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Title: L'assedio di Firenze
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'assedio di Firenze" ***

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                               L'ASSEDIO
                                   DI
                                FIRENZE

                                   DI
                            F. D. GUERRAZZI


                        SOLA EDIZIONE ILLUSTRATA
                       APPROVATA DALLO SCRITTORE



                                 MILANO
                   LIBRERIA EDITRICE DANTE ALIGHIERI
                         Via Giardino, Num. 33
                                  1869



                         Proprietà Letteraria.



  [Illustrazione: Ritratto di F. D. Guerrazzi]



                                   A

                                N. G. A.


Io promisi un giorno dedicarvi questa opera mia. Da quel giorno in poi
voglie, costumi voi avete mutato ed affetti. Io mi mantengo tenacemente
lo stesso. E mentre in questo modo soddisfo all'ultima promessa che
vi ho fatto, io spero, e non invano, che la vostra coscienza sia per
domandarvi: E tu come adempisti i tuoi giuramenti? — Addio. —

                                                            L'Autore.



INTRODUZIONE

                              ....... Fermamente credo
                              Che gli estinti dei vivi
                              Sién più felici; e molto più i non nati.
                              Che non videro i mali
                              Che stanno sotto il sole.
                                  _Cleop._, trag. del card. DELFINO.


Sei sola anima mia: non mentire a te stessa; — leva la voce e prorompi
in un lamento. La pazienza! Oh! la pazienza è cosa dura e conviene
meglio alla groppa del somiero che all'anima, dell'uomo: converti
dunque in flagello questa catena spirituale e percuotila in volto ai
tuoi oppressori. I potenti della terra hanno flagelli di ferro, ne
hanno ancora di scorpioni[1]: tu adopra il tuo di pazienza offesa. —
Ardisci! A David valse la fionda, nè i tuoi nemici sono giganti, o il
sono di stoltezza soltanto. — Tu già non ti duoli per impeto d'ira o
per debolezza codarda, ma perchè una condanna di sventura più e più
sempre si aggrava sul capo della stirpe destinata a morire. Quando lo
stoico alza la faccia dicendo: Non piansi mai, — mentisce a sè stesso.
Perchè non isgorgò la lacrima dal cavo de' suoi occhi, affermerà il
superbo non avere mai pianto? Forse sotto la superficie gelata di un
fiume scorrono le acque meno rapide al mare? Tutto piange quaggiù, e la
natura stessa versa un pianto quotidiano sulle miserie della creazione
con le rugiade dei cieli. Lamenta, lamenta, anima mia. — Le muse i
genii, le fate e Apollo cessarono; ogni altra lieta immaginazione
cessò; il dolore che prima di essi inspirava i canti degli uomini, il
dolore che sopravvive ai sepolcri, il dolore che apre e serra le porte
della vita, il dolore che regge la misura del tempo..., eterna, unica
musa dell'uomo è il dolore.

Troppo innanzi tempo imparai a diffidare di molte, forze di tutte le
speranze umane: io vivo in mezzo agli uomini; ma per me non chiedo,
non ispero nè temo nulla da loro. E che mai potreste darmi, o gente
che morirete? L'odio, la prigione, l'esiglio? Me gli avete già dati;
e furono come la pietra lanciata in aria dal pazzo, che ritornò a
percuoterlo sopra la testa. La compassione? Oh! trangugiate per voi
cotesta tazza di aceto e di fiele: io posso sopportare il vostro odio,
la vostra pietà non potrei; serbatela per voi, che voi, come me, aveste
nascimento e avete la vita e avrete la morte; in voi, come in me,
stanno le malattie del corpo, le imbecillità dello spirito, gli errori,
i dolori, i trascorsi e le colpe.

Ingombra questa nostra terra, infelice una gente la quale, o prostrata
dagli anni, o torpida di fibra, o per pinguedine fastidiosa, o cieca
ad un punto e codarda, penosamente si strascina per lo esilio breve
della vita e va gridando a quelli che precorrono: Adagio, adagio;
nella quiete sta sicurezza. Qual mai sicurezza? E non sapete voi che
la vita è un correre alla morte? La quiete non è vita. Trapassare da
una in altra vicenda, agitarsi incessante nel tripudio e nell'affanno,
percuotere ed essere percosso, amare, odiare, ora angiolo, ora demonio,
e verme e Dio... questa si chiama vita. Se ciò sia bene o male,
dimandane a colui che, potendo, non volle creare tutto ad un modo.
Ma se difetto di passione l'umana felicità costituisse, l'uomo e il
sepolcro sarebbero fratelli di vita, qual corra differenza tra l'uomo
e la pietra vi dirà santo Stefano che morì lapidato. O impassibili!
Supplicate dai sacerdoti di Giove il destino di Niobe. Badate però;
Giove, aspettando i suoi successori in divinità, è fatto dio da museo,
e i vostri sacerdoti hanno potenza di convertire un cuore in pietra,
ma per loro soltanto: come la idrofobia, questa facoltà non passa in
seconda generazione, e ciò vuolsi considerare per qualche cosa di bene
ai tempi che corrono.

Odano dunque coteste genti, ma non ascoltino; guardino, ma non vedano:
io abborro dal giudizio loro: e quantunque la mia voce si levi presso
le dimore degli uomini, desidero che suoni solitaria quanto il ruggito
del lione per le arene del deserto, come lo strido dell'aquila su i
dirupi delle Alpi.

Meco stesso ragiono; adopro la facoltà d'interrogarmi e di rispondermi.
Come si chiama lo spirito che dentro me interroga, e come l'altro che
dentro di me risponde? La prima operazione apparterrebbe per avventura
al cuore, la seconda al cervello? La potenza di argomentare procede
unita o disgiunta da quella di sentire? Antichi filosofi sostennero
la esistenza di due anime nel medesimo corpo. La mia anima procedeva
ignara di tutto questo: lessi i libri dei filosofi e riuscii a
saperne molto meno di prima. L'etiche e le metafisiche loro assai si
rassomigliano alla descrizione della luna immaginata da messer Lodovico
Ariosto, o al commento (Dio lo perdoni!) del Newton intorno alla
visione dell'Apocalisse.

Anima, perchè vivi? L'anima vuota alla risposta mi ritorna a guisa
d'eco la domanda: perchè vivi? Qualche vizio di più, qualche nobile
passione di meno, e una ruga sopra la fronte, e una ferita nel cuore,
ed ogni giorno un fiore caduto dalla corona della speranza... ecco i
benefizii del tempo.

Anni felici della mia giovanezza, ond'è che mi passate traverso alla
memoria come i ruscelli delle patrie colline al tormentato della sete?
Giuochi infantili, sonni placidi, amore... perfidamente lusinghieri,
versate a piene mani una rugiada di gioia su l'alba della vita per
indurre la creatura a sopportare l'ardore increscioso del giorno e le
più dolenti tenebre della sera.

Io sorgeva in quei giorni mattiniero quanto la lodoletta pellegrina, a
ricevere sul capo la prima benedizione della luce; te, o sole, esaltava
occhio di Dio, glorioso, vigilante sopra la felicità dei figliuoli di
Adamo; e quando con lo sguardo innamorato aveva seguito la tua curva
di fuoco ai confini dell'oceano, lo rialzava al firmamento, salutando
ad una ad una le costellazioni comparse sul bruno orizzonte: però il
mio spirito ebbro di raggi e di armonia spaziava con ala infatigabile
su quei globi luminosi. Talvolta mi sorgeva nell'anima un desiderio
di penetrare oltre il manto dei cieli i misteri di Dio, e meditando
mi sprofondava per quegli azzurri sereni; se non che a poco a poco mi
si facevano opachi, finalmente neri, ed io mi rimaneva esclamando: Che
cosa importa conoscere? Dio vive!

Queste visioni lusingavano la mia fanciullezza, avvegnachè il mio
spirito fosse innamorato di Dante e del Klopstok, i divini poeti.

Nè la terra mi si offerse meno bella del cielo. Ammirai le forme del
lione, gli screzii della tigre, le liste verdi e di oro del serpente
in faccia al sole; stimai l'aconito degno quanto il giglio delle valli
di ornare le trecce alla bella fidanzata; non seppi la ragione per cui
gli uomini celebrassero l'alloro, dalla savina abborrissero; gli steli
della cicuta ebbi in pregio...

E l'oceano! Oh! Aroldo[2] si compiacque scherzare con l'onde
dell'oceano, come con la criniera di un cavallo indomato: io ti amai
col trasporto di un primo amore. Affidava il mio corpo al cumulo delle
acque, e quando spumanti mi fremevano attorno: Ecco, io diceva, esse
mormorano per il piacere di rivedermi. Sovente m'immergeva negli abissi
a toccare le aliche profonde, immaginando così di stringere la mano
dell'elemento diletto. Chi ridirà la gioia del sentirsi sospinto,
con la velocità di un dardo scoccato, alla superficie delle acque?
chi quella di osservare traverso le gocce che grondano giù dalla
fronte moltiplicati all'infinito i raggi dei pianeti? Contemplava
nell'emisfero l'astro dell'amore, lo riguardava poi riflesso sul mare,
e mi pareva su le onde tremolasse più lieto; allora, preso dal piacere,
io guizzava esclamando: Salute all'oceano, poichè Dio lo destinò a
riflettere l'astro dell'amore!

E come spensierato commisi il mio corpo alle acque, così affidai
la mia anima all'anima dell'uomo. Ahimè deluso! non mi era anche
nota la maledizione dello spirito[3]. Io reputava impossibile la
parola proferisse un pensiero non sentito dal cuore. Paragonai la
vita non con la eternità, di cui non concepiva idea giusta, bensì
co' secoli precorsi; e mi parve tanto breve, tanto miserabile cosa,
ch'io argomentai gli uomini, sentendosi destinati ad altre sorti,
poco curassero i diletti caduchi della terra. Per questo modo la
vita umana immaginando quasi preparazione di vita celeste, mi piacqui
fingerla uguale all'ora facile dei testamenti, in cui anche gli avari
sono larghi di loro sostanza ai superstiti. Vidi gli uomini che si
stringevano una mano, e non curai osservare dove celassero l'altra;
notai gli amplessi, trascurai i volti: feci tesoro di qualche bello
atto di cortesia, e reso cieco gridai: La creatura si ama!

Ma il tempo si portava le illusioni.

Il sole sta immobile globo di fuoco a illuminare l'ozio di pochi,
l'affanno di molti, le miserie di tutti; indifferenti si versano i
suoi raggi sul ferro dell'assassino e sopra la ferita dell'assassinato,
sopra la vita e sopra la morte. Se Giosuè lo costrinse col miracolo a
fermarsi nel cielo, non fu per benedire una pace, sì bene a illuminare
una strage[4].

E quando le ombre si addensarono sopra la terra, gemei e dissi: L'ora
dei tradimenti si avvicina. Guardai le stelle e mi parve impallidissero
alla maledizione che il sicario nascosto nella tenebra mandava a quei
fuochi di amore. Le strida delle migliaia dei disperati mi percossero,
udii il pianto, vidi le mani stese verso il cielo... il cielo stava
inecittabile e chiuso come una volta di bronzo, quanto una massa di
granito. Non più rallegrava il mio spirito la pelle dipinta degli
animali; vidi le labbra sanguinose, conobbi il veleno e commosso da
troppa passione domandai alla fiera della foresta: Perchè laceri la
creatura di Dio? La fiera della foresta mi rispose sbranando. Seppi la
donna avere sfrondato la savina per disperdere il frutto dell'amore;
calpestai la cicuta, ne svelsi le radici, le detti ai venti: invano;
già gli uomini ne avevano estratto la bevanda che spense Socrate, il
più virtuoso dei filosofi.

Ahimè! ahimè! Non querce, olivo e alloro, ma ferro, laccio e veleno
sono le tre corone della virtù.

Il vento sorgeva impetuoso. Io me ne andai lungo le sponde del mare,
e da lontano mi apparve un rompente che sbalzava nella rabbia della
distruzione: presso la sponda raccoglie l'ira e la forza ad inondare
la terra, ma gli si oppone la parola di Dio[5], e la superbia di lui
rimase rotta traverso gli scogli in minutissimi spruzzi; si spiegò
sopra sè stesso fremendo, e tra quelle spume scôrsi una tavola....
la reliquia della barca del pescatore. Da quell'ora in poi in ogni
mormorare di flutto ravvisai l'agonia del pescatore, il pianto della
moglie e le strida dei figli... poveri figli! Oh! tu sei forte,
oceano, contro la barca del pescatore; ma con placide onde, un giorno,
i vascelli Portoghesi e Britanni veleggianti alle Indie orientali
lambisti, amico il seno agli Spagnuoli per le stragi americane
schiudesti. Mi attristai nel profondo, considerando come gli uomini,
la natura e tutto congiurassero in danno del debole: pensai l'oceano
anch'egli fosse lusinghiero del potente, e il mio spirito fu dipartito
dal mare.

Conobbi la fiera dal sembiante umano: erano le sue imprese la calunnia
delle altrui virtù, interpretava come oltraggi i consigli di amore, si
tormentava l'intelletto per ravvisare nel benefizio una offesa onde
trarne argomento di ricompensarlo con l'odio; vituperò come misfatti
i voti più puri dell'anima ardente in fiamma di carità, chiamò la
scienza dei grandi follia, avvelenò affetti santissimi, punì il
pensiero, insidiò vite e le spense; uguale rimaneva pur sempre l'amico
stendere della mano e il sorriso soave e la parola cortese e l'umile
invocare dell'Eterno... Io vo' vederti il cuore, o creatura perversa!
E un giorno pure ebbi tra le mani un cuore. Egli mi apparve di fuori
lucido e liscio, sì che quasi affascinava a vagheggiarlo. Lo tagliai
per ispiarne l'interno. Oh! chi descrive la serie infinita delle fibre
che vanno l'una confondendosi nell'altra? Chi la serie portentosa
delle vene disgradanti senza numero? Con la punta del coltello presi
a seguitare la traccia di un filo, vi applicai argutamente il tatto
e la vista; nondimeno lo perdei, nè mi riuscì seguitarlo fino al suo
principio o al suo termine. Risi della scoperta... Così... così e non
altramente doveva essere composto il cuore dell'uomo!

Ma il dolore concetto dissimulava, e quantunque volte un pietoso
ufficio mi chiamò a favellare alle turbe, volgendomi ai giovani
solamente, però che i tempi mi avessero insegnato come i capelli
bianchi non sieno aureola di pazienza a' vecchi capi, ed ogni anno
saccheggi una virtù, e l'uomo prima assai di morire diventi cadavere,
volgendomi, dico, ai giovani soltanto, gli ammoniva: «Fratelli! io vi
conforto ad essere grandi: certo nel proferire sì fatta parola tremo
nelle ossa; pure a Dio piaccia che per viltà mi rimanga del manifestare
altri sentimenti. Regge il creato una legge dura che impone: Sii grande
e infelice: ma un'altra legge impera più universale che comanda: Sii
uomo e muori. Ora se nessuna forza può tôrvi la bella morte, che cosa
mai presenta la vita onde la conserviate a prezzo del vituperio?
Invidiereste voi forse la stilla del cielo che scende tacita e si
confonde inosservata nel mare? Chi non amerebbe piuttosto un giorno
dell'esistenza dell'uccello, esistenza di canto e di volo; chi non
più tosto il minuto del fulmine, minuto di fragore e di luce che il
secolo del verme dei sepolcri? Gravi mali vi aspettano, il vostro cuore
lacerato si romperà; morrete: ma presso il morire ricorderete l'esilio
di Dante, le catene del Colombo, la corda del Machiavelli, il carcere
di Galileo, i delirii del Tasso (e non ricordo le morti per ferro, per
laccio, per veleno e fin anche per fame, perchè le sventure dei grandi
sono troppe e troppo dolorosamente copiose), e di queste memorie vi
farete zona di costanza intorno ai reni per durare imperterriti nella
miseria, traverso la quale la stirpe dei tormentatori vi travolgerà. La
tirannide umana che vi appariva dianzi quasi colosso di bronzo, ora la
schernirete vedendo le sue piante di creta, e la sperderete con quella
stessa agevolezza con la quale l'angiolo di Dante si sgombrava dal
volto il fumo dell'inferno.»

Così favellavano le labbra; l'anima intanto inaridiva nell'amarezza.

Ora dentro di me si levò una voce che disse: «Non sempre Dio si pentì
di avere creato l'uomo. Tu vivi in secolo che vinse il paragone di
tristezza con ogni più vile metallo[6]. Ricerca per le storie, e
troverai tempi secondo il tuo cuore. Circondati di memorie. Dalla
virtù dei morti prendi argomento di flaggellare le infamie dei vivi. Le
opere famose dei trapassati ti daranno speranza del valore dei posteri:
imperciocchè nulla duri eterno sotto il sole, e la vicenda del bene e
del male si alterni continua sopra questa terra. Tu vivrai una vita di
visioni degli anni passati e dei futuri.»

Apersi il volume della storia, investigando questa epoca di umana
felicità, e lessi con l'anelito del moribondo che sospira la luce.
Oh quanti giorni consumati invano! Oh quante volte caddi col capo
sulle pagine funeste, dolente, non disperato, esclamando: Sarò più
avventuroso domani! Venne il domani e il giorno appresso e l'altro, nè
da alcun lato si diradava la tenebra. Questa è la storia delle fiere
del bosco! Gittai il libro, ma col libro non gittai la conoscenza del
male. Notti vegliate su i volumi di coloro che mi hanno preceduto,
irresistibile agonia di sapere, qual frutto apportaste all'anima
mia? Con l'avvilimento e il dolore ho tessuto il manto funerario alla
speranza.

Guardai l'Italia, e vidi sorgere una gente, sparpagliarsi pel mondo
a incatenare la creatura di Dio; poi la pazienza degli oppressi
convertirsi in furore, l'antica iniquità caduta, giunti i giorni
dell'ira; popoli barbari, come fanno degli armenti i mandriani,
cacciarsi davanti altri popoli barbari alla volta delle nostre
contrade: inonda il torrente dalle Alpi a Reggio, un trono è leva
per sovvertire un altro trono; noi infelicissimi, vinti, portiamo
la impronta della caduta di tutti. Dopo le contese sacerdotali
succedono le civili. Guelfi e Ghibellini; Bianchi e Neri; Montecchi
e Cappelletti; Maltraversi e Scacchesi; Bergolini e Raspanti:
sangue gronda ogni sasso alla campagna, sangue ogni torre in città;
repubbliche discordi, misere, perpetuamente guerreggianti tra loro;
interni ed esterni tiranni, lascivi, avari, paurosi delle tenebre
stesse, e pure senza misura crudeli; traditori e traditi; braccia poste
all'incanto, anime italiane vendute; città nobilissime patteggianti
coi turpi masnadieri; alti inteletti sotto la feroce ignoranza dei
sacerdoti curvati; per ultimo, come la tempesta si leva dagli abissi
del mare, ecco sorge la tirannide, Briareo maledetto, che le cento mani
distende, il cielo e la terra arraffando contamina, snatura anime e
corpi, semina il deserto e sta.

E tu, Firenze, figlia generosa di nobile madre, cedesti alla
onnipotenza dei fati, come conveniva all'ultimo santuario della
italiana libertà! Inclita per magnanime geste, consacrata dal sangue
dei martiri, la tua caduta farà sospirare il nostro cuore finchè la
creta animata si scaldi al sole dell'opre magnanime. Ahimè! pur troppo
la vita dei reami e delle repubbliche è misurata come quella degli
individui! Però non ti valse prodezza nè consiglio de' tuoi; giacque
la tua libertà sepolta con essi, e luminosi di gloria immortale vivete
insieme nello stesso sepolcro.

Non confidate nella speranza: ella è la meretrice della vita.

Dunque un destino inesorato ci condanna, come il serpente antico, a
nudrirci per sempre di cenere, a traversare il futuro non movendo altro
suono che quello del tergo percosso dalle verghe e del piede avvinto
dalle catene?

Chi disse questo! La forza non ha concluso un patto eterno con veruna
nazione del mondo. Qual mano di uomo strappò l'ale alla vittoria? A
Roma gliele troncava il fulmine, ma tornarono a crescere co' secoli,
ed ella fuggì via. Finchè sollevandosi al cielo le vostre braccia
sentiranno il peso dei ferri nemici, non supplicate.... combattete:
anche col ferro in pugno si prega; anzi cotesta preghiera è la
sola che si addica agli oppressi. Iddio sta co' forti! La vostra
misura di abiezione è già colma: scendere più oltre non potete: la
vita consiste nel moto, dunque sorgerete. Ma intanto abbiate l'ira
nel cuore, la minaccia su i labbri, nella destra la morte; tutti i
vostri dii caschino in pezzi, non adorate altro Dio che _Sabaoth_,
lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete, cadrete, tornerete a
sorgere: la vendetta e l'ira vi renderanno immortali. La mano del
demonio settentrionale, che osò stoltamente cacciarsi tra le ruote del
carro del tempo per arrestarlo, indebolita vacilla e sarà infranta.
Se potessimo porgli una mano sul cuore, conosceremmo la più parte
delle sue pulsazioni muovere adesso dalla paura. Ma se ci fosse
dato di porgli una mano sul cuore, certo non sarebbe per sentirne le
pulsazioni... Oh no! viva per morire sotto le rovine dello edifizio che
ha fabbricato; prima di restarci sepolto intenda il grido di obbrobrio
che mandano gli oppressi sul tormentatore tradito dalla fortuna. La
morte percuote del pari gli eroi della virtù e gli eroi del delitto:
Ma Epaminonda tenne l'anima chiusa col ferro finchè non conobbe la
vittoria della patria, e morì trionfando; lui poi trapassi la spada sul
principio della battaglia, e non gli sia tolta dalle viscere finchè non
sappia la nuova della sua sconfitta; perisca, soffocato dal fumo dei
cannoni che annunzieranno la nostra vittoria; si disperi nell'udire i
tamburi che saluteranno l'aurora del nostro risorgimento. Sventolerà
un'altra volta la nostra bandiera su le torri nemiche, terribile
ai figliuoli dei Cimbri; scoperchierà lo spettro di Mario l'antica
sepoltura; un'altra volta trascineremo per la polvere al Campidoglio le
corone dei tiranni dei popoli... Ma saremo allora felici? Che importa?
Tornino, oh tornino desiderati quei giorni all'orgoglio italiano! Amaro
è il piacere di opprimere, ma è pure un piacere; e la vendetta delle
atroci offese rallegra ancora lo spirito di Dio...

Qui sorge una voce amica e mormora queste parole: «La scienza del
dolore non ha mestiere d'insegnamento, perchè nacque congiunta col
cuore dell'uomo.»

Ed io rispondo: «Bada, la prosperità è proterva, la mestizia
pensierosa, e nel pensiero sta il principio delle imprese: a Cesare
davano ombra i foschi nel sembiante, nelle chiome scomposti e scinti;
i lieti poi e gli azzimati non curava; umana arena questi a cementare
i fondamenti di tirannide.»

Altre voci, e non amiche, ora parmi che si levino e dicano: «Noi non
intendiamo donde muovi nè dove vai.»

Ed io rispondo: «Peggio per voi; le vostre sono anime invano.»

Se tu dunque che leggevi fin qui ti senti il cuore e lo inteletto
sicuri, se le lagrime non ti tolgono la vista delle miserie umane,
vieni, mi segui nel dolente pellegrinaggio del pensiero: ti narrerò
storie feroci, ti dirò cose che ti suoneranno terribili quanto le
strida di un dannato, e pregherò Dio che non valgano a persuaderti.
A te poi comando di non compiangermi e, se ti piace ancora, di non
maledirmi; gemi soltanto sopra la dura necessità che produceva i casi
i quali verrò raccontando: non gli ho inventati già io. Se tu potessi
smentirli, se cancellarli dalla memoria, dove stanno impressi con
parole di sangue, oh! io ti saluterei consolatore della umanità.

                   *       *       *       *       *

Io scrittore lascio questa prefazione come prima la dettai, se
togli che in più parti la corressi per quello concerne lo stile,
conciossiachè mutarne i concetti oggimai non tornerebbe efficace.
Tuttavolta però, più pacato ora, meglio perito nei casi della vita,
di non pochi anni più prossimo al sepolcro, io giudico com'essa non
esponga dottrine affatto buone nè vere. Sapienza è non disperare mai;
e nello attendere e nello sperare stanno le virtù supreme dei popoli.
In quanto all'odio poi, se un dì fie dato inalzare lo edifizio della
umana felicità, certo non su l'odio, bensì sopra il fratellevole amore
che Cristo insegna avrà da fondarsi: ciò nonostante, adesso ci corre
obbligo di odiare; che lo schiavo non può volgere la mente grata a Dio,
e Dio abborre vedersi supplicato da mano gravi di catene.

    Passate le Alpi, e tornerem fratelli.



L'Assedio di Firenze



CAPITOLO PRIMO

NICOLÒ MACHIAVELLI

                              Perchè egli è ufficio di uomo buono
                                quel bene che per la malignità
                                dei tempi e della fortuna tu non
                                hai potuto operare insegnarlo agli
                                altri, acciocchè, essendone molti
                                capaci, alcuno di quelli più amati
                                dal cielo possa operarlo.

                                                      MACHIAVELLI.

                              Che se la voce sua sarà molesta
                                Nel primo gusto, vital nutrimento
                                Lascerà poi quando sarà digesta.

                                                      DANTE.


Il suo passo era di uomo libero in terra libera, grave e solenne: ma
sembrava sviato, come di persona improvvida o poco curante dei luoghi
che gli si paravano dinanzi in suo cammino. Vestiva abito straniero:
la cappa soppannata di pelli, il giustacuore di velluto bruno, calze
di panno strettissime di colore scuro; le scarpe, il collarino e ogni
altra parte in somma del suo abbigliamento rammentava la foggia di
Francia. Portava avvolta intorno al berretto certa catena d'oro dalla
quale pendeva una medaglia parimente d'oro ove stava effigiata una
salamandra nelle fiamme, col motto: _ardo, non brucio_; impresa e motto
inventati per Francesco I da madama d'Alençon sua sorella, valentissima
in coteste arti cortegiane.

In cotesti tempi dame e cavalieri si affaticarono a indovinarne il
significato; ma, per quello che la tradizione lontana ci tramandò, pare
che madama d'Alençon intendesse, mediante sì fatta impresa, ammonire
Francesco allora duca d'Angoulème, quando prese ad amare la giovane
sposa di Luigi XII, Maria d'Inghilterra, dalla fecondità della quale
correva pericolo di rimanere escluso dal reame di Francia.

Lunghi i capelli cadevano oltre le orecchie allo straniero e quivi
tagliati in giro; costume anch'esso nato in Francia da brutta
necessità. Imperciocchè i monarchi, disegnando abbattere la potenza
dei baroni, per superarli di forze non abborissero chiamare in aiuto
loro gente condannate ad avere mozze le orecchie (specie di pena oltre
modo infamante usata in quei tempi): e pervenuti poi a miglior grado
di fortuna, cotesti usciti dalle galere con quella usanza tentarono
ricoprire la propria vergogna[7]. Ciò che in principio fu turpe bisogno
diventò subito presso quegli strani ingegni dei Francesi vaghezza di
costume; appunto come, sul declinare del secolo passato, dalle stragi
della rivoluzione ricavarono nuove foggie di abbigliamento del sesso
gentile[8].

Ma se straniere erano le vesti, il volto lo diceva italiano, nato alla
grandezza e alla sventura. Sopra la sua fronte sublime potevano la
gioia e il dolore spiegarsi nell'ampiezza della loro potenza; e certo
sovente se ne alternarono il dominio: se non che la gioia fugace la
percosse appena col ventilare delle sue ali leggerissime di farfalla,
mentre il dolore vi lasciò la impronta delle sue varie procelle, a
guisa d'iscrizioni funerarie sopra la fascia dei sepolcri. Quel suo
sguardo acuto manifestava ingegno prepotente, un ingegno capace di
fissare lo splendore dei cieli, volgerlo alla terra e in un baleno
d'intelligenza comprendere i pensieri, le sensazioni, gli affetti che
passano tra i pianeti e la terra, fra il creatore e la creatura, e
quindi sollevato dal fango tornarlo di nuovo a fissare nel firmamento,
come protesta immortale contro lo spirito che accolse l'idea della
stella e del fango, del piacere e dell'angoscia, del palpito dell'amore
e del verme della putrefazione, del tiranno e dello schiavo; e ne
lanciò a piene mani la moltitudine nel mondo quasi in retaggio di
maledizione alla stirpe che si pentì di aver creato con anima e lingua
bastevole a rimandargli contro una maledizione[9]. Da molto tempo la
sua bocca obliò il sorriso che nasce dalla vista della bellezza, dai
racconti delle imprese onorate, da quando insomma, commovendo, ha virtù
di esaltare l'anima umana. L'affanno inaridisce tutti senza distinzione
gli affetti, la lacrima del pari che il sorriso, come fa delle piante e
dei fiori il vento del deserto. Ben egli ancora rideva, ma un brivido
del cuore sembrava cagionasse cotesta crispazione convulsa delle
labbra; le morbide curve disegnate dalla bocca quando susurra parole
di amore erano sparite; invece si scomponeva in triste linee angolari,
come colui che gusta per errore una bevanda amara.

E non pertanto, malgrado segni così profondi di rovina spirituale, due
corde vibravano eterne in quel cuore: — la poesia e la speranza. Egli
aveva provato il pane dell'esilio, nè quel suo passo incerto nasceva da
noncuranza, no; quando prima lo mosse, ebbe in pensiero di recarsi a un
punto determinato; poi la gioia di rivedere, dopo gli anni incresciosi
dell'esilio, i luoghi diletti della sua giovanezza lo vinse sì che,
dimentico di ogni altra cosa ora si aggirava alla ventura per le vie
di Firenze. Oh quanto è funesta amica la memoria al povero esiliato!
Quanto mal destra consolatrice! Invece d'infondere sopra la piaga olio
e vino come il Samaritano dell'Evangelo[10], senza volerlo vi sparge
zolfo infiammato. La memoria i casi più riposti della vita ricerca
limpidissima, senso comparte ed affetto ai luoghi cari per un ricordo
di amore, cari eziandio per lo stesso dolore: e poi tutte queste cose
rallegrando col raggio più puro che mai scintillasse in cielo italiano,
ad ora ad ora ne abbaglia lo spirito all'esule, non altrimenti che il
fanciullo, per giuoco raccolta la luce del sole entro uno specchio, si
compiace rapire per un momento la vista al passeggero con un oceano
di splendore. Però l'esule si strugge nell'agonia di un desiderio
febbrile e, consumato da cotesta ardente contemplazione, comprende in
qual maniera i Greci antichi potessero imporre alle furie il nome di
_Eumenidi_, che significa _dolci_[11]. E perchè dovea una parte della
città preporre all'altra? Non componevano tutte la diletta sua patria?
Errava così alla ventura, perchè dovunque si volgesse incontrava
argomenti di pietà, di piacere e di travaglio.

Se i luoghi percorsi un qualche bel fatto cittadino o una strage
fraterna gli rammentassero, avresti potuto conoscere dal passo, che
ora procedeva più lento ed ora si accelerava come se premesse lastre
di fuoco. Adesso notava le masse portentose dei palazzi baronali,
fatte più smisurate dalle tenebre, e gemeva su gli odii che gli
ostelli destinati al quieto vivere civile tramutarono in fortezze; e
più lungamente ancora si tratteneva a considerare le umili case dei
popolani appoggiate a coteste superbe dimore per averne sostegno,
nel modo stesso che nel mondo i deboli si raccomandano ai potenti
per conseguirne tutela; e nel modo stesso che nel mondo i deboli, dal
continuo curvarsi, acquistano soltanto avvilimento e abbandono, cotesti
abituri per la prossimità delle soverchianti magioni venivano a perdere
la luce e il vivido circolare dell'aria. Procedendo oltre, penetrava
con gli sguardi dentro le officine degli artefici; e tentennando
il capo, contemplava quei volti plebei che la necessità colorisce e
corruga, e quelle mani che muove il bisogno di un pane e la passione
di un eroe; quelle mani che mosse dalla piena del cuore guadagnano una
corona al capo o una catena ai piedi.

Però la virtù non si era anche fatta inusitata sotto i tetti signorili,
nè la misura dell'anima procedeva alla rovescia con la larghezza dei
luoghi che la ricettano: pure ella fin d'allora le modeste più che le
sublimi case si compiaceva visitare.

Così di pensiero in pensiero trascorrendo e per diverse vie camminando,
venne a riuscire appiè del Ponte Vecchio. Andava oltre; e giunto che
fu a mezzo del ponte, si affacciò alle spallette, dove declinato il
capo, si pose a considerare il corso del fiume. In quel punto la sua
mente era tolta alla visione dei tempi passati. Vide un barone vestito
di bianco sopra un bianco palafreno arrivare con lieti sembianti
in capo del ponte, all'improvviso prorompere una mano di armati,
stringersegli addosso e, senza pur dargli tempo di raccomandarsi a
Dio, rovesciarlo dal palafreno e rompergli la persona di mille ferite;
vide sgorgare larga vena di sangue, macchiare le pietre del ponte e la
statua del nume che i pagani proposero alla guerra; ed a lui stesso
sentì spruzzarsene il volto, onde atterrito recava ambedue le mani
alla fronte a rimuoverne il sangue fraterno. E poi apparve il demonio
della discordia, che quel sangue raccolse e, mescolato con l'ira di
Dio, tornò a diffonderlo, quasi rugiada di delitto, sopra una terra
sacra alla sventura: allora, fecondate dall'umore mortale, scorsero
generazioni che, rinnovando il caso degli uomini usciti dai denti del
serpente di Cadmo, sembrò venissero alla luce per trucidarsi soltanto:
d'ira ebbre e di sangue, si lacerarono le membra, delle proprie viscere
composero miserandi flagelli; le antiche sepolture, baccanti di strage,
scoperchiarono, e strinsero le ossa degli avi onde percuoterne il capo
ai nipoti.

Nel fragore delle acque rompentisi per le pile, echeggianti sotto gli
archi del ponte, a lui parve sentire il grido lanciato dalle trascorse
generazioni nei tempi futuri; suono orribilmente confuso, voragine
di dolore, di pianto, di delitti e di memorie. Come narra la fama che
all'imperatore Pertinace dentro la piscina si affacciasse spaventevole
uno spettro a minacciarlo di morte[12], così in quelle rapide onde del
fiume egli pensò vedere i secoli passati, in forma di truci gladiatori,
fuggire dalle arene sanguinose e correre verso l'eternità, incalzati
colla spada nei remi dei secoli succedenti. I lumi accesi sopra la riva
mandavano obliquamente per la superficie del fiume lunghe strisce di
luce, sicchè le onde grosse e veementi, nel trapassarle, riflettevano
un raggio sinistro che bene si rassomigliava al corruscare dei ferri
parricidi.

Il pellegrino non vale a sostenere i fantasmi della propria
immaginazione, e gli occhi solleva al firmamento. Il cielo in parte
era ingombro di nuvole, ma vi scintillava una stella splendida come
la libertà, bella quanto la speranza. Quale misteriosa corrispondenza
passasse tra il pellegrino e la stella io non saprei; però ei la
fissava con immensa alacrità, aveva tutta l'anima trasfusa nello
sguardo, e sollevò la destra come per invocarla. La stella parve
battere l'ale a guisa di colomba e tremare luminosa e ingegnarsi a
fuggire la nuvola nera che di mano in mano divorava oscurando il bello
azzurro del cielo; invano: il nuvolo l'aggiunse, e il firmamento pianse
perduto quel soave raggio d'amore. Egli allora declinò lo sguardo,
dalla parte più lontana del cuore disciolse un sospiro e, vinto
dalla passione, fuggiva a corsa dal ponte per sottrarsi al doloroso
presentimento.

L'affanno cerca il consorzio degli uomini, la gioja spesso gli oblia:
in molti ciò accade per raziocinio, e vuolsi biasimare; in moltissimi
per natura, e vuolsi compatire. Il pellegrino, adesso vinto dalla
passione, si risovenne dell'uomo per cui si era mosso da prima e che
aveva dimenticato nella dilettevole contemplazione. Sceso il ponte,
camminò per gran parte della via chiamata dei Guicciardini: già era
prossimo alla fine del suo pellegrinaggio, quando gli parve vedere, e
vide certo, una figura immobile davanti la casa dell'amico. Siccome
avviene per la notte si presentava disegnata in nero sopra un fondo
men bruno: la veste talare, che chiamavano lucco, descriveva cadendo
bellissimi contorni; una mano le pendeva giù lungo la persona, l'altra
sottoposta alla fronte e appoggiata allo stipite, in sembianza di
statua che pianga sopra l'urna dei defunti.

Il pellegrino soprastette alquanto col cuor chiuso, aguzzò lo sguardo
e sentì suo mal grado agitarsi; riprese a camminare più lento, mormorò
alcune parole, levò strepito: invano; lo sconosciuto, assorto in
profonda meditazione, non pareva cosa viva. Si fa più appresso, più
appresso ancora: coteste forme non gli tornano ignote; esita nel
ravvisarle, le ravvisa, e con tale una voce che svelava una piena
immensa di affetto, una speranza adempita, forte sclamò:

«Buondelmonti.»

Lo sconosciuto anch'egli, quasi desto per forza, balzava indietro
gridando:

«Alamanni.»

E l'uno nelle braccia dell'altro precipitava e sentiva sopra il suo
cuore palpitare il cuore dell'amico col palpito più generoso che mai
fosse concesso ai nati della creta.

Troppo gli agitava profonda quella intima melodia onde potessero
significarla con parole. Come la virtù visiva per solenne splendore si
acceca, così l'altissimo sentimento smarrisce la via della favella;
però precorre il linguaggio dei labbri mortali un colloquio dello
spirito che forse non morrà, colloquio di arterie frementi, di
effluvii di vita trasfusi da una mano all'altra, dall'una all'altra
guancia. Stettero muti e giubilarono e quasi benedissero i travagli
sofferti da Dio che volle sgorgasse la dolcezza della gioja dall'amaro
dell'angoscia, in quella guisa che finsero i poeti con le lacrime di
una donna disperata si componesse la mirra, profumo soave agli uomini
e agli dêi.

Quando poi si fu alquanto quetata la veemenza della passione, Zanobi
Buondelmonti prese a interrogare dicendo:

«E donde vieni, Luigi?»

«Vengo di Francia, ove trovai favore presso il Cristianissimo; ma la
grazia dei re all'anima repubblicana è tale un supplizio, Zanobi, che
l'Alighieri nostro non avrebbe dovuto dimenticare di metterlo giù nel
suo Inferno.»

«E come ti si volsero gravi gli anni dell'esilio? Ti piacque ella la
terra? Ti si mostravano i cittadini cortesi?»

«L'esule, amico, e tu lo sai a prova, conserva gli occhi per piangere,
non già per vedere; il cuore gli vive, ma per sentire la propria
sciagura. Il pane dell'esilio mi parve amaro, e certo parve anche a
te; incresciosa la casa dove non ti richiama affetto di vivente o di
defunto. Il sole in sembianza di fuggiasco trascorre per quell'aere
caliginoso e raccoglie a sè tutti i suoi raggi, quasi per timore di
contaminarveli dentro; egli comparisce su l'emisfero come spossato
dalle fatiche di aver vinto le tenebre; per gran parte dell'anno egli
guarda quei luoghi colle palpebre socchiuse, ma non li veste con la
magnificenza della sua luce, nè le cose riempie e gli uomini di vita
e di poesia. Anche coteste terre traversano ampie riviere, ma invano
cercai gli argini fioriti del patrio fiume, nè vidi percuoterne le
sponde i piè leggieri di donne o di donzelle innamorate, nè riflesse
in quell'onde le infinite ville di cui va lieta la prossima campagna:
la Senna mi apparve a guisa di un fiume di piombo che senza fremito
di acque, senza riflesso d'immagini, unito, opaco, si accostasse
pesantemente al mare. Per gli uomini poi, nè il cielo nè la terra
amano i miseri e l'odio degli avventurosi ti prostra del pari che il
beneficio. Astero di Anfipoli tolse un occhio, lo sai, a Filippo di
Macedonia con una freccia d'argento. Il potente dona per ozio, per
fastidio, per tracotanza; dona ancora per debolezza o per ira, di rado
per la benignità di natura o per amore del prossimo; e quando egli si
avvisa di cacciare fuori un lamento sopra la ingratitudine umana, il
mondo gli crede, perchè non sa o non vuole comprendere come sovente la
mano che finge stendersi al beneficio meriterebbe di essere tagliata.
Al misero poi che sotto la sferza dell'elemosina trae doloroso un
rammarico maledicono tutti, perchè non pensano che con un fiorino può
maggior ferita apportarsi che con un pugnale. Da ogni parte odi muovere
lagnanze di uomini ingrati: potresti tu annoverarmi coloro i quali
sanno beneficare? L'anima del cane non bada al volto di cui gli getta
l'osso, ma l'anima dell'uomo rimane profondamente contristata dal modo
del beneficio. Ora tu intendi come il disprezzo mi gravasse, nè meno
la pietà altrui mi riuscisse importuna. Nello stato al quale venimmo
condotti il cuore sta chiuso nè lascia entrarvi od uscirne un affetto.
Infelice colui che in questa terra non seppe inspirare altro che odio;
ma infelicissimo quegli che abbisogna della pietà degli altri!

  [Illustrazione: «Alamanni.» e l'uno nelle braccia dell'altro
   precipitava... _Cap. I, pag. 5._]

«Veramente, Luigi», rispose il Buondelmonti, «la miseria flagellando
scuopre la carne viva, sì che le fibre spasimano ad ogni lieve
crudezza: però non vuolsi negare come l'uomo di rado e malvolentieri
perdoni qualunque sorta di superiorità, e il felice beneficando si
dichiara coll'atto superiore allo sventurato. — Qual merito è il suo
per vivere più contento di me? — nella rabbia del cuore si domanda
l'offeso dalla fortuna: e, la ingiustizia confondendo con l'uomo che la
rappresenta, trasuda odio per tutti i pori del corpo. I beni acquistati
per accidente di fortuna più di leggeri egli assolve che gli altri
concessi per fatalità di natura: la ricchezza quindi più agevolmente
della grazia, la grazia della forza, la forza della bellezza, la
bellezza dell'ingegno. Pel genio poi non vi ha perdono in questa terra:
gli volgano i casi favorevoli o avversi, egli è solo. Messo sul capo
de' suoi fratelli, ben egli ha potenza di pestarlo o illuminarlo, ma
gli è vietato baciarlo; dove si chinasse un momento, sarebbe una stella
caduta, avrebbe tradito il suo officio per pochezza di cuore: soffra,
sia grande e tacia. Dalle angosce della sua solitudine usciranno
insegnamenti a migliorare il vivere degli uomini tra loro: intanto
sè stesso nudrisca divorandosi; sublime di grandezza e di dolore,
si apra il petto e, a guisa di mistico pellicano, le schiatte dei
fratelli rigeneri con un battesimo di sangue e di scienza. Così, per
certo, si mantiene dal destino in giusta lance cui ebbe troppo, e cui
troppo poco; così forse merita pietà chi maggiormente pensiamo degno
d'invidia. Sempre a sè medesimo gravoso, spesso ai suoi fratelli,
funesto, vilipeso, sconosciuto, perseguito, il genio è condannato ad
una perpetua ebbrezza di angoscia e di gloria.»

«Forse è così, come dici, o Zanobi: e l'una parte e l'altra avranno
torto o più tosto ragione; però che l'esperienza m'insegnasse queste
due parole non corrispondere a cosa effettuale di per sè stessa stante,
sì bene essere modificazioni di cose secondo i tempi o le sorti o gli
uomini diversi. Francesco Sforza tolse via la repubblica di Milano; e
poichè i cittadini non sentirono virtù da impedirlo e da spegnerlo, fu
duca ed ebbe ragione: se lo tentava quando i Lombardi con la creta e
con la paglia contrastarono all'imperatore Barbarossa, sarebbe stato
ridotto in pezzi e avrebbe avuto torto. Arnaldo da Brescia, Giovanni
Hus e Martino Lutero intesero ad un medesimo fine: i primi due vennero
al mondo troppo tosto e capitarono male; il terzo nacque in tempo
giusto, ed ogni giorno, come tu vedi, prospera. Ma, lasciando per ora
di ragionare intorno a sì fatto argomento, dimmi tu pure come e quanto
pativi: è cosa dolce sopra la terra dei nostri padri discorrere insieme
gli affanni dell'esilio. Di te non intesi novella mai: e quando mi
ricorreva al pensiero la tua cara immagine fraterna, involontarie le
labbra mormoravano la preghiera dei defunti.»

«Ed in vero io non vissi. In quella guisa che gli antichi credevano
lo spirito dipartito dal corpo non sapesse o non potesse abbandonare
i luoghi dove giacea sepolto il compagno della sua vita, così io mi
aggirai per le varie contrade d'Italia. A Roma poi, più sovente che
in altre parti traeva come a sicurissimo asilo. La luce abborriva e
gli uomini, perchè io non ho cuore da sopportare la vista di un popolo
caduto sì basso. E pure coloro i quali adesso mangiano e bevono e
dormono in Roma ardiscono vantarsi sangue latino, chiamarsi figli
degli antichi Romani! Sì certo, come i vermi potevano dirsi figli
di Bruto diventato cadavere. La notte invocava che col suo più denso
velo ricoprisse le infamie d'Italia, e la supplicava eterna; usciva
pel buio a vagare, simile ad un insetto, traverso le infinite volte
del Colosseo, monumento sul quale i secoli, poichè invano tentarono
distruggerlo, si posano come sopra un trono conveniente alla loro
maestà; ma nell'insetto era potenza d'immaginare, e quindi riempiva
cotesta arena di aneliti, di grida e di strage, e quei gradini popolava
di una gente a cui porgeva acuto diletto un colpo mortalmente ferito,
un'agonia fortemente sofferta; e da cotesti spettacoli vedeva sorgere
la gente romana e correre a portare nell'universo catene e seme di
futura vendetta: però le larve sparivano, e tremendo mi stava davanti
gli occhi il sepolcro delle rovine di Roma; sì, dico, sì, anche le
rovine sono state sepolte: chi ne conobbe fin qui tutte le sue ossa!
Se rimanessero intere le rovine della superba città, ne uscirebbe una
voce di spavento allo straniero, una voce di risurrezione ai nostri
stolti e codardi: grandezza, gloria, popolo, costumi e rovine di Roma,
tutto precipitò nella morte. I numi muoiono anch'essi. Del tempio di
Giove avanza una colonna sola, quasi cippo sepolcrale di religione
defunta. Ahimè! l'aspetto dell'antica miseria non giova a confortare
la nuova. Cessiamo dal piangere sopra le glorie passate; piangiamo
più tosto, e a maggiore ragione, la odierna viltà che ci contende di
sollevare l'anima dalla terra. Ogni popolo trama il proprio destino;
ogni uomo può violentare la sua Parca. Non è questo il terreno dove
vissero i Romani? non è questo il cielo che li copriva? non queste
le stelle che tante volte scintillarono sopra i nostri trionfi? Nulla
è mutato; noi solo siamo fatti diversi. Ecco, io diceva a me stesso,
giunse nella terra dei padri miei il giorno d'ira e di abiezione, nel
quale i popoli portano le catene come ghirlande di fiori e credono non
avere mai la testa tanto bassa, la voce tanto dimessa, il dorso tanto
curvo da prostituirsi al proprio simile: ora che più resta all'uomo
nato libero? Avventi contro Dio la sua anima, come saetta dall'arco, e
mora incontaminato. Moriamo. E a corsa m'incamminava verso la patria,
chiuso nel tremendo pensiero di maledirla e di spegnermi. Valicai
furente i gioghi dell'Appennino: l'anima mia si accordava con gli urli
dei lupi vaganti pe' boschi e li vinceva in ferocia; le mani atteggiate
ad imprecare, mi affacciai dalla sommità dei colli, giù per le valli
lanciai uno sguardo infocato quanto il fulmine del cielo.... Ahi la
patria! la patria! nel giorno del dolore più leggiadra mi apparve che
in quello dell'esultanza, siccome grazia aggiunge e vaghezza al volto
della donna il pallore che la mestizia vi diffonde coll'alito gentile.
Occorrono sopra la terra creazioni di così incorrutibile bellezza su
le quali la traccia della sventura non si manifesta come oltraggio, ma
quasi un bacio; e la nostra patria, o Luigi, è tra queste. Gli occhi
mi s'ingombrarono di lagrime, mi caddero le mani; ed in quel modo che
Balaam, chiamato a maledire il popolo di Dio, lo benedisse tre volte,
io le invocai bellezza sempre uguale, destini diversi. Scesi dai colli
con l'ansia d'una madre la quale, spaventata dai lunghi sonni del
figlio, si curva sopra le sue labbra a spiarne la vita, ed entrai nei
casolari degli agricoltori: colà vidi accendersi volti alla memoria
della nostra abiezione, quivi udii suonare la parola della libertà:
allora mi accôrsi che la patria non era anche morta; onde, prostrato
sopra la terra de' miei padri, con le viscere del cuore supplicava:
Desta, o Signore, la bella addormentata. Tu, padre, schiudi le dimore
celesti, a tutti ospitale: l'anima del forte e quella del debole
sono parte dell'anima tua; perchè dunque tu soffri la schiatta dei
tormentatori? Le mani strette dalle catene non possono sollevarsi verso
di te. Vedi, i fratelli hanno contristato lo spirito dei fratelli,
gli hanno percossi, gli hanno fatti piangere: perchè tanto splendide
creasti le sfere, così squallida la terra? Manda la figlia migliore del
tuo pensiero, la libertà, ad albergare tra gli uomini; e la terra fie
che emuli di magnificenza il firmamento: allora queste due creazioni
alterneranno in tua gloria un cantico nuovo, e i cieli, fino ad ora
cupamente muti, palpiteranno di echi divini. Lévati dunque giudice e
comanda che lo svegliarsi di un popolo sia come quello di un leone e
non riposi finchè non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli
uccisi[13]. Ora, ecco, Iddio ha esaudito la preghiera dell'esule; e di
forza, di amore pieno e di ardire, a pena giunto qui, piegai i passi a
salutare il grande, che da noi vuolsi onorare dopo Dio prima, perchè,
se da lui avemmo la vita e la patria, egli c'insegnava ad amarla ed a
morire degnamente per lei.»

«E già tardammo anche troppo», soggiunse Luigi Alamanni; e così
favellando prese pel braccio il Buondelmonti e salirono.

Non incontrarono persona nè udivano muovere passo o articolare parola:
una lampada appesa alla volta della sala ardeva solitaria e prossima a
morire. Appena v'ebbero posto il piede i due amici, si avvivò, mandò su
le nudi pareti un getto di luce, quasi volesse dire: — contemplate la
povertà di Nicolò Machiavelli —, e si spense. Allora ristettero pensosi
e meditarono se quella miseria o il grande che la soffriva maggiormente
onorasse, o i suoi concittadini che gliela lasciavano sopportare
avvilisse. Percossi dallo insolito silenzio, si avvolgono per lunga
serie di stanze prive di lume; alla fine giungono in parte dove vedono
scaturire una striscia di luce; si accostano all'uscio ed aprono.

Nicolò Machiavelli giace vicino all'ultima sua ora; la contesa tra
la distruzione e l'esistenza era già scorsa; la distruzione aveva
prevalso e spiegava su quel corpo le sue insegne come sopra terra
presa; la pelle livida, le tempie cave, la fronte arida, il naso
attenuato e recinto di un cerchio nericcio, la calugine delle narici
sparsa di polvere giallastra, il pallore, il sudore e quiete inerte
foriera del sepolcro; — egli tendeva le labbra a guisa di assetato,
come anelante di un sospiro che gli rinfrescasse le viscere; gli occhi
lucidi di vetro, senza sguardo di cosa terrena, però intenti alla
contemplazione degli oggetti posti oltre i confini della vita: ora
solenne nella quale l'anima, non bene uscita dalla spoglia mortale nè
ancora volata alle dimore celesti, sembra soffermarsi sopra la soglia
dello infinito, esitante tra le gioie promesse e gli effetti goduti;
colloquio misterioso fra il Creatore e la creatura che niuna mente vale
a comprendere, nessuna lingua a descrivere, forse di amore, forse di
rabbia, ma certamente pieno d'ineffabile amarezza.

Un giovane di vaghe sembianze, genuflesso a canto il letto, si cuopre
il volto con la destra abbandonata del moribondo e la bacia e tacito
vi sparge sopra largo rivo di pianto: un dolore senza fine amaro
si ostina a prorompere urtandogli impetuoso le fauci; la pietà del
moribondo stringe il giovine a comprimerlo, sì che si ripiega fremente
a spezzargli sul cuore, e il corpo si agita tutto di scossa convulsa.

A capo del letto, dalla parte diritta, sta un frate di volto severo,
stringe i labbri tra i denti, guarda il moribondo e non fa atto di
pietà o d'impazienza; se non che la fronte, con vicenda continua, ora
gli si corruga ed ora gli si spiana; come i nuvoli sospinti dalla
bufera davanti al disco della luna, tu puoi scorgere i pensieri
procellosi che l'attraversano.

Dalla sinistra, un uomo membruto di persona, con le braccia conserte
sul petto, tiene il capo chino al pavimento; copiosi capelli rossi
gl'ingombrano la fronte e parte delle late spalle, la barba fulva gli
oltrapassa scendendo la cintura; dal mezzo dei sopraccigli orribilmente
aggrottati sorge quasi un fascio di rughe le quali vanno, a modo di
raggi, dilatandosi per l'ampiezza della fronte: male quindi sapresti
indovinare se quivi il dolore ristretto lanciasse coteste linee rodenti
ad occupare le facoltà del cervello, o se piuttosto, dalle varie
regioni del cranio partendo, colà esse si condensassero; veramente
stavan fitte in quel punto atroci a sentirsi quanto le sette spade
raccolte a trafiggere il cuore della madonna dei dolori: non atto, non
gemito lo chiarivano vivo, nè il muovere dei peli estremi dei labbri
per respirare; solo tu avresti veduto a poco a poco comporsi due grosse
lacrime nel cavo de' suoi occhi, tremolare incerte lungo le orbite
e sgorgare dalle palpebre giù per le guancie, come secreta vena di
acqua tra massi di granito. A prima giunta quella testa ti appariva
feroce, quindi ancora atta a esprimere la pietà; finalmente, senza pure
accorgertene, ti sentivi disposto ad amarlo; aspetta ch'ei parli e lo
conoscerai.

Appiè del letto occorreva un'altra figura vestita di corazza d'acciaro,
con ambe le mani coperte di manopole di ferro soprammesse al pomo
della lunga spada; anche il suo volto rendeva decoroso largo volume di
capelli cadenti, le guance rase ed i labbri, la fronte purissima, dove
avrebbe potuto, come sopra il santuario, deporre un bacio l'angiolo
della innocenza; ed egli stesso sembrava un angiolo che i credenti
affermano vigilare intorno i letti dei giusti moribondi a respingere
gli assalti dello spirito infernale. Cotesto era un corpo che gli
anni passando non guastano, soltanto modificano a generi diversi di
bellezza, e cotesta era un'anima che l'angoscia piega alquanto, non
rompe, — la gioia rallegra, non esalta: anima e corpo, in somma, di
rado concessi da Dio alla terra per far fede tra uomini degenerati
quale nel suo pensiero divino avesse concepito la creatura, prima che
una colpa senza perdono la diseredasse del paradiso terrestre: anelante
di sacrifizio, egli avrebbe notte e giorno supplicato che i misfatti e
le pene degli uomini la giustizia eterna sopra il suo capo accogliesse
e vittima di espiazione l'accettasse; ed egli non avrebbe mica diviso
la croce col Cireneo nè per viltà rimosso dalle sue labbra il calice
della Passione; per tutti i regni della terra non ne avrebbe ceduto una
stilla. Lui, onde cara e onorata cadesse la patria tra noi, disposero
i cieli ad essere il martire della libertà, l'ultimo dei generosi
Italiani.

  [Illustrazione: Egli mosse le labbra e favellò: «Io vi
   aspettava:... _Cap. I, pag. 16._]

Varie altre persone stavano sparse per la stanza atteggiate in modi
diversi e pur tutti esprimenti dolore: onde quando io considero quante
abbia maniere a manifestarsi l'angoscia e quante poche la gioia, come
via unica per venire nel mondo ci fosse dato il seno materno e per
quante infinite riusciamo al sepolcro, mi turba il pensiero che una
forza maligna ci abbia lanciati nel mare della vita col sasso della
miseria legato intorno al collo. Non disperiamo però: imperciocchè
quantunque a noi non soccorra rimedio altro che le lacrime, tuttavolta
la stilla perenne ha virtù di cavare il diamante, e le generazioni
succedendosi in questa opera possono piangere a bell'agio e cancellare
il decreto inciso nel granito per la mano del fato.

Marietta, moglie di Nicolò, e tre dei suoi figli, Guido, Piero e
Bernardo, si erano da molto tempo ridotti a dimorare in campagna; nè,
per essere il male sopraggiunto improvviso al padre loro, avevano
potuto riceverne notizia. Forse in cotesto punto insieme raccolti
discorrevano delle cose della patria e sorti migliori speravano pel
padre, il quale, con tanto pericolo suo e vantaggio di lei, l'aveva
di opera e di consigli sovvenuta in tempi grossi, ed ora per certo
non egli avrebbe voluto negarle i suoi ammaestramenti acquistati dalla
esperienza degli anni e dalla lunga pratica nei pubblici negozii; ma in
quel punto la speranza levava l'áncora di casa Machiavelli, lasciandola
in balia della miseria. Disegni umani!

I due amici, osando appena alitare, s'inoltrano nella stanza;
procedendo vengono a posarsi traverso la linea visuale degli sguardi
del moribondo. I suoi occhi cessano subitamente dalla fissazione,
le pupille quasi smarrite ondeggiano da un angolo all'altro, poi
tornano consapevoli a fermarsi sopra gli oggetti circostanti;
allora l'esultanza salutò di un estremo sorriso quel volto pieno di
morte, come il sole dall'orlo del giornaliero sepolcro di un raggio
languidissimo colora il sommo delle basiliche, delle torri e dei monti
già a mezzo ingombri dagli orrori crescenti della notte. Egli mosse le
labbra e favellò:

«Io vi aspettava: silenzio! Parole ho a dirvi degne che per voi si
ascoltino, per me si favellino, nè alla umanità nè alla patria inutili
affatto e per la mia fama necessarie. La natura mi chiama, ed io sto
disposto a rispondere. Perchè piangete? Chiamerà anche voi; e poichè
la vecchiezza precede la morte, considero la morte pietà; io però bene
devo ringraziarla di questo, che ella non volle chiudermi gli occhi,
se prima non avessi contemplato il giorno della risurrezione; adesso
sì che mi sento capace da vero d'invocare col cuore il nome di Dio,
poichè la mia bocca, sopra la piazza della Signoria, davanti la faccia
del cielo, ha gridato: Viva la libertà!... Silenzio! onde il senno
dei tempi non vada disperso. Le schiatte umane passano come ombre; se
non che, prima di ripararsi sotto il manto di Dio, nelle mani delle
schiatte sorvegnenti consegnano la fiaccola della scienza: a guisa del
fuoco sacro di Vesta, quantunque ella muti sacerdoti, pure arde sempre
e cresce nei secoli nè ormai più teme vento di barbarie. Accostatevi e
raccogliete l'estreme parole, però che vi aprirò il mio pensiero come
se fossi davanti al tribunale dell'Eterno.»

I due amici, compresi da senso religioso, si appressano e, salutati
appena d'uno sguardo i circostanti, si pongono ad ascoltare.

Nicolò riprendeva:

«La fortuna trama in gran parte la tela degli umani avvenimenti. I
Romani, i quali quasi quanto vollero fecero, più che agli altri dii are
innalzarono e tempii alla Fortuna; e con ciò dimostrarono sapientemente
conoscere una forza superiore alle forze mortali che spesso si compiace
secondare sovente ancora i disegni loro impedire. La fortuna sola
vuolsi molto più accetta tenere della virtù sola: imperciocchè quella
vedemmo tal volta condurre a lieto fine le imprese, la seconda capitare
sempre male. Siccome la vita dei popoli si prolunga nei secoli, così
la prosperità loro non si comprende da una o due imprese avventurose,
sì bene da una serie di fatti prudentemente concepiti e virtuosamente
operati: per la qual cosa giudico la fortuna fuori di misura giovevole
nella vita breve di un uomo poco avvantaggiare il governo degli stati
ed anche riuscirgli nociva, se la virtù non ponga il chiodo alla sua
ruota. La fortuna in molti casi si mostrò favorevole ai Fiorentini:
più volte li preservava dalla servitù, come al tempo di Castruccio e
dei Visconti; più volte gli restituiva a libertà, come nel passo di
Carlo VIII e adesso. Nel 1494 i meglio saputi cittadini tenevano la
patria spacciata; e invece rimase Piero dei Medici sbandito, il cuore
del dominio salvo. Ora nel 27 pareva volesse il Borbone rovesciare
Fiorenza, e invece assaltò Roma, depresse il papa e ne fece abilità
di toglierci giù dalle spalle quello increscioso giogo dei Medici.
Furono questi doni della fortuna; e appunto perchè doni, o poco gli
avemmo cari, o ci curammo poco di custodirli, siccome dovevamo e
meritavamo pur troppo; se ci avessimo speso dintorno sudore e sangue,
gli avremmo per certo più diligentemente mantenuti; gli Ebrei presero
in fastidio la manna, comechè soavissimo cibo si fosse, perchè
gliela mandava il cielo, e senza fatica a sazietà la raccoglievano;
agli uomini poi non riesce mai sgradevole quel pane che con molto
travaglio essi ottengono. Le cose della fortuna si distendono molto,
approfondiscono poco; quelle della virtù diversamente procedono:
onde, tutto ben ponderato, io prepongo alla fortuna la virtù non
infelice. Non ragionerò dei provvedimenti buoni negletti, dei pessimi
seguiti dal 1494 al 1512, spazio nel quale durò la seconda cacciata
dei Medici; già la storia i tempi, gli uomini e le colpe loro incise
sopra le sue tavole di bronzo e le dava in custodia alla memoria. Il
tempo stringe, lunga è la via; nè già si tratta adesso di speculare
sopra le azioni antiche, bensì somministrare consigli per le presenti
e per le future. La fortuna, poichè volse la ruota ora favorevole
ora avversa ai Medici, parve romperla per loro nel 1527; rimasero
uomini a pena eredi del sangue di cotesta famiglia, diseredati affatto
della virtù. Andava e va tuttavia la città divisa con diverse maniere
fazioni: eravi chi teneva pei Medici, e tra questi parte la monarchia
assoluta desiderava, parte voleva i Medici non già signori ma capi di
governo largo; della fazione avversa alcuni più odiavano i Medici di
quello che amassero la repubblica, altri più amici della repubblica
che nemici dei Medici, altri finalmente la tirannide al pari dei
Medici detestavano. Dall'un canto e dallo altro stoltezza, tranne
gli ultimi: imperciocchè nei rivolgimenti degli stati bisogni mirare
a fine preciso, e le sfumature non giovano; sicchè, quando i tempi
grossi incalzano, tu ti trovi senza concetto, sospinto là dove aborrivi
precipitare. Il popolo rimaneva come il cammello giacente sotto il
peso; lo sentiva grave, ma, scarrucolato dagl'inetti novellatori di
consigli mezzani, non sapeva a qual partito appigliarsi per gittarselo
giù dalle spalle. Correva l'aprile del 1527 quando Dio, accecando
i nostri oppressori, consigliò al cardinale Passerini da Cortona di
lasciare Fiorenza e andarsene in compagnia d'Ippolito e di Alessandro
e della Corte a Castello per complire il duca di Urbino, il quale
si era quivi ridotto con l'esercito della lega. Valicate appena le
porte, i giovani, come quelli che nella mente loro concepivano un
disegno assoluto e virile, levarono rumore, uscirono armati dalle
case Salviati e, tratti i gonfalonieri delle compagnie, si recarono
ad assaltare il Palazzo. Nessuno si oppose; però che gli stessi
avversarii, discordando nei pensieri, argomentassero nel tempo in
che faceva bisogno adoperare ferocemente le mani. Il popolo restava
inerte, chè la tirannide lunga lo teneva assopito; ben era aperta al
lione la gabbia, ma non osava lanciarsi; era la sua catena spezzata,
ma non ardiva scuotersi per gittarne lungi i frammenti; guardava, non
sapeva e, gridando libertà, libertà! applaudiva. Baccio Cavalcanti,
salito in Palazzo a nome dei giovani, impose al gonfaloniere e alla
Signoria bandissero i Medici: alcuni dei Signori che, per godere il
benefizio del tempo, s'ingegnavano interporre indugi rimasero feriti;
mandato a voti il partito, nessuno dissenziente, i Medici ebbero il
bando. Consiglio audace, provvidenza infelice. I cardinali Cortona,
Cibo e Ridolfi, avvisati del caso, tornarono spediti a Fiorenza,
il conte Noferi li precedeva con mille fanti: facendo loro spalla i
partigiani dei Medici, senza nessuno impedimento trovare, penetrano
in Fiorenza e procedendo incontrano davanti la chiesa di San Pulinari
Tomaso Ciacchi della repubblica svisceratissimo; toltolo in mezzo,
comandano gridasse: Viva i Medici! rifiutava; percosso, nel rifiuto si
ostinava; ferito mortalmente sul capo, più e più sempre esclamava: Dio
e libertà! Il popolo guardava, non sapeva e gridando: Palle, palle!
applaudiva. Insanguinata la terra di quel nefando omicidio, assaltano
il Palazzo; i giovani, comechè in tutti avessero sette archibusi,
deliberano a difendersi. I Palleschi, i quali poc'anzi paurosi si
nascondevano, adesso prorompono, più infesti, come suole, coloro che
si mostrarono più vili; arde la porta del Palazzo dalla parte degli
Antellesi; all'altra puntate le picche, le spingono di forza, sicchè
le imposte curvandosi meglio di un braccio si scostano dagli stipiti.
Se in quell'ora di turpe baldanza i soldati dei Medici entravano in
palazzo, la patria nostra avrebbe pianto lacrime amare sul fiore della
sua gioventù trucidato. A Dio piacque che quel santissimo e forte
petto d'Iacopo Nardi quivi a sorte si trovasse rinchiuso; in quel
fiero trambusto, punto egli smarrendosi di animo, confortò i compagni
a far testa anche un momento, e dipoi, salito sul ballatoio (come
colui che di ogni particolarità spettante alla patria era indagatore e
conoscitore solenne), scopriva certe pietre colà a disegno raccolte e
in modo disposte che, leggermente intonacate al di fuori, sembravano
un fermo parapetto; allora rotti i lastroni delle buche, uniti
nel proponimento di salvare la patria, precipitarono cotesti sassi
sul capo agli assalitori[14]. Se alla improvvisa rovina fuggissero
coloro, non è da dire; lasciarono le porte, l'incendio fu estinto,
e, peritandosi di accostarsi da capo, presero a sbarrare le strade.
Sopraggiunsero intanto i signori della lega; Federigo da Bozzolo
intervenne mediatore in nome di Francia, e chiariti i giovani intorno
la vanità delle difese, assicurati di universale perdono dal cardinale
Cortona e da Ippolito concesso, dal duca di Urbino guarentito, dopo
alcune pratiche, ottenne il Palazzo restituissero. Io non incolperò di
siffatto evento veruno; imperciocchè, quantunque non fossero presi i
necessarii provvedimenti a mantenere la libertà, tuttavolta, anco presi
non avrebbero, atteso il tempo breve, giovato; quello di cui riprendo
i cittadini più savi si è questo, che o il moto non impedissero, o
insieme non cospirassero prima, onde o potesse sostenersi meglio, o
venisse con più onore a mancare. La caduta di un popolo deve essere
tale, carissimi miei, che lasci memoria di terrore ai tiranni, legato
di vendetta ai figliuoli degli oppressi; tra il popolo sommosso e un
re bandito, unico patto il sepolcro; sta sulla sua spada il perdono;
affetti, giuramenti, onore e Dio sono onde che rompono nello scoglio
dell'interesse di regno. Questo per lo addietro si è visto, e tolga
Dio che si veda anco in futuro: però torno a ripetervi che, tratto il
ferro una volta, il popolo ha da gettarne via il fodero; dove tanto
si acciechi da riporlo finchè il suo nemico non giaccia cadavere,
invece di cacciarlo nel fodero, se lo caccerà nelle viscere; e di
questo stia certo. Invece il cardinale Cortona, a ciò indotto dal conte
Pietro Noferi, mandava a Roma una nota di gente da uccidere, comechè
perdonata; e se la paura di maggiori disastri non tratteneva Clemente,
avreste veduto un po' voi, come diceva Luca Albizzi, se sapeva ben
egli schiacciare il capo ai colombi rimessi in piccionaia. La fortuna
ad ogni modo ci voleva liberi: il 12 maggio giunse notizia del sacco
di Roma dato dagli imperiali, il papa a stento rifuggito in castello.
Il cardinale Cortona, povero di consiglio, nè voleva fidarsi altrui
nè da sè era bastante a prendere un partito: i soldati chiesero le
paghe; Francesco del Nero cassiere del pubblico nega i danari e ripara
a Lucca; il Cortona, di natura miserissimo, piuttostochè rimetterci del
suo, si sprovvede di quella estrema difesa e dichiara volere lasciare
il governo della città. I giovani, immemori del passato pericolo,
tornano ai tumulti; per questa volta la fazione degli ottimati,
incapace a muoversi, riesce a trattenerli. La Clarice moglie di Filippo
Strozzi va a casa Medici ed aspramente ripresi Ippolito e Alessandro
di aversi voluto fare tiranni, li consiglia a partirsi; s'ella non
era, nessuno ardiva abbattere cotesta tirannide cadente: nè in lei
fu tutta virtù, sibbene o petulanza donnesca, o rancore contro il
sangue illegittimo di casa sua, o sdegno contro papa Clemente che non
volle creare cardinale Piero suo figlio, e mandato il marito Filippo
a Napoli per ostaggio dell'accordo conchiuso con i Colonnesi, non
lo aveva poi atteso, ponendolo così in pericolo presentissimo della
vita, o finalmente speranza, cessato il governo dei Medici, di vedere
la sua famiglia principale in Fiorenza. Mentre la Clarice, accesa nel
volto con voce alta così favellava, si levò rumore tra i soldati della
guardia; un archibuso fu sparato contro di lei, sicchè tra crucciosa
e atterrita quinci si dipartiva, accompagnandola i più notevoli
cittadini. Intanto si raguna in Palazzo la pratica per deliberare
intorno ai casi presenti. Filippo Strozzi, a grande istanza pregato
da Ippolito, si reca alla Signoria per ritirare la dichiarazione del
Cortona intorno all'abbandono del governo di Fiorenza; ma la pratica
aveva già vinto una provvisione per la quale si convocava il consiglio
grande e, creatosi intanto un reggimento che tenesse gli uffici fino
al 20 di giugno, i Medici in condizione privata si restituivano.
Senonchè i giovani, prudentemente pensando, cessato il regno, non
potere il principe più oltre abitare la città, tranne morto, accennano
prorompere. Allora Nicolò Capponi, Filippo Strozzi, Giovanfrancesco
Ridolfi ed altri maggiorenti, i quali, siccome corse fama, già da buon
tempo innanzi si erano concertati a Legnaia, confortarono i Medici a
dare campo su quella prima caldezza alle ire popolari, ritirandosi al
Poggio. Filippo deputavano a scortarli sotto pretesto della sicurezza
loro, invero poi per farsi restituire le fortezze di Livorno e di
Pisa: fin qui la colpa tutta del popolo; imperciocchè, se egli avesse
sostenuto la fazione dei giovani, nè i Medici sarebbero usciti, nè
gli avrebbe lo Strozzi accompagnati. Consigliava la ragione di stato
i Medici e i cardinali Cortona, Cibo e Ridolfi si sostenessero per
cambiarli poi con alcuno dei più notabili nella guerra futura, o,
come fecero i Romani della testa di Asdrubale, balestrarne i capi
mozzi tra le genti del papa, quando ei si fosse attentato assediare
Fiorenza, mettendo così tra il popolo e il suo tiranno il sangue e
la disperazione: quello che maggiormente nuoce in simili imprese è
tenere l'animo vôlto agli accordi; perchè i codardi vanno rilenti alle
offese, le difese o poco curano o del tutto abbandonano, e la patria
rovina. Bentosto se ne raccolsero gli amari frutti; Filippo Strozzi,
per tale una causa che la fama bisbigliò sommessa, e la storia tacerà
vergognando, perocchè ella sia vergine e musa, lasciò fuggire Ippolito
a Lucca; e per ricuperare le fortezze, oltre alla perdita del tempo,
tra Piccione contestabile della fortezza di Pisa e Galeotto da Barga
di quella di Livorno vi si spesero meglio di quindicimila scudi.
Francesco Nori e la Signoria depongono l'ufficio; non aspettano il
giugno per convocare il consiglio; determinato il modo di eleggere il
gonfaloniere, l'adunano sul finire di maggio e creano Nicolò Capponi.
Il consiglio eleggeva, il Capponi accettava; fallo grave nel popolo,
nel Capponi gravissimo: errò il popolo, il quale andava immaginando
che, come egli aveva ereditato dal padre Pietro le sostanze, così pure
avesse dovuto redarne quell'impeto che valse a salvare la città dalle
cupidigie francesi e rendere il suo nome immortale; errò ancora, perchè
non conobbe la temperanza e la moderazione di Nicolò, in tempi quieti
lodevoli, avrebbero a mal partito ridotto la città nei casi presenti,
dove si chiedeva consiglio audace ed opera piuttosto avventata che
gagliarda: ma sopratutto il Capponi e sè stesso mancava ed alla
patria: forse Dio, che può leggere nei cuori, e le colpe misura dalla
intenzione, lo perdonerà, non derivando i suoi falli da mal volere; ma
non può perdonarlo la storia: ardua cosa e per avventura impossibile
alla mente umana investigare le cause segrete dell'animo; e poco rileva
conoscere se l'effetto sinistro si parta o da talento pessimo o da
mancanza di cuore; ella giudica dall'utile o dal danno: per la qual
cosa tu puoi sentenziare in coscienza che Nicolò Capponi fu traditore
alla patria. L'uomo che si reca sopra le spalle il carico tremendo di
porsi a capo dei tumulti dei popoli e indirizzarli al risorgimento si
metta una mano sul cuore e senta se col buon volere Dio vi trasfuse la
potenza: tale egli deve accogliere e tanto cumulo di qualità diverse,
discordanti ed anche contrarie, ch'io per me raccapriccio in pensarvi;
un cuore infiammato di carità, poetico quanto quello di Platone nel
contemplare la bellezza del fine, ed una mente severa come un teorema
d'Euclide; egli buono, alle umane miserie soccorrevole, amico e padre
di tutti, quando il bisogno lo stringa, deve con fronte imperturbata
tal dare principio alla sua orazione nel consiglio dei padri: «Anche
ventimila capi recisi, e la repubblica è salva!» — Se gli si parano
nelle vie i figli, Giunio Bruto gli spense; se il padre, Marco Bruto
l'uccise: e i posteri entrambi hanno salutato sublimi. Nelle cose
politiche il delitto comincia soltanto là dove la necessità cessa.
Quindi consideri con profondo consiglio le condizioni del popolo:
dove la morte della parte corrotta valga a fruttare libertà, lui
celebreranno gli uomini salvatore e Dio se ci adoprerà la scure: dove
poi i partiti sanguinosi rimangano inerti se le genti prima di morire,
renunziato l'alito divino, si convertirono in creta, se la speranza,
rivolta a terra la fiaccola, la spenge piangendo su quella città come
sopra un sepolcro, allora, la fama di crudele evitando, lasci arbitro
della morte chi creava la vita; ad esempio delle vergini di Sion,
l'arpa appenda al salice e pianga, o del tutto si taccia, perocchè
nei regni della disperazione ogni suono rincresca, anche quello del
pianto. Nicolò Capponi non ebbe la mano forte da cacciarla nei capelli
di un popolo assopito e squassarlo ferocemente affinchè si svegliasse;
i Medici non aborriva; un governo di ottimati desiderava; però i
Palleschi non ispengendo, lasciavali vivere a macchinare danni alla
patria: offendere gli uomini per volontà o per necessità è trista cosa,
pessima poi offenderli e lasciarli in condizione da vendicarsi; avesse
almeno tolta loro la roba! Chè con minore efficacia si sarebbero allora
travagliati contro la repubblica, ed egli provveduto di pecunia, la
quale come avvantaggiava le cose nostre, così quelle degli avversarii
riduceva a mal termine. Onde in processo di tempo convenne aggravarsi
sui cittadini amorevoli della repubblica, balzello aggiungere a
balzello, vuotare in somma le borse di pochi privati senza potere a
gran pezza rispondere alle pubbliche spese. Correva pertanto a Nicolò
Capponi strettissimo l'obbligo di togliere la vita ai nemici dello
stato; se non voleva la vita, le sostanze; se non le sostanze e la
vita, almeno la reputazione: nulla fece di questo, che anzi i Palleschi
si onorano e tengono in pregio per modo che con esempio pessimo
sembra, a volere ottenere favore dalla repubblica, bisogni dichiararsi
amorevole al principato[15]. La Signoria, procedendo nei primi decreti
cieca e codarda, ai popoli concesse armarsi: il gonfaloniere non solo
concederlo, sibbene doveva con severissime pene ordinarlo e a tutti dai
quindici ai sessant'anni; la patria dichiarare in pericolo, egli primo
donando ogni suo avere, promuovere i sacrificii privati, nella salute
della repubblica riporre la speranza estrema dei cittadini; siccome
narra la storia di Alessandro Magno, il quale, le munizioni ardendo e
i bagagli, costrinse i suoi soldati alla necessità del vincere o del
morire. Sovente dall'amore più e meglio conseguiamo che dalla paura;
ma se l'amore non basta, vi si adoperi il ferro; abbia il popolo a
forza il proprio bene: a forza il tiranno gli mette la mannaia sul
collo; sarà misfatto dunque mettergli a forza la corona della libertà
sul capo? Il Capponi invece esitò, come uomo che diffida e già disegna
l'accordo, e non si accorse che quello sarebbe stato la sua sentenza di
morte; non che largheggiare alla patria del suo, tra i concetti atti
di reggimento accogliendo la bassa cura di minuti interessi, egli non
vergognò avvolgersi per gli opificii della seta e invigilare il compito
de' suoi operai; bandiva gli Ebrei dal dominio, raccoglitori acerrimi
di danaro e all'occasione o volontarii o costretti sovventori; leggi
emanava su le femmine, le taverne e le bestemmie, inutili o perniciose,
imperciocchè i costumi non si migliorino in virtù di una legge penale,
e perchè chi tutto intende riformare spesso nulla riforma; dipoi,
convertito in frate, predicando in Palazzo le orazioni del Savonarola,
gridava misericordia e faceva sì che fosse eletto Gesù Cristo re
di Fiorenza. L'aiuto divino ottimo: buono non pure, ma necessario
invocarlo; però non devono gli stati tanto fidare nel cielo da porre
in disparte i provvedimenti terreni. Mentre ogni dì ardevano ceri e
cantavano salmi, nè armi raccoglievano nè vettovaglie. Aiutati, che
Dio ti aiuta[16]. Certo, ben può il Signore rinnovare il miracolo di
Gedeone; ma ella è prudenza questa, commettere alla salute della patria
a' soprannaturali sussidii? Quando i cieli mente per concepire e mani
per operare compartirono all'uomo, non intesero forse ch'egli di per
sè provvedesse alla propria tutela? Nè vuolsi biasimare meco, e sia
con pace di voi, fra Benedetto da Foiano, che l'ordinaste (continuava
Nicolò piegando alquanto la faccia verso il frate di austere sembianze,
il quale stava al diritto lato del giacente), la processione della
Madonna della Impruneta per la ricuperata libertà, avvegnachè le
diligenze messe in opera nei reggimenti nuovi ad allontanare i tumulti
non saprebbero mai essere troppe; ed anche perchè, non essendo cessata
la peste, la vedemmo aggravare per quello insolito mescolarsi del
popolo. Ma di ben altra riprensione era degno il Capponi quando non
pure trascurò afforzare la città, ma ben anche suscitò impedimenti
di ogni maniera al divino nostro Michelangelo, il quale intendeva
circondare il monte di bastioni: o sia che lasciasse svolgersi dalla
opinione universale, essere i monti le mura di Fiorenza, e i pochi
non potere assediarla perchè pochi, nè gli assai per mancamento di
vettovaglie; o sia che più tristo consiglio lo movesse[17], tolta ogni
fidanza nelle armi cittadine, si volse a procurare le mercenarie.
Notate la fede! Giovanni da Sassatello, condotto dalla Signoria con
ottanta cavalli leggeri, ruba le paghe e se ne fugge al papa; peggio
lo strazio per avventura del danno. Don Ercole di Ferrara ebbe onore e
soldo di capitano generale della repubblica; ma la repubblica pensate
voi che sarà mai per avvantaggiarsi del consiglio e del sangue di
un duca nelle battaglie? Ben a ragione la fama ci chiama orbi: da
quando in qua vedemmo principi mettere a repentaglio lo stato e la
vita a difendere repubbliche? E quasi tanti falli fossero pochi per la
rovina della patria, a colmo della misura crearono Malatesta Baglioni
governatore generale delle milizie fiorentine. E chi è Malatesta? Un
fuoruscito della Chiesa. E donde nasce? Da una famiglia che vince in
tradimenti il paragone con quella di Atreo. Or come questi, il quale
non seppe mantenersi nelle sue case, vorrà insegnarci a difendere le
nostre? Forse imparava egli fuggendo il modo di tener fermo? Colui
che potè abbandonare ai nemici le sepolture de' suoi padri, male darà
schermo alle dimore dei nostri figliuoli. Già a Dio non piaccia che le
mie triste parole si avverino, com'io temo pur troppo vedere rinnovato
nel nostro paese Cristo venduto, in lui Giuda venditore. Sconsigliati!
Sconsigliati! prezzo del sangue è Perugia; nè sempre sarete in tempo
con i traditori come lo foste con Baldaccio dell'Anguillara e con
Pagolo Vitelli. Pur troppo le funeste guerre fraterne hanno spento tra
noi la militare virtù come in Roma l'accrebbero: perocchè in Roma le
contese cittadine terminassero con una legge, in Fiorenza poi con le
uccisioni e gli esilii conchiudessero; in Roma il popolo godere dei
supremi onori insieme con i grandi desiderava, in Fiorenza per esser
solo nel reggimento combatteva: prevalso in popolo tra noi, i grandi
disparvero e con essi i sensi generosi, la ferocia nelle armi; attesero
i cittadini ai guadagni, diventarono ricchi, la roba acquistata
disegnando godere, di fare coi petti riparo alla patria abborrirono,
le sorti loro commisero ad anime e a braccia vendute; quindi milizie
mercenarie vilissime, turpitudini di condottieri venali, il vituperio
e la rovina d'Italia[18].

«Pure gli antichi ordinamenti di giustizia tanto non valsero ad
abbattere la virtù militare tra noi che a ora ad ora alcuna scintilla
limpidissima non prorompesse; e per tacere di più antichi capitani,
non furono fiorentini quel maraviglioso Giacomo Tebalduccio e l'altro
fulmine di guerra Giovanni dalle Bande Nere, e tuttavia nol sono il
Bichi, l'Arsoli e una schiera che aspetta il destro per sorgere più
grandi di loro? Qual è lo sciagurato che dubita non accogliere nel
suo grembo Fiorenza figli che sappiano morire per lei? Questo fallo,
se non ci si rimedia in buon tempo, partorirà amarissimi frutti;
avvegnachè, amici miei, chiunque, e ponete mente alle mie parole
novissime, chiunque commette la cura della sua libertà a mani straniere
merita diventare schiavo. Nè le condizioni nostre di fuori a termine
migliore ridotte che quelle dentro; la esitanza nostra ci ha fatti
contennendi e sospetti; nemici molti e potenti, amici nessuno. Il
papa all'antica libidine di regno aggiunge la nuova ira delle offese
ricevute allorquando i giovani le armi, i simulacri della sua famiglia
e la statua di lui misero in pezzi nell'Annunziata. L'imperatore, che
or dianzi intendeva privare Clemente del potere temporale e convertirlo
in vescovo di Roma, minacciato adesso dal Turco, prosperando Lautrec
con le armi di Francia nel regno, disperato di stringere lega con
qualunque governo italiano, accorto la riforma della libertà delle
coscienze in Lamagna essere scala a conseguire le libertà civili, muta
all'improvviso consiglio, lo libera di castello, gli spedisce fra
Angelio suo confessore a tenerlo bene edificato, gli fa presentare
dal Mussettola la chinea bianca e i settemila ducati pel censo del
regno di Napoli, se lo rende amico, nè di presente v'ha cosa ch'ei
non si mostri presto a operare per confermarlo nella nuova amicizia:
noi non volemmo stringere lega con Carlo quando il tempo ci correva
propizio, e i più pratici cittadini la persuadevano, ed egli per messer
Andrea Doria quasi ce ne richiedeva; ora poi non osiamo dichiararglisi
manifesti nemici. Abbiamo i Veneziani alienati da noi allorchè non gli
sovvenimmo nel caso del Brunsvicco, il quale, tempestando si calò dalle
alpi di Trento con dodicimila fanti e diecimila cavalli; onde presi
da sdegno notificarono al nostro ambasciatore Gualterotti sarebbero
in pari caso per fare lo stesso a noi: i Vineziani però, come sono
prudenti, non vorranno trarre dagli altrui falli argomento per fallire;
non pertanto l'ira vince talvolta la ragione, sicchè desideriamo
vedere anche con danno proprio patire colui che stette indifferente
ai nostri mali. In chi dunque fidiamo? La fede di Francia, incerta
sempre, incertissima adesso. Meco medesimo considerando sovente come in
ogni tempo gl'Italiani si mostrassero e tuttavia si mostrino corrivi a
commettere ogni loro speranza nei Francesi e dall'altra parte quanti
eglino abbiano peccati da scontare verso di noi fino dal regno di
Pipino, con espresse parole scrissi: «I Francesi, quando non ti possano
far bene, tel promettono; quando te ne possono fare, lo fanno con
difficoltà o non mai[19].» Francesco I s'intende di stato anche meno di
Luigi XII, al ministro del quale io ebbi ardimento significarlo alla
recisa in faccia[20]; di rado lo muove la religione; più presto che a
re non conviene, il talento; però battuto dalla fortuna adesso va più
cauto alle offese e molto si lascia governare da madama sua madre, nè
intelletto da concepire un disegno nè costanza gli compartirono i cieli
da metterlo in esecuzione, e sopratutto stanno i suoi figliuoli in
potestà di Carlo V: ora pensate s'egli possa amare o voglia la libertà
vostra più di quella dell'erede del suo regno. Noi siamo soli. E che
perciò? Dobbiamo noi forse piangere come perduta la nostra città? Non è
mai lecito disperare della salute della patria, insegnava Focione, nè
l'hanno per anche ridotta a tale da rendere ogni provvedimento tardo.
Il Capponi mal si regge nel posto che non avrebbe mai dovuto tenere;
forse ne scenderà per salire al patibolo; e gli starebbe bene, come
colui che all'ambizione smodata accoppia ingegno per esitanza imbecille
e codardia manifesta, la quale lo induce ad adombrare la natía virtù
con partiti paurosi, che egli e i suoi chiamano temperati e prudenti,
riprendendo quasi esorbitanze i consigli capaci di mettere con molta
gloria a pericolo la vita e la sostanza dei cittadini, e perciò anche
le sue; astiosamente avverso a chiunque si conosce superiore per
intelletto e per animo; insomma della libertà di un popolo che voglia
risorgere davvero, vergogna ad un punto flagello. Voi, giovani, nei
quali tutta speranza di salute riposa, restringetevi insieme; voi,
Zanobi e Luigi, consigliate i nobili; voi, Dante da Castiglione (e
il membruto della lunga barba rossa, sentendosi rammentare, si scosse
come destriero al suono della battaglia), adoperatevi fra i popolani;
badate a non lasciarvi sedurre dalle antiche rinomanze; a' casi nuovi
convengono uomini nuovi: se anima vive che valga a salvare Fiorenza,
ella è certamente quella di Francesco Carducci; a me giova indicarvelo
come il nostro palladio: molto mi conforta il pensiero che al nostro
scampo basta non perdere, mentre ai nemici bisogna vincere; e poi noi
combattiamo in casa e per noi, il nemico sopra terra dove ogni cosa
gli si volgerà infesta, e con armi infedeli, mercenarie tutte e con
intendimenti diversi, dacchè i capitani del papa non possono accogliere
il concetto istesso dei capitani di Carlo: confido non poco nella
fortuna, nella provvidenza di Dio moltissimo, il quale non soffrirà la
rovina della innocente mia patria. E se preghiera alcuna trova grazia
al tuo cospetto Signore, ti raccomando questo suolo, che mi raccolse
infante e già mi apre il seno pietoso alla quiete eterna, con tutta
l'anima prossima a comparirti davanti; te lo raccomando anche prima dei
figli, anche prima della medesima anima mia!»

Dalla interna commozione agitato, qui si rimase il Machiavello; ma in
quel modo medesimo che, cessati i remiganti, la navicella continua
nell'incominciato cammino, così, perchè tacessero i labbri, dalla
fronte, dagli occhi, da tutta la faccia non ispirava meno amore di
patria e di libertà.

Come dimentico della malattia che lo aggrava, si solleva alquanto sul
fianco e stende la destra verso una tazza colma di tisana a capo del
letto.

Quando la morte si apparecchia a vincere con la infermità la vita,
raccoglie penosamente nel corpo del moribondo la somma di ogni male
sofferto, e le carni, i nervi e l'ossa corrode con infiniti dolori
diversi: la morte giunge amara all'uomo; e se fosse stato un bene, come
Saffo cantava, Dio l'avrebbe creata per sè; però il Machiavello appena
ebbe mosso la destra, la ritornava nella prima positura, chè intorno
alla scapula e giù nei muscoli gli corse uno spasimo acuto come quando
fu posto alla prova della corda; la guancia sinistra si contrasse di
forza verso l'occhio, seco traendo le labbra in atto di angoscia; ma
si ricompose all'improvviso e sorridendo riprese: «Dante, porgetemi,
prego, cotesta tazza.»

Fra' Benedetto da Foiano, sottoposto un braccio ai guanciali, solleva
amorevolmente il corpo del giacente. Dante gli appressa alle labbra la
tazza; e mentre egli beve, suo malgrado una lagrima gli prorompe dagli
occhi e giù scendendo si mesce alla bevanda, sicchè Nicolò lo guarda
fisso e dopo alcuni istanti favella:

«Nella estremità a cui mi trovo condotto, nissun liquore può meglio
confortarmi le viscere, Dante, della vostra pietà: ve ne renda
Iddio quel rimerito che a me non è dato; ben aveva mestiero di
questa consolazione l'anima mia, prima di volgersi a considerare
la ingratitudine umana. Gran mercè, Dante, gran mercè; voi mi avete
apportato un bene maggiore di quello che potete immaginare: che voi mi
teneste in pregio, sperava; che mi portaste affetto, forte temeva: ora
poi saluterò la morte come amica, dacchè sopra la soglia del sepolcro
mi accorga non avere perduto la speranza e trovato l'amore.»

Tacque, e seguì un silenzio tanto profondo che ben si udiva lo zufolio
sottilissimo dell'insetto aleggiante intorno ai moribondi; dopo lunga
pausa, il Machiavello, crollando il capo, continua:

«Il mio cuore non conobbe altro palpito che per la patria: queste
braccia lacerò il carnefice per amore della patria...; che importa?
Non sono ancora sceso nel sepolcro, e gli uomini mi calpestano il cuore
come una pietra; i nervi e l'ossa dei bracci spasimano di cocentissima
angoscia, e gli uomini mi accusano averli adoperati ad ammaestrare
tiranni; questi bracci niegano accostare alla mia bocca una bevanda,
ed essi affermano essersi distesi ad implorare l'elemosina ai miei
persecutori; della fama incontaminata in fuori non lascio ai miei
figli altro retaggio, e non pertanto m'invidiano anche la fama. O
uomini, quanto vi avrei adorato migliori e quanto vi amo anche tristi!
A voi, carissimi, affido il mio nome; difendetelo voi; e se da alcuno
udrete parola che rechi oltraggio alla mia memoria, più generosi di
san Pietro, non vogliate negare il vostro maestro: dove il vitupero
muova da uomo invidioso, tacete, imperocchè all'odio della mia virtù
si aggiungerebbe allora l'odio che nasce dal sentirsi dichiarato
iniquo; ma dove comprendiate lui essere ingannato, ditegli animosi
in mio nome: Nicolò Machiavelli non insegnò di tôrre ai ricchi la
roba, ai poveri l'onore, a tutti la vita[21]: sappiate volersi un
gran cuore per intendere un cuore grande; pochi o nessuno averlo
compreso; e che quando egli potè onorare la patria, eziandio «con
pericolo e carico suo, sempre volentieri lo fece perchè conosceva
come l'uomo non debba avere maggiore obbligo nella vita sua che con
quella, dipendendo prima da lei l'essere e di poi tutto quello che
la fortuna e la natura ci hanno concesso[22];» aggiungete credere io
nella virtù come in una via per la tristizia degli uomini smarrita,
e che essi potevano, anzi dovevano, ritrovare per indirizzarsi di
nuovo al perfezionamento: la politica scevra dalla morale per me
affermarsi impossibile; nè già per morale intendere io la immagine
astratta della cosa, «sibbene la verità effettuale della medesima»[23],
secondo i tempi, i casi e gli uomini diversa; a patto però che se la
presente morale non fosse ottima, dovesse pur sempre dirigersi al
meglio: la politica magnanima convenirsi ad un popolo grande, come
il romano; essere in lui non solo virtù, ma necessità; non potere da
questo concetto deviare senza riuscire agli occhi proprii ed altrui
contennendo con danno inevitabile della maestà e forze sue; ai deboli
invece convenirsi deboli consigli, e, se circondati da tristi, ordinare
i casi l'uso della perfidia e giustificarlo: se non che allora devono
i deboli mettere in opera l'ingegno per uscire da cotesto stremo dove
è necessità la perfidia, e sollevarsi a quello nel quale sia necessità
comportarsi magnanimamente. Amai la repubblica, ma, e molto più, _amai
la indipendenza, perocchè la seconda mi sembrasse necessità di vita,
la prima poi accidente di forma._ Considerai pertanto se stato alcuno
italiano, governato a reggimento popolare, potesse conseguire il
santissimo fine di rassettare le membra a questa misera patria: Venezia
e Genova non mi parvero, come in vero non sono, libere città; volsi
l'ingegno a meditare se con Fiorenza ci venisse fatto di riuscire,
e non rinvenni virtù necessaria. Più che amorevoli del vivere libero
conobbi i cittadini travagliati dal desiderio di dominare, disposti
ancora a servire, purchè servendo potessero opprimere altrui; molti,
odiatori di leggi o buone e triste ch'elleno fossero, siccome vaghi
di licenza, non già del composto vivere civile; alla salute pubblica
preponenti i comodi privati; più agli uomini avversi che alle cose;
da vecchia e vergognosa tirannide liberati, intenti a gettare le basi
di una nuova e molto più vergognosa, creando il Soderini gonfaloniere
perpetuo: allora pensai essere necessaria una servitù e doversi
ordinare una forza «la quale con potenza assoluta ponesse freno alla
materia corrotta, le ambizioni degli individui prostrasse[24]», e la
schiatta umana afferrando pei capelli la costringesse a ritemperarci
nelle battaglie, ad abbandonare i vizii nella corsa faticosa verso
la indipendenza. Chè se abbiosciata libertà, che indarno mentisce
nome di civile, deve approdare a tirannide, meglio tirannide barbara
che mette capo alla libertà. Forse chi sarebbe stato da tanto, sè
troppo estimando superiore agli uomini, i quali spingeva incontro
al bene a colpi di flagello, non avrebbe deposta la sferza, se non
per convertirla in scettro; ciò poco doveva montare, imperciocchè
la difficoltà dell'impresa consiste nell'agitare ferocemente le
generazioni e cacciarle nella via del moto; all'altro provvederanno il
tempo, la fortuna e la necessità delle cose. Però, favellando di coloro
a cui la fortuna prestava occasione di riformare gli stati, diceva:
«Questi essere dopo gli iddii i primi laudabili; e perchè pochi furono
che avessero comodo di farlo e pochissimi gli altri che lo sapessero,
così a piccolo numero ridursi coloro che lo facessero[25].» E fermo nel
mio concetto insegnai: «Il prudente ordinatore di una repubblica che
abbia animo di volere giovare non a sè, ma al bene comune, non alla sua
propria successione, ma alla comune patria, doversi ingegnare di tenere
l'autorità solo; nè mai savio intelletto riprendere alcuno di azione
straordinaria che per ordinare una repubblica usasse: convenir bene
che, accusandolo il fatto, lo scusasse l'effetto; e quando fosse buono
come quello adoperato da Romolo uccidendo Tito Tazio e il fratello
Remo per ordinare Roma, sempre doverlo scusare; perchè colui che è
violento per guastare, non quello che è violento per racconciare, si
deve riprendere; non pertanto corrergli obbligo di essere virtuoso
e prudente da non lasciare ereditaria ad un altro quell'autorità
che si ha presa, perchè, essendo gli uomini più pronti al male che
al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che
da lui fosse stato virtuosamente ordinato[26].» Dipoi, celebrando
coloro che intendono restituire gli uomini alla maestà della propria
origine, non dubitai affermare: «Dovesse un principe innamorato di
gloria desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla,
come Cesare, ma per riordinarla, come Romolo; e veramente i cieli
non potere dare agli uomini maggiore occasione di gloria, nè gli
uomini poterla desiderare maggiore. E in somma considerassero coloro
ai quali compartivano i cieli una tanta occasione come fossero loro
proposte due vie: l'una che gli fa vivere sicuri e dopo morte gli
rende gloriosi; l'altra che gli fa vivere in continue angustie e dopo
morte lasciare di sè una sempiterna infamia[27].» Per le quali cose
tutte mi volsi a favorire Cesare Borgia, come quello che, per essere
figliuolo di papa Alessandro e sovvenuto da Luigi XII, di voglie e di
animo pronto, sembrava sortito a ricomporre le membra sparse d'Italia:
nè già il Valentino, crudelissimo ai baroni della Chiesa, era tiranno
del pari spietato ai popoli venuti in sua potestà; perchè racconciò
la Romagna e la ridusse in pace ed in fede; la qual cosa se bene si
considera, vedremo lui essere stato più pietoso dai Fiorentini, che
per fuggire il nome di crudeli lasciarono distruggere Pistoia[28]:
onde i popoli gli posero amore[29], avendo incominciato a gustare una
vita sicura, laddove prima, per essere retti da signori impotenti,
vôlti piuttosto a spogliare che a correggere i sudditi, intesi a
disunire anzichè a congiungere, gemevano per quotidiane violenze e
latrocinii[30]. E che le mie parole non si possano mettere in dubbio
si fece manifesto quando la fortuna, di prospera che gli era, gli si
volse all'improvviso contraria; imperciocchè la Romagna lo aspettò
più d'un mese, nè Baglioni, Vitelli e Orsini ebbero seguito contro
di lui: e se alla morte del padre non lo avesse condotto il veleno a
termine estremo, non rovinava; «ed egli stesso il dì che fu creato
Giulio II mi disse bene avere pensato a quanto potesse succedere
morendo il padre, e a tutto avere trovato rimedio, eccettochè non pensò
mai in su la sua morte di stare anche lui per morire[31].» Inoltre,
che il Valentino, un tempo felicissimo tra i capitani, non fosse il
più malvagio dei principi, o che alla voglia di superarlo gli emuli
suoi non accoppiassero pari lo ingegno, consideratelo in Oliverotto
da Fermo, spento per suo comando a Sinigaglia[32]; perditissimo uomo
era costui, ladrone più che soldato, carnefice più che principe,
e parricida del Fogliani, il quale con amore veramente paterno lo
aveva allevato[33]. Dei Baglioni sapete i costumi: Orazio ordinò
si uccidesse lo zio Gentile; e quasi dubitasse quel delitto poco a
guadagnargli l'inferno, di sua propria mano trucidava più tardi messer
Galeotto Baglioni, mentre si disponeva a rendersi prigione sotto la
fede del duca d'Urbino[34]. Il Valentino agli occhi miei rappresentava
astrattamente un uomo spaventevole; praticamente, la potenza capace
di rilevare l'Italia sopra l'antica sua base; divenuto privato, forse
le qualità raccolte in lui erano tali da condannarlo alla pena dei
masnadieri: finchè resse da principe, poteva di fronte agli altri
ammirarsi ed anche lodarsi rispetto allo scopo, quantunque la bella
morte da lui incontrata in Navarra combattendo alla espugnazione del
castello di Viana lo mostrasse degno di non essere affatto sbattuto
dalla fortuna[35]. E sempre fisso nel medesimo pensiero, caduto il
Borgia, mi volsi a Lorenzo dei Medici duca d'Urbino e lo ammaestrai
delle condizioni dei tempi e partitamente gli scopersi le vie per
mantenersi e crescere. S'io lo guidassi traverso le male bolge
dell'inferno per quinci trarlo a rivedere le stelle, consideratelo
nella esortazione a liberare l'Italia dai barbari che chiude il libro
del Principe. Esaminate con mente pacata i miei scritti, e nonchè vi
apparisca discrepanza veruna tra loro, comprenderete di leggieri come
tutti insieme cospirino allo scopo proposto. Il _Principe_, a guisa di
punto di partenza; i Ritratti dei popoli stranieri, le _Storie_ e le
_Osservazioni_ intorno gl'Italiani contenute nelle mie _Commissioni_,
siccome mezzi di appianare la via; i libri sopra la _Guerra_, come
precetti a ristorare le milizie proprie, le mercenarie sopprimere,
perpetua cagione di servitù; finalmente i _Discorsi sopra le Deche di
Tito Livio_, come termine estremo. Dalle _Lettere_ per me dettate a
mitigare o fuggire la malignità dei tempi non deve ricavarsi argomento
per giudicarmi meglio che dalle risposte fatte al cancelliere quando
fui posto a esame nella congiura del Boscoli. Nè certo, dopo la casa
Borgia, veruna altra in Italia pareva più acconcia di quella dei Medici
a conseguire l'intento. Leone X, pontefice di singolare giovanezza,
uno stato floridissimo, cresciuto per opera di Alessandro VI e di
Giulio II, reggeva[36]; la repubblica nostra come signore dominava; il
conquisto di Milano e di Napoli disegnava; in lui erano facoltà e mente
capaci; lo circuiva numerosa famiglia. Giulio, adesso papa di meschini
concetti, mostrava da cardinale attitudine maravigliosa in eseguire gli
altrui divisamenti[37]. Viveva Giuliano duca di Nemours, Lorenzo duca
d'Urbino viveva. Non pertanto andarono tutte queste speranze disperse.
Leone morì di morte immatura, Giuliano anch'egli precipitò nel sepolcro
per debolezza del corpo, vi si gettava da sè stesso precocemente
Lorenzo a cagione della immoderata lussuria. Mancò papa Clemente a sè
stesso, la famiglia generosa a lui. Simili eventi dimostrano non già
la fallacia nello argomentare, sibbene la miseria degli umani disegni,
i quali ti si nabissano sotto quando meglio ti paiono fermi. L'uomo
trama, la Fortuna tesse; e se alla seconda non piace corrispondere al
concetto del primo, a questo basti avere ricercato la cagione delle
cose con quella prudenza che per lui si poteva maggiore. Forse così
pensando la mente errava, non però il cuore; ad ogni modo tutte le
cose nostre hanno un destino che l'uomo non può vincere, e il mio
consiste nel contemplare la mia fama avvilita da coloro che ammaestrai
ad essere grandi.... Vi aveva io forse raccomandato che voi prendeste
cura della mia fama? Se pure l'ho detto, adesso mi disdico. Che giova
dar di cozzo nei fati? In quella guisa che voi, Zanobi, avrete veduto
a Roma gli obelischi, una volta decoro della superba città, adesso
giacere infranti, mezzo coperti dalla terra e dall'erba, così deve per
un tempo giacere il mio nome, finchè non appariscano anime forti da
rilevarlo sublime. Intanto uomini che si vanteranno filosofi, travolti
anch'essi dalla mala opinione dei tempi, esulteranno della mia morte
e non dubiteranno raccontare ai posteri «essersene rallegrati i buoni
e i tristi; i buoni per conoscermi tristo, i tristi più tristo di
loro.[38]»; e la verità, la quale ascende tal ora animosa i roghi e
i patiboli, e dalle stesse fiamme scellerate e dal corruscare dalle
mannaje si compone di un aureola di luce divina, tal altra poi fugge
dall'errore suo nemico tutta tremante e si ripara nel seno di Dio;
la verità, dico, si rimarrà per lunga stagione di spargere il suo
lume sopra la mia memoria. Quando tenebre di servitù e di obbrobrio
oscureranno l'Italia, la mia fama rimarrà muta, e sarà benefizio
dei cieli, chè la lode di codardi offende amara, come l'ingiuria dei
generosi. Ma se mai l'alba della libertà fie che torni a diffondere
raggi vitali sul fiore appassito dalla speranza, allora come la statua
di Mennone soneranno le mia ossa un fremito di gloria; i posteri
verranno alla mia tomba per trarne responsi di virtù, insegnamenti di
civile prudenza. Intanto fatevi qui presso me, Francesco Ferruccio;
il vostro cuore è un tempio della Divinità: accostatevi, e finchè
Dio soffre che di voi rimanga vedovo il cielo, vi stringa amore di
questo capo diletto; a voi lo confido; lo raccomando a voi: di lui mi
renderete conto nelle dimore dei giusti; egli è mio sangue: stendete
la mano, ecco io vi depongo sopra la facultà che mi concesse la natura
di benedirlo quando mi salutarono padre; voi non avete figliuoli....
ed egli è figlio infelice di padre infelicissimo; amatelo dopo la
patria primo; ed accettando voi il sacro deposito, Nicolò Machiavelli
vi scongiura che operiate in maniera che egli possa al vostro fianco
salvare la patria o morire gloriosamente per lei.»

  [Illustrazione: Lupo, imperturbato, aggiusta il bronzo, prende
   la corda infocata e di propria mano dà fuoco. _Cap. II, pag.
   41._]

Francesco Ferruccio, rimosse le mani dal pomo della spada, toltesi le
manopole di ferro, scoperta la fronte, levati gli occhi al cielo, come
se volesse invocare Dio testimonio della promessa, stringe con ambe
le sue la mano destra al moribondo, e quindi imponendole sul capo al
giovanotto Ludovico solennemente profferisce queste parole:

«Egli morrà con me!»

E Ludovico solleva dolentissimo la faccia, guarda il Ferruccio in soave
atto d'amore e torna a declinarla sulla mano del padre, rompendo il
freno a pianto disperato.

Piangevano tutti.

Dopo uno spazio lungo di tempo Nicolò con languida voce riprende:

«I pensieri, gli affetti, la terra cominciano a volgermisi tenebrosi
intorno alla mente: il passato si oscura, il futuro mi accieca dentro
un mare di luce, sento la eternità: partite. Se in cosa alcuna meritai
di voi, compiacetemi, di grazia, in questa ultima preghiera; partite: a
morire basto solo. Dai letti dove si addolorano i destinati a morire,
male s'innalzano con riconoscenza gli occhi al firmamento. Ornai gli
umani soccorsi non possono giovarmi più in nulla: io sto nelle braccia
di Dio. Voi consacraste alla patria la vita: ogni istante perduto è
un tradimento... un tradimento, intendete? Or via dunque andate...
partite... A voi la patria... e Ludovico..., ai posteri raccomando la
fama... Addio.»

I circostanti, il voto del moribondo adempiendo, si allontanarono
dalla stanza; se non che ora l'uno, ora l'altro senza mostrarglisi,
gli resero gli uffici estremi, finchè, aggravandosi il male, il
giorno appresso 22 giugno 1527, quando pare che la campana pianga la
luce scomparsa dal nostro emisfero, spirò la sua grand'anima Nicolò
Machiavelli.

Con poca accompagnatura di amici, ma confortato con molte lacrime e
sincere, lasciando inestimabile desiderio di sè in quanti conobbero il
cuore ch'egli ebbe, scese nell'avello de' suoi padri nella chiesa di
Santa Croce.

E una tenebra fitta di vituperio si condensò sopra questa misera
Italia. Le ceneri del Machiavelli stettero per quasi tre secoli
ignorate; e fu pietoso consiglio della provvidenza, imperciocchè
altrimenti i nipoti le avrebbero date ai venti della terra. Una torma
di vermi nati dalla putredine della servitù prese a contaminarne la
memoria, una crociata d'infamia bandirono al suo nome, con i terrori
della religione lo circondarono, lo conficcarono sopra i patiboli!...
Compreso di compassione per la imbecillità della stirpe dalla quale
io pure nasco, tacerò, o piuttosto ferocemente animoso le strapperò
la fascia dalle piaghe, mostrandole, comunque turpi, alle generazioni
future?

Io strapperò cotesta fascia e narrerò come i Gesuiti ardissero
effigiare il simulacro del grande e, appostavi la seguente iscrizione:
«perchè fu uomo scaltrito e subdolo, di pensieri diabolici maestro,
aiutatore del demonio eccellentissimo», lo abbruciassero sopra la
pubblica piazza d'Ingolstad in Baviera. E tanto crebbe cotesto osceno
baccanale d'ignoranza ribalda e svergognata che fino un principe
ne sentì pudore. Così è: a Dio piacque tra i prodigi della sua
potenza creare un principe di cui il volto non fosse sconosciuto
alla verecondia. Leopoldo austriaco, primo di nome, consentiva gli
si ponesse una lapide, e nel sepolcro di lui innalzava un monumento
durevole alla propria memoria.

Poichè questo principe s'inchinava a quel grande, egli avrà fama anche
dopo che saranno disperse le monete effigiate con la sua immagine:
monumento unico al quale il più delle volte è raccomandata la rinomanza
dei principi[39].



CAPITOLO SECONDO

LA RITIRATA D'AREZZO

                              Ne' suoi tempi è stato uomo memorabile
                                e degno di essere celebrato da
                                tutti quelli che hanno in odio la
                                tirannide e sono amici della libertà
                                della patria loro.

                         GIANNOTTI, _Vita di Francesco Ferruccio._


Puro è il giorno e sereno: — dalla parte di oriente un color d'oro,
diafano, a mano a mano più limpido: — all'improvviso il sole sgorga
dai monti con un raggio, due raggi, — un oceano di raggi, su questa
terra ch'è sua delizia e suo amore: immagine di Dio, senza curarsi se
nello spazio che inonda viva chi lo abborre o chi l'ama, egli veste il
creato di splendore benigno; e, tutte belle diventate le cose in quel
battesimo di luce, mal puoi discernere tra loro quali sieno le superbe,
quali le abbiette.

In quella prima allegrezza della natura ogni ente si commuove, le
anime si aprono alla pietà, come i fiori alla rugiada; diventa il buono
migliore, meno tristo il malvagio.

Il sole, quanto il pensiero dell'uomo, rapidissimo si sprofonda per
la immensità dello spazio e gode balenare lo sguardo infiammato per
le acque della Chiana e dell'Arno. Le acque si scuotono e fremono
in un continuo agitarsi d'oro e di azzurro, e direi quasi, sembrano
palpitare di luce. Gli alberi al vento mattutino mormorando confondono
le frasche, come giovani innamorati sussurrantisi nell'orecchio un
misterioso favellio: dove te ne prendesse vaghezza, tu potresti ad una
ad una annoverarne le foglie, tanto le contorna lucidissimo l'emisfero.
L'iride cinge ogni erba; suona ogni pianta una voce d'armonia. Odi
trasvolare per l'aria infiniti accordi divini, altri sottentrarne più
rapidi e più melodiosi, nè ti è concesso distinguere donde si muovano
o come ti arrivino; sicchè tu credi, ora sì, ora no, l'aura ti porti
all'orecchio l'inno degli angioli, col quale al tornare della luce
esaltano nelle sfere la gloria del Creatore. È un cielo puro e sereno:
— un bel giorno d'Italia.

Ma e perchè a tanta esultanza della natura non si mesce la voce
dell'uomo? Chi trattiene nelle sue case il colono? Perchè non esce
ai quotidiani lavori? L'eco non rimanda il muggito dei bovi; non si
ascolta per le valli il tintinnio degli armenti; dai focolari non
sorge nuvola alcuna di fumo la quale, paurosa di deturpare la maestà
dei cieli, si tinga dei colori della conchiglia marina e rammenti lo
schiavo costretto a mutare sembiante all'apparire del suo signore.
Sarebbero forse venuti i tempi vaticinati nei quali il sole deve
splendere invano? La morte ha inaridite la fonte delle lagrime umane?
Il mondo alfine si è fatto cimiterio della universa stirpe d'Adamo?

La città d'Arezzo, vuota anch'essa di gente come la campagna, — sembra
la Gerusalemme di Geremia, o piuttosto Pompeia tolta dalla sua antica
sepoltura di lava. Ma nella cittadella varie centinaja di uomini d'arme
stanno disposte intorno alle artiglierie; silenziosi però ed immobili,
come impietriti. Così la canzone moresca immagina stanziare nelle
caverne dei monti di Granata per virtù d'incantesimi esercito infinito
di Saracini, che sciolto un giorno da un guerriero fatale irromperà,
distrutti gli infedeli, a restituire il sangue degli Abenceraggi nelle
torri paterne dell'Alhambra[40]. Alzati i ponti levatoi; le sentinelle
non mutano passo; non soffia alito che valga a muovere leggiermente le
pieghe del gonfalone del comune di Firenze, inerte giù lungo la stacca;
quivi sola par viva la corda apparecchiata a dar fuoco alle artiglierie
per la colonna sottile e perpendicolare di fumo che tramanda verso del
cielo.

Fra i molti quivi raccolti per vesti o per sembianze notabili si
distinguono due personaggi, quantunque di forme affatto diversi tra
loro; — s'impadronirono entrambi di due colubrine lunghe, spigliate,
che a bocca aperta paiono anelanti di balestrare contro i nemici la
disperazione e la morte. Il primo appoggia il gomito destro sopra
la parte anteriore della colubrina, e vôlto il cubito al capo, vi
abbandona sopra la faccia; — la mano manca sta aperta sul pomo della
spada; il corpo affida al femore sporgente e sul piede sinistro forte
piantato sopra la terra, mentre la tocca appena con la punta del destro
posto a traverso; grande era e bello, del tutto chiuso dentro modesta,
ma forbita armatura; — il capo scoperto, e quindi appariva il volto,
che un arcano pensiero e una cura insistente atteggiando a malinconia
lo rendeva più gentile; le palpebre socchiuse velavano il suo sguardo;
— certamente, l'anima commettendo all'onda delle sensazioni, egli gusta
nel suo segreto la voluttà che muove all'aspetto delle maraviglie della
natura.

Tu lo incontrerai mai sempre dove si offre acquisto di gloria o
pericolo d'avventura, imperciocchè egli sia Francesco Ferruccio. Udendo
i Dieci della guerra come Malatesta avesse perduto Spelle e si fosse
accordato di lasciare Perugia, gli mandarono Giovambattista Tanagli
col protesto di seco lui condolersi per quella prima sconfitta, ma in
sostanza poi per ordinare al Ferruccio e al Verazzano i duemila fanti
delle milizie fiorentine ritirassero, ed in Arezzo sotto il comando
di Antonfrancesco Albizzi, commissario della Repubblica nelle terre
della Val di Chiana, riunissero. La qual cosa avendo il Ferruccio con
molta prudenza operata, era rimasto in Arezzo con quella autorità
che la virtù non manca di partecipare agli uomini superiori nei
casi difficili. — L'altro, di membra maravigliosamente robuste, si
assomigliava ai crepuscoli scolpiti da Michelangelo sopra le sepolture
di Giuliano e di Lorenzo dei Medici, — curvo su la colubrina ne stringe
i lati nelle ginocchia tenaci, ne afferra con le mani venose i manichi
estremi, — il sommo del capo egli ha calvo, coperto di una pelle
giallastra, se non che intorno intorno sopra le orecchie e dietro la
nuca lo ricinge una corona di cappelli in parte neri, in parte bianchi,
alcuni torti, tali altri irti, che ben parevano venuti in lite tra
loro: le guance squadrate, la mascella e il labbro inferiore sporto in
fuori, il superiore mezzo nascosto fra i denti, a cagione degli spessi
morsi sanguinoso: le pupille infiammate gli balenavano tra mezzo i peli
ruvidi del sopracciglio, a guisa di fuoco pei rovi d'una siepe: inoltre
tutto crispato di rughe e abbronzito dal sole e cincischiato da non
poche margini... davvero egli era un volto cotesto da fare nascondere
spaventato un fanciullo nel seno della madre, da fare stringere sotto
le vesti il pugnale al pellegrino che lo avesse incontrato per via: —
e nonpertanto Giovannantonio da Firenze, bombardiere, soprannominato
il Lupo, annoveravano come uno tra i pochi soldati che militando
rispettasse la canizie dei prigionieri, perchè si rammentava la madre
lasciata a casa, vecchia ed inferma; e ad ogni immagine della Madonna
addolorata occorsa per la via si faceva devotamente il segno della
croce e sospirava, perchè sentiva l'affanno della vecchia madre, sola
nel mondo e priva del conforto di saperlo vivo: — uno dei pochi ai
quali il nome santo di patria rabbrividisse le carni, spremesse dal
ciglio dolcissime lacrime. In qual modo al cielo piacque poi balestrare
quella testa sopra le spalle di Lupo bombardiere, — fosse caso o
intenzione, — io per me non lo posso significare.

Lontano lontano svoltando da un colle ecco apparisce una nuvola di
polvere che pare dorata ai raggi del sole. Lupo volta subito la faccia
al Ferruccio e lo vede immobile. La nuvola crescendo si dilata, sempre
e più sempre si avvicina. Lupo guarda il Ferruccio, nè questi ancora fa
sembianza di muoversi. Davanti la polvere adesso si scorge a correre un
cavaliero di splendida armatura; ha la visiera alzata e mostra un volto
di adolescente; — sprona un cavallo nero di sangue generoso; — nella
destra stringe un'asta con pennoncello giallo, dove stanno ricamate le
armi imperiali, — l'aquila dalla doppia testa.

A giusta distanza pervenuto, egli scende dal corsiero, al braccio
sinistro avvolge le briglie, con l'altro spinge di forza il calcio
dell'asta e lo pianta nel terreno in segno di conquista.

Lupo, stillando sangue dagli angoli della bocca, vibra uno sguardo
feroce al Ferruccio.

Chi per una notte di procella nell'onda travolta dagli dêi infernali
ravviserà lo specchio del lago Trasimeno? — Certo, un dì le sue acque
fremendo (e pareva che piangessero) tornarono indietro dal margine
tranquillo tutte contaminate di sangue: atterrite esse videro sul
campo dei Geti le reliquie misere della battaglia, dove travagliandosi
ferocemente le belve umane non si addiedero del terremoto che sobissò
centinaia di città italiche; e per le canne e il limo il genio del
luogo sottrasse il cadavere del console Flaminio all'ultimo oltraggio
per un Romano, — la pietà di Annibale; — ma per ordinario mite le
blandisce il raggio della luna, e su la cheta superficie mestamente
si spandono i rintocchi della campana del convento, posta nella isola
maggiore del lago, che chiama i rivieraschi alla preghiera.

Chi potrà adesso ravvisare il Ferruccio? Negli occhi dilatati
scintillano trucemente le pupille: il volto per l'impeto del sangue gli
si fece nero, le vene tra turgide e tese: con mani potenti stretta la
colubrina, la volge a seconda de' suoi desiderii, quasi fosse una spada
od altro più maneggevole arnese di guerra: con tutta l'anima nello
sguardo mira attentissimo, — punta la colubrina, — la ferma e con voce
terribile grida «Fuoco!»

Non bene anche spirava su le labbra il comando, nè ancora i piedi
tornavano a posarsi sopra la terra, donde schivandosi aveva spiccato
un salto, che il bronzo balenò; — precipitando rimbombante contro
del parapetto lo percosse, rimbalzò, stette; la palla mortale si era
partita tra una vampa di fuoco.

Vico Machiavelli, senzachè pure se ne accorgesse il capitano, con la
miccia tesa da gran tempo aspettava impazientissimo il cenno.

Il fragore del bronzo si diffuse lontano pei campi: d'eco in eco se lo
rimandarono i monti circostanti, e, come se fosse stato il segno magico
capace di levare l'incanto, le milizie fiorentine, d'inerti a un tratto
divenute irrequiete, con sembianti diversi d'ira, di curiosità e di
anelito accorsero alla spalletta per vedere; — e sopra gli altri Lupo e
il Ferruccio con tutto il busto spenzolati dal muro, facendosi di ambe
le mani solecchio allo sguardo contro la luce, spiavano bramosamente
l'esito del colpo.

Il cavaliero nemico, compito l'atto oltraggioso, sta in forse
se debba aggiungere all'atto un grido di scherno: — in questa la
palla percotendolo nel ventre un poco sopra l'inguine gli dirompe
gl'intestini e, via trapassando dai reni, stritola le vertebre e
fiacca la spina dorsale; — allora fu vista la parte del corpo inferiore
alla ferita, piegati i ginocchi, cadere per lo innanzi, la superiore
indietro, sicchè la nuca venne a battere di forza su le calcagna. Il
cavallo tratto da impeto irresistibile seguita il moto dell'ucciso;
ma quando teso il collo fiutò dalle aperte narici l'odore del sangue,
— quando con lo sguardo esterrefatto in quella massa informe di carne
lacerata non riconobbe più il suo signore aombrò pauroso e si dette
imperversato a fuggire pei campi, trascinando il tronco avvolto dentro
la medesima nuvola di polvere nella quale vivo e baldanzoso era apparso
pur dianzi.

«E tale mai sempre abbia saluto», esclamava il Ferruccio, «l'empio
ladrone che vende l'anima ai nemici della libertà di un paese
innocente!»

O giovanetto! la fortuna ti concedeva singolare vaghezza di forme;
forte tu eri e animoso: non pativi difetto di beni terreni; scendevi
raro germoglio dal sangue degli Chalons[41]: Filiberto, principe di
Orange, capitano dell'esercito imperiale, in te abbracciava il suo
nepote e il suo erede... Perchè dunque lasciasti i tuoi dolci castelli?
perchè i tuoi genitori canuti? Tu avresti lieti fatti e soavi gli anni
loro, che adesso strascineranno fra la disperazione alla morte: — te
avrebbe amato una donna, a te sorriso i cari figliuoletti. O se nella
tua anima ruggiva lo spirito delle battaglie, perchè muovere ai danni
d'un popolo innocente? Largo campo di onore forse non ti si apriva
in Palestina, dove gl'infedeli contristano il sepolcro di Cristo?
Allora il tuo sangue avrebbe bagnato il sacro terreno che bevve prima
il sangue del tuo Salvatore; ti avrebbero i cieli largito la palma
del martirio, dato la terra lagrime e voti. Adesso il trovatore nella
sua mesta ballata ti saluterebbe campione della fede, la tua prodezza
esalterebbe, ti piangerebbe come una pleiade scomparsa dal coro
degli astri; — per te gemerebbe la vergine ascoltante, e la tua fama
rinverdirebbe nei secoli per la rugiada delle lacrime pietose. Ora,
morendo, tuo ultimo desiderio fu precipitare intero nell'oblio, perchè
nel cuore consapevole sentisti come per cotesta unica via ti fosse dato
scampare a infamia. Te misero! che, a tanta distanza di tempo e mentre
dovrebbero dormire spenti gli sdegni, la carità patria contende non
solo di sciogliere un sospiro sul tuo fato infelice, ma anzi comanda
di calpestare il suo teschio ed imprecarvi sopra queste parole: «Bene
si ebbe innanzi tempo la sua stanza il serpente in questo vôto cranio;
bene fecero i vermi della terra pasto delle tue membra giovanili; bene
ti sta la morte immatura; se tu più avessi vissuto, avresti ordito
maggiore trama di colpe; ti fu l'obbrobrio lenzuolo sepolcrale, ti
pose lo avvilimento la lapide, il maledire dei popoli v'incise sopra
la iscrizione, e la giustizia divina ve la mantiene immortale, onde
facciano senno i maligni che non abborrono vendere il proprio sangue
contro la libertà delle genti.»

Intanto dalle radici estreme del monte si dilatò sul piano una
moltitudine meravigliosa di fanti e cavalieri levando dense nuvole
di polvere, — e tra mezzo coteste nuvole sventolano bandiere con
l'aquila, bandiere con le chiavi di s. Pietro; gli elmi, le corazze,
le partigiane e gli altri arnesi guerreschi mandavano lampi; — l'aere
d'intorno intronava un suono discorde e terribile di trombe, di pifferi
e di tamburi, commovendo i petti, secondo la natura degli uomini, a
rabbia o a terrore; procedevano senza osservare le ordinanze, come se
poco curassero il nemico, o fossero sicuri di avere a patti il paese; —
s'inoltrano spensierati; — privi di qualunque riparo si accostano alle
batterie fiorentine.

Dio certamente gli accieca.

All'improvviso con immenso fragore prorompe dalla fortezza un turbine
di fuoco, di ferro e di fumo: — il cielo si oscura; la faccia del sole
si cuopre come un velo funerario per non contemplare la strage nefanda,
— ma il vento rinforzando si porta altrove il fumo e la polvere, sicchè
si fanno manifesto allo sguardo cavalli inferociti erranti senza
cavaliere di su di giù per la campagna, un cumulo di morti giacenti
in atti diversi, i vivi in rotta, i feriti implorare soccorso e non
ottenerlo, tentare carponi con miserabili conati sottrarsi da quel
luogo micidiale e non poterlo; — armi sparse e spezzate; — di membra il
terreno fatto infame e di sangue.

Come vennero, sparvero; togliendo riparo dietro certi argini alzati
traverso i campi, sicchè, senza quella testimonianza di strage, quanto
avvenne sarebbe apparso un sogno d'infermo.

«Tal sia di loro!» dopo alcuni momenti di silenzio interruppe il
Ferruccio.

«Così piacesse a Dio e a san Giovanni glorioso,», rispose Lupo; «ma,
per quanto e' mi sembra, il diavolo vuol tenere in conto di caparra
questa prima mandata di scomunicati... Vedete, capitano! guardate
laggiù quella casa...»

«Dove?»

«Costà, costà, a piè del colle, ov'è la torre rovinata... diritto alla
mia mano... la vedete voi? Diavolo! e che siete diventato cieco?

«La vedo, sì, adesso la vedo... E quando ci sono entrati? e che cosa
fanno?...»

«Mettono fuori dalla finestra una bandiera... due... un'altra ancora;
la prima parmi imperiale... la seconda del papa... la terza! no...
sì... oh! diavolo! come c'entra cotesta?... È il cavallo sfrenato... la
insegna d'Arezzo.»

«Ah! Machiavello, quanto ben dicesti, a cotesto cavallo doversi imporre
un duro morso e di ferro[42].»

«Ed ora che cosa significa quella turba? Sembrano gente del contado...
in abito da festa... Sì, sì, è la festa dei morti.»

«O Lupo mio, in cotesta casa per certo si raccolsero i capi
dell'esercito; — e mentre noi qui ci travagliamo per la libertà della
terra, la gente del contado, sempre nemica alla patria nostra, va
a prestare l'obbedienza allo straniero; — ed ecco come sempre, di
voglie divisi, siamo fatti facile preda dei barbari. Stolti! Andate e
imparerete di che sappia la signoria di Carlo! Quando mai le colombe si
raccomandarono allo sparviere? Almeno Dio, allorchè vi rapiva il cuore
per difendere la libertà vostra, vi avesse tolte le ginocchia con le
quali vi avvilite; — o se con l'anima di Bruto ve ne fosse pure stata
compartita la forma, ora io qui non dovrei vergognarmi di nascere da
una stirpe comune.»

«Possa l'anima di Lupo non andare in luogo di salute, s'io non mando a
costoro la diceria bella e fatta.»

In questo modo favellando, il bombardiere gira a quella volta la
colubrina. I soldati gli si dispongono intorno, sicuri di ammirare un
qualche tiro stupendo.

Lupo imperturbato, aggiusta il bronzo, prende la corda infocata e di
propria mano dà fuoco.

Tra una rovina d'intonaco infranto precipita rotto in ischegge lo
stipite della finestra; vanno in fascio le imposte, la bandiera
imperiale tentenna e cade nella polvere.

Subito dopo furono viste sboccare furiosamente genti di varia maniera,
e confuse, spaventate sbandarsi per la campagna. Invano, fermo sul
limitare, un cavaliere, sprezzando il pericolo, con la voce e co' cenni
le richiama. La paura chiude loro gli orecchi; quei codardi non hanno
vita che nelle gambe.

Il cavaliere era Filiberto di Chalons, principe di Grange, capitano
dell'esercito.

«Bel colpo! Viva Lupo! che tiro, eh? Non ve lo aveva detto ch'egli
era un valentuomo?» si ascoltava suonare in giro a Lupo; e il capitano
Gualterotto Strozzi lo baciava in volto, Mariotto Segni gli stringeva
la destra, Francesco del Monte la sinistra; ed egli esultava, rideva,
non capiva in sè dal contento, e:

«Ve ne farò vedere degli altri, se Dio mi dà vita», ripeteva baldanzoso.

«E sì che io avrei giurato ve ne fosse rimasto uno», mormora il
Ferruccio tra sè, e fruga e rifruga dentro un borsone di velluto
cremisino ricamato in oro, il quale, secondo il costume dei tempi,
teneva appeso alla cintura: — mentre così favella, si accosta a
Giovannantonio.

«O che pensate di fare, capitano? gli domandava quell'ultimo.

«Pensava, e certo non vorrai usarmi la scortesia di rifiutarlo, pensava
donarti un bello scudo d'oro dal sole, che mi pareva esser rimasto qua
dentro.»

La faccia di Lupo diventa vermiglia, biechi torce gli sguardi, si morde
per ira le labbra: il Ferruccio invece pacato continua a cercare lo
scudo, ma non lo rinvenendo comincia ad arrossire egli e a turbarsi.
Lupo, a mano a mano che vede il Ferruccio confuso, compone il suo
sdegno; finalmente si risovenne Ferruccio averlo la sera innanzi donato
a certo povero soldato il quale, infermo pei travagli sofferti, se ne
tornava, ottenuta licenza, a Firenze; onde si pose a guardare fisso
Lupo, Lupo, lui, e proruppero entrambi in uno scoppio di riso.

«Valgami il buon volere, Lupo: per questa volta almeno bisognerà che tu
te ne chiami contento.»

«E sempre il buon volere basterà a Lupo», rispose gravemente il
bombardiere, «e ringrazio la fortuna di avervi impedito cosa nè a
voi nè a me convenevole; perchè, credete, capitano, quantunque io sia
povero e rozzo e di poca levatura, pure sotto questa grossa corazza
batte un Cuore che ama la patria davvero e conosce, capitano, essere ai
buoni figliuoli di lei anche troppa mercede potere operare un fatto che
le ridondi in vantaggio e in onore.»

«Senti, Lupo: sull'anima mia, io non pensava pagarti la tua virtù; no,
Lupo. Se avessi qui avuto due spade, te ne avrei offerta una, intendeva
darti una memoria la quale valesse a rammentarti sovente questo nostro
incontro, e, morto me, tu potessi, mostrandola ai tuoi compagni,
raccontare: Il capitano Ferruccio me la donò in Arezzo quando con un
colpo di colubrina gettai nella polvere la bandiera tedesca.»

«E chi ve lo ha detto che morirete prima di me? Avreste per avventura
imparato negromanzia? Io non spero sopravvivere a voi nè lo desidero,
capitano..., e neanco lo voglio. Oh! io ho camminato più passi di voi
sulla strada della fossa.»

«Me lo ha detto il cuore: ad ogni modo, prendi questa borsa vuota e
conservala per amor mio; onde tu l'abbi cara, sappi ch'io vi riponeva
le paghe delle Bande Nere quando, in compagnia di messer Giovambattista
Soderini commessario della Repubblica, seguitai il campo di monsignor
di Lautrec all'impresa di Napoli[43].

«Ma che ho da farmi io di cotesto borsone? Sono forse diventato il doge
di Venezia o il soldano di Babilonia? Se io non l'empio con le ghiaje
del Mugnone, già non pensate voi ch'io possa empirlo mai d'altra roba
in questo mondo!»

«E perchè no? Co' tuoi peccati...»

«Tradimento! Tradimento!»

Questa voce terribile interruppe all'improvviso quei loro discorsi,
e voltandosi, videro comparire Iacobo Altoviti, capitano della
cittadella, il quale, ansante, disfatto, come percosso da subita
pazzia, non poteva proferire altra parola.

«Tradimento! Dove? — Come? — Di chi? — Tu' se' il traditore!» grida
inferocito il Ferruccio; e senza altro aspettare, gettagli addosso le
mani poderose, forte lo stringe nei fianchi e, digrignando i denti, lo
porta levato da terra a precipitarlo dai muri della fortezza.

«Per Dio! Ferruccio, non mi ravvisate voi? sono Iacopo... Io vi dico
che la patria è tradita; il commessario ha dato volta; fugge quel
codardo... maledizione sopra di lui...»

«Qual commessario? — Chi fugge» e lo lasciava il Ferruccio, ma gli
occhi stravolgeva pur sempre, nè aveva membro che gli stesse fermo, e
fremeva e ruggiva in modo spaventevole.

«Non io, Ferruccio... e lo vedrete. — Mentre altri abbandona il suo
posto io corro al mio.»

«Chi dunque fugge?»

«Non avete guardato la città?»

«Messere Iacopo, Arezzo mi stà alle spalle, il nemico di faccia...»

Allora l'Altoviti, afferrato pel braccio il Ferruccio, seco lo mena
alla parte opposta della fortezza, e, gli additando la città, diceva:

«Vedete!»

«Cristo!»

Egli vede le milizie fiorentine in rotta; — i fanti, abbandonate
le insegne, sbandarsi dove meglio loro talenta; — per correre più
spediti gittare alcuni l'armatura per terra; — invano trattenerli i
capitani; inutili le preghiere e le minacce: avviluppati nelle spire
della moltitudine, abbandonare anch'essi loro malgrado quella terra
che avevano disposto difendere finchè l'anima gli bastasse: e sì che
molti furono allevati alla scuola del signor Giovanni delle Bande
Nere, la morte da vicino animosi contemplarono, pericoli presentissimi
affrontarono e vinsero. Qual fiero caso adesso sovrasta? Chi dunque li
caccia? Nessuno. La paura è un contagio. Purchè possono più velocemente
sottrarsi, si riputano i cavalieri beati; — spronano, — sferzano i
cavalli, come se il ghiaccio della spada sentissero penetrarsi nei
reni: ah! cotesta è una gara di corsa di cui sarà dato in premio
l'infamia.

Precorre a tutti il commessario Antonfrancesco Albizzi, come quello
che migliore destriero cavalca, e cui stringe più forte la paura. Se
lo sapesse il nemico, rimarrebbero oppressi tutti, senza potersene
salvare uno solo! Di quanto scherno non darebbe cotesta fuga argomento,
se la sapesse, al nemico! Il Ferruccio declinando per vergogna la
faccia, gli viene fatto di posare lo sguardo sopra la città. Una
testa si affaccia alla finestra, — poi due, — poi cento, come le
rane in palude, passato il rumore di che hanno avuto paura, si levano
sulle acque contaminate e ritornano al gracidare increscioso. Di lì a
breve le porte delle case si schiudono, e vedi uscirne uomini ratti
ratti che traversando le strade si recano ora da quel cittadino, or
da quell'altro, nel modo stesso che il serpe vibra la lingua, o i
ramarri, nei giorni canicolari, si lanciano rapidissimi di cespuglio in
cespuglio: — cominciano a radunarsi i capannelli; ci ascolta una sorda
agitazione; la plebe prorompe; lontano si diffonde un trambusto, uno
schiamazzo, un battere di tamburi, un urlare: Viva san Donato! Viva
l'imperatore! Morte a Marzocco[44] morte a Marzocco! O popolo, quante
volte hai gridato e dovrai ancora gridare — Viva la morte, e morte alla
vita! Dalla tua ignoranza acciecato, e dalle lusinghe altrui sedotto,
per quanto tempo ancora il tuo destino sarà quello del bove — vita di
bastone, morte di macello!

S'innalza una bandiera imperiale col verso di Zaccheria scritto
all'intorno: _ut de manu inimicorum nostrorum liberati serviamus tibi_;
cresce il tumulto; le armi della repubblica Fiorentina atterrate:
l'onda del popolo bramosa di mettere le mani nel sangue allaga le
strade: ogni cosa in confuso; amici tremano e nemici; la fiera ha rotta
la sua catena; guai a chi la incontrerà!

Un tanto evento non sembrava partorito dalla occasione, e veramente non
era. Di lunga mano i cittadini cospiravano: le occulte trame adesso si
discoprivano.

Arezzo, un tempo dai marchesi e dai conti governata, dopo il secolo
undecimo, a guisa delle altre città di Toscana e la più parte d'Italia,
in repubblica si costituiva. Nei padri nostri la virtù difettasse o
la sapienza, non seppero legarsi in vincolo federativo, il quale come
la quiete interna assicurasse, così potenti di fuori gli rendesse e
temuti. Della libertà civile praticarono un solo argomento, quello
della partecipazione di qualsivoglia cittadino agli uffici supremi
dello stato; la sicurezza individuale, nè statuirono nè per avventura
conobbero. Eternamente con miserabile guerre si lacerarono; e quando
lo straniero venne a ridurre in servitù le belle contrade, invano
chiamarono i figli generosi; giacevano spenti, — nè i sepolcri
restituirono i morti. In coteste scellerate contese, sopra tutti
insanirono i popoli aretini; oltre misura rissosi, il nome ebbero di
cani botoli, e l'Alighieri vi aggiunse:

    Ringhiosi più che non chiede lor possa[45].

Poichè nei casi dei governi la libertà disordinata mena sempre alla
licenza, e la licenza genera tirannide, tosto comparvero i signori.
Guglielmo Ubertini, vescovo, conquistò Chiusi, vinse i Sanesi alla
Pieve al Toppo: abbandonato dalla fortuna, rimase vinto a sua posta
e morto nella giornata di Campaldino, dove il nostro maggior poeta si
trovò a combattere tra le prime schiere. Meglio per lui, se non avesse
mai il pastorale mutato con la spada; o se, avendo cinta la spada,
l'adoperava in impresa più santa, perocchè egli fosse uomo prode di
guerra e di virtù antica.

Dove vivono genti disposte a servitù, i padroni si rinuovano; chè,
cessato il tiranno, rimangono le cause della tirannide: agli Ubertini
subentrano i Tarlati. Guido Tarlato di Pietramala, stretta lega col
Castruccio, continua a travagliare Firenze. Non pertanto Arezzo, vuota
di sangue, si piega al dominio fiorentino. Piero Tarlati, più noto
nelle storie col nome di Pier Saccone, tentato invano ogni estremo
rimedio per mantenere indipendente la patria, si accomoda col comune
di Firenze e gliela vendè per trentanovemila fiorini d'oro; mostruoso
accoppiamento di virtù e d'avarizia! Nel 1343, cacciato da Firenze
il duca di Atene, gli Aretini ricuperarono la libertà; ma al buon
volere mancando la potenza per sostenersi, non istette guari che in
sua potestà li ridusse Ludovico duca d'Angiò. Lui morto, i Fiorentini
con quarantamila fiorini di nuovo la comprano dal capitano che in
nome del duca la governava. Il popol vile, venduto a guisa d'armento,
stette nel dominio di Firenze fino al 1502; allora si ribellò, non
per virtù propria, ma instigando Vitellozzo Vitelli generale del papa
Alessandro VI; il quale, sotto colore di vendicare la morte di Paolo
suo fratello, condannato dai Fiorentini ad avere mozza la testa pel
tradimento di Pisa, invero poi per allargare lo stato a Cesare Borgia,
che lo pagò più tardi a Sinigaglia[46], si condusse con l'esercito
su quel di Arezzo. I Fiorentini, d'armi sovvenuti e d'istanze presso
papa Alessandro da Luigi XII di Francia, lo riconquistarono. Nicolò
Machiavelli, nella presente occasione consigliando sul modo di trattare
i popoli della Valdichiana ribellati, scriveva dovesse la Signoria
assicurarsene nel modo prescritto dai Romani[47], i quali pensarono:
«che i popoli ribellati si debbano beneficare o spegnere; essere ogni
altra via pericolosissima; a lui non parere nessuna di queste cose
avessero praticata, perchè non si chiama benefizio far venire gli
Aretini a Firenze, toglier loro gli onori, venderne le possessioni,
sparlarne pubblicamente, tener loro soldati in casa; nè chiamarsi
assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvi abitare i cinque
sesti di loro, non dar loro compagnia di abitatori che li tenessero
sotto, e non si governare in modo con essi che, nelle guerre che
fossero fatte a Firenze, non avesse più a splendere in Arezzo che
contro il nemico:» onde, bene considerato il termine col quale la
Signoria la teneva, egli formava questo giudicio sicuro: «Che come
fosse assaltata Fiorenza, di che Iddio guardi, o Arezzo si ribellerebbe
o darebbe tale impedimento a guardarla che la sarebbe spesa
insopportabile alla città.» I modi praticati dalla Signoria nè amore
rivelavano nè vigore, e il popolo presuntuoso, anzichè attribuirli a
benevolenza d'indole o ad esitanza, gli attribuiva recisamente alla
paura e si faceva più pronto alle offese. Accostandosi i nemici,
ordinarono ai cittadini sospetti sgombrassero le città, a Firenze
si presentassero: tardo e debole provvedimento. Nelle commozioni
dei popoli voglionsi bene esaminare le cause per le quali accennano
muoversi, e secondo la diversità di quelle usare degli opportuni
rimedi. Se il popolo, agitato dalla passione di una famiglia o di un
uomo s'infiamma, cotesto ardore dura poco, e tolta via la famiglia o
l'uomo, può stare sicuro che in breve si quieterà; dove poi il popolo
si muova per passione propria, a nulla giovano i bandi o le morti di
alcuni cittadini; di tutti i semi quello che abbiamo veduto partorire
maggiore copia di messe è il sangue dei martiri della libertà versato
sopra la terra della oppressione, egli troverà sempre un Lando e
un Masaniello; nè al potere riescirà spegnerli tutti, imperciocchè
troppi sieno coloro nel petto dei quali arde un fuoco divino che
aspetta tempo a manifestarsi. Allora bisogna o nei suoi desiderii
compiacere il popolo, o con molte soldatesche frenarlo, o, snaturandone
gradatamente lo spirito, assuefarlo a servitù, come fece Cosimo I a noi
Toscani, o diroccarne le mura, gli abitatori disperderne, seminarne il
terreno di sale, come fece Federico I ai Milanesi, i quali due ultimi
spedienti, oltre all'essere tirannici, talvolta riescono incerti, ed
invero valsero a Cosimo, a Federico no. E poi, alle cause interne
di ribellione si aggiungevano gli stimoli di fuori. Il conte Rosso
da Bevignano, citato come sospetto a comparire davanti Simone Zati
commissario, fuggì di Arezzo e prese soldo nel colonnello di Sciarra.
Divenuto caro al principe di Orange per la sua piacevole natura e
più per l'ingegno maravaglioso col quale sapeva condurre le imprese
avviluppate e difficili, cominciò, secondo il costume dei fuorusciti,
a dargli ad intendere che avrebbe ribellato Arezzo, che stava in sua
mano il destino della città, che la voleva consegnare a lui solo; e a
queste aggiunse altre più cose assai, a cui il principe o credendo o
piuttosto simulando credere, gli diede patente amplissima per vedere
che cosa e' sapesse fare. Il conte si abboccò con i suoi partigiani,
gli adescò con l'antica lusinga della libertà, come se ribellarsi a
Firenze per vivere nel dominio del principe potesse chiamarsi libertà,
apparecchiò armi, raccolse danari, e le bandiere notate da Lupo alle
finestre della villa erano il segno convenuto pel quale i congiurati,
mosso rumore in città, dovevano dare campo a quei di fuori di assalire
le mura senza troppo lor danno. Veramente, se la codardia dell'Albizzi
non fosse stata, cotesta impresa avrebbe avuto il termine a cui vediamo
ogni giorno capitare i tentativi dei fuorusciti; ma in ogni modo adesso
si facevano manifesti i prudenti consigli di Nicolò Machiavelli e la
imprevidenza dei capi.

  [Illustrazione: ... tutto affannato in suono di pianto
   supplicava il Commissario... _Cap. II, pag. 50._]

Il capitano Ferruccio, a cotesto spettacolo doloroso, diventò pallido
come la morte: grondava sudore; all'improvviso traendo l'Altoviti
davanti una immagine riposta in certo tabernacolo sopra le mura dei
quartieri, parlò:

«Iacopo, giuratemi per questa immagine benedetta che voi non renderete
la cittadella, se prima non ne venga l'ordine dai Dieci. Dal tenere
questa fortezza forse dipende la salute della patria...; della vergogna
non parlo...»

L'Altoviti levò gli occhi e conobbe rappresentare la immagine san
Donato, protettore degli Aretini.

«Qui nel mio petto, Francesco, io serbo miglior santo che non è
costui», e si accennava il cuore. «I due ultimi bariloni di polvere
saranno adoperati a mandar all'aria la fortezza e me...»

«Sta bene, addio!»

E profferite le parole, il Ferruccio si caccia giù per le scale; alcuni
gii tengono dietro senza ch'ei se ne accorga: scende in città e se ne
corre rapidissimo all'albergo. Siccome in quel punto ei non teneva
ufficio pubblico, non si era ridotto ad abitare i quartieri. Certo
ospite antico della sua famiglia lo aveva accolto in casa; se ciò non
fosse stato, nella fuga dei Fiorentini d'Arezzo gli avrebbero condotto
via la cavalcatura. Irrompe nella scuderia; il buon destriero turco,
nel sentire appressarsi il suo signore, si commove tutto e nitrisce;
egli, dato di piglio agli arnesi, comincia ad adattarglieli intorno
al corpo con incredibile ardore; siccome accade in quella furia,
ora gli cascano di mano, ora l'uno scambia con l'altro e, invece di
affrettarsi, ritarda; il cavallo freme irrequieto, squassa la testa,
percuote il terreno, impaziente di lanciarsi.

«Sta, sta, Zizim; non è un giorno di esultanza questo; se tu potessi
vedere il cuore del tuo padrone come geme contristato, ne avresti
pietà; tra poco ti converrà far prova di quanto sei veloce; ingegnati
di correre, di volare, ma comunque tu voli, non ti risparmierò i
fianchi; te li sentirai pungere; il tuo bel candore sarà contaminato
di sangue... Per Dio! non ti addestrava a tal prova; nè tu vi ti
aspettavi... ed io nemmeno. Avevamo disposto a morire insieme in un
giorno di battaglia...; ora..., prima che venga la stagione dell'onore,
il vituperio ci affoga. Corri non per acquisto di gloria... ma per
fuggire vergogna...; nonpertanto, sia per procurarle decoro, sia per
salvarla dall'obbrobrio..., sempre ben muore il cittadino per la sua
patria... or sei sellato... va'!

Gli balza in groppa, tira la spada e con la voce e con gli sproni
lo spinge: il buon corsiero, compresa la voglia del suo signore,
corre, vola, divora la via; par che non tocchi la terra, e par saetta
scoccata dall'arco. Il cavaliere trascorre rapido tanto che gli oggetti
gli fuggono vertiginosi, sformati; dinanzi gli occhi; l'aria rotta
violentemente su i labbri non gli concede articolare parola... eppure
urla in maniera spaventevole: giunge dove una turba di popolo adunata
dintorno alla bandiera imperiale esultava baccante di allegrezza;
il buon cavallo la fende come fiumana; l'onda della plebe si frange
clamorosa e volta le spalle sopraffatta dal terrore; giace la bandiera
deserta, e già tra i gridi discordi si ode mormorare; «Viva Marzocco!»

Poichè fu la paura un poca quieta, si domandarono le genti chi le
avesse sbarattate, chi fosse, come si chiamasse; non seppero dirlo:
alcuni affermarono con giuramento essere comparso uno spirito infernale
che non aveva forma di cosa conosciuta; per furia, per rumore e per
luce terribile; solo una chioma tesa per ventilargli dietro per l'aria
a guisa di cometa, di augurio funesto: altri invece sostennero avere
veduto un volto di angiolo, un cavaliere celeste, certamente san
Giorgio.

Il cavallo, dell'impeto rovinoso punto rallentando, arriva alla porta;
In cotesto istante una mano di cittadini, recati sassi e travi, tentava
sbarrarla. Ferruccio, rinforzando la voce, tale manda fuori un urlo
che anch'essi atterriti si danno alla fuga; irrompe pei campi; tende lo
sguardo e, lontano lontano, riconosce il codardo Commissario.

Dai fianchi del cavallo sgorga un nuovo spruzzo di sangue; di più
non può correre, nondimeno sente più e più sempre trafiggersi. Ecco
raggiunge le milizie disperse, le passa, le ha passate.

Dietro al cavaliere si leva un rumore: «È il Ferruccio! Anche il
Ferruccio si salva!» Ei non lo intende, o non lo bada... continua
a precipitare dietro le tracce del Commissario. La strada svolta
e rasentando una macchia si curva, sicchè all'improvviso costui
gli scomparisce dagli occhi. Il Commissario di troppo ha precorso;
difficilmente gli riuscirà raggiungerlo: tutto è perduto!

Antonfrancesco Albizzi, senza cappuccio, con le vesti scomposte,
pallido, lo sguardo fisso, tolto fuori di sè, rabbiosamente spronava,
quando ad un tratto gli balza indietro il cavallo, forte squassato pel
morso, e una voce minacciosa gli grida:

«Fermatevi!»

«Per la Madonna santissima della Impruneta», tutto affannato in
suono di pianto supplicava il Commissario, «non mi ammazzate! Non vi
mettete l'omicidio sull'anima! Sono un povero marraiuolo... un fante
di stalla...; a buona guerra non mi potete toccare un capello...,
vorreste dire ch'io sono un nemico preso con le armi alla mano?...
Frugatemi in nome di Dio...; io non ho armi... Le vesti... le vesti non
mi appartengono. Lasciatemi andare, e ve le darò... mi basta andarmene
in farsetto... con i fiorini che troverete in tasca... un riscatto da
principe in verità..., ma lasciatemi... lasciatemi per tutti i santi
del paradiso...»

Per quanto s'ingegnasse o dicesse, il cavallo non poteva avanzare, una
mano di ferro lo teneva fermo al terreno.

Vico Machiavelli, quantunque avesse sotto peggior cavallo del
Ferruccio, avendo notato più quieto come tirando diritto dentro la
macchia si venisse ad acquistare considerabile spazio di cammino,
vi si era messo alla ventura, e, trovatala sgombra, potè riuscire ad
arrestare il Commissario.

Quando il Ferruccio ansante ebbe trascorsa la curva descritta dalla
macchia ed ormai immaginava il Commissario lontano, con somma sua
maraviglia se lo trovò di subito davanti, e, preoccupato com'era,
dall'Albizzi in fuori, non gli venne fatto di vedere null'altro:

«Commissario!... Commissario!...» prese a favellare il Ferruccio, così
come l'anelito glielo concedeva; «se alla salute e all'onore della
patria non si potesse, come spero, riparare, la tua testa rotolerebbe
adesso per la polvere della strada.»

«O capitano! siete voi! Venite, difendete il nostro Commissario.
Voi siete valentuomo, voi, e l'ho sempre detto. Difendete il vostro
Commissario; mi vi raccomando...»

«Vile uomo! difenderti io? Di' piuttosto, perchè fuggi? Così tieni il
posto alla tua fede commesso? Perchè hai lasciato Arezzo? perchè?...»

«Signore! O che anche voi mi uscite fuora nemico? Voi eravate nella
cittadella e non potete aver veduto il tumulto della città... Io stavo
sopra un vulcano... la terra mi si franava sotto... tutti insorti...
tutti armati e minaccianti la morte...; o che doveva far io?»

«Morire.»

Questa risposta percosse il Ferruccio, il quale, essendosi alquanto
rimesso da quel primo furore, declinò lo sguardo e si accorse della
presenza di Vico; onde, geloso com'era della militare disciplina,
increscendogli che altri avesse ascoltato le acerbe rampogne profferite
contro il Commissario, con mal piglio rivolto al giovane, gli disse:

«Anche voi qui? Partite.»

«Ma io...»

«Partite, vi comando! Davvero, voi andrete molto oltre nel mestiere
delle armi, se al primo incontro abbandonate così la vostra
bandiera...»

«Mente per la gola chi lo sostiene», rispose Vico vermiglio fino al
bianco degli occhi, traendo mezzo fuori la spada...

Sentì il Ferruccio a quell'atto superbo commuoversi l'anima, e per poco
stette che non lo abbracciasse e baciasse; pur, sempre mantenendo il
sembiante severo, riprese:

«Tornate, Vico, alla vostra ordinanza e quivi con l'esempio mostrate
quello che tanto bene sapete raccomandare con parole.»

Vico, a capo dimesso, traendosi dietro per le briglie il cavallo,
mestamente si allontana e pensando come il capitano, di cortese e
benigno che gli si era fino a quel giorno mostrato, a un tratto avverso
gli si facesse e oltraggioso, sospira nel profondo del cuore, e gli
prorompe il pianto dagli occhi.

Il Ferruccio, accompagnandolo col guardo, non potè impedire che a sua
posta gli si velasse di lacrime, perocchè dentro gli si sporgesse un
pensiero il quale diceva: Crescono i figli nostri migliori di noi, e
forse, ahi! indarno.

«Dove scorgessi in te parte alcuna di uomo, spécchiati, comanderei,
in cotesto giovanotto e vergognati. O casa Albizzi, funesta sempre
a Fiorenza, sia che nascano da lei genti feroci, come Pietro, Maso e
Rinaldo, o codarde, come sei tu...[48]. Or via, scendi da cavallo...»

«Voi mi volete uccidere...»

«Tolgo io forse le sue giustizie al carnefice?»

«Ma perchè devo scendere?»

«Perchè quando i Dieci ti deputarono alla salute della patria furono o
stolti o ebbri o ribaldi; perchè, durante il tempo che nome conservi e
comando di magistrato della Repubblica, ogni turpitudine tua ridonda
in onta di lei; e perchè finalmente devi riparare al mal fatto,
lasciandoti poi, quando sarai tornato Antonfrancesco Albizzi, facoltà
ampia di vivere e di morire infame a tuo senno.»

«I vostri modi, capitano Francesco Ferruccio, passano il segno...»

«Taci, obbedisci, o ti taglio la gola.»

E l'atto col quale accompagnò le parole indusse l'Albizzi a scendere
senza farglielo ripetere due volte. Ferruccio si lanciò giù dal
suo cavallo ed accennò al Commissario che salisse su quello; dipoi,
assicuratosi per questa guisa che Antonfrancesco gli avrebbe tenuto
dietro, balzò in groppa al palafreno donde era sceso costui e,
tormentandolo nella bocca e nei fianchi, lo costringe ai più strani
contorcimenti che mai abbia fatti cavallo nel mondo; — poco dopo lo
abbriva di tutta carriera contro le compagnie disperse, le quali come
prima ebbe incontrato, cominciò ad esclamare in questa maniera:

«Che vi caccia, soldati? Procedete in sembianza di fuggitivi, e nessuno
v'incalza. — Almeno aspettate, per Dio! che vi sopraggiunga il nemico
alle spalle. Il Commissario, ordinandolo i Dieci, comanda la ritirata,
e voi fuggite? Davvero io non avrei mai creduto che le milizie
allevate alla scuola del signor Giovanni, — le reliquie delle Bande
Nere, ignorassero qual corra differenza tra una ritirata e la fuga. I
Dieci deliberarono, presidiate le cittadelle del dominio, raccogliere
quel cumulo d'arme che si potesse maggiore intorno a Fiorenza...
Parvi questo pauroso o improvido consiglio? Su via, ordinatevi, e ben
per voi che il Commissario, trasportato lontano da questo mal domo
animale, — e qui, ferendolo lo costringeva a inferocire, — non si
accorse della vostra vergogna: — presto, — presto, — ordinatavi, che
già sopraggiunge, — ognuno al suo pennone; — i sergenti a capo delle
compagnie; quattro per fronte; — date nei tamburi; — torni a sventolare
la bandiera... Viva la Repubblica! Viva!»

E quivi nasceva una confusione in apparenza maggiore di prima, ma indi
in breve squadronate in bell'ordine comparvero le milizie.

Intanto il Ferruccio spronando di nuovo alla volta dell'Albizzi,
piegato il corpo dalla sella, gli susurrava sommesso all'orecchio:

«Commissario, la tua onta è coperta, — giustificata la fuga; n'ebbe
colpa il cavallo; — dacchè non hai virtù, fa di mentirla; — mostrati
in parole valente. Nota bene, contro gl'insegnamenti della milizia
io ordinai la ritirata, ed io l'ho fatto a posta onde tu salvi
la reputazione di magistrato della Repubblica...; però biasima il
comando..., raddoppia di fronte le file..., manda gli archibusieri alla
coda..., ai fianchi due squadroni di cavalli per tentare la campagna.
L'Altoviti tiene fermo nella cittadella finchè gli basti la vita; —
comanda al marchese del Monte, uomo animoso e dabbene, insomma diverso
affatto da te, di prendere mille fanti e affrettarsi in soccorso
dell'Altoviti. Per onestare la tua infamia, basta che tu mentisca, e di
leggieri il farai, imperciocchè i codardi sieno maestri di menzogna. —
Addio. — Ora cesso cittadino e, ridivenuto soldato, ti obbedisco.»

Machiavelli nostro, massimo conoscitore di questa umana natura,
scrisse in alcuna parte delle opere sue, difficilmente occorrere uomo
del tutto buono, come del pari riesce difficile incontrarlo affatto
tristo: però l'Albizzi sentì pungersi il cuore di rimorso profondo più
adesso, che il Ferruccio vedeva studioso di giustificarlo, che quando
con parole acerbe lo rampognava pur dianzi; e poi cominciava per prova
a comprendere quello spirito altissimo; e sè a lui paragonando, lo
agitava un gruppo di passioni così diverse, di ammirazione per esso, di
avvilimento per sè, di rimorso, di vergogna e di terrore, che il sangue
a guisa di marea ora gli si spingeva sul volto, ora, ritraendosi verso
il cuore, glielo tramutava in colore di defunto.

Ma se il suo onore era perduto davanti alla sua coscienza e al
Ferruccio, poteva e doveva sostenerlo in pubblico per reverenza della
patria: — quindi, composto quanto gli riuscì meglio il sembiante,
trasmise con voce sonora gli ordini consigliati e comandò a Francesco
marchese del Monte, tolti seco i mille fanti, accorresse in aiuto
dell'Altoviti, accompagnandolo con sì calde raccomandazioni di
travagliarsi in pro della Repubblica, e parole sì ardenti di sacrifizio
e di zelo che molti, persuasi della sua fuga, si ricrederono, prestando
fede alle parole del Ferruccio.

Cotesta ora fu piena di amarezza per l'Albizzi, un'ora di passione;
mai croce al mondo tanto pesò sugli omeri mortali: sicchè il Ferruccio,
sottilmente investigando quel volto che a mano a mano a fior di pelle
s'increspava per lo interno lacerarsi dell'anima e il fremito fitto
che gli investiva le membra al pensiero terribile che di repente gli
suonasse negli orecchi la parola: — cervo, lascia la pelle del lione;
— insieme a disprezzo prese ad averne pietà, sempre più imprecando
sventura sul capo dei Dieci, i quali, il nome anteponendo alla virtù,
lo avevano scelto a Commissario.

Così senz'altro accidente procederono fin presso a poche miglia da
Firenze: andavano mesti e taciturni, perchè pesava a tutti il dolore
di cotesta fuga, e, al rivedere che facevano adesso le mura dilette
della patria, sentivano più fieramente tormentarsi la coscienza... Che
cosa sarebbe stato di lei, se, come principiarono, avessero continuato
a difenderla? Sopra gli altri dimesso nell'animo s'innoltra l'Albizzi,
col mento abbandonato sul petto, stordito da pensieri senza séguito,
— da dolori senza nome; — chiunque lo avesse incontrato per la via, lo
avrebbe detto un masnadiere condotto a guastarsi.

Giunti che furono in parte dove il sentiero si divide in due diversi
cammini, l'uno dei quali mena a Firenze, l'altro ai borghi e alle
ville circostanti alla città, il Ferruccio, frenando all'improvviso il
cavallo, chiamò:

«Messere Antonfrancesco!»

L'Albizzi, assorto nella sua meditazione, non lo intendeva, sicchè egli
poco dopo più forte replicava:

«Messere Antonfrancesco!»

«Chi mi vuole?»

«Se non vi fosse gravoso, piacerebbevi dirmi qual cosa divisate di
fare?»

«L'ufficio mio, capitano: andarmene ai Dieci ed esporre loro un
ragguaglio fedele della mia commissione.»

«Allora più poca via vi rimane a fare in questo mondo: — dai Dieci al
bargello, dal bargello ai sepolcri della vostra famiglia.»

«E perchè, Ferruccio, perchè? Forse non ebbi consiglio da Malatesta di
abbandonare Arezzo? Forse non è vero, ch'essendo debole, mal si poteva
tenere, e, perdute queste genti, la città nostra diventava affatto
disarmata[49]? Forse la cittadella non si trova adesso convenientemente
presidiata?»

«E vi gioveranno siffatte difese quando là presso ai Dieci troverete
un uomo che prenderà a perseguitare la vostra vita, come veltro la
fiera, e narrerà la fuga, la paura, la viltà vostra, sostenendo la
vostra morte all'onore e alla salute della patria necessaria; senza il
vostro sangue tutta disciplina militare spenta, ogni vincolo sciolto;
a cagione dell'esempio pessimo i valenti diventare deboli, vilissimi i
vili; il vostro capo, in ogni tempo per la colpa commessa giustamente
reciso, doversi adesso mozzare per giustizia e per ragione di stato;
i principii delle repubbliche avere ad essere inesorabili, testimone
Roma? E quando gli esempi e gli argomenti non bastino, cotesto uomo si
squarcerà le vesti, si cuoprirà il capo di cenere; prostrato a terra,
con le mani giunte, piangendo dirotto, nel nome santo di Dio implorerà
che la scure del carnefice vi percuota la testa...»

E siccome l'Albizzi, esterrefatto, si guardava attorno e poi i suoi
occhi negli occhi del Ferruccio fissava, quasi per domandare chi fosse
quel suo implacabile nemico ed in qual modo lo potesse accusare dopo
che egli con tanto sottile accorgimento gli aveva onestata la fuga, il
Ferruccio, forte percotendosi il petto, esclamò:

«Io sono quel desso!»

L'Albizzi, profondamente avvilito, non riusciva a formare parole.
Stettero alquanto in silenzio, e quindi riprese il Ferruccio a
favellare così:

«Io però non vi odio, Antonfrancesco... nè voi... nè altrui...; odio
la colpa... il colpevole non posso...; nè vorrei che voi moriste
disonorato, no... non vorrei; il vostro delitto è certo, certa la
pena...; se il piè ponete in Fiorenza, il palco infame vi aspetta;
ponetevi in salvo pertanto, cercatevi un asilo finchè vi si offra modo
di morire onoratamente combattendo per la patria..., dico morire...
dacchè vivere più non potete; quando pure vi poneste sul capo gli
allori di Alessandro e di Cesare, non basterebbero a gran pezza per
ricoprirvi il brutto segno che l'ultima vostra azione v'impresse nella
fronte; solo può rigenerarvi il battesimo di sangue..., perocchè allora
i cittadini, l'andata vita tacendo, incideranno sopra la vostra lapide
queste parole: Morì per la patria; e i posteri, senz'altro cercare,
l'anima vi conforteranno di suffragi e la memoria con le lodi serbate
ai valorosi...»

E stava per continuare, quando, per la via traversa che mena alle
castella del contado, ecco apparire un uomo di villa accorrente a gran
fretta, levando dietro a sè un lungo polverio. Venuto presso ai nostri
personaggi, il Ferruccio, accennandogli prima con la mano sostasse, lo
interrogò dicendo:

«Donde vieni e dove vai?»

«Io vado, messere, per una trista novella..., trista in verità..., una
novella che nessuno vorrebbe portare, e pure bisogna che qualcheduno
porti, perchè la è cosa che riguarda l'anima; e un figliuolo mal può
dipartirsi contento da questo mondo, se prima non lo abbia benedetto
suo padre. Vengo da Nipozzano.»

«Nipozzano!» esclama Antonfrancesco Albizzi alzando di subito la
faccia, «casa mia!»

«Domine! ho io le traveggiole, o siete ben voi messer lo padrone! Oh
non vi aveva mica riconosciuto! Ma dacchè la è andata così, fatevi
animo e raccomandatevi al Signore, perchè lo hanno spacciato...»

«Chi dunque? chi?»

«Messere Lorenzo, il padrone giovane... il vostro figliuolo si trova
_in extremis._..»

«Dio eterno, qual castigo mi dài!...»

Francesco Ferruccio, del tutto fisso nella sua idea di onore patrio,
di decoro della milizia italiana, oltre la quale le cose altrui poco
curava, le proprie nulla, quasi lieto diceva:

«Messere Antonfrancesco, nè più onesto nè meglio conveniente motivo di
questo vi potea parare la fortuna davanti per abbandonare la ordinanza
e ritirarvi lontano dalla città.»

L'Albizzi, udite le parole, immaginando irridesse al suo dolore, lo
guardò in atto di rampogna e poi levò disperato gli occhi lagrimosi
verso il cielo. Allora sentì il Ferruccio il detto inconsigliato, e la
sua anima gentile n'ebbe rincrescimento profondo; onde con voce piena
di pietà, toccandolo leggermente sul braccio, soggiunse:

«Nè più doloroso..., messere, nè più per un padre desolante davvero...;
e se Dio ve lo mandava in pena delle vostre colpe..., parmi anche
troppo.»

L'Albizzi, riconciliato, gli strinse la mano, — e senza altre parole
aggiungere, traendo un gemito, si allontanò.

Durante l'assedio egli stette ritirato in campagna. Un po' per paura,
un poco per vergogna, non ardì prendere parte alcuna negli sforzi
gloriosi operati da' suoi concittadini in difesa della patria; la
sovvenne di pecunia, ma poca: scrivono mille scudi[50]. Spenta la
libertà, la tirannide istituita, mal potendo l'animo suo comportare
i nuovi modi, cospirò contro Cosimo I, Tiberio toscano: preso a
Montemurlo cogli altri congiurati, dannato nel capo[51], troppo
tardi imparava dovere gli uomini liberi mettere a repentaglio le
sostanze e la vita a mantenere la libertà quando ha fiore di verde;
l'occasione nelle cose politiche condurre con una mano la buona
fortuna, con l'altra la morte; i provvedimenti intempestivi come non
procurano la gratitudine altrui, così quasi sempre cagionano la rovina
a cui li tenta. Morì per le mani del tiranno, non per la libertà;
lo mosse insofferenza di servitù, non amore del bene del popolo,
sicchè i posteri gli negarono per fino quel sospiro di pietà, — tenue
mercede eppur cara, — di cui tanto si confortano le ombre dei grandi
infelici[52].

Il cavallo di Arezzo[53] insaniva sfrenato, ma non per durare, il conte
Rosso promise la libertà agli Aretini, e non gliela potè mantenere;
promise al principe di Orange il dominio libero della città, e non
gliela potè consegnare.

I superbi disegni di Filiberto di sposare Caterina dei Medici, che i
cieli destinavano alla corona di Francia, farsi signore di Toscana e
forse d'Italia[54], vennero meno. L'imperatore fu per ragione di stato
costretto a mantenersi leale col papa.

Clemente VII, occupando in processo di tempo Arezzo e al governo di
Firenze lo ritornando, considerato come i principi nuovi non devano
sopportare gli uomini capaci di sollevare a piacimento loro i popoli
soggetti, impiccò il conte Rosso. La sua morte insegnava che se
talvolta i principi adoperano l'antica lusinga della libertà a guisa
di leva per conseguire il fine proposto, ottenuto che l'abbiano, se
ne servono per rompere la testa a chi ci ha creduto. Ammaestramento
rinnovato le cento volte dopo e nei tempi recentissimi eziandio,
nondimanco sempre invano per questa nostra stirpe umana, nata a
fidarsi, a pentirsi e a fidarsi di nuovo in chiunque abbia voglia ed
ingegno d'ingannarla.

Abbandonato il contado di Arezzo dalle milizie fiorentine; presa
dai nemici Cortona; Montevarchi perduto e Figline; gli uomini di
Castelfiorentino sopraffatti; — la guerra si riduce sotto le mura di
Firenze.



CAPITOLO TERZO

IL PAPA E L'IMPERATORE

                              Darà l'Italia in preda a Francia o Spagna
                                Che, sossopra voltandola, una parte
                                Al suo bastardo sangue ne rimagna.

                                               ARIOSTO, Satira II,
                                            _alludendo a Clemente VI_.


Adesso dormono polvere; — forse nè anche polvere: — ma allora erano due
fra i più potenti della terra, — un papa ed un imperatore.

E fino a quel punto di odio mortalissimo si aborrirono. Il più lieto
pensiero in cui si assopissero la notte, — la immagine più cara che
alla dimane sul guanciale del riposo ritrovassero, porgeva loro la
speranza di potere un giorno l'un l'altro incontrare giacente sui
gradini del proprio palazzo, — nudo, — assiderato dal freddo, —
supplicante una elemosina, — che l'imperatore nella mente superba
esultava concedere larga ed amara, — e il papa invece si compiaceva
negare, via procedendo in sembianza di non accorgersi di quel caduto.
Imperciocchè, quantunque il cardinale di Richelieu non avesse ancora
insegnato la regola, il cuore di Clemente VII aveva per istinto
sentito, le donne e i sacerdoti non dovere perdonare giammai[55].

E non pertanto adesso stavano intesi a comporre gli antichi rancori, a
discutere che cosa avrebbero guadagnato a mutare l'odio in amicizia,
a stringersi le mani per quindi insieme aggravarle più peso sopra il
collo dei popoli.

Gli accoglieva magnifica sala, di seta splendida e d'oro, con la
vôlta dipinta da uno dei più valenti artefici che resero quel secolo
singolare nella storia dell'arte.

E il dipinto della vôlta rappresentava il concilio dei numi, il convito
degl'immortali che pure erano morti, Giove l'antico onnipotente, che
adesso non poteva più nulla, e le altre divinità bandite dalle dimore
dei cieli. Eppure cotesta religione ebbe una volta adoratori, martiri,
voti, preghiere, superstiziosi, dileggiatori, olocausti di bestie,
olocausti di uomini e sacerdoti crudeli; ora poi non se ne rinviene
memoria in nessun cuore, ed è forza cercarla sui libri: religione da
eruditi, religione da pittori per decorarne le vôlte o le pareti delle
sale.

Cotesta religione doveva dileguarsi davanti un'altra religione di
amore e di pace che gli uomini predicò fratelli e maledì l'uomo il
quale tormentando faceva piangere la creatura di Dio. Ma il tristo
seme d'Adamo, sfidata la maledizione celeste, contaminò l'opera
dell'Eterno; la nuova religione circondò di terrori, di superstizioni,
di scherni, di vittime umane, di sacerdoti crudeli e, per aggiunta, dei
papi — re e sacerdoti, — i quali si cingono con tre corone la testa,
come per simbolo che pesano funesti alla terra tre volte più dei re,
somiglievoli in tutto all'antica chimera, congerie mostruosa di drago,
di capra e di lione, però non come la chimera favolosi, ma vivi pur
troppo e palpitanti e laceranti nelle sedi del Vaticano.

Clemente VII e Carlo V insieme ristretti s'ingegnano a ordire un
patto che valga a costringere le generazioni per sempre dentro un
cerchio fatato, dentro una rete di diamante; si affaticano a rinnovare
l'esempio di Prometeo, apparecchiando all'umano intendimento catene
eterne e l'avoltoio divoratore. — Stolti! Se gli occhi declinavano
al fuoco che ardendo loro davanti nel marmoreo camino aveva ridotto
in cenere copia di legna, se verso la vôlta gli rialzavano dove erano
effigiate le immagini degli dêi come caratteri d'una lingua che più non
s'intende, avrebbero compreso: «le cose nostre tutte hanno lor morte,
— siccome noi[56],» e l'opra infaticabile del tempo rompere le trame
orgogliose degli uomini non altrimenti che fossero veli di ragno.

Seduti entrambi, Clemente da un lato, Carlo dall'altro di una lunga
tavola coperta di velluto cremesino a frangie d'oro, con le insegne
della Chiesa ricamate in oro; e sovr'essa carte e pergamene di ogni
maniera, — brevi, diplomi e capitoli quivi spiegati, quasi museo e
satira delle scambievoli loro insidie, quali col suggello di Spagna,
quali colle armi dell'impero, parte con le palle dei Medici, parte
ancora con la immagine di san Pietro che pesca[57] e invano rammenta al
superbo pontefice la povertà della chiesa primitiva di Cristo.

  [Illustrazione: E qui i suoi negli occhi di Carlo V fissava, il
   quale imperturbato se ne sta con le spalle volte al camino...
   _Cap. II, pag. 67._]

Con benigne sembianze si contemplano: ma l'anima di Clemente nel
suo segreto si strugge d'invidia per Gregorio VII, a cui fu tanto
la fortuna cortese che gli trasse davanti nella rôcca di Canossa
l'imperatore Arrigo IV con i piè nudi e il capestro al collo, ad
implorare tutto umiliato misericordia per Dio: Carlo poi forte gemeva
di desiderio nel cuore rammentando la felicità di Filippo il Bello, il
quale non pure potè mettere le mani addosso a Bonifazio VIII in Alagna,
ma fare anche in modo che, siccome era vissuto da volpe e regnò da
lione, così morisse da cane[58].

Egli era potente di giovanezza e di forza, sicchè le imprese delle
varie sue armi potevano denotare in quel tempo gli attribuiti diversi
dell'animo e del corpo di lui; in esso la vigoria del lione di
Borgogna, in esso la tenace immobilità delle torri di Spagna, in esso
finalmente lo sguardo dell'aquila austriaca, — sguardo di preda, —
sguardo di cupidigia insaziabile. Quanto gli acutissimi suoi occhi
sopra le carte geografiche del mondo potevano contemplare, tanto
bramando il suo pensiero abbracciava. Se il Creatore aveva dato alla
terra una cintura di mari, egli, la corona del suo capo dilatando,
intendeva racchiudervi dentro la terra e l'oceano; — a guisa di
cancelli eterni disegnava porre le punte del suo imperiale diadema là
dove il creato termina, e l'abisso incomincia.

Fronte ampia, dove i pensieri incalzavano del continuo altri pensieri,
come fanno le onde del mare. All'improvviso però cotesta fronte di
rugosa diventa piana, i concetti vi si aggirano sconnessi nel modo
appunto ch'è fama volassero con sùbita vertigine per l'antro della
sibilla le foglie ove stavano scritti gli oracoli del dio. — Cotesta
vicenda istantanea rammentava il metallo, il quale, prorompendo
infiammato dalla fornace per fondere la statua di un eroe, spezza
talora la forma e si disperde nelle viscere della terra. Aveva con i
regni eredato i vizii del sangue de' suoi maggiori. Il padre, Filippo,
gli trasfuse nelle vene l'anelito perpetuo di dominio dei principi
austriaci e l'ardimento dei duchi di Borgogna[59]. La madre, Giovanna,
gli dava la cupa penetrazione dei sovrani di Spagna e il germe della
infelicità che oppresse la vita di cotesta infelice regina.

Esultino i popoli! il dolore si posa anche sulla corona dei re; — anzi
più sovente sopra le sublimi che non sopra le teste dimesse, in quella
guisa che l'uccello di sinistro augurio presceglie a sua dimora la
torre del barone in preferenza dal tetto della capanna del povero; —
il dolore si spande sopra le gemme dei diademi e fa parere anch'esse
lacrime o gocce di sudore affannoso; il dolore corrode internamente
il cerchio d'oro e stringe inosservato le tempie, come la striscia di
ferro della corona lombarda[60].

Esultino i popoli! perchè i potenti gemono, ed eglino possono rifiutare
l'elemosina della compassione, — o rispondervi con un eco di scherno.

Giovanna, figlia di Ferdinando e d'Isabella, moglie dell'erede di
Massimiliano imperatore, signora delle Spagne, dell'Indie, dei Paesi
Bassi, forse di mezza Europa, non ha chi la uguagli in miseria. Almeno
Niobe fu convertita in pietra e cessò a un punto le lacrime e la
vita: ella poi deve durare lungamente in tale uno stato che non può
dirsi vita e non è morte, — a piangere la sua ultima lacrima, a bevere
l'ultima stilla di un calice senza fine amaro. Costei delirava d'amore
per Filippo, e Filippo la fuggiva, ed in breve consunto da amplessi che
non erano suoi, sul primo fiore di giovinezza le morì tra le braccia.
Le tolse la mente l'angoscia: stette muta, ordinò prima si seppellisse
il cadavere; poi, cambiato consiglio, volle si imbalsamasse; lo vestì
di abiti magnifici, lo stese sopra un letto di broccato, e quindi si
pose ad aspettare che si svegliasse, imperciocchè aveva sentito dire di
un re il quale era resuscitato dopo quattordici anni dalla sua morte;
preso da geloso furore, non consentiva che donna alcuna si accostasse a
quel letto; se ministro o consigliero andava per consultarla, il dito
gli ponendo sui labbri, bisbigliava sommessa: «Aspettate che il mio
signore si svegli.[61]»

Tale fu la madre di Carlo, e tale fu egli stesso quando, dalle
infermità domato e dagli anni, mutò la porpora imperiale in cocolla
da frate, e rotta la corona sopra la soglia di un convento, dei
bricioli se ne fece un rosario per contarvi sopra i _paternostri_
e le _avemarie._ Dopo tanto sorso bevuto alla coppa del potere,
la gettò via lontana da sè, quasi lo avesse inebbriato di fiele.
Miserabile! Chè quando a Laredo in Biscaglia baciò la terra dicendo:
«O madre comune degli uomini, nudo sono uscito dal seno di mia madre,
e nudo ritornerò nel tuo[62]», cotesto grido non mosse mica da anima
fortemente contristata, bensì fu lamento neghittoso di pellegrino
il quale si lascia cadere sull'argine della via e quivi aspetta
piangendo la morte. Nè quando volle innalzarsi il feretro e assistere
vivo alle sue esequie[63], lo vinse ira o disprezzo o fastidio degli
uomini, come Silla e Diocleziano, sibbene la paura dell'inferno.
Prima che lo cancellasse la morte dal libro dei viventi, il demonio
dello scherno aveva spento con un soffio la fiamma di cotesto spirito
superbo, e sopra la fronte nuda di capelli, di corona e di pensiero,
ridendo scriveva: «Qui dentro giace sepolto l'intelletto di Carlo V
imperatore!»

Però da questo tempo a quello in cui si era ristretto a parlamento con
Clemente VII ci correranno trent'anni: adesso egli gode meditando che
ne' suoi regni non tramonta mai il sole: — anela portare il mondo sul
pugno come dal paggio si costuma il falcone; due soli potenti intende
che abbiano a temere i mortali nel creato! lui in terra, Dio nel cielo.

Clemente papa, scuoti la polvere del tuo sepolcro, rompi la lapide e
mòstrati qual eri allora e quali disegni concepivi: mòstrati insomma
quale apparrai nella valle di Giosafatte. Ricusi forse svegliarti
dal tuo sonno di marmo? Dirai che al cospetto dell'Eterno soltanto
vuoi comparire il giorno del giudizio? Esci: la storia apparecchia
il giudizio di Dio e rimuove dalle tombe degl'iniqui la mala erba
dell'oblio, onde vi cada intera la maledizione delle schiatte
succedentisi nei secoli. Vorrai forse minacciare me de' tuoi fulmini?
Ben altri fulmini che non furono i tuoi stanno spenti a Sant'Elena. I
nostri pargoli adesso getterebbero via le tue scomuniche come trastulli
vieti, — i giullari non vorrebbero rammentarle neanche come facezie.
— O san Pietro glorioso, sarebbe il mondo diventato tutto luterano? Mi
pare che strilli dal fondo del suo avello cotesto snaturato figliuolo
di Firenze. — No, no, confórtati, papa Clemente; te, Lutero, Calvino,
quanti vi hanno preceduto, quanti vi hanno seguito, mitre, corone,
porpore, cappucci, Numa, le leggi delle XII tavole, sant'Ignazio da
Loiola, Leopoldo I, san Domenico, e tutto quello che fu, il Destino
ripose dentro immanissima urna, e l'agita, l'agita, finchè la sorte
o la ragione non venga ad estrarne l'arcano della umana felicità. —
Esci dunque, Clemente. Ecco, secondo il costume dei papi e dei re, tu
vesti un manto vermiglio. A quanti oppressori vissero di sangue talentò
mai sempre il colore rosso, — certo perchè non vi si distinguesse
sopra quel sangue! O sciagurati! Dio discerne il sangue del popolo
dal sangue della porpora. La tua barba diventò bianca per gli anni,
il tuo volto rugoso, le pupille ti tremano sotto le ciglia come alla
lepre, il corpo hai irrequieto, ogni rumore ti mette spavento. Nessuno
ti sta alle spalle; chiudesti di tua mano le porte, e non pertanto ti
volgi improvviso dubitando che sopraggiunga Alarcone[64], il quale,
prigioniero fuggitivo, ti riconduca in castello Santo Angiolo; o il più
fiero Giorgio Frandesperg, che adempiendo al suo giuramento ti getti al
collo il capestro d'oro[65]. La fama di prudente, conseguìta in tanti
anni di ministro di Leone X, ti sei divorato in un giorno di papa[66];
su la cima delle umane grandezze la vertigine ti ha preso; la tua mente
è sabbia dove il pensiero fabbrica, la paura rovina. Tu giaci sull'orlo
dell'avello, ma i tuoi concetti non appartengono alla pace eterna;
se innalzi un braccio, lo fai per percuotere; se stendi una mano, lo
fai per rapire. Nel naufragio del tuo pensiero rimase a galla solo
un'idea, e tu la vieni afferrata come la tavola di salute. — Tu ami il
tuo bastardo, e tu pure, Clemente, sei tale[67]: papa Lione ti concesse
la dispensa, sicchè tu potesti arrampicarti per tutta la scala della
gerarchia ecclesiastica; però in faccia al mondo non v'ha cosa che
valga a salvarti dall'onta degl'illegittimi natali; — il tuo bastardo
è camuso, ha i capelli crespi, le labbra tumide, brutto di corpo,
di anima più brutto.... Beatissimo Padre, ti saresti per avventura
mescolato in amore con una schiava africana[68]? Ah! quantunque
illegittimo figlio di Giuliano dei Medici, io mi aspettava da te gusto
migliore pel bello; — pure sei padre e lo ami. Dura condizione dei
potenti, che, buoni sieno o tristi i loro affetti, tornino del pari
perversi ai propri simili! Stravolto adesso da cotesto amore, che cosa
gl'importa il giusto e l'onesto? Ad ogni costo egli vuole deporre una
corona su quel capo di moro. Se lo poteva, avrebbe lui convertito la
tiara di pontefice in diadema da re; non riuscendogli, si volse altrove
a lacerare il manto d'Italia per girargliene un brano sopra la spalle;
gli si offerse la patria libera, bella e innocente, o se pure delitto
alcuno era in lei, colpevole di avergli dato la vita. — Non importa:
quand'anche del metallo della croce che soprasta la cupola del duomo
di Firenze, quando anche dei merli del Palazzo Vecchio, — quando delle
ossa de' suoi concittadini dovesse formargli la corona, basta ch'ei
sia coronato! Fra brevi anni di lui rimarrà un pugno di polvere; — i
presenti lo malediranno e i futuri; — che importa? Lo esecrino, purchè
lo temano; diventi polvere, perchè coronata.

«_Gloria in excelsis Deo, et in terra pax_!» riprese Carlo V, come
continuando un discorso interrotto, e si alzò accostandosi al fuoco.
«La pace è fatta. Vi pare egli che quanto promisi all'arcivescovo
di Capua in Barcellona vi confermi adesso, Beatissimo Padre? Sebbene
nella impresa di vostra casa occorrano i gigli di Francia[69], i Medici
domineranno Fiorenza.»

«Ma fin qui io non veggo....», interruppe il pontefice, e poi si
rimase esitante a librare se il concetto che stava per esprimere
potesse riuscire di troppo sgradito all'imperatore; — pure essendogli
forza aprire manifestamente l'animo suo, con voce un poco più dimessa
soggiunse: «Ma fin qui io non veggo che promesse di promesse, mentre
per me si devono di presente adempiere le condizioni del trattato.»

«L'esperienza lunga che avete, Beatissimo Padre, degli umani
negozii vi farà di leggieri comprendere non derivare da mala volontà
l'inadempimento momentaneo delle mie promesse; ciò avviene perchè di
natura loro riguardano a tempo successivo. Onde preporre la vostra
famiglia alla suprema autorità di Fiorenza, bisogna adoperarvi le armi;
onde restituire alla Chiesa Ravenna, Ferrara e gli altri Stati perduti,
bisogna ancora adoperarvi le armi; perchè il ducato di Milano prenda il
sale dai vostri dominii, fa di mestieri che il tempo gliene apparecchi
la necessità.»

«Sì, ma finalmente le guarentigie non guastano nulla.... e
l'arcivescovo di Capua ve ne dovrebbe avere toccato a Barcellona....,
e la Maestà Vostra dava il suo imperiale consenso....»

«Non basta forse a papa Clemente la promessa di Carlo imperatore?»

«Promesse! trattati!» replicò il pontefice con maggiore stizza di
quello di cui altri lo avrebbe creduto capace e che non avrebbe voluto
egli stesso, alzandosi in piedi; ed accennando sdegnoso varie carte
spiegate sopra la tavola. «Ecco, nel 1525, prima della battaglia di
Pavia, mi dichiarai neutrale tra la Maestà Vostra e il Cristianissimo;
padre comune dei fedeli, mi parea, ed era il partito da praticarsi
migliore tra due principi cristiani dei quali non mi era riuscito
prevenire le sanguinose contese; la battaglia avvenuta, Lanoia vostro
stipula meco questo trattato di pace, riceve centocinquantamila fiorini
d'oro, — e la Maestà Vostra nè ratifica il trattato nè restituisce il
danaro; nel 27, Lanoia vostro mi sottoscrive quest'altro trattato, col
quale si obbliga allontanare il contestabile di Borbone da Roma quando
io gli paghi ottantamila fiorini; — ritirato il danaro, il Borbone non
pure si accosta a Roma, ma con barbarie inaudita la manda a sacco....
ora lascio giudicare a voi se le promesse e i trattati mi affidino.»

E qui i suoi negli occhi di Carlo V fissava, il quale imperturbato se
ne sta con le spalle volte al camino e con una mano si liscia il mento,
— forse per nascondere un sorriso sottilissimo che suo malgrado gli
scomponeva i peli dei labbri. Poichè rimasero per uno spazio di tempo
in silenzio, Carlo con lente parole riprese:

«Santità, appunto perchè ricusai ratificare i trattati, mal vi dolete
di fede rotta. Il vicerè di Napoli Lanoia, i limiti del suo mandato
eccedendo, non poteva obbligarmi; — dove per me fossero stati approvati
i patti illegalmente conclusi da lui, ora non vi dorreste voi di averli
veduti inadempiti. Col sacco di Roma io rigetto lontana da me l'accusa.
Borbone il fece, e Borbone certo ne pagò la pena cadendo ucciso sotto
le mura della sacra città. Qual cuore fosse il mio alla notizia,
pensatelo voi, Beatissimo Padre. Per tutti i miei regni ordinai
pubbliche preghiere per ottenere dal cielo la vostra liberazione...»

«Ma poichè stava in potere della Vostra Maestà, meglio delle preghiere,
a mio parere, valeva un ordine a don Ferdinando d'Alarcon mio
carceriere di liberare il vicario di Cristo e...»

«Orsù! riconduciamo la consulta al suo primo punto, dacchè, in modo
diverso procedendo, noi verremmo a smarrire del tutto la dritta via.
Intende la Beatitudine Vostra abbattere la libertà di Fiorenza, me
commette all'impresa e da me chiede sicurezza. Santo Padre, vi sareste
per avventura dimenticato essere io l'imperatore Carlo V? Ad assoluto
signore domandate voi guarentigia per abbattere repubbliche? Già troppo
le nostre contese hanno fatto crescere le petulanze dei popoli; ed io
vi dico in verità che, dove non ci stringiamo in lega salda e potente,
non andranno secoli che noi rimarremo divorati da cotesta idra, di cui,
ponete mente, se cento capi mordono per la libertà, cento altri mordono
per la eresia...»

Caso fosse o piuttosto astutezza, Carlo con siffatta sentenza veniva
a porre il dito proprio sopra la piaga aperta nel cuore del papa;
conciossiachè questi, messo subito da parte il pensiero del danaro,
del quale come colui che grandemente misero e taccagno era, intendeva
domandargli conto per industriarsi a rattrapparlo, se non tutto, almeno
in parte, uscì nelle considerazioni gravissime che seguono:

«Carlo imperatore, ora io dalla vostre parole comprendo come vi abbiano
finalmente toccato lo spirito i consigli della Santa Sede. Le cose
medesime che adesso vi sfuggono dai labbri non vi diceva Leone X? non
vostro maestro Adriano VI? non io medesimo ve le ripeteva le mille
volte? È tempo che il trono e l'altare si abbraccino per sostenersi;
tempo che noi ci diamo un bacio diverso da quello di Giuda, — da
quello che ci diemmo troppe volte, da quello che ci siamo dati fin
qui. Finchè i popoli guelfi si mantennero o ghibellini, nè crederono
potere altrimenti vivere che parteggiando per lo impero o per Roma,
allora la nostra lite fu contesa tra i pastori pel gregge; — ora
pur cotesto gregge incomincia a conoscere che può fare a meno della
vostra aquila e delle mie chiavi si tramuta in torma di lupi, la quale
non pure brama divorare, ma intende divorare sola. — Quando Lamagna
tolse a difendere quel figlio di perdizione, Martino Lutero, io bene
conobbi, ed altri uomini pratichi delle faccende umane conobbero
meco, la querela non già, come sembrava, consistere nelle indulgenze
compartite, nella comunione dell'ostia e del calice e negli altri punti
di dissidenza contenuti nelle tesi di cotesto maledetto; no, i cervelli
tedeschi, ansiosi di libertà, vaghi di mostrare la energia da lungo
tempo compressa, intesero scuotere il dolce freno di Roma, come primo
anello di una soggezione, qualunque fosse per loro insopportabile;
rotto questo, vorranno romperne un altro... E della catena, Carlo
pensate che voi ed io teniamo i capi. La riforma religiosa è palestra
dove disegnano esercitare le forze loro per quindi volgersi alla
riforma della potenza imperiale. Il giorno della morte dei papi
sarà la vigilia dell'agonia pei re. Ben previde la gloriosa memoria
dell'imperatore Massimiliano la importanza dei casi presenti; se la
morte non lo rapiva, vi avrebbe provveduto di certo. — Voi, Carlo, le
ammonizioni del Vaticano dal vostro spirito rigettaste come si scuote
dai sandali la polvere di terra maledetta, voi la Chiesa santissima
affliggeste, voi la sposa di Cristo ne' suoi vicarii avviliste; —
ma più della sua Roma saccheggiata, più del suo pontefice ridotto in
ceppi, ella piange a cagione del decreto della Maestà Vostra promesso
alla dieta di Spira nel 1526, il quale sanzionò la tolleranza della
setta diabolica dell'empio Lutero sino alla convocazione del concilio
generale: nè per sè sola ella piange, ma ed anche per voi, Carlo; e
dì e notte addolora e nel santuario si raccomanda al divino suo sposo
Gesù che illumini l'intelletto vostro e sensi v'ispiri di pietà e di
prudenza per scambievole nostra conservazione. I perversi settatori,
nella ignoranza del cuor loro, fidenti che la Chiesa stia per esalare
l'ultimo fiato, continuano nel cammino preveduto e minacciano il vostro
trono imperiale. Ditemi, Carlo, la lega di Smalkalda testè stretta tra
loro[70] vi ha guasto mai il sonno? I principi luterani si uniscono in
un sol corpo ed implorano contro voi l'aiuto di Francesco di Francia.
Se gli movesse amore di setta soltanto, vi pare egli che ricorrebbero a
Francesco, vostro emulo eterno, e della Santa Sede apostolica figliuolo
amantissimo? Già spento nel folle loro pensiero il lione di Giuda, si
avventano all'aquila di Costantino[71]. Ah! Carlo, avete seminato il
vento, badate a non raccogliere la tempesta.»

Carlo ascoltava attentissimo il discorso di Clemente col collo
teso e gli occhi fissi, nella guisa che il mendico guata per vedere
qual moneta e quanta esca dalla mano del suo benefattore; — quindi,
altamente commosso da quei raziocinii, prese a mormorare:

«Egli ha favellato da quel valentuomo che il mondo conosce essere.
Nè Aristotele mai nè san Tomaso d'Aquino potevano argomentare in più
acconcia maniera.»

«Ma se le vostre parole suonano sincere, Carlo, voi siete uno di quelli
che il meglio vedono e approvano, mentre al peggio si appigliano. —
Se quanto ne stringa bisogno d'imporre un freno ai popoli conoscete,
se alle mie sentenze applaudite, se la tolleranza vostra della
setta scellerata condannate, e perchè dunque, non ha guari, al Doria
concedeste facoltà di rendere Genova libera? O tra i principii vostri
ed i fatti manca concordia, o commetteste errore politico. Comunque
sia, non giungo a comprendervi nè, considerate queste cose tutte, io
posso nel solo vostro stato imperiale fidarmi abbastanza per vedere
spenta la libertà di Fiorenza.»

«La barca di san Pietro si governa con poche vele, Beatissimo Padre,
ma ben altra si vuole industria a condurre le faccende del mondo. Se
nella Germania poco mi valse la tolleranza dei Riformati, cotesto fu
consiglio meditato lungamente e molte volte discusso tra i miei più
savi ministri, — e i tempi che correvano ne furono per la massima
parte cagione, e infine il fulmine dell'impero non diventò ancora per
pazienza contennendo quanto il fulmine del Vaticano. Voi biasimate
troppo. — Intorno a Genova, rammentatevi com'ella non si governi a
popolare reggimento; vedete quivi la somma delle cose ristretta in
mano agli ottimati: e credete, Clemente, i popoli preferiranno sempre
la signoria di un solo a quella di pochi. — Fiorenza invece, non
affatto aristocratica mai, ogni dì più pende alla democrazia. In lei
soltanto contemplo e temo lo spirito di conquista; — ella cadrà. —
Che mi parlate voi di messere Andrea Doria? Purchè abbandonasse le
parti di Francia, gli avrei, non che altro, quasi donato la mia parte
di paradiso. L'avventurato Genovese ha reciso l'ale alla vittoria e
se l'è fatta serva. Ma se al Doria concessero i cieli la facoltà di
vincere, non gli compartirono del pari l'arte di governare; egli cede
al mio genio. Sembra a voi ch'io gli abbia posto nelle mani una palma,
e v'ingannate; io ho fatto come gli incantatori, i quali, affascinando,
donano cenere per oro. Deluso dalle mie parole, gli porsi a stringere
una spada per la punta, non già per l'elsa, sicchè egli vi si taglia la
destra nè se ne accorge ancora. Può egli il Doria ritornare privato?
Il cittadino che di tanto prevalse nella sua patria da rivendicarla
in libertà, ond'ella si mantenga libera davvero, deve come Licurgo
salire un rogo e ordinare che la sua cenere sia dato ai quattro venti
della terra: — messere Andrea invece vive e governa nella sua città.
Gli umori dei nobili genovesi non quieteranno mai: io già vi scorgo
invidie, odii e rancori di sangue. I Fieschi le ire apparecchiano e le
armi: lasciamo che il furore di cotesta famiglia si accresca; allora le
fazioni cittadine diventeranno più funeste alla città, si turberanno
gli ordini, andrà sottosopra lo stato e, povero di viveri, vuoto di
sangue, implorerà come elemosina un braccio potente che possa farlo
morire in pace. — Nè il desiderio mi trasporta a immaginare cose vane;
altre volte i Genovesi ne hanno somministrato l'esempio, dandosi in
balìa dei duchi di Milano e dei re di Francia; inoltre Andrea Doria
percorse gran parte del suo cammino vitale; la sua famiglia procede
diversamente da lui: — la sua virtù rimarrà sepolta seco. — Io vedo
tempo nel quale la repubblica di Genova viene come un ruscello a
portare il tributo delle sue acque nel fiume maestoso della mia
potenza. — Ordisco una gran trama col pensiero, ne seguo con costanza
le tracce, ne aspetto con pazienza l'esito avventuroso.»

Clemente papa, col mento sollevato, guardava Carlo V e ad ora ad ora
crollava la testa tra pago e sdegnoso; sdegnoso nel conoscere l'intimo
concetto di lui, contento per averlo preveduto da gran tempo: e poi
offeso da quella serie di pensieri di gloria, come il tristo fanciullo
gode scompigliare con una pietra le limpide e quete onde del lago, vi
lanciò malignamente tra mezzo la domanda:

«E alla morte ha mai pensato Vostra Maestà?»

L'imperatore, quantunque per natura cupissimo, nondimeno a cagione
della stessa intensità de' suoi pensieri lasciava vincersi talvolta
dalla passione, ed esaltato, non sapeva così di leggieri reprimere la
favella; sicchè continuava dicendo:

«La Francia è giglio fragile, eia mia aquila lo ha già sfrondato; —
se non m'ingannava un mal genio, tu a quest'ora saresti, o Francesco,
uno scudiero nella mia corte imperiale; — la mezza luna non tanto
scintilla sublime nei cieli che non valga a raggiungerla il volo della
mia aquila: — leopardo inglese, dacchè lasciasti comprarti le branche,
apparécchiati a darmi la tua corona in cambio de' miei ducati; — e tu,
san Pietro, sappi che la mia testa è capace di portare ancora... la
tiara... perchè no? Massimiliano imperatore voleva farsi papa...»

«La morte! la morte!» gridò più alto il pontefice negli orecchi
all'imperatore.

«La morte! proruppe Carlo V, «che fa a me la morte? I codardi
soccombono a questo pensiero, gli animosi lo portano come una corona
di fiori. È meglio lasciare l'opera interrotta che non incominciata...
— I monumenti più grandi che il mondo conosca si devono al pensiero
della morte; — parlo delle Piramidi. — La morte sta nelle mani di Dio,
l'uso della vita in quelle dell'uomo. — La mia anima abbisogna che la
testa del suo corpo si posi nella vecchia Europa, il tronco in Africa e
in Asia, i piedi in America. Io non anche percorsi la curva ascendente
della mia vita, non giungo ancora a trent'anni; e se in questo punto mi
toccasse la morte, come Cesare Augusto potrei domandare ai miei amici,
— ai miei nemici, — a voi stesso: — Parvi ch'io abbia ben sostenuta la
mia parte nel mondo? Le imprese da me fino a questo punto operate, se
non possono la mia fama a quella di Alessandro Magno anteporre, bastano
ad avvilupparmi in un sudario che mi salvi dal verme dell'oblio. — Se
adesso io morissi, il cuore mi assicura che gli uomini direbbero: —
Meritava vivere di più. — Papa Clemente, se voi moriste adesso, che
cosa pensate il mondo fosse per dire di voi? — Egli è vissuto troppo
poco, od è vissuto anche troppo?»

«Ve lo dirò quando saremo morti», rispose il pontefice, continuando
a muovere le labbra in un cotal riso amaro che ben dava a conoscere
quanto lo avesse penetrato addentro cotesta acerba puntura: «però fino
da ora io mi dispongo a lasciare novellare la gente; dove poi mutassi
pensiero, ordinerò, come Diogene, che mi pongano al fianco una verga.
Adesso vediamo di concludere, Carlo; — quando pure io possa confidare
in voi intorno al sopprimere la libertà di Fiorenza, non devo del pari
fidarmi in voi per ciò che spetta lo ingrandimento della mia famiglia.
Di ciò pertanto domando guarentigia. Nicolò della Magna dovrebbe pure
avervi fatto motto di sponsali da contrarsi in _facie Ecclesiæ_ tra
madama Margherita vostra figlia ed Alessandro duca di Civita di Penna:
— ve ne sareste per avventura dimenticato?...»

«Io non dimentico nulla, ma non li reputava condizione necessaria per
la pace: e se le mie preghiere trovano grazia al vostro cospetto, vi
supplico umilmente, Padre santo....»

«No, no, Maestà, avete mal creduto: ella è una condizione _sine
qua non_; — condizione senza la quale andrebbe scomposta ogni cosa,
andrebbe tutto in peggiore stato di prima....»

«Ma perchè a cimentare la pace tra noi vogliamo imporre un destino
ad un cuore che palpita appena di vita? Le labbra di nostra figlia
non anche per elezione proferiscono il nome di padre, e noi vorremo
costringerla a pronunziare quello di marito come una necessità? —
Perchè le opere nostre, di qualunque natura elle sieno, dovranno
riuscire sempre a qualcheduno dolenti?»

«Se la fanciulla non intende amore, più di leggeri potrà inspirarglielo
Alessandro mio: il cuore vergine, quando prima si chiude al raggio
della passione, ama il cielo, ama le acque, le piante, e tutto ama....
Pensate or voi, Maestà, se la vostra figlia si volgerà con affetto a
giovane di cortese sembiante il quale le starà attorno studiosamente
con ogni ossequioso ufficio dovuto al sesso, alla età, al grado di
lei! — E poi, Carlo, il mio sole tramonta, il vostro ascende nella
pienezza della sua luce; — la morte mi ha chiamato e la sua voce mi ha
commosso le viscere. Quando io tra poco giacerò cadavere, chi prenderà
cura della mia famiglia? Chi sosterrà la sua causa? Se, vivo, appena
potei difendere me stesso, non dirò già da' vostri eserciti invitti,
ma da un solo principe romano, da un Pompeo Colonna, pensate se il mio
nome, me morto, potrà difendere altrui! Voi, Carlo, disegnate dominare
sul mondo; la vostra aquila intende, voltando, far il giro del globo;
il cielo ha una stella per voi, e, da quanto apparisce, sembra questo
universale dominio decretato dall'alto, dacchè non valse fino ad ora
argomento umano a deviarlo o impedirlo. Unite dunque la vostra famiglia
alla mia, ond'ella abbia riparo sotto le grandi ale della gloriosa
aquila vostra.

«Santo Padre, in che mai vi affidate? La ragione di stato non conosce
figliuoli. Il re non ha cuore; per ciò che riguarda l'affetto, tanto
è ch'ei palpiti vivo nella sua reggia, o giacia scolpito di marmo
sopra la sua tomba. Più fabbricate in alto, e più correte pericolo di
precipitosa rovina; — più accostate il fragile edificio della potenza
della vostra famiglia alla mia aquila, e più vi sovrasta il caso che
un suo batter d'ala la cancelli dalla memoria degli uomini. Forse la
rondine, per costruire che fa il nido alle vôlte del Colosseo, gliene
partecipa la immobilità? Si leva la bufera, e il nido va disperso nei
turbini, mentre rimane immobile quell'eterno edifizio.

«No, Carlo, non favellate così: io conosco il vostro cuore meglio di
voi stesso. Se la vostra figlia ha freddo, voi le getterete addosso
per coprirla un lembo del vostro manto imperiale; s'ella avrà fame,
dal vostro convito di popoli le manderete una provincia per saziarla.
Nessun padre della vostra famiglia fin qui pose le mani nel sangue de'
suoi figliuoli.»

«Ma un nepote le ha poste in quelle dello zio![72]» esclamò
l'imperatore traendo un sospiro, «e i tempi futuri stanno chiusi
nella mano di Dio[73].» Dipoi, simulando risolversi con gran pena
per quello a cui si era disposto molto tempo avanti, soggiunse: «Si
unisca la mia casa alla vostra, e possa il presente trattato mantenersi
indissolubile, come il sacramento che statuiamo adesso tra i nostri
figli...; — però — mi è corsa una voce intorno a cotesto vostro duca
di Civita di Penna, e me lo hanno detto camuso, — di sembiante osceno,
— rotto ad ogni maniera di libidine... figlio di schiava africana...»
E qui, piegando la persona, susurra l'estreme parole nell'orecchio del
papa.

«Chi ve lo ha detto?» proruppe impetuosamente il pontefice; «non
lo credete! e' v'ingannano: egli è buono, prudente e cortesissimo
giovane, egli vi amerà come padre... dopo Dio primo. Voi lo avrete,
Maestà, ministro pronto dei vostri voleri, figliuolo ossequentissimo
e servitore. Certo egli non si cura acconciarsi i capelli nè si mostra
pieno di smancerie o cascante di vezzi: le fogge aborre e i costumi di
cinedo: per lo contrario, valido di membra, non depone mai il giaco; e
di corpo prestante, non cede a nessuno negli esercizii che si addicono
a perfetto cavaliere...» E continuava tutto acceso nel volto, con gesti
sdegnosi, quando si accôrse che Carlo lo fissava con tale uno sguardo
indagatore e maligno ch'egli temè essersi troppo lasciato scoprire. —
Si rimase in tronco pertanto senz'aggiungere altre parole.

«Io non avrei mai creduto che tanto vi stesse a cuore il vostro nepote
Alessandro, Beatissimo Padre», riprese Carlo con ostentata ingenuità;
«ma dacchè voi volete che sia così, e così sia. A tempo debito
Alessandro condurrà in moglie la nostra figlia Margherita. In questo
modo vi piace? Rimane adesso null'altro da discutere e statuire tra
noi?»

Clemente, guardato prima con molta diligenza un taccuino che si cavò
dal seno di sotto alla mezzetta, rispose:

«Più nulla.»

«A quando l'incoronamento?»

«I vostri ufficiali di cerimonie possono concertarne il tempo e le
forme col maestro del sacro palazzo.»

«Addio, dunque, Beatissimo Padre.»

«Anche un istante, dilettissimo figlio, anche un istante», soggiunse
Clemente accostandosi a Carlo V; e toltasi dal collo una croce d'oro,
ne alzò la lamina superiore, ed esponendo scoperte le reliquie quivi
dentro incastonate, riprese così: «Quando gl'infedeli, che osano
adesso insultando minacciare la vostra Vienna imperiale, avevano tutti
tremanti sgombrato il sepolcro di Cristo, un principe di Gerusalemme,
un Lusignano, presentò alla Santa Sede questo frammento preziosissimo
del vero legno della croce dove moriva il nostro divino Redentore. Se
i giuramenti che vi si fanno sopra non si mantengono, il cielo e la
terra non accolgono più cosa sacra che basti a vincolare gli uomini
tra loro. Carlo, giuriamo su questo legno bagnato del sangue di Gesù di
conservare inalterabile la pace statuita tra noi.»

«Santità», riprese l'imperatore commosso, ed altrove volgendo la
faccia allontanava con la destra la santa reliquia, «non vogliamo, di
grazia, porre la colpa traverso una via ch'ella poi non c'impedirebbe
percorrere quando la necessità ne stringesse o l'utile ne invitasse: e
inoltre noi non saremo a condizione pari; imperciocchè voi teniate le
chiavi di san Pietro e con esse la potestà di legare e di sciogliere,
mentre io non troverei in veruna parte del mondo un altro papa Clemente
che me sciogliesse dal trattato di Bologna, come voi scioglieste
Francesco I di Francia dal trattato di Madrid[74]. Non giuriamo
pertanto; facciamo meglio, industriamoci di mantenere perenne l'utile
che adesso troviamo nella scambievole unione. In ogni caso io sono
fermo di non giurare.»

Il pontefice turbato si tacque.

Carlo agita un campanello d'argento. Le porte della sala si aprono
strepitose, e quinci si vedono in due ale lunghissime disposti in
ginocchio da una parte gli ufficiali dell'imperatore, dall'altra del
papa, e in fondo, di faccia, un prelato in piedi con la triplice croce,
insegna della presenza del vicario di Cristo. Carlo medesimo si prostrò
davanti a Clemente e in atto di riverenza divota supplicò:

«Beatissimo Padre, vogliate compartirci la vostra apostolica
benedizione.»

E il papa, sollevata la destra, susurrò la benedizione. Quali pensieri
gli si avvolgessero per la mente, Dio gli sa che li vide, ma anche
noi possiamo dichiarare che certamente non furono di amore. Però dei
circostanti taluno ne rimase intenerito fino alle lagrime; — tal altro
ne sorrise come di scena rappresentata valentemente da attori famosi;
— tutti poi si accordarono nel credere che cotesti due potenti avessero
trovato utile bastevole per diventare amici.

E Carlo disparve; — le porte si chiusero, — Clemente si trovò solo
nella stanza. — Allora, declinato il capo sul camino, meditò, — meditò
per lunghissima ora: all'improvviso si muove e si pone davanti alla
sedia che occupò l'imperatore durante il colloquio:

«Carlo d'Austria!» cominciò a dire alzando il dito e comprimendolo
sopra l'angolo della tempia destra, «le libertà dei comuni di Spagna,
i privilegi delle città dei Paesi Bassi, le prerogative degli Stati
Germanici ti avviluppano dentro rete validissima. Tu ti sforzi con
ogni ingegno per divorarli; bada, Maestà, il tarlo rodendo si scava la
tomba. La tua potenza non uguaglia il tuo orgoglio, i vasti concetti
della tua mente non posano sopra anima in proporzione vigorosa; se
pieno di forza rassomigli al sole di estate, come quel sole ogni
giorno il tuo spirito tramonta. Maestà, tu mi hai supplicato per
ottenere dalle mie mani una corona; ah semplice che fosti! io sarei
venuto in capo al mondo per offrirtela; — pròstrati, Maestà, umiliati,
perchè mi tarda importi questa corona sul capo; — io la circonderò
di punte invisibili e angosciose, le quali ti penetreranno nel cranio
scompigliandoti il pensiero, turbandoti del continuo la coscienza. Io
ti adatterò la corona sul capo come il collare al collo dello schiavo;
che importa a me di cingertene il collo, la mano, il piede o la testa?
Non per questo tu diventi meno servo alla chiesa romana! Affrettati
a prostrarti, Maestà: io m'innalzerò tanto, quanto tu l'abbasserai;
e allorchè, Maestà[75], avrai baciato la polvere de' miei calzari, ti
travaglierai indarno per dominarmi sul capo. Rendimi grande con la tua
viltà e in processo di tempo se vorrai abbattere l'idolo che tu stesso
avrai fatto grande, o non vi riuscirai, o rimarrai infranto sotto la
rovina di quello.»

«Chi siete? donde venite e dove andate?»

Con uno strido da uccellaccio notturno gridò certa squallida figura,
lanciandosi a guisa di gatto dal banco dei doganieri in mezzo alla
porta di Santo Stefano a Bologna ed afferrando per la briglia il
cavallo di un uomo che agli atti e alle vesti sembrava un cavallaro.

Dov'egli non avesse profferito coteste parole, non lo avrebbero
reputato mai creatura umana. Siffatti sciagurati, se pure uscirono di
mano, alla natura, ciò avvenne per certo nell'ora del crepuscolo, verso
notte qual mal si discerne quello che si opera, e le membra spossate
non si reggono dalla fatica; colpa od errore del quale ella meriterebbe
riprensione, e lo dovrebbe riparare con un ammenda onorevole.

Una testa, di sotto, di sopra, tutta tonda, colorita con la serie
infinita dei gialli e dei verdi che presentano le mal'erbe cresciute
per la superficie delle acque corrotte, e su le mascelle più verdi a
cagione della barba. La fronte poi, ingombra di capelli neri ed irti;
e quella fronte, larga quanto basta per improntarvi sopra il marco
dei falsarii. I suoi occhi, a vero dire, accennavano una scaltrezza
intensa, ma limitata entro angustissimo cerchio; — scaltrezza da
tagliaborse, da baratore di carte, e nulla più. Una testa da incutere
spavento, se non avesse mosso a riso, — da mandarsi senza processo al
patibolo, — o da presentarla a' fanciulli per giuoco. Le spalle aguzze,
la persona rigida e piegata in avanti, le braccia aperte, quasi per
equilibrare l'osceno edifizio del corpo, e le mani stese, perpetuamente
moventisi a quell'atto che fa lo sparviere o uccello altro di rapina
quando raspa per ghermire; — forse la continua fissazione dell'anima,
— se anima può dirsi lo spirito che dentro cotesti enti rumina
sempre malefizii ed insidie — partecipava quel moto alle sue mani,
imperciocchè egli fosse una di quelle creature le quali in ogni tempo
oscillano tra la catena, il capestro e la lapidazione del popolo
inferocito, — disprezzate a un punto e abborrite, — capaci di vendere
trenta Cristi per un danaro solo; vergogna della specie alla quale
appartengono come un'ulcera al corpo umano; — qualche cosa più di un
carnefice, qualche cosa meno di un giudice; — allora si chiamavano
cancellieri criminali, — oggi _commissarii, delegati, arnesi_ insomma
di _polizia._

Il cavallaro, giovane e di membra validissime, stette alquanto in forse
di rispondergli, o balestrarlo venti passi lontano; pur finalmente tra
sdegnoso e beffardo, disse:

«Messere, siete voi del Cottaio o del paese del prete Gianni, che non
conoscete l'assisa del comune di Fiorenza? — O non vedete il giglio
roseo, insegna della nostra repubblica?»

«Che gigli e che non gigli? Io non so di gigli. — Dello stato di
Fiorenza non conosco nè approvo altra insegna che le palle dei Medici.»

«Sapete voi, messere, come corre il proverbio al mio paese? Se non ti
piace, mi rincara il fitto.»

«Eh! se permettessero di fare a me, non vi lascerei nè anche gli occhi
per piangere, non che la bocca per proverbiare...»

«Fate una cosa, messere: unite le vostre armi con quelle
dell'imperatore e moveteci la guerra...»

«Io vi farei paura...»

«E ve lo credo senza giuramento; paura da sconciare le donne gravide...»

«Ch'è questo?» interruppe sopraggiungendo un secondo cavallaro
assai attempato e di sembianze più mansuete del primo; «ch'è questo,
messere?»

«Non si passa», risponde il cancelliere.

«Manco fatica, più sanità; e ce ne torneremo addietro...

«Non si torna addietro.»

«Saremmo per avventura ritenuti prigionieri?»

«Così fosse!»

«Dunque?»

«Scendete, aprite, le valigie, perchè i gabellieri le visitino.»

«Deh! che mal'ora scegliete a burlare, messere! lasciatene andare per
la nostra via, chè siamo della famiglia dei magnifici ambasciatori
spediti dalla Signoria di Fiorenza al sommo pontefice.»

«Egli è bene per questo ch'io vi debbo frugare.»

«Ma a voi, che mi parete uomo di lettere, non dovrebbe essere
mestieri insegnare come presso tutti i potentati della terra, il Turco
inclusive, gli ambasciatori e le famiglie loro godono franchigia di
dazii e gabelle.»

«Sua Santità in casa sua ha promulgato una legge diversa...»

«Non sono leggi queste che ogni principe promulga a suo senno. Io sono
vecchio del mestiere; ho accompagnato ambasciatori all'imperatore,
al Cristianissimo, ai Viniziani, ai pontefici, a questo stesso papa
Chimenti, e nessuno fin qui mancò di praticare l'antica usanza della
franchigia.»

«Cominceremo ora.»

«Se voi siete ad ogni modo fermo del vostro proposto, a noi, come
fanti, non appartiene conoscere che cosa sia conveniente a farsi. I
magnifici ambasciatori ci stanno dietro il piccolo cammino; noi andremo
per essi, e...»

«Non potete tornare indietro.»

«Aspetteremo.» E la voce del vecchio cominciava a infiochirsi per ira,
il volto a divampargli il fuoco.

«A me tarda adempìre l'obbligo mio; non posso mettere indugi tra mezzo,
bisogna che vi lasciate frugare, e subito, — e per forza.»

«Va, torna dal tuo signore e digli che se l'ordine ti commise e
la insolenza per significarlo, dimenticò poi darti la forza per
eseguirlo.»

Queste parole proferì il giovine cavallaro Bindo di Marco Berardi,
soprannominato il Gorzerino, e al punto stesso forte percosse con la
mano aperta sul petto al cancelliere, ed abbrancatoglielo quanto era
largo, lo sollevò da terra, e con quel vigore che la natura aveva posto
nel suo braccio, e che l'ira accrebbe, lo lanciò impetuosamente lontano
da sè. Descrisse il cancelliere una curva per l'aria volando, e toccata
ch'ebbe con i piè la terra, prese a muoverli celerissimi uno dietro
l'altro correndo all'indietro, finchè, perduto l'equilibrio, a braccia
stese e a gambe levate casca supino nel fango della via. La zimarra
nera ripiegandosi gli si avviluppa sul capo; ond'egli quanto più si
sforza tôrsi d'impaccio, tanto più vi s'intrica e le vesti curiali di
mota e d'immondezza contamina. Amici e nemici prorompono in altissime
risa.

  [Illustrazione: Procedendo di alquanto spazio, prima degli
   altri, un ambasciatore che sembrava il meglio autorevole,...
   _Cap. III, pag. 81._]

Pur finalmente si sbrogliò costui; scomposti i capelli, livido,
tremante di rabbia, lanciò attorno uno sguardo, donde parve scaturire
un getto di veleno.

«Ridete eh?» prese a balbettare fissando i gabellieri. «Si tolga il
demonio l'anima mia, se io non vi faccio gli uomini più dolenti del
mondo. Vedremo un po' se riderete quando mastro Spedito vi acconcerà la
corda attorno al collo.»

Quindi la persona volge per parte, mentre tuttavia mantiene il volto
di faccia; guarda in un lato, mentre co' piè s'indirizza in un altro,
siccome fanno le nottole allorchè volano per le tenebre dei cieli, e
con voce baldanzosa continua a gridare:

«Fuori, sergente Montauto, arrestateli, — legateli, — menateli in
prigione...»

E in meno che non si dice un _amen_ una torma di uomini armati
comparve, come se fosse piovuta dai nuvoli o scaturita dalla terra.

Bindo di Marco, staccatasi prestamente la daga dal fianco, la trasse
fuori e, il fodero gettato per terra, esclama:

«Fo voto a Dio che chiunque di tanto è ardito da muovere un passo oltre
quel fodero, lo stendo morto ai miei piedi.»

E fieramente turbato si pone in atto da eseguire la minaccia.

«Ah! per questa volta monna Lessandra non rivedrà più la faccia del suo
marito, nè la Dianora bella la faccia di suo padre», susurrò sommesso
il vecchio cavallaro passandosi una mano sopra la fronte.

Intanto il sergente Montauto, senza punto badare alle parole di Bindo,
calatasi giù dalle spalle una partigiana, la spinse contra il fianco
destro del giovane; e già stava per ferirlo, e lo avrebbe ucciso di
certo, se il compagno, lo soccorrendo in buon punto, non avesse con un
colpo di daga tagliato meglio che un palmo dell'asta della partigiana;
e subito dopo con quanta aveva di voce nella gola gridava:

«Che modi sono eglino questi, messere sergente? Dove avete appreso la
milizia? Da quando in qua si è inteso dire che venti uomini armati di
partigiane non adontino assalire due uomini armati soltanto di daga?»

E Bindo inferocito nel medesimo tempo anche più forte gridava:

«Marrani! poltroni! venite oltre, che Dio vi mandi il mal giorno e
il mal anno; — vi mostrerò ben io che le vostre partigiane sono di
paglia.»

«O Bindo, per la testa di san Giovanni Battista! manda cotesta lingua
al beccaio, se ami riportare le tue ossa a casa...»

«Berrovieri del papa! Scherani usciti da bastonare i pesci...»

«Deh! Bindo, ci ammazzeranno qui come cani, nè tu potrai difendere la
diletta tua patria...»

E Bindo, fatto senno, alle ultime parole si tacque...

Il cancelliere, salito di nuovo sul banco dei doganieri, non cessava un
istante dal replicare:

«Ammazza, ammazza!»

Il sergente Montauto, un poco atterrito dal colpo del vecchio, un poco
trattenuto per la vergogna, non ardiva di stringere da più vicino i
cavallari.

In questo, il popolo si spingeva, si urtava, si affollava, a mano a
mano spazio maggiore di terreno occupava, come il serpente tocco dal
calore del sole distende le terribili spire e striscia maestoso pei
campi; — curioso, anelante domandava chi fossero — a che venissero —
perchè gli molestassero.

Fra mezzo al popolo si erano intanto insinuati gli oscuri agenti del
governo sospettoso, spie, sbirri ed uomini altri siffatti, pessimi
vermi di società putrefatta; e ad ogni domanda rispondevano un inganno,
ad ogni fatto apparecchiavano una insidia, i più clamorosi notavano ed
attendevano il destro di legarli e condurli al bargello.

Il popolo deluso gridava: «Dalli! dalli! che sono contrabbandieri;
— vennero ad appiccare i cedoloni in vituperio di Sua Beatitudine
e di Sua Maestà cesarea; — hanno portato veleno per attossicare il
papa, l'imperatore e i baroni; dentro le costoro valigie c'è il fuoco
infernale, c'è la scomunica;» e infamie altre cotali.

Ma la ragione all'improvviso balenando sull'anima del popolo, gli
dimostra apertamente la frode: — I contrabbandieri non si accostano di
bel giorno alle dogane; il veleno non è cosa da portarsi in valigie:
— il fuoco nemmeno; nè si scomunica il papa; — e allora vergognando
taceva.

Per somma infelicità di questa nostra umana natura, la ragione,
illuminando l'anima del popolo a modo di baleno, dura poco, sicchè
presto ricade nel buio della ignoranza e nel furore, miserabili
malattie, e non le sole nè le più turpi, le quali con dolcezza infinita
de' suoi oppressori lo tengono del continuo travagliato; onde di nuovo
più fieramente che mai il popolo prorompeva: «Giù le valigie! Aprite
le valigie! Vogliamo vedere quello che sta chiuso nelle valigie! Le
valigie! le valigie!»

E negl'intervalli la voce del cancelliere, come lo strido dell'uccello
dal sinistro augurio, ripeteva: «Ammazza! ammazza!»

I cavallari, fermi nel proposito di non si lasciare manomettere, se ne
stavano apparecchiati a morire non senza vendetta.

Il Montauto, dall'universale consenso del popolo imbaldanzito, usciva
dalla sua prima esitanza e comandava ai soldati abbassassero le
partigiane e quei due ostinati investissero.

Sangue italiano sta per versarsi e da mani italiane sopra terra
italiana.

«Gli ambasciatori!»

Udita appena questa voce, il popolo, secondo il suo costume, si volge
ai nuovi venuti, come a personaggi sopraggiunti in buon tempo a rendere
più complicato il dramma. I soldati sospendono l'assalto; rimangono
tutti ansiosamente aspettando ciò che stava per nascere.

Ed in vero onorevoli di fanti e palafreni i magnifici ambasciatori
della Repubblica Fiorentina si accostano; — vestiti di lucchi di
panno vermiglio, co' cappucci di colore più cupo e i lunghi becchetti
avviluppati intorno al collo in molto maestosa maniera; — uomini di
grave sembianze, contegnosi e severi, siccome conveniva a cittadini
di città libera, usi a obbedire alla legge soltanto e da loro stessi
proposta ed approvata.

E poi gli seguitava una bellissima accompagnatura di giovani, i quali
per vaghezza di vedere la incoronazione dell'imperatore quivi erano
tratti e per godersi delle feste; imperciocchè le pubbliche calamità,
invece di trattenere gli uomini da simili passatempi, gli rendano
anzi molto più vogliosi di prima, al naturale talento aggiungendosi il
bisogno di sollevare l'animo dai presenti fastidii.

Si aperse spontanea l'onda del popolo, accolse dentro di sè i
sopravvenuti, e loro si richiuse fragorosa di dietro.

Procedendo di alquanto spazio, prima degli altri, un ambasciatore, che
sembrava il meglio autorevole, fissò di uno sguardo bieco i cavallari
e, senza nessuna cosa domandare, senza nessuna risposta attendere,
comandò:

«Riponete le daghe.»

E poi rivolgendosi al Montauto riprese:

«Soldato, perchè assalite la nostra famiglia?»

«Magnifico ed onorando signore, io non lo so...»

«E senza saperne la cagione voi eravate sul punto di spengere due
uomini... due cristiani!...»

«In verità, magnifico messere, noi altri soldati facciamo sempre
così. Per ammazzare gente non fa punto al caso saperne le ragioni e le
cagioni. Se a voi piace conoscere più oltre, domandatene qui al mastro
doganiere...»

«Che mastro o che non mastro!» interruppe il cancelliere, il quale, nel
considerare come verun conto si facesse di lui, tutto si scontorceva
di rabbia. «Io ho dato l'ordine, ed io intendo ch'e' venga eseguito
subito. — Subito frugateli, vi comando...»

Ma il popolo, che aveva preso un tal quale diletto alle parole del
personaggio, percosso ancora da certo ribrezzo per cotesto suo strido
increscioso, rammentò le sevizie del cancelliere uso a infierire contro
di lui; e prevalendosi della occasione di spaventare chi tanto spesso
lo empiva di terrore, voltò l'immenso suo capo, terribile per mille
occhi, — per mille bocche, — e lo interruppe a sua posta urlando:

«Sta cheto, ribaldo!»

E il cancelliere, umiliato, dimise lo sguardo, si morse lo labbra,
sospirò: — ma quando rialzando gli occhi gli venne fatto vedere da
lontano disegnarsi nell'orizzonte la cima delle forche, si fregò le
mani e susurrò commosso, come il devoto che recita il responsorio al
suo santo avvocato: «Là ti aspetto!» — e si tacque.

«Mastro, vorreste o sapreste voi dirmi la cagione di questo trambusto?»
continua, appena gliene fu dato luogo, l'ambasciatore volgendo la
favella al doganiere.

«Magnifico ed onorando messere, Sua Santità il sommo pontefice ci ha
fatto, non è molto, significare il comando di sostenervi e guardarvi
diligentemente nelle valigie: i vostri cavallari si sono opposti armata
mano, e ser Manetta cancelliere del podestà ha chiamato la milizia per
costringerli a forza.»

«Guardare nelle nostre valigie! Ciò è fuori di ogni consueto e contro
la convenienza. Ci credete voi forse frodatori di gabelle?»

«Io vi ho in pregio di persona onorata e dabbene; ma voi intendete,
messere, che noi siamo servitori, e ci tocca obbedire alle voglie del
padrone.»

«Orsù, vediamo se troverò io il modo di acconciare questa bisogna.
Immaginate pure le nostre valigie piene di mercanzia gravata di gabella
qual volete maggiore; io vi pagherò il dazio a prezzo di tariffa.»

«È giusto!» il popolo interrompeva, «è giusto!»

Allora le spie raddoppiavano gli sforzi e incitavano ora questo ora
quello: «No, vogliam vedere; qui dentro gatta ci cova. — Ve lo aveva
assicurato pur dianzi che portano veleno, e voi non la volevate capire:
— vedete come s'ingegnano a non mostrare le valigie e non _sine quare_,
— ci hanno il veleno, il veleno...»

E il povero popolo traviato urlava di nuovo: «Vogliamo vedere! vogliamo
vedere! Ci hanno dentro il veleno.»

L'ambasciatore fiorentino, turbato da cotesto schiamazzo, sciolse con
atti sdegnosi la sua valigia dalle groppe del palafreno e, la gettando
ai piedi del doganiere, sclamò:

«Guardate!»

Il popolo urtandosi, in punta di piedi, l'uno con le mani su le spalle
dell'altro, tutto occhi, tutto orecchi, a collo teso, a bocca aperta,
stette a vedere che cosa contenesse la valigia dell'ambasciatore.

Il doganiere vi stese sopra le mani, e profferite che ebbe così presto
presto, come per uso, le parole:

«Mi duole recarvi dispiacere», scioglie le fibbie e ne trae fuori:

«Un lucco di panno vermiglio!»

E il popolo:

«Povere vesti sono coteste! I baroni spagnuoli e tedeschi le costumano
d'oro e di seta.»

E un vecchio del popolo:

«Ma e' se le fanno co' nostri danari.»

«Due farsetti di rascia cremesina e un cappuccio.»

E il popolo:

«I baroni li portano di velluto e di broccato, con belle piume e
fermagli o medaglie che costano un tesoro.»

E il vecchio:

«Sì, un tesoro, ma a noi: — ai baroni la violenza per rubarlo.»

«Una borsa piena di fiorini!»

E il popolo:

«Oh!»

E il vecchio Petronio:

«Nei fornimenti dei baroni spagnuoli e tedeschi bene avreste trovato
la borsa, — ma vuota per riempirla de' tuoi ducati, popolo bestia che
sei.»

«Ha ragione Petronio! Viva il vecchio Petronio! Viva!»

Continua la visita del primo ambasciatore: poi vennero con eguale
diligenza frugati gli altri e la famiglia loro e l'accompagnatura,
nella quale si trovò Benedetto Varchi scrittore della storia dei
tempi presenti. Rimaneva di tanti un uomo solo, Guglielmo Rucellai, il
quale anch'esso aveva seguitato gli ambasciatori per godersi le feste
della incoronazione, giovine di piacevolissima natura e compagnevole
se altri fu mai, grande amico del buon vino quando ne trovava,
accomodandosi anche al tristo se non riusciva a scavarlo migliore:
e la sera precedente alla osteria tanto ne aveva bevuto alla salute
della libertà, tanto alla salute della patria, del Marzocco, della
Signora, del Giglio, eccetera, come dicono i notari, che alla fine fu
forza prenderlo in quattro e gettarlo sul letto. — Ora ei se ne stava
intronato dalla ebbrezza non bene svanita, nè aveva potuto comprendere
ancora la cagione di quel rovinio, quando il doganiere lo scosse
dicendogli:

«A voi, messere!»

«Oh che c'è egli?»

«La valigia!»

«Basta che mi lasciate la vita, — per la valigia... o ne faremo
un'altra, o ne faremo a meno...»

Il doganiere apre, fruga, e:

«Ch'è questo? — Un rocchetto!... due... dieci! — Al frodo! al frodo! Il
messere ha la valigia piena di rocchetti di oro filato e tirato...»

«Davvero!» sclama il Rucellai fregandosi gli occhi: «o chi diacine ce
gli abbia messi!»

Luigi Soderini ambasciatore percosse la spalla a messere Andreuolo
Niccolini altro ambasciatore, e gli disse:

«Questo è il caso della coppa nel sacco di Beniamino.»

E messere Andreuolo a lui di rimando:

«Certo sì, non però con la intenzione di Giuseppe.»

Ma il popolo ingannato, senza por mente che lieve sarebbe stata la
gabella frodata, e che non potevano supporsi capaci personaggi di ogni
bene della fortuna largamente forniti di siffatta bassezza, proruppe:

«Oh! vedi, ve' i dabbeni ambasciatori; — e' vennero a frodare la
gabella al papa! Alla riviera i contrabbandieri! alla riviera!»

E qui seguivano schiamazzi, scherni e voci disoneste.

Il capo, che sembrava, dell'ambasceria fu visto impallidire: subito
gli si accesero le guance, impose con la destra silenzio al popolo,
con la manca si tolse in atto sdegnoso il cappuccio. — E quel suo volto
comparve venerabile alle turbe: — invero malinconico, pieno di dignità,
— forse anche di grandezza. Dove poi si considerasse sottilmente,
piuttosto che manifestazione presente, accennava una memoria di
grandezza; tipo generoso in origine, tralignato quindi per tempo o
per avvicendare di generazioni; — pareva un getto ricavato da forme
sublimi, ma per uso consunto. — La fiamma del genio guizzò intorno
a cotesta fronte, a guisa del fuoco fatuo sull'orlo dei sepolcri, —
non vi posò, come lo Spirito sul capo degli apostoli nel giorno della
Pentecoste. Il popolo, il quale non sa tanto addentro discernere,
rimase percosso dalla nobile sembianza.

Egli, spingendo oltre il palafreno, ad alta voce esclamò:

«Chiunque di voi nacque italiano saprà chi fosse Pietro Capponi! Ora
chi fra voi vorrà credere che io suo legittimo figliuolo, io Nicolò
Capponi venga a frodare la gabella a un papa dei Medici?»

Per avventura il Montauto, tra le bande della Repubblica Fiorentina
militando, non solo aveva conosciuto l'illustre cittadino Pietro
Capponi, ma essendo a campo seco lui sotto il castello di Soiana, lo
sorresse ferito a morte nelle sue braccia; onde a quel suono adesso
sentì commuoversi le viscere, e tocco da reverenza e da stupore si
trasse indietro chinando la persona. I soldati, imitando quel moto, si
scostano anch'essi: e agli ambasciatori fu fatta abilità di procedere
liberamente per la via.

Il popolo, mutando subito affetto e costume, innalza al cielo chi volle
gettare alla riviera poc'anzi, e grida:

«Viva Pietro Capponi! Viva Fiorenza!»

I quali applausi crebbero poi all'infinito quando Nicolò Capponi e suoi
compagni, messa mano alla borsa, gli gettarono dei pugni di fiorini: —
non ebbero finalmente più modo allorchè, scavalcati alla prima chiesa
che loro si offerse davanti, gli ambasciatori molto devotamente si
recarono a ringraziare Dio del trascorso pericolo, e fatto chiamare
a sè il rettore, gli consegnavano certa somma di danari affinchè
provvedesse di convenevole dote due delle più povere fanciulle della
cura.



CAPITOLO QUARTO

LA INCORONAZIONE

                            Giunta l'aquila al nido ond'ella uscio,
                              Possiate dir, vinta la terra e l'onde:
                              Signor, quant'il Sol vede è vostro e mio.

                                   ANNIBAL CARO, _Sonetto a Carlo V._


Voi lo vedete! I potenti della terra si cingono una corona di punte
per avvertire i popoli ch'eglino intendono lacerare e ferire. Alcuni
di loro, non so bene se io mi dica meno perfidi o più cauti, cuoprirono
ipocritamente queste punte: chi con perle, come i conti; chi con gigli,
come i re; chi con fronde di alloro, come gl'imperatori; ed altri con
altro. Però badate, per andare coperte, le punte non cambiano natura;
la tigre ha facoltà di rendere la sua branca gentile quanto la mano
della vergine. Ma se un giorno le punte, volgendosi nella testa di
quale cinge corona, restituissero a costoro il male che fecero altrui,
se condizione di chi anela portarla fosse averne le punte confitte
nel cranio; credete voi che si troverebbe per uno il quale volesse
sostenere la corona appartenergli per diritto divino? E non pertanto,
se a siffatti martirii non fossero serbati dalla eterna giustizia i
tormentatori dei popoli, gli uomini lancerebbero contro il firmamento
tale un grido che farebbe impallidire le stelle, tremare gli angioli
nei loro sogli dorati, sospendere la ineffabile armonia delle sfere...
gli uomini urlerebbero: — Il Creatore è tiranno!

Io per me penso esistere nel mondo enti di così strana natura i quali
invidiano il trono a Lucifero, quantunque di fuoco, i quali con animo
lieto stringerebbero a scettro anche uno stinco della propria madre; e
perchè no? Fu ambito il regno dove i principi si cingevano le tempie
con la corona di spine, e i discendenti di Goffredo Buglione non
abbandonarono Gerusalemme se prima non vennero cacciati dalla lancia
ottomana.

Corona di ferro! poichè, a guisa di Olla ed Oliba, le infami meretrici
vedute dal profeta Ezechiello[76], ti lasciasti stuprare da contatto
straniero, possi un giorno, priva di gemme sozza di fango, essere
adattata per collare al collo di uno schiavo! — Tu sei stata infedele
ai capi italiani, tu hai volato di capo in capo, come femmina rotta
alla libidine insanisce negli abbracciamenti vituperosi; tu ti sei
data a chi ti ha voluto prendere... Però, quando i popoli italiani
risorgeranno alla vita di gloria, nessuno vorrà del tuo ferro per
fabbricarsene un pugnale, tutti rifiuteranno il tuo oro per comporsene
l'elsa della spada.

Ah sacerdoti! — E voi che la prometteste allo straniero, e voi che
faceste innanzi all'occhio di lui coruscare il lume delle sue gemme
come un sorriso di donna lusinghiera, e voi che gliela poneste sul
capo nel modo che altri spingerebbe la femmina comprata nel talamo
lascivo... come vi chiamerete voi? La mia favella ha un nome per voi,
ma le labbra non osano profferire l'oltraggio che avete le mille volte
meritato.

Da Desiderio perduta, voi la donaste a Carlomagno francese, poi agli
Ottoni alemanni, poi a Bavari, poi a casa Lucemburgo, poi a casa
Hohenstauffen; quindi la profferiste agl'Inglesi, di nuovo a Francesi,
poi a casa di Habsburg; poco prima se la contesero Francesco di Francia
e Carlo di Spagna: — Federico di Sassonia la ricusò[77], e tu adesso
aneli, o Carlo di Gand, un diadema che altri raccolse un momento e
subito dopo gittò via come cosa indegna di occupare il suo pensiero.
Egli ebbe dai posteri il nome di sapiente, — per te quello di stolto è
troppo poco.

E la stella della tua casa ricambiò con le gemme di cotesta corona un
saluto di luce per un tempo assai lungo; poi la fortuna stese la mano
e disse: Basta.

Comparve nel cielo un'altra stella che vinse la tua; venne sulla terra
un Fatale destinato a far l'ultima prova se la tirannide potesse durare
tra gli uomini splendida di gloria e di potenza, con l'ale del genio
incerate alle spalle; — la tirannide di Napoleone: — i popoli hanno
diruta la terra dagli artigli della sua aquila vittoriosa; quale altra
tirannide può adesso aver vita nel mondo? Se il leone non ha potuto
regnare, domineranno i lupi? Egli cacciò le mani nelle chiome agli
antichi tiranni e tolse a un punto il sonno dagli occhi e la corona
dalle teste di loro. — Oh! com'è miserabile cosa un re senza corona!
lo sarebbe meno senza senno: — in questo modo moverebbe la nostra
compassione, — in quell'altro eccita il nostro riso: egli tolse loro le
corone e le gettò dai balconi della sua reggia ai parenti, ai compagni
della sua fortuna, in quella guisa che un cavaliere novello sparge
pugni di monete alla plebe in segno di larghezza.

Te poi, o corona di ferro, non volle donare il Fatale, e chiamò il
sacerdote a imporgliela sul capo. Il sacerdote si mosse a dargliela,
imperciocchè egli potesse prendersela: ma quando si accostò all'altare,
e il sacerdote incominciò le sue preghiere, egli impaziente vi stese
le mani poderose e da sè stesso se ne cinse le tempie; allora il
sacerdozio ebbe uno sfregio nella faccia il quale ormai non varranno
a coprire nè benda di tiara, nè lembo di manto pontificio, sfregio che
sembra una sentenza di morte incisa con ferro rovente sopra la carne:
e tu saresti già morto, o sacerdozio, se alzando un grido di terrore
altri non veniva a soccorrerti. Qual soccorso però! Per impedire la tua
caduta, essi ti hanno posto ai fianchi due lancie per puntelli. — Ora
che cosa hai tu fatto? Ti sei procurato una lunga e dolorosa agonia;
tu hai voluto funestare le genti con lo spettacolo schifoso della tua
decrepitezza.

Ma se il sacerdote, quando il Guerriero fatale oltraggiò l'altare,
avesse avuto il convincimento del sublime suo ufficio; dove bene avesse
sentito sè essere vicario di Dio in questa terra, gli avrebbe rivolta
la corona rapita e, la rompendo sopra i gradini dell'altare, avrebbe
detto: — ecco io la spezzo, perchè tu la cingi alla tirannide dei
popoli; — umiliati, pugno di polvere, davanti al Dio che cancella le
intere generazioni col cenno del sopracciglio che solleva alitando un
turbine di mondi; — e dov'egli ti avesse resistito, tu avresti levata
al cielo la destra, e Dio l'avrebbe armata de' suoi fulmini.

Adesso il cielo la ridonò alla tua casa, Carlo di Gand, — ma per
quanto? — Poichè nel libro del destino non è concesso penetrare come
nel libro della speranza, io abbandono il presente e il futuro, e
ritorno nel tempo passato.

Già ve l'ho detto: un giorno si apparecchia negli anni che Carlo
vorrà liberarsi il capo da cotesto dolore di corona; — ora l'anelito
dell'amante che per la prima volta aspetta la faccia desiata della sua
donna è troppo poca passione per paragonarla a quella che agita Carlo.

Contemplatelo nella sala del suo palazzo: corre più che non cammina da
un lato all'altro, facendo sibilare per l'aria violentemente commossa
la veste grave di oro tessuto e di gemme; talvolta si ferma davanti
uno specchio di argento, e la mano ponendo sopra le chiome sospira:
«Oh! quanto mi tarda averle coronate... Ferdinando mi aspetta; Lutero
e Maometto minacciano la mia stella...» E all'improvviso volgendosi
verso un cavaliere il quale presso al balcone con un telescopio alla
mano pareva speculasse il firmamento, gridava: «Or dunque, Cornelio, il
tempo buono viene o non viene?»

«Divo Cesare, non è venuto.»

E Carlo riprendeva a passeggiare agitato e mormorava: «Che questo
sia il giorno più fausto della mia vita non può revocarsi in dubbio:
in questo nacqui... in questo vinsi a Pavia... in questo prenderò la
corona reale e imperiale[78]. Apostolo san Matteo, tra tutti i santi
del paradiso un buon consiglio concepisti davvero quando prendesti
a proteggere l'augusta mia vita... Tosto ch'io abbia danari, ti farò
cesellare un altare e sei candelabri d'oro...» E così continuava.

Cornelio Enrico Agrippa esercitava presso di Carlo l'ufficio di
astrologo ed era anco medico e giureconsulto _in utroque iure_,
facoltà le quali possono, anzi dovrebbero, andare unite insieme; ed
egli ora lo aveva caro, ora lo rampognava e scherniva: ma l'astrologo,
il quale troppo bene sapeva prendere il destro, nei giorni di favore
gli estorceva in sì gran copia dignità e danari da consolarsi negli
altri dell'oblio; e i modi di lui verso il suo reale padrone sentivano
a un punto dello schiavo e del tiranno: se ruggiva il leone, ed egli
blando, di parole carezzevoli, curvo col dorso; se invece esitava, ed
egli superbo, rigido di persona, con la voce tonante. Non vestiva già
zimarra bruna, nè intorno ai fianchi stringeva una cintura rabescata
con i segni dello zodiaco, squallida la barba, in capelli scomposti,
come gli altri suoi fratelli: al contrario, abbigliate le membra di
bei drappi di seta alla foggia di Spagna, col collarino bianchissimo,
arme e croce da cavaliere; a vedersi leggiadro. L'età sua o giungeva
appena ai quarant'anni, o di poco li passava; di sembianze argute,
di colore ulivigno, i capelli lucidi e neri, gli occhi più neri e
del continuo agitati, le labbra tumide e accese, tremanti in perpetuo
sorriso, il quale di leggieri si convertiva in sghignazzio, ed allora
gli si scoprivano i denti e gran parte delle gengive, — siccome avviene
a tutti gli animali che appartengono alla specie delle scimmie, quando
loro accada di schiudere la bocca.

Tale fu Cornelio Agrippa; e, di natura maligno, si compiaceva adesso
di fare scontare a Carlo con le torture dell'ambizione il disprezzo di
cui lo avviliva sovente. Appena nell'inquieto suo moto l'imperatore gli
volta le spalle, egli staccando l'occhio dal telescopio guarda dietro
il divo Cesare e crollando il capo dice:

«Povera creta!»

«Cornelio, fa che si operi presto la congiunzione dei pianeti»,
proruppe Carlo percotendo dei piedi il pavimento.

«Sacra Maestà, io contemplo, non muovo le sfere. Però l'ora si
avvicina: i miei occhi sono abbagliati dall'osservare lo splendore
della vostra stella; io non ne posso più sull'anima del mio cane
_figliuolo_[79].»

«Non bestemmiare, marrano, o io ti consegno mani e piedi legati al
papa nostro signore.... Perchè deponi il telescopio? Vien' qua, non
temere, mio buon Cornelio; torna a guardare.... esamina bene... nota la
congiunzione, la casa e il sembiante dei pianeti...»

«O Zoroastro glorioso!» rispose l'Agrippa lasciandosi andare sopra una
sedia a braccia aperte, «oh come ho io a fare? Voi mi volete cieco ad
ogni modo.»

«Cavaliere Agrippa, accettate di presente questi cento ducati per
comperarvi del taffetà verde da asciugarvi gli occhi, — fin qui
noi siamo imperatore eletto soltanto; domani, diventati imperatore
consacrato, avrete dono imperiale.»

«Meglio è perdere la luce nel contemplare la vostra stella che
acquistarla nel guardarne alcun'altra... Io mi ripongo all'opera.»

«Cornelio, dimmi, ma dov'è questa stella che tu affermi mia? Io ci
credo senza averla mai veduta...»

«E che importa vedere per aver fede? Dio vedeste voi mai?»

«Non lo vidi, sibbene lo sento.»

«E gl'influssi della stella non sentite voi? Chi vi fece eleggere
imperatore dei Romani a preferenza del Cristianissimo? Chi rese le armi
vostre fortunate? Chi vi mena davanti a un pontefice umiliato?»

«Ma mostrami la stella: io voglio vederla...»

«Accostatevi, Maestà, guardate dietro la direzione del mio indice,
sopra la croce del campanile di San Francesco; alzate gli occhi,
piegateli a destra in quella plaga del cielo...»

«Non vedo... non vedo nulla.»

«Aguzzate lo sguardo.... tendete, stringete forte le ciglia....
colà.... la vedete voi?»

«Ahimè!» esclamò Carlo con ambo le mani cuoprendosi gli occhi, «io
vedo... ho sentito il dolore di mille spade che mi pungessero le
pupille, — un milione di atomi luminosi, una vertigine di fuoco....»

«Or dunque pensate, se io possa o no sostenere il lume della vostra
stella....»

«Non importa... guarda... non istancarti di contemplare; io ti darò una
duchea... un principato... ma guarda.» E tuttavia le mani soprapponendo
agli occhi tornò a camminare di su e di giù per l'aula reale.

«Cornelio Agrippa, fissandolo dietro e con quelle sue labbra aperte
malignamente sorridendo, mormorò: «Vedi, ve' che teste da portar
corona! Un'accensione di sangue cagionata dallo sforzo degli organi
visivi egli scambiava in splendore di stelle.... ah!»

«Agrippa!» esclama Carlo, calmata che fu la doglia delle sue pupille,
«io voglio anche una volta veder la mia stella. — Additamela; io
voglio...»

«Silenzio! Ecco, la mirifica congiunzione succede; — adesso si opera
il portento dei cieli; il cielo della stella austriaca è compito:
dapprima lambiva rasentando Saturno... apportatore, per essere
frigido e uliginoso, d'infermità corporee, come chiragra, podagra ed
idropisia...»

Qui Carlo trasse un gemito, perocchè una crudele podagra spesso lo
tormentasse e gli facesse risovvenire che apparteneva anch'egli alla
terra.

«Possano i re non avere mai col mondo vincolo meno doloroso di questo»,
diceva in cuor suo l'astrologo maligno; quindi a voce alta continuava:
«e poco dopo si spiccò dal pianeta di Saturno, e a modo di ninfa che
corre co' capelli sparsi lungo la riviera, trapassò gran parte di
cielo spandendo lontano il fulgore de' suoi raggi; si fermò alquanto
nella casa di Marte, il quale l'accolse nella guisa che si ricevono
gli ospiti augusti; quinci si rimosse tendendo alla stella di Giove,
l'aggiunse, si ricambiarono un bacio di luce; ed ecco quella parte del
firmamento ormai apparirà più chiara agli occhi mortali pei due astri
fratelli. — O Cesare augusto, divo, fortunatissimo, concedi ch'io primo
mi prostri ai tuoi piedi. Dopo Dio chi più potente di te? Il mio cuore,
come tazza di soverchio piena, non può contenere la sua gioia; i miei
occhi sono costretti a piangere lagrime dolcissime di tenerezza...» E
prostrato abbracciava le ginocchia di Carlo.

Stava per profferire più parole assai, quando Carlo, vinto dalla
fumosità libera, prese ad esclamare:

«Sento l'influsso della mia stella. — Che in paradiso un apostolo
avesse cura speciale della nostra sacra persona, cel sapevamo; — che
nel cielo girassero pianeti a noi propizii, non ignoravamo; grandi
cose abbiamo fatto, più grandi ne faremo in seguito. Conquistato che
avremo il mondo, chi ci insegnerà la via di arrivare agli astri del
firmamento?»

Cornelio Agrippa steso ai piedi di lui pensava: — Sta lieto, Carlo, con
due dita di lama di Cordova tu potrai fare un assai lungo viaggio. —

«Quale indugio è mai questo? I miei momenti sono secoli per gli
altri: ogni istante della imperiale nostra vita contiene il destino
di cento generazioni. Che fa egli questo neghittoso di papa? s'egli
non istà pronto ai nostri cenni, noi lo rimanderemo come un veterano
invalido...» — E così favellando alzò i piedi per balzare, sicchè forte
percosse con uno nella bocca all'Agrippa, e poi correndo ad afferrare
un campanello lo agitò violentemente a più riprese.

Cornelio, sorgendo e con la mano tentandosi le labbra per vedere se
lo avesse ferito, mormorava rabbioso: «Cane di Fiamingo, tu paghi
le verità da re, — impiccando chi te le dice, — e le menzogne da
sacerdote, con le promesse! Un giorno o l'altro, io faccio conto che
tu abbia a inventare le indulgenze imperiali. Superbo e misero, io ti
avrei lasciato e ti lascerò forse tra poco pel tuo emulo Francesco
di Francia; un imbecille coronato al par di te, ma più prodigo di
quello che rapisce ai suoi popoli: — trattanto io mi compiaccio di
tormentarti... ho qui in tasca sei congiunzioni di stelle tutte funeste
per te... per ora va' lieto a prendere la corona; per oggi il tuo
demonio ti scioglie la catena: — ungiti del crisma; poi, unto o no,
con la corona o senza, tu non sarai meno il trastullo dei miei ozii
fantastici.»

  [Illustrazione: Finalmente il santo padre gli cinse le chiome
   della corona imperiale. _Cap. IV, pag. 102._]

Comparve alla subita chiamata il signore di Rodi, maggiordomo maggiore;
il quale, semiaperta la porta, sporgeva il capo e parte del petto,
non osando penetrare più oltre. Tosto che Carlo lo vide, lo interrogò
dicendo:

«Sire di Croy, qual'ora è ella?»

«L'ora che piace a Vostra Maestà.»

«No, Adriano», rispose blando Carlo, lusingato da cotesta sconcia
piaggeria; «il sole non tramonta mai nei nostri regni, ma egli
si mantiene pur sempre il re delle ore: se gli illustrissimi
cardinali vennero, come spero, a incontrarci, dite loro che noi gli
aspettiamo...»

I cardinali Ridolfi o Salviati non istettero molto a presentarsi
splendidi di cappe vermiglie; e tolto ambedue Carlo sotto le braccia,
con molta solennità lo condussero all'aula reale del primo piano del
palazzo.

Quivi, parte delle pareti atterrando, avevano praticato certa capace
apertura dove metteva capo un ponte magnifico, ornato di alloro, di
mirto e con fronde verdissime di ogni ragione, decoroso per fasciature
d'oro e per le armi alternate dell'imperatore e del pontefice, il quale
percorrendo meglio che duecento braccia di cammino conduceva al tempio
di San Petronio insensibilmente digradando; a mezzo il ponte, parata
di splendidi arazzi, illuminata da mille torchi, sorgeva una cappella
dedicata alla Beata Vergine fra le Torri.

Uscendo dalla reggia per la indicata apertura, primo a toccare il ponte
fu un drappello numerosissimo di giovanetti nobili, i quali e per la
dovizia delle vesti e per la bellezza dei volti mettevano in tutti
maraviglia e contento.

Succedevano ai giovanetti, gentiluomini e cavalieri di varii ordini
equestri, ognuno vestito alla sua foggia e decorato delle varie insegne
dell'ordine a cui apparteneva; poi venivano baroni, conti, marchesi,
duchi, principi del sacro romano impero e i primari ufficiali della
corte di Carlo. Poco dopo, singolare a vedersi, compariva una immensa
caterva di araldi abbigliati con svariatissime assise, spediti per
assistere alla solennità della incoronazione non pure dai regni di
Aragona, Navarra, Napoli, Sicilia, Granata, dalla Borgogna, dalla
Germania e da molte principali provincie e castelli appartenenti
a Carlo, ma ed anche da re e principi stranieri, come di Francia,
Inghilterra, Scozia, Portogallo, Ungheria, Polonia, Boemia, Austria,
Savoia e altri infiniti. Passati questi, sopravvennero i maggiordomi
della corte di Carlo portanti mazza di argento in segno della propria
dignità; ai quali teneva dietro Adriano sire di Croy, signore di Rodi,
maggiordomo maggiore, tenendo alzata la sua mazza di mole assai più
grande delle altre. Immediatamente subentrano, coll'ordine che sarà
per noi riferito, i principi cui incombeva l'ufficio di recare gli
arnesi all'incoronamento necessarii. Primo di tutti l'illustrissimo
principe Bonifacio Paleologo, marchese di Monferrato; egli veste una
cappa di seta di color vermiglio, sovr'essa un manto di porpora;
gran parte delle spalla e del petto gli cuopre una pelliccia di
candidissimi armellini. Lasciamo senza descriverli i molti ornamenti
d'oro e di gemme, che davano bagliore in chiunque li contemplava;
ma non possiamo trattenerci dal rammemorare la corona marchesale,
con ingegno meraviglioso lavorata, insigne per gemme d'inestimabile
valore. Nella mano destra egli porta lo scettro d'oro. Viene secondo
lo strenuissimo e magnificentissimo Francesco Maria della Rovere,
duca di Urbino, non meno di gemme splendido e d'oro del Paleologo, che
porta levato lo stocco imperiale d'infinita ricchezza; seguita terzo
il valoroso principe Filippo dei duchi palatini del Reno e di Baviera,
doviziosamente ornato della corona e della porpora ducali, il quale
sostiene il mondo dorato. Finalmente succede il potentissimo Carlo,
duca di Savoia, anch'egli vestito della porpora ducale e incoronato di
una corona che fu pregiata meglio di cento mila ducati; a lui spettava
portare con ambe le mani le due corone reale e imperiale. — Ecco Carlo:
— la gioia soverchia lo tinge co' colori medesimi della paura; ha il
volto pallido, le labbra pavonazze, gli occhi spenti: e' sembrava un
condannato tratto a guastarsi. I cardinali diaconi, avvolti di ampio
piviale, col capo coperto di mitria, gli stanno a' fianchi; il conte
Enrico di Nassau gli sorregge dietro la coda del reale paludamento.
Secondo l'ordine e prerogative loro seguono gli oratori di Francia,
Inghilterra, Scozia, Portogallo, Ungheria, Boemia, Polonia, del duca
di Ferrara, Veneziani, Genovesi, Sanesi, Lucchesi, Fiorentini, e di
altri non pochi. In ultimo luogo i consiglieri e i secretarii del
consiglio di Cesare, separati dalle altre turbe sorvegnenti da una
mano di cavalieri armati di corazze d'oro, e di mazze d'arme dal manico
d'argento.

Giunto Carlo nella sacra cappella, il cardinale di Tortosa, commesso
a tale ufficio mediante un breve del sommo pontefice, il quale fu
letto dal vescovo di Malta, cominciò a salmeggiare le preci opportune
alla solennità: concluse le orazioni, gl'illustri conti di Nassau
e di Lanoia, custodi del corpo di Cesare, presero a spogliarlo nel
petto e per le spalle di ogni sua veste, sicchè gli nudarono tutto il
braccio destro e gran parte del seno. Allora il cardinale di Tortosa,
non senza aggiugnere altre efficacissime preghiere, gli unse le coste
e tutto il braccio coll'olio sacrosanto dei catecumeni. Il reverendo
padre Guglielmo Vandanesse, vescovo di Leon, le parti unte con candido
bisso gli asciuga. Ciò fatto, tornano a vestirlo con la cappa reale di
teletta d'argento, con un manto velloso di porpora svariata di oro e
finalmente con una stola lunghissima, o vogliamo dire sarrocchino di
bianchi armellini. Condotto a piè dell'altare dai cardinali Salviati
e Ridolfi, il cardinale di Tortosa prima gli cinse la spada, la quale
avendo Cesare tratta, tre volte vibrò nell'aria e tre declinò a terra,
poi riposatala alquanto sul braccio sinistro tornò ad acconciarla nel
fodero. Siffatta cerimonia mandata a fine, Carlo si prostra davanti
l'altare, e il cardinale di Tortosa, sempre recitando orazioni adattate
all'uopo, ora gli consegna lo scettro, ora il globo, ora finalmente
gl'impone sul capo la corona di ferro, ad alta voce proclamandolo re di
Lombardia.

«Re di Lombardia!» gridarono i vicini; — «re di Lombardia!» risposero
i lontani; e tanto e siffatto urlo riempì l'aere che pareva andassero
subissati il cielo e la terra. I popoli alle parole aggiunsero il
batter forte dei piedi, onde si levò un denso nuvolo di polvere, e la
terra prese sembianza di vulcano che fuma: dai terrazzi, dai balconi,
di sopra i tetti si vedevano donne, cavalieri, popolani, gente in somma
di ogni maniera, sventolare pennoncelli di colore, fazzoletti bianchi,
rami d'alloro o di mirto: — lungo i muri dei palazzi, dagli architravi
delle porte e finestre, intorno ai fusti, su per i capitelli delle
colonne si spiccavano figure a guisa di cariatidi viventi, le quali
agitavano le braccia in segno di allegrezza.

Uno spirito gentile, tra tanta congerie di uomini, i desiderii, la
speranza e l'alito della vita aveva posto nell'immaginare la tribolata
sua patria potente e felice; contemplando adesso tanto consenso di
universale esultanza, dubitò di sè; per un momento i suoi terrori ebbe
vani; onde di nuovo sollevò lo sguardo per ben conoscere se straniero
veramente o Italiano fosse l'avventuroso coronato a re di Lombardia; e
lo considerando pur troppo straniero, pensò tra sè: — Ecco, come gli
Abderitani, oggi un popolo intero è diventato pazzo furioso; quando
egli avrà ricuperato il bene dell'intelletto, si troverà schiavo. La
mano che un'ora prima applaudiva al signore straniero, un'ora dopo
sarà grave di catene: quando le vorrà rompere sarà chiamato ribelle:
l'amore della libertà gli appresterà il patibolo in questo mondo e
la dannazione nell'altro, così ordinando principi e preti seduti alla
mensa dove si cibano i popoli; la lima che rode le catene delle nazioni
volontariamente serve è fatta di sangue e di lacrime... Ahimè! quanta
copia di pianto e di sangue per consumare cotesti ferri che esultando
adesso cotesti sciagurati si adattano al collo! —

E gemendo si coperse il volto per piangere lacrime solitarie sopra
i destini della sua patria. O Luigi Alamanni, se tu ai tempi nostri
avessi vissuto, sapresti come egualmente i popoli applaudano alla
morte dei re! La fiera del popolo arrangola, sia che menino in alto
Carlo Magno a coronargli la testa, sia che vi traggano Luigi Capeto per
mozzargliela dal busto!

Gli archibusieri alemanni e spagnuoli in numero di ottomila spararono
gli archibusi; i bombardieri, quanti poterono rinvenire a Bologna
e trasportare di fuori sagri, falconetti, colubrine, smerigli,
serpentini, basilischi, girifalchi e simili altre artiglierie costumate
a quei tempi, così e con altri più terribili nomi appellate dagli
uomini tuttavia sbigottiti dai micidiali effetti di quelle: onde,
secondo che narra Cornelio Agrippa in quel suo stile ridondante
di ampolle, parve che «Giove avesse dato la via a ciò che di più
fragoroso custodiva ne' suoi tesori di fulmini e di tuoni.» Le campane
frementi si lanciavano per l'aria, come cavalli inferociti; da un
punto all'altro temevano di vedere scaturire la fiamma dai legni e
dal ferro confricati in cotesto portentoso dondolio: — ahi! bronzi un
tempo chiamati sacri, dacchè il vostro ufficio dimenticaste di laudare
Dio, convocare il popolo al tempio, raccogliere il clero, piangere i
morti, cacciare la pestilenza, onorare le feste dei Santi[80], dacchè,
dico, il vostro ufficio dimenticaste o spregiaste, la vostra voce si
spande pei piani e per le valli solitaria come la voce di san Giovanni
nel deserto; chiama, ma nessuno risponde, imperciocchè la voce che
ha celebrato l'esaltazione del tiranno e le sue stragi non possa
glorificare il nome del Signore, il Santo dei santi; e nonpertanto
anche voi potreste rigenerarvi; in questa giornata di tenebre e di
servitù abbiamo tutti peccato, — uomini e cose; — compiangiamoci dunque
e pentiamoci tutti: scendete dalle vostre torri, fondetevi in cannoni,
portate nel vostro seno la morte allo straniero; — allora, purificate
da questo battesimo di fuoco, quando tornerete a squillare, i popoli
accorreranno, siccome consapevoli che voi li chiamate per esaltare la
gloria di un Dio che protegge i liberatori della patria.

Intanto per altra parte il pontefice s'indirizzava con la sua compagnia
al tempio di San Petronio. Precedevano a due a due i camerarii,
gli ostiarii, i segretarii apostolici; seguivano dodici dottori
dell'antica università di Bologna, ora dianzi da Cesare insigniti
con ordine cavalleresco e con la dignità di conti palatini. Quindi
otto patrizi della città in abito senatorio, e poco appresso il
rettore della università decoroso per vesti purpuree. E gli uni dopo
gli altri seguitavano il potestà avviluppato in un lucco di teletta
di oro, i giudici di Rota, e cinquantatrè tra vescovi e arcivescovi
venerabili pei loro manti pontificali. Secondo l'ordine delle
speciali prerogative, venivano i cardinali Medici, Grimaldi, Caddi,
di Mantova, Pisani, Santa Croce, Cornaro, Grimani, di Perugia, di
Ravenna, Campeggio, Anconitano, di Santiquattro, di Siena e Farnese,
ognuno dei quali portava la mitra e procedeva ornato di piviali
doviziosissimi. Subentravano i magnifici conti Ludovico Rangone e il
signor Lorenzo Cibo, entrambi gonfalonieri di Santa Chiesa, armati
di tutte armi. Finalmente, assistito dagli eminentissimi cardinali
Cesarini, Cesi e Cibo, compariva Clemente VII nello splendore della
sua pompa pontificia, avvolte le membra nel famoso piviale, di cui i
lembi si congiungono sul petto mediante il bottone non so se io mi dica
più celebre a cagione del lavoro di Benvenuto Cellini, o del diamante
una volta appartenuto a Carlo il Temerario duca di Borgogna[81]. —
Guardate il vicario di Cristo! Il successore di Colui che andava a
piedi e le più volte scalzo, ora, reputando poca magnificenza cavalcare
mula o palafreno, si fa trasportare sopra un pulpito sulle spalle di
otto servitori a guisa di somieri e dimostra come da gran tempo il
padre dei fedeli tenga gli uomini in concetto di bestie. — Egli non
può sopportare il pallido raggio del sole di febbraio, e con ampio
baldacchino di seta il capo difende e la persona. — I santi, dei quali
egli si dice ministro, non temerono riarsa dal sole di Siria la fronte
per predicare alle turbe ed annunziare vicino il regno dei cieli.
— Dietro alla cattedra pontificia si affolla la torma degli abbati,
protonotari, prelati, gentiluomini, i quali il più delle volte non sono
uomini gentili, e gente altra infinita di siffatta risma. Penetrati nel
tempio, ognuno si dispose, conservando il grado che gli spettava, nel
coro o davanti l'altar maggiore, e diedero salmeggiando immediatamente
principio all'ufficio chiamato Terza; conchiuso il quale, i cardinali,
cominciando dal decano Alessandro Farnese, che poi fu papa col nome
di Paolo III, padre di Pierluigi l'infame stupratore di Cosimo Cheri
vescovo di Fano[82], ossequiarono a Clemente la consueta obbedienza
baciandogli le mani — gli arcivescovi e i vescovi fecero lo stesso; se
non che il papa, invece di porgere al bacio loro la destra, presentava
i piedi. Orgogliosa impudenza da un lato di cui non abbiamo esempio,
tranne nelle oscene cerimonie del sabato, dove la favola narra
convenire le streghe a fare omaggio al demonio in forma di becco;
umiliazione dall'altro della quale pur troppo occorrono ricordanze
nelle storie degli uomini.

Ma torniamo all'altro, dico a Carlo di Gand. — Per tutti i santi del
paradiso, ch'è questo mai? Quale strana fantasia lo ha preso? Ella
è cosa da concitare a riso, non che altri, san Bartolomeo quando lo
scorticavano vivo. Carlo il re della Spagna, delle Indie, di Germania,
d'Italia, Carlo, adesso comparisce vestito da canonico; così è: gli
significarono non potere essere consacrato imperatore dei Romani
dove prima non avesse consentito ad ascriversi tra i canonici di san
Pietro! Egli dubitò un momento non lo togliessero a scherno e fu per
dire a monsignore Ariosto vescovo di Berutti che gliene esponeva la
necessità: — Va' via marrano[83], o ti faccio precipitare dal ponte!
— Ma poichè il vescovo sosteneva senza mutare sembiante quella sua
bieca guardatura, povero di consiglio, stretto dal tempo, si lasciò
vincere, sicchè in un punto, spogliato dei regali abbigliamenti, da una
mano passando nell'altra, fu rivestito della toga, del rocetto e della
mozzetta secondo il costume dei canonici. — Roma, le tue percosse, sia
che il mondo offendessero o il pensiero, erano pur gravi una volta!
In questo stato, non so se io mi dica più compassionevole o ridicolo,
lo condussero nel tempio di San Petronio i due mentovati cardinali,
ai quali se ne aggiunsero altri due, i seniori fra l'ordine dei
vescovi, cioè di Santiquattro, Lorenzo dei Pucci (il quale sosteneva
tutte le cose, comunque iniquissime, non disdire al pontefice[84]), e
l'Anconitano. Appena ebbe posto piede nel tempio, con terribile fragore
precipitò il ponte per la lunghezza di forse venti passi: la gente
ammucchiata forte percosse sul terreno; alcuni ne riportarono sconce
ferite, altri col sangue vi persero la vita.

Spesso mi avvenne considerare come in siffatte solennità che i principi
danno ai popoli vi si mescoli dentro un mal genio e la faccia pagare
a questi ultimi a prezzo di sangue, sia per ammonirli che non dovevano
ridere, sia piuttosto, come credo, che la gioia la quale muove dai re
non possa comparire vermiglia, se non si tinga col rosso del sangue.

I cardinali tenendo in mezzo Carlo, come fiera in guinzaglio, lo
menarono a piè dei gradini della cattedra del pontefice e quivi
stettero. Clemente gli abbassò uno sguardo dall'alto, e non potè
reprimere un moto dei labbri in contemplando l'augusto Cesare in
veste da canonico; il quale sguardo e il quale moto di labbri avendo
troppo bene compreso Carlo V, sentì ribollirsi dentro l'orgoglio del
sangue spagnuolo, gli occhi mandarono faville, e una idea gli traversò
trucissima l'intelletto, di afferrare cioè per le gambe il pontefice,
rovesciarlo dal trono, dalle chiome strappargli il triregno, ed
imponendolo sopra il suo capo gridare: — Io sono il re dei re!

Ma sollevando di nuovo la faccia vide, o gli parve vedere, il sembiante
del papa pieno così della divinità da lui rappresentata che sentiva
sconfortarsi dentro dal rimorso quasi avesse meditato il parricidio.

Di subito lo trassero nella cappella dedicata a San Gregorio, dove lo
avvolsero nell'amitto, nel camice e nella dalmatica, e sopra gli posero
il manto imperiale di ricami e di gemme gravissimo; sicchè non avrebbe
potuto di leggeri sostenerlo, se il conte di Nassau da tergo, i vescovi
di Bari, del Palatinato, di Brescia e di Caria nel regno di Leone dai
lati, non ne avessero sorretto i lembi: in questo modo abbigliato,
lo fecero andare fino a mezzo del tempio, dov'è la ruota di porfido;
quivi tre volte benedetto si accostò all'altare maggiore, costrutto
ad immagine dell'altare di San Pietro in Roma. Genuflesso sopra aureo
pulvinare, colà rimase finchè non ebbero cantate le litanie dei Santi;
allora due nuovi cardinali, cioè Campeggio, primo dei preti, e Cibo,
primo dei diaconi, lo condussero in un'altra cappella consacrata a San
Maurizio.

Qui dal cardinale Alessandro Farnese, primo dei cardinali vescovi e
decano del sacro collegio, furono rinnovate le unzioni per le coste,
per le spalle e pel braccio destro coll'olio del crisma, e il vescovo
di Caria lo asciugò. La quale cerimonia essendo condotta a fine, i
cardinali Salviati e Ridolfi lo tolsero di nuovo e lo menarono a fare
riverenza al pontefice. Questi allora scendendo dalla cattedra sublime,
si accostò agli altari e diede cominciamento alla messa solenne: poichè
egli ebbe ad alta voce intuonato per Cesare l'introito, Carlo si fece
presso agli altari, dove abbracciò e baciò Clemente su la guancia e sul
petto. Gli tennero dietro i principi commessi all'ufficio di portare
le insegne dell'impero, e con varie cerimonie le depositarono sopra la
santa mensa. Ciò eseguito, Cesare e i principi tornano ai seggi loro
apparecchiati nel coro; imperciocchè il trono imperiale, in cui doveva
egli sedersi dopo la incoronazione, sorgeva a destra della cattedra
pontificia _in cornu epistolæ_ dell'altare maggiore. Avanzata che fu
la messa fino alla lettura della epistola canonica, la quale Giovanni
Alberini suddiacono apostolico cantò in latino, e Braccio Martelli
camerario di Sua Santità in greco, i cardinali Ridolfi e Salviati
addussero per la terza volta Carlo al cospetto del papa. Qui si
rinnovarono, presso a poco le medesime solennità di sopra descritte. Il
vescovo di Pistoia prese dall'altare la spada e la porse al cardinale
diacono; questi al pontefice: il quale, trattala fuori del fodero, la
benedisse prima e poi la depose nelle mani di Cesare, trasferendogli
i diritti della guerra con queste parole da lui latinamente proferite:
«Prendi la spada santa, dono di Dio, adoprala a disperdere i nemici del
popolo del Dio d'Israele!»

Se un membro del popolo miserabile d'Israele, — un Ebreo — si fosse
adesso presentato all'imperatore e gli avesse detto: — Difendimi,
perchè questo pontefice mi ha ridotto in condizione peggiore dei cani,
e tra me e lui non corre altro vincolo tranne quello del porre ch'ei
fa una volta l'anno il piede sul collo[85] ai miei rabbini, certo il
figlio del Dio d'Israele sarebbe stato strizzato così che nissuno poi
avrebbe potuto rinvenirne i frammenti. Il Dio d'Israele non è più Dio
di Palestina, — neppure il Dio degli apostoli; il Dio d'Israele ha
ripiegato le tende dalle antiche dimore e le piantò in Roma presso il
palazzo del Vaticano; egli è il Dio dei preti. — I Fiorentini, da cui
nacque Michelangiolo, che dopo tanto spazio di tempo sentì ed effigiò
quel terribile legislatore degli Ebrei — Moisè, — i Fiorentini, che
per pubblico partito si elessero Cristo principe della Repubblica,
erano i nemici del popolo d'Israele, gli avversarii, i ribelli a Dio, i
maledetti da lui, per l'esterminio dei quali il padre dei fedeli dava
la spada santa all'imperatore. O sacerdoti, quanto fareste ridere, se
non aveste fatto piangere cotanto!

E Cesare nudò il ferro e tre volte ne percosse l'aria ed altrettante
ne declinò la punta verso il suolo, — forse per dimostrare ch'egli
intendeva sulla terra dominare, e nel cielo. Strinse lo scettro, pegno
di fede e di virtù che non aveva, colla mano destra; nella manca il
papa gli pose il mondo in simbolo della facoltà ch'e' gli dava per
governarlo.

Queste consegne di tutto o parte del mondo operate dai sommi pontefici,
siccome efficacissime nel diritto, non furono sempre, o quasi mai,
praticabili in fatto. Chi può contenderne loro la facoltà? Dio esiste
signore del creato, il papa vive in Roma vicario di Dio nel mondo;
dunque il papa può disporre di quanto in esso si comprende. Questo
sillogismo ha la sua promessa, la sua minore, la sua conseguenza;
a me pare tutto e in ogni sua parte perfetto. La luna, il sole, le
stelle, le comete, poichè non sono contenute in questa terra, rimangono
escluse, quantunque non sia chiarito bene: le altre cose tutte senza
eccezione di sorta stanno sottoposte al papa; tanto il Lappone come
l'Ascolano, l'abitante del Kamciatka come quello delle paludi pontine:
— ma questi non udirono mai favellare di lui, nessuno annunziava
loro il regno dei cieli, non conoscono il Dio del papa di Roma. — E
che importa se non lo conoscono? Peggio per loro; andranno dannati
nell'inferno, ma non per questo rimarranno meno fermi i diritti della
Santa Sede Romana. Se così non fosse, si chiamerebbe ella cattolica,
che significa universale? Dove la cosa non istesse per l'appunto come
io la diceva, avrebbe potuto Martino V concedere al re di Portogallo
tutte le terre che loro riuscisse scoprire dal capo Baiador alle
Indie? Ed Alessandro VI, il papa di santa memoria, avrebbe potuto con
la famosa sua bolla tirare la linea da un polo all'altro e largire
ogni paese scoperto dalla parte di occidente agli Spagnuoli, l'altro
da oriente ai Portoghesi? Uno scrittore eretico osserva come non
occorresse alla mente del santo pontefice il pensiero, che, ciascuno
seguitando dal suo lato la continuazione delle scoperte, potevano un
giorno ritrovarsi a contatto e rinnovare agli antipodi la questione
di proprietà[86]. L'eretico ha torto, perchè non sa essere li sommi
pontefici, siccome ispirati dallo Spirito Santo, infallibili.

Finalmente il santo padre gli cinse le chiome della corona imperiale.
Carlo allora, giusta le formalità, si prostrava curvandosi al bacio
dei piedi santi. Era però convenuto che il papa non gli lascerebbe
compire l'atto, e rilevatolo a mezzo, lo avrebbe stretto tra le braccia
e baciato nel volto. Ma come resistere alla compiacenza di vedersi
innanzi prostrato un signore di tante provincie? Non tutti i giorni
si trovano imperatori da rinnovare cotesto ossequio; e poi, Clemente
lo aveva già detto, si sarebbe di tanto rialzato il sacerdozio quanto
abbassato l'impero. Si dimenticava pertanto del convenuto: il coronato
stette lunga pezza nell'attitudine dello schiavo: in quel punto
la corona gli pesò sul capo non altrimenti che se fosse stata una
montagna; allora gli parve che il mondo, poc'anzi da lui sorretto nella
mano, adesso di tutto il suo peso gli gravitasse sul corpo: — come il
serpente della Scrittura, egli si nudrì di cenere e la sentì amara, —
senza misura amara; sicchè il suo cervello, compresso dal pentimento,
dalla umiliazione e dalla rabbia, stillò una goccia di sudore, la
quale, come quella dell'anima dannata dello scolare apparsa al suo
maestro di filosofia, secondo che racconta frate Iacopo Passavanti
nello _Specchio della vera penitenza_, avrebbe avuto virtù di traforare
da una parte all'altra con insanabile piaga i piedi del pontefice, se
per avventura vi fosse sopra caduta[87].

Ciò che riferiscono intorno alla proprietà letifera dello sguardo di
alcuni animali e' vuolsi tenere per favola; imperciocchè il basilisco
non abbia guardato mai in maniera più truce di quello che facesse Carlo
il pontefice, quando si fu rialzato; ma non gli concessero tempo di
proferire parola: le reti dei successori di san Pietro avviluppano con
tanto prepotente vigore, quando uomo v'incappa, che nè impeto d'ira o
profondità di consiglio valgono a romperlo: — lo tolsero in mezzo, lo
salutarono imperatore con tanta luce di ceri ardenti, con tanto fumo
d'incenso, con tanto fragore di voci lo confusero che egli, stordito,
immemore di sè, per poco stette che non cadesse svenuto sul pavimento:
egli sentiva suo malgrado strascinarsi; soffriva le angosce dell'uomo
vicino ad annegare, che vede approssimare la morte e non può aiutarsi.

O signore e signori qui convenuti per farmi il piacere di sentire
questa storia che non oso chiamare bella, perchè spesso fa pianger
me che la racconto, o ridere di un riso tristo il quale mi ha guasto
il cuore e la bocca, io non so se v'abbia detto; e se nol dissi, ve
lo dico adesso; la cattedra del pontefice e il trono imperiale, per
velluti cremesini, per frangio d'oro, per pulvinari, per baldacchini
mirabilissimi essere stati eretti alla destra dell'altare _in cornu
epistolæ._ Ora avvenne, mentre queste cose succedevano, che un
personaggio di alto affare del seguito dell'imperatore si accostasse
a certa colonna sostenente l'arco della cappella. Dalla parte interna
rasentavano la colonna i balaustri che racchiudevano il recinto dove
si celebrava la funzione; dalla parte esterna, la colonna scendeva
alquanto verso il pavimento inferiore e si posava sopra la sua base.
Il personaggio, gli usi di corte non sapesse o non curasse, o qualche
forte pensiero gli tenesse occupato la mente, con le braccia sotto le
ascelle, una gamba sopramessa all'altra, toccava con l'omero sinistro
la colonna; — erano le sue membra per robustezza singolari, — quadre le
spalle, — il collo rigido e grosso, — sicchè a vederlo pareva l'Ercole
Farnese appoggiato alla sua clava. Gli anni di lui giungevano forse ai
sessanta; — vestiva abito positivo di velluto nero spartito a strisce
di seta celeste, con manto, calze e scarpe del medesimo colore: nella
sua gioventù la bellezza si era compiaciuta per certo di ornargli il
sembiante; — le cure, gli anni e le fatiche adesso glielo avevano reso
severo. Foltissima la capigliatura gli copriva la testa; delle tempie
però era calvo, e quivi la pelle compariva più pallida per via della
continua pressione dell'elmo. — I suoi capelli non rassomigliavano
all'argento per la bianchezza soltanto, sibbene ancora per una certa
consistenza metallica di cui sembravano dotati: e le masse della barba
eziandio giù per le mascelle e pel mento gli scendevano come scolpite.
I venti delle tempeste, il sole ardente e le pioggie avevano percosso
quel volto; nè avendolo potuto vincere, gli erano ormai diventate
amiche: teneva il labbro inferiore non poco sporgente in fuori, atto
che suole imprimere l'abitudine dell'impero. — Adesso cotesto suo volto
accennava il conato della spirito il quale tenta chiamare una memoria
smarrita o si sforza di rompere il velo del tempo per leggere nei
futuri destini. Aveva in somma l'espressione del poeta che invoca dalla
sua musa un concetto che varrà poi a scuotere le anime di maraviglia o
di terrore o, se vuoi meglio, l'espressione del guerriero che dall'alto
della montagna dardeggia lo sguardo sulla pianura per afferrare il
momento della vittoria. I suoi occhi stavano fissi nei troni imperiale
e pontificio, — e il raggio sfolgorato dagli ori e dalle gemme si
riverberava per modo nelle sue pupille profonde che un fuoco interno,
ardente in mezzo al cervello, pareva che le accendesse.

All'improvviso una voce gli percuote le orecchie:

«Ardisci! — Muovi un passo ed occupa quei seggi vuoti.»

A lui parve il suo genio avergli bisbigliato coteste parole; — e come
se fosse stato il concetto di cui andava in traccia, senza mutare
attitudine, si rimase a considerare se ciò potesse riuscirli e il come
e il quando. Poichè si fu trattenuto alquanto in cosiffatta disamina,
la voce stessa più forte mormorò:

«Ardisci! — Occupa i seggi vuoti: — un passo e basta.»

Si scosse all'avvertimento, — si guardò attorno lento e feroce a guisa
di leone, non vide nessuno; — uno sgomento ineffabile lo travagliava
quando, volgendo la testa dalla parte opposta della colonna, vide di
contro a sè nella medesima posa atteggiato un uomo da lui singolarmente
riverito e avuto in pregio.

«Siete voi, messere Alamanni?»

«Messere Doria, son io...»

«Ditemi, Luigi, come vanno le cose della patria?»

«Il mal la preme e la spaventa il peggio...»

«Ostinati che siete! ma e perchè non accordaste con Cesare quando ve lo
consigliai a Barcellona? Perchè non aderiste ai miei conforti a Genova?
— Avreste allora conservata, parte della libertà, la quale adesso
avrete a piangere interamente perduta...»

«Prima, perchè, se le cose vanno male, non sono mica disperate per
questo; — nè abbiamo deposto tutta speranza di vincere. Un'altra volta
un imperatore vide le mura di Fiorenza; le vide, ma non l'espugnò...»

«Oh! allora non adoperavano come ora le artiglierie, che a tempo fisso
disfanno le più solide torri, ed ogni più arduo impedimento rendono
piano agli arditi assalitori...»

«Sì; ma ora, come allora, dietro le mura diroccate stanno altri muri —
più gagliardi, — i petti dei cittadini...»

«Dio vi protegga, messere Luigi; così vi conceda le sorti favorevoli
com'io ve le temo contrarie.»

«Ad ogni modo, i padri hanno creduto migliore partito essere tirannide
intera che non mezza servitù: imperciocchè a questa a mano a mano
si adattino le anime degli uomini; ed essendo della nostra natura
abituarci a tutto quanto non riesce insopportabile, la mezza libertà
converte in libertà intera, la vera libertà in desiderio, poi in
languida speranza, finalmente, ogni vigore spento, la patria si
addormenta al suono delle catene; nella tirannide per lo contrario
intera v'ha fremito implacabile, guerra a morte tra l'oppressore e
l'oppresso, — tra il tiranno e lo schiavo patto unico la morte; il
tradimento, virtù; studio, la strage; il popolo incatenato può con le
lacrime dell'ira, con i ruggiti della rabbia consumare le catene, —
comunque di ferro; — il popolo assennato non romperà i suoi ceppi mai,
— comunque di seta si fossero...»

«La tirannide, Luigi, può far piangere ai popoli un tal pianto che gli
anni non valgano ad asciugarlo; può di tal piaga ferirli che gli anni
si consumino invano a sanarla. La tirannide semina il deserto e la
morte. Sentiste voi mai muovere rumore nei campi santi?»

«Sì, io ho udito fremere l'ossa negli avelli; — e i Greci a Maratona...»

«Voi siete poeta, voi; io poi, educato nella esperienza delle armi
e dei governi, conosco a prova gli stati non reggersi con siffatti
entusiasmi; — alle armi conviene opporre le armi; le parole, quando
inferociscono i soldati, buone; senza i soldati, siccome sempre
infelici, le più volte ancora contennende. Io quando dal ponte della
mia galera, il guardo teso sul mare, scorgo da lontano le vele nemiche,
già non conforto i miei compagni rammentando la virtù latina, le glorie
liguri: e' non m'intenderebbero; addito loro le galere e dico: — Prodi
uomini, voi lo vedete, il nemico ci stringe; il vento ha in filo di
rota, e a noi riesce impossibile la fuga; nè voi d'altronde avete
fuggito fin qui. L'armata avversa supera di un terzo la nostra, ma la
nostra è munita senza pari, governata da voi, capitanata da me Andrea
Doria soprannominato Buona fortuna. Su via, apparecchiate le armi: —
vincendo, nostre diventeranno le ricche spoglie, nostri i riscatti dei
prigioni, la gloria nostra; perdendo, diventeremo poveri e infami per
aggiunta. — Ella è più agevole cosa rizzarsi in piedi all'uomo che se
ne sta a sedere che non all'altro il quale giace lungo e disteso sulla
terra. Male fece la vostra città ad avventurare così grossa posta; io
per me penso che ne vada della morte o della vita...»

«Ormai, messere Andrea, cosa fatta capo ha, come disse Mosca Lamberti:
e voi in ogni modo potreste provvedere...»

«E come, Luigi, come?»

«Francia è vuota di sangue e di danari. L'imperatore stringono la
Riforma e il Turco. Il papa si assomiglia agli antichi cadaveri
conservati nei sotterranei, i quali si sciolgono in polvere tostochè
gli abbia tocchi la luce. — Italia! Italia! La regina dei popoli, — la
donna coronata un giorno di torri, ora di spine... deh! non vi dolga
che anco una volta io dica: — Ardisci... ti stanno presso i due seggi
vuoti; — un passo e basta.»

«E' pare, un passo, — ma egli è un abisso: — io ho molto bene
considerata la bisogna ed ho meco stesso disaminato se le mie gambe
fossero potenti a sì gran salto; non venne anche il tempo. Adesso vi
perirei, e meco perirebbero le speranze. Per un passo mosso invano
davanti, conviene darne cento all'indietro...»

«Se voi soccombete, nessun nome potrà pareggiarvi nella fama; se
vincete, la terra non contiene creatura da paragonarsi con voi.»

«A me non garbano queste virtù di sacrifizio, nè gli anni miei mi
persuadono mettermi allo sbaraglio dentro fortune dubbiose e difficili;
mia divisa è il trionfo. Altri si contenti uscire dal mondo bello
di fama e di sciagura; — io voglio vincere. Nè mi consolerebbe nella
caduta dovessi pure, precipitando, imporre il mio nome ad un mare.»

«A voi, come ad Icaro, non giungono nuove le vie del firmamento: — i
venti vi hanno trasportato mille volte il nome di Andrea Doria»

«Quindi io di tanto più temo la fortuna avversa quanto fin qui mi si
mostrava favorevole. La fortuna, siccome donna, ama i giovani, dice
Gianiacopo Trivulzio, e dice bene: ed io son vecchio, Luigi. La tarda
età forse può disegnare gli alti concetti, ma il tempo e il vigore le
mancano per condurli a fine...»

«Cominciate, Andrea; — non è poi così povera questa nostra patria di
anime generose da rimanere spassionate ai nobili esempi.»

«Non oso; repugno dal mettere in avventura l'ultima spanna di terra
dove la speranza può gettare la sua àncora: non mi parrà serva affatto
l'Italia, finchè io lasci Genova come una porta aperta alla libertà.
Finchè gli italiani uomini potranno trovare in Italia una spanna di
terra dove tendere l'arco, aggiustarvi il dardo e tôrre la mira al
cuore della tirannide, ogni momento della sua vita potrebbe essere
l'ultimo...»

«Messere Andrea, i poeti hanno nell'anima gran parte di Dio...»

«Lo dicono.»

«Prova ne sia che io adesso leggo i pensieri più riposti del vostro
cuore, nè la carne che lo fascia m'impedisce più di quello che fosse
acqua limpidissima di una fonte o di un lago.»

«E che cosa vi leggete voi?»

«Vi leggo, e apertamente vo' dirlo, che a voi piace parere più
ch'essere grande; che il misero pensiero di ampliare la famiglia di
potestà e scemarla di fama s'insinua tra i concepimenti magnanimi di
cittadino e gl'impedisce di spandersi. La patria, piuttosto che amare,
non odiate; la desiderate grande, ma perchè Giannettino e gli altri
vostri nepoti della sua grandezza partecipino; non ardite avventurare
il bene acquistato perchè ve lo siete fatto vostro...»

«Per Dio! se non fossimo qui dinanzi gli altari...»

«Mi uccidereste, — e non per questo avreste ragione...»

«Luigi, io non voglio sdegnarmi con voi. — Le vostre parole non mi
recano oltraggio; — al vostro cervello perdona il vostro cuore; — mi
conoscerete quando il tempo avrà umiliata o spenta la fronte che adesso
si corona.»

«Pessimo è, a parere mio, quel consiglio che conta con la morte altrui,
non con la vita propria. Questo desiderio di morte è come palla che gli
uomini si rimandano dall'uno all'altro tra loro: — chi le darà l'ultimo
colpo? No, lasciatemi, io vo' dire tutta ed intera la verità...»

«Va' via, importuno; i popoli mi hanno innalzato una statua, come a
liberatore della patria...[88]»

«Quei popoli stessi la ridurranno in mortai per pestarvi il sale;
forse un giorno il popolo la getterà a terra, e la tirannide, che ti
conoscerà anche traverso la caligine dei secoli, la riporrà sulla base,
come simulacro consacrato a remoto congiunto. Tu hai desiderato la
statua piuttostochè desiderato meritarla. Attila ordinò si gettasse
sul fuoco un poema, e per poco stette non vi facesse gettare il
poeta Marullo perchè lo aveva eguagliato ai numi immortali. Tu bevi
l'adulazione a grandi sorsi, come tazze di vino; e, come il vino, ti
ha tolto il senno. Un cittadino che amasse la patria libera davvero,
non avrebbe consentito che i suoi concittadini si deturpassero ad atti
convenienti soltanto fra schiavi e re...»

«Alamanni!»

«Silenzio! Tu hai cessato la tua grandezza, e la tua voce non ha
più potenza di ricercarmi il cuore. Addio: — l'estreme parole furono
favellate tra noi; — la medesima plaga del cielo non cuoprirà più le
teste dell'Alamanni e del Doria. L'ultima stella è caduta. — Io gemerò,
finchè abbia vita, sulla perduta tua fama. Dopo Camillo romano, a
nessuno fu dato essere più grande di te. Vorrei lasciarti e non posso.
— Ah! Doria, salva la patria. — Addio: — io ti getto, in pegno di
un'amicizia che spira, la scelta di farti il più grande o il più infame
degl'Italiani. Abbatti la statua e sii contento che la tua memoria viva
nella nostra anima; rendi alla patria le navi con le quali la salvasti
e con le quali, volendo, potresti nuovamente ridurla schiava[89]; —
o se pur vuoi continuare a governarla, dirigine il corso contro ai
barbari: — barbari io chiamo tutti gli stranieri in Italia. — Le Alpi
passate e il mare, tornerò ad appellarli cristiani... fino allora,
barbari e cani.»

«E la fede giurata all'imperatore?»

«La devi prima di tutto al tuo paese. — E al Cristianissimo non
l'avevi per avventura giurata? E non per questo ti trattenevi
dall'abbandonarlo. — Se il re Francesco scambiavi con Carlo, ti
guadagnasti il nome di traditore... se l'uno e l'altra per la patria
tu lasci, o felice o infelice, gli uomini altari t'innalzeranno e
preghiere...»

E fu fatto silenzio.

«Luigi!» dopo un breve spazio di tempo esclamò il Doria, ma non
ottenne risposta, «Luigi! Luigi!» replicò frettoloso, come se forte gli
premesse di comunicargli un arcano.

Luigi si era pianamente di colà rimosso, lasciandogli la tremenda
alternativa di essere grande od infame.

Andrea Doria fu egli grande od infame? Io non posso giudicarlo. Dirò
soltanto che la profezia dell'Alamanni si avverava. Il popolo rovesciò
la sua statua, il tiranno sopra l'antica base la restituiva[90]. Nè si
conobbe l'Alamanni, in questo solo, profeta[91].

«Viva Carlo V imperatore dei Romani, signor del mondo! Viva Augusto!
Viva Cesare!»

Queste grida discordi ed assordanti tolsero il Doria della sua
distrazione: — guardò di nuovo gli scanni pontificio e imperiale,
e vide Carlo e Clemente starvi nell'orgoglio della potenza loro
intronizzati.

L'ufficio della messa continuando, cantano preghiere, con le quali
invece di supplicare Iddio e i suoi santi per tutte le creature, gli
supplicano per un uomo solo, per Carlo di Gand. Agli angioli, ai troni,
agli arcangioli, alle potenze, ai cherubini, alle vergini, ai martiri
ed alla rimanente corte celeste non si dice più: _Orate pro nobis_;
sibbene: _Vos adiuvate illum._ E' sarebbe stata cosa gioconda vedere
come in quel punto, Dio esclusivamente occupato per Carlo, il mondo si
governasse senza di lui. E se, come sembra, il nostro globo continuò
a vivere in pace con gli altri, il sole non rimase di scaldare, la
terra di produrre, il mare di volgere l'eterne sue onde... uno scrupolo
comincia a penetrarmi nello spirito, che mi farò chiarire dal reverendo
mio padre confessore... un sant'uomo in verità. Ma no; tolga Dio, che
per insania altrui la nostra mente vacilli: Carlo V nell'ardua superbia
della sua vanità non richiamò a sè maggiore cura dell'Eterno, nè minore
di quella che se avesse appartenuto alla famiglia delle scolopendre.

Recitato l'Evangelo, cantato il Simbolo Niceno della fede cristiana,
pervennero all'offertorio. L'imperatore le vesti imperiali depositando,
rimasto con la tonacella dalmatica, si accostò all'altare e depositò
la sua offerta ai piedi del pontefice: — trenta monete d'oro del valore
di scudi dieci l'una; — trecento ducati! Veramente questa donazione non
giunse alla dovizia di quelle di Costantino e di Carlomagno! — Il papa
la guardò sorridendo. I ricchi prelati della corte romana torsero la
bocca in segno di disprezzo; — a Carlo, avarissimo siccome rapacissimo,
sembrò avere dato anche troppo. I suoi cortegiani, per onestare la
miseria dell'atto, inventarono avere egli il costume di offrire ogni
anno tante monete di dieci ducati l'una, quanti si fossero gli anni
della sua vita, ed in quel giorno appunto annoverarne trenta.

All'Agnus Dei, e' fu mestieri che egli si accostasse al pontefice e di
nuovo lo baciasse sopra la destra guancia e sul petto. Almeno Giuda,
— con tutto che Giuda, — baciò una volta sola e poi si appiccò per
disperazione; — ora anche la sua fama si oscura.

  [Illustrazione: — Ardisci... ti stanno presso i due seggi
   vuoti; — un passo e basta.» _Cap. IV, pag. 105._]

Carlo e Clemente adesso genuflessi aspettano il sacramento della
Eucaristia. Il cardinal Cibo (quel desso a cui Filippo Strozzi fece il
legato del suo sangue perchè se ne saziasse[92]), sollevando la patena,
mostra al popolo il santo corpo di Cristo: — il cardinal De Cesi,
presolo dalle mani di lui, lo porta al pontefice, e questi si ciba
in copia del pane sacramentato; l'anima e più le viscere conforta col
vino generoso che il sangue gli rappresenta del suo Redentore, il quale
nessuna vita sacrificò, tranne la sua. Tra pochi mesi il vicario di
questo Dio, egli medesimo Clemente, comanderà che ogni giorno il pane
si estremi e l'acqua a frate Benedetto da Foiano, e a lui agonizzante
contenderà la breve particola del mistico pane, per paura che valga
anche di un minuto a prolungargli la vita[93]. Oh! come è degno tempio
della Divinità il seno di cosiffatto papa.

E poi si accinse a comunicare l'imperatore; — il conte di Nassau e il
sire di Croy, tenendo i lembi di un pannolino magnificamente ricamato,
lo stendono davanti il suo volto. Il pontefice sorge e aspetta che
gli porgano l'ostia. Carlo solleva inquieto gli sguardi e accenna al
vescovo di Caria del regno di Leone; — questi pure gli rispose col
guardo, ed egli allora apre la bocca per cibare il corpo di Cristo. —
Qual cosa mai significava quel cenno? Significava che Cesare stesse
sicuro; avere il vescovo, suo fidato, assistito alla composizione
dell'ostia per conoscere che nessuna altra materia vi si mescolasse
dalla farina in fuori; imperciocchè Carlo sapesse Roberto re di
Sicilia essere stato avvelenato nell'ostia, e di pari morte rimasto
spento l'imperatore Enrico VII per le mani del reverendo Bernardo da
Montepulciano, frate di san Domenico Guzman, di cui Dio riposi le ossa
secondo i suoi meriti!

Nè altro adesso mi occorre descrivere di questa messa, tranne la
fine. Carlo, dai suoi cerimonieri ammaestrato doversi in simili
bisogne mostrare, anche non avendola, larghezza, combattuto da un lato
dall'orgoglio spagnuolo, dall'altro dalla miseria tedesca, pensò un
bel tratto, e fu di versare a piene mani titoli e onori tra i suoi
famigliari: — piovvero ad un tratto baroni, conti, marchesi e duchi,
che tante forse non furono le cavallette mandate da Moisè a disertare
l'Egitto. — Oh! la bella cosa sarebbe, se anche noi potessimo pagare
a titoli coloro i quali ci rendono servigio: io per me non dubiterei
di conferire una croce di santo Stefano papa e martire il mese, per
salario al mio servo: — potrei dargli di meno?

Il papa però non volle rimanere vinto, e in quel punto s'istituiva tra
loro una gara di beneficenze; — sicchè, quando asceso sui gradini più
sublimi dell'altare si volse al popolo e lo benedisse, aggiunse le
parole: «Concediamo a tutti intiera remissione di tutti i peccati e
indulgenza plenaria per quattrocento anni!!!»

Se i popoli rimanessero tolti fuori di sè per l'allegrezza, non è
da raccontarsi; ed io, che dopo tanta distanza di tempo m'immagino
quanto gaudio nei cuori loro dovesse scendere dall'aspetto imperiale
e dalla indulgenza di quattrocento anni, non posso trattenere
dolcissime lacrime di tenerezza. Potessi almeno rendere partecipi i
miei nobili lettori, in benemerenza dell'avermi seguitato fin qui, dei
tesori inestimabili profusi dal sommo pontefice e dallo imperatore
augustissimo a chi sa quanti paltonieri e plebei! Perle veramente
sciupate contro il testo espresso dello Evangelo!

Fuori del tempio il popolo urlava, insaniva, fremeva a guisa di
baccante scapigliata; perchè nessuna scintilla d'intelletto gli
balenasse su l'anima, qui è pane, qui copia di vino, camangiari e
giullari. Sopra una colonna di marmo stava l'aquila imperiale. «Che
per più divorar due becchi porta», come un giorno cantò l'Alamanni;
la quale da uno de' suoi becchi versava vino rosso, dall'altro
vino bianco, e giù intorno alla base della colonna vedevi prostesi
uomini deturpati da oscena ubbriachezza. Sicchè l'Alamanni a cotesto
spettacolo ebbe a dire: — Ecco l'aquila imperiale rende oggi a
spiluzzico alla gente italica il sangue che loro bevve a lunghi sorsi
in tanti anni e le lacrime che le fece in copia versare; ma gliele
rende stemperate nel veleno della stupidità[94]. —

Ahi! popolo, io che ho viscere di umanità e sono parte di te, conosco
le tue miserie e le compiango. Bevi, procurati un sonno uguale alla
morte; le tue gioie consistono nel non sentire i tuoi dolori. Ora
tu sei condotto in piazza, come l'orso ammansito, per sollazzare
i tuoi sovrani padroni. Dalle finestre, dai terrazzi egli ordina
ti sieno gittati pani e vivande. — Potessi cibarti per un anno e
approvvigionarti lo stomaco, come la cittadella che teme l'assedio,
saresti meno infelice; ma domani l'insolito cibo ti recherà molestia,
forse anche la morte. — Feste, forni e forche; ecco la somma dei
paterni argomenti con i quali ti governano i tuoi signori. Domani
tornerai a logorarti nelle consuete officine, a bagnare di sudore i
solchi dei campi; quivi travágliati da mattina a sera, e l'opera delle
tue mani, il sudore della tua fronte devotamente consegna ai re e ai
sacerdoti tuoi. Questi ti lasceranno la vita, ti lasceranno un pane,
il cielo che ti cuopre e il sole che ti scalda... o che non basta?
Indiscreto! Via, ti lasceranno tanto spazio di terra da riporvi dentro
le tue ossa, perchè non le rodano i cani, ed anco perchè morto tu
col fetore non gli offenda dopo che vivo tanta recasti loro gravezza
e molestia. Bada, non ti esca di mente che ora ingombri la piazza
meno per solazzarti che per divertire i tuoi principi. Rallégrati,
ma bada di non ispaventarli; però che, vedi, nella tua esultanza empi
talora l'aere con tale un grido di frenesia che agghiaccia il cuore al
tiranno, ond'egli battendosi la fronte accorre tutto pallido al balcone
per vedere se tu balli o se meni strage delle sue lance spezzate.
Anche le menadi con in pugno le fiaccole accese, trascorrendo pei
boschi sacri, mettevano spavento; però furono distrutte, i misteri
loro aboliti. Non obliare uomini armati, delatori ed armi recingere i
luoghi dove i tuoi principi ti chiamano a festa; nella medesima guisa
che la fama racconta, ai capi delle mense dei re di Babilonia stessero
sagittarii con archi tesi a trafiggere chiunque osasse di levare la
faccia. Infatti Antonio da Leva, di tutt'arme vestito, siede in luogo
sublime per farti al bisogno fulminare da venti bombarde e da ottomila
archibusieri pronti ad un moto della sua mano. Ahi! popolo, quel tuo
riso in verità mi angustia il cuore; e' mi ha l'aria dello sghignazzare
convulso dell'uomo il quale, posata la testa sul ceppo, aspetta la
mannaia che cada.

In ristoro di ciò il re dell'armi chiamato Borgogna getta pugni di
monete con l'effigie dell'imperatore da un lato e le colonne col motto
_plus ultra dall'altro._ — Prendi cotesta moneta; — domani, o popolo,
quando il tuo padrone te ne chiederà due, tu potrai in questa maniera,
per un giorno almeno, allenire il tuo danno[95].

Intanto Carlo, si affretta con presti passi alle porte del tempio; la
mal'aria ch'esce dai sacerdoti gli aveva cacciata addosso la quartana
della superstizione; sperava dissiperebbe il cielo aperto quel fascino:
il papa temeva ed aborriva; gli avrebbe in cuor suo fatto mozzare la
testa e non osava sostenerne lo sguardo; le prime idee di venerazione
al capo della Chiesa, al padre dei fedeli, al vicario di Cristo gli
ritornavano alla mente angustiandolo: così gli sorgevano nell'anima
altissimi concetti, i quali poi, non sapendo egli svilupparsi dalla
caligine dell'antica ignoranza, gl'impedirono di riuscire, come
altramente sarebbe stato l'uomo più grande del suo secolo.

Il subdolo sacerdote presentì le ire di quello spirito orgoglioso
e gli aveva posto opportuna avvertenza. Finchè ambedue stavano agli
altari, poteva dubitarsi l'imperatore avesse reso omaggio al vicario di
Cristo, non già a Clemente dei Medici. Fuori degli altari gli ossequii
sarebbero stati, più che al vicario di Cristo, resi a Clemente. Però
ell'era cosa disagevole ottenerli; si provvide all'inganno. Varcate di
pochi passi le porte del tempio di San Petronio, uno scudiere armato
raffrena per le redini un bianco cavallo, inquieto, ardente, dovizioso
di gualdrappa, di frontale e di ogni altro arnese consueto; cotesta
non pareva cavalcatura del pontefice, solito a procedere in lettiga,
o montato sopra mula o palafreni. Carlo, di aria impaziente e di
luce, desideroso di rinfrescarsi il sangue nel bello aspetto del cielo
sereno, perocchè un cielo sereno d'Italia in qualunque stagione sia di
per sè stesso una festa e infonda tale conforto nel cuore che indarno
speri da gioie artificiali. Carlo stese pronte le mani per acconciare
alquanto, siccome avviene ai cavalieri, la gualdrappa e le staffe, — e
quindi balzare in arcione.

Ma lo fermava pel braccio il pontefice e in suono di umiltà gli diceva:

«Non farlo, figliuolo mio e imperatore invitto; mi basta la umanità che
fin qui mi hai dimostrato...»

Carlo lo guardava attonito: — all'improvviso non comprendeva; — poi
si accorse essere cotesto il cavallo del pontefice, ed egli avere per
errore umiliata la dignità imperiale fino a fare mostra di volergli
tenere la staffa; vinto da ineffabile angoscia, aperse le labbra
tremanti e favellò:

«Veramente alla persona vostra...»

«La nostra persona», interruppe il pontefice, «di per sè stessa è
nulla, ma poichè ella rappresenta il Creatore di tutte cose, forza ella
è che le creature ci si curvino dinanzi...» E con giovanile leggerezza
salito sul destriero salutava della mano lo imperatore e da lui con lo
immenso suo seguito si dipartiva.

I partigiani di Roma, i quali videro da lontano quell'atto, esultarono,
immaginando rinnovarsi i bei tempi di papa Gregorio e di papa
Innocenzo. Tanto vero è che spesse volte l'odio e l'amore, più che
d'altro, dipendono dal modo di guardare da lontano o da presso.

Carlo punge il suo nobile corsiero; la corona imperiale sì lo
molesta che talora gli prorompono le lagrime dagli occhi. Una
mano di Bolognesi, Angelo Ranunzio, Giulio Cesarino, il marchese
dell'Anguillara, il Rangone, il Cibo ed altri infiniti portano bandiera
e gonfaloni con le chiavi, con l'aquila, rossi, bianchi, gialli e
neri, e gli sventolano al cospetto dell'imperatore. Alla fantasia
accesa di Carlo sembravano un turbine di spettri de' suoi antenati
che gli s'avvolgesse intorno alla testa, e l'onta fatta alla memoria
loro lamentasse, la viltà sua gli garrisse. Il trambusto delle voci e
dei gridi, il frastuono degli istrumenti ed il suo nome ricorrente tra
mezzo, urlato in tutti i suoni, lo atterrivano, come se l'inferno si
fosse scatenato per dirgli vituperio.

Allora aborrì i campi aperti, il sole, la gloria terrena, e sospirò un
asilo tranquillo, comunque ignorato, — allora desiderò la cocolla di
frate scambiare col suo manto imperiale, e vide di passo in passo farsi
più vicino alla sua imperiale magione, coll'anelito del marinaro il
quale dopo un viaggio pieno di tempeste e di pericoli saluta la riva; —
vi pose appena il piede, che, senza aspettare la solita accompagnatura,
ogni qualunque cerimonia mettendo da parte, salì veloce e, licenziati
gli altri, si chiuse nella sala privata insieme coll'astrologo Agrippa.
Qui, libero da ogni sguardo molesto, spogliò le vesti imperiali e le
sacerdotali di cui lo avevano avviluppato, e tempestando le gittò in
questo e in quel lato, e...

«Al corpo di Dio!» diceva in suono di lamento, «come la camicia di
Nesso, costoro hanno stillato il sangue nelle mie vene.»

Quindi le mani cacciando alla corona, se la tolse impetuosamente e la
scaraventò[96] di contro alla parete; molti capelli essendosi attorti
per le punte e pel cerchio, egli se gli strappò con acuto dolore, e
prorompendo in un urlo disperato, ambe le mani portò di nuovo alla
testa, esclamando:

«Ah! mi ha portato via il cranio e il cervello. — Agrippa, vieni qua,
guarda diligentemente; — per certo avvelenarono la corona...»

Agrippa guardò, e vide che la corona gravissima gli aveva intorno
alla fronte inciso un solco profondo in mezzo, di color di piombo,
digradante ai lati in vermiglio acceso.

«Stia pur lieta la Maestà Vostra; io l'assicuro che non è veleno...»

«Per santo Iacopo di Gallizia!» esclama l'imperatore sentendo forte
bussare alle porte, «chi è che osa sturbarmi?»

«Maestà!» con tal una voce che, più che ad altro, si assomigliava per
la paura al belare della pecora, rispose il sire di Croy, novellamente
promosso al grado di conte; «il banchetto è apprestato; — non manca che
la Sacra Maestà vostra per dare acqua alle mani...»

«Aspettino! io non ho fame.» E poi di nuovo volgendosi all'Agrippa
continuava: «O dunque che cosa è ella?»

«Il sangue acceso, — l'anima esaltata dall'insolito giubilo.»

«Giubilo! Hai tu mai incontrato uomo di plebe più avvilito di me?
Hai tu veduto quali modi ostenti meco — imperatore e re — cotesta
schiatta di mercanti? Avevano tra noi convenuto ch'io facessi l'atto
del prostrarmi, ed egli mi avrebbe rilevato a mezzo... invece egli
finse dimenticarmi ai suoi piedi... ha bevuto un lungo sorso di gioia
del suo trionfo e della mia stupidità. — Ora tutta l'acqua dell'oceano
non varrà a lavarmi dalla fronte macchia siffatta. — Dammi l'elmetto,
Agrippa: — cuopri la mia vergogna sotto il ferro del guerriero: — mi
abbisogna vincere almeno dieci battaglie per diventare soffribile a
me stesso; — io, vedi, mi disprezzo; e dispero ormai questo mio capo
possa contenere il disegno di dominare sul mondo, dacchè ha toccato i
piedi d'un uomo. — E tu, Agrippa, mi hai dunque deluso quando traevi
l'oroscopo? Così si avverano i tuoi presagi? Se' tu l'ingannatore, — o
la tua scienza è bugiarda?...»

«Non proseguite, Sacra Corona, o le stelle si vestiranno a lutto
per l'angoscia dei vostri rimbrotti. Se volete dominare sul mondo,
cominciate a dominare sopra voi stesso, nè consentite che l'ira vi
tragga a maledire la scienza del re Salomone, la scienza divina. — A
dovere era tratto l'oroscopo; — i cieli non mentiscono; — la vostra
carriera luminosa è tutta descritta lassù nel cospetto eterno: — noi
per avventura male lo applicammo, e questo punto, che noi reputavamo
rappresentato dalla congiunzione della vostra stella con Giove, forse
era compreso dal breve scontro col tardo pianeta di Saturno. E poi voi
stesso non contemplaste la vostra stella?»

«Sì, certo: — io la vidi... ma adesso, più dei miei conquisti futuri,
più assai dei miei trionfi passati, forte mi stringe un desiderio
intenso... un'agonia...»

«Di che cosa, Maestà? Non istanno nelle vostre mani il bene e il
male? Non fate voi la pioggia ed il sereno? Ad ogni vostro pensiero
non potete aggiungere il fulmine della vostra potenza per volerlo
eseguito?»

«Potente come sono, in questo non posso nulla, perchè io sono
d'impedimento a me stesso. — Se quando tenni questo papa prigione,
lo avessi fatto rinchiudere in una gabbia ed esporre in ludibrio ai
popoli!... ma ora io l'ho innalzato, alla faccia del mondo, ho sancito
la sua autorità... gli posi in mano le verghe per flagellarmi.»

«Io conosco il mezzo alla vendetta.»

«Ah! io ti darei un ducato», riprese Cesare, e per poco non gli gettava
le braccia al collo; «in qual parte di cielo lo leggevi? Spiegalo... io
ti ascolterò senza curare di fame, nè di sonno.»

«Non l'ho letto nel cielo: — sibbene nello inferno.»

«Nell'inferno, Agrippa?»

«Non vi atterrite, Maestà; — voi sapete che dalle arti diaboliche, come
ogni altro cristiano, meritamente io rifugga; voleva dire nel cuore
dell'uomo. — Sapete voi che Clemente prima di esser papa fu Giulio
figliuolo bastardo di Giuliano dei Medici trucidato nella congiura dei
Pazzi?»

«Pur troppo lo so...»

«Sapete voi come Lione X su i primi mesi del suo pontificato lo
eleggesse cardinale?»

«Anche questo sapevamo.»

«Ma voi non saprete i canoni della Chiesa sotto pena di nullità
impedire che i figli nati da illegittimo connubio sieno promossi
alla dignità dell'episcopato; — voi non saprete come per ovviare a
siffatto impedimento s'inducessero falsi testimoni, i quali, la grazia
umana alla verità preponendo, deposero la madre della quale era stato
generato costui innanzichè ammettesse agli abbracciamenti suoi il padre
Giuliano, averne avuto la fede segreta di diventarle marito[97].»

«Va oltre...»

«E non saprete neppure come al pontificato ascendesse con manifesta
simonia, però che suoni universale la fama ch'ei lo comperasse mediante
una cedola segretissimamente firmata di sua mano, con la quale si
obbligava di conferire al cardinale Colonna la vice-cancelleria e il
sontuoso palazzo fabbricato dal cardinale di San Giorgio...[98]»

«Dunque?»

«Ed alla Maestà Vostra importa ancora moltissimo comporre le differenze
dei luterani, le quali come offendono il papato, così un giorno
potrebbero offendere anche voi. — Io penso che non vogliate andare
tanto pel sottile intorno alle tesi di fra Martino: — la bisogna sta di
porre un calcio in gola a Giovanfederigo duca di Sassonia, al langravio
Filippo e a papa Clemente; — tutto ciò conseguirete in un punto.»

«E in qual modo? Spácciati: — come san Lorenzo mi pare di starmi sopra
le brace...»

«Convocando un concilio ecumenico. — Quivi sarà deposto Clemente
come bastardo e simoniaco, esoso all'universale; quivi perderanno la
riputazione Giovanfrancesco e Filippo, alcune pretensioni concedendo,
alcuni pretendenti guadagnando, poco dando ed a pochi, a tutti
moltissimo promettendo; insomma adoperandovi le arti di regno, che io
so per avere sentito dire, e voi per pratica diuturna molto meglio di
me sapete[99]. Che ve ne sembra, Sacra Corona?» Carlo non lo ascoltava
più; — accostandosi alla porta, chiamò Adriano di Croy e gli disse:

«Sire conte, — mandate ad annunziare la presenza della nostra augusta
persona; — voi accompagnateci con le debite cerimonie al convito.»

«Sacra Maestà! Sacra Maestà!» — correndogli dietro gridava Cornelio
Agrippa.

«A che chiamate, cavaliere?»

«E il ducato?»

«Oh! un ducato non si ha mica per le mani come un consiglio. — Abbiamo
promesso conferirvelo, e lo avrete: — però noi non ci siamo prescritto
spazio fisso di tempo... sperate... lo avrete... sarete consolato.»

Cesare incamminandosi al banchetto, queste diverse parole si facevano
a mano a mano più languide e meno distinte, come la gratitudine dei re
all'avvenante che si dilunga dal benefizio.



CAPITOLO QUINTO

PAPA CLEMENTE VII

                            E' vi fu un tratto una donna lombarda
                              Che credeva che il papa non foss'uomo,
                              Ma un drago, una montagna, una bombarda.
                            E vedendolo andare a vespro in duomo,
                              Si fece croce per la meraviglia:
                              Questo scrive uno storico da Como.

                                BERNI, _Capitolo in lode del Debito_.

                            E che il gran vecchio onde ti appelli erede,
                              Tiranneggiando in noi del ciel l'impero,
                              Vergogna il prenda, ove talor ti vede.

                      ALAMANNI, _Satira II, parlando di Clemente VII_.


Clemente papa ora se ne sta ridotto nella stanza più riposta del suo
palazzo: ella era di forma ottagona con bellissime colonne di ordine
ionico. Da quattro lati vi fanno capo altrettante porte di rare
modanature come sapeva condurre la eccellenza dell'arte così comune in
quei tempi; gli altri sodi appariscono ornati di quadri rappresentanti
martirii di santi, membra segate, capi fessi, brindelli laceri, che
infondono, piuttosto che riverenza, ribrezzo; — intorno all'architrave
superiore si innalza una parete che gli architetti chiamano tamburo, e
sul tamburo una cupola elegante a imitazione delle forme immaginate dal
divino Brunellesco.

Clemente posa in ampia sedia decorosa di velluto cremesino e per
bollettoni dorati: un pulvinare di velluto sottosta ai suoi piedi;
dinnanzi ha una tavola ricoperta di velluto; — sopra la tavola un
Cristo effigiato con tanta maestria che par che spiri; — e un messale
stupendo per gl'industri lavori di fermagli e cesellature co' quali
maestro Benvenuto l'ornò.

Il papa, deposta la pompa degli abiti pontificali, veste la cappa
rossa, la mozzetta, o sarrocchino di velluto soppannato di pelli
bianche come neve; — il capo ha coperto di un berretto che i preti
chiamano camauro, di velluto anch'esso e soppannato di pelle. Gli occhi
tiene fissi sopra il messale, ma come gli occhi già non vi teneva
fissa la mente. Quel messale ad ogni pagina aveva una cartapecora
miniata da artefice illustre, rappresentante il passo del Vangelo che
ricorreva quel giorno. La cartapecora in quel punto aperta davanti
al pontefice mostrava Gesù Cristo nell'orto di Getsemani sudante
sangue, rifinito da incomprensibile angoscia, supplicare al Padre che
rimuovesse dalle sue labbra il calice della passione; — se poi non si
potesse altrimenti, avrebbe fatto la sua volontà. Come un Dio offeso
sè a sè stesso sacrificasse per placarsi non si comprende: al nostro
intendimento umano sembra che il meglio senza tanti andirivieni saria
stato perdonare addirittura e risparmiare a sè il dolore, agli uomini
il delitto. Dove per lo contrario cotesto fatto deva spiegarsi nel
senso di un padre il quale per amore dei suoi figliuoli non aborre dai
martirii e dalla morte, allora la storia si volge al cuore piena di
tenerezza.

Ma la mente del papa era le mille miglia lontana da cotesta immagine
di sacrifizio: — egli fu ne' suoi tempi delle cose mondiali speculatore
arguto; nelle bisogne di stato, diligente ed assiduo; — nel deliberare
grave, nel deliberato costante: — più che d'altro si pasceva di
ambizione; la quale non potè mai, per impedimento di fortuna, saziare
a suo talento; e quando pure lo avesse potuto, non sarebbe per questo
rimasta in lui la libidine di desiderare il bene degli altri. — A
tante e siffatte qualità degne d'impero mancò animo pronto, audacia
e costanza nell'eseguire, — e mancò eziandio (ma questo non credo sia
qualità, non che necessaria, utile ai potenti della terra) misericordia
del prossimo: — ebbe viscere di granito.

La umiliazione di Carlo (sebbene contro la sua natura, la quale
consisteva nel simulare e nel dissimulare stupendamente, egli non
avesse potuto trattenere un sorriso di compiacenza nel vederselo così
prostrato dinnanzi) non gli piacque come trionfo, sibbene come mezzo
di aumentare la sua autorità: — pensava adesso a lenire la piaga
di quell'anima superba; del concilio pur troppo, quantunque di cosa
lontana, temeva; — più del concilio egli dubitava cesare non fosse
per rendergli contrario il lodo pel quale aveva compromesso in lui
insieme col duca d'Este intorno alla reversione del ducato di Ferrara
alla Sedia Apostolica; — a queste e a ben altre cose egli pensava, ed
attendeva a ristorare le maglie della rete di san Pietro, logore dagli
anni o dalla incredulità, con un filo di violenza ed un altro di frode.

Dietro la sedia stava in piedi un uomo immobile, cosicchè lo avresti
tolto per una apparizione dell'altro mondo; con la destra stringeva
un pomo della spalliera, la manca abbandonava lungo il fianco; — era
pallido, di capelli nerissimi, vestito di nero; — quella sua fronte
non compariva pacata, ma stanca dai lunghi combattimenti morali: — la
quiete di un gruppo di nuvole raccolte nel cielo durante una notte
di estate, quando non soffia un alito, e il demonio delle tempeste
incatenato non può cacciarsele vertiginose davanti ai danni della
terra.

«Giovanni!» senza mutare attitudine e neppure volgere la pupilla dal
punto dove stava fissa, cominciò il papa, «molto abbiamo fatto per
voi...»

«Beatissimo Padre...»

«Non c'interrompete; — siate con noi più orecchi e meno lingua che
potete: — molto abbiamo fatto per voi; e ciò vi rammentiamo soltanto
perchè possiamo fare cose molto maggiori. Cavalcherete al campo sotto
la nostra pa... sotto Fiorenza.»

Gli occhi del personaggio chiamato Giovanni coruscarono a guisa di
baleno dall'orbita profonda.

«Colà attenderete a notare diligentemente le cose che vedrete,
inviandocene debita relazione o sommario, dove la materia abbondi, per
un cavallaro a posta a Roma, o a Orvieto, o a Bologna, secondo che vi
terremo avvisato.»

Tranne quello dei labbri, il papa non fece altro moto fin qui: — ora
della mano chiusa sopra la tavola stendeva il dito pollice quasi per
annovare le diverse commissioni che conferiva a cotesto suo fidato.

«Osservate sopra tutti Baccio Valori nostro commessario al campo: egli
ama sè prima; con immensa distanza dopo la libertà, poi i Medici: —
noi l'adoperiamo, giovandoci il credito e l'autorità di lui; egli si
pose ai nostri stipendii perchè non si affida nello stato presente
di Fiorenza, e non potendo guadagnare nulla col popolo, s'industria
avvantaggiarsi con cui intende dominarlo: — forse, chi sa? un giorno
renderà alla nostra stirpe il danaro che ci cava di sotto con la sua
testa per cambio della moneta, e non sarà troppo, ma basterà[100]. Per
ora temiamo non voglia navigare con ogni vento e tenere il piede in
due staffe... Spiatelo... se vedete ch'ei ponga più corde al suo arco,
avvertiteci in tempo, onde anche noi possiamo mettergliene al collo una
sola.»

E qui spiegato l'indice, continuava: «Vi raccomandiamo in seguito il
principe di Orange: se costui avesse ingegno quanta possiede mala fede
e valore, noi saremmo spacciati. Ma cotesta è stoffa di cui la trama
sente di ribaldo, l'ordito del pecorone. Egli intende a grandi cose; —
al conte Rosso di Bevignano ha dato ordine non consegni Arezzo ad anima
viva, inoltre gli confidò in segretezza volersi instituire re d'Italia,
o almeno di Toscana, sposare la duchessina Caterina e comporsi in
qualche modo, dopo aver messo il becco all'oca, con lo imperatore e con
noi: — il conte in segretezza lo ha confidato a quanti lo vollero e non
lo vollero sapere: se noi temessimo troppo di lui, a quest'ora avrebbe
un altro generale l'esercito, gli avelli della sua famiglia un altro
morto... Non pertanto badatelo. — Noi confidiamo meglio sul capitano
dei nostri nemici che non su quello del nostro proprio esercito...»

«Il signor Malatesta Baglioni!»

«Egli stesso, Giovanni. Vivi col tuo nemico oggi come se dovesse
diventarti amico domani; vivi oggi con l'amico come se domani dovesse
riuscirti nemico. Ma di lui in seguito: — ora, per procedere con
ordine, udite e riponete in mente.» A questo punto stendeva il medio
e poi proseguiva: «Importa moltissimo che veggiate di rinvenire modo
ad appiccare qualche pratica con i cittadini: — eccovi il filo onde
svolgiate agevolmente la matassa; prendete questo segno e a chiunque
vi porterà il compagno date piena fede. Monsignore da Carpi già e
Giovambattista Negrini vi appianavano il sentiero; voi avete ingegno
quanto basta per dispensarmi da troppe parole. In Fiorenza troverete
di tre sorte fazioni: Palleschi, Ottimati e Arrabbiati. Ai primi voi
prometterete poco, e noi manterremo meno: primo, perchè e' presumono
farci ricuperare la città quando non hanno potuto impedire che noi la
perdiamo; e siccome intendono vendercela, pagandoli secondo quelle
ingorde loro voglie, a noi non basterebbe, non che Fiorenza, Roma;
poi, guardati molti, moltissimi sostenuti come sospetti, non possono
affaticarsi senza danno manifesto della cosa in pro nostro; terzo
finalmente, tutto quello potranno fare faranno senza incitamento,
costretti dalla condizione in che e' si trovano: — dal governo
popolesco nulla hanno a sperare; — di mutare parte ormai non è più
tempo; mutando, dall'infamia in fuori, non possono guadagnare altro:
— quindi ci si manterranno fedeli... — Con gli Arrabbiati perderete
l'opera e il consiglio; — costoro a suo tempo convertiremo con le
mannaie. Perchè quali parole ha detto Gesù Cristo nostro divino
Redentore? Ogni albero che non fa buon frutto va reciso e buttato al
fuoco. — Rimane la parte del Capponi, o vogliamo dire Ottimati: questi
il tiranno odiavano, non la tirannide, e la mia famiglia cacciarono per
ampliare la propria; — ma più del principato detestano la repubblica:
ed ora che esperimentano sotto il governo democratico essere divenuti
incresciosi all'universale e confusi con l'onda del popolo, non dubito
che sieno per porgervi ascolto; imperciocchè l'uomo più volentieri
si accomodi a servire un solo e dominare su cento che a non servire a
molti e a non dominare veruno...» — Ora stende l'anulare e continua:
«Nè meno vi raccomandiamo Zanobi Bartolini, uomo superbo, amante della
libertà, ma di sè più assai: guadagnarlo è impossibile, ingannarlo
difficile; qui conviene adoperare l'estremo dell'arte. Questi uomini
di acuto intelletto presentano quasi sempre un lato da potere essere
offesi, e consiste nello stimare sè troppo, — troppo poco altrui: —
fingerete che noi ci abbandoniamo nelle sue braccia, che vogliamo in
tutto e per tutto rimetterci in lui, che la libertà intendiamo aver
ad essere salva, arbitro egli a dettarne i regolamenti, padrone di
provvedere alle sicurezze e d'imporle; null'altro desiderare noi oltre
quello che si concede a qualunque cittadino non omicida, non ladro, di
vivere cioè e di morire nel dolce luogo ove sortimmo la vita.» — Spiegò
tutta la mano e riprese: «Fuori di modo gioverà accontare la parte col
signor Malatesta. Quantunque cotesti scapestrati giovani gentiluomini
abbiano ridotto in pezzi la nostra statua, noi perdoneremo loro per
averci ammazzato di cera, purchè si curvino ad adorarci di carne.»

  [Illustrazione: ... O papa Clemente, trema che cotesta effigie
   del Redentore non si animi... _Cap. V, pag. 138._]

«Beatissimo Padre, il mondo conosce la saviezza vostra; e certo quello
mi dite del signor Malatesta muove da profondo consiglio. Pure se la
mia audacia non vi offende, Santità, avete quanto basta pensato alla
scelleraggine di costui?»

«Ella è una cosa questa di cui egli farà i conti col diavolo a suo
tempo. A noi anche giova la sua nequizia. E poi imparate gli uomini
non essere nè del tutto buoni nè cattivi affatto; — basta sapere
adoperarli: — e qui sta l'arte. E così come voi e noi lo riputiamo
scellerato e sia, credereste, Giovanni, che un giorno una intera
popolazione supplicasse la Regina del cielo per la salute di lui
e, conseguita la grazia, consacrasse una tavola votiva a Maria
consolatrice?»[101]

«Il popolo di Dio, per quello che lamentano i profeti, non edificò
altari negli alti luoghi e vi adorò Moloc? Ma se la fama è vera, il
glorioso pontefice Leone X vostro cugino, ora corrono dieci anni, non
fece strangolare in castello Giampagolo padre del Malatesta? Non ha
egli da vendicare il sangue di suo padre sopra la vostra famiglia?»

«Certi beneficii nuovi non tolgono di mezzo ingiurie vecchie; —
ora però a tale è condotto Malatesta che, mantenendocisi avverso,
la vendetta perderebbe e gli stati; delle due cose, siccome savio,
accomodandosi ai tempi, renunzierà ad una, — sarà la vendetta della
morte paterna: noi faremo in modo che il giorno per questa non arrivi
mai. E poi Nicolò Machiavelli osserva in qualche parte delle sue
scritture che gli uomini la morte del padre ti perdonano, la perdita
della roba no; e la esperienza ce lo fa toccare con mano.»

«Renunzierà alla vendetta!... — Ella parmi cosa indegna cotesta del
nome italiano; l'inferno aspetta colui che si tura le orecchie per non
sentire il grido del sangue de' suoi.»

«Voi volete dire, il cielo aprirà alla sua anima i tesori delle sue
beatitudini.»

«A Malatesta?»

«Certo che sì. — Rinunziare alla vendetta è opera meritoria, —
rinunziarvi a causa della maggiore esaltazione della Chiesa poi
diventa opera anche più meritoria; — non bastando questo, noi gli
concederemo l'indulgenza plenaria per le colpe commesse e per quelle
che commetterà. — Andate ad aprire la porta...»

Si era fatto sentire un battere lieve ad una delle quattro porte della
stanza: ma così sul subito non riusciva, tranne a coloro che erano
pratici, conoscere a quale avessero bussato; sicchè Giovanni Bandini
non sapeva come eseguire il comando del Papa. — Questi, accortosi
dell'esitanza di lui, alzò la mano e gli additò la destra porta avanti
di sè. Il Bandino apriva.

Dalla porta uscì un nuovo personaggio, e le imposte gli si chiusero,
come per moto proprio, senza rumore alle spalle.

Egli aveva la veste, non la sembianza, di cappuccino; — si gittò
giù sopra le spalle il cappuccio esclamando con ardita voce che
singolarmente contrastava al mistero col quale era stato introdotto:

«In fè di Dio avrei molto meglio tolta sul capo una partigiana che
questo cappuccio di frate. — E' mi pare che mi abbia spento quel po'
d'intelletto che v'era rimasto dentro... Di grazia, il cappuccio di
frate costuma sempre così?»

Il nuovo venuto era un capitano perugino, anima dannata di Malatesta
Baglioni; si chiamava Cencio, per soprannome Guercio: alto della
persona ed aiutante; di volto ignobile, di colore giallastro, intorno
agli occhi un cerchio tra il verde e il violetto, increspato d'infinite
rughe in segno di lascivia, e forse anco cagionate da quel continuo
stringere dei muscoli visuali che l'uomo fa nei climi di mezzogiorno
per le sue costumanze costretto a consumare la vita nei campi aperti
inondati dal sole. Il soprannome accennava un difetto di lui; quando
la pupilla destra fissava in certo punto determinato, deviava la manca
in molto sconcia maniera; quando la manca andava al segno, sbalestrava
la destra. Abietto come uno schiavo, arrogante come un compagno ai
misfatti d'un principe, insopportabile come un plebeo che reputa
l'opera sua necessaria. — Così almeno ce lo descrivono le memorie dei
tempi.

Un raggio di luce piombando dalle finestre superiori circondava la
persona del Pontefice. La gravità del volto, la magnificenza delle
vesti, la solennità dell'attitudine, santificate, per così dire, da
quel raggio solitario, lo rendevano venerabile. — Il petulante soldato
gli si accostò nel modo che si usa fra antichi famigliari e non fece
atto nessuno di riverenza e di ossequio. Clemente allora stese la mano
quasi per vietargli s'inoltrasse più avanti; ma egli gliela prese e,
forte stringendola, esclamò:

«Che Dio vi conceda il buon giorno e il buon'anno, messor lo Pontefice,
Voi mi parete, con buon rispetto vostro, Lazaro resuscitato: state
lieto, che presto riavrete Fiorenza: su, allegro via: se non sollevate
l'animo, davvero, prima di tornare a Roma, ho paura che ve ne andiate
a Scesi...»[102] E così continuava.

Il Papa ritirò la mano, e le guance per vergogna gli diventarono
vermiglie. Poco fa un imperatore prostrato gli baciava i piedi, adesso
un masnadiere gli stringe la mano non altramente che se fosse un
fratello in ribalderia o femmina di partito. Così è: chi si compiace
andare per vie fangose, non deve dolersi se s'imbratta i sandali; — e
fin dalle età rimote Dante insegnava: In chiesa co' santi, in taverna
co' ghiottoni.

«Santità, che vi par egli? Vi ho servito ha dovere? Avrei voluto
riporre i rocchetti d'oro che mi furono consegnati per ordine nostro
nel forziere di qualche magnificenza di ambasciatore, ma e' non mi
riuscì mai di penetrare di notte nella loro stanza; — e poi, vedete,
io non mi sapeva risolvere a perdere que' bei rocchetti d'oro; ho
propriamente violentato la mia natura; in fè di Dio, non vi salti in
capo un'altra volta di comandare a un soldato che si disfaccia di così
ricca roba. Se si tratterà di levargliela... oh! allora la bisogna sarà
diversa; di questo me ne intendo più di voi, Beatissimo Padre; avrei
loro tolto anche il cuore senza che se ne accorgessero. — Comunque sia,
vi ho contentato. — Voi avreste veduto come quel pecorone del Rucellai
cascò dalle nuvole quando gli trovarono i rocchetti d'oro dentro la
valigia; e fu una bella burla... una burla papale in verità. — Io dei
rocchetti non ne ritenni pur uno; — ci potete credere, com'è vero che
noi siamo qui; — ci posso giurare sul Sacramento. — Vostra Santità, che
comprende il sacrifizio, — lo sforzo, — vorrà ricompensare da par suo
la mia virtù.»

Il volto del Papa non dimostrava nessuna delle interne passioni; e
nonpertanto un pensiero di sangue gli traversava l'anima: quel giorno
era l'ultimo pel masnadiere, se la restante sua vita non avesse dovuta
adoperarsi nel tradimento in favore di papa Clemente.

Il Papa, non gli bastando rendere i suoi concittadini infelici, che nel
suo perfido consiglio li voleva anche infami, meditò l'oltraggio di far
nascondere i rocchetti d'oro nelle valigie degli ambasciatori e come
frodatori di gabelle vituperarli alle porte di Bologna, i ricordi dei
tempi raccontano essersi indotto a simile turpitudine pei mali conforti
di Baccio Valori. La giustizia divina vedremo un giorno premiare
costui secondo i meriti suoi con un guiderdone di sangue; ora i Medici
esaltano l'empio cittadino. — Alla distruzione della patria egli vigila
commessario del Papa nel campo. — Cammina per la tua via; Dio non paga
il sabato; intanto i Medici ti porgono la sinistra con una borsa di
danaro, tu non vedi la destra; tempo verrà che ti daranno anche quella
e armata di scure sul capo. — Però il fatto riuscì diverso dal come
lo avevano immaginato. I soldati commossi all'oltraggio onorarono gli
ambasciatori; il popolo sospinto all'insulto, accortosi dell'inganno,
applauso alla venuta loro meglio non avesse fatto a Carlo V. — E il
Papa, che aveva raccolto quel fango senza potere insozzarne i suoi
concittadini nel volto, si rimase con le mani imbrattate.

«Orsù via», interruppe Clemente a gran pena frenando l'impeto
dell'ira, e nondimeno favella con parole sommesse e gli angoli della
bocca dilata quasi al sorriso, «soldato, adempi la tua commissione:
— affrettati a dirci, perchè il nostro tempo ci è caro, se il tuo
signore Malatesta, risovvenendosi alfine di essere figlio e suddito
della Sedia Apostolica, si delibera abbandonare le parti dei ribelli
che ha tolto a sostenere. S'egli vuol farle, si faccia ed in breve;
dacchè, consenta egli o repugni, poco importa alla somma delle cose,
la quale sia nell'arbitrio nostro; noi ci volgiamo a lui solo perchè
ci punge paterna cura di vederlo rientrare nel grembo di santa Chiesa,
la quale come madre amorevole le andate ingiurie dimenticando gli
apre le braccia; — perchè vogliamo risparmiare l'effusione del sangue
cristiano; — perchè non rimanga guasta la terra.»

«Papa Clemente, voi siete nato vestito: — a Malatesta tarda uscire di
Fiorenza quando a voi tarda di entrarvi; ed anzi, quando presi commiato
da lui, mi richiamò addietro e mi raccomandò significarvi... aspettate
un poco che mi rammenti per l'appunto come mi ha incombenzato dirvi....
ecco, così: — Cencio, farai in modo di persuadere a Sua Santità che il
giorno più bello della mia vita sarà quello in cui, mercè l'opera del
suo servo Baglioni, tornerà la sua famiglia ad albergare il palazzo de'
suoi maggiori...»

Clemente in questo punto tradì sè stesso: balzò in piedi, proruppe
in dimostrazione di allegrezza, e, mal sapendo che cosa si facesse,
si trasse dal dito l'anello pontificale e lo pose in quello del
masnadiero. Cencio, come colui che astutissimo era, se lo cavò subito
dal dito e lo ripose diligentemente nella cintola. Il Papa, fissandolo
dentro agli occhi, interrogò:

«Guarda dall'ingannarmi. Io ti farei mettere in pezzi anche nel tempio
di Cristo in Gerusalemme! Tu non mentisci?»

«In fè di Dio, e vi par'egli che vorrei commettere un tanto peccato?
Forse non so che per ogni menzione conviene penare sette anni nel
purgatorio? O che credete l'anima non prema anche a noi? Però il
pericolo è grande, e vi abbisogna mercede proporzionata. — Sul prezzo
ci accomoderemo di leggieri; sul modo del pagamento, con maggiore
difficoltà...»

«Desideri Malatesta; — si sforzi a desiderare: — noi qualunque sua
voglia faremo piena. Ama la salute dell'anima? — Noi gli apriremo le
porte del paradiso, senza che pur di volo tocchi il purgatorio.»

«Anche questo a qualche cosa è buono, ma or si domanda», e con la mano
il masnadiero faceva atto del soppesare, «e ora si domanda.... via....
meno spirituale guiderdone.»

«Ben lo sapevamo noi che senza prezzo nulla si compra: — esponi il
patto.»

«Prima di tutto, il signor Malatesta vuol sangue.»

«Sangue? Di cui sangue?»

«Di Sforza e di Baccio Baglioni, seguaci, complici ed aderenti loro:
oramai pretende che voi non gli abbiate a ricovrare sotto il manto
della Chiesa; mandateli in pace; ognuno abbandonate nelle braccia di
Dio. Sorga tra loro arbitra la giustizia della spada...»

«Avanti.»

«Tutti i capitani e soldati tanto a piè quanto a cavallo delle terre
della Chiesa allo stipendio dei Fiorentini sotto la condotta del signor
Malatesta sieno perdonati; i beni salvi; se presi adesso, restituiti
senza spendio di sorte alcuna.»

«Ancora.»

«Il signor Malatesta, con qualsivoglia grado e dignità e con suoi
parenti, seguaci, complici e aderenti, possa a suo beneplacito
liberamente tornare a Perugia e quivi commorare in buona grazia di Sua
Santità.»

«Questo non era mestieri domandare; — ben lo aspettavamo noi: — la
presenza del signor Baglioni reca onore e decoro al dominio della
Chiesa.»

«Tanto meglio: rimesso il bando al capitano Prospero della Cornia per
l'omicidio di Jeronimo degli Oddi e i suoi figliuoli.»

«Il Figlio di Dio», riprese il Papa additando il Cristo, «perdonò
a coloro che lo sospesero in croce; — a santa Chiesa sua sposa
imitare gli esempi divini è soave: chieda il capitano Prospero col
cuore pentito, il perdono del misfatto al cielo, noi lo abbiamo
perdonato....»

«Si conceda indulto al conte Sforza da Scarpeto pei maleficii commessi,
e gli sieno restituite le possessioni.»

«Abbia l'indulto e i beni.»

«La Santità Vostra conceda pieno assoluto dominio al signor Malatesta
di Nocera sulla Valle Toppina, Bevagna, Tunigiana, Castellabono
col titolo di duca; Rota Castelli e la metà di Chiusi libero; — un
vescovato di diecimila scudi d'entrata l'anno per lo nipote; — la
figlia del duca di Camerino per Ridolfo suo figliuolo; — e finalmente
componga a suo favore le differenze pei castelli con gli Orvietani.»

«Avanti.»

«Per lui non ho a chiedere più nulla. — Se nella vostra larghezza
voleste donare anche a me qualche beneficio... meglio dei vostri
abbati sapremo governare una badia... ed io, vedete, sono stracco dei
travagli del campo, — e sento che il cielo mi chiama proprio alla vita
contemplativa...»

Il Papa, rammentandosi allora di avergli nella prima caldezza del
sangue donato, un anello di troppo grande valore, e se ne pentendo
adesso, punto dall'avarizia, della richiesta di Cencio, immaginava fare
suo pro, e quindi rispondea:

«A questo avevamo pensato noi: — sta per pacificarsi l'Italia; e
ci conviene provvedere allo stato di uomini leali che militarono
in vantaggio della Chiesa: anzi, ora che ci ricorre in mente, e'
ci pare che tu faresti bene a restituirci l'anello. — Egli è troppo
piccolo dono ai meriti tuoi. — Per una volta che renderai adesso, ti
ristoreranno in futuro dieci volte cento. Ancora avverti che te lo
potrebbero trovare indosso e farti capitare male, ben conoscendosi alla
forma come appartenente a vescovo o prelato.»

«Deh! Padre Santo», fingendo devozione favella Cencio, «lasciate che
per la salute dell'anima mia non me ne scompagni: io m'accorgo dovere
contenersi in lui virtù mirifica da salvare da incantagioni e malìe; ed
io ho tanta paura del demonio che mi par di morire al solo sentirmelo
rammentare davanti! — Che mi faccia capitare male non dubitate: io lo
terrò celato, nè me lo terranno vivo; e quando sarò morto, voi sentite
che peggio non mi potrà accadere.»

«Bene, sia. Torna tosto al suo signor Malatesta e raccomandagli si
affretti; — avrà piena la mercede secondo le sue inchieste, e a noi
spetta concedergliela anche maggiore: egli ci parve umile troppo e
rimesso; si affidi alla larghezza medicea. Al nepote potremmo anche
concedere il cappello rosso. — A lui... il gonfaloniere di santa
Chiesa conta circa settant'anni; egli, se giunge, non sorpassa i
quarantacinque...»

«Malatesta vi prega che la Santità Vostra, così per ricordo, si degni
porre il nome qui sotto questa cedola...»

«Di gran cuore.» — E il papa firmò senza pure guardarla.

«Poi mi disse ancora: Cencio, bada, il proverbio spagnuolo insegna:
parola e penne il vento le porta via, — la promessa grave sfonda la
carta dove sta segnata... sicchè procura farti dare tanto in mano che
mi assicuri. — Io, ben me ne accorgo, sono un mal destro negoziatore: e
queste cose non ve le dovrei dire, o dirvele in maniera più soave, ma
per me, quando si può andare per la piana, fuggo l'erta e la scesa. —
Patti chiari, amicizia lunga...»

«Ah! Malatesta pretende sicurezze?»

«Le pretende!... no, le desidera. Siccome egli è bellissimo
novellatore, costui sovente costuma di raccontarmi che male hanno
dipinto i pittori il Tempo in sembianza di vecchio con la falce in
mano; dovevano, egli dice, invece immaginarlo giovane e poderoso con
una granata con la quale dì e notte infaticabilmente spazza stelle,
spazza dii, spazza vite, amori, odii, gratitudine, e tutto spazza, e
fattone mucchio lo getta dentro certa riviera che si chiama l'oblio...»

«Digli che rimarrà a Fiorenza con la sua gente finchè non abbia
adempito ai trattati. Accostati! guarda quest'uomo in faccia.»

«L'ho guardato.»

«Bada non dimenticarne il sembiante.»

«State sicuro; — non potrei dimenticarlo volendo: ha qualche cosa in
volto che mi rammenta il mio signore Malatesta.»

La fronte di Giovanni Bandini diventò livida; le sue labbra tremarono.

«Questi verrà in campo, nostro commissario segreto; — il tuo signore
e tu stesso manterrete le pratiche con lui: — secondo che l'occasione
vi si offra, corrisponderete insieme intorno alle cose a sapersi
necessarie. — Or va'... va' con Dio.»

«Messer lo Pontefice, statemi sano», riprende Cencio e fa atto di
stringergli la destra. Clemente la tira a sè con disdegno; e l'altro,
senza pure accorgersene, continua: «A rivederci, e non in Pellicceria,
come disse la volpe al suo cugino lupo: a rivederci per darci tempone
e bere un gotto alla memoria della libertà di Fiorenza.»

Il Pontefice tendendo il braccio comanda:

«Giovanni, date commiato a questo capitano.»

«Mi paiono mille anni di farmi frate; — la barbuta comincia a pesarmi
sulle tempie: oh la bella vita ch'è la vita da abbate...!»

«Soldato!» esclama Clemente richiamando indietro Cencio, «vorresti
mutare l'anello che noi ti donammo con mille ducati d'oro del sole? —
tu ci miglioreresti di un terzo.»

«Che è, che fa a me il terzo? Forse io conservo per intendimento
mondano l'anello che toccò il dito della Vostra Beatitudine? Io me
lo tengo caro, perchè mi preservi dalle tentazioni del demonio e
dal peccare più oltre; — i miei peccati mortali, vedete, sono più di
sette...»

«Or dunque vattene.»

Giovanni Bandini, posto ch'ebbe fuori della stanza costui e chiuso
diligentemente le porte, tornò indietro e disse:

«Incomportabili cose a cotesti ribaldi concedeste, Santità.»

«Non rammentate voi il consiglio di Guido da Montefeltro a papa
Bonifazio VIII?

    Lunga promessa coll'attender corto
    Ti farà trionfar nell'alto seggio[103].»

«I benefizii dunque?»

«Lui ordinerò diacono, e Malatesta suddiacono, quando il demonio
celebrerà la messa.»

Ed ambedue tornarono nell'attitudine prima. Dopo un silenzio non breve,
fu inteso pienamente percuotere ad una delle quattro porte. Il Papa
visibilmente trasalì e comandò al Bandino andasse ad aprire, dicendo:

«Ecco gli oratori fiorentini.»

Mentre andava il Bandino, egli curvò più del solito le spalle, —
il messale si trasse davanti, — accomodò il Cristo; — poi stette in
sembianza impassibile ad aspettare.

Si apersero le porte, e comparvero Nicolò Capponi, Luigi Soderini,
Jacopo Guicciardini e Andreuolo di messer Otto Nicolini, oratori
del comune di Fiorenza. — Giunti appena che furono al cospetto del
Pontefice, e si prostrarono al bacio dei santi piedi: ma Clemente,
rilevandoli con la voce e co' gesti favellava:

«Alzatevi, messere Nicolò e voi messere Andreuolo; su via, messeri
Luigi e Iacopo, sedetevi. L'imperatore ha da curvarsi al cospetto
nostro e baciarci i piedi: — voi poi siete parenti, amici, tutti
figliuoli della medesima madre. — Messere Nicolò, che cosa fanno Piero
e Filippo vostri? Venite, parliamo di Fiorenza nostra in famiglia. A
quale stato la povera città si trova adesso condotta?»

«Dentro», rispose severo messere Nicolò, «non si patisce difetto di
animo nè di vettovaglia nè d'armi: — i barbari fuori, raccolti ai
nostri danni, tagliano le viti, ardono gli ulivi, le case distruggono,
i popoli uccidono o sperdono. — Tanta e sì grande ingiuria appena
potrebbe cagionare il terremoto; più poca ne farà il giorno finale; —
dappertutto seminano il deserto...»[104]

«O Fiorenza mia, dove ti meneranno questi sconsigliati? Vediamo,
fratelli, di rinvenire fra noi modo che valga a salvarla dalla rovina.
— Accordiamoci a cacciare via i barbari che la divorano... queste
immani bestie tedesche, che dalla voce e dall'aspetto in fuori nessuna
parte hanno di uomo, come scriveva la buona anima del nostro messere
Nicolò....»[105]

«Padre Santo, fuori di misura piacevole riesce allo spirito nostro
contristato», riprese a dire il Capponi, «l'intendere la buona mente
della Santità Vostra verso la patria comune... vostra madre e mia.
Brevi i patti della pace e consentanei al giusto. La libertà si
conservi, si restituisca il dominio, del presente reggimento nulla
s'innuovi.»

«Libertà!» interruppe il Pontefice a mano a mano infervorandosi nel
dire: «e parvi libertà questa dove senza cagione parte de' cittadini
s'imprigionano, molti più si perseguitano, alcuni si mettono
crudelissimamente a morte? Paionvi modi civili ardere il palazzo
Salviati a Montughi, ardere il nostro a Careggi, proporre di spianare
l'altro in Fiorenza e farvi una piazza in vituperio della casa
Medici chiamata dei Muli? Onesto ed ordinato vivere è quello della
città dove i più tristi e senza pena penetrano nei tempi di Dio, le
immagini votive dei miei maggiori riducono in pezzi, me tamburano e
vogliono dichiarare ribelle, me vicario di Cristo appiccano in casa
Cosimino?[106] Una mano di ribaldi è prevalsa e tirannicamente vi
governa; niuna signoria più grave di quella dello schiavo diventato
padrone. Almeno nei tumulti dei Ciompi sorse un Michele Lando, uomo di
cuore retto, di cui lo spirito camminava nelle vie del Signore. Ora
chi vi regge? Un Francesco Carduccio, un fallito, un uomo che cerca,
pescando nelle acque torbe, fare suo pro dell'altrui, che i beni dei
servi di Dio sacrilegiamente vende per abbandonarvi un giorno, sazio
dell'oro e del sangue di voi! — Sconsigliati! sconsigliati! Ravvedetevi
una volta!»

«Beatitudine, questo modo di vivere piace all'universale. Allora qual
cosa rimane al semplice cittadino? O accomodarsi al volere dei più,
o tôrre bando volontario dalla patria. Chiunque pretende imporre un
reggimento nuovo al suo paese, e sia pure migliore del vecchio, contro
alla volontà dei cittadini, quegli è tiranno...»

«Or bene, messer Nicolò», riprende il Pontefice, «fate piena balìa,
adunate il parlamento, e stiamoci a quanto delibererà il popolo.»

«Popolo sì, non plebe; la plebe vedemmo sempre corriva ai propri danni;
voi conoscete il ricordo posto nella sala della Signoria:

    Che chi cerca di fare il parlamento,
    Cerca tôrti di mano il reggimento.»

«Non ci aspettavamo da voi udire citati, o messere Nicolò, i barbari
versi dell'apostata Savonarola...»

«Dite piuttosto del martire della libertà.»

«Su questo proposito non favelliamo. Ora dunque proponeteci voi tale
forma di governo per cui i miei parenti tornando in Fiorenza stieno
sicuri che non verranno loro troncati i sonni da un ferro nel cuore;
per la quale non temano che un giorno le proprie ossa e quelle dei loro
padri sieno tolte dalle antiche sepolture e date miserabile pasto alla
fame dei cani.»

«Siffatte abbominazioni noi non abbiamo commesso...»

«No?» sempre incalzando continua il Pontefice, «sarebbe questo il primo
sangue dei Medici che bagna il terreno della patria? La prima volta
questa che una madre di nostra casa piange sopra i figliuoli trucidati?
— Mio padre Giuliano non giacque miseramente trafitto nel santuario?
L'inclito zio Lorenzo non salvò a gran pena la vita dal pugnale
nemico? Quanta mostrarono i Medici benevolenza ed amore ai Fiorentini,
altrettanto questi gli ricambiarono con rabbiosissimo odio. La storia
della nostra famiglia è una serie di benefizii invano prodigati, di
morti, di esilii e di confisce immeritamente sofferte, crudelmente
decretate. E voi stesso, messere Nicolò, diteci: qualcosa guadagnaste
voi _con questo ingrato popolo maligno_ in guiderdone delle vostre
cure, degli uffici penosi, dei travagli durati? Per poco stette non vi
mozzassero il capo.»

«Santità, quando mi elessero gonfaloniere, mi proibirono espressamente
mantenere corrispondenze particolari coi signori stranieri: mandando
lettere a Vostra Beatitudine e da lei ricevendone, con tutto che io
lo facessi per bene, non disobbedivo meno all'ordine del popolo; egli
poteva punirmi; non volle; — mi rimandò dall'ufficio, e in questo operò
generosamente, non iniquamente.»

«Or via, nobili uomini, datemi ascolto: io voglio abbia un reggimento
Fiorenza che, senza offendere la libertà, una della mia famiglia, o
Ippolito o Alessandro, sia considerato come principale cittadino, voi
altri ottimati della città gli componiate un senato il quale insieme
con lui attenda alle pubbliche bisogne. Poichè le fortune e la virtù di
per sè stesse distinguono l'uomo e il cittadino della povertà e dalla
ignoranza, sanzioniamo con legge quanto apparisce necessità di natura.»

«I padri nostri si legarono una volta, combatterono i _grandi_ e li
vinsero: adesso noi, degeneri dalla virtù paterna, vorremo a nostra
posta istituirci _grandi_ e porre nella nostra terra il mal germe di
prossima discordia?...»

Clemente soprastette alquanto prima di rispondere, imperciocchè vedeva
ogni arte riuscirgli meno; alfine, tenendo la faccia dimessa a terra
favellò:

«Rimettetevi dunque nelle mie braccia: io mi comporterò con voi non
come sudditi ribelli, ma come figliuoli traviati.»

Iacopo Guicciardini, troppo diverso da Francesco l'istorico di triste
memoria, camminava svisceratissimo della libertà; — di animo audace,
pronto di lingua; — lo avevano aggiunto quarto all'ambasceria per opera
dei Piagnoni o Arrabbiati, onde con la sua avventatezza temperasse
la pacata natura degli altri. Fino a quel punto, di ciò caldamente
supplicato dai compagni, taceva; adesso poi, sentendosi divampare il
sangue, l'ira prorompergli dai precordii, gridò:

«Sudditi ribelli! Alla croce di Dio, da quando in qua siete voi re
di Fiorenza, Giulio dei Medici? Cristo solo governa come principe la
nostra città....»

«Noi siamo vicario di Cristo.»

«Per proteggere», replica il Guicciardino, «non già per distruggere;
per beneficare, non per uccidere. Cristo abita nei cieli: in terra
quella signoria che noi gli concediamo egli prende. Sua legge è
l'Evangelo, legge che predica gli uomini liberi ed eguali. E voi
osate chiamarvi vicario di Cristo — mostrateci il mandato; — se stiamo
all'opere, voi mi parete il vicario del...»

«Messere Iacopo!» esclamarono i suoi compagni facendoglisi attorno, — e
lo tiravano per le vesti e con cento modi diversi s'ingegnavano a farlo
tacere — «acchetatevi, per Dio! voi rovinerete la patria e noi...»

«Se a voi importa la vostra quanto a me la mia vita, lasciatemi
favellare. Alla patria non può avvenire peggio di quello che adesso le
avviene. Le mie parole rimarranno come testimonianza tra i posseri; e
non sia detto che, mentre tanti liberi petti cimentano la vita in pro
della patria, nessuno tra noi sia stato valente ad esprimere generose
parole. — Giulio dei Medici, molti avete dedotto gravami contro la
vostra terra, molte vi lasciai discorrere menzognere lodi in vantaggio
della vostra famiglia. Ora sappiate la vostra casa essere stata tra
noi come l'insetto della nuova Spagna, il quale penetra nella pelle
sottile quanto una corona d'ago e poi s'ingrossa sì che t'uccide[107].
Tre volte in novantaquattro anni noi lo cacciammo, perchè volle i suoi
concittadini ridurre in servitù, la patria convertire in mensa dove
noi, i nostri figli, le facoltà nostre potesse divorare a bell'agio.
Meglio per noi se i padri nostri avessero avuto più crudeltà nello
spengerla affatto, o meno debolezza per richiamarla. Ogni anno la
famiglia vostra ha svolto una spira per avvilupparci dentro, come
fecero i serpenti di Laocoonte e dei suoi figliuoli. Lorenzo si usurpò
la fama di grande, Lione eziandio: hanno eglino forse creato il proprio
secolo? Nessuno uomo è potente a creare un secolo; — Dio solo lo crea,
e la fortuna. Lorenzo, se ai virtuosi sovvenne, ciò fu per libidine
di fama e con danari non suoi: — a Roma lo avrebbero punito come reo
di peculato, — noi deboli e stolti lo salutammo col nome di ottimo,
liberalissimo. A che parlate di sangue? A che rinnovate la memoria
degli antichi delitti? Interrogate le tombe e, per ogni stilla di
sangue dei Medici versato, sorgeranno spettri a presentarvi tazze colme
del sangue loro sparso dai vostri maggiori. E per venire a noi, perchè
adoperate adesso e lusinghe e ambagi e minacce? Perchè vi sta immobile
nella mente il fiero disegno di fare schiava la vostra patria infelice?
Se alcuni giovani protervi guastarono nell'Annunziata le statue della
vostra famiglia, se la vostra immagine tolsero da San Pietro Morone,
quale colpa è nello stato? Forse un reggimento sta mallevadore per le
azioni dei singoli cittadini? Dove la Sedia vostra Apostolica avesse a
pagare pei delitti di coloro che vi seggono sopra, ora (tacendo degli
altri), pei misfatti di Alessandro VI, dove l'avrebbe condannata la
giustizia di Dio? I signori Otto di Guardia ordinarono si atterrassero
le vostre armi; e bene ordinarono, come quelle che non s'innalzavano
a decoro della famiglia, bensì in segno di principato. — I beni della
Chiesa alienammo, poichè due vostre bolle o brevi ce ne somministravano
facoltà[108]. — E che? — Scrollate il capo? Forse mentisco io? Le
bolle non si ponno negare, a meno che a voi non piaccia interpretarle,
secondo il vostro costume, efficaci ad alienare i beni ecclesiastici
per combattere la patria, non già per difenderla. — Aprite, Giulio,
l'animo vostro intero. Ormai non ingannate nessuno, nè uomini nè santi.
Voi intendete assoluto signore dominare su Fiorenza. Voi vorreste le
nostre teste scalini per salire sul trono e quindi le prime ad essere
calpestate. «Or bene, dunque sappiate, poichè la Repubblica non ha
potuto impetrare mercede alcuna da voi per liberarsi da sì gran danni
che le fa attorno l'esercito vostro, averci ella commesso di far
intendere alla Santità Vostra, essere in tutto deliberata a sostenere
la sua libertà fino alla morte. In tanto giusta causa non trovando
pietà appresso voi, come si converrebbe a vicario di Cristo, ricorre
al trono di Dio e lo supplica che, viste le ragioni dell'una parte e
dell'altra, dia di noi quel giudizio che gli parrà giusto. Sappiamo che
nella difesa che fa la città, la quale è pur vostra patria, difende in
prima la libertà, dono largito da Dio ai mortali per lo più bello e più
maraviglioso ch'egli mai conceda dopo la vita; dipoi vi si difende la
religione, i figliuoli, la roba, cose sopra tutte carissime, le quali
dal vostro esercito, composto di barbare nazioni, ci sono disperse,
parte ammazzate, parte messe in pericolo, senza scorgersi in voi non
dico ombra di misericordia, anzi scorgendosi in voi ognora più una
grandissima crudeltà contro di lei nella quale nato, allevato e per
suo mezzo a così alto grado condotto vi siete. Dalla pietà di questa
condotta in tante miserie se non vi muovete, quale altra cosa vi
muoverà a compassione? Non posso, rimettendomi nella memoria i crudi
strazii ch'ella patisce, contenere il pianto e non dirompermi di tal
maniera nelle lagrime che più non possa, non dico parlare, ma sostenere
questa infelicissima vita. E voi, che dite tenere il luogo in terra
del Redentore piissimo dell'universo, non vi commovete e non comandate
che si lasci stare quella patria innocente, che più non si affligga con
tanta rovina...»[109]

A tante e tanto gravi parole il Pontefice si era lasciato andare
genuflesso davanti la immagine di Cristo, e quivi a braccia aperte,
fingendo singhiozzare come preso da immenso dolore, orava;

«O mio divino Redentore, senza mormorare mi sottopongo alla dura prova
con la quale intendi cimentare gli ultimi anni della mia vita. Ella
è superiore però alla mia natura, sicchè vi soccombo sotto. A me la
taccia di crudele? Non amo la mia patria io? Tiranno io, o coloro che,
ridotta in pochi Arrabbiati la pubblica autorità, i meglio autorevoli
cittadini bandirono o imprigionarono?...»

«Alzatevi! alzatevi!» esclama il Guicciardino, «tanto Dio non
ingannerete voi. Oh! meglio che pregare ipocritamente il divino
Redentore, a voi potenti della terra gioverebbe lealmente imitarlo...»

«Messere Iacopo, io ricevo col cuore umiliato la tribolazione che
l'Altissimo per la bocca vostra mi manda. In voi discerno uno strumento
della volontà divina e vi onoro. Quando pure non fosse così, questo
mio Dio, che pregò pei suoi uccisori perchè non sapevano quello si
facessero, mi conforterebbe a pregare per voi che non sapete quello che
vi diciate.»

«Non so quello ch'io mi dica io? O papa Clemente, trema che cotesta
effigie del Redentore non si animi per miracolo; temi quella lingua si
sciolga e riveli intiere le cupezze dell'animo tuo. Se Cristo stacca
di croce la sua destra inchiodata.... trema.... non la leverà per
benedirti....»

«Orsù», interrompe il Pontefice levandosi in piedi, «tregua alle
parole; oramai ne proferimmo anche troppe. Iacopo, la vostra lingua
è riottosa come le acque di un torrente. Voi ponete la vostra causa
nelle mani di Dio, ed ancora io ve la pongo; discerna egli e giudichi:
— dacchè traemmo la spada, — la spada dunque difinisca la lite.»

«Tu hai raccolto tutti i venti del settentrione per divellere dal
tronco la fronda inaridita. Come Faraone, superbisci pei tuoi cavalli,
per le tue molte milizie: — bada al mar Rosso! — Dio può rendere
la fronda inaridita tenace quanto la querce delle Alpi. Ai buoni è
concesso dai colpi di fortuna appellare all'Eterno. — Alle vittorie dei
tristi esultano i dannati. Se talvolta un consiglio profondo esalta
l'empio, ciò il fa perchè senta più fiero il dolore della rovina.
Tranquilli, se non lieti, ci diamo in balia degli eventi, perchè,
vincendo, ci aspetta la fama di avventurosi e di onorati; soccombendo
alla impresa, il mondo ci chiamerà infelici, ma onorati pur sempre. —
Tu poi affacciati al futuro, ardisci con occhi aperti contemplare il
tempo che viene.., e di'... qual cosa tu vedi?... Portiamo via, liberi
uomini, da questa reggia, chè non ci sobbissi sul capo, dacchè l'ira
di Dio ci gravita sopra. — Fin qui le preghiere e gli scongiuri furono
carità patria, adesso sarebbero turpitudine e miseria. Il David del
Buonarotti si moverà prima a difendervi che il cuore di questo Filisteo
si ammolisca. Venite a giurare nella chiesa di Santa Maria del Fiore di
liberare la patria o seppellirci sotto le rovine di lei.»

E concitato lo sdegno, da dolore e da impeto inestimabile, pone la mano
sul battente della porta per uscire.

«Iacopo, fermatevi», esclama il Papa, «e udite le mie estreme parole.
Sieno i Medici per autorità nello stato vostri compagni non principi;
componete di quarantotto famiglie un senato, e in quello risieda il
potere di governare...»

«Se il mio antico genitore mi avesse proposta infamia e delitto
siffatti, io mi adopererei a fare sì che la scure del carnefice
insanguinasse i suoi capelli bianchi.»

E senz'altre parole aggiungere usciva della sala.

«Voi, messere Nicolò dotato come siete di più temperata natura»,
riprende Clemente, «considererete col buon giudizio vostro la mia
offerta; — non vogliate delle cose l'estremo: accomodatevi ai tempi; —
dominiamo insieme.»

«Le insinuazioni vostre», gli rispose il Capponi, «mi suonano uguali a
quelle che mosse Satana a Gesù Cristo quando dal pinaccolo del tempio
gli mostrava i regni della terra: ufficio di cittadino è turarsi le
orecchie e fuggire dalle tentazioni.»

Profferiti cotesti accenti, Nicolò Capponi tenne dietro a Iacopo
Guicciardini.

«Dunque non mi riuscirà a farvi intendere ragione, ortinati e protervi?
Messere Andreuolo, fatevi messaggero dei miei sensi agli ottimati...»

«Dove un mio figlio sapessi ambasciatore di tanta nequizia, io gli
andrei contro per ispezzargli la testa alla parete.»

Ciò detto, il Nicolini scomparve.

«Almeno voi, Soderini...»

«Io vi scongiuro, papa Clemente, a spargervi le chiome di cenere,
umiliarvi nel santuario e domandare mercede davvero dei vostri peccati;
se pure i vostri peccati non superano la misericordia infinita.»

E lasciò solo il pontefice.

Papa Clemente per bene due volte con intensissima rabbia si morse le
mani ed esclamò:

«Il mondo mi diventa la torre di Babele: quando domando vizio, incontro
virtù; — quando abbisogno di virtù, trovo vizio... Pure tanta vita mi
avanza da adoperare in modo che i vostri nepoti ricercando a' vostri
figli libertà che significhi, quelli additando loro le vostre dimore
demolite, i vostri sepolcri scoperchiati, rispondono: La libertà
significa morte e rovina!»

  [Illustrazione: ... e intanto la poverina patisce... — Qua via,
   porgete il lume,... _Cap. VI, pag. 149._]



CAPITOLO SESTO

LUCREZIA MAZZANTI

                              All'atto incomparabile e stupendo
                              Dal cielo il Creator gli occhi giù volse
                              E disse: Più di quella ti commendo
                              La cui morte a Tarquinio il regno tolse.

                                  ARIOSTO, _Orlando furioso_, c. XXIX.


«Lupo! o Lupo! prendi il boccale — e bevi un sorso a rinfrancarti il
cuore; — tu mi hai una cera da _De profundis._»

Queste parole dirigeva certo soldato del dominio di Firenze, e con
le parole offeriva un vaso pieno di vino a Lupo bombardiere, di cui
vedemmo il bel colpo nella cittadella di Arezzo. E questa avventura
succedeva a notte avanzata dentro un corpo di guardia accanto la porta
di San Nicolò, unica tra le tante di Firenze che tuttavia si mantenga
nella antica sua forma. Un solo lume sospeso alla vôlta rischiarava di
splendore vermiglio piccola parte della vasta stanza: e tu vedevi dei
soldati quivi raccolti alcuno disteso per le panche in atto di dormire,
altri seduti novellare dei casi di guerra; tali altri, e questi erano
i più, bevere spensierati, come uomini per cui il tempo scorso è nulla,
il futuro anche meno, e si godono il presente fugace — e lieto, perchè
vuoto di affanno.

Un fra loro, di volto leggiadro e, comechè giovanissimo, a tutti capo,
se ne stava appoggiato con le spalle alla parete, la faccia china,
immerso in pensieri i quali, a giudicarne dalle sembianze di lui, non
dovevano essere buoni nè tristi: — questo era Ludovico Machiavelli.
Lupo invece sedeva con le pugna strette, fortemente puntellate nelle
guance sotto gli zigomi; gli occhi socchiusi: ad ora ad ora prorompe
dall'intimo petto profondi sospiri. — Guizzando intanto la fiamma
sanguigna sopra quei volti, — per tutta la scena, — presentava un
quadro fantastico, stupenda materia ai dipinti di Gherardo delle Notti
o del Rembrandt.

«Lupo!» riprese un altro soldato, «bevi: — il tuo buono umore è ito
in fondo del boccale; ripescalo coi labbri e ridiventa gaio, perchè
la tua tristezza ci uggisce, e troppo più della tristezza cotesti tuoi
sospiri, che spingerebbero in mare il bucintoro. — Piagni forse i tuoi
morti?»

«Pel Battista, lo hai detto! Io piango un morto... piango l'onore
dell'Italia e di noi altri», e, siffatte parole proferendo, tal diè
del pugno sopra la tavola che i distesi a dormire si svegliano di
soprassalto levando la testa sospettosi di qualche sinistra avventura.

«L'onore della milizia italiana spento?» domandò ansioso il giovane
Vico. «Qual cosa v'induce a giudizio sì iniquo sopra il vostro sangue?»

«Sta a voi domandarmelo, Vico? Non siete fuggito anche voi d'Arezzo?
Così è — noi infelici reliquie delle Bande Nere, tanto famose nelle
guerre passate, ne abbiamo or dianzi bruttata la gloria. Occhi miei
tristi, che tante volte e tante vedeste dalle bande onoratissime
del signor Giovannino i Tedeschi assaliti e dispersi, perchè mai vi
ostinate a rimanere aperti per contemplare una fuga infame senza pure
essere affrontati?... O morte! o morte!» E il prode uomo si batteva con
le mani la fronte.

«Confortatevi, Lupo: col capitano Ferruccio non fuggiremo più...»

«Sentite, Vico, riponetevi bene nella mente le parole del veterano: —
i peccati di viltà non hanno remissione; — la viltà sparsa una volta
porta il suo frutto, — frutto di esempio pessimo e di danno alla
patria, irrevocabile. — Io ho pianto due volte in questa vita: — la
prima fu, quando una notte del mese di gennaio io mi scaldava al camino
da una parte, e la mia povera madre filava dall'altra: mi aveva narrato
le mille cose fatte e dette da mio padre e da mio nonno (che Dio gli
abbia in pace), e le giostre avvenute ai suoi tempi e la congiura dei
Pazzi, chè ella si trovò in chiesa alla strage e nel trambusto vi perdè
il cappuccio di vaio e la collana d'argento. — La povera donna nel bel
mezzo del discorso si arresta... e subito dopo, con voce mutata, mi
dice: Lupo, accóstati, ch'io ti benedica... ti lascio solo... O gran
Madre del Signore, ricevi l'anima mia! — Levai la faccia e vidi la
povera madre con la destra in atto di benedire, — gli occhi aperti,
e la bocca aperta anch'essa, ma storta da un lato. — Iddio l'aveva
chiamata alla pace degli angioli. — Lupo è rimasto solo davvero sopra
la terra. L'altra volta ch'io piansi fu... — Compagni miei, vi chieggo
perdonanza se vi funesto con dolorosi racconti. Io mi taccio e rumino
da me stesso la mia angoscia.»

«Di', di', Lupo; le parole del veterano riescono sempre gradite
all'animo dei suoi compagni.»

«Ora dunque, figliuoli miei, — perchè io per età, vedete, potrei
esservi padre, comechè non abbia tolto mai moglie e non mi sieno
nati figliuoli; ma certa volta udii raccontare da messer Pietro
Aretino[110], svisceratissimo del signor Giovanni, come un antico
capitano a certo che lo riprese di non aver tolto donna, ed in questa
maniera privato la patria di eredi delle virtù sue, rispondesse: Sappi
che io lascio due figliuole e tali che se la patria ne imita l'esempio,
diventerà non pure famosa, ma unica per la gloria delle armi nella
Grecia: e ricordò due battaglie da lui virtuosamente combattute e
vinte. — Fin qui Lupo non operava nulla che gli fruttasse onore; però
non vi ha impresa, comunque arrisicata ella sia, per la quale non
senta l'animo e le voglie disposte. Adesso mi trovo ad avere tanto
detto fuori del seminato che non so più donde mi sia partito o dove
io mi abbia a ritornare: — mi sembra dovessi narrarvi come piangessi
le seconde lagrime in mia vita, ed ecco proprio il modo in che andò
la cosa. — Il signor Giovannino... Nessuno di voi ha egli veduto il
signor Giovanni dei Medici? — Ebbene, quando passate da Orsanmichele,
sostatevi a guardare il San Giorgio di Donatello: immaginate voi che
muova le braccia, che parli di forza, che lanci lo sguardo acuto quanto
un verrettone, ed avrete la immagine vera del fortissimo capitano. —
Il signor Giovannino con alquanti cavalli leggieri si pose alla caccia
dei Tedeschi nel serraglio di Mantova. — I nemici, che lo chiamavano
il gran diavolo, — tanto si mostrava nelle zuffe avventato e feroce, —
si danno scorati alla fuga: — noi proseguiamo ardentissimi quella, più
che battaglia, beccheria; — la strage della gente tedesca ci giungendo
gradita, non come di nemici vinti, sibbene come di genia bestiale,
oscena peste del mondo. Uno di questi scomunicati, mole gigantesca
di mala carne, all'improvviso volta faccia a me che lo inseguiva, e
tale mi scarica a traverso un colpo di mazza d'arme che mi avrebbe
schiacciato il capo come un pinocchio. — Lupo era leggiero in cotesti
tempi; mi abbandonai pertanto sul dorso del cavallo, spronai oltre e lo
colsi così impetuoso della punta nel ventre che lo passai fuor fuora
meglio di un palmo dal tergo. — Qui sento picchiarmi sulla corazza: —
pensando vicino un nuovo nemico, mi volto con truce proponimento, e
vedo il capitano Giovanni, il quale al cenno aggiungendo le parole:
Prode Lupo, favellò, domani ti promoveremo a sergente delle nostre
milizie... — Appena i suoi labbri tacevano che lo vidi, atterrato per
forza prepotente, avvilupparsi nella polvere; — accorsi a rilevarlo,
ed egli: Cristo! esclamò, la stessa gamba di Pavia: ormai è destinata
a rimanere sul campo. — E così come disse fu: una palla di falconetto
gli aveva rotto sopra il ginocchio la medesima gamba destra che al
Barco di Pavia, scaramucciando, gli ferirono sconciamente verso la
noce. Incalzando i Tedeschi, noi non temevamo delle artiglierie,
sendo avvertiti che non ne avevano: ma nella notte il duca Alfonso
di Ferrara, secondo che il diavolo lo persuase, nascosti dentro
certe barche di vettovaglia mandava loro pel Po quattro falconetti;
e in questo modo egli fu cagione prima della ferita, poi della morte
del signor Giovanni. Imperocchè, trasferito a Mantova in casa Luigi
Gonzaga, gli furono attorno i cerusici e deliberarono segargli la
gamba. Quando io lo vidi accomodato sopra la sedia, mi tremarono i
polsi, mi sentiva scoppiare il pianto, che pure trattenni per non
isconfortare quel povero signore. — Egli poi guardava le seghe, i
coltelli, le tanaglie e l'altro apparecchio infernale da cacciare i
brividi addosso a chi non ci aveva a far nulla; e sorrideva. Intanto
Abram giudeo, scamiciato fino ai gomiti, cominciò a tagliare, rasente
la ferita, le carni. Il signor Giovanni siede e guarda; io, temendo non
lo facesse trasalire lo spasimo, me gli accosto e lo recingo con le
braccia alla cintura. Quasi gli avessi fatto ingiuria, mi si rivolge
con mal piglio e grida: Ch'è questo che fate, Lupo? Andate via: io so
molto bene reggermi da me senza li vostri ajuti. — A Dio non piacque
salvarlo. — Dopo pochi giorni rimase spento con danno inestimabile
della milizia italiana quel pro' guerriero, bellissimo di corpo, forte
di braccio, ingegnoso, feroce, nella età verde di ventinove anni. Corse
voce nei tempi, papa Chimenti corrompesse il cerusico giudeo, e questi
gli segasse la gamba con ferri avvelenati. Intorno alla qual voce io
non saprei consigliarvi a crederla e a discrederla nemmeno; di questo
però vi assicuro, papa Chimenti volergli male di morte, e lui essere
capace di questo o di altro; quanto al giudeo poi, io lo conobbi uomo
dabbene. — In siffatti casi ho pianto, — due sole volte in mia vita...
— Ma vedete, in quel modo che ieri udii predicare a fra' Benedetto,
il capitano Moisè, traendo il suo popolo per lo deserto, e mancatagli
l'acqua, percosse un sasso, e quinci uscì copiosissima fonte, in
quel modo dico l'angoscia mi ha battuto sul cuore e ne fece scaturire
lagrime e sangue. Ora poi a cagione dell'ultimo vituperio nostro il
mio cuore si è del tutto spezzato; in breve spero mi sarà concesso di
fuggire la vista del sole, che aborro, e sottrarmi così agli eventi
futuri, che l'animo mi presagisce funesti: — se non sapemmo difendere
la patria in Arezzo, come la difenderemo noi qui, no, io per me non so
capire davvero: pari i muri, i petti pari...»

A cotesti discorsi i soldati tacevano siccome rimorsi dalla vergogna,
o scorati da presentimento. Più di tutti il Machiavello. Uno fra loro,
crollando ad un tratto la testa come per cacciarne i cupi pensieri,
favellò:

«Lupo, le tue querele paionmi generose, non savie. Noi possiamo di
quest'infamia lavarci le mani, e non mica come Pilato. L'onta ricade
intera su l'Albizzi, il quale comandò la partita: ed ora, chiamato dai
signori Otto a sindicato, dovrà renderne ragione col capo.»

E Lupo rispondeva:

«Il sangue macchia, non lava; la colpa del commessario si confonde con
quella dei soldati; e nel mondo si leva un vituperio per tutti che tu
non sai placare. Per Dio! così non istà bene. Se osservi il comando
del capitano codardo, una condanna di obbrobrio insieme con lui ti
contamina; se ti rifiuti agli ordinamenti della milizia, ti puniscono
di morte: — il caso di Pandolfo Puccini informi...»

«Lupo, io ti assicuro», osservò Ludovico, «la passione aombrarti
l'intelletto: al soldato, quando obbedisce il cenno del superiore, la
fama è salva.»

«Poniamo via», riprende Lupo, «e che egli obbedendo allo iniquo
comandamento non abbia infamia come soldato: ma fuggirà egli per
avventura anche il danno come cittadino? Io per me lo ripeto, — così
non istà bene. Immaginate, compagni, che, avendo noi giurato fedeltà
al Palazzo di Fiorenza, domani la Signoria si avvisasse comandarci
di abbattere Marzocco, gridare morte alla Repubblica, viva le palle:
dovremmo, o no, obbedire? Se no, tristi soldati; se sì, pessimi
cittadini. Io, non ho letto sui libri; — la disciplina in campo del
signor Giovanni costringeva, fuori di misura, severa: e nondimanco ho
sempre tenuto fisso in mente qui sotto giacere un qualche grave errore
da doversi emendare.»

«Ogni male viene dalla testa», soggiunse Ludovico; «bisogna attendere
prima di tutto a nominare buoni signori e buon capitano, poi rimetterci
interamente ai comandi; — se togli ciò, nissun governo, nessuna
disciplina possono reggere.»

«Sì bene: ma quando l'errore è commesso? Forse la pioggia non bagna
le membra del soldato come quelle del cittadino, non le assidera
il freddo, non le arde il fuoco? Il soldato che impegna le braccia
ha forse venduto il cuore e la mente? Se il soldato vive nei campi,
rinnega per questo la patria? Non conserva egli sempre desiderii ed
affetti di cittadino? E se abbandona la cara famiglia pei rischi della
guerra, ciò non fa egli appunto per tutelarla da oltraggio straniero?
Ora dunque, quando conosce a chiara prova un comando imbecille o
traditore, sarà obbligato ad eseguirlo e così con le sue mani procurare
un fine contrario a quello pel quale mosse dal dolce luogo dove pure lo
trattenevano pietà dei parenti, dolcezza di marito, amore dei figli?
Ditemene quante volete e sapete, voi non arriverete a persuadermi che
il soldato che mise a cimento la vita per la libertà della patria debba
obbedire come bestia insensata e feroce allorquando gli ordinano di
ammazzarla.»

«E per altra parte, se concedi facoltà al soldato», riprende il
Machiavelli, «di ponderare, prima di obbedirlo, il comando (lasciamo
da parte che molti ne farebbero pretesto di tradimento o d'ignavia),
innanzi che l'uomo si fosse determinato a soddisfarlo, l'occasione
andrebbe perduta; perocchè voi sappiate, Lupo, il destino delle
battaglie pendere sovente da un minuto.»

«Voi siete dotto, voi, e da tale nascete che la sapeva lunga e la
sapeva contare; sicchè poco sforzo ci vuole a far comparire scempie
le mie parole. — Certo che in mezzo alla battaglia, quando il capitano
ordina: Avanti! — il soldato si fermi e risponda: Lasciatemi pensare;
— mi sembra cosa bestiale. — E se dall'altro canto considero che
intendono ridurre il soldato in condizione di arnese composto di ossa
e di carne, da spingerlo avanti, indietro, da parte, senza intelletto,
senza cuore; e' mi par cosa anche più bestiale della prima. Tra le due
estremità deve trovarsi una strada di mezzo. Io non ce la so vedere; ma
il sangue mi bolle allorchè penso un soldato figliuolo del popolo possa
riuscire, per disciplina, parricida e stromento di servitù nelle mani
del tiranno o del traditore.»

«Veramente, dinanzi alla legge suprema di conservare la libertà, credo
ancora io che la disciplina taccia; allora qualche cosa che sta sopra
alla disciplina delle milizie approva la ribellione, anzi la persuade;
voglio dire la patria e Dio. Però triste indagini paionmi queste. Di
che temiamo noi? Noi abbiamo signori animosi, capitani provati.»

«E Malatesta?... — Ma via porgetemi il boccale, ch'io voglio bagnarmi
la bocca. Ho parlato tanto! e forse, e senza forse, folli parole, —
peccato della vecchiezza.» — Qui bevve e riponendo il boccale sulla
tavola, continuò: «Vedete, l'uomo si assomiglia al boccale pieno di
vino. Il tempo ogni anno vi beve un sorso lungo, sicchè in fondo ci
rimane il peggio: colla età cascano i capelli e il giudizio. Viva la
gioventù, forte, audace, fidente... Io stasera, invece di concitarvi
con belle storie di guerra, vi attristava con torbide fantasie di
vecchio gufo. — Ve ne domando nuovamente perdono: io me lo concedo
tanto più di leggieri in quanto che penso il vostro cuore per parole
non crescere nè diminuire. — Animo! su, compagni! non è la prima
volta che gl'imperatori videro le nostre mura. — Le videro, non le
espugnarono. Non dico vero, Ludovico? Messere vostro padre deve pure
averlo scritto nelle sue storie.»

«Sì, certo, e udite come la racconta, che io me la sono serbata
a mente: «L'imperatore (era Arrigo VII), deliberato di domare i
Fiorentini, venne per la via di Perugia e di Arezzo a Firenze, e si
pose con lo esercito suo al monastero di San Salvi propinquo alla città
a un miglio, dove cinquanta giorni stette senz'alcun frutto: tanto
che, disperato di potere disturbare lo stato di quella città, ne andò
a Pisa. Correva l'anno del Signore 1312.»

«O perchè messere vostro padre, il quale pure sapientissimo uomo era,
in così magnanimo fatto spese tanto poche parole?»

«Perchè dubitò la ignavia del secolo presente su le glorie passate
si riposasse. Di vero, cavare sollievo nella presente miseria dalla
memoria delle perdute facoltà senza sbracciarsi a mutare stato la
è cosa da gente vile. Più lungo fu esponendo i falli e le colpe dei
tempi, affinchè i cittadini ne sentissero vergogna e l'emendassero.»

Così consumando il tempo nel novellare di molti e varii argomenti,
all'improvviso fu udito mosso di fuori uno schiamazzo di voci
confuse, minaccevoli e supplicanti, umili, crucciose, e imprecazioni
e bestemmie; — poco dopo un rumore come di carra rovesciate, di corpi
caduti; e qui guaiti, urli furibondi, senza misura crescenti; quindi un
celere scalpito di cavalli sopra il selciato della via.

Adesso, mentre i soldati del corpo di guardia staccavano le partigiane
dalla parete per accorrere in aiuto, spalancato fragorosamente le
porte, balza in mezzo della stanza una femmina, come palla briccolata
dalla bombarda, la quale, corsi allo indietro tre o quattro passi,
quasi compiendo l'urto di spinta impressa contro di lei, andò a
percuotere supina il capo nella parete. Indifferenti a cotesta
apparizione, i soldati uscirono dal corpo di guardia; rimasero Ludovico
e Lupo per ragione di ufficio ed anche per vaghezza di soccorrere la
misera donna. Le si accostarono pertanto e, rilevandola, la trovarono
giovanissima, bella e di gentile aspetto: le sue vesti apparivano
schiette, quali costumano le donzelle di contado, se non che fatte di
panni più fini e con sottile lavorio ricamate di passamani e nastri di
seta. Le si vedevano sul volto delicato i segni di patimenti sofferti,
certo a lei più gravosi quanto più nuovi: pallida era ed aveva bianche
le labbra, gli occhi chiusi siccome morta.

Ludovico, invece di porgere mano a Lupo onde sovvenire alla fanciulla,
si rimase immemore a contemplarla. Ludovico toccava la età nella quale
un'arcana malinconia si diffonde nel sangue: quanto una volta piaceva
ora rincresce: — il ragno intreccia a festoni la sua tela intorno al
tanto una volta diletto leuto; la spada anch'essa polverosa penderebbe
dal chiodo, se amore di patria non gliela cingesse ai fianchi; il
seno si gonfia a spessi sospiri: sovente tendeva l'orecchio, quasi
aspettando una chiamata; si sentiva invogliato a piangere e non sapeva
perchè; nella sua mente si avvolgevano forme indistinte e pur vaghe
d'ineffabile bellezza, a guisa di volti di angioli specchiantisi sopra
l'onda commossa di un lago; — ed ora quelle sembianze, contemplate a
frammenti, par che gli stiano definite dinanzi; — la voce che aspettava
gli si è fatta sentire, e l'eco della sua anima già vi ha risposto, la
corda è vibrata, conosce il fine dei dubbiosi desiri.

Lupo, sdegnoso per la inerzia di Ludovico, così lo riprende:

«Vico, davvero io vi credeva più caritatevole verso il prossimo. —
Datemi una mano perchè io non so quello che mi faccia: — fosse ella
colubrina o smeriglio saprei il modo di aggiustarli io... una fanciulla
così delicata... in questo stato... che cosa volete? non me ne intendo
e intanto la poverina patisce... — Qua via, porgete il lume, vediamo
mo' s'ella fosse rimasta ferita nel capo. — Tenete ferma la mano; —
così non vedo nulla: — ma che diavolo avete nelle braccia che le vi
tremano come se la quartana vi fosse venuta addosso?» — Così favellando
Lupo spartiva dietro il capo il volume delle chiome alla donzella e, al
moto delle dita aggiungendo il soffio, speculava se vi fosse lacero o
contusione. — «Gran male io non ci veggo; ora abbisognerebbe un po' di
aceto... cercate, Ludovico, se vi venisse fatto di trovare o penne di
pollo o esca od anche carta, che gliela bruceremo sotto il naso e la
faremo rinvenire: — io la scingerei, ma non mi attento; e' sono cose
queste che non si aspettano a' maschi...»

Ludovico, come risensando, senza dar mente alle parole di Lupo, aveva
già tratto un pannolino di tasca e, intintolo nell'acqua, dolcemente
bagnava le tempie alla donzella. Nè stette guari che, in quella guisa
che l'aere vermiglio all'orizzonte annunzia vicina la lampa del sole,
il colore della giovanezza e della salute, diffondendosi sul volto
alla fanciulla, presagì vicino il ritorno dell'anima agli usati offici.
Alfine trasse un gran gemito, e lo splendore degli occhi si manifestò.
Li volse esterrefatta d'intorno, e la prima parola che uscisse dalle
sue labbra fu:

«O padre mio! Dov'è mio padre?» E chiuse gli occhi di nuovo. Di lì
in breve riaprendoli, gli fissa nella faccia di Lupo, e prendendone
terrore, a braccia aperte si ripara al seno di Vico esclamando:
«Salvatemi, in nome di Maria santissima, da quel ceffo di fiera...
difendetemi da quell'empio ladrone... uccidetelo, o uccidetemi...»

«Per la testa di San Giovambattista!» proruppe Lupo, «valeva il
pregio davvero che io mi prendessi tanto impaccio di scioglierle la
lingua a cotesta calandra! Che ci ho a fare io, se gli anni mi hanno
mutato in bianco quello che un giorno ebbi nero, e il sole ha mutato
in nero quello che dalla natura sortii bianco? Se le ferite mi hanno
cincischiato il viso, ciò è avvenuto perchè, tranne una volta...
una volta sola..., non voltai mai le spalle al nemico. Ed io vo' che
sappiate, fanciulla mia, tornare a maggiore infamia pel soldato gli
sfregi alle spalle che non si vedono che gli altri visibili sopra la
faccia. — Nè sempre apparvi quale comparisco adesso; — e qualche occhio
di donna pianse alle mie partenze, e qualche labbro sorrise ai miei
ritorni. Ma ci corrono anni da questi a quei tempi! — Però non dubitava
di avere ceffo da mettere paura, — da masnadiere, — da ladrone. Voi,
fanciulla mia, avete scambiato il sorbo per noce. — Io sono Lupo
bombardiere agli stipendi della Repubblica di Fiorenza... onesto e
dabbene quanto può esserlo qualunque altro bombardiere in questo mondo
e in quell'altro.»

Ludovico sosteneva quel caro peso; fremeva, godeva e taceva; un'arcana
voluttà gl'investiva le membra. La donzella pur sempre a occhi
chiusi, col capo dimesso; di repente si svelle dalle braccia di lui,
palma percuote a palma, le mani si caccia tra i capelli, prorompe in
dirottissimo pianto e, fuggendo verso la porta, empie l'aere notturno
col grido:

«O padre mio! o padre mio!»

«Vico la seguitando veloce, la trattiene; e confortandola con dolci
parole, le dice:

«Non temete; il padre vostro ritroveremo; vi ricondurremo alle vostre
case... ai vostri parenti...»

Qui lo interrompe un alto riso della fanciulla: — egli allora, tra
stupido e soddisfatto aggiunge:

«Sol che vi piaccia mantenere l'animo lieto e tranquillo.»

«Vuoi rendermi la casa! Oh! rendimela via, e con essa la mia cameretta
linda, polita, col soffitto tinto d'azzurro, e il letticciolo con le
coperte di rascia rossa e il bel capoletto di Sicilia: — rendimi la
immagine della Madonna dell'Impruneta di Luca della Robbia e la lampada
e il vaso dove ogni giorno mutava fiori freschi di mia mano côlti
nel giardino... Ma come farai a rendermela, se quando ne uscii, il
pavimento, le pareti, il soffitto tutta andava in fiamme?... Mi vuoi
gettare tra il fuoco? In che peccai? Cotesta è la stanza dei dannati,
ed io non ho fatto male a persona nel mondo. — Io sono innocente, io!
— Tu mi hai parlato di madre: menami a vederla, e ti dirò fratello,
perocchè io sappia ogni creatura nascere da una madre ed essere amata
da lei sopra ogni cosa: ma io, sai? non ho conosciuta la mia... nessuno
ha risposto allorchè domandai: siete mia madre voi? — ed io fin qui ho
dubitato di essere venuta al mondo senza. Ben ho padre e amatissimo.
— Almeno lo aveva un'ora fa; — ora poi non so più s'io lo abbia. —
Deh! se lo sapete, insegnatemelo, siatemi pietosi, rendetemelo. Non
conosco altro che lui nel mondo: — che cosa dovrei fare sola, orfana,
abbandonata a me stessa? — Adesso poi che madonna Lucrezia è morta. —
Oh! le sventure vengono sempre e troppo accompagnate. — Non credete
forse che madonna Lucrezia sia morta?... Io stessa l'ho veduta,
invocato il nome santo di Dio, precipitarsi a capo rivolto nell'Arno.
Oh quanto era gran dolore non poterla soccorrere! e, potendo, non
avrebbe mica voluto, perchè ella si uccideva per fuggire vergogna. —
Io stesso per lungo tempo l'ho cercata lungo le sponde invano; e dopo
trovai mio padre che sedeva sui tegoli inceneriti di casa... e corsi e
corsi veloce, cosicchè le stelle del firmamento mi parevano un nastro
lungo lungo di luce; — e ora l'ho perduto da capo... Signori, abbiate
pietà dell'orfana; riconducetemi da mio padre... O padre mio...»

In questa le guardie della milizia fiorentina tornarono; e chi
sorridendo, quale imprecando, depositano le armi: se non che, vista
la desolazione della fanciulla, si acquetarono tutti, ed uno di loro
soltanto raccontò: causa del trambusto una squadra di cavalleggeri
uscita a foraggiare, che tornando carica di preda aveva trovato
la porta ingombra di gente del contado, di carra, di somieri e di
masserizie, con le quali fuggendo riparavano alla città; che, non
essendo riuscita, ad ottenere per amore si slargassero per lasciarla
passare, si era cacciata di forza tra quel cumulo di uomini, di bestie
e di cose, sicchè sbarattandolo e rovesciandolo era passata di galoppo
tra mezzo. Poco il guasto o nessuno; qualche mulo o cavallo aombrato
correre alla ventura per la città, ma presto lo avrebbero ritrovato;
la fanciulla di certo caduta per urto di cima a qualche carro dove
si stava addormentata: trattenerla nel corpo di guardia pareva il
consiglio migliore, perchè non istarebbe guari la sua gente a venire
per lei.

La fanciulla porgeva attentissimo l'orecchio, fissava arguto il suo
sguardo nel volto del parlante, sospettosa non la dileggiassero; e
quando le parve sincero, alquanto si assicurò: allora con ambe le mani
traendosi dietro il capo i molti capelli caduti sulla fronte, disse:

«Faccia Dio che presto ritorni! — Ma dove mi hanno condotta? Dove
mi trovo adesso?» E vedendosi circondata da tanti uomini i quali
curiosamente la guardavano, arrossì vereconda e declinò le palpebre.

«Figliuola mia», le rispose Lupo, «già non voglio dire che non potresti
stare con miglior gente, perchè la sarebbe soverchia presunzione
cotesta; pure così come ti trovi, sei sicura quanto nel monastero delle
Murate. — Tu stai in Fiorenza presso la porta San Nicolò, tra giovani
costumatissimi e ascritti alle bande della milizia cittadina. — Io poi
mi chiamo Lupo e sono bombardiere preposto alla colubrina piantata in
cima alla torre della porta.»

«Signor Lupo», soggiunse con umil voce la donzella, «io mi abbandono
nelle vostre braccia; — fatemi da padre finchè non abbia ritrovato il
mio vero. — Di ciò vi avremo obbligo infinito tanto mio padre che io;
e pregherò per voi la madre mia ch'è nei cieli.»

«Sta' pure di buon animo, figliuola mia; tu sei in mezzo a' tuoi. Anzi,
ora che penso, onde diminuire le ansietà di questa povera fanciulla,
e' sarebbe bene alcuno di voi, con buona licenza di messere Vico, si
movesse in traccia di suo padre per le prossime vie.»

«Dio ve ne renda merito», disse la fanciulla; — e poi volgendosi a Vico
e per la prima volta consapevole riguardandolo, volle parlargli, e si
confuse anch'ella; onde si rimase in silenzio.

«Come volete, Lupo, ci poniamo in traccia del padre suo», notarono
alcuni, «se i nomi di lei e di quello ignoriamo?»

«Andate», disse la fanciulla, «e se per la notte incontrate voce alcuna
di pianto che chiami Annalena, — quegli è mio padre. Se non udite la
voce, il dolore lo ha ucciso.»

«Orsù dunque voi, Marco Guidi e voi Pierfilippo, aggiratevi qui
d'intorno e vedete se per sorte vi ci abbatteste. — Tornate presto e
non passate l'Arno.»

Due uomini obbedivano al comando di Ludovico.

«Figliuola mia», riprese a favellare Lupo, «se io non ti rinnuovo
troppo disperata memoria, dimmi a che termine si trova il nostro
infelice contado?»

«Ahi! trista me! — I tormenti che videro questi occhi vincono le
parole. — Atti nefandi, abominazioni da demonii, immanità efferate,
delitti quali non dovrebbe tollerare la pazienza di Dio. Chiunque
adesso percorresse le terre già tanto fortunate del nostro contado,
gli parrebbero un deserto; — le tempeste dei cieli, i fulmini, li
terremoti insieme raccolti non potrebbero apportare danno uguale a
quello che hanno cagionato questi empi ladroni. Le vigne svelte, gli
alberi abbattuti, la terra sconvolta non serba traccia delle fatiche
dei campi. Le case ardono, le chiese rovinano: e tutti questi danni ed
altri maggiori non uguagliano i tormenti dei miseri abitatori. Le donne
tratte in ischiavitù, ad uffici vilissimi costrette, battute, ferite...
gli uomini appiccati ai pochi alberi rimasti alla campagna, miserabile
spettacolo dalla lontana, più misero da vicino, perocchè allora si
conosca espresso quanti abbiano patiti crudelissimi strazi prima di
morire...»

«Occhi di Dio, dove dunque guardate?» Muggì piuttosto con voce di toro
che non urlasse con grido umano Lupo. E la fanciulla spaventata balzò
in piedi per fuggire.

«Ah!» proseguiva Lupo, «tutto questo avviene perchè fummo codardi; — se
avessimo tenuto fermo in Arezzo, il nemico non iscorazzerebbe adesso il
contado: bene sta, dacchè non adoperammo le braccia a difenderci, forza
è che gli occhi consumiamo a piangere.»

«Oh! non versate ancora tutte le vostre lacrime, perchè tale vi
narrerò una sventura a cui se il piangere non manca, vi si spezzerà
il cuore per troppa compassione. Mio padre ha stanza... e devo dire,
aveva, — ma l'animo non sa credere come in un giorno possano tanti
infortunii accadere che appena mesi basterebbero a immaginarli, e non
pertanto avvennero in un'ora sola, e noi sopraviviamo, — mio padre
aveva stanza in Val di Greve presso San Giusto: in certo luogo fuori
di mano, ombroso per copia di piante, era fabbricata la casa nostra,
asilo d'innocenza, per me di pace non interrotta, per lui di riposo
agli antichi travagli, dacchè mio padre, da me in fuori non ha parenti
al mondo, e spesso piagne sopra altri e la moglie defunta, e più
sovente egli versa lacrime d'ira che mi fanno paura. Ora correranno
tre notti il padre, accompagnandomi alla mia cameretta, mi baciò
in fronte, mi benedisse e mi salutò dicendomi: Addio, a domani. —
Poi, quasi un qualche presentimento lo funestasse, rifece i passi
per rammentarmi assicurassi bene per di dentro le imposte, essendo
la casa bassa, la contrada piena di ribaldi, molto il pericolo dei
ladroni, più che soldati, dell'esercito della lega, le difese poche
o nessuna. Ond'io, maravigliando dell'insolito sospetto, domandai:
Perchè tanto temete? — Ed egli a me: Perchè mi sei sola in terra.
— Siccome mi aveva consigliato, chiusi diligentemente le imposte,
— poi mi prostrai davanti alla immagine della Madonna e le porsi le
consuete preghiere pel padre, per tutti ed anche per me; — mi giacqui
pacata proponendo levarmi mattiniera avanti l'alba per cogliere fiori,
destare il padre spruzzandogliene sul volto la rugiada e irriderlo
dei notturni terrori. — Il sonno mi vinse: all'improvviso, comechè
tenessi le palpebre chiuse, uno splendore mi offende la facoltà
visiva: dubbiosa di avere oltrapassata l'ora proposta, balzo a sedere
ed apro gli occhi. — Pensate voi qual cuore fosse il mio quando vidi
piena di fumo la stanza, — la fiamma sguizzare spaventevole lungo il
soffitto! — Preso consiglio dalla paura, fatto fastello dei panni,
scinta, scalza, scarmigliata i capelli, proruppi fuori. — La Madonna
aveva miracolosamente preservata la cameretta della sua devota; — la
rimanente casa in fuoco; — parte della scala, la inferiore, vacillante
travolta in fiamme, ma sempre in piedi; la superiore caduta; ogni
indugio sicurissima morte. — L'anima mia raccomandata al Signore,
mi slanciai; il divino ajuto soccorrendomi toccai uno degli scalini
rimasti; — bruciavano; — volai; — dall'ultimo gradino movendo il
primo passo, sentii sotto il piede un corpo morbido, e mi parve ancora
intendere un sospiro; — declinai lo sguardo: — uno dei piedi mi vidi
contaminato di sangue, e nel corpo mi apparve la spettacolo miserabile
di un servo infranto, mezzo arso dalle fiamme — forse egli precipitava
dalla parte più alta della casa, dove aveva stanza.

«Affrettai il passo, non sapendo nè curando pensare in qual parte
fuggissi: — unica cura fuggire. Risensando, mi trovai dietro la siepe
foltissima del giardino, e dall'opposto lato scôrsi mio padre, il quale
in mezzo ad una banda di scherani con le ginocchia piegate supplicava
così: — Alfine anche voi una donna ha partorito; avete sembianza
umana: lasciatevi piegare; concedete ch'io vada a salvarla... la
figliuola... solo, unico conforto alla mia vecchiaia; — lasciatemi:
— quanto possedevo vi ho dato. — Faccio sacramento sopra tutti i
santi del paradiso non essermi rimasto un picciolo per riscattarmi.
A che volete ritenere un povero vecchio? A che sono buono io? —
Ahimè! sentite! — è rovinato un trave... forse sul corpo della mia
figliuola... scioglietemi... lasciatemi. — Ed altre aggiungeva tanto
compassionevoli parole che faceva passione a sentirlo. Ma gli scherani
non gli badavano, intenti a dividersi le nostre masserizie più care.
Ben poteva tenermi nascosta, ma come può figliuola abbandonare il padre
in balìa a tanto affanno? Disprezzato il pericolo, mi palesai e corsi
ad abbracciarlo esclamando: Sono salva! — Egli non poteva abbracciarmi,
che ambe le mani dietro al dorso gli avevano legate; — mi baciava...
piangeva... mormorava parole per passione soverchiante confuse. Così i
nostri mali obliavamo, quando uno dei masnadieri in sembianza superiore
agli altri mi viene appresso, e di forza piegandomi verso lo incendio
mi guarda allo splendore delle fiamme della mia casa con piglio tra
ladro ed osceno, poi vôlto ad un suo cagnotto, comanda: — Menala
assieme con le altre. — Stende il cagnotto le mani; — io mi riparo alle
spalle del padre; e questi, siccome ira ed amore lo consigliano, privo
d'ogni altra difesa, a morsi mi difende; — ed ora prega, ora impreca
affannoso. — Il caporale, infastidito da coteste imprecazioni, esclama:
Pieraccio, fa che il tristo corvo si accheti; — e per sempre. — Il
cagnotto si trasse indietro, calò giù dalle spalle l'archibuso, tolse
di mira il padre mio, ed accostando la corda accesa al focone, sparò
contro di lui. — Egli cadde rotolando dentro la fossa che circondava
il giardino, ed io ancora caddi, come se il colpo medesimo avesse
ucciso due creature. Quanto tempo durassi in tale stato, non saprei:
allorchè rinvenni, mi trovai dentro una capanna angusta, e intorno a
me certe fanciulle del vicinato per lunga domestichezza mie familiari.
S'ingegnavano con diversi argomenti richiamarmi alla vita. Posai
pertanto di alcun poco la paura; e sopra tutto mi fu a bene cagione la
vista di monna Lucrezia Mazzanti da Figline. Questa magnanima donna, di
cui vi narrerò il pietosissimo caso, che aveva di qualche anno condotto
a marito Iacopo Palmieri da Fiorenza, abitava in villa poco lontana
dalla casa che fu nostra nel popolo di Dudda: — lei citavano esempio di
domestica virtù; per santità di costumi venerata, dai poverelli per la
sua beneficenza benedetta, a cagione della donnesca sua leggiadria a
quanti la conoscevano gradita, discreta, ben parlante, amorevole. Io,
da gran tempo priva di madre naturale, lei madre per elezione riveriva
ed amava. Conveniva in sua casa mio padre; e talvolta, quando stava
in villa a San Casciano, un messere di alto affare, a cui mi facevano
baciare la mano per ossequio, dicendomi di lui infinite novelle e come
avesse corso pericolo di vita per causa della libertà e lo avessero
posto al martoro, come de' casi degli uomini fosse speculatore arguto,
espositore eccellente, virtuoso, dabbene... lo salutavano col nome di
messere Segretario... sovente ancora messere Nicolò...»

«Il padre mio!» esclama Ludovico.

«E sì che mi pareva osservare sul vostro volto sembianze a me già
conte da tempi remoti...» E mentre così la vergine favellava, il capo
declinando, arrossiva. — Poco dopo riprese: «Che fa egli? vive?»

«Dio lo ha chiamato alla sua pace.»

«Fortunato lui, che i suoi occhi non vedono le presenti miserie! —
Siccome me lo dicevano della patria amantissimo, pietà divina certo lo
tolse allo spettacolo di così profondo infortunio. — A lei dunque mi
voltai interrogandola dove fosse mio padre: ed ella rispondevami starsi
in luogo sicuro; non dubitassi; lo avrei riveduto un giorno, sotto
cielo meno inclemente, circondato da creature più buone. Coteste parole
non mi confortavano punto; ricordai lo scoppio dell'archibugio, il
padre scomparso, e stemperandomi in pianto, più e più sempre invocava
il mio povero padre. Le compagne, male sapendo come consolarmi, dolenti
anch'esse per eguali sventure, piansero al mio pianto, ai miei gridi
gridarono. Sola madonna Lucrezia, trattenute le lagrime, non facendo
atto che apparisse vile, con soavi parole ci conforta, in mille modi
diversi s'ingegna raumiliarci: — Il pianto, ci dice, ai colpi di
fortuna non giova anzi gli aggrava; togliessimo animo pari ai casi
con i quali il Signore intenderà provarci; rammentassimo le donne
di coloro i quali con rischio della vita avevano pigliato in mano la
difesa della patria non dovevano piangere; a nemico superbo opponessimo
altero petto; un giorno anch'essi scontrerebbero amare queste esultanze
nefande; a Dio volgessimo il cuore rassegnato e contrito; alla Madre
Santissima ci raccomandassimo; serbassimo la vita finchè potevamo
con onore; se no, scegliessimo la morte, e il cielo si aprirebbe a
raccogliere la nostra anima cantando le glorie dei martiri. — Così
accesa nel volto con occhi lucenti favellava la santissima donna,
quando, schiusa la porta, apparve tra noi l'abborrito ordinatore della
morte di mio padre. Le compagne mi si strinsero attorno, come colombe
paurose del nibbio; io lo guardava fisso e sentiva ribollirmi nel cuore
orribile sete di sangue, sicchè se mi fossi trovata in mano daga o
archibugio e avessi saputo come si uccide un uomo, lo avrei trucidato
di certo. — Costui, che seppi tenere grado di capitano, e chiamarsi
Giovambattista da Recanati, si restrinse a colloquio con Madonna;
procedevano da prima le sue parole dimesse, la persona piegava in atto
di ossequio, — poi diventò a mano a mano, concitato nel dire, gli occhi
gli avvamparono ardenti. Madonna rispondeva raro, come schermendosi
da molesta domanda, e noi la vedevamo ora impallidire, ora arrossire
a guisa di persona posta al tormento. All'improvviso quel tristo
proruppe: — Fin qui pregai. Ora sappiate ch'io posso volere e voglio...
— Lucrezia lo supplicava tacesse, il luogo considerasse e le persone;
ma l'altro non udiva ed ambe le braccia distese per afferrarla. In
quello estremo la donna gli strappa la daga dal fianco e, alquanto
indietreggiando, gliel'appunta alla gola gridando: — Scostati, o sei
morto. — Il capitano si trasse in disparte e, contraendo le guance,
fece greppo e mostrò i denti come fiera che si apparecchia a divorare
la preda. — Era il suo riso. Poco appresso rincorato, — Madonna, le
disse, rendetemi la daga: voi ricambiate odio per amore; — questo
fa torto alla vostra pietà. — Ed ella: — Sì, certo, io non voglio
comparire davanti al mio Creatore coll'omicidio sull'anima. Non a
voi, capitano, sibbene a me stessa, darò la morte, se vi accostate
anche un passo. — Non ne farete niente, Lucrezia! — e si favellando
si avvicina; allora ella volge la punta al proprio seno e si apre
le carni, cosicchè ne spiccia larga vena di sangue. Noi alzammo un
terribile grido. Il capitano urlò fieramente anch'egli e, fatto delle
mani croce, supplicò si rimanesse, — sarebbe partito. E si partiva:
mentre stava per oltrevarcare la porta, Madonna con voce carezzevole
lo richiamò indietro, e a lui tutto lieto dell'animo che immaginava
nella donna mutato, ella disse: — Pregarlo di farci respirare aere
meno grave, ci cavasse per qualche ora dal carcere infame; lasciasseci
vagare pei campi paterni. — Ed egli: — Purchè sia meco! — Lucrezia
rispose di rimando: — Sia. — Uscito dalla stanza, corremmo alla donna,
fasciammo la piaga leggiera, ed ella, come già rapita a sensi diversi,
lasciava fare: — diventarono mute le sue labbra: — si nascose il volto
nelle mani e così stette fino a sera, premendola un fiero proponimento.
Il pianto fu a noi tutte in quel giorno cibo e bevanda. Declinando il
giorno, comparve il capitano Recanati in compagnia di alquanti suoi
scherani, e con esso loro noi tutti uscimmo. Lucrezia volse frettolosi
i passi alle sponde dell'Arno. — Talora si ferma, il cielo considerando
e la terra: e poichè il cielo appariva divinamente sereno e la terra
lieta di verdi piante... — ah! gli uomini non possono contaminare la
natura., — gemè dall'intimo petto. — La brezza vespertina mordeva
acuta, e noi la vedemmo dilatare le narici ed aspirarla a lungo
tratto, come se intendesse inebriarvisi. — Cotesta era carità di
patria, pensiero di godere le voluttà di cui il natio luogo va pieno
prima d'immergersi nella morte. — Ora le campane delle parrocchie
annunziano la estrema ora del giorno. — Voi sapete come, in cotesta
ora, in quel suono si comprenda un'arcana mestizia che vince il cuore
dei più tristi e li dispone ai rimorsi della notte. Madonna si pose in
ginocchio, — noi ne seguitammo l'esempio, ed ella a noi volgendosi ci
disse: — L'ultima ora di un giorno e di una vita è compiuta; pregate
per un'anima che sta per passare. — Il senso di quelle parole non ci
era chiaro, — pure pregammo con ardentissimi voti. Cosa stupenda e a
me medesima, dove non l'avessi con i propri miei occhi contemplata,
incredibile. I masnadieri e il capitano, i quali ci vigilavano da
vicino, commossi dallo spettacolo di amore e di fede, loro malgrado si
prostrarono anch'essi, sforzandosi richiamare sui labbri l'orazione nei
primi anni della vita imparata dalla pia genitrice. Noi donne stavamo
sopra il ciglione dell'argine; — menava sotto vertiginose le acque
l'Arno grosso per le pioggie cadute nei giorni precedenti. Madonna
Lucrezia si leva: — aveva nel volto gran parte di cielo; il crepuscolo
dorato lo vestiva di luce serafica: ci guardò mesta, non abbattuta;
secura non baldanzosa; e aprendo la bocca favellò: Figliuole mie, che
voi sceglieste piuttosto la morte con onore che la vita con vergogna,
stamane con parole io v'insegnava; guardate, — adesso ve lo confermo
con l'esempio. — Ah! il pianto mi toglie facoltà di raccontarvi
partitamente com'ella, spiccato un salto, si precipitasse nel fiume:
— come vedessimo ora apparire su le acque, ora scomparire sotto, la
santissima donna; e tanta era in lei la voglia di preporre l'onestà
alla vita che quante volte l'impeto dei vortici la respinse su a galla,
altrettante ella mettendosi le mani sul capo si attuffava giù nel
fondo. Urlando correvam lungo le rive dell'Arno, strappandoci i capelli
e invocando Dio. Il capitano, improvvido di consiglio, rimase stupido
di terrore. I suoi non si movevano; — egli poi, quando si riscosse ed
ebbe trovato barche e corde per riaverla, trasse dal fiume un cadavere.
— Scendeva intanto la notte. — Il corpo inanimato adagiarono sopra una
bara: — portavano intorno due torce infiammate; e il capitano seguiva
livido e muto. — Già ci accostavamo al campo quando vedemmo, quasi
scaturito dal seno della terra, un uomo sordidato di fango, co' capelli
scomposti sul volto, ardentissimi gli occhi, stringere una daga ed
avventarsi contro il capitano Recanati gridando: — Rendimi mia moglie!
— E il capitano, quasi agitato dalle medesime furie, trasse in un
baleno il suo pugnale gridando più forte: — Rendimi l'amor mio! — L'uno
contro l'altro correndo rovesciano un masnadiero che porta una torcia;
— di subito li circondano le tenebre; — ne segue fiero scompiglio: — i
portatori fuggono, la bara precipita rovesciando la morta sopra i due
forsennati... Se quel tremendo avvenimento giungesse a separarli, se
più infelloniti si uccidessero, io non so dirvi, perocchè anch'io mi
detti alla fuga, — e tanto corsi, tanto mi affaticai che, quando per
lassezza mi rimasi, la notte era alta; — intorno a me silenziosa la
terra; solo da lontano mi veniva un rumore come di acque che si rompano
per le pile dei ponti. Pensai movessero dal campo; e rinfrancata,
quantunque mi sentissi rifinita di forze, ripresi il cammino opposto a
quel suono. — Andai per un tempo alla ventura, poi, ravvisando strade
a me note, deliberai tornare dove fu la mia casa, sperando rinvenire
il corpo di mio padre, dargli sepoltura e quindi commettermi alla fede
di taluno conoscente od amico. — Pur giunsi, — riconobbi i cancelli
atterrati, il bel giardino svelto; — ma mi premeva altra cura. Dal
terrore agitata e dalla pietà cercai per le fosse l'amato cadavere.
Per quanta diligenza io vi adoperassi, non mi venne fatto trovarlo.
— Mi avvio dolente verso l'aia dove surse la casa, adesso ingombra di
frantumi e di ceneri. — Mentre più mi avvicino, odo un sospiro fievole,
e subito dopo vedo un simulacro umano in mezzo a quelle rovine;
intendo più alacre il guardo... e mi parve lo spettro di mio padre.
Se pure fosse stato tale, amore mi consigliava di andargli incontro,
ma la paura mi vinse, e fuggii prorompendo in altissimi stridi. — Nel
tempo stesso la voce paterna mi percuoteva le orecchie chiamando: —
Figliuola, figliuola! — Così vicini a riunirci per miracolo del cielo,
di nuovo ci dividevamo, — e forse per sempre, — se all'improvviso il
cane fedele, superstite a tante sciagure, non mi avesse, afferrando il
lembo della veste, impedito di correre. Ci abbracciammo dimentichi dei
sofferti mali; caduto era il padre non già di palla, bensì per essergli
mancato il terreno di sotto i piedi, e al tempo stesso, sparando
l'archibuso, parve rimanere ucciso, mentre per divina provvidenza
la palla, strisciategli le vesti, appena l'offendeva. Precipito il
racconto: albergammo in casa amica; ci ristorammo della fame e del
disagio; e poi, così volle mio padre, saliti sopra poderoso cavallo,
per lungo circuito, correndo a precipizio, ci riducemmo a Fiorenza.
— Forse dieci miglia discosto incontrammo un convoglio di carra e di
gente che abbandonavano il contado: infranta nella persona, desiderai
adagiarmi sopra un carro pieno di strame e di leggieri me lo concessero
i villani dabbene; qui presi sonno; mi risvegliai precipitando e
caddi tra voi. — Ed ora mio padre dov'è? E perchè tarda? Qualche fiera
avventura gli accadde, e voi me la celate pietosi. O padre mio!...»

  [Illustrazione: .... com'ella, spiccato un salto, si
   precipitasse nel fiume;.... _Cap. VI, pag. 159._]

Una voce lontana penetrò nel corpo di guardia, che chiamava:

«Lena! Annalena!»

«Silenzio!»

«Lena!»

«Ah! padre, padre, padre!...»

E tutti uscirono dalla porta a gola spiegata gridando:

«Qua. — Da questa parte. — Venite oltre. — Qui è vostra figlia.» Cessa
la voce, — s'intendono passi precipitati; arriva un vecchio ansante,
si slancia con giovanile leggierezza fra le braccia della vergine, —
ella di lui; e piangendo, mormorando parole slegate, alternando baci e
carezze, godono piena la gioia umana, — la cessazione del dolore!

Alcuno dei circostanti piegava altrove il volto, vergognando mostrarlo
lacrimoso; Lupo rideva, non capiva in sè dalla contentezza.

Poichè si furono alquanto rimesse quelle calde dimostranze di affetto,
il vecchio con labbra ridenti e cuore devoto rendeva mercede agli
ospiti della figlia.

«Oh!» rispondeva Lupo, «qui non ci capiscono grazie; noi non abbiamo
fatto altro che dirle buone parole... e queste costano tanto poco, e
tante ne sprechiamo invano e per male che davvero non meritano pregio
le pochissime proferite per bene. Io ve l'ho conservata, come padre; e
sebbene la presenza vostra mi tolga la dolcezza di questo nome, siate
ben venuto, buon uomo. Se però non vi offendesse la proposta, e voi
voleste accoglierla con quell'animo col quale ve la offeriamo noi,
starebbe a voi renderci gli uomini più lieti di questa terra (perdonate
il rozzo dire alla sincerità delle intenzioni)... accettando parte
delli nostri danari...»

«Lupo ci vince in valore, in magnanimità, in anni, in tutto»,
esclamarono i giovani.

«Per gli anni, sta pur troppo e, mio malgrado, bene; pel rimanente, e
nasca quello che sa nascerne, voi mentite per la gola.»

«Gente dabbene, la vostra cortesia supera la parola: io ve ne rendo
con l'animo quelle grazie che so e posso maggiori. Dal naufragio della
fortuna tanto ancora mi avanza da sostentare me e la mia figliuola
finchè il nemico duri nelle nostre contrade. Allora spero che Dio vorrà
concedermi tanto di vita da restituire in lieto stato le mie terre,
rialzare la casa...»

«Amen!» risposero i circostanti.

«Però», disse Lupo, «vecchio come siete, era meglio che riparaste a
Lucca o a Siena e vi toglieste ai disagi dell'assedio, come hanno fatto
i nostri più doviziosi mercatanti.»

«Il mercante non conosce patria; — i suoi affetti e le sue memorie
stanno nel forziere. — Agevole cosa è pertanto trasportare un forziere.
L'agricoltore pone nei campi l'amore, le fatiche, le ricordanze o
liete o triste della vita; nè i campi possono da un luogo all'altro
trasferirsi. A me bisogna rimanere in patria o morto o vivo.

«Già non intendeva io consigliarvi ad abbandonarla, sibbene rimanervi
lontano finchè durano i pericoli della guerra.»

«Lontano o vicino, i pericoli della patria mi riuscirebbero del
pari dolorosi e forse più gravi stando lontano, perchè accresciuti
dall'ansia, dall'incertezza e dal timore. E che? Manca forse vigore a
queste braccia per adoperarle in difesa del mio paese? Quella guerra
è invincibile dove combattono per soldati il vecchio di sessant'anni
e il giovanetto di quindici. Me avventuroso se potrò dare al dolce
loco natio gli estremi giorni di questa mia vita angustiata per mille
dolori! Scaverò ai fossi, porterò terra ai bastioni, porgerò le armi ai
combattenti; — e, ogni via di salute disperata, precipitando dall'alto
apporterò con la mia la morte di qualche nemico. Se, come spero, le
ragioni della patria prevarranno, mi sarà di conforto nel morire il
pensiero che la mia diletta figliuola sia commessa alla fede di madre
amantissima, — voglio dire Fiorenza. — Se invece, (disperda Cristo
l'augurio); rimane spenta la libertà, il vivere che monta? Tra morire
e vivere da schiavo la differenza è questa: i morti non sentono nulla,
i vivi si consumano sotto il peso delle catene. Lena mia, ti faccio
manifesto il mio testamento alla presenza di questi valenti uomini;
dove il lione coronato rimanga insegna della Repubblica, tu vivi,
serbati agli affetti di sposa, — alle santissime cure di madre; se le
palle trionfano... eccoti... prendi questo coltello... comunque corto
egli sia, può sciogliere un'anima dai legami del corpo.

Ludovico si muove all'improvviso e ponendosi di faccia al vecchio lo
interroga:

«Messere Lucantonio, mi ravvisate voi?

«Oh! se vi ravviso», rispose tosto il vecchio andandogli incontro e
abbracciandolo, «messere Ludovico, vi siete fatto fiero e gagliardo,
la Dio mercede. Vedete un po' come siete cresciuto, si può dire, a
giorni. Il vostro signor padre (scusate se vi rinnovo il dolore) ci
ha lasciato; — povero uomo! meritava vivere più lunga vita; ma Dio
sa quello che fa: — io però non me nè darò mai pace; non isperavo nè
desideravo sopravvivergli. Duri tempi, figliuolo mio, ma non affatto
sfortunati a chi, come voi, eredò tanta copia di domestiche virtù.»

«Messer Lucantonio, profferendovi grazie delle cortesi vostre parole
per ora, favelleremo a bell'agio intorno a siffatto argomento. — Volevo
dirvi un'altra cosa: — l'incomodo della via, i travagli sofferti devono
rendere al vostro corpo necessario il riposo. Qui presso nel popolo
di Santa Felicita è la casa del vostro amico defunto; — mia madre e i
miei fratelli abitano Pisa da molto tempo, e il modo del ritorno è loro
tolto. — Venite ed accettate ospitalità...»

«Io non consentirò...»

«Pensate che il figliuolo del vostro amico non merita rifiuto e che
l'alterezza, quando è troppa, diventa superba.»

«Sicuro, eh! il soverchio rompe il coperchio», veniva approvando Lupo.

«Sia come volete. Messeri, amici da un istante, noi lo saremo per la
vita: — porgetemi la mano; così come le mani, si uniscano le anime
nostre. Lupo, io per me nulla sono... ma se voleste essere pagato col
mio cuore, io ve lo manderei dentro una coppa a casa... Addio.»

E salutando con le mani, da destra a sinistra piegando la persona, si
accommiatava.

Lupo, staccando il lampione e rischiarando la via, mormorava:

«Pagare! il cuore! Che diavolerie sono elleno queste? Avrei per
avventura ceffo di quelli che mangiano gli uomini alle Indie? Messere
Lucantonio, vedete non farvi male... andate piano... qua v'è uno
scalino da scendere... a rivederci... buona notte. E voi, Annalena,
rammentatevi di me nelle vostre orazioni.»

«Addio... buona notte...», si udì alternare da una parte e dall'altra.
— Poi fu fatto silenzio.

Lupo rientrando depose il lampione, si avviluppò nel gabbano,
e ponendosi a giacere sulla panca, mormorava — Lupo vergógnati!
Quell'uomo conta un terzo anni più di te, ha veduto la sua casa
incendiata, le sostanze disperse, le terre guaste; e nondimeno pieno
di fede spera, o pieno di ardimento fermò nel cuore il suo fine... Tu
invece, dubiti... ti sconforti e, quello ch'è peggio, sconforti altrui.
— Egli non soldato, tu allevato e cresciuto nei campi. — E ciò da che
nasce? Nasce dall'essere in lui il cuore buono, il senno ottimo... —
Tu veramente, Lupo, cuore non hai cattivo, si potrebbe sostenere anche
buono..., ma per il senno... Ah! Lupo, tra te e te puoi confessare che
sei tondo come l'O di Giotto... e non vedi più in là mezza spanna del
naso.[111]



CAPITOLO SETTIMO

LA PRATICA

                         Gran cosa, che, di sedici gonfaloni, quindici
                           furono di tanta altezza e generosità di animo
                           che risolvettero veder perdere piuttosto
                           la roba e la vita combattendo che l'onore
                           e la libertà cedendo.

                                            VARCHI, _Stor._, lib. X.

                         Chi vuol veder quantunque può natura
                           In fare una fantastica befana,
                           Un'ombra, un sogno, una febbre quartana,
                           Un model secco di qualche figura,
                         Anzi pure il model della paura.
                           Una lanterna viva in forma umana,
                           Una mummia appiccata a tramontana,
                           Legga per cortesia questa scrittura.

                                                  BERNI, _sonetti._


La storia è poderosa quanto il grido dell'angiolo che deve suscitare
dalle tombe le ossa inaridite; — ella evoca le ombre delle andate
generazioni e le costringe al giudizio.

Ma lo spirito, insofferente del confine a lui imposto dalla forza
misteriosa che chiamiamo Dio, quando s'ingegna conoscere da quello che
il mondo soffriva quanto egli ancora sia destinato a soffrire, merita
l'inferno comune con Satana. — I fati posero il genio del rimorso
a custodia dei sepolcri, — e contendono dalle reliquie dei morti
derivarsi argomento di esperienza pei vivi. Continue paure sgomentano
gl'indagatori delle arti arcane vietate ai mortali, ed è la storia tra
queste. Come l'albero della scienza dell'Eden, sta nella vita umana
lo studio; quello produsse la morte del corpo, questo la certezza del
male, ch'è la morte dell'anima.

Infelicissima vita dell'uomo giunto a penetrare gli arcani difesi!
perocchè i cieli mente bastevole a separarlo dai suoi fratelli di
miseria gli concedessero, tanta poi che valesse per sollevarlo alle
sostanze spirituali gli negassero. Ora la superbia lo trattiene
dall'inclinare lo sguardo sopra una stirpe che egli calpesta e
disprezza perchè non sa migliorarla; la disperazione gli dice fissarsi
invano occhio mortale nell'alto. Fin dove poteva sorgere, egli è sorto:
adesso si roda le viscere. — Ah quasi per errore egli venne tra le cose
create: quanta sarebbe pietà riporlo tra le disfatte!

Un tempo fu, adesso per molta età diventato antico, in cui gli uomini
ordinarono al poeta adombrate dal velo delle allegorie le sentenze
della dottrina morale rappresentasse; ed Eschilo allora immaginava
cantando il figlio di Giapeto, salito all'Olimpo per conforto di
Pallade, rapirne il fuoco celeste e vivificare con quello lo spirito
umano. Geloso il tiranno dei cieli, lo condannando ad immortale
supplizio, mandava l'avoltojo a pascere il fegato perenne al sapiente
infelice. Incatenato alle rupi del Caucaso, chiama Prometeo[112]
l'etere, la terra e il mare in testimonio dell'atroce ingiustizia.
Lui incitava al meglio il grido della natura; una pietà profonda, un
sublime pensiero lo spinsero a fare meno triste le sorti della bestia
che parla. Ora come secondavano gli dei tanto amorevole benignità?
La creatura amante e, comechè incolpevoli, le creature amate ebbero
comunanza di pena. A tormentare la prima fu mandato l'eterno carnefice;
— a tormentare le seconde vennero la infermità, la tristezza, ed Esiodo
poeta aggiunge illepidamente le donne...

Più sicuri noi contempliamo la dura verità. Santo Agostino e
Rabano[113] ci narrano come Prometeo fosse uomo inclito per dottrina,
il quale meditando sulle ragioni delle cose svelava agli uomini le
proprie miserie, e palpate le piaghe loro, non seppe poi con qual
farmaco mitigarle. Gli uomini tratti dalla ignoranza nell'angoscia
maledirono l'importuno maestro, che si consumò nell'angoscia di aver
procurato irrimediabile un male con intenzione del bene.

Avventuroso lo stolto! — Bacone de Verulamio due afferma essere le
condizioni della vita figurate dalla sapienza antica nelle persone
di Epimeteo e di Prometeo. «E chi, egli ragiona, improvvido del
futuro seguitò la scuola di Epimeteo prendendo diletto delle cose
presenti, senza darsi cura dell'avvenire, placava il genio maligno e,
lusingandosi di vane speranze, traeva la vita come nella dolcezza di
sogno fortunato. — Gli alunni di Prometeo, per lo contrario, indagatori
acuti degli uomini e delle cose, ogni letizia appassirono. Stretti alla
_colonna della necessità_, da paure continue agitati, perderono la pace
del cuore; e se pure spunta per essi un'alba di conforto, nuovi terrori
sopravvengono improvvisi a disperarli con l'antica agonia[114].»

Avventuroso lo stolto! La disputa se la scienza giovi a migliorare
le condizioni umane pende indecisa. A Giangiacomo il suo genio disse:
Nega, — ed ei negò, e le genti lo chiamarono scempio. E che monta il
giudizio della gente? La storia insegna le verità maravigliose essere
state mai sempre schernite col nome di follia. E sì che Gesù Cristo
predicando alle turbe in Galilea tale dava principio alla sua orazione:
— Beati i poveri di spirito[115], — e sì che i santi Paolo e Gregorio
ordinarono l'incendio di molte migliaia di volumi: ed oh! piacesse a
Dio che potessimo davvero di tutti i libri del mondo costruire un rogo
per farvi sopra _un atto di fede_ dei miserabili sofismi chiamati col
nome di ragione umana.

Ma via, che cosa ella è mai nostra scienza? Un deserto senza confini
e senza _oasi._ Presunzione soverchia di noi stessi ci consiglia di
porvisi dentro alla ventura; — il dubbio ci punge sempre ad andare
oltre; e se mai avviene che un qualcheduno ritorni a casa sano, mostra
manifesto sul volto il segno della curiosità delusa, della stanchezza
disperata per aver saputo che nulla possiamo sapere quaggiù. Il nostro
intelletto va ingombro di perchè senza risposta; e se l'angiolo custode
non ti riposa la mente da queste domande, tu vedi in brevi apparire
la pazzia, la quale irridendoti ti scuote davanti il suo bastone co'
sonagli. «La sapienza degli uomini si assomiglia alla cenere, i suoi
ragionamenti superbi sono mucchi di fango[116].» Perchè dunque la
bestia che parla si vanterà superiore alla bestia che la voce non
modula a guisa di parola? Forse perchè la prima ha senno e mani da
trucidare la seconda[117]? Non sempre si lasciò uccidere, sovente
anch'ella uccise; e pel rimanente, che cosa dice lo Spirito? La
condizione della bestia è in tutto eguale a quella dell'uomo; ambedue
muoiono di pari morte, ambedue composti di terra si disfanno in terra.
Chi può affermare che l'alito dei figli d'Adamo si volga in su e quello
delle bestie si volga in giù[118]? La verità per noi è come per i
re di Gerusalemme e di Cipro, come i vescovi _in partibus_, un segno
senza idea. Ponzio Pilato, certo giorno che non aveva altro da fare,
interrogò Gesù Cristo in che consistesse la verità; — poi non attese la
risposta ed uscì fuori[119]. — Danno inestimabile fu che il proconsole
Pilato non avesse pazienza di fermarsi un momento!

Dunque?

Vi aveva forse promesso di concludere? E se pure ve lo avessi promesso,
può egli in siffatte materie tenersi la parola? Voi forse pensate ch'io
sia per volgermi all'oceano e supplicarlo di nuovamente nascondere la
terra, siccome uscita dai suoi precordi! invano. No, rimanga la terra,
continui a lambirne i confini estremi l'oceano, la ricuopra il cielo,
imperciocchè io le desideri destini migliori, ed anche, vaticinando, io
gli spero. Però desiderando e sperando ho detto a me stesso due cose:
gli uomini non saranno mai tutti nè in tutto felici; nel tempo in che
viviamo, molte piaghe furono sanate, moltissime altre si apersero, nè
giungemmo a gran pezza alla cima che i sofisti s'immaginano, nè con
le slombate e pedantescamente codarde fisime loro ci perverremo mai.
Se Dio levò la mano su tutte le generazioni della terra, e' non appare
che fosse per benedirle tutte: alcune egli guarda con occhio ardente,
come acceso di collera, e quivi tu incontri il deserto dalle arene
infocate; altre egli non guarda mai, e quivi piovono nevi perenni e
ghiacci eterni si addensano; ogni speranza di miglior ventura è morta
tra loro. Se quello che raccontano può credersi, cioè avere la terra
un cielo che si compia mediante ordine lungo di secoli, per cui la
Libia un giorno diventerà Siberia, allora, mutata la vicenda della
pena sembra che si possa concludere, vivranno sempre i tormentati.
Noi non siamo intero sangue latino; — noi uscimmo dal fianco di madri
barbare, e molto di loro ritraggono le nostre membra; — dove non mi
occorresse altro argomento per confermarmi in questo mio dubbio,
me ne persuaderebbe l'odio veramente fraterno che adesso portiamo
ai nostri antichi fratelli teutoni. A posta loro essi si spingono
verso il mezzogiorno, desiderando scambiare le brume del cielo natio
coll'azzurro del nostro, anelando il grappolo delle nostre vigne,
l'olivo delle valli: — Lasciate, essi ci dicono, riscaldarci le membra
intirizzite ai raggi del vostro sole; — voi ne avete goduto tanti
anni! — Importuni Polinici che ci domandano il trono di Tebe, e da noi
odiati come Eteocle odiava. Poichè la natura si mostrò a molti matrigna
e ad altri molti madre parzialissima, io penso ch'ella abbia gittato
nel mondo il pomo della discordia; e qui per quanto uomo s'affatichi,
invano speri di trovare rimedio. Ancora nasce il debole ed il forte,
nasce l'uomo di alto intelletto e lo scemo di senno; — irreparabili
ingiustizie. Con opera non interrotta di secoli l'uomo arriverà forse
a bilanciare in parte siffatte discrepanze, ma pure rimane sempre
l'apparizione del genio suprema ingiustizia, meteora luminosa che sè
stessa arde e gli occhi ai riguardanti consuma, forza prepotente, la
quale, secondo che muove Arimane od Oromaze, afferrato pei capelli
il suo secolo, lo strascina precocemente verso la libera civiltà o lo
risospinge nella serva barbarie. — Ora parlo di noi uomini viventi. A
coloro che tra i riposi di molli origlieri immaginano il sogno facile
di umana felicità, compassione. A coloro, i quali consultano i destini
degli uomini sui libri dalle fodere dorate, e non palpitano per le
piazze e pei trivii in mezzo alla plebe vestita il corpo di fango,
l'animo di delitto, compassione e dileggio. A coloro i quali non meno
vili e più dannosi dei lusingatori cortegiani adulano le moltitudini,
dileggio ed obbrobrio. Non sollevate ancora gli occhi alle stelle,
avvertite a non traboccare dentro la fossa adesso adesso aperta ai
martiri della libertà, o se gli sollevate, fatelo per pensare che i
vostri mali vincono di numero le stelle dei cieli; voi avete concetti
superiori, proponimenti inferiori al bisogno; mente alta, cuore
codardo, braccio infiacchito; voi ordite un secolo avaro e superbo;
obliosi movete oggi la danza dove ieri surse il patibolo per i vostri
fratelli; come solevano i baccanti, voi empite l'aere di gridi,
perchè nè da voi nè da altri s'intendano i lamenti dei mortariati e
turbino le vostre vituperose feste; se vi uccidono l'amico, non dirò
che a guisa dei lupi vi lacerate a brani il corpo di lui, bensì come
pecore stupide continuate la pastura spensierati e leggieri; vanitosi,
celebrate i fatti progressi, e non sapete che la millesima parte della
lebbra sociale non fu per anche sanata, che, qualunque parte, comechè
piccolissima, della lebbra rimanga, di per sè basta a procurare la
morte. Teti tuffando Achille nelle acque di Lete obliava bagnargli
il calcagno, e Paride, quivi appunto percotendolo l'uccise. I vostri
fratelli furono balestrati in esilio, voi appena fuori delle porte gli
avete dimenticati; — i vostri fratelli furono percossi di morte, e voi
avete avuto, non che d'altro, paura di gemere sopra il fato acerbo di
loro... di proferirne il nome! — i vostri fratelli furono sepolti in
carcere, e voi non li avete consolati. E voi i civili, voi? Voi non
avete la energia della barbarie nè il senno della civiltà virile. Prima
di desiderare la libertà, imparate ad essere uomini; — piuttostochè
volere repubblica, attendete a purgare i rei costumi. Finchè vi state
così superbi, parabolani, frivoli, obliosi, leggieri, pei mali altrui
di ghiaccio, fuoco per ogni maniera di diletti, io non abbisognerò
della testa di Medusa per farvi impietrire: — pietra siete da voi. —
Io vorrei come dentro uno specchio mettervi dinanzi l'anima vostra: —
mostro più schifo non partorì natura, nè mente di poeta immaginò.

Io troppo bene conosco che, da insidiose blandizie lunsingati,
saliti adesso, pel discorso inconsueto, in furore, mi maledirete...
Maleditemi... e smentitemi, se potete; — intanto io vi dichiaro
codardi, frivoli insanabilmente e in tutto degni della presente
servitù. — Adesso riprendo la storia.

Quando avveniva un caso grave di pace o di guerra, in Fiorenza era
costume del governo di chiamare a consulta, che dicevano Pratica, oltre
i magistrati, certa copia di cittadini autorevoli a fine di ricercarli
della loro opinione intorno ai privati pareri. Il quale abuso biasima
meritamente l'istorico Iacopo Nardi, come quello che partoriva pessimi
effetti; primo, perchè, non potendo adunare tutti i cittadini che
invero erano o si reputavano autorevoli, gli esclusi si rimanevano
scontenti e queruli; poi quelli che sapevano, secondo la consuetudine,
avere ad esser chiamati, poco pregiavano i pubblici uffici e sè non
esentavano con danno della repubblica; finalmente, i condottieri e
i principi, ai quali bisognava negoziare con Fiorenza, riconoscevano
questi concittadini come perpetuo magistrato, e così il governo veniva
a perdere di reputazione. Siffatta costumanza cominciò dal tempo delle
civili discordie tra guelfi e ghibellini, bianchi e neri, nel quale
avveniva che i principali della fazione fuoruscita, tornati vittoriosi
a casa, volessero ingerirsi nelle consulte, trattandosi della salute
propria e della parte. E quantunque nel secolo della nostra storia
cotesta necessità fosse cessata, pur tuttavia continuava il costume;
tale essendo la natura delle abitudini, buone o triste elle sieno,
quando una volta si lasciano invecchiare nella mente dei popoli.

Il caso era grave davvero, perchè si trattava se dovesse Fiorenza
accordare co' patti dettati dal Papa, o se piuttosto, rotti gli
accordi, mettersi alla ventura delle armi. Inoltre il gonfaloniere
Francesco Carducci tanto più volentieri aveva adunato la Pratica
in quanto che col chiamarci uomini di varie fazioni pensò potere
conseguire che, trattando domesticamente tra loro, venissero a
dimettere alquanto della scambievole selvatichezza ed accordarsi in pro
della patria comune: o se non riusciva a persuaderli di fare di per sè
stessi questo bene, convenissero almeno a confermare il gonfalonierato
di lui, il quale avrebbe molto acconciamente saputo provvedere alla
comune salvezza. Pensò ancora di acquistarsi grazia nell'universale;
però che, sebbene si sentisse atto a grandi cose; non ignorava essere
giunto a quel sommo grado con sorpresa di tutti e sua, scemargli il
credito le poche fortune, il fallimento della sua ragione mercantile in
Ispagna, il parentado, comunque illustre (che si vantava discendente
di san Giovanni Gualberto, antico barone del contado e galantuomo
davvero), oggi ridotto in pochi ed umili capi. Le quali cose, come
vedremo, il Carducci non solo non ottenne, ma invece acquistò le
contrarie; — colpa non sua, sibbene della fortuna, la quale delle due
faccie che gli umani casi presentano, sorridendo all'una, è cagione che
l'altra, malgrado gli argomenti umani, vada in rovina.

Nelle stanze della Signoria assai prima che la campana, detta la
Tonaia, chiamasse i cittadini in Palazzo, egli aveva convocato uomini
di ogni maniera faziosi. Erano andati prontissimi tutti Iacopo Nardi,
Michelangelo Buonarotti, Bernardo da Castiglione, Zanobi Buondelmonti,
Lorenzo Cambi ed altri non pochi per amore di libertà: Zanobi Bartolini
e Ludovico Capponi per iscoprire gli umori e governarsi a seconda del
vento; Luigi della Stufa, Matteo Nicolini, Ottaviano dei Medici, Luca
degli Albizzi, Francesco Antonio Nori per paura, tenendo scopertamente
per le palle.

Il Carducci, a mano a mano che giungevano, con dimostranze cortesi
gli accoglieva, domandava perdono se avesse loro arrecato disturbo,
ma in cosa di tanto momento non credersi facoltato a deliberare senza
di loro: attendessero che gli altri venissero; egli intanto esaminare
i rapporti della provincia. — E così favellando si accostava ad una
tavola immensa ingombra di carte, dove faceva sembiante di leggere.
— Il Carduccio, per ordinario pallido, adesso era livido, sia che
avesse vegliato la notte, o le cure soverchie lo travagliassero; — e
Iacopo Nardi, considerando cotesta sua faccia cadaverica ricinta sotto
il collo da un lucco di velluto cremesino, sentì come abbrividirsi
dentro, parendogli quelle pieghe rosse rivi di sangue che scaturissero
dalle vene tronche della gola: rispose al sorriso del gonfaloniere
stringendogli forte la mano e sospirando profondo. Questi però,
simulando di leggere, osservava attentissimo gli atti ed ascoltava
i detti dei convocati, e a tal fine adoperava l'udito, che la natura
gli aveva concesso maraviglioso, e la strana facoltà di potere in due
punti diversi indirizzare nel momento stesso il raggio visuale degli
occhi. Vide i Palleschi ossequiosi volgersi agli Arrabbiati, e questi
con mali modi e peggio parole ributtarli e restringerli insieme;
— notò i Palleschi e gli Ottimati rimanersi ristretti alcun tempo,
ricambiarsi la favella, ma alla perfine dividersi per istudio degli
ultimi a malgrado dei primi: non gli sfuggì il corpulento Bartolini
fare ad ognuno e restituire saluti, e non pertanto schivati i colloquii
rimanersi solo: nè il Carduccio sfuggì al Bartolino; acuti entrambi,
entrambi speculatori sottilissimi degli uomini, ingegnosi, amanti di
libertà; ma il Bartolino per ingiurie ricevute, quindi facile a piegare
il Carduccio per ambizione e come cosa propria, quindi istrumento
di libertà capacissimo e fedele. Poichè lo scopo di averli adunati
per tentare se potessero mescolarsi il gonfaloniere conobbe perduto,
egli, depositando sulla tavola il fascio delle lettere, quasi avesse
terminato di leggerle, dirigendo la parola ai convocati, così cominciò:

«Male nuove, messeri. Il dominio per la massima parte perduto;
la rimanente, secondo i rapporti dei commissari, travagliata dai
partigiani dei Medici, vacilla nella nostra devozione: — pericoli
maggiori dentro: l'erario vuoto.»

«Se per lo addietro», rispose tempestando Bernardo da Castiglione,
fosse stato creduto a me e agli altri che sono del mio animo, forse
in questo giorno noi non avremmo a consultare se si debba perdere o
non perdere questa libertà; perchè se ci fossimo vendicati arditamente
contro alle case, contro alla vita e contro alla roba dei nemici
nostri e traditori della patria, noi non avremmo oggi tanta paura
di loro in questi travagli, nè il Papa, confidato in questi perversi
cittadini, avrebbe mosso la guerra per rimettere sè e loro nell'antica
tirannide[120].»

E l'Arrabbiato guardava bieco i cittadini palleschi.

«Cotesti vostri modi», riprese Ludovico Capponi, «messere Bernardo, ci
avrebbero dato tirannide nuova, peggiore dell'antica: rammentate che ai
forti piacciono i consigli magnanimi, ai deboli i crudeli. Procedendo
come abbiamo fatto fin qui, ci rimane sicura speranza di accordi pei
quali, sfuggita la guerra, conserviamo libertà onestamente moderata ai
tempi, ai costumi ed alle voglie degli uomini possibile.»

«Libertà da Giulio dei Medici voi non vi potete attendere neppure
moderatamente onesta! Sperate piuttosto mille fiorini in prestanza dal
giudeo senza pagargli l'usura. Ah! Ludovico, sul letto dove si fanno
cotesti sogni, si alzano le forche per cortinaggio, e pende un bel
capestro per tendina.»

«Patteggiando, messere Bernardo, restiamo intieri, abbiamo forza e
possiamo costringere a tenere i patti; — vinti poi, dispersi, spenti,
nelle sostanze rovinati, empiremo le terre d'Italia di pianti inutili
e le più volte derisi.»

«E chi vi ha detto, Ludovico, di esulare per Italia! i Saguntini non
esularono; — non esularono i Cartaginesi; — non esularono i Sanniti, —
non i Giudei; e intorno alla prima parte del vostro discorso, io vo'
che sappiate dieci battaglie perdute non pareggiare il danno di sei
mesi di tirannide.

«E quale sarebbe il parere vostro, onorando messere Zanobi?» domandò
all'improvviso il gonfaloniere guardando fissamente il Bartolino.

E questi spedito rispose:

«Vi dirò, magnifico messere gonfaloniere, le opinioni di per sè stesse
non valgano nulla; — tutte buone, tutte cattive: e' bisogna prima
disaminare per bene i fatti; e questo, come vedete, spetta a voi:
— se davvero il dominio è perduto, la fede dei cittadini e soldati
vacillante, la pecunia nulla, accorderei salvando parte di quello che
altrimenti mi toccherebbe a perdere intiero; se poi non per anche
giungemmo a tanto estremo, non precipiterei nulla per godere il
benefizio del tempo ad aspettare le nuove dei Luterani e dei Turchi.»

«Queste risposte sanno di oracoli. — Dei due fatti bisogna supporre
uno: — così non verremo a capo di nulla», — mormorava a mezza voce il
Carduccio; e il Bartolino, tornato alla primiera impassibilità, fingeva
non intendere parola.

«La fede dei cittadini vacillante?» favellava pieno di passione Iacopo
Nardi. «Sì, ma di pochi tristi. Le casse vuote? Sì, perchè non volete
prendere il danaro dove si trova, ed invece lasciate adoperarlo ai
nostri danni. Almeno volgetevi alla carità del popolo: i ricchi non
hanno viscere, e il popolo vi porterà il suo ultimo soldo, il suo
ultimo figliuolo...»

«In fè di Dio io non so chi mi tenga le mani che non te le cacci nei
capelli e non ti renda più mondo dello zuccone di campanile[121]»

«Silenzio, donna! Abbiate rispetto al palazzo dei Signori.»

«Senti! O che li tolgo in dispregio io? Ma fammi almeno contenta di
dire a messere Francesco da parte mia che ho da parlargli.»

«E chi siete voi?»

«Io mi chiamo monna Ghita e sono setaiuola conosciuta per tutto Borgo
San Friano.»

«Or bene, monna Ghita, aspettate.»

«Aspettate! — Ella è una parola cotesta; ma noi poveri lavoranti
non siamo mica come voi altri signori soldati, che ve ne state il
giorno intero a baloccarvi con la partigiana in su le spalle mentre
v'è chi pensa a infornarvi il pane e a mescervi il vino: a noi tocca
guadagnarcelo menando le mani da mattina a sera; e tante volte non
basta. Prima dell'assedio un'ora o due non guastava; ora poi il vivere
è così caro che, non l'ora, il minuto assottiglia il vivere: non sapete
voi che il grano costa sette lire lo staio quando se ne trova, e il
vino dieci fiorini d'oro il barile? Ma voi non sapete nulla, perchè
non li comprate... — Corto — andate o non andate ad avvertire messer
Francesco?»

  [Illustrazione: .... Io dunque ve l'ho condotto, e vi prego a
   volerlo accettare,... _Cap. VII, pag. 176._]

«Buona donna, andatevi con Dio: — vi par egli che il magnifico
gonfaloniere possa lasciare la consulta per ascoltare una femminuccia
qual siete voi.»

«Soldato, tu se' forestiero e servo: se tu fussi de' nostri, sapresti
qui non si conoscere femminucce nè madonne, il grande contare meno
del popolano; se il grande vuol tenere gli uffici, essergli forza
ascriversi alla matricola delle arti: — la mia famiglia appartiene
all'arte di Por Santa Maria, come quella di messere Francesco Carducci:
ambedue abbiamo traffico di seta; egli la compra in balle, io gliela
incanno, gliel'addoppio e gliene fo matasse... eppure intrambi eguali
di condizione.»

Siffatto colloquio discorso con voce concitata le più volte sdegnosa,
nella stanza antecedente alla sala dove stavano a consulta il
gonfaloniere e gli altri cittadini, sospese i ragionamenti di loro; e
quale più qual meno si mostrava curioso di conoscere la cagione della
pressa singolare che faceva la donna. Onde il gonfaloniere, quella
vaghezza leggendo sul volto ai circostanti, senza aspettare di esserne
sollecitato chiamò la guardia e le ordinava lasciasse passare.

E subito dopo comparve arditamente una donna di sembianze strane; alta
della persona, magra, adusta dal sole sicchè sembrava di colore del
rame. I muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, le
labra vermiglie e, comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli
occhi fulgidissimi e perpetuamente volgentisi da un lato all'altro;
i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta. Moveva le braccia a
guisa di remi; e considerando le mani forti e l'unghie adunche di che
andavano fornite non era da reputarsi di poco momento la minaccia fatta
al soldato. — Entrò, come dissi, audace nel sembiante e negli atti;
ma tosto che si vide in mezzo a quel consesso, declinò lo sguardo e
si rimase muta e vergognosa. Per lo che il Carduccio, motteggiando,
amorevolmente le domandava: «Ora via, monna Ghita, lasciaste voi per
avventura la lingua al beccaio?»

«Messer no, bensì credeva che il soldato mentisse il consesso, nè mi
aspettava trovarmi al cospetto di tanti magnifici che vanno per la
maggiore...»

«E non andate anche voi per la maggiore? Il vostro nome non è egli
scritto nella matricola dell'arte della seta?»

«Oh! per l'arte, dite bene; ma infine dei conti a me pare che tutte
le disparità mettano capo a queste sole due: avere e non avere...
E nondimeno io parlerò, e questi signori mi scuseranno: e se non
mi vorranno scusare, mi rincarino il fitto, perchè io faccio opera
buona. E per dirvela in breve (chè a voi altri messeri premerà il
vostro tempo, ed a me preme anche il mio), ecco di che si tratta: e'
mi hanno fatto sapere come qualmente la Signoria ordinò si gridasse
per le strade e si appiccasse su pei muri un bando, affinchè chiunque
si trovasse da avere figliuoli da diciotto a trentasei anni ed ori ed
argenti, li portasse al palazzo della Signoria per essere adoperati in
difesa della nostra patria... Ora mi trovo ad avere questo figliuolo...
— Vieni oltre, Ciapo, e saluta i messeri.»

Qui gli occhi di tutti si fissarono sopra un garzone adolescente
tuttavia, ma grande e grosso, di membra validissime, armato di spada,
di partigiana e di barbuta. Egli come volle la madre, si avanzò di
alcun passo e con piglio soldatesco riverì il gonfaloniere e gli altri
adunati. Allora monna Ghita continuò:

«Ciapo non arriva ancora a diciassette anni, ma Ciapo è tale da
fiaccare l'ossa con un pugno a quanti qui siete dentro, sia detto senza
superbia. Cotesto vostro bando, con reverenza di voi tutti, messeri,
non mi sa di nulla. Oh! che? son gli anni che rendono capace di portar
arme e affaticarsi nel campo? il mio Ciapo di sedici anni e otto mesi,
perchè deve entrare nel diciassette come si arriva alla festa di san
Zanobi, può fare quello, e più, che non fa un altro di trenta. Dunque
deve farlo ancora egli. Ciapo è buon figliuolo; ha il santo timore di
Dio, lavora per la sua povera madre, e prega tutte le sere per l'anima
di suo padre. — Da lui in fuori io meschina non ho altri nel mondo.
Rimango sola; — ma che monta questo? Quando ho sentito il bando, gli
ho detto: Ciapo, prendi la barbuta, la partigiana e la spada di tuo
padre e vieni ad arrolarti alla ordinanza della milizia. Adesso ti
bisogna difendere tua madre e la tua casa. — Qui Ciapo mi ha risposto:
Non ci moviamo, madre mia: per voi, dormite sicura che nessuno vi
toccherà la punta di un dito; in quanto alla casa poi, che domine
volete che portino via? E' non v'è chiodo d'appiccare il capuccio. —
Le quali parole mi fecero impressione, perchè Ciapo diceva la verità,
essendo i miei anni tanti da rendermi ora più paurosa del demonio
che dei soldati, e la casa ignuda di masserizie quanto il palmo della
mano: ma stata alquanto sopra di me, soggiunsi: Va tuttavia, se non
difenderai le donne e robe tue, difenderai quelle degli altri; e poi
mantenendo questo stato, se un signore ti reca ingiuria, dimani diventa
si può dire come te di petto alla giustizia, e tu puoi accusarlo agli
Otto, mentre nei reggimenti dove un solo comanda a tutti e sempre,
non sai in che modo rifarti. — E senti ancora quello che predicava il
beatifico frate Girolamo, perchè non hai avuto il bene di ascoltare
quella santissima bocca: — Cristiani e fratelli miei, vale meglio
pane di fava in repubblica che pane d'oro sotto il principato. — E
Ciapo m'interruppe esclamando: Basta... andiamo. — Io dunque ve l'ho
condotto, e vi prego a volerlo accettare, ch'egli mi promesse di
portarsi da valentuomo e da figliuolo degno di Bindo del Tovaglia suo
padre, che Cristo abbia in gloria.»

Le guancie livide del Carduccio comparvero lievemente tinte in rosso;
sciolse un sospiro, e la soverchia commozione gli troncò la parola.
Gli altri, rimordesse coscienza o maraviglia esaltasse, tacevano. — La
donna soggiunse:

«Solo vogliate nutrirlo, imperciocchè io non potrei fare le spese a
me ed a lui. — Oh! un'altra cosa. Davvero ella è una miseria, ma ogni
pruno fa siepe:» (così favellando monna Ghita si fruga per le tasche)
«in fondo della cassa ho trovato questo paro di gocciole d'oro che mio
zio Baccio aggiunse alla donora quand'io andai a marito; se avessi
trovato di più, di più vi avrei portato; e mi ricordo che mi disse
esserci il valsente di meglio che quattro fiorini d'oro, e averglielo
affermato con sacramento l'orafo che sta da San Brancazio: — io non
ci credo, perchè gli orafi vivono senza fede nè legge; nondimanco,
costino quello che costino, varranno a pagare una settimana un uomo
d'arme. — Messeri, state sani; il Signore vi dia il buon giorno e il
buon anno. Badate ad avere cura della patria: io per me torno a badare
al filatoio: se avete seta da filare, vi sovvenga di monna Ghita, nel
borgo San Friano; tutti v'insegneranno la mia casa, perchè la chiesa
conviene che campi sopra la chiesa. Ciapo, figliuolo mio, ricórdati,
davanti al Crocifisso che tengo a capo del letto, avermi promesso di
tornare ad annunziarmi libera patria, o non tornare più: attendi a
mantenermi la promessa, perchè se mi capiti in casa vinto, io ti chiudo
l'uscio in faccia e dico al vicinato averti raccolto per la strada, non
già portato in questo fianco nè con questo seno nudrito: hai tu inteso?
Addio.»

Il Carduccio, alzate le mani, corse ad abbracciare la donna e
intenerito esclamava:

«Ghita, se la repubblica contenesse dieci cittadini dell'animo vostro,
il nemico non accamperebbe adesso sotto le mura di Fiorenza.»

E gli altri, simulando od esprimendo verace ammirazione, l'erano
attorno celebrandola con ogni maniera di lode. La donna, districandosi
da loro, come selvatica, con alta voce gridò:

«Mal concetto, messeri, prendo di voi; ed ora incomincio a dubitare
della patria davvero, perchè voi tanto non levereste a cielo il debito
del buon popolano, se aveste cuore e volere da soddisfare al vostro.
Badate che al cavare delle tende non si abbia a dire di voi come del
perdono di sere Umido: baci di molti, e quattrini punti[122].»

Iacopo Nardi, tratta fuori di tasca una carta, notava; e quando ebbe
notato la piegò e se la ripose diligentemente in seno, mormorando: —
Quando ogni altro esempio di virtù ai nostri tempi mancasse, questo
unico basterebbe a farmene scrivere la storia[123].

Michelangiolo anch'egli non alitava, l'anima tutta gli si era trasfusa
negli occhi; l'osservava in ogni suo moto nel girare dei muscoli, nello
stringere delle ciglia. E non contento di starsi alla superficie, le
penetrava oltre la cute e, per così dire, indovinava la recondita
notomia di quel volto: dardeggiando veloce lo sguardo da lei ad un
foglio e dal foglio a lei, con la mano rivelatrice dell'alto intelletto
effigiava il tipo della parca che taglia la vita, la quale poi dipinse
con le altre due compagne, meraviglia dell'arte, nella tavola che si
conserva nella galleria di Palazzo Pitti a Fiorenza.

                   *       *       *       *       *

«Magnifici signori,» disse un mazziere della Signoria entrando in
fretta, «gli oratori spediti a Bologna, arrivati a Porta San Gallo,
hanno mandato un cavallaro innanzi per avvertirvi che scavalcheranno al
Palazzo.»

«Ordinate che cessino di sonare la campana: — se vi aggrada, messeri,
possiamo scendere in sala. — Voi, monna Ghita...» La donna era
scomparsa; e quando nello scendere le scale, il gonfaloniere si accostò
al balcone, la vide traversare veloce la piazza, come vogliosa di
rimettere il tempo perduto.

Entrarono nella sala, assai diversa da quella che ai tempi nostri
vediamo. Non per anche ella appariva contaminata su le pareti con le
immagini di due atroci ingiustizie, una della Repubblica, l'altra del
Principato, voglio dire le guerre di Pisa e Siena. — Non per anche i
popoli, ponendo il piede dentro quel recinto, sentivano comprendersi
dal ribrezzo al pensiero dell'incesto quivi commesso dal primo gran
duca Cosimo dei Medici, d'iniqua memoria, sopra la sua figlia Isabella.
— Ella era quale l'aveva ordinata frate Girolamo Savonarola al suo
amico Simone detto il Cronaca, semplice, bassa, scarsa di lumi, col
solaio scompartito a quadri di legnami, larga braccia trentotto,
lunga novanta. Mai non avevano fabbricato in Italia sì vasta sala nè
i Veneziani nè i papi nè i duchi di Milano o i re di Napoli. Quando la
voce di frate Girolamo fece prevalere il reggimento popolare al governo
dei pochi, che aveva durato sessant'anni in Fiorenza, provvidero si
costruisse un locale capace di contenere tutti i cittadini adunati
in consiglio generale. Il buon Simone con tanta prestezza attese si
conducesse a termine che lo stesso Savonarola ebbe a dire «che gli
angioli in quell'opera si esercitassero in luogo di muratori ed operai
perchè più presto fosse finita[124].»

Quantunque io abbia affermato poc'anzi che il Savonarola[125]
predicando facesse un reggimento largo e popolare prevalere allo
stretto e dei pochi, già non si creda ch'ei partegiasse a rendere la
plebe signora, dominio acerbo quanto quello del tiranno. Fu pei suoi
conforti composto il Consiglio prima di ottocento trenta, poi di mille
settecento cinquantacinque cittadini, oltre i trent'anni, amorevoli
della repubblica, _netti di specchio._ Imperciocchè egli sapeva essere
le adunanze della plebe istrumento certissimo di servitù; epperò
quando i cittadini ambiziosi non potevano vincere co' modi legali,
s'ingegnavano chiamare la plebe in piazza, rimettere in lei l'autorità
del governo e lusingarla o costringerla ad eleggere alquanti uomini
i quali avessero soli autorità di riformare lo stato quanta ne aveva
il popolo di Fiorenza tutto insieme. I quali due modi si chiamavano
_parlamento_ e _balía._ E la storia aveva insegnato esserne derivati
pessimi effetti, simili a quelli che anticamente partorirono nella
repubblica romana e in tempi più recenti nel regno di Polonia, allorchè
una Polonia stava in piedi, e i popoli si eleggevano un re. Frate
Girolamo, che del reggimento degli stati, se quel suo zelo soverchio
per la religione non l'offuscava, intendeva assaissimo, attese molto
diligentemente a persuadere altro essere libertà, altro licenza, popolo
non doversi confondere con la plebe, consiglio generale differire
da tumulto in piazza; ed in ammaestramento perpetuo che la sfrenata
larghezza dei consigli è madre certa di tirannide, volle nella gran
sala a lettere maiuscole fosse scritta la stanza seguente:

    Se questo popolar consiglio e certo
      Governo, popol, della tua cittate
      Conservi che da Dio ti è stato offerto,
      In pace starai sempre e in libertate:
      Tien' dunque l'occhio della mente aperto,
      Chè molte insidie ognor ti fien parate,
      E sappi che chi vuol far parlamento
      Vuol tòrti dalle mani il reggimento[126].

Intorno alla mura della sala avevano ritta una ringhiera col piano
alto tre braccia sopra il pavimento, balaustri davanti e seggi come
in teatro; quivi dovevano sedersi i magistrati della città. Nel mezzo
della parete volta a levante, sopra residenza più eminente, stavano
il gonfaloniere di giustizia e i Signori: — nella facciata dirimpetto
era l'altare, e accanto all'altare la tribuna, in quel tempo chiamata
_bigoncia_, per gli oratori. Nel mezzo poi della sala si vedevano
panche disposte in fila per i cittadini. Tal era, nei tempi di cui
narro la storia, la sala del Palazzo della Signoria, ai giorni nostri
volgarmente chiamato _Vecchio._

Mi sia concesso con quella brevità ch'io potrò maggiore esporre
quali si fossero i magistrati che partecipavano alla Pratica, come
nascessero; quanto e quale potere esercitassero. Duri tempi ci stanno
addosso; sicchè all'uomo, per ristorarsi delle presenti miserie,
conviene che si volga al passato o al futuro. Tra le memorie e il
desiderio noi trasciniamo vita piena d'amarezza; — il futuro si
distende grande, infinito davanti a noi, ma vago, illuminato da
splendore incerto, dove ogni creatura immagina a suo senno un fantasma.
Il passato invece si mostra circoscritto, ai bisogni nostri incompleto,
pur nondimeno distinto. Il passato è irrevocabile, — il tempo caduto
nella eternità uscì dal dominio degli uomini e da quello di Dio. Del
futuro non ispuntò anche l'alba del giorno fatale, e le generazioni,
quasi disperate della lunga notte della doppia tirannide che le
opprime, tengono da secoli la faccia volta all'oriente osservando se
comparisce il raggio divino. — Quanto tarda a comparire quel raggio! A
cui talenta spaziare pei campi dell'avvenire, vi s'immerga intiero e ci
rallegri con illusioni, con isperanze, con vaticinii e, se gli riesce,
con sicurezza di meglio, onde tre quarti del genere umano continuino
il travaglioso pellegrinaggio della vita. In verità la nostra misura è
colma, il peso grave, l'assenzio dell'anima senza fine amaro. Io punto
da diversa voglia continuerò a ricercare nelle ceneri dei padri, a
interrogarne i sepolcri. Ah! padri miei, voi premete un duro guanciale
di terra; voi preme una grave coltre di terra; — voi forse ora siete
tutta terra... e nonpertanto v'invidio perchè riposate.

Il magistrato dei Signori ebbe origine antica, fu ordinato nel 1282; —
dapprima erano tre, poi sei, essendo la città divisa in sestieri; alla
fine otto, quando la ridussero a quartieri. Ma, siffatto magistrato
non bastando a frenare la prepotenza dei nobili, crearono nel 1292
il gonfaloniere di giustizia, al quale dettero sotto venti bandiere
mille uomini, onde si trovasse sempre parato a favorire le leggi.
Primo eletto fu Ubaldo Ruffoli; e trasse per la prima volta fuori
il gonfalone per disfare le case dei Galletti, avendo uno di quella
famiglia ucciso in Francia un popolano. Il gonfaloniere e la Signoria
esercitavano, da principio, grandissimo potere, stando nella facoltà di
quelli fare o non fare quanto loro meglio piacesse. Dal 1494 insino al
1512, e dal 1527 al 1530 poi, sibbene il Consiglio Grande fosse vero
e legittimo signore, nondimeno cotesti due magistrati ritenevano gran
parte della sua autorità. Uscito fuori dal bisogno e per avventura
dall'ira, cotesto ufficio riunì un tempo entrambi i poteri che noi
diciamo deliberativo ed esecutivo; in seguito, procedendo nella scienza
di governare lo stato, l'autorità del deliberare fu, come si doveva,
restituita ad ampia assemblea, ed essi ritennero il potere esecutivo,
il quale nondimeno divisero in altri magistrati subalterni, come
sarebbe a dire i Dieci, ai quali commisero l'incarico di vigilar su
le cose della pace e della guerra, i Nove preposti a provvedere alle
milizie del contado, gli Otto all'amministrazione della giustizia
criminale, ed altri ad altre cose.

Dopo la Signoria, nel reggimento della Repubblica Fiorentina
comparivano notabili i sedici gonfalonieri. È incerto se Giano della
Bella nel 1292, o il cardinale da Prato, mandato nel 1303 da papa
Benedetto XI a pacificare la città, gl'istituisse. Fu da principio
ufficio loro esclusivo sovvenire la Signoria e il Palazzo, correre alle
case dei popolani, se vedessero i grandi assembramenti per isforzare il
governo, operare in somma quanto fosse necessario onde rimanesse illesa
la legge, e perchè meglio l'ufficio loro eseguissero, ebbero nel 1323
i cinquantasei pennoni, tre per gonfaloniere, ed alcuni quattro, con
i quali, quando il gonfaloniere di giustizia chiamava il popolo alle
armi, erano tenuti ad andargli dietro con le compagnie loro assegnate.
Mutati i tempi e gli ordinamenti, non più si ebbe bisogno che uscissero
in arme ad accompagnare il gonfaloniere di giustizia nella tumultuosa
esecuzione di sentenza che pareva, ed era le più volte, vendetta: ma
nondimeno, avendo acquistato riputazione grandissima, ordinarono che
la Signoria, quando avesse a fare alcuna pubblica deliberazione (come
confermare le spese commesse dai magistrati della Repubblica, creare
nuove leggi, imporre gravezze), non potesse alcuna cosa eseguire senza
di loro. Avevano titolo di venerabili; insieme con i dodici Buonuomini
componevano i così detti Collegi, e si chiamavano ancora li Tre
maggiori. Chiunque il padre o l'avo del quale non era veduto far parte
di questi maggiori non poteva essere promosso agli uffici pubblici. La
città andava divisa in quartieri, per la riforma che ne fu fatta dopo
la cacciata del duca di Atene. Per lo innanzi fu spartita in sestieri.
Ogni quartiero aveva un gonfalone collegiale e quattro particolari.
San Spirito prese per gonfalone collegiale la colomba bianca con raggi
d'oro fuori del becco in campo azzurro; gli altri scala bianca in
campo rosso; quadro bianco seminato di nicchi rossi in campo azzurro;
sferza nera in campo bianco; drago verde in campo rosso. Santa Croce
ebbe in gonfalone collegiale croce rossa in campo bianco; — gli altri
furono, due ruote cerchiate bianche e nere; una ruota di carro di color
d'oro in campo azzurro; toro nero in campo d'oro; lione d'oro in campo
azzurro. Santa Maria Novella per gonfalone primario un sole d'oro in
campo azzurro; e gli altri, lione bianco in campo azzurro; lione rosso
in campo verde; vipera verde in campo d'oro; unicorno bianco in campo
verde. San Giovanni, il tempio in campo azzurro; gonfaloni minori, le
chiavi rosse incrociate in campo d'oro; il vaio bianco e nero; il drago
verde in campo d'oro; lione nero in campo bianco.

Terzo maestrato maggiore costituivano i Buonuomini; dodici di numero;
istituiti nel 1321; nel qual tempo essendo la città molto travagliata
dalla fazione di quelli che volevano entrare nel governo, e non
provvedendo a sì fatto disordine i Priori come dovevano, furono eletti
questi dodici Buonuomini, perchè assistessero i Priori, i quali d'ora
in poi non potessero fare deliberazione alcuna d'importanza senza il
consiglio loro: si dissero Buonuomini perchè cavati fra quelli che
avevano fama, oltre la sufficienza, di grande bontà. Nella riforma del
1494, epoca della seconda cacciata dei Medici, si provvide che eglino
insieme ai sedici gonfalonieri ed alla Signoria intervenissero a fare
stanziamenti, creare nuove leggi ed altri ordini; nè senza la presenza
loro il Consiglio Grande potesse eleggere magistrato, o far cosa altra
qualunque. Incombeva loro altro ufficio, ed era la guardia della porta
del Palazzo nei tempi turbolenti contro chiunque volesse sforzare i
Signori. Però, durante lo spazio compreso nella nostra storia, di e
notte vigilarono alla custodia della Signoria.

Dei Nove non occorre per ora parlare, i quali attendevano alla milizia
del contado e del dominio fiorentino; e perduto il dominio, furono
deputati sopra le fortificazioni della città.

Altrove terremo proposito degli Otto di guardia, magistrato criminale
sostituito ai capitani di popolo. — Diremo adesso brevemente dei Dieci
di libertà e pace.

I Dieci furono magistrato assai antico, imperciocchè se ne trovi
fatta menzione nella storia delle guerre che Firenze sostenne con suo
infinito pericolo contro i duchi di Milano. In pace si sopprimeva,
in guerra si tornava ad eleggere. Qualche volta invece di dieci fu
composto di otto, e si chiamarono di Pratica. L'amministrazione dei
Dieci si estendeva oltre ogni credere; in loro stava la salute o
la rovina della patria; a loro apparteneva negoziare co' principi,
praticare gli accordi, promuovere le leggi rispetto alla pace o alla
guerra, soldare capitani, fanterie e gente di armi; e, bisognando
condurre governatore o capitano generale, a loro spettava considerare
diligentemente chi per fede e valore fosse degno di tanto grado,
comechè simile condotta non si tenesse per conclusa dove prima non
la confermasse il consiglio degli Ottanta. Era parimenti ufficio
dei Dieci apprestare le fortezze del dominio, mettervi presidii,
artiglierie, polvere e di ogni maniera provvisioni. Avevano autorità
di mandare commissari particolari del dominio, od anche eleggere
per commissari quelli che andavano in reggimento. Gli ambasciatori e
commissari generali sebbene nel consiglio degli Ottanta si creassero,
nondimeno, quando andavano ad eseguire i negozi, la Signoria imponeva
loro che scrivessero ai Dieci; e quanto questi comandassero,
facessero: però gli ambasciatori innanzi la partita andavano per
le istruzioni a quel magistrato; giunti presso i principi, a lui
scrivevano tutto quello che occorreva, e i comandi che per risposta
ricevevano, eseguivano. L'autorità di questo magistrato compariva in
diritto eccessiva, perchè poteva muovere guerra, far pace, stringere
lega con cui meglio gli pareva: nondimeno in fatto non assumeva sì
grave carico, e nelle deliberazioni di momento si consigliava con
la Pratica. Furono segretari dei Dieci, col titolo di Segretari
della Repubblica Fiorentina, gli uomini più illustri che a mano a
mano onorassero i secoli. Tanto piacque nei tempi andati ai Toscani
mantenere presso i popoli stranieri fama d'ingegnosi e schivare quella
di stupidi: Coluccio Salutati; Lionardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio
Bracciolini, Cristoforo Landini esercitarono l'ufficio di segretario;
più grande di tutti loro Nicolò Machiavelli, a, cui, ristorato
il governo repubblicano, fu per opera degli ottimati preferito un
Francesco Tarugi di Montepulciano, e questo morto di lì a breve tempo,
con molto migliore consiglio elessero per segretario Donato Gianotti,
reputato e dabbene, dalle opere del quale sono estratte per la massima
parte le precedenti notizie[127].

Già la sala era ingombra di cittadini chiamati dal suono della campana;
e andavano trattenendosi in vari ragionamenti, divisi in capannelli,
liberamente discutendo le proprie opinioni, sicchè ne usciva un
frastuono simile al zufolio del vento per le foreste. Quando comparve
la Signoria ogni uomo si tacque e si affrettò ad occupare il posto
conveniente alla dignità di ciascheduno. I magistrati si posero sulla
ringhiera, il popolo per le panche, il gonfaloniere con la Signoria
sopra il suo seggio.

Appena seduti e ricambiato il salutare, i tavolaccini apersero l'ultima
porta della sala a mano sinistra del gonfaloniere, ed uno di loro
gridò:

«I magnifici ambasciatori.»

E subito dopo furono veduti entrare Iacopo Guicciardini, Andremo
Niccolini e Luigi Soderini, mesti in sembiante e in gramaglia,
cosicchè a molti quella improvvisa comparsa era segno di augurio
sinistro. Fattisi presso al seggio dei signori, con molta solennità gli
ossequiarono, aspettando per favellare che ne fosse loro trasmesso il
comando.

«Quando partiste», cominciò il gonfaloniere, «da Fiorenza, eravate
quattro. Donde avviene che siete scemati? Dov'è messer Niccolò Capponi?
Quale cura lo trattiene adesso?»

«Nissuna: — anzi egli adesso va sciolto da tutte, rispose Iacopo
Guicciardini. — In Castelnuovo di Garfagnana spirò la sua dabbene
anima, invocando la patria e con preghiere caldissime raccomandandola.»

Lorenzo Segni, che per avere condotta a moglie la ginevra, figliuola di
Piero Capponi, era cognato di Niccolò, udendo l'acerba novella, forte
si percosse la fronte ed esclamò:

«Ahimè! perdemmo il migliore cittadino di Fiorenza.»

Lionardo Bartolini, soprannominato il Leo (il quale era uno dei Sedici;
e patteggiando per la setta degli Arrabbiati, non si scompagnava mai
da Bernardo, Lorenzo, Giovambattista, Dante ed altri della famiglia
Castigliona; da Battista del Bene, detto il Bogia, Giovanni degli
Adimari chiamato Zocone, Giovanni Rignadori, per soprannome Sorgnone,
ed altri della medesima setta), mal comportando la lode smodata ad
uomo, che sempre avevano ripreso mentre viveva, rispose ad alta voce:

«Ed il peggiore magistrato...»

Lorenzo, levando la faccia e torcendo nel Bartolini gli occhi dove il
subito furore aveva inaridito le lacrime della pietà, come quello che
arditissimo uomo era, con grande animo soggiunse:

«A me non faceva mestieri altro esempio per convincermi essere i
peccati delle republiche la ingratitudine e la invidia.»

«Via il pallesco! — Taccia l'ottimato! — silenzio!...»

E queste parole con gridi deliranti si urlavano, con frequente pestare
di piedi e gesti furibondi, dalla fazione degli Arrabbiati.

«Silenzio a tutti!» balzando in piede dal suo seggio prorompe il
Carducci.» Non è luogo questo, nè qui foste adunati per celebrare
o riprendere le azioni dei cittadini. Il predicatore al mortorio
preconizzerà il defunto messere Nicolò; la storia lo giudicherà nei
suoi volumi. Ambasciatori, esponete.»

«Quantunque», con voce concitata incominciò a favellare Iacopo
Guicciardini, «a noi fosse più grave patirli che a voi ascoltarli, ci
sia non pertanto permesso di tacere gli strazii vergognosissimi co'
quali papa Clemente, il dabben cittadino, intese a renderci contennendi
davanti i maggiori baroni della cristianità adunati a Bologna per
la incoronazione dell'imperatore. Noi non mancammo, a seconda delle
istruzioni ricevute, di visitare i cardinali Farnese, Santa Croce e
Campeggio; in particolare colloquio raccomandammo la Repubblica al
gran cancelliere, ma, secondo il costume di corte, avemmo cerimonie e
c'industriammo ottenere la udienza promessa dal maggiordomo maggiore.
Dopo lungo aspettare per bene quattr'ore, vilipesi e derisi nelle
anticamere, fummo licenziati a cagione che, essendo sopravvenuto a Sua
Maestà un subito negozio, non poteva darci ascolto[128]. Non mancammo
però di complire monsignore di Nassau, il quale, poco intendendo, meno
facendosi intendere, non so se per dileggio o per ignoranza, rispose
non bisognare intercessione, però che il papa, essendo dei nostri,
avrebbe certamente adoperata benignità alla sua patria. Don Francesco
di Covos, commendatore maggiore di Lione, invece di confortarci, ci
minacciava guai, se non avessimo convenuto con Sua Santità e presto. —
Ah! cittadini miei, quanto io ami la patria, sapete; i sagrifizi che
io sono pronto a fare per lei potrete uguagliare, non superare. A me
poco premono gli averi, la vita nulla: e nondimanco io torrei piuttosto
danni anche maggiori, se maggiori si possono apportare all'uomo, che
soffrire un'altra volta tormento come questo, senza pari nel mondo.
Per compire intiero l'ufficio doloroso, non volemmo tralasciare il
confessore di Cesare, il quale distintamente ci rispose avere Sua
Maestà fatto consigliare questa causa, tenerla giusta, tanto più poi
persuadendola il vicario di Cristo e cittadino della nostra città;
per la quale cosa doveva presumersi fosse non pure giusta, ma pia;
inoltre avere Cesare obbligata la sua parola e non esserle per mancare
giammai, sapendo egli confessore che Cesare era quanta fede fosse nel
mondo. Ancora disse che la città, per avere stretto lega co' Francesi
e mandato gente al campo di Lautrec a sovvenirlo nella impresa di
Napoli, doveva considerarsi decaduta dai privilegi concessi dai passati
imperatori.»

Un turbine di grida interuppe l'oratore, che si rimase con labbra
tremanti, ansioso di proseguire; e alla domanda di Dante da
Castiglione, la quale, malgrado il trambusto, gli percosse piena le
orecchie al modo di tuono:

«E con qual fronte sosteneva costui siffatte scelleratezze?»

«Con fronte da frate», rispose il Guicciardino, «e con atti tali che
sembrava crederle come appunto le diceva. Ma loro io non incolpo;
— ai nemici non bisogna chiedere nulla: ben io mi dolgo e in pieno
consiglio ricordo, affinchè i padri insegnino ai figli, i figli ai
nipoti, ad abborrire eternamente i nomi dei cardinali Ridolfi, Salviati
e Gaddi, fiorentini tutti, alla patria spietati, solo di sè curanti,
nè a fame nè a lacrime e nè a disperazione credenti, purchè la mensa
abbiano di vivande preziose imbandita e ascoltino i motteggi dei loro
buffoni[129] o i suoni dei musici. Dalle istanze supplichevoli, dagli
umili scongiuri che cosa acquistammo noi? Stolti conforti, come la
gente chiericuta costuma di rassegnarci ai divini voleri, quasi Cristo
predicatore alle turbe della libertà potesse mai volere schiavi i
suoi figliuoli! — Ma qual bestemmia mi usciva di bocca? Io ti domando
perdono, Gesù crocifisso, signore e padre della Fiorentina Repubblica.
Tu nulla hai di comune con i preti di Roma; quando te invocano, quando
te rammentono, certo col tuo stesso nome vogliono significare qualche
altro Dio. Tu versasti il tuo sangue prezioso per la salute degli
uomini, — i preti hanno raccolto quel sangue e lo hanno ministrato ai
popoli misto di veleno...»

E proseguiva con inestimabile dolcezza di quanti Piagnoni si trovavano
nella sala, i quali, ricordando il fiero piglio di frate Girolamo e
quel suo ardente predicare, già cominciavano a singhiozzare sommessi,
ed era da temersi che all'improvviso cadendo in ginocchio non
prorompessero nelle voci di _viva Cristo_, e cantassero in coro la
strana canzone del Benivieni:

    Non fu mai più bel solazzo.
      Più giocondo nè maggiore,
      Che per zelo e per amore
      Di Gesù divenir pazzo.

Quando il Carduccio, severamente riprendendo l'oratore, parlò:

«Messere Iacopo, la Signoria intese ieri la predica di frate Benedetto
in Santa Maria del Fiore; oggi vorrebbe qui dentro favellare di
negozi».

Il Guicciardino allora condusse in breve il suo dire a fine aggiungendo:

«Quanto uomo può immaginare, e bocca discorrere, tutto esponemmo al
principe dei nuovi farisei; — vi adoperammo lacrime, sospiri e perfino,
con manifesto pericolo di noi, minacce. Rispose Clemente alle minacce,
lusinghe; alle lusinghe, minacce; tentò corromperci; pose in opera il
perverso ingegno a disgiungere la nostra dalla causa della patria; e
quando pieni di pietà e di sdegno uscimmo dal suo cospetto, non adontò
mandarci per un suo camerario all'albergo questa carta. Qui dentro
è riposta la sua mente intera. Spettabili Signori e miei onorandi
concittadini, in mercede dei travagli patiti, mi concedete che i miei
occhi non si contristino a leggere così fatta abominazione, nè la mia
bocca si contamini a proferire gl'ipocriti sensi di questo crudelissimo
nostro nemico.»

E tesa la mano presentava al gonfaloniere una carta, la quale egli
prendendo fece per un tavolaccino portare a messere Donato Giannotti
segretario della Repubblica; e subito dopo gl'impose:

«Ser Segretario, leggete.»

Il Giannotto, obbedendo al comando, si levò in piedi per leggere.
In quella vasta sala, da tanta gente ingombra, si sarebbe inteso il
ronzìo d'un insetto, — così profondo vi si diffuse allora il silenzio.
E dalle ringhiere sporgevano alcuni il capo e parte del busto per
meglio ascoltare: altri ritti sulle punte dei piedi appoggiavano il
mento sulla spalla di chi stava loro davanti, altri atteggiati in altre
sembianze e pur tutte rivelatrici dell'alta intensità dell'anima. La
voce del Giannotto, comechè picciola, riempiendo la sala, diceva:

«_Dilectis filiis civibus florentinis Clemens papa VII salutem et
apostolicam benedictionem._ — Mediante gli onorevoli vostri oratori
ci avete fatto sapere essere in tutto disposti di accordare con noi;
la quale disposizione, comunque giunga tardi per la nostra giustizia,
arriva in tempo per la misericordia nostra. Epperò, ricevendoli
nell'antico favore della Santa Sede Apostolica e trattandosi dell'onore
nostro, intendiamo e vogliamo vi rimettiate intieramente nelle nostre
braccia, chè mostreremo al mondo che, per essere nati nella vostra
città, vi saremo fratelli; e per essere capo dei fedeli, vi faremo da
padre.»

Si levò uno scoppio spaventevole di urli, di mani percosse sui banchi,
di sghignazzari di scherno. La terra battuta mandò rumore e nuvolo di
polvere, quasi vi sottostasse il vulcano.

Il Carduccio stende ambo le mani per comprimere il tumulto come uomo
che tenti frenare l'impeto di cavalli indomati; e poichè indi a brevi
momenti decrebbe (chè l'ira, l'odio, l'amore e ogni altro affetto col
tempo si placa), non senza grave turbamento incominciò:

«Già voi li sentiste: — i patti coi quali ci offre pace il padre di
tutti i fedeli e nostro vi sono alfine manifestamente proposti; — con
la superba tirannide che non conosce vergogna, costui ve li definisce
e pone dinanzi agli occhi. Gli porgano i cieli la mercede che merita;
— almeno noi sapremo a qual partito attenerci, rifiutare i consigli
incerti e nelle risolute deliberazioni confermarci. Volete pace? ebbene
incominciate a disimparare la libera favella repubblicana, educate le
labbra a proferire le parole: _di umiliati al temuto trono, di supplica
ossequiosa, di servo indegno e di suddito, di prostrato agli augusti
piedi_, e tali altre siffatte bruttissime e disoneste laidezze, che se
l'uomo si attentasse adoperare verso il suo Creatore, questi di certo
nol sopporterebbe, dicendo: solleva la fronte; se io avessi voluto
che tanto si umiliasse la creatura, non vi avrei impresso la immagine
di me; guardami in faccia, perchè i sacerdoti mi hanno calunniato, ed
io sono Dio di amore. — Apparecchiate le vostre sostanze; il tesoro
raccolto con industria e parsimonia da secoli il tiranno divora in un
giorno; — alla libertà rifiutaste il vostro soverchio, adesso date alla
tirannide anche il necessario; nè confidate schermirvi con ingegnosi
partiti: la tirannide conosce tali strettoi da premere in una scossa
l'oro, il sangue e le lacrime di un popolo, — e l'oro prende tutto,
del sangue beve un sorso e poi lo restituisce al popolo con le sue
lacrime intere perchè ritorni a piangerle. — Educate le vostre donne a
compiacersi delle libidini del tiranno; voi stessi persuadete che vi
tornino ad onore, e quando il principe lascerà nelle vostre case una
striscia velenosa come il rettile, mostratela ai vicini, vantandovi: Il
duca ci degnò della sua presenza. — Nè questo basta ancora: — noi tutti
non vorrà sopportare vivi; con la morte degli uni acquistano grazia
i superstiti. — I nomi nostri imborsiamo, leviamone a sorte quaranta,
e le teste dei sortiti in bacile d'argento presentiamo con le chiavi
della città, quando il vicario di Cristo si accosti alla dolcissima
sua patria, — dono gradito a chi lo riceve, pegno di favore a cui il
porta. Cittadini, ecco la pace di Clemente VII, servo dei servi di
Dio. La guerra per altra parte ci si mostra piena di pericolo. — Ma
evvi pericolo maggiore della pace? Noi possiamo perdere la guerra,
ma possiamo anche vincerla; e quando pure la perdiamo, qual danno
ricaveremo più grave della pace? E forse il vincitore, anche nella
vicenda più trista, sapendo quante morti abbia sofferto in espugnarci,
o rispetterà la virtù dei superstiti o temerà di ridurli a disperati
partiti. Resistendo, acquistiamo tempo; e il differire, causa di
sventure nelle guerre offensive, nella difesa abbiamo veduto sempre
giovare. Già le cose dei Luterani in Germania molestano Cesare molto
più che altri non pensa; il Turco si tiene grosso sotto Vienna, sicchè
il fratello dell'imperatore, non che abbia potuto abbandonare gli
stati suoi per assistere alla incoronazione di lui, a grande istanza
lo chiama per divisare i ripari contro Solimano; nè le forze del papa e
di Carlo sommano a tanto quanto si temeva; e le milizie nostre superano
il numero che speravamo; le mura abbiamo forti, dei soldati forestieri
fioritissima cerna e, meglio delle mura e dei soldati forestieri,
cittadini disposti in un fermo volere. Io pertanto vi conforto a
combattere. Ma voi, prestantissimi uomini, liberamente consigliate;
chè, qualunque sia per essere la determinazione vostra, la Signoria
e i Dieci non solamente approveranno come utile, eseguiranno come
onorevole, ma eziandio commenderanno come onesta[130].»

Terminata l'orazione del gonfaloniere, avvenne un momentaneo
scompiglio, perchè ognuno dei cittadini adunati si raccolse sotto
il suo gonfalone per discutere la proposta e dare il voto. Se non
che tanto era il generale consenso che poco vi fu mestieri disputa,
e tutti convennero nell'affermativa. Allora, secondo il costume, i
gonfalonieri, cominciando da quello di Santo Spirito e secondo l'ordine
succedendo gli altri, si recarono in bigoncia, dove esposero la
risoluzione del rispettivo gonfalone con la formula breve e consueta:
— Di tanti che sono, tutti dicono di sì.

Quantunque uso volesse che nel riferire la mente dei suoi il
gonfaloniere adoperasse la formula concisa rammentata poc'anzi, già non
s'intende mica che fosse loro proibito favellare più diffusamente: ed
in fatti Lionardo Bartolini, il quale era gonfaloniere dell'Unicorno,
salito tempestando in bigoncia, gridò:

«Tutti i miei dicono di sì; ma dicono ancora: i magistrati attendano
a guardarli alle spalle, mentr'eglino combattono di faccia: non
tutti i nostri nemici stanno in campo; molti, in città, molti, con
inestimabile dolore e sconforto dei buoni, in questo stesso recinto...»
Uno applauso forsennato lo interruppe; — parve ai Palleschi giunta
la loro estrema ora di vita. — Il fiero Arrabbiato continuò: «Io li
vedo, io li conosco; potrei nominarli o accennarli!... Che pazienza,
che viltade è mai questa? Se non vogliono aiutarci, non ci nuocciano
almeno. Perchè non sopportano essi in parte il carico comune? Dunque
l'odio manifesto contro la patria basterà ad esentare dalle gravezze; e
quanto più l'uomo si mostra alla Repubblica amorevole, più gli farete
sopportare i balzelli e gli accatti? Bell'arte di governo, in fede di
Dio! Utile accorgimento di stato! Or via affrancate la timida mano: con
migliore prudenza vorrebbero consegnarsi al sepolcro. Se non vi piace,
sosteneteli, aggravateli con le tasse, i beni interi dei frati vendete.
Perchè ne avete venduto il terzo solamente? O fu giustizia venderne
parte, e giustizia sarà venderli interi; o fu necessità di stato, ed
allora, le cause della necessità tuttavia sussistendo, ragion vuole
che pienamente il concetto vostro adempiate. Se ci pretende la Signoria
animosi, cominci ella a somministrarcene l'esempio; a testa debole non
mai udimmo andare congiunte mani robuste.»

Ora in un lato della sala intorno al gonfaloniere del drago verde di
San Giovanni stava raccolta una mano di gente, la più parte piccoli
mercanti e bottegai: soperchiati costoro dai minuti interessi, a quanto
accadeva non porgevano ascolto — La repubblica stava dentro la bottega
loro, — felicità suprema dormire i sonni interi, — sapienza di stato
il mezzo di vendere a ingordi guadagni quello che avevano comperato
a poco prezzo; ed ora detestavano la guerra, perchè se una bombarda
avesse loro guasta la insegna dipinta a nuovo, sarebbe stato infortunio
da far piangere una settimana monna Filippa o monna Lessandra; e se
un giorno i nemici fossero penetrati in città ed avessero scomposti,
guasti e vuotati i barattoli, se rubate le masserizie in casa, se poste
le mani addosso a monna Filippa o a monna Lessandra, — misericordia!
sarebbe stata la fine del mondo. Sicchè per loro volevano accordare
in ogni modo, a qualunque patto. Sapete voi come si chiamasse o chi
fosse il gonfaloniere del drago verde? Statemi a udire, chè io ve lo
dirò partitamente senza pure lasciare inosservata un'iota. Egli si
chiamava messer Bono Boni e apparteneva a quella trista mandra che non
avrebbe pari nel mondo se non la vincessero i giudici nella nequizia,
— voglio significare lui essere dottore di leggi. Aveva le spalle
incurvate sotto il peso invisibile, forse delle commesse ribalderie.
Quando camminava, gli era mestieri dondolare con moto a semicerchio da
un piede all'altro, e questo moto accompagnare con ambe le braccia, che
parevano staffe di cavallo che corra senza cavaliere: la testa grossa
e compressa gli pendeva sul petto come un melone per benefizio di acque
cresciuto più che non convenga al suo gambo. Non aveva un colore fisso,
perocchè il fondo del volto fosse di un misto di giallo rosso, poi
chiazzato di macchie vermiglie e di punti nerastri, quasi lo avessero
contaminato col fango di macello: — essendo balusante, spesso aguzzava
gli occhi dirigendone il raggio alla punta del naso lunghissimo, sicchè
pareva che a modo dei santi indiani, i quali guardandosi la punta del
naso si procurano beatifiche visioni, egli vedesse su quella estrema
parte germogliare i pensieri. Come poi la natura tanto largheggiasse di
naso in costui faceva meraviglia; certo nel fabbricarlo non avendogli
dato cuore, poteva supporsi che avesse supplito in tanto naso: — ma la
cosa non è così, ed ecco come sta la storia, la quale abbiamo trovato
su libri degni di fede. Cotesto naso non gli venne dalla natura, ma
dall'accidente: un giorno ch'egli si arrampicava su per gli scaffali
dello studio in cerca di libri legali, mancatagli la scala di sotto,
rimase appiccato pel naso traverso due codici; — pareva un pesce preso
all'amo di madonna Giustizia pescatrice. Ne dubitereste voi forse? In
verità vi dico che questo può darsi; rammentate la luna. Femmina e
diva, ella scese talvolta in terra a prendere diletto nelle caccie;
ed io vi giuro avere le mille volte incontrata madonna Giustizia
ora vestita da pescatrice, ora da cacciatrice, tal'altra... in somma
io l'ho veduta sotto tali aspetti da disgradarne Proteo. Il nostro
dottore favellava con due voci: ora pareva, ora non pareva lui, ed
era sempre lo stesso. Egli, fosse naturale inclinazione o piuttosto
abitudine di mestiero, quando nulla aveva da rodere d'altrui, rodeva
sè stesso, e così forte si lacerava le unghie da mostrarne sovente
le mani sanguinose. Fin qui Bono Boni (di cui vedemmo il ritratto
mirabile così che ci sembrasse vivo) faceva ridere: ma Bono Boni aveva
poi dentro tutte le facoltà disposte a far piangere. Nel suo genere
completo quanto Guccio Imbratta o ser Ciappelletto, prima di tutto si
doleva poi dell'altrui bene che non si affliggesse pel proprio male;
purchè gli altri perdessero un occhio solo, egli avrebbe consentito
a patto di rimanere privo di ambedue: costumava portare nella tasca
destra il ritratto del Frate, nella sinistra l'arme dei Medici; e se
incontrava un Piagnone, torceva il collo, inumidiva il ciglio e a lungo
gli commentava la profezia del Savonarola: — _Florentia flagellabitur,
et post flagellum renovabitur et prosperabit_; — sicchè lo lasciava
edificato delle dottrine e santità sue: se invece gli occorreva un
Pallesco, così alla sfuggita gli Mostrava l'arme e poi, toccato il
cuore, gli occhi levava al cielo e se ne andava sospirando. Se l'astio
lo rodeva contro una qualche persona, egli cominciava a celebrarla:
tentato il terreno, se lo trovava arrendevole, sgorgava il veleno a
bocca di barile; se incerto, lo circondava, lo stringeva, con proposte
continue di fede e d'amore si onestava, sicchè lo rimandava convinto;
nè bastava dichiararsi contrario alle tristizie sue, imperciocchè
così lene lene con la sua lingua di vipera egli blandiva e tanto
sottilmente il tossico v'insinuava che pur giungeva cacciargli il
sospetto nell'anima. Penetrava nelle famiglie, come il tarlo: alacre
in procacciarsi donazioni e legati; fiutatore dei cadaveri solenne
meglio dei corvi, e' si teneva seduto accanto il letto del moribondo
non altrimenti che l'avaro sopra lo scrigno: lo spirito vacillante
gli arroncigliava, nè alcuno sperasse levarglielo di sotto tranne
la morte: chi lo conosceva sotto la pelle, lo affermava entusiasta
della misericordia pei morti, spietato poi per la misericordia dei
vivi. È fama che, essendo spirato il suo zio paterno _ab intestato_,
egli non consentisse abbandonare la stanza mortuaria per paura che
espilassero dalla eredità i pochi panni del defunto; sicchè, gittato
il cadavere giù dal letto, vi si ponesse egli a dormire dicendo: buona
ventura abbiamo stassera; acquistiamo robe e risparmiamo il fuoco per
iscaldarci i lenzuoli. — Tali, e non tutte, erano le facoltà morali
del nostro dottore di legge: siccome Guccio Imbratta, lui fregiavano
certe altre taccherelle che si lasciano per lo migliore[131]. — Però
non si creda che vivesse lieto tutta la sua giornata: la coscienza
spesso lo infastidiva, ma finchè la luce durava, riusciva a cacciarla
come mosca importuna. — Venuta la notte, non trovava riposo, dava volta
su questo e su quel fianco, nè il sonno veniva; — spesso abbandonava
il letto mormorando: — Alla croce di Dio, mi hanno ripieno l'origliere
di pianto! — Lo spirito agitato gli mostrava cento mani di vedove e
di pupilli spogliati da lui circondarlo in atto di chiedere; ed egli
urlava: — Lasciate di tormentarmi; renderò quanto vi ho tolto; a voi...
prendete e andatevene in pace. — E qui apriva uno stipo e immaginava
mettere monete su quelle mani stese. Ma alla dimane trovando il terreno
seminato di fiorini, diligentemente gli raccoglieva, irridendo sè
stesso de' suoi terrori e ad ora ad ora esclamando: Se a cinquant'anni
non hai saputo disfarti della coscienza, o Bono Boni, oggimai ti puoi
accomodare a morire novizio.

  [Illustrazione: .... non gli riuscì come la pensava,
   imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano
   dileggiando. _Cap. VII, pag. 193._]

Quando ebbe a riferire Bono Boni per suo gonfalone, salì in bigoncia
e con un tal suo garbo che tentò rendere dignitoso, e a tutti parve di
scimmia, salutò l'uditorio, stette alcun poco pettoruto sopra di sè e
poi cominciò a favellare dicendo:

«Magnifici Signori e cittadini prestantissimi. — Poichè i più gravi
tra i filosofanti, tra i quali a causa di onore rammento Aristotele
nel suo trattatto _De republica_, poichè i più gravi tra i filosofanti
c'insegnano doversi adoperare maturità di consiglio nelle deliberazioni
dove può andarne la salute dello stato, noi abbiamo molto bene ed in
ogni sua parte considerata la bisogna; avegnachè Celso, quel sommo
lume della giurisprudenza, ch'è, come sapete, conoscimento delle
cose divine ed umane, e scienza delle leggi avverta acconciamente non
potersi decidere se prima non si esamini nell'insieme e nelle singole
spartizioni il caso concreto. Onde, veduto il pro e il contro _quid
faciendum, quid vitandum_, siamo venuti nel presente concetto che se
i beni e la vita senza la libertà sono poca cosa, la libertà senza
i beni e la vita è ancora meno. Vivere libero piace, ma più di tutto
piace vivere. Della libertà, dei beni e della vita, prima giova porre
in salvo la vita, poi i beni, poi la libertà. — Conviene procedere con
ordine e misura; dovendosi perdere, si comincia dal meno necessario
e si va su su verso quello che fa maggiormente di bisogno. — Il buon
nocchiero assalito dalla bufera concede parte delle merci al mare
tempestoso per salvare il restante. E nel caso nostro il papa è la
procella, Fiorenza la nave in travaglio, e la Signoria il nocchiere.
Di quaranta che sono nel gonfalone drago verde trentacinque votano
l'accordo, cinque la guerra.»

«Giù da cotesta bigoncia in tua malora!» urlò Lionardo Bartolini: «se
tu aggiungi un'altra parola per l'accordo, ti taglio in pezzi senza
misericordia. — Giù, giù di bigoncia il tristo uccello! — E' vorrebbe
rogare il testamento alla Repubblica. — Gittiamo dalle finestre.» Tra
uno schiamazzo alto, discordante di voci diverse o d'ira o di scherno,
più distinte si udivano quelle già rammentate. La prosunzione combatte
con la paura; nè il dottor di legge, che si dava vanto di perito
nel dire, sapeva indursi ad abbandonare la bigoncia; ma, crescendo
il tumulto, scese a rilento, esclamando: «Anche il fiore della vera
eloquenza è perduto sotto questo iniquo reggimento!»

I Signori, i più modesti cittadini e i tavolaccini imposero silenzio;
il quale avendo a gran pena ottenuto, successero a mano a mano
gli altri gonfalonieri, i Buonuomini e ad uno ad uno i Signori. Il
Carduccio, il quale era rimasto in piedi con immensa ansietà finchè il
numero dei votanti rendeva incerte il consiglio della Pratica, appena
conobbe decisa la guerra, lasciò andarsi abbandonato sul seggio, quasi
da giubilo che non aveva ardito sperare.

E riprendendo forza, terminati i voti, si levò in sembiante ardito e
con voce più ferma che mai favellava:

«E guerra sia! Questa volevamo, questa con preghiere ardentissime
dal cielo supplicavamo. Ma con gli animi pronti abbiate, o cittadini,
pronte le sostanze e la vita. Se la Signoria non ricorse a violenti
partiti, ciò non fece perchè la mano le tremasse o l'animo, no certo;
sibbene perchè, sentendosi forte, non teme ingiuria da nemici interni:
ciò fece ancora per mostrare al mondo che questo nostro stato presente
aborre da rimedi estremi nelle strettezze nelle quali si trova, ed
in cui spedienti siffatti non solo si scusano, ma si commendano e
approvano. Ognuno conosca dal governo del tempo infelice con quanta
giustizia la Repubblica sarà per procedere in tempi quieti. Però,
cittadini, ora bisogna che dimostriate intera la carità vostra verso
la patria. A noi non mancano milizie sì forestiere che nostre: a
noi non mancano munizioni da guerra, — di vettovaglia non patiamo
difetto; — solo il danaro scarseggia. A che vale la provvisione di
vendere i beni delle arti, se nessuno si presenta a comperarli? Il
gonfaloniere dell'Unicorno propone che, come vendemmo la terza parte
dei beni ecclesiastici, così noi li vendiamo interi: — e a cui noi
dovremo venderli? Simili argomenti non procacciano pecunia. Fra
tasse ordinarie, accatti, gravezze e balzelli straordinarii, fin
qui giungemmo a tredici. La prudenza e le leggi non ci concedono
oltrepassarne il numero. Carità, carità, cittadini! Potessero uscire
fiorini dalle mie vene! Il popolo minuto corre volonteroso e si
disfà dei suoi pochi argenti in pro della patria: voi di molti beni
provveduti dalla fortuna contemplerete il bello esempio indarno?
Il cuore chiuderete e la borsa? Messere Zanobi Pandolfini spontaneo
donava mille scudi, messere Alessandro Malegonelle ottocento, messere
Michelangiolo Buonarroti mille....»

«Il quale non vi darà più oltre pel valore di un bagattino!» proruppe
sdegnato Michelangiolo.

«E perchè, messere Michelangiolo? Perchè?» domandarono mille voci ad un
tratto.

«Perchè quando mi piace dare quello permettono le mie povere facultà,
come io lo dimentico, così vorrei lo scordassero gli altri — nè ci ha
mestieri strombettare pei cantoni, — Michelangiolo dava tanto, quasi
in dileggio della mia povertà, o in rimprovero del poco volere...»
Profferite le quali parole se ne stava cruccioso.

«Lode al Signore», continuò il Carduccio levando in alto le mani, «il
quale volle ai tempi nostri mostrare di che sia capace un cuore benigno
unito a sublime intelletto. Michelangiolo voi siete grande; il mondo
lo sa, e voi non ve ne accorgete. — Ora, signori colleghi e cittadini
adunati, questi spettabili Dieci hanno inteso i vostri pareri, e
anderannosi accomodando a quelli. E, per concludere le cose deliberate,
vi raccomando rammentarvi la promissione fatta nel Consiglio Grande in
nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di
non volere altro re accettare tranne lui solo; e, della vostra promessa
ricordandovi, egli molto bene si sovverrà della sua di sostenervi e
difendervi. Addio. — Non sarebbe il tempo bello di gloria, ove non
fosse pieno di pericoli. Verrà giorno che sopra le nostre lapidi i
figli riconoscenti incideranno: E' fu di quelli che si trovò alla
Pratica per difendere la libertà di Fiorenza contro Clemente papa.»

In questo modo la Pratica si sciolse; e, con fragore come di acque
lontane, i cittadini sgombrarono la sala; giù per le scale andavano
bisbigliando chi una novella, chi un'altra. Molti lodavano l'ardire del
Carduccio, e dicevano che se Pietro Soderini avesse nel 1512 cotale
animo avuto, la Repubblica non si perdeva di certo; alcuni pochi lo
biasimavano, come se si fosse a troppo grave risico avventurato, ed
all'opposto degli altri affermavano che, come il Soderini aveva perduto
la Repubblica per essere troppo rispettivo, questi la perdeva perchè
troppo avventato. Ma il popolo, amico delle vigorose deliberazioni,
conosciuto l'esito della Pratica, applaudiva empiendo l'aere di
gridi: — Viva la Signoria! Viva la Pratica! Non vogliamo accordi! Chi
brama Fiorenza, venga per essa! — ed altri siffatti. Come il vento,
quando all'improvviso soffia sopra la terra levando il turbine della
polvere, gli uomini avviluppa e le cose sicchè o non si distinguono
o si distinguono in confuso, la fama percorrendo tra il popolo vi
sommove passioni, affetti e voleri pieni d'impeto e di fallacia: onde
corse voce da prima, le contese in Consiglio essere state molte e
gravi, avere i cittadini l'uno all'altro detto ingiuria, nè mancate
le minaccie e le percosse; per la qual cosa il gonfaloniere, smarrito
l'animo, era caduto privo di sentimento sul seggio; la parte pallesca
prevalere, i repubblicani spacciati; se non fossero pronti agli aiuti,
gli avrebbero trovati spenti.

«O Dio, che avverrà di messer Dante?» diceva un popolano. «A questa
ora possiamo recitare un _De profundis_ a messer Lionardo», esclamava
tal altro. — E ognuno andava ricordando l'uomo in cui aveva maggiore
affetto riposto. I dodici Buonuomini tenevano le porte custodite
diligentemente: da qualunque lato meno impossibile penetrare in
palazzo oltre le porte; quelle partigiane forbite toglievano l'animo
ai più audaci. Intanto la fama diventava più limpida; una contesa
era avvenuta, ma non tanta; le ferite nulle, tutti concorrere
nella guerra, da uno solo in fuori, il gonfalone del drago verde:
gonfaloniere del drago essere Bono Boni dottore di leggi. «Quell'uomo
pio....», cominciava a favellare un Pallesco. — «Che pio e che non
pio?» interrompeva un Arrabbiato: «egli è un gabbadeo, un furfante da
ventiquattro carati, un ribaldo da mandarsi al mare per bastonarvi i
pesci[132], un pendaglio da forca. — Alla Dianora mia zia rubò la dota;
— a Braccio vaiaio divorò le campora di Brozzi; — e' inghiottirebbe la
luna se gli riuscisse agguantarla.» — «Chetatevi, male lingue», parlò
certo vecchio autorevole fra il popolo: «la vostra bocca fa peggio
della campana del bargello, che suona sempre a vituperio,» — «Fratel
mio», gli rispose un vispo popolano, «le cose e' si chiamano pei nomi
che hanno. Se io vi salutassi: — Ciapo calzaiuolo; che Dio vi abbia
nella sua santa guardia, — lo torreste in mala parte? Mai no, perchè vi
chiamate Ciapo e siete calzaiuolo; così se diciamo: — Bono Boni dottor
di leggi è ladro, — egli è perchè comprende l'una e l'altra cosa.
Glielo abbiamo ordinato noi di affibbiarsi addosso cotesta giornea?»

Intanto ratto ratto traversava Bono Boni il cortile del Palazzo per
uscire quanto meglio poteva inosservato; ma la cosa non gli riuscì
come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano
dileggiando.

«Sere», gli urlava dietro Alamanno de' Pazzi, «sere! badate che vi
fabbrichi ben salda la corazza mastro Spada.»

«Se le ribalderie fanno imbottito», soggiungeva il Bravo da Somaia, va
pur franco alla guerra; non troverai spada che ti arrivi sul vivo.»

«Bisognerebbe», replica il Morticino degli Antinori, «mandare al campo
messere dottore con tre compagni a scelta per affamarlo in tre giorni.»

E Bono non rispondeva, sibbene affrettava il passo, tenendo sentiero
obliquo, come i rettili fanno quando fuggendo cercano un buco dove
possano riparare. — Dal suo volto spirava un misto di rabbia e di paura
da mettere sospetto e indurre a riso: quei suoi occhi lustri come la
lama brunita del pugnale, avrebbero desiderato dare la morte guardando,
secondo che si racconta del basilisco. Il popolo, vedendolo posto in
dileggio da personaggi autorevoli, ruppe il freno schiamazzando: — Ben
venga il sere, che gli faremo la corona di bietole.» — «Dacchè teme la
guerra, mandiamolo a Pisa, — e per Arno, — sì, per Arno: — all'acqua il
barbone! — all'acqua il dottore!»

Un popolano lo afferra pei lembi del lucco e per poco nol fa
stramazzare bocconi: — un altro lo tira pel beccuccio all'indietro: se
lo spingono da una mano all'altra lo pestano, gli lacerano le vesti;
ed egli non proferisce parola, sbarra gli occhi stralunati, la lingua
grossa tiene fitta al palato; in breve lo riducevano in massa deforme
di fango e di sangue, se il soccorso tardava.

A Dante da Castiglione increbbe l'atto turpe, non già per Bono, ch'ei
ben sapea meritarsi anche peggio, ma per l'esempio pessimo e pel
disdoro che veniva a ridondare sopra la città. E, disposto com'era
impedire che il popolo si disonorasse, con mani potenti levato in aria
l'infelice corpicciuolo del dottore se lo pose dietro alla persona,
dipoi, opponendo il petto virile alla onda popolare:

«Che furie, che sdegni sono eglino questi?» prese a parlare; «si vede
bene che del vivere libero non sapete più nulla, dacchè in così brutta
maniera ne abusate. Se il dottore ha misfatto, ricorrete agli Otto o
alla Quarantia e accusatelo: v'è il magistrato per ricevere la querela,
vi sono le leggi per punirlo. Se il dottore mal consigliava, la Pratica
concede libertà di parole; e voi rispettate i consigli tristi, se
volete averne sempre dei liberi e dei buoni: e poi il dottore non può
incolparsi, o poco incolparsi; colpa bensì è di loro che lo elessero a
gonfaloniere o gli commisero la relazione. Sicchè lasciatelo stare. Il
popolo di Fiorenza fa per impresa il lione; — imitatene la generosità.
Vi pare egli subbietto di sdegno Bono Boni dottore di leggi? Miserabile
creatura! lasciatela stare. Voi, Tebaldo, che sempre conobbi per uomo
dabbene, date primo l'esempio. E voi, Bindo, non vi vergognate? Di bene
altre ire ora abbisogna la patria. Su via, seguitemi, andiamo alle mura
per vedere l'esercito nemico che tiene assediata la città: — guerra al
nemico!»

Tebaldo e Bindo, i quali parevano tra i popolani i meglio clamorosi, si
quietarono e, mutando voglia, si misero ad urlare quanto ne poteva loro
la gola: — «Alle mura! alle mura!»

Al Morticino degli Antinori, giovane ferocissimo ed emulo antico
del Castiglione, increbbe quel parlare modesto, e più del parlare
l'autorità grande esercitata sopra le turbe, onde, morso da invidia, si
avvicina a Tebaldo e gli susurra all'orecchio:

«E chi siete voi da lasciarvi menare così pel naso da quel Morgante
maggiore? Alla statura, ma più alla durezza, e' mi sembra il fratello
del Davidde di Michelangiolo: — diamo la baia anco a lui; prendiamo a
sassi il protetto e il protettore.»

«Questo non faremo noi», con mal piglio, rispondeva Tebaldo: «e
chiunque si attentasse di farlo, proverebbe come le mie braccia pesino.
Chi siete voi, messere? Io non vi conosco. Dante mai sempre ci si
mostrava amico, — anche al tempo dei Medici, sapete, egli mi domandava:
Tebaldo come stai? come va la moglie e i figliuoli? e lavori ve ne
sono? — e quando io era tristo e crollava la testa, mi confortava
sommesso: «spera, non sempre rideranno costoro; non per anche abbiamo
fatto i conti; Dio non paga il sabato e per ogni tuo bisogno fa capo a
casa. Noi non nascemmo gentiluomini per essere ingrati....»

Ed un altro del popolo riprendeva:

«Aggiungi, frate, ch'io mi rammento aver veduto il messere a codazzo
dei Medici e dei cardinali quando dominavano la città. Ora, dite voi
altri, ci vedemmo noi mai messer Dante?»

«A che perdiamo più tempo con questa figura da campo santo?» continua
un altro. — «I compagni si sono avviati, e noi arriveremo ultimi.
Lasciamo il dottore, — un giorno o l'altro ci darà maggiore diletto,
quando si dimenerà dentro il paretaio del Nemi[133]».

Rimasero sulla piazza dei Signori Bono e il Morticino, — quegli salvato
dal danno, questi impedito dal farglielo: — e non per tanto o non
si odiavano, o si odiavano di un odio minore a quello che portavano
entrambi a Dante. Se avesse potuto l'uno contemplare lo sguardo
dell'altro, che tenevano ardentemente teso sopra il Castiglione,
il quale si allontanava, si sarebbero abbracciati come fratelli, —
per istringersi poi nel vincolo più saldo che mai possa legare due
cosiffatte creature, — voglio dire il delitto.

Pensava Bono nella codarda anima sua: «Oh! potess'io pagarti la difesa
con una manciata di veleno nel vino che beverai stamane.»

L'Antinori sentiva una voce fastidiosa, come di sega, mormorargli
intorno alle orecchie: «Cotesto uomo nè vincerai nè uguaglierai tu mai:
ti supera in tutto, fa di suscitargli querela e tenta ch'egli muoia per
le tue mani o tu per le sue.

Umano cuore! Era pur meglio tu talvolta rimanessi creta!



CAPITOLO OTTAVO

GIOVANNI BANDINO

                              Io con gli occhi dolenti e il viso basso
                                Sospiro e inchino il mio natio terreno,
                                Di dolor, di timor, di rabbia pieno,
                                Di speranza e di gioja ignudo e lasso.

                                               ALAMANNI, _Sonetti._

                              O paese, o paese, o paese!...

                                            GEREMIA, cap. XXII, v. 22.


Se la tua mano non si contaminò giammai effigiando immagine di tiranno,
— se nel tuo petto arde la fiamma del genio italiano, giovane fabbro
che avesti dal cielo potenza d'imporre alla pietra sembiante umano,
vieni e scolpiscimi Italia. — Prima di volgere la mente a concepirne
il pensiero contempla il suo cielo azzurro e sereno, le cerulee
marine, i campi floridi, i colli ridenti; — poi guarda il Colosseo,
i ruderi del Foro romano, le basiliche del medio evo, il tempio di
Michelangiolo; — rammenta i fieri giuochi dei gladiatori, le solenni
ecatombi, il muggito dei bovi percossi dalla bipenne empire le volte
del Panteon di Agrippa, Giulio Cesare pontefice massimo; ancora, — il
memore intelletto diffondi sui trionfi dei re della terra incatenati al
Campidoglio, sopra la lega lombarda, su Federigo Barbarossa, il Serse
superbo dei bassi tempi disfatto, — all'improvviso chiudi la porta del
passato e guarda un gregge di preti e di frati, sozza ftiriasi[134],
brulicanti pei capelli e per le membra di una donna estenuata, — una
generazione d'idioti, genuflessa davanti a mille idoli dipinti di
rosso, di verde e di giallo, svolgere col volto compunto una serie di
globi di legno, o di pietra... Questo è il rosario!

Domenico di Guzman, fondatore della Inquisizione e carnefice degli
Albigesi, inventò il rosario... Oh! la preghiera di colui che la natura
vergogna chiamare col nome di uomo, e la chiesa salutò come santo,
giungerà mai gradita al Dio delle misericordie?

Sopra il trono di Augusto contempla un vecchio che non sa regnare e
pure non cessa dalle libidini del regno, e vestito di gonnella muliebre
stende la mano tremante a tutti i suoi nemici limosinando fra lo
scherno e il ribrezzo un giorno, — un'ora, un minuto di regno.

Giovane scultore, fingi quanto ha di più superbo la grandezza, di più
abietto la miseria; fingi una fortuna che superi la maraviglia, una
sventura a cui non bastino lacrime, — una dimostrazione infinitamente
estesa di bene e di male, — una vita che rimase sotto gli artigli
che la lacerano, sotto ai denti che la divorano; — tutte queste
cose immagina ed altre più assai, perchè, vedi, la mia favella
manca a narrartele intere; — ponmi qui la mano sul petto, io tenterò
trasfonderti nel sangue le vibrazioni del mio cuore; — poi scolpiscimi
Italia. Fa ch'ella posi il fianco sopra un lione addormentato; — abbia
la corona di torri, però che Dio la creasse regina, nè mano di uomo può
rapirle il dono de' cieli, — ma la più parte ricoperte di edera e per
lunga stagione scrollate; le stieno intorno al braccio sinistro avvolti
sei aspidi dal veleno narcotico... hai bene compreso? aspidi. Se tu
non indovini quello che significhino questi aspidi, vatti con Dio, non
sei lo scultore che cerco. Sei aspidi che le stillano nelle vene il
sonno e la morte. Il volto di lei sia solenne d'immortale bellezza e
sventura, — come di persona che abbia inteso una voce dall'alto, — un
comando di risorgimento. Sopra la fronte attonita apparisca la contesa
tra il sopore del veleno e la vergogna, la memoria di quello che fu e
la coscienza di quello che al presente ella è. Ricerchi con la destra
brancolando la spada da secoli e secoli abbandonata ai suoi piedi.

Perchè no?

Cola di Rienzo tribuno strappò un giorno lacrime di rabbia al popolo
romano con la pittura della Italia combattuta nelle procelle...[135]

Io innalzerei un tempio consacrandolo alla Italia sconsolata e poi
chiamerei i suoi figli gridando: «Venite a confortare vostra madre che
piange un pianto di secoli!»

Custode del tempio, noterei i nomi dei pellegrini, farei tesoro delle
ire dei popoli; e quando avessi contato venti mila volte centomila,
salirei sul giogo estremo delle Alpi medie... (Angioli del giorno
finale, datemi voi la voce che risveglia i defunti!) ed urlerei
con tutta la forza delle mie viscere ai quattro venti della terra:
«Figliuoli d'Italia, avete pianto tutti! Tutti avete fatto rosso il
terreno col sangue delle vostre vene! O Calabrese, tu hai giurato
davanti al simulacro, come l'alpigiano giurò; — abitatori delle tre
sponde italiche, le vostre ire qui fremerono uguali ai vostri flutti
intorno alle vostre marine; qui pari suono mandarono le catene di
tutti... Sorgete dunque tutti una volta in un solo volere nel nome
santo di Dio!

                   *       *       *       *       *

Salute, o Firenze la bella! Fabbricata su campi lieti di fiori,
appellata dal nome dei fiori, essi ti concedevano eterna la facoltà
di piacere, e tu sei fiore caduto dai giardini celesti in testimonio
delle magnificenze del paradiso germogliato sopra la terra. Una
corona di colli ridenti ti circonda vaga a vedersi come la cintura di
Venere. Colà sagrificava Lorenzo dei Medici alle grazie e alle furie,
in quella parte meditò i suoi scritti Francesco Guicciardini storico
sommo, pessimo cittadino; da quell'altra Gallileo, Colombo dei cieli,
quantunque volte lanciò lo sguardo al firmamento, altrettanti mondi vi
discoperse, sicchè forse gelosa dei suoi arcani Natura è da credersi
gli chiudesse nelle tenebre l'audacissimo sguardo. A vederti su l'ora
del meriggio, quando il sole ti scintilla nelle pienezze dei raggi sul
capo, quando il cielo che di te s'innamora ti cinge limpido e diafano,
e per le tue vie si sparge fragore di gente o di opere, tu rassomigli
a una menade che stanca di correre per le balze riposa palpitante, e
mentre bagna le lunghe trecce nelle onde dell'Arno, si vagheggia come
consapevole della sua leggiadria nello specchio delle acque. — Verso
sera poi, nell'ora mesta dell'_Ave Maria_, se il sole declinante ti
manda da lontano un addio di fuoco ed infiamma il vapore di che il
tuo fiume diletto ti cinse la fronte, quasi nimbo radiato col quale
incoronano i cristiani la testa ai loro santi, allora tu sembri una
vergine di Raffaello, divina per espressione di affetto materno, per
luce celeste che discende dall'alto e per gloria di angioli esultanti.
— Ma di', Firenze, che cosa hai tu fatto dei tuoi giorni di gloria?
Dove i tuoi lioni coronati? Dove gli uomini grandi? Ahimè! Nessuna
fra le tue sorelle italiche più di te comprende nel seno illustri
defunti. Glorie di sepolcro! Superbia di avelli! Infelicissimo vanto!
Certo un pugno della cenere di cotesti morti vale troppo meglio di
mille tuoi vivi... non pertanto ella è cenere. O Firenze! dove sono i
tuoi grandi? Tu ridi... veramente così com'è quel tuo sorriso par cosa
creata in cielo; però una volta assai diversa ridevi. In campo l'elmo,
impugnata la lancia, vergine e diva ti mostravi alle genti quale
apparve Minerva uscita dalla testa di Giove; poi l'elmo t'increbbe,
deponesti la lancia, facile sorridesti a chiunque passò per le tue vie;
— lo straniero ti vide, si accese di te e, un giorno che tu ne stavi
immemore, la mano ti pose sul core delicato... Ah! da quel giorno i
tuoi occhi furono gravi di lascivia, — il tuo sorriso si uguagliò a
quello della _Odalisca_ che suo malgrado sorride al feroce sultano
perchè non l'offenda con le battiture...

E se degradata fra tutte le tue sorelle italiche te continuano i popoli
a salutare col nome di bella, quale eri allora che sola in questa terra
di sventura vigilavi intorno ai tuoi bastioni, riparo l'ultimo delle
italiane libertà? — Quando l'oste nemica, Tedeschi, e Spagnuoli si
affacciarono al monte dell'Apparita e l'occhio profondando giù nella
valle ti videro, stettero immoti e non proferirono parola.

Potrebbe forse l'aspetto delle meraviglie della natura accogliere
potenza di placare nel cuore umano le furie della cupidigia e del
sangue? Così talvolta per conforto dell'anima sconsolata immagina
il poeta, — ma invero là dove si curvano più placidi i cieli, e
la terra manda più soavi fragranze, quivi in copia maggiore vivono
rettili velenosi e belve ed uomini pei quali la vendetta è un delirio,
il sangue più dolce che l'umore della vite. La empietà, smisurato
_macenilliero_[136], di cui le radici penetrano nell'inferno, e la cima
forse nel paradiso, sparge mortale influenza sopra tutta la terra.
— Volgiti a settentrione, e udrai grida disperate di offesi i quali
chiamano invano il Creatore in soccorso della creatura: — volgiti
a oriente, e ti percolerà un singulto a cui rispondono eccheggianti
secoli senza fine, Abele non lasciò discendenza, noi tutti nascemmo
dal fianco di Caino; — portiamo il peso della iniquità dei padri — e il
nostro.

Sia dunque che alla vista di tanta bellezza la cupidigia dei nemici si
placasse, sia piuttosto, come pare più vero, che la cupidigia rimanesse
maravigliata nel considerare la preda superiore alla aspettazione,
cotesto istante di quiete cessò, e all'improvviso con indicibile
allegrezza stranamente atteggiando la persona, chi vibrò l'asta, chi
bandì la spada, e insieme tutti esclamarono:

«Signora Fiorenza, apparecchia li tuoi broccati, che noi veniamo per
comperarli a misura di picche!»

Il vicerè di Napoli Filiberto principe di Orange armato di splendida
armatura si mise attonito pur egli; il suo volto esprimeva quello
interno contento che ogni cuore, per poco intenda gentilezza, sente
alla vista dei miracoli della natura o dell'arte, — dopo alcun tempo
piegando la persona verso Baccio Valori, commessario in campo del papa,
e altri fuorusciti fiorentini, addita loro la città e favella:

«S'io fossi nato là dentro... la difenderei...»

«Come noi la difendiamo», interruppe officiosamente il Valori,
«imperciocchè noi siamo qui venuti per liberarla dalla insopportabile
tirannide che la tiene oppressa.»

«Non sembra però la libertà che le portate troppo le piaccia, perchè
si apparecchia a ributtarla a colpi di bombarda; nè in verità credo le
armi nostre vengano per questo. Io ho voluto dire che la difenderei da
chiunque movesse armato contro di lei... anche da mio padre.»

«Ogni uomo se la intende colla sua coscienza, io con la mia; e questa,
o principe, se ne sta tranquilla nella fiducia di operare il bene della
sua patria.»

«La carità di Erode, il quale mandava i pargoli in paradiso prima che
peccassero![137]»

«Principe!»

«Commessario! — Io, vedete, per volontà e per obbligo sono soldato
fedele di Sua Maestà Imperiale, e non pertanto uso liberamente la
lingua. Abbiatelo in buona o in mala parte, vi dico che con quel vostro
ingegno riuscirete ad ingannare tutti, — tranne la coscienza; — pensate
al fine; — io non vidi mai traditori capitare a buon porto. L'esempio
del contestabile di Borbone vi stia sugli occhi.»

E la coscienza, che pur testè vantava pura il Valori, tale gli dava
acerbissimo morso in quel punto ch'ei ne rimase per molte settimane
dolente, e con sentenza che non concede appello gli ordinava: Taci,
ribaldo! — E Baccio taceva pensoso del futuro.

Poc'oltre a man destra del principe, immobile come pietra, sta Giovanni
Bandino; il volto tiene e gli sguardi tesi verso Firenze. Dalla
fronte pallida gli piovono grosse gocce di sudore; — paiono lagrime
piante sopra di lui da occhi invisibili: trema forte e non proferisce
parola. In campo lo spregiavano e temevano; — ma egli fuggendo ogni
umano consorzio non dava luogo alle offese: — quando negli scontri
di guerra vedeva bestialmente inferocire i soldati e fatti ciechi
per ira, egli, scoperto di ogni arme difensiva, si cacciava là dove
più spessi cadevano i colpi e gli uomini. La fortuna gli negava la
morte; — sovente ebbe dalle palle degli archibusi forato il beretto
o la veste, e nondimanco si rimase illeso. All'assalto di Spelle
seguitò impassibile fin sotto il muro gli assalitori; fischiavano le
palle intorno al suo capo, rovinarono corpi di uccisi o sconciamente
mutilati, ed egli pareva nulla vedesse od ascoltasse; quando un colpo
di sagro percotendo a mezzo il petto Giovanni da Urbino, tra quanti
erano prodi nello esercito, valorosissimo, lo balestrò sfracellato
ai suoi piedi, egli allora proruppe in altissime risa e balzò al
posto dove rimase ucciso l'infelice guerriero; a tutti sembrò il
demonio della strage: non perdonava a cui implorasse quartiere, o
a chi resistesse; dal capo alle piante spesso appariva sordidato di
sangue nemico senza che pure una scalfittura ne versasse del suo. Gli
Spagnuoli, secondo l'indole loro superstiziosi, sospettavano fosse
ciurmato, ma poi, sapendolo uomo del papa si ricredevano, in seguito
nel sospetto si confermavano. Dovunque mostra la faccia cessano i
colloquii, la gente si apre in due file per lasciarlo passare, assalita
da misterioso ribrezzo. — Immemore dei circostanti, lunga pezza il
Bandino dimorò nello stato di fissazione di che scriveva poc'anzi;
all'improvviso, stendendo ambe le braccia, con suono angoscioso di voce
prorompe:

«O patria mia!»

La quale esclamazione avendo udita monsignore di Orange, la man gli
pose sopra la spalla sinistra lo interrogando così:

«E perchè dunque tra i nemici di lei?...»

Si riscuote il Bandino, — guata bieco l'Orange e brontolando fugge via
a precipizio.

Scendeva intanto dal monte schiamazzante l'esercito; rotte le ordinanze
procede baldanzoso, come chi va al corteo; invano lo richiamano alle
insegne i capitani: invano si affaticano a riordinarlo sergenti e
caporali; con più rispetto camminano i mercanti per le strade del
patrimonio di san Pietro, tanto poteva in lui il sentimento del
proprio coraggio e della nostra viltà; e sì, che a Spelle duro intoppo
incontrava, ebbe Cortona non per forza di guerra, ma per tradimento;
pure la memoria dei soldati poco si profonda, e i fatti d'Arezzo gli
avevano inorgogliti. — Va, va, soldato; la valle che vedi, comunque
angusta, sopravanza al tuo sepolcro.

Il principe non sapeva scendere dal sommo del monte. Baccio Valori,
riappicatasi la maschera del cortegiano per un momento cadutagli dal
volto, rideva e motteggiava con certe sue arguzie da rallegrare la
brigata.

«Or mi dite, commessario», domanda l'Orange, «cotesta fabbrica immensa
sarebbe per avventura Santa Maria del Fiore?»

«Voi l'avete detto, monsignore; ammirate di grazia la cupola del
Brunellesco; e' non vi pare proprio voltata dalle mani degli angioli?»

«Fu dunque colà che i Pazzi uccisero Giuliano dei Medici e ferirono
Lorenzo?»

«Certo, in quel tempio. Guardate adesso cotesta torre merlata: la
fabbricò Arnolfo di Lapo, e soprasta al Palazzo della Signoria.»

«Parmi avere sentito raccontare fosse in cotesta torre sostenuto Cosimo
dei Medici in dubbio di perdere il capo, e lo perdeva senza l'aiuto del
buffone Farganaccio; non è vero, messer commessario?»

«Vero. Voi, monsignore principe, mi sembrate molto bene informato delle
nostre storie...»

«Come no? Io ho voluto partitamente conoscere la stirpe di coloro che
difendo e il molto affetto che gli lega ai concittadini loro. — Ditemi,
e cotest'altra torre di forma leggiadra, tanto diversa dalle altre,
come si chiama ella?»

«La torre di Badia; — la edificò il marchese Ugo insieme con altre
ventitre per tutta Toscana, spaventato dalla visione ch'egli ebbe
dell'inferno.»

«Il marchese Ugo accompagnò in Italia Ottone imperatore, il quale,
supplicato dai Fiorentini, loro concedeva libero reggimento: ora
Carlo imperatore, istando i Fiorentini, abolisce la repubblica e
fonda assoluto principato. Quando foste più savii e meno tristi,
ora od allora, messere commissario?» — E non aspettando la risposta,
aggiungeva: «Quell'altra torre come appellate voi?»

«La torre del Bargello...»

  [Illustrazione: .... fuorusciti fiorentini, addita loro
   la città e favella: «S'io fossi nato là dentro.... la
   difenderei....» _Cap. VIII, pag. 200._]

«Se la memoria non m'inganna, nella corte del Bargello fu già
mozzata la testa ad uno dei Medici. Messere commessario, sapete voi
singolarissimo amore essere quello che tra loro si portano Medici
e Fiorentini? i primi anelano stringere i secondi in un amplesso di
catene di ferro; i secondi poi, quando possono, i Medici o bandiscono
o decollano.»

Baccio Valori stringendosi nelle spalle pensava: o Padre Santo, tu mi
sembri proprio il cavallo che implorò l'aiuto dell'uomo per vincere il
cervo.

Il principe, mutando all'improvviso sembiante, più contegnoso
riprendeva:

«Basta, questo è affare tra voi; per me obbedisco agli ordini di Sua
Maestà l'imperatore; — il soldato non deve ricercare tant'oltre; egli
grida: Viva la gloria! e si fa ammazzare per quattro soldi al giorno,
quando glieli danno... Fiorenza vedremo a vostro bell'agio dentro; ora
conviene apparecchiare gli argomenti per prenderla. A noi le carte, a
noi i colonnelli.»

E tosto gli apportarono le piante della città e le carte dei luoghi
circostanti minutamente e diligentemente disegnate. Le une e le altre
gli consegnò papa Clemente, il quale molto tempo innanzi aveva commesso
al Tribolo e a Benvenuto della Golpaja un modello di Firenze, ed
avutolo, sì l'ebbe caro che finchè visse volle tenerlo nella sua stanza
da letto. Il principe, considerate le carte e riscontrando coll'occhio
il paese sottoposto, domandò:

«Commessario, è nuova, o antica la fortezza su quel poggio costà...?»

«Ella è il convento e il campanile di San Miniato; credo vi abbia
condotto nuove opere attorno a Michelangiolo Buonarroti.»

«Se tali sono i campanili, pensiamo un po' che cosa saranno le
fortezze! E poi questo Buonarroti mi occorre dappertutto; vivono forse
più uomini in Italia col nome di Michelangiolo Buonarroti?»

«No, principe; poichè Dio si riposò dal creare, a nessun uomo più
che a costui concesse il creatore suo spirito; egli fu che dipinse la
volta della cappella di papa Sisto, egli scolpì il sepolcro di papa
Iulio; egli fonde, egli architetta, egli fortifica, egli filosofa, egli
poeteggia, arringa, combatte, egli insomma fa tutto...»

«Dunque non può dirsi iniqua una causa quando la sostiene un tanto
uomo. Gravi danni io temo da cotesta fortezza, commessario. — Converrà
bombardarla con tutte le artiglierie al fianco... da questo poggio...
che si chiama... si chiama...», e guardava sopra la carta.

«Giramonte.»

«Giramonte appunto; e quell'altra torre ch'io vedo là da lontano
sorgere sopra le mura a quale ufficio immaginate voi la destinino?»

«Le mura di Fiorenza _ab antiquo_ andavano tutte inghirlandate di
torri simili a quella. Nel 1526, quando vivevano incerti sopra le mosse
dell'esercito di Borbone, Federigo da Bozzolo e Pietro Navarra vennero
per commessione del papa a munire Fiorenza e le abbatterono: come
quella una sfuggisse la universale rovina non saprei dirvi.»

«Oh perchè non si fermarono essi agli stipendi della Repubblica! Due
architetti come loro mi avrebbero risparmiate venti bombardi, nè avrei
mestiero delle artiglierie di Siena o dei marraiuoli di Lucca...»

«Quel Buonarroti mi mette in sospetto più dei Côrsi del Baglioni»,
osservò Valerio Orsino colonello del papa.

«Ma quale odio lo muove contro Sua Santità?» — interrogava l'Orange.

«Anzi io credo che l'ami...»

«E che maniera d'uomini siete voi altri Italiani? Il Buonarroti ama il
papa e si apparecchia a combatterlo?...

«Monsignore, la è piana, se pensate che il Buonarroti più del papa ama
la libertà.»

«Sta bene. Or dunque», riprese il principe tenendo un dito sopra
la carta e ad ora ad ora sollevando gli occhi, «in questo momento
la nostra gente non basta a stringere la città da ogni lato; —
circondiamo intanto la sinistra parte, occupiamo tutti questi colli
che le fanno semicerchio da oriente a occidente, da porta San Nicolò
a porta San Friano. Signor Giovambattista Savello, voi accamperete
con la vostra gente costà a Rusciano; voi, signor conte Piermaria,
al Gallo; Alessandro Vitelli fatevi forte sul Giramonte; Sciarra
Colonna, occuperete il Poggio di Santa Margherita a Montici; Castaldo,
Cagnaccio, monsignore Ascalino, alloggiate i vostri colonelli la presso
coteste case... che leggo appartenere a messere Francesco Guicciardini.
Duca di Malfi, vi condurrete a questo punto chiamata casa Taddei. Pirro
Colonna, prendete luogo a casa Barducci; Orsini, a casa Luna. Presso
San Giorgio andrà lo strenuissimo marchese del Guasto. I lanzi si
accampino sul poggio dei Baroncelli e si distradano fino al monastero
del Portico. Gli Spagnuoli si attendino parte sul medesimo colle
accanto ai lanzi, parte San Gaggio, parte a San Donato in Scopeto; una
banda di quattro mila occupi tutto il piano sotto Marignolle e tutto il
Monte Uliveto verso occidente. Voi, messere commessario, dove intendete
di porre il quartiere?»

«Io mi starò col contatore Berlinghieri sul poggio nelle case del
Vacchia; e voi?»

«Io là sul piano, dov'è maggiore il pericolo, su la piazza del Mercato.»

«Veramente non parmi...»

«Prudente! vorreste dirmi, commessario? il destino dà a cómpito la
lana della nostra vita alle parche; e il tuo fato ti giunge, pauroso
o audace. — Acerbo bene tu lo avesti, o mio infelice nipote, caduto
spento sul fiore della speranza e della vita!»

Dame e cavalieri, le quali ed i quali consumate, che Dio vi perdoni, i
vostri begli occhi su queste carte fastidiose che parlano di patria, di
sangue, di storie già vecchie e fuori di andazzo, avreste per avventura
compreso qualche cosa della maniera in che a prima giunta l'Orange
dispose l'assedio? — A dirvi il vero, finchè lo lessi su i libri non
vi compresi nulla neppur io; poi trovai la maniera, ed è questa. —
Il pellegrino che visita la mia bella Firenze, se lo punge vaghezza
di conoscere addentro le cose ch'io narro povero novelliere, sappia
trovarsi, non ricordato dalle Guide, dagli Osservatori e libri altri
cotali, nel palagio della Signoria un quadro a fresco rappresentante
l'assedio di Firenze; — dov'egli lo cerchi, gli occorrerà nelle stanze
che chiamano quartiere di Leone X posto a mezzogiorno della sala
del Savonarola, e quivi pure ammirerà, se ne ha voglia, un quadro
importantissimo al subietto del quale discorso, voglio dire Clemente
VII e Carlo V convenuti di amichevole parlamento; esaminato il quadro,
si rechi il passeggero su al poggio San Miniato e ascenda il campanile,
il quale pur tuttavia conserva le traccie delle palle balestrate contro
di lui nell'assedio. Badi però di andarvi su la mattina, che a vespro
non consentirebbe il guardiano ad aprirgli la torre, imperciocchè a
quell'ora vi sieno rientrati i colombi di monsignore arcivescovo, ai
quali, non che il suono delle bombarde, giungerebbe insopportabile
l'aspetto comunque pacifico del pellegrino; e allora, rotto il sonno,
prorompendo dalle aperture, andrebbero dispersi per la campagna e
forse, ahi! tolga Dio tanto danno, ghermiti da mani profane sazierebbe
le voglie di palato plebeo. — Così è: cotesto campanile glorioso, il
quale difeso da Michelangiolo e da Lupo bombardiere sostenne per tre
giorni il fulminare di quattro grossi cannoni dell'esercito imperiale,
quel campanile che resse agli urti, sicchè tuttavia si mantiene in
testimonio di un tempo che desideriamo molto, speriamo poco vedere
rinnovato, adesso è fatto stanza di colombi, che aspettano costà
dentro la degnazione di essere acconciamente arrostiti pel pranzo di
monsignore arcivescovo, che Dio tenga nella sua santa guardia.

Giunto sul campanile, in un colpo d'occhio comprenderà quello che io mi
affaticherei invano dargli ad intendere con molte pagine, e vedrà come
se il cielo sorride a Firenze, Firenze ancora sorride al suo cielo,
e il riso loro vicendevolmente ricambino a guisa d'innamorati; — gli
parrà rinnovata l'antica storia dei figliuoli di Dio presi di amore
per le figliuole degli uomini, nè Dio per questa volta sdegnato nel
connubio — mandare a castigarlo il diluvio, sibbene benedirlo dall'alto
con un torrente di luce[138].

Disposti gli alloggiamenti, le difese provviste, le sentinelle
collocate, Filiberto d'Orange, diligentissimo capitano e come quello
sul quale riposava la somma della guerra, non fidandosi altrui, volle
di per sè stesso esaminare ogni cosa. Montato sopra generoso cavallo,
lo accompagnando le sue lancie spezzate, visitò i diversi posti,
suggerì opportuni provvedimenti, raccomandò ai colonnelli stessero
in procinto; e quando gli parve adempito il suo debito, essendo già
discesa la notte, si avviò ai suoi alloggiamenti giù al piano in certe
case dei Guicciardini tra la piazza del Mercato e le forche.

Sia che memorie del passato o disegni del futuro lo tenessero inteso,
allenta le briglie al cavallo e lascia che di buon tratto di strada lo
precedano le lance spezzate; così s'inoltra nella notte, non badando al
rumore confuso del campo nè ai fuochi accesi sopra tutti quei poggi:
all'improvviso il cavallo si arresta, ed intende una voce di uomo che
si lamenta.

«Ormai il dado è tratto; — tra morire infame, o morire invendicato, mi
piacque la vendetta», con parole interrotte mormorava la voce; «ma per
aver vendetta mi bisogna dar fuoco alla patria, — ed io l'amo questa
patria; — nè l'amico di Filippo Strozzi dovrebbe travagliarsi in pro
dei Medici.... non pertanto il fato ci avviluppa insieme; noi non siamo
padroni del fato.»

Qui il cavallo del principe mutando passo urta una pietra, la quale
smossa rotola ai piedi dello sconosciuto, che tosto rizzatosi domanda
in suono superbo:

«Chi sei?»

«Non so se amici», rispose il principe, «ma non certo nemici; voi
mi parete il Bandino, ed io sono Orange; il mio cavallo ha sbagliato
sentiero, m'ingegnerò ritrovarlo: — buona notte, messere.»

«Ditemi, principe,» soggiunse il Bandino arrestandogli per le redini il
cavallo, «in conto di che mi avete voi?»

«Ma... nel conto che mi avreste me, s'io fossi voi.»

«Principe, in mercede parlatemi aperto, in qual concetto mi tenete?»

«Fiorentino movete ai danni di Fiorenza... di uomo siffatto può essere
mai dubbiosa la fama?»

«Ah! certo il nome ch'ei merita è un solo per tutto il mondo», favella
in suono sconsolato il Bandino lasciando le redini del cavallo...

«Eppure!...»

«Eppure voi non siete un codardo; questo molto bene conosco, che mi
furono dette novelle della virtù vostra nella guerra di Milano, dove
militaste col conte Pietro Nofreri; — io non vi mescolo con messere
commessario e consorti, i quali patria, affetti e Dio tengono nella
borsa; una cagione profonda, a cui non potete resistere, certo vi
spinge: — io vi compiango e vi lascio. — quando gli amici di Giobbe si
fanno a visitarlo e seduti in terra a canto a lui piangono insieme, mi
paiono consolatori divini; allorchè poi aperti i labbri lo ammoniscono
o confortano, mi riescono importuni; — molte sventure per parole
inasprisconsi; e tale giudicando la vostra, io mi taccio. Tra la vostra
anima e Dio non deve intromettersi nessuno. Vorrei stimarvi come mi
stimerei propenso ad amarvi. Ma a fine di conto i fati tirano... e voi
mi sembra che lo dicevate quando prima io v'incontrai, — l'uomo non è
padrone del fato.

«Così non può essere.... scendete.... bisogna che voi mi stimiate....
A chiunque tentasse indagare il mio segreto pianterei un ferro nel
cuore.... a voi, che rifiutate conoscerlo, forza è ch'io il dica.....
scendete.... e sedetemi accanto.»

Un non so che d'impero e di preghiera si conteneva in queste parole del
Bandino, chè il principe si sentì a un punto come sforzato e commosso;
aggiungi la naturale curiosità, che, malgrado le proteste in contrario,
punge ogni uomo di penetrare il destino altrui; — il tempo e l'ora,
tutto lo indusse a soddisfare il Bandino; — scavalcò pertanto e, legato
il cavallo ad un albero, si acconciò per ascoltare.

«Conoscete l'Italia?» comincia impetuosamente il Bandino, «ella è
terra di delizie e di vulcani; — conoscete il cuore dei suoi figli? due
sole passioni se ne dividono il regno, demoni, credo, ambedue: amore e
odio... — forse voi penserete altramente dello amore, perchè il volto
ha leggiadro e favella con parole soavi, ma in verità egli è demonio,
ed io l'ho provato e provo. — L'amore talvolta diventa odio, l'odio
non muta mai; dei due odii terribilissimo il primo, entrambi fuoco
d'inferno; ma il primo, fatto più intenso dalla gelosia, dalla vanità
offesa, dalla ricordanza dei piaceri goduti, dei piaceri perduti...
olio e bitume sopra fiamma di per sè stessa tremenda. — Dio mi creò per
amare: io mi ricordo di un fanciullo sensitivo, vago di solitudine,
abbandonare il trambusto della città, e lontano nei campi voltarsi
indietro a contemplarla, come l'Alighieri descrive il naufrago che,
uscito fuori dal pelago alla riva, si volge all'acqua perigliosa e
la guata; egli errando pei boschi udía la voce arcana che pare mandi
natura al suo Creatore, intendeva commosso le armonie degli uccelli
ed invidiava la voce loro per cantare anch'egli un inno di gloria,
e le ali per accostarsi al firmamento, perocchè gli avessero detto
il Padre del Creato abitare nei cieli. Quanto tesoro di amore vivea
nell'anima di quel fanciullo! Appena la campana della sera indicava
l'ora dei morti, prosternato davanti alla immagine di Gesù Cristo, non
senza lacrime lo supplicava per le anime dei suoi defunti... per tutti
quelli che purgandosi aspettano di sollevarsi alle gioie divine; egli
aveva una parola di conforto per qualunque sconsolato, un voto per ogni
afflitto, un soccorso per ogni bisognoso, e quando incontrava sventure
che non potevano consolarsi, bisogni che non potevano sovvenirsi...
piangeva. Ah! quel fanciullo fui io. — E adesso la mia mente tentenna
dolorosa nel pensiero che Dio non è, od è tiranno; e sento solo la
vita allorchè gli uomini, diventati bestie feroci e più che bestie,
si lacerano, le bombarde fulminano la morte, la terra va ingombra di
uccisi, e i demoni della discordia e dell'omicidio tripudiano pei campi
di battaglia a piene mani lanciando contro il cielo sangue e membri
umani, in dileggio o in rampogna del Dio che sembra aver creato gli
uomini per divorarsi tra loro.

«Noi altri Italiani c'innamoriamo in chiesa; colà la mezza luce che
nelle ampie navate si diffonde traverso i vetri coloriti, le melodie
degli organi, il profumo degl'incensi, le voci angeliche di fanciulli
invisibili esaltano i sensi e ti dispongono ad amare, in cotesto punto,
se i tuoi occhi, lassi di vagheggiare una Madonna creata da Raffaello,
abbassandosi incontrano il tipo di cotesta Madonna..., spaventato
ritorni in fretta a sollevare gli occhi alla immagine, dubbioso che
discesa dal quadro siasi fatta viva.... La immagine però non si mosse,
ma ormai i tuoi occhi non si alzeranno più alla immagine per adorare
Dio. Lui adorerai nella vergine che piange e che ride; la vergine che
movendo lo sguardo accelera o arresta le pulsazioni del tuo cuore.
Finalmente Rafaello non infuse la vita nei suoi dipinti! — Allora il
cielo si confonde alla terra: — il creatore adori nella creatura; —
all'impeto naturale della passione tu aggiungi l'impeto della passione
religiosa; — la febbre acuta t'invade le fibre e le ossa; le arterie
delle tempie ti pulsano quasi volessero rompersi, vertigini di fuoco
ti si avvolgono dinanzi gli occhi.... odi frequente un tintinnio negli
orecchi che ti tormenta, e tuttavolta non vorresti cessato... il petto
si gonfia in ispessi sospiri... uno sguardo ti ha mutato tutto: — nulla
è più tuo; — ogni cosa umile ti pare superba; se il piede della donna
che ami ti calpestasse..., sarebbe il sommo del tuo paradiso: — questo
è italiano amore... ed io l'ho provato. Ma la donna che inspira un
sì grande affetto lo partecipa ella? O Cristo, che tanto imprecasti
contro i farisei, come quelli che ti parvero sepolcri imbiancati, e
che altro è la donna mai se non un sepolcro imbiancato? Perchè creare
così splendida la coppa che contiene veleno senza pari mortale? Dio,
che ponesti nel cuore dell'uomo il ribrezzo alla vista del rettile e
la paura all'incontro della fiera, ond'è che non lo avvertisti dello
approssimarsi della donna con queste od altre cosiffatte passioni?
Forse accoglie la femmina ingegno meno perfido del rettile, o brama
meno truce della fiera? Nessuno ente mai ingannò quanto la donna
ha ingannato, non tradì quanto la donna ha tradito. Michelangiolo,
dipingendo la prima tentazione di Satana, la quale ci fruttò la perdita
del paradiso e della vita, immaginò il tentatore mezzo demonio, mezza
femmina. Satana, tuttochè Satana, non seppe trovare immagine meglio
adattata alle insidie... Ahi femmina! Quantunque alla vostra stirpe
imprecando io turbi le ossa della defunta mia madre.... e l'anima
mi rimorda come di parricidio commesso.... maledette sieno quante
posseggono sopra la terra sembianze di angiolo e cuore di demonio...»

  [Illustrazione: «Ditemi principe,» soggiunse il Bandino,
   arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi
   avete voi?» _Cap. VIII, pag. 208._]

E queste parole profferisce con rabbia sì intensa, e le parole
accompagna con tanto convulso atteggiare di muscoli e stridere di denti
che il principe si ritrasse di alcuno spazio indietro come spaventato;
dopo breve silenzio egli disse:

«Bandino, i tempi di sostenere a tutta oltranza l'onore delle dame non
corrono più, e nondimeno, come cavaliere cristiano e figliuolo amoroso,
io prendo a provare in campo chiuso la mia genitrice per la più casta
ed onorata matrona del mondo...

«Rammento il giorno e il luogo in che ella primamente mi comparve
dinanzi», continua il Bandino senza rispondere alle parole del
principe, fisso com'era nel suo pensiero; «per la festa di san
Zanobi in santa Maria del Fiore, là presso alla parete ov'è sospeso
il simulacro del divino poeta,[139] i nostri occhi s'incontrarono
insieme; parve che i miei sguardi la infiammassero, perchè ella si
fece accesa nel volto, come le vampe di fuoco le ardessero davanti, ed
abbassò il velo: poco importa; ormai la sua immagine mi stava incisa
nel cuore; dovunque guardassi io la vedeva; ed in vero ella si partì
dalla chiesa, io non rimossi mai gli sguardi dal luogo che ella tenne
occupato; gli uffici divini cessarono, tacquero gli organi, spensero
i ceri, ed io pur sempre mi rimaneva immobile credendo tuttavia
di vederla. Agevole cosa mi riuscì conoscere chi ella si fosse, a
quale casata appartenesse: nobile stirpe e superba, di ogni bene di
fortuna largamente provvista; ma anche i miei nacquero di gentile
lignaggio, se non che gli averi erano scarsi; la mercanzia siccome
aveva favorito la famiglia della donzella, aveva nabissato la mia.
Secondo il costume dei giovani cominciai a passare sovente sotto alle
sue finestre; presi dimestichezza con gli artefici vicini per avere
onesto motivo di trattenermi nella contrada; nella notte o sul mattino,
accompagnandomi sul leuto, le cantai sotto il balcone dolcissimi versi
d'amore; praticai in somma quello che costumano coloro cui scalda il
petto l'ardente fuoco della passione e non sanno trovare modo altro
diverso da manifestarla alla amata donna. Con quanta speranza io mi
moveva da casa, e come avvilito vi rientrava! Verun cenno apparve alle
finestre mai; mai vidi sporgere un capo il quale indicasse intendere
all'amoroso lamento; io conduceva tristissimi giorni disperato della
vita. Certa volta che dopo lunga e sempre vana dimora mi era fermato
a novellare con certo archibusiere della contrada, io mi tornava a
capo basso, dolente; giunto che fui allo estremo della via sul punto
di scantonare, una ispirazione interna mi disse: volgi la testa, — ed
io di subito mi voltai: una figura si ritrasse dalla loggia alta della
casa, veloce più che mano non si allontana dal ferro rovente; — amore
aguzza lo sguardo, ed io la riconobbi... era ben dessa, e ne piansi
di gioja. — Deh! in cortesia, monsignore, vogliatemi perdonare s'io vi
trattengo con la storia di siffatte quisquilie... Se sapeste però come
taglienti me le abbia incise la memoria nel cervello... se lo sapeste!
non vi dirò come trovassimo modo a favellarci; non vi dirò nemmeno
come per una serie di eventi ora tristi ora lieti e sempre pieni di
passione venisse lo istante nel quale la fanciulla, vinto il pudore
verginale, mi confessava: Io ti amo... Io vi giuro, monsignore... in
che vi giurerò io? Non conosco più nulla di sacro nella terra o nel
cielo. E pure gli angioli avrebbero potuto senza velarsi gli occhi con
le ale contemplare cotesti colloquii, imperciocchè le parole e gli atti
vi fossero casti quanto quelli ch'essi alternano in paradiso. Io ti
amo! ella mi disse: ora, quando anche vi avessi fede, la vita futura
non m'ispira speranze nè terrore; il gaudio dei santi e i tormenti
dei reprobi io gli ho provati. — Comunque vi ponessimo diligentissima
cura, non potemmo tanto cauti procedere nei nostri amori che alfine
uomo non se ne accorgesse; già non si cela amore! — All'improvviso
ogni via di vederla mi venne tronca nè in chiesa più nè in casa di
amiche o di parenti; il suo palazzo chiuso, impenetrabilmente chiuso.
Certa notte ch'io mi vi aggirava d'intorno come forsennato, sento
una man forte percuotermi sopra la spalla e minacciarmi una voce: —
Fa di allontanarti da queste contrade, se tu non vuoi lasciarci la
vita. — Trema egli Appennino ai venti di primavera? Tale mi rimasi io
alle superbe parole, e continuai a visitare di e notte quei luoghi
più frequente di prima. Non corse gran tempo da questa a un'altra
notte nella quale, passando vicino alla dimora dell'amata donna, di
repente un colpo mi ferisce sul fianco; e fu sì fiero che, sebbene
io me ne andassi riparato di giaco, il pugnale lo trapassò fuor fuori
rompendovisi dentro: poco mancò non percotessi con la faccia la terra;
non mi smarriva di animo per questo e, tratto di sotto la cappa la
spada, mi posi in difesa; erano tre, e due fuggirono, il terzo rimase;
essendo buio fitto, ci saremmo per certo uccisi ambidue, quando i
vicini svegliati al rumore si affacciarono ai balconi coi lumi; io
vidi allora il mio nemico armato di spada e pugnale: a mia posta
strinsi lo stiletto, ed opponendo al suo stile la spada, alla sua spada
lo stile, cominciammo un gagliardo combattimento; i vicini urlando
raccomandavansi non volessimo insanguinare la contrada; vedute riuscire
le raccomandazioni invano, chiamavano la famiglia del bargello; noi
non gli ascoltavamo e tuttavia attendevamo a schermire. Egli era
franco cavaliere il mio nemico e spedito così che ben ci voleva arte
e prontezza per accorrere alle difese; chi fosse ignorava: — il volto
tenea coperto con la maschera di velluto. Durava da un quarto d'ora il
duello, nè la fortuna pendeva da una parte piuttosto che dall'altra,
quando ecco accorgermi ch'ei tenta imprigionarmi la spada e strisciando
col pugnale lungo là lama ferirmi; uso l'inganno e fingo lasciarmi
vincere, sicchè egli, precipitando a mano destra l'offesa, allenta a
mano sinistra la difesa; allora con un punto rovescio ponendo la sua
spada a contrasto tra la lama del mio pugnale e la traversa, le do
a leva di forza e gliela faccio balzare di mano: nel medesimo tempo
indietreggio di un passo, riguadagno la mira e poi sottentro veloce
tenendo a bada con la spada il suo pugnale ed incalzandolo mortalmente
col mio: povero di consiglio, presago oramai del suo fine, mentr'egli
cerca salute nei passi retrogradi incespica e cade. La maschera gli
sfugge dal volto, le sue sembianze rivela; allora un altissimo grido
mi percuote, sollevo gli occhi e vedo la donna mia scarmigliata
affacciarsi alla finestra e, tese le braccia supplicare in mercede:
Deh! per Dio non lo uccidete, ch'egli è mio fratello di sangue. — Già
dal suo palazzo prorompevano intanto armati e il padre per aiutarlo:
intempestivo soccorso perchè la sua vita stava nelle mie mani. Riposi
pacate la spada e il pugnale, e la mano gli porgendo a sollevarlo.
— Messère, gli dissi, potrei darvi là morte, ma penso dovere esservi
molto maggiore castigo la vita; perchè tanto odiate chi vi ama? — Ciò
detto partii. — Bene, nei giorni successivi e nelle notti non disusai
aggirarmi per quelle contrade e di tenere fisso lo sguardo al palazzo;
d'ora in poi mi fu chiuso come il sepolcro: i vicini interrogati
rispondevano non avere più veduto la fanciulla nè donna altra di casa;
aggiungevano alcuni: Forse la menarono in villa. Ed ecco ch'io percorro
le campagne, prendo voce, indago, per iscoprire mi travesto, e sempre
invano; così che alfine ne perdo affatto ogni traccia. Spesso, di
animo e di corpo abbattuto, truci immaginazioni mi spaventavano: —
l'avessero uccisa! — e la morte di lei in cento modi diversi e tutti
terribili agitava la inferma mia mente; — appena io mi era ristorato
alquanto, tornava col mattino la speranza... Voi ben sapete come sia
la speranza palpitante e vitale nel giovane innamorato. — Alfine io
sopravvissi alle sue lusinghe e, fatto cadavere prima di chiudere gli
occhi al sonno eterno, mi distesi muto sul letto aspettando e invocando
la morte. Le lagrime del povero padre mio che amava tanto e la poca
vita tenace a rimanersi mi concitavano a sdegno, sicchè un giorno
empiamente gli dissi: Lasciatemi in pace, padre mio: il male maggiore
mi venne da voi quando mi deste la vita; ora concedete che al vostro
misfatto io ripari procurandomi la morte! — Mio padre cessò il pianto,
e seduto a lato del letto mi abbracciò con ambe le mani le ginocchia
dicendo: — Moriamo insieme; — ed io: — Moriamo, se così vi talenta.
— E certo morivamo di inedia, quando sul declinare del giorno udimmo
strepito alla porta della camera, e subito dopo entrare un giovane di
oneste sembianze, il quale piegatosi al mio orecchio susurrò: — Per
quanto vi è cara la vita di colei che amate, sorgete e venite meco!
— Lo fissai con occhi esterrefatti e immaginando la sua apparizione
errore della fantasia: — Partite, risposi volgendo il fianco sopra
l'altro lato, chè io non posso andare standomi in colloquio colla
morte. — Ma egli si dimostrò cosa reale e parole mi disse per le quali
sentendomi all'improvviso pieno di vita, mi gettai giù dal letto
e gli tenni dietro. Mio padre vinto dalla stanchezza dormiva... nè
io pensai a svegliarlo e per suo conforto avvertirlo; non mi venne
neppure in pensiero quale e quanta sarebbe stata la disperazione del
vecchio destandosi e non vedendomi più, inconsapevole di quello fosse
accaduto di me... tanto è demonio l'amore! — Arrivato all'aria aperta,
mancarono al desiderio le forze; e sarei caduto, se lo straniero non mi
avesse sorretto e accomodato in groppa al suo cavallo. Con misteriosa
diligenza giunti sul canto di Via dei Pescioni, consegna il cavallo
a un famiglio quivi appostato e sorreggendomi mi conduce verso il
palazzo della mia donna. Ben mi cadde in pensiero il tradimento, ma
non lo temei, tanto, peggio di vivere non poteva accadermi: fu aperto
un usciuolo, mi trassero silenziosamente per diverse sale e poi mi
deposero dentro una cameretta: vidi un piccolo altare, sentii odore
d'incenso, l'aere calda, indizii manifesti che il Viatico si era
soffermato là dentro, e presso l'altare sopra un letto mi occorse
giacente la donna mia, calate le palpebre, le labbra bianche e la
pelle del colore di cera, come persona prossima al transito; — sentii
uno stringimento di cuore e caddi privo di conoscenza, lieto pensando
di toccare l'estremo momento della mia vita. — Quando rinvenni, mi
percosse in prima uno schiamazzo, un pianto e preghiere e minaccie in
molto terribile guisa: apersi gli occhi e vidi il padre della donna
mia avvampante di sdegno, con labbra enfiate rampognare certe donne
che gli stavano attorno con atti supplichevoli e lo fermavano per le
braccia con parole dolcissime raumiliandolo. Il giovane a cui aveva
salva la vita, quando il padre sembrava piegare agli scongiuri delle
donne, se gli accostava all'orecchio e gli dicea parole che a guisa di
vento suscitavano la fiamma dell'ira in quel vecchio feroce. La donna
mia piangeva, ma le mancava la forza di articolare parola, ed a me
pure mancava: mi provai più volte, e sempre invano: al fine fiocamente
favellai: Pel sangue di nostro Signore Gesù Cristo, lasciateci morire
in pace! — E quasi fosse stato sforzo superiore alla mia poca lena,
svenni di nuovo. Tornato lo spirito agli uffici consueti della vita,
mi vidi al capezzale il padre della donna, il quale con volto benigno,
Attendete a ristorarvi, mi disse, e preparatevi ad ascoltarmi; quello
che il cielo vuole forza è che uomo anche voglia! — Lo rividi verso
sera, ed accostatosi quanto più presso poteva al mio volto, — Figliuol
mio, cominciava, poichè umano argomento non vince l'amore che la mia
figliuola ti porta, e poichè vedo a prova manifesta come anche tu
ardentissimamente l'ami, e il contristarvi le nozze sarebbe certa
cagione della morte di entrambi, a Dio non piaccia che in questa mia
vecchia età prossimo a rendere conto della mia vita all'Eterno, contro
al mio sangue mi renda micidiale. La tua stirpe è gentile, i tuoi
costumi onesti: una sola cosa mi offende in te, e non è tua colpa,
voglio dire il difetto dei beni di fortuna, ciò mi trattenne fin qui
dal consentire che tu tolga in moglie la mia figliuola Maria: tu saprai
un giorno quanto piaccia al cuore del padre allogare i figliuoli
in famiglie più potenti della sua e quanto all'opposto rincresca
scemare; però siete giovani entrambi, che tu non mi sembri toccare
il diciottesimo anno, e la fanciulla appena ne conta quindici: la
fortuna, come donna, ama i giovani; viviamo in tempi nei quali riesce
di leggieri, a cui vuole davvero, metter insieme danari; sopra tutte le
parti del mondo vedo prosperare i nostri mercadanti in Ispagna, fuori
di misura doviziosa per l'oro che a lei mandano le Indie non ha guari
scoperte. Io ti prometto la figlia: fidanzatevi, ve lo concedo: poi
su questa croce giurami che te ne andrai a procacciare tua ventura in
Ispagna per tornare presto a condurre donna e statuire famiglia con lo
splendore conveniente alla stirpe donde esci e a quella a cui la tua
moglie appartiene. — Promisi e con pieno cuore; — qual cosa non avrei
io promesso? Restituito alla vita, rigoglioso di giovanezza, felice per
potere consumare i miei giorni al fianco della donna amata e dirle: —
Io ti amo, e sentirla rispondere: Ed io pure ti amo; — parole mille
volte ripetute e mille volte ascoltate con dolcezza ineffabile...
miracolo nuovo di amore! — Ebbro del presente, dimenticai la promessa,
che troppo mi occupava l'anima la mia passione per conservare memoria
di quello che fu, paura per quello che sarebbe stato. — Più volte
mi parve esitasse il padre di turbare così lieto vivere esigendo
l'adempimento della promessa: pure una notte, quando me lo aspettava
meno, mi trasse in disparte; e, Figliuol mio, — così favellando
piangeva lacrime forse vere e forse finte, perchè chi aggiunge l'uomo
nella simulazione? — Figliuol mio, quanto più ti trattieni, e più
allontani il tempo delle tue nozze: va, la stagione ti corre propizia,
ed io ho ferma speranza in Dio di rivederti fra due anni tornato
ricco a casa. — Vi tacerò gli augurii, i pianti, le disperazioni per
trattenermi, e poi i voti, le promesse, i giuri quando fu determinata
la partenza; tutte cose meste, non dolorose nè di triste presagio,
come quelle che da lontano illuminava la speranza: solo l'aspetto del
fratello era in quel tumulto di passioni quasi serpe tra i fiori, quasi
Satana nel Paradiso terrestre: mi stese la mano, ed io la sentii umida
di freddo sudore, n'ebbi ribrezzo come se avessi tocco la pelle di
un rettile: — ma la gioventù è obliosa, la sperienza viene col tempo
e ci fa notare questi eventi col sangue più puro del nostro cuore.
La fortuna, per flagellarmi meglio, spirò un fiato favorevole nelle
vele; partii, giunsi e dimorai a Cadice e a Siviglia, dove impresi
traffici smisurati: nei traffici rovina agli altri, io cresceva; i
pazzi consigli miei riuscivano meglio dei savi provvedimenti altrui;
apparvi oracolo, e fui soltanto avventuroso; la turba m'invidiava, mi
applaudiva ed adulava. Le lettere prima mi vennero frequenti da casa,
poi più rade, ma affettuose pur sempre, — in seguito più rare ancora,
— finalmente cessarono; ciò accadde presso al terminare del secondo
anno, epoca in cui aveva statuito il ritorno; la mancanza di nuove
mi tenne di mala voglia, non mi sconfortò nè fece temere infortunio,
imperciocchè sapessi come Giovanni d'Albret re di Navarra, cacciato
ingiustamente dal regno per opera di Ferdinando d'Aragona, avesse co'
soccorsi di Francia ricuperato l'antico dominio, e quivi si agitassero
terribilissimi combattimenti, a cagione dei quali il comunicare per
terra di uno stato all'altro veniva rotto, e dalla parte di mare i
legni di Francia e degli alleati loro, tra i quali fedelissimi si
mantenevano i Fiorentini, non si attentavano farsi vedere nei porti
di Spagna. Incerto del ritorno, lascio fondaco aperto in Siviglia,
ed imbarcatomi sopra un brigantino giungo a Genova; travagliato dal
mare che sembrava volesse impedirmi il ritorno, continuo il viaggio
per terra; nessuna lettera mi precede; intendo arrivare inaspettato e
sconosciuto. Oh come forte mi tremò il cuore quando prima scopersi da
lontano la cupola della basilica nostra! se avessi avuto l'ale non mi
sarebbe sembrato di affrettarmi a mia voglia: pur giungo e difilato
mi avvio alla casa paterna; la mano mi manca per bussare alla porta,
altri bussa per me, si apre, chi mi apriva non guardo, corro, corro
in traccia di mio padre; la casa è vuota!.... Rifaccio i passi, e vedo
il vecchio genitore genuflesso davanti un Crocifisso, e ascolto tra i
singhiozzi pregare riposo all'anima mia.... — Sono io morto, perchè mi
diciate il _requiem_? — esclamo maravigliato; e il padre piange e più
che mai si raccomanda: mi accosto, ei trema e non ardisce guardarmi.
Anima benedetta, egli diceva con stupenda prestezza, anima benedetta,
va in pace, io spenderò in suffragarti l'ultima mia masserizia... va
in pace. — Tornate le persuasioni invano, mi vinse lo sdegno, mi dolsi
del modo col quale mi accoglieva, minacciai andarmene tanto lontano che
mai più avrebbe riveduto la mia faccia, di poco amore lo rampognai.
Egli sorse allora tra stupido e spaventato, e: Tu vivi? — mi domanda
con parole interrotte... Mi tocca... mi bacia... e quando il suo
dubbio fu tutto spento, crudeli! crudeli! esclama e mi cade semivivo
tra le braccia. Qual io rimanessi non saprei con discorso convenevole
raccontarvi. Egli rivenne tosto, e io ansiosamente gli domando: Ch'è
questo, padre? e la donna mia? — La donna tua? mi risponde, — quanti
ne corrono del mese? — Il dieci di febbrajo. — Il dieci, veramente il
dieci? — Sì, il dieci. — Vieni a vedere la tua donna, — e con impeto
giovanile mi trasse fuori di casa. Giungiamo alle porte di Santa Maria
del Fiore; quivi incontrammo fanti e donzelle, i quali tenevano per le
redini in copia palafreni; entriamo in chiesa, la più parte sepolta
in profondissima oscurità; andiamo oltre, e pervenuti al punto della
nave dove sospeso alla parete si ammira il simulacro di Dante, coronata
con la ghirlanda nuziale, con lo sposo al fianco, blandita da gioconda
comitiva, ritorna da legare la sua fede eternalmente ad un uomo dal piè
degli altari una donna, e questa donna è la mia!... Empii di un grido
orribile le volte del santuario e, stretto il pugnale, mi precipitai
a trucidare la spergiura; mutati appena due passi, il ghiaccio di un
ferro mi penetra nelle viscere, e precipito avvolgendomi nel mio sangue
sul pavimento. Non piacque all'inferno ch'io mi morissi: udite stupenda
nequizia umana! Aperti gli occhi, mi trovo giacente sopra miserabile
pagliericcio, dentro una stanza vuota, le mani e i piedi stretti da
funi... non mi rinveniva, cercava con la mente nè giungeva a indovinare
in qual luogo mi avessero condotto e perchè così legato. All'improvviso
mi spaventa uno schiamazzo confuso di minaccie, di percosse, di pianto,
di preghiere e di risa; e sopra tutte queste voci tempestare un urlo
che diceva: — Chiudete le porte, san Pietro! — san Paolo, di grazia,
a che tenete quello spadone ai fianchi? — Or dov'è andato l'arcangiolo
Michele? — I demoni danno l'assalto al paradiso.... e' l'hanno preso,
— l'hanno preso, — scomunicati! — eretici! — così bussate il Padre
Eterno? poveraccio! — Mi accorsi che mi avevano condotto all'ospedale
dei pazzi. Nè stette guari che, aperti gli usci della stanza, vidi
entrare diverse genti, che riconobbi dagli abiti pel medico, lo
spedalingo e i servigiali. Il medico, lindo, aggraziato, superbo del
suo bel mantello pavonazzo, si accosta al letto e, vedendomi con gli
occhi aperti, mi domanda: — Come va, frate? — Oh Dio! messere, una
gran doglia il fianco destro mi tormenta, e queste funi mi segano le
braccia: deh! per la croce di Cristo scioglietemi, che soffro tanto
che poco più si ha da soffrire nell'inferno. — Il mastro, tastandomi il
polso senza altrimenti badare alle mie parole, si volge allo spedalingo
e gli dice imperturbato nel volto: — Reverendo, non vi lasciate
ingannare da questa quiete apparente; le arterie gli battono come se
fosse un cavallo, con buon rispetto parlando; è natura di questi morbi
rimettere alquanto della loro malignità per quindi travagliare più
veementi di prima: non gli sciogliete le mani: perchè non ha egli preso
la purgagione? Ingegnatevi fargliela trangugiare, se non per amore,
per forza. Il cerusico muterà l'apparecchio alla ferita: — badate che
non si agiti quando lo medica; ogni moto qualunque gli apporterebbe
certissima morte. — Davvero le arterie dovevano battermi con impeto;
io sentiva dentro ribollirmi il sangue, non potendo sostenere coteste
parole che mi sonavano dileggio. — Scioglietemi, gridai, o me ne
renderete ragione davanti gli Otto: chi vi ha detto che io sono pazzo?
Dov'è questo marrano, questo ribaldo? Io fui tradito, percosso, ed ora
mi legate per pazzo... ve la dirò io la storia... uditela... forse ne
sentirete pietà. — Ecco, interuppe lo spedalingo dal volto di colore
del piombo, i sintomi da voi presagiti ritornano; un accesso di mania
lo minaccia... — È indubitato! risponde il medico aggiustandosi con
sufficienza il collare, e si dispone a partire. — Forse non volendo
il medico mi conservava la vita; imperciocchè se mi avessero sciolto
un momento, malgrado la debolezza estrema, la piaga mortale, io sarei
balzato dal letto per correre non già alla vendetta ma al sepolcro...
e per avventura era il meglio. Se colà dentro io non perdei lo
intelletto, ne ho l'obbligo al pensiero fisso dei miei dolori, il quale
non mi concedeva che non ponessi troppa mente ai miseri rinchiusi
nell'ospedale. Immaginate: da un lato mi stava una madre maniaca
la quale nell'ultima piena dell'Arno aveva perduto casa, marito e
due figli. Ogni notte, quando il sonno cominciava ad aggravarmi le
palpebre, ecco la donna con urli lugubri gridare: — La piena viene!...
la piena viene! — prendi il tuo figliuolo, Giovanni; io prenderò la
bimba, e fuggiamo via... — E dopo poco mutando voce riprendeva: —
Sta cheta, strega, io vo' dormire; se non ismetti di gracidare ti do
della marra sul capo... — Sii maledetto! borbotta fra i denti e quindi
soggiunge con voce naturale: — Lévati, prendi il figliuolo e quanta
masserizia più puoi; ubriacone, lévati... senti.... senti.... ah! non
è più tempo.... misericordia! che notte!.... guarda alla vampa del
fulmine il fiume che precipita... fuggi... — Io vo' dormire. — Dormi:
gran mercè dell'aiuto! Tancia, Lessandra, che notte! acqua e fuoco;
ma la Dio grazia io tengo l'argine; costà ho lasciato in gola al fiume
poche cose in verità... le masserizie e il marito.... e un figliuolo...
dalle masserizie... in fuori devo ringraziarne la fortuna... mi basta
la figliuola.... questa ho menata con me.... io l'amo tanto! — e qui,
a dirvela in confessione, Tancia, la mia figliuola Nannina l'ho avuta
dal vostro fratello Baccio; ci amavamo prima ch'io andassi a marito,
e non me lo sono potuto scordare; il sere mi dice ch'è figliuola del
peccato... ma oh! io amo la figliuola e il peccato.... Nina, vieni....
dove sei? Nina.... Nina.... in qual parte ti sei cacciata adesso? Se
la nascondeste, donne, rendetemela per carità... se l'avete veduta,
indicatemela... me ne fossi dimenticata.... no.... sì.... ah trista
me! l'ho scordata. Baccio, va a salvare tua figliuola; ah! egli non si
vede.... egli tarda.... e il tempo stringe.... Chi siete voi? uomini
forse? andate a salvarmi la mia Nannina; non posso offrirvi nulla,
la piena mi ha portato via ogni bene della terra; se vi piaccio, vi
abbandono il mio corpo; se no, voi avrete per certo a rifabbricarvi
la casa; le acque vi hanno affogato il giumento, io vi porterò pietre
e calcina.... non siete andati? Non volete andare? Iniqui! scherani!
e l'ora fugge, e la maledizione non salva la mia figliuola... Cristo,
che sostenesti san Pietro sul mare, sostieni anche me povera madre!
Affogo.... affogo.... — E qui si rotolava sul pavimento continuando
a cacciare urli disperati, ma indistinti a guisa di singulti. —
Dall'altra parte era rinchiuso un giovanetto diventato pazzo per amore;
— la giovane anima sua, comparsa appena su l'emisfero della vita,
si ottenebrava, ed egli ora forniva il suo corso mortale ricinto di
nebbia, siccome sole nei giorni incresciosi dell'inverno; la morte
aveva dopo di lui baciato le labbra alla sua donna, e il giorno
appresso trovò il verme là dove poche ore innanzi aveva libato il
profumo dell'amore. Nel giorno, il misero taceva; verso sera cominciava
a preludiare una canzone; caduta la notte, cantava con armonia mesta,
arcana, per così dire pregna degli effluvii della sua vita, perchè
invero la commozione che pativa cantando lo consumava, e di giorno
in giorno, secondo quello che si racconta del cigno, più dolcemente
cantava e più si approssimava a morire; tutte le canzoni compiva col
verso:

    Luce degli occhi miei, chi mi ti asconde?

E quando la voce stanca gli rifiutava l'ufficio consueto, piangeva
forte, sempre chiamando Selvaggia, e si raccomandava di ottenergli
dal cielo pronta la morte, perchè egli si sarebbe ucciso; ma avendo
inteso che i violenti contra sè stessi vanno dannati, non si attentava,
sapendo troppo bene lei essere nel cielo; e s'egli voleva adorarla
costà, gli bisognava invocare, non darsi la morte... Felice lui! Una
notte cessò il canto e la vita. Dove andò la sua anima? Che importa
saperlo? Nessuna creatura al mondo si spense con maggiore desiderio
di morte. — Poc'oltre uno sciagurato usuraio, impazzito pel furto
della male raccolta pecunia, giorno e notte contava il danaro, dieci,
cento, mille, in suono profondo, monotono, da disperare chiunque
l'udiva; talvolta fantasticava di avere al cospetto la vittima e
ripeteva le parole che certo gli furono abituali nell'esercizio
dell'infame mestiero: — Non posso, in verità non ho danaro, l'argento
è caro, ne parlerò ad un amico che non vuole essere nominato; tutto
in monete già non isperate di avere; voi avete una cera da giovine
dabbene, m'ingegnerò di farvi servizio come se fosse per me: — tale
altra raccomandava al servo frugasse la casa, avere udito rumore;
oppure rampognava il fabbro su le serrature deboli e non le voleva
pagare... ma quando gli ritornava al pensiero il giorno in che vide
la cassa scassinata e vuota dell'ultimo soldo... oh! allora sì, che
cacciava gridi presso i quali perdevano il paragone quelli disperati
della madre che chiamava la figlia dell'adulterio. — Dirimpetto, un
pazzo si credeva mutato in orologio, e rigido rigido lungo il muro
agitava la destra a guisa di pendolo, con la bocca indicando i minuti,
i quarti dell'ora, le mezze, le intere ore e così durò finchè una
notte proruppe in urlo spaventevole, poi disse: Tremate! il tempo
cessa, l'eternità si avvicina, io batto l'ultima ora; — e la battè,
poi tacque: sentii inondarmi di sudore ghiaccio le membra, mi si
rizzarono i capelli; — alla dimane il matto fu trovato morto bocconi
per terra; gli si era rotta una vena sul cuore, ed aveva spirata
l'anima fra un torrente di sangue. — Non vi dirò delle infinite
altre miserie raccolte entro cotesto luogo di dolore; solo vi voglio
rammentare quell'altro matto fisso nella idea di essere il Padre
eterno; — allorchè lo schiamazzo giungeva a tale ch'egli stesso se
ne sentiva intronato, dalla sua stanza mandava le voci: — Silenzio!
Io sono il Padre eterno, io affliggo e consolo; creature, parlate al
vostro Creatore, io sovverrò alle vostre angustie. — Subito si faceva
silenzio, e indi a breve scoppiavano come tuono le grida simultanee:
Rendimi Nannina! — Scioglimi dal carcere fastidioso della vita! I
miei danari, Padre Eterno, i miei danari coll'interesse del venti
per cento e cambi di cambio! — altri altre cose. E il Padre eterno: —
Che danari? Te gli ho rubati io, furfante, chè debba restituirteli?
E poi come ho io a fare, se non mi trovo un picciolo in tasca? sta
cheto e muori, nell'altro mondo ti donerò la luna. Se tu vuoi morire
da senno, muori: io feci appunto una sola via alla vita, mille alla
morte, onde ogni uomo se ne andasse a suo bell'agio al camposanto; —
perchè dunque m'introni la testa? non hai pareti per ispezzarci dentro
le tua ossa? non travi per appiccarti? non vetri per segarti una vena?
— E tu costinci sta cheta. Nannina è in paradiso; qui intorno al mio
trono svolazza cherubino bellissimo di luce; nelle tue mani sarebbe
diventato un demonio nata di adulterio, moriva in postribolo, ed io te
l'ho tolta; — il peccato non dà mica padronanza sopra i figliuoli; —
il cielo se la prese, e il cielo non la renderà.... — E la madre: — O
Dio ribaldo, tu hai condannato l'uomo alla morte perchè non l'avesti
dall'amore; tu odii l'uomo perchè lo creasti solitario, — da te —
con le mani fredde — di diaccio, con la terra rossa, e gli gittasti
l'anima con un soffio nel naso: — se il peccato t'incresce, perchè lo
hai posto nel mondo? — E così continuava; nè gli altri proferivano
meno fiere bestemmie nè in suono più dimesso. Il giovane pazzo per
amore, dopo cotesto turbine di male parole, con voce soave favellava
sensi i quali parevano, come l'iride, simbolo di alleanza tra il cielo
e la terra, cessata la tempesta; e sovente così concludeva: — Costui
schernisce non consola: dunque questi non è Dio: imperciocchè così
Dio non sarebbe. Amore è Dio, e Dio altro non può essere che amore.
— Senza dubbio s'io avessi dovuto lungamente rimanermi in codesto
ospedale, diventava pazzo: piacque alla fortuna liberarmene in breve,
e il modo fu questo: sanato ormai della piaga, certa sera agli ultimi
splendori del crepuscolo, seguito dal servigiale col nerbo in mano,
passeggiava per un lungo corridore, alla estremità del quale una
finestra priva di ferrate concedeva vivido il circolare dell'aria:
siccome spesso mi era trattenuto in savi ragionamenti col servigiale, e
allorquando mi sentiva crucciato dalla memoria degli affanni antichi e
dal morso dei presenti me ne stessi muto, non mai però aveva prorotto
in escandescenze; ond'egli o non mi teneva del tutto matto, o almeno
mi riputava matto di benigna natura; quindi, volendo andare per certe
sue bisogne, mi disse lo aspettassi nel corridore, così avrei più lungo
tempo goduto della buona aria: uscito appena, corsi alla finestra;
quanto distasse dal terreno non bado, mi lascio andare giù lungo il
muro avvertendo di rasentarlo con la persona per ammortire la caduta;
percossi aspramente sul terreno, ma da una forte scossa nei visceri
in fuori non provai altro male; fuggo a dirotta: la notte era calata
procellosa, ed io era salvo. — Poichè ebbi corsa lunga ora a null'altro
pensando che a fuggire, incominciai a divisare dove procurarmi un
asilo, come sottrarmi alle persecuzioni dei miei feroci nemici;
pericoloso mi parve, ed era, ridurmi alla casa paterna, ma anelando
conoscere come il caso avvenisse, colà appunto mi condussi; — oscurità
e silenzio; — chiamo, busso, torno a chiamare, e sempre invano; tolto
di speranza da questa parte, il cuore mi augurando sinistramente, ma
pur non sapendo qual male temere, mi venne in pensiero il castaldo che
abitava certe casette di nostro alla estremità della via; — lo trovai
con la famiglia prostrato a terra, perchè le campane avevano suonato
l'ora prima di notte, a recitare il _De profundis_ per le anime dei
defunti: siccome inosservato io penetrava là dentro, udii pregare pace
all'anima mia e a quella di mio padre. Sarebbe egli morto? esclamai con
immenso dolore. Immaginate voi lo spavento prima, poi la meraviglia
e la esultanza di quei buoni, — i soli che mi sieno occorsi nella
vita. Il mio povero padre era morto pur troppo! Alle persecuzioni e
all'odio del malvagio, che pei rimorsi riarde più feroce, soccombeva.
Vieni, dissi al castaldo, menami al sepolcro di mio padre. — Egli
mi accompagna nel camposanto di Santo Egidio, colà si ferma davanti
una fossa priva di lapide e, — qui, — mi dice piangendo, — riposa
messer Pierantonio vostro padre. — Già per la via il castaldo mi aveva
narrato la fama sparsa della mia morte, l'eredità concessa a lontani
collaterali protetti dai miei nemici, il pericolo sovrastante, la
nessuna speranza di giustizia; e nè anche, la potendo ottenere, la
giustizia delle leggi mi sarebbe riuscita a grado, chè i miei nemici
con le proprie mani avendomi distrutto, con le proprie mie mani io mi
era deliberato distruggerli; dente per dente, pelle per pelle, come
insegna Moisè; presi nella destra il pugnale, nella manca un pugno
della terra che l'ossa ricopriva di mio padre e giurai vendicarmi...
di vendetta italiana... case sovvertite dai fondamenti, campagne arse,
famiglie trucidate dal decrepito al lattante, — e poi morire. Udiste
mai offesa più acerba? — Aspettate e vedrete come saprò vendicarla.
Intanto solo e ramingo, non vedeva verso di condurre a fine il mio
proponimento; ogni dì più la disperazione mi cangrenava il cuore, e
il tempo fuggiva non maturando il frutto di sangue; — pensai adunare
una mano di masnadieri, ed il feci; ruppi le strade, empii di terrore
Romagna; ma quando proposi di assaltare all'improvviso Fiorenza, i
compagni esitarono ed al fine non vollero: io gli abbandonai vergognoso
di essermi tanto degradato invano: — condottomi in Lombardia, mi versai
in quelle guerre senza gloria per noi Italiani ed ebbi fama di prode:
— ma poichè il desiderio di vendetta non iscemava per tempo, il mio
demonio mi consigliò nuovo modo: andai a Roma, chiusi bene nel seno
l'odio pe' Medici e mi accomodai agli stipendii di papa Clemente;
sperava un giorno mi avrebbe mandato in patria o magistrato o capitano
di milizie o carnefice, in condizione insomma da potermi bagnare le
mani nel sangue abborrito dei miei nemici: procedei come il tarlo il
quale per durezza non si abbandona, ma più e più sempre laboriosamente
s'inoltra; la fortuna, che presto o tardi favorisce chiunque voglia
davvero, superò la speranza; avvenne la cacciata dei Medici, la pace
tra il papa e l'imperatore, la guerra contro Fiorenza; eccomi in campo
prossimo a cogliere il frutto a cui sacrificava affetti, avvenire,
fama, salvazione forse dell'anima, tutto; della intera città io divoro
cogli occhi un punto solo, e da lontano gli avvento fiamme. — Ben mi
duole di avere unita la mia alla causa dei Medici, tralignati troppo da
quello che furono; se fosse vissuto Giovanni dalle Bande Nere, all'odio
aggiungeva eziandio l'utile della patria, e, non che mi rimordesse
coscienza, menerei vanto del mio concetto; — oh in mancanza di quel
grande la fortuna ci avesse dato un ambizioso, come Lorenzo duca di
Urbino, o almeno un potente in negozii, come Lorenzo il vecchio! — ma
i Medici, quali ora sono, conciterebbero a sdegno, se non movessero a
riso...»

«E per colpa di un solo volete sommersa la barca? A parere mio, io vi
terrei meno tristo, se uccideste i vostri nemici a tradimento. Per odio
privato voi condannate a morte l'antica repubblica di Fiorenza.»

«Che significa repubblica? Ella è parola di largo contorno e dentro di
sè comprende libertà da comizio e tirannide d'inquisitori di stato.
Il governo dove impunemente si commettono misfatti quali soffersi io
non può dirsi libero, e tale invero non fu mai il nostro; e poi io
sacrifico volentieri la libertà passaggiera alla forza perenne, madre
vera di durevole libertà.»

«Non vi comprendo.»

«Vorrei una Italia, vorrei, come Giulio II, il pontefice di gloriosa
memoria, ridotta in un corpo solo questa misera patria, perocchè mi
dolga.... oh! mi dolga assai il suo ludibrio di secoli.... E dopo papa
Giulio, che n'ebbe volere e potere, veruna persona è più acconcia, se
ne avesse il volere, di tale che voi conoscete, monsignore; — di tale
che se avesse sortito dai cieli spiriti della stregua dell'alto suo
grado, avrebbe a quest'ora condotta a fine tale impresa di cui per
avventura non gli balenava mai nella mente il pensiero.»

«Ed io lo conosco?»

«Assai.»

«E si chiama?»

«Filiberto di Chalons, principe di Orange, vicerè di Napoli...»

«Messere Bandino, pensate ch'io sono soldato dell'imperatore, ch'io fui
preposto all'esercito per ricondurre i Medici in Fiorenza...»

«Io penso Carlo V desiderare che Fiorenza sia retta da gente a lui
amica, non collegata perpetuamente coll'emulo di Francia; se questo
spera ottenere co' Medici, con voi l'otterrebbe di certo.»

«E se Carlo si ostinasse a mantenere il trattato con Clemente?»

«Sarebbe la prima volta che un principe si ostina a mantenere la sua
fede. E poi l'imperatore per ora altre faccende ha sulle braccia.
In ogni caso, il vostro esercito conosce voi soltanto, e Fiorenza ha
danaro per mantenerlo in guerra.»

«E ai Medici pensaste, messere Bandino?»

«Pensai, e vidi il papa vecchio e impotente — e odiato; il duca
Alessandro e il cardinale Ippolito non meno di lui tenuti in dispregio:
anche i partigiani di casa Medici (e partigiani veri ne contano pochi)
non amano Giulio figlio illegittimo e forse supposto di Giuliano,
comecchè adesso papa Clemente, nè Alessandro figlio adulterino di lui
e di schiava africana moglie di certo vetturale da Colle Vecchio, nè
finalmente Ippolito figlio illegittimo del Duca di Nemours; Cosimino,
se non fosse di troppo fresca età, aiutato dalla reputazione del padre
Giovanni, avrebbe séguito e grande; gran danno per lui essere nato
troppo tardi! — rimane la duchessina Caterina figlia legittima del duca
di Urbino, giovine, vergine e prossima alla età da marito. — Principe,
un sangue vale l'altro; non vi parebbe questo un vincolo da farvi amici
i partigiani del nome dei Medici[140]? Del Guicciardino, del Valori
ed altri simili a loro non è da parlarne; odiano la repubblica perchè
nulla sperano da lei; il principato non amano, sibbene sè stessi;
quando abbiano utile in voi, voi seguiranno, e voi date loro a dividere
questo utile facendoli seguaci vostri....»

«Dal vostro disegno alla corona d'Italia gran tratto ci corre; e quanto
potrebbe accomodarsi col duca forse si guasterebbe col re....»

«Fiorenza intanto è un bel fiore per cominciare la corona italica; al
rimanente penseremo poi; nulla vede chi troppo prevede; i tempi e gli
eventi dànno consiglio, e da cosa nasce cosa.»

«Udite, Bandino; dacchè avete pensato a tanto, pensaste voi starsi qui
in campo Girolamo Morone?»

«Morone! — Me lo rammentereste voi forse, principe, per la proposta
uguale che fece al marchese Davalo e pel modo turpe col quale il
marchese sè medesimo, Italia e il Morone tradiva? Se me lo rammentate
per questo, ricordatevi a vostra posta il Davalo essere morto in
condizione privata, sospetto a Cesare, odioso agli Italiani, infame al
cospetto del mondo e tenuto in dispregio dal divino intelletto della
marchesana sua moglie Vittoria Colonna[141]. Traditemi, se volete; a me
piace il supplizio, se a voi piace la infamia.»

«Pace! pace! Dove trascorrete con quel vostro ingegno di fiamma?
io voleva avvertirvi che se un giorno quello scaltrissimo Morone
si affaticò a ordinare col Pescara che gli Spagnuoli tutti si
ammazzassero, oggi, mutato animo, sostiene con ogni sua possa le parti
di Cesare.»

«E ciò a che monta? Fors'io vi consiglio a partecipargli il segreto?»

«Ei se lo parteciperà molto bene da sè stesso.»

«E come?»

«O non sapete voi messere Girolamo possedere un anello, o piuttosto
un diavolo dentro l'anello il quale le cose più occulte rivela al suo
padrone[142]?»

«Ah! non mi aspettava a questo. — Voi dunque credete nel diavolo?»

«E perchè no? — Non credete voi in Dio?»

«Chi ve lo ha detto?»

«Lo avete nel vostro discorso rammentato cento volte...»

«Rammentare non significa credere.»

«Io non conobbi mai uomini senza fede nel Signore che tengano il
paragone con voi altri Italiani.»

«Ciò avviene perchè, abitando il papa in Italia, abbiamo più sicure
degli altri le novelle del paradiso. — In ogni caso la credenza di
Dio non induce la necessità di porgere facile l'orecchio alle voci del
volgo superstizioso.»

«Comechè sia, Bandino, addio...»

«Il diavolo del Morone rompe dunque il trattato?»

«Messere, voi pensate avere gittato un germe nel mio cuore, ed egli ha
già partorito da parecchio tempo il suo frutto; non pertanto grazie
vi sieno della proposta. Aiutatemi: quello che non fecero i cinque e
i dieci anni, lo faranno i venti; le piaghe del vostro cuore saranno
sanate; — vi confidi il futuro. — Voi mio maestro e mio duca dovete
vivere, amare e governare.»

«Camminate la vostra via. — Non vi trattenete a guardare i miei fati,
io vi sovverrò come e dovunque possa, ma non per vivere; — se avessi
intenzione di durare nella vita, il Bandino non conosce signore degno
della sua servitù, tranne uno solo, e questi è il Bandino.»



CAPITOLO NONO

MICHELANGIOLO BUONARROTI

                              Io vo per vie men calpestate e solo.

                                    MICHEL. BUONARR., _Madr._ 50.


Sonavano le due ore di notte, quando Dante da Castiglione, armato
come soleva di corazza, di bracciali e di spada, salutato il _buonomo_
che vi stava di guardia, entrò nel Palazzo della Signoria: siccome lo
conoscevano svisceratissimo di quel reggimento, lo lasciarono andare
non gli dicendo altre parole se non queste une: Dio vi mandi la buona
notte messere Dante, — quantunque portasse sotto il mantello cosa che
tentava occultare.

Penetrato nelle più secrete stanze, bussò pianamente ad una
porticciuola, e gli fu subito risposto: Avanti!

«Oh! siete voi, Dante. Io vi aspettava... mi avete portato le vesti?»

«Mai sì, messere: eccovi il tôcco e la cappa spagnuola, col cappuccio
di dietro, ch'è una meraviglia: se vi avvisaste portarla di giorno,
sareste riputato il maggiore _sbricco_ di Fiorenza.»

«Orsù aiutami a svolgermi il becchetto del cappuccio dal collo: — bene;
— or tiemmi la manica del lucco: — gran mercè; — porgi la cappa... qua
il tocco; — ti pare egli che possano riconoscermi?»

«Mè anche _mammata._.. direbbe messere Franco Sacchetti.»

«Andiamo.»

Uscirono: — Il magistrato chiuse con diligenza la porta delle sue
camere e scese guardingo, già egli non tenne per uscire le scale
comuni, bensì ne prese certe segrete per le quali giunse alla postierla
del palazzo che metteva capo in via della Ninna; svoltarono subito in
via dei Leoni procedendo in silenzio, e giunti che furono sul canto del
Borgo dei Greci, il magistrato si ferma e, piegatosi all'orecchio del
Castiglione, gli comanda:

«Separiamoci; andate per esso, conducetelo a me.»

«Dove?»

«Non ve lo aveva io detto? — Al cimitero di Santo Egidio.»

Dante tornò sopra i suoi passi, rifece la via dei Leoni, passò
vicino Baldracca, e per la piazza dei Castellani venne lungo Arno,
dove camminando fino al Ponte delle Grazie, lo valicò in fretta
e si condusse al poggio San Miniato: quello che andasse a cercare
costà vedremo poi; adesso seguitiamo il magistrato nel suo cammino
notturno...

                   *       *       *       *       *

La notte era rigida e nera: — certi nuvoloni ingombravano il cielo
che parevano montagne, e ad ora ad ora sprizzolavano qualche stilla
di acqua ghiacciata: onde le genti che a quell'ora andavano per via
si affrettavano a casa, e il subito loro apparire e sparire le faceva
parere più che altro fantasime.

Il magistrato però, non che affrettasse, rallentava il cammino e
porgeva attentissimo ascolto alle parole di coloro che traversavano la
strada.

«O vedi mo'», diceva un passeggiero al suo compagno, «chi m'è venuto
fuori a fare il san Giorgio! Messere Francesco Carduccio: in verità non
lo avrei riputato da tanto.»

«Un cuore da Cesare, per san Giovambattista! un cuore da Cesare! Chi
nulla ha da perdere, non può che guadagnare...»

«Mi pare che vi potrebbe perdere la testa.»

«E vi parrebbe perdita per lui?»

«Ma! non saprei.»

Cotesti erano mercanti, le più volte fango tutti per di dentro e per
di fuori, senza cuore, senza intelletto e spesso anche senza l'abbaco,
del quale presumono essere la pratica e la scienza. — E passano via, ed
altri subentrano.

                   *       *       *       *       *

«Noi non possiamo reggere», discorre il primo, e bisogna che ci
accordiamo ad ogni modo, se non per amore, per forza.»

«Ed io vi dico che reggeremo, e vinceremo i nuovi Filistei. Dominedio
ci manderà Gedeone. Senza fede l'uomo passa per occhio come una
barcaccia sfondata,» riprende il secondo.

«Appunto egli è per troppa fede ch'io temo così, compare mio dolce.
Suora Domenica, la monaca del Paradiso, ebbe la notte scorsa una
visione nella quale la Madonna Santissima della Impruneta con la
propria sua bocca le profetò i Medici avere a tornare; questo essere il
comandamento del Signore; confortasse i Fiorentini a prendere siffatto
partito con vantaggio adesso, piuttostochè aspettare poi a soffrire
violenza con danno inestimabile della città[143].»

«E' sono novelle coteste. Fiorenza non patirà oltraggio; fra Girolamo
ci assicurava della parte di Dio che perderemmo tutto il dominio, e la
libertà della patria rimarrebbe; ed ha detto altresì che, quando gli
argomenti umani venissero meno, scenderebbero gli angioli del cielo e
difenderebbero la città[144].»

«Le profezie del nostro frate Savonarola io per me non le valuto una
ghiarabaldana, che ne danno trenta per un pelo di asino; se fosse stato
profeta, avrebbe conosciuto qual morte gli serbavano in Fiorenza e se
ne sarebbe fuggito.»

«O compare, voi mi sapete di eretico! Dunque, perchè Gesù Cristo
si lasciò crocifiggere, non sapeva il modo e l'ora della morte sua?
non lo conobbero Pietro, Paolo ed altri santi infiniti della nostra
divinissima religione?»

«Ma quel vostro frate Girolamo e' non era santo; e' fu invece appeso ed
arso come scomunicato ed eretico per sentenza di santa madre Chiesa.»

«Per sentenza di Roderigo Lenzuoli o Alessandro papa VI di memoria
infernale; e poi non sapete che il processo fu fatto contro ogni
regola, e come tale il magnifico messere Lorenzo Ridolfi ha proposto
che si levi di camera per meno vergogna della città[145]?»

«Io per me lo tengo per un fattucchiere.»

«Ed io, sapete per che cosa tengo la vostra suora Domenica?....»

«Per che cosa?»

«Per la più solenne cialtrona che mai vivesse in Fiorenza...»

«Voi siete un Piagnone... un Arrabbiato...»

«E voi un Campagnaccio, un Pallesco.»

«Di cotesti due il Pallesco era mercante, lo Arrabbiato pittore.

                   *       *       *       *       *

Nuovi cittadini traversando la strada favellavano:

«Voi siete ingiusto rispetto a lui, messere; così ne avessimo copia,
come pur troppo patiamo penuria di uomini quale si è il Carduccio; —
egli ama la patria e la libertà....»

«Con buona vostra licenza, io per me lo tengo per uomo ambizioso e per
cervello torbido.»

«Ambizioso! — sia, pur se lo volete, ma ella è magnanima ambizione
cotesta che lo spinge a tutelare la sua città con pericolo della vita:
quanti pensate annoverarne voi di siffatti ambiziosi in Fiorenza?»

«Più di quelli che non vi dà ad intendere il Carduccio, il quale co'
suoi discorsi e de' suoi aderenti si dimena per essere raffermo nel
gonfalonierato.»

«Se ciò avvenisse, sarebbe certissimo segno che Dio vuol bene a
Fiorenza.»

«Senz'altro il Carduccio vi ha dato il comino.»

«Voi v'ingannate, — io non lo conosco, ma lo reputo ingegno antico.»

«O messere, sapete un poco che cosa si va bucinando in paese di costui?»

«Dite mo', che vi ascolto.»

«Che vuoi rifare da gonfoloniere il denaro il quale perse da mercante
in Ispagna.»

«Ohimè tristi! A chiunque inverecondamente proferisce tali contumelie
contro di lui vi prego, messere, dire in mio nome che se ne mente per
la gola.»

«Pure sapete il proverbio? Maledetto il gancio che si trova diritto...»

«Non giudicate, se non volete essere giudicati.»

Di cotesti due il primo era maestro di tintoria, il secondo dottore di
leggi.

                   *       *       *       *       *

«Io per me faccio conto andarmene,» un personaggio sopraggiunto diceva
al suo compagno.

«E dove volete ripararvi?...

«A Venezia, — a Roma, — presso il Turco, pure di uscirne...»

«E non temete la confisca dei beni...?»

«La roba si rifà, non la vita; e poi in buon tempo mandai danari sui
banchi di Genova e di Venezia.»

«Ed io pure mi sono provveduto così.»

«Chi si era trovato mai a vedere piovere palle di bombarda! Ieri ne
cadde una sul canto della loggia degli Adimari, là dalla bottega del
barbiere, la quale _in primis_ portò via di netto tutto il calcagno al
capitano Mancino da Pesaro, poi, balzata quanto è lunga la piazza del
Duomo, entrò in casa del pedagogo Giovanni Del Rosso, che sta nelle
casette di Visdomini; — certo non vi andava a imparare di abbaco[146].»

«E per ultimo chi regge al difetto di vettovaglie? Dio vi salvi dal
morire di fame. I pippioni costano una corona al pajo; i capponi
stremenziti che paiono lanterne otto o dieci scudi; non istarne mai,
non beccacce: questa è vita da inferno!»

«Fatevi io qua, — udite: — io ho tratto l'oroscopo, ho consultato gli
astrologhi, e mi hanno profetato che Fiorenza deve cadere... badate a
non mi tradire....»

«Oh! è tanto tempo che i' me n'era accorto; — non si vedono più pernici
in mercato.»

«Com'entrano qui le pernici?»

«Ci entrano benissimo, perchè significa che il contado è perduto.»

«Inoltre vedete un poco a che cosa ci giova questa libertà: se, per
pagare meno io gravezze, parmi ne abbiamo pagate più in un mese di
repubblica che in un anno sotto i Medici; se, per vivere meglio a modo
nostro, io ho vissuto sempre a bell'agio perchè di cui non dico mai
nulla, di Dio poco; voglia di entrare in bigoncia non ne sento, bado al
traffico e ai libri della ragione; sicchè poco m'importa o nulla che o
Marzocco o Palle tengano il palazzo.»

«Vivere a bell'agio sotto la repubblica! Io non conobbi mai leggi
più gaglioffe di quelle che promulgò Fiorenza nei tempi di reggimento
popolare; immaginate, ogni cittadino non potrebbe usare a pranzo o a
cena più che due sorte vivande, il lesso e l'arrosto; egli è vero che
sotto la vivanda lesso o arrosto lasciavano adoperare di tre specie
di carni, nè si computavano per vivanda i bramangiari, i mortiti,
i berlingozzi, solci, pere guaste con anaci, acqua rossa, zucchero,
bircoccoli e il pane e il vino era ad arbitrio; ma alla fin fine si
chiamerà vivere libero quello che t'impedisce sotto la pena di fiorini
dieci larghi di oro in oro mettere in pratica un qualche ritrovato che
sapesse consigliarti il tuo ingegno...[147]?»

«Mi rimane a tentare una prova per deliberarmi in tutto alla partenza.»

«In grazia, qual prova?»

«Di consultare un profela.»

«Messere, badate, di non dar di capo nei gerundii. Dove sono eglino i
profeti a Fiorenza?»

«Sonci, ed io ne tengo uno in casa mia.»

«Domine, aiutatemi! o come si chiama egli?»

«Si chiama Virgilio Marone.»

«S'io non mi sbaglio, parmi avere udito che fosse un poeta costui or
corrono anni meglio di mila e cento.»

«Quel desso — ed è profeta. Come Isaia, Geremia e gli altri del popolo
ebreo, ei profetò la venuta di Gesù Cristo là dove nella egloga a
Pollione, invaso dallo spirito divino, cantava: _Magnus ab itegro
saeculorum nascitur ordo. — Jam redi tet virgo, redeunt saturnia regna;
— Jam nova progenies cœli demittitur alto._ — Ora la virtù profetica,
rimase ne' suoi libri, e consultati secondo i riti, di rado avviene che
non rispondono prognosticando il futuro.»

«Davvero! Voi mi mettete un grand'uzzolo addosso di provare...»

«Venite: entriamo senza avvisare nessuno della famiglia in casa mia
nello studiolo terreno e interroghiamo l'oracolo.»

«Mi raccomando a voi...; dopo faremo un poco di cena.»

«Come volete; — innanzi di lasciare certo mio buon trebbiano
arrubinato, e sarà bene tòrcene una satolla.»

«Amen! amen! I' sono con voi.»

E, aperto un usciolo, entrarono nel piano terreno; colà il padrone di
casa battuto il focile, trasse dallo stipo una candela di cera gialla
la quale consegnò accesa con molta solennità al compagno. Dipoi, messo
sopra un leggio il volume delle opere di Virgilio ricoperto di velluto
paonazzo, e raccomandato il silenzio e il raccoglimento, mormorando
certe sue preci, stese attorno attorno al leggio un nastro di seta
nera. Ciò fatto, chiama il compagno e lo invita a entrare nello spazio
determinato dalla riga; — il compagno entra e comincia a tremare.

«Eh! dico messere Luigi, non vi sarebbe per avventura pericolo di
capitare male?»

«Silenzio! Od io non vi mallevo delle vostre ossa.»

E, senza più oltre badare a lui, si cinge intorno agli occhi una
benda, — si prostra, — si rialza e si volge ai quattro lati della
terra; allora prende a recitare con empio e, forse direi meglio,
stolto miscuglio di sacro e di profano, orazioni alla Trinità, alla
Madonna, agli spiriti che vanno pel mondo quando la notte è nera, e
il cielo minaccia burrasca; e sovente ricorrevano nei suoi scongiuri
l'_abracadabra_, il _tetragammaton_, il _pentagrammaton_, e parole
altre cotali da cacciare il ribrezzo della febbre quartana addosso ai
meglio animosi.

«O messere Luigi, diceva l'altro in suono piangoloso, non vi venisse
mica la fantasia di far comparire il demonio...»

«Silenzio! Qui non entrano per nulla gli spiriti maligni, — non vedrete
nulla, o vedrete soltanto spiriti _mediossumi_, ombre di gente che fu;
— tenete fermo il cero, — raccoglietevi, perocchè il mistero sta per
operarsi.»

E ciò discorso, continua infiammandosi di mano in mano nei detti e nei
gesti, sicchè in breve spumava dalla bocca enfiata e si scontorceva
nella persona a modo di maniaco; all'improvviso caccia un terribile
grido:

«Eccolo! eccolo!»

«Chi ecco?» risponde spaventato il suo compagno; — e preso da forte
tremito lascia cadersi il cereo di mano, il quale percotendo a terra si
spenge.

L'altro impetuosamente apre il volume e col dito convulso scorre
diverse parti delle sue pagine, finchè quasi condotto da ispirazione
lo ferma sopra un punto; tutto anelante con la manca si tira giù dagli
occhi la benda ordinando al tempo medesimo:

«Accostate il torchio, ch'io legga l'oracolo.»

La stanza era buia.

«Gherardo! o messere Gherardo! Il lume! avess'io perduta la vista!
Gherardo, parlate... io non ardisco muovermi per amore dell'oracolo.»

E Gherardo, per quanto glielo permette il battere dei denti, risponde:

«M'è caduto il torchietto di mano... abbiate pazienza...»

Messere Luigi non volle abbandonare il libro, ed ora con umili istanze,
ora con parole concitate, gl'impone riaccenda il lume. Quando non senza
molte difficoltà la candela fu accesa messere Luigi drizzò bramoso gli
occhi al volume e lesse ad alta voce: _Eeu fuge crudeles terras fuge!
litus avarum_[148]! — rimase attonito per lunga pezza; l'altro che
non intendeva di latino del suo tremore tremava e non ardiva aprire la
bocca; all'improvviso messere Luigi quasi uscisse dallo spavento del
fantasima afferra per ambe le braccia messere Gherardo e gli dice:

«Rompiamo gl'indugi: — qui non v'ha tempo da perdere, fuggiamo...

«Oh! Dio! senza cena?»

«Se non preferite il cenare al morire.»

Con terribile impeto di repente si schiude la finestra; i vetri
percossi si spezzano fragorosamente, e per tutta la stanza se ne
spargono i frantumi, al tempo stesso una voce severa si fa sentire che
dice:

«Codardi! voi rinnegate la patria, — la patria rinnega voi; sgombrate
subito; — il nuovo giorno vi troverebbe sospesi per la gola.»

I due compagni stramazzarono sconciamente per terra; poi si riebbero, e
l'uno all'altro narrò di strane apparizioni, di odore di zolfo e simili
altre novelle; aggiungendo la paura nuova all'antica, fatto rifascio
di quanto lor cadde sotto mano, insalutata la famiglia, in quella
stessa notte fuggirono e ripararono a Lucca. La storia rammenta i nomi
loro; furono Luigi Guicciardini e Gherardo Bartolini, di professione
mercanti. La rampogna mosse dal magistrato, il quale salito sur un
muricciuolo sottoposto alla finestra vide tutta la scena ed in gran
parte la udiva.

Scese e, ingombro di tristi pensieri, s'incamminò al luogo del ritrovo,
al cimitero di Santo Egidio, noto eziandio col nome di cimitero delle
ossa: di questo luogo di morte adesso non si trova vestigio; giaceva
sul lato di ponente dello spedale di Santa Maria Nuova; empiva chiunque
si facesse a visitarlo di riverenza e di terrore. Sopra la porta era
scritto, _Dies nostri quasi umbra_, e in minore cartello la sentenza
del divino Alighieri:

    Le nostre cose tutte hanno lor morte
      Siccome voi, ma celasi in alcuna
      Che dura molto, e le vite son corte.

In fondo dirimpetto alla porta il Frate e l'Albertinelli accumulavano,
secondo lo stile della nostra religione, a larga mano immagini di
spavento, con le dipinture delle severità del giudizio finale e gli
strazii crudeli dell'inferno; intorno alle mura e ai colonnati con
fiero ordine vedevi accatastate ossa e teschi, e talvolta fare di sè
orrenda mostra scheletri interi; per ogni dove trofei di distruzione
e motti dolenti, iscrizioni sepolcrali, parole di universale o di
particolare dolore. In cotesti tempi, nei quali la superstizione
forte agitava le menti del popolo, non è da dirsi se durante la
notte aborissero volgere i passi da cotesta parte; e il magistrato
la sceglieva appunto per essere sicuro di non rimanere interrotto nel
misterioso colloquio.

A passi lenti il nostro personaggio percorse due o tre volte il
ricinto; a mano a mano i suoi passi diventarono più celeri: i pensieri
gli sorgevano e roteavano turbinosi in mezzo del capo: umana favella
non avrebbe potuto significare i suoi affetti; in un baleno scorreva
tempi remoti e recenti, immaginava i futuri; si sdegnava, s'inteneriva,
esaltato dalla contemplazione di qualche alto disegno in regioni meno
triste della terra che calpestiamo, si sublimava, o all'improvviso,
morso dal dubbio, gli cadevano giù le forze e la speranza, e piangeva;
finalmente gli proruppero dall'intimo seno queste parole sconnesse:

«Io cammino su le ossa di duecento e più mila uomini[149]! — Qual
fiamma uscì da costoro prima che si facessero tanto mucchio di cenere?
— Nulla; — e sì, che tutti sortirono un cuore per sentire, una mente
per pensare, un braccio per percuotere; — nulla! e sì, che l'anima
loro ondeggiava continua, come quella degli altri viventi, tra l'odio
e l'amore. — La notte m'impedisce leggerne gli epitafi; se il sole
con la pienezza dei suoi raggi gl'illuminasse, tornerebbe lo stesso,
perocchè il tempo abbia la sua notte profonda, e l'oblio sia la sua
tenebra. Eppure tante anime non possono avere vissuto invano! Chi sa
quanti Alighieri dal divino intelletto, quanti Micheli Lando, quanti
Pieri Capponi, quanti Giacomini Tebalducci dormono qui sotto i miei
piedi! La lampada arse sotto lo staio, non iscintillò gloriosa sul
candelabro. — Consumati forse dal proprio fuoco si spensero. — Ed
ora che le sorti della patria apparecchiano eventi a manifestare la
virtù che l'uomo ebbe in parte dai cieli... ora giacciono polvere;
le generazioni mancano ai tempi, più spesso i tempi mancarono alle
generazioni. — Voi siete affatto morti; la speranza o il terrore
immagina prolungamento di vita oltre i sepolcri... pure se impreco
pietoso alle vostre ossa pace, o scellerato le maledico, voi vi restate
ineccitabili sotto le vostre lapide di marmo: — s'io gettassi sopra i
vostri cadaveri il corpo di un amico o di un nemico, nè vi movereste
per abbracciare il primo, nè vi scostereste dal secondo... O creatore!
la mia bocca non conosce la bestemmia, e nondimeno io qui ente mortale
tra i morti oso levare la faccia e dirti che non sempre hai tu fatto
del bene; — e se come il pensiero potessi lanciarti contro le braccia,
domanderei ragione del tuo male. — Da quando io prima apersi gli occhi
consapevoli li tenni fermi al cielo per vagheggiare la stella della
speranza e sentii nel mio cuore l'ardimento delle cose magnanime;...
però talvolta mi si nasconde la stella, e allora sconfortato a mezzo
cammino mi abbandono. Ah! Creatore, — dipartirsi dai cieli, stendere la
mano onnipotente a raccogliere dalla terra un pugno di cenere, animarla
onde soffrisse la stretta delle tue dita e l'angoscia della caduta per
balestrarla un tratto di anni lontana a tornare cenere sulla medesima
terra... certamente non fu segno di amore[150]. — Centinaia di migliaja
d'uomini che dormite sotto, dov'io potessi evocarvi e costringervi a
rispondere a questa mia domanda: ogni uno di voi annoveri il tempo
della sua vita dai giorni che si sentì felice e mi dica quanto ha
vissuto; — quanti, che giungeste agli ottanta anni, direste: — noi
non vivemmo mai! — Ben con immenso sforzo potranno i mortali scuotere
la catena che lega il mondo al piede della sventura come una palla di
supplizio, ma romperla non potranno. Ecco questa mia patria innocente
non ha difesa; — chiama dal cielo soccorso, e il cielo le sorride sopra
un sorriso di scempio e non l'ajuta. — Le repubbliche italiane ad una
ad una saettate dalla tirannide rinnuovano la storia dolorosa della
famiglia di Niobe. Fiorenza sola rimane ultima, e sopra il suo cuore si
accumula il pianto di tutte; ella eredò un tristo retaggio di gloria e
d'infortunio... Cadrà!... oh cadrà! — e noi non avremo pianto, e alle
nostre ossa oltraggeranno ingrati nipoti; — già noi vituperano vivi! —
Possa almeno essere grande la sua caduta, come conviene all'astro che
contese solo alla tenebra di errore e di tirannide la quale si addensa
sopra l'universa Italia; — si spenga come la fiaccola all'impeto della
bufera... — Dio, che ci neghi più efficace conforto, sovvieni almeno
l'anima dolorosa in questi ultimi aneliti; — ci manda dall'alto una
virtù che valga a far sì che un giorno la nostra bella morte sia
argomento d'invidia a quelli stessi che vivono.»

  [Illustrazione: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che
   da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la
   nostra amorosissima patria?» _Cap. IX, pag. 238._]

                   *       *       *       *       *

Dante da Castiglione era giunto ai bastioni di San Miniato con mirabile
arte condotti per industria del divino Michelangiolo. Quantunque
il Varchi ci narri nel decimo libro delle sue _Storie_ essere stati
biasimati da alcuni perchè fatti con troppi fianchi, le cannoniere
troppo spesse, per le quali venivano a indebolirsi, e troppo ancora
sottili da non potere reggere l'urto delle grosse artiglierie, —
nondimeno furono tenuti non solo per cotesti tempi stupendi, ma in
epoca più recente meritarono che Vauban, celebrato ingegnere francese,
ne levasse la pianta e ne prendesse le misure[151]. Questi bastioni
cominciavano fuori della porta San Francesco, e salendo su pel monte
circuivano l'orto, il convento e la chiesa di San Miniato; — così
descritto un larghissimo ovato si ricongiungevano alla porta San
Francesco. Nell'orto di San Miniato era alzato un fortissimo cavaliere
che guardava il Gallo e Giramontino. Ancora poco sotto del convento
di San Francesco fu fatto un altro bastione, il quale con le sue
cortine scendeva giù da oriente fino al borgo di Porta San Nicolò e
terminava con alcune bombardiere poste sopra Arno: altri bastioni e
puntoni e cavalieri costruirono che non importa descrivere, armati
di grossi panconi di quercia, ripieni dentro di terra e di stipa, di
fuori fasciati con mattoni crudi composti di terra pesta mescolata con
capecchio trito.

Non tutte siffatte fortificazioni erano condotte a termine nel tempo di
cui favelliamo, perocchè mancassero i fossi, le vie coperte e simili
altri accessorii; e poichè il nemico stava a fronte, e di giorno in
giorno si temeva l'assalto, così non ismettevano mai il lavorio di
giorno o di notte. Dante salendo pel poggio si fermò un momento a
contemplare un numero infinito di fiaccole scorrere di su, di giù,
da tutti i lati, e al chiarore di cotesti fuochi ammirò il solenne
spettacolo di un popolo irrequieto per la propria difesa, pago, per
mercede, del contento che l'opera stessa gli somministrava, senza
secondi pensieri, senza idea comunque lontanissima di accordo, nè anche
per ombra dubbioso di potere perdere la prova, fidente in Dio, fidente
nel suo braccio, affatto sublime; popolo vero insomma, non già sozza,
cupida, ignorante, iattante plebe e codarda; onde sospirando ebbe a
dire: — Te felice, o popolo, se non ti fossi mai lasciato soverchiare
dai tuoi eguali! Le mani che trattano la zappa meglio delle altre
saprebbero reggere lo stato. —

Michelangiolo Buonarroti, non vecchio ancora, che di poco oltrepassava
il cinquantacinquesimo anno, di membra vigorose e spigliate, con quel
suo impeto terribile si vedeva trascorrere veloce da un punto all'altro
senza posare un momento; pareva lo spirito agitatore di tutto il popolo
quivi raccolto; lo avreste detto per quel suo roteare fantastico il
genio custode della città.

Dante, comunque robustissimo uomo fosse, indarno si affaticava a
raggiungerlo; ora se lo vedeva comparire sopra la testa, ora sotto
i piedi, or lontano su i lati, sicchè quasi stava per disperarsi.
Da qualsivoglia parte Michelangiolo si volgesse lasciava utili
insegnamenti o esempi buoni o parole che poi diventavano sentenze
tra quei popolani innamorati della sua virtù. Giunto presso a
certo parapetto non anche condotto a termine, parendogli che troppo
tardassero a compirlo: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che
da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra
amorosissima patria?» E gli operai: «l'uomo fa quello che può, maestro,
noi non abbiamo mica cento braccia.» — «Cento braccia», riprende
Michelangiolo, «non bastano là dove basta un sol fermo volere?» E gli
operai di nuovo: «Non ci garrite, Michelangiolo; noi stiamo dietro a
cotesti altri che pure hanno cominciato il cómpito quattro ore prima
di noi.» — «Guai a quello», replica tosto il Buonarroti, «che cerca
difesa al proprio fallo nel male operato altrui: _chi va dietro ad
altri non gli passa mai avanti._» — «Con voi maestro non si vince nè
s'impatta: tra due ore ve lo daremo finito.» — «Oh! questo si chiama
parlare; a rivederci fra due ore.» — Di lì balza a un fosso, dove gli
scavatori essendo addentrati un braccio più della persona nel terreno
attendevano a penetrare più oltre; la voce di Michelangiolo passando
gli ammonisce: «Figliuoli, la terra su i poggi è più _solla_ che al
piano; badate che smottando non vi seppellisca: ponete due assi lungo
le pareti e puntellate con una trave per traverso a contrasto, allora
siete sicuri come in casa vostra.» Altrove volgendosi, ecco incontra
un gruppo di uomini i quali si sforzano a portare su in cima al poggio
una grossissima lastra di pietra; vi sottopongono tutte le mani; poi
riunendo i conati tentano di pure una volta rotolarla; i muscoli
dei bracci risaltavano nella maggiore loro tensione, protuberanti
le vene delle tempie, gli occhi quasi scoppiati fuori dell'orbita.
Michelangiolo si compiacque alquanto nel considerare cotesti arditi
contorni; — vagheggiò quella parte dell'orditura del corpo umano, poi,
soddisfatta la voglia di artista, lo prese amore dei male accorti:
«Indietro!» grida, entrando improvviso in mezzo di loro, «porgetemi
dei travicelli; qui, spingeteli qui dentro; ora vi adattate sotto una
pietra; notate, quanto più il punto di appoggio si accosta al punto
di contrasto, maggiore forza acquista la leva: — ora da questa parte,
uniti insieme, pieghiamo la leva verso terra... su... su... su... ecco
voltato il lastrone... continuate in questa maniera, e fra mezz'ora
lo avrete posto in cima.» Di lì si stacca, e arriva ai fossi che si
scavano sopra altra parte del monte: i manovali barellano la terra
e, gettandola lungo i baluardi, s'ingegnano a renderli sempre più
stabili; un vecchio di bell'apparenza e di sembianza degna di meno
umile ufficio, rimasto solo, si sforza di recarsi in capo la barella,
e senza aiuto far solo e vecchio quello che gli altri in due e giovani
fanno; però la facoltà non rispondeva al proponimento, sicchè nel volto
gli si legge l'ostinazione che manca, e lo sconforto che comincia.
Michelangiolo gli è sopra, lo considera alquanto e poi: «Padre», gli
dice, «e' parmi che voi non siate fatto per così basse opere.» — «Bassa
opera!» risponde il vecchio; «quando torni in utilità della Repubblica,
io non so come la si possa chiamare bassa.» — «Ma via, tra zappare,
barellare la terra», soggiunge il Buonarroti, «e dettare leggi ci corre
a mio parere una certa tal quale differenza.» E il vecchio: «Quando
tutti i Romani zappavano, vinsero tutti.» Michelangiolo soprastette
alquanto pensoso, quindi riprese: «Però le forze vi mancano... e per
troppi anni siete male atto a coteste fatiche.» — «Ah! poco pietoso
cittadino, perchè mi fai sentire con le tue parole l'amarezza di non
potere giovare meglio alla mia patria? Era pure più degno di te, invece
di consumare il tempo in vane novelle, stendere le braccia e porgermi
aiuto a trasportare la terra. » — «In fè di Dio tu hai ragione.» E
qui Michelangiolo, presa la barella dalle stanghe di dietro, perchè,
salendo il monte, minore peso sentisse il vecchio, gli dava aiuto a
portare.

Costretto Michelangiolo a procedere a lenti passi, concedeva agio al
Castiglione di raggiungerlo, come infatti anelante, bagnato di sudore
il raggiunse, e tostochè gli venne accanto, con voce ansiosa lo chiamò:

«Messere Michelangiolo!»

«Che ci è egli, mio bel garzone?»

E Dante, vie più accostandosegli, sommessamente gli dice:

«Il gonfaloniere manda per voi.»

«Ora non posso; bisogna prima che porti questa barella; subito dopo
sarò con esso voi.»

Quando la terra fu scaricata, Michelangiolo con amorevole piglio si
volse al vecchio così interrogandolo:

«Padre, vorreste voi dirmi il vostro nome in cortesia?»

«Nacqui nel contado di Fiorenza, ho lavorato i suoi campi, ho
combattuto le sue battaglie, ho pianto alle sue tribolazioni; il nome
nulla aggiunge o toglie alla mia vita: mi chiamo uomo.» E levatasi la
barella sopra le spalle, se ne ritornava là donde si era dipartito.

«Costui», esclama Michelangiolo accennandolo col dito al Castiglione,
«dev'essere uomo fatto grande dalla sventura o dalla pazzia.»

Era cotesto vecchio il padre di Annalena; se Michelangiolo indovinasse
giusto, a suo luogo e tempo saprete.

«Or via ditemi, messere Dante, a che mi chiama il Carduccio?»

«Per cosa al certo di gravissimo momento, — Dacchè con molto arcano vi
aspetta nel cimitero di Santo Egidio.»

«Sta bene! obbedisco; seguitemi un istante.»

Ciò detto, riprende quel terribile uomo i suoi presti passi;
rifacendosi dalle falde del monte s'indirizza alla cima visitando le
opere, lasciando ordini e tuttavia ammonendo, rampognando e lodando:
venuto al sommo del poggio, si volta improvviso ad una forma che così
al barlume Dante su le prime non ravvisò se fosse o no animata, e con
affettuose parole le dice:

«Deh! in guiderdone al tuo fattore, o Vittoria, finchè io ritorni non
partirti da questi baluardi.»

«Che cosa è ella, Michelangiolo?» domanda Dante.

«Vedi!» e presa una torcia di mano a un marraiuolo che passava,
svela allo sguardo del Castiglione stupefatto una statua colossale
rappresentante la Gloria militare o la Vittoria, scolpita in un masso
di pietra serena; ella era in atto che, volgendo il capo dall'altra
parte, non curava mirare la città di Firenze, che appunto le veniva
a mano sinistra; aveva l'ale, in capo l'elmo, ed armi e simboli altri
diversi sparsi sul monte che le serviva di base[152].

«Che te ne pare?»

«Mi pare divina.»

«La è poca cosa... Io l'ho condotta così alla grossa senza modello e di
notte[153].»

«Di notte?»

«Certo di notte... perocchè dormendo non mi riposo; il sonno, vedi,
mi addolora la testa e mi fa cattivo stomaco[154]; io mi sono fatto
una celata di cartoni, ci adatto in cima una torcia, e in questo modo
lavoro alla Vittoria[155].»

Dante si sentiva oppresso da tanta grandezza accompagnata da così alta
modestia; se in quel punto Michelangiolo gli avesse imposto: — Curvati
e adorami, — egli lo avrebbe adorato; imperciocchè le anime generose,
quantunque svisceratissime della libertà, tocca profondamente la
religione del genio... Dopo un breve silenzio quasi supplichevole gli
domanda:

«Divino intelletto, ditemi, perchè la vostra Vittoria il capo torce
dalla vista di Fiorenza?»

E Michelangelo dopo un lungo sospiro:

«Perchè? o Castiglione, che so che accogli cuore sdegnoso dentro al tuo
seno, mi domandi il perchè? Mi risparmia l'amarezza di palesartelo...
tu dovresti averlo già indovinato.»

«Pur troppo! Ogni antico valore nei fiorentini petti è affatto spento.»

«Lo hai detto.»

«E allora voi scolpiste in dileggio questa Vittoria?»

«Io non ho schernito mai... spesso rampogno; — io le scolpiva l'ale di
pietra, perchè il suo volo fosse lento; — i Fiorentini, se vogliono,
possono ancora raggiungerla. Se molto temo che fugga, più molto spero
rinvenirla al suo posto; nè mai l'amore si scompagnò dal timore. Adesso
andiamo.»

E qui con la mano destra si fregava la manica sinistra, e con la mano
manca la manica destra, poi con ambedue forte scoteva i lembi del saio
per cacciarne la polvere; ciò fatto, ripete:

«Andiamo.»

                   *       *       *       *       *

«Buona notte, messere Carducci, eccomi ai vostri comandi».

«Ben venuto, Michelangiolo. — Dante, andate a vigilare su la porta e,
per cosa che accada, non lasciate penetrare anima viva qua dentro.»

Il Castiglione silenzioso pone la sua persona colossale traverso la
porta del cimitero; una sbarra di pietra non ne avrebbe meglio impedita
la entrata.

Il Carduccio con mano tremante impalma il Buonarroti e poi comincia in
suono che profonda commozione rendeva fioco:

«Michelangiolo, se, comunque alto il sacrifizio che or vi propongo
pur fosse a cuore umano possibile, già non vi chiederei io fin dove la
patria possa fidare su voi, avvegnachè a chiara prova conosca il vostro
nome suonare quanto di grande si comprende e di magnanimo nel mondo.
Però il caso presente è tale ch'io mi veggo forzato a dirvi prima:
Michelangiolo, potete voi nulla rifiutare alla patria?»

«Nulla.»

«Michelangiolo, avete bene compreso la domanda? Avete misurato intera
l'ampiezza della vostra risposta?»

«Carduccio mio, quando architetto o scolpisco, io misuro: quando mi
affatico in pro di Fiorenza, io sento; — il cuore che delibera è già
freddo, e dai carboni spenti avrai fumo, non fiamma. Insomma, siccome
voi non mi domandereste cosa che voi stesso non foste apparecchiato a
fare, così ancora io mi chiamo pronto a farla.»

«Michelangiolo, io non la farei.»

«Voi non la fareste!»

«Io con queste mie mani chiunque me la proponesse ucciderei... il mio
sangue a goccia a goccia e tra i più acerbi tormenti versato, la vita
dei miei figli, le mie case alle fiamme... tutto questo darei... ma non
mi basterebbe l'anima, oh! non mi basterebbe pel sacrificio che domando
da voi.»

«Allora, Carduccio mio, voi avete dimenticato essere Michelangiolo
uomo: in me i terrori e i dolori, in me i consigli incerti, la costanza
poca, le passioni del cuore, la imbecillità della mente, come in
qualunque altro mio fratello di morte: perchè mi domandereste cose
superiori alla umana natura? Chi vi dava dritto a suppormi angelica
creazione? Se voi poteste vedermi a questa ora le sette rughe[156]
impresse sopra la mia fronte, comprendereste di leggieri starmi ancor
io in podestà del tempo ed essere caduco e mortale.»

«Eppure quanto io domando, o da voi solo o da nessun'altra creatura nel
mondo si può...»

«A Dio non piaccia ch'io mi senta men grande di quello che altri
s'immagina, o il bene della mia patria abbisogna. — Magnifico
gonfaloniere, parlate.»

«Da una parte v'è tale una gloria che gli angioli stessi potrebbero
desiderare nei cieli, — evvi una corona splendida più che se fosse di
stelle; — un'altezza quale gli uomini possono invidiare, non vincere
od aggiungere giammai — una rinomanza presso cui i più famosi dei tempi
trascorsi o recenti impallidiscono superati dalla nuova luce; — nessuna
favella basterebbe a cantarne le lodi, qualunque nome conosciuto fin
qui sarebbe poco alla sua virtù... nè liberatore nè salvatore nè ottimo
massimo troveremmo sufficienti; — se gli uomini non lo chiamassero Dio,
certo come Iddio lo adorerebbero e terrebbero in pregio. — E dall'altra
parte una infamia perenne, un nome irrevocabilmente accompagnato a
quello di Giuda, una scusa eterna ai codardi che rinnegano la virtù,
una rovina senza fine e senza riparo. L'aquila delle Alpi rade con
ala potente il margine del precipizio e le rupi scoscese; ella può
giunta sulla vetta del monte più alto posarsi alquanto a librare nuovo
volo e confondersi eccelsa pei cieli... Qualche mortale rassomiglia
all'aquila.»

«Messere Carducci, apritemi il vostro pensiero.

«Ecco, io vi parlerò come al cospetto di Dio, da cuore a cuore, senza
celarvi nessuno dei più riposti arcani. Michelangiolo, la patria si
versa in presentissimo pericolo, ed io dispero di salvarla.»

«Oh dolore!»

«Una speranza rimane, e consiste nei soccorsi dei principati d'Italia.
Il popol nostro di per sè solo opererebbe prodigi, ma il popolo crede
ai suoi profeti, e molti tra questi io ne conosco falsi. Voi ben sapete
i Medici essere stati banditi non in benefizio del popolo, sibbene
in pro degli ottimati, i quali intendevano governare invece di loro;
la parte del Cappone pertanto, non che guadagnare con la cacciata dei
Medici, ha perduto e adesso desidera restituiti gli antichi signori per
ricuperare almeno in parte quanto si vide portar via dalle mani cupide
e fiacche. Ella non perdona la mia promozione all'ufficio supremo; già
medita gli accordi e non conosce, incauta! che vuole presentarsi di
suo moto spontaneo al carnefice con la corda al collo. Qualsivoglia
atto del governo calunnia, ogni via impedisce, inosservata gli sega le
vene e gli toglie le reliquie estreme del suo vigore; il popolo, amico
sempre del bene, ma deluso dalle apparenze, nella fiducia di commettere
opera pia lapiderà i suoi veri difensori, e, prima che abbia tempo
di ravvisarsi, avvinto nelle mani, col frenello alla bocca, non gli
sarà concesso il dire e l'operare; — sogliono poi i tiranni lasciare
liberi gli occhi per piangere. Manca la pecunia perchè nascosta nelle
viscere della terra, e il governo mal può adoperare gli argomenti
usati dai principi per farla ricomparire. — Mi turba il sonno lo
scaltrito Baglioni, non mi assicura il Colonna, vedo gli altri capitani
discordi tra loro. A noi abbisognano per vincere esterni sussidii,
sieno pur pochi, sieno misteriosi, anzi giova che sieno; tanto varrà
perchè la parte del Cappone, dubbiosa e tremante, sospetti noi non
sostenere soli la prova; — se malgrado le mostre diverse ella potesse
mai credere che molti potenti aiutano copertamente Fiorenza, questo
le scemerebbe l'ardire. Allora vorrà farsi merito di quello che teme
non potere ovviare; il danaro che ormai non possiamo più avere per
leggi, conseguiremo per via di doni, d'imprestiti, per sovvenzioni
spontanee; — conviene ravvivare il credito dello stato presente. Due
soli governi in Italia, se l'antica prudenza da loro non si scompagna,
hanno l'obbligo d'aiutarci, il duca di Ferrara e i Viniziani; il
rimanente paese divorò la fortuna di Cesare: — il papa acciecato da
ira strinse lega col suo implacabile nemico; — egli pensa tenere la
sua nella destra di Carlo in segno di amicizia; questi invece glie
la stringe imprigionata e gli sorride in volto. Il regno cadde in
potestà dell'imperatore, il ducato di Milano sta per caderci, il Doria
strascina Genova come un'ancella dietro il carro della sua fortuna;
tralascio gli altri; e fermo le mie speranze sopra Alfonso di Ferrara
e Andrea Gritti di Venezia.»

«Datemi incarico di ambasciatore, e corro in poste fin là: ambedue
mille volte mi si dissero amici; che cosa significhi amicizia dei
grandi veramente non so, lo proveremo adesso.»

«Michelangiolo, amicizia è moneta che non corre tra gli stati; — il
principe amico, quando non trova vantaggio in aiutarti, ti piange e ti
lascia morire.»

«In ogni modo proviamo.»

«Se voi vi presenterete nelle loro città con pubblico ufficio, non che
otteniate i soccorsi, vi cacceranno senza ascoltarvi.»

«O come può accadere questo?»

«Alfonso odia Cesare, ma più che odiarlo il teme; già di nemico
diventato servo, a grave prezzo corrompe i suoi consiglieri; egli
s'ingegna a fargli obliare le vecchie offese, e molto più si affatica
ad ottenere nuovo favore, imperciocchè egli abbia insieme con Clemente
papa compromesso in mano a Cesare le controversie su Modena, Reggio
e la giurisdizione di Ferrara. Tra Cesare poi e i Viniziani non si
è per anche asciugato l'inchiostro del trattato di Bologna pel quale
formarono lega offensiva e difensiva...[157]»

«Dunque ogni speranza è perduta?»

«Oh! no. I Viniziani inoltre ci conservano rancore perchè, quando calò
negli stati loro il duca Arrigo di Brunswick, non li soccorremmo; noi
accusano di tradimento, come quelli che mandammo primi oratori a Cesare
per accordare...»

«E più s'intristisce la bisogna.»

«Ma voi sappiate che questi non furono falli o rimessi da loro,
perchè anche dopo più volte promisero non avrebbero fatto pace senza
inchiudervi i Fiorentini, e il doge Gritti, richiesto dall'oratore
Gualterotto, rispose: la repubblica viniziana non avere mai commesso
cose brutte nè avrebbe cominciato adesso a commetterne; — ciò non
pertanto si accordano con Cesare, e noi non rammentano. Il duca Alfonso
ci prese tremila cinquecento ducati, non mandò don Ercole, come si era
obbligato per la capitolazione; invece presta al papa le artiglierie e
duemila guastatori contro Fiorenza. Di qui argomentate non già la fede
poca, sibbene la servitù molta alla quale si trovano ridotti i principi
italiani[158].»

«Carduccio mio, come per me si possa rimediare a tanta piena di
sciagure io non saprei...»

«I Viniziani e il duca devono mandarci soccorsi, e voi andare a
chiedergli.»

«Ma se mi avete poc'anzi assicurato che mi cacceranno via senza
ascoltarmi!»

«E vi ho detto il vero, quando vi presentaste in aspetto di
ambasciatore; bisogna pertanto penetrare nelle loro città inosservati,
come la goccia del cielo si confonde col mare; in modo che il papa e
Cesare, uomini entrambi, se mai ne nacquero al mondo, scaltrissimi,
non sospettino nulla; bisogna eziandio che le paure del duca e dei
Viniziani non si destino, — ed è questa difficilissima impresa; si
vuole ancora, ottenendo il soccorso, arcano impenetrabile in celare
da cui muova, e quindi spedire a costoro persona nella quale essi
confidino; si vuole finalmente il segreto medesimo non gli ottenendo,
perchè se la città sapesse che noi abbiamo riputato insufficienti
le nostre provvisioni, nè ci venne fatto aumentarle, scaderebbe
dell'animo, ed ogni cosa anderebbe perduta; onde io per un mio giudizio
non voglio sperdere questa tavola estrema di salute.»

«Io mi offerisco andare, ma il modo da praticarsi per la partenza e il
ritorno non vedo agevole...»

«Conviene che Michelangiolo ad un ratto di animoso diventi codardo ed
abbandoni la patria nel suo maggiore bisogno; — conviene che si lasci
sopraffare dalla paura e fugga dalla patria nel suo estremo pericolo; —
così in sembianza turpe finga ricoverarsi in Ferrara: avrà danaro per
guadagnare i consigli del principe; — pessima condizione degli uomini
presenti, dai quali è forza comprare il delitto e la virtù, e i quali
indifferenti l'una o l'altro ti vendono! Innamorato della bellezza del
fine, non volere attendere agli espedienti; bisogna prendere gli uomini
pei manichi che ti presentano: i Romani avrieno lapidato Morone, la
gente di oggi reputerebbe folle Catone. Così appianate le vie, entra
dal signore e digli: Alfonso, tu pensi tenere sul capo una corona di
duca, e noi invece di corona vi contempliamo un artiglio dell'aquila
imperiale; — improvvido! non sai che luogo ella aspetta e tempo a
stringerti sì che tu ne muoia di affanno. Tu ci rammenti l'antico
Damocle seduto a mensa con la spada sospesa sopra la testa. — Poi va a
trovare il doge Gritti e il senato viniziano e seco loro adopra queste
altre parole: Cittadini, quando una repubblica esulta ai danni di una
sorella, segno è certo che Dio l'ha colpita di cecità; — voi avete
smarrito l'antico senno; rammentatevi i tempi passati; Fiorenza aveva
guerra con Filippo Visconti duca di Melano, — la fortuna procedeva
avversa ai Fiorentini. I padri vostri richiesti di aiuto negavano.
Messere Lorenzo di Antonio Ridolfi oratore per la nostra città,
vedute riuscire le preghiere invano presso il vostro senato, proruppe
così: — Viniziani, nell'anno scorso i Genovesi da noi abbandonati
Filippo crearono principe; noi nelle presenti strettezze da voi non
soccorsi lo faremo re, e voi, quando sarete rimasti soli, noi vinti,
e che nessuno, ancora che il voglia, potrà recarvi aiuto, lo farete
imperatore. — I vostri padri ci sovvennero, Filippo non vinse, stettero
le libertà italiane. — Consiglia il duca e il doge a licenziare parte
delle loro milizie, e ciò potranno con tanto minore sospetto eseguire,
in quanto che fermarono pace; mediante i nostri banchi di Venezia ci
somministrino copia di danaro, lo renderemo alla pace; noi con quella
pecunia condurremo agli stipendi nostri le milizie licenziate, e nelle
nostre mura difenderemo la causa d'Italia.»

Qui tacque, ma la parola Italia scorrendo lungo le mura di quel
recinto silenzioso parve, come framezzo un sospiro, ripetuta da labbra
invisibili; — forse le nude ossa quivi dentro raccolte trovarono una
reliquia di spirito per susurrare il nome della patria che vivendo
avevano amata cotanto.

Michelangiolo tiene fitta la faccia al suolo, e in questo modo
atteggiato risponde basso:

«Grave cosa mi chiedete voi...»

«E tale che non mi dà il cuore di farvene ressa.»

«Prendere un nome fin qui intemerato e strascinarlo nel fango!...»

«V'hanno materie che il fango non contamina, ma forbisce.»

«Tu chiudevi una mente altera, o Michelangiolo; novello Titano,
intendevi imporre monte a monte, e salito su l'ultima vetta
maravigliare con la tua gloria le genti; nè per te solo tu ambivi
questo, sibbene per la tua patria diletta, perchè non ti saresti
stancato mai di gridare: contemplate, o popoli, il figlio di Fiorenza;
ed ora precipitare da così superba altezza, morire infame, desiderare
l'oblio e non potere ottenerlo, chè il vituperio porrebbe un segno
eterno alla tua tomba, presentire le contumelie e gli oltraggi che
sopra vi lancerebbero anche i più tristi!... oh! è grave una lapide di
maledizioni... e troppo pesa, Carduccio!...»

Il Carduccio, traendo un sospiro lungo, volge le spalle e lentamente
muta due o tre passi per andare.

Michelangiolo allo improvviso scuote la testa e, risolutamente alzando
la faccia, esclama:

«Su.... su, le ispirazioni vengono dal cielo... dalla terra emana il
cattivo consiglio...» E non si vedendo più davanti il gonfaloniere:

«Messere Francesco, dove andate voi?»

«Voi mi avete fatto comprendere che domandava troppo... Io me ne vado
al mio posto e a morire...»

«Rimanete, per Dio! egli era il lamento di una ambizione che muore;
ecco ella è già morta; io ho levato al cielo il pensiero e lo sguardo e
non invano, chè dal cielo mi è scesa la virtù che sublima; io mi sono
innalzato faccia a faccia coll'Eterno; la vita e il tempo passarono;
mi sento immortale. La religione di Cristo ebbe i suoi martiri,
perchè non gli avrebbe la patria? È religione la patria. Il padre
delle misericordie forse non vorrà che il mio sepolcro sia grave di
tanto vituperio; — svelerà, prima che i secoli cessino, l'arcano, e
raccogliendo il raggio più puro del quale rese lieta la prima stella
creata, lo circonderà di luce, — lo convertirà in monumento durevole
del più immenso, del più doloroso sacrificio che umano intelletto
abbia mai potuto immaginare; — o se nei cieli è destinato che la mia
apparente vergogna viva quanto il moto lontana, io lo pregherò in
mercede della infinita amarezza sofferta che la mia anima ponga alle
porte del paradiso; quivi aspetterò le anime di quelli che maggiormente
mi avranno maledetto, le bacerò in fronte, le chiamerò sorelle e,
scortandole al trono di Dio, io gli dirò: Signore, fa che i tuoi
angioli cantino osanna a questa anima dabbene perchè mi ha odiato con
ogni sua potenza. — Ora però, o Creatore, sovvieni alla tua creatura,
tu fa in modo che come mi esaltasti lo intelletto a scegliere, così il
cuore mi basti a condurre a fine l'alto proponimento; in te ripongo
ardentissima fede; — senza la fede in Dio non si sacrifica l'uomo; —
e se tanto possono le mie supplicazioni, o Signore, ti plachi il mio
sacrificio, e salva la Patria.»

Dietro i nuvoli nerissimi che il firmamento ingombravano era sorta
l'amica dei cuori dolenti e dei sepolcri, la luna; — quasi vogliosa
di contemplare anch'essa lo spettacolo di virtù che in quell'ora si
operava sopra la terra, penetrò co' suoi raggi traverso due lembi di
nuvoli e ne vestì la faccia di Michelangiolo. — Quel volto terribile di
grandezza e di genio apparve sublime; — sembrò che Dio gli mandasse una
benedizione di luce. Così, il Battista battezzando Gesù con le acque
del Giordano, si apersero i cieli, lo spirito dell'Eterno discese, ed
una voce fu udita nell'alto che disse: — Ecco il mio diletto Figliuolo,
nel quale io prendo il mio compiacimento. —

Dante da Castiglione udendo forte profferire patria ed Italia, si
commosse a coteste parole, non altrimenti che un destriero di battaglia
al suono della tromba; non potè starsi fermo al posto assegnato,
si accostò pianamente e, raccolto l'ultimo discorso del Buonarroti,
percosso dall'improvvisa apparenza del volto di lui, piegò involontario
un ginocchio sul suolo, e recatosi in mano il lembo delle sue vesti,
lo baciò con quella devozione con la quale sogliono i fedeli baciare le
reliquie dei santi.

Francesco Carducci, preso da irresistibile impeto, gettò ambe le
braccia intorno ai fianchi di Michelangelo e forte stringendolo
esclamò:

«Tu se' l'onore della specie umana!»



CAPITOLO DECIMO

FRA' BENEDETTO DA FOJANO

                              Indarno allor dagl'inspirati pergami
                              Uscìo suon d'evangelica parola
                              Che: Beati, gridò, beati i miti!
                              Cadean siccome sola
                              Voce in deserto.

                                       BUONDELMONTE, _tragedia._


Già le stelle di momento in momento diventavano più rade nel cielo; le
palpebre dell'alba erano aperte, quando Lucantonio padre dell'Annalena,
ristorate di breve riposo le membra, si destava per affrettarsi alle
opere della difesa. — Postosi a giacere col pensiero fisso agli assalti
imminenti, venne a turbarlo un sogno di palle briccolate contro la
sua casa, di mura abbattute, di pietre le quali rovinando offendevano
il corpo gentile della cara figliuola: — si sveglia esterrefatto e,
balzato a sedere sul letto, volge bramoso gli occhi ed intende gli
orecchi; — dappertutto silenzio.

La innocente vergine dorme supina sopra un lettuccio a canto quello del
padre, — le mani tiene abbandonate lungo i bei fianchi, le gambe tese,
il capo alquanto chino su la spalla destra in dolce atto di quiete:
— la lampada solitaria che arde nella cameretta davanti la immagine
della Madonna diffonde una luce pallida sopra il suo volto già fatto
bianco dal riposo: — ella poi non alita. — Il silenzio, il pallore,
la posatura simile a quella con la quale si compongono le membra
delle vergini trapassate quando si menano al sepolcro, — lanciarono
nell'anima tuttavia paurosa del vecchio tale un dubbio tremendo per cui
egli alzò le mani disperatamente al cielo e si fece livido in volto;
— ma in questa la donzella sciolse un sospiro, e il padre confortato
lasciò cadersi con la faccia sopra i guanciali e pianse le più soavi
lacrime che mai sgorgassero da occhi umani.

Si veste cauto, si accosta silenzioso al casto letto e lieve lieve
curvatosi bacia in fronte la figlia, poi giunge le mani, guarda la
Madonna con uno sguardo lungo, e con quel guardo meglio di qualsivoglia
favella esprime la preghiera: Madre del Signore, deh! non richiamare
per ora questo angiolo al cielo; — poi quinci si tolse, ed in andando
mormorò sommesso le seguenti parole: «Ai ripari... ai ripari! nessuno
può renderle i genitori.... almeno non le venga tolta la patria.»

E il volto della vergine addormentata era bello davvero, se non che
sopra quella fronte tu vedevi un segno, — quasi orma di pellegrino
sopra neve poco anzi caduta, — il segno di un dolore che aveva precorso
lo intelletto: perocchè non blandiva i suoi pianti la carezza materna,
nè ai suoi vagiti sorrise labbro di genitrice china sopra la culla,
— primo paradiso e il più benigno (per quanto possiamo giudicarne
quaggiù) che la umana creatura conosca; — su quel volto posava una
mestizia misteriosa ed arcana, nè dove tu avessi ignorato il segreto
del suo cuore, avresti potuto indovinare se quel suo consumarsi fosse
del fiore reciso nel più vivido rigoglio della vita, o se piuttosto
tocco dall'alito ardente una divina rugiada lo richiamasse ad esalare
un sospiro di profumo e morire, — s'egli fosse il saluto primo o
l'addio ultimo della sventura. — Ad ogni modo l'affanno la spruzzò
colle sue acque lustrali.

All'improvviso schiuse i labbri e pur dormendo sorrise. — Perchè
sorride la vergine? Sogna aver l'ale alle spalle ed abbracciare su
i fianchi un angiolo ed esserne abbracciata. Sogna un cielo chiaro
e sereno dove si avvolgono perpetuamente in moto armonioso miriadi
di globi lucenti, e parle che il compagno le dica: Vieni, voliamo a
raggiungere cotesta stella colà che sopra tutte le altre scintilla:
— e volano, volano... l'aria percossa sibila loro dietro le spalle,
e la stella è raggiunta, poi da lontano contemplano un augellino che
si affretta cantando, e il compagno riprende: — Vieni, voliamo ad
interrogare quell'augelletto — e in meno che non balena gli stanno
sopra; — egli invano raddoppia il batter dell'ale, — ei l'hanno preso:
Dove vai, uccello, chè tanto ti affretti cantando? — Mi affretto
a cibare i miei pennuti, e canto lieto al mio Creatore che mi fece
rinvenire l'esca con la quale nudrirli. — Va, va, augelletto; così
ti sieno preste l'ale al volo e Dio ti preservi dal falco. — Poi il
compagno riprese: — L'ora della preghiera è venuta; — e così dicendo
comincia dolcemente un inno al Signore; — ella si volse a contemplarlo
in viso... — santi del paradiso! Vede le belle sembianze di Vico,
le quali, quanto egli più s'infervoriva nella preghiera, tanto più
diventavano luminose, — roventi quasi, — alfine i suoi occhi come
feriti non possono sostenere la vista, — ella si desta... e freme...
raggio di sole penetrando traverso lo spiraglio della finestra si
posava sopra le sue palpebre.

  [Illustrazione: Michelangiolo tiene fitta la faccia al
   suolo..... _Cap. IX, pag. 246._]

Lascia le tepide piume, si avvolge entro un guarnelletto bianco, e tra
mesta e lieta si avvia nel giardino, sua cura amorosa, qui giunta, si
pone a scegliere i fiori che meglio vaghi le pareano e leggiadri, e
con un ginocchio piegato a terra, come la Matilde dell'Alighieri, tesse
una ghirlanda cantando una soave canzone in lingua di Spagna, la quale
volta nella nostra toscana favella suonerebbe così:

«Ben venga la rosa, la superba regina dei fiori; ella deve comporre
la mia ghirlanda, perchè si assomiglia alla guancia del mio gentil
damigello.

«Ben venga il ranuncolo dalla foglia di porpora, venga e componga la
mia ghirlanda, perchè i suoi colori vivaci si assomigliano ai labbri
del mio gentil damigello.

«Ben venga il giglio candido dallo stelo slanciato: la sua bianchezza
è il simbolo della purità del mio gentil damigello, il suo stelo si
assomiglia alla sua bella persona.

«Ben venga tutta la varia famiglia de' fiori; io ne ho intrecciata una
ghirlanda e vo' posarla sopra il suo capo: se fosse di alloro, io non
ve la porrei; l'alloro troppo spesso crebbe con lagrime fatte piangere
all'uomo dall'uomo che se ne incorona; troppo spesso chi porta la
ghirlanda di alloro se la vorria mutare in benda sugli occhi per non
vedere le miserie che seminò sopra la terra.

«Tu porta lietamente la mia ghirlanda, gentil damigello: — ella crebbe
tra' sospiri della voluttà, la irrorarono lagrime di gioja — ella fu
côlta dalla mano d'Amore.»

Ma invece di ghirlanda ella compose un mazzetto e se ne tornò dal
giardino, siccome v'era andata, tra lieta e pensosa; quando pose il
piè nella stanza, guardò la immagine, — poi il mazzetto, e diventò più
trista: mentre rilevava lo sguardo, a caso le cadde sopra uno specchio
e sorrise, perchè si vide bella, e si acconciò le chiome; — subito dopo
arrossì quasi punta dal rimorso, corse al vaso che stava davanti la
immagine, ne gittò via i fiori appassiti, e nel gittarli pensò: tale è
la vita della femmina, fiorisce un giorno! — rinnova l'acqua e colloca
il vaso al suo posto; — la lampada prossima ad estinguersi è riempita
di olio, il domestico altare assettato.

Le diverse bisogne compiute, Annalena si prostra e prega: «Vergine
santissima, il primo pensiero della mia anima risvegliandomi era tuo...
ora... non più... ma tu vorrai perdonarmi... non ti ho supplicato
che tu m'ispirassi per conoscere se mal facevo ad amare un ente
mortale, come amo te?... e l'angiolo custode da parte tua non mi ha
dissuaso, anzi egli mi parve mi confortasse ad amarlo. Madre di Dio, ti
raccomando il mio povero padre; — la mia genitrice già da gran tempo al
tuo fianco non abbisogna delle mie preghiere; — e poichè così piace al
cielo, non meno ti raccomando il mio diletto...» Qui fissa contemplando
la immagine, le parve che dal vetro dentro il quale stava custodita
mandasse un baleno: volse la faccia, e...

Vico Machiavelli, splendido in vista quanto l'arcangiolo Michele,
cinto di forbita armatura, le comparve alle spalle; le lucide armi
riflettendo nel vetro lo avevano fatto coruscare del baleno che offese
la vergine.

Annalena balza in piedi e presta più della gazzella si ricovra
all'altra estremità della stanza.

Vico con occhi dimessi cominciò:

«Annalena, vi domando perdono; credeva ritrovare qui vostro padre e
intendeva menarlo meco alla rassegna della milizia. Dio vi mandi il
buon giorno...»

E volgeva la persona in atto di andarsene. La vergine sempre nel suo
ricovero con ambe le mani si fregava gli occhi, timorosa non fosse una
illusione.

Vico pervenuto sul limitare, stupefatto della strana accoglienza, si
ferma ed esclama:

«Lena!»

«La vergine trasalisce, e non le riesce snodare la lingua.

«Lena!» ripete Vico e impetuoso si dirige con presti passi verso di lei
così favellando:

«Tanto vi sono ad un tratto diventato increscioso che voi mi rifiutate
quello che onestamente non sapreste negare a qualsivoglia cristiano vi
occorresse per via, — un saluto di pace? In che vi offesi? I giorni
vostri io non turbava mai. — Perchè sorrideste ai miei ritorni, alle
partenze sospiraste? Perchè, secondo ch'io mi presentava o lieto o
tristo, impallidiste o arrossiste? — Erano lusinghe queste? Ed io ti
reputava pura, innocente, come l'alba del primo giorno che spuntò su la
terra! Ahi, tristo me! tu mi hai ingannato:... a voi tutte, femmine,
Eva donò l'arte di presentare all'uomo la morte sotto la specie di un
frutto.»

La giovinetta rimaneva come sbigottita da cotesto linguaggio; la
cagione dello sdegno non comprendeva; grosse lacrime le scorrevano
lungo le guance; sentiva un immenso duolo opprimerle il cuore pronto
a scoppiare: alla fine proruppe e, precipitandosi a terra, abbraccia
in atto d'ineffabile angoscia le ginocchia di Vico. Questi a sua posta
si smarrisce, le parole gli mancano, sta incerto su quanto dicesse o
facesse.

«Oh! non mostrarmiti sdegnato,», favella la vergine: «In che ti offesi?
Se non lo sapendo ti recai ingiuria, perdona; io sono semplice, e
avvezza agli usi di villa... io non sorgerò da terra finchè tu non mi
abbi perdonato...»

Ebbro di amore Vico le stende le braccia e,

«Sorgi», esclama, «sorgi; in questo modo atteggiata appena dovresti
presentarti al cospetto della Divinità.»

«E tu, Vico, sei la mia Divinità...»

«Or dunque mi ami?...» E la solleva esultante.»

«Se amore significa sentire la vita soltanto quando io ti veggo
ed essere dolente quando mi stai lontano e pregare il cielo che ti
conservi; se amore significa fiamma ardente che mi scorre dal capo alle
piante allorchè mi comparisci davanti, se udirti in ogni suono.., se in
ogni oggetto vederti, se... se... questo significa amore, sopra tutte
le cose io t'amo.»

«Mi ami?»

«Oh! tanto!... oh! tanto!...» E palma percoteva a palma.

«Or dunque vieni, prostrati qui davanti la immagine della Vergine; ecco
mi prostro anch'io; giurami che tu sarai mia donna.»

«Lo giuro.»

«E che fuggirai gli sponsali di qualsivoglia altro uomo.»

«Lo giuro.»

«E che, morendo io, ti renderai monaca e finchè ti duri la vita
continuerai a ripararti nel chiostro.»

«Questo non giuro io.»

«Perchè nol giuri?»

«Perchè la morte mi scioglierà subito dai penosi legami; e per la
striscia luminosa che lascerà nel firmamento la tua anima al cielo
volando ti seguirà la mia, fedele ancella nella morte, siccome ti fui
nella vita.»

«Dio onnipotente, gran mercè!» esclama Vico, premendo con ambe le
sue le mani della donzella: «qual merito avevo io mai onde tu mi
compartissi tanta contentezza?»

«Ludovico Machiavelli alla rassegna!» Si udì gridare una voce forte e
unito alla voce un percuotere raddoppiato all'uscio di strada.

«Ah! Il capitano Ferruccio», dice Ludovico e, balzato in piedi,
lasciando le mani della donzella, precipita fuori della stanza.

Annalena correndogli dietro lo richiama:

«Vico! Vico! anche un istante... una parola.»

«Il capitano Ferruccio», rispose Vico e continua ad allontanarsi.

Annalena si fece al balcone e vide il suo diletto il quale, vergognoso
in vista, seguiva un uomo d'arme per aspetto e per dovizia di armi
notabile. Però non udendo Vico, siccome aveva temuto, muoversi dal
capitano alcuna rampogna, riprese animo e, voltosi di repente, vide la
fanciulla al balcone, e studioso di giustificare la subita partita, le
mandò una voce sola, e fu questa:

«Libertà!»

La vergine, fatta delle mani croce, e dimessa la testa in atto di
rassegnazione, rispose anch'ella con una parola:

«Sia!»

Ma quando si furono dilungati dalla vista della casa paterna, presso
allo scendere del Ponte Vecchio, il capitano Ferruccio all'improvviso
fermandosi gli favellò così:

«Patria! Libertà! Molti, o giovanetto, hanno su i labbri la patria e
la libertà, pochi nel cuore. L'amore di entrambe queste sacratissime
cose consiste nella continua renunzia dello amore di sè; ogni passione
vuolsi sacrificare alla patria ed alla libertà, perocchè elle sieno
gelose e non consentano procedere in compagnia. Se vuoi venire oltre,
sappi essere il mestiere delle armi duro, incerta la tua stanza; fin
d'ora apparécchiati a bagnare del tuo sangue le varie contrade di
Toscana, forse d'Italia... a lasciare le tue ossa su qualche campo
ignorato; — se ciò avviene, acquisterai fama di magnanimo e d'infelice;
se la fortuna ti corre benigna, sarai magnanimo e avventuroso, — e così
ti auguro dal cielo; — se l'amore di donna preponi al tuo paese, se le
tue orecchie più e meglio odono il susurro delle parolette brevi che
il frastuono delle trombe, se più ti preme piacere a femmina che alla
fama, pon' giù la impresa, torna indietro, io me ne andrò solo alla
rassegna e alla orazione. La patria può fare molto bene a meno di te.»

«Capitano, io non credeva avere misfatto poi tanto... lieve fallo è il
mio.»

«Lieve fallo! Qualunque sia il fallo per mancata disciplina, per me
è mortale. Quando Torquato percosse nel capo il proprio figliuolo
per avere vinto contro lo espresso divieto, i Romani conquistarono il
mondo. Lieve fallo! L'ora della rassegna è trascorsa, e il vostro posto
comparve vuoto, per voi la milizia ebbe pessimo esempio, sentì grave
oltraggio il vostro capitano. Lieve fallo! Al capitano toccò andarsene
in traccia del suo soldato. Sono questi gl'insegnamenti che riceveste
dai famosi capitani dei quali vi procurava il consorzio? Queste le
promesse da voi fatte al vostro padre sopra il suo letto di morte? Ah!
se lo sapesse vostro padre!»

«Capitano Ferruccio, o cessate, o io torno a mezzo il ponte e mi
precipito in Arno.»

«Avanti, giovanetto, vien' meco in Santa Croce.»

                   *       *       *       *       *

I Fiorentini, banditi i Medici dallo stato, attendendo a difendersi,
vinsero la provvisione di creare la milizia fiorentina. In quattro
giorni, chiamati a prendere le armi i giovani dai diciotto fino ai
trentasei anni, descrissero circa a tremila capi, i quali, non che
andassero a tôrre le armi, di per sè stessi le portarono, e non mica
comunali, sibbene, di molto valsente e di sottile lavoro; furono
dapprima mille settecento archibusieri, mille picche ed il rimanente
alabarde, spiedi, partigianoni e spade a due mani, la più parte difesi
da corsaletti. Nella spartizione delle bande si attennero ai soliti
sedici gonfaloni, non mutarono insegne; solo osarono portare certa
divisa traverso alla vita di color verde, simbolo della speranza che
nutrivano vivissima di liberare la patria[159]; ebbero per sargenti
maggiori Giovanni da Torino, Pasquino Corso e Giovambattista da
Messina, soldato di molta riputazione, come quello, che aveva atteso
alla milizia nelle Bande Nere prima e dopo che il Signor Giovanni
morisse; questi erano fissi, come pure era fisso il signore Stefano
Colonna di Palestrina, barone romano, uomo del re di Francia, che
accettò l'ufficio di comandante generale della mantovana milizia.
Gli altri ufficiali avevano lo scambio e reggevano a tempo; e tanto
eglino apparvero costumati e dabbene che dal grado di capitano si
ridussero con animo volonteroso a fare gli uffici di semplice soldato.
— Considerando in seguito di quanto vantaggio codesta milizia fosse
stata cagione sì per tenere la città ottimamente custodita dai nemici,
sì per frenare la licenza dei soldati stranieri agli stipendi della
Repubblica, venne in pensiero ai reggitori di accrescerla; per la qual
cosa ordinarono si dividesse in due classi, la prima, di uomini da
diciotto a quaranta anni, la seconda da quaranta a cinquanta; sicchè
per siffatti provvedimenti ella crebbe di meglio due mila altri capi.
Andando poi per la massima parte composta di persone non solo della
libertà della patria svisceratissime, ma eziandio delle più ingegnose
fra quante fiorissero in quel tempo a Firenze, non è da dire se presto
apprendessero i modi di armeggiare; e Benedetto Varchi ricorda come
i soldati vecchi, vedendola ora aggomitolarsi in chiocciola, ora
distendersi in drappelli, ora eseguire altro movimento militare, ne
facessero le meraviglie.

Il gonfaloniere Carduccio, intentissimo ad accendere le voglie dei
cittadini alla gloria militare, quantunque pei buoni effetti della
milizia rimanesse contento, e sebbene in diverse occasioni l'avesse
fatta rassegnare e arringare dai più valenti uomini di Firenze, dei
quali piace ricondurre alla memoria i nomi di Luigi Alamanni, di Baccio
Cavalcanti e di Pietro Vettori, nondimeno pensò avrebbe giovato assai
per conseguire il suo scopo una nuova generale rassegna e la solennità
del giuramento, accompagnata da una predica del fiero frate Benedetto
da Foiano. Così destramente si maneggiava l'accorto Carduccio che
i capi della milizia gli mossero istanza di quello ch'egli sentiva
maggiore desiderio concedere che non avevano essi di domandare. Però
attelata la milizia sotto i suoi gonfaloni su la piazza di Santa Maria
Novella, splendida di armi e d'insegne, difilò gonfalone per gonfalone
cominciando dal quartiere di Santo Spirito verso la piazza del Duomo,
tenendo la via che viene dal canto dei Carnesecchi e di Santa Maria
Maggiore.

Davanti la porta di San Giovanni avevano accomodato il bellissimo
altare d'argento il quale solevano esporre nelle solennità del comune;
intorno a quello erano disposti sacerdoti sostenenti ceri o turiboli; i
libri degli evangeli vi stavano aperti sopra. — Di rincontro all'altare
accanto alla porta mezzana di Santa Maria del Fiore sedeva la Signoria,
il signore Stefano Colonna ed altri maggiorenti nel magnifico tribunale
ornato di panni bianchi e vermigli con baldacchino sopra, come si
costuma fare nelle feste e nelle processioni. La via sparsa di lauro e
di erbe odorifere.

A mano a mano che i varii drapelli dei gonfaloni si accostano
all'altare, piegano il ginocchio, declinano verso terra le armi e la
insegna. Il capitano pone a nome di tutti la destra sopra l'Evangelio e
proferisce la formula del giuramento, che i soldati ripetono, e quindi
voltatisi alla Signoria con gesti convenevoli le rendono la debita
reverenza. I trombetti e i pifferi del comune sonando restituiscono i
saluti.

I gonfalonieri, svoltando dal campanile e procedendo per le vie del
Proconsolo, del Palagio e del Diluvio, si conducono al tempio di Santa
Croce. La Signoria, il signore Stefano con grande accompagnamento di
capitani, di cittadini, mazzieri e trombe gli seguono; — il popolo,
cupido di spettacoli, gli ricinge attorno densissimo.

Qui fu cantata la messa solenne dello Spirito Santo, dopo la quale il
virtuoso frate Benedetto da Foiano salì in pergamo tenendo nelle mani
uno stendardo nel quale era da banda dipinto Cristo vittorioso con
soldati distesi per terra chi morti e chi feriti, e dall'altra la croce
rossa in campo bianco, insegna del comune di Firenze.

Le tende tese avvolgevano le vaste navate in tenebre misteriose; — le
turbe raccolte mandarono un fremito come di onde commosse, poi tacquero
silenziose così che si udiva l'anelito del frate e il fruscio dello
stendardo nelle sue mani.

All'improvviso il frate con voce formidabile cominciò:

«_Cum hoc et in hoc vinces._ — Il Padre nostro, che è nei cieli, creava
gli uomini liberi e lieti. Lo spirito delle tenebre soffiò nell'anima
dei tristi un alito infernale, e questi incatenarono le mani dietro
alle spalle ai fratelli, strinsero nella destra maledetta una verga e
si chiamarono principi. Allora la creatura, non potendo più sollevare
le braccia al cielo per benedire Dio, la faccia contristata abbassò
verso la terra e pianse. L'uomo malvagio non tenne da principio nascosa
la reproba sua origine e apertamente significava sè essere figliuolo
di Satana; poi, alla tristizia aggiungendo la ipocrisia, celò sotto
una benda o corona la impronta di Caino incisa sopra la sua fronte,
si unse col santo crisma le chiome quasi profumo e disse: io vengo da
Dio. — Questa è bestemmia manifesta, imperciocchè il Signore favellando
a Samuele gli dicesse: — Pon' mente, tale sarà la religione del re: —
egli piglierà i vostri figliuoli, — egli piglierà le vostre figliuole,
— piglierà eziandio i vostri campi, le vostre vigne, i vostri uliveti,
— ed in quel giorno voi griderete per cagione del vostro re[160].
— Così ha parlato il Signore, ed aggiunse ancora al popolo ebreo:
Ma io non vi esaudirò, _perchè voi lo avrete eletto._ — Gli schiavi
volontarii increscono al mondo, a Dio ed allo stesso demonio. Noi
non eleggeremo il principe, noi lo combatteremo, noi lo inseguiremo,
finchè non torni all'inferno, donde l'antico nemico del genere umano
lo ha dipartito. — Fiorenza, madre amorosissima, nudrì i Medici come
suole i suoi figliuoli più cari, cresciuti che furono, morsero le
mammelle dalle quali ebbero vita; stesa la mano parricida sopra il
casto seno di lei, esclamarono: Tu ci alimentasti del tuo latte, ora
abbiamo sete del tuo sangue —, e si apprestarono a divorarla. Qual
segno parlò dall'alto in favore di cotesta scellerata famiglia? Qual
consenso di popolo la creava tiranna? Qual diritto ella vanta? Con
quali argomenti ella intende dominare su Fiorenza? Vedetela, armi
barbare ella spinge ai nostri danni, sua ragione è l'offesa, suoi
oratori le bombarde, feste gl'incendii, benefizii le rapine, doni le
stragi. E non pertanto vive tale tra loro che non aborre affermarsi
vicario di Cristo sopra la terra; non gli credete: se tu, Clemente, co'
tuoi misfatti non avessi allontanato lo spirito di Dio dalla Chiesa,
ora lo scisma non guasterebbe le sue membra, tu non saresti stato
avvilito, non avrebbe Roma sofferto il miserevole sacco. Quando lo
spirito di Dio circondava il Vaticano, mandò gli angioli con ispade
infocate a difenderlo e respinse Attila atterrito dalle sue mura.
Roma conserva tuttavia l'altare, ma il Dio lo abbandonò; il sacerdote
innalza al cielo l'antica preghiera, ma il cielo non risponde più,
perchè la voce del sacerdote è fatta impura, le mani ha intrise di
sangue. Il sommo sacerdote vi chiamò davanti al giudizio di Dio: —
sperate! — imperciocchè Dio lo abbia riprovato. Gesù Cristo nostro
divino redentore e re nella sua divina sapienza conobbe che un giorno
sarebbero insorti falsi profeti, i quali profetando nel suo santissimo
nome avrebbero tratto la generazione degli uomini nello squallore
e nella servitù: ond'egli vi lasciava un segno e diceva: L'Albero
buono non può fare frutto cattivo, nè l'albero malvagio frutti buoni;
voi dunque li riconoscerete dai loro frutti. — E quando i verecondi
avessero ardito invocarlo, ei prometteva sarebbesi protestato contro
di loro, gli avrebbe reietti lontano da sè come serpenti, progenie
di vipere, sepolcri scialbati, operatori d'iniquità[161]. Egli vi
chiamò al giudizio di Dio, — sperate! imperciocchè Dio chiederà ai
suoi sacerdoti ragione del sangue dei profeti che mandò verso di loro,
del sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria e di frate Ieronimo
Savonarola, il quale uccisero a vituperio col patibolo infame. Papa
Clemente, trema, perchè Cristo è tuo giudice, non complice, ed egli
ti reciderà, la tua parte metterà con quella degl'ipocriti, laddove è
pianto e stridore dei denti[162]. Ma che dico sperate! Già voi vedete
della sua protezione certissimi segni; credete voi forse senza divino
soccorso avere potuto assuefare gli occhi alle lunghe vigilie, le
membra a prendere su la dura terra breve e interrotto riposo, la fame
tollerare e la sete, soffrire l'ardore del sole e l'asprezza del freddo
non più dai molli vostri corpi provata? Forse senza ajuto celeste
avvezzi agli agi della vita, nudriti nelle pacifiche discipline, vi
era concesso con animo immoto ascoltare le barbariche voci, sostenere
gli aspetti spaventosi, opporre i ferri ai ferri, percuotere, essere
percossi, terribili se vincitori, più terribili vinti? Prodigi sono
questi; altri ne aspettate maggiori dal cielo, voi stessi opererete
miracoli, forse tra noi già vive e si agita un nuovo Gedeone, e già
nel suo cuore egli intende la voce del Dio degli eserciti; sorga! oh!
sorga tosto e disperda questa empia progenie. — Voi siete soli, vi
abbandonano tutti: meglio così in questo modo intera sarà la gloria
nostra; così, oh! non fosse intera la infamia dei rimanenti Italiani:
noi soli difendiamo l'onore, la vita e la libertà della Italia: e
quando pure dovessimo soccombere, sarà splendido il nostro sepolcro,
perchè ultimi cedemmo, perchè soli osammo resistere a moltitudine di
gente contro le quali non valsero le armi collegato di potentissimi
principi. Fu gloria al popolo ateniese abbandonare la patria terra per
tutelare la libertà; quanto fia maggiore la tua, o popolo fiorentino,
che giudicasti la maestà dei luoghi pubblici, la religione dei tempii,
i sepolcri, le case dover esser da te costantemente difese, e la tua
salute dovere andare congiunta con la salute della patria! _In hoc
signo vinces_, gridò la voce dall'alto a Costantino imperatore, e gli
fu mostrata la croce sfolgorante nei cieli: _in hoc signo vinces_,
esclamo anch'io benedicendo questo sacro stendardo e alle tue mani
affidandolo, strenuissimo Colonna, capitano della valorosa milizia
fiorentina: seguitate voi giovani, codesta bandiera, tenete sempre
in lei fissi gli sguardi, imperciocchè egli la condurrà sempre nella
via dell'onore e della vittoria. Adesso io non vi conforterò ad
esser prodi; già voi lo foste, e così l'uomo si piace nel sentirsi
virtuoso che voi percorrerete intero il bene cominciato cammino:
non vi raccomanderò i padri, le madri, le donne e i figli vostri;
concesse ai loro labbri tale una voce natura presso cui la mia diventa
debole e fioca. Di due cose con tutte le viscere dell'anima mia vi
supplico, e sono: di mantenere severa la disciplina, origine vera di
ogni alta gesta militare; Prospero Colonna, capitano dei nostri tempi
famosissimo, di cui la gloria in te, inclito Stefano, riconosciamo,
soleva dire: desiderare piuttosto imperito ed ubbidiente soldato che
molto perito ed ubbidiente poco; e sopra tutto vi scongiuro di unione,
pace e concordia. A concordia la patria afflitta e il vostro re Gesù
Cristo v'invitano; a concordia gl'imminenti pericoli vi consigliano.
Ogni città, comunque piccola, con la concordia vedemmo superare
terribilissimi mali, con la discordia vedemmo le meglio fiorenti città
condotte ad estrema miseria. Non gustate voi le dolcezze dell'amore?
Voi non punge l'amaritudine dell'odio? Spengasi nei vostri petti
lo sdegno; si accenda la fiamma di salutifero amore. Perdonate le
ingiurie, dimenticate le offese, volgansi contro i nemici le magnanime
vostre ire. Quali altre parole aggiungerò io? Se per cimentare la
concordia vostra si domandasse sangue, ecco di gran cuore io darei
quello che mi scorre entro le vene: se a stringervi in vincolo
fraterno non bastano le preghiere dei vostri più cari, nè la speranza
di vincere nè il timore di perdere, nè le supplicazioni della patria,
nè il comandamento di Cristo, io sdegno ormai di favellare più oltre,
e non mi resta più altro che piangere. Io non voglio più abbandonare
questo pergamo: qui sopra mi scioglierò in lacrime, qui starò fintanto
al Signore piaccia di chiudere per sempre questi occhi miei tristi.
— Carità, carità, Fiorentini! Se tutti Cristo col preziosissimo
sangue redense, se tutti nasceste figli di una medesima madre, perchè
ricuserete abbracciarvi fratelli[163]!»

Tale orò fra' Benedetto da Foiano, e al terminare delle sue parole,
lasciatosi cadere genuflesso, col capo appoggiato all'orlo del pulpito,
dirottamente piangeva. Intanto si udivano risuonare per le vôlte
della vasta chiesa singhiozzi e pianti, e un domandarsi perdono ed un
concederlo; e poi vedevi uomini da molto tempo nemici abbracciarsi,
baciarsi in bocca, ogni rancore deposto, salutarsi fratelli.

Tra così universale consenso di amore, sopra due cuori soli le parole
del Foiano passarono senza lasciar traccia, quasi nave che scorra
per acqua. Uguale l'odio in entrambi, uguale il nome. Benedetto
Buondelmonti si chiamava l'uno, Zanobi Buondelmonti l'altro: il primo
violento, superbo, odiatore di Zanobi per la ingiuria che gli aveva
fatta; il secondo nudrito delle buone discipline, di gentile natura,
modesto, giustamente sdegnato contro il parente per oltraggio ricevuto.
Causa della inimicizia fu questa: che, trovandosi nel 1526 a disputare
in arcivescovado tra loro intorno al diritto di presentazione a certo
benefizio vacante, messere Benedetto preso da cieca ira percosse
messere Zanobi nel volto. Da quel giorno in poi Zanobi si era studiato
di tôrne memorabile vendetta, nulla badando alla ragione del sangue,
che gli pareva messere Benedetto avesse sciolta con la bassissima
offesa; ma i parenti e gli amici indagavano il luogo della posta,
s'interponevano, pregavano, insomma facevano in modo che il duello
non accadesse. In seguito sopraggiunsero le persecuzioni dei Medici
e ad ambedue i Buondelmonti toccò esulare. Se messere Zanobi avesse
voluto commettere la cura della vendetta a ferro assassino, a quest'ora
messere Benedetto un lungo sonno dormiva con i suoi padri; ma, oltrechè
da così vile spediente tratteneva messere Zanobi la magnanima sua
indole, non si sarebbe sentito placato, se altra mano fuori della sua
avesse spento codesta vita.

Eppure ambedue avevano intesa la predica del Foiano, — però come non
fosse stata per loro. Messere Benedetto, col dorso appoggiato a una
colonna, le braccia sotto le ascelle, le gambe sporte in avanti, la
manca sopramessa alla destra, il capo chino, talora mandava uno sguardo
obbliquo contro Zanobi, il quale da lontano curvo con la persona,
puntellato il gomito alla spalliera di una panca, tiene il mento nel
palmo della mano e con l'indice si rovescia il labbro inferiore ed a
sua posta gli ricambia lo sguardo diritto e feroce: cotesti sguardi
s'intersecavano lucidi d'implacabile odio, quasi scontro di spade
nemiche in campo chiuso.

Ad un tratto messere Zanobi drizza la persona; una mano lo ha
lievemente percosso su l'omero, ed una voce gli ha detto:

«Perdona!»

La voce e l'atto movevano da Dante da Castiglione.

Messere Zanobi lo guardò in volto, — sorrise e non rispose parola. Ma
ecco che al Castiglione si aggiungono molti nobili giovani ed onorati
cittadini, i quali con suono e sembianza, suplichevoli ripetono:

«Perdona! perdona!»

Messere Zanobi si turba e avvoltosi nel mantello tenta partirsi di
chiesa. — Dall'altra parte, Alamanno dei Pazzi e Lionardo Bartolini,
afferrato nelle braccia Benedetto Buondelmonti, gli usano violenza e lo
traggono seco loro dicendo:

«Voi gli faceste offesa, e il cavaliere cristiano non si avvilisce
umiliandosi a domandare mercede...»

«Io domandare mercede!» replica messere Benedetto — e sbuffa come toro
indomato; ma tuttavolta andava, chè la coscienza in quel punto vinceva
la superbia.

Zanobi svincolandosi dalle braccia degli amici s'ingegna guadagnare
le porte, quando il gonfaloniere Carduccio accompagnato dai signori
gl'impedisce il cammino e con quel suo piglio autorevole lo interroga:

«Apprendeste voi questo negli Orti Oricellarii, messere Zanobi? Il
vostro maestro Nicolò Machiavelli non vi narrava mai la magnanimità di
Aristide?»

«Nè a me sarebbe grave imitare Aristide se il mio avversario si fosse
Temistocle.»

«E di Temistocle non vi narrava, quando percosso da Euribiade
lacedemonio rispose: Batti, ma ascolta?»

«Magnifico Carduccio, non dubitate, per me non sarà messa in
compromesso mai la pace dell'amatissima patria; finchè ci stanno
a fronte i nemici, io sospendo ogni querela privata; remosso ogni
pericolo, vi prego a non consentire ch'io rimanga il più svergognato
gentiluomo che viva in tutta la cristianità.»

Frate Benedetto da Foiano avendo rilevato la testa, abbassò gli sguardi
e conobbe la cagione per cui tanti spettabili cittadini si affaticavano
intorno a quei due Buondelmonti. Scese dal pergamo precipitoso così
che parve uno di quei santi padri trascorrenti per l'empireo cantati
dalla divina bocca dell'Alighieri, cacciatosi tra la folla e rompendola
giunge davanti a messere Benedetto, il quale tuttavia riluttante faceva
mostra volersi liberare dalle mani del Pazzi e del Bartolino, e,

«Che sempre», incominciò garrendo messere Benedetto, «la tua progenie
debba essere cagione di pianto alla nostra città, ella è pure una
tremenda e incomportabile cosa, o Buondelmonti! Dobbiamo anch'oggi
rinnovare l'antico voto, che meglio sarebbe stato che Dio annegasse
la progenie vostra nell'Ema la prima volta che lasciando Val di Greve
veniste a Fiorenza? Invece di riparare li passati danni, ne vorrete
voi dunque apportare dei nuovi? Umiliati, superbo... tu sei un pugno di
cenere...»

E messere Benedetto crollato da quel dire di fuoco rispondeva dimesso:

«Pur ch'ei perdoni.»

Il Foiano già sta dinanzi a messere Zanobi e,

«Figliuolo mio!» gli favella dolcemente, «in nome del tuo Redentore
che perdonò ai suoi uccisori, — che pregò per loro, — che versò il suo
sangue preziosissimo per la umana stirpe la quale co' suoi misfatti
aveva colma la misura dell'ira di Dio... perdona! perdona!»

«Messere frate», dice il Buondelmonte sdegnoso, «io non sono Cristo.»

«Allora, messere Carduccio, rammentategli voi quel vostro glorioso
maggiore san Giovanni Gualberto, narrategli come avesse morto un
fratello, come venisse armato a Fiorenza per vendicare l'omicidio, come
trovasse l'uccisore inerme e solo a mezza strada, il quale avendogli
domandato mercè per Dio, egli, di un tratto deposta l'ira, a San
Miniato il conducesse e quivi a Dio redentore lo donasse...[164]»

«Padre Benedetto, cessate, io non sono un santo.»

«Almeno sii uomo, ricórdati del buon Marzucco che baciò la mano
all'uccisore del suo figlio; — la Chiesa non lo ha ancora canonizzato
per santo[165].»

«Ahimè! vi prego, sgombratemi il passo... in verità non posso.»

«Oh! che sì che il potrai, figliuol mio; e se i consigli e gli esempi
non ti commuovono, lásciati piegare dal pianto: ecco, vedi, io mi ti
prostro davanti e ti supplico col capo nella polvere, se tu perdoni,
io bene mi sarò genuflesso, perocchè la creatura perdonando assomiglia
a Dio; se ti ostini nel rifiuto, tu mi lasci il rimorso d'essermi
inchinato al demonio.»

«Ma che vi ho fatto io onde mi vogliate il più svergognato cavaliero
che abbia mai cinto spada? Oh! questo è dolore. Voi mi desiderate
morto, ebbene seppellitemi, perchè io non consentirei a vivere senza
onore; aprite la lapide, precipitatemi giù nell'avello, purchè la voce
del perdono sia l'ultima che profferisca la mia bocca mortale.»

E Zanobi Buondelmonti, come uomo rifinito dalla fatica, si lasciò
cadere seduto sopra il pavimento della chiesa, coperto, siccome
correva il costume, dalle lapide dei sepolcri delle inclite famiglie
fiorentine.

Come volle fortuna, egli si assise sopra la lapide appartenente ad una
delle tante famiglie dei Buondelmonti; ciò era manifesto per l'arme
quivi effigiata con pietre di varii colori, la quale faceva croce rossa
sul Calvario in campo azzurro e bianco.

Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia percoteva con ambe le mani
il marmo esclamando:

«Apriti, o terra, e cuoprimi!»

I circostanti contemplando quel profondo dolore stettero muti ed in
cuor loro lo compassionavano forte. Al Foiano erano venuti meno gli
argomenti, e si rimaneva genuflesso in atto di preghiera senza potere
profferire una parola.

Si apre di repente la folla: comparisce una vergine; ella non sembra
cosa terrena; la fronte tiene rivolta al cielo, quasi ascoltasse una
voce dall'alto; le pieghe lunghe della veste coprivano i piedi, onde
pareva che il suo incesso non procedesse dal mutare di passi, bensì dal
radere, volando la terra. La ghirlanda di argento intrecciata alle sue
chiome nell'agitare della persona scintillava come se fosse di raggi;
la sembianza pura, la dolcezza degli atti, l'apparizione improvvisa
colpirono gli astanti di maraviglia. Quando la terra d'Italia produsse
vergini siffatte, il Ghirlandaio e Rafaello dipinsero gli angioli,
quali forse più belli non creò mai Dio nel suo paradiso: — poichè in
quanto a questa ella fosse figlia di donna, non creatura celeste.

Si accosta silenziosa a messere Zanobi, si curva alquanto e, lo
toccando di lieve percossa sopra la spalla, gli mormora nelle orecchie:

«Tu giaci su l'ossa de' tuoi padri!» — e gli accenna la domestica
arme: — «uomo che devi morire, perchè serberai odio mortale? Lascia un
esempio di virtù e perdona.»

Messere Zanobi, vinto da tale una forza a cui non sapeva resistere, si
leva tenendo il suo sguardo fisso in quello della vergine; ella presolo
per la mano a sè lo trae, avvicinandolo a messere Benedetto. Questi se
ne sta dimesso a capo chino; all'improvviso levandolo, si vede faccia
a faccia messere Zanobi; — si guardarono, — impallidirono, — si fecero
rossi fino ai capelli; poi messere Benedetto curvandosi tutto tremante,
parlò:

«Zanobi, l'atroce... offesa...»

«Dimentichiamola, Benedetto... Abbracciatemi... e come vuole ragione di
sangue ritorniamo fratelli...»

E si abbracciarono con incredibile affetto, tale essendo la natura
di queste anime, vigorose nell'odio come nell'amore. — Non vi fu
circostante per quanto di animo saldo che non sentisse a cotesto
spettacolo commuoversi l'anima e inumidirsi gli occhi. Perchè anche
i tristi se odiano la virtù, non possono poi fare a meno di venerarla
quando nella sua gloria sfolgoreggi loro davanti.

Poichè si quetarono alcun poco coteste esultanze, tutti bramosi
intesero a ritrovare la vergine operatrice della mirabile concordia...
Guardarono invano... ella era sparita. Allora cominciarono i Piagnoni
ad affermare essere stato un miracolo, averla il Signore mandata sopra
la terra; gli altri, non prestando fede al miracolo, non sapevano
spiegare quella insolita apparizione; tutti poi si sentivano tocchi di
riverenza per cotesto angiolo di pace.

Ma se i cuori di tutti furono tocchi di riverenza, il cuore di un solo
palpitò di amore, — il cuore di Vico, il quale nella vergine comparsa
aveva riconosciuto la sua diletta Annalena.



CAPITOLO UNDECIMO

IL PROFETA PIERUCCIO

                              Mentre che in forma fui d'ossa e di polpe
                                Che la madre mi diè, l'opere mie
                                Non furon leonine, ma di volpe.
                              Gli accorgimenti e le coperte vie
                                Io seppi tutte...

                                                         DANTE.


Molto tempo innanzi che le cose narrate accadessero, Malatesta Baglioni
certa notte, dopo avere dato volta ora sopra un fianco ora su l'altro,
non trovando riposo, balzò da letto gridando:

«Maladetta la notte! — Finchè la luce dura, io sono più forte della
mia coscienza e mi riesce a tenermela sotto; quando ella cessa, la
coscienza diventa più forte di me e torna a galleggiarmi sul cuore.
O notte, io ti detesto, sia che come adesso t'ingombrino tenebre
impenetrabili quasi strati di lava, sia che il perfido chiarore della
tua luna mi spaventi convertendomi in fantasmi i palazzi e le torri.
— Quanto silenzio!» — E si accostando alla finestra, l'apriva. —
«Fiorenza, dormi? Tu sei più felice di me... io non trovo riposo. Se
il giorno che ci lasciò fosse l'ultimo! Se queste tenebre durassero
eterne! L'eroe non vorrebbe commettere le sue opere magnanime senza
sole, — forse nè anche i suoi delitti il masnadiero. Dormissero tutti
la pace eterna!»

«All'erta sto! — urla una scolta; — All'erta sto! risponde un'altra;
— All'erta sto!» s'intende ripetere da cento voci a mano a mano
digradanti nella lontananza, finchè per troppo spazio vengano affatto
a mancare. Tale è l'ufficio delle sentinelle ad ogni quarto d'ora che
passa.

«Ecco», riprende il Baglioni, — «così gli anni si chiamano passando;
— così dopo la vita succede la fama, — dopo la fama nulla; noi siamo
l'eco dell'eco, — ombre di sogno. E allora perchè travagliarci tanto?
Non ti compra mica la infamia una eternità di piacere, — anzi nè manco
una scintilla di luce, — e nè un alito di fumo, ed ogni cosa finisce...
Appunto perchè ogni cosa finisce, bisogna ingegnarci a godere molto
nella vita... — ma veramente finisce ella la vita? — Oh! sì, finisce;
godiamo e come? Con l'amore forse? Io non ci credo: e poi sta nella
potenza altrui darlo o negarlo: il timore puoi incuterlo quando
meglio ti sembra. Godimento vero consiste nel far paura. Sopra tutti
avventuroso l'Eterno, perocchè i pensieri di sdegno gli scoppino fuori
dalla fronte come fulmini. Bene mi talenta Fiorenza, ma la vagheggia
il papa; la croce di questo prete percuote più forte della mia daga:
ond'io, Fiorenza, comunque bella tu sia e tu mi piaccia assai, ti
abbandono alle voglie del sacerdote con un sospiro; a patto però che
sia nostra Perugia. — Senti... il gallo canta! — Vorrebbe forse egli
dirmi essere io traditore? Il gallo cantò a san Pietro quando egli
rinnegava Cristo; — io non rinnego nessuno, anzi gratifico il vicario
di Cristo, e mi si deve professare amico san Pietro. — Se mai mi
dannassi l'anima, san Pietro, ramméntati che il faccio proprio per
la tua Chiesa, sicchè quando Dio non vede tu mi aprirai le porte del
paradiso alla sfuggita. — Giuda! Chi è che ha rammentato Giuda? Ah! mi
sono io stesso susurrato questo nome all'orecchie. Come entra Giuda
con me? Giuda gitta via il prezzo, ed io lo prendo; Giuda s'impicca,
ed io nè m'impicco nè mi lascerò impiccare... — Non mi lascerò. Bada,
Malatesta, vecchia fama nel mondo dice orbi i Fiorentini; però guai a
te, se di alcun poco schiudano gli occhi... e quel Carduccio, comechè
gli mandi strambi, e' ci vede meglio che se gli avesse diritti; —
ramméntati di Baldaccio dell'Anguillara:... non obliare Pagolo Vitelli
ch'ebbe la testa mozza prima di accorgersene. Le repubbliche vegliano
sospettose più degli altri reggimenti; tu hai potuto considerare a
tuo bell'agio in Venezia le colonne tra le quali tagliarono il capo
al Carmagnola. — Per Dio! E dove lascio mio padre Giampagolo?.. Papa
Lione.., già non vi spirò lo Spirito Santo quando me lo trucidaste in
Sant'Angiolo. Quanti traditi e quanti traditori! Oh![166]»

  [Illustrazione: «Or dunque mi ami?....» E la solleva esultante.
   _Cap. X, pag. 254._]

Malatesta si copre con ambe le mani la faccia, e così rimane assorto da
angosciose considerazioni; gemeva, ansava come travagliato da tormento
insopportabile; poi scosse la testa ed agitò le mani aggiungendo:

«Male m'incoglie, se mi muovo; peggio, se riposo;.... ho il sangue
avvelenato; — mi è parso.... no... no... ho veduto.... messere Gentile
e messere Galeotto Baglioni i quali... mi scotevano innanzi agli
occhi la camicia insanguinata... Non vi uccisi già io... voi non
potete portare il vostro sangue in testimonio contro di me.... vi
spense Orazio il fratel mio... Andate a tormentarlo a vostro bell'agio
nell'inferno. Voi, messer Giampagolo, lasciatemi in pace... dormite nel
vostro sepolcro di marmo... perchè mi mostrate il vostro capo mosso?
Che ci ho che fare io? Se i Medici mi tolsero il padre, i Medici mi
renderanno Perugia; e voi, padre mio, non valevate Perugia quando
eravate vivo;... pensate, se la valete adesso che siete morto! — Se
intendete avvisarmi... riposate tranquillo... io non mi farò ammazzare
così, come un montone; in ogni estremo caso, ecco il pugnale....
Ma Cencio perchè tarda tanto a tornare? Se Cencio mi tradisse, se a
quest'ora stesse davanti al gonfaloniere dicendogli: Magnifico messere
Carduccio, Malatesta vi tradisce... se già si movesse il bargello....
se il carnefice.... ah! — Chi è là? — Nessuno. — Come dura lunga la
notte! — Questo Cencio oramai ne sa troppe....»

S'intende lo scalpito lontano di cavallo... si accosta... si è
appressato... scende il cavaliere, entra nel palazzo Serristori,
salisce frettoloso le scale.

«Questi è Cencio; riconosco i suoi passi. Egli ne sa troppe.... ne sa
troppe; Cencio potrebbe tradirmi, — è colmo sino alla bocca..., bisogna
torcelo dinanzi... mezzo palmo di lama, o tre grani di tossico lo
spingeranno tant'oltre da non temerne il ritorno. Cencio... — O Cencio,
sii il benvenuto, figliuolo mio, ti aspettava....»

«Davvero? rispose Cencio gittandosi sopra una sedia, dove stirò le
braccia e tese le gambe con plebea dimestichezza; — quindi a poco a
poco continuava: «Ho sonno, — fame e sete.... — Malatesta, datemi da
bere.»

Il sangue baronale del Baglioni si rimescolava da cima a fondo; — un
moto delle labbra svelò il cruccio dell'anima, ma potente com'era a
simulare ridusse quel moto in sorriso, empì una tazza di vino e, la
porgendo a costui, favellava:

«Bevi, Cencio, e confortati.... la tua vita mi preme quanto la mia....»

«Ahimè tristo! sarò io a tempo domani per testare delle cose mie?»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Nei tanti anni che facciamo via insieme verso l'inferno mi sono
accorto, o Malatesta, che quando vagheggiate oltre il consueto qualche
famigliare, voi lo avete già in cuor vostro condannato alla morte.
Orsù, se mi deste il veleno, ditemelo, ond'io mandi in tempo pel notaro
e pel confessore.»

«Lascia il motteggio, Cencio: papa Clemente accettava il trattato?»

«Più gli aveste domandato, più vi avrebbe promesso; e meno vi manterrà:
la vita di Sforza e Baccio Baglioni, con tutti gli aderenti loro;
indulto ai capitani e soldati che hanno militato con voi; remissione di
pene amplissima al capitano della Cornia e al conte da Scopeto; a voi
le terre domandate, il vescovado per lo nipote, la figlia del duca da
Camerino a Ridolfo vostro.... in somma tutto.»

«E la indulgenza, Cencio, l'assoluzione?....»

«Ahi l'assoluzione.... già anche questa.... e questa, non dubitate, vi
manterrà... non costa nulla... Ma, signore Baglione, chi pretendereste
voi d'ingannare adesso? Il papa, me, o Dio?»

«Nessuno: anche le indulgenze sono buone a qualche cosa quando non
costano nulla; a senno mio ben si avvisava colui che accendeva un cero
al diavolo e un altro a Cristo; — giova serbarci amici dappertutto. E
intorno alla sicurtà che cosa ti diss'egli papa Clemente?»

«Fece sembiante di scandalezzarsi che altri movesse dubbio intorno alla
sua fede... tentò arrossire.... ma, per quanto ritenesse il fiato, non
venne a capo di richiamare il rossore sul volto, — sentiero oramai da
tempo immemorabile disusato per lui: alla fine m'impose, che da sua
parte vi offerissi per sodo rimanervi in Fiorenza co' soldati finchè
non adempisse alle promesse.»

«In questo modo mi metto in capo il più bel cappello di traditore che
mai sia stato.»

«O che vorreste v'innalzassero un statua? Voi siete curioso voi; — a
me basta che non m'impicchino... e l'ho per bazza.. — Sua Santità si
raccomanda alla Vostra Magnificenza a voce, e meglio in questo scritto
che sì compiaccia di tradire presto e bene, onde la città non soffra
e non rovini il contado.... non vi par egli caritatevole il buon
pontefice? Udiste mai carità più pelosa di questa?»

«Cencio, dimmi, ti sembra ch'io possa stare sicuro del papa?»

«Ringraziate messere vostro padre, che vi lasciò terre e castelli,
perchè voi, per lo ingegno che avete, non vi trovereste a possedere
tanto terreno da stendervi sopra il vostro mantello bagnato.»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Egli è, che il papa vi ha promesso certamente, e per la facoltà datavi
di tenere le milizie in Fiorenza finchè non vi abbia soddisfatto è
probabile che le cose promesse egli vi abbia a mantenere; — ma andando
voi ad abitare su quello della Chiesa, è del pari probabile che un
giorno vi tolga la roba e la vita per giunta....»

«Ma io cercherò di non somministrargliene causa veruna.»

«Chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare, mi diceva mia
madre, che Dio abbia in pace.»

«Or dunque, Cencio, che mi consiglieresti?»

«Oh! la Magnificenza Vostra vuole abbassarsi a tôrre consiglio da un
pendaglio da forca quale sono io? E poi prima del fatto avrei forse
potuto suggerire anch'io un poco d'avviso; ora a cosa finita non
mi rimane altro che lodare; e' sarebbe come se un poeta venisse a
domandarvi il vostro parere sopra un sonetto stampato.»

«Nondimanco parla.»

«Prima di tutto avrei bene atteso ad esaminare la mia condizione, e
se mi fosse tornato a mostrarmi buono o tristo; dove le parti avessi
veduto uguali o di poco inferiori pel buono, mi sarei posto alla
ventura per questo; conciossiachè la fama mi piaccia, e ogni uomo senta
in sè il gentile orgoglio di essere salutato magnanimo.»

«Come? tu, Cencio?...»

«Io Cencio, se fossi stato Malatesta, avrei statuito così. E quando non
avessi fatto civanzo a scegliere la parte buona, avrei tolto la trista;
e allora, o il papa poteva darmi sicurezza intera, e intera l'avrei
pretesa; o non poteva intera, ed io avrei ricusato la mezza, perchè
questa inspira diffidenza e non ti salva. Vedete come ho proceduto con
voi; — vi chiesi mai pegno? Vi posi la mia vita in mano come la grù
il capo in bocca al lupo.... ed ho lasciato a Dio prendere cura del
resto.»

«Ma perchè non mi hai discorso di tutte queste cose avanti?»

«Prima, perchè non me le avete domandate; — poi, perchè, o _buona_ o
_mala_, voi siete _la testa_ che pensa, ed io il braccio ch'eseguisce;
— finalmente perchè mi vengono in capo per lo appunto adesso....»

«Qui bisogna rimediare.»

«Certo, bisogna.»

«Nel caso mio che faresti, Cencio?»

«Nel caso vostro me ne andrei a dormire; — avrei un poco di discrezione
e non pretenderei da un uomo che casca dal sonno consigli da praticare
quando la gente è sveglia. In conseguenza di ciò piaccia alla Signoria
Vostra ch'io mi addormenti: — buona notte.»

E senz'altre parole, avviluppatosi nel mantello, si stese sopra un
lettuccio, dove dopo alcuni momenti, vinto dal sonno, incominciò a
russare.

Malatesta, travagliato dalle infermità e dalle cure, invano cercava
riposare un istante; i suoi pensieri non potevano dormire in lui;
cessata una paura, ne sorgeva un'altra; questa idra dell'anima lo
lacerava con le sue cento bocche.... Ora se tale lo sconvolge la
semente, che sarà mai quando in mercede dei suoi tradimenti avrà
mietuto la infamia e il rimorso?

Dopo un affannoso avvolgersi per la stanza, si fermò davanti al
lettuccio dove dormiva il suo tristo compagno.

«Cencio», susurrava con parole interotte, «la tua testa è troppo pesa
di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;....
portala poi dove ti sembra, pur che non sia sopra le spalle, a me
poco importa. — Cencio, tu ami tanto dormire!... io ti farò dormire a
bell'agio... non più viaggi... non più ronde... non ti risveglieranno
nè manco le bombarde.... cosicchè me ne andrai obbligato. Tu sei un
demonio e da tempo in qua mi sei diventato ribelle, e per aggiunta mi
schernisci.... bisogna che tu muoi...»

E il dormiente tra il sonno mormora:

«_Nel buon vino ho fede, — E credo che sia salvo chi ci crede._..[167]»

«Tanto meglio; così non andrai dannato. Però.... costui non ha chi lo
agguagli tra' miei... pronto, sagace, di mano e di favella spedito...
se lo potessi tuffare in Lete!»

«Santi del paradiso!» urta disperatamente Cencio, balzando a sedere
sul letto e con ambedue le mani tentandosi il collo, «io mi sognava di
essere strangolato! E voi, signor Malatesta, che fate costì con quel
pugnale in mano?»

«Io?» riprese il Baglione giocolando con la punta dello stile,
«intendevo pungerti, perchè tu cessassi lo sconcio russare che mi turba
il sonno.»

«Non era dunque troppo lontano dalla morte, signor Malatesta? Però non
avreste avuto buon partito. Gli astrologhi mi hanno predetto che noi
moriremo lo stesso giorno.»

«Cencio, parli davvero? Perchè non avvisarmelo subito?»

«Perchè l'albero che mi deve appiccare non è anche cresciuto, e il
pugnale che mi deve uccidere non è ancora fabbricato. Io torno a
dormire: voi procurate di fare lo stesso, ed avvertite bene che senza
il consentimento di Dio voi non potrete svellermi nè anche un capello
di capo.... e buona notte di nuovo.»

Malatesta confuso finse sdegnarsi della diffidenza di Cencio, — lo
chiamò ebbro; molte altre parole aggiunse, e tutte invano; — Cencio
dormiva come se nulla fosse avvenuto.

«Costui ha il diavolo in corpo, seppure egli stesso non è il diavolo
addirittura», disse il Baglione ed a sua posta si gittò sul letto.

                   *       *       *       *       *

Il sole, assai alto, penetrava coi lucidissimi raggi traverso le
imposte della stanza del Malatesta, quando uno dei suoi fanti percosse
alla porta con molto riguardo. Malatesta, il quale non ben dormiva, ma
se ne stava mezzo assorto in cotesto assopimento più assai tormentoso
della veglia, perchè le cause di terrore ti si mescolano confuse senza
séguito nel pensiero, di subito domandò che fosse.

«Magnifico messere, un mazziere della Signoria.»

«Della Signoria! Cencio! o Cencio! odi tu? un mazziere della
Signoria....»

«Che ora fa, Malatesta?»

«Un mazziere della Signoria.»

«Buona nuova.»

«Ed io la temo avversa.»

«Avete torto, s'ella fosse avversa, non ve la farebbero notificare per
mezzo di mazziere. A gente come siamo noi prima mozzano il capo, fanno
poi il processo; — animo, su, Malatesta, questa è una buona nuova.»

«Dio voglia che sia così. — Avanti il mazziere.»

Entra il mazziere con grave cerimonia, vestito di scarlatto, con la
insegna del comune sul mantello, e salutato il Malatesta, gli espose
con solennità il suo messaggio.

«Strenuissimo e magnifico messere Malatesta, essendo finita la
condotta di don Ercole principe di Ferrara, piacque ai signori Dieci,
ragunata la Pratica, mandarvi alle fave per subentrargli nell'ufficio
di capitano generale della Reppublica. Essendo stato vinto a favore
vostro il partito, il magnifico gonfaloniere mi manda a darvene avviso
e a pregarvi di stare pronto a riceverne la investitura questa stessa
mattina con le consuete solennità nella Chiesa di Santa Maria del
Fiore.»

«Stamane! — appunto stamane! — ebbene, andate e riferite ch'io, con le
ginocchia della mente chine, ne rendo loro quelle grazie che so e posso
maggiori...»

Cencio a questo punto del discorso prese una zimarra di velluto di
Malatesta e la spiegò sopra la tavola. —

Malatesta notò quell'atto con la coda dell'occhio e riprese:

«Che, come il cuore, ho da gran tempo il corpo parato in servizio di
questa eccelsa Repubblica; che rimettendo in salute di lei le sostanze
e la vita, non mi parrà a gran pezza essermi sdebitato dell'obbligo
il quale a lei per gl'infiniti beneficii ricevuti mi lega. Ora vi
piaccia, mio gentile messaggiero, accettare per amore mio questi pochi
ducati...»

«Gran mercè, signore,» risponde il mazziere e con atto di riverenza si
allontana.

«Prendete! e' sono cinquanta ducati d'oro del sole; se più non ve ne
dono, attribuitelo a quel tristo di papa Clemente, il quale mi tiene
sequestrati i miei beni a Perugia.»

«Sarieno anche troppi; — ma vi ringrazio, signore.»

«Come! rifiutereste voi cinquanta ducati d'oro nuovi del sole?...»

«Messere, la legge lo vieta.»

«Qui non v'è legge che vegga. Quante cose la legge vieta, e tutto
giorno si fanno!...»

«La legge vede pur troppo, perchè ogni buon cittadino la serba impressa
qui nel suo seno, o signore. I padri miei, quando emanarono siffatto
provvedimento, lo riputarono buono; e poichè tale parve a loro buono
deve parere anche a me. — Un giorno anch'io sarò chiamato a formare
la legge; e se voglio accogliere speranza che i miei figliuoli la
osservino, forza è innanzi tutto ch'io obbedisca a quella dei miei
padri. Nelle repubbliche ad ogni cittadino preme mantenere intatta la
legge, perchè creata da lui a beneficio universale; nei principati ogni
suddito s'ingegna rompere la legge, perchè emanata da un solo a danno
di tutti. Magnifico signore, voi dimenticaste militare agli stipendii
della Reppublica di Fiorenza.»

E proferite queste parole non senza una qualche iattanza si dipartiva.
A noi non giunge nuovo il mazziere, avvegnachè egli fosse Bindo di
Marco, il giovane cavallaro che accompagnò gli oratori fiorentini a
Bologna. Il gonfaloniere lo aveva promosso a cotesto ufficio per la
sviscerata fede che aveva alla Repubblica, ed egli lo esercitava con
la solita devozione. Malatesta si rimane col braccio teso, il volto tra
stupido e beffardo.

«Oh! vedi ve' dove mi si caccia un Licurgo... Hai tu sentito come
sdottorano questi maruffini? Cencio, dimmi, — ma che la virtù forse ci
sarebbe nel mondo?»

«E perchè no? Ci sono io, ci siete voi, ci è questo giovane che rifiuta
cinquanta ducati d'oro, ci è chi paga per vendere, ci è chi vende senza
essere pagato, ci siamo tutti; ogni diritto ha il suo rovescio...»

«Cencio, e se un bel giorno io mi destassi virtuoso?»

«Voi non potete destarvi virtuoso, perchè la virtù non è un vestito per
modo che si possa dire: — Cencio, aiutami a levarmi questo giubbone
di ribaldo da dosso e ponmi la zimarra di uomo onesto; — no, non
si può dire: le virtù non nascono mica come le natte sul naso, elle
sono un fiore con molta cura nudrito, su terra acconcia educato; con
amore continuo difeso; — all'età nostra può caderci in mente la paura
dell'inferno o quella molta più prossima del capestro, e rimanerci da
misfare; — tuttavolta ciò non si chiama virtù. Ma lasciate di grazia
coteste ubbie, vedete mo' come il demonio vi spiana la strada; e'
sarebbe ingratitudine inaudita a disertarne la bandiera; e senza il
diabolico aiuto a questa ora chi sa quante volte sareste capitato male
se io non era, forse il mazziere metteva gli occhi sopra la lettera del
papa...»

«Dov'è la lettera?»

«Qui sopra la tavola; io l'ho ricoperta con la zimarra di velluto.»

«Tu meriti ch'io ti faccia imbalsamare: — porgimela; d'ora in poi non
mi uscirà di dosso.»

E se la ripose insieme colla borsa nella tasca laterale delle larghe
brache alla spagnuola. Quindi, tremante o di gioia o di qualsivoglia
altra passione che adesso non importa ricercare, ordinò a Cencio
lo vestisse con gli abiti meglio sontuosi che serbasse entro i suoi
forzieri.

«Cencio, questa cappa mi pesa.»

«Pesano più quelle che Dante pone addosso agl'ipocriti nell'inferno.»

«Marrano! — taci una volta, — tu godi a spaventarmi.»

«Io lo faccio perchè l'inferno non vi appaia affatto nuovo quando
ci entrerete. D'altronde deve il buon cristiano apparecchiarsi alla
morte.»

«Allentami il collare... mi stringe troppo.»

«Strinse più il capestro il collo di Giuda.»

«Cencio, per Dio! rammenta che la tua vita pende da un filo.»

«Malatesta, non dimenticate essere destino che ambidue noi abbiamo a
morire il medesimo giorno.»

Quando Cencio fu per porgergli la berretta, notò come intorno intorno
vi avesse fatto ricamare in oro la parola _libertas._

«_Libertas_!» esclama; «questa parola intorno al vostro capo si addice
come la parola di _onore_ in bocca al ladro, come la parola _onestà_ su
i labbri del dottore di legge, come la parola _giustizia_ in bocca al
giudice.»

«Tu mi riesci fuori di modo insoffribile.»

«Se troppo vi paiono gravi i paragoni, — vi dirò come il cappello da
prete in capo a un senatore romano, come il cappuccio di san Francesco
all'Apollo del Vaticano...»

Così continuò l'oscena tresca di motteggi insolenti da un lato, e di
pazienza codarda dall'altro, finchè il signor Stefano Colonna, forse
per dissimulare il mal talento concepito nel vedersi altri anteposto,
con onorevole comitiva di capitani, colonnelli ed altri principali
nella milizia, si recò a casa Serristori per prendervi Malatesta e
accompagnarlo alla cattedrale.

Lettore mio benigno o maligno, secondo che ti parrà meglio, per
questa volta io ti farò grazia risparmiandoti la descrizione del come
avvenisse la investitura del supremo comando, quali cerimonie vi si
adoperassero, quali giuramenti vi si proferissero. La tela è lunga,
— ormai mi sono cacciato in alto pelago, nè il punto donde mossi nè
quello a cui tendo ormai discerno, e il freno dell'arte mi abbandona; —
mi conduca a salvamento il voto del cuore, se il concetto dell'ingegno
non basta. Io pertanto non esporrò siffatta cerimonia, poichè se mai,
o lettore, ti avvenisse visitare Firenze, andando al palazzo Gaddi ti
occorrerà dipinta in un bel quadro del Rosselli, o del Pomarancio; solo
ti dirò che il gonfaloniere nel consegnare a Malatesta le insegne della
sua nuova dignità, oltre all'avergli più volte rammentato la morte
acerba di suo padre Giampagolo, concluse:

«Piglia dunque, illustrissimo signore, piglia prodissimo campione
ed invittissimo general nostro, con fausto auspicio di te e di noi
da me gonfaloniere e da questa inclita Signoria in nome di tutto il
magnifico popolo fiorentino, questo stendardo quadrato ricamato di
gigli, questo elmetto di argento smaltato medesimamente di gigli,
arme del comune di Fiorenza, e questo scettro di abete così rozzo
e impulito com'egli è, in segno, secondo il costume nostra antico,
della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e
fortezze nostre, ricordandoti che in queste insegne quali tu vedi, è
riposta, insieme con la salute e rovina nostra, la fama e la infamia
tua sempiterna[168].»

Malatesta abbracciò quasi commosso le insegne, e tra le pieghe dello
stendardo nascose la faccia, sulla quale mandò il pudore il suo ultimo
addio. Certamente avrebbe arrossito anche Satana.

Poi piegò le ginocchia per proferire il giuramento solenne dinanzi
all'argenteo altare, dove molti capitani avevano giurato prima di
lui, come Raimondo da Cortona, Bernardone delle Serre, il conte di
Pitigliano ed altri non pochi, nessuno però con animo deliberato, come
il Baglione, di tradire la Repubblica. Ora volle fortuna che, mentre
ei si chinava a giurare, gli uscissero dalla tasca, dove le aveva
riposte, la borsa e la lettera di papa Clemente. Dove siffatta lettera
fosse stata spedita in forma di breve, toccava Malatesta l'ultimo
istante di vita: — fu sua ventura somma che non vi avessero apposto il
suggello del pescatore, o segno altro qualunque il quale dichiarasse
la sua origine. Dante da Castiglione, che gli stava vicino, raccolse
la lettera e la borsa, e tentato Malatesta nel braccio, gli parlò
sommesso:

«Capitano generale, vi è caduto roba di tasca.»

«Qual roba?»

«Una carta e una borsa.»

«Una carta! Ah! la lettera!» — E tinto del pallore della morte, —
«Spero, proseguiva, o messere, che vorrete rispettare il segreto di un
foglio capitatovi per questa via nelle mani.»

Cencio, quel suo fedele così corrivo a pungerlo di parole, eragli poi
legato per la vita con le opere; senza Cencio, Malatesta non avrebbe
impreso tanti avviluppati disegni, o senza fallo vi si smarriva dentro.
Cencio poteva chiamarsi l'angiolo custode del delitto; ed ora vedendo
lo imbarazzo dei suo signore, lo soccorse piegandosi all'orecchie del
Castiglione per susurrargli con arcano:

«Egli è concio fino all'osso di male francioso, e pur non si rimane dal
mantenere commercio con femmine di ogni maniera.»

«Quando anche», risponde il Castiglione al Malatesta toccando con la
mano destra la lettera, «ve la mandasse papa Clemente, conosco troppo
gli uffici di gentiluomo per prevalermi nel caso... Prendete, capitano
generale...»

Malatesta stendendovi sopra prontissime le mani, aprendo le labbra ad
un sorriso, mentre gli stavano i denti stretti pel freddo della paura,
sibilò in certo modo le parole che seguono:

«E' sarebbe, messere, bene strana novella che io mi presentassi a
giurare fedeltà co' patti del tradimento sopra la persona....»

«Dio solo», soggiunse Dante, «penetra nei cuori...»

«Talvolta anche l'uomo», proruppe il gonfaloniere Carducci, — e le
parole accompagnò con tale uno sguardo tagliente che Malatesta si
sentì come fulminato: — forse gli mancava l'animo dove per ricoprire
la insolita confusione non si fosse affrettato a toccare gli Evangeli
e proferire il giuramento. Furono gli Evangeli la tavola che lo salvò
dal naufragio; — ma Dio non paga il sabato.

Chi va in Terra-Nova, trova per quanto corre la fama, scogli i quali,
comechè di leggieri battuti, fanno sollevare le acque a spaventevole
grossezza, con rumore di tuoni e spessa morte di cui si avvisa
percuoterli[169]. Il popolo si assomiglia a questi scogli quando
vede o sente cosa, che lo commuova forte a passione. Contemplato quel
giuramento, che gli pareva sicurissimo pegno di libertà, dette in un
grido... era di allegrezza o di rabbia? Già mezzo lo aveva prorotto
il popolo, e Malatesta non ne ravvisava lo scopo; — piegò il capo
atterrito, il grido fu pieno, ed il suo cuore esultò. Ormai il cuore
di Malatesta ha messo il tallo sul delitto; i suoi fati lo tirano. E
non pertanto Malatesta fu un giorno valoroso capitano e versò copia
di sangue in Romagna in pro dei Veneziani. Nè però tanto ne aveva
versato che una stilla non gliene fosse rimasta nelle viscere; piegando
il capo, vide il popolo pronto su le armi a mettere la vita per la
libertà, vide la divisa verde, insegna di una speranza ch'egli si era
legato per patto a rendere inane, e il corruscare delle armi, sentì il
plauso delle genti, si trasportò su' campi aperti, su le vicende della
battaglia, s'infocò nell'orgoglio della vittoria, il cuore vinse la
mente, e preso da entusiasmo agita la berretta ed esclama:

«Ai ripari, ai ripari, andiamo a sfidare i nemici!»

Ma quella stilla di buon sangue italiano in siffatto effluvio si
consuma, e se il volto gli diventa vermiglio, ciò fu come il crepuscolo
del pudore che muore. Quando la sua anima fu mutata, sollevò gli
sguardi ed incontrò la faccia di Cencio; questa rideva di un riso che a
Malatesta parve il _De profundis_ della sua virtù defunta; — veramente
il paragone sa del grottesco, nè io lo avrei adoperato, dove non mi
avessero chiarito che al Baglione parve per l'appunto così.

La milizia, ricevuto il comando dai capi, cangia ordine; e stendendosi
in lunghe file, s'incammina pel corso degli Adimari verso la
piazza della Signoria, ognuno dietro i suoi gonfaloni in ammirabile
apparecchio di guerra.

Ora avvenne che il capitano Francesco Ferruccio, il quale conduceva la
sua compagnia, montasse in quel giorno il suo bel cavallo turco Zizim;
uscito dalle angustie della Via Calzaioli presso al tetto dei Pisani,
per soldatesca baldanza prendeva vaghezza a farlo corvettare, onde
tutte mostrasse le stupende sue forme il nobile animale. Lì presso una
femmina col suo bambino al collo tanto si era ingegnata con gli urti e
con le preghiere che pure alla fine giunse a cacciarsi sopra gli altri
avanti; si scorgendo adesso vicino il cavallo del Ferruccio, turbata da
subita paura si volge alla fuga; di sè sola curando ella dimentica il
figlio; sicchè aperte le braccia lascia caderselo dal seno. Appunto in
cotesto istante Zizim abbassata la groppa e posatosi su i piè di dietro
spiccava una corvetta, il fanciullo gli rotola sotto; quando Zizim
poserà le zampe davanti sopra la terra, troncherà la vita di cotesta
creatura.... infelice! ella, baciata appena la soglia dell'esistenza,
si sentirà respinto nel deserto della morte. — Gli astanti torcono
altrove lo sguardo, per non vedere il momento sanguinoso; — sola la
madre alza un grido, — quale non udì mai Firenze dopo quello cacciato
dall'altra donna che bastò a sottrarre dalla bocca del lione il suo
figliuolo Orlanduccio. — I volti dei borghesi ritornano nella prima
loro attitudine — le zampe del cavallo si sono abbassate, — ma pure
hanno calpestato le selce; — il capitano Ferruccio di pallido ch'egli
era, riprese i suoi colori; le sue labbra sorridono adesso. — Una
vergine confusa tra il popolo non fuggì, — non urlò, — non volse
altrove gli sguardi; — appena contemplato il caso, si mosse, splendida
e presta come stella cadente dal cielo e pose il corpo delicato tra le
zampe del cavallo e il fanciullo. — Il buon destriere, meglio che per
il cenno delle redini tese, di per sè stesso conobbe doversi rimanere
a mezzo il suo moto; tanto si sforzò che parve per buona pezza un
modello effigiato a rappresentare la immagine di statua equestre,
finchè la vergine non ebbe spazio a togliergli di sotto il pargolo,
quindi si slanciò brioso, — scalpitò spedito tre o quattro volte il
terreno, quasi intendesse manifestare il suo giubilo.... E perchè no?
hanno le bestie anch'esse passioni e sovente meno triste degli uomini;
— noi quando vogliamo oltraggiare un uomo, lo chiamiamo bestia; — se
le bestie possedessero la favella, per ingiuriarsi, quante volte si
direbbero uomo!.... e con più ragione di noi.

La donzella solleva in trionfo il pargolo salvato, e lo affidando alle
braccia della madre, la quale stupida non sapeva ridere nè piangere,
così le parla:

«Donna! io vorrei rampognarvi, se il dolore che avete sentito non
superasse qualunque rimprovero. Custodite meglio il vostro figliuolo;
un giorno dovrete renderne conto alla patria e a Dio.»

Il Ferruccio riconobbe la fanciulla; era quella dessa che nella chiesa
di Santa Croce potè con un cenno indurre alla pace le anime superbe di
Benedetto e Zanobi Buondelmonti; onde maravigliando si volge a Vico
Machiavelli, il quale gli cavalcava al fianco, per domandargli chi
ella si fosse. A Vico tremavano nelle mani le redini; — egli teneva
fitti gli occhi ardentissimi verso la parte dov'era avvenuto il caso, —
non dava ascolto al Ferruccio. Questi seguendone la direzione conobbe
posarsi sopra la fanciulla, la quale a sua posta lanciò al giovane
uno sguardo e sfavillò in un riso bello come il baleno della notte
stellata. Allora il Ferruccio, scosso forte pel braccio Vico, gli dice:

«A voi mi raccomando, dacchè mi accorgo che avete conoscenze in
paradiso.»

E Vico sempre più trema, declina la faccia, e gli manca la balía per
favellare. Il Ferruccio si piega sopra la sella, ed abbracciandolo
amorevolmente soggiunge:

«Beato te! chè tanto più ci è cara la patria, quanto maggior copia di
affetti ci conserva.»

Continua l'ordinanza il suo cammino, — trapassa il Ponte alle Grazie,
— sbocca nella piazza Serristori. Già abbiamo narrato come Malatesta
sul principio dello assedio le case di questi cittadini abitasse: —
dirimpetto al palazzo sopra una base di pietra serena sorgeva una croce
colossale che in quei tempi stava per la città come simbolo di fede
palpitante e viva, non come segno di linguaggio ormai non più inteso da
nessuno. Intorno questa croce sopra la base giace con la faccia stesa a
terra un uomo vestito di sacco, cinto di corda traverso i fianchi, nudo
le braccia, le gambe, i piedi scalzi; le chiome folte e sordide gli
si ripiegano sopra la fronte; le mani tiene giunte in atto di orare:
estenuato più che a corpo tuttora vivo si sarebbe creduto possibile;
se mai vedeste il san Giovanni dal Donatello condotto in bronzo[170],
avrete idea più completa di questa creatura e a me risparmierete
la fatica di meglio efficacemente descriverla. Costui aveva nome
Pieruccio.

Chi è Pieruccio? Nessuno sa dire se venisse a Firenze piovuto dal
cielo, o se ve lo avesse balestrato la terra, come il vulcano una
pietra; quanti anni contasse ignoravano: la sciagura aveva prevenuto
l'età nella rovina, e il tempo non trovò ruga da aggiungere o contorno
da guastare; le intemperie perdevano forza sopra di lui, le infermità
non l'offendevano; — forse le tribolazioni alle quali va sottoposta
la rimanente specie umana volevano rispettare intanto quel santuario
di dolore. Quando il Savonarola predicò, egli accovacciato in guisa
di cane sotto il pergamo mandava ad ora ad ora così lugubri singulti
che la gente, sul primo atterrita, immaginò scaturissero dalle viscere
della terra, dove le ossa degli antichi defunti tocche dalla parola
potente si commovessero. La sua voce annunziava l'alba e il tramonto
della libertà di Firenze. Accostandosi il tramonto, empiva la città
del suo strido sinistro e spariva; — in qual parte si nascondesse era
mistero per tutti; la tirannide spesso lo cercò per farne vittima,
e gittò via tempo e danaro: forse, come il serpe cessa di vivere nei
giorni invernali, a lui abbisognava per respirare un giorno scaldato
dal sole della libertà. I fanciulli quando lo udivano profetare per
la via, gli gridavano dietro: Pazzo! pazzo! — e ai gridi aggiungevano
sassate e offese d'ogni maniera. Il povero Pieruccio si volgeva e in
suono pietoso domandava: Perchè mi offendete? — Ma i fanciulli, tratti
da naturale vaghezza a mal fare, chè in ciò mi trovo d'accordo con
santo Agostino[171], non gli attendevano, anzi vieppiù lo infestavano,
sicchè talvolta, la pazienza mutata in furore, ne afferrava alcuno,
la mano alzava a percuoterlo, ma, vinto all'improvviso da tenerezza,
lo rimandava baciandolo e benedicendolo. In Gerusalemme per avventura
lo avriano adorato, — poi forse crocifisso come profeta; — a Firenze
alcuni lo salutavano santo, più molti lo tenevano matto; chi avesse
ragione non saprei, e chi torto nemmeno; forse dipendeva dal punto
del quale lo consideravano; — certamente amava la patria. Quando gran
parte della milizia ebbe passata la croce, ecco ad un tratto egli balza
in piedi come tolto fuori di sè, porge la destra mostrando un teschio
umano al popolo ed esclama:

«Meglio per voi se le vostre teste fossero come questa inaridite; —
almeno qui dentro stanziano le formiche e talvolta anco le vipere,
nelle vostre poi non trova luogo nè anche un pensiero. La maledizione
di Dio vi ha percosso; — avete gli occhi e non vedete, avete gli
orecchi e non ascoltate. Guai a te, o Fiorenza! Chi vuole intendere
intenda. Ei vi fu nell'età passate un barone di contado ricco dei beni
della fortuna, potente di vassalli, di famiglia avventuroso, a cui,
come troppo spesso accade, i suoi vicini volevano male di morte. Ora
avvenne che certa notte, sendo altrove la sua masnada, e si trovando
solo nella rôcca, udisse bussare la porta; si fece al balcone e vide un
pellegrino che gli domandò ospizio per Dio. Abbassa il ponte, accoglie
il pellegrino e lo convita a cena. Sazii di cibo e di bevanda, — Or
via, dice il barone al pellegrino, i miei occhi sono gravi di sonno;
ecco, prendi la mia spada e la mia lancia e guardami la rôcca mentre
ch'io dormo. — Il barone si addormentò, e quando riaperse gli occhi si
sentì il corpo ricinto di funi e udì la voce del pellegrino, il quale
recatosi al balcone domandava a gente di fuori del castello: — Chi
andate cercando? — Il barone, — rispose il suo nemico, perchè abbiamo
sete del sangue di lui. — Quanto mi date, soggiunse il pellegrino se
io ve lo consegno con le mani e co' piedi legati? — Furono convenuti
i patti, il barone tradito... Ben egli rammentò al pellegrino,
l'ospitalità profanata, il benefizio largito, lo supplicò per l'amore
dei suoi morti per Cristo, pei santi, — n'ebbe scherni, percosse; e fu
tradito....»

Frattanto Malatesta e la sua comitiva si accostano tanto alla croce che
di leggieri possono intendere le parole del profeta. Il Pieruccio nel
vederselo comparire davanti non muta aspetto, non varia discorso, anzi
indirizzandosi baldanzoso al Baglione,

«Ecco», esclama, «ti riconosco all'impronta di Caino; nè cotta di arme
nè carne od ossa nascondono allo sguardo di Cristo il pensiero del
tuo cuore. Altri ha tradito il Figliuolo di Dio, tu ne tradisci la
figlia... però che la libertà nacque del primo palpito di compassione
che il Creatore sentì per la sua creatura... Pentiti! — Se Giuda è
tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette...

«Toglietemi dinanzi quel pazzo!» — grida Malatesta con labbri
tremanti... «cacciatelo via... — trucidatelo...»

«Addosso! — Al matto! — Ammazzatelo! — Ammazziamolo! — È un profeta. —
Se la intende col diavolo. — Tacete, impostore, avrebbe dato la posta
al diavolo a piè della croce? — È un santo, vi dico. — Un ladro, —
ammazziamolo.» — Così le turbe; e il Pieruccio, con tale una voce che
superò il mugghio delle turbe proruppe:

«Tu sarai tormentato settanta volte sette!»

«Sta a vedere come faccio tacere io quel tristo corvo», parla Cencio
ad un suo compagno, — ed agitando in mano una grossa pietra con tanta
aggiustatezza la vibra che ne coglie su la tempia l'infelice Pieruccio;
— questi alzò le mani verso la ferita, a mezzo l'atto gli ricascano
abbandonate, piega la testa e batte di forza sul tronco della croce
bagnandolo di sangue... sangue meno prezioso di quello che vi sparse
sopra il Figlio dell'uomo, ma non meno innocente: — poi rovinò e
scomparve dietro la base di pietra.

«Abbominazione!» gridarono alcuni cittadini inorriditi, «nella terra
dove si versa violentemente il sangue dei martiri, la tirannide vive o
la libertà si muore....»

«Cada dal braccio la mano che percuote colui che Dio ha percosso!»
gridarono altri. — Tutti poi si sentirono tocchi da pietà: l'ira riarse
nei petti dei fiorentini contemplando il misero così malconcio da
braccio straniero; le mani involontarie correvano alle daghe sotto le
vesti, — cominciava quel suono cupo precursore delle popolari procelle.
Se un qualche animoso avesse rotto l'argine con una parola o con un
cenno, cotesto era l'ultimo giorno di Malatesta, e Dio sa quali altri
destini si apprestavano a Firenze; la fortuna non volle, ed invece
partecipò ardimento al Baglione di spronare il cavallo e cacciarsi
avanti; lo seguitarono i compagni con impeto uguale; le ordinanze
antecedenti incalzate ripresero il cammino; i popolani vedendosi
arrivare quella tempesta addosso sbandaronsi; l'amore della propria
conservazione spense la pietà per altrui; fu sturbato il pensiero,
tacque il volere; così per un punto il popolo soventi volte riesce la
più magnanima o la più turpe delle cose create.

Un cavaliere solo uscì d'ordinanza, e questi fu Vico; — egli non
prestava fede alle profezie del Pieruccio, e non pertanto spesso
gli ricorrevano alla mente le sue sentenze; quei suoi detti non gli
sembravano matti, comechè le sue opere fossero ben folli; non sapeva
dire se lo amasse o no, ma nel fondo del cuore sentiva affetto per lui:
ond'ei lo avrebbe coperto del suo mantello per non vederlo assiderato
dal freddo, avrebbe il proprio pane spartito con esso, gli avrebbe
fatto del proprio corpo riparo; — ed ora vederselo così scomparire
sanguinoso davanti... incerto se fosse rimasto morto sul colpo...
era per lui troppo grave dolore; si affrettò alla croce, scese.... Il
Pieruccio giaceva immerso dentro un lago di sangue, — un moto convulso
dei labbri soltanto lo accennava vivo; — l'anima a guardarlo ruggiva
dentro a Vico di rabbiosa pietà; — declina un ginocchio a terra,
si curva e, presolo di forza sotto le ascelle, lo pone seduto con
le spalle appoggiate alla base della croce; — qui mentre povero di
consiglio non sa in qual maniera aiutarlo, alza la faccia e mira a se
davanti quell'angiolo di consolazione, la sua amante Annalena; — bianca
nel volto, gli occhi dimessi e con la guancia china nel cavo della
destra, sembrava il genio della malinconia pensoso su le miserie della
umanità.

«Povero Pieruccio!» sospirò Annalena, e subito dopo: «Vico, andate per
un po' di acqua, e sovveniamo questo sventurato.»

Vico ricambia con la vergine uno sguardo, e recatosi sul greto del
prossimo Arno, empie di acqua la barbuta e ritorna con passi veloci.
Annalena, lacerata parte delle sue vesti, aveva allestito le bende;
— genuflessa anch'ella rimosse prima con man leggiera le ciocche dei
capelli aggrupati di sangue, levatosi un pugnaletto di seno le recise;
quindi lavò la ferita, speculò attentissima non vi fosse rimasta dentro
o terra od altro corpo estraneo; compresse forte le margini della piaga
e stringendo fasciò con amorevole cura la testa al misero Pieruccio.
Ripresa poi con ambe le mani copia di acqua, glie ne rinfresca la
faccia. Pieruccio scioglie un gemito e mormora:

«Perchè mi richiamate alla vita? Perchè riaprite gli occhi miei tristi?
Io sono stanco di piangere su le superbe miserie, su i delitti e su
i dolori della stirpe alla quale appartengo — alla quale avrei voluto
non appartenere; — stirpe che aborro ed amo, — che desidero e dispero
contemplare felice... Oh! mi lasciate morire in pace.»

«Su via Pieruccio, confórtati..... vedi a che ti mena lo sciogliere,
come fai, il freno alla lingua! — sii cauto una volta. — Se la città
può salvarsi, sarà salvata dagli uomini prudenti che la governano; se
deve perdersi, allora perchè spaventi i cittadini sopra una fortuna che
conosci irreparabile? Manda fuori del tuo petto una preghiera od una
maledizione e nasconditi nella eternità....»

«Giovinetto, rampognerai tu il corvo perchè va vestito di piume nere, o
riprenderai la nottola perchè grida con urlo dolente? Dio ci ha creati;
forse posso frenare le parole che mi prorompono dalla bocca? Qui», e il
Pieruccio si tocca la testa, «sovente io provo un tumulto, uno strepito
di mille trombe, un'angoscia come se il cranio mi si screpolasse...
Allora mi pare di scorgere il cuore dell'uomo traverso la carne e
l'ossa, come se fosse dietro ad un cristallo; — immagino penetrare col
guardo la terra, quasi acqua limpida di lago, e scoprire gli arcani
della natura: i pensieri mi cadono irresistibili giù dal cervello, e
la lingua li trasporta al sommo dei labbri... Così, quando la tempesta
mugghia sul monte, si staccano i sassi dall'antico dirupo, e le acque
dei fiumi li rotolano fin su le spiagge del mare.»

«Pieruccio mio, se non ti riesce tacere, almeno ti cela: le tue parole
tolgono l'animo a chi ti ascolta. Se ami la patria davvero....»

«E chi dunque amerei, se non amassi la patria? O patria mia! io non
conosco madre, non padre, non ebbi fratelli, sposa o figliuoli... io
sono solo.... e non pertanto mi fu dato un cuore che avrebbe bastato
a tutti questi affetti... un tesoro di amore.... ma io non lo potei
partecipare con alcuno.... nessuno volle il mio amore... non seppero
che cosa farsene.... lo hanno schifato come la veste dell'uomo morto di
contagio... e allora quelle linfe purissime sono divenute stagnanti...
si contaminarono e presero a sgorgarmi nelle vene avvelenandomi il
sangue, in verità.... in verità il mio sangue è attossicato.... Non ci
credi? Togli un insetto, pommelo sopra la pelle e vedrai come rimanga
ucciso dall'effluvio mortale.»

In questo punto passavano due cittadini i quali mostravano per loro
bisogne incamminarsi verso la parte meridionale di Firenze. Vico, a
cui premeva correre al Monte, perchè se i nemici avessero risposto con
le artiglierie, ed egli non vi si fosse trovato presente, dubitava non
gliene venisse taccia di viltà, li chiamò con modi cortesi e li pregò a
volere essere benigni a quel misero loro concittadino accompagnandolo
all'ospedale di Santa Maria Nuova; lo raccomandassero allo spedalingo
in nome del capitano Ferruccio, onde ne avesse cura come suo uomo; gli
avrebbe rimunerati Dio della carità che usavano verso cotesto infelice
fratello.

I cittadini sottentrando al Pieruccio lo menavano quasi sollevato da
terra; al tempo stesso rivolti a Vico dicevano:

«Messere, non ci è mestieri preghiera; può egli il cristiano a piè
della croce ricusare carità verso il prossimo?»

  [Illustrazione: Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia
   percoteva con ambe le mani il marmo.... _Cap. X, pag. 263._]

Annalena levò le braccia in atto d'invocare esclamando:

«Conceda il padre degli uomini la benedizione di Giacobbe a voi, ai
vostri figli, ai nipoti, fino alle più remote generazioni.»

Il Pieruccio in andando teneva fitta la faccia alla croce e favellava:

«O Cristo! molti furono i dolori che travagliarono l'anima tua, ma tu
avevi intelletto divino, e tuo padre ti aspettava nei cieli... Se un
Simone cireneo mi avesse sovvenuto a portare la croce, se un'amorevole
Veronica mi avesse asterso la fronte del suo sudario, io avrei
implorato questo supplizio per misericordia... a me i chiodi, la lancia
nel costato... a me il fiele e l'aceto, purchè a piè del patibolo io
vegga piangere l'amico... venir meno la madre... — un atomo di amore, —
un pensiero di amore e poi una eternità di tormenti... O voi giovanetti
gentili, nobili fiori di questa terra esecrata... e voi morrete su
l'alba della vita... nella età delle promesse e delle speranze...
voi siete dei traditi... amatevi... affrettatevi ad amare... bevete
di un tratto la tazza della vostra gioia... perchè la morte sta per
irrigidirvi la mano con la quale l'accostate alle labbra.»

E più altre parole egli aggiunse dai due amanti non intese o non
curate; pieni entrambi di desio, ebbri del piacere di vedersi e di
udirsi, godendo il presente, più molto sperando nel futuro, potevano
darsi pensiero delle parole del povero insensato?

Appena il volo della rondine nel cielo vincerebbe il corso dei due
amanti sopra la terra; giungono in vetta al poggio di San Miniato
prima che mettessero fuoco alle artiglierie. Il campo nemico appariva
deserto: tranne le scolte, non si mostravano fuori delle tende soldati
o capitani; ogni cosa taciturna dintorno. Malatesta, levato in alto il
bastone del comando, intimò si procedesse alla sfida degl'imperiali,
volendo osservare l'antico costume pratico nella milizia. Di subito
quanti accoglieva suonatori la città agli stipendii della Signoria o
volontarii cominciarono a muovere incredibile frastuono di trombe,
tamburi ed istrumenti altri siffatti; poichè furono rinnuovati tre
volte quei fragori marziali, sempre il Baglione ordinando, appiccarono
il fuoco a tutte quante le artiglierie così grosse come minute, le
quali erano numero inestimabile. All'insolito rovinìo rimbombarono le
acque e i colli vicini, la terra si scosse, tremarono le fabbriche;
sopra tutte le bombarde tuonò spaventevole la enorme colubrina gittata
da Vincenzo Biringucci da Siena, la quale pesava meglio di diciotto
migliaia di libbre; l'avevano posta in cima al cavaliere innalzato tra
San Giorgio e San Pietro Gattolino, e la chiamavano così per vaghezza
l'archibugio di Malatesta[172]. Un fumo densissimo ingombrava cielo e
terra; e quando prima cominciò a diradarsi, si vide in mezzo scaturire
dai fiocchi di nebbia la terribile persona di Lupo che in cima al
campanile di San Miniato caricava, scaricava, maneggiava in somma quei
pesanti istrumenti di guerra come se fossero altrettante sue braccia di
bronzo; per poco che lo spirito di chi lo vedeva si fosse nudrito nella
lettura delle antiche leggende, lo avrebbe creduto Briareo, ossivero
un demonio posto dalla gran forza delle incantagioni a custodia di un
castello fatato.

Oltre la vana ostentazione descritta, Malatesta mandò fuori delle
porte, al principe d'Orango un trombetto col pegno della battaglia, e
il principe, presentatolo magnificamente, gl'impose riferisse: — essere
suo costume combattere quando gli tornava comodo, non quando piaceva al
nemico; stessero pronti in città, perchè quanto prima le avrebbe dato
l'assalto. — Così ebbe fine cotesta bravata. I Fiorentini calcolarono
meglio di mille libbre di polvere persa senza costrutto. Si partirono
dal monte alla spicciolata; la milizia, rotti gli ordini, si partiva
anch'essa in confuso; pochi uomini rimasero colla Signoria e col
Malatesta.

Allora il gonfaloniere mostrò desiderio di ricondursi al palazzo.
Malatesta ossequioso volle a ogni costo accompagnarvelo, e così
ripresero il già percorso sentiero.

Ornai si avvicinano alla croce; Malatesta lasciandovi sopra uno sguardo
obliquo, ne vede sgombra la base, cosicchè gli parve respirare più
libero ma gli riesce la speranza invano: ecco di repente sorgere dalla
pietra la figura di Pieruccio col capo avvolto di bende sanguinose e
minacciarlo col pugno e rampognarlo feroce:

«Sarai tormentato settanta volte sette!»

Il Baglione, preso da cieca ira, si stracciò a morsi le maniche delle
vesti... di nuovo stette per movergli addosso... di nuovo Cencio si
apparecchiava a ferirlo per modo da non tornarci la terza volta. I
cittadini svelsero a forza dalla base il Pieruccio e lo celarono in
mezzo di loro. Egli era andato buon tratto di via con gli uomini ai
quali lo aveva commesso Vico Machiavelli; giunto alla piazzetta dei
Castellani sfuggiva loro di mano e tornava al posto periglioso per
maledire di nuovo il Malatesta.

La Signoria e il Baglione procederono in silenzio. Giunti presso al
palazzo, Malatesta facendosi più dappresso al Carduccio, gli favellò:

«Spero, magnifico messere, che vi darete ogni cura di porre al martore
il ribaldo che in me per ben due volte oggi offendeva la maestà della
Repubblica, e quindi, come conviene, gli mozzerete la testa.»

«Strenuissimo capitano, gli Otto e la Quarantia hanno potestà di
far sangue, non io; provvedetevi davanti a cotesti magistrati...
— Ma tornerà poi in onor vostro, messere, contendere col pazzo? —
Pensateci!...»

«Se lo tenete per matto, allora chiudetelo.»

«Prima dei pazzi vorrebbonsi sostenere uomini bene altramenti
pericolosi alla città, Malatesta...»

«E quali, messere?»

«I traditori.»

Qui il Carduccio, chinata la persona in atto di reverenza, pose il
piede sul primo gradino del palazzo della Signoria e si allontanò.

Malatesta rimase per alcuni momenti stupefatto; poi si volta pensoso
camminando in silenzio; ad un tratto egli chiama:

«Cencio!»

«Malatesta!»

«Bisogna raddoppiare le guardie al mio quartiere...»

«Bene: — sarebbe meglio però andare ad abitare presso alla porta di
San Pier Gattolino. Costà avete prossimi i Côrsi e i Perugi vostri;
l'uscita al campo ad ogni evento prontissima.»

«Purchè si possa fare senza destare sospetti!»



CAPITOLO DUODECIMO

MARIA DEI RICCI

                          Amore alma è del mondo, amore è mente.
                          Che volge in ciel per corso obliquo il sole.

                                                      TASSO, _Rime._

                          O giovanetti, sul lago del cuore
                          Vada trescando per poco l'amore.

                                      _L'abbandono_, Melodie liriche.


Noi ci amavamo un giorno!... Quando prima mi comparisti davanti tutta
lieta di gioventù e di bellezza, io pensai di averti già amato. Allora
credei avesse compreso Platone un mistero divino quando affermò
le anime destinate ad amarsi ricevere, prima di nascere, in cielo
la impronta della creatura diletta. In qual parte ti vidi? — Su la
primavera della vita, in un mattino di primavera, il raggio del sole,
poichè ebbe benedetto la famiglia delle piante e dei fiori, si posò
sopra le mie palpebre socchiuse; l'anima, repugnante dalla vita reale,
or sì ora no, si affaccia alle pupille, come la vergine dubbiosa tra
la voglia di conservare immacolata la sua tunica bianca e la voluttà
promessa dall'amore.... in quel punto io ti vidi, o mi parve vederti
a guisa di farfalla batter l'ale per quel torrente di luce: — ti vidi
e ti sentii tra le melodie dell'uccello innamorato della rosa, tra
gl'incensi arsi alla maestà dell'Eterno, nella voce arcana dei boschi,
fra il rumore della cascata, fra le lacrime della riconoscenza, nella
gentile alterezza di un'azione magnanima. — La tua immagine dava moto
al creato; — confusa con tutti gli enti ella ne svelava al pensiero le
secrete bellezze come il raggio della luce rinnuova l'iride dei colori
nelle infinite stille di rugiada tremolanti su le foglie al principio
del giorno. Bastò uno sguardo! — Al primo tocco le anime nostre, puro
elettricismo di amore, si ricambiarono la stanza mortale; tu vivesti la
mia anima... io vissi la tua.»

«Il figlio della terra leva gli occhi ad ammirare la grande opera della
creazione quando il firmamento mena a scintillare per gli azzurri
sereni tutti i suoi pianeti, e d'ora in ora corrusca di un baleno,
— quasi sorriso di fuoco per esprimere l'allegrezza che sente nel
contemplarsi tanto maestoso nello specchio delle acque. — Io però non
levai gli occhi, li declinai, perchè — Dio mi perdoni — il tuo volto mi
parve più bello del cielo.

«Tu lo rammenti? — posavi il tuo capo qui sul mio seno; l'arteria della
tua tempia rispondeva al palpito del mio cuore.... stretti così che il
suo calore t'infiammava le guance, le quali si facevano vermiglie con
gli effluvii della mia vita. — Io poi, come chi si diletta guardare
pei lavacri più puri che sgorgassero mai dall'urna della ninfa le
arene d'oro giù nel fondo, con i miei occhi intenti nei divinissimi
tuoi contemplava traverso il nero delle tue pupille effigiata la
breve mia immagine e credeva vedertela impressa in mezzo dell'anima.
Noi non dicemmo parola, — nè un sospiro, — nè un alito. Talora lieve
lieve io sfiorava co' labbri la tua fronte, come per deporvi la corona
dell'amore. I nostri spiriti armonizzavano splendidi quando la gemma e
come lei pellegrini. Noi non giurammo di amarci, credemmo la eternità
verrebbe meno nel misurare la durata del nostro amore; — stimammo il
nostro affetto più immortale di Dio!....

«Il tempo che, comunque antico, sapeva dovergli bastare la vita per
vederne la morte, sorrise, — il tempo che cancella le generazioni,
i sepolcri e le memorie, — perchè lascerebbe intatto un sentimento
del cuore? Non ha egli forse consumato i caratteri incisi sul granito
orientale?

«Chi mi dirà la traccia dell'aquila traverso il cielo? Chi distingue
là via del serpente sopra la terra? Chi potrà conoscere che l'amore
abbia agitato le anime nostre? — Ahimè! le ceneri fanno testimonianza
dello incendio. — Le corde dell'arpa si ruppero; una trama mortale la
ricuopre adesso... mortale all'insetto soltanto, nondimeno mortale;
— eppure un giorno il menestrello ne trasse suoni dolcissimi, di cui
è fama gli susurrasse le note l'angiolo dell'armonia in un estasi di
amore.

«Oh! perchè mai vuotammo intera la tazza della voluttà? Chiunque vuole
che nel suo petto duri la fiamma libi, non beva. — Non vi fu amaro nel
fondo, no, ma stille insipide e rare dopo il sorso lungo. — Come il
filosofo che sentì sfuggirsi nelle tepide acque il sangue e la vita, il
nostro affetto morì svenato nella copia del piacere.

«Ti chiamerò infedele? T'imprecherò sul capo Nemesi vendicatrice
dei giuramenti traditi? No: — tu potresti mandarmi pari rimproveri,
imprecarmi sul capo simili furie. — Vorrò favellarti una parola
di conforto? — Tu ti sarai... tu ti sei consolata. — O tenteremo
piuttosto ravvivare queste ceneri e studiare se vi fosse rimasta
qualche scintilla sotto? No; — dopo le ceneri null'altro avanza che
invocare i venti a disperderle. Il pensiero è impotente a resuscitare
il cuore; — vedi, — siamo anime confinate dentro statue di marmo.
Prometeo e Pigmalione poterono col fuoco celeste infondere la vita alla
cosa inanimata, ma il nostro cuore visse anche troppo; adesso egli è
morto... morto per sempre!

«Havvi una cosa nel creato che non si consuma nel fuoco e si chiama
amianto, — ma non sente e non piange; — avvolge i cadaveri, onde la
cenere umana non si confonda con la cenere dei carboni... perchè tu
sai che non si distinguono le ceneri. Tutto così! Donna, comunque le
tue mani sieno brevi, tu puoi tenere nella tua destra Cesare, nella
sinistra Napoleone, — sono poca cosa i defunti! La terra pareva non
dovesse bastare il sepolcro di cotesti potenti, e adesso ti avanzerebbe
il cavo della mano.. — inutile insegnamento, la terra andrà sempre
ingombra di tiranni e di oppressi... — e l'anima? Oh! l'anima,
domandane alla nuvola che passa, ella conosce meglio di me il regno dei
venti.

«Dovevano dunque i nostri cuori soltanto rinnovare il miracolo del
roveto ardente comparso a Moisè? — Vieni, sacrifichiamo all'oblio...

«O scempio, frena l'ebbrezza del pensiero! Perchè tenterai nasconderti
la tua maledizione? S'inganna ella forse la coscienza? il tuo spirito
vide la ghirlanda della speranza calpestata su l'alba della vita.
Tu sei a contemplarti doloroso, come nel deserto di Tebe la colonna
rimasta sopra la base tra le mille cadute, quasi cippo della morta
città. Coscienza feroce, almeno tu mi lasciassi la lusinga di reputarmi
grande! Accompagni almeno la superba nel suo inferno il nuovo Lucifero!
— Ahi sventura... sventura! perchè sopravissi ai funerali del mio
amore?»

In fè di Dio! chi scrisse queste pagine certo fu un giovine innamorato
che cominciò per credere a tutto e finì per non credere più a
nulla, come ogni giorno succede; — esclamai io leggendo le riferite
diavolerie, scritte di carattere minuto nelle fodere interne di un
Petronio, sul quale stamane mi aveva preso vaghezza di riscontrare
la storia della matrona di Efeso. Ella è cotesta una famosa storia in
verità che in sostanza racconta di certa vedova la quale disse addio
ai parenti e agli amici per terminare la vita nella sepoltura dove
aveva riposto il corpo del marito, e indi a poche ore lo impiccò per
salvare l'amante, come meglio potrete vedere, mie benigne lettrici, in
Petronio scrittore latino e cortigiano di Nerone d'_imperiale_ memoria.
Voi dame e cavalieri, e sopratutto voi, dame, percorrendo i primi
versi di questo capitolo avrete per avventura immaginato ascoltare
la espressione dei sentimenti del poeta, la relazione intima di un
qualche affetto sciagurato... e forse alcuna di voi avrà pianto su me:
consolatevi, — quei versi non mi appartengono, forse non corrispondono
a nulla di vero, a niente di accaduto; per me, penso che gli abbia
scritti uno scolare di retorica per esercitarsi a comporre metafore,
similitudini, l'altra famiglia di figure oratorie descritte dal padre
De Colonia, diverso assai dell'acqua fabbricata dal Farina, di cui voi
tanto e a ragione vi compiacete, mie nobili dame. Se poi mi domandaste
perchè io gli abbia messi, vorrei potervi rispondere, come messere
Lodovico Ariosto: «_Mettendoli Turpino anch'io gli ho messi_»; — ma
poichè così rispondere non mi è dato, vi dirò sinceramente quasi per
confessione, che non lo so neppure io: — forse perchè il presente
capitolo favellerà di amore... guardate un po' voi se questo ch'io
esposi potrebbe essere una buona ragione.

Parlo di amore. —

Ella era bella, ma infelice, — fuori di misura infelice.

E pure quando, giovinetta, tutta riso, menò i lieti balli o convenne
alle giojose adunanze, i circostanti trattenevano fino il respiro per
paura di turbare la serenità dell'aere che circondava quel caro angiolo
di amore.

E qualcheduno ancora gemè considerando la fragile creatura folleggiare
spensierata sul margine della vita, come fanciullo sull'orlo
dell'abisso...Dio la preservi dalla vertigine!

Allorchè, bianca più della rosa che le coronava la fronte, si accostò
agli altari, la gente diceva: Va, va, egli è soave affanno quello della
vergine che si reca a marito! — Allorchè tremò, — abbrividì, stette
per cadere in deliquio, la gente riprese: — Bene per piacere si manca!
Finalmente quando un sospiro le fuggì dai labbri, — una lagrima dal
ciglio, — Ah! troppo era colma, esclamarono, la coppa della gioja, e
n'è traboccata una goccia. —

E non pertanto cotesta stilla spense irreparabilmente l'ultimo guizzo
alla fiaccola della speranza. La incantatrice della vita mutò la veste
diafana nel manto funerario e si giacque nel suo cuore come dentro un
sepolcro di pietra; — quivi ella se la sentiva inecittabile, — pesa; e
l'era forza tenerla così spenta del continuo davanti con quel dolore
che l'Ariosto racconta di Fiordiligi, la bella sconsolata, vigilante
sul corpo del suo sposo, Brandimarte ucciso in battaglia.

Ahi quante volte al cielo levando la faccia lagrimosa aveva supplicato:
Signore, rimuovi da me il calice della vita, — è troppo amaro pei miei
labbri mortali! — quante con la fronte toccando il freddo marmo degli
avelli per temperare l'ardore della fronte, si volgendo alla cenere
quivi dentro rinchiusa, esclamò dal profondo delle viscere: T'invidio
perchè riposi!

Dove nella sua fanciullezza non l'avessero atterrita con le storie di
luoghi pieni di pianto, di fuoco e di furore, il talamo nuziale avrebbe
ella già convertito in bara; — avrebbe reciso i suoi giorni in offerta
al Dio del dolore siccome fa la vergine della lunga chioma, quando
abbandona il mondo per la solitudine del chiostro.

Nessuno la rammenterebbe adesso; — sarebbe scomparsa fugace quanto la
promessa della felicità, — quanto il voto dell'amore; — avrebbe vissuto
la vita dell'anemone svelto sull'alba, la vita del grano d'incenso
caduto sul fuoco, — profumo breve e poi oblio.

Ora chiunque la contempla geme per lei, perocchè ella sia bella e
trista a vedersi come la rovina degli antichi tempii dell'Attica,
rovina di marmo pario, di colonne corintie, di capitelli dalle foglie
di acanto, di frammenti di statue di Fidia — maraviglia dell'arte, —
pianto del cuore; e la mestizia le si diffonde tenace sul volto nel
modo stesso che l'edera s'insinua ingombrando quei ruderi di tempii e
di numi.

Si volse alla creatura e le domandò una stilla di refrigerio alla pena
che durava; la creatura o folleggiava lieta e non volle contristarsi
per lei, o piangere per sè e non volle cederle nè anche una lagrima;
— allora si volse al cielo, e quinci le venne una rugiada sull'anima,
perchè la religione le aveva detto abitare nei cieli una divinità che
fu anch'essa creatura umana ed infelice.

Ella se ne sta raccolta dentro la cappella domestica, — un luogo
tristo quanto i suoi pensieri; — con le sue mani ella stessa l'aveva
addobbata a lutto. Il vivido sguardo del sole attraversando le tende di
colore oscuro quivi diventava lugubre. Oltre i due terzi della stanza
sorgeva una balaustra di marmo, e subito dopo due svelte colonnette,
su i capitelli delle quali posavano ambo i lati di un arco; — dall'arco
pendono le tende raccolte a mezzo e sospese ai fusti delle colonne.

Arde nel santuario una lampada davanti la immagine della madre di
Cristo.

Rafaello fu che dipinse cotesta immagine. Gl'Italiani sanno come quel
portentoso nell'arte dipingesse; gli altri vengano e vedano, — dacchè
per parole non si descrive l'opera di Rafaello. Davanti quel volto
celeste il cuore ti si commuove di un senso che par desio e finisce in
preghiera; — quel volto si confonde con quanto di arcano e di sacro ti
sta riposto nell'anima, ai primi pianti consolati, — ai primi dolori
di tua fanciullezza repressi, — ai primi labbri sorrisi, alla memoria
del sospiro che primo l'amore suscitò nel tuo seno, — alla prima
lacrima versata sopra le umane sciagure; cosa in somma affatto divina
e italiana.

Ella legge un libro coperto di velluto nero rabescato con fermagli
d'argento di molto sottile lavoro; un bel libro, ma di dolente
argomento; — l'ufficio dei morti.

E perchè prega la donna? Ella pur sente chiamarsi dalla diletta
genitrice col dolce nome di figlia; lei salutano col nome di sposa; le
sue viscere tremano quando una voce le dice: Mamma! mamma! addormentami
sopra le tue ginocchia. — Perchè dunque ella prega?

Prega per l'anima di un defunto a lei più caro della genitrice, dello
sposo, della stessa sua figlia... ma questo è un segreto fra il suo
cuore e Dio.

Sfuggito le fu appena l'_amen_ dalle smorte labbra, chiuse il libro e
lo tenne stretto tra l'indice e il pollice di ambedue le mani; — poi si
pose a meditare.

E tanto si profondò in cotesta meditazione che non pareva più cosa
viva; gli occhi lucidi, — intenti — aridi come di vetro incassati
dentro testa di cera: — all'improvviso le balenarono, le si empirono
di lagrime, e prorompendo in pianto irrefrenato fra i singulti esclamò:
«Oh! questo è troppo gran tormento, Signore!»

Ed invero gravissimo era il tormento che travagliava in quel punto la
povera Maria dei Ricci, moglie di Nicolò Benintendi.

Si affaccia alla porta della cappella la testa di giovane di cui le
sembianze dimostrano un impeto indomabile ed una pietà profonda; i
capelli lunghissimi spartiti sopra la fronte gli scendono sopra le
spalle, le guance ha rase e pallide, il labbro superiore coperto
di peli radi, la bocca mezzo aperta e tremante di moto convulso,
le sopracciglia tese e gli occhi aridi, ma che pure si palesano
usi alle lagrime; — muove un passo, — due, e tutta svela la persona
alta, spigliata, di vaghissime forme; veste abito corto di velluto
verde senza ornamenti, tranne la croce di san Pietro, di cui lo creò
cavaliere papa Lione X; non porta collare; gli cinge i fianchi una
larga striscia di corame attraversata sui remi da lunga daga; le calze
di panno bianco, le scarpe di pari stoffa con la rosa di seta verde
sul grosso del piede; nella destra tiene il berretto di velluto colore
di fuoco, ornato con bianca piuma; — nella sinistra l'elsa della spada
alta da terra fino all'ascella, mirabile pei molti fili di acciaio
brunito attorti con maestria a guardia della mano. — Soprastà alquanto
senza punto rimuovere lo sguardo della donna; — geme sommesso, — a
mano a mano con passi leggieri si avvicina a lei; — muove la bocca per
favellare, e non può — dopo alcun tempo si riprova, e neppure adesso
gli riesce; — alfine, con tale una voce che parve sfuggire a forza
dalle fauci strette, mormorò:

«E sempre in pianto, Maria?»

La donna solleva lentamente la faccia e risponde soave:

«È mio destino, Ludovico, — ed anche ahi! pur troppo della maggior
parte dei viventi.»

«Ma perchè questo pianto? Appena vi mostrate, ogni cuore esulta; — a
voi sta creare il paradiso dovunque presentate la vostra faccia bella;
— vi amano tutti ed onorano; — più di una lacrima di orgoglio sparse la
vostra genitrice nel contemplarvi regina della festa... perchè le fate
adesso scontare quella lacrima con tanto pianto di angoscia? Perchè
questo arcano e disperato dolore?»

«M'insegnò la sventura essere gli uomini curiosi e crudeli. Ora punti
dal desiderio mi travagliano per sapere cosa che conosciuta poi o non
curerebbero o forse ancora irriderebbero. Oh! ben provvide il cielo
allo schermo dei miseri quando pose il cuore in parte dove dall'occhio
di Dio in fuori alcun altro non penetra: se la carne che ci fascia
fosse trasparente, — se il cuore fosse un libro che ogni uomo potesse
sfogliare a suo senno, nessuno vorrebbe sopportare la sua miseria. —
Crudeli! prima di porre le mani su le piaghe dell'anima, imparate a
sanarle. Lasciatemi piangere sola; — io nulla chiedo da voi, — non
vi turbo, — nascondo la mesta mia faccia per non contristarvi. Il
mio dolore mi è sacro e non lo esporrò alla curiosità o agli scherni
vostri.»

E qui, vedendo quanto coteste parole pungessero amare il giovane
Ludovico, soggiunse:

«Io non lo dico per voi, Ludovico, — no; pur troppo io so che voi, come
siete cortese, vorreste consolarmi anche a prezzo della vostra vita,
e se io mai mi piegassi ad aprire l'animo mio ad alcuno, o voi sareste
quel desso, o nessuno altro sarebbe: ma, credetelo, i miei affanni non
possono confortarsi, — o se pure si possono, sta il sollievo delle mani
di Dio — e della morte. Ond'io supplico il cielo a preservarvi da un
dolore che — come il mio — la pietà finta dei molti detesta, e la vera
dei pochi rifiuta, imperciocchè gli riesca inutile affatto.»

«E me ne ha preservato, o Maria? E che è dunque questo affetto il
quale dentro di me ribolle quasi lava di vulcano? Perchè là dove gli
uomini tutti sperano dolcezza, per me fu posto il delitto? Perchè
l'amore, agli altri luce di vita, per me solo fuoco divoratore? Giova
altrui manifestarlo: il mio deve ardermi celato nel cuore come lampada
dentro il sepolcro; — se io mai ardissi domandare aita al tormento che
mi opprime, voi stessa, Maria, sì pietosa e sì buona, voi stessa mi
dareste per sollievo una rampogna, — o forse, chi sa? una maledizione.»

«Tacete», interrompe la donna gli ponendo una mano sui labbri; «paionvi
discorsi questi da tenersi ai piedi degli altari; davanti la immagine
della Madonna Santissima?»

«E perchè no? e di cui dunque la colpa, se non di Dio? O egli non
doveva creare la passione, o non creare il delitto... egli ha errato;
— sopporti la pena del suo misfatto...»

«Voi bestemmiate!»

«Bestemmio io! — Or via unitevi anche voi, incauta, ad esecrare il
cervo perchè non ebbe forza da resistere al lione; mi circondarono
le onde, Dio supplicai e gli uomini, contesi più che all'uomo non fu
concesso lottare; finalmente fui sopraffatto, la passione mi ravviluppò
nelle sue braccia feroce più dei serpenti di Laocoonte; — io giacqui
vinto, prostrato così di ogni vigore che ardisco invocare e non darmi
la morte.»

«Venitemi compagno alla preghiera. Dio affanna e consola; Dio tutto
può...»

«Voi che lo stancate da mattina a sera..., ditemi, vi ascolta meglio di
me che non lo prego mai?»

«Ah! egli vi ascolterà... Dio tutto può...»

«Forse nel male. — Ma io non temo nè spero nulla da lui. Quando
l'aspide non aveva peranche insinuato il suo sottile veleno per le
fibre della mia vita, allora dovea sovvenirmi; — adesso non è più
tempo; il mio dolore compone la mia esistenza: — io non vorrei cedere
un minuto di questo affanno mortale per un secolo delle sue insipide
gioje celesti. Dove potesse svellermi l'Eterno questo spasimo di amore
dall'anima, io lo rinnegherei, — e percuotendo alle porte dell'abisso,
supplicherei a Satana: Dammi il tuo inferno e conservami il mio amore.»

«Voi mi fate pietà! — I vostri occhi un giorno incontreranno la vergine
che vi placherà la tempesta dell'anima... ma perchè procedete per via
con gli occhi fitti alla terra?»

«Meco stesso considero, sarebbe stato pur meglio che il Creatore per
diletto de' suoi ozii immortali non avesse ricavata dalla terra la
creatura che sente...»

«Ascoltatemi, Ludovico. — Molte donzelle sospirano per voi di segreto
desio; — uno dei vostri sguardi esse ricercano con maggior ansietà
della gemma d'Oriente. — Levate gli occhi verso la faccia di quelle,
— ed amate di amore felice; — anch'esse questo sole italiano coloriva;
anch'esse il fiato più dolce che spira dal nostro Apennino educava...»

«E chi vi ha detto che io non le guardi? — Le guardo, sì, per vedere
se incontro in esse il tuo sorriso, i tuoi occhi, la fronte, i capelli,
cosa in somma che valga a richiamarti al mio pensiero, — e quale più mi
dicono femmina vaga e di forme divine, mi sembra povero raggio della
tua bellezza riflesso sopra di lei; — io ti contemplo in tutto il
creato, o Maria.

«Ed alla patria pensate voi mai?»

«Io per la patria darò la vita, e basta; — ma invero poi dov'è per
me questa patria? Dovunque porti le ossa degli avi e i parenti e la
sposa e i figli, quivi hai la patria. Ora io non ho nessuno che tremi
o ch'esulti per me; — i miei parenti dormono dentro gli avelli di
famiglia; — mano mercenaria mi asciuga il sudore della fronte quando
torno dalla battaglia; un servo fascia le mie ferite; — se acquisto un
prigione, non posso ordinargli: Va alla mia dama e dille che il suo
cavaliere t'invia e che dipendi dal buon piacere di lei. — Io non ho
un cuore che corrisponda col mio. — Ah! le mie mani non versarono il
sangue di Abele, e non pertanto erro ramingo sopra la terra come Caino,
e forse più infelice di lui, perocchè a lui fosse compagna una donna,
la quale non abborrì deporre un bacio sopra la fronte dove Dio aveva
scagliato il fulmine, — e gli facesse sentire che nel mondo vive cosa
potente a mitigare anche l'ira di Dio, l'amore della donna.»

«Sperate dunque nel tempo, Ludovico, e abbiate fede che amore, nato di
ozio o di lascivia umana, come cantava messere Francesco, rifugge dai
campi aperti, dal suono delle trombe, dalla gloria; e poi la virtù sta
nel sacrifizio, — la umana grandezza nel soffrire; — ed io, — vedete,
— soffro!»

«Soffrite voi? Ah! voi non amaste mai; gli affetti guizzano sopra
l'anima vostra a guisa di pietra lanciata su di un lago preso dal gelo;
— della impassibilità vostra vi componete un cerchio magico e quinci
predicate virtù. Non commossa mai nè turbata, procedendo tranquilla nel
cammino della vita, ora raccogliete il dovere, ora la religione, ora
il costume, e di tutto vi fate difesa. — Voi mi parete il ricco epulone
dell'Evangelo che deride la miseria del povero steso sopra le scale del
suo palazzo...»

In questo punto si pose fisso a guardare la donna, la quale diventava a
vicenda pallida o accesa fino alle palpebre, mentre due grosse lacrime
le tremolavano nel cavo degli occhi pronte a sgorgare; — ond'egli con
maggior forza soggiunse:

«Voi non amaste mai...»

«Non amo io!» prorompe Maria, quasi uno scongiuro la costringesse a
favellare: «non amo io! Chi sostiene che non ho amato mai? E questa
mestizia ineccitabile, il pianto lungo, le notti vigili, gli altari del
continuo supplicati invano, e il dolore o il furore non sono certissimi
segni di amor disperato? Amo, sì, perchè mi sforzate a dirvelo, e di
tale amore io amo presso il quale il vostro mi sembra fuoco di lampada
davanti il fuoco dei fulmine.»

«O chi amate voi?» grida Ludovico trovandosi senza pure pensarlo nuda
nelle mani la daga.

Maria ridendo amaramente risponde:

«Riponete la daga; — già non si muore due volte; quello ch'io amo
raccolse da molti anni nel suo grembo la terra.»

«Un morto mi contende il tuo cuore!... Ah! egli è un tristo quel morto;
dov'io fossi stato nella vita lieto del tuo amore, Maria, appena aperte
l'ale alle dimore celesti, avrei supplicato l'Eterno che nel tuo seno
infondesse pace, — anche con l'oblio di me, — anche con l'amore di
altro meno sventurato mortale... Qual maledetta cupidigia ella è mai
questa di stendere fuori del sepolcro la mano fredda a stringere un
cuore che più non puoi far palpitare di esultanza? Amami, Maria...
amami... i morti sono cenere, ombra, e non domandano amore; — una
memoria basta loro o una lacrima, e tu ne versasti anche troppe. —
_Torni il sorriso al tuo pallido volto_; le rose della giovanezza
non si sfiorarono ancora per te, rugiadose elle aspettano che la tua
mano le colga. Te chiamano le sponde dell'Arno quasi ninfa smarrita,
— te desidera il nostro emisfero, come Pleiade perduta; acconciati
i capelli, di profumi conspargili e di gemme... vieni a scolorare le
donne per la tua assenza baldanzose, — torna a mostrare al mondo come
Rafaello non vincesse la natura nel ritrarre il volto della femmina,
ma neppure arrivasse a fedelmente effigiarla... vieni... oh... vieni; —
l'anima mia gran parte del suo affetto consumò nell'angoscia, pur tanto
ancora ne serba da poterti inebbriare di amore...»

«Ludovico, io non mi chinerò a raccogliere la religione, il dovere,
il costume per gettarveli a modo di triboli a traverso il vostro
cammino, — ma vi dirò soltanto amore essere corda solitaria su l'arpa
dell'anima; — rotta o allentata che sia, indarno speri tornarla
a quella dolcezza di suono che faceva parertela divina; — la voce
dell'amore ha un eco solo nel cuore della donna; — arde l'amore una
volta sola di propria sostanza; — se in séguito lo vedi riaccendersi,
egli non ricava più oltre il suo fuoco da origine celeste, lo
alimentano vanità, superbia, vaghezza di terreni diletti. Un'altra
donna voi meritate, Ludovico; e dacchè darmi a voi come volessi non
potrei, — darmi come posso non voglio.»

«Purchè l'anima tua viva per la mia, io non penetrerò negli arcani
del tuo cuore... forse perchè ignorano i popoli le sorgenti del Nilo,
benedicono meno alle sue acque fecondatrici?»

«Ludovico, io vi offro più pacata passione e per avventura assai più
degna di noi... siatemi amico... deh! mi sii fratello...»

«No. — La donna o sente amore, o nulla. Mi s'inaridisca la lingua prima
ch'ella profferisca il consenso di sottopormi al supplizio del vivente
stretto al cadavere. Ben posso soffrire finchè l'anima mi regge, ma io
non vorrò stipulare il mio tormento mai. No, sia dell'uomo il quale ti
chiama sposa quella parte di te che avrà la tomba, purchè miei sieno
i pensieri e i desiderii tuoi, i tuoi sospiri miei... il mio spirito
abbisogna del tuo... amami... oh! amami, Maria...»

«Quando il serpente, tentava Eva, cessò di parlare, egli depose la sua
favella sopra la lingua dell'uomo; — io ricuso diventarti angiolo e
demonio, — e ti ripeto che, sentendo non potere esserti il primo, il
secondo non voglio.»

Tacquero entrambi, un lungo silenzio successe. — All'improvviso la
donna come oppressa prorompe in un sospiro.

«Maria, sospiri? Sentiresti per avventura pietà del mio fato dolente?»

«Di me sospiro, che reputandomi in fondo della miseria, mi accorgo
adesso Dio nel tesoro della sua ira serbarmi ad altri e più
crudeli tormenti. — Di voi anche gemo, perocchè io veda consumarvi
ingloriosamente una vita la quale certo vi fu data per nobili destini;
— gemo, — e a ragione gemo, che mi consolava nella idea mi avesse
la provvidenza compartito in voi un fratello del cuore, ed ora sento
dovere renunziare a questa estrema speranza...»

Ludovico pallido volge gli occhi alla terra e ve li tiene fitti
orribilmente quasi volesse penetrare nelle viscere; — con voci
interrotte di tratto in tratto egli esclama:

Un morto mi fa guerra!... — Io ti darei mezza mia vita se potessi
stringermi teco a duello. Un morto!... Un morto!... Oh dolore!...»

La destra di Ludovico si rimane nella destra di Maria, senza
comprimerla, — senza essere compressa... mute entrambe quanto le
mani di marmo che occorrono scolpite sopra i sepolcri. Una inerzia
pesante tiene a Ludovico irrigidite le fibre; — gli dura nel cervello
la vibrazione delle estreme parole tormentosa come un cerchio di
punte acutissime; — gli vanno in volta dinanzi agli occhi gli oggetti
circostanti confusi e indistintamente ravvolti entro globi di luce;
— gli batte le orecchie un fastidioso tintinnio; — a nulla pensa,
imperciocchè cotesta passione così intensamente sentita, — così
apertamente dimostrata, gli sia ricaduta su l'anima come la frana di un
monte.

Cotesti sono momenti d'inenarrabile angoscia, — minuti che divorano
dieci anni di vita, — minuti i quali cambiano una esistenza per modo
che quando l'anima sciolta dalla sua preoccupazione intende continuare
pel solco mortale l'esercizio delle proprie facoltà, si trova come
smarrita dentro un deserto senza traccia e senza confini. Il sommo bene
sopra tutti gli animali concesse alla creatura che ama in privilegio
speciale — la pazzia.

  [Illustrazione: «La tua testa è troppo pesa di segreti e
   d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;... _Cap.
   XI, pag. 271._]

«Madonna!» — Ed era la quarta volta che la fante così chiamava la sua
signora senza ottenere risposta.

«A che mi vuoi, Ginevra?»

«Un molto reverendo frate di san Francesco venuto testè da Roma vi
domanda in mercede favellarvi segretamente alcune parole.»

Ludovico, sia che al detto della fantesca porgesse mente, sia che in
quel punto un poco di vigore gli ritornasse, si alza, — con gli sguardi
immobili, le braccia pendenti, — la spada dimenticando e il berretto,
si avvicina alla porta.

In quel medesimo istante un soffio di vento trasportava pieno nella
stanza il suono delle trombe della milizia fiorentina convocanti alla
rassegna.

Maria correndo dietro a Ludovico lo raggiunge, lo afferra pel braccio
e seco lo traendo alla finestra esclama:

«Sentite! sentite! — Questa è voce che certamente conosce la via
del vostro cuore; — ella è voce della patria dolorosa che invoca il
soccorso dei suoi figliuoli. Ludovico, quando pure acquistata a prezzo
di pianto e di sangue, sembra bella la gloria; — divina poi quando vada
congiunta alla pietà. Non crollate il capo, non ridete, non mi dite la
gloria follia sublime, — un sogno; — chè allora tutto sarebbe sogno tra
noi: — e quando anco fosse così, vi hanno nondimeno sogni splendidi di
luce immortale, e sogni neri dei terrori dell'inferno escono alcuni
dalle porte di avorio, altri dalle porte di ebano, come finsero gli
antichi. A me donna è conteso rendermi illustre per gesti di guerra, ma
se a far chiaro il mio nome la fede, la costanza e l'amore valessero,
ben di altre imprese mi sentirei capace che non l'antica Artemisia,
la quale si bevve la cenere del suo consorte. Io amo la gloria, — e
mi era caro in vita e continua ad essermelo in morte l'amico dei miei
pensieri, perchè anelava la gloria e fama ebbe di prode».

Ludovico la fissò lungamente con occhi dilatati; si accorse di non
avere spada, se la cinse e senza profferire parola si allontanò da
Maria.

E Maria, lo contemplando dietro allontanarsi cosi sconfortato, trasse
un gemito e disse: «Egli è verace amatore!»

Due frati attendevano ridotti nell'angolo più oscuro della sala
che adesso traversa non li badando Ludovico; — tengono il cappuccio
abbassato sopra le ciglia, la barba folta scende loro in mezzo del
petto; forse in cuore saranno — ma certo nel volto non sembravano buoni
servi di Dio.

Uno dei due frati, all'apparire che fece Ludovico, alzò con impeto
la testa, quasi per impulso di ordigno segreto; — gli occhi di lui
balenarono lungo l'orlo del cappuccio abbassato, come la vipera
dardeggia la lingua da una parte all'altra della sua bocca.

«Reverendo! inoltratevi, chè madonna vi aspetta», esclama la fantesca
sollevata la tenda.

Il frate, che pareva professo, accennato con la mano all'altro, che
modi avea e sembianza di converso, vigilasse la porta, passa nella
cappella.

Maria, in piedi davanti una gran sedia a bracciuoli ricoperta di cuoio
cordovano rabescato, leva un istante lo sguardo sul frate, torna a
declinarlo verso il pavimento e si compone in atto di ascoltarlo.

Perchè trema il frate? bellissimo è il volto della donna, ma egli non
lo ha ancora guardato; nè così subita si accende nei petti umani la
passione, nè dalle vigilie attrito e dai digiuni tanto propende ad
amare il cenobita; — di terrore non trema, perchè, se il luogo è santo,
egli non deve conoscere rimorsi, — e poi non fa parte di religione egli
stesso? Non pertanto le gambe gli vacillano sotto, e non ha membro che
stia fermo.

«Madonna!» comincia il frate esitando; e poichè non continuava — Maria
dopo lungo silenzio riprende:

«Padre, vi ascolto.»

«Madonna... compiranno... quattro mesi domani che, standomi io a Roma,
dove facevo uffizio di penitenziere nello spedale di Santo Onofrio
fondato dalla gloriosa memoria di Papa Lione pei poveri pellegrini del
suo paese, certa sera essendomi posto a giacere, nè l'animo mio come
presago di qualche sventura potendo rinvenire quiete, all'improvviso
intesi battere alla porta ed una voce chiamarmi: padre, affrettatevi: —
un cristiano è vicino a trapassare, — venite pei sacramenti. — Mi getto
giù dal pagliericcio e seguitando la guida giungo in certe camerette
dove solevano chiudersi gli alienati di mente. Quivi da lungo tempo
custodivano un infelice giovane travagliato dalla più fiera mania
che mai avessero veduto in cotesto luogo di dolore. — Quantunque dal
disagio consunto, così ferocemente egli smaniava, tante volte aveva
tentato darsi la morte, che lo tenevano legato a mezza vita, ai piedi
ed alle mani. — Nei suoi urli salvatici spesso riveniva la querela di
un amore tradito, — di una donna perduta, — di un padre morto, e poi
rampogne e minacce contro i suoi nemici, contro tutta la specie umana,
non senza offendere il cielo di terribili bestemmie... in questo modo
continuava, finchè con gli occhi scoppianti fuori della fronte, la
bocca spumosa di sangue cadeva rifinito di debolezza. — Dapprima quel
suo misero stato mosse compassione, poi curiosità; poi ascoltarono le
genti quei suoi stridi furibondi con la indifferenza medesima del canto
delle rondini annidate sul tetto dell'ospedale; — perchè se gli uomini
ai propri mali si fanno impassibili, agli altrui diventano di pietra.
— Io lo trovai con le mani sciolte, con gli occhi velati e nondimeno
lieti di un raggio d'intelligenza che tramonta; — seguendo il costume
del fuoco, lo spirito prima di abbandonare la sua spoglia mortale
raccolse le forze a risplendere anche una volta di luce divina. —
Appena ei mi ebbe scorto, chiamatomi a sè con languida voce mi disse: —
Padre ascoltate la mia confessione; — io ben mi accorgo avermi un lungo
delirio travagliato, — delirio pieno d'immagini terribili, in parte
vere, in parte false, — nè saprei dirvi se queste più o meno delle
prime terribili; — quello che so troppo bene si è, che hanno consunto
il mio corpo e la mia mente costretto a bestemmiare l'Eterno, e di ciò,
padre, con tutte le mie viscere mi pento, ed ho fede la mia contrizione
e le vostre sante preghiere mi varranno il perdono dal Dio delle
misericordie. — Però io ho molto sofferto in questa vita... e certo
il dolore non ebbe paragone con le colpe. Io amai, padre, una donna di
amore santissimo, — il più profondo, il più puro che mai si accendesse
in cuore umano. Lo Spirito Santo ha maledetto l'uomo che confida
nell'uomo, — doveva dire nella donna;... ma presso a morte io respingo
questi pensieri di odio, come tentazioni del demonio, e mentre supplico
e spero Dio mi perdoni, sento che me ne renderei indegno, dov'io le
proprie offese non perdonassi. Vagai in contrade remote, — vidi barbare
genti, soffersi geli, ardori, di ogni maniera disagi per adunare tesoro
e apparecchiare alla mia fidanzata vita copiosa dei beni della fortuna:
per darmi colpo più acerbo mi si mostrava il cielo cortese, e quando,
dopo un'agonia di anni, delirante di desiderio e di amore, mi ridussi
alle case paterne... trovai... oh inferno!... padre, mi assolvete
dall'ira... imperciocchè acerba mi percotesse la ferita... trovai la
mia fidanzata donna d'altrui. Quello che dopo avvenne io non rammento,
— aveva un padre, e non so com'egli mi abbandonasse; — possedeva copia
di averi, ed ora non possiedo più nulla: dalla mia acconcia cameretta,
desto dal sonno tormentoso, mi trovo in questa sozza caverna con
i polsi e i fianchi impiagati, e non mi riesce rammentarmi il come
e il quando. — Ah! da quel giorno la mia anima, a mo' di aquila in
gabbia ha percosso rabbiosamente la sua carcere mortale per librarsi
a regioni meno triste, meno contaminate di tradimenti e di perfidie.
— Ora, padre, prendete... ecco uno scritto che nei giorni del nostro
amore io ricambiai con lei, e lo vergammo io del mio sangue, ella del
suo: — egli contiene una promessa di mantenersi fedele, e dentro vi
pose una ciocca dei suoi capelli... ohi i bei capelli, padre, che la
mia donna aveva quando l'alito di primavera si dilettava a diffonderli
ondeggianti per l'aere! — e vi scongiuro, per quanto possono i preghi
di un moribondo, che glieli facciate tenere, o, se fortuna vi mena
a Fiorenza, glieli consegnate voi stesso: — e nel punto medesimo le
direte che il mio spirito deliro sempre l'ebbe presente, e che tornato
appena ai consueti uffici pensò subito a lei e per lei: ditele ch'io
le perdono, — che presso a morte le invoco giorni beati, — al tutto
diversi da quelli ch'ella mi fece durare, — che domando al cielo non
voglia sgomentarla di rimorsi in questa vita, — e scongiuro l'oblio per
lei... ed anche per me, onde un giorno davanti al trono dell'Eterno
io non abbia a prorompere in voci di accusa contro lei; se pianto
di offese cancella dai registri di Dio la ingiuria dell'offensore,
ditele che per me la sua pagina sarà trovata bianca al giudizio finale
come l'ala del cigno... ditele... ch'io muoio benedicendola... e
chiamando... Ma... — Gli chiuse le labbra la morte... io le palpebre.
Egli non proferiva intero il nome della donna; però dalla lettera che
mi dava e che io vi consegno, madonna, compresi avere inteso favellare
di voi. Sopra la povera lapide del suo sepolcro segnai queste poche
parole: — Qui dormono le ossa travagliate di Giovanni Bandino! — »

Un grido terribilissimo ingombra, propagandosi, le sale del palazzo,
come di persona la quale trafitta nel cuore trasfonda tutta la vita in
una voce: — un grido che indusse il passaggero il quale lo sentì per
via a recitare _requiem_ per l'anima di chi lo aveva proferito.

Ed in fatti il frate compagno, rimanendone percosso, affacciò la testa
alla soglia favellando con parole spedite:

«Per Dio! Se l'avete ammazzata, rompete gl'indugi e ci mettiamo in
salvo.»

«Aspetta — e taci», — riprese il frate; e poi si volse a Maria giacente
sopra la terra, rigida, — fredda, bianca in sembianza di statua
rovesciata dalla sua base, — tratto un pugnale, glielo appuntò sul
cuore.

Gli occhi del frate rilucevano di fuoco infernale, il suo volto svelava
tremenda esultanza, — famelica bramosia, non altrimenti che fosse uno
di quei corpi scomunicati, dalla superstizione greca detti vampiri, i
quali nella notte, derelitti gli avelli, irrompono per virtù diabolica
nelle stanze più segrete a pascersi col sangue delle persone ch'ebbero
care in questa vita.

Ancora un palpito, e la vita di Maria sarà compiuta.

Intanto la donna non bene ancora risensata mormorò a fior di labbra: «O
Giovanni!... o Giovanni!... celeste anima e cara...»

Il frate arresta a mezzo colpo la mano; — grosse stille di sudore gli
scendono del continuo giù dalla fronte, — ritenta ferirla, e non gli
riesce; — la guarda...

Bisognava non essere nato in Italia, avere il cuore chiuso ad ogni
senso gentile per disperdere un modello di così divina bellezza: —
cadono al frate le braccia, gli sfugge dalle mani il pugnale, e si
rimane prostrato come uomo assorto nella contemplazione di quelle
sublimi sembianze.

La donna riapre gli occhi, balza in piedi a guisa di furiosa urlando
con voci interrotte:

«Traditi! — orribilmente traditi! Padre..., leggete...» E brancolando
trova il libro dell'uffizio dei morti, e aperta la fodera interna, ne
trasse fuori una lettera, la quale porgendo al frate continuava: «Hanno
le mie lacrime quasi cancellato lo scritto, pur vi leggerete il nefando
tradimento... leggete.»

E il frate leggeva: «Al magnifico messere Alamanno di Ormannozzo Spini
a Fiorenza. Messere Alamanno onorandissimo. Con inestimabile dolore di
quanti il conobbero, lasciando grandissimo desiderio di sè è morto in
questa città di Siviglia, agli sei del corrente mese di maggio, anno
1526 della salutifera incarnazione del N. S. Gesù Cristo, Giovanni di
Pierantonio Bandino di accidente di gocciola per quanto ne assicurano i
fisici. Con molta accompagnatura di fraterie e di lumi venne associato
al sepolcro nella chiesa di questi reverendi padri di san Domenico,
dove gli furono cantate esequie dicevoli alla sua condizione. Fatto il
bilancio di quello si trovava a possedere al tempo della sua morte,
avemo trovato il valsente tra crediti, danaio, mercanzie in essere
e masserizie, di duemila circa fiorini di oro in oro, i quali vi
rimetteremo con lettera di cambio sopra la nostra ragione, affinchè
li consegniate a messer Pierantonio padre del morto o a chiunque
altro sarà dichiarato di diritto. Pregando Dio che vi tenga nella sua
santissima guardia, ci raccomandiamo a voi. — Siviglia, li 10 maggio
1526. — Vostri — Lapo e Bindo di Pierfilippo Cambi.»

Il frate alla lettura di cotesto foglio rimane come impietrito;
— sospese del tutto in lui le funzioni vitali, pareva che neppure
respirasse.

Maria invece quasi furente si era distesa sul pavimento e forte
percotendo con ambe le mani la terra gridava:

«Padre, perchè mi hai tradito? — Giuda tradì Cristo, ma se fosse stato
suo figliuolo, non lo avrebbe tradito... Uomini, imparate pietà dalle
fiere del bosco... qual belva mai generò figliuoli per lacerarli così?
E tu, padre, non che lacerarmi, mi hai condannata ad una morte la quale
tutti i giorni si rinnovella. — Chi ti dava diritto di rendermi tanto
infelice? Io non ti aveva chiesto la vita; bene ti chiesi la morte, —
ma poichè il mio morire ti nuoceva, tu fingesti atterrirti come di cosa
contro natura. Ella era cosa dunque secondo natura immergermi in questo
abisso di dolore? Io però non maledirò la tua cenere, ai tuoi rimorsi
non aggiungerò le mie furie; ma vedi, se sopra la terra che ti cuopre
il cumulo dei miei affanni io deponessi... oh! quanto ti sembrerebbe
più grave! E tu, Vergine Beatissima, ch'io sempre riveriva ed amava,
ov'eri allora che sì crudelmente tradivano la tua devota? Se in questo
modo chi ti venera proteggi, che farai a cui ti odia? Qual frutto
trarranno i mortali, se invece d'invocare il demonio innalzano al cielo
le loro preghiere?... — Oh! santa Madre di Dio, abbiate misericordia, —
consolate una povera afflitta; io non so quello ch'io mi dica... parmi
girare su l'orlo di un precipizio. Padre, pietà! Padre, accostatevi,
dacchè il cielo vi manda, udite anche la mia confessione... voi lo
vedete, non ho mancato di fede... io... io sono stata tradita.»

Genuflessa la donna abbraccia le ginocchia del frate, e tra i ruvidi
lembi della tonaca nasconde la faccia delicata.

«Lo vidi nella cattedrale, mi apparve in mezzo ad una bianca nuvola
d'incenso, bello siccome un angiolo, e sospirai, — fu il sospiro primo
di amore; uscendo di chiesa lo rividi chinato per dare la elemosina ad
un mendico e consolarlo con una parola, la quale meglio della elemosina
scende soave di refrigerio sul cuore del misero; — io mi fermai: — egli
raddrizzò la vaga persona, — i miei occhi s'incontrarono nei suoi,
gli s'infiammarono le guance, vermiglie diventarono le mie; — e da
quel punto fummo legati per sempre. Dapprima i parenti si mostrarono
avversi, non per viltà di sangue, ch'egli pur nacque di gentile
lignaggio, sibbene per pochezza di averi, — e anche a lui increbbe
non potermi offerire magnifico stato: ci fidanzammo con solenni
giuramenti, e partì in cerca di ventura. Invano presaga del futuro io
gli diceva: Rimanti, quello che possiedi basta ai miei desiderii; forse
mi sembrerai più bello o più ti amerò io vestito di abiti soppannati
di vaio con cinti e catenelle di oro? — Non mi badarono, e partì: —
Voi avventuroso, padre mio, che le passioni umane sentite come onda di
mare che percuota le pareti dei vostri monasteri; — ignaro dei nostri
errori, non vi dirò come, partendo il mio Giovanni, mi paresse trovarmi
abbandonata in una via senza principio e senza fine; — camminava sola,
imperciocchè nel creato lui soltanto io vedessi. — Tacerò la serie
infinita delle angosce che non hanno nome, sebbene abbiano punta; —
il bel cielo di Fiorenza mi pesava sull'anima. Ah! l'occhio lieto ed
il sole si ricambiano il raggio a guisa di due amici che si amino,
ma l'occhio doloroso lo aborre; — l'amarezza segna con una tacca sul
cuore i giorni consumati nell'ansietà. In prima qualche lettera rara
venne a confortarmi; — quindi cessano affatto! Verso cotesti tempi
incominciò a prendere domestichezza con la mia casa Nicolò Benintendi:
— mille profferte di amore uscirono dalla bocca di lui, ed io non le
udiva, essendo il mio spirito con Giovanni. Ben si mossero da Nicolò
e da' miei caldissime istanze, quotidianamente rinnovate, ond'io
fossi contenta di averlo per mio sposo: alle quali parole, come se
non fossero discorse per me, sorrideva; qualunque argomento riuscì
invano, ogni tentativo venne meno. — Un giorno.... giorno d'infamia..
nel quale un padre non aborrì rompere il cuore della figlia... egli..,
mio padre, con sembianza mesta, non senza prima allargarsi in discorsi
intorno alla necessità di rassegnarci ai divini voleri... mi mostrò
cotesta lettera. Crudelmente pietosa, la povera madre mia, ingannata
pur ella, mi salvava la vita;... dopo molti mesi potei sollevare il
fianco infermo...; nella contesa tra l'angoscia e la natura, la natura
prevalse... e sopravvissi. Adesso ricomincia l'assedio; mi dissero
il padre mio, per mala fortuna incontrata nel traffico, sul punto di
fallire, con molte lacrime mi presentarono la chiarezza della famiglia
avvilita e un nobil vecchio condotto a gran vergogna in Mercato Nuovo
a ricevere lo strazio dagli statuti decretato ai falliti[173]; non
risparmiarono già affacciarmi alla mente gli schiamazzi della plebe,
la gravità dell'infamia, il padre moribondo per l'atto obbrobrioso, — e
per altra parte avrebbe tanta iattura riparato il Benintendi, quando io
avessi consentito a tôrlo in isposo; non che altro, la voce del sangue
volere da me questo sacrifizio; ben volontieri mio padre avrebbe data
la vita, per conservarla non si sarebbe veduto supplicare i figliuoli;
ma se poteva sostenere la morte, non potere la infamia: — e non
rifuggirono dal chiamare in soccorso la religione, chè il confessore
assicuravano sarei certamente andata perduta, se potendo, non avessi
in tanto estremo soccorso i genitori — avere i giuramenti al Bandino
sciolti la morte. La esitanza della sconsolata tennero per consenso, mi
condussero alla chiesa... Qui mi parve le statue dei santi aprissero le
labbra di pietra per rampognarmi la mia infedeltà, — le ossa dei morti
si commovessero sotto il pavimento, — la cupola tenebrosa del duomo
mi si rovinasse sul capo. — Mi percosse uno strido... Santa Vergine!
avrei giurato fosse quello del mio diletto Bandino... poi nè intesi...
nè vidi più nulla; — risensando all'aria aperta, una schiera di uomini
e di donne, secondo il costume del paese, mi facevano il _serraglio_,
impedendomi l'andare, se io prima non dava loro i soliti doni. La mia
anima impaurita immaginò fossero spettri che mi si aggirassero attorno
e mi chiedessero la vita; ond'io tolta fuori di me gridai più volte: —
Prendetela, oh! prendetela... è mia amica la morte. — Il mio marito mi
amò di breve affetto: forse quando mi ricercò sposa con tanto ardore
non lo mosse alta passione, piuttosto impeto di giovanile desiderio: —
forse anche gl'increbbe la moglie sempre lacrimosa e che non lo amava
e non può amarlo. — O padre mio, io ho durato e tuttavia duro una molto
tremenda battaglia qui dentro; — sento che dovrei dimenticarmi il caro
defunto, ma non oso domandare al cielo la grazia che mi ucciderebbe di
certo, — quella di obliarlo. Troppo prepotente impera la sua immagine
nel cuor mio, — egli solo accelera o sospende il sussulto dei polsi...
egli posa meco nel talamo nuziale, e la sua testa si pone terribile tra
il mio marito e me; se mi prostro davanti al Crocifisso e lo prego di
pace all'anima stanca, ecco che il Cristo si veste delle sembianze di
lui... del mio Giovanni e parla... e dice: — Vedi quanto soffro per te!
— Padre... vedete... tanto mi s'insinua nel sangue la contemplazione
dell'infelice amante... che... ora... in questo punto mi sembra...
padre... voi abbiate il suo sguardo... la sua fronte... la...»

«Donna, e se il cielo ti rendesse Giovanni lo seguiresti, abbandonata
la tua casa maritale?...»

«Oh! non lo dite; il sepolcro non lasciò mai la sua preda.»

«Ma, se te lo rendesse?...»

«Pietà, padre! misericordia! Sovente il mio povero intelletto vacilla
su l'orlo della follia, — non vogliate precipitarvelo a forza... io...
io divento folle, se aggiungete parola.»

E il frate, gettate a terra la cocolla e la finta barba, comparve, qual
era un cavaliere notabile per egregie forme del corpo.

«Donna, la tua fede ha vinto; la morte...; ecco il cielo ti rende
Giovanni Bandino.»

Maria, spiccando un balzo, fugge nell'angolo più remoto della cappella,
e quivi rannicchiata si coprendo la faccia esclama:

«Gran Madre di Dio, salvatemi da questa illusione del demonio.»

«Stolta!» proruppe il Bandino accostandosi a lei, e toltele a forza le
mani dagli occhi, se le poneva sul petto aggiungendo:

«Ti paio spirito io? ti sembra egli morto il cuore che palpita così?
Dalla feroce ira che m'invade le membra, dall'odio intenso che gli
occhi mi riempie di sangue, dal tremendo anelito non mi conosci
vivo?...»

«Vivo!... sì... oh tu sei vivo davvero.»

E cieca della mente, mal sapendo quello si dicesse o facesse gli si
abbandona nelle braccia, baciandolo smaniosa per le mani, pel seno e
pel volto.

«Mi ami, Maria?»

«Più di me... più di Dio!»

Ah.... Ora dunque vieni... non ci fermiamo un momento in queste pareti
abominate; — sopra il limitare delle porte della nostra città noi ci
scuoteremo la polvere dei sandali, dall'anima ogni affetto che non
sia lo scambievole nostro amore: — dimentichiamo per non esecrare, —
fuggiamo per non uccidere...»

«Ma! dimmi, Giovanni, dove mi meni? E donde vieni?»

«Che importa a te sapere donde vengo o dove io vado? non sono io tutto
per te? — Questo però sappi che, se vivo mi sospettassero in queste
mura, la mia testa penderebbe domani dalle finestre del palazzo dei
Signori.»

«Oh! non dirlo.» E con ambo le mani la donna avvinghiava il collo del
cavaliere, quasi per salvarlo dal taglio della scure.

«Vieni dunque...»

«Verrò...»

«Esiti forse?»

«Verrò...»

«E non ti muovi! Ti penti già avermi detto che mi ami?» grida battendo
del piede la terra il Bandino.

«Oh! non isdegnarti, Giovanni... eccomi... però...» Maria la fronte si
tocca e il seno: «Mi sembra essermi dimenticata qualche cosa, di cui
non posso risovvenirmi adesso, e che pure mi stava fitta qui nel capo
e nel cuore, — qualche cosa che mi era ben cara e che tu mi hai fatto
porre in oblio...»

«Maria!» si udiva chiamare dalle stanze interne una voce fioca per età,
«la tua figliuola si è desta, vieni a racchetarla che piange.»

«Ahi! me n'era dimenticata... La figlia...»

«Figlia... di chi?»

«La mia figliuola.»

«Del Benintendi è figlia!» con urlo spaventevole replica il Bandino,
— e fa con la destra cenno, come se, afferrata la creatura pei piedi,
intendesse spezzarle il capo alla parete.

La madre per istinto comprese quel truce cenno e si scagliò traverso
la porta, dove accesa nel volto i muscoli della gola gonfi, guardando
torta:

«Addietro!» gridò! «addietro! o ti straccio co' denti... addietro, o
ti sbrano»; poi all'improvviso vacillando si prostra, tende le braccia
al cavaliere e gli si raccomanda: «Giovanni mio, io l'ho generata; —
nove mesi la tenni nel mio seno; con molte angosce l'ho partorita... io
l'amo... io l'amo quanto te; — la prima parola che proferì fu Maria,
— la seconda Giovanni;... ella ti ama... ella ti aspetta come un
amico lontano... non farle male, via... non me la uccidere... potrei
io mai più baciarti le mani, se tu le bagnassi nel sangue della mia
figliuola?»

«Viva, — ma lasciala: io non potrei vederla senza che il sangue mi
ribollisse nelle vene; — lasciala e seguimi.»

«Ma che! il calice del dolore è senza fondo per me?» esclama
angosciosamente Maria levando al cielo le braccia; «come abbandonare
una figliuola che piange?»

«Madre, — figlia, marito — ed amante... conservare tutto non puoi;
— un cuore devi pur calpestare, un vincolo sciogliere... rompere un
affetto... tra questi scegli: — io qui mi sto silenzioso ad aspettare
la scelta.»

La donna, traboccando giù sopra la sedia, con voce cupa proferisce
queste parole:

«Il mio cuore si rompe...»

La fantesca, la quale dai pianti e dai gridi aveva in parte argomentato
il mistero, prorompe di repente nella cappella dicendo:

«Madonna! — messere Nicolò con molta accompagnatura di cavalieri viene
su per le scale del palazzo.»

Maria dal nuovo pericolo commossa sorge, e guardando il Bandino, lo
chiama con voce amorosa:

«Giovanni!»

Il Bandino con le mani sotto le ascelle rimane immobile senza darle
risposta.

«Giovanni, per l'amore di Dio... nasconditi... parti...»

«Anzi starò: — egli mi deve la vita,»

«E i cavalieri che lo accompagnano?»

«Faranno testimonianza ch'io mi comporterò lealmente, quando,
strappatogli il cuore, glielo batterò sulle guancie.»

«E poi chi ti salva della Quarantia e dal carnefice?»

«Questo!»

E le mostrò il pugnale.

«Oh Vergine! — E la mia fama, Giovanni!»

Intanto si ascolta lo strepito dei passi dei cavalieri e il rumore
confuso delle voci gioiose. Il compagno del Bandino entra pur egli
nella cappella e trema come uomo che si accosti alla sua ultima ora.

                   *       *       *       *       *

«Messeri, io vi accerto che voi non riuscirete: mi duole dirvelo,
ma gitterete tempo e parole...» — così si udiva favellare Nicolò
Benintendi, marito di Maria, dalla prossima sala.

«Con pace vostra, messere Nicolò, non vi abbiamo fede; — noi la
sappiamo sopra ogni altra gentildonna della città nostra cortese, — nè
vorrà negare alla sua amica la grazia di tenerle il pargolo al sacro
fonte...»

E molte voci rispondevano: «No, certo; troppo grande villania sarebbe
questa.»

Il Bandino, levati gli occhi al cielo in atto di minaccia, sospira
profondo e favella:

«Ah! questa è la prima volta che deliberai nel mio pensiero la morte di
un uomo e non lo uccisi; — cosa differita non va perduta.»

Così parlando insieme col compagno si ritrasse oltre i balaustri, ed
abbassate le tende si nascose.

Entrano clamorosi nella cappella Nicolò Benintendi e i suoi compagni;
loro apparisce davanti la povera Maria distesa sopra la terra, suffuso
il volto del pallore della morte, per le tempie e pel corpo intrisa di
sangue che le spicciava da un'ampia ferita fattasi cadendo nella testa:
onde vinti da pietà e da terrore proruppero in altissimo grido.

Nicolò piegando le ginocchia a terra le toccò le tempie e i polsi, e
li trovando freddi, senza palpito, rivolto ai cavalieri, non troppo
sgomento, parlò:

«Signori, voi veniste per menare la mia donna al corteo di un
battesimo, — ora io vi prego ad aiutarmi per _associarla_ alla
sepoltura.»



CAPITOLO DECIMOTERZO

L'ASSALTO NOTTURNO

                          Atti orrendi da dir colà giù dove
                          Placido scorre il bel vostro Arno io vidi.
                          Forse d'altro uom giammai non visti altrove.

                                          ANNIB. BENTIVOGLIO. _Sat._


Annibale Bentivoglio era soldato del papa e militava per lui contro
Firenze. Io non so com'egli abbia potuto mettere in rima scelleraggini
nefande dalle quali a pure pensare l'anima rifugge; e meco stesso
dubitai se dovessi o no riferirle, parendomi che troppo grave offesa
recassero alla natura umana ed alla dignità del libro: nondimeno mi
sono deliberato raccontarne qualcheduna, affinchè i presenti vedano
quanto si prolunghi la giornata di dolore che questa misera nostra
patria travaglia e ne sentano pietà. Gli stupri, le violenze, le
rapine, i santuarii rovesciati, le case arse; i campi, cura e diletto
di pacifiche generazioni, devastati; le stragi medesime, come orrori
consueti alla guerra, o non vorrebbonsi descrivere, o brevemente
riferire per non mancare all'ufficio, ma gli strazi osceni erano tali
da disgradarne quelli inventati dalla cupa immaginazione di Dante in
pena dei commettitori di scandali nel suo terribile _Inferno._ Come
i miseri contadini appiccassero agli alberi e quivi alle angoscie di
una tormentosa agonia gli abbandonassero, nei precedenti capitoli
fu scritto: però qui non restava la ferocia; spesso ti occorrevano
corpi di appiccati aperti nel ventre e nel dorso da sconce ferite,
e da quelle aperture rovesciarsi le viscere sanguinose; a quelli che
trovavano portare vettovaglie a Firenze, sia che amore di guadagno o,
come più spesso avveniva, di congiunti li conducesse, mozzata loro
una gamba od ambedue, e le mani, gli lasciavano in mezzo della via;
talvolta spiccata la testa dal busto, gliela legavano co' capelli della
destra a guisa di lanterna, e il cadavere, così mutilato appoggiavano
in piedi al tronco di un albero. Il Bentivoglio narra anche più osceno
ed immane martirio, il quale, per non affaticare in tante miserie la
mente, mi sia concesso riportare con le sue stesse parole:

    Da otto (e che Spagnuoli eran mi avvidi
      Dal parlare e dal volto) un villanello
      Legato fu non senza amari gridi;
    Che, partito dal suo povero ostello,
      A vender biada e fieno iva a Fiorenza,
      Di ch'era carco un piccolo asinello.
    Quivi il misero fecer restar senza
      Membro viril, che gli tagliàr di botto
      Sordi a mille miei preghi in mia presenza.
    Nè sazi fur di quel martir quegli otto
      Ladri, del sangue italico sì ingordi,
      Che l'arser ancor tutto col _pillotto._[174]

Queste cose si commettevano in nome dell'imperatore apostolico e del
vicario di Cristo padre dei fedeli! Così, tra per la paura di siffatti
supplizii, tra per la perdita che ogni giorno s'ingrandiva del contado,
la penuria cominciava a farsi sentire in Firenze. Penuria sofferta
senza mormorare dal popolo soltanto; perchè ai soldati provvedeva il
comune, e i ricchi, come suole, trovavano pei loro denari, nonchè il
bisognevole le delicature della vita. L'erario pubblico era stremo;
i mezzi ordinarii e straordinarii non bastavano a riempirlo. Allora,
non restando altro disegno per adunare pecunia, furono per partito
della Signoria deputati Lionardo Bartolini e Simone Gondi, due del
numero dei collegi, a cavare dalla sagrestia di Santa Reparata la
mitra pontificale ricca di molte gioie, donata da papa Lione nel 1515
al collegio dei canonici. Però l'effetto non corrispose al desiderio,
avvegnacchè non se ne potesse ritrarre più di scudi ottomila, e il
simile avvenne della croce d'argento ch'era in San Giovanni[175].
Il Giovio e l'Ammirato si sbracciano a maladire questo atto come
scelleratissimo ed empio: il Giovio fu vescovo di Nocera, l'Ammirato
canonico, entrambi _preti_; se tali non erano, avrebbero certamente
saputo che dove i cittadini mettono la vita, possono anche mettere
le splendidezze non chieste e nè anche desiderate dal Dio che vietò
di fare orazione nelle sinagoghe in mezzo alla moltitudine degli
uomini[176]. Non fu cotesto savio intendimento di governo, dacchè,
come dissi, l'effetto non corrispose, e il modo increbbe. E sì che
avrebbero potuto imitare l'esempio recente di Maria Padilla, la quale,
per sovvenire ai bisogni della _lega santa_ per le libertà spagnuole,
s'impadronì, nel 1522, dei tesori della cattedrale di Toledo; questa
savia donna, volendo togliere l'apparenza di empietà a simile azione,
con molta accompagnatura di uomini vestiti a lutto, lacrime ostentando
e dolore, si recò alla chiesa, dove, implorato prima perdono, spogliò
i santi dei magnifici loro ornamenti[177]. Cominciavano ancora i
partiti a diventare più vivi, e il governo non ardiva tentare adesso
quello che tempo addietro avrebbe dovuto o potuto eseguire. La fazione
dei Medici, scorgendo che dalla prigione in fuori non correva altro
pericolo, rialzava la testa moderata e lusingatrice; la gioventù
nobile, cagione principalissima di quel mutamento, non le parendo si
facesse nel nuovo stato quel conto di lei che le sembrava meritare,
il governo riprendeva e attraversava. Francesco Carduccio sbagliò
cammino e pagò caro l'errore; se per acquistare i beni della libertà
avesse voluto adoperare la forza della tirannide, forse nè egli nè la
patria perivano; preferì all'azione le pratiche; si confidò troppo
nell'ingegno, che aveva prontissimo, nella facilità di persuadere e
nella purità delle sue intenzioni: in somma, in tempo di passione,
ebbe fede ai ragionamenti; i partiti gli si infuriarono tra le mani,
derisero imperversati i suoi consigli, e quando volle costringerli
col rigore, trovò il suo partito debole e l'istrumento capace adesso
a generare la guerra civile, non già a percuotere qualche colpo
vigoroso per cui lo stato continuasse a procedere spedito nelle sue
vie. — San Giovanni ci ha dato il simbolo dello spirito rigeneratore
nei rivolgimenti degli stati: ponetevelo bene nella mente; egli porta
nella destra sette stelle di luce, e dalla bocca gli esce una spada
acuta a due tagli[178]. Il Carduccio, soprafatto, ebbe a scendere dal
grado supremo; i suoi medesimi amici lo videro cadere indifferenti,
qualcheduno anche con compiacenza, essendo proprio a questa nostra
umana natura che non tutte le gioie dell'amico ci rallegrino nè tutte
le sue sventure ci turbino. E qui pure io riprendo il Carduccio,
avvegnadio l'uomo, finchè si mantiene privato, faccia cosa piena
di dignità a confidare nella fede soltanto e nell'amore altrui, —
diventato poi rappresentante del destino del popolo, deve provvedere
quanto gli fu largito per amore gli sia continuato per dovere. —
Gli sostituirono Rafaello Girolami, tenerissimo della libertà; degli
spedienti che conducono a conseguirla in tempi procellosi imperito
o aborrente; barcheggiatore per pochezza di animo, che dai codardi
e dagl'inetti viene chiamata prudenza: ragione principale della
incapacità sua a cotesto ufficio fu l'essere reputato da tutti capace;
i partigiani dei Medici approvarono in lui l'antico famigliare
di papa Clemente; i nobili come nobilissimo gli dettero favore;
i moderati sperarono, aiutandolo, avrebbe procurato convenevoli
accordi; anco i superlativi lo accolsero bene, perchè solo tornò dei
quattro ambasciatori spediti a Cesare quando egli era a Genova, e
nella relazione che fece si mostrò animoso nell'avvilire lo esercito
imperiale, — finalmente perchè lo splendore del suo lignaggio induceva
il popolo, quasi suo malgrado, ad avergli rispetto. Vinsero al tempo
stesso per amore del Carduccio una legge per la quale il gonfaloniere
cessato doveva intervenire alle pratiche ed avere voce; cosa che,
somministrandogli comodo di vedere il male, non partecipava del pari
potenza ad emendarlo.

Nè in campo si viveva meglio che in città; quivi peste era e fame
e penuria di tutte; le paghe nulle; i soldati ridotti a campare di
rapina.

Nella tenda di Filiberto principe di Orange giocavano chi a dadi, chi
a scacchi, giuochi, se la tradizione ci racconta il vero, trovati
da Palamede all'assedio di Troia; i più a carte come le inventò il
Grignoart, per trastullo all'imbecilità di Carlo VI re di Francia,
o modificate a tarocchi, scoperta non invidiabile degl'ingegni
fiorentini, i quali vollero significare nei re, nel diavolo, nel papa
e nelle rimanenti figure scherno o ira contro le fazioni prevalse
nel governo della Repubblica: carte e figure le quali adesso non
rappresentano più nulla, tranne un consumo di tempo che, attesa
l'erpete morale della presente società, non può riputarsi male
impiegato per la ragione che diversamente si correrebbe rischio
d'impiegarlo anche peggio.

Oh! no; una parola mi è sfuggita dai labbri che l'intelletto riprova.
Invano cercheresti nel mondo cosa che più del giuoco tornasse funesta
agli uomini. Egli conduce seco per mano la ignoranza, la miseria, la
disperazione, — più tardi il delitto. Vi rammentate il dipinto del
Pussino il quale rappresenta il Tempo che suona la danza alle Ore? Così
il giuoco canta in disparte un canto satanico, per cui quelle quattro
furie imperversano baccanti, calpestando il cuore dell'uomo. Il giuoco
compone un gioiello prezioso della corona dei principi e della tiara
del papa[179].

Giocavano: e quivi, come nei tempi andati e successivi, avresti potuto
contemplare il riso ostentato di chi perdeva la sua ultima moneta,
— riso che muove a compassione e spavento; — la tristezza finta di
chi vince, — tristezza ch'eccita rabbia; — poi le mani trepidanti di
tutti; del perditore per passione di sapersi spogliato, del vincitore
per cupidigia di rapire l'ultimo soldo; — e gli occhi riarsi di cupa
fiamma nel disperato, scintillanti di vivido splendore nel favorito
dalla fortuna, e gli ammicchi, e le parole brevi susurrate dentro gli
orecchi, e il furtivo stringersi delle mani. — L'osservatore sarebbesi
soffermato a considerare sopra ogni altro il gruppo dei personaggi
seduti intorno alla tavola del principe. Ella era molto miserabile cosa
vedere le facoltà del corpo ed intellettuali di questo nobile guerriero
assorte intieramente in certo giuoco da fanciulli, un giuoco di dadi
che consisteva nell'indovinare il tratto, se pari o dispari; eppure
simile passione infuriava nell'anima di lui coll'impeto dell'uragano:
— stirpe germana, di cui gli antichi maggiori secondo quello che Tacito
riferisce, comunque della libertà zelantissimi, non aborrivano giocarsi
armi, consorte, caval di battaglia e la stessa libertà; la memoria
paterna religiosamente egli amava, e non pertanto dove gli fosse
comparsa al tavoliere, avrebbe giocato anche l'anima del padre.

  [Illustrazione: «Pèntiti! — Se Giuda è tormentato settanta
   volte, tu lo sarai settanta volte sette...» _Cap. XI, pag.
   380._]

La fortuna camminava contraria al principe, ed egli, come caduto in
furore e matto, gittava pugni di monete d'oro sopra la tavola, le quali
appena percotevano il tappeto sparivano. I vincitori, seguendo l'usato
costume, davano a beccare alla putta, che in favella di giuocatori
significava sottrarre con bel garbo il danaro che la vittoria
accumulava davanti a loro, e ripostolo in tasca, davano a intendere
che poco o nulla avessero guadagnato, sicchè avveniva che perdessero
tutti, e, a crederli, si sarebbe pensato il demonio, nascosto sotto il
tappeto, si dilettasse operare cotesta sparizione.

«Andiamo via!» esclamò il principe con voce cavernosa uscitagli dalla
gola e non modulata dai labbri; «questi sono gli ultimi scudi ch'io
abbia sulla persona.»

Don Ferrante Gonzaga gli rispondeva:

«Principe, così vi veggo costantemente sfortunato al giuoco che, se il
proverbio italiano non falla, vorrei consigliare ogni gentiluomo a non
vi lasciare corteggiare la sua dama.»

«Pel corpo dei re Magi di Colonia! io perdo al giuoco e non vinco in
amore: qui non occorrono altre donne che villane, le quali saliscono
alla mia tenda passando per tutti i gradi della milizia, dal fante fino
al colonnello.... Inoltre, don Ferrante, come non ho voglia d'imitare
nell'arme il degno nostro avversario signore Malatesta Baglioni,
così intendo non imitarlo in amore, perchè.... Sta a me, porgetemi i
dadi. — Pari! tentiamo se una volta indovino.... tre e tre sei.... ho
indovinato!»

«Dispari!» replicò Baracone della Nava prendendo i dadi e li traendo a
sua posta; «sei e cinque, — pace.»

«Al diavolo questi dadi! — Datemene altri... Pari!» e scaraventa il
principe con ira i nuovi dadi sopra la tavola, i quali, poichè alquanto
ebbero ruzzolato, si fermarono e mostrarono un cinque e un quattro.
Allora torse lo sguardo al cielo, come se avesse voluto in cotesto
sguardo comprendere tutte le bestemmie che la umana razza proferse da
Adamo in poi contro il suo Creatore.

Baracone della Nava indovinò la vicenda dei dadi e vinse gli ultimi
scudi del principe. Tolto fuori di sè, come per forza del soverchio
vino, Filiberto, con voce che parve piuttosto muggito che suono umano,
gridò:

«Franz!»

E il valetto, per lunga dimestichezza educato a conoscere che
cosa quella voce significasse, non era anche morta su i labbri che
silenzioso in atto di ossequio accorse al fianco del principe.

«Franz! va nella mia stanza da letto e recami lo stipo di acciaio che
vedrai sulla tavola.»

Un uomo calvo e barbuto, vestito alla foggia dei Fiorentini, fu visto a
siffatto comando trasalire, farsi bianco nel volto, — e questo uomo si
chiamava Baccio Valori, commessario pel papa nel campo. — Accostandosi
su i piè leggiero all'orecchio del principe, gli susurrò le seguenti
parole:

«Quale intendimento sarebb'egli il vostro, principe?»

«Giocarmeli, commessario.»

«Lo pensereste voi? — Io vi consegnai ieri sera quei quattromila
ducati, a stento raccolti per le paghe arretrate dell'esercito...»

«Ebbene, non vado io pure creditore di arretrati! Primo mihi; voi,
che siete dottore, ditemi: non significano elleno queste parole latine
_prima tocca a me_? bisogna dunque che paghi me, — e poi verranno gli
altri.»

«Oh! se fosse qui il sommo pontefice?»

«Lo avrei caro, specialmente se si presentasse vestito dei suoi abiti
ponteficali, imperciocchè allora potrei giocarmi anche le sue gioie,
e quasi senza rimorso, dacchè il diamante comperato da quel fero
vecchio di Giulio II, che il Cellino accomodò al bottone del piviale di
Clemente fu già del mio cugino Carlo il Temerario, duca di Borgogna; —
un ribaldo di Svizzero glielo tolse nella giornata di Grandson, dove
rimase morto della morte dei valorosi. — Messer commessario, comechè
il mondo vi reputi, e veramente siate uomo savio, udite un consiglio di
cui farete vostro senno: — non vi avvisate mai toccare cane che rode nè
giuocatore che perde.... A me, Franz! — Vuoi tu affrettarti, Franz? che
Dio ti confonda!»

Baccio Valori trasse un grandissimo sospiro e susurrò sommesso: O papa
Clemente, tu hai pensato un diavolo cacciasse l'altro, ma per questa
volta temo forte non ti abbiano a cascare addosso tutti due.

Fu portato lo stipo, e caso fosse od industria di giocatore, la mano
del principe tante volte vi attinse danaro che alla perfino si trovò
vuoto; egli però come colui che nella febbre del giuoco aveva perduto
il lume degli occhi, non si accorse della perdita enorme, se non
quando, cacciandovi dentro la mano, le dita strisciarono sul fondo
e non poterono raccogliere che alcune rare monete; allora con grido
convulso esclamò:

«Per Dio, me gli avete finiti tutti!»

E lanciò su i circostanti uno sguardo tagliente quanto il filo della
mannaia: poi dopo dette in altissimo scoppio di riso, che pareva
gli si dovessero rompere le vene del cuore, e con voce più impetuosa
soggiunse:

«Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado,
giuoco lo stipo. — Io lo valuto dieci ducati d'oro del sole. — Come,
non costa egli dieci ducati? Io intendo e voglio che costi dieci
ducati. — Vorresti, morte di Dio! tribolarmi per un ducato, quando me
ne hai vinto le migliaia?»

«Ma che ho io a farmi del vostro stipo, Filiberto?» rispose un giovine
pallido, di capelli rossi, di sguardo falso, appellato Corrado Essio.

«Che cosa hai a fartene? Se fosse grande dieci braccia, potresti
riporvi i tuoi peccati: — essendo breve, ci metterai il tuo cervello.»

«E' mi pare che possa avanzarne da metterci anche il vostro.»

«In fè di Dio hai ragione!»

«Ora via, facciamo come vi piace; — ecco i dieci ducati.»

Gittarono i dadi: il tratto tornò contrario all'Orange, il quale si
morse le labbra fino a cavarne sangue, e nel tempo stesso alcune gocce
di sangue furono vedute scendere di sotto la veste a bruttargli le
calze, imperciocchè egli si fosse con la mano sinistra abbrancata forte
la carne del petto e, sopra sè stesso sfogando la immensa sua rabbia,
tacito tacito l'avesse in molto sconcia maniera lacerata.

«Io ho giocato lo stipo», riprese il capitano Essio, per cortesia e
per farvi buon gioco; però non intendo privarvene, Filiberto, — anzi vi
prego di tenerlo per amore mio.»

«Ahi! figlio di malvagia femmina! — lo stipo mi lasci? — Ho io forse
bisogno de' tuoi stipi? Non so chi mi tenga dal rompertelo sopra la
testa.»

E lo faceva, ma Giovanni Bandino lo tenne.

Giovanni Bandino se ne stette tutta la sera seduto a canto del
principe; dal capo chino sul petto, dagli occhi chiusi si sarebbe
creduto che dormisse, senonchè un braccio teso sopra la tavola e il
pugno strettamente serrato dava a supporre l'occupasse qualche profonda
meditazione. — Allo schiamazzo delle prime imprecazioni del principe
alzò la testa e si pose a osservare, — segue con diligente sguardo le
vicende del giuoco, e quanto più le vede tornare contrarie all'Orange,
tanto più esulta: simile affetto dell'anima le sue labbra dimostrano
con sorrisi brevi, sfuggiti dagli angoli estremi, — come faville
suscitate dalla pietra percossa; la sua gioia lo tradiva giusto in
quel punto in cui, gittate le braccia intorno alla persona dell'Orange,
gl'impedì dare dello stipo in testa a Corrado Essio.

Questi, côlto il destro, fuggiva l'ira bestiale; e gli altri
circostanti, prevalendosi della lotta tra il principe e il Bandino,
il primo per isvincolarsi dalle braccia del secondo, il secondo
per trattenerlo, si allontanarono. Quando il principe risensò, si
rinvennero soli, allora Filiberto, profondamente avvilito, si lasciò
cadere sopra una sedia, e la faccia nascondendo in ambe le mani,
singhiozzò forte senza pianto e poi cominciò dolente:

«Cristo! ieri la mia fama era anche bella... gloriosa, — era splendida,
— adesso poi chi vorrebbe la mia fama? — Fosse un mantello, lo
rifiuterebbe il miserello ignudo in una notte di dicembre! — Sono
diventato infame! — Domani verranno i soldati a domandarmi le paghe,
ed io qual cosa risponderò loro? — Le ho giocate. — Noi abbandonammo le
case lontane, parmi udirli dire, il sangue nostro vendemmo per mandare
il soldo alla vecchia madre, onde avesse pane. — Ebbene, io ho giocato
il sangue vostro... il pane della vostra madre... Tacete... o v'impongo
silenzio facendovi stringere col capestro la gola.... Villani!
ringraziate il cielo dell'onore che vi concedo di potere versare
l'ignobile vostro sangue in vantaggio di Sua Maestà l'imperatore....
Ah! invano mi adopro a soffocare la coscienza cacciandole in gola il
mio mantello di barone... la coscienza mi morde... m'infastidisce la
vita.»

«La vostra tela non è anche ordita, o principe... fatevi animo....»

«Voi siete rimasto qui per godere della mia umiliazione... voi esultate
della mia caduta... Italiano d'inferno, sgombra dalla mia presenza...
va presto... va... altrimenti mi faccio micidiale del tuo sangue...»

«Io non ricusai i vostri conforti, ora abbiatevi i miei, e sappiate,
principe, che io conosco una via per la quale non solo non perderete,
ma accrescerete la reputazione da voi acquistata meritamente e
mantenuta fin qui.»

«Davvero, Bandino? Oh! io ti saluterò angiolo mio custode, — non tanto
per me, vedi, quanto per la nobile madre mia; ella morirebbe di dolore,
se sospettasse un simile fatto..., ella scenderebbe nel sepolcro
contristata. — Copritemi il volto del lenzuolo funerario, ond'io non
veda il disdoro della mia famiglia, ella direbbe. — Or dunque parla,
Bandino, ridammi la vita e più che la vita...»

«Bisogna dar l'assalto a Fiorenza.»

«E quando?»

«Tra due ore.»

«Tra due ore, Bandino?»

«Nulla manca. I Sanesi provvidero quattrocento scale per salire, i
ferri e gli uomini per trucidarsi sono pronti.[180]»

«E a che mena l'assalto?»

«O voi espugnate la città, e allora avrete danaro più che non basta a
soddisfare le paghe...»

«E se, come temo, non l'occupo?»

«Vi moriranno tutti o parte i creditori; e in ogni caso saranno tanto
importuni di meno.»

«Giovanni Bandino, voi mi oltraggiate.»

«Dio me ne guardi! — le azioni meglio magnifiche che il mondo ammira
trassero spesso principio da più ignobili cause: — ormai ho passato il
mezzo della vita, nè già mi sono giocato gli anni, come voi i fiorini
di papa Clemente; — conobbi i grandi dell'età nostra; — piuttosto che
eroi davvero, mi parvero giocolieri di fama — e così penso che fosse la
maggior parte degli antichi...»

«Ma la notte è troppo scura, e Dio manda giù acqua a bigonce... in qual
modo si distingueranno le insegne? Come si ripareranno dal fango? I
capitani biasimeranno questo mio ordine come pessimo accorgimento di
guerra...»

«I capitani prima di tutto obbediranno, — e qui sta il meglio; —
poi risponderemo loro essere capitani di vecchio stile: quanto più
disagiato il tempo, tanto più verosimile si trovi sprovveduto il
nemico; il certame a luogo e a giorno fissi occorrere nella tavola
rotonda soltanto, e dal re Arturo in poi aver progredito l'arte
militare: ancora, se, giusta il costume di Fiorenza, hanno le milizie
nemiche festeggiato il presente giorno, come vigilia di San Martino,
a quest'ora dormono sepolti nel vino: la pioggia stessa e la oscurità
vi danno favore; a cagione della prima, la polvere bagnata non
concederà si sparino le artiglierie; a cagione di questa, quando pure
le potessero sparare, non saprebbero in che punto colpire... Sapienza
militare; accorgimento astuto, amore di gloria — e sopratutto necessità
di rifare i denari consigliano ad assalire Fiorenza tra due ore.

«Siete pure i cervelli sottili voi altri Fiorentini! — Fra due ore
l'assalto: — è detto!»

                   *       *       *       *       *

Nell'intervallo dei vari impeti della bufera, tra un rovescio e l'altro
della pioggia turbinosa, per le vie di Firenze si ode una voce orribile
e dolente, come quella che a pari ora della notte suole gittare nelle
ombre l'infelice travagliato dal male della licantropia.

E la voce gridava:

«La città dove il savio dorme e il pazzo veglia è derelitta da Dio. —
Sciagurati! Avete chiusi gli occhi sotto cortine di seta, — domani vi
sveglierete sotto una corda di canapa. — Alle mura! — alle mura! — i
nemici prorompono.»

Dal paragone che fanno spontanee le fibre dell'uomo a grande agio
disteso nel letto tra il suo stato presente e quello del misero
raggrizzito dal freddo, — battuto dalla tempesta, nasce un godimento il
quale si potrebbe molto acconciamente da qualche misantropo attribuire
alla malignità insita nella nostra natura. Però chiunque udiva la voce
si avviluppava più stretto nelle coltri, esclamando con compiacenza:

«Io sto meglio del Pieruccio!»

All'improvviso rimbomba un colpo d'artiglieria. Il nostro cittadino
balza a sedere sul letto e tende l'orecchio, timoroso di non essersi
ingannato. — Un altro colpo, — Ch'è questo? — Qual nuovo caso ci
minaccia adesso? — Comincia la campana dei Signori, rispondono le
campane di santa Reparata, — tutti i campanili della città suonano a
stormo; le artiglierie spesseggiano i tiri. — Misericordia! questa è
l'ultima notte della mia vita! — E il cittadino poc'anzi lieto delle
tepide piume si gitta giù scalzo sul pavimento, apre le imposte e nudo
si espone al gelato mordere dell'aria; ode un frastuono confuso di
gente che corre e che grida, ma non gli riesce distinguere cosa che
valga a toglierlo dall'ansietà. Si veste in fretta, cinge la spada e,
nulla badando alla pioggia, al freddo, ai pericoli, precipita sulla
pubblica via. — Vi furono padri di famiglia i quali, inteso il primo
colpo di artiglieria, si tolsero pianamente dal lato alla moglie,
sperando e pregando ch'ella pure dormisse; ma la consorte si sveglia e
desta i figli, e con essi loro si pone traverso la porta, contendendo
al marito l'uscita; i figli gli stringono le ginocchia, la moglie lo
abbraccia su i fianchi; pianti e singulti che spezzano il cuore: «Oh!
non uscire, perderai la vita.» — «Figliuoli miei» parla blando il buon
cittadino, «mia dolce consorte, s'io pur rimango, il nemico espugnerà
la terra, e me ucciderà con voi, — meritamente, — invendicato, perchè
mancai alla patria: se mi lasciate correre alle difese, ributteremo
i barbari... o in ogni caso non morirò senza vendetta... nè i vostri
occhi saranno funestati dalla mia strage... Sgombratemi il passo,
— tacete — e datemi l'arme.» — Tacquero — lo armarono, e quando fu
partito ripresero il pianto con l'impeto del fiume che rotto l'argine
straripa. Altrove la madre destò il figlio e lo spinse fuori delle
domestiche mura: non mancarono donne le quali, mentite o non mentite
le vesti, vollero a ogni costo uscire a combattere con gli amanti o
mariti loro. E Benedetto Varchi racconta come, occorrendo anch'egli
a fare il debito suo, incontrasse presso Santa Maria delle Grazie un
popolano il quale traeva a gran furia seco un figliolino, ed avendogli
domandato perchè così il menasse, n'ebbe in risposta: _Voglio ch'egli
o scampi o muoi meco per la libertà della patria_[181], atto e parole
degne piuttosto di paragonarsi alle antiche romane che anteporsi
alle miserabili nostre moderne. Le ombre della notte furono vinte da
quantità inestimabile di torce e lanternoni: accesero i cittadini chi
due, chi quattro lumi, sicchè vi si vedeva come se fosse stato di bel
giorno. Tutte le vie che menano alle porte et là d'Arno e i quattro
ponti si empirono di genti volte a difendere quel lungo tratto di
mura che da porta San Nicolò si prolunga fino a Porta San Friano. La
milizia fiorentina comparve subito, in punto di ogni arme, quasi per
incanto. Non che mostrassero sbigottimento, era in tutti un ardore,
una esultanza non altrimenti che se andassero convitati al festino.
Il signor Stefano Colonna, l'Arsoli, il Bichi, con altri capitani
di conto e soldati vecchi, non capivano in sè dalla meraviglia;
allora cominciarono a tenere non pure possibile, ma certo quello che
spacciato credevano dianzi, voglio dire la salute della terra; tanta
prontezza, così grande perizia avrebbe stupito in uomini per lunga
disciplina esercitati nelle fatiche militari. Tanto può nei petti
umani il vero amore della libertà! E quinci imparino a non disperare
i presenti, imperciocchè se a Dio era concesso dire: Sia luce, e luce
fu: alla libertà parimente fa data potenza per ordinare, allo schiavo:
Diventa eroe; — ed in quel fango prenderà ad agitarsi un'anima sorella
a quella del Ferruccio, o di qual altro capitano glorioso delle
passate età o delle presenti. La pioggia e il freddo non si curavano.
L'artiglieria fu posta al coperto e sfolgoreggiò di fronte e dai
fianchi con incredibile celerità il nemico. Con urli che andarono al
cielo, l'archibuso di Malatesta dal bastione di San Giorgio spararono
due volte. Non avrebbero gl'imperiali trovato così gagliardo intoppo,
se fossero stati attesi. Dall'altra parte i nemici si mostrarono
degni della loro fama; appoggiate le scale ai bastioni, vi salivano
silenziosi e guardinghi, sperando cogliere le guardie alla sprovvista,
allorchè videro una molto strana figura, angelo o demonio che si fosse,
volare sopra una di quelle, e giunto in cima ai bastioni urlare con
gran voce:

«All'arme! all'arme! — il nemico appoggia le scale alle mura...
Pieruccio le ha salite per darvene l'avviso.»

Un orlo di fuoco manifestò il contorno delle bastite di Firenze,
le palle degli archibusi fioccarono spesse quanto la pioggia;
gl'imperiali, disperati potersi più oltre nascondere, fatto buon viso
alla fortuna, continuarono a salire, animosamente gridando: Sacco!
palle! città presa!»

«Eretici senza fede! muggiva Lupo, udendo quel grido di sopra al suo
campanile, città presa! Almeno aspettate a dirlo quando porrete il
piede su la piazza dei Signori; mentre si allestisce la festa, io
vi mando la treggea.» — E qui, toccati i sagri con la corda accesa,
lanciarono un nuvolo di schegge mortalissime contro il fianco degli
assalitori.

Comechè il danno che usciva da coteste scariche fosse notabile, pure
a Lupo non pareva di fare frutto conforme ai suoi desiderii: in quei
tempi, non conoscendosi il modo di caricare i cannoni a _metraglia_
secondo i nostri moderni argomenti, vi ponevano dentro certi sacchetti
pieni di vetri rotti, di pietra, di ferro e simili altre sostanze;
onde avveniva che cotesti volumi poco tratto passassero e, di leggeri
sciogliendosi, quasi morta spandessero la contenuta materia.

«Per San Giovanni Battista! stanotte abbiamo a crepare insieme»,
brontola Lupo percotendo forte della mano sui sagri, e prende doppia
carica di polvere, poi mette la palla di pietra, dopo la palla il
sacchetto delle schegge: certo, egli corre presentissimo pericolo che
i sagri dirompendosi in pezzi non lacerino lui e due uomini attenti
ad aiutarlo; ma veruno di loro vi bada, e caricano e scaricano, le
artiglierie con tanto mirabile prestezza che Lupo alla fine, palpandole
con la mano quasi in atto carezzevole, ebbe a dire:

«Hanno predicato assai; adesso bisogna rinfrescarle. — E fattasi
portare una bigoncia di acqua, procurava freddarle; poi si rimise
all'opera più affaccendato di prima.

Gli Orangiani, quantunque per continue perdite si vedessero scemi,
non rimettevano punto dell'ostinatezza di volere espugnare la città:
pareva loro, ed era troppo grande vergogna, che, vincitori in mille
scontri di milizie vecchie, dovessero ora voltare le spalle dinnanzi
ad una mano di uomini pur testè intenti ai fondachi e alle arti della
seta e della lana; ormai non isperavano più di vincere, ma prima di
ritirarsi desideravano o vendicare la morte di qualche compagno, o di
alcuno bel fatto onorarsi. Per questa volta la fortuna era disposta a
camminare del tutto loro contraria. Un alfiere d'incredibile ardire e
di singolare prestanza si vantò tra i suoi voler porre in cotesta notte
la bandiera su le mura di Firenze o morire; per esser più spedito, non
tolse altra armatura che la barbuta e la rotella, già, perigliando
su l'aereo cammino, perviene al margine estremo del bastione, lo
tocca, e spiccato un salto, lo preme: alza il braccio per piantare
la bandiera, apparecchia nei capaci visceri il grido annunziatore del
vanto adempito agli amici, quando ecco giungere tempestando a quella
volta Dante da Castiglione; egli, secondo l'usanza sua antica, con ambe
le mani stringe la spada, e allorchè il barbaro meno se lo aspetta,
acconsentendo della persona, con tale smisurata forza gli abbriva un
manrovescio che gli spicca la testa dal busto e taglia parte della
bandiera; la testa e la bandiera cascarono rotolando in città, il
busto mutilato, con le mani prosciolte, sgorgando delle vene recise
un torrente di sangue, rovinò lungo le mal salite scale; in quel
punto alcuni archibusieri fanno fuoco, e la luce che n'esce rischiara
l'orrendo spettacolo. L'una parte e l'altra prorompono in gridi di
spavento; — un istante si posano, — quindi ritornano ad affrontarsi
molto più feroci di prima.

Un altro bel colpo fece il capitano Ferruccio; questi scorrendo di
su e di giù con in mano un'accètta per tenere sgombro quel tratto di
muro che egli guardava, vide sporgere il capo di un cavaliere, poi
le spalle, poi ambedue le braccia, e stenderle e forte abbrancare la
muraglia: «Frate, troppo pronte avesti le mani», disse il Ferruccio,
e giù calando l'accètta, gliele recide fino alla giuntura; traendo
costui doloroso guaio, il corpo abbandonato precipita sopra il capo
degli amici sorvegnenti. — Ancora uno dei nostri si strinse in lotta
su l'orlo del muro con certo soldato spagnuolo: il Fiorentino s'ingegnò
traboccare l'avversario fuori delle mura; per lo contrario lo Spagnuolo
tenta spingere il marzocchesco giù nella città; adopra ognuno l'estremo
di sua possa; non pretermisero sforzo che l'uno all'altro potesse
rendere superiore; si urtarono con la fronte, si offesero co' morsi; il
Fiorentino colto il destro, pone al nemico la gamba traverso, e questi,
squilibrato, rovescia: però cadendo, sì forte si appiglia alla vita del
nostro che entrambi in un fascio scompaiono dai muri. Il caso ordinò
che lo Spagnuolo, percotendo con le spalle sul terreno, rimanesse
morto; il Fiorentino, dallo sbalordimento in fuori, non rilevò altro
male, sicchè mentre tuttora i compagni si addoloravano sopra la sorte
di lui, lo videro ricomparire in mezzo a loro, molto raccomandandosi
che, scambiatolo per nemico, non lo uccidessero. Troppo sarebbe lungo
e per me e per chi legge sazievole raccontare partitamente le strane
venture di guerra che in quella notte successero. Stefano Colonna con
buono intendimento si pose in disparte con quattro fra le migliori
compagnie della milizia, e dovunque il bisogno vedeva maggiore di
aiuto, mandava una o due compagnie, le quali giungendo fresche,
ributtavano ferocemente il nemico. Filiberto, sconfortato da tante
morti ordinò si ritirassero le schiere, guardando prima di portar seco
i cadaveri dei compagni, affinchè i nemici, contemplata la mattina la
strage, non avessero motivo di andare baldanzosi; e così, come ordinava
fu fatto, tornandosi tristi là donde poc'anzi con tanta audacia
d'orgoglio si erano dipartiti e maledicendo di cuor loro il misterioso
signore, il quale, pochi anni avanti, gli aveva spinti ad incontrare
morti e ferite contro un papa, a favore di cui mandavali adesso ad
esporre la vita. Grange, camminando verso la tenda, si volse dintorno
a sè, e scorgendosi prossimo il Bandino, gli disse in suono turbato:

«Or che cosa abbiamo guadagnato noi dal vostro consiglio, messer
Bandino?»

«Parmi moltissimo.»

«E come?»

«Prima di tutto ci ha guadagnato il paradiso (ma questo, credo, meno
di ogni altro), perchè se alcuna anima buona viveva tra noi, sciolta
stanotte dai legami terreni, se ne andò diritta diritta alle dimore
celesti.»

«Tregua ai motteggi... noi camminiamo sul sangue.»

«Con buona licenza vostra, messere lo principe, lasciatemi proseguire;
in secondo luogo, più del paradiso per le allegate cagioni guadagnava
l'inferno; — sopra tutti avete guadagnato voi, principe.»

«Io? tu mi deridi?»

«Dico da senno io; non sapete voi che il capitano Corrado Essio, venuto
a morte, vi ha istituito erede d'ogni sua facoltà?»

«Corrado è morto? Ahi! mio buono, mio leale amico, io ne terrò il cuore
afflitto fino...»

«A domani.»

«Dimmi, Italiano, in nome del tuo Dio, già non lo avresti tu ucciso
nella notte... alle spalle... Italiano?»

«Gli assassini ci vengono di Spagna, messere lo principe. Corrado Essio
lasciò le braccia recise sopra i bastoni di Fiorenza, — l'anima a cui
di ragione, — li denari a voi.... onde potete dormire tranquillo la
rimanente notte.»

«Oh! Chi sa domani con quanto biasimo riprenderanno la mia fama...?»

«Domani i soldati pagati vi leveranno a cielo.»

«Ma i morti..., Bandino..., i morti?...»

«Se fanno rumore, chiamatemi, — io saprò costringerli al silenzio. Su
via state di buon animo; — voi mi parete fanciullo. Ch'è che dice il
Vangelo? Due passeri non si vendono eglino un quattrino? Pur nondimeno
l'uno di essi non può cadere in terra senza il volere di Dio[182]. Però
concludo che i morti avevano a morire.»

«Sta bene: — anche sventura a qualche cosa è buona. Dio vi tenga in
guardia, Bandino.»

Il Bandino, rimasto solo, stese la mano in atto di minaccia dalla parte
ove giace Firenze ed esclamò:

«Quanto mi tarda la vendetta! — Pur quando dovessi rimanermi solo ad
oste contro di te, Fiorenza, o per forza o per tradimento vedrai il tuo
giorno finale.»



CAPITOLO DECIMOQUARTO

IL MORTICINO DEGLI ANTINORI

                              Ma già distendon l'ombre orrido velo
                                Che di rossi vapor si sparge e tigne;
                                La terra, invece del notturno gelo,
                                Bagnan rugiade tepide e sanguigne.
                                . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                                . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                                . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                                . . . . . . . . . . . . . . . . . .
                                Per sì profondo orror verso le tende
                                Degl'inimici il fier soldan cammina.

                                                    TORQUATO TASSO.


Mostrandosi co' gesti e nel sembiante acceso di furiosissimo sdegno,
si affretta Malatesta Baglioni a salire le scale del palazzo della
Signoria; impedito però dal grave morbo che gli teneva attrappite le
membra, egli offriva spettacolo di sè a un tempo stesso burlevole e
pietoso d'ira e d'impotenza: appena era giunto con isforzo faticoso al
sommo della prima scala, lo sovvenendo di appoggio Cencio Guercio; —
senza di lui sarebbe per certo caduto a mezzo.

Dante da Castiglione seguitato dal Morticino degli Antinori traversano
ratti il cortile del palazzo: il primo ha in mano una bandiera
imperiale mozza della picca e insanguinata; l'altro porta anch'egli
un involto sordido di sangue. Dante, poderoso di membra, si caccia su
per la scala montando a quattro a quattro i gradini; il Morticino, di
persona breve, uguaglia con la speditezza dei moti il suo gigantesco
compagno, sicchè, o preoccupati non vedendo, o spregiatori non badando
Malatesta, passano oltre pronti e fugaci, quasi apparizione di forza e
di agilità. L'ossequio mancato non fu ciò che increbbe al Malatesta;
gli morse il cuore la invidia quando notò i muscoli stupendi e le
forme statuarie del corpo del Castiglione. Proruppe in cotale un suono
di gola simile a quello che la volpe fa quando schiattisce, ed una
crispazione nervosa gli abbrividì il corpo intero.

Cencio, che ai giorni nostri potrebbe chiamarsi il suo Mefistofele,
uso, per la pratica grande che ne avea, a conoscere dai moti più lievi
l'intimo pensiero di lui, con motteggio beffardo e voce lenta gli
disse:

«Perchè desolarvi? ai casi nostri omai non abbisognano più le facoltà
del soldato...»

«Ah! finchè fui della persona gagliardo», rispose Malatesta, «non seppi
volgere l'anima a tristizia.»

E diceva bene: così poi questo apparisce vero, che, quante volte alle
donne piglia il talento di farsi scellerate, assai più le proviamo
malvage degli uomini facinorosi; colpa la debolezza. Nerone era vile.

Giunto nella stanza dei Signori, Malatesta quasi garrendo incominciò:

«Vicende gravi succedono in Fiorenza, ed io ne aspetto invano
ragguaglio! — Si dà fuoco a tutte le artiglierie, e da me non parte
ordine alcuno! — Si provoca il nemico, s'ingaggia battaglia, e non
si avverte Malatesta Baglioni! — Magnifici Signori, sono il vostro
capitano generale, o che sono io? Molti obblighi mi stringono a
voi: qualcheduno però anche voi a me; altrimenti parrebbe molto più
onorevole cosa alla reputazione mia e molto più conveniente alla fama
di saviezza che di voi suona nel mondo mi ritiraste la dignità la quale
poc'anzi con tanta benevoglienza voleste conferirmi; certo voi voleste,
o messeri, esaltarmi, non vituperarmi per le terre d'Italia...»

«Messere Malatesta», riprese il Castiglione, «e' par che voi ignoriate
come gli assaliti fummo noi; e voi intendete che se prima di ributtare
l'assalto avessimo dovuto impetrare la licenza vostra o d'altrui, a
quest'ora i nemici terrebbero questo nostro palazzo.»

«Voi non dite il vero, messer Castiglione: i nemici erano provocati; le
nostre artiglierie spararono prime contro il campo imperiale.»

«Signor Baglione, qual conto facciate voi della parola d'un gentiluomo
a Perugia io non so; ma voi è ben che sappiate, i gentiluomini a
Fiorenza non aver mestieri di sacramento per essere creduti. — Guardate
mo' vi par ella questa una bandiera imperiale? Cadde dalle mani di uno
degli assalitori venuto sopra i bastioni in città.»

«Chi ve l'ha data, messere?»

«Ma... la tolsi io medesimo di mano al bandieraio...»

«E con la insegna gli tolse ancora un'altra cosa,... guardate!.... la
testa....»

E sviluppato dall'involto un capo reciso, il Morticino degli Antinori
lo lascia cadere in mezzo della sala.

«Morte di Dio» strilla il Baglioni ritirando precipitoso i piedi
a sè per timore non gli s'imbrattassero di sangue: «togliete via
quella testa... toglietela via. — Cencio, chiudile gli occhi! —
fa che non mi guardi; — non la ravvisi, Cencio? Ella è la testa di
Giorgio da Gioiella, il nostro antico compagno di arme nelle guerre
di Lombardia... Ahi sciagurato Giorgio! — Magnifici Signori», riprese
quindi non senza dignità, «destino del soldato è morire in battaglia;
mi dolgo dell'antico commilitone, non del suo fine: ciò poi di cui
massimamente mi dolgo si è questo, che non avrei mai creduto si
traessero a vituperio le reliquie del soldato in tale città che sopra
ogni altra d'Italia si vanta gentile; no, io non mi sarei aspettato a
vedere rotolare sul pavimento della sala dei Signori e alla presenza
vostra il capo reciso di un soldato caduto da valoroso.»

Dante si volse con acerbo piglio al Morticino e sì lo garrisce:

«Antinori, vi aveva pur detto lasciaste quel capo onde cristianamente
lo seppellissero: Dio si ha per male che l'uomo abusi della vittoria.»

«Per me non so bene se più mi giunga gradita la vista del nemico
spento, o la faccia della donna mia; e non leggermente ho creduto che
l'animo di questi eccelsi Signori avrebbe preso maraviglioso diletto a
contemplare la testa di chi primo osò violare le mura di Fiorenza.»

Francesco Carducci, il quale per la morte di Alessio Baldovinetti era
stato eletto de' Dieci di libertà e pace, ed oltre a questo teneva
l'ufficio di commissario sopra la guerra, non si dipartiva più di
palazzo disperando e nondimeno affaticandosi alla salute della patria:
però, trovandosi presente a cotesto caso, aveva da prudente ed acuto
osservatore atteso fino a quel punto senza proferire parola ai detti e
ai gesti nei diversi personaggi; allora con grave contegno, chiamato un
mazziere, ordinò:

«Fa di portare cotesto capo tronco al cappellano, e impongli da parte
dei Dieci lo seppellisca in sacrato; poi manda, o torna a nettare il
pavimento.»

L'Antinori ravvisò in coteste parole una rampogna al suo operato, e
ne sentì acerbo rammarico; amico o avverso al Castiglione, quantunque
volte veniva a paragone con lui ne disgradava la fama: gli si accosta
per tanto e con motteggio maligno gli susurra all'orecchio:

«Dante mio, voi mi sapete di frate un giorno più dell'altro: — io
v'indetto fin d'ora per mio confessore quando vestirete la cocolla.»

«Morticino, accogli in seno un poco di carità patria: vesti l'anima tua
di virtù vera, e non abbisognerai di confessore; — perchè molto più che
confessore valente giova non aver peccati a confessare.»

L'Antinori alzò cruccioso le spalle e si trasse in disparte. Dante,
volgendo la favella al gonfaloniere, a' Priori, ai Dieci, per cagione
del sonno interrotto e dalla strana scena avvenuta sotto i loro occhi
non bene ancora memori di sè, e sopra gli altri intendendo col guardo
nel Carduccio, il quale vegliava per tutti, soggiunse:

«La milizia fiorentina in mio nome vi prega, magnifici Signori,
affinchè voi siate contenti di lasciarle aprire le porte per visitare
a sua posta il campo imperiale.»

«Signori», interruppe il Malatesta, «in verità questi giovani non sanno
quello che si facciano; soldati da ieri, presumono oggi affrontarsi
con milizie vecchie, use agli scontri più fieri di guerra..., nè solo
affrontarsi con esse elleno ardiscono, sibbene assalirle nel campo
per arte munitissimo, difeso da numerose artiglierie. Lodo l'animo
pronto; soldato antico, mi piace la militare baldanza... pure, nella
mia qualità di capitano generale, e voi, messeri, come difenditori di
questa amatissima patria, dobbiamo frenare un moto il quale comechè
generoso potrebbe partorire perniciosissimi effetti.»

«Signor Baglione, ogni uomo a cui non tremi il cuore di dentro,
chiunque, come i miei compagni e me, ha disposto, innanzi che volgere
le spalle, morire, fu soldato dal primo giorno che nacque.»

«Io non lo dico per voi, messer Castiglione; — ma gli altri non vi
assomiglieranno.»

«Piacesse a Dio ch'io mi assomigliassi a loro! — sappiate, signore,
essere eglino molto migliori di me.»

«Sia; però pensate allo svantaggio: il nemico si difenderà dietro ai
bastioni.»

«Nè occasione più vantaggiosa di questa ci può apprestare la fortuna,
ora che il nemico si è ritirato stanco, lacero, avvilito, e non si
aspetta l'offesa.»

«Presumereste voi forse sforzare il campo?»

«Non presumo, — spero.»

«E se vi respingono?»

«Saremo pari.»

«Lasciateli stare, — a nemico che fugge ponte d'oro.»

«Ditemi questo allorquando ripasseranno gli Appennini, e vi darò
ragione; ora non fuggono, — rifanno le forze,»

Il Carduccio intanto si era ristretto a consulta co' reggitori e
loro esponeva con piana favella certi suoi disegni, i quali per certo
incontravano favore, imperciocchè tutti assentivano con la voce e col
cenno. All'improvviso, egli indirizzandosi al Castiglione, risponde:

«Il magnifico gonfaloniere, i Signori e i Dieci ringraziano la milizia
della sua buona intenzione; approvano il disegno e desiderano che Dio
l'accompagni, siccome l'accompagnano essi con ogni lor voto.»

«Signori», strilla il Malatesta, «voi intendete di cose militari nulla;
— io non approvo la sortita; — non la posso approvare.»

«Ci duole non poter conseguire l'assenso vostro; — voi non correte in
siffatta deliberazione alcun rischio, tale essendo la volontà nostra.»

«Volontà! L'ufficio e la coscienza di buon generale m'impongono oppormi
con tutte le mie forze a tale rovinoso partito; anch'io amo questa
terra...»

«Amateci meno ed obbedite di più», interruppe, Andreuolo Nicolini, une
dei Dieci.

«Opporvi ai comandamenti della Signoria? messer Malatesta, sareste per
avventura ebbro?» soggiunse il gonfaloniere Girolami.

«Oh! no, Signori», crollando il capo riprese a dire il Carduccio; —
«messere Baglione non sa quello sappiamo noi, — e lo muove studio di
bene: — credetelo.... io lo conosco: solo mi concediate favellargli due
parole in segreto, lo renderò partitamente capace di tutto.»

«Accomodatevi a vostro agio, messer Carduccio», risposero il
gonfaloniere e alcuni dei Signori.

Allora messere Francesco, tolto un doppiere, si volse al Malatesta
parlando:

«Signor capitano, favorite seguirmi.»

Malatesta ondeggiava se dovesse andare o rimanere; da una parte la
prudenza lo tratteneva, dall'altra l'animo superbo non gli consentiva
mostrare viltà: tenne una via di mezzo, — fece cenno a Cencio lo
seguitasse ed andò. Cencio, non volesse, o non capisse, o per sè
temesse, non mutò passo e stette fermo al suo posto.

Il Carduccio traversò alcune stanze, e giunto in un corridore si
fermò davanti a certa finestra che riesce sul cortile che fu poi della
dogana, e posto il doppiere tra la faccia del Malatesta e la sua, così
lo interrogò:

«Ditemi, messer Baglioni, udiste voi mai rammentare il capitano
Baldaccio dell'Anguillara?»

«Cencio! — Cencio! — dove sei?»

«Tacete; — qui non vi si vuole far alcun male. Non temete: — se il
vostro giorno fosse arrivato, di piccolo soccorso vi sarebbe quel
vostro servitore.»

«E chi vi ha detto che abbia paura io? Chiamava Cencio per appoggiarmi
al suo braccio: — mi sento stanco...»

«Appoggiatevi sul mio. Dunque, rispondetemi, udiste mai favellare di
Baldaccio Conte dell'Anguillara?»

«Io? — Mai.»

«Baldaccio fu capitano ai suoi tempi prestantissimo; venuto in sospetto
di macchinare cose contrarie alla Repubblica nostra, era chiamato in
palazzo... in questo corridore trafitto... e giù da questa finestra
precipitato.»

Malatesta rabbrividì; pure mantenne fermo viso e, sforzandosi di far
bocca da ridere, soggiunse:

«Voi siete un terribile persuasore, messer Carduccio; dubitereste voi
forse della mia fede?»

«Se ne dubitassi, vi avrei narrata la storia di Baldaccio? Non
dubito, ma vigilo...: ed una volta per sempre sappiate che in Fiorenza
comandano il gonfaloniere e gli altri magistrati eletti dal consiglio.
Ora torniamo nella sala della consulta.»

  [Illustrazione: Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo
   sguardo della donna,.... _Cap. XII, pag. 294._]

E quivi pervenuti, il Carduccio, riponendo il doppiere sopra la tavola,
disse con ammirabile pacatezza:

«Le ragioni addotte al magnifico messere capitano generale lo hanno
persuaso; ogni difficoltà pertanto è rimossa. Messer Dante, vi sarebbe
per avventura occorso in questa notte il capitano Ferruccio?»

«Messere, dove si presenta pericolo a correre o gloria a conquistare,
quivi sempre troverete il buon Francesco; egli combatteva tra i primi;
adesso si trattiene ai bastioni di San Piero Gattolino aspettando la
risposta della Signoria.»

«Messer segretario», impose il Carduccio a Donato Giannotti, «andate
per la vostra commessione.»

Il Giannotti senza porre tempo tra mezzo, tutto lieto fra sè, come
quello che amicissimo era del Ferruccio, salutati gli astanti, partiva.

                   *       *       *       *       *

Salite ch'ebbero le mule loro Malatesta e Cencio, questi si volse più
fiate a guardare il palazzo della Signoria, e le mani si ponendo su pel
volto verso le tempie, si tentennava la testa.

«Che cosa è quello che tu hai Cencio?»

«E' mi tasto il capo; mi pare impossibile che mi sia rimasto attaccato
al collo.»

«Tu dici vero! — la gru è uscita di bocca al lupo; provvederemo in
séguito a non lasciarci prendere alla tagliuola: oramai questo palazzo
ci accoglierà sotto ben altro aspetto. Per Dio, è tempo che questi
trecconi scontino le minaccie adoperate contro di me...»

«Signor Malatesta, è tempo di far senno davvero; perchè, vedete, la
testa la si perde una volta sola.»

                   *       *       *       *       *

«Capitano Francesco!» chiamava a voce alta Donato Giannotti tale che
così al barlume gli era parso il Ferruccio, nè s'ingannò; ond'egli
pronto rispose:

«Chi mi vuole?»

«Dalla parte dei signori Dieci di pace e libertà, ho qui ordini
importantissimi a parteciparvi.»

«Parlate: — vi ascolto.»

«E' sono scritti nella lettera di commessione; — se mi accompagnate
qui oltre soltanto il canto, troveremo una immagine di Madonna e al
chiarore della lampada che le arde dinanzi leggeremo le istruzioni.»

«Sì, bene; — andiamo.»

Giunti al luogo designato, il Giannotto si fece sotto la tettoia, e
tolta la lampada dalla lanterna dette comodo al Ferruccio di leggere;
questi, rotto il suggello, conobbe la commessione essere del seguente
tenore:

«Francesco, tu prenderai teco tra scoppiettieri e fanti di ordinanza
quattrocento, terrai ancora cento cavalleggeri e te ne andrai in
Empoli; avrai nome e possanza di commessario generale, e troverai qui
dentro lettera pel potestà, Albertaccio Guasconi, con la quale gli
si comanda lasciarti fare e non impacciarsi ne' casi della guerra; tu
attenderai a tenere sgombre le strade, a munire la terra e mantenerla
nella devozione della Repubblica; userai eziandio massima diligenza
a provvedere la città nostra di vettovaglie e munizioni da guerra;
ci terrai ragguagliati degli accidenti che accadono in giornata, ed
eseguirai la commessione che affidiamo alla tua prudenza, con quei
termini che sul fatto ti pareranno migliori. _Ex palatio florentino
Decemviri libertatis et baliæ Reipub. Flor._»

«Messer Donato», prosegue il Ferruccio, «direte ai signori Dieci che
non mancheremo alla fede la quale hanno riposta in noi, e tra poco,
speriamo, udranno novelle di cui Fiorenza si torrà contenta.»

«Commessario», riprese il Giannotti, «voi salutano i popoli Gedeone;
in voi hanno riposto ogni fidanza di salvezza: il paese è desolato,
le nostre terre consuma il fuoco, i forestieri divorano nel cospetto
nostro le nostre facoltà, — ma che cosa ha promesso il Signore? V'è un
giorno contro ogni superbo; chi piange sarà consolato, l'oppressore
oppresso; — farò splendere la luce a quelli che abitavano nell'ombra
della morte.»

«La bandiera di Dio», si udì una voce solenne senza potere distinguere
da cui muovesse, «era innalzata sopra un monte altissimo da mano
forte invano; pochi la guardarono e tosto si chinarono alla terra
dell'angoscia e della caligine. — Tu sei stata recisa, come frutto
immaturo, dall'albero della vita; — o stella mattutina, o figlia
dell'aurora, o giglio d'Italia, dov'è l'antica tua gloria? — L'inferno
stesso sente pietà di te; tu posi sopra un guanciale di vermi; i
lombrici hanno posto il nido dentro alle tue chiome, ma tu starai in
testimonio di grandezza tra i posteri: il sepolcro dilaterà indarno
la sua bocca; — egli non potrà contenerti intera; il magnanimo non si
consuma, ma scomparisce, quasi fiamma spenta per forza.»

«Egli è Pieruccio che passa», bisbigliò Vico, compagno inseparabile del
Ferruccio.

Un soffio di vento gagliardo spense in questo punto la lampada;
rimasero tutti sepolti nella oscurità.

«Il magnanimo non si consuma», ripeteva il Pieruccio da lontano, «ma
scomparisce come fiamma spenta per forza.»

Il commessario, quantunque prode uomo fosse di guerra e di animo saldo,
rimase non pertanto percosso dalle parole e del caso; stette alcun poco
pensoso, poi all'improvviso proruppe:

«Sia; purchè la fiamma si spenga quando sorga l'alba di un giorno più
felice alla umanità. — Or dunque, Vico, va in mio nome ai quartieri e
scegli i fanti: adesso giova rammentarti gl'insegnamenti del padre tuo;
sia la tua scelta, o, com'egli dice, il _deletto_[183], di volontarii
spediti e gagliardi; io apparecchierò i cavalleggeri e i capitani; tra
mezza ora ti attendo alla Porta San Friano...»

«Mezza ora!»

«Ci prevarremo del tumulto della sortita...»

«Appunto», notò il Giannotti, «io penso i Dieci l'ordinassero per
questo: troppo essi intendono l'arte di guerra per credere di espugnare
il campo senza uno sforzo di tutte le milizie.»

«Mezza ora!» riprese Vico in suono di voce dolorosa; e il Ferruccio,
che ben si accorse donde quei mesti accenti movessero, concitato ad
ira, esclamò:

«Possa il padre cacciare dalle sue case come concepito di adulterio,
possa la donna amata rifiutare come infame colui che nei bisogni della
sua patria ad altra cosa pensò che non fosse la patria.... Andate,
Ludovico Machiavelli, in meno di mezza ora vi aspetto alla Porta di San
Friano.»

Stordito per coteste parole, che gli parvero una maledizione, Vico un
sospiro dette alla sua Annalena, — un solo sospiro; poi si chiuse ben
dentro al cuore il suo affetto ed attese ai doveri severi del cittadino
di libera città minacciata dalla tirannide.

Si aprirono le porte tutte delle mura di Oltrarno, tranne quella di
San Friano. La maggior parte della milizia fiorentina esce ordinata
e guardinga: alcuni soldati di condotta, ma pochi, la seguirono per
farle spalle; le artiglierie cessarono di fulminare fuoco; il cielo non
versa più acqua, non pertanto sta sopra la terra nero e pauroso, come
se Dio non vi avesse ancora sospesi la gloria del sole, o lo splendere
delle stelle. A mano a mano che escono fuori della porta, i soldati si
dilatano, dai fianchi distendendosi in lunga fila: dietro ordinava il
signore Stefano alcuni squadroni staccati, gli uni dagli altri per buon
tratto divisi, affinchè accorressero pronti a sovvenire dove il caso
lo dimandava; ordinamento per l'offesa conforme a quello che adoperò
nella difesa. Giunti che furono i nostri su quella parte di terreno che
comincia a salire intorno a Firenze, Dante da Castiglione, il quale
camminava nelle prime schiere, sente all'improvviso stringersi il
braccio.

«Vóltati», gli favella il Pieruccio, «vedi quella fiamma sopra la
cupola di Santa Maria del Fiore?»

«La vedo.»

«Da quella fiamma nasce l'incendio che arderà la patria; il tradimento
l'accese; noi miseri! il tradimento ci è come un tarlo nell'ossa...»

«E i traditori?»

«Io veglio, — gli saprai più tardi.»

«Ma tu, Pieruccio», interrogò Ludovico Martelli, che armato di tutte
armi procede al fianco del Castiglione, «perchè ti avvolgi senza riparo
in questi scontri perigliosi? Perchè nel giorno non ti mostri per le
vie di Fiorenza?»

«Se io mi mostrassi di giorno nella patria che amo pur tanto, i
miei fratelli mi ucciderebbero, e il mio sangue sparso, senzachè io
giungessi a impedirlo, potrebbe chiedere vendetta all'Eterno: mi aggiro
pel campo in traccia della morte, — io la cerco come la dama dei miei
pensieri, — ed ella, superba più della bella dama, disdegna i voti del
Pieruccio: anche l'avello mi rifiuta, — povero Pieruccio! — Ma quando
avrò toccato il porto del sepolcro... Dio mi getterà su le spalle un
manto di stelle... mi scalderà il cuore ghiacciato col suo alito... mi
ridarà il senno, ed io potrò argomentare co' sapienti del cielo; — ben
venga dunque la morte! — il tradimento partorisce il suo frutto; il
nemico vi aspetta.»

E Pieruccio diceva il vero. Firenze conteneva in sè una perfida stirpe
di parricidi i quali avvisavano nel giorno i nemici con fumate,
la notte con fiamme; ed era il fuoco veduto un segnale per cui gli
Orangiani apparecchiati alle estreme difese stavano di piè fermo ad
aspettare l'assalto.

I nostri, insufficienti per numero, considerando tanto sforzo di
guerra per la parte avversaria, malgrado l'ardore dei più giovani,
pensavano a ritirarsi: Stefano Colonna prudentissimo capitano avrebbe
immediatamente ordinato dar volta, se dalla singolarità del caso non
fosse stato costretto a camminare in ogni modo all'assalto; qualunque
fosse l'esito, del rimanersi era maggior danno il ritirarsi; in breve
si farà manifesto il consiglio di lui. Cominciarono gli spari dalla
lontana; se non che ai nostri rincrescendo quel modo di guerra, messa
mano alla daga si stringono in più sanguinosa mischia: grande l'impeto
dei nostri, la costanza dei nemici pari; avvantaggiati questi dal
terreno e inanimati dai capitani, facevano buona prova; quelli poi,
urlate o rotte le prime schiere, ne rinvenivano dietro altre migliori;
era un muro di ferro. Intanto sorgeva terribile dintorno il palpitare,
il gemere, l'imprecare e lo scontro delle armi micidiali: la morte
mieteva come sopra un campo di biada. Quanti, o quali furono i morti?
Chi è che lo sa? Il tempo consumò ogni memoria di secoli remotissimi,
e sole ci avanzano, in testimonio di coloro che vissero, le ossa
insepolte. Avevano quei defunti figli, madri, od amanti? — lacrimati
scomparvero dalla terra? — l'anima loro fu tempio della Divinità?
Tutto questo che importa? Occhi umani non possono piangere tutte le
sventure umane: la fonte delle lacrime è ella forse inesausta come gli
abissi del mare? Il numero dei morti vince quello della sabbia del
deserto; chi tenne conto delle foglie cadute degli alberi dal primo
inverno della creazione sino a noi? Il numero dei tormentati giunge a
centinaia, e tra questi dura la rinomanza dei tormentatori: la lode si
levò fievole, quasi sospiro di vergine, per celebrare gli amici degli
uomini, e l'alito del tempo la divorò, — lo strido dei flagellati ruppe
il cerchio dei secoli, e la fama del flagellatore fu mantenuta: fra
dieci uomini celebri, nove lo sono per maladizione meritata; fra dieci
uomini famosi, nove vorrebbersi sospendere alla forca.

Mentre in quella parte si sosteneva un combattimento senza fiducia di
vincere, ecco si aprono le imposte della Porta San Friano, e n'esce
il Ferruccio con le sue compagnie; procedono serrate, disposte a
difendersi, schive di offesa, properanti al termine del loro cammino:
procedevano buon tratto di via senza intoppo; già si tenevano sicure;
qualche soldato cominciava a cantare la canzone di guerra per alleviare
il fastidio del sentiero. Ad un tratto con grida che andarono al
cielo prorompe alle spalle grossa schiera di fanti; l'oscurità non ne
concedeva bene la vista, ma al rumore che movevano l'avresti giudicata
di dieci e più mila: nel tempo stesso i precursori tornano frettolosi
ad avvertire essere barricata la strada, e dietro ai sassi molta mano
di uomini far mostra d'impedire il cammino. Certo qualcheduno ne diè
lingua al nemico, ma il come era arcano; in così breve spazio di tempo
quanto ne corse tra il consiglio della impresa e la esecuzione, pareva
cosa soprannaturale il cenno dato agli Orangiani; l'inferno congiurava
contro Firenze; — congiuri a sua posta: sta per Firenze Ferruccio,
e se lo vedremo costretto dai fati tramontare, sarà il suo tramonto
splendido di gloria e, morendo, annunziatore di giorno più felice: egli
pertanto non devia col pensiero a immaginare come ciò fosse avvenuto;
in lui non può capire idea di resa, — e d'altronde sarebbe folle il
combattere.

«Vico, figliuol mio, chiamami i capitani... vola.»

I quattro capitani delle compagnie gli stanno attorno.

«Prodi uomini, bisogna andare in Empoli, e vi andremo; — adesso
celeri e silenziosi sbandatevi; cuopra ogni uomo la corda accesa
dell'archibuso; dalla mano destra e dalla sinistra si distende la
campagna; — vi sieno asilo le fosse e i solchi; io co' cavalli mi
precipito sul greto del fiume; date ordine che, quando non odano più
rumore, o lo ascoltino lontano, i soldati sollevino le corde accese; —
la voce del raccoglimento, — Patria e Libertà, Affrettatevi; — vive nel
cielo un Dio pe' forti: — a me i cavalli....»

E come disse fu fatto: i cento cavalleggeri si cacciarono giù alla
dirotta per la costa del fiume, i fanti carponi sbandaronsi; e così
bene o la fortuna secondò il disegno o la prudenza degli uomini che
quando il nemico si accostò come a certa preda, stupì nell'incontrare
gente armata disposta a combattere: avrebbero essi certamente
ingaggiato qualche sanguinosa scaramuccia e si sarieno finiti fra
loro, se, l'uno all'altro intimando la resa, non si fossero accorti
appartenere alla medesima bandiera; i Fiorentini erano scomparsi;
bene si addiedero di quello a che avevano avuto ricorso, ma la notte
tuttavia alta, la imperizia dei luoghi e il non potere procedere uniti
li dissuase mettersi alla ventura.

Le acque del fiume ingrossato per la pioggia coprivano quanto era ampio
il letto; disagevole quindi il sentiero e pieno di pericolo: vinse ogni
impedimento la fermezza del commessario Ferruccio. Alla fine quando a
lui parve bene di ritornare su la via maestra, ordinò si provassero a
salire gli argini: non è da dire se incontrassero difficoltà a cagione
della terra smossa e del pendio sdrucciolevole; l'unghia dei cavalli vi
si affondava, nè più valevano a ritrarre le zampe dall'orma impressa.
Qui gli animali non furono di aiuto agli uomini; toccò agli uomini
sovvenire agli animali; tanto fecero, tanto s'ingegnarono che, brutti
di fango, mézzi di acqua, pervennero sopra il desiderato sentiero
senza perdere un cavallo. Il Ferruccio tese lo sguardo dintorno e non
iscoperse alcun fuoco; forte gli tardava di ridursi in Empoli, pure
non ardiva levare la voce, e il tempo incalzava: «Vico», chiamò egli
quantunque non lo vedesse, — e Vico gli stava al fianco, — «figliuolo
mio, adesso ti conviene adoperare non so se maggiore lo scaltrimento o
l'audacia: scendi da cavallo, inóltrati pei campi senza rispetto, chè
ormai il calzare è guasto, e vedi di ragunare gli sbandati; dilungati
un quarto di miglio; poi, avventuroso o no nella ricerca, ritorna sopra
i tuoi passi: io ti aspetto.»

Vico, robusto di corpo, nella età in cui la fatica appena si sente,
corre e specula: andò un buon tratto senza udire e vedere cosa alcuna:
all'improvviso discerne un fuoco, poi due, poi dieci, sparsi ed
incerti, siccome nelle notti di estate compariscono le lucciole giù per
le valli: erano ben dessi i compagni: parte già stavano adunati; altra
parte, e maggiore, pervenne a raccogliere egli medesimo; sicchè quando
reputò opportuno raggiungere il commessario cinque soli mancarono,
quattro dei quali riguadagnarono per somma ventura la città, uno cadde
prigioniero. Così senz'altro accidente fu concesso al Ferruccio di
giungere ad Empoli. Di lui e de' suoi casi altrove: — adesso è mestieri
tornarcene a Firenze.

Stefano Colonna teneva fermo, quantunque la sua condizione diventasse
ad ogni momento più trista: scopo della scaramuccia era stato favorire
la sortita del commessario; doveva volgere l'attenzione del nemico
altrove, mentr'egli badava ad allontanarsi; lo avevano avvisato che,
quando si fosse messo in salvo il Ferruccio, gliene avrebbero porto il
segno mediante un fuoco artificiale lanciato nell'aria: non vedendo
il cenno, dubitò che il Ferruccio impedito non avesse per anche
abbandonato Firenze, e disposto ormai di fargli spalla, andava d'ora in
ora indugiando nella speranza che il segnale apparisse.

Finchè l'ombra durò, il principe Orange stette su le difese; anch'egli
sapeva cotesta essere vana mostra e confidò vincere con l'inganno
l'ingannatore; aspettava ansiosamente novella della uccisione o
prigionia delle milizie spedite al soccorso di Empoli.

Questa notte, comechè piena di audaci fatti di guerra, andò famosa per
l'ardimento maraviglioso di un fante di Giovanni da Torino, chiamato
l'Armato dal Borgo: costui prevalendosi del buio fitto, si mescolò
tra gl'imperiali e, accortamente inoltrandosi, venne alle trincee de'
nemici a piè la casa della Luna, dove stava inalberato il gonfalone
imperiale; quivi giunto, gittò una corda con in cima un uncino di cui
si era munito; dopo tre o quattro prove gli riuscì agganciarlo; allora
lo trasse giù di forza, e quello cedendo rovinò dalle mura: i soldati
del colonnello del Cagnaccio, udito il rumore, irrompendo fuori lo
seguitarono colle archibusate; — ma egli animoso e leggiero, con la
consueta accortezza, senza lasciare la bandiera, incolume si riparò
tra' suoi. Se i Fiorentini ne movessero vanto è agevole a immaginarsi.
Il signore Stefano volle incontanente gli fosse presentato; commendollo
e gli promise mercede pari all'ardire... mercede che in vero ottenne,
non però uguale alla generosità sua: dieci scudi di oro. — Ma le
azioni magnanime sogliono essere ricompensa a sè stesse: se così non
fosse, considerando quanto sieno rilenti gli uomini a guiderdonarle e
più spesso pronti a punirle a guisa di misfatti, io non so per quale
ragione i virtuosi si disporrebbero a bene operare. In questi nostri
infelicissimi tempi suole la virtù chiamarsi follia: — qualcheduno,
— il poeta, — aggiunge _sublime_: — questo è tempo di servaggio e
di cuori inariditi; — quando i genitori, meglio che di sostanze,
desidereranno lasciare ai figli retaggio di virtù quantunque infelice,
— allora volgetevi all'oriente, — ed esultate, — però che si avvicini
l'aurora di un giorno che forma il sospiro di tre secoli interi: —
quell'aurora spargerà sopra la terra dei nostri padri una rugiada
potente; e la rugiada non cadrà sull'erbe, ma penetrando si poserà
sopra le ossa dei padri: — allora le ossa si leveranno fragorose
come mare che freme, saluteranno il giorno e si addormenteranno
dicendo: Adesso ci è dolce il riposo, perchè quantunque morti, ci
pesava insopportabile la terra avvilita nella schiavitù del bestiale
straniero: gloria al Signore!

Il gonfalone imperiale fu messo il giorno dopo dentro la sala
dell'Oriolo nel palazzo della Signoria. Armato, poco dopo tentando
altra simile avventura, toccò un'archibusata dentro una spalla, e di lì
in capo a due giorni si morì. — Gloria ai valorosi!

Spunta il giorno, — ma fosco; la notte a ritroso abbandonava la
terra; — la faccia del cielo va ingombra di nuvole: perchè così non
ti mantieni, o cielo d'Italia, finchè dura questa lunga passione?
Perchè splendi, o sole, e perchè splendete voi o stelle? Una volta, o
sole, i tuoi raggi incontrando sul Campidoglio i domatori dei popoli,
appariva più bello, riflesso tra le armi trionfali; — ora dove regnava
la forza si trascina la caducità pel vestibolo della morte lasciata
agonizzare in pace dalla compassione dei vincitori: e voi, stelle, che
vi compiaceste vagheggiare il vostro raggio nelle lagune di Venezia,
la Roma del mare, adesso che i palazzi di marmo hanno, cadendo,
contaminato le lagune, le acque si stagnano, le ninfe abbandonarono
coteste rive, o dormono anch'esse in quel sepolcro marino; — perchè
dunque splendete? Quando l'uomo chiude i lumi al sonno, spegne la
lampada; — i vermi non abbisognano di luce per consumare la loro
opera di distruzione. Qual labbro vi canta? Qual cuore vi benedice?
Se qualcheduno fa delle vostre lodi sonare il deserto, egli viene da
terra lontana, la sua voce par quella dell'alcione — l'uccello delle
remote contrade: — il cuore dello straniero palpita di magnanimo
sdegno, l'aquila impennò colle sue ale l'alta immaginazione di lui,
— pure voi, stelle del cielo d'Italia, non intendete cotesto inno nè
vi talenta: — voi siete use ad armonizzare il casto vostro raggio
con più melodiosa favella, con la favella che vince in dolcezza il
mormorio delle acque, quando la luna le gonfia, e l'aure sono chete,
e voi guizzate col guardo sul dorso delle onde lieve lieve commosse.
— Rimanti tristo, o cielo, — versa sempre torrenti di pioggia; noi
crederemo che tu pianga su questa terra di desolazione: — tuona, o
cielo, con la voce di tutte le tue procelle; noi penseremo tu manifesti
l'ira di Dio nel contemplare noi sue creature cotanto avvilite. Io
odio i felici. I figli di questa misera contrada, te vedendo, o cielo,
cotanto magnifico, vanno dicendo: Egli è bello, ma inesorabile; — bello
come l'Apollo del Vaticano, — forma portentosa di nume, — effigiato nel
marmo.

Spunta il giorno: ma quantunque fosco, concede agli Orangiani la vista
della bandiera imperiale inalberata su l'asta sotto la bandiera del
comune di Firenze, e ciò li concita a rabbiosissimo sdegno; la luce
ancora manifesta al nemico il piccolo numero dei nostri, e ciò gli
partecipa ardimento. Filiberto spedisce ai colonnelli lontani messaggi
con gli ordini accomodati alla occorenza; crollansi le compagnie e
cambiano forma: era adesso suo disegno indirizzare alle punte estreme
dell'ale della nostra milizia una mano di cavalleggeri e di fanti
meglio spediti per circuirla, e così divisa dalle mura tagliarle la
ritirata e poi a bell'agio piombar addosso col grosso dell'esercito e
sterminarla senza rimessione; se gli veniva fatto di superare l'ale,
non uno dei giovani fiorentini sarebbe tornato a Firenze. Il signore
Stefano, se avesse condotto numero pari di gente, o lo avesse avuto
di poco inferiore, certamente avrebbe disteso le file all'avvenante
che le allargava il nemico, dopo attelati gli eserciti, non si sarebbe
rimasto dallo ingaggiare battaglia sopra tutta la fronte; ma essendo
pochi, conobbe non avanzargli a perdere più tempo e dover mettere
ogni studio a ritirarsi; attese pertanto a rendere vano lo sforzo del
nemico, prevenendo il suo moto; ordina ai capitani delle due punte
girino velocissimi sul fianco destro i soldati che a lui posto nel
centro stavano a mano sinistra, sul manco, quelli che gli stavano
a destra; e descritta sul terreno una linea sferica, si uniscano
in colonna ritirandosi per alla Porta di San Piero Gattolino; egli
aveva molto bene considerato come così procedendo i cavalli nemici
potevano cogliere di fianco la colonna, romperla quasi serpe sul
dorso e impedirle ogni via di salute; e a questo sperò provvedere
con la celerità dei passi, per cui, lasciato aperto certo spazio di
terreno davanti i nostri, le artiglierie delle mura senza timore di
offenderli potessero fulminare gl'imperiali e trattenerli da molestare
la ritirata. Io non so quello sieno per dire i presenti uomini di
guerra sopra tali ordinamenti di milizia; quello che so troppo bene
si è che anche con quei modi la umanità si lacerava e faceva delle sue
ossa biancheggiare la campagna; miserabile nostro destino, di cui non
ispero, almeno per qualche migliaio di secoli, la fine.

Non andarono falliti i concetti del Colonna: le artiglierie fecero
buonissima prova; gli Orangiani, essendo stati alquanto sospesi,
perderono il destro a inseguirli; posto uno spazio tra loro e i nostri,
costoro diventarono segno della tempesta di fuoco e di ferro che
prorompeva fuori delle mura; — quasi a morte certa correva chiunque si
fosse avventurato su quel terreno. O per prudenza del capitano, o per
beneficio della fortuna, vedevano gli Orangiani sfuggirsi di mano una
preda ormai tenuta sicura.

Ora avvenne come tra i primi cavalleggeri spediti dal principe a
circuire l'ala sinistra del nemico si trovasse Giovanni da Sassatello,
soldato italiano quanto valoroso in arme, altrettanto perduto di fama;
costui militò agli stipendi del duca Valentino e a lui piacque, la qual
cosa ci dispensa di aggiungere altre parole intorno ai suoi costumi. La
Repubblica fiorentina, quando prima ruppe il grave freno dei Medici,
attendendo, come provvida, ad armarsi, lo condusse al suo soldo con
ottanta cavalli; stipulata la condotta, chiese ed ottenne dai signori
Dieci mille e quattrocento cinquanta fiorini d'oro, i quali appena gli
furono contati, rubatigli con suo eterno vituperio, si fuggì al papa.
Sebbene ei si fosse dei pericoli spregiatore e se ne vantasse, pure non
si arrischiava affrontare la bufera di palle briccolate dal nemico; il
suo cavallo, generoso animale, puntate le zampe, indietreggiava con
le groppe, torceva altrove la testa ed annitriva furioso. Lionardo
Frescobaldi, giovane d'inestimabile bellezza di corpo e di animo
ferocissimo, caro sopra modo al Morticino degli Antinori più per questa
seconda che per la prima qualità, veduto per caso il Sassatello, lo
chiamò con gran voce:

«O ladro, fàtti oltre! — O ladro, non hai le gambe, come le mani
pronte? Fàtti oltre! Le palle di Fiorenza ti talentano meno dei suoi
fiorini!»

Arse Giovanni di bestiale ira, udendo quell'oltraggio recatogli da
un giovanetto alla presenza di tanti uomini di guerra; parve a lui
quello che suole parere agl'improbi, voglio dire che non già la colpa,
bensì il rimproccio della colpa lo avrebbe fatto diventare ludibrio
del campo, dove non ne avesse ricavato qualche insigne vendetta;
imperciocchè sogliano simili malvagi compiacersi nel fingere la
tristizia loro o sconosciuta od obliato; e se altri non gli accusa,
eglino si assolvono: la coscienza gli raggiunge di rado; in ogni caso
tardi.

Invano il cavallo ricalcitra, l'ostinato cavaliere gli lacera i
fianchi; al fine la bestia, volendo forse emulare l'uomo si lancia
a precipizio. Viene da magnanimità, da pazzia o da che altro viene
l'impeto del soldato per cui irrompe in guerra contro a morte quasi
sicura? Chi lo sa? Chi potente a distinguere i moti del cuore? Spesso
incontrammo insigniti della stella dei prodi sul campo di battaglia
tali a cui appena avremmo concesso in casa o in piazza lo intelletto
del cane e, quello che arreca maggiore maraviglia, il coraggio del
coniglio.

Se il Frescobaldi avesse in quel punto continuato a ritirarsi, si
sarebbe chiarito valente solo a parole: la sua natura non gliel
consentiva; in luogo circondato da mortali pericoli stette a dare o a
ricevere la morte.

Una palla vola tra la testa del cavallo e il capo del Sassatello,
un'altra gli porta via il cimiero, un'altra interrandosi presso a
lui lo cuopre di fango: — ma i suoi giorni sono contati; egli procede
sicuro come sotto le vôlte di Santa Maria del Fiore.

Lionardo afferra con ambe le mani la picca, che in quei tempi le
fanterie usavano lunghissima, ed aspetta a piè fermo il momento di
spingerla nel collo del cavallo; dove ciò gli venga fatto, il destriere
stramazzerà in un viluppo col suo signore, e mentre questi grave di
armatura tenterà sollevarsi, egli, stretta la spada, lo spaccerà da
questo mondo. — E se il destriero non era più sagace del suo signore,
senza fallo gli riusciva; ma l'animale saltando destramente da parte,
schiva la punta la quale sfiorò in passando la gamba al Sassatello.
Lionardo subito si volge impetuoso per timore di essere preso alle
spalle; la troppa previdenza e la troppa prestezza gli nocquero; forte
tenendo pur sempre nelle mani la lunga picca, imbatte nelle groppe del
cavallo, che un'altra volta girandosi offerisce campo al Sassatello di
ghermire il suo nemico pel collo, e così fece, e trattolo a sè, lo levò
da terra. Lionardo si sentiva strangolare; tentò rompersi il collarino
e non potè aiutarsi; allora si risovvenne avere la daga, la trasse
fuori, e sollevato il braccio incise profondamente il cavallo nella
spalla; inferocito l'animale dallo spasimo, imperversa per la campagna
traendo in sua balìa cotesti due inferociti. Lionardo agita le gambe
per l'aria e stretto alla gola non profferisce parola alcuna di resa;
al Sassatello sbattuto dalla corsa non è concesso assestare un colpo;
fuga d'inferno era quella.

Dai giovani suoi compagni, che molto lo amavano, si levò una voce:
«Ahi! Frescobaldi... Frescobaldi è morto!»

Nè però alcuno si moveva di schiera; solo il Morticino degli Antinori,
per ordinario pallido, adesso poi cosperso di più spaventevole pallore,
accorre come forsennato, e giungendo le mani gridava da lontano:

«Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, — egli è un fanciullo:
non gli far male, in nome del tuo Cristo; — bada.... rammentati che tu
pure hai un figlio di età uguale alla sua... Lasciatelo, Giovanni, io
vi verrò prigione invece di lui...»

«Vedi il gagliardo! io lo tengo come un'oca... Forse dalle oche imparò
a gridare; — da cui il combattere? — Per avventura, Antinori, da te?»

«Sì, via, — ma rendilo.»

«Io non lo tengo, per soldato, — e ne voglio per riscatto mille fiorini
d'oro.»

E disparve galoppando.

                   *       *       *       *       *

Rientrarono le nostre milizie sanguinose, non vincitrici nè vinte,
ma, se si riguarda allo scopo ottenuto di mandare gente in soccorso
di Empoli e al gonfalone imperiale rapito, superiori piuttostochè
superate; non pertanto andavano meste, come quelle che si vedevano
sceme di molti fratelli.

L'Antinori cammina a capo basso e non profferisce parola. Dante da
Castiglione gli si era posto allato; pur, conoscendolo di natura
superba, e dubbioso non si recasse in mala parte i suoi conforti,
desiderava e non sapeva in qual modo aiutarlo. Giunti sotto la porta di
San Piero Gattolino, l'Antinori quasi seco stesso favellando disse con
un sospiro:

«Or dove trovare i mille fiorini? Il nemico occupa i miei poderi....
manderei alla zecca anche il cuore di mio padre!»

Non si potè più trattenere il Castiglione, e gli gettando le braccia
intorno al collo:

«Morticino!» disse in suono affettuoso, «non hai tu un amico nel
Castiglione?»

L'Antinori corrispose all'amplesso: il suo primo pensiero fu buono, poi
gli venne in mente l'antica emulazione che nutriva per Dante, tremò
nella idea di abbisognare dei sussidj di lui; si morse le labbra e,
svincolatosi sdegnoso, si allontanò mormorando.

Dante si rimase a guardarlo dietro tentennando il capo, e dopo alquanto
tempo esclamò: «Tra la virtù egli dondola e il misfatto; — possa almeno
il suo orgoglio preservarlo dalla viltà.»

                   *       *       *       *       *

«A me cotesto anello!» gridava tra orribili imprecazioni il Morticino
degli Antinori a certa sua fantesca; «io voglio l'anello e la
collana...»

«O signore! per la collana, prendetela... ma l'anello lasciatemelo....
con lui mi sposò or corrono quarant'anni il povero Lapo.»

«L'anello!»

«E morendo mi disse: Ghita, conservati buona vedova e tienti l'anello
per amor mio; — ed io mi sono mantenuta buona vedova e non ho mai dato
via l'anello...»

«L'anello, o ti taglio la mano...»

«Alla vostra madre di latte! Gesù, nè anche gli orsi lo farebbero...»

«Sciagurata! Vuoi che ti ammazzi con le mie mani? Io ho bisogno d'oro,
di danaro... dimmi, conserveresti per avventura qualche fiorino nella
tua cassa?»

«O santo Zanobi Benedetto! il demonio si è impossessato di messer
Giovanfrancesco... Non mi ammazzate... io non ho un picciolo, su
l'anima mia...»

«Dov'è mia madre?»

«Badate, Giovanfrancesco, — pensate ai comandamenti della legge di Dio;
io vi sono madre di latte... ma madonna v'è di sangue, non le mancate
di rispetto...»

Il Morticino non l'ascoltava e prorompendo nella stanza della madre
trovò seduta sopra un seggiolone la vecchia madonna assopita di un
sonno leggiero. Non avendo reverenza nessuna alla grave età di lei; con
gran voce comincia:

«Quanto vi trovate a possedere, madonna, d'oro e di gemme, su, datemi
presto senza escludere nulla, — nè anche i pendenti che portate agli
orecchi...» Ed aggiungeva alle parole l'atto violento.

La vecchia donna, altera del nobil sangue che le scorreva nelle vene,
piena della reverenza dovuta alla materna autorità, si levò subito
con tale una forza di cui si sarebbe riputata incapace, allontanò da
sè la sedia, mosse un passo in avanti e sollevò il braccio destro in
sembianza d'imprecare; una striscia di fuoco le attraversò le guancie;
gli occhi le si dilatarono minacciosi e terribili: era una figura da
Michelangiolo.

«Tu tronchi la mia agonia, non la mia vita; per pochi momenti vuoi tu
renderti parricida? — Va... io...»

«Per Dio, arrestatevi, madre... — Io! — Qual demonio vi caccia questo
pensiero nella mente? — Conoscete voi Lionardo Frescobaldi... quel
nobile giovanotto che sovente usa qui in casa? Si, voi il conoscete...
or egli cadde testè prigioniero, e gli hanno posto il riscatto addosso
di mille fiorini d'oro: ora nel pensiero di torli in prestanza da altri
la mia anima geme per immensa amarezza. — Oh! casa Antinora decaduta,
quanto t'era lieve un giorno trovare nei tuoi forzieri mille fiorini
d'oro!...

La vecchia madonna declinò il braccio e sciolse un sospiro; poi strinse
in amplesso amorosissimo il Morticino esclamando:

«Sangue superbo — e figliuol mio! tu sei la mia consolazione...
Aspetta...»

Vacillando si accostò a certo mobile volgarmente chiamato
inginocchiatoio, che i nostri padri solevano tenere a canto del letto
quando i nostri padri credevano ascoltasse qualcheduno nei cieli la
loro orazione, — e, la manca appoggiata sull'angolo, si piega a stento
e solleva il piano dello scalino; — quivi prendendo uno scrignetto,
lo porta a gran pena verso il figlio, — glielo ripone nelle mani
aggiungendo:

«Prendi, Giovanfrancesco; io gli aveva serbati per qualche estremo
bisogno della vita... sento che la vita mi manca, e tra poco non avrò
più bisogno di nulla: — quando pure la vita mi restasse a percorrere
intera, questo mi sembra caso di spendere l'ultimo soldo; — l'onore
della stirpe!... Spero che basteranno; — or volgono forse cinquanta
anni che non gli ho annoverati, — quanti essi sieno ignoro... ma
spero che basteranno. Va... lasciami in pace... — e non farmi più così
paurosamente aprire le palpebre... le tengo chiuse per insegnare loro
a morire.»

                   *       *       *       *       *

Il Morticino degli Antinori nella sala di casa sua attendeva a contare;
aveva noverato fino a cinquecento, quando palpitante di ansietà gittò
uno sguardo cupido nello scrignetto per vedere se bastassero... gli
parve di sì... riprese a contare — seicento; riguarda e si conferma
nella speranza; — settecento; — ottocento; — se pochi ne mancano,
saprà ben egli dove trovarli; — novecento... e quell'orgoglioso
Castiglione... avrebbe voluto avvilirlo... e, oh dolore! egli avrebbe
dovuto piegare l'anima all'avvilimento... lo avrebbe fatto, — e si
sarebbe poi ucciso... — adesso... oh ineffabile esultanza!... novecento
novantanove... mille!

Un fante sollevando l'arazzo teso a guisa di portiera davanti alla
porta principale della sala gridò:

«Messere Dante da Castiglione.»

«Ben venga il Castiglione — ben venga.»

Dante inviluppato dentro largo mantello bruno s'inoltra taciturno
e, posato sopra una tavola certo sacchetto di danaro, si riduce a
favellare coll'Antinori nel vano di una finestra:

«Morticino, io non so perchè voi mi portate rancore; avete torto: —
io vi amo, e voi pure dovreste amarmi. Voi avete un nobil cuore, —
e non è vile il mio; — l'uomo soffre tanto nell'odiare!... più che
non tormenta egli è tormentato. — Tali angosce seminano su la nostra
vita le infermità, le sciagure che davvero, per essere infelici, non
fa mestieri aggiungervi dolori con le nostre mani. Porgetemi, via, la
destra; siamo fratelli... e come fratello, ecco io vi offro parte del
riscatto del Frescobaldi; ma che dico, vi offro? Non è concittadino mio
come vostro, non compagno di arme, non amico? Dovevo dunque contribuire
anch'io e contribuisco... ho recato meco cinquecento fiorini.»

«Messer Dante, tanto mi fu la fortuna benigna che me non volle condurre
come Provenzano Salvani alla estremità di stendere il tappeto in
piazza per raccogliere danari. Io non dovrò tremare per ogni vena
onde trarre di prigione l'amico[184]. La casa Antinora non ha mestieri
raschiare il campo d'oro dell'antica sua arme per riscattare Lionardo
Frescobaldi[185]. Non sarà detto che alcuno della mia famiglia abbia
arrossito dinanzi all'avaro mercadante.»

«Però», interruppe sorridendo il Castiglione, «i vostri maggiori e voi
siete scritti sulla matricola dell'arte dei vaiai.»

«Così porta la costumanza barbara; non per tanto, mano di Antinori da
secoli non tocca libri di ragione commerciale.»

  [Illustrazione: «Del Benintendi è figlia!» con urlo
   spaventevole replica il Bandino,... _Cap. XII, pag. 308._]

«Industria fa ricchezza, superbia fa ozio e povertà: ed un mercante
in piedi, messer Giovanfrancesco, vale assai più di un gentiluomo
genuflesso. La casa Castigliona attese sempre alle pratiche della
mercatanzia nè si crede tralignata per questo.»

«Voi, sì... ma voi...»

«Noi fummo, o Antinori, dei primi ad abitare la cerchia antica di
Fiorenza; rammentatevi che noi nasciamo dai Catellini, cui Cacciaguida,
l'avolo dell'Alighieri, trovava _già nel calare illustri cittadini_:
— la mia casa credo valga la vostra; ma via, diamo fine a siffatto
ragionamento. Io meco stesso mi vergogno andarmi trattenendo in simili
quisquilie. Che direbbe di noi un buon popolano udendo le nostre
parole?»

«Direbbe lui essere uomo di piccola nazione, — noi gente di alto affare
e baroni...»

«Piaccia a Dio che i difensori della libertà di questa nostra
repubblica non vi assomiglino! — Noi, Morticino, c'intendiamo assai
meglio sul campo.»

«Erano tutti vostri i fiorini che presumevate donarmi, Dante?»

«Se gli aveste accettati, vi avrei detto la metà appartenere a Ludovico
Martelli...»

«Ah! Ludovico, — il Guido Cavalcanti dei nostri tempi; — che fa egli
del continuo tra le arche dei defunti?»

«Ricordatevi quello che fu risposto a Betto Brunelleschi[186].»
L'Antinori sentì l'amara allusione e, immaginando vendicarsene,
condusse Dante innanzi alla tavola dov'egli aveva annoverato poc'anzi
i mille fiorini d'oro, e quasi trionfante glieli accennando con la mano
tesa gli disse:

«Voi lo ringrazierete in nome mio, — ed a voi pure gran mercè, — e al
tempo medesimo gli riferirete che in qualche suo bisogno mi sarà grato
sovvenirlo; lo stesso sia detto per voi...»

«Ed io mi dichiaro obbligato alla buona volontà vostra; dico buona
volontà, perchè la mano che miete e non semina, presto si trova a
stringere vento. — Addio, Morticino», riprese Dante gittandosi su
la spalla il lembo del mantello e riprendendo i suoi fiorini; «però
persuadetevi che nel presentarvi questa moneta, ebbi volontà diversa
della vostra quando la ricusaste.»

«Dio vi abbia nella sua santa guardia, messer Dante», — e in atto
di ossequio lo accompagnava fino alla porta. — Dante all'improvviso
tornando indietro:

«Morticino», favella, «togliete compagnia andando al campo; badate,
prima di pagare il vostro danaro: vi sta di contro un traditore, nè
l'antica infamia si getta giù dall'anima come una cappa logora...»

«I miei trent'anni, vedete, non me gli sono mica giocati alla bassetta
nel mondo; so distinguere anch'io le vecce dalle lanterne; non per
tanto mi vi si professo tenuto dell'avvertimento.»

E quando l'Antinori ritornò solo nella stanza, spiccò un gran salto,
proruppe in risa, si fregò forte ambe le mani; esultava di pazza gioia.

«Oh! la conosco pur troppo la tua volontà, campanile di carne... tu
intendevi avvilirmi... calcarmi sotto a' piedi... e lo avresti fatto,
se l'ingegno stesse in paragone della mola. Tu mi avevi apprestata
una vivanda amara, — io te la ritorno confettata di aloe... mangiala
intera. Oh! se costui non fosse, la gioventù fiorentina mi terrebbe
capo e principale costui mi si para davanti e toglie agli altri la
vista di me, e me l'altrui... A tanti colpi di generosità, sotto i
quali costui pensa prostrarmi, bisogna pure che un giorno o l'altro
io corrisponda con un buon colpo di pugnale! — O madre mia, tu oggi
mi hai generato un'altra volta! — Ora tu puoi morire a bell'agio. —
Tu mi donavi vita, superbia e tutti i tuoi danari... a che più oltre
ti trattieni nel mondo? Lacrime non posso dartene, perchè tu mi davi
il cuore, — splendidi funerali nemmeno, perchè mi davi i tuoi ultimi
danari.»

                   *       *       *       *       *

Aveva tolto seco un mulo ed un fante, portava in cima alla picca
il pennoncello bianco e camminava, lieto cantando, verso il campo
imperiale. Giovanfrancesco Antinori superbiva nel pensiero di
ricondurre Lionardo a Firenze, vedeva le genti affollate sul cammino,
udiva le sue lodi; era insomma contento. E fra le gioie dell'orgoglio
s'insinuava ancora alcun poco di affetto pel giovine Frescobaldi. Non
occorre mai notte tanto nera che in parte non mostri qualche raggio di
stella, così ogni anima comechè trista, rammenta ad ora ad ora la sua
origine divina. L'anima un giorno si sveglia su questa terra legata
al corpo, come il condannato alla gogna; la pigra bile o il sangue
ardente del suo compagno la rende malinconica o irosa, le apre la via
della gloria o le porte del bagno; — povero intelletto relegato dentro
un cervello umano! La vita è una battaglia continua tra le passioni
che ci vengon dalla terra e l'anelito dello spirito verso i suoi
sublimi destini. — Io vi domando perdono, signori, se qualche volta mi
perdo in disgressioni: il racconto, lo vedo bene, allora non avanza,
e sopratutto ciò non succede senza offesa delle sane regole della
critica. Ritorno al soggetto.

Giovanfrancesco Antinori, giunto ai piedi della bastite nemiche, vide
ad un tratto abbattere meglio di venti archibugi ed accostare le corde
fumanti ai foconi; onde, sollevato il pennoncello gridò:

«Messaggero! — Rispetto al messaggero! Chiamatemi il capitano Giovanni
da Sassatello, e ditegli che venga col prigione perchè il riscatto è
pronto.»

Il giorno toccava i gradini ultimi del crepuscolo; il cielo si era
mantenuto pioviginoso e tinto in grigio: a qualche distanza appena vi
si vedeva.

Mostrandosi da' bastioni fino a mezzo petto, Giovanni da Sassatello
domandò:

«Chi è che mi vuole?»

«Capitano Giovanni, ho qui meco i mille fiorini, — rendetemi il
prigioniero.»

Qui apparvero due altre figure dietro al Sassatello; una di quelle
era Eustacchio unico suo figlio, l'altra il Frescobaldi; questi pareva
stanco o ferito, perchè stava abbandonato fra le braccia del figlio del
capitano Giovanni, il quale con infinito amore lo sorreggeva.

«Di gran cuore, messere Antinori; se non che l'illustrissimo principe
ha fatto chiudere di buona ora le porte del bastione e volle la chiave
presso di sè, onde non trovo modo per uscire fuora...»

«Poco importa: fate scendere il prigione giù per una scala e poi vi
manderò su per una corda il danaro.»

«Prima il danaro.»

«Prima il prigione.»

«Dio vi mandi la buona notte. — Andiamcene, Eustacchio...»

«Capitano, ascoltate... non partite... componiamo; mezzi prima mezzi
dopo restituito il prigione.»

«Questi mi paiono compromessi da trecconi: — di più nobil sangue e di
più gentile intelletto io vi stimava, messere Antinori.»

«Or via, calate la corda, e vi manderò il danaro...»

«La corda a un punto io calerò e la scala.»

Così fu fatto: — ebbe il Sassatello i fiorini; Eustachio sollevando
Lionardo, lo pone su la scala, ve lo adatta, lo lascia. — Ah! tracolla
giù di un colpo ai piedi del bastione.

«Per la santissima Annunziata», urla il fante dell'Antinori, «messer
Lionardo è morto!»

«Morto! come morto?» ripete forsennato l'Antinori.

«Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» forte ridendo diceva il
Sassatello; «il patto era renderlo, ed ecco, io l'ho reso; adesso vi
darò anche la giunta. — Eustacchio, fa di non mancare quel gaglioffo
fiorentino.»

Balenò un archibuso; — l'Antinori si sentì tocco dalla palla, ma
senza dolore: — volle parlare, e non potendo, si morse le mani: —
una striscia di fuoco gli solcò la guancia, — cotesto fuoco era una
lacrima: — la ribevve; — non una stilla deve sgorgargli della immensa
sua rabbia. — Propone avventarsi alla scala, salire sui bastioni,
inebbriarsi nel sangue del traditore: ma, bersaglio a cento archibusi,
sarebbe certamente rimasto ucciso; — mentre vuol muovere un passo la
terra gli manca sotto, e stramazza.

Il fante, posti su le groppe del mulo il cadavere del giovane
Frescobaldi e il Morticino ferito, riprese mesto la via di Firenze.

Egli era uno spettacolo pieno di compassione vedere sul declinare del
giorno due nobili e valenti cavalieri pendere l'uno ucciso, l'altro
mal vivo a traverso le groppe di un somiero, e dietro loro il fante che
sconsolato recitava le preghiere dei defunti.



CAPITOLO DECIMOQUINTO

ANDREA DEL SARTO

                              Oh! mercadanti, avaro, crudo sangue,
                              Quale han patria, qual legge e quale Dio,
                              Tranne il guadagno?...

                                         EDOARDO FABBRI, _Sofonisba_.


Se a Roma io fossi uscito dagli Scipioni, già non mi sarei gittato
dalle finestre per questo. Adesso corre l'andazzo di tenere in nonnulla
i padri e gli avi: a me sembra spregiare troppo i maggiori ostentazione
uguale a quella di pregiarli troppo. Chi più si sbraccia a maledire
una cosa, più si avvicina a desiderarla: sentenza antica, e perciò
appunto vera. Il conte Vittorio Alfieri, prossimo a conchiudere la
vita scriveva lettera a certo altro Alfieri di Sostegno, nella quale
seco lui rallegrandosi per la nascita del suo primogenito, terminava
con queste parole: e «E tanto più me ne congratulo in quanto che ho
potuto a chiara prova comprendere come, per quanti sforzi che la plebe
faccia, non riesce mai a conseguire l'altezza dei sentimenti, retaggio
esclusivo di noi generati da nobile sangue.» Voi potrete trovare questa
lettera stampata nel giornale _L'amico d'Italia_ (Iddio ci liberi da
amici siffatti!). E non pertanto questo conte Alfieri è quel desso che
in altri tempi flagellò acerbamente i patrizii col verso famoso: _Or
superbi, ara vili, infami sempre._ — L'Alighieri sentiva della nobiltà
da profondo intelletto quando cantò:

    O poca nostra nobiltà di sangue,
      Se glorïar di te la gente fai
      Qua giù, dove l'affetto nostro langue,
    Mirabil cosa non mi sarà mai:
      Che là dove appetito non si torce,
      Dico nel cielo, i' me ne gloriai.
    Ben se' tu manto che tosto raccorce;
      Sicchè se non si appon di die in die,
      Lo tempo va dintorno con le force.

La lunga serie di personaggi incliti nella medesima famiglia induce
maggiore obbligo nel postero di continuare la splendida via tracciata
da quelli. La condizione apposta da Dante è necessaria, onde la gentile
prosapia si abbia a tenere in pregio appresso la gente. In nessuna
epoca come nella nostra vedemmo il poco conto si debba fare delle
ingiurie buttate dalla plebe in faccia alla nobiltà. Finchè durò duro
l'impero di Napoleone, seguì per via dei matrimonii un cambio continuo
tra nobiltà e danaro, ed anzi egli ne fece argomento della sua politica
governativa[187] . Quante fraudi di mercante non ricoperse un mantello
di duca! Ai giorni presenti voi conosceste l'aristocrazia dei mercanti:
ditemi di che cosa vi seppe cotesta aristocrazia? più che innamorato
alle sembianze della donna diletta, il mercante si strugge dietro alla
frazione di una moneta. Delle cose cattive la pessima, l'uomo cambiale;
arido quanto una cifra, nulla abborre, purchè possa moltiplicarsi;
calcolatore di fame, di peste e di sangue, egli senza scelta comprende
i tre flagelli del profeta Natan. L'anima del mercante, meglio che
quella dello stoico, non ha manichi; — tu non sai da qual parte
afferrarla. I nobili di sangue, fatui, se vuoi, e ridicoli e nulli, pur
ti verrà fatto esaltarli con gli esempi paterni. Or via, immaginatevi
un po' un gentiluomo e un mercante, entrambi accomodati nel proprio
gabinetto; — entrambi se ne stanno seduti davanti al fuoco, entrambi
posero sopra il camino la immagine del defunto genitore. Un infelice
stretto dal bisogno ecco picchia alle porte che il Parini chiamò
_ardue_ e domanda soccorso. Il gentiluomo (mi pare udirlo) di subito
dirà: — Dio l'aiuti (modo civile che significa — caschi morto di fame)!
Ma il vecchio servo, nato in casa, che ha tenuto sulle ginocchia il
padrone e si reputa affisso irremovibile del palazzo a un dispresso
come gli arpioni della porta maestra, alzerà gli occhi al ritratto
dalla parrucca impolverata, vestito di stoffa a rose, con lettera alla
mano diretta alla nobilissima dama la contessa sua moglie ed esclamerà:
Il conte Alamanno buona anima non rimandava mai i poveri con Dio senza
l'accompagnatura di un bello scudo nuovo di zecca. E il gentiluomo
guardando il ritratto, gli parrà come vederlo assentire a quella lode
postuma, e cinque volte sopra dieci porrà mano alla borsa e darà lo
scudo. Forse lo moverà superbia, imitazione o che altro; sarà come
volete ma darà lo scudo. Il mercante invece non darà nulla: il servo
preso ieri, pauroso di esser cacciato domani, oggi non dirà nulla;
se alzerà gli occhi al ritratto, contemplerà un volto acerbo come
un conto di ritorno, piacevole quanto la cambiale protestata. Nella
casa del mercante si assomigliano tutti; le generazioni paiono canne
aggiuntate; meno la legatura che forma il passaggio dall'una all'altra,
sono tutte eguali. L'avo fu uomo che di quattro diventò sei, il padre
di sei si moltiplicò in dodici, e via discorrendo. Qualunque azione
del mercante va sottoposta a calcolo. La troppa virtù nuoce, perchè gli
uomini se ne prevarrebbero a danno del rispettabile mercante; la poca
virtù nuoce eziandio, come quella che mena in luogo dove si lavora pel
pubblico; però lascerà scritto il padre mercante al figlio mercante
nei suoi ricordi mercantili; _abbi virtù quanto basta per non andare
a bastonare i pesci._ Ogni cosa il mercante stima a prezzo: certuno di
loro udendo favellare intorno alle maravigliose conseguenze del sistema
di gravitazione scoperta dal Newton, interrogava quanto rendesse per
cento! — Dei governi i mercanti reputeranno ottimo quello non già che
maggiore somma di libertà concede, sibbene quello che minore somma di
danaro domanda; delle religioni suprema quella che gl'idoli ha d'oro, e
i sacerdoti celebrano la Messa _gratis_; tra quanti miracoli operò Gesù
Cristo, uno solo gli rapisce in estasi: — la moltiplicazione dei pani
e dei pesci. Dunque, delle due aristocrazie parmi meno funesta e laida
e contennenda quella del sangue: molto più che questa puoi spegnere
quanto ti piaccia; per provvedere all'altra del danaro, ti torneranno
corti i consigli.

Con maravigliosa volubilità di parole tutte le riferite cose mi
favellava il marchese di Piuma, mia conoscenza antica, in proposito
della lettura ch'io gli feci ieri del seguente capitolo, e concludendo
interrogava:

«Che ve ne pare? Non è egli vero?»

Ed io, che fin lì mi era dilettato a tracciare col dito dei numeri
sopra la tavola, alzai il capo e risposi:

«Ma... non saprei... io per me non sono nobile nè mercante... ne
consulterò quanto prima il presidente della camera di commercio di
questa città.»

E lo farò: — intanto ricopiando oggi mi è piaciuto metter qui le parole
del marchese, come per via d'introduzione al capitolo.

Era giunta la notte alla quarta vigilia, quando Cencio Guercio con
molto riguardo introdusse nelle stanze più riposte di Malatesta
Baglioni quattro frati molto diligentemente nascosti in cappucci e
mantelli loro. — Quegli che camminava innanzi degli altri, appena
entrato, deponendo la cocolla, si mostrò qual era, Giovanni Bandino; il
secondo, quantunque più esitante, ne seguitò l'esempio; il terzo rimase
incappucciato, e l'ultimo, nudando il capo soltanto, dall'acconciatura
delle chiome si fece conoscere per prete. — Malatesta gli accolse con
un lieve declinare del ciglio; pel rimanente rimase immobile nel volto,
come se fosse stato di marmo. Il Bandino ruppe il silenzio dicendo:

«Magnifico, di commessione di Sua Santità io vi presento messer Lorenzo
Soderini, padre Vittorio, frate osservante di san Francesco, e messer
Filippo Mannegli cannonico di Santa Maria del Fiore: penetrati tutti
del tirannico governo che di presente travaglia la comune patria, si
profferiscono secondo la facultà loro, per aiutarvi nella santissima
impresa di liberarnela; essi vi diranno il come intendono agevolarvi
la strada: se voi scorgete espediente altro migliore, voi come più
savio consigliate, ch'essi vennero qui per porsi intieramente ai vostri
servizii.»

Malatesta, sbirciatili così di traverso, chiamò Cencio, gli parlò
sommesso nell'orecchio, e all'improvviso quindi voltatosi al Soderini,
gli domandò:

«Avete voi commessioni speciale da papa Clemente?»

«Sì, certo: eccovi lettera di credenza, strenuissimo messere Malatesta.»

Il Baglioni prende la carta, la guarda e, senza restituirla, soggiunge:

«Sta bene: — e voi altri?»

Il frate e il cannonico risposero:

«Noi non abbiamo ordine in iscritto, ma ricevemmo la commessione a
voce, come può farvene fede messer Giovanni Bandini.»

«Sta bene. — Or ditemi voi, cannonico Mannegli, ed in qual modo
disegnate avvantaggiare le cose del papa a Fiorenza?»

«Fin qui non ho mancato di tenere ragguagliato di quanto alla
giornata accadeva in città il magnifico signor commessario Baccio
Valori, mettendo con non minore pericolo che arguzia le lettere nella
balestriera lungo terra presso Porta San Gallo: nei casi subiti lo
avviso il dì con una sargia, o lenzuolo, o fumata dal comignolo della
cupola di Santa Maria del Fiore; la notte co' fuochi, come or non ha
molto lo avvisai nella occasione della sortita del signore Stefano
Colonna e del capitano Ferruccio.»

«Non mi parlate di quanto avete fatto, sibbene di quanto potrete
in séguito fare, spacciatevi; il tempo incalza, ed è periglioso il
ritrovo.»

«I sacerdoti detestano il reggimento popolano; la Chiesa vedono offesa,
e ne gemono; le sue sostanze contemplano dilapidate, e ad ogni patto
poranno argine a queste empie rapine.»

«Sta bene: voi non potete amare i repubblicani eglino hanno troppo
letto l'Evangelo. Ma in che cosa consistono gli aiuti co' quali vi
proponete sovvenirci?»

«Noi dai confessionali bisbiglieremo una voce sommessa nei petti che
sapranno ripeterla in piazza col fragore del tuono; noi susciteremo gli
odii, semineremo la discordia tra fratello e fratello, porremo la spada
tra padre e figliuolo; se la vita di un uomo impedisce il proponimento
vostro, noi potremo darvi qual più vi piace, o Giuditta, o Ehud, — che
recava i messaggi di Dio sopra la punta del coltello[188].»

«Voi mi parlate come se al mondo non fosse comparso Martino Lutero. —
Dov'è la vostra vantata potenza, poichè egli dimostrava avere da gran
tempo Gesù Cristo fatto divorzio dalla Chiesa?»

«Voi v'ingannate; noi siamo tuttavia più che voi non credete potenti;
il nostro regno durerà ancora per molti secoli: l'uomo sta molto tempo
nell'errore per via dello inganno, un tempo più lungo vi rimane per
presunzione di non si volere essere ingannato. Il cielo parlerà in
favor nostro. Gli stolti repubblicani, come narra Omero di Ulisse,
chiusero i venti negli orti, e a noi con questi concessero la facoltà
di suscitare la tempesta: vi parlo io oscuro? Uditemi, vi aprirò
la mia mente. La Signoria, timorosa che le immagini della Madonna
dell'Impruneta e di Santa Maria Primieriana in mano dei nemici
capitassero, ordinava si conducessero la prima in Santa Maria del
Fiore, l'altra in Santa Maria in Campo; — ora volete voi che elle
piangano? che ridano? volete che sudino sangue? volete che parlino, che
scompariscano, si facciano bianche, diventino nere? Noi tutto questo
possiamo ed altro ancora. Le chiavi di san Pietro non ci furono per
anche tolte di mano: noi possiamo a nostra posta serrare e disserrare
il paradiso...»

«Ohimè! ohimè! sorridendo interrompe il Malatesta, i popoli quasi non
credono più in Dio... Cristo per poco non perse il partito...»

«Non è vero, riprese il canonico; Cristo fa eletto debitamente re di
Fiorenza. E poi rammentatevi, Malatesta, che se noi minaccia rovina,
non per anche cademmo; e la mano dei re, comunque agonizzante, può
segnare la sentenza di morte de' suoi nemici.»

«E null'altro vi avanza?»

«E parvi poco?»

«Al contrario parmi moltissimo; e voi, padre Vittorio, che cosa ci
offerite di buono?»

«Chiedete. — Quanto potrete aspettarvi da un odio che non ha pari,
da una rabbiosissima ira, noi vi daremo. Voi lo sentiste... l'eretico
Carduccio incitare la Pratica a spogliarci dei beni di cui la carità
dei fedeli ci fece dono una volta, e di cui un antico possesso ci
assicurava il dominio; — e al danno aggiungendo lo scherno, egli
diceva: «noi non avere amore di patria, e ad altro non attendere noi
che all'ambizione ed alla utilità nostre; esser pur giunto tempo che
come noi ridemmo delle stoltezze loro, così i cittadini ridessero delle
nostre astuzie, ed ai comodi propri riguardassero. — Vendiamo i beni
dei frati», mi suonano ancora in mente queste empie parole; «benchè
chiunque non vorrà negare il vero, confesserà che non i beni dei frati,
ma i nostri si vendono, donati loro dagli antichi nostri, per tutto
quello che loro avanzasse, non già nelle pompe e nei piaceri, ma in
cose pie spendere si dovesse[189].» E tu potesti, senza che la terra ti
si fendesse sotto i piedi...»

Malatesta, come infastidito, troncò quella parola ardente di sdegno,
dicendo:

«Padre, voi predicate ai porri; e sì che dovreste sapere a che passo
menarono le prediche sole di frate Girolamo Savonarola.»

«Io so che i frati di san Francesco lo menarono al supplizio.»

«Or via, stringiamo il discorso: che cosa farete?»

«Tutto: noi sopporteremo ancora le stimmate del nostro serafico
fondatore...»

«Bel principio ad operare sarebbe, in fè di Dio, impiagarci le mani e
i piedi!... Frate, va a farti medicare il cervello.»

«Malatesta, noi oseremo più di quello che voi non immaginate;
introdurremo nel nostro convento i soldati del pontefice vestiti da
frate, — noi appiccheremo il fuoco alla città, — noi faremo suonare
nella notte tutte le campane, — noi inchioderemo le artiglierie, —
mescoleremo veleno nelle farine e nell'acqua...[190]»

«E voi messer Soderini?» lo fissando di repente nel volto interroga il
Baglioni.

«Io!» risponde questi, il quale per le cose udite si era rimasto
stupito: — «ma... dopo il veleno, la strage e gl'incendii, null'altro
mi avanza a fare, se non che seppellire i morti.»

Malatesta e il Bandino non si poterono tanto reprimere che entrambi in
un medesimo punto non iscoppiassero in altissime risa. Poichè alquanto
si furon rimessi, il Baglioni proseguì con queste parole:

«Ciononostante parlate.»

«Io sono dei grandi: gran parte avemmo nel governo dei Medici, lo
desiderammo intero e mutammo reggimento; il popolo ingrato ci ha tenuto
a vile e, non che piegarsi docili davanti a noi, si levò in superbia
e ci ha tolto anche quella parte che possedevamo un giorno. I nobili
sentirono come propria la ingiuria con la quale mi offese Francesco
Ferruccio, quando io me ne stava commessario a Prato. Cotestui, pur
dianzi a tutti ed a sè stesso oscuro, uso a servire in bottega, per
carità riscattato dalla prigionia degli Spagnuoli dal mio consorte
Tomaso Cambi[191]; costui, dico, ardiva al cospetto dei soldati
sostenermi in volto ch'io non intendeva la milizia e che badassi alla
mercatanzia[192]. I nobili han fermo di vendicare l'ingiuria e non
sopportare altro strazio: conosco gli umori; mi sono note le voglie;
io mi porrò a capo dei grandi... nissuno meglio di me lo potrebbe: io
nasco di casa Soderina... voi lo sapete.»,

«Io so due cose della vostra famiglia, messer Lorenzo», favellò il
Malatesta; «che Piero giunto a capo del reggimento non lo seppe tenere
e adesso vive misera vita a Vicenza; e l'altra cosa da me conosciuta si
è questa, che l'arme vostra troppo apparisce ornata per abbisognare di
altro fregio[193].»

Sentì il Soderini acerbissima la plebea contumelia e, forte commosso,
stava per darle convenevole risposta, allorchè si udì dalle stanze
contigue la voce di Cencio Guercio che gridava:

«I magnifici signori Dieci di libertà e pace...»

«I Dieci!» esclama Malatesta, «noi siamo tutti morti.»

«Misericordia! i Dieci!» ripresero a coro gli altri, tranne il Bandino,
che disse:

«Non mi avranno vivo.»

E mentre queste diverse espressioni si manifestavano in un punto, il
Baglione affrettandosi a fuggire rovescia la lampada, che cadendo si
estingue.

Succede un buio pieno di paura, un silenzio rotto soltanto dallo
stridore di denti dei ribaldi traditori, i quali ad ogni istante
temevano rischiarate quelle ombre e vedere il primo raggio di luce
riflesso sopra la spada del carnefice.

Quel buio alfine sparì, e la luce non rivelò il taglio della spada,
sibbene il riso del Malatesta e del suo compagno, Cencio, i quali
soprastettero alquanto a contemplare la burlevole scena.

Il frate si era rannicchiato sotto il letto del Baglione, il canonico
sopra, dove si teneva avvolto il capo nelle lenzuola non altrimenti
di quello che si facciano i fanciulli allorchè temono per la notte il
fantasma o la versiera; il Soderini poi non si trovava in qual parte si
nascondesse: il terrore gli aveva rattrappito le membra; fatto gomitolo
di sè, si cacciò tra i piedi della tavola e vi si ricoperse col
tappeto. Solo il Bandino con la daga nuda alla mano apparve atteggiato
come uomo che vuole e sa morire combattendo.

E Malatesta beffardo incominciò:

«Fuori, canonico, che puoi vergare la sentenza di morte di tutti i
tuoi nemici; — fuori, frate, che inchiodi le artiglierie e incendii la
città; Lorenzo Soderini, se intendete essere la bandiera intorno alla
quale si denno raccogliere i malcontenti, mostratevi almeno sopra la
terra. — Uscite dalla mia presenza, codardi! — Io ho voluto conoscere
la vostra mente e le vostre forze: — se non ordino che v'impicchino per
la gola quanti siete, questo è perchè non valete la spesa del capestro.
Poichè le finestre del palazzo ebbero il pregio di tenere sospeso
l'arcivescovo Salviati, io non vo' bruttarle col corpo di te, frate
Rigogolo[194]. Sciagurati! Le formiche che vivono tra le cavità della
querce avranno potenza di abbatterne i rami? Voi avete delle rane la
voce importuna e la stanza di fango; rimaneteci, — a voi non è lecito
uscirne. Tu, canonico, torna alle immondezze della tua vita; tu, frate,
a distribuire la broda ai poveri affollati alla porta del tuo convento;
— di te mi prende compassione e ribrezzo, Soderini, un forestiero
t'insegna carità per la patria; Fiorenza sempre onorò la tua casa, e tu
macchini insidie a tradirla. Uscite, sgombrate la casa mia, e sappiate
che Malatesta Baglioni è quanta fede si ritrova nel mondo.»

Il Soderini non sapeva districarsi, e fu mestieri aiutarlo, e insieme
agli altri poveri congiurati, a capo basso, la rabbia nel cuore, uscì
da cotesto luogo maledetto.

Quando furono giunti in parte dove non poterono essere sentiti, frate
Vittorio fremendo favellò:

«Ah! volpe perugina, se non giungo a renderti pan per focaccia, rinnego
anche Cristo.»

«Bisogna», riprese il canonico, «corrompergli lo scalco e fargli
mescere un bicchiero di buona acquetta di Perugia; — non può aversene
a male, — ella è roba del suo paese[195].»

«Voi siete una perla per immaginare, ma e' converrebbe metteste fuori
il danaro.»

«Santa Maria! io non potrei trovare un quattrino neanche se me lo
pagaste un ducato; — mettetelo fuori voi.»

«Se le monete di cuoio andassero, mi taglierei gli usatti.»

«Perchè non levate la corona d'oro alla Madonna che avete sull'altare
maggiore?

«Voi mi tenete per Calandrino, via! Questo fu fatto or corrono bene
dieci anni, e con quella corona di ottone non sembra meno miracolosa
alla gente.»

«O le lampade!»

«Tutte di rame.»

«Allora udite, — scriviamo un'accusa e tamburiamolo per traditore.»

«Oh il valentuomo! voi vi meritate una ghirlanda...»

«D'oro — per cambiarmela d'ottone.»

E si separarono; ma il canonico attese subito a mettersi in salvo
e abbandonò la città; il frate ebbe lo stesso pensiero, se non che
differiva porlo in esecuzione il giorno veniente, e, per le vicende
che accaddero gli sfuggì l'occasione: nessuno di loro curò tamburare il
Malatesta.

Al Soderini, gonfio d'ira e di superbia, non venne in mente cansarsi;
si ridusse a casa, dove la povera sua madre non chiuse occhio tutta la
notte per aspettarlo, e quando lo vide così turbato,

«Lorenzo», gli disse, «badate a non darmi qualche dolore in questi
ultimi giorni di vita. Rammentatevi sempre che i Soderini attesero
anche con loro pericolo al bene della patria.»

«Madre mia, Fiorenza attende il suo liberatore, e l'avrà.» Poi andò a
giacere e sognò di salire sopra un gran palco in piazza, dove i popoli
erano accorsi a vederlo. La mattina veniente allorchè si risvegliò
risovvenendosi del sogno, seco stesso diceva: «Prima o seconda, questa
mia testa è nata per alti destini.»

Infatti il sogno non lo deluse; la fortuna gli apparecchiava un destino
alto.

                   *       *       *       *       *

Il Malatesta, poichè si furono allontanati costoro, facendo bocca da
ridere, così favella al Bandino:

«Di tutto questo che parvene, messere Giovanni?»

«Parmi che dovrei darvi di questa daga sul capo.»

«In fè di Dio! voi avreste torto;» e sì dicendo il Baglione si
allontana; «io piuttosto, e a ragione, dovrei dolermi di voi; chi
diamine mi conducete davanti per cospirare? un frate e un canonico.
Oltre il cattivo augurio che portano seco gente siffatta, sapete voi
chi essi siano e quello che valgano? Uomini di perdutissima vita,
privi di ogni bene di fortuna, così che la corda che gli appiccasse
rappresenterebbe loro l'unica proprietà da essi mai posseduta nel
mondo. Se avessi vite quante maggio ha foglie, io non ne porrei una
all'avventura con loro. E quell'orgoglioso Soderini! Davvero l'epitafio
scritto da messer Macchiavello per Piero Soderini ancora vivente si
addice a tutti i membri della sua stolta famiglia. Al limbo i bambini,
e non con noi per impresa di tanto momento. Voi almeno siete un uomo,
voi, e nelle vostre braccia mi affido come in porto di sicurezza: —
vedete in qual modo mi ha concio l'infermità non pertanto io fui un
giorno, come voi, di persona prestante, e così come sono piaccionmi gli
arditi.»

«Costoro molto avevano promesso, e il papa vi contava non poco.»

«Antico errore nei fuorusciti, sperare troppo nei vanti di chi meglio
ne lusinga la passione.»

«Però ormai erano partecipi della congiura e se non potevano giovare,
disprezzati potranno ben nuocere.»

«Guai a loro! Essi portano addosso la sentenza di morte. Domani, quando
abbuia, nei tamburi di Santa Maria del Fiore io farò gittare dai miei
fidati copia di spiagioni segrete a carico loro; prima che la vipera
morda, le torrò i denti.»

«Chi vi assicura non vi prevengano nell'accusa?»

«La viltà loro. E poi essi hanno prova della mia fede, io invece
posseggo la prova del tradimento loro. Or dunque accostatevi,
concludiamo.»

«Sì, via, concludiamo, che al papa paiono mille anni di ritornare in
palazzo.»

«Adagio ai me' passi; pure io m'ingegnerò a soddisfare le sue voglie.
Uditemi; conviene guadagnare alle nostre parti uno di questi due
cittadini, Francesco Carduccio, o Zanobi Bartolini.»

«Francesco Carduccio!»

«Ma Francesco Carduccio, comechè prudentissimo, si è scoperto troppo
vivo per la parte degli Arrabbiati; la reputazione di cui gode gli
viene da siffatta avventatezza; se domani si mostrasse un tantetto
moderato, si demolirebbe con le proprie mani; quindi non favelliamo più
oltre di lui.»

«Aggiungete ancora ch'ei non si lascerebbe comprare.»

«Tutto si compra, figliuolo mio; passioni, piaceri, vite, in somma
tutto, inclusive la remissione dei peccati e l'entrata nel paradiso; i
tesori delle indulgenze superano di assai i tesori di questa terra...»

«Non obliate, soggiunse ridendo il Bandino, che voi discorrete con
l'ambasciatore della Santa Sede Apostolica.»

«Anzi io diceva così perchè troppo bene me lo rammentava. Rimane messer
Zanobi; astuto, arguto, nei casi umani ricercatore sottilissimo e,
come voi altri Fiorentini vi dite, bagnato e cimato: in lui pertanto
vuolsi riporre ogni fidanza; i nobili gli fanno capo come a principale
rappresentante, pendono dai suoi consigli, quanto egli vuole vogliono:
ama la patria, ma più sè stesso ama; di animo gagliardo, ambisce il
governo; assicurandolo che gran parte otterrebbe del nuovo stato,
fingendo eleggerlo arbitro del futuro reggimento di Fiorenza, giurando
mantenere salva la libertà della patria...»

«Questo è ciò che vuole mantenere papa Clemente.»

«Vi ho io forse detto che mantenga? Ho detto giuri. Il sommo pontefice
può sciogliere dal giuramento con maggiore agevolezza che non iscioglie
il fiocco del suo piviale.»

«Ma quel vero cignale del Bartolini che sempre tiene chiusi gli occhi
e pensa sempre, lascerà cogliersi al laccio?»

«Molto pensa, più molto dorme; e poi non si dà uomo per quanto scaltro
si sia, che non s'induca a credere quello che desidera; altrimenti
per virtù di esperienza, ch'è vecchia e la sa lunga, gli uomini
commetterebbero più errori in questo mondo?»

«E qual provvedimento consigliereste voi per placare questo cerbero?»

«Una bolla col suggello del pescatore, una promessa in buona e valida
forma giurata dal commessario pontificio messer Baccio Valori, sarebbe
l'ingoffo...»

  [Illustrazione: «Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la
   barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo.» _Cap. XIII, pag.
   319._]

«I Dieci!» si ode gridare nella stanza precedente; e poi entrando
affannoso Cencio Guercio,

«I Dieci, per Dio!» replica, «questa volta sono davvero, — mettevi in
salvo.»

«Or non corre stagione per tue giammengole, Cencio: serbale a tempo più
acconcio.»

«In verità... io non so sopra qual cosa giurare... quanto è vero che
l'inferno ci aspetta... i Dieci domandano di voi.»

«Lasciami in pace: va...»

                   *       *       *       *       *

«Il caso urge per modo ch'io mi farò lecito penetrare nella sua camera
da letto...»

«Un momento, messer Carduccio,» — urlava Malatesta adesso allibito e
tremante, udendo le riferite parole; — «un momento solo... la decenza
desidera che non venghiate qua oltre... io sono da voi.»

E, come meglio poteva aiutandosi della persona, accorse
nell'antecedente stanza, dove il Carduccio in compagnia di altri
quattro del magistrato dei dieci era entrato. Messer Francesco,
gittando uno sguardo così alla sfuggita sul Malatesta e lo veggendo
tutto disfatto, incominciò:

«Dio vi mandi il buon giorno, magnifico messere capitano generale;
— ond'è che siete in volto più bianco che lenzuolo di morto? Vi
sentireste male per avventura?»

«Le mie infermità mi concedono piccola salute, messer Francesco
onorandissimo; pure ho fede nella Beata Vergine mia speciale avvocata,
che tanta pure me ne rimanga da vedere questa patria tornata nello
antico suo stato.»

«Avvertite, messere Malatesta, che due furono nei tempi trascorsi i
reggimenti di Fiorenza, repubblica e principato; spiegatevi meglio,
onde il cielo non prenda errore nei vostri voti; io gl'intendo
benissimo e so che volgono alla repubblica. — Però temo non abbiate
riguardo... così infermo passare la notte vestito! davvero...»

«Questo abito io presi nei campi; allorchè il nemico sta di fronte
prudenza insegna si trovi apparecchiato il capitano; un momento perduto
può dare al nemico o a voi vinta la impresa. Ma narrare a voi cose
siffatte egli è come portare i frasconi in Vallombrosa; or dite su,
qual causa vi mena sul far del giorno alle stanze del vostro capitano
generale?»

«Ci hanno gli scorridori nostri portato sicura novella essere già
comparsa in Mugello, d'intorno a Barberino, la testa del nuovo
esercito, sommerà bel circa a ottomila: quattromila Tedeschi, duemila
cinquecento Spagnuoli, ottocento Italiani, e lo restante cavalli; si
tirano dietro venticinque pezzi di artiglieria grossa di cui parte
ne concedeva loro Alfonso duca di Ferrara: portano ancora polvere
e palle in gran copia. Papa Clemente, affinchè giunga questo dono
alla sua patria più tostàno, ha fatto comandare per fino le mule dei
cardinali...[196]»

«Ci si versano addosso tutte le forze della Chiesa e dell'impero?»

«Poco importa, strenuissimo capitano generale: quello però che molto
importa si è questo, che intendendo forse il nemico di circondare
la città da ogni lato, occuperà i colli di Fiesole, il piano di San
Donato in Polverosa e luoghi altri consimili: ora quantunque le porte
della Croce, Pinti, Faenza, San Gallo, della Giustizia e Prato siano
a sufficienza munite di bastioni, e le mura abbiano argini e fosse
diligentemente condotte, parve nondimeno al consiglio dei Dieci e
ai tre commessarii su la difesa di Fiorenza doversi esaminare, se
gli edifizii e borghi intorno alle mura potessero recare comodità ai
nemici, danno a noi; e quando veramente il fatto fosse, come sembra,
dannoso, siamo in tutto deliberati atterrare i borghi con ogni chiesa
e casamento vi si trovasse dentro compreso.»

«Parlate voi daddovero? Rovinare quasi un terzo di città! Egli è questo
negozio grave davvero e da consultarsi con maturità di giudizio: sono
con voi.»

Senza metter tempo fra mezzo, tolta seco convenevole accompagnatura,
di cui ormai non faceva più a meno il Malatesta, salito secondo il
suo costume sopra un muletto, si condusse fuori di Porta alla Croce:
prima di uscire però lasciava parte de' suoi Perugini in custodia
della porta, sospettoso non fosse quello un trovato del Carduccio per
escluderlo dalla città senza muovere rumore tra i soldati: e mentre
ne bisbigliava sommesso l'ordine a Cencio Guercio, aggiunse con un
proverbio:

«Cencio, tieni un occhio al pesce e l'altro al gatto.»

E Cencio pure con un proverbio:

«Badate a voi; che quando il vostro diavolo nacque, il mio andava ritto
alla panca.»

                   *       *       *       *       *

Per ogni dove si vedeva moto, si udiva rumore; moto e rumore naturali
alla maestosa onda del popolo che si agita; moltitudine di gente,
munita di pali, di zappe e strumenti altri cotali, stava attendendo
il comando di atterrare bellissimi edifizii, guastare ameni giardini,
gioiosa così che sembrava non si trattasse della sua sostanza. Il
cuore del Malatesta si commosse, ma invano, come quello del prigioniero
avvinto di catene: mandò ancora un sospiro alla virtù nel modo che il
leone caduto nella fossa guarda il cielo e rugge; la sua anima palpita
sotto gli artigli del demonio; ormai questi v'incise la sentenza: — sei
mio. —

I Dieci, i commessarii, fra i quali come capo onoravano messere
Zanobi Bartolini, il Malatesta ed altri tra i maggiorenti della città
cavalcarono lungo spazio di tempo, specularono i luoghi, valutarono le
fabbriche, e consumata gran parte della mattina in coteste ricerche, si
restrinsero poi a consulta per determinarsi a qualche provvedimento.

«Aprite il pensiero vostro, signor Malatesta», levando il capo e
aprendo affatto gli occhi, che del continuo teneva chiusi o semichiusi,
incominciò l'adiposo Bartolini.

«In fè di Dio! la rovina di tanti edifizii parmi una cosa matta.»

«Se pazza o savia, diranno i posteri; ma certo l'ammireranno in eterno:
ora vogliamo sapere se utile...», interrompe il Carduccio.

«Un tesoro inestimabile andrebbe perduto...»

«Malatesta, cavalcando con noi per la città, avreste pur dovuto leggere
su pei canti scritto con gesso o con carbone il fermo proponimento di
questo popolo. — _poveri e liberi_[197].»

«Prima di favellare io vorrei conoscere questo proponimento in maniera
alquanto più sicura che i segni di gesso o di carbone non sono...»

«Con buona licenza delle signorie vostre», prese a dire un giovine
fiorentino di oneste sembianze recandosi in mezzo ai magistrati e
al generale con in mano un palo di ferro, «ciò non vi trattenga dal
consigliare: io sono di casa Baccelli: posseggo nel Borgo di San
Gallo casamenti ed orti: se il consiglio di guastare prevale, io me ne
rimarrò peggiorato meglio che di ventimila fiorini d'oro; e nondimanco
se tale sarà la deliberazione vostra, tengo il palo pronto per dare i
primi colpi[198].»

E poi si tacque il dabben giovane, modesto nel volto, non avendo messo
nel profferire siffatta sentenza maggiore sforzo che se incontrando
alcuno per via gli avesse detto: buon dì! fratel mio. — Il secolo
nostro impari!

«Che ve ne pare, Malatesta?» interrogò il Carduccio.

«Indovinava papa Clemente quando non rifiniva di empire il mondo di
quel suo volgare concetto: — avrebbero i Fiorentini renduto la città
per paura di guastare gli orticini loro?»

Il Malatesta, prevenendo col desiderio il tempo futuro, pensò che
gli sarebbe diminuito il premio del tradimento dove non consegnasse
la città al papa così intera come egli gli aveva promesso; inoltre
Clemente estimando ormai lo stato di Firenze come propria sostanza, gli
aveva raccomandato badasse a far sì che lo guastassero meno che per
lui si potesse. Il pregio, che in buon cittadino sarebbesi dipartito
da carità, in lui nasceva da avarizia. A Dio non piacque mettere la
sciagura tra le labbra e la tazza perocchè Malatesta raccogliendosi
soggiunse:

«Lasciamo i vivi in disparte; ma l'ossa di tanti morti turbate nelle
antiche sepolture andranno disperse pei campi?»

«Meglio disperse pei campi di un popolo libero che chiuse negli avelli
sopra la terra funestata dalla tirannide», rispose Carduccio.

E Malatesta di nuovo:

«E i santi e Dio, cacciati dalle sacratissime loro dimore, esuleranno a
guisa di fuorusciti, lontani dal paese che tanto fin qui predilessero?»

«Dio abita nei cieli; un cuore libero e infiammato nell'amore santo di
patria è il miglior tempio cui egli si compiaccia abitare. Malatesta,
voi sostenete tutte le parti, tranne la vostra: — voi vi mostrate
mercante, e questa cura ci spetta; — voi vi mostrate tenero della
nostra religione, e questa cura a noi soltanto appartiene; — siate
una volta capitano di esercito, — e se come cristiano le mie parole
vi turbano, sappiate che, quando i sacerdoti vollero, Cristo difese
i tempii, — quando i sacerdoti vollero, Cristo vietò le immagini.
— Iddio, che ha creato il mondo e le cose che in esso sono, essendo
signore del cielo e della terra, non abita in tempii fatti di opera di
mani[199].»

«Orsù dunque», esclamò il Baglione guardandosi prima dintorno per
assicurarsi se al bisogno i suoi fidati gli stavano appresso, «or
dunque, via, vi parlerò da capitano di eserciti, poichè il mio
consiglio coperto non voleste comprendere. Devo io manifestare un
consiglio che compiaccia alle voglie di una fazione, o piuttosto aprire
l'animo mio intero, siccome me ne fanno debito il giuramento prestato
e l'ufficio di buon capitano? Qui, ben lo vedo, si vorrebbe che col
mio parere confermassi il partito peggiore ormai determinato da pochi
uomini torbidi; a noi, alla patria ed a sè stessi stoltamente avversi;
comunque la libera favella non sia ormai senza pericolo quaggiù, io
sostengo iniquo il disegno di abbattere tanti edifizii e disperdere
tante facultà cittadine. Noi molti di leggieri possiamo circondare
di un argine il fabbricato, e quinci difenderlo con prosperità di
evento: tempo e travaglio maggiore richiede la rovina dei borghi che
non l'argine di cui vi favellava poc'anzi: le mure di Fiorenza poco
più valgono di un argine, voi le vedrete sfasciarsi alla batteria
di quattro mezzi cannoni la riparazione dell'argine riesce meglio
agevole dei muri, che per essere di pietra male sapremmo dove trovarla
tagliata ed acconcia a turare la breccia. Se in Fiorenza non si
contiene numero di soldati bastante a far sortite, soncene però quanti
bastano a difendere qualunque più larga cinta di mura. Ciò a chiara
prova si conosce; qui non fa mestieri consulta; ogni uomo che del
tutto cieco della mente non sia di per sè lo comprende: — ma qui si
vuole precipitare il popolo, costringerlo a risoluzioni disperate per
rompergli poi ogni via agli accordi, i quali, la libertà assicurandogli
e il vivere largo, gli togliessero dalle spalle questa incomportabile
gravezza della guerra...»

Mentre così con veemenza arringava, un uomo inviluppato nel mantello,
coperto di un feltro che gl'Italiani avevano cominciato ad usare in
viaggio[200] o quando pioveva, mostrando insomma dall'apparenza di
essere scavalcato pur dianzi, a furia di urti e colpi di gomito, nulla
badando alle male parole che gli dicevano attorno, era giunto a porsi
nella prima fila di faccia al Malatesta, e quivi stava ad ascoltarlo
con atti d'ira, d'impazienza e di rabbia non altramente da quello che
si facciano i cavalli quando si segnano col fuoco.

Le parole del Malatesta non partorivano troppo buon frutto per lui; il
popolo conosceva l'erba pel suo seme e mormorava a guisa di vento per
le forre dei monti. Allora il Baglione, cacciando fuori maggior voce,
aggiungeva:

«Buoni popolani di Fiorenza, fratelli miei, credete a me che vi
sono amico davvero; accettate il mio consiglio e ponetelo in opera!
— vedrete poi chi v'inganna: conoscerete all'occasione chi intende
rimettere la vita nella difesa della patria vostra... Se non avesse
disertato dalla città Michelangiolo Buonarroti, per certo si unirebbe
al mio avviso; — ma ora chi sa dove mai si avvolge quel traditore...?»

«Io traditore!» urlò lo sconosciuto, gittando il cappello e rivelandosi
appunto qual era nella sua rabbia sublime Michelangelo Buonarroti,
«io traditore! Per dimostrarti, popol mio, che non sono traditore,
ecco io ti do un consiglio contrario a quello di Malatesta Baglione,
ed oltre il consiglio, io te ne do il comandamento, imperciocchè io
tengo tuttavia l'ufficio di procuratore generale sopra i ripari di
questa patria comune. — Mal si potrebbe difendere cinta più larga: —
quanto meglio si trovano prossimi i combattenti, e più si aiutano o con
mano o con voce: le antiche mura sono tali da non sofferire batteria;
e prova ve ne faccia la fatica inestimabile durata dal Bozzolo e
dal Navarra quando rovinarono le torri che a guisa di ghirlanda
incoronavano Fiorenza[201]; ancora ponete mente che il Mugnone riempie
d'acqua i fossi intorno alle mura, e questo benefizio non avremmo
intorno l'argine; ancora, le mura non istanno sole e nude, sibbene
molto validamente munite; oltre i puntoni delle porte, le guardano il
bastione presso alle mulina, il baluardo di Santa Caterina, l'altro non
meno forte alla Mattonaia, il cavaliere tra le porte della Giustizia e
della Croce[202]. Giù i borghi, dai quali i nemici possono offendere la
città; aprite libero il campo al fulminare delle artiglierie; non ci
calga delle ville; i nostri nemici ci torranno, non che le ville, la
vita: si taglino le piante, perchè, se qui tra noi rimane la libertà
rifioriranno, — se invece prevale la tirannide, che Dio non voglia,
uomini e cose moriranno inaridite. — V'incresce forse dei magnifici
palazzi, dei vaghi edifizii? Ecco, queste sono mani che sapranno
rialzarli più belli»; e baldanzoso levava in alto le braccia: «poveri
ma liberi... — Ma io meco stesso mi sdegno di consumare un tempo in
parole che più acconciamente dovrebbesi impiegare in opere; roviniamo
i borghi, poi vi mostrerò a bell'agio la necessità di siffatto
provvedimento.»

I popoli si commossero, brulicarono e si avventarono a guastare case
e giardini, amorosa cura degli avi e di loro stessi. Se in cotesto
istante fossero sopraggiunti i nemici, nel vedere il furore che gli
agitava, non avrebbero saputo che cosa pensare; gli olivi, le viti
cadevano; sbarbavano cedri, melaranci e rosai; i tempii e i palagi
rovinavano; i padroni delle case e degli orti, non che si mostrassero
mesti nel sembiante e mettessero guai, inanimavano gli altri, e sopra
gli altri non rimettevano dallo affaccendarsi; per quelle rovine si
avvolgevano tutti polverosi, sudanti, divampanti nel volto. Dante da
Castiglione, Ludovico Martelli, il Busini, Lionardo Bartolini e frotte
di giovani per virtù propria e per chiarezza di stirpe cospicui. Donne
e donzelle si mescevano tra la folla ed emulavano, operando, i più
gagliardi, seguendo la natura loro sempre estrema così nel male come
nel bene; e sì che quei luoghi erano cari alla più parte di esse per
soavi ricordanze di amore: lì presso a quel rosaio venne prima il
diletto garzone, là in quel viale per la prima volta gli favellarono,
in quell'altro la prima parola di affetto fu mormorata, — udì quel
pergolato i fidati colloqui e discreto testimonio ricoperse gli amanti
dei copiosi suoi pampini; e la musa sogguardando tra le rosee sue
dita, ben altri atti scoperse, e brevi sdegni e liete paci, che pure
potè senza arrossire, comunque vergine cantare sopra la celeste sua
lira. Per questi prati fioriti vennero spesso giovani amanti e donne
innamorate; e mentre l'arancio profumava l'aria del divino suo alito,
la melodia degli uccelli riempiva l'emisfero come di un inno di gloria,
e il cielo era azzurro, il sole maestoso nella potenza dei suoi raggi,
ripensarono all'arcano desío dei loro cuori, e in quella universale
ebbrezza della natura rimasero esaltati, lo abbellirono di tutto quel
riso del creato; che fosse oggetto terreno e mortale dimenticarono, lo
incoronarono di rose eterne, per celebrarlo adoperarono un linguaggio
che, da Platone e dai poeti fiorentini in fuori nissuno altro labbro
nel mondo seppe favellare poi. Amore; carità di parenti, fede di
religione, — qualunque affetto taceva; — ogni potenza dell'anima
legata: il pensiero della patria tiene avaramente in sè raccolto ogni
altro pensiero; la gioia sospende i suoi tripudii, l'angoscia i suoi
lai: rideranno o piangeranno poi; — adesso tutti alla patria, a nulla
più attendono che la patria non sia. Ludovico Martelli, siccome quegli
ch'era di gentile natura e delle storie antiche non meno che nei
cortesi modi cavaliereschi intendentissimo, si veggendo attorno una
corona di vaghe gentildonne le quali non aborrivano le mani delicate
adoperare in cotesta impresa, esclamò:

«Voi, donne, siete le stelle della terra; se mi donassero la scelta tra
il sorriso della donna mia e la corona dei Cesari, io per me direi:
mi sorrida la donna. — Già ricorda la storia un vostro fatto antico
che salvò la patria; e la storia manderà ai posteri anche questo, che
certamente salverà Fiorenza...»

«Deh! narrateci il fatto, cortese giovanotto, nè per ascoltarvi
smetteremo il debito nostro», dissero a un punto le gentildonne adunate
presso di lui.

«La storia è breve. Nel 1282, quando messer Giovanni da Procida ebbe
ribellata la Sicilia al re Carlo, questi, avendo raccolto grosso
naviglio a Napoli, mosse incontro Messina, dove postosi ad assedio,
mandò ai Messinesi comando si riponessero sotto alla sua obbedienza.
I Messinesi, sprovveduti di difese, vedendo tanto sforzo di esercito,
col mezzo del legato della Chiesa gli domandarono per patto: perdonasse
alle ingiurie; di quanto pagavano gli antichi loro per anno al re
Guglielmo si contentasse; signoria latina, non provenzale, concedesse.
— Alla quale domanda il re superbamente rispose: I nostri soggetti che
contro a noi hanno infierito a morte domandano patti? Ebbene, io li
perdonerò, ma voglio ottocento statichi, dei quali farò a mia volontà,
e tengano da me quella signoria che a me piacerà siccome loro signore.
— E notate, donne, i nostri padri guelfi lo chiamano il buon re Carlo.»

«Il Signore gli dia nell'altra vita mercede condegna ai meriti suoi!»
soggiunsero le donne; — «ma i Messinesi qual davano risposta alle
tracotanti parole?»

«Ecco, ce l'ha conservata Giacotto Malespini, storico guelfo, che Dio
lo perdoni», continuò Ludovico: «Anzi volerne morire dentro alla nostra
città colle nostre famiglie combattendo, che andare morendo in tormenti
e in prigioni e in istrani paesi[203].»

«Oh i gloriosi cittadini! Onore ai valentuomini!» con le voci e palma
battendo a palma plaudivano le donne.

«Udite!... però la terra in parte non aveva mura, e il re da quel
lato dette un furiosissimo assalto: i Messinesi si difesero, come si
difende l'uomo il quale combatte per gli affetti più cari che la natura
c'infuse nell'anima: dopo sanguinosissima battaglia ributtarono il
nemico aspramente. Il re Carlo si ritirò a notte, fermo nel consiglio
di espugnare alla dimane la terra o morire nella mischia. Cotesta
fu una molto terribile notte pei Messinesi, e come disperati si
sconfortavano: se non che le donne loro gli sostentarono, gli abbattuti
spiriti ravvivarono, e rovinando case e tempii al chiarore delle
fiaccole, con isforzi miracolosi nel breve spazio della notte munirono
di muro quella parte di città che n'era senza. Allora un poeta del
popolo fece certa canzone la quale tuttavia si rammenta. Carlo alla
mattina conobbe impossibile lo assalto: mutato modo di guerra, pensò
averla per fame; vi stette attorno circa due mesi invano, poi gli fu
forza lasciare con sua vergogna la impresa.»

«E la canzone come diceva ella?» richiesero le donne.

«Della canzone i tempi serbarono una strofa sola.»

«Ditela su, noi la vogliamo sapere.»

«Ella dice così:

    «Deh! com'è gran dolore
    Le donne di Messina
    Vederle scapigliate
    Portar pietre e calcina[204]!»

«Oh! continuate, andate innanzi...»

«L'altro s'ignora...»

«Ce lo ponete di vostro, per poco che siate poeta.»

«Ma io non sono poeta.»

«Continuate... continuate... per quanto amore portate alla vostra
donna.»

E Ludovico sospirando riprese a cantare: —

    «Deh! quanto è gran dolore
    Ruinar di nostre mani
    L'arche dei padri nostri
    Li tempii dei cristiani!»

Le donne per istinto di armonia ripetevano in coro:

    «Deh! quanto è gran dolore»

E Ludovico di nuovo:

    «Deh! quanto è gran dolore
      Pensar che a tal destino
      Mena la madre patria
      Un papa e un cittadino.
    Ma di tener Fiorenza
      Non avrai, papa, il vanto,
      O tu l'avrai morente
      Per darle l'olio santo.»

E così continuarono finchè n'ebbero vaghezza.

                   *       *       *       *       *

Il Baglione, quando prima vide la moltitudine precipitare alla rovina
dei borghi e lasciarlo spregiato, lo vinse l'ira per modo che, dato
degli sproni nei fianchi al suo muletto e quindi tirate forte le
briglie, lo tormentava in istrana maniera, sicchè quel misero animale
scalpitava, si agitava e grondava sudore. Volendo poi tornarsene alla
sua stanza, nel volgersi che fece, gli occorse Zanobi Bartolini, il
quale, piegato il capo sul seno, non si era mosso; onde in passandogli
da canto esclamò:

«Chi sa dove mai trarranno la patria cotesti Arrabbiati!»

«Ahi, povera Fiorenza! l'ora anche per te è venuta di essere ridotta in
un mucchio di rovine.»

«Onta a voi che ne siete la colpa: — in fè di Dio, ora che corre
stagione di mostrarvi più che uomo, voi mi diventate men che fanciullo.
Dove lasciaste voi l'antico vigore, quando, commissario a Pistoia,
col carnefice da un lato e la giustizia dall'altro, accomodaste quella
scomposta città[205]?»

«Colpa è del papa, che non volle udire parola di libertà; e tra i due
estremi del vederla o rovinata o serva noi lasciamo andare in rovina la
patria.»

«E chi vi ha detto il papa non volere udire parola di libertà?»

«A me?... lo hanno riferito gli oratori nostri. Forse voi pensereste al
contrario?»

«Lo penso... e forse... posso ancora saperlo...»

«Davvero? E a voi chi lo assicurato?»

«Uditemi bene, messere Zanobi...»

E così andando alternarono un colloquio nel quale i futuri destini di
Firenze furono irrevocabilmente fissati.

«Michelangelo, che nuove?» tutto anelante domanda il Carduccio traendo
in disparte il Buonarroti.

«Cristo morendo ci lasciò in eredità i chiodi e le spine: io nulla ho
ottenuto... nulla... e, oh dolore! la salute della patria pendeva dalla
riuscita dell'opera mia. — Io rientro nella mia patria, come lo spettro
torna alla sua tomba su lo apparire dell'aurora...»

E poichè il Carduccio, le mani incrociate sul petto, il capo a terra
chino, pareva come sopraffatto dall'angoscia, Michelangiolo lo scosse
con impeto e gli domandò:

«Dunque è ben morta ogni speranza, o Francesco?»

«Il Carduccio crollò la testa quasi per iscuoterne i molesti pensieri,
poi vestì la faccia di un sorriso languido e rispose:

«La speranza rinasce dalle sue ceneri, perchè questo popolo è grande.»
— E così favellando gli accenna la moltitudine brulicante nella
distruzione. — «Ma in breve narrami i casi tuoi.»

«Io me ne andai a Ferrara...»

«Parla sommesso; — qualcheduno, parmi, ci si avvolge d'intorno per
origliare le nostre parole.»

«Egli è Andrea del Sarto; forse desidera darmi il ben tornato: —
dilunghiamoci qua oltre e fingiamo non ravvisarlo; Dio non lo ha creato
tristo, ma fievole di animo così ch'io volentieri gli terrei lo ingegno
dell'arte. — Ora dunque me ne andai a Ferrara, riducendomi, quanto
più secretamente potei, ad abitare all'osteria: il duca però, il quale
per suoi nuovi sospetti si fa mandare ogni sera la lista degli osti,
avendo saputo subito la mia venuta, mi mandò a levare di su l'osteria
e mi usò ogni maniera di amorevolezze; di buon principio era questo;
intanto presi a spandere fiorini fra i suoi cortigiani; — oh! la gran
devozione che portano al nostro Battista cotesta gente tutta quanta!
In ogni sguardo io vedeva un uncino, in ogni mano il ronciglio, sicchè
presto mi ridussi al verde; bisognò concludere presto, altrimenti
mi divoravano carne e ossa. Aveva con ogni modo studiato rendermi
benevolo Alfonso; e perchè ei nulla potesse rifiutare a me, io nulla
seppi ricusare a lui, fino a promettergli dipinto di mia mano un quadro
rappresentante Leda col cigno: — adesso mi pento averlo promesso; ma,
non essendo nato principe, fede di gentiluomo mi stringeva mantenere la
parola[206]. Alfine un giorno gli scopersi pienamente l'animo mio con
tutte quelle ragioni che voi sapeste dimostrarmi; al quale ragionamento
egli rispose: Prima che tu parlassi, ti aveva letto nel cuore: — e poi
si alzò, aperse uno stipo, ne trasse fuori una lettera e soggiunse:
Leggi. — Egli era un comandamento dell'imperatore di non soccorrere
apertamente nè celatamente i Fiorentini, per quanto amore portava alle
cose sue; in questo modo operando, si obbligava solennemente a perorare
in suo favore nelle controversie con la Chiesa: in caso diverso avrebbe
dichiarato Ferrara devoluta alla Sedia Apostolica. — Quando ebbi letto,
alzai la faccia ad Alfonso, che, ripiegata la lettera e messala di
nuovo nello stipo, tornò alla mia volta proferendo queste poche parole:
_mors tua, vita mea._ Non perciò pretermisi industria a persuaderlo:
gli rappresentai essere agevole sovvenirci con tanta segretezza che
neppure il diavolo potesse darsene per inteso. — Il demonio forse,
rispose il duca, non mica i preti: per ora io dormo: ma quando mi
sveglierò, partirà dai miei sguardi una favilla che incendierà il
Vaticano. — Così disse: poi, come pentito di essersi lasciato troppo
scoprire, si rinchiuse nelle sue ambagi, e da quel sasso non iscaturì
più vena di acqua; riuscirebbe prima all'uomo di tagliare il porfido
con le unghie che rimuovere quel cupo principe dal proponimento già
preso.»

«E come incendierà egli il Vaticano? Questi sottili artifizii
rovineranno sempre i principi italiani; la forza aperta è più generosa
ed anche più efficace.»

«Per quanto mi occorse intendere da uomini prudenti, le dottrine
degli eretici di Alemagna trovano favorevole accoglienza alla corte
di Ferrara; le principesse, dicono, avere appreso i nuovi dogmi da un
eresiarca tedesco venuto espressamente a convertirle.»

«Alfonso di Ferrara poteva vincere la Chiesa con le sue artiglierie:
non lo avendo voluto, nelle argomentazioni egli perderà di certo...
Inoltre cotesto tuo è concetto che non mi attaglia; imperciocchè, se
le principesse sentono dell'eretico, il duca poi faccia professione di
beghino. E a Vinezia?»

«Vinezia invecchia: — ama il riposo, rinunzia alla magnanimità, alla
gratitudine, alle virtù senza le quali le repubbliche muoiono; ella
pesa tutte le vicende dei pericoli alla bilancia dove i suoi mercanti
riscontrano il peso delle monete d'oro: in lei è spento ogni alito di
grandezza, altro non le rimane che diventare decrepita e morire. Il
Gritti, col dorso voltato dagli anni verso la terra, vede la fossa e
dubita; i suoi pensieri tendono ad abbellire la bara dove un giorno
sarà composta la patria: io lo pregava di avere a cuore la libertà
italiana, ed egli mi pregava a volergli fare un disegno pel ponte di
Rialto[207]. Nissuna parola da voi suggerita dimenticai; non tacqui
un esempio: e poichè guardando sopra la tavola mi occorse un libro
manoscritto[208] che di fuori diceva: _Historie de Nicolò Machiavelli_,
— cercai al libro quinto, dove racconta che i Viniziani stavano sul
punto di abbandonarsi se i Fiorentini con presentissimo pericolo
mandando loro il conte Sforza non gli sovvenivano; e gli notai col
dito le parole dello storico con le quali dimostra quale e quanto
effetto partorisse l'orazione di Neri Capponi al senato viniziano:
— promettevano che mai per alcun tempo non che dai cuori loro, ma da
quelli dei discendenti non si cancellerebbe così insigne beneficio,
e che quella patria aveva ad essere comune a Fiorentini ed a loro. —
Messere Andrea mi toccò su la spalla e mi favellò le seguenti parole.
La ragione degli Stati procede diversa assai da quella degli individui;
— i posteri biasimeranno in me doge della Repubblica viniziana ciò
che tu loderesti in me Andrea Gritti. — Ed io, che a stento mi poteva
frenare, gli risposi: Messere Andrea, io di queste sottigliezze non
intendo, ma più di piacere ai posteri m'importerebbe piacere a Dio;
e inoltre se un tal fatto reca vergogna a un uomo, non so vedere
come e perchè non tornerebbe pure in onta ad un popolo, il quale si
compone di una moltitudine di uomini. No: nè voi nè altri sapranno
convincermi mai, che o popoli o privati non debbano pagare la colpa
di riconoscenza, di lealtà, di grandezza tradite; e male argomenta
colui che la durata della patria circoscrive al brevissimo spazio
della sua vita. — E me ne andai fremendo. Vinezia! Vinezia! le genti
ti contemplano colorita dal sole, rigogliosa di vita, ma il verme
inosservato ti penetrò nelle viscere. Quando decrepita e moribonda
chiamerai le tue sorelle d'Italia a consolarti nella sventura, vedrai
intorno di te i principi, ai quali ti affidasti, irridere alla tua
agonia ed imprecarti la morte, come eredi impazienti di raccogliere il
tuo retaggio. E nondimeno, nè Alfonso di Ferrara, nè Andrea di Vinezia
furono quelli che più mi fecero vergognare di appartenere alla stirpe
umana; l'ira e il ribrezzo di essere nato uomo mi venne dai nostri
concittadini, Carduccio, dai mercanti di Fiorenza dimoranti a Vinezia.»

«E come ti avvenne questo?»

«Io mi trovai a Vinezia allorchè giunse, mandato da Lorenzo Carnesecchi
nostro commissario a Castrocaro, Pietro Borghini, il quale, accolti
quanti mercadanti fiorentini tengono ragione in cotesta città riferì
a costoro le imprese maravigliose di quel valentuomo di Lorenzo;
narrò come sovente fosse venuto alle mani con Leonello di Carpi
presidente ecclesiastico nella Romagna, e sempre con suo vantaggio,
— e di Marradi, ribellato prima e tosto da lui ridotto nell'antica
devozione, — dell'assedio di Castiglione sciolto, — dell'assalto di
cinquemila e più fanti ributtato da Castrocaro, — della taglia posta
da papa Clemente sopra il suo capo e della taglia da lui posta sul
capo del papa, tutte queste cose disse, ed altre ne aggiunse non
meno stupende e degne di memoria; ed infine egli aggiunse essere il
Commessario deliberato di fare un servizio rilevantissimo in pro della
patria, quando loro bastasse il cuore di fornirlo di denaro; e, per
assicurarli avrebbe loro obbligato i suoi beni e quelli di Giorgio
Ugolini tenerissimo della libertà. Capi dei mercadanti adunati erano
Matteo Strozzi, Luigi Gherardi, Ludovico Nobili, Filippo del Bene,
Giovanni Borgherini e Tomaso Giunta; ricchi tutti e, comechè avari, usi
a sprecare in vizii e in giuochi le migliaia di ducati: e non pertanto,
il sangue mi toglie il vedere nel rammentarlo, nessuno ebbe cuore di
sovvenire di un solo fiorino il Commessario Carnesecchi. Matteo Strozzi
allegò che la sicurezza offerta sui beni di Lorenzo e dell'Ugolini in
tanta distanza era come nulla, potendo cotesti beni andare gravati di
debiti sconosciuti, e così favellando parve sospettoso notaro, non fu
cittadino: il Borgherini si scusò perchè aveva fondaco a Roma e temeva
la vendetta del papa: più turpe degli altri, se in tanta turpitudine
possono darsi screzii, Tomaso Giunta, il quale disse non essergli
patria Fiorenza, ma Vinezia; imperciocchè a Vinezia avesse accumulato i
danari, ed i denari comporre il vero sangue e la vera anima dell'uomo;
poco importargli che la libertà della Repubblica fiorentina stesse
in piedi, purchè la sua libreria non cadesse. Io rimasi esitante se
dovessi rispondergli a parole o nel modo con che mi favellò, nella
mia fanciullezza, il Torrigiano[209] quando di un pugno mi sfasciò il
naso; pur mi rattenni e parlai: Stampatore Giunta, quando il papa e
l'imperatore ti avranno strozzato la patria, pensi tu che non potranno
farti smettere la stampa delle opere avverse all'impero ed a Roma,
e con la quale tu ti sei arricchito? — Ed egli a me: Allora stamperò
quelle che argomenteranno a loro vantaggio. — Ma, ripresi io, — ciò
non basterà loro; si sforzeranno affinchè gli uomini non imparino a
leggere. — Lo svergognato concluse: Di qui a quel tempo gran tratto
ci corre: prima che i fanciulli diventino uomini io sarò morto; e
morto io, morto il mondo; buona notte a chi resta. — Gli voltai le
spalle, chè uomini cosifatti paionmi, e certamente sono scorpioni
sbagliati: tornato a casa mi spogliai di tutte le veste e le gettai
sul fuoco, abborrendo di più oltre portarle, siccome appestate da
quei fiati velenosi. Apersi il mio Dante[210], e sopra i margini del
trentesimoquarto nell'_Inferno_ vi segnai la brutta sembianza di quei
mercadanti come traditori tormentati nella Giudecca: il Giunta posi in
una delle bocche di Lucifero, perocchè io non consenta punto col poeta
quando mette Giuda, Cassio e Bruto a maciullare tra i denti di lui;
Giuda lasciai, in luogo di Cassio vi posi il Giunta, la terza bocca
rimane tuttavia vuota, e aspetto a riempirla col Malatesta. Ho sentito
parecchie volte ricordare in famiglia, come uno dei nostri vecchi
esercitasse il commercio di panni franceschi; or ora, come torno in
casa, cercherò la sua immagine, e la velerò di un panno nero, come ho
veduto in Vinezia che praticarono col ritratto del doge Marino Faliero.
— di due cose, o Signore, principalmente io ti ringrazio; la prima
per essere nato italiano, la seconda per non avere sortito ingegno da
mercadante[211].

«Michelangiolo, ciò che tu parli il Carduccio magistrato non riferirà
al Carduccio mercadante; parla sommesso, però che ai soli mercanti
sia dato adesso sovvenire in tanto estremo la patria. Non tutti, come
quei di Vinezia, si mostrarono iniqui al luogo dov'ebbero la vita;
quei di Fiandra, d'Inghilterra e di Lione, mandarono grosse somme di
pecunia. Le consorterie di per sè non hanno vizii, sibbene tu li trovi
negli uomini, e questi sono più infelici che stolti, più stolti che
scellerati. Il danaro tutto può...»

«Il danaro nulla può: raccogliete quanto vi pare fiorini e ditemi un
poco s'essi vi scolpiranno un altro Davidde davanti il palazzo della
Signoria.»

«No, ma pagheranno l'artefice che lo scolpirà. Perchè tu non hai
condotto la sepoltura di Giulio II col disegno che prima intendevi?
forse non perchè gli avari nipoti di Della Rovere eredarono
le ricchezze del papa, non già il suo cuore di spendere nelle
magnificenze?»

«Quando i Fiorentini diventarono mercadanti, posero la prima pietra
della servitù.»

«I Fiorentini dovevano adunare danari e non deporre le armi: li danari
soli e la virtù sola poco tratto camminano; l'ingegno solo è l'anima
senza corpo, li danari soli mi paiono il corpo senz'anima. Se ti viene
fatto di trovarti vicino alla chiesa di San Brancazio, Michelangiolo
mio, entra nel chiostro, e vedrai sopra la sepoltura degli arcangeli
effigiato il simbolo della mia dottrina: troverai una cassa con due ale
tese sotto in alto di volare[212]. Virtù e pecunia, e convertirai il
mondo in paradiso.»

«Quant'è vero ch'io sono figliuolo di Ludovico Buonarroti cancellerò
cotesta immagine: e' mi sembra uno sfregio fatto dalla morte su la
faccia dei viventi; perdio! la cancellerò, dovessi sopportare la pena
di violato sepolcro; no, voi non giungerete a farmi intendere cotali
novelle, Carduccio...»

«Ed io supplico Dio che tu non le intenda mai; forse altrimenti non
saresti divino... — Adesso separiamoci: — tu viemmi con diligenza
a trovare in palazzo; — colà mi esporrai più distesamente la tua
commissione: per avventura ciò che a te parve repulsa, in sostanza può
dirsi che non si abbia ad intender cosa tale; gli uomini spesso, e i
capi degli Stati quasi sempre, e' son tali libri che bisogna intendere
alla rovescia. Addio.»

«Messer Carduccio, uditemi; la mia parola risponde al palpito del
mio cuore; — perchè esiterei davanti a voi? Voi mi parete meno assai
sconfortato di quando v'incontrai nel cimitero di Sant'Egidio. Le
condizioni della patria mutarono, o le vostre?»

Il Carduccio sorridendo mostrò di non si accorgere del fiele contenuto
in cotesta domanda; e pacato rispose:

«Quelle della patria: — il popolo oggi mi ha levato in isperanza; —
poco prima due uomini mi tolsero dalla disperazione.»

«E come si chiamano eglino questi due uomini? Io vo' conoscerli.»

«Uno ben lo conosci, perchè sei tu; l'altro si chiama Francesco
Ferruccio. Cristo non ci lasciò soltanto eredità di spine e di chiodi;
egli ha staccato dalla croce la lancia della sua passione, la pose
in mano al Ferruccio, e nel dargliela disse: Tu vincerai. — Conosci
il Ferruccio? In lui, giurerei, si agita puro il sangue romano senza
miscuglio di barbaro.»

«Ferruccio!» ripete pensando Michelangiolo, tenendo fisso lo sguardo
sul terreno: e il braccio destro distende col pugno chiuso ad eccezione
del pollice, il quale muove a quell'atto che gli scultori fanno
allorchè plasticano le figure in creta; e poi all'improvviso prorompe:
— Ferruccio! Sì lo rammento; egli deve esser grande, — egli è grande
davvero; lo riconosco al pensiero di audacia e di dolore che distingue
le anime divine rinchiuse dentro un corpo di terra, — il pensiero che
ho scolpito sopra la fronte del mio Moisè; — la forza che ci solleva
sopra la natura umana e non ci vale per conseguire la celeste; —
la intelligenza che percuote sempre alle porte dell'infinito; non
importa... cotesto pensiero fascia, come cerchio di ferro rovente, il
cranio che lo contiene..., ma luce sparge e salute agli uomini in mezzo
ai quali egli nacque... ravviso il segno...»

  [Illustrazione: «Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo,
   — egli è un fanciullo:...» _Cap. XIV, pag. 343._]

In questa, la terra, come scossa da terremoto, tremò; si volsero il
Buonarroti e il Carduccio dalla parte donde pareva loro il rumore
movesse; il campanile della badia di San Salvi era scomparso; un nuvolo
denso di polvere occupava gran tratto di paese, e dietro quel nuvolo
prorompevano strida, schiamazzi e manifestazioni di gioia frenetica.
All'improvviso il rumore cessa, nissuna traccia rimane del fatto,
tranne una striscia di polvere che ingombra l'emisfero, e il vento si
porta; e' sembra che il campanile, cadendo, abbia sprofondato la terra,
traendo seco nell'abisso i demolitori. Smisero dal favellare i nostri
personaggi, ed affrettando i passi piegarono a quella volta.

Nuovo spettacolo occorre adesso davanti agli occhi di loro; — cosa
incredibile io narro, ma vera. I cittadini, giunti che furono con la
rovina in luogo, dove si scoperse loro il refettorio nel quale di mano
di Andrea del Sarto era dipinto un cenacolo di Gesù Cristo, stettero
vinti da inusitato stupore nel contemplare quelle celesti sembianze,
dove aveva trasfuso l'artefice tanta parte di Dio, — cotesti atti così
pieni di vita presente; — essi pensarono vedere ad ora ad ora muovere
la mano al Cristo per benedirli; — e pure aspettando la benedizione,
qual si prostese, quale altro piegò la persona, — si composero tutti in
varii atteggiamenti di umiltà e di venerazione[213].

«Miracolo dell'arte!» esclamò appena arrivato il Buonarroti.

«Gentilezza di animo bennato!» riprese il Carduccio.

E le turbe, tostochè videro Michelangiolo, ad una voce parlarono:

«Maestro, noi non possiamo andare più avanti.»

«Voi ferireste nel cuore la gloria di Andrea del Sarto. Dove si trova
Andrea? — Venga, noi lo coroneremo re dell'arte; — sopra un carro di
trionfo o sopra le rovine sarà sempre bella la ghirlanda, poichè gliene
cingeranno le tempie libere mani...»

«Andrea del Sarto!» chiamò il popolo con tale una voce da rompere il
sonno ai sepolti nel chiostro della badìa, — «Andrea del Sarto!»

E Andrea non compariva. Allora si levò una figura livida, oltremodo
cresputa nel volto, parte a cagione degli anni, e parte per la continua
abitudine al riso, e,

«Popolo», disse, — «Andrea del Sarto si è ritirato a casa per timore
che la Lucrezia del Fede sua moglie non si accorga della sua venuta
quaggiù. Ella lo ha minacciato, che tornando i Medici, gli farà la
spia per aver dipinto in Condotta, nella facciata della mercatanzia,
i capitani Cecco e Jacopantonio Orsini e Giovanni da Sessa, e siccome
egli gl'impiccò in immagine pei piedi, ella s'ingegnerà perchè lui
impicchino davvero per la gola: il cuore dell'uomo, il quale ritrasse
questo volto che adorate, trema dinanzi alla più rea e sozza femmina
che mai nascesse in Fiorenza.»

Ciò detto, con un riso sparì; un senso di freddo scorse per le ossa
della moltitudine; rimase spento ogni entusiasmo; continuò l'opera, ma
la continuò taciturna e pensosa.

«Quando», favellò Michelangiolo al Carduccio, «Andrea s'invaghì di
cotesta mala femmina, il suo cuore diventò di pietra pei suoi vecchi
parenti: essi morirono soli e nella miseria, — ma prima di morire
imprecarono la maledizione[214] sul capo dello snaturato figliuolo.
La maledizione paterna ecco si adempie: — così è; lo Spirito Santo lo
ha profetizzato: — la donna valorosa è corona di gloria al suo marito:
quella poi che reca vituperio gli è come un tarlo nelle ossa; — tocche
dalle mani contaminate della moglie impudica s'inaridiscono le foglie
della corona di Andrea; egli se le vede cadere morte prima di lui: —
tutto terra, sarà reso alla terra. I posteri visitando la sua contrada
natale diranno: Insegnatemi il luogo dove dipinse Andrea del Sarto, —
nessuno dirà: Menatemi all'arca dove riposano le ceneri di Andrea del
Sarto.»



CAPITOLO DECIMOSESTO

LA VENDETTA

                              Non ha virtù che di corrucci e sangue:
                              Derisor dei mortali e dei celesti,
                              Nè di patria gli cal nè di fortuna
                              Nè di sè molto: forte nacque e pugna.

                                                            AJACE


Era compiuto un giorno, e il secondo declinava verso vespero, dacchè
il Morticino degli Antinori cibo non gustava nè bevanda: la lingua
arida gli sta attaccata al palato, gli cerchia la gola insopportabile
bruciore; talvolta un freddo sottile dai reni gli scorre su per le
vertebre della spina o gli stringe il cervello, tal'altra lo invade
dal capo alle piante una ondata di sangue, quasi lavacro di metallo
fuso; spesso gli sfugge di sotto la terra gli si piegano le ginocchia,
ed accenna cadere, — non pertanto rimane disperatamente fisso al suo
posto, immerso entro un abisso di dolore e di furore.

Accomodato il corpo del giovane Frescobaldi sopra una bara, con la sua
destra gli stringe la destra e lo viene, di tanto in tanto, guardando.

Ahi com'era da quello di prima diverso! Le belle chiome, sua giovanile
alterezza, ora di sangue sordidate e di fango, ne rendono orribile
l'aspetto, gli occhi ha pesti; pei labbri, donde così feroce prorompeva
il grido di guerra, su per le narici che aspiravano tanto largo sorso
di vita, — l'insetto sorvola, — si posa, — trascorre, quasi sopra
propria posessione; la morte lo abbracciò, e la putredine segna il
vestigio di quell'amplesso; — la morte gli soffiò sopra e spense una
vita di uomo e ne suscitò un'altra schifosa a vedersi, — la vita dei
vermi brulicanti nei cadaveri corrotti. — Alla croce di Dio, cotesto
spettacolo pareva incomportabile per anima viva.

Ma che forse mancano servi, amici o parenti al Morticino, i quali
valgano a strapparlo da tanto orrore? — Un vecchio fante gli si era
accostato sommesso e con molta pietà gli aveva susurrato all'orecchio
le parole di — provvidenza, — rassegnazione, — preghiera, — ed altre
consimili, le quali non rinverdirono la foglia caduta; — ed egli non vi
aveva posto ascolto, se non che, travagliato dallo importuno ronzío, si
scosse, si avvisò di quello che era; la parola — pazienza — gli suonò
piena di amarezza nell'anima: allora tanta ira lo vinse che stretta la
daga la menò con rabbiosissimo impeto contro il suo consolatore: ben
pel vecchio che fu a tempo a curvarsi per modo che il taglio della daga
gli recise le vesti, e così a flor di pelle gli graffiò l'epidermide
del ventre — altrimenti, rovesciate le viscere sul pavimento, quivi
l'infelice moriva. Dopo lui nessun altro ardì mettersi alla ventura.

All'improvviso si spalancano le porte, uno splendore di ceri, un
salmeggiare di frati empie la sala: si abbassa una croce e, trapassata
la soglia, torna a sollevarsi nella sua superba umiltà. I frati della
cura venivano pel morto.

Così tremenda urlò il Morticino una bestemmia, che lo splendore dei
lumi sparì, siccome era apparso, veloce: i frati sbigottiti, lasciatisi
andare i ceri di mano, si cacciarono a precipizio giù per le scale; —
il segno della salute vacillò e cadde, — quasi la bestemmia lo avesse
côlto a guisa di un colpo di balestra.

Quell'urlo intronò tutto il palazzo nei penetrali più intimi e valse
a scuotere la madre del Morticino dal suo consueto letargo. Aprì le
palpebre gravi e domandò:

«Ch'è questo?»

«La compagnia dei frati di san Domenico venne pel morto....» le
rispondevano.

«Avvisatela che si trattenga un'ora e porterà via anche me,» Ciò
detto, riabbassò le palpebre e s'immerse di nuovo nel letargo della
decrepitezza.

La fama dell'angoscia mortale del Morticino correva di bocca in bocca,
e molti ne sentivano pietà; più molti, sapendolo fastidievole e tristo,
pensavano gli avesse Dio mandata quella tribolazione per umiliarlo.
Quando giunse all'orecchio di Dante da Castiglione, questi, siccome
era magnanimo, deposto subitamente ogni rancore, deliberò di farsi a
confortarlo: invano voleva rammentarsi la ingiuria patita; lo avrebbe
odiato felice, ma lo amava misero; e parendogli ancora di potergli dire
cosa che lo avrebbe richiamato da morte a vita, statuì seco stesso
di non indugiare più oltre, perocchè in compagnia del Martelli, del
Busini, del Bichi, dell'Arsoli e di altri illustri soldati e cittadini
s'incamminò alla volta del palazzo degli Antinori.

Il Morticino non si accorse della loro venuta. Dante gli si accostò
e, ponendogli una mano sopra la spalla, gli disse una sola parola. Di
repente nel Morticino la virtù dello sguardo si rifece viva, lascia la
mano del morto, trasalisce, guarda fisso Dante nel volto e con immensa
passione esclama:

«Bada di non ingannarmi.»

«La mia bocca ignora la menzogna, ed apparécchiati.»

Allora il Morticino gli si abbandona nelle braccia, e alcune lacrime
rare gli solcarono il volto bianco, quasi goccie di rugiada sgorganti
dal cavo degli occhi di una statua, dove in troppa copia le depose
l'aurora. Nè per questa volta si pentì dell'amplesso; — lungo si
produsse e smanioso; — mosso dalla ferocia, non già dall'amore, il
Morticino avrebbe abbracciato un ferro rovente.

Egli è da sapersi, che il Castiglione, amico del Carduccio, conobbe
da lui apparecchiarsi in quella notte una incamiciata contro il campo
nemico, ed egli aveva promesso di conservare il segreto ad eccezione di
una sola persona, e questa persona fu il Morticino degli Antinori.

Il muto affanno del Morticino si converte in ebbra loquacità: cibo
prende e bevanda; corre di su e di giù, chiama, urla e tempesta,
allestisce le armi, tenta il taglio della spada e della daga, ora
prorompe in risa sfrenate, ora in minaccie o in bestemmie. I servi
non sapevano se meritasse maggiore compassione, adesso in quel folle
affaccendarsi, o dianzi nella sua cupa immobilità.

Poi disse volersi riposare, impose ai servi lo chiamassero all'ora
dell'Ave Maria, badassero di non obliarlo, o mal per loro: si pose in
fatti a giacere sperando quiete; invano però, chè lo starsi gl'increbbe
meglio del camminare: si volge sopra questo o quel lato, e forte geme
e respinge con grande sforzo di respiro l'aria che pareva soffocarlo;
pur chiuse gli occhi, e le vicende orribili della veglia gli rotearono
pel capo più orribili ancora, scomposte o fantastiche; dopo un lungo
flagellarsi su quell'aculeo di letto, all'improvviso sogna essere la
incamiciata finita, ritirarsi le compagnie, giungere troppo tardo...
fallita del tutto l'impresa: — si sveglia di soprassalto cacciando un
grido e si precipita giù dalle piume.

Il sole non era per anche scomparso dal nostro emisfero; ma, spogliato
di raggi, tinto di un funesto vermiglio, si accostava all'occaso; la
terra, verso la quale pareva declinare, lo avviluppa nei suoi vapori di
sangue. Questo astro benigno di amore e di vita oh come stringe l'anima
dei mortali, allorchè si mostra cruccioso! In quella sera sembrava
l'occhio di Satana che venga a vigilare se le angosce, le infermità
e la morte adempiano il fiero mandato che loro affidò il consiglio
misterioso, che a noi sembra crudele, di Dio.

Il Morticino, a cui increbbe di non lo vedere ancora scomparso, leva
minaccioso il pugno al cielo esclamando:

«Un giorno ti soffermasti nel firmamento per contemplare una
strage[215]; poichè la strage ti talenta, affrettati a dileguarti:
adesso a noi fa di mestieri la tenebra.»

Cala la notte: di orrore si empie e di silenzio la città; Firenze
sembra tramutata nel campo dei morti. — Squilla un tocco della campana:
— quel tocco solitario si diffonde per la terra deserta, e pare una
percossa data sul mondo dalla eternità per conoscere dal suono se sia
in procinto di dissolversi sfracellato tornando nel suo caos primiero.

Il fremito del bronzo taceva appena per l'aria che fu sentita una voce
lugubre che gridava:

«Adunatevi, uccelli del cielo: — la spada vi apparecchia il convito;
basterà la carne a voi e agli implumi che lasciaste nel nido. — Lupi
dell'Appennino, scendete, portate la vostra gran fame, — prima che
l'aurora si levi, il vostro ventre sarà sazio di carne, — dico di
carne umana. Uccelli, lacerate; — lupi, sbranate i corpi morti, senza
misericordia, perchè il Signore ha scritto che nessuno dei difensori
della patria morderà la polvere a cagione del ferro nemico.»

Era la voce del povero Pieruccio, — il profeta del popolo.

Stefano Colonna, conferito prima col Malatesta il disegno, armato di
zagaglia presso il bastione di San Francesco, innanzi di sboccare dalla
porta di San Nicolò, si volse alla gente che gli traeva dietro e le
disse queste poche parole che la storia ci ha conservate: «Valorosi
soldati, io vi meno a una certa e sicurissima vittoria; fate quello che
voi vedete fare a me.»

Erano cinquecento fanti: cento archibusieri e gli altri quattrocento in
corsaletto armati di partigianoni e di alabarde; ai quali si aggiunse
una banda della milizia del gonfalone dell'Unicorno capitanata da
Alamanno de' Pazzi; sopra il corsaletto portavano tutti un camicia
bianca per distinguersi dai nemici, — motivo per cui questa impresa
notturna si chiamava incamiciata.

Quanto più possono chetamente s'inoltrano; divisando Stefano Colonna
incominciare l'assalto dall'alloggiamento del colonnello di Sciarra
Colonna, contro il quale nudriva nimistà mortale, si apprestano a
salire su pel poggio per a Santa Margherita a Montici. Alcuni più
arrisicati e conoscenti del sentiero trascorrono; ecco sono giunti
presso al tabernacolo delle cinque vie, dove i nemici tengono due
sentinelle perdute.

«Chi viva?» gridano entrambe.

«Viva la morte!»

Si ode una procella di colpi; un suono di usberghi percossi sul
terreno; — le parole: Gesù, abbiate misericordia dell'anima mia! —
vengono tagliate a mezzo, così ordinando ragione di guerra; quindi un
gemito roco, — e poi più nulla.

S'inoltrano per la valle che giace tra Rusciano e Giramonte, — la
passano, — già toccano alla coda dell'esercito. — Apra l'inferno le
sue porte! Ecco improvvisamente danno dentro all'alloggiamento di
Sciarra; — molti, i più avventurosi, dal sonno si trovano balestrati
nell'eternità; altri si svegliano per vedere soltanto la spada che
penetra loro nelle viscere: sorge un cieco viluppo, un trambusto di
gente che fugge o che muore e un gridare: — Accorruomo! — accorruomo!
— arme! — aiuto! — e minaccie e preghiere, suoni compassionevoli o
ferici. Smeraldo da Parma, luogotenente di Sciarra, corre forsennato
per radunare le milizie, rincorarle e far testa; così al buio si
scontra nel signore Stefano e lo garrisce come neghittoso; questi,
accecato dalla brama di sangue, lo scambia con lo Sciarra suo consorto
e gli menando un colpo di zagaglia nel petto, — «Sciarra», gli grida, —
or ti parrà ch'io sia venuto troppo tosto!» — Segue una mischia atroce,
— i nemici, mentre tentano difendersi, l'un l'altro, confondendosi,
percuotono; dove adunarsi non sanno; non risplende lume, per ogni
parte li circonda la morte. — Oh Dio! qual desolazione è mai questa!
— potessimo almeno morire da soldati combattendo! — sia tradimento?
— tradimento! — tradimento! — E lo scompiglio e la strage crescono
terribili più, quanto meno veduti. — Dove l'affronto mena più tremendo
il rumore: la voce del Pieruccio, superando i gridi e le percosse,
invoca i lupi e gli avoltoi ad accorrere per satollarsi di carne
battezzata.

Dentro una trabacca distesi sopra il medesimo letto dormono due; —
giovane l'uno, giace nudo avvolto dentro la coltre con un braccio sotto
il capo, l'altro penzolone fuori della sponda; il secondo di maggiore
età, armato di tutto punto, eccetto dell'elmo; a giudicarne dal volto
paiono padre e figliuolo. Giovanni da Sassatello turbava in quel punto
un mal sogno; gli pareva che una moltitudine di armati circondasse il
letto e ve lo tenesse su fermo; egli si sforzava svincolarsi, e non
gli riusciva, dava scossoni, raddoppiava i conati, e sempre invano;
grondava sudore, agitava le labbra con sordo mormorio.

Il sogno era verità, almeno in parte; una mano dei nostri penetra nella
trabacca e va difilata alla sua volta per ispaciarlo di vita.

Egli continua nel sogno spaventevole; — uno degli armati con man
potente gli strappa l'usbergo e gli pone una mano sul cuore; per
tutte le membra gli scorre ribrezzo; batte i denti e non può proferire
parola. Intanto l'armato si trae la daga dal fianco; poi, come se lo
impacciasse la visiera, con la manca la solleva. La coscienza del volto
del cavaliere gli presenta la sembianza di Lionardo Frescobaldi da lui
ucciso, a tradimento, il quale, comechè morto, veniva a prendere la sua
vendetta.

I nostri già gli stanno vicini: — la sua morte precipita giù dalla
punta di un pugnale..

«Morte di Dio, fermatevi!» — urla prorompendo nella trabacca il
Morticino degli Antinori, che cercando in ogni lato il Sassatello, si
era a caso colà abbattuto in quel punto, e al chiarore della lampada
posta sopra la tavola lo aveva ravvisato, — «fermatevi! Se lo uccidete
dormendo, voi mi togliete più che mezza la vendetta. Svegliati su,
Sassatello, svegliati per contemplare la strage del tuo figliuolo. — e
morire.»

Si svegliò lo sciagurato, — stupidì, — stette per isvenire, — poi ad
un tratto gli rende potente la persona una sopraumana gagliardia; — è
sbalzato su in piedi, — ha stretto una mazza d'arme, — abbassa colpi
a destra e a sinistra, si versa intorno al letto come serpente col
suo corpo flessibile. Affannosa, — anelante, — pure ricupera la voce
e, «Eustachio,» grida, «svegliati, difenditi, figlio mio... noi siamo
morti.»

Il giovinetto sonnacchioso:

«Padre, che hai? — ma sentendo il fragore delle armi, spalanca gli
occhi, vede il pericolo e, ghermita dal capo del letto una spada, si
pone con un ginocchio piegato a difendere francamente la sua vita.

«Santi del paradiso, venite in soccorso di noi!» esclama il padre pur
tuttavia menando le mani.

«I santi si chiudono le orecchie alle preghiere dei traditori», gli
gridano dintorno.

E il padre desolato continuava:

«Sciarra, Smeraldo, — aiuto!... aiuto!»

«I tuoi gridi non gli faranno venire, — noi gli abbiamo ammazzati.»

Amor di padre lo costringe a volgere la faccia, e contempla il
Morticino, il quale, copertosi con la rotella la testa, drizzata
la punta della spada, spia il momento di cacciarla nel costato al
figliuolo; — egli distende la manca e, forte abbrancando l'Antinori pel
collo,

«Cane, indietro!» grida, — «non me lo ferire, — egli è innocente.»

Mentre così intende in altra parte, i nemici che gli stavano di fronte
trovano la via a impiagarlo sul capo e su la guancia; egli però non
se ne accorge o non se ne cura, badando pur sempre a tener fermo
l'Antinori. Questi, inasprito dal dolore e, più che dal dolore dalla
rabbia di non aver potuto condurre a fine il suo disegno, indietreggia
di alcun passo e forte appoggiato il taglio della spada sulla mano di
Sassatello, ne recide ferocemente i muscoli e le vene. — Il Sassatello
ritira spasimando la mano, e l'Antinori si avventando presto come
una pantera, contro il giovane Eustachio, che non se lo aspettava, lo
colpisce presso alla forcella del petto; il sangue scorre, — listando
il tenero corpo e il bianco lenzuolo di cui si avvolgeva. Egli era
pietosissimo e non per tanto bello spettacolo vedere quel giovane
di ben composte forme, co' capelli ventilati dietro le spalle per la
rapidità dei moti, il volto pieno della morte imminente e d'indomabile
coraggio, lottare contro l'ultimo fato a guisa dell'antico gladiatore
che tenta guadagnarsi il plauso romano con lo spirare maestoso
dell'anima. Giovanni da Sassatello, tempestando con la mazza d'arme
punte e fendenti, ha respinto gli assalitori: adesso torna a vedere il
figlio e l'osserva impiagato.

«Ahi! Eustachio mio, tu grondi sangue...» E dimentico del proprio
pericolo sta per voltare il fianco ai nemici, i quali prevalendosi
dell'atto gli si stringono addosso di nuovo. Eustachio conobbe esser
quella l'ultima ora del padre, se non si parava, e:

«Padre, badatevi.... badate a voi.... a voi solo, o che io mi lascio
ammazzare...»

«O Antinori, pel tuo Dio, non me lo uccidere!»

«Io non conosco Dio.»

«O Antinori, per quanto amore porti alla tua donna, non me lo uccidere!»

«Io non amo... nacqui per odiare.»

«O Antinori... Antinori, pensa lui essere il mio unico figlio!...»

«Tanto meglio... così sarà più presto distrutta la razza delle
vipere...»

«Sciarra..., Smeraldo..., aiuto!...»

«Già te lo dissi... noi gli abbiamo ammazzati.»

«Satana benedetto, io ti fo voto dell'anima, se mi salvi il figliuolo!»

Tutte queste parole focose, arrangolate, erano profferite tra
l'intervallo dei colpi e mentre, difendendo sè stesso, il Sassatello
volgeva le spalle alla zuffa tra il Morticino e il figliuolo. Dopo un
breve silenzio, — silenzio di voci, però che i ferri aspramente battuti
tra loro mandassero spaventevole fracasso, — il padre in suono di
pianto domandò:

«Eustacchio, come ti difendi?»

«Bene...»

Ed in quel punto il giovane toccava una seconda ferita. — Il Sassatello
sentiva mancarsi la lena; la piaga della mano lo tormentava; i suoi
occhi cominciavamo a perdere lume; volendosi tergere il sudore che giù
li grondava dalla fronte, tenta di farlo con la manca, e il volto e la
barba gli s'imbrattano di sangue; quell'orribile lavacro parve che in
lui facesse riardere il furore; — si scaglia contro i nemici, i quali
si scostano atterriti. Prevalendosi di cotesto istante di posa, si
volge nuovamente al figliuolo... e lo mira tutto sanguinoso...

«Dio», esclama, «come me lo hai concio!» e ormai improvvido di sè si
dispone ad accorrere dall'altra sponda del letto; — di repente due mani
vestite del guanto di ferro gl'imprigionano la destra e gl'impediscono
il passo.

Molti colpi aveva menato Eustacchio, ma invano, perocchè l'Antinori
come tutti i suoi compagni, fossero chiusi dal capo alle piante dentro
arme di tempra stupenda: — di cento colpi avversarii ne aveva riparato
la maggior parte, non pertanto tre lo avevano tocco, e, come quello
che nessun riparo difendeva, n'era rimasto sconciamente ferito: altra
speranza non gli avanzava che percuotere l'Antinori con tanta veemenza
sull'elmo da cacciarlo trammortito per terra; allora gli si sarebbe
lanciato sopra e, insinuandogli la punta nella commessura tra il
corsatello e l'elmo, confidava svenarlo. In questo disegno afferra la
spada con ambe le mani e, levandosi ritto sul letto, acconsente quel
colpo con tutta la persona. — Agevole fu al Morticino, destrissimo,
di tirarsi da parte e mandare a vuoto la percossa; sicchè il giovane,
non trovando contrasto, venne tratto fuori di bilico a traboccare
dal letto spezzandosi sopra la terra le labbra e i denti. L'Antinori
gli balza sopra, la mano gli pone entro i capelli, intorno al pugno
gli attorce, e traendole di forza lo strascina. Il padre, visto quel
caso miserabile, non già immeritato, così impetuoso scosse le braccia
che mandò quei due che lo tenevano stretto lontani da sè a rotolare
per terra, — ed accorreva al soccorso... Ma i due caduti urtando
nella tavola su la quale ardeva la lampada, la rovesciano; — mancò la
luce... ma il raggio moribondo si prolunga riflesso sopra la spada del
Morticino che si abbassa sul corpo del giovane Eustacchio. Quando le
amate sembianze gli scomparvero dallo sguardo al Sassatello, mancate
sotto le gambe, venne meno il coraggio, gli si ottenebrò l'intelletto,
— rimase immobile — pauroso di offendere le membra del figliuolo, non
ardiva movere passo: i nemici lo atterrarono, — gli avvinsero di corde
le braccia; — egli non mandò sospiro, — non gemito di angoscia; immerso
dentro un abisso di dolore, stette muto.

                   *       *       *       *       *

In altra parte accadeva altra strana vicenda. Parmi d'avervi già
raccontato come un poeta, Annibale Bentivoglio bolognese, militasse
contra a Firenze nel campo pel papa; costui, siccome soventi volte
accade ai soldati, abborrendo le sciagure di quella misera contrada
e chi n'era cagione, non per tanto si adoperava in vantaggio degli
oppressori; raccolto la sera nella sua tenda, malediceva alle infamie
con quella medesima destra che aveva aiutato a commetterle la mattina;
destato nello scompiglio, travolto nella fuga del suo colonnello, tolte
appena le vesti e la spada, si riparava nelle parti più munite del
campo, lasciando le carte sparse sopra la tavola. Ludovico Martelli,
precorrendo la compagnia della milizia fiorentina di cui era capitano,
entra nella tenda, e, viste le carte, lo prende vaghezza di leggere
quello che contenessero. Il poeta aveva tracciato le due prime terzine
della satira nella quale descrive il travaglio della città assediata;
— le terzine dicono così:

    Sovra i bei colli che vagheggian l'Arno
      E la nostra città, che or duolsi et have
      Pallido il viso e lagrimoso indarno,
    Sono un di quei che con fatica grave
      Al marzïal lavoro armati tiene
      Quel che di Pietro ha l'una e l'altra chiave.

Arse di nobile sdegno il Martelli e, recatasi nella mano la penna,
subito scrisse sotto continuando:

    Ma non sarien l'empie sue voglie piene,
      Se d'italico sangue alcuna stilla,
      Snaturato, tu avessi entro le vene.

Poi gettata la penna, esclamò:

«In verità a chi ebbe intelletto da conoscere il malefizio, e il cuore
non gli basta per sfuggirlo, la giustizia di Dio apparecchia doppia
pena nell'altra vita.»

E poichè, tra tanti orrori nei quali va trattenendosi la mente, un
esempio di virtù giunge gradito come aurea fresca che ristori il
sangue, — giova qui ricordare — che il Bentivoglio, tornato nella
tenda, avendo letto quel foglio, sentì divamparsi il volto di vergogna;
gli venne in fastidio la turpe vita e, pretestata certa sua infermità,
si ritrasse dal campo; perocchè la musa infonde nell'uomo con la
mente arguta un senso gentile, che rifugge dalle opere inique come da
sconcezze che bruttano l'armonia del creato.

                   *       *       *       *       *

Qual mai cagione impedisce al principe Filiberto d'Orange di prendere
un riposo che la natura concede al più misero dell'esercito imperiale?
Il rumore dell'assalto non giunse per anche in quella parte remota del
campo che egli abita. Sarebbe per avventura previdenza d'infaticabile
capitano? Mai no, ch'ei se ne sta neghittosamente seduto, con le guance
appoggiate sopra entrambi i pugni chiusi e gli occhi fissi, — senza
sguardo però, — su certe carte deposte dinanzi a lui sopra la tavola.
Forse considera le mappe di Firenze e indaga il luogo più destro
agli assalti, o immagina qualche nuovo accorgimento di guerra per
rintuzzare l'audacia, che si hanno tolta gli assediati nelle frequenti
loro sortite? No; — causa della veglia del capitano di Cesare è questa
lettera che mediante un suo fidato gli fece consegnare la madre:

«Sire principe, nostro dilettissimo figliuolo. — Quella che noi
viviamo lontano da voi non può dirsi vita, e morte nemmeno, avvegnachè,
quantunque di questa ultima io patisca incessanti dolori, non però mi
apporta l'oblio e la quiete. Tra i terrori dell'inferno e i terrori
di madre vinsero gli ultimi; noi osammo scoperchiare le sepolture,
profferire con la nostra bocca gli scongiuri vietati e interrogare
l'avvenire. — Nè perciò disperiamo della salute dell'anima nostra
per ottenere il perdono ci sarà mediatrice presso a Dio la Vergine
santissima: ella come madre conosce a quali estremi sia condotta la
donna per amore del suo sangue — Filiberto, le mascelle dei defunti si
sono riunite, e sapete voi qual vaticinio usciva dalla loro bocca senza
labbra? — Voi perirete nella guerra di Fiorenza. — Deh! figliuol mio,
lasciate cotesta impresa; voi siete l'istrumento col quale un parricida
intende straziare le viscere della propria madre: voi non guadagnerete
gloria terrena e porrete in pericolo la salute dell'anima. Dentro un
poeta italiano, e parmi fiorentino, ben mi ricordo aver letto un giorno
come certo cristiano si acquistasse l'inferno a cagione dei consigli
di un papa[216]. — Rimovetevi dunque da cotesta impresa; pensate
tramontare con voi il sole di casa Chalons, nessun figlio potere
sostenere la gloria della nobile nostra famiglia, e sopra tutto pensate
che la vostra eredità caderebbe addosso a me povera inferma, già
grave di anni, come un peso sotto del quale rimarrei infranta[217].»
Filiberto sentiva suo malgrado tale sgomento che gli pareva una voce
del Destino: — i polsi di mano in mano gli battevano più languidi,
— stava come sotto la potenza del fascino; — tant'è, — aveva paura:
— se la sua lingua avesse proferita cotesta parola, ei se la sarebbe
tagliata co' denti; — se in cotesto punto occhi umani avessero potuto
leggergli nel cuore... od egli avrebbe spento quegli occhi, o trafitto
il suo cuore. — Oh! non morrò, — le foglie non cadono già in primavera,
ed io son bello, forte e potente; — ora non posso morire: — bisogna che
la Morte aspetti; — aspetterà... almeno finchè non mi nasca un figlio
legittimo, altrimenti la gloria mia sparirebbe dal mondo a guisa di
quelle statue di plastica apprestate per celebrare qualche festa, —
decoro di un giorno, — poscia neglette nella bottega dell'artefice;
— la mia insegna, che resi con tanto sangue famosa, si sperderebbe
inquartata entro chi sa quale altra arme. I morti mentiscono, — io
mi sento pieno di vita. Ma!... Filippo il Bello..., grande..., figlio
d'imperatore, padre d'imperatore..., glorioso..., avventurato, cadde
sul fiore degli anni; — la Morte lo spense nel modo stesso che il
chierico avaro soffia sul torchio appena acceso dicendo tra sè: vo'
risparmiare la cera. — I corvi non si rimasero dal bezzicare gli occhi
e schiaffeggiare con le ale le guance dell'avo di Filippo, — del bisavo
di Carlo imperatore, Carlo il Temerario, là presso Nancy, comunque
potentissimo tra i principi cristiani; — la Morte quando entra in
camera del papa, non si curva mica al bacio de' piedi, ma gli va dritto
e scuote il vicario di Dio della vita con la stessa agevolezza con la
quale si scoterebbe una stilla di rugiada da un fiore... Ah!...

E sollevò la faccia.

Era visione? Era realtà? Nell'alzare gli occhi il suo sguardo
s'incontra in uno sguardo acuto, come di vipera; un terribile simulacro
di uomo gli stava davanti; — la pelle gli s'informa dall'ossa, — i
capelli scomposti gli danno sembianza del capo di Medusa; tiene levata
la destra scarna stringendo un pugnale; — però non s'inoltra, sembra
essere trattenuto da forza misteriosa.

«Chi sei?» interroga il principe balzando in piedi e stringendo una
pesante mazza d'arme, «e da parte di cui tu vieni?»

«Vengo da parte mia. — Temerario!» col manico di un coltello
percotendosi la fronte esclama il personaggio apparito; «io ben sapeva
non essere la tua ora anco giunta: — quello che Dio incide sopra la
pietra cancellerà l'uomo coll'alito?...»

«Chi sei? parla...»

«Io mi sono uno che vengo per dirti: Filiberto, i fati hanno contato
i tuoi giorni... guàrdati dall'aquila dei nostri Appennini; ella ha il
rostro gagliardo e gli artigli taglienti...»

«Torna all'inferno, donde uscisti, demonio!» E qui il principe con
quanto aveva di forza nel braccio scagliò la mazza d'arme contro il
fantasma.

Il fantasma disparve tra le ombre. Filiberto con qualche esitanza si
recò in quella parte dove lo aveva veduto cadere, fidando trovare un
uomo morto, ma non gli occorse persona; la sua mazza è lucida come se
non avesse diviso altro che l'aria.

Corse nella parte anteriore della tenda; — le guardie dormivano, — una
sola vigilante, interrogata, rispose non aver veduto od udito anima
viva. L'Orange, quasi bisognoso di più libero respiro, uscì all'aria
aperta. Il fantasma era Pieruccio; costui avanzandosi carponi tagliò
la tenda in parte inosservata e vi penetrò col disegno, che gli uscì
a vuoto, di uccidere il principe; quando questi gli lanciò contro
la mazza d'arme avendo già disposto andarsene, prevenne il colpo
distendendosi sul terreno per uscire siccome era entrato. Incolume
riparò tra i suoi.

Posto ch'ebbe il piede fuor della tenda, il principe vide passare con
presti passi un sacerdote accompagnato da un fante che gli rischiarava
il sentiero col lampione; mosso da vaghezza di sapere a che si
affrettasse, domandò:

«Dove andate, ser cappellano?»

«Ad amministrare l'olio santo al magnifico Girolamo da Morone che sta
per morire...»

«Come?... che dite?... Il Morone!... Voi fate errore; — poc'anzi noi
favellavamo insieme...»

«Figliuol mio, la morte non manda corrieri: il Morone si muore...»

Chi fosse Girolamo Morone ora non cade in acconcio di qui raccontare.
Di lui scrivono tutti gli storici del tempo; meglio degli altri
Francesco Guicciardini.

Filiberto adesso, ponendovi mente, ode rumore di guerra; — intende
col guardo nelle ombre e poco si addentra; — all'improvviso un baleno
illumina la città, il piano, quanto i colli circondano; e in quella
subita luce vede, o pargli vedere, una zuffa, una fuga, un viluppo
terribile di uomini e di cose.

Dico di cose, perchè discerne scorrere di qua e di là pel lampo certi
grossi volumi bianchi che dando di cozzo alle tende, vi s'impigliano
dentro e le fanno cadere: — poi la pèsta cresce; — diventano gli urli
e lo strepito delle armi percosse più distinti; — di repente le mura
di Firenze parvero circondate da una cintura vermiglia, e poco dopo
rimbombò una scarica di cannoni grossi pel cavo dei colli. Allora
si accòrse di quello che fosse; ma i capitani e i consiglieri non
apparivano; — intanto il pericolo si accosta. Stava per dar fiato al
suo corno, quando affannosi, mezzo armati, accorsero tutti in gruppo i
principali dell'esercito in cerca di comandi. Filiberto nella urgenza
del caso rinfranca l'animo smarrito; in presenza della morte il timore
di morire lo abbandona; manda Pirro Colonna e il conte di San Secondo
là dove più feroce conobbe essersi appiccata la mischia; spedisce
messaggi ai colonnelli più lontani affinchè si armino, si stringano
insieme e non si muovano se non ricevono avviso. — In questo ecco
Baccio Valori come smemorato affrettarsi alla volta del principe, il
quale, riconosciutolo appena al chiarore di un lampione, gli disse;

«Frate, tardi venisti... I Fiorentini non ci vonno lasciar dormire
stanotte...»

«Oimè! — È il finimondo... il Morone mi spirò tra le braccia...»

«Il diavolo chiude le reti. — Vi ha egli lasciato nulla?»

E senza attendere risposta si volta a don Ferrante Gonzaga e gli
comanda di calare verso il piano alla riscossa del colonnello di
Sciarra; quindi riprese, come interrogando coloro che gli stavano
attorno:

«Valenti uomini, guardate un po' costaggiù: — vedete quei corpi
bianchi, — che cosa vi pajono?»

E tutti allora guardavano, — e non sapevano.

Allorchè meno se lo aspettano, ecco presso del principe prorompere un
muggito; egli volta la testa e si contempla vicino un bove trafelato
dalla corsa.

«Intendo» disse il principe, «messer Bacio; poichè il Morone è
morto, il bove viene a profferirsi di compiere il numero dei miei
consiglieri.»

Filiberto volse l'avventura in burla alle spalle del commessario del
papa, siccome sovente costumava: non pertanto prima di riderne ne aveva
avuto paura.

Ora è da sapersi che i nostri nel rompere impetuosamente gli usci delle
case per uccidere coloro che dentro vi fossero, atterrarono la porta
della stalla di un beccaio, donde uscite le bestie presero imbizzarrite
a imperversare nel campo, spargendo per ogni dove lo scompiglio e la
paura; nè vorrebbe attribuirsi ad amore del maraviglioso l'affermare
che la metà del danno in quella notte venne da questi animali
furiosi, i quali sbarattavano le intere compagnie, pestavano uomini,
rovesciavano tende, mandavano sottosopra quanto loro si parava
dinanzi[218].

  [Illustrazione: «... Morto?» ripete forsennato l'Antinori. «Vi
   aveva forse promesso rendervelo vivo?» _Cap. XIV, pag. 351._]

Il disegno fermato col Malatesta fu, che il signor Orsino, rimasto a
vigilare sul bastione di San Francesco, quando avesse veduto essere
necessarii i rinforzi, sparasse le artiglierie ed uscisse con le sue
genti dalla Porta di San Nicolò, siccome nel medesimo punto sarieno
usciti Ottaviano Signorelli da Porta a San Pier Gattolini, e Giovanni
da Turino da quella di san Giorgio. La bisogna avvenne nel modo che
avevano divisato, e dando dentro francamente, cominciarono a tagliare;
i nemici spauriti, non bene armati, appena opponevano resistenza;
cotesta piuttosto che guerra giusta, era strage promiscua. Il principe
d'Orange, circuito di uomini poveri di consiglio in quell'estremo, si
stava presso alla porta della casa albergata dal Morone, incerto sopra
i provvedimenti da opporsi all'ignoto pericolo; un paggio gli tiene
fermo il caval di battaglia; — un altro gli porta l'elmo decoroso di
piume: — di momento in momento si succedono messaggieri spediti da
tutte le parti del campo, le ultime novelle più triste; — si raccoglie,
cerca un rimedio che valga, e nulla trova; — alfine contro sè stesso
sdegnoso lascia andare un terribile colpo in un pilastro della porta,
schizzano — fischiando le scheggie, — scintillano vampe di fuoco, —
gli rende l'ira la mente, — ordina ritirarsi i colonnelli su le cime
dei colli, lasciare le tende, accendere fuochi, nessuno trattenersi a
salvare uomini spicciolati o intere compagnie; chi rimane disgiunto
incolpi sè o la fortuna, — ma nessuno torni indietro: — così si
restringerà l'esercito, si serrerà più denso, potrà meno scomporsi
negli urti, meglio respingere gli assalti; poi monta in sella al
cavallo e lo spinge verso il monastero del Paradiso, dove la mischia
gli parea più forte.

Michelangiolo e Lupo, anime pari con diverso intelletto, sopra il
campanile di San Miniato argomentavano tra loro come potessero recare
molestia ai nemici. Lupo intendeva scaricare le artiglierie, nascesse
che cosa sapeva nascerne; se non che Michelangiolo lo impediva dicendo:

«Non le toccare, Lupo, veh! le palle potrebbero uccidere nella
confusione qualcheduno de' nostri,»

«Lasciate fare: — se la palla uccide un nemico ed uno dei soldati
perugini agli stipendi nostri, la città ci guadagna il doppio; — i
soldati forestieri uscirono i primi...»

«Che monta ciò? Io giurerei che i nostri giovani della milizia, comechè
ultimi a uscire, sono stati i primi ad assaltare.»

«Sentite, Michelangiolo: io tirerei; — guardate colà presso al
comignolo, — vedete quei lumi fermi? — cotesto è segno certo che colà
non combattono; ora levando una zeppa alziamo i cannoni, e le palle
non offenderanno il mucchio che mena le mani più al basso dentro quel
buio...»

«Dio ti abbia in aiuto! — fa parlare da' tuoi cannoni una parola di
ferro a quella mandra di scomunicati.»

Il campanile di San Miniato sfolgorava a gloria; ora s'incorona di un
cerchio di fuoco, ora scomparisce per le ombre; lo avresti creduto
un gigante che venisse a prender parte nella contesa in favore di
Firenze[219]; ad ogni scarica lanciava la morte dentro quelle spesse
colonne di uomini, i quali, trattenuti dal contegno dei capi, dalla
disciplina severa ed anche dall'amore della reputazione acquistata
nelle guerre trascorse, stavano a riparare con le membra loro cotesta
bufera di ferro e di fuoco non senza mormorare però ed accennare che
per poco non si sbarattavano dandosi alla fuga.

«Per Dio! per Dio! — Maledetto il buio! — Qui non possiamo nè anche
vedere come si muoia...»

«Che importa il come, purchè si muoia da valorosi?...» grida
sopraggiungendo Filiberto; «tenete fermo, se non volete essere sgozzati
come una mandra di agnelli.»

«Viva il principe di Orange! Viva!»

Alcuni soldati che portavano torcie fecero calca intorno al capitano:
uno tra gli altri gli si era posto davanti alla testa del cavallo; —
all'improvviso, ecco una palla coglie il soldato nel capo, glielo porta
via netto dal busto... e palla e testa percuotono dentro un masso del
monte; la palla schiacciata rimbalzò fischiando, — la testa si sbrizzò,
ed alcune scheggie degli ossi tagliarono il collo o il volto dei
circostanti; il masso rimase chiazzato di una ruota di sangue, come se
vi avessero buttato dentro una spugna intrisa di cinabro. Ne sentirono
i più animosi ribrezzo.

Filiberto, mentre alzata la mano vuole imporre silenzio per favellare
e inanimare i soldati, sente mancargli sotto il cavallo e con grande
impeto stramazza sottosopra a terra in un fascio con lui. Un'altra
palla dei cannoni di Lupo aveva infrante ambedue le gambe deretane del
male arrivato animale. I soldati levarono altissimo grido:

«Il principe è morto!...»

«Paltonieri! assalitori di conventi! chi vi ha detto che io sia morto?»
grida a sua posta il principe rilevandosi tutto fangoso; — «la palla
che deve uccidermi non è anche fusa; non vedeste mai cavalli morire in
battaglia?»

Nondimeno conobbe impossibile mantenersi in quel luogo.

«Campanile sconsagrato!» disse minacciando il campanile di San Miniato,
«me la pagherai.»

E poi ordinò si ritraessero e dietro il colle lontano dal tiro delle
artiglierie riparassero.

Io non istarò ad affaticarmi più oltre la mente nel raccontare i
molti casi avvenuti in codesta notte memorabile; sì perchè mi converrà
mettere parole di altri scontri ferocissimi di guerra, sì perchè le
tenebre ne celarono la maggior parte. Le storie dei tempi rammentano
che, mentre i morti nemici sommarono a parecchie centinaia e i feriti a
numero quasi infinito, dei nostri non ne rimase spento veruno od anche
ferito: il quale ricordo non corre senza un cotal poco di esagerazione,
imperciocchè Benedetto Varchi, che in quella notte colla banda della
sua milizia guardava il monte, assicuri di avere veduto trasportare
certo soldato con una archibusata in una coscia. Si disse che i
Fiorentini avrebbero potuto rompere il campo e sciogliere l'assedio,
se eglino avessero fatto prova non già di maggiore audacia, che la
mostrarono smisurata, ma se il capitano generale, ormai venduta l'anima
al papa, non si fosse ingegnato di mandare a vuoto la bellissima
impresa.

Stefano Colonna, poichè dopo la feroce resistenza, vide così di
leggieri lasciargli il terreno il nemico, conobbe com'egli volesse
rendersi forte su le cime dei colli ed invitarlo in parte dove, per
essere ripido il suolo, avrebbe potuto vendicare la ingiuria patita;
— ebbro di quel primo successo avventuroso, non rifiutava spingere
l'affronto ai termini estremi, ma per ciò fare abbisognava di maggior
copia di milizie; aveva già mandato nunzii alla città, e il popolo,
appena conobbe le novelle liete, menava gazzarra, correva per le strade
cantando o si affollava alle chiese per render grazie a Cristo e alla
Madonna. Malatesta però era deliberato di non ispedire i rinforzi, e
per questa volta ai disegni di tradimento si aggiunse la invidia contro
al signore Stefano. Raccolti a sè d'intorno i principali dell'esercito,
espose loro il pericolo d'indebolire il presidio, già scemato per
le bande di recente sparse pel dominio e per le milizie uscite col
Colonna; poteva mandare, e certo mandò, il principe d'Orange avvisi
al conte di Lodrone, che stanziava co' suoi lanzi in San Donato in
Polverosa; e dove questi si fossero mossi all'assalto, correva rischio
la città di essere presa: insomma tante ragioni dedusse, al vero
così destramente mescolò il falso, tali aggiunse preteste di amore
sviscerato alla libertà di Firenze che i colonelli, in parte persuasi,
in parte svolti dall'autorità sua, convennero non fosse da avventurarsi
la somma della guerra. Il Colonna, mentre aspettava impaziente i
soccorsi domandati e con amaritudine immensa vedeva freddarsi la
caldezza delle sue milizie, sente il corno che gl'intimava ritrarsi; —
egli pensò sul principio essersi ingannato; poi quando più distinto lo
percosse il suono, immaginò partirsi dai nemici; finalmente allorchè
non gli rimase nessuna via da illudere sè stesso, fa per disperarsi, —
stette un tempo esitante se, disprezzato il comando, dovesse gittarsi
in balìa della fortuna: ma questo capitano di sua natura prudente
ed avvezzo a dipendere, quantunque preposto a corpi di eserciti, dai
comandi di un generale supremo, non osò; l'animo gli mancava all'uopo,
— la indisciplina gli parve vergogna uguale alla viltà: — spirito senza
genio, che ignorava gli eventi giustificare le imprese e i fatti che
il mondo ammira magnanimi e veramente sono, il più delle volte essere
stati condotti o contro o fuori della legge. — Ordinava pertanto la
ritirata.

I Fiorentini, postisi in mezzo i prigionieri, s'incamminano verso
Firenze. Il giorno gli sorprese a mezza strada, sicchè ai primi
albori poterono distinguere i volti di quelli che menavano legati. Il
caso volle che il Morticino guardandosi attorno scorgesse prossimo a
sè Giovanni da Sassatello, il quale alla meglio fasciato procedeva
col volto chino immerso dentro inenarrabile dolore. L'Antinori non
conosceva quel senso di gentilezza che mai non si scompagna dai forti
davvero, e che consiste, quando il nemico è caduto, ad ammollire il
cuore e a dirgli: Basta. — Vendetta fino alla fossa, ed anco oltre
la fossa, era la religione sua se del tossico preparato al nemico una
sola stilla si fosse smarrita, a lui pareva non avere nulla ottenuto.
Con pronti passi gli venne dietro, e violentemente percossolo sopra la
spalla:

«Capitano Giovanni da Sassatello», gridò tra beffardo e feroce, «Dio vi
mandi molti giorni simili a questo.»

Il Sassatello levò la faccia come smemorato, ma all'apparire improvviso
di cotesto uomo sinistro, l'anima dolorosa rammentò distinti i casi
della orribile notte; — il raggio estremo della lampada riflesso su la
spada calata contro il collo del figlio torna a balenare su la tenebra
del suo pensiero, — l'ira, la pietà, la paura riarsero dentro di lui,
e senza profferir motto, furibondo tentò rompere i legami per darsi la
morte.

«Badatelo», ordinava il Castiglione, «l'empio ladrone deve lasciare la
testa sul patibolo.»

«Oh! no», risponde l'Antinori, «Dante, lasciamolo andare.»

«Siete voi, Antinori, che dite questo?»

«Sì, sono: Dio perdonò su la croce, non può perdonare anche l'uomo?»

«Antinori!»

«Dante, vicino a inebriarmi di vendetta ho conosciuto quanto costi
esser crudele; — in fondo al vaso dell'ira trovai la compassione; —
anche Pandora in fondo all'urna dei mali vide la speranza...»

«Antinori!»

«Forse anch'io non ebbi nascimento sopra la terra che fu patria a
Giovanni Gualberto, il santo misericordioso? Lasciamolo andare, ve ne
scongiuro...»

«Per me, nel caso vostro, vorrei che fosse giudicato nelle forme e poi
decollato come si merita, per esempio di giustizia.»

«E sempre giustizia! e sempre giustizia. Ma che cosa diverremo noi, se
Cristo invece di giustizia non ci usasse misericordia?»

Dante si strinse nelle spalle e conchiuse:

«Intendo anch'io che se la bilancia deve pendere, meglio è che penda
dal lato del perdono...; però io non avrei perdonato... e non avrei
creduto che voi, perdonaste...»

«Le lacrime del pentimento di questo infelice mitigheranno il fuoco
dentro il quale si purga l'anima di Lionardo; e mentre così favella
scioglie le funi che legavano il Sassatello, e quindi aggiunge: «Va,
— pentiti, fratello mio, e Cristo ti conceda molti giorni uguali a
questo.»

Avete mai veduto una rondine presa a cui si ridoni la libertà? Incerta
o salvatica, non si attenta dapprima volare, — ella ch'è così desiosa
di percorrere di su e di giù le vaste curve nel firmamento! Poi,
tacendo ogni dubbio di schiavitù, sferza l'ale e si allontana veloce
più che saetta. Tal fu il Sassatello; si fermò alquanto incredulo, —
levò le braccia, — stese un piede, se lo sente libero, — all'improvviso
accelerando i passi si caccia giù a fuggire alla dirotta, dolorosamente
chiamando:

«Eustachio! — Eustachio!»

L'Antinori prorompe in altissimo riso; — così sinistro questo gli
sconvolge il volto che Dante non potè sopportarlo e abbassò gli occhi.
Il Morticino, continuando nelle dimostrazioni di gioja frenetica,
chiama a sè dintorno il Bichi, l'Arsoli, il Busino ed altri uomini
valenti nella milizia.

«Udite... uditemi», s'interrompeva sghignazzando, «oh! l'ingegnoso
trovato... il buon consiglio che mi dava l'angiolo custode... quando
fu rovesciata la tavola, spenta la lampada, il Sassatello prigione...,
non so nemmeno io quante mai volte forassi da una parte all'altra quel
marrano ch'ei chiamava suo figlio; — mi lavai nel suo sangue le mani,
— me lo posi su i labbri e lo bevvi... Chi vanta il vino, gli è un
grullo! più grullo chi vanta l'amore! Che intende pregustare nel mondo
i diletti ineffabili del paradiso, arda prima di odio e si disseti poi
nel sangue dell'odiato! — Pur non mi sembrava sentirmi contento... è
non lo era... nè lo poteva essere... Mi cadde in mente un pensiero...
una burla.., ridevole, per Dio!... e la fortuna l'ha favorita....
Accomodai il cadavere d'Eustachio sul letto dond'era caduto e gli
tagliai la testa... poi i piedi., poi sul collo vi adattai i piedi e
al termine delle gambe la testa;... che vi par egli? Non è arguto il
trovato? Ridete. — Ridete. Pensate mo' se il Sassatello spalancherà gli
occhi più della porta di San Francesco che ci sta davanti, quando vedrà
il figliuolo acconcio in questa guisa...»

I valorosi soldati gli voltarono le spalle lasciandolo solo; egli
distese la destra al Castiglione, favellando:

«Porgetemi la vostra, congratulatevi meco; io sono contento...»

«Antinori, le mie mani come le vostre appaiono intrise di sangue; —
nondimeno io mi sento degno di toccare anche adesso l'ostia consacrata;
— andate, uomo feroce... voi mi fate orrore.»

Il Sassatello, un'ora dopo, fu trovato seduto davanti la tavola,
— tenendo con le mani a guisa di tanaglia grancito il cranio del
figliuolo; — vollero allontanarlo da cotesto spettacolo; — egli era
morto... aveva sul teschio reciso del figlio versato non lacrime, ma
con un effluvio di sangue prorottogli dal petto — la vita.



CAPITOLO DECIMOSETTIMO

LE BALDRACCHE

                          Direte non lasciar la patria noi,
                          Perchè madri con noi verranno e figli?
                          Ma il terren, le onde, gli alberi, le rupi
                          Care dagli anni primi, e in cui la scorsa
                          Pur si rivive età, ma quelle piante
                          Che a un dio, ad un eroe, a un dolce oggetto
                          Dei nostri affetti consecrar ci piacque,
                          Dite, verran? Dei nostri padri l'ossa.
                          Che a questa terra in sen dormon tranquille,
                          Sorgeran per seguirci?

                                                ARMINIO, _tragedia._


Donato Giannotti, scrivendo la vita di Francesco Mariotto Ferruccio,
così concludeva: «uomo memorabile e degno di essere celebrato da tutti
quelli che hanno in odio la tirannide e sono amici della patria loro,
come fu egli, che, oltre a tante fatiche e disagi sopportati, messe
finalmente per quella la propria vita.»

Celebriamo dunque Francesco Ferruccio; egli nacque di antica
famiglia, tra quelle del secondo popolo, la quale tenne la dignità del
gonfalonierato quattro volte: la prima nel 1299; priori n'ebbe venti
tra il 1299 e il 1512, e fu la virtù ereditaria tra i suoi. Tuccio,
fra gli antenati incliti di lui più illustre di tutti, oltre i supremi
uffici della Repubblica gloriosamente esercitati, oltre l'avere dato
mano alla terza cinta delle mura di Firenze ed avere combattuto in
quasi tutte le battaglie dei suoi tempi, sortì dai cieli la fortuna di
respingere Arrigo VII tedesco, dai muri di Firenze, e l'onore insigne
di trovarsi compreso nella nota, che il respinto imperatore pubblicò
a Poggibonsi, dei cittadini che più degli altri si travagliarono a
cacciarlo via, dichiarandoli tutti ribelli e felloni. Antonio suo
bisavo, sotto il governo del magnifico Lorenzo dei Medici, con suo
onore si travagliò nella guerra di Pietrasanta e Sarzana. Simone, suo
maggiore fratello, fu soprammodo accetto al Giacomino Tebalducci, il
quale, finchè stette commessario alla impresa di Pisa, lo chiese sempre
ai Dieci per servirsene nei casi di guerra. Francesco, da giovane,
molto si dilettò di cacce; per la qual cosa gran parte dell'anno si
tratteneva in certa sua possessione nel Casentino; chiamata la Tomba,
dove nutricava un solo astore, di più non potendo in grazia della
sostanza non troppa e della molta famiglia; poi venne a Firenze e poco
fu vago di lettere, della mercanzia meno, dacchè, messo al banco di
Rafaello Girolami, dopo esserci rimasto torbido e svogliato intorno a
trenta mesi, toccato il quindicesimo anno, come ristucco di repente
partì e non volle saperne altro. Costumava assai la compagnia dei
bravi, donde mostrandosi più pronto di mani che di parole, sostenne
con suo onore parecchie contese, fra le quali sporgono fuori quelle
col capitano Cuio per conto di laido scherzo, e col Boccali a cagione
della Sellaina, di cui chi avrà vaghezza di sapere più oltre, potrà
cercarne nella vita che ne scrisse Filippo Sassetti; meglio alla
lode del personaggio ed alla futura fama di lui varrà ricordare come,
ridottosi a vivere in campagna, tali prove vi fece così di prudenza
come di ardimento che i popoli di Romagna, per natura riottosi, a lui
per arbitro delle liti soventi volte ricorrevano, ed egli in destro
modo le acconciava, venendo in questa guisa a procacciarsi la reverenza
e l'amore di tutto il paese. Però fino a trentotto anni non ebbe
uffizii pubblici: chè tali non si vogliono chiamare le potesterie di
Campi, di Radda e del Chianti, comecchè in questo ultimo magistrato
palesasse la natura sua impazientissima a patire torto e la prontezza
di vendicarlo; avvegnadio certi venturieri ai soldi dei Sanesi avendo
fatto incursione su le terre della Repubblica e rubatovi grossa preda,
egli, messi insieme alquanti archibusieri, assaltò francamente i
saccardi e, menatone aspro governo, li costrinse a restituire le robe
rubate. Nè di ciò deve l'uomo prendere maraviglia, vedendosi per le
storie come nei tempi ordinarii e tranquilli primeggino ai governi i
potenti, nei difficili i virtuosi, per essere poi rovesciati o spenti
cessato il pericolo: vicenda che ogni dì si predica finita, e che ogni
dì si rinuova. Fortuna fu non sua, bensì della gloria di questa patria
nostra, che Giovambattista Soderini, personaggio gravissimo, avendogli
posto gli occhi addosso, e piaciutegli le maniere del giovane, se lo
facesse domestico, cercando sviluppare in lui quella virtù, che conobbe
come un tesoro nascosto posarglisi nel cuore; intendimento e prova che
superarono di gran lunga la speranza. Quando pertanto il Soderini e
Marco del Nero andarono commessarii delle genti fiorentine al conquisto
di Napoli con monsignor di Lautrec, lo condussero seco, e, fedele
compagno nella prospera come nella contraria fortuna, nella rotta
dell'esercito francese cadde co' commessarii prigione; dalla quale
prigionia, secondo quello che avvertimmo, venne riscattato da messer
Tomaso Cambi Importuni, ma a quanto sembra, co' propri danari.

Mentre che il Soderini visse, il Ferruccio, consapevole dovere a lui
quanto sapeva ed era, gli usò grandissima riverenza: e morto, gli ebbe
sempre vivissimo amore, sicchè ogni volta gli accadeva rammentarlo gli
sgorgavano le lacrime dagli occhi: onde il Varchi lasciò scritto che
ei fu verso il Soderino quello che si legge nei romanzi essere stato
Terigi verso Orlando.

Fu adoperato ancora dalla Signoria quando il Cristianissimo convenne
co' Fiorentini di mantenere Renzo da Ceri a Barletta, purchè
contribuissero alla spesa; e mandato a Pesaro con seimila ducati in
panni e in danari per le paghe pei Francesi, udita ch'ebbe la nuova
della pace di Cambrai, deludendo la importunità dei ricevitori del
signor Renzo, se ne tornò con la roba e con i danari e Firenze.

Tomaso Soderini, deputato commessario di Valdichiana, avendo bisogno
di uno che lo servisse in molte azioni di guerra, come a pagare
soldati, rassegnarli, ed altre cotali, fu consigliato e menare seco il
Ferruccio; ed egli (sono parole del Giannotto), comechè non gli paresse
la cosa secondo il suo grado, essendo anch'egli nobile fiorentino,
nondimeno, per far servizio alla patria, non ricusò l'andata.

Zanobi Bartolini, succeduto nel commessario della Valdichiana al
Soderini, si servì dell'opera sua nel modo che aveva fatto Tomaso; lo
mandò a Perugia per la condotta del Malatesta, e parve non fidarsi
di altri che a lui, quando abbisognava di uomo che alla prontezza
e all'ardire aggiungesse la prudenza. Il Bartolino, nel governo
della Valdichiana, per somma sventura della città, fu scambiato con
Antonfrancesco Albizzi, e quello che per lui si operasse, o qual parte
il Ferruccio vi prendesse, vedemmo sul principio del nostro libro. Poi
si ridusse in patria; dove alcun tempo stette senza essere adoperato.
Udendo i Dieci il mal governo di Lorenzo Soderini commessario a
Prato, pensarono dargli un compagno e crearono il Ferruccio; il quale
recatosi all'ufficio e, malgrado la obbligazione che aveva con la casa
Soderina, non trovando cosa in Lorenzo che non fosse degna di rampogna,
lo ammoniva con parole cortesi; e quando conobbe i suoi consigli
disprezzati da cotesto ingegno vano del pari che superbo, acremente lo
riprendeva. I Dieci licenziarono ambedue e poco appresso, della virtù
di Ferruccio persuasi, lo elessero commessario in Empoli.

Or che fa egli in Empoli il nostro Ferruccio? Appena giunto, saldò
le paghe ai soldati, li rassegnò, li ammonì che come d'ora innanzi
nessuna bella azione sarebbe andata senza premio, così nessuna
trista passerebbe senza pena; si tenessero pertanto avvertiti: un
soldato nella rassegna uscito di fila, richiese il commessario gli
fosse cortese di spedire alla sua famiglia a Firenze due ducati,
e gli dette l'indicazione dei luoghi e delle persone; della quale
indicazione presa nota Ferruccio rimandò il soldato al suo posto,
dicendo: «Va, tienti i ducati; manderò a tuo padre un fiorino del
mio.» Esaminò le mura, rinforzò le vecchie torri, ne fabbricò nuove,
scavò fossi, prolungò le cortine per inchiudere nel recinto alcuni
molini che rimanevano fuori: considerando poi disagevole la difesa
di circonferenza sì vasta, distrasse le cortine, abbattè i molini
e i borghi circostanti, copia di vettovaglie raccolse, munizioni di
guerra di ogni maniera adunò; solertissimo a soddisfare alle paghe
dei soldati, non sofferse rimanessero di un giorno solo in ritardo;
e certa volta che da Firenze non gli vennero danari, pagò dei suoi, e
restando pur tuttavia debitore, si tolse dal collo una collana di oro
e, rottala in pezzi, ne presentò i capitani; invano rifiutarono questi,
ch'egli insistendo favellò: «Poichè io più di voi amo la mia terra
e più ne sono amato, ragion vuole che per lei spenda in cortesia»;
e poco dopo vedendo che pur sempre ricusavano, «Prendete», aggiunse,
«prendete; egli è ben giusto che a me si debba premio più scarso di
danaro, perchè ricevo maggiore guiderdone di gloria; noi combattiamo
insieme le medesime battaglie; i pericoli stessi, i patimenti duriamo,
e forse il mio nome solo vivrà, rimarrà il vostro sepolto con voi.»
Nè stette molto che la Signoria gli fece notificare, non che potesse
spedire fuori danari, appena e a grande stento provvedeva ai bisogni
della città, però cercasse il modo di aiutarsi da sè: ed egli, di
capitano diventato mercante, ordinò una nuova annona di vettovaglie,
cioè vino, grano, olio e biade di ogni ragione, e da quelle trasse
tanto che soddisfece alle paghe senza più molestare la città[220]. Ma
occupato in siffatti fastidii, non mancava poi al debito di valentuomo
di guerra, che non passava giorno senza che egli scorazzando nel
paese, o qualche imboscata non tendesse, o qualche scaramuccia non
ingaggiasse, sovente con suo notabile vantaggio, con danno mai. Ora
avvenne secondo quello che ci lasciò scritto Benedetto Varchi[221], che
alcuni giovani fiorentini; ai quali più che il viver libero piacque
la servitù, si avvolgessero pel dominio e sotto nome di commessarii
del papa andassero commettendo male, e tra questi annovera Agnellino
Capponi, giovane di poco cervello e cattivo; Giuliano Salviati, che
il cervello avea nella lingua, ed uno dei Buondelmonti chiamato lo
Smariuolo. A costoro venne fatto di ribellare gli uomini di Castel
Fiorentino, e mostravano volersi allargare, se il Ferruccio non vi
avesse posto in buon tempo rimedio; egli pertanto mosso segretamente
da Empoli ed arrivato presso al castello, dichiarò ai soldati ch'ei
gli menava a vincere, non a predare; badassero a non toccare le robe
e le persone dei cittadini, pena la testa: dette l'assalto e vinse e
ridusse di nuovo i castellani alla devozione del comune di Firenze.
Qui fu che, informato come due soldati avessero trasgredito gli ordini,
ponendo a sacco la casa di un cittadino, senza lasciarsi piegare dalle
sollecitazioni e dalle preghiere, comandò si appiccassero; ed a coloro
che gli facevano istanza per la vita dei colpevoli, «Messeri», egli
disse, «molti nelle storie della mia patria lodano questo o quel fatto
virtuosamente operato, dacchè la Dio grazia di belle azioni non fu mai
penuria nella mia Fiorenza; ma io sopra tutti commendo e levo a cielo
quello che si racconta quando i Fiorentini guardarono a Pisa negli
anni di Cristo 1117, il quale è questo: i Pisani avevano apprestata una
grande armata di navi per andare al conquisto di Majolica, ma essendo
in quel medesimo tempo stata dai Lucchesi intimata loro la guerra, non
ardivano andare e stavano per ritirarsi dalla impresa; pure vivendo
essi di pessima voglia che tanto apparato avesse a riuscire invano,
mandarono ambasciatori ai Fiorentini, onde piacesse loro custodire
la città finchè non fossero ritornati da cotesta guerra. I Fiorentini
accettarono e spedirono uomini di arme con ordine di porsi a campo due
miglia fuori della città; e perchè la fede di quel buon tempo antico
apparisse più chiara, sotto pena di sangue proibirono che nessuno si
attentasse entrare in città; uno solo non ubbidì, entrò dentro e preso
fu condannato alle forche. I cittadini pisani supplicarono il perdono
e non l'ottennero; — allora vietarono sopra il terreno loro si facesse
morire; ma i Fiorentini secretamente e in nome del comune comperarono
un campo, e quivi per mantenere il decreto lo giustiziarono[222]; però
tacete, levatemi dal mio cospetto e lasciate che la giustizia cammini
la sua via[223].»

Procedendo nella sua splendida carriera, venne in animo al Ferruccio
tentare cose maggiori, e però scrisse ai signori Dieci gli mandassero
alcuni cavalli; i quali, ormai conosciuta la virtù dell'uomo, gli
spedirono Iacopo Bichi e Amico Arsoli, che volentieri vi andarono: con
questi scorrendo Val di Pesa una volta sorprese e condusse prigionieri
cento cavallieri spagnuoli, un'altra volta sessanta. Così fidato nel
valore de' suoi, deliberò riconquistare ai Fiorentini San Miniato al
Tedesco. Gli Spagnuoli, quando prima giunsero su quel di Firenze,
presero cotesto castello e, messovi dentro forte presidio, quinci
tenevano infestato il cammino da Pisa a Firenze. Il commessario,
provveduto buon numero di guastatori e artiglierie e zappe e scale e
picconi e ordigni altri di guerra, andò ad assaltarlo; le difese degli
Spagnuoli, tuttochè ferocissime non valsero; gli aiuti dei terrazzani
medesimi più poco giovarono; egli primo, il Ferruccio, salito sopra
la breccia, sostenne l'impeto del nemico e diede abilità ai suoi di
penetrare a forza e tagliare e pezzi quanti si paravano loro dinanzi.
— Presa la terra, rimaneva la rôcca, dove si erano ricoverati non
pochi nemici e quivi facevano le viste di rinnovare la battaglia.
Il Ferruccio, insofferente di riposo, con la rotella al braccio, la
spada in mano, gridò a' suoi: «Finchè la bandiera imperiale sventoli
sulla roccia, noi non abbiamo anche vinto; all'assalto! all'assalto!»
E si precipita il primo. Erano stanchi i suoi, erano sanguinosi,
ma potevano senza infamia eterna del nome loro lasciare solo nel
pericolo il prode capitano? Il Bichi e l'Arsoli, ammirando trasecolati
come così virtuoso uomo di guerra si mostrasse di côlta, accesi di
nobile emulazione, non consentirono parere da meno del valorosissimo
commessario: — appoggiarono pertanto le scale e con incredibile ardore
si avventuravano a quella aerea battaglia: molti caddero andando a
sfracellarsi le ossa sul terreno; i muri della rôcca in più parti
grondarono sangue: nondimanco l'ebbe a patti. Il capitano spagnuolo
preposto alla difesa di San Miniato sotto buona scorta mandò prigione
a Firenze[224]. In tutti questi affronti la fortuna aveva riparato il
Ferruccio come di scudo invisibile; — non un colpo, non una graffiatura
l'offese; parve l'uomo di Dio. L'onore delle donne, le sostanze dei
cittadini rimasero intatti; modo di guerra nuovo a' quei tempi, nei
quali piacque ai soldati la vittoria solo perchè fruttava la preda.
Se i Fiorentini alla fama di tante imprese avventurosamente condotte a
fine si rallegrassero, non è a dire; il Ferruccio lodavano, il suo nome
volava per le bocche di tutti, ai più illustri capitani dell'antichità
lo paragonavano, i partigiani del Frate lui essere il promesso, lui
Gedeone dicevano. La vita della Repubblica di Firenze, la libertà
dell'universa Italia era posta nel palpito del cuore del Ferruccio.

Certa sera due uomini vennero a cercarlo in Empoli; il primo gli recò
una carta dei Dieci, ch'ei lesse attentamente e poi nascose in seno;
col secondo, il quale aveva sembianza di esploratore, si ridusse in
disparte a favellare sommesso, e dopo lungo colloquio ordinò al Bichi,
all'Arsoli, a Niccolò di Morea detto Musacchino, e a Vico stessero
pronti a mettersi in cammino due ore prima del giorno; andassero a
riposarsi per mostrarsi alla dimane gagliardi; egli provvide a far
mettere su le carra copia di grani, vini, e buona quantità di salnitro;
vigilò al carico, esaminò se fossero le stanghe e le ruote salde, ebbe
riguardo a tutto; finalmente, eseguita la consueta sua ronda, piegò il
suo mantello e, postoselo sotto il capo a guisa di guanciale, si stese
a giacere sul nudo terreno.

All'erta, soldati, il capitano è pronto! — Si abbassa il ponte
levatoio, le compagnie passano e i carriaggi; — silenziosi cominciarono
il divisato cammino. Il Ferruccio cavalca al fianco di Vico, e poichè
ebbero proceduto buon tratto di via insieme,

«Vico», gli disse consegnandogli un volume di carte, — «presenterete
queste lettere alla Signoria e accompagnerete la vettovaglia a
Fiorenza.»

«Commissario», rispose Vico, — «ma perchè non mandaste qualche capo di
bestie? In Fiorenza devono patire difetto di carne...»

«Sta di buon animo, Dio provvederà.»

«E a che quei tanti sacchi di nitro?»

«Figliuol mio, i nostri sono stremi di polveri, ed a me sembra
religione mandarli, onde si rimangono dal sacrilegio...»

«Sacrilegio?»

«Sì, ma di cui il giudice eterno un giorno chiederà conto al pontefice,
non a noi. I nostri lo vanno cercando per gli avelli dei padri...[225]»

Così è; in questo memorabile assedio le ossa dei defunti alimentarono
la guerra, ed al Ferruccio pareva sacrilegio. Che avrebbe egli detto,
se si fosse trovato nei tempi presenti a vedere sconvolgere la terra e
trarne l'ossa per imbianchire lo zucchero? Gran parte di un filosofo
adesso trangugiamo a colezione! Veramente, tra l'essere adoperate
le nostre reliquie in offesa a nemici della patria o giovare alle
delicature dei sardanapali, chi non torrebbe di trovare sepoltura
dentro un cannone? — Ma dacchè ciò non sarà conteso, professiamoci
contenti di chiarire lo zucchero; troppo mi sentiva umiliato nel
pensiero che io, uomo, immagine di Dio (per quanto la Genesi mi
assicura), albergo d'intelligenza immortale, morto una volta, non fossi
più buono a nulla. A ciò provvedano chimici e filosofi; — intendano
diligentemente a far sì che, se l'uomo non giunge a superare il bove
marino, di cui i Camsciadali adattano ogni spoglia ai proprii bisogni,
possa un giorno stare a pari col bove terrestre. Giova almeno sperarlo;
i progressi quotidiani delle scienze ce ne porgono quasi la sicurezza:
— in questa fiducia riprendo la storia.

Intanto i primi raggi del sole si affacciano su l'estremo orizzonte;
scorre per la campagna un fremito di allegrezza; esulta il creato. Il
Ferruccio ordinò alle milizie sostassero, ed egli primo, piegato il
ginocchio a terra all'apparire dell'opera più stupenda della creazione,
si chinò ad adorare il Creatore. Il Bichi, l'Arsoli ed altri capitani,
usi alle licenze del campo, — usi in quei tempi di scisma a vedere
ogni fede avvilita, pensavano trasognare; pure indotti dall'esempio si
curvarono anch'essi tentando revocare su i labbri una preghiera antica;
— non ricordarono le parole, ma il cuore pregò, e quando si rilevarono
sentirono un conforto, come se quella voce dell'anima gli avesse fatti
degni di partecipare alla benedizione della natura. Il Ferruccio, che
se ne accorse, sorridendo dolcemente favellò:

«Compagni miei, in qual mai cosa lo spirito dell'uomo libero
differirebbe dallo schiavo, se la nostra parola non salisse all'Eterno
più accetta che quella dei nostri nemici?»

E proseguivano il cammino. — Il Ferruccio con la faccia abbassata sul
seno pareva che meditasse, invece porgeva attentissimo l'orecchio per
udire se da qualche parte movesse rumore; — qualche volta tendeva lo
sguardo e, contemplando tanta pace di cielo, così soave bellezza di
suolo, dove i borghi e i castelli avrebbero dovuto riposarsi tranquilli
come pargoli sul seno materno, imprecava nel suo secreto alle cupidigie
umane, le quali ogni paradiso avrebbero virtù di mutare in inferno;
tale altra sostava a considerare le serie dei monti digradanti, i più
prossimi lieti di verde, i mezzani brulli ed oscuri, gli ultimi bianchi
di neve e confinanti col cielo, — immagine eloquentissima della nostra
vita con le promesse della giovanezza, le delusioni della virilità e la
impotenza degli estremi anni... ma dove la vita caduca si rimane ecco
incomincia uno spazio senza fine, azzurro, misteriosamente magnifico —
eterno. — Esulta! — diceva all'anima sua: — prima di batter l'ale la
farfalla è un verme; forse a te fu imposta la spoglia umana prima di
scintillare stella pel firmamento; diventa tale sopra la terra che il
cielo t'invidii. — Così tornando alle cure della vita, ordina a Vico
continui il viaggio con le salmerie, agli altri rimangano. Or sì, or
no, secondochè il vento spira, si fa sentire il suono dei tamburi, — si
odono più distinti, — già le prime insegne di un colonnello imperiale
cominciano ad apparire.

  [Illustrazione: E Ludovico sospirando riprese a cantare: «Deh!
   quanto è gran dolore — Ruinar di nostre mani — L'arche dei
   padri nostri, — Li tempi dei cristiani!» _Cap. XV, pag. 372._]

«Viva Marzocco!» e con questo grido di guerra i Ferrucciani rovinano
addosso ai nemici. Il signor Pirro di Stipicciano, soccorso il castello
di Peccioli e slargato l'assedio di cui lo teneva stretto Cecco
Tosinghi commessario in Pisa, se ne tornava trionfante con grossa
torma di bestiame fatta predando all'intorno il contado[226]; trovato
quell'intoppo, come colui che, veramente essendo valoroso nulla contava
nel mondo altrui, con maniera brava esclamò: «Orsù, cacciamo col calco
dell'asta cotesti villani.» Tre volte menò all'assalto i suoi, e tre
furono aspramente ributtati; — all'ultimo i Ferrucciani combattendo
con impeto irresistibile sbarattarono le ordinanze, le calpestarono e
cominciarono così disperse a manometterle senza pietà; lo stesso Pirro
Colonna, mentre più si affaticava spinto a rifascio insieme al cavallo
giù in una fossa piena di fango, dovè la vita alla fede ch'ebbero
i nostri nella morte di lui, imperciocchè lo reputando affogato, ve
lo lasciassero, onde egli, rilevatosi a stento, fuggendo a piede pei
campi, potè salvarsi: la grande uccisione dei nemici, la poca perdita
dei nostri, come fu a loro causa di pianto, così recò ai Fiorentini
infinita allegrezza; caddero in podestà del Ferruccio i capitani Staffa
perugino e Spirito di Viterbo, oltre molti uomini di conto; ritolse
i bestiami e ogni altra preda[227]. Allora si affrettò di raggiungere
Vico, di cui ormai non gli compariva più la vista; ben giunse all'uopo:
— siccome spesso avviene nelle guerre, una mano di fuggitivi del
colonnello del signor Pirro per poco non gli rapivano il frutto della
giornata; esaminando lo scarso numero delle scorte alle salmerie, si
rinfrancarono e da lontano gridarono a Vico: «Rendetevi tosto, o vi
tagliamo a pezzi; il vostro capitano è stato rotto, sicchè riesce
inutile qualsivoglia resistenza.» Vico, fatti accostare i carri e
compostone quasi una barriera, allorchè giunsero vicino rispose a buoni
colpi di picca; combatteva gagliardo, — non gli sembrava possibile
avesse potuto rimanere vinto il Ferruccio, e nondimeno questo dubbio
gli s'insinuava ghiacciato nel cuore e gl'intorpidiva le braccia. Il
vento disperde con meno furia la polvere su le vie di quello che il
Ferruccio si facesse di quel residuo di vinti; e la man porgendo a Vico
gli disse:

«Dio ha provveduto: — tu menerai a Fiorenza copia di bovi — ed altro
ancora.»

Poi tacque continuando a cavalcare di fianco a Vico. Vico a sua posta
volentieri si compiaceva del silenzio, dacchè non si trovasse distratto
da volgere tutti i suoi pensieri ad Annalena: — E che dirà al primo
vedermi? — domandava a sè stesso. Quali saranno le sue parole? di
rampogna? — di amore? — e chi sa quanto soffriva? — quanto piangeva?
— quali notti vigili? — Ma l'angiolo custode l'avrà consolata; — sì,
certo, egli le avrà susurrato negli orecchi: Cessa di tribolarti, — il
tuo Vico vive e ti ama...

Mentre così seco stesso favella di amore, Ferruccio, come se la sua
anima avesse tenuto arcano colloquio coll'anima di Vico, nel modo col
quale si riprende un ragionamento interrotto parlò:

«Di piccolo aiuto potrà esserle il padre vecchio; — in città piena
di confusione e di pericolo chi torrà cura di lei? — Sovente la fame
stringe Fiorenza, e forse adesso le manca pane per sostentare la vita.
Dacchè in città o in contado conviene sopportare disagi, meglio è che
ella gli soffra al tuo fianco... fa dunque di condurre teco la tua Lena
quando tornerai.»

A Vico parve la mente preoccupata lo ingannasse; — il Ferruccio non gli
aveva mai fatto motto della sua donna, — il nome di Lena giammai era
stato profferito dai labbri di lui; volge il volto per ragionare del
suo amore col Ferruccio, — ma questi galoppando si era per buon tratto
di via allontanato.

                   *       *       *       *       *

«....Onde io, previe le debite cautele, concludo doversi appiccare
qualche pratica d'accordo.» — Così terminava la sua orazione nella
consulta segreta messer Zanobi Bartolini.

Ma Bernardo da Castiglione, siccome aveva in costume di rispondere
ogniqualvolta udiva favellare di pace, tutto stizzoso proruppe:

«No: — prima Fiorenza dentro il mio capello[228].»

«Se, come i Piagnoni, credete debbano scendere gli angioli a tôrre la
difesa di Fiorenza», — replica il Bartolino, — «allora non ho altro
da aggiungere, e potete intendervela con l'anima di fra' Girolamo;
se invece poi vogliamo governare secondo gli argomenti della prudenza
umana, in che poniamo la fiducia nostra? Francia ci abbandona, e peggio
ancora, perchè con le sue ambagi persuase noi improvvidissimi a far
capitale sopra un aiuto che non ci ha mai dato e non ci voleva mai
dare. Il Cristianissimo con la sua fede di gentiluomo tradisce a un
punto la lealtà di cavaliere e la fede di onesto cittadino; — ingegno
vario e mutabile; — ingolfato nelle lussurie — a cui forse darà fama
la facile natura e lo sprecare la pecunia pubblica tra artefici e
poeti, siccome vedemmo per le medesime cagioni acquistarla Augusto
presso gli antichi. Dio guardi nella sua misericordia la patria nostra
dall'amicizia di Francia....»

Qui tacque, — e, fatto silenzio, il rumore delle artigliere nemiche
sparate del continuo contro i bastioni della città aggiungevano
spavento alle sinistre parole. L'oratore trasse partito del caso,
e quando gli parve tempo, butta là un'altra proposizione non meno
acconcia a invilire la fermezza dei padri di quello che si fossero le
palle a sfasciare le mura della sua patria.

«La fame ogni di più ci stringe nelle sue orribili braccia; — vorremo
aspettare che ci sforzi a divorare l'un altro?»

E il rimbombo dei cannoni veniva quasi a commentare quei detti
terribili.

«I migliori capitani caddero spenti, — gli altri vivono scorati, —
del contado parte occupano i nemici, parte ci si ribella, — Castel
Fiorentino si è sottratto dalla devozione della Repubblica....»
Sospende di nuovo il discorso e dopo pausa non breve continua: «Le
campagne messe a ruba da Pino Colonna..., Volterra ribellata....
Accordiamo....»

«No, prima Fiorenza dentro il mio cappello», ripete Bernardo da
Castiglione più caparbio che mai.

All'improvviso uno schiamazzo di plebe, un suono confuso di contumelie
e di scede turba la consulta: nessuno dei padri si muove di seggio,
così volendo la gravità dell'ufficio; — trascorso alcuno spazio di
tempo, ecco percuotono alle porte della sala, sommesso sul principio
e raro, — poi a colpi impetuosamente replicati, sicchè fu mestieri
aprire.

Una quantità di femmine genuflesse, atteggiate in sembianze diverse di
preghiera, ingombrano le stanze antecedenti; tra mezzo a loro s'inoltra
il Pieruccio, il quale, menandone una per la mano, arditamente entra
nella sala della consulta.

Attoniti pel nuovo spettacolo i padri non battono palpebra. Pieruccio
imperturbato, quando giunse davanti al banco intorno al quale si
stavano seduti, con voce ferma favellò:

«Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero
cacciate dalla città[229]. Cittadini, iniquamente ordinaste; forse
non bagna la pioggia, e non irrigidisce il freddo le membra delle
donne di trista vita? Se le punge il ferro, non iscorre dalle loro
vene il sangue? Se peccarono contro Dio, quale hanno peccato contro la
città? Dio le bandisce dalla patria celeste, voi dalla patria terrena;
ma voi non potrete riaprire loro le porte, se col cuore contrito si
presenteranno di nuovo, mentre Dio nel suo più fiero sdegno non chiude
le porte della speranza mai. Queste donne, comunque abbiettissime
elle sieno, hanno affetti, — amano il luogo che le raccolse infanti,
— amano i luoghi dove peccarono, amano la chiesa dove credono avere
un santo mercè del quale un giorno possano acquistare il perdono del
Signore, — amano il cimitero che le ossa racchiude del padre e della
madre loro; quando si curvarono, prima di abbandonarla, ad abbracciare
la terra diletta, udirono uscire dalle fosse dove hanno sepolti i
parenti una parola che non giungeva loro alle orecchie, ma che pure
le pungeva nel cuore; quando tenevano la testa alta nel sentiero della
perdizione, — una parola di amore che le mutò ad una vita nuova. Quando
Gesù Cristo si accorse della femmina che gli toccava la veste per
ottenere il miracolo, Donna, le disse, la tua fede ti ha salvato, — ed
operò il miracolo. Queste femmine abbracciarono la terra natale con
ineffabile angoscia e sentono non potersene dipartire; — perchè non
le salverà l'amore? Vedetele come stanno dolenti, timorose perfino di
sciogliere una preghiera... ciò avviene perchè l'amore le ha rigenerate
nel battesimo di virtù e di pudore. Non le cacciate via; — esse non
vi saranno di carico, le membra sozze dal peccato purgheranno nelle
opere, alle quali il somiero non basta; — esse non assottiglieranno
il vostro pane, — andranno a procacciarsi l'alimento cogliendo erbe
pei bastioni traverso lo sfolgorare delle artiglierie nemiche; —
quello che ordinerete che facciano, faranno, — ma lasciatele morire
nella terra dei loro padri. Perdonate alle misere pei meriti di colei
che generò il nostro Salvatore, — pensate che una donna, — quando
gli uomini statuivano la morte di Cristo, gli unse i piedi di olio
odorifero e glieli terse con le chiome; — una donna, quando Cristo
cadeva sotto il peso della croce, e Giuda lo tradiva, e Pietro lo
rinnegava, e lo fuggivano i discepoli, asciugò il volto divino col
suo sudario; — quando Cristo abbassò gli occhi dal patibolo sopra la
terra, i suoi sguardi incontrarono una donna ai piedi della croce, poi
li volse al cielo inebbriato di amore e spirò. — Non isbandite queste
povere femmine; — così come paiono obbrobriose, rammentatevi che pure
appartengono alla specie donde uscirono le vostre madri: La preghiera
esaudita vola al trono dell'Eterno e tramutata in angiolo lo dispone ad
amare il cortese che l'esaudiva; — preghiera respinta toglie la penna
all'angiolo dell'accusa e segna una colpa che peserà nella bilancia
di Cristo nel giorno del giudizio finale a danno dello scortese che la
respinse dal cuore.»

I labbri del Pieruccio si chiusero, e per la sala si sparse un
compianto sommesso, un fioco singhiozzare, quasi non ardissero le
misere schiudere il varco alla piena dell'affanno che le travagliava.
Il gonfaloniere, uomo di tenera indole, col dorso delle mani si asciuga
una lacrima pronta a sgorgargli su le guance e mormora:

«Questo Pieruccio è un sant'uomo!»

Il Carduccio levò le mani al cielo ed esclamò:

«Io non so più che cosa possa chiamarsi grandezza, se le parole di
costui muovono da follia!»

Ma il Bartolino, mente impassibile, guardando con la coda degli occhi
lo strano spettacolo, mosse la bocca a certo suo ghigno di disprezzo e
con lenta favella:

«L'entusiasmo offende i corpi politici, come la infiammazione i corpi
umani; e poichè la scorgo scesa in tanto basso luogo, — temo forte
della cangrena.»

Ma coteste parole di dubbio e di scherno non ebbero efficacia su
l'animo dei padri: alla proposta segreta del gonfaloniere assentivano
volenterosi; i più lontani anche prima di udirla, indovinando dai
gesti, la confermavano. Il Bartolini anch'egli sorridendo l'approva.
Allora il gonfaloniere si alzò e, levata la destra, con suono solenne
proferisce il decreto:

«Femmine, la vostra preghiera è stata esaudita; andate in pace e
pentitevi.»

Il popolo, conosciuta la causa che menava Pieruccio in palazzo in mezzo
a coteste femmine, cambiato animo, apparecchia i gridi per plaudirlo
e le braccia per levarlo in trionfo; ma il profeta si trafuga per una
postierla che riusciva in Via della Ninna; il popolo, deluso in questa
sua aspettativa, accolse festoso le donne, le quali si recarono alla
cappella di Orsanmichele a ringraziare Dio. Il cielo, che prima si
mostrava procelloso, finite le orazioni diventò limpido e sereno, quasi
si rallegrasse di aver fatto pace con quelle traviate creature[230].

Il tempo meglio opportuno a far vacillare un'anima nelle sue
risoluzioni e quello appunto in cui si trova spossata dallo sforzo
commesso a sostenerle. Ciò molto bene sapeva il Bartolino, conoscitore
solenne della umana natura; però, trascorsa quella prima caldezza,
rinnovò sue arti, tante ragioni espose e con tanta evidenza, così
sagaci argomenti dedusse, che in poca ora ebbe vinto i meno ostinati,
gittato il dubbio nel cuore dei più fermi; onde, scorgendo adesso pei
volti sbaldanziti, pei labbri muti, la riportata vittoria, muta stile
ed attende a confermarla con impetuosa eloquenza. Un mazziere solleva
la tenda — e,

«Magnifici signori», egli dice, «un corriere arrivato d'Empoli domanda
a grande istanza di favellarvi...»

«Aspetti», interruppe il Bartolino, a cui doleva quel nuovo
impedimento, — «aspetti tanto che i padri abbiano deliberato...»

«Anzi», insiste il mazziere, — «il corriere vi prega che non consumiate
più tempo a deliberare, imperciocchè egli abbia parole a dirvi per le
quali cancellereste il partito...»

«Ascoltiamolo», ordinò il gonfaloniere Girolami.

Ed ecco Vico avanzarsi anelante, la persona di fango sordidata e di
sangue, consegnare le lettere del Ferruccio e non potere profferire
altre parole che queste:

«Leggete..., messeri..., trattanto io mi riposerò...»

Il Girolami ruppe il suggello e, trascorrendo le carte, con voci
interrotte favella:

«La ribellione di Castel Fiorentino repressa: — il contado sgombro: —
San Miniato ripreso: — Empoli munito: — copia di vettovaglia raccolta:
— gli armati accresciuti; — qualunque impresa non minore all'animo che
gli viene fatto grandissimo dalla certezza di salvare la patria.»

«Signore!» qui esclama messere Rafaello cadendo prostrato ed ambe le
mani levando al cielo, «gran mercè; — tu senti pietà dei mali nostri e
ci mandi Sansone a percuotere i nuovi Filistei.»

«Aggiungete», disse Vico che aveva ripreso lena, «che qua morendo
abbiamo disfatto il colonnello del conte Pirro Colonna, ritolta la
preda, condotto in città carni, farine, di ogni maniera vettovaglie e
munizioni da guerra; — di prigionieri è ingombro il cortile.»

Bernardo da Castiglione, oltremodo acceso, ammonisce il Bartolino
dicendo:

«Poc'anzi udimmo dal Pieruccio una stupenda sentenza; la donna ebbe
fede nel miracolo, ed il miracolo le fa concesso.»

«Benedetta la vostra bocca, messer Bernardo», replicò il Carduccio:
«noi siamo come san Pietro; la poca fede lo faceva annegare, la
speranza gli indurò sotto le acque quasi selci della Gonfolina.»

E qui si affollano intorno a Vico, la gravità consueta dimenticano,
chi una cosa gli domanda, chi l'altra; alle quali, come meglio poteva,
dava Vico risposta: — quindi lacrime e gridi di esultanza e lodi e
conferma di volere piuttosto morire che arrendersi a patti; — in somma
un giubilo da non potersi descrivere.

Il Bartolino si accorse quello esser tempo da raccogliere le vele per
timore che il vento non se le portasse; e poi anch'egli volle veder
meglio, dacchè, se il suo consiglio era per tornare esiziale alla
patria, a ciò s'induceva non mica per animo pravo, sibbene per fallacia
di calcolo e per presunzione di affidarsi soverchiamente ai proprii
concetti: certo mal comportava quel governo troppo popolare, ma,
innanzi di vedere Alessandro o Ippolito dei Medici a capo di Firenze,
avrebbe tolto di porvi un altro Michele Lando, o qualunque altro anco
ciompo dei tristi; se parteggiava per gli accordi, ciò faceva perchè,
rimanendo tuttavia in piedi Firenze, Clemente gli avrebbe dettati con
la penna, non con la spada; — e perchè accettando spontanei i Medici,
avrebbero governato civilmente e da principi: all'opposto poi, se
i Medici avessero dovuto affatto la signoria alle armi straniere,
sarebbero riusciti certi tiranni: questo fu errore di messere Zanobi
Bartolini.

La pratica adunata per la resa terminò coll'occuparsi a disegnare
modi e provvedimenti di resistenza; — il Carduccio licenziava Vico con
ordine di riposarsi e tornare all'ufficio dei Dieci di libertà e pace
alle due ore di notte.

Vico, sceso dal palazzo dei Signori, raggiunse il fante che gli teneva
il cavallo su la piazza dalla parte della dogana, e stava per mettere
il piede nella staffa, quando lì presso vennero a passare due cittadini
vestiti a lutto, uno dei quali diceva in suono di angoscia:

«Non me ne darò mai pace....»

E l'altro consolando:

«Confortatevi, — noi siamo quasi tronchi di legni gettati nell'Arno;
— passa il tronco con le acque che lo menano; — la vita e il tempo si
sciolgono nella eternità....»

«Sì, — ma il frutto, prima di essere maturo, non dovrebbe cadere.»

«Certo eglino erano il fiore della cavalleria... pur che volete? Ora
non possiamo far altro che lodare le virtù loro ed imitarle....»

«Affrettiamo il passo, perchè temo forte che non giungeremo a tempo per
udire la predica del Foiano.»

Vico, spinto da curiosità, tolse il piede dalla staffa, e ordinato al
famiglio si recasse a casa, governasse i cavalli, e gli alimenti che si
era portato allestisse, si mise dietro ai due cittadini, — li raggiunse
a mezza piazza, e cortesemente salutatili, domandò in grazia il nome
dei cavalieri che per quello ne aveva udito pareva fossero rimasti
uccisi; — della sua ignoranza lo tenesse appo loro scusato l'essere
giunto poc'anzi da Empoli, dove in pro della Repubblica si affaticava.

«O figliuolo mio», rispose quegli che sembrava in vista più dolente,
«hai da sapere come nella notte che il signore Stefano fece la famosa
incamiciata contra agli imperiali, il bombardiere Giovanni Antonio, —
lo conosci di persona?»

«Sibbene il conosco e l'amo, il nostro Lupo...»

«Quel desso, con l'altro suo compagno Nannone, e Michelangiolo
Buonarroti, quel cervel balzano che ora diserta la patria, ora torna
a cimentarsi ai più rischievoli incontri, in cima al campanile di
San Miniato conciarono in modo con le artiglierie il campo, che il
principe giurò volerlo abbattere ad ogni costo; a questo fine pertanto
egli piantò quattro grossi cannoni sul bastione di Giramonte e per tre
giorni continui attese a sfolgorarlo, scaricando otto volte per ora.
La muraglia è forte; pure, come tu medesimo potrai vedere, le palle
cominciano ad ammaccarla, i cornicioni rimasero scantonati, — una
palla s'incastrò nel bel mezzo quasi testimonianza dei doni che manda
il papa alla sua patria. I tre ch'io ti ho detto se ne stavano in cima
tra quella gragnuola di palle, come se fossero rondini di passo. Lupo,
per maggior dispregio, composta una specie di mitra di carta, la pose
sotto alla bandiera della Repubblica; Nannone uomo grosso, non potè
frenarsi dal fare al nemico un atto di vilipendio che per onestà si
tace; tu pensa se l'ira degl'imperiali crescesse! Ultimamente, essendo
questa contesa venuta in gara, i nemici così spessi adoppiarono i
tiri, che due dei loro cannoni si ruppero, — altri ne sostituivano,
e la furia inviperiva; allora, perchè ci era tanto baldanzosamente
venuto a prendere Fiorenza non pigliasse nè anco una delle sue torri,
Michelangiolo lo fasciò di balle di lana, le quali appese a certe corde
raccomandate in cima al cornicione sportavano un braccio circa fuori
della muraglia ed ammortivano il colpo; durò, come ti dissi, tre giorni
la batteria, con inesprimibile contentezza dei soldati e dei cittadini,
che si conducevano a vederla in folla, quasi fosse la fiera; i moteggi,
le giullerie erano infinite; messere Salvestro Aldobrandini, quantunque
grave personaggio egli sia, compose un sonetto per uccellare il papa,
che comincia: — _Povero campanile sventurato_, — il quale non senza il
riso delle brigate scorreva per la bocca di tutti. La impotente rabbia
del principe contro il campanile ci confortava, quasi presagio del fine
della impresa. A Dio piacque mutare la nostra gioia in pianto, ed ecco
il modo in che accadde la bisogna. Erano il signor Mario Orsino e il
signor Giorgio Santa Croce ieri dopo desinare nell'orto di San Miniato
e quivi col Baglione trattenevasi in varii ragionamenti e si godevano
la festa: appena il Baglione si era partito, i nemici di Giramonte
avendo veduto mucchio di gente, aggiustano una colubrina e la sparano,
la palla, come volle fortuna, percosse uno dei pilastri di mattoni
presso il quale i cavalieri si trattenevano; i frantumi con tanto
impeto schizzarono all'intorno che il signor Giorgio colpito nel capo
rimase sul tiro il signor Mario ferito in due lati poco più visse, ed
oltre molti altri malamente pesti ci cascarono spenti cinque soldati e
tre giovani di Fiorenza, fra i quali Averano Petrini, che sfracellato
si è morto stamattina. I corpi del Santa Croce e dell'Orsino sono
stati esposti tutto il giorno in Santa Maria del Fiore, e noi andiamo
a baciare loro anche una volta le mani prima che abbiano sepoltura; se
tu vuoi esserci compagno a questo ufficio, farai a un punto opera pia
e mostrerai riconoscenza a quei due valorosi, — dacchè morirono per la
nostra patria; — essi lasciano inestimabile desiderio di sè.»

Entrarono nella cattedrale: — lugubre sempre, adesso appariva più
trista per le rasce nere di cui andavano tappezzatele pareti; di tratto
in tratto ricorrevano scritte a grossi caratteri sentenze di morte;
intorno alle colonne stavano appesi trofei di guerra; — dappertutto
squallore; — in mezzo al coro, diverso in parte da quello che
oggigiorno vediamo, s'innalzava uno imbasamento sul quale conducevano
due scale laterali; ai quattro canti, vestiti di sopravveste sanguigna,
vegliavano quattro capitani dei colonnelli dei defunti, che ad ora ad
ora si mutavano; sopra lo imbasamento era la bara coperta di sciamito
rosso, e quivi armati delle più splendide loro armature giacevano
i corpi del signor Mario e del signor Giorgio; intorno alla bara
alternarono in drappelloni le tre armi del comune di Firenze, giglio,
croce e leone con le armi dei cavalieri. I cadaveri avevano intrecciati
tra loro le braccia, come si costuma in socievole compagnia nella vita,
volendo quasi dimostrare, colui che in cotesto atto li compose, che
nè anche in morte si erano potuti abbandonare. Gli amici e i compagni
d'armi cingevano di triplice corona il feretro, tutti vestiti di cotte
sanguigne, colore di lutto adoperato dai maggiorenti a quei tempi,
mentre i fanti, scudieri e l'altra famiglia costumava panni bruni e
neri. Quanti erano quivi assembrati tenevano acceso un torchietto di
cera[231].

Frate Benedetto _predicava i morti_, e, siccome bene avvisava uno dei
cittadini, appena giunsero in tempo per ascoltarne le ultime parole:
la voce maestosa del Foiano empiva le vaste navate e lo costringeva a
ripetere i suoi detti coi loro echi:

«Forse», egli sclamava, «li piangeremo morti perchè quelle mani invitte
diventarono inerti? Forse perchè quei cuori cessarono di battere?
Vivono le anime immortali e, vestite di armi che per colpi non si
falsano, combatteranno per noi; — armati di spade di fuoco si porranno
terribili cherubini a custodia di questo nostro paradiso terrestre;
nè già crediate, fratelli, che la mia mente immagini vaneggiando cose
vane; no[232]: — le sante leggende assicurano non avrebbero mai i
crocesignati conseguito il conquisto della Palestina, se per miracolo
un esercito composto delle anime di tutti i cavalier cristiani morti
nella Giudea, vestito di bianca armatura, con bianchi stendali, non
fosse venuto ad aitare i vivi nelle battaglie. — Non gli piangiamo
defunti, perchè in verità io vi affermo che vivono; — non può dirsi
morto chi lascia tanta parte di sè nel cuore e nella memoria nostra,
essi mutarono la patria terrena con la patria celeste, — esultiamo,
eglino volano in seno di Dio e la nostra città gli raccomandano; —
esultiamo! la libertà della Repubblica non patisce pericolo or che la
proteggono in cielo due cosifatti avvocati.»

Il sole declinando ecco ora versa da uno degli occhi, praticati
intorno al tamburo della cupola, una colonna di luce la quale cadendo
giù diagonalmente investe i cadaveri dei due cavalieri; — i raggi
ripercossi pei ricami d'oro della soprasberga e su per l'armatura
brunita circondarono i defunti d'inusitato splendore, — parvero avvolti
dal capo alle piante del nimbo luminoso col quale i pittori greci
solevano rappresentare i loro santi: — gli atomi splendidi brulicavano
di su e di giù per la striscia scintillante, quasi fossero sostanze
intellettuali vaghe di aggirarsi per quella via segnata tra il cielo
e la terra. Il frate entusiasta lasciò cadersi in ginocchio, ed
atteggiato all'estasi dei beati,

«Prosternatevi, prosternatevi», gridò, «o voi a cui è conceduto
assistere al trasporto di due anime dalla terra al paradiso; ecco la
scala apparsa a Giacob nei piani di Betuel si rinnova, gli angioli
mossero a raccogliere gli spiriti fratelli, e in cima della scala tende
loro le mani l'Eterno per abbracciarli. O lingua mia trista, a che ti
affatichi più oltre a predicare coloro per onoranza dei quali il cielo
manifesta le sue glorie? o miei labbri mortali, assai più che a lodare
quei bene avventurosi, vi acquisterete merito presso Dio baciandone le
destre venerate...»

E si precipita dal pergamo, salisce su lo imbasamento del feretro;
e quivi come delirante con pianto irrefrenato si pone a baciare le
mani dei cavalieri defunti. Ogni uomo si sentì a forza costretto di
seguitarne l'esempio; sarebbero accorsi in folla se i capitani di
guardia non avessero posto ordine e modo a cotesta subita voglia;
consentivano pertanto un certo numero di persone salisse, le quali,
renduto quell'estremo ufficio ai valorosi, scendevano dalla parte
opposta. Vico salì con gli altri; e quando fu per recarsi la mano
dell'Orsino alla bocca senti giù tra la folla un grido a stento
represso; guardò fisso e riconobbe Annalena; il pensiero di avere
incontrato colei che amava tanto adesso che stava per baciare quella
mano rigida, — morta, — gli lasciò un senso di freddo sul petto, come
se un rettile gli avesse sopra strisciato: — finse baciarla ma non la
toccò, e sentì irresistibile il bisogno di recarsi al fianco della sua
Annalena per obliare il sinistro presagio.

Le si fece vicino e non profferse parola; uscirono entrambi di chiesa,
e muti, con occhi dimessi, camminarono buon tratto di via. Vico aveva
un peso sul cuore che non poteva muovere; uno sgomento interno lo
sforzava al pianto, e nondimeno le lacrime gli rimanevano rapprese nel
cavo degli occhi; giunto che fu a mezzo del Ponte Vecchio, le gambe gli
negarono l'ufficio, e si accostò sfinito ad una colonna sclamando:

«Muoio!»

«O Vergine, non mi rapite l'amor mio, — ho pianto tanto, — e tanto ve
lo raccomandai che prometteste rendermelo sano... no... voi non me lo
avete ricondotto dinanzi agli occhi per vederlo morire.»

«Oh! io mi sento pieno di vita; — temeva tu avessi, o Lena, cessato di
amarmi; — insalutata io ti lasciava e sola,.. Tu dunque mi ami?..»

«Se tu non fossi stato capace di preferire all'amore della donna
l'amore della patria, Annalena non ti avrebbe mai amato... e da me ti
allontanavi costretto...»

«Generosa donzella!» riprese Vico e le strinse la mano con passione;
poi continuarono il cammino leggieri e contenti, alternando voci,
sguardi e sorrisi, e così intenti nello scambievole amore che stavano
per passare, senza pure badarlo, da canto al vecchio padre di Lena, il
quale si era mosso loro incontro, se questi non gli avesse richiamati
dicendo:

«Figli miei, ricordatevi che i miei anni mi rendono tardo, — io non
posso mica tenere dietro ai vostri passi...»

«O padre mio, siete voi? Io non me n'ero accorta...»

«Ah!» soggiunse il vecchio sospirando, «la femmina abbandonerà il padre
e la madre per seguitare il suo amante... tu già mi dimentichi, figlia
mia... allora ditemi requie, chè la mia giornata è finita.»

«Padre mio, non mi parlate così; — vedete, noi ci affrettavamo
alla volta di voi, — senza di voi non saremo lieti.» E la fanciulla
carezzevole gli si abbandonava sopra di un braccio. Vico lo sosteneva
dall'altro, e così andando tante care cose egli gli disse che la
fronte del vecchio ridivenne serena, una goccia di sangue giovanile
gl'imporporò le guance, mutò più celeri i passi, ed ora volgendosi
a Vico, ora all'Annalena, li guardava, rideva, motteggiava festoso;
ponendo il piede su la soglia di casa, si fregò le mani, contemplò il
cielo e in questo modo espresse la interna sua contentezza:

«Il cielo invita, tanto apparisce limpido e azzurro; — non pertanto
oggi non desidero morire... sento che adesso mi fa bene il vivere.»



CAPITOLO DECIMOTTAVO

AMORE

                              Ti xe bella, ti xe zovene,
                              Ti xe fresca come un fior.
                              Vien per tutti le so lagrime;
                              Ridi adesso e fa' l'amor.

                                    _Barcaruola veneziana._


Belle luci di amore, siete sublimi quando l'aere si distende sereno,
e l'orizzonte è azzurro. Vi saluterò io, fiori immortali della eterna
primavera dei cieli? O piuttosto ninfe divine che venite a rinnovare
i vostri cori per le volte eteree del firmamento? — Perchè, se ai
nostri occhi è dato contemplare i vostri moti, non possiamo ancora
deliziarci nei vostri suoni? Ah! forse le nostre fibri destinate a
morire mal potrebbero sostenere le vibrazioni della lira celeste. Voi
non usciste di mano a Dio per guardare la terra; che cosa è ella mai
questa piccola massa di fango sanguinosa verso di voi tanto magnifiche,
tanto raggianti di proprio splendore? No, voi non guardate la terra,
altrimenti le vostre palpebre sarebbero adesso intenebrite nel pianto,
— e quel vostro limpido tremolio diventato vermiglio come il pianeta
di Marte. Poichè da voi emana luce, non lacrime, voi non guardate
la terra, nè vi cale guardarla; ella si avvolge dentro un manto di
nuvole: — ella sovente ai vostri castissimi raggi maledice. Caino
invocò perenni le ombre e l'abisso sopra il suo capo fulminato. — Voi
non morrete, figlie primogenite del pensiero di Dio: nel giorno della
distruzione egli vi radunerà con amore e se ne comporrà un diadema
per la sua fronte immortale — e quando il suo spirito, come nei secoli
precedenti alla creazione si trasporterà sopra le acque, se lo prenderà
fastidio della sua immensa esistenza, si guarderà nello specchio
dell'oceano mostruoso e dirà: Io mi son fatto un magnifico diadema! —
Dove egli spegnesse anche voi n'esulterebbe lo spirito degli abissi,
come esultò il giorno nel quale vide pullulare sopra la terra la pianta
avvelenata della tirannide.

Modeste come vergini, leggiadre come angioli, la mia anima vi séguita,
o stelle, nei vostri notturni pellegrinaggi con sacro raccoglimento:
voi avete potenza di sollevarla dalle miserie e dalle infamie della
vita; da voi in lei scende virtù che la consola: — voi blandite i suoi
mille dolori; — confortata da voi, ella si affretta a compire il suo
pellegrinaggio, quasi un esule alla patria diletta.

Ah! se veramente composto di spirito e di corpo potrà il mio spirito
sciolto avvolgersi volando tra voi, — immergersi nei tesori della luce
e dell'armonia, allora fingete la morte con le sembianze dell'Ebe di
Canova, coronatela di rose, le ponete nella manca un nappo gemmato,
nella destra un vaso pieno di un liquore composto di speranza e di
obblio, — ambrosia divina che addormenta la vita.

Ma se, invano pietose sogguardando il mio sepolcro, quanto ora di me
rimase coperto della terra, se il mio occhio non potrà vagheggiarvi, il
mio labbro benedirvi, allora io mi contristo su la vita che manca come
di un amico che mi abbandona, di un fiore che mi si appassisce tra le
mani, — dell'amore che mi si disperse in un sospiro per l'aria.

Egli dormiva, e la vergine gli vegliava a canto, e considerando quella
fronte pacata, la prese vaghezza di deporvi un bacio. Il bacio ebbe
virtù di svegliare Vico, che glielo rese tremante su i labbri. Gli
angioli poterono vedere cotesto atto senza velarsi con l'ale la faccia,
imperciocchè eglino si amino di pari amore nel cielo. — La musa rivelò
al poeta la natura angelica: due anime le quali di amore continuo si
sieno amate sopra la terra lassù nel paradiso formano un angiolo[233].

Ed intrecciando le braccia i due giovani si recarono nel giardino, dove
la vergine gentile si deliziava nel contemplare le stelle, e sovente
veniva così richiedendo il fidato suo amico:

«Come hanno nome cotesti astri tanto splendidi all'occhio?»

«Perchè fu donna che amò di forte amore, vide Berenice della sua chioma
ornato il firmamento e resa per quelle stelle immortale...»

«E quell'altra così tremolante, così gioiosa, come si chiama ella?»

«I nostri padri essendo pagani, immaginarono una dea della bellezza ed
a lei consecrarono la stella gioconda che tu vedi. Se come leggiadra
di forme, l'avessero finta casta nel cuore nessuno dio avrebbe vinto
in questa terra il culto di Venere. — Amore è anima del mondo — amore
è mente che governa il creato...[234]»

«Oh! amo le stelle anch'io, — e chi le creava, — e te.»

«Lena, deh! non oppormi Dio per rivale. Io non lo voglio: può ella la
creatura contendere col suo Creatore?. — Egli flagella i fianchi della
montagna con i suoi fulmini; egli col soffio delle narici sconvolge
l'oceano... come potrò io dunque venire in paragone con lui, — io atomo
di polvere nella mano di un gigante?.

«Sta pur sicuro, Vico: perchè se quando mi volgo al cielo o lo
contemplo nella sua pompa di luce a te prepongo il Creatore, allorchè
poi rimiro la terra e vi scuopro il delitto e la sventura, te... Dio
mi perdoni!... te sopra Dio rive