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Title: L'ora topica di Carlo Dossi
Author: Lucini, Gian Pietro
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'ora topica di Carlo Dossi" ***

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                              G. P. LUCINI


                      L'ORA TOPICA DI CARLO DOSSI,

                      SAGGIO DI CRITICA INTEGRALE


                                 VARESE
                             A. NICOLA & C.
                                  1911



                      L'ORA TOPICA DI CARLO DOSSI
                        SUONATA DA G. P. LUCINI
               ALLA MEMORIA PROTEGGENTE DI LUIGI PERELLI
                       CHE INSISTE VIVA E FECONDA
                  E CHE MI RICOLLEGA IN AMICIZIA SOPRA
                     DUE SECOLI, ULTIMO, AL NOSTRO
                              CARLO DOSSI

                              DAL PALAZZO DI BREGLIA,
                              NEL TIEPIDO AUTUNNO LARIANO DEL 1909



                           SINTESI EPIGRAFICA


                              CARLO DOSSI;
                         È QUI COI SUOI AMICI,
               CONTINUANDO ROVANI HA CONTINUATO MANZONI:
             OPERÒ TALE RIVOLUZIONE NELLE LETTERE ITALIANE,
                      NELLA FORMA E NEL PENSIERO,
                    CHE LE HA INNERBATE PEI SECOLI;
               MA NON PERMISE PER SÈ IMITATORI DOZZINALI:
                             DISCONOSCIUTO,
                 PROTENDE ALL'EPOCA, CHE GIÀ S'INALBA,
                     LA SUA VERA GLORIA CONFERMATA,
                CHE I COETANEI, TROPPO SORDIDI E SORDI,
                  DISTRATTAMENTE, NON GLI CONCESSERO.

                              1849 — 1910



NOTIZIA PRELIMINARE


_Giorno d'oro per le lettere italiane, quando, nel 1873, a cura
di Luigi Perelli, in Milano, usciva il saggio di Giuseppe Rovani:
_La Mente di Alessandro Manzoni_: io ne invidio l'aurora lucente e
porporina e non presumo di emularla con _L'Ora topica di Carlo Dossi_.
Però, le stesse ragioni presiedono per l'una e l'altra; se Carlo Dossi
volle scrivere: «Rovani è il continuatore logico di Manzoni, come
il Dossi di Rovani»; egli ha pur detto rivolgendosi a me; «siamo due
campane fuse nello stesso metallo, ma di diversa capacità; diamo suoni
di ugual valore, ma di diversa nota.»_

_Vorrò io perciò vantarmene e non far parte all'amicizia del di più
che le deve in questo giudizio lusinghiero? Certo: ma oggi concorre
a me, come già fu per Rovani, l'obbligo di una stessa affermazione.
Ed in difetto di editori, i quali confidando in me e nella mia
anomala letteratura come ditta e prodotti commerciali, commerciabili
e reddituarii, mi fabricherebbero, allo spaccio, libretto garbato
e corrente mi sia dato esporre, da queste pagine per me non venali
e bandire, finalmente, il nome di Carlo Dossi, ai giovani della mia
generazione ed ai giovanissimi che mi incalzano, e mi chiedono parole
sempre più nuove con altre ed inedite audacie._

_Anche tu, o Alberto, oggi dolorosamente desiderato dai tuoi che
respirano nella tua memoria e nella tua fama, dalli amici che ti
ammirano, da me che ti piango come fratello, sembra mi conforti
ad esporre l'opera mia, cui, in parte, hai udito leggerti nelli
ultimi tuoi dì: e se turba un poco la tua modestia non condannare
la mia sincerità che non deve mai interrompersi. Che anzi, troverò
commentatori privilegiati di officiosità e di ignoranza che, me la
imputeranno a male come inezie di fisiologia, ciarle sconvenienti,
pettegolezzi indiscreti, sciorinate citazioni per lusso da note inedite
difficilmente controllabili. Hanno ed avranno torto, perchè mi affido
a quanto il nostro autore desidera si faccia in questo caso, come lo
apprendo dalla stessa sua parola: «A scoprire, a rifare il processo su
cui una mente, specie di scrittore, ha voluto produrre date opere; a
rintracciare l'origine del materiale da esso impiegato e trasformato,
a conoscere lo stato d'animo di chi pensava o eseguiva, giova più che
tutto l'esame di quelle intime carte, qualunque sia la sua forma,
nelle quali l'artista ha segnato il suo primo pensiero e consegnò
la memoria dei pensieri ultimi. Simili documenti i quali vanno dal
più laconico aforisma all'epistolario più diffuso, e possono anche
comprendere i conti di cassa e di cucina, sono tanto più preziosi,
inquantochè un artista, come ha raggiunto la designata altezza, si
affretta solitamente a cancellare le tracce della sua via, quasi a dare
ad intendere che ei vi volò, non vi si arrampicò»._

_E, quando allora mi imputeranno, in qualche passo, tono, aggressione,
polemica, siano tutti persuasi, che, col proclamare, ammirando, l'arte
ed il pensiero di Carlo Dossi, tento di difendere e volontieri me
stesso._

                                                         G. P. LUCINI

  _Dosso Pisani, il XXVIII di Gennaio, CMXI._



I.

IL MOMENTO


La fortuna, che sorresse e si oppose insieme alle opere ed al nome di
Carlo Dossi, fu bizzarra, generosa e maligna nello stesso tempo. Mentre
ne ha protetto l'amore e l'ammirazione tra i migliori suoi coetanei e
lo ha riservato al culto de' giovani, non volle che la rinomea larga e
sparsa, con facilità e tornaconto si divulgasse tra il pubblico grosso,
quello che fa numero, sostiene il valore reale e crea, effimeramente,
le gloriole posticcie; ma senza di cui l'efficacia dell'azione, la
bellezza della letteratura, la verità dell'accusa e la giustizia della
rivendicazione non hanno nerbo, latitudine, determinata vittoria.

Il _clamor gentium_ evangelico contrasta, è vero, coll'_odi profanum
vulgus et arceo_ oraziano; ma l'opera d'arte, composta lungi dalla
frequenza e dall'intemperanza della folla, va pur rovesciata sopra
di lei; e questa, se non vuol disertare, cioè, privarsi di un piacere
tanto più intenso quanto più difficile, deve accoglierla e profittarne.

Non per questo Carlo Dossi vi si accostò; proprio e fondamentale
costume il suo di rimanerne schivo; e lo accompagnò, dai primi istanti
del suo produrre, costantemente, se Antonio Ghislanzoni, volendo
parlare della _Vita di Alberto Pisani_ incominciava: «Ne[1] è autore
Carlo Dossi, un giovane letterato, che pochi conoscono, per la semplice
e perentoria ragione ch'egli studia ogni via per tenersi nell'ombra;
uno scrittore di elettissimo ingegno che si affatica quanto sa e può,
onde apparire un dappoco.» Pochi dunque lo conoscevano; ma quali
pochi? Nelle ultime stagioni di sua vita, Manzoni lo aveva letto e
se ne era compiaciuto; Rovani, definitivamente, lo aveva preso per
mano e condotto fuori, con lui, all'aperto; Carducci, nelli anni
gagliardi, si arrestava insieme a conversare e a definire _La Colonia
felice_ «_la più ampia e vigorosa concezione di romanzo_.» Cesare
Lombroso, che seppe circoscrivere i confini della pazzia ed oltre
pose il genio, malattia gloriosa; che aperse nuove vie alle discipline
italiche e sottrasse al libero arbitrio biblico, che l'incatenava alla
bruttura del peccato originale, come ad una condanna di maledizione,
l'uomo, riducendolo a sè stesso, libero, responsabile finchè sano;
accoglie e favorisce la presentazione di Carlo Dossi per Alberto
Pisani, li riconosce _uno_ e li conserva nella sua _Grafologia_,
indice di genialità. De Amicis impara da lui a sapere i _Cento
anni_, che ignorava; mite, castigatissimo, ultra manzoniano, tutto
sentimentale, sino alla patologia delle lagrime inutili e facili, lo
pregia scrittore d'eccezione _grande_ e _La Desinenza in A un'opera
forte e virile_. Gigi Perelli, visitatore d'anime rare cuore plasmato
all'altruismo, la di cui vita è una serie di continui benefici per
coloro che ama, scopre e protende, lo sorregge con affetto più che
fraterno, paterno, lo difende e lo inalza, gli addomestica le prime
voci della pubblicità, gli va ricercando un pubblico. Paolo Gorini,
con Perelli e con Primo Levi, lo accoglie nella sua intimità; per
loro si dimentica a raccontare la sua _Autobiografia_, insempratore di
cadaveri metalizzati, Prometeo di vulcani, abolitore della putredine
umana col fuoco: e Cremona, al dir del Dossi, gli insegna, dipingendo,
come si debba scrivere e ne perpetua ed infutura la sua effigie.
— Paolo Mantegazza lo chiamò «_il Meissonier della letteratura,
tutto cuore e tutto spirito_». Cesare Correnti gli offerse la sua
squisitissima arguzia; lo ammette tra i più cari, da che Carlo Dossi
ama l'impossibile ed egli è un po' del suo parere «_avendo imparato
in sessant'anni di vita che al mondo non vi è altro di desiderabile
che l'impossibile_». — Crispi, il più grande uomo di Stato, che la
Rivoluzione abbia dato all'Italia e che la paurosa grettezza della
Monarchia e la tirchia meschinità del parlamentarismo piccolo-borghese
abbiano esautorato, lo volle con sè collaboratore. Ed altri ancora,
Grandi, Magni, Robecchi-Brichetti, il padre Tosti, Luca Beltrami,
_Polifilo_ di arguzie politiche, instauratore di un'altra e milanese
scuola di Leonardo, col raccoglierne i cimelii con riproporne le
carte, col rinnovarne i monumenti; il Ranzoni, pittore di rose,
di monache e di garibaldini; il Conconi, acquafortista di notturni
dossiani, descrittore della _Casa del Mago_, e fantastico di bizzarrie
pittoresche; il Troubetskoi, statuario magnifico di imperatori
barbari, zoofilo illustratore di vite e di forme animali, signorile
ritrattista di primavere ricche e feminili; — tutti questi il miglior
fiore dell'ingegno italico contemporaneo, anzi, della genialità, gli si
fecero vicini, donde egli rientrava nella lucida, preziosa e profumata
corona, su cui si adagia, lentamente, la cronaca, colla celebrità,
per produrne, ai maggiori, la gloria, nella storia. E bene; con tutto
questo, a Carlo Dossi mancò e mancherà la rinomea; ma è sicurezza
sua di sopravivere al fiato vagolo e capriccioso delle acclamazioni
troppo facili, poco spontanee, meno comprese e più vane. Egli non se ne
cura, non se ne curò, esercita operosamente la sentenza del saggissimo
antico: «_bene vixit qui bene latuit_:» ma a chi rimase nascosto?
— Mentre, di sulla _Cronaca Grigia_ Cletto Arrighi, scapigliato
irriducibile a trapassare dalla _Canaglia felice_ a _Nana a Milano_,
dal _Teatro Milanese_ al _Carro di Tespi_, si era accorto, primo, di
lui, lo aveva riposto sulli scudi, lo mostrava ovunque, battagliava
in suo onore; Primo Levi lo manifestava in sul bel principio,
schietto, limpido, tutto polpa sana, spoglio d'ogni convenzionalismo,
carattere intiero e specifico di letteratura in — _I libri di Carlo
Dossi, considerazioni biografico-sociali_, additandolo indice di una
mentalità moderna, eretta da ragioni politiche, nel tempo in cui si
rinnovava una nazione, si ritentava un carattere nuovo all'Italia, si
proponevano all'arte, alla filosofia ed alla pratica nuovi quesiti,
altre esperienze, al cittadino, deliberate libertà. — Mentre Eugenio
Camerini lasciava, per lui, la profonda, severa e serena dottrina,
dalla quale riuscivano nette e perspicue le sue prefazioni ai classici
e ripassava, con diversa e moderna intenzione, le vicende letterarie,
ottimo scolaro alle _Lezioni di Eloquenza_ di Ugo Foscolo; — l'acutezza
persuasa, preveggente e generosa di Felice Cameroni lo citava in
ogni sua _Appendice_, in sul _Sole_, _L'Italia del Popolo_, _La
Valtellina_, _Il Tempo_; ne cercava paragoni e paralleli, continuava
a ripeterne il nome e l'opera, sollecitandogli lettori, facendogli
credere ch'egli avesse un pubblico, illudendolo sulle riconosciute
sue virtù, — e chi dice lettori di Carlo Dossi, sottintende subito
amici od ammiratori. — Mentre Luigi Capuana, ne' suoi _Studii
sulla letteratura contemporanea_, con attenzione sagace gli dedica
molte pagine; lo raccomanda fra quelli verso cui Gautier inchinò la
preziosità di _Les Grottesques_, dove occuperebbe il primo posto;
lo rivede _fenomeno e caso letterario_, donde si rivelano qualità
di primo ordine, che, insistendo sul lettore, coll'energico effetto
della realtà, gli porgono un'acuta eccitazione interiore, escludendone
la volgarità, l'impotenza, l'anemia, l'aborto: — alcuni _Magazines_
inglesi lo nominano e se ne interessano. — Se, Pipitone Federico non lo
trascura nei _Saggi di letteratura contemporanea_, non lo confonde coi
settatori del _carnalismo_, per quanto lo giudichi un realista, non lo
impegola nella caterva nova, nata allora dalle lucidature mürgeriane,
dalle risciacquature di Gérard de Nerval, dal fondo di bottiglia
della gazzosa stecchettiana; ma lo fa vindice delli Antinoi-Menecmi
dell'arte, ingualdrappati dalle scorrevoli frasette de' beceri toscani;
humorista, lo pregia sopra a tutto, ruggente come un leone, o guerriero
gallo colla lancia imbevuta del succo dell'aloe acerbo, disturbatore
di pacifiche digestioni, rimprovero vivo ai bottegai scioperoni e
sfacciati della feconda vendita delle candele di sego, dello zucchero,
del pepe e delle loro abilità giornalistiche: — Ferdinando Fontana lo
tramanda nel _Dizionario dei poeti milanesi_ in ottima compagnia. Se
Eduard Rod lo contemplò, colla usata sua competenza, in _Romanciers
italiens_, apparsi su _La Nouvelle Révue_; lo spiegò letterato di
razza, nel senso più raffinato della parola, poliglotta, istitutore
a sè stesso della propria coltura letteraria, autore di libri di una
eccessiva sensibilità, di una ironia acuta, di contorcimenti di stile
e di pensiero, in cui il pessimismo prende il sopravento sopra la
sua fondamentale sentimentalità, e la misantropia cerca di vincere
invano la sua profonda carità umana: — a cura di Elena di Götzendorf,
un _Hausbuch_ tedesco ne stampava la biografia, il ritratto, le
traduzioni; Elena, amica conosciuta per lettera di lontano, non veduta
mai, promessa a fine tragica, compartecipe al suicidio dello sposo
amatissimo, intenta, forte e soave intelligenza feminile. — Meglio
avvisato Vittorio Pica lo riguarda in _All'Avanguardia_, comparandolo
alli autori che il simbolismo francese, allora, suscitava; a Villiers
de l'Isle-Adam, a Mallarmé, a Verlaine, all'Huysmans, alli altri, che
si compiacciono di un ideale d'arte ultra eccezionale ed aristocratica,
e si cercano, per lettori, un numero esiguo di delicatissimi, coi
quali, quasi collaborano per la completa efficacia delle opere loro;
poichè la sapiente suggestione di simili scritti lascia spazio e
margine alla fantasia ed alla sensibilità di quelli, onde li possano
completare personalmente. — Ma, se Benedetto Croce gli sommette un
lungo articolo sulla _Critica_, si confonde nella ricerca della sua
speculazione; non così l'altro giorno, da su _Poesia_, la leva del
_futurismo_ internazionale, quando se ne proclamò il nome a bandiere
spiegate, precursore «assodato di efficacia e sopravivenza; non così
io stesso, se ricorro, a lui per esempii, esperienze e risultati,
col _Verso Libero_: e l'opera del Dossi mi risponde, prova reale ed
operante delle mie affermazioni estetiche attuali.

Dopo ciò, egli può essere ignorato dalla gazzetteria spicciola de'
grandi giornali, dove la critica è facilmente sgomenta, dove non vi
sono caratteri tipografici e carta per nominare queste tempre d'uomini
tutto nervi e coraggio civile, che non temono la verità, che esercitano
l'eroismo pericolosissimo, in questi giorni di maschere condecorate,
della sincerità. Hanno industrializzato l'arte, la scienza, la
politica, l'opinione pubblica; vi concorsero i vermiciattoli della
scribacchiatura venale, i dubii arrivati, li imbecilli arrivisti, i
così-così, in caccia di un ciondolo mallevadore della loro onestà,
che poco persuade. Per costoro, piccolini e mediocri, Carlo Dossi
rimane sempre _colui noto all'epoca della fioritura sommarughiana_,
autore di qualche bizzarria eccentrica e curiosa. In cambio, codesti
fogliaccioni sesquipedali, hanno lunghe articolesse sopra i garretti
e la meritoria pietà cattolica e da veloce scaccino dei Dorando Petri,
sopra la muscolosa trucolenza dei Raicevich, intorno ai voli per l'aria
e le passeggiate sott'acqua, le visite dei Reali ai disastri siciliani,
e di Fregoli al Papa, le scialuppe e li emetici curialeschi e di
Assise, li elettuari fogazzariani, le cantaridi, finalmente ribassate
di prezzo e di valore, d'annunziane, le acque sporche di polveri
virgiliano-romaniche del Pascoli e via via: il costume non si rimutò.

Anche tutt'ora, codesta rivendita di parole stampate ad uso della
borghesia fannullona ed arrivata maschererà, sotto un interessamento
d'imprestito, dovuto al nome formidabile dell'editore letto sopra
la copertina delle recentissime _opere complete dossiane_, la
sua malagrazia e sopra a tutto la sua supponenza spaventata e
melensa davanti alla gratuita sincerità. La paura non è a fatto
tranquillizzata, non le fobie persuase, non l'ignoranza confessa:
tutte queste stigmate morali si ereditano atavicamente; i figli, nuovi
accademici, patiscono le stesse malattie; e, se oggi, per rispetto
umano, o per millantato credito, andranno al richiamo di chi scrisse la
_Desinenza in A_, minimamente la comprendono, nè la lessero.

Avevano i padri trovato già temerari Mantegazza ne' suoi saggi popolari
scientifici, Cremona nella sua pittura, Grandi nel suo _Beccaria_,
Torelli nella dramatica. Il loro gusto aveva applaudito e si era
imparadisato alla nuova e mengoniana. _Galleria Vittorio Emanuele_,
alla statua di Rossini di fresco eretta, nell'atrio della Scala, alla
oleografia della _Stuarda_ del Valaperta, esposta a Brera, all'_Olema_
melopea romantica e spappolata, che furoreggiava dalle ribalte
liriche milanesi. A buon diritto, _La Fidanzata_ russa del Fontana,
il _Mefistofele_ del Boito venivano biasimati. E, l'_utile_, proprio
come oggi, era proposto all'ideale, sogno, utopia, fola. Essi si erano
domandato: «Che pazzia è mai questa del Dossi, di scrivere senza la
falsariga comune e di non curarsi delle vecchie ed autorevoli penne
d'oca della critica?» E molti se lo domandano di bel nuovo.

«Che ci viene a fare quest'uomo, eccesso verbale, scrupolo di onestà
letteraria, che scrive l'opera, non della stagione, ma nel tempo;
cui vediamo armato d'ogni arma, che ci racconta senza rispetto,
«tra[2] gli scrittori abortiti, in professori di belle lettere, tra
gli spulcia codici, i puristi, gli etimologisti», tutta roba seria
e patentata; i quali riguardano con sospetto il _libro nuovo_, senza
pensare che i nascituri, saranno, per esperienza, molto più doviziosi
delle miriadi de' loro antenati?» Tornano a dire i recentissimi, pe'
quali la resurrezione tipografica di Carlo Dossi non sarà sufficiente
a commuovere, nella pigrizia del loro cuore venoso, un palpito più
affrettato di snobismo.

Ma altri si mostreranno col sorrisetto della accoglienza, verso di
lui; altri epigoni di quel giornalismo, di cui sopra, ripassati da un
nuovo strato di biacca, riconfortati sul nero fumo confessionale, sul
roseo sporco del liberal-conservatore; e vorranno, per estemporaneità,
dimenticarsi delle antiche e paterne ingiurie avventate contro di
lui. Pure, la discendenza è diretta: le parole ch'egli raccolse ne'
_Margini_, nelle _Etichette_, nelli _Invii_, preposti alle prime
edizioni a difesa e ad offesa, gli giovano tuttora. Giovano contro
li eredi della cronachetta bonghiana suadente ad ogni mercede, per li
usufruttuari dell'inconfessato livore baseggiano, ai continuatori della
pratica grettezza inelegante e veramente costituzionale della mecanica
giornaliera di un Torelli-Viollier, compilatore di diarii arroganti,
plurireddittuari, in quest'ora bassa, senza ideali di giustizia, per
cui è lecito scrivere senza entusiasmo e libero abbandono; dileggiano
li ultimi scolari di un Verdinois buon anima, anguilla, a sgusciarti
dalle mani.

Furono in allora, e sono anche qui, quelli rimasti in sui confini
delle comode legalità, quelli, che sono sempre responsabili delle loro
azioni, e ne pagarono li eccessi di persona; i sovversivi, insomma,
coloro che fecero e fanno gran caso della personalità letteraria di
Carlo Dossi, sbandierandola dalle loro gazzette: furono essi, che lo
posero all'avanguardia del pensiero civile, foriero di estetica e lo
difesero. Furono i nostri critici di pura tempra repubblicana, come il
Dario Papa, le nostre riviste sbarazzine come _La Farfalla_, insignita
dalla bella testolina sorridente di Tranquillo Cremona, che, contro
tutto e tutti, conservarono alla democrazia l'aristocratico fascino
della cultura umanistica, rappresentanti diretti della italianità
di genio, continuatori del pensiero di Romagnosi, di Cattaneo, di
Mazzini, della poesia di Foscolo; i generosi di sangue, d'audacie e di
sacrifici, quelli che lo presero in sicurtà e che tuttora lo difendono
colla mia penna.

La presente opportunità alli altri, forse, farà loro dimenticare.
Non vorranno accorgersi, che, se Carlo Dossi taglia ancora con buona
lama affilatissima dentro la loro carne viva, non potranno affidarsi
all'aiuto d'Alberto Pisani, uomo ufficiale d'ordine e decorato,
perch'egli ne medichi le piaghe, colla preghiera di scusargli il
fratello irritato ed impulsivo, come dev'essere ogni artista. Ambo,
oggi, hanno moltissime ragioni e diritti per colpire insieme; perchè
grave la doppia ingiuria venuta contro di loro da questa parte, e
la patirono insieme, generosamente in silenzio, ma non ismemorati di
nobile vendetta. Si facciano dunque in là col melenso sorriso della
accoglienza. Il tempo insiste ma non rimuta nelle intelligenze i loro
pensieri atavici. Noi diffidiamo delle loro attestazioni troppo in
ritardo per essere sincere.

Non importa. Attualmente concorre a lui la schiera giovanissima; e,
se il _Cœnubium_ luganese domanda alli intellettuali il titolo dei
quaranti volumi da loro preferiti, Pio Viazzi, esteta e legislatore,
si piace di comprendervi le opere dossiane. Dossi, intorno a sè, sente
il suffragio riverente delli ultimi venuti di sulla letteratura,
di coloro che incominciano: siano Gustavo Botta, umanista di garbo
libero e schietto; o Monneret de Villiars, il cordiale illustratore
del Giorgione; siano Alessandro Casati, patrizio milanese, in cui
vigila il buon ingegno che fu genio in Beccarla; o F. T. Marinetti,
che lo confessa con passione e scandalo di futurista; o Carlo
Linati che rinnova, in _Cristabella, Goccie d'inchiostro_; o il
vecchio Loforte-Randi, spirito inquieto, odiatore della pagliacceria
d'annunziana, indipendenza ardita e geniale da riconnettere Nietzsche
a De Maistre, coraggioso di una sua _Verità_, che contrasta con quella
di molti, che vanno per la maggiore ed hanno maggior tomo, solitario
filosofo in vedetta, che non dimentica, e col quale amo dibattere e
schiettamente ammirare.

Fresche e viride giovinezze d'arte sentono, nell'aria, pungere
l'ossigeno dossiano. Lo stacciano dalla lenta e bassa atmosfera coi
loro alacri polmoni e se ne nutrono. Non conoscono direttamente l'opera
purificatrice e di costanti prerogative, la pompa attiva che erutta
polle sane di fecondità; ma ne presentono, per simpatia, la presenza
d'intorno; vi si orientano ne mandano, araldi e trombetti, proiezioni
di loro stessi, le loro opere adolescenti, in cerca. Sia Cesare Giulio
Viola, che sofre serenamente, e ricompone la lieta e triste espressione
de _L'altro volto che ride_, in cui, la Terra avvicenda le stagioni,
a paragone dell'animo del poeta, col nascere ed il trapassare dei
fiori, mentre i paesaggi cittadini prendono nome, persona e dramatica
umana più grande essendo la pietà del poeta dove maggiore è il peccato
della donna: sia Mario Puccini, che dà a sfogliare, pagina per pagina,
arrugginite, color d'autunno, come le rame delli ontani patullati
dal vento, le foglie della _Canzone della mia Follia_, contro cui
si destreggiano le lancette flebotome dei cruscanti ed imbizzano
le replete e disturbate digestioni dei settuagenarî inostricati
universitaria pedanteria; — Mario Puccini, che se vuol darsi l'aria del
critico dimostra di sentire, ma di mal comprendere il Dossi.

Così, nel _Portico dell'Amicizia_, che, nel suo palazzo del Dosso,
Alberto Pisani volle eretto e consacrato alli amici dell'altro sè
stesso, una colonna si istoria e professa, vicino a quella dedicata
alli _utili nemici_, cento trenta nomi oscuri affatto, annubilati
ambiguamente, o preclari a risplendere _coloro che lasciarono traccia
del loro passaggio sulla terra e nel suo cuore_. Coloro che inviarono,
dalle terre italiane, senza ch'egli celebrasse, come altri minimi,
giubilei, le loro frasi timide, comprese, richiamate e gloriose; dalla
povera maestrina provinciale che si effonde, esclamando, al letterato
in voga; dal filosofo eminente, al viaggiatore illustre; voci di
un popolo affratellato, nel saluto e nella riconoscenza, verso chi
partecipò loro la malinconia di _Alberto Pisani_: l'umana carità di
_Regno dei Cieli_; la filosofia agita, nelle parabole e nelli apologhi
di _Goccie d'inchiostro_; l'utopia di _Colonia Felice_; il sarcasmo
scettico e crudele di _Desinenza in A_; le tenerezze gioconde e tristi
di _Amori_; le amaritudini di _Ritratti umani_; le acute ed ironiche
piacevolezze di _Fricassea critica_; la storia sentimentale, e, per
questo, più vera, di mezzo secolo d'arte, _Rovaniana_.

Gli si confidarono solleciti, li anonimi, li sconosciuti, colle
attestazioni umili che, per la loro indeterminatezza, prendono il
valore simbolico del giudizio collettivo; li altri che sono dubitosi di
sè, impacciati, pudichi de' loro sentimenti e delle loro espressioni;
quelli che, messi sul cammino della confidenza vi rovesciano tutta
l'anima, non terminerebbero più, svuotandosi de' loro più intimi
secreti. E sono accenti feminili: così le accusa la calligrafia minuta,
l'espressione ingenuamente architettata e timorosa di nuocere, il
susurro, il bisbiglio all'orecchio della confessione: «... Perchè i
libri di lei sono veri baci; baci intellettuali al lettore, cominciando
dalla stessa bellezza delle edizioni, che è la più esterna, veste. —
... Io non ti conosco, o autore del _Regno dei Cieli_, dei _Ritratti
umani_, dell'_Alberto Pisani_. — ... Qui parlo col tuo spirito, più
che con te, personalmente, e ti parlo col mio spirito, più che con la
mia voce. Quando ti vedrò, personalmente, ci daremo regolarmente del
Lei, perchè le persone e i corpi dividono li spiriti, perchè ciascun
corpo, nel mondo, vuol posto. Per il che noi ardiamo del desiderio
in un istante, di conoscere una persona, di gettarle le braccia al
collo; e poi ci batte il cuore quando abbiamo messo il piede sulla via
di trovarla, di andare colla nostra persona avanti alla sua; perchè
temiamo di spiacerle. Oh! quanto ci facciamo, spesso, più materiali che
non sia nostra natura! — ... Io, un uomo, o mi piace e lo amo; o non mi
piace: se mi piace e lo amo, mi piace tutto com'è; non conosco difetti;
per me anche i suoi difetti costituiscono il tutto che amo. Così, per
me, un libro: se lo amo, lo amo come un amico, svisceratamente — ...
La _Ines_ è un nuovo ardimento, e non v'è intemperanza... — Per me
amore è santo ovunque sì trovi. Valesse, tal capitolo, a fermar la
mano di un solo suicida, Caino d'amore, non sarebbe intanto scritto
invano. — ... Con in mano il _Regno dei Cieli_ dico io, sarebbero già
stati risolti anche tutti quei problemi. — ... E tutto ciò sia un segno
dei tanti ringraziamenti che il mio cuore fece a lei, nel leggerlo; è
un tenuissimo scambio del piacere a me fatto dai suoi libri...» Chi
scrive? Perchè scrive? Bisogno, necessità: innominata voce del coro
greco, non impersonata mai «_perchè le persone ed i corpi dividono
li spiriti, e noi ci facciamo spesso più materiali che non sia nostra
natura!_» Angiolo lontano: Carlo Dossi rimette a suoi nemici, per il
suffragio tuo, tutti i dolori di cui l'abbeverarono!

Or dunque; se l'opera di Carlo Dossi è all'apogeo e completa, tutta
risplenda, come fa il sole a giugno che si svuota di luce sopra li
oggetti e li determina colle brevi ombre sottili e lineari, oscura e
necessaria apposizione; essa è attuale, in azione; risponde al nostro
sentimento ed al nostro bisogno; è l'anello necessario che ricongiunge
la letteratura di Alessandro Manzoni con quella che verrà; è una maglia
essenziale nella catena della evoluzione psichica ed estetica, la cui
ignoranza e mancanza produrrebbero uno squilibrio ed un vuoto; per cui
la presenza è richiesta, logicamente effettiva, par ragioni fisiche e
filosofiche, perchè non intercorrano soluzioni di continuità, ferite
slabranti, sanguinose e dolorose, disaccordi inarmonici; perchè,
un'altra volta,, si ripresentino vittoriosi i cardini d'ogni legge
fisica e morale; πάντα ῥεῖ: — _Natura abhorret a vacuo_.»



II.

COME È NATO


Carlo Dossi non ci viene da lontano; la sua nascita coincide con una
grave e dolorosa sconfitta italiana, anzi ne fu sollecitata, come a
noi insegnò a volere, con maggior tenacia e fortuna, l'indipendenza
nostra: egli soferse, insieme alla sua crescita, quella della patria
e ne espresse l'adolescenza ebefrenica. Mentre la miseranda cannonata
d'Agogna contro Novara aveva condotto un giovane principe a Vignale,
davanti ad un maresciallo austriaco imbaldanzito arbitro di guerra e di
pace, e tornava a boccheggiare la patria nel sangue sparso a Milano, a
Brescia, a Vicenza, a Venezia ed a Roma; egli nasceva il 27 di Marzo
1849 a Zenevredo, un borgo sulli Appennini dell'_Oltrepò pavese_, in
vedetta della battaglia, risparmiato a pena dall'incendio, anzi, per un
prossimo incendio, spaventata la giovane madre, settimino.

Ed egli fu precoce autore: (suol dire e distinguere: «De Amicis,
Fogazzaro, Barrili, Rovetta ed altri non sono autori; cioè nulla
aggiungono al patrimonio letterario italiano, ma semplici scrittori»).
E subito il Demone lo richiese e se lo imprigionò. Egli non se ne
pentirà mai: «[3]Tredici anni sono passati da allora, la mia esperienza
è, più che matura, già marcia, e, non solo non sento rimorso alcuno di
quel mio adolescente peccato, ma lo ristampo. — Resti dunque a dormire,
nel suo sepolcro di versi, il consiglio del cisposo Orazio. — Per conto
mio son ben contento di essermi alzato ai primi albori per cominciare
questo viaggio, non breve, di una vita letteraria».

Bimbo, ama già il libro; precorre coll'imaginazione le pagine che
va leggendo, le quali gli servono per altri più belli, personali e
meravigliosi motivi. Ricama di tutta sua fattura sulli spunti di un
verso, di una frase; compie a suo modo l'avventura già scritta. Tal
quale il mimmo vede, nella _Casetta di Gigio_, un mondo scoprirsi
a lui nel buio fantastico di sotto le coltri; al Dossi furono dati
voli eccelsi per le nuvole e le stelle e gesta ipogee; donde la sua
ebrietà di imagini, che sorprendono la brava gente astemia e sobria
di entusiasmo: s'egli ha immerso, come il Silfo di Pope, le ali
nell'arcobaleno, come Guymplaine risorge anche dalli inferni.

Il libro-passione, spesso, gli acquetò e gli spense la passione-amore.
Carezza con mano innamorata le pagine, come il suo sguardo si posa,
con ogni delicatezza, sopra il profilo delle bellezze desiderate ed
ottenute. Ma possedere significa produrre; anzi, massimo possesso
ed esclusivo, veder viva, materiata la cosa sua, erotta da sè, aver
raggiunto alcun che di più a quanto già esiste, dirsi autore, poeta.
Testè, mentre si correggevano insieme le ultime bozze dell'ultima
edizione, che ce lo porge intiero, nei pomeriggi freschi e lariani
del Dosso, tra le raccolte del suo archivio, che lo completano, tra
le leggende scritte sopra le pareti di marmo e di cemento, che, come
fogli perenni, dicono la sua storia con quella di coloro che ha amato
e lo amarono; — gli tremava la mano che reggeva la pagina, la voce
che leggeva le righe; lo vidi lagrimare silenziosamente sopra la
sua creatura. Fresca, intatta, vergine gli usciva dopo quarant'anni;
sonoro, giovanile l'accento persuasivo e malinconico; l'adolescenza,
la maturità tornavano dentro il volume a parlargli: nulla si era
perduto nell'aspettare, nessuna grazia avvizzita, non una bellezza
sciupata; quanto caduco il corpo del padre, ma come vigile e costante
il nato dalla sua intelligenza! Carlo Dossi non accoglieva al ritorno
il Figliuol prodigo, ma Cordelia la più cara, la più devota, la più
dolorosa delle figlie di re Lear: ed il bacio, che lo estasiava, lo
faceva sofrire insieme.

Perchè il Demone gli diede occhi, mani, orecchi, membra e sentimenti
specialissimi onde potesse rievocare il mondo diversamente: e tutti se
ne meravigliarono e gli imputarono, i più, a posa menzognera la sua
schiettezza, se ebbe il coraggio della massima sincerità; mirabile
impostura del luogo comune! Egli se ne era allontanato, con quello
disprezzando la gente comune, costituendo una vera rivoluzione in
estetica contro i romantici, i classici, i cruscanti, i naturalisti, li
idealisti; e fu sè stesso. — Ed il Demone gli dettò dentro le parole
semplici naturali, e perciò misteriose; e lo credettero involuto,
astruso, difficile: e il Demone gli porse in mano una penna temprata
come uno stile, acuta, incisiva, incorruttibile, elastica, inossidabile
qualunque fosse l'inchiostro dentro cui s'inzuppasse, acqua, lagrime,
sangue, mota, cielo, coscienza umana, egoismo, folgore di ribellione e
paradisiache bontà umiliate; ed egli ne usò, bambino gazzettiere, per
giuoco, adolescente, per la malinconia dell'inquieto crescere, giovane,
per i dolori e le crudeltà dell'amore, uomo, per le memorie e per
l'istoria.

Sì che egli lo confessa ne' suoi _Amori_: «Amai i libri ancor prima che
li sapessi leggere... parmi di aver davanti una folla di amici... li
palpo sul dorso come generosi destrieri e li bacio anche, e sedendomi,
qualche volta, sullo sporto della libreria, appoggio la mia testa
contr'essi e lì rimango beato come sulle spalle di una donna cara,
quasi assorbendo — feconda pioggia — il lor genio, quasi sentendo il
mio ferro, al contatto della loro magnete, farsi magnete».

Primaticcio in tutto, per consentire alla sua nascita, sembra indovini
le cose che la sua fanciullezza gli impedisce di conoscere; come d'un
serbatoio d'esperienze altrui e di scienza atavica, elabora idee,
concetti cui l'età giovanissima non gli concederebbe. I Quinterio, per
parte di madre, gli avevano legato un fondamento di virtù pratiche e
disinteressate; i Pisani l'avventuroso ritentare, il coraggio delle
battaglie aperte, il piacere delle cose difficili e delle congiure
— Don Carlo il nonno, tipico e romantico stipite de' _Federati_ —:
d'ambo i lati amore e culto per la patria. Carlo Dossi, al fomento di
questa genealogia, presumeva ed indovinava giustamente; appartato dalla
vita, la sapeva meglio di chi, in mezzo al suo estuare frenetico, la
eserciti, ma non ne racconti le fasi.

Fanciullo undicenne, nel 1861, gli balena nella vergine fantasia un
_Don Chisciotte della Mancia; epigrammi, canzoni d'occasione, versi_
sciorina; milanesi quelli: «_In occasion d'on invit a festa de ball_».
_La Caduta di Milano_ (1862) sfoggia l'ottava rima; per le teste di
legno del suo teatrino da marionette, annoda l'intrigo della _Cacciata
dei Re_, recitata a viva voce da lui e Guido, fratello minore; nel
1865, pubblica rappresentazione di una comedia: _Lodovico Ariosto_,
collaboratore, per la prima volta, Gigi Perelli, vestiarista di genio,
Tranquillo Cremona, che disegna i figurini de' costumi indossati per la
recita dai bimbi dell'asilo, cui Claudia Antona-Traversi, parente de'
Pisani, istituì a Sannazzaro de' Burgondi.

Poco dopo, si dà al giornalismo e spaccia l'infantile _La Trombetta_,
due o tre numeri, cinquanta centesimi la copia manoscritta in redazione
con Guido: — trasformata in _Giornale delle Famiglie_, numero unico,
a contenere nientemeno che _La Convenzione (di settembre), Lumi
sull'antica scrittura egizia, seguiti da una gramatica, Progetto
d'imposta lucrosissima allo Stato_, ed il resto. Ma _L'Aurora_ sorge
ed assorbe il _Giornale_; ebdomadaria, poligrafata, tenera, porporina
si completa nell'azzurro di un altro mattino raggiante, dopo quattro
numeri di vita (1864-65). _La Palestra letteraria_.

Intanto, scolaro ginnasiale, Carlo Dossi aveva perduto appetito,
salute, sonno dietro una nuova e geniale interpretazione dei
geroglifici figurativi d'Egitto, e ne aveva, come vedemmo, proposta la
grammatica, forse più logica delle altre molte, che, oggi, i dotti, nei
loro dizionarii empirici, mandano a torno per riempire le teste e li
scaffali delle librerie. Poi, sedendo sulle panche liceali, appunta la
critica contro la così detta pubblica istruzione; la dimostra seminario
e semenzajo di coscienze già bacate, sopra le quali si deposita la
patina del clericalume. Il primo racconto che si legge in: «_Giannetto
pregò un dì la mamma che il lasciasse andare a scuola..._» — ed il
titolo stesso è già per sè una acuta ironia, per quanto evidentemente
ispirato dai capitoli del _Lorenzo Benoni_ di Giovanni Ruffini —
descrive costumi sacerdotali ed educativi, ha il medesimo significato
morale; termina colla morte dell'innocente, col trionfo delle
canaglie, precisamente, come nella vita. A riscontro, Luigi Perelli gli
poneva _Istruzione secolare_», perchè la _pedanteria laica_, vale il
_gesuitismo bigotto_; e l'equilibrio si ristabilisce così, ottimamente,
in Italia. — L'anno dopo, da solo, Carlo Dossi ritenta la pubblicità,
nel breve cerchio dell'ambito famigliare: «_Per me si va tra la perduta
gente_». Spunto iniziale de' _Ritratti umani_; grotteschi, schizzati a
volo, della _Gente-per-Bene_, caricature di scombiccheratori illustri,
patentati, academici di tele e di carta; punge l'amaro assenzio tra
le verbene e le violette profumate del sentimentalismo, tra le rosate
vainiglie, elettuari delle speranze. Beppe Marini, il protagonista,
sofre e si riconsola; contempla fantasime di fede e di speranza, ritto
al capezzale della sposa seminuda, angelicamente, sognando, mentre la
luna la inalba.

Di quel tempo, sorse la _Società del Pensiero_; il Dossi ne divenne
l'anima, il segretario perpetuo; mentre Luigi Perelli, organizzatore
nato, la attuava funzionalmente. Fondata un 14 Marzo del 1865, visse
due anni; ragunata intima e precoce, «che doveva, poi, in breve,
trasformarsi nella _Palestra Letteraria_. La sola idea di questa
gara geniale ch'ei promoveva, altruista anche in questo, tra i
nuovi ingegni italiani, lo poneva in rapporto con quanto vi era di
grande in Italia»[4]. Sette furono i soci giovanetti della Academia
novissima: e vi andavano a leggere, senza catedra e senza inamidata
e cinica grettezza, o: _Una discussione tra il sole e la Luna udita
da quei famosi astronomi Perelli e Pisani_, o: _Un viaggio alla
ricerca delle origini di un filo di ferro_, o: _Le osservazioni
sopra due vasi antichi_, o: _La pena di morte_, o: _Delle origini
delli stuzzicadenti_, o: _Le osservazioni contro il cristian uso
della inumazione dei cadaveri_. — Sfoggi di ironia, di erudizione,
di bizzarrie aforismatiche, di compromissioni, tra la serietà e la
scienza, dileggio, funambolica imaginazione; contenevano, in germe,
l'arte e l'atteggiamento della prosa completa di Carlo Dossi. Questi
ne sottoscriveva un _Album scientifico letterario_, espressione
stampata ed ufficiale della _Società_, il quale ebbe due numeri soli,
il primo del 27 Marzo 1866, l'altro del 30 Aprile, essendosene sospese
le pubblicazioni «stante le attuali eventualità di guerra» — Bella
prova di letteratura, che correva a trasformarsi in azione armata, che
abbandonava la penna per la carabina! Sì che le ragioni della patria,
dopo i campi cruenti, venivano a manifestarsi in altre pacifiche
battaglie, non diversamente proficue e nobili per la integrazione
d'Italia; e da quelle unite riplasmavasi il nostro moderno carattere
nazionale, auspice _La Palestra letteraria_.

Si diffuse, e durò tre anni, da una specie di sottoscala ampio e
basso di _Via Monte Napoleone_ 26, — _Casa Padulli_ —, immesso tra
la portineria e l'appartamento de' Pisani, in ragione verticale, dove
pochi gradini più in su, si aprivano a due battenti le porte di quella
abitazione[5] «a quanti buoni e geniali vi faceva convenire fortuna, da
Tranquillo Cremona, ancor tutto elegante come la sua prima _maniera_,
a quel mingherlino e pallido Primetto, _milanese_ ancor di _Ferrara_,
che, sotto la materna carezza di donna Ida, la mamma del Dossi,
scioglieva spesso in lagrime dolci la naturale mestizia».

Quello stanzino ingombro riboccava di carte, di mobili, di idee: vi
giungeva Gigi Perelli pieno della conversazione con Rovani, da cui
aveva immagazzinato ingegno per una settimana[6], «epigrammatici
lampi, frasi degne, or di scatolino e di bambagia, ora di bronzo,
un subbisso di imagini e tutte nuove fiammanti, comiche antitesi e
osservazioni soavissime si rincorrevano senza riposo sulle sue labbra».
Ma, a riordinar l'estetico guazzabuglio, concorreva Primo Levi; le
sue mani venivano a visitare la confusione, col sole, che ciarlava
col suo raggio più alto in mezzo al solfeggio della conversazione
giovanile; perchè, qui, conveniva a sfoggiare la propria ed alacre
primavera quella gazzetteria garrula, spregiudicata, intensa, cordiale,
coraggiosa, tumida di molte virtù, che ai tempi grigi della borghesia
arrivata, appajono, se non delitti, riprovevoli esuberanze.

Si lesse il primo numero della _Palestra_ nel dicembre 1867; bandiva
un programma di continua fragranza: «Offrire alla gioventù, che ama
muovere i primi passi nella letteratura, un campo vergine, esclusivo ad
essa, dove provare le proprie forze:» proclamava: «tutta la gioventù
italiana è chiamata a far parte della società.» Si era istituita una
commissione esaminatrice dei lavori da pubblicarsi; i più bei nomi vi
facevan parte; oggi, li vantiamo glorie nelle scienze e nelle arti.
Un Luigi Cremona; un Paolo Ferrari, indicato dai recenti trionfi di
sulla ribalta comica; un Leopoldo Marengo, che faceva lagrimare i
belli occhioni lombardi sopra la patetica di _Celeste_; un Vincenzo
Masserotti fisico e medico di tono italianissimo, allievo di Scarpa e
di Borda; un Giuseppe Pellegrini, filosofo del diritto di alta dottrina
vichiana, istitutore privato, più tosto che piegarsi alle imposizioni
dell'I. R. governo austriaco; Giuseppe Rovani; Giovanni Schiapparelli,
illustratore del cielo e della terra; Bersezio, Dall'Ongaro
repubblicano poeta di stornelli per l'indipendenza; Guerrazzi; Mauri,
che allevava l'infanzia con tenerezza di nonna e perdonava ai capricci
dei giovanetti con bonomia manzoniana; Settembrini, che spumeggiava
anticlericalismo e repubblica insieme e demoliva i _Promessi Sposi_;
Tommaseo; Correnti; Cibrario, storico d'alto garbo guicciardinesco,
più amico della verità che di Cavour, di Garibaldi e di re Vittorio;
Mamiani filologo e diplomatico; Mantegazza; Gabriel Rossa; Carducci di
fresco assunto ad una catedra bolognese, dopo di avere, per il primo,
cantato il tricolore in Piazza della Signoria nel '59, e, per il primo,
bestemiato d'Italia dopo Mentana, coincisa in sull'anno rattazzino;
Arnaldo Fusinato, _Fra Fusina_, delle satire e delle lepidezze
politiche e patriottiche. — Per tre volumi completi la pubblicazione si
avvicendò; ora introvabili, eccitano la cupidigia del bibliofilo; se li
leggete rappresentano, in breve, aureo anello, le più belle ragioni,
le più ricche e rosee illusioni, lo sforzo nativo e sincero verso il
divenire di una generazione, verso l'assettarsi di una patria. _La
Palestra Letteraria_, come _La Diceria_, come _La Giunta alla Derrata_,
proposta da Giosuè Carducci per rintuzzare le burle, le invettive, le
caricature, che dai cruscanti academici e dai frigidi fanulloni delle
lettere andava buscandosi lo spirito innovatore, si riportava contro
il catedrante, li uomini del falso buon gusto, i fossilizzatori della
vita e dell'arte, perchè le temono e si affidano solamente alla storia
togata, perchè le ha mummificate. Il catedrante, l'uomo che ha la
bigoncia al posto del cuore e del cervello, che stranisce all'incontro
di un punto e virgola, cui non avrebbe messo lì, che professa, a
tavola, al caffè, in letto colla stessa moglie, il suo piccolo omuncolo
tozzo, pigro, disgraziato, feroce Torquemada delle Università, Calvino
dei Consigli municipali, Tsar nel Consiglio superiore della così detta
Pubblica Istruzione; rudere dovunque senza genitali, e perciò crudele,
com'ogni essere mal riuscito, salito a dominare, sopra una pattuglia,
quattro panche di scuola, un bidello, un diploma cartapecorino.

Carlo Dossi, giovinetto di sedici anni, si battesimava dentro
quest'acqua fervida e ghiacciata, lustrale, di continuativa e
preservativa efficacia: sulla _Palestra_ deponeva la sua prima e
pubblica offerta. Uno dopo l'altro, apparivano i bozzetti brevi di
mole, ma già preziosi: _Valichi di Montagne_, _Viaggio di Nozze_,
_Tesoretta_, _Istinto_, _Balocchi_, _La Casetta di Gigio_. Allora
«la[7] curiosità del pubblico, stomacata dalle ultime risciacquature
neo-cattoliche, e dalla meschina fioritura di romanzacci patriottici
e meneghini, onde fu straricca la produzione letteraria del periodo
immediatamente seguito al ciclo eroico del 1848-60;» gli si era
rivolta benigna. «Ed in[8] mezzo ad una moltitudine dalle faccie
uniformi, dalla apparenza antiquata, dalle vesti disusate; fra tutte
queste voci, che cantano all'unisono un coro di metro e di ritmo
pallidamente cinquantenne, ecco apparire, miracolo nuovo, il Dossi;
ecco, sorgere la voce di questo giovanetto, che osa torsi dalla
nojosa e pedestre eufonia delle voci comuni, per inalzarsi a regioni
sconosciute, ricca di tutti i tesori che la giovanezza, l'amore santo
del bello, una intelligenza eletta, una delicatezza femminea quasi,
tanto è fine ed aerea, possono fornire.» — Esso è qui, dai primi
passi, fatto e completo; presenta una sua formola semplice, non si
dimostra in divenire, ma nella attualità; li anni nulla hanno aggiunto
o tolto al suo modo di vedere, mentalmente, e di rispondere alle
sensazioni letterariamente; i suoi pregi ed i suoi difetti sono li
stessi e nei primissimi _Valichi di Montagne_ e nelli ultimi _Amori_.
«Probabilmente[9] il Dossi» intuiva con rapida critica il Capuana,
«non cercherà più di emendarsi e di correggersi; temerà di perdere
qualcosa della sua fiera individualità e ostinerassi a rimanere qual'è.
Ha torto? Chi lo sa? Potrebbe darsi che no.» — Certo no, sono le sue
virtù; rimangono e rimarranno la sua forza.

Giuseppe Rovani s'era tolto in mano il manoscritto di _Valichi di
Montagne_, di _L'Altrieri_; colloquio breve intenso, saporito, con
quest'anima adolescente, che gli veniva davanti per la prima volta,
spoglia, perchè vestita di quella sua giusta letteratura; ed egli la
sentì sotto i suoi occhi e sotto le sue mani nuda, fragrante, fremente,
Luigi Perelli scriveva all'amico:

«Ti scrivo su di una busta, che mi trovo per caso in tasca, queste
parole di Rovani: «ho lett pocc pagin de quell'_affari_; ghe assicuri
che l'è de publicass;... ghe intuizion molto pronunciaa d'artista e
della bonna voeuja de fa della lingua. Sta nott leggi el rest; e se
domenica el ven a trovamm, ghe dirò quel che incoeu pos no dì».

Tornò Luigi Perelli, di sera tarda, all'illustre e definiva:

«Rovani si svegliò ieri notte alle 11. Mi guardò, mi sorrise, mi stese
la mano; strinse la mia, poi mi disse: «Che le publica quel lavor; quel
giovin che l'ha scritt l'è artista, el pittura ben;... l'è propri un
bel sagg de gener descritiv; in somma (ridendo ed atteggiandosi) — Ne
consiglio la pubblicazione — Ecco el me giudizi! Il lavoro parlerà da
se quando sarà stampato. — Dixi» Addio di cuore tutto tuo; Perelli, 23
aprile 1868».

Provvisto di questo sicuro viatico, amministratogli da Giuseppe Rovani,
che avrebbe rassicurato qualunque novello autore per le climateriche
avventure della letteratura, dopo _Valichi di Montagne_, valicava il
Rubicone della pubblicità, infossato ed insidioso, tra li scogli della
disconoscenza, dell'ambizione delusa, del livore, dell'odio mascherato
da consigliere e da emascolatore, _L'Altrieri_, un volumetto di
centotrentanove pagine, stampato dal tipografo Lombardi di Milano in
cento esemplari; opera rarissima oggi a ritrovarsi. Il Demone l'aveva
preso definitivamente in signoria, e Carlo Dossi vi si era impersonato;
per più di vent'anni visse esclusivamente in lui; poi, voltosi per
altro campo, le sue distintive qualità non lo abbandonarono e parve
tacere; più secreta e più preziosa, l'onda continuava a zampillare, dai
mille giuochi ipogei della vena turgida.

Per cui, se alcuno s'arresta alla superficie, ignora o fa caso
semplicemente del banale empirismo, e viene a giudicarlo dal suo fatto
_pubblico di letteratura_, e lo accorge arrestarsi a metà della sua
vita, può ripetere, errando come Benedetto Croce in sulla _Critica_
(Fascicolo VI del 1905) lo parole che il Guerrazzi dedicò a Tomaso
Grossi: «aveva ricevuto da natura una bottiglina di olio finissimo; e
presto l'ebbe tutto versato.» Ma a chi fu dato da Carlo Dossi l'onore e
la massima confidenza di saperlo intiero e schietto come un cristallo;
a me, cui si espose in ogni positura d'animo, confidò ogni segreto,
ogni piega più oscura, distese davanti tutte le pagine dalle composte
alle interrotte e sospese; a me, è pur anche concesso di dire, con
una sua frase che ribatte all'altra del critico hegeliano di Napoli;
«Nella mia vita di scrittore, tutti non hanno potuto non rilevare delle
interruzioni; queste non sono che apparenti. L'energia intellettuale,
in me, non fu mai sospesa, ma si trasformò solamente nei vari campi
pei quali passò, sotto l'invito delle circostanze, e dove sempre ha
lasciato una traccia letteraria.» Egli ha veduto con pupilla di artista
anche la menzognera diplomazia cui fece schiettezza e generosità, come
la polverosa e barocca archeologia, cui infuse di vita ed espose, a
simiglianza di una poetica, giovane ed in azione, nel paese classico
delli antiquati fegatosi e tabacconi, avari, ma rimpolpettati di
superbia e d'ignoranza. Però che _Minerva_ li nutre, li protegge, li
addotta; in fine, li crea Ministri della nostra miseranda pubblica
istruzione, in cui tenzonano la tirchieria e l'analfabetismo con bel
seguito di pellagra e di delinquenza esemplare, veramente italiana.



III.

GENIALE EBEFRENIA


Codesta precocità lo invasa ed instaura, senz'altro, a nostro
predecessore morale; codesto nuovo attributo, ch'egli assegnava al
_libro, libro-vita, libro-carità, libro-dolore_, per cui la carta
agisce per sè, si riproduce solidamente ricostruita di voce e di
volontà, battaglia, o schermo alle nostre soferenze, lo aveva reso,
senza che egli lo accorgesse, precursore di Mallarmé: «_Il Libro,
espansione totale delle lettere, è un tacito concerto morale; è la
persona stessa del poeta, se insiste sopra di un suo dolore, di una sua
gioja, di una sua malinconia, di un suo disinganno._»

Ora, chi discese da Mallarmé? Chi discende da Carlo Dossi? Noi; un
_Alberto Pisani_ ci aveva preannunciati, uscito da un Guido Etelredi
suo _avatar_ di _L'Altrieri_; si continuerebbe nell'Impenitente, che,
dopo _La Desinenza in A_, dedicherà alla _Geniale la confessione piena
ed intera di Amori_: Carlo Dossi, iperemico di genio, ipertrofico
di coltura, s'ammalava d'ideale e di belle lettere italiane. Egli
era in pubertà; pubesceva con lui la città che abitava, Milano;
adolesceva la Patria; era pur logico tutti patissero, senza avvisarli,
passaggi inquieti d'ebefrenia; l'epoca li richiedeva. Sia per la
collettività di un eletta di popolo, _romanticismo_, sia per l'elezione
di un individuo, _simbolismo_, le cellule prime, o l'aggregato di
cellule, rispondono a dei dolori vaghi ed innominati che li vanno
martoriando senza lasciarsi attutile e vincere, perchè ne nascondono,
misteriosamente, le ragioni. Sono i dolori innominati, non forti, ma
insistenti, non decisi, ma continui, che vanno perseguitandoci senza
localizzarsi, che formano, vagamente ma realmente, il nostro malessere,
_uncassines_ li chiama Locke i _senza causa_; ciò che ne accenna
l'_avvertenza morale di sofrire la vita_.

Epoca ibrida e dolorosa; vi si aspetta qualche grande avvenimento; il
giovanetto attende l'amore; l'estetica fa allora eccesso e non difetto;
vi si conoscono le ipertrofie sentimentali a profitto del culto del
bello; si pretende e ci si crede qualche cosa di più e di diverso
di quanto siamo; interviene il _bovarysmo_. Giornalmente, vengono a
ferirci, con temprati bisturi sapienti, la noja, l'umiliazione, il
dispetto, sensazioni morali male definite e peggio conosciute, che
si fondono nel _tædium_, non quello latino e stoico per cui Petronio
elegge la morte alla vita, ma quello di Leopardi, di Hartmann, di
Schopenhaurer, che, pur lamentando di vivere, non si lasciano morire.

Vi si cerca qualche cosa di più che l'ordine di natura non può, per
ora, concederci; ed intanto, la crescita normale accelera il suo
processo febrilmente. La crisi, nell'esistenza maschile, si riassume
una volta per sempre nello spazio di un lustro; qui convengono a
svampare i vapori periodici e catameniali che tormentano le feminilità
puberi, le involgono e le rivolgono, sempre che li patiscano, al
desiderio smodato, all'isterismo, all'amare l'amore, ed alla poesia:
in fine, pubertà. Se intercorre tra i quindici e i vent'anni; se non
ritarda con processo postumo — e ne diventa una malattia morale, che
può dare dei frutti d'arte saporosissimi, ma artificiali ed esigenti
di una passione un poco sadica; — se una buona costituzione mentale
rifiorisce, si incomincia armoniosamente la prima tappa per la
esperienza; si va alla conquista della coscienza delineatasi sul bene e
sul male; si risolve in versi; i più forti la deviano a profitto della
prosa.

In alcuni organismi privilegiati, e per ciò dolorosi d'esserlo, questo
stato di continuo malessere, questo _stato in divenire_, perdura;
li accompagna, fedele tormento e carnefice. — Pietro Verri nota, nel
_Discorso sull'indole del piacere e del dolore_, che tutti li uomini
che coltivano le scienze e le arti con buon successo, furono spinti
dalla infelicità e dalla folla dei mali sulla laboriosa carriera che
hanno battuto: ed a loro, così, vien concesso, per tale esuberanza,
una valvola di sicurezza, per cui esce, in armonia ed in equilibrio, il
troppo pieno della loro commozione. — Arte, rifugio, arte, romitaggio
tranquillo, ma donde si espandono, donde non hanno più paura, nè di
sè, nè delli altri, nè delle cose del mondo: — arte, che li rispecchia
e perciò giudica li altri. L'arte li arma e li protegge, li avvalora;
dai termini ambigui, dai dolori innominati e dal malessere, costoro,
favoriti e cruciati insieme, si riverseranno _nel libro_; non nel libro
del giorno, ma nell'opera dell'epoca; questo, che non si disperde, nè
si dimette come un capellino alla moda, ma resta; ed è necessario che
lo conosca, a riflesso del tempo, l'uomo civile.

La letteratura universale se ne avvantaggiò, ne conta i capolavori,
siano _La Vita Nova_, o _La Vita di Alberto Pisani_ siano _L'Education
sentimentale_ di Flaubert, o _La Saison en Enfer_ di Rimbaud; precoce
e restio, pei secoli, ciascuno, come Rousseau, ama dettare _Les
Confessions_ di fatti accaduti, o di fatti sentiti e per ciò più
veri; e, l'uomo conservando il tono del proprio tempo, riesce oltre a
dire la semplice personalità dell'uomo di natura. Romanticismo, se il
tempo e le costituzioni saranno militari e reazionarie; simbolismo, se
l'assetto della nazione volgerà alle industrie, il tono dell'anima al
cinismo utilitario.

Lasciano il modo freddo e sereno del classico, in cui il ragionamento
si distende, in cui la _realtà_ ha un culto maggiore della _verità_,
e, per tutti, un valore uguale e circoscritto: su cui non si sente il
bisogno di ritornare alla ricerca delle essenze, dei nuclei costitutivi
le idee, le emozioni, le credenze, i fatti sociali; in cui l'uomo
saggio è calmo, riposa tra quattro spunti, o ruderi fondamentali di
cognizioni, e, sopra a queste quattro sicurezze imparate dai maestri,
si adagia, pago che rappresentino tutto il suo bagaglio scientifico e
religioso. — Romanticismo, simbolismo, l'inquietudine,

    «che col dar volta al suo dolore scherma;»

il mare in tempesta; il vento che ulula e sradica; il lago che
schiumeggia crestato e livido; la foresta che si discapiglia; tutti
nervi esagitati; la nevrastenia alla porta della ragione; la confusione
tra i diritti, i doveri che non sono più e molti diritti che permangono
privilegi; il cervello che fermenta ed estua; la rivoluzione imminente
sulle piazze; provvidenziale e dolorosa, l'arte. È la secchia d'oro,
scolpita ed aggemminata, uscita da mani pie e squisite, che discende
e s'immerge al drenaggio dell'anima ripiena d'ogni liquore prezioso e
va svuotandola senza interruzione sulle pagine; le quali si coprono
di scrittura nera, ma cantano i sogni biondi e rosei andati a male,
l'ostilità del tempo inclemente, i desiderii senza soddisfazione:
liquore, che è il frutto della cooperazione di natura se, dalla
mente, imbriglia l'ebefrenia e rappresenta il sopra più dell'ideale.
— Crepuscolo, ora _dei nervi_. «Il giorno fondesi nella notte. È la
più stanca ora per tutti e la più insidiosa per quelli, in cui i nervi
tiranneggiano i muscoli. Già l'uomo cede alla donna, la riflessione
alla spontaneità. Tutti quei sentimenti, sepolti lo stolto giorno in un
tenore di vita odiata e nel sospettoso contatto coi nostri _così-detti
fratelli_, risorgono; ciò che vi ha in noi di gentile parla. Nè le
carezze di quest'ora tristissima son sconosciute ad alcuno, perchè
tutti hanno in sè qualche cosa di buono, e ne hanno, perchè a nessuno
è negato di amare»[10].

Crepuscolare in fatti, coll'_Alberto Pisani_, Carlo Dossi si dichiara e
si intorbida insieme; ed è tuttora un grande mistero fisiologico, direi
quasi mostruoso, il vederlo in una vita più chiusa dalla comunemente
esercitata da tutti, quindi senza un vasto campo d'osservazione
a portata delle sue esperienze, indovinare gesti e fatti della
vita altrui nelle più intime esercitazioni, farsene il critico e
l'humorista. Suol dire per ciò: «[11]Ho cominciato a pensare a cinque
anni, — a scrivere a sette — a sedici anni stampava. Ho sofferto
una specie di purgatorio matrimoniale dai ventinove ai trentasei,
a trentasette ero già entrato in vecchiaja, con disturbi visivi,
essicamento di pelle, ateroma. La sola facoltà genetica mi si risvegliò
tardi poichè non conobbi donna che ai ventisette anni»; e la conobbe
allora dal lato pessimo se gli ha fatto produrre _La Desinenza in A_.

Onde, chi fu precocemente appassionato del sentimento d'amore per
riflesso di letteratura e per schiva funzionalità biologica — che del
resto lo difende e lo copre dalla repulsa feminile — sente tardi il
senso genetico. Si prolunga per lui questo suo stato speciale, come
lo accolse anticipato, fattore delle sue migliori rappresentazioni
estetiche; non viene assolto in tre anni, come normalmente impiega a
nascere, svilupparsi, determinarsi in virilità; ma perdura tre lustri,
irretizzandogli le cerebrazioni in modo acuto, donandogli, in oltre,
le facoltà necessarie di costanza, coraggio e volontà per te quali ha
sentito il bisogno di essere originale e similmente sincero.

Egli soferse e gioì quella età[12] «che in alcuno confondasi colla
infantile», ed io aggiungo, in Carlo Dossi, colla maturità — «in cui
l'anima anelante di congiungersi ad altra e non trovando chi incontro
le venga, dona parte di sè perfino ad oggetti della natura organica;
i quali sotto il suo soffio si fanno quasi sensibili: non potendo
raddoppiarsi si divide».

Ed ecco, che i maschi, per eccesso di virilità non ancora razionalmente
impiegata, si feminizzano; ed ecco, che, sorpreso Apollo da Dionyso,
Cristo predica e Leonardo da Vinci vede errare, e ritrae, quel sorriso
unico ed ineffabile sulle labra adolescenti di San Giovanni — Bacco,
di Gioconda — Melusina; e tutte le parole proferite hanno un senso
oscuro e conturbato che ricercano luce e speranza. Turgido di linfe,
che fremitano nell'impeto seminale e ribollono, l'adolescente, nascosto
e pur offerto alla pubblicità della letteratura, si appresta, colle
grazie pudiche, spavalde, originali, corrotte, ciniche, in una sincera
confusione che lo fa amare.

Egli coltiva la sua crisi; è la sua malattia e la sua gioja, gode della
sua innocente perversità come una fanciulla, al primo apparire di sua
luna rossa: avete letto _Claudine à l'école_ di Villy? — Parlando
di sè, Carlo Dossi attesta il buon lievito di una sua _cattiveria
e mattia_. Ed allora si amano, tra le malinconie, le rumorosità
dei giuochi strani e crudeli. Avvisano, quelle vergini di difficili
mesi, nella incipienza delle virtù generative, anche le altre della
distruzione: Shiwa ne è il mito nella trimurti. L'ebefrenismo si
balocca sulli scrupoli religiosi ed il sadismo morale. L'organo è
in floglosi e sitisce; la perversità gli porta requie e torna ad
abruciarlo insieme: cupidigie d'amplessi, pazzie di amori angelici;
sboccia la donna che sa concepire. Ad assaporare questo frutto, che
palpita ed aspetta, ecco, un Don Juan di metafisica. Un distruttore
di metafisiche. Carlo Dossi, è qui invece il paziente: egli sa che i
due eccessi non si completano, ma si esasperano; sa che _Le lettere di
amore di una Monaca Portoghese_ equivalgono a _Faublas_, che Imperia
è classicamente sana ed equilibrata, e che le ascetiche si appajano
alle ammalate di ninfomania. Indovina le femine e le persegue; sembra
del medesimo sesso: un medico illustre, infatti, discorrendo della
costituzione fisica di Carlo Dossi, scherzando, amò sostenere, che,
fattone il più tardi possibile la necroscopia, si sarebbe trovato,
localizzato dentro di lui, un embrione di femina in arresto di
sviluppo: e Primo Levi, che ha pur vissuto i suoi anni giovanili
coll'autore di _Alberto Pisani_, non solo lo crede, ma lo torna a
scrivere persuaso dall'opera letteraria dell'amico.

Chi poteva essere, adunque, la creatura ambigua, che dall'aspetto si
definisce male? Malinconia; è chi va cercando e patisce un difetto per
un eccesso[13]. «Or che c'entrava mai; tomo senza compagno, tomo _de
subtilitate_, tra quei tomi di amori appajati?» Cerca, e, se non trova,
imagina e plasma a sua imagine; e si confida alla carta, al mezzo più
semplice e più sicuro; e sa che egli non si tradisce; ma alcuno saprà
rievocare la voce viva, il suo canto, come, seguendo le note nere, la
mano del musicista sprigiona dalla cassa armonica, quando ne prema i
tasti, un mondo nuovo d'armonie.

Certo, dall'altra parte, rispondono: il libro non è inerte mai; al tomo
_de subtilitate_ corrisponde l'anima lontana, ignota che si affaccia,
tra i fumi e le nubi e diventa _La Geniale_. «_A lei che verrà_» dedica
un esemplare della _Vita di Alberto Pisani_ il 30 novembre 1870: ed
il 23 settembre 1883 «... _e non venne ancora_» ed il 15 maggio 1889
«_ne è ancor venuta_» ed il 16 luglio 1891 «.... _e forse non verrà
più_» ed il 1 dicembre 1893 «_A lei finalmente apparsa!_» Non per
altra ragione, Alberto Pisani aveva scritto, nella casina del Mago,
davanti alla finestra spalancata sopra la prospettiva del cimitero
intimo e breve, _Le due morali_: egli le aveva destinate in mente ed
in cuore, a quella sola Donna Claudia Salis, per cui sofriva; tutti
li altri che potevano per avventura, leggerle non gli importavano.
Era a codesta innocente Salomè di gioconda prestanza lombarda, ch'egli
offriva, sopra il piatto cesellato e d'oro della sua sottile eloquenza,
il viscere rosso e sanguinoso ancora palpitante che l'arte sua aveva
saputo svellergli dal petto senza farlo morire, ed inchinava, in
omaggio per l'amore ed il mistero, come Sordello il cuor dell'Eroe
pel coraggio e la gloria, a quella desiderata _sua già mai_. — Libro;
invito: è il gorgheggio del rossignolo inconscio e necessario; è il
doveroso nitrito del polledro a primavera. «Come il giovane che, per
pura esuberanza di vita, si avventura senza contar quanto ha e che può,
in qualsiasi impresa o viaggio, compreso il più rischioso di tutto,
il matrimoniale; le prime volte entusiasticamente scriviamo, non per
pompa di arte, non per mire di gloria, ma solo perchè non potremmo non
scrivere. La gola dell'usignuolo si è empiuta di note e deve cantare:
Venere intellettuale s'è eretta e vuole uno sfogo. È l'epoca, questa,
dei lavori sinceri, dei libri fusi e squillanti come campane, non dei
connessi a mosaico e muti quali parete di carcere[14]».

È allora che Carlo Dossi rinfrange la propria anima nel prisma
dell'arte sua e proietta sullo schermo delle pagine bianche le semplici
diversità dei proprii sentimenti, ciascun de' quali si impersona in
un eroe, come ciascuna astrazione dell'iride si individualizza in
un _colore unito_ e categorico. Eccolo tramutato ne' suoi giovanotti
pudichi ed irresoluti; si rivede in costoro, che aspirano dalla pelle
e si riempiono di germinazione; sente le seduzioni che li turbano, che
si riversano tumide, incomplete coi loro gesti seminudi ed interrotti
di donna, col loro fruscio di vesti sganciate e cadenti, o di veli
che affrettatamente ricoprono, coi bagliori di un seno intravvisto,
collo schiocchio di un bacio improvviso, il succio del bacio reso,
livida orma impressa. Li spiriti si liberano, si fondono; la creatura
sopporta il suo doppio destino; l'erma quadrifronte del quadrivio
riassume, nel passaggio delle età, dalla culla alla tomba; non variano
che i lenocinii, i fronzoli di parata, le vesti decorative; _Ciascuno è
Tutti_, nudo; dall'imperatore di genio alla lacera canaglia miserabile.
Carlo Dossi continua la pubertà per lunghi anni operosi di letteratura;
vi funziona in questo stato che richiede l'estetica del simbolismo,
perchè appaja concreto, a sua imagine e somiglianza, il _suo fatto_
d'arte. «La malinconia[15] lo aveva preso per mano e lo aveva condotto
ad almanaccare, scoprendogli, una strana regione di spiriti che egli
non aveva prima sospettato, un regno, se non di difficile entrata,
d'impossibile uscita. — E ciò aveva scosso fortemente i suoi nervi,
— sotto al chiarore del fantastico mondo, le cose del materiale
gli si colorirono al doppio». Egli s'illumina interiormente; _Les
illuminations interieures_ avrebbero trovato, poco dopo, i simbolisti
francesi; l'equivalenza si determina. Donde venivano: _Gìa_ imbrunata
di morte e pargoleggiante, col sorriso pallido e pur lieto; e _Donna
Claudia Salis_, che si sostituisce alla Provvidenza e conduce al
suicidio, dopo d'esser riuccisa, d'Alberto; e la _Cassierina_, che
sciupata dalla golosità di un libertino, non si affretta ad evadere
e va consumandosi; e _Donna Ines_, spagnolesca, cerea, ardente in
cuore, che odia la luna piena ed odia e ama il fratello, apparsole
già come un Arcangelo di fuoco e di maledetta soavità? Donde le figure
feminili, circonfuse di un'aura strana, che non si possono definire,
perchè sfuggono alla assidua nostra attenzione, trepide, in movimento,
rapide a scomporsi ed a ricomporsi in ogni istante la fisionomia, ad
illuderci, ad apparirci svelate e ricoperte di nuvole, di garze opache,
lune rincorse e seguite dai cirri di una notte estiva, sotto cui
scompaiono ed, avvolte, inargentano e sfrangiano di porpore sbiadite
e di ori vecchi smunti? — I critici del tempo parlarono di Sterne, di
Thakeray, di Gian Paolo Richter; è a me lecito di aggiungervi George
Meredith: la morte apre le postierle alla pubblicità, come un bel
delitto: — la morte, soleva dire Meredith, io non l'ho mai paventata ed
è l'altra fronte della stessa porta. — E voglio ricordarvi le creature
del suo spirito che guarda altrove — _my mind looks elsewhere_ — amate,
dopo trent'anni che già nacquero, dai giovani della letteratura di
Francia come loro creature (curioso motivo di similitudine con Carlo
Dossi): — e quelle vengono dalla _Istoria di Cloe_, ed altre da _Diana
dei Crossways_.

Nel coro s'intona _Forestina_: dalle selve vergini della sua novissima
patria di castigo e d'immeritata relegazione, dal crepuscolo di una
civiltà primordiale e sovvenuta, nelli sforzi dell'amore, della fede,
ella si porge a _Mario_, il regressivo violento, gli dona amore,
soavità, purezza ingenua ed incosciente, lo nobilita e lo riammette
nelli uffici e nella utilità del consorzio umano: _Forestina_, nome
fragrante di eriche e di timi silvestri; nome, anche, di crestaina
milanese, sbocciata al fomento de' romanzi di Tarchetti e di Tronconi,
per la polvere dei balli dei _Filobaccanti_, di cui, corega e maestro
di casa eroico, si istituiva Bizzoni; _Forestina_, ripresa e sciupata
dalla penna or mai stanca di Cletto Arrighi, se ne descrive li _Amori_;
quella che parve, immeritamente, a Settembrini sorella spuria di
Esmeralda, quando giudica victorhughiana _La Colonia felice_; come
altri, per troppa presunzione, la rimettono, ed errano, pedissequa al
romanticismo dei _Masnadieri_ di Schiller.

Ed anche ritornino dai _Cieli_, che imparadisano li _Amori_, le
imagini, le statuine, i ritratti; e _Ricciarda_ giovanetta dipinta
e conservata immune dall'oltraggio de' secoli in pinacoteca; ed il
bell'albero snello e schietto dalle foglie cangianti nel seguirsi
delle stagioni, la _Tillia_; ed _Elvira_, alla cui morte pianse
_lagrime innamorate_: e dalla _Terra_ risorgano, per baci oscuri
ma saporitissimi, _Ester_ e _Lisa_ ed _Adele_, la fraterna amica
dell'amico ed _Antonietta_, intossicata d'amore: e, dal libro suo
ancora, una diletta creata da lui, come per ideale incesto angelico,
_Gìa_. Queste non suscitano nessun richiamo, nessun esempio nel cielo
delle lettere nostre. Foscolo le aveva appena intravedute nella sua
traduzione del _Viaggio sentimentale_ e nel _Gazzettino del Bel Mondo_;
Tarchetti le sorprese, in parte ma come Ninfe astute e maliziose
s'erano rimbucate tra le frasche, nascoste, vivide e capziose nelle
profondità di un panteismo illuminato da un raggio fantastico e
cristiano; Manzoni le aveva ignorate; Victor Hugo rese enormi sino al
grottesco. Queste del Dossi erano fuori ed oltre il classicismo ed il
romanticismo. Poco prima, Aloysius Bertrand le aveva indicate dalle
sue _Fantaisies de Gaspard de la Nuit_; meglio Baudelaire ne' _Paradis
artificiels_; più lontano, Stendhal, allora sconosciuto ai più, fattosi
Docteur Sansfin, gibboso e sperimentalista _sulla natura viva_, le
aveva vedute balenare interrottamente. Sicuramente, l'ultimo aveva
sorpassato la consuetudine e non aveva perduto il merito di continuare
Rovani, come questo aveva continuato Manzoni; ma in modo diverso, _nel
suo modo_.

Per intanto, oggi, auspicati, gli porgo davanti, a parallelo, un _Poil
de Carotte_, un _Livre de Monelle_, le _Moralités Legendaires_: Jules
Renard, Marcel Schwob, Jules Laforgue, dovrebbero essere, ignorandolo,
scolari del Dossi. La ragione rimane nello stesso momento morale:
«Come[16] se non bastasse una vita astiosamente calma, or si trovava
essicato quel sentimento che, a volte, a minuti, gliela faceva parere
tal quale ei avrebbe voluto, senza pensare, che, spento il mezzo
creatore d'ogni illusione, era pur spento quella per non ne sentir la
mancanza». — Così, a dispetto della vita, che gli si rifiuta, viene la
letteratura grande e pessima virtù d'ogni amarezza; non per questo,
conoscendola, rinuncia, elegge il suo piacere doloroso e terribile,
come l'ammalato d'amore torna ad amare per morirne; come l'intossicato
dall'oppio e di morfina non dimette quei veleni della gioia amara
che lo imparadisano e lo consumano. Che altro doveva fare il giovane
Alberto se non scrivere sè stesso, sognare:

    «_Des casques, des rouets, des livres, des épées,_
    _Des cierges, des bijoux, des billes, des poupées?_»

E la sua _Principessa di Pimpirimpara_, risponde a _Lohengrin fils de
Parsifal_, alla _Salomè_ del Laforgue.

Per lui tutto è storia, tutto è realtà; quel poco di _avvenimenti
veri_, che entrano nel suo racconto, basta ad innerbare la favola;
e li uni e l'altra diventano leggenda, cioè una verità personale
e passionale, per cui il valore massimo sta nell'averla sentita e
vissuta. E che di più? Sognando non ha creduto di vivere? E la vita
reale non equivale la visione del sogno? Sopra un'altra colonna del
suo Dosso, egli fece incidere, sotto un nome di donna a lui cara, ma
che non conobbe se non di udita: «_perchè nulla vi è di più vero del
sogno_».

Oggettivazione, dunque, di sè stesso in movimento, in pensiero, in
fantasia; egli vi raccoglie tutti li elementi di quanto è, e di quanto
vorrebbe essere; tutte le sue donne sono la cristallizzazione poetica
delle creature vive da lui conosciute in difetto, rese, per lui e
secondo il suo desiderio, perfette; il _bovarysmo_ si trasforma in
fantasime indimenticabili. — Se possiede la visione esatta del fatto,
vi aggiunge la ragion massima del suo desiderio, della sua speranza,
del suo idealismo; donde i _valori reali_ si tramutano e divengono
i _valori veri_ della sua estetica. Egli non sa bene che sè stesso;
è del suo corpo, della sua mente, delle sue illusioni, il più acuto
osservatore, il più nemico critico; saggia, a traverso la pietra di
paragone dei propri nervi e della propria sensibilità, qualche volta
esquisita sino alla patologia, tutto il mondo e li altri uomini. Ma,
mondo, uomini rimpasta a sè; egli si è aumentato; si è fatto centro;
la pietra di paragone ha comunicato la propria sostanza nell'assaggio,
a cose e ad uomini; li ha temprati al suo titolo; desiderio, speranza,
idealismo vi si dispongono, informano li avvenimenti, si cristallizzano
sopra li esseri e diventano _le sue azioni, i suoi personaggi_. —
L'alchimia interna, donde passano le _realtà_ per divenire le _verità
di Carlo Dossi_, produce il suo _tipo d'arte che è simbolico_[17]. —
«Simili descrizioni appartengono evidentemente alla storia — storia
mia, ove si tratti di quelle quasi autobiografie che sono _L'Altieri_
e _L'Alberto Pisani_, e saranno i _Giorni di festa_, e le _Ore di
malinconia_»: storia, poema, espressione della propria sensibilità
innerbata dalla imaginazione; racconto di _realtà_ o di _verità_ è
tutt'uno. Egli sa con Foscolo che la _Poesia sorpassa la Storia, perchè
ha una significazione più vasta e più vera_.

Per intanto, alla _Vita di Alberto Pisani_, corrispondono _L'anima
delle Carni_ di un falso Giorgio Ofredi, il _Livre du Petit
Gendelettre_, di un supposto Maurice Léon. — Autobiografia, o raccolta
epistolaria, Giorgio Ofredi vi si mette in bacheca, espone i _quarti_
del suo cuore pulsante e febricitante; va, per opposte esperienze,
dentro il fremito delle carni che spasimano l'amore, alla ricerca
dell'_idea pura_: termina, inerte, apata a sorviversi col bestemiare
la libertà e la indipendenza di cui ha troppo abusato, giuocando come
un gramatico alessandrino per l'esoterica dei sofismi e tormentandosi,
nel pessimismo, ch'egli vuole, non che il mondo gli impone. — Strazio,
Maurice Léon, concede a sè stesso la sintesi: «Considerate l'anima
mia come la espressione simbolica di questa fine di secolo! — Sono
seduto nella mia poltroncina: l'orologio a pendolo, tic-tac, tic-tac,
oscilla e canta in ritmo. Muojo, vivo: tic-tac, tic-tac. Tutto muore,
tutto vive: io so e non so; gioisco e sofro: oh, sofrire!» Che dice il
Faust di Marlowe? «Oh, sofrire; ma saper di non morire ancora!» Quale
differenza, quale ritirata di fronte ai diritti della vita! — Un bel
mattino lieto e tiepido di primavera il domestico socchiude l'uscio
della sua camera; dorme Maurice Léon; per lo meno crede ch'egli dorma.
Vi ritorna poco dopo. Volumi sparsi, aperti, sfogliacciati, in terra,
sopra il tavolino; si rialzarono le coperte del breve lettino sopra
un cadavere insanguinato e sopra l'acciajo lucido di una rivoltella.
Maurice Léon si era evaso, più fortunato di Giorgio Ofredi, che volle
tentare il disgusto della esperienza: la coraggiosa vigliaccheria gli
aveva risolto l'enigma delle _idee pure_. — Certo di quest'altri due,
Alberto Pisani è più sano.

Comunque, se riavvicinate _Les Images Sentimentales_ di Paul Adam,
all'_Altrieri_, dopo di non aver trascurato le definizioni negative
dell'Ofredi e del Maurice, voi vi ritroverete davanti autori che si
sdoppiano, che projettano le loro diverse fasi, come la luna, sullo
schermo bianco delle loro pagine, rinnovandosi: vi si ammirano a
loro posta, si calunniano, si umiliano, vi recitano le loro intime
tragedie. Poi ironeggiano. Buona ironia! rimane il miglior idealismo
preservativo, ricostituente, immunizza; è una ricchezza inesauribile,
perchè, coll'usarla, la si riproduce; è un giuocare colla vita, per
far sul serio dell'arte; è quanto rimane alle moderne genialità,
dopo le messe sanguinose pontificate dalle passioni artificiali,
dopo i suicidii delle loro maschere, che sono le modalità della loro
coscienza; è quanto appartiene _di più suo_ e di più caro all'artista,
questa _proposta dei logaritmi della imaginazione_, sciorinata davanti
all'immusonita praticaccia venale; che se ne turba, se ne spaventa e
manda pel gendarme della logica, pel catedrante grigio, occhialuto e
feticista. — Or bene, ecco le proposizioni annunziate da Carlo Dossi
e che lo rendono più che attuale, per cui non può venire dimenticato
e dalle quali l'opera sua attinge prerogative di una semplice e
continuativa potestà operante: altri recentemente le completarono;
ed lo affrettai a rimetterle d'accordo nel _Verso Libero_. Ben duro
d'orecchio ed incartapecorito di cuore chi, oggi, non le intende; ben
povero di mente chi le equivoca.

Maschera completa, _Alberto Pisani_: Carlo Dossi può schermirsi:[18]
«Al diavolo le autobiografie: in esse lui, che si pinge, è troppo
occupato a porre in rilievo le sue virtù e i suoi nei, e, poniamo
anche, i vizii per dimostrarsi qual'è»: ma tosto soggiunge, per non
lasciarci nella illusione di una sopercheria: «in un romanzo, invece,
egli si apre ingenuamente ad ogni frase. — Ben sottinteso che chi si
ha una pagina innanzi, abbia acuta vista, legga nelle _interlinee_,
facoltà di pochissimi». Facoltà che ebbe ed ha ancora Primo Levi;
il quale ha potuto dire[19]: «_L'Alberto Pisani_ non è un romanzo: è
qualche cosa di più; — non è neppure un libro: è una vita — Alberto
Pisani, essere reale, sarebbe stato possibile prima, in un'epoca
che non fosse la nostra? No. Ne si creda ch'egli possa fornire un
tipo alla presente gioventù — tutt'altro. Ma ha di particolare il
nostro secolo, che, tra la disparata mediocrissima uniformità delle
moltitudini, presenta qua e là dei tipi di esistenza originalissimi e
che hanno, forse, in sè i germi confusi dell'epoche future». Sono delle
anticipazioni.

Alberto Pisani, rappresentazione tragica del giovane italiano in un
punto psicologico e critico di storia italiana, quando Italia, riuscita
dalle prove della indipendenza, dissanguata ed anemica, ma denutrita
e febricitante, desiderava di mangiare a sua fame, di riposare per
riparare alle perdite, di pensar poco, di dormire, di ristorarsi
alla pratica, interrotta dal meraviglioso poema agito del nostro
risorgimento; l'Alberto Pisani che ode, ventenne, le ultime ed allegre
cannonate di Porta Pia, che lasciano sussistere in Patria il dualismo
e ricompongono, sull'ibrida monarchia, il trasformismo parlamentare;
è anche l'ipostasi moderna del _Werther_, dell'_Ortis_, del _Rolla_ e
deriva il suo dolore dal dissidio, tra la cruda realtà che ci investe,
ed i fulgidi ideali che fuggono. Che fa? Come può amare? Chi? Dove
esercitare le sue virtù? Ed anche i suoi vizi? — Egli è adolescente;
appetisce quanto sogna: il sogno è vero, ma non reale! Quindi?...
Colla terzetta insidiosa, che si serbò in tasca dal giorno in cui prese
possesso della _Casa del Mago_, scarica un colpo contro Donna Claudia
Salis, rea di amare anche dopo morta _non lui_, geloso della morte che
non annulla l'amore[20]: «poi volge l'arme a sè. Ci ha un terribile
istante in cui la paura aggroviglia le vene: ei serra gli occhi; ma il
colpo... parte. L'arme piomba fumante, giù dalla tavola, in una cesta
di rose; Alberto cade sul _desiato corpo di lei_, morto».

Se non Werther, che ha fatto la scuola e la moda, Ortis così:
romanticismo; una sosta. La geniale ebefrenia interveniva colle tombe e
Giulio Pinchetti, giovane non ancora venticinquenne ed apollineo poeta,
autenticava l'_Alberto Pisani_. Oggi chi lo ricorda?[21] «Ventenne,
era già disgustato di tutto e non credeva che alla tomba. Pareva quasi
che una voce arcana gli susurrasse nell'anima: fuggi dalla terra, ti
si vuole nell'infinito. Tre egli amò tuttavia fortemente: sua madre,
un amico e una fanciulla». E vi è pur oggi l'amico che lo piange e lo
richiede ancora, — Niccolò Sardi, letterato di robusto stile foscoliano
e generoso italiano provato dalle palle apostoliche di Monterotondo,
per cui trascina la gamba inerte e spezzata da piombo antiboino, —
vi è il ligure mazziniano che ha per me aperto il forziere delle sue
memorie e lo stipo del suo archivio, sì da concedermi le lettere di
Pinchetti, che avvalorano di lagrime e di sangue _La Vita di Alberto
Pisani_. In quelle aveva spremuto la sua angoscia e la sua follia
l'adolescente poeta lariano: «Ho[22] bisogno della fede e la tua, o
Niccolò, è vergine e schietta. Grazie, amico, la tua memoria mi scende
dolcemente nel cuore e la confondo colle mie melanconiche speranze,
colle mie dolorose reminiscenze. La morte della povera Lisa mi ha reso
questo cuore più gentile, ma nel medesimo punto più addolorato; e tu
sei capace di sentir questo dolore. La memoria della santa morta mi
tormenta tuttodì, ora coll'aspetto del rimorso, ora di una disperata
ricordanza; con quella della speranza non posso».

Brevemente lo soccorreva la poesia:

    «Quell'acre voluttà della canzone
    Che in mostra lieta sol pietà sospira,
    O allegra poesia,
    Di qual fonte tu sgorghi e quanto ria!»[23].

Alberto Pisani e Giulio Pinchetti brancolano nel buio demenziale; si
fanno tetro il mondo, pessimi li uomini; si credono cattivi. Pensano
di loro stessi[24]: «Vedo il lento suicidio di quest'anima mia, un
tempo così profumata di poesia; vedo sfogliarsi ad una ad una le rose
che mi facevano bella la giovanile speranza; mi accorgo del lento
calare dell'anima e dello spirito nella maremma della materia e non
mi commuovo più: per me tutto è un corollario della umanità. Non
trovo in me più quasi la forza di lottare: mi lascio trascinare dalla
corrente, che va via infaticata e mi guiderà inonorato alla fossa,
vedovo di gioja e di rimpianto cittadino. Ho spoetizzato la mia vita
e non trovo che un filtro di vapori; non ho più fede; per me, le
emozioni sono un vero onanismo di fantasia; il cuore non caccia più
il suo inno spontaneo, primaticcio, prepotente». — [25]«Ho bisogno
di cuore, di cuore, di cuore! Pace! E sta tutto in questa parola che
sospira dall'anima mia! Ed io potrei vivere sino a trentasette anni,
a cinquanta... c'è da divenir pazzo!» — Si ch'egli eleva il dolore
a divinità indiscussa[26]; «L'anima mia non ha che una sola potenza:
il dolore — che una sola fede: il dolore; — che una sola speranza: la
morte». La volle, l'ottenne; col suo gesto reale confermò l'_Alberto
Pisani_; ed a mezzo il giugno 1870, faceva getto della propria vita e
ne dava le ragioni: parole, d'oltre il silenzio, sacre: «L'opera che
sto per compiere e che, quando leggerete questa mia, sarà già compita,
è dolorosa, terribile, snaturata; ma è necessaria per me. — Non mi
venite però, colla solita bestemmia dei linfatici a dirmi: «fosti vile,
che non hai saputo lottare». Il mio dolore non fu chiassoso, non mandò
gemiti. — Mi pare di andare a morte come andrei ad una festa». Amara
festa della pace perpetua ed oscura: Alfredo de Musset, per quella
cripta sollecitata e precoce aveva, da tempo, inscritto l'epigrafe:
«_Tout ce qui était, n'est plus; tout ce qui sera, ne pas encore. Ne
cherchez pas ailleurs le sècret de nos maux_». Sull'amico cadavere,
Felice Cavallotti si chinava bisbigliandogli:

    «Dormi, povero martire!
    Dormi! questa è la calma
    Che agognavi».

Stia, così, più eloquente che non ci fosse in vita, _mitingaio_: non
tacerà mai con diverso dolore di letteratura, colli altri carnefici
di loro stessi per _incompatibilità di carattere col mondo che pure
avevano amato e sposato_. Ma, se tra i superstiti, che ressero allo
scomparire delle illusioni disincantate, si affaccia Carlo Dossi; se il
suo delirio erotico si amareggia e si avvelena di disgusto, erompe e si
esaspera _La Desinenza in A_[27]; «Un'oncia di sangue di meno, un libro
di più».



IV.

PASSEGGIATA SENTIMENTALE PER LA MILANO DI “L'ALTRIERI„


Se il biografo del suicida Alberto Pisani abbandona un istante il suo
eroe e lo lascia riposare, torna subito a sè stesso — ed è forse la
medesima istoria che seguita — e si compiace di confidarci: «Quando
sono a Milano, in cilindro, marsina, guantato, con un sentore di
muschio, leggo la _Perseveranza_, fumo cigarette di carta ed esclamo:
«_Sapristi!_» Mi vedeste invece a Pavia, oh, mi vedeste quando fò lo
studente, con tanto di cappellaccio e mantello! Allora giuro per Cristo
e Maria, dò del tu a chiunque e grido: «Viva Mazzini e Garibaldi! e il
suo inno».

Tutti e due passeggiarono in quella Milano, _on Milanin che se
sgonfiava_, e che si permetteva di conservare le strade ambigue,
ed a metà campestri,[28] «fuor di mano, dove, nè le rotaje, nè i
marciapiedi s'erano mai sovvenuti di entrare, sì bene l'erba cresceva
al sicuro e qualche volta si coglievano fiori». Dove[29] «la casa di
Elvira, doviziosa di vista, riguardava un giardino dall'ombre spesse
e profonde, di là di cui verdeggiava un'ortaglia, e... così via, per
ortaglie e giardini, l'occhio arrivava agli spalti chiomati d'antichi
castani. Si bevea un'auretta tutta della campagna, e vi faceva la luna
le sue più strane e poetiche apparizioni» — E vi abitò il Mago, in una
straduccia de' _Corpi Santi_, che immetteva, dopo un guazzabuglio di
piante, al di là di una prateria, in un cimitero suburbano e decaduto;
— e vi si ritrovavano le classiche portinerie, dove, due comari,
sacerdotesse della Sporchizia, madama Ciriminaghi e madama Pinciroli,
discutevano sulla _gabola del lott_, convitando il caporal Montagna,
perpetuamente incorizzato e la _poveretta della giesa_, beccamorti
femina ed uccello di male augurio: — dove era la dimora de' signori
Fabiani, di Donna Claudia Salis, «nella contrada Moresca, lunga
contrada vergine, a suolo ineguale» che sciorinava, per quasi tutta la
sua lunghezza, de' muriccioli bassi di giardino.

Era la città che adolesceva, ma che, nella crescita precoce ed eccitata
da fomenti estranei troppo caldi ed eccessivi, conservava la sua
nativa e genuina fisionomia; la Milano fine ed intellettuale, in cui
le Arti avevano la preeminenza sopra i traffici e le officine. Qui,
Rovani battagliava giornalmente perchè, nel tramutarsi necessario
della fisionomia cittadina, venissero rispettate le sue sigle speciali
e distintive, non si denaturalizzasse il tipo de' suoi monumenti.
— Era la Milano che non conosceva l'esigenza nevrastenica della
velocità e camminava per le strette vie, ad agio, assaporando l'aria,
riguardando alle bacheche, _pedinando le popole_; che, nelle notti
molli e fresche di maggio, non assisteva al doppio scambio di ombre
fantastiche, in gara, della luna artificiale voltaica, della luna
solitaria e malinconica, in cielo, inquadrata dai tetti a sfondo di
prospettiva. Non si fuggivano ancora i gialli carrozzoni della Edison,
ronzanti, cigolanti, seguenti il filo della energia, rapidi a svoltare,
scampanellando a furia, intempestivi, interrompendo conversazioni e
fantasticherie; non ancora frastornava il rumore sordo delle voci e dei
piedi, nè infastidiva il fumo del polverio, sul ripetersi arcaico ed
atavico di un grido a richiamo del venditore ambulante; il fango, la
piova si immelmavano, ma non scintillavano rotaje d'azzurro elettrico,
nè suscitavansi uragani di pillacchere, schizzate a raggiera, dalle
ruote d'acciajo delle biciclette, nè strideva o mugghiava la sirena
automobile, nè, si subivano li urti, i disgusti, il leppo dei fiati
prossimi, la promiscuità dei frettolosi. Vi erano i _fiacres_ invece
— le cittadine — le moli idropiche delli _omnibus_, che lentamente si
facevano sostituire dai _Tram_ a cavalli della _Anonima_; vi erano le
linguette gialle e trepidanti del gas, riaccese dalla lancia lucifera
del _lampedée_, il quale ricordava _quel lampedée in sci fa di du
barbis_ del povero Giovannin Bongè.

E la melanconia meneghina, il sentimentalismo lombardo (come un
chiarore roseo d'aurora primaverile, circonfuso di nebbie fumigate
dalle praterie irrigue; e, dalla mandra grassa che pascola, il
suono del campano; e, tra le _gabbe_ nane e gibbose capitozzate, il
canaletto artificiale e parallelo a scorrere addomesticato) trovavano
il paesaggio su cui si erano posati li occhi preveggenti di Leonardo
da Vinci, donde traeva la ricchezza il _lombardo Sardanapalo_.
Triste e dolce tranquillità della _Contrada della Costa_ e di _Santa
Prassede_, giù verso _Porta Tosa_, in mezzo alle quali fluiva lenta,
a rispecchio di antichi alberi nani, una roggia, tra rive ineguali
e corrose a risciacquare le radici gialle, tentacoli vegetali,
lievemente ondeggianti nella corrente: nelle mattine solatie, le
lavandaje le fasciavano di panni distesi e variopinti ad asciugare.
— Ora, nascosto il Naviglio interno per la maggior parte: demolito
il _Lazzaretto_, arrugginito nelle muraglie tozze e sipario alla
vista delle Prealpi lariane, Stendhal redivivo si lamenterebbe, se,
nelle giornate ventose e limpide, nell'aria ossigenata e cristallina,
dall'alto del _Bastione_ non potesse più ammirare i denti bianchi ed
acuti del _Resegon de Lek_ (così scriveva) profilarsi sulla azzurra
tenerezza del cielo. E i _Corpi Santi_ facevano da sè una città a
cerchio dell'altra, tra l'agricola le l'Industriale. Permanevano, come
permangono, le cancellate e i pilastri, il primo viale de' _Giardini
Pubblici_, tracciati dalla simmetria repubblicana e cisalpina, lungo
_Corso Venezia_: ma non più la bella e rettilinea armonia classica, che
Piermarini voleva istituita, sulle macchie e nei prati e nelle allee,
perchè vi si decorassero, nelle pubbliche commemorazioni, li Eroi, tra
le fiaccole, li altari romani, i profumi e le pire: Eroi della guerra
e della pace.

Ma, se distrutto il _Teatro Diurno_, celebre per le sue pantomime e pe'
suoi carroselli, e _La Giostra_, ed il _Caffè_, non così quel _Salone_,
che lasciò indi l'area al _Museo di Storia Naturale_, e dentro cui
ballarono il can-can de _L'Orphée aux Enfers_, al suono della musica
dei _Chasseurs d'Afrique_, la Dama e lo Zuavo nel pocanzi troppo
commemorato 1859.

Allora, il dedalo curioso e caratteristico dei vicoli, delle
stradicciuole a gomito, ad oscurità rientrate, a balconcini tondi
sporti, ad usciuoli socchiusi, ad invito pandemio, che racchiudevano
l'isolato delle case, dalla _contrada di San Raffaele_, ai _due Muri_,
dalla _Pescheria Vecchia_, a _Santa Margherita_, andava scomparendo;
qui, aveva tenuto campo aperto, ad ogni avventura ed a chiunque
avventore, e general comando, la venale e larga galanteria milanese:

    «_.... costumm de sta città,_
    _Rapport ai donn de bonmercàa,_
    _Massimament qui creatur_
    _De San Raffael e di Du Mur;_
    _Che, quand l'arriva on forestée,_
    _Se fa compagn di bottigliée;_
    _Massimament in temp de stàa..._»

Poi, _La Piazza del Duomo_, nè ampliata, nè ancora decorata dal
Monumento del Rosa, nè, come oggi, allietata dal torneo dei tram,
propalatori di addomesticati fulmini tra le ruote e le rotaje, intorno
al Padre della Patria, guardato a vista dalle nappine azzurre e dai
pennacchi rosso-azzurri: e, se in _Piazza Mercanti_, si era colmato
il vecchio pozzo, che, nel 1762, il conte Nicolò Visconti, prefetto
della città, aveva ristaurato, pur continuava la frequenza di _avocatt,
borsiroeu, spii, vagabond, mercant de gran e de ris, fittavol, beolch,
massèe, fattor_.

Sì che Carlo Dossi ed Alberto Pisani furono spettatori della
trasformazione. In quel loro _Presente_, in questo nostro _Altrieri_,
già si pretendeva luce ed aria; già si incominciava a demolire: piazze
larghe, strade in rettifilo; sovrani, picconi e squadre. Vi hanno
camminato, vi camminano i cittadini più diritti e sicuri? Ogni cosa
consiglia l'ortogonia, la politica e l'igiene; per ciò si sopprimono
li edifici biscornuti e le idee doppie; — quelle, cioè, che sono
sempre vive, e sono le più sincere; — noi non vogliamo scansare
l'ostacolo, ma lo abbattiamo; alla critica succede la sintesi; ma
scordammo molta allegria e molto buon cuore; ma l'ironia si è fatta
sarcasmo; e ciascuno teme del suo vicino: se la satira interviene,
si invoca al chirurgo, che Carlo Dossi reputa una delle più tristi
necessità umane; e, chi dice chirurgo, accorge l'ammalato; e Carlo
Dossi molti ne vide, coi quali, Alberto Pisani. In compenso, l'aspetto
non potrebbe essere migliore; ma è un'inzaffatura di calce lievemente
indorata dal giallo-cromo dell'imbianchino: niente portoni ad ogni
ponte del _Naviglio_, colmati i vicoli, fontanelle d'acqua potabile
sopra d'ogni trivio; ciascuno veste più decentemente; alla domenica
_riposo festivo_ — incontrate il vostro lustrascarpe agghindato come
un milord, George Brummel del selciato —, e le vostre domestiche si
rifiutano di custodirvi il bollito. Milano è più sana, più costumata,
più libera? È una domanda; e pure, quell'altra ha i suoi adoratori che
la vagheggiano di sulle stampe ed i disegni con postumo amore tra il
curioso e l'indiscreto; se ne innamorarono troppo tardi; la scrivono e
la descrivono come una paleografia sentimentale.

Vecchie ringhiere, rigonfie e barocche, riccioli e tortili viticci e
foglie d'acanto battute nel ferro; balaustre a volute ed a conchiglie
massiccie, a specchiarsi nell'acqua lenta e verde del canale; _lobbie_
di legno brunite dalla piova e lucidate dal sole; pensili giardinetti
di quattro garofani garibaldini, un cespo di geranio rosato, una
tegghia odorosa di maggiorana pei gatti, di salvia per l'arrosto;
l'arcata del ponte bituminosa, concava, nell'acque, convessa, oscura
galleria ai _comballi_, carichi di pietre, di calce, di fascinate; la
rozza a guidaleschi, al rimorchio del _carro fluviale_: la _Madonnina_
specchiante d'oro, ultima sull'orizzonte milanese, simbolo ed indice,
come una fiamma: l'intimi ripostigli della città: l'ombra magra e
profumata dalle glicine urbane e stanche, spioventi sulla terrazzetta;
l'umidiccio della piccola ajuola, un portento di giardinaggio e di
orticoltura d'ogni varietà; i _Terraggi_, i _Bastioni_, la _Guglia_,
o bianca, o bigia, o violacea, o rosata, a sfidare il cielo, e, dai
bassi muricciuoli, erigersi le alte magnolie sfiorendo e cercando
azzurro ed aria motivi alla matita, un dì, del Bossi, del Canella;
oggi, del Mentessi; raffigurazioni di una nostalgia. Ed il Belloni
ne dà i paesaggi dell'_Alzaja Pavese_, e Ferraguti, le prospettive
crepuscolari, e Balestrini la fanghiglia dei _Fuori porta_, i cavalli
stanchi e professionali delle carrozze di piazza; ed il Buffa la
newyorkese irruenza dei traini pesanti, la furia modernissima dei
commerci, che vanno rombando tra le brume, i fanali vegghianti e
scarlatti, il rombo delle ruote e dei carrozzoni; l'Agazzi i cantucci
caratteristici, le ripiegature secrete ed addominali dei vicoli, il
_Duomo_ in ogni ora del giorno, in ogni stagione, nevicato, sereno, le
piangenti statue romane di _Piazza Fontana_, prefiche inesauste davanti
l'Arcivescovado.

Donde la rammaricata nostalgia si tramuta in arte ed in letteratura.
Giovanni De Castro ricorda i _Visitatori illustri_ in una annebbiata
palinodia; il Romussi ed il Barbiera, ambo gazzettieri spicci,
badaluccano sulle esteriorità, ridipingono sulla vernice e sono
pregiati perchè _suonano il vuoto_. Cameroni non può dire Milano se
non soggiunga Stendhal, Dossi e qualche volta Lucini; indugia con
amore su questa serie di paesaggi che fuggono, di parole che svaniscono
nell'aria troppo rumorosa dell'epoca; rammenta Byron, Michelet, Balzac,
Flaubert, Gautier, i Goncourt, Taine, amici e narratori di Paneropoli,
trascura Foscolo, nemico e grande istigatore di virtù meneghine, che
riconosceva: Felice Cameroni, a me carissimo, araldo di Zola tra noi,
dalla _Farfalla_, dalla _Italia del Popolo_, dal _Sole_, dalla _Rivista
Drammatica_ del Polese; il _Pessimista_, lo _Stoico_, l'_Atta-Troll_,
l'_Uaneofobo_, tutte gradazioni dal nero fumo al grigio; per cui egli
dispensò la sua volontà e la sua grande coltura e seconda natura, che
lo fecero incompatibile colla serenità; sì che, non morto, oggi, si
insepolcra dentro un ostinato silenzio. Con lui, Carlo Bozzi amico
suo, andava e va proponendo al Comune una specie di _Museo Carnèvalet_
di nostre memorie che vanno perdendosi; Luca Beltrami ne ripara i
monumenti, tenta di trasportare la _Cà Missaglia_ vicino al Chiostro
ed al Chiostrino delle Grazie, rinascimento primaticcio e lombardesco.
Noi ci illudiamo, nelle ore tipiche, di tornare al nostro _Verzée_,
«_scoera de lengua... caregada de tucc i erudizion, che i serv e i
recatton dan de solit a gratis al poetta_:» ma, tra le faccende del
mercato, tra il monte fresco ed odoroso delle verdure, dei fiori, delle
frutta, i pingui formaggi, le rosate polpe dei salumi; tra le piume e
le pelliccie della cacciagione; tra la fragranza salina e salmastra
della pesca, sotto li ombrelloni, sul suolo madido e lubrico; tra
i frusti delle insalate e delle verze, in pieno cielo meneghino, un
vocabolo toscano, una esclamazione napolitana, una bestemia genovese
interrompono l'incanto. La Piazza veste _la sua realtà_: il carattere
equivoco e complesso di un gran mercato qualsiasi, all'aria aperta; noi
udiamo cianciare, in un misto italiano di caserma e di quinte, incolore
e banale, linguaggio permesso ad una città d'emporio, che rimuta le sue
espressioni col mutare veloce delle mode trimestrali, la sua fisionomia
ad ogni lustro; città aperta all'estuarvi della immigrazione, dove,
moltissimi sono li elettori e minimi i cittadini.

Però che se ne accorgeva Carlo Dossi sin dal principio e lamentava lo
squalificarsi di molto patrimonio autoctono intellettuale[30]: «L'umore
milanese e lombardo, oggi è quasi irremissibilmente perduto. Invano
cerchi qualche scampolo di quella stoffa ambrosiana, che diede Manzoni,
Cattaneo, Bertani, Gorini, Vassalli, Rovani e molti altri minori.
Era gente questa di alto ingegno ed insieme cavalleresca, amabile e
bonariamente spiritosa. Nutriti di Porta e di Rossini, erano amanti
delle gonnelle senz'essere puttanieri; erano giocondi senz'essere mai
sguajati. Oggi si è a loro sostituita la volgarità, l'ingrognatura, il
portinarismo del _Secolo_, il bohemismo scimiottescamente francese ed
odioso; l'ubriaco che rece al brillo che canta».

Ma allora si rifabricavano e si fucinavano coscienze e modi di vita
cittadina, altri se ne assumevamo; si rifiutavano e si accoglievano
attitudini, inquietudini letterarie e morali. Di quel tempo,
nell'aspettazione di una nuova guerra coll'Austria, che deteneva ancora
le provincie venete, nell'alacre fermento delle incalzate generosità
del _partito d'azione_, i giovanetti tentavano più difficile se pur
pacifica milizia.

Se abbattevansi muraglie, Carlo Dossi ed Alberto Pisani venivano
alle demolizioni notturne del _Rebecchino_, tra le fumigosità delle
fiaccole, perchè, non ancora, alla fretta di far nuovo sul vecchio,
aiutavano l'arco voltaico e la lampada ad incandescenza: ed udivano
Arrigo Boito lamentare:

    [31]«Scuri, zappe, arieti
    Smantellate, abbattete e gaja e franca
    Suoni l'ode alla calce e al rettifilo!
    Piangan pure i poeti».

I poeti? I poeti ironeggiavano con Emilio Praga:

    [32]«Per l'ampia volta querula,
    Nel coro intarsiato,
    L'orme di cinque secoli
    Un giorno han cancellato:
    Or tutto è liscio e candido,
    E, a quei toni abbaglianti,
    Ammiccan gli occhi i santi
    E parlano? tra lor».

Santi? Si incominciava a non credervi più: si stavano stampando _Il Re
Orso_ e _Le Madri Galanti_ e _Tavolozza_; si leggevano i romanzi del
Tronconi: Felice Cavallotti ristampava le _Poesie_, bersaglio colpito
inutilmente dalla Procura del re e soppresse per riapparire; ragione
per cui lo scaldo repubblicano tornava ad essere ospite frequente delle
_Carceri Criminali_, per riuscirne, brindando nei _Filobaccanti_, col
bicchiere colmo e spumoso, sonora ilarità, sfarzo di facili amori a
coprirgli i singhiozzi sulla povera ora trista italiana.

Così, mentre si tentava di rappresentare il _Mefistofele_, Tarchetti
aveva già gettato il grido: _All'aperto, all'aperto!_ di maggiore
ed italiana efficacia che non fosse l'«_en plein air!_» zoliano,
denunciava il facile mestiere di imitar Manzoni; tornavasi ad odiare
ed a combattere i pedanti come i più _fieri assassini_ della poesia.
I giovani si trovavano sospesi tra il lievito spremuto dall'Heine e
dallo Schopenhaurer, in una stanchezza di razza che ha troppo lavorato
e pensato, in una quiescenza alla servitù avvenire, per le inutili
ribellioni al fatto che popolava l'Italia liberale e liberata di
burocrazia piemontese, scialacquatrice di patria e pubblico erario.
— _Dolore di aerei disinganni_? Non pensavano più alla Byron, alla
Leopardi, alla Gilbert, alla Moreau; non adoravano ancora il corteggio
dei _Montjoye_, dei _Maître Guerrin_, delle _Susanne d'Ange_, delle
_Femmes de Claude_, dei _Sirchi_, dei _Lebonard_, delle _contesse
de Chalis_ delle _Ize Clemenceau_, delle _Eve_ alla Verga, delle
_Fanciulle_ alla Torelli;.... ma già spuntavano li uomini d'affare:
non più si invocava la morte, ma il listino di borsa; non più la manìa
dell'Ortis, ma la febre del guadagno e delle voluttà presto godute... a
pagamento. L'_Altrieri_ si dubitava di Dio e ci si disperava per amore;
_Ieri_, i giovani nati troppo presto per combattere per la patria, od
avendo già combattuto per questa e _non per questo_, non trovandosi
intorno più nulla da fare, si guardavano in faccia muti, interrogandosi
se non conveniva rimutarsi in mercante, vendersi, o vendere qualche
cosa, o qualcuno.

Supporavano le angoscie reali ed imaginate di questa gioventù tradita
dalla realtà del vivere; deliravano le antinomie tra il volere ed
il potere, tra la volontà inutile e la refrattarietà dell'ambiente
sociale, tra il pensiero e l'azione, che sembrava _non poter più_.

Rappresentativo del malessere generale, ancora, Giulio Pinchetti
sottoponeva la sua dolorosa vivisezione all'amico Sardi[33]: «Ho mille
temi capricciosi che mi ballano in capo: mille pensieri condensati
in convento: vapori, bolle, forse, che scoppieranno, presto o tardi,
in qualche acquazzone di terzine. — Custoza, Lissa, cuore, natura...
e tante altre tempeste mi picchiano nel cranio, che non so io dove
battere... Con più ci penso, ad onta di questo, mi vado persuadendo
che in Italia l'unico poeta possibile, ora, è Byron: ed io ti dico,
che, inanzi di essere Chatterton tra questa ciurmaglia di trafficanti,
preferisco cantar natura e cuore indipendenti dell'umano bipede, come
Berni o Petronio». — Ed il dissidio si acuiva e si faceva ad acusar il
mondo[34]: «Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante
che avevano il culo inanzi, il petto dietro e le lagrime strisciavano
_per lo fesso_». — E lamentava la mancanza di scopo, e gridava la
propria infelicità, e, nello stesso tempo, preferiva, colla Italia di
fronte, la maschera di Sallustio, altro fare, altro dire[35]: o esserle
infelice e non confessare l'infelicità giammai».

Decadenza?

    «Noi siam i figli dei padri ammalati;
    Aquile al tempo di mutar le piume,
    Svolazziam muti, attoniti, affannati,
    Sull'agonia di un nume».[36].

Agonizzava una coscienza eroica, perchè, organo non impiegato,
s'arrugginiva nell'ozio e si sfaceva; agonizzava l'orgoglio del
sacrificio mazziniano, perchè meta irraggiungibile. Che se Giuseppe
Mazzini aveva consigliato alla gioventù sua[37]: «Abbiamo bisogno, noi
giovani, de' poeti; di voi che raccogliate, abbelliate, inghirlandiate
dei vostri fiori immortali quella poesia che a noi tutti freme
nell'anima, incapace di crearsi un'espressione; abbiamo bisogno di
ascoltare la vostra voce, il vostro inno in mezzo alla lotta, nella
quale noi ci avvolgiamo; abbiamo bisogno di sapere che il vostro canto
ci conforterà il sospiro ultimo che daremo alla patria, che un raggio
della vostra poesia poserà sui nostri sepolcri:» — i giovanissimi
poeti si rammaricavano col Pinchetti:[38] «Quando pensi alle ombre
mazziniane degli Uticensi, dei Bruti minori, dei Cassii, dei Timoleoni,
perchè tu palpiti per essi e fremi per la innocenza loro? perchè questo
brivido per le carni, se rammenti l'aura sonnolenta di Filippi, trofeo
dei Pretoriani? perchè giustifichi il fratello che rompe il petto al
tiranno? — No: la squallida aritmetica del fatto uccide l'uomo: egli ha
bisogno di un _divino_ per sognare, per destarsi, anche... ma intanto
sognare! — Guardo le cose come stanno: e li eroi girano il mondo
come le striscie nereggianti che pinge sul muro la lanterna magica. —
Bruto è un pazzo; Cassio un broglione; Timoleone un fratricida puro e
semplice, esecrabile di più; la statua si è infranta, resta il marmo.
Ed ecco cos'è per me la vita: _marmo_: — Del resto, sono l'uomo più
pacifico del mondo «mangio, bevo, dormo e vesto panni»; giuoco al
bigliardo; fo pratica di notaio: evviva il _Foscolo in fieri_!»

La risata è un cachinno di ineffabile angoscia; la critica sulla
società e sopra l'ultima, terza, monarchica, mal fatta Italia si
determinava, perchè li Italiani, pur troppo erano, come i loro poeti
disconosciuti, ancora _in fieri_.

Alberto Pisani accorgeva una patria, una sua città, che, nelle ore
notturne, assumeva un'aria sospettosa,[39] «quella di una ragazza, che,
con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume senza nome di tipi»:

    «Eran fanciulle che leggean romanzi
    Di fantasmi e di ganzi;
    Eran fanciulle che poneansi al crine,
    Fra i vezzi e fra le trine,
    E gemme e perle e corone immortali,
    Di fiori artificiali»,[40]

all'ora «in cui il mercato di Priapo affolla».

E Carlo Dossi avvisava che,[41] «intanto una carrozza si arresta in
una via tortuosa che fiancheggia la Corte. La sentinella rintana. Lo
sportello si apre; ed, ecco, un alto signore, il quale offre la mano a
una donna incappucciata e dal vestito che fruscia. Tò! quel signore non
mi riesce nuovo; mi par d'averlo ammirato ad una mostra di truppe, in
tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di principesche decorazioni...
La bella sua moglie le passa dinanzi. Egli le fa un ampio inchino, e,
come la vede sparire in una piccola porta, — porta alle grandi fortune,
— tutto orgoglioso di ben meritar quelle insegne che incuginan col
re, rimonta nella carrozza». E Alberto Pisani e Carlo Dossi udivano
aumentare, dalle finestre, i _pst_,[42] _pst!.._ — Nabucco imbestia:
la città è in fregola; — ... mentre rincasano dai teatri:[43] «dove,
nel vano della porta di mezzo, avevano ammirato i due poliziotti agli
stipiti, i propri sostegni del palchettone regio»; od avevano, altrove,
salutato, nei venerabili consessi ufficiali, a presiedere «La Maestà
sua di gesso (dico il busto del re modellato nel gesso, o perchè
simbolo, questo, di un costituzionale sovrano, o perchè comodo assai,
nè repentini passaggi di temperatura politica)».

Sovversivismo? Erano trascorse le vigilie d'armi e di speranze,
nelle quali l'entusiasmo fucinava e imaginava grandissima la patria e
gloriosa; stagnavano le brume della sconfitta, l'onta di un dono, dalle
mani dell'arbitro europeo, fosco, accigliato e fatale napoleonide.
Pesavano alla Nazione la resa, non la violenta rivendicazione del
Veneto, le Convenzioni di Settembre, il veto su Roma, guardata
dalle milizie antiboine, mercenarie e francesi, accomandate dal
bigottismo pauroso e dall'elegante fescennare gesuitico di una
_ex-maitresse-de-tripot_, incoronata, per sapientissime lussurie
imperatrice. E Giulio Uberti, sdegnoso, rifiutava l'anima sua al verso:

    «Tu[44] vuoi ch'io scriva....
    Per questa Italia che sommersa in brago
    Non troncheria il grugnito sonnolento
    Sotto un milion di schioppettate ad ago?
    Che ai suoi fornicator gridando viva,
    E gavazzando de' miei calci al vento,
    Me godrete impiccato? E vuoi ch'io scriva?»

Impazienza rivoluzionaria? Erano le giornate della cronaca torbida;
quando, tra le memorie, ancora torride delle vittorie garibaldine,
susurravasi di amori venali del principe a turbare la calma del
parco brianteo; quando, le azzurre-bianche Guide ed i verdi-scarlatti
Usseri di Piacenza, caricavano, caracollando in cospetto dei marmi
istoriati della Cattedrale e ne scendevano, braveggiando, la scalea;
quando _Regìa_ e Lobbia, ed i fatti de' guardiacaccia di Tombolo
e di Stupinigi irritavano la folla; quando, i migliori cittadini,
perchè repubblicani, venivano a conoscere la Santa Margherita del
Torresani croato, non d'altro rei che di franche e libere parole.
Erano le giornate del Maggio _1870_ in cui il sospetto per le
congiure mazziniane spingeva i Savoia sulla via di Roma: quando
Milano aspettava la bomba da esplodersi in _Piazza della Scala_
per insorgere; ed il Galimberti, audacissimo dei Mille, andava
rinfocolando le ire tra i commilitoni; quando s'accendevano, nelle
notti del marzo, le brevi fiammate di Parma e di Pavia, alla _Caserma
di San Lino_, senza suscitar l'incendio generale; e veniva, dopo lo
scherno dell'attesa nell'anticamera ministeriale del Lanza, risposto
ad Anna Pallavicino-Trivulzio — la quale a nome di quarantamila madri
italiane chiedeva la grazia pel caporale Pietro Barsanti — ch'egli era
stato proprio allora legalmente assassinato tra il muro e la fossa
del Castello di Milano. Sacra inferie: di quel sangue Cavallotti
raccoglieva le stille per altro battesimo tremendo sulla corona, al
contrapasso:

    «Prole di Giuda, prole di sicari;
    Sii maledetta!»

E le speranze si inacerbivano e l'ozio intristiva, e ne usciva le
_Scapigliatura_. Acuire, ricopiando la vita e la letteratura di Rovani,
aumentarsi nel giornalismo e nella vita pratica, che contrastava colle
loro aspirazioni, non aver paura della verità, ironeggiare, bandire un
_Gazzettino Rosa_ ed una _Cronaca Grigia;_ spensieratezza nei ritrovi,
interruzioni aggressive e ribelli; la nostra _Bohême_.

Allora, finalmente, strozzato dalla agonia mortale che lo faceva
irridere Giulio Pinchetti, dopo aver imprestato dell'Heine una sua
beffarda disperazione:

    — «Tengo[45] serrato il core
    Perchè ho in dispregio ognun,
    Non credo più a nessun,
    Credo al dolore.
    Vita, fatal menzogna,
    Che noi tentiam negar,
    Ma che con presto andar
    Creder bisogna;» —

si liberava; e, colli altri, Boito lo assegnava, nel tempo turgido di
un funereo incarico di demenze e di morti:

    «Torva[46] è la Musa.... Per l'Italia nostra
    Corse, levando impetuosi gridi,
    Una pallida giostra
    Di poeti suicidi.
    Praga, cerca nel buio una bestemmia
    Sublime e strana! E intanto muor sui rami
    La sua ricca vendemmia
    Di sogni e di ricami».

Ne pigiarono il mosto, con molte pretese e molti esclusivismi,
ne' cenacoli racchiusi tra le cortine verdi di _Via Vivajo_,
nell'_Ortaglia_, nell'_Osteria del Polpetta_, nelle ragunate del
_Conservatorio_, peripateticamente, per _Via della Passione_, tra lo
sfondo del _Naviglio_, limitato dalla balaustra tortile del palazzo
Visconti di Modrone e il dorso del _Bastione_ impennacchiato, tra
le foglie palmate delli ippocastani, di panocchie di fiori rosei e
bianchi, gendarmi vestiti in gala a guardia della città. In tanto
cantavano:

      «Siam[47] tristi, Emilio, e da ogni salute
    Messi in bando ambidue.
    Ho perduto i miei sogni ad uno ad uno
    Com'obolo di cieco;
    Nè un sogno d'oro, ahimè! nè un sogno bruno
    Oggi, non ho più meco».

E trovarono il tempo e lo strazio più acuto di stordirsi. — Se tornerà
a Milano Primo Levi, nei giorni più chiassosi di fiera, quando vi
convenne Italia alla sua prima esposizione non se li dimenticherà; ne
riparlava testè «_Pei nuovi Cento Anni_», eccitando Luca Beltrami a
raccogliere le memorie, «a colmare[48] le lacune, a rischiararne le
ombre, a mettere in luce tutta la cara figura di quella Milano, la
quale, per non essere ancora che una metropoli regionale, non era certo
meno interessante della odierna mondiale città; che, per tanti titoli,
merita l'ammirazione e la riconoscenza di tutta Italia». Ma,[49]
«allora, il dir di Cremona era un delitto e di Grandi un'infamia. La
critica era un inno solo all'arte del Bertini e dei suoi seguaci,
e, noi, poveretti, che osavamo protestare passavamo per pazzi, e,
per poco, non per furfanti». Allora, per esporre le proprie idee,
senza sottoporle ad una evidente amputazione, senza contravenire
alla urbanità che imperava nelle gazzette-per-bene e gesuitiche,
dove si raccomandava il luogo comune, per non irritare la pubblica
melensaggine, era necessario fondare delle riviste eccezionali: _Le Tre
Arti_. Erano uscite, con un primo numero di saggio nell'ottobre 1873
ed ultimo della serie; vi erano accorsi Primo Levi, Carlo Dossi, che
parlava di _Tranquillo Cremona e di Giuseppe Grandi alla esposizione
di Belle Arti a Brera_ nell'anno 1873[50]; venivano riassunte da
Luigi Perelli. Il quale, fuggendo lo strazio per la morte della
amatissima Elvira fidanzata, fidanzavasi, per sempre, alla amicizia,
riversandosi, nella bontà verso altrui; adorando l'opera di Grandi,
e di Cremona, proteggeva Rovani pubblicandone _La giovinezza di
Giulio Cesare e la mente di Alessandro Manzoni_: creandosi il re del
_Carnevalone Ambrosiano_, promuoveva anfizionie di Maschere, verso
Roma, ricongiunta, cuore d'Italia, rimesso a pulsare alacremente in
petto alla Nazione; suscitava in fine, con Vespa e Borgomanero, il
_Rabadan_, senza di cui non poteva essere _settimana grassa_ milanese
e non disinteressata piacevolezza, se, una volta l'anno, non compariva
a frecciare, colla satira saporita del buon tempo, il costume e colla
_bosinada_ di circostanza _a sora_...; a cui non rifiutavasi la penna
caustica di Carlo Dossi, emulo del Balestrieri. — Il _Carnevalone
Ambrosiano_ che si ammorba ed agonizza, oggi, nel fango marzolino
di _Porta Genova_ sfolgorante, in quei dì, di scintillanti attualità
argutissime! La satira apparecchiava, tra li altri carri mascherati,
in quelli anni eponimi alla carnascialeria, un traino fantastico di
una gran luna, dentro cui si entrava per la bocca spalancata e nel
cui interno si vedevano dipinte le goccie di liquidi diversi osservate
al microscopio: in quella del vino, erano rappresentati ad infusorii
Perelli e Rovani, in quella dell'acqua, le teste dei più insipidi tra
i milanesi, in quella dell'aceto i più rabbiosi gazzettieri, Bizzoni,
Treves, Cavallotti, — in quella dell'orina, il marchese Villani. Luigi
Perelli regnava assoluto sulle maschere: Perelli «che si incarica
di volermi bene», come lo complimentava Rovani; il _Perellino_ ed il
_Rovanino_, perchè gli stava tutto il giorno alle costole, imitandolo
nelle stranezze, e nell'amore intenso per l'arte, nella sottigliezza
squisita del buon gusto: — Perelli il collaboratore nato e fabricato
sopra misura, per intendersi e riplasmarsi cordialmente con l'autore di
_Ritratti umani_.

«Non mai collaborazione letteraria fu più intima, più appassionata
tra Perelli e me. Si era, allora, all'equatore della nostra amicizia
e diciassettanni son scorsi», confessa l'altro nell'_Etichetta al
Campionario_ (1885). «Possedea, Gigi, tutto ciò di cui io mancava;
bello aspetto, buon senso, pronta e smagliante parola, una audacia,
che senza mai confondersi colla sfacciataggine, rovesciava d'assalto
qualsiasi diffidenza, una onestà sovra tutto abbigliata di allegria,
che quanti cuori toccava, avvinceva. In me, invece, il pensiero, benchè
pigro e lambiccato, profondo, una ostinazione che mi rendeva capace,
non solo di ideare un lavoro, ma di cominciarlo e, quel che è più di
finirlo: oltraciò, molta malinconia, e, in utili dosi, cattiveria e
mattia. Per servirmi di una metafora, che, a volta sua può veramente
dirsi di zecca, Perelli era, in quel tempo, la _lega_ del mio _fino_».
— Insieme passavano le lunghe sere dell'inverno lombardo, così
favorevole all'amicizia, in quelli anni tra 1866 e 1877: la cameretta
tepida di Carlo Dossi li accoglieva, e, mentre questi aspettava accanto
al camino, Tea, una sua cagnola _fox-terrier_, gli sedeva in grembo.
Valicava il pensiero di lui, caprioleggiando, sopra le culmini di
montagne rocciose, per poter offrire al veniente fiori di ghiaccio
insospettati e rarissimo bottino d'alpinista-ideologo; «ma Gigi tardava
troppo, e sotto al solleone della fantasia, il mazzetto si distillava e
mutava in una fiala di essenze acutamente insopportabili. Finalmente,
il suo passo franco si udiva. Tea si alzava di soprassalto squittendo
di gioja ver lui. Carlo, assai meno umano di quella bestiola, lo
accoglieva, di solito con asprezza. Prigioniero volontario di lui
medesimo, indispettivasi, quasi, della sua libertà».

Povera Tea, cui donna Ida doveva invitare alla ciotola della zuppa
mattiniera, colle sacramentali parole: «_Panera doppia e pan frances_»,
perchè ne mangiasse, ella restia; povera Tea, generosa gladiatrice
uccisa dal suo coraggio, da un rospo avvelenato, che addentò a morte
nel piccolo giardino di Roma; Tea che riposa al Dosso, sotto all'enorme
cippo, troppo piccolo per il suo affetto animalesco, gigantesco per
l'esile corpicino sepolto: «_Tea, bianca, nera, nocciuola, — dodici
anni vissuta con Alberto Pisani — modello di fedeltà — più che umana
canina_»; e l'edera delle rovine, della morte e della immortalità
serpenta, abbruna ed insempra il bianco marmo della targhetta
commemorativa.

Ma, per allora, a pena nata _La Vita di Alberto Pisani_, a pena
ricomposto, nella sua fragranza d'amore, _Il Regno dei Cieli_, la
solita borghesia fanullona ed arrivata dalle academie teneva il campo,
a Milano, ed ingombrava colla alterigia, la supponenza e l'idrocefalia,
l'elfantiasi congenita, l'esosità e la golosità esemplari; sì che,
nè il Gorini, nè il Cremona potevano essere decentemente nominati da
quelli, nè Dossi vi aveva trovato mercè. I grossi bacalari, che facevan
l'occhio pio alla prebenda governativa, aveano gridato, subito, al
sacrilegio; si erano sbalorditi li stenografi delle frasi stereotipate
dai trecentisti, o da Manzoni, i mendicanti de' riboboli fiorentini,
i cucinatori di sdolcinature e graziette a fior di crusca di Val
d'Arno; i compilatori di frasuccie lascive, scelte colte, de' gentilini
pensierucci, delle facili ed elastiche riverenze, i puristi della
lingua dotta, i modernisti della lingua parlata. Lo scandalo, in parte,
perdura.

Ma, per allora, chi volesse dire ed essere qualche cosa di più, doveva
passare — come oggi — alli occhi dei suoi coetanei e concittadini, un
matto: i critici misero orginale: ma il matto, Carlo Dossi dice, è quel
nome di cui si regala chiunque pensi diversamente di noi, quando ne
sembra un po' più forte il chiamarlo o _bestia_, o _birbante_. Onde i
matti si facevano da parte, si ricercavano in mutua compagnia; venivano
al cenacolo sbarazzino del _Polpetta_, in mezzo alli orti ed ai
giardini del palazzo Cicogna; dove schiamazzavano intorno ai pantanelli
artificiali, ancheggiando, le oche tarde e prepotenti, bagnate, tra
il frascheggiare mobile delli alberi, di larghe goccie di sole come il
pittore Carcano suadendo all'invito ritrasse in due tele ad emulare la
celebre del Fortuny: _Le Jardin des Poètes_. Pranzavasi a buon mercato,
spesso, a credito, sotto la pergola densa d'estate, rumorosa di
carambole, se le boccie, sulla terra battuta e compressa del giuoco, si
urtavano schioccando. Praga vi portava la sua malinconia, la sua barba
bionda, che gli invadeva le guance, li occhi azzurri sotto la fronte
amplissima e sognatori, i capelli lunghi e ritti, le scede, le baje, la
lestezza delle sue caricature; qualche volta, la domanda un poco ebra
e fatua:

    «Chi è,[51] chi non è?
    Oh povero me!...
    Il prete lo giura,
    Ma nulla io ne so;
    Chi dice di sì, chi dice di no....
    Gli è il coro dei matti che Adamo intonò!»

Giuseppe Grandi, tumido del trionfo del suo Beccaria, fremeva di orrore
se _Stambul_, la cagnola di Giulio Uberti, l'avvicinava: — Giulio
Uberti, poeta dimenticato, perpetuo innamorato settantenne a consumare
il suo suicidio per una giovanetta quadrilustre ed allieva sua di
declamazione, Miss Alice Lohr londinese, che lo amò dopo morto. Giulio
Uberti, che appariva, tra li amici, col suo mezzo cilindro di felpa
folta, _el castor_, inconcato a barchetta, imposto all'occipite perchè
il tormentato e spazioso fronte di lui s'illuminasse al sole, la pipa
corta e brunita, stretta fra le labra; — classico come il Cominazzi
repubblicano della _Fama_, cantore con vena foscoliana delli eroi di
repubblica, _Tito Speri, Washington, Lincoln_, delle _Stagioni_, dei
_Bardi profughi_, dello _Spartaco_, e, se in oggi saputo o commentato,
vergogna ai precocemente calvi bardassa, ai Merlin Coccaj della
bambagia italiana: Giulio Uberti, cui

    «....[52] sul rugoso fronte non dome,
    L'ire fremevano dell'alma austera;
    Passò imprecando: sferzò: derise:
    Tutto è putredine! — disse.... e s'uccise».

Gignous, silenzioso ed immerso nell'arte sua, sembrava cabalasse,
mentalmente, toni e tinte sino allora inediti: — Bernasconi, _Tartarin_
di politica, fanfaronava piacevolmente. — I tre Fontana si invitavano
a vicenda alle ciarle. — Achille Cova arguto, li eccitava e li
contrastava; — Giovanni Camerana magistrato, si abbandonava, senza
sospetto alla rima macabra, come un Rollinat piemontese, per avviarsi
anche esso al suicidio; — Ghislanzoni, ironico balbuziente, raccontava
le sue innumeri prodezze, giornalista, librettista dei _Promessi Sposi_
musicati dal Ponchielli, baritono, novelliere; — Ripamonti interrompeva
la scultura per la poesia; là dove non giungeva la stecca da modellare
veniva la sua penna acuta a trafiggere; — Cesario Testa, che si
firmava scora _L'Anticristo_ piemontese _Belial_, e che stava per farsi
conoscere sotto il nome di _Papiliunculus_, riconosceva i suoi fratelli
d'arte della _Farfalla_ e li veniva a visitare: Cesario Testa, piccolo,
bruno, nervoso, coltissimo, razionalista, naturalista, il ponte
di passaggio tra la _Scapigliatura_ milanese e la _Scuola nova_ di
Bologna; esulcerato dalle miserie della vita e pure _travet_ laborioso,
in perpetua bestemia contro il suo destino, cinico, pessimista e quindi
romantico puro camuffato; intelligenza, brio, onestà, impiegato di
poi alla _Corte dei Conti_ ed alla _Cronaca Bizantina_, dove Angiolo
Sommaruga ne abusava; Cesario Testa, anch'egli ricoperto di nebbie, di
anni e d'oblio.

Vi traevano Carletto Borghi dalla gentile e precoce genialità, morto
avanti la fama; — Ambrogio Bazzero, solitario erudito d'armerie
milanesi e commosso novellatore di sè stesso in _Storia di un'anima_,
il primo discepolo di Carlo Dossi con _Riflesso azzurro_, «bacio su
di un fiore appassito, dedicato a Sofia e Maria, sue sorelle», pur
esso di brevissima esistenza: — con loro si accompagnava Guido Pisani,
scialaquatore della sua intelligenza, _ucciso da una spina di rosa_,
fondatore col Borghi, il Bolaffio e i due Pozza, del _Guerin Meschino_;
il quale porta tutt'ora per insegna il guerriero cavalcante,[53]
disegnato da Tranquillo Cremona e da Carlo Dossi, tra le maschere
grottesche che ne fingono le lettere, donde si compita il suo titolo.
Nè Tranquillo Cremona, tornato dallo studio e dal lavoro, che lo
compiaceva nel cortiletto del Conservatorio, — un chiostrino colonnato
e suggestivo offertogli al pennello da Lauro Rossi, — se ne schivava;
nè la sua gioconda ilarità scompagnavasi da quella di altrui.

In questo campo chiuso la _Scapigliatura_ si avvicendava; l'arte
viveva di speranze; tutti erano migliori di quanto non apparissero;
ciascuno si foggiava un Lovelace, un Don Giovanni, un Werther. Qui,
si eccitavano le ire intestine; ed il Dossi ascoltava ed annotava la
boccacevole eloquenza dell'ideale dipintore dell'ambiguo _Falconiere_,
quando, dimessa la pennellata, dosava la burla con lenta perfidia e
maestria al padrone di casa. — Ospite interruttivo, Cletto Arrighi,
vi appariva dal _Teatro Milanese_ ch'egli ricercherebbe invano di sul
_Corso_, dove aveva tenuto il posto del _Padiglione Cattaneo_, sala
da ballo per le ultime _madaminn_, dove, oggi, fa pompa un albergo
cosmopolita di lucida eleganza: — _Il Teatro Milanese_, che gli aveva
trasmesso Perelli fresco delle nobili comedie di carattere, banditi
pagliacetti e istrione, riusciti quindi in fama e ricercate dalla
salace frivolità del principe e dell'epoca; e dentro cui profondeva
l'eredità di Bernardino Righetti, lo zio, amico d'infanzia e collega
nelli amori facili di Manzoni, prima del suo millantato pietismo.

Qui, dunque, venivano a rifugiarsi tutti che volessero dire una
parola propria e diversa, che dovessero difendersi dalli attentati
della borghesia milanese: qui, li artisti frapponevano ostacoli,
bastioni e fossati, per non patirne il contatto, per non udire il
riso di scherno contro li insuperabili e delicatissimi _Cugini_;
per non confondersi coi bestemiatori della plastica vigorosa,
psicologica e comacina del Grandi; per non avvalorare li errori delli
orecchianti della letteratura di Rovani, della poesia del Tarchetti
e del Praga. Da qui, fuggivano tutti li altri: però che scioccamente
i rimescolatori dei dizionarii, i passeggiatori di biblioteche e di
musei, li ineffabili impostori delle Academie se ne vantavano; e non
accorgevano di diminuirsi, privandosi del lievito proficuo e prolifico
della genialità, che lasciavan da parte, non vergognandosi del resto
delle loro attitudini basse e sconvenienti che domandavano all'arte,
cioè il loro fine, con _Nana di Parigi_, od _a Milano_, _alias_ Emma
Ivon, pruriginosa di memorie inedite e di aulici quadri plastici, a
mezze tinte, tra la seppia e l'ocra gialla; — coefficienti all'onanismo
ginnasiale, quando la piaggieria al naturalismo divenne di moda e
servì, all'artista, per aver commissioni dal bottegaio arricchito, ed,
a questo, di vantarsela da conoscitore.

Di là, da questi giardini, da queste officine secrete di motti salaci,
di poesie d'occasione, di caricature, la corrente irrefrenata della
attività estetica e giovanile si disperdeva per Milano; l'innerbava,
la divertiva, la faceva pensare. Estuava per le ragunate della
_Famiglia Artistica_ e della _Patriottica_, dove si decidevano le
mostre del _Museo Birbonico_, tenute nei palazzi di _Piazza Mercanti_,
e le recite del _Carro di Tespi_; si immetteva nei crocchi, sotto la
pergola della _Noce_, un'osteria fuori _Porta Ticinese_, governata
regalmente dall'astuta e simpatica _Sora Luisa_, mentre _el Vittorel
Pizzini_ mesceva, alli illustri aventori, _Gattinara_ squisitissimo
ed annoso: — [54] «ora, non c'è più: l'onorevole Depretis travolse il
_Gattinara_ nel tinoso baratro della Società enologica stradellina
e gli fece fare la fine medesima del parlamentarismo in Italia». —
Ma lo aveva cantato con ditirambi bacchilidiani ed inediti Odoardo
Canetta, garibaldino e studente in perpetua candidatura sulla laurea
di medicina, biondo Adone di gentilezza milanese, autore innominato
e truffato di una esilarantissima comediola «_On vioron in dazi_»;
e, prima, adolescente coraggiosissimo industrioso, con mio padre, di
scede e di atroci burle ai _pollin_, i gendarmi austriaci: ma quel
trilustre _Gattinara_ lo aveva bevuto pur Rovani battezzandolo «_Sangu
de rana_», quando, commensale gratuito ed abitudinario alla _Noce_,
vi teneva scuola di arguzia, insegnando al Magni, che _fiancheggiava
allegramente grignolino_ co' suoi allievi, la metamorfosi di un San
Paolo in Socrate: «_Schiscegh el nas_» — e Socrate riusciva indicativo,
— rimproverargli il monumento eretto a Leonardo da Vinci in Piazza
della Scala «_on litter in quatter_».

Supporava il barzelettare del giorno, sul _Corso_, davanti all'_Hagy_,
istituzione e ricordo primo-consolare, liquorista di secreti profumi
ed essenze, venuto dall'Egitto coi Mamelucchi al seguito di Napoleone.
E si ponevano in bacheca, paracarri dell'eleganza maschile, i
professionisti del Dandysmo — Barbey d'Aurevilly forse loro istitutore
— stato-maggiore della gazzetteria, a dettagliare le bellezze e li
abiti feminili delle passanti, a malignare sui nomi, le virtù palesi e
nascoste, le abitudini intime, i compromessi coll'essere e il parere.
— Sgargiavano le cravatte rosse ed il taglio inglese dei pantaloni di
Fabrizio Galli, — baffi alla moschettiera; il _Coq_, nome porpureo
che lo indicava nelle sue caratteristiche morali e sessuali, pronto
ad accorrere a richieste del _Gaetanino, Genius loci_ del _Gazzettino
Rosa_, il _Monitor_ catrafatto e cannoneggiante della repubblica
lombarda, quando, per mancanza di redazione tutta sotto chiave, lui
solo ed il _Pessimista_ rabberciavano il giornale: — stonava, coi
bei giorni di sole, che ingiojellava il marciapiede primaverile,
l'indivisibile parapioggia del Pozzoli, cantastorie di intrighi
principeschi sempre rinnovati, sempre venali e complicati. — Propalava
secreti la gajezza rumorosa ed alla vendetta dell'avv. Cario Besozzi,
amico di tutti e di tutte, confidente universale, peroratore delle
cause de' _generosi_ e delle _generose_ e de' pianti dei cuori in
pena, preziosissimo giovane Figaro in _frak_ ed in toga, disputato per
l'occasione e per amicizia speciale, pacere dilettante e viaggiatore
patetico per li amori eleganti delle spumose ed inquiete bellezze del
_Teatro Milanese_, sensale anche di convegni e del resto, al dire della
maldicenza interessata e lurida di Davide Besana. — Il quale, volto
piatto ed addormentato, protestandosi sordo, ma le orecchie all'agguato
e tese come quelle di un lepre in sospetto, Giuda Iscariota a buon
mercato, rimessosi tra i sovversivi vi praticava caccia e pesca grossa
e minuta a profitto della polizia politica ed immagazzinava notizie e
documenti pe' suoi libelli: _Re Quan Quan e la sua corte, Sommaruga
occulto e Sommaruga palese_, di cui fu il sicario prezzolato per
ricatti di letteratura alimentare: Davide Besana[55] riconosciuto testè
come vecchia pratica del Codice penale e che viveva, scrivendo per
commissione, nell'aria umida milanese, necrologie, epitalami, contratti
di nozze, precarii, citazioni, ricorsi di macellari contro la ricchezza
mobile e denuncie anonime in blocco, mentre poneva mani, piedi e
malvagità a difendere sè stesso, calunniando coloro che lo accusavano
di facili e questurineschi abbandoni.

Si erano aperte altresì, un po' più verso il Duomo e da poco, li
splendidi battenti della _Giulia_ e della sua _buvette_; un esercizio
promiscuo tra il _bar americano_ e la _fiaschetteria_, dove li
avventori si trovavano in dovere d'essere innamorati della padrona, o
corteggiatori, o favoriti, o protettori, rimanendo essa, che vantava
il suicidio del marito e una mezza dozzina d'amanti rovinati, sotto
il nominativo di Angelo Sommaruga; il quale non uscì di famiglia se, a
Roma, si condusse, per lo stesso motivo, la sorella di lei, la celebre
e ricantata, in sulla _Cronaca Bizantina_ da _Papiliunculus; Una Tigre,
Adele_. Dalla Giulia si era festeggiato l'esodo della _Farfalla_ da
Cagliari a Milano in lietissimo simposio; vi aveva brindato Francesco
Giarelli, giornalista di razza, ripieno di enciclopedia, signore di
uno stile limpido e scintillante, il _gnomo_ Francesco Giarelli, se
credete al Besana, mentore, consigliere, ispiratore e dissanguatore del
Sommaruga. E si erano accese dispute di eleganza e di bellezza tra la
Giulia e la Ivon, che se la vedeva in faccia troneggiare regalmente,
uscendo dal _Teatro Milanese_; rivalità tra la _Caffettiera_ e
l'_Attrice_ per maggior leggiadria e minore età: sì che i maschi
venivano a parteggiare e parteggiarono i giornali.

Ma, indifferentemente, se si diceva che li attori del _Teatro
Milanese_ solevano pagare una cena di trenta soldi a' critici affamati
e parassiti, perchè li elogiassero smaniosamente, — e la voce si
propalava dalla Giulia — pure, dinanzi ai vetri della _buvette_,
intermessa una sosta all'Hagy, si mostravano i pantaloni a quadri
bianchi, gialli e neri del Giraud, — il volto glabro e clericale del
Ferravilla, Beltramo e Meneghino decaduto, — la figura romantica e
allampanata dello Sbodio.

Costanti e fedeli ai veleni certosini ed inglesi tornavano, in sull'ora
delli aperitivi, a completare lo stuolo, l'eterno giovane Carissimi,
la cavalleresca prestanza del Missori, — la gioventù repubblicana e
spadaccina, la letteratura scapigliata e garibaldina del _perduto_
Bizzoni, bello Achille d'imprese eroiche ed erotiche, il _Re Quan
Quan_: e la critica intransigente spumeggiava, spigliata, libera,
aggressiva, aiutata dai fumi dell'_Absinth_ opalizzato e scorso, a
gocciole lenti nell'acqua, Musa verde potabile, eccitata dai fomenti
ricomposti dello _Scotum_ e dai _Vermouth di Torino_.

I lambiccatori delle quotidiane maldicenze decantavano i loro prodotti
alcoolici, le loro ultime trovate: appostillavano i quadri del Bertini,
così: «_el can fa de bagai, el bagai fa de can_» — ribattezzavano
Malacchia De Cristoforis «_Don Malacofolis de Cristiania_» — davano
la prosopopea del Vanzo, un pittore, che, con Luigi Conconi, cresceva
in fama «_on Garibaldi mojàa in la carbonina_»; ripetevano i pensieri
detti ad alta voce dai maggiori. Facevano sapere, che ormai, Alessandro
Manzoni non tutta mettesse la morale nella sua _Morale Cattolica_,
che andasse sfollandosi da casa Cantù, i suoi acoliti e Tommaseo, cui
mandava a riferire: «_Basta con lu, che el ga un pè in sacristia e
l'alter in casin!_» Che, a chi gli chiedeva come mai, avendo fatto dei
libri così buoni, avesse pur fatto dei figli sì birbi, rispondeva: «_I
liber i ho faa col cô, i bagai col c...._»: — che per farsi scusare
le spesse frecciate contro le cose del giorno, soleva aggiungervi la
prudenza di questa barzelletta: «_Però, podi vess come quella veggetta
del Mont Cenis, che in del '59 la trovava che i Frances, che vegniven
giò, allora, in Italia, no eren pu quii Frances inscì gentil d'ona
volta, al temp de Napoleon. Forse, me par ch'el mond el peggiora,
perchè peggiori mi_». Ed oscure calunnie propalavansi ad imputargli
costumi testè venuti di moda al seguito dal Kaiser germanico, essendosi
egli, in prima gioventù compiaciuto di libero poetare erotico; velenose
malizie, suscitate dal fango delli spurghi gazzettieri.

Rammentava invece, versi, strofe e poemetti inediti, che erano
passati tra le mani di molti, ed a firma manzoniana, prestissimo,
del resto soppressi e non controfirmati dalla preveggenza meticolosa
dell'_innajuolo sacro_, la memoria prodigiosa tenace e birichina
del Rovani. Il quale, lodando e biasimando si valeva di citazioni,
che, in bocca sua, erano formidabili armi di offesa e di difesa;
ed, a proposito del Monti, ripeteva l'epigramma del Manzoni fatto
dimenticare:

    «Un vate di gran lode,
    Sul principio di un'ode,
    Rimpiange il fior gentile
    Del suo membro virile;
       E, mentre ognun si aspetta
    Ch'egli invochi Paletta
    O qualcuno dell'arte,
    Inneggia a Buonaparte.»

perchè, dove Giuseppe Rovani sfoggiava il suo eloquio spumeggiante
e capriccioso era appunto all'Hagy, _el racanatt di sciori_. Il
Ghislanzoni ve lo aveva descritto nel suo tempo migliore, in una
improvvisata antologia, cui il romanziere di _Lamberto Malatesta_
fingeva di declamare:

    «In riva del Naviglio
    Io nacqui e trassi i dì;
    Il soldo d'applicato
    Consumo nell'Hagy.

    Quando i ronzini trottano
    E il carro non traballa
    Può rimanere in stalla
    Il nobile corsier.

    La storia dei _Cent'anni_
    Ad intervalli scrivo;
    Se un altro secol vivo
    La leggerete un dì:»

già che questa usciva, saltuariamente, in appendice, sulla _Gazzetta
di Milano_: _el sô prâa_ de marscida, la sua coltivazione reddituaria,
però che la letteratura pura lo mandava in rovina ed il giornalismo
lo faceva vivere, senza lasciargli possibilità di pagare i molti
debiti. «Io nacqui indebitato; se la bolletta fosse un violino, io
sarei un Paganini», soleva ripetere: e pur morì in Milano, la patria
de' suoi creditori, il 26 gennaio del 1874, nella _Casa di Salute di
Porta Nuova_, trasportatovi dall'_Albergo del Gallo_ il dì di Natale
dell'anno prima: e morì creditore esigentissimo di gloria, che tuttora
cercano negargli, lasciando alla moglie dispensiere otto capi di
vestiario e due fazzoletti bianchi da naso.

Ma, in sulla porta dell'Hagy, conveniva udirlo negli anni fecondi e
gagliardi. Martellava una inesauribile zecca di epigrammi a battuta
sonante d'arguzia. Corruscavano monete d'oro e d'argento, già mai
di rame, al sole artificiale e ringiovanito dai vapori dell'alcool
— _el so giovin de studi_ —; insospettati modi di dire svuotavano
le viscere scoperte di ipogee miniere ricchissime di storia, d'arte,
d'indiscrezioni. — La vista di una passante, di una conoscenza, di un
nemico, di un amico eccitava in lui la piacevolezza alla ventura.

Diceva del Sacchi bibliotecario, che camminava col muso per aria
mezzo assonnato, muovendo le labra come biascicasse castagne. «_El
par un baco ch'el tenta de fa la galetta, ma la ghe reussis no_».
Della moglie di Cletto Arrighi, che poverina, non si sgravava che
di cadaverini: «_Ona Mojascia ambulante_». — Ad un vedovo che si
era riammogliato: «indegno d'aver perduta la prima». — Chiamava una
cantante enormemente grassa, ma bella: «il naufragio dell'estetica».
Espettorava la quintessenza delli insulti contro il Filippi, che fu
tra i primi, critico della _Perseveranza_, a bandire l'opera di Wagner
contro i rossiniani, dei quali Rovani era il massimo sostenitore; e
fulminava Pezzini, comproprietario della _Gazzetta di Milano_, deforme
e libidinoso, assicurandogli che «lo avrebbe migliorato con un pugno» —
Ad un suo sozio attestava: «Molti migliori di te hanno salito la forca:
ma tu la disonoreresti».

Se avvisava Giulio Carcano, lo sciapo traduttore di Shakespeare e lo
stucchevole manzoniano, claudicante: «_In tant temp che l'è a sto mond
e con tanta inclinazion ch'el ga in quella gamba lì, l'è sta mai capace
de diventà nan_». — Ed a Paolo Ferrari, che gli confessava d'aver
letto molti libri prima di comporre _La Satira e Parini_, rispondeva:
«_Ch'el guarda che l'han mal informàa_». — A Cantù faceva sapere:
«Aveva egli otto anni ed era già un asino»; appajandosi a Mommsen che
lo tacciò di ciarlatano; — a D'Azeglio, venuto in sulle bocche di tutti
coll'_Ettore Fieramosca_: «_L'è un gener de Manzon_». Se riconosceva un
galantuomo a passare, criticamente osservava: «_On bon galantomm el dev
semper avegh un fond cattivissim_»: se ammirava una bellezza giovane e
procace: «_Speri che la vegnarà bonna per tutti_»; se un acuto profumo
di muschio gli pungeva le nari e scorgeva la biscia che lo emanava,
una cantante _ex-cocotte_: «_Adess la cerca in de l'arte quel che no po
dag pu la natura_». Eccitava i giovani a gesta erotiche, citando Orazio
ed Ovidio, l'esempio turrito ed inalberato pagano che si conserva nel
_Museo secreto_ di Napoli, illustrato dalla prolifica divisa «_Sator
Mundi_», seminatore dell'universo, proponendo loro il caso di una
famosa editrice di musica, _el granatiere di Slesia_. Ma, invitato
si schivava dal confessare la sua età, desiderando farsi credere più
giovane, mentre, spregiudicato e razionalista, aveva conservato la
superstizione del _Venerdì_ e del _Tredici_.

A Garibaldi inchinò, ed incondizionatamente tutta la sua ammirazione:
«Un grande uomo; avrebbe potuto essere un altro Cesare, o un altro
Napoleone; _ma ghe mancaa la vena del loder_». Il che, udendo, un
giorno, Cremona affermò: «_A ogni frase ch'el dis el ghe mett su la
sabbia_»: la scolpiva, in fatti, nel marmo e la fondeva in bronzo, se,
venutogli presso Carlo Dossi, ne preparava una futura _Rovaniana_.
— Artisti letterati, follajuoli gli si affollavano in torno,
racimolandogli giudizii sul momento, briciole di conversazioni e di
aneddoti pepati sul libro a pena uscito, sul quadro in voga, sulla
comedia e sull'opera datesi la sera prima; egli disperdeva le sue
ricchezze ai più solleciti, nè si curava di serbarsele; se ne impinzava
il Perelli, _el me fioeu_, cui dedicava un suo volume: «In segno
d'amicizia che non si trova in commercio». — Quindici giorni prima
di morire, Giuseppe Rovani lamentava: «_Gran brutt segn; go voueja de
lavorà!_».

Ora, non più: Carlo Dossi e Primo Levi non riconoscono il loro
paesaggio: «se ancora tutta una interessante[56] fantasmagoria ti
assedia il pensiero, e i dolori e le gioie, le speranze, le delusioni
dell'arte e dell'amore, la giovanezza fidente e la stanca maturità,
la ricchezza e la miseria, la gloria e la oscurità ci passano dinanzi
per dirti che questa è la vita». — _Via Vivaio, Via Borghetto, Via
Rossini_, si sono fabricate, si spiegano sulle ortaglie, i giardini;
l'_Osteria del Polpetta_ lasciò piazza libera. La città divora; le
ombre dei platani centenari, delli ippocastani, che si confondevano
con l'altre dei _Bastioni_, furono racchiuse e limitate in alti muri.
L'industria conquistò le strade erbose e suburbane, le cascine, i prati
irrigui; ricoperse di cripte i mille rivoli, un dì, protetti dai pioppi
capitozzati e dai salici educati per vincigli, fugando l'arte e la
natura, sempre più lontano. Stendhal, oggi, a Milano, non sentirebbe
più _odorare la Felicità_, ma il loppo del carbon fossile: il Milanese
è a tutto indifferente che non sia machina, scambio, operai, cambiali.
— Irrequieta, disperata, esasperata la _Scapigliatura_ volse al
suicidio, o si immise nelle comode strade burocratiche, al soldo
del governo; perchè dicono i saggi ed i pratici, — ed io lo credo
volentieri — la letteratura conduce a tutto —; quand'anche a me, con
licenza, poeta, procacci ogni giorno un odio nuovo, chiegga maggiori
sacrificii liberamente esercitati, e mi divorerebbe la borsa e la mente
se di quella non fossi, per prudentissima necessità, parsimonioso, di
questa inutilmente ricchissimo.

Comunque, di là Crispi, saggiatore arguto d'uomini, pescò i migliori
suoi amici ed i suoi più sicuri collaboratori. _Scapigliatura,
Bohème_: «vi troverete dentro delli scrittori, dei diplomatici capaci
di rovesciare i progetti della Russia, delli amministratori, dei
generali, dei giornalisti, delli artisti. Tutti i generi di capacità
vi si rappresentano; è un microcosmo!» Ricordate la definizione di
Balzac in _Un Prince de la Bohème_? Di Balzac, buon ospite milanese,
che si ora deliziato dell'aria fresca e del bel verde del giardino di
Casa Porcìa «sul Corso[57] di Porta Orientale, dieci case più in là
della contessa Bolognini», cui dedicò _Une fille d'Eve_; mentre a Clara
Maffei, destinò _La Fausse maîtresse_, _Les Employés_ alla Sanseverina,
al conte Porcìa, _Splendeur et misère des Courtisanes_, allo scultore
Pettinati, _La Vengence_?

Là, lo aveva trovato Giovanni Raiberti, nell'estate del 1838, a tener
conferenze ed esperimenti di magnetismo, vantandosi egli espertissimo
in quella pratica e convinto mesmeriano; e, là, un gobbetto, che il
medico milanese gli aveva apprestato a burla, «gobbo[58] davanti e
di dietro, e bistorto in modo che al suo confronto il francese Mayeux
è un Apollo» il sor Gattino astutissimo, gli scroccò parecchi luigi,
fingendo il sonno ipnotico e millantando la soperchieria in una scena
comicissima, in cui il dialogo francese-meneghino raccontato dal
Raiberti, aggiunge alle risa la satira: Balzac furoreggiava: «_Il y a
quelque chose de maladroit dans ce sacré bossu!_». E l'esperienza non
gli riusciva; e il nano ghignava ed intascava.

La rete, immessa con larghezza d'intenzioni, nel _mare magnum di
Scapigliatura_, non riuscì mai leggera; triglie e squali accorsero.
Insediati, tranquilli, con sicure promesse, e fattive speranze di
sinecure pel domani, i ribelli di ieri ci riguardano, additandoci l'ora
del prossimo accondiscendere, piegando alla loro esperienza, che sarà,
forse, la nostra; ma noi, oggi, squassando un'altra volta le nostre
pregiudiziali sopra ogni argomento, tra le voci del volgo, udiamo anche
la loro che:

    «.... urla a noi, tra le risate pazze:
      «Arte dell'avvenire?!»[59]

Fino a quando? Trapassati Praga e Boito e Camerana, la critica di
Cameroni insediata in un momento storico, la scultura del Magni
dimenticata con tutti quelli che non hanno potuto dire tutta la loro
_verità_; in funzione, Cremona, il grande, Dossi, Rovani, perchè non
hanno avuto paura di essere disconosciuti anche dai loro contemporanei,
non si dispersero, quindi non vennero sommersi dalla evoluzione, ma
l'ajutarono. Questa continuità rispetta la costanza ed ha ragione
sopra tutto che temendo il futuro, dimostra la propria debolezza. Dai
cofanetti de' ricordi, leviamo viole essicate e suscitiamo anime di
profumi trapassati colle ciarpe e le sete di un tempo. Scioriniamo
queste ricchezze al sole. Il sole, oh, come accarezza i cimelii smunti
e flosci teneramente, oh, come ci ride in faccia; e, sulla via rumorosa
di opere e di passanti, ecco, romba e rulla e stride e scampanella il
giallo carrozzone elettrico, meteora, tra la modernità dei palazzi.
Non tutto il nuovo è bello; ma non sempre Mefistofele, innamorato del
passato, ha ragione di ghignare la sua negazione; sopra queste assisi
è il processo estetico di Carlo Dossi; dond'egli è rimasto, senza
aver stretto il patto col Dimonio, anzi a suo marcio dispetto, tuttora
giovane.



V.

L'HUMORISMO LO VENDICA


Allora, riuscito dolorosamente dalla tempesta, per fortuna sua, ferito
ma non sconciato, mentre altri coetanei, troppo ammalati del morbo
del secolo, si erano lasciati sommergere dai flutti, o vi si erano
abbandonati, mal vivi, alla deriva; Carlo Dossi riguarda a torno;
ripensa e commemora il suo menegmo Alberto Pisani scomparso; numera ed
appostilla quanto si trova vicino, volti d'uomini, aspetti d'animali,
presenze di cose, avvicendarsi di gesti e di fenomeni, la cronaca
morale del paesaggio cotidiano, la pratica utilitaria condecorata
dal titolo di virtù cui la società ne richiede per il comodo della
ipocrisia, pel vantaggio dei privilegi, per la facilità di sopportarci
a vicenda, in bilancia, sull'odio e la paura reciproca, con urbanità,
verso il nostro prossimo.

Sì, egli è salvo; ma tutte le sue illusioni erano naufragate,
asfissiandosi nell'acque salse e putride, miste di lagrime, di
sangue, nel pantano termale e solfureo della comunione umana, chiamata
_società_. Alla prima tappa, lasciata a pena la mano preveggente e
consolatrice della madre e la protezione della malinconia, che lo fa
schivo e selvaggio, s'imbatte nell'_Amore_, e in un altro _amore_ che
non fu mai quello per cui Alberto si era sacrificato. Egli lo aveva
già chiesto come una necessità di estetica: «Non vi ha poeta senza
amore»; e, se non aveva composto versi, aveva pianto delle elegie in
prosa. L'amore dozzinale l'avevano cantato tutti, dai petrarchisti ai
manzoniani; e tutti avevano dimenticato di dipingerlo doppio, Eros ed
Anteros, a mo' de' Greci, ed a loro non erano giunte, per la strada
lunghissima del tempo, le parole sane e naturali di Dafni e Cloe,
perchè intiero potessero rievocarlo. Angiolo di crudeltà, le ali rosse,
e non bendato ma reggente, crudele, esasperato, le freccie incoccate
alla corda dell'arco, divinità aggressiva e deliberata, di lui, Carlo
Dossi, rinnova il vero ritratto, senza pudori. Chi per eccesso di
idealismo, si applicò a descrivere non l'_Amore_ ma _questo attuale
amore_, come un padre riformatore di costumi per la sincerità, può come
Rops formar col disegno le lussurie, non il piacere, per flagellare il
Bastardo nato dal Satiro e dalla Ipocrisia, nuda pandemia, le natiche
ricoperte a scherno da una maschera di velluto nero.

Ed eccone i fiori di bragia e di cenere; i fiori che sono in mostra
sopra di un cestello di vimini intrecciati e politi e coprono un
groviglio verminoso ed avvelenato di ceraste e di aspidi africani:
ecco, le bende intessute di seta e d'oro, che fasciano lo piaghe
purulente; i veli candidi, che vestono una sposa non più intatta.
Le venerabili, sacrosante e formidabili apparenze non lo arrestano
col loro parere, che sembra, a tutti una realtà; egli immette le
mani deliberate nella millantata lussuosità dell'apparato di grazia,
di ricchezza, di verginità. Il dolore gli ha fatto svellere le
zone proteggenti e menzognere, considerare l'abito e l'apparecchio
come la più grande menzogna; anzi, le foglie provvidenziali di
fico, posticcie sopra le così dette vergogne delle statue, reputò
ingombrante ruffianesimo, perchè alla santità della natura si innestano
come un riparo, che meglio richiama a supporre la perversità della
cerebrazione, donde il _Vizio_.

La delicatezza squisitissima, feminea, quasi permalosa della
estetica di Carlo Dossi non era disposta a resistere _in armonia_
colla grossolana bestialità di quelle soddisfazioni; non ne sopporta
l'atmosfera lutolenta e soffocante; come Baudelaire, al quale per
un lato assomiglia, l'autore di _Desinenza in A_ ha bisogno di
convalidarsi nella amara ironia della necessità. L'altro aveva pur
composto _Les Fleurs du Mal_, che la sciocchezza comune del secondo
impero pretese pornografia, mentre lasciò sfoggiare, per Compiègne,
le _caccie imperiali alle nude dame di Francia_, alla Montijo facili
adulterii ed il figurino delle mode accreditate presso una Cora Pearl
e Nana. Identica fortuna: il ribrezzo ed il disgusto, in Italia ed in
Francia, presero il nome di turpitudine letteraria; così, per Carducci,
perchè tornò a chiamare «_barba la barba e non l'onor del mento_»;
così per chi disse: «_J'appelle chat un chat!_»; così, nella pudibonda
e presbiterana Inghilterra, contro Swinburne, che veniva dannato come
l'_introduttore, nella moralissima isola di Regina Vittoria, della
scuola spumante della carnalità_.

Carlo Dossi, innamorato delle pure e naturali grazie d'amore, trovò la
femina; — innamorato della gloria, cui sente aver diritto, s'imbatte
nella indifferenza, quando non sia l'astio; — innamorato della vita
sana e gagliarda, ha con sè la malattia, coi tormenti della carne, coi
dubi angosciosi della mente, colla rivolta dello spirito superiore
e vittorioso della fralezza del corpo: — innamorato della bellezza
d'arte incontra i truffatori delle arti ben rimunerati e vantati dalla
terza Italia ufficiale, mentre li artisti geniali stentano il frusto
di pane giornaliero e sono derisi; — innamorato di tutto l'ideale
bellissimo e dominatore, lo vede, così, in mente; lo sente schiavo, nel
mondo. — È egli veramente ammalato e debole? «egli, la cui[60] vita
intellettuale è uno sforzo, e la materiate uno stento!» Non può? Che
gli dice lo specchio, l'arte sua? Riproponiti in una serie di imagini;
popola il mondo di te stesso; giudica da queste tue imagini: Hegel
gli aveva passato la definizione: «L'humorismo è attitudine speciale
dell'intelletto e del carattere, per cui l'artista pone sè stesso al
posto delle cose». Sostituire il fatto _reale_, col fatto _vero_, sino
a quando? ridere riconfortarsi nella propria onestà; dileggiare altrui,
manifestarsi lieto, non concedere al mondo la trista gioja d'esporgli
le proprie sofferenze, che appunto il mondo gl'impone? Certo, quel modo
di vivere, secondo le leggi artefatte sulla natura, secondo l'abnorme
golosità dei sensi e dei sessi, che trovan pretesto di farsi chiamare
piaceri onesti e civili, secondo le prove quotidiane dell'egoismo, che
passano per utili e progressivi aumenti sociali, non lo compiace, se
ne scansa, lo rifiuta, si mette in grado di non subirne i contatti;
e, — quando lo attenta, — lo rimuta, lo foggia come vuole. Desidera
che, intorno a lui, lo scenario sia completo, lo incornici bene; doni
al suo volto ed al porgere della sua persona: non altrimenti l'anima
estremo-orientale dei Nipponici, prima che la civiltà europea l'avesse
violentata colle necessità commerciali, politiche ed imperialiste dello
«_struggle for life_», si comportava nell'arte di fabricarsi i proprî
oggetti ed i proprî paesaggi, intonandoli al loro stato morale.

Questo è difendersi; questo è opporre violenza a violenza, volontà
testarda a volontà incosciente; quali armi, il ridicolo, la satira,
la falsa commiserazione, l'elogio a doppio taglio, come una bipenne,
l'incenso affatturato da suffumigi d'ospedale, il ghigno, che sembra
sorriso, la risata del disprezzo irrefrenato e convulsa, come una
bestemia!

L'arte personalissima di Carlo Dossi ha assunto per carattere
specifico, _l'humour_: l'istrumentista, che intonò, in sordina,
l'orchestra delli archi e dei legni, che amò i passaggi bemolizzati,
pastosi e caldi di velluto e di ciniglia, la patetica lenta e
sognatrice, rialza la gamma alli acuti, assume il crescendo rossiniano,
il fragore wagneriano. Dalla psicologia garbata, a tenerezze degradanti
e tenue a sfumature iridate, a compatimenti misericordiosi, di _Goccie
d'inchiostro_ — che sono meno nere di quanto non appajano a prima
vista — alli schizzi, tra la caricatura ed il grottesco, — così li
usò il Callot, il Goya, il Sattler, dai quali la vita si sforma in una
gajezza macabra — dai segni impressionisti di matita — Odilon Redon li
prescelse per le pagine martoriate delle sue acqueforti — dal bozzetto
chiazzato di ombre e luci, tra il giallo ed il violaceo — così procede
il Conconi; — erano riuscite le figure di Madama Ciriminaghi e della
sua amica, le macchiette avvisatrici della signora Isar e del suo degno
figliuolo, il professore Proverbi, quella povera vittima del maestro
Ghioldi, i musini bianchi e rosei, come mele appiole de' condiscepoli
di _L'Altrieri_. Ma altra torna ad essere qui l'appostazione; qui,
doveva rovesciarsi, tumido e violento, nell'esercizio incondizionato
delle sue facoltà intellettuali, _il suo modo_; fortuna a pochissimi
accordata. L'iniziale romanticismo si travolge, in una specie di
rammarico, di rancore, contro la vita che deve sofrire e questa
accusa di non essere stata per lui perfettissima; se ne ribella:
scatta l'_humour_. — Poco dopo, può dire di sè stesso: «Vi è un Dossi
buono ed un Dossi cattivo; donde due opere: il romanzo della bontà il
romanzo della malvagità». Poteva dire invece: «Vi è un Dossi che vede
le cose buone ed un Dossi che avverte e addolora per quelle cattive.
Verso le prime, accorre, si compiace, concorda, continua l'armonia;
colle seconde si irrita, discorda, interrompe i rapporti. Con quelle,
la placida comunione si distende in bellezza, sorride, determina
il piacere; per queste spasima, combatte, deforma e l'humorismo
ghigna stridulo e beffardo, altro sforzo e migliore, per i caratteri
idealisti, con cui tentano di ristabilire l'equilibrio. — Corre,
in fatti, ai ripari, si prova a colmare le soluzioni di continuità
apertesi nell'ordine e nel ritmo. Le lagrime ne approfondirebbero le
ferite sanguinose; il sorriso accoglie una benda leggiera e profumata
di balsami sopra le labra aperte e gementi di quella carne intagliata,
che piange. Ed, intanto, l'operatore vedesi in uno specchio colle
sue smorfie comicamente dolorose; sogghigna e singhiozza, perchè
l'interruzione del riposo, della compostezza della fresca attitudine
serena è caratteristicamente brutta, esteticamente suggestiva. Egli,
che tenta guarire ed evadere dalla malattia non può: l'humorismo,
in eccesso, dà dei risultati identici all'eccesso di amare: odia.
— Carlo Dossi, che odia il deforme, lo pratica per ragion d'arte
e per suggerirvi l'opposto: donde i suoi _Saggi di critica nuova,
— I Mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Re Vittorio
Emanuele_.

L'accomanda al patrocinio dell'amico illustre Cesare Lombroso;
gli domanda perchè, «nessuno dei critici[61] nostri si occupò del
contingente enorme, che il cretinismo e la pazzia hanno dato al primo
concorso pel monumento al defunto Sovrano». Se ne imbizzarrisce. «Per
quanto non appresi[62] mai scienze mediche, nemmeno insegnai in alcuna
Università, nè, a disposizione de' miei sperimenti psichici, tengo
alcun manicomio, salvo quello de' libri; — nel silenzio de' dotti
è permesso, presumo, ad un ignorante di avventurar la sua voce, il
suo «_aqua alle corde_». Questo strazio della plastica, del disegno,
della architettura, questa ingiuria al buon senso, questi «poveri
bozzetti[63] fuggiti od avviati al manicomio, dinanzi ai quali, chi
prende la vita sul tragico, passa facendo atti di sdegno a chi la
prende, come si deve, a giuoco»; questo oltraggio alle buone lettere,
che accompagna la prova della demenza artistica colla grafomania delle
leggende che la vogliono spiegare, non rappresentano il fior fiore
dell'ingegno europeo, balzato fuori alla grida di un concorso per
onorare colui che chiamano il Padre della Patria? Italia dà questa
ricolta d'arte; essa, la madre autentica e pura delle Arti e delle
Grazie? Questa è la espressione più genuina e maggiore della sua
potenza creatrice, nel terzo suo risorgimento; con questi aborti, con
queste pseudologie, con questi deliri in gesso, con questi incubi
segnati a carboncino, a matita, all'acquarello, con tutti i mezzi
grafici a disposizione delle due mani, o zampe, dell'uomo? Quale indice
di coltura e di buon gusto! «Senonchè, l'imperizia della mano, quando
è accoppiata alle incongruenze della mente, o ad altri disordini
cerebrali, concorre ad accentuare le caratteristiche della pazzia».
Carlo Dossi le raccoglie, le enumera, le distende in rassegna, ne
riproduce le parole, i disegni, li atteggiamenti, le ripropone chiare
alla scienza: «Voi, insigne Lombroso[64], qual tema più eternamente
attuale della follia?» Prorompe in uno scoppio di risa echeggianti:
erasmiane.

Nè si accheta; la sua indagine continua serrata; avviluppa in una
rete di riprove capziose, tira il cappio al nodo scorsojo della
domanda suggestiva. Ne risulta _Ona famiglia de Cilapponi_; dove, la
catastrofe di una stirpe di nobili lombardi è ridicola, tra l'ignoranza
e la cattiveria; e vi regnano: _la Marchesa Matriggiani-Andegari_,
di ottant'anni, _cialla, superba e tegnonna_, marchesa Travasa in
diminuzione, collo sfarzo fesso e slabrato della decadenza; suoi
figliuoli, _el Cavalier Telesfor, maggior general, ciall resios e
doppi — Don Eleuteri, deputaa, cial, baloss e che voeur parì foin — el
Marches Calocer, ciall, bon e sempi;_ — e la nidiata implume e piumata
dei nipoti vanitosi, bugiardi, sciocchini, falsi e poltroni.

Si svolgono _I Bigottoni_; dove la satira non è per la religione, ma
se la dividono coloro, che, suoi ministri e pinzocchere e praticanti
e nonzoletti ortodossi esemplari, vanno giornalmente denigrando,
colle loro azioni, ogni e qualunque fede, avvilendone i nomi sacri
sulle labra, nomi di scongiuro formidabile, coi quali il sentimento
e la passionalità s'ajutano a vivere alla meno peggio. Perchè, se il
Dossi ammira ed invidia, alcune volte, il sincero fervore ascetico
e mistico di razza — vi prego di non confondere _misticismo_, che è
una sintesi razionalista, con _ascetismo_, che è una iperestesia di
sensualità religiosa; — e può entusiasmare per i fervori e la poesia
del delirio di Santa Teresa e di Santa Caterina; odia e dirige l'accusa
contro i bigotti — _Tartufe, le laïque d'Eglise_ — che ripullulano
assolutisti nelle loro convinzioni più del prete, che cedono e si
ripiegano sopra tutti i punti, nella vita, nelle opere, nei bisogni
fuorchè sul dogma di cui si sostituiscono gianizzeri e pretoriani. Egli
scoperse che _Tartufe_ non è l'ipocrita, ma è _lui_, categoria: scorse,
sotto la sua maschera, preannunciando, un Longinotti legislatore, un
Meda rappresentante di seminarii, un Cameroni deputato di varazzini
salesiani: questi, i _Tartufe_ sinceri; questi, i bigotti reali e
maggiori nella comedia sociale; i _Tartufe_ delle banche agricole,
delle deputazioni provinciali bergamasche, dei cinematografi istruttivi
e comodamente oscuri al palpeggiare; i politici amanti del Giolitti.
Anche il _Tartufe_ gentiluomo e gentildonna; _Tartufe_ di cui l'innata
fierezza, o l'atavica spilorceria, si trattengono compunte in sulla
buja prescienza di un peccato, in sul timore del castigo; si che
cattolici e nobili, o grassi borghesi nobilitati, il che fa lo stesso,
stanno in una umiltà che non impedisce l'esercizio de' loro privilegi,
per quanto recitino l'_Officio pro defunctis_ e l'altro _alla Vergine_,
rimanendo calmi, tirchi, in albagia, ultimi venuti _raillés_ ai Savoja
nel trapasso della monarchia verso il socialismo, — ultima tirannia
— per poter ricondurre a Roma li Scioani del Brembo ad instaurarvi,
compiacente Enrico Ferri, il Papa-Re, s'egli darà un bajocco di più
all'ora alli operai evoluti ed organizzati da' parroci democristi e
dalle _Camere del Lavoro_, dimentiche d'ogni patriottica italianità.

Quindi, troveremo ne' suoi inediti _Il libro delle bizzarrie_. dove
sarà condensato il triplo estratto e la quinta essenza dell'arguzia e
del pensiero dossiano, riposta nel barattolo _color di cielo sudicio,
dall'epigrafe «Filosofia»_. Preziosissima conserva di esperienza, su
cui il paradosso regna sovrano: il male ed il bene vi si innestano
a vicenda; si fecondano, aprono la cataratta al vaso di Pandora;
partoriscono le cose, li uomini e li avvenimenti; si determinano,
dalle categorie, i gradini e nulla appare dannoso «_nè dannosa la
malattia[65] nè la Farmacia e nemmeno la malattia, che fa pregiata
la sanità_». Leggendo, voi sapete, che, come Erasmo lodò _La Follia_,
egli inneggerà _al Colera_; che, come von Grabbe, goticamente, rimise
in discussione il Demonio con Dio, egli li riporrà di fronte; che,
come Hoxmann fu il demiurgo di pupattole mecaniche ed originalissime,
e Gustavo Kahn rivide il _Puppen-Fée, a delizia dei bambini grandi_;
egli, memore di Condorcet, per il ridicolo delli uomini politici,
scriverà una petizione al Parlamento Nazionale, di un mecanico, colla
quale propone a re costituzionale un suo fantoccio contrafatto, a viti
d'orologio ed a vita d'automa, che, ricaricato nelle solenne adunanze,
faccia, con maggior compitezza, l'ufficio di quest'altro di carne e
vivente.

La piacevolezza stampata lo fece richiamare da un procurator generale,
che videsi comparir davanti un alto funzionario decoratissimo della
Consulta; donde la meraviglia. Che, se Alberto Pisani ha dovuto
servire alla Nazione, passando sotto i lavorini monarchici della
uniforme diplomatica, ha pur sempre permesso a Carlo Dossi il
piacere della ribellione, quando risponde alla costituzionalità in
questo modo:[66] «Il re costituzionale può essere paragonato ad una
meretrice, che è, per così dire, proprietà di chi lo paga, ossia del
ministro al potere. — Cambia il ministro, ed egli cambia di gusti,
di idee, di desideri, fossero pure contrari al programma precedente.
Liberale-clericale-socialista, volta a volta, anarchico, se occorra,
il re costituzionale è sempre passivo, vigliacco sempre» Ma se questi
sceglie, dimostra la sua mentalità: ed allora: «Ogni[67] sovrano
scelse sempre presso di sè consiglieri condegni del suo cuore e del
suo ingegno. Trajano ebbe Plinio e Nerone Sejano: Napoleone I, una
plejade di illustri: Vittorio Emanuele II, Cavour: Vittorio Emanuele
III, Giolitti ed altri _ejusdem farinae_;» sì che data la terribile
necessità di uno Stato, di un Governo, dentro cui la libertà di
ciascuno è dimezzata, egli sceglie il meglio amministrato. «Io
griderò[68] sempre con Napoleone: _viva l'Impero!_ col Senato di Roma:
_viva la Repubblica!_».

Sfoggia, così, una mirabile galleria di contemporanei, verso cui
intende la nostra malignità divertita, la malignità sana dell'uomo
moralmente costituito, perchè rispetta i termini. Vi ammireremo:
_La Desinenza in A_, che illustra il feminismo eterno, _Ritratti
umani_, che riproducono volti di malati, di medici, di seccatori,
d'impertinenti e di canaglie... oneste. «Il colore imperante di
questi ritratti è la privazione d'ogni colore, cioè il nero — un
gran malumore, contro gli individui di quella razza, alla quale, pur
io ho il disonore di appartenere. Del che mi si fa grave carico. I
signori uomini e, specialmente, le signore donne, si sarebbero oggi,
a quanto contano i turiferari del loro amor proprio, così insaponati,
da non serbare più traccia del preistorico cannibalismo e vivrebbero
in una idilliaca comunanza pecorelle di candido zucchero, con roseo
nastro, sui prati di felpa verde... Sarà benissimo, nel contesto;
ma, intanto, la storia, anche contemporanea dell'umanità, è tutto
un cibreo di delitti impastato col sangue e tale rimane, benchè
l'assassinio sia chiamato eufonicamente valor militare, conquista il
furto, colpo di stato il tradimento, esperienza parlamentare la truffa
politica[69]». — Uditelo a ghignare: gorgogli e scoppi repressi di risa
ben modulate sopra le dieresi ottative della sobbillazione estetica:
«Oh, queste, no, non sono delle canaglie autenticate dal codice penale
— il quale, del resto, ha rotto molte maglie alla sua rete, donde
riescono i più malvagi-ben-vestiti —: oh, questi sono solamente que'
_malvagi-ben-vestiti_, di cui sopra, nella libera circolazione della
società, nel libero flusso e riflusso delle passioni». Tutti i giorni
ne ha incontrato una dozzina; mentre discorrevano, ne schizzò il
profilo intenzionale e saporito, caricatura ingrossata a punta secca di
Holbein, acquarello disinvolto e libero di Hogarth.

Inoltre, la sua erudizione, che aveva riburattato il grano, il loglio
e la segale cornuta del torbido e pregno secentismo, aveva scoverto,
ne' più secreti ripostigli, ne' più salaci cantucci, l'armamentario
delle fattuccherie, delle superstizioni, delli scongiuri, de'
_recipe_ farmaceutici, di tutta la congerie ridicola, spaventosa,
revulsiva delle pratiche e delle opinioni per cui un Mora illustrò
di sè stesso _La Colonna infame_ milanese in sulla _Piazza della
Vetra_. Suggerimento manzoniano, diretta osservazione, a Carlo Dossi,
avevano persuaso un indagine curiosa ed insistente sulla psiche delle
sue macchiette plebee e meneghine, che stanno a fondo mobile delli
altri suoi eroi di mista razza. In quelle, scorse corrispondenze
ataviche, ritorni di gesti, di credenze, involuzioni di costume,
che gli indicavano l'origine spagnolesca inveterata ed incrostata
sopra il carattere del popolino; focolari mal spenti di sporadici
ed interruttivi contagi presti a fecondare leggende di fantasime,
di rumori, a condecorar case, appartamenti, camere, con una fiaba
d'intricate avventure tra l'amore, la crudeltà, e di morti che
ritornano e si _fanno sentire_. Quanti elementi per il grottesco,
quanti motivi alle risa ed alla commiserazione in tali sciocchezze,
cui la plebe si fabrica e dalle quali è suggestionata! Carlo Dossi le
saggia colla scienza mirabile della ignoranza fastosa e torbida del
seicento: a lui appariva _el sur Dianzen benedett_ del Porta; beffando,
in un mistero bigio, appostilla significazioni strane alle cose: ecco,
un _letto_ monumentale, per calcare il quale la paura bisogna che gli
guardi sotto: ecco, le grinte delle imagini inquadrate, che dicono
qualche cosa di più che non voglia il grossolano profilo della stampa:
ecco, il canto lento e rituale della bàlia che sembra profetizzare in
una oscurità, tra il magico ed il contadinesco: ecco, quell'incoscienza
astrusa ed astratta per cui domandano oggetti enormi e foggiano
maravigliose filosofie i suoi bambini; ne' capricci de' quali, nelli
strilli e nel pretendere de' mimmi s'agita un _quid_ di diavolesco,
di involontariamente perverso, di subcosciente, che suggerisce una
serie di acute riflessioni, per cui si risale all'origine animale
dell'uomo, camuffata nella predestinazione fattucchiera. E le prime
pagine dell'_Altrieri_ si svolgono tra la leggenda, le paure reali ed
imaginarie; e _La Casetta di Gigio_ è costruita dalla pura fantasia
che connette un grande sistema filosofico vissuto; e de' periodi
dettagliano le ambiguità senza grazia, le malodorose ovatte sudicie,
i gesti lubrici, li attorcimenti tentaculari di molti uffici comuni
e schivati, di alcune funzioni di spazzini sociali e comunali;
il necroforo, la mammana, la _poveretta de la giesa, el giovin de
macellar, el perrucchée_, il cenciajuolo, la minuta straccioneria
urbana. — Sì; egli ama il secentismo, le sue parole biscornute e
ravvoltolate, i suoi pensieri doppi e confusi, dentro cui si pescano
le doppie e antieretiche verità della vita, ama quella sua scienza
polverosa e strana, fatta di metafisica e di speculazione, la sua
fisica che è ancora un'alchimia, il suo viaggiare che è sempre una
scoperta. Ama lo stipite dell'_Humorismo_ nostro secentesco. Giordano
«per quelle sue pagine _così genialmente mal scritte_, nelle quali
chiama _la divinità_: anima dell'anima». Sente codesto Bruno ben
diverso dalla comune de' suoi contemporanei anticlericali; l'avverte
come un autore ineffabilmente barocco, irto di angoli ed involuto di
cornici, gonfio di panneggi, profondo ed ingannatore: Bruno, che ha
ridotto ad idee ed a pensieri le sue emozioni, le sue impressionabilità
squisite, la sua vertigine di novità e di indagini eccezionali; Bruno,
che è stipite di un complesso e nascente romanticismo ghibellino,
il meno costituito per servire di spunto moderno alla democrazia ed
all'ateismo militante.

Accorre Carlo Dossi verso codeste grandi qualità mistiche ed al fascino
torbido ed ambiguo del suo stile; il nome del valoroso ricorrerà spesso
sotto la penna di lui. Un'altra affine genialità discorre quell'opera
essenzialmente critica e religiosa, che, prima d'ogni altra, ha saputo
svincolare il _senso di fede, la sensazione di confidenza_, dalle forme
canoniche, dai dogmi freddi, terribili, sterili, personalizzandoli
nella coscienza dell'_Unico_ a mo' di uno Stirner religioso. Dal
_Candelajo_, dallo _Spaccio della Bestia trionfante_, dalli altri
scritti bruniani, dispillano quell'humorismo che l'autore di _Ritratti
umani_ ripropone, i motivi che svolge di nuovo, compiacendosi quasi, in
uno stesso stile scomposto, personale, saporitissimo.

Che s'egli va ricercandosi e foggiandosi bizzarre imprese, e l'una
descrive: _una palla di gomma in rimbalzo dal suolo alla palma della
mano tesa ed aperta che ne corregge e ne rinnova l'elasticità_,
parlando: «_Repulsa adsurgo_» — e l'altra: _un razzo d'oro in un cielo
di notte: «Brevis sed splendens»_; accoglie, definitivamente, la terza
da Giordano Bruno: «_In tristia hilaritas, in hilaritate tristis_».
— «Perchè[70] gli umoristi, in generale, dicono cose fuori della
comune sentenza, ma in modo da colpire la intelligenza con un lampo
di persuasione, che, spesso, si perpetua in duraturo chiarore: cioè,
dicono cose savie vestite di pazzia e pazzie vestite di saviezza: però
che ad un discorso fatto di ragione chiunque può opporre: ad uno di
cuore nessuno». Infatti, riflettendo sopra sè stesso, si determina
a paragone: «Satiricamente, Manzoni corrisponde ad Orazio, Rovani a
Giovenale, Dossi ad Ovidio;» — ma definisce: «Il riso[71] di Manzoni
era ironia, quello di Rovani sarcasmo; il manzoniano umorismo spira
la pace, il rovaniano battaglia»; questo di Carlo Dossi è un singulto
che sorride, un desiderio che lacrima, una gioja sciupata, una rosa,
che, ancora sullo stelo e non completamente fiorita, vien maculata nel
cuore da un verme roditore; è pure una corazza d'acciajo brunita ed
oscura, una conchiglia funerea ed infendibile di bronzo, dentro cui
la polpa dei nervi e del cervello delicatissimo si rifugiò; donde,
dalla difesa combatte e vince. L'humorismo è sempre un'amara vendetta
vittoriosa: «e la satira»[72] torna a dirsi «che è la forma letteraria
della malvagità, gli è necessaria espulsione per conservargli la
morale salute», quando gli basti e non soggiunga: «Nella[73] satira si
trova, è vero, una delle fonti dell'umorismo, ma l'umorismo non è tutta
satira: essa trae anche la sua origine da quella parte di letteratura
semisconosciuta dagli antichi, benché corrispondesse ad un affetto che
naturalmente dovevano anch'essi sentire, il _pathos_:» — per cui, se
«il comico[74] è riso, — l'umorismo è sorriso».

È ancora «la malinconia di un'anima superiore che giunge a divertirsi
di ciò che lo rattrista», spiega Gian Paolo Richter: «è la perfezione
del genio poetico», insiste Carlyle: «chi ne manca, sian pur grandi le
sue doti, è un ingegno incompiuto; avrà occhi per vedere all'in su,
ma non per vedere intorno a sè e sotto». — Addison desidera darcene
la palingenesi, facendolo discendere dal _Vero_, dal _Buonsenso_, da
cui nacque lo _Spirito_, che sposò una collaterale di nome _Allegria._
Fruttarono le nozze l'_Humour_, il più giovane della illustre famiglia,
erede di esseri, di caratteri e di abitudini diverse e multiformi;
perciò, era procede «leggiero spigliato, con abito bizzarro e
fantastico, ora in veste nera, o togato come un medico od un giudice,
ora in giornea pezzata ed a sonagliuzzi d'argento, tintinnabulante come
l'Arlecchino, pirotecnica umana di lazzi, risa, sgambetti, scatologie.

Dal novissimo testamento della moderna ironia, Taine estrae l'epigrafe
imperfetta: «L'_Humour_ è un _quid_ di acre, di amaro, di oscuro, che
nasce nei freddi cieli settentrionali». Scherier lo vuole, secondo
Leibnitz buon tedesco ripieno di salsiccie, di birra, «_wrüst mit
salkraut_», la gaiezza dell'uomo allegro ed ottimista: — Stapler lo
arma cavaliere della trista figura, bel-tenebroso, ritornato da tutte
le gioje del mondo e da tutti i dolori, un idealista dissoluto — Lo
encomia Teofilo Gautier in sulla contradizione delle stravaganze;
e Luigi Pirandello nostro definisce: «Un vero umorista dovrebbe
dirsi solamente chi ha il sentimento del contrario, chi ha cioè una
filosofica tolleranza spinta fino a tal segno da non saper più da che
parte tenere; donde la pietà del contrasto»; sì che Spencer può dire:
«Io rido, se nel massimo della mia attività, mi trovo nel vuoto; rido,
se aspettandomi moltissimo, ad un tratto, non stringo nel mio pugno che
il _magnifico nulla_». Carlo Dossi dunque ride, fa ridere, sorride e
fa pensare, appassionato, se, al saggio del suo pensiero, se davanti
al suo sogno entusiasta di bellezza, d'amore, di onestà, ritrova il
_magnifico nulla_ della vita moderna, nuda di tutti questi attributi,
ricchissimamente vestita di tutte le altre virtù negative delle
menzogne; e non usa la satira, la caricatura, la farsa, l'epigramma,
ma una vera e propria sua arte di caratteristiche speciali, che si
giova di satira, di caricatura, di farsa e di epigramma rifusi in
una unità propria per una sequenza sentimentale, genuina e triste e
lieta e rissosa e pacifica ad un tempo: arte, che ogni qual volta ci
si presenta con opere degne di lei, anche vecchia par nuova, mentre
ogni qualunque metodo scientifico, per quanto freschissimo, ci puzza
sempre di cadavere quatriduano. Perciò Carlo Dossi non vi definirà
l'humorismo, ma praticandolo, ne darà a noi la sensazione e quasi il
gusto dolce-amaro di morso e di bacio, incidendo sopra il suo libro più
doloroso: «_Un'oncia meno di sangue, un libro di più_».

Comunque, è dote squisitissima, rara e permalosa, che sfugge la nostra
diretta conoscenza; noi la avvisiamo, la sentiamo, non possiamo
dettagliarla e catalogarla secondo una norma scientifica: in casa
nostra si acclimatizza a stento e nelle più alte figure letterarie.
Ama climi poveri, inospiti, aspri, desidera l'inclemenza; è un'altra
forma sotto cui si manifestano _i dolori innominati_; in cui questi
stessi tentano di riflettersi, per fotografarvisi, perchè projettati,
in fine, ne sappiano la propria fisionomia. Viene dal Nord, viene dal
romanticismo; precede ed accenna le ore critiche di patema sociale, di
trasformazione psichica. Il serpente della Bibbia, — e Luca di Leida
lo raffigura colle zampe di gatto ed unghiato, il volto antropoide,
orecchiuto, il resto del corpo peloso, ravvolgendo, a spira, l'albero
fatale — determina, grottescamente, l'incoscienza animale che sta per
dar luogo alla coscienza umana.

Socrate, che ironeggia nei _Memorabili_ di Senofonte, presente la
voce di Thamos pilota egizio, che ridirà, a tutto il mondo pagano, la
menzogna: «Il gran Pan è morto!» Se Petronio, tutto riso e cachinno,
fa portare a Trimalchio la larvetta d'argento nel triclinio, gliela
fa giuocare, disarticolata, nelle mani, e sul marmo della tavola del
banchetto, per cui lo scheletro assume ogni più ridicola posatura,
mentre canta: «Ahi, ahi, noi miseri, che omiciattolo vile è mai
l'uomo!» insegna che la potenza romana sta per annullarsi nella istoria
ventura. Luciano, il classico dell'humorismo produce _Peregrino,
L'Elogio alla Mosca_, il _Pirgopolinice_, la _Descrizione di Jerapoli_,
le inversioni già cristiane sopra le sciocchezze pagane: attesta che si
avvicendano i concilii di Nicea e di Alessandria, che lo stato rimuta
religione, che li Arabi stanno per conquistare l'Asia-Minore, che il
Medio-evo è alle porte; in bilancia, sulla croce, è la mezzaluna.

Il Medio evo, epoca di crisi ininterrotte, si svolge dal grottesco
necessariamente spettacoloso, munificente: la Messa nera, il Sabbato,
il dì di San Giovanni, i _Misteri_, declamati e cantati nelle absidi
abbaziali, i tornei, i buffoni, la Fiammetta ariostesca, i nani, la
Feudalità. Intanto, all'ombra delle torri gotiche, sui campanili
trinari e chiamanti al fuoco, alle tempeste, alla nascita ed alla
morte, Quasimodo, campanaro del cielo e dell'inferno si arrampica;
Gilles de Rais, il Barba-Bleu del _folk-lore_ indo-europeo, sfoggia la
sinfonia satanica e lussuriosa: da Victor Hugo all'Huysmans, la fabrica
dei nostri divinatori è meravigliosa: da _Nôtre-Dame_ a _Là-Bas_. —
Impero indiscusso del dualismo, Dio e il Diavolo reggono l'umanità,
sulla formola manichea, poichè il cattolicesimo in quell'epoca, fu
sicuramente settatore di Manete e ne ha conservato, nel grembo romano,
il lievito. Ne riuscì una filosofia volgare per tutti, contadini,
monaci, artisti e principi, percossi e doloranti dalla apparente
confusione contradittoria del bene e del male, senza saperne le
sottili rispondenze; da questa formola inimica la scienza e la fede
mistica di Spinoza non avevano ancora estratta l'intima comunione del
_monismo_, che è la maggior vittoria dello spirito moderno illuminato
contro le categorie senza rispondenza d'Aristotele. Donde, l'antitesi
estetica del grottesco; poichè il senso del bello, tranne nelle
precoci figurazioni italiane, in Europa, era capovolto nel concetto
medio-evale.

Dissonanze importano lo squilibrio; un'altra volta interviene la
_callida iunctura_; la imprestano dalla formola di Orazio, là dove
parla della Sirena; la pupilla stessa della umanità e la sua fantasia
eccitata vedono i mostri, che l'uomo romano, nella stasi felice delle
sue attribuzioni, aveva relegati nel Hades. Ed il Medio-evo, per
distendere i propri nervi, esagitati sino alla pazzia demonologica,
stiracchiati tra l'inferno ed il paradiso, doveva cambiar tono
ed epoca, chiamarsi Rinascimento; e, dopo aver ritrovati l'Iddii
immortali, ricantarli sotto il cido rappacificato ed azzurro.

Nelle patrie del Nord, Chauser, Rabelais, che immerge nelle _Eaux de
Jouvence_ Pantagruel, prototipo del _Père Ubu_ e di _Roi Bembance_;
— Shakespeare, che sotto li acanti di Grecia, fa passeggiare Bottom
e Flute, borghesi d'Inghilterra, comedianti improvvisati, e, tra te
Fate classiche, Fior di Cece, Tela di Ragno, Granellin di Mostarda,
e Titania regalar una testa d'asino a Bottom, ed Oberon fa sedere e
comandare sul trono d'Eolo; — Villon, ladro e letterato, esprimono la
loro fioritura classicheggiante ed humorista.

Un'altra crisi. Un'altra ancora, quando Bergerac si farà condurre
alla luna sopra uno stelo di rapa gigante; Le Sage inventerà Asmodeo,
diavolo sciancato; Wieland rinnoverà un Aristippo; Goethe risusciterà
un'altra e più bionda Elena; Cazotte un Diavolo innamorato in Ispagna;
Hoffmann popolerà di ombre le camere, darà vita alle bambole, farà
parlare un gatto, Schnürr; — farà sapere ai Tedeschi che Napoleone ha
vinto a Jena, fu vinto a Leipsick. — Massimo, Don Quixote, conserverà,
sotto la magra e trista figura d'_hidalgo_ spiantato, il cuore di
Amadigi di Gaula; avrà per scudiere Sancio Pancia, cavalcator di
un asino al suo fianco; assalterà mulini e greggie; distruggerà, di
passata, la Cavalleria, per sempre. La sua persona bizzarra segna la
fine della grandezza spagnuola; dentro la sua armatura, il monco di
Lepanto, Don Miguel Cervantes de Saavedra, enumererà le ore di vita
dell'istituto feudale; incomincierà la rivoluzione, che incoronerà la
ghigliottina del '93, prevedendo e predicando la nuova istoria.

Il giorno in cui Swift, cappellano di lord Berkeley, torna dal
_Racconto di una botte_, dove se la prende col Papa, Lutero e Calvino,
canaglie e bestie ecclesiastiche ed eretiche, per mettersi a viaggiare,
sotto l'abito di Gulliver, il paese di Laputa, la sua misantropia
satirica, che non risparmia Walpole e il Re, morti e coetanei, indica
che l'Inghilterra trabocca sopra i suoi confini d'isola europea, si
distende e sta per fondare più grande patria, oltre li oceani, cui
riempie delle sue armate, che assorgono il commercio e sostituiscono,
al _Pariato_ avventuroso, la _Gentry_ sedentaria delle banche. Ma
quando Sterne, col sorriso pallido e doloroso, con accento purgato di
arguta proprietà di lingua e di una sottile percezione d'innominate
sfumature sentimentali, riavvolto in una urbanità fredda, dignitosa,
presbiterana ed ecclesiastica viene tradotto da Foscolo; Napoleone
sfolgora in tutta la sua insolenza col blocco continentale contro le
colonie dell'India, donde essa soffoca di pletora e necessariamente
strema la madre-patria; l'autocrata ostenta la sua potenza in
Italia, la suddivide, le impone principati di sua famiglia, ma non sa
raffrenare e teme la libera voce del poeta immortale.

Se appare Carlo Dossi, ammonisce che la Terza Italia incomincia;
«calano[75] i numerai, nelle cui vene scorre sangue darwiniano di
scimmia; men persone che cifre e, delle cifre, zeri». Ingannano la
patria colle loro non controllabili celebrità; e si dicono scienziati,
insegnano non la scienza, ma l'isterismo scientifico: son tedeschi ed
imitano la Germania, che ha, fin qui, mancato di Archimede, di Galilei
e di Gorini; vogliono strappare le piante nostrane per allevare le
esotiche, dar la stricnina ai nostri figliuoli per, farci adottare
i loro. «Unni nuovi! fuori», egli grida; l'impeto suo uguaglia a
quello di Carlyle e di Stendhal contro i bottegai, i manifatturieri,
i contabili: «O Muse, o, Amori[76] restate!». Ma tutta la grettezza
delle fabriche e delle industrie ci assale, il listino di borsa
numera, col rialzo ed il ribasso, il palpito dell'innamorato, la
tariffa all'amore: ed egli, che di tutto questo sofre, ne rappresenta
l'avvento, che rifonde ed incomincia pure riconoscendone la necessità.
Ha riconosciuto, nell'ora psicologica in cui l'Italia si rivolgeva
alli istituti politici e costituzionali ed al machinismo del nord,
quale parte la sua letteratura deve giuocare nel complesso classico,
funzionante tuttora sotto la vernice romantico-manzoniana. Egli si
sentì invaso da questa corrente di _Goulf Stream_ assiderato, pungente
e rovente della ironia, accolse la malattia endemica anglo-sassone,
le aperse il passo, nel frangente della crescita politica tra noi,
attestando, col suo fatto, un altro sintomo della pubertà, della
espansione della gioventù, che sembra decadenza; avvalorando, un'altra
volta, il concetto ch'io già esposi della _geniale ebefrenia_.

Sono, in fatti, li adolescenti, le donne nei travagli catameniali,
i casti per regola monastica, le monache continenti per regola
deprimente, le epoche ibride ed in isvolgimento, che, nelle
inquietudini crepuscolari, pei cieli tenerissimi della primavera
incipiente, nel volo delle nuvole marzoline, nell'urto de' venti
propagatori di polline, nell'espressione sbocciante del virgulto,
che inverdisce, nell'urgere dell'erba sui prati, nei misteri della
fecondazione, trovano le figure mistiche, mitiche, sacre, demoniache,
le rappresentazioni della Natura. Le Streghe appajono; sono il
grottesco delle Ninfe; le Fate caprioleggiano i loro giuochi e
discendono, cariche di doni, benigni e maligni; sono l'humorismo vivo
delle Grazie. In un punto, nord e sud si trovano, si riabbracciano,
oriente ed occidente, Cristo ed Heracles, Jehova ed Odino; Attila, dai
_Niebelungen_, sporge la destra ad Ettore della _Illiade_; le razze
scompajono, rimangono il _poema_ ed il _poeta_, che le riassumono nella
totalità semplice ed umana: ridono e piangono insieme. Allora rigurgita
il troppo pieno cerebrale, non utilizzato, non polarizzato dalle epoche
basse e grettamente egoiste: si riversa; ghirigori di letteratura,
anfratti profondi, preziosità oscure ed intense manifestazioni
attestano che molta energia giovane è trascurata, che il governo di un
popolo è non tale quale la ragion sociale del popolo stesso richiede;
che esiste una soluzione di continuità tra il cittadino e le leggi;
che vi è qualche cosa che incomincia e qualche cosa che termina, che
tutti sono malcontenti. Nelle giornate epiche, il classicismo impera;
la retta è norma; la risposta breve e monosillabica, concione: qui,
tutti hanno uno scopo diretto ed evidente, per cui consuonano in
bellezza glabra, sommaria e stilizzata il gesto del soldato, la prosa
del legislatore, la poesia di vittoria e di orgoglio: la pienezza
si risolve in giuste membra alacri e forti. Chi opera e fabrica è
asciutto, proporzionato ed elegante; l'obesità marchia il sedentario
cabalatore di cifre, di sentimenti, di sofisma, di inquietudini
astruse, dentro cui si perde, gioisce e addolora.

Così, Carlo Dossi, a richiamo de' suoi fratelli d'oltr'Alpe ed Oceano,
popola la sua biblioteca; voi ne vedrete i suoi più cari volumi dentro
li scaffali e si chiamano: _Saggi_ d'Emerson, _Opere_ di Carlyle,
quelle di Shelley, le altre di Gian Paolo Richter, a costa a costa,
con _Don Chisciotte, I Promessi Sposi, I Cento Anni, Pantagruel_,
la _Raccolta completa_ dei nostri poeti meneghini, da Carlo Maria
Maggi, al Raiberti, le _Tragedie_ di Shakespeare. Questi formano
il perno della sua dottrina e del suo credo estetico. A traverso le
pagine de' suoi pari, egli si riconosce meglio; opera in modo che il
suo sangue, fondamentalmente latino, ma ringiovanito dalli innesti
barbarici, la sua mente italiana moderna, ma in giornaliero contatto
colle opinioni, i tentativi, le esperienze e la saggezza straniera,
il suo organismo sinceramente costituito di creta patria, ma imbevuto
di più sottili ragioni internazionali, si inlievitino al contatto
della vita contemporanea e si commuovano simpaticamente, producendo, a
somiglianza di quelle letterature straniere, una loro espressione, che
non ne deriva, ma le avvicina avendo, per specifico motivo: _rendere
una personalità in un'epoca di transazione e di aumento fisico e
morale_. Riconosceva egli discendenza barbarica nella sua famiglia?
Se ne sentiva intimamente persuaso? Rosalia de Holly, la figlia del
colonnello tedesco, discesa per altro sangue materno dai Beccaria
di Montecalvo — per cui s'innestava tenacia lomellina a germanica
fantasticheria — la bisnonna biondissima, Rosalia, della cui madre
Carlo Dossi adorò «quel[77] fazzoletto dagli stemmi tarmati, che
evaporava quasi ancora il profumo acre delle lagrime, piovute dai neri
ed alteri occhi della trisavola Maria Lucia, piangenti il fulvo marito
trafitto sull'ucciso cavallo nei campi di Slesia, la corazza lucente ai
raggi, invano pietosi, della luna»; — Rosalia de Holly moglie a Gelasio
Pisani gli aveva legato necessità di rifusione ghibellina, nordica,
metafisica, rinnovatrice, per estetica, in un bisogno passionale di
specificarsi. Certo è che, biologicamente, l'arte sua veniva secreta,
spontanea e limpida in modo tale da riempire la lacuna, a lungo
rimasta aperta, delle lettere nostre; che produde, sullo stesso suolo
della valle padana, di sulle colline orobiche, sulle balze prealpine,
genialità di mista composizione, come Parini, Manzoni, Rovani, Carlo
Dossi: i quali orientano diversamente l'indirizzo della letteratura, ne
rivoluzionano la forma, ne rimutano l'espressione.

Perchè egli ci ha dato una novissima, e, prima di lui, inedita
presentazione dell'humorismo, nel senso in cui noi oggi lo accettiamo,
come nessuna opera classica l'accolse, per quanto vanti, e li ripeto,
i nomi di Aristofane, Petronio, Luciano, l'Ariosto ed il Berni,
Voltaire compreso, che pur esclamava: «Chi ci libera dai Greci e dai
Romani», mentre rimase uno degli assertori più costanti della formola
tradizionale, paziente osservatore dei costumi e delle bizzarrie del
suo secolo. Se, nel caso dossiano, ancora l'ordine e la disciplina
romanica gli fanno evitare l'eccesso della abbondanza delle risa e
delle lagrime, non per ciò cessa l'acutezza del suo _humour_, anzi se
ne avvantaggia.

L'_humour_ sia dunque _lo stato costante dell'animo suo_: uscire
con uno slancio, dal lettore non preveduto, nel meraviglioso, dopo
la calma descrizione delle attualità: esagerare, nel rendere la
sensazione e il sentimento: assumere, da una funambolica associazione
di idee passionali, una sintesi; dall'uso concomitante della scienza e
dell'ascetismo, una verità. L'humorista ritrova, nella sequenza della
vita cotidiana, nella nenia odiosa della pratica, il fiore strano di
una bellezza d'antinomia; lo coglie e se lo appunta alla bottoniera, ve
lo conserva anche appassito. L'humorista ride e non vorrebbe; piange
e nasconde le proprie lagrime quasi se ne vergogni; è un faceto che
ricasca nella filosofia trascendentale; è un sentimentale che vuol
essere logico; un espositore di paradossi, di imagini, di similitudini
eccezionali freddo e metodico come un professore d'algebra; dalle
premesse vere conduce il ragionamento ad una pazza deduzione,
in apparenza, concordante; da un fatto singolo, si inalza ad una
universalità dubia; col gioco del sillogismo e colle dichiarazioni
sofistiche, mette da parte la realtà e vi sostituisce la verità.
L'humorista è un realista che nota i fatti, col rammarico di non
poterli descrivere com'egli vorrebbe che fossero, ma come pur troppo
sono; vive di osservazione diretta e minuziosa ed inneggia commosso:
ama la _contradictio in terminis_. Perchè sta nella vita corrente e
la conosce a fondo, sa che questa è una continua contradizione, che
il miglior modo di renderla, coll'arte, è foggiarne una di contrasti,
di subite apparizioni, di impreveduti fenomeni, di lagrime e di risa
insieme; già che singhiozzi di pianto e di riso provengono dalla
stessa vibrazione del diaframma. Al qual proposito, preponendo una
_Avvertenza_ ai quattordici calepini delle _Note_, azzurri ed inediti,
dove Carlo Dossi ha riposto il sale secretissimo e l'essenza delle
essenze della sua mente e de' suoi ricordi, entro i quali più scavi
e frughi e più il piccone e la pala ti estraggono fuori ricchezze
insospettate e qui sepolte generosamente; egli si rivolge al letterato
che andrà leggendoli per renderne conto ad altrui, e gli dice: «Se
vuoi avere la giusta idea d'un concetto, cerca questo sotto la parola
naturale e comune che lo determina; ma cercalo pure nella sua opposta,
e nella sua inversa. Per esempio; se vuoi sapere sulla _gioja_, qui
guarda ed anche quanto si enumera sotto _dolore_: sulla _luce_, va a
vedere sotto _ombra_; intorno a _sottigliezze filosofiche_, riscontra
con _filosofiche sottigliezze_». Ultimo motto a rischiarare tutto
l'anfigorigo avvolgimento del suo paradosso.

Donde, noi veniamo a sapere come i fatti ch'egli racconta sono,
propriamente, i gesti della sua mente che vuol conoscersi in azione;
così operò, alcune volte, il misticismo esasperato di Villiers de
l'Isle-Adam, se si trovò in contatto colle platealità borghese —
e ne riesce il _Bonhomet_ cacciatore di cigni; — così predilesse
Novalis; così perfece Gian Paolo Richter. Sembra a noi ch'egli apra
una parentesi, per nascondervisi, quando sospende il racconto, vi
immette, a tarsia ed a mosaico, le mirabili novelle come una minuta e
scintillante gioielleria di pensieri e di rappresentazioni. L'azione,
sotto via, si svolge meglio, sostenuta appunto da queste interruttive
apparizioni; i cardini principiali, il _leit-motiv_ vi continuano,
direi, ipogei; li Apologhi, le Parabole sono le prove provate della
attività delle sue emozioni, la dramatica dei suoi sentimenti figurati
e messi ad agire, in sulla ribalta della sua letteraria sincerità.
Perchè Carlo Dossi parla ad una turba di _non iniziati_ i suoi
lettori di ventura; come Cristo ha predicato ai Gentili; e tutti e
due si fanno parabolani per esporre, _in fatto, l'idea_. Se viene
interrogato può rispondere con Rimbaud, un altro Cristo di terrene
passioni rosso fiammante: «Io[78] divenni un melodramma». Melodramma
di entità psicologiche, di sottili astruserie, di legami più intimi,
ch'egli ha scoperto e che, invano — si tentò celare nel nesso, tra
la natura ambiente, così detta[79] «_morta_», — da chi non ha fino
intuito, colla storia, il carattere il «_momento_» degli attori,
che ne sono circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di
Hogarth comprenderà le mie scritte pitture. Il mobile la tappezzeria la
pianta, vi acquistano un valore psichico, vi completano l'uomo, e, da
semplici attrezzi teatrali, vengono a far parte integrante nel ruolo
dei personaggi. Gli è il coro della antica tragedia ridotto a forma
moderna».

Con lui e per lui li oggetti, i mobili, le piante, i fiori, li animali,
i fenomeni, tutti parlano e sentono, odono e rispondono. Egli adora
_le cose_, perchè queste nascono e vivono e muojono con noi, come noi,
e sono il prolungamento di noi stessi. Noi, colla nostra vicinanza,
le influenziamo ed esse ricevono da noi: un certo _animismo_ per
simpatia, già che il nostro linguaggio, per necessità logica ed umana,
le regala di un antropomorfismo, donde piangono e ridono con noi. —
Egli, forse, abusò di questa proprietà di esteriorizzazione; ma la sua
abbondanza animica sta bene coi fenomeni della materia che inzuffla di
spirito. Grande dote questa di non potersi mai credere in solitudine:
chè la solitudine sua, subito, si popola: le cose gli si rivelano,
gli si confidano: sarebbero così inerti di non comprenderlo, di non
confessarglisi?

Tutte le cose vivono ed hanno anima. Il ferro vibra di movimenti
molecolari, nasce, invecchia, ha un destino. Le pietre preziose
si allevano da sè, lentamente, per germini astrusi: il topazio
e lo zaffiro s'ammalano e smuntano. La calamita attrae, obbliga
a sè, invita: il ferro percorre uno spazio per raggiungerla: la
elettro-chimica ci spiega a sufficienza la reazione del ferro-magnete
indotto? Il radio, che è sempre identico a sè, non trasforma il suo
ambiente?

Per Carlo Dossi, come per qualunque altro grande poeta di pensiero o di
forma personale, tutte queste domande hanno una risposta affermativa
dalla passione. Le cose inanimate rivaleggiano, nel suo amore, colle
animate personalmente, le quali pretestano una loro individualità
forse appena di superficie, mentre le altre attestano leggi indefinite,
mecaniche, fisiche, chimiche. Ma, per Carlo Dossi, come per ogni altro
poeta originale, non servono le apparenze; egli non si illude sul
valore dei movimenti che si chiamano _volontari_: sa che è un modo di
dire e di pensare comune, ma che, del resto, la _nostra umana volontà
non ha presa_ a determinare le oscillazioni del nostro pensiero più
che non possa il nostro vivere sopra il Sole, sopra la temperatura di
_Sirio_. Così, è questa stessa convinzione, fatta da appositi _no_,
da razionali impotenze, che lo rende compreso della corrispondenza
tra l'animo suo e l'animo fraterno delle cose, che lo fa centro di un
giuoco curioso ed involontario per cui deve, nelli _Amori_, manifestare
_sè stesso_ a traverso le _cose_, specialmente nel _Primo Cielo_.

Così, egli vive di più, perchè a ciascun _oggetto suggestivo_ presta
parte della sua propria vita. Vivere, in fatti, significa conoscere le
apparenze e le sostanze secondo le loro differenze; significa essere
sopra a tutto sensibile. Più si è sensibile, meglio si vive; meglio
si è poeta, cioè si crea quanto maggiormente si sente con sensibilità
attuale ed in azione che reciprocamente si determinano autenticandosi.
La riflessione su questo punto d'incidente metafisica (è davvero
metafisica?) se va cogliendone il nocciolo di sotto le rifuse
contradizioni, si chiama anche _humorismo;_ e Carlo Dossi riflette
spesso in questo modo profondo ed originale.

L'opera che riesce assomiglia al mobiglietto industriato dalla pazienza
giapponese, stipo da rinchiudervi meraviglie di giada, oro, avorio
e porcellana. Schiudetene i brevi battenti; ecco una cassettina di
ferro, incisa a grandi volute, a mascheroni, a trifogli, a bruchi ed
a serpenti lunghi ed aggrovigliati, fatica perfezione di aggemmina e
di variopinta ferruminazio: alzatene il coperchio, che scivola sulla
cerniera, sericamente; due uccelli si volano incontro tra due rame di
fiori fantastici; eccone un'altra più piccola di lacca, aspra d'oro in
rilievo; ma, una terza, quindi, una quarta; l'ultima d'argento tutta
con quattro rubini, quattro macchie di sangue alli angoli. Dentro, la
preziosità riposa sopra un letto di velluto, riparato da una guaina di
seta ricamata. Toglietele l'ultima veste; mostrate nuda la bellezza;
un idolo: se svitate la mano destra, erta in segno di benedire; vi
ritrovate, nel cavo, un anello massiccio d'oro scolpito; porta un
corpo di donna straziato dall'amore di una piovra, divinità del mare;
nasconde, in una voluta della figura, una impercettibile fialetta di
vetro, la quale conserva la morte sotto forma di una goccia di curaro:
la difesa, l'offesa, la liberazione.

Sovente udii da Carlo Dossi magnificare i libri che apprestano, ad ogni
nuova e ripetuta lettura, un motivo non prima scoperto a tutto profitto
delle nostre insistenze. Arte psicologica, in cui egli eccelle;
che mi si rappresenta in uno schema eguale alle circonvoluzioni del
cervello, anfratti, in dedalee insenature, in meandri sinuosi della
materia grigia; pura arte cerebrale. Magnificenza della energia
dell'anima, un _quid_ inispiegato ancora, come la scintilla elettrica;
immensa potestà, chiusa nel breve e piccolo corpo fragile, ma che
ascende l'infinito, rimanendo pacifica e perscrutando, in sè stessa,
l'altitudine e la profondità della materia e della forza: pensiero
divino. — In fine, la facoltà di vedere e di giudicare la vita, da
un punto personale di vista e dal suo opposto, nello stesso tempo,
è l'humorismo, pel quale Carlo Dossi ha l'acuto potere di scrivere
_Ritratti umani_; che sono l'espressione della _sua utile cattiveria e
mattia_.

_Pagina mea sapit hominem_, porta, in fronte da Marziale, la copertina
di _Campionario_; _sa_ cioè _ha sapor d'uomo, lo ha mangiato, lo
ha digerito, se ne è nutrita_; lo conosce per il palato e per il
ventre; lo ha scomposto, ridotto ai minimi, termini, ai più brevi
cristalli, come una esperienza chimica, come in un lavoro biologico
e necessario dell'organismo; la pagina mia _ha evacuato l'uomo, come
è_: non quello che vediamo intorno a noi, tutti i giorni, vestito
come conviensi, ripassato dalla convenzionalità del galateo; colui che
non sa _i vantaggi della ineducazione_, ma sfoggia le inciviltà della
fondamentale ignoranza laureata; la pagina mia è la pietra di paragone;
_così ha saggiato l'uomo_ e ne dà il titolo esatto secondo la mia
norma.

_Pagina_ eguale ad _Arte_: l'ironista sa che l'arte, per sè stessa,
è serena, è una certezza; non un dubio; non una disputa; ch'essa non
si inganna, non si illude, credendo alla assoluta bontà, o cattiveria
dell'uomo, senza confonderle; ma lo rivede, nè buono, nè cattivo,
come è, a servirla bellamente, come funziona utilmente nella vita.
L'ironista sta alla finestra; guarda nella piazza, giù, ove si
avvicendano le beghe de' suoi simili; è lo zoologo, che, sul margine
di una foresta, si attarda a descrivere i costumi delli animali in
libertà, lontano dal pericolo delle zanne e delli artigli. L'ironista
è per ciò un moralista della semplice, della pura morale, di quella
che ogni organismo ben nato e ben costrutto esercita, coll'istinto e
colla ragione, se vuol vivere in modo di non danneggiarsi nel contatto
delli altri suoi pari. E l'uno e l'altro adunque si dilettano, quando
vogliono divertirsi, a raccogliere le impronte, le orme delli uomini
e delli animali, a delinearne le forme e li aspetti, a scriver loro
sotto un cartellino mnemonico: «questo mi piace, questo no; questo mi
conviene, questo ributto, questo mi è utile, questo dannoso; qui ho la
gioja, qui il dolore».

L'humorista, per intanto li accetta in fascio; usa di una sola
etichetta complessiva: «_Ecco la Vita» — Musei anatomici, Teatri di
scimmie, Circoli equestri, Fiere di beneficenze e di egoismo_: tutt'uno
— Il lupo mangia il montone; la scimmia inganna il cacciatore; la tigre
ha mascelle enormi ed i muscoli del corpo ubbidienti, rattratti in
tensione della sua volontà, scatta, azzanna, lacera, uccide nel balzo,
cacciando: i conigli fuggono; le anatre schiamazzano, i pipistrelli
volano in sul crepuscolo; le formiche, come le api, sono socialiste; il
fringuello canta meno bene dell'usignuolo, ed il pavone è uno smeraldo
tiepido, rutilo, e sfoggiato, stride ingratamente come una giovanetta
dilettante cantatrice: l'aquila vola sola incontro al sole e non
si abbacina. Vi imbattete, così, anche nelli _animali della gloria,
Animalia Gloriae_ di Tertulliano, nelli enormi organismi di preda e di
vanità che insanguinano e sconvolgono il mondo, Cesare o Napoleone;
quindi nella divinità eroica, come Garibaldi. L'humorista conosce
tutte queste varietà di esseri, ne cava la maschera rispettiva; ma per
consolarsi meglio, per sentirsi più intima, guancia a guancia, seno a
seno, nuda e tiepida ia sua fondamentale onestà, si procaccia — e ne
trova dovunque a schiere — dei modelli più brutti di lui, li mette in
bacheca, li sciorina ed indica: «_Ecco la Società!_» Sono i _Ritratti
umani_.

La serie incomincia dal _Campionario_, per quanto ultimo uscito
in ordine cronologico; un'altra e più saporita zoologia. Il suo
procedimento è classico, perchè si svolge per prosopopea come nelle
satire oraziane, ma il modo di riferimento è modernissimo; vi rientrano
la fisiologia e la psicologia sperimentale, il termine netto e schietto
anatomico; qui, non si ha vergogna di nulla, nè meno della vergogna,
che è un sintomo d'inferiorità ed una espressione di rimorso; non si ha
rispetto di nessuno, nè meno della realtà, che è l'apparenza più ovvia
e meno _vera_ di vivere. Giù le maschere, uomini cittadini veramente
serii ed importanti; o, meglio: «Qui le vostre maschere; ne abbiamo
preso il calco di lontano, per miracolo di plastica telepatica, come
i maghi moderni di nostra conoscenza. È inutile che vi nascondiate:
il nostro obbiettivo, che lavora coi _raggi x_ penetra oltre ogni
schermo, cartone, legno, muro, impudente impostura, maestra nel
costruire facciate impermeabili, opache, refrattarie ed incombustibili.
Noi vediamo il flusso ed il riflusso del vostro sangue, la sistole
e la diastole, i moti peristaltici, il giuoco delle articolazioni
lubrificato dalle sinovie e tutto il mecanismo del vostro corpo, come
dietro un cristallo limpidissimo: così, il vostro pensiero, prodotto
dalla batteria elettrica dei gangli e dei nervi; il pensiero che è poi
la vostra malvagità. Dipinti, sopra le lastre di vetro della lanterna
magica, le lenti, la luce ed il riflettore vi rifrangono all'ingrosso
ed al minuto, sopra il bianco e vasto diaframma delle projezioni».



VI.

«BASSE-COUR» — «TIERGARTEN» — «GABINETTO ANATOMICO» E.... «GINECEO»


Li occhi, accostumati a vedere le imagini virtuali, riflesse dalli
specchi ortogonici ed academicamente levigati, secondo realtà, si
atterriscono e riprovano le visioni singolari, che interpretano, dalla
apparenza, le intime verità. Le accusano di deformare li aspetti, di
non percepirli bene; accennano maligni e deplorevoli difetti nella
composizione del cristallo, nella patina mercuriale della lastra. Ciò
può essere esatto parlandosi di uno specchio reale, suppellettile
domestica e consigliere di civetteria, non metaforicamente, di un
cervello d'artista. L'espressione sua d'arte che accentua, aggiunge,
scopre, è il risultato _del veder meglio_, è l'attestazione di una
virtù rara, difficilmente conseguibile. Mettere a nudo le tare nascoste
dello «_istinto di perversità_» — come le chiama Pöe — rifugiatesi
ed avviluppate nelle pieghe prolisse e sotto la lucida vernice della
convenzionale educazione del viver comune e solito; leggere, in
lettere majuscole, i vizii appiattati nel profondo dell'animo umano;
riproporre l'umanità, ne' suoi tipi esemplari, nella serie di un'altra
zoologia, è rendere, colla fisionomia del proprio tempo, l'immutabile
caratteristica delle forze umane, passioni, istinti, interessi, virtù;
sviluppare, sul tono di una canzone estemporanea, il ritmo archetipo
e millennario della razza e della stirpe. Significa, in altre parole,
occuparsi di Morale.

L'Arte riguarda la Morale come un attributo dell'individuo; la accetta
coefficiente allo studio di un problema, che giornalmente, la vita
risolve e la biologia propone. L'Arte varia il suo intenderla, col
variare delle epoche, dei costumi, col modificarsi della superficie
sociale. Per l'Artista, studiar la Morale, significa divertirsi a
mettere in esercizio le sue migliori facoltà, sollecitate a funzionare
dalla successione de' fatti, delle persone, delle cose che va, a mano a
mano, scoprendo e dettagliando. — Viene egli, in fatti, col suo corredo
scientifico e filosofico, nei suoi viaggi per il mondo, a visitar le
anime, e spesso trova delli istinti; a riconoscere delle umanità, e,
molte volte, trova delle animalità.

Il mondo appare alla sua indagine od un cortiletto insiepato e
campestre, dentro cui si rinchiudono, col pollame variopinto,
piumato, rostrato, speronato, ancheggiante, gracchiante, stridulo,
chicchireggiante, schiamazzante, i conigli timidissimi e lussuriosi,
le cavie, soggetti vivi e sperimentali di infezioni e di colture
microbiche e bacillari, le capre ed i caproni testardi e salaci, le
pecore sudicie, popolate di aragnidi e di assilli, cieche d'imitazione,
le vacche prolifiche e lattifere, mugolanti e stupide d'imbambolatura
ascetica e fatalista, i porchetti rosei ed azzurrini, intrufolati nella
melma del truogolo, divoratori delle proprie immondizie, feroci per
golosità, dalli occhietti infossati nell'adipe e dallo sguardo bieco,
sospettoso, salesiano.

Il mondo si svolge anche alla sua passeggiata più amenamente; appresta
boschetti ed ombrie, piante esotiche, frondeggiar di palme, zagaglie
lucide ed erette di banani, infiorescenze delicate e strane, ajuole
di orchidee asessuate e mostruose, falliformi e vulvaperte; capanni
accomodati per bestie rare: antilopi, muffloni, daini, cerbiatti,
pachidermi di costo e d'importanza, elefante bianco o rinoceronte
violetto del Nilo; la stragrande varietà più che socievole delle
scimmie del Capo, della bertuccie, delle platarrine americane, a coda
retrattile, ginnaste per eccellenza e per isfarzo funambolico, Wright
delle foreste vergini, se, della appendice delle vertebre dorsali,
si fanno propulsori forti e delicati per volare, senz'ale, da una
pianta all'altra; uranghi di bell'aspetto civilizzato a salutare, a
nascondere la vergogna perpetuamente stillando leucorrea; scimpanzè
d'ultimo stile, onanisti in cospetto delle damine che li eccitano,
mascherati, in faccia, di rosso e violetto, come il nicchio di un
prelato delle camere vaticane e ripieni di dignità e di buon senso
come un magistrato italiano. Vi sono anche delle gabbie conteste
secondo i dettami dell'ultima igiene, con canaletti d'acqua scorrente,
col becchime riposto nelle mangiatoie _ad hoc_, coi pioli disposti
ed orientati secondo l'uso e il costume dei volatili che li abitano;
colle leccornie a portata di becco. Qui, i pappagalli d'ogni clima e
colore — se ne trovano sotto tutti i paralleli — dove la loro stupidità
diventa impostura ed inframettenza, la loro chiacchiera naturale è
purolento parlamentarismo, la loro schiamazzante vuotaggine, loquela
meetingaia, il loro sgargiare di penne e d'albagia, virtù academica.
Qui, anche i fagiani dorati, quelli d'Inghilterra, li altri del
Giappone; della China, i galli rossi e neri di montagna e tirolesi; li
uccelli, insomma, preziosi; caccia regale ed imbandigione di solito,
alle mense meretricie, doni facili e niente costosi per le amanti delli
uomini decorati ed impiegati nei mille ed uno offici della venaria,
delle stalle, delle cucine, delle anticamere, delle alcove, del
_water-closet_ de' principi.

Il passeggiatore solitario e sentimentale tenta invano, di incontrarsi
in un'aquila, in un leone: se ne trova le spoglie, vede la carcassa di
quella, colle ali aperte, inchiodata a spauracchio in sull'architrave
del castelletto di qualche miserabile Don Rodrigo da operetta: se si
imbatte nella pelle fulva e riccioluta dell'altro, la sa impagliata,
con due occhi di vetro dispajati e loschi colla cartilagine del muso
incartapecorita dalli acidi, con l'odor di valonea della concia e di
naftalina per proteggerla dalle tarme e dai tarli; la ammira domestico
immobile per destinazione, guarda — portone e vedetta di un Museo,
baraccone ambulante, di storia naturale per le fiere suburbane e
stridule.

E bene; non è egli tra li uomini invece? Che cos'è questa
trasformazione calunniosa, indecente, che qualche volta si giova delle
parole scatologiche più vive e più indicative? Già: le imagini passano
dallo staccio del cervello dell'operatore singolare; il quale ha la
facoltà di depurarle, _di naturalizzarle_, di ridurle, da apparenti,
vere. Quale delitto di lesa umanità avere dei reagenti interni e
psichici per cui si scompongono le _imitazioni_, i _fac-simili_ del
vero uomo e vi fanno depositare tutta la pelle, la vernice, il lustro,
il falso oro applicatovi non chimicamente, rimandandone nudo il
nocciolo osseo, amaro, laido, la pasta fangosa della materia genuina!
Vorrete voi incolpare a questa sua virtù il disordine della verità? A
questo suo coraggio la scelleraggine di essere sincero? A questa sua
sincerità il bisogno di essere sfacciata? A questa questa sua purezza
il diritto di mostrarsi com'è cristallina ed intemerata? Chi mai ha
osato imputare alla anatomia il logico processo di brancicare tra
pezzi di cadaveri per studio? L'abilità di esporvi le proprie e nitide
preparazioni? La giusta superbia di farvi ammirare il risultato di una
difficile operazione? Ben venga il disegnatore necrofilo, che dettaglia
e descrive le rigonfiature dei muscoli, il groviglio delle arterie,
le molle in tensione dei tendini, l'armatura schietta delle ossa,
i perni, le cerniere, le guaine, le membrane, le scanalature delle
articolazioni, la ramificazione filiforme dei nervi e dei vasi motori,
i meandri, i grafiti, i nielli damaschini di tutta l'innervatura,
di tutta la capillare distribuzione, per cui ogni parte del corpo è
nutrita e sente. Se ciò non basta, ajuti il plasmatore dei modelli
di cera a ritrarre, dal vero e colli stessi colori, l'ascesso, la
pustola, la fistola, il cancro imperiale e magnifico, le spondiliti, il
rachitismo, i guasti epiteliari e le ulceri della sifilide, le necrosi
dei lupus, le piaghe divoratrici della tabe, le obesità idropiche della
elefantiasi, le contorsioni spasmodiche, le revulsioni, le slogature
dell'epilessia, del tetano, dell'isterismo. Dipinti, disegni, statue di
cera, preparati di _carton-pierre_, fotografie, cinematografi portino,
in copia, i loro prodotti al Gabinetto anatomico.

Questo si annuncia, in sull'entrata, col buttafuori in livrea oscura e
bottoni d'oro, cilindro e guanti; scosta cerimoniosamente la cortina
dell'entrata, come un usciere ministeriale; si è assunto l'ufficio
che le _avvertenze_ e le _prefazioni_ oneste fanno in sulla soglia
dei libri. Chi se ne intimidisce, come coloro che hanno soggezione
del preposto alla porta, stia fuori. La timidità, in questo caso,
non è mai l'espressione rubiconda del pudore e della innocenza, ma
il sospetto, ahimè, troppo fondato, di riconoscere, in qualche pezzo
esposto, i sintomi, il colore, la deformazione malamente nascosta
della propria malattia vergognosa: hanno paura di rivedersi al vero, di
dimostrare, col loro imbarazzo, alli altri visitatori, la qualità del
morbo, la specie della gangrena di cui sono affetti e vanno accusando
giornalmente altrui, che non li ha di patirli cronicamente.

Chi vuol impedire a questo sfarzo di scienza, di abilità, di sicurezza
il mettersi in vetrina. Quale la _mano del veto_ che protenda un
pennello intinto di nero fumo, per dar di frego ai disegni, per
annullarli sotto tintura indelebile: «Voi non dovete dire; noi non
vogliamo sapere! Vi manderemo la legge a inchiodarvi l'uscio, i
gendarmi a rinchiudervi in muda: siete pericoloso». — «Baje! È la
società pericolosa a sè stessa!». — Santa insistenza della sincerità!
Come i barbari, come li anarchici che vedono rosso, li uomini
dell'ordine, della legge, della bibbia, ricorrono al pugno; _manu
militari_, apprestano la sanzione del loro privilegio, della loro
povera e spaventata volontà «_Silentium_!» Sferra l'urto una catapulta
contro lo strumento, l'apparecchio, lo specchio perfettissimo e
fatato, che vede più di quanto non dovrebbe. Miracolo! Nell'infrangersi
argentino e campanellante, sonoro e gajo come una risata di giovanetta,
li specchi si moltiplicano; ogni pezzetto porta la sua immagine
vergognosa; ogni scheggia riproduce li uomini d'ordine, di legge,
di bibbia nelle loro più grottesche ed usuali abitudini; lo scandalo
singolare si fa pubblico; tutti debbono rivedersi, messi alla berlina,
che attira folla di motteggiatori e pur tra i beffeggiati. Baje! la
violenza contro l'Arte aggiunge stipe secche alla bragia: divampa
meglio la fiamma intorno, li Artisti cantano e danzano la canzone
pirrica della rinnovata purificazione; quest'uomini dell'ordine
inconsideratamente incendiarii li divertono, perchè, vedetene la
contradizione:

«Quando[80] alcuno, compreso da queste verità, sorge come Parini e
Porta a dare la vera poesia _civile_ contemporanea e topica; quando
la applica alle tendenze pseudo-filantropiche, agli abusi, alle arti
alle istituzioni libere; quando vi adombra alcuno de' vostri piccoli
eroi, non quale se lo imagina il volgo, ma qual'è realmente: e tutto
ciò con tocchi leggieri di gioconda ironia, colla bonarietà che si
addice a questa ricca, grassa ed allegra Lombardia; allora, sapete che
cosa succede? Dai più si ride, sì applaude, si vuole che si prosegua;
ma nessuno francheggia il poeta di autorità e di protezione; ma
tutti si ritirano in circolo a contemplare, sogghignando, l'assurda
lotta di una povera penna isolata coi pregiudizii appoggiati alle
casse d'oro. Poi si grida all'inquieto, all'accattabrighe, all'uomo
pericoloso, all'imprudente che si compromette e si danneggia. In somma
la stessa Civiltà s'impenna e si spaventa della troppa civiltà». —
Povero Raiberti, del bel numero uno medico-poeta: la sua diagnosi
torna attuale, come sulle bocche dei ben pensanti tornano le accuse:
«Pericolosi, delinquenti!» Perchè? li Artisti di questa tempra non
valgono assai più del borghese fabricatore di coperte di lana, di
pezze di sete, di macinini da caffè e di rosarii, (che sono poi
la stessa cosa) — di gingilli e di chincaglierie cavalleresche, di
abluzionanti _bidets_ e di confessionali, (che lavano il di dentro ed
il di fuori meticolosamente bene) — che battono acciajo per sciabole,
vanghe, schiumarole, coperchi, catene, chiavi, chiavette inglesi per
casse-forti e per cinti di castità? Eh via! È dunque per questo che
l'Artista è un farabutto, perchè vi dà come siete e vi ride in faccia,
vi ha visto piccoli, deformi, pretenziosi, vili, sudici, lui, oh,
quanto puro, oh, quanto bello, oh, quanto nobile, oh, quanto grande al
vostro paragone!

S'egli poi discende nelle grotte ipogee, lubriche, che stillicidano,
pullulanti di lombrici, viscide di serpentelli ciechi, imbarricate di
spesse ragnatele, trascorse dal volo flacido, delle membrane luttuose
dei pipistrelli; se si sprofonda nelle miniere inesauste della
sessualità, in che modo dovrà chiamare la cameretta verginale della
educanda, la camera nuziale, il letto della vedova, il giaciglio della
serva, il covo della quadrantaria? Potrà sostituirvi altre parole più
determinative, senza esserne indispettito e scontento? Simbolo, ritrova
_La Desinenza in A_.

Ritratti? Si: sempre _Ritratti umani_. Vi ricordate ciò che lo scultore
Rubeck dice a Maja nella calma e calda mattinata d'estate, sulla riva
di un _fiord_ norvegese, stazione balnearia, in mezzo al _comfort_ di
un albergo di prim'ordine, ricco di giardini viridissimi e di fontane?
Ibsen si sottintende dentro la maschera di Rubeck ultimo nell'_Epilogo
in tre atti: Quando noi ci ridesteremo di tra i morti_: e confessa.
«Altro vi ha dietro questi ritratti, a questi busti ch'io plasmo. Vi
si trova alcun che di sospetto... qualche cosa vi si nasconde, vi si
appiatta, ipocritamente, e che li altri uomini non accorgono. — Io solo
lo vedo. E mi diverto secretamente. Già, per li altri, esteriormente,
questi busti, queste plachette, questi bassorilievi posseggono quella
_assomiglianza evidentissima_, per cui la folla fa le sue meraviglie,
e ne resta intontita; ma là, in fondo, dentro, si dissimula, nel
volto ora, un'onesta smorfia di cavallo in riposo, ora il muso di
un asino restio, ora, un cranio di cane dalla fronte piatta, dalle
orecchie penzoloni, ora un ghigno di porco in grassa, spesso, anche
l'aspetto di un toro stupido e brutale. — Già; mia cara Maja, non
altro di più, semplicemente lo schema, la caricatura de' nostri buoni
animali domestici, quelli che l'uomo ha sfigurato... e che, a loro
volta, sfigurano il proprio padrone. Bah! sono appunto quest'opere
subdole, sornione, che li ottimi borghesi ricchi vengono a chiedermi e
pagano.... oh, ingenuamente, a peso doro. Già, ed io son felice».

Veramente, i grassi borghesi d'Italia non vennero mai in folla a
comperare i loro propri _Ritratti_, che Carlo Dossi aveva loro preso
sopra misura: egli è meno prudente dello scultore Rubeck; comunque non
se ne duole ed è lieto del pari.

«Ma passiamo[81], per ora nella galleria de' _Ritratti umani_,
dove tutte si accumulano le nubi del cielo mio, dove i colori bui e
l'aggrondatura predominano a simiglianza di quelle caliginose imagini
di antenati che, nei palazzi patrizi, occhieggiano biechi i loro
rachitici successori»; egli ci fa il cicerone delle tele esposte, ci
racconta vita, morte e miracoli. Per questa volta essi sono nella
categoria delli infusorii e dei parassiti sociali, di cui le lenti
dell'interno e nascosto microscopio, han fermato, con sicurezza,
il profilo; de' quali li organi di relazione e di digestione furono
delimitati esattamente col loro ufficio, pompe aspiranti e lancette
tricuspidate di mosche, di zanzare, di vespe, zanche dentate di
scarafaggi, di coprobii e di coprofaghi, bisturi flebotomi di pulici,
sesso generosamente prolifico di aragnidi capillari.

Eccovi i _Lettori_ in varia categoria; quelli che pur trovano di poter
spendere qualche lira, oltre alle cento che sprecano in guanti, in
falso _Champagne_, in baci inverecondi; i lettori quasi analfabeti
ma dotati di molte pretese legislative e no. — I _Lettori misti_
spulcia-codici, puristi ed etimologisti, ed altra roba in _cisti_,
umile come la coronata _humilitas_ dei Borromei: _Lettori scriventi_,
pesca grossa e pesca minuta; i _Lettori puri, li sciocchi, i salati_.
— «Se non altro», direte, «questo letterato, ci conosce bene, sin
dal principio, ci indispettisce subito e noi di rimando gli saremo
scortesissimi».

Scortesissimi, del resto, come la presunzioni de' _Dilettanti_:
seguono, _la cantatina di buona famiglia; — l'ammacchiatore di
acquarelli; — il cuoco dilettante avvelenatore_, secondo i precetti
di Brillat-Savarin o le norme di Monsignor Bignami; _il dilettante
vinicultore, bachicultore, floricoltore; — il dilettante auriga e
cavallerizzo; — il dilettante benefattore; — il dilettante amoroso; —
il dilettante medico; — Domine a delectantibus libera nos!_

Perchè, subito, incontrate i _Seccatori_ che stanno un gradino più
in su, — poi, la _Gente-che-sparagna_, che _tiene da conto_; poi,
i _Poveri Cristi_, che han da mangiare _quando possono_, di fronte
alli _Epuloni_ che mangiano quando vogliono; — poi, li _Allarmisti_,
quelli _ecclesiastici_, quelli _politici_, que' _sanitarii_, tutte
brave persone piene di scrupoli, di paure, che hanno gambe agilissime,
leporine, orecchie all'agguato e tese, conigliesche, pallori,
lagrime, diarree, dissenterie marziali, politiche di raccoglimento
e di riflessioni... _venostiane_, dice Carlo Dossi, io vi aggiungo
_giolitto-tittoniane_, per concordar col tempo.

Ed altri giungono sempre in ritardo o troppo presto;
i _Contrattempisti_; eccellono le donne: «la[82] maggior parte
delle quali non fa mai nulla a suo tempo, cominciando dai bimbi»
«Contrattempista[83] è l'architetto che, a glorificare un avvenimento
attuale, innalza un edificio nello stile di dieci secoli fa; (convien
forse ricordarne i nomi e con quelli l'illustre e glorioso, ma morto
Sacconi?). Contrattempista è il politico, che in mezzo ad un popolo
avido di libertà, di progresso, di potenza, stringe paurosamente i
freni sciupando la generosità di un corsiero in un lavoro di machina
burocratica, contrattempisti, più che tutti, siam noi, scrittori, che
ci ostiniamo a presentar libri a una Italia che non sa leggere».

Ma codesti scrittori, ed io sono tra loro, hanno subito imparato ed
usano i _Vantaggi dell'ineducazione_. Tutti ci possono, a loro pesta,
gridar contro: «Maleducati, zoticoni, bifolchi!» Essi non potrebbero,
con più grato profumo, incensarci. È piacer nostro, è nostra virtù,
è nostro vanto, di comparire presso di loro ineducati. Niente Della
Casa, niente Baldassar Castiglione, niente Melchiorre Gioja del galateo
academico-professionale-aulico-costituzionale; noi non vogliamo mai più
sciupare il nostro tempo nelle loro stalle a mangiatola dorata.

Altri si incontrano, per caso e sono li _Irreperibili_ quando debbono
pagar di borsa e di persona. Ma, ovunque, li troverete, arrugginite
cavallette de' Comitati, locusta divoratrice di _Fiere di Beneficenza_,
con voce reboante, spettacolosa corporatura, insommergibile impudenza
sul palcoscenico delle vanità, delle rinomee, delle vuote gonfiature
scipite. — O si fan piccoli, miserabili, mendichi per aumentar in
fortuna; — o dicono di fare, di lavorare, procurandosi le mostre e
le apparenze, politici, letterati, scienziati: e nessuno e nessuna
libreria, nessun museo, nessuna esposizione protese le loro opere mai.

I _Fannulloni_ sono i più fortunati. — _Teologi_, creature diafane e
galleggianti, come palloncini nell'aria, sonnambolici per la frequenza
colli inquilini di là su; — _Metafisici_, che abitano in un cielo
incontrollabile ed in un sistema planetario di semplice masturbazione,
detto filosofico: — _Gramatici_, che protendono il trionfo della parola
sullo spirito: è la _Gramatica_ l'erba, dove in fatti, si sdraiano
e brucano i fannulloni, che presi a burla da tutti, entrano a pieni
voti nelle academie — il _refugium mediocritatis_, — e vi finiscono —
fortunati noi! — ad addormentarsi: _Oratori_, trottole parlamentari
e forensi, il cui scopo è dir nulla in molte parole, gonfiando ogni
argomento col fiato dei loro polmoni, ciarlando e rimovendo forme
elefantesche, pachidermi trombettanti a barriti disarmonici colla
letteratura conferenziera ed alimentare.

E venga qui la razza dei _Matematici_ calata nella seducentissima
Italia, allora fresca, fresca, oggi, pur troppo, con germogli,
rampolli e ceppaje inradicate di loro gramigne; i «Matematici[84],
uno de' trampoli del dispotismo, odiatori della originalità,
sillogistici sragionatori, preceduti da legge senza amore a
terrorizzare l'istruzione, a desolarci il buon senso, barbari odierni,
_mondeghiglia_ di erudizione».

Insieme a questi interessantissimi ed assomiglianti connotati, Carlo
Dossi vi darà pure la _Ricetta per farsi illustri_; cioè come si
giunga dai mediocri, al trionfo. Non distenderà il fresco enorme, mal
disegnato e colorito a tintaccie villane e stridule de L'_Arriviste_
di Champsaur, zibaldone romantico-dramatico d'_appendice secolina_;
ma precederà, con nostrana sottigliezza e maliziosa didattica, Henri
Chateau, insegnandogli, quasi, i passi migliori del suo _Manuel de
l'Arriviste_, dandogli le norme generali sul modo di vestirsi, di
parlare, di porgere, di ammobigliare il proprio appartamento, con
speciale riguardo lo studio; il _recipe_ di non perder di vista li
odori della cucina e pur di aver occhio alla bandieruola della fortuna.
«Sii puttaniere, spilorcio, legalmente birbo in tua casa, — padrone —
inviolabile è il domicilio; basta che la facciata stia in regola colla
commissione d'ornato. Ti consiglio, per tanto, di pendere più dalle
vecchie che dalle nuove idee: mettiti in fronte allo scrittojo qualche
ritratto di celebrità, vere anche, ma a patto che siano antiche, o,
se contemporanee, a patto che sieno false. Un busto, un medaglione,
ad esempio, di un Cantù, o di un Bonghi, farebbe egregiamente al tuo
caso. Non temere la spesa. Basta il gesso». Polvere di scagliola
e pasticcio di mota rappresa, la fama che si vende dalle gazzette
a buon mercato: per Carlo Dossi, per quest'uomo piccolo, sparuto,
magro, di poche parole, che difficilmente vi accoglie nella sua casa,
acutissimo, che sembra saper tutto, che vede quanto alli altri sfugge,
non ebbero che dei sorrisi di commiserazione. Ed egli, che ascoltò il
cuore secreto della società, porge la mano esperta al polso de' veri
e falsi ammalati; fa loro da medico, d'infermiere, da Giovenale, li
sostituisce, degente.

Domanda al Dottor Ferretti «che, dopo avere per tanto tempo e
con tanta ostinazione sofferto, per necessità di natura, la parte
dell'ammalato», gli sia concesso il diritto di fingere — per breve
capriccio d'arte — la parte del medico. Il Dottor Ferretti non è più
nella prima giovanezza, ha trentott'anni; è discretamente colto in
belle lettere; ha qualche ambizione politica, molto amore per il suo
ufficio e per li ammalati in sua cura; la praticaccia del mestiere
non gli ha ottuso la sensibilità: è un uomo di mondo ed onesto.
Il Dottor Ferretti gli concede la sua persona, il suo _stifelius_,
la cravatta bianca, i guanti _gris-perle_, il cilindro, l'aspetto
elegante e sereno di un procuratore della morte, la tranquillità dello
scienziato. Esso rappresenta il medico moderno. Non più i Merlini ed
i Sabini, con barbe e zimarre e berrettoni; non più i _Grotteschi_,
che balzano nel _Monsieur de Pourceaugnac_, colle più acadabranti
preteste ed i più stolidi medicamenti; non più il sottile medico di
Montesquieu e delle _Lettres persanes_, farcito de' misteri della
cabala e della potenza delle evocative projezioni — ricordiamo le sue
tisane purgative, i vomitivi, le sanguettate, i clisteri generosamente
inferti di revulsionante e letteraria indicazione —; non più il
_Medico-categoria_, soggetto de' mille epigrammi, da Marziale al
_Magister Stopinus_; non ancora le crudeltà fredde, matematiche e
professionali dei _Morticoles_ dell'ultimo Daudet; nè la curiosità
scientifica e sanguinaria, l'avarizia sistematica, che dibatte
il prezzo, al letto del moribondo del _principe chirurgo_, emerso
dalle pagine aspre e virulenti del Mirbean; nè la lunga satira di
dolore, di angoscie e di rassegnazione de' _Dottori in Medicina_ di
Carlo Del Balzo; nè il sacrificio compartecipato d'abnegazione del
medico-sacerdote di _La Force du Mal_ di Paul Adam.

Non è nè meno il medico-romanziere, della sanguinolenta e clinica
autobiografia, il dottor Veressaïef delle: _Memorie di un medico_;
le quali ebbero successo tolstoiano in sulla fine del secolo
scorso in Russia rappresentando la dolorosa confessione di una
vita di professionista tra il rammarico costatato della impotenza,
della menzogna e della sterilità di una medicina di grido e di
una chirurgia di fama internazionale impiegate nei casi difficili
al letto de' pazienti: non codesta requisitoria contro l'ufficio
sociale di una scienza la cui attività si manifesta in progresso
sopra un cumulo di cadaveri; prodotto dalla inesperta e pur cocciuta
curiosità travagliatrice per scoprire l'origine delle malattie,
nelle vivisezioni, sopra li ammalati delli ospedali di pubblica
beneficenza. — II Dottor Ferretti non è un mago di scienze miracolose;
è un galantuomo professionista, che sa il suo conto, che si tiene al
corrente delle ultime scoperte della chimica, delle ultime applicazioni
elettriche, che già fa caso della chinesiterapia della laringojatria,
dei microbi, de' bacilli, della igiene preventiva; egli non ha più in
bocca l'_Ipepaquana_[85] o il _Sal de duobus_ non è chi vende la salute
e li sforzi per non lasciar morire, come dice Raiberti; è chi sa, «come
il volgo sia[86] sempre disposto a rinnegar la Medicina» e con ciò
opera, senza illusione ed ancora con amore, il suo ministero.

Il Dottor Ferretti piacevoleggia; ha lo stile di Carlo Dossi, la
pratica clinica di Giovanni Raiberti, il suo determinismo portiano:

    «Gh'è[87] l'Omiopatia;
    Gh'è l'Idro-glacio-sudo-terapia;
    Gh'è i dottor dessedaa, stradessedaa,
    Che guarissen qualunque malattia
    Con i rispost di donn indormentaa».

Perchè questi nostri[88] «dottorini senza gravità, nè velluto alle
unghie, abbigliati con gusto e ben pettinati, che fumano sigari e usano
di occhialetto, che dottamente annojano poco, ma chiacchierano anche
di capellini, che spesso sanno sonare delle polche e dei valsi, e,
all'occorenza, ballarli», — questi eleganti cavalieri della farmacopea,
del bistury e del forcipe, non hanno abolito l'erudita ciarlataneria,
l'uomo essendo tuttora qual'era nelli eroici tempi: «dagli abiti
in[89] fuori quel desso». Questione di livrea, di soppanno, di lavorini
ricamati con arme differente, con colori opposti; Carlyle ce l'ha da
tempo insegnato col suo _Sartor resartus_.

Il Dottar Ferretti regala a Carlo Dossi penna, carta, calamajo ed
inchiostro molto nero, impresta la sua esperienza; l'altro se ne valga.
— La penna corre, l'inchiostro tinge, afferma, inchioda in berlina.
È tutta una spigliatezza, un ghirigoro liquido e scorrevole di frasi
semplici e pungenti; ogni parola ha un aculeo, ogni virgola è un amo
immesso a pescare nella coscienza del lettore, un uncino suggestivo;
ogni esclamazione un graffio. Malati, malattie, infermieri, eredi
che aspettano impazienti l'ultimo nato del parente ricco, che li ha
diseredati; medicastri che ritengono la laurea in medicina come una
licenza di caccia; delitti sordidi, crudeli, nascosti, appiattati sotto
la lustra del titolo nobiliare; la gola, la lussuria, la sciocchezza,
la paura; dilettanti ammalati e dilettanti isteriche; Putifarre de'
proprii medici curanti; nevrastenia, cattiveria, ed, ultima perla,
invece del veleno in fondo, la riconoscenza d'un brav'uomo: tutto
questo rivedono, al passo elegante della chiacchiera saporita, i
_Ritratti umani, dal calamaio di un medico_.

La sua magnifica innocenza ha dei traslati, che, come una luce
raccolta acconsente al mormorio caldo della voluttà sussurrata senza
adombrare il pudore, così, castamente, persuadono a fare quanto
offenderebbe di udire; qui, si barzelletta ad aforismi ed a paradossi,
come un conferenziere di bazzecole umanitarie; qui, si riversano, si
smascherano le nagioni de' drami, che esplodono sopra la cronaca de'
giornali, con meraviglia di tutti; le tare secrete e vergognose, donde
provengono li aspetti interessanti, poetici, romantici delle persone
per bene ed assai sentimentali. Che più? Il coraggio è sangue in
copia. — La bontà? digestione perfetta. — Il rossore? delicatezza di
pelle. — Carattere integro, irriconciliabile? mal di fegato. — Poetiche
malinconie? semplice gotta! — Dalla cura alla bara il Dottor Ferretti,
raddoppiato da Carlo Dossi, ci porta in sulle braccia scientifiche e
disinteressate questo corpo, quest'anima; cencio e fiato intermittente,
gettandoceli sul tavolo della necroscopia e della vivisezione: «Questa
è!» dice. Si riporta alla biologia pura ed alla sua parente, anatomia
comparata: «L'anima[90] — mi diceva Gorini — è come il vapore, che,
sempre quello, dà effetti diversi, a seconda dei mecanici ordigni mossi
da lui: perocchè la stessa anima, entrando in un organismo di tigre,
rugge; in uno di augello canta; in uno di uomo pensa; in una di donna
ama ». — «Ama?» riflette tutto solo Carlo Dossi, ridivenuto psicologo
integrale. «Mente!» Ed ha la visione infernale e meretricia della
_Palingenesi_ della sua _Desinenza in A_.

Certo è, che Carlo Dossi, appunto perchè conobbe in sul tardi la donna
di dentro, come troppo presto l'aveva degustata platonicamente, si
trovò da queste sue esperienze disgustato e spaventato insieme. Se,
per quasi dieci anni, avrà patito una specie di purgatorio-libero
più o meno matrimoniale; se, una sua perversamente ingenua amica la
N... tenterà di mutargli in odio l'amicizia coll'ottimo Perelli;
se, una T... si sarà incaricata di spampanare e portar in trionfo
una pseudo-maternità incolpandogliela; se egli avrebbe potuto dire
dell'A... paragonandola ai bagni arsenicali di Roncegno, scrivendo ad
un amico: «Già mi tuffai in due bagni di arsenico: assuefatto ad un
veleno che era il riassunto di tutti l'A..., me la cavai, ma non ne
trassi fino ad ora sollievo»[91]: può lambiccare queste sue scoperte
e prove provate nel suo libro capitale di lussurie rientrate, di
misoginismo e di morale per un'opera, caustica, dissolvente, fuori
della consuetudine, personalissima.

Su via, non arrossite; non fatemi i bambinoni maliziosi ed imbambolati,
colti sul fatto: non lo negate! Voi avete pur avuto tra le mani questo
libro diffamato, lo avete gustato in secreto; avete palpeggiata la sua
copertina, che, sotto una fascia rossa colla nera leggenda del titolo,
porta le due belle testine di Conconi; e l'una ride giovanilmente
graziosa, e l'altra s'attrista precoce, vizza, inviziata, erma
bifronte, il libro e la vita. «Scegliete», vi dice ancora l'autore:
«Scegli ipocrita lettore,» soggiungo io, «_hypocrite lecteur_
baudelairiano, tu che non hai letto con animo puro _Lesbos_ e _Les
Metamorphoses du Vampire_, ed hai foraggiato, colle mani tremanti, ne'
secreti ripostigli di _Les Bijoux_, cercando il tuo vizio; scegli le
pagine di questo volume, su cui tu non sapresti recitare una preghiera
alla sincerità, senza di cui non esiste mortale, nè in Arte, nè nella
Vita vissuta».

Essi sanno che non ci ingannano e pure continuano a ripeterci davanti
i gesti archetipi della menzogna; impalpebrano li occhi, si nascondono
il volto colle mani, arrossano, fuggono gettando grida d'orrore e
trepidano, sfoggiano la mimica del _bluff_ della pudicizia, della
castità, della verginità della compunzione, veri saltimbanchi della
morale pubblica, presbiteriani dalle coscienze sporche, _jankees_
invischiati d'ogni vizio, ma ripoliti al di fuori, lucidi, specchianti,
profumati, inganno vano e pretesa ignorante. Chamfort sogghigna ed io
con lui: «Più il costume peggiora, ed in eguale misura s'aumentano le
delicatezze della decenza. Per ciò, più li uomini si fanno viziosi,
meglio applaudono ai quadri virtuosi». Vi risponde il Diavolo
innamorato di Cazotte: «Mi avvedo, che da quando hanno incominciato
a rispettarmi, e con me, li altri, ciascuno e tutti, io mi sento
più infelice d'allora che mi si odiava». perchè il mondo è così: Fra
Timoteo e Tartufe sono i più tristi bighelloni e ladri della opinione
pubblica: essi leggono di nascosto _Desinenza in A_, se ne dilettano;
interrogati pubblicamente, crocesignandosi, eruttano l'omelia delle
virtù teologali, strillando come bimbi sculacciati dalla balia.

E bene, bando ai gufi! Questa è altra musica e orchestra! A me i
giovanotti che vivono all'avventata, facendo l'amore sui pianerottoli!
A me i prudentissimi vecchi, che han sempre fatto lo zio e i verginoni
senza rammarico, e i «non[92] indegni di aver perduto la prima! — Or
chi mi dona una rossa matita? Tu Cletto mio? Oh, grazie! — E la rompo.
— Mezza è per te, criti-cuccio, cui ogni mio sproposito è seme di
mille tuoi — tu giudice inquisitore che non amasti che il male, per
poi, se nol trovi, inventarlo. Hai qui casi di maggiore scomunica,
eresie da tanaglia e da rogo. Troverai idee nuove, che tali almeno
parranno alla tua squisita ignoranza, troverai gagliardi sapori, che
a te, assuefatto alle più scempie pappine, abbaglieranno il palato.
— Ma che vuoi? A gusti scaltriti (ed io sol cucino per essi) non può
l'ingenuo manzo piacere se non a forza di salsa. Anzi anche il sale è
talvolta lor dolce, e però ci vuol pepe. Viva il pepe che salva i panni
dal tarlo — ed anche i libri». — Ora, se volete ascoltarlo e vedere,
venite qui: se no spulezzate in fretta e subito sull'entrata. — «Chi
ama le comedie prive di sesso, ha i teatri suoi, ha i suoi burattini,
dove, può assistere senza pericolo alcuno, da quello all'infuori di
addormentarsi. Per i poveri d'intelligenza provvede la caldaja dei
frati, c'è una letteratura estesissima, nientemeno che il novantanove
per cento di ogni biblioteca. Ne profittino, dunque. L'acqua non costa
nulla e rinfresca. Questo libro contiene, certo, veleni, ma anche i
veleni sono utili, basta sapere dosarseli; così che l'arte della salute
— intendi per burla la medicina — fonda in gran parte su di essi. Non
succhia il midollo di un libro se non il lettore, il quale si trovi
in una disposizione di nervi consimile a quella in cui era, scrivendo,
l'autore. Il gran Milton è da leggersi la domenica, quando si accumula
nell'atmosfera il religioso uragano fatto di nubi d'incenso, di cerei
lampi, di armonioso tuono di organi; Leopardi in una giornata piovosa,
colla disgrazia ai calcagni e la dispepsia allo stomaco; Cattaneo in
un'aula parlamentare, assente lo sfibratore Depretis; Carducci, sotto
un arco romano, non medicato dal dottor Baccelli; Correnti, fra le
stoffe preziose e le rarità antiquarie; Hugo al mare. Così è nell'epoca
del malinconico e verginale erotismo dell'adolescenza che più si
comprende la _Vita nuova_ del giovinetto Allighieri, ed è nell'ora del
disinganno amoroso che il presente volume sembrerà facile e piano.

Il Daimon greco di Carlo Dossi si è tramutato nel Dimonio gotico: gli
imporrà tutte le birichinerie del caso; lo doterà d'ogni e più secreto
strumento, doppia vista, invisibilità, volar per l'aria, sprofondarsi
sotto terra, penetrare nelle camere chiuse e sotto le lenzuola del
letto, essere ovunque: l'ubiquità lo franca d'ogni _alibi_ e d'ogni
presenza, nello stesso momento. Altro che l'_Asmodeo_ di Le Sage, il
_Shallaballah_ della _puppets-woman londinese_! Egli è il _Belfegor_
di Machiavello, il _Mephisto_ di Göthe, è il _Diavolo margravio di Von
Grabbe_; per di più ha in dito, a talismano, l'_anello di Gige_.

Scoperchia tetti seziona case, divarica cortine... e coscie, spalanca
imposte, abbatte usci e tramezze; segna e segue chiunque incontra
sulla via pubblica; ne pesa il cervelletto dalla cuticagna; penetra
nell'occipite e s'aggira nelle circonvoluzioni cerebrali; discende pel
midollo spinale; si sofferma ad analizzare il succo che ne spremono
le ghiandole: divide la vita feminile in tre parti; le dice tre atti
di una tragedia comica di dieci scene ciascuna, in cui dramatizzano e
farseggiano personaggi esemplari; precede ogni atto un _Ouverture_,
come una sinfonia, che riassume, _leit-motiv_ e spunti, accenni
musicali e variazioni, tutta la tematica della orchestra e del canto;
_Intermezzi_ e _Finale_, che si presentano, come il coro della tragedia
eschilea e della comedia aristofanesca, e, se non danno il giudizio
della folla, pure come il _personaggio che canta_ e il _genio muto_
della scena chinese, come il _Gracioso_ di Garcilaso e di Lope de Vega,
esprimono il sentimento e l'intervento dell'autore.

Pupe di carne innervate a capricci ed a cattiverie, pupe di cenci,
di cera, di mecanismo, si rispondono, nel giuoco, appena uscite dalla
culla, in sulle prime pagine; si destreggiano, nella scuola redibitoria
della guardaroba, del lavandino, della scuderia, nella normale
educazione del servidorame; incominciano a vivere a paragone per la
civetteria, l'inganno, l'intrigo, l'elegante viziosità.

Carlo Dossi, non ancora padre, non ancora chino a scoprire ed a
scifrare l'intimo fiorire della intelligenza e del sentimento sopra
figli suoi, ebbe delle intuizioni esatte, delle rivelazioni istintive
e naturali, quando dettaglia il piccolo tenace ed egoista organismo
della feminilità bamboleggiante; prescrive anche una norma a' suoi per
il futuro.

Poi il Collegio; un collegio tipico di ricchi, dove incontrate le
bimbe di Rimbaud e di Tarchetti ad erudirsi; dove si risvegliano le
prime prurigini; dove, le angiolette meditano, col palato, il terzo dei
sacramenti ed altre si preparano al settimo»; mentre si disputano «a
gara il Millo del portinajo, un gongolino di un anno e se lo serrano
al seno, e gli fanno il linguino, e il pizzicorino, e lo mangiucchian
di baci e carezze — baci che han denti, carezze che hanno unghie
— palleggiandolo, soppesandolo, mirandolo e di sopra e di sotto e
all'indrizzo e al rovescio, per imparare forse, come i bimbi si fanno».
E le malignità, e le insinuazioni: si determinano i caratteri.

Vi son dipinti i balli e le ragunate: casa Polonia espone le proprie
magrezze, ricoperte per pudicizia, colle figliuole da marito; le mamme
decantano le palesi e nascoste virtù delle loro bimbe all'incanto.
— E l'amor di sorella risponde colla gelosia, colla diffamazione;
e l'amicizia è impastata sul livore e l'invidia, che traboccano in
cortesi scortesie, in aggraziati dispettucci, in umili vanaglorie,
dove le linguettine fesse impastojate tra l'_r_ ed il _v_, lubriche di
francese, unte di pittoresco gergo, lutolenti di domande indiscrete,
schiumeggiano, dimostrano l'arte maravigliosa e feminile del _Flos
duellatorum_, inchiovata, un'altra volta di più, in un odio sincero
d'amicizia formale.

Noi sapremo come ami una madre la propria figlia; come, nelle gioie
del matrimonio, si amino li sposi; noi vedremo morire la _marquise
Iza Millerose di Garza_, maravigliosa maschera indimenticabile, erotta
diritta a sfida per _Les Diaboliques_ di Barbey d'Aurevilly; se chiede
alla infermiera lo specchietto, al sacerdote il viatico, al vasetto
cinabro e cerussa per comparire, dipinto cadavere, in sulle soglie
della eternità, mormorando le antitesi di sua vita, tra il sonno e la
veglia: «Suis-je en ordre pour le bal? où êtes-vous, mes amis? Dio,
non rapitemi il sole! Il bujo soffoca — e lo specchietto le fuggì di
mano. — Perdo il chignon!... Mamma, il chignon!... e con un profondo
sospiro, Iza piegò sulla spalla il capo, torta la bocca». Fissa la
statua perenne, nel marmo della morte, Carlo Dossi.

Escano a stuolo le _bergamine serotine_, le lussuriose rondinelle del
crepuscolo e della notte; portino la pregustata golosità, il piacere
alla caccia del vizio; ridestino le memorie del lavoro di Venere, la
rinomea delle manipolazioni erotiche e strane.

L'evocatore sfoggia la sua potenza; chiama a sè lo Spirito della
Lussuria, senza materiale corrispondenza, senza bisogno di un
seguito diretto, in cui si sfibri e si plachi. L'atto si annulla
alla visione; rimane l'entità _psichica e morale della intenzione_;
il gesto si spiritualizza, s'infosfora di bellezza e di pensiero;
l'animo dell'artista, erotizzato, si esaspera; il cervello persiste a
definire, in etica, l'estetica; rende la nobiltà di un ideale entro cui
combattono e fremono, senza potersi superare, in vicenda, il Cielo e
l'Inferno. È l'umanità nel suo punto più nudo e più crudo, in bilancia
sulla Purezza e la Lussuria, fulcro Priapo; pietra nera d'Elagabalo
discettatore della ragione animale ed eterna.

La punta della penna di Carlo Dossi stride ed incide, nera, sulla
carta indelebile; non l'emula lo stile libero, che tracciò il
museo secreto di Giulio Romano, di Marc'Antonio, de' Caracci,
dell'olandese Torrentius, delle stampe saporose e grasse di
Rembrandt; le _grivoiseries_ postillate ed acquarellate, a sanguigna
ed a _grisailles_, dei La Tour, di Boucher, di Fragonard, delli
artisti in diciottesimo, del diciottesimo secolo, che hanno dato il
massimo contributo al _Décolleté et Retroussé_ di quattro secoli di
_gauloiseries_, non la superarono mai. Anche Rowlandson, colla sua
gioja ventripotente e massiccia, anche Hogarth son già sorpassati. Goya
gli cavalca alla portiera di sinistra, a destra Rops; essi gli porgono
il terribile ed il delizioso; riabilitano, colla soferenza la lussuria:
«Oh se la voluttà non è che il sorriso del dolore, la lussuria sarà
lo strazio dell'amore!» Ancora i Giapponesi insegnano. Orribili e
bellissime hanno dipinte delle donne riverse, li occhi chiusi, i denti
serrati, tra la linea di sangue delle labra, il ventre martoriato,
straziato da una caviglia spettacolosa; deformi li uomini e divini,
inalberando un _lingam_, invidiato dal Dio di Lampsaco; orribile e
martire, la donna succhiata dalle mille ventose di una piovra, e pur
convulsa, isterica, soddisfatta dalla lussuria che conduce a morte:
orribile e reogonico, il mostro ragno mygale, che divora, lentamente,
il cuore alla fragile Tang Choui, la Dea della oscurità: orribile ed
aspirante, la _Corona del Piacere_ incredibile scoltura ferruminata
d'argento, d'oro, di stagno, di perle, di giada, di avorio, di legno,
di bronzo, di corallo, di lacche, di porcellane; corona di tutti i
peccati mortali, che si spiritualizzano in tutte le virtù: l'_Hoan-hi
Koan-mieu_. Morte; Lussuria: perciò è morta Iza Millerose; perciò
vengono portate in trionfo, da braccia maschili ed ebre, da banchieri,
studenti e cavalieri di fortuna, sopra la majolica bianca degli sparati
insudiciati da una notte di veglione, _la Sciana_ e la _Firisella
debardeuses_ emerite di borse e borsacchini; perciò si baciano
frementi, sulle bocche insaziate, nella cella conventuale, piissima,
nuda a difendere il _vas spirituale_, la _janua coeli_, la _mystica
rosa_, le monacelle ed, altra farnetica le serafiche misticità di Santa
Teresa gridando: «_Dabo tibi dorsum et non faciem_» quasi parlasse al
Diavolo, mentre s'intrattiene col suo confessore, — il che è lo stesso.
Perciò tengono casini da giuoco per i barati, i bari ed i baroni,
principesse valacche e russe, vive ed attuali similitudini di quella
Leonora che andò sposa a Borso d'Este: «_faciem pictam, dotam fictam,
vulvam non strictam_»; — perciò la Barbica vende carne tenera feminile
e già scozzonata; — Sofonisba Altamura del Conneticut dispensa il
feminismo alla moda — vi appaiono cinedi ed insatiriti; — la duchessa
di Stabia, nuova Marulla, ingaggia domestici d'alta statura, dal collo
toroso, dalle spalle quadre, a servirla per cocchieri e stalloni,
salvo poi licenziarli, se, nel soddisfarla dimenticano di chiamarla
_eccellenza_; Elda duchessa di Stabia, che _divaricavit tibias suas sub
omni àrbore_.

Mirabile ed autentica sintesi letteraria; è sempre l'idealista
precipitato in fondo alla cloaca sociale, dentro li infondibuli del
sesso. Ne estrae il groviglio biblico: la donna, il dragone, l'uomo, il
pomo: tra fiori, tra frasche, tra le angoscie: il serpe-dragone, sopra
tutto, che rinchiude, nelle sue spire, tutto l'amore della umanità,
che lo agglutina, lo protegge, lo cova e ne schiaccia mosto dalla
pazzia e dall'isterismo. Mirabile assunzione della carne nell'ideale:
Carlo Dossi, come Barbey d'Aurevilly, come Rops, come Péladan, come
Villiers de l'Isle-Adam è un gnostico; Lussuria, per lui, sottintende
la Morte, — donde trova: il Peccato, l'Assoluzione. Ne descrisse il
simbolo Flaubert nella _Tentation de Saint Antoine_: «_Toutes sortes de
bêtes effroyables surgissent: c'est une tête de mort avec une couronne
de roses; elle domine un torse de femme d'une blancheur nacrée, et
dessous le linceul une étoile fait comme une queue. Et tout le corps
ondule à la manière d'un ver gigantesque, qui se tiendrait debout_».
Gorgone d'altra e modernissima fattura, non quella che ha spaventato
Sant'Epifanio, durante le sue preghiere, nel deserto: «La Gorgone
somiglia ad una bella donna, i suoi capelli biondi terminano in teste
di serpente; tutto il suo aspetto è incantevole; ma se tu la guardi,
muori. Quando infuria di fregola, chiama, con voce armoniosa il leone
ed il dragone e li altri animali, ma nessuno accorre all'invito.
Quindi brama l'uomo. Costui si lascia ingannare e l'avvicina; ma
s'Ella concede di nascondersi la testa la si cattura di sorpresa»: —
«Questa donna, che nella sua bellezza sorride d'amori, ti regalerà
l'anima e la morte»: termina Ottavio di Parigi. Nella sequenza di
queste psichiche esperienze, il risultato è un paradosso, di queste
espressioni esestiche la nota determinativa non è già la caricatura, ma
l'humorismo: sopra la linea solita della realtà sociale si disegna la
sigla personale della verità umana; la scoperta è ancora una specie di
grottesco feminile.

L'humorismo ha trovato che sia il _vero pudore della donna_; portato
dalla sua educazione, indica la paura dell'uomo consideratolo come
nemico, prima d'averlo carnalmente saggiato. Ma fate ch'ella si
famigliarizzi col mostro; ed il pudore sarà una natural reazione, la
tattica istintiva di tutte le femine della zoologia, tattica e processo
che mira alla sovraeccitazione dei sensi, all'erezione massima della
virilità per l'assalto ed il possesso.

Il pudore — nel giudizio di Carlo Dossi — ed i connessi attucci
difensivi della civetteria, sono cantaride, carezze squisitissime,
via alla lussuria: la realtà sessuale compie quanto l'imaginazione
ha mal indovinato, e qui la lussuria è l'unico legame che mantiene
l'accordo carnale e psichico tra l'uomo e la donna; che quando
incespica in un giuoco impotente risovviene la castità e la continenza
per logico dispetto. Però ch'egli vide tutte le donne così: affannate
ed intese a quest'unico scopo; saziare le bramosie del sesso. La sola
dissimulazione che loro presterà non altro significa che l'apparenza
forzata di dover ubbidire. Esse invece determinano e regnano; esse
invece, si modellano, schiave compiacenti, ai disegni preconcetti
del loro piacere, per soddisfarsi la morbosità curiosa della loro
imaginazione, avendo l'aria di farsi mancipie di una millantata
docilità.

Arte, artificio supremo scoperto e raccontato; le femine ci regalano
ma si raddoppiano; la febre erotica abolisce i generi; vi è un _duale
classico e greco_ che interviene, con un modo speciale e completo
di verbo agito, ad esprimere una duplice azione concordata. Ma la
virilità più da che non riceva,.... per quanto insofferente d'indugio
e bramosa di critica la _Desinenza in A_, trionfi sopra la fregola
pudicissimamente.

I timorati vergognosi di loro stessi, non lo credono, ma non importa.
La _Desinenza in A_ raccorda le linee della passione collo stile acuto
e dismagatore di un Rouvèyre, in tutti i suoi passaggi. Segue la donna,
dallo sviluppo alla esplosione della voluttà, in ogni attitudine,
quando le trine coprono una lupa, quando i lini male scoprono una
tigre, quando le mussole denudano una leonessa che rugge. Carlo Dossi,
se rifugge dal descriverci l'atto, lo suggerisce con due parole che ne
uncinano l'imagine tra riga e riga di una banale presentazione; noi lo
indoviniamo a canto ad ogni femina passante; di sotto alte maschere,
che va rappresentando nelle attitudini le più solite, noi scopriamo
l'unica positura animale, normale e personata caratteristicamente in
una parola, in un aggettivo che riproduce in sulla ribalta letteraria
l'altalenare commosso della foja.

E pure egli rimane freddo, come stanco e sazio: è l'artista che ha
la mano sicura, ferma e traccia dal nudo vero la figura del modello
lascivamente adagiato, con un tratto solo, dalla testa ai piedi e non
si eccita: si ricorda, disegnando lucidamente, di tutta la nomenclatura
topica ed anatomica, pronuncia delle frasi che palpeggiano ancora come
mani sui fianchi tumidi, altre che graffiano e mordono di voluttà,
ed or son tristi come ogni maschio dopo l'abbraccio; altre ancora
che riflettono il delirio suppliziatore di cui persiste la torsione
estasiata, il flagello della crudeltà, perchè Hilarion proclama: «La
lussuria ne' suoi furori, come la penitenza, è sempre gratuitamente
disinteressata: l'amor frenetico del corpo accelera la distruzione
e proclama, colla sua stessa impotente debolezza, l'amplitudine
dell'impossibile». Verdetto assolutamente futurista se un'altra volta
Marinetti ne dà le ultime conseguenze in un _Mafarka_ africano e
barbaro, disceso in modo insospettabile, — per quanto li altri non lo
vogliano comprendere — dalla _Bibbia_ e dalla _Desinenza in A_.

Però che Carlo Dossi, come F. T. Marinetti, è un mistico e la filosofia
del suo _Gineceo_, da tutte queste sue bocche spalancate, da tutti
questi suoi ventri nudi e proferii, urla: «Noi siamo i procreatori:
bianco di luna che inganna sulle rotondità callipigie e marmoree:
però che la voragine si apre sotto, piena di ombre, aperta sul nulla;
il maschio vi si troverà _sicut in vacuo basiliscus antro_» — Ma la
_Desinenza in A_ trionfa anche dopo il coito, gelidamente ostentandosi
doppia da un prisma nero. — Ricondotta _la carne_ ad una azione
esagerata, immessala in un posto preponderante, colla brutalità, nel
drama comico del mondo, opera come un perfetto esorcista, un demonologo
della scuola di Sprenger, che, per troppo amore alla salvezza eterna
dell'uomo fatturato e stregato, consiglia affidarlo alle fiamme del
rogo. Nella donna trovò subito la patologia, le rare; cercando _la
geniale_, ha sfogliato molte rose senza giungere alla sincerità,
all'affetto generoso, alla dignità, al sicuro affidamento, cui avrebbe
dedicato sè stesso. — Un gorgoglio di risa represse, lo avrebbe presto
persuaso della enorme fatica inutile.

    «E[93] le donne? Oh, le donne!
    Che modelli di spose,
    di ragazze, di nonne!
    Che virtù portentose!
    Se questo tempo dura,
    non c'è più corna per la jettatura».

Si ebbe davanti la folla della bagasceria rimorchiata da' suoi critici,
uggiolantigli alle terga, «un[94] nuvolo di gonnelle, — dalla seta alla
cotonina — ballerine ed avvocatesse (ambo oratrici coi piedi) trecche
toscane e maestre di scuola (ambo appendici de' classici) sorelle di
carità, mogli a nolo ed altre parenti posticcie, sarte, balie, modelle,
cantiniere, telegrafiste, filandiere... un cibreo insomma di femmina,
che, dopo di aver assistito ozioso alla pugna, cerca ora di riappicarla
coi denti e colle unghie».

Ciascuna di esse egli accusa nelle sue virtù maleficenti;
tiranni-domestici, bas-bleus, feministe, isteriche, streghe
sobbillatici, ninfomani, simulatrici di reato, pervertite, vampiri
dissanguatori, megere, prossenete, facitrici d'angioli, svuotascarselle
e brachette, lo scandalo, il tormento, la peste, la sifilide. Erasmo di
Rotterdam lo titilla a fianco: «Su via; bisogna confessarlo, la femina
è un animale inetto e folle, e pure piacente e grazioso».

Quante volte le letterature europee, con diverse lingue, metri
differenti, identiche intenzioni intonarono l'_Est enim mulier_ di
Sant'Antonino misogino e taumaturgo, al cospetto della cristianità!
L'_Avidum Animal_, che incomincia il suo alfabeto per terminare col
_Zelus Zelotypus_, è ancora lo stesso. Tutte le massime, i proverbi
della antichità, spolverati, ripoliti, riordinati _La Desinenza in
A_ ripropone colle apostrofi contro il malinteso feminismo, dalla
_Lisistrata_ aristofanesca al _pamphlet_, inglese del principio
dell'800: _Women and the Alphabet_ d'Higginson; dalle diatribe
d'aurevilliane alla psicologia stendhaliana, dalla epigrammatica della
_Erotica Biblia_ all'odio posticcio di bravata futurista, genialmente
marinettiana.

Anche il suo Swift permette allegramente il misoginismo, se concepiva
la femina non come creatura umana ma come una specie di essere tra
l'uomo e la scimmia, la quale è, tra li animali, mon il meno cattivo,
ma certo il meno spendereccio e più divertente. — Anche un recentissimo
e giovane Georges Fouret decanta maliziosamente _La Negresse blonde_:

    «..... Sa mimique
    Me dicte, et je sais lire en ses regards profonds
    De vocables muets au sens metaphisique;
    Je comprends son regard et nous philosophons:
    Elle croit en Dieu par qui le soleil brille,
    Qui crea l'univers pour le bon chimpanzé,
    Puis, dont le Fils-Unique, un jour, s'est fait gorille
    Pour ravir le pécheur a l'enfer embrasè».

Dond'Eva evoluta, come codesta _Singesse_, va ragionando sul tema a
mo' di Bernadette, intermessa una prova saffica classica e monacale:
che, se non conosce Spinoza, s'acconcia a divertirsi, _ritornando_ a
ballare, cioè ad arrampicarsi di nuovo sulli alberi trogloditicamente a
quattro mani, come ha imparato a stento a suonare il piano ed a pensare
a quattro mani.

Non sarà dunque logico l'intervento delle agitate verghe del sadismo e
della correzione didattica:

    «Asinus, nux, mulier simili lege ligati,
    Haec tria nil recte faciunt si verbera cessent»;

ed a che pro?

    «Quid levius fumo? Flamen. Quid Flamine? Ventus.
    Quid vento? Mulier. Quid muliere? Nihil».

Dove potrà rifugiarsi col proprio amore? Dove imbattersi nella bellezza
fresca, nell'innocenza generosa della Sulamite? Chi gli ripeterà
il versetto del _Cantico dei Cantici_? «_Mane surgamus ad vineas,
videamus si floret vinea, si flores fructus partorient, si flomerunt
mala punica; ibi, dabo tibi ubera mea_». O fecondità della campagna,
a maggio, ed in quell'incenso di corolle sbocciate, in quelle sicure
promesse, prossime a fruttificare, la munificenza lieta e serena
delle grazie di sposa! Si? _Cinque lire d'amore_ costa. Costei della
sfacciata fornicazione è la più pura, perchè la più sincera: s'ella
proclama le sue doti, sfoggia un inno maraviglioso alla Pandemia,
al suo valore sociale di valvola di sicurezza per la pudicizia
borghese, al suo merito profilattico ed igienico contro i pericoli e
le degenerazioni dell'onanismo, alla sua divina compassione che nulla
e nessuno rifiuta: e la lirica inchina alla prosa dossiana le più alte
vette musicali, la satira si fa poema battuto nell'oro.

Perciò la natura trionfa: il Magoboja operatore della _Palingenesi_,
fabrica la femina integrale; sorge Venere, «Un biondissimo[95] fumo
dalla fragranza di muschio vela la tremolante figura e si direbbe una
chioma che già s'innanelli a larghe onde, e, fra l'aureola di essa e
del fumo, va la figura accentuandosi a femminili curve e turgenze. Una
bollicina di azzurro (_vitriolum coeruleum_) le scoppia nel mezzo,
ed ecco a fremerle a pelle il reticolato venoso; una striscia di
minio (_cinnabaris mercurialis_) vi guizza, ed ecco guance soffuse di
pudico rossore, con una bocca che è un bacio; due faville vi scattano,
ed ecco due occhi lucidi di desiderio e di lagrime che intensamente
mi fissano». Non altrimenti vivono, sotto il bulino di Rops, le sue
donne — simboli, per quanto si sformino in piedi caprini, in zampe
unghiate, Sirene dell'asfalto parigino: «nuda sino alle coscie[96],
erge una testa laida e pure simpatica; sorride la provocazione, con
grazia ebra e stanca; bestemia parole grasse di suburra, mentre di un
gesto crapuloso, in un colpo di gomito, si fruga nell'edificio della
capigliatura. Odora il marciapiede e l'acqua profumata del bagno
recente; evoca canagliescamente la quadrantaria all'agguato ed in
caccia del cliente; sa tirar di coltello». Esse sono che loscheggiano,
cachinneggiando con insolenza, espongono le loro acconciature color
zafferano; impiumate, accendono la larga bocca col carmino, li
occhi piccoli col bistro; si mettono al mercato su divanetti, sotto
camicie succinte e rialzate sui fianchi; esse, le belle ragazze del
dicterion elegante, esse, la Bellezza-Peccato verso cui balzando la
libidine accorre, come un polledro inuzzolito, nitrendo. «Amore[97] mi
tiranneggia. E già le palpito in braccio, e dileguo entro lei ed anche
il sogno dilegua».

Il giorno chiaro, l'alba lucente e lucida, le ore dell'uomo che lavora
pensa e vuole, non le ore oscure e passive, vincono il succubo, lo
annullano, ritornano il sognatore spaventato alla realtà. «Su via,
vieni tra i tuoi fratelli, dopo la palingenesi, scrivi il nuovo
testamento. L'umanità confessa e l'uno e l'altro documento e ne deriva:
ma canta la speranza, la carità, l'amore di nuovo e sorgi, con noi, non
più, a soffrine ma a combattere per essere più buoni, più belli, più
sinceri».

«_La Desinenza in A_, fu, nella vita letteraria[98] di Carlo Dossi,
quel che si dice un avvenimento. Si era ai bei giorni della guerra
tra idealisti e realisti, guerra gioconda, allietata dalla fecondità
straordinaria degli spropositi, che i giovinetti — obliosi di Senofonte
e di Euclide — allegramente si scaraventano in faccia». Dossi,
impropriamente, veniva chiamato _realista_, accolto con fervore nel
campo spumeggiarne della _Farfalla_: anzi gli allogavano titolo ed
onori di capitano, messia di un verbo nuovo in estetica, che, del resto
sopravanzava realismo ed idealismo scolastico ed ufficiale, catalogati
sui quadri di avanzamento della letteraria burocrazia.

Tanto egli era lontano dal carnalismo rubicondo e rubensiano e dalla
effervescenza della gazzosa stecchettiana, quanto non volle, ed in
sul bel principio lo dichiarò, confondersi «colli[99] incettatori
della nazionale moralità, una compagnia di lamentazione perpetua di
cui fanno parte i violacei predicatori, che ventilabran dal pulpito
vituperi contro la concupiscenza e le ascoltatrici loro ammiranti,
le baldracche, che han messo insieme bastevoli soldi per comperarsi
il rossetto della castità»; con quelli «che fanno[100] de' loschi
compendii di virtù per il popolo, a dieci centesimi la dispensa, e i
gazzettieri, che, colla sifilide cristallina sulle labra, sermonano
di pudicizia, e le mamme affannate a difendere le orecchie premaritali
delle figliuole da ogni susurro impudico, salvo a lasciarvi precipitar
dentro un mondezzaio di roba, non appena quelle figliuole sien giunte
al legittimo stato di comporre adulteri». Egli stava col realismo di
Omero, dal Porta ripresentato meneghino: ammetteva che «la smania[101]
sessuale è in natura ed ha dunque diritto di avere anch'essa la sua
sede nell'arte; manchevole quindi sarebbe quella letteratura che si
occupasse esclusivamente (perdonate la frase) dei propri inguini non
studiandoli che di renderli appariscenti, nè più nè meno dell'altra che
si cappona per procurarsi una voce d'angelo».

Urgevano prossime, sull'orizzonte, le aure fiammeggianti, ne' rutili
vapori delle quali si sarebbe commossa la funzionale e romantica
cavalleria cavallottiana, ed avrebbe spillato, dalla sua lirica, che
poco prima aveva commemorato la morte di Manzoni, riepilogando un
_Cinque Maggio_:

    «Morto![102] ed nunzio lugubre,
    Via sull'ali del vento,
    Udii pei campi italici
    Lungo echeggiar lamento»;

la povera bestemia al _Povero Vate_, indicandovi Stecchetti:

    «Povero[103] Vate! in che rimorsi fieri
    De l'antica viltà struggi te stesso!
    _Ti levi e insulti_! e non sai dir cos'eri...
    Se allor più vile — o men superbo adesso.
    Cessa lo scherno.
    Non insultarla se tu sei poeta,
    La sacra fiamma che ti accese il core»;

per interzarvi, da _La Ragione_ milanese, l'apostrofe patetica:

    «Poi sdraja[104] nel porcil l'anima sazia
    E — vigliacchi siam noi — si mette a urlare.
    Potrà darsi benissimo. Ma... in grazia...
    Se parlaste un pochino al singolare?»

Sarebbe riuscito imminente un poema a Giosuè Carducci, console di
repubbliche per schiette rivendicazioni letterarie:

    «Enotrio[105], dormi ed alte a' il ciel le grida
    de la battaglia vanno, e la bandiera,
    la tua bandiera dispiegata ai venti
    sta ne la pugna.

E lo Stecchetti avrebbe accusato:

    «........ de l'incenso il puzzo
    e il canto fermo e d'Escobar la voce,

    e il buffon Mena, da 'l tuo forte schiaffo
    segnato il viso le tue laudi canta,
    ma co'l pugnale di ferirti prova
    dietro le spalle.

    Oscenamente dondolando l'anca
    Bavio, spadone, d'assalir si vanta
    l'arte tua bella e di tenerla sotto
    ferma, domata;

    e Lesbia, usata a glubere i nepoti
    flosci di Remo sotto gli angiporti,
    getta il tuo libro e colla lingua infame
    turpe lo dice.

    Ecco i nemici».

Per intanto, _La Desinenza in A_ aveva ingaggiata la pugna a
mezza lama, sotto; aveva preceduto il rosario delle pubblicazioni
sommarughiane, che da Roma, riburattate dal fresco ventilabro della
unità italiana, spargevano sementa gagliarda e spregiudicata, protette
da i nomi grandi di Boccaccio e di Machiavello. Il breve libro denso,
schiaffeggiatore, apriva la carica, come un foriero galloppante
sopra il miglior cavallo dello squadrone, a _Gli Amori bestiali_ del
Valera, a _Terra Vergine_ del D'Annunzio, a la fioritura bolognese
della _Postuma_, della _Nuova Polemica_; aveva snocciolato non
poche avemarie, già nel 1878 prima che in patria si incominciasse
ad allungare le orecchie dalla parte di Francia, ascoltando quanto
volessero dire di nuovo Zola ed i suoi amici, — «Com'è, _La Desinenza
in A_ — libro non certo per monacanda — rappresenta la giovinezza
dell'autore, gli errori della poca sua carne, il suo squillo di
bicchiere nell'orgia. Ma la giovinezza gli è oggi completamente
sfiorita. La penna che segnò quei ritratti donneschi è rotta per
sempre. Bene sta. Ogni stagione il suo frutto. Fanciullo, scrissi
d'infanzia e vi offersi _L'Altrieri_; adolescente, di adolescenza e vi
diedi, L'_Alberto Pisani_; giovine, di gioventù ed eccovi _La Desinenza
in A_. Se la vecchiaja non mi sarà, come sembra, contesa, scriverò
cos'è da vecchio — metafisici soliloqui, archeologiche dissertazioni;
chissà mai! anche ascetica. Letterariamente, almeno, il Dossi non si
falsificherà[106] mai».

Già dal 1883 egli aveva ipotecato, logicamente, il suo avvenire,
predette le sue tappe, tutte quante sorpassate nel suo vivere:
l'ascetica doveva arrestarsi all'_Inno al Dio venturo_ in cui
tutte le libertà, tutte le bellezze, tutti i benesseri conquistati
avrebbero proclamato la felicità dell'uomo, al cospetto del cielo
sereno e rappacificato, sulla paura della divinità, sopra il terrore e
l'invidia de' propri fratelli. — Ma pure, cristalline rimasero sempre
la prosa e l'anima di Carlo Dossi, a rinfrangere le meraviglie de'
suoi sogni, il disgusto della sua onestà, la fiducia costante nella
perfezione e nell'umano volere. Per conto suo, in arte, fu e rimase
aristocraticissimo: come Frine egli non ambisce che all'omaggio de'
sovrani... dell'intelligenza.

Non venne per ciò e d'un subito compreso; anche oggi lo comprendono
poco. Allora minimamente, quando la pudibonda gesuiteria era venuta
all'arme, quando il Carducci denunciava i cuoricini stillanti lagrime
e sangue, esulcerati dal nulla de-amicisiano, le marionette di carta
pesta e di filo di ferro del Giacosa, ed incominciava a genuflettersi
il Fogazzaro, e deliberava, tra il boja e l'esorcista, quell'altro
Imbriani dei _Dio ne scampi dagli Orsenigo_, e s'inteneriva liricamente
_La Contessa Lara_, promessa al coltello assassino del suo ganzo,
povera vittima di letteratura e d'amore, e s'incarnava, a doppio
aculeo, la _Nuova Polemica_, suscitando reazioni.

Ultima questa era venuta a definire ed a stravincere: ribatteva nel
_Prologo_ le lamentose ed aggressive fandonie del feminismo arrabbiato,
corso a mordere alle calcagne Stecchetti e compagnia: si faceva a
gridare «contro le[107] svenevolezze degli amori poetici passati, che
tendevano a fare dell'arte un mare di latte e miele». Donde la donna
viva e vera era esclusa, dove si ammetteva una sua copia manierata,
aerea fumigosa, dispersiva, ideale che veniva a lagrimare, come un
salice piangente, magra lirica, in ogni romanzo. La _Silvia_, la _Nice,
l'amica lontana_ facevan da modelle promiscue; Vittorelli trionfava;
il _cant_ della superipocrisia anglicana pontificava dentro le fuori
la vita e la letteratura. Era «l'ideale[108] disceso agii uffici del
mantello di Noè; voglia il senno italiano che Sem e Jafet, a forza di
trascinarlo piamente su tutte le vive libertà del secolo, facciano di
te un cencio spregiato anche dai rigattieri e dai preti!».

Ultima determinava, a favore della libertà dell'arte, di cui, per sè
stessa, _La Desinenza in A_ aveva già usato vittoriosamente; evitando
l'eccesso ed il contagio del francesismo allettato a visitarci, col
favore de' pronubi avvisatori innamorati dello Zola, e conservando
tono, nerbo proposta e risultato nazionale. La _Giacinta_ del Capuana,
i classici e massicci _Malavoglia_ del Verga, sicuro attestato di
potestà siciliana, sarebbero venuti dopo. _Madri per... ridere, —
Commedie di Venere_ stavano per uscire, sollecitate dall'esempio
dossiano.

Nel folto della mischia, corpo ed anima, alla bersagliera, era infatti
venuto a sciabolare, ad amministrar manrovesci e stoccate, Cesare
Tronconi; aveva raccolto un buon libro di altre e saporitissime
_Confessioni e battaglie_ — che hanno il merito di precedere quelle
carducciane — e lo inviava «Alla_ Gioventù italiana (maschi e femmine)
affinchè non si lasci imbecillire_». Vi si leggeva, come «il realismo
non è che l'uso, in arte, della _ragione pura_, — che l'immoralità
vera, in arte, consiste nello scrivere i libri così detti morali, —
che il realismo, come lo intendo io, è un continuo inno al bene ed
alla virtù, — che la morale, la morale, la morale per l'uomo è...
la donna e il denaro». Vi difendeva sè stesso, Praga, li amici; si
schivava dall'essere un imitatore di Zola, «perchè l'arte non si impara
a scuola — l'arte deve essere nell'anima — l'arte è l'anima stessa».
Per ciò rivendicava il diritto del tempo ed il tono morale di quella
speciale atmosfera, se, contemporanee, _Nana_ e _Commedie di Venere_
erano pur uscite, ignorandosi. Per le piccinerie della ineffabile
_Rivista Europea_ e dell'altra, con licenza, _Nuova Antologia_ aveva
un motto che Carducci non lasciò senza parafrasare, _nel secoletto vil
che cristianeggia_: qui più completo: «_Cari fratellini Italianini,
piccinini, Cristianini ed... Ebreini_.» E con ciò _Delitti_ avevano
respiro.

Perchè non vorrò lasciar da parte Cesare Tronconi, dimenticato, o
spregiato, dai saputelli euforetici del corrierismo, dove accorsero
dalla anarchia e dal iperdannunzianesimo, sapendo che tutto potevano
conservare, rivoluzione ed Arcadia in quel luogo refrattario alla
sincerità, aperto a tutti i retori barzineggianti d'Italia. E lo
rammenterò, come mi apparve nelli ultimi anni in cui lo conobbi,
assorbito dalla morte troppo presto, mestissimo e sfiduciato dall'arte,
cui aveva volte le spalle per più sicura esistenza, e nei giorni
gagliardi, ne' quali la repubblicana amicizia di Perrussia e di
Quadrio, editori per gusto e per amore delle lettere, gli apriva
la _Casa editrice sociale_ e ne accoglieva i romanzi. — Dalle loro
pagine donna Venere-Tisbe-Clementina-Salieri-Arditi-Miller, può dire,
a conforto della _Desinenza in A_... e del misoginismo del tempo: «Se
sapessero[109], quanti sguardi non significano altro che: _Sei tu il
mio cinque franchi_? — oppure: _Vuoi tu essere il mio due-franchi_?»
Per lo che Tronconi istesso interviene e riflette: «Ogni[110] donna è
un caso nuovo. Dobbiamo quindi regolarci secondo i casi. Certo, bisogna
capire... e qualche volta si capisce... quando non si è innamorati —
perchè è la _femmina_ che rende ciechi noi altri. — Ora, la femmina è
fuori e la _donna_ è dentro. Bisogna trovar la chiave». Egli tornava
a distinguere, a far due parti di un tutto: e bene, la sua dedica
non rifuse, come la _Palingenesi_ dossiana? «A Lei[111] che ricorderà
questi versi giusti... ma ingiusti:

      So che. . . . . . . . . amore
      In. . . . . . . . . . . uccidi
      So che. . . . . . . . . core
      So che. . . . . . . . . irridi.
      Pur. . . . . . . . . . . . .
      . . . . . . . . . . . . . .
    E non inorridisca, se....

In Arte, tutto ha la sua ragione d'essere — purchè tutto sia al suo
posto. Quell'intelligenza che mi si è rivelata così bella... può
comprendermi bene». — Comprendono male i barzineggianti, che fan della
morale ad uso de' cotonieri e dei caratisti delle fabriche nostrane di
automobili. Perciò, qui, Cesare Tronconi può trovare il suo posto; da
che, mi pare che questo sia un rosario recitato a tutti i santi senza
altare, e destinati alle future basiliche della sincerità.

Per allora, un momentaneo entusiasmo spingeva il Dossi alla popolarità;
parve che sorgesse e potesse insistere, nel cielo torbido delle lettere
e della critica riconosciuto, il sole meridiano della novella e del
romanzo nostrano. Altri, in un impeto di bufera artificiale, vennero,
come nubi a distendersi cupe, a velare per poco la faccia d'oro e di
luce; poi si dileguarono: ritornò il sole a soggiogare le nebbie.

Comunque tutti i poveri di spirito della pudibonda melensaggine patria
e confessionale gridarono allo scandalo ed alla irriverenza. Li ultimi
cavalieri di Re Arthus infiordalisati sotto la procura lasciata loro da
Tomaseo se me adontarono. Risuscitarono, per l'occasione, li spauracchi
più neri del loro arsenale di guerra, a difesa del loro sacratissimo e
male odoroso pudore, per difetto di cotidiane ed igieniche abbluzioni
alle parti, domandarono per ogni dove, foglie di fico, di platani e
di vite; Stecchetti pornografo, Carducci ateo e fuori legge; altrove
Swinburne contaminatore di Londra; qui Dossi infamato con quelli. E,
nelli insulti verbali, la rugiadosa pastorelleria risuscitò dal _Bosco
Parrasio_, per scolare nelle pie giaculatorie manzoniane, trovando che
_La Desinenza in A_ aveva sorpassato _Nana_. Certo, ha detto più di
Zola perchè Dossi è più grande stilista; dove s'arresta la fotografia
zoliana, là incomincia l'idealismo dossiano. Il suo timbro risuona
in tono ben diverso che non squilli il gong di _Nuova Polemica_;
unico ancora tra i suoi coetanei a dare quella nota di sua esclusiva
personalità. Egli ebbe il coraggio di riscrivere il vecchiume misogino
di venti secoli di letteratura, eroicamente senza ridirlo saggiandolo
al suo tempo, provandone il contenuto colli aspetti che l'epoca
sua gli offriva in ispettacolo: aggiunse, alla fisiologia ed alla
patologia classica e romantica dell'odio e del disgusto per la femina,
la novissima diagnosi delle donne ch'egli seppe e vissero con lui, le
fermò, indice di costumi sociali, di un agire singolare. Chi considera
_La Desinenza in A_, come fa del resto il Croce al puro obbiettivo del
metodo estetico da lui ereditato da De-Sanctis, si svia. Carlo Dossi
non va giudicato, isolato, come categoria, ma deve essere posto a
paragone di uomini e di avvenimenti, ragione storica non solo d'arte,
circondato dalla sua atmosfera morale e fisica, da cui respirò idee
e nutrimento, cui ridiede nerbo ed eccitamento per maggiori volate di
bellezza e di sincera applicazione.

Egli può venir imputato, da chi sa molto e non ha oscura nessuna delle
letterature europee, d'aver riportato in tempo presente il succo
delle pagine argutissime, felicissime, piene di vita del Delicado,
spagnuolo, canonico che amò l'Italia, le sue cortigiane, le avventure
di passione e di risa e di scherno del nostro rinascimento e diede a
noi il più storico simbolo di quella umanità colla _Lozana andalusa_.
Altri potranno obbiettare che _La Desinenza in A_ si appaja in alcuni
capitoli in parentela prossima ai _Raggionamenti_ del divino Aretino,
ed io pure sarò di questo parere; ma tra Carlo Dossi ed il Messer
Pietro intercorrono oltre trecent'anni, ed il _la_ de' _Raggionamenti_
è la dilettazione sessuale soppannata di satira, mentre qui risuona
in timbro di riprovazione e protegge le verità contro le menzogne.
E poi, che gioverebbe questo paragone? A confermare l'opinione mia
espressa altrove che il nostro realismo italiano non fu altro che un
passaggio classicista, un ritorno al motivo iniziale e positivo della
nostra rinascenza, sollecitato dalla voga zoliana; un rivedere in massa
e materia, in plastica ed in pittura il mondo che il romanticismo
intermesso, ma soffocato aveva descritto in idee ed in forza, in
possibilità ed in trasformazione. Il valore nuovo di Carlo Dossi sta
come azione di vita e d'arte, pur esplicandosi con formule naturaliste,
metodo di arte per la tangibilità.

Oggi, pur troppo, lo so per esperienza, tornano i giorni dell'_Indice_:
corre per le città una turba di iconoclasti e di svergognati piissimi
in cerca del vero e del bello, e, perchè nudi, li fanno sudici. Non
accorge la morale bruttura della sua anima collettiva e feroce. Oggi,
il _Concetto della Pornografia_ ha cambiato sede; io lo rimetto nel
cervello, quelli altri lo inchiodano, tra coscia e coscia, nel sesso.
Oggi, la pornografia è venuta in coturno a passeggiare, tra li onori
delle pubbliche sedute parlamentari, careggiatavi delle 40.000 firme
di dame e di dami di bergamasca e grottesca notorietà: _coprire è
mentire_. — Oggi, pornografia non è più quanto insulta, o non rispetta,
il diritto d'arte, la bellezza della forma, la necessità funzionale e
naturale della letteratura. — Pornografia non è pur sempre, e dovrebbe
essere, quel pleonasmo che esorbita sul necessario, il dettaglio
viziosamente enormizzato a proposito, sì da riempire il primo piano,
la piccola e misera ragione di sfondo, l'atto accessorio, verso cui si
vuole forzatamente condurre l'attenzione del lettore; dove rimangono
l'artificiosa esposizione, l'inutile suggestione intensiva per li
esercizii dell'inguinaja e delle perversità, certo di natura, ma non
tutta la natura. Molti libri, affatturati su questa ricetta, invece,
hanno spaccio per ciò, e sono lodati; moltissimi lettori vi accorrono,
se a pagina tale, o tal'altra, degustano il sal amaro ed il limone
spremuto di scene speciali, in cui Garaguez e Priapo, turco e romano,
falliformi soggetti esemplari, discutono colla _chteis_ greca e si
accordano internazionalmente sempre, qualunque siano le loro capacità.
Tali pubblicazioni si determinano per lucro; dimostrano l'esibizione,
l'eccitamento, l'offerta, la soddisfazione acquistata a tariffa:
«πόρνη bagascia: anche l'etimologia insegna; colei che vende piacere,
che inganna, cioè, all'amore eseguendone tutti li atti; colei che è
l'_idolatra_ secondo il senso evangelico di Paolo da Tarso; insomma,
la mercantessa di cose false, di spasimi e di voluttà simulate,
di preghiere mentite verso una falsa e bugiarda divinità. Così, la
letteratura pornografica rimane la menzogna gesuitica e male espressa:
La _Pia Giovanetta_ del canonico Nava, _La Via del Paradiso_, i romanzi
ascetici e modernisti del Fogazzaro, il brecciame e la rigatteria
variopinta, ricucita insieme, li sfoggi invelati di lussuria da basso
impero, centone d'annunziano: tutta la roba rinverniciata, ridorata,
a richiesta del tempo giudeo e ghettajuolo, le acadabranti posizioni
ultra aretinesche, l'ambiguo ed il grigio, ad encomio, dell'epoca pigra
e lutolenta, che appare, ora, sotto l'etichetta del libertinaggio, poi,
della scienza, quindi, della religione, per ingannare, per corrompere,
per farsi comperare, perchè autore ed editore ne abbiano i profitti
maggiori: _Pornografia_.

E già che ci siamo, oh si, pornografia il nostro reggimento politico,
in cui nulla è spontaneo, sincero, serenamente responsabile, in cui
tutto è un affare, una burla insidiosa ed assurda, un commento pagato,
un volo lucrato. Onde, se un giudeo di grandi numeri e di vertiginosa
eloquenza, ipostasi non corretta di un montanaro allobrogo e cinico,
interposto Luzzatti al potere dittatoriale di un Giolitti; se il
filosofo-economista-scrittore di sulla religione sulla tolleranza,
sui diritti dell'anima e della pancia, in bilancia tra il Ferri,
avidissimo guascone di prerogative ministerali, ed il salesiano
astuto bracconiere di coscienze e dilettante di gaudi deretani; se il
Primo Ministro di quest'ultimo regno ingiurioso al buon senso ed alla
virtù (ahimè, virtù!...) italiana, spaccia circolari per difendere
la morale pubblica dai libri, dalle stampe, dalle cartoline, dalle
scatole di zolfanelli, dalle maglie color carne, dalli inviti pandemii,
dalle occhiate che offrono, dai _pis-pis_ coi quali anche la povera
prostituta si sfama, se, in quest'ora grigia dentro cui l'episcopato
trionfa in Parlamento, la scuola è mancipia dei frati e delle monache,
le banche passano allo sconto dietro l'attestazione _del biglietto di
pasqua_, si vien parlando di morale, di ritorno ai sacri affetti della
famiglia, d'instaurazione etica, di conservazione della innocenza,
di diritti sacrosanti alla pura ignoranza delle vergini; oh, sii,
sono assolutamente convinto che tutto è pornografia tranne le aperte
imagini, le belle pagine, le sincere rappresentazioni che danno l'uomo
nudo ne' suoi atti d'amore; tranne l'eterno, purissimo, vittorioso
nostro paganesimo che insorge contro i Cristi e le Madonne rachitiche,
colle sue bellezze, vituperando in quelli venti secoli barbari e
tenebrosi di teocrazia, di dispotismo, di ferocia cristiana, attestando
la sua perenne divinità umana già mai oscena, se l'arte colga in
ogni positura, e, commossa, rappresenti carne e spirito nell'odio,
nel piacere, nel delirio insindacabile dell'amore, compartecipato
gratuitamente, proferto ed accolto. E grido: «Se incominciassero
codesti preti della morale pubblica a redimersi alla vera morale!».

Tutte quelle rappresentanze di un lucro sociale e costituzionale,
tutti que' funzionari rimunerati vorrebbero forse mute le pagine di
_Desinenza in A_? Ha Carlo Dossi trafficato mai del suo volume? Nessuno
fu più di lui schivo a spingere il successo ad utile fortuna: egli
sfida ogni indignazione cruscante e cristiana, pretesto ed ipocrisia,
perchè non ha fatto nulla più di quanto fecero i loro Padri e Dottori
del _Vocabolario_ e della _Chiesa_. Ha riposto sulli altari quell'amore
doppio e spaventoso in peccato, perchè ciascuno lo ammirasse con
terrore e lo fuggisse con prudenza. — L'impudenza de saccentelli e
dei paternostranti, del resto, apparve stolta, se ha voluto bruttar
di fango pornografico _La Desinenza in A_; di rimbalzo schizzò loro in
faccia. Quest'opera, dedicata a Tranquillo Cremona dalla cui pittura,
Dossi, imparò a scrivere; quest'opera, che fu alli occhi molto casti
e manzoniani di De Amicis la prova della virilità di un letterato
formidabile; questo volume, che al classicissimo Luigi Lodi si presentò
con pagine «serenamente[112] belle, in cui la verità della vita è
intesa e rappresentata con sobrietà, con nettezza di colorito e con
bella sincerità d'artista» non è tale d'essere proposta per lettura
_ad virgam erigendam_, a cantaridina sospetta, per Taidi e Batilli
impomatati, per vecchiaccie insoddisfatte e ninfomani, per vecchiardi
impotenti ed insatiriti. — Luigi Lodi comprese «lo sdegno[113] iroso
di chi imagina un mondo in cui non può, o non vuole, penetrare: l'odio
feroce dei solitarii contro la gente che non conoscono, la crudezza
ricercata di pitture e lo studio disgraziato delle parole difficili,
degli accoppiamenti e degli accostamenti disarmonici di lingua»; ma
accorse pure «che, di tratto[114] in tratto, la pura tempra d'artista
sapeva liberarsi forte e schietta dall'involucro accademico, onde
si era avvolta e aveva, per una virtù, che è propria degli uomini
d'ingegno vero, la intuizione esatta del reale e scriveva con una
muscolosa energia, con un disprezzo superbo, che raggiungevano, non di
rado, il maggiore effetto».

E però, quei melensi spauriti, tra la giaculatoria e la somma de'
spiccioli recapitolatrice dell'introito giornaliero, bottegai al minuto
e strozzini all'ingrosso, alla nuova edizione di _La Desinenza in A_
si sentiranno orripilare. Stiano lontani, si scansino, l'aborrino.
Di questi giorni, alcuni possono reclamarla sentinella futurista
(disprezzo alla donna!) con suggello marinettiano, altri vengono ad
aggiungerla a _Quelle Signore_, senza scrupoli reddituarie, per Le
_Maisons Tellier_ e l'_Amministrazione Notari_: la sua ristampa in
ogni modo commoverà la _Gente-per-bene_ delle _Leghe per la pubblica
moralità_. Sciocchezze tutte che si ostinano ad accorrere per
ricompensare o per proibire, autenticandole e truffando nello stesso
tempo, le basse ignoranza, o le povere ed incomplete malvagità.

Malsicura coscienza del proprio valore, sollecitare, col pagliaccio
in sull'entrata, colle insegne sesquipedali alla finestra, perchè si
accorgano di voi: miseria, proibire, condannare. La prostituzione è un
organismo ch'ebbe movimento dalla società, dalla comunione, dalle leggi
che vollero impedire: il giorno, in cui il dogma ed il codice vietarono
il libero connubio per ragioni statali ed economiche, si rizzarono
le prime tende del dicterio: quando l'uomo si trovò nel bisogno di
concorrere alla tribù, tutto ebbe valore, anche il proprio sterco:
quindi, confini ai campi, limite all'azione, distinzioni permesso e no,
venalità per il sesso.

Storie povere di mendicità internazionali e gemebonde. È pur lecito,
che, sotto il patrocinio di San Luigi re, morto casto e imbertonato,
in un torneo, mentre, piissimo, attendeva ad un'ultima e mirabile
crociata; è pur meritorio, che, accomandati da San Luigi prete,
vergine che vergognavasi di guardare in volto la madre sua, temendone
tentazione carnale; è pur logico, che, ripristinato un specie di
_Indice_ nel gabinetto del procuratore del re, dove si accolgono le
delazioni de' diversi Santini, de' varii senatori Béranger, delle
dispersive Mrs. Grundy; risorga in onore la così detta _Police des
moeurs_! Impudenza presbiterana; cacciatori di ragazze del marciapiede,
di cartoline illustrate a donne nude, di _Asini_ podrecchiani li
agenti si ritrovano per essere esposti alle tentazioni di un sadismo
sociale e questurinesco. Dentro di loro vigilia il senso nascosto della
_dolcezza di far sofrire_, di spingere, pizzicottando le braccia e
le natiche alle sorprese, di lacerare le imagini, di deporre davanti
il magistrato calunnie. Portano daghe e dovrebbero rimettersi il
sajo col caperuccio a bauta dei famuli; mi si rappresentano collo
staffile in mano e la disciplina, intonacati, il kepi a sghimbescio, le
mortelle al kepi, in un orrido compromesso di costumi, capuccino-Menot
birro-croato-vice-boja-dell'Inquisizione. — Vengono a passi foderati
di ovatta, come i gatti in ispedizione ladresca: annusano l'aria,
le carte, l'inchiostro di stamperia, i cartoncini bristol e no, le
sottane, le mani, l'alito, le pudende. Louis Veillot di ultramontana
e clericalissima memoria ha raccontato di un santo che avvisava,
dall'odorato, la castità feminile, cane di scovo per selvaggina di
paradiso: codesti agenti si pretendono dotati della medesima istintiva
virtù per quella d'inferno.

Oggi, domando loro, ed a coloro che li sguinzagliano, come l'ho
chiesto ieri, se, essendo concesso di allegare il voto ai contadini
bergamaschi, perchè ne approfitti uno de' qualunque Coris o Longinotti
del parlamento — dove li eletti allogano sè stesso al governo, il quale
ricatta e vende promesse e buona fede alla Nazione; — se, potendo,
secondo un'ambigua carta, essere permesso alla libertà individuale
di affittare temporaneamente, la forza de' muscoli, l'abilità delle
mani, il prodotto de' suoi cinque sensi, in pittura, scoltura, musica,
letteratura, industria, bellezza, non sia possibile dar a nolo, in buon
contratto, il sesso alla femina, perchè un maschio, che ne la richiede,
ne usi a soddisfazione de' propri istinti genitali. Vi sono delle
regioni anatomiche sante e sacre, e delle altre vergognose nel corpo.
Vi è una legge che proibisca, per ordine pubblico e pubblica igiene,
le indigestioni? Verrà, forse, quando messer Ferri s'incontrerà sulle
direttive politiche con mastro Giolitti: per ora è tollerato il morire
di colica epatica in seguito ad una scorpacciata di ciliege acerbe.
Chi oserà dunque determinare alla fame ed alla golosità del sesso,
ora, motivo, pietanza legittima e no, quantità, qualità razionale?
È vero: l'indigestione simboleggia lo spirito cattolico e si pratica
indisturbata: l'amore è Venere che torna fatale a contrastar Cristo:
qui, vi ha contradizione; là corrispondenza: per intanto codice e dogma
confondono bellezza con peccato e delitto, ma sopra tutto paventano
la sincerità. Protenderanno le granfie a una prossima ristampa di
_Desinenza in A_?

È dato solo alli uomini puri, come Carlo Dossi, d'immettere le mani
nel brago e di ritorle monde: essi hanno in loro stessi il preservativo
eccezionale, salutare e fatale del loro carattere, che li fa, in ogni
momento della loro vita, candidi e schietti. Essi possono discendere
nelle oscure profondità dell'anima e nelle latebre del corpo più
oscure, dettagliarne le complicazioni eretiche, ripresentarne le
cerebrazioni, coll'arte: il mistero torbido affascina e completa la
piena conoscenza delle cose chiarissime. Vicino alli _Amori_, gilii e
rose stretti in fascio ed offerti alla più bella ed alla più saggia,
stiano il fior di cardo, le orchidee, la panocchia violetta ed eretta
dall'aconito d'alpe. Si compensano; sanno di completare la botanica;
definiscono per opposti cardini, la vita. Perchè il sole e non l'ombra?
— Perchè l'ombra, sempre, e non mai il sole? — Carlo Dossi, che fece
opera di vita, non ha trascurato i due elementi; dal bene e dal male
foggia l'intiero suo poema: voi scegliete quanto meglio vi aggradi, o
dal _Romanzo della Bontà_ o dal _Romanzo della Malvagità_: o dalla sua
_ragion critica_, o dalla sua _ragion pratica_. Egli non vi limita,
nè v'impedisce l'opzione; quanto a me non distinguo; lo accetto e lo
bandisco _in totalità_.



VII.

RAGION PRATICA


Rovine, prodotto sistematico e passionale di critica, giovano a
preparare il materiale di fabrica per più nuovi e più comodi istituti;
rovine attestano la parte più facile dell'opera nostra, in quanto,
davanti alla realtà, al fatto, alla cosa, le nostre attività si
svolgono con maggior efficacia, e, lavorando sul tangibile, sul
visibile, sul positivo, il risultato ne riesce del pari. Ma, rovine
dicono battaglie vinte o perse, sempre, uh motivo di negazione ed
il più ovvio. Il _no_ non edifica, ma costruisce inversamente; il
_no_ è la ragion-critica. Credere rinnovare, o feticcio, od idea, o
divinità, od istituti, o palazzi, significa applicare il nostro bisogno
e la nostra speranza, nella continuità, riconoscerla, saperne usare,
adattare il momento nostro personale al momento collettivo, dimostrare
la pratica, per l'utile immediato; riconciliarsi, riammettersi
nella vita attiva... Per ciò, nella serie dei sistemi filosofici,
e Kant insegna, se si accampa a vittoria il sillogismo della prima
parte demolitrice, s'intorbida e fuorvia la logica, che s'ubriaca
di sè stessa e di apriorismi dogmatici; quando, colli elementi delle
smantellate case di altrui, tentasi di inalzare il proprio sistema: ed
ecco rifacimenti grotteschi, pericolosi, difficilissimi di architettura
ideologica, fuori della realtà.

Per l'estetica di Carlo Dossi il caso avviene diversamente, il suo
fabricare, cioè il credere di nuovo, ha fondamento nella riconosciuta
e sentimentale solidarietà umana, verso un progresso illimitato di
una necessità impellente biologica: l'_utile_. Ogni cosa, istituto,
essere e credenza si evoluziona e si raffina verso un modo più
facile, più sicuro, meno confuso e più armonioso di vivere. L'_Utile_,
adunque, nella sua assisi, s'apparecchia a diventar _Bene_, e Federico
Nietzsche vorrà invidiargli questa rinnovazione di valori etici, che
per l'altro non significa se non il secondo motivo della sua estetica.
Dal concetto: «L'uomo ha bisogno di essere buono (onesto) per vivere
meglio», estrae la conseguenza: «L'uomo migliore è anche più bello»:
e la reciproca: «Lo stato più confacente per l'uomo, perchè sia bello
e buono, è la Società», in senso lato, in senso cooperativo. Perchè in
fondo la sua società ideale che ammette tutte le libere espressioni ed
espansioni dell'organismo umano, si rappresenta in compromesso collo
_stato di natura_ del Rousseau, donde gli attinse il processo iniziale
e la prima idea indulgendo pure all'_Emile_, per _La Colonia Felice_.

In fatti, di fiele, di assenzio, di disgusto e d'ironia non vive un
letterato; è necessario ch'egli sappia trovare motivo più nutriente,
più dolce, se non l'ambrosia olimpica, a cui non crede più, almeno
una panacea, una nepente salutare che si distenda sopra le sue piaghe
ulcerose, ne acquieti il bruciore, le addormenti, gli induca in
riposo la febre, dentro il cervello esagitato. Quand'egli sente questo
bisogno, vede il giorno chiaro, vi si è immerso; numera e considera le
ore di sole dell'uomo e ne approfitta; riconosce il nero ed il bianco,
e nella disposizione delle gamme, tutti i colori intercorrenti tra il
no ed il sì. E perchè ogni letterato è sempre un determinista, rimena,
in un solo crogiuolo, le essenze del Bene e del Male per la sintesi del
concetto balzacchiano dell'_Utile_. Così, Paul Adam, che si distilla da
quello passando per Victor Hugo, scriverà _Les Cœurs utiles, La force
du Mal_; Carlo Dossi, che si è filtrato a traverso Porta e Manzoni, che
si è emulsionato con una goccia della ambiguità di Richter, produrrà
_La Colonia Felice, Regno dei Cieli_.

Riuscì purgato, disoppilato dal viaggio lungo e triste de' _Ritratti
umani_, come que' casti teologhi che facevan precedere alle loro
sottilissime meditazioni molte oncie di olio di ricino. «Poi,
divenuto[115] buono, trovo che il miglior sistema filosofico è
sempre quello della benevolenza e mi torna la fede nel miglioramento
senza limiti della umanità — di quella umanità, che anche quando
sta per retrocedere, va innanzi, poichè la sua ascesa è fatale e
spirale. Scaricatosi allora la tempestosa meteora, riappare sul mio
rinserenito orizzonte, l'azzurro profilo del _Regno dei Cieli_ e quello
adolescentemente verde della _Colonia Felice_».

Al _Romanzo della bontà_ eccolo venuto a traverso il _Romanzo della
malvagità_; perciò intende ristabilire l'equilibrio; desidera condurre,
concomitanti, le due strade; fondere i due generi in un armonico
tutto: e pure, oggi, passeggerà per l'una, domani, per l'altra, ma
non raggiungerà ancora il crocicchio, verso cui concorrono: oggi,
trascorrerà nella pianura e sul monte, domani, ntel deserto e fra il
bosco, seguendo i capricci particolari de' sentieri anfrattuosi: lunga
arte saldare i poli opposti. Fors'egli vide, in rapida e vorticosa
apparizione, passargli davanti le imagini luminosissime di un _Inno
al Dio Venturo_: ma per quanto non sorpreso nè da[116] follia, nè
da morte, ancora riguarda invano questo fastigio del suo edificio
di pensiero e di parole incompiuto come il palazzo di Asar-Haddon a
Nimrod, «o come[117] per esprimermi con più modestia, quelle insegne
bottegaie, che cominciate con spavalde maiuscole alte un braccio,
finiscono, per l'imprevidenza dell'imbianchino e la scarsità dello
spazio, con abbreviature spilorcie e pusillanimi minuscole».

Così, si sermona e si ragiona, stando nella comune anticamera neutra
e promiscua, in cui fa attendere i propri lettori ed in cui si
immettono due porte: una a settentrione, che si apre sulla galleria de'
_Ritratti_, l'altra[118] a levante che si apre nel poliorama delle sue
fantasie filosofiche: con ciò vi trattiene, e, prima che volgiate ad
una porta o all'altra, vi porge la Guida ufficiale per visitar meglio
i luoghi.

La sua filosofia incomincia, da questa proposta, dopo di aver
saggiato la apparente purezza delle intenzioni umane, con una serie di
investigazioni e di domande. Foscolo, prima di lui, aveva insinuato:
«Stimo le virtù l'arte di mascherare i propri vizii, e la civiltà, la
scienza per cui li adoperiamo in modo d'apparire onesti». Onesti? Carlo
Dossi conosce che il miglior galantuomo è colui che non si pregiudica
col commettere delle cattive azioni, perchè glie ne vien danno: «oh
siate indulgentissimi[119] fuorchè seco voi», esclama. «_Poter nuocere_
basta. Riconciliatevi col Cielo. Siate egoisti davvero». Per intanto
se «vivi come[120] vuol opinione, ti mancherà sempre qualcosa; come
vuole natura, ti avanzerà»; e Rousseau, dall'_Emilio_, dal _Contratto
sociale_, riprova un'altra volta la sua imminente attualità.

Il sensismo iniziale di Carlo Dossi si è lambiccato nel suo cervello:
egli insegna a beneficare perchè rientri nelle abitudini umane
l'atto del dono, come un atavismo da trasmettersi originalmente,
istintivamente, da padre in figlio. «Che[121] il beneficio entri
nel nostro tenore di vita come l'abito e il cibo. Non compassione,
soccorso. Bene genera bene, come spiga, spiga». Il consilio è
_salernitano di cristiana sanità_; il principio è anche mistico,
da Pitagora a Plotino; li occultisti se ne varranno, considerato il
_bene_ come una energia per sè stante, riproduttrice di altre energie
equivalenti; come del resto, il male per un'altra forza di valore
opposto, ma reciprocamente trasformabile. Su ciò il monismo ultimo
adottò unicità di materia e di energia, a cui i nostri organismi
sensibili, personalmente, attribuiscono un valore particolare di
gioja o di dolore, a seconda dei casi; perchè le loro vibrazioni sono
identiche nel tempo, nello spazio e nel sentimento. E' la coscienza
individuale che _personalizza e trova_ il tono del dolore e del
piacere, e spesso li confonde o li inverte, come il daltonismo fa con
i colori, non riconoscendoli od indicandoli con nomi improprii.

È pur la coscienza individuale che scopre il tono dell'utile, nella
mestissima trenodia del sacrificio, per cui il sofrire per li altri
acquista consistenza e nobiltà eroiche. — L'originalità dossiana
consiste nel proporre l'_Egoismo_ — sentimento intransigente e
permalosissimo, istrice aculeato che si raggomitola e punge dentro
di noi a sua esclusiva ed animale difesa accorgendo, di lontano,
ogni estranea presenza — a fondamento della morale, come già aveva
indicato, a traverso il laidume, la via alla bellezza, a traverso il
vizio, l'avvento della virtù. Il benessere personale, prima pietra
angolare dell'altruismo, appare un paradosso ed è la conseguenza logica
dell'abitudine mentale dossiana, del metodo suo, che diventa facilità
psichica, donde si inalzano la sua arte e la sua filosofia. Similmente
il D'Arca Santa, nella sua _Fisiologia dell'Egoismo_ — che pochissimi
conoscono e ch'io reputo a somma ventura sapere, regalatone di una
copia, introvabile preziosità pe' bibliofili — gli aveva assegnato la
funzione maggiore: da qui, polarizzati li istinti, verso il bisogno
imminente del meglio, si elevano, a grado a grado, a potestà morale,
scelgono di sulla bilancia, il piattello del bene, perchè sentono
come meglio — beneficando — avrebbero potuto vivere nella necessaria
comunione umana: donde, svolgendosi ai fastigi, per la rinuncia e
l'abdicazione della materialità, ma per assumere le meraviglie delli
splendori ideali dello spirito, elaterio il tornaconto, ecco il
progresso, le virtù. Le quali sono l'esercizio delle forze usate,
prudentemente, in modo che l'individuo se ne aumenti, acquisti
indisturbato possesso, riconosciuta autorità.

Carlo Dossi ricorse a Locke ed a Bentham: vi si informò, per quanto
i principii _del più gran bene per il più gran numero_, — _della
geniale utilità_ e l'espressione della _Deontologia_, — donde si
assegna all'uomo, precipua condizione, il proprio interesse — accettati
e svolte dal Say nella _determinazione del giusto e dell'ingiusto
dall'utile_ — fossero per contrastare coi pensiero d'Alessandro
Manzoni, dalle cui vene discorre l'humorismo lombardo della
letteratura dossiana. Se Manzoni oppugna questo e quello, li accusa
di contradizione e teme, che, indulgendo a loro, risorga la formola:
_la mia forza è il mio diritto_, ribattendo il sistema non solo nella
pratica, ma nelle definizioni ch'egli credeva mendaci; Dossi, che lo
fa suo padre spirituale, lo osteggia vittoriosamente, non coll'opporre
ragionamento a trattato di filosofia, ma col racconto di un fatto —
_La Colonia Felice_ — con una dimostrazione psicologica, _Il Regno dei
Cieli_, — Manzoni era inoltre troppo povero di coltura scientifica,
fisica e biologica, per riconoscere li errori delle sue premesse in ciò
il Dossi, che aveva seguito le più limpide frasi del _Dialogo delle
Invenzioni_, non avrebbe inceppato. Se, in quell'aureo scritto, il
trageda di _Adelchi_ aveva dimostrato, «il[122] nesso che esiste tra
la ricerca delle ragioni ultime e la filosofia pratica; e, nel campo
della storia andò a cercare i fatti più notevoli e più caratteristici
e che meno hanno apparenza di derivare da speculazioni filosofiche, per
trovare come appunto ne sono la conseguenza»; l'autore di _Desinenza in
A_ non usa di mezzo e metodo diversi, ma si induce all'opposta teorica
che dall'altro veniva protestata ed accampata nella _Morale cattolica_.

Per ciò, se questa autenticò al cattolicismo _il dogma dell'imperativo
categorico_ giansenista e di Emanuele Kant, sì che il suo insegnamento
è fuori ed oltre la semplice _Teologia[123] morale_ di un qualunque
Fulgenzio Cunigliati, settatore purissimo di tomistica, assumendo
il grado di una possibilità evolutiva; _Il Regno dei Cieli_ ne
devia. Se Don Alessandro si accontentò di vedere in astratto,
Carlo Dossi porge in sanzione interiore, svolge atti a riscontro di
fatti egoistici e personali. Egli, accostatosi alla serenità della
antropologia lombrosiana, distende il suo concetto, da prima negativo
e pessimistico, già involuto dalla grettezza ferrigna del _fatum_ e
dalla nascosta crudeltà della fatale reversibilità del De-Maistre:
qui si placa in una fede positivista, nell'ottimismo speranzoso ch'un
migliore futuro, si temperi col determinismo, per cui i fenomeni e
li esseri procedono per gradi, in cui la natura sapientissima non li
immobilizza, ma li fa sostare quel tanto pel quale si assicurino del
diritto di salire più in su. _Exceltius_! intona, comme un _Allelujah_,
il _Regno dei Cieli_: la suprema bontà illuminata del perdono sociale
che redime, dell'amore che fa virtuosi, sta nella _Colonia Felice_.
— Aronne, all'inviato della madre patria, che, per bocca di quegli
verrà a chiamare i condannati, esposti nell'isola deserta, dopo la
prova ed i frutti della redenzione: «_Uomini fratelli!_» racconterà
in questo modo le fasi della evoluzione di quel rifiuto galeotto a
cui presiede. «Intanto, Aronne, a seconda dei luoghi, gli narrava
la storia, ora triste, ora lieta, della colonia, dal tempo in cui
d'uomo, non possedevano essi che il nome; quando cercavano il proprio
vantaggio nel danno altrui; fin chè svegliati dal loro stesso russare
e fiorita la tardiva saggezza, si riducevano, a forza, nell'umano
diritto; e narrava, come allor la sventura apprendesse la felice
fortuna; il bisogno il soddisfacimento, l'Anarchia, lo Stato; mentre
la non mai zitta incontentabilità nutriva il progresso, sostituendo,
ad una forzata uguaglianza nella miseria, la innata provvidenziale
disuguaglianza[124].

Così, dalle oscure e terree radici dell'albero, immerse nell'humus
a succhiare, per mille ventose, il nutrimento, con uno slancio di
fede e d'amore, si sublimano le eccelse frasche aeree a giuocare
coll'azzurro e le stelle di una tiepida notte serena, allietata dallo
zefiro primaverile e musicale, rischiarata dallo sfoggio di tutti li
astri, apparsi sulle ringhiere del firmamento, come giovani indiademate
a salutare li uomini di buona volontà. — Così, _l'Utile è la ragion
radicale_ e fondamentale del materialismo storico di Carlo Dossi, come
è la _Lotta di Classe_ nel sistema di Marx ed Engels; colla differenza
che l'Utile dossiano rispetta i termini, i diritti e le prerogative
del cervello, anzi li feconda di maggiori attributi; mentre la Lotta
di Classe, gretta interpretazione economica e commerciale dei fatti,
sommette la preziosità de' nervi al compromesso numerico della folla ed
ai numeri muscolari della economia politica.

La Lotta di Classe dimenticavasi che sempre, una eletta minoranza sarà
pur quella la quale doterà di maggiore giustizia sociale, di più lato
benessere individuale, di più assodata sicurezza le nazioni, in sul
cilio della bancarotta fraudolenta, per mancanza di solidarietà, in
pericolo di morte per cessato esercizio di patriottismo e di virtù
gestante e serena. Di ciò non obliavasi il Dossi. «Nuovi[125] errori
pigliano, continuamente, il posto dei vecchi, perchè l'uomo procede
solamente a loro mezzo; per cui, se tu vuoi essere degno di scusa in
faccia alla storia, attienti all'errore dei molti, che è la verità
di quest'oggi; e se, invece ambisci a una lode datti all'errore
dei pochi, che è la verità del domani». Ma s'egli è qui inesorabile
contro i _luoghi comuni del presente_ non la perdona alle ignoranti
superstizioni del passato: «La clemenza[126], si dice, dovrebbe essere
esclusa dalla legislatura; ed io non vorrei neppure la legislazione.
Si diminuiscano le pene per diminuire i delitti. Come nelle malattie
fisiche giova più la cura preventiva della repressiva; così nelle
morali. Cangiate le carceri in iscuole! Le pene rappresentano ancora
un lusso antico quando erano un reddito sicuro del principe». — Nè
in diverso modo considera la beneficenza: «Non giova che preventiva.
Gli 8450 stabilimenti italiani di carità posteriore non sono che
altrettanti semenzai di[127] miseria»; sì che il razionalismo dossiano,
galoppando con lena, aveva prima di Nietzsche rettificato molti valori
malamente in uso di parole di frasi, di idee, depurandoli dall'esoso
ed eroso grassume depostovi a patina dai secoli, dalle mani sporche
e dalle coscienze sudicie delli uomini per cui erano, perdendo
d'efficacia, passati i concetti primi, semplici ed esemplari della
naturale moralità. Perchè Carlo Dossi ci ha confessato: «Pensai[128]
che giustizia e bontà fossero cavigliati all'uomo dal suo egoismo
medesimo, e che il proprio vantaggio, sapientemente considerato,
coincidesse, in ultima analisi, col vantaggio altrui; che in ogni caso,
il maggior e il più forte interesse si risolvesse in una soddisfazione
di coscienza. Sul che imbrattai un fascicoletto di carta che
s'intitolò il _Regno dei Cieli_». Qui, un angiolo proclama a divisa,
dignitosamente sfavillando: «Vive[129] eterno Amore!» ed il _Regno dei
Cieli_ è, per l'autore di _Desinenza in A_: «_Il Quinto Vangelo_».

Si era, allora, nel folto delle agitazioni socialiste, della propaganda
attiva libertaria; dalle idee di Chaumettte, di Buonarroti, di Fourier,
di Saint-Simon, di Proudhon, di Blaqui, s'accendeva la rivolta sociale.
Prima assisi, il _meeting_ di Saint Martin's Hall, nel 1864, costatava
la miseria dell'epoca, mostrava a nudo i vizii reconditi del misto
regime europeo, denunciava, ai popoli oppressi, il bisogno di libertà,
alle nazioni compresse, l'autonomia, a tutti, l'insorgere necessario
contro i vincoli del dispotismo, le sovranità delli stati dominatori
in urto ed in onta alle ragioni storiche e geografiche. Emanavansi
principi, concetti a seminare il mondo di certa raccolta tempestosa;
ruinavansi le vecchie formole, le tradizioni, i rapporti diplomatici e
costituzionali consacrati, il dogma della autorità. A Ginevra nel 1864,
a Losanna, nel 1867, a Bruxelles, nel settembre dell'anno successivo,
a Basilea, nel 1869, la _Internazionale_ riuniva i suoi parlamenti.
Quivi, Bakunine l'aveva raggiunta colla _Democrazia socialista_,
v'innestava l'individualismo conflagrante, cui Marx ed Engels, dopo
aver dettato il _Manifesto_, contrastavano con autoritarismo germanico
ed egemonico, disvolgendone le due correnti rivoluzionarie; una,
verso la statolatria accentratrice, l'altra, verso il sindacalismo
dissolvente. Il _comunismo_ ritornava in sulla ribalta della attualità;
vi aveva conglobato il binomio, che avrebbe dovuto scindersi subito per
incompatibilità di carattere; e l'elettrolisi della critica dispose,
in fatti, ai due poli opposti, li elementi inimici. — La _Comune_
aveva sfolgorato, sgozzata a Satory, agonizzante a Cajenna, accesa
dalla causa occasionale di un Sedan, di una capitolazione di Parigi.
La _Federazione del Giura_ affocava con calma scientifica li odii,
si opponeva, sostenuta da Bakunine, all'assorbimento hegeliano della
logica di Marx; le _Federazioni italiane_ optavano chiaramente per la
rivoluzione pura, per la tattica delle società secrete. Al congresso di
Bruxelles, del 1874, Cafiero non credeva opportuno accedere, eleggendo
le armi alle chiacchiere; e De Paepe constatava le due tendenze:
quella di Spagna, d'Italia e del Giura, anarchica, l'altra di Germania
e d'Inghilterra in cui predominava la nozione dello _Stato-operajo_.
Le Borghesie europee, all'agguato, eccitavano sommosse, scoprivano
e fabricavano complotti polizieschi: in fondo, la loro attitudine
era quella del sospetto e del terrore. Nelli anni eroici e di
passione dell'_Internazionale_, si determinavano le prime ragioni del
proletariato e delle filosofie libertarie, ad inlievitare tutta la
serie delle proposte e delle pretese, che ancora si avvicendano sul
campo della economia e si schierano, armate, nel breve e più logico
arringo della politica interna d'ogni nazione.

Per cui, nella coincidenza appassionata colla _semaine sanglante_
dell'ordine versagliese, Carlo Dossi giovane ventiduenne aveva
squillato, con entusiasmo e dolore, terzine libere di foscoliana
eloquenza, che dovranno rimanere nella istoria della nostra lirica;
terzine forse edite di poi ma anonime nel 1878, in un foglio
d'avanguardia, a cura di Luigi Perelli, quando l'Italia ultima,
ricondotta alla greppia dalle moine e dalle carezze di Margherita
e dalla ostentata democrazia di Umberto, nuovi re, si sentiva, per
tornaconto e d'impostura, per pigrizia e viltà, tutta scombussolata al
fatto semplice di cronaca del Passanante.

Terzine porte, all'amico, dall'autore, con questa raccomandazione:
«Io te le mando, qui accluse, perchè tu vegga se vi è maniera, da
parte tua, di farle stampare in qualche gazzetta, o rivista. Inutile
raccomandarti il più geloso secreto sul nome del suo autore. Non ch'io
arrossi di averle commesse. È un bimbo illegittimo, che, per necessità
di famiglia, mi tocca, oggi, di esporre, _ma che in tempi migliori
rivendicherò_. — Lasciami dire: benchè solitaria, non è inopportuna
una voce, che, in tanto delirio dinastico e pagnottistico, in tanta
gara di servilismo, tenti di richiamare a dignità la coscienza italiana
ed a carità l'umana. A me, come a qualunque onest'uomo, fa orrore
l'omicidio, fosse pure politico, ma a me, come, purtroppo a pochissimi,
fa insieme schifo lo spettacolo di uomini, i quali, non solo da
sentimento di sdegno santissimo traggono pretesto ad adulazioni che
l'amor di patria non iscusa, ma imprecano a quella libertà che li ha
fatti e supplicano perchè sia loro tolta[130]»: fiero commento a questi
versi che bisogna rileggere qui, poichè ignoti e bellissimi:

                             «NUOVE NOZZE»

    «Piombò l'ignoto Iddio su Humana. Sparso
    fu il nuzial sangue. Immensa orrida teda,
    Lutezia in fiamme. Paraninfa, Morte.

      All'improvviso amplesso Humana un grido
    di voluttuoso spasimo gittò,
    e, affranta, cadde nell'onda dei sogni.

      Ma il sonno è sciolto. Ella si aderge altera
    ricordando l'amplesso, e, intorno, mira
    se ancor rifulga il suo terribil sposo.

    «Vieni, o diletto» — desiosamente
    chiama — «vieni a colei non sazia e tua
    e le rinnova quel dolor fecondo.

      Stanca son io dell'amor che legge
    avara mi misura: amor che ha tiara
    ha plico e diadema e sotto è calvo.

      Vecchi rabbiosi d'impotenti voglie,
    mi circuendo, a fedeltà costretta,
    e il talamo che olezza ancor di te;
    «_il tuo_ — mi dicon — _nome è annientamento_.
    Dunque t'affretta! Quanto intorno veggo
    invoca scure, rogo e oblio profondo.

      Tutt'ardo ed amo. Colle gruccie loro
    seguon, que' vecchi, di briache linee
    la terra urlando: «_oltre non amerai_!»

      Sentomi adulta e di me stessa donna.
    Vieni, o possente, e colla man tua rude
    lacera i veli che mi offuscon gli occhi,

    strappa i monili che mi son catene,
    sciogli la veste che mi impaccia il piede,
    e mi ritorna al sol libera e nuda.»

Questi endecasillabi si volevano stampati anche da Alberto Pisani,
segretario alle sabaude diplomazie della Consulta, come _tradotti da
Carlo Dossi_, se pur lo vennero, perchè ritrovai solamente le bozze
ma non il foglio che li avrebbe dovuto recare, ed oggi, _in tempo
migliore_ glieli rivendico a grande titolo di gloria. Senonchè, allora
apertamente, in sospeso, si tenne in bilancia col _Regno dei Cieli_.
Che, se in questo evidentemente veniva all'individualismo libertario
e rispecchiava le _Nuove Nozze_, lo aveva però vestito di beneficenza
e di carità, dandogli la rossa zimarra talare del Cristo. Ma la sua
profonda dottrina, il suo scetticismo caustico, dubitarono ancora:
riposero sotto a soppannare la camicia del Rabbi, la palandrana lunga,
la zimarra decorata del conservatorismo, quasi volesse entrare, e nei
palazzi e nei templi, coll'uniforme d'obbligo, volendo sorprendere per
insidia le posizioni che desiderava occupare. E però nessuno si illuda,
se la sua critica, che permane anche contro il socialismo, si rivolge
diritta specificatamente a limitare le funzioni dello Stato improprio
conservatore de' privilegi, a combattere la falsa morale, il costume,
l'attitudine alla menzogna sociale.

Vi dice chiaramente e rivoluzionariamente: «Il Comunismo[131] ed il
Socialismo vanno posti negli errori del tempo presente. (E ricordate
che il presente è l'opera del Commercio). Il primo, a fortuna, è
inattuabile; esso esige una perfetta e continua eguaglianza. Or come
ottenere quella dell'ingegno? — L'altro, _troupeaux et bergers_,
pur troppo è in pieno vigore. I Governi ne sono la massima prova;
i quali tendono sostituire allo spirito dell'individuale interesse
un interesse comune cui nessuno partecipa. L'Internazionalismo è
tutt'altra cosa del Socialismo: ma Governo-Socialismo-Dispotismo, nel
mio dizionario, sono sinonomi». — «È ora[132] che l'individuo esca
dalla tutela dello Stato: ciascuno sia responsabile di sè: facciamo
senza degli Dei, tra poco faremo senza dei Governi». — La petizione
è singolarmente individualista ed anarchica, per quanto uscita dalla
penna di un diplomatico. Ma chi non ha accorto i germini di una
teocrazia libertaria in De Maistre e le sementi di un determinismo
anarchico in De Gobineau? Carlo Dossi è di questa razza; e non solo
dubita, ma condanna lo _Stato_: «Lo Stato! come[133] espressione,
anche etimologica, il suo vocabolo rappresenta l'immobilità: Stato
è cosa che non si muove»: mentr'egli sa che il futuro filosofico e
storico è l'Anarchia; però che la Repubblica, secondo l'opinione di
Proudhon e di Giovanni Bovio è l'attuazione generosa di un reggimento
libertario. «Lo[134] _Stato_ è sempre un peso immane: pure bisogna
pagarlo alla _Società_ col prezzo del lavoro; come alla Natura si
paga la Vita colla Morte. Da giovanotto fui persuaso che bisogna
rassegnarsi allo Stato come alle sepolture. Oggi è sepoltura aperta
che ammorba. E così in me si venne delineando il concetto dello Stato,
come un organismo in cui tanto scema il Governo, quanto di autonomia
acquista la persona. Un tale concetto, esplicato direttamente, tirava
all'_Ideale della Repubblica sociale_. Se nello sgravarci di tutto
questo, però, noi non possiamo, nè potremmo, buttarlo giù ad un primo
scrollo di spalle, riduciamolo — dico io — secondo il disegno evolutivo
della storia»; però che questa si avvia all'Anarchia deliberatamente.
Al maggior filosofo italiano moderno può ben rispondere Carlo Dossi:
«La Libertà[135] consiste nel poter fare quanto si deve volere, e non
nell'essere costretti a far quanto non si può, nè deve. Ora, dato
un Governo tutte le forme si valgono. _Quod interest quot domini
sint? Servitus una est!_ Dato un governo, il migliore è il meglio
amministrato. Ed allora, noi sentiamo tutti i mali della libertà perchè
non la possediamo intiera».

L'osservazione critica si ripropone colla salacità fine e acuta, col
senso nascosto della pratica: lo sentiamo irridere alla religione dello
Stato, alle Religioni delle masse, alla Religione del Socialismo, alla
Religione del Papa; e però ci consiglia alla osservanza di un codice,
di un decalogo, di un rito, di un governo, contro cui si appunta e
storce il suo _Regno dei Cieli_, il _Quinto Vangelo_!

Torna egli all'errore? «Taci[136], non insultare Natura, la
eternamente, la immoderatamente buona. Insieme alle lagrime ci
ha dato il sorriso; qui vive felicità...» Felicità nell'inganno?
Necessità della menzogna fiorita e dolce: perchè interromperà il
sogno fatato delle Illusioni? Perchè, «con una[137] sfornata di
ragioni semplici, evidenti, con una eloquenza, tanto più insinuante
quanto meno pontificale, darsi a scalzare la buona fede di Pietro?»
— «Che le aveva da sostituire il povero[138] uomo?» Carlo Dossi si
ferma davanti alla verità che accieca, ma che non consola. «Abbiate
pazienza[139], o Dei di seconda mano, miseri fabbricatorini di mondi
contro natura; con l'ignoranza non hanno mai valso i raziocinii della
saggezza, nè varranno mai. Di addurre al Vero la plebe, unica via,
l'Errore». Sacrosanta Utilità dell'Errore; formola sociale: disse
Sinesio: «Conviene che le folle sappiano quanto è proporzionato alle
loro racchiuse intelligenze:» — E Varrone: «È necessario che il
popolo ignori molte cose vere e creda a molte false». — E: Joseph
de Maistre: «La folla comprende questi dogmi, quindi sono erronei;
li ama, ed allora sono pericolosi». — E Champfort: «Scommetto che
ogni idea pubblica è una consacrazione atavica di sciocchezze, poi
che ha compiaciuto a tante persone». — Ma per qual ragione privarli
del loro piacere? Loforte-Randi, che è un razionalista, anch'egli
fa parte all'errore e lo coonesta: alessandrineggia da gramatico e
da gesuita, ma ammette: «che la folla[140] creda ciò è un gran bene;
essa supplisce, così, alla sua fatale ignoranza, con un atto di fede,
rimettendosi, in ogni cosa, a colui che — come essa crede — sa tutto e
può far tutto;» ed invidia _I poveri di spirito_, perchè «gli atei, i
quali[141] hanno la fortuna — o la disgrazia — di non farsi abbrutire
dal bestiale materialismo (e sono gli atei solitari alla Shelley
ed alla Nietzsche) sono degli infelici paragonabili a coloro, che,
un giorno ricchissimi, sono tormentati dal ricordo della ricchezza
irreparabilmente perduta». Per ciò, Carlo Dossi predica la pratica del
_Bene_ per l'_Utile_; e, non ricorrendo più alle illusioni religiose,
alle speranze della fede, alli entusiasmi del sacrificio, va diritto al
senso logico dell'egoismo, che per _convenienza_, conserva e riconsacra
la religione. Il circolo si chiude: nuova interpretazione, antichissimi
fatti positivi a persistere; Gaetano Negri sbircia malizioso dalle
persiane socchiuse.

Gaetano Negri, che si nasconde; un filosofo anch'esso anarchico,
perchè egotista ed autoritario, che impropriamente si cammuffò da
conservatore, gesuita di altissimo garbo moderno, che assunse il
servizio, per meglio dominare, anche del clericalismo, questa volta
servo-padrone nel reggimento del ducato di Milano, oggi Consiglio
Comunale di Paneropoli: ma fu _raté_, perchè non ebbe il coraggio
delle proprie opinioni. Gaetano Negri, non beneviso a Carlo Dossi, che,
se ammette necessaria una religione positiva nel compromesso sociale
chiamato _Stato_ — vedemmo in qual conto lo tenesse, — la considera
colla mirabile impudenza d'affermare: «Manzoni[142] ostenta di aver
fede; Rovani di non averne: Dossi ne piglia quando gli occorra di
far degli effetti e quando gli accomoda: ma nessuno dei tre ne ha».
— Perchè: «Data[143] una religione, la migliore, secondo me, è quella
in cui _l'altro mondo_ meglio giova alla felicità di questo» Il tema
è tuttora _l'utilità_; il modo di svolgerlo uno scetticismo, che si
esaspera cinicamente.

Ond'io non lo seguo e vado lealmente colla serena e nobile franchezza
del Renan: «La[144] nostra base consiste in ciò: bisogna agire come
se la vita futura non ci fosse, sia che essa esista, o no. Predicare
al popolo la _non-vita_ futura, vuol dire rendergli un servigio;
perchè è lo stesso che eccitarlo a compiere uno sforzo nel presente.
Predicargli la vita futura, significa addormentarlo e forse truffarlo,
facendogli perdere tutto per indurlo a correre dietro una chimera». Ed
«io dico[145], che quando uno scettico somministra al povero il _dogma
consolatore_ senza credervi, al solo scopo di tenerlo tranquillo, egli
fa opera di scroccone, pagando in _biglietti, ch'egli sa falsi, la
buona fede e la miseria altrui_. La preoccupazione della vita futura
è nociva alla umanità; nè ci si deve affidar troppo all'apostolato
del prete nei giorni della paura. Perchè creda il popolo, e credano
le classi dominanti; _ma queste credono, o fingono, o s'illudono di
credere solamente nei giorni pericolosi_ al loro dominio. Singolari
cristiani questi forzati dal terrore! Al primo sole della tranquillità,
ritornano increduli: Voltaire può venir cacciato dalla loro biblioteca,
ma non dalla loro memoria. Così, se costoro mantengono una parte
dell'umanità nelle barbarie, per dominarla e sfruttarla, fanno opera
pericolosa ed immorale. Bisogna dare a ciascuno un posto nel banchetto
reale della vita». L'anarchia di Carlo Dossi non se ne preoccupa,
perchè è comunque, ed in ogni regime, liberissima anche nel libito, ed
il suo esercizio è incondizionato con qualunque professione di fede?
Non so: egli desidera che i propri fratelli siano armoniosamente in
pace con loro stessi _nella supposizione_ di essere felici, _l'unica
vera felicità_: la religione li può aiutare, in questo dunque giova. E
che più?

«Imaginiamo per rinnovarci il coraggio di vivere!» A qualche cosa
serva anche l'inutile ricchezza della poesia e del sogno, a popolare
il deserto della morte coll'al-di-là» a soggiungere ragione di governo
colla pompa e le menzogne pietose delle religioni: «L'illusione[146],
l'_errore necessario_, è perciò il profumo più squisito della vita!».

Diplomaticamente De Maistre l'aveva già ammesso e Carlo Dossi gli si
apparenta più che non a Manzoni, come meglio a Nietzsche che non a
Rousseau. E pure, quanti ascosi legami, quante secrete intelligenze
allacciano Nietzsche a De Maistre, — Rousseau a Manzoni! De Maistre,
che considerava il catolicismo ragion sociale, sorride alle ingenuità
di Manzoni, che lo attesta ragion morale: il Dossi può proclamarlo
religione positiva, _utile_, il giorno in cui può giovarle al nostro
interesse quando, comunque, ci allontana da un pericolo, ci consiglia
su quanto ne nuoce, ci propone ciò che può aumentare la nostra
felicità. Onde, chi sgorgò da viva fonte manzoniana e percorse un
lungo cammino tra bronchi, sassi, cascate, paludi e calmi laghetti
ornamentali, pur contrastando alla _Morale Cattolica_, la ripropone
per _convenienza_; e dopo maturo esame, può aver motivi di credere:
«Manzoni[147], come ogni grande humorista, è scettico. Non si guardi
alla esterna fisionomia dei Promessi Sposi. Dentro in vece. E Manzoni
non crede; ma il suo scetticismo è vestito di fede; e ciò l'introduce,
sotto mentite spoglie, nel campo avversario: Rovani pure non crede;
ma ostenta la sua incredulità a volto aperto, e forza il nemico
d'assalto». E Carlo Dossi? — L'ho sorpreso qualche volta con questa
frase sulle labra: «Credo a questo mondo!» E nella efficacia delle sue
religioni positive?

L'Utile accetta, dall'entusiasmo, l'ascetismo: integrativo e
sperimentale, fa dalla metafisica sentimentale e dai logaritmi della
imaginazione, dalli eccessi dell'isterismo e dalla forza d'inerzia
della folla ignorante, un altro serbatojo di energia. L'Utile non può
trascurare l'impulso collettivo ed operante della suggestione, come
preghiera, come superstizione; non può lasciar da parte la massa di
forze vive che si spostano da una comunione di credenti, dall'esorcismo
rituale e condecorato, da tutti li incentivi erotici, profumi, colori,
luci, suoni, contatti, commistioni d'alito, di abiti, di carni: non può
non impiegare la potenza divulgatrice ed eccitante delle processioni e
de' trionfi, delle tensioni nervose dell'aspettare, della vibrazione
molecolare dell'aria per le grida, le orchestre, i cori squillanti.
Freme la folla; aspetta la celebrazione di un mistero, l'avvento di
un miracolo, di una grazia, di una cosa non mai prima occorsa: ed il
fluido si riversa a fiotti; penetra ognuno ed ogni cosa; opera le
trasmutazioni, si fissa in visioni, in allucinazioni, parla parole
misteriose, apre la bocca ai muti, li occhi ai ciechi, i sessi alle
infeconde; risana, ristora, converte, domina, feminilità radioattiva
e passionale erotta e respirata, taumaturga, nell'atmosfera. L'Utile
non ripudia Lourdes, le guarigioni, che Charcot dimostra colla scienza,
nel suo laboratorio. L'Utile esprime le sue mille virtù dalle _Lettres
de Malésie_, quando Paul Adam si induce mitografo e riassume, sotto la
simbologia cattolica, il culto della Ragione e della Scienza; lascia
ai miti la loro poetica potestà, li aumenta d'esoteriche funzioni,
li espone, con isfarzo di teorie e di lustrazioni, alla saggezza del
popolo nuovo; ma riserba, come i sacerdoti egizii e le gerusie di
Eleusi, alla dottrina ermetica delli iniziati, il senso nascosto delle
verità assolute, che dichiarano, per gesti ed attributi, le bellissime
iconi, che declamano, con divine maestà di sinfonie e di poemi, le
tragedie, sacre commemorazioni della storia, dei conflitti, della gioja
e delle vittorie della Terra e delli Uomini, nello svolgersi delle
epoche e nelle successive conquiste dell'_Utile_ sopra la brutalità
della materia e de' semplici istinti animali.

Per questo motivo, _Il Regno dei Cieli_ racchiude una parola di più
ed un concetto maggiore di quanto _La Morale Cattolica_ non abbia
esposto: dall'Utile, combattuto e rifiutato da Manzoni, Carlo Dossi
ha estratto un principio morale e sociale a cui Manzoni non arrivò.
Inalza prezzo e bontà alla vita, mandata in discredito dal pessimismo
leopardiano, dal sarcasmo schopenhauriano, restituisce santità alla
missione dell'onesto, poesia al lavoro: non toglie la fede a chi crede,
le consolazioni ideali e verbali a chi prega, le speranze dell'al di
là a chi le brama, e senza delle quali non saprebbe esistere; ma tutti
inchina ad adorare Dio anche nel prossimo loro. Egli confida nella
Natura; col suo esempio e patrocinio, risponde allo sconforto; benedice
anche il vizio, perchè necessario ed in tal modo che nessuna forma di
governo, nemmeno la imaginaria repubblica aurea di Platone, ha saputo
estirparlo. Egli, forse, sognava ancora, se vien desto: «La[148] mia
soave fanciulla, sedutami a fianco, dicea: Che fai tu all'oscuro? — E
con un bacio; mi rischiarò».

E però, dal delitto, fa sorgere novella Roma.

La clemenza di un principe dotto ed umanista, nutrito di
_Enciclopedia_, innamorato delle teorie di Tomaso Moro e del
_Contratto_ di Gian Giacomo, concede a una torma di delinquenti, rei
di delitto capitale, vita e libertà; la deporta in un'isola sperduta
dell'Oceano. Colà, tiepidezza di clima, suolo pingue, fortunatissima
stagione, costante salubrità d'aria, protezione di foreste e di fauna
pacifica, favore di Natura li conservano: munificenza reale li dota
d'armi a difesa e ad offesa di quella vita, cui la legge della madre
patria rifiutò di privarli, abbandonandoli, alla loro coscienza ed al
loro arbitrio, per ridiventare, in caccia di loro stessi e de' loro
istinti, nella troglodita anarchia, vindici e protettori del proprio
egoismo limitato ed aggredito dall'egoismo altrui.

Liberi, le armi in pugno, delinquenti, senza legge, monade prima
della società civile, quaranta tra uomini e donne stanno dissoluti e
diserti dalla comune patria sopra la spiaggia, in faccia al mare, dopo
la lettura della sentenza che ve li inchioda e che li abbandona alla
implacabile coscienza: passano, in cospetto del suolo ignoto, rassegna
omerica. Il maggiore e più forte si avanza; pretende, soggioga, domina
«_Ex ferocibus universis singuli metu suo, obedientes fuere_».

Ed è Gualdo-beccajo. _Rex_ o _Konig_, la violenza; biondiccio,
membruto, occhi chiari, asciutto, barbaro primordiale, il brigante.
Incontra tra le peccatrici, Nera bellissima; la sotto pone, la avvince
a sè col prestigio dei suoi muscoli, colla fiamma della sua lussuria;
Nera, bruna, magra, vibrante, oratrice d'insolenze e bestemie,
trombettante strida acute, l'impulsiva. La coppia aristocratica si
fonde, la cellula della famiglia tipica, progenitrice di dinastia,
funziona.

Ma Aronne, letterato, debole di corpo, ricchissimo di mente, _Vate_ o
_Pontifex_, faina e volpe, il detentore delle parole, il fraudolento,
colui che sa commuovere e convincere, che sa creare, dal nulla, cose
col verbo, che dà anima ed azione alle idee, il depositario della
scienza, che, in quella solitudine oceanica, appare rivelata, perchè
nessuna contiguità di continente e d'uomini influisce sopra l'isola
della deportazione; l'osteggia; si oppone a Gualdo, pretende e pretesta
la sua ragion psichica, domanda superiorità nel comando.

I più deliberati, li assassini, i sanguigni seguono la fazione
militare; i più pacifici, i cabalatori, i nervosi sostengono il
geronte. S'azzuffano, Ghibellini e Guelfi; il Dispotismo e la Teocrazia
si rimettono di fronte; incominciano l'evo di Mezzo di ogni storia
universale; provano le loro forze, prima di fondersi, di costruire,
sopra i due pernii essenziali, una patria; Diritto e Forza, Cervello e
Muscolo, lo Stato integrale.

Il figlio nato dalla coppia regia, da Gualdo e dalla Nera, l'indice
vivo della fecondità, della stirpe che si infutura, della posterità
che appare, accelera la pace tra le due parti; la giurano. Leggi si
informano, preste ed esecutive costituzioni. Aronne le detta; Gualdo
le fa eseguire: il _Rex_ ritorna braccio armato del _Pontifex_; il
Cervello, il Diritto si valgono dei Muscoli e della Forza: «Se il[149]
pugno io l'ho forte, — Gualdo oppose, — debole è il capo. Io non potrei
che farmi accoppare. Troppo mi sento ignorante di una ignoranza a cui
non c'è pezza. Il mio braccio ha bisogno di testa. Ecco la testa! — e
additò il Letterato». Per cui si instaura la diarchia, la antichissima
diarchia romana, che i sette re di Tito Livio fa quattordici; che
sussiste colla Repubblica ne' due Consoli; che appare nelle istituzioni
civili e militari, concomitando all'unico scopo della grandezza romana.
— Ne sdegna le leggi Mario, il Nebbioso: elegge esilio, il cammino de'
boschi e della miserrima libertà delle fiere; Mario bello, giovane,
forte, generoso ed intelligente, il dissidente, il refrattario;
un'altra nuova potestà umana, la coscienza del proprio individualismo
idealista. Ma amore lo ricondurrà alla comunione.

«_Et Venerem sensere lupae, sensere leaene_».

L'albore, in cui si annega il crepuscolo delle anime terrose e scabre
e della informe coscienza umana, nella crisi tormentosa di voler
_essere di più_; la pallida luce, in cui l'uomo ridiventa individuo,
accetta e consiglia leggi, si fa cittadino, balenando, si affaccia
colla seconda generazione: amore, incondizionatamente, fa il miracolo.
Forestina nata da Gualdo, e sopravissuta nella nascita, alla Nera,
che moriva nell'esporla; Forestina riallaccia la cretura alla natura,
il finito all'infinito, ridona esistenza al sentimento, alla fede,
determina la religione naturale, difesa preziosa per le anime sensibili
e passionate. — Nelle pure viscere della verginità impubere, il bisogno
di confidarsi fa scoprire a Forestina la prima preghiera alla divinità.
Carlo Dossi trova, per le sue labra commosse, una nuovissima _Ave
Maria_ panteista; la preghiera scorre soave e maestosa, battuta sopra,
un endecasillabo scolto di foscoliana venustà, nascosto nella piana
tipografia di una prosa, che male inganna li orecchi esercitati al
verso:

    «O Madre, o Madre, dalle tue profonde
    viscere, alziamo lamentosi il canto.
    Tu, spento sole, con feconda morte
    anima e forma a noi susciti e cibi.
    E noi, tuoi vermi..........»

Così io leggo e declamo il cantico classico e razionalista: altri
scanda, se può, diversamente

Ma, nelle pure viscere della verginità pubere, scocca l'amore scintille
ed accende. Ed è Mario reietto; colui, che, dopo le vicende d'odio
e d'angoscia, dopo il sangue versato, dopo il rinnovarsi del mito
di Elena, senza rovina d'Ilio e della favola dei _Promessi Sposi_,
senza l'intervento del Cardinal Federigo e di Fra Cristoforo, ritorna
alli uomini, dai boschi e dalle selve. Consacransi li sponsali tra
la cannonata benaugurosa della nave, che arreca, dalla madre patria,
l'assunzione de' deportati a cittadini, affermandoli redenti e utili.
«Egri[150] eravate — interruppe il silenzio la voce del capitano,
leggendo — non vi spegnemmo, guariste. Da ogni Vizio, Virtù. Roma, covo
prisco di ladri, diventò nido di Eroi: siate Roma!».

Il nocciolo latino, fondamentale, un'altra volta appariva, anima
indimenticabile, nell'innesto barbarico, che, chiaramente aveva
inlievitato il racconto da Rousseau a Victor Hugo; felicissima
integrazione. La Colonia Felice incomincia dove termina il romanzo
intitolato _La Colonia Felice_.

Carlo Dossi può, com'egli crede, condannare, nella _Diffida_,
che precede la _quarta edizione_ del 1883, _La Colonia Felice_.
Corroborato dall'arida efficacia del vero, dalla dura esperienza, che
vorrebbe cancellati li ultimi fantasimi delle nebulosità ottimiste,
azzurro-rosei, sotto il nero-fumo del sopravenuto pessimismo,
sconfessa, per ragioni scientifiche e pur lombrosiane, il concetto del
suo lavoro, non ne accoglie la forma, sembrandogli lo stile troppo
latineggiante e la concezione di romanzo storico impropria. S'egli
desiderò ripetere la piacevolezza di Manzoni sul _Romanzo storico_,
non so: comprendo invece lo scrupolo della sua sincerità, che gli fa
preferire la _verità del suo momento del_ 1883 all'altra iniziale
del 1874. Comunque, egli aveva fatto onore alla sua antica divisa:
«Tuttavia[151] ai presenti miei occhi (i quali non sono gli stessi
di jeri e non saranno que' di domani)», predisposta nella prima
giovanezza letteraria: e per ciò li occhi suoi del 1883 videro in modo
specialissimo; se, per due altre e successive ristampe, quel suo lavoro
apparve ma non sbandierò _Diffida_ in sulle prime pagine. — Io pure la
trascuro.

Ora, qualunque sia l'apprezzamento, che, delle sue proprie idee oggi
faccia Carlo Dossi, non vorrò dimenticare che _La Colonia Felice_
venne di quel tempo, e, per discussioni legislative, citata più volte
nelle Camere italiane a sostegno della abolizione della pena di morte
e della istituzione di una colonia penitenziaria; sì che la salace
arguzia di Cesare Correnti, scrivendone all'autore, trovava modo di
pungere: «Voi vorreste[152] che io, affogato, come sono, negli zeri, vi
scrivessi qualche cosa del _Regno dei Cieli_ e della _Colonia Felice?_
Ieri, il Senato votò confermata la pena di morte. Domani, la rivoterà
anche la Camera dei Deputati. Lasciatemi dunque ripigliare la marra
e continuar a dirompere codesti sassi. È una brutta conclusione di
vita, dopo essere riuscito a fare (scusatemi, volevo dire a vedere)
una rivoluzione poetica, terminare vecchio e cieco a voltar una macina
di mulino. Dio, che non è sordo, nè muto, ma ha orecchi e lingua
nel vostro cuore, vi conservi giovane e buono anche quando vorreste
essere matto». Magnifica patente di genialissima inattuabilità,
per la quale chi ha scritto _La Colonia_ può essere sicuro di aver
torto per molto tempo, ma di sopravivere alli errori de' plurimi,
che sembrano aver sempre ragione. Intanto Giosuè Carducci gli faceva
sapere: «Ho ricevuto[153] e letto tutto di un fiato il suo libro. È una
rappresentazione potente, a momenti sbalordisce. Meglio, molto meglio
dell'_Alberto Pisani_, ultimo libro suo a me conosciuto. Ma mi bisogna
rileggere attento e calmo. Dopo che, le dirò, con più coscienza, che me
ne pare. In tanto, salvo alcune manierature, ne sono innamorato».

Precisamente, a riprova, e ne estraggo dal mazzo una per tutte, ecco,
la[154] _Rivista Europea_, che riassume lo spirito del tempo e della
gazzetteria in ispiccia forma sintetica: e gli faceva subito sapere:
«La facoltà inventiva, che non gli manca, l'immaginazione vivace,
gli studi meglio diretti volga il Dossi a scrivere popolarmente, e,
dal suo ingegno, poichè supponiamo che il vizio preso non sia in lui
inveterato, si possono ancora attendere bei frutti; s'egli proseguirà,
invece, nella malaugurata via per cui si è messo, per quanto amico
devoto orni di splendida veste i suoi libri, questi saranno nati morti,
ed il nome del Dossi, o andrà intieramente perduto, o si citerà, per
ricordarsi che visse, a Milano, un giovine ingegno, che concepi il
pazzo disegno di creare, in Italia, una nuova lingua furbesca, ch'egli
e il suo amico Perelli erano i soli ad intendere e ad ammirare». Per
cui, le veniva subito risposto:

      «Critico mio,
    «_Quand un tête et un livre
    Viennent à se heurter,
    Et que cela sonne creux,
    A qui en est la faute:
    De la tète ou du livre?_»

Conoscete questi versi? Pare di no. Li capite? Capiteli pure senza
ritegno, che non son _miei_, nè _nuovi_. Del resto, io vi offro
sinceramente la mano. Ho pochi anni, ma bastante esperienza per sapere,
che, dal nemico, il più cieco, cavasi spesso l'avvedutissimo amico. E,
se voi non siete ancor mio, io mi dico già il vostro Dossi»[155].

Per me, _Regno de' Cieli_ è l'inno orfico, _Colonia Felice_ l'epopea,
nel complesso dell'opera sua. Lo stile vi si appiana, si distende;
smaglia de' suoi colori più belli; riflette, in limpido specchio,
l'anima dell'autore, le sue imagini, l'espressione delle cose, la
fisionomia delle persone. Non è più il torrente fragoroso e rabbioso,
mal contenuto nelle ispide sponde, aspre di scogli su cui raschia,
acciottola, schiumeggia e strepita in cascate subitanee, sotto le
quali si nasconde, ipogeo, per tornare a rivedere il cielo, umiliato,
per rigonfiarsi, con mille aspetti che imbarazzano, impreveduti,
strani: è il lago maestoso, tra ripe lontanissime; si intumida; ha
un ritmo seguito; le sue onde, infrangendosi sulla ghiaja della
spiaggia, cantano le strofe isocrone di una canzone prosodica di
accentate e prestabilite misure, di rime in risposta e ricchissime.
Alli albori delle _Odi barbare_, Carlo Dossi volle sfoggiare la
maestosa fluenza del suo _Carmen solutum_; le due espressioni della
genialità italiana si trovavano, anche qui, a corrispondersi ed a
valersi, per necessità di momento sociale ed estetico, corroborate
dalla stessa romanità. In Dossi, appariva meno evidente, ma più
assimilata, ridivenuta muscolo alla sua prosa: in Carducci, sfolgorava
da tutta la massiccia ostentazione della sua sintassi oraziana,
dalla sua purezza ciceroniana; ma erotta, dopo un XX settembre di
savoina ed indifferente occupazione, per cui l'Urbe non divenne laica,
suonava una poesia ibrida e pretenziosa. Le glorie e li eroi, ch'egli
evocava, s'imbrunivano, inumiditi «nella nebbia del tempo, inattuali
e lontani: ancora amor di patria, rifugiarsi nel passato ed illudersi
di accendere, a que' morti soli, il secolo: ma riflessione acuta e
preveggente, succhiare e spremere il midollo intimo de' fasti e delle
bellezze nostre, per saper porgere al piccolo contemporaneo, col miele
della magniloquenza, l'assenzio dell'ironia: ecco, definire l'opera di
Carlo Dossi.

Donde la sua ragion pratica viene insemprandosi con alto timbro
speciale di prerogative costanti e perpetue. E, quando l'antropologia
criminale lombrosiana invernicia il romanticismo ideologico di
Rousseau, ne risulta _La Colonia Felice_; quando l'humorismo
predominante viene a contatto colle vigilie armate e le ideali
esaltazioni socialiste, sboccia _Il Regno dei Cieli_: il misantropo
si fa filantropo. — _La Colonia Felice_ è una riprova: induziona
il principio di una civiltà con quella esperienza, per la quale
Condillac perfece, viva, la _Statua_. A gradi, a gradi, dimostrò come,
sotto la spinta della necessità, l'uomo si migliori. E davanti alla
confusione filosofica del secolo, conseguenza del sistema hegeliano,
contemporaneo di Spencer, egli ha proposto una intuizione, che, per le
sue applicazioni, potrebbe assumere il valore di quella di Lamarck,
precursore di Darwin nel determinare i principi della evoluzione in
serie di costanza.

Eccone i Personaggi, avvicendati sopra l'isola ad informare simboli,
a contenere, nell'albume maligno, il rosso embrione delli organi
utili e buoni; dai quali si svolgeranno, necessariamente, le funzioni
attive e le attribuzioni effettive disposte, per la divisione naturale
del lavoro, in ogni aggregato d'uomini in lotta, per riaffermarsi
e ricomporsi in clan, in nazione. Dall'atto riprovato dalla legge
e dalla legge morale, sorge l'applicazione esatta di un valore, il
quale, rivolto al governo di un popolo, l'avvia al miglioramento. Il
gesto singolo differenzia l'individuo; tutti li individui concorrono
ai diversi poteri di cui sono capaci: in questo modo l'egoismo si
conserva e prospera; s'aumenta con lui la solidarietà delli egoismi,
sin che raggiunga la più estesa espressione nella carità beneficente,
senza sottintesi d'amore, di gloria, di paradiso, per il bisogno di
espandersi, rimunerando sè stessa a profitto d'altrui.

Nobili ed immortali tempre d'artisti e di filosofi intesero a ricercare
ciò che saranno per essere li uomini se potessero essere più saggi.
Platone ha la sua _Repubblica_ d'oro; Tomaso Moro, martire inglese,
l'_Utopia_; Campanella, monaco cosentino, sfuggito al supplizio, ma non
alle carceri napoletane, _La Città del Sole_; Fénelon, che retrocede,
avvia Telemaco a Salento; Cabet, che galloppa avanti, vola in _Icaria_;
un sognatore, il d'Ussières, uscito dal grembo della rivoluzione,
rinnova _Cyrus et Milto_, sulla ragione delli Illuminati di Martinez de
Pasqually e di Weischaupt, specchio del civismo giacobino; Paul Adam
ripropone la sua maraviglia nelle _Lettres de la Malésie_, dov'egli
si instaura Solone, Pericle, Omero e Fidia con sacerdozio di pace, di
guerra, di pompe, di vittorie, di amori e di funebri. Il gufo parigino
Sebastiano Mercier, destina le sue imaginazioni socialiste a _L'An deux
mille quatte cent quarante, Réve s'il en fut jamais_; lo ringiovanisce
e lo plagia il Bellamy: _Nell'anno 2000_; William Morris discopre
una nuova _Atlantide_, e sopra fabrica ed instaura armoniosamente,
le cimmerie Città della sua speranza; Camille Mauclair, confidando
nelle umanità a venire, legge nei secoli futuri, la vittoriosa difesa
dell'Europa insindacalizzata contro l'Asia musulmana; Anatole France,
che ha voluto insegnarmi, ma non a digiuno, questa enumerazione,
sfoggia l'ironico sogno di _Sur la Pierre Blanche_, dove il suo
paradiso comunista protende le ali della felicità, ma dove la felicità
è troppo consuetudinaria e non consente alla noja del vivere, rincontro
dell'impreveduto, la razzata di smeraldo e di porpora del fortuito.
Perchè, se l'umanità muta di poco nell'epoche e le togliete anche ed
ahimè! il mistero, il pericolo, la paura, il sospetto, la necessità,
il desiderio degenerata, sì annullerà ad un tratto con la bellezza, la
bontà e la ragione della vita stessa.

Carlo Dossi lasciò da parte l'interrogazione: che cosa saremo domani?
per raccontarci le origini; e, quando dalla scienza nuova, Zola estrae
un romanzo di mostri, _La Bête humaine_, in cui la visione bovina dei
fenomeni assume l'orrore delle allucinazioni deliranti, Carlo Dossi
eleva un poema di naturale eroismo.

_Regno dei Cieli_, _Colonia Felice_, rappresentano, in estetica, un
momento italiano di scientifico ed esatto positivismo, serenamente
severo, vi è espresso l'ottimismo, determinista, colla fede nella
perfettibile continuità, nel fatale andare dell'Uomo, verso Dio,
per Dio divenire. Consacrano, nell'arte, la massima scoperta del XIX
secolo, la legge divulgata ed assodata della evoluzione.

Dal mito poetico, dalla imagine filosofica, dal comma e dalla proposta
ellenicamente colorita d'Anassimandro, d'Empedocle, di Democrito, che
avevano intravisto l'unità della natura nella pluralità dei mondi,
forza e materia in azione e tangibili, ed il concetto che tutti li
organismi derivano da un solo o da pochissimi stipiti primogenii;
sorgeva, in sul principio del 1800 e prendeva luce chiarissima, il
fondamento razionale dell'evoluzione, sotto cui le belle poesie del
dogma e d'ogni altra mitologica teogonia, cessavano di apparire,
anche per la morale, verità rivelate. Per lungo spazio d'evi, la
virtù della Indagine scientifica aveva sonnecchiato dentro le ceneri
dell'ignoranza: la Genesi, sopportata e divisa dal Dimonio e dal Dio,
aveva dettato il suo insegnamento, _ne varietur_. Tutto il Medio-Evo
fu la lotta nascosta tra verità latina ed errore orientale; finchè la
Rinascenza diede passo alle Divinità, restituiti simboli, non esseri
resuscitati.

Copernico, Galileo, col _tentando e ritentando_, riaprirono le vie
generose alla coscienza ed al rinnovamento scientifico del mondo;
Laplace, dalla sua nebulosi, determinò l'origine de' sistemi solari;
Lamarck, Saint-Hilare, Darwin trovarono che tutti li esseri viventi
hanno origini comuni, che la vita delle piante e delli animali si
svolge, da forme cellulari microorganiche, sino a raggiungere la
complessa semplicità dell'uomo; in cui si assumono tutte le leggi
della fisica, della chimica, della mecanica, donde gesto, volontà e
pensiero sono il risultato di operazioni controllabili metodicamente
e producono, similmente, reazioni al loro riflesso. — Venne Gorini,
ed apprestò le sue scoperte, le sue pubbliche esperienze, auspice la
_Società del Pensiero_; e dimostrò la teoria dei vulcani, le spontanee
generazioni, le determinazioni evolutive. Venne Lombroso; e risalì
a nostra dottrina autoctona, attinse alle fonti di Pitagora, discese
per Gian Battista Vico, per Filangeri, pei Verri, per Romagnosi; si
alleò al portato sperimentale di Darwin e di Spencer, colla _selezione
naturale, l'elezione sessuale, l'adattamento all'ambiente, la lotta
per la vita_, necessità per cui si trasformano e pure permangono
li organismi: affermò, così, per opposto motivo, l'involuzione e,
l'arresto di crescita, la stasi degenerativa, i fenomeni morbosi
psichici e regressi di alcuni esemplari umani; fece parte, nella
follia, al genio.

Egli aveva fondato la scuola scientifica del diritto: se l'antropologia
criminale toglieva l'uomo dall'assurdo di un peccato originale, dalla
crudeltà di una deliberata malvagità, gli assegnava una malattia,
sostituiva, ad una colpa, l'immeritato destino del delinquere; chiamò,
in parte, responsabile la società di molti delitti individuali,
che scomparirebbero, se li organi dello stato volessero difendere e
premunire, nella corsa del vivere e del meglio vivere, li individui
soggetti alla loro tutela e trascurati per l'imperio delli antichi
pregiudizii e privilegi, condannandoli ad essere li insufficienti
abbandonati senza ajuto a migliorarsi. A che il castigo ultimo
e definitivo che sopprime? Perchè diffidare della concreta virtù
naturale, dell'istintivo principio che ci avvia, per l'utile, al
meglio, e richiamar la legge grettamente sul fatto e là colpire a
morte, quando il delitto capitale? — Anche la predicazione cristiana
aveva fatto suo cardine del: «_Viva e si converta!_» Perchè, li
ergastoli non avrebbero potuto tramutarsi in manicomii criminali,
dove la esperienza e le cure avrebbero agito a salvare delinquenti,
redimendoli? Perchè, se tutto è un cerchio chiuso e non sappiamo
distinguere dove termini la materia e dove incomincia la forza, dove
l'Uomo, per dar luogo a Dio, si dovrebbe dubitare della continuità
delle leggi nel campo morale, dalla selezione fisica alla metamorfosi
delli istinti, rivissuti come anomalie crudeli, sanguinose, cleptomane,
bugiarde, depravare (tutti modi primordiali di difesa del troglodita,
esposto ai pericoli del cielo, della terra, delli animali e del proprio
fratello); perchè le bestialità non potrebbero svolgersi in virtù
coscienti ed operanti, per l'utile, al benessere?

Li atavici, che rispecchiano le forme morbose della razza de' loro
progenitori, si trasformano; una moralità superiore si evolve, per
affrancar meglio la vita dell'individuo; si insempra, colla autonoma
espulsione del male, la durata della specie. L'energia di costanza
del Bergson riprova l'esattezza delle leggi evolutive: il regresso
scompare; l'individuo si assetta in vista del futuro; il delinquente
passivo e pericoloso, si tramuta nel cittadino per la grandezza della
patria, per la gloria di sè stesso.

L'arte accorre a condecorar di bellezza la ragione scientifica della
legge biologica; foggia i simboli umanati ed in azione del più grande
poema di vita cosmica, — _L'Esistenza umana_; fa del mistero un drama,
lo recita; dà alli uomini la percezione tangibile delle proprie origini
e della propria destinazione. Ciò ha fatto Carlo Dossi, colla _Colonia
Felice_: la mia lirica gli si mette al pari:

    «Natura accoglie secreti avvolgimenti,
    Forme protende e le conserva:
    erompon, dal grembo materno, infinite
    varietà di gioire e di sofrire.

    Le Essenze prime sfoggiano onnipotenza,
    sono le Allegorie personale a popolar la Terra.
    Dai più brevi cristalli, al cervello del genio,
    una legge presiede e comporta
    questa continua trasformazione
    dall'elettrone all'uomo.

    Dal lampo che abbaglia alla fiamma del ceppo,
    dal rombo del tuono al canto delli uccelli,
    dalla Vita alla Morte, e fin dentro la tomba,
    una legge presiede, completa, rinnova
    il moro indefinito della Costanza e lo prova.

    Tal cade una pietra spontanea da un monte;
    vorticano, così, nell'orbite stellari
    in armonia le Sfere e si compensano.

    Fede nuova ridesta d'esultanza;
    credi e confessa divinità la Vita.

    Ama sempre ed ancora,
    approssima il futuro coll'amore:
    questo è il grande lavoro
    che incalza la speranza a concretarsi.

    Sofri; sofrire è bello con nobiltà serena:
    in te si affisa, nel tuo dolore,
    tutto il dolore del mondo;
    se tu gridi di angoscia ciascuno risponde,
    ciascuno è ferito,
    il tuo pianto singhiozza e si confonde
    colla pena di ognuno.

    Tutto consente e ti protende
    plurime grazie di compassione[156]».

Dio torna a sorridere dai millenni, dimenticatosi della crudeltà, nel
cuore dell'Uomo; s'Egli Lo venera adora logicamente Sè-Stesso nella sua
creativa potestà.

L'Iddio filosofico sorride anche a Carlo Dossi; gli apre il regno
dei cieli; gli appare, globo d'oro e di fuoco: quello che sembrava
assente della sua letteratura avvisò che sempre l'aveva protetta e
stava per istaurarne l'autore nuovo poeta di teogonia per l'_Inno al
Dio venturo_. — Nel concetto rientra la reversibilità dogmatica, come
si presentano le limitazioni ataviche e naturali testè scoperte dalla
scienza. E chi assistè le prove di laboratorio di Paolo Gorini, il
quale fu demiurgo di mondi nella pentola officinale e probatoria della
chimica; quegli non dimette l'idea della Divinità, Energia del Mondo.
Perchè Carlo Dossi è un moralista: già disse Ugo Lazzarini, nella sua
_Etica razionale_: «Non v'ha morale senza Dio»; e si può soggiungere:
«Non vi ha artista _ateo_, nel senso della negazione, perchè dovrebbe
annullare sè stesso creatore per eccellenza».

In questo modo venne a riconoscere tutto: il Dio impersonato per sè;
la Religione positiva, cioè la procedura della legge morale in arresto
per chi teme l'al di là, custode preventiva e sociale, preventivo
antiflogistico per le crisi climateriche delle rivoluzioni; la Fede
grande, che sa d'ogni cosa e ne suppone le origini ed il fine,
la _Gnosi scientifica_ dei filosofi. Così, evidentemente, sfuggì
all'errore di Gaetano Negri, professore d'ateismo tra li Academici,
_leader_ di salotto applaudito dal clericalume, anarchico sbagliato
nelle ricerche razionaliste sopra il fenomeno religioso, reazionario
parteggiante di stati d'assedio e di violente repressioni, davanti alla
rivolta di piazza, che, con lui, danneggia i suoi consorti; doppia
figura d'ibridismo cui il grande ingegno e la più grande abilità non
seppero rifondere in un tutto sincero ed unito. — Forse, a Carlo Dossi
concorreranno postume abdicazioni e postumi elogi anche da questa
parte; ma, se potranno convenire ad Alberto Pisani, col quale non
concordo in tutto, non si rivolgeranno mai al suo maggior fratello.
Ora, se attenta alla libertà individuale, è pur santo che la pietà
muliebre e l'affetto famigliare impetrino suffragi plurimi per lui,
già rasserenato dal sicuro stoicismo. E però lo spirito determinista
e positivo della sua letteratura, l'anima del suo schietto idealismo
filosofico e scientifico non se ne sentiranno menomati: rimarranno pur
sempre anticlericali, e ciò è il pregio: hanno raggiunto l'Iddio, fuori
ed oltre l'ufficiosità turibolante d'ogni e qualunque pratica di setta,
d'ogni e qualunque esorcismo di prete, perchè ebbero da tempo, il
concetto completo di fiamma e d'oro della Divinità, eterna Energia del
Mondo, quando scrisse: «_Il Pensiero[157] è Dio, perchè Lo comprende.
Dio pensa Noi, quando Noi Lo pensiamo_».



VIII.

PERORAZIONE


Quante volte i miei giovani amici di acerba baldanza inuzzoliti, o le
mie vecchie pratiche riumiliate dalla grossa, matura, anzi fradicia
esperienza, tutti seminatori e mietitori del campo letterario italiano,
per sfuggire al tedio piovorno di una giornata ottobrina, in villa, si
saranno appressati alla libreria della casa d'affitto, per cercarvi
dimenticanza in qualche volume, compagno nella noja, dell'uggia di
quella morbida insistenza! — Tomi scompagnati sopra i palchetti del
mobile: vengono di lontano e da venture curiose la storia delle quali
sarebbe interessante raccontare — non oggi, però. Sono le briciole
disperse del manzonianesimo di moda, un dì; quelle, raccolte con
ammirazione nelle case pò bene dalle famiglie, che un giorno, laute
di palazzi a Milano, di palazzine sul lago, oggi lamentano e li uni e
le altre colle ipoteche ad esorbitare la spina del tetto, traendone
profitto, quando non abbiano venduto, delli appartamenti, in città,
delle delizie, in campagna.

E però vi troveremo alla rinfusa Carcano, Mauri, Bazzoni, Pier Ambrogio
Curti, Ignazio Cantù ed il Cesare _suo fratel degno_, poligrafo ed
impudente ricopiatore delli strafalcioni altrui, Bersezio, Guerzoni,
Balbiani, la Pezzi, un Visconti-Venosta, il Grossi, che si trova
a disagio in quella impropria compagnia, già mai Carlo Dossi.
Vedetene la serqua mezzo sudicia, mezzo limpida, mezzo ironica, mezzo
storica, mezzo fantastica, mezzo niente; la romanticheria sfiancata
de' risciacquatori, delli intruglioni, delli imitatori, di tutta
questa gente per noi illeggibile; si che que' giovani e que' vecchi,
sospirando e gettando i libri a fascio, vorranno concludere col dire,
che, finalmente, anche per le giornate di pioggia di nebbia e di vento
in Francia, da Zola e da Leconte de l'Isle venne morto e sepolto il
romanticismo come, in Italia, dal Verga e dal Carducci.

Si disingannino: il romanticismo, sotto altri aspetti, sotto il
reale aspetto che ha pur assunto la letteratura internazionale, nè
Zola, nè Carducci poterono abbattere: si trasformò, ed è difetto di
vista corta e di cervelli ingombri da categorie tedesche non vederlo
operoso ed operante, sotto altri nomi: si rifugiò testè evidentemente,
nel _futurismo_; il quale ricopia le abberrazioni victorhughiane; e
Manzoni, l'essenza non la vernice manzoniana, si agita ancora robusto
tra noi, lasciati da parte li scoli, o profumati, o nauseabondi di
Edmondo De Amicis e del Fogazzaro.

Il romanticismo fu una prolifica foresta fiorita; si abbarbicò, si
espanse, si riprodusse vicino le nostre città. La sua insistenza è
meravigliosa; ha immesso barbette e radici, muffe, virgulti, pennacchi
di corolle anche sui prossimi muri delle fabriche de' prodotti chimici,
delle facciate di legno e di mota delle _Esposizioni Universali_,
in sul frontispizio dei libri, nelle librerie della _réclame_.
Il romanticismo, bosco vergine di miracolose proprietà, viaggia
viridamente come la fascinata shakespeariana, che mosse alla conquista
del castello di MacBeth, profezia di streghe ed inganno di guerra di
Malcom, vendicatore di suo padre, Duncan, spodestato re di Scozia.

Passeggiamoci dentro, adunque, per viali, sentieri, spianate, prati
a pendio, colonnati d'abbazie gotiche, basse navate frondeggianti
romaniche e massiccie; dimentichiamoci a raccorre ghiande, castagne,
noci, ranuncoli, eriche, ellere, licheni, sopra i massi sporgenti
a fior di muschio, aconiti, digitali, margherite, pamporcini e
sassifraghe: poi, tra i fiori noti, le erbe conosciute, i virgulti
comuni, troveremo il raro, l'inedito, il non saputo prima, la
meraviglia. Così usa Gautier pe' suoi _Grottesques_; egli è buon
maestro botanico e dobbiamo imitarlo.

V'imbatterete, per ragion logica, in Carlo Dossi. — Lucido, poderoso,
solenne, aveva frondeggiato un abete di perennità fruttuosa, che
sorpassava dalle cime le betulle e le quercie, per quanto rigogliose,
più basse e non sempre verdi: Giuseppe Rovani. Raccolta all'ombra
sua, nutrita dello stesso suolo, un'altra pianta, specialissima,
privilegiata di fiori e di frutti profumati e saporosi in modo
insolito, dipinti di novissimi colori: Carlo Dossi. Verzicò, si
espanse; oltrepassò erbe, virgulti, alberi, distese le sue rame,
ne coperse la foresta e sott'intristirono per vecchiaia e per
caducità betulle e quercie; morirono, tornarono in polvere vegetale a
confondersi colla terra, spore per altre vegetazioni: la pianta rara,
snella, schietta, a canto dell'abete, a suo paragone, ecco, a resister
per altro e più acuto clima d'arte; anzi, per sua virtù, a rimutarsi
intorno atmosfera, per ricomporre alle sue radici, humus adatto
alla propria coltura e propagazione. — Dond'egli, che non lo ignora,
instituisce la sua trimurti: Manzoni, Rovani, Dossi.

Se la sua ammirazione è per il primo, il suo grande amore per l'altro:
anzi il suo affetto, qualche volta, lo sostituisce nella preeminenza
e può dirci che fu più grande perchè più infelice, più schietto
perchè meno sospettoso e più deliberato; «Rovani[158] portò, in vita,
la pena della sua troppa sincerità; Manzoni, invece, dando sempre
ragione al lettore, finì col convincerlo del proprio torto: e, se
Manzoni riuscì a farsi applaudire, facendo diversamente del comune,
parve facesse lo stesso; mentre Dossi si fece odiare, perchè, parlando
come la folla, parve esprimersi diverso. — Manzoni dice le cose sue
come il lettore vuole; Rovani come non vuole il lettore; Dossi parla
per proprio conto. — Manzoni dissimula il non credere; Rovani simula
di credere; Dossi, credendo, non crede. Manzoni cambia le carte in
mano al lettore; Rovani gliele strappa; Dossi confonde il giuoco. —
Manzoni vuole che il bene si faccia per paura di un male; Rovani per
necessità; Dossi per utilità. Donde Manzoni par credere all'altra
vita; Rovani non crede nè in questa nè in quella; Dossi pur crede in
codesta. — Il _noi_ di Manzoni vale _io_ e il lettore; il _noi_ di
Rovani _io_ e _non io_ (che vi stanno per due) — l'_io_ del Dossi vale
l'_io solo_. In altre parole: il primo si industria ad insinuare in
altrui la propria opinione; il secondo la impone; il terzo la tiene
per sè. — La _naïveté_, l'ingenuità della letteratura antichissima
c'ispira quella riverenza che c'ispirano i bimbi; la _pauvreté_ della
nuova quel disprezzo che si ha per un uomo che faccia bambinerie. E
pure Manzoni ritenne l'apparenza della ingenuità, mentre Rovani se ne
spogliò: quindi Manzoni riuscì un malizioso doppio, non volendo parere
un semplice. — Manzoni è la vendemmia della nuova letteratura fatta
coll'uva di Alfieri, di Parini, di Foscolo; Rovani il torchiatico;
Dossi la grappa». — «Lambicchiamone[159], dunque in buon'ora; ci
servirà di sole invernata e, riscaldate da essa, le generazioni
prepareranno, con impulso gagliardo, il terreno ed i tralci per le
vendemmie future». Distilleria della quintessenza! «Delle letterarie
stagioni dell'ultimo secolo, Manzoni è la primavera, Rovani l'estate,
Dossi l'autunno»; per ciò, «Rovani[160] è il continuatore logico di
Manzoni come Dossi è di Rovani. Rovani ha esagerato Manzoni, mentre gli
altri lo impicciolirono; Carcano, per esempio, colla cortezza della
sua vista, non comprese che la maggior innovazione del Matesuro era
custodita nel suo midollo umoristico, e si limitò a copiare le forme
esteriori dei caratteri e dell'insieme. Manzoni, umorista, è scettico:
in un libro di umorismo il protagonista è sempre l'autore; non lo si
può perder mai di vista, essendone il principale interessato». Breve,
rapido, Carlo Dossi postilla a maggior chiarezza la sua estetica
genealogia; ce la lega e senz'altro, ce la impone. Perchè un'altra
volta vi si osserva quella continuità, che le pigre speculazioni dei
necrofori letterarii trascurano, e se ne indicano i gradi; le pietre
miliari di una letteratura nazionale disponendosi a diverse distanze
l'una dall'altra lungo la medesima direttiva della strada maestra,
per cui processionano i trionfi e le rogazioni del popolo; il quale
si ricorda ed enumera il tempo trascorso e le conquiste assodate,
leggendone sopra i maggiori nomi scolpiti.

Tanto, in fatti, nella sostanza della serie estetica, identici riescono
ad essere i _Miti pagani e stoici_ del Foscolo, come le _Maschere
cattoliche_ del Manzoni, i _Personaggi storici_ del Rovani, come
le _Allegorie filosofiche_ del Leopardi, le _Divinità gogliardiche
e civili_ del Carducci, come le _Creature humoristiche_, i _Tipi
ambigui_, le _Rappresentazioni satiriche_ di Carlo Dossi. Nella
diversità delle espressioni, si conserva il motivo fondamentale di una
necessità nazionale progrediente. Tali figurazioni hanno una medesima
origine soggettiva, e per questo si sono esteriorizzate oppostamente:
ciascun poeta ha scoperto nel suo mondo nuovo, creatogli dalla sua
sensibilità e dalla sua volontà, e nell'uomo foggiato a sua imagine,
queste varie espressioni, queste certezze intime, cui rende universali,
regalandole di organi, di movimento e di possibilità generativa. Tutte
sono verità, nè si negano reciprocamente; quand'anche si contradicano,
non si annullano; si inanellano, invece, conseguentemente,
determinando, con maggior precisione, or l'una or l'altra delle faccie
del poliedro della vita multiforme e segreta, con più delicato disegno,
in una luce più propizia e più intensa. Riuscito Carlo Dossi dalla
astrusa e dedalea arteria collaterale di Don Alessandro, scaturì in un
tipo personale; ha costituito un altro anello della catena genetica
letteraria, per cui il dimenticarlo, od il trascurarlo, importa una
reale oscurità ed una lacuna nello studio delle lettere nostre.

Pure, la pigrizia, la burbanza, la vanità, le confusioni, attributi
d'ogni e qualunque giornalismo affrettato, lo lasciarono da parte.
E quando Domenico Gnoli, vecchio bibliotecario, considerava poco
fa: «si è staccato il gancio che congiungeva l'arte nostra alla vita
nazionale, l'anello che continuava la tradizione» errava, perchè non
aveva posto mente al _caso Dossi_. Oggi, si incomincia a scorgere
qua e là interrottivamente la sua influenza; noi riconosciamo in lui
un nostro proprio esponente, perchè tutto in lui è rimasto italiano,
anzi, lombardo nella forma, nel modo, nel tono di comprendere la vita
e di renderla. Per ciò, a lui ricongiunto, col cordone ombelicale
della artistica figliazione, il _fare italiano_ permane anche in
quanto si vuol chiamare impropriamente _simbolismo_ (di cui fu uno
de' più completi assertori, prima che l'etichetta scolastica venisse
stampata; perchè _prima la cosa quindi il nome_, non viceversa): e chi
volle far credere l'opposto, abusò della ignoranza altrui adulandola,
pompeggiando della propria, che non aveva saputo suggerirgli il nome
dell'autore di _Colonia Felice_. Ma non più: costoro devono riconoscere
in noi, quei sintomi di cui egli è pur affetto, in nulla affatto
forestieri; vizii o doti distintissimi di fragrante italianità.

Carlo Dossi, più vivo che mai, dopo l'aulica presentazione di sè
stesso, nel salone dell'avi, si fa a noi famigliare; vi prende per
mano, vi fa entrare nell'appartamento intimo delle sue circonvoluzioni
cerebrali, vi si dettaglia, nel compromesso sommamente simbolico,
in cui vanno a fondersi per un tutto omogeneo, le più disparate
dottrine. Vi farà assistere alla trasmutazione de' generi e delle
scuole e voi perderete la nozione di quanto si chiamò _classicismo_
e _romanticismo_, _idealismo_ e _naturalismo_. Tentò la bellissima
esperienza di avvicinarsi alla perfezione, cioè di dire tutto quanto
sentì in modo che, nella fatica di renderlo, nulla andasse perduto per
consumo, attrito, stanchezza; volle sorpassare la natura nell'eccedere,
proponendosi, dalli oppositi, una nuova espressione, oltre le già
conosciute, tracciandosene una norma quando sull'arte del Cremona
considera: «Pure[161] sono alcuni, i quali, dimenticando che l'Arte
non si impana dall'Arte ma dalla Natura, vorrebbero che ogni artista
facesse di salvatesta, sognasse ad occhi aperti; e vanno dicendo che
il più veritiero poeta è colui che più finge, che altro è pittura e
scoltura, altro fotografia. Anche noi, finchè si tratta di screditare
il nudo realismo, cediamo in tale sentenza, ma a patto di non
sostituirvi, quanto lo vale, un nudo idealismo. Scopo dell'arte è la
poesia, che è l'accordo prudente tra il finito e l'infinito, altrimenti
noi avremo o dei corpi senza animo, o degli animi senza corpo.
L'artista deve copiare direttamente dal vero, ma nell'ambiente del
proprio animo; deve, per così dire, stacciarlo attraverso il crivello
del giudizio individuale».

Donde facendovi i convenevoli, vi precede, _Cicero pro domo sua_:
«Un[162] momento, bisogna assuefarsi alla vista delle tenebre. Al
primo entrare, un sentor misto di fiori, muffa, petrolio. Il piede
intoppica a ogni tratto e conviene saltare. Si passa, o almeno sembra,
in mezzo a beccate di pappagallo e a gattesche strofinatine, in mezzo
a vampe di forno e a zaffate di sorbettiera; quando poi la pupilla
arriva a raccogliere la scarsa luce, che discende da una gotica
ogiva o da un pertugio di cànova, or da una fiamma di gas o da una
bugia di sego, ti accorgi di camminare in un magazzeno da rigattiere
antiquario. Roba di tutti i tempi e le foggie, dalla più goffa alla
più di buon gusto. Correggesche pitture nel bujo, sgorbi alla Bertini
in pieno lume: litografie del Gonin con cornice dorata, acqueforti
di Rembrand incollate sui parafochi. E qui incontri, ad esempio,
un tripode pompeiano dal severo profilo con su un vaso chinese (una
pazzia di porcellana) e, dentro il vaso, fiori di serra stradoppi,
leandri che pajono rose, rose imitanti dalie, dalie che si direbbero
camelie, — freschissimi per la metà, ma per l'altra metà marci; là
un poltronone barocco, che sarebbe il trionfo della comodità, se non
gli mancasse una gamba, sovra il quale riposa un elmetto dell'omerica
Grecia, oltraggiato da una visiera medioevale in cartone e da un
pennacchio di carabiniere... Quindi e ammassi di cenci infagottati in
manti porpurei, e boccali di bettole contenente Tokai e pietre murrine
scavate ad orinale e aquilotti in catene imbalsamati con rospi che
strillano da usignolo e usignoli che rantolano rospinamente. Nè va
taciuto di un violoncello di Stradivari cui servirebbe da archetto un
bastante da scopa, nè un topo nella gabbia di un canarino, che invece
resta intrappolato, nè i _diritti dell'uomo_, cuciti colla _cabala_
e il _sillabo_; e Rousseau sposato a De-Maistre, e Omero a Merlin
Coccajo. Ma quel che vedi gli è il meno. Più l'occhio insiste in quel
folto di roba e più ne discopre. C'è, dico, roba da insuperbire mille
palazzi. Di chissà quanti — morto chi la possiede e distribuita con
senno — farà mai la nomea! Chè, se ora c'è tutto, pur manca tutto. È
luogo più fatto per imbrogliare che per sviluppare le idee. A volta ti
sembra di essere nella magnifica confusione di una foresta vergine; ti
miri attorno — sei fra il prezzemolo... Provi, insomma, la nausea del
_toujours perdrix_, della essenza, che, per troppo sapore, è una offesa
al palato; provi il disagio di una interminabile scala senza ripiani
e di una biblioteca senza catalogo. E però t'allontani alla svelta,
non degnando pure di un guardo la soglia, che, in un mosaico di tutti
i colori, vuol rammentato, con modestia superba, il nome di _Carlo
Dossi_».

Non formalizzatevene; egli usa codesto garbo; sente di esservi più
comprensibile; dà di sè stesso l'apologo e l'apologia; non diversamente
usò con Rovani, descrivendone il _tempio_: in cui «entrare[163] e
sentirsi il cappello di troppo è tutt'uno. È una fuga d'imponenti
saloni, sulle cui vôlte si stende l'ampia pittura del Tiepolo e dalle
cui immense pareti pendono arazzi, tessuti a disegni di Raffaello
immichelangiolito... Qui, non la boria fracassona del ricco, ma la
silente maestà del Signore. Particolari ed insieme vi hanno pari valore
e i più modesti mobili respirano solennità; qui, insomma, ammiri, non
fai la stima. E tutto, vedi, è massiccio. Niente indorature, niente
impiallacciatura. Mogano e rovere fin all'ultima fibra, oro sino
all'ultima scaglia. I sedili comodi tanto per invitarci al riposo, non
al dormire; i camini vasti abbastanza perchè il calore si diffonda
egualmente in quanti mai vi si assidono. E nella splendida calma di
queste sale reali, i pensieri vanno pigliando un far grave e svolgonsi
grandiosamente; più non rammenti le piccolezze del vivere quotidiano
se non per deriderle, nè la famiglia ti appare fuor dallo sfondo della
umanità. Sono sale per un congresso di legislatori e di principi. In
ogni dove, l'invisibil presenza del nume. — È la reggia di Giuseppe
Rovani».

E ripeterà il suo giuoco malizioso anche per Edmondo De Amicis: «È
il quartierino[164] di un impiegato a duemila. Gli amici di chi vi
dimora lo dicono un primo piano, ma, in verità, è un puro ammezzato
sopra terreno. Stanze poche, mobiglia poca; tutto è veduto in una
sola occhiata nè si domanda che cosa c'è negli armadi perchè si
sa già. Domina il pino. I mobili, a uno a uno, non tengon valore,
infimi come sono per la materia e la forma, pur, tutti insieme,,
ne acquistano perchè fanno _la casa_. Nella stanza da letto — e da
pranzo — la tappezzeria par tela ed è carta; alcuni dipinti paesaggi
sulle pareti — un vaso d'erbasavia sul tavolo — un casco di fanteria
in un canto — radi i libri i quali ci avvertono che chi li legge
non ha oltrepassato il liceo (benchè non sia detto con ciò che
l'Università abbia per privilegio la creazione del genio) e un letto
di una persona e mezza, con la sua brava Madonna a capezzale e i suoi
lini, piuttosto grossi, ma di bucato. Nè fatevi in là, mie ragazze.
È letto riconosciuto dallo Stato Civile. — E, sulla porta di abete,
ma che a forza di gomito è diventata quale acero, sta un biglietto
di visita in cartoncino bristol, con scritto su da mano femminea il
simpaticissimo nome di _Edmondo De Amicis_». Il quale, breve arte, ma
grande cuore, ne lo ringrazia: «Affretto[165] coi voti un occasione
qualsiasi che mi sia concesso di mostrarti quanto ti sia verace ed
amoroso amico, e di contraccambiarti, anche inadeguatamente, qualcuna
delle tante gentilezze che mi hai usate. Se questa occasione tu vorrai
fornirmela, anche di ciò ti sarò grato». Ma Carlo Dossi non gliela
porse mai, tuttora postumo creditore e debitore di lui. Carlo Dossi è
letterato eroico e stoico nel senso della schietta integrità del suo
pensiero, della deliberata e profonda sincerità del suo stile: egli
non ha sottintesi e tornaconti che non siano d'arte. Alcuni giudizii,
che volle esporre sopra li autori contemporanei, pur unilaterali,
rispondono ad una certa ed esemplare responsabilità, dote aurea di
carattere, in questi tempi di sommessa e vagellante preoccupazione del
non offendere per rivalersene. Egli può chiamare qualche volta Carducci
un gramatico adulatore di popolo, sovvenutosi di Correnti quando
diffamò la luna in _celeste paolotta_, ma lo inchinerà, decretando
monumentale la sua poesia, per cui:[166] «Italia riebbe la lingua di
Dante e la romana maestà, almeno, nella parola» — Egli invita a leggere
Victor Hugo in riva al mare, ma subito, ricopia per lui una definizione
dell'Heine «Un genio gibboso»: — può paragonare l'Aleardi ad una
querula e gemente colomba amorosa; ma, nel riordinare la biblioteca
di Alberto Pisani, lo pone vicino a Foscolo; — e Leopardi foggiare a
serbatojo di perpetua infelicità, ma proporrà a ciascuno di imbeversi
della sua chiarezza adamantina, di cui la lucidezza vince l'acqua
fresca di una fonte indorata dal sole. Per ciò, egli è permalosissimo
letterato, difficile a leggersi; bisogna che ci accostiamo a lui,
intonando il nostro momento al suo, non ascoltandolo nelle sue
bizze, concedendogli le sue troppo squisite bontà, interpretandolo
e ricordando spesso i suoi pensieri da pagina a pagina, da imagine a
imagine, valicando periodi, distanze, apparenti contraddizioni. Egli
stesso si vanta di scrupolosa e meticolosa incontentabilità. Richiede
lettori a sua imagine e somiglianza; que' lettori ideali che augurò
ai poeti grandi Pietro Verri, nel _Discorso sull'indole del Piacere e
del Dolore_, e precisamente questi, ch'io invoco a me stesso ed a chi
amo, ammirando, dalle pagine clandestine (pur troppo! perchè nessuno
v'ha che abbia avuto la malinconia di proporlo o di citarlo) del mio
_Verso Libero_, quando desidero che il _Libro viva nelle mani del
lettore_. Così, quante volte ho voluto avvicinare le mie opinioni sopra
la lingua, lo stile, la funzione del libro e l'obbligo de' lettori
verso di noi, riproponendole alle premessa dossiane; altrettante ho
dovuto convincermi delle ragioni che ci ricollegano, riconoscendo
in lui un precursore di identiche dottrine e di più sicura e provata
esperienza. Per questo, il lettore venga a noi e si eserciti a nostro
paragone emulandoci, creandoci, dalla indicazione, l'imagine completa,
ricreandosi a foggiare, non inerte o distratto, ma collaboratore.

Il suo pubblico, «il[167] pubblico di un letterato, non è già quello
dell'uomo politico e del canterino (celebrità spesso e l'uno e l'altro
di gola) pei quali è indispensabile e folla e contemporaneità di
fautori; non ne occorrono a lui nè migliaia, nè centinaja, e neppure
ventine ad un tratto; glie ne bastano pochi, uno anche, purchè siano
degni, a lor volta di lode, e perchè si succedano — sentinelle d'onore
— fino al più lontano avvenire. — Stieno però tranquilli i pubblicisti
che fanno missione, direbbesi, di alimentare il cretinismo italiano;
nè io, nè altri miei colleghi saremmo mai rei di abigeato di qualche
loro lettore». Per questo, il libro deve vivere nelle sue mani, al
suo contatto, vibrare, come un rocchetto elettrico e dar scintille,
comunicando, nel circuito funzionale di una corrente, imagini, idee,
passioni.

Veramente, a stile d'eccezione, comportano lettori armati a tutta prova
ed intelligentissimi: Carlo Dossi se ne era fabricato uno a suo modo,
avendo trattato la lingua di tutti come un _volgare_, su cui operar _de
condendo_ non accettar _còndito_. Si sentiva un Dante per qualcuno, che
si sarebbe innamorato de' suoi tentativi e de' singolarissimi processi,
mentre ripugnava dal lasciarsi ammirare ed imitare. «Alla[168] domanda
— qual sia la miglior lingua — si può sempre rispondere: leggete
Shakespeare è l'inglese; leggete Richter, è il tedesco: è l'italiano
con Foscolo; è il milanese con Porta». A Gian Paolo Richter, sopra
tutto, cui venne a conoscere prima de' simbolisti francesi e ch'era
sgusciato dalle mani ortogoniche, e per ciò stroppiatici, della
signora Kalb, riuscito senza avarie dalla piegatura gibbosa, cui il
salotto di Goethe a Weimar, imponeva a chiunque lo frequentasse; — a
Gian Paolo ricercò la vergine emozionalità idealista verbale, per cui
veniva reso il mondo e si foggiavano i suoi fenomeni in figurazione,
preindicando Nietzsche: «Il mondo è l'espressione della mia volontà».
Questo suo stile «a[169] viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando
il lettore a proceder guardingo ed a sostare in tempo — parlo sempre
del non dozzinale lettore, ossia scaltrito in quei _docks_ di pensiero
che si chiamano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean Paul — segnala cose
che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio, le idee,
o sottintese, o mezzo accennate, fanno sì che egli prenda interesse
al libro; perocchè, interpretandolo, gli sembra quasi di scriverlo.
Aggiungi, che una simile illuminazione a traverso la nebbia, facendo
aguzzare al lettore la vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle
idee dell'autore assai più addentro che se queste gli si fossero, di
bella prima, sfacciatamente presentate, ma insensibilmente gli attira
il cervello — a modo di quei poppatoi artificiali che avviano il
latte alla mammella restia — a meditarne di proprie. In altre parole,
dall'addentellato di una fabbrica letteraria, egli trae invito e
possibilità di appoggiarvene contro un'altra, — la sua — e, da lettore,
mutatosi in collaboratore, è naturalmente condotto ad amar l'opera
altrui divenuta propria».

Che altro può dire di più Mallarmé nel _Quant au livre_? Che altro
noi? — Riunito, con estrema sottigliezza di sapere e sensibilità, il
suo eloquio, compostolo di una efficacia e vivacità personale, di una
abitudine determinata e potenziale, presta a scattare a muoversi,
ad assumere tutti i gesti, le pose, dalla corsa al raccoglimento,
senza ricorrere a stampi, a reminiscenze, a ricalchi, a strofinature
pedagogiche, volle una sua interpunzione, una ortografia sua,
volendoci attestare, che, «lo[170] scrittore il quale infrange
l'ortografia tradizionale, prova luminosamente il valore della sua
forza creatrice». Qui egli impiegò la sua dote di assimilazione e di
conio novissimo; estrasse, dai dialetti, dall'anticaglie, dal gergo
furbesco, dalle parole passate in disuso, dalle lingue straniere;
rimestò, impastò, condensò, con sua fatica, con perseveranza, mentre li
altri, scombussolati, intontiti, fuori di pista e di stalla, andavano
urlando: «Il pensiero è oscuro, contorto; è barbaro, incomprensibile»;
lo accusavano di forzata originalità, di ostentata lambiccatura,
di manieratezza, di insufficienza, di tracciar rebus e sciarade,
assolutamente, come i simbolisti di dieci anni fa.

Ed egli a non udirli, a non accorgersi delle loro grida, delle loro
lamentazioni; ad aggiungere al suo stile il profitto di una vastissima
erudizione, che, passata a traverso il ciarpame secentesco delle frasi
e delle superstizioni, si era imbevuta dell'ambiguo, del pauroso, del
cinereo verbale, di quella trepidazione continuativa, di quei vocaboli
massicci come i cantarani del tempo, o scorrevoli inafferrabili, come
una vena di ruscello rapidissima, i quali rappresentano la trovata
ed il valore estetico del barocchismo ed hanno sopravissuto al suo
discredito ed alla immeritata dimenticanza.

Quindi inalza la sua creazione; la dipinge, la scolpisce, le dà
respiro, la circonda di fiori, di puzze, di gioielli e di detriti.
Egli vuole una solida casa di immarcescibile materia, ben piombata
nel suolo e tanto alta da salir alla luna, verso cui lunaticamente
sermoneggia e schernisce. Tutti i materiali gli servono per ornarla;
come al pittore di genio tutte le materie colorate, non distinguendone
i generi, confondendo pastello, vernici, acquarello, tempera, guazzo,
alluminatura, disegno con matite d'ogni tono e durezza, pur di compiere
il capolavoro, che è fuori d'ogni scuola e d'ogni regola; perchè la
bellezza naturale non sottopone sè alla regola, ma la incomincia e la
detta.

Poi, diffida ancora del lettore per quanto sapiente ed esperto: gli
mette in sulla bocca i suoi accenti, come li appostilla sopra le
parole stampate. Vuole ch'egli pronunci in questo modo e con questo
ritmo; gli insegna a scandere la sua prosa in questo suono, con
questa pastosità, con questo calore, fermandosi sulle apostrofi,
sulle elisioni, sui tronchi, determinando specificatamente, da questo
complesso di vicinanze e di visione tipografica, la suggestione che
ne riesce, guidandola, come egli desidera, per il completo attuarsi
del suo magistero. Ci chiama a fabricare con lui il suo e nostro
palazzo, ma _cum medicamine_, desiderando di essere il solo architetto,
responsabile ed ubbidito: il lettore non può divagare, aggiungere o
togliere ciò ch'egli non voglia; nulla è lasciato all'arbitrio suo, al
suo troppo presumere: l'autore non abdica al _droit de maîtrise_; e la
facoltà che egli ha consentito di indovinare e di completare è diretta
dall'altra volontà, che, a distanza, la comanda pena il perdersi
dentro la boscaglia impervia, ciottolosa ed inspinata di quei periodi,
alli orecchi domesticati dalla melopea, striduli e disarmonici, ma,
alli altri, che percepiscono l'armonia morale e l'omotopea, sonori ed
euritmici di una profonda pienezza wagneriana.

Perchè Carlo Dossi pregia e non lamenta la fortuna vituperata da Jean
Moréas, ritornato alla academia, dopo le brevi rivoluzioni simboliste
quando, nelli _Equisses et Souvenir_ allude a sè stesso, discorrendo
di Goethe: «Infelice il poeta che nasce in uno de' momenti equivoci
in cui la tradizione dell'arte è passata a caducità ed è necessario
distruggere l'ordine per cercare di ristabilirlo sopra di una più
solida base. Può darsi che si invidii la gloria di tale artefice, ma la
vita sua, in quell'immenso sforzo, è pur sempre avvelenata». Ora, se
l'autore di _Colonia Felice_ prese luce in una di queste crisi, come
Goethe, come il Moreas — in cui la genialità per essere feconda deve
prestarsi ad assumere l'aspetto di una originale pazzia — non ne farà
mai ammenda coll'imitare il greco-francese, al quale lascerà digitare
da solo l'alessandrino classico

    «_Vos scrupules font voir trop de delicatesse;_»

egli rimane il barbaro e si compiace di attestarlo, già che almeno
in arte non si smentirà mai. — «Dossi[171] è nato per essere un
corruttore delle lettere italiane: — dice egli di sè stesso. — Ed
in ciò gli Italiani gli dovrebbero riconoscenza, perchè, così, egli
prepara loro un nuovo rinascimento. I libri del Dossi sono, quanto al
carattere, un misto di scetticismo e di sentimentalità. E due sono i
periodi dello stile di lui: I. di avviluppamento, II. di sviluppo —
_L'Altrieri_, ad esempio, si compone di tre parti che sono come le tre
persone della Trinità. In uno, il Dossi si rimane terra, terra (_parte
seconda_) nell'altro sta a terra, guardando il cielo (_parte prima_)
nell'ultimo, in cielo e guarda in terra. — Dei tre generi è riuscito
passabilmente nei due primi. Egli del resto, vorrebbe dedicarsi al solo
primo, il quale è a pari distanza dalle due esagerazioni della odierna
letteratura (1880). Ma nel terzo non è riuscito, un po' per le sue
inerenti difficoltà, un po' per la lingua e l'indole italiana che male
si presta, in un cielo così azzurro, alle nebbiosità». Chè, s'egli non
è della opinione di Giuseppe Ferrari, il quale esagerò G. B. Vico, nel
presumere la _lingua italiana reazionaria_, cercando di scriverla con
genio e capriccio originale; vi incontrava però la scarsità dei tempi
e de' modi verbali, invocando la greca abbondanza luminosa, colorita
e sonante a cui appetiva, sforzando il carattere chiuso della nostra.
«Dossi[172] aveva tentato non di far sentire le parole, ma i suoni; di
avvicinarsi, cioè, più che fosse possibile alla musica, come già aveva
tentato di rendere la letteratura una pittura» impresa ripropostasi
da' simbolisti italiani ultimi venuti sotto il nome di _Futuristi_; i
quali osarono il processo dossiano ad oltranza, e, sforzando la rude e
ferrigna materia del vocabolario nostro, lo fanno vivere come armonia,
lo avvampano di luci colorate come una cinematografia erotta sulla
notazione della realtà, alla rappresentazione imaginata e leggendaria
della più sicura verità sostanziale ed umana.

Per tal modo, il fare dossiano raggiunge il vertice della nostra
eloquenza, oltre la quale, di una linea, si gonfiano la caricatura
ed il grottesco letterario, un'altra e peggiore retorica d'impotenza
e d'imprudenza menzognera. — Nello svolgersi del secolo, seguendone
le fasi, con Foscolo, la prosa italiana ha assunto muscoli e coraggio
repubblicano e guerriero, per maggiori libertà e nobile indipendenza,
contrastando a Napoleone e pur napoleonica, poi che senza di questi,
lo Zacinzio stesso avrebbe assunta altra e meno rappresentativa
fisionomia: con Manzoni, ha pulsato il suo cuore in ritmo col cuore
della ristaurazione, vagheggiando una tranquillità mite, fingendo
una sicurezza per questa e per l'altra vita, volendosi persuadere,
col persuadere altrui, nelle necessarie virtù cattoliche, ogni giorno
più rare: con Carducci, esercitò le membra ben nutrite sui campi del
Risorgimento e pretese a sè Roma completamente romana, invano: con
Carlo Dossi, piange e ride, nel medesimo tempo, lo spasimo della gioia
e dell'angoscia, sensitivamente raggricciata; si aumentò di tutte le
squisitezze, che i sensi acutissimi le obbligavano, raggiungendo il
confine dell'ineffabile, in bilancia sulla parodia e la caricatura, tal
di qua del grottesco, ma quasi in aspettazione paurosa e patologica
della pienezza totale, cui, in alcuni istanti, raggiunse: si rivela,
insomma, padrona dell'inesprimibile e lo rende come la cosa più
semplice, senza urtare l'educazione. Con Gabriele D'Annunzio, la forma
è tutto un rappezzo d'abiti d'imprestito, decaduta nell'arlecchineria
della moda che rimpicciolì la sua figura, prima così diritta e
schietta, sopra di uno scheletro elegantissimo, su cui s'inturgidiva
carne per l'eroica. Per ciò Foscolo, Manzoni, Carducci e Carlo Dossi
non furono mai, ne saranno, cantori alla moda — per quanto la vera
critica li faccia stipiti di loro arte distintissima; e Gabriele
D'Annunzio rappresenta la pura moda; ma ciò, che questa crea, spazza
pur via; e costui, abile sartore da rigattiere, durerà sin che vive e
gli staranno intorno a trombettarlo i commessi viaggiatori delle sue
specifiche.

Se non che Carlo Dossi rimarrà sempre un _caso difficile_ di
cui daranno la soluzione rari spiriti di eccellenza; i quali non
professeranno la critica ma sentiranno, per affinità di indole
e di carattere, un'arte di astruse intensità. Lo prova la stessa
_Critica_[173] di Benedetto Croce, il geniale senatore novello e
principe, a detta di tutti, in quella professione. Ed egli dimostra
di aver compreso non troppo dell'opera dossiana se ributta _Colonia
Felice_, _Ritratti umani_, _Desinenza in A_, _Amori_, tra le scorie
della sua produzione. Così, essendo egli, come meridionale, un emotivo,
afferrato dalla _Vita di Alberto Pisani_, di _L'Altrieri_, di _Goccie
d'inchiostro_; e, come riflessivo di metafisiche tedesche, cercando
un _sistema in arte_, non avvide il bell'esempio di un artista che sa
dare, con eguale intensità nel male e nel bene. Anatomico specialista
il Croce, — cioè critico e non costruttore — può conoscere esattamente
la topografia dei visceri essenziali, ma difettoso biologo non
sa l'ufficio e le relazioni di questi nei processi differenziali
della vita particolare d'ogni individuo. Dunque, sapientissimo di
nomenclature — di sistemi — è improprio a rilevare le funzioni,
cioè le attitudini, le attività, i gesti, la sequenza del moto e
del divenire; ond'io diffido di quelli che sanno _troppo di una cosa
sola_, e Benedetto Croce è con loro. In fondo, borghese, per quanto
imbevuto di socialismo hegeliano si sente scandolezzato alle pitture
della giusta malignità dossiana; gli sembra d'aver davanti qualche cosa
di furioso e di perverso; rimasto alle categorie, isola li apparati
in una necrofilia di dilettante, non li considera nell'organismo
in totalità; giudica quindi _ab inferiori_, di sotto in su, errando
nel caso generale, doppiamente nel caso specifico; poichè non devesi
mai _definire_ su una estetica, ma semplicemente _sentirla_. — Con
maggior ragione, allora la folla che pesa è sucida, il greggie, non
si ritroverà in Carlo Dossi; e Pipitone Federico lo ha già notato:
«A chi[174] sappia intenderlo, apparirà forse il più meraviglioso ed
efficace prosatore d'Italia, dopo il Foscolo e il Guerrazzi, l'unico
credo, che sappia lottare vittoriosamente colla lingua restia; pure,
affermo, che solo pochi riescono a intenderlo, perchè al pubblico
non corre obbligo di educarsi a un'aristocrazia fuor di moda adesso».
E però, quanti ha egli trovato che si piegassero alla sua difficile
disciplina?

Che sian pochi, qualche volta, l'autore di _Desinenza in A_ ha
rammaricato per le solite ed umane contradizioni; e l'ho visto
rimbrunito davanti alla indifferenza de' più, e, ne' colloqui in cui
mi apriva il suo animo ed il suo affanno, recitare un _de profundis_
di amara rassegnazione. Riguardo a sè stesso, dechinato a precoce
vecchiaia, ascendeva a generalizzare: «Ad una certa età, come non
si può più coitare, così non si ha più la capacità di voler bene, di
essere buoni ed onesti:» riguardo alla sua epoca, di una gagliardia
che fu, insisteva particolarmente: «Morto Cremona, il mio Perelli,
Grandi e Crispi, il mio tempo e l'opera mia hanno cessato di agire»
In altri istanti, più scorati e di una sincera umiltà, suggeritagli
dalle malinconiche riflessioni del dolore fisico, sottopose sè
stesso mancipio di una dispettosa e crudele reversibilità: «Tolto di
carriera, nessun onore letterario, salute mala: oggi, per quale giusta
ragione, ch'io non conosco, sconto con queste pene una mia incosciente
malvagità, o la cattiveria de' miei maggiori?» Ed enormizza i suoi
difetti davanti alla scrupolosa rassegna del suo esame di coscienza;
com'egli, malato imaginario, parevagli di sentire l'avvicinarsi della
agonia, e, sospeso, soffocato dalla imminenza, diveniva di sè stesso il
tormentatore emerito, mentre il suo polso numerava battute isocrone,
i suoi polmoni respiravano in ritmo, il suo cervello auscoltava il
fenomeno della autosuggestione, notandone le fasi per un bozzetto del
_Campionario_.

Allora e dianzi egli, esagerando, errava addolorandosi di chimere.
Abituato alla società di chiarissimi ingegni, al contatto ed
all'attrito de' quali, in reciproca emulazione, si raffinava
allenandosi a sempre nuove audacie, il disertare dalle lettere,
l'immettersi per altra via, lo portarono in un deserto, in
cui, unica voce a rispondergli, l'eco della sua. Concentrò la
sottigliezza; lambiccò un'altra volta, sino alla morbosità, la essenza
singolarissima; e, non badando che a sè, non uscendo nel mondo, che lo
circondava e che pur riteneva memoria del suo passaggio ed impronta del
suo pollice, si è creduto dimenticato. Certo, con lui e dietro di lui,
non erano interessi da soddisfare, non ambizioni, che, agevolando la
sua, potessero avvantaggiarsi, ma l'affetto semplice, l'amicizia che
non ha prezzo, ed è perciò esemplarmente gratuita anzi, quanto meno
rimunerata, più profonda. — Nessuna ditta editrice aveva assunto, in
blocco, il monopolio sfruttatore del suo ingegno; nessun incettatore di
genialità era venuto a proporglisi come impresario, per cartellonarlo,
in vedetta, sulli angoli delle vie per farne strombazzare il nome da
tutti i lestofanti, che quando meno intendono, più forte sbraitano
nell'arringo piazzajuolo. Solo, colli amici, a lottare contro
l'ignoranza e la mala grazia del pubblico, riuscì per altro ad incidere
la sua presenza, se non in latitudine, in profondità. È la sementa
immessa profonda, a contatto delli strati più densi e meno depauperati
dell'humus, quella che meglio rigoglia a sua stagione; ora, è la
stagione di Carlo Dossi, se, annusatane l'aria dal più esperto editore
italiano, questi protegge e spande, con sicuro profitto, l'opera di lui
e se ne assume la ristampa completa.

Lontana dalla insistenza personale di chi scrisse _Colonia Felice_, una
sua propaggine continuò crittogama; la sua tendenza, che sboccia coi
giovani, covata da buon fomento, si conservò senza nulla perdere della
sua virtù criptografa. Raccolti in un corpo solo i suoi _Margini_, le
_Note gramaticali_, le _Etichette_, le _Prefazioni_ formerebbero una
recentissima _Ars poetica_ anche ad uso de' più esigenti futuristi,
per le più libere proposte ed attestazioni estetiche, da cui, per
citare, non sai che trascegliere innamorandovisi dietro; e non si
terminerebbe più. — Che cosa ha detto di più, in fatti, il futurismo,
il quale non rispetta i termini del prima e del poi? Risponderei: Che
cosa ha detto di meno? È tutto qui: «L'imitazione[175] ritrae la linea
esterna ed alto lì; lo studio fa scoprire la interna, che in tutte le
opere eccelse, per quanto fra loro lontane e di specie e di lingua e
di epoca, è eternamente quella. Vuoi che il tuo libro possa vincere il
tempo? Sia in istile tuo, in parole dell'oggi, in idee dell'indomani,
in arte del sempre». — Ed ama i libri piccoli, li opuscoletti leggieri
e volanti, che si portano, senza fatica, in tasca, e, da lontano,
colpiscono, scagliati, sempre nel segno, giavellotti, da mano maestra e
sicura: ed odia i grossi libracci sesquipedali, _li in folio_ buttirosi
ed impeciati fratescamente, dove la massa delle sciocchezze si fa
piramide; perchè pochissime sono le cose buone, belle e nuove che si
possono dire: ma, per intanto consiglia che converrebbe aggiungere,
nelle gazzette letterarie, alla rubrica _libri nuovi_, l'altra _vecchi
libri_, perchè questi contengono, virtualmente, come ghiandole seminali
della letteratura tutto quanto di... inedito i libri, che verranno,
potranno stampare.

Così, egli sempre interruppe la consuetudine; l'obbligò a pensar molto,
prima di poterlo giudicare; tutto quanto sciorinò, evidentemente,
la sua prosa è il meno di quanto ha dato; suscita, coll'emozione
di sentimento, come un romantico, l'emozione di pensiero, come un
classico; ed è continuativo. — Non permette che venga osservato sotto
il semplice schermo naturalista, nè a traverso alla lente azzurra
romantica; s'adatterebbe a prender posto tra i simbolisti. Il suo
processo estetico, col quale riguarda il suo interno ed espone le
scoperte ch'egli fa sopra il mondo, lo manifestano tale. L'idea, il
pensiero, l'emozione che ne risultano vengono esposti non in forma
narrativa, ma colla satira, coll'epica, colla lirica, facendoli parte
integrante del suo _sentire_, non del suo _aver saputo_, del _suo
conoscere_. Ed in questa schiera, che dovrebbe essere, quella senza
etichetta ed in cui dovrebbero raggrupparsi tutti che danno suggello
indelebile di sè; in questo ambito di grande libertà e di massima
sincerità senza disciplina, in cui ognuno che vi si presenta è pari,
quindi senza gerarchia, consuonerebbe il nome di Carlo Dossi.

Perchè, ogni cosa umana concorda con lui, dall'amore al ragionamento,
dalle _Pandette_ al _Contratto sociale_, dalle _Serate di Pietroburgo_
alla _Micceide_. In tal modo manifesta la sua sensibilità coll'essere
universale; vibrare a tutto quanto esorbita dalla lenta e comune
pigrizia, dalla fortunata ed accidiosa ignoranza della mediocrità;
e però sfoggia la sua dottrina, la sua pratica, la sua ironia,
che, qualche volta, eccede e diventa sarcasmo, conservando, nel suo
ribrezzo, nel suo scatto d'odio, nel suo rifiuto, una grande indulgenza
ed una misericordia che non si meraviglia nè del miracolo, nè del
più comune e disgraziato delitto. Ma col sicuro osservare le smorfie
dell'uomo civile, spesso si sentì preso dalla nostalgia del selvaggio:
notò le piccolezze, le grette sparagnerie, le povertà del cuore, della
borsa e del cervello borghese italiano, non lo risparmiò, nè se gli
piace, si risparmia con lui: il sorriso maschera il singulto, la risata
le lacrime; egli sofre mentre maledice la miseria, la laidezza, il
delitto e li trova pur sempre necessari alla vita.

Nel giuoco del parallelogramma delle tendenze morali, comprende
ed avvalora ogni direttiva ed ogni forza per quanto contraria;
compassionando, si vale per burlare e burlarsi: mente, sesso, scherno,
applauso applica, intende, amministra. Grande psicologo, sotto le
vesti, l'apparato, l'ornamento dei fronzoli delle sopraposizioni e
delli incrostati depositi della civiltà, ha scoperto ancora l'uomo
nudo; ed oltre ai giardini, ai parchi circoscritti e tosati dal
giardiniere e dalle cesoje dell'_ars topiaria_, la natura: merito
enorme, che sa svellere i veli della ipocrisia e spogliare i falbalà
della gente per bene, onde si vedano le miserabili anatomie; si che
noi, amando di riguardarci nello specchio azzimati, vi ci possiamo,
con orrore, scorgere nani, gobbi, sciancati, animali lupini incontro ad
imagine e crudeli. Gli servì e s'impose freddezza di cuore, quasi una
logica crudeltà; nelli istanti dell'osservazione, sicura maestria del
gesto; quando viviseziona, imperturbabile serenità, se anche sopra sè
stesso ed i suoi operi, notomizzando, sulli organi vivi che pulsano,
sul cervello che farnetica; usò metodo d'ordine; ripristinò, per suo
conto, delle categorie prima di lui non autorizzate a comparire in
filosofia ed in estetica: egli stesso fu la sua pietra di paragone,
perchè ebbe il più grande e meritato disprezzo per la folla che fischia
ed applaude: libero uomo, sopra tutti i pregiudizi, tanto da sapersene
usare contro coloro che ne abbondano e di piegarli alla sua volontà,
uomo forte.

Carlo Dossi ci ha arricchiti di un'opera singolare, intensa e completa
come un Albero della Scienza del Bene e del Male. Volle in fatti che
si frescasse, sulla parete e la volta del suo studio, al Dosso, il
serpente incollarato di perle e di fisciù a stringerlo, ascendendo,
nel tronco. Anche s'indora, in sul frontone del palazzo, la divisa che
lo afferma: «_Pax candida fortis_»; antica leggenda che arreca una
colomba araldica, sullo smalto azzurro della pezza, sin dal lontano
tredicesimo secolo. — Egli ha vinto; quindi sta in pace. Rivide sè
stesso in trasmutazione estetica e il suo tempo; ripassò il mondo come
una successione di fenomeni, di anime; rifuse la critica e l'avviò
per altra via, concretò le sue idee, le rivestì di panni tagliati su
misura esatta. Voltosi per altro campo non venne abbandonato dalle
sue distintive qualità; diplomatico seppe le sale auliche, ma non si
dimenticò delle foreste vergini e della sacra verginità delli artisti.

A lui, Francesco Crispi della Sinistra storica, chiese l'eloquenza
letteraria, come la Destra la imprestò da Correnti. Col Perelli e
Primo Levi da _La Riforma_ era venuto allo statista siciliano in non
dissimili intenzioni di quelle che trassero Giosuè Carducci all'ode
per nozze della figlia di lui. Si era posto al fianco del ministro
tra l'anarchia critica e l'ammirazione per la italiana energia di
quell'arditissimo tra li uomini di politica attiva. Allora la giovane
Italia bollente d'entusiasmo era uscita di sotto la ferula e la
melensaggine del Depretis. «Era[176] stata per molto tempo costretta
a rimaner repressa dalla acciaccosa politica del vecchio di Stradella,
a mò di una giovane sposa, piena di vita, obbligata a giacersi con un
vecchio puzzolente ed a fasciargli le ferite di vergognose battaglie,
in cui essa non aveva combattuto»: — nello stesso modo che la spumante
Donna Amalia doveva subire il contatto del _vinattiere_ tra la solita
compagnia de' suoi sozii: «il[177] quadrilatero napolitano, cioè,
composto da Nicotera, De Zerbi, Bernardino Grimaldi e San Donato, tra
cui si moveva, come sensale, il Fazzari, se avessero potuto arrivare
al potere avrebbero spadroneggiato il Napolitano spogliandolo come lupi
affamati».

Su queste indiscrezioni di utilissima opportunità storica, Carlo Dossi
ricordava volentieri quelli anni in cui, sbarazzinamente, _Il Don
Chisciotte della Mancia_ pupazzettava, colla matita agile ed acuta
di _Gandolin: La Real magione di Don Ciccio_. E, là, tra un _Capitan
Fracassa_ di carta, alabardiere real — guardaportone — un Don Achille
Lanti, debellatore di pacchi postali — un Don Emilio Buffardeci, primo
capellano, direttore spirituale, consultore teologo — un Don Petruccio
Lacava, gran cacciatore appariva pure una Donna Alessandrina Fortis,
«dama di palazzo puramente onorario, perchè le sue attribuzioni sono
esaurite dal tempo in cui _Berti filava_»; e si trovava _en habit à la
française_ con lavorini e passamani sulla cucitura ed una gran chiave
a battergli le polpe deretane e magre «il Cavalier Pisani-Dossi, primo
ciambellano del cifrario. L'autore della _Colonia Felice_, colla quale
vaticinava chiaramente l'Eritrea, è il geloso depositario dei segreti
grammaticali di Don Ciccio, la cui lingua superiore non accetta la
sintassi del volgo, nè la pedanteria delle vecchie formole letterarie.
Annesso alla carica di primo ciambellano, oltre ad uno stipendio
cospicuo, vi ha un proverbio onorifico: «_La chiave non ha ossi, ma fa
rompere il Dossi_».

Del resto la sua curiosità d'antitesi se ne è sempre avvantaggiata.
Mentre riconosceva in Crispi «una[178] virtù massima, la celerità; ed
un massimo difetto: la fretta»; mentre rivolgeva in mente, e ve la
conservava per una colonna votiva al Dosso, l'epigrafe: «Francesco
Crispi, d'animo grande, fantasiò che l'Italia fosse grande o cercò
suscitare negli Italiani la coscienza del loro valore: ma la folla
gli rispose che voleva essere piccola e vile, e fra tanto volontari
pigmei più gigantesca apparve la sua figura» — non si dissimulava la
meraviglia di trovarglisi vicino: «Strana[179] sorte la mia, questa di
Carlo Dossi, d'essere diventato lui — lui l'amante e l'entusiasta di
ogni nuovo principio e forma avvenire — il collaboratore di un uomo
il cui pensiero e la cui dottrina è tutta roba da rigattiere, roba
vecchia, senz'essere antica, straccia ed usata». — Forse gli pareva,
come[180] ad altri sognatorelli suoi pari, la molteplicità della vita
cosa interamente vera?»

Comunque, egli ne sperimentò l'efficacia; e se alcuno mai può vantarsi
d'aver vissuto _in triplice partita_ — novissimo calcolo che esorbita
dalla computisteria ma è tutto psicologico e letterario, — costui è
Carlo Alberto Pisani-Dossi.

Rappresentante del nome italiano al di là dei mari, dalla Columbia
portò in patria, nel suo museo di Corbetta, cimelii, studi sopra la
civiltà pre-colombiana; dalla Grecia vasi, cocci, memorie, ch'egli si
scavò e rinvenne nel suolo eroico, colle proprie mani. Ai gabellieri
di Atene veniva, di quel tempo, ordinato di lasciar entrare senza
sospetto in città, quest'omino, col cappello a cencio ed a sghimbescio
impastranato ed impantanato, reggendo involti preziosamente custoditi
sotto il braccio, e che se ne veniva scantonando ratto dalla
postierla, guardingo, quasi temesse d'essere scovato: Carlo Dossi,
lasciata la politica internazionale, s'era dimenticato, su, alle
rovine dell'Acropoli, del Partenone, fuori per lo Stadio, ricercatore
indefesso; tornava, in quell'arnese da muratore anarchico bombardiere
(e che altro poteva essere l'involto prezioso?) la sera, a palazzo.

Da lui l'arenile di Assab e di Massaua, disgraziata conquista
intrapresa da un _bluff_ italiano (inversione di natura, però che
prima la funzione e l'organo e dopo il gesto) ebbe il nome rubricante
di una sperata porpora coloniale: _Eritrea_: ed a lui, il Negus,
gajo ed africanamente volpino, mandò per insegne, sciamma bianco e
scarlatto, scudo di cuojo, lancia di frassino e d'acciajo mal temprato,
nominandolo _ras_ di sua corte, donandogli denti di elefante con
cuneiformi inscrizioni amariche.

Archeologo, consultò il ventre della nostra terra romana e lombarda
perchè ci indicasse l'età passata, la forma delle cose scomparse, in
cui è conservata l'anima delli avi. Infin il suo silenzio di venti
anni è tale e perfetto per coloro che non sono nella sua intimità.
Senza dogmatismo, senza preconcetti aperto a tutte le influenze, acuto
e previdente per farne suo pro, fu il primo, padroneggiando la forma
con isfarzosità d'artista, ad accostarsi, senza partito preso, senza
pretesti d'utilità e di morale, senza smanie di professore, alla vita
ed alla natura. E di tutti i privilegi, che la natura e la società gli
hanno conferiti, solo accolse e pregiò l'aristocrazia, designazione di
nascita, genialità. Ha fatto più di quanto Bacone da Verulamio assegna
al gentiluomo; non un libro solo, non un solo figlio, ma una sola casa,
che sarà modello d'architettura nostra, a meraviglia ed a studio de'
posteri.

Oggi, questo suo bel palazzo del Dosso, un'altra pagina letteraria che
volle di marmo e di cemento, si illumina di sole e di quiete. Vergine
gliela prepararono perchè vi scrivesse le sue memorie perennemente,
la genialità architettonica ed originale di Luigi Conconi, con cui,
sui progetti già chiaramente tracciati, intervenne l'ordine calmo e
meticoloso della materiale esecuzione di Luigi Perrone, felicemente
compresi e rifusi nel monumento, fatica di lavoro comacino, fervido
disegno ed ordinanza italiana.

Biancheggia tra i cipressi ed i pini; vigila sul Lario si addita da
lungi. Dentro, le sale, che il pennello di Carlo Agazzi ha ornate e
decorano, ritratti di Tranquillo Cremona ricordano volti, aspetti cari
per la famiglia e per la storia; un secolo di passione italiana cantano
le colonne del _Portico dell'Amicizia_ storiate coi più bei nomi, colla
notizia delle più belle gesta d'arte, di guerra e di pace. La piramide
delle Tre Arti, dond'esce il fumo culinario e famigliare sfolgora, col
faro elettrico, la notte; come le Tre Arti irraggiano dalla nostra
terra benedetta: Cesare Ravasco le ha plasmate giovani, possenti,
bellissime. Si svolgono i viali tra i lauri ed i roseti. A maggio,
è un profumo di corolle aperte, rosse, rosee, bianche, pallide, tee,
aranciate, spioventi, piangenti, ridenti, pazze, chiuse, maliziose,
accartocciate, tra le sfumature di ogni tono di verde. E il giardino è
un immenso incensiere all'azzurro smagliante.

E, sbucano dalle macchie, curiose, bionde, adolescenti, sudate,
turgide, pei giuochi e le corse, ridendo, cantando, non più creature
fittizie e di sogno, ma forti persone vive cui la pubertà equivoca, i
figli suoi; la lietezza, la festosità; la razza fresca che si protende;
la carne sua, concorsa a attestarlo in tangibilità operante;

    «. . . . . . tre fortune
    a tendere le braccia desiose
    oh, rose umane!
    per abbracciar l'evento non oscuro
    de' calmi giorni prossimi.
    nel presidio sicuro di leali virtù».

Ed è con loro la madre gentile a proteggerli, sorretta dalle
pregiudiziali cattoliche, e con loro il marito; «incomparabile esimia
sposa ed amica, ardentemente desiderata lungamente attesa»: colei che,
titolare in sulla soglia, appare e sorride in atto d'accoglienza tra
i fiori all'ospite; colei di cui parla la colonna votiva, «concessa a
Carlo Dossi dalla preghiera della santa sua madre e discesa quaggiù»;
— chi trova al suo sguardo fiducioso e prudente la domanda insistente
e pia cui non si rifiuta mai:

    «. . . e apporta la nepente
    per il delirio dell'ammalato,
    trema in le mani,
    comprime il cor che palpita;
    e porge la bevanda medicata,
    come recando un calice a festa
    di soavi tristezze,
    invito suadente, tumida di carezze,
    coll'angoscia nell'anima,
    parole di speranza sopra le labra a sbocciare».

Vecchie canzoni; perpetue rispondenze, ritornano ad intonarsi in sul
motivo.

La mensa, al Dosso, riconferma l'ospitalità al visitatore; il
castaneto, che invade la collina, penetra dalle semilunari pareti di
cristallo e frascheggia sulla volta tra il motto che invita a cristiana
sanità. Ingannate, dalle foglie vive alle brezze ed al sole, ma fisse
all'intonaco del fresco dell'Agazzi, ronzano api e tentano farfalle:
sorridono all'evidenza della finzione i commensali; si sturano dalla
memoria aneddoti al fomento del vino che s'arrubina mei bicchiere. — Ma
il vespero invita ad uscire: alla _Vedetta_, che opposta impende colla
balaustra barocca a Como, s'affacciano, col panorama, a me lontanissime
e recenti memorie.

Massiccia, quadrata, la città romana si imprime in un rilievo di
planimetria sotto la guardia delle torri, s'incurva ad ansa sulla
spiaggia: il lago la riflette. Il Broletto l'attesta comune e
repubblica, s'accampano le case disegnando le vie diritte, allineate
sull'asse delle porte, in rassegna legionaria e consolare; la
Catedrale proclama lavoro ed arte comacina e schietta; le fabriche
dei sobborghi la invelettano, anacronismo, di fumi lunghi e cinerei,
come una miss romantica; e vi appunta rose il tramonto; le vetriate
fiammeggiano in una cipria d'oro. Orgoglio e mestizie galloppano,
colle nubi figuratrici, in cielo; insieme mi scendono in cuore e mi
eccitano a ricordare le avventure secolari della mia casa, glorie
e dolori e sconfitte de' miei maggiori. Rutilan armi, corsaletti
bruniti, partigiane; portano le rotelle ed i palvesi tre lucci voraci
e ghibellini, embricati d'argento sulla porpora: passano cavalcate
splendide e ambascerie per isponsali viscontei, processioni di lutto
e di pompa ai mortorii ducali; evocansi magistero di magistrature
comunali, assunte porpore cardinalizie, pedanteschi roboni e concioni
secentesche; dottori d'academia, di toga e di stola; prelature e
vaneggianti isterismi ascetici di monache e di priori; libertini
impiumati, instivalati, la lunga toledana a battere ne' polpacci
turgidi di spadaccino e di cacciatore, patteggiatori per il Medeghino
amici e rivali dell'Innominato e nell'Oldrado; strascici di matrone:
quindi, altre avventure napoleoniche, cariche garibaldine a raggiare di
sangue sull'ultimo sangue del cielo, versato dal sole morente. Postremo
ed ammalato, su vita incerta e breve a chiudere la razza, riguardo, a'
miei piedi, le squadre delle vie comasche intersecarsi, ricoprendosi
della cenere violetta della sera: le imagini smuntano all'allucinazione
e sotto la penna che cerca fermarle vive in altrui, come già mi
smagliavano palpitando in mente e dentro al cuore per famigliare pietà.

Ora, di me che importa? Qui non sono che araldo. Pe' giovani amici e
coetanei — alle vecchie pratiche non mi rivolgo — ho voluto spronare
questa bizzarra chinea avariata della estemporaneità, spingendola,
al corso, meno tarda e viziosa, per giungere primo a riconoscere
Carlo Dossi tra noi. La cavalla s'impunta inalberandosi, recalcitra,
sbuffando, spara calci, sgroppando, scrollandosi; un più mal destro
scudiero avrebbe perso le staffe. Ma sotto le mie ginocchie, il ventre,
ecco, ansima, le costole piegano; alli aculei d'acciajo delli speroni
la pancia le si insanguina; il morso stira nella barra, le apre la
bocca; le froge rosse le schiumeggiano; lo staffile arguto e vibrante
fischia sulle terga. Onde, d'un balzo, si fa al galloppo dalle quattro
zampe ferrate; ed io su a dirigerla verso il Campidoglio della gloria.
Vi trombetto l'annuncio.

Perchè Carlo Dossi vi giunge dai gradini più alti, e la sua persona,
qui, ritta, viene accettata intiera; ed altri impazienti eccita
a seguirlo come un indice illuminato dal sole, coi restii che si
affollano ancora indecisi, ma che già ne sono attratti. Se verrà
raggiunto da più alacri questi lo accompagneranno, forse lo potranno
continuare: ma badino alle sue parole: «Voi vi[181] fate, critici, una
sbagliatissima idea di quello che sia la società umana, ritenendola
tutta compresa, insieme alla fama ed al resto, nei pochi metri quadrati
de' giornalistici uffici, che smerciano i vostri veleni, sacri asili
all'infuori de' quali non sarebbe che «lido e solitudine nera». —
Anch'io miro alla Fama, ma a patto solo di giungerla all'aria aperta
e colla trionfata quadriga de' cavalli bianchi, non sul carretto
dell'immondizia di Checco, non sul biroccio giallo-nero ed infangato
di Cesare, non sulle penne rubate, sempre vendibili a chi più paga, di
Ruggero». E su questi tre ultimi nomi, ai quali lascio libero chiunque
di preporre il cognome, l'Araldo-Cintraco trombetta l'ultimo squillo
per

                            «L'ORA TOPICA».



INDICE


  _Sintesi epigrafica_                             Pagina   5
  _Notizia preliminare_                              »      7

  L'ORA TOPICA

     I Il momento                                    »      9
    II Come è nato                                   »     21
   III Geniale ebefrenia                             »     32
    IV Passeggiata sentimentale per la
         Milano di «L'Altrieri»                      »     49
     V L'humorismo lo vendica                        »     82
    VI «Basse-cour» — «Tiergarten» ecc.              »    110
   VII Ragion pratica                                »    154
  VIII Perorazione                                   »    187



NOTE:


[1] _Rivista minima_, Fascicolo XVI — Ottobre 1871 — Lecco.

[2] _Etichetta_ al «Campionario.»

[3] _Agli scrittori novellini_, prefazione di «L'Altrieri».

[4] PRIMO LEVI, _Quistioni di cuore e di codice, per l'ultimo degli
Ambrosiani_. — Milano Tip. Golio 1900.

[5] PRIMO LEVI, _Preludio alle Opere di Carlo Dossi_, Edizione Treves.

[6] _Etichetta_ al «Campionario.»

[7] PIPITONE FEDERICO, _Saggi di letteratura contemporanea_, 1885.

[8] PRIMO LEVI, _Carlo Dossi e i suoi libri, ecc._, 1873.

[9] _Studi sulla letteratura contemporanea_. Seconda serie, 1882.

[10] CARLO DOSSI, _Elvira_.

[11] CARLO DOSSI, _Note azzurre_, inedite.

[12] CARLO DOSSI, _Amori, Secondo Cielo_.

[13] CARLO DOSSI, _Vita di A. Pisani, Cap. XIII_.

[14] _Prefazione generale_ ai «Ritratti umani».

[15] CARLO DOSSI, _L'Altrieri_.

[16] _Vita di A. Pisani, Cap. XIV._

[17] _Prefazione generale_ ai «Ritratti umani».

[18] _Vita di A. Pisani, Cap. XI._

[19] _Carlo Dossi e i suoi libri._

[20] _Vita di A. Pisani, Cap. ultimo._

[21] C. R. BADIERA, _Simpatie, Un poeta suicida, Battezzati e C. Milano
1877_.

[22] _Lettera inedita di_ G. PINCHETTI, _a N.Sardi, 27 ottobre, Como
1866_.

[23] _Canzone inedita di_ G. PINCHETTI, scritta sopra la copertina dei
_Versi di Leopardi_.

[24] _Lettera inedita di_ G. PINCHETTI _a N.Sardi, 6 dicembre, Como
1866_.

[25] _Lettera inedita di_ G. PINCHETTI _a N.Sardi, Milano, 12 agosto
1868_.

[26] _Pensieri di_ G. PINCHETTI.

[27] Ultime parole di _Desinenza in A_.

[28] CARLO DOSSI, _Elvira, elegia_.

[29] CARLO DOSSI, _Elvira, elegia_.

[30] _Note azzurre inedite_.

[31] _Il Libro dei Versi. Case Nuove_, 1866.

[32] E. PRAGA, _Penombre, Imbiancatura_.

[33] Lettere di G. Pinchetti a N. Sardi, Como 11 ottobre 1866.

[34] _Lettera di_ G. PINCHETTI _a N. Sardi_, Como, 20 aprile 1867.

[35] _Lettera di_ G. PINCHETTI _a N. Sardi_, Como, 22 marzo 1868.

[36] E. PRAGA, _Penombre, Preludio_.

[37] G. MAZZINI, _Pensieri sui Poeti del secolo XIX_.

[38] _Lettera di_ G. PINCHETTI _a N. Sardi_, Como, 11 ottobre 1866.

[39] _Vita di Alberto Pisani, Capitolo VI_.

[40] E. PRAGA, _Tavolozza, Larve Eleganti_.

[41] _Vita di Alberto Pisani, Capitolo VI._

[42] _Vita di Alberto Pisani, Capitolo VI._

[43] _Vita di Alberto Pisani, Capitolo VI._

[44] _Dopo Custoza_.

[45] _Versi._

[46] _Il Libro dei Versi, A Giovanni Camerana._

[47] A. BOITO, _Il Libro dei Versi, Ad Emilio Praga._

[48] _Corriere della Sera_, 3 dicembre 1908, _Pei nuovi Cento Anni_.

[49] PRIMO LEVI, _L'Italia a Milano_ 1882.

[50] _Articolo raccolto in «Fricassea Critica» di_ CARLO DOSSI.

[51] _Penombre, Notte di Carnevale_.

[52] FELICE CAVALLOTTI, _Tre Ritratti_.

[53] Vedi la lettera che l'accompagnava ed il rammarico di non
possederlo più in _Fricassea critica_.

[54] DOSSI E PERELLI, _Campionario, Il pianto della vedova_.

[55] BESANA, _Sommaruga occulto e Sommaruga palese, Roma, G. Brocca_,
1885.

[56] PRIMO LEVI, _Per i «Nuovi Cento Anni»_.

[57] H. BALZAC, _Lettre à M.me Hanzka_.

[58] _L'uomo grande ed il nano. Appendice all'opuscolo: «Il Volgo e la
Medicina», altro discorso popolare_.

[59] A. BOITO, _Il libro dei Versi, a Emilio Praga_.

[60] _Prefazione generale ai «Ritratti umani»_.

[61] CARLO DOSSI, _I Mattoidi al primo concorso etcc...._

[62] CARLO DOSSI, _I Mattoidi al primo concorso etcc...._

[63] CARLO DOSSI, _I Mattoidi al primo concorso, etcc._

[64] CARLO DOSSI, _I Mattoidi al primo concorso, ecc._

[65] _Prefazione generale ai «Ritratti umani»_.

[66] _Note azzurre inedite_.

[67] _Note azzurre inedite_.

[68] _Note azzurre inedite_.

[69] _Prefazione generale ai «Ritratti umani»._

[70] CARLO DOSSI, _Note azzurre inedite_.

[71] CARLO DOSSI, _Rovaniana, inedite_.

[72] _Prefazione generale ai «Ritratti umani»._

[73] _Note azzurre, inedite_.

[74] _Note azzurre, inedite_.

[75] CARLO DOSSI, _Campionario, La calata dei numerai in Italia_.

[76] CARLO DOSSI, _Campionario, La calata dei numerai in Italia_.

[77] CARLO DOSSI, _Amori, Primo Cielo_.

[78] _Une saison en Enfer_.

[79] CARLO DOSSI, _Margine alla «Desinenza in A»_.

[80] RAIBERTI, _La Prefazione delle mie «Opere future»._

[81] _Etichetta al «Campionario»._

[82] _Campionario, I Contrattempisti._

[83] _Campionario, I Contrattempisti._

[84] _Campionario, La calata dei Matematici in Italia_.

[85] _La prefazione delle mie «Opere future» scherzo in prosa del
Medico-Poeta_.

[86] _Il Volgo e la Medicina_.

[87] RAIBERTI, _I Fest Natal_.

[88] _Del calamaio di un Medico, Nuova ed antica impostura_.

[89] _Del calamaio di un Medico, Nuova ed antica impostura_.

[90] _Del Calamaio di un Medico, Bruti e Cristiani_.

[91] _Lettera inedita a L. C. Roncegno, 14 Agosto 1885_.

[92] _Desinenza in A, Via publica_.

[93] LORENZO STECCHETTI, _Nuova polemica Palinodia_.

[94] _Margine alla «Desinenza in A»_.

[95] _La Desinenza in A, Palingenesi_.

[96] HUYSMANS, _Certains, Félicien Rops_.

[97] _La Desinenza in A, Palingenesi_.

[98] PIPITONE FEDERICO, _Saggi di letteratura contemporanea_.

[99] _Margine alla «Desinenza in A»_.

[100] _Margine alla «Desinenza in A»_.

[101] _Margine alla «Desinenza in A»._

[102] F. CAVALLOTTI, _In morte, di A. Manzoni, 1873_.

[103] F. CAVALLOTTI, _Povero Vate, Milano, agosto 1877_.

[104] _Nel giornale «La Ragione» Anno IV n. 233_.

[105] L. STECCHETTI, _Nuova polemica, a Giosuè Carducci_.

[106] _Margine alla «Desinenza in A»._

[107] STECCHETTI, _Nuova polemica, Prologo_.

[108] STECCHETTI, _Nuova polemica, Prologo_.

[109] C. TRONCONI, _Commedie di Venere_.

[110] C. TRONCONI, _Commedie di Venere_.

[111] C. TRONCONI, _Commedie di Venere_.

[112] _L'apologia dei Rebus, — Carlo Dossi, la Desinenza in A, seconda
edizione_, — LA DOMENICA LETTERARIA, _Anno III, N. 46, 20 Aprile, Roma,
1884_.

[113] _L'apologia dei Rebus, — Carlo Dossi, la Desinenza in A, seconda
edizione_, — LA DOMENICA LETTERARIA, _Anno III, N. 46, 20 Aprile, Roma,
1884_.

[114] _L'apologia dei Rebus, — Carlo Dossi, la Desinenza in A, seconda
edizione_, — LA DOMENICA LETTERARIA, _Anno III, N. 46, 20 Aprile, Roma,
1884_.

[115] _Prefazione generale ai «Ritratti umani»_.

[116] _Prefazione generale ai «Ritratti umani»_.

[117] _Prefazione generale ai «Ritratti umani»_.

[118] _Etichetta al «Campionario»_.

[119] _Regno dei cieli_.

[120] _Regno dei cieli_.

[121] _Regno dei cieli_.

[122] G. ROVANI, _La Mente di Alessandro Manzoni, 1873_.

[123] _Universae Theologiae moralis complexio accurate instituendis
candidatis accomodata a Fulgentio Cunigliati, ordinis predicatorum,
Venetiis, M. DCC. LIL._

[124] _Colonia Felice, Finale, La Patria_.

[125] _Il Regno dei Cieli_.

[126] _Note azzurre inedite_.

[127] _Note azzurre inedite._

[128] CARLO DOSSI, _Diffida alla quinta edizione di «Colonia Felice»._

[129] _Il Regno dei Cieli_.

[130] CARLO DOSSI, _lettere inedite a Luigi Perelli_ 22 Novembre 1878.

[131] CARLO DOSSI, _Note azzurre inedite_.

[132] CARLO DOSSI, _Note azzurre inedite_.

[133] CARLO DOSSI, _Note azzurre inedite_.

[134] G. BOVIO, _Dottrina dei partiti politici_.

[135] _Note azzurre inedite._

[136] _Il Regno dei Cieli_.

[137] _Goccie d'inchiostro. Illusioni._

[138] _Goccie d'inchiostro. Illusioni._

[139] _Dal calamaio di un Medico, — Medici e Farmacisti_.

[140] _Verità, La Missione salvatrice della Chiesa cattolica_.

[141] _Verità, La Missione salvatrice della Chiesa cattolica_.

[142] CARLO DOSSI, _Note per la «Rovaniana» inedita_.

[143] CARLO DOSSI, _Note azzurre inedite_.

[144] RENAN, _Inèdits, Le Malin_ 1910.

[145] RENAN, _L'avenir de la Science_.

[146] LO FORTE RANDI, _Nietzsche, saggio critico_.

[147] CARLO DOSSI, _Note per la «Rovaniana» inedita._

[148] CARLO DOSSI, _Il Regno dei Cieli, all'ultime parole._

[149] _La Colonia Felice, Stato e Famiglia_.

[150] _La Colonia Felice, Finale, La Patria_.

[151] _Goccie d'inchiostro_.

[152] CORRENTI, _Lettera inedita, Roma, 1 Marzo 1878._

[153] _Lettera inedita, 10 Febbraio 1875._

[154] _Febbraio, 1875._

[155] _Milano, 6 Gennaio 1875._

[156] G. P. LUCINI, _Per tutti li Dei morti ed aboliti_.

[157] CARLO DOSSI, _Note azzurre inedite_.

[158] CARLO DOSSI, _Note per la «Rovaniana» inedite_.

[159] CARLO DOSSI, _Margine alla «Desinenza in A»._

[160] _Note per la «Rovaniana» inedita_.

[161] _Fricassea critica, Tranquillo Cremona e Giuseppe Grandi alla
Esposizione di Belle Arti a Brera del 1873._

[162] _Fricassea critica, Saggio di critica nuova, di tre scrittori
contemporanei._

[163] _Fricassea critica, Saggi di critica nuova._

[164] _Fricassea critica, Saggi di critica nuova._

[165] E. DE AMICIS, _Lettera a Carlo Dossi, 26 Agosto 1881, inedita_.

[166] _Epigrafe a Carducci nel Portico delli Amici al Dosso._

[167] CARLO DOSSI, _Margine alla «Desinenza in A»._

[168] _Margine alla «Desinenza in A»._

[169] _Margine alla «Desinenza in A»._

[170] MARCEL SCHWOB.

[171] C. DOSSI, _Note azzurre, inedite._

[172] C. DOSSI, _Note azzurre, inedite_.

[173] _La Critica, rivista di letteratura, storia, filosofia, anno III
fasc. VI, 20 Novembre, 1895._

[174] _Saggi di letteratura contemporanea._

[175] _Prefazione generale ai «Ritratti umani»._

[176] C. DOSSI, _Note azzurre, inedite_.

[177] C. DOSSI, _Note azzurre, inedite_.

[178] _Note azzurre, inedite_.

[179] _Note azzurre, inedite_.

[180] C. DOSSI, _Amori, Celeste_.

[181] C. DOSSI, _Margine alla «Desinenza in A»_.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "L'ora topica di Carlo Dossi" ***

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