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´╗┐Title: - To be updated
Author: - To be updated
Language: English
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We will be presenting this work in a wide variety of formats, in
both English and Italian, and in translation by Longfellow, Cary
and possibly more, to include HTML and/or the Italian accents.


Right now we mostly need help with the Italian and Longfellow, I
think we may have enough proofers for a first run at the Cary.

We hope to have a decent versions of each one by August 31, 1997

Because these are preliminary versions, they are named xxxxx09.*

Also because they are so preliminary, I have not placed the names
of the person working on the files in them, as I take my complete
repsponsibility for all errors that need to be corrected.  Credit
will be completely given when we have the final version ready.

July 31, 1997

The Italian files with no accents appear as follows:

La Divina Commedia di Dante in Italian, 7-bit text[0ddcd09x.xxx]1000
Divina Commedia di Dante: Inferno, 7-bit Italian  [1ddcd09x.xxx] 999
Divina Commedia di Dante: Paradiso, 7-bit Italian [3ddcd09x.xxx] 997

followed by:

La Divina Commedia di Dante in Italian, 8-bit text[0ddc8xxx.xxx]1012
Divina Commedia di Dante: Inferno    [8-bit text] [1ddc8xxx.xxx]1011
Divina Commedia di Dante: Purgatorio [8-bit text] [2ddc8xxx.xxx]1010
Divina Commedia di Dante: Paradiso   [8-bit text] [3ddc8xxx.xxx]1009

and

H. F. Cary's Translation of Dante, Entire Comedy  [0ddccxxx.xxx]1008
H. F. Cary's T-anslation of Dante, The Inferno    [1ddccxxx.xxx]1007
H. F. Cary's Translation of Dante, Puragorty      [2ddccxxx.xxx]1006
H. F. Cary's Translation of Dante, Paradise       [3ddccxxx.xxx]1005

and

Longfellow's Translation of Dante, Entire Comedy  [0ddclxxx.xxx]1004
Longfellow's Translation of Dante, The Inferno    [1ddclxxx.xxx]1003
Longfellow's Translation of Dante, Purgatory      [2ddclxxx.xxx]1002
Longfellow's Translation of Dante  Paradise       [3ddclxxx.xxx]1001

in what I hope will be a timely manner.

Thank you so much for your cooperation and your patience.
This will be a LONG month of preparation.

[hart@pobox.com]
Executive Director



LA DIVINA COMMEDIA


DI DANTE ALIGHIERI


CANTICA II: PURGATORIO



La Divina Commedia
di Dante Alighieri



PURGATORIO



Purgatorio: Canto I


Per correr miglior acque alza le vele
  omai la navicella del mio ingegno,
  che lascia dietro a se' mar si` crudele;

e cantero` di quel secondo regno
  dove l'umano spirito si purga
  e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesi` resurga,
  o sante Muse, poi che vostro sono;
  e qui Caliope` alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono
  di cui le Piche misere sentiro
  lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d'oriental zaffiro,
  che s'accoglieva nel sereno aspetto
  del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricomincio` diletto,
  tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta
  che m'avea contristati li occhi e 'l petto.

Lo bel pianeto che d'amar conforta
  faceva tutto rider l'oriente,
  velando i Pesci ch'erano in sua scorta.

I' mi volsi a man destra, e puosi mente
  a l'altro polo, e vidi quattro stelle
  non viste mai fuor ch'a la prima gente.

Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:
  oh settentrional vedovo sito,
  poi che privato se' di mirar quelle!

Com'io da loro sguardo fui partito,
  un poco me volgendo a l 'altro polo,
  la` onde il Carro gia` era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,
  degno di tanta reverenza in vista,
  che piu` non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista
  portava, a' suoi capelli simigliante,
  de' quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante
  fregiavan si` la sua faccia di lume,
  ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.

<>,
  diss'el, movendo quelle oneste piume.

<>.

Lo duca mio allor mi die` di piglio,
  e con parole e con mani e con cenni
  reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio.

Poscia rispuose lui: <>.

<>, diss'elli allora,
  <>.

Cosi` spari`; e io su` mi levai
  sanza parlare, e tutto mi ritrassi
  al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El comincio`: <>.

L'alba vinceva l'ora mattutina
  che fuggia innanzi, si` che di lontano
  conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano
  com'om che torna a la perduta strada,
  che 'nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo la` 've la rugiada
  pugna col sole, per essere in parte
  dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l'erbetta sparte
  soavemente 'l mio maestro pose:
  ond'io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver' lui le guance lagrimose:
  ivi mi fece tutto discoverto
  quel color che l'inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,
  che mai non vide navicar sue acque
  omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse si` com'altrui piacque:
  oh maraviglia! che' qual elli scelse
  l'umile pianta, cotal si rinacque

subitamente la` onde l'avelse.



Purgatorio: Canto II


Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto
  lo cui meridian cerchio coverchia
  Ierusalem col suo piu` alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,
  uscia di Gange fuor con le Bilance,
  che le caggion di man quando soverchia;

si` che le bianche e le vermiglie guance,
  la` dov'i' era, de la bella Aurora
  per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora,
  come gente che pensa a suo cammino,
  che va col cuore e col corpo dimora.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
  per li grossi vapor Marte rosseggia
  giu` nel ponente sovra 'l suol marino,

cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
  un lume per lo mar venir si` ratto,
  che 'l muover suo nessun volar pareggia.

Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
  l'occhio per domandar lo duca mio,
  rividil piu` lucente e maggior fatto.

Poi d'ogne lato ad esso m'appario
  un non sapeva che bianco, e di sotto
  a poco a poco un altro a lui uscio.

Lo mio maestro ancor non facea motto,
  mentre che i primi bianchi apparver ali;
  allor che ben conobbe il galeotto,

grido`: <>.

Poi, come piu` e piu` verso noi venne
  l'uccel divino, piu` chiaro appariva:
  per che l'occhio da presso nol sostenne,

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
  con un vasello snelletto e leggero,
  tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.

Da poppa stava il celestial nocchiero,
  tal che faria beato pur descripto;
  e piu` di cento spirti entro sediero.

'In exitu Israel de Aegypto'
  cantavan tutti insieme ad una voce
  con quanto di quel salmo e` poscia scripto.

Poi fece il segno lor di santa croce;
  ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
  ed el sen gi`, come venne, veloce.

La turba che rimase li`, selvaggia
  parea del loco, rimirando intorno
  come colui che nove cose assaggia.

Da tutte parti saettava il giorno
  lo sol, ch'avea con le saette conte
  di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,

quando la nova gente alzo` la fronte
  ver' noi, dicendo a noi: <>.

E Virgilio rispuose: <>.

L'anime, che si fuor di me accorte,
  per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
  maravigliando diventaro smorte.

E come a messagger che porta ulivo
  tragge la gente per udir novelle,
  e di calcar nessun si mostra schivo,

cosi` al viso mio s'affisar quelle
  anime fortunate tutte quante,
  quasi obliando d'ire a farsi belle.

Io vidi una di lor trarresi avante
  per abbracciarmi con si` grande affetto,
  che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
  tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
  e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
  per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
  e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch'io posasse;
  allor conobbi chi era, e pregai
  che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.

Rispuosemi: <>.

<>,
  diss'io; <>.

Ed elli a me: <>.

E io: <>.

'Amor che ne la mente mi ragiona'
  comincio` elli allor si` dolcemente,
  che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente
  ch'eran con lui parevan si` contenti,
  come a nessun toccasse altro la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti
  a le sue note; ed ecco il veglio onesto
  gridando: <>.

Come quando, cogliendo biado o loglio,
  li colombi adunati a la pastura,
  queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,

se cosa appare ond'elli abbian paura,
  subitamente lasciano star l'esca,
  perch'assaliti son da maggior cura;

cosi` vid'io quella masnada fresca
  lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
  com'om che va, ne' sa dove riesca:

ne' la nostra partita fu men tosta.



Purgatorio: Canto III


Avvegna che la subitana fuga
  dispergesse color per la campagna,
  rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i' mi ristrinsi a la fida compagna:
  e come sare' io sanza lui corso?
  chi m'avria tratto su per la montagna?

El mi parea da se' stesso rimorso:
  o dignitosa coscienza e netta,
  come t'e` picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
  che l'onestade ad ogn'atto dismaga,
  la mente mia, che prima era ristretta,

lo 'ntento rallargo`, si` come vaga,
  e diedi 'l viso mio incontr'al poggio
  che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
  rotto m'era dinanzi a la figura,
  ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.

Io mi volsi dallato con paura
  d'essere abbandonato, quand'io vidi
  solo dinanzi a me la terra oscura;

e 'l mio conforto: <>,
  a dir mi comincio` tutto rivolto;
  <>; e qui chino` la fronte,
  e piu` non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a pie` del monte;
  quivi trovammo la roccia si` erta,
  che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbia la piu` diserta,
  la piu` rotta ruina e` una scala,
  verso di quella, agevole e aperta.

<>,
  disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
  <>.

E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
  essaminava del cammin la mente,
  e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m'appari` una gente
  d'anime, che movieno i pie` ver' noi,
  e non pareva, si` venian lente.

<>, diss'io, <>.

Guardo` allora, e con libero piglio
  rispuose: <>.

Ancora era quel popol di lontano,
  i' dico dopo i nostri mille passi,
  quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi
  de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti
  com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.

<>,
  Virgilio incomincio`, <>.

Come le pecorelle escon del chiuso
  a una, a due, a tre, e l'altre stanno
  timidette atterrando l'occhio e 'l muso;

e cio` che fa la prima, e l'altre fanno,
  addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
  semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno;

si` vid'io muovere a venir la testa
  di quella mandra fortunata allotta,
  pudica in faccia e ne l'andare onesta.

Come color dinanzi vider rotta
  la luce in terra dal mio destro canto,
  si` che l'ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser se' in dietro alquanto,
  e tutti li altri che venieno appresso,
  non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto.

<>.

Cosi` 'l maestro; e quella gente degna
  <>, disse, <>,
  coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incomincio`: <>.

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
  biondo era e bello e di gentile aspetto,
  ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.

Quand'io mi fui umilmente disdetto
  d'averlo visto mai, el disse: <>;
  e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.

Poi sorridendo disse: <>.



Purgatorio: Canto IV


Quando per dilettanze o ver per doglie,
  che alcuna virtu` nostra comprenda
  l'anima bene ad essa si raccoglie,

par ch'a nulla potenza piu` intenda;
  e questo e` contra quello error che crede
  ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.

E pero`, quando s'ode cosa o vede
  che tegna forte a se' l'anima volta,
  vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;

ch'altra potenza e` quella che l'ascolta,
  e altra e` quella c'ha l'anima intera:
  questa e` quasi legata, e quella e` sciolta.

Di cio` ebb'io esperienza vera,
  udendo quello spirto e ammirando;
  che' ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m'era accorto, quando
  venimmo ove quell'anime ad una
  gridaro a noi: <>.

Maggiore aperta molte volte impruna
  con una forcatella di sue spine
  l'uom de la villa quando l'uva imbruna,

che non era la calla onde saline
  lo duca mio, e io appresso, soli,
  come da noi la schiera si partine.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
  montasi su in Bismantova 'n Cacume
  con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli;

dico con l'ale snelle e con le piume
  del gran disio, di retro a quel condotto
  che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro 'l sasso rotto,
  e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
  e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
  de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
  <>, diss'io, <>.

Ed elli a me: <>.

Lo sommo er'alto che vincea la vista,
  e la costa superba piu` assai
  che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:
  <>.

<>, disse, <>,
  additandomi un balzo poco in sue
  che da quel lato il poggio tutto gira.

Si` mi spronaron le parole sue,
  ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
  tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui
  volti a levante ond'eravam saliti,
  che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
  poscia li alzai al sole, e ammirava
  che da sinistra n'eravam feriti.

Ben s'avvide il poeta ch'io stava
  stupido tutto al carro de la luce,
  ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond'elli a me: <>.

<> diss'io, <>.

Ed elli a me: <>.

E com'elli ebbe sua parola detta,
  una voce di presso sono`: <>.

Al suon di lei ciascun di noi si torse,
  e vedemmo a mancina un gran petrone,
  del qual ne' io ne' ei prima s'accorse.

La` ci traemmo; e ivi eran persone
  che si stavano a l'ombra dietro al sasso
  come l'uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,
  sedeva e abbracciava le ginocchia,
  tenendo 'l viso giu` tra esse basso.

<>, diss'io, <>.

Allor si volse a noi e puose mente,
  movendo 'l viso pur su per la coscia,
  e disse: <>.

Conobbi allor chi era, e quella angoscia
  che m'avacciava un poco ancor la lena,
  non m'impedi` l'andare a lui; e poscia

ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena,
  dicendo: <>.

Li atti suoi pigri e le corte parole
  mosser le labbra mie un poco a riso;
  poi cominciai: <>.

Ed elli: <>.

E gia` il poeta innanzi mi saliva,
  e dicea: <>.



Purgatorio: Canto V


Io era gia` da quell'ombre partito,
  e seguitava l'orme del mio duca,
  quando di retro a me, drizzando 'l dito,

una grido`: <>.

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
  e vidile guardar per maraviglia
  pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.

<>,
  disse 'l maestro, <>.

Che potea io ridir, se non <>?
  Dissilo, alquanto del color consperso
  che fa l'uom di perdon talvolta degno.

E 'ntanto per la costa di traverso
  venivan genti innanzi a noi un poco,
  cantando 'Miserere' a verso a verso.

Quando s'accorser ch'i' non dava loco
  per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
  mutar lor canto in un <> lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,
  corsero incontr'a noi e dimandarne:
  <>.

E 'l mio maestro: <>.

Vapori accesi non vid'io si` tosto
  di prima notte mai fender sereno,
  ne', sol calando, nuvole d'agosto,

che color non tornasser suso in meno;
  e, giunti la`, con li altri a noi dier volta
  come schiera che scorre sanza freno.

<>, disse 'l poeta:
  <>.

<>,
  venian gridando, <>.

E io: <>.

E uno incomincio`: <>.

Poi disse un altro: <>.

E io a lui: <>.

<>, rispuos'elli, <>.

<>,
  seguito` 'l terzo spirito al secondo,

<>.



Purgatorio: Canto VI


Quando si parte il gioco de la zara,
  colui che perde si riman dolente,
  repetendo le volte, e tristo impara;

con l'altro se ne va tutta la gente;
  qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
  e qual dallato li si reca a mente;

el non s'arresta, e questo e quello intende;
  a cui porge la man, piu` non fa pressa;
  e cosi` da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,
  volgendo a loro, e qua e la`, la faccia,
  e promettendo mi sciogliea da essa.

Quiv'era l'Aretin che da le braccia
  fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
  e l'altro ch'annego` correndo in caccia.

Quivi pregava con le mani sporte
  Federigo Novello, e quel da Pisa
  che fe' parer lo buon Marzucco forte.

Vidi conte Orso e l'anima divisa
  dal corpo suo per astio e per inveggia,
  com'e' dicea, non per colpa commisa;

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
  mentr'e` di qua, la donna di Brabante,
  si` che pero` non sia di peggior greggia.

Come libero fui da tutte quante
  quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
  si` che s'avacci lor divenir sante,

io cominciai: <>.

Ed elli a me: <>.

E io: <>.

<>,
  rispuose, <>.

Venimmo a lei: o anima lombarda,
  come ti stavi altera e disdegnosa
  e nel mover de li occhi onesta e tarda!

Ella non ci dicea alcuna cosa,
  ma lasciavane gir, solo sguardando
  a guisa di leon quando si posa.

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
  che ne mostrasse la miglior salita;
  e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita
  ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
  <>, e l'ombra, tutta in se' romita,

surse ver' lui del loco ove pria stava,
  dicendo: <>; e l'un l'altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
  nave sanza nocchiere in gran tempesta,
  non donna di province, ma bordello!

Quell'anima gentil fu cosi` presta,
  sol per lo dolce suon de la sua terra,
  di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra
  li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
  di quei ch'un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode
  le tue marine, e poi ti guarda in seno,
  s'alcuna parte in te di pace gode.

Che val perche' ti racconciasse il freno
  Iustiniano, se la sella e` vota?
  Sanz'esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,
  e lasciar seder Cesare in la sella,
  se bene intendi cio` che Dio ti nota,

guarda come esta fiera e` fatta fella
  per non esser corretta da li sproni,
  poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch'abbandoni
  costei ch'e` fatta indomita e selvaggia,
  e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia
  sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
  tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!

Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,
  per cupidigia di costa` distretti,
  che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
  Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
  color gia` tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
  d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
  e vedrai Santafior com'e` oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne
  vedova e sola, e di` e notte chiama:
  <>.

Vieni a veder la gente quanto s'ama!
  e se nulla di noi pieta` ti move,
  a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m'e`, o sommo Giove
  che fosti in terra per noi crucifisso,
  son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O e` preparazion che ne l'abisso
  del tuo consiglio fai per alcun bene
  in tutto de l'accorger nostro scisso?

Che' le citta` d'Italia tutte piene
  son di tiranni, e un Marcel diventa
  ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
  di questa digression che non ti tocca,
  merce' del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
  per non venir sanza consiglio a l'arco;
  ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;
  ma il popol tuo solicito risponde
  sanza chiamare, e grida: <>.

Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde:
  tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
  S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno
  l'antiche leggi e furon si` civili,
  fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili
  provedimenti, ch'a mezzo novembre
  non giugne quel che tu d'ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,
  legge, moneta, officio e costume
  hai tu mutato e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,
  vedrai te somigliante a quella inferma
  che non puo` trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma.



Purgatorio: Canto VII


Poscia che l'accoglienze oneste e liete
  furo iterate tre e quattro volte,
  Sordel si trasse, e disse: <>.

<>.
  Cosi` rispuose allora il duca mio.

Qual e` colui che cosa innanzi se'
  subita vede ond'e' si maraviglia,
  che crede e non, dicendo <>,

tal parve quelli; e poi chino` le ciglia,
  e umilmente ritorno` ver' lui,
  e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia.

<>, disse, <>.

<>,
  rispuose lui, <>.

Rispuose: <>.

<>, fu risposto.  <>.

E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito,
  dicendo: <>.

Allora il mio segnor, quasi ammirando,
  <>, disse, <>.

Poco allungati c'eravam di lici,
  quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,
  a guisa che i vallon li sceman quici.

<>, disse quell'ombra, <>.

Tra erto e piano era un sentiero schembo,
  che ne condusse in fianco de la lacca,
  la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo.

Oro e argento fine, cocco e biacca,
  indaco, legno lucido e sereno,
  fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,

da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno
  posti, ciascun saria di color vinto,
  come dal suo maggiore e` vinto il meno.

Non avea pur natura ivi dipinto,
  ma di soavita` di mille odori
  vi facea uno incognito e indistinto.

'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori
  quindi seder cantando anime vidi,
  che per la valle non parean di fuori.

<>,
  comincio` 'l Mantoan che ci avea volti,
  <>.



Purgatorio: Canto VIII


Era gia` l'ora che volge il disio
  ai navicanti e 'ntenerisce il core
  lo di` c'han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d'amore
  punge, se ode squilla di lontano
  che paia il giorno pianger che si more;

quand'io incominciai a render vano
  l'udire e a mirare una de l'alme
  surta, che l'ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levo` ambo le palme,
  ficcando li occhi verso l'oriente,
  come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.

'Te lucis ante' si` devotamente
  le uscio di bocca e con si` dolci note,
  che fece me a me uscir di mente;

e l'altre poi dolcemente e devote
  seguitar lei per tutto l'inno intero,
  avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
  che' 'l velo e` ora ben tanto sottile,
  certo che 'l trapassar dentro e` leggero.

Io vidi quello essercito gentile
  tacito poscia riguardare in sue
  quasi aspettando, palido e umile;

e vidi uscir de l'alto e scender giue
  due angeli con due spade affocate,
  tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate
  erano in veste, che da verdi penne
  percosse traean dietro e ventilate.

L'un poco sovra noi a star si venne,
  e l'altro scese in l'opposita sponda,
  si` che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernea in lor la testa bionda;
  ma ne la faccia l'occhio si smarria,
  come virtu` ch'a troppo si confonda.

<>,
  disse Sordello, <>.

Ond'io, che non sapeva per qual calle,
  mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
  tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: <>.

Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
  e fui di sotto, e vidi un che mirava
  pur me, come conoscer mi volesse.

Temp'era gia` che l'aere s'annerava,
  ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei
  non dichiarisse cio` che pria serrava.

Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
  giudice Nin gentil, quanto mi piacque
  quando ti vidi non esser tra ' rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;
  poi dimando`: <>.

<>, diss'io lui, <>.

E come fu la mia risposta udita,
  Sordello ed elli in dietro si raccolse
  come gente di subito smarrita.

L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
  che sedea li`, gridando: <>.

Poi, volto a me: <>.

Cosi` dicea, segnato de la stampa,
  nel suo aspetto, di quel dritto zelo
  che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
  pur la` dove le stelle son piu` tarde,
  si` come rota piu` presso a lo stelo.

E 'l duca mio: <>.
  E io a lui: <>.

Ond'elli a me: <>.

Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse
  dicendo: <>;
  e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo
  la picciola vallea, era una biscia,
  forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia,
  volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
  leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e pero` dicer non posso,
  come mosser li astor celestiali;
  ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.

Sentendo fender l'aere a le verdi ali,
  fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta,
  suso a le poste rivolando iguali.

L'ombra che s'era al giudice raccolta
  quando chiamo`, per tutto quello assalto
  punto non fu da me guardare sciolta.

<>,

comincio` ella, <>.

<>, diss'io lui, <>.

Ed elli: <>.



Purgatorio: Canto IX


La concubina di Titone antico
  gia` s'imbiancava al balco d'oriente,
  fuor de le braccia del suo dolce amico;

di gemme la sua fronte era lucente,
  poste in figura del freddo animale
  che con la coda percuote la gente;

e la notte, de' passi con che sale,
  fatti avea due nel loco ov'eravamo,
  e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale;

quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
  vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
  la` 've gia` tutti e cinque sedavamo.

Ne l'ora che comincia i tristi lai
  la rondinella presso a la mattina,
  forse a memoria de' suo' primi guai,

e che la mente nostra, peregrina
  piu` da la carne e men da' pensier presa,
  a le sue vision quasi e` divina,

in sogno mi parea veder sospesa
  un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
  con l'ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea la` dove fuoro
  abbandonati i suoi da Ganimede,
  quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: 'Forse questa fiede
  pur qui per uso, e forse d'altro loco
  disdegna di portarne suso in piede'.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,
  terribil come folgor discendesse,
  e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;
  e si` lo 'ncendio imaginato cosse,
  che convenne che 'l sonno si rompesse.

Non altrimenti Achille si riscosse,
  li occhi svegliati rivolgendo in giro
  e non sappiendo la` dove si fosse,

quando la madre da Chiron a Schiro
  trafuggo` lui dormendo in le sue braccia,
  la` onde poi li Greci il dipartiro;

che mi scoss'io, si` come da la faccia
  mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto,
  come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.

Dallato m'era solo il mio conforto,
  e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore,
  e 'l viso m'era a la marina torto.

<>, disse il mio segnore;
  <>.

A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta
  e che muta in conforto sua paura,
  poi che la verita` li e` discoperta,

mi cambia' io; e come sanza cura
  vide me 'l duca mio, su per lo balzo
  si mosse, e io di rietro inver' l'altura.

Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
  la mia matera, e pero` con piu` arte
  non ti maravigliar s'io la rincalzo.

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
  che la` dove pareami prima rotto,
  pur come un fesso che muro diparte,

vidi una porta, e tre gradi di sotto
  per gire ad essa, di color diversi,
  e un portier ch'ancor non facea motto.

E come l'occhio piu` e piu` v'apersi,
  vidil seder sovra 'l grado sovrano,
  tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;

e una spada nuda avea in mano,
  che reflettea i raggi si` ver' noi,
  ch'io drizzava spesso il viso in vano.

<>,
  comincio` elli a dire, <>.

<>,
  rispuose 'l mio maestro a lui, <>.

<>,
  ricomincio` il cortese portinaio:
  <>.

La` ne venimmo; e lo scaglion primaio
  bianco marmo era si` pulito e terso,
  ch'io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto piu` che perso,
  d'una petrina ruvida e arsiccia,
  crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
  porfido mi parea, si` fiammeggiante,
  come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenea ambo le piante
  l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
  che mi sembiava pietra di diamante.

Per li tre gradi su` di buona voglia
  mi trasse il duca mio, dicendo: <>.

Divoto mi gittai a' santi piedi;
  misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,
  ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse
  col punton de la spada, e <>, disse.

Cenere, o terra che secca si cavi,
  d'un color fora col suo vestimento;
  e di sotto da quel trasse due chiavi.

L'una era d'oro e l'altra era d'argento;
  pria con la bianca e poscia con la gialla
  fece a la porta si`, ch'i' fu' contento.

<>,
  diss'elli a noi, <>.

Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,
  dicendo: <>.

E quando fuor ne' cardini distorti
  li spigoli di quella regge sacra,
  che di metallo son sonanti e forti,

non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra
  Tarpea, come tolto le fu il buono
  Metello, per che poi rimase macra.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,
  e 'Te Deum laudamus' mi parea
  udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea
  cio` ch'io udiva, qual prender si suole
  quando a cantar con organi si stea;

ch'or si` or no s'intendon le parole.



Purgatorio: Canto X


Poi fummo dentro al soglio de la porta
  che 'l mal amor de l'anime disusa,
  perche' fa parer dritta la via torta,

sonando la senti' esser richiusa;
  e s'io avesse li occhi volti ad essa,
  qual fora stata al fallo degna scusa?

Noi salavam per una pietra fessa,
  che si moveva e d'una e d'altra parte,
  si` come l'onda che fugge e s'appressa.

<>,
  comincio` 'l duca mio, <>.

E questo fece i nostri passi scarsi,
  tanto che pria lo scemo de la luna
  rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

che noi fossimo fuor di quella cruna;
  ma quando fummo liberi e aperti
  su` dove il monte in dietro si rauna,

io stancato e amendue incerti
  di nostra via, restammo in su un piano
  solingo piu` che strade per diserti.

Da la sua sponda, ove confina il vano,
  al pie` de l'alta ripa che pur sale,
  misurrebbe in tre volte un corpo umano;

e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
  or dal sinistro e or dal destro fianco,
  questa cornice mi parea cotale.

La` su` non eran mossi i pie` nostri anco,
  quand'io conobbi quella ripa intorno
  che dritto di salita aveva manco,

esser di marmo candido e addorno
  d'intagli si`, che non pur Policleto,
  ma la natura li` avrebbe scorno.

L'angel che venne in terra col decreto
  de la molt'anni lagrimata pace,
  ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,

dinanzi a noi pareva si` verace
  quivi intagliato in un atto soave,
  che non sembiava imagine che tace.

Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';
  perche' iv'era imaginata quella
  ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;

e avea in atto impressa esta favella
  'Ecce ancilla Dei', propriamente
  come figura in cera si suggella.

<>,
  disse 'l dolce maestro, che m'avea
  da quella parte onde 'l cuore ha la gente.

Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
  di retro da Maria, da quella costa
  onde m'era colui che mi movea,

un'altra storia ne la roccia imposta;
  per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,
  accio` che fosse a li occhi miei disposta.

Era intagliato li` nel marmo stesso
  lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,
  per che si teme officio non commesso.

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
  partita in sette cori, a' due mie' sensi
  faceva dir l'un <>, l'altro <>.

Similemente al fummo de li 'ncensi
  che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
  e al si` e al no discordi fensi.

Li` precedeva al benedetto vaso,
  trescando alzato, l'umile salmista,
  e piu` e men che re era in quel caso.

Di contra, effigiata ad una vista
  d'un gran palazzo, Micol ammirava
  si` come donna dispettosa e trista.

I' mossi i pie` del loco dov'io stava,
  per avvisar da presso un'altra istoria,
  che di dietro a Micol mi biancheggiava.

Quiv'era storiata l'alta gloria
  del roman principato, il cui valore
  mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

i' dico di Traiano imperadore;
  e una vedovella li era al freno,
  di lagrime atteggiata e di dolore.

Intorno a lui parea calcato e pieno
  di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro
  sovr'essi in vista al vento si movieno.

La miserella intra tutti costoro
  pareva dir: <>;

ed elli a lei rispondere: <>; e quella: <>,
  come persona in cui dolor s'affretta,

<>; ed ei: <>; ed ella: <>;

ond'elli: <>.

Colui che mai non vide cosa nova
  produsse esto visibile parlare,
  novello a noi perche' qui non si trova.

Mentr'io mi dilettava di guardare
  l'imagini di tante umilitadi,
  e per lo fabbro loro a veder care,

<>,
  mormorava il poeta, <>.

Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
  per veder novitadi ond'e' son vaghi,
  volgendosi ver' lui non furon lenti.

Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi
  di buon proponimento per udire
  come Dio vuol che 'l debito si paghi.

Non attender la forma del martire:
  pensa la succession; pensa ch'al peggio,
  oltre la gran sentenza non puo` ire.

Io cominciai: <>.

Ed elli a me: <>.

O superbi cristian, miseri lassi,
  che, de la vista de la mente infermi,
  fidanza avete ne' retrosi passi,

non v'accorgete voi che noi siam vermi
  nati a formar l'angelica farfalla,
  che vola a la giustizia sanza schermi?

Di che l'animo vostro in alto galla,
  poi siete quasi antomata in difetto,
  si` come vermo in cui formazion falla?

Come per sostentar solaio o tetto,
  per mensola talvolta una figura
  si vede giugner le ginocchia al petto,

la qual fa del non ver vera rancura
  nascere 'n chi la vede; cosi` fatti
  vid'io color, quando puosi ben cura.

Vero e` che piu` e meno eran contratti
  secondo ch'avien piu` e meno a dosso;
  e qual piu` pazienza avea ne li atti,

piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'.



Purgatorio: Canto XI


<>.

Cosi` a se' e noi buona ramogna
  quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,
  simile a quel che tal volta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo
  e lasse su per la prima cornice,
  purgando la caligine del mondo.

Se di la` sempre ben per noi si dice,
  di qua che dire e far per lor si puote
  da quei ch'hanno al voler buona radice?

Ben si de' loro atar lavar le note
  che portar quinci, si` che, mondi e lievi,
  possano uscire a le stellate ruote.

<>.

Le lor parole, che rendero a queste
  che dette avea colui cu' io seguiva,
  non fur da cui venisser manifeste;

ma fu detto: <>.

Ascoltando chinai in giu` la faccia;
  e un di lor, non questi che parlava,
  si torse sotto il peso che li 'mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,
  tenendo li occhi con fatica fisi
  a me che tutto chin con loro andava.

<>, diss'io lui, <>.

<>, diss'elli, <>.

E io a lui: <>.

<>, rispuose, <>.

E io: <>.

<>, disse,
  <>.



Purgatorio: Canto XII


Di pari, come buoi che vanno a giogo,
  m'andava io con quell'anima carca,
  fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.

Ma quando disse: <>;

dritto si` come andar vuolsi rife'mi
  con la persona, avvegna che i pensieri
  mi rimanessero e chinati e scemi.

Io m'era mosso, e seguia volontieri
  del mio maestro i passi, e amendue
  gia` mostravam com'eravam leggeri;

ed el mi disse: <>.

Come, perche' di lor memoria sia,
  sovra i sepolti le tombe terragne
  portan segnato quel ch'elli eran pria,

onde li` molte volte si ripiagne
  per la puntura de la rimembranza,
  che solo a' pii da` de le calcagne;

si` vid'io li`, ma di miglior sembianza
  secondo l'artificio, figurato
  quanto per via di fuor del monte avanza.

Vedea colui che fu nobil creato
  piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo
  folgoreggiando scender, da l'un lato.

Vedea Briareo, fitto dal telo
  celestial giacer, da l'altra parte,
  grave a la terra per lo mortal gelo.

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
  armati ancora, intorno al padre loro,
  mirar le membra d'i Giganti sparte.

Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro
  quasi smarrito, e riguardar le genti
  che 'n Sennaar con lui superbi fuoro.

O Niobe`, con che occhi dolenti
  vedea io te segnata in su la strada,
  tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!

O Saul, come in su la propria spada
  quivi parevi morto in Gelboe`,
  che poi non senti` pioggia ne' rugiada!

O folle Aragne, si` vedea io te
  gia` mezza ragna, trista in su li stracci
  de l'opera che mal per te si fe'.

O Roboam, gia` non par che minacci
  quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
  nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.

Mostrava ancor lo duro pavimento
  come Almeon a sua madre fe' caro
  parer lo sventurato addornamento.

Mostrava come i figli si gittaro
  sovra Sennacherib dentro dal tempio,
  e come, morto lui, quivi il lasciaro.

Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
  che fe' Tamiri, quando disse a Ciro:
  <>.

Mostrava come in rotta si fuggiro
  li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
  e anche le reliquie del martiro.

Vedeva Troia in cenere e in caverne;
  o Ilion, come te basso e vile
  mostrava il segno che li` si discerne!

Qual di pennel fu maestro o di stile
  che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi
  mirar farieno uno ingegno sottile?

Morti li morti e i vivi parean vivi:
  non vide mei di me chi vide il vero,
  quant'io calcai, fin che chinato givi.

Or superbite, e via col viso altero,
  figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
  si` che veggiate il vostro mal sentero!

Piu` era gia` per noi del monte volto
  e del cammin del sole assai piu` speso
  che non stimava l'animo non sciolto,

quando colui che sempre innanzi atteso
  andava, comincio`: <>.

Io era ben del suo ammonir uso
  pur di non perder tempo, si` che 'n quella
  materia non potea parlarmi chiuso.

A noi venia la creatura bella,
  biancovestito e ne la faccia quale
  par tremolando mattutina stella.

Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;
  disse: <>.

Menocci ove la roccia era tagliata;
  quivi mi batte' l'ali per la fronte;
  poi mi promise sicura l'andata.

Come a man destra, per salire al monte
  dove siede la chiesa che soggioga
  la ben guidata sopra Rubaconte,

si rompe del montar l'ardita foga
  per le scalee che si fero ad etade
  ch'era sicuro il quaderno e la doga;

cosi` s'allenta la ripa che cade
  quivi ben ratta da l'altro girone;
  ma quinci e quindi l'alta pietra rade.

Noi volgendo ivi le nostre persone,
  'Beati pauperes spiritu!' voci
  cantaron si`, che nol diria sermone.

Ahi quanto son diverse quelle foci
  da l'infernali! che' quivi per canti
  s'entra, e la` giu` per lamenti feroci.

Gia` montavam su per li scaglion santi,
  ed esser mi parea troppo piu` lieve
  che per lo pian non mi parea davanti.

Ond'io: <>.

Rispuose: <>.

Allor fec'io come color che vanno
  con cosa in capo non da lor saputa,
  se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;

per che la mano ad accertar s'aiuta,
  e cerca e truova e quello officio adempie
  che non si puo` fornir per la veduta;

e con le dita de la destra scempie
  trovai pur sei le lettere che 'ncise
  quel da le chiavi a me sovra le tempie:

a che guardando, il mio duca sorrise.



Purgatorio: Canto XIII


Noi eravamo al sommo de la scala,
  dove secondamente si risega
  lo monte che salendo altrui dismala.

Ivi cosi` una cornice lega
  dintorno il poggio, come la primaia;
  se non che l'arco suo piu` tosto piega.

Ombra non li` e` ne' segno che si paia:
  parsi la ripa e parsi la via schietta
  col livido color de la petraia.

<>,
  ragionava il poeta, <>.

Poi fisamente al sole li occhi porse;
  fece del destro lato a muover centro,
  e la sinistra parte di se' torse.

<>,
  dicea, <>.

Quanto di qua per un migliaio si conta,
  tanto di la` eravam noi gia` iti,
  con poco tempo, per la voglia pronta;

e verso noi volar furon sentiti,
  non pero` visti, spiriti parlando
  a la mensa d'amor cortesi inviti.

La prima voce che passo` volando
  'Vinum non habent' altamente disse,
  e dietro a noi l'ando` reiterando.

E prima che del tutto non si udisse
  per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
  passo` gridando, e anco non s'affisse.

<>, diss'io, <>.
  E com'io domandai, ecco la terza
  dicendo: 'Amate da cui male aveste'.

E 'l buon maestro: <>.

Allora piu` che prima li occhi apersi;
  guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
  al color de la pietra non diversi.

E poi che fummo un poco piu` avanti,
  udia gridar: 'Maria, ora per noi':
  gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.

Non credo che per terra vada ancoi
  omo si` duro, che non fosse punto
  per compassion di quel ch'i' vidi poi;

che', quando fui si` presso di lor giunto,
  che li atti loro a me venivan certi,
  per li occhi fui di grave dolor munto.

Di vil ciliccio mi parean coperti,
  e l'un sofferia l'altro con la spalla,
  e tutti da la ripa eran sofferti.

Cosi` li ciechi a cui la roba falla
  stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
  e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,

perche' 'n altrui pieta` tosto si pogna,
  non pur per lo sonar de le parole,
  ma per la vista che non meno agogna.

E come a li orbi non approda il sole,
  cosi` a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,
  luce del ciel di se' largir non vole;

che' a tutti un fil di ferro i cigli fora
  e cusce si`, come a sparvier selvaggio
  si fa pero` che queto non dimora.

A me pareva, andando, fare oltraggio,
  veggendo altrui, non essendo veduto:
  per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.

Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
  e pero` non attese mia dimanda,
  ma disse: <>.

Virgilio mi venia da quella banda
  de la cornice onde cader si puote,
  perche' da nulla sponda s'inghirlanda;

da l'altra parte m'eran le divote
  ombre, che per l'orribile costura
  premevan si`, che bagnavan le gote.

Volsimi a loro e <>,
  incominciai, <>.

<>.

Questo mi parve per risposta udire
  piu` innanzi alquanto che la` dov'io stava,
  ond'io mi feci ancor piu` la` sentire.

Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
  in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
  lo mento a guisa d'orbo in su` levava.

<>, diss'io, <>.

<>, rispuose, <>.

<
  • >, diss'io, <>. Ed ella a me: <>. E io: <>. <>, rispuose, <>. Purgatorio: Canto XIV <>. <>. Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini, ragionavan di me ivi a man dritta; poi fer li visi, per dirmi, supini; e disse l'uno: <>. E io: <>. <>, allora mi rispuose quei che diceva pria, <>. E l'altro disse lui: <>. E l'ombra che di cio` domandata era, si sdebito` cosi`: <>. Com'a l'annunzio di dogliosi danni si turba il viso di colui ch'ascolta, da qual che parte il periglio l'assanni, cosi` vid'io l'altr'anima, che volta stava a udir, turbarsi e farsi trista, poi ch'ebbe la parola a se' raccolta. Lo dir de l'una e de l'altra la vista mi fer voglioso di saper lor nomi, e dimanda ne fei con prieghi mista; per che lo spirto che di pria parlomi ricomincio`: <>. Noi sapavam che quell'anime care ci sentivano andar; pero`, tacendo, facean noi del cammin confidare. Poi fummo fatti soli procedendo, folgore parve quando l'aere fende, voce che giunse di contra dicendo: 'Anciderammi qualunque m'apprende'; e fuggi` come tuon che si dilegua, se subito la nuvola scoscende. Come da lei l'udir nostro ebbe triegua, ed ecco l'altra con si` gran fracasso, che somiglio` tonar che tosto segua: <>; e allor, per ristrignermi al poeta, in destro feci e non innanzi il passo. Gia` era l'aura d'ogne parte queta; ed el mi disse: <>. Purgatorio: Canto XV Quanto tra l'ultimar de l'ora terza e 'l principio del di` par de la spera che sempre a guisa di fanciullo scherza, tanto pareva gia` inver' la sera essere al sol del suo corso rimaso; vespero la`, e qui mezza notte era. E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso, perche' per noi girato era si` 'l monte, che gia` dritti andavamo inver' l'occaso, quand'io senti' a me gravar la fronte a lo splendore assai piu` che di prima, e stupor m'eran le cose non conte; ond'io levai le mani inver' la cima de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio, che del soverchio visibile lima. Come quando da l'acqua o da lo specchio salta lo raggio a l'opposita parte, salendo su per lo modo parecchio a quel che scende, e tanto si diparte dal cader de la pietra in igual tratta, si` come mostra esperienza e arte; cosi` mi parve da luce rifratta quivi dinanzi a me esser percosso; per che a fuggir la mia vista fu ratta. <>, diss'io, <>. <>, a me rispuose: <>. Poi giunti fummo a l'angel benedetto, con lieta voce disse: <>. Noi montavam, gia` partiti di linci, e 'Beati misericordes!' fue cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'. Lo mio maestro e io soli amendue suso andavamo; e io pensai, andando, prode acquistar ne le parole sue; e dirizza'mi a lui si` dimandando: <>. Per ch'elli a me: <>. <>, diss'io, <>. Ed elli a me: <>. Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe', vidimi giunto in su l'altro girone, si` che tacer mi fer le luci vaghe. Ivi mi parve in una visione estatica di subito esser tratto, e vedere in un tempio piu` persone; e una donna, in su l'entrar, con atto dolce di madre dicer: <>. E come qui si tacque, cio` che pareva prima, dispario. Indi m'apparve un'altra con quell'acque giu` per le gote che 'l dolor distilla quando di gran dispetto in altrui nacque, e dir: <>. E 'l segnor mi parea, benigno e mite, risponder lei con viso temperato: <>, Poi vidi genti accese in foco d'ira con pietre un giovinetto ancider, forte gridando a se' pur: <>. E lui vedea chinarsi, per la morte che l'aggravava gia`, inver' la terra, ma de li occhi facea sempre al ciel porte, orando a l'alto Sire, in tanta guerra, che perdonasse a' suoi persecutori, con quello aspetto che pieta` diserra. Quando l'anima mia torno` di fori a le cose che son fuor di lei vere, io riconobbi i miei non falsi errori. Lo duca mio, che mi potea vedere far si` com'om che dal sonno si slega, disse: <>. <>, diss'io, <>. Ed ei: <>. Noi andavam per lo vespero, attenti oltre quanto potean li occhi allungarsi contra i raggi serotini e lucenti. Ed ecco a poco a poco un fummo farsi verso di noi come la notte oscuro; ne' da quello era loco da cansarsi. Questo ne tolse li occhi e l'aere puro. Purgatorio: Canto XVI Buio d'inferno e di notte privata d'ogne pianeto, sotto pover cielo, quant'esser puo` di nuvol tenebrata, non fece al viso mio si` grosso velo come quel fummo ch'ivi ci coperse, ne' a sentir di cosi` aspro pelo, che l'occhio stare aperto non sofferse; onde la scorta mia saputa e fida mi s'accosto` e l'omero m'offerse. Si` come cieco va dietro a sua guida per non smarrirsi e per non dar di cozzo in cosa che 'l molesti, o forse ancida, m'andava io per l'aere amaro e sozzo, ascoltando il mio duca che diceva pur: <>. Io sentia voci, e ciascuna pareva pregar per pace e per misericordia l'Agnel di Dio che le peccata leva. Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia; una parola in tutte era e un modo, si` che parea tra esse ogne concordia. <>, diss'io. Ed elli a me: <>. <>. Cosi` per una voce detto fue; onde 'l maestro mio disse: <>. E io: <>. <>, rispuose; <>. Allora incominciai: <>. <>. Cosi` rispuose, e soggiunse: <>. E io a lui: <>. Alto sospir, che duolo strinse in <>, mise fuor prima; e poi comincio`: <>. <>, diss'io, <>. <>, rispuose a me; <>. Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi. Purgatorio: Canto XVII Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe, come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi; e fia la tua imagine leggera in giugnere a veder com'io rividi lo sole in pria, che gia` nel corcar era. Si`, pareggiando i miei co' passi fidi del mio maestro, usci' fuor di tal nube ai raggi morti gia` ne' bassi lidi. O imaginativa che ne rube talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge perche' dintorno suonin mille tube, chi move te, se 'l senso non ti porge? Moveti lume che nel ciel s'informa, per se' o per voler che giu` lo scorge. De l'empiezza di lei che muto` forma ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta, ne l'imagine mia apparve l'orma; e qui fu la mia mente si` ristretta dentro da se', che di fuor non venia cosa che fosse allor da lei ricetta. Poi piovve dentro a l'alta fantasia un crucifisso dispettoso e fero ne la sua vista, e cotal si moria; intorno ad esso era il grande Assuero, Ester sua sposa e 'l giusto Mardoceo, che fu al dire e al far cosi` intero. E come questa imagine rompeo se' per se' stessa, a guisa d'una bulla cui manca l'acqua sotto qual si feo, surse in mia visione una fanciulla piangendo forte, e dicea: <>. Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto; cosi` l'imaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi percosse, maggior assai che quel ch'e` in nostro uso. I' mi volgea per veder ov'io fosse, quando una voce disse <>, che da ogne altro intento mi rimosse; e fece la mia voglia tanto pronta di riguardar chi era che parlava, che mai non posa, se non si raffronta. Ma come al sol che nostra vista grava e per soverchio sua figura vela, cosi` la mia virtu` quivi mancava. <>. Cosi` disse il mio duca, e io con lui volgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto ch'io al primo grado fui, senti'mi presso quasi un muover d'ala e ventarmi nel viso e dir: 'Beati pacifici, che son sanz'ira mala!'. Gia` eran sovra noi tanto levati li ultimi raggi che la notte segue, che le stelle apparivan da piu` lati. 'O virtu` mia, perche' si` ti dilegue?', fra me stesso dicea, che' mi sentiva la possa de le gambe posta in triegue. Noi eravam dove piu` non saliva la scala su`, ed eravamo affissi, pur come nave ch'a la piaggia arriva. E io attesi un poco, s'io udissi alcuna cosa nel novo girone; poi mi volsi al maestro mio, e dissi: <>. Ed elli a me: <>. <>, comincio` el, <>. Purgatorio: Canto XVIII Posto avea fine al suo ragionamento l'alto dottore, e attento guardava ne la mia vista s'io parea contento; e io, cui nova sete ancor frugava, di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse lo troppo dimandar ch'io fo li grava'. Ma quel padre verace, che s'accorse del timido voler che non s'apriva, parlando, di parlare ardir mi porse. Ond'io: <>. <>, disse, <>. <>, rispuos'io lui, <>. Ed elli a me: <>. La luna, quasi a mezza notte tarda, facea le stelle a noi parer piu` rade, fatta com'un secchion che tuttor arda; e correa contro 'l ciel per quelle strade che 'l sole infiamma allor che quel da Roma tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade. E quell'ombra gentil per cui si noma Pietola piu` che villa mantoana, del mio carcar diposta avea la soma; per ch'io, che la ragione aperta e piana sovra le mie quistioni avea ricolta, stava com'om che sonnolento vana. Ma questa sonnolenza mi fu tolta subitamente da gente che dopo le nostre spalle a noi era gia` volta. E quale Ismeno gia` vide e Asopo lungo di se` di notte furia e calca, pur che i Teban di Bacco avesser uopo, cotal per quel giron suo passo falca, per quel ch'io vidi di color, venendo, cui buon volere e giusto amor cavalca. Tosto fur sovr'a noi, perche' correndo si movea tutta quella turba magna; e due dinanzi gridavan piangendo: <>. <>, gridavan li altri appresso, <>. <>. Parole furon queste del mio duca; e un di quelli spirti disse: <>. Io non so se piu` disse o s'ei si tacque, tant'era gia` di la` da noi trascorso; ma questo intesi, e ritener mi piacque. E quei che m'era ad ogne uopo soccorso disse: <>. Di retro a tutti dicean: <>. Poi quando fuor da noi tanto divise quell'ombre, che veder piu` non potiersi, novo pensiero dentro a me si mise, del qual piu` altri nacquero e diversi; e tanto d'uno in altro vaneggiai, che li occhi per vaghezza ricopersi, e 'l pensamento in sogno trasmutai. Purgatorio: Canto XIX Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno intepidar piu` 'l freddo de la luna, vinto da terra, e talor da Saturno - quando i geomanti lor Maggior Fortuna veggiono in oriiente, innanzi a l'alba, surger per via che poco le sta bruna -, mi venne in sogno una femmina balba, ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta, con le man monche, e di colore scialba. Io la mirava; e come 'l sol conforta le fredde membra che la notte aggrava, cosi` lo sguardo mio le facea scorta la lingua, e poscia tutta la drizzava in poco d'ora, e lo smarrito volto, com' amor vuol, cosi` le colorava. Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto, cominciava a cantar si`, che con pena da lei avrei mio intento rivolto. <>, cantava, <>. Ancor non era sua bocca richiusa, quand' una donna apparve santa e presta lunghesso me per far colei confusa. <>, fieramente dicea; ed el venia con li occhi fitti pur in quella onesta. L'altra prendea, e dinanzi l'apria fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre; quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia. Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: <>, dicea, <>. Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni de l'alto di` i giron del sacro monte, e andavam col sol novo a le reni. Seguendo lui, portava la mia fronte come colui che l'ha di pensier carca, che fa di se' un mezzo arco di ponte; quand' io udi' <> parlare in modo soave e benigno, qual non si sente in questa mortal marca. Con l'ali aperte, che parean di cigno, volseci in su` colui che si` parlonne tra due pareti del duro macigno. Mosse le penne poi e ventilonne, 'Qui lugent' affermando esser beati, ch'avran di consolar l'anime donne. <>, la guida mia incomincio` a dirmi, poco amendue da l'angel sormontati. E io: <>. <>, disse, <>. Quale 'l falcon, che prima a' pie' si mira, indi si volge al grido e si protende per lo disio del pasto che la` il tira, tal mi fec' io; e tal, quanto si fende la roccia per dar via a chi va suso, n'andai infin dove 'l cerchiar si prende. Com'io nel quinto giro fui dischiuso, vidi gente per esso che piangea, giacendo a terra tutta volta in giuso. 'Adhaesit pavimento anima mea' sentia dir lor con si` alti sospiri, che la parola a pena s'intendea. <>. <>. Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io nel parlare avvisai l'altro nascosto, e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: ond' elli m'assenti` con lieto cenno cio` che chiedea la vista del disio. Poi ch'io potei di me fare a mio senno, trassimi sovra quella creatura le cui parole pria notar mi fenno, dicendo: <>. Ed elli a me: <>. Io m'era inginocchiato e volea dire; ma com' io cominciai ed el s'accorse, solo ascoltando, del mio reverire, <>, disse, <>. E io a lui: <>. <>, rispuose; <>. Purgatorio: Canto XX Contra miglior voler voler mal pugna; onde contra 'l piacer mio, per piacerli, trassi de l'acqua non sazia la spugna. Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li luoghi spediti pur lungo la roccia, come si va per muro stretto a' merli; che' la gente che fonde a goccia a goccia per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa, da l'altra parte in fuor troppo s'approccia. Maladetta sie tu, antica lupa, che piu` che tutte l'altre bestie hai preda per la tua fame sanza fine cupa! O ciel, nel cui girar par che si creda le condizion di qua giu` trasmutarsi, quando verra` per cui questa disceda? Noi andavam con passi lenti e scarsi, e io attento a l'ombre, ch'i' sentia pietosamente piangere e lagnarsi; e per ventura udi' <> dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto come fa donna che in parturir sia; e seguitar: <>. Seguentemente intesi: <>. Queste parole m'eran si` piaciute, ch'io mi trassi oltre per aver contezza di quello spirto onde parean venute. Esso parlava ancor de la larghezza che fece Niccolo` a le pulcelle, per condurre ad onor lor giovinezza. <>, dissi, <>. Ed elli: <>. Noi eravam partiti gia` da esso, e brigavam di soverchiar la strada tanto quanto al poder n'era permesso, quand'io senti', come cosa che cada, tremar lo monte; onde mi prese un gelo qual prender suol colui ch'a morte vada. Certo non si scoteo si` forte Delo, pria che Latona in lei facesse 'l nido a parturir li due occhi del cielo. Poi comincio` da tutte parti un grido tal, che 'l maestro inverso me si feo, dicendo: <>. 'Gloria in excelsis' tutti 'Deo' dicean, per quel ch'io da' vicin compresi, onde intender lo grido si poteo. No' istavamo immobili e sospesi come i pastor che prima udir quel canto, fin che 'l tremar cesso` ed el compiesi. Poi ripigliammo nostro cammin santo, guardando l'ombre che giacean per terra, tornate gia` in su l'usato pianto. Nulla ignoranza mai con tanta guerra mi fe' desideroso di sapere, se la memoria mia in cio` non erra, quanta pareami allor, pensando, avere; ne' per la fretta dimandare er'oso, ne' per me li` potea cosa vedere: cosi` m'andava timido e pensoso. Purgatorio: Canto XXI a sete natural che mai non sazia se non con l'acqua onde la femminetta samaritana domando` la grazia, mi travagliava, e pungeami la fretta per la 'mpacciata via dietro al mio duca, e condoleami a la giusta vendetta. Ed ecco, si` come ne scrive Luca che Cristo apparve a' due ch'erano in via, gia` surto fuor de la sepulcral buca, ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia, dal pie` guardando la turba che giace; ne' ci addemmo di lei, si` parlo` pria, dicendo; <>. Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio rendeli 'l cenno ch'a cio` si conface. Poi comincio`: <>. <>, diss'elli, e parte andavam forte: <>. E 'l dottor mio: <>. Si` mi die`, dimandando, per la cruna del mio disio, che pur con la speranza si fece la mia sete men digiuna. Quei comincio`: <>. Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode tanto del ber quant'e` grande la sete. non saprei dir quant'el mi fece prode. E 'l savio duca: <>. <>, rispuose quello spirto, <>. Volser Virgilio a me queste parole con viso che, tacendo, disse 'Taci'; ma non puo` tutto la virtu` che vuole; che' riso e pianto son tanto seguaci a la passion di che ciascun si spicca, che men seguon voler ne' piu` veraci. Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca; per che l'ombra si tacque, e riguardommi ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca; e <>, disse, <>. Or son io d'una parte e d'altra preso: l'una mi fa tacer, l'altra scongiura ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso dal mio maestro, e <>, mi dice, <>. Ond'io: <>. Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi al mio dottor, ma el li disse: <>. Ed ei surgendo: <>. Purgatorio: Canto XXII Gia` era l'angel dietro a noi rimaso, l'angel che n'avea volti al sesto giro, avendomi dal viso un colpo raso; e quei c'hanno a giustizia lor disiro detto n'avea beati, e le sue voci con 'sitiunt', sanz'altro, cio` forniro. E io piu` lieve che per l'altre foci m'andava, si` che sanz'alcun labore seguiva in su` li spiriti veloci; quando Virgilio incomincio`: <>. Queste parole Stazio mover fenno un poco a riso pria; poscia rispuose: <>. <>, disse 'l cantor de' buccolici carmi, <>. Ed elli a lui: <>. <>, rispuose il duca mio, <>. Tacevansi ambedue gia` li poeti, di novo attenti a riguardar dintorno, liberi da saliri e da pareti; e gia` le quattro ancelle eran del giorno rimase a dietro, e la quinta era al temo, drizzando pur in su` l'ardente corno, quando il mio duca: <>. Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna, e prendemmo la via con men sospetto per l'assentir di quell'anima degna. Elli givan dinanzi, e io soletto di retro, e ascoltava i lor sermoni, ch'a poetar mi davano intelletto. Ma tosto ruppe le dolci ragioni un alber che trovammo in mezza strada, con pomi a odorar soavi e buoni; e come abete in alto si digrada di ramo in ramo, cosi` quello in giuso, cred'io, perche' persona su` non vada. Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso, cadea de l'alta roccia un liquor chiaro e si spandeva per le foglie suso. Li due poeti a l'alber s'appressaro; e una voce per entro le fronde grido`: <>. Poi disse: <>. Purgatorio: Canto XXIII Mentre che li occhi per la fronda verde ficcava io si` come far suole chi dietro a li uccellin sua vita perde, lo piu` che padre mi dicea: <>. Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto, appresso i savi, che parlavan sie, che l'andar mi facean di nullo costo. Ed ecco piangere e cantar s'udie 'Labia mea, Domine' per modo tal, che diletto e doglia parturie. <>, comincia' io; ed elli: <>. Si` come i peregrin pensosi fanno, giugnendo per cammin gente non nota, che si volgono ad essa e non restanno, cosi` di retro a noi, piu` tosto mota, venendo e trapassando ci ammirava d'anime turba tacita e devota. Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, palida ne la faccia, e tanto scema, che da l'ossa la pelle s'informava. Non credo che cosi` a buccia strema Erisittone fosse fatto secco, per digiunar, quando piu` n'ebbe tema. Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco la gente che perde' Ierusalemme, quando Maria nel figlio die` di becco!' Parean l'occhiaie anella sanza gemme: chi nel viso de li uomini legge 'omo' ben avria quivi conosciuta l'emme. Chi crederebbe che l'odor d'un pomo si` governasse, generando brama, e quel d'un'acqua, non sappiendo como? Gia` era in ammirar che si` li affama, per la cagione ancor non manifesta di lor magrezza e di lor trista squama, ed ecco del profondo de la testa volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso; poi grido` forte: <>. Mai non l'avrei riconosciuto al viso; ma ne la voce sua mi fu palese cio` che l'aspetto in se' avea conquiso. Questa favilla tutta mi raccese mia conoscenza a la cangiata labbia, e ravvisai la faccia di Forese. <>, pregava, <>. <>, rispuos'io lui, <>. Ed elli a me: <>. E io a lui: <>. Ond'elli a me: <>. Per ch'io a lui: <>, e 'l sol mostrai; <>, e addita'lo; <>. Purgatorio: Canto XXIV Ne' 'l dir l'andar, ne' l'andar lui piu` lento facea, ma ragionando andavam forte, si` come nave pinta da buon vento; e l'ombre, che parean cose rimorte, per le fosse de li occhi ammirazione traean di me, di mio vivere accorte. E io, continuando al mio sermone, dissi: <>. <>. Si` disse prima; e poi: <>, e mostro` col dito, <>. Molti altri mi nomo` ad uno ad uno; e del nomar parean tutti contenti, si` ch'io pero` non vidi un atto bruno. Vidi per fame a voto usar li denti Ubaldin da la Pila e Bonifazio che pasturo` col rocco molte genti. Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio gia` di bere a Forli` con men secchezza, e si` fu tal, che non si senti` sazio. Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca, che piu` parea di me aver contezza. El mormorava; e non so che <> sentiv'io la`, ov'el sentia la piaga de la giustizia che si` li pilucca. <>, diss'io, <>. <>, comincio` el, <>. E io a lui: <>. <>, diss'elli, <>; e, quasi contentato, si tacette. Come li augei che vernan lungo 'l Nilo, alcuna volta in aere fanno schiera, poi volan piu` a fretta e vanno in filo, cosi` tutta la gente che li` era, volgendo 'l viso, raffretto` suo passo, e per magrezza e per voler leggera. E come l'uom che di trottare e` lasso, lascia andar li compagni, e si` passeggia fin che si sfoghi l'affollar del casso, si` lascio` trapassar la santa greggia Forese, e dietro meco sen veniva, dicendo: <>. <>, rispuos'io lui, <>. <>, diss'el; <>, e drizzo` li ochi al ciel, <>. Qual esce alcuna volta di gualoppo lo cavalier di schiera che cavalchi, e va per farsi onor del primo intoppo, tal si parti` da noi con maggior valchi; e io rimasi in via con esso i due che fuor del mondo si` gran marescalchi. E quando innanzi a noi intrato fue, che li occhi miei si fero a lui seguaci, come la mente a le parole sue, parvermi i rami gravidi e vivaci d'un altro pomo, e non molto lontani per esser pur allora volto in laci. Vidi gente sott'esso alzar le mani e gridar non so che verso le fronde, quasi bramosi fantolini e vani, che pregano, e 'l pregato non risponde, ma, per fare esser ben la voglia acuta, tien alto lor disio e nol nasconde. Poi si parti` si` come ricreduta; e noi venimmo al grande arbore adesso, che tanti prieghi e lagrime rifiuta. <>. Si` tra le frasche non so chi diceva; per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, oltre andavam dal lato che si leva. <>, dicea, <>. Si` accostati a l'un d'i due vivagni passammo, udendo colpe de la gola seguite gia` da miseri guadagni. Poi, rallargati per la strada sola, ben mille passi e piu` ci portar oltre, contemplando ciascun sanza parola. <>. subita voce disse; ond'io mi scossi come fan bestie spaventate e poltre. Drizzai la testa per veder chi fossi; e gia` mai non si videro in fornace vetri o metalli si` lucenti e rossi, com'io vidi un che dicea: <>. L'aspetto suo m'avea la vista tolta; per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori, com'om che va secondo ch'elli ascolta. E quale, annunziatrice de li albori, l'aura di maggio movesi e olezza, tutta impregnata da l'erba e da' fiori; tal mi senti' un vento dar per mezza la fronte, e ben senti' mover la piuma, che fe' sentir d'ambrosia l'orezza. E senti' dir: <>. Purgatorio: Canto XXV Ora era onde 'l salir non volea storpio; che' 'l sole avea il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: per che, come fa l'uom che non s'affigge ma vassi a la via sua, che che li appaia, se di bisogno stimolo il trafigge, cosi` intrammo noi per la callaia, uno innanzi altro prendendo la scala che per artezza i salitor dispaia. E quale il cicognin che leva l'ala per voglia di volare, e non s'attenta d'abbandonar lo nido, e giu` la cala; tal era io con voglia accesa e spenta di dimandar, venendo infino a l'atto che fa colui ch'a dicer s'argomenta. Non lascio`, per l'andar che fosse ratto, lo dolce padre mio, ma disse: <>. Allor sicuramente apri' la bocca e cominciai: <>. <>, disse, <>. <>, rispuose Stazio, <>. Poi comincio`: <>. E gia` venuto a l'ultima tortura s'era per noi, e volto a la man destra, ed eravamo attenti ad altra cura. Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, e la cornice spira fiato in suso che la reflette e via da lei sequestra; ond'ir ne convenia dal lato schiuso ad uno ad uno; e io temea 'l foco quinci, e quindi temeva cader giuso. Lo duca mio dicea: <>. 'Summae Deus clementiae' nel seno al grande ardore allora udi' cantando, che di volger mi fe' caler non meno; e vidi spirti per la fiamma andando; per ch'io guardava a loro e a' miei passi compartendo la vista a quando a quando. Appresso il fine ch'a quell'inno fassi, gridavano alto: 'Virum non cognosco'; indi ricominciavan l'inno bassi. Finitolo, anco gridavano: <>. Indi al cantar tornavano; indi donne gridavano e mariti che fuor casti come virtute e matrimonio imponne. E questo modo credo che lor basti per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia: con tal cura conviene e con tai pasti che la piaga da sezzo si ricuscia. Purgatorio: Canto XXVI Mentre che si` per l'orlo, uno innanzi altro, ce n'andavamo, e spesso il buon maestro diceami: <>; feriami il sole in su l'omero destro, che gia`, raggiando, tutto l'occidente mutava in bianco aspetto di cilestro; e io facea con l'ombra piu` rovente parer la fiamma; e pur a tanto indizio vidi molt'ombre, andando, poner mente. Questa fu la cagion che diede inizio loro a parlar di me; e cominciarsi a dir: <>; poi verso me, quanto potean farsi, certi si fero, sempre con riguardo di non uscir dove non fosser arsi. <>. Si` mi parlava un d'essi; e io mi fora gia` manifesto, s'io non fossi atteso ad altra novita` ch'apparve allora; che' per lo mezzo del cammino acceso venne gente col viso incontro a questa, la qual mi fece a rimirar sospeso. Li` veggio d'ogne parte farsi presta ciascun'ombra e basciarsi una con una sanza restar, contente a brieve festa; cosi` per entro loro schiera bruna s'ammusa l'una con l'altra formica, forse a spiar lor via e lor fortuna. Tosto che parton l'accoglienza amica, prima che 'l primo passo li` trascorra, sopragridar ciascuna s'affatica: la nova gente: <>; e l'altra: <>. Poi, come grue ch'a le montagne Rife volasser parte, e parte inver' l'arene, queste del gel, quelle del sole schife, l'una gente sen va, l'altra sen vene; e tornan, lagrimando, a' primi canti e al gridar che piu` lor si convene; e raccostansi a me, come davanti, essi medesmi che m'avean pregato, attenti ad ascoltar ne' lor sembianti. Io, che due volte avea visto lor grato, incominciai: <>. Non altrimenti stupido si turba lo montanaro, e rimirando ammuta, quando rozzo e salvatico s'inurba, che ciascun'ombra fece in sua paruta; ma poi che furon di stupore scarche, lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta, <>, ricomincio` colei che pria m'inchiese, <>. Quali ne la tristizia di Ligurgo si fer due figli a riveder la madre, tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo, quand'io odo nomar se' stesso il padre mio e de li altri miei miglior che mai rime d'amore usar dolci e leggiadre; e sanza udire e dir pensoso andai lunga fiata rimirando lui, ne', per lo foco, in la` piu` m'appressai. Poi che di riguardar pasciuto fui, tutto m'offersi pronto al suo servigio con l'affermar che fa credere altrui. Ed elli a me: <>. E io a lui: <
  • >. <>, disse, <>, e addito` un spirto innanzi, <>. Poi, forse per dar luogo altrui secondo che presso avea, disparve per lo foco, come per l'acqua il pesce andando al fondo. Io mi fei al mostrato innanzi un poco, e dissi ch'al suo nome il mio disire apparecchiava grazioso loco. El comincio` liberamente a dire: <>. Poi s'ascose nel foco che li affina. Purgatorio: Canto XXVII Si` come quando i primi raggi vibra la` dove il suo fattor lo sangue sparse, cadendo Ibero sotto l'alta Libra, e l'onde in Gange da nona riarse, si` stava il sole; onde 'l giorno sen giva, come l'angel di Dio lieto ci apparse. Fuor de la fiamma stava in su la riva, e cantava 'Beati mundo corde!'. in voce assai piu` che la nostra viva. Poscia <>, ci disse come noi li fummo presso; per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi, qual e` colui che ne la fossa e` messo. In su le man commesse mi protesi, guardando il foco e imaginando forte umani corpi gia` veduti accesi. Volsersi verso me le buone scorte; e Virgilio mi disse: <>. E io pur fermo e contra coscienza. Quando mi vide star pur fermo e duro, turbato un poco disse: <>. Come al nome di Tisbe aperse il ciglio Piramo in su la morte, e riguardolla, allor che 'l gelso divento` vermiglio; cosi`, la mia durezza fatta solla, mi volsi al savio duca, udendo il nome che ne la mente sempre mi rampolla. Ond'ei crollo` la fronte e disse: <>; indi sorrise come al fanciul si fa ch'e` vinto al pome. Poi dentro al foco innanzi mi si mise, pregando Stazio che venisse retro, che pria per lunga strada ci divise. Si` com'fui dentro, in un bogliente vetro gittato mi sarei per rinfrescarmi, tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro. Lo dolce padre mio, per confortarmi, pur di Beatrice ragionando andava, dicendo: <
  • >. Guidavaci una voce che cantava di la`; e noi, attenti pur a lei, venimmo fuor la` ove si montava. 'Venite, benedicti Patris mei', sono` dentro a un lume che li` era, tal che mi vinse e guardar nol potei. <>, soggiunse, <>. Dritta salia la via per entro 'l sasso verso tal parte ch'io toglieva i raggi dinanzi a me del sol ch'era gia` basso. E di pochi scaglion levammo i saggi, che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense, sentimmo dietro e io e li miei saggi. E pria che 'n tutte le sue parti immense fosse orizzonte fatto d'uno aspetto, e notte avesse tutte sue dispense, ciascun di noi d'un grado fece letto; che' la natura del monte ci affranse la possa del salir piu` e 'l diletto. Quali si stanno ruminando manse le capre, state rapide e proterve sovra le cime avante che sien pranse, tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve, guardate dal pastor, che 'n su la verga poggiato s'e` e lor di posa serve; e quale il mandrian che fori alberga, lungo il pecuglio suo queto pernotta, guardando perche' fiera non lo sperga; tali eravamo tutti e tre allotta, io come capra, ed ei come pastori, fasciati quinci e quindi d'alta grotta. Poco parer potea li` del di fori; ma, per quel poco, vedea io le stelle di lor solere e piu` chiare e maggiori. Si` ruminando e si` mirando in quelle, mi prese il sonno; il sonno che sovente, anzi che 'l fatto sia, sa le novelle. Ne l'ora, credo, che de l'oriente, prima raggio` nel monte Citerea, che di foco d'amor par sempre ardente, giovane e bella in sogno mi parea donna vedere andar per una landa cogliendo fiori; e cantando dicea: <>. E gia` per li splendori antelucani, che tanto a' pellegrin surgon piu` grati, quanto, tornando, albergan men lontani, le tenebre fuggian da tutti lati, e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi, veggendo i gran maestri gia` levati. <>. Virgilio inverso me queste cotali parole uso`; e mai non furo strenne che fosser di piacere a queste iguali. Tanto voler sopra voler mi venne de l'esser su`, ch'ad ogne passo poi al volo mi sentia crescer le penne. Come la scala tutta sotto noi fu corsa e fummo in su 'l grado superno, in me ficco` Virgilio li occhi suoi, e disse: <>. Purgatorio: Canto XXVIII Vago gia` di cercar dentro e dintorno la divina foresta spessa e viva, ch'a li occhi temperava il novo giorno, sanza piu` aspettar, lasciai la riva, prendendo la campagna lento lento su per lo suol che d'ogne parte auliva. Un'aura dolce, sanza mutamento avere in se', mi feria per la fronte non di piu` colpo che soave vento; per cui le fronde, tremolando, pronte tutte quante piegavano a la parte u' la prim'ombra gitta il santo monte; non pero` dal loro esser dritto sparte tanto, che li augelletti per le cime lasciasser d'operare ogne lor arte; ma con piena letizia l'ore prime, cantando, ricevieno intra le foglie, che tenevan bordone a le sue rime, tal qual di ramo in ramo si raccoglie per la pineta in su 'l lito di Chiassi, quand'Eolo scilocco fuor discioglie. Gia` m'avean trasportato i lenti passi dentro a la selva antica tanto, ch'io non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi; ed ecco piu` andar mi tolse un rio, che 'nver' sinistra con sue picciole onde piegava l'erba che 'n sua ripa uscio. Tutte l'acque che son di qua piu` monde, parrieno avere in se' mistura alcuna, verso di quella, che nulla nasconde, avvegna che si mova bruna bruna sotto l'ombra perpetua, che mai raggiar non lascia sole ivi ne' luna. Coi pie` ristretti e con li occhi passai di la` dal fiumicello, per mirare la gran variazion d'i freschi mai; e la` m'apparve, si` com'elli appare subitamente cosa che disvia per maraviglia tutto altro pensare, una donna soletta che si gia e cantando e scegliendo fior da fiore ond'era pinta tutta la sua via. <>, diss'io a lei, <>. Come si volge, con le piante strette a terra e intra se', donna che balli, e piede innanzi piede a pena mette, volsesi in su i vermigli e in su i gialli fioretti verso me, non altrimenti che vergine che li occhi onesti avvalli; e fece i prieghi miei esser contenti, si` appressando se', che 'l dolce suono veniva a me co' suoi intendimenti. Tosto che fu la` dove l'erbe sono bagnate gia` da l'onde del bel fiume, di levar li occhi suoi mi fece dono. Non credo che splendesse tanto lume sotto le ciglia a Venere, trafitta dal figlio fuor di tutto suo costume. Ella ridea da l'altra riva dritta, trattando piu` color con le sue mani, che l'alta terra sanza seme gitta. Tre passi ci facea il fiume lontani; ma Elesponto, la` 've passo` Serse, ancora freno a tutti orgogli umani, piu` odio da Leandro non sofferse per mareggiare intra Sesto e Abido, che quel da me perch'allor non s'aperse. <>, comincio` ella, <>. <>, diss'io, <>. Ond'ella: <>. Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto a' miei poeti, e vidi che con riso udito avean l'ultimo costrutto; poi a la bella donna torna' il viso. Purgatorio: Canto XXIX Cantando come donna innamorata, continuo` col fin di sue parole: 'Beati quorum tecta sunt peccata!'. E come ninfe che si givan sole per le salvatiche ombre, disiando qual di veder, qual di fuggir lo sole, allor si mosse contra 'l fiume, andando su per la riva; e io pari di lei, picciol passo con picciol seguitando. Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei, quando le ripe igualmente dier volta, per modo ch'a levante mi rendei. Ne' ancor fu cosi` nostra via molta, quando la donna tutta a me si torse, dicendo: <>. Ed ecco un lustro subito trascorse da tutte parti per la gran foresta, tal che di balenar mi mise in forse. Ma perche' 'l balenar, come vien, resta, e quel, durando, piu` e piu` splendeva, nel mio pensier dicea: 'Che cosa e` questa?'. E una melodia dolce correva per l'aere luminoso; onde buon zelo mi fe' riprender l'ardimento d'Eva, che la` dove ubidia la terra e 'l cielo, femmina, sola e pur teste' formata, non sofferse di star sotto alcun velo; sotto 'l qual se divota fosse stata, avrei quelle ineffabili delizie sentite prima e piu` lunga fiata. Mentr'io m'andava tra tante primizie de l'etterno piacer tutto sospeso, e disioso ancora a piu` letizie, dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, ci si fe' l'aere sotto i verdi rami; e 'l dolce suon per canti era gia` inteso. O sacrosante Vergini, se fami, freddi o vigilie mai per voi soffersi, cagion mi sprona ch'io merce' vi chiami. Or convien che Elicona per me versi, e Uranie m'aiuti col suo coro forti cose a pensar mettere in versi. Poco piu` oltre, sette alberi d'oro falsava nel parere il lungo tratto del mezzo ch'era ancor tra noi e loro; ma quand'i' fui si` presso di lor fatto, che l'obietto comun, che 'l senso inganna, non perdea per distanza alcun suo atto, la virtu` ch'a ragion discorso ammanna, si` com'elli eran candelabri apprese, e ne le voci del cantare 'Osanna'. Di sopra fiammeggiava il bello arnese piu` chiaro assai che luna per sereno di mezza notte nel suo mezzo mese. Io mi rivolsi d'ammirazion pieno al buon Virgilio, ed esso mi rispuose con vista carca di stupor non meno. Indi rendei l'aspetto a l'alte cose che si movieno incontr'a noi si` tardi, che foran vinte da novelle spose. La donna mi sgrido`: <>. Genti vid'io allor, come a lor duci, venire appresso, vestite di bianco; e tal candor di qua gia` mai non fuci. L'acqua imprendea dal sinistro fianco, e rendea me la mia sinistra costa, s'io riguardava in lei, come specchio anco. Quand'io da la mia riva ebbi tal posta, che solo il fiume mi facea distante, per veder meglio ai passi diedi sosta, e vidi le fiammelle andar davante, lasciando dietro a se' l'aere dipinto, e di tratti pennelli avean sembiante; si` che li` sopra rimanea distinto di sette liste, tutte in quei colori onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto. Questi ostendali in dietro eran maggiori che la mia vista; e, quanto a mio avviso, diece passi distavan quei di fori. Sotto cosi` bel ciel com'io diviso, ventiquattro seniori, a due a due, coronati venien di fiordaliso. Tutti cantavan: <>. Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette a rimpetto di me da l'altra sponda libere fuor da quelle genti elette, si` come luce luce in ciel seconda, vennero appresso lor quattro animali, coronati ciascun di verde fronda. Ognuno era pennuto di sei ali; le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo, se fosser vivi, sarebber cotali. A descriver lor forme piu` non spargo rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne, tanto ch'a questa non posso esser largo; ma leggi Ezechiel, che li dipigne come li vide da la fredda parte venir con vento e con nube e con igne; e quali i troverai ne le sue carte, tali eran quivi, salvo ch'a le penne Giovanni e` meco e da lui si diparte. Lo spazio dentro a lor quattro contenne un carro, in su due rote, triunfale, ch'al collo d'un grifon tirato venne. Esso tendeva in su` l'una e l'altra ale tra la mezzana e le tre e tre liste, si` ch'a nulla, fendendo, facea male. Tanto salivan che non eran viste; le membra d'oro avea quant'era uccello, e bianche l'altre, di vermiglio miste. Non che Roma di carro cosi` bello rallegrasse Affricano, o vero Augusto, ma quel del Sol saria pover con ello; quel del Sol che, sviando, fu combusto per l'orazion de la Terra devota, quando fu Giove arcanamente giusto. Tre donne in giro da la destra rota venian danzando; l'una tanto rossa ch'a pena fora dentro al foco nota; l'altr'era come se le carni e l'ossa fossero state di smeraldo fatte; la terza parea neve teste' mossa; e or parean da la bianca tratte, or da la rossa; e dal canto di questa l'altre toglien l'andare e tarde e ratte. Da la sinistra quattro facean festa, in porpore vestite, dietro al modo d'una di lor ch'avea tre occhi in testa. Appresso tutto il pertrattato nodo vidi due vecchi in abito dispari, ma pari in atto e onesto e sodo. L'un si mostrava alcun de' famigliari di quel sommo Ipocrate che natura a li animali fe' ch'ell'ha piu` cari; mostrava l'altro la contraria cura con una spada lucida e aguta, tal che di qua dal rio mi fe' paura. Poi vidi quattro in umile paruta; e di retro da tutti un vecchio solo venir, dormendo, con la faccia arguta. E questi sette col primaio stuolo erano abituati, ma di gigli dintorno al capo non facean brolo, anzi di rose e d'altri fior vermigli; giurato avria poco lontano aspetto che tutti ardesser di sopra da' cigli. E quando il carro a me fu a rimpetto, un tuon s'udi`, e quelle genti degne parvero aver l'andar piu` interdetto, fermandosi ivi con le prime insegne. Purgatorio: Canto XXX Quando il settentrion del primo cielo, che ne' occaso mai seppe ne' orto ne' d'altra nebbia che di colpa velo, e che faceva li` ciascun accorto di suo dover, come 'l piu` basso face qual temon gira per venire a porto, fermo s'affisse: la gente verace, venuta prima tra 'l grifone ed esso, al carro volse se' come a sua pace; e un di loro, quasi da ciel messo, 'Veni, sponsa, de Libano' cantando grido` tre volte, e tutti li altri appresso. Quali i beati al novissimo bando surgeran presti ognun di sua caverna, la revestita voce alleluiando, cotali in su la divina basterna si levar cento, ad vocem tanti senis, ministri e messaggier di vita etterna. Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!', e fior gittando e di sopra e dintorno, 'Manibus, oh, date lilia plenis!'. Io vidi gia` nel cominciar del giorno la parte oriental tutta rosata, e l'altro ciel di bel sereno addorno; e la faccia del sol nascere ombrata, si` che per temperanza di vapori l'occhio la sostenea lunga fiata: cosi` dentro una nuvola di fiori che da le mani angeliche saliva e ricadeva in giu` dentro e di fori, sovra candido vel cinta d'uliva donna m'apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva. E lo spirito mio, che gia` cotanto tempo era stato ch'a la sua presenza non era di stupor, tremando, affranto, sanza de li occhi aver piu` conoscenza, per occulta virtu` che da lei mosse, d'antico amor senti` la gran potenza. Tosto che ne la vista mi percosse l'alta virtu` che gia` m'avea trafitto prima ch'io fuor di puerizia fosse, volsimi a la sinistra col respitto col quale il fantolin corre a la mamma quando ha paura o quando elli e` afflitto, per dicere a Virgilio: 'Men che dramma di sangue m'e` rimaso che non tremi: conosco i segni de l'antica fiamma'. Ma Virgilio n'avea lasciati scemi di se', Virgilio dolcissimo patre, Virgilio a cui per mia salute die'mi; ne' quantunque perdeo l'antica matre, valse a le guance nette di rugiada, che, lagrimando, non tornasser atre. <>. Quasi ammiraglio che in poppa e in prora viene a veder la gente che ministra per li altri legni, e a ben far l'incora; in su la sponda del carro sinistra, quando mi volsi al suon del nome mio, che di necessita` qui si registra, vidi la donna che pria m'appario velata sotto l'angelica festa, drizzar li occhi ver' me di qua dal rio. Tutto che 'l vel che le scendea di testa, cerchiato de le fronde di Minerva, non la lasciasse parer manifesta, regalmente ne l'atto ancor proterva continuo` come colui che dice e 'l piu` caldo parlar dietro reserva: <>. Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte; ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba, tanta vergogna mi gravo` la fronte. Cosi` la madre al figlio par superba, com'ella parve a me; perche' d'amaro sente il sapor de la pietade acerba. Ella si tacque; e li angeli cantaro di subito 'In te, Domine, speravi'; ma oltre 'pedes meos' non passaro. Si` come neve tra le vive travi per lo dosso d'Italia si congela, soffiata e stretta da li venti schiavi, poi, liquefatta, in se' stessa trapela, pur che la terra che perde ombra spiri, si` che par foco fonder la candela; cosi` fui sanza lagrime e sospiri anzi 'l cantar di quei che notan sempre dietro a le note de li etterni giri; ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre lor compatire a me, par che se detto avesser: 'Donna, perche' si` lo stempre?', lo gel che m'era intorno al cor ristretto, spirito e acqua fessi, e con angoscia de la bocca e de li occhi usci` del petto. Ella, pur ferma in su la detta coscia del carro stando, a le sustanze pie volse le sue parole cosi` poscia: <>. Purgatorio: Canto XXXI <>, volgendo suo parlare a me per punta, che pur per taglio m'era paruto acro, ricomincio`, seguendo sanza cunta, <>. Era la mia virtu` tanto confusa, che la voce si mosse, e pria si spense che da li organi suoi fosse dischiusa. Poco sofferse; poi disse: <>. Confusione e paura insieme miste mi pinsero un tal <> fuor de la bocca, al quale intender fuor mestier le viste. Come balestro frange, quando scocca da troppa tesa la sua corda e l'arco, e con men foga l'asta il segno tocca, si` scoppia' io sottesso grave carco, fuori sgorgando lagrime e sospiri, e la voce allento` per lo suo varco. Ond'ella a me: <>. Dopo la tratta d'un sospiro amaro, a pena ebbi la voce che rispuose, e le labbra a fatica la formaro. Piangendo dissi: <>. Ed ella: <>. Quali fanciulli, vergognando, muti con li occhi a terra stannosi, ascoltando e se' riconoscendo e ripentuti, tal mi stav'io; ed ella disse: <>. Con men di resistenza si dibarba robusto cerro, o vero al nostral vento o vero a quel de la terra di Iarba, ch'io non levai al suo comando il mento; e quando per la barba il viso chiese, ben conobbi il velen de l'argomento. E come la mia faccia si distese, posarsi quelle prime creature da loro aspersion l'occhio comprese; e le mie luci, ancor poco sicure, vider Beatrice volta in su la fiera ch'e` sola una persona in due nature. Sotto 'l suo velo e oltre la rivera vincer pariemi piu` se' stessa antica, vincer che l'altre qui, quand'ella c'era. Di penter si` mi punse ivi l'ortica che di tutte altre cose qual mi torse piu` nel suo amor, piu` mi si fe' nemica. Tanta riconoscenza il cor mi morse, ch'io caddi vinto; e quale allora femmi, salsi colei che la cagion mi porse. Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi, la donna ch'io avea trovata sola sopra me vidi, e dicea: <>. Tratto m'avea nel fiume infin la gola, e tirandosi me dietro sen giva sovresso l'acqua lieve come scola. Quando fui presso a la beata riva, 'Asperges me' si` dolcemente udissi, che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva. La bella donna ne le braccia aprissi; abbracciommi la testa e mi sommerse ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi. Indi mi tolse, e bagnato m'offerse dentro a la danza de le quattro belle; e ciascuna del braccio mi coperse. <>. Cosi` cantando cominciaro; e poi al petto del grifon seco menarmi, ove Beatrice stava volta a noi. Disser: <>. Mille disiri piu` che fiamma caldi strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, che pur sopra 'l grifone stavan saldi. Come in lo specchio il sol, non altrimenti la doppia fiera dentro vi raggiava, or con altri, or con altri reggimenti. Pensa, lettor, s'io mi maravigliava, quando vedea la cosa in se' star queta, e ne l'idolo suo si trasmutava. Mentre che piena di stupore e lieta l'anima mia gustava di quel cibo che, saziando di se', di se' asseta, se' dimostrando di piu` alto tribo ne li atti, l'altre tre si fero avanti, danzando al loro angelico caribo. <>, era la sua canzone, <>. O isplendor di viva luce etterna, chi palido si fece sotto l'ombra si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna, che non paresse aver la mente ingombra, tentando a render te qual tu paresti la` dove armonizzando il ciel t'adombra, quando ne l'aere aperto ti solvesti? Purgatorio: Canto XXXII Tant'eran li occhi miei fissi e attenti a disbramarsi la decenne sete, che li altri sensi m'eran tutti spenti. Ed essi quinci e quindi avien parete di non caler - cosi` lo santo riso a se' traeli con l'antica rete! -; quando per forza mi fu volto il viso ver' la sinistra mia da quelle dee, perch'io udi' da loro un <>; e la disposizion ch'a veder ee ne li occhi pur teste' dal sol percossi, sanza la vista alquanto esser mi fee. Ma poi ch'al poco il viso riformossi (e dico 'al poco' per rispetto al molto sensibile onde a forza mi rimossi), vidi 'n sul braccio destro esser rivolto lo glorioso essercito, e tornarsi col sole e con le sette fiamme al volto. Come sotto li scudi per salvarsi volgesi schiera, e se' gira col segno, prima che possa tutta in se' mutarsi; quella milizia del celeste regno che procedeva, tutta trapassonne pria che piegasse il carro il primo legno. Indi a le rote si tornar le donne, e 'l grifon mosse il benedetto carco si`, che pero` nulla penna crollonne. La bella donna che mi trasse al varco e Stazio e io seguitavam la rota che fe' l'orbita sua con minore arco. Si` passeggiando l'alta selva vota, colpa di quella ch'al serpente crese, temprava i passi un'angelica nota. Forse in tre voli tanto spazio prese disfrenata saetta, quanto eramo rimossi, quando Beatrice scese. Io senti' mormorare a tutti <>; poi cerchiaro una pianta dispogliata di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo. La coma sua, che tanto si dilata piu` quanto piu` e` su`, fora da l'Indi ne' boschi lor per altezza ammirata. <>. Cosi` dintorno a l'albero robusto gridaron li altri; e l'animal binato: <>. E volto al temo ch'elli avea tirato, trasselo al pie` de la vedova frasca, e quel di lei a lei lascio` legato. Come le nostre piante, quando casca giu` la gran luce mischiata con quella che raggia dietro a la celeste lasca, turgide fansi, e poi si rinovella di suo color ciascuna, pria che 'l sole giunga li suoi corsier sotto altra stella; men che di rose e piu` che di viole colore aprendo, s'innovo` la pianta, che prima avea le ramora si` sole. Io non lo 'ntesi, ne' qui non si canta l'inno che quella gente allor cantaro, ne' la nota soffersi tutta quanta. S'io potessi ritrar come assonnaro li occhi spietati udendo di Siringa, li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro; come pintor che con essempro pinga, disegnerei com'io m'addormentai; ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga. Pero` trascorro a quando mi svegliai, e dico ch'un splendor mi squarcio` 'l velo del sonno e un chiamar: <>. Quali a veder de' fioretti del melo che del suo pome li angeli fa ghiotti e perpetue nozze fa nel cielo, Pietro e Giovanni e Iacopo condotti e vinti, ritornaro a la parola da la qual furon maggior sonni rotti, e videro scemata loro scuola cosi` di Moise` come d'Elia, e al maestro suo cangiata stola; tal torna' io, e vidi quella pia sovra me starsi che conducitrice fu de' miei passi lungo 'l fiume pria. E tutto in dubbio dissi: <>. Ond'ella: <>. E se piu` fu lo suo parlar diffuso, non so, pero` che gia` ne li occhi m'era quella ch'ad altro intender m'avea chiuso. Sola sedeasi in su la terra vera, come guardia lasciata li` del plaustro che legar vidi a la biforme fera. In cerchio le facean di se' claustro le sette ninfe, con quei lumi in mano che son sicuri d'Aquilone e d'Austro. <>. Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi d'i suoi comandamenti era divoto, la mente e li occhi ov'ella volle diedi. Non scese mai con si` veloce moto foco di spessa nube, quando piove da quel confine che piu` va remoto, com'io vidi calar l'uccel di Giove per l'alber giu`, rompendo de la scorza, non che d'i fiori e de le foglie nove; e feri` 'l carro di tutta sua forza; ond'el piego` come nave in fortuna, vinta da l'onda, or da poggia, or da orza. Poscia vidi avventarsi ne la cuna del triunfal veiculo una volpe che d'ogne pasto buon parea digiuna; ma, riprendendo lei di laide colpe, la donna mia la volse in tanta futa quanto sofferser l'ossa sanza polpe. Poscia per indi ond'era pria venuta, l'aguglia vidi scender giu` ne l'arca del carro e lasciar lei di se' pennuta; e qual esce di cuor che si rammarca, tal voce usci` del cielo e cotal disse: <>. Poi parve a me che la terra s'aprisse tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago che per lo carro su` la coda fisse; e come vespa che ritragge l'ago, a se' traendo la coda maligna, trasse del fondo, e gissen vago vago. Quel che rimase, come da gramigna vivace terra, da la piuma, offerta forse con intenzion sana e benigna, si ricoperse, e funne ricoperta e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto che piu` tiene un sospir la bocca aperta. Trasformato cosi` 'l dificio santo mise fuor teste per le parti sue, tre sovra 'l temo e una in ciascun canto. Le prime eran cornute come bue, ma le quattro un sol corno avean per fronte: simile mostro visto ancor non fue. Sicura, quasi rocca in alto monte, seder sovresso una puttana sciolta m'apparve con le ciglia intorno pronte; e come perche' non li fosse tolta, vidi di costa a lei dritto un gigante; e baciavansi insieme alcuna volta. Ma perche' l'occhio cupido e vagante a me rivolse, quel feroce drudo la flagello` dal capo infin le piante; poi, di sospetto pieno e d'ira crudo, disciolse il mostro, e trassel per la selva, tanto che sol di lei mi fece scudo a la puttana e a la nova belva. Purgatorio: Canto XXXIII 'Deus, venerunt gentes', alternando or tre or quattro dolce salmodia, le donne incominciaro, e lagrimando; e Beatrice sospirosa e pia, quelle ascoltava si` fatta, che poco piu` a la croce si cambio` Maria. Ma poi che l'altre vergini dier loco a lei di dir, levata dritta in pe`, rispuose, colorata come foco: 'Modicum, et non videbitis me; et iterum, sorelle mie dilette, modicum, et vos videbitis me'. Poi le si mise innanzi tutte e sette, e dopo se', solo accennando, mosse me e la donna e 'l savio che ristette. Cosi` sen giva; e non credo che fosse lo decimo suo passo in terra posto, quando con li occhi li occhi mi percosse; e con tranquillo aspetto <>, mi disse, <>. Si` com'io fui, com'io dovea, seco, dissemi: <>. Come a color che troppo reverenti dinanzi a suo maggior parlando sono, che non traggon la voce viva ai denti. avvenne a me, che sanza intero suono incominciai: <>. Ed ella a me: <>. E io: <>. <>, disse, <>. Ond'io rispuosi lei: <>. <>, sorridendo rispuose, <>. E piu` corusco e con piu` lenti passi teneva il sole il cerchio di merigge, che qua e la`, come li aspetti, fassi quando s'affisser, si` come s'affigge chi va dinanzi a gente per iscorta se trova novitate o sue vestigge, le sette donne al fin d'un'ombra smorta, qual sotto foglie verdi e rami nigri sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta. Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri veder mi parve uscir d'una fontana, e, quasi amici, dipartirsi pigri. <>. Per cotal priego detto mi fu: <>. E qui rispuose, come fa chi da colpa si dislega, la bella donna: <>. E Beatrice: <>. Come anima gentil, che non fa scusa, ma fa sua voglia de la voglia altrui tosto che e` per segno fuor dischiusa; cosi`, poi che da essa preso fui, la bella donna mossesi, e a Stazio donnescamente disse: <>. S'io avessi, lettor, piu` lungo spazio da scrivere, i' pur cantere' in parte lo dolce ber che mai non m'avria sazio; ma perche' piene son tutte le carte ordite a questa cantica seconda, non mi lascia piu` ir lo fren de l'arte. Io ritornai da la santissima onda rifatto si` come piante novelle rinnovellate di novella fronda, puro e disposto a salire alle stelle. *** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "- To be updated" *** Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials. Public domain books belong to the public and we are merely their custodians. This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 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