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Title: Compendio di psicologia
Author: Wundt, Wilhelm Max
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Compendio di psicologia" ***

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generously made available by the Bibliothèque nationale
de France (BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr)



                               COMPENDIO

                                   DI

                               PSICOLOGIA


                                   DI
                            GUGLIELMO WUNDT

                Traduzione sulla terza edizione tedesca
                                  DEL
                           Dr LUIGI AGLIARDI

     Assistente volontario nella sezione di psicologia sperimentale
                  dell’Istituto fisiologico di Torino



                                 TORINO
                             CARLO CLAUSEN
                Libraio delle LL. MM. il Re e la Regina
                                  1900



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

            Torino — Stabilimento Tipografico VINCENZO BONA.



PREFAZIONE DEL TRADUTTORE


Degli intenti di questo compendio, che ho la fortuna di presentare
nella traduzione italiana, parla a sufficienza la prefazione
dell’autore. Mi limito pertanto a dire qualche cosa della mia
traduzione. Ad essa mi accinsi incoraggiato dal Dr FEDERICO KIESOW,
e la compii colla sua collaborazione. Questo valente cultore della
scienza psicologica fu per me l’ideale dei collaboratori; conoscitore
egualmente profondo della lingua, dell’argomento e del pensiero
dell’autore — di cui fu allievo ed assistente — mi fu largo di consigli
durante il lavoro e da ultimo rilesse tutte le bozze di stampa. Mi è
quindi grata l’occasione di poter qui al Dr Kiesow, all’amico e maestro
mio, pubblicamente esprimere la mia riconoscenza per l’aiuto prezioso.

Traducendo restai fedele il più che fosse possibile al testo; conservai
qualche volta anche il giro del periodare tedesco, parendomi che
soverchie trasposizioni potessero alterare l’ordine genetico del
pensiero. Incontrai le difficoltà maggiori nella terminologia, non
essendo ancora presso di noi ben fissata la terminologia psicologica.
Mi attenni per quanto mi fu possibile alla terminologia già in uso,
traendo qualche vantaggio dalle opere del Sergi, del Faggi, del
Villa e di altri. A schiarimento di alcuni vocaboli insoliti credetti
opportune alcune brevi note. Aggiunsi anche un glossario, nel quale
sono in ordine alfabetico disposti i termini tedeschi — per le parole
composte tenendo a base la fondamentale — e di contro i corrispondenti
termini italiani. Tale glossario feci per desiderio dell’Autore, che si
compiacque rivederlo ed approvarlo.

Se questo libro avrà in Italia una seconda edizione — in Germania è in
meno di tre anni giunto già alla 3ª — in essa farò tesoro di quelle
osservazioni che gli studiosi mi faranno e delle quali fin d’ora li
ringrazio.

  Torino, ottobre 1899.

                                                                L. A.



PREFAZIONE DELL’AUTORE

(alla prima edizione)


Questo libro è nato dal desiderio di porre nelle mani dei miei uditori
una breve guida, che serva a completare le lezioni sulla psicologia.
Ma nel tempo stesso altro scopo di questa mia opera è stato quello
di tracciare in un disegno schematico i risultati e le teorie più
importanti della psicologia contemporanea a vantaggio di un più
largo cerchio di lettori, di quegli studiosi ai quali la psicologia
offre un interesse e per sè stessa e per le sue applicazioni. Questo
doppio intento portò naturalmente che nel dar notizia dei singoli
fatti mi limitassi alle cose di massima importanza e ad esempi al
massimo grado chiari e semplici e che rinunciassi interamente a
quell’evidenza, che nelle lezioni si raggiunge col sussidio della
dimostrazione e dell’esperimento. Se io ho posto a base di questa
esposizione quelle teorie, che nella lunga trattazione dell’argomento
credo aver riconosciuto come le buone, mi pare che ciò non richieda
alcuna speciale giustificazione. Non ho però tralasciato di indicare
i principali indirizzi che differiscono da quello qui trattato, e
l’ho fatto in una breve esposizione generale dei caratteri dei vari
indirizzi (Introduzione, § 2), come pure con accenni nei casi singoli.

Queste osservazioni valgono a dimostrare il posto, che questo libro
viene a prendere tra le mie anteriori opere di psicologia. Infatti
poichè i “Grundzüge der physiologisichen Psychologie„ cercano di far
servire alla psicologia i mezzi di ricerca della scienza naturale
e specialmente della fisiologia e di esporre criticamente secondo i
risultati principali il metodo sperimentale della psicologia, quale
si è costituito in questi ultimi decenni, questo intento faceva di
necessità passare in seconda linea i punti di vista psicologici più
generali. La seconda edizione rifatta delle “_Vorlesungen über die
Menschen und Thierseele_„ — la prima è oggi da lungo tempo invecchiata
— si propone di dare notizia in modo più popolare della natura e
dello scopo della psicologia sperimentale per poi trattare, dal punto
di vista di questa psicologia, quelle questioni psicologiche che
sono anche di un significato filosofico più generale. Se pertanto
nei _Grundzüge_, ecc., il punto di vista della trattazione è stato
determinato principalmente dalle relazioni della psicologia alla
fisiologia e nelle _Vorlesungen_ da questioni d’interesse filosofico,
questo _Compendio_ mira a presentare la psicologia nella sua propria
connessione e in quell’ordine sistematico che è dato, a mio avviso,
dalla natura stessa dell’argomento, pur sempre restando entro i limiti
di ciò che v’è di più importante ed essenziale. Io spero dunque che
questo libro non abbia a riuscire un complemento affatto inutile anco
per quei lettori che già conoscono le altre mie opere psicologiche,
come pure la trattazione della “logica della psicologia„ nella mia
logica delle scienze dello spirito (_Logik_, 2ª ed., II, 2).

Avendo nei _Grundzüge_ dato notizie sulla letteratura di ogni
argomento, credo di poterle qui omettere. Il lettore che vuole
conoscere a fondo una singola questione, potrà ricorrere a quell’opera
più completa. Per quanto riguarda la letteratura apparsa dopo la
quarta edizione dei _Grundzüge_ (1893), il lettore facilmente si
orienterà dando una scorsa agli ultimi volumi dei periodici dedicati
alla psicologia: ai “Philosophische Studien„, alla “Zeitschrift
für Psychologie und Physiologie der Sinnesorgane„, al “American
Journal of Psychology„ e alla “Psychological Review„, dei quali i
tre ultimi contengono anche notizie bibliografiche. In questi ultimi
tempi ai periodici citati è venuto ad aggiungersi quello edito da
Kraepelin “Psychologische Arbeiten„ che si occupa specialmente della
caratterologia generale e della psicologia pratica.

  Leipzig, gennaio 1896.

                                                            W. WUNDT.



INDICE


  INTRODUZIONE

  § 1. Còmpito della psicologia                           _pag._ 1

    1. Vecchie definizioni. — 2. La psicologia come scienza
    dell’esperienza immediata. — 3. Suo rapporto alle scienze
    dello spirito e alla scienza naturale.

  § 2. Gl’indirizzi generali della psicologia                    5

    1. Psicologia metafisica: sistemi spiritualistici e
    materialistici, dualistici e monistici. — 2. Psicologia
    empirica: le due ragioni alla distinzione dei suoi indirizzi.
    — 3. La psicologia del senso interno. — 4. La psicologia
    come scienza dell’esperienza immediata. — 5. Psicologia
    descrittiva: psicologia delle facoltà. — 6. Indirizzi
    esplicativi: psicologia intellettualistica e volontaristica.
    — 7. Indirizzi intellettualistici: teoria logica e
    psicologia dell’associazione. — 8. Falsa sostanzializzazione
    intellettualistica delle rappresentazioni. — 9. Psicologia
    volontaristica. — 10. Principi direttivi dell’esposizione
    successiva.

  § 3. Metodi della psicologia                                  15

    1. Rapporto generale tra esperimento ed osservazione. — 2.
    Applicazioni loro alla psicologia: importanza specifica dei
    metodi sperimentali per la psicologia. — 3. L’osservazione
    pura nella psicologia. Analisi dei prodotti dello spirito:
    psicologia sociale.

  § 4. Linee generali dell’argomento                            19

    1. Còmpito analitico-sintetico della psicologia. Gli
    elementi psichici. — 2. I singoli còmpiti sintetici in ordine
    ascendente: formazioni, connessioni e sviluppi psichici. — 3.
    Le leggi del processo psichico e la sua causalità.

  I. — Gli elementi psichici.

  § 5. Forme principali e proprietà generali degli elementi
         psichici                                               22

    1. Gli elementi psichici si ottengono per mezzo
    dell’astrazione. — 2. Due specie di elementi psichici:
    sensazioni e sentimenti. — 3. Natura elementare e proprietà
    specifica dei processi psichici non s’identificano. —
    4. Proprietà comune degli elementi psichici: qualità e
    intensità. — 5. Sistemi di qualità uniformi e varii, uni- e
    pluridimensionali. — 6. Caratteri per cui si differenziano le
    sensazioni e i sentimenti. — 6_a_. Contributo alla storia dei
    concetti di sensazione e di sentimento.

  § 6. Le sensazioni pure                                       30

    1. Concetto della sensazione pura. — 2. Origine delle
    sensazioni. Gli stimoli sensibili. — 3. Sostrati fisiologici
    dei sistemi di sensazioni. Sensi meccanici e chimici. — 4.
    La così detta legge dell’energia specifica. — 5. La legge del
    parallelismo tra le differenze di sensazioni e le differenze
    fisiologiche di stimolazione.

  _A_. Le sensazioni del senso generale                         36

    6. Concetto del senso generale e suoi sistemi di sensazioni.
    — 7. Proprietà e diversità delle diverse parti dell’organo
    generale di senso. — 8. I quattro sistemi qualitativi del
    senso generale.

  _B_. Le sensazioni di suono                                   39

    9. Sensazioni semplici di rumore. — 10. Sensazioni di tono.
    — 11. Il sistema delle sensazioni di tono.

  _C_. Le sensazioni di olfatto e di gusto                      41

    12. Sensazioni di olfatto. — 12_a_. Le classi degli odori.
    Neutralizzazione reciproca degli stimoli odorifici. — 13.
    Sensazioni di gusto. Le quattro qualità principali. — 13_a_.
    Mescolanza ed eliminazione degli stimoli saporifici.

  _D_. Le sensazioni di luce                                    43

    14. Le sensazioni acromatiche. — 15. Le sensazioni
    cromatiche. — 16. Saturazione dei colori. — 17. Chiarore
    dei colori. — 18. Relazioni tra le sensazioni di chiarore
    cromatiche e acromatiche. — 19. Sistema tridimensionale delle
    sensazioni di luce. — 20. Le quattro sensazioni principali. —
    21. Relazioni tra sensazioni e stimoli nel senso della vista.
    — 22. Colori complementari e mescolanza di colori. — 23. I
    tre colori fondamentali. — 24. La stimolazione fotochimica
    della retina. — 25. Persistenza della stimolazione. — 26.
    Contrasti di luce e di colori. — 26_a_. Teorie fisiologiche.

  § 7. I sentimenti semplici                                    59

    1. Caratteri generali dei sentimenti semplici. — 2.
    Sentimento sensoriale (tono sentimentale della sensazione).
    — 3. Relazioni tra la variazione nella sensazione e nel
    sentimento. — 4. Influenza di modificazioni qualitative della
    sensazione sulla mutazione del sentimento. — 5. Influenza
    dell’intensità della sensazione sui sentimenti. — 6. Varietà
    dei sentimenti semplici. — 7. Le tre direzioni principali del
    sentimento. — 8. Esempi delle singole forme. — 9. Connessione
    delle tre direzioni di sentimento col corso dei processi
    psichici. — 10. Fenomeni fisiologici concomitanti del
    sentimento. — 11. Rapporto speciale al movimento del polso.
    — 11_a_. Schema fisiologico degli effetti del polso.

  II. — Le formazioni psichiche.

  § 8. Concetto e divisione delle formazioni psichiche          73

    1. Definizione della “formazione psichica„. — 2. Composizione
    delle formazioni psichiche. — 3. Loro divisione.

  § 9. Le rappresentazioni intensive                            75

    1. Proprietà generali delle rappresentazioni intensive. La
    fusione. — 2. Sguardo alle fusioni intensive nei singoli
    dominii di senso. — 3. Rappresentazioni intensive dell’udito:
    il suono isolato. — 4. Condizione per la completa fusione
    sonora. — 5. L’accordo. — 6. I toni di differenza. — 7. Il
    rumore. — 7_a_. Teorie sull’analisi del suono e sulla fusione
    dei toni.

  § 10. Le rappresentazioni di spazio                           82

    1. Concetto generale delle rappresentazioni intensive.
    Caratteri speciali delle rappresentazioni di spazio. — 2.
    Condizioni psicologiche per un’analisi delle rappresentazioni
    di spazio. — 3. Specie delle rappresentazioni di spazio.

  _A_. Le rappresentazioni tattili dello spazio                 84

    4. Localizzazione degli stimoli di tatto. I segni locali
    qualitativi. — 5. Come le rappresentazioni tattili di
    spazio nascono nell’uomo non cieco. — 6. Il senso tattile
    nel cieco. — 7. Teoria delle rappresentazioni di spazio nel
    cieco. — 8. Carattere generale delle fusioni spaziali del
    senso tattile. — 9. Fusione con elementi mnemonici. — 10.
    Le rappresentazioni dei proprii movimenti nel non cieco.
    — 11. Le stesse rappresentazioni nel cieco nato. — 12. Le
    rappresentazioni della posizione e del movimento dell’intero
    corpo. — 12_a_. Teoria sull’origine delle rappresentazioni
    tattili dello spazio.

  _B_. Le rappresentazioni visive dello spazio                  93

    13. Caratteri generali delle rappresentazioni visive. — 14.
    Loro fattori generali.

  _a_. L’orientazione reciproca degli elementi di una
         rappresentazione visiva                                94

    15. Localizzazione nel campo visivo. — 16. Acutezza di
    localizzazione nelle diverse regioni del campo visivo. Vista
    diretta ed indiretta. — 17. I movimenti dell’occhio. — 18.
    Relazione dei movimenti degli occhi alla localizzazione.
    — 19. Illusioni costanti di direzione ed estensione nel
    campo visivo dovute alle leggi di movimento dell’occhio.
    — 20. Illusioni variabili di direzione ed estensione
    dovute a proprietà generali dei movimenti tattili. —
    21. Indipendenza delle grandezze d’estensione nel campo
    visivo dalla compattezza degli elementi retinici. — 22. La
    rappresentazione visiva dello spazio è una funzione di due
    fattori. Necessità dell’ipotesi di segni locali della retina
    e loro dimostrazione empirica. — 23. Teoria generale della
    rappresentazione visiva dello spazio.

  _b_. L’orientazione delle rappresentazioni spaziali
         rispetto al soggetto percipiente                      106

    24. Punto d’orientazione nella vista binoculare. Direzione
    della linea d’orientazione. — 25. Rappresentazione della
    grandezza della linea d’orientazione. — 26. Distinzione
    di vicino e lontano. — 27. Apprendimento di punti posti
    a diverse distanze. — 28. Teoria delle rappresentazioni
    binoculari dei corpi. — 29. Condizioni varie per le
    rappresentazioni di profondità. Influenza delle linee di
    fissazione. — 30. Le imagini doppie nella vista binoculare e
    la localizzazione di distanza.

  _c_. Le relazioni tra l’orientazione reciproca
         degli elementi e la loro orientazione al
         soggetto                                              111

    31. La vista diritta. — 32. La superficie del campo
    visivo. — 32_a_. I segni locali complessi della profondità
    e la paralassi binoculare. — 33. Lo stereoscopio. — 34.
    Rappresentazione monoculare della profondità. L’influenza
    dell’accomodazione. — 35. Gli elementi della prospettiva.
    — 35_a_. Rivista delle teorie sulla rappresentazione visiva
    dello spazio.

  § 11. Le rappresentazioni di tempo                           115

    1. Proprietà generali delle rappresentazioni di tempo. —
    2. Carattere dell’ordine temporale rispetto allo spaziale.
    — 2_a_. Le forme delle rappresentazioni di tempo e le loro
    denominazioni nel linguaggio.

  _A_. Le rappresentazioni tattili di tempo                    117

    3. Rapporto delle proprietà meccaniche dell’apparato tattile
    alle rappresentazioni di tempo. — 4. I movimenti ritmici di
    tatto. — 5. Le rappresentazioni ritmiche del senso tattile.

  _B_. Le rappresentazioni uditorie di tempo                   120

    6. La natura del senso dell’udito favorevole a tali
    rappresentazioni. Ritmi continui e discontinui. — 7. Analisi
    di rappresentazioni ritmiche semplici. Influenza che su di
    esse esercita il decorso delle sensazioni. — 8. Modificazioni
    nell’apprendimento del ritmo dovute a varianti condizioni
    oggettive. — 9. Condizioni soggettive delle rappresentazioni
    ritmiche di tempo.

  _C_. Le condizioni generali delle rappresentazioni
         di tempo                                              124

    10. Carattere specifico delle rappresentazioni di tempo. —
    11. Il punto visivo interno. — 12. Il continuo flusso del
    tempo e la sua natura unidimensionale. — 13. Teoria generale
    sulle rappresentazioni di tempo. I segni temporali. — 13_a_.
    Rappresentazione geometrica del tempo. — 13_b_. Teoria
    nativistica e genetica.

  § 12. I sentimenti composti                                  128

    1. I moti d’animo in generale. — 2. Carattere delle
    combinazioni intensive di sentimenti. — 3. Componenti e
    risultanti sentimentali: sentimenti parziali e sentimenti
    totali. Intrecci degli elementi sentimentali. — 3_a_.
    Esemplificazione mediante gli accordi musicali. — 4. Il
    sentimento generale. — 4_a_. Le teorie fisiologiche intorno
    al sentimento generale sono inammissibili. — 5. Sentimento
    di piacere o di dispiacere. — 6. Sentimento di contrasto. —
    7. I sentimenti estetici elementari: gradevole o sgradevole.
    — 8. Sentimenti intensivi ed estensivi. — 9. I sentimenti
    intensivi: combinazioni di colori e di suoni. — 10. I
    sentimenti estensivi: sentimenti di forma e sentimenti di
    ritmo. — 11. Teoria psicologica dei sentimenti composti. —
    12. Principio dell’unità dello stato sentimentale.

  § 13. Le emozioni                                            137

    1. Concetto delle emozioni. — 2. Denominazioni dello
    emozioni. — 3. Decorso generale delle emozioni. — 4.
    Fenomeni fisici concomitanti: i movimenti espressivi.
    — 5. Classificazione dei movimenti espressivi. — 6.
    Modificazione nei movimenti del polso e del respiro.
    Emozioni calme; steniche ed asteniche; rapide e lente.
    — 6_a_. Cenni sulla dottrina intorno alle emozioni. Le
    passioni. — 7. Connessione esistente tra le variazioni e
    le proprietà formali delle emozioni. — 8. Rinforzamento
    dell’emozione a causa di fenomeni fisici concomitanti. —
    9. Classificazione psicologica delle emozioni. — 10. Forme
    di emozioni rispetto alla qualità sentimentale: emozioni di
    piacere e di dispiacere, eccitanti e deprimenti, di tensione
    o di sollievo. — 11. Le designazioni delle emozioni nel
    linguaggio. — 12. Forme delle emozioni rispetto all’intensità
    sentimentale: emozioni deboli e forti. — 13. Forme di
    decorso: subitamente irrompenti, crescenti a poco a poco,
    intermittenti. — 13_a_. Importanza prevalente della qualità
    sentimentale per la distinzione delle emozioni.

  § 14. I processi di volere                                   148

    1. Relazioni loro alle emozioni. — 2. Azioni di volere
    esterne. — 3. Relazione ai sentimenti. — 4. I motivi di
    volere. — 5. Evoluzione del volere. Azioni impulsive. —
    6. Azioni volontarie e azioni di scelta. — 7. Decisione e
    risoluzione. I sentimenti d’attività. — 8. Indebolimento
    delle emozioni a causa di processi intellettuali. — 9.
    Sviluppo degli atti di volere interni. — 10. Evoluzioni
    regressive. I processi di volere divenuti processi
    meccanici. Caratteri di finalità dei movimenti riflessi.
    — 10_a_. Critica delle teorie sul volere. — 11. Decorso
    nel tempo degli atti di volere. Esperimenti di reazione.
    Reazioni complete ed abbreviate. — 12. Processi di reazioni
    composte. — 13. Reazioni divenute automatiche. — 13_a_.
    Importanza generale degli esperimenti di reazione. Istrumenti
    cronometrici.

  III. — La connessione delle formazioni psichiche.

  § 15. Coscienza e attenzione                                 165

    1. Concetto della coscienza. — 2. Condizioni fisiologiche. —
    2_a_. Localizzazione delle funzioni psichiche nel cervello.
    — 3. Connessione simultanea e successiva dei processi di
    coscienza. Gradi di coscienza. Come i processi psichici
    divengono inconsci. — 4. Appercezione e attenzione. — 5.
    Gradi di chiarezza dei contenuti di coscienza. — 6. Capacità
    dell’attenzione e della coscienza. — 6_a_. Metodi per la
    ricerca intorno allo stato di coscienza in un dato momento. —
    6_b_. Metodo per la ricerca della capacità della coscienza. —
    7. Effetto sentimentale dei contenuti di coscienza percepiti.
    — 8. Sentimenti d’appercezione. Appercezione passiva e
    attiva. — 8_a_. Metodi sperimentali. — 9. Connessione dei
    processi di attenzione e di volere. — 10. I concetti di
    soggetto ed oggetto. — 11. L’auto-coscienza. — 12. Ulteriore
    svolgimento della distinzione di soggetto ed oggetto. —
    12_a_. Criterio delle ipotesi dualistiche. — 13. Passaggio ai
    vari processi psichici di combinazione.

  § 16. Le associazioni                                        181

    1. Storia del concetto dell’associazione. — 2. Le
    associazioni così per solito chiamate sono prodotti complessi
    di elementari processi associativi. — 3. Forme principali
    degli elementari processi d’associazione.

  _A_. Le associazioni simultanee                              184

    4. Forme principali: assimilazione e complicazione.

  _a_. Le assimilazioni                                        185

    5. Carattere generale delle assimilazioni. — 6. Assimilazioni
    uditorie. — 7. Assimilazioni nel campo dei processi intensivi
    del sentimento. — 8. Assimilazioni spaziali del senso
    tattile. — 9. Assimilazioni nelle rappresentazioni visive. —
    10. Analisi psicologica dei processi di assimilazione. — 11.
    Differenze tra questi processi. Illusione.

  _b_. Le complicazioni                                        190

    12. Carattere delle complicazioni e loro forme principali.

  _B_. Le associazioni successive                              191

    13. Connessione loro colle assimilazioni. — 14. Carattere
    generale delle associazioni successive. L’associazione a
    serie.

  _a_. I processi del riconoscimento e del
         conoscimento sensitivo                                192

    15. Carattere e differenze di questi processi. Ricerche
    sperimentali intorno all’influenza delle complicazioni. —
    16. Trasformazione dei processi simultanei in successivi. —
    17. Differenza tra i processi di riconoscimento e quelli di
    conoscimento.

  _b_. I processi di memoria                                   195

    18. Loro origine dal processo di riconoscimento. — 18_a_.
    Connessione e significato generale dei processi di memoria.
    — 19. Gradi del processo di memoria. Forme miste tra
    il riconoscimento e la memoria. — 19_a_. La così detta
    “Associazione mediata„. — 20. Ricordi in base a molteplici
    riconoscimenti e conoscimenti. — 21. Elementi dei processi
    di memoria. — 21_a_. La classificazione delle forme
    d’associazione composte. — 22. Natura delle rappresentazioni
    di memoria. — 23. Il concetto della memoria.

  § 17. Le combinazioni appercettive                           201

    1. Caratteri soggettivi delle combinazioni appercettive. —
    2. Relazioni loro alle associazioni. — 3. Divisione generale
    delle combinazioni appercettive.

  _A_. Le funzioni appercettive semplici (_Relazione
         e comparazione_)                                      203

    4. Il processo di relazione. — 5. Il processo di
    comparazione. — 6. Concordanza e distinzione. — 7. La
    determinazione di grandezza per gli elementi psichici e le
    formazioni psichiche. — 8. Differenza tra le determinazioni
    di grandezza fisica e psichica. — 9. Metodi per la misura
    delle grandezze psichiche. — 10. Soglia dello stimolo e
    soglia di differenza. La legge di Weber. — 10_a_. La legge
    di Weber nei suoi particolari, e metodi per dimostrarla. —
    11. I fenomeni psicologici del contrasto. Loro connessione
    coi fenomeni del contrasto fisiologico nel senso della
    vista. — 12. Altri fenomeni di contrasto. — 13. Contrasto tra
    l’impressione e l’attesa.

  _B_. Le funzioni composte d’appercezione (_Sintesi
         e analisi_)                                           210

    14. Le rappresentazioni totali. — 15. Analisi psicologica
    dell’“attività fantastica„. — 16. Psicologia dell’“attività
    intellettiva„. — 17. Carattere psicologico dei concetti. —
    18. Fantasia e intelletto come disposizioni individuali. Il
    talento.

  § 18. Gli stati psichici                                     216

    1. Condizioni generali per stati anormali. — 2. Alterazioni
    negli elementi. — 3. Alterazioni nelle formazioni
    rappresentative: allucinazioni ed illusioni. — 4. Anomalie
    nei processi del sentimento e del volere. Stato di
    depressione e di esaltazione. — 5. Stati anormali della
    coscienza. — 6. Alterazioni nelle associazioni e nelle
    appercezioni. — 7. Il sogno. — 8. L’ipnosi. — 9. Relazioni
    tra sogno ed ipnosi. — 9_a_. Teoria fisiologica del sonno,
    del sogno e dell’ipnosi.

  IV. — Gli sviluppi psichici.

  § 19. Le proprietà psichiche degli animali                   224

    1. Cenni generali sullo sviluppo psichico degli animali. —
    2. Rapidità dello sviluppo animale e unilateralità delle
    loro funzioni. — 3. Gl’istinti animali. — 4. Sviluppo
    degl’istinti. — 5. Rapporto genetico dell’animale all’uomo
    dal punto di vista della psicologia. — 5_a_. Impossibilità
    di tracciare un netto limite psicologico. Le teorie degli
    istinti.

  § 20. Lo sviluppo psichico del bambino                       229

    1. Svolgimento delle funzioni di senso. — 2. Gli elementi
    psichici nello sviluppo individuale. — 3. Origine
    delle rappresentazioni di spazio. — 4. Sviluppo delle
    rappresentazioni di tempo. — 5. Associazioni e combinazioni
    appercettive. — 6. Sviluppo dell’autocoscienza. — 7. Sviluppo
    del volere. — 8. Sviluppo del linguaggio. — 9. Attività
    fantastica del bambino. Istinto del giuoco. — 10. Funzioni
    intellettive. — 10_a_. Errori commessi nella psicologia del
    bambino.

  § 21. Lo sviluppo delle comunità spirituali                  240

    1. Differenze tra le comunità umane ed animali. — 2. I
    prodotti delle comunità umane.

  _A_. Il linguaggio                                           242

    3. Il linguaggio di gesti. — 4. Evoluzione generale del
    linguaggio di suoni. — 5. Mutazione fonetica e mutazione di
    significato. — 6. Importanza psicologica dell’ordine delle
    parole.

  _B_. Il mito                                                 245

    7. L’appercezione personificante. — 8. Condizioni generali
    per il suo sviluppo. — 9. Animismo e feticismo. — 10. Il mito
    naturale.

  _C_. I costumi                                               249

    11. Norme individuali o sociali dei costumi. Relazioni al
    mito e ai generali bisogni della vita. — 12. Mutazione di
    significato dei costumi. Differenziazione in costume, diritto
    e moralità.

  _D_. Carattere generale degli sviluppi riflettenti
         la psicologia sociale                                 251

    13. Il condensarsi, l’oscurarsi e lo spostarsi delle
    rappresentazioni. Influenza dei processi sentimentali. — 14.
    Coscienza collettiva e volere collettivo. — 14_a_. Appunti
    critici.

  V. — La causalità psichica e le sue leggi.

  § 22. Il concetto dell’anima                                 255

    1. Il principio generale della causalità. — 2. I concetti
    della materia, della forza e dell’energia. — 3. L’anima
    come concetto sussidiario della psicologia. — 4. Il
    concetto della sostanzialità dell’anima. — 5. Il concetto
    dell’anima materialistico e spiritualistico. — 6. Il concetto
    dell’attualità dell’anima. — 7. Evoluzione scientifica del
    concetto d’attualità. — 8. Il problema del rapporto tra corpo
    ed anima. — 9. Il principio del parallelismo psico-fisico. —
    10. Necessità di una causalità psichica indipendente.

  § 23. Le leggi psicologiche di relazione                     263

    1. Le tre leggi generali di relazione. — 2. La legge delle
    risultanti psichiche. — 3. Il principio della sintesi
    creatrice. — 4. Accrescimento dell’energia psichica e
    costanza dell’energia fisica. — 5. La legge delle relazioni
    psichiche. — 6. La legge dei contrasti psichici. — 7.
    Rapporto della legge dei contrasti alle due leggi precedenti.

  § 24. Le leggi psicologiche d’evoluzione                     267

    1. Le tre leggi generali d’evoluzione. — 2. La legge
    dell’accrescimento spirituale. — 3. La legge dell’eterogenesi
    dei fini. — 4. La legge dell’evoluzione per contrari.

  Glossario                                                    270

  Indice delle materie per ordine alfabetico                   277



INTRODUZIONE



§ 1. — Còmpito della psicologia.


1. Due sono le definizioni della psicologia, che predominano nella
storia di questa scienza. Secondo l’una, la psicologia è “la scienza
dell’anima„: i processi psichici sono considerati come fenomeni dai
quali si debba conchiudere all’esistenza di una sostanza metafisica,
l’anima. Secondo l’altra definizione, la psicologia è “la scienza
dell’esperienza interna„, e però i processi psichici fanno parte di
uno speciale ordine di esperienza, il quale si distingue senz’altro per
ciò, che i suoi oggetti spettano all’“introspezione„ o, come anche si
dice in contrapposto alla cognizione ottenuta mediante i sensi esterni,
spettano al senso interno.

Nè l’una nè l’altra di queste definizioni risponde allo stato presente
della scienza. La prima, la definizione metafisica, corrisponde
a uno stato, il quale per la psicologia è durato più a lungo
che per gli altri campi del sapere. Ma anche la psicologia lo ha
finalmente superato, da quando essa si è sviluppata in una disciplina
empirica, che lavora con metodi propri, e dacchè le “scienze dello
spirito„[1] sono riconosciute costituire un grande campo scientifico
in contrapposto alle scienze della natura, il quale vuole a sua
base generale una psicologia autonoma, indipendente da ogni teoria
metafisica.

La seconda definizione, l’empirica, la quale vede nella psicologia
una “scienza-dell’esperienza interna„, è insufficiente, perchè può far
nascere l’equivoco, che la psicologia abbia ad occuparsi d’oggetti, i
quali siano generalmente diversi da quelli della così detta esperienza
esterna. Ora è certo che si danno contenuti dell’esperienza, i quali
cadono solo sotto la ricerca psicologica, sì che non hanno riscontro
cogli oggetti e processi di quella esperienza, di cui tratta la
scienza della natura: tali sono i nostri sentimenti, l’emozioni, le
risoluzioni del volere. D’altra parte non v’è alcuno speciale fenomeno
naturale, il quale sotto un diverso punto di veduta, non possa essere
anche oggetto della ricerca psicologica. Una pietra, una pianta, un
suono, un raggio di luce, sono, come fenomeni naturali, oggetti della
mineralogia, della botanica, della fisica, ecc. Ma in quanto questi
fenomeni naturali destano in noi _rappresentazioni_, sono insieme
oggetti della psicologia, la quale cerca dare ragione così della
formazione di queste rappresentazioni e del rapporto loro con altre
rappresentazioni, come dei processi che non si riferiscono ad oggetti
esterni, cioè dei sentimenti e dei movimenti del volere. Un “senso
interno„, il quale, come organo della conoscenza psichica, possa
essere contrapposto ai sensi esterni come organi della conoscenza
della natura, non esiste affatto. Coll’aiuto dei sensi esterni
sorgono tanto le rappresentazioni, delle quali la psicologia cerca
indagare la proprietà, quanto quelle, dalle quali parte lo studio
della natura; e le eccitazioni soggettive che rimangono estranee
alla cognizione naturale delle cose, cioè i sentimenti, l’emozioni e
gli atti volitivi, non sono a noi date per mezzo di speciali organi
percettivi, ma si collegano in noi immediatamente e inseparabilmente
colle rappresentazioni che si riferiscono ad oggetti esterni.

2. Da quanto si è detto, risulta che le espressioni: esperienza
interna ed esterna, non indicano due cose diverse, ma solo due _punti
di vista diversi_, dei quali noi usiamo nella cognizione e nella
trattazione scientifica dell’esperienza in sè unica. Questi punti di
vista diversi hanno la loro origine nello scindersi immediato di ogni
esperienza _in due fattori: in un contenuto_, che ci è dato, e nella
nostra _cognizione_ di questo contenuto. Il primo di questi fattori
chiamiamo _gli oggetti dell’esperienza_; il secondo diciamo _soggetto
conoscente._ Donde due vie si svolgono per lo studio dell’esperienza.
L’una è quella della _scienza naturale_, che considera gli _oggetti_
dell’esperienza nella loro natura, pensata indipendentemente dal
soggetto; l’altra è quella della _psicologia_; essa investiga l’intero
contenuto dell’esperienza nella sua relazione col soggetto e nelle
qualità, che sono immediatamente attribuite ad esso dal soggetto. In
base a ciò il punto di vista della scienza naturale, essendo solo
possibile mediante l’astrazione del fattore soggettivo contenuto
in ogni reale esperienza, può anche essere designato come quello
dell’_esperienza mediata_ mentre il punto di vista psicologico, il
quale annulla quell’astrazione e i suoi effetti, può essere detto
dell’_esperienza immediata_.

3. Il còmpito che così deriva alla psicologia come ad una scienza
empirica generale, coordinata e complementare alla scienza della
natura, è confermato dal significato di tutte le scienze dello spirito,
alle quali la psicologia serve di fondamento. Tutte queste scienze,
filologia, storia, politica, sociologia hanno per loro contenuto
l’esperienza immediata, come essa viene determinata dall’azione
reciproca degli oggetti e dei soggetti conoscenti e operanti. Queste
scienze dello spirito non si servono quindi delle astrazioni e degli
ipotetici concetti sussidiati della scienza della natura; ma le
rappresentazioni oggettive e i moti soggettivi che le accompagnano,
hanno per esse il valore di una realtà immediata ed esse cercano
spiegare le singole parti costituenti questa realtà mediante la loro
reciproca connessione. Questo procedimento dell’interpretazione
psicologica, proprio delle singole scienze dello spirito, deve
essere anche il procedimento della stessa psicologia, perchè anche
qui è richiesto dallo stesso suo oggetto, cioè dall’immediata realtà
dell’esperienza.

    3_a_. Alla scienza naturale, che indaga il contenuto
  dell’esperienza facendo astrazione dal soggetto conoscente,
  si suole assegnare come còmpito anche la “conoscenza del mondo
  esterno„, dove la parola, mondo esterno, indica tutto il complesso
  degli oggetti che a noi è dato conoscere. In modo corrispondente
  si volle talora definire la psicologia: “l’autoconoscenza del
  soggetto„. Ma questa definizione è insufficiente, perchè al
  dominio della psicologia, oltre le qualità di ogni soggetto,
  appartengono pure i rapporti reciproci del soggetto col mondo
  esterno e cogli altri soggetti simili. Inoltre questa definizione
  può facilmente dare a credere che soggetto e mondo esterno siano
  parti separabili dell’esperienza, o almeno possano essere divisi
  in contenuti di coscienza reciprocamente indipendenti; mentre
  all’opposto l’esperienza esterna rimane legata alle funzioni
  percettive e conoscitive del soggetto, e l’esperienza interna
  racchiude le rappresentazioni del mondo esterno come parte di
  essa immutabile. Donde necessariamente deriva che l’esperienza
  non è davvero una semplice giustapposizione di diversi dominii,
  ma un tutto unico che in ognuna delle sue parti presuppone così
  il soggetto che apprende i contenuti dell’esperienza, come gli
  oggetti che sono dati al soggetto quali contenuti dall’esperienza.
  E però anche la scienza della natura non può interamente astrarre
  dal soggetto conoscente, ma solo da quelle qualità di esso, che,
  o come i sentimenti, svaniscono, tosto che si fa astrazione del
  soggetto, o come le qualità delle sensazioni, devono, in base alle
  ricerche della fisica, essere ascritte al soggetto. La psicologia
  ha invece per proprio oggetto l’intero contenuto della coscienza
  nella sua costituzione immediata.

    Se ora la ragione ultima per la distinzione delle scienze
  naturali dalla psicologia e dalle scienze dello spirito, può
  solo essere cercata nel fatto che ogni esperienza contiene come
  fattori, un contenuto oggettivo dato e un soggetto conoscente; si
  comprende senz’altro non essere necessario che quella distinzione
  presupponga una logica determinazione dei due fattori. Infatti
  è evidente che una tale determinazione è solo possibile in base
  alle ricerche delle scienze naturali e della psicologia, e però in
  nessun caso essa può precedere questa ricerca. L’unica premessa
  sin dal principio in commune così alla scienza naturale come
  alla psicologia, sta piuttosto nella coscienza, accompagnante
  ogni esperienza, che da questa oggetti sono dati ad un soggetto;
  senza che però si possa con ciò parlare di una conoscenza delle
  condizioni che stanno a base di questa distinzione tra soggetto
  e oggetto, o di determinati caratteri pei quali un fattore si
  distingue dall’altro. Anche l’espressioni soggetto e oggetto
  si devono dunque in questo rapporto considerare solo come
  un’anticipazione per la quale distinzioni che appartengono a una
  riflessione logica già compiuta, vengono applicate allo stadio
  dell’esperienza originaria.

    Per quanto si è detto, le interpretazioni dell’esperienza
  secondo la scienza naturale e la psicologia si integrano a
  vicenda, non solo perchè la prima considera gli oggetti astraendo
  il più possibile dal soggetto e la seconda invece si occupa della
  parte che prende il soggetto nella formazione dell’esperienza,
  ma anche nel senso che ambedue assumono una posizione diversa di
  fronte ad ogni singolo dato dell’esperienza. Poichè la scienza
  della natura cerca scoprire come gli oggetti sono costituiti senza
  alcun riguardo al soggetto, la conoscenza che essa ci offre è di
  natura _mediata_ o _concettuale_, in luogo degli oggetti immediati
  dell’esperienza, sono ad essa sottoposti i concetti degli oggetti
  ai quali si giunge mediante l’astrazione degli elementi soggettivi
  delle rappresentazioni. Ma questa astrazione richiede anche sempre
  integrazioni ipotetiche della realtà. Infatti poichè l’analisi
  che la scienza naturale fa dell’esperienza, dimostra molte parti
  dell’esperienza, ad es. i contenuti della sensazione essere
  effetti soggettivi di processi oggettivi, quest’ultimi per la loro
  natura indipendente dal soggetto, non possono essere compresi
  nell’esperienza. E però si cerca di giungere ad essa mediante
  ipotetici concetti sulle proprietà oggettive della materia.
  Invece nella psicologia che studia il contenuto della coscienza
  nella sua piena realtà, cioè le rappresentazioni riferentisi agli
  oggetti insieme a tutti i moti soggettivi che le accompagnano,
  ci si presenta il modo di conoscere _immediato_ o _intuitivo_;
  intuitivo nel senso più largo che nella moderna terminologia
  scientifica ha preso questo concetto, così che esso indica non più
  soltanto gl’immediati contenuti rappresentativi dei sensi esterni
  e principalmente del senso visivo, ma tutto il _reale concreto_ in
  contrapposizione al pensato astratto e concettuale. La psicologia
  può mettere in luce la connessione dei dati dell’esperienza
  come si presenta realmente al soggetto soltanto coll’astenersi
  assolutamente da quelle astrazioni e da quei concetti ipotetici
  dei quali usano le scienze naturali. Per tanto se la scienza della
  natura e la psicologia sono ambedue scienze empiriche nel senso
  che ambedue hanno per oggetto l’interpretazione della esperienza,
  cui considerano solo da diverso punto di vista, la psicologia, per
  la particolare natura del suo còmpito, è senza dubbio la _scienza
  più strettamente empirica_.



§ 2. — Gl’indirizzi generali della psicologia.


1. La concezione della psicologia, come scienza empirica[2] che non ha
per oggetto uno speciale contenuto dell’esperienza, ma il contenuto
immediato di ogni esperienza, è di origine moderna. Contro di essa
stanno ancora teorie nella scienza contemporanea, che in generale
si possono considerare come una sopravvivenza di anteriori gradi di
sviluppo e che sempre lottano fra loro secondo il posto che assegnano
alla psicologia rispetto alla filosofia e alle altre scienze. I due
principali indirizzi della psicologia, che si distinguono in relazione
alle due più diffuse definizioni psicologiche più sopra spiegate, sono:
il _metafisico_ e _l’empirico._ Ma ambedue alla loro volta presentano
un buon numero di indirizzi speciali.

La psicologia metafisica dà generalmente un valore minimo all’analisi
empirica, e alla causate connessione dei processi psichici.
Considerando essa la psicologia parte della filosofia metafisica, suo
intento principale è di giungere a una determinazione dell’“essere
dell’anima„, la quale si accordi colla complessa concezione universa
del sistema metafisico, in cui rientra la psicologia. Posto il concetto
metafisico dell’anima, si cerca da questo derivare il vero contenuto
dell’esperienza psicologica. Il carattere, per cui la psicologia
metafisica si differenzia dall’empirica, è, che quella non deriva
i processi psichici da altri processi psichici, ma da un sostrato
tutt’affatto diverso, o dagli atti di una speciale sostanza animica
o dalla proprietà e dai processi della materia. E secondo la natura
attribuita a questo sostrato la psicologia metafisica dà luogo a
due indirizzi. La _psicologia spiritualistica_ considera i processi
psichici come effetti di una speciale sostanza psichica, la quale è
ritenuta o essenzialmente diversa dalla materia (sistema _dualistico_),
o a questa di natura affine (sistema _monistico_ o _monadologico_).
La tendenza metafisica che è a base della psicologia spiritualistica,
sta nell’ ipotesi di un’essenza soprannaturale dell’anima e nello
sforzo di conciliare questa ipotesi coll’altra dell’immortalità, cui
talora si collega anche l’ipotesi più spinta di una preesistenza. La
_psicologia materialistica_ riconduce i processi psichici allo stesso
sostrato materiale che la scienza della natura pone ipoteticamente
a spiegazione, dei fenomeni naturali. Secondo questa psicologia i
processi psichici sono, come i processi fisici della vita, legati ad
aggruppamenti di elementi materiali; aggruppamenti che sorgono durante
la vita individuale, e col finire di questa si dissolvono. La tendenza
metafisica di questa psicologia sta nella negazione dell’essenza
soprannaturale dell’anima, affermata invece dalla psicologia
spiritualistica. Ma con questa si identifica, in quanto non cerca
l’interpretazione dell’esperienza psicologica in sè stessa, ma vuole
derivarla da processi ipotetici di un sostrato metafisico.

2. Dalla lotta contro quest’ultimo indirizzo è nata la _psicologia
empirica_. Essa dove è conseguentemente svolta, si sforza di ricondurre
i processi psichici a concetti che sono direttamente desunti dalla
connessione di questi processi, o di giovarsi di processi ben
determinati e semplici per derivare dal loro cooperare altri processi
più complessi. Le basi di una tale interpretazione possono essere
molteplici e però anche la psicologia empirica dà luogo a diversi
indirizzi, i quali si possono generalmente distinguere per due ragioni.
La prima si riferisce al rapporto della esperienza interna all’esterna
e alla posizione che le due scienze sperimentali, la scienza della
natura e la psicologia, prendono l’una rispetto all’altra. La seconda
si riferisce ai fatti o ai concetti loro, dai quali si prendono le
mosse per l’interpretazione dei processi. Ogni trattazione concreta
della psicologia empirica rappresenta nello stesso tempo un indirizzo
della prima e uno della seconda maniera.

3. Secondo questa _concezione generale della natura dell’esperienza
psicologica_ stanno in opposizione quelle due tendenze psicologiche,
delle quali già si trattò più sopra (§ 1) a causa della loro importanza
decisiva per la determinazione del còmpito della psicologia: la
_psicologia del senso interno_, e la _psicologia come scienza
dell’esperienza immediata_. La prima, tratta i processi psichici
come contenuti di un dominio speciale dell’esperienza, coordinato
all’esperienza naturale fornitaci dai sensi esterni, ma da essa
assolutamente diverso. La seconda non riconosce una differenza reale
fra l’esperienza interna e l’esterna, ma vede tale distinzione solo
nella diversità dei _punti di vista_, dai quali quell’esperienza, unica
in sè stessa, viene considerata.

Di queste due forme della psicologia empirica la prima è la più
antica. Essa è sorta dall’aspirazione di affermare l’indipendenza,
dell’osservazione psicologica contro le usurpazioni della filosofia
della natura. E poichè essa per la sua tendenza vuole coordinate
la scienza della natura e la psicologia, crede essere gli eguali
diritti di queste due scienze fondati innanzi tutto sulla generale
diversità dei loro oggetti e delle forme della percezione di questi
oggetti. Questa veduta ha influito in doppio senso sulla psicologia
empirica: in primo luogo perchè favorì l’opinione che la psicologia
abbia bensì a servirsi di metodi empirici, ma questi siano, come i
dati dell’esperienza psicologica, fondamentalmente diversi da quelli
della scienza della natura; in secondo luogo perchè essa si sforzò di
stabilire qualche nesso fra quei domini dell’esperienza, già presunti
diversi. Sotto il primo rispetto, la psicologia del senso interno fu
appunto quella che coltivò il metodo della _pura introspezione_ (§ 3,
2). Per la seconda considerazione, l’opinione di una differenza fra i
dati fisici e psichici della esperienza ricondusse dì necessità alla
psicologia metafisica. Infatti da questo punto di vista, per la natura
stessa della cosa, le relazioni dell’esperienza interna all’esterna o i
così detti “rapporti tra il corpo e l’anima„ potevano essere spiegati
solo mediante ipotetici principi metafisici. Tali principi metafisici
non potevano far a meno di influire anche sulla ricerca psicologica, sì
che essa fu inquinata di sussidiarie ipotesi metafisiche.

4. Dalla psicologia del senso interno si distingue essenzialmente
quella concezione, che definisce la psicologia come “scienza
dell’esperienza immediata„. Questa infatti, ritenendo essere
l’esperienza interna ed esterna non parti diverse, ma diversi modi
di considerare una sola e medesima esperienza, non può riconoscere
una precipua differenza fra i metodi della psicologia e della scienza
naturale. Questo indirizzo psicologico ha prima di tutto cercato di
stabilire i metodi sperimentali che devono compiere un’analisi esatta
dei processi psichici; analisi che, tenuto conto del mutato punto
di vista, è analoga a quella di cui le scienze naturali fanno uso
nella spiegazione dei fenomeni della natura. Di più questo indirizzo
mostra che le singole scienze dello spirito, le quali hanno ad oggetto
i processi psichici concreti o le creazioni psichiche, si trovano
tutte sul medesimo terreno di una scientifica considerazione dei dati
immediati dell’esperienza e dei loro rapporti coi soggetti agenti.
Donde, come conseguenza necessaria, l’analisi psicologica dei prodotti
più generali dello spirito: la lingua, le rappresentazioni mitologiche,
le norme dei costumi, dev’essere considerata come un sussidio
all’intelligenza dei processi psichici più complessi. Questa concezione
sta pertanto, riguardo al metodo, in più stretto rapporto con altre
scienze: come _psicologia sperimentale_ colle scienze naturali, come
_psicologia sociale_[3] colle più speciali scienze dello spirito.

Finalmente, considerando in tal modo la psicologia, si viene ad
eliminare completamente la questione sui rapporti degli oggetti
psichici ai fisici. Ambedue non sono veramente oggetti diversi,
ma uno stesso contenuto, il quale è considerato una volta nella
ricerca della scienza naturale mediante l’astrazione del soggetto, e
l’altra nella ricerca psicologica in relazione alla sua costituzione
immediata e ne’ suoi rapporti totali al soggetto. Tutte le ipotesi
metafisiche sulle relazioni intercedenti fra gli oggetti psichici e
fisici, sono, considerate da questo punto di vista, soluzioni di un
problema che si agita attorno ad una questione falsamente posta. Se
la psicologia deve nella connessione dei processi psichici, in quanto
questi sono dati immediati dell’esperienza, rifuggire dal soccorso di
ipotesi metafisiche, essa può nondimeno — poichè esperienza esterna
ed interna sono due punti di vista integratisi a vicenda di una sola
od identica esperienza — ritornare, sovratutto dove la connessione
dei fenomeni psichici presenta lacune, a considerare fisicamente gli
stessi processi, per vedere se mediante questo nuovo punto di vista,
diverso e preso dalla scienza naturale, si possa ristabilire quella
continuità che si credeva mancasse. Il medesimo varrà poi, ma in senso
inverso, anche per quelle lacune che si presentano nella catena delle
nostre conoscenze fisiologiche, potendo questa venir completata con
anelli, fornitici da una trattazione dell’esperienza dal punto di vista
puramente psicologico. Sulla base di una tale concezione, che pone le
due forme di conoscenza nel loro giusto rapporto, è possibile che non
soltanto la psicologia porti a piena esecuzione il proposito di essere
scienza sperimentale, ma che anche la fisiologia diventi vera scienza
sussidiaria della psicologia; come dall’altra parte la psicologia è con
eguale diritto una scienza sussidiaria della fisiologia.

5. Riguardo alla seconda delle suaccennate (2) partizioni fondamentali,
cioè riguardo ai _fatti o concetti posti a base della ricerca
psicologica_, si possono ancora distinguere _due_ indirizzi della
psicologia empirica, i quali sono, generalmente parlando, due
gradi di sviluppo successivi della interpretazione psicologica.
Il primo corrisponde ad una tendenza _descrittiva_, il secondo ad
una _esplicativa_. Quando si cercò di distinguere, descrivendo,
i vari processi psichici, sorse la necessità di una opportuna
_classificazione_ di essi. Si formarono così i concetti generali,
sotto i quali vennero ad ordinarsi i diversi processi, e si cercò
soddisfare al bisogno d’interpretare il caso singolo, riferendo le
parti di un processo complesso a concetti generali applicabili ad esse.
Tali concetti sono ad es. sensazione, conoscenza, attenzione, memoria,
immaginazione, intelletto, volontà, ecc. Essi corrispondono ai concetti
fisici generali nati dall’immediata cognizione dei fenomeni naturali,
come peso, calore, suono, luce, ecc. Se quelli al pari di questi,
possono servire ad un primo ordinamento dei fatti, non giovano però
affatto a darne la spiegazione. Nondimeno la psicologia empirica si
è resa più volte colpevole di questa confusione, e appunto in questo
senso la _psicologia delle facoltà_ considerava ogni specie come
potenze o facoltà della psiche, sotto la cui attività varia o comune
essa riconduceva tutti i processi psichici.

6. Una trattazione _esplicative_, che si contrappone alla psicologia
descrittiva delle facoltà, è costretta, quando si attenga veramente
al lato empirico, a porre a base delle sue interpretazioni fatti
determinati, che appartengono per sè stessi all’esperienza psichica.
E potendo questi fatti essere presi da ordini diversi di processi
psichici, la trattazione esplicativa presenta di nuovo due indirizzi,
corrispondenti ai due fattori che prendono parte alla formazione
dell’esperienza immediata: l’oggetto e il soggetto. Quando si dà
maggior valore all’oggetto dell’esperienza immediata, nasce la
psicologia _intellettualistica_, che cerca derivare tutti i processi
psichici, anche i sentimenti soggettivi, gl’impulsi, i primi movimenti
della volontà dalle _rappresentazioni_, o, come anche queste possono
essere dette, a causa della loro importanza per la conoscenza
oggettiva, dai processi _intellettivi_. Se all’opposto si dà valore
principale al modo in cui l’esperienza immediata sorge nel soggetto,
allora nasce un indirizzo, il quale accorda ai moti soggettivi, che non
si riferiscono ad oggetti esterni, un posto _egualmente importante_ che
alle rappresentazioni. Questa psicologia può essere detta psicologia
_volontaristica_, a causa dell’importanza che essa riconosce ai
processi della volontà fra tutti i processi soggettivi.

Fra i due indirizzi della psicologia empirica (3), che si distinguono
per la generale concezione dell’esperienza interna, la psicologia
del senso interno è quella che tende anche all’_intellettualismo_.
Essa infatti, essendo il senso interno paragonato ai sensi esterni,
considera principalmente quei dati psichici dell’esperienza, che
sono offerti quali oggetti al senso interno, allo stesso modo
che gli oggetti naturali ai sensi esterni. La natura di oggetti
si crede d’altra parte possa essere attribuita, fra tutti i dati
dell’esperienza, soltanto alle _rappresentazioni_, e precisamente
perchè esse vengono considerate proprio come _immagini_ degli
oggetti che stando fuori di noi, ci sono dati dai sensi esterni.
Quindi le rappresentazioni sono ritenute i soli oggetti reali del
senso interno, mentre tutti quei processi che non possono essere
riferiti ad oggetti esterni, come ad es. i sentimenti, sono indicati
o quali rappresentazioni non chiare, o quali rappresentazioni che si
riferiscono al nostro corpo, o finalmente quali effetti prodotti da
combinazioni di rappresentazioni.

Mentre la psicologia del senso interno si collega all’intellettualismo,
la psicologia dell’esperienza immediata si avvicina al volontarismo.
Dacchè questa riconosce essere un còmpito capitale della psicologia
la ricerca dell’origine soggettiva di ogni esperienza, è facile
comprendere che nell’analisi di quest’origine l’attenzione dev’essere
sovratutto diretta su quei fattori dell’esperienza, dai quali fa
astrazione la scienza della natura.

7. La psicologia _intellettualistica_ nel corso del suo sviluppo ha
di nuovo dato luogo a due speciali indirizzi empirici. O i processi
_logici_ del giudicare o del concludere furono considerati come le
forme tipiche fondamentali di ogni fatto psichico, o furono ritenute
tali certe combinazioni di rappresentazioni successive di memoria,
prevalenti sulle altre a causa della loro frequenza, le cosidette
_associazioni delle rappresentazioni_. La prima tendenza, la _logica_,
è in istretta parentela colla interpretazione psicologica volgare;
essa è la più antica, ma nondimeno in parte si è conservata ancora
sino in questi ultimi tempi. _La teoria della associazione_ è sorta
dall’empirismo filosofico del secolo scorso. Queste due tendenze sono
fra loro contrarie, volendo la teoria logica ricondurre le complessità
di fenomeni psichici a forme più alte di processi intellettuali, e
l’associazionistica invece a forme inferiori o, come oggi si suol dire,
semplici. Ma ambedue per la loro unilateralità falliscono egualmente;
non solo perchè nè l’una nè l’altra riesce coi propri principi a
spiegare i processi sentimentali e volitivi, ma anche perchè questi
principi non riescono neppure a una piena interpretazione dei processi
intellettivi.

8. L’unione della psicologia del senso interno colla concezione
intellettualistica ha ancora portato a un principio particolare,
che molte volte è stato fatale per il modo di concepire i fatti
psicologici. Esso consiste nella falsa _sostanzializzazione_[4]
_intellettualistica delle rappresentazioni_. Quando noi non ammettiamo
solo un’analogia tra gli oggetti del cosidetto senso interno e gli
oggetti del senso esterno, ma anche consideriamo i primi come imagini
dei secondi; siamo indotti a trasportare quelle proprietà, che la
scienza naturale attribuisce agli oggetti del mondo esterno, anche
agli oggetti immediati del senso interno, cioè alle rappresentazioni.
E pertanto si ammette, che le rappresentazioni, proprio come le
cose esterne cui sono da noi riferite, siano oggetti relativamente
persistenti, i quali possano svanire dalla coscienza e poi di nuovo
in essa entrare. Le rappresentazioni senza dubbio devono essere da
noi percepite ora più forti e chiare, ora più deboli e confuse, a
seconda che il senso interno venga o no rafforzato dal senso esterno,
e a seconda dell’attenzione che ad esse prestiamo; ma nel complesso
rimangono immutate riguardo alla loro natura qualitativa.

9. La psicologia _volontaristica_ è in tutto quest’ordine di fatti
in piena antitesi coll’intellettualistica. Mentre questa è costretta
ad ammettere un senso interno con oggetti speciali della percezione
interna, quella è legata alla veduta, che l’esperienza interna
si identifica coll’esperienza immediata. E poichè il contenuto
dell’esperienza psicologica consiste secondo questa concezione, non di
una somma di oggetti, che sono dati al soggetto, ma di tutto quanto
compone il processo dell’esperienza, cioè degli atti del soggetto
stesso presi nella loro proprietà immediata, che non è stata mutata
da nessuna astrazione e riflessione; il contenuto dell’esperienza
psicologica è di necessità considerato come una _connessione di
processi_.

Questo concetto del processo esclude la natura sostanziale e però
anche più o meno persistente dei dati psichici dell’esperienza. I fatti
psichici sono _avvenimenti_ e non cose; essi scorrono come tutti gli
avvenimenti nel tempo e non sono mai in un dato momento gli stessi che
nel momento antecedente. In questo senso i processi del volere hanno un
valore _tipico_, importantissimo per la intelligenza di tutti gli altri
processi psichici. La psicologia volontaristica non afferma affatto
che il volere sia la sola forma realmente esistente del processo
psichico, ma essa afferma soltanto che il volere, coi sentimenti e
colle emozioni a lui strettamente connesse, costituisce una parte
dell’esperienza psichica, altrettanto necessaria quanto le sensazioni
e le rappresentazioni; di più afferma che sull’analogia del processo
volitivo debba interpretarsi ogni altro processo psichico; cioè quale
un fatto che sempre muta nel tempo, e non quale una somma di oggetti
persistenti, come per lo più l’intellettualismo ammette, in conseguenza
del falso riferimento che esso fa delle proprietà da noi poste negli
oggetti esterni, alle rappresentazioni degli oggetti stessi. Quando si
riconosce l’_immediata_ realtà dell’esperienza psicologica, lo studio
dì derivare determinate parti del processo psichico da altre che da
quello specificamente differiscono, resta senz’altro escluso; così
pure i conati della psicologia metafisica di ricondurre l’esperienza
interna a processi immaginari da essa diversi di un ipotetico
sostrato metafisico, stanno in contraddizione col vero còmpito reale
della psicologia. Questo còmpito, poichè si riferisce all’esperienza
immediata, si collega sin dal principio col presupposto che ogni dato
psichico dell’esperienza contiene nello stesso tempo fattori oggettivi
e soggettivi; questi si devono pur sempre considerare come distinti da
un’astrazione arbitraria e non come processi realmente diversi. Infatti
l’osservazione c’insegna che non si danno rappresentazioni, le quali
non sveglino in noi sentimenti ed impulsi di diversa intensità, come
pure non è possibile un processo sentimentale o volitivo, che non si
riferisca ad un oggetto rappresentato.

10. I principi direttivi della fondamentale concezione psicologica, che
dobbiamo in seguito mantenere fissi, possono essere riassunti nelle tre
proposizioni seguenti:

1. L’esperienza interna o psicologica non è alcun dominio speciale
dell’esperienza diverso dagli altri, ma essa è veramente l’_esperienza
immediata_.

2. Quest’esperienza immediata non è un contenuto quiescente, ma
una _connessione di processi_; essa non consiste di oggetti, ma di
processi, cioè di _fatti generali che si svolgono in noi_ e delle loro
relazioni reciproche fissate da leggi.

3. Ciascuno di questi processi ha da un lato un contenuto oggettivo ed
è dall’altro un processo soggettivo, e però in tal modo esso racchiude
in sè le condizioni generali tanto di ogni conoscenza quanto di ogni
pratica attività degli uomini.

A queste tre proposizioni corrisponde un _triplice posizione della
psicologia_ in rapporto agli altri campi del sapere:

1. Come scienza dell’esperienza immediata, essa — in contrapposto alle
_scienze naturali_, le quali a causa dell’astrazione che esse fanno del
soggetto, hanno per oggetto solo il contenuto oggettivo e _mediato_
dell’esperienza — è la scienza empirica _che reintegra quelle_. Ogni
singolo fatto dell’esperienza può essere intimamente valutato nel
suo pieno significato, solo quando ha sostenuto la prova dell’analisi
naturale o psicologica. In questo senso anche la fisica e la fisiologia
sono scienze sussidiarie della psicologia, come questa alla sua volta
è una disciplina ausiliaria per le ricerche naturali.

2. Come scienza delle forme più generali della esperienza umana
immediata e della connessione loro secondo leggi, essa è il _fondamento
delle scienze dello spirito_. Infatti il contenuto di queste scienze
sta sopratutto nelle azioni che nascono dagli immediati fatti della
vita psichica umana e nei loro effetti. La psicologia, in quanto ha
per còmpito lo studio delle forme, sotto le quali queste azioni si
presentano e delle leggi alle quali soggiaciono, è la più generale,
e insieme la base di tutte le scienze dello spirito: della filologia,
della storia, dell’economia politica, della giurisprudenza, ecc.

3. Siccome la psicologia egualmente considera le _due_ condizioni
fondamentali, che stanno a base così della conoscenza teoretica
come dell’operare pratico, le soggettive e le oggettive, e cerca
determinarle nel loro rapporto reciproco; essa fra tutte le discipline
empiriche è quella, i cui risultati si adattano più da vicino allo
studio così del problema della conoscenza come dell’etica, le due
questioni fondamentali della filosofia. La psicologia, che rispetto
alla scienza naturale è la scienza reintegrante, rispetto alle scienze
dello spirito la fondamentale, è rispetto alla filosofia la _scienza
empirica di preparazione_.

    10_a_. Quantunque nella nuova psicologia sempre più si
  vada riconoscendo, che non tanto la differenza degli oggetti
  dell’esperienza quanto quella del punto di vista di trattazione
  della esperienza è ciò per cui la psicologia si distingue dalla
  scienza naturale; pure la chiara conoscenza delle particolarità
  reali di quel punto di vista, che fissa il còmpito scientifico
  per la psicologia, è ancor sempre pregiudicata dai riflessi delle
  tendenze della vecchia metafisica e della filosofia naturalistica.
  Invece di riconoscere che la trattazione dell’esperienza per
  le scienze naturali si compie in base all’astrazione di quei
  fattori soggettivi che entrano in quell’esperienza, si assegna
  ancora sempre alla scienza naturale il còmpito di fissare
  nel modo più generale il contenuto di ogni esperienza. Posto
  questo, la psicologia sarebbe una disciplina non più coordinata
  ma subordinata alla scienza naturale. Essa non dovrebbe più
  eliminare quell’astrazione fatto dalla scienza naturale e con
  questo giungere a una completa comprensione della esperienza;
  ma dovrebbe trar profitto dal concetto del “soggetto„ messo in
  luce dalla scienza naturale, per spiegare l’influenza di questo
  soggetto sui dati della nostra coscienza. In luogo di riconoscere
  che una definizione sufficiente del soggetto è solo possibile
  in base alla ricerca psicologica (§ 1, 3º), qui d’un tratto è
  introdotto nella psicologia un concetto del soggetto già bell’e
  formato e definitivamente improntato sulla scienza naturale.
  Ora per questa il soggetto è identico all’individuo corporeo.
  Conseguentemente la psicologia vien definita, come la scienza che
  ha l’ufficio di stabilire la dipendenza del contenuto immediato
  dell’esperienza dall’individuo corporeo. Questo punto di vista,
  detto anche del “materialismo psico-fisico„, è insostenibile dal
  lato della teoria della conoscenza e psicologicamente infruttuoso.
  Siccome la scienza naturale astrae di proposito dal soggetto
  percipiente, pur contenuto in ogni esperienza, è fuor di dubbio
  che essa ben difficilmente è in grado di dare una valida ed
  ultima determinazione del soggetto. Una psicologia che parte
  da una tale definizione puramente fisiologica, non s’impernia
  più sull’esperienza ma, proprio come la vecchia psicologia
  materialistica, su una premessa metafisica. Di più questo punto
  di vista è psicologicamente infruttuoso, perchè assegna di
  bel principio la causale interpretazione dei processi psichici
  alla fisiologia, la quale non può dare nè ora nè mai una tale
  interpretazione a causa del differente modo di trattazione della
  scienza naturale e della psicologia. Infine è senz’altro manifesto
  che una tale psicologia, la quale si trasforma in un’ipotetica
  meccanica del cervello, deve una volta per sempre rinunciare a
  servire di base alle scienze dello spirito.

    Quando noi diciamo psicologia “volontaristica„ l’indirizzo
  _strettamente empirico_, che si contrappone ai tentativi di
  rinnovare la dottrina metafisica e che è contrassegnato dai
  principi più sopra formulati, non dobbiamo dimenticare che questo
  volontarismo psicologico in sè e per sè non ha nulla a fare
  con alcuna dottrina metafisica della volontà. Esso si oppone
  all’unilaterale volontarismo metafisico di Schopenhauer, che
  deriva tutto l’essere da una volontà trascendente originaria,
  non meno che ai sistemi metafisici sorti dall’intellettualismo
  di Spinoza, di Herbart e di altri. I principi del volontarismo
  psicologico, preso nel senso già notato, sono affatto contrari
  alla metafisica, perchè esso esclude dalla psicologia ogni
  metafisica; sono poi in opposizione agli altri indirizzi
  psicologici, perchè esso respinge tutti gli sforzi che mirano
  a ricondurre i processi del volere a semplici rappresentazioni,
  mentre accentua il significato _tipico_ del volere per la natura
  dell’esperienza psicologica. Questo significato tipico sta in
  ciò che la proprietà riconosciuta generalmente per le azioni
  volitive, cioè di essere _processi_, il decorso dei quali presenta
  continuamente mutazioni qualitative e intensive, viene considerata
  valevole anche per gli altri contenuti psichici della esperienza.



§ 3. — Metodi della psicologia.


1. La psicologia, avendo per proprio oggetto non contenuti specifici
dell’esperienza ma l’_esperienza generale nella sua natura immediata_,
non può servirsi di altri metodi che di quelli usati dalle scienze
empiriche, così per l’affermazione dei fatti, come per l’analisi
e pel causale collegamento di essi. La circostanza, che la scienza
della natura astrae dal soggetto e la psicologia no, può bensì portare
modificazioni nel modo di usare i metodi, ma non mai nell’essenziale
natura dei metodi usati.

Ora la scienza naturale, la quale, come campo di ricerca prima
costituitosi, può servire di esempio alla psicologia, si giova di due
metodi principali: _l’esperimento_ e _l’osservazione_. L’_esperimento_
consiste in un’osservazione, nella quale i fenomeni da osservare
sorgono e si svolgono per l’opera volontaria dell’osservatore.
L’osservazione in senso stretto studia i fenomeni senza un tale
intervento dello sperimentatore, ma così come si presentano
all’osservatore nella continuità dell’esperienza. Ogni qual volta
un’azione sperimentale è possibile, le scienze naturali ne fanno sempre
uso, essendo in tutti i casi, anche in quelli, nei quali i fenomeni
offrono già un’osservazione facile ed esatta, un vantaggio poter
volontariamente determinare la loro nascita e il loro decorso e isolare
le parti di un fenomeno complesso. Ma nella scienza della natura un
uso distinto di questi due metodi è già stato stabilito secondo i suoi
diversi campi: in genere il metodo sperimentale si crede per certi
problemi più necessario che per altri, nei quali si può raggiungere non
di rado lo scopo desiderato colla semplice osservazione. Queste due
specie di problemi si riferiscono, prescindendo da piccole eccezioni
provenienti da rapporti speciali, alla generale distinzione dei
fenomeni naturali in _processi naturali_ ed in _oggetti naturali_.

Qualunque _processo naturale_, ad es., un movimento di luce, di
suono, una scarica elettrica, il prodursi o il decomporsi di una
combinazione chimica, inoltre un movimento stimolatore o un fenomeno
di scambio nell’organismo delle piante o degli animali, richiede
l’azione sperimentale per l’esatta determinazione dello svolgimento e
per l’analisi delle sue parti. In generale tali azioni sperimentali
sono desiderabili, perchè è possibile fare osservazioni esatte solo
quando si può determinare il momento di apparizione del fenomeno. Esse
sono poi necessarie per distinguere fra loro le parti diverse di un
fenomeno complesso, perchè questo può succedere per lo più solo quando
arbitrariamente si trascurino alcune condizioni, o se ne aggiungano
altre, o anche se ne modifichi l’importanza.

Tutt’altra cosa è per gli _oggetti naturali_: essi sono oggetti
relativamente costanti, che non esigono di essere prodotti in
un determinato momento, ma stanno in ogni tempo a disposizione
dell’osservatore e vi permangono. Qui una ricerca sperimentale è
per lo più soltanto richiesta quando vogliamo indagare i processi
della loro nascita e delle loro variazioni; in questo caso trovano
applicazione le stesse considerazioni fatte per lo studio dei processi
naturali, perchè gli oggetti naturali sono considerati o prodotti o
parti di processi naturali. Quando invece si tratta solo della natura
reale degli oggetti, senza riguardo alla loro formazione e alle loro
variazioni, allora la semplice osservazione è per lo più sufficiente.
In questo senso sono, ad es., la mineralogia, la botanica, la zoologia,
l’anatomia, la geografia ed altre simili, scienze di pura osservazione,
fintanto che in esse non siano introdotti, come spesso avviene,
problemi fisici, chimici, fisiologici; in una parola, quei problemi che
si riferiscono a processi naturali.

2. Se trasportiamo queste considerazioni alla psicologia, appare tosto
manifesto che essa, pel proprio contenuto, è senz’altro costretta a
tenere lo stesso cammino di quelle scienze, nelle quali un’osservazione
esatta è possibile solo sotto la forma di osservazione sperimentale,
e che però essa non può mai essere una scienza di pura osservazione.
Infatti il contenuto della psicologia risulta di _processi_ e non
di oggetti persistenti. Per indagare esattamente l’apparizione e
il decorso di questi processi, la loro composizione e le relazioni
reciproche delle loro diverse parti, noi dobbiamo prima di tutto
produrre a nostra volontà quell’apparizione, e poterne variare
secondo il nostro intento le condizioni; il che è possibile solo
per mezzo dell’esperimento e non coll’osservazione pura. A questa
ragione generale se ne aggiunge per la psicologia una speciale, che
non esiste egualmente poi fenomeni naturali. Siccome in questi noi
facciamo astrazione dal soggetto conoscente, ci è possibile servirci,
sotto certe condizioni, della semplice osservazione; e sopratutto
se essa, come nell’astronomia, viene favorita dalla regolarità dei
fenomeni, ci è dato determinare con sufficiente sicurezza il contenuto
oggettivo dei fenomeni. Ma la psicologia, non potendo per principio
astrarre dal soggetto, troverebbe condizioni favorevoli per una
casuale osservazione solo quando in molti ripetuti casi le medesime
parti oggettive dell’esperienza immediata coincidessero col medesimo
stato del soggetto. Questo, per la grande complessità dei fenomeni
psichici, non è possibile avvenga, tanto più che in modo speciale
_l’intenzione stessa dell’osservare_, che deve essere presente in
ogni esatta osservazione, altera sostanzialmente il principio e il
decorso del processo psichico. L’osservazione naturale invece non
viene generalmente turbata dall’intenzione dell’osservare, perchè essa
sin dal principio astrae di proposito dal soggetto. Consistendo uno
dei còmpiti principali della psicologia nell’esatta ricerca del modo
di sorgere e svolgersi dei processi soggettivi, è facile comprendere
come qui l’intenzione di osservare o muta sostanzialmente i fatti
da osservare, o essa stessa in tutto si sopprime. Al contrario la
psicologia, per il modo naturale in cui sorgono i processi psichici,
è costretta al metodo sperimentale, appunto come la fisica e la
fisiologia. Una sensazione si presenta in noi sotto condizioni
favorevoli all’osservazione, se essa è suscitata da uno stimolo
esterno, una sensazione di suono ad esempio, da un movimento sonoro
esterno, una sensazione di luce da uno stimolo luminoso esterno. La
rappresentazione di un oggetto è originariamente determinata da un
insieme sempre più o meno complesso di stimoli esterni. Se noi vogliamo
studiare il modo psicologico in cui sorge una rappresentazione, noi
non possiamo usare alcun altro metodo che quello di imitare questo
processo nel suo svolgimento naturale. In questo modo abbiamo il
grande vantaggio di potere volontariamente variare le rappresentazioni
stesse, facendo variare le combinazioni degli stimoli agenti nelle
rappresentazioni, e così di giungere ad una spiegazione dell’influenza
che ogni singola condizione esercita sul nuovo prodotto. Le
rappresentazioni della memoria non sono, è ben vero, direttamente
suscitate da impressioni sensibili esterne, bensì le seguono solo
dopo un tempo più o meno lungo; ma è chiaro che anche sulle loro
proprietà, e specialmente sul rapporto loro alle rappresentazioni
primarie svegliate da impressioni dirette, si giunge alla più sicura
spiegazione quando non ci si affidi alla loro casuale apparizione,
ma si tragga vantaggio di quelle immagini che sono lasciate dagli
stimoli precedenti in un modo sperimentalmente regolato. Non altrimenti
si fa coi sentimenti e coi processi volitivi; noi li potremo porre
nella condizione più opportuna ad un’esatta ricerca, se a nostra
volontà produrremo quelle impressioni che secondo l’esperienza sono
regolarmente legate alla reazione del sentimento e del volere. Non
v’è quindi alcuno dei fondamentali processi psichici pel quale non sia
possibile usare il metodo sperimentale ed egualmente alcuno per la cui
ricerca questo metodo non sia richiesto da ragioni logiche.

3. Invece _l’osservazione pura_, la quale è pur possibile in molti
campi della scienza naturale, nel senso esatto è impossibile dentro il
dominio della psicologia _individuale_ a causa dell’intero carattere
del processo psichico. Essa si potrebbe solo pensar possibile, se
vi fossero oggetti psichici persistenti e indipendenti dalla nostra
attenzione, come vi sono oggetti naturali relativamente persistenti e
che non mutano colla nostra osservazione. Nulla di meno anche nella
psicologia si offrono fatti i quali, benchè non siano veri oggetti,
pure posseggono il carattere di oggetti psichici, presentando quelle
caratteristiche di natura relativamente persistente e indipendente
dall’osservatore; oltre a queste proprietà possiedono anche l’altra di
essere inaccessibili ad un’osservazione sperimentale nel senso comune.
Questi fatti sono i _prodotti spirituali_, che si sviluppano nella
storia dell’umanità, come la lingua, le rappresentazioni mitologiche ed
i costumi. La loro origine e il loro svolgimento si fondano dappertutto
su generali condizioni psichiche, che si possono argomentare dalle
loro proprietà oggettive. Perciò anche l’analisi psicologica di questi
prodotti può dare spiegazioni intorno ai reali processi psichici
della loro formazione e del loro svolgimento. Tutti questi prodotti
spirituali di natura generale presuppongono l’esistenza di una comunità
spirituale di molti individui, quand’anche le loro ultime sorgenti
siano evidentemente le proprietà psichiche già appartenenti al singolo
uomo. A causa appunto di questa relazione alla comunità, specialmente
alla comunità di popoli, si suole indicare l’intero campo di questa
ricerca psicologica dei prodotti spirituali come _psicologia sociale_,
contrapponendola alla individuale o, come anche può essere detta pel
metodo che in essa predomina, psicologia _sperimentale_. Benchè queste
due parti della psicologia siano, a causa dello stato attuale della
scienza, trattate per lo più ancora distintamente, esse costituiscono
non diversi domini, ma piuttosto metodi diversi. La cosidetta
psicologia sociale corrisponde al metodo della pura osservazione,
ha per suo carattere solo questo, che gli oggetti dell’osservazione
sono prodotti dello spirito. La intima connessione di questi prodotti
colle comunità spirituali, connessione che ha dato origine al nome
di psicologia sociale, nasce anche dalla circostanza secondaria, che
i prodotti individuali dello spirito presentano una natura troppo
mutabile, perchè possano essere sottoposti ad una osservazione
oggettiva; e che perciò i fenomeni ricevono qui la costanza necessaria
per una tale osservazione, solo quando diventano fenomeni collettivi o
di masse.

Appare chiaro dunque che la psicologia, non meno che la scienza
naturale, dispone di _due_ metodi esatti: il primo, il metodo
sperimentale, serve all’analisi dei processi psichici più semplici; il
secondo, l’osservazione dei più generali prodotti dello spirito, serve
allo studio dei più alti processi e sviluppi psichici.

    3_a_. Avendo l’uso dei metodi sperimentali la sua origine
  nella maniera sperimentale usata dalla fisiologia, e specialmente
  dalla fisiologia degli organi di senso e del sistema nervoso, la
  psicologia sperimentale è anche detta “psicologia fisiologica„.
  Nella trattazione di questa sono di solito usate quelle conoscenze
  fisiologiche date dalla fisiologia del sistema nervoso e degli
  organi dei sensi, conoscenze che appartengono senza dubbio alla
  sola fisiologia, ma rendono nondimeno desiderabile una trattazione
  che tenga conto specialmente dell’interesse psicologico. Quindi
  la psicologia fisiologica ha il carattere di disciplina di
  transizione; nella sua parte essenziale è, come lo dice il nome,
  _psicologia_ e, fatta astrazione da quei sussidi fisiologici,
  coincide colla psicologia sperimentale nel senso sopra definito.
  Se altri ha cercato di porre una distinzione tra la psicologia
  propriamente detta e la psicologia fisiologica, nel senso che
  solo alla prima spetti l’interpretazione dell’esperienza interna,
  ed alla seconda invece la derivazione dell’esperienza stessa dai
  processi fisiologici, si deve respingere tale distinzione come
  insussistente. Vi è _un solo_ modo di spiegazione psicologica
  causale, e questo consiste nella derivazione di processi psichici
  più complessi da altri più semplici; in questa interpretazione gli
  elementi fisiologici possono sempre entrare, in virtù del sopra
  affermato rapporto dell’esperienza naturale alla psicologica,
  ma solo come sussidiari (§ 2, 4). La psicologia materialistica,
  negando l’esistenza di una causalità psichica, ha in luogo del
  còmpito da noi stabilito per la psicologia, posto l’altro di
  derivare i processi psichici dalla fisiologia del cervello. Questo
  indirizzo, insostenibile e teoricamente e psicologicamente per le
  ragioni dimostrate (§ 2, 10a), trova tuttavia buona accoglienza
  così fra i sostenitori della psicologia pura, come fra quelli
  della psicologia fisiologica.



§ 4. — Linee generali dell’argomento.


1. I contenuti immediati dell’esperienza, che costituiscono l’oggetto
della psicologia, sono in ogni caso processi di natura composta.
Percezioni di oggetti esterni, ricordi di tali percezioni, sentimenti,
emozioni, atti di volere non sono soltanto collegati continuamente
gli uni cogli altri nelle più svariate maniere, ma ciascuno di questi
processi è per la sua stessa natura un tutto più o meno complesso.
La rappresentazione di un corpo esterno consta delle rappresentazioni
parziali delle sue parti. Noi riferiamo un suono, per quanto semplice
sia, ad una direzione spaziale e in tal modo lo colleghiamo colle
rappresentazioni assai più complesse dello spazio esterno. Un
sentimento, un atto di volere è riferito ad una sensazione qualsiasi
che suscita il sentimento, ad un oggetto che è voluto e così via.
Di fronte ad una natura così complessa dei fatti psichici la ricerca
scientifica deve condurre a termine consecutivamente _tre_ còmpiti.
_Il primo_ consiste nell’_analisi_ dei processi composti, _il secondo_
nel _mettere in luce le connessioni_ tra gli elementi trovati mediante
l’analisi, _il terzo_ nell’_investigazione delle leggi_, che presiedono
al sorgere di tali connessioni.

2. Fra questi tre còmpiti è sopratutto il secondo, il sintetico, quello
che alla sua volta racchiude in sè una serie di problemi. Dapprima gli
elementi psichici si collegano in _formazioni psichiche_ composte,
le quali si separano le une dalle altre, relativamente indipendenti
nel continuo flusso del processo psichico. Tali formazioni sono, ad
es., le rappresentazioni, sia che esse possano essere riferite ora
direttamente a stimoli od oggetti esterni, sia che possano venir da
noi interpretate come riproduzioni di stimoli od oggetti anteriormente
percepiti. Tali formazioni sono pure i sentimenti composti, le emozioni
ed i processi di volere. Inoltre queste formazioni psichiche stanno
fra loro nelle più diverse combinazioni: le rappresentazioni si
collegano ora a maggiori complessi di rappresentazioni contemporanee,
ora a regolari serie di rappresentazioni; nè in minor numero sono le
combinazioni cui dànno luogo i processi del sentimento, del volere
così fra loro come colle rappresentazioni. In tal modo nasce la
_connessione delle formazioni psichiche_ come una classe di processi
sintetici di _secondo_ grado, che si eleva sulla combinazione più
semplice degli elementi in formazioni psichiche. Siccome poi le singole
connessioni psichiche costituiscono le une colle altre composizioni
alla loro volta ancor più complesse, le quali mostrano pur sempre
una certa regolarità nell’ordine delle loro parti, sorgono da queste
nuove combinazioni i composti di _terzo_ grado, che noi indichiamo
col nome generale di _sviluppi psichici_. Noi possiamo distinguere
sviluppi di diversa estensione: quelli di natura più ristretta si
riferiscono ad _una sola tendenza psichica_, ad es., allo svolgimento
della funzione intellettiva, del volere, del sentimento, oppure talora
semplicemente allo sviluppo di una speciale parte di queste forme
funzionali: ai sentimenti estetici, morali, ecc. Da una quantità
di tali sviluppi parziali sorge poi lo _sviluppo complessivo_ della
_singola individualità psichica_. Finalmente, poichè già l’individuo
animale, e in più alta misura anche il singolo uomo si trova in
continua relazione con esseri dello stesso genere, su questi sviluppi
individuali si elevano gli _sviluppi psichici di specie_. Queste
diverse parti della storia dello sviluppo psicologico formano, da una
parte i fondamenti psicologici di altre scienze: della teoria della
conoscenza, della pedagogia, dell’estetica, dell’etica e però sono
trattate opportunamente insieme a queste; dall’altra parte esse hanno
dato luogo a speciali scienze psicologiche; donde la psicologia del
fanciullo, la psicologia animale e sociale. Dei risultati di queste tre
ultime scienze qui esporremo in seguito solo quelli che più importano
per la psicologia generale.

3. La soluzione dell’ultimo e più generale còmpito della psicologia,
la determinazione delle _leggi del processo psichico_, si fonda sullo
studio di tutte le combinazioni di grado diverso: delle combinazioni
degli elementi in formazioni, delle formazioni in connessioni, delle
connessioni in sviluppi. Se tale studio delle composizioni psichiche
ci dà a conoscere l’effettiva costituzione dei processi psichici, le
proprietà della causalità psichica che si esplica in questi processi,
si possono solo dedurre da quelle leggi, alle quali si riferiscono le
forme di connessione dei contenuti psichici dell’esperienza e delle
loro parti.

Pertanto noi considereremo qui in seguito:

  1. gli elementi psichici;
  2. le formazioni psichiche;
  3. la connessione delle formazioni psichiche;
  4. gli sviluppi psichici;
  5. la causalità psichica e le sue leggi.



I. — GLI ELEMENTI PSICHICI



§ 5. — Forme principali e proprietà generali degli elementi psichici.


1. Poichè tutti i dati psichici dell’esperienza sono di natura
complessa, gli _elementi psichici_, in quanto parti assolutamente
semplici ed indecomponibili del fatto psichico, sono i prodotti,
di un’analisi ed astrazione, la quale diviene solo possibile perciò
che gli elementi sono realmente collegati gli uni agli altri in modi
diversi. Se si trova l’elemento _a_ in un primo caso cogli elementi _b,
c, d_.... in un secondo con _b’, c’, d’_ e così via, quell’elemento,
pel fatto che nessuno degli elementi _b, b’, c, c’_ è costantemente
legato ad _a_, può essere astratto da tutti quelli. Se noi, ad
es., udiamo un suono semplice di una certa altezza ed intensità, lo
possiamo riferire ora a questa, ora a quella direzione dello spazio,
e possiamo insieme udire ora questo, ora quest’altro suono. Non
essendovi nè una direzione costante nello spazio, nè un costante suono
d’accompagnamento, è possibile astrarre da queste parti variabili, così
che il singolo suono rimanga solo come elemento psichico.

2. Ai _due_ fattori, onde consta l’esperienza immediata, un contenuto
oggettivo dell’esperienza e il soggetto senziente, secondo il § 1
(2), corrispondono _due specie di elementi psichici_, i quali si
ottengono come prodotti dell’analisi psichica. Gli elementi del
contenuto oggettivo dell’esperienza diciamo _elementi di sensazione_,
o semplicemente _sensazioni_: ad es. un suono, una certa sensazione di
caldo, di freddo, di luce, ecc. In ogni caso si fa astrazione da tutti
i legami di questa sensazione colle altre, non meno che dall’ordine
spaziale o temporale della medesima. Gli elementi soggettivi diciamo
invece _elementi sentimentali_ o _sentimenti semplici_; esempi di
tali elementi sentimentali sono: il sentimento che si accompagna ad
una sensazione di luce, di suono, di gusto, d’olfatto, di caldo, di
freddo, di dolore; oppure i sentimenti che vanno uniti alla vista di un
oggetto piacevole o spiacevole, che sono nello stato dell’attenzione,
nel momento di un atto volitivo, e così via. Tali sentimenti semplici
sono per doppio riguardo prodotti dell’astrazione: ogni sentimento è
al tempo stesso non solo legato ad elementi rappresentativi, ma anche
parte di un processo psichico, che si svolge in un certo tempo, durante
il quale il sentimento muta da un momento all’altro.

3. Consistendo i veri contenuti psichici dell’esperienza di
combinazioni varie fra elementi sensibili e sentimentali, il carattere
specifico dei singoli processi psichici è fondato per massima parte non
sulla natura di quegli elementi, ma piuttosto sulle loro combinazioni
in formazioni psichiche composte. Così, ad es., le rappresentazioni
di oggetti spazialmente estesi, una serie temporale di sensazioni,
un’emozione, un atto volitivo sono forme _speciali_ della esperienza
psichica, le quali però, come tali, non sono già date immediatamente
con gli elementi sensibili e sentimentali, come, ad es., le proprietà
chimiche dei corpi composti non possono essere determinate, per quanto
si enumerino le proprietà degli elementi chimici. Proprietà _specifica_
e natura _elementare_ di processi psichici sono pertanto due concetti
tutt’affatto diversi l’uno dall’altro. Ogni elemento psichico
è un contenuto specifico dell’esperienza, ma non ogni contenuto
dell’esperienza immediata è egualmente un elemento psichico. Così le
rappresentazioni spaziali e temporali, l’emozioni, le azioni volitive
sono processi specifici, ma non elementari. Alcuni elementi hanno,
è ben vero, la proprietà di apparire solo in formazioni psichiche
di specie determinata, ma siccome queste contengono regolarmente
anche altri elementi, la speciale natura delle formazioni può essere
dedotta non dalle proprietà astratte degli elementi, ma soltanto dalla
loro maniera di collegarsi. Noi riferiamo, per es., una momentanea
sensazione di suono sempre ad un certo istante; ma poichè questa
percezione dell’istante dipende dalle relazioni alle altre sensazioni
precedenti e seguenti, lo speciale carattere delle rappresentazioni
temporali non può essere fondato sulla singola sensazione di suono
isolatamente pensata, ma soltanto su quella connessione. Così pure
un’emozione come la collera, o un processo volitivo contengono certi
sentimenti semplici, che non appaiono in nessun’altra forma psichica;
quindi ciascuno di questi processi è un composto, perchè esso ha un
decorso nel tempo, nel quale determinati sentimenti si seguono con una
certa regolarità, e appunto tutta questa serie di sentimenti è ciò che
caratterizza il processo stesso.

4. Le sensazioni e i sentimenti semplici mostrano e proprietà comuni
e differenze caratteristiche. Una proprietà comune ai due elementi
è di avere ciascuno d’essi _due parti determinative_; noi diciamo
_qualità_ e _intensità_ queste due parti determinative inscindibili
di ogni elemento. Ogni sensazione semplice, ogni sentimento semplice
ha una certa proprietà qualitativa, che li denota di fronte a tutte
le altre sensazioni, a tutti gli altri sentimenti: questa proprietà
è sempre data con una certa intensità; noi distinguiamo i diversi
elementi psichici dalla qualità; percepiamo invece l’intensità come
il valore di grandezza appartenente a uno speciale elemento in un
caso concreto. Le nostre _denominazioni_ degli elementi psichici
si riferiscono esclusivamente alla qualità di esse; perciò noi
distinguiamo le sensazioni, come bleu, giallo, caldo, freddo, ecc.,
e i sentimenti, come serio, allegro, triste, depresso, melanconico,
ecc. Esprimiamo invece le differenze d’intensità degli elementi
psichici sempre per mezzo delle stesse indicazioni di grandezza, come
debole, forte, mediocremente forte, molto forte, ecc. In ambedue i
casi queste espressioni sono concetti generali, che servono a un primo
ordinamento superficiale degli elementi, ciascuno dei quali abbraccia
generalmente un numero illimitatamente grande di elementi concreti. La
lingua si è foggiata in modo relativamente completo queste distinzioni
delle qualità delle sensazioni semplici, soprattutto dei colori e
dei suoni. Invece le denominazioni delle qualità dei sentimenti e dei
gradi d’intensità sono rimaste di gran lunga addietro. Talora oltre
l’intensità e la qualità si distingue anche l’essere chiaro od oscuro,
distinto o confuso[5]; ma poichè queste proprietà, come più sotto
sarà dimostrato (§ 15, 4), sorgono sempre solo dalla combinazione di
formazioni psichiche, non possono essere considerate come proprietà
degli elementi psichici.

5. Ogni elemento, essendo costituito di due parti, della qualità e
dell’intensità, possiede nel campo della sua qualità un certo _grado
d’intensità_, che si può pensare portato per una continua graduazione a
un qualunque altro grado d’intensità dello stesso elemento qualitativo.
Ma una tale graduazione è possibile solo in due direzioni, delle
quali indichiamo una come _accrescimento_, l’altra come _diminuzione_
dell’intensità. I gradi dell’intensità di ogni elemento qualitativo
formano così un’unica dimensione, nella quale da ogni punto si può
muovere in due direzioni opposte, allo stesso modo che da un punto
qualsiasi di una linea retta. E possiamo esprimere questa proprietà
colla seguente proposizione: _i gradi d’intensità di ogni elemento
psichico costituiscono un continuo in linea retta_. Diciamo _i punti
estremi_ di questo continuo nel caso delle sensazioni _sensazione
minima e massima_ e nel caso dei sentimenti _sentimento minimo e
massimo_.

Di fronte a questo uniforme modo di comportarsi dell’intensità,
le _qualità_ presentano proprietà varianti. Anche ogni qualità può
certamente essere ordinata in un continuo tale, che da un determinato
punto di esso si possa giungere ad un altro punto qualunque del
medesimo per passaggi ininterrotti. Ma questi continui delle qualità,
che noi possiamo indicare come _sistemi delle qualità_, mostrano
differenze tanto nella varietà delle loro gradazioni, quanto nel numero
delle direzioni in esse possibili. Pel primo rapporto noi possiamo
distinguere sistemi di qualità _uniformi_ o _varî_, pel secondo
sistemi _ad una dimensione_ ed _a più dimensioni_. In un sistema
di qualità uniformi sono soltanto possibili delle differenze così
piccole, che generalmente non si sentì alcun bisogno pratico di una
distinzione linguistica tra le diverse qualità. Epperò noi distinguiamo
qualitativamente solo _una_ sensazione di pressione, di caldo, di
freddo, di dolore, soltanto _un unico_ sentimento dell’attenzione,
dell’attività, ecc.; mentre ognuna di queste qualità è possibile in
molti gradi diversi d’intensità. Da ciò non si deve conchiudere che in
ciascuno di questi sistemi sia data soltanto una qualità; piuttosto
pare che in questi casi la varietà delle qualità sia soltanto più
limitata, cosicchè il sistema, se ce lo rappresentassimo in forma
sensibile nello spazio, non sarebbe mai ridotto ad un punto. Le
sensazioni di pressione, ad es., mostrano senza dubbio per le diverse
parti della pelle piccole differenze qualitative, le quali però sono
tuttavia abbastanza grandi, perchè si possa nettamente distinguere ogni
parte della pelle da un’altra sufficientemente lontana da essa. Invece
differenze, come quelle per il contatto di un corpo ottuso od acuto,
ruvido o liscio, non devono certo essere considerate come differenze
qualitative, perchè esse si fondano sempre su un maggior numero di
sensazioni contemporaneamente presenti, dalle cui diverse connessioni
in formazioni psichiche composte nascono quelle impressioni.

Da questi sistemi uniformi si distinguono i sistemi _varî_ di quantità,
per ciò che essi racchiudono un maggior numero di elementi chiaramente
differenziabili, fra i quali sono possibili passaggi continui. A questa
classe appartengono, fra i sistemi di sensazioni, il sistema dei suoni,
quello dei colori, i sistemi del gusto e dell’olfatto; fra i sistemi
dei sentimenti, quelli che costituiscono il complemento soggettivo dei
sistemi di sensazioni sopra considerati, i sistemi dei sentimenti di
suono, dei sentimenti dei colori e così via, e oltre a ciò sentimenti
probabilmente numerosi che, legati senza dubbio oggettivamente a
stimoli complessi, sono, come sentimenti, di natura semplice, così, ad
es., i sentimenti vari di armonia e di disarmonia corrispondenti alle
diverse combinazioni di suoni. Fino ad ora soltanto in alcuni sistemi
di sensazioni è possibile affermare con sicurezza le differenze del
_numero di dimensioni_; così, ad es., il sistema di suoni è un sistema
ad una dimensione; il solito sistema dei colori, che comprende i colori
coi loro passaggi al bianco, un sistema a due dimensioni; l’intero
sistema delle sensazioni di luce, il quale contiene i toni oscuri di
colore e i passaggi al nero, un sistema di sensazioni a tre dimensioni.

6. Se per i rapporti fin qui mentovati, le sensazioni ed i sentimenti
presentano in generale comportamenti analoghi, pur differiscono
ambedue in alcune proprietà essenziali, che hanno la loro ragione
nell’immediata relazione della sensazione all’oggetto, dei sentimenti
al soggetto.

1) Gli elementi della sensazione presentano, se essi vengono variati
dentro una medesima dimensione qualitativa, _pure differenze di
qualità_, che sono sempre nel tempo stesso _differenze della stessa
direzione_; se poi in questa direzione raggiungono i limiti possibili,
diventano _differenze massime_. Sono differenze massime, ad es., nella
serie delle sensazioni di colore: rosso e verde, o bleu e giallo;
nella serie dei suoni: il tono più alto e più basso udibili, le quali
tutte sono al tempo stesso differenze pure di qualità. Ogni elemento
sentimentale invece muta, se viene continuatamente e gradatamente
variato nell’ordine delle sue qualità, cosicchè passa a poco a poco in
un _sentimento di qualità tutt’affatto opposta_. Ciò appare in modo
evidentissimo in quegli elementi sentimentali, che sono regolarmente
congiunti a sensazioni determinate, come, ad es., un sentimento
di suono, di colore. Un suono più alto ed uno più basso sono come
sensazioni, differenze che si avvicinano più o meno alle differenze
massime della sensazione di suono; i corrispondenti sentimenti di suono
sono invece dei contrari. Generalmente parlando, le _qualità sensibili_
sono limitate dalle _differenze massime_, le _qualità sentimentali_ dai
_massimi contrarî_. Tra questi massimi contrari è una zona intermedia,
nella quale il sentimento non è più avvertito. Ma spesso questa zona
d’indifferenza non può essere messa in luce, perchè allo sparire di
certi sentimenti semplici, altre qualità sentimentali continuano a
sussistere oppure ne possono anche sorgere di nuove. Quest’ultimo caso
avviene soprattutto, quando il passaggio del sentimento nella zona
d’indifferenza dipende da una modificazione della sensazione; così,
ad es., nei toni medi della scala musicale spariscono i sentimenti
che corrispondono ai toni alti e bassi, ma i toni medi stessi hanno
una qualità sentimentale, che sorge solo distintamente collo sparire
di quei contrari. Questo trova la sua spiegazione nel fatto, che il
sentimento corrispondente ad una certa qualità sensoria è per solito
parte di un sistema composto di sentimenti, nel quale esso appartiene
contemporaneamente a diverse direzioni sentimentali. Così la qualità
sentimentale di un suono di una certa altezza sta non solamente nella
direzione dei sentimenti di altezza, ma anche in quella dei sentimenti
d’intensità e infine nelle diverse dimensioni, secondo le quali i
suoni possono essere ordinati in rapporto al loro carattere sonoro. Un
suono di altezza ed intensità media può trovarsi, per quanto riguarda
i sentimenti di altezza e d’intensità, nella zona d’indifferenza, pur
essendo il sentimento del suono molto pronunciato. Il movimento degli
elementi sentimentali attraverso alla zona d’indifferenza può essere
osservato direttamente, solo quando nel tempo stesso si abbia cura di
astrarre dagli altri elementi sentimentali concomitanti. I casi in cui
questi elementi concomitanti spariscono del tutto o quasi, sono appunto
i più favorevoli per la determinazione di quello special modo di essere
dei sentimenti. Quando una zona d’indifferenza prevale senza alcun
perturbamento da parte degli altri elementi sentimentali, noi diciamo
il nostro stato _libero da sentimenti_ e diciamo _indifferenti_ le
sensazioni e le rappresentazioni, che sono presenti in tale caso.

2) Sentimenti di qualità specifica e insieme semplice ed
indecomponibile, si presentano non solamente come complementi
soggettivi di sensazioni semplici, ma anche come concomitanze
caratteristiche di rappresentazioni composte o di processi
rappresentativi complessi. V’è, ad esempio, non solo un sentimento
semplice di suono, che varia coll’altezza e l’intensità del suono,
ma anche un sentimento d’armonia che, considerato come sentimento,
è egualmente indecomponibile e varia col carattere degli accordi.
Ulteriori sentimenti, che possono essere ancora di varia natura,
sorgono dalla serie melodica dei suoni e anche qui ogni singolo
sentimento, per sè solo considerato in un dato momento, appare come
unità indivisibile. Donde segue che i sentimenti semplici sono assai
più vari e numerosi delle sensazioni semplici.

3) La varietà delle sensazioni pure si distingue in una quantità di
sistemi separati gli uni dagli altri, fra gli elementi dei quali non
hanno luogo relazioni qualitative. Le sensazioni che appartengono a
sistemi diversi sono dette anche _disparate_. In tal senso un suono
ed un colore, una sensazione di caldo e di pressione, insomma due
sensazioni qualsivogliano, fra le quali non siano passaggi continui di
qualità, sono disparate. In base a questo criterio ciascuno dei quattro
sensi speciali (olfatto, gusto, udito e vista) rappresenta un sistema
di sensazione in sè chiuso, disparato da ogni altro campo del senso
ma vario, mentre il senso generale (senso del tatto) racchiude in sè
stesso quattro sistemi uniformi di sensazioni (sensazione di pressione,
di caldo, di freddo, di dolore). All’opposto, tutti i sentimenti
semplici costituiscono una varietà unica e connessa, poichè non v’ha
alcun sentimento dal quale non si possa riuscire ad un altro sentimento
qualunque, attraverso i gradi intermedi e le zone d’indifferenza.
Benchè anche qui sia possibile distinguere alcuni sistemi, gli elementi
dei quali siano fra loro più strettamente collegati, come, ad es.,
il sistema del sentimento di colore, dei sentimenti di suono, dei
sentimenti d’armonia, dei sentimenti ritmici ed altri simili; pure
questi sentimenti non sono assolutamente chiusi in sè, ma trovano
relazioni ora di affinità, ora di opposizione cogli altri sistemi.
Così, ad es., il sentimento piacevole di una sensazione moderata di
caldo, il sentimento dell’armonia musicale, il sentimento dell’attesa
soddisfatta ed altri, per quanto grande possa essere la loro
differenza qualitativa, si mostrano affini in ciò, che noi riconosciamo
applicabili ad essi tutti la generale designazione di “sentimenti di
piacere„. Ancora più strette relazioni troviamo tra alcuni singoli
sistemi di sentimenti, ad es., tra i sentimenti di suono e di colore,
nei quali i suoni bassi paiono affini alle qualità oscure di luce, gli
alti alle chiare. Quando per lo più attribuiamo anche alle sensazioni
una certa affinità, non facciamo verosimilmente che trasferire ad esse
le affinità esistenti tra i sentimenti che le accompagnano.

Questo terzo carattere dimostra decisamente che l’origine dei
sentimenti è _unica_, all’opposto delle sensazioni, le quali si basano
su una moltiplicità di condizioni diverse e in parte isolabili le
une dalle altre. Così pure la relazione immediata dei sentimenti al
soggetto, delle sensazioni agli oggetti porta alla stessa differenza,
basandosi sulla contrapposizione del soggetto come unità agli oggetti,
come moltiplicità.

    6_a_. Le espressioni “sensazione„ e “sentimento„ hanno
  ora per la prima volta ottenuto nella nuova psicologia quel
  significato che qui sopra definimmo. Nella vecchia letteratura
  psicologica esse erano distinte in modo diffettoso e persino
  scambiate l’una per l’altra; e oggi ancora dai fisiologi
  alcune sensazioni, specialmente quelle del tatto e degli organi
  interni, sono indicate come sentimenti, epperò il senso tattile
  stesso come “senso sentimentale„. Se questo può corrispondere
  all’originario significato verbale Fühlen = Tasten[6], pure tale
  confusione avrebbe dovuto essere evitata, dopo che fu introdotta
  quell’opportuna distinzione nel significato delle due parole.
  Inoltre la parola “sensazione„ è usata anche dai psicologici
  non solo per le qualità semplici, ma altresì per le composte,
  come, ad es., per accordi, per rappresentazioni spaziali o
  temporali. Ma siccome noi per queste forme complesse abbiamo già
  l’espressione pienamente appropriata di “rappresentazione„, è
  più opportuno limitare il concetto di sensazione alle qualità
  sensorie psicologicamente semplici. Talora si volle anche
  restringere il concetto di sensazione a quegli eccitamenti che
  provengono direttamente da stimoli di senso esterni. Ma essendo
  questa circostanza irrilevante per la proprietà psicologica
  della sensazione, tale ulteriore limitazione del concetto non è
  giustificabile.

    La distinzione concreta delle sensazioni e dei sentimenti
  è essenzialmente convalidata dall’esistenza della zona
  d’indifferenza dei sentimenti. Così pure con questo rapporto della
  graduazione fra i diversi e della graduazione fra i contrari,
  è connessa la proprietà che hanno i sentimenti di essere gli
  elementi di gran lunga più variabili della nostra esperienza
  immediata. Appunto da questa natura mutevole del sentimento, che
  appena permette di mantenere uno stato sentimentale in una qualità
  o intensità invariata, dipendono anche le grandi difficoltà alle
  quali si va incontro nell’indagine esatta dei sentimenti.

    Poichè le sensazioni appartengono ad ogni contenuto
  dell’esperienza immediata e i sentimenti invece possono in
  certi casi estremi sparire a causa della loro oscillazione
  attraverso ad una zona d’indifferenza, si capisce che noi possiamo
  astrarre nelle sensazioni dai sentimenti concomitanti e non mai
  all’opposto in questi da quelle. Di qui facilmente la falsa idea,
  che le sensazioni siano le cause dei sentimenti, o l’altra,
  che i sentimenti siano uno speciale genere di sensazione. La
  prima di queste opinioni è inammissibile, perchè gli elementi
  sentimentali non devono essere derivati dalle sensazioni come
  tali, ma soltanto dal comportamento del soggetto; imperocchè anche
  in diverse condizioni soggettive una medesima sensazione può
  essere accompagnata da sentimenti diversi. La seconda opinione
  è insostenibile, perchè da un lato l’immediata relazione della
  sensazione al contenuto oggettivo dell’esperienza, dei sentimenti
  al soggetto e dall’altro le proprietà della graduazione fra
  differenze massime e fra massimi contrari, costituiscono diversità
  essenziali. Dopo ciò sensazione e sentimento, in quanto fattori
  oggettivi e soggettivi spettanti ad ogni esperienza psicologica,
  devono essere considerati come elementi reali ed egualmente
  essenziali del processo psichico, i quali stanno sempre fra
  loro in rapporti. Ma poichè in questi rapporti reciproci si
  mostrano più costanti gli elementi di sensazione, i quali possono
  essere isolati per mezzo dell’astrazione solo col sussidio della
  relazione ad un oggetto esterno, si deve necessariamente partire
  dalle sensazioni per la ricerca delle proprietà di ambedue le
  speci di elementi. Le sensazioni semplici, nello studio delle
  quali si astrae dagli elementi sentimentali che le accompagnano,
  sono indicate come _sensazioni pure_. È evidente che non è
  possibile parlare in egual senso di sentimenti puri, perchè anche
  i sentimenti semplici non possono mai essere pensati sciolti
  dalle sensazioni concomitanti o dalle combinazioni di esse. E
  qui ritorna opportuna la seconda delle note differenziali sopra
  spiegate (pag. 27).



§ 6. — Le sensazioni pure.


1. Il concetto di “sensazione pura„ presuppone in base al § 5 una
doppia astrazione: 1) l’astrazione dalle rappresentazioni nelle quali
la sensazione si presenta; 2) l’astrazione dai sentimenti semplici, coi
quali essa è legata. Le sensazioni pure così definite formano una serie
di sistemi qualitativi disparati e ciascuno di questi sistemi, come
quello delle sensazioni di pressione o delle sensazioni di suono, di
luce, è un continuo uniforme o vario (§ 5, 5), che, in sè chiuso, non
mostra possibile alcun passaggio ad uno degli altri sistemi.

2. _Il sorgere delle sensazioni_, come l’esperienza fisiologica
c’insegna, è regolarmente legato a certi processi fisici, i quali
hanno la loro origine parte nel mondo esterno che circonda il nostro
corpo, parte in certi organi del nostro corpo; questi processi, con
una espressione tolta a prestito dalla fisiologia, diciamo _stimoli
del senso_ o _stimoli della sensazione_. Se lo stimolo consiste in un
processo del mondo esterno, noi lo diciamo _fisico_, e se consiste
invece in un processo che ha luogo nel nostro corpo, lo diciamo
_fisiologico_. Gli stimoli fisiologici possono distinguersi in
_periferici_ e _centrali_, a seconda che essi consistono in processi
che avvengono nei diversi organi corporei all’infuori del cervello o
in processi che si svolgono nel cervello stesso. In numerosi casi una
sensazione è accompagnata da tutti questi tre processi di stimolo; ad
es., un’azione luminosa esterna agisce come stimolo fisico sull’occhio;
in questo e nel nervo visivo sta un eccitamento fisiologico periferico,
e nelle terminazioni del nervo ottico, situate in alcune parti del
cervello medio (corpora quadrigemina) e nelle regioni più interne della
corteccia cerebrale (regione occipitale), un eccitamento fisiologico
centrale. In molti casi però l’eccitamento fisico può mancare, mentre
il fisiologico persiste nelle sue due forme: ad es., se noi, in seguito
a un violento movimento dell’occhio, percepiamo uno sprazzo luminoso;
in altri casi può essere solo lo stimolo centrale: se noi, ad es., ci
ricordiamo di un’impressione luminosa antecedentemente avuta. Pertanto
l’eccitamento centrale è il solo che accompagni costantemente la
sensazione. Lo stimolo periferico deve collegarsi al centrale, e quello
fisico così allo stimolo fisiologico periferico come al centrale,
perchè la sensazione sorga.

3. L’evoluzione fisiologica fa credere verosimile che la
separazione dei diversi sistemi di sensazione sia avvenuta nel corso
dell’evoluzione. L’organo di senso nelle sue origini primissime è
lo stesso involucro del corpo, insieme agli organi interni capaci
di sensazioni. Gli organi del gusto, dell’olfatto, dell’udito,
della vista sorgono invece solo più tardi come differenziazioni
dell’involucro corporeo. Si può pertanto congetturare che anche i
sistemi dì sensazioni rispondenti a quegli organi speciali, siano
sorti dai sistemi di sensazioni del senso generale: dalle sensazioni
di pressione, di caldo, di freddo; e sì può anche pensare che negli
animali inferiori alcuni dei sistemi di qualità ora decisamente
distinti stessero fra loro più vicini. Fisiologicamente la natura
originaria del senso esterno si manifesta in ciò, che in esso si
trovano o nessun’affatto o soltanto deboli disposizioni al trasporto
dello stimolo ai nervi di senso. Infatti gli stimoli di pressione, di
temperatura, di dolore possono dar luogo a sensazioni su parti della
pelle, per le quali nessuno speciale apparato terminale potè sino ad
ora essere dimostrato, malgrado le indagini diligenti. Ai punti più
sensibili per la sensazione di pressione vi sono speciali apparati
riceventi (corpuscoli tattili, clave terminali, corpuscoli di Vater),
ma la natura di questi apparati è tale che essi probabilmente non fanno
che favorire il trasporto meccanico dello stimolo di pressione alle
terminazioni nervose. Speciali apparati riceventi non sono ancora stati
trovati per gli stimoli caldi, freddi e dolorifici.

Invece negli organi di senso speciali sviluppatisi più tardi, noi
troviamo dappertutto larghe disposizioni, le quali non solo permettono
un opportuno trasporto dello stimolo al nervo di senso, ma in
generale producono anche _trasformazioni fisiologiche_ dei processi di
stimolazione; trasformazioni che sembrano essere necessarie al sorgere
delle qualità proprie delle sensazioni. Però i singoli sensi presentano
sotto questi rapporti comportamenti diversi.

Sembra specialmente che nell’_organo dell’udito_ gli apparati riceventi
non abbiano affatto la stessa importanza che nell’organo dell’olfatto,
del gusto e della vista. Nel grado infimo del suo sviluppo, l’apparato
uditivo consiste in una vescichetta, che racchiude una o alcune piccole
pietruzze (otoliti) e sulla cui parete si spande un fascio di nervi.
Le otoliti sono poste dalle onde sonore in oscillazioni che devono
agire, come un rapido succedersi di deboli stimoli di pressione, sui
filamenti del fascio nervoso. Per quanto evoluto, l’organo uditivo
degli animali superiori si riporta, nella sua disposizione essenziale,
a questo tipo di un semplicissimo apparato uditivo. Nella chiocciola
dell’uomo e degli animali superiori i nervi uditivi riescono a una
piramide perforata da numerosi e fini canali, e poi, attraverso pori
rivolti verso la cavità della chiocciola, vanno a spandersi in una
membrana, la quale attraversa la cavità in avvolgimenti spirali,
è fortemente tesa e gravata da alcuni archi rigidi (gli organi di
Corti). Questa membrana, detta la membrana basilare, dovendo per leggi
acustiche entrare in vibrazione tosto che le onde sonore colpiscono
l’orecchio, compie, a quanto pare, lo stesso ufficio che spetta alle
pietruzze in quella forma infima di organo uditivo. Ma qui intervenne
anche un’altra modificazione, la quale serve pure a spiegare lo
prodigiose differenziazioni dei sistemi di sensazioni. Quella membrana
basilare della chiocciola ha nelle sue diverse parti un diametro
diverso, diventando essa più larga dalla base al vertice del canale
della chiocciola. Essa si comporta pertanto come un sistema di corde
tese di diversa lunghezza e, poichè in un tale sistema, in eguali
condizioni, le corde più lunghe sono destinate ai toni più bassi e le
più corte ai toni più alti, il medesimo fatto si può supporre per le
diverse parti della membrana. Mentre noi possiamo congetturare che il
sistema di sensazione corrispondente ai più semplici organi uditivi
muniti di otoliti, sia un sistema uniforme analogo al nostro sistema
di sensazioni di pressione; la differenziazione speciale di questo
apparato della chiocciola negli animali superiori spiega l’evolversi di
quel sistema originariamente uniforme in un sistema vario. Tuttavia la
natura dell’apparato ricevente rimane pur sempre la medesima, poichè
esso, tanto nella sua forma più semplice quanto nella più perfetta, è
adatto a un _trasporto_ dello stimolo fisico ai nervi dei sensi quanto
è più possibile completo, ma in nessun modo ad una trasformazione di
questo stimolo. E ciò è confermato anche dall’osservazione che, come
le sensazioni di pressione possono essere determinate da punti della
pelle tali che manchino di speciali apparati riceventi, così in certi
animali, nei quali le condizioni di trasporto sonoro sono specialmente
favorevoli, ad es., negli uccelli, le onde sonore vengono portate ai
nervi sensori e sentite anche dopo la asportazione di tutto l’apparato
uditivo col suo specifico apparato ricevente.

I _sensi dell’olfatto, del gusto e della vista_ diversificano
essenzialmente nel loro modo di comportarsi dal senso dell’udito.
In essi sono disposizioni fisiologiche che rendono impossibile
un’azione diretta dello stimolo sui nervi di senso, perchè fra i due
si inseriscono apparati speciali, nei quali lo stimolo esterno porta
modificazioni, che sono i veri stimoli eccitanti i nervi sensori.
Questi apparati sono, nei tre organi sunnominati, tessuti superficiali
trasformati in modo speciale, dei quali un’estremità è accessibile
allo stimolo e l’altra va in una fibra nervosa. Tutto ciò fa credere
che in tal caso gli apparati riceventi siano non semplici apparati di
trasporto, ma _apparati di trasformazione_ dello stimolo. In questi tre
casi la trasformazione è verosimilmente _chimica_, poichè nel senso del
gusto e dell’olfatto gli esterni eccitamenti chimici, nel senso della
vista invece gli eccitamenti luminosi, determinano azioni chimiche nel
tessuto dell’organo, le quali agiscono poi come i veri stimoli sensori.

Epperò si contrappongono questi tre sensi come sensi _chimici_, ai
sensi della pressione o dell’udito come sensi _meccanici_; in quali
di queste due classi le sensazioni di caldo e freddo debbano essere
comprese, non è ancora possibile determinare con sicurezza. Una prova
della relazione diretta tra lo stimolo e la sensazione nei sensi
meccanici, o della indiretta nei sensi chimici, sta in ciò che nei
primi la sensazione si mantiene un tempo assai breve dopo uno stimolo
esterno, mentre nei secondi perdura assai più a lungo. Così, ad es.,
in una rapida serie di stimoli di pressione o soprattutto sonori, ci
è possibile distinguere tra loro assai nettamente i singoli stimoli;
all’opposto le impressioni luminose, gustative od olfattive si
confondono anche quando si succedono con una rapidità moderata.

4. Poichè gli stimoli, nelle due forme periferica e centrale, sono
fenomeni fisici che accompagnano regolarmente i processi psichici
elementari, le sensazioni, facilmente sorse naturale l’idea di
determinare certe relazioni fra queste due serie di processi. La
fisiologia, nell’intento di sciogliere questo problema, era solita
considerare le sensazioni come gli effetti degli stimoli fisiologici,
ma al tempo stesso ammetteva essere in questo caso impossibile il
trarre una vera spiegazione dell’effetto dalla sua causa; doversi
limitare all’affermazione della costanza di relazione tra certe cause,
stimoli, e certi effetti, sensazioni. Ora si trova che in molti casi
stimoli diversi, agendo sugli stessi apparati fisiologici riceventi,
determinano sensazioni qualitativamente eguali; si hanno, ad es.,
sensazioni luminose, quando si stimoli meccanicamente od elettricamente
l’occhio. Generalizzando questo risultato, si giunse alla proposizione
che ciascun singolo elemento ricevente di un organo di senso e ogni
fibra nervosa sensoria insieme alla sua terminazione centrale siano
capaci di una sola qualità saldamente determinata per una singola
sensazione; epperò le varietà delle qualità di sensazioni sia prodotta
dalla varietà di quegli elementi fisiologici di diversa energia
specifica.

Questa proposizione che si suole indicare come “legge dell’energia
specifica„, lasciando da parte che essa riconduce le cause delle
varie differenze delle sensazioni semplicemente ad una qualità occulta
degli elementi fisiologici di senso e nervosi, è insostenibile per tre
ragioni.

1) Essa sta in contraddizione coll’evoluzione fisiologica dei sensi.
Se, come dobbiamo ritenere secondo questa evoluzione, molteplici
sistemi di sensazioni sono derivati da altri originariamente più
semplici e uniformi, anche gli elementi fisiologici devono essere
variabili; ma questo è solo possibile nel senso che essi vengano
modificati dagli stimoli che agiscono su di essi. Epperò resta incluso
che gli elementi di senso determinano le qualità delle sensazioni
solo secondariamente, cioè in conseguenza della proprietà che esse
acquistano per i processi d’eccitamento ad essi dirizzati. Ma che gli
elementi sensibili in un corso di tempo abbastanza lungo subiscano
modificazioni più intime, le quali dipendano dalla natura degli stimoli
che li colpiscano, è solo possibile, quando il processo fisiologico
d’eccitamento negli elementi sensibili varii in qualsiasi grado colla
qualità dello stimolo.

2) La proposizione dell’energia specifica contraddice al fatto che nei
numerosi domini di senso, alla varietà delle qualità di sensazione non
corrisponde una eguale varietà degli elementi fisiologici del senso
stesso. Così da un unico punto della retina possono essere suscitate
tutte le sensazioni di luce e di colore. Egualmente non troviamo
affatto nell’organo dell’olfatto e in quello del gusto forme alcune
manifestamente diverse di elementi di senso, e vediamo nondimeno parti
pur limitate di queste superfici sensibili determinare una varietà di
sensazioni, che sopratutto nell’olfatto è straordinariamente grande.
Anche in quei casi, nei quali vi è ragione di ammettere che sensazioni
veramente diverse per qualità nascono in diversi elementi di senso, ad
es., nel senso dell’udito, anche in questi casi la conformazione degli
apparati di senso dimostra che queste differenze non si riducono ad una
proprietà delle fibre nervose o di speciali elementi di senso, ma hanno
il loro primo fondamento nei modi speciali di disposizione. Se nella
chiocciola dell’udito le diverse parti della membrana sono accordate a
suoni diversi, naturalmente anche le diverse fibre del nervo uditivo
sono eccitate da diverse onde sonore; ma questo non dipende da una
proprietà originaria enigmatica delle singole fibre del nervo uditivo,
bensì soltanto dalla natura del loro legame cogli apparati riceventi.

3) I nervi di senso e gli elementi centrali di senso non possono
possedere alcuna energia specifica originaria, perchè dal loro
eccitamento le sensazioni corrispondenti sorgono soltanto quando gli
organi di senso periferici sono stati accessibili almeno per un tempo
sufficientemente lungo agli stimoli di senso adeguati. Ai ciechi nati
e ai nati sordi mancano interamente, come si sa, le qualità di luce e
di suono, anche quando i nervi e i centri sensori sono in tutto formati
sin dall’origine.

Tutto questo ci dice che la differenza della qualità di sensazione
è determinata dalla differenza dei _processi di stimolazione_ che
hanno luogo nell’organo di senso, e che questi processi dipendono,
prima dalla natura degli stimoli _fisici_, poi dalle proprietà degli
apparati riceventi che si formano per l’adattamento a questi stimoli.
Ed in seguito a questo adattamento può avvenire che, se invece dello
stimolo fisico adeguato causante il primitivo adattamento degli
elementi sensitivi, agisce un altro stimolo, si abbia alla fine pur
sempre la sensazione corrispondente allo stimolo adeguato. Però questo
fatto non vale nè per tutti gli stimoli di senso nè per tutti gli
elementi sensitivi. Così ad es., con stimoli di caldo e di freddo non
si può produrre una sensazione di pressione sulla pelle nè alcun’altra
qualità sensibile negli organi speciali di senso. Stimoli meccanici
ed elettrici suscitano sensazioni luminose solo se essi colpiscono la
retina, non se il nervo visivo; egualmente non è possibile con questi
stimoli generali produrre sensazione alcuna di olfatto o di gusto, a
meno che la corrente elettrica determini una scomposizione chimica, per
la quale si formino stimoli chimici adeguati.

5. Dalla proprietà dei processi di stimolazione, fisici e fisiologici,
è impossibile, per la natura stessa della cosa, derivare la proprietà
della sensazione, poichè i processi di stimolazione appartengono
all’esperienza della scienza naturale o mediata, le sensazioni invece
all’esperienza psicologica o immediata; fra le due pertanto non si può
stabilire un’eguaglianza. Ma pur esiste un rapporto reciproco fra le
sensazioni e i processi _fisiologici_ di stimolazione, nel senso che
a sensazioni diverse debbano sempre corrispondere diversi processi di
stimolazione; questa proposizione del _parallelismo tra le differenze
delle sensazioni e le differenze fisiologiche di stimolazione_, è un
principio importante per la dottrina così psicologica come fisiologica
della sensazione. Nella prima lo si applica per ottenere, mediante
volontarie variazioni degli stimoli, certe modificazioni della
sensazione; nella seconda per conchiudere dall’eguaglianza o differenza
delle sensazioni all’eguaglianza o diversità dei processi fisiologici
di stimolazione. Inoltre il medesimo principio costituisce i fondamenti
tanto della nostra esperienza pratica della vita quanto della nostra
conoscenza teorica del mondo esterno.


A) _Le sensazioni del senso generale._

6. Il concetto del “senso generale„ ha un significato temporale ed uno
spaziale: in ordine di tempo il senso generale è quello che antecede
gli altri tutti e che per questo solo appartiene a _tutti_ gli esseri
animati; spazialmente il senso generale si differenzia dal senso
speciale per questo, che esso ha la più larga superficie di senso
accessibile a stimoli. Esso comprende non solo la intera pelle esterna
colle parti mucose della cavità, ma anche una grande quantità di organi
interni, come le articolazioni, i muscoli, i tendini, le ossa, nei
quali si spandono nervi di senso e che sono accessibili agli stimoli o
sempre, o, come le ossa, temporaneamente e sotto condizioni speciali.

Il senso generale comprende _quattro_ sistemi di sensazioni
specificamente fra loro diversi: sensazioni di pressione, sensazioni
di freddo, senzazioni di caldo e sensazioni dolorifiche. Non di rado un
unico stimolo suscita più d’una di queste sensazioni. Ma la sensazione
viene senz’altro riconosciuta come mista, i cui singoli componenti
appartengono a sistemi diversi di sensazioni, ad es., a quello delle
sensazioni di pressioni e delle sensazioni di caldo, o a quello delle
sensazioni di pressione e di dolore, o delle sensazioni di caldo e di
dolore. Allo stesso modo a causa dell’estensione spaziale dell’organo
di senso, sorgono molto spesso mescolanze di qualità diverse di uno
stesso sistema, ad es., quando si tocchi una larga superficie della
pelle, si hanno sensazioni di pressione qualitativamente diverse.

I quattro sistemi di sensazione del senso generale sono tutti sistemi
_uniformi_ (§ 5, 5) e anche da questo lato il senso generale di fronte
agli altri sensi, i sistemi dei quali sono vari, si dà a riconoscere
come quello che geneticamente è primo. Le sensazioni di pressione
che hanno la loro origine e nella pelle esterna e nella tensione
o movimenti delle articolazioni dei muscoli o dei tendini, siamo
soliti ad abbracciare sotto il nome di _sensazioni di tatto_ e a
queste contraporre come _sensazioni comuni_, le sensazioni di caldo,
di freddo e dolorifiche, insieme alle sensazioni di pressione che
hanno luogo negli altri organi interni. Le sensazioni tattili possono
alla loro volta essere distinte in _esterne_ ed _interne_, quando si
pongano fra le prime le sensazioni di pressione sulla pelle, e fra
le seconde le sensazioni di pressione che avvengono nei su menzionati
tessuti ed organi. Quest’ultime possono anche essere distinte rispetto
alla loro sede fisiologica, in sensazioni muscolari e senzazioni
di articolazioni; e rispetto alla loro condizione di formazione,
in sensazione di tensione o di forza e sensazioni di movimento o di
contrazione.

7. Solo sulla pelle esterna è possibile con sufficiente esattezza
avere una prova dell’attitudine che presentano le diverse parti degli
organi di senso generale a ricevere stimoli e a produrre sensazioni.
Riguardo alla parte interna si può soltanto affermare che sono
sensibili agli stimoli di pressione le articolazioni in assai grande
misura, i muscoli e i tendini in più piccola, mentre le sensazioni
di caldo, di freddo e dolorifiche sorgono negli organi interni solo
eccezionalmente e, in grado notevole, solo in condizioni anormali.
Invece sulla pelle esterna e sugli integumenti mucosi che confinano
immediatamente colla pelle, non è alcun punto il quale non sia
contemporaneamente sensibile agli stimoli di pressione, di freddo e
dolorifici. Ma è pur vero che varia il _grado_ della sensibilità sui
diversi punti, e proprio così, che generalmente non coincidono fra
loro i punti di maggior sensibilità per la pressione e per il caldo e
per il freddo. Soltanto la sensibilità dolorifica si comporta in modo
abbastanza uniforme, con questa sola eccezione, che in alcuni punti
lo stimolo dolorifico agisce alla superficie, in altri penetra più
addentro. Invece ci sono singole parti della pelle quasi puntiformi
specialmente privilegiate, per gli stimoli di pressione, di caldo, di
freddo che sono designate come punti dolorifici, caldi e freddi. Esse
sono sparse in numero assai vario sulle diverse regioni della pelle.
Punti di diverse qualità non coincidono mai, ma i punti di temperatura
possono egualmente dar origine a sensazioni di pressione e dolorifiche;
stimoli caldi per solito determinano anche sui punti freddi sensazioni
calde, mentre i punti caldi pare non possano essere eccitati da
stimoli freddi puntiformi. Inoltre i punti caldi e freddi possono anche
reagire con sensazioni calde e fredde a stimoli meccanici ed elettrici
opportunamente applicati.

8. Delle quattro speci di qualità sunnominate le sensazioni di
pressione e dolorifiche formano sistemi chiusi, che non offrono
relazioni nè fra loro nè coi due sistemi di sensazioni di temperatura.
Invece noi siamo soliti porre le sensazioni di temperatura _nel
rapporto di opposizione_, in quanto noi apprendiamo caldo e freddo
non semplicemente come sensazioni diverse, ma _contrastanti_. È però
assai probabile che questa considerazione provenga non dalla natura
originaria delle sensazioni, ma in parte dalle condizioni della loro
formazione e in parte dai sentimenti che le accompagnano. Mentre
le altre qualità possono fra loro collegarsi a loro gradimento e
costituire sensazioni miste, ad es., pressione e caldo, pressione e
dolore, freddo e dolore, e così via; caldo e freddo, a causa delle
condizioni della loro origine, si escludono l’un l’altro; così che in
un dato punto della pelle è possibile soltanto una sensazione calda
o una fredda, o nessuna delle due. Quando l’una di queste sensazioni
passa senza interruzione nell’altra, il passaggio avviene regolarmente,
in modo che o la sensazione calda gradatamente sparisce e sorge una
sensazione fredda in accrescimento costante, o viceversa, questa
sparisce e quella cresce a poco a poco. Si aggiunge ancora che caldo
e freddo sono collegati a sentimenti elementari opposti, fra i quali
il punto in cui le due sensazioni spariscono, si presenta come punto
d’indifferenza.

I due sistemi di sensazioni di temperatura stanno ancora in un’ultima
relazione: essi sono dipendenti in alta misura dalle condizioni
variabili della stimolazione sull’organo di senso; un aumento notevole
della propria temperatura è da noi sentito come caldo, un abbassamento
della stessa come freddo. Egualmente la temperatura del nostro corpo,
che corrisponde alla zona d’indifferenza fra le due sensazioni, si
adatta relativamente presto alla temperatura esterna, entro limiti
abbastanza larghi. E il fatto che i due sistemi di sensazioni si
comportano anche sotto questo rispetto egualmente, viene ad appoggiare
ancor più il concetto della loro affinità o della loro opposizione.


B) _Le sensazioni di suono._

9. Noi abbiamo _due_ sistemi di sensazioni sonore semplici fra loro
indipendenti, ma di solito connessi a causa del mescolarsi degli
stimoli; il sistema _uniforme_ delle sensazioni semplici di rumore e il
sistema _vario_ delle sensazioni semplici di tono.

Possiamo produrre _sensazioni semplici di rumore_ solo in condizioni
nelle quali sia escluso il sorgere contemporaneo di sensazioni di tono;
cioè quando noi produciamo vibrazioni d’aria, la velocità delle quali
sia nè troppo lenta nè troppo rapida, o quando onde sonore agiscono
sull’orecchio per un tempo più breve di quello che possa determinare
una sensazione di tono. La sensazione di rumore ottenuta in tal modo
può essere distinta per intensità e per durata. A parte ciò, pare
che essa sia qualitativamente uniforme. Certo è possibile che piccole
differenze qualitative esistano a seconda delle condizioni di origine
del rumore; ma esse sono in ogni caso troppo piccole per essere fissate
mediante determinazioni diverse. I così detti soliti rumori sono
composizioni di sensazioni e risultano da tali sensazioni semplici
di rumore e da molte numerose sensazioni di tono irregolari (V. § 9,
7). Il sistema uniforme delle sensazioni di rumore è probabilmente
il primitivo in ordine di sviluppo. Le semplici vescichette uditive,
provvedute di otoliti, quali s’incontrano negli animali inferiori,
possono difficilmente produrre sensazioni diverse dalle sensazioni
di rumore semplici. Anche nell’uomo e negli animali superiori le
disposizioni del vestibolo del labirinto fanno credere solo a un
eccitamento sonoro uniforme, corrispondente alla sensazione semplice
di rumore; e infine, dopo le ricerche anche sugli animali privi del
labirinto, pare che anche solo un’eccitazione diretta del nervo uditivo
possa produrre tali sensazioni. Siccome poi nello sviluppo degli
animali superiori l’apparato a chiocciola del labirinto uditivo è
derivato dall’originaria vescichetta del vestibolo, corrispondente in
tutto nella sua conformazione a un primitivo organo d’udito, il sistema
molteplice delle sensazioni di tono può forse essere considerato
come un prodotto della differenziazione del sistema uniforme delle
sensazioni semplici di rumore; benchè, dovunque questo svolgimento
si sia compiuto, il sistema semplice continui a persistere accanto al
complesso.

10. Il sistema delle _sensazioni semplici di tono_ costituisce una
varietà continua a _una_ dimensione. _Altezza dei toni_ noi diciamo
la qualità delle singole sensazioni semplici di tono. La natura
unidimensionale del sistema appare dal fatto che noi, partendo da una
data altezza di tono, possiamo variare le qualità sempre secondo _due_
direzioni fra loro opposte: l’una di queste diciamo _elevamento_,
l’altra _abbassamento_ del tono. Nell’esperienza reale una semplice
sensazione di tono non ci si offre mai per sè sola, in tutto pura,
ma ora essa si collega con altre sensazioni di tono, ora anche con
concomitanti sensazioni semplici di rumore. Ma poichè questi elementi
concomitanti, secondo lo schema più sopra dato (§ 5, 1), possono essere
variati a piacimento, e in molti casi sono relativamente deboli a
paragone di un singolo tono; l’applicazione pratica delle sensazioni
di tono nell’arte della musica è già riuscita all’astrazione della
sensazione semplice di tono. Coi simboli _do, do diesis, fa bemolle,
re_, ecc., noi indichiamo toni semplici, benchè i suoni di strumenti
musicali e della voce umana, coi quali noi produciamo quest’altezze
di tono, siano sempre accompagnati da altri toni più deboli e anche
spesso da rumori. Poichè le condizioni in cui sorgono questi toni
d’accompagnamento, possono variare a nostra volontà così da diventare
molto deboli, la tecnica acustica è riuscita persino a determinare i
toni semplici in purezza pressochè completa. Il mezzo più semplice per
ciò sta nel mettere il diapason in relazione cogli spazi di risonanza,
i quali sono accordati al tono fondamentale del diapason; e poichè
lo spazio di risonanza non fa che rinforzare il tono fondamentale, al
vibrare di un unico diapason gli speciali toni concomitanti diventano
così deboli, che la sensazione viene di solito percepita come una
sensazione semplice ed indecomponibile. Quando si cerchi determinare
le onde sonore corrispondenti ad una tale sensazione di tono, si
trova che esse corrispondono al più semplice movimento possibile
di vibrazione, cioè all’oscillazione pendolare, così detta perchè
le oscillazioni delle particelle d’aria seguono la stessa legge,
secondo la quale si comportano le oscillazioni di un pendolo che si
muove in un’assai piccola ampiezza[7]. Che queste vibrazioni sonore
relativamente semplici corrispondano a sensazioni semplici di tono, e
che noi in queste combinazioni di sensazione possiamo pur distinguere
ed udire le sensazioni singole, si può fisicamente dedurre, in base
alle disposizioni dell’apparato della chiocciola, dalla legge delle
vibrazioni concomitanti. Essendo la membrana basilare della chiocciola
accordata nelle sue diverse parti a diverse altezze di tono, se una
semplice oscillazione sonora colpisce l’orecchio, vibrerà soltanto
la parte accordata a quella oscillazione, e se la medesima velocità
di vibrazione si svolge in un più complesso movimento sonoro, quella
farà vibrare soltanto la parte ad essa accordata, e le restanti parti
costitutive del movimento sonoro faranno vibrare altre porzioni della
membrana, rispondenti ad esse in egual maniera.

11. Il sistema delle sensazioni di tono si dimostra una varietà
_continua_, essendo possibile giungere da una determinata altezza di
tono a una qualsiasi altra per una continua variazione di sensazione.
La musica, scegliendo da questo continuo, singole sensazioni che sono
separate da grandi intervalli, e in tal modo facendo della _linea dei
toni_ la _scala dei toni_, fa una determinazione arbitraria, che ha pur
sempre la sua base nel rapporto delle sensazioni di tono; ma su di essa
ritorneremo più innanzi per considerare le formazioni rappresentative
che sorgono da queste sensazioni. La linea naturale dei toni ha due
punti estremi, i quali fisiologicamente sono determinati dai limiti
della percettibilità dell’apparato uditivo. Questi estremi sono il tono
più alto e il più basso, dei quali il primo corrisponde a un movimento
vibratorio da 8 a 10, il secondo a un movimento da 40.000 a 60.000
vibrazioni intere al minuto secondo.


C) _Le sensazioni di olfatto e di gusto._

12. Le _sensazioni di olfatto_ formano un sistema vario di un ordine
fin qui ancora sconosciuto. Noi sappiamo soltanto che esiste un numero
assai grande dì diverse qualità olfattive, tra le quali hanno luogo
tutti i continui passaggi possibili. È pertanto fuori di dubbio che il
sistema è una varietà a più dimensioni.

    12_a_. Come un indizio che un tempo sarà forse possibile
  ridurre le sensazioni olfattive a un più piccolo numero di
  qualità principali, si può considerare il fatto che gli odori
  possono disporsi in certe _classi_, delle quali ciascuna contiene
  sensazioni che sono più o meno affini. Tali classi sono, ad es.,
  gli odori d’etere, gli aromatici, i balsamici, quelli di musco,
  di abbruciaticcio e così via. Osservazioni isolate insegnano che
  alcune qualità prodotte da speciali sostanze odorifiche, possono
  essere determinate anche dalla mescolanza di altre sostanze. Ma
  queste esperienze non sono sino ad ora sufficienti per ricondurre
  la grande quantità di odori singoli, che ciascuna delle suddette
  classi racchiude, a un più limitato numero di qualità principali
  e di loro mescolanze. Infine si è anche osservato che parecchi
  stimoli olfattivi, usati in conveniente rapporto d’intensità,
  si compensano nella sensazione; e ciò accade non solo con
  quelle sostanze che come, ad es., acido acetico ed ammoniaca,
  si neutralizzano chimicamente, ma anche con quelle che come, ad
  es., caoutchouch e cera o balsamo del tolù, all’infuori delle
  particelle odorifere, non agiscono chimicamente una sull’altra.
  E siccome noi possiamo constatare questa compensazione anche
  quando i due odori agiscono in due superfici olfattive affatto
  diverse, l’uno sulla destra mucosa interna del naso, l’altro sulla
  sinistra, dobbiamo credere che qui si tratti non di un fenomeno
  analogo al complementarismo dei colori, di cui più sotto avremo
  a parlare (22), ma probabilmente di una reciproca inibizione
  centrale delle sensazioni. Contro questo analogia sta anche
  l’osservazione che una medesima qualità olfattoria può talvolta
  compensare più qualità affatto diverse, anche quelle che si
  neutralizzano fra loro stesse; il complementarismo dei colori è
  invece sempre limitato a due qualità che sono fra loro in istretta
  relazione.

13. Un po’ più da vicino sono studiate le _sensazioni gustative_;
infatti in esse noi possiamo distinguere _quattro qualità principali_,
che non si possono paragonare fra loro; tra queste avvengono tutti
i passaggi possibili, che noi percepiamo come sensazioni miste. Le
quattro qualità principali sono: _acido, dolce, amaro_ e _salato_.
Oltre a queste, alcuni considerano anche il sapore della lisciva
(alcalini) e il metallico come qualità indipendenti, ma la lisciva
mostra senza dubbio una parentela col salato, ed il metallico
coll’acido; ambedue sono quindi probabilmente sensazioni miste o di
transizione (l’alcalino forse tra il salato e il dolce, il metallico
tra l’acido e il salato). Delle suddette quattro qualità principali,
dolce e salato stanno in un rapporto d’opposizione, in quanto l’una di
queste sensazioni è trasformata dall’altra, purchè questa raggiunga
l’opportuna intensità, in una sensazione mista _neutra_ (di solito
detta “insipida„), senza che gli stimoli saporifici, che in tal guisa
si neutralizzano scambievolmente, consentano una combinazione chimica.
Epperò dobbiamo considerare il sistema delle sensazioni gustative come
una moltiplicità _a due dimensioni_, che può essere in qualche modo
geometricamente rappresentata da una superficie di cerchio, alla cui
periferia stanno le quattro qualità fondamentali coi loro gradi di
transizione, mentre il centro è occupato dalle sensazioni miste neutre,
e la restante superficie dai gradi intermedi tra queste e le qualità
saturate della periferia.

    13_a_. Pare che in queste proprietà delle qualità gustative
  sia data un primo abbozzo del modo di comportarsi di un senso
  chimico. Da questo lato il senso del gusto costituisce forse
  un grado di sviluppo antecedente al senso della vista. La
  connessione manifesta colla natura chimica del processo di
  stimolazione fa credere che la neutralizzazione reciproca
  di certe sensazioni, colle quali è forse collegata la natura
  pluridimensionale del sistema, sia fondata non sulle singole
  sensazioni, come nelle sensazioni di caldo e di freddo (pag.
  38), ma sui rapporti dell’eccitamento _fisiologico_. Alle azioni
  chimiche di determinate sostanze spetta generalmente, come è
  noto, la proprietà di poter essere neutralizzate dalle azioni
  di certe altre sostanze. Ora noi non sappiamo che cosa siano le
  modificazioni chimiche prodotte dagli stimoli saporifici nelle
  cellule gustative, ma in base al principio del parallelismo
  delle differenze tra la sensazione e l’eccitamento (pag. 36)
  possiamo, dalla compensazione delle sensazioni di dolce e di
  salato, conchiudere che anche le reazioni chimiche prodotte dalle
  sostanze saporifiche dolci e salate si elidono nelle cellule
  gustative. Il medesimo varrebbe per le altre sensazioni, per le
  quali fosse possibile dimostrare un comportamento simile. Intorno
  alle condizioni fisiologiche della stimolazione saporifica noi
  possiamo, in base ai fatti suesposti, conchiudere questo solo, che
  i processi chimici d’eccitamento, corrispondenti a tali sensazioni
  neutralizzantisi, si trovano nelle stesse cellule di senso.
  Naturalmente non è esclusa la possibilità che nelle medesime
  formazioni sorgano più processi, i quali abbiano ad essere
  neutralizzati da reazioni opposte. I reperti anatomici e gli
  esperimenti fisiologici con stimoli distinti su singole papille
  gustative non danno sino ad ora alcuna risposta decisiva. E anche
  qui è tutt’ora incerto, se nei fatti suesposti di compensazione
  si debba riconoscere un proprio complementarismo corrispondente a
  quello dei colori (vedi sotto 22).


D) _Le sensazioni di luce._

14. Il sistema delle sensazioni di luce consta di _due_ sistemi
parziali: delle _sensazioni acromatiche_ e delle _sensazioni
cromatiche_; tra le qualità loro si trovano tutti i possibili gradi di
continui passaggi.

Le sensazioni acromatiche formano, per sè sole considerate, un sistema
molteplice ad _una_ dimensione, il quale, analogamente alla linea dei
toni, si chiude fra due punti limiti. Noi diciamo _nero_ le sensazioni,
che stanno più vicine ad uno di questi limiti, e _bianco_ quelle che
stanno presso all’altro; fra i due disponiamo il _grigio_ nelle sue
diverse gradazioni (grigio oscuro, grigio e grigio chiaro). Questo
sistema unidimensionale delle sensazioni acromatiche ha la proprietà di
essere, a differenza della linea dei toni, un _sistema nel tempo stesso
qualitativo e intensivo_, imperocchè ogni modificazione qualitativa
nella direzione da nero a bianco viene sentita come un accrescimento
intensivo, e ogni variazione nella direzione da bianco a nero, come una
diminuzione intensiva. Ogni grado del sistema per tal modo determinato
qualitativamente e intensivamente, è detto il _chiarore_ della
sensazione acromatica. Epperò si può indicare anche l’intero sistema
come il sistema delle _sensazioni pure di chiarore_, dove l’attributo
“puro„ indica in questo caso l’assenza di sensazioni cromatiche. Il
sistema delle sensazioni pure di chiarore è un sistema assolutamente
unidimensionale nel senso, che in esso i gradi qualitativi e intensivi
coincidono in una sola e medesima dimensione, e in ciò sostanzialmente
differisce dalla linea dei toni, nella quale ogni punto rappresenta
solo un grado qualitativo, cui si dispone accanto il grado intensivo
in ordine egualmente lineare. Mentre le sensazioni semplici di tono,
quando si considerino nel tempo stesso le loro proprietà qualitative
ed intensive, formano un continuo a due dimensioni, il sistema delle
sensazioni pure di chiarore permane un continuo _a una dimensione_,
anche quando si considerino ambedue le parti che lo determinano.
L’intero sistema può anche essere concepito come una serie continua
di _gradi di chiarore_; in questo caso indichiamo i gradi inferiori
secondo la qualità come nero, secondo l’intensità come deboli, ed i
gradi superiori secondo la qualità come bianco, secondo l’intensità
come forti.

15. Anche _le sensazioni cromatiche_ costituiscono, quando si abbia
riguardo solo alla loro qualità, un sistema ad una dimensione. Ma
questo, a differenza del sistema delle sensazioni pure di chiarore,
ha la proprietà di ricorrere in sè stesso; infatti da qualsiasi punto
si parta, si ritorna sempre a poco a poco ad una qualità di maggiore
differenza, e poi da questa di nuovo a qualità di minore differenza,
ed infine al punto di partenza. Lo spettro dei colori che si ottiene
dall’incidenza del raggio solare su un prisma o che si osserva
nell’arco-baleno, presenta già questa proprietà, benchè non appieno.
Se si parte dal limite rosso di questo spettro, si riesce dapprima
all’aranciato, poi al giallo, giallo-verde, verde, verde-bleu, bleu,
indaco, infine al violetto, il quale ultimo è di nuovo più simile al
rosso di tutti gli altri colori che stanno tra il rosso e il violetto,
ad eccezione di quello che è più vicino al rosso, dell’aranciato. La
ragione, per cui questa linea dei colori dello spettro non ricorre
completamente in sè stessa, sta evidentemente nel fatto che essa
non contiene tutti i colori corrispondenti alle nostre sensazioni;
mancano nello spettro le gradazioni purpureo-rosse, che fisicamente
si ottengono mescolando i raggi rossi e violetti. Se con questa
mescolanza s’integra la serie dei colori dello spettro, il sistema
delle sensazioni reali dei colori è completo e forma una linea che
ritorna al proprio punto di partenza. Ma non è a credere che questa
proprietà provenga dal fatto, che lo spettro dei colori offra realmente
alla nostra osservazione in modo approssimativo quel ritorno. Piuttosto
è possibile ottenere il medesimo ordine delle sensazioni, anche quando
oggetti colorati, mescolati in qualsiasi modo, vengano ordinati
secondo la loro affinità soggettiva del colore; persino fanciulli,
che non hanno mai osservato con attenzione uno spettro solare o un
arcobaleno, epperò possono cominciare questa serie così col rosso come
con qualsiasi altro colore, la costruiscono sempre nello stesso senso.

Quindi il sistema delle qualità cromatiche pure dev’essere definito
come un sistema ad una dimensione, non in linea retta, ma _ricorrente
in se stesso_; geometricamente può essere rappresentato nel modo più
semplice da una _circonferenza_. Siccome in questo sistema da ogni
dato colore, per piccole e graduali variazioni della sensazione, si
giunge dapprima a colori simili a quello, poi ad altri da quello
diversissimi, e infine di nuovo ad altri in altra direzione pure
simili ad esso, necessariamente ad ogni qualità cromatica corrisponde
una cert’altra qualità, che equivale al _massimo delle differenze
sensibili._ Questo colore può essere detto _colore contrario_, e quando
si rappresenti il sistema dei colori mediante una circonferenza,
due colori contrari trovano posto alle due estremità di uno stesso
diametro. Colori contrari sono, ad es., rosso-porpora e verde, giallo e
bleu, verde-chiaro e violetto e così via, cioè essi sono le più grandi
differenze qualitative sensibili.

La qualità delle sensazioni, che ci è data dall’ordine stesso del
sistema dei colori, è detta anche, con una espressione metaforica tolta
a prestito della qualità dei toni: _tono dei colori_, per distinguerla
dalle altre determinazioni qualitative. In questo senso i semplici nomi
dei colori rosso, aranciato, giallo, ecc., indicano semplici toni di
colori. Il cerchio dei colori è una rappresentazione del sistema dei
toni dei colori, fatta astrazione da tutte le proprietà che ancora si
aggiungono alla sensazione. Infatti la sensazione di colore possiede
ancora due proprietà, delle quali l’una diciamo _grado del colore_
o anche _saturazione_, l’altra _chiarore_. Di queste due proprietà
il grado del colore è speciale alle sensazioni di colore, mentre il
chiarore è comune colle sensazioni acromatiche.

16. Per _grado del colore o saturazione_ s’intende la proprietà della
sensazione di colore di pervenire per qualsiasi passaggio a sensazioni
acromatiche; cosicchè continui passaggi sono possibili da ogni colore
ad ogni grado della serie delle sensazioni acromatiche, al bianco,
al grigio, al nero. L’espressione “saturazione„ è qui presa dal modo
consueto di dimostrare oggettivamente questi passaggi, cioè dalla
saturazione di una soluzione incolore con sostanze colorate. Potendosi
pensare per ogni possibile stato di un colore per quanto saturato, uno
stato ancor più saturato dello stesso tono, e indicando una sensazione
acromatica il punto estremo in una serie di saturazioni sempre
decrescenti di un qualsiasi colore, il grado del colore può essere
considerato come una determinazione che spetta a tutte le sensazioni
di colore, o per la quale il sistema delle sensazioni di colore è
portato nello stesso tempo in immediata connessione con quello delle
sensazioni acromatiche. L’insieme dei gradi di colore che si presentano
come passaggi da un certo colore a una certa sensazione acromatica,
bianca, grigia o nera, — quando si pensi rappresentata la sensazione
acromatica da un punto, il quale coincida col punto medio del cerchio
dei colori, — potrà essere espresso da quel raggio del cerchio che
collega quel punto di mezzo con quel certo colore. Immaginiamo ora
rappresentati in tal modo nello spazio i gradi di saturazione di tutti
i colori, gradi corrispondenti ai continui passaggi ad una certa
sensazione acromatica; allora il sistema dei gradi così ottenuto
assume la figura di una _superficie di cerchio_, la cui periferia
corrisponde al sistema dei toni semplici dei colori, e il cui centro a
quella sensazione acromatica, alla quale sono ordinati i diversi gradi
dei colori. Quindi, partendo da qualsiasi punto del continuo lineare
delle sensazioni acromatiche, è sempre possibile costrurre un sistema
dei gradi dei colori, purchè si osservi questa sola condizione, che
il bianco non sia troppo chiaro o il nero troppo oscuro, altrimenti
sparirebbero le differenze di saturazione e dei colori. Ma sistemi
di saturazione, che sieno ordinati per _diversi_ punti del sistema
acromatico, possiedono sempre diversi gradi di chiarore. È possibile
costrurre un sistema _puro_ di gradi dei colori sempre solo per
un _unico_ determinato grado di chiarore, cioè, coincidendo il
sistema delle sensazioni acromatiche con quello delle sensazioni
pure di chiarore, per _un solo_ punto del continuo delle sensazioni
acromatiche. Quando questo sia stato fatto per tutti i punti possibili,
il sistema dei gradi dei colori è completato da quello dei _gradi di
chiarore_.

17. _Il chiarore_ è una proprietà che spetta con eguale necessità
tanto alle sensazioni cromatiche quanto alle acromatiche; ed è tanto
in quelle quanto in queste proprietà insieme qualitativa e intensiva.
Partendo da un certo grado di chiarore, ogni sensazione colorata,
di cui si faccia crescere il chiarore, viene accostandosi nella sua
qualità al bianco, mentre nel tempo stesso ne cresce l’intensità; e
quando se ne faccia diminuire il chiarore, essa si avvicina nella
sua qualità al nero, mentre nel tempo istesso se ne indebolisce
l’intensità. I gradi di chiarore di ogni singolo colore formano un
sistema di qualità intensive analogo alle sensazioni acromatiche e alle
sensazioni pure di chiarore, solo che al posto dei gradi qualitativi
acromatici che si muovono tra il nero e il bianco, qui sono entrati i
corrispondenti gradi di saturazione. La nuova serie presenta dal punto
della maggior saturazione due direzioni opposte di diversa saturazione:
la _positiva_ nella direzione del bianco, che è connessa intensivamente
coll’aumento della sensazione, e la _negativa_ nella direzione del
nero, cui corrisponde una diminuzione della sensazione. Come estremi
delle due graduazioni delle saturazioni, si dànno da una parte la pura
sensazione bianco, e dall’altra la pura sensazione nero, delle quali
quella rappresenta un massimo e questa un minimo dell’intensità della
sensazione. In tal guisa bianco e nero indicano egualmente i punti
situati in senso opposto tanto nel sistema delle sensazioni pure di
chiarore, come in quello delle sensazioni cromatiche, disposte secondo
i gradi di chiarore. Conseguenza naturale di ciò è che per ciascun
colore v’ha un certo chiarore medio, nel quale la saturazione del
colore è giunta al massimo, e dal quale si va per aumento di chiarore
in direzione positiva, per diminuzione in negativa. Questo valore di
chiarore, il più favorevole per la saturazione, non è però lo stesso
per tutte le sensazioni di colore, ma esso si gradua dal rosso al bleu,
in modo che pel rosso è il più alto e pel bleu il più basso. In ciò
trova una spiegazione il noto fenomeno che durante il crepuscolo, cioè
in una debole sensazione di chiarore, ancor riconosciamo, ad es., in un
dipinto i toni bleu, mentre i rossi ci appaiono già neri.

18. Se si astrae da questa posizione dei punti di massima saturazione
nella linea dei gradi di chiarore, posizione alquanto diversa per ogni
singolo colore, è possibile dare un’espressione chiara e semplicissima
alla relazione, nella quale per il graduale passaggio al bianco da un
lato, al nero dall’altro, il sistema delle _sensazioni cromatiche di
chiarore_ si accosta al sistema delle _sensazioni pure_ o acromatiche
di chiarore; e nel modo seguente. Se si immagina il sistema dei
toni puri di colore o dei colori nel massimo della loro saturazione
rappresentato, come sopra, da un cerchio, e s’immagina nel centro
della superficie appartenente a questo cerchio, condotta la linea delle
sensazioni pure di chiarore come linea perpendicolare, in modo che nel
centro del cerchio cada la sensazione acromatica corrispondente al
minimo della saturazione; i sistemi cromatici di chiarore crescente
e decrescente possono essere disposti in modo analogo sopra o sotto
quella circonferenza della saturazione massima dei colori. Ma la
diminuzione graduale delle saturazioni sarà espressa tanto qui come
là per mezzo del raggio sempre più decrescente dei cerchi sovrapposti
gli uni sovra gli altri, finchè ai due punti estremi della linea delle
sensazioni pure di chiarore i cerchi scompaiono del tutto; e questo
secondo il principio, che per ogni colore il massimo del chiarore
corrisponde alla sensazione bianco e il minimo alla sensazione nero[8].

19. Da quanto si è detto, risulta che il sistema complessivo delle
_sensazioni cromatiche di chiarore_ può essere raffigurato nel modo
più semplice mediante una _superficie sferica_, di cui equatore si
consideri il cerchio dei colori rappresentante il sistema dei toni
puri di colore o dei colori a saturazione massima, mentre i due
poli corrispondono ai punti estremi delle sensazioni acromatiche di
chiarore, bianco e nero. Naturalmente anche un’altra figura geometrica,
che avesse simili proprietà, ad es., un cono doppio con base comune
e coi vertici rivolti in direzioni opposte, potrebbe servire allo
stesso scopo. Di essenziale per la rappresentazione resta soltanto il
graduale passaggio in bianco e nero, e la diminuzione dei vari toni di
colore corrispondenti a questo passaggio, diminuzione che trova la sua
espressione grafica nel continuo impiccolimento dei cerchi di colore.
Ora il sistema dei gradi di saturazione ordinati in base di una certa
sensazione pura di chiarore può essere rappresentato, come sopra è
detto, da una superficie di cerchio che contenga tutte le sensazioni
luminose, corrispondenti a quel medesimo grado di chiarore. Se ora
si vuole contemporaneamente ordinare in un solo sistema i gradi di
saturazione e di chiarore, _tutto l’intero sistema delle sensazioni
luminose_ può essere rappresentato da un solido _sfera_, di cui il
cerchio equatoriale racchiude il sistema dei toni puri di colore;
l’asse congiungente i due poli, il sistema delle sensazioni pure di
chiarore, e la superficie il sistema delle sensazioni cromatiche di
chiarore. Ogni cerchio posto perpendicolare a quell’asse, corrisponde
a un sistema di gradi di saturazione dell’eguale chiarore. Questa
rappresentazione grafica per mezzo di una sfera è arbitraria, poichè in
luogo di tale solido potrebbe essere scelto qualunque altro, che abbia
proprietà analoghe; tuttavia il fatto psicologico che il _complessivo
sistema delle sensazioni luminose è un sistema a tre dimensioni
e un continuo in sè chiuso_ trova in essa la propria espressione
intuitiva. La natura tridimensionale del sistema deriva dall’essere
necessariamente ogni sensazione di luce concreta un composto di _tre_
parti: tono del colore, saturazione e chiarore. La sensazione pura o
acromatica di chiarore e la sensazione pura o saturata di colore sono
in questo caso considerate come i due estremi nella serie dei gradi
di saturazione. La forma _in sè chiusa_ del sistema proviene per un
lato, dalla natura delle sensazioni di colore di costituire un tutto
in sè chiuso, e per altro lato dalla limitazione del sistema dei
chiarori cromatici segnata dai due punti estremi delle sensazioni pure
di chiarore. Un’altra proprietà del sistema è la seguente: soltanto
le variazioni nelle due dimensioni dei toni di colore e dei gradi di
saturazione sono pure variazioni di qualità; invece ogni modificazione
nella _terza_ dimensione, corrispondente alle sensazioni di chiarore,
porta con sè nello stesso tempo una variazione qualitativa ed una
intensiva. Per questa circostanza, l’intero sistema a tre dimensioni
è richiesto necessariamente per rappresentare in modo esauriente le
qualità della sensazione luminosa; questo sistema abbraccia però anche
le intensità della sensazione.

20. Nel sistema delle sensazioni di luce certe _sensazioni
fondamentali_ hanno un posto privilegiato, perchè noi ce ne serviamo
come punti d’orientazione nell’ordinare tutte le altre sensazioni. Tali
sensazioni fondamentali sono, nella serie acromatica _bianco_ e _nero_,
nella serie delle sensazioni cromatiche i quattro colori fondamentali
_rosso, giallo, verde_ e _bleu_. Solo per queste sei sensazioni la
lingua ha creato relativamente presto determinazioni diverse e ben
distinte. Tutte le altre sensazioni furono espresse in parte mediante
riferimenti a quelle, in parte colle stesse parole già usate per
quelle. Noi apprendiamo il grigio come un grado intermedio che sta
nella serie acromatica tra il bianco e il nero; i diversi gradi di
saturazione diciamo, secondo il loro valore di chiarore, toni di colore
biancastri, o nerastri, chiari od oscuri: e per i colori che stanno
tra i quattro colori fondamentali, noi ci serviamo di designazioni
di transizione, come purpureo-rosso, aranciato-giallo, giallo-verde
e così via; nomi che nella loro composizione svelano la loro origine
relativamente tarda.

    20_a_. Vi fu chi dal carattere più originario delle
  determinazioni linguistiche per le suddette sei qualità delle
  sensazioni volle argomentare che esse siano qualità fondamentali
  del senso della vista, e che ogni altra qualità sia composta
  di quelle o di alcune di quelle. Epperò il grigio fu detto una
  sensazione mista di nero e bianco, il violetto e il rosso-porpora
  di bleu e rosso, e così via; ma non è psicologicamente esatto
  indicare una sensazione luminosa qualsiasi come un composto a
  paragone di un’altra. Grigio è tanto una sensazione semplice
  quanto bianco o nero; arancio, purpureo-rosso ecc., sono
  proprio sensazioni semplici alla stessa guisa che rosso, giallo
  ecc.; e qualsiasi grado di saturazione che collochiamo nel
  sistema tra un colore puro e bianco, non è in alcun modo una
  sensazione composta. La natura chiusa e intimamente connessa
  del sistema di sensazione, porta di necessità che la lingua,
  cui è impossibile creare un numero indefinito di espressioni,
  colga alcune differenze specialmente decise, in base alle quali
  poi sono ordinate tutte le altre sensazioni. La scelta di nero
  e bianco come punti d’orientazione per la serie acromatica si
  spiega senz’altro, indicando esse le differenze massime. Quando
  esse sono date, tutte le altre sensazioni acromatiche devono
  essere apprese come sensazioni di transizione tra quelle, a causa
  dell’interposizione continua di queste differenze per tutti i
  possibili gradi di chiarore. Egualmente succede per le sensazioni
  cromatiche, solo che qui due differenze assolutamente massime non
  potevano immediatamente essere scelte a causa della natura in sè
  ricorrente nella linea dei colori, ma ancora altri motivi, oltre
  alla sufficiente differenza qualitativa, dovevano decidere per
  la scelta dei colori fondamentali. E tali motivi possono essere
  stati la frequenza e la forza sentimentale di certi stimoli
  luminosi fondati sulle condizioni naturali dell’esistenza umana.
  Il rosso del sangue, il verde della vegetazione, il bleu del
  cielo, il giallo delle stelle, che tali appaiono in contrasto
  al bleu del cielo, potrebbero essere stati la prima spinta alla
  scelta di certe determinazioni dei colori. Imperocchè la lingua
  non chiama gli oggetti secondo le sensazioni, ma all’opposto
  le sensazioni secondo gli oggetti che le determinano. Se certi
  colori fondamentali furono una volta fissati in tal modo, tutti
  gli altri colori dovettero apparire come toni intermedi. La
  differenza dei colori fondamentali e di transizione è fondata con
  ogni probabilità solo su condizioni esterne; se queste condizioni
  fossero state diverse, il rosso, ad es., sarebbe stato percepito
  quale passaggio tra porpora e aranciato, allo stesso modo che noi
  ora ordiniamo l’aranciato come colore di passaggio tra il rosso e
  il giallo[9].

21. Le proprietà del sistema delle sensazioni di luce che più sopra
abbiamo descritte, sono di tal natura da far fin dal principio pensare
a un rapporto tra le stesse proprietà psicologiche e i processi
oggettivi della stimolazione luminosa essenzialmente diverso da quello
che ci offrono i sistemi di sensazione fin qui considerati, sovratutto
i sistemi del senso generale o del senso dell’udito. Evidentissima
è per questo rispetto la diversità dal sistema delle sensazioni di
suono. In questo il principio del parallelismo tra sensazione e stimolo
(pag. 36) non vale solo pel processo d’eccitazione fisiologica, ma
anche in largo senso pel processo fisico. Infatti nel sistema delle
sensazioni di suono alle forme semplici o composte delle vibrazioni
sonore corrisponde rispettivamente una sensazione semplice o una
moltiplicità di sensazioni semplici, e colla forza delle vibrazioni
varia continuamente l’intensità delle sensazioni e colla velocità
di quelle la qualità di queste; cosicchè la differenza soggettiva
delle sensazioni aumenta in ambedue le direzioni colla crescente
differenza degli stimoli fisici oggettivi. Le sensazioni luminose
presentano invece una relazione tutt’affatto diversa. Come il suono
oggettivo, anche la luce oggettiva consiste in movimenti vibratori
di un mezzo qualsiasi. Tali movimenti, se non conosciamo nella loro
intima costituzione, sappiamo, per le indagini fisiche d’interferenza,
consistere di molte piccole e rapide onde, cosicchè quelle vibrazioni
che vengono sentite come luce, stanno tra le lunghezze dell’onde da
688 a 393 milionesime parti di un millimetro e tra le velocità da 450
a 790 bilioni di vibrazioni al secondo. Ora anche qui a vibrazioni
semplici, ad es., a vibrazioni di eguale lunghezza, corrispondono
sensazioni semplici, e anche qui colla lunghezza e velocità della
vibrazione varia continuamente la qualità della sensazione; alle onde
più lunghe e più lente corrisponde il rosso, alle più brevi e rapide il
violetto e fra questi tutte le altre gradazioni di colore si dispongono
in un continuo, conforme alla lunghezza dell’onda. Ma già qui si
presenta una differenza essenziale, imperocchè i colori più diversi fra
loro per lunghezza di onda, rosso e violetto, sono più affini nella
sensazione che gl’intermedi[10]. Oltre a ciò si aggiunge ancora che:
1) ogni pura variazione d’intensità (di ampiezza) delle vibrazioni
fisiche della luce è soggettivamente sentita quale variazione al
tempo stesso d’intensità e di qualità; come lo dimostra il modo di
comportarsi già esaminato delle sensazioni di chiarore. 2) Ogni luce
composta di vibrazioni diverse è sentita semplice, allo stesso modo
che la luce oggettivamente semplice, consistente di un solo grado
di vibrazione; come per l’appunto tosto risalta dalla comparazione
soggettiva delle sensazioni acromatiche colle cromatiche. Conseguenza
del primo di questi fatti è che la luce fisicamente semplice può
provocare sensazioni non solo cromatiche, ma anche acromatiche, poichè
nell’ampiezza massima delle vibrazioni si avvicina al bianco e nella
minima passa al nero. La qualità della sensazione acromatica ammette
quindi più di una spiegazione, poichè essa può essere prodotta così
da variazione intensiva della luce oggettiva, come dalla mescolanza di
semplici vibrazioni luminose che abbiano diversa lunghezza d’onda. Solo
che nel primo caso colla variazione intensiva è sempre connessa una
variazione del grado di chiarore, mentre questa può rimanere invariata
nel secondo caso, cioè nella mescolanza.

22. Anche se il grado di chiarore delle sensazioni è mantenuto
costante, la sensazione acromatica ammette pur sempre più di
una interpretazione. Una sensazione pura di chiarore di una data
intensità è determinata non solo da una mescolanza di tutti i gradi
di vibrazioni contenuti nella luce solare come, ad es., nella solita
luce diurna, ma anche dalla mescolanza in opportuno rapporto di due
di essi, e precisamente di quelli che corrispondono a due sensazioni
soggettivamente diversissime tra loro, i colori contrari. E poichè
le mescolanze oggettive dei colori contrari suscitano la sensazione
di bianco, questi colori sono detti _colori d’integrazione o
complementari_. Rosso dello spettro e verde bleu, aranciato e bleu
cielo, giallo e indaco bleu ecc. sono al tempo stesso colori contrari
e complementari.

Come la sensazione acromatica, così anche ogni singola sensazione
cromatica ammette più spiegazioni, ma in numero più limitato.
Mescolando due colori oggettivi che stiano, nel cerchio dei colori,
più vicini fra loro dei colori contrari, si ottiene una mescolanza
non bianca, ma colorata e precisamente di quel colore che anche nella
serie dei colori oggettivamente semplici, corrisponde alla sensazione
dei colori intermedii. Quindi, se i colori mescolati si avvicinano
ai colori contrari, la saturazione del colore risultante resta
assai diminuita; ma se essi si accostano assai più tra loro, questa
diminuzione non è percettibile e in questo caso il colore composto e il
colore semplice sono per lo più sentiti come soggettivamente eguali.
Così noi, ad es., non possiamo assolutamente distinguere l’aranciato
dello spettro da una composizione di raggi rossi e gialli. Ed essendo
possibile per tal modo ottenere tutti i colori che nel cerchio
cromatico stanno tra rosso e verde, con una mescolanza di rosso e
verde; quelli che stanno tra verde e violetto, con una mescolanza di
verde e violetto; e finalmente anche quel colore che non è contenuto
nello spettro solare, la porpora, con una mescolanza di rosso e
violetto; tutta la serie dei toni cromatici possibili nelle sensazioni,
può essere derivata da _tre_ soli colori oggettivi. Mediante questi
stessi tre colori ci è dato anche ricostituire il bianco in tutti i
suoi gradi di passaggio; imperocchè la composizione di rosso e violetto
dà la porpora, la quale è il colore complementare di verde; il bianco
ottenuto dalla mescolanza di porpora e verde, se esso viene aggiunto
a un singolo colore in diversi rapporti quantitativi, dà con questo i
diversi gradi di saturazione.

23. I tre colori, che sono in tal modo usati per la costruzione
di tutto il sistema delle sensazioni luminose sono detti _colori
fondamentali_. Se vogliamo esprimere il loro valore nel sistema dei
gradi di saturazione, possiamo servirci a rappresentare questo sistema,
in luogo del cerchio che si riferisce solo ai rapporti psicologici,
di un _triangolo_. Mediante questa figura il significato dei tre
colori fondamentali è messo in risalto, occupando essi i tre angoli
del triangolo sui lati del quale, proprio come sulla circonferenza del
cerchio cromatico, vengono riportati i toni dei colori nel massimo
di saturazione, mentre i restanti gradi di saturazione nei loro
passaggi al bianco, che sta nel mezzo della superficie del triangolo,
sono disposti nei punti della superficie. Del resto tre colori
qualsivogliano potrebbero essere scelti come colori fondamentali,
quando essi si trovino a distanza opportuna. I sunnominati rosso,
verde e violetto rispondono praticamente allo scopo per questo solo,
che in primo luogo si evita che uno dei tre componenti corrisponda a
una sensazione di colore, la quale non possa essere prodotta da una
luce oggettivamente semplice, corrisponda cioè alla porpora; e perchè
in secondo luogo la sensazione al principio e alla fine dello spettro
varia più lentamente colla durata delle vibrazioni; così che, se i
colori estremi dello spettro sono compresi fra i colori fondamentali,
il colore che risulta da una mescolanza di due colori tra loro vicini,
è nella sensazione prossimo al colore oggettivamente semplice che sta
fra quelli[11].

24. Dalle condizioni più sopra dimostrate(3) della stimolazione
_fisiologica_ appare chiaro che, come pur risulta dai fatti fin qui
considerati, nel sistema delle sensazioni luminose non esiste una
relazione univoca tra le sensazioni e gli stimoli fisici. Se il senso
della vista deve annoverarsi fra i sensi _chimici_, una tale relazione
potrà essere soltanto tra i processi fotochimici nella retina e le
sensazioni. Ma poichè, come è noto, speci diverse di azioni fisiche
luminose producono analoghe decomposizioni chimiche, è generalmente
facile il comprendere come le sensazioni luminose debbano prestarsi a
interpretazioni molteplici. In base al principio del parallelismo tra
le differenze della sensazione e quelle dell’eccitamento fisiologico
(pag. 36) si potrebbe ritenere che diversi stimoli fisici, i
quali presentino le stesse sensazioni, determinino anche la stessa
eccitazione fotochimica nella retina; che siano quindi tante speci
e gradi di processi fotochimici, quante sono le speci e i gradi di
sensazione che noi possiamo distinguere. Su questa conclusione infatti
si basa ciò che noi sappiamo intorno ai sostrati fisiologici delle
sensazioni luminose, non avendo l’indagine dei processi fisiologici
della stimolazione luminosa condotto fino ad ora a un risultato più
lontano di questo: che l’eccitazione è con ogni probabilità un processo
chimico.

25. Coll’ipotesi che la stimolazione luminosa si fondi su processi
chimici della retina, si può anche spiegare la _persistenza_
relativamente lunga della sensazione, dopo che è cessata l’eccitazione
(pag. 33). Questa persistenza essendo riferita all’oggetto considerato
come stimolo, è detta _l’immagine consecutiva_ dell’impressione.
L’immagine consecutiva appare prima colle proprietà di chiarore o di
colore eguali allo stimolo; epperò bianca per oggetti bianchi, nera per
neri e colorata nello stesso colore per colorati (immagine positiva o
di egual colore); ma dopo breve tempo essa passa per le impressioni
acromatiche nel chiarore contrario, bianco in nero, nero in bianco;
per le cromatiche nel colore contrario o complementare (immagine
consecutiva negativa o complementare). Quando agiscano all’oscuro
stimoli luminosi di breve durata, è possibile che questo passaggio si
ripeta più volte; all’immagine negativa segue di nuovo una positiva e
così via, di modo che si dà un oscillare delle sensazioni fra le due
fasi d’immagine consecutiva. L’immagine positiva può semplicemente
essere ricondotta al fatto che la decomposizione fotochimica prodotta
da una specie qualsiasi di luce, perdura ancora un breve tempo dopo
l’azione della luce. L’immagine negativa o complementare può essere
derivata da ciò, che ogni decomposizione prodotta in una certa
direzione lascia addietro una distruzione parziale di quelle sostanze
sensibili alla luce che prime subiscono quell’effetto. In questo caso
gli stessi processi fotochimici, perdurando l’eccitazione retinica,
devono variare in senso corrispondente.

26. Coll’immagini consecutive, positiva o negativa, stanno
probabilmente in istretto rapporto, fenomeni _d’induzione di luce
e di colore_. Essi consistono in ciò, che nel giro di una qualsiasi
impressione luminosa sorgono contemporaneamente eccitamenti di natura
eguale ed opposta. Il primo di questi fenomeni, l’induzione _positiva_
di luce, è il più raro; si osserva specialmente quando una parte
della retina è eccitata e la parte confinante è molto oscura; pare
allora che l’eccitamento luminoso o cromatico irradi la parte rimasta
oscura. In tutti gli altri casi si ha l’effetto d’induzione contraria
o _negativa_, pel quale una superficie bianca pare circondata da un
orlo oscuro, una oscura da un orlo chiaro, una colorata da un orlo del
colore complementare. Tutti questi fenomeni sono del resto accompagnati
da processi psicologici di contrasto, i quali corrispondono al
principio generale che più innanzi tratteremo (§ 17, 11), del risalto
dei contrari; ma di solito l’effetto complessivo di tali influenze
fisiologiche e psicologiche, è senz’altro detto “contrasto„. Questa
confusione è bensì giustificata, sino ad un certo grado, specialmente
dall’inseparabilità dei due fattori; ma sarebbe ben più opportuno
chiamare eccitamento indotto esclusivamente il fattore fisiologico e
riservare la determinazione di contrasto a quel fattore psicologico,
il quale corrisponde appunto al risalto dei contrari; risalto che si
dimostra anche in altri campi, specialmente nelle rappresentazioni di
spazio, di tempo e nei sentimenti. L’induzione luminosa o colorata
nel puro senso fisiologico consiste probabilmente in una specie
d’irradiazione _negativa_ della stimolazione, perocchè essa non
si propaga colla sua propria qualità immediatamente nelle parti
circostanti al punto eccitato, come nel caso dell’induzione positiva,
ma determina un eccitamento di natura contraria. È possibile che questa
irradiazione negativa abbia la sua ragione in ciò che le sostanze
fotochimiche di una parte della retina consumate nell’eccitazione,
siano in parte reintegrate per un’affluenza dalle parti circostanti,
cosicchè un’impressione luminosa su queste parti circostanti deve
agire allo stesso modo, che per l’immagini consecutive lo stimolo
sulle stesse parti prima eccitate (25). In appoggio a questo rapporto
coi fenomeni dell’immagine consecutiva sta anche il fatto che, come in
questa, l’effetto cresce coll’intensità degli stimoli luminosi. Quindi
questa induzione fisiologica di luce si differenzia essenzialmente
da quei fenomeni _psicologici_ di contrasto, coi quali essa viene
abitualmente confusa, e sui quali noi ritorneremo nell’interpretazione
generale dei processi di contrasto (§ 17, 10).

    26_a_. Posto il principio del parallelismo fra la sensazione
  e il processo fisiologico d’eccitamento come base delle nostre
  ipotesi sui processi che hanno luogo nella retina, ne seguirà
  necessariamente che alla relativa indipendenza delle sensazioni
  acromatiche nel loro rapporto colle sensazioni cromatiche, dovrà
  corrispondere una dipendenza analoga pei processi fotochimici.
  Innanzi tutto possiamo spiegare nel modo più naturale _due_
  fatti, dei quali l’uno appartiene al sistema soggettivo delle
  sensazioni luminose, l’altro ai fenomeni della mescolanza
  oggettiva dei colori. Il primo consiste nella tendenza che ha
  ogni sensazione colorata, quando aumenti o diminuisca il grado
  di chiarore, a passare in una sensazione acromatica. Facilissima
  riesce la spiegazione di questa tendenza, se si ammette che ogni
  eccitazione di colore è fisiologicamente composta di due parti
  distinte, delle quali l’una corrisponde alla sensazione cromatica,
  l’altra all’acromatica. Con ciò si può mettere in relazione
  l’altra condizione, che, per un certo stimolo d’intensità media,
  l’elemento d’eccitazione colorata è relativamente fortissimo,
  mentre per valori di stimolo più grandi o più piccoli sempre
  più prepondera l’elemento acromatico. Il secondo di questi due
  fatti consiste in ciò, che ogni qual volta due colori contrari
  qualsivogliano siano tra loro complementari, cioè mescolati
  in opportuni rapporti quantitativi, producono una sensazione
  acromatica. Questo fatto riesce facilmente comprensibile, se si
  ammette che i colori contrari, i quali soggettivamente sono le
  differenze massime della sensazione, oggettivamente rappresentino
  processi fotochimici che si neutralizzano. Che in conseguenza
  di questa neutralizzazione sorga l’eccitamento acromatico,
  risulterà pure assai chiaro dall’ipotesi, che quell’eccitamento
  si accompagni sin dal principio ad ogni stimolazione colorata, e
  che però rimanga solo, tosto che contrari eccitamenti colorati si
  elidano fra loro. Questa ipotesi di un’indipendenza relativa dei
  due processi fotochimici delle sensazioni, acromatica e cromatica,
  è confermata dall’esistenza di uno stato anormale del senso della
  vista, talora innato, talora prodotto da processi patologici della
  retina, la _totale cecità ai colori_. Infatti in questa anomalia,
  per la quale ogni eccitazione luminosa è sentita o su tutta la
  retina o su alcune parti di essa, come chiarore puro, senza che
  sia frammischiato alcun colore, abbiamo la dimostrazione che
  l’eccitazione colorata e acromatica sono due processi fisiologici
  tutt’affatto distinguibili.

    Se noi usiamo della stessa veduta nel considerare il secondo
  processo che avviene nella retina, quello dell’_eccitazione
  colorata_, incontriamo anche qui due fatti analoghi. Il primo
  consiste in ciò, che due colori, i quali distino fra loro di
  un tratto limitato, danno luogo a un colore composto, che è
  eguale al colore semplice che sta fra essi. Questo fatto indica
  che l’eccitazione colorata è un processo il quale non varia
  collo stimolo fisico in modo continuo, come l’eccitazione
  sonora, ma in piccoli gradi, e si comporta precisamente così
  che questa variazione nel rosso e nel violetto, ad es., procede
  in grado maggiore che nel verde, perchè qui, in mescolanze di
  colori abbastanza vicine, si fanno già sentire le influenze
  complementari. Tale variazione graduale del processo corrisponde
  alla natura chimica di esso, poichè decomposizioni e composizioni
  chimiche devono sempre essere riferite a _gruppi_ di atomi o
  molecole. Il secondo fatto consiste in ciò, che alcuni colori
  corrispondenti ad una maggior differenza d’eccitazione hanno
  nel tempo stesso soggettivamente, come colori contrari, il
  significato di differenze massime, e oggettivamente, come colori
  complementari, il significato di processi neutralizzantisi.
  Processi chimici possono neutralizzarsi solo quando siano
  di opposta natura. Due eccitazioni luminose complementari
  si comportano fra loro quindi in modo analogo ai processi
  dell’eccitazione chiara ed oscura che agiscono in senso
  contrario nell’eccitazione acromatica. Tuttavia qui si danno
  due differenze essenziali. In primo luogo una tale antitesi
  nell’eccitazione cromatica esiste non _una sol volta_, ma per
  ogni colore distinguibile nella sensazione, cosicchè ciascuno
  dei gradi dell’eccitazione cromatica fotochimica, che dobbiamo
  ammettere secondo i risultati della mescolanza di colori affini,
  possiede anche un certo grado di azione complementare. In
  secondo luogo i colori contrari costituiscono i massimi della
  differenza soggettiva delle sensazioni, fra i quali hanno luogo
  neutralizzazioni della differenza se da ciascuno di questi colori
  contrari, si procede non solo in _una_ direzione, come per bianco
  e nero, ma in _due_ fra loro opposte; in modo corrispondente
  è possibile elidere anche oggettivamente nelle due stesse
  direzioni l’azione complementare dei colori contrari. Come dal
  complementarismo dei colori contrari si conchiuse all’opposizione
  dei corrispondenti processi chimici, con egual diritto da quella
  bilaterale neutralizzazione si può conchiudere che al ritorno
  della linea dei colori nel suo punto di partenza corrisponde un
  ritorno di processi affini. L’intero processo dell’eccitazione
  cromatica, quale si compie nella variazione continua delle
  lunghezze dell’onde della luce oggettiva, cominciando dal
  rosso estremo e terminando da ultimo, dopo aver oltrepassato il
  violetto, per l’aggiunta delle mescolanze di porpora, al punto di
  partenza; dev’essere concepito, come una serie indeterminatamente
  grande di processi fotochimici. Questi costituiscono insieme
  un _processo circolare_ in sè chiuso, nel quale ad ogni grado
  corrisponde un grado contrario che neutralizza il primo, e a
  questo due passaggi in direzioni opposte.

    Nulla noi sappiamo del numero dei gradi fotochimici, che
  sono complessivamente presenti in questo processo circolare.
  I tentativi più volte fatti di ridurre tutte le sensazioni di
  colore al più piccolo numero possibile di tali gradi, mancano di
  sufficiente fondamento. O i risultati della mescolanza fisica
  dei colori sono in essi riconosciuti senz’altro come processi
  fisiologici: come nell’ipotesi dei tre colori fondamentali,
  rosso, verde, violetto, dalla diversa mescolanza dei quali devono
  derivare tutte le sensazioni luminose, anche le acromatiche
  (ipotesi di Young-Helmholtz); oppure si parte dall’ipotesi
  psicologicamente insostenibile, che le denominazioni dei colori
  siano sorte non dall’influenza di certi oggetti esterni, ma dal
  reale significato delle sensazioni corrispondenti (vedi sopra
  pag. 50); si ammette che, dati quattro colori fondamentali, le due
  copie di contrari, rosso e verde, giallo e bleu, siano i sostrati
  delle sensazioni di colore, alle quali per le sensazioni pure di
  chiarore si contrappone un’altra copia di contrari, nero e bianco;
  mentre tutte le altre sensazioni di luce, come grigio, aranciato,
  violetto, ecc., sono per determinazione soggettiva e oggettiva
  sensazioni composte (ipotesi di Hering). In appoggio così della
  prima come della seconda ipotesi, si sono portati innanzi i casi
  non rari di _parziale cecità ai colori_. I sostenitori dei tre
  colori fondamentali affermavano che tutti questi casi dovessero
  essere ricondotti alla mancanza della sensazione o di rosso o
  di verde, o talora anche di ambedue. I sostenitori dei quattro
  colori fondamentali opinavano che la parziale cecità ai colori
  si riferisse sempre a due dei colori fondamentali che stanno
  fra loro in contrapposizione, epperò o cecità per il rosso e il
  verde, o per il giallo ed il bleu. Un esame spregiudicato dei
  ciechi ai colori non conferma nessuna di queste affermazioni. Se
  la teoria dei tre colori fondamentali non è in grado di spiegare
  la totale cecità ai colori, contro la teoria dei quattro colori
  stanno i casi di cecità per il solo rosso o per il solo verde.
  Ambedue le ipotesi poi non rispondono ai casi non dubbi, nei quali
  specialmente alcune parti dello spettro, che non corrispondono a
  nessuno dei tre o dei quattro colori presi come fondamentali, sono
  vedute come acromatiche. L’unica cosa che si può dire allo stato
  delle nostre cognizioni si è, che ogni sensazione luminosa si basa
  verosimilmente sulla connessione di due processi fotochimici:
  di uno _acromatico_, il quale risulta alla sua volta di una
  decomposizione preponderante in una intensità piuttosto forte di
  luce, e di una restituzione che predomina in una luce più debole:
  e di un processo _cromatico_, il quale varia così gradatamente,
  che la serie complessiva delle decomposizioni fotochimiche
  costituisce un _processo circolare_, nel quale i prodotti della
  decomposizione di due gradi posti in una distanza relativamente
  grandissima, si neutralizzano a vicenda[12].

    Le diverse modificazioni che si osservano nella retina ancor
  viva in seguito all’azione luminosa, vengono in appoggio alla
  teoria di un processo fotochimico: così il lento passaggio allo
  stato incolore della sostanza rossa, che si vede nella retina non
  illuminata (imbiancamento della porpora visiva) e i microscopici
  passaggi del protoplasma pigmentato fra gli elementi senzienti, i
  bastoncini e i coni; infine le variazioni di forma degli stessi
  coni e bastoncini. I tentativi di collegare questi fenomeni ad
  una teoria fisiologica dell’eccitazione luminosa sono decisamente
  prematuri. È assai verosimile che colla differenza di forma dei
  due elementi, dei coni e dei bastoncini, si connettano anche
  differenze di funzione. Poichè precisamente il centro della
  retina, che è la regione della vista diretta dell’uomo, contiene
  soli coni, mentre nelle parti laterali predominano i bastoncini;
  e poichè inoltre nella parte centrale, dove del resto manca la
  porpora visiva, la distinzione dei colori è assai più completa che
  nelle regioni laterali, le quali sono d’altra parte più sensibili
  ai gradi di chiarore; vien naturale il supporre che queste
  differenze si connettano colle proprietà fotochimiche dei coni e
  dei bastoncini. Ma anche qui manca ancora la dimostrazione.



§ 7. — I sentimenti semplici.


1. I sentimenti semplici, come nel § 5 fu notato, sorgono in una
moltiplicità assai più varia che le sensazioni semplici, perciò
che anche quei sentimenti che noi osserviamo legati solo a processi
rappresentativi più o meno composti, sono di natura semplice (pag. 27),
così, ad es., il sentimento dell’armonia sonora è tanto semplice quanto
il sentimento collegato ad un suono isolato. Benchè più sensazioni
sonore siano richieste per produrre un’armonia sonora, e benchè
questa nel suo contenuto di sensazione sia una formazione composta,
le qualità sentimentali di certi accordi armonici sono nondimeno così
diverse dai sentimenti legati ai singoli toni, che quelle al pari di
questi rappresentano unità soggettivamente del tutto inscindibili.
Un’essenziale differenza consiste solo in ciò, che quei sentimenti
che corrispondono a semplici sensazioni, possono essere isolati
dalla connessione della nostra esperienza, usando lo stesso metodo
dell’astrazione, di cui noi ci serviamo per la determinazione delle
sensazioni semplici (pag. 30). All’opposto quel sentimento semplice,
che è legato a una qualsiasi formazione composta di rappresentazioni,
non può mai essere separato dai sentimenti che entrano in quella
formazione come complemento soggettivo delle sensazioni; così, ad es.,
è impossibile sciogliere il sentimento d’armonia dell’accordo _do, mi,
sol_, dai sentimenti semplici dei toni _do, mi_ e _sol_. Questi cedono
forse davanti a quello, perchè si combinano con quello, come più tardi
vedremo (§ 12, 3 _a_), in un unico _sentimento totale_, ma non è mai
possibile eliminarli naturalmente.

2. Il sentimento collegato ad una sensazione semplice è detto
_sentimento sensoriale_[13], od anche _tono sentimentale della
sensazione_. Ambedue queste espressioni sono capaci in senso opposto
di erronee interpretazioni; la prima, perchè si è portati a intendere
come “sentimento sensoriale„ non soltanto una parte dell’esperienza
immediata che possa essere isolata mediante astrazione, ma una
parte che si presenti realmente isolata; la seconda, perchè il “tono
sentimentale„ potrebbe essere considerato una qualità sentimentale
che va invariabilmente unita alla sensazione, allo stesso modo che il
“tono del colore„ è una parte necessaria a costituire una sensazione
di colore. In verità il sentimento sensoriale non può presentarsi
senza una sensazione, come un sentimento dell’armonia sonora non può
essere senza sensazioni sonore. Se il sentimento di dolore od anche
i sentimenti di pressione, di caldo, di freddo o muscolari ed altri,
furono talvolta indicati come sentimenti sensoriali indipendenti,
ciò deriva dalla confusione ancora comune in fisiologia dei concetti
di sentimento e di sensazione (pag. 29); confusione per la quale
ora si chiamano sentimenti alcune sensazioni, come quelle del tatto,
ora si trascura in altre sensazioni che, come le dolorifiche, sono
accompagnate da forti sentimenti, la distinzione dei due elementi.
Nè meno falso sarebbe l’attribuire a una determinata sensazione un
sentimento ben stabilito qualitativamente e intensivamente. Riteniamo
piuttosto che la sensazione è soltanto _uno_ fra i molti fattori che
determinano un sentimento esistente in un dato momento, perchè oltre ad
essa hanno sempre parte essenziale processi antecedenti e disposizioni
persistenti, insomma condizioni che noi nel singolo caso possiamo
intravvedere soltanto frammentariamente. Il concetto del “sentimento
sensoriale„ o del “tono sentimentale„ è quindi per doppio rispetto il
prodotto di un’analisi e di un’astrazione; in primo luogo noi dobbiamo
distinguere il sentimento semplice dalla sensazione pura concomitante;
in secondo luogo, fra gli elementi sentimentali variamente mutabili
che possono essere uniti sotto diverse condizioni ad una determinata
sensazione, noi dobbiamo ritenere quello più costante, nel quale
manchino, quant’è mai possibile, tutte le influenze che potrebbero
perturbare o complicare un semplice effetto di sensazione.

Fra queste condizioni la prima si può ottenere in modo relativamente
facile, quando si tenga presente il valore psicologico dei concetti
di sensazione e sentimento; la seconda invece molto difficilmente.
Specialmente nei due sistemi più perfetti delle sensazioni di suono e
di luce in verità non è mai possibile l’allontanare completamente tali
influssi _indiretti_. Si può giungere al puro tono sentimentale della
sensazione solo usando lo stesso metodo che ha servito all’astrazione
della sensazione pura (pag. 22): si potrà quindi ammettere che alla
sensazione, come tale, appartenga soltanto quel tono sentimentale, il
quale rimanga costante ad ogni variazione delle condizioni. Ma quant’è
facile applicare questa regola alle sensazioni, altrettanto è difficile
nel caso dei sentimenti, perchè quelle influenze secondarie sono per lo
più saldamente legate alla sensazione, allo stesso modo che l’influenza
primaria del tono sentimentale. La sensazione verde, ad esempio,
risveglia quasi inevitabilmente la rappresentazione della vegetazione
verde, ed essendo a questa rappresentazione collegati sentimenti
complessi, la natura dei quali può essere affatto indipendente dal tono
sentimentale del color verde, non è possibile determinare senz’altro,
se il sentimento osservato nell’effetto dell’impressione sia un puro
tono sentimentale, oppure un sentimento svegliato da rappresentazioni
concomitanti od un insieme dei due.

    2_a_. Questa difficoltà ha dato occasione ad alcuni psicologi di
  oppugnare l’esistenza di un puro tono sentimentale. Essi affermano
  che ogni sensazione suscita alcune rappresentazioni concomitanti,
  le quali soltanto producono l’effetto sentimentale. Ma a questa
  teoria contrastano già i risultati ottenuti nelle sensazioni
  di luce, modificando sperimentalmente le condizioni. Se le sole
  rappresentazioni fossero decisive per l’origine dei sentimenti,
  questi dovrebbero essere fortissimi quando il contenuto sensibile
  dell’impressione è al massimo grado simile al contenuto di
  quelle rappresentazioni. Ma questo non è il caso. Piuttosto il
  tono sentimentale di un colore è massimo, se il suo grado di
  saturazione raggiunge un massimo. Pertanto il tono sentimentale
  più intenso corrisponde ai colori spettrali puri osservati
  in ispazio oscuro, e questi sono per lo più molto diversi dai
  colori degli oggetti naturali, ai quali potrebbero riferirsi le
  rappresentazioni concomitanti. Così pure non si può sostenere
  con ragione la teoria che riconduce senz’altro i sentimenti di
  suono alle rappresentazioni. Senza dubbio ogni singolo suono
  può svegliare note rappresentazioni musicali; ma d’altra parte
  la costanza colla quale certe qualità sonore sono scelte ad
  esprimere certi sentimenti, ad es., i suoni profondi, ad esprimere
  gravità e tristezza, è comprensibile solo, se alle sensazioni
  semplici sonore va aggiunto un tono sentimentale corrispondente.
  Il circolo nel quale si aggira chi deriva questi sentimenti da
  rappresentazioni associate, diventa ancor più manifesto quando si
  passi alle sensazioni dell’olfatto del gusto, ed alle sensazioni
  generali. Se, ad esempio, il tono sentimentale piacevole o
  spiacevole di una sensazione gustativa può essere accresciuto
  dal ricordo della medesima impressione già avuta, questo è
  solo possibile per ciò, che l’impressione era stata piacevole o
  spiacevole già in quel suo effetto anteriore.

3. La varietà dei sentimenti sensoriali semplici è assai grande.
I sentimenti che corrispondono a un certo sistema di sensazioni
costituiscono sempre un sistema, nel quale ad ogni variazione
qualitativa o intensiva della sensazione va generalmente parallela una
variazione qualitativa o intensiva del tono sentimentale. Ma nello
stesso tempo queste variazioni relative nel sistema dei sentimenti
si comportano in modo essenzialmente diverso dalle variazioni
corrispondenti nel sistema delle sensazioni; cosicchè anche per ciò
è impossibile considerare il tono sentimentale come terzo elemento
costitutivo della sensazione, analogo all’intensità e alla qualità.
Se si varia l’intensità della sensazione, il tono sentimentale può
mutare non solo intensivamente, ma anche qualitativamente, e se si
varia la qualità della sensazione, il tono sentimentale muta non solo
qualitativamente, ma anche intensivamente. Se, ad es., si aumenta la
sensazione di dolce, il tono sentimentale passa alla fine da gradito a
sgradito; se la sensazione dolce passa a poco a poco o in acido o in
amaro, si nota che l’acido, e ancor più l’amaro, produce, per eguale
intensità di sensazione, un’eccitazione sentimentale più forte che
il dolce. _Ogni variazione nella sensazione è pertanto generalmente
accompagnata da una doppia variazione nel sentimento_. Ma anche per
il modo con cui ogni variazione d’intensità ed ogni variazione di
qualità del tono sentimentale sono fra loro legate, conformemente
al principio esposto nel § 5 (pag. 26), risulta che ogni variazione
del sentimento procedente in _una_ dimensione, si muove, non come la
corrispondente variazione della sensazione, fra differenze massime, ma
fra _contrarii_.

4. In conseguenza di questo principio, alle massime differenze
qualitative della sensazione corrispondono nel sentimento
_qualitativamente_ i massimi contrari, _intensivamente_ i valori
massimi, i quali o sono di eguale grandezza, o tendono almeno ad
esserlo, a seconda della speciale proprietà dei contrari qualitativi;
al punto medio fra i due contrari corrisponde il valore d’intensità
zero, fintanto che si consideri solo la dimensione cui i contrari
appartengono. Però questo valore d’intensità zero può essere avvertito
solo quando il corrispondente sistema di sensazione è un sistema
_assolutamente unidimensionale_; in tutti gli altri casi il punto
medio neutro, che esiste in rapporto ad una determinata di sensazione,
suole appartenere contemporaneamente anche ad un’altra dimensione
di sensazione, o persino ad una pluralità di dimensioni, in cui gli
spettano sempre valori di sentimenti determinati. Così, ad es., i
colori dello spettro giallo e bleu sono colori contrari, ai quali
appartengono anche opposti toni sentimentali. Se ora nella serie dei
colori si passa a poco a poco dal giallo al bleu, il verde dovrebbe
essere il punto di mezzo neutro fra i due. Ma il verde sta alla sua
volta in un contrasto sentimentale col suo proprio colore contrario,
la porpora, ed oltre a ciò forma, come ogni colore saturato, l’estremo
di una serie che contiene i passaggi dello stesso tono di colore al
bianco. Il sistema delle sensazioni semplici di suono costituisce
un continuo ad _una sola_ dimensione, ma qui per l’appunto noi non
possiamo isolare mediante astrazione i toni sentimentali corrispondenti
come facciamo colle sensazioni pure, perchè la realtà ci offre non
solo passaggi tra suoni di diversa altezza, ma anche passaggi fra il
suono assolutamente semplice e il rumore composto da un complesso
di suoni semplici. Conseguenza di questa condizione è, che ad ogni
sistema di sensazioni pluridimensionale corrisponde un sistema di
toni sentimentali incrociantisi, nel quale ogni punto appartiene
generalmente nello stesso tempo a più dimensioni sentimentali, cosicchè
il tono sentimentale corrispondente è una risultante di elementi
sentimentali posti in dimensioni di sensazioni diverse. Donde deriva
che nel campo della graduazione qualitativa del sentimento, non è
possibile fare una distinzione fra sentimenti semplici e composti. Il
sentimento corrispondente ad una data sensazione semplice, a causa
delle proprietà suddimostrate, generalmente è già un prodotto di
una fusione di più elementi semplici, pur essendo indivisibile al
pari di un sentimento di natura originariamente semplice (v. sotto
§ 12, 3). Un’ulteriore conseguenza di questa proprietà è che il
punto di mezzo neutro tra opposte qualità sentimentali può essere un
contenuto della nostra esperienza solo nei casi speciali, nei quali
il tono sentimentale, appartenente a una determinata sensazione,
corrisponde ai punti di mezzo neutri di tutte le dimensioni, alle
quali esso contemporaneamente spetta. Pei sistemi di sensazioni a
più dimensioni, specie in quelli della vista e dell’udito questa
condizione limite è pressochè adempiuta in modo manifesto, appunto
in quei casi nei quali è di un valore pratico speciale per lo
svolgimento indisturbato dei processi sentimentali. Qui da una parte
le sensazioni di luce acromatica aventi un chiarore medio, e i gradi
di saturazione dei colori a piccola graduazione che si aggiungono a
quelle; dall’altra parte le impressioni sonore dell’ambiente comune,
le quali stanno proprio tra i suoni e i rumori, come, ad es., la voce
umana, costituiscono le zone neutre d’indifferenza della tonalità
sentimentale, dalla quale si distaccano i toni sentimentali più
intensivi corrispondenti alle qualità delle sensazioni più marcate.
In conseguenza di ciò i sentimenti composti che corrispondono alle
varie combinazioni rappresentative delle sensazioni, possono in questi
casi svilupparsi quasi indipendentemente dai sentimenti sensoriali
concomitanti.

5. In modo di gran lunga più semplice si costituiscono le graduazioni
qualitative e intensive dei sentimenti semplici che vanno parallele ai
_gradi d’intensità della sensazione_. Nella loro forma più perspicua,
esse si osservano nei sistemi uniformi delle sensazioni del senso
generale. Essendo ciascuno di questi sistemi qualitativamente uniforme,
così da essere geometricamente rappresentato in modo approssimativo
da un unico punto, alle variazioni intensive della sensazione che
rimangono, possono andar parallele variazioni del sentimento anche
soltanto a una dimensione che si muovon tra due opposti. Perciò qui è
sempre facile osservare la zona neutra d’indifferenza: essa corrisponde
a quelle sensazioni moderate di pressione, di caldo, di freddo, che
sono legate all’intensità normale media degli stimoli generali di
senso. I sentimenti semplici posti al di qua e al di là di questa
zona presentano un carattere decisamente contrario, in quanto gli uni
possono generalmente essere annoverati fra i sentimenti di piacere, gli
altri fra quelli di dispiacere (v. sotto 7). Di questi due sentimenti
contrari noi possiamo con sicurezza produrre soltanto i sentimenti
di dispiacere mediante l’aumento intensivo della sensazione. Nei
sistemi del senso generale, a causa dell’abitudine a stimoli moderati
si è prodotto per le intensità più deboli un così notevole aumento
in estensione della zona neutra, che di regola solo una serie di
sensazioni intensivamente o qualitativamente molto diverse determina
ancora sentimenti distinti. In tali casi i sentimenti di piacere
corrispondono di regola a sensazioni d’intensità moderata.

In certe sensazioni dei sensi, del gusto e dell’olfatto è possibile,
indipendentemente da questa influenza del contrasto, osservare in modo
più completo la relazione fissa tra l’intensità della sensazione e
il tono sentimentale. Se qui per deboli sensazioni, col rinforzarne
l’intensità, il sentimento di piacere aumenta dapprima sino a un
massimo, ad una certa intensità media cade nel nulla per poi passare,
ad ulteriore aumento di sensazione, in un sentimento di dispiacere, il
quale cresce sino al massimo della sensazione.

6. La varietà qualitativa dei sentimenti semplici sembra sia
infinitamente grande, in ogni caso più grande che la varietà delle
sensazioni. Ciò dipende in primo luogo dal fatto che per i sentimenti
corrispondenti ai sistemi pluridimensionali delle sensazioni, ogni
punto di sensazione appartiene contemporaneamente a più dimensioni di
sentimento (pag. 63); in secondo luogo e principalmente, dal fatto
che alle formazioni diversissime, consistenti di varie combinazioni
di sensazioni, come alle rappresentazioni intensive, spaziali,
temporali, infine a certi stadi nel decorso delle emozioni e dei
processi di volere corrispondono egualmente sentimenti che sono in sè
indecomponibili e che perciò devono essere annoverati tra i sentimenti
semplici (pag. 59).

Tanto più è quindi a deplorare che la lingua presenti per i sentimenti
semplici denominazioni ancora più scarse che per le sensazioni.
La terminologia propria dei sentimenti si limita tutt’affatto al
risalto di certi contrari generali, come piacere e dispiacere,
gradito e sgradito, serio e lieto, eccitato e tranquillo e così via;
determinazioni, per le quali si ricorre per lo più agli affetti, nei
quali i sentimenti entrano come elementi. Oltre a ciò quell’espressioni
sono di natura così generale, che ciascuna può abbracciare un numero
piuttosto grande di singoli sentimenti semplici. In altri casi, per la
descrizione di sentimenti legati a più semplici impressioni si ricorre
a rappresentazioni complicate, alle quali corrispondono sentimenti di
simile carattere: così, ad es., _Goethe_ nella sua descrizione dei
sentimenti dei colori, e molti compositori di musica nei sentimenti
di suono. Questa povertà della lingua nelle designazioni specifiche
di sentimento è una conseguenza psicologica della natura soggettiva
dei sentimenti, a causa della quale qui vengono meno tutti quei
motivi dell’esperienza della vita pratica, dai quali sono sorte le
denominazioni degli oggetti e delle loro proprietà. Il conchiudere da
ciò a una corrispondente povertà delle qualità semplici dei sentimenti
è un errore psicologico, che può essere tanto più fatale, in quanto
rende impossibile sin dal principio un’indagine sufficiente dei
processi complessi del sentimento.

7. Per le suindicate difficoltà una completa enumerazione di tutte
le possibili qualità semplici del sentimento appare meno probabile
che una simile enumerazione delle sensazioni. Essa non potrebbe
venire effettuata, anche perchè i sentimenti, secondo le suddescritte
proprietà, non costituiscono, come le sensazioni di suono, di luce, di
gusto, sistemi in sè chiusi, ma una varietà dappertutto connessa (pag.
28), e perchè da una combinazione di sentimenti sorgono nuovamente
sentimenti, i quali possiedono un carattere non solamente unitario
ma semplice (pag. 59). Nella varietà dei sentimenti consistente di
un gran numero di qualità diverse e graduate con la massima finezza
si distinguono però diverse _direzioni principali_, che si estendono
fra sentimenti contrari di carattere predominante. Tali direzioni
fondamentali del sentimento sono sempre espresse da _due_ denominazioni
che indicano quei contrari. Ogni determinazione deve però essere
considerata solo come un’espressione collettiva che abbraccia una
quantità di sentimenti varianti per ogni individuo.

In questo senso si possono fissare tre direzioni principali: le
diremo: direzioni del _piacere_ e del _dispiacere_[14], dei sentimenti
_irritanti_ e _calmanti_ (eccitanti e deprimenti) infine dei
sentimenti di _tensione_ e di _sollievo_. Un sentimento individuale
può appartenere, o a tutte queste direzioni, o soltanto a due di esse,
oppure anche ad una sola. Ed è appunto solo per questa possibilità, che
noi siamo capaci di distinguere le direzioni accennate. La combinazione
di diverse direzioni di sentimento, appunto quella che più spesso ci si
offre, allato al suaccennato (pag. 62) influsso del sovrapporsi di vari
effetti sentimentali, dimostra che la natura generale dei sentimenti
esige bensì una zona d’indifferenza, ma che noi di fatto non ci
troviamo forse mai in uno stato che sia del tutto privo di sentimenti.

8. Come esempi di forme pure di piacere e di dispiacere noi possiamo
considerare i sentimenti legati a sensazioni del senso generale e
anche all’impressioni dell’olfatto e del gusto. Per una sensazione
di dolore, ad esempio, noi proviamo un sentimento di dispiacere
di solito non mescolato ad alcuna delle altre forme sentimentali.
Sentimenti eccitanti e deprimenti osserviamo collegati a sensazioni
pure specialmente nelle impressioni di colore e di suono: così il
colore rosso agisce come eccitante ed il bleu come calmante. Infine
sentimenti di tensione e di sollievo sono legati al decorso dei
processi; nell’attesa di uno stimolo di senso si osserva un sentimento
di tensione; al prodursi di un avvenimento aspettato un sentimento
di sollievo. Tanto l’attesa quanto il soddisfacimento dell’attesa
possono essere accompagnati da un sentimento di eccitazione, oppure
anche a seconda di condizioni speciali da sentimenti di piacere o
dispiacere; ma questi altri sentimenti possono anche del tutto mancare,
dove i sentimenti di tensione o di sollievo, come pure le sunnominate
direzioni principali si danno a riconoscere quali forme speciali che
non possono essere ridotte ad altre. Una tale decomposizione è invece
possibile per un gran numero di sentimenti, i quali tuttavia possiedono
nelle loro qualità, allo stesso modo dei sentimenti sin qui ricordati,
il carattere di sentimenti semplici. I sentimenti della serietà e
dell’allegria, quando essi sono collegati; ad esempio, all’impressioni
sensibili di suoni profondi od alti, di colori oscuri o chiari,
possono essere sentiti come qualità speciali che stanno oltre alla
zona d’indifferenza, tanto nella direzione dei sentimenti di piacere
o dispiacere, quanto in quella dei sentimenti eccitanti e deprimenti.
Solo che qui si deve tenere presente che piacere e dispiacere,
eccitazione e calma non indicano singole qualità del sentimento, ma
_direzioni_ del sentimento, entro le quali si dànno qualità semplici
in numero indeterminatamente grande, così che, ad es., il sentimento
spiacevole della serietà non solo è diverso da quello dello stimolo
dolorifico tattile, o della dissonanza, ma la serietà stessa può in
diversi casi variare nella sua qualità. Inoltre le direzioni del
piacere e del dispiacere si combinano con quelle della tensione e
del sollievo nei sentimenti ritmici, dove la successione regolare di
tensione e di sollievo è collegata al piacere, la perturbazione di
questa regolarità invece al dispiacere, come nella delusione e nella
sorpresa; mentre oltre a ciò il sentimento in ambedue i casi può avere
ancora, a seconda delle circostanze, un carattere eccitante o calmante.

9. Questi esempi confermano nell’opinione, che le tre direzioni
fondamentali dei sentimenti semplici dipendono dalle relazioni, nelle
quali un singolo sentimento sta al _decorso dei processi psichici_.
Entro questo decorso ogni sentimento ha infatti generalmente un
_triplice_ significato, in quanto esso: 1) esprime una modificazione
dello stato _presente_ in un dato momento; questa modificazione
è designata dalla direzione dei sentimenti di _piacere_ e di
_dispiacere_; 2) esercita un’influenza sullo stato _seguente_;
quest’influenza si può distinguere secondo i suoi contrari in
_eccitamento_ e in _inibizione_ (acquetamento); 3) è determinato nella
sua natura dallo stato _precedente_, l’effetto del quale si dimostra
nelle forme della _tensione_ e del _sollievo_. Queste condizioni
lasciano anche supporre, che non ci siano altre direzioni fondamentali
dei sentimenti.

    9_a_. Fra le tre direzioni principali di sentimenti ora distinte
  è stata di solito presa in considerazione solo quella di piacere
  e di dispiacere, le altre erano annoverate tra le emozioni.
  Poichè le emozioni, come vedremo nel § 13, sono combinazioni di
  sentimenti secondo leggi, è chiaro che le forme fondamentali
  delle emozioni debbano già essere preformate negli elementi
  sentimentali. Alcuni psicologi hanno inoltre considerato il
  piacere e il dispiacere, non come concetti collettivi riferentisi
  a una grande varietà di sentimenti singoli, ma come riferentisi
  a stati concreti pienamente uniformi, così che, ad es., il
  dispiacere del dolore di denti, di un insuccesso intellettuale,
  di un avvenimento tragico, ecc., dovrebbero nel loro contenuto
  sentimentale essere identici. Altri ancora cercarono identificare
  i sentimenti con speciali sensazioni, e precisamente colle
  sensazioni della pelle e muscolari. Queste teorie lasciano
  senza risposta i problemi dei processi sentimentali composti,
  come pure di tutta l’estetica e l’etica, oppure esse, ad
  imagine della psicologia volgare, ricorrono a interpretazioni
  intellettualistiche. Si suole in questo caso dapprima annullare
  l’effetto estetico mediante riflessioni logiche su di esso,
  per poi affermare che queste riflessioni sono l’effetto stesso.
  Piuttosto si potrebbe ammettere che le sei classi di sentimenti,
  che si ottengono dalle tre suddistinte direzioni (piacere,
  dispiacere, eccitazione, inibizione, tensione, sollievo), siano
  già di per sè stesse qualità semplici concrete, nelle quali si
  formino differenze qualitative soltanto per le diverse intensità
  e mescolanza dei fattori. Ma contro ciò sta l’osservazione dei
  sentimenti semplici, specialmente di colore e di suono. Quando,
  ad es., si fa variare il colore bleu puro dello spettro dal bleu
  cielo profondo all’indaco-bleu, si ottiene in ambedue i casi
  l’impressione di riposo propria di questo colore, ma in una
  tonalità alquanto diversa, che difficilmente si può spiegare,
  supponendo che si sia introdotta un’altra direzione sentimentale.
  La teoria delle tre coppie uniformi di sentimento ancora meno
  potrebbe bastare a spiegare quei sentimenti che sono legati a
  impressioni composte. Così l’accordo della terza maggiore, della
  quarta e quinta è accompagnato da sentimenti di piacere diversi
  non solo intensivamente, ma anche qualitativamente. La mancanza
  di designazioni nel linguaggio rende senza dubbio più difficile
  la sicura distinzione di tali gradazioni dei sentimenti. Ma
  questa mancanza può tanto meno essere riferita a una mancanza dei
  sentimenti stessi, in quanto essa in questo caso trova spiegazione
  in altre ragioni. Una conferma alla nostra conclusione ci è data
  dalle sensazioni, per le quali il numero dei nomi è più grande,
  a causa della loro continua applicazione oggettiva, senza che
  però esso raggiunga, anche solo lontanamente, la moltitudine
  delle qualità soggettivamente distinguibili nelle sensazioni,
  principalmente poi per le sensazioni di suono, di colore, di luce.

10. Si è posta la questione, se ai sentimenti semplici, alla stessa
guisa che alle sensazioni, corrispondano determinati _processi
fisiologici_. Mentre la vecchia psicologia propendeva a negare tale
questione, e a contrapporre il sentimento come uno stato interno
puramente psichico alle sensazioni suscitate dal mondo esterno, in più
recente tempo si è di solito risposto affermativamente, senza tuttavia
potersi appoggiare ad una sufficiente dimostrazione empirica.

Senza dubbio le nostre teorie sui fenomeni fisiologici, concomitanti
ai sentimenti, devono avere a guida processi fisiologici realmente
dimostrabili; così come le teorie sui fondamenti fisiologici delle
sensazioni si uniformarono ai risultati delle ricerche sulla struttura
e funzione degli organi di senso. Avuto riguardo alla natura soggettiva
dei sentimenti, tali processi concomitanti non dovranno essere
cercati, come per la sensazione, in processi che siano direttamente
prodotti nell’organismo da azioni esterne, ma piuttosto in processi che
sorgano come _effetti_ a quelli suscitati direttamente. Su questa via
c’indirizza pure l’osservazione delle formazioni composte di elementi
sentimentali, delle emozioni e dei processi volitivi, come quelle che
sono accompagnate da fenomeni fisiologici chiaramente percettibili,
i quali presentano sempre esteriori movimenti corporei o alterazioni
nello stato degli organi esterni di movimento.

Mentre l’analisi delle sensazioni e delle formazioni psichiche, che da
esse derivano, è fondata sull’uso diretto del _metodo d’impressione,_
l’indagine dei sentimenti semplici e dei processi, che sono composti
di sentimenti, può giovarsi solo in modo indiretto di questo metodo.
Invece il _metodo dell’espressione_, cioè la ricerca degli effetti
fisiologici di processi psichici, è in modo speciale adatto per lo
studio dei sentimenti e dei processi composti di sentimenti, perchè,
come l’esperienza dimostra, tali effetti sono regolarmente sintomi
dei processi sentimentali. In questo senso si può, per aiutare il
metodo dell’espressione, trarre vantaggio da tutte le manifestazioni,
nelle quali si danno a conoscere esteriormente gli stati interni
dell’organismo. A tale ordine di manifestazioni appartengono, insieme
ai movimenti dei muscoli esterni, i movimenti della respirazione e del
cuore, le contrazioni e le dilatazioni dei vasi sanguigni delle diverse
parti del corpo, la dilatazione e il restringimento della pupilla, e
altre simili. Il più sensibile di questi sintomi è il moto cardiaco,
di cui ci da un’imagine fedele il polso esaminato ad una arteria
periferica. Nel caso dei sentimenti semplici mancano generalmente tutte
le altre manifestazioni; soltanto per una grande intensità di essi, per
la quale essi passano nel tempo stesso continuamente in emozioni, si
presentano anche altri sintomi, specialmente alterazioni di respiro e
movimenti mimici.

11. Fra le suricordate direzioni di sentimenti, i sentimenti di
_piacere_ e di _dispiacere_ sono specialmente quelli, pei quali è stata
dimostrata una regolare relazione ai movimenti del polso. Essa consiste
in un rallentamento e rinforzamento del polso per i sentimenti di
piacere, in un acceleramento e indebolimento per quelli di dispiacere.
Per le altre direzioni le modificazioni intervenute possono essere
argomentate con una certa verosimiglianza solo dagli effetti delle
emozioni corrispondenti (§ 13,5). Pertanto i sentimenti _eccitanti_
sembrano manifestarsi solo con pulsazioni più forti, i _calmanti_ con
più deboli, senza alcuna contemporanea modificazione nella velocità;
i sentimenti di _tensione_ invece con polso più lento e indebolito,
quelli di _sollievo_ con polso accelerato e rinforzato. Appartenendo la
maggior parte dei sentimenti singoli a più direzioni, in molti casi la
pulsazione diventa complessa e si può al più conchiudere generalmente
per la preponderanza dell’una o dell’altra direzione del sentimento;
ma anche questa conclusione rimane incerta, fintanto ch’essa non viene
confermata da una diretta osservazione del sentimento.

    11_a_. I rapporti che offrono una certa probabilità, dopo
  le ricerche fin’ora fatte sui sintomi che il polso ci dà dei
  sentimenti e delle emozioni, sono rappresentati dallo schema
  seguente:

                                   Polso
                    _________________|________________
                   |                                  |
                 forte                             debole
       ____________|____________           ___________|_______
      |            |            |         |           |       |
  rallentato       |       accelerato  rallentato     |   accelerato
      |            |            |         |           |       |
   piacere    eccitazione   sollievo   tensione    calma  dispiacere
      |            |            |_________|           |       |
      |            |__________________________________|       |
      |_______________________________________________________|

    Come appare da questo schema, l’eccitazione e la calma si
  manifestano con sintomi del polso semplici, il piacere e il
  dispiacere, il sollievo e la tensione con sintomi doppi. Del
  resto questo schema, per lo più dedotto da complicati effetti di
  emozioni, abbisogna della conferma di ricerche, nelle quali si
  prenda cura d’isolare le principali direzioni del sentimento.
  Così pure le variazioni nei movimenti di respirazione e nella
  tensione muscolare ecc., aspettano ancora ulteriori indagini. Dal
  fatto che ogni sintomo si presta a più interpretazioni, appare
  anche che se un determinato sentimento è dato all’osservazione
  del psicologo, questi può conchiudere dai sintomi presenti a
  determinati effetti d’innervazione, ma non può mai dai sintomi
  fisiologici conchiudere all’esistenza di certi sentimenti. Da
  ciò segue che è inammissibile porre allo stesso livello rispetto
  al valore psicologico, il metodo dell’espressione e quello
  dell’impressione. Per la natura stessa della cosa, nell’arbitraria
  produzione e variazione dei processi psichici è possibile usare il
  solo metodo d’impressione. Il metodo d’espressione può dare sempre
  solo risultati, i quali sono in grado di spiegare i fenomeni
  fisiologici accompagnanti i sentimenti, non mai però la natura
  psicologica di questi.

    Specialmente le alterazioni osservate nel polso devono essere
  considerate come effetti di un mutamento nell’innervazione
  del cuore che parte dal centro di esso. Ora la fisiologia
  dimostra, che il cuore sta in connessione cogli organi centrali
  mediante un doppio sistema: mediante un sistema di _nervi di
  eccitamento_, che corrono nei nervi simpatici e indirettamente
  provengono dal midollo allungato, e mediante un sistema di _nervi
  d’inibizione_, che corrono nel X nervo cerebrale _(Vagus)_,
  ed hanno egualmente la loro origine nel midollo allungato. La
  regolarità normale della pulsazione dipende da un equilibrio
  tra le influenze dei nervi eccitanti e inibenti, pei quali,
  oltre che nel cervello, sono centri anche nel cuore stesso, nei
  gangli di esso: Ogni aumento e ogni diminuzione dell’energia
  cardiaca ammette in generale una doppia spiegazione: il primo
  può provenire dall’aumento dell’innervazione eccitante o dalla
  diminuzione di quella inibente, la seconda dalla diminuzione
  dell’eccitante e dall’aumento dell’inibente, e in ambedue i
  casi le due influenze possono anche combinarsi. Noi non abbiamo
  un espediente per la distinzione di queste possibilità; ma la
  circostanza che la stimolazione dei nervi d’inibizione ha un più
  rapido effetto di quella dei nervi d’eccitamento, può in molti
  casi offrirci una notevole probabilità per l’una o per l’altra
  supposizione. I sintomi che il polso dà dei sentimenti, seguono
  assai presto le sensazioni che li producono. Si può quindi con
  probabilità conchiudere che le variazioni dell’innervazione
  d’inibizione, proveniente dal cervello e guidata per il vago,
  siano specialmente quelle che noi osserviamo nei sentimenti e
  nell’emozioni. Epperò si può forse ammettere che alla tonalità
  sentimentale d’una sensazione corrisponda fisiologicamente una
  diffusione dei processi stimolatori dal centro di senso agli
  altri domini centrali, che stanno in rapporto colle origini dei
  nervi d’inibizione del cuore. Quali siano questi domini centrali
  noi ancora non lo sappiamo; ma la circostanza, che i sostrati
  fisiologici per tutti gli elementi della nostra esperienza
  psicologica appartengono con ogni probabilità alla corteccia
  cerebrale, rende accettabile quest’opinione anche per il campo
  centrale di quell’innervazione d’inibizione; mentre oltre a
  ciò le differenze essenziali delle proprietà dei sentimenti da
  quelle delle sensazioni non lasciano credere che quel centro sia
  identico ai centri di senso. Se si ammette una speciale regione
  corticale come organo di tali effetti, non vi è alcuna ragione per
  presupporre che ogni centro sensitivo abbia uno speciale centro di
  trasmissione, ma la piena omogeneità dei sintomi fisiologici ci
  fa credere piuttosto che esista un unico dominio, il quale debba
  essere una specie di organo centrale di collegamento fra i diversi
  centri di senso. (Sul particolare significato di una tale regione
  centrale e sulla sua probabile posizione anatomica v. più innanzi
  § 15, 2_a_).



II. — LE FORMAZIONI PSICHICHE



§ 8. — Concetto e divisione delle formazioni psichiche.


1. Per “formazione psichica„ noi intendiamo ogni parte composta della
nostra esperienza immediata, la quale si distingue per certi caratteri
da tutto l’altro contenuto dell’esperienza stessa, e in modo che essa è
appresa come un’unità relativamente indipendente, ed è stata designata
con un nome speciale, quando il bisogno pratico lo richiedeva. Il
procedimento di denominazione ha qui seguito la regola generalmente
tenuta dalla lingua; questa infatti si limita alla designazione delle
_classi_ e delle _speci_ principalissime, sotto le quali i fenomeni
possono essere assunti, mentre la distinzione delle formazioni
concrete è lasciata all’intuizione immediata. E però espressioni,
come rappresentazioni, emozioni, azioni del volere e simili, indicano
classi generali di formazioni psichiche, mentre espressioni, come
rappresentazioni visive, gioia, collera, speranza, ecc., indicano
singole speci contenute in ogni classe. Queste designazioni nate
dall’esperienza pratica d’ogni giorno, poichè si basano su caratteri
differenziali realmente esistenti, potranno essere mantenute anche
dalla scienza. Solo che questa deve rendersi conto tanto della natura
di ogni carattere, quanto del particolare contenuto delle singole forme
principali di formazioni psichiche, per dare ai singoli concetti un più
esatto significato. E qui sin dal principio si devono tener lontani
due pregiudizi, ai quali quelle originarie denominazioni facilmente
conducono: l’uno sta nell’opinione, che una formazione psichica sia un
contenuto assolutamente indipendente della nostra esperienza immediata;
l’altro sta nel credere che a certe formazioni, alle rappresentazioni,
ad es., spetti una specie di realtà _sostanziale_. In verità le
formazioni psichiche hanno soltanto il valore di unità _relativamente_
indipendenti che, come sono già per sè stesse composte di molteplici
elementi, così stanno fra loro in una connessione generale, nella
quale si collegano continuamente formazioni relativamente semplici
a formazioni più complesse. Inoltre le formazioni, allo stesso modo
degli elementi psichici, che sono in esse contenuti, non sono mai
oggetti, ma _processi_, che variano da un momento all’altro, e però si
possono pensare, fissati in un dato momento solo mediante un’arbitraria
astrazione, che è assolutamente indispensabile allo studio di alcuni di
essi (v. § 2; pag. 11).

2. Tutte le formazioni psichiche sono decomponibili in elementi
psichici, cioè in sensazioni pure e in sentimenti semplici. Ma questi
elementi, conformemente alle proprietà dei sentimenti semplici studiati
nel § 7, si comportano in modo essenzialmente diverso, in quanto
gli elementi sensibili, ottenuti mediante una tale scomposizione,
appartengono sempre a uno dei sistemi di sensazioni più su considerati;
mentre come elementi sentimentali si presentano non solo quelli che
corrispondono alle sensazioni pure contenute nella formazione psichica,
ma anche altri che nascono solo quando gli elementi si combinano in una
formazione. Perciò i sistemi qualitativi della sensazione rimangono
sempre costanti nello sviluppo delle più varie formazioni; laddove i
sistemi qualitativi dei sentimenti semplici continuamente crescono
in tale sviluppo. Con questa proprietà se ne collega un’altra, che
è in massimo grado caratteristica per la reale natura dei processi
psichici. Le proprietà delle formazioni psichiche non sono soltanto
prodotti della proprietà degli elementi psichici che in esse entrano,
ma in seguito alla combinazione degli elementi si aggiungono a quelle
sempre proprietà _nuove_, che sono particolari alle formazioni come
tali. Così una rappresentazione visiva contiene non solo la proprietà
delle sensazioni luminose, e insieme delle sensazioni dì posizione
e di movimento dell’occhio, ma oltre a ciò anche le proprietà
dell’ordine spaziale delle sensazioni, che queste in sè e per sè
non contengono affatto; oppure un processo volitivo non consiste
solo di rappresentazioni e sentimenti, nei quali i singoli atti del
processo possano venire scomposti, ma dalla combinazione di questi
atti risultano nuovi elementi sentimentali, che sono specificamente
particolari al processo volitivo composto. Ma qui anche le combinazioni
degli elementi di sensazione e di quelli sentimentali si comporta in
modo diverso, perchè pei primi, a causa della costanza dei sistemi
di sensazioni, sorgono non sensazioni _nuove_, ma particolari _forme
dell’ordine delle sensazioni_: queste forme sono le _varietà estensive
di spazio e di tempo;_ nelle combinazioni degli elementi sentimentali
si formano invece _nuovi sentimenti semplici_, i quali, congiunti
cogli originari, presentano unità sentimentali _intensive_ di natura
composta.

3. La divisione delle formazioni psichiche si fonda naturalmente
sugli elementi, dei quali esse constano. Diciamo _rappresentazioni_
le formazioni che sono, o in tutto o in preponderanza, costituite
da sensazioni; chiamiamo _moti d’animo_ quelle che in massima parte
constano di elementi sentimentali. Ma anche per le formazioni valgono
le stesse limitazioni che per i corrispondenti elementi; se quelle
sono ancor più di questi, sorte dall’immediata distinzione dei
reali processi psichici, non vi è però in fondo un puro processo
rappresentativo, come non vi è un moto d’animo puro; ma noi possiamo
soltanto astrarre nel primo caso da questo e nel secondo da quello.
Anche qui appare una relazione analoga a quella esistente tra gli
elementi, perchè per le rappresentazioni è possibile trascurare
gli stati soggettivi concomitanti, mentre la descrizione dei moti
d’animo deve sempre presupporre qualche rappresentazione. Queste
rappresentazioni però possono essere di assai varia maniera per le
singole speci e maniere dei moti d’animo.

Noi distinguiamo quindi tre forme principali di _rappresentazioni_:
1) rappresentazioni intensive; 2) rappresentazioni di spazio; e 3)
rappresentazioni di tempo; e similmente tre forme principali di _moti
d’animo:_ 1. composizioni intensive di sentimenti; 2. emozioni; 3.
processi volitivi. Le rappresentazioni di tempo costituiscono un punto
di passaggio fra le due forme fondamentali, perchè certi sentimenti
hanno una parte essenziale al sorgere di esse.



§ 9. — Le rappresentazioni intensive.


1. Noi diciamo rappresentazione intensiva una combinazione di
sensazioni, nella quale ogni elemento è legato a un secondo, proprio
nella stessa guisa che a un qualunque altro. In questo senso, ad es.,
l’accordo _re fa la_ è una rappresentazione intensiva. Le singole
combinazioni, nelle quali si può scomporre quell’accordo, in qualunque
ordine possano essere pensate, come _re fa, re la, fa re, fa la,
la re, la fa_, sono nell’apprendimento immediato fra loro di egual
valore. Questo appar chiaro, tosto che noi paragoniamo quell’accordo
con una serie di sensazione sonore identiche, dove _re fa, re la,
fa re, fa la_, ecc., sono rappresentazioni essenzialmente diverse.
Le rappresentazioni intensive possono quindi essere definite anche
come _combinazioni di elementi sensibili in un ordine permutabile a
piacimento_.

Per questa proprietà le rappresentazioni intensive non presentano alcun
carattere derivante dal modo in cui sono collegate le sensazioni,
carattere per il quale esse possano venir scomposte in singole
parti; ma una tale scomposizione è sempre possibile solo in base
alla diversità delle sensazioni componenti. Così noi distinguiamo
gli elementi dell’accordo _re fa la_, solo perchè in esso udiamo i
toni qualitativamente diversi _re, fa, la_. Questi singoli elementi
entro l’organica rappresentazione del tutto, possono però essere meno
nettamente distinti che nel loro stato isolato. Questo ritrarsi degli
elementi di fronte all’impressione del tutto, fatto che ha una grande
importanza in tutte le forme delle combinazioni rappresentative, noi
lo diciamo: _fusione delle sensazioni_, e nel caso speciale delle
rappresentazioni intensive: _fusione intensiva_. Se un elemento
è così intimamente legato ad un altro, che possa essere percepito
nel tutto solo mediante una non comune direzione dell’attenzione,
appoggiata dalla variazione sperimentale delle condizioni, diciamo
la fusione _perfetta_; se invece l’elemento si confonde pur sempre
nell’impressione totale, ma in modo che rimanga di per sè direttamente
riconoscibile nella sua propria qualità, diciamo la fusione
_imperfetta_. Diciamo infine _elementi predominanti_ quegli elementi,
che fanno prevalere sugli altri le loro qualità. Il concetto della
fusione nel senso qui definito è un concetto _psicologico_; esso
presuppone che gli elementi fusi nella rappresentazione possano di
fatto essere soggettivamente dimostrati; è chiaro che esso non deve
quindi essere confuso col concetto, tutt’affatto d’altro genere e
puramente fisiologico, della fusione d’impressioni esterne in un unico
processo di stimolazione. Se, ad es., si combinano colori complementari
del bianco, non si ha naturalmente alcuna fusione psicologica.

In realtà tutte le rappresentazioni intensive ammettono sempre anche
certi legami spaziali e temporali. Così, ad es., un accordo ci è sempre
dato come un processo che ha durata nel tempo, che noi, benchè spesso
solo indeterminatamente, riferiamo a una direzione qualsiasi nello
spazio. Ma poichè queste proprietà temporali e spaziali possono variare
a piacimento per un’eguale natura intensiva delle rappresentazioni,
si astrae da esse nello studio delle proprietà intensive delle
rappresentazioni.

2. Nelle _rappresentazioni del senso generale_ si dànno fusioni
intensive, quali combinazioni di sensazioni di pressione con sensazioni
di caldo o di freddo, di sensazioni di pressione o di temperatura con
sensazioni di dolore. Queste fusioni sono generalmente imperfette, e
talora nessun elemento predominante risalta decisamente sugli altri.
Più strette sono le combinazioni di certe _sensazioni dell’olfatto
e del gusto_; esse sono evidentemente favorite pel lato fisiologico
dalla vicinanza degli organi di senso, pel lato fisico dal regolare
combinarsi di certe azioni stimolanti nei due organi di senso. Di
solito le sensazioni più intensive sono le predominanti, e quando
questo predominio spetta alle sensazioni di gusto, l’impressione
composta è per lo più appresa come una qualità in tutto gustativa,
così che la maggior parte dei così detti, volgarmente, “sapori„ sono in
realtà composizioni di sapori o di odori.

Il _senso dell’udito_ presenta nella più ricca varietà rappresentazioni
intensive di tutti i gradi possibili di composizione. Fra esse quelle
relativamente più semplici, che stanno più vicine ai toni semplici,
sono i _suoni isolati_; forme più complesse sono date dagli _accordi_,
dai quali sotto certe condizioni e per la contemporanea connessione con
sensazioni semplici di rumore, sorgono i _rumori composti_.

3. Il _suono isolato_ è una rappresentazione intensiva, che consiste
di una serie di sensazioni sonore regolarmente graduate nella loro
qualità. Questi elementi, i _toni parziali_ del suono, costituiscono
una fusione perfetta, nella quale la sensazione del tono parziale più
basso si affaccia come l’elemento predominante. In base a questo, _tono
principale_, il suono è determinato in rapporto alla sua _altezza_. Gli
altri elementi, come toni più alti, sono detti _ipertoni_. Essi sono
percepiti tutt’insieme come una seconda parte determinante il suono,
che viene ad aggiungersi all’elemento predominante; come il _colore
del suono_[15]. Tutti i toni parziali che determinano il colore del
suono, si trovano sulla scala dei toni ad intervalli fissi e regolari
dal tono fondamentale. La serie completa degl’ipertoni possibili per un
suono è rappresentata dalla 1ª ottava del tono principale, dalla quinta
di esso; dalla seconda ottava del tono principale, dalla sua terza
maggiore e quinta e così via. A questa serie corrispondono i seguenti
rapporti dei numeri di vibrazioni delle onde sonore oggettive:

1 (tono principale), 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8..... (ipertoni).

Lasciando, costante l’altezza del tono principale si può variare il
secondo elemento della qualità sonora, il _colore del suono_, secondo
il numero, la posizione e l’intensità relativa degl’ipertoni. In tal
modo si spiega la prodigiosa varietà delle colorazioni sonore degli
strumenti musicali; come pure il fatto che in tutti gli strumenti il
colore varia coll’altezza del tono, essendo gl’ipertoni pei toni bassi,
relativamente forti e pei toni alti, deboli, e da ultimo scomparendo
del tutto, se essi stanno al di là del limite dei toni udibili. Ma
anche le più piccole differenze della colorazione sonora per i singoli
strumenti di egual specie, si spiegano coi medesimi rapporti.

Psicologicamente la condizione principale perchè sorga un suono
isolato, consiste nell’essere data una fusione di sensazioni sonore con
_un solo_ elemento predominante, e nell’essere la fusione perfetta,
o almeno quasi perfetta. Di solito col solo orecchio gl’ipertoni non
sono distinti immediatamente entro il suono _isolato_, ma essi possono
divenir percettibili mediante un rinforzamento di risonanza (mediante
trombe acustiche che siano accordate sull’ipertono cercato) e una volta
che essi siano stati isolati con tal mezzo sperimentale, gl’ipertoni
più forti possono venir successivamente distinti per entro il suono
senza quel sussidio, quando su di essi si diriga l’attenzione.

4. Le condizioni, per le quali _un solo_ elemento predominante è
contenuto in una composizione di toni, consistono: 1) nell’intensità
relativamente maggiore _di quello_; 2) nel suo rapporto qualitativo
agli altri toni parziali: il tono principale deve essere il _tono
fondamentale_ di una serie, i cui membri sono fra loro complessivamente
toni armonici; 3) nella coincidenza perfettamente uniforme dei
diversi toni parziali; questa coincidenza è oggettivamente soddisfatta
dall’unità della sorgente sonora (cioè il suono sia prodotto dalla
vibrazione di _una sola_ corda, o di _una sola_ linguetta). Questa
unità della sorgente sonora fa sì che le vibrazioni oggettive dei
toni parziali stiano sempre fra loro nello stesso rapporto di fasi;
il che non può avverarsi nelle combinazioni di suoni di più sorgenti
sonore. Di queste condizioni, delle quali le prime due si riferiscono
agli _elementi_ e la terza alla _forma_ della combinazione, la prima
può mancare, senza che sia turbata la rappresentazione del suono.
Se invece non è adempiuta la seconda, la combinazione passa o in un
_accordo_, quando manca il tono fondamentale, o in un _rumore_, quando
la serie dei toni non è armonica; oppure in una forma intermedia tra
l’accordo e il rumore, quando le due cause si combinano. Se non è
adempiuta la terza condizione, la costanza cioè del rapporto di fase
dei toni parziali, il suono isolato passa in un accordo, anche quando
le due prime condizioni sono pienamente osservate. Una serie di suoni
semplici del diapason, che pei loro rapporti intensivi e qualitativi
dovrebbero formare un _suono isolato_, in realtà sveglia sempre la
rappresentazione di un accordo.[16]

5. L’_accordo _ è una combinazione intensiva di suoni isolati;
generalmente è una fusione imperfetta, nella quale sono contenuti più
elementi dominanti. Pertanto in un accordo si presentano di solito
tutti i gradi possibili della fusione, specialmente quando esso consta
di suoni isolati, che siano di qualità composta. Allora non soltanto
ogni suono isolato costituisce di per sè una formazione di fusione
completa, ma anche le parti determinate qualitativamente dai loro toni
principali si fondano alla loro volta, e in modo tanto più perfetto,
quanto più esse si avvicinano al rapporto degli elementi di un suono
isolato. Perciò in un accordo di suoni ricchi di ipertoni, quei suoni
isolati, i toni principali dei quali corrispondono agli ipertoni di un
suono pur contenuto nell’accordo, si fondono con questo suono in modo
molto più perfetto che colle altre parti del suono, e queste alla loro
volta si fondono tanto più, quanto più il loro rapporto si avvicina
a quello degli elementi iniziali di una serie di ipertoni. Così
nell’accordo _do, mi, sol, do’_, i suoni _do_ e _do’_ costituiscono
una fusione quasi perfetta, i suoni _do_ e _sol_, _do_ e _mi_ invece
fusioni imperfette; ancor più imperfetta è infine la fusione dei suoni
_do_ e _mi bemolle_. Una misura del grado della fusione si ottiene in
tutti questi casi, quando si eseguisce, durante un brevissimo tempo, un
accordo e si lascia decidere dall’ascoltatore, se egli abbia percepito
un unico suono o più suoni. Ripetuto più volte quest’esperimento, il
numero relativo dei giudizi affermanti l’unità del suono dà una misura
per il grado della fusione.

6. In un accordo altri elementi vengono ancora ad aggiungersi a
quelli già contenuti nei suoni isolati; essi sorgono dal sovrapporsi
delle vibrazioni per entro l’apparato uditivo, e dànno luogo a nuove
sensazioni sonore caratteristiche per le diverse speci degli accordi,
sensazioni che col primitivo insieme di suoni, possono egualmente
costituire fusioni ora perfette e ora imperfette. Queste sensazioni
sono quelle dei _toni di differenza_. Esse corrispondono, come il
loro nome lo indica, alla differenza del numero di vibrazioni fra
due toni primari. La loro origine può essere doppia: o esse sorgono
dall’interferenza delle vibrazioni nell’apparato uditivo esterno
specialmente nel timpano e negli ossicini (toni di combinazione di
Helmholtz); oppure esse sorgono dall’interferenza delle vibrazioni
sulle fibre nervose dell’udito (toni di battimento di Koenig). I primi
sono, conformemente alla loro origine, toni deboli, e restano sempre
relativamente molto più deboli dei loro toni d’origine. I secondi sono
invece generalmente toni piuttosto forti, e possono spesso vincere in
intensità anche i loro toni d’origine. I toni di differenza della prima
maniera s’incontrano probabilmente soltanto negli accordi armonici,
quelli della seconda maniera anche nei dissonanti. La fusione dei
toni di differenza coi toni principali dell’accordo è alla sua volta
tanto più perfetta, quanto meno essi sono intensivi, e quanto più si
connettono coi primitivi elementi sonori, come toni armonici nella
serie semplice dei toni. In conseguenza di queste proprietà, i toni di
differenza hanno per gli accordi un significato caratteristico, analogo
a quello che gli ipertoni hanno per i suoni. Essi sono però elementi
pressochè indipendenti dalla colorazione dei componenti l’accordo,
e invece variano straordinariamente col rapporto dei toni principali
dell’accordo; donde si spiega la relativa uniformità nel carattere di
un dato accordo, a lato della mutevole colorazione sonora dei suoni
isolati.

7. L’accordo può passare, attraverso a tutti i gradi intermedi
possibili, nella terza forma delle rappresentazioni sonore intensive,
in quella del _rumore_. Quando il rapporto di due toni sta oltre il
limite della serie armonica dei toni, e quando anche la differenza
del loro numero di vibrazioni non oltrepassa un certo limite, per i
suoni alti circa 60 vibrazioni, pei bassi 30 e meno; allora nascono
perturbazioni nell’accordo, le quali corrispondono nel loro numero alla
differenza del numero di vibrazioni dei toni primari, e hanno la loro
causa, nell’alternata interferenza di fasi di vibrazioni con uguale od
opposta direzione. Queste perturbazioni consistono o in interruzioni
della sensazione sonora, _singoli urti_, oppure, e specialmente per
i toni bassi, in sensazioni intermittenti di un tono di differenza,
_battimenti di toni_. Se la differenza dei numeri delle vibrazioni
oltrepassa i limiti suddetti, i toni suonano dapprima, sparendo le
intermissioni, continui, ma aspri, e poi, sparendo anche l’asprezza,
_puramente dissonanti_. La dissonanza solita si compone di battimenti
o di asprezze dell’accordo o di pura dissonanza; i primi due fattori
consistono in intervalli delle sensazioni percettibili, o appena
evanescenti, l’ultimo invece nell’intera eliminazione dell’unità
sonora e consonanza prodotta da fusione perfetta o imperfetta. Questa
scomposizione dei toni, che si fonda sul rapporto delle pure qualità
sonore, può essere detta anche _bissonanza_. Se per il consonare di
un maggior numero di suoni discordanti, si accumulano i fattori della
solita dissonanza, singoli urti, battimenti, asprezze, bissonanze,
allora l’accordo diventa _rumore_. Questo è psicologicamente
caratterizzato da ciò, che in esso gli elementi predominanti
spariscono completamente, o si confondono nella serie degli elementi,
che modificano il carattere complessivo della rappresentazione.
Per la conoscenza del rumore importa, nei rumori di breve durata,
esclusivamente la generale posizione degli elementi prevalenti in
intensità, e nei rumori di qualche durata, anche la forma della
perturbazione, quale risulta dalla rapidità dei singoli urti, dai
concomitanti battimenti, ecc.

Esempi caratteristici delle diverse forme di rumore sono le voci della
favella umana, fra le quali le vocali sono gradi intermedi fra suono
e rumore con carattere prevalente di suono, i fonemi di risonanza
sono rumori continui, le consonanti proprie invece rumori momentanei.
Parlando sottovoce, anche le vocali diventano rumori. Il fatto che
qui tuttavia le loro differenze rimangono conservate, dimostra che la
caratteristica delle vocali sta essenzialmente nei loro elementi di
rumore. In tutti i rumori, coi numerosi elementi sonori che entrano in
essi, si collegano verosimilmente anche semplici sensazioni di rumore
(pag. 39), in quanto che le scosse irregolari dell’aria, provenienti
dalle perturbazioni delle onde sonore, eccitano in parte gli elementi
nel vestibolo del labirinto, in parte anche direttamente le fibre dello
stesso nervo uditivo.

    7_a_. La spiegazione dei fondamenti fisiologici delle
  rappresentazioni _intensive_ dell’udito, e sopratutto delle
  sonore, è stata essenzialmente promossa dall’_ipotesi della
  risonanza_ (p. 41) posta da Helmholtz. Quando si ammette che
  determinate parti dell’apparato uditivo siano così accordate, che
  le onde sonore di un certo numero di vibrazioni facciano sempre
  vibrare soltanto le parti corrispondentemente accordate: si spiega
  in generale quella capacità analizzante del senso dell’udito,
  per la quale noi possiamo distinguere gli elementi sonori non
  solo in un accordo, ma anche, sino ad un certo grado, in un suono
  isolato. L’ipotesi della risonanza però dà la ragione fisiologica
  soltanto di _un_ lato della fusione sonora, la persistenza delle
  singole sensazioni nel tutto della rappresentazione intensiva, ma
  non dell’altro, aspetto, la più o meno intima combinazione degli
  elementi. Se si è ammesso a questo scopo un immaginario “apparato
  di fusione„ nel cervello, questa è una di quelle finzioni più
  dannose che utili, nelle quali si cerca di appagare il bisogno
  di spiegazioni con una parola che nulla dice. Poichè gli elementi
  sonori, producenti una rappresentazione intensiva di suoni, sono
  in essa contenuti come sensazioni reali e più o meno abbandonano
  la loro individualità nel tutto della rappresentazione, la fusione
  sonora è un processo psichico, il quale perciò richiede anche una
  spiegazione psicologica. Ma in quanto questa fusione si comporta
  in diversa maniera per diverse condizioni oggettive, ad es., per
  l’effetto delle vibrazioni composte provenienti o da una unica
  sorgente sonora, o da diverse sorgenti sonore, queste differenze
  richiedono senza dubbio a loro spiegazione principi fisici e
  fisiologici. L’idea che prima si presenta per tale spiegazione è
  di completare in modo sufficiente l’ipotesi della risonanza. Se si
  ammette che, insieme alle parti dell’organo dell’udito analizzante
  il suono, insieme all’apparato di risonanza, esistono ancora
  altri organi, sui quali agisce l’intera massa sonora indecomposta
  — organi che, dopo le osservazioni fatte a pag. 33 sugli uccelli
  privi del labirinto, potrebbero essere forse le fibre del nervo
  acustico, correnti nei canali ossei del labirinto — si ha così
  un sufficiente sostrato fisiologico a spiegare l’effetto diverso
  di quelle condizioni. Si aggiunge ancora l’esistenza dei toni di
  battimento, che spesso vincono di gran lunga in intensità i toni
  primari (pag. 80), come pure l’osservazione, che le interferenze
  di un unico tono, se date con sufficiente velocità, si collegano
  a una seconda sensazione di tono; fatti questi, che sembrano
  richiedere una integrazione dell’ipotesi di risonanza nel senso
  suindicato.



§ 10. — Le rappresentazioni di spazio.


1. Dalle rappresentazioni intensive si distinguono immediatamente
quelle di spazio e di tempo per essere le loro parti tra loro
collegate non in un modo comunque permutabile, ma in un ordine
saldamente determinato, così che, se si pensa variato quest’ordine,
la rappresentazione stessa si altera. Noi diciamo generalmente
rappresentazioni _estensive_ le rappresentazioni che hanno un ordine
così fisso delle loro parti.

Tra le possibili forme di rappresentazioni estensive si notano ancora
le _spaziali_ per questo, che quell’ordine fisso delle parti di una
rappresentazione spaziale è soltanto un ordine _reciproco_, e non
si riferisce al rapporto di esse al soggetto percipiente; piuttosto
è possibile pensare questo rapporto variato a piacimento. Questa
indipendenza oggettiva della rappresentazione spaziale dal soggetto
percipiente si esplica nell’attitudine che hanno le formazioni di
spazio di essere _spostate_ e _rivoltate_. Il numero delle direzioni,
nelle quali possono avere luogo questi spostamenti e rivolgimenti è
limitato, potendo essi complessivamente avvenire in solo _tre_ sensi,
in ciascuno dei quali son possibili movimenti secondo due direzioni
fra loro opposte. A questo numero massimo delle direzioni per gli
spostamenti e i rivolgimenti delle formazioni di spazio, corrisponde
il numero delle direzioni, nelle quali possono essere ordinate fra
loro tanto le parti di ogni singola formazione, quanto le diverse
formazioni. Noi diciamo questa proprietà la natura _tridimensionale_
dello spazio. Una singola rappresentazione spaziale può quindi
essere anche definita come una _formazione tridimensionale, avente
un’orientazione fissa, reciproca, delle sue parti, ma un’orientazione
comunque variabile rispetto al soggetto percipiente_. Si comprende
facilmente che in questa definizione si astrae dalle variazioni, in
realtà molto frequenti, nelle disposizioni delle parti; quando esse
avvengono, si ha il passaggio di una rappresentazione in un’altra.
Inoltre l’ordine tridimensionale delle rappresentazioni spaziali
inchiude anche gli ordini a due ed a una dimensione come limiti,
nei quali del resto si devono sempre pensare insieme le dimensioni
mancanti, tosto che si consideri il rapporto della formazione spaziale
al soggetto percipiente.

2. Questo rapporto al soggetto percipiente, dato in realtà in tutte
le rappresentazioni spaziali, psicologicamente richiede sin dal
principio, che l’ordine degli elementi in una tale rappresentazione
non possa essere una proprietà originaria degli elementi stessi,
analoga in qualche modo all’intensità o qualità delle sensazioni, ma
che essa sia solo una conseguenza del coesistere delle sensazioni
proveniente da condizioni psichiche che nuove sorgono per questo
coesistere. Imperocchè chi non volesse ammettere questa necessità
psicologica, sarebbe costretto non solo ad attribuire una qualità
spaziale ad ogni singola sensazione, ma dovrebbe in ogni sensazione per
quanto spazialmente limitata, accogliere anche la rappresentazione di
tutto lo spazio a tre dimensioni nella sua orientazione al soggetto.
Questo ricondurrebbe alla teoria di un’intuizione spaziale a priori
precedente tutte le singole sensazioni; opinione che non solo starebbe
in contraddizione con tutte le nostre esperienze sulle condizioni
d’origine e sullo sviluppo delle formazioni psichiche, ma in modo
speciale anche con tutte le esperienze sulle influenze, alle quali sono
soggette le formazioni rappresentative dello spazio.

3. Tutte le rappresentazioni di spazio ci si offrono come forme
dell’ordine di due qualità di senso, delle _sensazioni tattili_ e delle
_sensazioni luminose_, dalle quali poi solo secondariamente, mediante
il legame colle rappresentazioni tattili o visive, la relazione
spaziale può essere trasportata anche ad altre sensazioni. Nel senso
tattile e visivo invece condizioni favorevoli per un ordine estensivo
spaziale delle sensazioni sono già date manifestamente dall’estensione
in superficie degli organi periferici di senso e dall’essere questi
corredati di apparati di movimento, che fanno possibile una varia
orientazione delle impressioni al soggetto percipiente. Dei due domini
di senso, quello del _tatto_ è alla sua volta il primitivo, perchè
sorge prima nell’evoluzione degli organismi e perchè oltre ciò quelle
condizioni d’organizzazione, che si presentano in assai più fina
conformazione nel senso della vista, sono ancora rozze, e però anche
sotto un certo aspetto più distinte. Si deve però notare che negli
uomini non ciechi,[17] le rappresentazioni spaziali del senso tattile
subiscono in alto grado l’influenza di quelle del senso della vista.


_A_. LE RAPPRESENTAZIONI TATTILI DELLO SPAZIO.

4. La _più semplice_ rappresentazione di spazio possibile per il senso
tattile è quella di una _impressione isolata, pressochè puntiforme
sulla pelle_. Anche se una tale impressione agisce, essendo rimosso
l’organo visivo, si forma una determinata rappresentazione del _luogo
del contatto_. Questa rappresentazione, che si dice _localizzazione
dello stimolo_, come l’introspezione insegna, non è di solito immediata
negli uomini non ciechi — il che dovrebbe essere, se la spazialità
fosse una proprietà originariamente particolare della sensazione —
ma essa è dipendente da una _rappresentazione visiva_, benchè per
lo più oscura, della parte del corpo toccata, rappresentazione che
si aggiunge a quella. La localizzazione pertanto in prossimità alle
linee di contorno degli organi tattili, le quali si imprimono più
distinte nell’immagine visiva, è più esatta che nelle superfici
centrali uniformi. Una rappresentazione visiva può essere svegliata
da un’impressione tattile anche quando è escluso l’organo della
vista, perchè ad ogni punto dell’organo tattile appartiene una
propria colorazione qualitativa della sensazione tattile, la quale
è indipendente dalla qualità dell’impressiono esterna, e dipende
probabilmente dalle particolarità di struttura della pelle, varianti da
punto a punto e non mai perfettamente eguali per due punti lontani.

Questa colorazione locale è detta _il segno locale_ della sensazione.
Esso varia nelle diverse parti della pelle con rapidità assai diversa:
molto presto, ad es., sulla punta della lingua, all’estremità delle
dita, alle labbra; lentamente alle superfici maggiori delle membra e
del busto. Si può ottenere una misura della rapidità con cui variano i
segni locali, se si fanno agire due impressioni, vicine tra loro, sopra
una parte della pelle. Fintanto che la distanza delle impressioni sta
nella regione di segni locali qualitativamente non distinguibili, esse
sono percepite come un’impressione unica, ma tosto che quei limiti sono
sorpassati, le impressioni sono separate spazialmente. Questa distanza
minima di due impressioni, ancora appena distinguibile, è detta _soglia
spaziale del tatto_. Essa varia da 1 a 2 mm. (punta della lingua
e delle dita), sino a 68 mm. (dorso, parte superiore del braccio,
della gamba). Sulle parti dei punti di pressione (pag. 37) distanze
ancora più piccole possono essere percepite con un favorevole impiego
degli stimoli. Inoltre la soglia spaziale dipende dalle condizioni
dell’organo e dall’influenza dell’esercizio. Per il primo fatto
nei fanciulli, nei quali evidentemente le differenze di struttura,
condizione dei segni locali, sono notevolmente a più piccola distanza,
è minore che negli adulti, e a causa dell’esercizio essa è pei ciechi,
specie nei polpastrelli delle dita, di cui essi usano prevalentemente
per tastare, minore che nei non ciechi.

5. La localizzazione delle impressioni tattili, e con essa l’ordine
spaziale di una pluralità di queste impressioni, come insegna
la suddescritta cooperazione delle rappresentazioni visive delle
parti toccate del corpo, si fondano negli uomini normali non su
un’originaria qualità spaziale dei punti della pelle e neppure su
una primaria funzione spaziale dell’organo tattile, ma presuppongono
le rappresentazioni spaziali del senso della vista. Queste però
possono diventare attive solo per ciò, che alle parti dell’organo
tattile appartengono certe proprietà qualitative, i segni locali, che
svegliano la rappresentazione visiva della parte toccata. Non v’ha
pertanto alcuna ragione per attribuire ai segni locali una immediata
relazione spaziale; piuttosto essi possono evidentemente bastare
a tutte le esigenze, quando posseggano soltanto la proprietà di
segnali qualitativi, che richiamino la corrispettiva imagine visiva;
questa però aderisce a loro a causa della frequenza dei legami.
Corrispondentemente, l’acutezza della localizzazione è favorita da
tutte le influenze, che, da una parte, aumentano la determinatezza
dell’imagine visiva e, dall’altra, le differenze qualitative dei segni
locali.

Noi potremo pertanto, in questo caso, designare il processo delle
rappresentazioni spaziali, come un ordinamento degli stimoli tattili
entro le imagini visive già pronte, a causa del fisso legame di queste
imagini coi segni locali qualitativi degli stimoli. E conformemente
al § 9 (pag. 76) possiamo considerare il legame dei segni locali
coll’imagini visive delle parti del corpo corrispondenti a quelli, come
una _fusione imperfetta, ma molto costante_. La fusione è imperfetta,
perchè tanto l’imagine visiva, quanto l’impressione tattile conservano
la loro individualità; è però così costante, che appare indissolubile
per uno stato eguale dell’organo tattile; il che spiega anche la
sicurezza relativa della localizzazione. Gli elementi predominanti
in questa fusione sono le sensazioni tattili, dietro alle quali
le rappresentazioni visive per molti individui così si ritraggono,
che non possano essere percepite con sicurezza, neppure usando di
grande attenzione. In tali casi la percezione spaziale è forse, come
presso i ciechi, una funzione immediata delle sensazioni tattili e di
movimento (vedi sotto 6). Generalmente però l’osservazione più esatta
mostra, che ci possiamo render conto della posizione della distanza
delle impressioni, solo in quanto cerchiamo di renderci più distinta
l’indeterminata imagine visiva della parte del corpo toccata.

6. Queste condizioni valevoli per gli uomini normali mutano
essenzialmente nei _ciechi_, specialmente nei _ciechi nati_, o nei
divenuti ciechi in tenera età. Il cieco conserva, senza dubbio, per
assai lungo tempo le imagini mnemoniche degli oggetti abitualmente
veduti, e però le rappresentazioni spaziali del tatto per lui rimangono
ancor sempre, in un certo grado, come prodotti di una fusione fra
sensazioni tattili e imagini visive. Ma, venendo meno a lui il soccorso
di un ripetuto rinnovarsi delle rappresentazioni visive, egli si giova
in misura sempre crescente dei movimenti: passando da un’impressione
tattile ad un’altra, egli nella sensazione tattile, prodotta nelle
articolazioni e nei muscoli (pag. 37), la quale è una misura della
grandezza del movimento compiuto, ottiene anche una misura della
distanza in cui si trovano le impressioni tattili fra loro. Questo
soccorso, che nei divenuti ciechi si è aggiunto alle imagini visive a
poco a poco evanescenti, e in certo qual modo le sostituisce, è pei
_ciechi nati_ sin dal principio l’unico mezzo pel quale essi sono
in grado di foggiarsi una rappresentazione dei rapporti reciproci di
posizione e di distanza esistenti fra le singole impressioni. E infatti
si osserva in tali persone un continuo movimento degli organi tattili,
specie delle dita, sugli oggetti, all’apprendimento dei quali vengono
pure in aiuto l’acuita attenzione diretta sulle sensazioni tattili, e
il maggiore esercizio nella distinzione di esse. Il grado inferiore di
sviluppo del senso tattile rispetto a quello della vista si dimostra
in ciò, che l’apprendimento di contorni e superfici ininterotte è
assai più imperfetto che quello delle impressioni puntiformi disposte
vicine in ordine diverso. Una prova evidente di ciò è data dal fatto,
che nella _scrittura dei ciechi_ si vide necessario usare, per le
singole lettere, segni artificiali, consistenti in punti in rilievo,
in diverse combinazioni. Così, ad es., nella scrittura dei ciechi più
in uso (quella di Braille) un punto è il segno per _A_, due punti
orizzontalmente posti l’uno accanto all’altro per _B_, due punti
verticalmente posti l’uno sull’altro per _C_, e così via; sei punti
al massimo bastano per tutte le lettere. I punti debbono però essere
così lontani l’uno dall’altro, che essi possano essere percepiti
ancor separati dall’estremità del dito indice. Come si svolgano le
rappresentazioni spaziali nei ciechi, appare assai bene dal modo in
cui questa scrittura viene letta; di solito sono impiegati ambedue
gl’indici, della mano destra e della sinistra; l’indice destro
precede e coglie un gruppo di punti simultaneamente (tasto sintetico),
l’indice sinistro segue alquanto più lentamente e coglie i singoli
punti successivamente (tasto analizzante). Le due impressioni, la
simultanea e la successiva, sono però fra loro collegate e riferite al
medesimo oggetto. Questo procedimento mostra chiaramente che, tanto pel
cieco quanto pel non cieco, la distinzione spaziale delle impressioni
tattili non è data immediatamente coll’azione delle impressioni stesse
sull’organo tattile; ma che nei ciechi i movimenti, pei quali il
dito destinato al tasto analizzante percorre le singole estensioni,
compiono lo stesso ufficio che nei non ciechi spetta alle concomitanti
rappresentazioni visive.

Una rappresentazione della grandezza e direzione di questi movimenti
può sorgere solo dall’essere ogni movimento accompagnato da una
sensazione interna di tatto (pag. 37). L’opinione che questa
sensazione tattile interna sia già immediatamente collegata con
una rappresentazione dello spazio percorso nel movimento, sarebbe
inverosimile al massimo grado, perchè non soltanto presupporrebbe nel
soggetto un’intuizione innata dello spazio che lo circonda, e della
sua posizione nello stesso (pag. 83), ma inchiuderebbe ancora in sè
l’opinione speciale, che le sensazioni tattili interne, quantunque
conformi all’esterne nella loro natura qualitativa e nei sostrati
fisiologici, si differenzino da queste per ciò, che in esse colla
sensazione sorge sempre anche un’imagine della posizione del soggetto
e dell’ordine spaziale del suo ambiente immediato. Opinione questa,
che ci ricondurrebbe necessariamente alla dottrina platonica della
reminiscenza delle idee innate; infatti la sensazione che sorge
nel tastare è qui pensata come una causa occasionale esterna, che
in noi ridesta l’idea dello spazio innata e quindi evidentemente
trascendentale.

7. Con quest’ultima ipotesi, pur non tenuto conto della sua
inverosimiglianza psicologica, non si saprebbe accordare l’influenza
che l’esercizio ha nella distinzione dei segni locali e delle
differenze di movimento. Dopo ciò, non resta altro che riporre anche
qui, come pei non ciechi (pag. 86), l’origine della rappresentazione
spaziale nelle _combinazioni empiricamente date delle sensazioni
stesse_. Queste combinazioni consistono in ciò, che nel percorrere
le impressioni tattili esteriori, a due sensazioni _a_ e _b_ aventi
una determinata differenza di segni locali corrisponde sempre una
determinata sensazione tattile interna o accompagnante il movimento
e ad una maggiore differenza di segni locali _a_ e _c_ corrisponde
una sensazione di movimento più intensiva γ e così via. Difatti
nel tastare dei ciechi queste sensazioni tattili interne ed esterne
sono date sempre in questa regolare connessione. Pertanto anche dal
punto di vista della stretta esperienza, non si può affermare, che
uno qualsiasi di quei due sistemi di sensazioni porti in se stesso,
già a sè e per sè, la rappresentazione di un ordine spaziale; ma noi
possiamo dire soltanto che questo ordine sorge regolarmente dalla
combinazione di quei due sistemi. Mediante questo punto di vista
la rappresentazione spaziale dei ciechi, determinata da impressioni
esterne, può definirsi come il prodotto _di una fusione di sensazioni
tattili esterne e dei loro segni locali qualitativamente graduati
con sensazioni tattili interne intensivamente graduate_. In questo
prodotto di fusione le sensazioni tattili esterne costituiscono,
colle loro proprietà determinate dagli stimoli esterni, gli elementi
predominanti, dietro i quali i segni locali e le sensazioni tattili
interne, colle loro particolari proprietà qualitative ed intensive,
si ritraggono così completamente che esse, allo stesso modo degli
ipertoni di un suono, possono essere percepite, solo quando si diriga
l’attenzione specialmente su di essi. Anche le rappresentazioni
tattili di spazio riposano pertanto su una fusione _perfetta_. Ma la
particolarità di questa, a differenza, ad es., delle fusioni intensive
di suono, consiste in ciò, che gli elementi secondari o sussidiali
sono elementi di natura diversa, i quali nel tempo stesso stanno fra
loro in relazioni fisse. Mentre i segni locali costituiscono un puro
sistema qualitativo, le sensazioni tattili interne, accompagnanti i
movimenti dell’organo tattile, si dispongono in una scala di gradi
intensivi, e poichè l’energia di movimento, impiegata a percorrere
l’intervallo fra due punti, cresce colla grandezza dell’intervallo, la
differenza intensiva delle sensazioni accompagnanti il movimento deve
pure aumentare colla differenza qualitativa dei segni locali.

8. In tale guisa l’ordine spaziale delle impressioni tattili è il
prodotto di una _doppia fusione_: di una prima, che ha luogo tra gli
elementi sussidiati e per la quale i gradi qualitativi del sistema
dei segni locali, ordinato secondo due dimensioni, sono ordinati nel
loro rapporto reciproco, secondo i gradi intensivi della sensazione
interna; e di una seconda, per la quale le sensazioni tattili esterne,
determinate dagli stimoli esterni, si collegano con quei primi
prodotti di fusione. Naturalmente i due processi non hanno luogo
successivamente, ma in un unico e medesimo atto, perchè tanto i segni
locali, quanto i movimenti tattili devono essere suscitati solo dagli
stimoli esterni. Ma, mutando la sensazione tattile esterna colla natura
dello stimolo oggettivo, i segni locali e le sensazioni tattili interne
costituiscono elementi soggettivi, il cui ordine reciproco rimane
sempre lo stesso di fronte alle diversissime impressioni esterne. In
ciò sta la condizione psicologica per la _costanza delle proprietà_
da noi attribuite allo spazio, di contro alle proprietà qualitative,
variamente mutanti degli oggetti contenuti nello spazio.

9. Dopo che si sono formato le fusioni tra i segni locali e le
sensazioni tattili interne, producenti l’ordine spaziale delle
sensazioni tattili esterne, ciascuno di questi elementi rimane
del resto sino ad un certo grado, sia pure limitato, capace per sè
solo di determinare una localizzazione di sensazioni, e persino di
suscitare composto rappresentazioni spaziali. Così non solo il non
cieco, ma anche il cieco e il cieco nato hanno per l’organo tattile
in perfetto riposo una rappresentazione del luogo di un contatto e
possono percepire due impressioni, agenti a sufficiente distanza, come
separato nello spazio. Naturalmente nel cieco nato non sorge, come nel
non cieco, l’imagine visiva del luogo toccato, ma invece di questa si
forma la rappresentazione di un movimento del membro toccato e, quando
agiscono più impressioni, la rappresentazione di un movimento tattile,
che va da un’impressione all’altra. Anche nelle rappresentazioni
così prodotte agiranno le stesse fusioni che nelle solite soccorse da
movimento tattile, con questa sola differenza, che uno dei fattori dei
prodotti di fusione, la sensazione tattile interna, esiste solo come
imagine della memoria.

10. Così pure può succedere il contrario: come contenuto reale della
sensazione può essere dato solo una somma di sensazioni tattili
interne, che sorgono dal movimento di una parte del corpo, senza
notevole mescolanza di sensazioni tattili esterne; e quelle sensazioni
tattili interne, accompagnanti il movimento, possono egualmente
costituire il sostrato di una rappresentazione spaziale. Questo avviene
regolarmente nelle _rappresentazioni pure del movimento di parti del
nostro corpo_. Se noi, ad es., ad occhi chiusi solleviamo il nostro
braccio, abbiamo ad ogni momento una rappresentazione delle posizioni
del braccio. In esse senza dubbio cooperano sino ad un certo grado
anche le rappresentazioni tattili esterne, che sorgono per stiramenti
e increspamenti della pelle; queste però scompaiano relativamente di
fronte alle sensazioni tattili interne, date dalle articolazioni, dai
tendini e dai muscoli.

Nell’uomo non cieco queste rappresentazioni di posizione, come è
facile osservare, si formano, perchè le sensazioni prodotte dallo
stato della parte mossa svegliano, anche ad occhio chiuso o distolto,
un’oscura imagine visiva di quella parte e dello spazio che la
circonda. Questo legame è così intimo, che può stabilirsi anche tra
le semplici imagini mnemoniche delle sensazioni tattili interne e la
corrispondente rappresentazione visiva, come osservasi nei paralizzati,
nei quali la semplice volontà di compiere un certo movimento sveglia
la rappresentazione del movimento, come fosse realmente compiuto.
Evidentemente le rappresentazioni dei propri movimenti si fondano
nell’uomo normale su fusioni imperfette analoghe alle esterne
rappresentazioni tattili dello spazio; solo che in questo caso le
sensazioni tattili interne hanno lo stesso ufficio che in quelle le
esterne. Ciò conduce ad ammettere che anche alle sensazioni tattili
interne spettino segni locali, cioè che le sensazioni, che avvengono
nelle diverse articolazioni, nei tendini e nei muscoli, presentino
certe differenze localmente graduate. Infatti ciò pare sia confermato
dalla introspezione. Se noi alternativamente moviamo l’articolazione
del ginocchio, della coscia, dell’omero, oppure se anche soltanto
moviamo la stessa articolazione della parte destra o della sinistra
del corpo, non curando il legame, che non si può mai interamente
sopprimere, coll’imagine visiva della parte del corpo, sembra che
ad ogni volta varii leggermente la qualità della sensazione. Non si
potrebbe neppure comprendere, come senza tali differenze dovrebbe
sorgere quell’imagine visiva concomitante, a meno che si attribuisse
all’anima non soltanto una rappresentazione innata dello spazio, ma
anche una cognizione innata delle posizioni prese in ogni singolo
momento e dei movimenti degli organi del corpo nello spazio.

11. In base a questi fatti osservati nell’uomo non cieco è
possibile comprendere, come anche nel cieco nato abbia origine la
rappresentazione dei suoi movimenti. Qui in luogo della fusione
colla imagine visiva della parte del corpo, deve entrare in campo una
fusione delle sensazioni di movimento coi segni locali, mentre nel
tempo stesso le sensazioni tattili esterne vengono ad aggiungersi come
aiuto. Sembra che quest’ultime abbiano nei ciechi un còmpito di gran
lunga maggiore che nei non ciechi per l’orientazione dei movimenti del
corpo nello spazio. Il cieco ha rappresentazioni dei propri movimenti
affatto incerte, fintanto che non viene loro in soccorso tasteggiando
gli oggetti esterni. E a questo scopo tornano a lui opportuni e il
maggiore esercizio del senso tattile esterno e l’acuita attenzione
diretta su di esso. Una prova di ciò ci è data dal cosidetto “senso
della distanza„ proprio dei ciechi. Esso consiste nella capacità di
percepire ad una certa distanza, senza un contatto diretto, corti
ostacoli, ad es., una parete vicina. Si può sperimentalmente dimostrare
che questo “senso della distanza„ si compone di _due_ fattori: in
primo luogo di una eccitazione tattile molto debole sulla pelle della
fronte, prodotta dalla resistenza dell’aria; e secondariamente di una
modificazione nel suono del passo. Quest’ultimo fattore agisce come un
segnale, che l’attenzione acuisce sufficientemente, affinchè possano
essere percepite quelle deboli eccitazioni tattili. Il “senso della
distanza„ non funziona più, se si eliminano quelle eccitazioni tattili,
avvolgendo un panno attorno alla fronte, oppure se si soffoca il passo.

12. Oltre le rappresentazioni delle posizioni e dei movimenti delle
singole parti del corpo, noi possediamo anche una rappresentazione
della _posizione e del movimento dell’intero corpo_, e quelle prime
rappresentazioni solo per la loro relazione a quest’ultima passano
da un significato semplicemente relativo ad uno assoluto. L’organo
d’orientazione per queste rappresentazioni generali è la _testa_, della
cui posizione noi abbiamo sempre una rappresentazione determinata o
rapporto alla quale nelle nostre rappresentazioni orientiamo, per lo
più in modo solo indeterminato, i singoli organi corporei, secondo
i singoli complessi di sensazioni tattili esterne ed interne. Nella
testa inoltre i tre canali del labirinto uditivo sono l’organo
specifico dell’orientazione, al quale vengono ad aggiungersi, come
organo secondario, le sensazioni tattili interne ed esterne, legate
all’azione dei muscoli della testa. Questa funzione di orientazione
dei canali può essere facilmente spiegata, se si ammette che sotto la
varia pressione dell’endolinfa sorgano sensazioni tattili interne, con
differenze di segni locali specialmente marcate. Il _capogiro_, che
nasce in seguito a troppo rapidi movimenti della testa, ha con ogni
verosimiglianza la sua origine nelle sensazioni prodotte dai violenti
movimenti dell’endolinfa. Con ciò si accordano le osservazioni fatte,
che per parziali distruzioni dei canali si hanno costanti illusioni
d’orientazione e per la completa distruzione degli stessi un quasi
completo annullamento della capacità d’orientarsi.

    12_a_. Le teorie che si contrappongono riguardo all’origine
  psicologica delle rappresentazioni di spazio sogliono essere
  indicate come quelle del _nativismo_ e dell’_empirismo_. La
  teoria _nativistica_ vuol derivare la localizzazione nello
  spazio da proprietà innate degli organi e dei centri di senso;
  la teoria _empiristica_ invece dall’influenza dell’esperienza.
  Questa distinzione però non spiega con esattezza le opposizioni
  realmente esistenti, perchè si può combattere l’opinione di
  rappresentazioni spaziali innate, senza con questo affermare
  che esse sorgano dall’esperienza. Infatti è questo appunto il
  caso, quando si considerino, come sopra si è fatto, le intuizioni
  spaziali come prodotti di processi psicologici di fusione, che
  sono fondati tanto sulle proprietà fisiologiche degli organi di
  senso e di movimento, quanto sulle leggi generali per le quali
  nascono le formazioni psichiche. Tali processi di fusione e gli
  ordini delle impressioni sensibili che si fondano su di essi,
  costituiscono per l’appunto dappertutto le basi della nostra
  esperienza; e appunto per ciò è inammissibile chiamarli essi
  stessi esperienze. Più esatto sarebbe indicare le due opposte
  teorie come _nativistica_ e _genetica_. Di più è degno di
  nota, che le diffuse teorie nativistiche contengono elementi
  empiristici, così come d’altra parte le teorie empiristiche
  racchiudono parti nativistiche, in modo che il contrasto
  appare talvolta più che altro di nomi. Intatti i nativisti
  presuppongono bensì che l’ordine dell’impressione dello spazio
  corrisponda immediatamente all’ordine dei punti sensibili nella
  pelle e nella retina; ma la speciale maniera di proiettare
  all’esterno, sovratutto la rappresentazione della distanza e
  della grandezza degli oggetti, inoltre il riferimento di una
  pluralità d’impressioni spazialmente separate ad un unico oggetto,
  dipendono secondo essi dall’“attenzione„, dalla “volontà„ e
  persino anche dall’“esperienza„. Gli empiristi invece sogliono
  presupporre in qualche modo lo spazio come dato, e interpretare
  poi ogni singola rappresentazione come un’orientazione in questo
  spazio, determinata da motivi di esperienza. Nella teoria delle
  rappresentazioni spaziali della vista si è per solito considerato
  lo spazio tattile come questo spazio originariamente dato;
  nella teoria delle rappresentazioni tattili si è talora dotata
  la sensazione tattile interna dell’originaria qualità spaziale.
  Empirismo e nativismo sono quindi nella realtà per lo più concetti
  fluttuanti e ambedue le teorie si accordano in ciò, che usano
  concetti complessi della psicologia volgare, come “attenzione„,
  “volontà„, “esperienza„, senza più intimamente provarli ed
  analizzarli. In ciò sta veramente il punto in cui loro si oppone
  la teoria _genetica_, che cerca, mediante l’analisi psicologica
  delle rappresentazioni, mettere in luce i processi elementari,
  dai quali le rappresentazioni hanno origine. Malgrado le loro
  deficienze, tanto la teoria nativistica quanto l’empiristica hanno
  il merito di aver posto in evidenza il problema psicologico qui
  esistente, coll’aver portato un gran numero di fatti a spiegazione
  di esso.


_B_. — LE RAPPRESENTAZIONI VISIVE DELLO SPAZIO.

13. Le proprietà generali del senso tattile si ripetono nel senso della
vista, ma in una conformazione di gran lunga più fine. Alla superficie
sensibile della pelle esterna qui corrisponde la superficie retinica
coi suoi coni e bastoncini disposti a mo’ di palizzate e formanti un
mosaico finissimo di punti senzienti. Ai movimenti degli organi tattili
corrispondono i movimenti dei due occhi, che o si fissano sugli oggetti
o ne percorrono i contorni. Però, mentre il senso tattile sente le
impressioni per contatto diretto degli oggetti, i mezzi rifrangenti,
che si trovano davanti la retina, proiettano su di essa un’imagine
degli oggetti rovesciata e impiccolita. E poichè quest’imagine
per la sua piccolezza lascia campo a un gran numero d’impressioni
contemporanee e poichè la luce, per la sua energia di penetrazione
nello spazio, agisce ora su oggetti lontani ed ora su vicini, il senso
della vista acquista, in assai più alto grado che il senso dell’udito,
il significato di _senso della distanza_. Infatti la luce può essere
percepita ad una distanza incomparabilmente maggiore che il suono;
inoltre il soggetto percipiente pone a varia distanza _direttamente_
solo le rappresentazioni visive, quelle uditive invece sempre solo
indirettamente, giovandosi della rappresentazione visiva dello spazio.

14. Dopo di che ogni rappresentazione visiva può sempre, avuto
riguardo alle sue proprietà spaziali, essere scomposta in _due_
fattori: 1º nell’orientazione reciproca dei singoli elementi di una
rappresentazione; 2º nell’orientazione di essa al soggetto percipiente.
La rappresentazione di un unico punto luminoso contiene già questi
due fattori, imperocchè noi dobbiamo rappresentarci quel punto in
un ambiente spaziale qualsiasi e in un certo rapporto di direzione
e di distanza rispetto a noi. Anche questi fattori possono essere
separati gli uni dagli altri solo mediante un’astrazione arbitraria,
non mai però in realtà, perchè dal rapporto, nel quale un certo punto
spaziale sta al suo ambiente, è determinato regolarmente anche il suo
rapporto al soggetto percipiente. Da questa dipendenza deriva anche,
che l’analisi delle rappresentazioni visive parte opportunamente dal
primo dei due summenzionati fattori, e precisamente dall’orientazione
reciproca degli elementi di una formazione rappresentativa, per
poi venire a considerare il secondo fattore, l’orientazione della
formazione al soggetto percipiente.

              _a. L’orientazione reciproca degli elementi
                    di una rappresentazione visiva_.

15. Nell’apprendimento del rapporto reciproco degli elementi di una
rappresentazione visiva, le proprietà del senso tattile si ripetono
interamente, solo in modo più perfetto e con alcune modificazioni
importanti per le rappresentazioni visive. Anche qui con una
impressione semplice quanto è mai possibile, pressochè puntiforme,
noi colleghiamo direttamente la rappresentazione di un _luogo_ nello
spazio spettante ad essa, _e_ però le assegniamo un determinato
rapporto di posizione alle parti dello spazio che la circondano; solo
che questa localizzazione non avviene, come nel senso tattile, per
l’immediato riferimento al punto corrispondente dell’organo stesso, ma
noi trasportiamo l’impressione nel _campo visivo_, situato fuori del
soggetto percipiente a una qualsiasi distanza. Di più anche qui come
nel senso tattile, una misura per l’esattezza della localizzazione
è data dalla distanza, alla quale due impressioni quasi puntiformi
possono essere ancora spazialmente distinte; solo che anche qui
questa distanza non è data direttamente come una grandezza lineare
misurabile sulla superficie stessa di senso, ma come l’intervallo
più piccolo percettibile tra due punti del campo visivo. Ora,
potendo il campo visivo essere pensato a una distanza qualsiasi
dell’osservatore, per la misura dell’acutezza di localizzazione
non si usa una grandezza lineare, ma una _grandezza d’angolo_, e
precisamente di quell’angolo formato dalle linee tirate dai punti del
campo visivo ai punti dell’imagine retinica attraverso il punto nodale
dell’occhio. Quest’_angolo visivo_ rimane costante fintanto che la
grandezza dell’imagine retinica rimane inalterata, laddove la distanza
corrispettiva dei punti nel campo visivo cresce proporzionalmente alla
distanza del campo visivo dal soggetto. Se in luogo dell’angolo visivo
si vuole introdurre una distanza lineare equivalente ad esso, può
servire a questo scopo soltanto il diametro dell’imagine retinica, il
quale risulta direttamente dalla grandezza dell’angolo visivo e dalla
distanza della superficie retinica dal punto nodale ottico.

16. La misura dell’_acutezza di localizzazione_ dell’occhio, ottenuta
in base a questo principio, presenta dentro le diverse parti del campo
visivo valori assai irregolari, analogamente ai risultati avuti per
le diverse parti dell’organo tattile (pag. 85). Solo che qui i valori
spaziali, corrispondenti alla più piccola distanza distinguibile, sono
di gran lunga più piccoli; di più, mentre sull’organo del tatto sono
distribuite molte parti dotate di una fina capacità di distinzione,
nel campo visivo è _una sola_ regione egualmente dotata di una tale
finissima attitudine, il punto centrale visivo, corrispondente al
centro della retina; da questo punto andando verso le parti laterali,
l’acutezza di localizzazione decresce molto rapidamente. L’intero
campo visivo o l’intera superficie retinica si comporta quindi in
modo analogo a una singola regione tattile, ad es. quella del dito
indice, ma la supera, specialmente nelle parti centrali, in modo
veramente straordinario nell’acutezza di localizzazione. Infatti qui
due impressioni, che agiscono sotto un angolo visivo di 60-90 secondi,
sono ancora sul punto di essere distinte, mentre per 2,5° lateralmente
al centro della retina la più piccola differenza distinguibile sale già
a 3′, 30″ e per 8° lateralmente, essa cresce sino circa a 1°.

Poichè noi nella vista normale di quegli oggetti, dei quali vogliamo
avere più esatte rappresentazioni spaziali, disponiamo l’occhio in
modo che quelli stiano nel mezzo del campo visivo e le imagini loro
nel centro della retina; diciamo tali oggetti veduti _direttamente_ e
diciamo veduti _indirettamente_ tutti gli altri che stanno nelle parti
eccentriche del campo visivo. Il punto medio della regione della vista
diretta si dice _punto di visione_ o _punto di fissazione_; la linea
congiungente il centro della retina e il centro del campo visivo,
_linea di visione_.

Se si calcola la distanza lineare che corrisponde sulla retina al più
piccolo angolo visivo, nel quale due punti possono essere percepiti
distinti nel centro del campo visivo, si ha una grandezza da 4/1000
a 6/1000 mm. È una grandezza questa che corrisponde presso a poco al
diametro di un cono retinico, ed essendo nel centro della retina i coni
così fitti da toccarsi fra loro, ne segue che due impressioni luminose
debbano sempre cadere su due diversi elementi della retina, perchè
possano essere ancora spazialmente distinte. Infatti con ciò s’accorda
il fatto, che nelle parti laterali della retina le due forme qui
esistenti di elementi sensibili sono separate da maggiori interstizi.
Si può quindi ammettere che l’_acutezza visiva_ o la capacità della
distinzione spaziale nel campo visivo di punti distinti, dipenda
direttamente dalla disposizione compatta degli elementi retinici,
potendo due impressioni essere sempre spazialmente distinte, se esse
colpiscono due elementi diversi.

    16_a_. Da questo rapporto reciproco tra l’acutezza visiva e la
  distribuzione degli elementi della retina si è da molti conchiuso
  che ad ogni elemento spetta la proprietà originaria di localizzare
  lo stimolo luminoso dal quale è colpito, nella parte dello spazio
  corrispondente alla sua proiezione nel campo visivo; e si è in
  tal modo ricondotta la proprietà, che ha il senso visivo di porre
  gli oggetti in un campo visivo esterno, situato a una distanza
  qualsivoglia dal soggetto, ad un’energia innata degli elementi
  retinici e degli elementi centrali che li rappresentano nel centro
  visivo del cervello. Vi sono certe alterazioni patologiche della
  vista che parvero a primo aspetto confermare queste conclusioni.
  Se in seguito a processi infiammatori sotto la retina, questa
  viene spostata dalla sua posizione normale, nascono contorsioni
  delle imagini, le così dette _metamorfopsie_, che si possono
  perfettamente spiegare nella loro grandezza e direzione, se si
  ammette che gli elementi retinici continuino a localizzare le
  impressioni, come se fossero ancora nella primitiva posizione
  normale. Ma queste imagini contorte, fintanto che, come nella
  maggior parte dei casi, si tratta di fenomeni che continuamente
  variano per il lento formarsi o sparire delle secrezioni, non
  dimostrano affatto una innata energia di localizzazione nella
  retina, siccome d’altra parte la percezione d’imagini contorte
  attraverso lenti prismatiche non ci permetterebbe mai di pervenire
  a una tale conclusione. Se invece a poco a poco si è raggiunto
  uno stato stazionario, le metamorfopsie spariscono, e questo
  sembra avvenire non solo in quei casi nei quali è possibile
  ammettere un perfetto ritorno degli elementi retinici alla
  loro posizione primitiva, ma anche in quelli, nei quali ciò è
  assolutamente inverosimile a causa dell’estensione dei processi.
  In questi ultimi casi si deve però ammettere il costituirsi di
  una nuova relazione dei singoli elementi ai punti corrispondenti
  del campo visivo[18]. Questa conclusione trova una conferma
  quando si osservi negli occhi normali il graduale addattamento
  ad imagini contorte prodotte da esterni sussidi ottici. Se si
  armano gli occhi di una lente prismatica, si producono di solito
  strane e disturbanti contorsioni d’imagini, sembrando piegati
  i contorni dritti e quindi contorte le forme degli oggetti.
  Queste contorsioni scompaiono a poco a poco completamente, quando
  si continui a portare la lente, ma possono comparire in senso
  opposto, se la lente è abbandonata. Tutti questi fenomeni si
  spiegano solo quando si presupponga che la localizzazione spaziale
  anche pel senso visivo non è affatto originaria, ma _acquisita_.

17. Colle sensazioni retiniche anche altri elementi psichici
partecipano dell’ordine reciproco spaziale delle impressioni luminose.
Le proprietà fisiologiche dell’organo visivo ci richiamano innanzi
tutto alle sensazioni che accompagnano _i movimenti dell’ occhio_.
Questi movimenti compiono infatti, per la misura delle estensioni nel
campo visivo, lo stesso ufficio che i movimenti tattili per la misura
delle impressioni tattili, con questa sola differenza, che anche qui
i processi alquanto rozzi dell’organo tattile si ripetono in forma
più fine e perfetta. L’occhio, potendo da un sistema di sei muscoli
opportunamente disposto, essere mosso in tutte le direzioni attorno
al suo punto medio, sempre egualmente orientato rispetto alla testa, è
al massimo grado addatto a percorrere con continuità i contorni degli
oggetti o a passare per la via più breve da un dato punto di fissazione
ad un altro. Inoltre a causa delle disposizioni dei muscoli, sono
preferiti sugli altri i movimenti in quelle direzioni che corrispondono
alle posizioni degli oggetti considerati più spesso e più esattamente,
cioè i movimenti in basso e in dentro. Di più, essendo i movimenti
dei due occhi, a causa della sinergia della loro innervazione,
così accordati fra loro che le linee visive allo stato normale sono
sempre fissate sullo stesso punto, è resa in tal modo possibile una
cooperazione dei due occhi, la quale non solo permette di cogliere in
modo abbastanza esatto i rapporti di posizione che gli oggetti hanno
tra loro, ma anche più specialmente offre il mezzo essenzialissimo
per la determinazione dei rapporti spaziali che gli oggetti hanno col
soggetto (v. sotto 24 e segg.).

18. Infatti i fenomeni della visione insegnano che, come la distinzione
di punti separati nel campo visivo dipende dalla compattezza degli
elementi retinici, così la rappresentazione della _distanza reciproca_
di due punti dipende dallo sforzo di movimento dell’occhio impiegato
nel percorrere questa distanza. Questo sforzo si dà a conoscere come un
elemento rappresentativo, perchè è legato a una sensazione di tensione
che noi possiamo percepire così in movimenti di larga estensione, come
nel paragonare movimenti oculari di diversa direzione. Ad es., a parità
di grandezza, i movimenti degli occhi in alto sono accompagnati da
sensazioni più intensive che i movimenti in basso, così appunto come i
movimenti in fuori di un occhio rispetto ai movimenti in dentro.

L’influenza di queste sensazioni tattili interne appare evidentissima
in ciò, che la localizzazione in seguito a paralisi parziali dei
singoli muscoli dell’occhio, subisce alterazioni, che corrispondono
perfettamente a quelle che avvengono a causa della paralisi nello
sforzo di movimento dell’occhio. Il principio generale di queste
perturbazioni è il seguente: la distanza di due punti appare
ingrandita, tosto che essa sia nella direzione del movimento divenuto
difficile. A questo movimento corrisponde una sensazione di tensione
più forte, che in condizioni normali accompagnerebbe un movimento
più esteso; conseguentemente l’estensione percorsa pare maggiore, e
poichè gli apprezzamenti delle estensioni, fatti in base al movimento,
reagiscono sugl’impulsi al movimento dell’occhio in riposo, la medesima
illusione si produce anche per l’estensione ancora da percorrere nella
stessa direzione.

19. Anche un occhio normale può presentare siffatti errori nella
misura delle distanze. Quantunque l’apparato muscolare dell’occhio
sia così adattato che i movimenti dovrebbero compiersi nelle più
diverse direzioni con isforzo pressochè uguale; tuttavia questo non
si riscontra in realtà in modo completo, e evidentemente per motivi
che si connettono intimamente all’adattamento dell’organo visivo
alle sue funzioni. Poichè noi più spesso osserviamo, tra gli oggetti
dello spazio circostante, quelli che sono più vicini e sui quali noi
dobbiamo, convergendo, fissare le linee visive; i muscoli dell’occhio
hanno preso una disposizione, nella quale i movimenti di convergenza
delle linee di visione si compiono con una speciale facilità, e nella
quale, fra i possibili movimenti di convergenza, sono preferiti quelli
in basso ed in alto. La facilità, con cui generalmente facciamo questi
movimenti di convergenza, dipende da ciò, che i muscoli volgenti
l’occhio in sù ed in giù, il retto superiore ed inferiore, non stanno
in un piano verticale inchiudente la linea visiva, condizione che
corrisponderebbe al più semplice movimento in sù e in giù, ma così
deviano da questo piano, che determinano coi movimenti in alto e in
basso anche un movimento in dentro. Perciò ciascuno di questi muscoli
è provveduto di un muscolo sussidiario situato obliquamente, il retto
superiore dell’obliquo inferiore, il retto inferiore dell’obliquo
superiore. Questi coadiuvano i due muscoli retti nei movimenti in
sù ed in giù, mentre essi compensano le rotazioni attorno alla linea
visiva, che provengono dall’asimmetrica posizione di quelli. A causa
di questa maggiore complicazione delle azioni muscolari, lo sforzo
per i movimenti in sù ed in giù degli occhi è maggiore che per i
movimenti in fuori ed in dentro, prodotti semplicemente dai due muscoli
posti in piano orizzontale, il retto esterno ed interno. La facilità
relativa dei movimenti di convergenza in basso trova la sua ragione in
parte nelle suesposte (pag. 98) differenze intensive delle sensazioni
accompagnanti i movimenti, in parte nel fatto che nel movimento in
basso dei due occhi entra una convergenza involontariamente rinforzata,
nei movimenti in alto invece una convergenza diminuita.

A queste aberrazioni del meccanismo di movimento corrispondono certe
_illusioni costanti della misura visiva dipendenti dalla direzione
nel campo visivo_. Esse consistono parte in _illusioni di direzione_ e
parte in _illusione di estensione_.

In rapporto alla _direzione delle linee verticali nel campo visivo_,
ogni occhio va soggetto all’illusione, che una linea inclinata colla
sua estremità superiore sporgente in fuori di circa 1-3°, sembri essere
verticale e una linea effettivamente verticale sembri essere nella sua
estremità superiore inclinata in dentro. Questa illusione, avendo per
ogni occhio un’opposta direzione, scompare nella visione binoculare.
Essa deve essere ricondotta al già notato fatto, che i movimenti
in basso degli occhi si collegano involontariamente ad un aumento
della convergenza, quelli in alto ad una diminuzione di essa. Questa
deviazione del movimento dalla direzione verticale, deviazione che da
noi non è avvertita, è poi riferita a uno spostamento degli oggetti
avente luogo in senso opposto.

Similmente una regolare _illusione di estensione_, che si ha, quando si
paragonino linee rette diversamente disposte nel campo visivo, trova la
sua ragione in quelle differenze, che esistono nella disposizione dei
muscoli moventi l’occhio in alto e in basso e di quelli che lo muovono
in fuori e in dentro. Qui l’illusione consiste in ciò, che paragonando
linee rette verticali con linee rette orizzontali ugualmente grandi,
stimiamo le prime maggiori di circa 1/7-1/10; epperò, ad es., un
quadrato ci appare come un rettangolo con base più piccola, mentre
all’opposto, quando si disegna un quadrato in base alla misura visiva,
si dà ad esso un’altezza troppo piccola. Se per occhi affetti da
paralisi parziale, le estensioni situate nella direzione dei movimenti
divenuti più difficili appaiono ingrandite, certamente ciò vale anche
per l’occhio normale. Oltre questa illusione più impressionante tra
orizzontale e verticale, ve ne ha ancora una meno notevole tra alto e
basso, e una tra fuori e dentro: infatti la metà superiore di una retta
verticale e l’esterna di un’orizzontale sono stimate in più, quella
all’incirca di 1/16, questa di 1/40. La prima di questa illusione
corrisponde alla già ricordata (pag. 98) maggior facilità dei movimenti
in basso, la seconda alle più facili posizioni di convergenza.

20. A queste illusioni costanti di direzione e di estensione, che si
possono ricondurre a certe disposizioni del meccanismo di movimento
fondate sugli speciali scopi della visione, si aggiungono altre
_illusioni variabili della misura visiva_. Queste hanno il loro
fondamento in proprietà generali dei nostri movimenti, epperò fenomeni
analoghi ad esse si possono incontrare anche nei movimenti degli
organi di tatto. Anche queste illusioni si distinguono in _illusioni
di direzione_ e in _illusioni di estensione_. Le prime obbediscono
a questa regola: gli angoli acuti sono stimati in più, gli ottusi in
meno, e le linee limitanti gli angoli variano la loro direzione in modo
corrispondente. Per le illusioni di estensione vale la regola seguente:
i movimenti obbligati e interrotti sono più faticosi dei movimenti
liberi e continui, e perciò le linee rette, che costringono a fissare,
sono giudicate maggiori delle distanze dei punti, ed ugualmente le
linee rette, interrotte da più punti, paiono maggiori delle linee
condotte senza interruzione.

Il fatto, che nel campo del senso tattile è analogo alle illusioni
degli angoli, consiste in ciò, che si è inclinati a giudicare in più
i piccoli movimenti dell’articolazione, in meno i grandi; una regola
questa, che può essere ricondotta al seguente principio generale: per
un movimento di estensione ristretta è richiesto un impiego di energia
relativamente maggiore che per un movimento di più notevole estensione,
essendo necessaria più energia per il muoversi che per il mantenersi in
moto. L’illusione, che nell’organo tattile è analoga all’apprezzamento
in più delle linee interrotte più volte, sta pure in ciò, che
un’estensione stimata da un organo tattile mediante il movimento
appare più piccola, quando essa è misurata da un singolo movimento
continuato, di quando lo è da un movimento più volte interrotto.
Anche qui la sensazione corrisponde al consumo di energia, e questo
naturalmente è maggiore in un movimento più volte interrotto che in un
movimento continuo. E però l’illusione, per cui si giudicano maggiori
le estensioni lineari divise, vale anche per l’occhio, s’intende solo,
finchè dalla divisione non sorgano motivi d’ostacolo all’occhio nel
movimento sull’estensione divisa. E questo è il caso, quando si ha,
ad es., un unico punto di divisione; imperocchè esso ci costringe a
guardare con occhio fisso. Se si confronta una linea divisa in un solo
punto con una linea continua, si è inclinati a percepire la prima con
occhio in riposo, fissando il punto di divisione, l’altra invece con
occhio in movimento; corrispondentemente in questo caso l’estensione
continua appare in questo caso maggiore che quella divisa.

    20_a_. Tutte le illusioni costanti e variabili di direzione
  e di estensione, per distinguerle da altre illusioni ottiche
  che provengono da deviazioni diottriche, vengono indicate come
  “illusioni geometrico-ottiche„, perchè s’incontrano soprattutto
  nella costruzione di figure geometriche. In questa espressione
  però oltre alle aberrazioni che si fondano sulla proprietà
  del meccanismo di movimento, sono comprese anche quelle della
  misura visiva, che riposano sulle leggi delle associazioni di
  rappresentazione, delle quali più tardi tratteremo. Queste
  pertanto possono essere specificamente dette “illusioni di
  associazione„. Qui trova luogo, ad es., il fatto che un’estensione
  o un angolo di data grandezza visti insieme a una estensione o
  ad un angolo più piccoli paiono più grandi, e nel caso opposto
  più piccoli; fatto questo che è evidentemente in tutto analogo al
  contrasto di luce e di colore (pag. 55). Tali effetti associativi
  si collegano anche colle suddescritte illusioni variabili di
  direzione e di estensione nel senso, che le illusioni prodotte
  dalla influenza delle diverse energie di movimento sono messe in
  accordo colle proprietà delle imagini retiniche da una percezione
  prospettiva di profondità delle figure disegnate sul piano. Così,
  ad es., una linea retta suddivisa non soltanto ci pare maggiore
  di una linea retta di uguale grandezza ma continua, ma di più
  noi la collochiamo ad una maggiore distanza, secondo la regola,
  alla quale ubbidiscono le nostre percezioni a causa di numerose
  associazioni: oggetti sotto uguale angolo visivo ci paiono
  tanto maggiori quanto maggiori sono le distanze alle quali le
  collochiamo. Queste illusioni prospettive di associazione, avendo
  in esse grande importanza il paragone colle imagini retiniche,
  nascono più spesse nello sguardo fisso, che nello sguardo in
  movimento, e costituiscono nel tempo stesso un carattere utile
  per distinguere le illusioni costanti dalle variabili, imperocchè
  in queste generalmente non si osservano le rappresentazioni
  secondarie di prospettiva. Più a lungo sulle illusioni
  d’associazione v. sotto al § 16, 9; sul contrasto spaziale § 17,
  11.

21. Se le illusioni della misura visiva, tanto le costanti quanto
le variabili, dimostrano l’immediata dipendenza della percezione di
direzioni ed estensioni spaziali dai movimenti dell’occhio; con questa
conclusione si accorda anche il risultato negativo, che la disposizione
degli elementi retinici, specialmente la compattezza loro, non esercita
una notevole influenza, in condizione normale, sulle rappresentazioni
della direzione e della grandezza. Questo si dimostra innanzi tutto
in ciò, che la distanza di due punti appare egualmente grande, quando
noi la osserviamo colla vista diretta o colla indiretta. Due punti,
che sono chiaramente distinti, veduti direttamente, possono coincidere
in _un solo_ punto nelle parti laterali del campo visivo, ma tosto
che sono distinti, si presentano ad una distanza uguale tanto in
questo caso quanto in quello; oppure, posto che una differenza sia
avvertibile, essa è così indeterminata e vacillante, che pienamente
scompare di fronte alle enormi anomalie nella disposizione degli
elementi senzienti. Questa indipendenza della percezione di grandezza
dalla compattezza di disposizione si riferisce persino a una regione
della retina, che non racchiude alcuna parte sensibile alla luce: il
_punto cieco_ corrispondente al punto d’ingresso del nervo visivo. Gli
oggetti, le immagini dei quali cadono sul punto cieco, non sono veduti.
Avendo questo punto, situato a 15° in dentro dal punto di visione, una
grandezza di circa 6°, imagini di considerevole grandezza, ad es., il
volto umano posto alla distanza di circa 2 metri, se cadono su quel
punto, possono completamente sparire. Ma tosto che punti nel campo
visivo cadono a dritta od a sinistra, o al disopra o al disotto del
punto cieco, noi attribuiamo ad essi la medesima distanza reciproca che
in qualunque altra regione del campo visivo non interrotta dal punto
cieco. Lo stesso fatto si osserva, quando anormalmente una parte della
retina è divenuta cieca in seguito a malattia. La lacuna che ne deriva
nel campo visivo, si dimostra solo in quanto le imagini incidenti su
di essa non sono vedute, ma non mai in quanto gli oggetti posti oltre
il limite della parte cieca soffrano notevoli modificazioni nella loro
localizzazione[19].

22. _L’acutezza della vista e la percezione di direzioni ed
estensioni nel campo visivo_ sono, come questi fenomeni insegnano,
due funzioni diverse che si fondano su diverse condizioni: _la prima
sulla compattezza di giustapposizione degli elementi della retina,
la seconda sui movimenti dell’occhio_. Da ciò deriva anche, che le
rappresentazioni spaziali del senso visivo, al pari di quelle del
tatto, non possono essere considerate originarie, già date, nel loro
ordine spaziale, in sè e per sè coll’azione delle impressioni luminose.
Ma questo ordine spaziale si sviluppa solo quando si combinino certi
componenti delle sensazioni, ai quali, singolarmente presi, non spetta
ancora la proprietà spaziale. Nello stesso tempo quelle condizioni
dimostrano, che questi componenti sensibili si comportano fra loro come
nel senso tattile, e che più specialmente lo sviluppo spaziale del non
cieco deve andare perfettamente parallelo allo sviluppo spaziale del
cieco nato, nel quale il senso tattile soltanto raggiunge una siffatta
indipendenza. Alle impressioni tattili corrispondono le impressioni
retiniche, ai movimenti tattili i movimenti degli occhi. Ma, come le
impressioni tattili possono avere un significato locale solo quando
vengono ad aggiungersi ad esse le colorazioni locali delle sensazioni,
i segni locali, è necessario supporre un’eguale condizione per le
impressioni della retina.

    22_a_. Non è certamente possibile dimostrare sulla retina una
  graduazione qualitativa dei segni locali con eguale distinzione
  come sulla pelle esterna. Si può però affermare in generale nelle
  impressioni colorate, che, a misura che ci allontaniamo dal centro
  della retina, a poco a poco la qualità della sensazione muta,
  essendo i colori nella vista indiretta percepiti in parte meno
  saturati e in parte anche come aventi un altro tono qualitativo
  di colore, ad es., il giallo viene percepito come aranciato. Ora
  in queste proprietà non è certamente alcuna stretta prova della
  esistenza di differenze puramente locali della sensazione, in
  nessun modo poi di differenze aventi una così fina graduazione,
  quale si è potuta supporre per le parti centrali della retina.
  Tuttavia si ha una conferma, che differenze locali della
  qualità della sensazione esistono senza dubbio, e l’ammettere
  tali differenze, anche oltre i limiti nei quali possono
  essere dimostrate, sarebbe tanto più giustificato, in quanto
  quell’improvviso cambiamento d’interpretazione delle differenze di
  sensazioni in differenze locali, come già si è potuto rimarcare
  nel tatto, qui dove si tratta di graduazioni assai più fine,
  verrebbe ancor più a pregiudicare la distinzione delle differenze
  qualitative, come tali. Una conferma di questa opinione si
  può forse riconoscere nel fatto, che anche quelle differenze
  di sensazione, che possono essere distintamente dimostrate a
  distanze abbastanza grandi dal centro della retina, possono
  essere osservate solo nel caso di una conveniente impressione di
  oggetti limitati, mentre esse scompaiono perfettamente nel caso
  di una superficie uniformemente colorata. In questo sparire delle
  differenze qualitative, che sono in sè e per sè molto importanti,
  la relazione alle differenze locali dovrà essere considerata
  almeno come un elemento di cooperazione. Se però in seguito
  a questa relazione, differenze già relativamente grandi così
  scompaiono, che occorrono speciali metodi di ricerca per metterne
  in luce l’esistenza, non si potrà più pensare affatto a una tale
  dimostrazione nel caso di differenze molto piccole.

23. Se dopo ciò noi ammettiamo segni locali qualitativi, i quali, in
conformità dei dati dell’acutezza visiva, si graduano nel centro della
retina a gradi minimi, e verso la periferia di essa a gradi sempre
maggiori, la formazione dell’ordine spaziale delle impressioni di luce
può essere designata, come un disporsi di questo sistema di segni
locali ordinato secondo due dimensioni, in un sistema di sensazioni
tattili interne graduato intensivamente. Per due segni locali _a_ e
_b_ la sensazione di tensione α, ottenuta attraversando l’estensione
_a b_, sarà una misura della grandezza lineare _a b_, in quanto che
ad una maggiore estensione _a c_ deve corrispondere una sensazione
di tensione più intensa γ. Come nel dito tastante il punto della più
fina differenziazione diventa punto medio dell’orientazione, così
nell’occhio l’ufficio di tale punto medio spetta al centro della
retina. Infatti proprio per l’occhio, ancor più distintamente che per
l’organo tattile, una tale condizione trova la sua espressione nelle
leggi del movimento. Ogni punto luminoso nel campo visivo costituisce
uno stimolo per il meccanismo d’innervazione dell’occhio, così che la
linea di visione tende a collocarsi su di esso come un raggio riflesso.
Questa relazione di riflessione, in cui stimoli di luce eccentricamente
posti stanno al centro della retina, costituisce verosimilmente da
una parte una condizione essenziale per il perfezionamento della su
ricordata sinergia dei movimenti oculari; dall’altra parte spiega
la grande difficoltà che è nell’osservazione di oggetti veduti
indirettamente. Questa difficoltà risulta manifestamente dal fatto,
che la direzione dell’attenzione su un punto situato lateralmente
ingrandisce l’energia riflettente di esso, a paragone di altri punti
sui quali non si sia egualmente rivolta l’attenzione. Per il valore
predominante che così ottiene il centro della retina nei movimenti
dell’occhio, il punto di visione diventa necessariamente il punto
medio dell’orientazione nel campo visivo, e in questo tutte le
distanze sono soggette a una misura unica, essendo tutte determinate
in rapporto al punto di visione. Poichè ora i segni locali sono
sempre determinati solo da impressioni luminose esterne, e ambedue
però insieme determinano i movimenti dell’occhio orientato al centro
della retina; l’intero processo dell’ordine spaziale si presenta
come un processo di fusione di _tre_ diversi elementi sensibili: 1)
delle qualità sensibili fondate sulla natura degli stimoli esterni;
2) dei segni locali qualitativi dipendenti dal luogo di azione dello
stimolo; 3) delle sensazioni di tensione intensivamente graduate e
determinate dalla relazione dei punti eccitati al centro della retina.
Quest’ultime possono o accompagnare il movimento reale, e questa è
la forma originaria, o apparire nell’occhio in riposo in seguito a
semplici impulsi al movimento aventi una certa grandezza. I segni
locali qualitativi e le sensazioni di tensione accompagnanti il
movimento, a causa del regolare modo di ordinarsi dei primi rispetto
alle seconde, possono insieme essere considerati anche come un
sistema di _segni locali complessi_. La localizzazione spaziale di una
qualsiasi impressione di luce appare quindi come il prodotto di una
perfetta fusione della sensazione di luce determinata dallo stimolo
esterno con due elementi propri di quel sistema complesso di segni
locali; e l’ordine spaziale di una pluralità d’impressioni semplici
consiste nella combinazione di un gran numero di tali fusioni, che sono
graduate le une rispetto alle altre qualitativamente e intensivamente
in conformità degli elementi del sistema di segni locali. In questi
prodotti di fusione le sensazioni suscitate dagli stimoli esterni
sono gli elementi predominanti, di fronte ai quali gli elementi del
sistema di segni locali scompaiono persino nella loro originaria natura
qualitativa e intensiva, imperocchè essi nell’immediata percezione
degli oggetti si presentano del tutto nel loro significato spaziale.

Con questo complicato processo di fusione che determina l’ordine degli
elementi nel campo visivo, per ogni singola rappresentazione spaziale
si collega ancora un secondo processo, da cui sorge il rapporto degli
oggetti veduti al soggetto; e questo passiamo or ora a considerare.

           _b. L’orientazione delle rappresentazioni spaziali
                       al soggetto percipiente._

24. Il più semplice caso di un rapporto tra un’impressione e il
soggetto che si dimostri in una rappresentazione visiva, manifestamente
si presenta, quando l’impressione si limita a un unico punto. Se un
solo punto luminoso è dato nel campo visivo, a causa del potere di
riflessione, che lo stimolo esercita, già da noi esaminato (pag. 104),
ambedue le linee di visione si dirigono su di esso in modo che la sua
immagine si trovi per ogni lato nel centro della retina, mentre anche
gli apparati di accomodazione si addattano alla distanza del punto.
Il punto che in tal guisa si disegna in ambedue gli occhi sul centro
della retina, è veduto _semplice_ e nel tempo stesso in una determinata
direzione e distanza dal soggetto percipiente.

Quest’ultimo è di solito rappresentato da un punto situato nella
testa, il quale può essere determinato come il punto medio delle rette
congiungenti i punti di rotazione dei due occhi. Si chiami _punto
d’orientazione_ del campo visivo il punto in questione, e _linea di
orientazione_ la retta tirata da quel punto, al punto di convergenza
delle linee di visione o al punto fissato all’esterno. Quando si
fissa un punto nello spazio, si ha sempre una rappresentazione
abbastanza esatta della _direzione_ delle linee di orientazione.
Questa rappresentazione è prodotta dalle sensazioni tattili interne
legate alla posizione degli occhi, sensazioni che sono molto
notevoli per l’intensità loro in posizioni degli occhi fortemente
eccentriche. Essendo queste sensazioni distintamente percettibili già
nel singolo occhio, la localizzazione della direzione nella visione
monoculare è altrettanto perfetta, quanto nella binoculare, con questa
sola differenza, che in quella la linea di orientazione coincide
generalmente colla linea di visione[20].

25. Più indeterminata che la rappresentazione della direzione, è la
rappresentazione della _distanza_ degli oggetti dal soggetto, oppure
della _grandezza assoluta_ della linea di orientazione: infatti noi
generalmente propendiamo a rappresentarci questa grandezza come più
piccola di quello che sia in realtà, come ce ne possiamo convincere,
quando la confrontiamo con un regolo di misura, che si trovi nel campo
visivo e sia situato perpendicolarmente ad essa. La lunghezza del
regolo, che è percepita di eguale grandezza, è sempre notevolmente
più piccola che la lunghezza effettiva della linea di orientazione; e
questa differenza è tanto più rilevante, quanto più il punto di visione
retrocede, e quindi quanto più lunga è la linea d’orientazione. I
componenti sensibili, dai quali risulta questa rappresentazione della
grandezza della linea di orientazione, possono essere solo quelle parti
delle sensazioni di tensione connesse alle posizioni dei due occhi, che
sono specialmente legate alla posizione di convergenza delle linee di
visione, e perciò contengono anche una certa misura per la grandezza
assoluta di questa convergenza. Infatti, quando variano le posizioni
di convergenza, si avvertono sensazioni che hanno la loro sede pel
passaggio a convergenza maggiore principalmente nell’angolo interno
dell’occhio, pel passaggio a convergenza minore nell’angolo esterno.
Una data posizione di convergenza è completamente caratterizzata di
fronte a tutte le altre posizioni di convergenza, dalla somma delle
sensazioni che corrispondono ad essa.

26. La rappresentazione di una determinata grandezza assoluta della
linea di orientazione può quindi svolgersi solo in base alle influenze
dell’esperienza, nelle quali oltre gli elementi sensibili diretti
entrano in azione anche associazioni varie. E con ciò si spiega,
come quella rappresentazione rimanga sempre indeterminata e come ora
possa essere favorita, ma ora anche pregiudicata dalle altre parti
delle percezioni visive, specialmente dalla grandezza delle imagini
retiniche di oggetti noti. All’opposto nelle sensazioni di convergenza
noi possediamo una misura relativamente fine per le _differenze_
di distanza, in cui si trovano gli oggetti veduti, come pure per le
variazioni _relative_, che la grandezza della linea di orientazione
subisce nel passare da un punto di fissazione più vicino a uno più
lontano o da uno più lontano a uno più vicino. In tal guisa per
posizioni dell’occhio, che si avvicinano alla posizione parallela delle
linee visive, si possono ancora sentire le variazioni di convergenza,
che corrispondono a uno spostamento d’angolo di 60-70 secondi.
Coll’aumento della convergenza questa minima variazione sensibile di
convergenza aumenta considerevolmente, ma in modo che le corrispondenti
differenze nella grandezza della linea di orientazione diventano
nondimeno sempre più piccole. Le sensazioni, in sè stesse puramente
intensive, che accompagnano i movimenti di convergenza, sono quindi
immediatamente cambiate in rappresentazioni della distanza tra il punto
di fissazione e il punto di orientazione del soggetto percipiente.

Che anche questa trasformazione di un determinato complesso di
sensazioni in una rappresentazione spaziale della distanza, non riposi
su un’energia innata, ma su un determinato svolgimento psichico,
risulta del resto da un gran numero di esperienze, che appunto sono
indizi di un tale svolgimento. Qui appunto trova posto il fatto di
essere la percezione tanto delle distanze assolute, quanto delle
differenze di distanza perfezionata in alto grado dall’esercizio.
Infatti i fanciulli inclinano a collocare a vicinanza immediata oggetti
molto lontani; essi credono afferrare la luna, e il conciatetti sulla
torre. Così pure nei ciechi nati operati si è osservata, subito dopo
l’operazione, un’assoluta incapacità di distinguere il vicino e il
lontano.

27. Nello sviluppo di questa distinzione di lontano e vicino si deve
considerare che a noi, nelle condizioni naturali della visione, non
sono mai dati solo punti isolati, ma _oggetti corporei estesi_,
o almeno più punti situati a diverse profondità, ai quali noi
assegniamo distanze diverse nel rapporto loro reciproco sulle linee di
orientazione, che loro appartengono.

Immaginiamoci ora dapprima il più semplice caso: che siano dati due
punti _a_ e _b_, situati a diversa profondità, e siano congiunti
tra loro da una linea retta. Uno spostamento della mira tra _a_ e
_b_ porta sempre con sè anche una variazione di convergenza; un tale
spostamento quindi in primo luogo farà percorrere la serie continua;
dei segni locali della retina corrispondente all’estensione _a b_, e in
secondo luogo produrrà una sensazione tattile interna α corrispondente
alla convergenza per la distanza _a b_. Con ciò sono dati anche qui
gli elementi di un prodotto spaziale di fusione. Questo prodotto
di fusione è però tutt’affatto speciale: esso nelle sue due parti
costitutive, nella serie decorrente dei segni locali e nelle sensazioni
tattili concomitanti, si distingue assolutamente da quei prodotti di
fusione, che nascono dal percorso di un’estensione nel campo visivo
(pag. 105). Mentre in quest’ultimo caso le variazioni tanto dei
segni locali, quanto delle sensazioni tattili avvengono per ambedue
gli occhi in _egual_ senso, quando il punto visivo si sposta e si fa
da lontano vicino o da vicino lontano, le variazioni in ambedue gli
occhi avvengono sempre in senso opposto. Infatti, se modificandosi la
convergenza, l’occhio destro si volge a sinistra, il sinistro si volge
a destra, e viceversa; il medesimo deve valere per il movimento delle
imagini della retina: se l’imagine del punto appena abbandonato dal
punto visivo si muove nell’occhio destro verso destra, nel sinistro si
muove verso sinistra, e viceversa. Il primo fatto avviene, quando gli
occhi vanno da un punto più vicino a uno più lontano, il secondo quando
passano da uno più lontano a uno più vicino. I prodotti di fusione, che
hanno origine da questi movimenti di convergenza, hanno, rispetto alle
loro parti qualitative e intensive, una composizione analoga a quelli,
sui quali si fonda l’ordinamento reciproco degli elementi del campo
visivo; lo speciale modo, in cui si combinano le parti, è però nei due
casi tutt’affatto diverso.

28. In tal guisa le fusioni dei segni locali colle sensazioni tattili
interne costituiscono qui un _sistema di segni locali complesso_,
analogo a quello già sopra (pag. 105) derivato, ma avente una
composizione particolare. Infatti, questo sistema rispetto alla sua
composizione ha un significato, per cui da un lato si differenzia
da quel sistema di segni locali del campo visivo, dall’altro questo
stesso integra, in quanto che al rapporto reciproco degli elementi
oggettivi aggiunge il rapporto loro al soggetto percipiente. Questo
rapporto alla sua volta si scinde nei due componenti rappresentativi,
contrassegnati da speciali elementi sensibili: nella _rappresentazione
di direzione_ e nella _rappresentazione di distanza_. Ambedue sono
dapprima riferite al punto d’orientazione localizzato nella testa
del soggetto percipiente, ma poi trasportate ai rapporti reciproci di
oggetti esterni; imperocchè dati due punti qualsivogliano, che stiano
a distanze diverse sulla linea generale d’orientazione, a ciascuno di
essi sono ancora attribuite rispetto all’altro una direzione e una
distanza. Il complesso delle rappresentazioni spaziali di distanza,
riferite nelle loro varie posizioni alla linea d’orientazione, è detto
_rappresentazioni dì profondità_, oppure _rappresentazioni corporee_,
se esse sono rappresentazioni di singoli oggetti determinati.

29. La rappresentazione di profondità, che ha avuto origine nella
suesposta maniera, varia per condizioni oggettive e soggettive. La
determinazione della distanza assoluta di un singolo punto isolato
nel campo visivo è sempre assai incerta. Così pure la determinazione
della distanza relativa di due punti _a_ e _b_ situati a diversa
profondità è per solito abbastanza sicura, solo quando essi, come
sopra fu presupposto, sono congiunti da una linea, sulla quale i punti
visivi dei due occhi possono muoversi nel fissare alternativamente _a_
e _b_. Se noi indichiamo tali linee, che congiungono tra loro diversi
punti nello spazio come _linee di fissazione_, si può esprimere questa
condizione mediante la seguente proposizione: Punti dello spazio sono
generalmente percepiti nelle loro giuste relazioni reciproche, solo
quando sono congiunti da linee di fissazione, sulle quali possano
muoversi i punti visivi dei due occhi. Questa proposizione è chiarita
dal fatto, che la condizione di una regolare combinazione dei segni
locali della retina colle sensazioni di tensione accompagnanti la
convergenza, come sopra (pag. 108) abbiamo appreso per l’origine della
rappresentazione di profondità, è manifestamente adempiuta, solo
allorquando sono date impressioni determinate, che suscitano segni
locali ad esse corrispondenti.

30. Se invece la suddetta condizione non è soddisfatta, ma sorge
solo un’imperfetta e indeterminata rappresentazione delle diverse
distanze relative dei due punti dal soggetto, oppure — il che può
sicuramente avvenire, solo quando si fissi intensamente un punto — se
i due punti appaiono a eguale profondità, allora entra in campo sempre
anche un’altra modificazione della rappresentazione: cioè soltanto il
punto fissato è veduto semplice, l’altro punto è veduto _doppio_. Non
altrimenti succede, quando si guardino oggetti estesi, i quali non
siano congiunti per mezzo delle linee di fissazione col punto fissato
binocularmente. Le immagini doppie così prodotte si trovano dalla
_stessa parte_ del luogo della loro origine, cioè la destra appartiene
all’occhio destro, la sinistra al sinistro, quando il punto fissato è
situato più vicino che l’oggetto guardato; sono invece _incrociate_,
quando quello è situato di gran lunga più lontano.

La localizzazione binoculare di distanza o le immagini doppie sono
quindi fenomeni, che stanno fra loro in immediata correlazione: quando
quella è incompleta o indeterminata, sorgono queste; all’opposto quando
queste mancano, quella è determinata ed esatta. Ambedue i fenomeni
nel tempo stesso sono così strettamente collegati all’esistenza
delle linee di fissazione, che queste linee concorrono a produrre
la rappresentazione di profondità e con ciò insieme eliminano la
possibilità delle immagini doppie. Quest’ultima regola non è però
affatto priva d’eccezioni, perchè, quando si guardi binocularmente
con rigidità un punto, le immagini doppie possono facilmente sorgere,
malgrado la presenza delle linee di fissazione. Anche questo fatto
trova la sua spiegazione nelle condizioni già in generale presupposte
(pag. 108) per le rappresentazioni di profondità. Come nella mancanza
delle linee di fissazione mancano le richieste disposizioni di segni
locali, così nello sguardo fisso vengono meno le sensazioni tattili
interne collegate al movimento di convergenza.

      _c. Le relazioni fra l’orientazione reciproca degli elementi
                  e la loro orientazione al soggetto_.

31. Tosto che il campo visivo viene pensato solo come una orientazione
_reciproca_ delle impressioni luminose, noi ce lo rappresentiamo
come una superficie e diciamo i singoli oggetti, situati su questa
superficie, _rappresentazioni di superficie_, in contrapposto alle
rappresentazioni di profondità. Anche in una rappresentazione di
superficie l’orientazione al soggetto percipiente non può mai mancare
per doppia ragione: in primo luogo, perchè ogni punto del campo visivo
viene veduto in una determinata _direzione_ sulla linea soggettiva
d’orientazione già sopra ricordata (pag. 106): in secondo luogo, perchè
l’intero campo visivo è posto dal soggetto a una certa _distanza_,
benchè ancora molto indeterminata.

La prima di queste orientazioni ha per effetto, che all’immagine
retinica rovesciata corrisponda una rappresentazione dell’oggetto
_diritta_. Questo rapporto della localizzazione di direzione oggettiva
all’imagine retinica è una conseguenza necessaria dei movimenti
dell’occhio, così come il rovesciamento dell’immagine retinica è
conseguenza delle proprietà ottiche dell’occhio. La nostra linea
d’orientazione nello spazio è per l’appunto la linea visiva _esterna_
o, per la vista binoculare, la linea d’orientazione media risultante
dal concorso dei movimenti visivi. A una direzione della linea
d’orientazione, che nello spazio esterno va verso l’alto, corrisponde
nello spazio dell’imagine della retina situato dietro il punto di
rotazione, una direzione in basso e viceversa. L’imagine retinica deve
per l’appunto essere capovolta, perchè noi possiamo vedere gli oggetti
diritti.

32. La seconda orientazione che non manca mai, quella della distanza
del campo visivo, porta con sè questa conseguenza per la reciproca
orientazione delle parti del campo stesso, che tutti i punti del campo
visivo sembrano disposti su una _superficie concava_, il cui punto
medio sta nel punto d’orientazione, o per la vista binoculare nel punto
di rotazione dell’occhio. Ora poichè piccole parti di una superficie
sferica abbastanza grande appaiono piane, le rappresentazioni di
superfici riferite a singoli oggetti sono per regola rappresentazioni
di _superficie piane_; così, ad es., figure disegnate su un piano, come
quelle della geometria piana. Ma tosto che singole parti si distaccano
da questo campo visivo generale, in modo che esse siano localizzate
avanti o dietro di esso, quindi in piani diversi del campo visivo, la
rappresentazione di superficie passa in rappresentazione di profondità.

    32_a_. Se noi designiamo quelle fusioni di segni locali
  qualitativi con sensazioni tattili interne, che hanno luogo nella
  convergenza da un punto più lontano a uno più vicino, o da uno più
  vicino a uno più lontano, come _i segni locali complessi della
  profondità_, questi per ogni sistema di punti situati avanti o
  dietro il punto fissato costituiscono, o per un corpo esteso, che
  non è altro che un sistema di tali punti, un sistema regolarmente
  ordinato, nel quale una forma stereometrica, che si trovi a
  una certa distanza, è sempre univocamente rappresentata da un
  determinato prodotto di fusione. Quando, dati due punti a diversa
  profondità, se ne fissa uno, l’altro è caratterizzato da opposta
  posizione d’imagine nei due occhi e corrispondentemente da segni
  locali complessi di opposta direzione; così lo stesso fenomeno
  ha luogo per sistemi connessi di punti o per corpi estesi. Se noi
  osserviamo un oggetto corporeo, esso disegna nei due occhi imagini
  che sono tra loro diverse, a causa della diversa orientazione
  che il corpo ha rispetto ad ogni occhio. Se si dice _parallasse
  binoculare_ la differenza di posizione di un punto dell’imagine in
  un occhio dalla posizione dello stesso punto nell’altro occhio,
  essa è eguale a zero soltanto per il punto fissato, e per quei
  punti che al pari di quello stanno ad eguale distanza sulla
  linea di orientazione; ma per tutti gli altri punti essa ha un
  determinato valore o positivo o negativo, a seconda che essi sono
  più vicini o più lontani del punto di fissazione. Se noi fissiamo
  binocularmente oggetti corporei, soltanto il punto fissato,
  insieme ai punti che sono con lui situati ad eguale distanza e
  a lui vicini nel campo visivo, proietta sui due occhi imagini
  aventi identica posizione. Tutte le altre parti dell’oggetto, non
  situate ad eguale distanza, dànno sui due occhi imagini aventi
  posizione e grandezza diverse. Sono appunto queste differenze
  delle imagini che producono, quando sono date le corrispondenti
  linee di fissazione, la rappresentazione della natura corporea
  dell’oggetto. Imperocchè, corrispondendo nella suesposta maniera
  l’angolo dello spostamento di parallasse all’imagine binoculare
  di un qualsiasi punto di un oggetto, situato o avanti o dietro il
  punto fissato e con questo collegato da una linea di fissazione,
  quell’angolo è nella sua direzione e grandezza a causa dei segni
  locali complessi, ad esso legati, una misura per la distanza
  relativa in profondità di quel punto. E poichè l’angolo di
  spostamento di parallasse per una data distanza oggettiva in
  profondità decresce proporzionatamente alla distanza dell’oggetto
  corporeo, con questa distanza diminuisce anche l’impressione della
  natura corporea dell’oggetto; e quando la distanza è divenuta
  così grande che tutti gli angoli di spostamento di parallasse
  scompaiono, il corpo non è più veduto che come superficie, a meno
  che le associazioni, di cui tratteremo più tardi (nel § 16 9),
  producano tuttavia una rappresentazione di profondità.

33. L’influenza della visione binoculare sulle rappresentazioni di
profondità può essere studiata sperimentalmente col sussidio dello
_stereoscopio_. Questo strumento mediante due prismi che, l’un verso
l’altro rivolti dalla parte degli angoli taglienti, sono portati
davanti agli occhi, rende possibile un’unificazione binoculare di
due disegni piani, i quali corrispondono alle due imagini retiniche,
prodotte da un oggetto corporeo. È così possibile studiare, in modo di
gran lunga più completo che mediante l’osservazione di reali oggetti
corporei, l’influenza delle diverse condizioni sulla rappresentazione
di profondità, potendo esse venir variate arbitrariamente.

Si osserva, ad es., che imagini stereoscopiche complesse per
lo più richiedono molti movimenti, prima che sorga una distinta
rappresentazione plastica. L’effetto dello spostamento di parallasse
appare inoltre, quando si osservino imagini stereoscopiche, le parti
delle quali si possano muovere le une contro le altre. Tali movimenti
sono accompagnati da variazioni nel rilievo, che corrispondono
esattamente alle variazioni della parallasse binoculare. Poichè questa
dipende dalla distanza dei due occhi, si può finalmente ottenere la
rappresentazione corporea anche per quegli oggetti, che in realtà, a
causa della loro grande distanza, non producono alcun effetto plastico:
precisamente quando si combinano stereoscopicamente imagini di questi
oggetti, che sono prese da due posizioni, la distanza delle quali è
notevolmente maggiore che quella dei due occhi. Ciò avviene, ad es.,
nelle fotografie stereoscopiche di paesaggi, le quali non presentano i
paesi nella loro realtà, ma modelli plastici di essi, che noi guardiamo
da vicino.

34. Nella visione _monoculare_ vengono meno tutte le condizioni, che
dipendono dai movimenti di convergenza e dalla diversità binoculare
delle imagini retiniche e che possono collo stereoscopio essere ad arte
imitate. Tuttavia anche la visione monoculare non va priva di tutte
le influenze, che producono una localizzazione in profondità, sia pure
incompleta.

Poco notevole, e forse non affatto rilevante in confronto alle altre
condizioni, è qui l’influenza diretta dei _movimenti d’accomodazione_.
È vero che anch’essi, al pari dei movimenti di convergenza, sono
accompagnati da sensazioni, che sono avvertite distintamente negli
sforzi d’accomodazione da lontano a vicino; ma queste sensazioni sono
molto incerte per spostamenti in profondità alquanto piccoli. Se si
fissa monocularmente un punto, un movimento di esso nella direzione
della linea visiva è per lo più distintamente percepito, solo allora
quando sia avvenuta una variazione anche nella grandezza dell’imagine
retinica.

35. D’importanza predominante nella formazione delle rappresentazioni
corporee monoculari sono invece le influenze esercitate dagli elementi
della così detta _prospettiva_, come grandezze relative dell’angolo
visivo, andamento delle linee di contorno, direzione delle ombre,
cambiamento dei colori per assorbimento atmosferico, ecc. Poichè tutte
queste influenze, che si mostrano in modo tutt’affatto eguali nella
vista monoculare e nella binoculare, si fondano su _associazioni di
rappresentazioni_, ritorneremo su di esse in un capitolo seguente (§
16).

    35_a_. Le stesse concezioni teoretiche, che già si sono
  incontrate nella teoria delle rappresentazioni tattili (pag.
  92), si trovano generalmente anche qui contrapposte per la
  spiegazione delle rappresentazioni visive. La teoria empiristica,
  nel circoscriversi al dominio ottico, ha urtato spesso
  nell’inconseguenza di aver assegnato al senso tattile il vero
  problema della percezione dello spazio e di essersi poi limitata a
  cercare come, in base alle rappresentazioni tattili dello spazio
  già esistenti, si compia una localizzazione delle impressioni
  visive coll’aiuto dell’esperienza. Una tale interpretazione non
  solo sta in un’intima contraddizione con sè stessa, ma contraddice
  anche all’esperienza, la quale mostra che nell’uomo dotato della
  vista le percezioni spaziali del senso della vista determinano
  quelle del senso tattile e non viceversa (pag. 84). Il fatto che
  si è osservato nella evoluzione delle specie, d’essere il tatto il
  senso prima conformatosi, non può qui trasportarsi allo sviluppo
  dell’individuo. In appoggio della teoria nativistica si sono messe
  innanzi come prove capitalissime, in primo luogo, le metamorfopsie
  dovute a dislocazioni degli elementi della retina (pag. 96), e in
  secondo luogo la posizione della linea di orientazione (pag. 106),
  che è indizio di una funzione originariamente comune ad ambedue
  gli occhi. Già è stato notato (pag. 96) che le metamorfopsie
  al pari degli altri fenomeni affini valgono a dimostrare il
  contrario, tosto che le alterazioni, onde hanno origine, diventano
  permanenti. Che inoltre la linea di orientazione non è originaria,
  ma sorta sotto l’influenza delle condizioni della visione, risulta
  dal fatto che essa in seguito a una visione monoculare di lunga
  durata (pag. 106), coincide colla linea visiva dell’occhio che
  guarda. Egualmente a favore della teoria genetica e contro la
  nativistica sta il fatto, che nel fanciullo la sinergia dei
  movimenti degli occhi si svolge sotto l’influenza degli stimoli di
  luce, e che con ciò si vedono a mano a mano formarsi le percezioni
  di spazio. Per questo, come per altri rapporti, l’evoluzione della
  maggior parte degli animali avviene in modo diverso, perchè le
  combinazioni riflesse delle impressioni della retina coi movimenti
  del capo e degli occhi funzionano in essi già complete subito dopo
  la nascita (v. sotto § 19, 2).

    La teoria _genetica_ ha ottenuto il predominio sulle teorie
  nativistiche ed empiristiche, prevalenti in più antico tempo, in
  seguito allo studio acuto, cui sottopose i fenomeni della _visione
  binoculare_. Dal punto di vista del nativismo presenta difficoltà
  la questione: perchè noi generalmente vediamo gli oggetti come
  semplici, mentre le loro imagini si disegnano su ciascuno dei
  due occhi. Si cercò di girare la difficoltà, e si ammise che
  due punti qualsivogliano della retina, identicamente situati,
  fossero connessi con una medesima fibra ottica, biforcantesi
  al ponto d’incrocio dei nervi visivi, e rappresentassero quindi
  nel sensorio un unico punto dello spazio. Questa dottrina dell’
  “identità delle due retine„ non fu più sostenibile, quando altri
  cominciò a rendersi conto delle reali condizioni della visione
  binoculare corporea. La scoperta dello _stereoscopio_ è in tal
  guisa riuscita di massima importanza per la teoria genetica.



§ 11. — Le rappresentazioni di tempo.


1. Tutte le nostre rappresentazioni sono insieme e di spazio e di
tempo. Ma come le condizioni dell’ordine spaziale delle impressioni
sono originariamente proprie solo a certi domini di senso, al tatto e
alla vista, dai quali poi la relazione spaziale viene trasferita alle
sensazioni di ogni altro senso; così solo _due_ classi di sensazioni,
cioè le sensazioni tattili interne, che sorgono nei movimenti tattili,
e le sensazioni acustiche sono quelle che prevalentemente determinano
il costituirsi delle rappresentazioni di tempo. Ma è d’uopo riconoscere
che una differenza caratteristica tra le rappresentazioni di spazio e
quelle di tempo già qui si fa manifesta per ciò, che per le prime solo
i due sensi nominati possono produrre un ordine spaziale indipendente,
mentre per le seconde nei due domini di senso preferiti le condizioni
per il sorgere degli ordini temporali sono soltanto più favorevoli,
senza che però tali condizioni manchino nelle altre sensazioni. Ciò
dimostra che i fondamenti psicologici delle rappresentazioni di tempo
sono di natura _più generale_ e che non sono determinate solo dalle
speciali condizioni d’organizzazione dei singoli apparati di senso.
Ed è per ciò che noi, quando in una connessione di processi psichici
facciamo intera astrazione dalle rappresentazioni che ne fanno parte,
e abbiamo riguardo solo ai fenomeni soggettivi, che le accompagnano,
sentimenti, emozioni, ecc., pur attribuiamo a questi stati affettivi,
isolati mediante l’astrazione, proprio le stesse proprietà, temporali
che alle rappresentazioni. Tuttavia da questa maggiore generalità delle
condizioni non si può conchiudere che più generalmente si presentino le
intuizioni di tempo. Come noi trasportiamo le proprietà spaziali dai
sensi, che direttamente dànno l’intuizione di spazio alle sensazioni
degli altri domini di senso, così noi le trasportiamo mediante le
sensazioni e le rappresentazioni ai sentimenti ed alle emozioni,
che sono a quelle inscindibilmente legate. Non è nemmeno possibile
dubitare, se ai moti d’animo in sè e per sè, senza le rappresentazioni
ad essi legate, possa mai spettare un ordine temporale: imperocchè alle
condizioni di quest’ordine appartengono anche qui certe proprietà del
sostrato sensibile delle rappresentazioni. La verità è che tutte le
nostre rappresentazioni anzi, poichè rappresentazioni entrano in ogni
contenuto psichico, tutti i contenuti psichici sono insieme spaziali e
temporali, ma che l’ordine spaziale proviene da determinati sostrati
sensibili, nel non cieco dal senso visivo, nel cieco dal tatto;
mentre le rappresentazioni di tempo possono essere riferite a tutti i
possibili sostrati di sensazione.

2. Le formazioni di tempo al pari di quelle di spazio rispetto alle
rappresentazioni intensive sono caratterizzate per ciò, che gli
elementi, nei quali esse possono essere scomposte, presentano un
ordine determinato stabile, così che, mutato quest’ordine, anche la
formazione data, malgrado le invariate qualità dei suoi componenti,
diventa un’altra. Mentre però nelle formazioni di spazio quest’ordine
stabilito si riferiva solo al rapporto reciproco degli elementi di
spazio e non al rapporto in cui questi stanno al soggetto percipiente,
nelle formazioni di tempo ogni elemento col rapporto agli altri
elementi della medesima formazione varia anche il rapporto al soggetto
percipiente. Pertanto nelle rappresentazioni di tempo non si incontra
una variazione analoga ai cambiamenti di posizioni propri delle
formazioni di spazio.

    2_a_. Questa proprietà del rapporto assoluto, per nulla
  mutabile, che ogni formazione di tempo ed ogni elemento temporale,
  per quanto piccolo possa essere isolatamente pensato, hanno
  al soggetto percipiente, è ciò che noi designiamo come lo
  _scorrere del tempo_. Imperocchè a causa di questa proprietà ogni
  momento del tempo occupato da un qualsiasi contenuto sensibile
  ha un rapporto al soggetto, che non può essere sostituito da
  alcun altro momento; mentre nello spazio la possibilità, che
  qualunque elemento spaziale sia sostituito da qualsiasi altro
  nel suo rapporto al soggetto, sveglia la rappresentazione
  della _costanza_, o, come la diciamo, mediante un riferimento
  dalla rappresentazione di tempo a quella di spazio, della
  durata assoluta. Nell’intuizione del tempo è impossibile la
  rappresentazione della durata _assoluta_, cioè di un tempo nel
  quale nulla muti. Il rapporto al percipiente deve sempre cambiare.
  Diciamo che dura solo quell’impressione, le cui singole parti
  di tempo si rassomigliano perfettamente nel loro _contenuto
  sensibile_, così che esse si distinguono _solo pel loro rapporto
  al soggetto percipiente_. Perciò la durata applicata al tempo
  è un concetto puramente relativo; una rappresentazione di tempo
  può durare più che un’altra, ma nessuna rappresentazione di tempo
  può avere una durata assoluta, perchè nessuna rappresentazione
  di tempo potrebbe svolgersi senza quel doppio ordine di diversi
  contenuti sensibili, cioè l’ordine reciproco e l’ordine al
  soggetto percipiente. Non è possibile pertanto mantenere una
  sensazione per una durata insolitamente lunga ed eguale: noi
  sempre la interrompiamo con altri contenuti sensibili.

    Tuttavia anche nel tempo possono essere separate le due
  condizioni, che in realtà sono sempre connesse, il rapporto degli
  elementi fra loro e quello al soggetto percipiente, essendo
  ciascuna di esse congiunta con determinate proprietà delle
  rappresentazioni di tempo. Infatti questa distinzione delle
  condizioni, già prima di un’esatta analisi psicologica delle
  rappresentazioni di tempo, ha trovato la sua espressione in
  designazioni del linguaggio fissate per certe forme del corso del
  tempo. Se cioè si considera soltanto il rapporto degli elementi di
  tempo tra loro senza alcun riguardo pel rapporto loro al soggetto,
  si giunge a una distinzione di _modi del decorso del tempo_,
  così, ad es., di breve durata, di lunga durata, che si ripete con
  regolarità, che varia irregolarmente, ecc. Se invece si considera
  solo il rapporto al soggetto, astraendo dalle forme oggettive
  di decorso, si hanno come forme principali di questo rapporto _i
  gradi del tempo_, il passato, il presente e il futuro.


_A_) LE RAPPRESENTAZIONI TATTILI DI TEMPO.

3. Lo sviluppo originario delle rappresentazioni di tempo appartiene
al _senso tattile_, le cui sensazioni costituiscono pertanto il
sostrato generale per il sorgere degli ordini così spaziali, come
temporali, nei quali si dispongono gli elementi rappresentativi (pag.
84, 3). Ma mentre le funzioni del senso tattile che dànno origine
alle rappresentazioni dello spazio provengono dalle sensazioni tattili
esterne, le sensazioni tattili _interne_, che accompagnano i movimenti
di tatto, sono i contenuti primari delle primissime rappresentazioni di
tempo.

Un importante fondamento psicologico per l’origine di queste
rappresentazioni sta nelle proprietà _meccaniche_ degli organi tattili
di movimento. Essendo questi, le braccia e le gambe, mossi per opera
dei muscoli nelle articolazioni della spalla e della coscia, ed essendo
inoltre assoggettati all’azione della gravità, due forme di movimenti
delle membra tastanti sono generalmente possibili: in primo luogo
quelli, che sempre sono regolati dalle azioni muscolari guidate dalla
volontà e che perciò possono avere un decorso variante a piacimento,
e in ogni istante adattantesi ai bisogni del momento — noi li diremo
i movimenti tattili _aritmici_; in secondo luogo, quelli nei quali
le forze muscolari volontarie entrano in azione solo per quel tanto
che è necessario a porre le membra moventisi nelle articolazioni in
ondulazioni pendolari e a mantenervele — i movimenti tattili _ritmici_.
I movimenti aritmici, come quelli che avvengono nell’uso vario a
piacimento delle membra di tatto, possono qui essere trascurati. Essi
acquistano le loro proprietà temporali assai verosimilmente, solo in
base alla seconda forma di movimento; inoltre tali movimenti irregolari
si prestano sempre solo a raffronti temporali molto indeterminati.

4. Ma è tutt’altra cosa pei movimenti ritmici. La loro importanza per
lo sviluppo psicologico delle rappresentazioni temporali sta in prima
linea nello stesso principio, al quale esse riconoscono per una gran
parte la loro importanza funzionale dal lato fisiologico, cioè nel
principio dell’_isocronismo delle oscillazioni pendolari di eguale
ampiezza_. In quanto le nostre gambe nei movimenti del camminare
compiono oscillazioni regolari attorno ai loro assi di movimento posti
nelle articolazioni della coscia, da una parte è reso più facile il
lavoro muscolare, dall’altra la continua esecuzione volontaria dei
movimenti è limitata a un minimo. Nel naturale camminare è utile anche
il penzolare delle braccia, il quale non è interrotto, come nelle gambe
per ogni passo dal posarsi del piede, ma col suo decorso continuo offre
un sussidio per regolare uniformemente i movimenti del camminare.

Ora ogni singolo periodo di oscillazione di un tale movimento, per ciò
che riguarda il suo contenuto sensibile, consiste in una serie costante
di sensazioni, che si ripete nel periodo seguente proprio collo stesso
ordine. Principio e fine di ogni periodo sono caratterizzati da un
complesso di sensazioni tattili _esterne_, le quali al principio del
periodo accompagnano il sollevamento della suola dal terreno e alla
fine di esso sono prodotte dalle impressioni accompagnanti il posarsi
della suola. Tra mezzo sta una serie continua di deboli sensazioni
tattili interne nelle articolazioni e nei muscoli; e di queste i
punti d’inizio e di fine, coincidendo con quelle sensazioni tattili
esterne, consistono in sensazioni più intensive, le quali accompagnano
dapprima l’impulso al movimento nelle articolazioni e nei muscoli, e
poi il subitaneo arrestarsi, sensazioni le quali pure contribuiscono a
definire i periodi.

A questa serie regolare di sensazioni è inoltre collegata una serie
di _sentimenti_ pur regolare, perfettamente parallela alla prima.
Se noi da un qualsiasi corso di movimenti tattili ritmici prendiamo
un’estensione posta fra due punti limiti, al principio e alla fine
di tale estensione sta un sentimento di _attesa soddisfatta_. Tra i
due limiti si stende un sentimento di _aspettativa tesa_, il quale a
poco a poco cresce allontanandosi dal primo punto, e raggiungendo il
secondo punto, d’un tratto dal suo massimo discende a zero, per poi
far posto al sentimento rapidamente ascendente e di nuovo declinante
della soddisfazione, dopo di che lo stesso decorso ancora comincia. In
tal guisa l’intero processo di un movimento tattile ritmico consiste,
considerato dal lato sentimentale, in un regolare alternarsi di due
sentimenti qualitativamente opposti, i quali per il loro carattere
generale si muovono principalmente nella direzione dei sentimenti di
tensione e di sollievo (pag. 66), e dei quali l’uno è un sentimento
momentaneo, che cioè molto rapidamente cresce al massimo suo grado e
poi decresce, l’altro un sentimento di durata, in quanto che lentamente
raggiunge il massimo per poi subitamente declinare. Perciò i più
intensivi processi sentimentali si addensano sui punti limitanti i
periodi e qui inoltre sono rinforzati ancora dal contrasto fra il
sentimento di soddisfazione e l’antecedente sentimento d’attesa. Ora
come questo limite critico di ogni singolo periodo, ha la sua base
sensibile nelle su ricordate impressioni tattili interne ed esterne,
fortemente marcanti il passaggio, così il graduale corso intermedio del
sentimento d’attesa corrisponde d’altra parte in tutto al continuato
decorso delle deboli sensazioni tattili interne, accompagnanti il
movimento oscillante delle membra di tatto.

5. Le più semplici rappresentazioni tattili di tempo consistono
in sensazioni ritmicamente ordinate, le quali si seguono nel modo
indicato affatto uniformi nel ripetersi di movimenti oscillanti di
eguale natura. Però già nella nostra andatura solita si introduce
una leggera tendenza a una complicazione alquanto maggiore, perchè
dei _due_ periodi che si susseguono, il principio del primo, tanto
nella sensazione quanto nel concomitante sentimento, è marcato più
fortemente che il principio del secondo. In questo caso il ritmo dei
movimenti comincia a farsi _cadenzato_. In realtà una tale successione
regolare di rappresentazioni marcate e non marcate corrisponde alla
più semplice battuta, a quella di 2/8. Questa si presenta facilmente
già nell’andatura solita in causa della preferenza fisiologica per le
membra del lato destro, ma sovrattutto molto regolarmente nel passo
in comune, cioè nella _marcia_. Nell’ultimo caso a un solo complesso
ritmico possono essere collegati più di due periodi di movimenti.
Questo avviene pure nei movimenti ritmici più complessi della danza.
Però su tali più composte formazioni di ritmi del senso tattile
esercitano già una decisiva influenza le rappresentazioni uditorie di
tempo.


_B_) LE RAPPRESENTAZIONI UDITORIE DI TEMPO.

6. Il senso dell’udito è più di ogni altro adatto ad un’esatta
percezione dei rapporti temporali di processi esterni, perocchè in
esso la sensazione dura solo per un tempo brevissimo dopo lo stimolo
esterno, così da essere ogni serie temporale di impressioni sonore
riprodotta con quasi perfetta fedeltà da una corrispondente serie di
sensazioni. Con questa condizione per l’appunto stanno in istretto
legame anche le proprietà delle rappresentazioni temporali dell’udito.
Innanzi tutto si distinguono dalle rappresentazioni temporali del tatto
per ciò, che in esse sovente soltanto i limiti delle singole estensioni
di tempo componenti un tutto rappresentativo, sono direttamente
messe in risalto dalle sensazioni, così che in questo caso i rapporti
reciproci di tali estensioni sono essenzialmente apprezzati in base
alle estensioni, situate tra le impressioni limitanti, — estensioni,
che o ci appaiono vuote o sono colmate da un contenuto diverso.

Questo è specialmente notevole nelle rappresentazioni _ritmiche_
dell’udito. Esse generalmente sono possibili sotto _due_ forme: come
serie o _continue_, o poco interrotte di sensazioni di relativa durata,
e come serie di battute _discontinue_, nelle quali soltanto i punti di
divisione dei periodi ritmici sono marcati dalle esterne impressioni
acustiche. In tali serie di battute, costituite da impressioni sonore
affatto omogenee, le proprietà temporali delle rappresentazioni
generalmente balzano più distinte che nelle impressioni continue,
perchè in quelle è completamente esclusa l’influenza della qualità dei
toni. Noi ci possiamo pertanto limitare all’esame di quelle, tanto più
che i punti di veduta qui fissati sono valevoli anche per le serie
di battute continue, nelle quali, come facilmente si comprende, la
partizione ritmica è in realtà stabilita egualmente mediante limiti o
dati dall’impressione esterna, o arbitrariamente a questa applicati per
singoli punti di battuta.

7. Una serie di regolari battute in tal guisa costituita come la più
semplice forma di rappresentazioni uditone di tempo, si differenzia
dalla più semplice forma di rappresentazioni tattili di tempo già
considerata (pag. 119), ed essenzialmente per ciò, che alle estensioni
di tempo manca ogni _oggettivo_ contenuto sensibile, essendo le stesse
impressioni acustiche che determinano la delimitazione delle stesse
estensioni. Nondimeno le estensioni di una tale serie di battute
non sono vuote ma riempite da un soggettivo contenuto sentimentale
e sensibile, che in tutto corrisponde a quello già osservato nelle
rappresentazioni tattili. Ma il _contenuto sentimentale_ delle
estensioni si presenta distinto prima di ogni altro. Esso nei suoi
periodi successivi di attesa gradatamente crescente e poi d’un tratto
soddisfatta, corrisponde in tutto al decorso di un movimento tattile
ritmico. Ma non manca neppure il fondamento sensibile a questo decorso
sentimentale; solo che esso è variabile: ora consiste in una sensazione
di tensione nella membrana del timpano avente un’intensità diversa,
talora anche in concomitanti sensazioni di tensione in altre parti
del corpo, talora infine in altre sensazioni tattili interne, e queste
ultime si hanno, se si accompagna il ritmo udito con un involontario
segnar di battute. Ed è in causa della natura invariabile e
dell’intensità per lo più abbastanza piccola di tutte queste sensazioni
tattili interne, che per l’appunto nelle rappresentazioni uditorie è
possibile cogliere molto più distintamente i processi sentimentali.

Per tutto quanto si è detto, in questo caso è facilissimo
dimostrare l’influenza degli elementi soggettivi sulla natura delle
rappresentazioni di tempo. Essa si manifesta dapprima nell’azione,
che la diversa velocità delle cadenze udite esercita sulla formazione
delle rappresentazioni di tempo. Si osserva che esiste una determinata
velocità media di circa 0,2 sec., la quale è favorevolissima per
la combinazione di una pluralità di impressioni sonore, che si
susseguano; ed è facile notare che essa è appunto quella, nella
quale le summenzionate sensazioni soggettive e i sentimenti si
manifestano in modo distintissimo nel loro alternarsi. Se si rallenta
la velocità e la si porta notevolmente al di sotto di quel valore, la
tensione dell’attesa diventa troppo grande e passa in un sentimento
di dispiacere sempre più penoso; se si accelera invece la velocità,
l’aumento dei sentimenti d’attesa è così presto interrotto che essi
diventano quasi inavvertibili. Ci avviciniamo così d’ambedue i lati a
un limite, in cui non è più possibile raccogliere le impressioni in una
rappresentazione ritmica di tempo. Questo limite è raggiunto all’in sù
per una serie di battute di 1 sec. circa; all’in giù per una di circa
O,1 sec.

8. Come questi valori danno un indizio sull’influenza, che esercita
il decorso delle sensazioni e dei sentimenti necessari alla percezione
dell’estensione di tempo, così la stessa influenza si rivela egualmente
nella variazione, cui è soggetta la nostra rappresentazione di una
estensione di tempo, quando in una grandezza oggettiva invariata
vengono variate le condizioni della sua percezione. Si osserva che un
tempo diviso è stimato maggiore che un tempo non diviso, analogamente
all’illusione notata nella divisione delle estensioni di spazio (pag.
100). La differenza è però per il tempo di gran lunga maggiore, il che
manifestamente dipende da questo, che qui il più frequente alternarsi
di sensazioni e sentimenti in un periodo dì tempo esercita un’influenza
più rilevante, che nella analoga illusione spaziale l’interruzione
del movimento prodotto dai punti di divisione. Se inoltre in una serie
ritmica regolare, singole impressioni sono designate da una maggiore
intensità o da una differenza qualitativa qualsiasi, si ha sempre
lo stesso risultato: le estensioni di tempo precedenti e seguenti
l’impressione designata sono apprezzate in eccedenza al confronto delle
altre estensioni di tempo della stessa serie. Se invece si produce una
certa serie, ritmica, in cui le battute deboli si alternino con battute
forti, la successione delle prime sembra più lenta che quella delle
seconde.

Anche la spiegazione di questi fenomeni si trova nell’influenza
dell’alternarsi delle sensazioni e dei sentimenti. Un’impressione
distinta tra le altre esige una variazione nel decorso delle sensazioni
e specialmente dei sentimenti, che ne precedono la percezione, perchè
deve entrare in campo una tensione d’attesa più intensiva e a questa
corrispondentemente anche un abbastanza forte sentimento del sollievo
di questa attesa, o della soddisfazione. Quello prolunga il tratto
di tempo precedente l’impressione, questo quello seguente. Altrimenti
accade, quando un’intera serie di battute consta una prima volta solo
di impressioni sonore deboli, una seconda invece solo di forti. Per
percepire un’impressione debole noi dobbiamo dirizzare su di essa
più energicamente la nostra attenzione: conseguentemente nella serie
debole le sensazioni di tensione e i sentimenti concomitanti sono,
come facilmente si può osservare, di un’intensità maggiore che nella
serie forte. Anche qui nella diversità delle rappresentazioni di
tempo immediatamente si riflette la diversa intensità degli elementi
soggettivi, che ne formano la base. Però quest’effetto cessa e agisce
anzi in senso opposto, quando non si tratta di confrontare battute
deboli e forti, ma forti e fortissime.

9. Come già nelle rappresentazioni ritmiche del tatto propendiamo a
combinare almeno due periodi fra loro eguali in una regolare serie di
battute, così lo stesso facciamo, e solo in una maniera più decisa,
nelle rappresentazioni dell’udito. Ma mentre pei movimenti tattili,
nei quali le sensazioni limitanti i singoli periodi stanno sotto
l’influenza del volere, questa tendenza a costituire una cadenza
ritmica si esplica nel _reale_ alternarsi di impressioni deboli e
forti; nel senso dell’udito, ove le singole impressioni dipendono
soltanto da condizioni esterne e perciò possono essere oggettivamente
in tutto eguali, può condurre a una particolare illusione. E questa
consiste in ciò, che di una serie di battute divise da eguali
estensioni di tempo e pienamente eguali d’intensità, alcune che si
trovano fra loro a intervalli regolari, sempre si odono più forti
delle altre. Il ritmo, che in tal guisa nasce più di frequente alla
semplice audizione, è il tempo di 2/8, cioè l’avvicendarsi regolare
di arsi e tesi, al quale si collega, come una modificazione di poco
rilievo, il tempo di 3/8, nel quale ad ogni arsi seguono due tesi.
Tutt’al più per speciale sforzo di volere si può sopprimere questa
tendenza a cadenzare, e questo si ottiene solo in serie di battute
molto lente o molto veloci, che in sè e per sè si avvicinano ai
limiti della percezione ritmica; a stento invece per lungo tempo
nelle velocità medie, specialmente favorevoli alla formazione di
rappresentazioni ritmiche. Se ci sforziamo invece d’abbracciare il
maggior numero possibile d’impressioni in un’unica rappresentazione
di tempo, il fatto si complica. Sorgono elevazioni di diverso grado,
le quali si avvicendano in regolari serie cogli elementi ritmici
non accentuati, e per la partizione che esse determinano nel tutto,
aumentano notevolmente il numero delle impressioni, che possono essere
racchiuse in un’unica rappresentazione. Così dalla distinzione di
due gradi di elevazione si hanno i tempi di 3/4 e di 5/8; serie di
battute con tre gradi di elevazione sono i tempi di 4/4 e 6/4, e così
pure, come forme di tre parti, sono i tempi di 9/8 e 13/8. Più che
tre gradi d’elevazione, o tenendo conto degli elementi non accentuati,
più che quattro gradi d’intensità, non si presentano nei ritmi della
musica e della poesia, e non possono ad arbitrio essere prodotti
nella partizione della rappresentazione ritmica. Manifestamente questa
_triplicità dei gradi di elevazione_ rappresenta un valore limite della
_composizione_ di rappresentazioni di tempo, come uno simile ci è dato
per la _grandezza_ loro nell’estensione massima della serie ritmica (§
15, 6).

Il fenomeno dell’accentuazione soggettiva colla sua influenza sulla
sensazione della cadenza mostra chiaramente, che una rappresentazione
di tempo come una di spazio, non consiste affatto, semplicemente
di impressioni oggettive, ma che con queste si connettono elementi
soggettivi, la natura dei quali determina anche la percezione delle
impressioni oggettive. La causa prima dell’elevazione di una battuta
sta sempre nell’accrescimento delle sensazioni tattili interne e dei
sentimenti che la precedono e la seguono: l’accrescimento di questi
elementi soggetti viene poi riferito all’impressione oggettiva, la
quale sembra rinforzata nella sua intensità. Ora può l’accrescimento
degli elementi soggettivi o avvenire _per opera della volontà_, se
le tensioni muscolari, producenti le sensazioni tattili interne, sono
volontariamente rinforzate — processo che determina un corrispondente
aumento dei sentimenti di attesa; oppure quell’accrescimento può
avvenire _indipendentemente dalla volontà_, in quanto che l’aspirazione
a una rappresentazione comprensiva porta con sè l’immediata partizione
delle rappresentazioni di tempo per mezzo delle corrispondenti
fluttuazioni soggettive di sensazione e sentimento.


_C_) LE CONDIZIONI GENERALI DELLE RAPPRESENTAZIONI DI TEMPO.

10. Se in base a tutti questi fenomeni e alle intime connessioni,
che in essi regolarmente si stabiliscono tra i soggettivi elementi
sensibili e sentimentali e le impressioni oggettive, si vuol render
conto del modo in cui nascono le rappresentazioni di tempo, si deve
innanzi tutto partire dal fatto che una singola sensazione isolatamente
pensata, come non ha proprietà spaziali, così non può neppure avere
proprietà temporali. Anche la disposizione in una serie temporale può
sempre sorgere solo dal fatto, che ogni singolo elemento psichico entra
in certe speciali relazioni con altri elementi psichici. Se questa
condizione della combinazione di una moltiplicità di elementi psichici
vale esattamente per le rappresentazioni temporali, come già per le
spaziali, qui però la natura di questa combinazione è particolare,
essenzialmente diversa da quella che valeva per lo spazio.

I membri _a, b, c, d, f_ di una serie temporale ci possono, se la
serie è pervenuta in _f_, essere dati tutti immediatamente quali una
formazione unica, proprio allo stesso modo che una serie di punti
spaziali. Ma mentre questi, a causa degli originari movimenti riflessi
dell’occhio, sono sempre ordinati nel loro rapporto al punto centrale
della visione, il quale variando può incontrarsi con una qualsiasi
delle impressioni da _a_ a _f_; nella rappresentazione di tempo
_l’impressione momentaneamente presente_ è quella, sulla quale tutte
le altre sono orientate. Perciò una nuova impressione in tal guisa
presente, anche se è nel suo oggettivo contenuto sensibile pienamente
eguale a una passata, è percepita come _soggettivamente_ diversa da
questa, perchè lo stato sentimentale, accompagnante la sensazione può
essere affine al contenuto sentimentale di qualsiasi altro momento,
ma non è mai ad esso identico. Posto che, ad es., alla serie delle
impressioni _a, b, c, d, e, f_ segua un’altra serie _a′, b′, c′, d′,
e′, f′_, nella quale pel contenuto sensibile sia _a′ = a, b′ = b, c′ =
c,_ ecc., se noi vogliamo indicare i sentimenti concomitanti con α, β,
γ, δ, ε, φ, e α′, β′, γ′, δ′, ε′, φ′, senza dubbio α′ e α, β′ e β, γ′
e γ, ecc., a causa dell’eguale contenuto sensibile, saranno sentimenti
simili. Ma in generale essi non saranno identici, perchè ogni elemento
sentimentale, oltre che dalla sensazione, colla quale è immediatamente
legato, dipende sempre anche dallo stato del soggetto determinato
dall’insieme dei fatti antecedentemente svoltisi nella psiche del
soggetto stesso. Ora questo stato per ogni membro della serie _a′
b′ c′ d′_... è già un altro che per il corrispettivo membro della
serie _a b c d_..., perchè nell’impressione _a′_, l’impressione _a_
era già stata data, così che _a′_ può essere riferita ad _a_, mentre
questa condizione non esiste per _a_. Analoghe differenze dello stato
sentimentale esistono per serie periodiche più complesse. Se in esse le
condizioni soggettive dei sentimenti momentanei possono pur concordare,
non mai possono coincidere, perchè ogni stato momentaneo ha sempre
una sua speciale orientazione al complesso dei processi psichici. Se
poniamo ad es., che si seguano un maggior numero di serie concordanti
_a, b, c, d, a′ b′ c′ d′, a″, b″, c″, d″,_ ecc., nelle quali siano i
contenuti sensibili _a″ = a′ = a, b″ = b′ = b_, ecc., rimane pur sempre
_a″_ nelle sue condizioni sentimentali diverse da _a′_, perchè _a′_ può
essere riferito soltanto ad _a_, mentre _a″_ così ad _a′_ come ad _a_,
pur non considerando che ancora altre differenze fra tali impressioni
in sè eguali, sono sempre date in sensazioni per caso concomitanti, le
quali influiscono sullo stato sentimentale.

11. Poichè, come sopra si è notato, ogni elemento di una
rappresentazione di tempo è ordinato secondo un’impressione
immediatamente presente, questa è preferita a tutte le altre parti
della rappresentazione per una proprietà, che è simile a quella
appartenente al _punto visivo_ nella percezione delle formazioni
spaziali, cioè perchè essa viene percepita _al massimo grado chiara
e distinta_. Ma v’è qui la grande differenza, che la percezione
più distinta non è, come nelle rappresentazioni di spazio, connessa
coll’organizzazione fisiologica degli apparati di senso, ma ha le
sue ragioni esclusivamente nelle proprietà generali del soggetto
percipiente, quali esse si esplicano nei processi sentimentali. Il
sentimento momentaneo, accompagnante l’impressione immediatamente
presente, è quello che fa di questa impressione presente quella più
distintamente percepita. Noi possiamo dire pertanto quella parte
di una rappresentazione di tempo corrispondente all’impressione
immediata il _punto visivo di questa rappresentazione_, oppure anche,
poichè esso non dipende, come il punto visivo delle rappresentazioni
di spazio, da condizioni organiche esterne, dirlo con espressione
metaforica il _punto visivo interno_. Così il punto visivo interno
designa quella parte di una rappresentazione di tempo, che corrisponde
all’impressione immediatamente presente, rappresentata _col massimo
grado di chiarezza_. Le impressioni situate all’infuori di questo punto
visivo, cioè quelle precedenti all’impressione immediata, sono quelle
percepite poi _indirettamente_. Esse sono rispetto al punto visivo
ordinate in una serie di gradi di chiarezza decrescente. Un’organica
rappresentazione di tempo è solo possibile, finchè il grado di
chiarezza di alcuni dei suoi elementi non sia divenuto zero. Quando
questo avviene, la rappresentazione si scinde tosto nelle sue parti.

12. Dai punti visivi esterni dei sensi dello spazio il punto visivo
interno dei sensi del tempo si differenzia per essere in prima linea
caratterizzato non dagli elementi sensibili, ma dai _sentimentali_.
Poichè ogni elemento sentimentale varia continuamente in causa delle
mutevoli condizioni della vita psichica, il punto visivo interno
acquista quella proprietà di mutabilità continua, che noi indichiamo
come il _continuo scorrere del tempo_. Con questo scorrere si intende
appunto la proprietà, per cui nessun istante è eguale all’altro e
così pure nessuno può ritornare il medesimo (Cfr. sopra pag. 116,
2_a_). A questo fatto si connette pure la natura unidimensionale del
tempo, la quale consiste in ciò, che nelle rappresentazioni di tempo
il punto visivo interno si trova in un flusso continuo, nel quale non
può mai ritornare un punto identico. Infine il fatto che l’ordine,
in questa unica dimensione, proviene sempre da quel variabile punto
visivo, nel quale il soggetto rappresenta sè a sè stesso, dà ragione
della proprietà delle rappresentazioni di tempo, per la quale i suoi
elementi, oltre al loro ordine reciproco, possiedono un rapporto fisso
al soggetto percipiente (pag. 116, 2).

13. Se noi cerchiamo di renderci conto dei sussidi di questa reciproca
disposizione, che immediatamente collega tra loro le parti di una
rappresentazione e della loro orientazione al soggetto, questi
sussidi, che noi, ad analogia dei segni locali, vogliamo chiamare i
_segni temporali_, manifestamente debbono anche qui consistere solo in
alcuni elementi collegati alla rappresentazione, i quali isolatamente
considerati non posseggono proprietà temporali, ma le acquistano dalla
loro combinazione. Dalle particolari condizioni dello sviluppo delle
rappresentazioni temporali sin dal principio siamo indotti a ritenere,
che i segni temporali siano per una parte essenziale _elementi
sentimentali_. Infatti, nel decorso di una qualsiasi serie ritmica
ogni impressione è immediatamente caratterizzata dal concomitante
sentimento d’attesa, mentre la sensazione agisce solo in quanto suscita
quel sentimento; come distintamente si riconosce, quando avviene una
improvvisa interruzione di una serie ritmica. Fra le sensazioni del
resto, solo _le sensazioni tattili interne_ sono le parti, che non
mancano mai in ogni rappresentazione di tempo: nelle rappresentazioni
tattili esse costituiscono i sostrati immediati; nelle rappresentazioni
dell’udito e in quelle pure rivestite della forma temporale sono
sempre date come fenomeni soggettivi concomitanti. Quindi noi possiamo
considerare i sentimenti d’attesa come i _segni temporali qualitativi_,
e quelle sensazioni tattili come i _segni temporali intensivi_ di una
rappresentazione di tempo. Questa si dovrà pertanto ritenere come un
prodotto di fusione dei due segni temporali fra loro stessi e colle
sensazioni oggettive, ordinate nella forma temporale. Così anche qui le
sensazioni tattili interne, graduate secondo intensità, costituiscono
una misura omogenea per la disposizione delle impressioni oggettive,
qualitativamente caratterizzate dai sentimenti concomitanti.

    13_a_. Dacchè alle sensazioni tattili interne spettano funzioni
  analoghe nell’ordine delle rappresentazioni così di tempo come di
  spazio, quella relazione reciproca delle due forme d’intuizione,
  che trova la sua espressione nella rappresentazione _geometrica_
  del tempo per mezzo della retta, è resa più accettabile da
  questa concordanza di sostrati sensibili. Pure tra il complesso
  sistema dei segni temporali e i sistemi di segni locali rimane
  sempre l’essenziale differenza, che quello ha il suo fondamento
  principale non in proprietà qualitative della sensazione,
  che siano legate a determinati organi esterni di senso, ma in
  _sentimenti_ che possono presentarsi per le più diverse sensazioni
  in modo pienamente conforme, perchè essi per sè non dipendono
  dal contenuto oggettivo delle sensazioni, ma dal loro soggettivo
  modo di collegarsi. Per altra parte le assai variabili condizioni
  di svolgimento di questi sentimenti spiegano l’incertezza assai
  maggiore delle nostre rappresentazioni di tempo di fronte a
  quelle di spazio. Di più l’influenza del decorso sentimentale
  diventa qui specialmente notevole, perchè l’esattezza della
  stima soggettiva del tempo dipende in prima linea dalla durata
  delle estensioni di tempo. Il confronto che noi facciamo di
  estensioni di tempo, ad es., di intervalli di battute che si
  seguono, è in eguali condizioni favorevole al massimo grado
  per quelle grandezze, che più si prestano anche alla partizione
  ritmica e che pel senso dell’udito si aggirano intorno al valore
  di 0,2″ (7). Si osserva facilmente che qui l’esattezza della
  percezione è determinata dall’opportuno alternarsi dei sentimenti
  di attesa e soddisfazione; fatto, che permette di riconoscere
  con grande sicurezza, se una nuova impressione interrompa il
  sentimento d’attesa in un’intensità minore che prima, o se essa
  s’imbatta in una maggiore tensione del sentimento stesso. In un
  troppo lento succedersi delle impressioni i sentimenti d’attesa
  predominano oltre misura; in un succedersi molto affrettato si
  notano all’opposto quasi soltanto i sentimenti di sorpresa, i
  quali accompagnano ogni impressione, ma raggiungono sempre solo
  un’intensità mediocre a causa dell’intensità poco rilevante dei
  sentimenti di tensione che li precedono. Da ciò si spiega che le
  impressioni rapidamente svolgentisi sono assolutamente le meno
  favorevoli per l’osservazione degli elementi soggettivi delle
  rappresentazioni di tempo.

    13_b_. Naturalmente dinanzi al problema della origine
  psicologica delle rappresentazioni di tempo è sorta la stessa
  contrapposizione di teorie _nativistiche_ e _genetiche_, che noi
  abbiamo incontrato nello studio delle rappresentazioni di spazio
  (pag. 92, 12_a_). Ma in questo caso il nativismo non ha portato ad
  una teoria propriamente detta, esso suole limitarsi alla generale
  opinione, che il tempo sia una “forma d’intuizione innata„ senza
  tentare di render conto dell’influenza degli elementi realmente
  dimostrabili e delle condizioni necessarie delle rappresentazioni
  di tempo. Le teorie genetiche della vecchia psicologia, ad
  es., quella di Herbart, cercano derivare l’intuizione di tempo
  esclusivamente dagli elementi della rappresentazione. Ma in tal
  modo si va soltanto in costruzioni speculative, nelle quali non si
  tien conto delle condizioni date dall’esperienza.



§ 12. — I sentimenti composti.


1. Nello svolgimento delle rappresentazioni di tempo viene
chiaramente alla luce, che la separazione delle parti rappresentative
e sentimentali nell’esperienza immediata è solo un prodotto della
nostra astrazione. Nelle rappresentazioni di tempo questa astrazione
si dimostra inattuabile, perchè in esse certi sentimenti prendono
una parte essenziale al sorgere delle rappresentazioni. Così
anche le rappresentazioni di tempo, solo se si tien presente il
prodotto finale del processo, cioè l’ordine di certe sensazioni
nel rapporto loro e nel rapporto al soggetto, possono essere dette
_rappresentazioni_; ma considerate nella loro propria composizione,
esse sono prodotti complessi di sensazioni e sentimenti. Per questa
ragione esse prendono una opportuna posizione di transizione tra le
rappresentazioni e quelle formazioni psichiche che si compongono di
elementi sentimentali e che noi indicheremo col nome specifico di
_moti d’animo_. Questi sono specialmente simili alle rappresentazioni
di tempo per ciò, che nell’esame del loro svolgimento non è affatto
possibile l’astratta separazione degli elementi sentimentali dai
sensibili; infatti nello sviluppo di tutte le specie di moti d’animo
le sensazioni e le rappresentazioni entrano come fattori determinanti,
così come i sentimenti hanno parte essenziale al componimento delle
rappresentazioni di tempo.

2. Fra tutti i moti d’animo _le combinazioni intensive di sentimenti_ o
i _sentimenti composti_ prendono un posto di precedenza, perchè in essi
le proprietà caratteristiche di una singola formazione sono prodotti di
uno stato momentaneo; così che la descrizione del sentimento presuppone
soltanto l’esatto apprendimento di questo stato momentaneo, ma non
una comprensione di più processi decorrenti nel tempo, e gli uni
provenienti dagli altri. Sotto questo aspetto i sentimenti composti
stanno alle emozioni, che consistono in un decorso di sentimenti e
ai processi di volere, così come le rappresentazioni intensive alle
estensive. Le varietà psichiche intensive in largo senso inchiudono
pertanto, oltre alle composizioni di rappresentazioni intensive, anche
i sentimenti composti, e le varietà estensive abbracciano come speciali
forme di ordini _temporali_, oltre alle rappresentazioni di tempo,
anche le emozioni e i processi di volere.

3. I sentimenti composti sono quindi stati intensivi di carattere
unitario, nei quali si possono percepire nello stesso tempo singole
parti sentimentali più semplici. In un qualsiasi sentimento di tal
natura noi possiamo distinguere _componenti sentimentali_ e una
_risultante sentimentale_. Come componenti sentimentali ultimi si hanno
sempre sentimenti sensoriali semplici; però alcuni di questi possono
formare una risultante parziale, la quale poi entra come un componente
composto nell’intero sentimento.

Ogni sentimento composto si può così scomporre: 1) in un _sentimento
totale_, risultante dalla connessione di tutte le sue parti; 2) nei
singoli _sentimenti parziali_, che costituiscono i componenti di questo
sentimento totale e che di nuovo si possono scindere in sentimenti
parziali di diverso ordine, a seconda che essi constano di semplici
sentimenti sensoriali (sentimenti parziali di primo ordine), o sono
già essi stessi sentimenti totali (sentimenti parziali di secondo e
superiore ordine). Dove sono sentimenti parziali di ordine superiore
possono aver luogo combinazioni plurilaterali o _intrecci_ degli
elementi, imperocchè il sentimento parziale di ordine inferiore
può contemporaneamente entrare in sentimenti parziali di ordine
superiore. Per tali intrecci la contestura del sentimento totale
può farsi oltremodo complessa; e nel medesimo tempo il sentimento
stesso, malgrado l’invariata natura dei suoi elementi, può acquistare
un carattere variabile, a seconda che prevale l’uno o l’altro dei
possibili intrecci dei sentimenti parziali.

    3_a_. Così, per es., all’accordo musicale di tre note _do
  mi sol_ corrisponde un sentimento totale dell’armonia, di cui
  elementi ultimi, come sentimenti parziali di primo ordine,
  sono i sentimenti sonori corrispondenti ai singoli suoni _do mi
  sol_. Fra questi e il risultante sentimento totale stanno come
  sentimenti parziali di secondo ordine, i tre sentimenti armonici
  corrispondenti agli accordi di due suoni _do mi, mi sol, do sol_,
  e a seconda che uno di essi prevalga o tutti insieme si presentino
  con quasi eguale intensità, anche il carattere del sentimento
  totale ha in questo caso una quadruplice colorazione diversa. La
  prevalenza di qualche complesso sentimento parziale può avere la
  sua ragione ora nella maggiore intensità delle sue parti, ora in
  sentimenti anteriori; se si va, ad es., da _do mi bemolle sol_
  a _do mi sol_, è reso più forte il fattore parziale _do mi_; se
  invece si va da _do mi la_ a _do mi sol_, è reso più intenso il
  fattore _do sol_. Similmente anche una pluralità d’impressioni
  cromatiche, a seconda che prevale questa o quella composizione
  parziale, può avere effetti diversi: qui però a causa dell’ordine
  estensivo delle impressioni, l’affinità spaziale esercita
  un’azione in senso opposto alla variazione della composizione,
  mentre l’influenza della forma spaziale con tutte le condizioni
  che l’accompagnano, si aggiunge ancora come fattore essenziale di
  complicazione.

4. Se la struttura dei sentimenti composti è in tal guisa generalmente
complessa al massimo grado, pur essa offre una serie di gradi di
sviluppo, perchè i sentimenti complessi provenienti dai sensi del
tatto, dell’olfatto e del gusto sono di una natura assai più semplice
che quelli collegati colle rappresentazioni dell’udito e della vista.

Quel sentimento totale che è connesso alle sensazioni tattili esterne
e interne, suole specificamente essere designato come _sentimento
generale_, perchè lo si considera come quel sentimento totale nel
quale trova la sua espressione lo stato complesso del nostro benessere
o malessere fisico. Da questo punto di veduta i due sensi chimici
inferiori, l’_olfatto_ e il _gusto_, devono, egualmente, essere
assegnati al sostrato sensibile del sentimento generale. Infatti
i sentimenti parziali, che da essi hanno origine, si collegano in
composti sentimentali indissolubili, con quelli provenienti dal tatto.
Possono, è ben vero, nel singolo caso i sentimenti legati ora all’uno
ora all’altro dominio di senso avere parte così predominante da far
scomparire affatto gli altri sentimenti. Ma pur sempre, in tutto questo
variare della base sensibile, permane la proprietà del sentimento
generale di essere l’immediata espressione del nostro benessere o
malessere fisico, e però fra tutti i sentimenti composti esso è il
più affine ai sentimenti sensoriali semplici. I sensi della vista e
dell’udito invece partecipano solo eccezionalmente, specialmente per
insolita intensità di impressioni, al sostrato sensibile del sentimento
generale.

    4_a_. Il sentimento generale è quella forma sentimentale
  composta, nella quale si è prima notata la composizione di
  sentimenti parziali, ma nello stesso tempo si è totalmente
  disconosciuta la psicologica regolarità di questa composizione
  e inoltre, nella maniera che è in uso in fisiologia, non si è
  distinto il sentimento dal suo fondamento sensibile. E però il
  sentimento generale è definito ora come la “coscienza del nostro
  stato sensibile„ ora come “la somma o il _caos_ indistinto delle
  sensazioni„ che ci è portato da tutte le parti del nostro corpo.
  Infatti il sentimento generale risulta da una moltitudine di
  sentimenti parziali; esso però non è la semplice somma di questi
  sentimenti, ma un sentimento totale organico risultante da quelli.
  Esso è pure certamente un sentimento totale dalla struttura più
  semplice possibile, essendo composto di sentimenti parziali di
  primo ordine, cioè di singoli sentimenti sensoriali, senza che
  questi di solito entrino in speciali combinazioni di sentimenti
  parziali di secondo e di più alto ordine. Però per lo più nel
  prodotto risultante predomina un solo sentimento parziale, e
  questo avviene specialmente quando una sensazione locale molto
  forte è accompagnata da un sentimento di dolore. Però anche
  sensazioni più deboli possono colla loro preponderanza relativa
  determinare il tono sentimentale prevalente: e questo avviene
  con speciale frequenza per le sensazioni di olfatto e di gusto
  o per certe altre legate alla funzione regolare degli organi, ad
  es., per le sensazioni tattili interne accompagnanti i movimenti
  del camminare. Del resto spesso questa preponderanza relativa di
  una singola sensazione può essere così debole che il sentimento
  dominante non può essere scoperto che dall’attenzione sul proprio
  stato soggettivo. In questo caso la direzione dell’attenzione ha
  la facoltà di far prevalere un qualsiasi sentimento parziale.

5. Dal sentimento generale ha origine quella distinzione di sentimenti
contrari di _piacere_ e _dispiacere_, la quale da esso fu trasportata
non solo ai singoli sentimenti semplici di cui si compone, ma a tutti
i sentimenti. In quanto il sentimento generale è un sentimento totale,
al quale corrisponde il benessere o malessere fisico del soggetto,
le espressioni piacere e dispiacere sono infatti pienamente adatte a
indicarci i contrari, tra i quali esso, indugiando non di rado per un
tempo più o meno lungo in una zona di indifferenza, può oscillare. Così
pure queste espressioni possono essere riferite ai singoli componenti
in misura della loro partecipazione a quell’effetto complessivo. Ma
non si è affatto autorizzati a usare queste designazioni per tutti
gli altri sentimenti od a fare della loro applicabilità un criterio
per il concetto del sentimento. Anche pel sentimento generale la
contrapposizione di piacere e dispiacere può essere mantenuta solo nel
senso, che queste parole rappresentino due classi, le quali racchiudano
una quantità di sentimenti qualitativamente vari. Questa varietà già
risulta dalla grandissima variazione nella composizione dei singoli
sentimenti totali indicati col nome complessivo di sentimento generale
(v. sopra pag. 67 e segg.).

6. E appunto a causa di questa composizione si danno sentimenti
generali, i quali non possono assolutamente essere designati come
sentimenti di piacere, oppure di dispiacere, perchè essi constano di
una serie di sentimenti di piacere e di dispiacere, nella quale, a
seconda dei casi, può predominare ora l’uno ora l’altro. E poichè la
particolarità di sentimenti di tal natura riposa sulla connessione di
opposti sentimenti parziali, essi possono venir chiamati _sentimenti di
contrasto_. Una forma semplice di un tal sentimento di contrasto fra i
sentimenti generali è il _sentimento del solletico_ il quale si compone
di un sentimento di piacere, accompagnante deboli sensazioni tattili
esterne e da sentimenti legati alle sensazioni muscolari, che sorgono
dai moti convulsi riflessi, suscitati dagli stimoli tattili. In quanto
questi moti convulsi riflessi si diffondono più o meno largamente, e
spesso anche, irradiandosi nel diaframma, portano arresti di respiro,
il sentimento risultante può straordinariamente variare nei singoli
casi per intensità, ampiezza e composizione.

7. I sentimenti composti che appartengono al dominio dei sensi
dell’udito e della vista, solitamente sono indicati anche come
_sentimenti estetici elementari_, espressione questa che in sè e per
sè abbraccia tutti i sentimenti che sono legati a rappresentazioni
composte, e però essi stessi sono composti. Alla classe di questi
sentimenti, così chiamati in base al concetto di αἴσθησις nel più
largo senso, appartengono più specialmente quelli che si presentano
come elementi di azioni estetiche nello stretto senso della parola.
Il concetto di elementare in questi sentimenti non si riferisce ai
sentimenti stessi, i quali non sono assolutamente semplici, ma esso
deve solo esprimere un contrapposto relativo ai sentimenti estetici di
gran lunga più composti e di grado superiore.

I sentimenti percettivi o sentimenti estetici elementari dei sensi
dell’udito e della vista ci possono servire come modelli di tutti
gli ulteriori sentimenti composti che sorgono nel corso dei processi
intellettuali, cioè dei sentimenti logici, dei morali e degli estetici
di più alta natura. Infatti nella loro generale struttura psicologica
tali forme sentimentali più complesse corrispondono perfettamente ai
più semplici sentimenti percettivi: solo che quelli si collegano ancora
con sentimenti ed emozioni che sorgono dalla complessiva connessione
dei processi psichici.

Mentre i contrari, entro i quali si muovono i sentimenti generali,
appartengono prevalentemente a quelle qualità dei sentimenti che noi
indichiamo colle espressioni di piacere e dispiacere, pei sentimenti
estetici elementari si possono usare i termini contrari di _gradevole_
e _disgradevole_, i quali vanno nelle stesse direzioni sentimentali,
ma più oggettivi nel loro significato, esprimono non il benessere o il
malessere del soggetto, bensì il rapporto degli oggetti al soggetto
percipiente. Qui, ancora più che per il piacere ed il dispiacere,
è manifesto che questi contrari designano non singoli sentimenti,
ma indicano solo le direzioni generali, secondo le quali si possono
ordinare i sentimenti infinitamente vari per ogni singolo caso e
particolari per ogni rappresentazione individuale. Inoltre nei singoli
sentimenti sussistono ma in più mutevole maniera anche le altre
direzioni del sentimento (pag. 66), i sentimenti di eccitamento e di
calma, di tensione e di sollievo.

8. Non tenendo conto delle direzioni principali or ricordate e
che si adattano a tutte le singole forme, noi possiamo ordinare
tutti i sentimenti percettivi secondo i rapporti degli elementi
di rappresentazione, rapporti di massima importanza per le loro
qualità, in due classi, che diremo dei sentimenti _intensivi_ e degli
_estensivi_. Fra i sentimenti _intensivi_ comprendiamo quelli che
nascono dai rapporti in cui stanno le proprietà qualitative degli
elementi sensibili di una rappresentazione; fra gli _estensivi_, quelli
che hanno origine dall’ordine spaziale e temporale degli elementi.
Le espressioni “intensivo„ e “estensivo„ devono pertanto qui essere
riferite non alla natura del sentimento stesso, la quale in realtà è
sempre intensiva, ma alle sue _condizioni di origine_.

Quindi i sentimenti intensivi ed estensivi non sono solamente
i fenomeni soggettivi che accompagnano le corrispondenti
rappresentazioni, ma poichè ogni rappresentazione da un lato suole
constare di elementi qualitativamente diversi, dall’altro viene a
disporsi in un ordine estensivo qualsiasi d’impressioni, una medesima
rappresentazione può essere contemporaneamente il sostrato di
sentimenti intensivi ed estensivi. Così un oggetto che sia costituito
di parti diversamente colorate, percepito colla vista, può suscitare
un sentimento intensivo per il rapporto reciproco dei colori e uno
estensivo per la sua forma. Una successione di suoni è legata a un
sentimento intensivo che corrisponde al rapporto qualitativo dei suoni
e ad uno estensivo che proviene dalla successione nel tempo ritmica o
aritmica. Perciò sentimenti intensivi ed estensivi sono generalmente
legati al tempo stesso tanto alle rappresentazioni dell’udito quanto
a quelle della vista; naturalmente in certe condizioni una di queste
forme può scomparire di fronte all’altra. Così, udendo per un momento
un accordo, si percepisce solo un sentimento intensivo; all’opposto,
udendo una serie ritmica di impressioni sonore indifferenti, appare in
notevole grado solo un sentimento estensivo. Per l’analisi psicologica
è senza dubbio opportuno il fissare le condizioni nelle quali una certa
forma sentimentale può sorgere, essendo esclusa al massimo grado ogni
altra.

9. Fra i sentimenti intensivi che in tal guisa si possono osservare,
quelli che sono collegati a _combinazioni di colori_, seguono questa
regola: una combinazione di _due_ colori col massimo della differenza
qualitativa riesce anche gradevole al massimo grado. Ma ogni singola
combinazione di colori ha insieme uno specifico carattere sentimentale,
il quale si compone dei sentimenti parziali dei singoli colori e del
sentimento totale, che sorge, come risultante da quelli. Inoltre anche
qui, come già pei sentimenti semplici di colore, l’effetto è complicato
da associazioni accidentali e dai sentimenti complessi che da queste
provengono (v. pag. 61). Per le combinazioni di più di due colori non
si sono fatte ancora sufficienti ricerche.

I sentimenti delle _combinazioni di suoni_ costituiscono una varietà
straordinariamente ricca e precisamente quel dominio sentimentale, nel
quale preferibilmente si esplica quella formazione, già sopra (pag.
130) esposta nello linee generali, di sentimenti parziali di diverso
ordine coi loro intrecci varianti a seconda di condizioni speciali.
L’esame dei singoli sentimenti, nascenti in tal guisa, è còmpito
dell’estetica psicologica della musica.

10. I sentimenti _estensivi_ possono essere ancora distinti in
spaziali e temporali, dei quali i primi, _i sentimenti di forma_,
spettano prevalentemente alla vista; i secondi, _i sentimenti ritmici_,
specialmente all’udito, ed ambedue poi, nell’ inizio dello sviluppo, al
tatto.

Il _sentimento ottico di forma_ si manifesta innanzi tutto nel
preferire forme regolari alle irregolari, e poi, quando sia dato di
scegliere tra diverse forme regolari, nel preferire quelle organate
secondo leggi _semplici_. Tra queste sono fra tutte preferite le due
seguenti, quella della simmetria col rapporto 1:1 e quella, della
sezione aurea col rapporto x + 1 : x = x : 1 (il tutto sta alla parte
maggiore, come questa alla minore). Il fatto, che nella scelta tra
queste due leggi la simmetria ha generalmente la preferenza nella
divisione orizzontale delle forme, la sezione aurea nella verticale,
è verosimilmente un portato delle associazioni, specialmente delle
associazioni colle forme organiche, ad es., colle umane. La preferenza,
che si dà alla regolarità e a certe leggi più semplici, non può
essere interpretata altrimenti ohe ammettendo essere la misura di
ogni singola dimensione collegata a una sensazione tattile interna
dell’occhio e a un concomitante sentimento sensoriale, il quale come
sentimento parziale entri nel tutto di un sentimento ottico di forma;
in questo caso il sentimento totale dell’ordine regolare, il quale
sorge alla visione dell’intera forma, è poi modificato dal rapporto
reciproco, tanto delle diverse sensazioni, quanto dei sentimenti
parziali. Associazioni e sentimenti a queste connessi possono anche
qui aggiungersi come parti secondarie, ma pur sempre fondentisi col
sentimento totale.

Il _sentimento ritmico_ è affatto dipendente dallo condizioni formulate
nello studio delle rappresentazioni di tempo. I sentimenti parziali
sono qui rappresentati da quei sentimenti di attesa o in tensione
o soddisfatta, che nel loro regolare avvicendarsi costituiscono la
rappresentazione ritmica di tempo. Il modo della connessione dei
sentimenti parziali e specialmente la preponderanza di alcuni di essi
nel sentimento totale formantesi, ancora in più alto grado che il
momentaneo carattere di un sentimento intensivo, son dipendenti dal
rapporto, nel quale i sentimenti immediatamente presenti si trovano di
fronte ai precedenti. Questo si manifesta specialmente nella grande
influenza, che ogni mutamento del ritmo esercita sul sentimento
ritmico. E per essere così generalmente collegati a un certo periodo
di tempo, i sentimenti ritmici rappresentano il punto di passaggio più
prossimo alle emozioni. Se un’emozione può anche svilupparsi da ogni
sentimento composto, la condizione però per il sorger di un sentimento
non è per nessun altro sentimento così come per questo, anche una
condizione necessaria per il sorgere di un certo grado di emozione,
che in questo caso suole essere moderato solo dalla regolare serie dei
sentimenti (v. § 13; 1, 7).

11. A causa dell’immensa varietà dei sentimenti composti, che è
collegata a una varietà egualmente grande di loro condizioni, non
si può naturalmente pensare a una teoria psicologica, che tutti li
abbracci, a una teoria di natura unitaria, quale ci fu possibile, ad
es., per le rappresentazioni di spazio e di tempo. Pure in essi si
manifestano alcune proprietà comuni, per le quali essi si ordinano
sotto certi generali punti di veduta psicologici. Sono precisamente
_due_ questi fattori, dei quali si compone ogni effetto sentimentale
di tal natura: primo il rapporto dei sentimenti parziali fra loro e
secondo la loro riunione in un unico sentimento totale. Il primo di
questi fattori si esplica più fortemente nei sentimenti intensivi,
il secondo nei sentimenti estensivi; di fatto però ambedue non solo
sono sempre collegati, ma anche si determinano reciprocamente. Così
una figura, la quale ci riesce ancora gradevole, può essere tanto più
complessa, quanto più i rapporti delle sue parti si ordinano secondo
certe regole; e questo vale anche per il ritmo. D’altro lato anche la
riunione delle parti in un tutto favorisce la manifestazione delle
singole parti costituenti il sentimento. In tutte queste relazioni
le composizioni sentimentali mostrano la massima somiglianza colle
composizioni intensive di rappresentazioni, mentre l’ordine esteso
delle impressioni, specialmente quello spaziale, rende possibile
molto prima una coesistenza relativamente indipendente di più
rappresentazioni.

12. Questa proprietà, della connessione stretta e intensiva di
tutte le parti di un sentimento, anche per quei sentimenti, i cui
fondamenti rappresentativi sono ordinati estensivamente, nello spazio
o nel tempo, si connette con un principio, che è valido per tutti i
sentimenti e anche per i moti d’animo, di cui abbiamo a parlare in
seguito, e che noi vogliamo designare come _il principio dell’unità
dello stato sentimentale_. Questo principio sta in ciò, che in un
dato momento è possibile sempre _un solo_ sentimento totale, oppure,
con altra espressione, che tutti i sentimenti parziali presenti in un
dato momento si riuniscono finalmente sempre in un unico sentimento
totale. Questo principio dell’unità dello stato sentimentale sta però
evidentemente in connessione col rapporto generale tra rappresentazione
e sentimento, per il quale nella rappresentazione trova la sua
espressione un contenuto immediato della esperienza, secondo le qualità
ad esso attribuite senza riguardo al soggetto, nel sentimento invece si
esplica il rapporto che sempre un tale contenuto dell’esperienza ha nel
tempo stesso col soggetto.



§ 13. — Le emozioni.


1. Il sentimento è, in conformità al carattere generale del processo
psichico, uno stato non durevole. Nell’analisi psicologica di un
sentimento composto noi dobbiamo sempre pensare fissato un momentaneo
stato d’animo. E poichè questo tanto più facilmente si raggiunge,
quanto più decorrono graduali e continui i processi psichici, si è
accolta la denominazione di _sentimenti_ principalmente per processi
svolgentisi con relativa lentezza, come pure per quelli che, quali ad
es., i sentimenti ritmici, nel loro regolare decorso nel tempo, non
sorpassano mai una certa misura media dell’intensità. Quando invece una
serie di sentimenti svolgentesi nel tempo si riunisce in un decorso
connesso, il quale di fronte ai processi antecedenti e seguenti
si specifica come un tutto unito, avente in generale sul soggetto
un’azione più intensa che un sentimento singolo, allora noi chiamiamo
tale decorso di sentimenti un’_emozione_.

Questa espressione già di per sè indica che non si è in presenza di
specifici contenuti soggettivi dell’esperienza, i quali distinguono
l’emozione dal sentimento, ma piuttosto di nuovi effetti prodotti
dall’emozione in seguito alla speciale composizione di certi contenuti
sentimentali. Quindi anche tra sentimento ed emozione non si deve
tracciare alcun deciso confine. Ogni sentimento più intensivo passa in
un’emozione e può da questa sciogliersi solo mediante un’astrazione
più o meno volontaria. Ma in quei sentimenti, che sin dall’inizio
sono legati a un determinato decorso nel tempo, nei sentimenti
_ritmici_, una siffatta astrazione è propriamente impossibile. Il
sentimento ritmico per vero si distingue ancora tutt’al più per la
minore intensità di quell’effetto complessivo sul soggetto, al quale
l’“emozione„ deve il suo nome[21]. Però anche questa differenza è
fluttuante, e tosto che i sentimenti prodotti da impressioni ritmiche
si sono fatti più vivaci, come suole specialmente avvenire, quando il
ritmo si collega con un contenuto sensibile, suscitante fortemente il
sentimento, i sentimenti ritmici diventano realmente emozioni. Perciò i
sentimenti ritmici, così nella musica come nella poesia, costituiscono
un importante sussidio per rappresentare emozioni e per suscitarle
nello ascoltatore.

2. La lingua ha indicato le diverse emozioni con nomi, che proprio come
le designazioni dei sentimenti, non indicano processi individuali,
ma classi, in ciascuna delle quali si può comprendere una quantità
di singole emozioni secondo certi caratteri comuni. Emozioni, come la
gioia, la speranza, la cura, il cordoglio, l’ira, ecc., non soltanto
sono in ogni singolo caso, nel quale si presentino, accompagnate
da speciali contenuti rappresentativi, ma anche i loro contenuti
sentimentali e persino il loro modo di decorso possono volta a volta
variamente mutare. Quanto più un processo psichico è composto,
si presenta di natura tanto più particolare nel singolo caso, e
però un’emozione individuale si ripete in forma identica ancor più
difficilmente che un sentimento individuale. Le designazioni generali
delle emozioni hanno quindi tutt’al più questo significato: di
abbracciare certe _forme tipiche di decorso aventi affini contenuti
sentimentali_.

3. Non ogni connesso decorso di sentimenti è detto emozione e può,
come tale, essere assunto sotto una di quelle forme tipiche, fissate
dalla lingua. Anche l’emozione possiede piuttosto il carattere di
un tutto unico, che si differenzia dal sentimento composto per due
particolarità: presenta un determinato decorso nel tempo ed ha un
più intenso e successivo effetto sulla connessione dei processi
psichici. La prima di queste particolarità ha la sua ragione in ciò,
che l’emozione di fronte al singolo sentimento è un processo di un
grado più elevato, perchè sempre in sè racchiude una successione di più
sentimenti; la seconda è strettamente collegata alla prima, e si fonda
sull’aumento di effetto, che un sommarsi dei sentimenti porta sempre
con sè.

Per questi caratteri l’emozione presenta, malgrado la varietà delle
sue forme, una certa regolarità di decorso. Essa comincia sempre con
un _sentimento iniziale_ più o meno intenso, il quale colla sua qualità
e direzione dinota anche la natura dell’emozione e ha la sua origine o
in una rappresentazione suscitata da uno stimolo esterno (eccitamento
emotivo esterno), o in un processo psichico, proveniente da condizioni
associative o appercettive (eccitamento emotivo interno). Poi segue un
_decorso rappresentativo_, accompagnato da sentimenti corrispondenti,
il quale e per la qualità dei sentimenti e per la rapidità del
processo offre nelle singole emozioni differenze caratteristiche.
Infine l’emozione si chiude con un _sentimento finale_, che rimane
dopo il passaggio di quel decorso in uno stato d’animo più calmo,
e in questo sentimento finale l’emozione declina, a meno che essa
passi nel sentimento iniziale di un nuovo stato emotivo. E questo
avviene specialmente nelle emozioni, che presentano un tipo di decorso
intermittente (v. sotto 13).

4. L’accrescimento degli effetti, che si osserva nel decorso
dell’emozione, si riferisce non solo al contenuto psichico dei
sentimenti, che la compongono, ma anche ai fenomeni _fisici_, che
l’accompagnano. Nei sentimenti isolati questi fenomeni si limitano alle
assai piccole alterazioni dell’innervazione del cuore e del respiro,
le quali si possono dimostrare solo mediante esatti metodi grafici
(pag. 70). Ma nell’emozione ciò avviene in modo essenzialmente diverso.
Qui non solo pel sommarsi e l’avvicendarsi dei successivi stimoli
sentimentali aumentano gli effetti sul cuore, sui vasi sanguigni e
sulla respirazione, ma all’influenza emotiva sono tratti a partecipare
in modo visibile _gli organi esterni di movimento_, poichè entrano in
campo dapprima i movimenti dei muscoli della bocca (movimenti mimici),
poi quelli delle braccia e di tutto il corpo (movimenti pantomimici),
e a questi nelle emozioni più forti possono anche aggiungersi diffuse
alterazioni d’innervazione, come tremito muscolare, convulsivi
scuotimenti del diaframma, e dei muscoli del viso, abbassamento della
tonicità muscolare, quasi fosse prodotto da paralisi.

A causa del loro valore sintomatico per le emozioni, tutti questi
movimenti sono designati come _movimenti espressivi_. Di solito
essi sorgono affatto involontariamente, o come effetti di natura
riflessa delle eccitazioni emotive, o nella forma di azioni impulsive
balzanti dalle parti sentimentali dell’emozione. Ma essi poi anche per
volontario aumento o diminuzione o anche per intenzionata produzione
dei movimenti possono venir variati nelle più diverse maniere, così
che nei movimenti espressivi può entrare in azione tutta la scala delle
reazioni esterne di moto, della quale parleremo trattando delle azioni
esterne del volere (§ 14). Ma poichè queste diverse forme di movimento
possono nel carattere esteriore perfettamente eguagliarsi e inoltre
secondo la loro natura psichica possono spesso senza decisi limiti
passare le une nelle altre, all’osservatore oggettivo è di solito
impossibile il distinguerle.

5. Rispetto al loro carattere sintomatico i movimenti espressivi delle
emozioni possono essere distinti in _tre_ classi: 1) _Sintomi puramente
intensivi_: essi sono le forme espressive di emozioni piuttosto forti,
e consistono pei gradi mediocri in movimenti esagerati, per emozioni
molto violente in subitaneo arresto o paralizzazione del movimento;
2) _Qualitative estrinsecazioni sentimentali_: esse consistono in
movimenti mimici, fra i quali occupano il primo posto i movimenti
dei muscoli della bocca, simili ai riflessi, che tengono dietro ad
impressioni saporifiche di dolce, acido e amaro. L’espressione del
sapore dolce corrisponde alle emozioni di piacere, quella dell’amaro
e dell’acido alle emozioni di dispiacere, mentre le particolari
modificazioni del sentimento, come la eccitazione e la depressione,
la tensione e il sollievo sono espresse dalla tensione dei muscoli
della bocca. 3) _Estrinsecazioni rappresentative_: generalmente
consistono in movimenti _pantomimici_, coi quali o si indicano
gli oggetti dell’emozione (gesti indicanti), o si designano gli
oggetti ed i processi ad essi legati, dalla forma del movimento
(gesti descriventi). Manifestamente queste tre forme d’espressione
corrispondono esattamente agli elementi psichici dell’emozione e
alle loro proprietà fondamentali: la prima all’intensità, la seconda
alla qualità dei sentimenti, e la terza al contenuto rappresentativo.
Conseguentemente anche un solo concreto movimento espressivo può in
sè riunire tutte tre le forme espressive. La terza forma, quella delle
estrinsecazioni rappresentative, a causa delle sue relazioni genetiche
col _linguaggio_, è di una speciale importanza psicologica (vedi § 21,
3).

6. I fenomeni concomitanti alle emozioni nel dominio dei movimenti di
_polso_ e di _respirazione_ possono essere di triplice natura. Essi
possono consistere: 1) nell’immediato effetto dei sentimenti, dei
quali si compongono le emozioni, così, ad es., in un allungamento delle
onde del polso e del respiro, se i sentimenti sono di piacere; in un
raccorciamento, se sono sentimenti spiacevoli (cfr. pag. 70). Però
questo si nota solo nelle emozioni relativamente calme, nelle quali
i singoli sentimenti hanno tempo sufficiente a svolgersi. Ma quando
vien meno questa condizione, allora appaiono fenomeni, che dipendono
non solo dalla qualità dei sentimenti, ma insieme e il più delle volte
prevalentemente dall’intensità degli effetti di innervazione prodotti
dal sommarsi dei sentimenti. Tali effetti possono poi consistere: 2)
in _rinforzata_ innervazione, la quale sorge, per una non troppo rapida
successione di sentimenti, in seguito ad un _aumento_ dell’eccitazione
prodotto in questo caso dal sommarsi dei sentimenti; poichè nel cuore
l’aumento d’eccitazione colpisce soprattutto i nervi d’arresto, essa
si manifesta in pulsazioni fatte più lente e più forti, alle quali
per lo più si accompagna un aumento d’innervazione nei muscoli mimici
e pantomimici: _emozioni steniche_. Se il decorso dei sentimenti o
è molto tumultuario, o dura un tempo insolitamente lungo, in eguale
direzione l’effetto dell’emozione è: 3) una _paralizzazione_ più o meno
diffusa dell’innervazione del cuore e del tono dei muscoli esterni,
collegata in certi casi con speciali perturbazioni d’innervazione
di singoli gruppi muscolari, principalmente del diaframma e dei
muscoli del viso che con quello sono sinergici. Il primo sintomo
della paralizzazione dei nervi regolatori del cuore è una grande
accelerazione di pulsazioni con accelerazione corrispondente di
respiro, mentre contemporaneamente i movimenti del polso e del respiro
diventano più deboli e il tono dei muscoli esterni decresce sino a
un rilassamento quasi paralitico: _emozioni asteniche_. Un’ultima
differenza, che però non può dare luogo a una specie indipendente di
effetti fisici delle emozioni, perchè si tratta solo di modificazioni
dei fenomeni caratterizzanti le emozioni steniche e asteniche, si fonda
finalmente: 4) sulla maggiore o minore _rapidità_ colla quale avviene
l’aumento o l’inibizione dell’innervazione: _emozioni rapide e lente_.

    6_a_. La vecchia psicologia, conseguente alla sua tendenza
  generale di dare un’interpretazione intellettualistica ai processi
  psichici, era solita presentare delle riflessioni logiche sulle
  emozioni come una teoria o quanto meno come una esposizione
  delle emozioni. Il più bell’esempio di questa maniera è la
  dottrina che dell’emozioni ci dà lo Spinoza. In questa dottrina
  le trattazioni psicologiche subivano per lo più l’influenza dei
  punti di veduta _etici_ più di quello che fosse desiderabile nel
  puro interesse della psicologia. Su ciò si fondava specialmente
  anche quella distinzione fra emozione e _passione_ che nella
  vecchia psicologia aveva una parte essenziale, intendendosi per
  la seconda il predominio sul volere di determinati impulsi avente
  la sua origine in durevoli sentimenti ed in emozioni. Kant mutò
  il valore di questo concetto ponendo la proprietà dell’emozione
  nel subitaneo sorgere e quella della passione nella direzione
  del sentimento fatta abitudine. Tutte queste distinzioni sono in
  parte di un’importanza puramente pratica e rientrano senz’altro
  nel dominio dello studio del carattere e dell’etica, e in parte si
  riferiscono a proprietà che spettano agl’indizi dell’intensità e
  del decorso dell’emozioni (12 segg). Psicologicamente considerate,
  le passioni non costituiscono affatto un dominio di processi
  psichici, che in qualche modo si debba separare dalle emozioni.
  Di fronte a questa trattazione della vecchia psicologia basantesi
  soprattutto su motivi di psicologia pratica, nei tempi recenti i
  movimenti espressivi hanno specialmente richiamato l’attenzione
  cioè gli speciali fenomeni concomitanti alle emozioni che
  avvengono nel polso, nella respirazione e nella innervazione dei
  vasi sanguigni. Ma a questi fenomeni che presi nel loro esatto
  significato sono certamente importanti, si assegnò un valore
  completamente falso, perchè furono considerati come sussidi coi
  quali si possa ricercare la natura psicologica delle emozioni. In
  base a questa opinione sorse una classificazione delle emozioni
  fondata esclusivamente sugli indizi fisici, classificazione
  che doveva convalidare la teoria che le emozioni siano semplici
  effetti dei moti espressivi e però, ad es., la tristezza consti
  solo delle sensazioni che accompagnano i movimenti mimici del
  pianto, e così via. In maniera alquanto più temperata si è
  cercato di dare ai movimenti espressivi il loro vero valore per
  le emozioni, considerando la loro presenza come l’indizio generale
  per la distinzione delle emozioni dai sentimenti. Ma anche questo
  è tanto meno giustificato, in quanto che simili fenomeni fisici
  d’espressione già appaiono nei sentimenti, e il fatto, che questi
  sintomi siano più o meno chiaramente visibili, non può certo
  costituire un contrassegno. L’essenziale differenza dell’emozione
  dal sentimento è piuttosto _psicologica_ in quanto quello
  rappresenta un decorso di sentimenti costituenti un tutto unito. I
  movimenti espressivi sono solo le conseguenze dell’accrescimento
  che le parti antecedenti di un tale decorso esercitano dal lato
  fisico sulle seguenti. Da ciò deriva che anche gli indizi sui
  quali si deve esclusivamente basare la classificazione delle
  emozioni devono essere _psicologici_ (v. sotto 9).

7. Per quanto i concomitanti fenomeni fisici siano parte importante
delle emozioni, pur essi non stanno in relazione costante colla
_qualità psicologica_ di quelle. Questo vale specialmente pel polso
e pel respiro, ma anche per le espressioni pantomimiche di forti
emozioni. Emozioni che hanno un contenuto sentimentale molto diverso,
anzi opposto, possono talvolta appartenere alla medesima classe per
ciò che riguarda questi concomitanti fenomeni fisici. Così possono,
ad es., gioia ed ira essere egualmente emozioni steniche. Una gioia
accompagnata da sorpresa può però anche dare l’imagine fisica di
un’emozione astenica. Infatti, negli effetti generali d’innervazione
che dànno luogo a quella distinzione di emozioni steniche e asteniche,
rapide e lente, si specchiano non i contenuti sentimentali, ma solo
le proprietà formali dell’intensità e della velocità nel decorso dei
sentimenti. Questo appare chiaramente anche da ciò, che differenze
dell’innervazione involontaria analoghe a quelle che accompagnano
emozioni diverse, possono essere suscitate da una semplice successione
di impressioni indifferenti, ad es., dalle battute di un metronomo.
Specialmente si osserva che la _respirazione_ ha la tendenza di
adattarsi alla maggiore o minore rapidità delle battute del metronomo;
coll’aumento di questa rapidità i movimenti della respirazione
diventano più frequenti e per solito anche certe fasi di respiro
coincidono con certe battute. Donde appare chiaramente che anche
all’udire un tale ritmo indifferente non restiamo del tutto liberi
d’emozioni; colla crescente rapidità delle battute abbiamo dapprima
l’impressione di un’emozione calma, poi di una stenica, e infine per
una successione rapidissima, di una astenica. Però le emozioni in
questa ricerca hanno certamente un puro carattere formale: esse dal
lato del contenuto mostrano una grande indeterminatezza, che scompare
solo quando ci pensiamo investiti di un’emozione concreta avente
eguali proprietà formali. Questo avviene in realtà molto facilmente
e su ciò si fonda la grande attitudine delle impressioni ritmiche,
così a descrivere come a produrre emozioni. Per produrre un’emozione
completa in tutte le sue parti, v’è bisogno ancora solo di un accenno
al qualitativo contenuto sentimentale, quale è possibile alla musica
mediante il contenuto sonoro delle imagini musicali.

    7_a._ Da questo rapporto degli effetti fisici delle emozioni al
  contenuto psichico delle emozioni stesse deriva anche che i primi
  non mai possono sostituire l’immediata osservazione psicologica
  delle emozioni. Essi sono in generale sussidi sintomatici che si
  prestano a più interpretazioni; se legati all’autoosservazione
  condotta sperimentalmente essi hanno un grande valore ma per sè
  soli nessuno. Una volta che sono state compiute le osservazioni
  sperimentali essi giovano specialmente come mezzi di controllo.
  Per le emozioni infatti vale in modo del tutto particolare,
  la circostanza che quell’osservazione dei processi psichici,
  i quali si presentano per sè stessi nel naturale decorso della
  vita, rimane assolutamente insufficiente. In primo luogo il caso
  non offre al psicologo le emozioni in quel momento, nel quale
  egli le potrebbe scientificamente analizzare; in secondo luogo,
  specialmente quando si tratta di emozioni più forti fondate su
  cause reali, noi ci troviamo nelle condizioni meno opportune
  per poterci esattamente osservare. Molto meglio si raggiunge lo
  scopo, se _volontariamente_ ci poniamo in un certo stato emotivo.
  Ma non essendo possibile valutare fin dove l’emozione, in tal
  guisa soggettivamente prodotta, concordi per intensità e maniera
  di decorso con altra emozione di eguale specie prodotta da cause
  oggettive, allora la contemporanea mancanza degli effetti fisici,
  specialmente di quelli ohe più sfuggono all’influsso della
  volontà, il polso e il respiro, serve come controllo, imperocchè
  per eguale qualità psicologica delle emozioni noi possiamo
  a diritto concludere da corrispondenti effetti fisici a una
  concordanza delle loro proprietà formali.

8. Così nel sorgere naturale come nella produzione artificiale
delle emozioni, i concomitanti fenomeni fisici indipendentemente dal
loro valore sintomatico, possiedono ancora l’importante proprietà
psicologica di _fare più intensa l’emozione_. Essa si fonda su ciò, che
l’innervazione eccitante o inibente di determinati domini muscolari è
accompagnata da sensazioni tattili interne, alle quali sono associati
_sentimenti sensoriali_, e questi si collegano al rimanente contenuto
sentimentale delle emozioni, e però queste aumentano d’intensità. Tali
sentimenti provengono dal movimento del cuore, dalla respirazione
e dall’innervazione dei vasi sanguigni soltanto nel caso di forti
emozioni, dove essi possono diventare sempre più intensi; invece nelle
emozioni moderate gli stati dell’accresciuta o diminuita tensione
muscolare influiscono già sullo stato sentimentale, quindi anche
sull’emozione.

9. Per il grande numero dei fattori che si devono prendere in esame
nello studio delle emozioni, un’analisi psicologica delle singole
forme di esse è impossibile, tanto più che ciascuno dei molti nomi
di distinzione indica anche qui solo una _classe_, nella quale è
una quantità di forme speciali e in queste ancora innumerevoli casi
individuali di una varietà infinita. E però qui è solo possibile dare
uno sguardo alle principali _forme fondamentali delle emozioni_.
I punti di vista dai quali si deve dare questo sguardo generale
devono manifestamente essere _psicologici_, cioè tali che siano
desunti dall’immediata proprietà delle emozioni stesse, perchè i
fenomeni _fisici_ concomitanti hanno dappertutto solo un valore di
sintomi e inoltre, come già si è notato, si prestano spesso a più di
un’interpretazione.

Di tali punti di vista psicologici _tre_ possono, in generale, essere
posti a base della distinzione delle emozioni: 1º la _qualità_ dei
sentimenti che entrano a costituire le emozioni; 2º l’_intensità_ di
questi sentimenti; 3º la _forma del decorso_, che è determinata dalla
maniera e dalla rapidità della variazione dei sentimenti.

10. In base alla _qualità dei sentimenti_ si possono stabilire tosto
alcune forme fondamentali di emozioni che corrispondono alle direzioni
fondamentali dei sentimenti già antecedentemente distinte (pag. 66).
Quindi sarebbero a distinguersi emozioni piacevoli e spiacevoli,
eccitanti e deprimenti, di tensione e di sollievo. Ma conviene notare
che le emozioni, a causa della loro costituzione più complessa, ancora
più che i sentimenti sono generalmente di forma _mista_. Pertanto, in
generale, solo _una_ di quelle direzioni del sentimento può indicarsi
come _primaria_ per una certa emozione; tutti gli altri elementi
sentimentali, che appartengono alle altre direzioni, si annettono poi
a questa come parti _secondarie_. E questo carattere secondario si
dimostra di solito anche in ciò che, a seconda di condizioni diverse,
possono sorgere divergenti forme subordinate dell’ emozione primaria.
Ad es., la gioia pel suo carattere fondamentale è un’emozione di
piacere; essa poi nel suo decorso, per l’aumento dei sentimenti,
diventa per lo più anche un’emozione eccitante, ma quando l’intensità
dei sentimenti sorpassa la misura, essa diventa deprimente. La pena
è un’emozione spiacevole, di natura per lo più deprimente; con una
maggiore intensità dei sentimenti può anche essere eccitante, per poi
ad un’intensità massima passar di nuovo in una pronunciata depressione.
Ancor più decisamente l’ira nel suo carattere predominante è
un’emozione spiacevole d’eccitamento, ma ad una maggiore intensità dei
sentimenti, passando nella furia, può essa pure diventare deprimente.
Mentre la natura eccitante o deprimente ci appare solo come forma
secondaria delle emozioni di piacere e dispiacere, vediamo talvolta i
sentimenti di tensione o di sollievo essere parte fondamentale o almeno
primaria delle emozioni. Così nell’emozione dell’attesa il sentimento
di tensione speciale di questo stato è il primario; trasformandosi in
emozione si aggiungono facilmente sentimenti spiacevoli di natura, a
seconda delle circostanze, deprimente od eccitante. Nelle impressioni
o nei movimenti ritmici dall’avvicendarsi dei sentimenti di tensione o
di sollievo nascono infine emozioni di piacere, le quali poi, a seconda
della natura del ritmo, sono eccitanti o deprimenti, e in questo ultimo
caso però si mescolano con sentimenti spiacevoli, oppure, specialmente
per la cooperazione di altri elementi sentimentali (ad es., di
sentimenti di suono e di armonia), possono del tutto trasformarsi in
sentimenti di dispiacere.

11. Nelle designazioni create dal linguaggio per le emozioni è stato
sopratutto considerato questo lato _qualitativo_ dei sentimenti e in
questo ancora il carattere di piacere e dispiacere dei sentimenti, onde
le emozioni sono composte. E però i concetti fissati dal linguaggio
possono essere ordinati in _tre_ classi: 1º designazioni di emozioni
_soggettive_, distinguibili principalmente in base allo stato d’animo,
come gioia e pena, e come sottospecie della pena, sulle quali pur
esercitano un’influenza, come concomitanti, le altre direzioni dei
sentimenti, ora la deprimente, ora quella di tensione o di sollievo:
mestizia, cordoglio, affanno e terrore; 2º designazioni di emozioni
_oggettive_ riferentisi a un oggetto esterno, come contentezza e
scontentezza, e come sottospecie di quest’ultima, che riuniscono
in sè, come sopra, diverse direzioni: fastidio, svogliatezza, ira,
furia; 3º designazioni di emozioni _oggettive_, che si riferiscono ad
avvenimenti esterni, i quali si aspettano nel _futuro_, come speranza
e timore, e come modificazioni di quest’ultima, angoscia e cura. Esse
sono composizioni di emozioni di tensione con sentimenti di piacere e
dispiacere, e in mutabile guisa anche con una direzione sentimentale
eccitante o deprimente.

Come si vede il linguaggio ha foggiato per le emozioni di dispiacere
una varietà di nomi di gran lunga maggiore che per quelle di piacere.
Infatti l’osservazione rende probabile, che le emozioni di dispiacere
presentino una maggiore differenza nelle forme tipiche di decorso e che
però la loro varietà sia veramente maggiore.

12. In base all’_intensità_ dei sentimenti, noi possiamo distinguere
le emozioni in _forti_ e _deboli_. Questi concetti, desunti dalle
proprietà psichiche dei sentimenti, non si identificano con quelli
delle emozioni steniche ed asteniche fondate sui concomitanti fenomeni
fisici, ma il rapporto di quelle categorie psicologiche a queste
psicofisiche è da un lato dipendente dalla qualità, dall’altro dal
grado d’intensità dei sentimenti. Quindi le emozioni di piaceri deboli
o mediocremente forti sono steniche, quelle invece di dispiacere
diventano, se durano abbastanza a lungo, asteniche, anche quando
sono di debole intensità, come cordoglio e cura. Infine le più forti
emozioni, come terrore, angoscia, furia e anche una smodata allegrezza,
sono sempre asteniche. E perciò la distinzione dell’intensità psichica
delle emozioni è d’importanza secondaria, tanto più che emozioni per
altra parte affini non solo possono presentarsi con diversa intensità,
ma possono anche variare d’intensità in un medesimo decorso. Ma
essendo questo variare delle emozioni, a causa del suesposto principio
(pag. 143) del rinforzamento dell’emozione, determinato per una
parte essenziale dai sentimenti sensoriali che sorgono in seguito
ai concomitanti fenomeni fisici, si fa manifesto che in questo caso
la contrapposizione, in origine fisiologica, di stenico e astenico
esercita spesso anche sulla natura psicologica dell’emozione una più
decisiva influenza che la primaria intensità psichica dell’emozione
stessa.

13. Più importante è il _terzo_ carattere per cui si differenziano
le emozioni, la _forma del decorso_: secondo questa noi possiamo
distinguere: 1) emozioni _irrompenti, improvvise_, come sorpresa,
sbalordimento, delusione, terrore, furia; esse molto rapidamente
s’innalzano a un massimo, poi a poco a poco decrescono e ripassano
nello stato di calma; 2) emozioni _gradatamente crescenti_, come
cura, dubbio, cordoglio, tristezza, attesa, e in molti casi anche
gioia, ira, angoscia; esse aumentano a poco a poco al loro massimo e
di nuovo egualmente a poco a poco declinano. Una modificazione delle
emozioni gradatamente crescenti costituisce infine: 3) le emozioni
_intermittenti_, nelle quali più fasi crescenti e decrescenti si
seguono le une alle altre. A queste appartengono le emozioni di
maggiore durata. Così sorgono specialmente, a guisa di parossismi,
gioia, ira, tristezza, ma anche le altre diversissime emozioni
crescenti gradatamente, e in tali casi è spesso possibile distinguere
anche uno stadio d’intensità crescente e uno d’intensità decrescente
degli accessi emotivi. Invece le emozioni irrompenti d’un tratto
presentano raramente il decorso intermittente. Questo avviene forse
solo quando l’emozione può svolgersi anche come una di quelle crescenti
a poco a poco. Tali emozioni di una forma di decorso molto vario sono,
ad es., gioia ed ira. Esse possono talora d’un tratto irrompere, e
allora per lo più l’ira diventa tosto furore; ma esse possono anche
crescere o decrescere a poco a poco, e allora per lo più seguono anche
il tipo intermittente. Riguardo ai concomitanti fenomeni psicofisici
l’emozioni irrompenti d’un tratto sono di solito asteniche, quelle
sorgenti a poco a poco possono essere ora steniche ed ora asteniche.

    13_a_. La forma di decorso, per quanto possa essere nei
  singoli casi caratteristica, non è un criterio fisso per la
  classificazione psicologica delle emozioni, come non lo è neppure
  l’intensità dei sentimenti. Piuttosto questa classificazione
  può evidentemente soltanto essere fondata sulla _qualità_ del
  contenuto sentimentale, mentre intensità e forma di decorso
  possono servir di norme per le suddivisioni. Dato il modo in cui
  queste condizioni si connettono in parte fra loro, in parte coi
  concomitanti fenomeni fisici, e mediante questi di nuovo anche
  con secondari sentimenti sensoriali, le emozioni si mostrano
  come processi psichici al massimo grado composti, i quali perciò
  variano straordinariamente nel caso singolo. Una classificazione
  in qualche modo esauriente, dovrebbe suddividere emozioni così
  multiformi come gioia, ira, timore e cura, nelle loro forme
  secondarie, in parte secondo i loro diversi tipi di decorso,
  in parte secondo l’intensità dei sentimenti che le compongono,
  in parte finalmente secondo la forma, dipendente da questi due
  fattori, dei loro concomitanti fenomeni fisici. Si potrebbe in
  tal modo distinguere, ad es., per l’ira una forma sentimentale
  debole, una forte e una alternantesi; una forma di decorso
  subitanea, una a poco a poco sorgente, e una intermittente;
  infine una forma di estrinsecazione stenica, una astenica e una
  mista. Ma per la spiegazione psicologica di tali fatti, più che di
  queste divisioni, importa il rendersi conto in ciascun caso della
  connessione causale delle singole forme di fenomeni. Per questo
  riguardo si deve per ogni emozione partire da _due_ fattori: 1)
  dalla qualità e intensità dei sentimenti che la compongono e 2)
  dalla rapidità del succedersi di questi sentimenti. Dal primo
  di questi fattori risulta il carattere generale dell’emozione,
  dal secondo in parte la sua intensità, ma specialmente la forma
  del decorso; da ambedue poi dipendono i concomitanti fenomeni
  fisici e, a causa dei sentimenti sensoriali a quelli connessi,
  anche i rinforzamenti psicofisici dell’emozione (pag. 143).
  Appunto a causa di questi ultimi, i fenomeni fisici concomitanti
  si possono per solito designare come _psicofisici_. Ma le
  espressioni “psicologico„ e “psicofisico„ qui, riferendosi solo
  alla sintomatologia delle emozioni, non rappresentano alcuna
  contrapposizione assoluta. Piuttosto noi intendiamo per fenomeni
  psicologici dell’emozione quelli che non si spiegano mediante
  sintomi fisici immediatamente percettibili, siano pure tali
  che si possano dimostrare col mezzo di esatti strumenti (ad es.
  nella forma delle alterazioni di polso e di respiro); fenomeni
  psicofisici diciamo invece quelli che senz’altro si dànno a
  riconoscere come bilaterali.



§ 14. — I processi di volere.


1. Poichè ogni emozione presenta una forma di decorso sentimentale in
sè connessa di natura unitaria, l’_esito_ dell’emozione può essere
doppio: o esso dà luogo al solito decorso sentimentale, variante e
relativamente libero da emozioni; tali moti d’animo, che si svolgono
senza un risultato finale, costituiscono le emozioni propriamente
dette, come esse sono state fissate in base alle indagini del §
13; o il processo passa in un’_improvvisa_ mutazione del contenuto
rappresentativo e sentimentale, la quale istantaneamente pone fine
all’emozione. Diciamo _atti di volere_ queste mutazioni dello stato
rappresentativo e sentimentale, che, pur preparate da un’emozione,
a questa improvvisamente dànno fine. L’emozione stessa unitamente a
questo effetto ultimo da essa proveniente, è un _processo di volere_.

Il processo volitivo si riattacca, come processo di più alto grado,
all’emozione, alla stessa guisa che questa al sentimento; ma di questo
processo l’atto volitivo designa solo una determinata parte, che è
senza dubbio caratteristica per la distinzione dalla emozione. Lo
svolgimento dei processi volitivi dalle emozioni è preparato da quelle
emozioni, nelle quali sorgono esteriori movimenti pantomimici (pag.
140); questi generalmente appartengono allo stadio finale del processo
e per lo più affrettano lo scioglimento della emozione; così in modo
speciale nell’ira, ma anche nella gioia e nel cordoglio, ecc. Mancano
però ancora le variazioni nel decorso rappresentativo, le quali nel
volere costituiscono le cause immediate dell’istantaneo cessare dello
stato affettivo e sono corrispondentemente accompagnate da sentimenti
caratteristici.

Per questa stretta connessione fra gli atti di volere e gli effetti
pantomimici dell’emozione noi dobbiamo nello sviluppo dei processi
volitivi considerare come originari, quelli che si risolvono in certi
movimenti corporei, che hanno la loro origine nell’antecedente corso di
rappresentazioni o sentimenti, e in atti di volere _esterni_. Invece
i processi di volere, che si risolvono solo in pure manifestazioni
rappresentative e sentimentali, o in così detti atti volitivi
_interni_, generalmente sembrano solo essere i prodotti di un più
completo sviluppo intellettuale.

2. Un processo di volere, che si esplica in un atto volitivo _esterno_,
si può quindi definire come un’emozione risolventesi in un movimento
pantomimico, il quale non solo, come tutti i movimenti pantomimici,
caratterizza la qualità e l’intensità dell’emozione, ma di più
_produce_ — e in ciò sta il suo valore speciale — _effetti esterni, che
pongono fine all’emozione stessa_. Ma un tale effetto non è possibile
per tutte le emozioni, bensì solo per quelle, nelle quali il corso
dei sentimenti onde sono composte, produce per sè stesso sentimenti
e rappresentazioni, che sono adatte per rimuovere il precedente
eccitamento emotivo. E questo fatto si esplica specialmente, quando il
risultato finale dell’emozione è direttamente opposto ai sentimenti,
che lo precedettero. Quindi la condizione psicologica, primitiva e
fondamentale, degli atti volitivi sta nel _contrasto dei sentimenti_;
e probabilmente l’origine di primitivi processi di volere si ritrova
sempre in sentimenti di dispiacere, che determinano reazioni esterne
di movimento, come effetti delle quali sorgono sentimenti contrastanti
di piacere. Elementari processi volitivi di una tale natura sono per
l’appunto il prendere cibo per acquetare la fame, il lottare contro
nemici per soddisfare il sentimento della vendetta e altre simili
azioni. Le emozioni, che sorgono da sentimenti sensoriali, non meno
delle diffusissime emozioni sociali, quali amore, odio, ira, vendetta,
sono per tal guisa le primitive sorgenti del volere, comuni così agli
uomini come agli animali. Il processo volitivo si distingue quindi
dall’emozione, solo perchè ad essa è immediatamente annessa un’azione
esterna, che nel suo esplicarsi sveglia sentimenti, i quali per il
contrasto con quelli contenuti nell’emozione, dànno fine all’emozione
stessa. L’apparire di un atto volitivo può o direttamente, o — e
questo è forse sempre il modo primitivo — indirettamente attraverso
un’emozione di contenuto sentimentale contrastante ricondurre al corso
dei sentimenti normale e tranquillo.

3. Quanto più ricchi vengono costituendosi i contenuti rappresentativi
e sentimentali, e quanto più con quelli si fa numerosa la varietà delle
emozioni, tanto più si estende il campo dei processi di volere. Non si
dà infatti nè sentimento nè emozione, che in qualche modo non potrebbe
preparare un atto volitivo o almeno contribuire a prepararlo. Tutti i
sentimenti, anco quelli relativamente indifferenti, contengono in un
certo grado una tendenza od un’avversione, sia pur solo indirizzata
a mantenere o a rimuovere lo stato d’animo esistente. Quantunque il
processo di volere si presenti come la più complessa forma dei moti
d’animo, la quale come suoi elementi presuppone sentimenti ed emozioni,
non si deve però d’altro lato dimenticare, che si dànno continuamente
sentimenti, i quali non si collegano ad emozioni ed emozioni, le quali
non si risolvono in atti di volere, ma che nell’intera connessione
dei processi psichici quei tre gradi sono condizioni gli uni degli
altri; perocchè essi costituiscono le parti insieme spettanti a un
unico processo, il quale solo come processo di volere raggiunge la sua
completa esplicazione. In questo senso si può considerare il sentimento
come il principio di un processo volitivo, il volere all’opposto come
un processo sentimentale composto, e l’emozione come un passaggio fra
i due.

4. Nell’emozione che si risolve in un atto di volere, i singoli
sentimenti di solito non hanno mai un valore concorde ed eguale,
ma alcuni di essi insieme alle rappresentazioni, che a loro sono
legate, si levano sugli altri, come _preponderanti_ nella preparazione
dell’atto volitivo. E queste combinazioni di rappresentazioni e
sentimenti, che nel nostro apprendimento soggettivo del processo
volitivo preparano immediatamente l’azione, siamo soliti chiamare i
_motivi_ del volere. Noi possiamo ancora distinguere ogni motivo in
una parte rappresentativa e in una sentimentale, delle quali diciamo
la prima _ragione determinante_ e la seconda _forza impellente_. Se un
animale di rapina afferra la sua preda, la ragione dell’atto è l’averla
veduta, la forza impellente può essere il sentimento spiacevole della
fame, oppure l’odio di specie suscitato da quella vista. Le ragioni
determinanti di un assassinio possono essere state l’appropriazione
dei beni altrui, la soppressione di un nemico, e simili; le forze
impellenti, sentimento d’indigenza, odio, vendetta, invidia, ecc.

Quando le emozioni sono di natura complessa, anche le ragioni
determinanti e le forze impellenti sogliono essere di specie mista
e spesso tanto, che per l’agente diventa difficile il decidere quale
sia il motivo prevalente. Questo si connette al fatto, che le forze
impellenti dell’atto di volere, alla stessa guisa degli elementi di
un sentimento composto, sono collegate in un tutto organico e si
subordinano ad una impressione come ad elemento predominante; nel
qual caso i sentimenti di direzione affine rinforzano e affrettano
l’effetto, i sentimenti di direzione opposta invece lo indeboliscono.
Nelle composizioni di rappresentazioni e sentimenti, che noi diciamo
motivi, spetta non alle prime, ma ai secondi, come forze impellenti,
quell’importanza decisiva nella preparazione degli atti volitivi. E
questo proviene dal fatto, che i sentimenti sono per sè stessi parti
integranti dei processi di volere, mentre le rappresentazioni possono
influire solo indirettamente, cioè per essere unite ai sentimenti.
L’ipotesi di un atto di volere sorgente da considerazioni puramente
intellettuali, di una decisione volitiva contraria alle tendenze che
si esplicano nei sentimenti, ecc., racchiude in sè una contraddizione
psicologica. Essa si fonda sul concetto astratto di un volere
trascendente, assolutamente diverso dai reali processi psichici di
volere.

5. Nella combinazione di una varietà di motivi, cioè di
rappresentazioni e sentimenti, i quali in un composto decorso di
emozioni si presentano come quelli che sono decisivi per il compimento
di un’azione, sta la condizione essenziale da un lato per lo _sviluppo
del volere_, dall’altro per la distinzione delle _singole forme di atti
volitivi_.

Il caso più semplice di un processo di volere ci si offre, quando
entro un’emozione di opportuna natura, un unico sentimento con
rappresentazione concomitante si fa motivo e pone fine al processo
con un atto esterno ad esso corrispondente. Possiamo dire _processi
di volere semplici_ tali processi di volere determinati da un _unico_
motivo. I movimenti, che chiudono questi processi, sono spesso indicati
anche col nome di _azioni impulsive_, senza che però nel concetto
popolare dell’impulso sia stata sufficientemente tradotta questa
distinzione posta in base alla semplicità del motivo del volere,
perchè per lo più vi si mescola anche un altro punto di vista, la
natura dei sentimenti agenti come forze impellenti. In base a questo
concetto, tutte le azioni, che sono determinate solo da sentimenti
_sensoriali_ e specialmente da sentimenti generali, sono state dette
azioni impulsive, indipendentemente dal fatto che uno solo o più motivi
ne fossero causa. Però questo secondo criterio della distinzione non è
psicologicamente esatto, così come non è giustificata la conseguente
completa separazione delle azioni impulsive dalle azioni volitive,
considerate quali specie diverse di processi psichici.

Per un’azione impulsiva noi intenderemo quindi un’azione di volere
_semplice_, cioè che è determinata da un solo motivo, indipendentemente
dal grado, che spetta al motivo nella serie dei processi sentimentali e
rappresentativi. L’azione impulsiva, presa in questo senso — astraendo
dalla circostanza che essa può presentarsi anche insieme a processi di
volere più complessi — è necessariamente il punto di partenza per lo
sviluppo di tutti gli atti di volere. Di più, generalmente sono appunto
gli originari atti impulsivi quelli che nascono da semplici sentimenti
sensoriali. In questo senso la maggior parte delle azioni degli animali
sono atti impulsivi, ma anche nell’uomo continuano a sussistere tali
azioni e in seguito a semplici emozioni sensoriali e come prodotti
delle abitudini, con cui si compiono azioni di volere originariamente
determinate da motivi complessi (10).

6. Tosto che in un’emozione una pluralità di sentimenti e di
rappresentazioni cerca trasformarsi in atti esterni e queste parti del
decorso emozionale, fatte motivi, tendono ad effetti ultimi diversi,
siano essi affini, siano opposti, allora dall’atto di volere semplice
si passa all’_atto di volere composto_ e questo noi diremo anche _atto
volontario_ per distinguerlo dall’atto _impulsivo_, che lo precede in
ordine di sviluppo.

Gli atti volontarii hanno in comune cogl’impulsivi la proprietà
di sorgere decisamente da _un_ motivo o da un complesso di motivi
agenti in _in un solo senso_, e fusi in una forza totale; ma se ne
distinguono per ciò che in essi il motivo determinante si è elevato
come predominante su di una quantità di motivi, che sussistono gli uni
accanto agli altri, diversi e fra loro in antagonismo. Quando una lotta
tra questi motivi antagonistici precede l’azione in modo distintamente
percettibile, noi diciamo l’atto volontario con un termine speciale,
_atto di scelta_, e il processo che a lui va prima un _processo di
scelta_. Il fatto che un motivo si fa predominante su gli altri, che
sono dati contemporaneamente con quello, può solo spiegarsi mediante
la presupposizione di una lotta fra i motivi. Ma noi percepiamo questa
lotta ora distintamente, ora indistintamente, ora per nulla affatto.
Solo nel primo di questi casi noi parliamo di un vero atto di scelta;
quindi la distinzione tra atti volontarii e atti di scelta sfugge
affatto. Lo stato psichico dei soliti atti volontarii si avvicina però
ancor più a quello degli atti impulsivi, mentre per gli atti di scelta
se ne può riconoscere distintamente la differenza.

7. Quel processo psichico, per cui, più o meno improvvisamente, si
fa prevalente il motivo determinante, processo che immediatamente
precede l’atto, noi diciamo negli atti liberi in generale la _decisione
(Entscheidung)_, negli atti di scelta specificamente la _risoluzione
(Entschliessung)_. La prima parola qui si riferisce solo alla
distinzione del motivo predominante dagli altri, mentre la seconda
parola per la connessione al verbo “chiudere„ (_Schliessen_), indica
che il processo viene considerato come un prodotto ultimo di più
premesse.[22][23]

Se gli _stadi iniziali_ di un processo di volere non si distinguono
in modo sicuro da un decorso emotivo normale, i loro _stadi finali_
sono di una natura tutt’affatto caratteristica. Essi sono specialmente
marcati da sentimenti concomitanti, che non si incontrano fuori del
dominio dei processi volitivi e che per ciò si devono considerare come
gli elementi specificamente propri del volere. Questi sentimenti sono
quelli della _decisione_ e della _risoluzione_, dei quali l’ultimo
si distingue dal primo solo per un’intensità maggiore. Essi sono di
eccitazione o di sollievo, e a seconda delle circostanze legati a un
fattore di piacere o di dispiacere. La intensità relativamente maggiore
del sentimento di risoluzione ha probabilmente la sua ragione nel
contrasto del sentimento stesso a quello che lo precede, sentimento del
_dubbio_, il quale accompagna l’ondeggiare fra due motivi diversi. In
contrapposizione a questo sentimento, quello del sollievo acquista una
più alta intensità. All’apparire dell’atto volitivo, i sentimenti della
decisione e della risoluzione sono sostituiti da quello specifico di
_attività_, il quale per gli atti volitivi esterni ha il suo sostrato
sensibile nelle sensazioni di tensione accompagnanti il movimento.
Questo sentimento dell’attività è di natura spiccatamente eccitante
e a seconda degli speciali motivi di volere è a vicenda accompagnato
da elementi di piacere o di dispiacere, i quali alla loro volta nel
corso dell’atto possono mutare e gli uni prendere il posto degli
altri. Come sentimento totale, il sentimento di attività è un processo
crescente e decrescente nel tempo, il quale si stende su tutto il corso
dell’azione e col finire di questa passa nei sentimenti, molto vari, di
soddisfazione, contentezza, delusione, ecc., come pure in sentimenti ed
emozioni diversi, che sono legati alla speciale riuscita dell’azione.
Se noi consideriamo questo decorso, che ci si presenta negli atti
volontarii e di scelta, come quello di un atto di volere _completo_,
noi distingueremo gli _atti impulsivi_ essenzialmente dal mancare in
essi i sentimenti preparatorii della decisione e risoluzione, perchè
il sentimento, che è legato al motivo, passa direttamente in quello
dell’attività e poi nei sentimenti, che corrispondono all’effetto
dell’azione.

8. Al passaggio degli atti di volere da semplici in complessi si
collega una serie di ulteriori mutazioni, che sono di una grande
importanza per lo sviluppo del volere. La prima di queste mutazioni
consiste in ciò, che le emozioni, dalle quali sono introdotti i
processi di volere, sempre più decrescono in intensità a causa
dell’azione contraria di sentimenti diversi e inibentisi a vicenda,
così che alla fine i processi di volere possono nascere da un decorso
sentimentale apparentemente tutt’affatto libero di emozioni. Di fatto
però non si ha mai una mancanza assoluta d’emozione. Un motivo sorgente
in un normale decorso di sentimenti, affinchè porti a una decisione
o risoluzione, deve sino ad un certo grado unirsi ad un’eccitazione
emotiva. Ma questa può essere così debole e passeggiera, che noi tanto
più facilmente la trascuriamo, quanto più incliniamo a comprendere
senz’altro, nell’unico concetto dell’atto volitivo, colla risoluzione
e coll’azione una tale breve emozione, che accompagna solo il
sorgere e l’agire dei motivi. Questo indebolimento delle emozioni è
principalmente prodotto da quelle combinazioni di processi psichici,
che noi assegniamo allo sviluppo _intellettuale_, e sulle quali si
dovrà ritornare per lo studio della connessione delle formazioni
psichiche (§ 17). I processi intellettuali non possono mai distruggere
le emozioni; essi sono invece spesso sorgenti di nuovi, e diversi
eccitamenti emotivi. Un atto di volere tutt’affatto libero d’emozione,
determinato da motivi puramente intellettuali, è, come già si è notato
(pag. 151), un concetto psicologicamente impossibile. Senza dubbio
lo sviluppo intellettuale ha un’azione moderatrice sulle emozioni e
specialmente su quelle che preparano gli atti di volere, in tutti quei
casi, nei quali entrano motivi intellettuali. Può darsi che questa
azione moderatrice dipenda in parte dalla reciproca compensazione dei
sentimenti, che avviene nel maggior numero delle emozioni, e in parte
dal lento sviluppo dei motivi intellettuali, perocchè generalmente
le emozioni sono tanto più forti, quanto più rapidamente crescono i
sentimenti onde sono composte.

9. Con questo affievolimento delle parti emotive nel processo di
volere sotto il predominio di motivi intellettuali si connette anche
una seconda variazione, ed è la seguente: l’atto volitivo, che chiude
il processo di volere, non è un movimento esterno, ma l’effetto, che
annulla l’emozione eccitante, è esso stesso un processo psichico,
il quale non si rivela immediatamente per mezzo di sintomi esterni.
Tali effetti, che non possono essere esteriormente avvertiti, diciamo
_atti di volere interni_. La trasformazione degli atti di volere da
esterni in interni è così legata allo sviluppo intellettuale, che
per una gran parte la natura dei processi intellettuali trova la sua
spiegazione nella partecipazione di processi di volere al decorso delle
rappresentazioni (§ 15, 9). L’atto, che chiude il processo di volere,
consiste quindi in una modificazione di quel decorso rappresentativo,
la quale si annette ai motivi passati in seguito ad una avvenuta
decisione o risoluzione. I sentimenti che accompagnano questi atti
di preparazione immediata, non meno che il sentimento di attività
collegato coll’apparire della modificazione, concordano in tutto coi
sentimenti che si osservano negli atti di volere esterni. E a un tale
effetto si accompagnano in modo più o meno pronunciato sentimenti di
soddisfazione, corrispondenti al cessare delle precedenti tensioni
emotive e sentimentali, così che il carattere, per cui questi processi
di volere legati allo sviluppo intellettuale differiscono dagli atti di
volere primitivi, è questo solo, che l’effetto ultimo del volere non si
estrinseca in un movimento corporeo esteriore.

Nondimeno anche da un atto di volere interno può sempre sorgere in
linea secondaria un movimento corporeo: e precisamente, quando la
risoluzione presa ha di mira un atto esterno, che si deve compiere
in un tempo posteriore. Ma allora questo atto nasce da un secondo
processo di volere posteriore al primo, e questo se è determinato da
motivi, che derivano bensì dall’antecedente atto di volere interno,
deve però essere appreso come un processo nuovo, diverso dal primo. In
questo senso, ad es., il prendere una decisione per un’azione futura,
che si deve compiere sotto certe condizioni non ancora avveratesi,
è un atto di volere interno; il posteriore compimento dell’azione è
un atto esterno diverso dal primo, ma che presuppone il primo come
condizione del suo avverarsi. Donde deriva che nei casi, nei quali
l’atto di volere esterno nasce da una decisione, che tien dietro a una
lotta di motivi, quasi si confondono le possibilità di un processo di
volere unico, formante un tutto in sè connesso, e di _due_ processi di
volere, dei quali sia anteriore l’uno, posteriore l’altro, perchè la
risoluzione, tosto che è notevolmente separata nel tempo dall’azione,
può essere appresa come un atto di volere interno, che prepari
l’azione.

10. Alle due suesposte modificazioni, collegate collo sviluppo del
volere, l’affievolimento delle emozioni e l’affermazione indipendente
degli atti di volere interni, le quali sono di natura progressiva, si
contrappone un terzo processo, come forma di evoluzione _regressiva._
Tosto che processi di volere composti, aventi un medesimo contenuto
di motivi, si ripetono più spesso, la lotta dei motivi si attenua;
i motivi rimasti soccombenti nei processi anteriori si presentano
al ripetersi dell’atto sempre più deboli e da ultimo spariscono
affatto. E allora l’azione composta si trasforma in un’azione semplice
o _impulsiva_. È specialmente questa trasformazione regressiva di
processi volitivi complessi in processi impulsivi, che dimostra
inopportuna la surricordata limitazione del concetto di “impulso„ agli
atti di volere nascenti da sentimenti sensoriali. Per quella continua
graduale eliminazione dei motivi soccombenti si hanno azioni impulsive
non solo nel campo della semplice sensazione, ma allo stesso modo anche
in quelli dei fenomeni intellettuali morali ed estetici, ecc.

Questa trasformazione regressiva costituisce nello stesso tempo una
parte di un processo, che riunisce tutti gli atti esteriori di un
essere vivente, così gli atti di volere come i movimenti automatici
riflessi. Imperocchè anche nell’azione impulsiva, se ancora continua
il ripetersi abituale degli atti, il motivo determinante diventa
sempre più debole e passeggiero. Lo stimolo esterno, che in origine
suscitava una rappresentazione ricca di sentimento avente forza di
motivo, determina l’azione prima ancora che esso possa essere appreso
come rappresentazione. In tal guisa il movimento impulsivo è finalmente
passato in un movimento _automatico_. Ma quanto più di frequente si
ripete questo processo, tanto più facilmente può avvenire il movimento
automatico, senza che sia neppur sentito lo stimolo, ad es., nel sonno
profondo, o quando sia completamente distolta l’attenzione. Allora il
movimento appare come un puro riflesso fisiologico dello stimolo e il
processo di volere è divenuto un _processo riflesso_.

Questa graduale _trasformazione dei processi in atti meccanici
(meccanizzazione)_, che essenzialmente consiste nell’eliminazione di
tutte le parti psichiche, poste tra il punto iniziale e il finale,
può avvenire tanto nei movimenti impulsivi originari, quanto in
molti dei secondari sorti dal condensamento di atti volontarii.
Non è inverosimile che i movimenti riflessi degli animali e degli
uomini abbiano per l’appunto questa origine. Indipendentemente dalla
meccanizzazione degli atti di volere dovuta all’esercizio, in favore
della nostra supposizione sta da un lato il _carattere dì finalità
dei riflessi_, il quale ci dà una prova della presenza in origine di
rappresentazioni degli scopi, le quali agivano come motivi; dall’altro
lato sta il fatto, che i movimenti degli animali inferiori sono
manifestamente atti di volere semplici e non riflessi; e però anche
sotto questo rispetto non è verosimile l’ipotesi più volte fatta di una
evoluzione in senso opposto dai riflessi alle azioni di volere. Infine
da questo stesso punto di vista si spiega anche nel modo più semplice
il fatto presentatosi nel §13 (pag. 139), che i _movimenti espressivi
dell’emozioni_ possano appartenere a ciascuna di queste forme possibili
nella scala degli atti esterni. Evidentemente qui i movimenti più
semplici sono in origine atti impulsivi, mentre parecchi movimenti
pantomimici più complessi si devono probabilmente ricondurre ad atti
un tempo liberi, che si trasformarono dapprima in movimenti impulsivi
e poi persino in movimenti riflessi. Inoltre qui i fenomeni costringono
all’ipotesi, che la trasformazione regressiva, avente principio durante
la vita individuale, è a poco a poco accresciuta dalla trasmissione
ereditaria dei caratteri acquisiti, così che certi atti in origine
volontarii, per i discendenti tardi sono sin dal principio movimenti
impulsivi e riflessi (V. § 19 e 20).

    10_a_. Anche nel volere, per le stesse ragioni che
  nell’emozione, l’osservazione dei processi che ci si offrono
  casualmente nella vita, o un procedimento insufficiente e
  fallace per la determinazione della vera natura del fatto. Da
  per tutto dove si eseguiscono atti di voleri interni od esterni
  a vantaggio di teoretiche o pratiche, questioni della vita, il
  nostro interesse è così richiamato da quelle questioni, che noi
  non siamo in grado di osservare con esattezza i processi psichici
  contemporaneamente presenti. Nelle teorie dei vecchi psicologi
  intorno al volere, teorie le quali spesso gettano le loro ombre
  ancora sulla scienza moderna, si rispecchia manifesto questo stato
  incompleto del metodo di osservazione psicologica. Poichè l’atto
  esterno di volere era l’unico che in tutto il dominio dei processi
  volitivi cadesse distintamente sotto l’osservazione, si tendeva
  a limitare il concetto del volere senz’altro agli atti volitivi
  esterni, e non solo si lasciava poi affatto inosservato l’intero
  campo degli atti di volere interni così importante per lo sviluppo
  superiore del volere, ma di più si consideravano le parti del
  processo di volere che preparano l’azione esterna, in modo affatto
  incompleto, per lo più solo in rapporto alle parti rappresentative
  dei motivi più appariscenti. Ne proveniva che non si avvertiva la
  stretta connessione genetica tra gli atti impulsivi e volontarii;
  i primi, come fenomeni affini ai moti riflessi, erano ritenuti
  tutt’affatto indipendenti dal volere e questo era limitato
  ai soli atti volontarii e di scelta. Siccome poi oltre a ciò,
  questa unilaterale considerazione delle parti rappresentative dei
  motivi faceva interamente trascurare la derivazione dell’atto di
  volere dall’emozione, si venne alla strana opinione che l’atto di
  volere non sia il prodotto dei motivi che lo precedono e delle
  condizioni psichiche che agendo su di essi danno predominio al
  motivo determinante, ma che il volere sta un processo il quale si
  presenta _insieme_ ai motivi ma è da questi in sè indipendente; il
  prodotto di una facoltà di volere metafisica; e questa, siccome
  solo gli atti volontarii erano ritenuti veri atti di volere, era
  definita come la “facoltà di scelta„ dell’anima, ossia quella
  facoltà che dava la preferenza a _uno_ fra i diversi motivi
  che agiscono sull’anima. In tal guisa in luogo di derivare il
  risultato finale del processo di volere, l’atto volitivo, dalle
  precedenti condizioni psichiche, la vecchia psicologia usava di
  questo atto finale per foggiarsi un concetto generale chiamato
  _volontà_, concetto che era considerato, nel senso della teoria
  delle facoltà, come una causa prima dalla quale dovevano sorgere
  tutti i singoli atti di volere.

    Schopenhauer e dopo di lui alcuni moderni psicologi e filosofi
  portavano una semplice modificazione a queste teorie astratte
  della volontà, quando spiegavano il processo di volere come un
  processo “incosciente„ di cui il risultato soltanto, l’atto di
  volere, sarebbe un processo psichico cosciente. Qui evidentemente
  l’insufficiente osservazione del processo di volere che precede
  l’atto, aveva condotto ad affermare la non esistenza assoluta
  di un tale processo di volere. Inoltre siccome l’intera varietà
  dei processi di volere concreti era distrutta, dal concetto di
  _una sola_ volontà incosciente, si giungeva allo stesso risultato
  psicologico che nelle vecchie teorie; in luogo della spiegazione
  dei reali processi di volere e delle loro connessioni, era posto
  un concetto generico, cui falsamente era dato il significato di
  una causa generale.

    Anche la nuova psicologia e persino la sperimentale è spesso
  ancora in balìa di questa dottrina astratta della volontà così
  profondamente radicata. Dacchè sin dal principio si dichiara
  impossibile la spiegazione di un’azione mediante la concreta
  causalità psichica degli anteriori processi di volere, si dà come
  unica particolarità dell’atto di volere la somma delle sensazioni
  che accompagnano l’azione esterna, e che a questa, quando essa
  si ripeta sovente, devono immediatamente precedere come pallide
  immagini della memoria. Cause poi dell’atto sono ritenuti i
  processi fisici di eccitazione che avvengono entro il sistema
  nervoso. In tal guisa la questione della causalità della volontà
  come dalla teoria precedente è relegata fuor dalla psicologia
  nella metafisica, così da queste teorie è riposta fuori dalla
  psicologia nella fisiologia; nel fatto però essa anche qui, mentre
  tenta passare dalla psicologia alla fisiologia, cade nei lacci
  della metafisica. Dovendo la fisiologia come scienza empirica
  non solo ora ma in ogni tempo, perchè la questione in parola
  conduce a un problema senza fine, rifiutarsi di completamente
  derivare dalle sue premesse i processi fisici che accompagnano
  un atto di volere complesso, rimane come unica giustificazione
  a questa teoria la dottrina della metafisica materialistica:
  essere i così detti processi materiali l’unica realtà delle cose,
  e però i processi psichici doversi spiegare dai materiali. Ma
  è principio normativo della psicologia come scienza _empirica_,
  che essa indaghi i fatti costitutivi dei processi psichici così
  come essi si offrono all’esperienza immediata e che non consideri
  la connessione di questi processi mediante punti di veduta che
  siano ad essa stessa estranei (v. §l e pag. 13 e segg.). Noi non
  possiamo in alcun altro modo conoscere come decorra un processo
  di volere che seguendolo esattamente, così come esso ci è dato
  nella esperienza immediata. Ma in questa esso non ci è dato come
  un concetto astratto ma come un atto di volere concreto, del
  quale noi sappiamo soltanto qualche cosa, in quanto esso è un
  processo che si fa conoscere immediatamente, e non un processo
  inconscio, oppure, il che per la psicologia fa lo stesso, un
  processo materiale che non è avvertito direttamente, ma è solo
  ipoteticamente ammesso in base a presupposizioni metafisiche.
  Tali teorie metafisiche non sono dovute che ad una deficiente
  o tutt’affatto mancante osservazione psicologica. Chi di tutto
  il processo di volere osserva solo la fine, l’atto esterno,
  può facilmente venire alla conclusione, che la causa prossima
  dell’atto di volere sia un agente incosciente, materiale o
  immateriale.

11. Essendo impossibile per le ragioni suesposte, un’esatta
osservazione del processo di volere negli atti volitivi che da sè soli
si presentano nel corso della vita, anche qui l’unico mezzo per una
fondamentale indagine psicologica sta nell’osservazione _sperimentale_.
Ora noi non possiamo davvero ad arbitrio produrre atti volitivi di
qualsiasi specie, ma dobbiamo limitarci all’osservazione di certi
processi di volere facilmente accessibili all’influenza di sussidi
esterni e risolventisi in atti esterni. Le ricerche che servono a
questo scopo sono le così dette _ricerche di reazione_; nella parte
essenziale, esse consistono in ciò: un processo di volere semplice o
composto, suscitato da uno stimolo sensibile esterno e dopo il decorso
di determinati processi psichici che servono in parte come motivi, si
risolve in una reazione di movimento.

Ma le ricerche di reazione hanno ancora una seconda e più generale
importanza. Esse offrono il modo di misurare la _rapidità_ di certi
processi psichici e psicofisici. Infatti in ognuno di tali esperimenti
si fanno sempre queste misure; ma il valore più intimo di essi sta
in ciò, che ogni esperimento inchiude un processo di volere, e quindi
è possibile in tal modo, mediante l’osservazione soggettiva, segnare
esattamente la successione dei processi psichici di un tale processo di
volere, e insieme, variando volontariamente le condizioni, su di essi
influire in modo conforme allo scopo.

Il più semplice esperimento di reazione che si possa fare è il
seguente: dopo che per un tempo opportuno (2-3″), mediante un segnale,
si è determinato nel soggetto uno stato di tensione dell’attenzione,
si fa agire su un organo di senso uno stimolo esterno e nel momento
in cui è avvertito lo stimolo, il soggetto deve compiere un movimento
già prima stabilito, ad. es., un movimento della mano. Per le sue
condizioni psicologiche questo esperimento corrisponde nella parte
essenziale a un processo di volere _semplice_: l’impressione di senso
ha il còmpito di motivo semplice, al quale è univocamente coordinato
un atto determinato: Se ora mediante il metodo grafico o qualche altra
misura di tempo si fa in modo che sia oggettivamente misurato il tempo
decorrente dall’azione dello stimolo al compimento del movimento
di reazione, è possibile, ripetendo molte volte allo stesso modo
l’esperimento, far presenti esattamente tutti i processi soggettivi
dei quali si compone l’intero processo di reazione; nei risultati
oggettivi della misura del tempo sta poi a disposizione un mezzo per
controllare così la costanza come le accidentali deviazioni di quei
processi soggettivi. Si fa specialmente uso di questo controllo nei
casi, nei quali si è intenzionatamente variata una condizione qualsiasi
dell’esperimento, e quindi anche il decorso soggettivo del processo di
volere.

Infatti si può introdurre una tale variazione già nel semplice
esperimento di reazione sopra descritto, quando in vario modo si
modifichi la _preparazione_ all’atto che precede l’azione dello
stimolo.

Se questa preparazione è tale che l’attesa è tutta rivolta allo
stimolo agente come motivo e l’atto esterno segue solo quando lo
stimolo è stato distintamente appreso, si ha la reazione _completa_ o
_sensoriale_, come anche vien detta. Se invece l’attesa di preparazione
si dirige all’atto determinato dal motivo, così che l’atto segue al più
presto possibile l’apprendimento[24] dello stimolo, si ha la reazione
_abbreviata_ o, come anche si dice, _muscolare_. Nel primo caso
l’attesa come fattore rappresentativo, contiene una pallida imagine
mnemonica, dell’impressione di senso già conosciuta; e questa imagine,
se il tempo di preparazione dura a lungo, si presenta oscillante a
volta distinta e a volta indistinta. Come fattore sentimentale è poi
sempre presente un sentimento d’attesa che oscilla in simile modo,
ma che di più è legato con sensazioni di tensione, appartenenti al
corrispondente dominio di senso, ad es., con tensioni della membrana
del timpano, dei muscoli di accomodamento ed esterni degli occhi,
ecc. A questi sentimenti preparatori nel momento dell’impressione
tien dietro un sentimento relativamente debole di sollievo, cioè un
sentimento di sorpresa, e da questo distintamente si differenzia,
come consecutivo, il sentimento eccitante che accompagna il movimento
di reazione, il sentimento dell’attività colle sensazioni tattili
contemporaneamente sorgenti. Nel secondo caso invece il soggetto,
durante il tempo dell’attesa preparatoria, ha un’ imagine mnemonica
pallida ed oscillante dell’_organo che deve reagire_, ad es. della
mano, e insieme forti sensazioni di tensione dell’organo stesso,
alle quali è collegato un sentimento di attesa abbastanza continuo.
Nel momento della stimolazione questo stato è sostituito da un
forte sentimento di sorpresa e con questo il sentimento di attività
accompagnante la reazione e le sensazioni corrispondenti a questo
sentimento si collegano così rapidamente, che non si può affatto, o
almeno molto indistintamente percepire un intervallo di tempo fra i due
momenti. Il tempo della reazione completa o sensoriale cade circa fra
0,210 e 0,290 secondi (i tempi più piccoli valgono per le impressioni
di suono, i più grandi per quelle di luce) con una variazione media
per le singole osservazioni di 0,020 secondi. Il tempo della reazione
abbreviata o muscolare va da 0,120-0,190 secondi, con una variazione
media di 0,010 secondi. I valori diversi della variazione media nei due
casi, sono di grande importanza come mezzo oggettivo di controllo per
la distinzione di questa specie di reazione[25].

12. Le forme di reazione sensoriale e muscolare costituiscono,
quando si introducano condizioni speciali, i punti di partenza per lo
studio dello _sviluppo dei processi di volere_ in diverse direzioni.
La reazione sensoriale o completa, potendosi in essa inserire fra
l’apprendimento dello stimolo e il compimento della reazione diversi
processi psichici, fornisce il mezzo per passare dai processi di
volere semplici ai composti. Abbiamo un atto volontario di natura
relativamente semplice, quando all’apprendimento dell’impressione
facciamo seguire un atto di riconoscimento o distinzione, che deve poi
dar luogo al movimento di reazione. In questo caso motivo dell’azione
da compiersi non è l’impressione immediata, ma la rappresentazione
che risulta dall’atto di riconoscimento o di distinzione. Essendo
questo motivo uno soltanto fra il maggior o il minor numero di quelli
egualmente possibili che in vece sua avrebbero potuto agire, il
movimento di reazione ha il carattere di un movimento volontario;
infatti in esso si può osservare distintamente il sentimento della
_decisione_, che precede l’atto di volere; nè sono meno decisamente
pronunciati i sentimenti anteriori legati all’appercezione
dell’impressione. Quando poi viene introdotto ancora un altro
processo psichico, ad es., un’associazione che deve agire come motivo
determinante all’esecuzione del movimento, ancor più spiccati appaiono
quei sentimenti e nel tempo stesso diventa ancor più complicata la
successione dei processi rappresentativi e sentimentali. Infine, in
questi esperimenti il processo volontario diventa processo di scelta
non solo quando l’azione è in tal modo soggetta a una molteplicità
di motivi, che parecchi debbono succedersi prima che uno determini
l’azione, ma quando inoltre fra diverse azioni possibili _una_ diventa
decisiva in conformità dei motivi presenti. Questo avviene se il
soggetto è preparato a diversi movimenti di reazione, ad es., a un
movimento colla mano destra o sinistra, oppure con una qualsiasi delle
dieci dita, ma deve compiere ogni singolo movimento solo quando agisca
un’impressione di una certa qualità, che per quel singolo movimento è
stabilito valga di motivo; ad es., l’impressione bleu per il movimento
a destra, rossa per quello a sinistra.

13. All’opposto la reazione muscolare od abbreviata serve per osservare
la _trasformazione regressiva degli atti di volere_ in movimenti
riflessi. Essendo in questa specie di reazione l’attesa tutta rivolta
all’azione esterna, la quale deve essere compiuta nel più breve tempo
possibile, è impossibile un’arbitraria inibizione o determinazione
dell’atto a seconda della natura delle impressioni, e quindi anche un
passaggio da atti di volere semplici a composti. Invece facilmente si
giunge mediante l’esercizio a stabilire in tale modo la connessione
fra l’impressione e il movimento ad essa corrispondente in un sol
senso, che il processo di apprendimento sempre più scompare, o si
presenta solo dopo che l’impulso al movimento è compiuto e in tal caso
il movimento si svolge a guisa di riflesso. Questa meccanizzazione
del processo si dimostra oggettivamente, sopratutto nel fatto, che
il tempo di reazione si abbassa sino a quello dei puri movimenti
riflessi; soggettivamente per ciò, che impressione e reazione appaiono
all’osservazione psicologica un processo unico nel tempo, mentre
il caratteristico sentimento della decisione gradatamente scompare
affatto.

    13_a_. Gli esperimenti cronometrici assai in uso nella
  psicologia sperimentale sotto il nome di “esperimenti di reazione„
  devono la loro importanza al doppio loro valore, in primo luogo
  come sussidi all’analisi dei processi di volere, in secondo
  luogo come mezzi per studiare il decorso nel tempo dei processi
  psichici. E in questo bilaterale significato degli sperimenti
  di reazione si riflette il valore dei processi di volere come
  occupanti il punto centrale nell’ordine dei processi psichici.
  Infatti da un lato i processi più semplici, i sentimenti, le
  emozioni e le rappresentazioni a queste legate, costituiscono
  nello stesso tempo le parti di un completo processo di volere;
  dall’altro lato tutti gli aspetti possibili nella connessione
  delle formazioni psichiche possono presentarsi come parti di un
  processo di volere. Quindi i processi di volere costituiscono
  l’opportuno passaggio alla connessione delle formazioni psichiche,
  di cui si tratta nel capitolo seguente.

    Un “esperimento di reazione„ rivolto all’analisi di un processo
  di volere o di un qualsiasi processo psichico che entra in quello,
  richiede innanzi tutto l’impiego di strumenti cronometrici esatti
  e abbastanza fini (che segnino persino 1/1000 di sec.). Si usi
  l’orologio elettrico o il metodo di registrazione grafica, sì
  nell’un caso che nell’altro importa che siano fissati nel tempo
  tanto l’istante dell’applicazione dello stimolo quanto quello
  del movimento di reazione del soggetto. Questo si può ottenere,
  ad es., in tal modo: una corrente galvanica, la quale pone in
  movimento un orologio elettrico segnante sino a 1/1000 di secondi,
  è chiusa dallo stimolo stesso (stimolo sonoro, luminoso, tattile)
  e poi all’atto in cui si avverte lo stimolo è di nuovo aperta
  dal soggetto stesso mediante un semplice movimento della mano
  che sollevi un tasto telegrafico. Possiamo variare in diversa
  maniera la reazione semplice così misurata (reazione sensoriale
  e musculare, reazione con o senza segnale d’avviso). Ma possiamo
  anche nel processo di reazione introdurre diversi atti psichici
  (distinzioni, riconoscimenti, associazioni, processi di scelta)
  i quali possono essere considerati da un lato come motivi di
  un processo di volere, dall’altro come parti della generale
  connessione delle formazioni psichiche. Il processo di reazione
  semplice è un decorso che insieme al processo di volere racchiude
  anche puri elementi fisiologici (trasmissione dell’eccitazione
  sensibile sino al cervello, della motrice al muscolo). Se
  ora si inseriscono come può accadere nell’uso della reazione
  sensoriale, altri processi psichici (distinzioni, riconoscimenti,
  associazioni, atti di scelta) si ottengono i valori temporali di
  processi psichici definibili in modo determinato, sottraendo dalla
  durata della reazione composta il tempo di una reazione semplice.
  Così si trovano i tempi del riconoscimento e della distinzione per
  impressioni relativamente semplici (colori, segni dell’alfabeto,
  brevi parole) = 0,03-0,05″; i tempi dell’associazione = 0,3-0,8″;
  quelli della scelta: fra due movimenti (mano destra e sinistra)
  = 0,06″, fra 10 movimenti (le 10 dita) = 0,4″ ecc. Del resto
  il valore di questi numeri consiste, come sopra si è detto,
  non tanto nella loro grandezza assoluta ma piuttosto nel fatto,
  che essi sono mezzi di controllo all’osservazione psicologica,
  mentre questa è anche applicata a processi che vengono sottoposti
  col sussidio del metodo sperimentale, a condizioni esattamente
  determinate e che però possono essere ripetute a volontà.



III. — LA CONNESSIONE DELLE FORMAZIONI PSICHICHE



§ 15. — Coscienza e attenzione.


1. Poichè ogni formazione psichica si compone di una moltiplicità
di processi elementari, i quali non sono soliti nè incominciare, nè
cessare tutti proprio allo stesso momento, la connessione che riunisce
in un tutto gli elementi, si estende sempre oltre questo tutto in modo,
che formazioni diverse, contemporanee e successive, si trovano alla
lor volta collegate tra loro, benchè meno strettamente. Noi diciamo
_coscienza_ questa connessione delle formazioni psichiche.

Il concetto di coscienza non designa quindi affatto cosa che esista
oltre e fuori dei processi psichici; nè si riferisce solo alla somma
di questi processi senza alcun riguardo ai rapporti loro; ma veramente
esprime quella generale combinazione dei processi psichici, nella
quale spiccano le singole formazioni psichiche come composizioni più
intime. Noi diciamo “senza coscienza„ lo stato psichico in cui questa
connessione è interrotta, come nel sonno profondo, nel deliquio; e
parliamo di “perturbamenti della coscienza„ quando avvengono anormali
variazioni nella connessione delle formazioni psichiche, senza che
queste per sè stesse abbiano a presentare alterazioni di sorta.

La coscienza così intesa, come una connessione che abbraccia processi
psichici contemporanei e consecutivi, si presenta all’ esperienza
dapprima nelle manifestazioni psichiche dell’_individuo_ come
_coscienza individuale_. Ma, poichè può sorgere una analoga connessione
anche per unioni di individui, benchè limitata a certi lati della vita
psichica, nel concetto generale di coscienza si possono distinguere
i concetti subordinati di _coscienza collettiva_, di _coscienza
nazionale_ e altri simili. Ma la coscienza individuale, alla cui
trattazione qui ci limiteremo, è pur sempre la base di tutte queste
ulteriori forme di coscienza (Sul concetto di coscienza collettiva v.
sotto § 21, 14).

2. La coscienza individuale soggiace alle stesse condizioni esterne
che tutto l’insieme dei fatti psichici, del quale essa è soltanto
un’espressione diversa, che serve specialmente a mettere in luce
le relazioni reciproche delle parti onde esso è costituito. Come
sostrato delle manifestazioni di una coscienza individuale ci si offre
dappertutto un individuale organismo animale; nell’uomo e negli animali
a lui somiglianti l’organo principale della coscienza è la corteccia
del cervello, nei cui tessuti cellulari e fibrosi sono rappresentati
tutti gli organi che stanno in relazione coi processi psichici. Noi
possiamo considerare la connessione generale degli elementi corticali
del cervello come l’espressione fisiologica della connessione dei
processi psichici data nella coscienza; e la divisione di funzioni
nelle diverse regioni corticali, come il correlativo fisiologico delle
varietà numerose dei singoli processi di coscienza. Ma certamente in
quel centralissimo organo del nostro corpo la divisione di funzioni
è pur sempre soltanto relativa; ogni formazione psichica composta
presuppone sempre la cooperazione di numerosi elementi e di molte
regioni centrali. Quando l’asportazione di certe parti della corteccia
produce alterazione nei movimenti volontari, nelle sensazioni o
fa impossibile il formarsi di certe classi di rappresentazioni,
possiamo naturalmente conchiudere che quelle parti racchiudono anelli
indispensabili nella catena dei processi fisici che corrono paralleli
ai processi psichici in esame. Ma l’ipotesi più volte fatta in base a
questi fenomeni, che esista nel cervello un organo delimitato per la
facoltà della parola, dello scrivere, o che le rappresentazioni visive,
sonore, verbali siano poste in speciali cellule della corteccia, questa
e simili ipotesi non solo presuppongono rozze idee fisiologiche, ma non
si possono nemmeno accordare coll’analisi psicologica delle funzioni.
Infatti, psicologicamente considerate, non fanno che dare veste moderna
alla più infelice forma della teoria delle facoltà, alla frenologia.

    2_a_. Intorno alla localizzazione di certe funzioni
  psicofisiche nella corteccia cerebrale, mediante osservazioni
  anatomopatologiche sull’uomo ed esperimenti sugli animali, si
  potè dimostrare: 1) la coordinazione di certe regioni corticali
  a determinati domini periferici sensitivi e muscolari; così la
  corteccia del lobo occipitale corrisponde alla retina; una parte
  del parietale alla superficie tattile, il lobo temporale al
  senso dell’udito; i centri dei singoli domini muscolari stanno
  in generale immediatamente a lato o fra i centri di senso,
  che sono con quelli in relazione funzionale; 2) il nascere di
  complesse alterazioni, quando cessino di funzionare certe altre
  regioni corticali, le quali, sembra, non siano direttamente
  collegate alle parti periferiche del corpo, ma siano inserite
  fra mezzo ad altre regioni centrali. Sotto quest’ultimo riguardo
  si è potuto con sicurezza determinare solo la coordinazione di
  certe parti del lobo temporale alle funzioni della _favella_,
  di quelle anteriori per l’articolazione della parola (la loro
  distruzione rende impossibile la coordinazione motoria, donde
  la così detta “afasia atactica„) di quelle posteriori per la
  formazione della rappresentazione verbale (la loro distruzione
  annulla la coordinazione sensoria e produce la così detta “afasia
  amnestica„). Si è ancora osservato questo fatto particolare:
  essere queste funzioni localizzate esclusivamente nel lobo
  temporale _sinistro_, non nel destro, così che soltanto se
  quello, non se questo, è distrutto per apoplessia, viene meno
  la funzione della favella. Del resto in tutti questi casi, così
  per le alterazioni più semplici come per le più complesse,
  coll’andare del tempo si ha una graduale restituzione delle
  funzioni, probabilmente perchè altre regioni prendono la vece
  delle regioni corticali distrutte, e per solito le più vicine
  (nelle perturbazioni della favella forse anche le regioni della
  parte opposta del corpo, non mai prima esercitate a questo
  ufficio). Fino ad ora non sono state con sicurezza dimostrate le
  localizzazioni di altre funzioni psichiche più complesse, come
  quelle dei processi di memoria e di associazione, e quando alcuni
  anatomi designano certe regioni corticali, come “centri psichici„,
  questa denominazione si appoggia provvisoriamente solo, in parte
  su ricerche di interpretazione molto dubbia fatte sugli animali,
  in parte sul semplice fatto anatomico, che non si possono trovare
  fibre motorie o sensorie, che direttamente vanno ai centri, e che
  gl’intrecci fibrosi dei centri si sviluppano relativamente tardi.
  A questa specie di centri appartiene specialmente la corteccia
  del _lobo frontale_, il quale nel cervello umano presenta uno
  sviluppo particolarmente grande. Sull’osservazione più volte
  ripetuta, che la distruzione di questa regione cerebrale produce
  tosto l’incapacità di tenere fissata l’attenzione, e alcuni altri
  difetti intellettuali che probabilmente hanno la stessa causa, si
  fonda l’ipotesi che quella regione si debba considerare come il
  centro delle funzioni dell’_appercezione_ che sotto esporremo (4)
  o di tutte quelle parti della esperienza psichica, nelle quali,
  come nei sentimenti, si esplica la connessione unitaria della vita
  psichica (v. sopra pag. 72). Ma questa ipotesi richiede ancora
  una più sicura conferma dall’esperienza. In quelle osservazioni,
  secondo le quali, in contraddizione a quanto si è detto,
  parziali lesioni del lobo frontale potrebbero aver luogo senza
  perturbazioni notevoli dell’intelligenza, non è possibile in alcun
  modo vedere una prova certa contro la funzione per pura ipotesi
  attribuita a quella regione centrale. Infatti l’esperienza di
  molti casi ci insegna che proprio nelle parti centrali superiori,
  forse a causa dell’intrecciarsi in più sensi delle fibre nervose
  e a causa delle varie forme, nelle quali elementi diversi vengono
  a sostituirsi a vicenda, possono prodursi lesioni localmente
  limitate, senza che vi siano affatto sintomi esterni. Del resto
  l’espressione “centro„ in tutti questi casi si deve naturalmente
  intendere nel senso dato dal generale rapporto delle funzioni
  psichiche alle fisiche, cioè nel senso di un parallelismo di
  elementari processi psichici e fisici corrispondente ai diversi
  punti di vista della trattazione delle scienze naturali e della
  psicologia (v. § 1, 2 e § 22, 9).

3. Quella connessione dei processi psichici, in cui per noi consiste
il concetto di coscienza, è in parte simultanea e in parte successiva.
_Simultaneamente_ la somma dei processi momentanei ci è data in ogni
momento come un tutto, le cui parti sono riunite da un legame più
o meno stretto. Ma _successivamente_ o lo stato psichico dato in
un certo momento direttamente deriva da quello presente nel momento
immediatamente anteriore, in quanto che certi processi scompaiono,
altri durano nel loro corso e altri ancora incominciano; oppure,
quando si sono frapposti stati d’incoscienza, i processi di nuova
formazione entrano in relazione con quelli che prima erano stati
presenti. In tutti questi casi egualmente l’estensione delle singole
connessioni che si stabiliscono fra i processi passati e i seguenti,
determina lo stato della coscienza. Come lo stato di coscienza passa
in quello d’incoscienza quando quella connessione è spezzata, così si
ha uno stato di coscienza incompleta quando esistono solo deboli nessi
fra un dato momento e i processi precedenti a questo. Dopo lo stato
d’incoscienza di solito la coscienza, solo lentamente, riprende la
sua altezza normale, perchè soltanto a poco a poco si ristabiliscono i
nessi cogli anteriori prodotti della vita psichica.

E però possiamo distinguere dei _gradi_ nella coscienza. Il limite
inferiore, il punto zero di questi gradi, è l’incoscienza completa.
Da questa, che come l’assenza assoluta di ogni connessione psichica
trova il suo contrario nella coscienza, si deve distinguere _il
divenire incoscienti di singoli contenuti psichici_. Questo sempre
ha luogo nel continuo flusso dei processi psichici, perchè non solo
possono sparire rappresentazioni e sentimenti complessi, ma anche
elementi singoli di queste formazioni, mentre ne subentrano di nuovi.
E nel continuo divenir coscienti e incoscienti di singoli processi
elementari o composti sta appunto quella connessione _successiva_
della coscienza, la quale in sè e per sè presuppone a sua condizione
quell’avvicendarsi. Qualunque elemento psichico sparito dalla
coscienza diciamo che è divenuto _incosciente_, presupponendo con ciò
la possibilità, che esso abbia a rinnovarsi, cioè che esso abbia a
rientrare nell’attuale connessione dei processi psichici. La nostra
conoscenza degli elementi divenuti incoscienti non può riferirsi
più in là di questa possibilità del rinnovamento. Pertanto nel senso
psicologico questi elementi divenuti incoscienti costituiscono solo
_disposizioni_ per le formazioni di futuri componenti dei processi
psichici, le quali vanno ad unirsi a quelle anteriormente presenti.
Per la psicologia sono assolutamente infruttuose le ipotesi sullo
stato dell’“incosciente„ e sui “processi incoscienti„, che si suppone
esistano insieme ai processi di coscienza dati a noi nell’esperienza;
ci sono però fenomeni _fisici_ che accompagnano quelle disposizioni
psichiche e che si possono direttamente dimostrare o arguire da alcune
esperienze. Questi fenomeni fisici concomitanti consistono negli
effetti che _l’esercizio_ produce su tutti gli organi o specialmente
sugli organi nervosi. Per l’esercizio noi vediamo in generale _resa più
facile una funzione_ e in tal modo favorito il riprodursi della stessa
funzione. Ma anche qui noi non conosciamo addentro le modificazioni che
sono prodotte dall’esercizio nella struttura degli elementi nervosi;
pur ce ne possiamo sempre fare un’idea mediante analogie meccaniche:
ricordandoci, ad es., che la resistenza di sfregamento diminuisce
quando due superfici fra loro stesse si limano.

4. Già per la formazione delle rappresentazioni di tempo (pag. 124) si
disse che in una serie di rappresentazioni successive, per ogni istante
prevale nella nostra coscienza quella immediatamente _presente_. In
modo analogo _singoli_ contenuti predominano anche nella connessione
simultanea della coscienza, ad es., in un’accordo di suoni, in una
giustaposizione di oggetti estesi. Nei due casi noi diciamo queste
differenze di conoscenza _chiarezza_ e _distintezza_[26], e indichiamo
colla prima l’apprendimento del contenuto stesso relativamente più
favorevole, colla seconda intendiamo quella delimitazione meglio
determinata di un contenuto rispetto ad altri contenuti psichici,
proprietà questa che di solito va unita a quella prima. Noi diciamo
_attenzione_ quello stato caratterizzato da speciali sentimenti,
che accompagna l’apprendimento più chiaro di un contenuto psichico;
_appercezione_, quel singolo processo per cui un contenuto psichico
qualsiasi è portato a chiara cognizione. All’_appercezione_ si
contrappone la _percezione_,[27] quello speciale apprendimento di
contenuti non accompagnato dallo stato psichico dell’attenzione.
Sull’analogia del punto visivo esterno dell’occhio diciamo i contenuti
sui quali è concentrata l’attenzione: _punto visivo della coscienza_,
oppure _punto visivo interno_, e il complesso dei contenuti presenti
in un dato momento: _campo visivo della coscienza_ o _campo visivo
interno_. Il passaggio di un processo psichico nello stato di
incosciente è detto: _cadere sotto la soglia della coscienza_; il
sorgere di un processo: _levarsi sopra la soglia della coscienza_.
Naturalmente tutte queste sono espressioni simboliche, che non devono
essere prese alla lettera, ma il loro uso si raccomanda a causa della
brevità intuitiva che esse permettono nella descrizione dei processi di
coscienza.

5. Se ci studiamo ora di rappresentare efficacemente, mediante le
suddette espressioni simboliche, l’avvicendarsi delle formazioni
psichiche nella loro connessione, possiamo immaginarlo come un
continuo andirivieni: formazioni psichiche entrano dapprima nel
campo visivo interno, poi da questo passano nel punto visivo interno,
per poi ritornare in quello prima di sparire interamente. Allato a
questa vicenda delle formazioni giungenti all’appercezione, è pure
un’andirivieni di quelle che sono solamente percepite; queste entrano
nel campo visivo e poi ne escono senza pervenir mai al punto visivo.
Tanto le formazioni appercepite quanto le percepite possono avere
diversi gradi di chiarezza. Nel caso delle formazioni appercepite
questo fatto si dimostra in ciò, che la chiarezza e la distintezza
dell’appercezione variano a seconda dello stato della coscienza. E ciò
si può facilmente provare, se si appercepisce più volte successivamente
una stessa impressione; le appercezioni successive, posto che rimangano
immutate le altre condizioni, diventano per solito più chiare e
distinte. Per le formazioni semplicemente percepite possiamo assai
facilmente osservare le differenze nei gradi di chiarezza, quando
agiscono impressioni composte. Troviamo allora, specialmente se le
impressioni hanno agito solo per un istante, che anche per i componenti
rimasti in sè e per sè oscuri sono possibili diverse gradazioni,
sembrando essersi levati alcuni più, altri meno sopra la soglia della
coscienza.

6. Naturalmente tutti questi fatti possono essere stabiliti non da
casuali autoosservazioni, ma da osservazioni sperimentali a tal
fine condotte. Tra i contenuti di coscienza i più opportuni per
l’osservazione sono le formazioni di rappresentazione, perchè possono
essere facilmente prodotte in ogni tempo da impressioni esterne.
Ora in una rappresentazione di tempo, come già si è notato al § 11
(pag. 125), la parte appartenente al momento _presente_ è quella che
regolarmente si trova nel punto visivo della coscienza. Dei componenti
le rappresentazioni già passate, le impressioni passate da poco
appartengono ancora al campo visivo, mentre quelle passate da lungo
tempo sono sparite dalla coscienza. Una rappresentazione di spazio
invece, se costituisce soltanto un tutto estensivo limitato, può
essere appercepita nella sua completa estensione in un unico momento.
Se essa è più complessa, le sue parti devono passare pel punto visivo
interno successivamente, affinchè essa possa pienamente giungere ad una
chiara percezione. Da quanto si è detto risulta che _rappresentazioni
composte di spazio_ (specialmente impressioni visive momentanee), sono
le più opportune per ottenere una misura del numero dei contenuti
che possono essere _appercepiti_ in un singolo atto, ossia della
_capacità dell’attenzione_; invece _rappresentazioni composte di
tempo_, (ad esempio, impressioni ritmiche, battute) servono a misurare
il numero dei contenuti che possono essere riuniti in un dato momento
nella coscienza, ossia a misurare _la capacità della coscienza_.
Gli esperimenti fatti a tale scopo danno, a seconda delle condizioni
speciali, per la capacità dell’attenzione una sfera d’azione da 6-12
impressioni semplici, per quella della coscienza da 16-40. Qui i numeri
minori valgono per quelle impressioni che o non formano connessioni di
rappresentazioni, o ne formano solo di relativamente molto piccole; i
numeri maggiori per quelle, nelle quali gli elementi sono riuniti in
rappresentazioni per quanto è possibile complesse.

    6_a_. La prima di queste determinazioni, quella della _capacità
  dell’attenzione_, si può compiere nel modo più esatto usando
  delle impressioni visive di spazio. Infatti, se rischiarando
  momentaneamente mediante una scintilla elettrica, o facendo
  cadere davanti agli oggetti uno schermo munito da un’apertura,
  si può facilmente ottenere che gli oggetti agiscano quasi
  _istantaneamente_, e che tutti insieme cadano sul punto di più
  chiara visione, le condizioni fisiologiche non dovrebbero essere
  d’ostacolo all’appercezione di un numero d’impressioni maggiore
  di quello, che è possibile appercepire a causa della limitata
  capacità dell’attenzione. A questo scopo prima del rischiaramento
  momentaneo si deve assegnare all’occhio un punto da fissare sulla
  parte di mezzo della superficie racchiudente le impressioni.
  Compito l’esperimento, si può immediatamente constatare che, se
  tutto fu disposto in opportuna maniera, il numero degli oggetti
  veduti distintamente nel senso fisiologico, è stato maggiore
  del numero di quelli colti dalla capacità dell’attenzione. Se
  l’impressione momentanea era costituita di lettere dell’alfabeto,
  ci avviene di leggere solo più tardi alcune lettere, nel
  momento del rischiaramento vedute solo indistinte, cioè quando
  ci siamo richiamata un’imagine mnemonica dell’impressione.
  Ed essendo questa imagine mnemonica ben separata nel tempo
  dall’impressione corrispondente, la determinazione della capacità
  dell’attenzione non resta per nulla turbata da questo fatto;
  che anzi con un’osservazione soggettiva molto accurata è facile
  fissare lo stato dell’attenzione nel momento dell’impressione e
  distinguerlo dai successivi atti di memoria, che sempre sono da
  quello separati da notevoli intervalli di tempo. Gli esperimenti
  fatti in tal modo insegnano che la capacità dell’attenzione non
  è affatto una grandezza costante, ma che essa, anche quando la
  tensione dell’attenzione ha presso a poco la medesima grandezza
  massima, dipende in parte dalla natura semplice o composta
  delle impressioni, in parte dall’essere queste più o meno
  famigliari. Le più semplici impressioni di spazio sono punti
  in una disposizione qualsiasi: di essi sei al massimo possono
  essere appercepiti in una sola volta. Le impressioni di una
  natura un po’ più complessa ma nota, come linee, cifre, lettere,
  sono appercepite simultaneamente di regola nel numero di tre,
  quattro e, nelle condizioni più favorevoli, di cinque. Sembra che
  questi limiti valgano anche pel senso tattile, colla differenza
  che in esso soltanto le più semplici di queste impressioni, i
  punti, possono in caso favorevole essere colti insieme nel numero
  di sei. Per impressioni note di natura complessa, il numero
  delle rappresentazioni si abbassa anche pel senso della vista,
  mentre cresce notevolmente quello dei singoli elementi. Possiamo
  appercepire due e persino tre parole conosciute di una sola
  sillaba, il che corrisponde a un numero di dieci sino a dodici
  singole lettere. In tutti i casi è falsa l’affermazione da molti
  fatta, che l’attenzione in un dato momento non può essere riferita
  che ad _una_ sola rappresentazione.

    Queste osservazioni non contrastano meno a quell’opinione
  qualche volta messa innanzi, che l’attenzione possa scorrere
  di continuo e con grande rapidità una quantità di singole
  rappresentazioni. Se nell’esperimento suesposto si cerca di
  completare col ricordo l’imagine appercepita distintamente proprio
  nell’istante successivo all’impressione, appare che occorre
  un tempo assai notevole per rendersi presente un’impressione
  non appercepita nel primo istante e che in questo processo
  l’imagine prima appercepita sfugge sempre all’attenzione. Quindi
  il muoversi successivo dell’attenzione su una moltitudine di
  dati psichici è un processo _discontinuo_, il quale consta di
  una pluralità di singoli atti appercettivi, che si seguono.
  Questa discontinuità è spiegata dal fatto, che ogni singola
  appercezione si compone di un periodo di tensione crescente e
  di uno secondo di tensione decrescente. La tensione massima, che
  sta fra i due, può notevolmente variare nella sua durata: essa o
  è molto breve, come per le impressioni momentanee e rapidamente
  varianti, oppure dura più a lungo nel caso di una unilaterale
  direzione dell’attenzione su determinati oggetti. Persino quando
  si concentra l’attenzione su oggetti di natura costante è pur
  sempre inevitabile un’interruzione di un intervallo qualsiasi fra
  l’avvicendarsi dei periodi di tensione e rilassamento. E questo si
  può facilmente osservare nelle funzioni solite dell’attenzione.
  Ma anche qui l’osservazione sperimentale porta a più precise
  conclusioni. Se, mentre tutti gli altri stimoli di senso sono,
  quant’è possibile, esclusi, lasciamo agire su un organo di senso
  un’impressione debole, continua, duratura, sulla quale è diretta
  l’attenzione, si osserva che l’impressione in certi intervalli,
  per lo più irregolari, i quali si producono per impressioni molto
  deboli già dopo 3-6″ e per quelle alquanto più forti solo dopo
  18-24″, diventa per un breve tempo indistinta, oppure sembra
  sparire del tutto, per poi ripresentarsi. Queste oscillazioni
  si devono senz’altro distinguere da quelle dell’intensità
  dell’impressione, e di ciò ce ne convinciamo facilmente, se di
  proposito in una serie d’esperimenti, o facciamo oggettivamente
  più debole l’impressione, o ne interrompiamo l’azione. E possiamo
  allora insieme osservare che _due_ proprietà caratteristiche
  essenzialmente differenziano quelle variazioni soggettive da
  quelle prodotte oggettivamente: in primo luogo abbiamo sempre
  la rappresentazione della persistenza dell’impressione, sin
  tanto che questa con semplice vicenda passa nel campo più oscuro
  della coscienza e poi di nuovo da questo entra nel punto visivo
  dell’attenzione; allo stesso modo che anche nell’esperimento con
  impressioni momentanee abbiamo una rappresentazione indeterminata
  e oscura delle parti dell’impressioni non appercepite. In
  secondo luogo quelle oscillazioni dell’attenzione, oltre che
  dall’aumento o diminuzione di chiarezza nelle impressioni,
  sono sempre accompagnate da caratteristici sentimenti e
  sensazioni, i quali mancano affatto nelle variazioni oggettive.
  I sentimenti consistono in quelli, dei quali diremo, dell’attesa
  e dell’attività, che regolarmente crescono colla tensione
  dell’attenzione, decrescono col rilassamento di essa; le
  sensazioni appartengono all’organo di senso, su cui ha agito
  l’impressione o almeno si irradiano da esso; consistono
  quindi in sensazioni di tensione della membrana del timpano,
  dell’accomodazione e della convergenza, ecc. È proprio questa
  doppia serie di proprietà, che separa i concetti della chiarezza
  e della distintezza dei contenuti psichici dall’intensità
  sensibile dei medesimi. Nella coscienza un’impressione forte
  può essere oscura, e una debole invece chiara. Fra questi due
  concetti in sè e per sè diversi esiste una relazione solo per
  ciò, che fra impressioni di diversa intensità generalmente la più
  forte tende ad impadronirsi del centro appercettivo. Ma che poi
  essa sia appercepita più distintamente, dipende sempre ancora
  da altre condizioni. Abbiamo un fatto simile nella condizione
  privilegiata, che nell’azione di più impressioni visive tocca a
  quelle che cadono sul punto di visione più distinta. Per solito
  gli oggetti fissati sono anche gli appercepiti. Ma i su descritti
  esperimenti, con impressioni momentanee possono dimostrare che
  anche questa connessione può venire a mancare. E questo avviene,
  se volontariamente dirigiamo l’attenzione su un punto situato
  nella parte laterale del campo visivo: allora l’oggetto _veduto
  indistintamente_ diventa un oggetto _distintamente rappresentato_.

    6_b_. Come le impressioni momentanee di spazio servono a
  determinare la capacità dell’attenzione, quelle che si seguono
  nel tempo, possono essere usate per ottenere una misura della
  _capacità della coscienza_. Qui prendiamo le mosse dalla premessa,
  che una successione di impressioni può essere riunita in un
  tutto rappresentativo, soltanto se quelle impressioni si trovano,
  almeno per un momento, contemporaneamente unite nella coscienza.
  Se, ad es., si fa agire una serie di battute, evidentemente,
  mentre il suono presente è appercepito, i suoni immediatamente
  passati si trovano ancora nel campo visivo della coscienza; la
  loro chiarezza però decresce tanto più, quanto più sono lontani
  nel tempo dall’impressione momentaneamente appercepita, e a un
  certo limite le impressioni, che sono andate di gran lunga più
  addietro, saranno del tutto sparite dalla coscienza. Se si riesce
  a determinare questo limite, si ha anche una misura diretta per
  la capacità della coscienza, almeno nelle condizioni in cui si
  compie la ricerca. E come mezzo per la determinazione di questo
  limite ci serve appunto la facoltà di paragonare direttamente
  le rappresentazioni, che si seguono nel tempo. Tosto che una
  di tali rappresentazioni è presente nella coscienza come un
  tutto unitario, noi possiamo anche con essa paragonare una
  rappresentazione successiva, e decidere se questa sia o non
  sia eguale a quella. Un tale raffronto non è più assolutamente
  possibile, quando la serie temporale trascorsa costituisce un
  contenuto di coscienza non affatto connesso, essendo una parte
  dei suoi componenti già passata nello stato incosciente, prima
  che il decorso della serie abbia toccata la fine. Pertanto non si
  ha bisogno che di delimitare due serie successive di battute, ad
  es., quali possono essere fissate dalle battute di un metronomo,
  indicando il principio di ogni serie con un segnale, ad es., con
  un suono di campanello. Fintanto che ogni serie costituisce nella,
  coscienza un tutto connesso, è possibile, in base all’impressione
  immediata e naturalmente evitando di contare le battute, decidere
  se la seconda serie è o non è eguale alla prima. E qui si nota
  anche che si giunge ad ottenere l’impressione dell’eguaglianza
  mediante quegli elementi sentimentali delle rappresentazioni di
  tempo, dei quali già si fece cenno (pag. 126); ad ogni battuta
  della seconda serie precede infatti un sentimento d’attesa
  corrispondente alla battuta analoga della prima serie, così che
  ogni membro di una serie in più o in meno produce un perturbamento
  nell’attesa e insieme un sentimento di delusione. Da ciò deriva
  che non è necessario siano presenti nella coscienza almeno due
  serie susseguentisi, ma è richiesto soltanto che le impressioni
  di _una_ serie si raccolgano in un tutto rappresentativo. La
  delimitazione relativamente sicura, di cui la coscienza è per
  questo riguardo capace, appare distintamente anche in ciò,
  che è possibile riconoscere sicuramente l’identità di due
  rappresentazioni di tempo, sintanto che queste non raggiungono
  il limite valevole per le condizioni date, mentre appena questo
  limite è sorpassato, il giudizio diventa assolutamente incerto.
  Allora la misura che si ottiene della capacità si dimostra, per
  uno stato costante dell’attenzione, dipendente in parte dalla
  rapidità, con cui le impressioni si seguono nel tempo, in parte
  dalla connessione ritmica più o meno completa delle impressioni
  stesse. Per un limite inferiore di velocità, che raggiunga circa
  i 4″, non è più assolutamente possibile collegare le impressioni,
  che si seguono in una rappresentazione di tempo; quando giunge la
  nuova impressione, la precedente è già sparita dalla coscienza.
  Per un limite superiore sino a circa 0,18″, è pure impossibile la
  formazione di rappresentazioni di tempo distintamente delimitate
  perchè l’attenzione non può più seguire le impressioni. La più
  favorevole rapidità sta in una successione di battute media da
  0,2-0,3″. In questo caso possono ancora essere insieme colte
  otto impressioni doppie o sedici singole, quando si ha la
  partizione ritmica di 2/3 di battuta, la più semplice che sorge
  abitualmente di per sè in una appercezione non forzata. Il tempo
  di 4/4 coll’accentuazione più forte sulla prima battuta, colla
  media sulla quinta, si dimostra il più favorevole per raccogliere
  nella coscienza il numero massimo di impressioni singole; con
  esso possono essere insieme ritenuti, come massimo, 5 tempi o
  40 impressioni singole. Se questi numeri vengono paragonati con
  quelli ottenuti per la capacità dell’attenzione (pag. 172), e si
  eguagliano le impressioni di tempo semplici e composte a quelle
  di spazio corrispondenti, la capacità della coscienza sorpassa di
  circa quattro volte quella dell’attenzione.

7. A quelle proprietà, che noi attribuiamo ai contenuti della
coscienza e al loro rapporto reciproco, e designiamo come gradi
della loro chiarezza e distintezza, ancora altre si collegano
regolarmente, e queste sono da noi immediatamente apprese come processi
_concomitanti_. Esse consistono in parte in processi sentimentali,
che sono caratteristici per determinate forme di decorso della
percezione e appercezione, in parte in sensazioni alquanto variabili.
È soprattutto il modo dell’_entrata_ dei contenuti psichici nel campo
visivo e nel punto visivo della coscienza, che varia a seconda delle
condizioni del momento. Se un processo psichico si leva al di sopra
della soglia della coscienza, gli elementi sentimentali di esso,
quando hanno un’intensità sufficiente, sono di solito avvertiti pei
primi, tanto che essi già penetrano energicamente nel punto visivo
della coscienza, prima ancora che sia stato appercepito qualcuno degli
elementi rappresentativi. Questo può aver luogo così quando agiscono
impressioni nuove, come quando emergono processi anteriori. In tal modo
si formano quelle speciali disposizioni d’animo, delle quali non ci
sappiamo ben spiegare le cause; disposizioni d’animo, che portano in
sè talora il carattere del piacere o dispiacere, talora e più spesso
quello della tensione. In quest’ultimo caso l’improvvisa apparizione
che gli elementi rappresentativi, appartenenti ai sentimenti, fanno
entro i limiti dell’attenzione è accompagnata da sentimenti del
sollievo o della soddisfazione. Gli stessi stati d’animo possono
disporsi anche quando si ripensa ad una cosa sparita; spesso qui oltre
il sentimento di tensione, come al solito presente, appare già vivace
lo speciale tono sentimentale della rappresentazione dimenticata,
mentre essa stessa ancora si trattiene nello sfondo oscuro della
coscienza. Similmente, come più tardi vedremo (§16), negli atti di
conoscimento e riconoscimento sentimenti speciali precedono sempre
l’appercezione distinta delle rappresentazioni. Negli esperimenti
con momentaneo rischiaramento del campo visivo è possibile stabilire
ad arte un tale stato d’animo, quando si facciano agire nella vista
indiretta impressioni con un tono sentimentale forte al massimo grado.
Tutti questi esperimenti sembrano dimostrare che ogni contenuto della
coscienza esercita sull’attenzione un effetto, in seguito al quale esso
stesso si dà a conoscere in parte mediante il suo proprio colorito
sentimentale, in parte mediante i sentimenti già per sè legati alla
funzione dell’attenzione. L’effetto totale che questi oscuri contenuti
della coscienza hanno sull’attenzione si fonde, secondo le leggi
generali della combinazione dei componenti del sentimento (pag. 129),
coi sentimenti legati ai contenuti chiari della coscienza, dando luogo
a un unico sentimento totale.

8. Se un contenuto psichico entra nel _punto visivo_ della coscienza,
ai processi sentimentali sino ad ora descritti, altri speciali vengono
ad aggiungersi, i quali possono presentarsi in forme molto diverse
a seconda delle condizioni, nelle quali quel contenuto entra nel
punto visivo interno. Queste condizioni offrono due tipi diversi di
decorso, i quali in gran parte si ricollegano con quelle manifestazioni
sentimentali, già ricordate, che precedono e preparano l’appercezione
di un contenuto.

Nel primo caso: il nuovo contenuto si presenta all’attenzione
improvvisamente e senza quella preparatoria azione sentimentale; noi
indichiamo questo tipo di decorso come quello della _appercezione
passiva_. Mentre il contenuto giunge a maggior chiarezza nei suoi
elementi rappresentativi e sentimentali, con esso si collega dapprima
un sentimento del _patire_, il quale, appartenendo alla direzione
dei sentimenti deprimenti, è in generale tanto più forte, quanto più
intensivo è il processo psichico e più grande la rapidità della sua
apparizione; ma questo sentimento declina ben presto, per poi passare
nel sentimento contrario eccitante dell’_attività_. Ai due sentimenti
vanno anche unite sensazioni caratteristiche negli apparati muscolari
del dominio sensoriale, cui appartengono i componenti rappresentativi
del processo. Il sentimento del patire suole essere accompagnato da una
sensazione ben presto passeggiera di rilassamento, quello dell’attività
da una sensazione di tensione, che succede alla prima.

Nel secondo caso: il nuovo contenuto è preparato dalle manifestazioni
sentimentali già accennate (7), quindi l’attenzione è diretta su
di esso già prima del suo apparire; noi indichiamo questo tipo di
decorso come quello dell’_appercezione attiva_. Qui l’appercezione
del contenuto è preceduta da un sentimento dell’_attesa_, ora per un
tempo molto breve, ma ora anche per un tempo abbastanza lungo. Questo
sentimento appartiene generalmente alla direzione dei sentimenti di
tensione e talora anche a quella degli eccitanti, pure potendo essere
presenti nel tempo stesso sentimenti di piacere o di dispiacere dovuti
agli elementi rappresentativi. Questo sentimento dell’attesa è di
solito collegato a sensazioni di tensione discretamente forti nei
corrispondenti domini muscolari. Ma al momento, in cui il contenuto
entra nel punto visivo, quel sentimento è sostituito da quello, con
durata per lo più molto breve, della soddisfazione, il quale ha sempre
il carattere di un sentimento di sollievo, benchè a seconda delle
circostanze possa essere di natura deprimente od eccitante e legato
a sentimenti di piacere o di dispiacere. A questo sentimento della
soddisfazione segue immediatamente quello stesso dell’attività, che
accompagna la fine dell’appercezione passiva e che alla sua volta è
legato ad un aumento delle sensazioni di tensione.

    8_a_. L’osservazione sperimentale di queste diverse forme di
  processi può essere molto opportunamente compiuta mediante gli
  esperimenti di reazione descritti nel § 14, 11 segg. In essi è
  possibile stabilire nella reazione a impressioni inattese il tipo
  dell’appercezione passiva, nella reazione a impressioni attese
  quello dell’appercezione attiva. Di più è dato anche osservare
  che fra queste differenze tipiche stanno gradi di transizione;
  infatti, o la forma passiva può accostarsi all’attiva a causa
  della debolezza del primo stadio, o l’attiva alla passiva per il
  fatto che in un improvviso rilassamento dell’attesa il successivo
  stato contrario del sentimento di soddisfazione, il sollievo e la
  depressione, diventa più pronunciato del solito. Ma nella realtà
  anche qui si trovano processi in una connessione continua, i quali
  costituiscono veri contrari solo in casi estremi.

9. A chi esattamente consideri questo lato sentimentale dei processi
d’attenzione, appare tosto come esso pienamente concordi col generale
contenuto sentimentale dei _processi di volere_. E insieme risulta
chiaro che l’appercezione passiva corrisponde nel suo carattere
essenziale a un atto impulsivo semplice, l’attiva a un atto volontario
composto. Infatti nell’appercezione passiva il contenuto psichico,
che si presenta all’attenzione impreparata, può evidentemente essere
considerato come quell’unico motivo, che, senza lotta alcuna con altri
motivi, determina l’atto dell’appercezione; di più questa è anche
qui decisamente legata a quel sentimento dell’attività caratteristico
per tutte le azioni di volere. Al contrario nell’appercezione attiva
ancora altri contenuti psichici coi loro effetti sentimentali
si presentano continuamente all’attenzione durante lo stadio
sentimentale di preparazione, e però alla fine l’atto appercettivo
può sembrare un atto volontario e in molti casi anche un atto di
scelta, cioè quando la lotta fra i diversi contenuti diventa essa
stessa chiaramente cosciente. In questi ultimi casi già la vecchia
psicologia aveva riconosciuta la presenza di un tale atto di scelta,
perchè parlava di “attenzione volontaria„. Ma anche qui, proprio come
negli atti di volere esterni, la volontà fu fatta entrare in campo
inconseguentemente, perchè si disconobbe il punto, onde solo poteva
essere derivata. Infatti, non si volle ammettere che la così detta
“attenzione involontaria„ è soltanto una forma più semplice di un atto
di volere interno; e poi si contrapposero “attenzione„ e “volontà„
proprio al modo della vecchia teoria delle facoltà, come potenze
psichiche di natura diversa, che in certi casi si collegano e in certi
altri si escludono. Invece ambedue evidentemente sono espressioni
di concetti, che si riferiscono alla medesima classe di processi
psichici, con questa sola differenza, che i processi di appercezione
o di attenzione abbracciano fra i processi di volere quelli che a sè e
per sè, in quanto non seguiti da ulteriori processi, si svolgono senza
effetti esterni, solo come atti così detti interni.

10. A questi atti interni di volere, che designiamo come processi
d’attenzione, si annette ancora la formazione di un concetto
estremamente importante per l’intero sviluppo psichico, concetto che
senza dubbio si è compito nella forma logica solo mediante il sussidio
della riflessione scientifica, ma che ha già in quegli stessi processi
il suo sostrato reale. Intendiamo parlare della formazione del concetto
del _soggetto_, cui va parallela la presupposizione di _oggetti_, che
si contrappongono al soggetto come una realtà da esso indipendente.

Da quelle parti dell’esperienza immediata, che sono ordinate
spazialmente in base al punto d’orientazione già ricordato (pag. 106)
e che noi indichiamo o come _oggetti_ (Gegenstände), cioè come un
qualcosa che sta di contro (ein Gegenüberstehendes) al percipiente,
oppure quando consideriamo il loro modo di formazione psicologica,
come _rappresentazioni_ (Vorstellungen) cioè come un qualcosa che il
percipiente pone innanzi a sè;[28] (ein vor sich Hingestelltes); da
queste parti costitutive della esperienza si distinguono tutti quei
contenuti, che non partecipano di quest’ordine spaziale, benchè siano
con esso in relazione continua. Questi contenuti stanno fra loro,
come abbiamo veduto nei § 12-14, in istretta connessione, potendosi
sempre considerare i _sentimenti_ come parziali contenuti momentanei
delle _emozioni_, le emozioni come parti costitutive di _processi
di volere_. Soltanto il processo, può sempre arrestarsi a uno dei
gradi anteriori, perchè molto spesso un sentimento non produce alcuna
emozione notevole, o l’emozione declina, senza che sia realmente sorto
quell’atto di volere, che in essa era preparato. Tutti questi processi
affettivi si possono pertanto di nuovo subordinare al _processo di
volere_. Infatti questo è il decorso completo, del quale i due altri
processi sono parti o di più semplice o di più composta natura. Da
questo ponto di vista si comprende, come il sentimento semplice nei
suoi contrari, tra i quali si muove, in parte contenga una direzione di
volere, in parte esprima la grandezza della energia volitiva presente
in un dato momento, e finalmente in parte corrisponda a una determinata
fase dello stesso processo di volere. La _direzione del volere_ è
evidentemente indicata dalle direzioni fondamentali del piacere e
dispiacere, le quali corrispondono direttamente a una tendenza o ad
una avversione qualitativamente differenziate. L’_energia di volere_
trova la sua espressione nelle direzioni fondamentali dell’eccitamento
e dell’acquietamento; infine le _fasi_ opposte del processo di volere
sono rappresentate dai sentimenti contrari di tensione e di sollievo.

11. Se in tal guisa il volere risulta essere il fatto fondamentale, in
cui trovano radice tutti i processi, gli elementi psichici dei quali
sono i sentimenti per altra parte nel processo dell’appercezione, cui
l’analisi psicologica riconosce tutti i caratteri dell’atto di volere,
questo fatto fondamentale entra in relazione diretta coi _contenuti
rappresentativi_ della coscienza. Infatti, essendo i processi di
volere concepiti come processi in sè connessi e omogenei malgrado
ogni differenza dei loro contenuti, sorge un immediato sentimento di
questa connessione, sentimento che è dapprima legato al sentimento
dell’attività presente in ogni stato di volere, ma che poi in seguito
alle già ricordate relazioni del volere si estende alla totalità dei
contenuti di coscienza. Noi diciamo l’“io„ questo sentimento della
connessione di tutte l’esperienze psichiche individuali. Esso è un
_sentimento_ e non una rappresentazione, come spesso è denominato;
ma, al pari di tutti i sentimenti, è legato a certe sensazioni e
rappresentazioni; questi componenti rappresentativi, che stanno in
più strette relazioni coll’“io„, sono le sensazioni generali e la
rappresentazione del proprio corpo.

_Autocoscienza_ noi chiamiamo quel contenuto sentimentale e
rappresentativo, che nasce appunto nel modo suddetto, e, separandosi
dall’intero contenuto di coscienza, si fonde col sentimento dell’io.
Esso, al pari della coscienza, non è affatto una realtà diversa
dai processi onde si compone, ma soltanto la connessione di questi
processi, la quale, specialmente nei suoi elementi rappresentativi,
non può mai essere nettamente separata dalle rimanenti parti della
coscienza. Questo appare innanzi tutto dall’essere le rappresentazioni
del proprio corpo ora saldamente fuse col sentimento dell’_io_ ed ora
separate da esso come rappresentazioni oggettive, e dal fatto, che in
generale l’autocoscienza nel suo sviluppo tende sempre più a ritirarsi
sulla propria base sentimentale.

12. Appunto da questa separazione dell’autocoscienza dal restante
contenuto di coscienza ha origine la contrapposizione del _soggetto_ e
degli _oggetti_, la quale è senza dubbio già preparata nelle differenze
particolari degli originari contenuti di coscienza, ma raggiunge una
forma chiara solo in conseguenza di quella separazione. Conformemente
a questo suo sviluppo psicologico, il concetto del soggetto ha tre
diversi significati di estensione differente, i quali si sostituiscono
a vicenda. Nel senso più stretto, il soggetto è la connessione dei
processi di volere, che si esplica nel sentimento dell’_io_. In senso
alquanto più largo, esso abbraccia il contenuto reale di questi
processi di volere unitamente ai sentimenti ed alle emozioni, che
li preparano. Infine nel più largo significato esso si estende anche
al fondamento rappresentativo costante, che quei processi soggettivi
hanno nel corpo dell’individuo, come sede delle sensazioni generali.
Ma questo più largo significato è nello sviluppo reale il primissimo
e quello più stretto nel flusso reale dei processi psichici ricade
sempre in uno dei significati più larghi, perchè esso può essere
raggiunto pienamente solo nell’astrazione concettuale. In tal guisa
esso propriamente non costituisce che un limite, al quale può in vario
grado accostarsi la reale autoconcezione del soggetto.

    12_a_. Colla distinzione del soggetto e degli oggetti, oppure
  come anche si sogliono esprimere questi concetti, quando si
  riduca il primo alle sue basi sentimentali, e si riassuma il
  secondo in un concetto generale, colla distinzione dell’_io_ e
  del _mondo esterno_ è posta la base a tutte quelle riflessioni,
  alle quali il dualismo, dapprima diffusosi nella popolare
  intuizione dell’universo e poi da questa passato anche nei sistemi
  filosofici, deve la propria origine. In questo senso anche la
  psicologia suole essere contrapposta come scienza del soggetto
  a tutte le altre scienze e specialmente alle scienze naturali
  (v. § 1, 3_a_). Questa concezione potrebbe essere giusta solo
  allorchè la distinzione dell’_io_ dal _mondo esterno_ fosse un
  fatto originario precedente ad ogni esperienza, e i concetti
  del soggetto e dell’oggetto potessero una volta per tutte essere
  univocamente contrapposti. Ma nè la prima nè la seconda condizione
  si avvera. L’autocoscienza si fonda piuttosto su una serie di
  processi psichici, essa è il prodotto e non il sostrato di questi
  processi, e però anche soggetto e oggetto non costituiscono
  contenuti dell’esperienza nè originariamente nè mai assolutamente
  diversi, bensì essi sono concetti di riflessione formatisi in
  seguito ai rapporti reciproci tra le singole parti costituenti il
  contenuto in sè affatto unico della nostra esperienza immediata.

13. La connessione dei processi psichici, che costituisce l’essenza
della coscienza, ha necessariamente la sua prima origine in quei
_processi di combinazione_, che hanno continuamente luogo fra gli
elementi dei singoli contenuti di coscienza. Questi processi, che
già operano quando sorgono singole formazioni psichiche, devono pure
produrre tanto la simultanea unità dello stato di coscienza presente
in un dato momento, quanto la continuità degli stati di coscienza
successivi. Ma essi sono di una natura straordinariamente varia;
ognuno ha il suo colorito individuale, che non si ripete mai affatto
invariato in un secondo caso. Pure le loro generalissime differenze
possono essere ordinate sotto quelle particolarità, che l’attenzione
offre da un lato nella passiva ricezione di impressioni, dall’altro
nell’appercezione attiva delle stesse. Per avere a disposizione brevi
espressioni ad indicare tali differenze, diciamo _associazioni_
quelle connessioni, che si formano di solito nello stato passivo
dell’attenzione, e _combinazioni appercettive_ quelle che presuppongono
uno stato attivo.



§ 16. — Le associazioni.


1. Nella moderna evoluzione della psicologia il concetto
dell’associazione è andato soggetto a una necessaria e molto
intima mutazione di significato; questa però non è ancora penetrata
dappertutto, essendosi pur sempre mantenuto il significato primitivo,
specialmente da quei psicologi che ancor oggi sono legati alle
opinioni, dalle quali sorse la psicologia dell’associazione (§2,
p. 10 e segg.). Infatti questa psicologia, considerando solo
il _contenuto rappresentativo_ della coscienza, conformemente
all’indirizzo intellettualistico che in essa predomina, limita il
concetto dell’associazione alle combinazioni tra rappresentazioni.
In questo senso _Hartley_ e _Hume_, i due fondatori della psicologia
dell’associazione, introdussero quel concetto nel significato speciale
di “associazione di idee„ corrispondendo nella lingua inglese la parola
“idea„ al nostro concetto della “rappresentazione„. Considerate poi le
rappresentazioni come oggetti o come processi che possono rinnovarsi
nella coscienza colla medesima natura, colla quale essi vi sono sorte
una prima volta (pag. 11, 8), si vide nell’associazione il principio
esplicativo per la così detta “riproduzione„ delle rappresentazioni. E
poichè in fine non si riteneva necessario il dare, mediante l’analisi
psicologica, una ragione del modo di sorgere delle rappresentazioni
composte, essendosi ammesso che nella rappresentazione suscitata da
impressioni esterne la combinazione fisica delle impressioni stesse
servisse a spiegare senz’altro la loro composizione psichica; il
concetto dell’associazione era limitato a quelle forme di così detta
riproduzione, nelle quali le rappresentazioni associate si seguono in
ordine di tempo. Nella distinzione delle forme principali di queste
associazioni successive si seguiva uno schema logico già fissato
da _Aristotele_ per i processi di memoria; in questo schema le
associazioni erano distinte in base al principio della bipartizione
per contrari, da un lato in associazioni per somiglianza e contrasto,
dall’altro lato in associazioni per simultaneità e successione.
Questi concetti generali ottenuti mediante una semplice dicotomia
logica furono fregiati del nome di “Leggi delle associazioni„. La
nuova psicologia ha cercato di ridurre il numero di queste leggi.
Parve il contrasto essere un caso estremo della somiglianza, perchè
tra le rappresentazioni contrastanti si associano solo quelle che
insieme appartengono ad una medesima specie generale, e i legami
per simultaneità e successione furono abbracciati sotto il concetto
dell’_associazione esterna_ o di _contiguità_, la quale venne
contrapposta all’_associazione interna_ o di _somiglianza_. Alcuni
psicologi credevano senz’altro poter da questa semplificazione a due
forme di associazione procedere alla riduzione ad un’unica “legge
d’associazione„ spiegando essi o l’associazione di contiguità come
una forma speciale di quella di somiglianza, oppure, e più spesso, la
somiglianza come un effetto di certe associazioni di contiguità. In
ambedue i casi, del resto, l’associazione era per lo più ricondotta al
principio più generale dell’esercizio e dell’abitudine.

2. Ma a tutte queste teorie vennero a mancare i fondamenti in
seguito a _due_ fatti che colpiscono in modo stringente, quando
sperimentalmente si osservi il processo di rappresentazione. Il
_primo_ sta nel risultato generale dell’analisi psicologica delle
rappresentazioni: quelle rappresentazioni composte, dalla psicologia
dell’associazione presupposte come unità psichiche indecomponibili,
sorgono già da processi di combinazione, i quali in modo manifesto si
collegano intimamente colle combinazioni più complesse, abitualmente
dette associazioni. Il _secondo_ fatto sta nel risultato della
ricerca sperimentale sui processi di memoria: non v’ha assolutamente
una _riproduzione_ delle rappresentazioni in senso proprio, cioè
in quanto per riproduzione si intenda il rinnovarsi invariato di
una rappresentazione già prima stata nella coscienza. Imperocchè la
rappresentazione che in un atto di memoria entra nella coscienza,
è sempre diversa dall’antecedente cui è riferita, e i suoi elementi
sogliono essere distribuiti su diverse rappresentazioni anteriori.

Dal primo di questi fatti deriva, che quelle associazioni di
rappresentazioni composte, nell’uso le sole così chiamate, devono
essere precedute da processi associativi più semplici fra le loro parti
costitutive. Il secondo fatto poi dimostra che quelle associazioni
possono essere soltanto i prodotti complessi di tali associazioni
elementari. Ammessa questa duplice conseguenza non v’ha più alcun
diritto d’escludere dal concetto dell’associazione quelle combinazioni
elementari, i prodotti delle quali non sono rappresentazioni successive
ma simultanee; così pure non vi è più ragione alcuna per limitare
questo concetto ai processi rappresentativi. L’esistenza dei sentimenti
composti, delle emozioni ecc., ci insegna che gli elementi sentimentali
entrano in combinazioni non meno regolari, le quali di più possono
combinarsi ancora in prodotti più complessi colle associazioni degli
elementi sensibili, come ci è stato mostrato dal modo di sorgere
delle rappresentazioni di tempo (§ 11, pag. 127). In questo stretto
rapporto esistente fra tutti i processi di combinazioni di grado
diverso, e nella necessità di ricondurre tutte le combinazioni più
composte ad associazioni elementari, troviamo una nuova conferma
per quell’osservazione desunta dal generale decorso dei processi di
coscienza, cioè che non è possibile stabilire un limite netto fra le
combinazioni degli elementi costituenti le formazioni psichiche e la
connessione di queste formazioni psichiche nella coscienza (pag. 165).

3. Il concetto dell’associazione può pertanto avere un significato
sicuro e per ogni caso univoco, solo quando l’associazione sia
concepita come un _processo elementare_, il quale nei processi
psichici reali ci si presenti sempre soltanto in composizione più
o meno complessa, così che le associazioni elementari si possano
ottenere solo mediante l’analisi psicologica. Tra questi prodotti di
combinazione quelle associazioni che sole hanno comunemente tal nome
(le successive), sono soltanto una delle forme speciali di combinazione
e certo la meno connessa. A queste appunto si contrappongono come
forme più stabili quelle associazioni, onde sorgono le specie diverse
di formazioni psichiche, quelle che noi abbiamo dette _fusioni_,
appunto a causa della natura intima del legame (pag. 76 e segg.).
I processi elementari dai quali provengono le formazioni psichiche:
rappresentazioni intensive, di spazio e di tempo; sentimenti composti,
emozioni e processi di volere, devono essere ascritti ai processi
di associazione. Ma a scopo di distinzione pratica sarà opportuno
assegnare qui alla parola “associazione„ un valore più ristretto,
raccogliendo sotto di essa solo quei processi di combinazione che
si compiono fra elementi di formazioni psichiche _diverse_. Questo
concetto dell’associazione più ristretto, contrapposto alla fusione,
si avvicina di più al concetto della vecchia psicologia (pag. 182)
riferendosi esso solo alla connessione delle formazioni psichiche nella
coscienza. Ma pur sempre esso si distingue da quello per i seguenti due
caratteri importanti: 1) noi con esso intendiamo i _processi elementari
di combinazione_ oppure, quando si tratti di fenomeni composti, i
prodotti di quei processi elementari; 2) come per le fusioni così
anche per le associazioni noi distinguiamo oltre alle associazioni
_successive_, anche le _simultanee_ e quest’ultime crediamo si debbano
ritenere come quelle originarie.


_A_. — LE ASSOCIAZIONI SIMULTANEE.

4. Le associazioni simultanee, alla cui costituzione partecipano
elementi di formazioni psichiche diverse, si distinguono in _due_
specie: associazioni fra elementi di formazioni psichiche _omogenee,
assimilazioni_, e associazioni fra elementi di formazioni psichiche
_eterogenee, complicazioni_. In base alla limitazione posta al concetto
di associazione, ambedue possono aver luogo solo fra quelle formazioni
psichiche che son già per sè stesse combinazioni simultanee, quindi
tra rappresentazioni intensive e spaziali come pure fra sentimenti
composti.

                        _a. — Le assimilazioni._

5. Le _assimilazioni_ sono una forma d’associazione che si osserva
specialmente, nella formazione di rappresentazioni intensive o spaziali
e che integra il processo della fusione. Questo può essere dimostrato
in modo evidentissimo quando tra i componenti di un prodotto di
assimilazione alcuni sono dati da un’impressione sensibile esterna,
e altri invece appartengono a rappresentazioni antecedentemente
avute. Che in questo caso si tratti di un’assimilazione, è possibile
constatare, perchè certe parti costitutive della rappresentazione
che mancano nell’impressione oggettiva o sono sostituite da altre,
manifestamente hanno origine da rappresentazioni anteriori. Fra queste,
come l’esperienza dimostra, sono specialmente preferite quelle che
sono state presenti assai di frequente. Ma anche singoli elementi
dell’impressione possono più degli altri influire sull’associazione che
si forma, così che quando questi elementi predominanti variano, come
avviene specialmente nell’assimilazione, del senso visivo, anche il
prodotto dell’assimilazione subisce variazioni corrispondenti.

6. Tra le formazioni intensive specialmente le _rappresentazioni
uditorie_ molto spesso si compiono colla cooperazione di assimilazioni
ed offrono nel tempo stesso l’esempio più evidente, per il su
ricordato principio della frequenza. Tra le rappresentazioni uditorie
le _rappresentazioni verbali_ di cui facilmente disponiamo, sono
le più famigliari, perchè la nostra attenzione è diretta ad esse
più che alle altre impressioni sonore. Quindi all’audizione di una
parola si accompagnano continue assimilazioni; l’impressione sonora
è incompleta, ma essa è così pienamente integrata a spese delle
impressioni anteriori, che noi non ce ne accorgiamo. E non è l’udire,
ma il traudire, cioè la falsa integrazione prodotta da non giuste
assimilazioni, che ci fa per lo più accorti di questo processo. A
questo processo di assimilazioni si può egualmente conchiudere dalla
facilità, colla quale noi possiamo quasi ad arbitrio udire parole entro
un’impressione sonora qualsiasi, ad es., nelle voci degli animali, nel
rumore dell’acqua, del vento, di una macchina, ecc.

7. Nei _sentimenti intensivi_ sono assimilazioni notevoli per ciò,
che impressioni, le quali sono accompagnate da sentimenti elementari
sensoriali od estetici, molto spesso portano direttamente con sè
anche un secondo effetto sentimentale, di cui noi ci possiamo dar
ragione solo se ci facciamo presenti certe rappresentazioni da
quelle impressioni richiamate. Qui l’associazione suole presentarsi
dapprima solo sotto la forma di un’associazione sentimentale e solo
in questo senso essa è un’assimilazione simultanea. L’associazione di
rappresentazioni, che ci spiega l’effetto prodotto in noi, è invece
un processo che entra in campo più tardi; essa appartiene alla specie
delle associazioni successive. Per questa ragione ci riesce appena
possibile il distinguere nelle impressioni di suoni e di colore
accompagnate da determinati sentimenti, oppure nelle rappresentazioni
spaziali semplici, ciò che è effetto sentimentale immediato
dell’impressione, da ciò che spetta all’associazione. Ma di solito in
questi casi il processo sentimentale è considerato come una risultante
di due fattori, l’uno immediato, l’altro associativo, i quali però,
secondo le leggi generali sulle fusioni dei sentimenti (pag. 129 e
seg.), si combinano ambedue in un unico sentimento totale.

8. Nelle rappresentazioni _spaziali_ l’associazione è di un’importanza
grandissima. Nel campo del _senso tattile_ essa è per l’uomo non
cieco poco notevole a causa della minore importanza che qui le
rappresentazioni tattili hanno e in generale e specialmente per i
processi di memoria. All’opposto pel _cieco_ l’associazione delle
rappresentazioni tattili è la causa prima della facilità con cui
egli rapidamente si orienta nello spazio; ad es., essa è necessaria
per la pronta lettura della scrittura dei ciechi. Quei risultati dei
processi di assimilazione, cui partecipano più superfici tattili,
sono al massimo grado evidenti, perchè sono facilmente messi in luce
dalle illusioni che possono nascere a causa di qualche perturbazione
nella regolare cooperazione delle sensazioni. Quando, ad es.,
tocchiamo una piccola palla colle dita indice e medio incrociate,
abbiamo la rappresentazione di _due_ palle, e ciò senza dubbio perchè
nella posizione solita degli organi di tatto l’impressione esterna
corrisponde realmente a due palle. Le rappresentazioni in tal guisa
avute in numerosi casi antecedenti hanno un’influenza assimilatrice
sulla nuova impressione.

9. Il processo dell’assimilazione ha una parte straordinariamente
importante nelle rappresentazioni del _senso della vista_; qui infatti
esso coopera alle rappresentazioni della grandezza, della distanza
e della natura corporea degli oggetti veduti e da ultimo completa
i motivi immediati per la rappresentazione della profondità, che
già sorgono nella visione binoculare come effetto di assimilazione.
In tal modo trovano spiegazione quelle correlazioni nelle quali
stanno fra loro le rappresentazioni di distanza e grandezza degli
oggetti, ad es, la differenza di grandezza che presentano il sole e
la luna quando sono all’orizzonte e allo zenith. Egualmente su questi
processi di assimilazione si fondano gli effetti della prospettiva
nel disegno e nella pittura. Un’imagine disegnata o dipinta su un
piano ci può apparire corporea solo perchè l’impressione risveglia
elementi di anteriori rappresentazioni corporee che assimilano la
nuova impressione. Questa influenza dell’assimilazione si dimostra
poi in modo evidentissimo nei disegni non ombreggiati a due sensi,
che possono essere veduti così sporgenti come rientranti. Ma anche
qui l’osservazione ci dice che un tale mutamento di rilievo non è
accidentale, tale che dipenda dal capriccio della così detta “facoltà
immaginativa„ ma che vi sono sempre elementi dell’impressione
immediata, i quali determinano il processo di assimilazione in un senso
completamente univoco. Tali elementi sono innanzi tutto le sensazioni
che sono legate alle posizioni e ai movimenti degli occhi. Così quando
si guardi il disegno lineare di un prisma e lo si fissi monocularmente
per escludere le ragioni della rappresentazione della profondità legate
alla vista binoculare, appare a vicenda sporgente o rientrante, a
seconda che una volta si fissi la parte del disegno che corrisponde
alla vista consueta di un prisma sporgente e l’altra volta invece
quella che risponde alla solita vista di un prisma rientrante. Un
angolo solido formato da tre linee rette, incidenti in un unico punto,
appare sporgente se si percorre dal vertice una delle rette; esso si
presenta rientrante quando si parte dall’estremità opposta della retta
e si termina al vertice, ecc. In questo e in altri casi congeneri
l’assimilazione è stabilita da queste regole: l’occhio nel movimento
sulle linee di fissazione degli oggetti passa dai punti più vicini ai
più lontani; nello sguardo in riposo suole posarsi sulle parti di un
oggetto situate più vicine.

In altri casi le illusioni geometrico-ottiche già ricordate nel § 10
(19 e 20) fondate sulle leggi di movimento dell’occhio producono,
come effetto secondario, certe rappresentazioni di profondità, che
stabiliscono una compensazione tra le illusioni di estensione e di
direzione e la corrispondente conformazione normale dell’imagine
della retina. E però, ad es., una linea retta divisa pare maggiore che
una egualmente grande non divisa (pag. 101), quindi tendiamo a porre
la prima a distanza maggiore della seconda. Poichè qui, malgrado la
diversa stima di grandezza determinata da diverso sforzo di movimento,
le due linee occupano posizione di retine egualmente grandi, questa
contraddizione viene eliminata a causa della diversa rappresentazione
di distanza. Infatti, se di due linee, delle quali le imagini retiniche
sono eguali, una sembra maggiore, questa nelle solite condizioni
della vista deve provenire da un oggetto più lontano. Se una retta è
tagliata da un’altra ad angolo acuto, a causa di un’altra illusione,
fondata sulle leggi del movimento si stima maggiore l’angolo acuto
(pag. 100), così che talvolta se la linea è grande, appare come piegata
poco prima del punto di intersecazione. Ma anche qui la contraddizione
fra l’andamento della linea e l’ingrandimento dell’angolo acuto
d’intersecazione è eliminata, perchè prospettivamente la linea
sembra correre verso la profondità dello spazio. In tutti questi
casi la rappresentazione di prospettiva può essere spiegata soltanto
dall’azione assimilante di anteriori elementi rappresentativi.

10. In nessuna delle assimilazioni su descritte è possibile dimostrare
che una rappresentazione stata prima presente, assimilando abbia
agito sulla nuova impressione totalmente. Nella maggior parte dei casi
questo è già escluso, perchè una tale azione assimilante deve essere
attribuita a molte rappresentazioni singole che si distinguono fra
loro per numerose proprietà. Così, ad es., una linea retta tagliata
da una verticale ad angolo acuto corrisponde a innumerevoli casi, nei
quali una tale inclinazione col concomitante ingrandimento dell’angolo
si presentò come componente di una rappresentazione corporea. Tutti
questi casi possono però alla loro volta differire nelle più diverse
maniere e per grandezza dell’angolo, e per natura delle linee, e per
altre circostanze concomitanti. Noi dobbiamo quindi pensare il processo
di assimilazione come un processo, nel quale sulla coscienza agisce
non una determinata rappresentazione singola e neppure una determinata
combinazione fra elementi di anteriori rappresentazioni, ma per solito
una quantità di tali combinazioni che è necessario concordino colla
nuova impressione complessivamente soltanto in modo approssimativo.

La natura dell’azione di tali combinazioni sulla coscienza può in
qualche modo essere chiarita dalla parte importante che spetta nel
processo a certi elementi legati all’impressione, ad es., nelle
rappresentazioni visive alle sensazioni tattili interne dell’occhio.
Sono per l’appunto questi immediati elementi sensibili, che nella
corrente fluttuante di elementi rappresentativi venenti incontro
all’impressione, ne scelgono alcuni a loro stessi adeguati e
li trasportano nella forma corrispondente agli altri elementi
dell’impressione immediata. Con ciò si dimostra che non soltanto gli
elementi delle nostre rappresentazioni mnemoniche sono relativamente
indeterminate e quindi variabili, ma che anche l’apprendimento di
un’impressione immediata può a seconda delle condizioni speciali
variare entro limiti abbastanza larghi. In tal guisa il processo
di assimilazione ha il suo primo punto di partenza da elementi
dell’impressione immediata, e principalmente da quelli che hanno un
valore predominante per la costituzione delle rappresentazioni, come ad
es., nelle rappresentazioni visive dalle sensazioni che accompagnano le
posizioni e i movimenti dell’occhio: questi elementi svegliano elementi
mnemonici del tatto determinati e a loro stessi adeguati. Questi poi
alla lor volta esercitano un’azione d’assimilazione sull’impressione
immediata, la quale infine può alla sua volta reagire ancora come
assimilatrice sugli elementi riprodotti. Questi atti singoli, come pure
l’intero processo, non sono per solito successivi, ma, almeno nella
nostra coscienza, simultanei, imperocchè anche il prodotto del processo
è appercepito come una rappresentazione tutt’unita direttamente data.
Le due proprietà caratteristiche dell’assimilazione stanno dunque
in ciò: 1) che essa consta di una somma di processi di combinazione
_elementari_, cioè di processi tali che si riferiscono non a un tutto
rappresentativo, ma a componenti rappresentativi; 2) che in essa le
parti associate agiscono le une sulle altre, modificandosi a vicenda
nel senso di una _reciproca assimilazione_.

11. Ciò posto, le differenze capitalissime dei processi di
assimilazione composti trovano facilmente la loro spiegazione nella
partecipazione, pei singoli casi molto varia, dei diversi fattori
richiesti per ogni assimilazione. Nelle comuni rappresentazioni
oggettive gli elementi diretti così predominano che i riprodotti per
solito sono trascurati, quantunque in realtà essi non manchino mai
e siano spesso di assai grande importanza per l’apprendimento degli
oggetti. Gli elementi riprodotti si offrono in modo più opportuno alla
nostra osservazione, quando l’azione assimilante delle impressioni
dirette è inibita da influenze esterne od interne, ad es. quando
l’impressione è indistinta e quando nascono sentimenti ed emozioni. In
tutti quei casi, nei quali per tal modo la differenza fra l’impressione
e la rappresentazione reale diventa così grande che essa si fa tosto
manifesta ad un nostro esame più intimo, noi designiamo un tale
prodotto d’assimilazione come un’_illusion_.

Il carattere di generalità delle assimilazioni non ci lascia dubitare
che esse possano avvenire fra elementi riproducibili, e in modo che,
ad es., una rappresentazione mnemonica sorgente in noi sia subito
modificata dalla sua relazione con altri elementi mnemonici. Ma in
questo caso, come facilmente si comprende, ci mancano i mezzi per la
dimostrazione del processo. Possiamo solo affermare come verosimile,
che anche nei così detti “processi puri di memoria„ non mancano
interamente gli elementi diretti sotto la forma di sensazioni e di
sentimenti sensoriali che sono suscitati da stimoli periferici. Ad es.,
nelle imagini visive riprodotte essi sono senza dubbio presenti sotto
la forma di sensazioni tattili interne dell’occhio.

                        _b. — Le complicazioni._

12. Le _complicazioni_, ossia le combinazioni fra formazioni psichiche
eterogenee sono parti costitutive della coscienza non meno regolari
delle assimilazioni. Come ben difficilmente v’è una rappresentazione
intensiva, o spaziale, oppure un sentimento composto, che non sia in
qualche modo modificato dal processo di assimilazione reciproca fra gli
elementi diretti e riprodotti, così quasi ciascuna di queste formazioni
psichiche è insieme legata ad altre di diversa natura, colle quali
ha certe relazioni costanti. Ma la complicazione si distingue sempre
dall’assimilazione per il fatto, che l’eterogeneità delle formazioni
rende meno stretta l’associazione, per quanto questa sia regolare; e
però se in essa uno dei componenti è diretto, l’altro riprodotto, noi
ve li possiamo con facilità distinguere immediatamente. Ma d’altro
lato vi è un’altra causa che, malgrado la natura diversa facilmente
riconoscibile degli elementi, dà pur sempre al prodotto di una
complicazione l’aspetto di una formazione organica. La causa sta nel
_predominio_ di una formazione psichica sulle altre associate, per cui
queste di fronte a quella devono ritirarsi nella parte oscura del campo
visivo della coscienza.

Se la complicazione associa un’impressione diretta con elementi
riprodotti di natura disparata, l’impressione diretta colle
assimilazioni ad essa legate costituisce di regola la parte
predominante, mentre gli elementi riprodotti esercitano talora
un’influenza notevole soltanto pel loro tono sentimentale. Quando
noi parliamo, le rappresentazioni verbali acustiche sono le parti
predominanti, colle quali abbiamo oscure le sensazioni di movimento
pur date direttamente, e come riproduzioni, le imagini ottiche delle
parole. Al contrario nella lettura, quest’ultime sono nel primo piano
(Vordergrund) della coscienza, mentre le rappresentazioni uditorie
diventano più deboli. Pertanto a causa della proprietà che hanno le
rappresentazioni oscure di agire col loro tono sentimentale in modo
relativamente forte sull’attenzione (pag. 175 e seg.), l’esistenza
di una complicazione può spesso essere avvertita solo dalla speciale
colorazione del sentimento totale, che accompagna la rappresentazione
predominante. Così, ad es., la impressione particolare di una
superficie ruvida, di una punta di stile, di un’arma da fuoco, dipende
dalla complicazione dell’immagine visiva colla tattile, e per l’arma da
fuoco anche con impressioni uditorie; ma di solito queste complicazioni
sono avvertite soltanto pel loro effetti sentimentali.


_B_. — LE ASSOCIAZIONI SUCCESSIVE.

13. L’associazione successiva non costituisce un processo che sia
diverso per proprietà essenziali dalle due forme dell’associazione
simultanea, l’assimilazione e la complicazione. Essa si fonda piuttosto
sulle stesse cause generali e si distingue solo per questa condizione
secondaria: il processo di combinazione, il quale là si presenta in
un atto che per l’osservazione immediata è indivisibile nel tempo,
qui subisce un ritardo, per il quale esso si separa distintamente
in _due_ atti. Il primo di questi atti corrisponde al sorgere degli
elementi _riproducenti_, il secondo al sorgere dei _riprodotti_.
Anche qui in moltissimi casi il primo atto è introdotto da
un’impressione di senso esterno, la quale per solito si associa tosto
con un’assimilazione Ma siccome ulteriori elementi di riproduzione
tendenti ad una assimilazione, oppure anche ad una complicazione, sono
arrestati da cause inibitorie, ad es., perchè altre assimilazioni
si presentano prima all’appercezione e riescono poi ad agire solo
dopo un certo tempo, ne segue, che dal primo atto d’appercezione si
separa distintamente un secondo: il contenuto psichico di questo ha
subite modificazioni tanto più essenziali quanto più numerosi sono
gli elementi introdotti di nuovo dalla ritardata assimilazione e
complicazione, e quanto più essi respingono colla loro diversa natura
quelli già prima esistenti.

14. Nella maggior parte dei casi un’associazione così sorta si limita
a _due_ processi rappresentativi o sentimentali, che si succedono
l’un l’altro e sono nella suddetta maniera collegati da assimilazioni
o complicazioni; ma al secondo membro possono poi annettersi o nuove
impressioni di senso, oppure combinazioni appercettive (§ 17). Più
di rado avviene che gli stessi processi, i quali causarono la prima
scomposizione di un’assimilazione o complicazione in un processo
successivo, si ripetano nel secondo, nel terzo membro, così che
sorga in tal modo una _serie associativa_. In generale questo caso si
verifica solo in condizioni eccezionali; e precisamente quando si sono
prodotte alterazioni nel corso normale delle combinazioni appercettive,
ad es., nella così detta “fuga d’idee„ degli alienati. L’associazione
a più membri ben difficilmente si presenta nell’uomo normale e nelle
consuete condizioni di vita.

    14_a_. Una tale associazione a serie può anche determinarsi
  sotto condizioni create ad arte per l’osservazione, cioè quando
  intenzionatamente si cerca di sopprimere nuove impressioni di
  senso e nuove combinazioni appercettive. Ma anche allora essa
  presenta un corso diverso dallo schema solitamente dato, perchè
  non ogni membro successivo si annette a quello immediatamente
  precedente, ma il terzo, il quarto, ecc. al primo, fino a che una
  speciale impressione di senso, o una rappresentazione con un tono
  sentimentale d’intensità nuova costituisce tra nuovo punto di
  collegamento per le associazioni seguenti. Anche le associazioni
  nella fuga d’idee degli alienati mostrano per lo più lo stesso
  tipo del ricorso a certi membri principali predominanti.

    _a. — I processi di riconoscimento e di conoscimento sensitivi._

15. La comune associazione a due membri nella sua maniera di sorgere
dalle combinazioni di assimilazioni e complicazioni può essere nel
modo più distinto osservata per entro i processi del riconoscere e
conoscere sensitivo. Noi usiamo l’attributo “sensitivo„ per questi
processi di associazione, da un lato per dimostrare che il primo membro
della combinazione è sempre un’impressione sensibile, dall’altro per
distinguere questi processi da quelli _logici_ di conoscenza.

Abbiamo il più semplice caso psicologico di un riconoscimento, quando
abbiamo avuta una sol volta la rappresentazione, ad es., visiva di un
oggetto e a un nuovo incontro lo riconosciamo pel medesimo. Se il primo
incontro è avvenuto solo poco tempo prima, oppure se l’impressione è
stata vivace in modo speciale e ha suscitate emozioni, l’associazione
si compie di solito immediatamente come un’assimilazione simultanea;
e il processo si distingue dalle speciali assimilazioni che hanno
luogo in ogni rappresentazione oggettiva, solo per un particolare
sentimento concomitante, il _sentimento della contezza_. E perchè un
tale sentimento è presente solo quando si è fino ad un certo grado
“coscienti„, che l’impressione è già stata una volta in noi, lo si
deve manifestamente attribuire a tutti quei sentimenti che provengono
dalle rappresentazioni confuse esistenti nella coscienza. La differenza
psicologica tra questo nuovo processo ed una solita assimilazione
simultanea si può ben riconoscere in ciò, che nel momento in cui il
processo di assimilazione si compie coll’appercezione dell’impressione,
proprio allora quei componenti della rappresentazione primitiva,
i quali non partecipano all’assimilazione, emergono nella penombra
della coscienza, e in questo caso la loro relazione agli elementi
della rappresentazione appercepita si esplica in quel sentimento.
Tali componenti non assimilati possono essere in parte elementi
dell’impressione anteriore, i quali sono così diversi da certi elementi
dell’impressione nuova che rifuggono dall’essere assimilati; in parte
e specialmente, essi possono consistere in complicazioni che già prima
erano distintamente presenti, ma ora rimangono inosservate. In una
tale cooperazione della complicazione trova una spiegazione il fatto,
che per gli oggetti della vista il nome loro, ad es., per le persone
il nome proprio, e all’occasione anche alcune particolarità acustiche,
ad es. il suono della voce, sono sussidi straordinariamente efficaci
per il riconoscimento. Ma questi sussidi perchè giovino, non devono
necessariamente essere rappresentazioni chiare nella coscienza. Se
noi incontriamo un uomo di cui già abbiamo udito il nome, questo,
benchè non ci ritorni tosto distinto alla memoria, può facilitare il
riconoscimento.

    15_a_. Una tale influenza delle complicazioni può essere
  dimostrata anche sperimentalmente. Se in una sol volta si presenta
  all’occhio un certo numero di dischi, i quali mostrino diverse
  gradazioni di grigio fra bianco e nero, è possibile riconoscere
  facilmente ogni singolo disco come affine a una certa impressione
  precedente, fintanto che non si scelgano più che cinque gradi in
  tutto (cioè tra bianco e nero ancora tre gradazioni di grigio);
  ma se si prende un maggior numero di gradi, questo riconoscimento
  non riesce più possibile. Si può con verisimiglianza supporre
  che questo fatto si connetta colle cinque determinazioni comuni:
  bianco, grigio chiaro, grigio, grigio oscuro, nero. Infatti
  ne sarebbe una conferma l’osservazione, che, esercitandosi a
  un maggior numero di designazioni, si può anche riconoscere un
  maggior numero di gradazioni (eventualmente sino a 9). È vero
  che in queste ricerche la complicazione può essere distintamente
  cosciente; ma non occorre che dapprima lo sia, specialmente nelle
  cinque gradazioni comuni; piuttosto qui di solito la designazione
  conveniente è cercata solo quando il vero atto di riconoscimento
  è già compiuto.

16. Le osservazioni esposte ci rendono conto anche delle condizioni,
nelle quali il riconoscimento può trasformarsi da un’associazione
simultanea in una successiva. Se passa un certo tempo prima che gli
elementi rappresentativi anteriori, a poco a poco sorgenti nella
coscienza, producano un distinto sentimento di riconoscimento,
allora l’intero processo si scinde in _due_ atti, in quello
dell’_apprendimento_ e in quello del _riconoscimento_, dei quali
il primo è legato soltanto alle consuete assimilazioni simultanee,
mentre nel secondo si hanno gli effetti di quegli elementi della
rappresentazione anteriore, i quali rimangono oscuri, e però non
sono assimilabili. Ne segue, che il processo di riconoscimento
si distingue tanto più distintamente in due atti, quanto maggiori
sono le differenze dell’impressione anteriore e della nuova. Allora
non solo suole esservi una più lunga pausa di notevole arresto tra
apprendimento, e riconoscimento, ma anche i processi appercettivi,
cioè i processi dell’attenzione volontaria corrispondenti allo stato
della reminiscenza (Besinnen) agiscono sulle associazioni nel senso di
promuoverle. Il fatto detto del “riconoscimento mediato„ costituisce
un caso estremo di questa specie; in esso un oggetto non è riconosciuto
per le proprietà ad esso inerenti, ma a causa di qualche particolarità
concomitante che si trova con esso in connessione casuale, ad es., una
persona incontrata è riconosciuta a causa di un’altra che l’accompagna,
e simili. Non è possibile trovare una differenza psicologica
essenziale tra questo caso e quello del riconoscimento immediato.
Anche quelle proprietà che non spettano per sè stesse all’oggetto
riconosciuto, appartengono pur sempre a tutto il complesso degli
elementi rappresentativi, che insieme agiscono nella preparazione e
nel compimento dell’associazione. Però quel ritardo di tempo che separa
l’intero processo del riconoscimento in due processi rappresentativi, e
che spesso anche richiede il soccorso della reminiscenza volontaria, si
presenta, come è facile comprendere, in modo più pronunciato in questi
riconoscimenti mediati.

17. Il processo di riconoscimento semplice, come esso si svolge
nell’incontro di un oggetto già altre volte percepito, costituisce il
punto di partenza per lo svolgimento degli altri più vari processi di
associazione, così di quelli, che al pari di esso stanno ancora sul
confine di associazione simultanea e successiva, come di quelli nei
quali il ritardo che conduce all’associazione successiva, si dimostra
poi nella formazione di associazioni di assimilazione e complicazione.
E così il riconoscimento di un oggetto spesso percepito è un
processo che si svolge più facilmente e quindi per solito si compie
simultaneamente; questo processo si avvicina ancor più alla solita
assimilazione, perchè il sentimento di contezza è di un’intensità molto
minore. Il processo del _conoscere sensitivo_ si distingue per solito
soltanto in piccola parte da questi riconoscimenti di singoli oggetti
famigliari. La differenza logica dei due concetti sta in ciò, che
il riconoscere designa un’affermazione dell’identità individuale del
nuovo oggetto osservato con uno osservato anteriormente; il conoscere
invece indica la subsunzione dell’oggetto ad un concetto di già ben
noto. Però nel processo del conoscere sensitivo non ha luogo una
reale subsunzione logica, siccome non esiste uno sviluppato concetto
generale, al quale possa essere subordinato. L’equivalente psicologico
di una tale subsunzione sta piuttosto solo nell’essere l’impressione
riferita a un numero indeterminatamente grande di oggetti. E ora
poichè questo riferimento presuppone l’anteriore rappresentazione
di oggetti diversi che concordino soltanto in certe proprietà,
tanto più il processo del conoscimento psicologico coincide con una
comune assimilazione, quanto più famigliare è la classe di oggetti
alla quale l’oggetto appartiene, e quanto più questo concorda coi
caratteri generali della classe. Ma poi anche il sentimento proprio
ai processi di conoscimento e riconoscimento decresce in eguale
misura e da ultimo sparisce interamente, e allora noi in questi casi
dell’incontro di oggetti di natura comune non parliamo più affatto di
un processo di conoscimento. Questo processo anche in tali casi si
manifesta distintamente tosto che l’assimilazione incontri qualche
_arresto_, o perchè la rappresentazione di quella certa classe di
oggetti sia divenuta insolita, o perchè il singolo oggetto offra
proprietà eccezionali. Allora qui l’associazione simultanea può cedere
il passo alla successiva, diventando apprendimento e conoscimento
due processi susseguentisi. In egual misura anche il _sentimento di
conoscimento_ appare ora come un sentimento specifico, che è affine
certamente al sentimento di contezza, ma che però, in conformità alle
diverse condizioni di sua origine, si distingue in modo caratteristico
specialmente per il suo decorso nel tempo.

                     _b. — I processi di memoria._

18. Il processo di riconoscimento semplice si svolge in una direzione
essenzialmente diversa, se quegli ostacoli ad una pronta assimilazione
che determinano la trasformazione di un’associazione simultanea in
una successiva, sono tanto grandi, che gli elementi rappresentativi
antagonistici alla nuova rappresentazione sensitiva (o dopo ohe il
processo di conoscimento si sia svolto, o anche senza che sia avvenuto)
si riuniscono in una nuova formazione rappresentativa, la quale è
riferita direttamente a un’impressione antecedente. Il processo che
così si svolge, è il _processo dì memoria_, e la rappresentazione
che per tal guisa giunge all’appercezione, è detta _rappresentazione
mnemonica o imagine mnemonica_.

    18_a_. I processi di memoria sono quelli, ai quali la
  psicologia dell’associazione ha limitato per lo più l’uso del
  concetto d’associazione. Ma essendo essi, come lo dimostra
  l’esposizione antecedente, associazioni che hanno luogo sotto
  condizioni specialmente complesse, fu con ciò fin dall’inizio
  resa impossibile la spiegazione genetica delle associazioni.
  Si comprende pertanto che la dottrina dell’associazione in
  discorso si limita essenzialmente a dividere le diverse specie
  dei prodotti di associazioni che si osservano nei processi di
  memoria, prendendo a punto di partenza una considerazione logica
  e non psicologica. Una conoscenza dei processi psichici che
  agiscono nelle associazioni, è solo possibile quando si parta dai
  processi più semplici di associazione. La comune assimilazione
  simultanea, il processo di riconoscimento simultaneo e successivo
  si presentano già per sè stessi come i naturali antecedenti
  dell’associazione di memoria. Il primo di quei processi di
  riconoscimento non è che un’assimilazione accompagnata da un
  sentimento, indizio d’elementi rappresentativi oscuramente
  presenti nella coscienza e non assimilabili. Nel secondo processo
  questi elementi ribelli hanno un’azione d’arresto, così che il
  riconoscimento ritorna alla primitiva forma di un’associazione
  successiva, essendo l’impressione assimilata dapprima nella
  solita maniero, e poi in un secondo atto con concomitante
  sentimento di contezza; e in ciò si ha anche una prova della
  maggiore partecipazione di certi elementi di riproduzione. Quando
  in questa forma semplicissima di associazione successiva le
  due rappresentazioni che si seguono, sono riferite ancora a un
  medesimo oggetto, di cui sono appercepiti nei due atti elementi
  rappresentativi e sentimentali in parte diversi, allora abbiamo
  una modificazione essenziale nell’_associazione di memoria_.
  Predominando in essa gli elementi eterogenei delle impressioni
  anteriori, alla prima assimilazione dell’impressione segue la
  formazione di una rappresentazione, nella quale sono contenuti
  tanto elementi dell’impressione nuova quanto elementi delle
  impressioni antecedenti, capaci di assimilazione a causa di certi
  loro componenti. Quanto più prevalgono gli elementi eterogenei,
  tanto più la rappresentazione che sorge seconda, è appresa come
  _diversa_ dalla nuova percezione; quanto più invece si mostrano
  elementi affini, tanto più essa è appresa come _simile_. Ma sempre
  la seconda rappresentazione si contrappone alla nuova impressione
  come una formazione psichica che è d’origine _riproduttiva_ ed è
  indipendente.

19. Le condizioni generali che stanno a base del sorgere delle
rappresentazioni mnemoniche, possono alla lor volta offrire gradazioni
e differenze, che vanno parallele alle forme già ricordate dei processi
di riconoscimento e conoscimento. E infatti quei processi che sopra
(15, 17) imparammo a conoscere come diverse modificazioni della solita
assimilazione: il riconoscimento di un oggetto già rappresentato
_una volta_, di uno già famigliare per _frequenti_ rappresentazioni,
come pure il conoscimento di un oggetto _noto_ per un suo carattere
generale, dànno luogo a diverse modificazioni nei processi di memoria.

Il riconoscimento _semplice_ passa in un atto di memoria tosto che
all’assimilazione immediata di un’impressione facciano ostacolo quegli
elementi, che appartengono non all’oggetto stesso, ma a circostanze
a lui concomitanti nella rappresentazione anteriore. Appunto perchè
l’oggetto era stato incontrato una sol volta, oppure perchè nella
riproduzione è considerato come incontrato una sol volta, quegli
elementi concomitanti possono essere relativamente chiari e determinati
e insieme mostrare distinta la loro differenza dalle concomitanze della
nuova impressione. In tal guisa dapprima sorgono forme miste; che
stanno fra il riconoscimento e la memoria; l’oggetto è riconosciuto
ed è insieme riferito a una determinata rappresentazione sensitiva
anteriore; le cui condizioni concomitanti aggiungono all’immagine
mnemonica una determinata relazione di spazio e di tempo. Il processo
di memoria predomina specialmente in quei casi, nei quali l’elemento
della nuova impressione, che agisce come assimilante, è pienamente
cacciato dalle restanti parti costitutive della immagine mnemonica;
così che la relazione associativa tra esso e l’impressione precedente
può restare interamente nascosta.

    19_a_. In questi casi si è parlato di “memoria mediata„ o
  “associazione mediata„. Ma anche qui, come nel “riconoscimento
  mediato„, non si trova un carattere importante, che differenzi
  questo processo dalle solite associazioni. Qualcuno, ad es.,
  sedendo di sera nella sua camera a un tratto e, a quanto pare,
  senza causa, ripensa a una regione percorsa molti anni prima; ma
  una posteriore indagine più esatta dimostra, che per caso nella
  camera è un fiore molto olezzante per la prima volta veduto in
  quel viaggio. La differenza di un solito processo di memoria, nel
  quale è distintamente conosciuto il legame della nuova impressione
  con un fatto psichico anteriore, sta manifestamente in ciò, che
  gli elementi dai quali è stabilito il legame sono respinti nello
  sfondo oscuro (Hintergrund) della coscienza da altri elementi
  rappresentativi. Le esperienze non rare, nelle quali un’imagine
  mnemonica sorge in noi improvvisamente, e a quanto pare, senza
  causa, e che per lo più sono stato interpretate come un “sorgere
  spontaneo„ delle rappresentazioni, ci riconducono con ogni
  probabilità a queste associazioni latenti.

20. Dai processi di memoria che si collegano al semplice riconoscimento
del fatto psichico già una volta svoltosi in noi, si distinguono
essenzialmente, per una maggior complicazione delle loro condizioni,
quei processi che derivano da riconoscimenti _molteplici_ e da
_conoscimenti_. Nel processo per cui sorge la rappresentazione
sensitiva di un singolo oggetto, a noi noto o per sè stesso o nel
suo carattere generale, le relazioni di associazione possibili
hanno dapprima un’estensione incomparabilmente maggiore e per ciò
il modo, in cui a una determinata esperienza vengono ad aggiungersi
processi di memoria, non dipende tanto dai singoli fatti psichici
sui quali si fonda l’associazione, quanto dalle condizioni generali
e dalle disposizioni momentanee della coscienza, specialmente
poi dall’intervento di certi processi d’appercezione attiva e dai
corrispettivi sentimenti od emozioni intellettuali. Data la varietà
di queste condizioni si comprende come le associazioni si sottraggano
in generale ad ogni calcolo preventivo; laddove nell’atto di memoria,
tosto che sia avvenuto, le traccie della sua formazione associativa
raramente sfuggono all’indagine attenta, così che noi in tutti i casi
possiamo a buon diritto considerare l’associazione come causa unica e
generale dei processi di memoria.

21. Ma in questa derivazione non si deve mai dimenticare che ogni reale
processo di memoria, come ce lo dimostra il suo sviluppo psicologico
dal suo più semplice antecedente, l’assimilazione simultanea, non è
in alcun modo un processo semplice, ma si compone di una quantità
di processi elementari, fra questi stanno qui in prima linea le
relazioni assimilanti, nelle quali una data impressione, o in certi
casi un’imagine di memoria già presente, entra con elementi di
formazioni psichiche anteriori. A ciò si connettono due ulteriori
processi caratteristici per il processo di memoria: il primo,
l’inibizione dell’assimilazione a causa di elementi eterogenei, e il
secondo, le assimilazioni e le complicazioni provenienti da questi
elementi eterogenei. Questo secondo processo determina il sorgere di
una formazione psichica diversa dalla prima impressione, formazione
psichica che dall’azione concomitante delle complicazioni è riferita,
in modo più o meno determinato, a un fatto psichico anteriore. Questa
relazione regressiva si dà anche qui a conoscere per un sentimento
particolare; il _sentimento di ricordanza_ che è affine al sentimento
di contezza, ma è pur da questo caratteristicamente diverso nella
sua origine temporale, verosimilmente a causa del gran numero di
complicazioni oscuramente coscienti, che accompagnano il sorgere
dell’indagine mnemonica.

Se ritorniamo ai processi elementari, nei quali possiamo scomporre il
processo di memoria al pari di ogni composto processo associativo,
otteniamo sempre _combinazioni di eguaglianza e di contiguità_. Fra
queste generalmente predominano le prime, se il processo si avvicina
ad un processo solito di assimilazione o di riconoscimento; le seconde
invece si dimostrano tanto più intensive, quanto più i processi
acquistano il carattere di ricordi “mediati„, oppure l’apparenza di un
“sorgere spontaneo„ di rappresentazioni.

    21 _a_. È evidente che lo schema in uso, secondo il quale tutti
  i processi di memoria debbano essere associazioni o di somiglianza
  o di contiguità, diventa assolutamente inesatto, quando lo
  si voglia usare per l’origine psicologica di questi processi;
  mentre d’altro lato è troppo generale e indeterminato, quando si
  intenda logicamente ordinare i processi secondo i loro risultati
  ultimi, senza riguardo alla loro origine. In quest’ultimo caso le
  relazioni di subordinazione e sovraordinazione, di coordinazione,
  di causa e dì fine, la successione e la coesistenza temporale,
  le diverse specie di rapporti spaziali troverebbero sempre
  nei concetti generali di “somiglianza„ e di “contiguità„ solo
  un’espressione insufficiente. In quanto poi all’origine dei
  processi di memoria, per ciascuno di essi si intrecciano processi
  che possono in un certo senso designarsi come effetti in parte di
  somiglianza e in parte di contiguità. Di un’effetto di somiglianza
  si potrebbe parlare in quelle assimilazioni, che in parte sono
  d’introduzione al processo e in parte cooperano a quell’ultimo
  riferimento a un determinato fatto psichico anteriore. Così pure
  l’espressione “somiglianza„ è qui inadatta, perchè prima d’ogni
  cosa processi elementari _eguali_ hanno una reciproca azione
  assimilatrice e perchè, dove una reale eguaglianza non esiste,
  questa pur sempre si stabilisce in seguito all’assimilazione
  reciproca. Infatti il concetto delle “associazioni di somiglianza„
  è legato al presupposto, che le rappresentazioni composte siano
  oggetti psichici invariabili e le associazioni combinazioni tra
  queste rappresentazioni già pronte. Quel concetto cade di per
  sè quando si rinunzi a questo presupposto, che completamente
  contraddice all’esperienza psicologica e rende impossibile una
  giusta comprensione di essa. Dove certi prodotti di associazione,
  ad es., due immagini mnemoniche successivamente sorgenti, sono
  simili tra loro, allora il processo sarà ricondotto a processi
  di assimilazione che si compongono di elementari combinazioni di
  eguaglianza e di contiguità. L’associazione d’eguaglianza può aver
  luogo tra componenti od originariamente eguali od originariamente
  diversi e fatti eguali solo dall’assimilazione. Un effetto di
  contiguità si può attribuire a quegli elementi che dapprima si
  oppongono all’assimilazione, e in parte trasformano l’intero
  processo in una successione di due processi e in parte aggiungono
  all’immagine mnemonica quegli elementi, che le danno il carattere
  di una formazione indipendente, diversa dall’impressione che
  l’induce.

22. La natura delle _rappresentazioni di memoria_ sta in strettissima
connessione colla natura complessa dei processi di memoria; se esse
sono dette imagini, non di rado più deboli ma pur fedeli, delle dirette
rappresentazioni di senso, questa descrizione è, quant’è mai possibile,
inesatta. Imagini mnemoniche e dirette rappresentazioni di senso
diversificano tra loro non solo qualitativamente e intensivamente,
ma anche nella composizione elementare. Se noi lasciamo per quanto è
possibile decrescere in intensità un’impressione sensibile, rimane pur
sempre ancora, fintanto che essa può essere avvertita, una formazione
psichica essenzialmente diversa da una rappresentazione di memoria.
Ciò che contrassegna la rappresentazione mnemonica, assai meglio della
piccola intensità dei suoi elementi sensibili, è l’_imperfezione_ della
rappresentazione. Quando ricordo un uomo a me noto, non solo i tratti
del viso, della figura sono nella coscienza più oscuri che quando lo
guardo direttamente, ma la maggior parte di questi tratti non esistono
affatto. Agli scarsi elementi rappresentativi che sono presenti e
che mediante una opportuna direzione dell’attenzione possono essere
alquanto completati, si collega una serie di combinazioni di contiguità
e di complicazioni: l’ambiente in cui io ho veduto quella persona,
il suo nome, infine certi elementi sentimentali sorti nell’incontro
di essa. Tutte queste parti concomitanti sono quelle che dell’imagine
fanno un’imagine mnemonica.

23. Del resto grandi differenze _individuali_ sono tanto nell’efficacia
di questi elementi concomitanti, quanto nella evidenza dei componenti
sensibili delle imagini di memoria. Le imagini di memoria sono in
alcuni uomini orientate più esattamente in rapporto al tempo e allo
spazio che in altri; straordinariamente diversa è poi l’attitudine a
ricordare i colori o i toni. Un assai piccolo numero di uomini pare
capace di ricordi gustatorii e olfattorii distinti; in luogo di questi
le concomitanti sensazioni di movimento del naso o degli organi di
gusto entrano come complicazioni.

La lingua raccoglie queste proprietà variamente diverse, che si
connettono ai processi di riconoscimento e conoscimento, sotto il
nome “_memoria_“. Naturalmente questo concetto non ha, come ammise la
psicologia delle facoltà (pag. 9) il significato di un’unica potenza
psichica; esso rimane pur sempre un concetto sussidiario, che è utile
pel risalto delle differenze individuali nei processi di memoria. In
questo senso noi parliamo di una memoria fedele, comprensiva, facile,
oppure di una buona memoria locale, cronologica, verbale e simili;
espressioni che si riferiscono alle diverse direzioni, nelle quali si
svolgono gli elementari processi di assimilazione e di complicazione a
seconda di originarie disposizioni e dell’esercizio.

Fra queste differenze individuali una parte importante è rappresentata
dal _deperimento della memoria_, alle cui manifestazioni generalmente
corrispondono quelle perturbazioni della memoria che sorgono in
seguito a malattie cerebrali. Queste manifestazioni sono specialmente
notevoli dal lato psicologico, perchè in esse si può conoscere in modo
evidente l’influenza delle complicazioni sui processi di memoria. Tra
i sintomi più appariscenti della perdita di memoria, così normale come
patologica, è la perdita della _memoria verbale_. Essa suole succedere
in modo, che vengono dimenticati prima di tutti i nomi propri, poi i
nomi degli oggetti concreti che ogni giorno ci circondano, poi i verbi
più astratti per loro natura, da ultimo le particelle affatto astratte.
Questa successione corrisponde esattamente alla possibilità che hanno
le singole specie di parole di essere rappresentate nella coscienza
da altre rappresentazioni con esse legate in regolare complicazione.
Questa possibilità è manifestamente massima pei nomi propri, ma minima
per le particelle astratte, le quali non possono essere ritenute che
mediante il loro segno verbale.



§ 17. — Le combinazioni appercettive.


1. Le associazioni in tutte le loro forme, al pari di quei processi
di fusione ad esse molto affini che stanno a base dell’origine delle
formazioni psichiche, sono da noi considerate prodotti psichici
passivi, perchè in esse quel sentimento di attività così caratteristico
pei processi di volere e d’attenzione entra sempre solo in modo da
annettersi alle _combinazioni già formate_ nell’appercezione di dati
contenuti psichici (v. pag. 177 e segg.). Le associazioni sono quindi
fatti della nostra vita psichica che possono per parte loro svegliare
processi di volere, ma che tuttavia non sono immediatamente sotto
l’influenza di processi di volere. Questo è appunto il criterio di cui
dobbiamo servirci nella distinzione di un fatto psichico _passivo_.

Per questo rispetto si differenziano essenzialmente quelle combinazioni
di seconda natura ohe possono aver luogo fra diverse formazioni
psichiche e i loro elementi: le _combinazioni appercettive_. In esse il
sentimento dell’attività accompagnato da varie sensazioni di tensione,
non solo segue le combinazioni come un effetto di esse, ma le precede
e però le combinazioni sono apprese _immediatamente come compientisi
colla cooperazione dell’attenzione_. In questo senso noi le diciamo
fatti psichici _attivi_.

2. Le combinazioni appercettive si estendono a una quantità di
processi psichici, che l’esperienza comune suole distinguere con certe
designazioni generali: come pensiero, riflessione, imaginazione e
intelletto. Complessivamente essi nell’ordine dei processi psichici
hanno il valore di gradi superiori rispetto alle funzioni sensitive e
ai puri processi di memoria, ma presi singolarmente sono considerati
di natura perfettamente diversa. Una tale diversità è specialmente
ammessa per le così dette attività fantastica e intellettiva. Di
fronte a questa concezione sminuzzante, propria della psicologia
volgare e della teoria della facoltà che seguì le traccie di quella,
la psicologia dell’associazione cercò collocarsi da un punto di
considerazione unitario, sottomettendo le combinazioni appercettive
delle rappresentazioni al concetto generale dell’associazione che
essa aveva limitato all’associazione successiva (pag. 182). Ma
riducendo la combinazione appercettiva all’associazione successiva
o se ne trascurarono l’essenziali differenze tanto soggettive quanto
oggettive; oppure si cercò superare le difficoltà di una spiegazione
di quelle differenze introducendo certi concetti presi dalla psicologia
volgare, in quanto si riconosceva all’“interesse„ o all’“intelligenza„
un’influenza sul costituirsi delle associazioni. Inoltre un equivoco
stava spesso a base di questa concezione, cioè che, qualora si
fossero riconosciute certe differenze fra combinazioni appercettive e
associazioni, si sarebbe dovuto affermare l’assoluta indipendenza di
quelle da queste. Naturalmente di questo non si può più far parola.
Tutti i processi psichici sono legati alle associazioni proprio
come alle originarie impressioni di senso. Ma come le associazioni
stesse partecipano tutte alle rappresentazioni sensitive e nullameno
nei processi di memoria vengono a formare processi relativamente
indipendenti, così le combinazioni appercettive si fondono in tutto
sulle associazioni, senza che sia tuttavia possibile ricondurre a
queste le loro proprietà essenziali.

3. Se noi ora cerchiamo renderci conto delle proprietà essenziali
delle combinazioni appercettive, possiamo distinguere quei processi
psichici che in esse si esplicano, in _funzioni appercettive semplici_
e _composte_. Funzioni _semplici_ sono quelle di _relazione_ e di
_comparazione_; composte le funzioni della _sintesi_ e dell’_analisi_.


_A_. — LE COMBINAZIONI APPERCETTIVE SEMPLICI.

(_Relazione e comparazione_).

4. La più elementare fra tutte le funzioni dell’appercezione è la
_relazione di due contenuti psichici fra loro_. Le basi di una tale
relazione sono in ogni caso date nelle singole formazioni psichiche e
nelle loro associazioni; ma il _compimento_ della relazione consiste in
una speciale attività appercettiva, per la quale la _relazione_ diventa
_essa stessa_ uno speciale contenuto di coscienza, che si distingue
dai contenuti messi fra loro in relazione reciproca, ma che è con
loro saldamente legata. Quando noi in un riconoscimento acquistiamo
coscienza dell’identità di un oggetto con un altro antecedentemente
percepito, oppure in un ricordo acquistiamo coscienza di una
determinata relazione tra il fatto psichico ricordato e un’impressione
presente, allora in questi casi alle associazioni va unita anche una
funzione dell’appercezione sotto la forma di attività di relazione.

Fintanto che il riconoscimento rimane una pura associazione,
la relazione si limita al sentimento di contezza che segue, o
immediatamente o dopo un breve intervallo, all’assimilazione
della nuova impressione. Se invece all’associazione si aggiunge la
funzione appercettiva, allora quel sentimento acquista un sostrato
rappresentativo che è distintamente nella coscienza, essendo la
rappresentazione anteriore e l’impressione nuova distinte fra loro
nel tempo e insieme poste nel rapporto dell’identità secondo le
loro proprietà essenziali. Lo stesso avviene quando noi acquistiamo
coscienza dei motivi di un atto di memoria. Anche questo presuppone
che al sorgere per associazione dell’immagine mnemonica si aggiunga
un raffronto di tale immagine colle impressioni determinanti
l’associazione, un processo questo, che alla sua volta è possibile solo
come funzione dell’attenzione attiva.

5. Per tal guisa la funzione della _relazione_ è sempre determinata
dalle associazioni, ogni qual volta esse o i loro prodotti diventano
oggetto dell’osservazione volontaria. La relazione si collega sempre,
come già insegnano gli esempi su esposti, alla formazione della
_comparazione_, così che ambedue debbono essere considerate come
funzioni parziali affini. Ogni relazione inchiude una comparazione dei
contenuti psichici posti fra loro in relazione; e una comparazione è
alla sua volta soltanto possibile in quanto i contenuti paragonati sono
stati posti fra loro in relazione. V’è questa sola differenza; in molti
casi la comparazione si subordina completamente al fine della relazione
reciproca dei contenuti, mentre in altri casi essa diventa per sè
stessa un fine indipendente. Quindi noi parliamo là di una relazione,
qui di una comparazione in più stretto senso. E però io dico relazione,
quando prendo un’impressione presente come base per ricordare un
fatto anteriormente svoltosi in me; una comparazione invece, quando
io stabilisco certe concordanze o differenze fra il fatto psichico
antecedente e il presente.

6. La _comparazione_ si compone alla sua volta di _due_ funzioni
elementari, per solito fra loro strettamente connesse: della
_concordanza_ e della _distinzione_, intendendo per la prima, la
determinazione delle concordanze e per la seconda, la determinazione
delle differenze. Oggi ancora nella psicologia è un errore molto
diffuso il confondere senz’altro coll’esistenza degli elementi e
delle formazioni psichiche la loro comparazione appercettiva. Ma
si deve separare l’una cosa dall’altra. Naturalmente nei nostri
processi psichici esistono già a sè e per sè delle concordanze e delle
differenze, che se non fossero presenti, non potrebbero essere da noi
avvertite. Ma l’attività di comparazione che stabilisce le concordanze
e le differenze rimane pur sempre una funzione per sè stessa da quelle
diversa e che a quelle si aggiunge.

7. Noi cominciamo a paragonare già gli elementi psichici, le sensazioni
e i sentimenti semplici secondo le loro concordanze e differenze e
li disponiamo in determinati sistemi ciascuno dei quali contiene gli
elementi più affini. Entro un tale sistema, specialmente in un sistema
di sensazioni, è ancora possibile una doppia comparazione: quella dei
_gradi d’intensità_ e dei _gradi di qualità_, alle quali può venire ad
aggiungersi anche quella dei _gradi di chiarezza_, tosto che si prenda
in esame il modo, in cui gli elementi sono dati alla coscienza. Alla
stessa guisa la funzione della comparazione si estende alle formazioni
psichiche composte, intensive ed estensive. Ogni elemento psichico
e ogni formazione psichica, in quanto possono essere disposti in un
sistema comunque ordinato e gradatamente graduato, è una _grandezza
psichica_. Una conoscenza del valore di una tale grandezza è soltanto
possibile, quando essa sia _paragonata_ ad altre grandezze dello stesso
continuo. Se dunque ad ogni elemento psichico e ad ogni formazione
psichica già in sè e per sè spetta anche la proprietà di grandezze,
e come grandezze generalmente si presentano in forme diverse, cioè
come intensità, come qualità, come valore estensivo (spaziale o
temporale), ed eventualmente, cioè quando si tenga conto dei diversi
stati di coscienza, come grado di chiarezza, una _determinazione della
grandezza_ è solo possibile mediante la funzione appercettiva della
comparazione.

8. Ora la determinazione di grandezza _psichica_ si distingue dalla
determinazione di grandezza _fisica_ per la proprietà che questa,
potendo essere fatta su oggetti relativamente costanti, permette un
processo di comparazione che può essere compiuto in atti separati nel
tempo a piacimento dell’osservatore; noi possiamo, ad es., oggi colla
misura barometrica determinare l’altezza di una certa montagna e poi
dopo anni ed anni l’altezza di un’altra montagna, e possiamo paragonare
i risultati delle due misure, purchè nel frattempo non sia avvenuta
alcuna notevole rivoluzione tellurica. Essendo invece le formazioni
psichiche non oggetti relativamente fissi, ma processi continuamente
svolgentisi, noi possiamo paragonare due grandezze psichiche solo sotto
la condizione, che esse ci siano date in una successione immediata.
Questa condizione ne porta naturalmente seco altre due; in primo luogo,
per la comparazione psichica non è alcuna misura assoluta, ma ogni
comparazione di grandezza è un processo che dapprima regge solo per sè
ed è quindi di una validità relativa; in secondo luogo, le comparazioni
di grandezza possono solo essere fatte per grandezze di una medesima
dimensione, e però per la comparazione di grandezze psichiche riesce
impossibile un riferimento analogo a quello che fu fatto nella
riduzione delle diversissime grandezze fisiche, grandezze di tempo, di
forza, a grandezze lineari di spazio.

9. Un’altra conseguenza di tali condizioni di cose è che non si
possono direttamente stabilire rapporti tra grandezze psichiche di
qualsiasi natura, ma una comparazione immediata è possibile solo in
certi casi speciali. Questi sono: 1) _l’eguaglianza di due grandezze
psichiche_; 2) _la differenza appena avvertibile di due grandezze_;
ad es., di due intensità di sensazioni aventi qualità eguali, oppure
di due qualità di sensazioni appartenenti alla stessa dimensione
e aventi eguale intensità. Si aggiunge ancora un caso alquanto più
complesso, ma che non sorpassa i limiti della comparazione immediata:
3) _l’uguaglianza tra due differenze di grandezza_, specialmente se
queste due appartengono direttamente a domini di grandezza che si
limitino a vicenda. È evidente che le due funzioni fondamentali della
comparazione appercettiva, concordanza e distinzione, sono ambedue
adoperate per ciascuno di questi tre modi di misura delle grandezze
psichiche. Nel primo modo, date due grandezze psichiche A e B, si fa
decrescere la seconda B fintanto che essa nella comparazione diretta
concordi con A. Nel secondo procedimento, date due grandezze A e B
eguali, si varia una di esse, B, finchè essa sembri o maggiore o minore
che A di una quantità appena apprezzabile. Infine il terzo metodo
torna opportunissimo quando, data una serie di grandezze psichiche,
ad es., di intensità di sensazioni che da A, limite inferiore, va sino
a C, limite superiore, mediante una grandezza media B trovata con una
continua diminuzione, si divide la serie in modo che le due parti AB e
BC siano appercepite come eguali.

10. Fra questi metodi di comparazione il _secondo_, che è detto _metodo
delle differenze minime_, ci dà i risultati valutabili nel modo più
diretto e più semplice. In esso la differenza dei due stimoli fisici,
che corrispondono alle grandezze psichiche appena distinguibili, è
detta la _soglia di differenza dello stimolo_, e quella grandezza di
stimolo, per la quale il corrispondente processo psichico, ad es. una
sensazione, può essere ancora appena appercepita, è detta la _soglia
dello stimolo_. Ora l’osservazione dimostra che la soglia di differenza
dello stimolo sempre più cresce quanto più s’allontana dalla soglia
dello stimolo, e proprio in modo che il rapporto della soglia di
differenza alla grandezza assoluta dello stimolo, ossia la _soglia
relativa di differenza_, rimane costante. Se, ad es. un’intensità
sonora 1 deve essere accresciuta di 1/3 affinchè la sensazione sonora
cresca di una quantità appena appercettibile, l’intensità sonora
2 deve essere aumentata di 2/3, 3 di 3/3 per raggiungere le soglie
di differenza. Questa legge fu detta, dal nome del suo scopritore
_E.H. Weber, legge di Weber_. Essa è senz’altro spiegata quando noi
la consideriamo come una legge della comparazione appercettiva. Così
intesa essa assume questo significato: _le grandezze psichiche sono
paragonate in base al loro valore relativo_.

Questa concezione della legge di Weber, come di una _legge generale
della relatività di grandezze psichiche_, presuppone che le grandezze
psichiche, messe in raffronto, crescano, entro i limiti della
validità della legge di Weber, proporzionatamente agli stimoli che
le determinano. La bontà di questo presupposto non è stata sino ad
ora dimostrata fisiologicamente a causa della difficoltà di misurare
esattamente le eccitazioni dei nervi e dei sensi. Ma in suo favore
sta l’esperienza psicologica, che in luogo della costanza della
soglia relativa, una costanza della soglia assoluta di differenza
fu trovata in certi casi speciali, nei quali una comparazione di
differenze assolute di grandezza è resa possibile dalle condizioni
dell’osservazione, ad es., in larga misura nella comparazione di
differenze minime d’altezze di toni. Così pure nella comparazione
di maggiori grandezze di sensazione secondo il terzo dei suesposti
metodi (pag. 205) eguali differenze assolute di stimolo e non eguali
differenze relative sono state in molti casi appercepite come eguali.
Da ciò risulta che la comparazione appercettiva in condizioni diverse
segue due diversi principi, un principio della comparazione _relativa_,
che trova la sua espressione nella legge di _Weber_ e può essere
considerato come quello più generale, e un principio della comparazione
_assoluta_, che prende il posto del primo in condizioni speciali
favorevoli a tale appercezione.

    10_a_. La _legge di Weber_ è dimostrata in prima linea per
  _l’intensità_ delle sensazioni e poi sino ad un certo grado
  anche per la comparazione di formazioni _estensive_, cioè di
  rappresentazioni temporali, come pure entro certi limiti per
  rappresentazioni visive di spazio e per rappresentazioni di
  movimento. Non vale invece per le rappresentazioni estensive del
  senso tattile esterno, certo a causa delle complesse gradazioni
  dei segni locali (pag. 85). Così pure non è possibile trovarle
  una conferma per tutte le _qualità_ delle sensazioni. Nelle
  comparazioni dell’altezza dei toni la differenza, non la relativa
  ma la assoluta, si dimostra costante in larghi limiti. Però la
  graduazione degli intervalli di tono è di nuovo relativa, perchè
  ogni intervallo corrisponde a un determinato _rapporto_ dei numeri
  di vibrazioni (ad es.: ottava 1:2, quinta 2:3, e così via), ma
  questo fatto si fonda probabilmente sulla proprietà dell’affinità
  sonora determinata dai rapporti di un tono fondamentale ai suoi
  ipertoni (vedi pag. 77 e. segg.). Dove, in luogo della legge di
  relatività di Weber, trova posto una comparazione di grandezze
  _assoluta_, questa naturalmente non deve mai essere confusa con
  una determinazione di misura assoluta. Una tale determinazione
  presupporrebbe un’unità assoluta, quindi la possibilità di
  giungere a una misura costante; il che, come sopra si è messo in
  chiaro, è escluso dal campo psichico (pag. 205). La comparazione
  di grandezze assoluta si presenta piuttosto sempre soltanto
  come un _apprezzamento di eguaglianza tra eguali differenze
  assolute_. Questo è in ogni singolo caso possibile, malgrado non
  esista un’unità di grandezza che si mantenga costante. Noi, ad
  es., paragoniamo estensioni sensibili AB e BC in base al loro
  valore _relativo_, quando in ambedue appercepiamo il rapporto
  della sensazione limite superiore a quella inferiore. In questo
  caso noi giudichiamo AB e BC estensioni eguali se B/A = C/B
  (legge di Weber). Noi invece paragoniamo AB e BC nel loro valore
  _assoluto_, se per entro la dimensione di sensazione in questione,
  la differenza tra C e B ci pare eguale a quella tra B e A, e
  quindi C - B = B - A (legge di proporzionalità). Considerata la
  legge di Weber come un’espressione della relazione funzionale tra
  sensazione e stimolo, e presupposto che valesse per variazioni
  della sensazione e dello stimolo infinitamente piccole, si diede
  a quella legge la formola matematica della funzione logaritmica:
  la sensazione cresce proporzionalmente al logaritmo dello stimolo
  (legge psico-fisica di Fechner).

    I metodi per dimostrare la legge di Weber o le altre relazioni
  di grandezza tra elementi e formazioni psichici sono chiamati di
  solito _metodi psicofisici_, con espressione impropria, perchè il
  fatto di servirsi di sussidi fisici è di tutti gli altri metodi
  della psicologia sperimentale. Sarebbe più opportuno chiamarli
  “metodi di psicometria„. Applicando questi metodi, in generale per
  giungere alla scoperta dei punti suaccennati possiamo sperimentare
  in _doppia_ maniera. O si determinano quei punti _direttamente_
  in questo modo: date due grandezze psichiche A e B, l’una A
  rimane costante, l’altra B è fatta decrescere, finchè corrisponda
  a uno di quei punti cioè A, sia o eguale o maggiore o minore
  di quantità appena appercettibili: _metodi di approssimazione_
  (Einstellungsmethoden). A questi appartiene il metodo più spesso
  usato e che più direttamente conduce allo scopo il “metodo delle
  variazioni minime„, e come una modificazione di questo nel caso
  dell’approssimazione di eguaglianza il “metodo degli errori
  medi„. Oppure in esperimenti più volte ripetuti si paragonano due
  stimoli tra loro poco differenti A e B, e dal numero dei casi nei
  quali è giudicato A = B, o A < B o A > B si calcolano i punti
  designati, cioè le soglie di differenza, _metodi di calcolo_
  (Abzählungsmethoden). Tra questi il metodo principalmente usato
  è detto: “metodo dei casi giusti e falsi„, ma più giustamente
  sarebbe detto “metodo dei tre casi„ (eguaglianza, differenza
  positiva e negativa). Ciò che più da vicino riguarda questi ed
  altri metodi, spetta a una speciale esposizione della psicologia
  sperimentale.

    Nell’_interpretazione della legge di Weber_, oltre la suesposta
  interpretazione psicologica, si presentano ancora due altre
  concezioni che possono dirsi l’una _fisiologica_, l’altra
  _psico-fisica_. Quella deriva la legge da certe ipotetiche
  condizioni di trasmissione degli eccitamenti nel sistema nervoso
  centrale. Questa la considera come una legge specifica della
  “relazione tra l’anima e il corpo„. Di queste due interpretazioni
  la fisiologica non solo è affatto ipotetica, ma di più in certi
  casi non è affatto applicabile, ad es., nelle rappresentazioni di
  tempo e di spazio. L’interpretazione psico-fisica si fonda su una
  concezione dei rapporti tra anima e corpo, che non può più essere
  mantenuta dalla psicologia contemporanea (v. §§ 22, 8).

11. Un caso speciale delle comparazioni appercettive, che rientrano
nella legge di Weber, ci è offerto da quei fenomeni, nei quali le
grandezze da paragonare sono anche appercepite come _differenze
relativamente massime_, o, quando si tratti di sentimenti, come
_contrari_. Questi fenomeni sono di solito raccolti sotto il nome
generale di contrasto. Ma proprio anche in quel campo, nel quale
i fenomeni di contrasto sono stati più esattamente studiati,
nelle _sensazioni luminose_, sono di solito confusi due fenomeni
manifestamente affatto diversi nelle loro origini, benchè sino ad un
certo grado affini negli effetti, il fenomeno d’induzione luminosa
o del contrasto fisiologico (pag. 55 e segg.), e il fenomeno di
vero contrasto, o del contrasto _psicologico_. Nelle impressioni più
intensive questo è sempre sopraffatto dai più forti effetti fisiologici
di induzione, ma da questi si distingue per due importanti caratteri:
in primo luogo esso raggiunge la sua massima intensità non nei chiarori
e nelle saturazioni massime, ma in quei gradi medi, nei quali l’occhio
è al massimo grado sensibile a variazioni di chiarore e di saturazione.
In secondo luogo esso può essere eliminato dalla comparazione con
un oggetto dato indipendentemente. È specialmente per quest’ultimo
carattere, che il contrasto deve essere senz’altro riconosciuto come
un prodotto di un processo di comparazione. Quando, ad es., si pone
un quadrato grigio su fondo nero e un secondo egualmente grigio su
fondo bianco, e poi si ricopre il tutto con carta trasparente, i due
quadrati si presentano in modo tutt’affatto diverso; quello su fondo
nero appare chiaro, quasi bianco, e quello su fondo bianco sembra
oscuro, quasi nero. Si deve credere che questo fenomeno appartenga al
contrasto psicologico, essendo gli effetti dell’imagine consecutiva e
dell’irradiazione, per il debole grado di chiarore degli oggetti, così
piccoli che quasi spariscono. Se ora un rigo di cartone nero, parimenti
coperto da carta trasparente così da presentarsi dello stesso grigio
che i due quadrati, vien posto sotto questi in modo che colleghi le
loro basi inferiori, la differenza di contrasto dei due quadrati è o in
tutto annullata, o fortemente diminuita. Se in quest’esperimento, in
luogo dello sfondo acromatico, ne scegliamo uno colorato, il quadrato
grigio si presenta molto efficacemente nel corrispondente colore
complementare; ma anche questo contrasto può sparire quando si faccia
un raffronto con un oggetto grigio indipendente.

12. Analoghi fenomeni di contrasto si osservano non solo per le
sensazioni di tutti gli altri domini di senso, fin tanto che vi
sono condizioni favorevoli per dimostrarli, ma in modo specialmente
marcato nei sentimenti e infine, per appropriate condizioni, nelle
rappresentazioni estensive di spazio e di tempo. Quasi affatto
esenti da tali fenomeni sono le sensazioni d’altezza dei suoni,
nelle quali agisce in senso opposto l’attitudine, abbastanza bene
sviluppata nella maggior parte degli uomini, di riconoscere altezze
assolute di toni. Nei _sentimenti_ l’azione del contrasto si connette
strettamente colla proprietà, che hanno tutti i sentimenti di
svolgersi secondo determinati contrari. Sentimenti di piacere sono
eliminati da sentimenti di dispiacere immediatamente precedenti e
parecchi sentimenti di sollievo da precedenti sentimenti di tensione,
così, ad es., il sentimento della soddisfazione da quello precedente
dell’attesa. Nelle rappresentazioni di spazio e di tempo l’effetto del
contrasto appare nel modo più evidente, quando una medesima estensione
spaziale o temporale è posta in raffronto una volta con un’estensione
più piccola, un’altra con una maggiore. La medesima estensione appare
nei due casi diversa: nel primo ingrandita in rapporto alla piccola,
nel secondo rimpicciolita in rapporto alla grande. Anche in questo caso
però per le rappresentazioni di spazio possiamo escludere il contrasto,
ponendo fra le estensioni in contrasto un oggetto di paragone, così che
sia facilmente possibile una contemporanea relazione di quelle due ad
esso.

13. Una modificazione speciale del contrasto possono considerarsi
quei fenomeni, che si hanno nella appercezione di impressioni che
si presentano nella loro natura _reale_ diverse da quelle _che ci
aspettavamo_. Se, ad es., siamo disposti a levare un peso gravoso,
che poi sentiamo leggiero all’atto in cui realmente lo leviamo, oppure
se all’opposto leviamo un peso gravoso, che ci attendevamo leggiero;
facciamo del peso levato nel primo caso un apprezzamento in meno, nel
secondo un apprezzamento in più. Se ora stabiliamo una serie di pesi
perfettamente eguali, ma di volume diverso, così che essi si presentino
come la serie crescente dei pesi di misura, all’atto di sollevarli, i
pesi sembreranno diversamente pesanti, e parrà perfino il più piccolo
peso essere il più pesante, e il più grande il più leggiero. Qui
dapprima la solita associazione del maggior volume colla massa maggiore
determina l’attesa dell’impressione, e l’apprezzamento erroneo è poi
prodotto dal contrasto della sensazione reale con quella aspettata.


_B._ — LE FUNZIONI COMPOSTE D’APPERCEZIONE.

(_Sintesi e analisi_).

14. Dalle funzioni semplici della relazione e della comparazione,
in quanto nell’applicazioni loro si presentano in ripetizioni e
combinazioni molteplici, sorgono le due funzioni psichiche composte
della _sintesi_ e dell’_analisi_. Di queste la sintesi è il prodotto
dell’attività appercettiva che stabilisce la relazione, l’analisi di
quella che raffronta.

La _sintesi appercettiva_, come funzione connettente, si fonda su
fusioni ed associazioni. Essa si distingue da queste per il fatto che
può liberamente preferire alcuni fra i componenti rappresentativi e
sentimentali offerti dall’associazione e respingerne altri. I motivi
di questa scelta possono però generalmente trovare spiegazioni solo
nell’intero sviluppo anteriore della coscienza individuale. Il prodotto
della sintesi è quindi un tutto composto, le cui parti costitutive
hanno origine complessivamente da anteriori impressioni di senso e
da associazioni di queste, ma in cui la combinazione di queste parti
suole allontanarsi più o meno dalle impressioni reali e dalle loro
associazioni immediatamente date nell’esperienza.

Una tale formazione prodotta da sintesi appercettiva è generalmente
detta una _rappresentazione totale_, perchè in essa i componenti
rappresentativi possono essere considerati come le basi di tutto il
restante contenuto. Dove la combinazione degli elementi del tutto
appare come speciale, notevolmente diversa dai prodotti di fusione e
di associazione delle impressioni, la rappresentazione totale, come
pure ciascuno dei suoi componenti rappresentativi, è detta anche
_rappresentazione fantastica_ o _imagine fantastica_. Potendo del
resto la sintesi volontaria degli elementi, a seconda della natura
dei motivi, sotto l’azione dei quali essa ha luogo, scostarsi ora
più ora meno dalle combinazioni date nelle rappresentazioni prodotte
direttamente da impressioni sensibili e nelle loro associazioni, si
comprende come praticamente non sia possibile stabilire un netto limite
tra imagine fantastica e imagine mnemonica. Il carattere positivo di
essere sintesi volontaria costituisce un segno pel riconoscimento del
processo appercettivo più essenziale che il carattere negativo, di
non corrispondere la combinazione nella sua costituzione ad alcuna
determinata rappresentazione sensitiva. E qui sta anche la più speciosa
differenza _esteriore_ tra le imagini fantastiche e le mnemoniche:
quelle per la loro chiarezza e distintezza, come anche per lo più
nel contenuto sensibile più completo e più intensivo, si accostano in
maggior grado che queste alle rappresentazioni provenienti direttamente
da impressioni esterne. Questa differenza trova la sua spiegazione nel
fatto, che quegli effetti d’inibizione reciproca, che le associazioni
spontanee esercitano le une sulle altre, e pei quali non è possibile
giungere a una più salda costituzione delle immagini mnemoniche, sono
o diminuiti o eliminati dalla preferenza volontariamente data a certe
formazioni rappresentative. Possiamo pertanto sulle imagini fantastiche
agire come su prodotti psichici di fatti reali. Ma questo nel caso
delle imagini dì memoria è solo possibile quando esse diventano imagini
fantastiche, cioè quando non facciamo più sorgere in noi ricordi
solo passivamente, ma di essi disponiamo, sino a un certo grado,
liberamente; in questo caso non suole mancare anche una variazione
prodotta su di quelli dalla volontà, una mescolanza di realtà vissuta
con realtà imaginata. Perciò tutti i ricordi della nostra vita constano
di “poesia e verità„ _(Dichtung und Wahrheit)_. Le nostre imagini
mnemoniche si trasformano sotto l’influenza dei nostri sentimenti e
del nostro volere in imagini fantastiche, e noi per lo più ci illudiamo
della somiglianza di queste coll’esperienza reale.

15. Alla rappresentazione totale prodotta da sintesi appercettiva
si collega, sotto due forme, la funzione appercettiva che agisce in
senso opposto, l’analisi. La prima di queste forme è conosciuta sotto
il nome volgare di _attività fantastica_, la seconda sotto quello di
_attività intellettiva_. Queste due del resto non sono affatto, come
il nome farebbe supporre, processi diversi ma assai affini e quasi
sempre collegati tra loro. Ciò che dapprima li distingue, e su cui si
fondano tutte le altre ulteriori differenze secondarie di queste forme
dell’analisi appercettiva, come pure le reazioni che esse esercitano
sulla funzione sintetica, è la ragione fondamentale che li determina.

Questa consiste per l’_attività fantastica_ nella _riproduzione_
di fatti dell’esperienza reale o analoghi alla realtà. L’attività
fantastica, appoggiandosi immediatamente all’associazione, è la
forma originaria dell’analisi appercettiva. Essa comincia con una
rappresentazione totale; questa, più o meno comprensiva, è costituita
da varii elementi rappresentativi e sentimentali, ed abbraccia il
contenuto generale di un fatto psichico composto, nel quale le singole
parti costitutive sono dapprima marcate solo in modo indeterminato.
Ma poi la rappresentazione totale, per una serie di atti successivi,
si scompone in una quantità di formazioni psichiche connesse e meglio
determinate in parte rispetto al tempo e in parte rispetto allo spazio.
E però ad una prima sintesi volontaria si collegano atti analitici, dai
quali possono di nuovo sorgere motivi per una nuova sintesi, e quindi
per una ripetizione dell’intero processo con una rappresentazione
totale o parzialmente mutata o più limitata.

L’attività fantastica presenta _due_ gradi di sviluppo. Il primo, più
_passivo_, deriva immediatamente dalle solite funzioni della memoria.
Esso si trova continuamente nel corso del nostro pensiero sotto la
forma di anticipazione del futuro ed esercita, come preparazione dei
processi di volere, un’ufficio importante nello sviluppo psichico.
In guisa analoga esso può anche svolgersi come se col pensiero
volontariamente ci trasportassimo in imaginarie condizioni di vita
o in successioni di fenomeni esterni. Il secondo grado di sviluppo,
quello _più attivo_, sta sotto I’influenza di rappresentazioni finali
saldamente ritenute e presuppone un più alto grado di volontaria
costituzione delle imagini fantastiche e una più alta misura di
azioni, in parte d’arresto in parte di scelta, di fronte alle imagini
mnemoniche che sorgono spontaneamente. Già la sintesi originaria della
rappresentazione totale è qui più sistemata. Una rappresentazione
totale sorta già una volta è più saldamente ritenuta e scomposta nei
suoi componenti da un’analisi più completa; in essa questi componenti
costituiscono spesso rappresentazioni totali di nuovo subordinate,
alle quali si può applicare lo stesso processo di analisi. In tal
guisa il principio della divisione organica secondo un fine domina
tutti i prodotti e i processi dell’attività fantastica attiva. E in
più evidente maniera questo appare nei prodotti dell’_arte_. Già nella
comune azione libera della fantasia si trovano in questa relazione
i più varii passaggi fra l’attività, fantastica passiva, che ancora
direttamente si collega alle funzioni di memoria, e l’attività
fantastica attiva guidata da intenti meglio fissati.

16. Se il contenuto delle funzioni appercettive abbracciate sotto il
nome di “fantasia„, sta in questa riproduzione di fatti psichici reali
o rappresentabili come reali, la ragione fondamentale dell’“attività
intellettiva„ è l’_appercezione delle concordanze e delle differenze
esistenti fra i contenuti d’esperienza, come pure degli altri rapporti
logici che si sviluppano da quelle_. E però l’attività intellettiva
parte originariamente proprio dalle rappresentazioni totali, nelle
quali esperienze reali o rappresentabili come reali sono poste a
volontà in relazione e sono collegate in un tutto unico. Ma all’analisi
che tien dietro a ciò, è indicata un’altra via dalla diversa ragione
fondamentale. Infatti quest’analisi non consiste più semplicemente
nel far presente in modo più chiaro i singoli componenti della
rappresentazione totale, ma nel determinare i diversi rapporti, nei
quali stanno quei componenti, rapporti che si ottengono mediante la
funzione di comparazione. Per questa determinazione, quando tali
analisi siano state compiute più volte, basta servirsi di quei
risultati della relazione e della comparazione già ottenuti.

A causa di questa più stretta applicazione delle funzioni elementari
di relazione e di comparazione, l’attività intellettiva ubbidisce a più
salde leggi già nella sua forma esteriore, principalmente poi nei suoi
gradi più completi. Il principio valevole già per l’attività fantastica
e anche per la semplice attività di memoria, — cioè che le relazioni di
contenuti psichici diversi, quando sono appercepite, non ci si offrono
simultaneamente ma _successivamente_, così che noi procediamo da una
relazione ad una successiva, — diventa nelle funzioni intellettive la
regola della _divisione discorsiva delle rappresentazioni totali_.
Questa trova la sua espressione nella legge della _dualità delle
forme logiche del pensiero_, per la quale l’analisi proveniente da
comparazione di relazioni scompone il contenuto di una rappresentazione
totale dapprima in _due parti_, soggetto e predicato; per ciascuna di
queste parti poi si può eventualmente ripetere la stessa dicotomia
ancora una o più volte. Tali suddivisioni sono designate dalle
categorie grammaticali, che si contrappongono a due a due e sono
analoghe nel loro rapporto logico al soggetto a al predicato: le
categorie di nome e attributo, verbo e oggetto, verbo e avverbio. In
tal guisa dal processo dell’analisi appercettiva deriva il _giudizio_,
che nel discorso è espresso dalla _proposizione_.

Per la spiegazione psicologica della funzione del giudizio è di
fondamentale importanza il considerarla non come una funzione
sintetica, ma come una funzione _analitica_. Le originarie
rappresentazioni totali che il giudizio divide in parti, tra le quali
esistono rapporti reciproci, sono perfettamente corrispondenti alle
rappresentazioni fantastiche. Ma i prodotti di scomposizione che si
ottengono in tal guisa, non sono, come nell’attività fantastica,
rappresentazioni fantastiche di più limitata estensione e di
maggiore chiarezza, ma _rappresentazioni di concetti_ (idee); con
tale espressione noi indichiamo quelle rappresentazioni che stanno,
rispetto alle altre rappresentazioni parziali appartenenti allo stesso
tutto, in una qualsiasi delle relazioni, che si ottengono applicando
ai contenuti rappresentativi le funzioni generali della relazione e
della comparazione. Se chiamiamo la rappresentazione totale, che viene
sottoposta a una tale analisi di relazione, un _pensiero_, il giudizio
è la scomposizione di un pensiero nelle sue parti e il _concetto_ è il
prodotto di tale scomposizione.

17. I concetti ottenuti in questo modo, si dispongono in certe classi
generali secondo la specie dell’analisi fatta. Tali classi sono i
concetti di _oggetti, proprietà, stati_. La funzione del giudizio,
consistendo in una scomposizione di una rappresentazione totale,
pone un oggetto in relazione a una proprietà, o ad uno stato, oppure
diversi oggetti in relazione tra loro. Siccome poi il singolo concetto
non può mai essere rappresentato propriamente isolato, essendo esso
nel tutto della rappresentazione sempre legato ad un altro concetto o
ad una pluralità di altri concetti, le rappresentazioni di concetti
si distinguono in modo evidentissimo dalle rappresentazioni di
fantasia, a causa della loro indeterminatezza e variabilità. Questa
indeterminatezza è accresciuta essenzialmente anche da un altro fatto;
in seguito al risultato concorde di diverse scomposizioni del giudizio
si costituiscono quei concetti, che si incontrano come componenti
di molte rappresentazioni variabili nella loro natura concreta,
così che un unico concetto esiste in un numero infinito di singole
modificazioni. A tali _concetti generali_ che, a causa dell’estendersi
dell’analisi di relazione a diversi contenuti di giudizio,
costituiscono qualità prevalenti dei concetti, corrisponde però sempre
un gran numero di singoli contenuti rappresentativi. Così non resta
più che a scegliere una qualsiasi rappresentazione come rappresentante
del concetto. In tal modo le rappresentazioni del concetto acquistano
alla loro volta una maggiore determinatezza. Però nel tempo stesso
con ogni rappresentazione di tal natura si collega la coscienza di
un valore di pura sostituzione; coscienza, che di solito si esplica
solo sotto la forma di un particolare _sentimento_. Questo _sentimento
del concetto_ può forse essere ricondotto a ciò, che rappresentazioni
oscure, le quali complessivamente possiedono proprietà adatte per
rappresentare il concetto, si presentano all’appercezione sotto la
forma di mutevoli imagini mnemoniche. E ciò risulta specialmente dal
fatto, che il sentimento del concetto è molto intensivo fintanto che
una delle realizzazioni concrete del concetto generale è scelta come
rappresentazione rappresentativa, così ad es., un uomo individuato
per il concetto dell’uomo, laddove quel sentimento quasi interamente
sparisce, tosto che la rappresentazione rappresentativa sia nel suo
contenuto completamente diversa dagli oggetti del concetto. E nel
fatto, che le _rappresentazioni verbali_ compiono quest’ufficio, sta
per l’appunto in gran parte l’importanza loro come sussidi del pensiero
aventi una validità generale. Poichè questi sussidi si presentano già
pronti alla coscienza individuale, si deve lasciare alla psicologia
sociale la questione sullo sviluppo psicologico di tali funzioni
sussidiarie al pensiero, che si manifestano nel linguaggio (v. § 21,
_A_.).

18. Le attività fantastica e intellettiva non sono, dopo tutto quanto
si è detto, funzioni specificamente diverse, ma funzioni che vanno
insieme e che non si devono separare nella loro origine e nelle loro
estrinsecazioni; funzioni, che in ultima istanza si riconducono alle
stesse funzioni fondamentali della sintesi e dell’analisi appercettive.
Anche i concetti _fantasia_ e _intelletto_ hanno lo stesso valore che
il concetto di _memoria_. Essi non designano potenze o facoltà uniche
ma fenomeni complessi, nei quali gli elementari processi psichici
non si manifestano in modo specifico, ma generale. Come la memoria è
un concetto generale pei processi di memoria, fantasia e intelletto
sono i concetti generali per determinate direzioni delle funzioni
appercettive. Essi presentano un certo vantaggio, pratico solo perchè
offrono un commodo mezzo per ordinare le differenze infinitamente varie
di disposizioni, che gl’individui mostrano nei processi intellettuali,
entro certe classi, nelle quali sono poi possibili gradazioni e
sfumature pure infinitamente varie. Trascurando le differenze generali
di grado, si possono quindi distinguere, come forme principali delle
doti di fantasia, la fantasia _intuitiva_ e la _combinativa_; come
forme principali delle doti di intelletto, la _induttiva_, rivolta
specialmente alle singole relazioni logiche e alle loro connessioni,
la _deduttiva_, indirizzata piuttosto ai concetti generali e alla
loro analisi. Noi diciamo _talento_ in un uomo quell’inclinazione
complessiva, che gli è propria a causa delle speciali direzioni delle
sue doti di fantasia e d’intelletto.



§ 18. — Gli stati psichici.


1. Lo stato normale della coscienza, al quale si riferivano tutte le
considerazioni dei §§ precedenti, può subire alterazioni in così varia
maniera, che la psicologia generale deve rinunziare a descriverle,
tanto più che le più importanti di esse, quelle cioè che si osservano
nelle malattie nervose, cerebrali, e nelle alienazioni mentali,
appartengono a speciali domini della patologia, che stanno però
vicini alla psicologia o in certo qual modo si appoggiano ad essa.
Qui pertanto si tratta solo di indicare le principalissime condizioni
psicologiche di tali stati anormali della coscienza. In conformità
di ciò che fu notato sulla proprietà dei processi psichici e sulla
loro connessione nella coscienza, siffatte condizioni generalmente
possono distinguersi in _tre_: 1º nella natura anormale degli elementi
psichici; 2º nel modo in cui si compongono le formazioni psichiche; 3º
nel modo in cui le formazioni si collegano nella coscienza. Nessuna
di queste tre condizioni, ciascuna delle quali può alla sua volta
presentarsi nelle più svariate forme concrete, a causa della stretta
connessione di questi fattori diversi, di solito agisce per sè sola;
ma esse si collegano, in quanto l’anormale natura degli elementi
porta pure anormalità nelle formazioni e queste alla loro volta anche
alterazioni nella connessione generale dei processi di coscienza.

2. Gli _elementi psichici_, le sensazioni e i sentimenti semplici,
mostrano alterazioni solo nel senso, che è turbato il rapporto
normale tra essi e le loro condizioni psico-fisiche. Nelle sensazioni
tali alterazioni si possono ricondurre ad una diminuzione o ad un
aumento dell’eccitabilità rispetto agli stimoli di senso (anestesia e
iperestesia), come esse si dimostrano specialmente nei centri sensitivi
in seguito ad influenze fisiologiche diverse. Sopratutto l’accresciuta
eccitabilità è importante come sintomo psicologico, perchè essa è
uno dei più frequenti componenti di composte perturbazioni psichiche.
Similmente le alterazioni dei sentimenti semplici si manifestano con
una diminuzione od un aumento dell’eccitabilità sentimentale negli
stati di depressione e di esaltazione, che si riconoscono dal modo in
cui si svolgono le emozioni e i processi del volere. Per tal guisa
le alterazioni degli elementi psichici possono essere dimostrate
solo dall’influenza, che esse esercitano sulla natura delle diverse
formazioni psichiche.

3. Fra le alterazioni delle _formazioni rappresentative_ quelle che
dipendono da anestesie periferiche o centrali, hanno generalmente solo
un’importanza limitata; esse non esercitano alcuna azione radicale
sulla connessione dei processi psichici. Ma è tutt’altra cosa per
l’_accrescimento_ relativo dell’intensità della sensazione, prodotto
da iperestesia centrale. Il suo effetto è grande, perchè per mezzo
di esso le sensazioni riprodotte possono raggiungere l’intensità di
impressioni esterne di senso. In conseguenza di ciò può avvenire,
che pure imagini mnemoniche siano oggettivate come rappresentazioni
reali: _allucinazioni_; oppure che, quando si colleghino elementi
direttamente eccitati ed elementi riprodotti, l’impressione di senso
appaia essenzialmente alterata dall’intensità dei secondi elementi:
_illusioni fantastiche_[29]. Praticamente questi due fenomeni si
distinguono solo perchè in molti casi determinate rappresentazioni
possono essere sicuramente dimostrate come illusioni fantastiche,
mentre la presenza di una pura allucinazione rimane sempre dubbia,
essendo molto facile il trascurare qualche elemento sensibile diretto.
Infatti non è improbabile, che di lontano la maggior parte delle così
dette allucinazioni siano illusioni. Quest’ultime però appartengono
per la loro natura psicologica alle _assimilazioni_ (pag, 185 e
segg.), e possono veramente esser definite come assimilazioni con
forte prevalenza degli elementi riprodotti. Come le assimilazioni
normali stanno in istretta connessione colle associazioni successive,
così anche le illusioni fantastiche sono strettamente legate alle
alterazioni del decorso associativo delle rappresentazioni, delle quali
parleremo più sotto (5).

4. Nei _processi composti del sentimento e del volere_ le deviazioni
dal comportamento normale si distinguono nettamente in _istati di
depressione e di esaltazione_. Quelli consistono nel prevalere delle
emozioni inibenti asteniche, questi nel prevalere delle emozioni
eccitanti asteniche; in quelli si osserva un ritardo o un arresto
completo nelle risoluzioni volitive, in questi una efficacia impulsiva
dei motivi, rapida oltre misura. Presentando già la vita normale
della psiche una vicenda continua dei moti d’animo, in questi è
generalmente più difficile che nelle rappresentazioni lo stabilire i
limiti tra i procedimenti normali e gli anormali. Così l’alternarsi
di stati di depressione e di esaltazione, spesso molto impressionante
in casi patologici, appare solo come un aumento dell’oscillazione,
dei sentimenti e delle emozioni attorno ad una zona d’indifferenza
(pag. 27,64). Gli stati di depressione e di esaltazione costituiscono
specialmente sintomi caratteristici di perturbazioni paichiche
generali, e però anche di questi una più profonda trattazione deve
essere lasciata alla psicopatologia. Essendo le generali malattie
psichiche sempre nel tempo stesso sintomi di malattie cerebrali,
anche queste anomalie nei processi del sentimento e del volere, allo
stesso modo che quelle delle sensazioni e rappresentazioni, sono senza
dubbio accompagnate da alterazioni fisiologiche, delle quali ci è però
ancora ignota la natura. Possiamo soltanto congetturare, che appunto
a causa della natura più complessa dei moti d’animo, esse o abbiano
una sede più estesa che le alterazioni centrali d’eccitabilità nelle
allucinazioni ed illusioni, oppure s’estendano a regioni cerebrali più
centrali, più direttamente interessate ai processi di appercezione.

5. Colle alterazioni d’eccitabilità sensoriale, cogli stati di
depressione e di esaltazione si collegano per solito anche alterazioni
nella connessione e nel decorso dei processi psichici che noi, secondo
il concetto della coscienza foggiato ad esprimere questa connessione
(pag. 165), diciamo _modificazioni anormali della coscienza._ Fintanto
che le deviazioni dallo stato normale si limitano alle singole
formazioni psichiche, alle rappresentazioni, alle emozioni, ai processi
volitivi, si comprende come anche la coscienza debba essere modificata
dalle alterazioni di questi suoi componenti. Ma noi parliamo di un
proprio stato anormale della coscienza soltanto quando non solo le
formazioni psichiche prese a sè, ma anche i loro nessi presentano
notevoli anomalie. Queste senza dubbio sorgono sempre tosto che quelle
perturbazioni più elementari sono più profonde, perchè le combinazioni
degli elementi in formazioni e delle formazioni fra loro sono processi,
fra i quali hanno luogo continui passaggi.

In corrispondenza ai diversi processi di combinazione, che danno
origine alla connessione della coscienza, si possono generalmente
distinguere _tre_ specie di anormali condizioni della coscienza:
1º alterazioni associative; 2º alterazioni nelle combinazioni
appercettive; 3º alterazioni nel rapporto di queste due forme di
combinazioni tra loro.

6. Le _alterazioni associative_ sorgono dapprima come effetto immediato
delle perturbazioni più elementari. Poichè l’aumento di eccitabilità
sensoriale trasforma le assimilazioni normali in illusioni fantastiche,
anche i processi associativi del riconoscimento sono essenzialmente
alterati (pag. 192): ora il noto può sembrare ignoto e ora l’ignoto
noto, a seconda che gli elementi riprodotti sono attinti a determinate
rappresentazioni anteriori o presi da processi di rappresentazione
tra loro molto lontani. Inoltre l’accresciuta eccitabilità sensoriale
produce un acceleramento delle associazioni, per il quale predominano
le associazioni meno comuni, fatte più facili da impressioni casuali o
dall’influenza dell’abitudine. Per contro gli stati di depressione e di
esaltazione influiscono sulla determinazione della qualità e direzione
delle associazioni.

Similmente le alterazioni elementari delle rappresentazioni e dei
sentimenti agiscono sulle combinazioni appercettive in parte inibendo
od accelerando, in parte determinandone la direzione. Ma tutte le
più notevoli deviazioni nei processi delle rappresentazioni e dei
sentimenti portano anche questa ulteriore conseguenza: i processi
legati all’attenzione attiva sono resi più o meno difficili, così
che in molti casi sono possibili solo combinazioni appercettive
ancora più semplici, anzi talora solo quelle che per l’esercizio
si sono condensate in associazioni. Con ciò si connettono anche le
alterazioni, che avvengono nel rapporto delle combinazioni appercettive
alle associazioni. Poichè l’influenze sin qui esposte agiscono
sulle associazioni soprattutto come acceleranti, sulle combinazioni
appercettive invece come inibenti, sorge, come frequentissima forma
sintomatica di più profonde perturbazioni psichiche, una forte
prevalenza delle associazioni. Questo appare nel modo più evidente se
la perturbazione di coscienza è, come in molti alienati, un processo in
continuo aumento. Si osserva allora che le funzioni appercettive, che
stanno a base della così detta attività fantastica e intellettiva, sono
sempre più sopraffatte dalle associazioni, finchè alla fine rimangono
queste soltanto. Se poi questa perturbazione progredisce ancora, anche
le associazioni sono a poco a poco limitate, e si restringono a certe
connessioni specialmente praticate (idee fisse); uno stato questo, che
si riduce infine ad una completa paralisi intellettuale.

7. Trascurando le vere malattie mentali, noi troviamo le suddescritte
anomalie della coscienza soprattutto in _due_ stati che rientrano nel
campo della vita normale: nel _sogno_ e nell’_ipnosi_.

Le rappresentazioni del _sogno_ provengono sempre per massima parte
da stimoli di senso, soprattutto da stimoli del senso generale:
sono quindi per lo più illusioni fantastiche, verosimilmente solo
in piccola parte pure rappresentazioni mnemoniche portate al grado
d’allucinazioni. Impressionante è il ritrarsi delle combinazioni
appercettive di fronte alle associazioni, col quale fatto si collegano
le frequenti alterazioni e mutazioni dell’auto-coscienza, gli errori
del giudizio e simili. Ciò che del resto distingue il sogno dagli altri
stati psichici simili ad esso, consiste non tanto in queste proprietà
positive, quanto nel fatto, che quell’aumento di eccitabilità,
attestato dalle allucinazioni, si mantiene limitato alle funzioni
_sensorie_, essendo nel sonno ordinario e nel sogno le attività esterne
del volere completamente inibite.

Se invece le rappresentazioni fantastiche del sogno si collegano
anche con azioni volitive, sorgono i fenomeni del _sonnambulismo_,
affatto rari e già affini a certe forme dell’ipnosi. Per lo più tali
concomitanti fenomeni di moto sono limitati ai movimenti della favella,
come il parlare in sogno.

8. _Ipnosi_ sono detti certi stati affini al sonno e al sogno, che sono
prodotti da determinate influenze psichiche e nei quali la coscienza
presenta un comportamento, che sta tra mezzo la veglia e il sonno.
La causa principalissima del sorgere dell’ipnosi è la _suggestione_,
cioè la comunicazione di una rappresentazione ricca di sentimento,
che di solito è fatta da una persona estranea sotto forma di comando
(suggestione esterna) e talora anche è prodotta dall’ipnotizzato
stesso (auto-suggestione). Il comando o il proposito di dormire, di
compire certi movimenti, di avvertire oggetti non presenti o di non
avvertire i presenti e simili cose, sono le più frequenti forme di tali
suggestioni. Stimoli di senso uniformi, specialmente stimoli del tatto,
hanno effetto di aiutare l’ipnosi. Inoltre l’apparizione dell’ipnosi è
legata a una certa disposizione del sistema nervoso, ancora sconosciuta
nella sua natura, la quale è notevolmente sviluppata da ripetute
ipnotizzazioni.

Il primo sintomo dell’ipnosi sta in un arresto più o meno completo
degli atti di volere esterni, arresto che è anche legato a una
unilaterale direzione dell’attenzione, rivolta per lo più al comando
dato dall’ipnotizzatore (automatismo del comando). L’ipnotizzato non
solo dorme al comando, ma mantiene in questo stato quella posizione,
per quanto incomoda, che gli è stata data (catalessi ipnotica). Se lo
stato si aggrava, l’ipnotico compie, in modo apparentemente automatico,
il movimento comandato e dà a conoscere, che egli per allucinazione
considera le rappresentazioni a lui suggerite come oggetti reali
(sonnambulia). In questo stato si possono dare infine suggestioni
sensorie e motorie pel momento dello svegliarsi o persino per un certo
tempo posteriore (suggestioni a termine). I fenomeni accompagnanti
tali “effetti postipnotici„ fanno credere che essi si fondino su una
parziale persistenza dell’ipnosi, oppure (nella suggestione a termine)
su un riapparire di essa.

9. Per tutte queste manifestazioni sonno ed ipnosi sono stati affini,
che si distinguono solo per la loro diversa origine. Comuni ad
ambedue sono certi fenomeni di inibizione nel campo dei processi del
volere e dell’attenzione, come pure una disposizione ad una maggiore
eccitabilità dei centri sensitivi, la quale produce un’assimilazione
allucinatoria delle impressioni di senso. Caratteri differenzianti
sono invece: nel sonno, l’arresto del volere che, più completo tanto
intensivamente quanto estensivamente, agisce specialmente sui processi
appercettivi e sulle funzioni di moto; e nell’ipnosi, l’unilaterale
direzione dell’attenzione, che è determinata dalla suggestione e che
al tempo stesso favorisce ulteriori suggestioni. Ma queste differenze
non hanno un valore assoluto: nel caso del sonnambulismo l’arresto
esteriore del volere vien meno anche nel sogno, mentre, proprio come
nel sonno, è presente nello stadio iniziale di letargo dell’ipnosi.

Le condizioni psicofisiche del sonno, del sogno e dell’ipnosi
concordano con ogni probabilità nella parte essenziale. Poichè
psicologicamente queste condizioni si palesano con particolari
alterazioni nelle disposizioni alle reazioni sensitive e volitive, esse
possono, come tutte le disposizioni, venir spiegate fisiologicamente
solo da alterazioni nelle funzioni di determinate regioni centrali.
Queste alterazioni di funzioni non sono ancora direttamente
investigate. Pur tuttavia, in base ai sintomi psicologici, si può
ammettere, che esse si compongano per solito di un arresto nella
funzione dei domini centrali, che entrano in azione nei processi del
volere e dell’attenzione, e di un aumento nell’eccitabilità dei centri
di senso.

    9_a_. La teoria intorno al sonno, al sogno e all’ipnosi è
  quindi in primo luogo un _còmpito della fisiologia_. A lato al
  presupposto generale dell’arresto di funzione in certe parti
  della corteccia cerebrale e dell’aumento di funzione in certe
  altre, presupposto che noi desumiamo dai sintomi psicologici,
  soltanto un generale principio neurologico può sussistere con
  qualche probabilità, il principio cioè della _compensazione delle
  funzioni_ In base a questo principio l’arresto di funzione in un
  certo dominio centrale si collega con un aumento funzionale di
  altri domini, che stanno con quello in relazione di reciprocità.
  Tale relazione può essere in parte diretta, _neuro-dinamica_
  in parte indiretta, _vasomotoria_. La prima si fonda, a quanto
  pare, sul fatto, che l’energia accumulatosi per l’arresto
  funzionale affluisce attraverso le connessioni nervose ad altri
  centri. La seconda consiste in ciò, che un arresto funzionale è
  accompagnato da un ristringimento dei vasi capillari, e questo
  da una dilatazione di compenso nei vasi di altre regioni, mentre
  l’accresciuto afflusso del sangue è accompagnato da incremento
  funzionale. Una differenza essenziale tra sogno ed ipnosi, per
  quanto si può argomentare dai sintomi psicologici, pare consista
  in ciò, che nel sogno i domini centrali, che stanno in relazione
  coi processi appercettivi, si trovano, più o meno completamente,
  in istato d’arresto, così che quasi tutta l’eccitazione di
  compenso affluisce ai centri di senso; mentre nell’ipnosi
  avvengono già in certi casi entro lo stesso centro appercettivo
  compensatori aumenti d’eccitabilità di fronte a contemporanei
  arresti parziali. Questo fatto risalta in ispecial modo da
  quegli stati d’ipnosi parziale, che si formano per accresciuta
  disposizione in seguito all’esercizio, stati nei quali avvengono,
  in parte complicate azioni di carattere automatico in condizione
  per altro di apparente veglia, e in parte atti psichici di acuta
  distinzione, o di straordinariamente esatto riconoscimento, o di
  ricordo entro un certo dominio rappresentativo o sentimentale,
  mentre contemporaneamente sono esclusi altri elementi.
  Quest’ultimo stato d’ipnosi parziale con unilaterale direzione
  dell’attenzione è anche I’unico, nel quale eventualmente
  possa venire in questione un diretto apprezzamento psicologico
  dell’ipnosi in base alle autoosservazioni dell’ipnotizzato,
  determinate da sperimentali azioni stimolatrici. In tale stato
  d’ipnosi parziale lo scoglio di tali autoosservazioni, che con
  ogni cura si deve evitare, consisterà sempre nel fatto, che
  hanno luogo suggestioni esterne ed auto-suggestioni illudenti,
  le quali sorgono o casualmente o per teoretica prevenzione
  dell’osservatore ipnotizzato. Queste sono straordinariamente
  difficili da eliminare, perchè i due requisiti che l’osservatore
  deve avere in questo caso, l’esercitata distinzione psicologica
  e l’assoluta mancanza di prevenzione, potrebbero nello stato di
  accresciuta suggestionabilità facilmente escludersi a vicenda.
  Sogno e ipnosi sono stati spesso, in parte anche pei psicologi,
  oggetto di ipotesi mistiche e fantastiche. Si parlava di una
  maggiore attività psichica nel sogno, di effetti psichici
  a distanza nel sogno e nell’ipnosi. Sotto questo riguardo
  specialmente l’ipnotismo è stato, anche in tempi recenti, usato
  a sostegno di superstiziose rappresentazioni spiritiche. Inoltre
  già più volte auto-illusioni e illusioni volute ebbero gran parte
  nel “magnetismo animale„ e nel “sonnambulismo„: fenomeni, che
  si devono ricondurre senz’altro all’ipnosi o alla suggestione.
  In realtà tutto ciò che in questi fenomeni regge ad una prova
  esatta, può senza difficoltà essere spiegato psicologicamente e
  fisiologicamente; ma ciò che non può essere spiegato in tal modo,
  sarà sempre dimostrato mediante un più intimo esame essere o
  auto-illusioni superstiziose od inganno voluto.



IV. — GLI SVILUPPI PSICHICI



§ 19. — Le proprietà psichiche degli animali.


1. Il regno animale ci presenta una serie di sviluppi psichici, che
noi possiamo considerare come i gradi antecedenti lo sviluppo psichico
dell’uomo, in quanto che la vita psichica degli animali si rivela
simile a quella dell’uomo nei suoi elementi e nelle più generali leggi
della connessione di questi elementi.

Già gli animali infimi (protozoi, celenterati, ecc.) hanno
manifestazioni vitali, che fanno argomentare a processi di
rappresentazione e di volere. Essi, dopo averlo veduto, afferrano
spontaneamente il loro nutrimento; sfuggono ai nemici che li
inseguono, ecc. Così pure già in gradi molto infimi si trovano
traccie di associazioni e riproduzioni, specialmente di processi del
conoscimento e del riconoscimento sensitivi (pag, 192), e queste si
perfezionano negli animali superiori solo per la maggiore varietà
delle rappresentazioni e pel maggior tempo, su cui si estendono
i processi di memoria. E in generale non concordano meno le forme
delle rappresentazioni sensitive, come noi possiamo argomentare dalle
omogenee disposizioni e dallo sviluppo degli organi di senso; solo
che negli esseri inferiori, le funzioni di senso si limitano al senso
generale di tatto (pag. 31) corrispondentemente allo stato primitivo
nello sviluppo individuale degli organismi superiori.

Ma di contro a questa omogeneità degli elementi psichici e delle loro
più semplici connessioni, stanno differenze assai grandi in tutti quei
processi che si collegano allo sviluppo dell’_appercezione_. Mentre
non mancano mai appercezioni _passive_ come fondamento dei semplici
atti impulsivi che avvengono dappertutto, i processi d’appercezione
_attiva_, sotto la forma di attenzione volontariamente diretta a certe
impressioni e di una scelta fra motivi diversi, si trovano invece
probabilmente soltanto in animali più sviluppati. Anche in questi però
essi rimangono limitati alle rappresentazioni suscitate da dirette
impressioni di senso, così che neppure per gli animali psichicamente
più evoluti si può far parola di funzioni _intellettuali_ nel senso
stretto della parola, di attività fantastica e intellettiva, oppure
al più si può accennare solo a traccie isolate e ad inizi. A ciò
si aggiunga anche, che gli animali superiori possono certamente
manifestare mediante svariati movimenti espressivi, spesso affini a
quelli umani, le loro emozioni e persino le loro rappresentazioni, in
quanto sono legate ad emozioni, ma che però ad essi manca un linguaggio
sviluppato.

2. Lo sviluppo degli animali, se malgrado l’omogeneità qualitativa dei
processi psichici fondamentali, in generale rimane addietro a quello
dell’uomo, pure in molti casi gli è superiore per _doppio_ riguardo:
prima, per la _rapidità_ dello svolgimento psichico; poi, per certe
_unilaterali direzioni funzionali_, che sono favorite dagli speciali
modi di vita di una determinata specie animale. La maggiore rapidità
dello svolgimento psichico si dimostra in ciò, che molti animali assai
presto, anzi alcuni subito dopo la nascita sono capaci di formare
rappresentazioni sensitive relativamente distinte e di compiere
movimenti rispondenti a uno scopo. Se anche per questo rapporto si
trovano negli animali superiori grandissime differenze, ad es., il
pulcino appena uscito dall’uovo comincia tosto a beccare il grano,
mentre il cane neonato è cieco e presenta ancora per lungo tempo
movimenti non coordinati, pare però che lo sviluppo umano sia il più
lento e in massimo grado dipendente da aiuti e cure esterne.

3. Ancor più sorprendente è l’_unilaterale svolgimento funzionale_
che ci presentano certi animali: esso si esplica in determinati
_atti impulsivi_ di regola connessi a certi bisogni di nutrizione, di
riproduzione o di difesa, o nello sviluppo di certe rappresentazioni
sensitive e associazioni, che entrano come motivi in quegli atti
impulsivi. Tali impulsi unilateralmente svoltisi si chiamano
_istinti_. L’opinione, che l’istinto sia una proprietà spettante solo
alla coscienza animale e non all’umana, è assolutamente contraria
alla psicologia e sta anche in contraddizione coll’esperienza. La
disposizione a fare esterni i generali impulsi animali, soprattutto
l’impulso alla nutrizione e alla riproduzione, è innata così nell’uomo
come in ogni animale. Di particolare a molti animali è soltanto lo
special modo di estrinsecare questi impulsi, consistente in più
complesse azioni rispondenti allo scopo. Ma anche gli animali si
comportano sotto questo rispetto assai diversamente. Ci sono numerosi
animali, tanto inferiori quanto superiori, nei quali, come nell’uomo,
le azioni provenienti da istinti innati non presentano proprietà
speciali. È anche degno di nota che l’addomesticamento degli animali
per lo più affievolisce le manifestazioni istintive proprie dello stato
selvaggio, ma può produrre d’altra parte nuovi istinti, che possono
essere considerati come modificazione di quegl’istinti selvaggi,
come ad es. i cani da caccia, specialmente i cani da ferma: bracchi
e simili. Il grado di sviluppo relativamente alto raggiunto da certe
tendenze istintive negli animali in confronto dell’uomo sì collega
evidentemente col loro più unilaterale sviluppo, per il quale la vita
psichica degli animali suole esplicarsi quasi interamente in quei
processi collegati all’istinto prevalente.

4. Gl’istinti si possono in generale considerare come azioni impulsive,
che nascono da sensazioni e sentimenti sensoriali. Il punto di
partenza fisiologico per le sensazioni, che specialmente determinano
gl’istinti, sono gli _organi della nutrizione e della riproduzione._
Tutti gl’istinti animali ben possono essere ricondotti senz’altro
alle due classi di _istinti della nutrizione e della riproduzione_;
ma allora, specialmente a questi ultimi nelle loro manifestazioni più
complesse, si aggiungono sempre ausiliari impulsi di difesa e impulsi
sociali, ohe per la loro origine si devono considerare modificazioni
speciali degl’istinti della generazione. E qui trovano posto gl’istinti
di molti animali a costruire case e nidi, come del castoro, degli
uccelli, di numerosi insetti (ragni, vespe, api, formiche), inoltre le
nozze animali comuni specialmente alle classi degli uccelli, i quali
presentano ora la forma monogamica, ora la poligamica. Infine qui si
devono anche porre le così dette “società animali„ delle api, delle
formiche e delle termiti. Esse non sono in realtà società ma legami
genetici, nei quali l’istinto sociale, che tiene riuniti gl’individui
di una famiglia, come pure l’istinto di difesa ad essi comune, sono
subordinati all’impulso della riproduzione.

In tutti gl’istinti le azioni impulsive degl’individui prendono le
mosse da certi stimoli di senso, in parte interni, in parte esterni. Le
azioni stesse devono però essere attribuite agli atti impulsivi o atti
di voleri semplici, perchè certe rappresentazioni e certi sentimenti
le precedono e le accompagnano come motivi semplici (p. 150). La
natura delle azioni, composta e fondata su disposizioni innate, può
trovare la sua spiegazione solo nelle proprietà del sistema nervoso
ereditarie da specie a specie. Per queste proprietà certi meccanismi
riflessi innati sono messi in azione in seguito a certi stimoli senza
alcun esercizio dell’individuo. L’azione di questi meccanismi conforme
allo scopo può essere considerata solo come un prodotto dello sviluppo
psicofisico della specie. E a favore di questa interpretazione sta
anche il fatto, che gl’istinti ammettono non solo variate modificazioni
individuali, ma anche un certo perfezionamento per parte dell’esercizio
individuale. Così è che l’uccello a poco a poco impara a costruire
il suo nido in modo più perfetto. Le api adattano le loro costruzioni
ai mutati bisogni. Invece di fondare una nuova colonia, una famiglia
di api allarga la costruzione già abitata, quando sia accordato ad
essa lo spazio necessario. Una singola famiglia di api e di formiche
può persino acquistare abitudini anormali, ad es., una famiglia
di api ha l’abitudine di rubare il miele da altri alveari vicini,
anzichè raccoglierlo essa stessa, oppure una famiglia di formiche ha
l’abitudine meravigliosa di fare schiavi gl’individui di altre famiglie
o di allevare i gorgoglioni come animali domestici che danno loro il
nutrimento. L’origine spiegabile, il consolidamento, l’ereditarietà
di tali abitudini c’indicano chiaramente il modo in cui possono essere
sorti istinti complicati. Non mai si presenta un istinto isolato, ma in
generi e specie affini, forme _più semplici_ di un medesimo istinto.
Così il buco che la vespa da muro fa in una parete per deporvi le
uova, si può considerare come l’esempio primitivo delle ingegnose
costruzioni delle api. Fra i due, come anello intermedio naturale, sta
la costruzione relativamente semplice della vespa comune, costituita di
poche celle esagonali tra loro cementate mediante sostanze vegetali.

Gli istinti più complessi si possono quindi spiegare come prodotti
dell’evoluzione di impulsi originariamente semplici, i quali si sono
sempre più differenziati nel corso di numerose generazioni mediante
abitudini individuali che a poco a poco s’aggiungono, si consolidano e
si trasmettono per eredità. E però ogni singolo processo d’abitudine
può essere considerato come un grado in quest’evoluzione psichica.
La graduale trasformazione di esso in una disposizione innata è però
derivata dai processi psicofisici dell’esercizio, per i quali atti
di volere composti passano a poco a poco in movimenti automatici, che
seguono immediatamente come riflessi all’impressione corrispondente.

5. Se in base alla psicologia comparata si cerca rispondere alla
questione generale sul _rapporto genetico dell’uomo agli animali_,
considerando l’omogeneità degli elementi psichici e delle forme loro
di connessione, tanto delle più semplici quanto delle più generali, si
deve ammettere la possibilità, che la coscienza umana si sia svolta
da una forma inferiore di coscienza animale. Questa ipotesi anche
psicologicamente offre una grande probabilità, perchè se da un lato
la serie animale presenta già diversi gradi di sviluppo psichico,
dall’altro lato ogni singolo uomo percorre uno sviluppo analogo. Se
la storia dell’evoluzione psichica in tal modo ci conduce in generale
a un risultato confermante la teoria dell’evoluzione fisica, non
si deve però disconoscere che le differenze psichiche tra l’uomo e
l’animale, quali risaltano nei processi intellettuali ed affettivi,
provenienti dalle combinazioni appercettive, sono incomparabilmente più
profonde che le differenze fisiche. Anche la grande stabilità nello
stato psichico degli animali, subendo esso solo piccole variazioni
per l’influenza dell’allevamento, rende al massimo grado improbabile,
che una delle specie animali ora vivente possa mai sorpassare dal lato
psichico i limiti già raggiunti.

    5_a_. Le teorie che mirano a definire psicologicamente il
  rapporto tra l’uomo e gli animali, oscillano tra due estremi,
  cioè tra l’opinione predominante nella vecchia psicologia, che
  le più alte “facoltà psichiche„, specialmente la “ragione„,
  manchino completamento agli animali, e l’opinione diffusa tra i
  sostenitori della speciale psicologia animale, che gli animali
  siano perfettamente eguali all’uomo in tutto, anche nelle facoltà
  di riflettere, giudicare, conchiudere e nei loro sentimenti
  morali, ecc. Caduta la psicologia delle facoltà, la prima di
  queste opinioni è divenuta insostenibile. La seconda si basa sulla
  tendenza, diffusa nella psicologia popolare, di interpretare
  tutti i fatti che possono essere oggettivamente osservati,
  trasformandoli in modi del pensiero umano, e in riflessioni
  logiche. Ma una più intima indagine sulle manifestazioni della
  così detta intelligenza animale dimostra, che esse si devono
  intendere costituite da semplici atti di riconoscimento sensitivo,
  o da associazioni, mentre mancano loro quelle proprietà che
  spettano ai veri concetti e alle operazioni logiche. Ora, poichè i
  processi associativi passano continuamente negli appercettivi, e
  gli inizi di questi ultimi, semplici azioni attive di attenzione
  e di scelta, si presentano senza dubbio negli animali superiori,
  anche questa differenza deve del resto essere senz’altro intesa
  più come una differenza nel grado, e nella composizione che come
  una differenza nella natura dei processi psichici.

    Per i più vecchi indirizzi della psicologia, tanto per la
  psicologia delle facoltà quanto per la teoria intellettualistica
  (§ 2), gl’_istinti animali_ presentano una difficoltà tutt’affatto
  speciale. Poichè l’intento di derivare tali istinti da condizioni
  individuali condusse, specialmente per gl’istinti più complessi,
  a un apprezzamento affatto inverosimile delle funzioni psichiche,
  si conchiuse spesso, col dichiararli inconcepibili, o, il
  che portava alla stessa conseguenza, col dirli effetti di
  rappresentazioni innate. Questo “enigma degli istinti„ cessa di
  essere insolubile quando gl’istinti, come sopra fu fatto, sono
  concepiti quali forme speciali di manifestazioni impulsive, negli
  animali e negli uomini analoghe alle più semplici manifestazioni
  impulsive psicologicamente comprensibili. Qui poi pei fenomeni
  d’esercizio, che facilmente si osservano specialmente nell’uomo,
  ad es. per l’esercizio di movimenti complicati, come nel suonare
  il piano, si può stabilire il passaggio delle azioni volitive,
  originariamente composte, in movimenti impulsivi e riflessi
  (pag. 156 e segg.). A questa interpretazione degli istinti è
  stato obbiettato, che nell’esperienza è impossibile mettere in
  luce la trasmissione ereditaria, ivi supposta, di variazioni
  individualmente acquisite, non essendo affatto possibile, ad es.,
  portare sicura osservazioni sulla trasmissione di mutuazioni
  spesso antecedentemente affermata. Alcuni biologi ammettono
  che tutte le proprietà degli organismi debbano essere derivate
  da una scelta, la quale avviene per la sopravvivenza degli
  individui meglio adatti alle condizioni naturali, quindi “da una
  selezione naturale esterna„ e che solo questa selezione naturale
  esterna possa produrre variazioni negli abbozzi embrionali
  (Keimanlagen) che si trasmettono ai discendenti. Se ora si deve
  pur concedere, che una proprietà acquisita da _un solo_ individuo
  generalmente non abbia alcuna influenza ereditaria, non si può
  però comprendere, perchè atti abituali, che sono bensì suscitati
  indirettamente da condizioni naturali esterne, ma prima si fondano
  su interne proprietà psicofisiche degli organismi, non possano
  produrre, nel caso che esse agiscano attraverso a più generazioni,
  mutazioni negli abbozzi embrionali, tanto quanto le influenze
  dirette della selezione naturale. A favore di questa conclusione
  sta pure l’osservazione, che specialmente dall’uomo si ereditano
  certi particolari movimenti espressivi e certe abilità tecniche
  (pag. 231). Ciò, si comprende, non esclude in alcun caso la
  cooperazione delle influenze naturali esterne in accordo ai fatti
  dell’osservazione, ma queste influenze richiedono un doppio modo
  di agire: in primo luogo un modo diretto, nel quale l’organismo è
  modificato solo passivamente dall’azione della selezione naturale;
  e in secondo luogo un modo indiretto, nel quale le influenze
  esterne determinano dapprima reazioni psicofisiche, che sono
  poi le cause prime delle avvenute modificazioni. Se si esclude
  quest’ultimo modo di agire, non solo si chiude una delle più
  importanti sorgenti per la conoscenza della finalità, in eminente
  grado manifesta negli organismi animali, ma più specialmente
  si rende impossibile anche la spiegazione psicologica della
  graduale evoluzione degli atti di volere, e la loro trasformazione
  regressiva in riflessi aventi carattere di finalità, quale ci
  si presenta per un gran numero di movimenti espressivi innati (§
  20,1).



§ 20. — Lo sviluppo psichico del bambino.


1. Lo sviluppo psichico dell’uomo, in generale più tardo a paragone
di quello della maggior parte degli altri animali, si dà a conoscere
nella costituzione molto lenta delle _funzioni di senso_. Il bambino
reagisce bensì subito dopo la nascita agli stimoli di senso di specie
diversa: in modo assai preciso alle impressioni di tatto e di gusto,
con maggior incertezza agli eccitamenti sonori; ma è fuor di dubbio che
qui le forme speciali del movimento di reazione si fondano su ereditati
meccanismi di riflessione. E in ispecie ciò vale per lo strillare del
bambino all’azione del freddo o ad altre azioni tattili e pei riflessi
mimici alle sostanze saporifiche dolci, acide e amare; riflessi, che
si possono osservare sin dall’inizio. È pertanto probabile che tutte
queste impressioni siano accompagnate da sensazioni e sentimenti
oscuri, ma la natura dei movimenti riflessi non può essere derivata dai
sentimenti, dei quali noi li consideriamo sintomi, ma solo da innate
combinazioni centrali di riflessi.

Alla fine del primo mese è manifesto che sensazioni e sentimenti sono
sentiti in modo alquanto più chiaro, benchè ancor sempre molto fugace,
come lo dimostrano i rapidi mutamenti di disposizione d’animo; infatti
ora soltanto si osservano non solo sintomi di dispiacere, ma anche di
piacere: risa, vivaci movimenti ritmici delle braccia e delle gambe
in seguito a determinate impressioni sensibili. Anche i meccanismi
riflessi non sono del resto pienamente conformati nel primo tempo
di vita, come lo fa comprendere il fatto anatomico, che alcune fibre
colleganti i centri cerebrali si formano solo dopo la nascita. Mancano
ad es. ancora i movimenti riflessi associati dei due occhi. Senza
dubbio già fin dall’inizio il singolo occhio si volge a un raggio
di luce, ma i movimenti dei due occhi sono ancora irregolari, e solo
nel corso dei tre primi mesi la coordinazione normale dei movimenti
si dirige a poco a poco sul punto di fissazione comune ai due occhi.
Anche qui però la raggiunta regolarità non si deve interpretare come un
effetto di più complete rappresentazioni visive, ma piuttosto come il
sintomo, che entra in funzione un centro riflesso, la cui azione fa poi
possibili più complete rappresentazioni visive.

2. Sulle relazioni qualitative degli _elementi psichici_ nel bambino
non si può in generale giungere a una conclusione soddisfacente,
perchè ci mancano sintomi oggetti vi abbastanza sicuri. Probabilmente
la varietà delle sensazioni sonore e forse anche di quelle di colore,
è più limitata. Se però alcuni fanciulli confondono, non di rado
ancora nel secondo anno di vita, designazioni di colori, ciò non deve
senz’altro essere riferito a una mancanza delle sensazioni, ma è molto
più probabile che la mancata attenzione, e la confusione dei nomi dei
colori siano la causa di ciò.

All’opposto, nei caratteristici movimenti espressivi che si svolgono
a poco a poco, si rivela in modo manifesto la _differenziazione dei
sentimenti_, che ha luogo principalmente alla fine del primo anno
d’età, e lo sviluppo, a quella connesso, di emozioni varie. E però
al dispiacere e alla gioia si aggiungono, l’una dopo l’altra, la
meraviglia, l’attesa, l’ira, la vergogna, l’invidia, ecc. Ma anche qui
la disposizione ai movimenti combinati, onde le singole emozioni si
danno a conoscere, si fonda su ereditate proprietà psicologiche del
sistema nervoso, le quali però entrano in funzione per lo più solo nei
primi mesi di vita. In appoggio di una tale trasmissione ereditaria
parla anche il fatto, che non di rado in certe famiglie si presentano
speciali particolarità nei movimenti espressivi.

3. Il fanciullo nelle ereditate combinazioni riflesse porta al mondo
disposizioni fisiche che danno origine alle _rappresentazioni di
spazio_, disposizioni che fanno possibile uno svolgimento relativamente
rapido di queste rappresentazioni; ma pare che appunto nell’uomo,
a differenza di certi animali, le rappresentazioni spaziali siano
dapprima ancora straordinariamente imperfette. A stimoli sulla
pelle seguono manifestazioni di dolore, ma nessun sintomo evidente
di localizzazione. Solo a poco a poco dai movimenti delle mani che
nei primi giorni appaiono incoordinati, si sviluppano movimenti
di prensione, i quali però di solito solo dopo la 12ª settimana,
colla cooperazione delle rappresentazioni visive, diventano più
sicuri e coscienti del fine. La direzione dell’occhio verso una
sorgente luminosa, che si osserva sin dai primi giorni, come pure la
coordinazione dei movimenti degli occhi che si stabilisce gradatamente,
devono essere interpretati come fenomeni riflessi. Ma probabilmente con
questi riflessi si sviluppano immediatamente anche rappresentazioni
spaziali, così che a causa della continuità del processo e della sua
connessione colle originarie disposizioni fisiologiche di funzione,
è possibile avvertire solo un continuo perfezionamento delle
rappresentazioni di spazio da inizi molto imperfetti. Già nel fanciullo
il senso della vista appare decisamente come il senso che precorre il
senso tattile, perchè i sintomi della localizzazione visiva si possono
osservare prima che quelli della localizzazione tattile, e i movimenti
di prensione si sviluppano, come fu già notato, solo col soccorso del
senso della vista. Assai più tardi che lo sviluppo del campo visivo,
il quale si fa palese nella distinzione delle direzioni dello spazio,
avviene lo sviluppo della visione _binoculare_. Gl’inizi di questo
processo coincidono certamente colla coordinazione dei movimenti degli
occhi e però appartengono forse già alla seconda metà del primo anno di
vita. Le grandezze, le distanze e le forme corporee complesse sono però
ancora per lungo tempo apprese in modo molto imperfetto. Specialmente
gli oggetti lontani sono ritenuti vicini, quindi al bambino paiono
relativamente piccoli.

4. Contemporaneamente alle rappresentazioni di spazio si sviluppano
le _rappresentazioni di tempo_. Già nei primi mesi di vita ai
movimenti ritmici degli organi tattili e specialmente alla tendenza
di accompagnare i ritmi uditi con movimenti cadenzati, si dimostra
la capacità di formare regolari rappresentazioni di tempo, e il
gradimento che esse suscitano. Alcuni bambini prima ancora di parlare
possono ripetere esattamente nell’intonazione e negli accenti i ritmi
di melodie udite. Invece le rappresentazioni di estensioni di tempo
alquanto grandi rimangono fin dopo i primi anni straordinariamente
imperfette, così che il bambino dà giudizi molto incerti non solo sulla
durata di tempi diversi, ma anche sulla successione degli avvenimenti
nel tempo.

5. Collo sviluppo delle rappresentazioni di spazio e di tempo si
svolgono passo passo le _associazioni_ e le _combinazioni appercettive
più semplici_. Sintomi del riconoscimento sensitivo (pag. 192) possono
osservarsi sin dai primi giorni di vita: e nella rapidità con cui
i poppanti imparano a trovare il seno materno, e nella manifesta
abitudine che essi fanno agli oggetti e alle persone dell’ambiente.
Ancora per lungo tempo però le associazioni si estendono solo a tempi
di assai breve durata, dapprima soltanto ad ore, di poi a giorni, e
ancora nel 3º e 4º anno di vita persone, che siano state assenti per
alcune settimane, sono o completamente dimenticate, o dapprima solo
imperfettamente riconosciute.

Lo stesso accade per l’_attenzione_. All’inizio essa può fissarsi per
assai breve tempo su uno stesso oggetto, e evidentemente essa funziona
solo nella forma dell’appercezione _passiva_, che segue sempre allo
stimolo predominante, cioè più forte dal lato sentimentale (pag.
177). Ma già nelle prime settimane di vita, nel modo in cui il bambino
fissa e segue per lungo tempo gli oggetti, specialmente gli oggetti
in movimento, comincia a manifestarsi un’attenzione più durevole; e
contemporaneamente, come prima traccia di un’attenzione _attiva_, sorge
l’attitudine di cambiare ad arbitrio la direzione dell’attenzione tra
diverse impressioni. Fin d’ora questa attitudine lentamente si allarga
e si completa, sempre però anche nell’età infantile più avanzata
l’attenzione si affatica più presto che negli adulti e vuole da un lato
un maggior cambiamento degli oggetti, dall’altro più frequenti pause di
riposo.

6. Collo sviluppo delle associazioni e delle appercezioni cammina di
pari passo lo svolgimento dell’_autocoscienza_. Nel giudicare questo
svolgimento è bene guardarsi dal considerare come segni caratteristici
dell’autocoscienza alcuni sintomi isolati, quali la distinzione delle
parti del proprio corpo dagli oggetti dell’ambiente, l’uso della parola
“io„, il giusto riconoscimento della propria imagine nello specchio, e
simili. Anche il selvaggio adulto considera l’imagine nello specchio,
se non l’ha mai veduta, come la persona di un altro. L’uso del pronome
personale si fonda su un’appropriazione esteriore, nella quale il
bambino segue l’esempio delle persone che lo circondano. In diversi
bambini aventi uno sviluppo psichico d’altra parte eguale, questa
appropriazione sorge in tempi molto diversi; in ogni caso essa è il
sintomo di un’autocoscienza già esistente, la cui prima origine può
precedere questa distinzione linguistica ora di breve, ora di lungo
tempo. E solo un sintomo di tale valore è infine anche la distinzione
del proprio corpo e delle sue parti dagli altri oggetti. Il riconoscere
il proprio corpo è bensì un processo, che generalmente precede
l’esatto giudizio dell’imagine nello specchio, però non è affatto più
di questo, un criterio dell’inizio dell’autocoscienza, ma presuppone
piuttosto l’esistenza di un certo grado di essa. Come una pluralità
di condizioni sta a base dell’autocoscienza evoluta (pag. 180), così
anche l’autocoscienza del bambino è sin dall’inizio un prodotto di
più componenti, che per una metà appartengono alle rappresentazioni,
e per l’altra al sentimento e al volere. Sotto il primo rispetto
è la separazione di un _costante_ gruppo rappresentativo, sotto il
secondo è il costituirsi di connessi processi d’attenzione e d’azioni
di volere, che si devono considerare componenti di un tale prodotto.
Ma il costante gruppo rappresentativo può all’occasione _non_
comprendere una parte del nostro corpo, ad es. le gambe, nel caso
che esse siano abitualmente coperte, così come ancor più spesso può
contenere anche oggetti esterni, ad es. gli abiti di solito vestiti.
Maggiore influenza hanno perciò i componenti soggettivi dei sentimenti
e del volere e le relazioni, nelle quali quelle parti rappresentative
vengono a trovarsi con questi componenti per entro gli atti esterni
del volere. Questa maggiore influenza dei componenti soggettivi si dà
specialmente a conoscere in ciò, che forti sentimenti, specialmente
sentimenti di dolore, molto spesso designano nel ricordo della vita
individuale il primo momento di vita, al quale possa risalire una
connessa autocoscienza. Ma poichè senza dubbio già antecedentemente
a questo primo momento di un ricordo distintamente cosciente (che di
solito appartiene al periodo di vita dal quinto al sesto anno), esiste
un’autocoscienza, sia pure meno connessa, e poichè l’osservazione
oggettiva del bambino non presenta da principio alcun criterio
sicuro, non è possibile fissare un determinato tempo per l’inizio
dell’autocoscienza. Probabilmente i primi indizi di essa si hanno nelle
prime settimane di vita, dopo di che l’autocoscienza sotto la continua
azione delle condizioni succitate cresce sempre in chiarezza e, come la
coscienza, generalmente cresce pure rispetto al tempo, in estensione.

7. Collo svolgimento dell’autocoscienza si connette strettamente
quello del _volere_. Esso può essere dedotto in parte dal già
sopraddescritto sviluppo dell’attenzione, in parte dal sorgere e dal
graduale perfezionarsi delle _azioni esterne di volere_, l’influenza
delle quali sull’autocoscienza fu già sopra ricordata. La diretta
relazione dell’attenzione al volere qui si appalesa in ciò, che
sintomi distinti di attenzione attiva e di agire libero coincidono
anche nel tempo della loro origine. Mentre moltissimi animali subito
dopo la nascita compiono già movimenti impulsivi abbastanza completi,
cioè azioni semplici di volere che si svolgono mediante il sussidio
di composti apparati riflessi dovuti all’ereditarietà, il bambino
neonato non presenta alcuna traccia di questo fatto. Nei primi giorni
di vita però, in seguito ai riflessi provenienti da sensazioni di
fame e alle rappresentazioni di senso legate all’appagamento della
fame, i primi indizi di semplici azioni di volere impulsive si
manifestano nel cercare la sorgente del nutrimento. Col più distinto
svegliarsi dell’attenzione seguono dapprima i movimenti di volere
legati a impressioni dei sensi della vista e dell’udito: il bambino
accompagna collo sguardo, per atto intenzionato e non solo per
movimento riflesso, gli oggetti veduti e volge la testa dalla parte
del rumore udito. Molto più tardi entrano in campo i muscoli esterni
del corpo. Questi, specialmente i muscoli delle braccia e delle
gambe, presentano da principio movimenti vivaci, per lo più spesso
ripetuti, che accompagnano tutti i sentimenti e l’emozioni possibili,
e colla differenziazione di queste ultime offrono a poco a poco certe
differenze caratteristiche per le qualità loro. L’essenziale di queste
differenze sta in ciò, che le emozioni piacevoli si esplicano in
movimenti ritmici, le spiacevoli in movimenti non ritmici e di solito
alquanto violenti. Questi movimenti espressivi, che devono essere
interpretati quali riflessi accompagnati da sentimenti, si trasformano
poi all’occasione, tosto che l’attenzione si sia diretta sull’ambiente,
in movimenti _voluti_, nei quali il bambino dimostra, anche mediante
altri sintomi diversi, che non solo egli sente dolore, fastidio,
corruccio, ecc., ma che egli desidera far conoscere all’esterno queste
emozioni. I primi movimenti però, nei quali si può senza dubbio
riconoscere un motivo precedente il movimento, sono i movimenti
di _prensione_, che sorgono dalla 12ª alla 14ª settimana. Questi,
ai quali da principio partecipano oltre che le mani anche i piedi,
come costituiscono i primi sintomi distinti delle rappresentazioni
sensitive, così dimostrano anche per la prima volta l’esistenza di
un semplice processo di volere composto di motivo, risoluzione e
azione. Alquanto più tardi si osservano gl’intenzionati movimenti
d’_imitazione_, tra i quali i più semplici movimenti mimici, come fare
il bocchino, corrugare la fronte, precedono i pantomimici: il chiudere
il pugno e i movimenti cadenzati e simili ecc. Da queste azioni di
volere semplici provengono affatto gradatamente, di solito solo al
principio della seconda metà del primo anno di vita, le azioni di
volere _composte_, nelle quali si deve osservare o un oscillare della
decisione precedente l’azione, o anche una volontaria rinuncia ad
un’azione stabilita o già incominciata.

In questo svolgimento dell’azione propriamente libera ha una grande
parte l’_imparare a camminare_, che suole cominciare negli ultimi tre
mesi del primo anno d’età; imperocchè l’andare verso determinata meta
costituisce assai spesso l’occasione del sorgere di un gran numero
di motivi tra loro contrastanti. Lo stesso imparare a camminare si
deve però intendere come un processo, nel quale influiscono a vicenda
lo sviluppo del volere e l’efficacia di ereditarie disposizioni a
determinate combinazioni di movimenti. Se il primo impulso al movimento
proviene da motivi di volere, il modo adatto allo scopo, con cui si
compie il movimento, è però un effetto dei meccanismi centrali di
coordinazione; questi poi alla lor volta si conformano in modo sempre
più rispondente allo scopo, a causa dell’esercizio individuale che ha
luogo sotto la guida del volere.

8. Il _linguaggio_ del bambino si annette nel suo sviluppo a tutte le
azioni del volere. Anch’esso riposa su una cooperazione di disposizioni
ereditate, fondate sugli organi centrali del sistema nervoso, e
di influenze esercitate dalla vita esterna e in questo caso più
specialmente dalla convivenza con persone che parlano. Sotto questo
rapporto lo sviluppo del linguaggio corrisponde assolutamente a quello
di tutti gli altri movimenti espressivi, ai quali esso appartiene
nel suo generale carattere psico-fisico. Già nel corso del 2º mese
d’età sorgono i primissimi suoni articolati dell’organo della favella
come fenomeni di natura riflessa, sopratutto ad accompagnamento di
sentimenti ed emozioni gradite; essi crescono poi coll’andar del
tempo in varietà, mentre sempre più si fa manifesta la tendenza alla
ripetizione del suono (come ba-ba-ba, da-da-da e simili). Questi suoni
espressivi si distinguono dalle grida espressive di molti animali solo
per la maggiore e sempre mutevole varietà. Essi, essendo emessi ad ogni
possibile occasione e senza alcun scopo di comunicare qualche cosa, non
hanno ancora affatto il valore di suoni del linguaggio. Esse acquistano
a poco a poco tale valore, di solito all’inizio del 2º anno d’età, per
l’influenza dell’ambiente.

Un’azione principalissima esercitano qui i movimenti imitativi, i
quali, specialmente come imitazioni di suoni, presentano una doppia
direzione, perocchè non solo il fanciullo imita l’adulto, ma anche
l’adulto il bambino. Che anzi di solito è l’adulto che prima imita;
egli ripete gl’involontari suoni articolati del bambino e dà loro anche
un determinato significato come ad es. “papà„ per padre, “ma-ma„ per
madre. Solo più tardi e dopo che per una voluta imitazione ha imparato
a usar certe voci in un determinato significato, il bambino imita pure
alcune parole preferite nel linguaggio degli adulti, le assimila però
alla costituzione sonora dei propri movimenti articolati.

Come un importante sussidio, col quale l’adulto promuove nel
fanciullo, più istintivamente che volontariamente, l’intendimento
delle parole da lui usate, serve il _gesto_, per lo più nella forma
di gesto indicante gli oggetti, più di rado di solito solo pei verbi,
che si riferiscono ad azioni, come combattere, tagliare, andare,
dormire e simili, con gesto descrittivo. Il bambino ha una naturale
attitudine a interpretare i gesti, ma non la parola. Persino i suoni
onomatopoetici del linguaggio infantile (bau-bau per il cane, be-be per
la pecora) diventano per lui intelligibili solo dopo che sono stati
più volte riferiti all’oggetto. E anche qui il creatore di questi
onomatopoetici non è il bambino, ma l’adulto, che anche per questo
riguardo istintivamente si sforza d’adattarsi al grado della coscienza
infantile.

Dopo quanto si è detto lo sviluppo del linguaggio si basa su una serie
di associazioni e appercezioni, a costituire le quali partecipano in
egual misura il bambino e le persone che lo circondano. Con certe voci
onomatopoetiche o prese tra i naturali suoni espressivi del fanciullo,
o liberamente foggiate sull’esempio di questi suoni, l’adulto designa
arbitrariamente determinate rappresentazioni. Il bambino appercepisce
questo legame tra la parola e la rappresentazione, fatto a lui
comprensibile per mezzo dei gesti e lo associa ai propri movimenti
articolati sorti per imitazione. Sull’esempio poi di queste prime
associazioni e appercezioni il bambino ne fa poi altre, imperocchè
sempre più per proprio impulso prende a imitare dal linguaggio
degli adulti parole e nessi di parole casualmente uditi, e forma le
corrispondenti associazioni di significato. L’intero processo dello
sviluppo del linguaggio si fonda quindi su una relazione psichica
tra il bambino e le persone che parlano a lui d’intorno, relazione,
nella quale all’inizio spetta esclusivamente al bambino la formazione
dei suoni, e alle persone che lo circondano l’applicazione dei suoni
infantili al linguaggio.

9. Dall’insieme dei processi semplici di sviluppo ora ricordati sorge
lo sviluppo delle _funzioni composte di appercezione_, dell’attività
di relazione e di comparazione, e delle funzioni fantastiche e
intellettive, che di quelle constano (§ 17).

Dapprima le combinazioni appercettive trovano le loro esplicazioni
nella forma dell’_attività fantastica_, cioè nel collegare, scomporre e
mettere in relazione concrete rappresentazioni sensibili. L’evoluzione
individuale viene quindi a confermare ciò che in generale si è
sopra (pag. 212 e segg.) notato intorno al rapporto genetico di
queste funzioni. Nel bambino, tosto che l’attenzione attiva si sia
svegliata, in base alle associazioni che sempre più si costituiscono
tra impressioni immediate e rappresentazioni anteriori, sorge la
tendenza di liberamente stabilire tali legami, nei quali poi la
copia degli elementi mnemonici, liberamente combinati o aggiunti
all’impressione, dà una misura del grado di dote imaginativa di ogni
individuo. Questa attività fantastica di combinazione si esplica,
non appena è sorta, con una potenza impulsiva, alla quale il bambino
può tanto più difficilmente contrastare in quanto che in lui non
ancora agiscono, come nell’adulto, le funzioni intellettive, che si
pongono fini determinati regolando e arrestando il libero vagare delle
rappresentazioni fantastiche.

In quanto questo sfrenato riferimento ed intreccio delle
rappresentazioni fantastiche si collega cogli impulsi di volere, che
amano dare alle rappresentazioni nell’immediata percezione sensitiva
punti d’appoggio sicuri, benchè ancora vaghi, sorge nel bambino
l’_impulso al giuoco_. Il primitivo giuoco del bambino è tutt’affatto
giuoco di fantasia, mentre quello dell’adulto è giuoco quasi unicamente
d’intelletto (giuoco delle carte, giuoco degli scacchi, lotteria, e
simili). Solo, quando entra in campo il bisogno estetico, anche qui
il giuoco è in prima linea prodotto dalla fantasia (teatro, suonare il
piano, ecc.), ma non è, come originariamente nel bambino, il prodotto
di una fantasia affatto sbrigliata, ma di una fantasia regolata
dall’intelligenza. Il giuoco del bambino nei diversi tempi del suo
sviluppo presenta, se si svolge conformemente alla sua natura, tutti
i passaggi da quel giuoco di pura fantasia a quella combinazione di
giuoco di fantasia e di giuoco d’intelletto. Nei primi mesi d’età
esso si manifesta in movimenti ritmici delle membra del corpo, delle
braccia, delle gambe, che poi possono essere rivolti anche ad oggetti
esterni, con preferenza a quelli che danno suoni o sono vivacemente
colorati. Questi movimenti nella loro origine sono evidentemente
estrinsecazioni impulsive, che sono prodotte da determinati stimoli
sensibili e nelle quali la coordinazione ad un fine si fonda su
disposizioni ereditarie del sistema nervoso centrale. L’ordine ritmico
dei movimenti, come pure delle impressioni sentimentali e sonore
prodotte dai movimenti determina in modo visibile sentimenti di
piacere, i quali permettono tosto la ripetizione volontaria di tali
movimenti. Di poi il giuoco nei primi anni d’età passa a poco a poco
nella imitazione volontaria di occupazioni e scene dell’ambiente.
Questo giuoco d’imitazione alla fine ancor più si allarga, perchè
non si limita più a riprodurre le cose vedute, ma diviene un libero
rifacimento delle cose udite nei racconti. Contemporaneamente la
connessione delle rappresentazioni e delle azioni comincia ad adattarsi
a un piano fisso: con ciò entra in campo l’attività regolatrice
dell’intelligenza, la quale pei giuochi di una età infantile più
avanzata trova la sua espressione nella determinazione di certe regole
di giuoco. Se anche queste trasformazioni possono essere affrettate
e dall’influenza dell’ambiente e dalle artificiali forme di giuoco
che, essendo per lo più creazioni degli adulti, non sempre si adattano
sufficientemente alla fantasia infantile, questo svolgimento, per
la sua concordanza colla complessiva formazione delle funzioni
intellettive, deve essere ritenuto naturale, fondato sulla reciproca
connessione dei processi associativi e appercettivi. Anche il modo,
in cui la graduale limitazione dei processi di fantasia va parallela
al crescere delle funzioni intellettive, rende probabile che quella
limitazione originariamente si fondi non tanto su una diminuzione
quantitativa della fantasia quanto su un’inibizione, che su di essa
esercita un pensiero assorgente a concetti. In questo caso però,
da un lato col prevalente esercizio del pensiero, dall’altro colla
mancanza d’esercizio dell’attività fantastica, questa può certamente
essere menomata. Ciò sembra essere confermato dal paragone coll’uomo
selvaggio, il quale per tutto il tempo della vita suole presentare un
istinto al giuoco di fantasia affine a quello infantile.

10. Dall’originaria forma del pensare fantastico assai lentamente si
sviluppano le _funzioni intellettive_, imperocchè le rappresentazioni
totali, o già date nell’apprendimento sensibile d’impressioni esterne,
o formate dall’attività creatrice della fantasia, vengono nella
maniera già indicata (pag. 213 e segg.) a scomporsi nei loro componenti
_concettuali_, come oggetti e proprietà, oggetti e azioni, rapporti
degli oggetti tra loro. Il sintomo decisivo del sorgere delle funzioni
intellettive è quindi la costituzione di _concetti_, laddove azioni
che possono da parte dell’osservatore essere spiegate mediante una
riflessione logica, non dimostrano affatto l’esistenza di una tale
costituzione di concetti, perchè esse, proprio come negli animali,
possono molto spesso derivare in modo manifesto da associazioni. Per
la stessa ragione il linguaggio può essere presente nei suoi primi
inizi senza un pensiero propriamente assorgente a concetti, perchè
originariamente la parola designa solo una impressione sensibile
concreta. Per contro non è assolutamente possibile un uso più perfetto
del linguaggio, senza che le rappresentazioni subiscano concettuali
scomposizioni, relazioni e traslazioni. I prodotti di questi processi
hanno però sempre ancora un valore concreto e sensibile. Quindi lo
sviluppo delle funzioni intellettive coincide senz’altro col linguaggio
e questo è nel tempo stesso un mezzo per tener saldi i concetti e
fissare le operazioni del pensiero.

    10_a_. La psicologia del bambino va soggetta non meno di
  quella degli animali all’errore di non essere le osservazioni
  interpretate oggettivamente, ma integrate con riflessioni
  soggettive. In conseguenza di ciò non solamente le prime
  connessioni rappresentative realmente sorte per pura associazione
  sono interpretate come atto di una riflessione logica, ma lo
  sono anche i più originari movimenti espressivi mimici, come
  ad es. quelli del neonato per stimoli saporifici, per reazioni
  sentimentali; laddove essi dapprima non hanno evidentemente che il
  valore di riflessi innati, i quali è possibile siano accompagnati
  da sentimenti oscuri, senza che però di questi si possa dimostrare
  sicuramente la presenza. Dello stesso errore soffre la solita
  concezione dello sviluppo degli atti di volere e del linguaggio.
  Si è specialmente propensi a considerare il linguaggio infantile
  a causa delle sue particolarità come una creazione del bambino,
  mentre una più esatta osservazione dimostra che esso è per massima
  parte una creazione dell’ambiente, nel quale soltanto questa
  creazione si adatta, all’insieme dei suoni infantili e per quanto
  è possibile, anche allo stato di coscienza del bambino. Nella
  moderna letteratura alcune descrizioni dello sviluppo psichico
  del bambino molto acute e degne di lode possono servire solo come
  fonti per la conoscenza della realtà dei fatti, perchè esse si
  pongono tutte dal punto di vista di una psicologia volgare fatta
  a base di riflessioni; per contro le conclusioni psicologiche che
  da quei fatti sono tratte, devono essere assolutamente corrette
  nel senso su indicato. I tentativi più volte fatti di introdurre
  il metodo _sperimentale_ anche nella psicologia del bambino,
  si possono rivolgere con speranza di qualche risultato solo ad
  un’età alquanto avanzata, ad es., ai fanciulli che frequentano le
  scuole. Queste ricerche hanno dato dal lato pedagogico importanti
  risultati intorno al decorso e alla durata della tensione
  dell’attenzione, alla relazione tra la fatica corporea e mentale,
  e così via. Ma per età più giovane il metodo sperimentale si può
  senz’altro ritenere inapplicabile. I risultati ottenuti nelle
  ricerche di tal natura, ciò non ostante intraprese, si devono,
  per le infinite cause d’errori, considerare come puri risultati
  accidentali. Per queste ragioni è erronea anche l’opinione più
  volte espressa, che la vita psichica dell’uomo adulto possa
  essere compresa in base ad un’analisi della psiche infantile.
  Accade proprio il contrario. Stando nella ricerca psicologica
  del bambino, come pure dell’uomo selvaggio a nostra disposizione
  generalmente solo sintomi oggettivi, un giudizio psicologico di
  tali sintomi è sempre possibile solo in base all’auto-osservazione
  della coscienza matura condotta dal soggetto stesso con metodo
  sperimentale, e i risultati dell’osservazione sul bambino e
  sull’uomo selvaggio psicologicamente analizzati permettono allora
  di ritornare a conclusioni sullo sviluppo psichico.



§ 21. — Lo sviluppo delle comunità spirituali.


1. Come lo sviluppo psichico del bambino deriva da una relazione
reciproca coll’ambiente, così anche la coscienza matura sta ancora
in relazione continua colla comunità spirituale, alla quale partecipa
passivamente ed attivamente.

Nella maggior parte degli animali manca completamente una tale
comunità; gli accoppiamenti, le società, gli sciami degli animali
si possono considerare solo come forme preparatorie di comunità
spirituali, forme incomplete e limitate a singoli scopi. Quelle che
più durano, gli accoppiamenti e le così dette società animali (pag.
226) hanno il valore di comunità genetiche, e quelle passeggiere, gli
sciami, gli stormi, come ad es. gli stormi degli uccelli emigratori,
sono forme di comunità a scopo di difesa. In tutti questi casi sono
determinati istinti consolidati dall’ereditarietà, i quali producono la
consistenza del legame tra gl’individui e però questo presenta quella
stessa costanza, solo in piccolissima parte variabile per influssi
individuali, che generalmente è propria dell’istinto.

Se in tal guisa le unioni degli animali sono sempre solo integrazioni
dell’essere individuo rivolto a determinati scopi fisici della vita,
l’evoluzione _umana_, invece sin dal principio tende a ciò, che
l’individuo si fonda col suo ambiente spirituale in un tutto che,
capace di evolversi, serve così al soddisfacimento dei bisogni fisici
della vita come al conseguimento di diversissimi scopi spirituali, o in
questi scopi ammette le più varie modificazioni. In conseguenza di ciò
le forme della comunità umana sono straordinariamente variabili, mentre
nel tempo stesso le forme più perfette procedono in una continuità di
evoluzione _storica_, la quale estende la convivenza spirituale dei
singoli oltre i limiti dell’immediata coesistenza nello spazio e nel
tempo, anzi quasi all’infinito. Il risultato di questa evoluzione è
l’idea dell’_umanità_ coscientemente compresa, come di una generale
comunità spirituale la quale, a seconda delle speciali condizioni
della sua esistenza, si separa in singole comunità concrete, popoli,
stati, società civili di diversa natura, genti e famiglie. E però la
comunità spirituale in cui entra l’individuo, non è solo _un’unica_
connessione, ma una varia pluralità di connessioni spirituali, le quali
si sovrappongono nelle più diverse maniere le une alle altre e sempre
divengono più estese col crescere dello sviluppo.

2. Il còmpito di seguire questi sviluppi nelle loro forme concrete
o anche soltanto nella loro generale connessione, spetta alla storia
della civiltà e alla storia universale, non alla psicologia. Questa
deve però dar ragione delle condizioni psichiche generali e dei
processi psichici che da queste condizioni provengono, condizioni
e processi, per i quali la vita della comunità si separa da quella
dell’individuo.

La condizione, per cui è solo possibile una comunità spirituale,
condizione che nel tempo stesso partecipa continuamente allo sviluppo
della comunità, è la funzione del _linguaggio_. Questo è per l’appunto
che psicologicamente determina il passaggio dall’esistenza individuale
alla comunità spirituale, perchè esso nella sua origine appartiene ai
movimenti espressivi individuali, ma per l’evoluzione che esso subisce,
diventa la forma inscindibile di tutti i contenuti spirituali comuni.
Questi, o i processi spirituali propri della comunità si scindono in
_due_ classi, le quali, veramente proprio come i fatti individuali del
rappresentare e del volere, sono non tanto processi separati quanto
componenti insieme spettanti alla vita della comunità. Distinguiamo
in primo luogo le _rappresentazioni comuni_, nelle quali si trovano
le idee concordi sul contenuto e sul significato cosmico, cioè le
_rappresentazioni mitologiche_, e in secondo luogo i _motivi comuni del
volere_, che corrispondono alle rappresentazioni comuni e ai sentimenti
e alle emozioni che le accompagnano, cioè le _norme dei costumi_.


_A_) — IL LINGUAGGIO.

3. Sull’_evoluzione generale del linguaggio_ non ci offre alcuna
spiegazione il suo sviluppo individuale nel bambino; perchè questo è un
processo, cui partecipano principalmente le persone che lo circondano
(pag. 236 e segg.). Ciò non ostante il modo in cui il bambino impara a
parlare, dimostra che in lui sono disposizioni fisiche e psichiche alla
comunicazione del linguaggio, le quali servono a facilitarla. Infatti
si potrebbe ammettere che queste disposizioni, anche se mancasse la
comunicazione esterna, potrebbero condurre a certi moti espressivi
accompagnati da suoni, i quali avrebbero il valore di un linguaggio
imperfetto. Questa supposizione è confermata dall’osservazione
sui sordomuti, specialmente su quei bambini sordomuti che crescono
senza apposita istruzione e tra i quali si può nondimeno sviluppare
un vivo commercio spirituale. Questo però, essendo il sordomuto
esclusivamente istruito su segni _veduti_, si fonda su un naturale
svolgimento di un _linguaggio di gesti_, il quale si compone di
movimenti espressivi aventi determinati significati. I sentimenti sono
in tal caso generalmente espressi da segni mimici, le rappresentazioni
da pantomimici, imperocchè il dito indice o indica un oggetto di
rappresentazioni, o nell’aria disegna l’imagine approssimativa delle
rappresentazioni: _gesti indicanti_, o _descriventi_ (pag. 140). E
poichè tali gesti, che corrispondono alla successione dei pensieri,
si susseguono, sorge persino una specie di discorso, mediante il quale
le cose possono essere descritte e gli avvenimenti raccontati. Questo
linguaggio di gesti sorto naturalmente si limita però sempre alle
comunicazioni di concrete rappresentazioni sensoriali e della loro
connessione; manca completamente di segni per i concetti astratti.

4. Il primitivo sviluppo di un _linguaggio fonetico_ non può essere
pensato altrimenti che sull’analogia del linguaggio naturale di
gesti; l’unica differenza è che la facoltà uditiva aggiunge ai gesti
mimici e pantomimici come terza forma i _gesti fonetici_, i quali
necessariamente hanno tosto su quelli la prevalenza, perchè non solo
essi sono più facilmente osservati, ma si prestano anche a un numero
incomparabilmente maggiore di modificazioni. Ma se i gesti mimici
e pantomimici possono essere interpretati solo mercè la diretta
relazione, che in essi esiste tra la natura dei movimenti e il loro
significato, una siffatta relazione deve egualmente presupporsi anche
per i primitivi gesti fonetici. Oltre a ciò non è inverosimile che
dapprima questi gesti fonetici fossero soccorsi da concomitanti gesti
mimici e pantomimici, avuto riguardo all’estrinsecazione naturale di
tali gesti, che generalmente si osserva nell’uomo selvaggio, come pure
all’ufficio che loro spetta nel bambino quando impara a parlare. E però
lo svolgimento del linguaggio fonetico si può con ogni probabilità
pensare come un processo di differenziazione, nel quale da un gran
numero di movimenti espressivi diversi, soccorrentisi a vicenda, a poco
a poco deriva il gesto fonetico; e questo si conserva, e solo quando
si è sufficientemente fissato, elimina tutti quegli altri espedienti.
Psicologicamente questo processo può scomporsi in una successione di
_due_ atti, 1) in movimenti espressivi prodotti da tutti i membri di
una comunità sotto la forma di atti di volere impulsivi; tra questi
movimenti quelli degli organi della favella acquistano il predominio
sugli altri sotto l’influenza del desiderio di comunicare; 2) nelle
associazioni tra il suono e la rappresentazione, le quali si annettono
a questi movimenti, a poco a poco si consolidano, e nel tempo stesso si
allargano dal loro iniziale centro d’origine al maggiore cerchio della
comunità parlante.

5. Nell’origine del linguaggio entrano poi in campo ulteriori
condizioni fisiche e psichiche, che producono continue e permanenti
modificazioni nei componenti. _Due_ specie di tali modificazioni
si possono distinguere: _mutazioni fonetiche_, e _mutazioni di
significato_.

La prima ha la sua causa fisiologica nelle modificazioni, che
gradatamente avvengono nella conformazione degli organi della parola.
Queste paiono derivare in parte dalle modificazioni generali che il
cambiamento delle condizioni di natura e di civiltà produce nell’intera
organizzazione psicofisica, e in parte dalle condizioni speciali che
porta con sè il maggior esercizio dei movimenti di articolazione. Per
questo ultimo riguardo è probabile che in molti fatti eserciti grande
influenza la rapidità gradatamente crescente dei movimenti articolati.
Oltre a ciò le diverse parti tra loro analoghe del patrimonio
linguistico agiscono le une sulle altre in un modo che dimostra
l’effetto psicologico diretto di associazioni; queste avvengono
specialmente tra quelle rappresentazioni linguistiche, che in qualche
modo, o semplicemente per il carattere fonetico o anche per relazioni
di significato, sono tra loro affini (le così dette formazioni
analogiche).

Come la mutazione fonetica modifica la struttura esteriore
delle parole, così la mutazione di significato ne modifica il
valore intrinseco. L’associazione originaria tra la parola e
la rappresentazione da essa designata è mutata, imperocchè una
rappresentazione diversa dalla prima prende il posto di quella;
un processo questo, che nel corso del tempo può ripetersi più
volte per la stessa parola. La mutazione di significato si fonda
quindi su variazioni svolgentisi a poco a poco in quelle condizioni
d’associazione e appercezione che determinano una complicazione
rappresentativa, la quale entra nel punto visivo della coscienza
non appena una parola è udita o pronunciata. Questa mutazione di
significato può quindi brevemente essere anche definita come un
processo, ora più associativo ed ora più appercettivo, per cui i
componenti rappresentativi delle complicazioni linguistiche legati a
una rappresentazione fonetica si spostano (pag. 190).

Mutazioni fonetiche e di significato cooperano a far sempre più sparire
quella relazione tra suono e significato che originariamente deve
presupporsi, in modo che la parola è senz’altro appresa solo come
un segno esteriore della rappresentazione. Questo processo è così
radicale, che persino quei segni fonetici, nei quali quella relazione
sembra si sia ancora mantenuta, le formazioni onomatopoetiche, per lo
più sono prodotti relativamente tardi di un’assimilazione secondaria
stabilitasi tra suono e significato, di un processo di assimilazione,
per il quale la primitiva affinità tra suono e significato andata
perduta tende a ristabilirsi.

Un’altra importante conseguenza di quella cooperazione tra mutazioni
fonetiche e di significato consiste in ciò, che numerose parole
perdono affatto a poco a poco il loro primitivo significato concreto
e sensibile e si trasformano in simboli per i concetti generali e per
l’espressione delle funzioni appercettive di relazione, di comparazione
e dei loro prodotti. In tal guisa si svolge il _pensiero astratto_, il
quale, poichè non sarebbe possibile senza quella fondamentale mutazione
di significato, è soltanto un prodotto di quelle reciproche relazioni
psichiche e psicofisiche delle quali si compone l’evoluzione del
linguaggio.

6. Come le parti costitutive della lingua, le parole, sono soggette a
una continua trasformazione nei suoni e nel significato, così avvengono
a poco a poco modificazioni, benchè generalmente più lente, anche nella
connessione di queste parti in un tutto composto, nella _proposizione_.
Non è possibile pensare una lingua senza questa sintattica successione
di parole. Proposizione e parola sono pertanto forme egualmente
essenziali del pensiero; che anzi la proposizione delle due è la
primitiva, perchè il pensiero è dato dapprima in un tutto e solo in
seguito è scomposto nelle sue parti (pag. 213 e segg.). In stadi del
linguaggio meno perfetti le parole di una proposizione possono essere
separate le une dalle altre solo in modo incerto. Una norma che valga
in ogni caso, come già non la trovammo per il rapporto tra suono e
significato, così non esiste neppure per l’ordine delle parole. E più
particolarmente, quella costruzione che è preferita dalla logica, avuto
riguardo ai rapporti della reciproca dipendenza logica dei concetti,
non ha alcuna generale validità psicologica: piuttosto essa pare un
prodotto d’evoluzione sorto abbastanza tardi, e in parte per arbitraria
convenzione; prodotto, al quale nel consueto stile di prosa si
avvicinano solo alcune delle recenti forme di discorso, sintatticamente
quasi irrigidite. Invece il principio originario, al quale ubbidiscono
le combinazioni appercettive del discorso, è manifestamente questo, che
_l’ordine delle parole corrisponde all’ordine delle rappresentazioni_
e però precedono quelle parti del discorso che designano
rappresentazioni, dalle quali sia il sentimento eccitato colla maggior
intensità e l’attenzione tenuta legata. In conseguenza di questo
principio si stabiliscono per entro una determinata comunità parlante
certe regole nell’ordine delle parole. Infatti già nei gesti naturali
dei sordomuti è dato di osservare una tale regolarità. Si capisce però
facilmente come in questa relazione possano, per condizioni speciali,
avvenire le più varie deviazioni e come la sfera d’azione di queste
possa essere straordinariamente grande. In generale risulta che
l’esercizio associativo porta a fissare sempre più certe determinate
forme sintattiche, così che una sempre maggiore regolarità suole a poco
a poco stabilirsi per mezzo di una attrazione associativa esercitata
dalle forme più spesso usate.

Le più intime proprietà delle connessioni sintattiche e delle loro
graduali variazioni — lasciando da parte le leggi già messe in rilievo
nella generale considerazione delle combinazioni appercettive, leggi
che derivano dalle generali funzioni psichiche della relazione e della
comparazione (pag. 203), — sono in così alta misura dipendenti dalle
disposizioni specifiche e dalle condizioni di civiltà della comunità
parlante una data lingua, che la loro trattazione, malgrado il grande
interesse psicologico, deve essere lasciata alla psicologia sociale.


_B_) IL MITO.

7. Coll’evoluzione del linguaggio è strettamente legata l’evoluzione
del _mito_. Il pensiero mitologico, proprio come il linguaggio nel
suo sorgere, si fonda su proprietà che, se non vanno mai interamente
perdute dalla coscienza umana, sono però da influenze diverse ora
modificate, ora limitate. Come funzione fondamentale, sulle diverse
manifestazioni della quale si fondano le rappresentazioni mitologiche,
si deve considerare una particolare specie di appercezioni spettante
sopratutto alla coscienza primitiva, che può essere detta appercezione
_personificante_. Per essa gli oggetti appercepiti sono determinati
in tutto e per tutto dalla natura propria del soggetto conoscente.
Questo non solo vede riprodotte negli oggetti le sue sensazioni, le
sue emozioni e i suoi movimenti volontari, ma il suo stato d’animo di
un dato momento può in ciascun caso esercitare una speciale influenza
sul modo di concepire i fenomeni appresi e può svegliare particolari
idee dei loro rapporti colla propria esistenza. Ed è appunto in questa
concezione, che sta il processo per cui all’oggetto sono attribuite
le proprietà, _personali_, che il soggetto trova in sè stesso. Tra
queste proprietà non mancano mai quelle _interiori_ del sentimento e
dell’emozione ecc., mentre quelle _esteriori_ del movimento volontario
e di particolari estrinsecazioni di vita simili alle umane dipendono
per lo più da movimenti realmente osservati. E però l’uomo selvaggio
attribuisce alle pietre, alle piante, agli oggetti stessi fatti dalla
mano dell’uomo, la facoltà di provare sensazioni e sentimenti e gli
effetti che ne derivano, ma suole, invece supporre un diretto agire
esterno solo negli oggetti che si presentano a lui in movimento, come
le nubi, gli astri, i venti e simili. Questo processo in tutti i casi
è favorito da assimilazioni associative, che facilmente si levano al
grado di illusioni fantastiche (pag. 217).

8. Questa forma dell’appercezione mitologica o personificante non
deve però essere considerata come una varietà speciale o persino
anormale dell’appercezione, ma essa è il naturale grado iniziale
dell’appercezione. Il bambino mostra traccie evidenti di una tale forma
appercettiva; e queste appaiono in parte nell’attività della fantasia
durante il giuoco (pag. 237 e seg.) e in parte nel fatto, che in lui
emozioni vivaci, specialmente paura e terrore, richiamano facilmente
illusioni fantastiche di analogo carattere sentimentale. Ma queste
manifestazioni di una coscienza che tende a foggiare miti, sono qui
presto moderate dall’influenza dell’ambiente e dall’educazione e infine
del tutto soppresse. È altrimenti presso gli uomini selvaggi e delle
civiltà primitive, presso i quali all’opposto l’ambiente porta alla
coscienza di ciascuno una quantità di rappresentazioni mitiche. Queste,
sorte originariamente allo stesso modo in ogni individuo, a poco a
poco si sono fissate in una determinata comunità e analogamente alla
lingua, e spesso in rapporto con essa, sono trasmesse da generazione in
generazione, lentamente variando col mutarsi delle condizioni di natura
e di civiltà.

9. La direzione, nella quale avvengono queste variazioni, è
generalmente determinata dal fatto, che lo stato d’animo principalmente
influisce sulla speciale natura dell’appercezione mitologica. In
mancanza di altre testimonianze, è la storia dell’evoluzione delle
rappresentazioni mitologiche che principalmente ci fa conoscere,
come questo stato d’animo si sia svolto dai primi inizi dello
sviluppo spirituale. Essa dimostra che generalmente le primissime
costruzioni mitiche del pensiero, da un lato si riferiscono al destino
individuale nell’avvenire prossimo, dall’altro sono determinate dalle
emozioni suscitate dalla morte dei congiunti, e dalla loro memoria,
specialmente poi dal ricordo dei sogni. E in ciò sta l’origine del
così detto “animismo„ cioè di tutte quelle rappresentazioni, nelle
quali in parte gli spiriti dei defunti, in parte i demoni che si
pensano legati a determinati oggetti e luoghi, oppure ai processi
svolgentisi in rapporto a scopi della vita (vegetazione, agricoltura,
navigazione, ecc.) rappresentano la parte di arbitri buoni o malefici
del destino dell’uomo. Una diramazione di questo animismo è il
“feticismo„, nel quale l’idea dell’arbitro del destino è trasportata
agli accidentali oggetti dell’ambiente, come piante, pietre, oggetti
artificiali, specialmente a quelli che, o per la natura speciosa
o per casuali circostanze esterne, colpiscono l’attenzione. Le
manifestazioni dell’animismo e del feticismo hanno la particolarità di
essere non soltanto i più primitivi ma anche i più durevoli prodotti
dell’appercezione mitologica, imperocchè, rimosse tutte le altre forme,
esse sopravvivono nelle più varie forme della superstizione; tali ad
es., le credenze negli spettri, nelle malìe, negli amuleti.

10. Solo ad un più maturo grado della coscienza che crea i miti,
l’appercezione personificante si rivolge anche ai grandi fenomeni
naturali che più impressionano, così per le loro mutazioni come per
l’influenza diretta sulla vita dell’uomo; tali ad es., le nubi, i
fiumi, le procelle, i grandi astri, e simili. Anche la regolarità di
certi fenomeni naturali, ad es., la vicenda del giorno e della notte,
dell’inverno e dell’estate, lo svolgersi del temporale ecc., è di
stimolo a poetiche costruzioni di miti, nelle quali una serie di idee
coordinate si annoda intorno a un tutto in sè chiuso. Così sorge il
_mito naturale_. La principale differenza tra esso e la credenza in
spiriti e demoni sta nella creazione di _rappresentazioni antropomorfe
degli dèi_. In quanto i singoli dèi sono dotati di un maggior
numero di proprietà stabili, e sono sciolti dal legame a determinati
luoghi, tempi e processi, essi vengono a costituire in tutto e per
tutto persone antropomorfe aventi però una potenza sovrumana. Essi
sono quindi onorati come gli arbitri tanto dei fenomeni naturali
quanto del destino umano. Formatesi in tal modo più comprensive
rappresentazioni di dèi, i demoni e gli dèi particolari a poco a poco
si ritraggono nella coscienza, oppure si fondono con quelle per essere
poi considerati quali attributi o quali speciali forme, nelle quali
si danno a conoscere gli dèi personificati. Il processo che qui entra
in campo, di combinazione e di condensazione, suole però sconfinare
a danno delle personificazioni divine, imperocchè una sola di queste
forme divine acquista sulle altre una permanenza, dapprima in modo
variabile, poi durevole. Così un istinto monoteistico si impadronisce
ben presto del mito naturale politeistico. Per altro lato però quella
fusione cogli anteriori dèi particolari e coi genii del destino può
condurre anche a una nuova divisione delle personalità divine. In tal
guisa sono state foggiate specialmente le singole divinità locali e
gentilizie, le quali, a causa della loro natura personale, facilmente
poterono essere sciolte dalle speciali condizioni d’origine e diedero
così luogo ai molteplici _miti degli eroi_. Ma intrecciandosi in
questi miti traccie di ricordi storici, in essi sempre più progredisce
quell’umanizzazione già incominciata nel mito naturale. A causa di
queste proprietà il mito degli eroi richiede per un ulteriore sviluppo
la poetica creazione degli individui: e però esso diventa una parte
costitutiva della poesia popolare e poi della poesia artistica. Nel
tempo stesso però, per l’offuscarsi di certi tratti e per il sorgere di
nuovi, esso subisce una mutazione di significato, che, analoga a quella
del simbolo linguistico e da quella accompagnata, rende possibile una
più intima trasformazione progressiva. In questo processo i singoli
poeti e pensatori hanno un’influenza sempre maggiore.

Per tal via mediante una intensa partecipazione del pensiero
filosofico, che dapprima aveva egualmente subìto l’influenza delle
rappresentazioni semi-mitiche, si compie infine la separazione
dell’originario contenuto totale mitologico in scienza e religione. In
questa separazione, che è in parte legata alle relazioni tra religione
e filosofia, gli dèi naturali e gli eroi lasciano sempre più luogo a
rappresentazioni _morali_ della divinità. Come nel mito naturale così
anche nello stadio morale della religione, sotto l’influenza continua
di vecchi motivi avvengono continue formazioni in senso regressivo.
Dèi individuali, demoni e spiriti, ora costantemente ora solo per
pochi istanti, colpiscono in piena luce la coscienza. In parte essi
costituiscono i componenti secondari mitologici della religione, in
parte, da questa rigettati, conservano un’esistenza più indipendente
come superstizioni.


_C_) IL COSTUME.

11. Il costume ci si presenta, per quanto ci è possibile rifarne la
storia, sotto due aspetti che possono distinguersi come norme di volere
_individuali_ e _sociali_. Le prime regolano la condotta dell’individuo
nelle sue occupazioni e nelle relazioni cogli altri, le seconde
determinano le forme della convivenza in orda, famiglia, stato e negli
altri legami sociali. Quindi le norme del costume, le individuali non
meno delle sociali, sono legate alla vita sociale dell’uomo; ma quelle
si riferiscono alla condotta del singolo uomo nella società, queste
alla condotta dei componenti la società, nella loro attività _comune_,
determinante le forme della convivenza.

Le norme _individuali_ del costume nei loro inizi ancora oscuri
sono legate all’evoluzione del mito e in una maniera che corrisponde
direttamente al rapporto intercedente tra i motivi interni e l’azione
esterna del volere. Dappertutto dove noi possiamo indagare con una
certa probabilità l’origine di tali costumi, questi si presentano
come residui o come prodotti delle trasformazioni che avvengono in
determinate _forme di culto_. I banchetti funerari e le altre cerimonie
funebri dei popoli civili ricordano il culto primitivo degli antenati;
numerose feste ed usanze legate a determinati giorni, al mutarsi delle
stagioni, al lavoro del campo e alla raccolta sono residui del culto di
demoni e di miti naturali d’altri tempi; l’usanza del saluto nelle sue
diverse forme, mostra la sua origine dalla preghiera, e così via.

Invece le norme _sociali_ del costume generalmente lasciano supporre
come loro motivi originari l’_esigenza delle condizioni di vita_ e gli
istinti della conservazione dell’individuo e della specie, istinti
nelle loro forme di estrinsecazione determinati da quell’esigenza.
Sono per appunto le condizioni di vita esteriori, che originariamente
spinsero l’uomo a foggiarsi vestiti, a costruire abitazioni, a
prepararsi il nutrimento e alle forme di divisione sociale. Così
pure le modificazioni che in questi modi di vita avvengono poi per
graduali trasformazioni delle condizioni naturali e di civiltà, seguono
i precetti di una pratica opportunità. E specialmente qui trovano
posto le primissime forme della convivenza e quei legami sociali più
stretti e più larghi, che da quelle a poco a poco derivano. Così fu
essenzialmente per le esteriori necessità di vita e pel crescente
numero degli individui, che l’orda, nella quale l’uomo viveva
originariamente forse dappertutto, si è divisa in orde subordinate.
Queste costituivano una lega difensiva, che perdurava anche dopo la
separazione; questa lega colle unioni sessuali tra orde separate fu di
spinta alla formazione di famiglie collettive, dalle quali poi ad un
grado ancor più avanzato proviene la famiglia isolata. A misura che le
relazioni, dapprima stabilitesi fra gli individui a seconda del bisogno
del momento, sono assoggettate a una durevole regolarità, l’orda
si trasforma nella forma primitiva dello stato, nella _costituzione
gentilizia_. Da questa solo in un tempo assai più tardo e per lo più
per effetto di imprese guerresche, e perciò di solito ritornando
direttamente a una divisione militare della comunità, è sorta
l’organizzazione _politica_.

12. Come per la lingua e pel mito, così anche pel costume una
_mutazione di significato_ suole modificare questi sviluppi. Nelle
norme _individuali_ del costume, a causa di questa mutazione di
significato avvengono, principalmente _due_ metamorfosi. Nell’una
l’originario motivo mitico va perduto senza che uno nuovo ne prenda
il posto; il costume si mantiene poi solo per esercizio associativo,
in quanto che esso perde il carattere di costrizione e si attenua
nelle sue forme di manifestazione esteriore. Nella seconda metamorfosi
ai fini mitico-religiosi si sostituiscono fini _etico-sociali_. Nel
caso singolo però ambedue le specie di trasformazione possono essere
strettamente legate e precisamente, quando un costume non serve
direttamente a un determinato scopo sociale, come ad es. ciò che
concerne certe regole del garbo, della cortesia, il modo di vestire e
di mangiare e simili, si crea indirettamente un tale scopo sociale,
imperocchè l’esistenza di norme eguali per i membri di una comunità
favorisce la convivenza e perciò anche la comune coltura dello spirito.

La mutazione di significato nelle norme _sociali_ del costume
avviene generalmente in direzione opposta e qui, più che nel caso
antecedente, accanto al valore nuovo suole sussistere il vecchio.
E però la mutazione di significato qui consiste dapprima sempre in
un _allargamento_ del significato, il quale si fonda regolarmente
sul fatto, che all’esigenza delle condizioni di vita si aggiungono,
o presto o tardi, motivi religiosi mitologici. Le norme sorte solo
sotto la costrizione di certi istinti vitali sono concepite come
comandi delle divinità o almeno sono circondate da un culto religioso
che le santifica. Il convito, la costruzione di abitazioni comuni,
i trattati, le alleanze, le dichiarazioni di guerra, le conclusioni
di pace, il fidanzamento, o si collegano al mito, o influiscono per
sè stessi sull’appercezione mitologica, così che da questi costumi
sociali sorgono nuove forme divine. Oscurandosi a poco a poco le
rappresentazioni mitologiche, si ha una mutazione di significato in
senso inverso, imperocchè le manifestazioni religiose che accompagnano
un’usanza, o scompaiono o rimangono come abitudini praticate senza
significato alcuno.

Le indicate trasformazioni psicologiche dei costumi costituiscono nel
tempo stesso la preparazione alla loro diramazione nei tre campi della
vita: il _costume_, il _diritto_, la _moralità_, dei quali i due ultimi
si devono considerare come manifestazioni dei costumi rivolti a scopi
etico-sociali. Lo studio più intimo dei processi di questa evoluzione
e differenziazione appartiene però al campo speciale della psicologia
sociale, e l’esposizione del come sorga il diritto e la morale, spetta
al dominio speciale della storia della civiltà e dell’etica.


_D_) CARATTERE GENERALE DEGLI SVILUPPI RIFLETTENTI LA PSICOLOGIA
SOCIALE.

13 Linguaggio, mito e costume costituiscono sviluppi spirituali tra
loro stessi strettamente legati; essi sono di grande importanza per
la psicologia generale sopratutto per ciò, che in essi, a causa della
loro natura relativamente durevole, è possibile conoscere ed esaminare
certi processi psichici di validità generale in modo più netto che
nelle passeggiere formazioni della coscienza individuale. Oltre a
ciò anco per questa essi costituiscono il presupposto di tutti i
più complessi processi dello spirito, che sono legati specialmente
al linguaggio e nel loro decorso individuale sono dipendenti dalle
leggi del pensiero comune condensate nel linguaggio. In questo senso
si è dovuto già sopra, nella descrizione dei processi dell’analisi
e della sintesi appercettiva, far cenno degli effetti di questi
processi che si esplicano nel linguaggio (pag. 213 e segg.). Come
in questo caso che serve di norma per la coscienza individuale, così
anche negli sviluppi della psicologia sociale i processi psichici che
stanno a base delle manifestazioni osservate, si danno a riconoscere
innanzi tutto per mezzo delle proprietà e delle variazioni delle
_rappresentazioni_ espresse nel linguaggio, mentre pei concomitanti
processi dell’eccitamento sentimentale è possibile giungere a
conclusioni solo indirettamente, partendo dalla totale connessione dei
fatti o ricorrendo a condizioni conosciute.

Come processi essenziali nel campo delle rappresentazioni o sempre
ricorrenti per tutti gli sviluppi di linguaggio, mito e costume,
ci si presentano i tre fenomeni tra loro strettamente legati
del _condensamento_, dell’_oscuramento_, e dello _spostamento
(Verschiebung)_ delle rappresentazioni. Le rappresentazioni si
condensano, in quanto più rappresentazioni in origine separate vengono
riunite da associazioni più volte ripetute o messe in risalto da forti
componenti sentimentali e da ultimo combinate nell’appercezione in un
tutto indivisibile. Ed essendo in questo processo alcuni componenti,
a causa del loro più intenso effetto sentimentale, appercepiti più
chiaramente che altri, questi ultimi si oscurano e possono alfine del
tutto sparire dal prodotto complesso. Per questo succede poi senz’altro
uno spostamento delle rappresentazioni, potendo il loro prodotto
ultimo essere tutto affatto diverso dalla rappresentazione iniziale,
specialmente quando i processi del condensamento e dell’oscuramento
sono successivamente intervenuti più volte e hanno fatto presa sui
componenti variabili. Ci sono soltanto delle modificazioni di questi
processi strettamente combinate, le quali per un lato stanno a base del
mutamento di significato nel linguaggio, per un altro delle metamorfosi
che avvengono nelle rappresentazioni mitologiche e nei costumi; ognuno
di questi processi di trasformazione può alla sua volta far sentire
la sua influenza sugli altri. Così la mutazione di significato delle
parole facilmente produce una modificazione nelle rappresentazioni
mitologiche a quelle legate, e queste per parte loro hanno grande
importanza pel primo processo. Egualmente la lingua mediante
l’interpretazione dei nomi mitologici può produrre direttamente
rappresentazioni mitologiche, oppure queste possono determinare nella
loro direzione la formazione di nomi e di parole.

Per quanto i processi rappresentativi siano i primi a colpirci anco in
tutte le manifestazioni della psicologia sociale, l’analisi psicologica
insegna però che il fattore decisivo, così nell’originaria formazione
delle rappresentazioni come nelle loro graduali trasformazioni, è
costituito dai processi concomitanti di sentimento e di volere e
che questi non sono già processi comunque separabili ma componenti
del totale processo psichico, distinti solo mediante l’astrazione
psicologica. Così quei primitivi gesti fonetici, che noi abbiamo
supposti inizio del linguaggio, devono essere pensati come semplici
azioni impulsive, che tengono dietro ad un’impressione ricca di
sentimento, designandola in una maniera che, o per sè stessa o per il
soccorso di altri gesti, possa essere riconosciuta dai compagni (pag.
242). Ma in modo tutt’affatto speciale le rappresentazioni mitologiche
offrono traccie distinte dell’influenza, che i processi sentimentali
hanno sul modo in cui procede il così incominciato sviluppo del pensare
comune. Qui quell’appercezione personificante del mito si distingue
dalla coscienza evoluta sopratutto per ciò, che non solo le generali
condizioni normali e il contenuto sensibile della rappresentazione
trasmigrano dal soggetto negli oggetti, ma che in questi il soggetto
trasporta anche quel suo complessivo stato di sentimento e di volere. A
chi spera, l’oggetto appare spirito protettore; a chi teme, demone che
incute terrori; nei fenomeni della natura l’uomo vede una volontà, che
corrisponde così all’associazione colle proprie azioni di volere come
al loro effetto sul proprio stato d’animo. Parimenti quei processi,
pei quali le rappresentazioni si condensano, si oscurano e si spostano,
devono in primo luogo essere considerati come sintomi di modificazioni
nello stato sentimentale, le quali producono dapprima un cambiamento di
significato nel mito e nel costume e poi di qui influiscono anche sulla
lingua.

14. Nelle comunità spirituali e in ispecie negli sviluppi di
linguaggio, mito e costume che in esse si producono, ci si offrono
connessioni e relazioni spirituali, alle quali, se si differenziano
dalla connessione delle formazioni nella coscienza individuale, si deve
però, non meno che a questa, attribuire una realtà. In questo senso
la connessione delle rappresentazioni e dei sentimenti per entro una
comunità sociale può essere designata come una _coscienza collettiva_,
e le comuni direzioni di volere come un _volere collettivo_. Non
si deve però dimenticare che questi concetti non significano un
qualche cosa, che esista fuori dei processi di coscienza e di volere
individuali, così come la comunità stessa non è altro che la riunione
dei singoli. Ma questa riunione, in quanto dà prodotti spirituali, pei
quali nell’individuo esistono solo disposizioni appena abbozzate, e in
quanto influisce sullo sviluppo degli individui, è, ad egual diritto
che la coscienza individuale, un oggetto della psicologia. Imperocchè
a questa si presenta necessariamente il còmpito di spiegare quelle
relazioni, dalle quali sorgono i prodotti della coscienza collettiva e
del volere collettivo e le proprietà loro.

    14_a_. I fatti che nascono dall’esistenza delle comunità
  spirituali, sono entrati a far parte del còmpito della psicologia
  solo in questi ultimi tempi. Prima i problemi spettanti a questo
  ordine di fatti erano assegnati o a certe singole scienze dello
  spirito (linguistica, storia, giurisprudenza, e simili), oppure,
  per quanto erano di natura più generale, alla filosofia, cioè
  alla metafisica. Per quel tanto che la psicologia trattava di
  questi problemi, essa, al pari delle singole scienze speciali,
  storia, giurisprudenza, ecc., era per lo più dominata da quel
  punto di vista della psicologia volgare, che tende a considerare,
  per quanto è possibile, tutti i prodotti spirituali della
  comunità come invenzioni volontarie, sin dall’inizio rivolte a
  determinati scopi d’utilità. Questo pensiero trovò la sua massima
  espressione filosofica nella dottrina del “contratto sociale„,
  secondo la quale la comunità spirituale non sarebbe originaria
  e naturale, ma sarebbe da ricondursi all’arbitraria riunione di
  una somma d’individui. Una conseguenza di questa concezione non
  psicologica e affatto infruttuosa di fronte ai problemi della
  psicologia sociale, è che oggi ancora i concetti di una coscienza
  collettiva e di un volere collettivo presentano le più false
  interpretazioni. Invece di considerarli semplicemente come una
  espressione della concordanza e delle relazioni effettivamente
  esistenti tra gl’individui, si crede di scorgere dietro essi
  un qualche essere mitologico, o almeno una sostanza metafisica.
  Che tali opinioni siano stravaganti, dopo quanto si è detto, non
  occorre più in là dimostrare. È però evidente che esse stesse sono
  nate da quell’abusiva applicazione del concetto di sostanza, che
  ha per così lungo tempo dominato la psicologia e che ha condotto a
  ritenere eguali tra loro sostanza e realtà. In questa confusione
  dei concetti si appalesa chiaramente la intima affinità dello
  spiritualismo volgare con quel materialismo che è pur da esso
  combattuto (Confr. a proposito di ciò, § 2, pag. 5 e seg.).



V. — LA CAUSALITÀ PSICHICA E LE SUE LEGGI



§ 22. — Il Concetto dell’anima.


1. Ogni scienza empirica ha per suo prossimo e speciale contenuto
determinati fatti dell’esperienza, dei quali si sforza indagare la
natura e le relazioni reciproche. Per soddisfare a questo còmpito certi
_concetti generali sussidiari_, che non sono direttamente contenuti
nell’esperienza, ma sono conseguiti solo in base ad una elaborazione
logica dell’esperienza stessa, si dimostrano indispensabili, a meno
che si voglia rinunciare senz’altro ad una comprensione dei fatti sotto
punti di vista direttivi. Il più generale concetto sussidiario di tal
natura che ha forza in tutte le scienze empiriche, è il concetto della
_causalità_. Esso trae origine dal bisogno del nostro pensiero di
ordinare tutte le esperienze a noi date secondo cause ed effetti e di
eliminare mediante concetti sussidiari _secondari_, eventualmente di
natura ipotetica, gli ostacoli, che si oppongono a che sia stabilita
in tal modo una connessione logica. In questo senso tutti i concetti
sussidiari che entrano in campo per l’interpretazione di un dominio
dell’esperienza, possono essere considerati come un’applicazione del
principio generale di causalità; essi sono giustificati fintanto che
sono richiesti da questo principio o almeno da esso dimostrati come
probabili; non sono più giustificati quando si presentano come funzioni
arbitrarie che, sorte da un qualsiasi motivo estraneo, nulla portano
all’interpretazione della esperienza.

2. In questo senso il concetto della _materia_ è un concetto
sussidiario fondamentale per la scienza naturale. Nel più largo
significato esso designa il sostrato, che è supposto persistente
nello spazio cosmico e di cui consideriamo effetti tutti i fenomeni
naturali. In questo senso più generale, il concetto di materia è
indispensabile per ogni spiegazione della scienza naturale. Se in tempi
recenti si è cercato di elevare a principio dominante il concetto di
_energia_, non si è con ciò messo da banda il concetto di materia, ma
si è dato ad esso un contenuto diverso. Il concetto acquista questo
altro contenuto solo mediante un secondo concetto sussidiario, che si
riferisce all’_efficienza causale_ della materia. Il concetto della
materia sin qui mantenutosi nella scienza naturale, concetto che si
appoggia alla fisica meccanica di Galileo, si serve per tale concetto
sussidiario del concetto della forza, definita come il prodotto della
massa per l’accelerazione momentanea. Una fisica dell’energia in luogo
di ciò dovrebbe per tutti i campi della scienza valersi del concetto
dell’_energia_ che, nella forma speciale dell’energia meccanica, può
essere definita come la metà del prodotto della massa per il quadrato
della velocità. Ma avendo tanto l’energia quanto la forza sede nello
spazio oggettivo e potendo sotto determinate condizioni così i punti
dai quali parte l’energia, come i punti dai quali parte la forza
variare di luogo nello spazio, il concetto della materia, come quello
di un sostrato contenuto nello spazio, continua a sussistere in ambedue
i casi, e l’unica differenza, senza dubbio importante, rimane questa,
che prendendo come sussidiario il concetto della forza, si presuppone
la riducibilità di tutti i fenomeni naturali a processi meccanici di
movimento, mentre ricorrendo al concetto dell’energia si attribuisce
alla materia, oltre alla proprietà del movimento per immutate forme
di energia, anche la proprietà, che pur conservandosi immutata la
grandezza d’energia, forme di energia qualitativamente diverse si
possono trasformare le une nelle altre.

3. Allo stesso modo che il concetto della materia è un concetto
sussidiario della scienza naturale, quello dell’_anima_ è un concetto
sussidiario della psicologia. Anch’esso è indispensabile, perchè noi
abbisogniamo di un concetto abbracciante la totalità delle esperienze
psichiche svolgentisi in una coscienza individuale; anche qui però
il contenuto del concetto dipende naturalmente in tutto dagli altri
concetti sussidiari, che meglio dànno a conoscere la natura della
causalità psichica. Nella determinazione di questo contenuto la
psicologia ha diviso le sorti della scienza naturale in ciò, che
il concetto dell’anima, così come quello della materia, è derivato
dapprima non tanto dal bisogno empirico di spiegazione quanto
dall’aspirazione ad una fantastica costruzione dell’universale sistema
cosmico. Ma mentre la scienza naturale ha già da lungo tempo sorpassato
questo stadio mitologico della formazione dei concetti e si è servita
di alcune idee sorte in esso per avere determinati punti di partenza ad
una concezione metodicamente più stretta, nella psicologia il concetto
mitologico-metafisico dell’anima ha conservato il suo dominio sino a
tempi recentissimi e in parte ancora vi domina. Esso serve non come un
generale concetto sussidiario, che debba in primo luogo raccogliere
i fatti psichici e in secondo luogo dare la causale interpretazione
di essi, ma come un espediente per avviarsi, per quanto è possibile,
ad una generale rappresentazione cosmica, abbracciante egualmente la
natura e l’essere individuale.

4. In questa esigenza mitologico-metafisica trova le sue radici il
_concetto della sostanzialità dell’anima_ nelle sue diverse forme.
Se anche nella sua evoluzione non sono mai mancati tentativi di
soddisfare, per quanto era possibile, alle esigenze di una spiegazione
causale dei fatti psichici, tali tentativi sono però sempre sorti solo
posteriormente; e non si può disconoscere che l’esperienza psicologica,
indipendentemente da quei motivi metafisici ad essa estranei, non
avrebbe mai condotto a un concetto dell’anima come sostanza, e che
questo concetto ha senza dubbio reagito dannosamente, sulla concezione
dell’esperienza. L’opinione, ad es., che tutti i contenuti psichici
siano rappresentazioni e che le rappresentazioni siano oggetti più
o meno stabili, a fatica si potrebbe intendere ove non fossero tali
presupposizioni. Che questo concetto della sostanzialità sia realmente
estraneo alla psicologia, lo dimostra anche il nesso stretto, in cui il
concetto della sostanzialità dell’anima sta col concetto della sostanza
materiale. Il primo o viene considerato affatto identico al secondo,
oppure viene considerato come un concetto speciale, nel quale però
i più generali caratteri formali riconducono a una determinata forma
della materia, cioè all’_atomo_.

5. Si possono quindi distinguere _due_ aspetti del concetto della
sostanzialità dell’anima, che corrispondono ai due indirizzi
della psicologia metafisica distinti nel § 2 (pag. 5 e segg.); il
_materialistico_, che considera i processi psichici come effetti della
materia o di certe complessità materiali, quali le parti costituenti il
_cervello_, e lo _spiritualistico_, che considera i processi psichici
come stati o modificazioni di un’essenza inestesa, indivisibile,
persistente, avente una specifica natura spirituale. In questo caso, o
anche la materia è poi pensata consistere di atomi simili ma di grado
inferiore (spiritualismo monistico o monadologico), oppure l’atomo
dell’animo è ritenuto specificamente diverso dalla vera materia
(spiritualismo dualistico). (Confr. pag. 6).

In ambedue le forme, nella materialistica e nella spiritualistica, il
concetto di sostanza non si presta all’interpretazione dell’esperienza
psicologica. Il materialismo mette da banda la psicologia, o per
sostituirle una imaginaria fisiologia cerebrale dell’avvenire, oppure,
fintanto che si dibatte in teorie, per mettere innanzi dubbie e
insufficienti ipotesi sulla fisiologia del cervello. Rinunciando questa
concezione a una vera psicologia, si comprende come essa debba in tutto
e per tutto rinunciare anche al còmpito di dare un buon fondamento
alle _scienze dello spirito_. Lo spiritualismo lascia bensì sussistere
la psicologia come tale, ma egli fa sì che la reale esperienza sia
alla mercè di ipotesi metafisiche affatto arbitrarie, le quali turbano
la spregiudicata osservazione dei processi psichici. Infatti questo
inconveniente si manifesta in ciò, che questo indirizzo metafisico
stabilisce inesattamente il còmpito della psicologia, designando
l’esperienza esterna ed interna come campi affatto eterogenei, benchè
abbiano fra loro qualche relazione esteriore.

6. Ora, come già fu messo in chiaro al § 1 (pag. 2), tanto l’esperienza
della scienza naturale quanto quella della psicologia sono ambedue le
parti costitutive di _un’unica_ esperienza che viene considerata da
punti diversi: là, come una connessione di fenomeni oggettivi e quindi,
a causa dell’astrazione dal soggetto conoscente, come _esperienza
mediata_, qui invece come _esperienza immediata_ ed _originaria_.

Riconosciuto questo rapporto, al posto del _concetto della
sostanzialità, il concetto dell’attualità_ si presenta di per sè
stesso come quello che solo ci può dare la comprensione dei processi
psichici. Dal fatto, che il punto di vista psicologico è l’integrazione
di quello della scienza naturale, in quanto il primo ha per proprio
contenuto l’immediata realtà dell’esperienza, segue naturalmente che
nella considerazione dei fatti psichici non possono trovare posto
ipotetici concetti sussidiari, come quelli che diventano necessari
nella scienza naturale a causa della nozione di un oggetto indipendente
dal soggetto. In questo senso il concetto dell’attualità dell’anima
non è affatto un concetto che abbisogni, come quello della materia,
di attributi ipotetici per essere meglio definito nel suo contenuto;
che anzi esso esclude di bel inizio tali elementi ipotetici, in quanto
designa come essenza dell’anima l’immediata realtà dei processi. Ma
poichè un’importante parte di questi processi, cioè la totalità degli
oggetti rappresentabili, forma nel tempo stesso l’oggetto di studio
della scienza naturale, con ciò è anche detto che sostanzialità e
attualità sono concetti, i quali si riferiscono ad una medesima
esperienza generale, da ciascuno di essi considerata solo sotto
un punto di vista essenzialmente diverso. Se considerando il mondo
dell’esperienza noi facciamo astrazione dal soggetto conoscente, questo
mondo dell’esperienza ci appare come una varietà di sostanze che stanno
tra loro in relazione reciproca; se noi invece consideriamo il mondo
dell’esperienza come il totale contenuto dell’esperienza del soggetto,
inchiudente il soggetto stesso, questo mondo dell’esperienza ci appare
come una varietà di avvenimenti tra loro stessi collegati. Essendo
là i fenomeni appresi come _esterni_ nel senso, che essi avrebbero
egualmente luogo senza variazioni di sorta anche se il soggetto
conoscente non fosse presente, la forma dell’esperienza propria della
scienza naturale viene anche detta l’esperienza _esterna_. Invece nel
secondo caso, essendo tutti i contenuti dell’esperienza considerati
come posti immediatamente nel soggetto stesso, il punto di vista che la
psicologia usa nella considerazione dell’esperienza, viene anche detto
dell’esperienza _interna_. In questo senso pertanto esperienza esterna
ed interna equivalgono in tutto a forma mediata ed immediata, oppure
anche oggettiva e soggettiva dell’esperienza. Esse designano, proprio
allo stesso modo che queste ultime espressioni, non dominî diversi
dell’esperienza, ma punti di veduta diversi e pur integrantisi, che si
hanno nel modo di considerare l’esperienza in sè perfettamente unica.

7. Che di questi modi di considerare l’esperienza quello della
scienza naturale si sia sviluppato prima dell’altro, è cosa che si
comprende facilmente, se si tien conto dell’interesse pratico che si
lega alla determinazione dei regolari fenomeni naturali, pensati come
indipendenti dal soggetto; che poi questa priorità della conoscenza
naturale per lungo tempo apportasse nel modo di considerazione della
scienza naturale e in quello della psicologia confusione ed oscurità,
quali si manifestarono nei diversi concetti psicologici di sostanza,
era cosa quasi inevitabile. Per questa ragione la riforma delle
concezioni fondamentali, che cerca la particolarità del còmpito della
psicologia non nella diversità del dominio empirico, ma nel modo di
apprendere tutti i contenuti dell’esperienza a noi dati nella loro
realtà immediata, non alterata da ipotetici concetti sussidiari, tale
riforma non ha prese le prime mosse dalla psicologia, ma dalle _singole
scienze dello spirito_. A queste la considerazione dei processi
psichici sotto il punto di veduta del concetto dell’attualità era da
lungo tempo famigliare prima che essa trovasse adito nella psicologia.
La ragione della diversità, in sè inammissibile, esistente tra la
psicologia e le scienze dello spirito riguardo alle idee fondamentali
si deve cercare in ciò, che la psicologia fino ad ora ha adempiuto
soltanto in piccola parte al còmpito di essere fondamento alla totalità
delle scienze dello spirito.

8. Dal punto di vista del concetto dell’attualità viene a comporsi
una grossa questione, che per lungo tempo tenne divisi i sistemi
metafisici di filosofia; la questione intorno al _rapporto tra corpo
ed anima_. Se corpo ed anima sono ambedue considerati sostanze,
quel rapporto rimane un enigma, qualunque sia la determinazione dei
concetti delle due sostanze. Se si tratta di sostanze omogenee, il
diverso contenuto dell’esperienza naturale e di quella psicologica
riesce incomprensibile e non resta che a negare interamente il valore
indipendente di una di queste due forme di conoscenza. Se si tratta di
sostanze eterogenee, la loro connessione è un continuo miracolo. Ora
dal punto di vista della teoria dell’attualità la realtà immediata dei
fenomeni è contenuta nell’esperienza psicologica. Il nostro concetto
fisiologico dell’organismo corporeo non è altro che una parte di
questa esperienza, una parte che, al pari di tutti gli altri contenuti
d’esperienza delle scienze naturali, noi abbiamo ottenuta in base
al presupposto di un oggetto indipendente dal soggetto conoscente.
Certi componenti dell’esperienza mediata possono corrispondere a
certi altri dell’esperienza immediata, senza che per ciò l’una debba
essere ricondotta all’altra o da essa derivata. Una tale derivazione
è anzi per sè stessa esclusa a causa del punto di considerazione nei
due casi pienamente diverso. Forse la circostanza, che qui non sono
dati, rispetto ad una medesima esperienza, oggetti diversi, ma solo
punti di vista diversi, porta con sè la conseguenza, che fra i due
esistano relazioni generali. Ma si consideri anche da un lato, che
esiste un numero infinitamente grande di oggetti, i quali sono per noi
accessibili solo sotto la forma dell’esperienza mediata, cioè mediante
le scienze naturali: a questa classe appartengono tutti gli oggetti,
che noi non siamo costretti ad apprendere come sostrati fisiologici
di processi psichici; e dall’altro lato, che esiste un numero non
minore di fatti, che ci sono offerti solo nella forma dell’esperienza
immediata e psicologica: a questa classe appartiene nella nostra
coscienza soggettiva tutto ciò che non possiede il carattere di un
oggetto di rappresentazione, cioè di un contenuto che viene riferito
direttamente ad oggetti esterni.

9. Conseguenza di questo rapporto è, che tutti i fatti, i quali,
essendo parti costitutive di un’esperienza unica, considerate solo ad
ogni volta da una posizione diversa, contemporaneamente appartengono
all’esperienza mediata propria delle scienze naturali e all’immediata
propria della psicologia, sono in relazione tra loro, imperocchè
entro questo dominio, ad ogni elementare processo dal lato psichico
deve anche corrispondere un processo dal lato fisico. Questa legge è
detta il _principio del parallelismo psico-fisico_. E questo nel suo
significato empirico-psicologico è assolutamente diverso da certe
leggi metafisiche che, se talora sono designate col medesimo nome,
hanno in verità tutt’altro valore. Questi principi metafisici stanno
sul terreno dell’ipotesi di una sostanza psichica e cercano sciogliere
il problema delle relazioni tra corpo ed anima o ammettendo _due
_ sostanze reali, le proprietà delle quali siano bensì diverse ma
procedano nelle loro modificazioni parallelamente, oppure supponendo
_una sola_ sostanza con due attributi diversi, le modificazioni dei
quali dovrebbero essere corrispondenti. In ognuna di queste forme il
principio metafisico del parallelismo si fonda sulla proposizione:
ad ogni fatto fisico corrisponde un fatto psichico, e viceversa;
oppure anche: il mondo dello spirito non è che uno specchio del
mondo corporeo, e il corporeo una realizzazione oggettiva del mondo
dello spirito. Questa proposizione è però una supposizione affatto
indimostrabile e arbitraria; essa nelle sue applicazioni psicologiche
porta ad un intellettualismo, che sta in contraddizione con ogni
esperienza. Per contro il principio psicologico, come sopra è stato
formulato, parte dal fatto, che esiste _una sola_ esperienza, la quale
però, quando diventa contenuto di un’analisi scientifica, ammette
in certe sue parti una _doppia_ forma di considerazione scientifica;
una _mediata_, che studia gli oggetti delle nostre rappresentazioni
nelle loro reciproche relazioni oggettive, ed una _immediata_, che
li studia nella loro natura intuitiva in relazione a tutti gli altri
contenuti d’esperienza del soggetto conoscente. Fintanto che vi sono
oggetti, i quali siano assoggettati a questa doppia considerazione, il
principio psicologico del parallelismo esige una relazione generale
tra i processi dei due lati. Questa esigenza è appoggiata dal fatto,
che in questi casi ambedue le forme dell’analisi si riferiscono in
realtà ad un medesimo contenuto d’esperienza. Da questo risulta che
il principio psicologico del parallelismo _non_ può, per la natura
stessa della cosa, riferirsi a tutti quei contenuti d’esperienza,
che sono soltanto oggetti dell’analisi della scienza naturale e
neppure a quelli che formano il carattere specifico dell’esperienza
psicologica. A quest’ultimi appartengono le particolari _forme di
connessione e relazione degli elementi psichici e delle formazioni
psichiche_. A queste forme andranno bensì parallele connessioni di
processi fisici, imperocchè sempre, quando una connessione psichica
mostra una coesistenza od una successione regolare di processi
fisici, questi devono direttamente o indirettamente stare egualmente
in un nesso causale: questo nesso però non può contenere nulla del
particolare contenuto della connessione psichica. Gli elementi, ad
es., che costituiscono una rappresentazione di spazio o di tempo,
staranno anche nei loro sostrati fisiologici in un regolare rapporto di
coesistenza o di successione; oppure agli elementi rappresentativi, dei
quali si compone il processo della relazione e della comparazione di
contenuti psichici, corrisponderanno certe combinazioni di eccitamenti
fisiologici, le quali egualmente si ripetono ad ogni riprodursi di
quei processi psichici. Ma quei processi fisiologici non potranno
nulla contenere di tutto ciò che costituisce la natura psichica delle
rappresentazioni di spazio e di tempo, dei processi di relazione e di
comparazione, perchè nell’analisi della scienza naturale è di proposito
fatta astrazione da tutto ciò che va unito a quei processi fisiologici.
Ne deriva inoltre che anche i _concetti di valore e di fine_, alla
formazione dei quali si adoprano le connessioni psichiche e i contenuti
sentimentali che sono con quelli in relazione, stanno affatto fuori
della sfera dei contenuti d’esperienza che possono essere ordinati
sotto il principio del parallelismo. Le forme delle combinazioni,
che ci si presentano nei processi di fusione, nelle associazioni e
nelle combinazioni appercettive, come pure i valori che spettano ad
esse nella connessione totale dello sviluppo psichico, possono essere
riconosciuti solo mediante un’analisi _psicologica_, allo stesso modo
che i fenomeni oggettivi di gravità, suono, calore, e così via, o i
processi del sistema nervoso sono accessibili solo ad un’analisi fisica
o fisiologica, cioè che operi coi concetti sussidiari di sostanza
proprii della conoscenza naturale.

10. In tal modo il principio del parallelismo psico-fisico
nel significato _empirico-psicologico,_ che ad esso spetta
indiscutibilmente, conduce anche di necessità a riconoscere una
_causalità psichica indipendente_. Questa presenta bensì dappertutto
relazioni alla causalità fisica e non può mai cadere con essa in
contraddizione, ma ne deve tuttavia essere diversa di tanto, di quanto
il punto di vista dell’esperienza immediata soggettiva, proprio della
psicologia, differisce da quello dell’esperienza mediata, oggettiva
per astrazione, che vale per la scienza naturale. Come la natura della
causalità fisica ci si scopre solo nelle _leggi fondamentali della
natura_, così solo cercando di astrarre dalla totalità dei processi
psichici certe _leggi fondamentali dei processi psichici_, noi potremo
renderci conto della speciale natura della causalità psichica. Tali
leggi fondamentali possono essere distinte in due classi. Le une si
manifestano sopratutto nei processi, sui quali hanno il loro fondamento
il sorgere e l’immediata relazione delle formazioni psichiche; noi le
diciamo _leggi psicologiche di relazione_; le altre sono di natura
derivata, consistendo esse in effetti composti, che queste leggi di
relazione producono combinandosi dentro serie sempre più estese di
fatti psichici; noi le diciamo _leggi psicologiche di evoluzione_.
Per giungere a un giusto apprezzamento di queste leggi, che in seguito
esamineremo, è necessario riflettere che il loro valore, allo stesso
modo che quello delle più generali leggi naturali, riposa non tanto
sulla loro forma astratta quanto sul numero delle loro applicazioni;
così per l’appunto come il principio d’inerzia per sè solo considerato
si dimostra una proposizione povera, e il suo valore si manifesta solo
nelle singole applicazioni meccaniche e fisiche.



§ 23. — Le leggi psicologiche di relazione.


1. _Tre_ generali leggi psicologiche di relazione noi distinguiamo e le
diciamo leggi delle _risultanti psichiche_, delle _relazioni psichiche_
e dei _contrasti psichici_.

2. La _legge delle risultanti psichiche_ si dimostra nel fatto,
che ogni formazione psichica presenta proprietà, le quali, dopo che
sono date, possono bensì essere conosciute dalle proprietà dei suoi
elementi, ma non devono in nessun modo essere considerate semplicemente
come la somma delle proprietà degli elementi. Una connessione di toni,
tanto nelle sue proprietà rappresentative quanto nelle sentimentali,
è più che una semplice somma di singoli toni. Nelle rappresentazioni
di spazio e di tempo l’ordine spaziale e temporale è bensì fondato
in maniera regolare sulla cooperazione degli elementi che formano
queste rappresentazioni, ma quegli ordini non possono in nessun caso
essere considerati come proprietà che siano già inerenti agli elementi
di sensazione. Le teorie nativistiche che presuppongono questo, si
avvolgono in una inestricabile contraddizione e, ammettendo nelle
originarie intuizioni di spazio e di tempo successive modificazioni
in seguito a determinate influenze dell’esperienza, ammettono sino
ad un certo limite un nuovo sorgere di proprietà. Infine per le
funzioni appercettive, per l’attività fantastica e intellettiva la
medesima legge si esplica in una forma perspicua, non solo in quanto
i componenti collegati da sintesi appercettiva a lato al significato
che possiedono nello stato isolato, ne acquistano uno nuovo nella
rappresentazione totale sorgente dalla loro connessione, ma anche
in quanto la stessa rappresentazione totale è un nuovo contenuto
psichico, che è bensì reso possibile da quei componenti, ma non è in
essi contenuto. Questo appare nel modo più evidente nei più complessi
prodotti di sintesi appercettiva, nell’opere d’arte, nella connessione
logica del pensiero.

3. Nella legge delle risultanti psichiche si esplica per tal modo
un principio che noi, avuto riguardo agli effetti che ne risultano,
designiamo come un _principio di sintesi creatrice_. Ammesso per le
più alte creazioni dello spirito, non è stato per lo più abbastanza
tenuto in conto per la totalità degli altri processi psichici; che anzi
è stato completamente travisato da una falsa confusione, colle leggi
della causalità fisica. Ed è per una simile confusione, che si è voluto
trovare una contraddizione tra il principio della sintesi creatrice
nel dominio dello spirito e le più generali leggi della natura,
specialmente con quella della conservazione dell’energia. Una tale
contraddizione e già sin dal principio esclusa, perchè i punti di vista
coi quali si giudicano e quindi anche si determinano le misure, sono
nei due casi diversi e devono esserlo, constando la scienza naturale e
la psicologia non di diversi contenuti d’esperienza ma di un medesimo
contenuto considerato da lati diversi (§ 1, pag. 2). Le determinazioni
fisiche di misura si riferiscono a _masse, forze, energie oggettive_;
tutti questi concetti sussidiari, all’astrazione dei quali noi siamo
costretti dal modo di giudicare l’esperienza oggettiva, ubbidiscono
a leggi generali, le quali, essendo tutte desunte dall’esperienza,
non possono essere in antagonismo con nessuna esperienza singola. Al
contrario le determinazioni psichiche di misura, le quali entrano in
campo quando si paragonino i componenti psichici colle loro risultanti,
si riferiscono a _valori_ e a _fini soggettivi_. Il valore soggettivo
di un tutto può crescere, il fine di esso può essere speciale e più
completo rispetto a qualsiasi dei suoi componenti, senza che per ciò
le masse, le forze e le energie subiscano modificazioni alcune. I
movimenti muscolari che si compiono in un atto esterno di volere,
i processi fisici che accompagnano le rappresentazioni sensitive,
le associazioni e le funzioni appercettive, ubbidiscono in un modo
immutabile al principio della conservazione dell’energia. Ma per
grandezze di questa energia conservatisi eguali, i valori e i fini
psichici in essa rappresentati possono essere di assai diversa
grandezza.

4. La misura _fisica_, come risulta da queste differenze, ha da
fare con _grandezze quantitative di valori_, cioè con grandezze
che permettono una graduazione di valori solo in base ai rapporti
quantitativi dei fenomeni misurati. Per contro la misura _psichica_ in
ultima istanza si riferisce sempre a _grandezze qualitative di valori_,
cioè a valori che possono essere graduati solo avuto riguardo alla
loro natura qualitativa. Per ciò che concerne la produzione di gradi
di valore, alla capacità di produrre effetti puramente _quantitativi_,
che noi designiamo _grandezza d’energia fisica_, può contrapporsi
come _grandezza d’energia psichica_ la capacità di produrre effetti
_qualitativi_.

Ciò presupposto, non solo un _accrescimento dell’energia psichica_ può
andar unito a una _costanza dell’energia fisica_, quale è accettata
in una considerazione dell’esperienza secondo la scienza naturale, ma
ambedue costituiscono per l’appunto le misure integrantisi a vicenda,
colle quali noi giudichiamo la nostra esperienza nella sua totalità.
Imperocchè l’accrescimento dell’energia psichica cade in giusta luce
solo per ciò, che esso costituisce il rovescio dal lato psichico
della costanza fisica. Del resto questo principio dell’accrescimento
dell’energia psichica come è indeterminato nella sua espressione,
potendo essere la misura straordinariamente diversa per condizioni
diverse, così è valido solo nella _presupposizione della continuità dei
processi psichici_. E a questa, come suo correlativo psicologico che
si presenta in modo non dubbio nell’esperienza, si contrappone il fatto
dello _sparire di valori psichici_.

5. La _legge delle relazioni psichiche_ costituisce un complemento alla
legge delle risultanti, imperocchè essa non si riferisce al rapporto,
che i componenti di una connessione psichica hanno al contenuto di
valori che si esplica in questa connessione, ma al rapporto reciproco
dei singoli componenti. Mentre la legge delle risultanti vale pei
processi sintetici della coscienza, la legge delle relazioni vale per
quelli analitici. Ogni scomposizione di un contenuto di coscienza nelle
sue singole parti, quale avviene dapprima già nelle rappresentazioni
sensitive e nelle associazioni, per l’apprendimento successivo delle
parti di un tutto rappresentato, solo in un modo generale, e poi, in
forma più chiara, per la divisione delle rappresentazioni totali, è
un atto d’analisi di relazione. Egualmente ogni appercezione è un
processo analitico, in cui due fattori si possono distinguere: il
risalto di un singolo contenuto e la delimitazione di esso rispetto
agli altri. Sul primo fattore si fonda la _chiarezza_, sul secondo
la _distintezza_ dell’appercezione (pag. 169). Da ultimo la legge
delle relazioni trova la sua più completa espressione nei processi
_dell’analisi appercettiva_ e nelle funzioni più semplici che sono
fondamento di questi processi, nelle funzioni della _relazione_ e della
_comparazione_ (pag. 203 e segg.). In queste ultime specialmente, il
principio, che ogni singolo contenuto riceve il suo significato dai
rapporti, nei quali si trova rispetto agli altri contenuti psichici,
si dimostra come l’essenziale contenenza delle leggi delle relazioni.
Quando i rapporti di un contenuto agli altri ci si presentano come
_rapporti di grandezze_, allora il suddetto principio assume la forma
di un principio della _comparazione relativa di grandezze_, quale si
esplica nella _legge di Weber_ (pag. 206).

6. Alla sua volta la _legge dei contrasti psichici_ viene a completare
quella delle relazioni; imperocchè al pari di questa, essa si riferisce
ai rapporti dei contenuti psichici tra loro. Questa legge trova il
suo fondamento nella distinzione fondamentale dei contenuti immediati
d’esperienza in oggettivi e soggettivi. In questa distinzione, che
è dovuta alle vere condizioni dell’evoluzione psichica, i contenuti
soggettivi abbracciano tutti quegli elementi che, come i sentimenti
e le emozioni, si presentano quali parti essenziali dei _processi di
volere_. In quanto questi contenuti soggettivi d’esperienza si ordinano
complessivamente secondo _contrari_, ai quali corrispondono le già
accennate (pag. 68) direzioni principali dei sentimenti, piacere e
dispiacere, eccitamento e inibizione, tensione e sollievo, questi
contrari nel loro avvicendarsi ubbidiscono nel tempo stesso alla
_legge generale del rinforzamento per contrasto_. Questa legge però
nell’applicazione concreta è anche determinata da speciali condizioni
di tempo, da un lato abbisognando ad ogni stato soggettivo un certo
tempo pel suo sviluppo, dall’altro potendo una troppo lunga durata per
ogni stato soggettivo che abbia raggiunto il suo massimo, affievolire
la facoltà di produrre il rinforzamento per contrasto. Questo fatto si
connette coll’altro, che per tutti i sentimenti e le emozioni esiste
una certa misura media della velocità, misura del resto mutevole in
vario modo, la quale è la più favorevole per la loro intensità.

La legge di contrasto, se ha la sua origine nelle proprietà dei
contenuti soggettivi dell’esperienza psichica, passa però da questi
anche alle rappresentazioni e ai loro elementi, imperocchè le
rappresentazioni e i loro elementi sono accompagnati da sentimenti
più o meno pronunciati, siano questi connessi al contenuto delle
rappresentazioni singole oppure al modo delle loro combinazioni di
spazio e di tempo. In tal guisa il principio del rinforzamento per
contrasto trova la sua applicazione anche a certe sensazioni della
vista, come pure alle rappresentazioni di spazio o di tempo.

7. La legge dei contrasti sta in più stretta relazione alle due leggi
precedenti. Da un lato essa può considerarsi come una applicazione
della legge generale di relazione al caso speciale, in cui i contenuti
psichici, posti in relazione fra loro, si muovono tra contrari.
Per altro lato il fatto, che cade sotto la legge del contrasto, del
possibile rinforzamento di processi psichici tra loro in direzione
opposta, costituisce una speciale applicazione del principio della
sintesi creatrice.



§ 24. — Le leggi psicologiche di evoluzione.


1. Alle tre leggi di relazione si contrappongono altrettante leggi di
evoluzione, le quali possono considerarsi anche come le applicazioni
delle prime a connessioni psichiche più estese. Noi le diciamo legge
dell’_accrescimento spirituale_, legge _dell’eterogenesi dei fini_, e
legge dello _sviluppo per contrari_.

2. La _legge dell’accrescimento spirituale_ non è, come qualsiasi
altra delle leggi psicologiche di evoluzione, applicabile a tutti i
contenuti dell’esperienza psichica. Essa è valida piuttosto sotto la
condizione limitata, sotto la quale è valida la legge delle risultanti,
di cui è un’applicazione, cioè sotto il presupposto delle continuità
dei processi (vedi sopra pag. 265). Presentandosi però le circostanze,
che impediscono la realizzazione di questa condizione, assai più di
frequente, come è facile capire, negli sviluppi spirituali abbraccianti
un grande numero di sintesi psichiche che nelle sintesi singole, la
legge dell’accrescimento spirituale può essere dimostrata solo in
determinati sviluppi, che si compiono in condizioni normali e anche
qui solo entro certi limiti. Entro questi limiti però i più estesi
sviluppi, ad es., lo sviluppo psichico del singolo uomo normale,
lo sviluppo di comunità spirituali, hanno evidentemente fornito le
primissime prove della legge fondamentale delle risultanti, che sta a
base di questi sviluppi.

3. La _legge dell’eterogenesi dei fini_ sta in strettissima connessione
colla legge delle relazioni, ma si fonda anche sulla legge delle
risultanti, che sempre deve insieme essere presa in considerazione
nel caso di una grande connessione di sviluppi psichici. Nel fatto
essa può essere considerata come un principio d’evoluzione, il quale
regge le modificazioni che sorgono a causa di successive sintesi
creatrici nelle relazioni tra i singoli contenuti parziali delle
formazioni psichiche. In quanto le risultanti di processi psichici
affini inchiudono contenuti che non erano presenti nei componenti,
questi nuovi contenuti entrano tuttavia in relazione coi componenti
precedenti, così che ne restano modificate le relazioni tra questi
primi componenti e in conseguenza di ciò anche le risultanti di nuova
origine. Questo principio di relazioni progressivamente mutantisi si
manifesta nel modo più evidente, quando in base alle relazioni date
si forma una _rappresentazione del fine_. Imperocchè la relazione dei
singoli fattori tra loro viene considerata come una connessione di
mezzi, per la quale il prodotto risultante ha il valore di fine cui
si mira. Pertanto il rapporto degli _effetti_ al fine rappresentato
qui si presenta in modo che in quei primi effetti sono sempre dati
ancora effetti secondari, i quali se non erano pensati nelle precedenti
rappresentazioni del fine, entrano tuttavia in nuove serie di motivi, e
per tal guisa o modificano i fini già presenti o ad essi ne aggiungono
di nuovi.

Il principio dell’eterogenesi dei fini regge nel suo più generale
significato tutti i processi psichici; ma nella particolare veste
teleologica che ad esso ha dato il nome, si trova innanzi tutto nel
campo dei _processi di volere_, perchè in questi le rappresentazioni
del fine accompagnate da motivi sentimentali hanno capitale importanza.
E però fra i dominî applicati della psicologia l’_etica_ è appunto
quella, per la quale il principio in parola ha il maggior valore.

4. La _legge dello sviluppo per contrari_ è un’applicazione della
legge del rinforzamento per contrasto a connessioni più estese, che si
dispongono in ordine di sviluppo. Queste connessioni, così ordinate,
sono, per effetto della fondamentale legge di relazione di tal natura,
che i sentimenti e gl’impulsi aventi dapprima una piccola intensità
l’accrescono gradatamente a causa del contrasto coi sentimenti di
opposta qualità predominanti per un certo tempo, finchè in tal guisa
riescono a sopraffare i motivi sino allora prevalenti e tengono essi
stessi il predominio per un tempo più o meno lungo. E allora la stessa
vicenda può ripetersi ancora una volta o perfino più volte. In tali
oscillazioni però anche il principio dell’accrescimento spirituale
e quello dell’eterogenesi dei fini entrano di solito in azione così
che le fasi successive sono bensì simili nella generale direzione
del sentimento alle fasi omogenee precedenti, ma sogliono essere
essenzialmente diverse nei loro singoli componenti.

La legge dello sviluppo per contrari si dimostra già nello sviluppo
spirituale dell’individuo, in parte con maniere individualmente
varianti entro brevi estensioni di tempo, in parte però anche con
una certa generale regolarità nel rapporto reciproco dei singoli
periodi di vita. In questo senso si è assai da lungo tempo osservato
che i temperamenti prevalenti in diverse età della vita offrono certi
contrasti. E però la facile, ma per lo più superficiale eccitabilità
sanguigna dell’età infantile passa nel temperamento del giovane,
più tardo all’impressioni, ma più ritentivo e talora oscurato da
traccie di melanconia. Succede l’età virile pel suo carattere maturo
generalmente pronta ed energica, nel decidere e nell’agire; da
ultimo lenta si avanza la vecchiaia colla sua natura proclive a una
quiete contemplativa. Ma il processo dei contrari più che nella vita
individuale si esplica nella vita sociale e storica, nell’alternarsi
delle correnti intellettuali, e nelle reazioni loro sulla civiltà,
sui costumi, sull’evoluzioni sociali e politiche. Come il principio
dell’eterogenesi dei fini è di massima importanza per la vita _morale_,
così quello dello sviluppo per contrari ha sopratutto valore per il
campo più generale della vita _storica_.


NOTE:

[1] _Scienze dello spirito_. Questa espressione che più letteralmente
traduce la tedesca: _Geisteswissenschaften_, corrisponde a quella più
comune, ma forse meno precisa, di _scienze morali_ (_N.d.T._)

[2] _Erfahrungswissenschaft_.

[3] Il termine _Völkerpsycologie_ traduco sempre con _psicologia
sociale_. (_N.d.T._).

[4] _Verdinglichung_. Altrove l’A. ritornando su questo concetto parla
di “dingliche Realität„ (v. II, § 8, 1). (_N.d.T._)

[5] _Klarheit und Dunkelheit — Deutlichkeit und Undeutlichkeit_.
Il valore speciale che Wundt dà a queste espressioni è a lungo
e nitidamente spiegato nelle _Vorlesungen über Menschen- und
Thierseele_(3 Aufl. 1897), Vorles. 16, pag. 270-71. In generale si
può dire che Wundt indichi con _klar_ una rappresentazione per la sua
propria qualità, _deutlich_ invece una rappresentazione avuto riguardo
alla determinatezza della sua delimitazione di fronte alle altre
rappresentazioni. (_N.d.T_).

[6] Si ricordi che “sentimento„ in tedesco è _Gefühl_, radicalmente
identico a _fühlen_ che nel suo primo significato vale: tastare.
Ho dovuto mantenere nel testo della traduzione le parole tedesche,
perchè, portate nella lingua italiana, l’osservazione perde di valore.
(_N.d.T_.).

[7] Matematicamente le vibrazioni pendolari sono designate anche come
_vibrazioni sinoidali_, perchè la deviazione dallo stato di equilibrio
è in ogni istante proporzionale al seno del tempo trascorso.

[8] Qui si deve certamente osservare che la vera coincidenza di queste
sensazioni può essere dimostrata empiricamente solo per il minimo
del chiarore. Gradi di chiarore che si accostano al massimo riescono
all’occhio così abbaglianti, che in generale è necessario appagarsi di
una dimostrazione pei gradi avvicinantisi al bianco.

[9] Alcuni dotti, cadendo nello stesso errore di concludere intorno
alle sensazioni in base alle determinazioni linguistiche, ritennero
che la sensazione bleu si sia sviluppata più tardi che le altre
sensazioni di colore, perchè, ad es., in Omero la designazione del bleu
coincide con quella di “oscuro„. L’esame della sensibilità di colori
nei popoli selvaggi, presso i quali la distinzione linguistica è assai
più deficiente che non fosse presso i greci di Omero, ha dimostrato ad
esuberanza l’insostenibilità assoluta di questa opinione.

[10] Alcuni fisici credevano veramente di trovare in questa relazione
un comportamento analogo a quello dei suoni più alti, pereto ad
ogni tono nella sua ottava ritorna un tono affine ad esso. Ma questa
affinità dell’ottava non esiste, come più sotto vedremo (§ 9) per le
sensazioni semplici di suono, bensì essa si fonda sul reale consonare
del tono d’ottava in tutti i suoni composti. Egualmente affatto vane
riuscirono quell’indagini fatte, per amore di questa immaginaria
analogia, allo scopo di trovare anche nella linea dei colori intervalli
che corrispondessero al rapporto di terza, di quarta, di quinta ecc.,
esistente pei toni.

[11] Questo fatto in realtà non si riscontra più nei confini del verde:
le composizioni qui mostrano sempre un più piccolo grado di saturazione
che il semplice colore intermedio. Da ciò un indizio manifesto che
la scelta dei tre suddetti colori fondamentali è senza dubbio quella
praticamente più opportuna, ma malgrado ciò, pur sempre teoricamente
arbitraria. Essa si fonda solo sulla nota proposizione geometrica,
che il triangolo è la più semplice figura che possa racchiudere una
moltiplicità infinita qualsivoglia ordinata in un piano.

[12] L’ipotesi fatta dai sostenitori dei quattro colori fondamentali,
che i due colori opposti si comportino precisamente come chiaro e
oscuro nell’eccitazione acromatica, e che quindi l’uno dei colori
contrari si fondi su una decomposizione fotochimica (dissimilazione),
l’altro su una ricostituzione (assimilazione) si riferisce ad
un’analogia che contraddice alla realtà dei fatti. Il risultato della
mescolanza dei colori complementari è soggettivamente un _annullamento_
della sensazione di colore, la mescolanza di nero e bianco produce
invece una sensazione _media_.

[13] _Sinuliches Gefühl_.

[14] Benchè nelle opere italiane di psicologia il termine “dolore„
sia così universalmente usato ad esprimere la classe delle qualità
sentimentali contraria a piacere, che VILLA, riferendo le distinzioni
di WUNDT nella sua _Psicologia contemporanea_, credette opportuno
conservare la terminologia italiana; io preferisco tradurre più
fedelmente _Unlust_ colla parola _dispiacere_. E forse non sarebbe
male che questa denominazione fosse addottata in luogo dell’antica,
perchè dolore è più propriamente una sensazione e non di per sè solo un
sentimento, come osserva il Dott. F. KIESOW nella sua Nota “Sul metodo
di studiare i sentimenti semplici„. Rendt. Acc. Lincei, vol. VIII,
serie 5ª fasc. 9.

Ho fatto mio dalla _Psicologia contemporanea_ di VILLA (cap. IV,
pag. 342) il termine “sollievo„ che felicemente traduce: _Lösung_.
(_N.d.T._).

[15] Più spesso da noi è detto _timbro_. (_N.d.T._).

[16] È altrimenti se nel tono fondamentale stesso sono già contenuti
in notevole grado gl’ipertoni, i quali si ripetono nell’accordo
come suoni indipendenti: allora i suoni isolati di una tale serie si
compongono in un identico rapporto di fase e l’accordo mantiene il
carattere di un suono isolato, molto forte d’ipertoni. Helmoltz in
seguito alle ricerche nelle quali combinò in diversa maniera, suoni
semplici del diapason, concluse che la differenza di fase non ha alcuna
influenza sulla colorazione sonora. Ma poichè non e mai possibile,
sulla via per cui egli si era messo, produrre la rappresentazione
di un suono isolato, è verosimile che in quel modo non sia mai stato
stabilito un rapporto di fase perfettamente costante fra le vibrazioni
d’indipendenti sorgenti sonore. A dimostrare l’influenza che la forma
del suono determinato dal rapporto di fase esercita sulla colorazione
sonora, stanno pure le indagini dirette di R. Koenig.

[17] Più spesso con _non cieco_ e talora con _uomo normale_ traduco
_der Sehende Mensch_ o _der Sehende_.

[18] Un processo analogo a questo sparire graduale delle metamorfopsie
è stato osservato per la visione _binoculare_ nel lento graduale
accomodamento dello _strabismo_. Poichè nello strabismo incipiente i
punti di visione dei due occhi non coincidono più nel campo visivo,
si formano immagini doppie degli oggetti. Queste possono però a poco
a poco sparire, se quelle condizioni diventano stazionarie, perchè si
compie un’altra disposizione degli elementi retinici nell’occhio losco.

[19] Con ciò sta in connessione il fatto, che il punto cieco anche
in rapporto al contenuto di sensazione non appare come una lacuna nel
campo visivo, ma nella generale qualità di chiarore e colore del campo
visivo e però ci appare, ad es., bianco quando guardiamo una superficie
bianca, nero quando una nera, ecc. Poichè questo punto cieco non può
evidentemente essere colmato che da sensazioni riprodotte, il fatto
deve essere riferito ai fenomeni di associazione, che più tardi dovremo
prendere in esame (§ 16).

[20] L’abitudine alla visione binoculare è causa di eccezione,
imperocchè spesso se si chiude un occhio, la linea d’orientazione devia
dalla linea visiva nel senso della linea d’orientazione binoculare. A
ciò corrisponde il fatto che in tali casi l’occhio chiuso suole segnare
sino ad un certo grado i movimenti dell’occhio guardante, nel senso di
collocarsi in un comune punto di fissazione.

[21] Si noti che emozione corrisponde nel testo tedesco ad _Affect_.
(_N.d.T._).

[22] Manifestamente questa affinità delle espressioni non deve condurci
alla falsa teoria posta dall’indirizzo intellettualistico della
psicologia, che la risoluzione del volere (_Willensentschiessung_) sia
un processo di conclusione logica (_Schlussprocess_) o anche solo in
qualche modo affine ad esso.

[23] Il valore di questa spiegazione tanto fine intorno alla scelta
dei termini, come pure il valore dell’avvertenza contenuta nella nota
sfugge sfortunatamente perchè sì l’una che l’altra sono basate su
analogie linguistiche, che non possono più sussistere nella traduzione
italiana. (_N.d.T._)

[24] _Auffasung_. In questo caso ed in casi simili nei quali Auffassung
indica nel modo più generale le funzioni psichiche conoscitive, uso
apprendimento, che lascia impregiudicato, se si tratti di percezione o
di appercezione. (_N.d.T._).

[25] Ma inoltre le due forme di reazione si distinguono in modo
caratteristico pel fatto che in un gran numero di esperimenti non mai
per la reazione sensoriale, ma molto spesso per la muscolare si danno
_reazioni premature e reazioni erronee_. Ambedue si osservano quando
in esperimenti spesso ripetuti, al vero stimolo si fa precedere a
intervalli costantemente eguali un segnale che prepara all’impressione.
La reazione prematura si ha, quando si reagisce prima della reale
applicazione dello stimolo convenuto; una reazione erronea, quando
si reagisce ad un altro casuale stimolo qualsiasi. Nei numeri su
riportati non sono compresi i tempi di reazione per stimoli saporifici,
odorifici, di temperatura e di dolore. Essi sono stati trovati in
generale più grandi. Ma queste differenze, trovando manifestamente
la loro ragione in pure condizioni fisiologiche (nella penetrazione
più lenta degli stimoli alle terminazioni nervose, e per gli stimoli
di dolore, nella più lenta trasmissione centrale), non presentano un
notevole interesse psicologico.

[26] Deutlichkeit. Mi sono permesso foggiare questo astratto per
rendere il più esattamente possibile la parola tedesca, che, come già
ho osservato in altra nota, ha un significato tanto importante nella
psicologia dell’autore. (_N.d.T._).

[27] Vedi nel glossario sotto le parole _Auffassung_, _Perception_ e
_Wahnehmung_. (_N.d.T._)

[28] Sfugge nella traduzione il rapporto tra _Gegenstand_, e
_gegenüberstehen_ tra _Vorstellung_ e _vor sich hinstellen_. (_N.d.T._)

[29] Si usa l’espressione “illusioni fantastiche„ volendosi distinguere
questa specie di illusioni dalle illusioni di senso, che avvengono
nello stato normale della coscienza, come ad es., il veder le stelle
in forma di raggi in seguito a dispersione di luce nel cristallino, la
diversa grandezza apparente del sole e della luna all’orizzonte e allo
zenit, e altre simili.



GLOSSARIO


  Affect                        emozione.
  angeboren                     innato.
  anschaulich                   intuitivo.
  Anschauung                    intuizione.
    Raumanschauung                intuizione di spazio.
    Zeitanschauung                    „      di tempo.
  Apperception                  appercezione.
  Apperceptions-function          funzione appercettiva.
    personificirende              appercezione personificante.
  Apperceptions-verbindung        combinazione appercettiva.
  Assimilation                  assimilazione.
  Association                   associazione.
    Aelinlichkeitsassociation        „       per somiglianza.
    Berührungsassociation            „       per contiguità.
    Gleichheitsassociation           „       per eguaglianza.
  Auffassung                    apprendimento, percezione,
                                appercezione, cognizione,
                                comprensione, concezione.
  Aufmerksamkeit                attenzione.
  Aufnahme, passive             recezione passiva.
  Ausdruck                      espressione.

  Bedingung                     condizione.
  Bedeutungswandel              mutazione di significato.
  Begriff                       concetto.
    Allgemeinbegriff              concetto generale.
    Hülfsbegriff                      „    sussidiario.
    Werthbegriff                      „    di valore.
    Zweckbegriff                      „    di fine.
  begrifflich                   concettuale.
  Beobachtung                   osservazione.
    Selbstbeobachtung             introspezione.
  Bestandtheil                  componente, parte costitutiva.
  Beweggrund                    ragione determinante.
  Bewegung                      movimento.
    Ausdrucksbewegung               „      espressivo
    mimische Bewegung               „      mimico.
    pantomimische B.                „      pantomimico.
  Bewusstsein                   coscienza.
    Gesummthewusstsein            coscienza collettiva.
    Selfstbewusstsein             autocoscienza.
  Bewusstlosigkeit              incoscienza.
  Beziehung                     relazione.
  Bild                          imagine.
    Doppelbilder                imagini doppie.
    Nachbild                    imagine consecutiva.
  Blicklinie                    linea di visione.
  Blickpunkt                    punto di visione, punto visivo.

  Complication                  complicazione
  Contrast                      contrasto.
    Farbencontrast                  „     dei colori.
    Lichtcontrast                   „     di luce.
    Randcontrast                    „     periferico.

  Dauer                         durata.
    Nachdauer                   persistenza.
  Deutlichkeit                  distintezza.
  Druckpunkt                    punto di pressione.

  Eigenschaft                   proprietà.
  Eindruck                      impressione.
  Elemente                      elementi.
  Empfindlichkeit               sensibilità.
  Empfindung                    sensazione.
    Druckempfindung                 „     di pressione.
    Farbenempfindung                „     cromatica.
    farblose Empfindung             „     acromatica.
    Geruchsempfindung               „     di olfatto.
    Geschmaksempfindung             „     di gusto.
    Hauptempfindung                 „     principale.
    Hautempfindung                  „     cutanea.
    Kälteempfindung                 „     di freddo.
    Lichtempfindung                 „     di luce o luminosa.
    Schallempfindung                „     di suono.
    Schmerzempfindung               „     di dolore.
    Tonempfindung                   „     di tono.
    Wärmeempfindung                 „     di caldo.
  Entscheidung.                 decisione.
  Entschliessung                risoluzione.
  Entstehung                    il sorgere, l’origine.
  Entwickelung                  sviluppo, evoluzione.
    regressive Entwickelung       evoluzione regressiva.
  Erfahrung                     esperienza.
    mittelbare Erfahrung            „     mediata.
    unmittelbare Erfahrung          „     immediata.
  Erinnerungsbild               imagine mnemonica.
  Erinnerungsvorgang            processo di memoria.
  Erkennung                     conoscimento.
  Erscheinung                   fenomeno.
    Begleiterscheinung              „     concomitante.

  Farben                        colori.
  Farbenblindheit               cecità ai colori.
    totale oder partielle         cecità totale o parziale.
  Farbengrad                    grado di colore.
  Farbenton                     tono del colore.
    Complementärfarben             colori complementari.
    Ergänzungsfarben                 „    d’integrazione.
    Gegenfarben                      „    contrari.
    Grundfarben                      „    fondamentali.
  Färbung                       colorito, colorazione.
  Fixationslinie                linea di fissazione.
  Fixationspunkt                punto di fissazione.

  Gebilde (psychische)          formazione psichica.
  Gedächtniss                   memoria.
  Gedanke                       pensiero.
  Gefühl                        sentimento.
    allmählich ansteigendes       gradatamente crescente.
    Anfangsgefühl                 sentimento iniziale.
    Bekanntheitsgefühl                 „     di contezza.
    beruhigendes Gefühl                „     calmante.
    Contrastgefühl                     „     di contrasto.
    deprimirendes Gefühl               „     deprimente.
    einfaches Gefühl                   „     semplice.
    Endgefühl                          „     finale.
    Erinnerungsgefühl                  „     di ricordanza.
    Erkennungsgefühl                   „     di conoscimento.
    excitirendes Gefühl                „     eccitante.
    Formgefühl                         „     di forma.
    Gefühlston                    tono sentimentale.
    Gemeingefühl                  sentimento generale.
    Kitzelgefühl                       „     di solletico.
    lösendes Gefühl                    „     di sollievo.
    Lustgefühl                         „     di piacere.
    rhythmisches Gefühl                „     ritmico.
    sinnliches Gefühl                  „     sensoriale.
    spannendes Gefühl                  „     di tensione.
    Thätigkeitsgefühl                  „     d’attività.
    Totalgefühl                        „     totale.
    Unlustgefühl                       „     di dispiacere.
    zusammengesetztes Gefühl           „     composto.
  Geisteserzeugniss             prodotto dello spirito.
  Geisteswissenschaft           scienza dello spirito.
  Gemüthsbewegung               moto d’animo.
  geistig                       mentale, spirituale.
  geistige Gemeinschaften       comunità spirituale.
  Gemüthszustand                stato d’animo.
  Geräusch                      rumore.
  Geschehen (psychisches)       processo o fatto psichico.
  Gesetz                        legge.
    „ der psychischen Contraste    „   dei contrasti psichici.
    „ der psychischen Relationen   „   delle relazioni psichiche.
    „ der psychischen Resultanten  „   delle risultanti psichiche.
    „ der Contrastverstärkung      „   del rinforzamento per contrasti.
    „ des geistigen Wachsthums     „   dell’accrescimento spirituale.
    „ der Heterogonie der Zwecke   „   dell’eterogenesi dei fini.
    Beziehungsgesetze              leggi di relazione.
    Entwicklungsgesetze              „   di sviluppo.
  Gesichtswinkel                angolo visivo.

  Handlung                      atto, azione.
  Helligkeit                    chiarore.
  Hemmung                       inibizione.

  Illusion                      illusione.
    phantastische Illusion          „     di fantasia.
  Indifferenzzone               zona d’indifferenza.
  Induction                     induzione.
    Licht oder Farbeninduction      „     di luce o di colori.
  Inhalt                        contenuto.
  Intensitätsgrad               grado d’intensità.
  Instinct                      istinto.
    Fortpflanzungsinstinct          „     di riproduzione.
    Nahrungeinstinct                „     di nutrizione.

  Kältepunkt                    punto del freddo.
  Klarheit                      chiarezza.
  Klang                         suono.
  Klangfarbe                      colore del suono, timbro.
    Einzelklang                   suono isolato.
    Zusammenklang                 accordo
  Kraft                         potenza.

  Lautgeberde                   gesti fonici.
  Lautwandel                    mutazione fonetica.
  Leidenschaft                  passione.
  Localisation                  localizzazione.
    Localisationsschärfe        acutezza di localizzazione.
  Localzeichen                  segni locali.

  Methode                       metodo.
    Abzählungsmethode              „     del calcolo.
    Ausdrucksmethode               „     dell’espressione.
    Eindrucksmethode            metodo dell’impressione.
    Einstellungsmethode            „   dell’approssimazione.
  Methode der richtigen und
        falschen Fälle             „   dei casi giusti e falsi.
     „  der mimimalen
          Aenderungen              „   delle variazioni minime.
     „  der minimalen
          Unterschiede             „   delle differenze minime.
     „  der mittleren Fehler       „   degli errori medi.

  Naturzüchtung                    selezione naturale.

  Obertöne                         ipertoni.
  Objecte                          oggetti.
  Orientirungspunkt                punto d’orientazione.
  Orientirungslinie                linea d’orientazione.

  Perception                       percezione (usato nel significato
                                        speciale dall’A.)
  Phantasie                        fantasia.
    Phantasiethätigkeit              attività fantastica.
    anschauliche Phantasie           fantasia intuitiva.

  Raum                             spazio.
    räumlich                         spaziale.
  Reaction                         reazione.
    sensorielle oder vollständige      „    sensoriale o completa.
    musculäre oder verkürtzte          „    muscolare o abbreviata.
    Fehlreaction                     reazione erronea.
    vorzeitige Reaction                  „    prematura.
  Reflexion                        reflessione.
  Reflexvorgang                    processo riflesso.
  Reiz                             stimolo.
  Richtung                         direzione, tendenza.

  Sättigung (der Farben)           saturazione (dei colori).
  Schmerz                          dolore.
  Schwebungen                      urti.
  Schwelle                         soglia.
    Raumschwelle                     soglia spaziale.
    Reizschwelle                        „   dello stimolo.
    Unterschiedsschwelle                „   della differenza.
  Schöpferische Synthese           sintesi creatrice.
  Seele                            anima.
  Sehfeld                          campo visivo.
  Sehschärfe                       acutezza visiva.
  sensorisch                       sensorio.
  Sinn                             senso.
  Sinnesreize                      stimolo sensibile.
  Sinnlich                         sensoriale.
  Sitte                            costumi.
  Sprache                          linguaggio, lingua, favella.
    Geberdensprache                  linguaggio di gesti.
    Lautsprache                      linguaggio di suoni, fonetico.

  Täuschung                        illusione.
    Streckentäuschung                illusione d’estensione.
    Richtungstäuschung                   „     di direzione.
  Thätigkeit                       attività.
  Tiefe                            profondità, o terza dimensione.
  Ton                              tono.
    Tonhöhe                          altezza del tono.
    Tonlinie, Tonscala               linea, scala dei toni.
    Tonstösse                        battimenti di toni.
    Differenzton                     tono di differenza, o
                                       differenziale.
    Hauptton                         tono principale.
    Grundton                         tono fondamentale.
  Trieb                            impulso.
    Triebfeder                       forza impellente.
    Triebhandlung                    azione impulsiva.

  Umfang der Aufinerksambeit,      capacità dell’attenzione, della
        des Bewusstsein                  coscienza.
  Unterscheidung                   distinzione.
  Urtheil                          giudizio.

  Verbindung                       combinazione.
  Verdinglichung                   sostanzializzazione.
  Veigleichung                     comparazione.
  Vermögen                         facoltà.
  Verschmelzung                    fusione.
  Verstand                         intelletto.
  Vorgang                          processo.
  Vorstellung                      rappresentazione.
    Begriffsvorstellung              rappresentazione di concetto,
                                                       idea.
    Gehörsvoretellung                        „        uditoria.
    Gesammtvorstellung                       „        totale.
    Gesichtsvorstellung                      „        visiva.
    räumliche o Raumvorstellung              „        spaziale o
                                                       di spazio.
    zeitliche o Zeitvorstelluug              „        di tempo
    Wortvorstellung                          „        verbale.
    Zweckvorstellung                         „        del fine.
    Verdunkelung der Vorstellungen   oscuramento delle
                                      rappresentazioni.
    Verdichtung der Vorstellungen    condensamento.
    Verschiebung der Vorstellungen   spostamento.
  Wachstum                           accrescimento.
  Wahrnehmung                        rappresentazione direttamente
                                          riferita ad impressioni od
                                          oggetti esterni. Nella lingua
                                          italiana comune si direbbe
                                          percezione.
    Sinneswahrnehmung              rappresentazione sensitiva.
  Würmepunkt                       punto del caldo.
  Wesen                            essenza, natura.
  Wiedererkennung                  riconoscimento.
  Wille                            volontà.
    Gesammtwille                   volontà collettiva.
    Wahl-   (z.B. Vorgang)         processo di scelta.
    Willens (z.B. Vorgang)             „    di volere.
    willkürlich- (z.B. Vorgang)        „    volontario.

  Zeit                             tempo.
    Zeitarten                        modi del tempo.
    Zeitstufen                       gradi del tempo.
    Zeitzeichen                      segni temporali.
  Zusammenhang                     connessione.
  Zustände                         stati.
  zweckmässig                      rispondente, conforme allo scopo
                                    finale.
  Zweckmässigkeit                  finalità.



Indice delle materie per ordine alfabetico


  Accordo, 79.
  Accrescimento dell’energia psichica, 265.
    spirituale (legge dell’), 267.
  Afasia, 167.
  Alfabeto dei ciechi, 87.
  Allucinazioni, 217.
  Alterazioni.
    negli elementi psichici, 217.
    nelle appercezioni, 219.
    nelle associazioni, 219.
    nelle formazioni psichiche, 217-18.
  Analisi appercettiva, 212.
  Anestesia, 217.
  Anima, 256.
  Animali.
    loro proprietà psichiche, 224 e segg.
    rapporto genetico degli animali all’uomo, 227.
    società animali, 226, 240.
  Animismo, 247.
  Appercezione, 169.
    attiva, 177.
    centro dell’appercezione, 167.
    come processo di volere, 178.
    nel bambino, 232.
    passiva, 176.
    personificante, 246.
    sentimento d’attività nell’a., 176.
  Aristotele, 182.
  Assimilazione, 185.
  Assimilazioni di rappresentazioni uditorie, 185.
    di sentimenti intensivi, 185.
    nel senso tattile, 186.
    nel senso visivo, 187 e segg.
    nell’illusione fantastica, 217.
    suoi effetti sulle associazioni successive, 191.
    sul processo di riconoscimento, 192.
  Associazione, 181.
    come processo elementare, 188.
    mediata, 197.
    nel bambino, 232.
    simultanea, 184.
    successiva, 191.
  Attenzione, 169.
    capacità della, 171.
    nel bambino, 232.
    nelle combinazioni appercettive, 202.
  Attesa, 119.
    negli esper. di reazione, 160.
    sentimento dell’a., 177.
  Atto di scelta, 152.
    impulsivo, 151.
    volontario, 152.
  Attualità dell’anima (concetto dell’), 258.
  Autocoscienza, 180.
    sviluppo nel bambino, 233.
  Autosuggestione, 220.

  Bambino (linguaggio del), 235.
    psicologia del bambino e suoi errori, 239.
    sviluppo delle funzioni psichiche del b., 280 e segg.
  Battimenti di toni, 80.
  Benessere fisico, 132.
  Bianco (colore), 43, 47.
  Bisonanza, 81.

  Campo visivo, 94.
    della coscienza, 170.
  Carattere specifico degli elementi psichici, 23.
  Catalessi ipnotica, 221.
  Causalità (concetto della), 255.
    psichica, 262.
  Cecità ai colori, 57, 58.
  Centri psichici, 167.
  Chiarezza, 169.
  Chiarore dei colori, 44, 45.
  Colori:
    complementari, 52.
    contrari, 45.
    contrasto di colori, 55.
    fondamentali, 58.
    sfera dei colori, 48.
    teoria dei colori, 58.
    triangolo dei colori, 53.
  Comparazione, 204.
  Complicazioni, 190.
  Comunità spirituali, 240.
  Concetto, 214.
    sentimento del concetto, 215.
  Coni della retina, 93.
  Conoscenza mediata o concettuale immediata o intuitiva, 4.
  Conoscimento, 195.
  Contrasto, 209.
    legge psicologica del contrasto psichico, 266.
  Coscienza:
    campo visivo della c., 170.
    capacità della c., 174.
    collettiva, 253.
    gradi di c., 168.
    individuale, 165.
    processi sentimentali sulla c., 175.
    punto visivo della c., 170.
    soglia della c., 170.
    stati anormali della c., 218.
  Costume, 249.

  Decisione, 152.
  Depressione (stati di), 218.
  Differenze di direzione nelle qualità sensibili;
    differenze massime, 26.
  Dissonanza, 81.
  Distanza (senso della), 91.
    rappresentazione di d., 109.
  Distintezza, 169.
  Dolore (sensazioni di), 36.
  Dualità delle forme logiche del pensiero, 214.
  Dubbio, 158.

  Elementi psichici, 22.
    nel bambino, 230.
  Emozioni, 137.
    classificazioni dell’e., 144.
    decorso rappresentativo dell’e., 138.
    estrinsecazioni rappresentative dell’e., 140.
    estrinsecazioni sentimentali dell’e., 139.
    forme fondamentali dell’e., 144.
    forme di decorso nell’e., 148.
    intensità dell’e., 146.
    movimenti espressivi, 139.
    movimento del respiro e del polso nell’e., 140.
    nomi dell’e., 137.
    qualità dell’e., 145.
    rinforzamento dell’e., 143.
    sentimenti iniziale e finale nell’e., 138.
  Empirismo (nella rappres. di spazio), 92, 114.
  Energia
    accrescimento dell’e. fisica, 265.
    costanza dell’e. fisica, 265.
    grandezze dell’e. fisiche, 265.
         „    dell’e. psichiche, 265.
    legge dell’e. specifica, 34.
  Esaltazione (stati di), 218.
  Esperienza immediata, 3, 258.
    mediata, 3, 258.
  Esperimento, 15.
  Eterogenesi dei fini (legge dell’), 268.
  Evoluzione (leggi psicologiche di), 267.

  Fantasia, 213, 216.
    attività fantastica, 212.
    imagini fantastiche, 211.
    intuitiva e combinativa, 216.
    nel bambino, 237.
    rappresentazioni fantastiche, 211.
  Favella, suo centro, 167.
  Fechner (legge psicofisica di), 208.
  Feticismo, 247.
  Finalità dei riflessi, 156.
  Fine (concetto di), 262.
  Forza (concetto di f. nella fisica), 256, 264.
  Forza impellente (nei processi di volere), 150.
  Formazioni psichiche, 20, 73.
  Fusione, 76.

  Gesti: loro importanza per lo sviluppo del
    linguaggio nel bambino, 236.
  Giudizio, 214.
  Giuoco, 237.
  Goethe, 66.
  Grandezza psichica, 205.
  Grigio (colore), 43.
  Gusto (senso del), 42.

  Hartley, 182.
  Helmholtz, 58, 81.
  Hering, 58.
  Hume, 182.

  Illusione, 189.
    fantastica, 217.
  Illusioni di direzione e d’estensione nelle
    rappresentazioni di spazio, 99.
  Imagine consecutiva, 54.
    doppia, 110.
    fantastica, 211.
    mnemonica, 196.
  Incoscienza, 165, 168.
  Intelletto, 216.
    attività intellettiva, 213.
    nel bambino, 238.
  Intensità (gradi d’), 37, 204.
  Introspezione, 7.
  Io, 180.
  Iperestesia, 217.
  Ipertoni, 77.
  Ipnosi, 220.
  Irradiazioni delle stimolazioni luminose, 56.
  Isocronismo, 118.
  Istinti, 226, 228.

  Leggi psicologiche di relazione, 263.
     „        „      di evoluzione, 267.
  Legge della relatività di grandezze psichiche, 206.
  Legge di proporzionalità, 208.
  Linea di fissazione, 109.
    d’orientazione, 108.
  Linguaggio, 242.
    nel bambino, 235.
  Lobo frontale (centro dell’appercezione), 167.
  Localizzazione delle funzioni psichiche, 166.
    acutezza della localiz. sulla pelle, 86.
        „      „       „    nell’occhio, 95.
    dello stimolo, 84.

  Magnetismo animale, 228.
  Marcia, 119.
  Materia (concetto di), 255.
  Materialismo, 257.
  Memoria, 200.
    deperimento e perdita della m., 201.
    imagine mnemonica, 196.
    memoria mediata, 197.
    processo di memoria, 196.
    rappresentazioni mnemoniche, 196.
    relazioni della memoria al riconoscimento, 198.
    sentimento di ricordanza, 199.
  Matamorfopsie, 96.
  Metodi psicofisici, 208.
    d’espressione e d’impressione nello studio degli
      elementi psichici, 70.
  Misure fisiche e psichiche, 205, 264.
  Mito, 245.
  Mondo esterno, 181.
  Motivi del volere, 150.
  Movimenti d’accomodazione, 113.
    dell’occhio, 97.
    del corpo e loro rappresentazione, 90.
    espressivi (mimici e pantomimici), 139, 157.

  Nativismo, 92, 114, 127.
  Nero (colore), 43.
  Nutrizione (istinto della), 226.

  Occhio, 93, 95, 97.
  Oggetti corporei, 108.
  Orecchio, 32.
  Orientazione reciproca degli elementi della
    rappresentaz. di spazio, 95.
      delle rappresentazioni al soggetto, 106.

  Paralassi binoculare, 112.
  Parallelismo psicofisico, 86, 261.
  Pensiero, 202.
    astratto, 244.
  Percezione, 170.
  Personalità psichica, 21.
  Polso, 71.
  Processi:
    fotochimici della retina, 58.
    meccanici del volere, 156.
  Processo psichico, sua natura, 11.
    sua rapidità, 163.
  Prodotti dello spirito, 18.
  Proposizione come espressione dell’ordine delle
    parole nel discorso, 214.
  Prospettiva, 114.
  Psicologia:
    còmpito della ps., 1.
    dell’associazione, 10.
    delle facoltà, 9, 166.
    descrittiva, 9.
    empirica, 6.
    esplicativa, 9.
    intellettualistica, 10.
    materialistica, 6, 257.
    metafisica, 5.
    sociale, 8, 18.
    sperimentale, 8, 18.
    spiritualistica, 5, 257.
    volontaristica, 11.
    scienza dell’anima, 1.
    scienza dell’esperienza immediata, 7.
    scienza del senso interno, 1, 7.
    sue relazioni alla filosofia, 13.
     „      „     alle scienze dello spirito, 18.
    sue relazioni alla scienza naturale, 13.
  Punto cieco, 102.
  Punti del caldo, 38.
    del freddo, 38.
  Punto di fissazione, 95.
    d’orientazione, 106.
    visivo, 95.
    visivo della coscienza, 170.

  Qualità (gradi di), 204.
    (sistemi di), 25.

  Ragione, 228.
  Ragione determinante negli atti di volere, 150.
  Rapporto tra corpo ed anima, 260.
  Rappresentazioni
    di concetti, 214.
    di direzione, 109.
    di distanza, 109.
    estensive, 82.
    di fantasia, 211.
    intensive, 75.
    mnemoniche, 196.
    di movimento, 90.
    di posizione, 91.
    di profondità o corporee, 109.
    di spazio, 82.
    di superficie, 111.
    di tempo, 115.
    di spazio e di tempo nel bambino, 231, 232.
    rappresentazione totale, 211.
    associazione di r., 114.
    condensamento, oscuramento, spostamento della r., 252.
    riproduzione della r., 183.
    sostanzializzazione della r., 11.
  Reazione (esperimento di), 163.
    muscolare, 160.
    sensoriale, 160.
  Relatività delle grandezze psichiche, 206.
  Relazione (funzione di), 203.
    leggi di relazione, 268.
  Relazioni psichiche (legge delle), 265.
  Respirazione (movimento di), 140.
  Riconoscimento:
    assimilazione per r., 194.
    mediato, 194.
    sensitivo, 192.
    sentimento di r., 194.
    sue relazioni ai processi di memoria, 197.
  Riflessione, 202.
  Riflessi, 162, 229.
  Rinforzamento per contrasto, 266.
  Riproduzione (istinto della), 223.
    delle rappresentazioni, 183.
  Risoluzione, 152.
  Risonanza, 81.
  Risultanti psichiche (legge delle), 263.
  Rumore, 80.

  Saturazione, 46.
  Scelta (atto di), 152.
  Scienza naturale, 3, 13.
  Scienze dello spirito, 8, 13, 259.
    relazioni loro alla psicologia, 258.
  Segni locali, 85, 88.
           „   complessi, 105, 109.
           „       „     della profondità, 112.
    temporali, 127.
  Selezione naturale, 229.
  Sensazioni.
    acromatiche, 48.
    affinità e differenze tra sensazione e sentimento, 24.
    di caldo, 38.
    di chiarore, 47.
    cromatiche, 44.
    disparate, 28.
    di freddo, 38.
    di gusto, 42.
    intensità della s., 24.
    di luce, 43.
    di olfatto, 41.
    persistenza della s., 54.
    di pressione, 37.
    pure, 30.
    qualità delle s., 24.
    sistemi di s., 25.
    di suono, 39.
    tono sentimentale della s., 60.
  Sensi chimici e meccanici, 33.
  Senso esterno ed interno, 2.
    generale, 36.
  Sentimento.
    d’attesa, 177.
    di attività, 153, 176.
    calmante, 66.
    componente, 129.
    composto, 128.
    del concetto, 215.
    di conoscimento, 195.
    di contezza, 192.
    di contrasto, 132.
    deprimente, 66.
    direzione del s., 66.
    disgradevole, 133.
    di dispiacere, 66, 131.
    eccitante, 66.
    estensivo, 134.
    estetico elementare, 132.
    di forma, 135.
    generale, 130.
    gradevole, 133.
    influenza del s. sulla rappresent. di tempo, 127.
    influenza del s. sugli sviluppi riflettenti
      la psicologia sociale, 253.
    intensità del s., 63.
    intensivo, 133.
    intrecci di s., 130.
    irritante, 66.
    nomi del s., 65.
    parziale, 129.
    del patire, 176.
    di piacere, 66, 131.
    qualità del s., 63.
    di ricordanza, 199.
    risultante, 129.
    ritmico, 135.
    semplice, 59.
    sensoriale, 60.
    del solletico, 132.
    di sollievo, 66.
    di tensione, 66.
    totale, 129.
    unità dello stato sentimentale, 136.
  Sezione aurea, 185.
  Simmetria, 135.
  Sintesi appercettiva, 211.
    creatrice, 264.
  Soglia della coscienza, 170.
    di differenza dello stimolo, 206.
    dello stimolo, 206.
    relativa di differenza, 206.
  Sogni, 220.
  Sonnambulismo, 220.
  Sostanzialità dell’animo, 257.
  Spazio (rappresent. tattili dello), 84.
         (     „      visive dello), 93.
  Spiritualismo, 257.
  Stati psichici, 216.
  Stereoscopio, 113.
  Stimolo:
    fisico, 30.
    fisiologico, periferico e centrale, 30.
    trasporto dello st., 33.
    trasformazione dello st., 33.
  Strabismo, 97.
  Suggestione, 221.
  Suono, 77.
  Superstizioni, 249.
  Sviluppi psichici, 224.

  Talento, 216.
  Tasto analitico e sintetico, 87.
  Tempo:
    condizioni generali delle rappresentazioni di t., 124.
    rappresentazioni tattili di t., 117.
             „       uditorie di t., 120.
  Teoria genetica (delle rappresentazioni di spazio), 92.
    logica, 10.
  Toni di battimento di Koenig, 80.
    di combinazione di Helmholtz, 80.
    di differenza, 80.
    parziali, 77.
  Tono fondamentale, 78.
    principale, 77.

  Umanità (idea dell’), 241.

  Valore (concetto di), 262.
  Volere.
    atti di v., 148.
      composti, 151.
      esterni, 149.
      impulsivi, 151.
      interni, 155.
      di scelta, 152.
      semplici, 151.
      volontari, 152.
    connessione del v. coll’appercezione, colle
      emozioni e coi sentimenti, 177, 179.
    processi del v., 148.
    stadi iniziali e finali dei processi di v., 153.
    sviluppo dei processi di v., 162.
    teorie del v., 157.
    trasformazione regressiva degli atti di v., 156.

  Weber (legge di), 206.

  Young-Helmholtz (ipotesi di), 58.

  Zona d’indifferenza nei sentimenti, 64.



                  ERRATA                       CORRIGE

  pagina  linea
     6      13    sorgano                  sorgono
     7       9    coordinata               coordinate
    19      24    psicologico              psicologica
    22      18    speci                    specie
    26      29    il tono più alto         il più alto e
                    e più basso              il più basso tono
    30      32    alla fisiologia          dalla fisiologia
    41      35    musco                    muschio
    48      16    chiarezza                chiarore
    48 nota  3    chiarezza                chiarore
    56      23    dipendenza               indipendenza
    65      10    del senso, del gusto,    dei sensi del
                    ecc.                     gusto, ecc.
    81      21    fenomeni                 fonemi
    84     nota   talora un                talora con
    86       2    richiamano               richiamino
    87      26    procede                  precede
   101      14    in questo caso           (si cancelli)
   132      16    (pag. segg.)             (pag. 67 e segg.)
   139      18    prodotta                 prodotto
   140      38    lungo, in egual          lungo in egual
                    direzione                direzione,
   141      33    l’attenzione cioè        l’attenzione, cioè
   142      10    dal lato fisico sulle    esercitano dal lato
                    seguenti esercitano      fisico sulle seguenti
   143      30    da effetti               da corrispondenti
                    corrispondenti fisici    effetti fisici
   179      30    dei quali gli elementi   gli elementi psichici
                    psichici ci sono         dei quali sono i
                    i sentimenti             sentimenti,

Alcuni errori di interpunzione, che si trovano nei primi fogli, il
lettore facilmente correggerà da sè stesso.

                                  ————


                    Torino — CARLO CLAUSEN — Torino

                            _Altre opere di_

                             WILHELM WUNDT

               Professore nella R. Università di Lipsia.

  =Grundzüge der physiologischen Psychologie=, 4. Aufl. 2 Bde.
    Leipzig 1893. 8º. L. 29,50
  =System der Philosophie=, 2. Aufl. Leipzig 1897. 8º. L. 16 —
  =Hypnotismus und Suggestion=, Leipzig 1892. 8º. L. 2 —
  =Essays=, Leipzig 1895. 8º. L. 9,50
  =Philosophische Studien.= Band I à XV. Leipzig 1883-1899.
    8º. L. 316 —
  =Die physikaltschen Axiome= und ihre Beziehung zum
    Causal-princip. Stuttgart 1866. 8º. L. 3,30
  =Handbuch der medicinischen Physik.= Mit 244 in den Text
    gedruckten Holzschnitten. Stuttgart 1867. 8º. L. 13,50
  =Untersuchungen zur Mechanik der Nerven und Nervencentren.=
    Stuttgart 1870-1876, 8º. L. 12 —
  =Lehrbuch der Physiologie des Menschen.= Mit 170 in den Text
    gedruckten Holzschnitten. Stuttgart 1878. 8º. L. 21,60
  =Ethik.= Eine Untersuchung der Thatsachen und Gesetze des
    sittlichen Lebens. 2. Aufl. Stuttgart 1886. 8º. L. 20 —
  =Logik.= Eine Untersuchung der Principien der Erkenutniss und
    der Methoden wissenschaftlicher Forschung. 2. Aufl. 2 Bände.
    Stuttgart 1893-1895. 8º. L. 56 —
  =Vorlesungen über die Menschen — u. Thierseele.= 3. Aufl.
    Hamburg 1898. 8º. L. 17 —
  =Éléments de psychologie physiologique=, avec figures.
    Traduction. 2 vols. Paris 1885. 8º. L. 22 —
  =Hypnotisme et suggestion.= Traduction. Paris 1893. 8º.
    L. 2,75
  =Nouveax éléments de physiologie humaine=, avec 150 figures.
    Traduction. Paris 1872. 8º. L. 15,50
  =Traité élémentaire de physique médicale.= 2. édit. avec
    472 figures. Traduction. Paris 1889. 8º. L. 13,50
  =Ethical Systems= (Ethics). Translated. London 1897.
    8º. L. 9 —
  =Lectures on human and animal Psychology.= Translated.
    London 1896. 8º. L. 22,50
  =Outlines of Psychology.= Translated. London 1897.
    8º. L. 11 —
  =The Facts of moral Life.= Translated. London 1897.
    8º. L. 11,50



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
pag. 283 (Errata Corrige) sono state riportate nel testo.





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