebbe mai il
mio sacrificio!

«Ah morire per te, sorellina!»


Essa non era rimasta ad attendermi; ma vedendomi tornare, mi aspettò
presso il cancello. Non sorrise; non mi chiese di dove venivo. Disse:

— Porto l'elemosina a _Giovannin_. Quanti giorni ce ne siamo
dimenticati!

Allora sorrise; con l'ineffabile tristezza di un bel sogno dileguato.
Poi disse:

— Gli dia qualche soldo anche lei, per domani, che è festa.

Come Ortensia, senza dir nulla, pose il cartoccio su le ginocchia del
cieco, questi trattenne il suono dell'organetto e alzando quel suo
volto, che l'improvvisa gioia illuminava accrescendo l'orrore delle
pupille spente, esclamò:

— Ortensia di Claudio!

— Mi vuoi ancora bene, _Giovannin_?

Egli rispose, goffamente solenne:

— Come a Dio!

— Prendi — dissi io, buttandogli alcune monete nel cappello.

— Voi chi siete? — domandò allora il cieco perplesso, serio;
meravigliato egli stesso, pareva, che la voce non gli manifestasse di
subito la persona. Finchè rise dalla enorme bocca, che mostrava i denti
candidi, e con modo di stupida furbizie:

— Ah! Lo so chi siete!

— Chi sono?

— Lo so! lo so!

Era contento; godeva a indugiare nella risposta. Esclamò infine:

— Siete....: lo sposo di Ortensia!

Ella arrossì, mentre io ridevo più stupidamente del poveretto.

— Suona _Giovannin_....; — Ortensia disse con intenzione ironica,
nell'avviarsi.

Quando fummo di nuovo al cancello (e il cieco straziava l'«addio, mia
bella, addio!») essa mormorò:

— _Giovannin_ è forse da invidiare!

Io avevo l'angoscia alla gola; avrei voluto ribattere: «Anch'io
credetti invidiarlo un giorno! Ma tu in avvenire sarai felice!»

Chiesi invece, per celarmi:

— Dove vai?

— Su in casa, a cucire.

Nè la rividi in tutto il giorno. «Mette a prova la sua forza di volontà
— io pensavo. — Se resiste alla tentazione di star meco le ultime ore,
resisterà all'amore fino a guarirne, e forse in breve». Anche lei più
forte di me!; ed essa ignorava quant'io soffrivo!

Sul tardi Eugenia, passando dalla sala terrena e scorgendomi solo, si
meravigliò e ristette.

— Ortensia non è qui, con voi?

— No: m'ha detto che saliva a cucire.

La madre scosse il capo.

— Al solito — disse —: ieri si è divertita, e oggi è un brutto giorno.
Vedete se ho ragione di lamentarmi? Non si fa forza nemmeno per non
dispiacere a voi, gli ultimi momenti che siete qua.

Che dire? Pregai che la lasciasse queta; tentai scusarla con lo stesso
argomento: il malumore, dopo le ore di svago, era segno di una rara,
bella facoltà spirituale....

— Voi la scusate sempre! — disse l'ingenua madre.

Quindi volse il discorso alla mia visita alla fabbrica, della quale
l'avevo informata la mattina.

Credei desiderasse sapere se Roveni m'aveva parlato di Ortensia. Ma
ella mi prevenne:

— Roveni v'ha parlato di Moser? degli affari?

E vedendomi incerto, aggiunse:

— Io non so nulla, non debbo saper nulla. Claudio è fatto così....
Parla di tutto in casa, fuor che degli affari. Ma la notte è spesso
desto....; sospira. Temo mi nasconda qualche cosa di brutto.

M'affrettai a dirle del disegno che Claudio aveva di comporre una
società e che Roveni approvava; sebbene Claudio stentasse a ridurcisi.
— Vorrebbe esser solo; far tutto da solo. Però sarà meglio limiti le
sue fatiche....

— Certo che sarà meglio! Così non potrebbe continuare. Si consuma
l'esistenza....

Tranquillata intorno a ciò, Eugenia mi domandò se Roveni mi aveva
parlato di Ortensia.

Con acerba soddisfazione della mia coscienza, con l'acre voluttà di
contrappormi all'ingegnere e di essere forte come egli non avrebbe
immaginato mai, le risposi di sì: me ne aveva parlato; mi aveva
manifestato chiaramente le sue intenzioni.

Egli l'amava tanto, Ortensia, che aveva giurato a sè stesso: — o
Ortensia, o nessuna!

— Farà felice la vostra figliola; e sarà degno di lei.

Questo dissi!

— E di Ortensia, voi, che cosa pensate?

— Ha molta stima di Roveni; dalla stima verrà la simpatia, l'amore.

Questo dissi! Avevo vuotato il calice sino alla feccia! Ma Eugenia,
la buona amica che per bontà mi leggeva nel cuore, questa volta non mi
lesse nel cuore.



XXIII.


L'agonia cominciò la mattina dopo; la domenica. L'ultimo giorno! Perchè
si ostinava Ortensia a starmi lontana anche in quelle ultime ore? Per
nascondermi il suo dolore, l'amore, lo sdegno? Per dimostrarmi la sua
fierezza? Avrei dato metà del mio sangue per rivedermela lieta dinanzi
ancora una volta, come quando accorreva ad augurarmi il buon giorno, e
il sorriso in cui m'appariva tutta la sua persona placava la cura che
mi rodeva. Non più quel sorriso! Mai più! Patire, frattanto, il castigo
quasi d'un delitto; dubitare che fosse insania non l'amore ma l'azione
generosa che mi era imposta da un destino crudele.... Ortensia!
Ortensia! Era una crudeltà.... Non poter chiamarla a voce alta per
quelle ultime ore; non poter invocarla a sostenere con la sua presenza
quell'agonia....

Dalla terrazza udii affrettare passi alla mia volta. A distrarre la mia
pena veniva invece il cavalier Fulgosi con un fascio di giornali, che
sollevava e agitava come un trofeo.

— Dottore! _Hurrà!_

_La Campana_ e _Il Corriere della Valle_, allora giunti, riferivano
che alla festa del 20 settembre in Valdigorgo era stato presente anche
un illustre scienziato; perciò il cavaliere veniva a portarmeli così
per tempo, e a portarne copie alle signorine. Ma perchè io partivo
l'indomani? Avrei potuto, dovuto attendere a partir con lui e con la
sua signora appena Pieruccio sarebbe ritornato da Varezze, ove era
guarito....

(Pieruccio era guarito!...)

— Si guarisce presto dell'amore a diciassette anni! E le medicine della
giovinezza sono dolci. Ma alla mia età — sospirò Fulgosi traendo di
tasca lo specchietto — è amaro non poter ammalarsi così! A me non resta
che trovar dolci le amarezze della politica. Eppoi...: _tout passe,
tout casse, tout lasse!_

Per non apparir gioioso, qual era, della réclame che s'era fatta egli
stesso nei giornali, si mutava a quell'aria di melanconia.

Sospirò e disse:

— Lei, dottore, almeno ha la scienza....

— _Almeno?_

Vedendosi in pericolo, aggiunse subito:

—.... se sdegna l'amore.

— E chi le ha detto che io lo sdegni?

— Nessuno.... Immagino....; suppongo....; forse.... Ah! è qua l'amabile
Ortensia. «Venite a noi parlar, s'altri nol niega!»

Ortensia, che sopravvenendo salvava il cavaliere dalla china
perigliosa, non si curò di lui e si rivolse a me concitata, quasi per
ira mal rattenuta:

— A messa in paese io non ci vado! Vado all'Oratorio. M'accompagna lei,
Sivori?

Io non avevo ancor risposto che Fulgosi s'inchinò come a una regina, e
disse:

— Anch'io, se crede.... — Ma ella l'interruppe, evidentemente decisa a
non volerlo.

— Domenica prossima m'accompagnerà lei, cavaliere.

— Volentierissimo! Parigi val bene una messa!

— Farà lei questo sacrificio.... — E Ortensia mi guardava.

— Un sacrificio — il cavaliere oppose — che il corrispondente della
_Campana_ invidierebbe. Legga, signorina, che cosa si dice qui.... — E
le porse uno dei giornali.

Da prima sommessamente, poi forte, Ortensia lesse; ma nel suo volto
pallido la lettura sostituiva tosto alla noia un'impronta di sarcasmo.
Mi parve di vedere un'anima intristita. E quando dalle lodi del
cavaliere «oratore splendido», degno di essere assunto non pure «alla
più alta carica municipale, ma a quella di rappresentante dell'intera
nazione», il corrispondente passò a descriver la festa, a nominar
le persone cospicue del pubblico e a vantar le «ideali parvenze»
delle signorine Moser, allora Ortensia proruppe: il cavaliere rimase
innondato da un'onda di torbida ilarità.

— Ma bravo! Bravo, signor cavaliere! E lei crede che nessuno se
n'accorga? Ah Ah! Ma la corrispondenza l'ha fatta lei! Tutti lo
capiranno; e se qualcuno non lo capirà, lo dirò io! io! a tutti!

Fulgosi affogava. Si mise a scongiurare:

— No, signorina, non lo creda; non è vero; non lo dica!... Anche se
lo crede, per carità non lo dica!... _Noblesse oblige_.... Lei così
gentile perchè vuol rovinarmi?

— A tutti! Tutti debbono saperlo! Mamma, Marcella, venite a leggere che
coraggio ha avuto il cavalier Fulgosi!

Fortunatamente Eugenia e Marcella, le quali venivano già pronte per
andare in paese, interpretarono quello sfogo come uno scherzo; e io
stesso m'intromisi a mutar la cosa in gioco.

Salvo, il cavaliere s'accontentò dei ringraziamenti che gli fece
Marcella; poi s'accomiatò più frettoloso di quando era venuto.

— Dunque — disse Eugenia — tu, Ortensia, che fai?

— Vado all'Oratorio.

— Un capriccio!

— Con Sivori, ci vado!

— Meno male! — disse Marcella. — Un capriccio questa volta che ha una
buona intenzione!

— Io vado con la mamma — interloquì Mino, che certo aveva qualche
affare in paese. — Piuttosto, di', Sivori (e mi susurrò all'orecchio):
— Mi prendi a Milano?

Risposi sogguardando a Ortensia, quasi per mitigare con la mia dolcezza
l'asprezza di lei.

— Volentieri, caro amico! Ma la difficoltà più grande è il permesso del
babbo. Bisognerà trovare una buona ragione o una grossa bugia.

Il fanciullo meditò a lungo, finchè quasi sapesse che a me non era più
difficile quel che ancora era difficile a lui:

— Dilla tu, Sivori, la bugia!

Intanto Ortensia raccomandava alla sorella; e alla madre: —
Spicciatevi: se no, perderete la messa! — E a me: — Andiamo?

Appena ci fummo incamminati io vidi che dalla concitazione,
dall'eccitazione di pocanzi il suo animo era caduto in una depressione
angosciosa. Che battaglia aveva sostenuta, in sè stessa, per esser
meco l'ultima volta! Certo non affidava più alcuna speranza a quella
gita, ma voleva forse che io comprendessi il male che le avevo fatto,
o comprendessi quant'era grande l'amore che io avevo ostinatamente
respinto. Il dì innanzi aveva resistito in un proposito di fierezza:
poi la passione doveva averla persuasa ch'era per lei maggior forza
confessarmi tutto. Se non che ora, a ritrovarsi sola meco, non poteva
nemmeno celare il panico che le incuteva il suo fermo proposito.
Procedeva a capo chino, senza trovar parola. Tornava la giovinetta
inesperta, intimidita dalla stessa passione che le aveva data tanta
forza. E io dopo la scena di pocanzi mi sentivo più colpevole: avevo io
forse intristita quell'anima?

Finalmente disse:

— Sono stata cattiva con Fulgosi! Ora me ne dispiace....

A udir la sua voce così diversa, a vederla così rabbonita, ebbi un
infrenabile moto di consolazione entro di me; le sorrisi.... L'amore ci
voleva buoni entrambi, nell'ultima ora che stavamo insieme! Il sole, il
cielo ci volevan buoni se non potevamo essere, per quell'ora, felici!

— Che giornata! — io dissi guardando intorno allo svoltar della
viottola. Solo in un punto vapori candidi quasi impercettibili velavano
il cielo: sul resto, nel chiaro azzurro, andava diffuso il sole ormai
autunnale, e per i dorsi bruni dei monti e per gli spazi verdeggianti,
e i molli declivi e i campi tracciati di solchi e carraie, effondeva
una dolcezza che non ha la primavera. Sui tetti d'ardesia, nel
paese, la luce si rifletteva come ad accenderli; prorompeva entro le
finestre; vibrava intorno il campanile dalla croce scintillante in
alto. Con più frequenza che in primavera giungevan pigolii dai campi, e
richiami nitidi di luì e gazzarre festose di passeri. Bianche farfalle
sorpassavano la siepe; vagolavano a due a due: lievi anime in rincorse
d'amore. La costa boschiva dell'antico convento era immersa in un
fulgore immoto, in uno splendore coerente e meraviglioso.... Io mi
ricordai d'un tramonto....

Ortensia guardava anch'essa; e ripetè: — Che giornata!

Indugiava quasi ad assaporare quella dolcezza; scosse il capo come
quella dolcezza le si mutasse dentro, nell'animo, in una mestizia
profonda. Quindi, per dire qualche cosa, disse:

— Don Pietro si spiccia in venti minuti. Ma il priore, in parrocchia,
non la finisce mai.

Aggiunse: — Del resto, per pregar bene non basta un minuto?

— Anche meno, per chi può pregare. Tu non puoi; me lo confessasti.

Senza titubanza, ma con un breve rossore, ribattè:

— È vero. Quand'ero così allegra, dopo la guarigione della mamma, non
ne sentivo il bisogno, di pregare, neppure per un secondo.... — La voce
le cadde interrotta perchè interruppe l'espressione del pensiero, che
doveva compiersi nella esclamazione: «ma ora!...» Riprese: — Lei però
non prega nemmeno quando è triste. Non crede a nulla!

A niente: nemmeno a lei, che mi amava! Invano ella mi aveva voluto
tanto bene; invano mi amava così; e io, che non raccoglievo dalle sue
parole il rimprovero e le lagrime, io ero perverso; ero spietato, io,
che non osavo guardarla negli occhi e sorprendervi quanto amore vi
tremava per me!

Esclamai:

— T'inganni! Oggi credo fino a me stesso! Mi sento buono oggi.... E tu?
— Mi sembrava di correre su l'orlo di un precipizio con il senso della
vertigine. — E tu credi a ciò che senti?

— Certo!

Tacque a lungo, dopo. Voleva pur dire; e non osava; finchè i nostri
occhi s'incontrarono.

Disse:

— Ho sempre pensato.... una cosa strana!: che ci rassomigliamo, noi
due.... Ma io non so esprimermi! Ecco — proseguiva rianimandosi — se
non ci rassomigliassimo, io non avrei tanta fiducia in lei. Invece,
credo che con lei non avrei paura di nulla, che potrei seguirla, a
occhi chiusi, nei più grandi pericoli....

Fin nelle parole c'era una voluttà d'abbandono! Perchè, strappato ogni
ritegno, dimesso ogni infingimento, io non la riceveva ed essa non
s'abbandonava nelle mie braccia? Fui per scongiurarla: «Abbi pietà di
me, di noi! lasciami fuggire! Non dir più una parola!»

Sorrise.

— Ma quante volte ho creduto che lei mi credesse sciocca! Per fortuna,
mi consolavo a indovinare....

— A indovinare che cosa?

—.... i suoi pensieri....; che so?...; le cause del suo malumore. Lei
invece.... non ha mai indovinato nulla di me!

— Questo ho indovinato: che hai l'anima di tua madre e il cuore di tuo
padre.

Il suo sguardo s'accese di una gioia istantanea....

Intanto chiamava la campanella dell'Oratorio, e affrettammo.

Poi rallentammo i passi senza che ce ne accorgessimo. Quando avrei
voluto chiederle: — a che pensi? — mi chiese essa:

— A che pensa? — provocandomi, per disperazione, a finir quell'angoscia.

— A nulla!

— Non si può non pensare a nulla. La notte, al buio, cerco il sonno
e non lo trovo, se mi viene in mente qualche cosa....; e provo a non
pensarci. Ma che! Non ci si riesce!

— Tu hai diciassette anni — ribattei amaramente: — io venti di più.
Alla mia età si può anche non pensare a nulla!

Ma pensavo, ancora, al male che avevo fatto!

Che possanza ogni mia parola, ogni mio atto, a poco a poco, di giorno
in giorno, aveva avuta su quell'intelligenza e in quel cuore!

— Non hai fiori oggi — dissi chinandomi a raccogliere un fiore di
colchico.

— Mi dia quello!

— No. È velenoso.

— Che importa? Me lo dia, Carlo!

E mentre lo fermava al petto:

— Non voglio più dirle: Sivori. Carlo: che bel nome!

Dal tono della voce m'accorsi che nel suo segreto più volte ella doveva
aver ripetuto forte, così, il mio nome.

— Andiamo: arriveremo a messa finita!

Quando arrivammo il campanello indicava il _Sanctus_; le donne
s'inginocchiavano.

Ortensia s'avvicinò a loro, là, dove ci eravamo rifugiati il dì della
bufera. Ed io, poggiato al pilastro, liberamente, adesso, avvolgevo
Ortensia del mio sguardo.

.... Dove andrei? in qual parte scamperei ai mio soffrire?
M'accogliesse, anzi che monti aprichi e boschivi, una landa;
m'arrestassero lo sguardo i muri d'una città anzi che estendermelo un
orizzonte sterminato: che importava? Per tutto ella mi seguirebbe a
farmi soffrire! Dolente immagine, mi seguirebbe? o ridente? Salva del
mio amore? felice un giorno nell'amore di Roveni? Ah se tutto non era
vanità come l'ombra che ci proteggeva; se tutto non era illusione come
la fede che le pareva sentire adesso, perchè il suo Dio non le toccava
il cuore e non le diceva: «Sii di me solo?»

Non impazzivo! All'Elevazione abbassai gli occhi, per non vederla, e
cercai invano nel mio cuore una preghiera infantile.

Ma se non potevo pregare, neanche potevo più maledire! Impossibile in
quel trepido silenzio invocare, come un tempo, un disordine enorme che
lanciasse il mondo delle passioni umane nelle tenebre e nella morte!
Impossibile sognare mai più che una potenza suprema, mostruosa e gaia,
si rivelasse a por termine alla sua commedia, ordinando: «Basta! Basta
con l'amore!; col dolore!» Per i buoni, per gl'ingenui, per i forti,
— se non per me — una fede, un Dio, c'era! E gettando lo sguardo
all'aperto: «Sì, tutto nell'autunno deperirebbe e ingiallirebbe, e
marcirebbe nell'inverno; ma in quel cielo cristallino e fervido, in
quella letizia luminosa e festiva, risplendeva, certa, una promessa di
vita.

Dal mio stesso dolore, nel sacrificio, non rampollerebbe un bene?...
Senza più ira, senza più gelosia mi provai a riguardarla....

E quando, finita la messa, la vidi venirmi incontro con quel sorriso di
dolore non più respinto, ma palese e quasi solenne, io era deliberato
al pari di lei. Lasciammo sfollare; indugiammo per il sentiero
risalutando chi oltrepassava e ci salutava.

Tra gli ultimi fu una coppia amorosa. La giovane arrossì; il giovane ci
fe' un saluto confidenziale.

— Lo ravviso....

— È un operaio della fabbrica. — Ma sì dicendo Ortensia ristette. Non
più vane parole!

— Domani, dunque.... È deciso?

Irremovibile nel pensiero, con il pensiero di fatalità che la parola
comprendeva, risposi:

— È necessario!

Anche qualche passo procedemmo; Ortensia, a capo chino, oppressa.

Ma s'arrestò di nuovo raccogliendo tutta l'energia della sua volontà
per guardarmi, parlarmi, dirmi con tutta la pietà, con tutto lo strazio
del suo cuore nella voce:

— Carlo! Che cosa le ho fatto, io?

La guardai. Tacqui un istante.

— Senti! Senti che cosa mi hai fatto! — esclamai in uno sfogo di
gratitudine e di passione. — Senti! Io ero un miserabile perchè non
credevo più in me; desideravo la morte, la distruzione, il nulla; io
era cattivo perchè invocavo a dividere un soffrire ignobile, per un
egoismo feroce, un'anima buona, e cercavo una sorella. Ma la sorella
vedeva sereno il cielo, ridente la terra, lieta come lei ogni cosa.
Era tanto giovane! Sua madre era guarita, ed essa coglieva dei fiori,
e cantava. E la giovinezza e la vita poterono più che l'apatia e la
morte: io fui vinto: essa mi fece rivivere: mi ridiede la coscienza
della vita.... Ecco che cosa mi hai fatto!

Oh quello sguardo, allora!

Continuavo:

— Ma io che farò per te?... Non è lontano il giorno che io scorgo, che
io invoco per te, per i tuoi.... per lui, lui, che ti ama e ti vuol
sua.... Io sento fin da oggi quel che t'augurerà quel giorno tuo padre.
E tu sarai felice, perchè noi ti vogliamo felice! Tu dovresti essere
felice, pienamente felice, per sempre! Ma se a Dio non bastassero le
preghiere di tua madre; se contro il destino non bastasse il nostro
volere; se mai in un lontano tempo la sventura passasse sul tuo
capo....

— Carlo! Carlo!

S'abbandonò, rompendo in singhiozzi, disperata, al mio petto.

Io la risollevai un poco perchè, piangendo, vedesse nei miei occhi
l'anima mia....

E la baciai nella fronte.



XXIV.


_Tànn!... Uno.... Tànn!... Due...._ Sei tocchi così. Fosse la
campana di bronzo buono, o l'aria pura fosse più capace che altrove
d'estendere, limpide e vibranti, le onde dei suoni, l'orologio
di Valdigorgo cantava le ore. Rispondeva a colpi piccoli, nitidi,
frettolosi, da lungi, quello di Paviglio.... Mezzanotte.

Io davo volta nel letto. A che pensare per non pensare a _lei_?

A quel che m'aveva detto Moser. Dopo desinare l'avevo affrontato nello
studio mentre egli, allo scrittoio, faceva conti.

— Claudio: parto domattina con la prima corsa. Debbo essere a Milano
nel pomeriggio; e ci sarò!

— A Milano? Benissimo! Sabato ci debbo essere anch'io. Puoi attendere.
Ci andremo e torneremo insieme. — E si era rimesso a scrivere e a
borbottar cifre.

Sapendo che irritarmi gl'impedirebbe d'irritarsi, avevo ribattuto in
tono decisivo:

— Ti ripeto che io debbo trovarmi là domani!

— _Tredicimila e quattrocento lire_.... Dicevi? Domani? Bene! Se è
vero, va! Sabato però ci vedremo; torneremo insieme.

— Ti ripeto che mi converrà forse prendere la via del Gottardo....

— _Mattoni seimila_!... I preventivi di Moser fallan di poco, caro
amico! Gira e rigira, la spesa non sarà inferiore alle ventottomila
lire.... Eh! Eh! proprio così!... Dunque? Ma che Gottardo! ma che
Gottardo! Ti dovrebbe venire la malinconia di viaggiare, adesso! Non
sai che tutto il mondo è paese ma che il più bel paese del mondo è
Valdigorgo?; salvo il rispetto, s'intende, a Molinella, dove pure
abbiamo riso molto...., col Biondo.... Ah! Mi dimenticavo le finestre;
il ristauro alle finestre!...

Una pausa. Poi:

— Ho voglia di rivedere il Biondo e la Rita.... Bei tempi quelli! E
tirare alle folaghe?... ora che sono presidente del _Club_! Perchè
no? Se mi riesce.... Sai che ho in mente di prendermi due soci nella
fabbrica?

— È una bella idea, perchè tu lavori troppo; abbracci troppo....

— Se mi riesce, dopo, faccio una scappata a Molinella a trovarti....
Ma.... Tutto sommato: _Ventottomila e settecento lire_.... Meno è
impossibile!... Ma a te di fermarti a Molinella, per un pezzo, non ti
consiglierei. Voialtri Spinoza avete il nemico dentro di voi; avete
bisogno di distrazioni più che del pane per vivere.... Oh! mi credi
proprio un imbecille?

Nel dir questo aveva gettata via la penna e m'aveva piantati gli occhi
in faccia.

— Perchè?

— Credi che non me ne sia accorto, io, che te ne vai press'a
poco com'eri quando venisti da noi? Non è vero che abbi necessità
d'andartene! La verità è che dappertutto stai male! che neanche
l'amicizia ti basta! che neanche Valdigorgo ti basta! Ma sei ancora in
tempo per far l'ultima prova. Spicciati! Ammogliati!

— Se tu sei un galantuomo, e se io sono infelice, dovresti dirmi che
sarebbe un delitto trascinassi una donna nella mia infelicità.

— Ma perdio! — egli gridò esasperato —: perchè sei tanto infelice?!
perchè?

Gli avevo risposto quello che una volta sarebbe stata la verità piena
e che purtroppo adesso non ne era che parte:

— Perchè non ho nessuna fede.

E a reprimere il suo sorriso più di pietà che di scherno, avevo
soggiunto:

— Io non sono come voialtri che sapete prenderla pel suo verso la vita!
Voi sapete perchè siete al mondo, perchè lavorate, perchè soffrite,
perchè amate, perchè godete.... Voi leggete nel vostro destino; nel
mio, io non so leggere. Lasciami andare al mio destino: quello che è e
quello che sarà.

— Il tuo destino è qui! — Claudio si era alzato in piedi; rosso di
collera; si era battuta con la mano la fronte. — Qui! Nella testa!
Altro che filosofia! Sai cosa ho da dirti? Che è peccato mortale
volerti bene! Non lo meriti! Ti vogliam bene tutti; Eugenia, le
ragazze, Mino; e per compenso, tu: «Lasciatemi andare al mio destino!»
al Gottardo!

Dopo il quale sfogo la scena si era conchiusa con un fraterno abbraccio
e con la mia promessa di tornar presto....

.... Di nuovo mi voltai per il letto; pensai ai saluti degli amici
dopo la conversazione: Roveni serio, sempre uguale a se stesso, m'aveva
stretto forte la mano; il cavaliere si era industriato a commuoversi,
con di più la preghiera d'inviargli le mie opere, cui farebbe degna
meritata réclame; la sua signora m'aveva augurato buon viaggio con
smorfie gentili e disinvoltura aristocratica; Guido, al quale avevo
imposto di passare, scrivendomi, dal lei al tu, m'aveva detto addio
grato e ridente nella faccia tonda, quantunque gli spiacesse la mia
partenza, che gli diminuiva sempre più la libertà di amoreggiare e gli
toglieva un protettore....

Le Melvi, per fortuna, non eran venute....

Transitava intanto, nella notte fonda, un tinnio di sonagli col rumor
basso delle ruote....

Ed Eugenia mi aveva detto: — A Molinella ci avete i ricordi; ma la
vostra casa, è qui. Nessuno vi vuol bene come noi.

E Marcella:

— Domani avremo tutti la luna!

.... Io cercavo con gli occhi chiusi il sonno e non trovavo che le
tenebre; e se li riaprivo, scorgevo dalla finestra aperta la serena
oscurità celeste. In attesa, così, del giorno.

Finalmente: _Tànn_!... Un'ora.

.... Quanti giorni ero rimasto lassù?...

Dodici giorni dopo il mio arrivo avevamo portato Eugenia in giardino....

Curioso però il pensiero di Eugenia, a indagare il mio male nei primi
giorni della mia dimora lassù! Con che sorriso io avevo risposto al
dubbio di lei, che soffrissi per una passione d'amore!

Già: Amore e morte....

    Cose quaggiù sì belle
    Altre il mondo non ha; non han le stelle!

.... Un tempo io avevo studiato il terrore della morte in animaletti:
in un sorcio; in una cavia. Ferii un giorno una passera, che precipitò
senza un grido dall'albero, e quando fui per raccoglierla, sollevò
le palpebre invocando pietà e aperse il becco come per l'ultima
inspirazione di vita. Mi pareva vederla....

Meglio saltar dal letto; vestirmi; spalancar le vetrate e mettermi alla
finestra, al fresco. O no; meglio rivoltarsi e guardare con gli occhi
chiusi alle tenebre vorticose; meglio il buio che le stelle! Aspettare.
Suonerebbe pure quel maledetto orologio, che non aveva battuta dei
quarti d'ora; e i quarti dell'orologio di Paviglio erano così deboli
che non mi giungevano.

Proprio una maledizione! Quando stavo per assopirmi transitò un'altra
biroccia.... Finchè, volta di qua e torna dall'altro lato....: _tànn_!

Ah finalmente suonarono quelle maledette due ore!...

Ma che mi veniva in mente adesso? quanta demenza travolgeva la mia
povera testa? Che fatica persistere al desiderio d'alzarmi; d'uscire
piano piano; e andar sotto quella finestra! Forse era socchiusa.
Temeva addormentarsi....; voleva essere alzata alla mia partenza....
Come Pieruccio! Scendere e mettermi sotto la finestra di _lei_.... Ma
Pieruccio era guarito dalla sua passione!

Io partivo com'egli era partito. Non guarirei? Avrei almeno il conforto
d'aver compiuta una buona azione.... E dopo? Non vederla mai più, se
Roveni basterebbe alla felicità di lei! Quetare il dolore in una vita
nuova, se quest'affetto aveva rinnovato in me una sorgente di vita;
vivere.... Oh meglio non pensarci!... Vivere con un vano ricordo
d'amore era la mia sorte....

Ah Roveni, lui sì che vivrebbe felice! Vile io ero stato! Vile!
Avrei dovuto dirgli: — Io, io stesso, che l'amo, vi voglio felice! —
Immaginavo un conflitto tra me e lui, quale sarebbe potuto avvenire. —
Voi non sapete come io l'amo! Io che ho più anni, più esperienza, più
pensiero, più anima di voi!...

Rispondeva Roveni: — Io sono giovane; e voi, ormai vecchio! Io ho
pensato sempre alla vita; e voi ancora pensate alla morte! Io sono
forte; e voi? La vittoria è dei forti!

Al sorriso che immaginavo seguire a tali parole mi raccoglievo in me
con stento angoscioso....

Eppure dovetti cadere un poco nell'incoscienza del sonno, perchè
presto, mi parve, suonarono le tre. Ma una eternità ci volle prima che
un gallo cantasse.

Quando cantò balzai dal letto, da _quel letto_, per sempre!

Era uno stellato splendido. Da quanto tempo non avevo guardato alle
stelle! Nel loro palpitante mistero vidi una luce che non avevo visto
mai: una luce d'amore; sol ragione della vita alla nostra meschina
conoscenza.

Finalmente, alle cinque, Claudio batteva all'uscio.

— Svegliati, che è tardi!

— Pronto!

— Faccio attaccare....

Non uscii che quando ebbi udito il rumore della carrozza.

— Se perdi la corsa, casca il mondo! — brontolò Claudio. — Non mi sono
fidato di nessuno; neanche della sveglia! Andiamo?

— Aspetta.... — diss'io. — Indosso il _paletot_.... I guanti? Sono
qui.... Aspetta! Ho lasciato l'ombrello.

— Andate a prendergli l'ombrello! Presto!

— Il caffè, signor dottore? — pregava la vecchia cameriera reggendo il
vassoio con le due mani.

— No, grazie....; scotta.

— Bevi....; c'è tempo!

_Eccola_....: Ortensia.

— Perchè alzarti? — La mia mano tremava reggendo la tazza.

— Quando la rivedremo? — ella disse; perchè il padre la guardava.

Ecco anche Marcella.

— Ohe! signorine complimentose! Vostro padre, non si saluta?

E a me Claudio ripeteva burbero: — Andiamo?

Marcella disse: — Buon viaggio, Sivori; non si dimentichi di noi. Ci
scriva! Ci scriva spesso!

— Addio.... — La sua mano era fredda.

Quando già salivamo in carrozza giunse anche Mino; senza bugie,
ma, caso mai non tornassimo tosto, con la tromba in una mano e il
tamburello nell'altra.

— Vengo con te, Sivori!

— Via! — gridò il padre, frustando Sansone.

— Addio!

— Buon viaggio! Buon viaggio! — ripetevano Marcella e i servi.

Ortensia non disse nulla; mi guardò; sorrise appena; trasse d'impeto
nelle sue braccia Mino, che urlava piangendo:

— Voglio andare a Milano, con Sivori!

Come la carrozza svoltava dal cancello, scorsi quello sguardo lungo;
che mi seguiva. Essa pareva tendere a me col fanciulletto, che
sosteneva da un lato per vedermi....

Quello sguardo lungo, privo di lagrime, mi seguiva innocente e doloroso
quale lo sguardo d'una vittima.



PARTE SECONDA.


I.


Mi ero proposto di rimanere a lungo a Berlino, perchè ivi spendevo
assai ed ero costretto a lavorar molto.

La moda mi aiutava a scrivere articoli o relazioni di pseudo-scienza
per giornali e periodici non solo d'Italia; e per lo più volgevo in
apparenze di sociologia facili osservazioni intorno la vita privata
e pubblica della Germania. Allorchè qualche rivista, di quelle più
gravi, mi impose argomenti più seriamente scientifici, fui obbligato a
studiare «sul serio»....; e di tutto ciò, in fondo, ridevo amaramente.
Però al disprezzo dell'opera seguiva in me un conforto anche maggiore
di quel che dà il lavoro per sè solo; il conforto di una nuova energia
che mi sosteneva quando mi sentivo più stanco. Era la coscienza di me
stesso ricuperata; era un impulso di emulazione per cui, al solito, mi
confrontavo a Roveni quasi a un ideal tipo di uomo temperato a una vita
sana e potente. Roveni mi aveva creduto debole. Ebbene, ora io faticavo
duramente per vivere e vivevo per vincere la mia passione.

Ma vincerei? Tutto ciò che non era ricordo di Valdigorgo mi pareva
fittizio, erroneo, falso; e rincasando ogni sera, nel silenzio dopo il
tumulto, provavo l'impressione di un artista comico che si spogli degli
abiti scenici per tornare alla vita vera; e con un abbandono, quasi
violento, ai ricordi tornavo _lassù_.

Soffrivo in modo che m'era necessaria una speranza. Speravo appunto che
quella mia condanna volontaria, quel mio esilio volontario, quel mio
faticar volontario un dì o l'altro finirebbe; uscirei da quello stadio
di prova; supererei la prova. Dopo, raccolte e ricomposte tutte le mie
forze, ritemprato e tranquillato, io potrei rivederla, Ortensia; potrei
risentirne la voce.... Oh se l'amavo ancora!

Più spesso che nei sogni, nella prima apprensione del sonno l'immagine
di lei tornava a me, non dolente ma sorridente; così viva che
sobbalzavo.... — Ortensia! Ortensia! — Avrei voluto chiamarla, la
chiamavo a voce alta, come lassù....; ma io non udivo dentro di me la
sua voce; non riuscivo a ricuperare nella memoria il timbro, il suono
preciso della sua voce; ed era uno spasimo.

Una volta, a una festa dell'ambasciata italiana, stavo chiacchierando
con un giornalista, quando egli, d'improvviso, mi vide impallidire e mi
chiese:

— Che avete?

Avevo intravvista, agile e bionda, passare nella ressa, tra le signore,
una giovinetta.... Le rassomigliava.

Volli esserle presentato.

Ma parlando perdetti il senso della somiglianza che avevo percepita;
invano, invano cercai nella sua voce un accento solo della voce
d'Ortensia, e mi allontanai desolato, pentito quasi di una colpa.
E talora la dolce immagine m'appariva per i luoghi più tumultuosi,
impensatamente; spariva tra la folla; mi lasciava doloroso come se mi
fosse crudelmente strappata una parte di me dopo un istantaneo gaudio
di tutto il mio essere.

Nè avevo un ritratto di Ortensia!

A me non era lecito possederne nemmeno il ritratto, mentre Roveni
poteva vederla, udirne la voce ogni giorno. La lontananza e il tempo
assopirebbero in cuore ad Ortensia il ricordo di me; la ragione
alleandosi alla giovinezza, che in lei domanderebbe amore vivo e
fervido, la persuaderebbe che io stesso l'esortavo a consentire a
Roveni. A poco a poco ella avrebbe nel cuore l'accensione della nuova
e più vigorosa fiamma, non più contenuta....

Io l'avevo baciata sulla fronte: Roveni le carpirebbe sulle labbra il
primo bacio, le prime ebbrezze....

A questo pensavo! Con che tormento, con che strazio! Era debolezza,
questa? Ancora m'infliggevo lo strazio degli ultimi giorni di
Valdigorgo preparandomi al giorno in cui apprenderei che Roveni aveva
il diritto di possederla.... Volevo, dovevo dominare in me, così, la
gelosia: Roveni possederebbe Ortensia interamente! E correvo al di là
di quel mio soffrire, al di là di quel giorno forse non lontano per
la felicità di Ortensia, cercando d'immaginare me stesso rassegnato,
pacato nell'animo. Rivedrei Ortensia moglie e madre; potrei un giorno,
senza rancore e pago della felicità di lei, accogliere tra le mie
braccia i suoi figliuoli....

Era debolezza, questa?

In data 2 dicembre 1890, da Pavia, ov'era all'Università, Guido mi
scrisse:

      _Caro dottore_,

  Un po' in ritardo ti do la notizia del mio patatrac! e della
  mia successiva felicità. Cominciando dal patatrac, esso avvenne
  un mese fa, per colpa di quel vecchio imbecille di Sansone, il
  cavallo di Moser, nonchè di Gigi il servitore.

  Come sai, Gigi aveva molti obblighi verso di me, che gli prestavo
  lo schioppo e gli regalavo le cartucce per tirare ai beccafichi; e
  in compenso lui trasmetteva degl'innocenti bigliettini a Marcella.

  Ma Gigi un brutto giorno lasciò inginocchiare Sansone. Se per
  causa del suo servitore, Moser si fosse rotta lui una gamba,
  non c'è dubbio che avrebbe perdonato subito. Invece, a vedere
  spelate le ginocchia dell'amato Sansone si arrabbiò, come sai
  che si arrabbia delle volte; e Gigi, per difendersi cominciò a
  dire insolenze, non al padrone, che le avrebbe perdonate, forse,
  ma al cavallo; e fu bell'e fatta! Gigi fu licenziato, e venne a
  sostituirlo un cretino, che al primo biglietto da consegnare a
  Marcella, si fece cogliere dalla signora Eugenia. Per fortuna, nel
  biglietto io (che avevo fatta una scappata a casa dopo gli esami)
  dicevo solo che presto dovrei tornare a Pavia all'università
  e che bisognava far buon uso del tempo; e pregavo Marcella di
  venirmi incontro per la strada. Apriti Cielo! Un biglietto! Un
  appuntamento! Come se fosse una gran cosa, una novità! La signora
  Eugenia cominciò ad aprir gli occhi a Moser e lui...: apriti, o
  terra!, spalancati, inferno!

  Tu, Sivori, penserai che Moser si sia inquietato tanto perchè
  crede Marcella ancora una bambina o perchè io non sono ancora
  laureato. Niente affatto! Si è inquietato perchè è in rapporti
  d'affari con mio padre! Non è un bell'originale? Un altro direbbe:
  Essendo noi genitori in rapporti d'affari, tanto meglio se i
  nostri figli si vogliono bene! Si fa tutta una famiglia, e buona
  notte! Moser invece è andato in bestia appunto per ciò.

  Ora tu t'immagini di vedermi piangere come un vitello; ma
  t'inganni!

  Io rido, felice e contento; perchè l'ingegnere ha sgridato tanto;
  Marcella, poverina, ha pianto tanto; mia madre s'è mostrata così
  afflitta, che la signora Eugenia, ha dovuto riparare al mal fatto;
  e a poco a poco ha quietato il Cerbero numero uno. Figurati che
  adesso io vado a trovare Marcella a Milano (dove i Moser sono da
  quindici giorni) proprio come un fidanzato ufficiale! Ma c'è anche
  il Cerbero numero due; mio padre! A questo ci penserà mia madre,
  se vuole presto un nipotino in tutte le regole!

  Non ho altro da dirti. Anna Melvi è spesso a Milano anche lei.
  Studia il canto per _calcare le scene_. Ortensia, nell'ultimo
  tempo che stettero lassù, era divenuta insopportabile.

  Adesso accompagna Moser di qua e di là; ma io non dico che questo
  è un capriccio, per non farti dispiacere....

Nel suo giocondo egoismo, Guido non vedeva cosa d'importanza che non
si riferisse al suo amore; non immaginava che impressione mi farebbe
quella sola frase: «Ortensia era divenuta insopportabile». Dunque la
tristezza di lei era cresciuta! La smania di divagamento, a cui Guido
alludeva infine, non significava forse che ella si tormentava come me
per dimenticare?

Approssimando l'anno nuovo, da Milano, Marcella ricambiò «a nome di
tutti» i miei auguri; e a una mia domanda abbastanza, esplicita intorno
a sua sorella, rispose così:

  Di Ortensia cosa vuole che le dica? li ha sempre avuti, anche
  da bambina, i grilli per il capo, gli alti e bassi di buon e
  di cattivo umore, ma adesso! Si irrita per niente; e quando è
  triste, si vede proprio che soffre. E perchè? A Milano non ci
  voleva venire, e viceversa, a Valdigorgo si annoiava a morte;
  ma adesso vorrebbe tornar in campagna, con questo freschino!
  Quella linguaccia di Anna direbbe che stando a Milano Ortensia
  si è innamorata di Roveni.... Ma io per Roveni ci spero poco!
  Quando partimmo egli le disse, in mia presenza, che coltivava una
  speranza....; essa finse di non capire. Cervellina sempre!



II.


Mi amava ancora? Era effetto di passione quel che a sua sorella e a sua
madre sembrava difetto d'indole e di carattere? Se io mi rispondevo:
— Sì, mi ama ancora —, ecco l'immagine di Roveni che si affacciava a
dirmi, come mi aveva detto alla fabbrica: «Fuori dei romanzi, nella
realtà vera, non può resistere in una ragazza di neppur diciotto
anni un amore che fu interrotto appena nato. Resiste in voi, spirito
infermo!»

E mi adattavo a pensare che Ortensia soffrisse non per amore, ma per
rancore, per l'amarezza della prima delusione, per l'abbandono in
cui l'avevo lasciata. Non sempre però mi riposava questo pensiero;
spesso anzi, per reazione, mi abbandonavo al ricordo di Ortensia con
disperata voluttà e disperatamente godevo di quella mia passione come
di un'elevazione sublime. S'acuiva allora in me l'intendimento delle
più nobili facoltà dello spirito; mi pareva d'intender Dio. Ortensia,
nell'aspetto di una giovinetta, era un'anima bella che aveva avvinta
l'anima mia, a cui l'anima mia si era avvinta per sempre, contro ogni
ritegno, ogni resistenza di pregiudizi e di piccoli doveri.

Stolto! Avevo creduto ingiusta quell'affinità di due anime per
differenza d'età!; avevo misurato ad anni quel che è immortale!; avevo
sacrificato a basse convenienze la felicità di un amore trascendente la
vita materiale e comune!

E una voce mi diceva: — Ortensia intende l'amore così!

Ah se avessi dato ascolto a quella voce!



III.


Finalmente venne la primavera; venne una lettera di Marcella. La
poverina impiegava più pagine per dire soltanto che, essendo Roveni
necessario alla fabbrica (poichè Moser aveva assunto una grande impresa
edilizia a Novara), Roveni si era indotto a rimaner a Valdigorgo per un
altro anno; e che non molto dopo il loro ritorno da Milano a Valdigorgo
una spiegazione era intervenuta tra Ortensia e lui. Alla esplicita
dichiarazione dell'ingegnere Ortensia aveva risposto:

— Per adesso non ci penso, a maritarmi.

L'ingegnere anche stavolta non si era adontato; aveva detto
tranquillamente: — Bene, bene!; ne riparleremo poi!

Indispettita, Marcella osservava:

  Roveni tratta l'amore come un affare. Chi direbbe a vederlo che è
  innamorato davvero? Cosa fa per vincere la freddezza di Ortensia?
  Quando parlano insieme, parlano in un certo modo....; come se
  avessero paura di scottarsi! E che bei discorsi! Piove? Pioverà
  oggi?...

Altro commento facevo io: così amava quell'uomo!; con fermezza, con
tenacia, con avvedutezza quali bisognavano a piegare una volontà poco
arrendevole. Nell'apparente freddezza o tranquillità, con che prudente
ritegno di sè stesso conquisterebbe a poco a poco il cuore di Ortensia,
che egli vedeva non ancora libero dal ricordo di me!

Nella stessa lettera la buona Marcella mi prometteva presto una grande
notizia. Questa me la diede Guido, indi a poco, e ci ragionava su da
filosofo felice.

Suo padre s'era opposto al matrimonio.

— Se vuoi moglie pensa tu a mantenertela — diceva il padre. Ma la
madre si era accordata con la signora Eugenia, che per Marcella
aveva garantito una parte della sua propria dote, non potendo Moser
compromettere allora, in alcun modo i suoi capitali....

E diceva Guido:

  Se non ci fossero state tante questioni, il mio fidanzamento
  si sarebbe prolungato chi sa quanto! Le questioni invece hanno
  invelenito mio padre al punto che egli ha giurato di lasciarmi
  rompere il collo, come dice lui, senza curarsene; quindi mia
  madre, sempre più commossa, ha finito coll'assicurarmi che mi
  aiuterà lei di sottomano finchè sarò in grado da guadagnare come
  voi altri mediconi. Stando così le cose, perchè protrarre lo
  sposalizio? Maritandoci in estate, Moser avrà vicino per più mesi
  la figliuola e ne sentirà meno il distacco in seguito, quando io
  andrò a Milano a cercar clienti. Dunque, appena laureato....

Infatti in giugno ebbi l'annunzio che l'Italia aveva un medico di più e
pochi giorni dopo ebbi la partecipazione che il mondo contava un marito
e una moglie di più. Del resto, era felice anche Claudio; che trovò il
tempo di raccontarmi a suo modo il lieto evento.

Per poco non aveva preso a revolverate quel traditore che gli portava
via una delle sue «bambine». Ma s'era consolato a veder in Marcella,
_ipso facto_, «una bella sposa»; e invitava anche me ad ammirarla....
Aspettami, povero Moser!



IV.


Con che accorata nostalgia, durante l'estate che m'ero condannato a
trascorrere in terra straniera, ripensavo ai luoghi più grati alla
mia memoria! Le fresche acque correnti ai lati delle vie; il Gorgo
spumeggiante al ponte del Crocifisso; l'erta e ombrosa strada di
Paviglio; il colle boscoso dell'antico convento; la chiostra dei monti
a sfondo del cielo nitido, quale era a riguardarla dal giardino fiorito
della villa....; oh dolci e tristi visioni nella memoria dell'esule! E
che amarezza rammentando ogni giorno le ore belle degli stessi giorni
dell'anno innanzi; le ore passate con _lei_! Nulla più di meschino,
di puerile, in quel mio passato: la lontananza di luogo e di tempo
imponeva alla ricordanza tanta poesia! Provavo il compiacimento come
di un'arrendevolezza generosa e gioiosa ripensando anche alla pazienza
con cui consentivo ai giochi di Mino e com'egli mi trattava da pari a
pari, mi comandava saldo in gambe, impettito nel grembialone quasi in
una corazza, con le braccia dimenate a misura dei passi; e il cappello
di carta, e lo schioppo in ispalla..

Nè egli, Mino, si dimenticava degli amici, sebbene fosse divenuto un
letterato.

      _Caro amico_,

  Come è bello quel bastimento a vapore che mi ai mandato, tutto il
  giorno io mi bagno nel fosso della lavandaia e faccio rabiare un
  poco la mamma ma voglio fare il marinaio.

  È stato un gran regalone e adesso ti sono proprio affezzionato. I
  miei genitori sono stizziti con te perchè non vieni a Valdigorgo
  specialmente il babbo che mi comprerà un cavallino vero di carne,
  perchè sono passato all'esame.

  Anch'io sono instizzito micca con te, con Ortensia che è cattiva,
  ma non dirlo alla mamma, non mi racconta più delle favole vere,
  di uomini, non ne voglio di bestie. Se tu non vieni mandami delle
  favole di uomini, ma spero che verrai e ti aspeto giorno per
  giorno.

                                                             MINO.

  Ti ringrazio tanto tanto. Scusami degli sgarabocchi....


  Povero Sivori! che cosa vi toccherà mai di leggere? Io non
  debbo saperlo, perchè Mino non vuole, ma approfitto della sua
  bella lettera (non so se l'abbia scritta con la complicità di
  Marcella) per mandarvi saluti cordiali. Noi stiamo bene. Fateci
  un'improvvisata, Sivori!

                                                          EUGENIA.

Mino mi scrisse così con la complicità di Marcella; non di Ortensia.
Ortensia era cattiva.

Sì: non mi scriveva lei! E anche i nuovi coniugi Learchi avevan
pensiero d'altro che di me! Silenzio di tutti fino all'anno nuovo. Poi,
all'anno nuovo, Eugenia prevenne i miei auguri inviandomi auguri per
tutti loro; Eugenia, non Ortensia!; ed Eugenia prevenendo a scrivermi
cercò forse evitare mie domande, cui le sarebbe stato difficile
rispondere....

_Forse...., forse....; forse...._: per quanto tempo ancora la mia vita
si atterrebbe su questo dubbioso termine? Per quanto tempo ancora?

Quattro mesi dopo (aprile del 1892) Guido mi annunciava che egli era
padre, il più felice dei padri. Aggiungeva:

  Quando Marcella si sarà riposata (perché dar un nipotino a
  Moser le è costato più fatica che dargli le solite pantofole) ti
  racconterà lei con che sorta di _no_ senza attenuanti Ortensia ha
  risposto alla definitiva richiesta di Roveni.

Come rimasi a legger queste parole! Ortensia aveva risposto no!... Un
no «senza attenuanti» alla definitiva richiesta di Roveni!...

  Il bello è — seguitava allegramente Guido —, il bello è che costui
  ha preso licenza da Moser, ma solo per la fine dell'anno. Capisci?
  Dopo un tal _no_ ha il coraggio di restar a Valdigorgo anche
  altri otto mesi! Comincio a credere che il padrone del mondo, a
  cui basta battere il piede in terra per aver impieghi, non sappia
  dove batter la testa per trovarne uno. Punf! Paf! Paf! Punf! A
  Valdigorgo, dopo tutto, non ci si sta male anche senza Ortensia;
  e se un affare è andato male, ci si può rimediare con un altro.
  Forse spera anche lui nella società che Moser è ormai costretto a
  costituire.

Non attesi il racconto di Marcella. Scrissi a Eugenia chiedendo
a dirittura se le sue speranze di un tempo intorno a Roveni erano
mancate, come Guido mi lasciava credere.

Candidamente Eugenia mi rispose che Ortensia aveva consultato il suo
cuore e aveva confessato di non poter promettere a Roveni, nè allora nè
poi, l'affetto che rendesse felici entrambi.

  A me mi è dispiaciuto perchè di Roveni ho la stessa opinione che
  avete voi, ma meglio questa franchezza di Ortensia adesso, che
  un pentimento dopo. Roveni mi par rassegnato. Solo desidera che
  Claudio non sappia nulla di tutto questo.

E quando Marcella si fece viva, non aggiunse altro che Ortensia era
stata troppo rude con Roveni.

  Ma, francamente! la colpa è anche di lui. Non si fa così
  a innamorare le ragazze! Troppa sicurezza; troppa aria di
  padronanza! Figurarsi se una ragazza come Ortensia poteva
  innamorarsi per ubbidienza!



V.


Amando Ortensia di tanta passione avrei dovuto correr subito a lei,
dopo la notizia che essa aveva respinto Roveni?

Sì, fu un errore non dar retta al consiglio che la passione mi dava;
ma questo fu conseguenza di un errore più grande: il più grande errore
della mia vita; un errore enorme, che solo una mente ottenebrata da
pregiudizi più dannosi di qualsiasi malattia poteva commettere.

Nel concetto che m'ero fatto di Roveni avevo errato ed erravo così!
E per me allora erravano invece tutti gli altri: Guido, Marcella,
Eugenia.

Guido si meravigliava che l'ingegnere restasse a Valdigorgo dopo
lo scacco che gli era toccato e non ci scorgeva altra ragione che
l'interesse: io credei fermamente che Roveni non fosse rassegnato, come
diceva Eugenia, e che respinto da Ortensia, non si tenesse ancora per
sconfitto e sperasse ancora di piegarla restando a Valdigorgo per altri
otto mesi.

Marcella non si meravigliava del no di Ortensia, perchè l'ingegnere,
secondo lei, l'aveva sdegnata con i suoi modi; perchè egli non aveva
saputo usar le affettature e le delicature di una educazione molle, o
gl'inchini, i complimenti, le adulazioni dei frivoli corteggiatori:
io pensavo che sotto la scorza dell'uomo positivo Ortensia avesse
ben inteso un amore forte e tenace e che con le mezze parole,
le espressioni rudi, le occhiate e i silenzi, Roveni le si fosse
manifestato meglio che con i sospiri e i languidi discorsi. Non perciò
le era divenuto antipatico! Essa non aveva ancor potuto dimenticarmi
del tutto e forse si attendeva di rivedermi nel prossimo estate: da ciò
la sua ripulsa.

Ma io non andrei; non dovevo tornare a Valdigorgo prima della fine
dell'anno, se davvero temevo ch'ella perdesse per causa mia un felice
avvenire! E che accadrebbe? Forse Ortensia farebbe tra me e Roveni un
nuovo confronto: io dimostravo di averla abbandonata per sempre; egli,
il rude e freddo Roveni, non si rassegnava ad abbandonarla: sperava di
superar la volontà di lei e di meritar affetto e gratitudine per tanta
costanza. Le nature volontarie amano le nature volontarie. Forse Roveni
vincerebbe.

Se poi tornasse vero quel che pensava Eugenia: «Quando Ortensia ha
detto _no_, è _no_»...., oh allora!... Allora ogni ritegno cederebbe
alla volontà di Ortensia e il nostro amore basterebbe alla sua e alla
mia vita!

Vedete se speravo anch'io! Era una speranza che mi pareva or
ragionevole, or folle; un'ansietà che durerebbe mesi e mesi, sino alla
fine dell'anno.

A un nuovo invito di Claudio, nel giugno, risposi che non potevo
allontanarmi da Berlino, perchè mi ero messo a esercitar la medicina.
Ed era vero; e faticavo non senza fortuna. Ma chi osservando con quale
intensità e alacrità partecipavo ora alla vita, avrebbe mai immaginato
quanto io ero stato infermo un tempo e quanto affanno avevo nel cuore?

Amavo la vita, ora; ne compiangevo le sofferenze; in esse mi
ritempravo. Speravo.

Venne finalmente il termine imposto alla lunga perplessità e alla
liberazione — quale si fosse — della schiavitù di me a me stesso.

Ma alla fine dell'anno non ebbi alcuna notizia; solo un biglietto di
Eugenia, col solo nome: muto. Perchè mai? Scrissi a Guido; nessuna
risposta. Che era successo? Pazientai per tutto il gennaio.

Quando un giorno, gettando a caso lo sguardo su la rubrica finanziaria
di un giornale italiano — un giornale di parecchi dì innanzi....

Che freddo mi corse per tutti i nervi!: come a un colpo mortale! Rimasi
un istante stordito, con lo smarrimento in cui la mente cade alla
rivelazione di un fatto terribile che si sarebbe dovuto prevedere. Poi
rilessi: _ C. Moser, fabbrica di laterizi, Valdigorgo. — Ha chiesto la
moratoria._

Ma era una grande sventura! Claudio era rovinato! Un presentimento
certo rispondeva adesso in me al presentimento oscuro di due anni
e mezzo avanti, quando avevo detto a Ortensia: «Se mai la sventura
passerà sul tuo capo....» Claudio, i suoi, pativan già tutte le angosce
di un rovescio di fortuna!

Che potevo, dovevo fare? Quel che Claudio avrebbe fatto per me se mi
avesse saputo in disgrazia. Oh! forse già Ortensia aveva pensato: —
Sivori ci abbandonerà anche lui! —; forse aveva già detto alla, madre:
— Sivori vi abbandonerà anche voi!

Partire, subito!

Partii, infatti, quella sera stessa, perchè a casa trovai una lettera
di Guido che accresceva i miei timori: Moser invano aveva chiesto la
moratoria; era stato inevitabile il fallimento.

Ma perchè solo allora, mentre rileggevo la lettera di Guido, sembrò
squarciarsi il velo che mi aveva ottenebrata la conoscenza? Perchè
Roveni ricorse al mio pensiero e la figura di lui vi balzò, da un
repentino sospetto, in una realtà che lo trasformava?

Lo vidi innanzi a me saldo nella persona: ma era saldezza ostentata;
con gli occhi bianchi e freddi intenti a uno scopo: ma eran pieni di
simulazione e falso ne era lo scopo; serio: ma non rideva, essendo
tristi coloro che non ridono o ridon male.

Lo rividi, allora soltanto, nell'attitudine sospettosa del dì che
andammo alle Grotte; nella franchezza equivoca dell'ultimo giorno che
gli parlai alla fabbrica....

Perchè solo a legger quella lettera di Guido, e solo allora dubitai di
essermi ingannato intorno a quell'uomo? M'ero ingannato davvero?

Mi parve di veder anche Ortensia. Chinava il capo sul petto della madre
e ne confortava il dolore con un male in sè, nel suo cuore, più grande
del male che confortava: il male che le avevo fatto io.



VI.


Quel triste giorno di febbraio era sull'imbrunire quando io sonavo
all'uscio del dottor Guido Learchi, in via Manzoni, a Milano. Una voce
di donna e una voce infantile dicevano forte: — Il babbo! — Ba-bo! —
e la cameriera, aprendo, rimase stupita come il bambino che aveva in
braccio a veder me invece del padrone.

— Il signor dottore?

— Tarderà poco....

— La signora...?

La signora mi corse incontro, sorpresa e commossa

— Sivori! che miracolo! che fortuna!

— Marcella.... — Anch'io non trovavo parole.

—.... E Guido?

— Tarderà poco. Come resterà a vederla!

Eravamo appena nella linda cameretta da desinare (ove già dalla tavola
fumava la zuppiera) che Guido arrivava tutto rubicondo, con tale
confusione di piacere che si dimenticò di darmi del _tu_.

— Lei!... Sivori! — Ci gettammo l'uno nelle braccia dell'altro.

— Hai fatto benissimo, Sivori, a arrivarci addosso così all'improvviso!
— proseguì Guido rimettendosi. — Io l'ho sempre pensato che se non
cascava il mondo tu, un giorno o l'altro, ci avresti sorpresi, me e
Marcella, con un rampollo degno di noi, proprio a quest'ora: all'ora
di desinare! — Egli rideva di gran gusto; e mi obbligò a sedere a
tavola. — Ci racconterai poi della tua vita a Berlino.... Prima mangia,
mangia come me.... Io non ho nessuna vittima su la coscienza, oggi! —
E aggiunse facendo boccaccia: — Purtroppo!

Si sarebbe detto l'uomo più contento del mondo se tra l'una e l'altra
delle prime cucchiaiate non mi avesse fatto un furtivo cenno d'occhio e
di bocca che significava: «brutta storia!» Io, per non lasciar scorgere
a Marcella tutta la mia ansietà, accarezzavo il bambinone, che mi
guardava torvo dalle braccia della madre.

— Su! da bravo! — l'esortava Marcella. — Non guardarlo in questo
modo.... È l'amico dello zio Mino!

— Un amico ormai vecchio — dissi.

— Ma stai bene — Guido osservava.

— E tu che omone! I baffi però non sono troppo folti! (non erano più
visibili d'una volta nella faccia canonicale) E voi, Marcella, che
bella mamma!

Dalla maternità aveva acquistato una più bella pienezza di forme. Ma i
suoi occhi miti non celavano l'intima cura.

— Ah sì! — ella mormorò. — Saremmo felici, se.... Lei sa, è vero?

Assentii senza dir nulla. Guido interloquì di corsa:

— Abbiamo la nostra croce, ora; ma ce la leveremo presto d'addosso!
Diavolo! Mio suocero non è uomo da avvilirsi se la macchina gli è
uscita all'improvviso di rotaia! Riparerà; rimedierà.... — E vòlto alla
moglie: — Le notizie sono buone, sta tranquilla! Vogliamo desinare in
pace e quiete.

— Ma il babbo oggi non è venuto da noi, come aveva detto.

— Eh! Se non è venuto oggi, verrà dimani! Benedette donne! Sempre
pensare al peggio.... Per fortuna, Bebe somiglia a me! Guarda, Sivori,
come ride.... — _Bòoo_! — gli faceva il padre; e il bimbo si mise
a ridere d'un riso istantaneo, quasi d'un tratto gli cadesse ogni
diffidenza e la mia immagine gli divenisse gioconda a udire il mio
nome.

— _Ti_.... _vovi_ — si provò a dire.

— Bevi, Tivovi, e raccontaci qualche cosa di Berlino — disse Guido. Ma
anch'egli mangiando e bevendo in fretta e tirandosi i baffi, che non
aveva, non dissimulava abbastanza il desiderio di trovarsi solo con me.

Poichè io ebbi date mie notizie e trovato un pretesto alla mia partenza
da Berlino, Guido cominciò a scimiottare il cavalier Fulgosi e a
inventar su di lui aneddoti scandalosetti.

— Ma Guido! ma Guido! — Invano Marcella cercava trattenere il narratore
per la lubrica china.

A un certo punto, chiesi:

— Che fa Anna Melvi?

— Anna studia il canto e impara dal cavaliere le regole dell'alta
_coquetterie_, perchè il cavaliere vuol lanciarla lui, tra le quinte.
Le irregolarità Anna le sa da un pezzo: gliele insegnarono Roveni e
Minguzzi.

Fu la sola volta che, presente la moglie, a Guido scappò di bocca il
nome di Roveni; a udir il quale apparve una fugace impressione avversa
nel soave volto di Marcella.

Essa intanto ripeteva: — Non gli dia retta! non è vero niente!

— È verissimo! Il cavaliere dava lezioni a Anna in casa sua, in casa
della sua signora. Ma l'altro giorno egli osò.... permettere ad Anna
di stirargli un baffo, e apriti Cielo! La signora Fulgosi (Guido
ne imitava le smorfie) giurò che se Anna tornava in casa sua, d'una
gentildonna come lei, la lancerebbe anche lei: ma dalla finestra!

— E Pieruccio?

— Tra pochi mesi Milano lo vedrà ufficiale. Sarà uno spavento in
Galleria!

Guido s'alzò per contraffare il tenente Fulgosi a passeggio in Galleria.

E il marmocchio faceva risatine e si provava di nuovo a dire: —
_Tivovi_. — Finchè egli cominciò a nicchiare; eppoi, a pena in braccio
alla cameriera, a piangere.

Marcella si alzò per portarlo a dormire.

— Dunque Moser?... — chiesi subito a Guido.

— Non c'è che dire! Moser è in cattive acque! — Ma scorgendomi
addolorato. Guidò cercò attenuare: — Io però domando e dico: c'è
proprio da disperarsi? da avvilirsi? da sospirare come fa Marcella?
piangere? Benedetta donna! Non capisce che i lagni e i sospiri a me
mi vanno alla testa, e che se debbo pensare sempre a lei non posso, di
coscienza, esercitare la professione!

Una risata; indi riprese:

— Siamo giusti! Quanti non sono gl'industriali che falliscono? Invece
son pochi quelli che, come Moser, offrono il 60 per cento ai creditori.
Mio suocero sarà stato un pasticcione....

Volli protestare.

— Galantuomo sì; ma pasticcione! Galantuomo sì; ma minchione! Un altro
avrebbe intestato i beni nella moglie per mettersi al sicuro.... Lui,
no. Così tutto andrà venduto....

— Tutto? — esclamai a questo, ch'era il colpo più forte.

Guido, indovinando il mio pensiero recondito, confermò:

— Anche la villa....; per dare il 60 per cento ai creditori.

Anche la villa! Impossibile! Perdere il luogo di dove egli, Claudio,
attingeva l'energia della sua vita? dove soltanto egli trovava conforto
e riposo? E Ortensia? Staccarla di là, Ortensia!...

— Il guaio più grande non è questo — proseguì l'amico, che nel suo
egoismo e ottimismo pensava prima di tutto a sè stesso. — Il guaio
più grande sai qual è? Mio padre è rimasto scottato più di tutti ed è
feroce anche contro di me e Marcella. Ne abbiamo una bella colpa noi se
Moser l'ha ingannato!

— Moser — protestai di nuovo — ingannare? Eh via! La buona fede di
Claudio è al di sopra d'ogni sospetto.

— Concedo — rispose Guido. — Ma con l'affare di Novara, l'anno scorso,
mio suocero lusingò troppo mio padre; e mio padre ha fatto la figura
d'imbecille a credergli. L'affare invece era magro; e _crac_!... Dicono
che si sarebbe potuto aggiustare ogni cosa con la società....

A questo punto l'amico ristette d'improvviso, come chi s'accorge di
correre a un inciampo.

— Perchè non si è fatto la società?

— Eh! i creditori ne son stati dissuasi da Roveni, sembra.... Dico
sembra, perchè è tutto un pasticcio! Roveni sarebbe creditore anche lui
di Moser, ma, viceversa, avrebbe cercato lui il suo proprio danno....
Perchè? Ci capisci niente, tu?

— Forse.... per vendicarsi di Ortensia?

Allora Guido non si sforzò più a dissimulare.

— Uhm!; forse il no di Ortensia gli brucia più del danno. Punf! paf!
Ortensia ha fatto male a urtarlo, il padrone del mondo!

Io tacevo. Pensavo se mi fossi ingannato interamente a giudicar bene
Roveni, o se piuttosto un uomo di tal tempra si fosse mutato di bene in
male per l'ostacolo che aveva incontrato, più forte della sua volontà
e della sua forza.

Guido continuò:

— Basta! Speriamo ancora che i creditori si accomodino; che Roveni
non s'opponga....; ma per me, io vorrei prima di tutto che Marcella
rassomigliasse un po' meno a.... sua madre; prendesse un po' il mondo
come viene.... Bevi, Sivori!

— E Ortensia?

Avevo compreso nel pensiero di Learchi che il termine di confronto a
Marcella era stato Ortensia, non la madre.

Ortensia, venuta pochi dì innanzi a Milano con Claudio, aveva
rimproverato Marcella di non saper piegare il suocero al concordato dei
creditori....

(Anche Learchi padre, dunque, ci si opponeva!)

— Una scena, mio caro! Marcella ha pianto tanto! Ma, francamente,
quella ragazza è così apprensiva, così.... fantastica! Esagera
tutto.... Uf! Non nego, io, che debban essere in angustie, lassù!
Ma.... Siam sempre lì; che ci si guadagna ad angustiarsi?... Bevi,
Sivori!

Invece di bere io chiedevo altre spiegazioni.

— Se andassi tu a Valdigorgo? — disse Guido. — Ti chiariresti di tutto;
faresti bene; li consoleresti.

Marcella rientrava; e il marito, a voce alta, perchè ella non si
adombrasse, die' una svolta al discorso.

— Anche in commercio ci vuol fortuna! Ecco tutto! Come in medicina.
Vedi? io non conosco medico più sfortunato di me! I miei clienti si
spiccian tutti in pochi giorni: o di là, o di qua; a gran velocità
guariscono o muoiono. Merito mio? Ma che! Io anzi avrei bisogno di quei
bei casi che durano mesi e mesi; non tanto per imparare, s'intende,
quanto per diminuire i sospiri e i vaglia di mia madre. Eppure,
sfortunato come sono, non mi dispero io!

.... Esortai Marcella ad ascoltare la sana filosofia di suo marito e le
promisi che l'indomani sarei andato a Valdigorgo. Marcella mi ringraziò
più con gli occhi che con le parole.



VII.


Mentre la carrozzella mi trasportava dalla stazione di Valdigorgo a
Villa Moser, poco dopo il meriggio, io cercavo prepararmi al penoso
incontro con Claudio e all'incontro desiderato e temuto con Ortensia.

Dagl'ingarbugliati discorsi di Guido non avevo chiaramente compreso
quel che potessi fare a pro di Moser; tuttavia avevo inteso abbastanza
da rammaricarmi di non esser ricco e di non poter rendere il mio
intervento ben più profittevole. Se io avessi consumati gli anni
migliori della mia giovinezza a guadagnare, Claudio ora non sarebbe
stato alla mercè di amici venali! Invece ero vissuto quasi soltanto con
il reddito del podere de' miei vecchi, affittato al Biondo; uomo onesto
ma non abile forse a trar dalla terra tutto il frutto che poteva dare.
Vendendo quel po' di roba, che mi resterebbe? La professione che avevo
non curata sempre; ripresa da poco per disperazione o per necessità!
Immaginare se Claudio permetterebbe simile rinuncia! Ma al pensiero di
Ortensia cedeva ogni difficoltà: per risparmiarle dolore affronterei
anche la miseria, con o senza il permesso di Claudio!


La strada dilungava cinerea sotto il cielo caliginoso; non incontravamo
che qualche birocciaio intabarrato fino al mento.

Nei campi non c'era neve; appariva scoperto il tenero e pallido verde
del grano tra gli alberi scheletriti. Lembi di neve restavano qua e
là sul dosso dei monti, svelati solo di tratto in tratto; e la nebbia
fumava contro le oscure moli con pigre volute. Le case dei contadini,
chiuse, deserte, parevano avvolte nel freddo. D'improvviso, in quella
solitudine di morte, proruppero da un'aia e corsero alla strada, alcune
grida di gioia e risate. Eran poveri ragazzi mascherati con maschere di
carta e cenciose sottane di donna. E rammentai che eravamo agli ultimi
giorni di carnevale, e mi si riempiron gli occhi di lagrime. Quella
gaiezza puerile, quasi insorgente a dispetto dello squallore e della
tristezza che desolavan la campagna tutt'intorno, mi rattristò più che
se avessi intravvisto un festoso spettacolo di gioia, perchè riebbi
nella memoria il contrasto d'altre grida gioiose e d'altre risate: di
giorni pieni di sole e lieti di verde e di fiori, quando Ortensia era
ragazzetta felice...., lassù.

Come la rivedrei ora?

Con che palpiti scorsi, da lungi, la villa! Un raggio di sole
finalmente aveva rotto la nebbia proprio là perchè io la vedessi da
lungi!

Ma quando arrivai mi sorprese che nessuno si facesse vivo. Mi era
immaginato di vedermi subito accolto da Claudio, da Ortensia: invece un
nuovo e umile servo tardò a venire al cancello.

Ecco un primo contrattempo: Moser non c'era; era partito la mattina per
Milano..

— La signora? La signorina?

A stento il servo acconsentì a introdurmi nella bella sala a terreno;
ora gelida. Ma tra la cima degli abeti il sole riapparve, dalle
vetriate, nel giardino.... E d'improvviso una delle porte laterali
s'aperse: Eugenia.

— Lo sapevo che Sivori non ci avrebbe abbandonati! — Furono queste le
sue prime parole. Io, per prima cosa, mi avvidi che quella donna così
patita e debole nell'aspetto, con molti capelli bianchi, con le guance
scarne, conservava e manifestava negli occhi una meravigliosa forza; la
fede le diceva: «Devi sopportare e soffrire; e ne avrai bene per te e
per i tuoi!»

— Voi non ci avete abbandonati nella sventura — ripetè; e mentre io
stringevo e tenevo stretta nella mia la sua mano, aggiunse, chinando
gli occhi:

— Una sventura forse irreparabile....

— Non lo credo. Sì riparerà; supereremo questa prova!

Tal sicurezza di parola e d'intenzione in me fece rialzare lo
sguardo d'Eugenia; schiarì il suo volto, quasi s'accendesse di una
nuova speranza non solo ma si compiacesse dell'energia nuova che io
dimostravo. Proseguii lamentando di non aver trovato Claudio.

— Vi siete incontrati per viaggio.

— Mino?... Ortensia?

— Mino è a scuola in paese; Ortensia è già avvertita: ora scende.

Per vincere e dissimulare l'impazienza narrai della mia visita a
Marcella e a Guido, e affrettai dimande su quanto era accaduto.

La signora mi riferì che il più ostinato avversario al concordato dei
creditori era il vecchio Learchi. Conoscendo bene costui, ormai Claudio
non sperava più che nessuna cosa o ragione riuscisse a smuoverlo: era
irremovibile, più che per altro, per il rancore del danno patito.

Lei, la povera Eugenia, appunto perchè persuasa essa stessa che nulla
valevano su Learchi le buone ragioni, era afflitta del non trovare
nessuno, non un amico, non un congiunto, il quale piegasse quell'uomo
toccandogli il cuore.

— Il male è che tanta cocciutaggine gl'impedisce, a Learchi, di vedere
qual è veramente il suo interesse. Se non si fa il concordato, perderà
tutto; se si fa, non perderà che una parte del suo credito.

Io chiesi:

— Siete certa di questo?

— Claudio e il curatore ne sono convinti.

Dunque all'ostinazione di un uomo così esoso doveva esserci un
incitamento segreto; qualche cosa o qualcuno l'acciecava! Dimandai
anche:

— Ed è vero che la disgrazia si sarebbe evitata se Learchi avesse
consentito a comporre la società?

— È vero.

— Chi l'ha acciecato, dunque? — esclamai. Eugenia intese a chi
alludevo, ma scosse il capo.

Io insistetti apertamente:

— Roveni?

— No, non credo che arrivi a questo punto. Learchi è acciecato dalla
rabbia; non ha più fiducia in nessuno....

Forse la buona donna difendendo Roveni difendeva Ortensia?

E Ortensia tardava. Perchè tardava così? Non avrebbe dovuto accorrere
come per un'attesa improvvisamente interrotta e non delusa? Non le
avevo io detto che sarei tornato a lei il giorno della sventura?

— Però al dire di Guido — io ripresi — anche Roveni è stato od è
ingrato con chi gli ha fatto del bene.

— Purtroppo anche lui ci è diventato nemico, per interesse; non per
altro. Sarebbe una cattiveria troppo grande! Sapete che colpa fa a
Claudio? Claudio si teneva certo che si farebbe la società, e un giorno
che aveva un pagamento urgente, non potè rifiutare una somma che Roveni
stesso gli propose. Ma il progetto della società andò a monte; e Roveni
adesso dice che Claudio l'ingannò.

— Di quanto è creditore, Roveni?

— Duemila lire.

Povera Eugenia! Non altra ragione per lei aveva l'odio dell'ingegnere!
Ma io, che tanta stima. avevo avuta di lui un tempo, io ora pensai che
per un meditato fine di vendetta egli doveva aver proposta la piccola
somma a Claudio.

In quel punto la porta laterale fu riaperta d'impeto. Ortensia
s'arrestò su la soglia quasi pentita di un errore, quasi cessasse d'un
tratto lo sforzo che l'aveva spinta di corsa fin là. Un istante; poi
s'avanzò risoluta verso di me, che le andavo incontro.

— Come sta?

Non risposi. Ogni mia dissimulazione cadde; non potei nasconderle la
violenza del mio cuore. E le sue labbra tremavano e il color roseo
che le era corso alle guance disparve. Imbarazzata al mio imbarazzo,
Ortensia attendeva ansiosamente che io togliessi lei pure di pena. Il
pensiero che Eugenia ci guardava, mi sospinse; mormorai:

— Cara Ortensia!

— Questa bambina è forte — Eugenia disse mentre ci riaccostavamo a lei;
e la trasse a sè e ne raccolse il capo sul petto a mo' di una volta. Ma
quando rialzò il viso, Ortensia mi apparve spaventosamente pallida; la
vidi mordersi le labbra prima di parlare, per contenere la commozione;
e parlando fissò su di me uno sguardo profondo. Io non mi sentii mai
così debole come in quegli istanti, sotto quello sguardo prepotente.
Non era un'accusa; era una condanna!

— Glielo dica anche lei, Sivori, alla mamma, che non bisogna
affliggersi tanto. Piangere perchè non siamo più ricchi! Non è
una sciocchezza? — Anche nel tono della voce c'era un'acerbità,
un'asprezza, quasi ostile. E un velo oscurò quel fervido sguardo.
Non era in lei la semplice concitazione del parlane; non era più la
commozione protratta dal rivedermi: l'agitava un'eccitazione nervosa;
si premeva con una mano al cuore.

Risposi ricuperando del tutto me stesso e rivolgendomi a Eugenia:

— Le cose non sono certo al punto che il timore vi fa vedere e che io
non vedo. Moser è tal uomo che in ogni caso saprà riparare. Intanto la
stima dei buoni sarà cresciuta per lui.

— I buoni? — Ortensia esclamò stupita di udir questo da me. Con
sguardo di nuovo ardente, iroso, aggiunse: — Oh dove sono i buoni? —
Poi sorrise di un sorriso che io ben conosceva, che avevo sol visto
fugacemente sulle sue labbra, e che ora v'insisteva: il mio sorriso
d'una volta!

— Un amico buono è qui — disse la madre.

A che la figliola, sforzandosi a non ripetere quel sorriso:

— Un'eccezione! La sola. Ma gli altri! Cattivi; tutti cattivi, perfidi,
vili! — Aumentava ad ogni frase, ad ogni parola la concitazione
violenta. — Si divertono a tormentar mio padre coi rimproveri, con le
accuse, coi consigli! Ci compiangono! Oh la compassione di certa gente
che male fa! Ipocriti!: godono del nostro male; ne sono felici; e ci
compiangono!

— No, Ortensia.... — mormorava Eugenia invano.

— E le promesse? «Vedremo; cercheremo; chi sa?; bisogna sperare!»;
eppoi nulla. Non è un'agonia questa? Non sono atroci questi alti e
bassi? Ora tutto piano, tutto liscio, tutto accomodato; ora tutto a
monte, tutto perduto! L'ostacolo che pareva piccolo diventa enorme;
una difficoltà da nulla diventa, un disastro! E tutti dicono, l'uno
dell'altro: — Io vorrei aiutarlo quel disgraziato, ma non posso, e chi
può non vuole.

— Non è un martirio? C'è da impazzire! Lo dica lei, Sivori, alla mamma
ch'è meglio finirla, uscirne una volta, a qualunque costo!

Indovinavo che Ortensia, senza più speranza, cercava il mio aiuto per
preparare la madre all'ultimo crollo. Io riflettevo. Ma nello stesso
tempo, e pur così turbata, come Ortensia mi pareva bella! I capelli,
sfuggenti al grosso pettine e diffusi, eran sollevati sulla fronte e la
fronte bianca aveva un lume che non aveva avuto mai; il pallido viso
dall'ovale perfetto aveva un lume che non aveva avuto mai! Bella di
dolore, bella d'orgoglio!...

La madre taceva, a capo chino. Le chiesi:

— Se andassi io, ora, a tentar qualche cosa con Learchi?

Eugenia annuì; Ortensia, al contrario, scosse il capo come per un
tentativo inutile; e la madre mi guardò quasi a dire: — Vedete?

Finchè ella trovò un pretesto perchè la figlia uscisse; e allora mi
susurrò:

— Ortensia è forte, ma anche questa forza mi dà una pena! C'è in lei
una sfiducia, un vuoto, una disperazione!... Sembra disprezzare anche
la sventura; ma come soffre!

Vinta, Eugenia, proseguì piangendo:

— La rimproveravo una volta perchè stava oziosa; adesso ricama, cuce
tutto il giorno per imparar a guadagnare: mangia pane asciutto per
prepararsi alla povertà!


La signora Learchi m'accolse quale un messo del Cielo. A esprimere la
sua gioia, quasi non le bastasse il viso roseo e lucido d'inverno come
d'estate e la bocca ridente quant'era larga, s'aiutò con complimenti
strepitosi:

— Che miracolo! che improvvisata! che degnazione! che bella visita!
— E trafelate scuse: la casa in disordine, lei vestita male, col
raffreddore! Il raffreddore infatti l'obbligava a farmi festa
sternutando.

— Innocenzo! Innocenzo! — invocava.

Il signor Learchi, nuovo sindaco di Valdigorgo (mi ero dimenticato di
dirlo), se ne stava davanti al camino nella camera da desinare, pipando
pensoso più di se stesso che de' suoi amministrati ed economizzando con
le molle le brace che rimanevano del ceppo ormai del tutto consunto.
Alle esclamazioni e alle apostrofi della moglie si mosse, mentre io
entravo, e senza far parola depose le molle; si levò di testa con
una mano il cappellaccio (un cappello fuor d'uso, estivo ma buono a
riparare dall'umidità invernale, tant'era unto); emise un lungo _oh_!
levandosi di bocca la pipa con l'altra mano, e m'attese seduto, non
restandogli più mani libere da reggere le brache che si era sbottonate
per far largo alla digestione.

— Vedete chi è qua, Innocenzo! — ripeteva la moglie. — Che onore! Chi
se lo sarebbe aspettato, con questo freddo?

Il marito era così lontano dall'aspettarsi una mia visita che tardava
a dissipar dal volto da beone l'ombra della improvvisa seccatura; e mi
fu visibile lo sforzo che fece di ricoprirsi con la maschera di uomo
cordiale.

— Il signor Sivori! — ruppe a dire finalmente. — Il signor dottore!
Oh oh oh! Proprio vero che le montagne.... Bravo! Sta bene?... Un
piacerone!... Qui vicino a me, a scaldarsi! Senza complimenti!

— Si scaldi! — diceva, la moglie. — Si metta a sedere.... Su, della
legna, Innocenzo!

E il signor Innocenzo, ancora imperfettamente mascherato ma di nuovo
col cappello in testa:

— Perchè non è venuto un po' prima? Avrebbe desinato con noi; alla
buona...., si sa, da montanari.... come siamo.

— Redegonda! Presto!... qualche cosa al signor Sivori, al signor
dottore!

— Che cosa? — Ella correva intorno alla tavola, avanzava, retrocedeva
domandandomi:

— Caffè? cioccolata? latte? cognac? un zabaglione? Le faccio un
zabaglione? un vino brulè? un punch?

— Moscato bianco! — urlò il sindaco. — Il mio moscato bianco, che
riscalda le budella: riservato per gli amici!

Quindi, dopo avermi lasciato un po' schermire:

— Lei non era a Vienna? Che c'è di bello a Vienna?

— A Berlino, vorrete dire! Era a Berlino! — correggeva la signora
Redegonda, mentre usciva per la bottiglia e qualche altra cosa.

Sì, venivo da Berlino; ma già m'ero fermato a Milano....

A queste parole la Learchi ristette sulla soglia, con la bocca ridente
e gli occhi sbigottiti, e tornò indietro quasi per soccorrermi.

— L'ha visto? Li ha visti? — Sopprimendo i nomi sperò di attutir lo
sdegno che prevedeva.

Infatti il signor Innocenzo le volse due occhi rabidi:

— Eh! Aveva obbligo di vederli?

Forte e senza titubanza io rispondevo:

— Ho visto Guido, Marcella, il bimbo; una famiglia che consola a
vederla...

Povero me! Sempre ridendo in silenzio la donna spalancò le braccia in
segno di disperazione. Ma il sindaco riaccendeva la pipa per ingoiar
l'ira.

— Bah! bah! — fece aspirando. — Altro è il parlar di morte, altro è
il morire! A lei sembran consolazioni...., perchè ha avuto giudizio,
lei! Non ha voluto provarle, queste consolazioni.... che costano! Mio
figlio...., povero imbecille...., le ha pagate care.... carissime!...
Ma lasciamo andare!; parliamo d'altro! Dunque, a Berlino bella vita,
eh?

Per assecondarlo un po' dissi qualche cosa di Berlino nel frattempo che
la sindachessa usciva e rientrava recando in braccio un vaso di ciliege
nello spirito e la serva sturava la bottiglia e mesceva.

— Alla sua salute!

— Alla sua!

Lodai il moscato e subito aggiunsi (per cogliere quel momento di
dolcezza) che tanta cortesia mi dava a sperar bene dalla mia visita.
Entrando in argomento dissi che quale amico comune, di Moser e del
signor sindaco, io ero venuto a sentire quel che si potrebbe fare....

— Caro amico: niente! niente da fare! — E allontanando la pipa il
signor sindaco sputò. — Meglio non parlarne per non sputar veleno!
M'han guastato il sangue. (Bevve). È amaro, per me, adesso, anche il
mio moscato!

La signora Redegonda da dietro le spalle maritali traeva lentamente,
ascoltando, le ciliege dal vaso con un cucchiaio e le deponeva in un
piattello; e poichè non poteva impedire alla sua bocca di sorridere
ancora, scuoteva il capo per significare come disapprovasse quel che il
marito diceva e direbbe, e con languide occhiate chiamava il soffitto
in testimonio del suo dispiacere; delle sue buone intenzioni; delle sue
rinnovellate speranze nel mio intervento.

Io ripigliai: — Da Eugenia e Ortensia non ho avuto che notizie confuse;
ma ho potuto comprendere il loro dolore perchè lei, che ha fatto tanto
per Moser, debba essere o voglia essere sacrificato....

— Dolore? Ah ah! Ci vuol altro! Dolore! parole! Altro è il parlar di
morte altro è il morire!

— Io credo si possa almeno attenuare le conseguenze....

— Parole, caro il mio amico! Parole! niente da fare! Meglio non
parlarne....

— È vero o no — esclamai — che chi non vuole l'accordo dei creditori è
lei?

— Io? — Parve cascar dalle nuvole brandendo la pipa — Vede?; vedete chi
è che inganna? Ci prendon tutti per imbecilli...., come mio figlio!

— Le senta....; — intervenne allora la Redegonda porgendomi il
piattello delle ciliege.

— Lei dunque è disposto — proseguii rivolto al marito — a trattar
dell'accordo?

— Io.... Io dico, ripeto, torno a dire per l'ultima volta che non
voglio più pasticci, non voglio avvocati e liti, non voglio curatori,
non voglio crepare! Vogliono, quegli altri signori, il concordato? Mi
diano una garanzia che tutto andrà liscio....; la garanzia che piace
a me....; e son qua! Se no, vada il resto, vada tutto!... Ci rimetto
tutto.... Che cosa pretendono di più? Che ci rimetta anche il sangue?
la pelle? l'anima?

— E la garanzia che lei desidera sarebbe....?

— La garanzia dell'ingegner Roveni.

— Ma che garanzia può essere quella di uno che non possiede niente?

— Garanzia che non nasceranno altri imbrogli. Mi basta! Ma se non ci
fosse questo pericolo, degl'imbrogli, Roveni la farebbe la garanzia! E
non la fa! non la fa! non la fa!

Me la cantava in musica battendo il tempo con la pipa: — Non la fa!

Il mistero mi pareva chiarito del tutto; sicchè la Redegonda sorrise
fino alle orecchie per la luce che mi vide in faccia; scosse,
sorridendo, il capo, per assicurarmi che adesso ero su la buona strada;
sternutò e si soffiò il naso; accennò coll'indice al piattello delle
ciliege, e uscì piano piano, lasciandomi libero il campo alla vittoria.
Procedetti:

— Il perchè Roveni non fa la garanzia è un altro! Non ha inteso dire
anche lei, signor Innocenzo, che costui aveva pretensioni su Ortensia e
che Ortensia l'ha rifiutato? È una vendetta! Si vendica della ragazza
con la rovina del suo benefattore! Ecco che uomo è costui! E ha
ingannato anche un uomo sagace come Innocenzo Learchi!

Due, tre copiose e formidabili boccate di fumo uscirono dalla bocca
del mio interlocutore, in cui le ultime mie parole fecero un effetto
del tutto contrario a quello desiderato. La lode di sagacia parve
offenderlo più che l'accusa di essersi lasciato ingannare e, livido,
stentando a frenar la rabbia con un ultimo sforzo di ipocrisia:

— Signor dottore.... stimatissimo! — esclamò. — Lei è lei; ma se non
fosse lei....!; con tutto il rispetto.... Che storia mi tira fuori?
Dica la verità: per chi m'ha preso? Per un imbecille come....

Rise sgangheratamente.

— Ah povero signor dottore! Come l'hanno imbottito bene! E lei ci ha
creduto? Ha creduto che Roveni avesse intenzione di sposar una ragazza
senza dote? Ah! Ah! E pensare che la ragazza non l'ha voluto lei! lei
non l'ha voluto, Roveni! non lo vuole! Spera in un partito migliore, la
ragazzina!... Ah povero signor dottore!

Strappargli la pipa di mano e sbattergliela sul muso!

— Anche la signora Redegonda deve saperne qualche cosa — riuscii a dire.

— E io dovrei credere quel che han dato a intendere a mia moglie? Ah!
Ah! Ma non lo sa che mia moglie è la madre di mio figlio?

Non ne potendo più, mi alzai.

— La verità è questa che le ho detta io! Lei non la crede? Ebbene: lei
da tutti gli onesti sarà giudicato quale un complice di Roveni e avrà
il rimorso d'aver messo in miseria i suoi parenti.

— Parenti, serpenti! — Ricaricava con mano tremante la pipa. — E i
rimorsi.... non li proverò io, caro amico; no no: stia pur sicuro! Io
sono tranquillo! Non ho falsificato niente, io....; sono un galantuomo,
io! un uomo onesto....

In piedi con la pipa in bocca il sindaco di Valdigorgo abbottonava i
calzoni per congedarmi.

Allora l'investii domandando:

— Falsificato.... che cosa? chi?

Ma egli retrocesse.

— Zitto! C'è mia moglie.... Se vuol spiegazioni, si rivolga a
Roveni.... Io non so niente! Non voglio dir più niente! Non voglio
saper più niente!... Un altro bicchiere, e amici più di prima....

— Altre due ciliege — pregava, la signora Redegonda sorridendo, ma con
voce di pianto, a vedere che avevo perduta la battaglia.


Non tutto era scoperto. Un'infamia mi restava da scoprire!

Ritornavo inveendo entro di me contro gli onesti che insultano
impunemente all'innocenza e alla sventura, perchè fatti ricchi e
potenti dalla fortuna e dall'abilità di commettere il male all'ombra
della legge.

Ortensia mi venne incontro. Tacque a lungo poichè io le ebbi detto: —
Non ho ottenuto niente per ora, ma....

D'improvviso si accese in volto.

— Com'è vile quell'uomo! Non capisce quell'uomo senza cuore, nessuno
capisce che non è la miseria che ci spaventa? che ci son patimenti più
grandi che la fame? Vili! Non conoscono mio padre! L'ammazzano! È un
assassinio!

Io mi provavo a quietarla, turbato da quella sua alterazione; da quella
violenza di passione manifesta per gli occhi più che per le parole.

— Quietati — le dicevo —; riparto subito per Milano e qualche cosa
so di poter fare! Il tuo dolore è santo — aggiunsi — ma non bisogna
esagerare.

Ella sollevò in me lo sguardo affievolito da una infinita tristezza.

— Ah Sivori! anche per lei (si corresse), anche per voi esagero!
Conoscete mio padre; sapete che dovrà abbandonare la sua casa
(accennava alla villa), che era il premio di una vita di lavoro, che
era il luogo dove voleva morire, dove nacquero i suoi figlioli; e io
esagero! Mio padre non vuole abbandonarla la sua casa; non può credere
di dover abbandonarla! Ieri mattina, con un operaio, nel giardino,
disegnava nuove aiuole; diceva: — Quest'altr'anno leveremo i ligustri;
pianteremo altri abeti nel prato. — Quest'altr'anno, diceva. Invece
quest'altr'anno nuovi padroni raccoglieranno i fiori del nostro
giardino; dormiranno nelle nostre camere. E io esagero! Quassù mio
padre è stato un benefattore, ma gli operai, per cui faticava, non lo
salutano più, lo incolpano della loro rovina.... E io esagero! E questo
è nulla! La colpa di tutto quello che è avvenuto e che avverrà, è mia!
E io esagero!...

Come io cercavo parole di protesta, essa con mano convulsa m'afferrò
a un braccio, mi fece ristare, e disse più piano, severa, in
quell'agitazione contenuta con la fatica che esprimeva il suo sguardo
fiso nei miei occhi:

— Sentite, Sivori! Voi siete sempre per noi l'amico di un tempo; siete
per me quello di un tempo: un fratello. Non voleste così allora?
Così doveva essere! Un fratello: non altro dovevate essere per me
in passato; non sarete altro in avvenire.... È vero?; così! Dunque,
sentite! Se domani io potessi trar d'agonia mio padre, tutti noi,
con una sola parola, e questa parola mi ripugnasse come una viltà,
un'abiezione; se con una sola parola io domani potessi salvar la vita
di mio padre, dovrei vincere la ripugnanza del mio animo, della mia
coscienza, di tutto il mio essere, e pronunciarla, questa parola? Dite!
dite!

— No! Mai!

— E se con questa sola parola io potessi salvare.... potessi salvare
l'onore di mio padre?

Risposi, freddo e sicuro:

— L'onore di Claudio Moser è al disopra d'ogni sventura e d'ogni
vendetta!

Ma Ortensia sorrise con quella ironia quasi spasmodica.

— L'avete conosciuto bene, voi, Roveni! Credete che sia uomo da
minacciare invano!

— Quando, come ti ha minacciata?

— Me l'ha detto.... e scritto, che ha tanto in pugno da far condannare
mio padre.... per ladro! È lui, lui che non vuole che Learchi ceda
perchè ceda io! Se io cedo, mio padre è salvo!

Ristette; congiunse, per scongiurarmi, le mani:

— O Sivori...., Carlo...., dite, Carlo....: sono ancora in tempo! Debbo
cedere?... salvar mio padre?

— Tu non gli avrai risposto.... — Questo dubbio mi affliggeva più che
non mi afflisse quella affannosa preghiera. — Non devi cedergli. Mente!
È un'insidia!

— No..., non gli ho risposto....; ma se arresteranno mio padre....,
come un ladro...; se lo condanneranno.... per colpa mia...., io
morirò....

Si compresse con la sinistra al cuore; e aggiunse:

— Non è meglio finirla? Tutte le speranze in Learchi non sono perdute?
Bisogna preparar la mamma, a tutto....

Riafferrandole la mano io, con un'attitudine che esprimeva, di me,
la sincera e profonda commozione e la preoccupazione di un monito
solenne: — Ortensia! — dissi —. Per tutto quello che hai sofferto,
che ti ho fatto soffrir io; per il bene che voglio a te e a tutti
voi altri; per tuo padre e tua madre, ti scongiuro: non t'abbandonare
alla disperazione, così; abbi in me, ora, la fiducia che non meritai
in passato. È impossibile che io non riesca a sventar le trame di un
birbante, perchè è impossibile che tuo padre non sia stato sempre un
galantuomo! Resisti; tu sei forte!

E dando alla mia voce, alle mie parole tutta la tenerezza e la dolcezza
che potei attingere dal mio amore:

— Solo, tu hai il cuore di tuo padre. Bisogna frenarlo, questo cuore,
che la bontà fa pulsare troppo in fretta.... Mi prometti, sorellina,
di confidare in me....; almeno un giorno o due...? Via! Riceverai
la buona novella.... Trionferà la giustizia; supereremo l'infamia di
quell'uomo....

Non pianse; mi guardava stupita come non potesse credere alle mie
parole e alla speranza che io dimostravo di esser creduto.

Poscia mormorò percuotendosi il cuore:

— Carlo! Carlo! non c'è più bontà qua dentro! C'è solo del male!

Io le accennai sua madre, che veniva verso di noi.


Le dissi, a Eugenia, che benchè Learchi mi fosse sembrato ostinato più
di un mulo, il colloquio con lui mi aveva confermato nel proposito di
recarmi subito dal curatore del fallimento.

Credevo d'aver trovata una via....; e altre bugie pietose dissi, per
confortarla.

Ella esclamò rivolta a Ortensia:

— Vedi se bisogna sperane?

.... Io ripartii senza avere in me la fede di Eugenia. E mi seguiva lo
sguardo di Ortensia: lo sguardo di una vittima.



VIII.


Il mio colloquio con il curatore del fallimento fu breve. Il ragioniere
*, a udirmi amico di Moser e a udir il mio nome, ebbe uno scatto
che non tentò di reprimere, e un'impressione di piacere che tentò di
celare, ma indarno.

In sostanza ecco quel che mi disse:

Il fallimento Moser gli si era presentato in una situazione più che
discreta. Strano quindi per lui il fatto che non avesse avuto buon
esito la moratoria. Convocati i creditori, si era loro proposto un
dividendo del 60 per cento. Ma uno di essi, il signor Learchi, aveva
richiesta, come la legge concede, una garanzia, insistendo perchè fosse
garante l'ingegner Roveni. Forse lo rendeva dubbioso il troppo lauto
dividendo! Poteva, a prima vista, recar meraviglia la pretesa d'aver
garante uno dei creditori minori, quale il Roveni; ma questi più d'ogni
altro aveva pratica dell'azienda fallita e meritava perciò, più d'ogni
altro, la fiducia del Learchi. Se non che il Roveni non aveva accettato
subito questa prova di fiducia; aveva voluto tempo a riflettere; ed era
stata rimessa a un'altra convocazione dei creditori la sua risposta.
Perchè mai?

Il curatore a questo punto sembrò attendere da me la spiegazione. Io,
infatti, cominciavo:

— Evidentemente Roveni stesso consigliò Learchi a chiedere la garanzia,
e Roveni seppe persuaderlo che egli solo....

Ma il ragioniere, quasi mal pago dell'«evidentemente» con cui era
incominciata la mia risposta, m'interruppe:

— Prego! Mi lasci dire.... So di dire una cosa grave.... A lei non
chiedo che la sua parola....

In fede del segreto io portai una mano al petto. Egli proseguì risoluto:

— Il contegno dei signori Learchi e Roveni mi insospettì. Avrò
torto...., badi; posso aver torto; mai il sospetto si è confermato
in me, da ieri. Insomma: io dubito che nella gestione Moser ci siano
irregolarità mascherate così bene da esser sfuggite alle mie indagini.

(Era la falsificazione a cui aveva alluso Learchi!)

Nè il curatore esitò ad aggiungere che il giorno innanzi Moser era
stato da lui e a certe dimande aveva risposto, confuso, che gli
schiarimenti desiderati poteva darli solo il Roveni. A questo, negli
ultimi tempi, aveva affidato anche parte dell'amministrazione.

— È la verità, senza dubbio — dissi io.

L'altro non attese al mio asserto; come non m'avesse udito.

— Ho pregato quindi l'ingegner Roveni di venir da me per schiarimenti
sui libri dell'azienda. Non è venuto; m'ha scritto che egli
nell'amministrazione Moser non ha nulla a vedere, tranne il suo piccolo
credito; e riferisce una clausola del contratto da lui conchiuso col
Moser quando assunse la direzione della fabbrica. Per quella clausola
va esclusa, ogni sua responsabilità amministrativa.

Volendo io di nuovo interloquire, il curatore mi trattenne con un moto
d'impazienza.

— Non m'interrompa!... Si dirà che Roveni ha messo le mani avanti
per precauzione, per prudenza. Io però voglio le spiegazioni che ho
richieste invano! Attendo documenti che dimostreranno meglio i rapporti
della ditta Moser con due case commerciali; e se mi convincerò di quel
che dubito, non esiterò un istante a compiere il mio dovere.

Io m'alzai d'impeto, esclamando:

— Ma io proverò che una vendetta indegna spinse il Roveni a tradire il
suo benefattore! Un'infamia! scoprirò un'infamia!

Il curatore si strinse nelle spalle, quasi ciò importasse poco e punto.

Insistetti:

— Moser è un galantuomo! Ha avuto un solo torto: quello di addossarsi
imprese superiori alle forze di un uomo e di aver fiducia illimitata
in un birbante! Sopraffatto dal lavoro, lasciò tutto in mano a Roveni,
senza pensare che costui si varrebbe di quella tal clausola per
tradirlo!

Sdegnato, il curatone oppose:

— E perciò? Se io non m'inganno nei miei sospetti non sarà tutto questo
che salverà Moser da un processo per bancarotta!

Finalmente avevo scorto il punto a cui il ragioniere aveva voluto
condurmi: dovevo prevenire in lui la certezza che gli darebbero i
documenti; se no, Claudio era perduto! Anzi il ragioniere era già
certo; ma fingeva dubitare, perchè credeva anche lui nella buona fede
di Claudio.

Che cosa dovevo dunque fare io? Che cosa potevo fare?

Rispose:

— Prima che io abbia le spiegazioni che voglio, si potrebbe,
per evitarne le conseguenze.... probabili, pareggiare il passivo
all'attivo. Non è poi necessaria una gran somma! Calcolando che dalla
vendita dei fondi e della villa si ricavino ottomila lire più del
prezzo di stima — e ho già una proposta —, basteranno ventimila lire
per accomodare ogni cosa.

— Quanto tempo mi concede a trovarle?

— Quarantotto ore.

Misurai nella mente il tempo che bisognava per andar a Molinella,
restarvi un po' e tornare; e dissi:

— Amico di Moser, io tenterò di trovane questa somma. Ma...., e se le
irregolarità che lei teme non ci fossero?

Il curatore mi tese la mano e disse senza rispondermi:

— L'ingegner Moser, nella sua sventura, ha una grande fortuna: quella
di avere un amico come lei....

Quando, giovani, io e Claudio andavamo a caccia in risaia ci
accompagnava talvolta il Biondo falegname, divenuto poscia mio
fittavolo. Come Claudio faceva ridere quell'omiciattolo, a proposito
della mia filosofia! Ma chi avrebbe mai detto allora che un giorno
io avrei dovuto ricorrere al Biondo, perchè Claudio scampasse dal
Tribunale?



IX.


E nello stesso giorno, partenza per Molinella!

Non era più per me, allora, un destino assurdo che in pochi giorni mi
sbalzava da Berlino a Milano, da Milano a Valdigorgo, da Valdigorgo al
mio piccolo paese nella pianura emiliana. Mi trasportavano volontà e
coscienza: più forti anche del dolore, più forti anche dell'amore!

L'amore?... Quale speranza poteva restarmene, ormai? La mia passione
era stata una colpa e doveva avere il suo castigo. Ogni illusione
doveva cedere alla realtà, che mi rinchiudeva, mi stringeva come in un
cerchio di ferro. Il mio soccorso cancellerebbe nel cuore di Ortensia
fin le ultime tracce d'amore, se vi rimanevano; ed io con l'azione che
stavo per compiere confermavo irremovibilmente, per sempre, l'antico
proposito di essere per Ortensia un fratello: non altro.

Ma è pur vero che il dolore aggiunge lume alla bellezza! Ancora ancora,
avidamente, mi richiamavo l'immagine d'Ortensia alla memoria: più
alta della persona; con quegli occhi che un tempo avevan solo un riso
di gioia e adesso ardevan di sdegno o si velavano d'angoscia; con il
viso un tempo pieno e roseo ed ora pallido e magro, ma come illuminato
da una luce ideale: con le belle mani, che un tempo ella recava a
sollevare dalla fronte l'onda dei capelli copiosi ed ora stringeva
in uno spasimo di preghiera; con quelle attitudini decise, quei moti
improvvisi, non più indizio come un tempo di un fervore di giovinezza
sana e lieta ma reazione al tumulto di un'anima inferma, ma eccitazione
di un'energia abusata fino alla violenza. In lei il patema d'animo
aveva trovato una predisposizione nella delusione d'amore e nel male
che io le avevo fatto col mio pessimismo, col mio tristo esempio, con
la negazione d'ogni bene e d'ogni fede.

Le parole d'Eugenia mi si ripercotevano nel cuore e nella mente:
«C'è una disperazione in lei...!» Ortensia non vedeva più intorno
a sè che il male, a cui resisteva per naturale impulso ma col vuoto
dell'anima....

Tali i pensieri che mi accompagnarono più assidui nel viaggio da Milano
a Bologna. Però il fine a cui tendevo sopravanzava di tratto in tratto.
Riuscirei? Ero sicuro che il Biondo teneva in casa grosse somme; mi
ricordavo di quante volte egli aveva manifestato diffidenza delle
banche e dei cassieri, e chiedendomi consigli intorno al miglior modo
d'investir capitali, aveva espresso avversione a ipoteche o a prestiti
d'altro genere.

Ma con il timore di mettere in pericolo i suoi risparmi e perder la
tranquillità, c'era in lui, per di più, la preoccupazione di nascondere
al prossimo il vero stato delle sue finanze. Confesserebbe il Biondo
di posseder in casa quanto andavo a chiedergli? Non gli parrebbe di
confessarmi che dall'affittanza aveva ricavato ciò che negava con le
lamentanze annuali? E se egli non voleva darmi, o se veramente non
aveva disponibile l'intera somma, che mi bisognava fare? Basterebbe per
il resto una cambiale con le firme di me e del Biondo? A chi rivolgermi
altrimenti?

Dubitavo; eppure anche questi dubbi non mi abbattevano; la speranza mi
inanimiva, e m'immaginavo di veder salvo Moser e Roveni sconfitto.

.... Quando finalmente, a Bologna, ebbi lasciato il treno più rapido
per quello che mi trasporterebbe a Molinella, e quando nel freddo
e tetro pomeriggio m'approssimai al luogo ove nacqui, invece della
mestizia dell'esule che ritorna dove sa di non trovare più nessuno del
suo sangue, provai, questa volta, un senso di conforto ineffabile.

Con occhio tranquillo guardai, giungendo, a quel po' di terra che fra
poco non sarebbe più mia; e con sguardo affettuoso cercai la mia casa,
la vecchia casa appartata dal paese e dalla via maestra e indicata
da pioppi fedeli. Il Biondo, me la lascerebbe, la mia vecchia casa
paterna; io serberei in essa l'ultimo asilo.

Lo sorpresi, il Biondo, mentre nell'ampia cucina stava piallando
un'assicella; e la moglie, seduta al focolare, filava in cospetto del
gatto. Bisogna sapere che da quindici anni, da quando era divenuto mio
fittavolo, il Biondo non esercitava più il mestiere del falegname ma
aveva conservato affezione alla sega e alla pialla per un alto ideale:
la carità dell'infanzia morta. Nelle ore, cioè, nelle quali non doveva
andare al mercato e per i campi con l'invidiata carrozzella, riprendeva
il mestiere di San Giuseppe e se la passava a fabbricar piccole casse
da spedir angioli in Paradiso! Il Signore domandava un'anima d'infante?
E il Biondo regalava la cassa. Egli si consolava in tal modo d'essere
invecchiato senza figliuoli.

Al mio entrare in casa, all'improvviso richiamo, gli occhiali dal naso
del Biondo caddero sul banco; e la rócca non si lasciava svincolare
dal fianco della Rita (soprannominata Pulicreta per lode di pulizia).
La Rita gemeva: — Gesù, chi si vede! — Io vedevo loro due sempre
più invecchiati, ma sani e contenti; il marito con la berretta verde
divenuta gialla e spelato il fiocco; con le anelline alle orecchie,
la faccia paffuta, le palpebre cadenti, pesanti come foderate di
prosciutto, e, sul pomello destro, i due bottoncini vermigli come
coralli; la donna grinzosa, con le vene grosse quali corde alla gola
e alle mani e i bianchi capelli ben pettinati. Sempre rispettoso, il
Biondo intonò il solito: — Laus Deo! Ben tornato, padroncino! — E la
moglie ripetendo: — Com'è bello! com'è arioso! —, si asciugava col
dorso della mano un gocciolone all'occhio destro.

Furono spalancate le finestre della mia camera dal letto immenso; della
camera di mia madre, sempre fredda da poi che rimase priva di quella
voce; della camera da desinare, dipinta a righe bianche e azzurre che
il tempo non discolora....

— Chissà che freddo là, nei paesi di dove viene! — mi diceva la
Pulicreta facendo fuoco al caminetto.

— Il signor Claudio è da quelle parti anche lui? — domandava il Biondo;
perchè essi non sapevano dimenticarsi di Moser, il quale non avevano
più visto da quasi vent'anni e del quale mi richiedevano ogni volta
tornavo a casa. Era uno dei loro ricordi più cari.

— È sempre quel bel matto allegro?

La domanda del vecchio suggerì a me stesso un'altra dimanda: dove fosse
in quell'ora e che cosa facesse il povero Claudio. Al Biondo risposi:

— Adesso Moser è in guai.

Ma a me che cosa potevo rispondere? Ah! ogni risposta che mi diedi
quant'era lontana dalla crudele verità!

Ecco che cosa faceva Moser a Valdigorgo quello stesso giorno, nella
stessa ora.

Convinto che Eugenia s'illudeva sperando nella mia visita al curatore;
convinto che il curatore non m'avesse rivelato il pericolo che lo
minacciava; vinto dalla certezza che Roveni l'aveva tradito e che egli
doveva pagare il fio della frode commessa da Roveni, egli, Claudio,
meditava di fuggire! Commettendo i brogli Roveni aveva ben provveduto
al suo scampo: allo scampo di lui chi poteva provvedere? La legge, in
nome della Giustizia, sovrastava su di lui responsabile; e dinanzi
all'accusa che varrebbero le attestazioni di buona fede? Sperare in
Sivori? Ma dove avrebbe trovate ventimila lire, Sivori, dalla sera
alla mattina? Sivori apprenderebbe, impotente, che Claudio Moser era
accusato di frode e che si leverebbe contro di lui mandato di cattura!
Moser in carcere: Moser in Tribunale, a esser condannato per ladro!

E Claudio in quel giorno raccoglieva tutta l'energia della sua fibra
per resistere alla disperazione. Disonorato in Italia, lavorerebbe
altrove, sconosciuto, per risparmiar la fame alla sua famiglia. Ma in
Tribunale no: morire piuttosto! E in quell'ora Claudio con uno sforzo
che non valeva a nascondere la disperazione, cercava persuadere Eugenia
che gli era necessario partire. Fuggire! Intanto Ortensia udiva la voce
di lui, udiva il terribile silenzio della madre!...

No: io non potevo immaginare ciò che accadeva a Valdigorgo mentre il
Biondo e sua moglie chiacchieravano, mi colmavano di notizie paesane,
e io stentavo a non abbandonarmi alla stanchezza del viaggio e provavo
la tentazione di un riposo dolce quale non mai, quale di una tregua a
una dura battaglia.

Poi il discorso del Biondo si rifece alla solita antifona: la
popolazione che cresceva e la miseria che cresceva.

E il socialismo con gli scioperi? E le malattie? Tifo e pellagra; tanto
che in paese c'era gran malcontento perchè non prendevano un altro
medico; e ci voleva proprio un medico di più....

Finchè mi riscossi. Ordinando alla donna di prepararmi subito un po' di
cena, attesi ch'essa trottarellasse via per dire al vecchio:

— Biondo! Prima di partire....; parto stasera stessa....; ho
bisogno.... di vendere il podere!

Credo che egli fosse stato sempre dell'opinione di Claudio: che la
filosofia una volta o l'altra m'avrebbe rovesciato del tutto il
cervello; e a ripensarlo quale rimase alle mie parole, ora credo
s'accertasse, di colpo, che questa volta era la buona. I grossi coralli
che gli abbellivano la faccia divennero paonazzi, simili ai bargigli di
un tacchino in amore; le palpebre, così grevi che pareva impossibile
uno sforzo bastevole a sollevarle al di là della metà degli occhi, si
alzarono in modo da scoprire due occhi enormi, quali nessuno avrebbe
mai supposti; e per lo sforzo di sollevare quelle cateratte, e per il
terrore del colpo ricevuto, la bocca gli rimase aperta ma senza voce.
Parlai io.

— Debbo partire con i quattrini in tasca, questa sera. Capisci?

Allora il buon uomo mi scorse in volto una risoluzione e, nello stesso
tempo, un'attesa penosa più di qualsiasi indizio di demenza. Impaurito
più per me che per sè, calò le ribalte e chiuse la bocca dicendo:

— Cos'è successo?

— Debbo versare domattina, a Milano, ventimila franchi; e vendo il
fondo.

Fosse la risposta che non del tutto a tono potè significargli poca
confidenza, o fosse il dubbio che per quella misteriosa disgrazia io
vendessi il podere lì per lì a un altro, il vecchio cadde a sedere,
smorto anche nei bargigli e guatò intorno, quasi il compratore
potesse nascondersi in qualche parte là dentro, o stesse per entrare
dall'uscio, o dalla finestra.

— Vende....; a chi?

— A te!

— A me?!

Respirò, sollevò le palpebre a due terzi dell'altezza normale, e si
cavò la berretta per ringraziarmi dell'onore. Ma disse piano:

— E il _cumquibus_?

— L'hai! O mi darai, per adesso, tutto quello che hai in casa. Ma
bada! È un affare. Se non ti conviene, il fondo resta tuo, per questa
obbligazione (e gli porsi la scrittura in carta bollata),... resta tuo
solo fino a quando avremo trovato un altro compratore.

Avevo parlato quasi duramente; ma aggiunsi abbastanza commosso:

— Son ricorso a te perchè son certo che non mi strozzerai; e poi perchè
non vorrai portarmi via la casa dove è morta mia madre.

Speravo fosse questa, la via che affrettasse il fine della mia impresa.

Ma a quell'attestazione di stima e a quel ricordo il Biondo temè di
commuoversi troppo e senza più muovere difficoltà sul _cumquibus_
tolse dalla busta gli occhiali; li mise; li levò per tabaccare, prima,
liberamente; li ripose all'estremità del naso; e lesse o mostrò di
leggere l'obbligazione mentre, a pausa a pausa e con le cateratte giù,
diceva:

— Quel che posso fare lo farò volentieri per lei! Non me la scordo io
quella buon'anima di sua madre.... E io, morta la mia donna, chi ci
ho al mondo? Chi mi resta? (Non dubitava affatto che la Rita morirebbe
prima di lui). Nessuno del mio sangue, mi resta; solo un nipote della
donna, che farebbe patto col diavolo perchè morissimo d'accidente —
salvo il rispetto — tutt'e due in una volta.

Ma a ridargli l'intero dominio di sè e la debita ponderazione ossia
lentezza a trattar l'affare, occorse l'intervento della Pulicreta; la
quale annunciava che la cena era pronta.

— Lasciateci stare quando si discorre d'interessi! — rimbrottò il
marito, dimentico che l'affamato ero io e non lui. E s'addentrò in un
lungo ragionamento, protestando anzitutto che — salvo il rispetto — i
quattrini sono sempre quattrini, e proseguendo a contare le tornature
del campo, e a stimar il prezzo delle tornature, e a sommar il prezzo
totale, e a rifare e correggere quel benedetto totale.

— Nel valore del fondo c'è o non c'è la capienza per la somma che ti
chiedo? — feci io, impaziente.

C'era e non c'era. I socialisti per un verso, le stagioni, che non son
più quelle, per l'altro, deprezzavan la terra, laggiù.... Poi, a dir
la verità, chi avrebbe comprato il campo senza la casa padronale, con
la casa del contadino che non stava più, dritta? Finalmente, dopo più
prese di tabacco e vani tentativi di rialzar le palpebre:

— Per me.... ecco.... sissignore!... il fondo li vale ventimila
franchi.... Ma come l'intenderà la donna?

Non avevo pensato che ci fosse da persuadere anche lei.... la Rita,
perchè anche lei aveva parte nel _cumquibus_. Il Biondo s'alzò
tabaccando; andò fino all'uscio; tornò:

— Alla donna io non ci penserei nemmeno! Fa quel che voglio io! Ma....,
e il nipote?... quel brigante di suo nipote?

Anche questa! Era necessario anche il consenso del brigante?

— Altro che consenso! Se impara che abbiam comprato il fondo, ci dà
il veleno, come è vero Dio in croce, per far l'eredità! È il nostro
tormento: vagabondo, giocatore....

Tranquillai il vecchio assicurandolo che la vendita resterebbe
segreta e giurai, per di più, che morivo di fame e che morirei di fame
piuttosto che cenare prima che l'affare fosse concluso. Egli uscì.

Intanto, in quell'ora, che cosa accadeva a Valdigorgo?...

L'appresi mesi dopo....; e come sarebbe stato meglio non l'apprendessi
mai!

Mentre Ortensia, dietro la porta, ascoltava suo padre, che tentava
persuadere Eugenia a lasciarlo partire — fuggire! —, Eugenia pensò che
la ferrea fibra di Claudio fosse anch'essa piegata, infranta; anche
la mente di lui fosse travolta in una disperazione che ne velasse la
percezione della realtà. Essa ebbe come il presentimento che quella
fuga sarebbe un doloroso e vano errore, e si provava a dissuadere il
marito.

Questi, al nuovo ostacolo, abbandonò, per superarlo, il freno a cui si
era tenuto pietosamente, e, affranto, rispose rivelando tutto: che non
si lascerebbe nè arrestare nè processare nè condannare. I singhiozzi
gl'impedirono di compiere la minaccia: che piuttosto morirebbe.

Allora Ortensia precipitò nelle braccia del padre. Lo pregava, lo
scongiurava ad attendere facesse lei un ultimo tentativo.

Quale? con chi?

Con Learchi! Ancora lui, solo lui avrebbe potuto risparmiar l'onta, la
morte?

Oh c'era un altro! Ma Eugenia sollecitò la figliuola:

— Sì! Va tu, con Mino!

Da prima Claudio si oppose; quindi, o perchè in quegli istanti fosse
come il naufrago che s'appiglia a un fuscello, o perchè non gli
reggesse il cuore di dire addio alla figlia e al figliuolo, parve
accondiscendere.

Con tutto l'impeto, l'eccitazione del suo dolore, Ortensia condusse
seco per mano il fratellino e si presentò con lui a Learchi.

Avrebbero impietosito un sasso; ma neanche l'innocenza di Mino, che
piangeva, tra le braccia della signora Redegonda, intenerì quell'uomo.

Rispose:

— Nulla da fare; lasciamo andare!

E allora.... (quel che io provo scrivendo questo!), allora Ortensia,...
Ortensia s'inginocchiò dinanzi a quell'uomo! Ortensia a mani giunte, in
terra, come dinanzi a un dio!... Egli ripeteva, con la pipa, in bocca:
— Nulla da fare!

E dava consigli: — Lasciate correr l'acqua per il suo verso.... Quando
la matassa è tutto un imbroglio, il meglio è tagliare. — Tagliare!
Meglio era per lui, il processo, il disonore, la condanna!

Ma Ortensia, esasperata dall'umiliazione, si rialzò, fuggì per
rivedere, forse per l'ultima volta!, suo padre.... Il padre non c'era
più! E un pensiero atroce attraversò la mente della figlia, intanto
che la madre diceva a Mino: — Preghiamo Dio, se gli uomini non ci
ascoltano....

.... Nello scrittoio del suo studio Moser da anni e anni teneva
un revolver, che Ortensia aveva veduto più volte. Ella corse nello
studio.... Il revolver non c'era più!

Fuori di sè, la misera tornò da sua madre; allontanò Mino; poi confessò
tutto, a voce rotta: confessò che mi aveva amato, che per me aveva
respinto Roveni, che odiava Roveni e che per salvare il padre doveva
cedere a Roveni! Disordinatamente ripeteva quel che Roveni le aveva
detto, le aveva scritto; dimandava alla madre in che modo dovesse
telegrafare.... — Sarebbe sua — purchè egli le salvasse il padre!

Eugenia, la debole Eugenia, per un istante si sentì attanagliata dal
dilemma: o il disonore del marito, o il sacrificio della figliuola....

Ma la fede sorresse ancora quella debole donna. Accarezzava, baciava
la figliuola per quietarla; le ravviava i capelli su la fronte e le
diceva, sublime: — Tuo padre è onesto e la sua onestà trionferà presto
o tardi! Tu non devi essere di chi usò questi mezzi per possederti!

Ah! Ortensia non cedeva; gemeva: suo padre era partito con un'arma!...
Eugenia sollevò gli occhi al Cielo, ad attingere il supremo coraggio,
e rispose sicura:

— Dio tratterrà la sua mano!

Contemporaneamente io, laggiù, sentivo il tempo volare attendendo
il Biondo; e me l'aspettavo con un pacco di biglietti di banca, e mi
chiedevo, sempre più ansioso, quanto mi mancherebbe a compier la somma
necessaria.

Con un sorriso tra i peli delle palpebre semichiuse e a fior delle
labbra rase il Biondo venne alla fine, seguito dalla Pulicreta.

Ella brandiva la rócca quasi ad attestare che non vi rinuncerebbe
sebbene fosse divenuta proprietaria, e stordita dall'avvenimento non
sapeva se dovesse rallegrarsi della compera o affliggersi perchè era
già fredda la minestra.

— Mi scuserà — disse il Biondo — se le ho fatto perdere la pazienza.
Cosa vuole? Sono avvezzo a far tutto adagio!

Esclamai, allegro:

— Il tuo difetto! Se non ci avessi pensato su tanto, adesso avresti una
dozzina di figliuoli. È vero, Rita? — Essa rise; ridevano ambedue....
Ma, e i quattrini?

— Zitto! — fece il Biondo. — Venga di qua con noi.

Mi condussero nella loro camera; e dopo essersi battuta entrambi
la punta del naso coll'indice, tesero la mano sotto il talamo....
Misericordia! Che vista! C'eran due casse da morto; non di quelle
piccole, per angioli; ma grandi, per due grosse creature com'erano
proprio la Pulicreta e il Biondo! Eran due belle casse di noce:
senza, dubbio i capolavori del Biondo. Ne trassero una in mezzo alla
stanza.... Ivi stava il morto provvisorio.

— Zitto! — ripetè il vecchio —: che nessuno lo sappia! Ci fidiamo di
lei; se no, ci ammazzano!...

— Per l'amor di Dio! — aggiunse la vecchia.

Aprendo, la cassa appariva vuota; ma il Biondo l'aveva costrutta a
doppio fondo e nel fondo segreto era il morto: pacchettini di biglietti
di banca, nuovi nuovi; oro, argento, e anche cedole al portatore....
Uno spettacolo tutt'altro che funebre! Basti dire che tolto quel che
mi abbisognava, vi rimase abbastanza da non rendere inutile il doppio
fondo della cassa.

— Zitto, per carità! — Ridevano sommessamente.

Ridevamo tutti e tre, proprio come se io fossi stato un loro figliolo
a cui avessero fatto sì bella improvvisata.

Solo alla terza volta che rifece il conto della somma il Biondo
spalancò le cateratte per veder bene il passaggio repentino di quella
parte di sè stesso dalle sue alle mie mani; nè potè trattenere un
sospiro.

Ma la cena fu gaia. Forse da un pezzo i vecchi coniugi non avevano
cenato con cuore così pieno. Si comprendeva, a veder in che modo mi
guardavano, l'una di sottecchi e l'altro di sotto le ribalte, che il
merito di quella gioia era mio.

Quando fui per partire il Biondo mi trasse in disparte:

— I quattrini.... sono per il signor Claudio, è vero?



X.


Lieto che io avessi mantenuta la parola, il curatore mi accertò che
nessuno potrebbe più mettere in dubbio l'onestà di Moser e che con
l'arma a doppio taglio, preparata a strumento della sua perfidia,
Roveni non potrebbe più ferire che sè stesso.

— Mi dispiace di non poterlo denunciare! — disse. — Le ha saputo
far così bene, quel birbante! Ma se non avesse un documento che lo
salva!...

«Sfuggirà anche a me?», io pensavo uscendo, verso il mezzodì, dallo
studio del curatore. Prima di tutto però volevo veder Guido; dargli
e ricever notizie. Quand'ecco, fatti pochi passi, m'incontrai....
Immaginate in chi! Nel cavalier Fulgosi!

Era stupendo nel ricco e lungo paletot; con un colletto così alto
che pareva averlo ereditato da suo figlio, e la cravattina a tinte
scozzesi, e i guanti _gris-perle_; con i baffetti e la barbetta d'un
biondo pallido pallido: l'uomo di spirito, avverso ad ogni tintura,
aveva ceduto allo spirito della conservazione apparente. E l'uomo
di mondo in una città cosmopolita non si confuse a vedermi: mi fe'
un inchino alla francese, mi diede una stretta di mano all'inglese e
improvvisò un complimento da italiano e patriotta:

— Il dottor Sivori è come Romagnosi: quando si direbbe che è morto è
più vivo di prima!

Quale insigne opera meditavo? Quale nobile impresa mi aveva
ricondotto in patria? Le risposte che gli diedi non l'impedirono
dall'accompagnarsi meco e dal cadere, dopo pochi passi, in discorso
di Moser. Sapeva qualche cosa, non tutto, della disgrazia; quel tanto
che aveva appreso da Guido, con cui egli, sempre uomo superiore, era
rimasto in buona amicizia nonostante l'inimicizia ch'era divenuta
sempre più grave tra lui e il Learchi padre, ora sindaco di Valdigorgo.
Soavemente compianse la «gentile» Eugenia, la «amabile» Ortensia, la
«dolce» Marcella, e rievocò i bei giorni di Valdigorgo.

— Che bei giorni, eh, dottore?...; quando non pioveva....

Già: quel giorno che gli avevo dato dello sciocco, pioveva!

Ma il culto di così care memorie l'induceva a chiedermi un favore
grande, memorabile anch'esso.

— Non mi dica di no.... La mia signora sarà felice di rivederla! Mi
faccia grazia.... di venire a pranzo da noi, oggi.

Impossibile! avevo tante faccende!

— Lo credo, illustre amico; lo credo. Però dovrà pur rubarlo un po' di
tempo alle faccende, per desinare: lo rubi, e me ne faccia dono.

— Impossibile! — ripetei duro come un tedesco.

— Non vuol oggi? Ebbene: domani!

Dàlli e dàlli; _gutta cavat lapidem_; e, come si usa in ogni paese per
levarsi un peso d'addosso, finii per preferire l'oggi al dimani. Che
peccato non fosse a Milano anche Pieruccio! Era partito, il dì innanzi,
per Modena; di dove tornerebbe, fra pochi mesi, con le spalline.

— Ah le spalline e vent'anni! — sospirò il cavaliere allargando
le braccia e invidiando suo figlio. Di suo figlio le donne andavan
fanatiche anche al solo vederlo in divisa da collegiale.

— Si figuri che l'altra sera, all'ultima festa in casa De Mol....

Mentre narrava le figliali prodezze il cavaliere s'arrestava di tre
in tre passi, compiacendosi che i suoi gesti oratori attirassero
l'attenzione dei passanti. Tutti parevan chiedersi chi fosse quel
signore elegante e nello stesso tempo austero. Un senatore, così
giovane? O piuttosto un deputato? O un presidente di Corte d'Appello,
o un ex-ministro: un'_eccellenza_ insomma? Ed egli diceva:

—.... La giovine signora del colonnello.... — Pieruccio era stato sul
punto di sedur la moglie di un colonnello!

— Vede già la via per diventar generale — dissi io, indulgente.

— A proposito! — il cavaliere riprese. — C'era anche Anna Melvi in casa
De Mol. Cantò deliziosamente.... Si fa; si fa! è una ragazza che si fa!
La lanceremo!... E lei sa, dottore, che anche Roveni è a Milano? L'ho
visto più volte, il bravo ingegnere.

Io m'affrettai a metter da parte il «bravo ingegnere» preferendo il
minor male. Meglio discorrer della Melvi.

— Badi, cavaliere, che la Melvi è una ragazza pericolosa.

Un altro sospiro venne su dal cuore e dal colletto di quell'apparente
Eccellenza. Quindi:

— _On ne badine pas avec l'amour_. Ma io mi occupo di Anna solo per
l'amore dell'arte e per amore del mio paese. Ho la fortuna di alte
relazioni, e la lanceremo: vedrà! — Aggiunse che non poteva invitarla
a pranzo con noi perchè la sua signora — a torto, ve'! — ne era un
tantino gelosa. Ma a questo punto un'idea attraversò la mente di Sua
Eccellenza, che si fermò mormorando:

— A quest'ora ci dovrebbe essere....

— Chi? — esclamai io — Anna? Non voglio vederla! Intendiamoci!

— No, no — rispose egli. — Mi è venuto in mente che debbo vedere
un'altra persona prima di déjeuner e mi rincresce lasciarla, caro
dottore: a meno che ella non si compiaccia d'accompagnarmi sin qui
all'_Orologio_. Due minuti....; due passi.... Ci viene? Bravo! Quanto
è gentile!

— È la mia strada — dissi, senza alcun sospetto.

Giunti al Ristorante dell'_Orologio_, Fulgosi mi lasciò sulla soglia.
Ma, appena dentro, si rivolse accennandomi d'entrare: — Scusi, dottor
Sivori! — Quando gli fui presso, m'indicò, fra la gente, una persona
seduta a una tavola e chiamò forte:

— Ingegnere!

Roveni si volge: mi vede e resta immoto a guardarmi, mentre io resto
a guardarlo; e il cavaliere ride, felice della bella improvvisata
che mi ha fatta; solo non comprende il perchè io e Roveni non ci
salutiamo, non accorriamo l'uno incontro all'altro; e precipita lui
alla conclusione.

— Senza complimenti, ingegnere! Oggi lei è invitato a desinare da me,
con l'illustre....

Avanzando, io interrompo l'uno per dire all'altro:

— Ingegner Roveni! avrei bisogno di parlarle entro oggi, in libertà;
senza testimoni. I testimoni, se mai, li troveremo poi!

Egli risponde, pallido più di me, corrugando un po' le ciglia:

— Sta bene! Fra un'ora, allo studio dell'ingegner Salghi, viale
Monforte, 5. Saremo soli.

— Sta bene — io ripeto; e col capo fo segno al cavaliere che mi segua.

Fulgosi era sconvolto in modo indefinibile; dava l'impressione di un
uomo, e un uomo superiore, denudato all'improvviso là in mezzo a tutta
quella gente che faceva colazione.

Come quando una repentina bufera agita, piega, rovescia un arbusto
fiorito, sì che ne vedi il fusto brullo e le branche spinose, e i fiori
e le fronde esterne sembrano vanità in balìa del vento, io vidi allora
tutta l'intima povertà del cavaliere in quel fallace rivestimento
d'eleganza e di rettorica. Mi seguiva tacito, a capo chino nonostante
il puntello del colletto, e pareva attendersi l'ultimo sconquasso.
Non gli diedi dell'imbecille: gli imposi di non riferire ad anima
viva il mio incontro con Roveni e rimisi a miglior occasione l'invito
del pranzo. Dopo tutto gli dovevo gratitudine, perchè, mercè sua,
affrettavo la risoluzione che mi premeva.

E mi recai da Guido come avevo divisato. Ma se nella bufera il cavalier
Fulgosi scopriva miseramente sè stesso, Guido Learchi vi smarriva
interamente sè stesso. Gli affanni in Guido erano fuori di posto;
lo svisavano, e la sua faccia gioconda cedeva a impronte quasi di
un dolore fisico acuto, straziante; per esempio di un atroce dolor
di ventre. Finchè aveva potuto ripetere a se stesso: speriamo!, e
immaginar prossimo il ritorno a una beata pace famigliare, egli era
riuscito a illudere anche la sua Marcella e a mantener aperta la vena
del buon umore: sopravvenuto l'evento a cui non trovava rimedio nel
suo ottimismo e nella sua immaginazione, mi si presentò nell'aspetto
tragico, alla sua maniera.

— Che è successo di nuovo? — esclamai io, davvero atterrito.

— Zitto! per carità!...

Marcella indovinava una nuova disgrazia, e lui, con quella faccia, non
sapeva più che cosa darle a credere.

—.... che Marcella non ci senta!

Poi con un fil di voce e le braccia penzoloni mi annunciò: — Moser....
è scappato!

Il mio telegramma da Molinella era giunto a Valdigorgo troppo tardi.
Invano Eugenia aveva sperato che avvertendo Guido, Guido giungesse
in tempo di veder Claudio al suo possibile arrivo a Milano, prima che
prendesse altro treno.... Nè si sapeva che via avesse presa.



XI.


Successione così precipitosa di avvenimenti e di fatti comprendeva
fors'anche, per me, la corsa alla morte? «Altro il parlar di morte,
altro il morire», diceva a dritto e a rovescio il signor Learchi
sindaco di Valdigorgo; eppure io, attendendo l'ora del colloquio con
Roveni, parlavo a me stesso della morte ben diversamente da quando
l'apprensione di essa annientava in me la vita, e mi pareva di esserci
preparato con animo sicuro e freddo. La notizia della fuga di Claudio
mi accresceva il fastidio di un destino avverso; accresceva l'odio che
mi sospingeva contro Roveni. E Ortensia non mi amerebbe mai più come io
l'amavo; e all'amicizia avevo già pagato il mio debito. Dunque?... In
un duello a pistola non m'era difficile immaginare che Roveni colpisse
me come alla fabbrica aveva colpito nella carretta. Era stato, quello,
un ammonimento molto preciso....

Morire! «Quali dolci sorprese ci prepara la morte?» Credetemi: queste
parole di Pascal mi suonavano ora all'orecchio con invito più dolce
che quello d'andar a pranzo dal cavalier Fulgosi. Anzi! Un'impressione
strana provavo, quasi di lungo soffrire che riceverà lenimento, o quasi
di un amante che sarà appagato dopo lunga attesa.... Certo, poteva
anche accadere che io ammazzassi l'avversario; poteva accadere quel che
accade più spesso, che restassimo incolumi entrambi; ma, ad ogni modo,
bisognava far sul serio!

A Milano non ci avevo molti amici. Deliberai, alla fine, che ricorrerei
a due antichi compagni di scuola miei concittadini; l'uno ufficiale,
che mi avevan detto di stanza a Milano; l'altro che sapevo esservi
giornalista.

E risoluto, mi recai ove mi aspettava Roveni.


M'aspettava, allo studio dell'ingegner Salghi, ritto in piedi tra la
finestra e l'ampia tavola da disegno, fumando un sigaro virginia, con
l'aria di chi s'adatta a stento a ricevere un importuno o un inferiore.

Non aveva pronunziata che una parola: «avanti!», quando io, di fronte
a lui, fermo, fissandolo, dissi senza preamboli:

— Moser è scappato...

Alla notizia, mi accorsi che egli non rimase padrone di sè quale voleva
parere, e lo sforzo che sosteneva per sembrar tranquillo fu manifesto
a un istantaneo abbassar dello sguardo.

Pensò senza dubbio che se Moser era fuggito, Ortensia, non avendo più
da temere denuncia o processo per il padre, gli sfuggiva.

Io gli chiesi:

— La notizia vi meraviglia?

Allora i suoi tocchi bianchi tornarono su di me; con la sinistra
s'affilò l'uno dei baffi e disse a mezza voce, affettando incuranza.

— Peggio per lui se è scappato!

— No! peggio per voi! — Mi sentivo superiore io poichè la sua voce era
stata malferma; e volevo tagliar corto. — Peggio per voi!

E aggiunsi nello stesso tono: — Io so perchè Moser è fuggito come un
ladro! so che la colpa è vostra!

Roveni rise sguaiatamente deponendo lo sigaro su la tavola e
incrociando le braccia; ma la risata cessò d'un tratto, del tutto;
anche nell'ironia non serbava sorriso. Poi disse:

— Benone! Se Moser è fuggito come un ladro la colpa è mia! E se
domani s'imparerà che si è ammazzato, sarò io l'assassino che l'avrà
ammazzato!

— A questo punto? — io gridai. — Così, con tutta la brutalità che
non avete più coraggio di nascondermi, voi potete pensare a questa
sciagura estrema, a questa conseguenza ultima del vostro tradimento?
È l'incoscienza! E io che son venuto qua per accusarvi dinanzi alla
vostra coscienza! Non vi ho ancora conosciuto abbastanza! Volevo dirvi
che non avete saputo ordire così bene i vostri inganni da scampare alla
condanna degli onesti. Ma mi accorgo che non vi ho ancora conosciuto
abbastanza! Come dovete esser tristo!

Per lui furono parole che gli diedero tempo di rimettersi e delle quali
non sospettò tutta la gravità. Credè, forse, che io parlassi vagamente
d'inganni, nè supponeva che Moser fosse salvo e che mi fosse nota
la frode perpetrata nei libri della ditta. Sempre pallido, ma sicuro
adesso nello sguardo freddo e nella voce, e privo di sorriso, ribattè:

— Adagio, signor dottore; calma! Corre troppo, lei! Lei mi ha già
detto, tutto in una volta, che io sono un ingannatore, un traditore, un
tristo, un incosciente. Lei mi sembra un rappresentante del Pubblico
Ministero che fa la requisitoria a un povero diavolo d'accusato e
gli scaglia contumelie in nome della legge. Ma prima di far la parte
di accusato io voglio domandarle in nome di chi e con che diritto si
assume, lei, la parte di Pubblico Ministero!

— In nome della vostra vittima; col diritto che mi dà l'amicizia di
Moser; col diritto di chi ebbe il torto di credervi diverso da quel che
siete e di favorire senza volere i vostri inganni.

Tacque; ripigliò il virginia. Il suo sguardo mi sfuggì mentre lo
riaccendeva riflettendo. Allo stesso modo che Learchi dalla pipa, egli
attingeva forza e prudenza dallo sigaro.

— Benone! — fece poi. — Ora le concederò di giudicarmi. Solo la prego
di lasciar da parte le parole grosse, che su di me non hanno presa.
Amo i fatti, io. Dunque: sono accusato d'inganni. Con molta calma, come
vede, rispondo che l'ingannato sono io, e glielo provo. Non ho nulla da
nascondere, io!

Il suo sguardo, divenuto tagliente, compiva il significato
dell'ultima frase: accusava egli me di simulazione. Ma troppo lontano
dall'immaginare che cosa comprendeva quella frase «non ho nulla da
nascondere, io!», non la raccolsi e attesi.

Egli proseguì:

— Per dirle tutto, le dirò anche cose che lei conosce; ma è necessario
togliere ogni dubbio, ogni equivoco fra noi due.... Quando l'ingegnere
Moser ebbe bisogno di un direttore che gli raddrizzasse la baracca,
mi chiamò a Valdigorgo e mi promise mari e monti. Fin d'allora aveva
in vista il fallimento. Io usai tutta la mia energia per riparare;
introdussi economie e riuscii a ordinare e migliorare il personale, a
migliorare la produzione. Per contratto non avevo obbligo di far la
metà di quel che feci: per compenso del di più non ebbi un soldo di
più del meschino stipendio, e le promesse sfumarono. Ma l'ingannatore
sono io! Avrei potuto trovar di meglio e andarmene subito dopo il primo
anno, e lo dissi. Mi scongiurarono di restare. M'ero affezionato alla
famiglia....

— Affezionato alla famiglia! — interruppi ironico.

— Sì: affezionato alla famiglia! Lo ripeto. Aggiungo che a Valdigorgo
rimasi anche perchè una delle ragazze Moser cominciava a piacermi.
Per essere sicuro del terreno dove mettevo i piedi, come vuole il mio
temperamento, un giorno discorsi di quella mia simpatia alla madre. La
signora o previde che io non piacerei alla capricciosa figliuola o per
la bella figliuola sperava un miglior matrimonio; ma, d'altra parte,
temeva che io piantassi in asso il marito, e mi pregò di lasciar passar
qualche tempo prima di dichiararmi.... E l'ingannatore sono io!

— Eugenia Moser accusata di sotterfugi, di simulazione, da voi?...

— Non da me; dai fatti — oppose egli. — Sono fatti, questi! Se li può
smentire, aspetti che io abbia finito: ci sbrigheremo più presto.

Lo lasciai dire.

— Un bel giorno arrivò l'amico di casa....

Ma a vedermi urtato dalla espressione, si corresse subito: —.... un
vecchio amico della famiglia; non così vecchio però da non innamorare a
poco a poco la signorina che piaceva a me. Io non sospettavo; pensavo
a un'affezione quasi paterna; non badavo alle chiacchiere. Il dottor
Sivori sapeva le mie intenzioni, le sapevan tutti: perchè sarebbe stato
sleale? Invece egli amava e innamorava la signorina.... E l'ingannatore
sono io!...

Questa volta aveva colpito meglio. Io tacqui ancora. Fatto più sicuro
dal mio silenzio, Roveni continuò:

— Ma dovetti pur persuadermi che la signorina era incapricciata di
lei, dottor Sivori. Perciò le domandai quel colloquio prima della
sua partenza; e volli dimostrarle la serietà dei miei propositi.
Sivori ha molto potere su Ortensia — mi dicevo —; la convincerà a
non far sciocchezze, a non trattarmi indegnamente. Invece lei, signor
dottore, fingeva. Dopo aver innamorata la ragazza, scappava; per una
misteriosa ragione, senza il minimo tentativo di riparare al mal fatto,
scappava.... E l'ingannatore sono io!

Domandai: — Avete finito?

— Non ancora! Quando fui stanco di fare il collegiale e di aspettare
la manna celeste, ed ebbi una nuova proposta d'impiego lontano, volli
uscir d'incertezza; interrogai Ortensia. Mi rispose: «Non ci penso,
per adesso, a maritarmi». Non era un no: potevo sperare, e rimasi.
Ma la signorina non disse no allora per riguardo al babbo, che aveva
bisogno di me. Il no venne dopo, quando la società progettata da Moser
pareva sicura e non si danneggiava il babbo disgustandomi. E sono io
l'ingannatore!

— Avete finito? — ripetei più forte.

E Roveni, più forte ma pur come chi si padroneggia anche nella vittoria:

— Non ce n'è abbastanza? Vuol dell'altro? Ecco! L'affare della società
andò a rovescio. Moser stava per fare il capitombolo; gli operai,
senza paga, minacciavano di prenderlo a sassate. All'ultimo momento mi
domanda una somma per restituirmela, s'intende, il giorno dopo. Io gli
do tutto quello che ho: i miei poveri risparmi; e il giorno dopo Moser
fallisce.... Chi è l'ingannatore? Adesso ho finito!

Buttò in terra il resto del sigaro; incrociò le braccia e con un moto
del capo più insolente che accondiscendente:

— A lei!

— Avete finito male, come avete cominciato! — feci io, a mia volta.
— Per accusar di falsità Moser, Ortensia, Eugenia, me, non vi siete
accorto che svelavate voi stesso del tutto: falso in tutto, falso
sempre! Consapevole del vostro basso egoismo, voi assumeste la figura
di un uomo risoluto e diritto nel pensare e nell'operare, ma foste
sempre un calcolatore; non prudente: astuto, doppio. Finchè, per
disgrazia, vi siete smarrito in una passione e l'arma vi si è scambiata
in mano: dopo essere stato astuto siete stato audace; e siete caduto.

— Caduto, io? — Rise in quel suo tristo modo.

— Voi! Oh credete che io sarei venuto a questo diverbio se non fossi
certo di superarvi e di smascherarvi? Giù la maschera! I vostri
benefici per Moser che scopo ebbero? Aiutare Moser valeva assicurarvi
la dote della ragazza che vi piaceva. Ma non eravate uomo, voi,
da compromettervi per un capriccio: tastar terreno, metter le mani
innanzi, predisporre la madre prima della ragazza senza compromettervi
nè con l'una nè con l'altra, era la tattica nascosta sotto l'apparenza
di franchezza e di lealtà. Corteggiare Ortensia era pericoloso;
correvate il rischio di non poter più liberarvene se le faccende di
Moser si volgessero al peggio. Il vostro riserbo intanto.... — Ortensia
era così giovane! — vi meritava la stima della madre; il padre non
poteva stimarvi di più, e Ortensia adora i suoi; al momento opportuno
avrebbe ascoltato il loro consiglio....

Con una smorfia di riso, che parve ora una stigmata di cattiveria,
Roveni venne di qua dalla tavola, si arrestò spavaldo di fronte a me,
e m'interruppe:

— In quel mentre però avrei potuto spassarmela anch'io con la ragazza
di nascosto, come faceva chi portava la maschera dell'amico di casa!

— Tacete! — urlai sul punto di scagliarmegli addosso. — Non osate
malignare, voi, sul mio affetto e su la mia condotta! Per spassarvela
voi avevate Anna Melvi! Ortensia non le rassomigliava: a diciassette
anni avrebbe già saputo frenare la vostra volgarità. Oh quando penso
che dopo gli eccitamenti di un'Anna voi, chissà quante volte, avrete
contaminato nel vostro pensiero.... — (mi arrestai con ribrezzo) —
Ma appunto ciò fu quello che vi vinse! Ortensia era tanto diversa
dall'altra!, dalle altre! Ve ne innamoraste troppo; come non avreste
mai creduto, come non riusciste a celare nemmeno ai miei occhi; ed
ero cieco per voi, allora! Chi l'avrebbe mai detto? Venne il giorno
che l'avreste sposata anche senza dote, Ortensia! Gli affari di Moser
andavano male, ma non avevate più la forza di lasciar Valdigorgo. E
non potevate immaginarvi che Ortensia vi rifiutasse; così buon partito!
Finchè venne un altro giorno che Ortensia vi disse no, addirittura. No,
a voi! no, a Roveni! Insisteste: fu peggio. La volontà di una ragazza
di diciassette anni era più forte della vostra voglia! L'amore diventò
in voi una passione delittuosa; e dinanzi all'ostacolo ricorreste alle
minacce.

— Verissimo! L'avvertii, la signorina, che potevo far molto bene e
molto male a suo padre. Colpa sua se volle il male!

— E il primo passo fu quello di dissuadere i creditori dal compor la
società: è vero?

— Sì! — Mi sfidava apertamente a proseguire sperando d'arrestarmi
tosto, e rifarsi.

Proseguii:

— Ortensia non si piegò! Allora prestaste duemila lire a Moser per
interporvi ai creditori e dominarli; per impossessarvi di Learchi e
aver in mano la rovina di Moser. Ortensia non cedè neppur allora. E voi
affrettaste il fallimento, dopo aver falsato i libri della ditta....

A udir questo, Roveni divenne livido fin nelle labbra e fece come un
serpe che si raccoglie in se stesso, incerto se di celarsi ancora o
d'avventarsi. Tentò di sorridere; ma fu un sorriso viscido e velenoso;
gli occhi bianchi mandarono fiamme. Poscia ricuperò idee e voce:

— È un'insinuazione ridicola!

Io procedevo:

— Impossessandovi anche dell'onore di Moser pensavate: se Ortensia
vuol salvare suo padre dal disonore, cederà; se non cede, mi vendico!
Ah avere amato, desiderato, aspettato per degli anni, voi, e senza
riuscirci! Aver speso duemila lire! Si ha diritto di possedere una
bella ragazza per duemila lire!... La vostra vendetta doveva esser
degna del vostro amore; della vostra passione!

Roveni rifletteva, senza più sforzo di dissimulare. Adagio, contro la
mia irruenza, disse:

— E così io avrei dato di cozzo nel codice?.

— Non so che pezzo di carta basta a difendervi!

Anche questo mi aveva detto il curatore! Colpo non aspettava colpo.
Bisognava fingere di nuovo.

— Benone! — egli riprese. — Ma che tutto ciò è assurdo, che è roba da
romanzo, lo prova un'ipotesi molto semplice, molto probabile, che lei
si è dimenticato di fare. Le parole grosse mandano a rotoli la logica!
È logico supporre che nello stesso tempo che Ortensia avrebbe dovuto
arrendersi a discrezione il curatore avrebbe potuto scoprir la frode.
Come avrei fatto io, in tal caso, a salvar il padre per amor della
figlia?

— Persuadendo Learchi ad accomodar tutto, o trovando altrove ventimila
lire. L'avrete ben prevista la via di uscita!

— E lei è proprio convinto di tutto questo?

— Convinto? Ma non vi ho già detto che Moser è fuggito come un ladro?
La frode è scoperta!

A questo punto, in un istante, vacillò e s'avventò:

— Benone! Oggi stesso informerò io il Procuratore del Re che si è
scoperta una frode nel fallimento Moser e che Moser l'ha fatto fuggire
lei d'accordo col curatore!

Credeva d'avermi abbattuto, finalmente!

Ma a udire:

— Troppo tardi! Moser è già salvo! —; a udir tali parole Roveni rimase
come a ricevere una mazzata sul capo. Il sangue gli affluì tutto al
volto. Fuori di se, mi assalì, mi afferrò al petto, inferocito — una
tigre — urlando:

— Chi l'ha salvato?

— Io!

Allora il braccio gli ricadde pesantemente; chinò il capo; sghignazzò,
livido di nuovo; disse:

— Anna Melvi aveva dunque ragione!... L'amico di casa ha salvato
l'onore del marito.... Adesso potrà sposarla, la figliola...., senza
più dispiacere alla madre....

Che cosa? Una cosa orribile! Mi parve di comprendere; compresi.... E
afferrandogli un braccio con violenza pari alla sua:

— Spiegatevi! — Aveva gettato fango e veleno su Eugenia! Eugenia! —
Spiegatevi!

Egli mi guardava fisso: — Voglio dire che il codice non contempla il
caso dell'amante della madre che sposa la figliola.

La mia destra sfiorò la guancia del miserabile. D'un balzo egli si era
sottratto da un lato. Si ritrasse verso la porta laterale e toccò il
bottone d'un campanello. Fu un attimo. Contro di lui urlavo:

— Vigliacco! Calunniatore infame! — Ma già un servo o un portiere che
fosse, evidentemente in attesa mi tratteneva. — Vigliacco! — urlavo.
— I sicari! Hai sicari in agguato! — e tentavo divincolarmi, rivolto a
lui.

Immoto, su la soglia, Roveni mi guardava; pareva attendere che mi
quietassi per parlare. Stretto da quell'altro io gridavo sempre più
forte:

— Vile! vile! Calunniatore di donne! falsario! E mi dibattevo.

— Insultatemi impunemente! — Roveni potè dire alla fine. — Non mi
batterò; non voglio mandarvi una palla nello stomaco! Dovete vivere!
Devi vivere! — Mi par di sentirlo ripetere «devi vivere!»

E agitando la destra, quasi a farmi grazia, e volgendomi le spalle, nel
rinchiudere la porta dietro di se, mormorò non so che di «vendetta».

— Fuori! fuori! — ripeteva intanto quell'altro, che mi spingeva verso
l'altra porta. Io gridavo ancora: — Vigliacco!



XII.


Non si batterebbe. Anche se insultato, oltraggiato in pubblico, si
comporterebbe da quel facchino che era e non si batterebbe, per un
lontano e oscuro scopo di vendetta. Ah no?... Ma non aveva previsto,
l'uomo sagace, che per indurlo a operare da gentiluomo e per evitarne
le bassezze c'era un modo più persuasivo di quel degli schiaffi: c'era
la stampa. Egli comporterebbe la vergogna di ogni offesa in un pubblico
ristretto e in luogo limitato, ma alla minaccia d'esser trattato da
vigliacco su pei giornali non potrebbe resistere. Doveva premergli la
stima dei molti a quell'ipocrita della lealtà, a quell'ambizioso!

Così, ardendo d'ira com'è facile immaginare, andai subito in cerca
degli amici che già avevo prescelti ad assistermi nel duello: il
giornalista e l'ufficiale.

Di buon grado essi accettarono l'incarico.

.... Non pochi che si sian trovati in attesa d'andar sul terreno
avranno avuto, oso credere, un timore più grande che quello
d'arrischiar la pelle: il timore di fare una magra figura. Un passo
di più o di meno; un colpo di sciabola tirato un po' più in basso o
un po' più in alto; un colpo di pistola sparato un secondo prima o
un secondo dopo, basta a «squalificare» un gentiluomo; cosa orribile
fin nel vocabolo. E c'è di peggio: perchè è anche possibile far
ridere con qualche errore di inesperienza; e il danno del ridicolo è
in proporzione alla solennità della funzione che si compie. Che cosa
c'è che eguagli la solennità di un duello? Nessuna. Tutte le altre
funzioni, dal matrimonio al funerale, accomunano ogni sorta di gente;
ma i gentiluomini che si battono con tante regole son gente fuori del
comune e più in alto; se no, non si batterebbero così. Ne viene che uno
che faccia ridere in un duello è disprezzato pur dalla gente comune,
la quale non si batte con tanta solennità. Ebbene, io ero disposto a
morire, ed ebbi questo timore! Attendendo che i padrini tornassero
cercai prepararmi con la fantasia ad evitare così gran disgrazia;
nè mi domandavo se per l'addietro ci avrei pensato su tanto; nè mi
meravigliavo d'essere così tenuto a modalità della vita proprio sul
punto di rinunciarvi. Contraddizione ridicola, insomma, ma prova anche
questa del mutamento avvenuto in me.

Mi immaginavo sul terreno; avanzavo numerando i passi; sparavo mentre
vedevo Roveni procedere nella stessa guisa. Con uno sforzo resistevo
alla tentazione istintiva di chiuder gli occhi e li spalancavo al
momento del colpo. Guai se chiudessi gli occhi!: farei credere d'aver
paura!; farei ridere i testimoni dell'una e dell'altra parte! Studiavo
anche la miglior maniera di comportami durante le disposizioni
preliminari; e non esitavo a figurarmi la catastrofe, cadessi io o
cadesse Roveni....

Però insieme con questo ricordo di vaga e insulsa comicità mi è rimasto
il ricordo serio di un sentimento che allora mi sembrò un presentimento
assai triste. Mentre fantasticavo in tal modo, mi si affacciarono
alla mente, d'improvviso, le immagini di mio padre e di mia madre;
con perspicue sembianze di dolore. Mia madre ancora giovine, pallida,
sorridendo di quel sorriso che nessun volto mai ebbe per me, e quale
mi guardava allorchè io, ragazzo, ero malato; mio padre con quei
suoi occhi pieni di bontà e il capo un po' chino, come sotto un peso
di sventura. L'impressione che n'ebbi mi fece dubitare di rimanerne
troppo a lungo commosso. Forse...., di là...., mio padre e mia madre
attendevano, così, il mio destino incerto anche per essi?

«Chi sa quali sorprese ci prepara la morte?»

Ma, di ritorno, gli amici apparvero visibilmente malcontenti nello
stesso modo e nella stessa misura, non so se più di me o di Roveni.
Mentre il giornalista mi sogguardava, ripulendo gli occhiali col
fazzoletto, il rigido ufficiale parlò:

— L'ingegner Roveni s'è trincerato dietro l'articolo 151.

— Che articolo?

— «Si respinge la sfida dell'offensore che ha provocato ed offeso senza
giusto motivo».

— Senza giusto motivo?

Era il colmo della sfrontatezza!

— Lo sfidato — riferì il capitano con l'attitudine di chi cita un
nobile esempio — ha ascoltato le nostre comunicazioni senza commento;
solo, ha preso il codice Gelli e ha indicato l'articolo 151 dicendo:
«Ecco la mia risposta».

— Io però — disse il giornalista — son uscito dalla prammatica che
obbliga i padrini a non discutere e ho avvisato quel signore che si
pubblicherebbe il verbale. E lui: «Risponderò pubblicamente, se il
dottor Sivori vorrà lo scandalo!» E io: C'è poco da rispondere! E lui:
«Mi basterà dire ciò che potrò provare: che l'ingiuriato fui io; che
credetti mio dovere non raccogliere le offese, e credo mio dovere non
dar seguito alla vertenza per non compromettere due signore: quella
che il dottor Sivori si sente in obbligo di difendere e quella che io
non ho l'obbligo di difendere, ma che mi fornì la notizia sgradita al
dottor Sivori».

(Eugenia Moser e.... Anna Melvi!)

— Allora io ho detto — proseguì il giornalista —: Badi, signor
ingegnere, che nessun articolo di nessun codice o nessuna signora di
questo mondo tratterrà Sivori dall'assalirla pubblicamente, e la stampa
riferirà l'accaduto. E lui: «In tal caso, trascinerò il dottor Sivori
in Tribunale, e lo scandalo sarà più grande e più doloroso per una
terza persona: il dottor Sivori sa quale».

Ortensia! Ortensia apprenderebbe ciò che si diceva di me e di sua madre!

— Dopo ciò, che si fa? — il giornalista mi chiese.

Ero annichilito! Ad ogni costo, dovevo evitar il pericolo di quella
propalazione infame! Dovevo cedere alla minaccia.

— Dopo ciò — io dissi — voi vi sarete convinti che io ho a che fare con
un mascalzone furbo e pericoloso.

Ma il giornalista: — Io sono convinto che tu hai a che fare con uno che
ha paura!

— Roveni — osservai sorridendo, per celare l'intima angoscia — è un
formidabile tiratore a pistola.

Osservò l'ufficiale:

— Eh! credi non si possa essere tiratore formidabile e nello stesso
tempo aver paura?



XIII.


«Si ricorda?» Con compiacenza patetica Anna Melvi, quel dì che andammo
alle Grotte, m'aveva chiesto: — «Si ricorda di quando io e Marcella,
piccoline, correvamo innanzi, mentre lei e la signora Eugenia andavano
incontro a Moser, e la signora Eugenia portava in braccio Ortensia? Una
Madonna! E a chi ci domandava chi era lei, noi non sapevamo che cosa
rispondere....»

Io sarei stato, allora, l'amante di Eugenia!

Anna quel giorno lontano pensava: «Verrà forse l'ora che te ne farò
ricordare amaramente». Così pensava per punirmi del mio disprezzo.
Io la ferivo; io avevo scoperta e manifestata la sua intenzione di
accalappiare Roveni. Guai se l'ingegnere le sfuggisse!

Finchè aveva sperato di sedurlo, la Melvi aveva taciuto: perduta ogni
speranza, essa si era proposto di vendicarsi, a un tempo e a un modo,
di me, di Ortensia — la rivale preferita —, e di Eugenia, colpevole
d'esser la madre di Ortensia. E non era un bel colpo far appunto Roveni
strumento della sua vendetta?

Ortensia infatti amava me; dell'ingegnere non voleva saperne. Ma Roveni
apprendendo che io ero stato l'amante della madre, troverebbe ben lui
la via a impedirle il mio matrimonio con la figliola!

Quante volte Anna Melvi, mentre osservava Ortensia con l'invidia e
l'odio di cui è capace una rivale abbattuta, doveva aver pensato: «Per
colpa tua e del tuo Sivori io non avrò Roveni, ma tu non avrai Sivori!»

Nè c'era da meravigliarsi che Roveni avesse creduto a una donna
spregevole anche per lui! Le anime triste hanno legami di reciproca
fiducia pur quando sembrano avverse. Poi, nessuno meglio della Melvi,
la quale fin da bambina capitava alla villa Moser, poteva malignare con
apparenza di verità intorno all'antica amicizia di Sivori e di Eugenia.
Poi, venne il giorno che Sivori abbandonò Ortensia, e ciò confermava
la calunnia; persuadeva magari Anna stessa d'aver cólto nel segno!
Ah verrebbe forse un altro giorno: quello che Ortensia imparerebbe il
perchè io l'avevo abbandonata: perchè ero stato l'amante di sua madre!
Tal giorno dovette parer prossimo ad Anna quando Ortensia respinse
definitivamente Roveni.

Se non che costui non era solito a precipitare: aveva creduto alla
calunnia, ma se ne varrebbe solo a tempo opportuno....


(Sfinito dai lunghi viaggi, dalle notti insonni, dalle battaglie di
pensieri e parole, io m'ero gettato sul letto.

Ma mi contorcevo e dibattevo in questa rete in cui i miei nemici mi
avevano preso).

.... E mi ero dimenticato affatto, per lungo tempo, di Anna Melvi...!
M'era uscito affatto dalla memoria quel suo: «Me ne infischio....
per ora!» Intanto l'altro sghignazzando mi ammoniva alla prudenza:
«Giudizio! Non provocatemi in nessun modo; se no, rivelerò tutto a
Ortensia». Questa la minaccia che Roveni aveva sospesa sul mio capo, di
una terribile vendetta avvenire.

Ma insomma: chi conoscendo Eugenia Moser e me potrebbe credere
alla calunnia, a un'infamia? Nessuno, tranne quelle due anime
triste. Potrebbe dunque credervi Ortensia se Roveni arrivasse alla
vigliaccheria estrema? Era un sospetto assurdo, il mio! mi ripugnava
fin concepirlo più chiaramente..... Infatti, a poco a poco, la mente mi
si ottenebrava. M'assopii. Mi riscosse il pensiero di Claudio. Allora
mi sfogai contro di lui.

Avevamo pattuito io e Guido che il primo a ricever nuove di Moser le
recherebbe all'altro. Guido non era venuto a cercarmi all'albergo nè
mi aveva mandata alcuna notizia. Nessuna notizia! Claudio però avrebbe
dovuto aver più fiducia in me e ritardare quant'era possibile così
dolorose angustie alla sua famiglia. Sapeva Ortensia della fuga del
padre? L'avevo vista in preda a un orgasmo di follia allorchè mi aveva
detto, a Valdigorgo, che l'onore del padre era in pericolo. Che aveva
fatto, quanto aveva sofferto se Eugenia non era riuscita a celarle la
verità della fuga? Ah! che pena, mio Dio!

Ma anche una tal pena, a poco a poco, cedette alla stanchezza; e mi
addormentai.

.... Dopo non forse più di mezzora mi risvegliò la voce del cameriere,
il quale mi annunziava la visita di un ignoto.

Benchè desto di soprassalto, io mi sentivo nel sangue il breve ristoro
e nello spirito quella leggerezza che si ha dopo il riposo e prima
di riacquistare la piena coscienza dei propri mali. Accolsi quasi
lietamente il visitatore. Egli, il signore ignoto al cameriere, era
il cavalier Fulgosi; e io pensai, lì per lì, che venisse per riparare
con i complimenti e le scuse al caso topico della mattina. Ma tutta la
sua persona, cedendo a strane mosse, rivelò un turbamento nuovo e più
grande. Volgeva il capo a destra e a sinistra, come una galana, per
accertarsi che potevo udirlo io solo; quindi avanzando come le gambe
lo reggessero a fatica esclamò con quanta efficacia d'espressione può
attingere un afono: — Ha scritto!...

Moser — compresi subito — aveva scritto a lui; a lui che così pallido
dava immagine di un morto con la barbetta e i baffetti tinti. Cadde a
sedere e:

— Ha scritto.... Son compromesso!

Quel terrore senza ragione e, più, l'amarezza che egli manifestava
d'essere sacrificato senza voglia, indegnamente, mi fecero gustare un
po' d'indugio a dimostrargli che avevo compreso.

— Ha scritto.... Chi?

— Lui! — E si guardò attorno balbettando: — _Ci Emme_.

— Claudio Moser? — feci io a voce alta.

Il gentleman tenne per strombazzato a tutto l'albergo il suo pericoloso
segreto; s'immaginò l'albergo circondato dalla polizia; e alzati gli
occhi al Cielo e aperte le braccia al fato, significò che tutto egli
aveva perduto benchè avesse fatto il possibile per non perder nulla.

— Moser ha scritto a lei?

Annuì col capo in silenzio; trasse dal portafoglio e mi porse una
lettera. Scriveva da Genova. Al cavaliere, quale fidato amico, Moser
accennava che dolorose circostanze l'avevano indotto ad allontanarsi da
Milano e lo pregava di cercare di me. Mi troverebbe dove gli direbbe
Guido: io, con falso indirizzo, l'informerei nel caso gli convenisse
imbarcarsi....

— Perchè scrivere proprio a me, che ho famiglia? — susurrava, nel
mentre che io leggevo, il cavaliere. — Compatisco...., compiango....;
ma per riguardo alla mia posizione, nella mia qualità di ex-ufficiale
dello Stato...., non avrebbe dovuto.... mettermi a rischio.... di
comparire suo.... complice! Che accadrà...? se si scopre che io?...

«Scappi anche lei in America», ebbi voglia di rispondere. Senonchè
l'ometto poteva essermi utile; e gli tolsi la paura di corpo.

— Stia tranquillo! Moser ha perduto la testa. Non ha mai avuto e non
avrà mai conti da pareggiare con la Giustizia.

— Davvero? Proprio? Oh come ne godo!

Avevo ridato la vita al morto!

— Se lo dice lei, dottore, non ci può esser dubbio!

E il più bell'indizio del miracolo da me compiuto fu che il cavaliere
estrasse il fazzoletto e si spolverò le scarpe; quindi ricorse al noto
taschino che teneva in serbo il famoso astuccio con lo specchietto e il
pettinino dei baffi.

— Ne godo, da amico! Non dubitavo neppur io, in fondo.... Mi pareva
impossibile che quel bravo ingegnere!... Solo, lei comprende, era
legittimo, umano il timore che io, così impreparato al servizio,
piccolo servizio impostomi dall'amicizia, io, dico, potessi rimettere
del mio decoro....: l'onore.... l'onore _avant tout_!

— Via! — feci, non concedendogli per buone quelle scuse —: da un uomo
di cuore quale è lei, un uomo d'onore e in disgrazia quale è Moser deve
sperare qualche cosa di più che parole!...

Con lo specchietto a mezz'aria Fulgosi non dissimulò di sentir il
rimprovero e disse sinceramente e umilmente:

— Giacchè lei m'assicura...., dica tutto quello che posso fare e lo
farò volontieri.

Così dicendo pareva un altro uomo; diveniva simpatico.

— Ad avvertire Moser che non corre alcun pericolo e che deve ritornare,
penso io. Lei e Guido pensino a Eugenia. Anzi: perchè non lei solo,
subito?

— Io? Ma certo! Vuol telegrafare? Corro subito! — esclamò l'ometto
scattando in piedi. — Ho la carrozza!

— A telegrafare penso io. Lei.... va a Valdigorgo! Meglio di ogni altro
lei può tranquillare la povera Eugenia, e Ortensia. La visita di un
amico cordiale in questi casi è un gran benefizio. Lei dirà che mi ha
visto tranquillo e contento; che io stesso l'ho pregato di recar lassù
la buona novella: gli affari del nostro amico sono accomodati.

— Ci vado! — Riposto al suo luogo l'astuccio dello specchietto e del
pettinino, Fulgosi portò la mano al cuore quasi per un giuramento o per
un voto. — Ci vado davvero! _Coute que coute_.

Tosto però l'entusiasmo sembrò cadergli nella dimanda:

— Ma arriverò in tempo per il treno delle diciotto e venti?

Arriverebbe in tempo, affrettando il fiacre, anche ad avvisare la sua
signora, che non dubitasse di un dramma o non soffrisse di gelosia se
non lo vedeva a casa all'ora del desinare.

— Vado! — ripetè; non senza aggiungere:

— E la ringrazio, dottore, d'avermi dato occasione a dimostrare la mia
sensibilità per quelle gentili signore, a torto provate dalla sventura!

Mosse rapido fino alla porta. Ma ivi s'arrestò; si voltò indietro, come
trattenuto da un ostacolo impensato, insormontabile.

— E desinare? Dove desino?

— Nel vagone _restaurant_!

— _Parbleu_! — L'idea gli irradiò il volto. Desinare in un vagone
_restaurant_ nobilitava vieppiù il suo sacrificio.... E partì.



XIV.


Per parte sua, Guido Learchi nell'apprendere da me che era imminente
l'arrivo di Moser si mise a ballare con poca dottorale dignità.
Tutte le bugie inventate faticosamente, per quietare Marcella intorno
l'assenza del padre, gli disparvero dalla faccia come le nubi, che
restano di un temporale, al soffiare d'una brezza rasserenante; e
la timorosa Marcella, a quel ritorno di letizia, si accertò che un
gran malanno era accaduto e rimediato. Con insistenza non tediosa
m'interrogava, mentre dalle sue braccia il bambino mi guardava con la
stessa dolcezza degli occhi materni. Non mi schermii abbastanza bene;
ella si persuase che suo padre mi doveva molto; e forse fin d'allora
concepì la prima idea del tiro che mi giocò poi.

Quello stesso giorno, tornato all'albergo per attendervi Claudio,
pensavo che dovrei riprendere subito la via dell'esilio, ove cercar
maggior guadagno che per il passato, e partirei forse senza rivedere
Ortensia, quand'ecco mi sovvenne di certe parole udite dal Biondo,
laggiù, allorchè mi preparavo a dargli il gran colpo. A quel ricordo
s'accompagnò un'idea curiosa, ridicola dapprima, quindi sempre meno
strana, sempre più opportuna e lusinghiera. M'aveva detto il Biondo che
a Molinella era richiesto un altro medico.... Perchè no? Io ero certo
che sarei bene accetto al paese e a quell'amministrazione comunale. Il
dottor Sivori ridursi medico in risaia! — rimbrottava in me l'orgoglio.
— Per guadagnar più che per il passato! — ghignava l'interesse. — Fine
degna di un filosofo! — notava la coscienza a cui non sfuggiva la nuova
contraddizione.

Infatti la mia vecchia casa, che adesso mi pareva di amare più di
quel che l'avessi amata mai, poteva scusarmi del ricercare un magro
stipendio là dove non possedevo più quasi nulla e di dove ero partito
coll'indefinibile proposito di rifarmi, lontano, una fortuna; poteva
scusarmi sin la filosofia, che consiglia di abbandonare ogni ambizione
e d'essere contento del poco; ma io non speravo più nulla del mio
amore. A che restare in Italia? Non solo: la minaccia di Roveni non mi
intimoriva a patto che io andassi lontano da Ortensia.

Tuttavia accolsi con fretta quell'idea stramba. Scrissi subito
al sindaco di Molinella proponendogli l'opera mia.... Sì, una
contraddizione! Ma pensate: i miei affetti più forti eran qui, nella
terra delle memorie e dei rimorsi; qui in patria avevo ripreso a vivere
col proposito di umiliarmi in una attività non più inutile; qui avevo
conosciuto la gioia, prima ignota, del sacrificio; qui mi tornerebbe
cara la solitudine per amare e soffrire; qui un giorno Ortensia mi
rivedrebbe lieto del suo perdono.

Ecco tutto ciò che desideravo. Non troppo, è vero? E bastava perchè
all'antico pessimista sorridesse, ora, la vita!

La speranza però non mi rifioriva in cuore senza spine. Di quella
più acuta mi fece sentire le punture l'amico Fulgosi; il cui ritorno
precedette di poco quello di Moser.

Più di una volta, a guardarlo bene nella faccetta sbiadita e nella
personcina arida, io, dentro di me, avevo paragonato il cavaliere a
un limone spremuto; ma nessuno, che si sforzasse a spremere qualche
goccia da una buccia di limone, faticò mai più di quanto faticassi io
a spremere dal cavaliere ricordi che non fossero alla sola superficie
della sua memoria quando giunse da Valdigorgo. Cominciò la relazione
dicendo:

— Sempre loro, sempre uguali, quelle care signore; così gentili! così
buone! Si figuri che accoglienza mi hanno fatta! Quanti complimenti!
Troppi in confronto al mio merito. Ma ho avuto il piacere di vederle
sorridere, per qualche barzelletta. Son proprio felice di aver fatta
questa visitina! In viaggio poi me la son passata benissimo. Buon _menu
al restaurant_.... A Novara è salita nel mio vagone una signora....
ehm!...

L'interruppi: — Mi parli di Eugenia; mi dica come l'ha trovata....

— Abbastanza bene, poverina! Davvero, credevo di trovarla peggio! È
inutile dire che i ringraziamenti per lei, per il suo telegramma, per
tutte le sue premure, sono stati infiniti, come infiniti gli elogi, ben
giusti!, a tutte le qualità di mente e di animo dell'amico Sivori....

Ripetei impaziente: — Mi parli delle signore, non d'altro! Che
impressione ha ricevuto di Ortensia?

A questa domanda il cavaliere lentamente spalancò le braccia ed elevò
gli occhi con mossa così tragica che mi spaventò.

— Che cos'è stato? Mi dica!; mi dica tutto!...

— Vuol che le dica tutto, tutto in due parole?

— Sì!

— Ortensia.... è troppo bella!

L'avrei accoppato! Egli continuò scioccamente:

— Ah se io fossi mio figlio.... quando sarà capitano!

— Ma perchè «troppo bella?»

— Perchè una creatura simile non dovrebbe soffrire! È un'ingiustizia
esporre tanto charme alle traversie della vita! Questa almeno è la mia
opinione.

— Dunque Ortensia le è parsa molto deperita? È eccitata?

— Infatti.... si è adirata anche con me!... Per colpa mia, però; ne ho
fatta una grossa e me ne confesso umilmente.

Era il suo destino.

— Racconti tutto! andiamo!

Sospirò:

— Io ignoravo che tra Ortensia e Anna Melvi ci fossero state
divergenze....

— Ma eran momenti quelli da rammentar la Melvi?

— Non mi mortifichi, illustre amico!

Il pover'uomo aveva tanta paura di pericolare!

—.... Che dovevo dire per distrar le signore? I progressi di Anna nel
canto potevano, in qualche modo, prestare argomento a discorrere....

— Ebbene?

— Questa è la premessa; la pregiudiziale. Io non sapevo....

— Ho capito. Eppoi?

— Quando sono stato per partire, Ortensia mi ha ringraziato con
effusione; mi ha commosso.... Quasi che alla famiglia Moser non resti
altro amico che me! Come era mio dovere, ho protestato: «La famiglia
Moser, signorina, ha un amico al cui confronto io debbo scomparire: il
dottor Sivori». E la signorina....

— Avanti!

—....È sembrata quasi offesa. S'è adirata e mi ha detto: «Lei dovrebbe
sapere che Sivori non è un amico; è come uno della nostra famiglia! Lo
dica, lo dica alla Melvi che per me Sivori è un fratello. Ha capito? Un
fratello! Glielo dica!»

Meno male! borbottai. Ma al compiacimento in me sottentrò timore subito
dopo.

— Faccia a mio modo, cavaliere. Con Anna, con Roveni, non parli mai
più nè di me nè dei Moser. Sarà meglio per tutti. Le vipere sono sempre
pericolose.

Egli si ritrasse e mi guardò sbigottito, quasi a sentirsi mordere; poi
inchinandosi:

— Mi rimetto al suo consiglio!

.... L'ambasciata che Ortensia mandava ad Anna non pareva una risposta
a qualche malignità?

Era possibile che Ortensia non fosse del tutto ignara della calunnia.
A Valdigorgo, nella mia visita recente, non avevo scorto in lei
qualche segno come di avversione per me; quale uno sforzo a vincere un
sentimento ostile? Si era rialzata così pallida dal seno della madre!
E quella sua eccitazione non seguiva forse a un'intima lotta, più fiera
di quante aveva sostenute e sosteneva per la sventura del padre? Aveva
chiesto il mio consiglio forse per trovare nuove ragioni di confidare
nella purità della mia amicizia; per accertarsi che se non l'esortavo
a cedere a Roveni io, per me, non avevo da temere Roveni in nulla....

Ancora la fantasia mi tormentava. Era un sospetto assurdo! Ma se questo
era assurdo, non mi pareva più tale il sospetto del dì innanzi.

A Roveni, per togliermi l'affetto di Ortensia, bisognava e bastava
gettare nell'animo di lei un'ombra sinistra di sua madre e di me. Avevo
creduto inverosimile che Ortensia potesse mai dubitare di sua madre.
Ma la serena anima di un tempo, caduta per colpa mia in una tristezza
d'amore, era stata sconvolta da una subitanea e turbinosa esperienza
di male. Sua madre stessa me l'aveva detto: — Ortensia non aveva più
fiducia in nessuno, in nulla. — Ed io avevo visto Ortensia in preda
all'ossessione di questo pensiero: che la vita è una lotta contro il
male.

In tal condizione ella era predisposta ad accogliere per vera qualsiasi
interpretazione più obliqua di due fatti che male si spiegavano
altrimenti. Perchè amandola io l'avevo abbandonata?

E perchè io sacrificavo quanto possedevo a pro dell'amico, allorchè
tutti gli altri amici e sin i congiunti disertavano o tradivano? Per
pura amicizia?

Se a queste dimande arrivasse in risposta la calunnia di Roveni e di
Anna Melvi, la colpa attribuita ad Eugenia e a me non poteva essere
assurda neanche per Ortensia....

Così mi tormentavo!



XV.


E seguì il ritorno di Moser, l'incontro atteso da me e da lui con
desiderio protratto ma con aspettazione timida. In lui, insieme col
pudore dei suoi errori e della sua disgrazia, era il torto di non
avermi confessato in quali condizioni si trovava da tempo: troppe
cose io gli avevo celate e dovrei celargli ancora!; nè egli saprebbe
mai quanto male io avevo fatto a lui, che aveva il cuore pieno di
gratitudine per me.

«Cuor dei cuori» posso giustamente ripetere per Claudio Moser. A
rammentare quel periodo angoscioso della sua vita provo un sentimento
profondo e misto di tenerezza, di pietà, di ammirazione.

A che prezzo aveva scontato i suoi difetti!, primi la soverchia fiducia
in sè stesso e l'ostinazione. Era ostinato. Ma nel periodo di fortuna
favorevole questo difetto era pur stato la virtù per cui Moser aveva
potuto dare incremento a una industria, ed egli era potuto divenire
uno degli ingegneri più noti dell'Italia superiore. Al contrario e
più gli aveva nociuto una virtù vera: la generosità. Valdigorgo, prima
che egli aprisse la fabbrica, aveva la miseria dei piccoli paesi che
le ferrovie correnti tra città e città lasciarono in disparte; e la
fabbrica Moser ridiede la vita a Valdigorgo. Se non che quei primi
entusiasmi di pubblica riconoscenza appagarono il benefattore, e quanti
ne approfittarono! Quanti si rimpannucciarono a sue spese!

E mentre s'appagava d'essere benvoluto, egli veniva trascinato nella
lotta della concorrenza. Che vita la sua in quegli anni! Audacie non
impedite da affannose riflessioni; coraggio lungamente meditato ad
uscir dalle incertezze; tentativi ora prudenti ora arditi, eppur vani;
sconfitte saviamente dissimulate con rare vittorie. Poi le angustie
dei pagamenti; le ripulse di aiuti esosi; la resistenza inconcussa a
ogni slealtà; il disdegno dei birbanti fortunati; gli sforzi inani;
le lusinghe delle speranze e i ritegni dell'esperienza; la lenta
struggente apprensione di un'inevitabile rovina. Ma nessuno avrebbe
immaginato tutto ciò quando, nelle ore di tregua, Claudio attingeva
da sè stesso tanta giocondità e serbava tanta serenità nell'animo;
nessuno, neppur di noi che lo conoscevamo intimamente, avrebbe
indovinato così intensa fatica del suo cervello e dei suoi nervi
quando lo vedevamo gioire alle semplici cure del giardino, all'umile
distrazione di un giuoco alle bocce. E quel suo sorriso? Era il sorriso
di un gran cuore, ma consapevole; d'uomo che guarda alle cose e agli
uomini con bontà intelligente.

Avvenuta la catastrofe di tutte le speranze e le illusioni, la rovina
di una fortuna composta con tanti sudori, egli patì strazi di martire.

Aveva voluto il bene dei suoi cari, e anche negli occhi de' suoi cari
temeva scorgere il rimprovero; aveva creduto meritarsi la gratitudine
e la stima degli amici e gli amici (ben lo sapeva Ortensia!) lo
compassionavano chiamandolo «tre volte buono», o lo canzonavano:
«che bravomo!»; aveva accarezzato il segreto orgoglio di trarre dalla
miseria gran numero di operai, e gli operai lo maledicevano o dicevano:
«gli sta bene!». Egli conobbe gli affronti indegni e gli scherni mal
celati da conforti ambigui; provò l'amarezza d'impensati inganni; le
punture velenose della mala fede; le umiliazioni dinanzi agli umili di
ieri e dinanzi alla possente viltà dell'oggi; le insidie e la certezza
del tradimento. Tutto questo Moser conobbe e provò, ma non perdè il suo
nobile sorriso. Avvilito, affranto, fu visto sorridere e ristorarsi a
una parola buona di un buono, riconfortarsi come ricuperasse sè stesso
alla stretta di mano d'un galantuomo. Io lo vidi sorridere così, quando
egli aveva lo strazio nel cuore, la voce tremula e il tremito nelle
labbra per la passione e per lo sforzo di trattenere le lagrime....

Sorrise staccandosi dalle mie braccia e mormorando con espressione
d'immenso affetto per me:

— Vecchio mio! — Ma egli, egli era tanto invecchiato!: incanutito;
quasi del tutto aveva bianchi anche i baffi; la barba, non rasa da più
giorni, rendeva più smorte le guance flosce.

Dubitosi a vicenda, di non contenere abbastanza la nostra commozione,
cercavamo una frase per cui attaccar discorso, e tacevamo. Alla fine
io dissi con aria di chi perdonando un torto ricevuto vuol passare ad
altro:

— Ebbene?

E allora lui con l'aria di chi domanda schiarimento di una colpa,
benchè già perdonata:

— Come hai fatto, tu, a trovar quella somma?

La bugia era pronta da un pezzo:

— Un prestito....; un mutuo col Biondo.

Claudio si mise a sedere, abbassò gli occhi. Quanto più grande sarebbe
stato il suo dolore se gli avessi detta la verità: che avevo preferito
vendere il podere!

— Hai ipotecato il fondo? a che frutto?

— Al cinque.

— E hai pensato che io non avrò più di quindici anni di lavoro utile
davanti a me? I frutti ti saranno pagati puntualmente ogni anno; ma il
capitale? Farò in tempo a renderlo?

— Sì — risposi scuotendo le spalle. — Non mi sembra una gran somma!

A poco a poco, per i miei modi bruschi, egli si rianimava; nè tacqui il
rimprovero:

— Però debbo dirti che ci saremmo risparmiate molte pene, tutti, se mi
avessi avvertito a tempo....

— Hai ragione — mormorò ancora a capo basso. Ma d'un tratto balzò in
piedi (io avevo ottenuto l'intento!): — No, hai torto! Che gli altri mi
giudicassero male, mi dessero dell'imbecille, pazienza! Ma tu, no! Non
volevo!

Ribattei: — Sapendo che io ero qua, potevi almeno avvertirmi che non ti
credevi sicuro.

— Perchè tu mi persuadessi a rimanere, a lasciarmi arrestare? Ti giuro,
perdio! che non mi sarei lasciato prendere vivo, mai! La mia vita era
legata a un filo; intendi? La mia difesa, la difesa della mia innocenza
non mi avrebbe salvato. Dunque? Sono un galantuomo! — aggiunse con un
grido di rabbia.

La commozione lo stringeva alla gola; e si mise a percorrere la camera
su e giù: il suo sguardo pareva misurare un abisso.

Io non trovavo più alcun rimprovero che potesse impedire la crise.
Finchè egli ridendo come non l'avevo mai sentito ridere, esclamò:

— Il costruttore Moser dovrà assistere alla sua completa distruzione!

— Sì — dissi io freddamente —: ma per ricostruire dopo. È necessario,
mi pare!

Altro silenzio; altri passi concitati. Eppoi affrontandomi:

— Voglio sapere una cosa che tu devi sapere!

— Quale?

— Il perchè del voltafaccia di quell'assassino!

Continuò violento:

— Roveni, Roveni arrivar a questo punto? Perchè? Che cosa gli
ho fatto io di male? Era appena uscito dal Politecnico; me lo
raccomandarono....; aveva patita la fame; trovargli subito un buon
impiego non era facile. Lo presi con me, lo trattai come un figliolo.
No? E perchè dunque questa parte di Giuda? C'è un mistero! Non
ha tradito, lui, per trenta denari: ci ha rimesso duemila lire, a
tradirmi! Perchè? Tu ne sai qualche cosa! Parla una volta!

Mentire ancora e del tutto era inutile, oramai.

Risposi: — La spiegazione è facile. Immagina che Ortensia da
qualche anno non sia più una bambina; immagina che Roveni ne fosse
innamorato....

Claudio spalancò gli occhi come alla cosa più inverosimile di questo
mondo; ne parve atterrito.

— Immagina — proseguii — che Ortensia abbia risposto un bel no, uno
dei tuoi no, a tutte le speranze, a tutte le richieste, a tutte le
insistenze di Roveni, e che Roveni, dopo aver tentata invano la via
buona, abbia mutato strada.... per piegarla....

Claudio intravide in confuso un eroismo nella fierezza e nella fermezza
della figliola....

— Ortensia! — fece a voce strozzata, e coprendosi il volto con le mani
scoppiò in singhiozzi.

Fu uno sfogo non breve. Ma si riscosse con l'impeto dell'antica
energia, sorrise, mi prese e strinse forte la mano. Riapparve il Moser
di una volta mentre diceva:

— Hai ragione, Carlo! Per Ortensia; per la mia famiglia; per te ho
ancora molto da fare! Lavoreremo!



PARTE TERZA.


I.


All'uscio di cucina il Biondo aveva attaccato il _Lunario del
Campagnolo_: Sant'Antonio in rozza stampa, lunga barba, col pastorale e
il campanello; il porco a destra e a sinistra, in terra, il sacro libro
e una gran fiamma; ai lati, l'ordine dei mesi con le insegne zodiacali,
e, sotto, la leggenda che rammentava i mali dell'anno già caduto «nel
numero dei più» promettendo migliore l'anno nuovo.

«Nel nuovo anno gli uomini fatti savi dall'esperienza, che è la miglior
maestra della vita; abbandonate le malsane idee, che per un momento
poterono turbare le menti umane sotto l'influsso di false massime,
vivranno fra loro nella maggior concordia. Tutte il male non vien
per nuocere. Avanziamoci fiduciosi incontro all'avvenire, e le nostre
speranze non saranno deluse; dopo la scarsità, avremo l'abbondanza....»

E sebbene non ancora a mezzo di quest'anno nuovo il Biondo si dolesse
delle stagioni avverse all'abbondanza e del socialismo avverso alla
concordia, io m'attenevo alla profezia e umilmente la rileggevo ogni
dì: fatto savio ormai dall'esperienza; abbandonate ormai le malsane
idee e le false massime, e quasi fiducioso nell'avvenire, io mi sentiva
in bastevole concordia col mio più fiero nemico e padrone: con me
medesimo.

Concordia, intendiamoci, non era tranquillità, e di pensieri ne avevo
anche troppi.

Ma senza dubbio il mutamento in me, da un pezzo incominciato, era
grande; era divenuto così grande che non mi perdevo nemmeno a indagarne
le cause. Quali esse fossero mi chiedo ora. Forse a riscuoter tutte le
mie forze, accidiate da tanto tempo; a darmi resistenza per le fatiche
del nuovo ufficio che esercitavo in campagne solitarie e lontane; a
tenermi desto la notte dopo giornate laboriose per studiar quanto di
medicina pratica o avevo disimparato o ignoravo; a ringiovanire insomma
nella vita attiva senza sforzo di volontà, forse mi bastò il consiglio
di Claudio, il dì della mia partenza per Molinella: — Lavoriamo! —?
Generoso esempio di un uomo la cui fibra non era stata infranta da
tante batoste e dolori, la cui riconoscenza per me non era limitata
dall'intenzione di sdebitarsi meco!

Ma la virtù che mi rianimava doveva esser ben altra che quella
dell'esempio; ben altra che il beneficio dell'attività!

E veramente nell'esercizio e negli obblighi di una professione
gravosa, ingloriosa, angusta, molte volte sentii e vidi, al letto
de' miei squallidi malati, che il compito assunto per necessità era
più importante, più attraente, più umano, più nobile che quello di
tendere alle cose inafferrabili. Se non che mi accompagnava per tutto
un sentore di lezzo, un'impressione di miseria avvilita e non domata,
un'eco di minacce segrete e di odî già palesi.

Piuttosto m'eccitava dunque a una vita forte e utile la virtù del
sacrificio da me compiuto a pro dell'amicizia?

Via! Contro le pene che mi dava il ricordo dei Moser, poco valeva
la soddisfazione del servigio reso a Claudio. Per Claudio era già
venuto il dì dell'ultimo strappo: dell'addio alla villa. Che cuore era
stato il suo in quel giorno? E Ortensia, che era rimasta con lui fino
all'ultimo momento?... Poi sapevo come Claudio, dopo aver trasferito la
famiglia a Milano con la speranza di trovarvi subito impiego, consumava
la smania di operare in una triste vicenda d'illusioni e delusioni.

Intanto Ortensia e Eugenia dimoravano a Milano, col pericolo
d'imbattersi in Roveni o d'esserne insidiate. Senza dirle quale
vendetta egli forse meditava, io, partendo, avevo scritto a Eugenia
affinchè stesse in guardia; invigilasse soprattutto alla posta e
sottraesse qualsiasi lettera indirizzata a Ortensia: dubitavo di una
lettera anonima. Eugenia mi aveva risposto che seguirebbe attentamente
il consiglio. Ma quel dubbio della lettera anonima mi era, in certi
giorni, un'ossessione; mi affliggeva anche il timore che Eugenia
potesse scoprire la calunnia incombente su di lei; e avevo un bel
dirmi: «avvenga che può, coscienza ci assicura».

Ortensia non l'avevo più riveduta. Per ripugnanza che io assistessi
più oltre alla sua distruzione, Claudio non aveva insistito che
l'accompagnassi a Valdigorgo, e io non avevo osato andar con lui, quasi
a raccogliere riconoscenza. Così non potevo raffigurarmi Ortensia che
con le attitudini e le parole dell'ultima volta che l'avevo vista,
l'unica volta dopo tre anni; e mi ripetevo: «Quel giorno, lassù, pur
nel momento in cui mi confidò il conflitto tragico dell'animo suo, pur
quando disperata invocò il mio consiglio, qualche cosa di misterioso
s'interpose a quella espansione».

Era stato l'ultimo rancore del male che le avevo fatto? Era stato
l'orgoglio ferito dal soccorso che io promettevo alla sua famiglia
o dallo stesso consiglio ch'ella si sentiva costretta a chiedermi? O
quali altri sospetti ottenebravano l'anima dolorosa mentre l'agitava lo
spavento del disonore paterno?

Questo, questo, il mio maggior tormento nelle tregue dalle fatiche
quotidiane, o nelle notti insonni!

E quando non ne potei più, sapete che feci? Scrissi a Ortensia,
col pretesto d'aver da lei notizie della famiglia. Per poco non mi
rimproveravo di soverchia audacia! Ella rispose subito. A leggere e
rileggere quelle poche righe — la prima lettera di Ortensia che io
ricevevo! — facevo rabbia a me stesso; tentavo esprimere da poche
parole un significato che non avevano; non sapevo persuadermi che dopo
tanto amore e con tanto amore io dovessi rassegnarmi a una letterina
di stile perfettamente amichevole. Stanco di me e della lettera, la
stracciai; mi pentii d'averla stracciata. Affettuosamente — e a me
pareva in modo freddo — Ortensia mi dava notizie di tutti: del padre
sempre in speranze; della madre sempre fidente in giorni migliori; di
sè che stava «discretamente». Aggiungeva:

  Si parla ogni giorno di voi, Sivori; se ne parla non solo come di
  un benefattore ma come di uno di noi, della nostra famiglia che
  sia lontano.

«Già, un fratello! — io gridavo a me stesso: — Ortensia vuol dire che
non mi ama più e che non mi amerà mai più!»

E con tutto ciò, con tutti questi contrasti, io.... non me la prendevo
con Sant'Antonio! Ne consultavo il lunario e senza ironia me ne
ripetevo le parole: «Tutto il male non viene per nuocere. Bisogna aver
fiducia nell'avvenire».

Quali dunque le cause o la causa del mio mutamento? Forse
all'intendimento della vita e all'elevazione dell'animo il dolore può
anche più dell'amore? E una notte feci questo sogno:

Nella vecchia chiesa del paese, ove fanciullo io avevo pregato a fianco
di mia madre, si celebravano nozze solenni. Il Biondo gongolava; la
Rita piangeva di gioia.... Poi la chiesa con tutta la gente scomparve,
e vidi una nota camera: Ortensia, con me, entrava pallida e arridente
sposa nella camera dove mia madre era morta.



II.


Verso la fine d'aprile ricevei una lettera di Claudio per la quale
mi convinsi sempre più che la fortuna lusingava e confermava le mie
speranze.

Mi giungeva quella lettera in un giorno così luminoso di primavera!
Leggendola su la porta di casa, con avanti a me il prato pieno di
fiori, mi balzava il cuore quasi a un portento.

Claudio mi pregava d'informarmi, con prudenza, se davvero si era
costituito in Bologna un consorzio delle fabbriche di laterizi poste
su le rive del Reno, e se davvero cercavano un direttore. Solo nel
caso che queste notizie, da lui avute in segreto da un antico cliente,
fossero certe, io avrei dovuto presentarmi al proprietario d'una delle
fabbriche, che egli mi nominava, e fare il suo nome.

Come se tutto ciò fosse più che sicuro, e Moser già prescelto
all'ufficio desiderato, pensai che i Moser verrebbero a dimorare vicino
a me, a un'ora e mezza di viaggio. Figurarsi con che fretta corsi a
Bologna!

Le notizie non erano del tutto conformi al vero. La concorrenza, che
aveva rovinato Moser, angustiava anche nell'Emilia gli industriali in
laterizi, e tra essi era corso il progetto di un concordato.

Ma due o tre dei più potenti non avevano ancora acconsentito e non
parevano ben disposti. Perciò quelli che avevano fabbriche presso
Bologna vagheggiavano una società fra loro. Le cose erano solo a
questo punto quando io con un biglietto di presentazione, prudentemente
richiesto ad un amico, mi recai dall'industriale nominato da Moser. Ma
non ero un diplomatico, io, quale il cavalier Fulgosi; e dovendo dar
ragione della mia visita, sostituii l'audacia alla prudenza e dissi a
dirittura che l'ingegner Moser non sdegnerebbe assumere la direzione
tecnica della nuova società, se si costituisse.

— Moser? — esclamò il mio interlocutore — Moser che aveva la fabbrica
a Valdigorgo? Quello che ha perfezionati i forni Hoffman?

Avevo fatto colpo. Subito dopo, l'altro cercò di attenuare in me
l'impressione della sua meraviglia osservando, con bel garbo, che il
fallimento del mio amico non lo raccomandava troppo.... Opposi che
Moser non si raccomandava quale amministratore, sebbene io sapessi
che la colpa della sua sventura economica non era tutta di lui: si
raccomandava come tecnico; e non dubitavo che qualche industriale di
Lombardia o Piemonte non tarderebbe ad approfittare dell'opera sua.
L'interlocutore fece una smorfia. In conclusione, dopo la visita e
l'inchiesta, potei scrivere a Claudio un modesto: «Chi sa?». Ma non
potevo credere che il nome e l'offerta di Moser dovessero affrettare
la costituzionale della società anonima: _Fabbriche di laterizi in
Valrenana_.

Un telegramma mi richiamava a Bologna pochi giorni di poi. Si voleva
sapere da me se mai...., se nel caso poco probabile, del resto, che si
componesse la società...., l'ingegner Moser avanzerebbe pretese molto
alte....: quale direttore tecnico.... solo tecnico.... Una domanda
quasi per semplice curiosità: senza impegno! senza impegno!

Risposi che se la intendessero con lui; e s'intenderebbero forse....
(io almeno lo credevo...., speravo....) s'intenderebbero facilmente.

Passarono alcuni altri giorni senza che sapessi più nulla in proposito;
finchè una cartolina di Claudio mi annunciava che egli veniva a Bologna
a concluder l'affare.

  Chi l'avrebbe mai detto? Costì, di dove partii per cominciare a
  far soldi, ci vengo par ricominciare!

Ma io non potei andar a Bologna nè egli recarsi a Molinella; non ci
vedemmo.

Altro silenzio; un silenzio tuttavia pieno di questa attesa: «verranno
tutti a Bologna!»

Per un po' di tempo parve invece che Claudio volesse stabilirsi a
Bologna solo, ed Eugenia, Ortensia e Mino dovessero far famiglia con
Guido e Marcella. Finchè Eugenia mi scrisse:

  Ortensia non vuol restar lontano da suo padre. Non le importa
  affatto di abitare in città anche d'inverno. Aiutate Claudio a
  trovar una villetta per noi, in un sobborgo vicino al luogo dove
  Claudio avrà l'ufficio.

Feci subito ricercare un'abitazione, che convenisse, nel suburbio a
destra del Reno.

E non trovai. Ma Claudio, nei pochi giorni che precorsero alla sua
assunzione all'impiego, cercò e trovò: una, villa — egli mi scriveva
— a poco più di un chilometro dalla fabbrica ove risiedeva l'ufficio
principale. Neanche distava molto dal sobborgo, ove Mino andrebbe a
scuola; ed era prossima alla ferrovia, alla strada carrozzabile, alle
botteghe, alla chiesa; e, quel che più importava, in bella e buona
posizione, quantunque in pianura, e tutta rimessa a nuovo. Sembrava
l'avessero fatta a posta per lui! Si chiamava nientemeno che la _Ca'
rossa_!

E come Dio volle, cioè ai primi di maggio, mi fu annunciata la partenza
dei Moser da Milano.

Ortensia a Bologna! Potrei vederla! rivederla di frequente!... — E
Roveni? — Ah che la mia consolazione era tale da lenirmi la spina che
avevo nel cuore!

Non ero esente da ogni timore, ma la mia gioia era tanta da
rappresentarmi il pericolo di Roveni come sempre più dubbio.

Quando Ortensia fosse vicina a me la difenderei meglio e mi difenderei
meglio!

Mi giustificava, in ciò, la passione, m'illudeva la speranza d'aver
abbastanza sofferto per mitigare il mio destino; l'energia ricuperata
mi pareva bastevole a superar il destino, se mai mi tornasse avverso!



III.


La prima domenica di maggio vidi la Ca' Rossa nella realtà, priva
della poesia con cui me l'aveva descritta Moser. Di lontano, dalla
strada, appariva quale una vecchia casa di campagna messa a uso di
villeggiatura e ritinta, se non di rosso, di gialliccio. Vi piombai
inatteso durante l'intervallo fra due corse del tram a vapore. A
scorgermi dal cancello — un cancello di legno — Mino, che giuocava alle
bocce con un operaio, gridò: — C'è Sivori! c'è Sivori! —; e Claudio,
che assisteva alla partita, fumando, mi corse incontro anche lui; mi
furono addosso, con abbracci soffocanti.

— Un saluto in fretta.... — rispondevo a quell'aggressione gioiosa. —
Ho un malato grave laggiù.... Non posso trattenermi....

— Eugenia! Ortensia! Correte!; se no, scappa! — urlava Claudio.

— C'è Sivori! Sivori! — urlava Mino correndo intorno e tornando ad
abbracciarmi.

Non ci eravamo visti da tanto tempo, noi due! Com'era cresciuto, il
piccolo Mino! La commozione della nostra amicizia scusava il turbamento
con cui mi presentavo a Eugenia ed Ortensia.

Erano uscite per la loggia, da una camera a terreno, ove scorgevasi
della biancheria distesa su una tavola: Eugenia con un oh! di grata
meraviglia; Ortensia pallida.... Nulla dell'impeto mal represso con
cui era venuta a me a Valdigorgo; era pallida, quasi stanca, e mesto il
sorriso.

— Come state, Sivori?

— Sapete che non vuol restar da noi oggi? — riprendeva Claudio. Ed
Eugenia e Ortensia a una voce:

— Perchè?

— Perchè, perchè un povero diavolo laggiù ha bisogno del suo permesso
per andare all'altro mondo! Gli credete? a costui?

— Sì — rispose, naturalmente, Ortensia.

— Non insistiamo — disse Eugenia —, se ci promettete di tornar presto.

Avrei voluto indugiarmi a discorrere con le signore; ma Claudio mi
trascinò seco.

— Andiamo dunque! presto! a dare il tuo giudizio della Ca' Rossa, che
ho scoperta io e non tu! Cominciamo, signor critico, dall'esterno.

Intanto Mino aveva ripresa la partita; e madre e figlia ci
accompagnarono un tratto ma ristettero dinanzi a pochi meschini vasi di
gerani al sole.

— Il panorama non è molto vario — ammetteva Claudio. A levante erano
la strada e l'ingresso; a mezzodì, di là dal prato, che una siepe di
biancospino in fiore limitava, si estendeva la vigna: tra questa e
l'orto, spaziante a ponente e a settentrione, scendeva una carraia....

— La carraia passa da quella casupola laggiù, dove sta l'ortolano
vignaiuolo: colui, là, che gioca con Mino. E la carraia prosegue sino
al fiume, e di là un sentiero lungo la riva mi conduce, in due passi,
alla fabbrica. Potevo essere più fortunato di così?

Io osservavo il solo albero del prato: un lazzeruolo a rami nodosi e
involti.

— Fronte indietro!

Claudio ora m'indicava la disposizione degli ambienti.

— A terreno, loggia, salotto, camera da desinare, cucina; di sopra,
a mezzogiorno, la camera di noi vecchi; quella di Mino, a ponente;
quella di Ortensia, a levante; quella dei forestieri, a nord. Va bene?
Passiamo all'interno!

Su la porta l'ortolano trattenne Claudio per avvertirlo di non so che
cosa, ed Eugenia, ch'era rientrata con Ortensia a continuar la faccenda
della biancheria, colse il momento e mi disse, con commozione:

— Sivori: non ci siamo più riveduti dopo quanto faceste per noi....

— Non ne parliamo! — risposi io, mentre lo sguardo di Ortensia mi
avvolgeva.

— Ma — ribattè Eugenia — noi dobbiamo dirvi anche a voce come vi siamo
grati, tutti. — E si volse alla figlia quasi meravigliata del suo
silenzio.

— Tutti; per sempre! — Ortensia disse con voce viva e forte.

Gratitudine viva nel cuore per sempre: così disse; così vedevo; ma nei
begli occhi non era più l'anima di una volta.

— Non è uno scalone — disse Moser entrando, in fretta come era solito,
e precedendomi per la piccola scala.

Appena di sopra entrammo nella camera matrimoniale.

— Il letto, vedi, è un documento storico. Però io ci sto da papa. Anche
il comò era massiccio e meschino....

— Quelle, guarda, con le quattro stagioni.

Alludeva alle oleografie appese alle pareti. Dalla finestra si
scorgevano, oltre la vigna, filari d'alberi e campi uguali sparsi di
case e le torri e le cupole della città. Invece dalla camera di Mino
non si scorgeva che un lungo camino a fuso sorgente tra il verde: era
quello della fabbrica.

— Mio figlio ogni mattina potrà vedermi andare al lavoro e potrà
pensare che lavorare non basta.... Via, via! — aggiunse Claudio
rivelandomi, se già non me ne fossi avveduto, quant'era sforzata
tutta quella vivacità di parole e di umore. — Via!: ecco la camera di
Ortensia.

Su la soglia, ristetti; ero trattenuto da un panico segreto e
indefinibile.

— Ho fatto quel che ho potuto, per accontentarla.

Il letto in ferro, nuovo: bello il comò....

Una titubanza strana mi aveva trattenuto, quasi da una violazione.
A Valdigorgo non ero entrato mai nella sua camera.... E mi affacciai
anche là alla finestra, che aveva di contro lo squallido lazzeruolo.

Per la strada polverosa transitavano birocce e buoi condotti al
macello, che mugghiavano.

.... A Valdigorgo la sua finestra vedeva nel giardino le opulenti
magnolie, gli abeti snelli dai rami digradanti e copiosi, dalle molli
frange ondulanti, e i vividi colori delle aiuole penetravano tutto quel
verde: s'apriva la cerchia dei monti a concedere, nella bella conca,
frescura di estate e tepore in primavera e in autunno: dal cielo puro,
intensamente azzurro, e da oltre quei monti chiamava un'ignota, immensa
felicità....

— Ah! Non è la sua camera di una volta! — disse il padre chinando
il capo sul petto; abbattuto a un tratto dal pensiero della felicità
sognata un tempo per la sua figliola.

— Andiamo! — feci io. Ma nel passare dinanzi al comò guardai alla
fotografia che vi stava sorretta da un'umile cornice e il cuore mi
palpitò. Era una piccola fotografia di Valdigorgo, e sotto al cristallo
aderiva, nel mezzo, una fogliolina di trifoglio.... Quella? Quella che
avevamo raccolta insieme, un giorno, al fosso delle lavandaie?

Il puerile segno di memoria imperitura indicava forse un'illusione non
perita del tutto?

— Andiamo! andiamo! — ripetei vivamente.

Nella loggia c'imbattemmo in Ortensia che usciva dall'altra camera,
ove portava la biancheria. Ella ristette con noi alla ringhiera e forse
avvertì che io aveva avuta un'impressione gradevole.

— Bisognerà aumentare i vasi del giardino — le dissi —; mi
permetterete, Ortensia, di mandarvi dei garofani della mia massaia.

E Moser:

— Sono straordinari i garofani della Pulicreta; rossi come i bargigli
di suo marito!

— Qui la massaia sono io e faremo giardiniera la mamma. Vita nuova!
— mormorò Ortensia con sorriso amaro. Mentre il padre entrava nella
camera di Mino, ella aggiunse: — Vita di pianura.

— Ma non vita bassa. Anche qui proverete gioie; forse quali non avete
provate mai!

Lo sguardo di Ortensia m'interrogò profondamente per interpretare tutto
il mio pensiero; poi, come non mi credesse, volse gli occhi altrove.
Accanto a me, così, mi pareva bella di fierezza: l'esile ma alta e
proporzionata persona aveva la nobiltà del portamento che è dono divino
della natura; nè alcun poeta avrebbe potuto desiderare più bella fronte
e più bei capelli per far di una strofa una corona.

La fierezza che un tempo era fugace ne' suoi occhi e ne' suoi «voglio»,
pareva in lei esser divenuta, ora, abituale.

— Dev'esser molto triste la vostra pianura, laggiù!

— Triste — risposi —; ma d'una tristezza pacata e dolce.

Passava in quel punto il fragore di un treno: ansioso, rapido, forte,
violento, e scemava; poi, subito dopo, riprendeva intenso, più veloce,
e ancora diminuiva, si perdeva; eppoi ancora, per un istante, un fondo
e uguale roteare metallico, e più nulla. Dall'orto venivan voci di
donne, invisibili.

— È un'impressione curiosai — disse Ortensia. — Qui, a me, mi sembra
di udire la vita come se fosse lontana, lontana, fuori di me.... Non so
spiegarmi!...

Indugiò prima di aggiungere:

— Mi sembra di udirla da una tomba. Claudio tornava; e Ortensia,
chiamata dalla madre, ridiscese.

— Che te ne pare di quella bambina? A vederla così pallida mi
strozzerei — disse Moser, in cui era cessato l'impeto di pocanzi. — Ma
qui avrà del sole, dell'aria, del verde.... Purchè non le dispiacciano
questi luoghi! Tu credi che non le dispiaceranno? che tornerà bianca e
rossa..... come lassù?

— Certo!

— Falle un po' di predica. Voglio vederla correre; sentirla cantare....

Infatti egli mi lasciò ancora solo con lei alla ringhiera, appena essa
ebbe riposta nella camera della madre la roba portata di sopra.

— Ortensia — le dissi francamente. — Bisogna dimenticare e riamare la
vita!

Esclamò:

— Dimenticare? Ma la mia vita è nei ricordi! Voglio ricordare tutto
il bene che ho perduto, tutto il male che ho imparato! Quando non
comprendevo nulla, quand'ero una ragazza senza giudizio, godevo di
essere così; ora godo d'aver sofferto e di soffrire! Non c'è anche la
voluttà del dolore? Io almeno, la provo. Voi, no?

E sorrise diversamente, cercando invano di mitigare quell'acerbezza.
Proseguì:

— Sivori adesso mi consiglia una cosa da nulla: amare la vita! Andiamo!
ditemi voi come si fa.... Che cosa si deve fare per mettere in pratica
il vostro consiglio?

— Amare! — risposi. Non avevo trovata altra risposta; e il rossore
che mi corse al viso e il tremito della mia voce le dissero quanto io
l'amavo ancora.

Mi fissò; vedendo che non s'ingannava chinò gli occhi. Indi riprese:

— Sarà un destino anche questo: che non s'intendano fra loro neppure
le persone più affezionate. O la colpa è sol mia? Certe volte non
comprendo nemmeno mio padre. Sono cattiva! Non comprendo come mio
padre possa scherzare, fingersi allegro. E la fede della mamma, la sua
rassegnazione, la sua religione mi fa dispetto, alle volte!... Dunque
sono cattiva! Ma lasciatemi come sono; non mi inasprite di più se non
potete comprendere il veleno che ho nel cuore, nel sangue!

— Tu hai sofferto molto — ribattei con fermezza —; ma il bene che noi
ti vogliamo è più grande d'ogni male che hai patito; il nostro affetto
ti guarirà!

Mi fissò di nuovo per un istante. Quella mia fermezza le significava,
più che speranza, una fede sicura; e la meravigliava, la stupiva.

— Non ci comprendiamo più — mormorò.

— Perchè? — le chiesi con forza.

— Oh Sivori; una spiegazione ci farebbe tanto male!

— È necessaria!

— Non ora! non ora! — ripetè con voce dolente, quasi pregando.

E si mosse.

Scendemmo.

A basso, sul punto di partire, volli che Claudio mi promettesse di
venire a Molinella.

— Vi voglio là tutti, un giorno.

— Te lo promettiamo — ripeteva Claudio. — Credi non abbia voglia, io,
di far un'improvvisata al Biondo e alla sua signora?

Eugenia sorrideva; per lei, che ci verrebbe, garantiva Mino saltandomi
al collo.

E Ortensia mi diè la mano. Fredda!... Ma nei suoi occhi non era più
asprezza; la sua voce fu dolce salutandomi:

— A rivederci, Sivori!



IV.


Uscendo al sole dai tuguri ove i malati gemevano o deliravano, mi
pareva di gettarmi in un bagno che mi purificasse e ravvivasse d'un
tratto. Più: certe volte la vita esterna mi colpiva con tal forza che
ricevevo un'impressione quasi dolorosa, quasi di una ferita troppo
presto esposta a un calore forte e improvviso.

Comprendevo ora come effetto d'una stessa necessità il fervore che
agitava le messi sempre più rigogliose, che moveva i ragazzi e i
vitelli a correre e a ruzzare nei prati e la vecchia Rita a cantare
con la stessa anima dei passeri affaccendati intorno al tetto della mia
casa. Nè io mi ritraevo più da quel fervore, non sfuggivo più a quella
necessità; e mi chiedevo quante primavere resterebbero ancora ai miei
sensi; e avvertivo in me un egoismo profondo e buono perchè naturale.

Ma abbandonandomi in questo sentivo che gran parte di me stesso
mancava ancora a me stesso: sentivo che felicità mi era possibile e
che felicità mi rapiva, mi strappava, divisa da me, Ortensia. La sete
d'amore in quei momenti mi esasperava. Se allora avessi avuto dinanzi a
me Ortensia e mi avesse convinto che essa non mi amerebbe mai più, che
io non saprei mai più ridestarla al mio amore.... che avrei fatto?

Chi mi aveva condotto ad amarla in tal modo? Lei! Lei mi aveva ridata
la vita; per lei rivivevo così! Quale ragione, qual fatto, qual mistero
o destino le dava il diritto di ricacciarmi in una miseria peggiore
della morte? Perchè ora non ci comprendevamo più? Non comprendeva,
Ortensia, la mia passione?

Passione che mi tribolava da tre anni; che costringeva un uomo di ormai
quarant'anni a invocar la felicità, a chiamar lei, Ortensia, per nome
come un ragazzo innamorato!»

E in quelle tiepide notti di maggio, sotto il cielo stellato e la prima
luna.... (perchè non era meco?).... io piansi.

Frattanto il Biondo e la Rita, avendo appreso che Moser era a Bologna
con la famiglia, non mi davan più tregua. E: — Quando viene dunque a
trovarci il signor Claudio? — E: — Verrà con la sposa, con i figlioli?
— «E: — Verrà anche la figliuola? Abbiamo tanta voglia di vederla!

Scrissi a Claudio che non potevo per allora tornar alla Ca' Rossa; che
anzi non vi andrei più se prima non venissero loro a Molinella. Claudio
finalmente mi annunciò la gita per il primo giorno che avrebbe un po'
di vacanza.

La domenica prossima?



V.


La sera di quello stesso giorno che mi consolò la lettera di Moser, il
caso (sempre il caso?) mi volle solo spettatore d'un fatto che restò
quale orribile episodio di miseria e di sventura nella storia del mio
paese. Lo narro perchè io, atterrito un tempo dal pensiero della morte,
fin da esso derivai argomento d'esaltare la vita.

Ero tornato a casa da qualche ora e fumavo alla finestra della mia
camera. Dalla luna quasi colma pioveva sul mondo una luce di letizia.

Mi giungeva il _cricrire_ copioso e vasto dei grilli e il gracidare
delle rane e il canto dei birocciai, dalla via maestra:

    Guarda la bella notte e il bel sereno!
    Quest'è una notte da rubar le donne:
    Chi ruba donne non si chiama ladro;
    Si chiama giovinotto innamorato....;

ma al di sopra e al di là di quelle voci era l'immenso sensibile
silenzio della notte feconda, quando la natura raccoglie e rinfranca
in segreto le sue molteplici forze e si prepara alle più rigogliose
espansioni.

Improvvisamente, da sotto la finestra, il Biondo mi chiamò:

— Signor dottore!

— Che volete?

— C'è qui giù la Tisa dello Zingaro, che ha suo marito che sta male.

Bisognò discendere. E venne innanzi l'ombra della donna. Aveva due
bambini, uno a destra e l'altro a sinistra; entrambi divoravano il pane
che loro aveva dato il Biondo. Il più grandicello, trattenendosi, porse
il crostino alla madre e con un accento di meraviglia più che di gioia,
esclamò:

— Mamma, del pane!

Non sapeva credere che mangiava proprio del pane.

Senza badargli la donna, timida, mi rispondeva che suo marito aveva una
gran febbre e pareva diventato matto.

Al solito: era tifo. Scrissi una ricetta e la consegnai al Biondo; poi
dissi: — Andiamo!

Lo Zingaro, così soprannominato per il colore del viso e per la
miseria, era un risaiolo che abitava in una lurida capanna presso il
serbatoio della risaia.

A quella volta, io andavo innanzi, con la donna dietro: sola; i bambini
affamati e assonnati li aveva lasciati al Biondo e alla Rita.

La donna raccontava:

— Tornò l'altra sera dal Traghetto....

— Cos'era andato a farvi?

— In prestito, signore, di un poco di farina gialla. Non avevamo più
niente da mangiare; e qui nessuno ci fa credito, signore.

— Avrà bevuto dell'acqua laggiù.... Non lo sapete che è l'acqua che
avvelena?

Forse la donna aveva tale speranza nel mio aiuto da esserne rianimata;
o forse era in uno stato d'orgasmo, perchè mi rispose ridendo:

— Eh! lo credo anch'io che sarebbe meglio ber del vino!

Continuò:

— Quando fu a casa, e io facevo la polenta, cominciò a lamentarsi dal
freddo, che per quanto fuoco mi facessi non si poteva riscaldare; e si
mise a letto. In tutto ieri non volle mangiare. Ma questa sera mi sono
preso paura; fa dei discorsi da matto.

Dopo ch'ella tacque, le chiesi se aveva solo quei due, figlioli.

— Ah! ne ho un altro di cinque mesi. L'ho lasciato a casa per far più
presto. Dormiva.

Andavano frettolosi; io ero incitato dalla donna che mi veniva dietro,
quantunque ella tacesse e camminasse scalza. E volgevo il pensiero al
disgraziato in preda alla febbre.

Se moriva, la poveretta era condannata all'elemosina. Ma la mia
mente non poteva insistere in quella tristezza; invano il sentiero
era oscurato ad ogni tratto dai pioppi, dalle acacie e dai giunchi:
trapassando i rami e le fronde la luna, di là, pareva più fulgida, e
nel chiarore diffuso sopra e intorno a me fluiva quella pacata letizia,
l'illusione di una felicità tranquilla e uguale, per sempre.

Ortensia! Ortensia!

.... Finchè tornai a riflettere, quasi rimorso, all'ufficio che
dovevo compiere; e solo allora pensai che poteva essermi necessario un
lenzuolo, per un impacco.

Chiesi alla donna:

— Un lenzuolo l'avete?

— Oh, signore! Dove vuol che l'abbiamo un lenzuolo? Sono tre anni che
non ne ho più uno!

Io stavo per dirle:

— Tornate indietro a prenderlo, a casa mia, quando la donna fece:

— Cos'è là? — Tendeva la mano.

Un bagliore: dietro i pioppi che separavano il campo dalla risaia. Un
bagliore d'incendio.

Che cosa poteva essere? Che cosa bruciava? Non era stagione da bruciar
stoppie o rovi nei campi. Una cascina? una casa? Ma non ce n'erano da
quella parte, non ce n'erano così vicine!... Il «capanno».... dello
Zingaro?

— Brucia il capanno! — urlò la donna urtandomi, precedendomi,
correndo.... Una furia; e gridava, forsennata, il nome del marito;
invocava Dio, invocava aiuto. Le sue strida di «aiuto» trafiggevano
quel silenzio atroce, quella serenità divenuta subitamente spaventosa.

Era vero: bruciava il capanno!

Muto, con lo sguardo teso al bagliore e alla distanza da superare,
correvo io pure, e nell'approssimare mi pareva di scorgere l'ombra
dell'uomo in delirio che agitasse le vampe dentro un cumulo denso e
fondo. Era in salvo, l'infermo? O.... bruciava anche lui? Correvamo.
E.... — il sangue mi si gelò nelle vene —: non mi aveva detto
quella sciagurata che aveva lasciato a casa il figliolo più piccolo?
«Dormiva».

Infatti chiamando aiuto, chiamando il marito quasi potesse udirla, essa
teneva come sospese quelle terribili grida su di un grido che non osava
gettare.... Oh tutto ciò straziava il cuore; gravava, enorme peso, sul
capo!... Correvamo, correvamo.

Vicini, ormai: la donna tacque. Ad ogni nostro passo innanzi
l'incendio, così luminoso di lontano, affoscava; le lame rossastre
tagliavano la fumana prorompendo dalla piccola finestra, dalla porta,
alzandosi sul culmine.

Era un soffoco di fumo greve, un tanfo di canne abbruciacchiate. E
non una voce....; nessuno! Morti?... Fossero almeno morti, prima....,
d'asfissia!

Ah no!

Dio! Dio!... no; un vagito! là! Dinanzi all'uscio, era; in un involto
di cenci! Là era il bambino! Lo raccolse, la madre; riebbe la voce: un
grido di gioia sovrumana: — _El mi ragazzól_! — mentre là dentro....
Nessuna altra voce!; muto, anche l'incendio.

D'impeto, senza coscienza del pericolo, avanzai alla porticella:
ma fui respinto dal fumo infuocato, come per l'urto a una parete
solida. Ritentai (la donna urlava adesso il nome del marito, strappava
l'anima). Dovetti ritrarmi, appena in tempo! Con fracasso il tetto
precipitò; l'abituro si sfasciò in una rovina fiammeggiante e
fumante....

Non so dire in che modo urlava e che diceva quella donna frenetica col
bambino in braccio; non posso ricercare quello che io provassi allora
assistendo al fumare della rovina; a immaginare il corpo umano che si
era contorto nelle fiamme; a comprendere la verità....

Compresi la verità a poco a poco. Un istinto di generosità paterna,
l'amor di padre aveva spinto quell'uomo delirante a mettere là in
salvo, dalla sua disperazione, la piccola creatura; poi, con mostruosa
demenza egli aveva dato fine al male che lo affannava, aveva dato fuoco
alla sua intollerabile miseria.



VI.


Al raccapriccio seguì tosto in me una commozione paragonabile a quella
che proverebbe un credente nella subitanea rivelazione della divinità.
Prevalse in mie alla visione orribile dell'incendio e della donna
pazza per dolore e angoscia, l'immagine stupenda della madre che nel
raccogliere salvo il suo bambino m'era sembrata impazzire di felicità;
e più che la pietà del miserabile, perito orrendamente, poteva in me
l'ammirazione per la forza arcana e portentosa che aveva costretto il
misero padre ad esentare dalla distruzione la creatura del suo sangue.
Mai, per nessun fatto che esaltasse l'amor di padre o di madre, mai
io ero rimasto commosso in tal modo: una luce che non era di scienza
mi illuminava ora il mistero della vita; e la ragione delle sue leggi
imprescindibili e la ragione della morte mi si manifestava d'un tratto
nella rivelazione del bene sommo conceduto ai viventi. Quanto affetto
aveva condotto quell'uomo spietato verso sè stesso ad aver pietà del
suo nato! Quanto affetto aveva sollevato la misera donna a dimenticar
fino il padre dei suoi figli, che bruciava là sotto, perchè ella
gioisse così, nell'istante che ricuperava il suo figliolo! Quale gaudio
sublime è negato dunque a chi si rifiuta alla procreazione? che è
mai la morte se non il mezzo a trasmettere questo, il maggior gaudio
dell'esistenza?

Invece di dire: «la morte è necessaria a propagare la vita» si dovrebbe
dire (io pensavo): la morte è necessaria a propagare la felicità
dell'esistenza e la felicità si attinge soltanto nella procreazione.

A consolare gli uomini privati d'ogni fede la filosofia moderna ha
detto loro: «La morte non esiste perchè la vita è continuo rinnovamento
e continua trasformazione».

Invece io pensavo: «La morte esiste, ma il più gran dolore che la morte
può dare è nulla in confronto alla più gran gioia che dà la vita, e
la più gran gioia della vita è nell'amore per le creature della nostra
vita».

Ed io a quarant'anni, nella virilità piena, ignoravo quest'amore così
grande che oltrepassa la capacità della vita individua; così grande da
render riguardoso della vita l'uomo che con frenesia feroce la troncava
in se stesso!

Un desiderio nuovo penetrava ora la mia passione, la rischiarava del
tutto; m'infondeva un senso di vitalità potente: proverei le gioie
dell'amore paterno; Ortensia sarebbe la madre della mia prole!

E per un contrasto men strano forse che naturale la memoria di mia
madre, in quei giorni, mi accompagnava nei noti luoghi più viva che
mai.



VII.


Avevo predisposti il Biondo e sua moglie alla visita che m'aspettavo,
ma avevo anche raccomandato loro di non far troppi preparativi e di
fingersi ignari, per lasciar a Claudio il piacere dell'improvvisata.

La domenica, al giungere del secondo treno del mattino, il vecchio
indossò la giacca da festa e calcò in capo la berretta nuova; la
vecchierella, ben pettinata e tutta nitida, si strinse intorno al collo
un fazzoletto di seta rossa che su l'invernale gabbano di flanella
a scacchi e sotto il candor dei capelli dava segno di primavera
e d'allegrezza; ed entrambi s'appiattarono in casa ad attendere,
palpitando. Io guardavo di fuori, dal prato.

Ahimè! Il treno giunse; ristette; ripartì; e l'attesa fu vana.

Proteste e brontolio della Rita, che aveva fatto sin la torta! Ma il
Biondo ripeteva:

— Volete scommettere che vengono con la corsa delle tre e mezza?

Ci colse. Poco dopo che fu passato quel treno, eccoli spuntare.

Ma non tutti: soli Claudio e Ortensia.

Andai alla loro volta. Moser più spontaneamente lieto di quel che non
fosse stato da un pezzo, sbraitava:

— È un'ora che ti chiamo! Ho cominciato a chiamarti dalla stazione! Sei
diventato sordo?

E Ortensia:

— Il babbo, se non ero io a trattenerlo, si metteva di gran corsa....

— Ma è l'ora questa?... — io dicevo. — E Eugenia e Mino?

Rispondevano insieme:

— Mino non ha meritato la vacanza....

— Non ha imparato la costituzione di Servio Tullio!

— La mamma ha dovuto restare a casa a far la guardia....

— Ohe! Biondo! Pulicreta! Siete ancora al mondo? — urlava Moser.

Mormorava Ortensia.... (Come bella!... Vestita di chiaro; un po'
riscaldata in viso; e si levò l'ampio cappello, e il sole la irradiò):

— Il maestro ha riferito al babbo che Mino non ha voglia di studiare
e che non passerà all'esame.... Non è da compatire? Ha sofferto anche
lui; ora si distrae. Il babbo questa volta è stato inflessibile.... Ma
— chiese forte — perchè dite che non è aria buona quaggiù?

— In primavera....

— L'aria! — m'interruppe Moser. — L'aria, sì, è sempre quella: un po'
pigra; ma buona anche qui, perchè, grazie a Dio, siamo in Italia!
Il resto, bambina mia, è mutato. Tutto mutato.... Non vedi? Io non
riconosco più nulla: mi sembra tutto vecchio!; fino quegli olmi giovani
là mi sembrano decrepiti.

Non pensava che invecchiato era lui.

— Anche la casa è sempre quella, dici tu, Sivori? Ammetto: «Salve,
dimora casta e pura!» Ma intanto il Biondo non c'è! la Pulicreta non
si vede! Bisogna cantare, invece, il _De profundis_?... Ohe, Rita detta
Pulicreta! Ohe tu che fosti il Biondo! Venite! Sorgete! Fuori!

E come Lazzaro all'imposizione di risorgere, il Biondo mosse la
testa fuor della porta, poi uscì del tutto con la berretta in mano,
inchinandosi al forestiere che fingeva di non conoscere. Moser rimase
fermo, a bocca aperta.

Diceva il Biondo:

— Io lo ravviso...., questo signore...., e non mi posso ricordare....
Corpo....! Direi che ravviso anche quella signorina lì; e sono certo,
certissimo di non averla mai vista! Certissimo!

Ma Claudio assalì il vecchio mentre faceva tal meditazione con le
palpebre basse e l'obbligò a scoprir le pupille:

— Sei tu davvero?! il Biondo?!

— Ma è lei?!... Claudio! Ah corpo!... il signor Claudio! Rita! Rita!
Venite a vedere chi c'è! Il signor Claudio! il cacciatore! l'amico
del signor Carlo....; — e intanto Moser per poco non lo schiacciava
abbracciandolo.

Ortensia sorrideva. Rise alla seconda scena, quando comparve la donna.

— Oh Vergine Santissima!: il signor Claudio!

— Oh Vergine Pulicreta!, come siete vecchia! Qua che vi abbracci anche
voi.... — E staccandosi da lei: — Una bella vecchietta, però! Camperemo
cent'anni, noi due!... Evviva!

E lei a ripetere: — Oh che matto! che matto!

Indi i complimenti alla signorina:

— Me ne rallegro tanto di vederla così bella! La mamma cosa fa? Sta
bene?

— Su, presto! Dammi lo schioppo! Due colpi, prima d'andar in paese a
trovar le vecchie conoscenze.

— Ma non si può, signor Claudio! È tempo proibito, adesso! — avvertiva
il vecchio.

— Dammi il «catenaccio» ti dico!

Il Biondo dovè portargli lo schioppo secolare, che Claudio chiamava il
«catenaccio».

Caricandolo — prima la polvere; poi la stoppa; poi i pallini, e ancora
stoppa — Moser brontolava:

— Questo almeno non è invecchiato!

— Badi, signor Claudio, che ci sono i carabinieri; il delegato può
credere che siano schioppettate di socialisti! — ammoniva ancora il
Biondo. — Ai tempi che corrono....

E io:

— Ti proibisco di tirare alle rondini!

Ne accennai il nido ad Ortensia.

— No! babbo! sii buono! — pregò essa con pietà che parve
improvvisamente ridestata in lei. — Hanno il nido!

— Lasciatemi fare! I rondoni sono scapoli!

E sparò contro una rondine, s'intende, senza colpirla.

Dopo che la colazione fu divenuta merenda e mentre Claudio e il vecchio
s'incamminavano verso il paese, io e Ortensia prendemmo il sentiero
più breve per giungere alla risaia. Ortensia non aveva notizia della
sciagura dello Zingaro; nondimeno evitai la parte ov'era stato il
«capanno» e la condussi a costa della landa, di dove più spaziava lo
sguardo. Ella guardava, con poche parole: io godevo che lo splendore
del giorno le penetrasse nello spirito. Mai più chiaro cielo; mai aria
più aulente e quieta; mai più vivaci fiori nell'aperta piana, in cui il
fieno maturava per la seconda falciatura.

La varietà dei colori assorgeva concorde dal verde come quella delle
voci in una sinfonia meravigliosa: giallo di stelline, crocifere e
ranuncoli; lilla di porrette; viola di morette, castagnole e salvie;
bianco di magnugole e nigelle, ravizzi e narcisi; rosa di ginestrine,
lupinella e trifoglio; rosso di serpillo, sorbastrella e papaveri;
porpora di graziole; cilestre e azzurro di giacinti e fiordalisi, di
poligole e buglasse....; e margherite da per tutto! Quante!

Di tratto in tratto Ortensia si chinava a spiccare un fiordaliso, o un
garofano, o un geranio campestre. Poscia tendendo la mano esclamò:

— Oh gettarsi là, in mezzo; a correre e cantare!...

— Va! — dissi io.

Ella sorrise triste:

— Non si può, senza calpestare.

Timidamente, nei tardi passi, io avvertivo che il suo sguardo era
pieno di ricordi. Ma il suo sguardo era triste, mentre in me pareva
approfondirsi la coscienza dello spirito, estendersi la capacità vitale
d'ogni senso, vibrare ogni minima forza a una sconosciuta armonia. Che
giorno!

Rapiva una letizia lieve quasi di sogno eppure tenace e valida; era
un'illusione suscitata e mantenuta dalla divina realtà intorno; un vago
desiderio, continuo, di continuo esaudito nel fluire degli attimi; e
più che la promessa della semplice felicità umana, ferveva nel sole,
nell'aria, nella terra palpitante di fecondità, una felicità certa e
immanente, naturale e sublime.

Ma Ortensia era triste....

Giungemmo all'argine. Quasi per frenare una sensazione troppo forte,
essa teneva la mano contro il cuore: attese prima di salire e disse: —
Qui l'aria mi sembra più greve.

— Anche pochi passi — diss'io — e saremo al serbatoio.

Di su l'argine mi domandò perchè la risaia era così divisa, in tanti
quadri.

Risposi:

— Perchè il vento non agiti l'acqua e l'acqua non rompa le pianticelle
ancora tenere.

— Ma dell'acqua ce n'è poca!

— L'acqua è ancora fredda, e, al contrario, la prima messe del riso ha
bisogno di caldo.

Eran dimande e risposte che protraevano altre dimande e altre risposte.
Io aggiunsi:

— V'immaginate la vita delle risaiole a strappare, ad una ad una, le
piante maligne, con l'acqua alle ginocchia, i piedi nel fango e il sole
che batte sulla schiena?

— Disgraziate anche loro! — E accennando: — Quegli alberi là?

— Sono i salici del serbatoio. Andiamo!

In breve fummo al luogo d'imbarco; lo schifo era legato a un piuolo....

— Mi fido poco io, di voi! — fece Ortensia, per un istante eccitata
dalla novità.

— Alla prova! — esclamai io sostenendola all'entrar nella barca; e
sciolsi la corda.

Ai primi colpi di remo, ella fu persuasa della mia valentia.

— Bravo! — Poscia guardando intorno mormorò quasi vinta: — Bello!

Infatti anche l'acqua sembrava riposare e godere in distesa azzurra,
chiazzata qua e là dal verde delle ninfee e sparsa di macchie, or
scarse or copiose in cannucce e giunchi, e chiusa all'ingiro dalle
sponde ombrose di salici; mentre la barca procedeva piano piano,
soavemente, per quella frescura.

Canerini di valle s'elevavano con un vocìo sottile, così lieto da
crederlo non voci di paura ma di più viva gioia nel volo.

Finchè la barca trovò adito in mezzo alla macchia più folta e ristette
dove l'acqua, bruna bruna sotto l'ombra, rivelava un brivido, al rezzo.

Udimmo uno sparnazzar d'anitre e di folaghe; poi, silenzio.

— Restiamo un poco? — io domandai.

— Sì.

D'improvviso, Ortensia esclamò: — Avete sentito?

Dopo un fruscìo d'ali e di fronde udimmo un richiamo.

Io allora feci avanzare la barca, perchè ella rimovesse le fronde. E
gettò un grido di meraviglia.

Un nido di folaghe....

Ma era giunta, finalmente, l'ora. Ella lo sentiva; io ebbi un
tumultuoso risveglio di tutto il passato: propositi, prove di
abnegazione, battaglie; vittorie angosciose; angosce di lontananza;
tormenti di gelosia; rimorsi; disperazioni; speranze; tutto, tutto
sarebbe stato inutile se io in quell'ora non avessi vinto!

Abbandonati i remi afferrai la destra di Ortensia; la interrogai a
lungo con lo sguardo prima di parlare.

Ella sostenendo il mio sguardo aspettò le parole che non poteva più
evitare.

— E la spiegazione?

Arrossì. Chiese, risoluta:

— Volete soffrire? farmi soffrire? Ebbene, son pronta! Dite dunque,
dite! Che cosa volete sapere da me?

— Perchè siete così mutata con me? Perchè mi guardate con diffidenza?
Perchè non vedo più nei vostri occhi la luce d'un tempo? Perchè,
Ortensia, mi hai detto che non ci comprendiamo più e non comprendi
tutto il bene che io ti voglio?

Stringevo la sua mano con tremito convulso. Nella mia attesa doveva
trasparire il timore d'una grande speranza che stia per mancare, di una
disperazione forse che stia per prorompere: ella ritrasse la destra,
la passò su la fronte come a diradare e schiarire una folla d'idee
confuse; poi, pallida, ma con voce più ferma della mia:

— Sono mutata: è vero; ma non solo con voi, con tutti! Vi guardo così,
come dite, perchè vi temo.

— Che male...? — Volevo dire che male potevo farle ancora.

M'interruppe:

— Vi temo perchè v'illudete e la vostra illusione ci renderà più
infelici tutti e due. Sì: non ci comprendiamo più. V'illudete!
Credete che io possa tornare quella di una volta.... È impossibile!
Riflettiamo, Sivori: che ero io una volta? Sciocca, ero. Dopo che la
mamma fu guarita — vi ricordate? — mi pareva che avessero creato il
mondo apposta per me, per la mia felicità. Quella mia spensieratezza,
quella mia gaiezza vi fece vedere in me una ragazza diversa dalle
altre.... Ma v'ingannaste: ero una cervellina come tante altre. Solo,
avevo molto cuore. Voi mi attribuiste più intelligenza di quella che
avevo e non conosceste il cuore che avevo: da qui tutto il male.

— Ah no! Se non avessi conosciuto il tuo cuore non avrei sofferto
tanto; non ti avrei amata così! Tutto il male fu nel mio amore che
non seppi nascondere; questa fu la mia colpa! Ma l'ho scontata....
Ortensia, Ortensia! Quanto soffrire! Se io fossi stato più forte, se
non ti avessi indotta ad amarmi, la passione non avrebbe fatto cattivo
un uomo che forse non era cattivo; non dovrei incolparmi della rovina
di tuo padre....

— Non è vero....

—.... e tu forse.... — almeno io lo desiderai allontanandomi da te....
— tu saresti stata felice!

Ella appuntò l'indice della sinistra verso i miei occhi.

— Vedete? Ecco come mi avete conosciuta! Pensate anche adesso che io
avrei potuto amare un altro come amai voi! Anche adesso ignorate il
bene che vi ho voluto.... È una crudeltà! un'offesa! Mi difendo, ora!
Dovete sapere tutto il male che mi avete fatto!

Sempre più concitata e pallida riprese:

— Sentite! Vi amavo fin da bambina! Per quello che udivo dire di voi
da mio padre, da mia madre, vi avrei amato anche se non vi avessi
mai visto; ma vi conoscevo. Ragazzetta, quando si parlava d'amori e
di nozze, dicevo: «Voglio sposar Sivori». A diciassette anni, quando
v'aspettavamo a Valdigorgo, dicevo: «Sono grande! sono una ragazza!,
ma non voglio pensare a nessun altro che a Sivori, voglio pensare
sempre a lui. Nessuna donna potrà mai dirgli, a Sivori, quel che gli
dirò io un giorno: ho pensato sempre a voi; non ho mai pensato che a
voi!» Veniste. Eravate così triste; infelice, malcontento di tutto.
E mi diceste se volevo essere io la vostra sorella. Sorella! Avevo
udito dirvi che bene sarebbe stato per voi quest'affetto; e mi parve
una cosa sublime. Fui felice a scorgere il bene che vi facevo. Ma ero
tanto inesperta! A poco a poco il mio affetto mutava, diveniva quale
doveva essere, come era prima, ma più grande, molto più grande! E mi
accorsi che anche voi mi amavate di più, in un altro modo. Oh allora!
Il mio amore, diventò così grande che il bene di una sorella era nulla
al confronto, era uno scherzo; un amore così grande che m'impauriva.
Io vi amavo in modo che mentre sembravo così coraggiosa non osavo
parlarvi, molte volte! molte volte tardavo a cercare di voi e avrei
voluto nascondermi; e non potevo più vivere senza vedervi. Era un
amore in cui entravano molte fanciullaggini, molte sciocchezze, forse;
ma in cui c'era anche dell'orgoglio, della fede. Non pensavo più che
poteste sposarmi: ve lo giuro! Mi bastava sapere che voi mi amavate.
Non so esprimere quel che provavo: c'era in me una vita diversa,
più forte.... Io, tanto inesperta, ingelosivo del vostro passato, io
dubitai di non amarvi abbastanza! Così vi amavo! E mi abbandonaste! Non
aveste pietà di me.... Speravate che io vi dimenticassi? Il martirio
cominciò invece con la vostra partenza! Non trovavo ragione del vostro
abbandono. Le parole che mi diceste di ritorno dalla messa erano state
un pretesto.... Come potevate credere, voi, che io potessi amare un
altro? Un pretesto! Forse voi non volevate per moglie una giovinetta?
Ma voi mi amavate: l'avevo visto! Il nostro amore, l'amore come io lo
pensavo non doveva avere paure o riguardi: era un pretesto anche la
differenza d'età! Perchè dunque? Voi nascondevate il vostro amore ai
miei; pareva un delitto.... Ebbi un dubbio....

— Quale? — domandai ansioso, con un brivido nelle vene. (Non era,
forse, un dubbio suscitato dalla calunnia di Anna,: che io fossi stato
l'amante di sua madre?...)

— Dubitai aveste, lontano, una donna amata.... Mi sarei uccisa di
rabbia; ma anche questo sospetto cadde. Il mio amore era superiore a
tutto; doveva essere il solo, il vero amore anche per voi; e avrebbe
dovuto infrangere ogni vincolo. Ridete! Mi appigliai a un'idea stupida:
che mi aveste messo alla prova.... Mia madre si maritò a diciott'anni;
quando io avrei la stessa età, sareste tornato per chiedermi ai miei in
isposa. Pazza addirittura: vi aspettavo per il dì del mio compleanno!
In questa speranza avevo ore di tal gioia, di tal fede che mi pareva
di essere felice come da bambina. Ma queste furon poche ore; quante ore
invece furono atroci!

A questo punto Ortensia passò di nuovo la mano su la fronte e disse:

— No. Son cose che non posso, non debbo confessarvi!

— Parla! — gridai io riafferrandole la mano e dimostrando con che
passione l'ascoltavo. — Debbo saper tutto il male che t'ho fatto!

— Ma non tutto il male che m'han fatto gli altri.

Col brivido di pocanzi insistetti:

— Gli altri: chi? Anna Melvi? L'ho immaginata la sua perfidia....
Parla; di' tutto!... Voglio saper tutto!

— No! — ripetè. — La perfidia di Anna aveva del resto, lo stesso motivo
del mio dolore, della mia disperazione. Anche per lei c'era un mistero.
Perchè mi abbandonaste?

Gli occhi d'Ortensia mi fissavano con intensità.

Vedevo orrore nelle sue rimembranze le pensai ch'ella mi rinnovasse
quella dimanda, conoscendo interamente la malignità di Anna. La fissai
a mia volta, e adagio, con voce divenuta sicura, e con la forza della
coscienza, le dissi:

— Ortensia! Io sono un miserabile risorto alla vita. Ma non si risorge
alla vita senza riacquistare una fede. Almeno questo credo: che mia
madre non sia morta del tutto. Il suo spirito aleggia forse intorno a
noi. Ella forse mi ode. Ebbene: per l'anima di mia madre che io credo
m'accompagni oggi teco, come in un consenso d'amore, per l'anima di mia
madre io ti giuro, Ortensia, che t'abbandonai solo perchè il mio amore
non ti rendesse infelice, perchè tu fossi un giorno sposa felice d'un
altro!

Un sorriso o uno spasimo prevenne su le labbra di Ortensia, queste
altre parole:

— Ne io nè Anna potevamo credere a tanta generosità, a una rinuncia per
beneficenza! Io avevo desiderato di morire.... Avevo messo l'amore a
pari della morte: non potevo metterlo a pari dell'interesse! E Anna....
Oh Anna spiegava le cose dal punto di vista della sua bassezza....
— Così dicendo chinò il viso e si strinse convulsamente le mani, per
frenarsi. Ma non potè non soggiungere: — Io non l'ascoltavo, Anna; però
l'udivo e le sue parole eran veleno che m'entrava nel sangue.... Voi
credete d'avere indovinato qualcuna delle sue insinuazioni? Che! furono
piccoli morsi, soltanto, nei primi mesi. Dopo, diventarono ferite che
mi squarciarono il cuore.

Tacendo di nuovo Ortensia accrebbe in me l'impressione del suo strazio.

Ma d'un tratto, con l'eccitazione a cui già l'avevo vista abbandonarsi
a Valdigorgo, proruppe:

— Sì: avete ragione! Dovete saper tutto! Il vostro giuramento accresce
i miei rimorsi, ma c'è la vostra parte di colpa da chiarire! Anna —
sentite — mi diceva: «Sivori ti ha abbandonata?» Non le rispondevo;
scuotevo le spalle. Essa sorrideva. Eppoi, dopo qualche tempo: «Sivori
è rimasto fedele a qualche antica fiamma». Il mio interrogarla,
conoscere la verità a prezzo del mio stesso dubbio! E che ne sapeva
lei? Avrei voluto sangue; e tacqui sempre. Essa lasciò passare qualche
tempo, eppoi: «Hai finalmente scoperto il mistero?» O mi compiangeva
ridendo: «Povera bambina!» Finchè disse: «Hai scoperto che l'antica
fiamma di Sivori non è a Berlino?», e disse questo in un modo, in un
modo.... Alludeva a persona vicina, a persona che io conoscevo. A chi?
a chi? Un'«antica fiamma».... Ah un pensiero orribile mi attraversò
la mente! Non volli più vederla, colei, perchè ogni sua parola mi
richiamava quell'idea orribile.... Mi accordai con Marcella per
allontanare Anna da casa nostra. Ma incominciò la lotta che doveva
durare non solo giorni; dei mesi! Pensavo: Sivori dice che il mondo
è fango. C'è tanta cattiveria al mondo che Anna forse.... s'è intesa
d'infamare mia madre? È impossibile! Chi non conosce che donna è mia
madre? Con tutta l'anima respingevo il sospetto...., il solo sospetto
che si potesse infamar mia madre. Capite? Questo solo sospetto! Ed era
nulla! Temei, sperai impazzire perchè una voce diabolica mi suggeriva
tutto quello che dicevate voi, esperto del mondo: al mondo tutto è
brutto; tutto è finzione, menzogna! Ma se questo era vero.... Ecco,
Sivori, a che fui condotta! Orribile! Era un'idea che mi balenava
coi ricordi del vostro pessimismo, della vostra sfiducia di tutto
e di tutti. «Se il mondo è fango.... non potrebbe esser vero....
quel che sembra dir Anna?» Che martirio! Se mia madre avesse visto,
allora il mio martirio! Ma l'idea assurda, atroce dava la spiegazione
del mistero: «Ecco perchè Sivori m'ha abbandonata!» Quante volte mi
gettai nelle braccia della mamma per accarezzarla, per sentire il suo
cuore, che mi perdonasse! E quante volte vi avrei scritto: — Carlo!
impazzisco.... Tornate!... — Mi pareva che al solo vedervi mi sarei
purificata l'anima e vi avrei perdonato tutto il male che mi avevate
fatto, tutto il male che mi avevate insegnato!

Non resse più oltre; nascosto il viso con le palme, Ortensia
singhiozzò. Io la pregavo, la scongiuravo di perdonarmi; non potevo dir
altro: — Perdonami.

Ma furon pochi istanti; senza badarmi, volle pur dire come nel suo
cuore aveva salvata la virtù di sua madre.

— Lottai; vinsi. Mi svegliai dal sogno. Avevo sognato che la vita,
brutta per tutti, sarebbe stata bella per noi, per il nostro amore.
In realtà, voi non mi avevate amata; mi eravate affezionato soltanto:
sorellina! Non era stato dunque un abbandono, una fuga: era stata
semplicemente una partenza, la vostra. E la malignità di Anna non aveva
altro scopo che affliggermi per la simpatia che mi dimostrava Roveni.
In realtà, io ero stata malata, ero malata; ma guarirei. Povera mamma!
Una santa! Però dovevo imparare anch'io a stare al mondo! Non dovevo
toglier subito ogni speranza a Roveni; e cercai di sopportare le sue
maniere; di vincere l'antipatia che a poco a poco suscitava in me.
Ma quando tentò d'imporsi con le minacce, quando tentò di profanare
il segreto dell'anima mia, gli risposi no! Ricaddi; lottai di nuovo;
dubitai di non guarire mai più e invocai una sventura. La desideravo
per sottrarmi a quel martirio; per avere un dolore diverso.... Vi ho
amato?

— Povera Ortensia! — io mormorai, con un nodo alla gola.

— La sventura venne. Voi tornaste. E io vinsi ancora: con la coscienza
tranquilla potei chiamarvi fratello.... Non avreste dovuto esser altro
per me; non sareste più altro. Così avevate voluto voi un giorno, così
vi ripetei. Lo stesso vi ripeto oggi.... Dunque che pretendete?

— Che tu mi perdoni....

— Vi ho già perdonato.

— Non mi basta!

— Io ho per voi la gratitudine di una sorella che vi deve più della sua
vita!

— Non mi basta! — gridai affannoso, fuori di me. — Non mi basta
perchè io t'amo come tu mi amavi un tempo; e tu devi amarmi come io ti
amo! Per il mio amore devi amarmi; per tutto quello che m'hai fatto
soffrire, e non sai; per tutto quello che t'ho fatto soffrirei! Devi
amarmi per queste lagrime; per le ferite che m'hai inferte oggi; per
la debolezza che un tempo mi faceva temere e desiderare la morte e
per la forza con cui oggi ti chiamo alla vita! Io debbo la vita a
te; ma tu non hai il diritto di togliermela: me l'hai data non solo
a prezzo d'amore, ma di dolore! Quando l'esistenza m'era divenuta un
peso inutile, per te riacquistai la facoltà di amare; ma appresi anche
che c'è qualche cosa di più alto dell'amore: il dolore. Mi sollevò il
dolore; mi diede forza il dolore, mi diede fede e bontà il dolore! Ecco
perchè devi amarmi come ti amo, come mi amavi!

Scuoteva il capo. Senza guardarmi mormorò:

— Sono forse in preda di una malìa? Mi pesa sul capo una maledizione?
Credetemi, Carlo! non posso più amare così; non sono più degna di
essere amata così! Nel cuore alle volte mi par d'avere una pietra, un
pezzo di ghiaccio; mi pare di essere condannata a un'eterna tristezza.
Quei fiori che abbiamo visti laggiù come son belli!: ma non per me.
Oggi è una giornata meravigliosa: ma non per me. Voi siete buono: ma
non per me.... Ho nell'anima la vostra tristezza d'un tempo; la vostra
disperazione.

Con le mani nei capelli esclamai:

— Adesso capisco tutto il male che ti ho fatto! — Vedevo la distruzione
di quell'anima; irreparabile.

Meglio morire!

Oh morire tutti e due!...; travolgerla meco nel lago!...

Essa disse:

— A mio padre gli han confitto le spine nella fronte, ma poi gli han
detto: sei una vittima. A mia madre le han gettato il fango addosso;
ma lei lo ignora. Io sì che ho ingoiato tutto il fiele.... Come potrei
amare? Che moglie, che madre sarei io? Che dovrei insegnare, io, ai
miei figlioli? A odiare! Ho l'odio nel sangue, Carlo! Non posso più
piangere.... E volete che ami!

.... Travolgerla meco nel lago. Finire!

Di contrasto il pensiero mi ricorse a Eugenia.

— Tua madre.... Tua madre sa.... di me?

— Sa il bene che vi volli....

— Dunque anche tua madre benedirebbe il nostro amore!

Ortensia sembrò non udirmi. Immobile, tendeva lo sguardo, come perduto
innanzi a sè, all'orizzonte. Il sole calava sanguigno e l'acqua ne
rendeva quel rossore di sangue. A un tratto....

— Ortensia! — gridai — Ortensia! — l'invocavo ebbro di gioia. Non
m'ingannavo!

I suoi occhi risplendevano dell'antica luce....

Disse piano:

— Vi ricordate, quand'ero ragazzetta, quel giorno che ci sorprendeste
sul prato del convento? Vi lasciammo lassù, solo. Ma io tornai da
voi.... Era un tramonto così.... Come ero felice, allora!

Scoppiò in pianto dirotto. Salva! Io la trassi al mio petto, al mio
cuore: salva!

E i miei baci ricuperarono quell'anima.



VIII.


In piedi su la porta di casa, con le mani ai fianchi, la Rita era
contemplata di sottecchi dal marito, che col naso e i bargigli più
rossi del solito e la berretta un po' disorientata, le sedeva di
fronte.

In quell'accordo idilliaco i coniugi aspettavano tornassi dall'aver
accompagnati gli ospiti alla ferrovia per ammettermi al discorso, che
ad essi suggeriva un'idea contemporaneamente venuta al loro pensiero.

Non sospettavano che la stessa idea fosse venuta anche a me; e a
meravigliarli già bastava il fatto di esserne illuminati ambedue in
una volta. Anzi la combinazione avrebbe avuto del miracolo se in essi
fosse stata minor opinione della loro furberia e pratica del mondo.
Però anche ai furbi bisogna prudenza quando hanno da aprir gli occhi a
chi li tien chiusi di sua propria volontà.

E per aprir gli occhi a me, lui, il Biondo dagli occhi soppiattati,
cominciò a dire alla moglie:

— Il signor Claudio dimostra più anni di quel che ha.

La moglie assecondava.

— Sicuro!; lo dico anch'io; è sempre un matto allegro; ma ha fatto i
capelli bianchi.... Eh, a stare al mondo!...

— Un uomo troppo buono. Lo so io se ha del cuore! Quando gli ho detto
della vedova dello Zingaro è andato subito al portamonete.... M'ha dato
troppo, vi dico!

— Il Signore gliene renderà merito; gli farà crescer bene il figliolo;
gli mariterà bene anche quest'altra figliola.

Pausa. Eppoi il Biondo, accomodandosi la berretta e sollevando le
palpebre verso di me:

— Che bella ragazza!

— Bella e buona — aggiunse la Rita.

Io domandai:

— Come fate a saperlo che è buona?

— Si vede!

— È figlia di suo padre!

— Sta a vedere che il signor Carlo verrà a dirci lui, adesso, che è
cattiva!

La Rita, così dicendo, rideva.

Proseguivano:

— Ha degli occhi che parlano.

— Ehm! Non vorrei io che invece di lei, poverina, fosse cattivo
qualchedun altro con lei!

— Cosa intendete dire? — domandò, furbo, il marito.

— Niente! niente! Una mia idea....

— A Molinella — affermò il Biondo — non c'è mai capitata l'uguale. Ce
n'è, qui, delle ragazze che hanno una bella dote? Ma tutte bùggere!
aria! fumo!

— La più bella dote sta nell'affezione....

— Bene! Ho un'idea anch'io, se volete saperla: che l'affezione c'è, a
quest'ora, e come! Con quegli occhi che parlano.... Si vede!

— Ma siete matti da legare! — gridai io, finalmente. Press'a poco con
lo stesso tono avevo dato un giorno dello sciocco al cavalier Fulgosi.

E la Rita: — Non ve l'ho detto che il cattivo questa volta è lui, il
signor Carlo?

— Ma non sapete — gridai di nuovo — che potrei essere suo padre?

A questo grave argomento la Rita oppose un proverbio: «Se il
marito non è in età, la moglie giudizio non ha». E il Biondo oppose
un'argomentazione che tagliava la testa al toro, meglio dei proverbio:

— Se lei, signor Carlo, avesse i miei anni, poh! avrebbe ragione
di pensarci su; ma se io avessi suoi...., ah! corpo di....! non ci
penserei su tanto!

Quindi la Rita avanzò di due passi verso me parlando più seriamente che
mai.

— Vuol campar sempre solo come un cane? Quando siam morti noi, chi ci
ha più, al mondo?

— Dove vuol trovarla una ragazza così a ragione? — insistette il Biondo
alzandosi e avvicinandosi anche lui per stringermi con la moglie come
in una tanaglia.

Io finsi un principio di resa.

— E se la ragazza non mi volesse?

Peggio che peggio! Non concepivano nemmeno che una donna potesse
rifiutar la fortuna di essere posseduta da me.

— Se questo fosse — disse il Biondo — mi sbattezzerei, quant'è vero Dio!

E la Rita scuotendo le spalle e abbandonandomi alla mia cattiveria:

— Ma lasciatelo cantare! Credete che non lo sappia che è innamorata
cotta, la poverina?

Però il Biondo e la Rita sarebbero stati meno entusiasti di Ortensia
quando avessero conosciuta questa lettera, che ricevevo il giorno dopo:

      _Carlo_!

  Vi ho promesso di scrivervi, ierisera, ma non vi ho detto il
  perchè.

  Io vi voglio bene, vorrei correre da voi, dirvi: sono vostra per
  sempre e saremo felici!

  Ma per quanto saremmo felici? Con quali dolori saremmo condannati
  a scontare la nostra felicità? Non di voi diffido! non di voi!
  Diffido di me e del destino. Non è debolezza che mi trattiene,
  credetemi, Carlo! È forza, è resistenza; perchè io non voglio
  veder soffrire per me, per causa mia!

  Mi direte che saremo più infelici a non essere congiunti, a vivere
  separati così, poichè ci vogliamo bene; direte che io non vi amo
  come mi amate voi. Invece io sono orgogliosa del vostro amore e
  vorrei abbandonarmi a voi senza più temere, per la vita e per la
  morte!

  Ma ora sento d'aver fatto più male io a voi che voi a me e temo
  di dovervene fare ancora. Temo, temo..., e vi scongiuro Carlo:
  riflettete! non sono più quella di una volta. Che non dobbiate
  pentirvi! Ve ne scongiuro piangendo, ora che posso piangere!

Ah per voi due, Biondo e Rita, questa ragazza ha meno giudizio di
quel che pareva? Per voi, quando una ragazza ha chi le discorre di
buon animo e lei gli vuol bene, non ci dovrebbero più essere tante
dubbiezze?

Ortensia non dovrebbe piangere, ma cantare a squarciagola, come ai
vostri vent'anni, o Rita?

Ebbene; sentite, cari vecchi! Io vi assicuro che Ortensia diventerà mia
moglie!

                            . . . . . . .

(E Roveni?)



IX.


La mia gran fede, che aveva riscossa e commossa quell'anima, la
riscaldava a poco a poco.

Diverse espressioni ricorsero nelle sue lettere che significavano in
lei il prossimo, compiuto ritorno a sè stessa. Questa, per esempio:

  Ho sognato che mi passavi una mano su la fronte e così mi toglievi
  ogni antico male, ogni brutto ricordo. La dolcezza del sogno m'è
  rimasta tutt'oggi nelle vene; mi è parso di sognare tutt'oggi e di
  vivere in uno splendore.

Le mie visite non erano frequenti. Essa mi imponeva lo stesso riserbo
che per il passato. Perchè?

Diceva: — Voglio aver la consolazione di dire io al babbo: «Io sono più
ostinata di te, ma Sivori è più ostinato di noi due insieme! Si è messo
in testa di sposarmi, e bisognerà cedere!»

Quando direbbe ciò?

Oh anche in questo indugio, che sembrava un capriccio, c'era tanta
delicatezza! Prima di tutto io comprendevo tacitamente il perchè voleva
rivelar lei al padre il nostro segreto.

Per quanto ottimista, Claudio come resterebbe se la notizia gli venisse
da me o se Eugenia gli dicesse: — Sivori domanda la mano di Ortensia?
— D'un amico come me non era da dubitare gli domandassi in moglie la
figliola in compenso dei quattrini che mi doveva; ma, insomma, per
quei maledetti quattrini gli potrebbe essere amareggiata una gioia che
Ortensia sperava piena e perfetta se lasciassi fare a lei.

Poi Ortensia non aveva torto del tutto quando esclamava:

— Abbiate pazienza, signor dottore! Volete che i miei credano che sono
tornata buona solo per voi? che torno allegra, solo per voi, che non
penso che a voi?.... Ho dei rimorsi — aggiungeva più piano. — Con mio
padre, quando si sforzava di nascondere il suo dolore, ero sgarbata
e urtante; avrei voluto vederlo soffrire come soffrivo io. E con
la mamma, quando mi ribellavo alle sue parole di conforto, alla sua
rassegnazione? Mi ricordo di certe sue occhiate che adesso mi sembrano
quelle di una povera creatura ferita a morte, tant'ero irritata,
cattiva!... No, Carlo: è troppo presto dire a lei e al babbo che sono
disposta ad abbandonarli. Lasciamo passare almeno qualche mese, che
s'avvezzino un po' a questi luoghi, a questa solitudine....

— Ma credi che tua madre non ci legga in faccia il nostro segreto e non
ne goda? — le dicevo io.

— Non importai Vorrei anzi che indovinasse tutto; anche la nostra
riserbatezza. Così si abituerà meglio all'idea del mio abbandono.

.... Io andavo alla Ca' Rossa due o tre volte la settimana.

O di giorno o di sera, erano ore di felicità.

Ivi, alla Ca' Rossa, avanzando l'estate, mi ristoravo in quella
frescura spirituale che v'infondeva la novella quiete.

Ortensia m'appariva più bella nella veste umile, con il lungo grembiule
attinente alla persona ardita e disinvolta; e la gola, che sorgeva
bianca dal corpetto un po' scollato, e la nuca scoperta sotto l'onda
dei capelli copiosi strettamente raccolti, davan cenno di forme che la
salute rifiorendo renderebbe in breve tempo perfette. Più era lieta se
colta in faccende di massaia o di giardiniera. Perchè già il lazzeruolo
proteggeva una corona di molti vasi in cui era solo da temere l'eccesso
dell'acqua che Mino v'impartiva; ed erano questioni con la sorella,
che pareva averli inventati lei i garofani e i gelsomini e l'arte di
coltivarli!

Dall'altro lato della casa schiamazzavano galline in un piccolo
recinto, e Ortensia sperava ricavar tante ova da farne spedizione fin
a Milano; ma un _cocodè_ poco naturale rivelava spesso che Mino a ber
le ova cantava con la stessa gioia che le galline a farle. Ah quel
Mino! A sentir lui non gli piacevan solo le ova fresche; gli piaceva
anche l'astronomia. Nell'infinito riscintillamento di una sera senza
luna accennai ad Ortensia massaia che anche in cielo passeggiava una
chiocciola con un drappello di pulcini; e Mino cominciò a pretendere
gli dicessi i nomi di tutte le stelle: tutte!

Infatti, oltre che la Stella Polare gli insegnai a riconoscere la
smeraldina Vega e il rubicondo Antares, Arturo e il Delfino, e, benchè
pianeti, Marte e Giove.

Disgraziatamente gli esami di Mino pretendevano ben altro!; e durante
il giorno egli faceva altro che studiar grammatica, aritmetica e
storia: martellava, inchiodava, impiastricciava dei più vivi colori
certi fogli che avrebbero sbigottito fin un pittore impressionista.
Incarcerato nella sua camera, vi declamava per cinque minuti i verbi
irregolari o la costituzione di Servio Tullio; poi governava una tribù
di formiche restìe ai suoi ordini. Redarguito, rispondeva piangendo
d'aver appreso a scuola che chi studia troppo, muore; e poichè il
troppo è relativo all'indole e al giudizio delle persone, asseriva
in coscienza che studiare due ore al giorno era per lui uno sforzo;
e gliene doleva sinceramente perchè avrebbe voluto diventar ingegnere
navale o ufficiale d'artiglieria.

Di conseguenza, a luglio fu bocciato agli esami in tutte le materie
(in astronomia non l'interrogarono). Dopo di che gli pesò addosso la
minaccia di essere messo in collegio se non riparasse in autunno.

Perciò avrebbe studiato in luglio e in agosto più di due ore al giorno,
a costo di morire, se per distrarsi dalla pesante minaccia del collegio
non avesse anche studiato la marcia reale al suono di un'ocarina di
terracotta, e se non avesse dovuto perfezionarsi al tiro al bersaglio
per divenire un bravo ufficiale d'artiglieria.

Mio buon Mino!



X.


.... L'8 settembre, giorno di festa, Ortensia mi scriveva:

  Sono felice, oggi! Se tu fossi qua, Carlo, saresti felice come me
  a vedere che oggi io sono proprio quella d'una volta. Domandalo
  alla mamma se non corro e canto e non l'abbraccio così forte
  che essa è costretta a dirmi, come allora, cervellina! Tutto il
  brutto è passato; non mi ricordo più di altro che ti voglio molto
  bene, che vi voglio tanto bene a tutti e che.... Zitto, signor
  dottore! Mi guardo nello specchio; vediamo la sposa.... Poh!;
  non c'è male.... Il merito sai di chi è? dell'aria e della festa.
  Non senti anche tu che la festa è nell'aria, oggi? Dottore, se vi
  vedessi sorridere da incredulo mi dispiacerebbe, perchè io alla
  messa ho pregato per la nostra felicità e perchè sento proprio
  che la mamma ha ragione; bisogna aver fede. In questi luoghi
  cantano le litanie in un modo malinconico; eppure quando le donne
  e i ragazzi hanno finito il canto, mi pareva che tutti dovessero
  essere felici come me.

  Quando siamo tornati dalla chiesa io e Mino, il babbo ci è venuto
  incontro tutto allegro anche lui e mi ha domandato: — Sivori viene
  oggi?

  Tu forse sospetti che egli cominci ad aprir gli occhi? No, no! sta
  sicuro! Solo non può ammettere che si stia allegri in casa senza
  la tua presenza. Gli ho detto che verrai domenica.

  — Domenica non è oggi, — ha brontolato lui — e mi pare anche a me
  che questo sia vero.

  Oggi avresti dovuto esser qui! Ma chi sa che prima di sera.... Se
  giungi, dico tutto al babbo, oggi....

  P. S. Invece di te è arrivata una lettera di Marcella che annunzia
  per sabato o domenica la sua venuta con Bebe e con.... Non te lo
  dico con chi verrà invece di Guido; no e no!

  La venuta di Marcella mi darà più forza per aprir gli occhi al
  babbo e per salvar Mino dal collegio.

  Non voglio che restino qui soli, quest'inverno, i nostri vecchi!

E chi pensava più a Roveni?



XI.


Colui il quale invece di Guido accompagnò Marcella a trovare i suoi
era, manco a dirlo, il cavalier Fulgosi. Ma per che complesse vicende
famigliari la gelosa signora Fulgosi se n'era andata in licenza a
Varezze con il tenente Piero suo figliolo, lasciando o relegando
il marito a Valdigorgo? Forse la sua fosca gelosia s'era spenta al
brillare delle spalline figliali? O la gloria delle figliali imprese
l'inteneriva come l'avevano inasprita un tempo quelle del marito, e
lui, il cavaliere, godeva di una relativa e nuova libertà? O con quali
finezze diplomatiche giustificava egli le sue scappate da Valdigorgo a
Milano e meritava il permesso d'accompagnar Marcella a Bologna?

Non so e non m'importa rispondere; so che il cavaliere m'accolse alla
Ca' Rossa con tutti gli antichi segni di deferenza e ammirazione. Mi
avvertì subito che la scienza aspettava ansiosamente il profitto dei
miei studi sulla malaria, o la pellagra, o il tifo, o il socialismo,
o qualche altra malattia fisica o morale o sociale per cui mi fossi
umiliato a medico condotto a Molinella.

Io intanto ammiravo lui. Con risoluzione eroica egli aveva raso dal
mento e dalle ganasce la stopposa barbetta, conservando solo, per un
più adeguato uso della tintura, gli esili baffi; e i capelli lasciati
crescere dove ce n'erano e appiccicati a ricoprire, con economia, la
lacuna nel bel mezzo del cranio, gli facevan da parrucca. Rideva ora a
bocca un po' più stretta per attenuare la novità di qualche dente. E
anche l'abito bigio, attillato, e il gilet bianco e il ventaglietto,
che gli risparmiava troppe assidue contemplazioni di sè medesimo
nello specchio del pettinino, gli conferivano un'aria di baldanza tra
giovanile ed estiva.

Marcella, la florida Marcella, trovò opportunità a narrarmi che
partendo da Milano il cavaliere s'era messo in mente d'apparire, agli
occhi dei viaggiatori ignari, quale suo marito e padre del bimbo. In
vagone egli aveva discorso in modo da evitare l'uso del _lei_, e fino
a un certo punto c'era riuscito. Ma quando Marcella aveva udito uno
dei compagni di viaggio susurrare a un altro: — Che moglie giovane ha
quel vecchietto! — aveva essa rotto l'incanto dicendo, per una dimanda
qualsiasi: — Scusi, cavaliere....

Egli però si era consolato ad ogni stazione con l'esporre dallo
sportello il bambinone, che accarezzava paternamente senza timore di
passare per nonno.

A dir vero la timida Marcella, che rideva così di gusto, si era fatta
ardimentosa! Ne diede prova anche più vivace mentre io e Ortensia ci
rubavamo il suo Bebe. Ortensia pareva divorarlo a baci fragorosi, ed io
glielo rapii.

— _Tivovi_! _Tivovi_!

— Vuoi più bene a Sivori o alla zia? — gli chiese la madre.

Risposi io ch'egli voleva più bene a _Tivovi_, perchè lo baciava meno
forte e non gli faceva male e lo faceva trottare su di un ginocchio.

— Già! — esclamò Ortensia fingendosi irritata meco: — io faccio del
male anche quando faccio del bene? Cattivo! Oh come è cattivo Sivori!

E Marcella:

— Chi non vi conoscesse direbbe che siete cane e gatto, voi due!

Dimandò Ortensia:

— Ci conosci, tu?

— E come! Tutti e due.... (si battè coll'indice in mezzo alla fronte
per dire che avevamo entrambi poco giudizio). Se vi metteste d'accordo,
una buona volta!

— Faremmo una pazzia sola — io dissi ridendo.

— Ma la fareste finita: sarebbe ora!

Guardai Ortensia. Ella esclamò:

— Io non voglio, farla finita! Sempre cane e gatto noi due! E il gatto
sono io!

Soffiava contro al bambino e lo minacciava con le unghie.

Egli mi sfuggì, per rincorrerla.

Allora Marcella mi susurrò:

— Se il babbo non fosse cieco, o io potessi parlare....

— Zitta!

— Sì, sì: starò zitta; ma è ora di finirla! Aspettatevi un tiro
birbone, Sivori!

Ed io m'aspettai il tiro birbone. Chi m'avrebbe mai detto che Marcella
me ne giocherebbe non uno ma due, e uno più ardito dell'altro?

Dopo colazione, Bebe e il cavaliere — che ci promise una grande,
strepitosa notizia per l'ora del desinare, _entre la poire et le
fromage_ — andarono a godersi un meritato riposo; e mentre Ortensia
attendeva a faccende e Claudio e Mino conversavano fuori all'ombra con
Cleto l'ortolano, Eugenia mi disse che lei e Marcella avevano una cosa
da dirmi.

Marcella m'aspettava nella camera da pranzo. Su la tavola era un
piccolo pacco e a quello ricorsero gli sguardi delle signore, che
sorridendo l'una all'altra non mi celavano un grande imbarazzo.

— Parlo io o parli tu? — chiese Eugenia alla figliola.

— Tu, mamma. Sivori mi mette sempre un po' di soggezione.

— Poco fa non si sarebbe detto — osservai io, ridendo. E Marcella:

— Ma adesso si tratta di tutt'altra cosa!

— Che cosa mai?

Eugenia cominciò:

— La notizia, che il cavaliere ci ha promessa speriamo sia bella, ma
è più bella questa che vi diamo noi ora. Grazie a Dio, Learchi s'è
riconciliato con Guido.

La figliola scosse il capo:

— No, mamma; non cominci da quello che importa di più a me e a Guido.

E rivolgendosi a me:

— Anche voi dovete esservi meravigliato che Guido non facesse nulla
per mio padre, quando avvenne la disgrazia. Allora tutti i rimproveri
cadevano su di me. Ortensia....

— Questo è inutile — interruppe Eugenia. — Basta che Sivori sappia la
minaccia di tuo suocero....

— Appunto! Noi non lo dicevamo, ma mio suocero aveva minacciato di
diseredare Guido. Avete capito? Odiava tutti; me più di tutti, e la mia
creatura....

Necessariamente Guido non aveva potuto compromettersi ad aiutar Moser
con quel pericolo addosso: che alla morte del padre gli rimanesse solo
la parte legittima dell'eredità.

Ripigliò Eugenia: — Il vostro intervento, Sivori, ebbe anche l'effetto
di mitigare quell'uomo.... — E alla figliola: — Racconta tu....

— Adagio, mamma! Prima bisogna dire che cosa la signora Redegonda mi
scrisse dopo che il marito ebbe recuperato il suo avere. Mi scrisse
che quell'avaraccio riteneva il dottor Sivori un gran galantuomo e
cominciava a ritenere l'ingegner Roveni una canaglia. Allora lei non
lo lasciò più vivere; gli diceva sempre: — Bella figura avete fatto
col dottor Sivori quando venne a trovarci! Bella stima avrà di voi il
dottor Sivori a udire che odiate fin il vostro sangue!; — e così via.

Dopo aver disposto il marito a vergognarsi, un bel giorno la signora
Learchi aveva detto di voler andare a Milano. Il marito rifiutava di
accompagnarla. — Andrò sola — disse lei.

E sì che la signora Redegonda non aveva mai viaggiato da sola; non era
uscita da Valdigorgo che due o tre volte in vita sua! Il marito dovè
cedere; l'accompagnò; ma giurò che non avrebbe messo piede nella casa
di suo figlio.

E la signora Redegonda: — Ci andrò sola. Mi aspetterete su la porta. —
Ma quando furono su la porta giurò a sua volta che non sarebbe discesa
finchè il marito non fosse salito a prenderla.

Di nuovo animosa e rapida Marcella riferiva la scena intercalando
frequenti: avete capito? capite?

— Guido, capite? arriva a casa e vede.... suo padre con nostro figlio
in braccio!

Anche Eugenia rideva di gusto.

Già: Learchi era salito; era entrato in casa chiamando ferocemente:

— Redegonda! Andiamo via! Vado via!

Ma la moglie voleva desinare, prima. E si era messa ad apparecchiar la
tavola, mentre Marcella fingeva di preparare in fretta il desinare già
preparato.

Bebe piangeva a veder quel vecchiaccio; la signora Redegonda glielo
pose in braccio perchè lo quietasse lui. Allora arrivò Guido.

— Bella scena! — ripetevo io.

Ma Learchi si era vendicato a tavola; perchè tra un boccone e l'altro
non aveva risparmiato mortificazioni, e alla fine si era alzato dicendo
al figlio:

— Il vino è amaro; ma ho mangiato bene.... Buon pranzo; bella casa!
Devi guadagnar molto.

Guido colse la palla al balzo:

— Guadagno abbastanza; se continuo così, in pochi anni pago i debiti.

Immaginarsi la faccia del Cerbero!

— Debiti! Debiti! Hai dei debiti?

Era una bugia credibile quella di Guido, giacchè Learchi ignorava gli
aiuti che la signora Redegonda dava a Guido.

Marcella proseguì:

— Debiti! debiti! — urlava il vecchiaccio. — Andiamo via! Via! —
Strappò seco la signora Redegonda, la fece sin piangere.... alla sua
maniera.

— Ride anche quando piange — notò Eugenia.

— In conclusione.... Adesso parla tu, mamma....

(Eravamo al _quia_ e Marcella perdeva l'animo tutto in una volta).

— In conclusione, qualche tempo fa la signora Redegonda ispedì a Guido
una certa somma, quella lì sulla tavola, che ottenne dal marito perchè
il figlio pagasse alcuni debiti. Oh non una gran somma! Ma per di più
la buona donna annunciava che Learchi assegnava al figlio un tanto al
mese, sempre per estinguere quei famosi debiti e non farne altri.

— Guido però ne ha abbastanza, per la famiglia, di quel che guadagna e
dell'assegno materno....

— Guadagna davvero, Guido — asserì Marcella.

—.... e Guido desidera assumersi lui il credito che avete voi con
Claudio.

Me l'aspettavo!

— Capite? — interloquiva Marcella per aiutar la madre. — Non abbiamo
più alcun timore per l'eredità.... La belva è ammansata. Senza
sacrificio possiamo mettere in disparte qualche cosuccia ogni anno....

— Eccovi intanto cinquemila lire in contanti — conchiuse Eugenia
porgendomi il pacco, e quindicimila in cambiali in bianco, con la firma
di Guido e della signora Redegonda.

Che dire?

— Non vi offenderete.... — pregavano a una voce Eugenia e Marcella.

— Lo sa Claudio? — domandai.

— Sì; e trova giusta la cosa.

Allora dissi:

— Sia dunque fatta la vostra volontà! Ma vi dichiaro che non credo sia
della signora Redegonda la parte principale di questa storia: è vostra,
cara Marcella.

Ella rise, pur protestando:

— Ho detto la verità; credetemi.

Eugenia mi porse la mano.

— La restituzione della somma non ci sdebiterà con voi. La nostra
gratitudine è anzi più grande perchè non ve ne avete a male.

Eh! Altro che avermene a male! Accettando, affrettavo la mia felicità.
Infatti Marcella preparava il secondo tiro; e si valeva questa volta
del fratello per lanciare una bomba a dirittura.

Mino in quel giorno di festa passeggiava e correva per ogni parte con
un libro (chiuso) in mano; tanta aveva voglia di studiare! Con Marcella
abbondava in carezze: a un certo punto si vide che le confidava le
sue pene. Ne seguì un lungo colloquio; ma mentre fratello e sorella
andavano a braccetto su e giù per la loggia, m'insospettirono le
occhiate che il ragazzo mi volgeva di traverso. Poi, a un tratto, egli
cercò Ortensia e le balzò al collo a baciarla senza dir nulla. La udivo
gridare per liberarsene:

— Diventi matto?

Che diavolo mai gli aveva suggerito Marcella?



XII.


Prolungando la nostra aspettazione e acuendo la nostra curiosità il
cavalier Fulgosi accresceva l'importanza della notizia che ci aveva
promessa.

— Cavaliere, la notizia? — La notizia, cavaliere?

Resistè fino a mezzo il desinare; poi solennemente, dall'alto della sua
prosopopea cominciò:

— Signore e signori! Ho, non dico l'onore, non dico il piacere, ma
la _bonne chance_ di parteciparvi per primo che l'esimia artista di
canto signorina Anna Melvi da qualche giorno ha giurato fede di sposa
all'egregio giovane signor....

— Ingegner Arturo Roveni! — conchiuse precipitosamente Marcella.

A un oh! di stupore seguiron particolari commenti.

— Disgraziata! — fece Moser.

— Bene accompagnati! — mormorò Ortensia.

E Eugenia guardandomi:

— Così va il mondo!

Io tacevo. Provavo un senso di nausea e nello stesso tempo
un'apprensione di malefizio.

— Che interesse ha avuto Roveni a legarsi a quella donna? — chiesi al
cavaliere.

— Anna guadagna molto — Marcella disse ingenuamente. — Canta benissimo.

— Benissimo! — ripetè il cavaliere, che era rimasto deluso dalla
consapevolezza di Marcella. — Ma se ella, signora mia, ha appreso
dai giornali ciò che io ho appreso per partecipazione diretta, ella,
mi consenta dirlo, non può sapere il perchè o i perchè di questo
matrimonio. Io sono in grado di rispondere alle dimande del dottor
Sivori.

Si fece assoluto silenzio; ma allora l'eloquenza del cavaliere arrembò
dinanzi a una difficoltà non preveduta nel primo slancio. Bisognava
parlare in modo da non offendere orecchie caste, e proprio allora non
gli vennero in mente frasi inglesi che fossero del caso.

— Sono due le versioni che corrono di così inopinato avvenimento.
Secondo l'una.... ehm!... si tratterebbe di.... riparazione. Mi spiego?
L'ingegnere.... ehm! si sarebbe lasciato cogliere dalla signora Melvi
madre....

— Basta! — esclamò Claudio. — Se continua, cavaliere, chi sa dove va a
finire!

— Secondo l'altra versione, che ho da miglior fonte....

— Sentiamo! — interruppi io —; perchè la prima è inverosimile. Roveni
non è uomo da riparare!

— Secondo, dicevo, una miglior fonte, un _gentleman_ inglese del
Transvaal, capitato a Milano quando Anna cantava al _Lirico_, se ne
sarebbe innamorato e....

— Avanti! — comandò Moser.

L'oratore proseguì di corsa:

—.... l'inglese avrebbe offerto un impiego nelle miniere all'ingegner
Roveni, altro ammiratore della diva, e l'ingegnere avrebbe sposata la
diva per compenso, e tutti e tre en bon ménage sarebbero partiti da
Milano alla volta del Transvaal. Mi sono spiegato?

Moser rispose: — Anche troppo!

— Questo è certo che gli sposi sono già in viaggio.

Dopo una pausa Fulgosi mi domandò se la seconda versione mi pareva
più verosimile ed io risposi che la credevo nel vero. Era uno scandalo
degno dei personaggi!

—.... Per _savoir vivre_ — il cavaliere concluse senza più timore di
pericolare — bisogna _savoir faire_. La fortuna il più delle volte è
soltanto _ruse_.

Ora bisogna sapere che quando il cavaliere parlava, Mino l'ascoltava
con ammirazione manifesta. Che brav'uomo!, pareva dire il ragazzo ad
ogni vocabolo francese o inglese ch'egli non capisse.

Ma di ciò che non capiva Mino non aveva mai chiesto schiarimento; forse
per una riverenza quasi religiosa che gli imponeva di non sciupare
l'efficacia del misterioso eloquio, o forse perchè pensava: verrà il
giorno che ti comprenderò anch'io! Se non che a quella parola _ruse_,
o fosse per la sua propria singolarità di suono o fosse per il modo
perfettamente parigino con cui il cavaliere la pronunciò, il ragazzo
rimase sbigottito. Che conseguenza ebbe questo sbigottimento! Produsse
lo scoppio della bomba che Marcella aveva predisposta e affidata al
fratello, dopo colazione.

— _Ruse_ — Mino si provò a ripetere. — Cosa vuol dire?

Io, che avevo visto negli occhi di Eugenia e di Ortensia quant'esse
disdegnavano la teoria del cavaliere e che sentivo il bisogno di
sfogarmi, risposi:

— _Ruse_, nel significato che vi attribuisce il cavalier Fulgosi,
vuol dir accortezza per far quattrini a prezzo dell'infamia; vuol dire
sguazzare nel fango senza affogarvi; vuol dir l'abilità di contaminare
la virtù, l'onore, la dignità umana senza incorrere in alcuna pena.

Il cavaliere s'inchinò esclamando: — Bravo!

Ma tant'è la significazione che può assumere una parola, che Moser
rivolto a Mino aggiunse per conto suo:

— Quella parolaccia vuol dire anche che non sempre chi ha ingegno, è
bravo, ha voglia di lavorare, è un galantuomo. Chi poi non ha nemmeno
voglia di studiare....

Ne prevedesse, del tutto o in parte, la conclusione morale Mino
interruppe il padre con un'affermazione che gli pareva incontestabile:

— Io sono un galantuomo!

— No — ritorse l'altro, inquieto. — Chi non ha voglia di studiare non
è un galantuomo!

Ma Mino non tacque. Consultò, guardandola, Marcella, e nel modo di chi
medita tra sè e sè, disse:

— Adesso dovrò studiare più di due ore al giorno perchè non ci posso
più andare, in collegio.

— Eh?!

A quell'eh?! paterno ma feroce io e Ortensia ci scambiammo un'occhiata
che diceva «ci siamo», e invano Ortensia cercò di trattenere il
fratello chiamandolo a nome; anzi fu peggio.

— In collegio non ci vado più! — il ragazzo rispose, risoluto, a suo
padre.

Questi con uno sguardo più feroce che mai gli imponeva di chiarire il
perchè di così nuova oltracotanza; e la spiegazione precipitò mentre
Marcella abbassava gli occhi sul piatto.

— Chi ci resta con te e la mamma se Ortensia sposa Sivori?

Che cosa accadde alla rivelazione? Non è difficile immaginarlo. Io feci
una risata sciocca; Ortensia, rossa rossa, gridò: — Ma Mino! —; Mino
gridò: — È stata Marcella! —; Marcella gridò: — Non è vero! — in modo
da confermare l'accusa; Eugenia sorrideva guardandomi e il cavaliere
era già in piedi col bicchiere in mano e un _toast_ sulla punta della
lingua, aspettando che Claudio deponesse la forchetta. Perchè Claudio
faceva paura, in parola d'onore: i suoi occhi partendo da Mino avevano
scrutato foscamente ogni volto intorno alla tavola e a scorgere gli
indizi di una complicità universale egli era rimasto con la bocca
aperta, non per ricevere il boccone che la forchetta tratteneva a
mezz'aria, ma per lasciar passare un'esclamazione tremenda che non
voleva uscire. Per fortuna dovè pensare che era impossibile infilzarci
tutti quanti se prima non liberava la forchetta d'ogni impedimento,
e ingoiò il boccone; e il boccone respinse in gola l'esclamazione
tremenda; sicchè, dopo, Claudio non seppe più che dire.

Disse:

— M'avete preso, tutti quanti, per un imbecille?

Nessuno rispose; o meglio, per timore del proverbio «chi tace conferma»
credemmo meglio ridere tutti in una volta.

— Dunque è vero? — urlò egli con l'arma rivolta verso il principale
colpevole, che ero io e tacevo.

Chi tace conferma: sì, è vero non che tu sei un imbecille, ma che io
sono felice!

E Ortensia mi salvò. Si alzò; venne a susurrare non so quali portentose
parole all'orecchio del padre. Vittoria! Claudio mosse all'indietro la
testa per attingere dagli occhi della figliola una conferma e, persuaso
alla fine che essa diceva sul serio, si diè per vinto benchè gridasse:

— Son brutti scherzi!... Una congiura!... Un tradimento! — E con voce
già malsicura: — Ma se è vero.... Cavaliere, faccia pure il brindisi!

— Bene auspicando.... — Etcetera: il brindisi si prolungò in
un'orazione che ebbe per termine il motto _sursum corda_! S'alzarono
invece i bicchieri, ma al tocco di essi parve proprio che si toccassero
i cuori.

Quando ci levammo da tavola io non pensai affatto a disingannare
Claudio; il quale, sempre per uscir dal dubbio d'essere quel che aveva
detto, borbottava: — Un tradimento! Tutti d'accordo.... anche Mino! È
stato un tradimento!

Io ero ansioso di giustificarmi con Eugenia.

Ella parlò prima di me.

— Lo sapevo da un pezzo che vi volevate bene.... Ma se l'avessi saputo
anche prima, quando — vi ricordate? — vi dissi, lassù, delle intenzioni
di colui....

— Il mio silenzio d'allora — esclamai —; la mia dissimulazione fu la
mia colpa. Voi saprete perchè tacqui?

— L'ho immaginato: Ortensia era tanto giovane! Eppoi, non volevate
ammogliarvi....

Non bastava a mia scusa; e la buona donna cercò togliermi ogni traccia
di rimorso:

— La colpa, del resto, fu più mia che vostra. Io, io avrei dovuto
accorgermene.... Ma è un destino che in certe cose io sia come Claudio:
non abbiamo occhi per vederle al momento opportuno. E forse....; io lo
credo, Carlo: credo che voi e lei siate stati provati così duramente
per essere più felici adesso.

Era una felicità troppo grande?

Eugenia sembrò leggermi negli occhi la dimanda e non potè non dire di
Roveni e della Melvi:

— Ora quei due.... se ne vanno lontani; non abbiamo più nulla da temere.

Marcella udì queste parole. E poichè io mi accompagnavo a lei, nel
prato, per ringraziarla del suo tiro birbone, anche lei prevenne quel
che volevo dirle, e scampando in altro discorso, disse sommessamente:

— È strano! Un'impressione, di ieri....; e me ne son ricordata solo
poco fa. Quando a Bologna, fummo scesi dal treno, e cercavamo l'uscita,
mi parve di veder uno che rassomigliasse a Roveni in una carrozza di
coda.... Un'impressione, vi ripeto. Non poteva esser lui. Ma è strano
che non ci abbia più pensato affatto.

Io.... Ah io l'avevo ancora la spina nel cuore!

— Che hai? — mi chiedeva Ortensia.

— Finalmente! — risposi soltanto all'anima mia.

Finalmente potevam dirci che tutti sapevan del nostro amore. Però
nessuno al mondo immaginava quanto ci amavamo!

Ma appena l'aria si fu rinfrescata io presi a braccio il cavalier
Fulgosi (che era ancora insolitamente rosso e faceva complimenti a
Marcella fin in Milanese) e lo sottoposi a un'inquisizione.

— Da chi aveva appreso che i Roveni eran già in viaggio?

Aveva la prova in tasca; e mi esibì un biglietto di Anna datato da
Milano e scritto press'a poco in questi termini: «Sul punto di partire
per Genova e per altri lidi sento il dovere di ringraziarla di quanto
fece per me, anche a nome di mio marito». Il marito aveva aggiunto di
proprio pugno: «Saluti dal suo dev. Roveni».

— In relazione?... Ecco: si era imbattuto in Anna un giorno, sotto la
Galleria.... Essa gli aveva annunziato il suo imminente matrimonio.

Come evitare di mandarle un _bouquet_ il dì delle nozze? Era stato lui,
il cavaliere, a introdurla al _Lirico_....

— E dal giorno dell'incontro non s'eran più riveduti?

— No: in fede di gentiluomo!

— E quel giorno avevan parlato d'altro? dei Moser?

— Anna aveva chiesto: I Moser sono a Bologna, è vero?

(Il cavaliere ebbe una reticenza).

— Dovevo non dire di sì?

— Soltanto? Non aveva detto qualche cosa di più?

— Anna aveva domandato, sempre con aria di semplice curiosità: «Lei
andrà a trovarli?» Ed egli s'era schermito con un «forse». Null'altro,
in fede di gentiluomo!

Ma ahi! Anche i gentiluomini possono dimenticare qualche parola di
poca importanza. — Il cavaliere, per esempio, potè dimenticarsi d'aver
risposto, invece, che andrebbe a trovare i Moser «forse.... tra qualche
giorno».

Io però, allora, mi tenni pago, anzi contento dell'inchiesta. — Non
c'era dubbio! Marcella senza dubbio si era ingannata! I coniugi Roveni
navigavano per altri lidi.



XIII.


E alla Rita....

Lasciatemi indugiare in questi grati ricordi. Sono di un uomo che
per troppo tempo aveva sol visto, in tutti e in tutto, infelicità e
tristezza.

Fino il sorriso che i miei poveri ammalati trovavano al mio saluto, mi
era, in questi giorni, d'augurio; e tornando dalle loro case ristavo al
rezzo dei pioppi.

Nei fossati scorrevano limpide le acque; nei maceri, già ripuliti
della canepa, si specchiavano nitidamente case e alberi; nei campi le
glebe riflettevano il sole dal netto taglio dell'aratro e le grida
che incitavano i buoi passavan lente ma non sgradevoli, quali voci
di tranquilla pazienza; dalla terra dissodata, dalle vigne cariche
d'uva e dalle acaciaie sorgevano festose schiere di passeri e storni,
e invisibili nel più cristallino cielo di settembre, le allodole
s'inebriavano di voli, di trilli e di sole. Osservavo e ascoltavo....
Né io potevo più sentir punture della spina che mi restava nel cuore,
se Dio con tanto impeto di vita mi penetrava nel cuore. — Dio, Dio
mi voleva felice! Dio doveva aver attutito la vendetta nel cuore del
perfido, che ora navigava dimentico....

E alla Rita dissi che, che secondo l'usanza del paese, mi preparasse
presto gli zuccherini nuziali. Non mi credeva, credeva scherzassi.
Ma poichè insistetti, mi domandò se la sposa sarebbe quella che
s'intendeva lei, la figliola del signor Claudio?

— Certo! Chi vuoi che sia?

Non scherzavo; e la vecchia cominciò a urlare:

— Biondo, correte! Correte!

Il Biondo sapeva che la moglie da cinque mesi giuocava, ogni settimana,
più numeri che con cabala sapiente aveva ricavati dalla gran disgrazia
dello zingaro, e perciò egli trottò verso di noi domandando:

— Son venuti? Ambo o terno?

I quattrini fan sempre piacere! Ma la moglie rispondeva:

— L'ha avuto lui, il signor Carlo, il terno secco! Meglio di un terno
secco ha avuto! Non vedete che faccia? Non ve lo dicevo: date tempo al
tempo?

E così via; finchè il Biondo ebbe appreso che la mia sposa era proprio
quella che s'intendeva lui:

— La figliola del signor Claudio!

Si trasse la berretta e alzando la testa e le braccia al soffitto
cantò, col più sincero fervor religioso: _Te Deum laudamus!_

Ma dopo, per tutto quel giorno, il Biondo tenne le palpebre abbassate.
Chi gliele avesse alzate avrebbe forse aperta la strada a due
lagrimoni. E non segò nè piallò, quel giorno; nè andò nel campo a
guardar all'uva; non andò in paese a comprar tabacco. Solo fece fretta
alla moglie che mi preparasse la cena e, n'avessi voglia o no, fui
condotto a cenare mezz'ora prima del solito. Mentre io cenavo il
vecchio veniva sempre a farmi compagnia. Quella sera però egli taceva,
e invano cercava un pizzico nella tabacchiera. A un tratto mi diresse
uno sguardo di sottecchi e contemporaneamente una domanda, che mi fece
ridere!

— Me lo sa dire lei perchè il Signore non m'ha dato un figlio?

In verità io non potevo sapere quel che ignoravano lui e la Rita!

Ma egli non attese alla celia, e adagio adagio, come soleva, mi disse
che se il Signore non gli aveva dato un figlio poteva ben dargli un
figlioccio; e che un figlioccio sperava d'averlo se il primo figlio che
mi nascerebbe glielo lascerei tenere al battesimo. Fui per rispondere:
è un onore!; perchè mio figlio o mia figlia (egli si contentava
anche di una figlioccia) non avrebbe potuto desiderare per santolo un
galantuomo più galantuomo del Biondo. Parve invece che troppo onore
fosse concesso a lui e che egli avesse studiato il modo di meritarlo.
Riprese a dire che non poteva dimenticarsi dei miei vecchi, da cui
aveva ricevuto del bene; e che io e lui eravamo senza parenti degni,
e che la sua donna aveva quel tal nipote sciupone e vizioso; e la
sua donna poteva chiamare erede anche il nipote se così le piaceva;
e che lui, a sua volta, nominerebbe erede chi più gli piacerebbe.
In sostanza, il podere che era stato dei miei vecchi potrebbe tornar
proprietà della mia famiglia e dei miei discendenti.

— Dipende da lei — concluse il Biondo, tabaccando senza tabacco fra le
dita.

Io gli espressi la mia gratitudine scherzando ancora.

— Ah! dipende da me? Dunque se tu non ne hai avuti dei figlioli....

Comprese dove sarei andato a parare; scrollò il capo e il fiocco
della berretta; mi minacciò con la mano e rise, e trottò via leggero a
comperar il tabacco. Rimasi a considerare quel che un tempo io aveva
pensato del Biondo; liberale, lo credevo, soltanto nel regalar le
casserelle per i piccoli morti; galantuomo sì, ma non alieno dallo
sfruttarmi per avarizia.

Dalle quali considerazioni non favorevoli anch'esse alla mia
psicologia, ne sorgeva un'altra contraria del tutto al mio antico
pessimismo.

Alla generosità con cui mi ero prestato per Moser facevan riscontro la
generosità della signora Redegonda per un verso, e la generosità del
Biondo per l'altro.

Sarebbe vero che chi semina bene raccoglie bene?



XIV.


Ma quale fu il mio stupore allorchè, giungendo due giorni dopo alla Ca'
Rossa, Ortensia mi venne incontro e mi disse tranquilla, sebbene un po'
pallida:

— Anna mi ha scritto!

— Non è partita! — esclamai; e pensai: «Marcella non s'ingannò! Roveni
era a Bologna».

— È partita — Ortensia continuò. — Ti confesso che ho voluto leggere
alcune righe della sua lettera infame e stupida prima di stracciarla.
Diceva in principio: «Quando riceverai questa mia, sarò molto lontana.»
Era la lettera che io aveva temuta da tanto tempo!; la lettera della
calunnia e della vendetta: solo che Roveni, invece di mandarla anonima,
aveva voluto che sua moglie, con ardimento degno d'entrambi, affermasse
o confermasse lei ad Ortensia la colpa della madre e mia.

— E tua madre, sa?...

— No. Per fortuna la mamma era entrata in casa allora, quando il
portalettere mi fece segno, mi chiamò dal cancello. Non gridò, come al
solito, «posta!»

«Ecco perchè — pensai — Roveni venne a Bologna». E chiesi:

— Che data aveva la lettera? Hai visto? — insistetti io.

— Sul timbro di Genova c'era un quindici: son certa.

— Già; alla metà d'ogni mese partono molti vapori da Genova....

Rapidamente facevo tra di me questo calcolo: il nove od il dieci
settembre Anna aveva inviato al cavaliere il biglietto datato da
Milano; l'undici Fulgosi e Marcella erano alla Ca' Rossa.

Mentre Anna partiva per Genova, Roveni aveva potuto seguir Marcella
e il cavaliere a Bologna; prendervi disposizioni perchè la lettera
andasse a posto, proprio in mano d'Ortensia, essere il quattordici a
Genova; dettare e spedir la lettera, e imbarcarsi colla moglie. Tutto
ciò era possibile; verosimile, vero. Era vero dunque che i nostri
nemici navigavano per altri lidi! Finalmente m'era tolta del tutto la
spina del cuore!

Infatti Ortensia diceva:

— Un'infamia stupida! Ho visto che Anna mi dava la notizia del suo
matrimonio, eppoi:

«E tu, Ortensia, quando ti sposi? Bando agli scrupoli!...»

Nel riferire queste parole Ortensia ebbe il volto improntato del
velenoso sorriso che Anna aveva dovuto avere scrivendole. Ma si
ricompose; tornò lei, fiera e cosciente della sua fierezza: — Non ho
letto altro! Ho stracciato...; non ho voluto un nuovo rimorso. Il solo
rimorso che mi resta sai quale è? Quello d'aver ascoltato il giuramento
che tu mi facesti a Molinella. Per me doveva essere inutile!

— Io, io, — esclamai — non avrei dovuto giurare quel che non è dubbio:
che il sole passa sul fango e non s'imbratta! La virtù di tua madre è
limpida come il sole! Ma io cercavo il momento di prevenire l'ultimo
colpo, che mi aspettavo, che è venuto; io cercavo, piuttosto che
difendermi, difenderti da una nuova offesa....

— Povero Carlo, avesti ragione: ma adesso siamo tranquilli per sempre.
Nessuna ombra turberà più la nostra felicità!

Oh nel dirmi questo che luce Ortensia aveva negli occhi!... Eppure
libero da ogni dubbio, io aveva tuttavia bisogno di schiarirmi l'azione
di Roveni.

Aveva potuto credere che in tanti mesi non avessi preso alcuna
precauzione contro la sua vendetta? Rispondevo ch'egli era convinto
che io fossi stato l'amante di Eugenia. E la sola precauzione di sicura
efficacia che io avrei potuto prendere sarebbe stata appunto quella di
predisporre Ortensia a respingere l'odiosa accusa assicurandola con un
giuramento. E Roveni non mi credeva uomo da giurare il falso. Dunque
sperava certo l'effetto da lui sperato nella lettera di Anna.

Ma Roveni non avrebbe dovuto prevedere che Ortensia straccerebbe la
lettera accusatrice? No — mi rispondevo — Roveni sa che Ortensia
è fiera e forte. Chi è fiero e forte straccia prima di leggerla
un'anonima; non la lettera di un nemico. — E infatti Ortensia aveva
letto quanto a parer di lui sarebbe bastato al suo fine.

Così mi dicevo. — Eppure nella vendetta del nostro nemico sentivo
ancora qualche cosa di inferiore, di meschino; mi pareva inferiore alla
sagacia di lui quella sua gita di lui a Bologna per poi fare impostare
la lettera a Genova e studiare qua il modo più sicuro perchè la lettera
andasse a posto.

Ma la smania della vendetta rende gretti l'animo e l'intelligenza. E
che torbidi commovimenti doveva dare la passione a un uomo come Roveni!

Pensavo: quando egli possedeva Ortensia nella sua immaginazione,
attendendo di possederla in realtà, che cosa lo tratteneva dal cedere
alle seduzioni di Anna Melvi? Il confronto fra Anna e Ortensia. Le
delizie che gli promettevano la bellezza di Ortensia superavano di
tanto le tentazioni della Melvi che lui uomo sensuale, resistette; non
si compromise. Ora fra le braccia di Anna quel confronto sarà tornato
alla sua mente, e quale tempesta avrà suscitato nella sua mente e nel
suo animo! Quale disgusto avrà egli di quella donna, e quale amarezza
gli darà il pensiero del bene perduto! Anna, che non ha mai amato, Anna
da cui ha un aiuto ignobile, l'accompagnerà da per tutto per rimprovero
continuo della sua bassezza; Anna già lo vincola per pena della sua
sconfitta, lo stringe per incitamento ai rimorsi....

Che castigo sarebbe questo se Roveni non trovasse lenimento nella
vendetta! E perciò si capisce quello studio, quella cura a far
pervenire ad Ortensia, con assoluta certezza, la infame lettera. Ma
Roveni ha commesso un errore più grande del mio! Io non conobbi lui; ma
lui non ha conosciuto Ortensia. — Così mi dicevo.

Ma no: anche con tutto questo, troppo, troppo in basso mi pareva che
Roveni fosse precipitato! La immagine di lui s'affoscava ancor più
nella penombra in cui egli stesso aveva sempre cercato d'involgersi.
Qualcuno o qualche cosa al di fuori della volontà sua mi pareva dover
averlo spinto a tale abiezione.

Il destino? Forse il destino si era valso di Roveni quasi di uno
strumento cieco? Sì: forse era stato necessario che quell'uomo
attraversasse il nostro cammino e si comportasse in tali modi perchè
io, dopo uno stato d'infelicità morbosa e con l'amore, l'errore, il
rimorso, riuscissi a concepire altrimenti la vita; perchè Ortensia,
dopo tanti patimenti ed affanni e con l'energia del suo animo, fosse
risollevata a quella fede nella vita ch'ella sola aveva saputo ridarmi.

Ma se così era, oh io potevo finalmente guardare al destino senza più
trepidare! Chiaramente ora vi leggevo il perchè della umana necessità
del soffrire: per l'elevazione dello spirito umano. La nobiltà, la
redenzione del dolore, ecco quel che cominciavo a leggere in faccia al
Destino!



XV.


E perchè la vecchia Rita faceva bagnar dalla guazza e imbiancar
dal sole la tela più fina ch'essa tessè al tempo delle sue materne
speranze? Un corredo di tovaglie e tovaglioli era forse il dono che
destinava alle mie nozze. — E perchè il Biondo si era dato a rilevar di
scalpello sul legno, lavorando zitto e cheto e accarezzando l'opera con
sguardo d'artista, di dietro gli occhiali e di sotto le cateratte? Non
componeva una delle solite casserelle: forse una culla?...

Solo affliggeva il povero Biondo il prossimo obbligo d'indossare, per
la prima volta in vita sua, un vestito pienamente nero. — Il sarto, che
glielo faceva, andava propalando per tutto il paese che sarebbe appunto
il Biondo uno dei testimoni al matrimonio del dottor Sivori. Sempre
fortunato quel vecchio!

È già nella tabella delle pubblicazioni matrimoniali, appesa nell'atrio
del Municipio, si leggevano insieme il mio nome e quello di Ortensia.
Se non che a non pochi quel cognome di Moser urtava i nervi; le ragazze
di Molinella si chiamano più alla buona; nè perciò ve n'era alcuna
disposta a ritenersi inferiore per bellezza a una straniera, francese
o inglese o tedesca che fosse, e per bella che fosse! Intanto Ortensia
ripeteva: — Sono contenta! —, con la stessa vivacità d'una volta. Era
contenta perchè avevo acconsentito che si celebrassero le nozze non a
Milano o a Bologna, ma al mio paese; era contenta perchè un giardiniere
disegnava aiuole nel prato della mia vecchia casa, e perchè nelle
vecchie camere si rinnovavano le tinte e le stampe senza mutarle....

— Ma tu, mamma, non sei contenta?

— Che vuoi? — Eugenia le rispose una sera. — Stento a credere che devi
lasciarmi anche tu.

Per abituarsi a questo pensiero Eugenia si pose al collo il vezzo di
perle che portava lei quand'era fidanzata....


Ed io benedicevo il giorno che nacqui, se fin da quel giorno m'era
destinata la felicità che m'attendeva imminente; benedicevo le
tristezze della mia fanciullezza pensosa e della mia adolescenza
solinga; benedicevo le audacie e gl'inani sforzi della giovinezza
ambiziosa e le rodenti invidie e le frenesie dell'orgoglio, indomito
prima e poscia abbattuto, se per tutti questi mali avevo meritato il
bene che mi attendeva; benedicevo la mortificazione delle energie
fisiche in cui m'ero annichilito e l'intorbidamento della mente
e l'abbassamento dello spirito, se m'erano stati mali necessari
affinchè tanta gioia mi venisse con la guarigione, la purificazione e
l'elevazione di tutte le mie facoltà; benedicevo la scienza che pur
dopo le ruinose delusioni m'aveva serbato tanto di sè da lasciarmi
intendere, ai dì della gioia, armonie segrete e remote bellezze della
vita e del mondo; benedicevo il sentimento religioso che dai miei umili
avi mi era disceso nel sangue e che avevo rinnegato nei più oscuri
giorni, e che adesso mi rifluiva liberamente al cuore come per un
aumento di fiducia e di gaudio rivelandomi totalmente l'amore.

Benedetta sii tu da tutti i cuori che sentono e da tutte le menti che
pensano, o arcana Onnipotenza d'amore, che Ti riveli così formidabile
nella immensità dei cieli come pia nella brevità terrestre!

Sii benedetta, o amore infinito in tutto quanto ci circonda, e infinito
nel mio cuore che vuole che io ti benedica!

Così io pensavo; così io sentivo....


E non per altro che per questo, — per l'amore, — ho scritto, — capite
adesso? — la mia storia.



XVI.


Finirò la mia storia con lo strazio, lo spasimo che mi tiene in vita. E
mi bisogna pur dirlo il perchè ho scritto finora, comprimendo in cuore
un dolore insanabile per rammentar fin particolari della verità che
talvolta facessero sorridere!

Oh io non ho voluto soltanto dolermi della giustizia umana che si
lasciò sfuggire un colpevole!

Narrando tutto della mia storia io ho avuto per iscopo il mistero
dell'esistenza umana.

Dopo uno stato di infelicità morbosa, con l'amore, l'errore, il
rimorso, il sacrificio io ero riuscito a concepire altrimenti la vita
e credevo essere divenuto degno della felicità. Valendomi sin della
fosca tragedia del risaiuolo io avevo elevato la mente a considerare la
felicità della vita!

Ma che dico di me? Ortensia, Ortensia che io e la sventura traemmo
a così lungo soffrire, Ortensia che da tanti turbamenti e affanni fu
risollevata, per la energia del suo spirito a quella fede nella vita
ch'ella solo aveva potuto ridarmi, Ortensia io credevo meritasse di
essere felice!

Ebbene: io domando se il caso, solo il caso, o la malvagità di un
uomo, solo la malvagità di un uomo, potè arrestarci al punto di toccare
la meta; o se fu piuttosto il destino non mio, non d'Ortensia, ma il
destino che pesa su tutta l'umanità. Io domando se quando ero caduto
in così squallida miseria di pensiero e di cuore e quando la vita
pareva anche a me inutile miseria, io non ero più nel vero allora che
dopo, quando con vigoroso animo e intensa vitalità percepivo tutte le
gioie dell'esistenza e con sguardo inebbriato d'avvenire vedevo come
fosse mio l'universo. O — io mi domando — fui travolto dalla fatalità
per una colpa di cui mi sfugge La conoscenza?... O la colpa che meritò
tanto castigo fu il mio pessimismo non abbastanza punito, la mia antica
disperazione e tristezza?

Ma chi mi risponde? Io sono qua solo, in faccia al Destino; e mi
par d'esser solo a interrogarlo con l'animo sopraffatto da tutta
l'infelicità umana....



XVII.


.... Ogni giorno all'approssimare dell'ora che suo padre soleva tornare
a casa, Ortensia gli andava incontro per la viottola fra l'orto e la
vigna.

Mino restava nella sua camera perchè Claudio, rincasando, lo trovasse
a studiare; e studiava infatti, povero ragazzo, per i prossimi esami.

Ma a quando a quando, egli svagava l'occhio dalla finestra, socchiusa
per non essere visto, e invidiava la sorella che andava incontro al
padre per la viottola, al tramonto.

Così il 29 settembre. Mino è alla finestra e Ortensia è a mezza via.
Come al solito, quando sarà al pioppo sradicato, laggiù, ella siederà
ad attendere il babbo e torneranno insieme....

Quand'ecco dalla vigna sbuca, d'improvviso, un uomo; s'imbatte quasi in
Ortensia. Non è l'ortolano. È un operaio.... o un povero? Ortensia si è
fermata un istante e si rivolge: fa alcuni passi tornando indietro....
L'uomo resta immobile, con un braccio teso quasi per trattenerla.
Ortensia si ferma; si rivolge di nuovo. Parlano; si comprende dai gesti
d'Ortensia ch'essa lo sgrida. Che cosa dirà? Dirà: — Andate a lavorare,
vagabondo!

Ma perchè non chiama Cleto? Dove sarà Cleto, l'ortolano? La vigna è già
vendemmiata; e Cleto sarà lontano, nell'orto....

— Mamma, mamma! Vieni a vedere! Corri!

Mino vede; ha paura.

— Mamma! — urla subito dopo; e si slancia fuori della camera. Ha visto
quell'uomo gettarsi su Ortensia, atterrarla.... — Aiuto! L'ammazza!...



XVIII.


Da un giornale:

«Un'audace aggressione è avvenuta ieri sera, verso le ore diciotto,
nei pressi dell'Arcoveggio. Mentre la signorina Ortensia Moser, figlia
dell'ingegner Moser direttore della Società Renana di fabbriche
laterizi, passeggiava nella località denominata Ca' Rossa, è stata
affrontata da un individuo, in apparenza operaio, che con insistenza
le ha chiesto denaro. Al rifiuto di lei, il malfattore l'ha assalita
strappandole dal collo una collana di perle e tentando soffocarla
perchè non gridasse. Fortunatamente il pronto accorrere dell'ortolano
Cleto Gualandi ha impedito l'efferato proposito. L'aggressore scomparve
in una vigna attigua e finora è riuscita vana ogni ricerca per
arrestarlo e identificarlo».



XIX.


Colui che doveva consegnarmi il telegramma mi credette presso un malato
mentre io ero da un altro più lontano; ed io tornai a casa a sera ormai
tarda, quando il messo era ancora in cerca di me.

Di chi poteva essere il telegramma? Di Ortensia? di Moser? perchè?
quale disgrazia?

L'ebbi finalmente; diceva:

_Coraggio vieni subito — Claudio._

Come un baleno in una notte buia, nelle tenebre della mia mente corse
l'idea che la vendetta di Roveni era compiuta!

E non c'era più un treno in partenza per Bologna! Trovammo un cavallo
che andasse un po' più forte che quello del Biondo....

.... Di quel viaggio eterno mi restano nella memoria sensazioni
piuttosto che pensieri.

Pareva che il galoppo del cavallo mi si ripercotesse nel cervello e
un'eco continua l'accompagnasse: — Roveni, Roveni, Roveni....

.... Morta? Se Ortensia, al mio arrivo, fosse morta?

A lunghi tratti la povera bestia che mi trasportava, cessava il galoppo
nonostante le frustate, per rifiatare. Io, similmente, interrompevo
l'angoscia per sperare.

Nell'apprensione esagerata del pericolo, quale si fosse, senza dubbio
Claudio non aveva compreso che terribile cosa potrebbe significare
quella sua parola _coraggio!_ Raccomandava coraggio a me lui, _suo_
padre! quasi ci minacciasse una sventura più crudele per me che per
lui, _suo padre!_ Non era possibile!...

Roveni, Roveni, Roveni....

Morta?

Provavo la sensazione d'un sogno in cui, per sfuggire a un pericolo
enorme, si corre, si corre, e un abisso vi si apre improvvisamente
dinanzi, e bisogna precipitarvi.

Ricordo anche l'urlo di un birocciaio che a stento evitò la carrozza; e
ricordo che a una borgata vidi una fiammella dinanzi a una Madonna; in
una osteria altercavano.

Eppoi, quando giunsi alla Ca' Rossa?

Claudio su la porta mi abbracciò singhiozzando, e nella loggia,
illuminata da una candela, due occhi sbarrati, immobili, mi
guardavano....: Mino.

A piè della scala, per informarmi o prepararmi, mi arrestò uno
sconosciuto: il medico. Io sembravo ascoltarlo attento e freddo, ma di
quel che diceva non afferravo che poche parole.

— Trauma.... per spavento.... Sincope con paralisi... minaccia al
cuore.... Vano ogni tentativo di ridestare le facoltà psichiche....

Salimmo. Entrando scorsi nello stesso tempo il volto cereo di lei, in
una apparenza di morte soave, e, accosto al letto, un mucchio di vesti
nere; era Eugenia....


— Ortensia!

Non aveva più udito suo padre, sua madre; udì la mia voce; ma le labbra
livide non ebbero che un tremito.

Io sentivo il polso; guardai le pupille; le posi una mano sul cuore....
Fra poco.... E tutto ciò avvertivo come per una morente estranea al
mio affetto. Ma per una estranea mi sarebbe parso inutile ricorrere a
qualsiasi eccitazione.

Il medico, che assisteva, scosse il capo, per dire anche lui che tutto
era inutile....

— Faccia ancora un'iniezione!

Volevo. Accondiscese; ed io col ribrezzo di una profanazione ritrassi
lo sguardo. La morte era più forte e vinceva: era della morte oramai la
persona che avrebbe dovuto essere del mio amore.

Ma la voce, quella voce ancora una volta sarebbe mia! mie le ultime
parole! mio l'ultimo sospiro!

Ecco.... Le pupille si rianimavano; le labbra livide si muovevano.

— Lasciatemi solo — dissi.

Anche Eugenia s'alzò....

Con viso senza lagrime, con espressione dura, imperiosa, sua madre
venne a me e toccandomi al braccio:

— Una parola.... sia per Dio.

Ah la religione sarebbe più spietata della morte? Per Dio sarebbe
l'ultima, parola d'Ortensia; non per me!

— Carlo....; il tuo Carlo — dicevo, col viso al viso di lei.

A un tratto la morente fu scossa in tutto il corpo: il viso, che
aveva già una dolcezza di mortale riposo, si contrasse; gli occhi, che
parevano già spenti, espressero un terrore, uno spavento di follia.
Sollevò una mano, gridò:

— Roveni là.... Roveni!... Senti, Carlo! Dice: fermati.... se no....
t'ammazzo.... Ah senti? dice: Non devi sposarlo.... l'amante di tua....
Assassino! Menzogna! assassino! Carlo!... Mamma.... aiuto! Carlo!

Ricadde; e Eugenia, rientrando, s'abbattè ancora in ginocchio presso il
letto con le mani giunte, ma gli occhi al Cielo.

Un prete s'avanzava....

Io sentivo il polso sempre più debole e vedevo il volto cereo contratto
dalla convulsione riprendere quell'espressione di dolcezza. Fra poco
sarebbe morta e non sarebbe diversa a vederla. Eppure io.... come se
fossi impietrato, nel cuore. L'insensibilità d'una volta?

Vi ricorsi col pensiero e frenai un grido al ricordo, al riscontro
pauroso, alla fatalità misteriosa che mi travolgeva.... Quel giorno che
avevano portata Eugenia convalescente nel giardino non avevo io pensato
di uccidere Ortensia così.... come Roveni?

Abbandonai il capo su le coltri.... Ma i singhiozzi mi s'annodarono
alla gola; finchè il grido trattenuto proruppe.

— Ortensia! — gridai con tale strazio che Eugenia allora gemette: —
Dio! Dio!

Non poteva sopportare di più. E il prete ristette, in disparte: Dio
gl'impose d'aver pietà di me.

.... Quella voce! quella voce, ancora una volta!

Io la chiamavo per l'ultima volta....

Ella sorrise.... balbettò:

— Sorellina....


FINE.



  Opere di ADOLFO ALBERTAZZI:

  _Ora e sempre_, romanzo                    L. 3 50
  _Novelle umoristiche_                         3 50
  _In faccia al destino,_ romanzo                7 —
  _Il zucchetto rosso e Storie d'altri colori_   7 —
  _Il diavolo nell'ampolla_, novelle             4 —
  _Facce allegre_, novelle                       4 —
  _Cammina, cammina, cammina._..., novelle
    per ragazzi. In-8, con illustrazioni di
    G. RICCOBALDI, legato alla bodoniana        12 —



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "In faccia al destino" ***

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