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Title: Natalìa ed altri racconti
Author: Castelnuovo, Enrico
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Natalìa ed altri racconti" ***

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                           ENRICO CASTELNUOVO


                               _Natalìa_

                           ED ALTRI RACCONTI


                        NATALÌA. — DUE FUNERALI.
                 ALLA “TRAVIATA„. — IL SIGNOR ANTENORE.
                      I CAVALIERI DELL'IMMACOLATA.
                          IL DOTTORE “DREAMS„.
               ASSOLTO. — ALLO STABILIMENTO IDROTERAPICO.
                      NELLA NEBBIA. — LA LETTERA.
                      LE CONFIDENZE DEL DIRETTORE.
                           COSCIENZE AGITATE.
                    NELLE VACANZE DI SUA ECCELLENZA.
                      JOLIE. — L'ISOLA FORTUNATA.
                                EPILOGO.



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1899.



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

     _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
     tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia e di Norvegia._

                         Tip. Fratelli Treves.



NATALÌA


I.

In quella calda giornata di maggio, Ernesto Landi faceva un po' di
siesta dopo colazione quando sentì picchiar forte all'uscio.

— Chi è? — egli borbottò fra la veglia e il sonno.

— Sono io. Si può entrare?

— Un momento, — rispose Landi levandosi a sedere. — Un momento.
Aspettami di là.

Egli aveva riconosciuto la voce di Lidia, la moglie di suo nipote
Fìdoli, nella cui casa egli abitava da alcuni anni.

— Spicciati, — ripetè dal di fuori la voce piena d'orgasmo.

— Un momento. Ci sono disgrazie?

— Or ora ti dirò.

— Valentina?

— È a scuola.

— Lo so.... Temevo le fosse accaduto qualcosa.

— No, grazie al cielo, non si tratta di lei.... Ma se vengo a
disturbarti così, avrò le mie ragioni.... Sei a letto che ti chiudi a
chiave?

— Fa conto ch'io fossi a letto.... Ero svestito.... Non cascherà il
mondo se aspetti un minuto.

I minuti della toilette di suo zio parevano sempre lunghi alla Lidia;
quel giorno le parvero eterni, bench'egli si affrettasse assai più del
solito.

— In nome di Dio, — ella disse allorch'egli si mostrò sulla soglia, in
veste da camera, terminando di farsi il nodo della cravatta.

Era un uomo verso la sessantina, di persona ancora svelta ed elegante,
di lineamenti regolari, ma con gli occhi pesti, con la pelle del
viso alquanto floscia e aggrinzita, segni infallibili di abitudini
dissipate. Del rimanente, come accade a molti libertini, Ernesto Landi
riusciva simpatico, oltre che per l'aspetto piacevole, anche pei modi
bonari e per una certa facile arguzia.

Egli stava per protestare contro le impazienze della nipote, ma la
fisonomia stravolta di lei lo dissuase dalle recriminazioni. Domandò
invece: — Che cos'è successo?

Lidia gli porse una lettera, intimandogli: — Leggi.

Ernesto Landi si avvicinò alla finestra, sollevò alquanto le stecche
delle persiane per far entrare più luce nella stanza, e guardò con la
lente la soprascritta, di cui, sulle prime, non parve riconoscere la
calligrafia.

— È una lettera diretta a tuo marito, — egli disse senza decidersi a
levarla dalla busta. — _Signor avvocato Carlo Fìdoli.-Sue mani._

— Sì, la busta non l'ho aperta io. L'ho trovata aperta.... E pure quei
caratteri dovrebbero esserti familiari....

Ernesto fissò con maggiore attenzione la soprascritta. — Ah! — egli
fece. E slanciò a Lidia un'occhiata interrogativa.

Questa vide che lo zio aveva capito, e nel timore ch'egli potesse voler
trattenersi la lettera, gliela strappò vivamente di mano.

— Sicuro, è di Natalìa, della tua cara Natalìa.... E ora, per
risparmiarti la fatica, te ne darò lettura io stessa.

Tirò fuori dalla sopraccarta il biglietto profumato, lo spiegò e
lesse con voce vibrante di collera: “Carlo mio. — Siamo quasi in
porto. Morini non accetta il trasloco. L'ho persuaso che sarebbe una
bestialità il lasciarsi sbalestrare in fondo all'Italia per una misera
promozione che gli verrà anche restando qui, sol che abbia un po'
di pazienza. Adesso bisogna ottenere che a Roma non si ostinino. Il
Presidente del Tribunale con cui ho parlato e ch'è contentissimo di
aver presso di sè un giudice del valore di Morini mi disse che qualche
volta al Ministero stentano a tornar sulle decisioni prese. Egli a ogni
modo ci appoggerà. Fa tu il resto in questa settimana che vai a Roma,
tu che conosci tanti pezzi grossi della politica e della burocrazia.
Anche mio marito, senza scherzi, te ne sarebbe riconoscente. Egli non
sospetta di nulla, figúrati. La sua Natalìa, e non si va più in là....
Checchè vedesse, non crederebbe.... Da Roma scrivimi. E fammi saper
quando torni.... Passeremo ancora insieme molte di quelle ore deliziose
nel nostro nido.... Ti rammenti, amore?... Un tenero abbraccio dalla
tua Natalìa.„

La Lidia che aveva, leggendo, sottolineato ogni frase, cacciò in
tasca il foglio sgualcito, e piantatasi dinanzi allo zio, esclamò
ironicamente: — Almeno c'è il merito della chiarezza.

Confuso, turbato, Ernesto Landi balbettò: — Io casco dalle nuvole.

— Oh, — ella ribattè in tono sarcastico. — Spero bene che non avrai
creduto alla virtù di Natalìa.... Ci vuole il povero Morini per
crederci.... Tu poi meno di qualunque altro avevi diritto di farti
illusioni.... Ci sono qualità ereditarie.

— Via, Lidia, lascia in pace i morti.

Ma la giovine signora continuò tra seria ed ironica: — Cerco anzi
di attenuare la responsabilità della tua protetta.... Aveva la
corruzione nel sangue.... Tu sei stato generoso.... Hai pagato
largamente il debito che avevi verso la madre, procurando di riabilitar
la figliuola.... Le hai assegnato una dote.... L'hai sposata a un
galantuomo.... L'hai introdotta in case di galantuomini, in casa
nostra, per esempio, ove ha portato il suo alito vizioso, ove ci ha
rubato la pace....

— Chi poteva immaginarselo?

— Io, — disse Lidia, — io dovevo immaginarmelo pensando da quali
origini ella veniva, guardando quella sua bellezza procace e superba.
Invece, sciocca, ci ho dormito su.... Mi son limitata a trattarla
con un certo sussiego, a respinger l'intimità ch'ella mi offriva....
Non era donna con cui potessi stringermi in lega.... Le ho sentito
attribuire persino tre amanti in una volta.

— Esagerazioni! — interruppe Landi.

— Se ne spiattellavano i nomi e i cognomi, — riprese la nipote. — Ma
questo, confesso la mia viltà, mentre mi raffermava nel proponimento
di tenerla a una rispettosa distanza, mi rassicurava sotto un altro
aspetto. Dicevo a me stessa: I tre amanti le daranno da fare a
bastanza.... Come se la donna che ne ha tre non possa averne quattro,
cinque, una dozzina!... Solo negli ultimi tempi non ero tranquilla....
A ogni modo, se il caso non mi faceva cader tra le mani questa
lettera....

— Fu proprio il caso? — domandò lo zio.

— Sì; mezz'ora fa sono andata in studio di Carlo per cercarvi una
polizza da pagare che doveva essere sulla sua scrivania.... Trovai
la polizza, e lì accanto, senza dubbio dimenticata, la lettera ch'è
di questa mattina perchè c'è scritto a piedi martedì, e di cui ho
subito indovinato la provenienza dalla calligrafia e da quell'orribile
profumo.... Potevo non leggerla, ma non è permesso esigere da nessuno
l'abnegazione dei santi.

— E ora che mediti? Uno scandalo?

— Se sarà necessario, — rispose Lidia. — Dipende da te.

— Da me?

— Da te, e da lei, s'intende.... Ma tu sei l'unica persona che possa
aver autorità sulla Morini.

— No, no, non lo credere, — disse lo zio smarrito, sgomento.

— Ti deve tutto, — insistè Lidia con energia. — La sua posizione, la
sua agiatezza.... tutto insomma.... Vorrei vederla risponder di no a un
tuo ultimatum.

— Non è vero, Lidia.... Io non ho il diritto d'imporle alcun ultimatum.

— Te ne lavi le mani? — proruppe la signora Fìdoli accendendosi in
volto. — Preferisci ch'io scriva al marito?

— No, Lidia, non è possibile che tu pensi a questo.

— Se ci penso!

— Insomma, che cosa mi domandi?

Lidia, ch'era stata ritta fino allora, sedette e ripigliò con più
calma: — Ti domando d'andar senza indugio da Natalìa e di dirle che
come ha persuaso Morini a non accettare il trasloco, lo persuada
subito ad accettarlo.... e che le pratiche da lei fatte per ottener
la revoca delle disposizioni ministeriali ella deve rifarle perchè
quelle disposizioni siano mantenute.... A me occorre la certezza piena,
assoluta che fra due, fra tre settimane ella sarà lontana di qui.... A
questi patti vendo il mio silenzio, e le do la mia parola d'onore che
fuori di te e di Carlo nessuno saprà nulla di ciò ch'è successo.... Se
rifiuta, se tentenna, mi servirò delle armi ch'ella mi ha fornito.

Evidentemente la parte di ambasciatore e la natura dell'ambasciata
pesavano oltre a ogni credere a Ernesto Landi, ed egli rinnovò il
tentativo di esimersi. — Riflettici, Lidia, può essere un passo
falso, o almeno un passo inutile.... Non è facile indurre una persona
a disdirsi in un giorno.... Come spiegherebbe questo cambiamento di
fronte?... D'altra parte, qual è il tuo scopo? Quello di staccar tuo
marito da Natalìa.... E non ci arrivi ugualmente avvertendo Carlo che
hai scoperto la tresca e che non sei disposta a tollerarla?... Egli
sarebbe ben forzato a romper la relazione per evitare guai maggiori.

— Egli mentirebbe, — replicò Lidia con enfasi. — Mentirebbe come
voi uomini mentite tutti in queste occasioni.... Giurerebbe di aver
troncato i rapporti con la sua ganza e li manterrebbe ancora.... Solo
avrebbe imparato ad esser più cauto.... Ma come?... C'è il mezzo di
liberarsi da quella triste femmina, e me lo lascerò sfuggire?... No,
zio, ho un sentimento troppo alto dei miei doveri e dei miei diritti
per non voler sradicare il male dalla radice.... Ancora una volta,
accetti o non accetti l'incarico?... Hai paura?

Landi respinse l'insinuazione. — Ah paura, poi. — In fatti era
stato sempre debole con le donne; non era mai stato un codardo....
Giovanissimo, aveva preso parte alla campagna del 1859; più tardi
aveva avuto un paio di duelli che ricordava volentieri; l'accusa di
pusillanimità era quella ch'egli tollerava meno. — Paura?... E di che
dovrei averne?

La signora Fìdoli approfittò di questo momento per insistere. — Quand'è
così, non hai più una scusa al mondo.... Vedi, zio, io metto nelle
tue mani la nostra sorte.... Se riesci, questo non sarà stato che un
temporale passeggero. Ti giuro che farò di tutto per perdonare a Carlo,
per riconquistarmi il suo amore, e tu avrai intorno a te una famiglia
riconoscente che ti vorrà sempre bene, come te ne ha voluto finora....
Perchè non ti puoi lagnare di noi, zio.... Io non faccio che il mio
dovere; sposando Carlo, sono diventata tua nipote e ho l'obbligo di
fare per te quello che mio marito, così occupato, non può. A ogni modo,
anch'egli mi raccomanda continuamente di badare che non ti manchi
nulla. E la piccola Valentina non ti chiama nonno, non ti considera
veramente come il suo nonno?... L'hai voluto tu, sai; io non avrei
permesso ch'ella invecchiasse uno zio ancora elegante ed arzillo....

E Lidia prendeva la mano dello zio Ernesto, e sorrideva in mezzo alle
lacrime, e spiegava tutti quei tesori d'eloquenza che la donna trova
in sè stessa quando lascia parlare il suo cuore. Ell'aveva toccato il
punto debole; suo zio era un egoista buono (per quanto le due parole
possano star insieme), un egoista che aveva bisogno d'esser cinto di
cure, e, sebbene incapace di grandi sacrifizi, e sollecito sopratutto
dei propri agi, s'affezionava facilmente a quelli che gli stavano
vicino. I bambini gli piacevano, intendo dire i bambini degli altri,
appunto perchè i sacrifizi ch'essi domandano sono continui ma piccoli e
perchè si può sbarazzarsene quando si vuole. Così egli amava scherzare
con la Valentina, amava prendersela in collo, e sentir fra i peli della
sua barba le piccole dita di lei, e partecipare ai suoi giuochi, e
stuzzicare le sue rabbiette infantili.... salvo a riconsegnarla alla
madre s'ella diventava troppo molesta. Anche quel nomignolo di nonno
gli vellicava dolcemente l'orecchio; lo avrebbe gradito assai meno
se fosse stato nonno davvero. Ormai tutto il suo studio era questo:
conciliar la libertà dello scapolo coi vantaggi della famiglia. E ove
avrebbe potuto meglio raggiunger l'intento? Qui era in casa ed era
fuori di casa, in un quartierino avente ingresso e scala comune, ma a
cui si accedeva dal pianerottolo per una porta separata; c'era poi fra
le due abitazioni una comunicazione interna che Landi teneva aperta
per comodo suo, tant'era sicuro che nessuno dei Fìdoli, nemmeno la
Valentina, sarebbe venuto nelle sue stanze senza farsi annunziare. — È
un uscio che si apre da una parte sola, — notava scherzando la Lidia. —
Noi non abbiamo segreti. Da noi puoi venire quando ti piace. — Ed egli
pranzava dai nipoti due volte per settimana, il giovedì e la domenica,
e avrebbe potuto pranzarvi più spesso sol che avesse desiderato. — A
colazione e a desinare la tua posata c'è sempre, — diceva la Lidia con
la solita cordialità. In fine Landi si ricordava che, durante una sua
malattia, Lidia aveva passato lunghe ore al suo capezzale, attenta,
discreta, silenziosa per lo più, ma pronta a rispondergli, ad alzar
verso di lui il suo viso buono, illuminato da un onesto sorriso.

Anche i Morini gli avevano offerto di tenerlo presso di sè; e Natalìa
che gli era cresciuta sotto gli occhi aveva insistito perch'egli
desse la preferenza a loro. — La nostra casa è più tranquilla, — ella
ripeteva. — Noi non abbiamo bambini.

Ma no; indipendentemente dal torto che avrebbe fatto ai suoi nipoti,
egli non poteva accettare l'offerta. Già da tempo, e prima ancora
ch'ella si maritasse, la Natalìa lo turbava per quella sua strana
rassomiglianza con la madre, per quelle sue grazie feline, per quel
sottile alito di corruzione (l'aveva ben detto la Lidia) ch'emanava da
tutta la sua persona. Ora che la giunonica bellezza di lei sfolgorava
nella florida maturità dei trentacinqu'anni, e in lei, più seducente
ancora, più raffinata, pareva rivivere la madre morta, ora Ernesto
provava in presenza di quella donna una inquietudine, un malessere
inesplicabili. Ond'egli non le faceva visite frequenti, e cercava
di non trovarla sola; cosa che del resto gli riusciva facile, perchè
o ell'era con suo marito, un buon diavolo, innamorato fin sopra gli
occhi, o aveva alle costole qualcheduno dei tanti cicisbei, ch'ella
teneva a bada con arte sopraffina senza lasciar capire a quali
accordasse la sua preferenza, benchè non vi fosse al mondo nessuno,
da Morini in fuori, che la credesse femmina da appagarsi d'innocenti
civetterie.

Oggi, però, non c'era rimedio. Se Landi doveva assumersi l'ingrato
ufficio impostogli dalla nipote, era necessario ch'egli parlasse a
tu per tu con Natalìa; e questo non era l'ultimo motivo delle sue
riluttanze. D'altra parte Lidia insisteva tanto, si mostrava così
risoluta a fare un colpo di testa se lo zio le negava il suo aiuto,
ch'egli finì col piegare il capo.

— Basta, basta, Lidia.... Che vuoi che ti dica? Tenterò.

— Sia ringraziato il cielo.... Non potevo proprio persuadermi che tu
fossi diventato cattivo.

— Ma bada che tentare non è tutt'uno con riuscire....

— In questo caso dev'esser tutt'uno.... Per impudente, per audace
che sia la Morini, è impossibile ch'ella non senta la gravità della
situazione, e non afferri la tavola di salvezza che l'è offerta....
E non faccia troppo assegnamento sulla credulità di suo marito....
Anche ai mariti creduli e buoni può cascar la benda, e allora non si sa
mai....

— Ella vorrà indietro la sua lettera, — soggiunse Ernesto.

— L'avrà la sua lettera, quando sarà arrivata laggiù.

— E se mettesse per condizione d'averla subito?

— Non gliela darei, — protestò Lidia. — Per ora ella si contenti ch'io
non ne faccia uso.... E giuro che s'ella mi si leva dai piedi non ne
faccio uso.... Ella non ha il diritto di dubitare della mia parola;
io ho quello di dubitar della sua.... Ah, non voglio mica esser
giocata....

— Faremo fiasco, — ripeteva lo zio, mezzo pentito di aver accondisceso.

— No.... ti do tempo tutta la giornata.... Andrai subito?

— Vedremo.... Bisogna ch'io scelga il momento.... Se non è sola, è
inutile.

— Le farai dire che ti preme.

— E se c'è Morini?

— Quello lì fino alle cinque è in ufficio.... È un impiegato
modello.... E che marito prezioso per Natalìa!.... Ma bada a me, se vai
subito è meglio.... È quasi il tocco.... Ancora non sarà uscita, e non
avrà visite.... Se ritardi....

Lo zio sorrise. — Permetterai ch'io finisca di vestirmi....

— Hai ragione.... Ti lascio.... E se puoi farmi avere un biglietto di
qui a un'ora, di qui a due ore....

Landi si ribellò a questa imposizione. — Non cambiarmi le carte in
mano.... Dianzi mi accordavi tutta la giornata, e adesso vorresti che
mi spicciassi in un paio d'ore....

— Non voglio.... Desidero, spero.... Tu pure, se hai una buona notizia,
avrai fretta a comunicarmela.... Pranzi con noi?... Sono sola con
Valentina....

— Grazie.... Ho un mezzo impegno....

— Fa quel che credi.... La tua posata c'è.... A ogni modo, stasera
non vado a letto se non t'ho visto.... E hai capito!... nessun
equivoco, nessun malinteso.... _Aut aut_. Non lasciarti gingillar dalle
chiacchiere, non accettare nessun mezzo termine.... Pensa che ce ne
va della pace, dell'avvenire di una famiglia, che, in fin dei conti,
è la tua famiglia; pensa a ciò che potrebbe accadere anche a colei se
rifiutasse.... Perchè non t'illuda la calma con cui ti parlo.... Sarei
inesorabile.... Guai se noi donne oneste non ci difendiamo!

Strinse la lettera fra le dita nervose, e s'avviò con una mossa altera
del capo. Sempre compito cavaliere, Ernesto Landi le aperse l'uscio.

Dopo quindici o venti minuti che le parvero secoli, Lidia, appoggiata
al davanzale della finestra della sua camera, dietro le persiane
abbassate, udì chiudersi la porta di strada. Spinse adagio adagio le
imposte e guardò per lo spiraglio. Era suo zio, in vestito elegante
da mattina, con un fiore all'occhiello e una canna di bambù tra le
mani. Veduto per di dietro, pareva piuttosto un giovinotto in via
di conquiste che un uomo serio e maturo incaricato d'una missione
delicatissima. Lidia lo segui con lo sguardo fin ch'egli ebbe svoltato
l'angolo della strada; poi si ritrasse dalla finestra e s'abbandonò
singhiozzando sul canapè. Nella naturale reazione che succede a un
periodo d'orgasmo, nel presentimento che lo zio Ernesto non avrebbe
saputo difender la causa affidatagli, tutta la sua energia era venuta
meno ad un tratto. No, per lei non c'era più felicità, non c'era più
pace, non c'era nemmeno il piacere crudele della vendetta, perchè mai,
mai ell'avrebbe avuto il coraggio di valersi della lettera accusatrice.
Poteva ella mettere a fronte due uomini, uno dei quali era suo marito,
suo marito che, pur troppo, ell'amava? Poteva suscitare uno scandalo
che avrebbe colpito lei e la sua Valentina?... D'altra parte, nella
migliore delle ipotesi, in quella cioè che Natalìa si desse per vinta
e accettasse i patti che l'erano offerti, ella, la Lidia, non era
ugualmente una moglie tradita? Tradita, e chi sa da quanto tempo!


II.

L'immagine di Natalìa si associava nell'animo di Lidia ai primi ricordi
della sua giovinezza, quand'ella veniva a Venezia con la famiglia
nella stagione dei bagni, e sulla terrazza del Lido, insieme alla
madre, che pareva una sorella più matura, vedeva ogni giorno questa
ragazza bruna, alta, snella, dagli occhi e dalle ciglia nerissime,
dalla voce musicale e sonora, dal riso argentino, dal vestito elegante
e chiassoso, cinta sempre da uno sciame d'adoratori. La vedeva sulla
terrazza, e sulla spiaggia, e nell'acqua, nuotatrice intrepida,
offrente al bacio dell'onda il turgido petto di cui la maglia attillata
disegnava i contorni, gareggiante di velocità e di resistenza coi più
provetti, così da sembrare talvolta, tanto si spingeva lontano, un
punto perduto nello spazio. Indi la madre, inquieta, affacciandosi
alla ringhiera agitava le braccia e gridava: Natalìa! Natalìa! _Natalìa
Maggianico,_ quest'era il nome che i conoscenti di Lidia pronunciavano
innanzi a lei con qualche reticenza, con qualche tentennatina di
capo, facendo intendere, con la debita discrezione, che non erano,
nè lei nè la madre, signore della buona società. Anzi i puritani
aggiungevano che ormai al Lido si trovava _di tutto_. Ah, più tardi,
fatta esperta della vita e vedendo in che cosa consisteva la _buona
società,_ e che angioli di purezza e di virtù fossero gli uomini e
le donne che vi appartenevano, com'ell'aveva riso di questa frase
stupida e pretenziosa! Allora però n'era rimasta colpita, e deplorava
sinceramente che non si potesse andare al Lido senza incontrarvi le
due Maggianico. Nè al Lido soltanto, da per tutto le incontrava; per la
strada, in gondola, sui vaporetti, la domenica in chiesa San Marco, la
sera in Piazza al Florian. La madre declinava, più rapidamente forse
che non comportasse l'età, ma Natalìa era ogni anno più bella, simile
a una pianta che ogni anno estende i suoi rami e si carica di nuovi
fiori. E sempre, sempre c'era una corona di giovani intorno a lei;
e ovunque ella movesse il piede o sostasse c'era qualcheduno che si
voltava per guardarla, qualcheduno che la segnava a dito, accompagnando
il gesto con un'esclamazione ammirativa. Intorno alla Lidia non veniva
nessuno; nessuno si fermava sul suo passaggio; nessuno chiedeva al
vicino: — Chi è?

È vero ch'ella sentiva ripeter sovente: — A quella Maggianico tutti
fanno la corte, ma nessuno la sposa.

Magra consolazione! A lei nessuno faceva la corte, e nessuno la
sposava.... Così nel suo animo, pur buono e gentile, covava un sordo
rancore contro la bellezza sfacciata di Natalìa e contro il mondo
vigliacco che le si prostrava ai piedi. E, nondimeno, il suo fascino
Natalìa l'esercitava anche su lei, su lei non conosciuta e non curata,
ed ella ci pensava involontariamente, e involontariamente la cercava
in mezzo alla folla e tendeva l'orecchio se altri la nominava. A poco
a poco, mettendo insieme varie frasi côlte qua e là, ell'aveva saputo
che, per ora, la ragazza non era che una civetta; le colpe grosse
erano della madre, la quale aveva fatto una vitaccia da maritata e
da vedova, e continuava a portare in trionfo la sua relazione con
Ernesto Landi.... Di questo signor Landi s'era parlato spesso davanti
a Lidia deplorando che un uomo così piacente d'aspetto, così garbato
di modi, un uomo che avrebbe potuto aspirare a qualsiasi partito, si
fosse lasciato succhiare il sangue e smunger la borsa da un vampiro
come la Clara Maggianico. A tale proposito però c'era stato un giorno
un signore, lugubre come il vecchio Silva, il quale aveva soggiunto:
— Meno male che ne avrà per poco.... La Clara Maggianico è spedita
dai medici. — E il signore, uno di quelli che s'ingrassano a raccontar
disgrazie, s'era diffuso a descriver tre o quattro malattie incurabili
da cui la povera donna era affetta e che le avrebbero concesso al più
cinque o sei mesi di vita. Dopo questa rivelazione il malanimo di Lidia
verso la Maggianico fu temperato da un senso di pietà dolorosa. Era
sul finire della stagione; tra una settimana Lidia avrebbe lasciato
Venezia per non tornarvi che nell'estate ventura; e nell'estate
ventura ella non avrebbe più rivisto quella madre e quella figliuola
ch'erano certo leggere e corrotte, ma che andavano sempre insieme e
senza dubbio si volevano bene; avrebbe rivisto forse la sola Natalìa,
vestita di nero, ella che amava i colori sfoggiati, dimessa e contrita,
ella nelle cui pupille sfavillava la gioia, sulle cui labbra fioriva
il sorriso.... Ma prevedeva ella il lutto imminente? Conosceva la
madre il proprio destino? In Piazza, gli occhi di Lidia si fissarono
quella sera, non ostili ma tristi, sulle due donne; e le parve di
scorgere un'ombra sul volto bellissimo di Natalìa, una trepida ansietà
che si rivelava in certe contrazioni dei muscoli, in certi sguardi
furtivi;.... ma sul volto della madre ella lesse la morte.... Era così
smunta quella faccia, era così livida nella bianca luce delle lampade
ad arco voltaico; era diffusa una tale stanchezza invincibile su tutta
la persona!... La signora Clara si sforzava di parlare e di ridere,
specialmente nei momenti in cui ella sorprendeva gli occhi di Natalìa
fissi nei suoi, ma di tanto in tanto la testa le si piegava sul petto,
come se il sonno fosse per coglierla....

Anche il giorno appresso Lidia vide le Maggianico. Le incontrò in
Merceria dell'Orologio, la signora Clara trascinantesi a stento
appoggiata al braccio di Natalìa. Fu l'ultima volta. Ella partì di
lì a poco per la sua Verona, e non seppe nulla delle due donne fino
all'inverno successivo, quando una mattina, nello sfogliar la _Gazzetta
di Venezia_ a cui suo padre era abbonato, vi lesse queste righe:
“_Cronaca rosa_. Il nostro amico, dottor Vittorio Morini, aggiunto
giudiziario, si è promesso sposo a una delle più belle e più eleganti
signorine della nostra città, molto ammirata dai frequentatori del
nostro Lido, la signorina Natalìa Maggianico. Congratulazioni ed
auguri.„ Era una notizia ben diversa da quella che Lidia s'aspettava
di trovare nella rubrica dello stato civile. Ahi, l'altro annunzio,
l'annunzio funebre non si fece attendere un pezzo, e due settimane
dopo, aprendo lo stesso giornale, le caddero sott'occhio, nella lista
dei morti, queste parole asciutte asciutte: “Clara Maggianico, d'anni
49, vedova, civile.„ Funerali e nozze! Anche nella sua sventura era
una privilegiata della fortuna la Natalìa Maggianico, se, proprio
nell'ore in cui la sua famiglia si sfasciava, una nuova famiglia le
apriva le braccia, se il lutto della figliuola era temperato dalle
gioie della fidanzata!... Indi Lidia sentiva raccendersi nell'animo
l'avversione contro la splendida ragazza; e tanto più s'inaspriva
verso di lei quanto più era disposta all'indulgenza verso la signora
Clara che aveva ormai espiati i suoi falli, che forse s'era purificata
nell'amor materno, che certo durante gli strazi degli ultimi mesi
non aveva pensato ad altro che ad assicurar l'avvenire di Natalìa,
che aveva certo lei stessa, al suo letto di morte, combinato il
matrimonio. Ma la felicità di Natalìa irritava Lidia, la offendeva
come un'ingiustizia, come una smentita a quella legge dei meriti e dei
compensi che suo padre, essenzialmente ottimista, aveva l'abitudine di
predicarle, condensando le sue teorie in pochi aforismi: — _Semina il
bene e raccoglierai il bene._ — _Via recta, via certa._ — _Chi fa il
proprio dovere non ha mai a pentirsene._ — Massime sacrosante.... Ciò
nondimeno, ella che, a quanto assicuravano, possedeva tutte le virtù
teologali, rischiava di marcire in casa, mentre quella fraschetta della
Maggianico aveva già trovato il suo bravo marito.

Senonchè, quell'anno stesso, in primavera, la Lidia fu fidanzata
con l'avvocato Carlo Fìdoli di Venezia; ch'era venuto alle Assise
veronesi, quale difensore in un processo lungo e clamoroso, e aveva
una lettera d'introduzione per la famiglia Polidossi. S'invaghì egli
realmente della ragazza, o pensò soltanto a conchiudere un buon affare?
Fatto si è ch'egli chiese la mano di Lidia e che la sua offerta fu
gradita. Aveva trentacinqu'anni, e godeva già la riputazione d'uno
fra i migliori avvocati del foro veneto, specie nelle cause penali;
buon parlatore, d'aspetto simpatico, non sprovvisto di mezzi di
fortuna, poteva aspirare benissimo alle centocinquantamila lire
che la Polidossi portava a titolo di dote. Lidia gli si affezionò
sinceramente, profondamente, come ogni giovine casalinga, non avvezza
alle galanterie, s'affeziona al primo uomo che dica d'amarla; e quando
ella tornò nell'estate a Venezia, oltre che pei bagni, per visitare
i parenti del futuro marito e veder la casa che doveva esser la sua,
il nuovo sentimento l'aveva trasfigurata. — Non par più quella la
Lidia Polidossi, — ella sentiva susurrare intorno a sè. — Quest'anno
è proprio carina. — Fu allora ch'ella conobbe Ernesto Landi, lo
zio materno di Carlo, un bell'uomo tra i quaranta e i cinquanta,
accurato nel vestire, disinvolto nei modi, superficiale di cultura e
d'ingegno, ma di conversazione piacevole, come di chi ha visto cose
e persone diverse e dai facili successi del mondo acquistò una tal
quale sicurezza di sè. Egli entrò subito nelle buone grazie della
nuova nipote, fors'anco per quella curiosità mista di simpatia che
i libertini non affatto volgari destano alle donne di più illibati
costumi. Nè la relazione con la Clara Maggianico, relazione che solo
la morte aveva troncata, gli nuoceva ormai agli occhi di Lidia. Le
pareva cavalleresca quella fedeltà serbata all'amante, trovava bella
e generosa la condotta di lui verso Natalìa, della quale Ernesto Landi
rendeva possibile il matrimonio con un dono di trentamila lire ch'egli
si obbligava di farle il giorno delle nozze. In casa Fìdoli questa
liberalità era approvata a bocca stretta, ma Landi era, in complesso,
ben voluto da tutti, e la madre di Carlo aveva per lui la tenerezza
piena d'indulgenza delle sorelle maggiori verso i fratelli scapestrati.
— Sicuro, Ernesto ha le sue debolezze, — ella diceva tentennando la
testa, — ma è sempre stato un gran mago. — Il marito le faceva eco. —
Un gran mago. — Il più riservato ne' suoi giudizi era Carlo; forse i
due uomini avevano indole troppo diversa per andar d'accordo.

In quell'estate Lidia ebbe rare occasioni d'imbattersi nella Natalìa
Maggianico, ch'era in lutto e non andava la sera al Caffè, e non andava
di giorno al Lido nelle ore del maggior concorso. La incontrò qualche
volta per la strada, con una signora attempata, una zia, e con un
giovine di mezzana statura, dai baffetti castani, che le dissero essere
il fidanzato. Il vestito nero la dimagrava; dava maggior risalto ai
suoi occhi bruni, alla sua carnagione bianca, mostrava sotto un nuovo
aspetto la sua bellezza superba. Ma Lidia Polidossi era felice; nel suo
animo gentile non c'era più posto nè per l'invidia, nè pel livore, ed
ella manifestò ripetutamente al suo fidanzato la sua ammirazione per
le doti fisiche di Natalìa. Egli sorrideva: — È tal quale sua madre
quand'era giovine.... Se sarà tal quale anche pel resto, il povero
Morini dovrà recitare il _confiteor_.

— O perchè non potrebb'essere una buona moglie?

Carlo Fìdoli si stringeva nelle spalle. — Tutto può essere a questo
mondo.

I due matrimoni furono celebrati in fin d'autunno a brevissimo
intervallo l'uno dall'altro. Allorchè però, dopo il viaggio di
nozze, Lidia venne a stabilirsi a Venezia, i Morini non c'erano più.
L'aggiunto giudiziario era stato nominato Pretore in un piccolo
paesetto del Veneto. Natalìa faceva di tanto in tanto una corsa a
Venezia, e le sue conoscenti dicevano ch'ella metteva in moto cielo e
terra per ottenere un trasloco. Fosse merito suo, o fosse un fortunato
concorso di circostanze, certo si è che il trasloco venne accordato
di lì a non molto tempo, appunto a Venezia, e fu allora che Ernesto
Landi desiderò presentare la coppia Morini alla sorella, al cognato,
ai nipoti. Che motivo ci poteva essere di rifiutare? Nondimeno in
casa arricciarono il naso alla proposta, e Carlo parve più renitente
degli altri. — Che ghiribizzo è saltato allo zio Ernesto?... Que' suoi
protetti non avevano nessun bisogno di conoscerci e noi non avevamo
nessun bisogno di conoscer loro. — Fu proprio Lidia a dare il tracollo
alla bilancia. — E perchè vorresti risponder di no? La Clara Maggianico
è morta già da tre anni; Natalìa è sposata ad un galantuomo che ha una
posizione onorevole, e quando avranno detto di lei ch'è un po' civetta
avranno detto tutto.... C'è di peggio? — No, in coscienza, pel momento
non si poteva dire di più. — Ebbene, — ripigliò di trionfo la Lidia, —
se vogliamo aiutarla a restare una donna onesta, non principiamo noi a
metterla al bando!... Già non occorre mica far lega insieme.

Accolta in casa Fìdoli, Natalìa Morini aveva subito mostrato una
grandissima propensione per Lidia, le aveva ripetuto il gran bene che
lo zio diceva di lei, aveva voluto a ogni costo che si dessero del tu.
Ma il _tu_ non basta a creare l'intimità, e intimità schietta fra le
due donne non ce ne poteva essere e non ce ne fu, nemmeno nei primi
tempi quando sul conto di Natalìa si mormorava solo a bassa voce. —
Sei troppo bella, — diceva celiando la Lidia alla Morini se questa
le proponeva di prender palco insieme a teatro, o di andare insieme a
una festa, a una conferenza, a un concerto; — sei troppo bella, e mi
faresti far troppo cattiva figura. — In fondo non era che una scusa; il
vero si è ch'erano agli antipodi di gusti e d'idee; la Natalìa avida di
piaceri e di lusinghe, sempre abbigliata all'ultima moda, insofferente
della solitudine, arguta e vivace bensì, ma d'uno spirito alquanto
volgare che, per dar la propria misura, aveva bisogno dell'eccitamento
dei crocchi romorosi; la Lidia schiva d'ogni apparenza, semplice e
quasi dimessa nel vestito, facile a intimidirsi, ad ammutolirsi in
mezzo alla gente, amante della sua quiete, della sua casa, dei libri
pochi e buoni che le tenevano compagnia nel suo salottino. Intanto
era nata Valentina, ed ella era stata assorbita dalle cure dolci e
minuziose della maternità. Natalìa la tacciava di esagerazione. — Non
ti s'incontra più in nessun posto. Anch'io amerei i miei figliuoli,
se ne avessi, sfido io.... Ma non per questo farei divorzio da' miei
simili.

Un duplice e gravissimo lutto che colpì Lidia quando la bimba non
aveva che un anno, la morte dei suoceri a poche settimane d'intervallo,
contribuì a suggellar questo divorzio dal mondo che la Natalìa Morini
le rimproverava. Allora appunto Lidia insistette perchè lo zio Ernesto
venisse ad abitare con loro nella casa diventata ormai troppo grande
per una famiglia di tre sole persone, e Landi, impressionabile per
sua natura e turbatissimo dalla morte della sorella e del cognato,
accettò l'offerta come un avviamento a una vita più tranquilla, più
consentanea all'incalzar dell'età. In quell'occasione Lidia ebbe una
visita da Natalìa che le disse: — Anche a noi era parso che tuo zio
Ernesto non dovesse più viver solo e avevamo messo un paio di stanze a
sua disposizione; ma egli ha preferito venir da voi altri. Siete suoi
parenti prossimi, avete un appartamento migliore del nostro; non ci
rimane che chinar la testa.

C'era un fondo di acrimonia nelle parole di Natalìa, e infatti pei
Morini sarebbe stato un terno al lotto il poter alleggerirsi d'una
parte della pigione. Già da tempo si buccinava ch'essi spendessero
oltre ai loro mezzi e che Madama fosse indebitata con la sarta e con la
modista.

— Qualcheduno pagherà, — diceva la gente. I più benevoli affermavano
che di tratto in tratto lo sbilancio fosse colmato da Landi, in omaggio
alla memoria della signora Clara. Evidentemente Natalìa scemava in
riputazione ogni giorno, e il marito era un fenomeno di tolleranza
e di cecità. Non era nè uno sciocco nè un farabutto; era ipnotizzato
dalla moglie; credeva tutto quello ch'ella voleva fargli credere, e si
sarebbe gettato nel fuoco per compiacerla.

L'avvocato Fìdoli (adesso Lidia pensava che fosse stata una finzione)
aveva sempre ostentato di tener in poco conto la coppia Morini. — Lui,
come giudice, è passabile, ma fuori del suo tribunale è un cretino; lei
aspira a coglier gli allori materni. È meglio andar via via allentando
la relazione.

— Per quello che ci si vede ormai con Natalìa, — rispondeva Lidia.

E in vero si vedevano pochissimo, diradando, per mutuo e tacito
accordo, le loro visite, salutandosi fuggevolmente quando
s'incontravano per la strada. Però una mattina che Lidia era con la
figliuola, Natalìa la fermò per ammirare e baciare la bimba, invidiando
l'amica che possedeva un tesoro simile. E soggiunse: — Portamela,
portamela.... Fino alle due mi trovi sola.... Usciremo in quel mio
simulacro di giardino.... Sai, abbiamo un pezzetto di terra con
due alberi e pochi fiori.... Vieni, vieni.... Dio mio, come ti fai
preziosa!... Par che non ti degni, tu moglie d'un luminare del fòro, di
venire in casa d'un povero _travet_.

Lidia si consultò con Carlo che le disse: — Per una volta tanto, non
sarà una disgrazia.

Natalìa fu amabilissima e si conquistò subito il cuore di Valentina,
facendola correre pel piccolo giardino, mostrandole un nido di rondini,
regalandola di frutta e di dolci.

— Quando torneremo dalla bella signora? — chiedeva ogni momento
Valentina alla madre.

Ella trovò mille pretesti per non tornare; se ne sentivan dir tante
di quella Natalìa ch'era proprio meglio starne lontano. Lo stesso
zio Ernesto la difendeva debolmente: — Benedetta figliuola!... Ha
buonissime qualità, ma è troppo leggera.

Perciò Lidia fu alquanto maravigliata che, nell'inverno successivo,
Carlo volesse invitare i Morini a una serata musicale ch'egli dava in
onore di due suoi clienti francesi, di passaggio per Venezia.

— Noi non andiamo alle serate dei Morini, — osservò Lidia. — Perchè
devono venir essi alle nostre?

— Noi non andiamo da loro, ma essi c'invitano, — ribattè pronto
l'avvocato. — Dobbiamo invitarli anche noi.... Forse non verranno.

— Verranno, verranno.

— Poco male, tanto più ch'essi conoscono già i miei forestieri.... E
poi si tratta d'una cosa eccezionale. Noi non abbiamo l'abitudine di
ricever la sera.

Conformemente alle previsioni di Lidia, i Morini accettarono l'invito
e Natalìa fu la regina della festa. Bisognava vederli quegli uomini
come la divoravano con gli occhi, come pendevano dalle sue labbra! E i
vecchi non si sdilinquivano meno dei giovani. Perfino il Procuratore
Generale, un magistrato grave, solenne, con tanto di pancia, perfin
lui le faceva la ruota attorno e non badava nè alla padrona di casa,
nè all'altre signore, nè ai due o tre _virtuosi_ che si alternavano
al pianoforte. In quanto ai Parigini, essi non trovavano parole per
esprimere la loro ammirazione. Anche il francese scorretto della Morini
acquistava per essi un garbo speciale su quella bella bocca ridente.
Carlo Fìdoli era il più guardingo; nondimeno parve una volta alla
Lidia ch'egli e Natalìa si sorridessero furtivamente, ed ella n'ebbe
una stretta al cuore. Non poteva ella certo lottar contro Natalìa se a
colei veniva in mente di rubarle il marito. Ell'era una buona moglie,
una buona madre, una buona massaia; sapeva di non esser ripulsiva
d'aspetto, di non mancare d'ingegno e di cultura. Ma o che bastan forse
questi pregi a una donna? È vero, ell'aveva sempre creduto che Carlo
fosse così assorto nelle sue cause, ne' suoi processi penali da non
aver tempo da perdere in galanterie; ma se si fosse ingannata? Se fosse
stato anch'egli su per giù come gli altri?

Pur ella non osò discorrergli del delicato argomento nè quella sera, nè
poi. Lo sapeva poco tollerante delle osservazioni, temeva un rabbuffo,
temeva di far peggio. Ora, ora si pentiva di non aver parlato prima,
quando forse il male non era irreparabile.... E intanto ella pensava
con sgomento alla spiegazione che avrebbe avuto con Carlo al suo
ritorno da Roma, pensava alla lettera che avrebbe dovuto scrivergli
domani o dopo domani, non foss'altro che per dargli notizie di
Valentina. Ed egli pure le avrebbe scritto; le scriveva sempre quando
le sue assenze si protraevano qualche giorno, le scriveva nella sua
calligrafia nitida, uguale, da uomo d'affari che bada al positivo,
e anche di lontano s'occupa della casa, dei figliuoli, dello studio.
Aspettate con viva impazienza, quelle lettere lasciavano sempre delusa
la Lidia che avrebbe voluto trovarvi un po' più di calore, un po'
più d'entusiasmo.... Ah, il calore, l'entusiasmo, egli li avrebbe
messi nell'epistole che dirigeva a Natalìa!... E forse in questo
momento, fatto accorto del biglietto dimenticato, o dal treno, o
dal _restaurant_ di Bologna egli le mandava una riga in fretta per
comunicarle le sue inquietudini, per rinnovarle le sue proteste.

Di nuovo la Lidia cavò di tasca il foglio rivelatore, di nuovo lo
scorse con occhi molli di lacrime. _Passeremo ancora insieme molte di
quelle ore deliziose nel nostro nido.... Ti rammenti, amore?_ Queste
frasi la ferivano come stilettate. A lei Carlo diceva: — Ogni cosa,
ha la sua stagione.... L'amore è pei giovani.... è per le coppie
novelle. Due sposi come noi devono appagarsi di un'affezione calma,
tranquilla, non soggetta alle tempeste. — Ipocrita! Con Natalìa
egli s'era dimenticato di non esser più giovine. Con Natalìa egli le
cercava le tempeste. Ah, in verità, ora dipendeva da lei, da Lidia,
che fossero tempeste ond'egli avesse a ricordarsi per un bel pezzo....
Ma che ingiustizie!... Una donna fa sempre il suo dovere, tutto il
suo dovere: dà tutta sè stessa ad un uomo, non per un'ora, non per un
giorno ma per la vita intera; e quell'uomo la tradisce per una femmina
svergognata che non ha onore, che non ha pudore, che non ha nessuna
delle qualità continuamente magnificate dal mondo burlone, che mancherà
di fede all'amante di oggi come ha mancato di fede a quello di jeri,
come ha mancato di fede al marito.... E la gente che indovina o che sa
si contenta di ridere e non bolla col ferro rovente gl'iniqui! Ci son
dunque due morali a questo mondo? Una che s'insegna, l'altra che si
pratica?

Il pensiero di Lidia volò a Valentina, così candida, così ingenua, alla
piccola Valentina che sarebbe anch'ella travolta in questa gora di
menzogna e di fango.... Assalita da un desiderio veemente, imperioso
di rivederla, di averla accanto a sè in quegl'istanti angosciosi,
ella sonò per la cameriera. — Che nessuno vada oggi a prender la
Valentina.... Andrò io.


III.

Vi andò prima che la scuola finisse e fece chiamar la figliuola. Gliela
portò la direttrice in persona, piena di deferenza verso i Fìdoli la
cui clientela giovava al suo Istituto, la pregò di accomodarsi, le
offerse insistentemente un caffè, una bibita in ghiaccio. Aveva sempre
qualche cosa di prelibato per le visitatrici di maggior conto; alle
altre offriva un bicchier d'acqua fresca. Ma Lidia non volle sedere,
non volle accettar nulla; sarebbe venuta un giorno con più agio; oggi
aveva i minuti contati.

Quando fu sola con Valentina, la baciò e ribaciò sulle gote, sulla
bocca, sugli occhi. — Cara, cara, cara.

Valentina, una fanciulla intelligente, di sette anni compiuti, la
guardava attonita. — Mamma, cos'hai?

— Io?... Nulla.

— Hai pianto?

Lidia arrossì. — Che idee!... Perchè avrei dovuto piangere?

— Non so.

La bimba stette un momento soprappensiero; poi chiese: — Il babbo è
partito?

— Sì.... È partito, — disse Lidia.

O che Valentina credeva ch'ell'avesse pianto per questo?

— Ho promesso di scrivergli, — annunziò con gravità la bimba. —
Stasera....

— No stasera, — interruppe la madre. — L'hai salutato questa mattina.

— Domani sera allora.

— Domani sera, — ripetè Lidia macchinalmente. Le parole le bruciavano
le labbra. E mutò discorso. — Vuoi che andiamo ai Giardini?

Aveva necessità di respirar l'aria libera, di non chiudersi così presto
in casa coi pensieri affannosi che la travagliavano. Già prima di sera
lo zio Landi non sarebbe venuto a riferirle l'esito dei suoi negoziati
con la Morini. E in ogni modo, fin che Valentina era alzata, non si
poteva discorrere con libertà.

Alla proposta della mamma, Valentina rispose subito di sì. Ma di lì a
un momento soggiunse: — Non ho il cerchio.

— Non importa.

La fanciulla fece una smorfia disgustata. — Oh.... senza il cerchio!...

— Ebbene, — riprese la madre ansiosa di contentarla, — in Merceria
prenderemo un cerchio nuovo.

Valentina battè palma a palma. — Sì, sì, mamma.... E più grande di
quello che ho.

— Più grande.

— Grande come quello della Bertocci.

— Ma io non lo conosco.

— Guarda.... È alto così, — disse Valentina. E si portò la mano a
livello della spalla.

— Troppo alto, — notò Lidia.

— Se tu vedessi come corre bene!

— Insomma lo sceglierai tu.

Fecero l'importante acquisto nell'antica bottega del Ponte dei
Baretteri che fornì di balocchi tante generazioni di bimbi, e Valentina
si portò in trionfo il suo cerchio ch'ell'aveva l'illusione di credere
ancora più grande di quello della Bertocci, benchè in realtà fosse più
piccolo.

— E ora, — disse Lidia, — si passa sotto le Procuratìe e si va a
prendere il vaporino.

— Se si traversava la Piazza, provavo il cerchio.

— No, c'è troppo sole.

Valentina non replicò; la sua attenzione era ormai rivolta a tutt'altro.

— Mamma, mamma, — ella disse trattenendo la Lidia per la falda del
vestito, — sai chi c'è in quella bottega?

Era una bottega di gioielliere, appunto sotto le Procuratìe Vecchie,
presso il Caffè Quadri.

— Chi? — ripetè la madre côlta da un incomprensibile sgomento. E con un
moto istintivo afferrò il braccio di Valentina.

La fanciulla tentò svincolarsi. — Lasciami, lasciami. È il nonno con la
bella signora.... Li saluto.

Ma la mano di Lidia chiuse come in una morsa d'acciaio il braccio della
figliuola, e bruscamente la trascinò fuori delle Procuratìe, in mezzo
alla Piazza.

— No, non devi salutar nessuno, — intimò Lidia con voce dura, imperiosa.

Anch'ella li aveva visti, dietro la vetrina del gioielliere, lo zio
Ernesto e la Natalìa Morini, li aveva visti curvi sul banco, intenti a
esaminare i gingilli che il negoziante sciorinava sotto i loro occhi,
li aveva visti e aveva sentito rimescolarsi il sangue nelle vene.
Come? Nel giorno stesso in cui la sua ignobile tresca era scoperta,
in cui pendeva sul suo capo l'onta d'una rivelazione, quella donna
impudente osava mostrarsi in Piazza San Marco, da un gioielliere, ed
Ernesto Landi, il parente a cui Lidia aveva affidato la propria causa,
Ernesto Landi osava condurvela, osava offrirle forse un braccialetto,
un anello, un fermaglio, un monile? Così egli prendeva le parti della
nipote offesa, tradita!... O che femmina era mai quella? Che strana
potenza si sprigionava da lei perchè gli uomini tutti, anche i vecchi,
immemori della loro dignità, dovessero caderle ai piedi?

Intanto Valentina che, a quei modi insoliti della madre, era rimasta
senza fiato e senza parola, passato il primo momento di stupore, si
mise a piangere.

— Mamma cattiva! — ella singhiozzò toccandosi il braccio dolente della
stretta brutale.

Lidia si chinò a baciarla. — T'ho fatto male, caro tesoro?... Non
è niente.... Perdona.... È che non volevo.... Tu non puoi capire
adesso.... Cammina, cammina, andiamo al vaporetto.

Aveva ripreso per mano la figliuola, e procedeva innanzi spedita,
guardandosi attorno inquieta come se un gran pericolo la minacciasse.

Impacciata dal cerchio che si tirava dietro, Valentina la seguiva a
fatica, piagnucolando.

— Dàllo a me il cerchio, — ordinò la madre.

La voce di lei s'era fatta dura, imperiosa un'altra volta.

La bimba ubbidì, ma continuava a lamentarsi sommessamente.

Traversarono in un lampo la Piazza, uscirono dall'angolo delle
Procuratìe Nuove, svoltarono per la _Calle_ Vallaresso. Il vaporino,
diretto ai Giardini, approdava al _pontile_ in capo alla _calle_.

— Lesta, lesta, — disse Lidia.

Arrivarono trafelate quando il battello era lì lì per partire. Allora
Lidia prese Valentina sulle ginocchia, le rasciugò con la pezzuola gli
occhi lacrimosi, le rasciugò le tempie, le guancie molli di sudore, le
ravviò i capelli scompigliati e il fisciù di traverso, la coperse di
carezze.

A poco a poco Valentina si rinfrancava, sorrideva in mezzo alle
lacrime. E fattasi ardita chiese: — Perchè non mi hai permesso di
salutare il nonno?

Lidia si rannuvolò, mise la mano sulla bocca della figliuola. — Non
tornar da capo.

— Perchè? — ripigliò la fanciulla con l'ostinazione propria della sua
età.

— Il nonno non era solo, — rispose brevemente la madre.

— Era con la bella signora.

— Appunto, — ribattè Lidia decisa a finirla. — Una volta per sempre....
Non voglio che tu saluti la signora Natalìa.

— Perchè? — tornò a domandare la Valentina.

— Insomma ho le mie ragioni, e basta.... I bimbi non devono saper
tutto, — replicò Lidia in modo da troncare le discussioni.

La fisonomia della Lidia, su cui la corsa affannosa di poco prima aveva
diffuso un'animazione artificiale, s'era irrigidita in un'espressione
di profonda tristezza. E anche il visetto di Valentina si allungò di
nuovo; ne' suoi occhi limpidi passò l'ombra delle cose ignorate ed
incomprensibili, onde viene all'infanzia come un vago presentimento dei
dolori futuri.

I Giardini in quell'ora erano spopolati; pure s'aggiravano qua e là
altre mamme con altri fanciulli; altre sedevano al rezzo delle piante
che il Maggio rivestiva di fiori. Lidia sedette su una panca di pietra
sotto uno dei tigli del viale di mezzo, mentre Valentina faceva correre
il cerchio per lo stradone.

La madre l'animava col gesto. — Corri, corri.

Povera piccina! Chi sa quel che le frullava nel capo, chi sa che
effetto le avevano prodotto gli umori bisbetici della sua mamma!
Lidia era stata aspra con lei; ma come si fa? Poteva ella concederle
di avvicinarsi a Natalìa? O poteva parlarle di quella femmina in
modo diverso? No, no, checchè accadesse, fra la Morini e Valentina
nulla vi doveva esser di comune, mai più. Lidia non si pentiva dunque
del linguaggio tenuto con la figliuola; si pentiva piuttosto d'aver
precipitato il suo giudizio sullo zio Ernesto. Certo era enorme
che in quel giorno Natalìa osasse andar da un gioielliere, ed era
singolare che Landi ve l'accompagnasse; ma perchè non aspettare le sue
spiegazioni per condannarlo?... Forse, d'indole spendereccia com'egli
era, aveva tentato d'attenuar con un dono il colpo che le portava;
forse (son donne che vendono tutto) ell'aveva messo a prezzo la sua
acquiescenza ai patti che l'erano imposti.

La quiete del luogo, il verde degli alberi, il tenue stormir delle
foglie esercitavano su Lidia la loro influenza benefica; un po'
di calma scendeva nel suo animo agitato, vi faceva rinascer la
speranza che la rovina della sua felicità non fosse ancora assoluta
ed irreparabile.... Che la Natalìa partisse; ecco il gran punto. Se
partiva, al resto ci sarebbe stato rimedio.... Quella di Carlo non
poteva essere che una crisi momentanea. Un uomo serio e positivo
come lui non poteva lasciarsi travolgere dalle passioni. Ci voleva
quella civetta, ci voleva quella sirena per trascinarlo fuori della
via retta ov'egli, se non per virtù, per riguardo del mondo aveva
sempre camminato. Nel desiderio, nel bisogno di trovar un'attenuante
alla colpa di suo marito, Lidia si esagerava la bellezza, il fascino
irresistibile di Natalìa. Era stata una fatalità che questa femmina
bella e corrotta gli fosse capitata fra i piedi. Poich'egli non cercava
le donne, non aveva tempo per loro; egli non frequentava i teatri, non
frequentava i salotti; senza dubbio era venuta lei a cercarlo.... Non
era poi così facile che ne venisse un'altra, ugualmente bella e astuta
e viziosa.

Lidia guardò l'orologio. Erano quasi le sei, era ora d'andarsene.
Quantunque lo zio Ernesto non si fosse impegnato a portarle una
risposta prima di sera, ella pensava che s'egli la risposta l'aveva
già avuta, ed era favorevole, si sarebbe affrettato a recargliela.
Ella lo avrebbe capito a volo, anche senza insospettir Valentina con
le chiacchiere, e in quanto ai particolari avrebbe aspettato ad averli
più tardi. Così Lidia si crucciava adesso d'essere uscita, ed era
impaziente di tornare a casa.

Richiamò la figliuola e prese il primo vaporetto che partiva nella
direzione del Canalazzo; sarebbe scesa alla stazione di Sant'Angelo
ch'era per lei la più comoda. Il vapore, quasi vuoto in principio,
si riempì a mano a mano durante la corsa; anzi a _Calle_ Vallaresso
s'imbarcarono alcuni conoscenti coi quali convenne pure scambiar
strette di mano e saluti: una signora Spedara, piccola, inframmettente,
che domandò almeno cinque volte: — È sempre stata bene, signora Fìdoli?
—, un'altra con la figliuola, condiscepola di Valentina, che attaccò
subito l'argomento delle _troppe lezioni;_ un amico di Carlo che tanto
per dir qualche cosa chiese a Lidia ciò che sapeva perfettamente: —
L'avvocato è già partito per Roma?

A Lidia non parve vero di scendere a Sant'Angelo e di liberarsi dai
seccatori.

Salendo le scale di casa sua ella interrogò la cameriera. — C'è lo zio?

— Nossignora.

— E non è mica stato in questo frattempo?

— Nossignora: da quando è uscito verso il tocco non s'è più visto.

— E non è venuto nessun altro?... Non è venuto niente?

— È arrivato un pacco postale multato.... Pare che ci sia dentro una
lettera.

— Ah, della mamma, — disse subito Lidia. Era una fissazione della sua
mamma quella di metter le lettere nei pacchi postali. Ogni anno si
dovevan pagare per causa sua parecchie di queste multe.

— Il fattorino ripasserà domani a riscuotere il danaro, — soggiunse la
cameriera. — Intanto ha lasciato il pacco.

— Dov'è?

— In salotto da pranzo.... È una scatola di fiori.

Valentina, ch'era stata con tanto d'orecchi tesi sperando che il pacco
della nonna contenesse un regalo per lei, al sentir che si trattava
di fiori fece una spallucciata e tirò per la manica l'Erminia, la
cameriera, affinchè ammirasse il nuovo cerchio.

— Va, va con l'Erminia, — ordinò Lidia alla figliuola. — Va a lavarti
le mani, a mutarti il vestito. — Indi, a una muta interrogazione della
donna di servizio, rispose: — Io non ho bisogno di nulla.... Ah sì....
porta di là il mio cappello. Se lo levò di testa e glielo diede.

— Venga, signorina, mi farà vedere il cerchio, — disse la cameriera. —
Com'è grande!

— È più grande di quello della Bertocci, — affermò Valentina con aria
convinta, lasciandosi condur via dall'Erminia.

Lidia entrò in salotto da pranzo ove dalla scatola semiaperta usciva
un acuto profumo di rose. Erano belle le rose, di tutte le specie
e di tutte le tinte; ma tra pel viaggio, tra per le manomissioni
degl'impiegati postali, erano anche, a eccezione di poche, avvizzite
e sfogliate. In mezzo ai petali sparsi, in mezzo agli steli infranti
la lettera incriminata odorava essa pur come un flore. Lidia ne ruppe
la busta. — “Fin da domenica siamo a San Vigilio, sul nostro Garda,
— scriveva la madre, — ove fa meno caldo che a Verona e ove abbiamo
trovato una magnifica fioritura di rose. Ti spedisco le più belle;
ma in quale stato ti arriveranno?... Che peccato che non siate qui
a coglierle, tu e Valentina! Come siamo soli, e con che impazienza
contiamo i mesi, le settimane, i giorni che mancano al settembre quando
finalmente verrete! Circa al venir noi per i bagni, non ci vedo chiaro.
Il tuo papà si move sempre meno volentieri, dice che la vita di Venezia
l'estate lo affatica.... Oh Lidia mia, che brutta cosa invecchiare!...
Ma non metterti in apprensione; finora, anche invecchiando, il tuo
babbo ed io stiamo bene.... Quello che temo non possa durare fino
al settembre è il povero Lampo, l'antico e vispo compagno delle tue
passeggiate.... Ha dato un crollo negli ultimi mesi! Si trascina a
stento, ha la tosse, è pieno d'acciacchi; forse sarebbe opera di carità
l'accorciargli le pene, ma non ce ne sentiamo il coraggio; vogliamo
ch'egli muoia della sua buona morte.... Abbiamo ragione, non è vero?...
Povera bestia! Come ti ricorda! Basta dirgli: _dov'è Lidia?_ perch'egli
si scuota, alzi il muso e dimeni la coda e risponda con un mugolìo
sommesso che par quasi significare: _Perchè mi lusingate invano?_...
È una giornata senza sole, e forse per questo la mia lettera ha
un'intonazione grigia.... Smettiamo.

“Il babbo abbraccia teneramente te e Valentina. Io vi mando mille e
mille baci. Salutami tuo marito, scrivi presto e credimi

                                                la tua aff.ma mamma.„

Gli occhi di Lidia s'erano empiti di lacrime. Sui sentimenti confusi
destati in lei dal dramma domestico in cui minacciavano di naufragare
la sua felicità e la sua pace, sul dolore, sulla gelosia, sulla
collera, s'innestavano altri sentimenti pieni di paurosa ansietà e
d'ineffabile malinconia. Ella correva col pensiero ai suoi vecchi
così soli, così abbandonati, con la fronte già curva, coi capelli
già bianchi, trascinanti il piede lungo i sentieri del bel giardino
invano rifiorente per loro, o, nel vespero silenzioso, affacciati
al parapetto del terrazzo che dava sul lago, mentre qualche vela
sfiorava la superficie increspata dell'acqua e il vapore da Peschiera
o da Riva lasciava dietro di sè una striscia sottile di fumo, e il
sole scendeva laggiù verso Desenzano. Nè, per quanto facesse, Lidia
riusciva a scacciar da sè l'immagine del povero Lampo quale la lettera
glielo aveva dipinto; affranto, malato, decrepito, uscente dal suo
torpore solo in udire il nome di lei. _Temo non possa durare fino al
settembre_ — le scriveva la madre; e l'idea di non vederlo più, di non
accarezzarlo ancora una volta la crucciava come un rimorso. Ma, nella
eccitazione de' suoi nervi, prima che di questo, ella si chiamava in
colpa d'aver lasciato la casa paterna, e sciocche e colpevoli chiamava
tutte le fanciulle che un vano miraggio d'amore o un più vano desiderio
di novità strappa al nido domestico, ov'è sbocciata la loro anima, ove
non è cosa che non sia in intima comunione di spirito con loro.

Alla voce di Valentina che rideva nell'altra stanza con la cameriera,
Lidia si scosse, si rasciugò in fretta gli occhi, dispose con le sue
mani in una coppa di cristallo le rose meglio conservate, e la coppa
posò delicatamente, perchè l'acqua non traboccasse dagli orli, sulla
tavola apparecchiata.

Valentina irruppe nel salotto da pranzo. — Oh le belle rose!... Son
quelle che ha mandate la nonna?

— Sì.

— Ma ce ne son dell'altre nella scatola.... E anche qui sul tavolino.

— Non vedi che sono tutte sfogliate?... Anzi di' all'Erminia che venga
a prender la scatola.

— Or ora. Ma le foglie le raccolgo io. Voglio far _l'acqua di rose_.

Lidia si strinse nelle spalle. — Bada alle spine.

L'avvertimento era opportuno ma giunse tardi, perchè Valentina s'era
già punta un dito e strillava, più che pel dolore, per la vista del
sangue.

La madre accorse. — Te l'avevo detto!... Che bimba!... Non istà mai
ferma.... Dio!... Anche questa ci voleva oggi!

Ed esaminava la piccola ferita, e succhiava il sangue, e diceva a
Valentina carezzandola: — Non è nulla, non è nulla. Sii buona.

In fatti Valentina non tardò a rasserenarsi e a sorridere in mezzo alle
lacrime. — Scrivi alla nonna che un'altra volta cavi le spine prima.

— Oh sciocchina! — fece Lidia baciando la figliuola. E le chiese: — Hai
fame?

— Tanta.

Lidia sonò il campanello e ordinò all'Erminia di sollecitare la cuoca.

— Appunto, — disse la cameriera, — la cuoca voleva sapere se c'è a
pranzo il signor Ernesto.... Io veramente avevo apparecchiato solo per
due....

— Andrà bene così, — rispose la signora. — Credo che mio zio non
venga. Venendo si contenterà di quello che c'è.... Una posata è subito
messa.... Intanto, appena è pronto, portate in tavola.

Che sforzo fu per Lidia quel giorno trangugiar qualche boccone, mentre
pareva che il cibo le si fermasse nella gola, e lo stomaco non volesse
riceverlo! Se per un momento, ai Giardini, ell'aveva potuto considerar
le cose sotto un aspetto men fosco, se nonostante la leggerezza di suo
zio, nonostante l'impudenza della Morini, ell'aveva potuto sperare
che l'_ultimatum_ spedito alla sua rivale non fosse inefficace, ora
rinfacciava a sè medesima la propria ingenua credulità. Non c'era
dubbio, Natalìa avrebbe raggirato quel minchione di Ernesto Landi,
studiandosi di disarmarlo con le moine, con le promesse vaghe.... o
chi sa forse, con l'audacia di chi brucia i suoi vascelli, avrebbe
sfidato l'onta e il pericolo della delazione, avrebbe fatto dire a lei,
a Lidia, alla moglie legittima, che si servisse pur della lettera, se
ne aveva il coraggio.... Ma era chiaro.... lo zio non tornava perchè
non aveva una risposta soddisfacente da dare; anch'egli, come tutti i
pusillanimi, non cercava che di guadagnar tempo.

Valentina, a cui la gita ai Giardini aveva aguzzato l'appetito, mangiò
la minestra e il lesso senza badar troppo alla cera scura di sua
madre, ma quando fu al terzo piatto cominciò a piantarle in viso i
suoi occhi interrogatori, a esser vinta dall'inquietudine di lei, a
far i capriccetti propri ai bambini che son scontenti e non sanno dire
il perchè. Poveri bimbi! Noi li accusiamo di esser bisbetici senza
ragione, e dimentichiamo che spesso i capricci dei piccoli non sono che
l'espressione visibile del malumore dei grandi.

— Sii buona, Valentina, — supplicava Lidia, — sii buona.

Valentina avrebbe voluto esser _buona_, ma non poteva. Si sentiva
avvolta di nuovo dalla grande tristezza che l'era piombata addosso
improvvisamente due o tre ore addietro, in Piazza San Marco, e che poi
l'aria libera, il moto, la felice spensieratezza dell'età avevano in
parte dissipata. Sentiva che c'era qualcosa d'insolito intorno a lei,
qualcosa che le si nascondeva, sentiva che la sua casa, che la sua
mamma non erano quelle di jeri; associava nella mente il babbo lontano,
il _nonno,_ la _bella signora,_ e non capiva, e non osava domandare,
paurosa d'un altro rabbuffo. Lente, silenziose le colavano le lacrime
giù per le gote.

— Non piangere, tesoro, — disse Lidia, — non piangere.

L'Erminia che serviva la frutta si chinò sulla fanciulla. — Cos'ha? Era
tanto allegra prima.

— Niente non ha, — replicò Lidia. — Lasciala stare.... Piuttosto, alza
quella tenda, apri meglio quella finestra.

Un raggio di sole, rinfrangendosi sulla vetrata, rigò d'una striscia
luminosa la tovaglia bianca, sprigionò un breve scintillìo dalle boccie
e dai bicchieri, lambì le rose che si sfogliavano.

— Oh! — fece Valentina mettendosi la mano davanti agli occhi.

Ma il sole era scomparso. Lidia guardava le rose che alla tepida
carezza parevano essersi ravvivate un istante, aver dato un profumo
più intenso, come l'anima dell'anima loro. E dietro le rose avvizzite
rivide ancora una volta il suo lago, la sua villa, i suoi genitori, il
suo cane decrepito e moribondo.... Oh perchè, perchè non era laggiù?

Si alzò bruscamente da tavola e propose a Valentina di salire insieme
in terrazza per annaffiare le piante.

— Ci vieni, davvero?

— Sì, ci vengo.

Era di solito un ufficio affidato all'Erminia; in quell'ora Valentina
aveva l'abitudine di mostrare i suoi quaderni alla mamma, e di fare i
suoi piccoli còmpiti sotto la direzione di lei. Oggi delle lezioni non
ce n'erano, e mamma e figliuola s'inerpicarono per le due scale erte,
buie e anguste che conducevano alla terrazza.

— Se capita lo zio, — disse Lidia alla cameriera, prima di salire, —
chiamami subito.

— Sissignora.

Nè la terrazza era spaziosa, nè le piante eran molte; un trenta o
quaranta vasi al più, guastati in parte dalle irruzioni frequenti dei
gatti del vicinato. Non ci volle quindi un gran tempo ad annaffiarli,
ma Lidia, quand'ebbe finito, anzichè scendere si affacciò al parapetto
da cui l'occhio, libero per tre lati, spaziava in un ampio orizzonte
spingendosi fino alla linea vaporosa dell'Alpi. Dalla massa dei tetti
accavallantisi gli uni sugli altri emergevano le punte aguzze dei
campanili e le cupole rigonfie delle chiese; i fili del telegrafo
correvano paralleli nell'aria come le righe d'un libro di musica;
le rondini a stormi ora lambivano i comignoli delle case ora si
sprofondavano nell'azzurro, cantando; nella mite luce crepuscolare si
smorzavano tutti i colori e tutti i contorni.

Montata sopra una panca di legno, accanto alla madre che le aveva
passato un braccio attorno alla vita, Valentina domandava: — Che
campanile è quello? Quella che chiesa è?

Non sempre Lidia era in grado di rispondere all'interrogazione, e
allora la bimba brontolava infastidita: — Non sai niente. — Ma la sua
curiosità non scemava per questo, ed ella tornava ad appuntare il dito
qua e là. — Dimmi, che cos'è?

— Smetti, non vedi ch'è quasi buio?

Scendeva a poco a poco la sera; in cielo brillavano le prime stelle.
Un lume apparve a una finestra d'una casa lontana lontana; si dileguò,
riapparve, svanì.

— Chi sta in quella casa? — chiese Valentina.

— Scioccherella, come vuoi ch'io sappia?

— Perchè non sai?

— _Perchè, perchè,_ — disse Lidia mettendo una mano sulle labbra della
fanciulla.

— Ma sì, perchè?

— Zitto! — intimò la madre. E pensava a tutti i segreti che quelle
case, ormai formanti una sola ombra confusa, gelosamente chiudevano,
pensava ai lutti, alle gioie, alle colpe, alle speranze, agli amori
che si celavano dietro le imposte chiuse, dietro i muri impenetrabili.
Ricordava l'allusione di Natalìa _al nostro nido_.... Ah, dov'era _il
loro nido?_ In che parte della città? Forse in un angolo remoto, forse
nel centro, a due passi da lei, a due passi da Valentina.... Povera
Valentina! Lidia le posò la destra sul capo, come a proteggerla.

— Mamma, — ripigliò la bimba. — Le rondini sono andate a letto?

— Sì, cara.

— E dove hanno il loro letto le rondini?

— Sotto le cornici, sotto le gronde, al coperto.... Vuoi che andiamo
anche noi al coperto?... Tira un po' d'aria....

— Si sta meglio con l'aria.

— Ts! — fece Lidia, che aveva sentito un suono di passi sulla scaletta.
E si voltò vivamente. — Chi è?

Era l'Erminia, con un lume in mano.

— C'è qualcuno giù? C'è lo zio? — domandò Lidia con ansietà.

— Nossignora, — rispose la cameriera. — Ma sulla scala non ci si vede
più, e son venuta col lume pel caso che desiderassero scendere.

— Hai fatto bene.... Scendiamo.

Valentina non oppose che una piccola resistenza. Era stanca, aveva
sonno, benchè protestasse di non averne e di voler tener compagnia alla
sua mamma. Anch'ella doveva aspettare il nonno e sgridarlo perchè non
era stato a pranzo con loro.

Ma quando fu abbasso, si addormentò davvero sopra un divano e la misero
a letto quasi senza ch'ella se ne accorgesse.

— Età beata! — pensò Lidia, deponendo un bacio sui rosei labbretti
socchiusi.

Lasciò aperto l'uscio della camera, e si ridusse nel suo salottino da
lavoro ch'era attiguo a quella. All'Erminia diede ordini assoluti,
precisi. — Non sono in casa per nessuno.... tranne per lo zio,
s'intende....

— E lo riceve qui?

Lidia accennò affermativamente col capo.

— Il tè lo porto alle dieci?

— Chiamerò io, — disse la signora. — Va pure.


IV.

Si provò a lavorare ed a leggere, e non vi riuscì. L'ago era troppo
grave peso alla sua mano; i caratteri stampati le si confondevano negli
occhi, non lasciavano nessuna impressione nella sua mente. Ogni tanto
balzava in sussulto, tendendo l'orecchio. Le pareva che avessero aperto
la porta di strada, le pareva che qualcuno salisse.... Nulla.... Lo zio
non veniva.

Alle dieci e mezzo ella sonò il campanello.

— Porta da fare il tè, — ordinò alla cameriera. — E poi va a dormire.

— Non aspettava il signor Ernesto?

— L'aspetterò sola.

— Ma io.... — principiò l'Erminia.

Lidia l'interruppe. — Non perdiamoci in chiacchiere. Porta questo tè.

Tornando col vassoio, l'Erminia, o per sollecitudine, o per curiosità,
domandò di poter rimanere alzata fin che rimaneva la signora.

— No, — replicò questa. — Non voglio.... Non so neppur io a che
ora andrò a letto.... E forse ti chiamerò domattina più presto del
solito.... Va, va.

— Devo spegnere il gaz?... Il signor Ernesto ha il suo lume abbasso.

— Spegni il gaz della scala, — rispose la padrona, — e lascia accesa
una fiamma nel salotto d'ingresso.

— E quella chi la spegnerà? — chiese l'Erminia.

Lidia si strinse nelle spalle. — Io stessa.... O il signor Ernesto....
in caso disperato resterà accesa tutta la notte.... La gran
disgrazia!... Va, va.

L'Erminia uscì a malincuore, additando la teiera e dicendo: — L'acqua
è calda.

Dopo qualche minuto d'attesa, Lidia si alzò e, adagio adagio, spalancò
tutti gli usci fino al salotto d'ingresso; tanto da evitare il pericolo
che Landi arrivasse inavvertito e sgattaiolasse nelle sue camere. Presa
ch'ebbe questa precauzione, ella bevette successivamente due tazze di
tè che dovevano aiutarla a vegliare, magari fino a giorno fatto. Già
ell'era certa che se si fosse coricata senza veder lo zio Ernesto non
avrebbe trovato un istante di requie. In ogni modo, non la turbava il
dubbio che lo zio non venisse prima di giorno. Egli aveva troppa cura
della sua salute da passare l'intera nottata fuori di casa.

Di ben altra natura eran dunque le inquietudini che la travagliavano.
Come si sarebbe regolata domani? Ecco il problema. A che partito si
sarebbe appigliata in seguito a una risposta sfavorevole o ambigua? Si
sarebbe valsa davvero delle sue armi? Avrebbe avuto il coraggio d'andar
sino in fondo? Un'idea, sì, prendeva a grado a grado forma e contorni
nella sua mente; nè a quell'idea erano state estranee le parole
rivolte poc'anzi alla cameriera: _forse ti chiamerò domattina prima del
solito;_ ed ella dibatteva per la centesima volta il pro e il contro
del suo disegno quando (era da poco sonata la mezzanotte) udì qualcuno
fermarsi alla porta di strada e introdur la chiave nella serratura. —
Finalmente!... — ella esclamò. E corse incontro allo zio.

— Finalmente! — ripetè, aprendo con impeto la porta che dava sulla
scala e avanzandosi sul pianerottolo.

Ernesto Landi, che saliva col lume in mano, fece un passo indietro e
dovè abbrancarsi alla ringhiera.

— Chi è?... Sei tu, Lidia?... Che modi!... Quasi ruzzolavo.... Ti
credevo a letto.

— Come? Non eravamo intesi che l'avrei aspettato?

— Sì, ma avendo tardato tanto....

— Poco male.... Non ho sonno.... Su, via, spicciati ora.

Landi era lì immobile, tenendo in una mano il lume e la mazza,
appoggiandosi con l'altra alla ringhiera. Non si decideva a far gli
ultimi scalini; parlamentava dal basso.

— Dicevo che forse si sarebbe discorso con più agio domani.

Lidia protestò in tono reciso. — Subito voglio sapere. Acconsente a
partire, _colei?_... Acconsente?

— Dio santo!... Le cose bisogna pigliarle con calma.

— Spiegati allora! — riprese Lidia frenandosi a stento. E soggiunse con
aria sarcastica: — Devo venir, a offrirti il braccio perchè tu salga?

— Salgo, salgo, — brontolò lo zio Ernesto, quando vide che non c'era
speranza di rimandare il colloquio.

— Puoi spegnere il lume, — disse la nipote. — C'è il gaz in sala.

Lo precedette nel salottino, gli additò una sedia, e facendogli segno
di attendere diede una capatina in camera da letto per assicurarsi
che Valentina dormiva. Rientrata in salotto, ne chiuse tutti gli usci,
sedette di fronte allo zio e gli piantò gli occhi in faccia. — Dunque?

Egli ritorse il viso istintivamente, e cominciò esitante: — Prima di
tutto ti chiedo scusa di non esser venuto prima.

Ella ebbe un moto d'impazienza. — Tira via.... Parla di lei.... parla
della _signora._

— Ecco, — balbettò Ernesto Landi; ed evitava sempre di guardar sua
nipote, — ecco, Natalìa è dolentissima....

— Oh.... zio....

— Dolentissima, — ripetè questi. — Riconosce che le apparenze la
condannano....

— Zio.... tu vaneggi, — interruppe Lidia. — Le apparenze? E la lettera?

— Sì, sì, non c'è dubbio.... la lettera è stata una leggerezza.... Ma
di serio non c'è stato niente....

— E le _ore deliziose?_... E _il nido?_... Mi credete una bambina, mi
credete una stupida, tu e la tua Natalìa?

Landi si contorceva sulla sedia come uno studente impreparato dinanzi
alla commissione esaminatrice.

— Senti, Lidia.... a ogni modo, ella ti promette per quanto ha di più
sacro, ti dà la sua parola d'onore che troncherà ogni rapporto con tuo
marito.

— La parola d'onore di Natalìa! — esclamò la moglie ingannata, battendo
palma a palma. — A che gioco giochiamo?... Non ti ricordi più qual era
il mio ultimatum?... Non le hai imposto, in nome mio, di accettare
il trasloco, di abbandonar Venezia per sempre, entro una, entro due
settimane?... Ah _Madama_ rifiuta di andarsene?... Non è vero, rifiuta?

— Non rifiuta, in massima.... tutt'altro.... Crede impossibile di
andarsene ora.... Che figura farebbe fare a suo marito presso il
Ministero?... Nondimeno potrei ritentare se avessi....

— Che cosa?

Lo zio Ernesto esitò un momento, poi slanciò la bomba.

— Se avessi la lettera?

— Sei pazzo?

— Persuaditene, Lidia, — seguitò Landi. — Natalìa è donna da prendersi
con le buone.... Le minaccie la inaspriscono.... Rivolgendosi al suo
cuore, che non è cattivo, te lo giuro, restituendole quella lettera
malaugurata....

— Zio, zio, — proruppe Lidia, — sei tu che mi fai queste proposte?...
Tu che avevi assunto l'incarico di difendere la mia causa?... E non
ti vergogni?... Ma sì che ti vergogni.... Si capisce che vorresti
nasconderti.... Non hai ancora avuto il coraggio di fissarmi in
viso.... Fissami in viso, per Dio.

E così dicendo gli si avvicinò, gli pose le mani sulle spalle, lo
scosse con forza, lo costrinse ad alzare gli occhi.

— Andiamo, Lidia.... cos'hai stasera? — borbottava Landi, non riuscendo
a capacitarsi come la sua dolce e mansueta nipote si fosse trasformata
in una virago.

— Hai addosso il _suo_ profumo di _cocotte!_ — ella soggiunse
arricciando il naso, e fiutando le dita contaminate.

E intanto scrutava attenta e severa quella fisonomia di vecchio
libertino, quei solchi profondi, quelle carni floscie, quella tinta
terrea, quella bocca sensuale ov'erano forse le traccie di lascivie
recenti, e ne provava un ribrezzo, una nausea invincibile. La visione
disgustosa, associandosi nella sua mente all'episodio dello zio e di
Natalìa curvi insieme sul banco del gioielliere, n'evocava una più
laida, più ripugnante, che pur troppo chiariva tutto, spiegava a Lidia
il perchè Ernesto Landi fosse ormai l'alleato della sua nemica.

Ella lasciò ricader le braccia inerti sulle ginocchia e non trovò altre
parole che queste:

— E pensare che potrebb'esser tua figlia!

Ma Landi, nel suo turbamento, diede alla frase una portata che Lidia
non si sognava di darle.

— No, Lidia, no, non devi dir questo.... Lo sai che non è mia
figlia.... Lo sai che aveva tre anni quand'ho conosciuta sua madre....
No, Lidia, no....

Anzichè ammansarsi per la difesa non chiesta da un'imputazione che
ell'era le mille miglia lontana dal fare, ella sentì crescere in sè lo
schifo e la collera. In che casa, fra che gente viveva se certe sozzure
vi si potevano immaginare e discutere? E poi quella strana apologia non
conteneva forse una confessione?

— Esci! — ella intimò, di nessuna cosa tanto sollecita come di por
termine a questo colloquio che pure ella stessa aveva voluto.

Egli non capiva, credeva che sua nipote sospettasse ancora, e
biascicava sbigottito, confuso: — Ti giuro che non è mia figlia.... Te
ne darò le prove.

— E chi te le domanda? — ella replicò impetuosamente, moderando
a fatica gli scatti della sua voce. — Sei tu, con la tua fantasia
corrotta e viziosa, che mi attribuisci idee dalle quali rifuggo....
Non è tua figlia, nulla vieta che sia la tua amante; ecco ciò che tu
intendi.... E non ti pare che basti perch'io ti scacci?

— Ma ascolta.... ma non precipitare i tuoi giudizi.... Tu supponi
quello che non è....

Lidia seguitò beffarda: — Era un braccialetto che le regalavi oggi?

Landi chinò il capo fulminato. — Chi t'ha detto?

— Io t'ho visto.... _vi_ ho visti.... Eravate in Piazza, sotto le
Procuratìe e speravate passar inosservati! — esclamò Lidia. E ripetè
con un gesto imperioso: — Esci!

Il vecchio (tale era adesso veramente all'aspetto) si avviò
barcollando. Giunto sulla soglia, si voltò ancora supplichevole,
contrito: — Sarai più calma domani, non è vero?

E poich'ella non apriva bocca, non batteva palpebra, egli riprese:
— Non farai mica un colpo di testa?... Non farai nessun passo prima
d'avermi consultato?

— Consultar te! — ella rispose. — Farò quello che la mia dignità mi
suggerisce. Vattene!

— Lidia! Lidia!

Egli esitava; ella stessa gli aperse l'uscio e stette rigida, immobile
finchè non ebbe sentito chiudersi la porta della scala. Allora traversò
in punta di piedi la camera da letto debolmente rischiarata da un
lume appeso al soffitto e ove Valentina dormiva tranquilla, entrò nel
gabinetto da _toilette,_ e tuffò nella catinella il viso e le mani
e s'asperse d'acqua di Colonia per liberarsi dall'acre profumo di
muschio, dal profumo ignobile di _cocotte_ che Landi aveva portato con
sè e aveva comunicato a lei. Indi, tornata nel salottino, spalancò la
finestra, s'affacciò al davanzale, aspirò a pieni polmoni l'aria della
notte. Ahi, non era quella l'aria pura ond'ell'aveva bisogno. Una donna
come Natalìa era più che sufficiente ad appestare un'intera città. Che
femmina, Dio, che femmina!

No, Lidia non poteva rimanere un giorno di più nella città in cui
Natalìa abitava, non poteva rimanere nella famiglia su cui Natalìa
esercitava le sue perfide arti di seduzione. Sarebbe partita la
mattina con la sua figliuola, per il suo Garda, per la villa ove i suoi
genitori invecchiavano soli.

Sì, sarebbe partita.... ma prima....

Aperse la scrivania, prese un foglietto di carta e vi tracciò alcune
linee con mano convulsa.

“Signore. — La lettera che le inchiudo non era destinata nè a Lei nè a
me; però quand'Ella vedrà da chi fu scritta ed a chi, si persuaderà che
abbiamo, Ella ed io, il diritto di conoscerla.... „

Qui s'arrestò, incapace di continuare. Aveva ella misurato le
conseguenze dell'opera propria? Era certa che quelle conseguenze
sarebbero ricadute soltanto sulla moglie infedele? Se Morini, in uno
di quei lampi d'energia cieca e selvaggia con cui i deboli credono
riscattare l'abituale pusillanimità, se Morini avesse provocato Carlo?
Se si fossero battuti? Se Carlo fosse rimasto ferito, se fosse rimasto
ucciso?...

E nell'ipotesi opposta, se il marito pacifico e imbelle si fosse
contentato di scrollar le spalle? Se si fosse quetato alle carezze,
alle lusinghe della sua Messalina? O peggio ancora, se la lettera non
gli fosse neppur pervenuta, intercettata chi sa con quali sotterfugi da
Natalìa?

Così la denunzia sarebbe stata o fatale o ridicola; ignobile sempre.

Ma d'altra parte, doveva Lidia lasciar trionfare impunemente i
colpevoli? Non far del male a chi ne faceva tanto a lei?

No, i suoi scrupoli erano vani e puerili; checchè avvenisse poi,
ell'avrebbe compiuto la sua vendetta. E in questo caso vendetta voleva
dire giustizia.

Riafferrò la penna; alla rivelazione documentata dal biglietto di
Natalìa meditò di aggiungerne una seconda, quella della tresca con
Ernesto Landi, pregustò la gioia feroce di armare il nipote contro lo
zio, lo zio e il nipote contro Natalìa, e Vittorio Morini contro tutti
e tre.

Senonchè, sul punto di riprender la lettera interrotta, la nube di
fuoco che le abbarbagliava gli occhi si sciolse; una forza occulta
le paralizzò di nuovo la mano; la sbigottì di nuovo il pensiero
delle rovine e delle vergogne che potevano derivare da un suo passo
imprudente.

Tre volte sedette al tavolino, tre volte si alzò scoraggiata; indi,
come chi abbia molte faccende da sbrigare e lasci per ultimo la più
molesta, disse: — Scriverò domattina, — e s'accinse intanto a preparare
il suo piccolo bagaglio.

Andava, veniva con passo svelto e leggero da una stanza all'altra,
apriva i cassettoni fragranti di spigo e gli armadi da lei tenuti in
ordine con la intelligente sollecitudine di buona massaia, stendeva
la mano sicura agli oggetti di biancheria e di vestiario che voleva
portar seco e che sarebbero bastati a lei e a Valentina per un paio di
settimane. Avrebbe ordinato a suo tempo che le spedissero il rimanente.

Poich'ella non considerava il ritorno che come un'eventualità molto
dubbia e lontana. Troppo l'avevano offesa. Troppe bassezze ella vedeva
intorno a sè.

Ah, il grido del cuore che l'avrebbe richiamata, perdonante ed amante,
alla casa maritale, quel grido ella non se l'aspettava da Carlo.
Orgoglioso, freddo, positivo qual era, egli non si sarebbe piegato a
chieder mercè del suo fallo, avrebbe difeso la sua causa con artifizi
di leguleio, avrebbe invocato l'aiuto dei suoceri per sopire uno
scandalo nocivo alla riputazione della famiglia, avrebbe versato fiumi
d'eloquenza per dimostrare la necessità di non funestar Valentina con
lo spettacolo di questo dissidio domestico.... Ipocrita, ipocrita!
Quasi non fosse lui che lo creava il dissidio!

Ma ell'avrebbe resistito.... oh, si sarebbero persuasi ch'ella non era
una donna debole.... avrebbe opposto alle minaccie ed alle lusinghe la
coscienza del suo buon diritto, le sue ragioni sacrosante di moglie
e di madre.... Possibile che i Tribunali (se i Tribunali dovevano
immischiarsene) si pronunziassero contro di lei? Possibile che i suoi
genitori le dessero torto?

Poveri vecchi! Non così, non così essi desideravano la visita della
loro figliuola. Nell'età in cui la pace è bene supremo ella irrompeva
come un turbine nella loro quieta esistenza. Eppure, che altro rifugio
poteva ella cercare?

Erano le due dopo mezzanotte; mancavano circa sette ore alla corsa,
e Lidia pensò di sdraiarsi sul letto non per attendere il sonno che
non sarebbe venuto, ma per dare un po' di riposo alle membra prima di
mettersi in viaggio. Non si cacciò nemmeno sotto le coperte, si coricò
mezzo vestita, ravvolta in uno sciallo. Dal letticciuolo vicino saliva
a lei il respiro lieve di Valentina, salivano dalla strada suoni di
passi e di voci; un ubbriaco che doveva esser fermo sul ponte urlava
di quando in quando _Ah l'amore, l'amore_È UN DARDO; alla luce fioca
e tremolante della lampada i mobili e le tappezzerie pigliavano forme
strane e confuse. A momenti ella credeva di sognare, di aver sognato,
e se ne stava con occhi sbarrati, con orecchi intenti verso quelle
immagini e quei rumori di cui non sapeva se fossero veri o se vivessero
soltanto nella sua fantasia. Ma presto si ridestava in lei la coscienza
della realtà, e, come se mille punte le si configgessero a un tratto
nel cuore, ella riprovava le angosce dell'amore deluso, le smanie della
gelosia, gli stimoli della vendetta, lo sgomento dell'incerto avvenire.
E riandava il passato quando in quella camera, la sua camera nuziale,
ell'era entrata giovine sposa, e Valentina non c'era, e Carlo dormiva
al suo fianco. Rammentava il tempo in cui Valentina doveva arrivare,
attesa con tanta ansietà, il tempo in cui era arrivata, accolta con
tanto giubilo. Ora tutto era finito; mai più forse sarebbe entrata in
quella camera, mai più avrebbe posato in quel letto.

Alle cinque Lidia era in piedi, e non tardò molto a chiamare la
cameriera.

— Vado a San Vigilio con Valentina, — ella disse.

L'Erminia fece un gesto di maraviglia.... — Parte.... così?

— Alle 8.45. Vado a trovar mia madre.... Tirerai fuori la valigia e il
sacco da viaggio.... Vi riporrai la roba che ho già preparata.

— Non ha dormito, la signora, stanotte? — chiese l'Erminia.

— Ho dormito poco.... Perchè?

— Perchè si vede.... È assai pallida....

— Non importa.... Dormirò in treno.

— E — seguitò la ragazza — non istà mica male?

— No, sto benissimo; — rispose Lidia con qualche sforzo.

L'Erminia domandò ancora: — E.... scusi se sono indiscreta.... resterà
assente un pezzo?

— Non so.... Forse molto, forse poco.... Scriverò da San Vigilio....
Spicciati, fa questo bagaglio.

— Non vuol che la pettini prima?... Non vuol che svegli la signorina?

— Oh per la signorina c'è tempo.... la sveglierò io.... In quanto al
pettinarmi, tant'è sbrigarsi addirittura.... Ma presto, mi raccomando.

E sedette nell'abbigliatoio, davanti allo specchio, sciogliendo i
capelli folti, ondulati, d'un bel castano scuro e lucente ch'erano
stati il suo orgoglio.

— Presto, presto.

— Ma se non ha pazienza — diceva l'Erminia — le strappo i capelli....
E sarebbe peccato.

Lidia tentennò la testa e un sorriso amaro le sfiorò le labbra.
Quei capelli bruni che le scendevano giù in doppia lista lungo le
guancie livide e smunte le facevano l'effetto d'una triste cornice a
un'immagine ancora più triste. Vide, in un'apparizione fuggevole, la
chioma nera di Natalìa profusa sulle spalle opime e sul seno procace;
vide in mezzo a quell'onda fluente i grandi occhi pieni di lampi e le
rosee labbra piene di fascini, e sentì la vanità della lotta.

— Presto, presto.

Si appuntò da sè le ultime forcine e licenziò la cameriera. — Attendi
al bagaglio, e disponi perchè sia pronto il caffè e latte.... E che
verso le otto ci sia una gondola alla _riva_.

Lidia guardò l'orologio e stette un momento perplessa. Doveva chiamar
Valentina, o, piuttosto, mentre la bimba dormiva ancora, doveva passar
nel salotto da lavoro e finir la lettera per Vittorio Morini? Finir
la lettera? Era dunque decisa? Avrebbe dunque rimesso a Morini il
biglietto di Natalìa? Era decisa?

Non avrebbe potuto dirlo; pur s'avviava al salotto, traversando
la camera da letto. In quella Valentina si mosse, stirò le piccole
braccia, girò intorno le pupille assonnate. — Chi è?... Mamma, mamma!

— Son io, tesoro; — disse Lidia correndo a baciarla.

— Che ore sono?... È ora d'andar a scuola?

— Oh per la scuola sarebbe presto, — rispose la madre. — Sono soltanto
le sei e mezzo. Ma non si va a scuola oggi.

Valentina, ch'era una bimba studiosa, aggrottò le ciglia. — O perchè?

— Perchè, — soggiunse Lidia cercando di dare un'intonazione allegra
alla sua voce, — perchè invece di andare a scuola si va insieme a fare
una visita ai nonni, a San Vigilio.... Come? Stai lì ingrugnata? Non
sei contenta d'andare dai nonni?

— Non m'hai detto nulla iersera; — notò Valentina con aria d'importanza.

— O che si deve dir tutto a madamigella? Era una sorpresa che ti
preparavo.... Su, su, alzati.

Lidia spalancò le imposte ch'erano socchiuse, e la luce del mattino
invase la stanza.

— È una giornata splendida.... Avremo un viaggio delizioso.... E come
sarà bello il lago!

Lo sa il babbo che andiamo dai nonni? — domandò Valentina.

— Lo saprà.

— Ma quando si torna a Venezia?

— Oh che bimba cattiva!... Anzichè aver piacere d'andar dai nonni pensa
già al ritorno.

Ma la fanciulla piagnucolava. — Come farò per gli esami?

— Non ti confondere per gli esami.... Accomoderemo tutto. Su intanto....

E Lidia, impaziente, strappò via le coperte della figliuola.

— Oh mamma! — protestò questa come offesa nel suo pudore, tirando a sè
un lembo del lenzuolo per coprire il corpicino seminudo.

— Alzati, dunque; — ripigliò Lidia.

— Mi alzerò sola.... Non mi guardare.

Era l'ambizione di Valentina di lavarsi e vestirsi tutta quanta da
sè, senz'aiuti.... Per spogliarsi la sera, era un altro affare. Allora
ordinariamente cascava dal sonno.

— Non ti guardo, no, non ti tocco.

Grave, taciturna, chiusa nella camicia da notte ch'ella si teneva
stretta sul petto, trascinando i piedini scalzi nelle pantofole
troppo grandi, Valentina passò nel camerino da bagno. No, quel
viaggio improvviso non la persuadeva. Da ieri in poi accadevano cose
ch'ella non capiva, che le si volevano nascondere.... E non erano cose
liete.... Bastava veder la sua mamma.

Nuda, sotto la doccia, Valentina piangeva, e le sue lacrime si
mescevano all'acqua che le pioveva dall'alto sulla nuca e sul dorso.

E di nuovo Lidia s'avviava al suo salottino da lavoro quando l'Erminia,
ch'entrava in camera coi vestiti spolverati della padroncina, l'avvertì
che c'era fuori suo zio e che desiderava parlarle.

Lidia s'imporporò in viso. Non l'aveva ella messo alla porta? Come
osava ripresentarsele?

— Non ho tempo; — ella rispose. — Digli che non ho tempo.... che sto
per partire....

— Appunto per questo, — replicò l'Erminia. — È rimasto così male
sentendo che parte.

— Fa la mia ambasciata e risparmia i commenti; — intimò la signora.

L'Erminia ubbidì, ma non tardò a ricomparire.

— Scusi.... io non ne ho colpa.... il signor Ernesto ha insistito
tanto.... La prega, la supplica di riceverlo per un minuto.... Non so
che cosa abbia.... So che fa pietà.... Pare invecchiato di diec'anni da
ieri.

— Insomma.... — principiò Lidia. Ma si pentì a mezzo. Non poteva
far licenziar dalla cameriera, quasi fosse un intruso, lo zio di suo
marito, lo zio Ernesto, quegli che la servitù vedeva continuamente
andar e venire come uno di casa. — Dov'è? — ella chiese.

— È in sala.

— Ebbene, accompagnalo nello studio del padrone.... già fino alle nove
non c'è nessuno.... e che mi aspetti.... Tu poi torna subito di qua
e bada a Valentina.... Non le dire che c'è lo zio, non voglio che si
trovino insieme.... Ricordatene.

Ed ecco che Lidia era ancora davanti al suo tavolino, decisa a non
abboccarsi con lo zio Ernesto senz'aver prima preso una risoluzione
irrevocabile circa alla lettera di Natalìa. Annunziare il fatto
compiuto era il miglior modo di troncare un colloquio che le ripugnava.

Spiegazzata, sgualcita, la lettera di Natalìa era sotto i suoi occhi,
accanto a quella incominciata per Morini. “_Signore. La lettera che le
inchiudo non era destinata nè a Lei nè a me, ecc., ecc._„

Ora ella s'accorgeva che le righe scritte non avevano bisogno di
nessuna illustrazione, e che non vi mancava se non la sua firma. Perchè
esitava? Perchè a rilegger le sue parole, pur così semplici, così
vere, e in apparenza così calme, ella provava un amaro disgusto di
sè, sentiva una voce intima della coscienza che le ripeteva: È male, è
male?

E il tempo stringeva, e Valentina poteva da un momento all'altro
irrompere nella stanza, tempestarla di domande, chiederle s'ella
scriveva al babbo. Non le aveva già chiesto se il babbo sapeva della
loro partenza?

Valentina aveva ragione; il babbo doveva sapere. Cedendo a
un'ispirazione subitanea, Lidia stracciò in minutissimi pezzi il
foglio ove aveva tracciato le linee accusatrici, prese un cartoncino da
corrispondenza e vi scrisse con rapidità febbrile:

“Carlo. — Hai dimenticato nel tuo studio un biglietto che compromette
qualcheduno. Te lo spedisco, avvertendoti ch'era aperto e l'ho letto.

“Vado con Valentina sul Garda, dai miei genitori. Addio.„

Con la fretta angosciosa di chi non vuol lasciar adito al pentimento,
chiuse entro una busta il cartoncino insieme col biglietto di Natalìa,
vi applicò il francobollo, vi fece la soprascritta:

        _Al signor Commendatore_
    _Avvocato Carlo Fìdoli_
          _Albergo Milano_
        _Roma_.

Indi, senza frapporre indugi, cacciando in seno la lettera che avrebbe
impostata ella stessa alla stazione, corse nello studio di suo marito.

Ernesto Landi che sedeva accasciato si alzò in piedi. — Lidia.... non
vuoi ascoltarmi?

— È inutile.... Parto.

— È proprio vero?... Parti con Valentina?

— S'intende.

— Ma non per.... molto?

Ella tacque.

— Lidia, Lidia, — insistè lo zio. — Non distruggere una famiglia.

— Sono io che la distruggo?

— Lo so, i torti non son tuoi.... Ma non conviene esagerare.... Tante
cose si accomodano, tante cose più gravi di questa.

— Non son venuta qui per discutere, — interruppe Lidia. — Ormai quel
ch'è fatto è fatto.

— Hai spedita la lettera? — chiese trepidante lo zio, credendo di dover
interpretare così la frase sibillina.

— È come se l'avessi spedita; — ella replicò brevemente.

— Dunque non l'hai spedita? Dunque c'è ancora tempo?

— La getterò io con le mie mani nella cassetta postale, — dichiarò
Lidia.

Poi, stanca di questa commedia, tirò fuori la lettera e la mise sotto
gli occhi di Landi. — Eccola.

Vedendone la soprascritta egli rimase perplesso, e rivolse alla nipote
uno sguardo ansioso. Non era uno sbaglio? Il biglietto di Natalìa?

— È qui dentro; — disse Lidia, rispondendo alla muta interrogazione. E
soggiunse: — Sono stata vile.

La fisionomia d'Ernesto Landi s'illuminò di riconoscenza. — Sei un
angelo! — egli esclamò. E fece atto di chinarsi per baciarle il lembo
della veste.

Ella si ritrasse sdegnosa e respinse la lode.

— Sono vile, vile.... Siamo tutti vili, io, mio marito, tu.

Come se Ernesto Landi volesse provar luminosamente che, almeno per
quanto si riferiva a lui, la sentenza era giusta, egli biascicò
esitante: — E non mi hai mica nominato?

Lidia atteggiò le labbra a un sorriso sarcastico. — Oh no.... È una
faccenda che regolerete fra voi due.... Già _quella signora_ ha posto
per tutti.... E adesso, caro zio, non abbiamo altro da dirci.

Umile, insinuante, egli arrischiò una preghiera: — Non mi permetterai
di abbracciar Valentina?

— No, — ella rispose in tuono secco, reciso. — Anzi non voglio che tu
la incontri.

Lo fece passare per l'antistudio, gli aperse la porta che dava sul
pianerottolo e fronteggiava quella del suo quartierino particolare.

Egli uscì a testa bassa, sgomentato dalla voce dura, dal gesto
imperioso di Lidia.

— Arrivederci, — egli balbettò. — E se ho errato, perdonami.

— Addio, — diss'ella, tirando l'uscio dietro a sè.

Sentiva d'esser stata senza pietà, ma c'era in lei una reazione contro
la debolezza di prima. Dopo aver rinunciato a vendicarsi dei due veri
colpevoli, ella infieriva contro quegli il cui delitto era forse men
grave. Tale è spesso la giustizia del mondo.

                             . . . . . . .

La gondola che doveva portare alla stazione Lidia e la figliuola era
sul punto di staccarsi dalla _riva_.

— No che il nonno non dorme. Perchè mi avevi detto che dorme?... —
gridò a un tratto Valentina, scotendo forte il braccio della madre. —
È là il nonno, alla finestra della sua camera, e ci saluta e mi manda
dei baci.... Buondì, nonno, buondì.

E rossa, animata in viso, la bimba ricambiava con la mano i baci che
Ernesto Landi continuava a mandarle. Quindi, con un moto d'impazienza:
— Mamma, guarda in su, dunque.... Saluta anche tu.

Lidia non potè a meno di alzare gli occhi e di fare un cenno col capo.

— Buondì, nonno; — seguitava a gridar Valentina, mentre la gondola
s'allontanava, e dalla _riva_ piovevano i _buon viaggio, signora,
buon viaggio, signorina,_ della servitù. — Buondì, nonno.... Vieni a
trovarci a San Vigilio, vieni col babbo....

— Basta, ora, Valentina.... Chetati; — ammonì Lidia.

— Povero nonno!... Resta così solo.... E quant'è commosso!... Pare
che pianga.... Non può nemmeno parlare.... Ecco, adesso sventola il
fazzoletto.... Buondì, nonno!

E Valentina agitava ella pure il suo fazzolettino bianco di batista,
ove Lidia aveva ricamato un bel V.

La gondola svoltò in un altro canale, la casa disparve.

— Mamma, — chiese Valentina, — che cosa ti ha fatto il nonno che sei in
collera con lui?

Lidia non rispose, tirò a sè la figliuola e se la strinse al petto
singhiozzando.

— Mamma, mamma, — proruppe angosciosamente la fanciulla, — cos'hai?
Cos'è avvenuto da ieri in qua?

— Niente, caro tesoro.... Nuvole che passano.

La barca usciva nel Canalazzo, entrava nel sole. Lidia si rasciugò gli
occhi, li fissò nella luce, li fissò, pieni di tenerezza, in Valentina.
Ridiscendeva a poco a poco la calma nel suo cuore sbattuto dalle
tempeste, vi ritornavano la speranza e la fede. Chi sa? Forse tutto non
era perduto; forse la mano innocente di Valentina poteva riedificare
ciò che la mano impura di Natalìa aveva infranto.



DUE FUNERALI


Ero da due giorni a Milano per una mia faccenda e mi disponevo a
ripartire la sera quando mi giunse questo telegramma da Venezia:

_Preghiamovi caldamente rappresentare domani nostro Istituto funerali
commendatore Baggi. Spendete circa 100 lire in una corona._

Il dispaccio era firmato dal Presidente della Banca Adriatica, persona
amicissima mia, ed era spedito evidentemente in nome di tutto il
Consiglio d'amministrazione. Anche con la Banca ero in qualche rapporto
e sapevo che, parecchi anni addietro, in momenti difficili, l'appoggio
del commendatore Baggi le era stato prezioso. Non potevo quindi
rispondere con un rifiuto, sebbene, in quanto a me, non avessi mai
visto il defunto.

Ordinai la corona, comperai un cappello a cilindro e un paio di guanti
neri, e la mattina dopo, alle 9 precise, ero in via Brera, N. 48, dove
il commendatore occupava un elegante quartierino del primo piano.

Il carro funebre di prima classe era fermo davanti alla porta,
attraendo lo sguardo dei passanti invano allontanati da due uscieri
municipali in gran tenuta; lungo il muro andavano via via schierandosi
le varie rappresentanze con le loro bandiere; altra gente era raccolta
nell'androne e nel cortile; gli amici, i conoscenti, le persone di
maggior riguardo erano pregati di salire. Due giovinotti in lutto
strettissimo, due nipoti, l'uno grasso e l'altro magro, tutti e due
con un viso da eredi, facevano con grande compitezza gli onori di
casa. Allorchè mi presentai ad essi, ringraziarono con effusione me
e la Banca delle dimostrazioni di simpatia fatte al caro estinto e
mi pregarono di tener uno dei cordoni. Balbettai le condoglianze di
rigore, insieme con le solite domande insulse sul genere, sulla durata
della malattia, ecc., ecc.

— Ma! — rispose il nipote grasso con un sospiro. — Il povero zio
aveva avuto l'_influenza_ in gennaio e non s'era mai rimesso.... Però
usciva, attendeva agli affari. Alla fine di marzo i medici scopersero
un'_angina pectoris,_ e in tre settimane.......

— A sessant'anni appena! — notò un signore calvo che si rasciugava i
sudori.

— È una gran perdita per la _piazza!_ — soggiunse un altro.

— Un colpo d'occhio, uno spirito d'iniziativa! — disse un terzo.

I nipoti, chiamati dai loro uffici, uscirono dalla stanza nella quale
s'erano raccolti a poco a poco tutti i pezzi grossi della finanza
milanese. Sentivo intorno a me come un odor di milioni. E sentivo
anche discorrere a bassa voce dei corsi della rendita, del _riporto
fine corrente,_ dei cambi, dell'aggio dell'oro, dell'Assemblea della
Banca Generale e del Credito Mobiliare, della politica finanziaria
del Ministero, e via via. Del morto non si discorreva più. Doveva
esser vero quel che mi era stato detto; che, com'egli non aveva una
famiglia sua, così non aveva amici intimi; aveva, in gioventù, atteso
a' suoi piaceri; aveva atteso nella maturità alle sue speculazioni;
corretto, ossequente alla legge, osservantissimo dei suoi impegni, ma
in complesso un fior d'egoista.

Si udì un bisbiglio di preci nell'andito, un bagliore di faci passò
attraverso il vano dell'uscio aperto; poi tutta la gente ch'era pigiata
nel salotto si mosse e cominciò la discesa giù per la scala. Fu un gran
sollievo il trovarsi all'aria aperta.

Il nipote grasso che aveva preso a volermi bene oltre a' miei meriti,
mi accompagnò fino al carro; un impiegato delle pompe funebri mi
assegnò il mio posto alla destra del feretro, e dopo qualche minuto
speso per ordinare il corteggio ci mettemmo in cammino preceduti dalla
banda civica che suonava la marcia del _Don Sebastiano._

A tenere i cordoni eravamo in dieci. Io non conoscevo nè gli altri
quattro ch'erano dalla mia parte, nè i cinque ch'erano dalla parte
opposta; non conoscevo il morto, non conoscevo quasi nessuno di quelli
che formavano la lunga processione. Poichè era lunga davvero, più di
quello che non mi fossi immaginato, e le finestre delle case davanti
a cui passavamo erano piene di curiosi, e di là dalle due file di
servi e di fattorini che portavano le torcie accese si vedeva la folla
assiepata sui marciapiedi.

L'ufficio funebre venne celebrato nella Prepositurale di San Marco;
dopo di che il convoglio, molto assottigliato, si avviò al cimitero.

Ed ecco che passando per il Corso Garibaldi, vediamo dinanzi alla
chiesa di San Simpliciano un altro corteggio che stava per muoversi
anch'esso, ma che ci lasciò il passo con la deferenza che i funerali di
terza classe devono a quelli di prima. Un carro dimesso tirato da un
cavallo unico ed umile, e guidato da un cocchiere non umile per sè ma
vergognoso di condurre al Camposanto un così povero morto. Sul feretro
una sola, piccola ghirlanda di fiori freschi, misero riscontro al lusso
di corone che coprivano il feretro illustre.

Un fattorino della Banca Nazionale che mi camminava a fianco si voltò
verso un compagno e disse: — _L'è_ il povero Bertizzoni.

L'altro accennò affermativamente col capo.

Rimasi colpito da quel nome di Bertizzoni e non potei a meno di
chiedere: — Bertizzoni? Era uno qui di Milano?

— Stava qui da _anni annorum_.... Ma non era mica nato a Milano.... Tò,
adesso che ci penso mi pare che fosse nato a Venezia.... Il signore lo
conosceva?

Anzichè rispondere feci una nuova domanda. — Era vecchio?

— Sulla cinquantina.

— E il nome di battesimo?...

— Oh un nome stravagante, Licurgo.

— Licurgo?

— Già.

— Era impiegato?

— Adesso era nella casa Gondrand.

— La casa di spedizioni?

— Appunto.

— E lascia famiglia?

— La vedova e un figliuolo, un bravo ragazzo ch'è alla Cooperativa.

Per quanto la conversazione fosse fatta piano, essa non poteva passare
inosservata ai vicini. E un signore grande e grosso che doveva essere
un personaggio d'importanza e che teneva uno dei cordoni davanti a
me slanciò ripetutamente un'occhiata al fattorino come per ammonirlo
a tacere. Compresi anch'io la sconvenienza di quel dialogo in quel
momento, in quel luogo, e non aggiunsi altre interrogazioni.

Del resto, non avevo più dubbio alcuno. Una coincidenza di nome e
cognome, e d'un nome così fuor del comune, era impossibile. Licurgo
Bertizzoni era certo il mio antico condiscepolo, figliuolo di quel
maestro elementare, Agenore Bertizzoni, che aveva la passione dei
nomi greci. Un fratello di Licurgo si chiamava Socrate, una sorella
Cassandra, un'altra Aspasia. Era una famiglia che contrastava il
desinare con la cena, e doveva ricorrere a mille espedienti per
tirare innanzi; il maestro Agenore la sera copiava musica, e la sua
consorte, la signora Palmira, si occupava di combinar matrimonî. Buona
gente però, e gente allegra, ospitale. Con Licurgo eravamo coetanei,
avevamo percorso insieme le _scuole reali_ e la nostra amicizia era
durata alcuni anni dopo la scuola. Tra il 1855 e il 1858 o io andavo a
prenderlo la sera o egli veniva a prender me per uscire insieme; anzi
più spesso andavo io da lui per merito delle sorelle vispe, floride,
belloccie. Non giurerei di non avere abbozzato con la Cassandra un
romanzo che finì con poca mia gloria, perch'ella sposò, non rammento
se nel 56 o nel 57, un uomo maturo, impiegato alla Contabilità, e che
fu tosto traslocato a Pavia. Chi sa dove sarà andata a finire? Sullo
scorcio del 1858 le disgrazie caddero come gragnuola secca su quella
casa di galantuomini, e successe una gran dispersione. Prima morì la
signora Palmira, poi il maestro Agenore; l'Aspasia, in seguito a un
disinganno amoroso, volle a tutti i costi entrare in un monastero;
Socrate s'imbarcò su un bastimento mercantile comandato da un capitano
dalmato ch'era suo lontano parente; Licurgo, rimasto solo, campava la
vita facendo lo scribacchino presso uno spedizioniere e ingrossando il
magro stipendio con qualche debituccio. Gli piacevano le donne e aveva,
relativamente alle sue forze, le mani bucate. Nel 1859 egli fece quello
ch'io non potei fare; emigrò in Piemonte e si arruolò volontario.
Ci scambiammo una mezza dozzina di lettere prima che cominciasse
la guerra. A campagna finita egli mi riscrisse da Torino ove aveva
un'occupazione provvisoria in attesa degli avvenimenti che non potevano
tardare e che lo avrebbero ricondotto a Venezia. Nel 1860 riprese le
armi. In dicembre mi mandò sue notizie da Napoli. Aveva lasciato il
servizio e si proponeva di stabilirsi in quella città fino a un'altra
guerra che cacciasse definitivamente gli Austriaci di là dall'Alpi.
A Venezia non sarebbe tornato che con le nostre truppe. Non ci aveva
più nessuno di famiglia; l'Aspasia, dopo la sua vestizione, era come
morta per lui; io ero un carissimo amico, mi avrebbe rivisto con tanto
piacere; ma ero un giovinotto; potevo ben andare a cercarlo. Il bello
si è ch'egli non mi dava nemmeno il suo indirizzo. Così la mia risposta
non dev'essergli pervenuta. Ed egli non scrisse più e passarono gli
anni senza che mi fosse dato saper nulla sul conto suo. Nella vita
entrano ogni giorno nuove relazioni, nuovi interessi, nuovi affetti;
altri legami si allentano, altre immagini si scolorano e a grado a
grado svaniscono. Non dirò che questo accadesse in me dell'immagine
di Licurgo Bertizzoni, ma è certo ch'io pensavo a lui sempre meno. Ci
ripensai nel 1866, quando le sorti d'Italia s'agitarono nuovamente
nel formidabile quadrilatero e nelle valli del Trentino. Bertizzoni
era uomo capace d'essersi rimesso in ispalla il suo bravo fucile e
d'aver intrapreso, magari da soldato semplice, questa terza campagna.
Io avevo un bel dire che sacrosanti doveri domestici m'impedivano
di fare altrettanto; lo ammiravo e lo invidiavo. Lo so; egli era un
ingegno appena mediocre; non aveva mai avuto passione per lo studio;
era un po' leggero di carattere; ma che importa? Nell'ora del bisogno
egli era sempre pronto a dare il suo sangue alla patria; mentre altri
avevano in serbo delle ottime scuse per non rischiare la pelle. Nel
periodo angoscioso corso fra il 24 giugno e l'armistizio, leggendo
avidamente i giornali che ci arrivavano di nascosto d'oltre Po e
d'oltre Mincio, io speravo e temevo ad un tempo d'incontrarvi il nome
di Licurgo Bertizzoni. Speravo di vederlo citato per qualche atto di
valore; temevo di trovarlo nella lista dei volontari morti a Custoza,
a Bezzecca, a Monte Suello. Nulla. Egli non cercava nè la gloria nè la
notorietà, e il silenzio compiacente si stendeva sopra di lui. Allorchè
la liberazione del Veneto dal giogo straniero fu cosa sicura, io
dissi: — Scommetto che adesso vedremo quel caposcarico di Bertizzoni,
scommetto che uno di questi giorni mi capita una sua lettera. — Ma non
capitò niente, e quando nell'ottobre e nel novembre 1866 mezza Italia
si riversò sulle nostre lagune, Licurgo Bertizzoni non venne. Ne chiesi
conto a molti Veneti, militari e non militari, rimpatrianti dopo lunghi
anni d'esilio. Parecchi lo avevano conosciuto, nessuno era in grado di
darmene notizie recenti. Non doveva aver partecipato all'ultima guerra.
Nel gennaio dell'anno seguente fui costretto ad assentarmi per tre
settimane. Reduce a Venezia, trovai sulla mia scrivania, insieme con
altre carte, il biglietto da visita di Licurgo Bertizzoni con queste
parole in lapis: _Lascio i miei affettuosi saluti, dolente di non aver
potuto abbracciare il vecchio amico. Riparto fra due giorni. Non ho
domicilio stabile. Viaggio per conto di case inglesi. Forse tornerò
presto, oppure scriverò._

I due giorni erano passati da un pezzo. Inutile cercare di Bertizzoni
a Venezia. Nè egli aveva lasciato indicazioni sufficienti perchè si
potesse cercarlo altrove. Diceva che forse sarebbe tornato presto o che
avrebbe scritto. Tant'era aspettare.

Ma non tornò, non mandò una riga. Dov'era? Che faceva? Ancora una
volta, nel 1870, se la memoria non mi tradisce, qualcheduno mi portò i
suoi saluti da Messina dov'era di passaggio per affari, piuttosto male
in arnese. Gli è che quei benedetti affari non andavano bene; non era
contento del proprio stato.... Aveva in vista un impiego governativo.

E poi, dal 1870 fino adesso, vale a dire per ventidue anni, Licurgo
Bertizzoni non s'era fatto vivo in nessuna maniera, e l'amico della
mia adolescenza era disceso a poco a poco nella penombra discreta
ove si aggirano tacitamente le memorie lontane. Ed ecco che oggi,
d'improvviso, il suo nome risonava alle mie orecchie con un accento di
commiserazione, ed egli, il camerata di scuola, il compagno delle prime
scappatelle, egli stesso, ahi nascosto per sempre agli occhi degli
uomini, forniva l'ultimo pellegrinaggio seguendomi alla distanza di
forse duecento metri, mentr'io, in ossequio a una delle solite commedie
sociali, rendevo gli estremi onori ad un morto che non avevo neppur
conosciuto di vista.

Oh immensa malinconia delle cose! — Era qui da _anni annorum, — _aveva
detto il fattorino della Banca. E io in questo frattempo avevo fatto
certo una diecina di gite a Milano senza che mai mi passasse per
la mente d'informarmi se Bertizzoni ci fosse.... senza ch'egli mai
sapesse ch'io ero venuto, o, sapendolo, si curasse di vedermi. Forse ci
eravamo incontrati per la strada, ci eravamo urtati col gomito senza
ravvisarci.... Ma c'è di peggio.... Con la sicurezza ch'egli fosse
a Milano credo che l'avrei cercato; ma se il giorno prima m'avessero
avvertito ch'egli abitava a Monza, temo che non mi sarei spinto fin
lì.... Mi sarebbero sorti mille dubbi. — Forse non è in paese e faccio
il viaggio per nulla.... Forse lo secco.... Forse non si ricorda
più.... sarà tanto cambiato....

Ora invece mi sembrava di vivere in quei tempi remoti. Rivedevo la
povera casa a San Simeone Profeta, con le sue imposte sgangherate, col
suo tralcio di vite che s'arrampicava lungo il muro, tra due finestre;
rivedevo il maestro Agenore, tranquillo e sereno in mezzo ai suoi
debiti; rivedevo la signora Palmira, piccola, asciutta, loquace, sempre
in faccende; e la Cassandra co' suoi occhioni neri, col suo busto da
trasteverina; e l'Aspasia bianca, rosea, con un'aria civettuola che non
lasciava certo presagire in lei la vocazione pel chiostro; rivedevo
Socrate, il più maleducato della famiglia, ma non privo di spirito
naturale. Ma sopratutto rivedevo lui, Licurgo, bello, grande, forte,
spensierato, un po' vanitoso pe' suoi facili trionfi col bel sesso....
E mi pareva di averlo dinanzi nel giorno della sua partenza clandestina
pel confine svizzero, insieme ad altri giovani ch'emigravano con lui.
Egli, nella baldanza de' suoi vent'anni, pronosticava il suo ritorno
trionfale entro sei mesi....

Da quel giorno del gennaio 1859 era trascorso un terzo di secolo, e
io non l'avevo più visto. Chi sa dopo quante peripezie, dopo quanti
dolori e quante miserie egli arrivava oggi nel porto ove tutti dobbiamo
arrivare!...

Pieno di queste immagini e di questi pensieri io avevo continuato
a camminare macchinalmente accanto al carro funebre del commendator
Baggi, e, senz'accorgermi, ero giunto al Cimitero Monumentale. Il carro
si arrestò, si fece un gran silenzio. Un signore in occhiali, che seppi
essere un assessore del Municipio, tirò fuori dalla tasca del soprabito
un foglio di carta e lesse con voce monotona un breve discorso; un
secondo borbottò alcune parole in nome della Camera di Commercio; un
terzo portò alla bara il saluto del Consiglio d'amministrazione della
Rete Adriatica; un quarto pianse per conto della Banca Generale. Io
coglievo appena qualche frase staccata; la mia mente era altrove, il
mio sguardo seguiva lontano l'umile convoglio del povero Bertizzoni
che si dirigeva lentamente dalla parte opposta del Camposanto. Sentii
corrermi due lacrime giù per le gote. Di tutti quelli che avevano
accompagnato all'ultima dimora il commendator Baggi ero il solo che
piangesse, ciò che costrinse i due nipoti ed eredi a portarsi, per
pudore, il fazzoletto agli occhi.

E i due nipoti ed eredi mi strinsero vigorosamente la mano. — Grazie,
grazie, signor.... E grazie a tutti i preposti della Banca....

La gente si disperse; si trattenevano ancora i soli parenti sino
alla collocazione del feretro nella tomba di famiglia. Qualcheduno mi
offerse ricondurmi in città in carrozza; io preferii d'andare a piedi,
preferii d'esser solo.

M'avviai lungo il viale fiancheggiato da platani. Un _fiacre_ che
veniva anch'esso dal cimitero mi passò rasente. Ebbi una visione.
Al finestrino di quel _fiacre_ s'affacciò un giovinetto vestito a
bruno, pallido, dalla faccia scomposta, ma bello, ma vigoroso. Era
il ritratto preciso di Licurgo Bertizzoni, quale io me lo ricordavo
a diciotto o diciannove anni. Vedendosi fissato, egli si voltò verso
un amico o un congiunto ch'era con lui nella vettura. Dopo il primo
sbalordimento, indovinai che quello doveva essere il figlio del povero
Licurgo, il ragazzo impiegato alla Cooperativa. Ebbi un istante l'idea
di chiamarlo.... A che pro? Per dirgli che un terzo di secolo addietro
ero amico intimo di suo padre, e che poi me lo ero quasi interamente
dimenticato?



ALLA “TRAVIATA„


Facevo una di quelle visite di convenienza che si fanno _nel giorno
in cui la signora riceve,_ il che vuol dire che, per quanto la signora
sia spiritosa e garbata, una noia ineffabile è come disciolta nell'aria
e la conversazione tira innanzi vuota, scucita, insipida, fra persone
che si conoscono appena e che starebbero benissimo anche tutta la vita
senza vedersi e senza parlarsi.

S'era discorso del freddo; d'una veglia in casa X....; del matrimonio
della contessina Y....; dei _five o' clock teas_ della marchesa Z....;
della malattia repentina e incurabile della signora K.... E dopo aver
passato in rassegna varie altre lettere dell'alfabeto s'era venuti a
trattar l'importante argomento dei teatri. Un orrore, una desolazione!
La Fenice chiusa; un'operetta al Goldoni; un'operetta al Malibran; al
Rossini una _Traviata_ impossibile.

L'avvocatino Sironi, una tra le giovani speranze del foro, fece una
smorfia. — Al Rossini non ci va un cane. Chi può andare ormai a sentir
la _Traviata?_

L'avvocatino, si sa, non capisce e non gusta che la musica
dell'avvenire.

Comunque sia, alla sua frase interrogativa nessuno rispose, neppur io
al quale il giovinotto pareva essersi rivolto di preferenza. Non è poi
necessario di rispondere a tutte le interrogazioni.

Però di lì a cinque minuti, uscendo dal salotto con la coscienza
tranquilla d'un debitore che ha pagato una cambiale, il mio pensiero
corse a un tempo lontano lontano quando nello stesso teatro, ove ora,
secondo l'avvocatino Sironi, non andava nessuno, la _Traviata_, caduta
l'anno addietro sulle scene della _Fenice_ per cui era stata scritta,
risorgeva splendidamente dalle sue ceneri e attirava ogni sera una
folla entusiasta.

Tra quella folla c'ero anch'io, ragazzo di quindici o sedici anni,
abbonato per la prima volta a uno spettacolo d'opera, e pieno di
fervore religioso pel mio abbonamento. Non so quante rappresentazioni
della _Traviata_ si dessero nella stagione; so che a tutte io assistevo
ritto in platea dall'alzarsi al cader del sipario; so che tutte le sere
Violetta godeva, soffriva, moriva sotto a' miei occhi senza ch'io mi
stancassi di vederla godere, soffrire, morire.

E mentre bevevo come un liquore prelibato le facili, soavi melodie
diffuse a larga mano nello spartito, coltivavo, insieme con parecchi
altri abbonati, una passione ideale, purissima per la cantante
giovine e leggiadra che trasfondeva il suo ingegno e l'anima sua nel
personaggio della protagonista. Nè ciò basta. Fosse effetto dell'età
o fosse effetto dell'opera, sentivo nascere in me una disposizione
amorosa, che chiamerei generica, e guardando (senza canocchiale,
perchè non lo possedevo) in giro nei palchi avevo slanci segreti di
tenerezza verso tutte le signore zitelle o maritate che vedevo pendere
intente dal dramma e dalla musica. E m'inebbriavo all'idea della colpa
riscattata dai patimenti, e sognavo per mio conto le lunghe veglie al
letto di qualche bella peccatrice ammalata di tisi.... che però sarebbe
guarita e che io avrei redenta co' miei baci.

In quel tempo appunto avevo il nobile proponimento di redimere una
suonatrice ambulante di chitarra, e, nelle sere che non c'era teatro,
la seguivo ai caffè e alle birrerie. Era grande? Era piccola? Era
bionda? Era bruna?... Ma.... Non me ne ricordo. Mi ricordo che aveva
nome Angelina e che le regalai, _en pure perte,_ un fazzoletto di
batista. Se non la redensi, non ho contribuito certo ad allontanarla
dal sentiero della virtù.

Queste cose io ruminavo dopo la mia visita, e vi mescevo i soliti
vani rimpianti del passato. O chi ci ridona le fresche impressioni
dell'adolescenza? le speranze baldanzose, infinite? le ingenuità
adorabili? le birichinate innocenti?

Una curiosità mi prese. Ecco, io dicevo, due parole gettate lì a
caso, sono bastate a risvegliar nel mio spirito cento reminiscenze
sopite. Non potrebbe, per un istante, il vecchio uomo rivivere in parte
tornando sul luogo, riudendo le armonie che lo avevano affascinato,
riassistendo al dramma che lo aveva commosso?

Tuttavia esitavo. Un'altra voce soggiungeva dentro di me: Perchè
apparecchiarsi una delusione? Non si rivede impunemente, dopo un
intervallo di alcuni lustri, ciò che si è molto amato. — Tentennai
a lungo fra il sì e il no. Alla fine il sì prevalse, e a costo
d'incorrere nella disapprovazione dell'avvocatino Sironi se veniva a
saperlo, mi diressi, un po' tardi, al teatro Rossini. Lo chiamavano di
_San Benedetto,_ ai tempi della _mia_ famosa _Traviata;_ ma l'atrio, la
sala, la scena erano su per giù anche allora quello che sono adesso.

M'accorsi subito che il teatro, pur non essendo riboccante di gente,
era tutt'altro che vuoto; solo ch'io non conoscevo quasi nessuno di
coloro che c'erano. Il mio avvocatino avrebbe certo esclamato storcendo
la bocca aristocratica: — Non avevo ragione io di affermare che ormai
non si va più alla _Traviata?_ Dio, che pubblico!

Come già notai, era tardi. Violetta aveva finito da un pezzo _di
folleggiar di gioia in gioia;_ aveva, in seguito alle istanze del
barbaro padre di Alfredo, troncato bruscamente il suo idillio e beveva
a larghi sorsi il suo calice amaro.

Ecco; dopo le _zingarelle_ (ahi, quali zingarelle! ce n'era una alta
come un campanile); dopo i _mattadori;_ dopo l'infelice Alfredo
tradito dall'amore e dalla intonazione; la povera Violetta, a
braccio del suo tiranno, veniva alla festa mascherata in casa di
Flora. Brillava, la casa, per quella deficienza di mobilio ch'è la
caratteristica dei melodrammi e per quella mancanza di pareti laterali
che rende altrettanto agevole il passaggio di cose e persone quanto
incomprensibili le confidenze segrete e l'emozioni galanti. Appunto
attraverso questi muri squarciati i servi portarono un tavolino, un
tappeto verde, due candele e quattro sedie. E cominciò la scena del
gioco in cui la musica esprime con rara efficacia il sarcasmo doloroso
di Alfredo e l'angoscia di Violetta. — _Pietà gran Dio, Pietà gran
Dio, di me_ — cantava Violetta con un accento giusto, con una vocina
simpatica; ma lui, disgraziato, aveva perduto la bussola e faceva
d'ogni erba fascio.

Seguì il colloquio rapido, nervoso, fra i due amanti; lo strepitoso
irrompere degli invitati; l'insulto supremo di Alfredo; il deliquio
della donna oltraggiata; la sfida dei rivali; l'apparizione subitanea
del signor Giorgio Germont, non si sa se disceso dal soffitto o emerso
dal pavimento. Indi quel concertato finale di antico stampo, onde i
solisti ed i cori si avanzano tutti in massa e paiono stiparsi contro
il muro e volerlo abbattere con le loro grida.

Convenzione ridicola, non c'è che dire, ma chi bandirà la convenzione
dal teatro sarà bravo.

A ogni modo, l'ultimo atto, specialmente se si consideri che l'opera
fu scritta nel 54, è d'una modernità maravigliosa. Non sfoggio di
_virtuosità,_ non lusso di messa in scena; nient'altro che il dramma
umano e casalingo dell'amore, della malattia, della morte.

Fin dalle prime note del soave preludio avevo dimenticato gl'interpreti
per abbandonarmi al fascino della musica. E di mano in mano che la
catastrofe si appressava, l'anima mia, come accordandosi con la musica,
si sentiva avvolgere da una malinconia profonda, ineffabile. E sorgeva
in me una folla tumultuosa d'impressioni, di pensieri, che non erano
però le impressioni, i pensieri ch'ero venuto a cercare. Ero simile
a un viaggiatore che ha sbagliato il treno. Credendo di prendere una
corsa che mi riconducesse verso la mia giovinezza, ne avevo presa una
che mi portava a gran velocità.... dalla parte opposta.... Dio, com'ero
vecchio! Al paragone l'opera era una bambina. Certo le sue grinze le
ha anch'essa, ma non langue ancora la vita che il grande artista le ha
infuso; io, io sono vecchio.

È vero, sino allora non ci avevo badato. Non mi sembrava di aver l'età
di Matusalemme; non avvertivo nessun accasciamento nel mio corpo e nel
mio spirito; non sfuggivo la compagnia delle signore e continuavo a
preferir quelle giovani e leggiadre.... Ma quella sera, ah quella sera
una mano brutale mi strappò la benda dagli occhi.

Io pensavo: — Quando quell'altra Violetta mi inebbriava del suo canto,
questa che va oggi tossicchiando sul palcoscenico non era nata. Non era
nato questo Alfredo e neppure il padre di lui, dalla parrucca grigia
e dalla barba posticcia. Non eran nate le poco avvenenti _zingarelle_
della festa di Flora, nè i _mattadori,_ nè il visconte, nè il barone,
nè il dottore, nè la cameriera, nè, tranne rare eccezioni, i cosidetti
professori d'orchestra. Che se poi mi voltavo dalla parte del pubblico
arrivavo, su per giù, alle identiche conclusioni. Non che mancassero
in teatro persone della mia età o di età superiore alla mia; ma erano
una piccola minoranza. Due terzi almeno degli spettatori appartenevano
alla generazione successiva; erano, nei giorni della mia adolescenza,
un popolo di fantasimi accalcantisi in silenzio nel vestibolo della
vita. Fantasimi quei giovinotti sdraiati sulle poltroncine; fantasimi
quelle ragazze che i babbi non avrebbero accompagnate alla _Signora
delle Camelie_ ma accompagnavano alla _Traviata_ perchè la musica copre
tutto col suo velo pudico; fantasimi quelle _Traviate_ autentiche che
sporgevano il viso imbellettato da un palchetto di terza fila....
Dov'erano coloro che avevano, trentasette o trentott'anni or sono,
palpitato, applaudito con me? Quegli uomini, quelle donne le cui
pupille s'erano inumidite con le mie, i cui cuori avevano battuto
all'unissono col mio cuore? Quanti ne aveva dispersi la fortuna, quanti
ne aveva falciati la morte? E se pure, per caso, uno se ne trovava
quella sera in teatro sentiva forse ciò ch'io sentivo?

Mi pareva d'essere il superstite d'un mondo defunto, mi pareva che
tutti gli occhi dovessero piantarmisi addosso come sull'esemplare
abbastanza ben conservato d'una razza scomparsa.

Per liberarmi da quest'incubo uscii dalla sala prima che l'opera
finisse, e l'aria rigida della notte invernale dissipò le ombre,
ristabilì l'equilibrio del mio spirito. Ero stato punito del mio
tentativo di riafferrare, sia pure per un istante, la gioventù; ma non
ero uno spettro, ero un uomo in carne ed ossa, ero ancora un vivo tra
i vivi, avevo ancora, per poco o per molto, il mio posto, avevo ancora,
piccolo o grande, il mio còmpito.

No, la gioventù non si riafferra; ma c'è qualche parte di noi che
può restar giovine sempre finchè coltiviamo in noi stessi con tenera
sollecitudine la pianta gentile della simpatia, la fiamma purissima
dell'entusiasmo, finchè teniamo alto lo sguardo inseguendo amorosamente
le visioni consolatrici del bello.

E mentre io ricuperavo così il senso della realtà mi si levava dinanzi
la figura austera e luminosa del maestro insigne che da oltre a mezzo
secolo sparge nel mondo le inspirate armonie. Lui non fiaccano gli
anni, non distraggono i rumori della folla, non rode il tarlo della
vanità e dell'invidia; a lui parlano due sole voci nel cuore: l'arte
e la patria. Possa a lungo vibrar nelle sue mani l'arpa potente che
raccolse i gemiti dei salci babilonesi e il murmure delle foreste
d'Etiopia, che prestò le sue note allo strazio di Rigoletto, ai
singhiozzi di Violetta, ai furori di Otello, al cinismo di Falstaff!



IL SIGNOR ANTENORE


I.

S'intese nell'anticamera un suono di passi e un brontolìo di voci; poi
la Barbara, cuoca e donna di governo del cavalier Demetrio Bibbiana
consigliere d'appello in quiescenza, aperse l'uscio e disse: — C'è il
signor Antenore.

— Avanti, avanti.... O che bisogno ha di farsi annunziare? — gridò il
signor Demetrio girandosi sulla seggiola coi movimenti tardi e gravi
che gli erano consentiti dalla sua corpulenza. Era un uomo più vicino
ai sessanta che ai cinquant'anni, rubicondo, sbarbato, con occhietti
piccoli e grigi, con l'aria mansueta d'un buono e pingue gatto soriano
che fa le fusa accanto alla stufa.

L'altro commensale posò sulla tavola un bicchiere non ancora votato del
tutto e si forbì in fretta la bocca col tovagliuolo.

— Avanti, avanti, — ripetè il padrone di casa. — Antenore arriva troppo
tardi per pranzare con noi, ma stapperemo una bottiglia in suo onore.

E fece un segno alla Barbara.

Il signor Antenore entrò. Lungo, magro, allampanato, aveva la cera
giallastra dei temperamenti biliosi, l'espressione sospettosa, malevola
degli nomini a cui la vita fu dura e che non portarono nascendo un
corredo di bontà sufficiente da perdonare la fortuna degli altri.
Indossava una _redingote_ nera, lucida pel troppo uso, specie al bavero
e ai gomiti; la cravatta, pur nera, era sfilacciata ed unticcia, e
i polsini che spuntavano fuor delle maniche lasciavano desiderare un
candore più immacolato.

— Il signor Antenore Santelli.... il commendator Giorgio Fustini; —
disse il consigliere a modo di presentazione. E soggiunse: — Ma già
dovreste conoscervi.... Compagni di liceo, diamine.

Fustini e Santelli si squadrarono dal capo alle piante senza che si
sprigionasse fra loro la minima corrente di simpatia.

— Eh, — notò il commendatore, rivolgendosi al signor Demetrio, — io ero
stato avvertito da te, e adesso, se frugo nella memoria, qualche cosa
mi sembra di ricordarmi....

Il signor Antenore, toccando appena la mano che Fustini aveva la
degnazione di stendergli, tentennò il capo: — Io invece non ricordo
niente.

Non era mai d'umore piacevole il signor Antenore; quella sera era più
ispido del consueto. La presenza di un estraneo in casa dell'amico
Bibbiana gli dava ai nervi, tanto più che n'era necessariamente
disturbata la sua solita partita a scacchi.

Il cavaliere, conciliante per sua natura, cercava di smussare gli
angoli. — Capisco.... Son passati quarant'anni, e in quarant'anni si
ha tempo di dimenticare.... È curioso però come certe scene, certi
incidenti della nostra infanzia ci si riaffaccino da un punto all'altro
alla mente nei loro più minuti particolari.... A me par di veder
Fustini ritto dinanzi alla lavagna il giorno che il povero Mongia,
il professore di matematica, ebbe sulla cattedra il suo primo insulto
apopletico.

Santelli si strinse nelle spalle. — Non dovevo essere a scuola in quel
giorno.

— Se ci fosse stato si rammenterebbe, — affermò il commendatore
Fustini. — Che scompiglio nella classe!... E fu un'impressione penosa
per tutti, anche per me.... quantunque non potessi a meno di pensare
(si è egoisti da ragazzi) che risparmiavo una ramanzina, perchè, lo
confesso, non sapevo un'acca della lezione.

L'amabile Santelli si picchiò col dito la fronte. — Aspetti un momento.
Era lei quel piccolino della prima fila che pel resto se la cavava alla
meno peggio ma in matematica non ne azzeccava una?

Con una condiscendenza veramente ammirabile in un personaggio suo pari,
Fustini si mise a ridere. — Ero io.

— Anche senza la matematica — disse il signor Demetrio — Fustini ha
saputo farsi la sua strada nel mondo.... Consigliere di Cassazione alla
Corte di Torino.... Che carriera!

— Oh, — fece il commendatore con affettata modestia. — Ce ne son
tanti.... E se tu avessi avuto pazienza....

— No, no.... tu hai la stoffa di primo presidente.... Io m'ero accorto
che non andavo più in là di consigliere d'appello e mi son fatto
liquidare la mia pensione per non aver altri sopraccapi....

— Già, — interpose il signor Antenore; — fuor che quelli di riscuotere
il foglio pagatoriale e di tagliar due volte all'anno i _coupons_ della
rendita.... Perchè se tu non avessi le tue brave cartelle di rendita,
con la sola pensione non potresti mica far il signore.

— Oh Dio, — replicò il cavaliere quasi scusandosi, — qualche cosa
la mia famiglia possedeva.... io ho potuto metter da parte qualche
risparmio.... non grandi somme però.... non da far il signore.

— Quando si nasce con la camicia — brontolò Santelli che masticava
veleno. E soggiunse con amarezza: — Se ti fossi trovato ne' miei
panni!...

Sempre pieno d'indulgenza verso l'amico sgarbato, Bibbiana fu pronto ad
assentire. — Verissimo. Se mi fossi trovato ne' tuoi panni dei risparmi
non ne avrei fatti sicuramente.

— Mentre voi della borghesia grassa — ripigliò il signor Antenore con
crescente acrimonia — andavate a oziare e a divertirvi per quattr'anni
all'Università di dove sareste usciti col vostro diploma, io, dopo
la morte di mio padre, dovevo interrompere il Liceo e accettare un
impiego d'ordine alle Poste, tanto per guadagnarmi da vivere.... chè
se no la mia buona matrigna mi cacciava fuori di casa.... Impiegato
io! col mio carattere indipendente!... Io che non ho mai potuto
soffrire le cartaccie degli uffici e la _morgue_ della burocrazia!...
Mi par quasi impossibile d'aver resistito per trentacinque anni a una
vita simile.... sbalestrato da un capo all'altro d'Italia, con dei
superiori pedanti, imbecilli che avrebbero tirato a cimento i Santi
del Paradiso.... Viene il giorno che la corda si strappa, e col mio
ultimo capo uffizio mi son voluto sfogare.... Non gli ho detto la
centesima parte di quello che si meritava; nondimeno egli ha steso
il suo rapporto, e io fui invitato a far valere i miei diritti alla
pensione.... Non era già una pensione di consiglier d'appello la mia;
son centoquarantadue lire al mese e venti centesimi.... E io non ho
campi al sole, e io non ho _coupons_ da incassare.

Il commendatore Fustini abbozzò un gesto cortese di condoglianza, tanto
più doveroso in quanto che egli era venuto per realizzare un'eredità.

— Ma per me, — proseguì il signor Antenore con un sogghigno sarcastico,
— per me, vivo meglio adesso.... Non ho nessuno che mi comandi, posso
dir corna del Governo e di questo p.... sistema che fa crac da tutte le
parti come un mobile vecchio.

Bibbiana era avvezzo a queste sfuriate, ma il commendatore se ne
risentì nella sua duplice qualità d'alto funzionario e d'uomo di
principî conservativi.

— Eh caro signore, — egli replicò con sussiego, — si fa presto a
gridare contro il sistema. Vorrei vederli all'opera i riformatori.

— Qualunque cosa è preferibile a questo regime di capitalisti, di
_travet_ e di militari, — urlò il signor Antenore versandosi un altro
bicchiere di vino.

— Oh, oh.... il socialismo allora?... Tutti col nostro numero d'ordine,
tutti agli stipendi dello Stato.... Il mondo un'immensa caserma....

— Ma che caserma, ma che numero d'ordine?... Ognuno dev'esser libero di
far quello che gli pare e piace.

— E il codice dove lo mette?

— Il codice è l'alleato dei furfanti di grosso calibro. Lo getto nel
fuoco.

— Bravo!... È l'anarchia che lei vuole.

— Paroloni da spaventare i gonzi....

Il pacifico signor Demetrio, che non s'era mai occupato di questioni
sociali e aveva l'abitudine di non interloquire durante le feroci
requisitorie dell'amico, assisteva con inquietudine all'inasprirsi
della discussione e s'arrabbiava in cuor suo con Fustini, il quale
non capiva che il partito più savio era quello di lasciar che Santelli
si quetasse da sè.... Naturalmente, questa non era una cosa da poter
dire al commendatore perchè l'altro sarebbe andato in bestia peggio;
quindi Bibbiana si limitava a insinuare di tratto in tratto qualche
monosillabo inoffensivo per calmare i due contendenti. Se non che,
dalle due parti gli chiudevano la bocca con uno sprezzante: — _Taci
tu._

In buon punto la Barbara cacciò la testa fra i battenti dell'uscio e
chiese al padrone: — Il caffè dove lo prendono?

Il consigliere rispose con un'altra domanda. — È acceso in salotto?

— Sissignore.

— Allora passeremo di là, — disse Bibbiana parendogli che il mutar di
stanza dovesse dare un altro indirizzo alla conversazione.

Puntellandosi con le mani sulla tavola si alzò in due tempi e ripetè
agli ospiti: — Passiamo di là, passiamo di là.


II.

Il salotto, benchè vi fossero dei mobili di pregio, era un po' freddo
e triste come di casa ove manchi la signora. Una lampada smerigliata
pendeva dal rosone del soffitto, un moderatore di porcellana posato
sulla mensola del caminetto fra le due finestre rischiarava più
direttamente un tavolino portante una scacchiera coi pezzi già a posto.
La parete di fronte era adorna del ritratto del signor Demetrio, in
mezza figura, a olio, con la croce di cavaliere all'occhiello. Sotto il
ritratto un canapè e dinanzi al canapè una tavola ove la Barbara aveva
deposto il servizio da caffè, il portaliquori e una scatola di sigari
d'Avana.

— Si sciala oggi, — borbottò il signor Antenore accettando un
bicchierino di cognac.

— Tutto improvvisato, — rispose Bibbiana. — Ero mille miglia lontano
dal creder che Fustini fosse qui quando me lo son visto comparir
dinanzi verso le 6 che il riso era già nella pentola.... Per fortuna
la Barbara ha questo di buono che non si confonde e ci apparecchiò un
pranzetto tollerabile.

— Altro che tollerabile! — esclamò enfaticamente il commendatore. — Non
si mangia così neppur dal Presidente della nostra Corte.

— Ti contenti di poco, — disse il signor Demetrio. E continuò rivolto
a quell'orso di Santelli: — Se non fosse stato troppo tardi t'avrei
mandato un biglietto per pregarti di tenerci compagnia.

— Grazie, non sarei venuto, — rispose il signor Antenore sempre tutto
angoli e punte. — Io vengo la domenica e basta.

— È una fissazione come un'altra, — riprese il consigliere. — Me ne
appello a Fustini. Siamo soli tutti e due, ma io ho casa piantata
e Santelli deve andare all'osteria. O che male ci sarebbe s'egli si
degnasse di desinare con me.... non dico tutti i giorni.... ma tre o
quattro volte per settimana?... Non ho ragione?

— Senza dubbio, — replicò a denti stretti il commendator Fustini. In
fondo egli non capiva come si potesse augurarsi un simile commensale.

— L'indipendenza, mio caro, — disse Santelli, — l'indipendenza non c'è
oro che la paghi.... Del resto, non son qui tutte le sere a giocare a
scacchi?

— Ah, giocate a scacchi tutte le sere? — domandò il consigliere di
Cassazione.

— Sì, è una mia debolezza, — disse il signor Demetrio. — Abbiamo un
conto corrente con Santelli.... Facciamo un centinaio di partite al
mese. Egli ne vince novanta....

— Davvero?

— A vincer Demetrio non c'è un gran merito, — osservò il signor
Antenore.

— Tu conosci il gioco? — chiese Bibbiana a Fustini.

— Sì, mi diletto anch'io ogni tanto.... al nostro Circolo.... V'è un
Circolo scacchistico a Torino.

— Bravo.... dovresti far un paio di partite con Antenore....

— Volentieri.

Santelli depose un mozzicone di sigaro nel raccattacenere. — Per me non
ho difficoltà.... E di quanto si gioca?

— Ma.... di nulla.... Dell'onore.... Agli scacchi per solito.... Che
sistema avete voi altri?

— Noi giochiamo d'un franco la partita, — spiegò il signor Demetrio.
— Ho voluto io.... Trovo che quando c'è una piccola posta si mette più
attenzione.

— Vada pure pel franco.

Lieto di aver dato a' suoi ospiti un'occupazione che li distoglieva
dalla politica e dalla sociologia, Bibbiana spinse verso il tavolino
da gioco una sedia a bracciuoli e vi si accomodò beatamente. — Io
assisterò alla giostra.

Il signor Antenore si accostò alla scacchiera, prese un pedone bianco
e un pedone nero, e intrecciate le braccia dietro il dorso li passò da
una mano all'altra, poi presentando i pugni chiusi al suo competitore
disse: — Scelga.... Chi ha il bianco ha il tratto.... Ha scelto il
nero.... Ho il tratto io.

E attaccò subito. Fustini stava sulle difese cercando il punto debole
dell'avversario. In fatti, di lì a poco guadagnò un pezzo e non tardò
molto a dar scacco matto.

La seconda partita fu più brillante della prima ed ebbe lo stesso esito.

— Hai difeso male il _gambitto,_ — disse il signor Demetrio a Santelli
che senza profferir parola ma livido di bile guardava il suo re
imprigionato.

— Ah fammi un po' il piacere, — gridò Antenore, a cui non pareva vero
di poter prendersela con qualcheduno.... Sei proprio in caso di dar
lezioni, tu, con quella sapienza....

— E pure, — ripetè Bibbiana con calma, — io sostengo che se si difende
quel _gambitto_ in un'altra maniera si deve vincere.

— Vincere, tu? — esclamò il signor Antenore con l'accento della massima
incredulità.

— Forse anch'io, — rispose il consigliere alquanto piccato.

— Qua la scacchiera.... Vediamo il miracolo.

In un momento Bibbiana e Santelli s'erano scambiati di posto.
Quest'ultimo si consolava delle busse ricevute pensando a quelle che
riceverebbe fra poco il suo dilettissimo Demetrio. Scacco matto in
quindici mosse, in venti al più, — egli diceva fregandosi le mani.

Pareva diventato l'amicone del commendator Fustini col quale s'era
bisticciato fino a poco innanzi.

— Lo schiacci quel pretenzioso, lo polverizzi.

— Allora comincio io e faccio l'apertura di prima, — disse Fustini a
Bibbiana.

— Già.

— La dobbiamo veder bella, la dobbiamo veder bella, — canterellava il
signor Antenore. Da un pezzo non era stato così ilare.

Fustini gli fece segno di tacere. Era un giocatore serio, meticoloso,
che non voleva esser distratto. E apparteneva anche alla categoria dei
giocatori taciturni; tutt'al più, quando si trovava in qualche impiccio
aveva l'abitudine di borbottare: — Vengo, vengo, vengo.

E con sua grande maraviglia, adesso, misurandosi con Bibbiana, egli
ebbe replicatamente l'occasione di dover servirsi del suo intercalare.
O com'era possibile che Demetrio si lasciasse battere da Santelli se
non c'era neanche confronto tra i due?

Ma il più stupito era il signor Antenore. Demetrio teneva testa al
commendatore? Demetrio rischiava proprio di vincere?

— Vengo, vengo, vengo, — disse un'altra volta Fustini; dopo di che,
sentendosi spacciato, abbandonò la partita.

— Eh via, che il commendatore deve aver fatto apposta, — esclamò
Santelli.

Fustini protestò con vivacità. — Nemmen per sogno.

— Sarà stato un caso, — notò modestamente Bibbiana.

Il signor Antenore sogghignò con aria sprezzante. — Grazie della
concessione. Che cosa vuoi che sia stato?

— L'ho detto io, mi pare, — rispose secco secco il consigliere, mentre
rimetteva i pezzi a posto per offrir la rivincita. E intanto gli si
arrossavano gli orecchi, segno infallibile, per chi lo conosceva,
che anche a lui, uomo calmo e flemmatico, cominciava a scappar la
pazienza.... Ah, perchè da cinqu'anni gli piaceva di perder quasi ogni
sera giocando con Antenore, doveva esser condannato a perder sempre,
a perder con tutti quanti?... Nossignori, questa legge egli non era
disposto a subirla e Santelli aveva avuto un gran torto a provocarlo
co' suoi sarcasmi.

— Tocca a te, — disse Fustini.

— Son qua.

Cauti, guardinghi, i due campioni pesavano ogni mossa, risoluti a non
darsi quartiere. Pur volendo far l'indifferente, Fustini era rimasto
mortificato della sconfitta e anelava di ripararvi; Bibbiana, dal
canto suo, trovandosi a fronte un competitore degno di lui, sentiva
ridestarsi la sua vecchia passione pegli scacchi e ci teneva a mostrar
la sua valentìa. Nella stanza regnava un gran silenzio; solo di tratto
in tratto un pezzo preso dall'uno o dall'altro dei giocatori andava a
cader con un suono legnoso nella scatola che raccoglieva le vittime
della battaglia. Smessi i suoi commenti beffardi, con gli occhi
inchiodati sulla scacchiera, con le labbra serrate come di chi reprime
a forza un gemito o una imprecazione, il signor Antenore seguiva le
vicende dell'accanito duello. Non c'era dubbio, anche la seconda prova
sarebbe riuscita favorevole a Bibbiana. Egli era indiscutibilmente
superiore all'avversario, era più audace negli attacchi, più pronto
nelle difese, più accorto nelle insidie. Ma donde gli era capitata
questa scienza? O, piuttosto, perchè, in cinqu'anni, non l'aveva
sfoggiata con lui, con Antenore? E mentre Santelli rivolgeva fra sè
questi pensieri, la verità si faceva strada nel suo animo, lo riempiva
di livore e di fiele.

— Vengo, vengo, vengo, — masticò fra i denti il commendator Fustini.
E soggiunse dopo una breve pausa: — Non c'è rimedio; ho il matto
alla terza mossa. — Si alzò da sedere e stendendo cavallerescamente
la mano al vincitore disse: — Ti faccio le mie congratulazioni. Non
sfigureresti in un torneo.

— Hai voglia di ridere, — rispose il signor Demetrio. — Avevo una buona
serata, ecco tutto....

In quella gli apparve la fisonomia stravolta di Antenore Santelli,
e imporporandosi in viso come un fanciullo colto in fallo balbettò:
— Ogni tanto ho di questi lucidi intervalli.... È un fenomeno....
Ordinariamente gioco malissimo.... Anche adesso, se continuassimo....

— No, no, son già le undici e mezzo e se tardo un poco rischio di
trovar chiuso il portone dell'albergo.... A proposito, ti devo due
lire....

— E io ne devo due a Lei, — disse il signor Antenore tirando fuori
sgarbatamente un borsellino unto e bisunto.

— Ebbene, — rispose Fustini; — le paghi per conto mio all'amico
Demetrio.... Così saremo pari e patta.

— Ma sì, ma sì.... non c'è fretta, — protestò il cavaliere dopo aver
sonato il campanello per chiamar la Barbara. — E poi se torni domani
sera è sicuro che me le riguadagni quelle due lire.... Pranzi con me
anche domani, non è vero?

— Non so.... Avrei un mezzo impegno.

— Mettiti in libertà.

— Grazie.... Vedremo.... Ti manderò un biglietto entro la giornata....

— Guai per te s'è un rifiuto.... E Antenore, per una volta tanto,
farà uno strappo ai suoi principî, — continuò Bibbiana. — Ci terrà
compagnia.

— Impossibile, — dichiarò in tuono reciso l'uomo selvatico.

— Eh via....

— Speriamo che si persuaderà, — disse, sorridendo, il commendatore,
mentre si faceva aiutar dalla Barbara a infilarsi il soprabito. — Buona
notte dunque, Demetrio.... E grazie di nuovo della tua ospitalità....
Lei resta?

Questa domanda era indirizzata a Santelli che rispose pronto: — Sì, ho
da parlare a Bibbiana.

— In tal caso, buona notte anche a Lei.

— Buona notte.

Fustini uscì, ben contento di non dover fare un tratto di strada a
fianco di quell'orso.


III.

Solo con l'orso rimase invece il signor Demetrio, rimase con la
coscienza d'essere in dolo, di meritarsi, almeno in parte, i rimproveri
che l'altro non gli avrebbe certo risparmiati.

Pure, dissimulando alla meglio la sua confusione, si avvicinò
bonariamente ad Antenore. — Hai da parlarmi?

— Sì, ma prima pago un debito.

E gettò con mala grazia due franchi d'argento sul tavolino.

— Lascia stare....

— Ah, — proruppe Santelli inviperito, — vorresti regalarmi anche
questi?... Per poi dire all'illustrissimo signor commendatore Fustini
che me li hai condonati per carità?

— Io! — esclamò Bibbiana.

— Tu.... tu.... come stasera.

— Io.... stasera.... ho detto....?

— Hai lasciato capire.... ch'è lo stesso, — ribattè Santelli schizzando
veleno da tutti i pori, — hai lasciato capire che con la scusa degli
scacchi, e fingendo di giocar male, mi davi da guadagnar una o due lire
al giorno.... per i miei minuti piaceri.... per i sigari forse....

— Ma no.... ti giuro....

— E hai la faccia di negare.... Sono cinque anni che m'infliggi
quest'umiliazione.... cinque anni che mi ferisci in quello che ho di
più caro, in quello che ho di più sacro.... nel mio orgoglio, nella mia
dignità.... E io, bestia, non ho sospettato di nulla.... ho creduto in
buona fede che tu volessi impratichirti negli scacchi.... ho aderito al
tuo desiderio di giocar d'interesse.... se no non ci trovavi gusto....
l'ho agevolata io la tua parte di filantropo....

— Ma se non è vero, — seguitava a protestare il signor Demetrio.

L'altro non gli dava retta.

— Come ho potuto io, col mio carattere, consentire a guadagnar
sempre....?

— No, — interrompeva Bibbiana, — lo sai bene che neppur questo è
vero.... che anch'io vincevo qualche volta....

— Una volta su dieci, — ribattè Santelli. — L'hai confessato tu a quel
tuo dilettissimo commendatore. Oggi invece, con un giocatore di prima
forza, non hai fatto che vincere....

— Due partite.... sono accidenti che nascono.... che non provano
nulla.... Vedrai domani sera....

Il signor Antenore scoppiò in un riso secco, nervoso, che pareva
un singulto. — Ah naturalmente domani sera perderai.... e m'inviti
ad assistere alla commedia.... Non son così grullo.... È finita la
commedia.... Mai più metterò il piede dentro di queste porte....

— Andiamo, Antenore....

— Mai più, fin che non potrò rimborsarti dell'elemosina che m'hai
fatta.... Cinqu'anni giusti.... sessanta mesi.... Non è mica un
conto troppo difficile.... sessanta mesi con poche interruzioni.... a
quaranta lire in media per ogni mese.... duemila quattrocento lire....

— Tu sei pazzo, Antenore.... tu sragioni.... Hai bisogno di ricuperare
la tua calma.... di dormirci su....

— Me ne vado, sì, — ripigliava l'energumeno, — ma non mica a
dormire.... Vado come un ministro del Regno d'Italia a studiar
l'economie che posso fare sul mio bilancio per pagare i miei debiti....
Lo capisci che non voglio esserti debitore, che non voglio concederti
la soddisfazione di avvilirmi, di calpestarmi?... Tutti così.... voi
altri ricchi.... Non vi basta papparvi le vostre rendite.... acquistate
con quel bel merito;... volete di quando in quando darvi il lusso della
generosità, della munificenza, per ribadir meglio le catene ai piedi
dei poveri diavoli.... Vigliacchi, vigliacchi!...

E uscì, slanciando questo insulto come un saluto.

— Antenore! — gli gridò dietro Bibbiana con voce soffocata. —
Antenore!... È troppo....

Diede uno strappo al campanello e si lasciò cader sulla poltrona.

La Barbara, accorsa alla scampanellata, lo trovò che ansava, rosso
scalmanato in viso, con gli occhi fuori dell'orbita.

— Misericordia!... Cos'ha?.. Credevo che chiamasse per far lume al
signor Antenore.... Ma quello è corso giù per le scale al buio....
Cos'ha, cavaliere?... Cos'è stato!... Un tiro di quel figuro?... Non
l'ho mai potuto soffrire.... Beva qui un gocciolo di Marsala....

Il signor Demetrio la respinse con la mano. — Ne ho bevuto anche troppo
del vino stasera.... Va meglio.... È passato....

— Ma cos'era?... Cosa si sentiva?

— Niente.... È passato.... Andrò a letto.... Dev'esser tardi.

— È mezzanotte.... Non si sbrigavano più.... Dica la verità.... S'è
preso una bile col signor Antenore?

— Sì, — rispose Bibbiana che aveva necessità di sfogarsi. — Ma ho avuto
torto anch'io.... L'ho provocato....

La Barbara scrollò le spalle. — Provocarlo, Lei?... Lei che ha sempre
avuto una pazienza da santo?... Lei che ha sempre cercato di fargli del
bene?

— Far del bene!... — disse il signor Demetrio. — Non è mica facile....
A volte si crede di far del bene e si fa del male.

— O piuttosto, — corresse la Barbara, — c'è della gente che non sa dove
stia di casa la gratitudine.

— Questo non importa.... Non si fa il bene perchè ci ringrazino.... Gli
è che bisogna saper regolarsi secondo le persone.

— Sarà, — mormorò la Barbara che non capiva certe sottigliezze. — Ma
con un serpente come il signor Antenore non si riuscirà a nulla.

— Superbo sì, — ripigliò Bibbiana, parte favellando a sè stesso, parte
rivolgendosi alla sua interlocutrice, — superbo fin da ragazzo.... A
scuola dov'era uno dei primi lo chiamavano il Lucifero.... E dopo ne
ha avute delle peripezie.... ne ha sofferte delle mortificazioni....
ha visto navigar col vento in poppa tanti che valevano meno di lui....
insomma se gli si è peggiorato il carattere non è colpa sua.... Così
astioso una volta non era.... E anche l'orgoglio gli è cresciuto con le
disgrazie.... Vi ricordate quand'è arrivato qui?... Aveva abbandonato
l'impiego, non gli avevano ancora liquidata la pensione.... non so come
vivesse.... E pure non ci fu verso di fargli accettar del danaro nè
in dono, nè a prestito.... Gli avevo proposto di tener la mia piccola
amministrazione.... Non ha voluto.... Lo avevo pregato di venir a
desinare ogni giorno con me, ch'ero solo e avrei avuto piacere di
far quattro chiacchiere a tavola.... È stato molto se ha accondisceso
a venir la domenica.... E intanto, anche con la pensione liquidata,
stentava a tirare innanzi, si lagnava di mille privazioni. Non era
più giovine neppur lui.... soffriva d'acciacchi.... Non aveva i mezzi
da curarsi.... Ed eravamo alle solite.... A qualunque offerta che
gli si facesse montava sulle furie.... Finalmente mi era parso d'aver
trovato.... Egli amava il gioco degli scacchi.... lo amavo anch'io. —
Giochiamo, — gli dissi, — ma giochiamo di qualche cosa.... Se non c'è
l'interesse non ci metto attenzione.... Regoleremo i conti ogni mese.
— _Te Deum laudamus_.... Questa volta egli non rispose di no....

— E intascava un bel gruzzolo, — interruppe la Barbara.

— Oh.... miserie....

— Con tutta la sua boria si degnava....

— Erano denari di buona presa.

— Ma lei faceva apposta?

Bibbiana abbassò la voce come se si vergognasse di confessare. — In
principio forse.... Dopo m'ero avvezzo....

— E vuole che il signor Antenore non se ne fosse accorto? — esclamò la
donna col suo naturale buon senso.

Il cavaliere negò energicamente. — No, no.... Oggi soltanto, per causa
di quel benedetto Fustini....

— Del signore ch'era qui a pranzo?

— Appunto.... C'era la scacchiera pronta.... S'è messo a giocar con
Antenore e lo ha vinto.... È un giocatore che sa il fatto suo.... Poi
con lo stesso Fustini mi son provato io.... Antenore mi punzecchiava,
mi beffeggiava, parteggiava pel mio avversario.... Io ho perduto la
pazienza, ho perduto la testa, non mi son più ricordato che se Antenore
era rimasto inferiore a Fustini dovevo a maggior ragione rimaner
inferiore io....

— E ha guadagnato la partita?

— Due ne ho guadagnate.

— Bravo!

— No.... Quando ho alzato gli occhi verso Antenore e ho visto che ormai
egli aveva capito tutto, mi son vergognato come se avessi commesso la
più triste azione del mondo.

— Oh caro Lei, — protestò la Barbara, — lasci che i cattivi si
vergognino....

— Spesso si è cattivi senza volerlo, — ribattè il signor Demetrio
tentennando il capo. — Non dovevo stasera, non dovevo....

La Barbara lo interruppe. — Scusi.... Io sono un'ignorante, ma se mi
permettesse di dir la mia opinione....

Bibbiana la incoraggiò con un gesto.

— Ecco, — rispose la Barbara, — può essere che stasera ell'abbia avuto
un momento di distrazione, e ammetto che il signor Antenore.... dato
che prima ignorasse, che già io stento a persuadermene.... ammetto
insomma che debba esser rimasto un po' male.... Ma, con tutto questo,
s'io fossi stata nei panni di quel figuro, sa quel che avrei fatto?

— Sentiamo.

— Le avrei gettato le braccia al collo dicendole: — Grazie.

— Oh bella! Nel giorno in cui lo umiliavo davanti a un estraneo?

— Che importa? Era il giorno in cui veniva a scoprire un'azione
generosa ch'era durata cinqu'anni.... le par poco? Quanti ce ne sono
che si sarebbero torturato il cervello per aiutare un tanghero che non
voleva essere aiutato, ma voleva lagnarsi sempre?... Quanti avrebbero
avuto pazienza per cinqu'anni?... E dell'umiliazione in fin dei conti
ne ha la colpa lui, e se la merita.... Sicuro, chè non è lecito aver
quella boria, e chi è nel bisogno non deve aver riguardi a domandare
soccorso a un amico nè deve costringerlo a usar dei sotterfugi per
fargli del bene.

— Oh, in questo siamo d'accordo, — disse con enfasi Bibbiana. Dopo la
feroce requisitoria di Santelli che gli aveva scompigliato le idee e lo
aveva empito di scrupoli e di rimorsi, la morale semplice e casalinga
della sua donna di servizio gli rinfrancava alquanto lo spirito. Egli
non era dunque il vile e malvagio uomo che Antenore lo accusava di
essere?

— Basta, — egli soggiunse alzandosi in piedi, — accendetemi la candela,
ch'è ora d'andare a letto.

Pur la brusca rottura con Antenore non gli dava pace, e passando
accanto al tavolino rovesciò con la mano i pezzi ch'erano rimasti ritti
sulla scacchiera.

— Maledetti scacchi!... Mi costate un amico.

— Uhm! — borbottò la Barbara. — Se son quelli gli amici! Meglio
perderli che trovarli.

— No, no.... Un compagno di scuola.... È un vero dolore.... Io non
dovevo....

— Oh, torna da capo! — saltò su con petulanza la Barbara, inanimita dal
buon successo che avevano avuto prima le sue considerazioni. — E allora
torno da capo anch'io a dire che mi farei sbattezzare se il signor
Antenore non aveva mangiato la foglia già da gran tempo.

— Impossibile!... Un superbo di quella risma!

— Oh, — conchiuse la filosofessa della cucina, mostrando più acume
d'un consigliere d'appello in pensione, — ne ho conosciuti ancora dei
superbi che sinchè potevano far finta di non accorgersi dei benefizi
accettavano tutto.... Non vogliono obblighi di riconoscenza, ecco
quel che non vogliono.... Ciò che pesa a costoro non è ricevere, è
restituire.

E dopo aver pronunziato questa sentenza degna d'uno dei savi della
Grecia, la Barbara consegnò al padrone la candela accesa. Senonchè,
proprio in quell'istante, ella vide luccicar dell'argento sul tavolino.
A lei luccicavano gli occhi. — O che si dimentica il danaro?

— Che danaro?

— Questi due franchi....

Bibbiana fece un passo indietro. — Il danaro lasciato da Antenore....
Non lo voglio io.... Verrà a riprenderselo....

— E se non viene?

— Se non viene, tenetevelo voi.

— Meno male, — disse la Barbara. — Intanto lo metto in tasca.



I CAVALIERI DELL'IMMACOLATA


I.

Era un'americana, arcimilionaria, bellissima, originalissima. Si
chiamava M.rs Edith Simpson, e già da qualche anno abitava Firenze in
compagnia della madre. Il marito, poichè c'era un marito, ve l'aveva
accompagnata lui stesso, le aveva preso in affitto una palazzina sui
Viali e una villa a Fiesole; poi, affidandola alla suocera, aveva
ritraversato l'Oceano e non s'era più fatto vedere. Le scriveva
però regolarmente una volta al mese, ed ella una volta al mese
scriveva a lui; e le due lettere, oltre che all'espansioni conjugali,
servivano l'una a rimettere, l'altra a dichiarare di aver ricevuto
un _chèque_ di mille sterline. Dodici di questi _chèques_ all'anno
formano una discreta sommetta; tuttavia l'ottimo M.r Simpson stimava
opportuno di arrotondarla, e, tanto per Natale quanto per la festa
di sua moglie, faceva una rimessa supplementare di altre cinquecento
sterline, una bazzecola. In fin dei conti, vista la fortuna del suo
sposo, M.rs Simpson avrebbe potuto esigere anche di più, ma ell'era
una persona ragionevole e si contentava. Già non doveva pensare che
a sè. Sua madre, benchè fosse una povera diavola al paragone (aveva
circa venticinquemila franchi di rendita), contribuiva alle spese
domestiche e si vestiva co' suoi danari. M.rs, o, piuttosto, donna
Mariquita Swallow, nata Serenado y Fuentes, subiva, come tutti gli
altri, il fascino della figliuola, ma era un tipo affatto diverso.
Intanto M.rs Simpson era, _intus et in cute,_ un'americana del Nord,
una anglosassone; la madre, originaria del Guatemala, poteva dirsi
una spagnuola, e degli spagnuoli aveva il formalismo pomposo, il culto
dei titoli, il fervore cattolico.... che però non le aveva impedito di
sposare un protestante. Dio buono! Quando il defunto M.r George Swallow
era arrivato al Guatemala con una missione diplomatica degli Stati
Uniti, egli era un così bell'uomo che la señorita Serenado non aveva
potuto resistergli e gli aveva concesso la sua mano, nella speranza di
ricondurlo più tardi in grembo alla Chiesa. Speranza vana. Non solo
M.r Swallow non aveva voluto saperne di convertirsi, ma aveva fatto
protestante anche la figliuola.

Comunque sia, donna Mariquita andava orgogliosa della sua fede,
della sua patria e del suo nome di ragazza, tanto più sonoro del nome
di Swallow, e se non tradiva questi suoi sentimenti era un po' per
riguardo dell'Edith, un po' per la difficoltà ch'ella provava nella
conversazione. Infatti, abitando gli Stati Uniti, ell'aveva disimparato
lo spagnuolo senz'apprender bene l'inglese, e abitando ora in Italia,
minacciava di disimparare l'inglese senz'apprender, nè bene nè male,
l'italiano. Anche in questo differente affatto dalla figlia ch'era un
secondo cardinal Mezzofanti e possedeva una facilità straordinaria per
tutte le lingue.

Benchè donna Mariquita avesse una vera adorazione per la sua Edith, e
questa, a suo modo, volesse bene alla madre, le due signore godevano di
una reciproca indipendenza. Ricevute, che ben s'intende, da per tutto,
facevano qualche visita insieme, andavano insieme a qualche ritrovo
elegante; ma, in complesso, la giornata dell'una non somigliava a
quella dell'altra.

La madre viveva in un certo piede d'intimità con due o tre famiglie
della parte più conservatrice dell'aristocrazia fiorentina, s'era
ascritta a un paio d'associazioni cattoliche, frequentava con assiduità
le funzioni di chiesa. Con tutto ciò non le sarebbe dispiaciuto aver
dei galanti, e, poichè serbava le traccie della passata bellezza a
malgrado de' suoi quarantacinque anni, avrebbe anche potuto averne se
non fosse stata noiosetta per sua natura e non avesse voluto rimanere
entro i confini delle affezioni platoniche.

Spirito autoritario per eccellenza, M.rs Simpson non s'era legata
con nessuna signora della cittadinanza o della colonia forestiera, e
compariva nei salotti altrui solo quel tanto che basta per non romperla
affatto con la società. A lei occorreva di poter comandare a bacchetta,
d'aver un manipolo di vassalli che pendessero dalle sue labbra, che
ubbidissero a ogni suo cenno, che seguissero ogni suo passo. Ora,
quando una giovine bella, ricca, elegantissima, mostra gradire gli
omaggi, si può figurarsi se le manchino gli spasimanti. Non mancarono
dunque a M.rs Simpson, che appena spuntata sull'orizzonte fiorentino si
vide ai piedi tutta la _jeunesse dorée_ del paese. Senonchè, anche in
questo caso fu applicabile il vecchio adagio: Molti i chiamati, pochi
gli eletti. L'Edith non respingeva nessuno; erano i candidati medesimi
che si ritiravano. Troppe qualità eran richieste per rimanere nella
corte di M.rs Simpson, e, prima di tutte, un assoluto disinteresse,
un'assoluta rinunzia a ogni aspirazione audace. La signora non era
_prude,_ non si scandalizzava delle ardenti dichiarazioni che anzi
ell'accoglieva come un tributo dovutole, non s'inalberava per qualche
facezia a doppio senso, non lesinava i sorrisi, le strette di mano,
le dimostrazioni insomma d'una familiarità affettuosa; ma faceva ben
presto capire ch'era vano sperar nulla di più. Chi non si persuadeva di
ciò era messo pulitamente alla porta. E sì che parecchi avevan tentato
il colpo: degli appassionati, dei romantici, dei brutali, di quelli che
giuocano subito l'ultima carta e che uno schiaffo di donna non impaura.
Avevano fatto fiasco tutti, avevano creato intorno a M.rs Simpson
una leggenda di inespugnabilità, simile a quella che correva intorno
a certe rocche medioevali. I belli spiriti fiorentini la dicevano
l'_immacolata_.

Naturalmente, alla prospettiva sconfortante, molti adoratori si
perdevano d'animo, chiedevano a sè stessi se M.rs Simpson non desse
pochino a fronte di quello che domandava. Altri, pur rassegnati al
grave sacrifizio, si arrestavano dinanzi ad altre difficoltà. O non
erano disposti ad abbandonare ogni loro occupazione, o non avevano la
fibra abbastanza elastica, l'umore abbastanza docile, il borsellino
abbastanza guarnito da poter menar la vita scioperata a cui li
condannava la capricciosissima Dea. Quelli che rimanevano al loro posto
dopo una così laboriosa opera di selezione potevano ben dirsi a prova
di bomba.

Così, non tenendo conto della squadra volante or più, or meno numerosa,
formata sempre di elementi variabilissimi, lo Stato Maggiore di M.rs
Simpson si componeva di sette o otto individui, di cui cinque regolari,
a ferma illimitata, e due o tre volontari, tenuti, s'intende, in una
posizione subalterna dagli altri. Solo ai cinque regolari spettava
l'appellativo di _cavalieri dell'immacolata,_ dato loro da quelli
stessi che avevano conferito il diploma di purità alla bella americana.
Erano i nobili avanzi dei primi vagheggini; avevano resistito alle
delusioni, resistito alle fatiche, abdicato alla propria personalità,
mutata la loro rivalità feroce in un'alleanza intima e sospettosa.
Tre avevano un titolo: il marchese Gino Ciriè, il conte Alessandro
Galassi Cerda, il barone Eligio de' Passeri; il quarto e il quinto,
Federico Pescina e Ugo Lucignano, appartenevano a due ricche famiglie
borghesi. A eccezione dell'ultimo, luogotenente d'artiglieria che
aveva lasciato il servizio per poter dedicarsi interamente alla dama,
erano giovinotti eleganti, _sportsmen_ che si godevano la vita e non
avevano mai avuto occupazione stabile. Pure, in origine, non eran
stupidi. Ciriè aveva avuto una certa passione per le arti, aveva
plasmato nella creta delle figurine ch'eran piaciute; Galassi era stato
un buon dilettante di musica; Pescina aveva scritto una commediola
recitata con plauso in un salotto; Lucignano era uscito con buoni punti
dall'Accademia e godeva riputazione di valente ufficiale; de' Passeri,
in mancanza di meglio, era uno schermitore famoso. Ora s'era verificato
il singolare fenomeno che M.rs Edith Simpson, donna d'ingegno pronto
e vivace, aveva in breve tempo incretinito i suoi fidi seguaci. Il
processo d'imbecillimento era durato dai due ai tre mesi. Gli antichi
commilitoni di Lucignano assicuravano, a titolo di onore, che per lui
ci fossero voluti novantanove giorni. Adesso i cinque erano ridotti
allo stesso livello, e avevano finito con l'assomigliarsi nei modi e un
poco anche nell'aspetto. In presenza di M.rs Simpson erano dell'umore
di lei, accigliati talvolta s'ell'aveva i nervi tesi, gioviali più
spesso, perch'ell'era ordinariamente gioviale. Avevano i suoi gusti,
le sue opinioni, le sue simpatie e le sue antipatie; e di queste e di
quelli si facevano risoluti campioni in qualunque crocchio, di fronte a
qualunque contradditore. Ma per lo più evitavano con gli estranei ogni
contatto non necessario. Onorati d'un incarico della dama, slanciati
in giro chi di qua chi di là o per fissarle un palco a teatro, o per
associarla a un giornale, o per raccomandare al gabinetto di Vieusseux
di mandarle presto certi libri, o per commetter dei dolci da Doney,
o per verificare se un dato cavallo avesse la coda lunga o corta,
o per qualsiasi grave motivo consimile, percorrevano la città come
aiutanti di campo che portano gli ordini d'un generale in un giorno di
battaglia; poi si davano appuntamento in qualche posto per tornarsene
in compagnia dall'Edith e riferirle l'esito dei loro uffici. Una delle
caratteristiche dei _cavalieri dell'immacolata_ era quella di tenersi
d'occhio a vicenda quanto più fosse possibile. Almeno ognuno voleva
saper sempre dove fossero gli altri. A nessuno era lecito di aver
segreti con la corporazione, sotto pena d'esser chiamato traditore.
Già, anche fuori di casa, se pur non erano tutti uniti, eran soli
di rado. Li si vedeva a due, a tre, camminar concentrati, parlar
sommessi con l'aria di cospiratori. Parlavano di lei, senza nominarla,
che non ce n'era bisogno. — Quel vestito _le_ sta a pennello. — La
nuova tappezzeria del _suo boudoir_ non fa l'effetto che si credeva.
I drappelloni son troppo pesanti. — Delle _sue_ ultime fotografie la
meglio riuscita è quella in costume d'amazzone. — _Ella_ ha pienamente
ragione di non andar per la prima dalla contessa Spingardi. Se la
contessa vuol fare la relazione, cominci lei. — Domani non abbiamo
il _lawn tennis_ perch'_ella_ deve far visite con sua madre. — Quel
contino Negretti finirà col _darle_ noia. Che cosa spera quello
scimunito?... Se non siamo riusciti noi!

Sempre intesi a sorvegliare attentamente i corteggiatori importuni
di M.rs Simpson, a difendere contro le insidie quella rigida virtù
femminile che non avevano, oimè, potuto far capitolare, i _cavalieri
dell'immacolata_ erigevano intorno a lei una barriera non facilmente
superabile. Onde, benchè M.rs Simpson non accettasse imposizioni
circa al numero e alla qualità de' suoi conoscenti e fosse gentile
con quanti le erano presentati, e li invitasse a' suoi pranzi, alle
sue cavalcate, alle sue partite di _lawn tennis_, la situazione dei
novizi si aggravava per l'ostilità dei terribili _cinque_. Non erano
mai scortesie manifeste, che M.rs Simpson non avrebbe tollerate e
che avrebbero potuto aver conseguenze spiacevoli; erano i piccoli
e sottili artifizi con cui un gruppo di persone strette in lega fra
loro fa provare agli estranei un senso d'isolamento e di malessere.
Talora, se si trattava di giovani di primo pelo, impressionabili,
nervosi, si ricorreva ai consigli, alle ammonizioni paterne. E uno
dei cinque prendeva a braccetto il povero diavolo e lo assicurava
che _già era inutile,_ che M.rs Simpson era fatta di ghiaccio e che
dell'amore non voleva saperne, che forse nessuno, essendone informato
in tempo, avrebbe consentito a dedicare a lei tutto sè stesso; ma che
l'abitudine è una seconda natura, e chi s'era lasciato ribadir questa
catena al piede non era più buono di liberarsene.... A caso vergine
però bisognava pensarci su due volte. M.rs Simpson era un portento di
bellezza, di grazia, di spirito, era un'amica impareggiabile.... Se
però uno non si contentava dell'amicizia, e a una certa età è cosa dura
il dover contentarsene, era meglio, per la propria quiete, rivolgersi
altrove.

Ora, la paternale poteva avere effetti diversi. O il galante si
lasciava persuadere e batteva pacificamente in ritirata, e il trionfo
dei cinque era completo; o dichiarava di volersi appagare dell'amicizia
di M.rs Simpson come se ne appagavano gli altri e supplicava
d'essere ammesso nella pia confraternita. In tal caso i _cavalieri
dell'immacolata_ si riunivano in conferenza segreta, e per solito
deliberavano, come minor male, di far buon viso al neofita. Ed ecco
la ragione per cui intorno ai cinque s'aggiravano sempre due o tre
volontari. È un fatto però che, fossero troppo pesanti le fatiche, o
troppo tenui i compensi, o troppo molesta la vigilanza degli anziani,
nessun volontario passava all'ufficio di regolare. Dopo sei o sette
mesi al più succedeva la diserzione.

C'era infine una terza e più temibile eventualità, quella cioè che il
giovinotto non porgesse ascolto ai savi suggerimenti, e, per mettere in
cattiva vista a M.rs Simpson i suoi cerberi, le riferisse la predica
che gli si era fatta. Allora sì l'Americana sentiva salirsi la senapa
al naso. Chiamava al proprio cospetto il troppo zelante cavaliere
e lo strapazzava senza misericordia. O che diritto avevano, lui e i
compagni, di catechizzar le persone che la frequentavano? Pretendevano
forse di averla in tutela? Non sapevano ch'ella non doveva render
conto dei fatti suoi a nessuno di loro, ch'era padrona, padronissima
d'esser di ghiaccio o di lava ardente, padrona, padronissima di sfatar
la leggenda e di pigliarsi un amante se così le piaceva? In quanto
a loro, se ci trovavano a ridire, erano liberi come l'aria; ella non
avrebbe mosso una paglia per trattenerli. E intanto guai a lui, guai
ai suoi quattro amici se usavano uno sgarbo all'individuo che aveva
la disgrazia di non incontrar i loro gusti; guai se provocavano uno
scandalo!

Queste ramanzine ricorrenti che, date a uno, dovevano servire per
cinque, mettevano lo scompiglio nel sodalizio. _Quid agendum?_ Se
l'Edith parlasse sul serio? Se si pigliasse realmente un amante? Ah
quello sarebbe stato veramente un _casus belli_, perché dopo un tiro
simile la dignità non avrebbe più permesso di rimanere in carica. E già
si agitava l'idea e si discutevano i termini d'una dimissione in massa.
Ma ognuno dei cinque guardava all'avvenire con un arcano sgomento. Che
cosa avrebbe fatto della propria vita quando gli fossero state chiuse
le porte della palazzina Simpson?

Tempeste in un bicchier d'acqua. M.rs Simpson non si pigliava un
amante; il temerario che aveva mirato tant'alto non durava molto a
disperare della vittoria e a levar l'inutile assedio.

Solo che, al chiudersi d'uno di questi incidenti, i cinque dovevano
essere preparati a tribolazioni d'altra natura, perché l'Edith
diventava per qualche settimana più nervosa, più capricciosa,
più esigente. Non era mai una sinecura quella di _cavalieri
dell'immacolata;_ figuriamoci nei periodi di crisi! Ora veniva a
Mistress Simpson la frenesia dell'equitazione. Ed eccola in sella
da mattina a sera tirandosi dietro i suoi vassalli, saltando fossi e
siepi e costringendo i disgraziati a fare altrettanto. Ora l'amazzone
si trasformava in auriga. E salita a cassetta d'uno _stage_ a quattro
cavalli vi stipava la sua corte, e giù a precipizio pei Viali e pel
Lungarno a rischio di ribaltare il legno e di arrotare i passanti che
fischiavano e urlavano con tutta la forza dei loro polmoni. O, con una
mattina indiavolata, s'impuntava a voler andar a piedi a colazione alla
sua Villa di Fiesole, e ordinava perentoriamente al manipolo de' suoi
fidi d'accompagnarla. O lì per lì, di punto in bianco, si metteva in
capo di organizzare una recita, un concerto, e non intendeva che le
si parlasse di ostacoli, e non voleva saperne d'indugi. Dal momento
ch'ella non dava limiti per la spesa, quali difficoltà ci potevano
essere? O, in fine, ell'era assalita da una pietà subitanea pei malati,
pegli indigenti, e intraprendeva un pellegrinaggio pei quartieri più
miseri, ed entrava nei tuguri, e si fermava al letto degli infermi, e
distribuiva coperte e biancheria ai vecchi e alle donne, balocchi e
dolci ai bambini, danaro a tutti. La sua bellezza ed il suo sorriso
illuminavano le povere case come un raggio di sole. Ma quelli del
corteo brontolavano. — Qui si rischia di buscarsi qualche malanno. —
Come se non si potessero mandare i soccorsi col servitore!

Di tratto in tratto, i _cavalieri dell'immacolata,_ tra il serio
ed il faceto, ricorrevano all'interposizione amichevole di donna
Mariquita. Non aveva modo di calmar l'attività febbrile di Mistress
Simpson? Non credeva anche lei che un po' di quiete le farebbe bene?...
Donna Mariquita che, per conto suo, era una persona posata, trovava
ragionevoli queste rimostranze, ma ella s'era fatta una legge di non
immischiarsi nelle cose della figliuola, e non intendeva uscire dalla
sua neutralità. Quindi, con un sorrisetto ironico, ringraziando gli
zelanti amici della loro sollecitudine, li assicurava che la salute
di M.rs Simpson non aveva nulla a temere dall'eccesso delle fatiche.
In America, da ragazza, ne aveva fatte ben altre. E anche a Livorno,
quell'estate ai bagni, non si ricordavano? Quando aveva vinto la
scommessa di nuotar per cinque ore di fila, senza mai riposarsi? Loro
la seguivano in barca e s'erano risentiti, qual più qual meno, dello
strapazzo. Ella invece non aveva avuto neppure un dolor di capo.

Le stesse cose, se uno dei cinque arrischiava una parola con lui,
diceva il dottor Brunini, il vecchio medico arzillo che M.rs Simpson
onorava della sua benevolenza e invitava sovente a desinare. —
È d'acciaio. — E soggiungeva con malizia: — Moderar la sua foga?
Impossibile.... Quell'esuberanza di vita, di forza, bisogna che
in qualche modo s'impieghi. Le altre donne hanno altri diversivi;
lei no.... Parliamoci chiaro. Il marito è in America.... Loro la
rispettano....

— Pur troppo.

— Intendono che sia rispettata?

— Sfido io.

— Già.... Del resto, se una donna vuole, non bastano gli occhi d'Argo a
custodirla.... Ma è proprio lei che non vuole.... Bizzarrie umane....
_Sic rebus stantibus,_ — conchiudeva il dottore, — credano a me, il
meglio è di lasciarle far la ginnastica.


II.

Non era passato molto tempo dacchè il dottor Brunini aveva tenuto uno
di questi discorsetti agrodolci quando un dopo pranzo, presenti donna
Mariquita, i cinque cavalieri, due volontari e tre o quattro persone
di minor conto, l'Edith slanciò con l'aria più naturale del mondo una
notizia sbalorditiva. — Fra otto o dieci giorni sarà qui mio marito.

Era il crepuscolo e non si poteva vedere il gioco delle fisonomie.
L'emozione dei cinque fu rivelata soltanto da un leggero acciottolìo
delle chicchere da cui i valorosi giovinotti stavano sorseggiando il
caffè. Successero degli _oh_ e degli _ah_ di sorpresa.

— Sì, — ripigliò M.rs Simpson, — sbarcherà domani a Liverpool.

Dopo un breve silenzio, qualcheduno insinuò timidamente:

— M.r Simpson si tratterrà certo un pezzo a Firenze?

— Non credo, — rispose la bella Americana. — Qui non ha affari.... In
Europa starà sei mesi.

Quella sera i cinque si ritirarono più presto del solito, ma fin quasi
al mattino (per fortuna era una limpida notte d'aprile) non fecero
che girar su e giù per la città accompagnandosi a casa a vicenda
e senza trovar mai la forza di staccarsi. Erano esterrefatti. Il
marito! Sicuro, si sapeva che c'era, che aveva nome Morris, che si
scambiava dodici o tredici lettere all'anno con la moglie; ma poichè
accompagnandola la prima volta a Firenze era stato forse tre giorni
e nessuno l'aveva conosciuto, poich'ella non ne parlava che a lunghi
intervalli, per incidenza, nel modo in cui si parla d'un amico e nulla
più, poichè effettivamente i due coniugi non si vedevano da tanto
tempo, era permesso supporre che fosse avvenuta tra loro una di quelle
tacite separazioni, che la ricchezza facilita, e che, pur salvando
le apparenze e non disturbando i tribunali, lasciano la reciproca
libertà. Non c'è dubbio, fino a un certo punto la visita di M.r Simpson
era conciliabile con quest'ipotesi. Un amico può visitare un'amica.
Se però egli aveva altre mire? Se, forte de' suoi diritti, voleva
tentare un ravvicinamento? Se riusciva?... La situazione di _cavalieri
dell'immacolata,_ che anche nello stato presente delle cose eccitava la
vena satirica dei maligni, minacciava di diventare intollerabile con un
marito nell'esercizio delle sue funzioni.... E non c'era mica niente da
fare.... Al padrone di casa, al legittimo consorte non si poteva mica
usar degli sgarbi, dar dei suggerimenti di prudenza e di astinenza....
Oh Dio, se l'Edith stessa avesse invocato il soccorso de' suoi campioni
non sarebbe stato lecito esitare.... quantunque, via, si rischiasse di
mettersi in un bell'imbroglio.

M.rs Simpson non aveva la più remota idea di chieder soccorso. Invece,
nella settimana, ella si servì ripetutamente de' suoi fidi per iscopi
pacifici, facendosi aiutar da loro nel mettere in assetto le tre
stanze della palazzina ch'ella destinava a Morris. Lo chiamava Morris
_tout court_. I cinque, assistiti dai volontari, mostravano la solita
docilità. Sorvegliavano l'opera dei tappezzieri, seguivano l'Edith
nei negozi di Firenze, la consigliavano negli acquisti.... Ciriè,
specialmente, col suo buon gusto artistico, era un ausiliario prezioso,
e l'Edith non gli lesinava gli elogi.

Egli, d'indole ottimista, consolava gli amici ch'erano sempre molto
abbattuti. Se M.rs Simpson avesse voluto accogliere suo marito.... come
un marito, gli avrebbe fatto allestire le stanze vicine alle sue; non
lo avrebbe collocato all'angolo opposto dell'appartamento.... Vedrete
che non accadranno guai.

Gli altri tentennavano la testa. Sarà.... Ma come persuaderne la gente?

Uno dei volontari non resistette alla paura del ridicolo e con un
pretesto abbandonò il campo.

Il giorno dell'arrivo di M.r Simpson, l'Edith dispensò il suo seguito
dall'accompagnarla alla stazione. Invitava però tutti quanti la sera a
bevere il tè da lei.

E quella sera la palazzina era inusatamente affollata. C'era il
console degli Stati Uniti con la sua signora e un paio di famiglie
americane dimoranti a Firenze; c'erano due compagni di viaggio di M.r
Simpson, americani pur essi. In quanto a lui, a M.r Simpson, era un
uomo sui trentacinqu'anni, alto, tarchiato, di fisonomia volgaruccia,
colorito in viso, senza baffi, col pizzo e i capelli rossicci. Un
_yankee_ puro sangue. E da _yankee_ genuino non parlava e non capiva
che la sua lingua, convinto che con essa si poteva girare il mondo.
Ora, dei cinque, il solo Federico Pescina aveva studiato l'inglese,
ma da quando s'era messo agli ordini dell'Edith lo aveva disimparato,
perch'ella discorreva sempre italiano e perchè non lasciava ai suoi
cavalieri nemmeno il tempo di leggere un libro. Comunque sia, toccò a
lui il compito di rappresentare la corporazione dinanzi a M.r Simpson,
ed egli non durò piccola fatica a intendere e a farsi intendere. M.r
Simpson trattò con grande cordialità Pescina e i colleghi, strinse a
tutti ripetutamente e vigorosamente la mano, accompagnando l'atto con
parole gentili e con risatine franche e spontanee. Dopo i convenevoli,
i cinque si tirarono in disparte. Pescina fu assalito di domande.

— Che cosa ha detto?

— Oh sì.... Fin che non si fa l'orecchio....

— Non hai capito nulla?

— Sì, ho capito che ci ringrazia dell'amicizia dimostrata a sua moglie.

— E tu?

— Io ho tentato di rispondere che per noi è un onore....

— Già, già.... E poi?...

— E poi non so.... Ha una pronuncia....

— Ma perchè ride?

— Oh bella.... Perchè è di buon umore.

— Non ha educazione.... Guarda com'è vestito.... Valeva la pena che
indossassimo il _frac_.

— Zitto.... È qui M.rs Simpson.

— Si cospira? — ella disse scherzosa.

Le cupe fisonomie dei cavalieri si rischiararono, il crocchio si aperse
per accoglierla.

L'Edith sorrise. — Non posso. — E soggiunse in francese: — _J'ai charge
d'âmes, ce soir_.

Con un leggero inchino s'allontanò, seguìta da un coro di esclamazioni
ammirative.

— È adorabile.

— È un angelo.

— È una Dea.

— Non c'è un uomo che la meriti.

— Come ha potuto prendersi quel marito?

Gino Ciriè ebbe di nuovo uno slancio di roseo ottimismo. — Giurerei che
fra loro non c'è stato niente, non c'è niente e non ci sarà mai niente.

— Uhm! — fece Galassi Gerda.

— Non giurare, — ammonì prudentemente Lucignano.

Ciriè insisteva. — Via, che quello non è il contegno di due sposi
giovani che si rivedono dopo cinque o sei anni.

Quest'era vero. Tra M.r e M.rs Simpson nessuna smorfia, nessuno sguardo
furtivo, nessuna parolina segreta. E in lei non si scorgeva ombra
d'emozione, di turbamento, d'inquietudine. Tranquilla e sicura ella
passava fra gl'invitati girando intorno i grandi occhi sereni, aprendo
spesso alla celia la bella bocca ridente, scotendo ogni tanto con una
leggiadra mossa del capo i riccioli d'oro che le ombravano la fronte
purissima. La madre faceva con lei un singolare contrasto. Seduta un
po' sdegnosa in un angolo, donna Mariquita pareva offesa ne' suoi nervi
delicati dall'aspetto volgare, dal vestire inelegante, dalle risate
sonore del genero; pareva trovarsi a disagio fra quelle Americane
ch'ella aveva trascurate per frequentare i crocchi aristocratici
fiorentini, e pensava con desiderio alle contesse e marchese che
l'accoglievano nei loro storici palazzoni, che la iniziavano ai loro
sodalizi, e il cui zelo cattolico infiammava di simpatia il suo vecchio
sangue spagnuolo. In mancanza di meglio, ella si sentiva attratta più
del solito verso gli adoratori della sua figliola, che almeno erano
gentiluomini, e avevano le mani bianche e sottili di chi non lavora
e i modi raffinati della società. Non erano mai stati eccessivamente
compiti con lei, non l'avevano tenuta nel conto ch'ella meritava; ma
donna Mariquita era la prima a riconoscere che chi avvicinava l'Edith
doveva perder la testa. Perciò mostrandosi quella sera disposta a
perdonare i peccatucci dei cinque, ella li incoraggiava a sedersele
accanto e discorreva loro con inusata affabilità. Essi sorbivano con
pazienza le sue tiritere, nella speranza di scavar terreno poi, d'esser
illuminati sui veri rapporti dei due coniugi, sulla durata probabile
del soggiorno di M.r Simpson, eccetera, eccetera. Donna Mariquita però
era molto riservata e discreta, e tutto quello che i suoi interlocutori
poterono sapere si fu che M.r Simpson sarebbe rimasto intanto a Firenze
una sola settimana, salvo a ritornarvi più tardi, dopo un giro sul
continente.

— Un giro d'affari?

— Credo, — rispose a bocca stretta la Spagnuola che non parlava
volentieri degli affari di suo genero e preferiva rammentare il suo
viaggio di nozze in Europa col defunto M.r Swallow, incaricato,
affermava lei, d'una missione confidenziale dal Presidente della
Repubblica. Nientemeno.

La riunione si sciolse a mezzanotte e i _cavalieri dell'immacolata_
dovettero naturalmente accommiatarsi anch'essi. L'Edith disse loro che
li aspettava il domani a colazione, e M.r Simpson, presa l'imbeccata
dalla moglie, confermò l'invito. — _O yes,_ — egli ripeteva, — _very
glad.... very glad indeed._ — E giù strette di mano da slogare un
braccio.

Per un'ora e più i nostri cinque campioni si aggirarono con occhi
intenti, con orecchie tese nei pressi della palazzina. Ma dalla
palazzina avvolta nel silenzio e nelle tenebre non partiva nessun segno
rivelatore.

E nulla si scoperse il domani, e nulla nei giorni seguenti. L'Edith
faceva gli onori di casa a suo marito come ogni signora bene educata
deve farli ad un ospite; verso i suoi cavalieri non aveva mutato modi
e contegno.

— Tu però, — dicevano i colleghi a Federico Pescina, — tu che sai
l'inglese, dovresti capire in quali acque si navighi.

— Ma che capire!... Intanto son fuori di esercizio.... E poi è una
benedetta lingua in cui tutti quanti si danno del _voi_.

— Curioso.

— Sicuro. _You,_ sempre _you,_ anche nell'espansioni della luna di
miele.

— Lei lo chiama Morris?

— Sì, e lui la chiama Edith.

— Se non avete altre prove! — saltava su, infastidito, Gino Ciriè.

Invece de' Passeri, d'ordinario taciturno, esprimeva i dubbi più
dolorosi. — Gli ha sorriso. — Gli ha posato una mano sulla spalla. —
Gli ha parlato piano. — È preoccupata. — È distratta....

— Oh finiscila, corvo dalle male nuove!

Del resto, benchè si sforzassero a dissimulare, la presenza di
M.r Simpson era come un incubo per tutti i cinque _cavalieri
dell'immacolata_. Alla fine della settimana egli partì, e.... l'incubo
rimase. Il marito lontano continuava a proiettare la sua ombra
sull'allegra palazzina. Già si sapeva ch'egli sarebbe tornato; non
era toccato un mobile, non era rimosso un ninnolo dalle sue tre stanze
gaie, eleganti, civettuole.... che parevano aspettarlo. E anch'ella,
anche l'Edith, lo aspettava. All'arrivo di Morris si doveva fare, in
gran compagnia, una gita a Vallombrosa.

A poco a poco nell'animo mite e mansueto dei cinque si sviluppava
il mal germe dell'odio contro l'impudente che poteva vantare e forse
esercitare dei diritti sulla bellissima donna. In principio s'erano
limitati a giudicarlo volgare; ora, almanaccandoci su, credevano
scoprire in lui ogni nefanda bruttura. Doveva essere violento,
ipocrita, ignorante, venale; doveva essersi arricchito con la frode e
con l'inganno.

— Come lo provocherei volentieri — borbottava de' Passeri — se non
temessi d'insudiciar la mia lama nella trippa di quel negoziante di
porci!

Poichè, cerca di qua, cerca di là, de' Passeri aveva avuto informazioni
sicure. Una parte della immensa fortuna di M.r Simpson era investita in
uno dei grandi ammazzatoi di Chicago.

Trascorse un mese durante il quale non accadde niente di notevole.
L'Edith conduceva su per giù la solita vita, disponeva secondo il
solito del tempo e dell'opera de' suoi vassalli. E pur non era più
la medesima cosa. Ella comandava senza energia; essi ubbidivano senza
slancio. I cavalieri si ostinavano a trovar cambiata la dama; la dama
trovava cambiati i cavalieri.

— Che cere da funerale! — ella esclamava talvolta impazientita.

Un giorno s'ebbero due sintomi gravi. Galassi Cerda e Lucignano,
arrivando alla palazzina verso le undici per riferire intorno a un
incarico avuto la sera prima, s'imbatterono nel dottor Brunini che ne
usciva e chiamava il suo legno, fermo all'ombra dall'altra parte del
viale. Ora, il dottor Brunini veniva spesso a pranzo da M.rs Simpson,
veniva spesso la sera a prendere il tè, ma nel corso della giornata non
veniva mai per la ragione semplicissima che la sua cliente non aveva
mai bisogno di lui. Onde fu scusabile l'emozione dei due giovinotti. —
Dottore, lei qui?... Forse che M.rs Simpson è incomodata?

— Perchè dovrebb'essere incomodata? — replicò Brunini. — Non lo sanno
che in questa casa io son medico onorario?... Passavo pel viale, e mi
son trattenuto cinque minuti.

Salì nella carrozza che si era avvicinata, e soggiunse con l'aria
paterna e scherzevole a cui gli dava diritto l'età: — Quanti conti
bisogna rendere a questi ragazzi!

Le spiegazioni del dottore tranquillarono pel momento Lucignano e
Galassi Cerda; ma quando nell'assistere alla colazione dell'Edith la
videro contentarsi di una tazza di _consommé_ e di un'ala di pollo, lei
che aveva così buon appetito, furono ripresi da un'acuta inquietudine
che non tardarono a comunicare ai compagni.

Da allora in poi l'Edith fu scrutata attentamente, ansiosamente. E si
giungeva a conclusioni non liete.

— Brunini può dir quello che vuole... _Ella_ non istà bene.

— È pallida.

— Si stanca presto.

— Ha sospeso le passeggiate a cavallo.

— Ci nasconde qualche cosa.

Nessuno osava manifestar tutto il suo pensiero, nessuno osava alludere
esplicitamente alla catastrofe temuta. Solo de' Passeri emise una
volta un grido tragico che fece correre un brivido nelle vene de' suoi
uditori. — Siamo traditi!

E col bastoncino che aveva in mano tirò un colpo a fondo contro un
nemico invisibile.

E non c'era mica modo di chiarire la verità. Chi avesse interrogato
l'Edith sulla sua salute avrebbe corso il rischio d'esser conciato pel
dì delle feste; donna Mariquita, dopo la partenza del genero, aveva
più da fare che mai con le sue contesse e marchese dell'aristocrazia
clericale e non si mostrava che alla sfuggita; la cameriera di M.rs
Simpson era inglese ed era muta come una tomba; al dottor Brunini non
valeva la pena di rivolgersi, perchè quello poteva sempre trincerarsi
dietro il segreto professionale.

Insomma quei poveri _cavalieri dell'immacolata_ menavano una vita
impossibile. Eligio de' Passeri, il più bilioso, dichiarò di aver
perduto sei chilogrammi di peso. Ciò indusse anche gli altri a
consultar la bilancia, e, fosse combinazione o no, tutti notarono, in
maggiori o minori proporzioni, lo stesso fenomeno.


III.

Ed ecco che a crescer le loro amarezze ricompariva M.r Simpson. Lo
trovarono una sera sdraiato su una poltrona del salotto di sua moglie,
con le due lunghe gambe gettate, una di qua una di là, sui braccioli.
Si ricompose, si alzò, strinse la destra ai carissimi amici. — _How do
you do?... Very glad to see you.... Very glad indeed._

L'Edith spiegò che suo marito era giunto col diretto dell'Alta Italia
senza farsi precedere nè da lettere nè da telegrammi. Ella lo credeva
ancora a Parigi. M.r Simpson pareva compiacersi seco medesimo dell'aver
avuto l'idea di questa improvvisata; rideva, si fregava le mani, dava
mille segni di contentezza. Se la sua giovialità romorosa aveva sin
dalla prima volta dato ai nervi degli adoratori dell'Edith, figuriamoci
adesso!

Peggio poi quando l'indomani si seppe che M.r Simpson era venuto a
prender sua moglie per condurla a Aix-les-Bains, ov'egli doveva fare
una cura ordinatagli dai medici di Londra per guarire da certi disturbi
di stomaco. O che ghiribizzo gli saltava in capo? Non poteva farla da
sè la sua cura? Era una sconvenienza il portar via, sia pur per poche
settimane, da Firenze l'Edith che vi si era acclimatata benissimo, che
non se n'era mossa in cinqu'anni se non per andar parte dell'estate
a Livorno e parte dell'autunno a Fiesole, che aveva bisogno della sua
indipendenza e sarebbe morta di noia in uno di quei grandi stabilimenti
ove regnano sovrani il sussiego e il pettegolezzo.

Senonchè, de' Passeri, guidato dal suo temperamento pessimista, non
credeva ai disturbi di stomaco di M.r Simpson. — M.r Simpson sta
meglio di noi, — egli diceva. — I suoi disturbi di stomaco sono un
pretesto.... I medici di Londra non gli hanno consigliato nessuna
cura.... Quest'affare di Aix-les-Bains è un affare losco... Io ci vedo
lo zampino di quel caro dottor Brunini che, del resto, è stato anche
ieri a visitar_la._ È lui che _la_ manda laggiù, e s'_ella_ ci va,
vuol dire che ha le sue ragioni.... Noi siamo la gran buona gente a
lasciarci abbindolare così.

Scosso nella sua fede, ma più calmo degli altri, Gino Ciriè
cercava di risollevare il morale dei confratelli. — Non giudichiamo
prematuramente.... Forse sono apprensioni vane.... A ogni modo in
certe faccende i sotterfugi durano poco.... Quand'_ella_ tornerà da
Aix-les-Bains avremo i dati necessari per formarci un criterio esatto
della situazione.

— E intanto — ruggiva de' Passeri — quel tanghero, quell'animale se
_la_ terrà per un mese con sè!

Senza dubbio quest'era una cosa orribile, ma come impedirla?

Il giorno della partenza un seguito numeroso accompagnò i coniugi
Simpson fino alla stazione. I _cavalieri dell'immacolata_ si
distinguevano subito per l'aria lugubre e solenne con cui invigilavano
alla consegna del bagaglio, accomodavano con le loro mani sulla
reticella del _coupé_ riservato le borse e gli scialli della dama,
esaminavano i serramenti degli sportelli. L'Edith, splendida di
bellezza nella sua _toilette_ da viaggio, era cortese con tutti,
espansiva coi suoi fidi. Raccomandava a de' Passeri e a Lucignano di
tenere in esercizio i suoi due cavalli da sella; a Pescina di riportar
al Gabinetto Vieusseux alcuni libri e di fargliene spedire degli altri
a Aix-les-Bains; a Ciriè di sollecitare l'esecuzione d'una copia da
Andrea del Sarto da lei ordinata a un pittore; a Galassi Cerda di
commetter per suo conto le ultime composizioni musicali di Sgambati; a
un volontario di recluta recente, che s'occupava di floricoltura, dava
l'incarico di sorvegliare le rose della sua villa di Fiesole. Circa
allo scrivere, non assumeva nessun impegno; in quanto a lei sarebbe
stata ben contenta di vedere i caratteri degli amici i quali avrebbero
avuto sue notizie per mezzo di sua madre che rimaneva a Firenze. Già
per la fine di luglio o pei primi d'agosto anch'ella si proponeva
d'esser in Toscana per la solita bagnatura a Livorno.

— Per la linea di Bologna si parte — gridava il capo-conduttore.

M.r Simpson si staccò dal Console degli Stati Uniti e da un gruppo
di compatrioti con cui conversava e venne a stringer la mano agli
spasimanti di sua moglie: — _Good by, good by and many thanks._

L'Edith, ormai salita in vettura, porse ancora una volta la destra
da baciare ai membri della corporazione e ripetè: — Arrivederci,
arrivederci; — poi scambiò un nuovo _good by_ con la madre.

Proprio all'ultimo momento, da una delle sale d'aspetto, sbucò
un fattorino, portando a M.rs Simpson un magnifico mazzo di fiori
offertole dai cinque cavalieri e dal volontario. Era così grande che
per introdurlo nel coupé bisognò riaprir lo sportello nonostante le
rimostranze del capo-stazione che aveva dato il segnale della partenza.

I Simpson ebbero appena il tempo di ringraziare; il treno si mosse e
scomparve. Ritti sotto la tettoia e come trasognati, gli adoratori
dell'Edith seguitarono a sventolare il fazzoletto sinchè donna
Mariquita Serenado y Fuentes, accostandosi al più titolato di loro, il
conte Galassi Cerda, gli chiese di accompagnarla alla sua carrozza.

— Ecco quello che ci resta, — borbottarono i compagni.

Lanzini, il volontario, un giovinetto di primo pelo, pianse; i
veterani, se pur non piangevano, erano in peggior stato di lui. Per
loro M.rs Simpson non era soltanto l'oggetto d'un culto fervente e
devoto; era anche un'abitudine della vita, e le abitudini, ohimè! sono
più difficili a sradicarsi delle passioni. Essere avvezzi ad andar tre,
quattro volte al giorno alla palazzina sui Viali, e non poterci andare
che di tanto in tanto a cercarvi donna Mariquita che per solito non era
in casa; essere avvezzi a seguir da per tutto l'Edith, a contemplarla
estatici, a pender dalle sue labbra, a mendicare i suoi ordini, e non
vederla più e non udir più la sua voce, e avere il vago presentimento
che quando pur ella tornasse le cose non tornerebbero come prima, era
tale supplizio da render degni di commiserazione quelli che v'erano
condannati. Ci sono ben altri dolori nel mondo, si sa; c'è la lotta per
l'esistenza, c'è la miseria, c'è la fame, c'è il freddo; e questi guai
non toccavano i _cavalieri dell'immacolata;_ ma, alla fin dei conti, la
misura del dolore è data da ciò che si soffre.

In principio fu meno male. Avevano tutti da eseguire una commissione
per M.rs Simpson e si può immaginarsi quanto zelo mettessero
nell'adempimento del loro ufficio e con che minuziosa esattezza ne
rendessero conto per iscritto alla dama. E poichè la lontananza
infonde coraggio, tutti versarono nelle loro lettere la piena
dell'animo esulcerato. Dissero delle loro giornate senza scopo, delle
loro notti insonni, del loro pensiero sempre rivolto ad un punto,
dipinsero con vivi colori la loro trepida attesa, ripeterono infine
le ardenti dichiarazioni che sugl'inizi della loro carriera avevano
infruttuosamente deposto ai piedi dell'Edith. Ella non se n'era offesa
allora e non se ne offenderebbe adesso.... e suo marito non sapeva
l'italiano.

Però i _cavalieri dell'immacolata_ si guardarono bene dal comunicarsi
a vicenda il contenuto delle loro epistole, e questo riserbo turbò
la loro intimità. Ognuno, memore di quello che aveva scritto, andò
almanaccando su quello che potevano aver scritto i colleghi; ognuno,
sperando che l'Edith rispondesse di preferenza a lui, si rodeva
all'idea che il privilegiato potess'essere un altro.

L'Edith non rispose a nessuno, e si limitò a incaricar sua madre
di dire agli amici che aveva ricevuto le loro lettere e che li
ringraziava. Donna Mariquita era parca di notizie. La sua figliuola
godeva ottima salute; Morris ritraeva molto giovamento dalla sua cura;
Aix-les-Bains era animatissima e c'erano parecchie famiglie inglesi e
americane con cui i Simpson avevano fatto relazione. Del ritorno non si
parlava.

Il silenzio serbato sopra un argomento così capitale suggerì ai
cinque un disegno temerario che fu gravemente discusso in uno dei loro
conciliaboli.

— Se uno di noi andasse a Aix-les-Bains?

— Uno?... E chi?...

— Si potrebbe sorteggiare il nome....

— No, no. Piuttosto andar tutti.

— In cinque?

— A Aix-les-Bains c'è posto.

— E se siamo accolti male?

— Pazienza. Bisogna uscire dall'incertezza.

Nondimeno si deliberò di soprassedere per pochi giorni. _Ella_ non era
assente che da tre settimane, ed era meglio aspettar che si compisse il
mese.

La discussione venne ripresa a suo tempo.

Si va? — Non si va? — Quando si va?

Fu deciso d'andare, avvisando prima donna Mariquita, ma senza fiatar
con Lanzini, il volontario.

— A proposito, — chiese Pescina, — chi di voi l'ha visto ieri, Lanzini?

— Io no, — risposero in coro gl'interrogati.

Lanzini era scomparso.

Quando i cavalieri si recarono da donna Mariquita a esporle il loro
divisamento, ella li ascoltò con un sorrisetto enigmatico; poi disse:
— Cari amici, ho piacere di poter risparmiare almeno a voi la spesa del
viaggio.

— Come?

— Sì.... I Simpson sono partiti l'altra sera per la Scozia. Ho ricevuto
or ora una lettera dall'Edith che vi nomina tutti quanti e v'invia
mille saluti.

— Possibile?

— È stata una risoluzione presa lì per lì.

— Ma.... non torna?

— Oh tornerà.... tornerà.... più tardi.... Mi duole di quel povero
Lanzini.... Non lo sapevate?.. Voleva anch'egli fare una improvvisata
alla mia figliuola e dev'essersi messo in ferrovia ieri mattina
all'alba.... Forse sarà già a Aix-les-Bains.... Ma loro ormai avranno
passato la Manica.... Basta, informerò l'Edith delle vostre buone
intenzioni. Ella ve ne sarà riconoscentissima.

Fu un colpo di fulmine pei _cavalieri dell'immacolata._ Partita per
la Scozia? In quel modo? Senza mandare una riga?... Dopo la devozione
ch'essi le avevano dimostrata? Dopo il disinteresse con cui l'avevano
servita?... Restava bensì il dubbio che l'Edith subisse una specie
di coercizione da suo marito, ma chi la conosceva stentava a credere
ch'ella fosse una vittima.

I cavalieri erano poi furibondi contro Lanzini, il volontario. Cercare
così alla chetichella di raggiunger per suo conto M.rs Simpson! Cercar
di soppiantare quelli che avevano tanti più diritti di lui!... Era una
petulanza che meritava una lezione coi fiocchi.

— La lezione gliel'amministrerò io! — gridava de' Passeri.

— Oh per quel paino non c'è bisogno d'una delle prime lame di
Firenze.... Chiunque di noi è buono.

— Pur che non le sia corso dietro fino in Iscozia....

— Dove li ha i quattrini?... È figlio di famiglia.

E invero s'ebbe prestissimo la notizia che Lanzini era reduce dalla sua
disgraziata spedizione, ch'era a letto con una febbre reumatica presa
in viaggio, e che ne avrebbe avuto per un mese. Constatati debitamente
il ritorno e la malattia, e assodato che il giovinotto non aveva vista
M.rs Simpson, i cinque abbandonarono pel momento i loro propositi
vendicativi. Avrebbero invigilato la condotta di quel signorino, ecco
tutto. E lo visitarono con tenera sollecitudine. — Che informazioni
aveva assunte ad Aix-les-Bains? — Che cosa aveva sentito dire circa ai
rapporti dei coniugi Simpson?

— Ma!... Pare che fossero rapporti ottimi.

I cavalieri fremevano. De' Passeri ripetè con voce cupa il suo grido
fatidico: — Siamo traditi.

L'Edith aveva lasciato Firenze ai primi di giugno. In settembre donna
Mariquita annunziò che andava a raggiungere i Simpson in Iscozia; forse
suo genero sarebbe partito per Nuova York; ella contava d'essere in
Toscana con la figliuola per la fine di ottobre.

Successe un nuovo periodo d'aspettativa affannosa. Verrà? Quando? In
che condizioni fisiche e morali? Che contegno si dovrà tenere verso di
_lei_ dopo questi mesi ch'_ell'_ha passati col marito? Sarà possibile
di mostrar_le_ la stessa deferenza, d'aver la stessa abnegazione? Come
rassegnarsi a esser cavalieri d'una _immacolata_ che forse non era più
_immacolata?_

I nostri valorosi campioni si logoravano il cervello nello studio di
questi gravi problemi quando una mattina capitò a ciascuno di loro una
lettera da Londra, con la soprascritta di calligrafia di M.rs Simpson.

Erano poche righe con cui l'Edith annunziava che aveva risoluto di
andar per qualche tempo in America, e che stava per imbarcarsi in
compagnia di suo marito e di sua madre. Ella si sarebbe ricordata
sempre degli amici, sperava che gli amici si sarebbero ricordati
di lei. Si riprometteva di rivederli fra non molto, giacchè era suo
proponimento di tornare entro l'anno venturo in Italia, e perciò non
dava la disdetta nè alla sua casa di Firenze nè alla sua villa di
Fiesole. Inviava coi suoi saluti quelli di Morris e di donna Mariquita.

I cinque corsero subito in traccia gli uni degli altri, con gli occhi
fuori dell'orbita, con la lettera in mano.

— Tant'era che spedisse una circolare a stampa! — essi esclamarono in
coro dopo aver notato che le cinque epistole erano uguali in tutto,
persino nelle virgole.

Eppure questa identità di trattamento contribuì a tenere unita anche
in quello scorcio d'autunno, anche nella prima parte dell'inverno,
la benemerita corporazione. Triste autunno e triste inverno. In
società, a teatro, al passeggio, ovunque i _cavalieri dell'immacolata_
si sforzassero di cercare una distrazione, essi erravano in mezzo
alla folla taciturni, meditabondi, e non avevano pace fin che non si
trovavano insieme a sfogare il comune dolore, a lagnarsi dell'offesa
comune.

Non li si canzonava apertamente, perchè li si sapeva sospettosi,
irritabili, dispostissimi a mandare i padrini a chiunque li
punzecchiasse; si rideva alle loro spalle. In un salotto qualcheduno li
chiamò _i vedovi,_ e l'epiteto fece fortuna e corse su tutte le bocche.
Un altro li rassomigliò agli azionisti d'una società anonima fallita.

— Diciamo in _moratoria,_ — insinuò uno spirito conciliante.

— Sia pure. È l'anticamera del fallimento.

Il fallimento fu dichiarato agli ultimi di gennaio allorchè la posta
recò ai _cavalieri dell'immacolata,_ entro una busta col bollo di
Nuova York, un lucido ed elegante cartoncino con queste semplici
parole litografate in inglese: _M.r e M.rs Simpson hanno l'onore di
partecipare la nascita del loro figlio Percy. — 10 Gennaio 189...._

I cinque ebbero ancora la forza di numerare i mesi sulla punta delle
dita. Il conto tornava. M.r Simpson era arrivato a Firenze nell'aprile.



IL DOTTORE “DREAMS„


Erano in otto o dieci infervorati a discorrere di spiritismo, quali
con la cieca fede di apostoli, quali negando o ridendo o stringendosi
nelle spalle. A un tratto, un signore di mezza età, che sino allora
aveva taciuto, un forestiero presentato quella sera nel crocchio sotto
il nome d'ingegnere Belliati, prese la parola per chiedere:

— Qualcheduno di loro ha conosciuto il dottor Dreams?

— No. Chi era? Un inglese?

— Inglese o americano.... forse, — rispose l'ingegnere. — Parlava
correttamente e speditamente tutte le lingue, compresa la nostra.... E
forse non era nè americano, nè inglese.... E forse quel Dreams non era
che un pseudonimo.

— _Dreams_.... sogni, — disse uno che voleva far sapere che capiva
l'inglese.

Fioccarono le domande.

— Chi era?

— Vive ancora?

— Dove?

— Era un magnetizzatore?

— O un ipnotizzatore?

— O un _medium?_

— Un po' di pazienza, — pregò l'ingegnere Belliati. — Se vive? Lo
ignoro. Cinqu'anni fa lo incontrai a Parigi.... Poi non n'ebbi più
notizia.... E non mi stupisce che qui nessuno lo abbia conosciuto
perchè in Italia fu due volte sole, da semplice _tourist_.... Che
cos'era? In fondo ignoro anche questo. Il suo biglietto da visita
portava il titolo di dottore.... Dottore in legge? In medicina? In
matematica? Chi lo sa?... Non era neanche uno spiritista nel senso
ordinario della parola. L'ho sentito io burlarsi dei _medium,_
protestar contro le puerilità dei tavolini giranti e scriventi, degli
schiaffi e dei calci somministrati all'oscuro, delle voci misteriose,
delle apparizioni grottesche, di tutto insomma quell'insieme di
fenomeni che, se fossero presi sul serio, ripiomberebbero il mondo
nelle tenebre del medio evo.... Eppure..., eppure il dottor Dreams era
un grande ipnotizzatore e un grande evocatore. Due suoi esperimenti
sono addirittura maravigliosi.

— Ella vi ha assistito?

— Ho assistito ad uno. Dell'altro ebbi la testimonianza di una persona
che ne fu protagonista e che vi ha rimesso la salute e la vita.

— Oh diavolo!... Bisogna tenersi alla larga da questo dottore.

— Racconti, racconti.

— Principierò dall'esperimento a cui ho assistito io.... un esperimento
di suggestione, d'ipnotismo.

Tutti tesero gli orecchi.

— Era a Ginevra, una sera, in un salotto pieno d'uomini e di signore
della miglior società. Il dottore Dreams, cedendo alle sollecitazioni
della padrona di casa, aveva fatto alcuni giuochi di prestigio
bellissimi. Ma era evidente che da lui si voleva qualche cosa di
diverso, qualche cosa che meglio rispondesse alla fama di taumaturgo da
cui egli era stato preceduto.... Alla padrona di casa si aggiunsero le
altre signore. — Via, non sia scompiacente.... una piccola suggestione,
una trasmissione di pensiero, una divinazione.... Lei può, se vuole. —
Il dottore si schermiva. Era stanco. Doveva andare all'albergo.... Io
credo che per mezzanotte egli avesse un appuntamento galante.... Oh sì,
quelle benedette femmine s'erano impuntigliate, e mentr'egli insisteva
per accommiatarsi, una di esse gli prese di mano il cappello e lo passò
ad un'amica perchè lo nascondesse. Visto che non c'era rimedio, il
dottore Dreams finse di acconciarsi di buona grazia all'inevitabile e
disse con un sorriso: — Vogliono aver la cortesia di seder tutti quanti
in semicerchio davanti a me? — Mentre i presenti ubbidivano, già domati
da una volontà superiore, non osando nemmeno chiedere di che specie
fosse il saggio che il dottore si accingeva a dare, egli si rivolse a
me che gli ero vicino e mi sussurrò con voce aspra: — Si pentiranno. Io
li smaschererò tutti.... Io imporrò a tutti di svelare con un gesto,
con una parola, con una frase quello ch'è in questo momento il loro
pensiero più intimo. — E soggiunse: — Lei resti pure da questa parte.
Ho piacere che vi sia un testimonio freddo e imparziale di ciò che
sta per succedere. — Erano dunque disposti in semicerchio, uomini e
donne, nell'immobilità forzata di chi _posa_ davanti al fotografo; solo
che qualche signora si ravviava macchinalmente le pieghe del vestito,
qualche uomo si arricciava la punta dei baffi. Il dottor Dreams non
disse nulla; si rizzò con tutta la persona (era già ritto prima, ma la
sua persona sembrò allungarsi e irrigidirsi) e il suo sguardo cominciò
a girar lentamente sui seduti, da destra a sinistra. Due volte girò,
e gli occhi neri e profondi, ch'io vedevo riflessi in uno specchio
appeso alla parete opposta, mandavano strani bagliori. Due volte girò,
e uno strano malessere e un'inquietudine affannosa si dipinsero sulle
fisonomie degli astanti, e un bisbiglio, come di gemiti repressi, come
di preghiere soffocate, si diffuse per la sala. — No, — volevano dire
quei gemiti, — non ci domandate questo. — Il dottore, impassibile,
sorrideva. Non dimenticherò mai quel sorriso.... Dopo una pausa di
pochi secondi, come per pregustare il suo crudele trionfo, lo sguardo
del dottor Dreams si abbassò una terza volta, una terza volta girò da
destra a sinistra, e l'indice proteso, girando anch'esso, additava di
mano in mano la vittima. Un ultimo tentativo di resistenza apparve su
quelle faccie contratte e scomposte; un ultimo gemito risonò doloroso,
poi dalle labbra invano riluttanti uscirono le parole fatali. Fu
prima una signora sui trent'anni, molto scollata, molto elegante, che
si trasse dal seno un biglietto e lo baciò e ribaciò, sospirando: —
Caro amor mio. — Seguì un signore dalle fedine bianche, dall'aria
diplomatica che borbottò rabbiosamente: — Hanno osato di preferir
quell'asino a me. — Seppi il giorno dopo che si trattava di un'elezione
accademica e che l'asino era il nostro ospite. Venne terza una matrona
assai decorosa, la quale disse: — Bisogna deciderlo a far testamento. —
L'individuo che si voleva persuadere a far testamento (mi si raccontò
l'indomani) era il cognato della matrona. Una sposa che le sedeva
allato pronunziò con terrore una frase sibillina: — Se Carlo potesse
immaginarselo! — Carlo era il marito. Una vecchia tinta e aggrinzita,
con un collare di diamanti che le scintillava sul petto floscio, ebbe
un grido dell'anima: — Sì, ti pagherò le cambiali, farò quello che
vuoi, pur che tu non mi abbandoni. — Un banchiere si rivolse anch'egli
a un interlocutore invisibile. — Lasciati far la corte dal ministro.
Ciò mi servirà a ottenere la preferenza in quell'emissione. — Ma una
delle uscite più sbalorditive fu quella di un pastore evangelico,
tenuto in gran conto pel fervore della sua pietà e per la purezza de'
suoi costumi. — Susanna, noi viviamo nel peccato, il Signore ci punirà.
— Certo che non tutti, parlando, tradivano un segreto colpevole. Una
madre giovine evocò la cuna del suo bambino. — Il mio angelo dorme.
Non vedo l'ora d'essergli accanto. — Due fidanzati profferirono con
tenerezza infinita due nomi; egli il nome di lei, ella il nome di lui.
E vi fu anche la nota comica, data dal padrone di casa, un personaggio
goffo e melenso. — Che seccatura questi ricevimenti!... — In complesso
però che cumulo di bassezze, di ridicolaggini, di vergogne! Che
spiraglio aperto nel cuore umano, che colpo terribile assestato ai
partigiani della sincerità ad ogni costo! Ma, secondo me, una delle
cose più caratteristiche della serata fu questa. Le parole che via
via si sprigionavano dalla bocca di quelli ipnotizzati colpivano per
lo più qualcheduno dei presenti. C'erano mariti che raccoglievano
dalle mogli stesse la confessione dell'adulterio, c'erano mogli fatte
sicure dell'infedeltà dei mariti; c'erano cavalieri d'industria a cui
si gettava in faccia l'accusa degli amori venali, e altri a cui si
rivelava d'improvviso un'insidia domestica; e altri a cui, di dove meno
potevano attendersela, era slanciata un'ingiuria. Eppur, sulle prime,
nessuno parve accorgersi delle offese, nessuno rivelò le provocazioni;
più che per quello che avevano udito erano tutti turbati, sgomenti per
quello che avevano detto, per le nudità morali che avevano lasciato
vedere. Lo scandalo scoppiò il giorno dopo. E insieme con lo scandalo
vi fu un'esplosione di collera contro il dottore Dreams che forse
avrebbe dovuto pagar caro il tiro che aveva fatto.... Ma il dottore
Dreams era partito fin dalla mattina.

A questo punto l'ingegnere Belliati tracannò un bicchier d'acqua, e
molti manifestarono il desiderio di commentare la sua narrazione,
di chiedergli degli schiarimenti, di discuter con lui la natura
dell'avvenimento singolare ond'egli affermava d'esser stato testimonio.

— Aspettino, — egli disse, — aspettino di sentire il secondo fatto,
che, s'io non m'inganno, è molto più inesplicabile del primo. Poichè,
a rigore, noi possiamo ammettere l'esistenza d'individui dotati d'una
forza magnetica eccezionale che disarmi la volontà, che paralizzi
momentaneamente quei freni per mezzo dei quali l'uomo governa i
proprii istinti. A ciò s'era limitata quella sera, a Ginevra, l'azione
del dottore Dreams. Probabilmente egli non sapeva quello che i suoi
pazienti avrebbero detto. Sapeva che uno il quale non sia più in grado
di sindacar sè medesimo dirà a voce alta molte cose che non vorrebbe
dire nemmeno a voce bassa.... Quello che il nostro intelletto non sa
concepire è la virtù di evocare gli esseri scomparsi....

— Perchè? Perchè? — interruppe uno spiritista fanatico. — È questo
appunto il vanto maggiore della nostra scienza.

— Scienza?, — borbottò l'ingegnere tentennando il capo. — O non
piuttosto negazione della scienza?... Del resto, io mi son espresso
male.... Nel fatto a cui alludo non c'è stata una vera evocazione di
morti. C'è stato di più.

Un _uh_ d'incredulità accolse l'audace paradosso.

— Giudicheranno loro, — riprese Belliati. — Il fatto accadde a
Bruxelles, e anche allora il dottor Dreams deve, come sempre, aver
agito a malincuore.... Conoscendo le sue facoltà straordinarie,
egli teme di abusarne. Sa che, spesso, dove tocca schiaccia. In
quell'occasione gli schiacciati furono due uomini già sul limitare
della vecchiaia ma ancor sani e robusti, due personaggi d'alto affare,
che per la comodità del racconto lo distinguerò con due nomi, poco
importa se reali o no, il senatore Giulio Charron, il consigliere di
cassazione Edoardo Mareuil. Sembra che questi signori avessero dato
pulitamente del ciarlatano al dottore. Egli li pregò di non metterlo
al punto di provar loro quanto s'ingannavano. Essi lo sfidarono.
Presenterò loro qualcheduno, — egli disse con calma. — Un morto? — Sì
e no. — Come? — Vedranno.... A ogni modo i presentati saranno due. —
E quando? — Oggi, domani, a loro scelta. — Nelle tenebre della notte?
— Oh no, di pieno giorno. — E dove? — Dove credono; nel mio albergo, a
casa d'uno di loro, per la strada. — Il senatore e il consigliere non
vollero mostrarsi pusillanimi e risposero: — Sia per domani, al suo
albergo, alle due pomeridiane. — Siamo intesi. — Puntuali al convegno,
il Charron e il Mareuil furono introdotti da un cameriere dell'albergo
in un elegante salotto ove il dottor Dreams li accolse con grande
cortesia. Quel salotto i due visitatori lo conoscevano; c'erano stati
altre volte a salutarvi dei forestieri e non vi trovarono nulla di
mutato, nulla che potesse servire alle arti di ciurmatore. Ed ecco che,
appena v'ebbero preso posto, videro entrare per l'uscio di mezzo, non
introdotti da anima viva, due giovinetti imberbi, ai quali non darò
adesso alcun nome. Mi limiterò a dire che l'uno era biondo e l'altro
bruno. Potevano avere vent'anni al più, erano tutti e due di bella
presenza, avevano l'aspetto di due studenti. Non c'era in essi nulla
di strano, fuor che nel vestito che pareva tagliato sopra un figurino
antico. Strinsero la mano al dottore, chinarono la testa agli estranei,
e a un cenno del Dreams sedettero, il biondo di fronte al Charron,
il bruno di fronte al Mareuil. I due vecchi erano già profondamente
turbati, pallidissimi in viso. Chi erano quei giovinetti, l'uno dei
quali, il biondo, destava una vaga, lontana reminiscenza nell'animo
del Charron, l'altro, il bruno, produceva un effetto consimile nel
Mareuil? Chi erano? E perchè il dottor Dreams non li presentava? Il
senatore e il consigliere di cassazione si voltarono verso il dottore
per chiederglielo, ma non ebbero il coraggio di formular la domanda.
Egli era ritto in mezzo alla stanza, con le braccia incrociate sul
petto, con lo sguardo fisso e dominatore; era il muto padrone di
quegli spiriti e di quelle coscienze. Egli non voleva che pel momento i
quattro uomini si dicessero il loro nome, e non se lo dissero; voleva
che parlassero fra loro, e parlarono. Parlarono quasi sempre a due
a due, il Charron col giovine biondo, il Mareuil col giovine bruno.
Parlarono d'ogni argomento: di religione, di filosofia, di letteratura,
di politica, d'arte, avendo, di tratto in tratto, qualche slancio
di simpatia vicendevole, ma in fondo non riuscendo ad intendersi nè
in politica, nè in arte, nè in letteratura, nè in religione, nè in
filosofia. Ed era un dissidio più grave di quello che la differenza
di circa mezzo secolo d'età non bastasse a spiegare. Poichè, quando si
tratta di contemporanei, i vecchi esercitano un'influenza sui giovani,
i giovani sui vecchi. Qui invece era il dissidio fra uomini di tempi
diversi, come sarebbe se uno morto verso il 1848 fosse rievocato
improvvisamente dalla tomba e chiamato a discutere nel 1898. A un certo
punto il dottore disse: — E perchè non si scambiano i loro biglietti da
visita? — Quelli ubbidirono. — Oh! — fecero i giovani con un gesto di
maraviglia, dando un'occhiata ai biglietti dei loro interlocutori. Ma
i due vecchi sentirono drizzarsi i capelli in testa, sentirono gelarsi
il sangue nelle vene, mentre stringevano fra le dita tremanti i due
cartoncini, ingialliti agli orli. Su quello del giovine biondo era
scritto: — _Giulio Charron, dell'Università di Gand._ — Tali erano i
biglietti del senatore quand'era studente. Su quello del giovine bruno
si leggeva: — _Edoardo Gastone Mareuil._ — Edoardo Gastone! Il Mareuil
era effettivamente Edoardo Gastone, ma da una quarantina d'anni non
si faceva chiamar che Edoardo. Con le pupille fuori dell'orbita, con
la voce rauca dall'emozione, il senatore ed il consigliere gridarono:
— Qui si usurpano i nostri nomi. — Il dottore accennò con la mano: —
Calma, calma, signori. Non precipitino i giudizi. — E rivoltosi agli
studenti: — Tocca a loro, — soggiunse, — di provare che non hanno
usurpato nulla. — Indi, ai due vecchi contraffatti, sbigottiti, il
giovine biondo e il giovine bruno favellarono della casa paterna,
della famiglia lieta e numerosa, ricordarono atti, gesti, parole
di cari defunti, ricordarono i chiassi dell'infanzia, le scappate
dell'adolescenza, le birichinate della scuola, ricordarono i primi
dolori e i primi amori; tutto ciò insomma che nessun estraneo poteva
sapere, ch'essi medesimi, i vecchi, avevano in gran parte dimenticato,
e che oggi, per virtù di quella evocazione portentosa, riprendeva
forma e rilievo nella loro memoria. Ma come? Ma come? Chi erano quei
giovani? Erano loro stessi in un passato remoto? Erano loro stessi, e
non s'erano riconosciuti, e, discutendo, non avevano avuto un'opinione
comune?... Quale assurdità! Può l'individuo sdoppiarsi? Può, avanzando
nella vita, lasciar dietro di sè un altro individuo che un giorno gli
si riaffacci dinanzi?... E se non erano loro stessi, chi erano quei
due giovani che sapevano _tutto?_... Con crescente terrore il Charron
e il Mareuil fissavano i due esseri misteriosi.... sul petto del
biondo brillava uno spillo d'ametista, dall'orologio del bruno pendeva
un ciondolo d'oro in cui erano incastonate due piccole perle. Ma il
Charron aveva portato quello spillo; ma il Mareuil aveva portato quel
ciondolo; poi lo spillo era stato perduto al giuoco, il ciondolo era
stato smarrito.... Era troppo.... Lenta lenta una nebbia si calò sugli
occhi dei due vecchi; e in quella nebbia essi vedevano a poco a poco
dileguarsi l'apparizione. S'allontanavano i giovani con un'espressione
d'infinita malinconia. Pareva ch'essi dicessero: — Eravamo belli e
forti, eravamo pieni di baldanza e di fede, e siamo diventati così! —
Allorchè il senatore e il consigliere si risentirono, essi stringevano
ancora fra le mani i biglietti da visita.... Quei biglietti non erano
stampati in nessuna litografia della città; i due studenti, come non
erano stati visti entrar nell'albergo, così non erano stati visti
uscire. Nessuno li incontrò mai più, nessuno n'ebbe notizia. Il dottor
Dreams lasciò Bruxelles nello stesso giorno. Il senatore Charron,
precipitato di colpo nella decrepitezza e nell'imbecillimento, vegeta,
credo, tuttora in una villa presso Liegi. Il consigliere Mareuil, più
gagliardo, più energico, fece ogni tentativo possibile per chiarir la
strana avventura ch'egli narrava a tutti e narrò anche a me. Viaggiò,
cercò inutilmente il dottor Dreams. Alla fine quel pensiero assiduo,
tormentoso, sconvolse la sua ragione, e, dopo alcuni mesi passati in
una casa di salute, morì.

L'ingegnere Belliati si alzò in piedi. Quelli che lo avevano ascoltato
con attenzione intensa chiesero ansiosamente:

— E il dottore, il dottore?

— L'ho detto prima. Non se ne sa nuova. Si sarà cambiato nome. Sarà
tornato in Inghilterra, in America.... Sarà morto.... I taumaturghi non
son mica immortali.... Buona notte, signori.

— Come? Se ne va?

— Sì. Chiedo licenza.... Ho qualche lettera da scrivere.

Non ci fu modo di trattenerlo.

— Che sia possibile?, — chiese qualcheduno alludendo alle cose narrate
dall'ingegnere.

— E se fosse tutto un parto della sua fantasia?

— Chi è poi questo signore?... Chi ce lo ha presentato?

— Ce lo ha presentato Ugo Vertioli, che se ne andò subito con la scusa
di una seduta.

Quella notte il crocchio non si sciolse che verso le due.

La sera dopo si domandò a Ugo Vertioli:

— Dov'è il tuo amico?

— Quale amico?... Ah, l'ingegnere Belliati.... Fu chiamato da un
telegramma a Bologna.... Del resto, non è mio amico.... Ci siamo
conosciuti in viaggio.

— Sai ch'egli ci empì la testa di storie meravigliose?

— Davvero?

— Sì.... E dice con gran serietà delle cose incredibili.

Uno borbottò:

— Già partito!... Ha le abitudini del dottor Dreams.

— E se fosse lui stesso il dottor Dreams?, — soggiunse un altro.

Si protestò vivamente. Quel nome faceva una singolare impressione a
tutti.

— Ma insomma, — domandò Vertioli, — che cosa c'entra il dottor Dreams?
Chi è?

— Come? L'ingegner Belliati non te ne ha mai parlato?

— Mai.

Allora il più eloquente della compagnia s'accinse a ripetere il
racconto fantastico dell'ingegnere.

— Volete saper la mia opinione?, — disse alla fine Vertioli. — Io
giurerei ch'è una storia inventata di sana pianta da Belliati, il quale
ha voluto ridere alle vostre spalle.



ASSOLTO


I.

La gran giornata, la giornata attesa e temuta, era giunta. Da quasi un
anno durava il processo, un processo d'amministratori di Banche; da tre
mesi i nove imputati erano in berlina dinanzi al giurì, dinanzi alla
Corte, dinanzi a una folla curiosa, petulante, irrequieta. La lettura
dell'atto d'accusa aveva assorbito due intere sedute; poi c'erano stati
gl'interrogatori lunghi e minuziosi degli accusati; poi le deposizioni
di oltre a cento testimoni; poi i rapporti dei periti. Finalmente eran
cominciate le arringhe; arringhe della Procura del Re, della parte
civile, degli avvocati difensori, repliche, controrepliche, ecc. Un
fiume di parole aveva inondato l'aula delle Assise, aveva travolto
le deboli barriere dietro a cui si riparava il senso comune di quelli
che dovevano pronunciare il verdetto. Le questioni più semplici erano
andate via via ingarbugliandosi, le responsabilità più manifeste
apparivano dubbie, il sofisma trionfava.

E quale mutamento nell'opinione pubblica! L'opinione pubblica, si
può dire, aveva imposto gli arresti; in omaggio a lei s'era negata la
libertà provvisoria ai presunti colpevoli; era un coro d'imprecazioni
contro questi malfattori in guanti gialli che s'erano arricchiti a
spese dei gonzi, che, col loro lusso inverecondo, avevano insultato
alla miseria del povero. Dieci, quindici anni di galera non bastavano,
in quello scoppio dell'ira popolare, a saldar tanti misfatti. Ma,
dei nove complici, colui ch'era segno alle maggiori contumelie,
colui che si sarebbe voluto veder colpito con maggior rigore, era il
cavalier Michele Albissola, l'uomo che, giovine ancora, era riuscito
a imporsi al paese, l'uomo indispensabile, consigliere del Comune,
della Provincia, della Camera di Commercio, preconizzato deputato alle
prossime elezioni, l'anima infine del grande Istituto di credito la cui
caduta aveva portato la rovina di centinaia e centinaia di famiglie.
Lo si attaccava con la violenza medesima con cui lo si era esaltato. Il
nome onorevole, reso caro all'Italia da tre generazioni di patrioti, la
bella presenza, l'ingegno vivace, l'energia indomita, la parola facile
e persuasiva, l'ospitalità signorile, tutte insomma le qualità naturali
o acquisite che lo avevano aiutato a salire cospiravano ad aizzargli
contro gli animi. Senza di quelle, egli non avrebbe potuto nascondere
per tanto tempo i suoi fini tortuosi. Che più? Anzichè disarmare,
esacerbava le collere il pensiero della moglie giovine, avvenente,
virtuosa; dei tre bambini, tre amori, citati a modello d'eleganza e
di grazia. Tutto la fortuna aveva dato a quell'uomo, e di tutto egli
si era servito per ingannare. Era ben tempo ch'egli pagasse. Il santo
e legittimo sdegno che infiamma i buoni contro i perversi e il basso
livore che rode i cuori piccini s'univano per gridar la croce addosso
a Michele Albissola, per invocar sul suo capo una punizione esemplare.

Ma anche prima del dibattimento, durante il lungo periodo
dell'istruttoria, questi furori erano sbolliti. Non che la scoperta
di fatti ignorati fosse venuta a toglier gravità alle imputazioni
precedenti. I fatti rimanevano tali e quali, ammessi in parte
dall'Albissola e da' suoi compagni, e ce n'era più del bisogno per
imprimer sul fronte degli accusati il marchio di amministratori
cinicamente infedeli. Ma nuovi e maggiori scandali avevano nel
frattempo afflitto l'Italia, e un'idea, prima timida e dubitosa, poi
risoluta ed audace, s'era fatta strada nelle coscienze: l'idea che in
ogni processo, oltre a coloro che la legge traeva dietro la sbarra,
ci fossero altri rei misteriosi, invisibili, che il giudice non osava,
non sapeva, non poteva forse colpire; che vi fosse nell'ambiente, nei
costumi, nell'ora, qualcosa di viziato e corrotto in cui si smarrivano
le responsabilità personali. Il patrocinatore dell'Albissola,
l'avvocato e deputato Ferruccio Maggesi, una delle illustrazioni del
foro italiano, aveva capito subito quale, nel momento critico che
si attraversava, fosse la linea di condotta più savia, quale il più
savio linguaggio da tenere ai giurati. E valendosi della sua autorità
aveva fatto accettare il suo criterio direttivo ai colleghi, onde le
varie difese, anzichè rivolte a distruggersi a vicenda come avviene
sovente, parvero converger tutte ad un fine. Una frase sfuggita a uno
del giurì dopo lo splendido discorso del Maggesi lasciò intraveder
le disposizioni d'animo dei dodici cittadini ch'erano arbitri del
processo. — È un gran mondo di canaglie, — disse quel rispettabile
salumaio. — O si fa un _repulisti_ generale, o è inutile prendersela
con dei disgraziati che non son peggiori degli altri.

Nonostante questa indiscrezione, ancora l'ultimo giorno del
dibattimento i pareri sull'esito erano molto divisi.

— Li condannano.

— Io dico che li assolvono.

— Albissola no sicuramente.

— Anche Albissola.

— S'è lui che teneva tutti i fili in mano?

— Non importa.... Scommettiamo.

— Assolto? Albissola? È impossibile....

— Eh lo so.... A dirlo undici mesi fa c'era da farsi lapidare....
Basta, di qui a poco si vedrà chi ha ragione.

Quando il campanello annunziò che i giurati stavano per rientrare
nell'aula gli orologi suonavano le dieci.


II.

Già da più ore Virginia Albissola aspettava il verdetto che doveva
decider della sorte di suo marito. Alle sei, dopo che suo cognato era
venuto a dirle che secondo ogni probabilità le cose avrebbero tirato
in lungo, ell'aveva, come il solito, mandato a Michele il desinare
in prigione; indi, cedendo alle istanze di sua madre e d'un'amica
d'infanzia che le tenevano compagnia, s'era indotta a sedere a tavola,
ma non aveva preso che poche cucchiaiate di brodo. Adesso era ancora
nel salotto da pranzo con la faccia tra le mani, coi gomiti sulla
tavola sparecchiata; immobile quasi, se, ogni tanto, la sua persona non
avesse come vibrato per un fremito che le correva tutte le membra.

La madre e l'amica avevano tentato più volte di scuoterla, d'intavolare
una conversazione purchessia; visti riuscire inutili i loro sforzi,
tacevano anch'esse, scambiandosi, di tratto in tratto, un'occhiata, o
sfogliando macchinalmente una gazzetta, o regolando il lume a _carcel_
che andava soggetto ad ecclissi parziali.

Adagio adagio un uscio s'aperse e la Luisa, la cameriera, spinse la
testa fra i due battenti.

La signora Virginia balzò in sussulto, pallidissima:

— Che c'è?... È venuto qualcuno?... Gustavo?

Gustavo era il cognato che si trovava alle Assise.

— Nossignora; — rispose la cameriera. — È Carlino che s'è svegliato e
vuole alzarsi a tutti i costi.

— Provo io a chetarlo, se credi; — disse, alzandosi in piedi, la
signora Clara, la madre, ch'era una donna sulla sessantina, assai
vegeta e fresca.

— No, no; — dichiarò risolutamente la Virginia. — Vado io stessa. Mi
farà bene movermi un poco.

E s'avviò con passo fermo.

— Quel Carlino è così nervoso; — riprese la signora Clara, rivolgendosi
alla Bianca Dorelli, l'amica della Virginia, moglie d'un impiegato di
assicurazioni.

— Come somiglia al suo babbo! — osservò la Bianca.

— Non pei nervi, però; — ribattè l'altra. — Da questo lato tiene
piuttosto dalla mamma.... Oh pel resto sì.... Pel fisico, per
l'intelligenza, pel carattere....

— È un ragazzo precoce.... Perchè non ha che ott'anni e mezzo, mi pare.

— Appunto.... Saranno presto dieci anni dacchè la Virginia s'è
sposata.... Ma!.... Quanta ragione aveva il mio povero Luigi di non
veder di buon occhio questo matrimonio!

— È stata la Virginia?

— È stata proprio lei a volerlo.... Io l'ho secondata, e me ne pento.

— Fammi indovino e ti farò profeta; — disse la Dorelli.

— Ella n'era innamorata perdutamente; — continuò la signora Clara,
abbassando la voce. — E anch'io, lo confesso, subivo il fascino di quel
giovine di bell'aspetto, pieno di facondia, d'ingegno, d'attività....
Inoltre un nome rispettabile, una buona condizione economica.... Dio
mio, con la difficoltà che c'è in questi tempi a maritar le figliuole!

— Cara signora, non deve aver rimorsi.... Tutti invidiavano la
Virginia.... E dopo il matrimonio più ancora di prima....

La signora Clara tentennò la testa.

— In quanto a me, non ho tardato molto ad accorgermi dello sproposito
commesso.... Gli affari di mio genero navigavano col vento in poppa, la
Virginia poteva levarsi qualunque capriccio, ma.... zitto.... È qui che
viene.

La Virginia si lasciò cader sul divano.

— Quel Carlino mi fa disperare.... Figuratevi che pretendeva ch'io
lo mandassi col servitore alla Corte d'Assise! Già sapete che scena
ha fatto oggi perchè Gustavo non lo ha preso con sè.... Ora, a furia
di suppliche, l'ho indotto a rimanere a letto mezzo vestito con la
promessa che se giunge il suo babbo lo chiamo subito, e che, _in ogni
caso_, vado a portargli le notizie, e se mai dormisse, lo sveglio.

— Un bambino di ott'anni e mezzo, pare impossibile! — esclamò la
signora Clara con tenerezza di nonna. — Lui ha capito tutto, lui ha
seguito tutto il processo....

— Ha un'adorazione pel suo papà; — notò la Dorelli.

— Anzi non vuol bene ad altri; — disse la Virginia con una intonazione
amara.

— Che idee!

— È positivo; — seguitò l'Albissola con lo stesso accento. — Già il suo
papà lo secondava in tutto.... La fatica che ho durato in quest'anno
per moderarlo!... Non deve veder l'ora di liberarsi dalla mia tirannia.

Ripiombò per poco nel suo mutismo; quindi, scattando di nuovo, proruppe:

— E non si sa nulla.... Non capita nessuno, nè mio cognato, nè Dorelli,
nè Malerotti, nè Dal Torso.... nessuno.

— È meglio che aspettino sino all'ultimo; — replicò la signora Dorelli.
— Speriamo che i giurati non ci faranno rimanere in pene tutta la
notte.

— Oh Dio, Dio, che supplizio! — gemette la Virginia.

La signora Clara posò una mano sulla spalla della figliuola:

— Pazienza!

— Oh mamma, — rispose la Virginia, — tu non puoi accusarmi di non
averne avuta, di non averne della pazienza.... Ma è un anno che soffro
tutti i martirii.... è un anno che vedo il nostro nome vituperato,
che non posso uscir di casa senza che mi segnino a dito, un anno che,
tranne con te, con la Bianca e con qualche altra amica, devo misurar
le mie parole, i miei gesti, le mie lacrime, i miei sorrisi.... Persino
davanti i miei figliuoli sono costretta a pesare ogni frase.... persino
in loro.... almeno in Carlino.... mi sembra d'aver dei giudici che mi
leggano in cuore....

— Via, son sogni tuoi....

— Oh, quest'è il meno.... Il terribile è la macchia sul nostro
onore.... Oh povero papà mio, come hai fatto bene a morire!... Se ti
fosse toccata un'umiliazione simile!

Singhiozzando, la Virginia abbandonò la testa sul petto.

— Ecco una delle sue crisi adesso; — disse la madre. E prendeva sulla
mensola la bottiglia dell'acqua di Melissa.

— Su, Virginia, — diceva intanto la Bianca Dorelli, — non ti smarrire
d'animo vicino al porto.... Ho il presentimento che tutto finirà
bene.... Mi assicurava Vittorio che anche i più ostili sono stati
scossi dall'arringa di Maggesi.

— Oh, gli avvocati! — borbottò l'Albissola.

— E quando te lo avranno assolto come ne ho fede, — ripigliò la Dorelli
senza badare all'interruzione, — non ci sarà più da discorrer di
macchie sull'onore.

— Tu credi? — domandò la Virginia, rialzando il viso con una strana
espressione negli occhi.

Ma non soggiunse altro.

Invece, rivoltasi alla madre che le si avvicinava per porgerle il
calmante:

— No, grazie, — le disse, — è passato.


III.

Una violenta scampanellata, uno sbatacchiar d'usci, un rumore di passi.
Erano le dieci e pochi minuti.

— Signora Albissola! Signora Virginia! Assolto! Assolti tutti! —
urlò dal di fuori Vittorio Dorelli che veniva trafelato dalla Corte
d'Assise.

La Virginia, pallidissima, si slanciò nell'andito e gli tese ambe le
mani. — È proprio vero?... Assolto?

— Diamine! Ho sentito coi miei orecchi. E ho voluto essere il primo a
dar la notizia!... Avevo giù la mia bicicletta, e via come un fulmine,
a rischio di farmi mettere in contravvenzione.

— Grazie....

— Suo cognato, — proseguì Dorelli reggendo la signora Virginia ed
entrando con lei in salotto da pranzo, — Dal Torso, Malerotti e tanti
altri amici son rimasti ad attendere il signor Michele.

— Ma non è libero?

— Sì ch'è libero.... Però c'è qualche piccola formalità, qualche carta
da sottoscrivere.... Sarà qui fra un quarto d'ora, fra venti minuti.

E Dorelli continuava rispondendo a sua moglie e alla signora Clara che
lo tempestavano di domande: — Assolti tutti nove. Non l'ho detto?...
Se c'era gente nell'aula?... Altro che gente.... Una folla.... E quanti
applausi!

— Hanno applaudito?

— Con entusiasmo.... Non mi meraviglierei se facessero una
dimostrazione sotto le finestre....

— No, — gridò con una specie di terrore la Virginia Albissola. — No,
per carità, nessuna dimostrazione.... Me la ricordo quella dell'anno
passato....

— Ma questa scancellerebbe la memoria di quella.

— No, Dorelli, no, — riprese la Virginia giungendo le mani in atto
supplichevole. — Procuri che ci lascino tranquilli....

— Da me non dipende, — rispose Dorelli alquanto confuso. — Già è
tardi.... credo che non faranno niente.

— Oh la pace, la pace.... Non chiedo altro al Signore.

— Egli ti esaudirà, spero, — disse la signora Clara. — Intanto t'ha
esaudita rendendoti tuo marito.... Su, su, Virginia; Michele non può
tardare.... Prepàrati a riceverlo con un viso allegro.... E voi altri,
— soggiunse indirizzandosi alla servitù che la gran notizia aveva
richiamata in salotto, — voialtri non istate qui incantati.... Lesti.
Voi, Giovanni, apparecchiate la tavola.... E voi, cuoca, in cucina....
Il padrone avrà bisogno di qualche cosa.... Del brodo ce n'è?...
Sì.... E c'è poi tanta roba avanzata da oggi.... Avrai fame anche tu.
Virginia....

— Oh, io no....

— Se non hai preso quasi nulla in tutta la giornata? — osservò la
Bianca Dorelli.

— È inutile, non posso....

— Ti proverai.

— Ehi, Luisa, — ripigliò la signora Clara, — la camera, di là, è pronta?

— Sissignora.

— Ah! — esclamò la Virginia. — Ci siamo dimenticati di Carlino.... Gli
avevo promesso di avvertirlo....

— Forse dorme.... Lo sveglierà il suo papà.... Già Michele vorrà
vederli tutti e tre i suoi bambini. La Olga e Giorgetto saranno con gli
angioli.

La cameriera fece un segno affermativo col capo.

— In ogni modo, — le ordinò la signora Clara, — salite piano un momento
e sappiateci dire se Carlino si muove.

La Virginia guardava con riconoscenza sua madre che la liberava dalle
cure di padrona di casa; guardava con ammirazione quella donnetta
di circa sessant'anni, che nonostante i molti dolori sofferti (aveva
perduto in gioventù due figliuoli e recentemente un marito adorato)
conservava intatta la serenità dell'umore e la vigoria della fibra.
Ella, la Virginia, si sentiva così vecchia, così stanca, così
accasciata!

La signora Clara accostò la mano all'orecchio e si mise in ascolto.

— Che c'è? — dissero a una voce la Virginia e i Dorelli. — Son qui?

— No, è disopra.... È Carlino.... Sicuro è Carlino che strepita....
Eccolo che fa la scala in due salti.

E il bimbo si precipitò nel salotto in maniche di camicia, con la
faccia accesa, coi capelli arruffati, con le scarpe slacciate, coi
calzoncini cascanti.

La Luisa si sfiatava a urlargli dietro: — Ma aspetti.... Ma prenda la
roba.

Carlino non le badava neppure, e gridava: — Il babbo, dov'è il mio
babbo?... Voglio il babbo, io....

La mamma, la nonna, la signora Dorelli gli furono attorno per
quietarlo. — Viene il babbo, or ora.... Sì, bambino, è libero.... Viene
con lo zio Gustavo.

— Mi ha sentita sul pianerottolo, — spiegò la cameriera che aveva
sul braccio una parte degli indumenti del ragazzo. — È balzato dal
letto.... Ha voluto sapere.... La fatica che ho durato a fargli infilar
i calzoni!...

— Cattiva mamma, cattiva, — borbottò Carlino, e un lampo d'ira gli
passò negli occhi fieri e bellissimi. — M'avevi promesso di avvisarmi
subito.... Cattiva!

— Zitto là, — intimò la signora Clara, chiudendogli con una mano
la bocca, mentre con l'altra gli ravviava i capelli bruni, folti e
ricciuti.

Intanto la Virginia e la Bianca, aiutate dalla Luisa, gli passavano la
giacchetta, gli allacciavano i calzoni e le scarpe.

La signora Clara sorrise. — Tutti al servizio di questo gran
personaggio.

Seguendo una sua idea fissa, Carlino lasciava fare, divenuto ormai
mansueto, almeno nelle apparenze. Però quando la sua _toilette_ fu
compiuta si svincolò bruscamente, e col suo piglio imperioso: — Luisa,
— disse, — vammi a prendere tosto il cappello.

Fu una meraviglia generale. Il cappello? Perchè?

— Voglio uscire. Voglio andare incontro al babbo.... Luisa, ubbidisci!

— Ts, ts, ts, — fece la nonna. — Guarda chi comanda.... Un ometto alto
così!

— Il cappello! Il cappello! — strillava Carlino, pestando i piedi. —
Se no, vado a capo scoperto.... E vado anche solo.... Ma già il signor
Vittorio mi accompagna, non è vero?

— Io?

La Virginia intervenne. — Non gli dia retta, Dorelli.

E prese il figliuolo per un braccio. — Insomma, Carlino, che scenate
fai?

— Voglio andare incontro al babbo, — ripeteva Carlino, liberandosi. —
E non ho bisogno di nessuno. La so la strada delle Assise....

— Se il babbo è qui a momenti.... — cominciò la signora Clara.

In quella, Giovanni, il domestico, annunziò:

— S'è fermata una carrozza alla porta.... È certo il padrone.... Corro
giù....

— Scendiamo tutti.... Vedi, Carlino, come presto....

La signora Clara credeva di parlare al nipote.... Ma il nipote non
c'era. Era sgattaiolato fuor dell'uscio, aveva fatto in un lampo le
scale, e tendeva già al babbo le piccole braccia. — Papà mio, papà mio!


IV.

Michele Albissola salì portando in collo Carlino che gli si era
avviticchiato e non voleva lasciarlo. Soltanto quando fu in salotto,
il bimbo consentì a esser deposto per terra. Allora Michele ribaciò
la moglie e la suocera, ringraziando quest'ultima d'aver lasciato
la campagna per far compagnia alla Virginia in quei giorni critici;
strinse cordialmente la mano alla signora Dorelli e ringraziò lei pure
dell'amicizia dimostratagli; poi si rivolse con affabilità alla Luisa,
a Giovanni, alla cuoca che gli presentavano i loro omaggi. — Grazie,
grazie.... Siete sfuggiti alle _riduzioni d'organico_ voi altri.... E
la Maria — (era la cuoca) — ha avuto una promozione? E che ce n'è del
nostro maestoso Giuseppe?

— È a Torino, dai conti Soana, — disse la cuoca.

— Cospetto! Una casa aristocratica.... E li sapete fare quei pasticcini
che faceva lui?

— M'ingegno.

— Brava. Intanto domani vi metto alla prova. Avremo a pranzo il mio
avvocato, l'onorevole Maggesi.... E insieme con lui tutti questi
signori che vedete qui.

Erano, oltre a quelli di casa, i coniugi Dorelli, Malerotti, Dal Torso
e un quarto, l'ingegnere Verganti, ch'era stato anch'egli fra gli
accompagnatori di Albissola.

Qualcheduno cercò schermirsi.

— Oh, non accetto scuse, — ribattè Michele. — Ho proprio bisogno di
passar un pajo d'ore con le persone che mi si son mantenute fedeli nei
tempi tristi.... E sarà un gran piacere anche per la Virginia.... Non
è vero?

Il vero era che l'idea di questo banchetto contrastava al programma
di economia, di riserbo che la Virginia Albissola avrebbe voluto
far adottare a suo marito. Tuttavia, interrogata così a bruciapelo,
davanti agl'invitati, alcuni dei quali le erano carissimi, ella dovette
dissimulare il suo pensiero. E balbettò: — Sì, certo.... un gran
piacere.... per gli amici.... in confidenza.... Pur che l'avvocato
Maggesi, che conosco poco, non ci metta in soggezione.

— Lui? — esclamò Michele. — Quando ha svestito la toga è l'uomo più
alla mano di questo mondo.... Piacevole, allegro, ricco d'aneddoti....
me ne appello a Gustavo che s'è trovato spesso con lui.

— Sì, sì, — disse Gustavo Albissola, — non ha alcun sussiego.

— E dobbiamo pur usargli qualche cortesia, — soggiunse il cavaliere. —
Dopo quello splendore di difesa!

La Virginia chinò il capo rassegnata. Nè gli altri insistettero nelle
loro obbiezioni.

— Dunque siamo intesi, — ripigliò Albissola. — Domani alle sette, l'ora
di una volta.

— Sta bene. E adesso buona notte....

— Che fretta avete?... La tavola è apparecchiata. Volete bere un
bicchiere di vino con me?

— No, grazie.

Tutti sentivano la convenienza di ritirarsi, di lasciar Michele solo
con la famiglia.

E s'accommiatarono in massa, con nuovi baci, e strette di mano, e
congratulazioni.

— Oh, eccoci in libertà, — esclamò Michele quando gli ospiti furono
usciti. — Una gran bella cosa essere in casa propria.... dopo un
anno....

— Adesso metteranno in prigione quei cattivi, — disse Carlino che non
s'era mai staccato dal suo papà.

— Quali cattivi? — chiese ridendo il cavaliere.

— Quelli che ti hanno fatto del male....

— Zitto, zitto.... che non son discorsi da bimbi, questi.... A
proposito, e la Olga e Giorgetto dormono?

— Son rimasti alzati fino alle otto, — rispose la Virginia. — Ma
cascavano dal sonno.... Non vai a vederli?

— Or ora.... dopo lo spuntino....

La signora Clara si mosse per andar a sollecitare la cuoca, ma intanto
Giovanni entrò con la zuppiera fumante.

— Oh, prendiamo i nostri posti, i soliti posti — disse Albissola
spiegando il tovagliuolo. — Qua, Carlino.... Virginia, qua.... Là,
Gustavo.... E lei, mamma, non siede?

— Si, sì, sediamo tutti.... Ma io ho pranzato.

— E anch'io, diamine! E con grande appetito.

La Virginia fece un segno di maraviglia.

— In primo luogo, — soggiunse Michele, — dalla piega che la faccenda
aveva preso, io mi tenevo sicuro dell'esito. E poi, lo confesso, ho
sempre mangiato di gusto, persino nel grosso della burrasca.

— Ha uno stomaco di ferro, — osservò Gustavo, natura subalterna,
avvezzo ad ammirare per ogni lato il fratello maggiore.

— Per questo sì. Digerirei i sassi.... Virginia, una tazza di brodo?...
Un sorso di vino?

La signora Clara si unì al genero per indur la figliuola ad accettar
qualche cosa. — Sei quasi a digiuno.... Ti farà male.... Sforzati....

— Non posso.

— Quella creatura vive d'aria, — osservò la madre.

— Infatti è pallidissima, — disse il marito.

— Sono stanca.... Passerà.

— È l'orgasmo di questi giorni, — ripigliò la signora Clara. — Anche
Carlino lo troverai giù di cera.... Anche lui è nervoso.

— Oh, io adesso sto benissimo, — saltò su il fanciullo. — E se mi dai
un altro dito di quel Bordeaux...?

— Con l'acqua, mi raccomando.

Michele si voltò verso la moglie. — La cantina sarà quasi vuota?

— Siamo alle ultime bottiglie.

— La riforniremo....

— Oh, non c'è furia!... Non avremo mica corte bandita, spero....

E la voce della Virginia tremava.

— Corte bandita!.. No certo.... Ma non per questo ci chiuderemo in
un eremo a far penitenza.... Sii sincera, t'è dispiaciuto ch'io abbia
invitato per domani gli amici?...

— No, non dico questo.... Ma è per la massima.... Non possiamo scialar
come prima.

Albissola si strinse nelle spalle. — Non s'è mai scialato.... Si
spendeva in relazione alla nostra rendita, alla nostra posizione
sociale.... Se poi è capitata una crisi, pazienza!... Ora,
naturalmente, non siamo più quelli d'una volta.... Ma torneremo....
oh se torneremo!... _Post fata resurgunt_... Non son uomo da
accontentarmi d'un posto subalterno, io.... Lo so bene che c'è della
gente che vorrebbe vedermi umiliato, avvilito, che a questo patto
m'accorderebbe forse il suo patrocinio.... Poveri sciocchi! Avranno un
bell'aspettare.... Se non ho perduto la mia salute, la mia energia, il
mio buonumore in questi dodici mesi, si figurino se mi lascio abbattere
ora che son padrone di me, nel pieno possesso di tutte le mie forze
e di tutta la mia intelligenza.... Ma non aver paura, Virginia.... Si
può esser audaci e prudenti nel medesimo tempo, e tu non avrai più da
passare quello che hai passato.... Via, via, non malinconie oggi....
E non bisticciamoci la prima sera che stiamo insieme dopo tante
tribolazioni.

Alzandosi in piedi, Michele sfiorò con una carezza la guancia della
moglie che arrossì e ritrasse il viso istintivamente. Egli sorrise.
Indi, voltatosi verso Carlino che ormai stentava a tener aperti gli
occhi, soggiunse: — Adesso poi, Carlino, va a letto.

Il fanciullo uscì dal suo dormiveglia con un sobbalzo. — Ma io non ho
sonno.

— Carlino va a letto con il suo babbo.... — seguitò Albissola.

— Allora sì, allora sì, — gridò il figliuolo battendo le mani.

— Cioè, — corresse il padre, — il suo babbo l'accompagna, lo aiuta a
svestirsi, lo mette sotto le coperte.... Così do un bacio a Giorgetto
e alla Olga, senza svegliarli....

— Io ti mostrerò domani quelle carte, — disse Gustavo al fratello.

— No, tu vieni con me dai bimbi.... Dopo, andremo insieme nello
studio....

— Ma, Michele! — esclamò la Virginia. — Va piuttosto a riposare.

— Eh, con Gustavo ci spicciamo in meno di mezz'ora.

— La tua camera è pronta.

— E qual'è la mia camera?

— Oh bella! La tua camera è.... la tua camera.... Di là....

E la Virginia indicò l'uscio a sinistra.

— Ma non l'occupava la mamma?

— L'occupavo, — rispose la signora Clara, — perchè la Virginia non
fosse sola nell'appartamento.... Tu sei tornato e io risalgo al secondo
piano.

Il cavaliere protestò vivamente. — Nemmen per sogno.... Fin che ci fa
l'onore di restar con noi non voglio che si scomodi. Per questa sera
domanderò ospitalità a mia moglie.

— Oh Michele! — disse la Virginia mal dissimulando la sua ripugnanza a
secondare il desiderio di suo marito. — Ormai è preparato tutto; ormai
la roba della mamma è stata portata su.... Dovrei far metter sossopra
di nuovo ogni cosa.... a quest'ora.... E anche per la mamma sarebbe un
disagio.... Non è vero?

— Per me, veramente, dormir su o giù sarebbe lo stesso; — rispose la
signora Clara. — Ma non hai bisogno di dar nessun ordine.... Io vado
nella camera al secondo piano.... e Michele farà quello che gli piacerà
meglio.

— La senti? — soggiunse Albissola. — Siamo intesi allora?

— Ma no.... Giacchè la tua camera è disponibile.... E la mia è così
piccola!...

Michele si mise a ridere.

— Ci si stava pure una volta!

Egli aveva un capriccio, e i capricci si aguzzano con le ripulse. Tirò
in disparte la Virginia, le cinse amorevolmente la vita, e sussurrò:

— Sei stanca, sei nervosa.... Non m'attendere alzata.... Va intanto a
coricarti.... Io verrò più tardi, verrò in punta di piedi.

Non le lasciò tempo di replicare e si voltò verso Carlino che s'era
abbandonato sopra una sedia, con la testa rovesciata sulla spalliera.

Gustavo, che s'era chinato sul nipotino, disse piano:

— Dorme.

— Non lo svegliate; — ammonì la nonna. — Prendetelo in collo com'è....
Vengo su anch'io.

Mentre Michele prendeva il bimbo fra le sue braccia robuste, la
Virginia slanciava un'occhiata supplichevole a sua madre.

La signora Clara le si avvicinò e la baciò teneramente sulle due
guancie:

— Felice notte, tesoro mio.

— Resta ancora! — implorò la figliuola.

— Ts! — fece la signora Clara posandole una mano sulla bocca. E, a
mezza voce, con accento grave e solenne, soggiunse: — Sei _sua_ moglie
e devi essere una buona moglie.

— Mamma! — chiamò Michele. — Viene?

— Eccomi.

— Felice notte, Virginia.

— Arrivederci, Virginia.

Gustavo precedeva con una candela accesa.


V.

La Virginia aveva licenziato la Luisa, e sola nella sua camera, seduta
davanti allo specchio, faceva la sua _toilette_ da notte. Due volte
s'era alzata per dare il chiavistello all'uscio, due volte s'era
rimessa a sedere senza porre ad effetto il suo proponimento. Aveva
sempre nell'orecchio le parole di sua madre: — Sei _sua_ moglie e devi
essere una buona moglie.

Credeva di sognare. Già da quasi tre anni, dalla nascita di Giorgetto,
una separazione di fatto era avvenuta tra lei e suo marito. Era
avvenuta quietamente, tacitamente, senza spiegazioni reciproche.
Michele era rimasto nella camera occupata durante il puerperio di
lei, ecco tutto. E ora, dopo quel ch'era successo, egli le ridomandava
l'ospitalità, e sua madre, anzichè difenderla, non sapeva dirle se non
questo: — Sei _sua_ moglie e devi essere una buona moglie.

Macchinalmente ella riappuntava alla meglio i lunghi capelli castani
che l'erano caduti, sciolti, giù per le spalle, e guardava distratta
la sua immagine nello specchio. Com'era pallida e smunta, come anche il
suo sorriso (si sforzava di sorridere) era impregnato di tristezza! Non
aveva che trentadue anni, ma l'ultimo aveva contato per dieci, e oggi
ella ne mostrava quaranta.

Rivolò col pensiero al passato, quand'era fanciulla, e cento vagheggini
le svolazzavano intorno, attratti dalla vivacità del suo spirito non
meno che dalla leggiadria del suo volto. Il mondo le pareva così bello
allora, le pareva così ricco di promesse l'avvenire. Poi s'era sposata,
con un uomo scelto, voluto da lei, nonostante le obbiezioni di suo
padre, a cui Michele Albissola non andava a genio. Ella invece non
trovava il più piccolo neo nel suo preferito. Lui piacente d'aspetto,
lui figlio e nipote di patrioti, lui esuberante di vita, d'ingegno,
d'attività. Fu sua, fu per qualche tempo pienamente felice. Non a
lungo però. Le prime nubi del suo matrimonio erano state nuvolette
di gelosia. Michele si distraeva.... Oh come le sarebbe stato facile
pagarlo di ugual moneta! Ella sdegnò questa forma di vendetta. Amava
sempre suo marito, e un fondo ereditario d'onestà la salvava dai
capricci passeggeri. Vi furono lacrime e singhiozzi, vi furono scene
coniugali a cui tennero dietro i pentimenti e le paci. Quindi, o
Michele Albissola salvasse meglio le apparenze, o in lei fosse minore
la suscettività, o le cure materne l'assorbissero tutta, fatto si è che
queste ragioni di dissidio andarono attenuandosi. Subentrarono altre,
e sotto certi rispetti, assai più gravi inquietudini. Michele s'era
slanciato a corpo morto negli affari; in breve era divenuto ricco e
influente. Ambizioso per sua natura, egli, appena i mezzi cresciuti
glielo permisero, portò addirittura una rivoluzione nella casa già
modesta e tranquilla. Riammobigliato a nuovo il quartiere, aumentate
le relazioni, sostituiti i banchetti e le veglie ufficiali ai desinari
in famiglia e ai ricevimenti di pochi amici. E palco a teatro, e
carrozza e cavalli, e _toilettes_ sfarzose per la moglie, e vestiti
eleganti pei bimbi che dovevano essere i primi dovunque andassero. Ella
predicava contro l'eccesso delle spese, contro la smania di ricevere
e di cacciarsi da per tutto; raccomandava l'economia, la previdenza,
necessarie specialmente quando vi son figliuoli. Erano parole al vento.
Suo marito le rispondeva che sapeva fare i suoi conti e proporzionare
le spese ai guadagni, e che, del resto, metteva da parte ogni anno
alcune migliaia di lire. Fors'era vero, ma ciò non bastava a quetare
le apprensioni di lei. Ella rimuginava sempre nella mente una frase
sfuggita a suo padre. — Le fortune accumulate troppo presto mi fanno
venire la pelle d'oca. — Era stato un logorarsi continuo. Ogni successo
finanziario di suo marito era per lei, anzichè una gioia, un dolore.
A qual prezzo era ottenuto? Avvezza a mettere in cima a ogni cosa
la probità, ella non reggeva all'idea che l'uomo ond'ella portava
il nome potesse arricchire con mezzi illeciti. Con l'intelligenza
aguzzata dal sospetto ne studiava gli atti, i gesti, le parole, lo
scopriva leggero, privo di scrupoli negli affari, amabilmente cinico.
E l'amore se ne andava come un liquido che svapora, e ne prendeva il
posto una freddezza invincibile, una ripugnanza crescente verso colui
che l'era stato sì caro. A sviarla per poco da questi pensieri era
sopraggiunto un gran lutto domestico. Il suo babbo era morto dopo
una settimana di malattia. Non erano trascorsi sei mesi, ella non
s'era rimessa dal colpo tremendo quando cominciò a sentir discorrere
di crisi, dei ribassi di valori, di fallimenti. Ogni giorno vedeva
Michele più preoccupato, più chiuso in sè stesso. Ella, nonostante il
raffreddamento dei loro rapporti, avrebbe voluto strappargli qualche
confidenza, esser richiesta di consiglio, d'aiuto. Egli le rispondeva,
sorridendo, che le donne non s'intendono d'affari. S'ella si dichiarava
pronta a rinunziare a questa cosa od a quella, se proponeva di ridur le
spese, egli scrollava le spalle. Erano inezie. Si sarebbero risparmiate
poche migliaia di lire e si sarebbe perduto il credito. E diceva che
non c'era da sgomentarsi, che il ciclone sarebbe passato. Lottava,
lottava con un'energia alla quale sua moglie non poteva negare un
tributo d'ammirazione. Invano. La catastrofe scoppiò terribile, quale
la Virginia, nell'ore di maggior pessimismo, non si sarebbe aspettata.
Più assai che una catastrofe economica era una catastrofe morale. Non
la minacciava la miseria, perchè la sua dote era salva; la minacciava
molto di peggio, la minacciava il disonore. Michele Albissola e altri
pezzi grossi del mondo della finanza, amministratori d'un potente
Istituto di credito, erano imputati di abusi, di malversazioni, di
violazioni di Statuto, di complicità con ragionieri e cassieri, e
venivano tutti arrestati e tradotti dinanzi alle Assise. Sulle prime la
Virginia aveva sperato che l'arresto fosse un errore, che il processo,
se si faceva, provasse luminosamente la falsità delle imputazioni.
Nelle sue visite al marito, in carcere, sotto gli occhi d'estranei,
ella sentiva che sarebbe uscita consolata se Michele le avesse detto
con alterezza: — Sono innocente! — Non glielo diceva, non osava
dirglielo; esprimeva bensì, appena seppe che la causa era deferita ai
giurati, una fiducia grande d'essere assolto. Non capiva, con tutto il
suo ingegno, che, condannato e innocente, sua moglie gli avrebbe reso
il suo affetto e la sua stima; assolto e colpevole, ella si sarebbe
ancor più alienata da lui.

E quel dibattimento, quel dibattimento interminabile, che supplizio era
stato per la Virginia! E la difesa, la splendida difesa di Maggesi,
il suo commensale di domani, che umiliazione anche quella! Il grande
avvocato non era riuscito a scalzare il solido edifizio dell'accusa;
aveva tirato in campo l'ambiente, le tentazioni, le malattie del
secolo, tutte le scuse dei cuori pervertiti e delle coscienze
corrotte.... E i giurati, forse corrotti e pervertiti essi pure,
avevano assolto....

A questo punto un vivo rossore si diffuse sul viso pallido della
Virginia. — Avresti preferito che l'avessero condannato? — le chiedeva,
in tuono di rimprovero, una voce interna. Ed ella rammentava che
in quei mesi di atroce martirio c'erano stati momenti in cui, con
freddo egoismo, ella s'era acconciata all'idea della condanna di
Michele, della temporanea disparizione di lui dalla famiglia, e non
solo senza terrore ma quasi con una compiacenza segreta s'era vista
sola al governo della casa, sola all'educazione de' suoi tre bimbi.
Avrebbe preso un quartierino ristretto, modesto, avrebbe tenuto una o
due persone di servizio al più, sarebbe vissuta lontana dai chiassi,
lontana dalla società. La Olga e Giorgetto, così piccini ancora,
sarebbero cresciuti a modo suo, e lo stesso Carlino avrebbe finito col
subire la sua influenza.... Come aveva cacciato da sè questi tristi
pensieri, come s'era vergognata di averli avuti!... E negli ultimi
giorni, come aveva invocato a qualunque costo quell'assoluzione che pur
le pareva priva d'ogni valore morale!

Ebbene, Michele era libero; e quando Dorelli era venuto ad annunziarle
il verdetto, una gran gioia le aveva inondata l'anima, un impulso
spontaneo l'aveva spinta incontro al suo sposo, al padre de' suoi
figliuoli. Perchè quella gioia era passata così presto? Perchè quel
risveglio d'affezione era durato così poco? Perchè la riassaliva un
vago sgomento della vita che stava per ricominciare con l'unico uomo
ch'ell'avesse amato? Perchè la minacciata intimità coniugale le destava
una ripulsione invincibile? Perchè l'ammonizione materna: _devi essere
una buona moglie,_ le sonava come un'amara ironia?

Una buona moglie! Non bastava per esser tale ch'ella non disgiungesse
la sua sorte da quella del marito, che fosse risoluta ad affrontare
con lui le prove che il destino poteva ancora serbarle, a offrirgli i
suoi consigli se li chiedeva, il suo danaro se ne aveva bisogno; non
bastava che avesse perdonato e dimenticato? Era proprio necessario che
consentisse a esser uno stromento di piacere, che immolasse rassegnata
il suo pudore e la sua dignità?

Ma se la sua bellezza era tramontata, se la sua gioventù era sfiorita
(e lo specchio glielo diceva senza cerimonie) che cosa Michele trovava
in lei d'attraente?... Le labbra della Virginia si contrassero come per
una nausea profonda, ed ella si coperse la faccia con le mani. Quel che
trovava?... Trovava una donna.... dopo un anno.... e prima di poter
trovarne altre più belle e più giovani.... Domani egli non avrebbe
avuto che l'imbarazzo della scelta.... Per lei dunque era sufficiente
difendersi sino a domani.

E di nuovo fece un movimento per chiudere a chiave l'uscio della sua
camera, e di nuovo ricadde sulla sedia, paralizzata, convulsa. Aveva
ella il diritto, ella, la moglie, di fornire una scusa al libertinaggio
di suo marito? Respingendolo, mortificandolo oggi con una di quelle
ferite all'amor proprio e alla vanità che sono le più difficili
a cicatrizzare, non rinunciava ella forse a esercitar ogni azione
benefica sopra di lui, non iniziava in famiglia un periodo di rancori,
di bizze, di dispetti reciproci? E il dissidio crescente fra i genitori
che conseguenze avrebbe avuto per la prole? Già Carlino, con la sua
intelligenza precoce, aveva notato da tempo la freddezza esistente fra
suo padre e sua madre, e, doloroso a dirsi, ma vero, teneva pel babbo!
Chi assicurava la Virginia che, più tardi, non accadesse lo stesso
anche della Olga e di Giorgetto, e che, se succedeva uno strappo fra
lei e Michele, ella non si vedesse schierati contro tutti e tre i suoi
figliuoli?

Ella trasalì sentendo nell'anticamera un suono di passi guardinghi e di
voci sommesse. Era Michele che parlava col fratello. Si cacciò sotto le
coperte, spense il lume, e premendo sul guanciale gli occhi e la bocca
divorò le sue lacrime.



ALLO STABILIMENTO IDROTERAPICO


PER VIA.

— Ah lei va al nostro stabilimento di....? — mi disse un cittadino del
capoluogo vedendomi montare in carrozza.

— Appunto.

— Cura ordinata dal medico?

— No. Me la sono ordinata da me. Penso che di questa stagione un po'
d'acqua fresca non nuoce.

Il mio interlocutore fece una smorfia come a dire: — Che gusti! — poi
soggiunse: — È la prima volta?

— La primissima.

— Ed è solo?

— Come vede.

— Ma lassù troverà qualche conoscente?

— Eh, forse sì e forse no.

— Buona fortuna allora, — conchiuse l'ottimo signore salutandomi con la
mano e avvolgendomi in uno sguardo pieno di commiserazione.

Son venuto a sapere più tardi che gli abitanti della regione, pur
andando orgogliosi di quella fonte d'acqua viva e purissima che porta
loro ogni anno parecchie centinaia di ospiti, guardano questi ospiti
con mal celato sospetto. Essi non sanno intendere come mai delle
persone a modo che possono viver libere a casa loro vadano a chiudersi
per tre o quattro settimane in una specie di carcere, ove tutto si
regola a suon di campanello, in base a norme fisse, ove occorre alzarsi
alle cinque del mattino e mettersi a letto alle dieci della sera, ove
una mancanza alla disciplina vi espone ai rabbuffi del direttore, e,
in caso di recidiva, persino allo sfratto. Onde chi si accinge alla
cura per suggerimento del medico dev'essere un malato grave; chi vi si
assoggetta per suo capriccio dev'essere un matto.... Matti effettivi,
o matti dilettanti, ecco la conclusione a cui la gente pratica arriva.
E, per natural conseguenza, lo stabilimento idroterapico di.... non
sarebbe che una succursale del manicomio.

Intanto la vettura ha percorso un buon tratto di strada nè brutta nè
bella, e il cocchiere mi assicura che fra un quarto d'ora saremo alla
meta.

— Ehi, ehi, cocchiere, di dove vengono questi originali?

— Vengono proprio dallo stabilimento. Hanno fatto la doccia e adesso
fanno la reazione.

Tipi curiosi in verità. Pallidi, torvi, a testa bassa, soli per lo
più e taciturni anche se sono in due, scendono a passi concitati giù
per la china e paiono assorti in così gravi pensieri che nessun fatto
esteriore giunge a turbarli. Anche a me balena un istante l'idea: Che
sian matti?


L'ARRIVO.

La strada che saliva a zig zag intorno al monte si spiana ad un
tratto. Eccoci giunti. Il rotabile corre sopra un piazzale alla cui
destra sorgono tre corpi di fabbrica a uno e a due piani, alla cui
sinistra verdeggia un viale di platani. Sotto il viale uomini e signore
passeggiano o seggono in crocchio. Mi sembra udir pronunziato il mio
nome, mi sembra che qualcuno agiti le braccia verso di me in segno
di saluto. Ma il veicolo tira innanzi e non s'arresta che dinanzi a
una porta ove il proprietario dello stabilimento accorre sollecito ed
ossequioso, mi aiuta a scendere, mi dice di lasciar a lui la cura dei
bagagli e m'affida a una vispa servetta.

Seguo la mia guida su per una piccola scala di legno, assumo da
lei qualche informazione essenziale, ed entro nella stanza che mi è
destinata. Proprio una cella, coi muri bianchi e il pavimento di legno,
col letto di ferro, un tavolino zoppo, un cassettone piccolissimo,
uno specchio chiazzato di macchie, un lavamano, un canterale, un
cappellinaio, e due o tre sedie malferme. Lagnarsi è impossibile. Non
c'è di meglio. Uno degli usci dà nell'andito, l'altro metterebbe in
comunicazione con la camera attigua, ma è chiuso a chiave.

— È occupata quella camera? — io domando.

— Sissignore.

— E non resta libera per adesso?

— Ah nossignore. Il forestiero è qui da poco.

— E da questa parte?

— Da questa parte non c'è nulla. Il signore ha la fortuna d'aver la
camera in angolo.

Meno male; sarò spiato da una parte sola. Poichè attraverso le pareti
sottilissime d'uno di questi alberghi non ci sono segreti, e l'orecchio
meno acuto sorprende ogni suono intimo e fuggevole. Il vicino entra, il
vicino esce, il vicino apre un cassetto, il vicino si lava la faccia,
si soffia il naso, si raschia la gola, sospira, il vicino.... Basta,
non approfondiamo le indagini.

— Comanda altro? — chiede la rustica Colombina.

— Nient'altro. Buon giorno, cara.

Dopo un po' di _toilette_ mi accingo a discendere, e nel dar un'ultima
occhiata all'ingiro m'accorgo d'una tabella appesa accanto al letto,
come un'immagine sacra. Una tabella, del resto, molto pratica e savia,
ove sono indicati l'orario della cura e quello dei pasti, i prezzi
giornalieri della camera, del vitto e gli accessori, tra cui la visita
medica obbligatoria all'arrivo. Sommato tutto quanto, è un conto
salato. Pazienza!


L'AMICO.

Oh gioia insperata! Quelle due braccia che s'agitavano festosamente al
mio arrivo appartenevano ad un amico, ad un carissimo amico. Chi è? Non
lo so, almeno fin ch'egli non me lo abbia detto; so ch'egli aspettava
con impazienza ch'io uscissi di camera, so che mi corre incontro e che
mi esprime il suo piacere infinito di vedermi.

— Grazie, grazie.... Ma con chi ho l'onore....?

— Come? Non mi ravvisa?

— Ecco.... la fisonomia mi è nota.... Ma il nome.... al momento....

— Già, in città ci si urta coi gomiti migliaia di volte senz'aver
l'occasione di parlar insieme.

E l'espansivo uomo m'informa del suo nome e cognome, della sua
professione, del suo domicilio, delle sue condizioni domestiche,
eccetera, eccetera.... M'incontra quasi ogni mattina nella tale strada,
presso il tal ponte; egli va al suo ufficio, io probabilmente andrò
alla mia scuola;.... perchè egli sa benissimo ch'io occupo una cattedra
al nostro Istituto superiore.... anzi il nipote d'un cugino di suo
cognato, anni addietro, era stato mio studente.... E come parlava di
me!... Tutti, del resto, ne parlano bene.... Io sono una di quelle
persone (così dice almeno il mio affabile interlocutore) sul conto
delle quali non c'è alcun disparere.... Perciò egli era tanto lieto di
mettersi a mia disposizione.... Ero nuovo del sito?

— Ma.... sì....

Egli invece ci veniva già da due anni, per sua moglie.... me l'avrebbe
fatta conoscere.... e aveva ormai pratica dei luoghi, relazione intima
con le persone.... A proposito, non avevo ancora visto il dottore dello
stabilimento?... Era laggiù poco prima insieme col bagnajuolo.... Ah,
eccolo....

Il dottore si presenta da sè; è un bell'uomo, di modi schietti,
simpatici. Atteggia il labbro a un risolino scorgendo il mio compagno
che si profonde in saluti ed inchini, e dice con una certa benevolenza
ironica: — Il signor Peretti è il nostro _factotum._

Il signor Peretti ringrazia; poi, côlto da una subitanea inspirazione,
si rivolge a me, e soggiunge: — Vado a vedere che posto le han dato a
tavola.

E fila via come una saetta.

— Bell'originale! — dico io, — seguendolo con lo sguardo.

— Un buon diavolo, — risponde il medico, — di quelli che hanno la mania
di prestar servigi a tutti.

— Un seccatore, però.

— In fondo è innocuo.... Non abbia paura.... Lei è l'ultimo arrivato,
e aspettiamo ancora tanta gente....

— Ah.... capisco.

Il signor Peretti ritorna dalla sua missione diplomatica, e mi annunzia
misteriosamente che il mio posto è di fronte alla porta laterale a
sinistra vicino alla famiglia Cirieri di Asti. Egli avrebbe voluto
farmi collocare accanto a lui, ma gli spostamenti son sempre difficili,
promuovono delle lagnanze, delle discussioni.... A meno che non
intervenga il dottore....

— No, per carità, — esclamo spaventato. — Nessun privilegio. È sempre
meglio assoggettarsi alla sorte comune.

— Ho dato anche un'occhiata al _menu_, — ripiglia il signor Peretti. —
Abbiamo pasta di cappellini col pomodoro.... E per secondo piatto....

Ma l'arrivo d'un _landau_ frena sul labbro del signor Peretti questa
importantissima confidenza. — I Martinoni! — egli grida con entusiasmo.
E agitando il cappello si slancia verso la carrozza.

Il dottore passa confidenzialmente il suo braccio sotto il mio. — Ella
ha perduto l'amico.

Din, din, din. È il primo annunzio del pranzo. Alla seconda
scampanellata andremo a tavola.


IL PRANZO.

Per abbracciar con un colpo d'occhio la posizione non c'è quanto l'ora
dei pasti che raccoglie nell'ampia sala da pranzo, senza differenza
di condizione sociale, di sesso, di età, tutti gli ospiti dello
Stabilimento. Certo che per chi sia avvezzo alla mensa casalinga
è, in principio, una gran confusione. Fra il correre affannoso dei
camerieri, l'acciottolìo delle stoviglie, il tintinnare delle posate,
il gorgogliare di tante voci diverse, alte, fioche, gravi, acute,
che si confondono in un suono simile a quello che fa il mare lontano,
ci si sente presi da una specie di vertigine, e si osa appena alzare
gli occhi dal piatto e guardare la doppia fila dei commensali seduti
intorno alla lunga tavola a ferro di cavallo che s'allunga e s'accorcia
secondo il bisogno. Però questa impressione quasi di sgomento non dura
un pezzo, e dopo poche cucchiaiate di minestra si è come usciti di
minorità.

— Che ne dice di questa minestra? — mi domanda uno de' miei vicini
Cirieri, quello che pare il capo della famiglia. — Ed è sempre così....
O sa di fumo o non sa di niente.

Ma un signore dirimpetto che seppi poi essere un negoziante di oggetti
di _cautchouc_ è molto meno calmo.

— Una porcheria, una vera porcheria.... Una cucina da cani.... Sentirà
poi a cena.... Sentirà....

E lo schizzinoso uomo tronca la frase con un gesto d'orrore.

Il bello si è che con un'intonazione più o meno tragica, più o
meno feroce lo stesso discorso si fa da un capo all'altro della
tavola. Gli arrabbiati, gl'idrofobi addirittura sono quelli che a
casa loro pranzano molto peggio, e che appunto per questo vogliono
lasciar credere di aver il palato esercitato a tutte le delicatezze
gastronomiche; ma anche le persone per bene a cui l'educazione vieta
certe escandescenze, anche le persone serie che in condizioni ordinarie
s'accorgono appena di quello che mangiano, qui diventano d'una
suscettibilità estrema e fanno eco ai citrulli. Le lagnanze principiate
alla minestra si ripetono al lesso, si esacerbano al secondo piatto e
si mantengono inalterate al dolce e alle frutta.

Son giuste? Ecco, a dirle ingiuste affatto si avrebbe torto.
Il proprietario dello stabilimento somiglia a quei direttori di
Collegi-convitti che danno poco da mangiare ai ragazzi per risparmiar
loro le indigestioni. Anch'egli, il proprietario, ubbidisce a un alto
concetto igienico. Non deve, non può, non vuole paralizzar con una
cucina succulenta gli effetti benefici della cura. Eppoi se ne appella
al medico. Non è forse lui che proibisce le droghe, il formaggio, gli
eccitanti di qualunque specie?

Il dottore risponde di sì. Tuttavia, preso a tu per tu, egli non osa
affermare che per la salute dei curanti sia necessario che la minestra
sappia di bruciato, che la bistecca non si lasci tagliare, che il dolce
sia crudo e le frutta siano acide.

C'è piuttosto un argomento psicologico da addurre a favore dello _statu
quo_. In uno stabilimento di questa natura il lagnarsi della cucina
è cosa di prammatica, è un modo di passare il tempo. Se lo stesso
Brillat-Savarin approntasse di sua mano le salse più ghiotte, tanto e
tanto si sentirebbe ogni giorno un coro di maledizioni. Ciò posto, val
meglio non darsi troppi pensieri e cercare nell'economia dell'azienda
un compenso alle critiche acerbe dei signori bagnanti.

Comunque sia, il pranzo è finito, e mettendomi accanto alla porta
mi vedo sfilar dinanzi la lunga schiera dei commensali. È una folla
variopinta e diversa. Signore eleganti che nel vestito, nello sguardo,
nell'andatura rivelano il desiderio e l'abitudine di piacere; donne
di casa che non fanno nessuna concessione alla società, e dopo aver
subìto per forza il supplizio della mensa comune si tirano in un canto
insieme con la famiglia; uomini serii, emaciati, venuti per la cura
e non altro che per la cura, ogni momento alla ricerca d'un consulto
medico; zerbinotti allegri in traccia di distrazioni; bimbi malaticci
e bimbi fiorenti; insomma una lanterna magica nella quale con un
po' di pazienza spiccheranno alcune figure caratteristiche. Per oggi
bisogna contentarsi delle linee generali. Passa anche il _mio amico_
e mi saluta, ma è in compagnia dei Martinoni e deve rimandare a più
tardi l'onore di presentarmi a sua moglie. Il dottore aveva ragione;
l'_amico_ è meno pericoloso di quello che si sarebbe creduto. Ho invece
la grata sorpresa di trovar qualche vecchio conoscente che, a tavola,
non avevo ravvisato; scambio qualche stretta di mano, qualche parola,
faccio in buona compagnia una passeggiata di mezz'ora sino a un punto
da cui si gode una bellissima vista. Il senso pauroso d'isolamento da
cui ero stato colto all'arrivo va attenuandosi a grado a grado.


NELL'INGRANAGGIO.

E fino dal secondo giorno son preso nell'ingranaggio. Ho ricevuto
all'alba la visita del dottore, sono stato, per pura formalità,
interrogato, auscultato e palpato, e poichè sembra ch'io abbia
i visceri sani sono promosso ai corsi superiori senza bisogno di
passar pei corsi preparatori. Mi spiego. I novizi non vengono ammessi
immediatamente agli onori della doccia; devono prima pigliarsi in santa
pace l'impacco, la spugnatura e che so io.... Ai provetti la doccia,
la tinozza, la piscina. Partecipo anch'io ai sacri riti. Mi alzo per
tempissimo, bevo un bicchier d'acqua fresca alla fonte, cammino su e
giù a passo di bersagliere davanti allo Stabilimento per la cosidetta
_preazione_ in attesa della campana che chiami i fedeli a raccolta e
del campanello che annunzi con due squilli il turno del secondo gruppo
a cui appartengo. Giunto l'istante fatale, mi chiudo nel camerino, mi
riduco nelle condizioni d'una statua greca, meno la bellezza, ed entro
nel misterioso recinto ove il pontefice massimo circondato dai minori
officianti, ritto sopra una piattaforma, con la destra su un manubrio
mi dà alcuni ordini secchi, precisi, e quando io son collocato nella
posizione voluta con la faccia rivolta al muro e con le due mani su
una spranga d'ottone, mi scarica addosso le sue artiglierie acquee
accompagnando l'atto feroce con altri comandi e suggerimenti laconici.
— _Bassa la testa_. — _Fregarsi il petto e le gambe_. — _Voltarsi_.
— _Ancora_. — _Basta_. Ed eccomi avviluppato in un bianco lenzuolo,
ricondotto nel mio camerino, fregato e strigliato come un asino,
aiutato a vestirmi in gran furia, e slanciato fuori a somiglianza d'un
proiettile che deve compire la sua parabola.... Su per sentieri erti e
sassosi, giù per la strada postale o per viottoli angusti fra campi e
prati senza indugiarmi nè a guardare una prospettiva, nè a raccogliere
un fiore sinchè le membra intirizzite non siano invase da un tepore
benefico. Allora, sicuro dell'avvenuta _reazione_, penso con più calma
al ritorno e allo spuntino che m'aspetta, due ova e una tazza di latte.
Non è propriamente un pasto in comune; la tavola è apparecchiata dalle
sette alle otto; pur di non lasciar passare questo limite si viene
quando si vuole. I ritardatari stanno a digiuno fino al tocco. Ma
già, nel termine prescritto vengono tutti. Vengono alla spicciolata,
ansanti, trafelati dalla corsa, le signore in abiti dimessi, per lo più
coi capelli chiusi in una rete. I discorsi che si sentono sono pieni
di varietà. — Ha fatto una buona _reazione?_ — Fa due o tre doccie
al giorno? — Ah due sole.... La terza è troppo molesta. — A me no
davvero.... Quando si è in ballo bisogna ballare. — S'intende, ma con
una certa moderazione. — No, no, o la cura sul serio, o niente.

Perchè anche quassù, come da per tutto, abbiamo i fanatici e gli
scettici. I primi con la loro aria solenne, compunta, sacerdotale, non
ammettono scherzi, non aprono la bocca che per esaltare i miracoli
dell'idroterapia. Sono per solito i veterani dello Stabilimento, vi
capitano da cinque, da dieci, da quindici anni, e citano sè stessi
come esempi parlanti dell'efficacia della cura, che, del resto, essi
seguono anche a domicilio, senza interruzione. A sentirli discorrere
non si riesce a figurarseli che in istato adamitico, sotto la doccia.
E l'immagine non è mica sempre attraente. Gli scettici, che il cielo
li benedica, sono affabili, disinvolti, e ridono volentieri del culto,
dei sacerdoti e dei fedeli. In quanto a loro, son qui perchè di luglio
preferiscono il monte al piano, l'acqua fresca all'acqua calda.

Senonchè il tipo originale per eccellenza è un certo conte Ortigli
(lo chiamo così) il quale essendo, in fatto di cure, più ancora che
scettico, miscredente, si sottopone a tutte quante a vicenda.

— Caro signore, — egli mi dice un giorno fra una doccia e l'altra,
dandomi un colpettino sulla spalla, — questa delle cure è una camicia
di Nesso. Una volta che la si è indossata non la si depone più.
Naturalmente la prima cura fa male. Se ne tenta una seconda. La seconda
forse mitiga le conseguenze della prima ma produce essa pure i suoi
effetti sinistri, ond'è indispensabile provarne una terza e poi una
quarta e una quinta, fin che, scusi la parola, si crepa. Io andavo
soggetto a un po' di calore alla pelle; il medico mi ordina i bagni
salsi e mi spedisce a Venezia. Anzichè guarire divento un mascherone
e rimango tale per cinque o sei mesi. Consulto un nuovo Esculapio. —
Vada nel prossimo giugno a Levico a far la cura arsenicale. — Vado;
in principio mi scuoio; dopo sto meglio e sembro ristabilito nel mio
incomodo. Ma mi rovino gli intestini al segno che l'anno appresso
il dottore mi manda nientemeno che a Carlsbad. Un luogo amenissimo.
Migliaia e migliaia di persone che per quattro settimane consecutive
si purgano. Oh gl'intestini son ripuliti per bene, non c'è che dire,
ma a cura finita stento a reggermi in piedi e son bianco e sottile
come un fantasma. — Bisogna rintonarsi in montagna, — sentenzia il
mio archiatro. E io salgo a Saint-Moritz, trovo in agosto due gradi
sopra zero, mi sforzo a far delle passeggiate di parecchi chilometri
e ripiglio lena e colore. Ma ci guadagno una bronchite fastidiosa e
insistente. — Roba da nulla, — dichiarano i medici (ne ho interrogati
tre), — roba da nulla; i polmoni sono in istato perfetto; non c'è
che un'eccessiva sensibilità alla cute, e a questa si rimedia con
l'idroterapia. Ed eccomi qui, caro signore, eccomi qui con un principio
di dolori artritici....

— Eh via....

— Non ischerzo. Sento delle fitte alle giunture e prevedo che
quest'inverno sarò inchiodato a letto e che nell'estate ventura andrò
ad Abano o a Monsummano a sudare tra i vapori come un dannato e a
ravvoltarmi nel fango come un maiale....

— Ma allora.... — incominciai.

— Perdoni se la pianto così, — interruppe il conte. — A momenti
suona la campana, io ho il primo turno, e devo far quindici minuti di
_preazione_. Arrivederla.


SODDISFAZIONI MORALI, PICCOLE NOIE, ARRIVI, PARTENZE.

C'è da inorgoglire. Un'eco della mia fama letteraria è giunta fino
quassù. Credo abbia contribuito a ciò lo zelo del mio carissimo amico
Peretti, il quale, sebbene abbia frenato gli slanci del suo cuore
espansivo, mi dimostra una considerazione superiore a' miei meriti.
È certo che si sa ch'io sono _quello che scrive_. Il proprietario
mi fa degli inchini profondi sperando un articolo di elogio; qualche
signora spinge la degnazione fino a volere ch'io le sia presentato.
In complesso mi sembra che nessuno abbia letto i miei libri, ma,
viceversa, tutte desiderano di leggerli, e pensano al modo di
procurarseli. L'idea luminosa che il modo più semplice di procurarsi
un libro sia quello di comperarlo non entra quasi mai nel cervello
degl'Italiani. Le signore specialmente, così pronte a gettare il danaro
in fronzoli vani e gingilli inutili, diventano, a questo proposito,
modelli di economia domestica. — Un libro? Che cosa se ne fa dopo
averlo letto? — Una delle mie ammiratrici mi domanda il titolo del mio
ultimo romanzo. Glielo dico. — Ah, ella esclama, quanto pagherei ad
averlo! — Sarei tentato di risponderle che le basterebbe pagar quattro
lire, ma taccio per prudenza. La signora resta un poco soprappensiero,
poi soggiunge: — Al mio ritorno pregherò mio fratello di farselo
prestare dal Club. Al Club lo avranno? — Ma! — replico io in tuono
dubitativo.

Nessuno mi leva dalla mente che la signora mi giudica un somaro
perchè non le offro io stesso un esemplare del romanzo con le sue due
righe di dedica. Un'altra ha trovato una maniera singolarissima di
lusingare il mio amor proprio. Convien notare ch'ella si è portata
seco un marmocchio di undici mesi, slattato appena, il quale non fa la
doccia, ma la fa fare, tepida, a chi lo prende in collo senza le debite
precauzioni. Or bene, questa mamma fortunata tiene, me presente, al
suo bambino dei lunghi sproloqui per eccitarlo a diventare una brava
persona come me, a scrivere, quando sarà grande, dei libri come li
scrivo io. E si capisce ch'ella non dubita nemmeno ch'egli li scriverà
molto meglio, tanta è l'intelligenza ch'egli spiega alla sua tenera
età, tanto il criterio ch'egli dimostra in ogni atto della sua vita.
Del rimanente, questo è il più piccolo ma non il più nocivo tra i
fanciulli che si trovano nello Stabilimento. I più nocivi sono quelli
tra gli otto e i dodici anni, sia che strepitino e s'accapiglino
insieme, sia che si caccino fra le gambe degli adulti, sia che si
esercitino nella divina arte di Euterpe (maniera difficile per dire
la musica) sedendo due o tre ore di fila al pianoforte della sala, o
portando nei boschetti del giardino i loro strumenti insidiosi, flauto,
violino, clarinetto, eccetera, eccetera. Vittor Hugo augurava a' suoi
cari di non veder mai

    ..... _la ruche sans abeilles_
    _La maison sans enfants!_

Pensiero alto e gentile. Pur che le api restino nell'alveare e i
fanciulli nella casa.

— E pettegolezzi, e galanterie, e scandali non ce ne sono?... mi
chiederà qualcheduno. Di scandali non so; certo che i pettegolezzi e
le galanterie non mancano. E qui, con questa vita tutta _preazioni,_
docce e _reazioni,_ i pettegolezzi e le galanterie sono un piacevole
diversivo. Ma che sugo c'è a rammentarli? Chi non se li immagina? Non
son sempre le medesime cose? Le tali e tali guardano in cagnesco le
tali altre o per gelosia di bellezza, o per gelosia di _toilette_,
o per bizze e dispetto dei figliuoli, o per un saluto freddo, o per
un biglietto da visita non ricambiato subito, o per la naturale e
insanabile antipatia di classe; la signora X va troppo spesso col
signor Z, la signora K si dilegua dopo cena col signor Y, la signora
Tre Stelle in assenza del marito si fa custodire da un cugino che non
è cugino, il dotto e grave professore Asterisco dell'Università di....
sospira ai piedi della elegantissima marchesa W che si ride di lui;
le due coppie A e B hanno eseguito d'accordo uno dei movimenti della
quadriglia: _changez de dame et de place_. E così all'infinito. Tutte
le cronache dei luoghi di cura si rassomigliano.

E si rassomigliano anche per la grande importanza data a ogni arrivo
e ad ogni partenza. Chi si aspetta oggi? O, meglio ancora, chi verrà
inaspettato? E allo spuntare d'un _landau_ i curiosi sporgono il capo
dalla finestra o scendono nel piazzale. — Chi è? Chi è? — Non manca
mai qualche signor Peretti a saperlo addirittura o a correr subito ad
informarsene.

Le partenze ordinariamente si conoscono uno o più giorni prima e basta
la notizia per promuovere mille lamentazioni finte o sincere. — Come?
— Vogliono (o vuol) già partire? — Così presto! — Che peccato!

Poi la mattina compare la carrozza vuota coi non focosi bucefali.
Camerieri e bagnaiuoli ronzano intorno per le mancie; il capo della
famiglia (s'è una famiglia che se ne va) invigila perchè sien messi
a posto i bauli, gli scialli, le cappelliere, gli ombrelli, donne e
fanciulli scendono alla spicciolata, in abito da viaggio, con aria
contrita, scambiano con gli amici baci e strette di mano. — Presto,
presto, — dice il marito e babbo, guardando l'orologio. — Su, su. —
Ci siamo? — Sì, pronti.... Il cocchiere monta a cassetto, scuote le
briglie sul collo ai cavalli, e via. — Buon viaggio, buon viaggio.
Arrivederci.... — Si agitano i cappelli, si sventolano i fazzoletti fin
che il veicolo abbia svoltata la strada.

Un individuo che parta solo fa meno chiasso. Ecco, oggi per esempio, ci
ha lasciato tacitamente il conte Ortigli, il quale, essendo misantropo
per sua natura, non aveva destate molte simpatie. Io, per altro, non
posso lagnarmene perch'egli mi trattò sempre con rara cordialità e mi
diede oggi stesso una prova della sua deferenza. — Ha il mio indirizzo?
egli mi chiese nell'accommiatarsi. Mi farà un vero piacere scrivendomi
a suo tempo se nell'estate prossima va ad Abano od a Monsummano. Dove
andrà Lei andrò io.

— Grazie, — replicai. — Ma io non vorrei andare in nessuno di questi
due posti.

— Preferisce Battaglia?

— Nemmeno.

— Oh scusi! — egli riprese infastidito. — Crede forse ch'io ci vada
per elezione? Crede che di mio gusto sarei venuto qui, che sarei andato
a Levico, a Carlsbad, a St. Moritz? Si ricordi la mia teoria. Le cure
sono come le ciliegie. Una tira l'altra. _Dura lex, sed lex_. Dopo la
cura dell'acqua fredda, l'artrite, dopo l'artrite, la cura termale. Si
rassegni....

Era inutile combattere quest'idea fissa. Mi contentai di ridere.

— Riderà bene chi riderà l'ultimo, — soggiunse il conte a modo di
conclusione, mentre la timonella s'allontanava.

— Crepi l'astrologo! — dissi fra me. — Tuttavia, non lo nego, l'accento
solenne di Ortigli mi fece una certa impressione. Se i suoi pronostici
si avverassero?... Eh, in tal caso, vi spedirei nell'agosto prossimo
una corrispondenza da Monsummano o da Battaglia o da Abano.



NELLA NEBBIA


Nell'ottobre 1882 — cominciò l'architetto Marino Sala — essendo a
Parigi in tre amici, l'ingegnere Giorgio Bussoli, il povero Battista de
Giacomi, il pittore, ed io, ci venne il ghiribizzo di dare una capatina
a Londra. Ci si andava, come suol dirsi, con la testa nel sacco; senza
conoscere affatto la città, senz'avere una lettera di raccomandazione,
senza sapere una parola d'inglese. Ma erano giovani, e pei giovani le
difficoltà non esistono.

Senonchè, appena giunti nella grande metropoli, quasi in omaggio al
proverbio _paese che vai, usanza che trovi,_ ci si cacciò addosso
un potentissimo _spleen._ A Parigi avevamo lasciato un bel sole;
arrivavamo a Londra con la nebbia; a Parigi, bene o male, ci facevamo
intendere; a Londra, tranne con un cameriere dell'albergo che
balbettava un po' di francese, ci conveniva aiutarci a forza di mimica.
E accadeva una cosa singolare. De Giacomi, che, ignorando anche il
francese, a Parigi non s'impicciava in nulla e si rimetteva interamente
a noi, a Londra era d'un'estrema loquacità, e se aveva qualche
informazione da chiedere, fermava la prima persona che gli si parasse
davanti e le rivolgeva il discorso in pretto veneziano. Quest'era
il lato comico della situazione; perchè, naturalmente, l'interrogato
restava con la bocca aperta, e Bussoli ed io ridevamo facendo andar
in bestia l'amico, il quale si sfogava a dir vituperi a quella gente
barbara che non capiva il dialetto di Carlo Goldoni e di Giacinto
Gallina. Povero de Giacomi! Fuori della sua arte egli era una specie di
sordo-muto; ma la sua arte come la sapeva! E che nome si sarebbe fatto
se fosse vissuto più a lungo!

Basta; una sera noi c'eravamo allontanati molto imprudentemente dal
nostro albergo, fidandoci, per ritrovar poi il cammino, in una certa
abilità di orientazione che Giorgio Bussoli aveva mostrato di possedere
a Parigi. Camminavamo senza uno scopo, seguendo l'invito del rumore
decrescente, cosicchè, partiti da una via piena di moto e di frastuono,
giungemmo in pochi minuti ad un'altra che, per Londra, poteva dirsi
deserta e silenziosa; non percorsa dai trams nel mezzo, non affollata
dai pedoni sui marciapiedi. Tuttavia della gente ce n'era, e bastava
che ci fermassimo davanti alla vetrina di un negozio per ricevere degli
spintoni da qualche passante affrettato. — In malora! — borbottava de
Giacomi. — In malora! — Ma nessuno si risentiva dell'offesa. Solo una
volta una donna la quale non ci aveva nemmeno toccati, cogliendo a volo
l'esclamazione vivace del pittore, girò il capo e stette un momento
a guardarci tra curiosa e benevola. Poscia ripigliò la sua via; sostò
di nuovo pochi secondi alla svolta d'una strada; di nuovo ci guardò, e
disparve.

Giorgio Bussoli, sempre pronto ad ingalluzzirsi, fece atto di voler
seguirla; ma de Giacomi e io lo trattenemmo pel braccio. O che
diventava matto? Non sapeva quanta prudenza fosse necessaria a Londra
nell'articolo femmine? Non si ricordava di forestieri svaligiati e
peggio per esser corsi dietro a qualche sirena lusingatrice? E poi di
che cosa s'era invaghito? L'aveva vista bene in faccia quella donna?
Che altro poteva dire di lei se non ch'ell'era alta e sottile da parere
un manico di granata?

Bussoli s'arrese alle nostre ragioni, sospirando con aria patetica: —
In che razza di paese siamo capitati!

La nebbia s'era fatta più densa; non c'era proprio sugo ad andare
a zonzo per la città e io proposi di tornarcene addirittura
all'albergo.... se si trovava la strada.

— Facilissimo, — rispose Bussoli con la sua sicumera. — Intanto
_front'indietro_.

Su questo non c'era nulla a ridire, e per i primi cento metri si
camminò d'amore e d'accordo. I guai cominciarono sotto una _réclame_
colossale affissa all'altezza d'un primo piano alla svolta d'una
strada e illuminata da un riflettore a gaz. Giorgio Bussoli sosteneva
che bisognava girare di là, che su quella _réclame_ egli aveva prima
fermato la sua attenzione come sopra un faro, e ch'era tanto sicuro
che quella fosse la direzione giusta quant'era sicuro di esistere.
Noi avevamo i nostri riveriti dubbii; a noi pareva che si dovesse
girar dalla parte opposta, ma Bussoli insisteva, rammentava i suoi
trionfi di Parigi, ci permetteva di dargli del _piavolo_ se entro dieci
minuti egli non ci conduceva alla porta dell'albergo. E noi, benchè
riluttanti, finimmo col seguirlo, ma prima che fosse trascorsa la
metà del termine da lui stabilito egli fu costretto a riconoscere che
aveva sbagliato e ad accettare in silenzio la qualifica di _piavolo
superlativo_ datagli da Battista de Giacomi.

Eravamo in una via mal selciata, senza botteghe, scarsamente
rischiarata da pochi lampioni a gaz che mettevano come tante chiazze
giallastre nella nebbia umida e fitta. Nessun veicolo l'attraversava;
pochi pedoni strisciavano come ombre rasente i muri.

— E adesso? — disse de Giacomi tirando giù quattro moccoli.

— Adesso, — io risposi, — si domanda.

— Sì; e in che lingua?

— Come si potrà.... Grazie a Dio, lì c'è un _policeman_.

Rigido, spettrale, con le mani intrecciate dietro la schiena, l'uomo
era a pochi passi da noi, sbucato non si sa di dove. Alla nostra
richiesta egli fece segno ripetutamente che non capiva. Allora io
strappai un foglietto bianco dal mio taccuino, e scrissi il nome del
nostro albergo.

Ma proprio nel punto in cui stavo per mettere la carta sotto gli occhi
dell'agente della legge, un rumore indiavolato si levò da un vicolo
laterale, una megera furibonda irruppe nella strada e rivolse un
pressante appello al _policeman_ che la seguì, piantandoci in asso.

— _Varda che fiol d'un can!_ — urlò de Giacomi.

In quella, dietro le nostre spalle, una voce armoniosa, sebbene
alquanto velata, articolò, con un pronunziatissimo accento veneto, un
cortese saluto: — Buona sera.

Ci voltammo stupiti. Era una donna alta e magra, certo la stessa che
avevamo vista un quarto d'ora innanzi.

— Buona sera, — ella ripetè. E aggiunse in tuono interrogativo: —
Veneziani? — Indi, leggendoci in faccia la risposta, sospirò: — _Son
veneziana anca mi_.

Sola a quell'ora nelle vie di Londra, ella non lasciava dubbio sul vero
esser suo. Ma ogni scrupolo tacque di fronte alla dolce sorpresa di
sentire il dialetto nativo, alla simpatia che ravvicina i compatrioti
in paese straniero, alla sicurezza d'aver alfine un'indicazione precisa
che ci avrebbe rimessi sul buon cammino.

Rinfrancata dalle nostre accoglienze, la donna ci si pose al fianco
e ci offerse di accompagnarci sino alla porta del nostro albergo. Non
era mica molto lontano; nella strada ov'ella ci aveva incontrati prima
dovevamo voltare a destra anzichè a sinistra.

— Era quello che dicevamo noi! — esclamammo in coro de Giacomo ed io.

Giorgio Bussoli non pareva troppo persuaso, e ci confessò più tardi che
per un istante egli concepì qualche sospetto sulla buona fede della
nostra guida, e fu tentato di ripeterci la lezione di prudenza che
poc'anzi avevamo data a lui.

Io intanto esaminavo da presso la nostra _concittadina_. Era pallida,
macilenta; giovine forse ancora, ma invecchiata dagli strapazzi; forse
bella un tempo, ora non avente altro di bello che i grandi occhi bruni
e i lucidi capelli castani abbondanti così da tenere sollevato sul
cocuzzolo il cappellino di paglia nera che aveva l'aria di contar
parecchie campagne. Indossava un abito di lana color marrone, e su
quello un soprabito scuro stretto alla vita; con una mano s'appoggiava
all'ombrello chiuso, con l'altra teneva sollevate alquanto, per non
inzaccherarle, le falde del vestito, mostrando il piede piccolo e le
scarpine sfondate. Allorch'ella parlava un sorriso malinconico errava
sulla sua bocca, e sul suo labbro superiore appariva un solco, come
d'una cicatrice. E in quel punto le mancava un dente incisivo, uno
solo; chi sa in che rissa, in che orgia, per effetto di che colpo
brutale ella lo aveva perduto!

Il più infatuato a discorrerle e a farla discorrere era de Giacomi.
Finalmente gli risonava all'orecchio il suo vero dialetto; il nostro
era adulterato, diluito nelle leziosaggini della lingua; non eravamo
due veneziani autentici Giorgio Bussoli ed io; questa ragazza invece,
nonostante il suo lungo soggiorno a Londra, conservava gl'idiotismi,
le inflessioni del popolo, e al nostro pittore, nato di popolo, si
allargava il cuore a sentirla.

Ella, però, alle interrogazioni rispondeva con un certo riserbo,
cavandosela talora con frasi vaghe, come persona a cui pesa di riandar
la sua vita. Aveva lasciato Venezia da oltre quindici anni, da circa
dieci era a Londra; ma in forza di quali eventi v'era capitata, per
quale necessità di cose vi aveva fissato la sua dimora? Sollecitata a
raccontar la sua storia, ella si stringeva nelle spalle.

— _Xe inutile, no i me credaria.... Combinazion._ E nemmeno il suo
cognome volle dirci; ci disse solo il nome che portava a Venezia,
_Zanze;_ a Londra la chiamavano _Kitty_. Ma, le chiese uno di noi, non
aveva parenti a Venezia, non aveva nessuno? Col capo ella fece segno di
no.... Tutti morti? Con uno sforzo visibile ella rispose che _forse_
viveva ancora un suo fratello che viaggiava per mare.... Forse?...
Non ne sapeva nulla di preciso? Non si scrivevano mai?... No.... _Lu
va per la so strada, mi vado per la mia_ — ella dichiarò, con una sua
filosofia rassegnata.

Pur non aveva il cuore affatto indurito, e al ricordo della sua
città natale si esaltava, si commoveva, gli orli delle sue palpebre
s'inumidivano. Abitava in Cannaregio, faceva la perlera (l'infilatrice
di perle). Le aveva sempre dinanzi agli occhi quelle _fondamente_
piene di sole: San Girolamo, la _Sensa_, la Madonna dell'Orto. Quante
volte le aveva corse e ricorse con le sue compagne, ridendo, cantando,
facendo sonar le pianelle sugli scalini dei ponti! Quante volte nelle
sere affannose d'estate s'era seduta sopra una _riva_ a godersi il
fresco e succhiar le fette d'_anguria_ (cocomero) mentre i ragazzi
si tuffavano a gara nel vicino canale!... Ah Venezia, Venezia!...
Ella non poteva affacciarsi a quel Tamigi torbido e limaccioso senza
volar con la mente alla sua laguna limpida come un cristallo e quieta
come un olio, al Molo, alla Riva degli Schiavoni, alle Zattere, al
Lido.... Avevano costruito un grande stabilimento di bagni a Santa
Elisabetta di Lido, non è vero?... Ell'andava a San Nicoletto, ogni
lunedì di settembre.... Le belle merende che aveva fatto colà, sotto
il platano!... C'era ancora quel gran platano, c'era?... Perchè aveva
sentito dire che tante cose erano mutate.... Già fin dai suoi tempi
stavano lavorando intorno a una strada nuova, dove c'era la _Calle
dell'Oca_.... E anche a San Moisè volevano aprire una via larga?... Ma
la Piazza non la toccheranno mica?... Quella non si tocca.... Guai!

La Zanze mise un sospiro.... Le pareva che sarebbe morta contenta se,
per un giorno, fosse potuta tornare nella sua Venezia.

Noi la interrogammo. Perchè non ci tornava? Non era poi un viaggio da
spaventare.

Ella tentennò la testa. — No, no.

— Scommetto, — riprese de Giacomi supponendo che la maggior difficoltà
venisse dalla spesa, — che duecento lire bastano, e ce ne avanza.

E poichè aveva le mani bucate per sè e per gli altri soggiunse: — Ecco,
qui siamo in tre, e fino a duecento lire in tre ci si arriva.... Io per
la mia parte son pronto; de' miei amici non dubito....

Giorgio Bussoli gli diede un pizzicotto per avvertirlo che forse egli
aveva torto di non dubitare; ma prima che noi manifestassimo in modo
più esplicito il nostro parere sull'atto di munificenza a cui eravamo
invitati, la Zanze troncò la discussione: — Grazie, _tosi,_ — e ci
associava tutti e tre nei suoi ringraziamenti; — _xe inutile; no
posso_....

Una nube s'era calata sulla sua fronte; una risoluzione dolorosa,
inflessibile si leggeva nella sua fisonomia.

Ebbene, insisteva de Giacomi, s'ella non poteva adesso, avrebbe
potuto più tardi; egli le avrebbe lasciato il suo indirizzo; ella gli
avrebbe scritto, e per quello che le fosse occorso egli le rinnovava
l'offerta.... anche in nome de' suoi amici.

Quel de Giacomi voleva a ogni costo comprometter gli amici. Ma ora si
trattava d'un'offerta vaga, lontana, e Bussoli ed io non esitammo a
dire: — Sì, sì.

— _Grazie, no posso,_ — ripeteva la Zanze. E non le si cavava altro di
bocca.

Camminava silenziosa, appoggiandosi all'ombrello, trascinando un po'
la gamba sinistra. Io pensavo, guardandola: — Quanti anni avrà questa
donna? Ne mostra quaranta, ma non deve averli. Ne avrà trentaquattro
o trentacinque. Ne avrà avuti una ventina quando ha lasciato Venezia.
Noi, allora, eravamo adolescenti, nell'età in cui l'anima si schiude
e i sensi si svegliano e la bellezza femminile è come la rivelazione
d'un mondo nuovo. Certo l'avremo incontrata più e più volte sul nostro
cammino questa giovinetta alta, snella, dai folti capelli castani, dai
grandi occhi neri; l'avremo incontrata, l'avremo urtata col gomito,
avremo sentito rimescolarcisi il sangue al fuggitivo contatto; l'avremo
forse seguita per qualche passo, ci saremo tirati addosso i suoi
frizzi.... Ma ora la donna stanca, perduta, sbalestrata di là dai monti
e dai mari, logora dall'inedia e dai vizi, non ci evoca dinanzi nessuna
delle antiche visioni; noi non la riconosciamo; ella non riconosce in
noi i timidi adolescenti d'un tempo. Strano fenomeno la vita! Ognuno
di noi è veramente un solo individuo che percorre l'intervallo tra
la culla e la tomba, o siamo formati di tante esistenze che un filo
congiunge ma che molte più cose dividono?

Noi sboccammo in una strada assai ampia, ove, appunto per cagion
dell'ampiezza, la nebbia sembrava acquistare maggior densità e
consistenza. Le case dall'altra parte si discernevano appena in
una massa confusa, lungo la quale correva, a una certa altezza, una
linea più chiara, d'un chiarore scialbo, fumoso. Erano i candelabri
allineati sul marciapiede. Carrozze, omnibus, tram, procedevano
lenti e guardinghi nel mezzo, avvertendo i passanti col tintinnio dei
campanelli e con lo squillo delle cornette.

L'identica domanda venne sulle labbra di tutti e tre. — Dove siamo?

De Giacomi aggiunse per suo conto una sfilata d'improperi contro il
clima di quel p.... paese, e si tirò su fino agli orecchi il bavero del
soprabito.

La risposta della Zanze non si fece attendere. Eravamo a una
cinquantina di metri dal nostro albergo, e non si doveva neanche
traversar la strada per arrivarci. — Ecco, — ella disse, alzando
l'ombrello e segnando un punto luminoso nella direzione del
marciapiede.

A due passi dal portone da cui usciva un omnibus pieno di viaggiatori
e carico dì bauli, ella si fermò per prender commiato.

Profondendoci in ringraziamenti, noi mettemmo contemporaneamente la
mano alla borsa. E Giorgio Bussoli, assalito dallo scrupolo di lasciar
partire così una femmina galante per brutta e matura che fosse, invitò
la Zanze a salir con noi, a bevere insieme una bottiglia di birra.

La donna sorrise. — _In sto albergo? Un bel scandalo che daressi!_

E nemmeno del danaro ella voleva saperne. Alla lunga consentì ad
accettar solo pochi scellini e disse quasi scusandosene: — _Se no porto
gnente, le xe de queste_....

Fece con l'ombrello il segno di percuotere. Indi, scrollando il capo:
— _Bona note, tosi, deghe un baso per mi a la mia Venezia._

Si dileguò nella nebbia e non l'abbiamo rivista mai più.



LA LETTERA


I.

Il professore Attilio Cernieri, glottologo insigne, senatore del
Regno, commendatore di più ordini, membro effettivo dei Lincei, socio
corrispondente d'un'infinità di Accademie italiane e straniere, s'era
fatto aprire dal servo Pomponio due casse di libri giuntigli la sera
prima da Padova a piccola velocità. Erano, quei libri, il residuo della
biblioteca ch'egli era andato via via formandosi appunto a Padova,
quando, una ventina d'anni addietro, apparteneva a quell'Ateneo come
assistente al professore di lettere neolatine. Dopo d'allora egli
aveva molto viaggiato per iscopi scientifici, era stato chiamato
successivamente all'Istituto degli studi superiori di Firenze e
all'Università di Napoli, fin che il Ministro lo aveva voluto a Roma,
alla Sapienza, creandogli una cattedra apposita, e accordandogli un
soprassoldo.

Per qualche tempo, durante le varie peregrinazioni del professore,
la biblioteca, fatta incassare e depositata presso un collega, era
rimasta a Padova. Poi Cernieri ne aveva richiamato una parte quand'era
a Firenze, un'altra parte quando era a Napoli; venuto adesso a Roma con
l'intendimento di fissarvi stabile dimora, aveva deciso di ritirar le
due ultime casse. In fondo, quei libri non erano punto necessari ad un
uomo che oltre ad aver rifornito d'opere recenti la biblioteca propria,
aveva a sua disposizione tutte le biblioteche pubbliche e private
della capitale. Siamo in un secolo in cui ogni cosa procede a vapore,
anche la scienza; la verità dell'oggi può essere una bugia domani, e un
volume rischia d'invecchiar sotto i torchi.

Solo non era ancora invecchiata, dopo dieci anni, la celebre monografia
nella quale il nostro Cernieri aveva, con poderosi argomenti,
rivendicato alla famiglia finnica un gruppo di radici credute d'origine
celtica. Il libro, piccolo di mole ma denso di pensiero, era stato
tradotto in tutte le lingue, e la geniale scoperta aveva posto il
nostro professore _sul vertice della piramide scientifica_ (sono
parole di un discepolo entusiasta) accanto al principe dei glottologi
viventi, il famoso Löwenstein dell'Università di Upsala. Siccome però
sul vertice d'una piramide ci si sta male in due, il Cernieri e il
Löwenstein avevano dato in principio l'interessante spettacolo di due
lottatori che tentano di cacciarsi abbasso a vicenda, finchè convinti
dell'inanità dei loro sforzi, s'erano decisi a mutar la rivalità in
alleanza. I due dotti uomini erano sempre due lottatori, ma invece di
lottar fra loro lottavano con gli altri.... se mai c'era l'impertinente
che osasse alzar troppo la cresta e volesse collocarsi anche lui sul
vertice di quella famosa piramide. Chi poi fosse disceso nell'animo
di ognuno dei due _chers confrères,_ come si chiamavano scrivendosi,
vi avrebbe forse trovato una stima molto mediocre per l'alleato. Il
Löwenstein credeva poco alle radici finniche del Cernieri; il Cernieri
credeva ancor meno alla rivoluzione portata dal Löwenstein nello studio
delle lingue indopersiche.

Ma lasciando stare Löwenstein nella sua lontana Norvegia, noi dobbiamo
aggiungere qualche tocco al ritratto del nostro illustre compatriota.
E cominciando dall'età, diremo che al momento in cui il servo Pomponio
apriva dinanzi a lui le due casse di libri il professore non contava
che quarantasei anni, ma pareva già vecchio. Era un po' curvo della
persona, aveva fronte ampia solcata da rughe precoci, piccoli occhi
miopi nascosti sotto le lenti, ordinariamente socchiusi come d'un
micio assopito, capelli scarsi e grigi, barba ispida, negletta e
quasi bianca. In gioventù Cernieri si radeva da sè, ma dopo che gli
era accaduto più d'una volta, nella sua distrazione, di radersi da
una parte sola e di presentarsi così bene acconciato alla scolaresca,
egli aveva stimato miglior consiglio di lasciar crescere quella sua
appendice in pienissima libertà, salvo ad andar dal parrucchiere quando
fosse proprio impossibile di fare altrimenti. Del resto, la distrazione
del professore era ormai proverbiale e se ne citavano esempi ancor
più caratteristici. Non gli era successo un giorno di perder la corsa
ostinandosi a cercar per tutta la stazione di Bologna una valigia che
aveva in mano?

I distratti sogliono aver l'umore gioviale, ma il nostro glottologo era
un'eccezione alla regola. Da gran tempo le sue labbra non conoscevano
altro che il sorriso scientifico, quel sorriso fatto di superiorità
e di commiserazione con cui un uomo dotto accoglie la notizia delle
cantonate prese da un carissimo collega. In società, se non poteva
esimersi dall'andarvi, si teneva volentieri in disparte, sfuggendo
la conversazione delle signore alle quali non sapeva che cosa dire, e
che, già, non avrebbero saputo che cosa dire a lui.... sebbene, almeno
fino a cinque o sei anni addietro, con la scarsezza di mariti che c'è
a questo mondo, più d'una madre gli avesse gettato gli occhi addosso
come su un partito conveniente per le figliuole. Anzi per un pezzo
la contessa Pastori l'aveva tempestato d'inviti a pranzo, sperando
di fargli sposare la sua secondogenita che aveva i denti guasti e
gli occhi scerpellini e non trovava un cane che la volesse. Invero
la ragazza, opportunamente ammaestrata, accoglieva il professore con
singolare deferenza, gli preparava di sua mano una squisita marmellata
di pesche e mostrava d'interessarsi assai alle radici finniche. Ma
Cernieri non morse all'amo, si schermì dagl'inviti, diradò le sue
visite e non si lasciò più vedere in casa Pastori fin che non seppe che
la contessina era fidanzata a un negoziante di baccalà che conciliava
il culto dei salumi con la venerazione pei titoli nobiliari. Indi,
reso accorto dall'esperienza, divenne più orso di prima, più di prima
inaccessibile a qualsiasi idea galante. Ogni uomo ha nel libro della
sua vita una pagina intima che la donna segna di note dolorose o
gioconde; pel professore Attilio Cernieri quella pagina era rimasta
bianca.... Così dicevano i suoi conoscenti, così avrebbe detto egli
stesso se lo avessero interrogato. E lo avrebbe detto in buonissima
fede.... Assorto come era nelle sue ricerche dimenticava le cose
vicine; o perchè doveva ricordar le lontane?


II.

— Misericordia! — esclamò Pomponio che aveva cominciato a tirar fuori
i libri dalle casse. — Misericordia! Quanta polvere!

E soggiunse: — Creda a me, sarebbe meglio che mi lasciasse portar tutto
quanto di là e sbrigar da me questa fattura.

Ma il professore si oppose risolutamente. Voleva che l'operazione
si compisse nel suo studio, alla sua presenza; voleva, dopo una
spolveratina sommaria, riporre i libri egli stesso in uno scaffale
pronto a riceverli.

E Pomponio, rassegnato, seguitò a tirar fuori i volumi, a sbatterli
alla meglio e a consegnarli al commendatore che, dopo averne guardato
il titolo, li metteva a posto. Le tignuole giravano per la stanza,
la polvere si spargeva nell'aria, si posava sui mobili, penetrava nei
pori, costringeva padrone e servitore a raschiarsi ogni momento la gola
e a starnutire.

— Qui poi c'è anche una tela di ragno, — notò Pomponio sollevando un
grosso _in-folio_. Era un atlante del mondo antico, di Teodoro Menke,
stampato a Gotha da Justus Perthes. Ora accadde che mentre il servo lo
palleggiava, un piccolo rettangolo di carta ingiallita uscì pian piano
dal mezzo di due pagine e andò a cadere sul pavimento.

— To', che roba è? — disse Pomponio. — Pare una lettera.

E, deposto l'atlante, si chinò per raccattarla.

Ma il professore l'aveva prevenuto e come inebetito girava e rigirava
la lettera fra le mani. Poich'era effettivamente una lettera, ed
era una lettera sua, chiusa ancora, col francobollo attaccato, con
l'indirizzo scritto di suo pugno, nella sua calligrafia grave, pesante,
di uomo nato per esser cavaliere di molti ordini e socio di molte
accademie. Del resto, una calligrafia chiara, tale da dar la sicurezza
che la lettera sarebbe giunta a destinazione.... se fosse stata
impostata.

        Alla gentile signorina
    Maria Lisa Altavilla
          Firenze
        Via dei Servi, 25 — 1.º piano.

Quel nome balzato così d'improvviso agli occhi del professore Attilio
Cernieri lo riconduceva a vent'anni indietro, faceva uscir dalle
nebbie dell'oblio l'immagine d'una giovinetta un po' magra, un po'
gracile, ma con una rara espressione di dolcezza nella bella fisonomia
intelligente. Per lei, per lei sola il suo cuore aveva battuto
una volta; per lei sola egli aveva un giorno, un'ora pensato alla
possibilità di prender moglie.... E poi?...

Il servo Pomponio, che aveva il vizio di esser curioso, s'era
avvicinato in punta di piedi al professore, e borbottava: — Come mai si
sia cacciata in quel libro?...

Cernieri si scosse, e bruscamente: — Che cosa fate qui?... Andatevene.

— Non devo continuare?

— No, per ora, no.... Andate.

— Le occorre nulla?

— Nulla.... In caso vi chiamerò.

Pomponio si ritirò a malincuore. Avrebbe pur voluto sapere che razza di
lettera fosse quella che turbava così il suo padrone.

Rimasto solo, il professore sedette sulla sua poltrona e aperse con
dita tremanti la busta che Maria Lisa Altavilla non avrebbe aperta mai
più. Ecco ciò ch'egli aveva scritto da Padova il 15 ottobre 1875:

  “_Cara signorina,_

“Ho ricevuto stamane il tristissimo annunzio e non voglio tardare ad
assicurarla della parte che prendo al suo giusto dolore.

Già nel luglio scorso, quand'ebbi l'onore di trovarmi spesso a Venezia
con suo padre e con Lei, io ero testimonio delle sue trepidazioni
per quella preziosa e insidiata esistenza. Si ricorda di quella
passeggiata, per me indimenticabile, lungo il mare? Avevamo visitato
prima San Lazzaro ove il suo babbo s'era compiaciuto di porger così
benevolo ascolto alle mie spiegazioni circa alla mummia conservata
nel museo di quei Padri Mechitaristi; quindi, fattici tragittare a
Sant'Elisabetta del Lido, ci eravamo recati al nuovo Stabilimento di
bagni. Il professore, un po' stanco, si fermò nella sala in compagnia
dell'ingegnere Livorni. Noi scendemmo sulla spiaggia. La giornata
era mite; il sole, nascosto spesso fra i nuvoli, non dava noia, ed
Ella tenne chiuso quasi sempre il suo ombrellino di seta rossa. Le
piccole onde venivano a morire ai nostri piedi che lasciavano l'orma
sulla sabbia umida. Ella, intanto, mi diceva come, da un anno e più,
la salute del suo papà fosse profondamente scossa, come i vari medici
consultati avessero suggerito a caso ora questa cura ora quella
senza che nessuna potesse arrestare il deperimento che la spaventava.
Mi diceva altresì con che tenera sollecitudine quel suo diletto si
sforzasse a nasconderle ciò che soffriva, egli che non le aveva mai
nascosto nulla. Di confidenza in confidenza, Ella passò a discorrermi
della loro vita intima e casalinga, dell'accordo pieno dei loro
sentimenti e dei loro pensieri, del loro affetto reciproco suggellato
dalla sventura, perchè di una numerosa famiglia, erano rimasti loro
due soli nel mondo. Vinta dalla commozione, Ella tacque: i suoi occhi
erano pieni di lacrime. Quali parole mi salirono allora sul labbro?
Non certo tutte quelle che avevo nel cuore. Sono assai timido per mia
natura; ho, lo confesso, un grande sgomento di ciò che può distrarmi
da' miei studi, togliermi alle mie abitudini. Ma so di averle pur
fatto intendere quanta simpatia mi attirasse a Lei, signorina; so di
averle detto ch'Ella poteva fare assegnamento sopra di me in qualunque
occasione. Grazie, Ella sussurrò dolcemente. E la sua mano tremò nella
mia. Poi Ella mi pregò che ritornassimo sui nostri passi. Non parlammo
nel ritorno; ma mi pareva che le nostre anime fossero tanto vicine! Di
lì a un pajo di giorni Ella lasciò Venezia senza che ci si presentasse
più l'opportunità di trovarci a tu per tu.

Adesso, signorina, la maggiore delle disgrazie l'ha colpita; adesso è
giunto per lei il momento di mettere alla prova i suoi amici. Sarei
voluto venire io stesso a Firenze, ma devo partir fra poche ore per
Londra affine di assistere al Congresso degli Orientalisti che s'apre
in quella metropoli il 19 corrente. Dall'Inghilterra potrei forse
intraprendere un lungo lungo viaggio fuori d'Europa; ma dipenderà
da Lei ch'io lo intraprenda o no. Una sua parola avrebbe la virtù di
ricondurmi in Italia. A ogni modo io sarò a Londra per tutto l'ottobre,
e la prego di farmi aver colà una sua riga _ferma in posta._ Pensi che
sono anch'io, e da molto più tempo di Lei, solo affatto nel mondo.

Mi creda sempre

                                                           Suo aff.mo

                                                  “ATTILIO CERNIERI.„


III.

Due volte il professore rilesse le quattro pagine di questa lettera,
sforzandosi di richiamare alla sua memoria il giorno, l'ora, il luogo
in cui l'aveva scritta, cercando di spiegare a sè medesimo, come
potesse averne dimenticato l'impostazione, come il silenzio di Maria
Lisa Altavilla non avesse fatto nascer nel suo animo nessun sospetto,
come non avesse avuto l'idea di riscrivere, d'informarsi.

Ecco, egli ricordava. L'avviso mortuario gli era arrivato la mattina
mentr'egli stava facendo il bagaglio, e il suo pensiero era corso
subito alla povera giovinetta che aveva conosciuto tre mesi addietro
a Venezia e che gli aveva destato una così viva simpatia. Indi per
tutto il giorno aveva agitato il quesito se dovesse mandarle soltanto
le sue condoglianze o se dovesse dirle qualche cosa di più, qualche
cosa di meglio rispondente ai sentimenti ch'Ella gli aveva inspirati
e a cui forse ella partecipava.... Non era una ragazza delle solite,
la Maria Lisa. Pareva nata per essere la compagna d'un uomo di studi.
Non aveva fatto da segretario al padre, non poteva far da segretario
a lui? Imparar due o tre lingue per aiutarlo, prender note per suo
conto, metter in pulito i suoi lavori, correggergli le bozze di stampa,
e quand'egli partiva per un Congresso, per una missione scientifica
preparargli i bauli, accompagnarlo alla stazione, anche accompagnarlo
in viaggio qualche volta, sollevandolo dalla briga di prendere i
biglietti, di trattare cogli albergatori, di discutere coi fiaccherai,
eccetera, eccetera? Visto sotto questa luce, il matrimonio non gli
era apparso più un abisso senza fondo, ma un porto tranquillo ove
riposarsi dopo le tempeste. E, la sera, unitamente a parecchie altre
lettere, aveva scritta anche quella per la Maria Lisa. Aveva scritto
con un'espansione, con un abbandono di cui s'era meravigliato allora,
come si meravigliava adesso, ma, questo pure si ricordava, provando,
nello scrivere, una dolcezza inusata.

Era nella cameretta del suo quartierino di Padova; sulla tavola
ardeva un lume a petrolio; dinanzi a lui era spalancato l'Atlante
del Menke, alla pagina che portava l'intestazione _Aegyptus ante
Cambysii tempus._ Quella carta egli l'aveva consultata nel rispondere
al suo amico Morrison dell'Università di Edimburgo che insisteva per
visitare insieme le rovine di Tebe nell'Alto Egitto. Ed egli, lasciando
sospesa la sua decisione fin dopo il Congresso, aveva, nell'ipotesi
del viaggio, corretto e ampliato l'itinerario, comprendendovi Itithia,
Apollinopolis e Syene.

E, ancora, il professor Cernieri si ricordava. La sua padrona di casa
era venuta a picchiare all'uscio e a dirgli che la carrozza era pronta
e ch'ella vi aveva fatto mettere le valigie, il _plaid_ e l'ombrello.
In fretta egli aveva chiuso e riposto nello scaffale l'Atlante, in
fretta s'era cacciato in tasca le lettere a cui aveva applicato già il
francobollo, in fretta aveva disceso la scala ed era salito in vettura.
Ma per quale strana combinazione una delle lettere fosse andata a
finire dentro l'Atlante; per quale negligenza, nel gettare in buca
le altre, in numero di cinque o sei, egli non si fosse accorto che ne
mancava una, quella che doveva essere la più importante per lui, ecco
l'enigma che il dotto professore non avrebbe risolto mai.

Egli poteva giurare che nemmeno per un secondo gli era balenata l'idea
di non aver impostata la lettera. Anzi, per parecchi giorni, adesso
se ne rammentava, era rimasto come sbalordito della propria temerità.
Perchè non ci aveva pensato su? Perchè, con una di quelle parole che
non si riprendono, s'era messo al rischio di sacrificare il massimo
dei beni, l'indipendenza? Perchè aveva giocato il suo avvenire sopra
una carta? Era un galantuomo; data una risposta favorevole della Maria
Lisa Altavilla, non gli era lecito tirarsi indietro.... Se poi ella
rispondeva di no, egli s'era procurato uno scacco inutile. Dio buono,
che furia aveva avuta? C'era da scommettere che, anche di lì a uno, a
due, a tre anni, la ragazza, non bellissima e senza un soldo di dote,
sarebbe stata libera; e intanto a lui si sarebbe certo presentata
l'opportunità di vederla, di conoscerla meglio, di pesar meglio il
pro e il contro.... Così a Londra, nella prima settimana, mentre gli
crescevano le tentazioni del viaggio in Oriente col Morrison e con
un giovine docente di Heidelberg che si era loro offerto a compagno,
egli era stato inquieto, nervoso, trepidante a ogni distribuzione di
posta e non sapendo più che cosa desiderare o temere. Quindi di mano in
mano che il tempo passava e ch'egli, relatore intorno a due temi, era
assorbito dai lavori del Congresso e attratto nell'orbita degl'illustri
eruditi salutanti in lui un futuro luminare della scienza, l'immagine
della povera orfana andava gradatamente scolorandosi, e una timida,
segreta speranza gli si faceva strada nel cuore: quella di ricuperar
la propria libertà pel silenzio continuato di Maria Lisa, senza patir
l'umiliazione di un aperto rifiuto. Egli avrebbe potuto dir sempre che
il suo dovere l'aveva fatto; non era colpa sua se le sue offerte non
erano state accolte.

E un giorno, uno dei primissimi giorni di novembre, egli pure, come
Giulio Cesare, aveva esclamato: _Alea jacta est._ Aveva traversato
di volo l'Europa centrale e l'Italia fino a Brindisi, e insieme al
Morrison e al dottore di Heidelberg s'era imbarcato su un vapore della
Peninsulare per Alessandria. Due anni era vissuto fuori d'Europa, ora
nell'Alto Egitto, ora nell'Abissinia, studiando i geroglifici e le
rovine, inviando preziose monografie alle principali Riviste del mondo.
E Riviste, e giornali, e lettere di scienziati, e voti di accademie
gli giungevano dall'Italia, dall'Inghilterra, dalla Francia, dalla
Germania; gli giungeva anche da Padova qualche epistola spropositata
della sua padrona di casa. Da Firenze, dalla Maria Lisa Altavilla,
nulla.

Del resto, al suo ritorno in patria, egli l'aveva quasi interamente
dimenticata. Non eran trascorsi che due anni, ma quei due anni per lui
valevano due secoli, e i fatti anteriori si perdevano a' suoi occhi
in una lontananza vaga e nebulosa. Onde quando gli dissero che, tre
mesi addietro, la Maria Lisa aveva sposato un pretore residente in un
paesello della Sicilia, egli non se ne commosse più che tanto. Aveva
ben altro pel capo. Aveva da vagliare le diverse offerte pervenutegli
dal Ministero; aveva da scrivere per la _Edimburgh Review_ un articolo
sulle antichità assire; aveva infine da maturare il tema gravissimo di
quelle radici finniche o celtiche per amor delle quali egli era ormai
risoluto a dedicarsi interamente alla glottologia lasciando da parte
ogni altra ricerca. La Maria Lisa Altavilla era così piccola, così
piccola al paragone, e il matrimonio sarebbe stato tale un impiccio!
Solo qualche tempo dopo, sul punto d'accettar la cattedra di Firenze,
gli era capitato uno scrupolo. Se, per un trasloco del marito, quella
donna fosse di nuovo in Toscana? Se s'incontrassero? Che contegno
dovrebb'egli tenere con lei? Far l'indifferente, o fingere di non
riconoscerla, o rinfacciarle il modo inurbano in cui ella lo aveva
trattato?

Ahimè, il professore fu tolto assai presto da queste angustie. La Maria
Lisa Altavilla? La figliola del cavaliere Giuseppe? Quella che aveva
sposato il pretore Carlucci? Poveretta! Era morta laggiù in Sicilia,
d'una febbre di malaria, in capo a dieci mesi di matrimonio.

Morta! Certo, nell'udir la notizia, Attilio Cernieri aveva provato un
senso di pietà e di rammarico. Morta così giovine, quella che avrebbe
potuto esser sua moglie! Dunque oggi egli sarebbe vedovo, avrebbe la
casa in lutto, sarebbe come un naufrago della vita? Ah, quand'era così,
meglio, mille volte meglio che la Maria Lisa non gli avesse risposto.
Meglio per lui non aver preso delle abitudini che gli sarebbe stato
forza troncare, meglio non essersi avvezzato ad aver una femmina al
fianco.... Quelli che ci si avvezzano dicono ch'è tanto difficile farne
senza!...

Insomma Cernieri non aveva tardato a confortarsi.... E poi.... e poi
il tempo aveva compiuto l'opera sua, stendendo un velo densissimo su
quel fuggevole episodio, coprendo d'oblio persino il nome di Maria
Lisa Altavilla. Adesso la vecchia lettera trovata fra le pagine del
vecchio Atlante rievocava le cose scomparse. Innanzi all'uomo maturo,
invecchiato negli studi, indurito nell'egoismo, sorgeva per incanto
un ricordo della giovinezza, lo investiva violento come fiamma che
divampa, come raffica che si leva improvvisa. Stringendo nelle mani
il povero foglio ingiallito, egli rivedeva la dolce figura di Maria
Lisa; la vedeva pallida e mesta; pareva ch'ella gli dicesse: — Perchè
nell'ora dell'afflizione non m'hai mandato una parola, un saluto?
Gl'indifferenti compiansero al mio dolore; tu, che m'avevi lasciato
creder d'amarmi, tu sei rimasto muto, insensibile. E t'ho atteso, sai,
t'ho invocato.... Ahi misera chi si fida in un uomo!

Questo pareva a Cernieri che la Maria Lisa dicesse, ed egli pensava
ch'ella aveva portato con sè nella tomba l'acerbo giudizio, che non
avrebbe udite le sue discolpe, nè conosciuta la verità.... È pur triste
dover fermar la mente sull'idea dell'irrevocabile, dover crucciarsi
di torti che non si possono riparare, di malintesi che non si possono
togliere.

Ma la lettera che il grave professore seguitava a tener spiegata
davanti a sè non lo avvertiva soltanto che Maria Lisa era morta
reputandolo peggiore di quello ch'egli non fosse; essa gli ricordava,
quasi per irriderlo, che nella sua vita c'era stato un minuto di
poesia, d'abbandono, d'amore, e che quel minuto era rimasto infecondo.
Mai più, mai più egli avrebbe trovato un minuto simile; mai più il suo
cuore avrebbe palpitato per una donna; mai più dalla sua penna sarebbe
sgorgata una prosa, che a noi può sembrar fredda e convenzionale, ma
che a lui sembrava riboccante di calore e d'affetto.

Ed egli chiedeva a sè stesso: — Se la lettera fosse partita? Se fosse
arrivata alla sua destinazione? Se Maria Lisa avesse risposto: —
Intendo ciò che tu accenni, ti ringrazio, ti amo, consento a esser tua.
Vieni. —? Certo egli non avrebbe, almeno allora, intrapreso il suo gran
viaggio fuori d'Europa; non avrebbe percorso l'Egitto e l'Assiria, nè
decifrato i geroglifici, nè interpretato il linguaggio delle rovine;
forse gli sarebbero sopraggiunti i figliuoli; forse le cure domestiche
avrebbero inceppata la sua attività; la sua fama sarebbe stata
ritardata, non sarebbero piovuti così abbondanti sul suo capo gli onori
e sul suo petto le decorazioni; forse egli non avrebbe fatta la sua
luminosa scoperta intorno alle radici finniche; forse altri occuperebbe
oggi il suo posto sul vertice della piramide scientifica, accanto al
celebre Löwenstein dell'Università di Upsala.

Sì, tutto ciò sarebbe potuto accadere, e un uomo come il professore
Attilio Cernieri doveva rallegrarsi che ciò non fosse accaduto.... E
pure.... e pure un dubbio insistente, affannoso gl'impediva di quietar
l'animo in questa consolante filosofia. Non sarebbe stato meglio
sacrificar un poco di gloria per aver un poco d'amore?

Il professor Cernieri non ebbe il coraggio di lacerare, di distrugger
la lettera; la ripose nella scrivania, richiamò il servo Pomponio e
gli ordinò di ripigliare il lavoro interrotto. Ma la sera, nel suo
studio, lo vinse di nuovo la tentazione di riveder que' suoi caratteri
di vent'anni addietro, e ormai non passa giorno, si può dire, ch'egli
non tiri fuori dalla busta il piccolo foglio sgualcito e non lo scorra
con l'occhio. Indi ne guarda la sopraccarta, ne guarda il francobollo
su cui la posta non impresse alcun segno, e ripete fra sè la domanda:
— Se la lettera fosse partita?



LE CONFIDENZE DEL DIRETTORE


— Ebbene — disse la signora Rosa, una donnetta svelta ed arzilla
nonostante i suoi cinquantacinqu'anni; — se gli altri non si muovono,
verrà la Tilde a fare una passeggiata con me.

La Tilde, ch'era una zitellona piatta davanti e di dietro, spalancò una
bocca immensa con troppe gengive e troppo pochi denti, e avvicinandosi
con passo saltellante a' suoi rispettabili genitori, rispose:

— Volentieri, se il babbo e la mamma non hanno nulla in contrario.

— Va pure, tesoro — disse il signor Nestore Ariani, impiegato al
registro e bollo.

— Va pure, viscere — soggiunse la signora Veronica. — Noi restiamo a
far quattro chiacchiere col signor direttore.

— Quello lì, dopo il pranzo, è come inchiodato sulla seggiola — notò la
signora Rosa.

— _Post prandium stabis_ — sentenziò il cavalier Flaminio Flaminî,
direttore del Collegio-convitto omonimo in una città dell'Alta Italia.

— E noi gli teniamo compagnia — riprese il signor Nestore con la sua
vocina da musico. — Col signor direttore c'è sempre da imparare.

Il cavalier Flaminî chinò dignitosamente il capo. — Bontà loro.

Scambiati i saluti, la signora Rosa e la Tilde si allontanarono. Il
direttore e i due Ariani, marito e moglie, rimasero sotto la pergola,
seduti intorno a una tavola rustica.

— Ma! — sospirò la signora Veronica seguendo con lo sguardo la
figliuola, fin che la ebbe persa di vista.

Erano in un albergo di campagna, _Al grappolo d'uva_. Ivi il cavalier
Flaminî (era quello il terz'anno) veniva l'autunno con la sua metà a
riposarsi delle fatiche scolastiche, occupava le stanze migliori, e
assumeva verso gli altri forestieri un'aria di benevolo patrocinio.
Quell'autunno egli raccoglieva sotto le sue grandi ali gli Ariani,
che, raggranellati due soldi, s'eran voluti dare il lusso d'un po' di
villeggiatura e alloggiavano insieme con la Tilde in uno stanzone a
tetto, diviso in due da una parete mobile e impregnato d'un acuto odore
di mele cotogne.

Poich'ebbe slanciato il suo _ma_ sibillino, la signora Veronica si
voltò risolutamente verso il direttore, e, ripigliando un discorso
interrotto, esclamò con un accento in cui c'erano lo stupore,
l'ammirazione, l'invidia: — Tutt'e sei le ha maritate?

— Sissignora, tutt'e sei — replicò di trionfo il cavalier Flaminî.

— Senza dote?

— Senza un centesimo.

— Ma come ha fatto, santo Iddio, come ha fatto? — gridarono in coro i
due conjugi.

Il signor direttore si levò gli occhiali e li posò sulla tavola.
Ora questo levarsi gli occhiali era pel signor direttore un gran
segno. Armato di quelle lenti, egli aveva anche più sussiego che non
convenisse al suo grado; parlava breve, solenne, per aforismi; privo
di lenti, egli discuteva bonario e loquace, perfin troppo loquace,
a quanto diceva la signora Rosa, la quale, delle due edizioni in cui
suo marito si presentava al pubblico, quella di lusso e la popolare,
preferiva la prima.

Adesso la signora Rosa non c'era, e il cavaliere poteva sbizzarrirsi
a sua posta. Non solo egli si levò gli occhiali, ma ordinò che gli
portassero un litro di quel buono e tre bicchieri. Poi, stropicciandosi
le mani: — Come ho fatto?... Ecco qua..... Quando alla nascita della
mia terza figliuola dovetti convincermi che mia moglie aveva la
viziatura organica di non partorire che femmine, io sentii la necessità
di prendere una risoluzione eroica. Ma quale? — _Abstinentia_ — mi
risponderanno loro. Eh sicuro, ma son cose più presto dette che fatte.
Niente _abstinentia_ dunque.... Invece....

Dopo aver versato del vino a sè e a' suoi compagni, il signor
direttore si portò l'indice della mano destra alla fronte per rilevare
l'importanza dell'idea peregrina germinata dal suo cervello, e
soggiunse: — Invece ho pensato a una _restauratio ab imis fundamentis_.

Gli Ariani ascoltavano con raccoglimento devoto, messi in maggior
soggezione da quelle frasi latine che il signor Nestore capiva poco
e che la signora Veronica non capiva affatto. Anzi ella rifletteva
malinconicamente che se per maritare le figliuole ci voleva il latino,
la sua Tilde sarebbe rimasta zitella tutta la vita.

— In quei tempi — ripigliò Flaminî — io davo lezioni private _de
omnibus rebus;_ mia moglie teneva una scuola elementare femminile con
insegnamento di francese. Si tirava innanzi alla meno peggio, perchè
la Rosina, non faccio per lodarla, era una donnetta che sapeva il suo
conto e poteva dar dei punti a molte maestre di grado superiore. Ma
quelle gravidanze erano una calamità, e più d'una mamma che avrebbe
voluto inscrivere da noi le sue bambine arricciava il naso a veder la
circonferenza della direttrice. E poi, delle bambine ne avevamo più del
bisogno in casa. Insomma, al terzo puerperio, io dissi alla Rosa: “La
nostra scuola si chiude.„ — E vedendola sbarrar gli occhi stupefatta,
soggiunsi pronto: — “Per riaprirsi cambiando sesso.... Ih, ih, ih!...
Il sesso noi non possiamo cambiarcelo, ma la scuola sì.... Era femmina
e diventa maschio....„ La Rosina seguitava a fissarmi con gli occhi
stralunati. Senza dubbio ella credeva che mi desse volta il cervello.
Ma io le spiegai le ragioni per le quali intendevo trasformare la
nostra scuoletta femminile in un Collegio-convitto per ragazzi. La
Rosa sollevò mille obbiezioni: e che non si deve lasciar il certo
per l'incerto, e che l'impresa richiedeva grandi mezzi, e che avremmo
fatto un buco nell'acqua, eccetera, eccetera. Io però avevo in serbo
l'argomento decisivo. — “Col Collegio-convitto maschile, noi, a suo
tempo, sposeremo le tre figliuole che abbiamo già e quelle che, con
l'aiuto della Provvidenza, ci capiteranno più tardi.... Sicuro; il
Collegio-convitto sarà un vivajo di generi.... Ih, ih, ih!„ — Fu per
mia moglie una rivelazione. Ella non si diede per vinta subito, ma io
m'accorsi ormai che parlavo ad una convertita. E m'accorsi anche ch'ero
da un momento all'altro cresciuto di riputazione nell'animo della Rosa;
finalmente ella doveva riconoscere di non aver sposato un maestrucolo
buono soltanto a insegnar le conjugazioni dei verbi.

Queste parole di colore oscuro potevano far credere che in _illo
tempore_ la Rosa non fosse la moglie docile ed ossequente ch'era stata
poi. Comunque sia, il fine principale del signor direttore era quello
d'imprimere un concetto sempre più alto del proprio valore nella mente
dei conjugi Ariani. E poichè essi tacevano intontiti, egli li provocò
con domande dirette: — Che cosa par loro della mia idea, eh?... Non fu
una trovata di genio?... Dicano, dicano la loro opinione.

Confusi dinanzi a tanta grandezza, gli Ariani si limitavano a sorridere
d'un sorriso ebete.

— Nei primordî — ricominciò il cavalier Flaminî — fu un osso duro da
rodere. Il Convitto si aperse con sei allievi, e tra loro e i dieci o
dodici esterni non si coprivano le spese. Convenne anzi far qualche
debito, tanto più che la Rosa continuava a partorir femmine e che
mi era nata la quarta figliuola, la Paolina.... Un altro si sarebbe
perduto d'animo, io no.... Avevo ormai le mie viste sopra uno de' sei
convittori, un ragazzo di buona famiglia, che avrebbe potuto essere un
partito eccellente per la mia primogenita, la Luisa....

— Possibile? Così presto? — interruppe la signora Veronica.

— Chi non semina non raccoglie — ribattè il signor direttore. E
tracannato un secondo bicchiere di vino, riprese: — Dunque non solo
non battei in ritirata, ma coraggiosamente appigionai un locale più
bello e più ampio, allargai le basi del Collegio, aggiunsi nuovi
insegnamenti.... e corsi pareggiati, e corsi preparatori a scuole
navali, militari, commerciali, e via via. Un'insegna poi che occupava
mezza facciata, con le sue belle lettere fiammanti d'oro su fondo
turchino:

                       COLLEGIO-CONVITTO FLAMINI

             _sotto il patrocinio della Camera di Commercio
                            ecc. ecc. ecc._

Ce n'era per nove righe!... Insomma a poco a poco i convittori salirono
a quindici, a venti, a trenta, a cinquanta, a cento, e gli esterni
crebbero in proporzione. Non mancavano gl'invidiosi.... figuriamoci!...
Sparlavano di me e del mio Collegio; e ch'io ero venale e ignorante,
sissignori, questo dicevano, e che i professori non valevano un'acca,
e che li pagavo male, e che tenevo a stecchetto i convittori....
come se non avessi dovuto preservarli dalle indigestioni.... e che la
mia era una fabbrica d'asini.... come se non si fabbricassero asini
in tutte le scuole.... Io mi stringevo nelle spalle.... Avevo ben
altro pel capo.... Le figliuole avevano raggiunto la mezza dozzina,
e volendo assicurar loro sei mariti occorreva darsi le mani attorno.
Grazie al cielo, la Rosa era entrata perfettamente nelle mie idee
e mi ajutava con tutta l'anima.... Dei fiaschi erano inevitabili, e
guai a essere esclusivi, guai a impuntarsi su pochi nomi.... Si getta
l'amo cento volte per pigliare un pesce. Noi avevamo circa venti
candidati _in pectore,_ tre in media per ogni figliuola, i grandi
per le grandi, i piccoli per le piccole.... A questi venti, con le
debite cautele per non dar troppo nell'occhio, si usavano attenzioni
particolari; di quando in quando un invito alla tavola di famiglia,
una uscita straordinaria, una carezza, un elogio, e, al caso, una
parolina nell'orecchio dei professori _in limine_ degli esami. Che
se uno di loro cadeva indisposto, mia moglie gli teneva un'oretta
di compagnia, gli somministrava di sua mano le medicine, il thè di
camomilla, le tazze di brodo ristretto, eccetera, eccetera. E nelle
lezioni di ballo a cui partecipavano le mie ragazze quei venti erano
i cavalieri preferiti, anche se ballavano meno bene degli altri.
Ma il meglio era nell'autunno, in villeggiatura. Sempre conducevamo
con noi, verso un supplemento di retta che ben s'intende, un certo
numero di convittori; le famiglie ce li lasciavano o perchè si
rinfrancassero in qualche materia, o perchè potessero godersi un po'
d'aria campestre senz'abbandonare affatto il Collegio.... Allora
era una vita patriarcale.... un'ora o un'oretta e mezzo di studio
sotto di me o sotto un professore che ci tiravamo dietro; pel resto
erano scarrozzate, e gite sul somaro, e giochi innocenti diretti
da mia moglie, che, per fortuna, non aveva più la malinconia delle
gravidanze.... Basta, in quella stagione le bimbe e i convittori si
trattavano come fratelli e sorelle. Rischi seri non ce n'erano, coi
piccoli per un conto, coi grandi per un altro, chè già erano sempre
in parecchi e si sorvegliavano a vicenda.... Però è da scommettere
che, se quei ragazzi avessero avuto l'età necessaria e fossero stati
padroni di sè, si sarebbe combinato un pajo di matrimoni ogni autunno.
La Paolina sopratutto faceva furori. Una volta erano in cinque a
starle attaccati alle gonnelle. Ma ella aveva sett'anni e il maggiore
de' suoi spasimanti ne aveva dodici!... Eh, poveri noi se non ci
fossimo agguerriti contro le illusioni! Era un lavoro di Penelope,
un continuo fare e disfare. I diciotto o venti candidati rimanevano
invariati come cifra complessiva, ma mutavano continuamente nelle
loro unità. Oggi uno era richiamato a casa per motivi domestici;
domani un secondo non pagava la retta e conveniva licenziarlo; un
terzo rivelava un pessimo carattere; in un quarto si scoprivano i
germi d'una malattia ereditaria. Pazienza! Da bravi generali, la
Rosina ed io colmavamo i vuoti con le nuove reclute. Il guajo grosso
era questo: che l'educazione del Convitto, anche per quelli che
seguivano i corsi preparatorî, non durava eterna.... Sarebbe stata una
faccenda diversa se avessi potuto aprir dei corsi superiori, dei corsi
universitari.... chè già avrebbero imparato da me quello che imparano
nei grandi istituti pubblici.... Ma in questo benedetto paese, dopo
tanti sacrifizî per conquistare la libertà, non è mai lecito di far
quello che si vuole. Così a quindici, sedici, diciassett'anni al più
i ragazzi avevano compito i loro studi nel mio Collegio. Avevo un bel
dire, nel giorno in cui essi si accommiatavano, avevo un bel dire: —
Questa è sempre la vostra casa, dovete rammentarvene, dovete tornarci
spesso, chè sarete accolti come figliuoli. — Quanti ne tornavano poi,
o, pur tornandovi, quanti non si fermavano alla prima visita? Quanti
di quelli ch'eran lontani scrivevano più d'una lettera di cerimonia?...
Eh, cari signori miei, chi non è parato ai disinganni, non si consacri
all'educazione della gioventù.

Fatta questa riflessione profonda, il cavalier Flaminî offerse
nuovamente da bere al signor Nestore e alla signora Veronica, e
poich'essi lo pregarono di dispensarli, votò da solo la boccia di vino
che, mezza colma ancora, gli stava dinanzi; ciò che rese più varia e
più colorita, sebbene meno limpida, la sua eloquenza.

In principio prevalse la nota patetica. — Pur troppo molti di quelli
che avevano avuto le maggiori cure da me e da mia moglie, che avevano
mangiato i nostri migliori bocconi, che avevano figurato in prima
lista fra i nostri generi possibili, non si degnarono nemmeno, una
volta usciti di Collegio, di darci segno di vita. Peggio, peggio
assai; alcuni dissero roba da chiodi dell'Istituto, degl'insegnanti,
della Rosina, di me; ci accusarono di aver teso loro delle trappole,
ci misero in canzonatura.... Disgraziati!... Per me chi sparla della
scuola ove fu allevato è tutt'uno con chi percuote il seno che lo
nutrì. Latte per latte, qual è il più necessario?

Lasciando insoluto il problema, il signor direttore continuò:

— Per fortuna un manipolo di veterani ci restava fedele.... Ne tenevamo
a pensione due o tre che frequentavano l'Università cittadina; altri,
ch'erano del paese, seguitavano a bazzicarci in casa la sera per
giuocare al bigliardo o per fare un po' di musica.... Una dozzina in
tutti, compreso un paio di professori del Collegio, che, in mancanza
di meglio, potevano entrar in candidatura matrimoniale anch'essi.... Di
tratto in tratto, quand'eravamo a tu per tu la Rosina ed io, si tirava
fuori il registro delle figliuole, perchè c'era un registro scritto
dalla prima all'ultima riga di pugno di mia moglie. Ella n'era tanto
gelosa; e guai se sapesse ch'io ne parlo qui!... Ma spero bene che non
mi tradiranno.... Siamo fra amici.... Sì, c'era un registro. Ognuna
delle sei ragazze aveva una specie di conto, intestato al suo nome in
bel carattere rotondo: _Luisa,_ per esempio. Sotto la intestazione,
nella colonna a sinistra i nomi e i cognomi dei giovinetti che ci
parevano poter convenirle, con la data dell'iscrizione; nella colonna
a destra, allorchè per un motivo qualunque si doveva rinunziare a uno
dei candidati, si scriveva a fronte del suo nome e cognome un'unica
parolina: _Annullato_.... Dunque con la Rosa si tirava fuori il
registro, e lo si sfogliava, così per curiosità, ripassando nella
memoria quegli _annullati_.... Quanti erano!... A guardarli mi si
stringeva il cuore come se fossi in un cimitero.... Anche adesso....

E veramente il cavalier Flaminî aveva gli occhietti lustri, non si
sa se per la commozione o pel vino. Egli vi passò su il fazzoletto, e
riprese:

— La Rosa, più positiva di me, diceva: “O non hai pensato in che
imbroglio saremmo se dovessimo contentarli tutti?„ Quest'era Vangelo;
ma che colpa ne ho io se mi son sempre considerato il padre de' miei
allievi?

Il signor direttore andava divagando; citava nomi, citava date,
raccontava aneddoti che non avevano nulla a che fare con l'argomento;
onde la signora Veronica si permise di rimetterlo in carreggiata. —
Capisco; però l'essenziale si è che lei le sue ragazze le ha accasate
tutt'e sei.

— Oh questo sì. — rispose il cavaliere rasserenandosi in viso; — e per
merito della mia idea, per merito del Convitto.... La Luisa, la prima,
è in Toscana e ha sposato un ex-convittore che ha campagne sue e mi
manda del vinetto che vorrei aver qui; due ne ho a Milano, l'Ernestina
e l'Amalia; i mariti sono in commercio; quello dell'Ernestina ha un
deposito di vermut e altri liquori, in via Monforte 15.... roba scelta
e prezzi di favore.... un bravo figliuolo, che in Collegio aveva
una gran disposizione per la chimica.... anzi glielo raccomando se
avessero da far provviste. La Maria abita a Torino; oh! quella è stata
fortunatissima. Mio genero Ettore Giorgi è nipote del proprietario
della ditta Fratelli Giorgi del fu Angelo, _Fabbrica d'olî medicinali,_
in piazza dello Statuto N. 4.... Quando Ettorino era da noi, la sua
casa ci forniva l'olio di ricino per il Convitto.... un olio che è un
nettare.... La Bianca è lontana, pur troppo.... laggiù a Napoli, ove il
suo sposo ha un posto in una redazione di giornale.... una testolina
vulcanica, fin da piccolo; appassionato per la politica.... non mi
meraviglierei di vederlo col tempo alla Camera dei deputati.... La sola
ch'è rimasta con me è la Paolina.... Non per lagnarmi, ma con tanti
aspiranti che ella aveva avuto, speravo che trovasse meglio.... Basta,
questo mio genero.... del rimanente un ottimo giovine.... non aveva
impiego, e l'ho nominato io professore nel mio Collegio; insegna la
letteratura e la bicicletta; conduce a spasso i convittori.... adesso
è con loro in una gita sui laghi.... Già io non ho maschi: prevedo
che lascierò a lui la direzione dell'Istituto.... Una volta le cose
avviate, non ci son difficoltà, e anche la croce di cavaliere, se il
ministro non mi manca di parola, mio genero l'avrà più presto che non
l'abbia avuta io.... Così va il mondo....

— E nipotini ne ha? — chiese il signor Nestore.

Il signor direttore allargò le braccia. — _Crescite et
multiplicamini_.... Ho dieci nipotine.... È la viziatura materna....
Nella mia famiglia non nascono che femmine.... Per fortuna che c'è
sempre il Collegio.

— Beato lei! — esclamarono i conjugi Ariani. Ma nella loro fisonomia
appariva un profondo sconforto. Il metodo del signor direttore non
aveva applicazione pratica per essi. Nè il Collegio-convitto Flaminî,
nè alcun altro Convitto del mondo poteva ormai fabbricare un marito per
la loro Tilde.

Anche sulla fronte del cavaliere s'era stesa una nube. Egli aveva la
vaga coscienza d'aver parlato troppo, e guardava con aria di rimprovero
la boccia vuota, come se avesse colpa lei d'esser stata bevuta.

A un tratto la signora Veronica tese l'orecchio e disse: — Mi par di
sentire la voce della signora Rosa.

Il signor direttore arrossì, raccolse in fretta gli occhiali e se
li accomodò sul naso, sforzandosi di riassumere l'aspetto grave e
cattedratico che piaceva a sua moglie.



COSCIENZE AGITATE


I.

Posto sul pendio d'un'amena collina che monti più alti difendono dai
venti di settentrione, ricco d'acque sorgive che abbeverano tutto
l'anno le belle praterie circostanti, il paese di Sant'Angelo dei
Pastori godeva sino a poco tempo addietro la fama invidiabile d'esser
uno dei luoghi d'Italia ove le malattie sono più rare ed è minore
la mortalità. Non è quindi da maravigliarsi che il vecchio albergo
ed il nuovo fossero ogni autunno pieni di forestieri e che vi si
fabbricassero ville e _chalets_ a cui non mancavano mai gl'inquilini.

Nè Sant'Angelo dei Pastori si vantava soltanto del suo clima, della sua
posizione, delle sue acque e della sua salubrità; esso andava superbo
altresì del suo segretario municipale, signor Geronimi, che sostituiva
il sindaco sempre assente, del suo parroco don Prospero, affabile,
gioviale, gran giuocatore di bocce, e del suo farmacista Saverio
Dorini, detto _il Mago_.

Anzi, per esser sinceri, il signor Dorini era tenuto anche in maggior
conto del segretario e del parroco. La sua farmacia all'insegna del
_Leone_ e della _Giraffa_ alla quale la gente veniva a provvedersi di
medicinali da quindici, da venti miglia di distanza, era considerata
una gloria locale. E quella farmacia non poteva scindersi dalla persona
del suo proprietario e conduttore, che l'aveva portata a così alta
riputazione con la sua opera sagace e indefessa.

I confratelli invidiosi schizzavano veleno contro il signor Saverio,
mettevano in canzonatura il suo soprabito scuro che gli scendeva fino
alle calcagna ed era chiuso fino al collo, le sue scarpe di panno, il
suo berretto di velluto col fiocco di seta, la sua faccia macilenta e
legnosa ove brillavano due occhietti che parevano fatti col succhiello;
e, quasi ciò non bastasse, malignavano sulla sua aria di mistero, sulla
sua vita solitaria, sul suo gatto Masaniello dal pelo nerissimo, dagli
occhi lucenti come due monete d'oro, gettavano sospetti sulla sincerità
dei suoi prodotti farmaceutici, cercavano nuocergli presso i contadini
ignoranti chiamandolo _il Mago_. E l'epiteto aveva fatto fortuna; ma,
volutogli dare dai rivali con un significato ingiurioso, era rimasto
aggiunto al suo nome come un titolo nobiliare per merito de' suoi
compaesani. Un mago sì, un mago benefico che aveva saputo arricchire
giovando agli altri, che non si concedeva riposo nè di giorno nè
di notte, e che attendendo quasi solo ai suoi negozi non aveva mai
commesso una svista.

Del loro affetto per questa fenice dei farmacisti, gli abitanti di
Sant'Angelo dei Pastori diedero una prova solenne tre anni or sono,
quand'egli, ridotto in fin di vita da una fiera malattia, superò
insperatamente la prova. Vi fu allora persino chi propose di erigergli
addirittura un piccolo ricordo marmoreo, come fece la Repubblica
di Venezia al doge Francesco Morosini, _adhuc viventi_. L'idea fu
abbandonata per desiderio espresso del modesto signor Dorini che ne
aveva avuto sentore, ma intanto s'era potuta raccogliere in cinque
giorni la somma di undici lire e venticinque centesimi, erogate subito
in opere di pubblica beneficenza.


II.

È però un caso singolare. Appunto da circa tre anni, le cose di
Sant'Angelo dei Pastori non vanno più come una volta. Il paese, sfido
io, non ha mutato nè situazione, nè clima, e le sue acque continuano
a scorrere limpide, pure, abbondanti; il signor Geronimi è sempre il
_factotum_ del Comune, gli stessi due medici si dividono la clientela,
don Prospero regge sempre la parrocchia, il signor Saverio Dorini,
detto _il Mago,_ siede sempre dietro il banco della sua farmacia sulla
cui insegna dipinta a nuovo il fiero leone dalla lunga criniera e la
mite giraffa dal lunghissimo collo seguitano a guardarsi in patetico.
E, fino a ieri, il gatto Masaniello, tacito e grave, compiva le solite
evoluzioni fra i boccali e sugli orli delle scansie, o si accosciava
sulla soglia in atteggiamento di Sfinge.

Ma il signor Geronimi, uomo versato negli studi statistici, ha notato
un piccolo aumento nella media della mortalità a Sant'Angelo dei
Pastori, e questo fatto unito ad un altro che cade sotto gli occhi
di tutti desta le sue ansietà patriottiche. L'altro fatto è questo:
il farmacista ed il parroco hanno cambiato umore e abitudini. Sarà
discutibile se abbiano cambiato in meglio od in peggio; il cambiamento
è sicuro. Il signor Dorini, il quale prima d'ammalarsi non andava in
chiesa che nelle feste solenni, adesso mostra uno straordinario fervor
religioso e si confessa ogni mese. Bisogna dire però che la fede non
gli dia la pace dell'animo, perchè è turbato, inquieto, come se un
pensiero molesto lo crucci. Nè passa più due o tre ore ogni notte
chiuso nel suo laboratorio con l'unica compagnia del suo gatto; lo si
vede invece, in quell'ore, girar solo nell'orto, con la testa china
sul petto e le mani dietro la schiena, lasciando che Masaniello, privo
delle usate occupazioni, si dedichi sfacciatamente al libertinaggio,
corra sui tetti, penetri nelle case altrui e spaventi le oneste
famiglie col miagolio petulante e il luccicar delle gialle pupille. Don
Prospero, dal canto suo, già così gaio e socievole, sfugge le allegre
brigate, gioca di rado alle boccie, ed è sovente nervoso e irascibile,
sopratutto dopo i suoi colloqui spirituali con l'amico Saverio. E sì
che per un ministro del Signore non dovrebb'esser piccola soddisfazione
l'aver ricondotto all'ovile una pecorella smarrita.

Povero don Prospero! Non vorremmo calunniare un degno ecclesiastico,
ma abbiamo forti ragioni per credere ch'egli dica spesso in cuor suo:
— Benedetto uomo quel Saverio! Dal momento ch'egli era giunto sulla
soglia del Paradiso, che ghiribizzo gli è saltato di far frontindietro
e di rimanere in questo brutto mondacccio ove rischia di compromettere
di nuovo la salute dell'anima sua?

Ah, il giorno della confessione di Saverio Dorini (della prima) era
stato un dì memorabile pel parroco di Sant'Angelo dei Pastori. Con zelo
d'apostolo egli era accorso al letto del moribondo, con mansuetudine
di santo ne aveva ascoltato le rivelazioni inattese, con gaudio di
sincero credente ne aveva accolto il pentimento e gli aveva concessa
l'assoluzione. Quindi ai curiosi che affollati intorno alla farmacia
tentavano strappargli qualche indiscrezione egli s'era contentato di
dire: — Fa una gran bella morte.... Una morte da vero cristiano.

— Non poteva essere altrimenti, — qualcheduno aveva soggiunto. — Dopo
una così bella vita!

Senza rispondere, don Prospero s'era ritirato frettolosamente in
canonica, ove alla serva Cesira che lo tempestava di domande aveva
ripetuto l'identica dichiarazione: — Fa una gran bella morte.

Ma la sera, tornando dal _Mago,_ l'aveva trovato in condizioni molto
migliori; la mattina il medico era venuto in persona ad annunziargli,
che, secondo lui, il signor Saverio era fuori di pericolo.

— Diamine, diamine! — aveva borbottato fra i denti il buon prete.


III.

Tutti i particolari di quella confessione erano stampati in caratteri
indelebili nella memoria di don Prospero a cominciar dalla fuga
precipitosa del gatto Masaniello che, sguisciando dalla camera del
malato in un accesso di folle terrore, gli si era impigliato nella
tonaca e fra le gambe. C'erano momenti in cui egli sarebbe stato in
grado di ripetere parola per parola le cose dettegli dal farmacista, e
di aggiungervi l'esclamazioni che la sorpresa gli aveva strappato dal
labbro, le interruzioni, l'esortazioni che aveva fatto. Gli bastava
chiuder gli occhi per rievocare la scena.

Ecco, dopo liberatosi la coscienza di alcuni peccatucci minori,
il signor Saverio si alzava faticosamente sul gomito, e tirando un
sospirone principiava: — Ella sa, caro don Prospero, di quanta stima io
godessi come farmacista....

A cui egli, il sacerdote: — Stima meritatissima, figliuolo. Ma non
conviene esaltarsi.

— Eh si tratta di ben altro che di esaltarsi.... Se su cento medicinali
esistenti nel mio laboratorio ce n'eran dieci di genuini è già
molto.... L'olio di ricino, la cassia in canna, la polpa di tamarindo,
non dico.... Ma il resto! Pillole, acque minerali....

Qui a don Prospero era scappata una frase di cui egli si pentiva
amaramente, come di quella che tradiva una preoccupazione affatto
personale: — Anche le acque minerali!

Don Prospero faceva ogni estate la cura delle acque di San Pellegrino.

— Le acque minerali sopratutto, — continuava l'infermo.... Però in modo
da non recar danno alla salute....

— Meno male.... Avanti, avanti, figliuolo.

— Ah, da questo lato non ho rimorsi.... Delle disgrazie non ne son
successe per causa mia.... Forse col mio sistema se ne sono evitate....
Si ricorda, don Prospero, quel giovine tedesco che anni sono, mentr'io
ero fuori di paese, era riuscito a procurarsi dal mio garzone una
fortissima dose di laudano ch'egli ingoiò tutta d'un colpo credendo di
morire? Invece egli se la cavò con una dormita di ventiquattr'ore....
Mi son sempre servito di sostanze innocue.... Per i medicamenti
liquidi, dell'acqua del mio pozzo, ch'è la migliore del paese.... Avevo
un buon assortimento di bottiglie, di etichette, di tappi e facevo da
me tutto il lavoro.... Per esempio da una bottiglia d'acqua di Vichy
ne venivano tre.... Per le polveri, per le pillole, c'era la farina
finissima, la gomma arabica....

A questo punto il signor Saverio s'era sentito mancar le forze e aveva
lasciato ricader la testa sul capezzale.

— Basta, figliuolo, basta, — aveva detto don Prospero. — Non vi
affaticate, non vi agitate.... Senza dubbio il peccato è grande.
Avete ingannato la buona fede del pubblico.... vi siete arricchito
illecitamente.

— Ho fatto molte carità, — sussurrò il farmacista con un filo di voce.

— Non sono carità buone quelle che si fanno coi danari carpiti agli
altri.... A ogni modo, voi riconoscete il vostro torto?.

Il malato accennò di sì col capo.

— La misericordia di Dio è infinita e non manca mai a chi si pente con
sincerità ed effusione di cuore. Vi pentite, figliuolo?

— Sì, sì.

Docile, ubbidiente, il signor Saverio, col poco fiato che gli
rimaneva, compì il suo atto di contrizione, ripetè con fervore le
preghiere recitate dal sacerdote, promise, se il cielo gli accordava
ancora qualche anno di vita (non lo sperava, ma al Signore nulla è
impossibile) promise di condurre d'allora innanzi la farmacia secondo
le norme della più rigorosa onestà, di frequentare le funzioni di
chiesa, di osservare il magro e i digiuni, di ristaurare a sue spese
il campanile e di andare nel settembre in pellegrinaggio alla Madonna
di Monte Balestro. Tutte cose che spiegavano l'affermazione enfatica di
don Prospero: — Fa una gran bella morte.


IV.

Appena guarito, il signor Saverio Dorini portò al parroco un acconto
della somma necessaria pei lavori del campanile, vi aggiunse un'offerta
per i poveri, e s'intrattenne lungamente di soggetti religiosi,
mostrando tutto lo zelo d'un neofita.

— Bravo, bravo, figliuolo, — diceva don Prospero. — Mi avete dato una
delle maggiori consolazioni della mia vita.... Ma intendiamoci, veh....
Voi dovete mantenere il vostro impegno circa alla farmacia.... Non più
sotterfugi, non più falsificazioni.... Prodotti genuini, e nient'altro.

— Si figuri, don Prospero.... E poi non verrò da lei ogni mese?.... Non
le racconterò tutto.... in confessione?

— Anche fuori di confessione.... quando volete.... nel mio orto, a tu
per tu, con un buon bicchiere di vino davanti.

— No, no, son temi delicati.... E mi raccomando, per carità.... Di
quello che ha saputo....

— Mi meraviglio! — interruppe don Prospero, scandalizzato del dubbio
ingiurioso.

Pei primi tempi le cose andarono a gonfie vele, e il farmacista
ebbe persino l'eroismo di distruggere con le sue mani alcuni vecchi
medicinali adulterati per non cedere alla tentazione di rimetterli in
vendita.

— È proprio un sant'uomo, — pensò don Prospero il giorno in cui
ricevette questa confidenza sbalorditiva.

Era anche l'opinione delle donnicciuole del paese, le quali, quando
videro _il Mago_ accompagnarsi a loro per andare a piedi, secondo il
voto ch'egli aveva fatto, in pellegrinaggio alla Madonna di Monte
Balestro, ruppero in esclamazioni ammirative e vollero una per una
baciargli il lembo del vestito.

Naturalmente, fra gli _spiriti forti,_ vi furono scrollatine di spalle
e allusioni sarcastiche. E ch'erano ostentazioni bell'e buone, e che i
farmacisti devono attendere al loro mestiere e non fare i collitorti,
e che certo il signor Saverio aveva dei gran peccati sull'anima se
provava il bisogno di bazzicare tanto in chiesa.

E c'erano gl'indiscreti che tastavano il parroco. — Ah, don Prospero,
chi sa che orrori avrà sentito da quel signor Saverio! Se potesse
parlare!

— Zitti là, scomunicati! Quel Saverio è un sant'uomo.

Don Prospero diceva così, forse convinto, forse no.

E presto il _sant'uomo_ cominciò a dargli non poche tribolazioni.

Veniva al confessionale, s'accusava di parziali ricadute negli antichi
errori. Rispettava i medicamenti solidi; gli accadeva talvolta, per
distrazione, di _allungare_ i liquidi.

— In nome di Dio benedetto! — esclamava il sacerdote. — Non torniamo da
capo.

— Che vuole? Con tutte quelle bottiglie, quelle etichette, quei tappi
che mi son rimasti in magazzino, con quel pozzo eccellente che ho sotto
le mani, è uno scongiuro....

— E voi distruggete le vostre bottiglie, le vostre etichette, i vostri
tappi.... Avete pur fatto qualcosa di simile in passato.

— Delle scatole di pillole, delle cartoline di polveri son presto
distrutte.... Ma quella roba voluminosa....

— Vendetela quella roba.... o regalatela.

— Oh sì.... Sarebbe il modo di svegliare i sospetti.

— Chiudete il pozzo allora.

— E per gli usi domestici?

— C'è tanta acqua in paese.

— No, don Prospero, le giuro che d'ora in poi starò in guardia.
M'imponga che penitenza crede, ma mi assolva per oggi.... Vedrà, vedrà.

Don Prospero si lasciava commovere, imponeva la penitenza e rimandava
assolto il peccatore.

Una volta però egli fu irremovibile. _Il Mago_ aveva avuto l'impudenza
di proporgli una specie di compromesso. Avrebbe limitate le sue
manipolazioni a certe acque, astenendosi scrupolosamente dal toccar le
altre.... quelle di San Pellegrino, per esempio.

L'onesto sacerdote scattò. — Ma questo è un ricatto. E avete il
coraggio di tenermi un discorso di questa specie, in confessione?
Profanatore! Via, via subito.

E poichè il signor Saverio s'indugiava, biascicava delle scuse, don
Prospero lo piantò in asso.

La lezione servì, e successe un periodo nel quale il nostro farmacista
non sgarrò d'un punto.

— Nessuna miscela, nessuna sofisticazione? — chiedeva il parroco.

— Nessuna.

— Proprio?

— Che il Signore mi punisca qui all'istante se dico una bugia.

— Bravo, amico mio. Perseverate.

Ma una mattina, dopo che nella settimana c'erano stati due funerali in
paese, Dorini si presentò turbatissimo al suo confessore. — Caro don
Prospero, io ho una gran paura che volendo far il bene noi facciamo il
male.

— Cosa c'è? Che fisime son queste? Spiegatevi.

— Ha visto di quei poveri Giorgetti e Silanda?

— Son morti, pur troppo.... Me ne dispiace perch'erano due buoni
diavoli, due padri di famiglia.... Meno male che avevano qualche po'
di terra e i figliuoli non restan nella miseria.... Insomma, _pulvis
sumus_.

— Ebbene, avevano l'identica malattia e son stati curati con
gl'identici rimedi, arsenico e noce vomica, che quattr'anni fa si
son somministrati al gastaldo del conte Ferro e a Gigi Bonai, il
maniscalco, i quali son guariti tutti e due e adesso stanno meglio di
noi.

— Oh bella, si sa, con la stessa malattia, con la stessa cura chi
guarisce e chi no.

— Sissignore; però, quattr'anni fa, quei veleni, perchè sono veleni,
uscivano in ben altra forma dalla mia farmacia. Un bambino avrebbe
potuto prenderne qualunque dose senz'accorgersene. Ora sono genuini, e
ammazzano.

— Ammazzano, ammazzano? I medici sapranno il loro mestiere.

— Sarà: per me son convinto che s'io non cambiavo sistema quei due
disgraziati campavano.

— Che vorreste concludere?

— Niente. Lei fa il suo dovere a ordinarmi quello che mi ordina, io
faccio il mio a ubbidirle. Ma roviniamo il paese. Anche iersera, in
farmacia, il segretario Geronimi e il dottor Cianchi dicevano che la
salute pubblica è peggiorata, che i forestieri cominciano ad essere in
sospetto e che da due autunni si notano delle diserzioni.


V.

Don Prospero rimase con questa spina nel cuore. Gli pareva assurdo,
gli pareva immorale il pensare che la maggior lealtà d'un farmacista
dovesse aver per effetto un peggioramento nella salute pubblica;
tuttavia, se in qualche punto Dorini avesse ragione, se l'abuso dei
rimedi fosse fatale e se il render innocui questi rimedi fosse un
correttivo della mala tendenza dei medici a esagerare nelle ricette?
Un gran problema. A ogni modo, poteva egli permettere, tollerare le
frodi? Al penitente che si accusava d'ingannare la propria clientela
poteva egli dire — Continuate? — Poteva cader nell'agguato che forse
Dorini gli tendeva, e, con le sue compiacenze, legittimar dei guadagni
illeciti?

E il guaio si era che quel furbo del _Mago_ non si lasciava sfuggir una
sillaba sull'argomento fuori di confessione, e imponeva quindi a don
Prospero il più scrupoloso segreto, sotto pena di sacrilegio.

Si tirava avanti così. Con l'usata regolarità Saverio Dorini veniva
a fare il suo atto di contrizione ed era rimandato ora assolto ora
no, perchè se il farmacista aveva abbandonato le falsificazioni su
larga scala, ricascava ogni tanto nelle piccole. Comunque sia, egli
accettava con mansuetudine le penitenze che gli erano inflitte, ma
di tratto in tratto tornava volentieri sulla sua teoria di medicinali
_semplificati,_ e citava casi, anche recenti, di malati gravi ch'eran
guariti prendendo poco più che dell'acqua fresca o della farina
schietta mentre credevano di prendere o l'antipirina, o il calomelano,
o l'aconito, o qualche pasticcio simile.

Un giorno don Prospero commise un'insigne debolezza.

— Sentite un po', caro Saverio. Con quelle che chiamate semplificazioni
voi otterrete una gran riduzione sul costo....

— Oh Dio, non dico di no.

— E vendete ai prezzi degli altri?

— È necessario, per non rovinare il mestiere.

— Ecco, se tutto quello che risparmiate, fino all'ultimo soldo, lo
deste ai poveri, chi sa ch'io non fossi più corrivo?

Ma Dorini protestò. Del danaro in carità ne spendeva già molto; non
poteva esporsi al rischio di passare per dissipatore e di perdere il
credito di cui ogni industriale ha bisogno.

Il rifiuto del farmacista fu una fortuna per don Prospero che s'era
accorto immediatamente di aver messo il piede in fallo e sarebbe stato
in un bell'impiccio se _il Mago_ avesse accondisceso a stringere il
contratto. Anzi, riflettendoci, egli temette d'esser caduto in peccato
mortale pel solo fatto della proposta.

E a pranzo non toccò quasi cibo, tanto aveva la coscienza angustiata.

La serva Cesira, che da un pezzo lo vedeva così diverso da quello d'un
tempo, uscì allora in queste gravi parole:

— Lo so io che cosa c'è di guasto in paese.

— Eh? — fece il parroco.

— C'è il diavolo, — affermò la donna con serietà imperturbabile.

Don Prospero trasalì. Era figlio di contadini, e nonostante il suo
naturale buon senso non era mai riuscito a liberarsi interamente dai
pregiudizi ereditari.

Pur volle fare il disinvolto. — Sciocchezze!

— C'è il diavolo, — ripetè la serva. — E son parecchi anni che c'è.

— Finiamola! — disse don Prospero nella vaga apprensione di sentir
accusar il suo penitente Dorini. E soggiunse ironico: — Son parecchi
anni che c'è, e aspettate adesso ad avvisarmene?

Con l'ostinazione delle sue pari, la femmina riprese: — Finchè _il
Mago_ se lo teneva con sè la notte, fin che lavoravano insieme, non
dava disturbo a nessuno, e forse la farmacia andava meglio. Ora _il
Mago_ è rientrato in grazia di Dio e quello si sbizzarrisce a spese dei
cristiani.

Il parroco era in preda a un indistinto malessere. _Quello?_ chi era
_quello?_ Chi era il misterioso collaboratore di Dorini?

— Alle corte, spiegatevi. Chi è questo signor diavolo?

— Come non se lo immagina? È il gatto Masaniello che anche questa notte
è venuto nel nostro orto a rubare una gallina.

Don Prospero avrebbe voluto ridere, ma non poteva. Senza dubbio
erano minchionerie; nondimeno egli si ricordava di certe storie udite
nell'infanzia, secondo le quali il demonio non isdegnava di vestir la
forma di qualche animale domestico per sorprendere la buona fede delle
famiglie.

— Provi a esorcizzarlo, — suggerì la Cesira.

— Un gatto?

La serva si meravigliò dell'obbiezione. Nel suo villaggio, da bimba,
ell'aveva visto esorcizzare una capra.

— Basta, — disse don Prospero, alzandosi in piedi. — Tronchiamo questo
discorso. — La Cesira uscì proferendo minaccie incomprensibili.

Dopo una notte insonne, don Prospero prese una risoluzione energica
e partì all'alba pel capoluogo ove chiese ed ottenne un'udienza dal
vescovo della diocesi. Allorchè, ventiquattr'ore più tardi, egli
rientrava in canonica meditando su gli aurei consigli del venerabile
prelato, gli si affacciò sulla soglia la Cesira, nell'atteggiamento
di Giuditta reduce dal campo nemico. Anch'ella aveva ucciso il suo
Oloferne, e ne teneva la spoglia esanime, sospesa.... per la coda.

— Masaniello! — esclamò il parroco.

— Gli ho teso un laccio e l'ho strozzato, — disse la donna con
magniloquente brevità.

Indi, gettando la fredda salma lungi da sè, fornì ulteriori
schiarimenti. — Voleva mordermi, ma io con un segno di croce e una
tiratina di spago l'ho ridotto all'impotenza.... E son più convinta che
mai ch'era il diavolo.... Vedrà, vedrà se adesso tutto quanto non si
rimette a posto.

La Cesira era così sfolgorante d'orgoglio per l'azione eroica compiuta
(aveva strozzato il diavolo, nientemeno!), si mostrava così sicura
dei risultati finali della sua magnanima impresa che don Prospero
rimase senza parola. Non osò nè lodarla nè rimproverarla; le invidiò
la sua fede; si sforzò di credere che l'eccidio del gatto Masaniello,
bestia scontrosa e antipatica, potesse, secondo la frase della serva,
rimetter _tutto quanto a posto_. Monsignor vescovo, forbito oratore,
gli aveva ben detto, pur dianzi, che le vie della Provvidenza sono
imperscrutabili.

Ma la Cesira, che non comprendeva il riserbo del suo padrone,
raccolse da terra la sua vittima e si ritirò sdegnosamente in cucina,
borbottando: — Oh, gli uomini!



NELLE VACANZE DI SUA ECCELLENZA


Sua Eccellenza l'onorevole Tito Cervara, sfuggendo per miracolo
alla vigilanza dei subalterni ossequiosi, degli amici zelanti, dei
sollecitatori molesti, s'era fatto condurre in vettura chiusa di piazza
al principio del viale d'ippocastani, fuori d'una delle porte della
cittadina universitaria ove trent'anni addietro egli aveva compito i
suoi studi e ove adesso era andato a passare i due ultimi giorni delle
sue vacanze ministeriali. Vacanze così per dire, giacchè in meno di tre
settimane Sua Eccellenza aveva dovuto pronunziare un paio di discorsi
politici, assistere a sette banchetti e rispondere ad altrettanti
brindisi, accordare ventiquattro colloqui, intervenire a sei
cerimonie inaugurali, accettare dieci presidenze onorarie, promettere
duecentocinquanta chilometri di ferrovia, trenta croci di cavaliere,
nove ufficialati e cinque commende. Forse il pensiero di questi impegni
assunti troppo leggermente gli toglieva di gustare, com'egli aveva
sperato, la passeggiata solitaria lungo il bel viale pieno per lui di
tanti ricordi della giovinezza.

Quante volte, nelle limpide mattine d'estate, all'avvicinarsi degli
esami, egli era venuto qui insieme con uno o due condiscepoli a
ripassare i suoi quaderni; quante volte c'era tornato al crepuscolo
in compagnia degli amici ilari e rumorosi, cantando gaie canzoni,
recitando poesie, disturbando colle grida e col chiasso i pacifici
borghesi usciti a prendere il fresco a piedi o in carrozza! E anche
nella quiete silenziosa delle sere senza luna egli aveva sovente
percorso quel viale a fianco di qualche facile bellezza che nè chiedeva
nè offriva perennità d'affetto, ma in quello sbocciar della vita lo
attirava col fascino e con le insidie dell'eterno femminino.

Erano passati trent'anni da allora; gl'ippocastani erano sempre
gli stessi; trent'autunni li avevano sfrondati, trenta primavere
li avevano rivestiti di nuove foglie senza scemar vigore alla loro
robusta vecchiezza; ma quelli che trent'anni addietro s'eran riposati
alla loro ombra, avevano inciso le proprie iniziali sul loro tronco,
avevano raccolto il frutto selvatico caduto dai loro rami, dov'erano
adesso?.. L'antico studente diventato ministro poteva ben ripetere col
personaggio della _Sonnambula_

    Cari luoghi, io vi trovai,
    Ma quei dì non trovo più.

Due carri di fieno tirati da buoi procedevano lentamente verso la
città; in senso opposto venivano una timonella e due biciclette, una
delle quali, non avendo altra strada libera, invase il sentiero dei
pedoni e rasentò le gambe di Sua Eccellenza, che piegò istintivamente
a sinistra, verso una panca di pietra ove stava seduto un uomo di età
matura con un giornale in mano. L'uomo, d'aspetto civile, indossava
un vestito di lana color pepe e sale, aveva un cappello a cencio sotto
cui spuntavano i riccioli d'una chioma brizzolata, e teneva stretto fra
le ginocchia un ombrellone blù, da parroco di campagna. Al movimento
fatto da Cervara per scansarsi dalla bicicletta, egli alzò gli occhi,
si turbò, e, come seccato dell'incontro, tornò a sprofondarsi nel suo
giornale.

Ma anche gli occhi del Ministro s'eran fissati sul lettore solitario,
ne avevano in un lampo scrutato la fisonomia e correndo a ritroso del
tempo avevano rievocato l'immagine d'un giovine di ventidue o ventitrè
anni, bello della persona, mediocre d'ingegno, gentile d'animo, ardito,
entusiasta, un misto di poeta e di sognatore.

E dalla bocca, quasi inconsapevole, di Sua Eccellenza uscì un nome: —
Varesio!

Ecco, quantunque gl'intrighi della politica, la caccia agli onori,
l'abitudine del potere non avessero interamente guastato il cuore a
Tito Cervara, è da scommettere che, in condizioni ordinarie, egli, pure
imbattendosi in Varesio, non avrebbe fatto un passo verso il vecchio
camerata, il quale mostrava in modo manifesto di voler schivarlo.
Sarebbe accaduto a lui quello che, pur troppo, accade in generale a noi
tutti, allorchè queste larve d'un passato remoto sorgono d'improvviso
in mezzo alla nostra vita febbrile e spesso affaccendata in minuzie.
Pensando alla seduta ove siamo attesi, al caffè che siamo avvezzi a
sorseggiare, alla visita che ci siamo impegnati a fare in quell'ora,
noi siamo lieti se ci riesce di sgattaiolar via inavvertiti, o di
cavarcela con un cenno del capo o un _buon dì_ frettoloso.

Ma Sua Eccellenza era in speciali disposizioni d'animo; il suo camerata
gli appariva in un momento nel quale tutto l'esser suo era attirato
da una forza irresistibile verso la giovinezza, verso gli anni di
bagordi e di studi, e nella sua bella voce baritonale c'era un calore
comunicativo quand'egli si fermò sui due piedi e ripetè il nome
pronunziato pur dianzi: — Varesio!

Poichè ormai non c'era più scampo, costui si levò da sedere, rosso,
confuso e si portò la mano al cappello.

— Bando alle cerimonie, — disse Cervara arrestandogli il braccio. — Mi
riconosci?

— Sfido io a non conoscere il signor Ministro, — balbettò Varesio.

— Per amor del cielo, lascia stare il _signore_ e il _Ministro_.
Qui non sono che Cervara, Tito Cervara, il tuo condiscepolo
d'Università.... Via, dammi un bacio.

L'altro, sebben riluttante, cedette; quindi, abbozzato un sorriso,
esclamò: — Quanti anni!

— È meglio non contarli.

Però Varesio fece un calcolo mentale e soggiunse: — Sicuro, dacchè
abbiamo preso la laurea insieme ne son corsi trenta.

— Ci siamo visti ancora.

— Sì, a Milano dopo la guerra.

— Indossavi la camicia rossa, avevi combattuto valorosamente, e come
t'ho invidiato in quei giorni, io ch'ero dovuto rimanere a casa!...
Circostanze....

— È sempre un quarto di secolo che non ci si vede, o almeno che non ci
si parla, — osservò Varesio.

— Giuro ch'io non t'ho visto.

— È naturale; gli uomini illustri non vedono gli uomini oscuri, ma
questi possono veder quelli.

— Smetti l'ironia. Perchè non mi hai cercato?

— Scusa, — replicò Varesio, — in ogni caso eri tu che dovevi cercar me.

Cervara fece un gesto di meraviglia. Non era abituato a sentirsi
parlare con tanta libertà.

— S'intende, — continuò l'amico. — Tu fosti presto un personaggio
d'alto affare; cercandoti, avrei fatto credere che volevo implorar
grazie e favori.

— Sempre orgoglioso, — notò il Ministro. — Ciò non toglie che tu abbia
ragione; dovevo cercarti io.... Cosa vuoi? Non è che non si ricordi;
gli è che noi uomini politici siamo trascinati in una baraonda. A ogni
modo, ti dò la mia parola d'onore ch'io ignoravo che tu fossi stabilito
qui.... Da studente avevi la tua cameretta, come me, e nelle vacanze
andavi in famiglia.

— Sì, — rispose Varesio, — andavo in campagna.... a una trentina di
chilometri.... Siamo rustica progenie.... Quando son rimasto solo, ho
venduto quel po' di terra che avevo e mi son fatto cittadino.

— Sei solo?

— Solo.

— Non hai preso moglie?

— Son vedovo.

— Da un pezzo?

— Da quindici anni.

— Oh poveretto!... E figliuoli?

— Ne avevo due, e son morti bambini.

Varesio scosse la testa e disse al Ministro che lo commiserava: — Vedi
bene, non vivo, sopravvivo.... Basta.... E tu sei sempre scapolo?

— Sì, e me ne pento.

— Avresti tempo ancora.

— Ah nemmen per idea.... È troppo tardi.

— Non c'è dubbio, se si trattasse di sposare una giovinetta, —
principiò Varesio. Ma s'interruppe per guardar in alto; stette pochi
secondi col braccio teso, col dorso della mano vôlto all'insù, e
soggiunse: — Piove.... Non hai ombrello?

— Io no.

— Vieni sotto il mio.... Alla barriera troverai un fiacre.

— Ma io ce l'ho il fiacre.... L'ho lasciato appunto laggiù, alla
barriera.

— Hai un fiacre come un semplice borghese?

— Sì, e grazie al cielo il cocchiere non mi ha conosciuto.

— Allora t'accompagno fin là.

Varesio aperse un ombrellone grande così da poter riparare un'intera
famiglia, e disse con una risata che pareva l'eco di giorni lontani:

— Questo baldacchino non s'immaginava di dover protegger dall'acqua un
Ministro del Regno d'Italia.

— Ma neppur noi, — riprese Cervara, — ci immaginavamo venti minuti
fa di trovarci qui, proprio qui, ove si veniva la mattina con le
litografie del diritto romano e la sera con le crestaie della città.

S'avviarono a braccetto, sotto la pioggia, ravvicinati un istante da
quella visione del passato che colmava l'abisso ond'erano divisi i loro
destini.

Infervorato a discorrere, il Ministro non si accorgeva nè
dell'avanzarsi d'una vettura sullo stradone, nè dei segni che gli
faceva il cocchiere.

Se ne accorse Varesio e ne avvertì il compagno: — Bada, fa dei segni a
te.

— Chi?

— Quel fiaccheraio.... È il tuo?

— È vero, è il mio. Gli avevo ordinato d'aspettarmi.

Il legno si fermò, e il cocchiere, scendendo da cassetta disse a
Cervara che, vista la pioggia, aveva creduto opportuno di venirgli
incontro.

— Avete fatto bene, — disse Sua Eccellenza. E rivoltosi a Varesio: —
Ora t'offro io l'ospitalità nella mia vettura. Dove vai?

— Non vado. Resto.

— Con questo diluvio?

— Sotto gli alberi si è sempre riparati a bastanza.... E poi è un
acquazzone che passa.... Quando sarà cessato, andrò a casa.

— Insomma, t'accompagno io a casa. Dà il tuo indirizzo.... su, su.

Ma Varesio si schermiva ancora. — Sto al capo opposto della città.

— Ragione di più, — ribattè il Ministro. E con amichevole violenza
forzò Varesio a montare.

Il vetturale fece un gesto per chiedere: Dove? Sua Eccellenza accennò
a Varesio.

— Domandate al signore.

L'interrogato si decise a indicare il nome di una strada, scusandosi
che fosse proprio agli antipodi.

— Gran che! — esclamò il Ministro. — Non siamo nè a Londra, nè a
Parigi. — Il cocchiere montò in serpe e sferzò il cavallo.

Alla barriera vi fu una sosta. Una guardia daziaria si accostò allo
sportello. — Niente di da....?

Ma non finì la parola, tale fu lo sgomento che lo colse trovandosi
faccia a faccia con Sua Eccellenza.

Ritto sotto la pioggia, con la mano destra al berrétto in atto
di saluto militare: — Avanti, avanti, — disse al fiaccheraio. E
nello stesso tempo gli slanciava un'occhiata fulminea. O non poteva
avvisarlo, quell'imbecille?

— Addio incognito, — notò, scherzando, Varesio.

Indispettito, il Ministro si rincantucciò nell'angolo del fiacre.

Ma lì veniva a cercarlo, attraverso il vetro circolare del finestrino
centrale, lo sguardo inquieto del cocchiere che non aveva ancora capito
qual personaggio avesse in carrozza. Era, sia detto a sua scusa,
un vecchio misantropo che si mescolava poco ai suoi colleghi, e non
frequentava le bettole e non leggeva i giornali.

— E ora questo balordo che si volta ogni momento ci farà ribaltare, —
borbottò Cervara.

— Speriamo di no.

— Speriamolo, — ripetè laconicamente il Ministro. E riprese: — Ah,
se non dovessi partir domani per Roma vorrei che andassimo un giorno
insieme in tutti quei posti ove andavamo da studenti, al Caffè
_Narciso_, per esempio. C'è sempre?

— Ha cambiato nome. È Caffè _Caprera_.

— Ecco perchè non mi raccapezzavo. E l'osteria _Al doppio litro_, fuori
di Porta Merlata, c'è?

— C'è.

— Continua ad attirar gli studenti?

— Meno d'una volta, ma ci vanno.

— Ti ricordi delle cene che si facevano in compagnia allegra? Ti
ricordi che tavolate? Pagherei tanto a sapere come han finito quei
commensali, maschi e femmine.... Tu li hai presenti tutti?

— Non tutti. Parecchi.

— Racconta, racconta.

— Alcuni son morti. Francini a Bezzecca, nel 66....

— Sì, poveretto.... Che bel giovine era!

— E buono. Anche Degalli e Rispolo e Marcucci....

— Aspetta. Degalli era un piccolo, biondo?...

— Appunto.

— Aveva il padre magistrato?

— Sì.... Era entrato nella magistratura anche lui, e morì pretore in
Sardegna.... Roba vecchia ormai!

— E gli altri due che hai nominato? Rispolo e Marcucci, mi pare.... È
curioso, non riesco a farmeli venire in mente.

— Come? Nemmeno Rispolo, il nostro baritono, che ci assordava con quel
suo: _Sì vendetta, tremenda vendetta?_

— Ah, quello era?... Quello con due grandi baffi che molti di noi
gl'invidiavano? L'immagine della salute e della forza?... Morto?

— Dopo aver fatto cento mestieri: il cantante, l'impiegato, l'agente
teatrale, il faccendiere.... Anzi, in seguito ad affari un po' loschi,
era dovuto emigrare agli Stati Uniti, ove lasciò la pelle in uno
scontro ferroviario, tre o quattr'anni or sono.

— Che fine tragica!... E Marcucci, chi era Marcucci?

— Un romantico magro, allampanato, che quando aveva bevuto un bicchiere
di troppo piangeva a calde lacrime, e parlava in francese, e voleva
abbracciar tutti.... Non diventava una fiera che se gli toccavano la
sua Luisa.... A proposito, la Luisa era una delle ragazze che qualche
volta venivano a cena con noi.... Era molto bellina; alta, snella,
coi riccioli bruni.... Lavorava di guanti, pel negozio Gragno, sotto i
portici.

— Sì, sì.... Ne ho una reminiscenza confusa....

— Ebbene; Marcucci, non riuscendo a liberarsene, la sposò.... Poi si
son divisi, si son riuniti, si son tornati a dividere, e finalmente son
morti a due mesi d'intervallo.

— Dio, che cimitero! — interruppe Cervara. — Passiamo ai vivi.

— Oh, — ripigliò Varesio, — non credere che ci sia molto da dire....
Intanto, da te in fuori, nessuno è salito in auge.

— Per carità, tira via.... Son di quei gusti che si pagano salati.

Varesio continuò. — Staglieno e Vischi fanno gli avvocati a Milano,
Ludovisio è sostituto procuratore generale in Romagna.

— Passerà presto in cassazione, — notò il Ministro. — Credo che il
decreto sia già sottoposto alla firma di Sua Maestà.

— Ecco che sul conto di questo sei più informato di me, — osservò
l'amico. — E Fedrighi che tempesta mezzo mondo con domande di sussidi,
è impossibile che non t'abbia mai preso di mira.

— Figurati. Ricevevo una sua lettera ogni quindici giorni. A Roma
un anno fa ho dovuto metterlo alla porta. Egli se ne vendicò con un
libello inserito in una gazzettaccia di provincia.... Quel Fedrighi
chi avrebbe creduto che fosse disceso così basso?... Se c'era uno a cui
fosse lecito pronosticare un avvenire brillante, era lui.... Aveva una
facoltà d'assimilazione maravigliosa.

— Sono i suoi vizi che l'hanno ridotto a quel punto.

Varesio menzionò altri condiscepoli che a lui pure erano sfuggiti di
vista e dei quali ignorava che cosa facessero e dove fossero. Ma dietro
a questi s'agitava, assai più numerosa, nella memoria sua e in quella
di Cervara, una turba anonima; fantasmi vaporosi che per un istante
accennavano a emerger nella luce, a pigliar forma e colore, e che
ripiombavano poi nelle tenebre.

— Ah! — pensava il Ministro. — È pur triste la vita! Si è passata
insieme la giovinezza ricca di entusiasmi e di fede, affratellati nella
più dolce e gaja intimità, seduti sullo stesso banco alla scuola,
alla stessa tavola alla trattoria; si è partecipato alle stesse
solennità, battendo le palme nel medesimo applauso, alzando le voci
nel medesimo grido; ed ecco che, appena il portone universitario si è
chiuso l'ultima volta dietro di noi, è come se un turbine c'investa e
disperda. Pochi anni bastano a renderci o nemici, o estranei, o, peggio
ancora, ignoti gli uni agli altri; ignoti così che il labbro non riesce
nemmeno a formare il nome di molti fra i camerati d'un tempo.... E che
cosa si sa anche di quelli di cui pur si trovan le traccie?

A questo punto Sua Eccellenza dovette riconoscere ch'egli ne sapeva
pochissimo di Varesio, il quale, tranne che del suo matrimonio e della
sua vedovanza, non aveva finora detto nulla dei fatti suoi.

E rivolgendoglisi con sollecitudine non ostentata,

— Lasciamo in pace gli altri — disse. — Narrami di te.... Ho sentito le
tue disgrazie domestiche, ma pel rimanente come va? Di che ti occupi?
Eserciti l'avvocatura?

— Sono inscritto nell'album, ma non esercito. Tutt'al più dò dei
consulti gratis ai poveri diavoli che non sarebbero in grado di pagar
la specifica.

— Sei ricco dunque.... o almeno agiato?

— Ho una piccola rendita sufficiente ai miei bisogni.... O che c'è?

La carrozza s'era fermata per un intoppo. Varesio sporse la testa fuori
del finestrino, e Cervara, istintivamente, fece lo stesso dalla sua
parte.

Due o tre giovinotti che uscivano da una bottega di liquorista
esclamarono: — Oh, il Ministro!

Cervara si tirò indietro rapidamente, ma già l'esclamazione era stata
intesa, e molti curiosi s'avvicinavano alla vettura e s'alzavano in
punta di piedi per veder dentro. Non pioveva quasi più; un raggio di
sole uscente dai nuvoli metteva una nota allegra sugli ombrelli lucidi
e sulle pozze d'acqua della strada.

— Il Ministro in compagnia dell'avvocato Varesio! — disse qualcheduno
con accento di meraviglia.

Altri si toccarono rispettosamente il cappello. Un ministro! Non si sa
mai.

Sua Eccellenza era sulle spine. — Non si potrebbe prendere una via
traversa?

— Credo che qui sia difficile voltarsi — rispose Varesio. E urlò al
fiaccheraio: — Si va o non si va?

— Or ora — disse questi più confuso che mai dopo che aveva saputo di
portare un'Eccellenza. — Appena quel baroccio là si sarà avanzato di
pochi metri passeremo anche noi.... Ecco.... finalmente....

Menò una buona frustata al cavallo e sguisciò tra il baroccio e il
marciapiede. Indi, con un coraggio che gli cresceva di mano in mano che
andava allontanandosi, diede dei somari e dei tangheri ai barocciai che
non s'erano affrettati a lasciargli posto.

Varesio intanto seguiva il suo pensiero. — Vorrei sentire i commenti
che fanno quei bellimbusti per averci visti insieme.

— Non lo si sa in paese ch'eravamo condiscepoli?

— Lo saprà forse uno su cento.

Senza voler confessarlo a sè stesso, il Ministro cominciava a trovarsi
a disagio. Temeva di aver mancato della circospezione necessaria a un
uomo politico, insistendo per far montare Varesio nella sua vettura.
In fin dei conti, chi era adesso Varesio? Che gente frequentava? Che
posizione aveva?

E cedendo alla sua curiosità inquieta, Cervara ripigliò:

— Sicchè, dopo aver preso parte alla guerra d'indipendenza, non hai più
voluto ingerirti nella vita pubblica?

Varesio atteggiò il labbro a un sorrisetto enigmatico.

— Cioè.... cioè.... Sono stato persino candidato alla deputazione.

— Davvero?... Quando?

— Oh.... _in illo tempore_.... Ero.... sono anche adesso del resto....
Presidente della Società dei Reduci, dell'Associazione democratica
_Giuseppe Garibaldi,_ della _Dante Alighieri,_ del Circolo _Istria e
Trentino_ (che fu poi sciolto dal Governo) e nell'elezioni del 1874 gli
avanzati mi contrapposero al deputato governativo uscente.... Fu un bel
fiasco.

— Non hai più ritentato la prova?

— No; alle elezioni successive anche il nostro partito si divise in
due; la maggioranza appoggiò un candidato che non era nè carne nè pesce
e che riuscì....

— Sei radicale, tu, sei intransigente — notò Cervara con un'ilarità
forzata.

— Radicale? Intransigente?... Ho le mie idee, sbagliate forse.... le
idee che avevo da giovine.... che avevamo tutti allora.... Ah, l'Italia
che sognavamo era molto più bella di quella che ci avete data.

Il Ministro allargò le braccia. — I sogni, caro mio, son sempre più
belli della realtà.... Guai a esigere troppo!

— Guai anche a contentarsi di troppo poco! — ribattè pronto Varesio. —
Ma se ci mettessimo a discutere non la finiremmo più.... Già, secondo
i vari Prefetti nella nostra Provincia, io sono una testa esaltata.

— Sei in attrito coi Prefetti? — chiese Cervara. E si agitava sul
sedile come persona che ha fatto una cattiva digestione.

— Son loro che s'adombrano peggio dei cavalli — rispose Varesio. —
Questo qui meno male, ma i suoi predecessori!... Ce n'era uno che mi
mandava a chiamare ogni momento per avvertirmi ch'ero io _responsabile
dell'ordine pubblico_.... Stupido!... Nel 1875, quando l'Imperatore
d'Austria fu a Venezia, io ebbi il divieto d'andarvi.... Ero guardato
a vista.... Una specie di domicilio coatto.... Che miserie!

Parve a Sua Eccellenza che i doveri dell'ufficio gl'imponessero di
prender le difese dei funzionari malmenati così.

— Eh, non lo nego, i Prefetti peccano qualche volta per eccesso
di zelo.... Ma bisogna mettersi nei loro panni.... Se succedono
inconvenienti, son loro i capri espiatorii.... Con questo però sei in
buoni termini, mi dicevi....

— Non sono in termini nè buoni nè cattivi.... dicevo soltanto ch'è
meno noioso.... In fondo, credo che abbia sul conto mio l'opinione che
avevano gli altri.... Interrogalo....

Cervara fece una spallucciata. Importava molto interrogarlo ormai!

Come se gli leggesse nell'anima, Varesio soggiunse:

— Guarda che disgrazie possono capitare a un Ministro del Regno
d'Italia!... Di aver nella sua carrozza un individuo ch'è in mala vista
delle autorità.... Non le consultate, al Ministero, le informazioni
segrete?

— Canzonatore! — disse Cervara, tanto per dir qualche cosa.

— Il curioso si è — seguitò l'altro — che non sono in odore di santità
nemmeno presso il mio partito. I giovani mi considerano un oggetto
da museo, buono da portare in processione nei giorni di parata,
quando si aduna un comizio, quando si appende una corona alla statua
di Garibaldi, salvo a rimetterlo in vetrina a cerimonia finita....
Consolati che oggi non ti sei compromesso tu solo; mi son compromesso
anch'io; i miei rivali mi accuseranno di aver patteggiato col potere
e si serviranno dell'accusa per cercar di prendere il mio posto.... Si
accomodino!... Il posto presto o tardi è necessario lasciarlo.... Resta
sempre il fatto che sono un _reduce_ autentico, io.... E nelle miserie
e nelle bassezze presenti quest'è un gran conforto.

La voce di Varesio s'era animata; i suoi occhi lampeggiavano come se vi
si riflettesse d'improvviso la luce dell'epiche pugne a cui egli aveva
partecipato.

Il Ministro, nel quale non s'era interamente irrugginita la molla del
patriottismo, gli strinse la mano in silenzio. Ma subito dopo, essendo
la carrozza sboccata su un ponte, uscì in un _oh_ lungo e giocondo, e
disse:

— È il ponte di San Matteo questo?

— Sì.

Non largo ma gonfiato dalla pioggia, il fiume aveva in quel punto
un aspetto assai pittoresco. Da una parte le vecchie case diroccate
scendevano a piombo nell'acqua, proiettandovi mobili ombre che la
corrente pareva voler trascinare con sè; dall'altra la sponda digradava
con leggero pendìo, e sul greto ove cresceva tra i sassi qualche
tisico arbusto le lavandaie tendevano le funi per asciugarvi i panni
bagnati. Tendevano le funi e cantavano, e le loro voci squillanti si
mescevano alla voce cupa del fiume che incalzava rapido e inquieto,
biancheggiando qua e là d'una spuma sottile come una trina e perdendosi
lontano tra i pioppi ed i salici. Il sole, vittorioso, rischiarava la
scena.

— Qui nulla è cambiato dai nostri tempi — disse Cervara. E, di nuovo,
la gaia visione del passato aveva dissipato le ombre dalla sua fronte.

L'amico sorrise. — Son cambiate le lavandaie.

— Che non ce ne sia neanche una di quelle che ci erano allora?

— Laggiù no. Non lo vedi? Son tutte giovani.

Subito dopo il ponte, Varesio si sporse dal finestrino e chiamò il
fiaccheraio.

— Sarebbe la prima strada a destra, ma puoi fermarti qui. — E
voltandosi verso il Ministro:

— Ora scendo. È inutile che ti faccia venir più in là.

— Non eravamo intesi che ti avrei accompagnato fino a casa?

— Se pioveva.... Non piove.... E poi se avessi una casa mia, se potessi
dirti di salirvi almeno per un minuto, sarebbe un'altra faccenda....
Ma non ho casa, non ho che una camera ammobigliata.... Sono tornato
scapolo.... Ferma, fiaccheraio, ferma.

— Sei irremovibile?

— Sì, abbi pazienza.

— Allora chi sa quando ci si rivede, perchè io parto domani e ho
impegni per stasera e per domattina.... All'albergo non mi troveresti
solo.

— E sarei un pesce fuor d'acqua.... No, no, salutiamoci adesso.

Si baciarono sulle due guancie; indi Varesio saltò giù dal fiacre, fece
ancora un cenno d'addio con la mano, e s'allontanò frettoloso.

— Se vieni a Roma.... se t'occorre qualcosa — gli gridò dietro il
Ministro. E pensava, egli avvezzo a vivere in mezzo ai sollecitatori:
— Non m'ha chiesto nulla. E nemmen io gli ho offerto nulla. Che potevo
offrirgli?

— Dove desidera Sua Eccellenza?

Era il cocchiere che, immobile e a capo scoperto davanti allo
sportello, attendeva gli ordini.

Cervara si scosse. — Alla _Croce di Savoia._ Per la via più breve.

Quella sera a teatro il commendatore Prefetto, visitando il Ministro
nel suo palco, fece una discreta allusione all'incontro di lui con
Varesio.

— Siamo stati all'Università insieme — spiegò Sua Eccellenza.

— Oh un onest'uomo — soggiunse il Prefetto. — Un po' esaltato.... Alla
testa di tutte le dimostrazioni....

— Proprio io non sapevo niente di tutto ciò — disse Cervara ridendo.

— Me l'immaginavo.... Del resto, lo ripeto, un onest'uomo.

Ma la sera stessa un corrispondente di giornali, compreso dell'alta
dignità del suo ufficio, telegrafava a Roma e a Parigi:

_Il Ministro Cervara ebbe oggi intimi colloqui con l'avvocato Varesio,
presidente della Società dei reduci e del Circolo Istria e Trentino.
La cosa fece molta impressione avvalorando la voce già corsa sulla
evoluzione politica del Gabinetto._

Ne venne di conseguenza che, appena giunto alla capitale, Cervara ebbe
un'amorevole tiratina d'orecchi dal Presidente del Consiglio.

— Sì, sì, sono bazzecole, e il corrispondente è un asino che vuol
darsi importanza.... Ma noi dobbiamo andar coi piedi di piombo.... Son
troppi quelli che aspirano a raccogliere la nostra successione....
E, vede, fin che si tratta di prometter ferrovie, decorazioni,
sussidi, eccetera, poco male.... Son ferri del mestiere; se si può si
mantiene; se no, si ha sempre la scappatoia di dire che gli eventi sono
mutati.... L'essenziale è non sbilanciarsi con gli avversari....

Più rude assai fu il collega del Tesoro. — Io ho bisogno che la Rendita
aumenti e lei co' suoi _colloqui intimi_ me la fa ribassare.



JOLIE


I.

— Eccomi, — disse il dottore Cadeo, avvicinandosi all'ufficiale
sanitario che gli sussurrò qualche parola all'orecchio.

Il dottore fece un segno affermativo col capo e soggiunse a voce bassa
ma percettibile: — Anzi è quello che desidero.

Indi riprese il suo posto dietro la poltrona ove Clara Falerno sedeva,
col busto alquanto proteso in avanti, con le mani scarne piantate sulle
ginocchia a guisa d'artigli, pallida come uno spettro, misteriosa come
una sfinge.

Da una settimana Clara Falerno non si moveva da quella camera. Per
cinque giorni e cinque notti, senza chiuder mai occhio, senza prender
nulla fuor che il necessario per non morire d'inanizione, ell'aveva
vegliato la sua piccola e leggiadrissima Olga, malata di difterite;
successa poi la catastrofe al mattino del sesto giorno, non c'era stato
verso di toglierla di là.

Avevano un bel ripeterle su tutti i toni ch'ella doveva pensare agli
altri suoi figliuoli, che doveva pensare al marito lontano, alla madre
vecchia; ella replicava con una calma che metteva spavento che gli
altri suoi figliuoli stavano bene, erano dalla nonna, giuocavano forse,
ridevano, che suo marito e sua madre non avevano bisogno di lei....
Nessuno aveva bisogno di lei, tranne la sua Olga.

E Clara, vietando agli estranei di toccar la piccina, l'aveva col solo
aiuto della Silvia, la cameriera, lavata, vestita, adorna come per
una festa, composta nella cassa di zinco, con le manine in croce, coi
lunghi capelli biondi fluenti sul petto.

Nè il pianto, il pianto che lenisce le angosce supreme, aveva bagnato
il suo ciglio, nè un gemito era salito al suo labbro nell'ora terribile
dei funerali. Solo la si era vista accostare rapidamente la destra al
cuore, come se dentro di lei qualche cosa si fosse spezzata. Mentre
la cameriera singhiozzava con la testa appoggiata al muro, ella, la
madre, ritta ed immobile, seguiva con lo sguardo la bara portata via
di contrabbando nel silenzio pauroso della notte. Passava la bara
per le stanze vuote, rischiarate appena qua e là da un mozzicone di
candela, impregnate dall'odore acuto delle disinfezioni; scendeva le
scale deserte, era caricata in silenzio sulla barca nera, si dileguava
nel canale tenebroso. Nessuno era venuto a salutare la fanciulla che
partiva per l'ultimo viaggio, nessuna delle compagne di giochi deponeva
un fiore sul feretro....

Fin da quando si era saputo che la Olga aveva la difterite, la
casa Falerno era stata posta al bando. I conoscenti, gli amici, pur
compiangendo sinceramente la bella bambina e la madre che l'adorava, si
limitavano a mandare a prender notizie alla porta di strada, ordinando
al domestico di non salire. Altri le notizie le facevano chiedere alla
signora Pino, la nonna della piccola inferma, e i più solleciti e più
curiosi cercavano di parlar con la vecchia signora e di aver da lei
maggiori particolari.

Ma nemmen la signora Pino aveva varcato la soglia dei Falerno dopo
il primo giorno della malattia. Nel consegnarle i due fratellini
dell'Olga, Clara le aveva detto: — Va, va, custodiscili, salvali, e non
venir qui, e non passar per questa strada, fin ch'io non ti chiami.

E respingendo brutalmente i bimbi che volevano un bacio: — No, no, —
ell'aveva soggiunto. — Con la nonna subito, con la nonna.

Insieme con Clara, oltre a due persone di servizio, non era rimasto
che il cognato. Ci era rimasto di malavoglia, per riguardo del mondo,
giacchè fra le molte paure del signor Giovanni Falerno, giudice al
tribunale civile e correzionale, c'era anche quella dell'opinione
pubblica; e l'opinione pubblica l'avrebbe condannato senza pietà,
s'egli, che viveva in famiglia, se la fosse svignata proprio in
quell'occasione. Però, in ossequio al sequestro fiduciario posto
dal Municipio, il signor Giovanni, durante la malattia della nipote,
non aveva mai messo piede nelle camere di Clara, e aveva passato il
tempo a far suffumigi e lavacri antisettici. Anzi egli esalava un tal
puzzo d'acido fenico che una mattina il presidente gli aveva detto:
— Caro Falerno, lei appesta il Tribunale. Le accordo io una licenza
straordinaria, e se occorrerà le manderò da lavorare a casa.

Morta la bimba, il dottore Cadeo, pensoso più ch'altro dello stato di
Clara, era ricorso al degno magistrato come al parente più vicino di
cui si potesse disporre.

— Si muova anche lei.... Mi aiuti a scuoter quella povera signora....
Eserciti la sua influenza.... La persuada a coricarsi.

Il giudice aveva sollevato degli scrupoli di legalità.

— Come si fa?... Quelle camere sono ancora sotto sequestro. Se
ci vado e poi esco di casa, manco a un impegno morale.... D'altra
parte, non posso mica restar prigioniero.... Ho già trascurato troppo
l'ufficio.... Senza dire del pericolo.... non per me.... ma per le
molte persone con cui mi trovo in contatto.

Il dottore s'era impazientito. — Eh, non tiri fuori questi cavilli....
La responsabilità verso il Municipio l'assumo io.... E, in quanto al
rimanente, le prometto di disinfettarla per modo che nessun microbo
avrà il coraggio di appiccicarsele addosso.

Messo alle strette, il signor Giovanni aveva finito col lasciarsi
rimorchiare, e stando alle calcagna del medico dava qualche capatina da
sua cognata. Ma volendo pur sfogarsi con qualcheduno se la prendeva in
cuor suo col fratello lontano.

— Quando si abbraccia una carriera che costringe a peregrinazioni
continue, si rinunzia al matrimonio. Non è lecito aver moglie e
figliuoli per far poi a scaricabarile e gettarne la cura sulle spalle
ai parenti.... Perchè, non dico, sarà certo un gran colpo per mio
fratello il ricevere allo Zanzibar la notizia della morte della sua
bambina; ma intanto _lui_ comanda la sua corvetta, lui vede nuovi
paesi, ha mille distrazioni, non compirà il suo giro che fra un anno
o due, e al ritorno, dopo tanto tempo, il peggio sarà passato....
Le maggiori tribolazioni le hanno quelli che sono sul posto, e che,
via, avrebbero diritto alla loro quiete.... Sicuro, anche Cadeo,
povero diavolo, da sette giorni trascura la sua clientela per esser
qui a tutte le ore.... Ma Cadeo è medico e tra gli uffici della sua
professione c'è pur quello di sacrificarsi in casi eccezionali....
E poi i medici hanno l'abitudine di vivere in mezzo alle disgrazie;
hanno l'autorità, hanno il linguaggio adattato alle circostanze....
bellissime cose ch'io non ho.... nemmeno con mia cognata.

E, invero, Clara Falerno, donna di spirito, moglie d'un uomo pieno di
fuoco, d'energia, di coraggio, non aveva mai mostrato un'eccessiva
deferenza pel cognato pusillanime ed egoista, nè s'era mai rivolta
a lui per consiglio, durante le frequenti assenze di suo marito.
Piuttosto, alquanto sarcastica per sua natura, ella si divertiva spesso
a farlo bersaglio de' suoi motti pungenti.

Ora Clara non badava nè a lui, nè a Cadeo. Di fronte alle loro
esortazioni e alle loro preghiere, ella s'irrigidiva in una resistenza
che solo la forza brutale avrebbe potuto vincere; e il medico prudente
esitava ad usare la forza.

— Verrò da me.... più tardi, — ella diceva aggrappandosi stretta ai
bracciali della poltrona e parlando di preferenza al dottore. — Lo so,
non c'è più niente, non posso far niente, ma mi trovo bene qui.... E
prendo anche di tratto in tratto una tazza di brodo.... Domandi alla
Silvia, dottore.... Non abbia paura ch'io mi ammali.

E sul volto emaciato appariva l'ombra d'un sorriso. Ah, che male faceva
quel sorriso a vederlo!

Il giudice tirava Cadeo per la falda del vestito.

— Ha inteso? Dice che verrà da sè. È meglio aver pazienza ed
andarsene.... Non si fa che inasprirla.

Ma Clara non aveva mantenuto la sua promessa, e poche ore dopo il
funerale, il medico era tornato alla carica.

— Senta, signora Clara, presto capiteranno quelli dell'uffizio
d'igiene.... Sa.... Nei casi di malattie contagiose, gli oggetti,
le masserizie che hanno appartenuto alle persone colpite dal morbo
devono esser disinfettati o distrutti.... Bisognerà sgombrare questa
camera....

— E perchè non potranno incominciare in presenza mia? — interruppe
Clara.

— Come? — esclamò Cadeo. — Strapperanno le tende, porteranno via i
mobili, ed ella vorrebbe esser presente?

Ella alzò la faccia sparuta e disse lenta e grave, sottolineando ogni
parola:

— Iersera hanno portato via qualche cosa di più prezioso dei mobili, e
io ero presente, e sono stata forte.

— Tanto forte.... troppo forte, — ribattè il dottore. — Non la voglio
così.... Voglio vederla piangere.

Con una logica inesorabile, Clara rispose:

— Se non piango in questa camera...!

E le sue pupille vitree guardavano intente il lettino vuoto.

Ma la frase ch'ell'aveva pronunciata fu pel medico come un raggio
improvviso di luce. _Se non piango in questa camera!_ Ella stessa
invocava dunque le lacrime e sentiva che fuori di là, le sarebbe stato
ancor più difficile spargerne! Ed egli (oh, il fine psicologo!) egli
che una crisi di lacrime reputava necessaria, indispensabile alla
ragione, alla vita della sua cliente, egli insisteva per allontanarla!


II.

Autorizzato dalle parole del dottore, l'ufficiale sanitario sollevò
la pesante portiera di drappo, dietro alla quale, in un angolo della
stanza, erano raccolti i giocattoli della bambina.

Clara trasalì; le sue dita ceree, affilate parvero affondarsi nelle
carni attraverso la stoffa del vestito.

Cadeo rimase impassibile. Ma il signor Giovanni ch'era in fondo alla
camera, sgattaiolò silenziosamente. O perchè lo avevano chiamato? Che
ci faceva lì? A lui certe cose stringevano il cuore.

Uno dopo l'altro, con un'ostentazione crudele i giocattoli passavano
dalle mani dell'ufficiale sanitario in quelle d'un inserviente che li
riponeva in un sacco di tela incatramata. A Clara nulla sfuggiva.

Ecco il cerchio che l'Olga (erano appena otto giorni dall'ultima volta)
si divertiva a far correre lungo i viali del Giardino Pubblico. Correva
il cerchio saltellando sulla ghiaia minuta, e la fanciulla, più vaga
e leggera d'una farfalla, correva e saltellava con esso. La seguiva a
breve distanza la madre, e la gente guardava con simpatia quella madre
ancor giovine e bella, quella bimba vispa, fresca e gentile....

Ecco la palla di gomma che co' suoi sbalzi capricciosi aveva rovesciato
tanti ninnoli, rotto tanti vetri, colpito o sfiorato tante teste,
provocato tante lotte incruenti fra l'Olga e i fratelli minori....
Da qualche tempo però la palla era scema dell'antica baldanza, non
brillava de' suoi colori vivaci, non aveva la sua irrequietezza
febbrile e nervosa; e Olga sollecitava sempre la mamma a comprargliene
una di nuova. — Te la comprerò, caro tesoro.

Ecco la linda cucinetta, ecco i piattini di stagno ove Olga
apparecchiava e serviva i pasti frugali a _Jolie...._ poca farina
impastata con l'acqua....

Ed ecco _Jolie...._

Un lieve fremito scosse le membra di Clara allorch'ella vide _Jolie;_
le sue palpebre vibrarono, i suoi denti stridettero.

Le pareva ieri. Suo marito doveva partir la sera per Roma affine di
conferire col Ministro prima d'imbarcarsi alla Spezia. Ella era uscita
con lui e con l'Olga. Erano entrati in una bottega di giocattoli,
avevano preso una scatola di cubi per Mario, una mezza dozzina di
soldatini infrangibili per Giorgetto che mostrava istinti belligeri;
all'Olga avevano lasciato scegliere una bambola di suo gusto. Ed
ella, fra varie, aveva scelto questa, e l'aveva battezzata subito
per _Jolie_, ch'era il nome d'un'altra già posseduta da lei e finita
tragicamente nell'autunno, in campagna, sotto le ruote d'un carro.
Co' suoi capelli di stoppa, il suo nasino schiacciato, il suo sorriso
stupido, la nuova _Jolie_ non era il tipo della bellezza greca; pur
non mancava di pregi; poteva star ritta, seduta, in ginocchio, moveva
gli occhi, diceva, premendole una molla nel ventre, _mamma_ e _papà;_
inspirava insomma quella fiducia che sogliono inspirar le persone sane
di corpo e sane anche, se non raffinate, intellettualmente.

— La terrai con cura? La conserverai sin ch'io torni? — aveva chiesto
il babbo all'Olga.

E l'Olga aveva promesso di sì.

A Clara, che rammentava la vita breve delle puppattole precedenti, la
promessa era sembrata assai temeraria; pure era un fatto che, in otto
mesi _Jolie_ non aveva sofferto troppe avarie. Una piccola echimosi
alla testa per una caduta accidentale, una slogatura ad un braccio,
una paralisi all'articolazione d'una gamba, una frattura interna che
rendeva tardo e difficile il funzionamento della molla, quest'era
tutto. _Jolie_ non si reggeva più nè in piedi, nè seduta, nè in
ginocchio, _Jolie_ non moveva più gli occhi, non diceva più che in modo
confuso _mamma_ e _papà;_ ma del resto _Jolie_ godeva buona salute e
manteneva inalterato il sorriso ch'è indizio d'umore sereno e pacifico.

Olga l'amava con passione. La mattina il suo primo pensiero era quello
di domandarle se aveva dormito bene: poi c'era la _toilette_ che si
rinnovava più volte nella giornata, giacchè _Jolie_ possedeva un ricco
corredo estivo e invernale; poi la colazione, le visite, il desinare,
la cena; infine, la sera, l'Olga non si coricava se non aveva spogliata
e messa a letto la bambola coprendola di panni gravi o leggeri a
seconda della stagione. Nella mente della fanciulla _Jolie_ doveva
essere associata alle gioie e ai dispiaceri della famiglia; portava gli
auguri nei dì onomastici e natalizi, si rallegrava del parto felice
della gattina di casa, si doleva del mal di denti della cameriera,
univa i propri saluti a quelli che l'Olga inviava al babbo.... E se
il babbo, nelle sue lettere, dimenticava di corrispondere all'atto
cortese, l'Olga se ne risentiva come di offesa fatta a sè stessa e
cercava di consolarne la sua favorita.

Che più? Durante la sua malattia, nei brevi intervalli tra due accessi
di febbre, l'Olga voleva _Jolie_ sul suo letto, le parlava con la
sua voce fioca, le chiedeva scusa se non s'occupava di lei come il
solito, le prometteva di risarcirla, dopo guarita, della sua forzata
trascuranza. E qualche ora prima di morire, scotendosi un istante dal
suo sopore letargico, ell'aveva balbettato: — _Jolie_ ha freddo.

Tutto ciò ricordava la madre mentre _Jolie_ spariva nell'ampio sacco,
insieme al cerchio, alla palla di gomma, ai piattini di stagno;
ricordava tutto ciò e le pareva che dal fondo del sacco la chiamassero:
— Mamma! — e le pareva di riudir le parole: — _Jolie_ ha freddo.

Ella si voltò verso Cadeo quasi per interceder grazia. — Dottore, anche
la bambola?...

— È necessario, cara signora.

Clara si coperse il viso con le mani. — Dio mio, Dio mio!

E pure, a poco a poco, il suo dolore muto, concentrato, pietrificato
si rammolliva, si scioglieva in un'immensa pietà di sè stessa e degli
altri.... del marito, dei figliuoli, della madre, della casa.... la
casa ove Olga non c'era più.

Ancora il suo ciglio era asciutto, ma ella sentiva le lacrime salire,
come la terra sente l'acque profonde cercanti un'uscita. Salivano le
lacrime, le facevano gruppo alla gola, s'annunciavano con un singulto
spasmodico, prorompevano infine calde, impetuose, abbondanti.

— Signora Clara, — sussurrò con dolcezza il dottore Cadeo.

Ella non rispose; gli prese la mano e gliela strinse forte.

— È persuasa adesso di venire? — egli continuò.

Docilmente ella si lasciò condur via dal medico e dalla Silvia.

— E dov'è andato a ficcarsi il signor Giovanni? — non potè a meno di
domandare il dottore.

— Il signor Giovanni? — disse la cameriera. — Credo stia facendo dei
suffumigi.

— Coniglio!



L'ISOLA FORTUNATA (FANTASIA)


I.

Ora, nella bella isola, gemma dell'Oceano, un dì avvenne questo.
Quanti, o nella città popolosa sorgente ad anfiteatro sul mare, o nei
villaggi e nei casolari dispersi per la campagna, vegliavano accanto
a un infermo, videro, miracolo nuovo, le piaghe richiudersi, la febbre
svanire, le forze riprendere, e sulle guancie terree, da cui parevano
fuggire il sangue e la vita, tornar via via i rosei colori della
salute. In pochi giorni i malati più gravi lasciavano il loro letto
di dolore; un'arcana virtù benefica della natura strappava alla morte
coloro che la scienza s'era dichiarata impotente a salvare.

Nè fu una breve sosta nel corso ordinario delle leggi che governano
il mondo; non solo gli ultimi guariti non ricadevano, ma nessun altro
ammalava, nessun altro moriva. Era quindi ben giusto che, trascorse più
settimane dal dì memorabile in cui s'era prima manifestato il prodigio,
fossero rese alla Divinità solenni azioni di grazie.

Non l'angusto ricinto d'un tempio che non sarebbe bastato alla folla
degli accorrenti, ma un'immensa spianata, che con leggero declivio
ascendeva dal mare sino alle falde d'un colle, raccolse, al compier del
terzo mese, l'intera popolazione esultante. Presiedevano i consoli:
musici e poeti erano sacerdoti del nobilissimo rito in cui nè colò
dagli altari sangue di vittime, nè salì dai turiboli fumo d'incenso;
ma da liberi petti salivano i canti e da mani innocenti si spargevano
i fiori.

Senonchè, la parte più toccante della cerimonia era la sfilata di
quelli che tre mesi addietro si consideravano irremissibilmente perduti
e che la sorte benigna aveva restituito all'umano consorzio. Aprivano
la marcia i bambini che di lontano, da posti speciali ed eminenti,
le madri covavano con occhi pieni di lacrime. Poverette! Ricordavano
gli spasimi atroci durati per giorni che sembravano secoli; le veglie
affannose presso le cune spiando ogni moto dei cari visi emaciati,
invocando una parola, un sorriso dalle labbra immobili, esangui;
ricordavano, oimè, il gesto sfiduciato del medico che aveva esaurito
tutti gli espedienti dell'arte sua; ricordavano la pietà crudele degli
amici, dei congiunti, favellanti di calma, di rassegnazione ai voleri
di Dio. Vane ciancie di mentecatti! Può una madre rassegnarsi ai voleri
d'un Dio che le strappi dal petto la sua creatura? Ora che hai stornato
il colpo tremendo, ora le madri t'adorano, Dio di bontà e di clemenza!
E voi, fanciulli, su cui la morte aveva steso le nere ali, e che oggi
fissate gli occhi baldanzosi nel sole, sciogliete inni al Signore,
offritegli il profumo delle vostre anime immacolate!

Così dicevano le madri, e i bambini vestiti di bianco cantavano
sfogliando rose lungo la via.

Dopo di loro veniva il manipolo degli adulti, uomini e donne,
atteggiati a una gioia più composta e severa. Come rami divelti che
scendono il corso d'un fiume essi s'eran sentiti portare verso la
foce ignota e paurosa, avevano letto la propria sentenza nelle faccie
contraffatte dei loro cari, e adesso, in mezzo alla festa comune,
fra i plausi e i sorrisi che li accompagnavano, la lugubre visione
si riaffacciava di tratto in tratto ai loro occhi, faceva correre un
brivido nelle loro vene. Pur le loro voci gravi si mescevano al coro
delle voci infantili e si spandevano piene e sonore nell'aria.

Ma il canto dell'ultimo drappello, il drappello dei vecchi, era appena
un murmure sommesso. Il miracolo li aveva, sì, arrestati sull'orlo
della tomba, ma non aveva ridato loro l'energia della gioventù.
Ben piccola parte dell'antico vigore era tornata nelle loro membra
infiacchite; di poco s'erano drizzate le loro persone curve; di poco
s'era avvantaggiata la tardità dei loro movimenti. Ed essi procedevano
a passi cauti e misurati, tenendosi per mano, ora chinando le pupille
al suolo, ora girandole attonite. Invero molti parevano riafferrarsi
cupidi alla vita e goderne con soddisfazione puramente animale;
ma sulla fronte di alcuni si leggevano altri pensieri. Forse già
assuefatti all'idea della tomba si dolevano del riposo negato dopo
tanti travagli; forse li vinceva il segreto terrore d'una vecchiezza
lunga e fredda come le notti del polo; forse li assaliva il rimpianto
delle persone dilette, trapassate anni addietro, quando l'isola non era
sottratta alla legge universale della morte. Oh perchè non attendere,
anime care? Se voi foste ancora del mondo, quanto più dolce sarebbe il
mondo ai superstiti!

Tuttavia, le faccie più scure dovevano illuminarsi almeno un istante
nel contagio dell'entusiasmo, del delirio che invadeva la folla. E
il delirio, e l'entusiasmo si manifestavano con maggior veemenza al
passaggio dei fanciulli e al passaggio dei vecchi, come se l'istinto
del popolo volesse associare ne' suoi trasporti d'affetto queste due
debolezze.

Giunto al sommo della spianata ove s'ergeva, addossato alla collina
verde e fiorita, il palco dei consoli, il coro delle voci cessò; il
corteggio si dispose in semicerchio: i vecchi nel mezzo, proprio
di fronte alla loggia, a destra gli adulti, a sinistra i bambini.
L'immenso padiglione del cielo azzurro si spiegava sul capo delle
moltitudini, il sole fra nuvole d'oro calava dietro le alture, una
tepida brezza strappava atomi odorosi alle piante e increspava la
superficie del mare stendentesi in giro a perdita d'occhio; dal folto
dei boschetti uscivano concenti invisibili.

Anche i concenti tacquero a un tratto, e per qualche secondo non si
udì che il fremito represso della folla aspettante, simile al fruscìo
d'un campo di spighe agitate dal vento; poi l'anziano dei consoli
pronunziò un breve saluto e invitò uno che gli sedeva a fianco a
parlare. Era questi un uomo nella pienezza della virilità; bello come
un Dio, portava il marchio del genio sull'ampia, nobile fronte e negli
occhi glauchi e profondi di cui non si sarebbe potuto dire se più luce
ricevevano dal di fuori o più ne spargevano intorno a sè. Il Poeta;
non altrimenti lo chiamavano da anni; egli la voce, egli la coscienza
dell'Isola, ne aveva eternato le mille bellezze, ne aveva cantato le
albe di rosa e i tramonti di fuoco, aveva, piccolo Virgilio sconosciuto
al mondo, nobilitato col ritmo armonioso i lavori del suolo e le
fatiche del mare, aveva dato fiori alle cune e alle tombe.

Oggi egli sciolse un inno alla vita e alla salute. Alla vita ch'è luce,
ch'è amore; alla salute ch'è forza, ch'è gioia e felice equilibrio
del corpo e dello spirito. Evocò con parola fatidica le maraviglie
dell'avvenire, paragonò la tarda e vana esperienza delle generazioni
fuggitive con quella che si sarebbe d'ora innanzi accumulata sugli
uomini, liberi dall'incubo della malattia e della morte. Pensate, egli
disse, pensate quali prodigi potranno compiersi in un paese ove insieme
coi nuovi savi, insieme coi nuovi genî rimarranno gli antichi, ove non
sarà muta nessuna voce, non sarà spenta nessuna fiaccola del passato. E
conchiuse che poichè i Numi favorivano così gli abitatori dell'isola,
all'isola stessa si dovesse mutare il nome e chiamarla l'_Isola
fortunata._

Un'immensa acclamazione mostrò come il Poeta si fosse reso interprete
del sentimento comune, e da migliaia e migliaia di petti irruppe un
grido formidabile: — Sì, sì, l'_Isola fortunata!_

Allora, dalla schiera dei fanciulli appartenenti al cortèo, uscì, alta
e diritta come uno stelo, una bambina, vaga angioletta dal dolce viso
ridente, dai riccioli biondi che le cingevan le tempie d'una gloria di
sole. Corse sulle labbra un nome: _Risorta._

L'appellavano così da tre mesi, da quando la madre, credutala estinta,
stava per tagliarle una ciocca di capelli, ed ella, piuttosto
risuscitata che guarita, sollevò le palpebre e disse con accento
ineffabile: — Mamma.

Non sconcertata dagli applausi, si avviava ella adesso, svelta e
graziosa, al palco dei consoli, reggendo con le piccole mani una corona
d'alloro che l'Isola destinava al Poeta. Egli scese a incontrarla, e
piegata verso di lei la maestosa persona lasciò che le mani delicate
gli posassero il serto sul capo. Solo in quel momento un leggero
tremito agitò le membra gentili della fanciulla, e un vivo incarnato
le si diffuse sulle guancie pallide, e gli occhi limpidi si chinarono
quasi abbagliati dal fulgore di quegli altri occhi che li scrutavano.
Anch'egli, il Poeta, era in preda a uno strano turbamento. Nella
bambina d'oggi egli indovinava la donna di domani, e la donna gli
sembrava più bella, più affascinante di tutte quelle ch'erano apparse
fino allora sul suo cammino.

— Quanti anni hai? — egli chiese.

— Sette.

Egli la congedò con un bacio paterno.

Risorta si mosse per tornar dai compagni che l'attendevano; ma dopo
pochi passi si voltò indietro e sorrise. Con la precocità femminile
ella sapeva bene che il suo sguardo avrebbe trovato per via lo sguardo
del Poeta.

— Ha trent'anni meno di me! — egli sospirava. Pur lo soccorse un altro
pensiero: — Che cosa sono trent'anni per una vita che non ha limiti?...
Mi raggiungerà.

Finita la cerimonia, la folla giuliva si disperse all'ombra discreta
del crepuscolo, e chi si ritirò alle sue case, e chi errò tra i
boschetti di mirti e d'aranci, e chi scese sul lido a raccoglier
conchiglie, e chi salì al prossimo poggio del _Belvedere,_ che nelle
notti d'estate era il ritrovo preferito della popolazione. Intanto
s'erano accesi fuochi su tutte le alture, e il navigante che passava
lontano vedeva sorger da un punto del mare come un vapore luminoso che
andava via via fondendosi con l'azzurro del firmamento.


II.

E, per un buon tratto di tempo, i dissidenti, se c'erano, non osarono
alzare la voce. Si trattava d'eredi scornati, di mogli e mariti già
ben disposti a una prossima vedovanza, di generi e nuore che avevano
creduto imminente la dipartita della suocera da questa valle di
lacrime, di emuli a cui aveva sorriso l'idea della scomparsa d'un
antagonista pericoloso, di subalterni che s'erano tenuti sicuri di
occupare in breve il posto d'un superiore infermo o decrepito. Era
un po' duro dover rassegnarsi adesso allo _statu quo...._ Ma era
altrettanto difficile manifestare in modo troppo aperto i propri
sentimenti.

Del resto, ad alcuni interessi offesi dal nuovo stato di cose s'era
provveduto con lodevole sollecitudine. Lo stipendio ai custodi del
cimitero era mantenuto nella sua integrità. Non dovevano accoglierne
i visitatori, mostrare ai posteri remoti il monumento più eloquente
del passato? Ai membri della rispettabile corporazione dei becchini si
assegnò una pensione per un certo numero d'anni, e così pure si fece
in favore di quanti altri traevano il loro sostentamento dagli uffici
prestati ai defunti. Vi fu un principio d'agitazione tra i medici e
i farmacisti, e non mancarono le proposte di concedere anche ad essi
un'indennità; ma prevalse il savio consiglio di soprassedere. In fin
dei conti, non era detto che non avesse ad esservi più bisogno di
farmacisti e di medici; e, a ogni modo, l'istruzione ond'essi erano
forniti doveva metterli in grado di rendersi utili in mille guise e
di guadagnarsi da vivere. E in fatti a pochi di loro occorse mutar
professione. Se pegli uomini (non pegli animali inferiori) era abolita
la morte, se non si sviluppavano più malattie gravi, rimanevano
tuttavia molte piccole indisposizioni, vere o sognate, per le quali si
richiedevano consulti e ricette, giacchè non era vinta l'irrequietezza
propria della natura umana, e, non essendovi motivi seri di angustia,
i motivi lievi bastavano a tener agitati gli animi. Era soprattutto,
in uomini e donne, una febbre, una smania di voler prolungare la
giovinezza, uno sgomento di ogni sintomo che accennasse al declinar
delle forze, all'ottundersi delle sensazioni, e il medico affilava
le armi per frenar l'azione corroditrice del tempo, e lo speziale
vegliava sulle sue storte per distillarne le essenze vitali. Non è a
credersi la quantità degli elisir che con nomi diversi erano offerti
all'avidità insaziata del pubblico. L'ultimo doveva esser sempre
l'infallibile, conservatore miracoloso di tutte le facoltà del corpo e
dello spirito. Ma c'era il guaio che, non temendosi più della morte, si
usava e abusava dei veleni ai quali era tolta la virtù di uccidere, non
quella di nuocere; onde i frequenti disturbi gastrici, e l'emicranie,
e gli squilibri psichici, e le malinconie profonde, ostinate, e talora
una strana impazienza di mutar soggiorno e abitudini. Però i medici
esitavano a suggerir questo rimedio che poteva esser peggiore del
male. Sulle prime, gli scienziati dell'Isola s'erano divisi in due
campi circa alla soluzione di un grave problema. Gli uni, appartenenti
alla scuola sperimentale, sostenevano che l'immunità contro la morte
derivasse da virtù particolari del luogo e valesse soltanto per quelli
che vi abitavano, e fin che vi abitavano; gli altri, capitanati dal
presidente dell'Accademia di filosofia _aprioristica,_ pur consentendo
nell'attribuire alla terra ed all'aria meriti speciali, affermavano il
privilegio dell'immortalità esser concesso a tutti i nati dell'Isola,
dovunque pur esulassero. Corsero fiumi d'eloquenza in favore delle
due tesi contraddittorie, e i dotti si scagliarono a vicenda le
garbate contumelie che sono la salsa piccante delle loro polemiche.
Comunque sia, il presidente dell'Accademia _aprioristica_ mostrò nel
modo più luminoso d'esser convinto delle sue idee, e, seguendo una
volta tanto il metodo sperimentale, s'imbarcò sopra una nave diretta
a un porto lontano del continente. Non appena arrivato, fu ripreso da
un'antica malattia cardiaca, di cui, nella coscienza della propria
invulnerabilità, non si curò più che tanto. E così, ripetendo _non
pereo,_ passò agli eterni riposi.

Allora non ci fu più dubbio quale delle due tesi fosse la giusta;
restava solo a vedersi fin dove si estendesse quella che avrebbe
potuto chiamarsi la zona di salute. E in breve l'esperienza dimostrò
ch'essa non oltrepassava un raggio di circa sei miglia tutto intorno
all'Isola; entro questi confini non solo non allignavano i germi
mortiferi, e l'abituale placidezza del mare e la qualità della spiaggia
nè irta di scogli nè sparsa d'insidie escludevano la possibilità di
naufragi, ma gli stessi casi fortuiti si risolvevano in nulla. Se per
lo sfasciarsi d'una barca, o per altro accidente, un uomo, pur non
sapendo nuotare, cadeva in acqua, l'acqua medesima lo riportava illeso
alla riva. Di là dalle sei miglia la natura riprendeva i suoi diritti.
Onde l'allontanarsi troppo dall'Isola era singolare atto d'audacia, e
chi a ciò s'induceva o per ragion di negozi, o per vaghezza di novità,
o per la giovanile baldanza che fa correre incontro ai pericoli, era
accompagnato alla partenza dai trepidi voti della madre, della sposa,
dei figli, e salutato al ritorno come guerriero reduce dal campo di
battaglia.

Intanto era corsa sui venti la fama dell'Isola fortunata, e vi
affluivano i pellegrini da remote contrade. Venivano i sani per meglio
goder della vita, venivano i malati per ricuperar la salute, quali col
proposito di fermarvi addirittura la loro dimora, quali per tastare il
terreno, per verificar da sè stessi l'incredibil prodigio.

Accolti festosamente in principio, destarono poi, di mano in mano
che l'immigrazione cresceva, inquietudini e timori. I profeti di
sventura ammonivano: “Badate! Quest'invasione forestiera finirà col
soverchiarci, con lo sconvolgere le nostre abitudini, col corrompere
i nostri costumi, coll'alterare la nostra lingua. Provvedete prima che
sia troppo tardi„.

Perplessi, esitanti, i consoli riunirono gli anziani e i savi
dell'Isola, e fra questi il Poeta, sposatosi da poco con la sedicenne
Risorta. Disse il Poeta: “O che vorremmo chiuderci in un gretto
egoismo? E se gli Dei hanno estirpato dal nostro suolo la pianta
malefica della morte, rifiuteremmo agli stranieri di fruire d'una
così grande benedizione? Sì certo; un'era nuova è cominciata per
noi; dobbiamo mostrarcene degni, dobbiamo accettare i mutamenti
inevitabili, e veder di trarne profitto. Apriamo le braccia ai fratelli
che accorrono ai nostri lidi, offriamo un campo propizio alla loro
operosità, scendiamo con essi in nobile gara per tutto ciò ch'è buono,
alto e gentile. Sia veramente la nostra Isola un faro che illumina
e attrae; irradii da sè uno splendore che sia conforto e promessa ai
derelitti del mondo!„

Chi applaudì, chi mormorò, chi tentennò il capo dubbioso; ma a far
prevalere l'opinione del Poeta potè, più della sua parola eloquente,
l'osservazione semplice e bonaria d'un umile cittadino: “E con che
mezzi li respingeremmo, gli stranieri?„

Quest'era la verità. I miti e patriarcali abitanti, alieni dalle
risse e dal sangue, non sarebbero stati in grado, neppur volendo,
di custodire l'integrità della loro Isola. Se parte degl'immigranti
arrivavano alla spicciolata su leggieri navigli, altri vi giungevano in
massa, col sorriso sul labbro ma con la spada al fianco, come offrenti
a scelta la pace o la guerra.

E fu pace. I coloni giuravano ubbidienza alle leggi, rispetto alle
donne, partecipazione ai tributi; avendone in cambio dono di terreni
da coltivare o da fabbricarvi e libertà piena di esercitare le loro
industrie e di adorare Iddio a loro modo. Senonchè, la pace ufficiale
non impediva le contese private, che, un tempo sì rare nell'Isola,
divenivano a mano a mano più frequenti ed acerbe. Ma quantunque un
selvaggio furore armasse le destre (che gli stranieri avevano appreso
l'uso dell'armi anche agl'indigeni) e le punte affilate cercassero
i cuori, nessun colpo riusciva mortale. Il sangue si stagnava, le
piaghe rimarginavano; gli avversari, stupiti di vivere, si separavano
con occhi lampeggianti d'un odio infinito come l'eternità. Ogni
tanto accadeva una cosa tragica. Con un tacito accordo, due nemici
irreconciliabili staccavano in silenzio una barca dal lido, e a
forza di remi e di vele si spingevano lontano nel mare, oltre la
zona privilegiata.... Talora ritornava uno solo dei due; talora non
ritornava nessuno; sballottata dai flutti la barca vuota veniva a
investir sulla spiaggia.


III.

Mezzo secolo era trascorso dal giorno memorabile del solenne rendimento
di grazie agli Dei, e l'Isola non pareva più quella. La città s'era
estesa lungo il lido e sul dorso della collina, altri villaggi s'erano
aggiunti agli antichi, e nelle valli appartate e sulle cime solitarie
giungeva il fremito della vita. Benchè non vi fosse ormai angolo di
terra, per quanto sterile e ingrata, che non sentisse l'aratro, e
i pescatori, sfidando il pericolo, solcassero una larga tratta di
mare, l'agricoltura e la pesca non erano più l'uniche fonti da cui la
popolazione traesse il sostentamento. La necessità aveva aguzzato gli
ingegni e fatto fiorire l'industrie e i commerci; la materia prima si
trasformava in cento opifici; da cento cantieri uscivano navi superbe
che alimentavan gli scambi; e, come se non bastasse il lavoro alla luce
del sole, uomini, donne, fanciulli, armati di picconi, scendevano nelle
misteriose profondità della terra per strapparne i tesori.

Pur l'Isola aveva perduto la sua poesia e la sua gentilezza; le native
virtù della popolazione erano scomparse con lo sparir della morte;
ogni vincolo era allentato; ogni affetto illanguidito; perfino l'amor
materno, libero dall'ansie che lo fanno trepidar sulle cune, era
diventato arido e freddo.

E leggi e costumi avevano subito un'alterazione profonda, poichè
l'accumularsi delle generazioni non permetteva di lasciar sussistere
gli antichi rapporti giuridici e modificava radicalmente tutti i
criteri morali.

Così, non venendo la morte a sciogliere la dipendenza dei figli dai
genitori, era, a una certa età, imposta l'abdicazione di questi in
favore di quelli; cedevano la potestà, cedevano gli averi, restavano,
ospiti tollerati, nella famiglia.

Pei matrimoni s'era ricorso a un altro espediente, e visto che la
prospettiva di stare insieme sino alla fine del mondo metteva una
grande inquietudine in corpo a mogli e a mariti, il patto nuziale aveva
assunto carattere temporaneo; le unioni si contraevano per un quarto di
secolo, salvo a rinnovarle di mutuo accordo, come le Società anonime.
Purtroppo nemmen ciò bastava ad appagare le impazienze penetrate nel
sangue, e là ove un giorno era sacro il rispetto del talamo succedevano
scandali a scandali. Anche la più bella coppia dell'Isola s'era divisa
dopo vent'anni; la splendida Risorta, nel pieno fulgore della sua
giovinezza, aveva abbandonato il declinante Poeta. Ed egli, ferito nel
suo amore, deluso ne' suoi ideali, viveva ormai solo e sdegnoso sulla
vetta erma d'un colle dicendo al cielo e al mare lontano i canti che
gli uomini non intendevano più.

Ma grave sopra ogni problema incombeva sull'Isola il problema
economico. Le ricchezze, frutto della raddoppiata attività, s'erano
concentrate in mano di pochi e non davano la felicità nemmeno a quei
pochi, travagliati perpetuamente dalla cura gelosa di conservarle
e dalla cupidigia febbrile di accrescerle: gli altri, pur faticando
l'intera giornata, campavano a stento. Indi furti, rapine e sommosse;
indi piene di gente rissosa le strade, piene di prigionieri le carceri.
E le angustie dell'oggi erano un nulla in paragone ai terrori del
domani. Quest'Isola, ove non moriva nessuno e ov'erano continue le
nascite, come sarebbe bastata a capire, a nutrire i suoi abitanti?
Ecco il pensiero che occupava assiduo le menti, ecco la domanda che
saliva senza tregua alle labbra. Nè il quesito era agitato con la
calma di chi considera in modo obbiettivo un avvenire che non lo
tocca; qui i casi dell'avvenire toccavano tutti; qui tutti dovevano
chiedere a sè medesimi ciò che, in un tempo non molto lontano, sarebbe
accaduto di loro. Nelle piazze, nei privati ritrovi, nei Consigli dei
governanti si discutevano strane, stupefacenti proposte. D'impedire
l'immigrazione non si parlava più; era cosa fatta. Il provvedimento
da cui gl'indigeni avevano rifuggito era stato preso dagli stessi
immigranti contro gl'immigranti nuovi; solo in via eccezionale ed
assoggettandosi a gravissimi balzelli era ormai permesso di fissar la
propria dimora nell'Isola; le invasioni si respingevano a mano armata
e si respingevano con fortuna; perchè fra le molte trasformazioni
dell'Isola era notevole questa: che vi si erano sviluppate le virtù
militari e un piccolo esercito custodiva la costa e un piccolo naviglio
vigilava gli approdi. Ma ben altro occorreva per arrestare l'addensarsi
minaccioso della popolazione. E chi invocava leggi che frenassero i
matrimoni, e chi pretendeva fissare il numero massimo dei figliuoli per
ogni famiglia; e chi suggeriva la soppressione dei bimbi illegittimi
gettandoli in mare là ove il mare veramente ingoiava la sua preda, e
chi voleva, pei delinquenti, sostituito l'esilio al carcere, e chi
l'esilio chiedeva per quanti o dall'età o dalle condizioni fisiche
fossero resi inetti al lavoro. Triste a dirsi, il feroce proposito
non era balenato prima alla mente di uomini sciolti da ogni legame
domestico; anzi i primi a manifestarlo, i più caldi a sostenerlo erano
quelli che, quand'esso fosse stato accolto, avrebbero visto disertata
la casa da congiunti un tempo carissimi. “Perchè,„ dicevano aspramente
costoro, “perchè devono i pochi faticar per i molti? Perchè il frutto
de' nostri sudori, già scarso a noi, alle mogli, alla prole, deve
andar diviso coi bisavoli e coi trisavoli?„ E le donne, pur sì pietose,
aizzavano i mariti, e i bimbi erano educati a guardar con occhio ostile
le lunghe, squallide schiere dei vecchi gialli, magri, stecchiti,
sfilanti silenziosamente per le vie, o immobili al sole, le mani scarne
intrecciate sul pomo dei nodosi bastoni, le pupille fisse nello spazio
in atto di muta interrogazione. Pareva dicessero: “Che giova vivere?„

Nondimeno, solo pochissimi osavan morire. Anticipando volontari
l'esilio che pendeva sul capo di tutti, quei pochissimi sparivano nella
notte, senza che neppur le famiglie si curassero di sapere ove erano
andati. Ma i più si ribellavano contro il destino che li minacciava.
Benchè la terra natale fosse loro divenuta nemica, si tenevano stretti
alla terra natale; benchè la vita fosse sì dura, s'aggrappavano
disperatamente alla vita.

E, appunto in quel cinquantesimo anno, quando l'Isola fortunata avrebbe
dovuto celebrare il suo giubileo; ed era invece maggiore la eccitazione
degli animi, maggiore il fermento contro i _parassiti,_ alcuni tra
gli anziani si volsero supplichevoli per aiuto al Poeta, come a colui
che forse poteva stornar la procella. “Non questo„, egli rispose
sconfidato. “Sono un superstite come voi, sopravvivo alla mia gloria,
sopravvivo al mio genio. Una cosa posso e devo: dividere la vostra
sorte„.

E seguì gli amici, ahi quanto diverso anch'egli da quello d'un
tempo! Egli s'avvicinava al novantesimo anno; era entrato nel grigio
crepuscolo che, ai limiti estremi di quella che noi chiamiamo
vecchiezza, avvolgeva nell'Isola uomini e donne. La bella, ampia
fronte, già eretta verso le stelle, si piegava oggi come sotto un peso
invisibile; nei lunghi capelli inanellati, nella lunga barba fluente
brillavano con nitore metallico numerosi fili d'argento, un'ombra di
malinconia appannava gli occhi sfavillanti e profondi, e in tutta la
persona era un'aria di stanchezza, un languore diffuso che contrastava
con l'antica baldanza.

Tuttavia, per combattere l'ultima lotta, egli trovò ancora una
volta gli accenti che scuotono e trascinano con una forza che nessun
ragionamento non ha. A che ripetere le sue parole? Divise dal suono,
dal gesto, dal ritmo, sarebbero come fiori avvizziti, pallida immagine
di ciò che furono. I coetanei bevevano avidamente l'ineffabile armonia
che li richiamava agli anni felici; i giovani, invano riluttanti,
subivano il fascino d'un'arte primitiva ed ingenua. Molte ciglia che
ignoravan le lacrime s'inumidirono, molti cuori induriti furono vinti
da un impeto di tenerezza, e nella universale commozione la legge,
ormai pronta, che decretava gli esigli fu lacerata.

Ma il Poeta sentiva che il suo trionfo era effimero. Gli risonavano
nell'orecchio due frasi mormorate dietro di lui nella folla, senza
passione, senz'astio, con una tristezza pacata che ne raddoppiava il
significato: “Ciò che non si è fatto oggi dovrà farsi domani„. “Costui
parla come _quando sì moriva_„.

Meditando le gravi parole, egli ritornava al suo eremo. “Rimani con
noi„, gli avevan detto gli amici. Egli non aveva voluto. Non solo
desiderava evitare ogni possibile incontro con la sua bella infedele;
ma troppo gli stringeva il cuore il mutato aspetto della città ch'egli
ricordava tranquilla e gioconda in riva al suo mare, impregnata
di fragranze e circonfusa di luce. Ora le case, non bastevoli alla
popolazione sempre crescente, salivano ad altezze vertiginose; il
fumo delle officine velava i raggi del sole e l'azzurro del cielo;
le strade immerse nell'ombra erano intronate dal frastuono dei carri,
dallo scalpitìo delle bestie, dalle grida irose degli uomini; scomparsi
i giardini che un tempo cingevano le abitazioni private; scomparsi i
viali, i boschetti già brulicanti d'una folla gaia e felice; appena qua
e là un esile arbusto protendeva i rami stecchiti dal muro di qualche
buio cortile, in atto di naufrago che implori disperatamente soccorso.

All'aperto, all'aperto! Sulla cima aerea ove ancora battagliavano
liberi i venti, e lo sguardo spaziava nell'orizzonte, e gli uccelli,
improvvidi del domani e paghi di lor vita breve, passavano a stormi
cantando.

Il Poeta era già fuori dell'abitato quando una donna velata gli sbarrò
il cammino.

— O mio Poeta, — ella esclamò, sollevando il velo, — mi riconosci?

Egli fece un passo indietro. — Risorta!

— Sì, sono Risorta, la tua Risorta. Ero laggiù tra quelli che ti
ascoltavano estatici, volevo uscir dalla folla, gettarmi a' tuoi piedi,
e non n'ebbi il coraggio.... Troppo t'offesi.... Potrai tu perdonarmi?

A un gesto affermativo di lui ella gli cinse il collo con le candide
braccia, e gli sussurrò piano e soave:

— Ti amo ancora; vuoi riavermi a compagna?

Egli si svincolò dolcemente; avvolse d'uno sguardo pieno d'indulgenza e
di tenerezza la donna non più giovine ma sempre bellissima, le sorprese
negli occhi la fiamma divoratrice della voluttà, e rispose: — Non oggi,
più tardi.

Risorta chinò il capo sospirando. — Ah, tu non mi ami.

Il Poeta posò sulla spalla di lei la mano diafana e bianca, e, con
quella sua voce che scolpiva il pensiero, rispose: — Tutte le cose che
amai nella mia giovinezza, io le amo, o Risorta; le amo d'un amore più
alto, più raffinato, più puro....

— Anche la donna?

— Anche la donna.

— Anche quella che fu la tua sposa?

— Anche lei.

— E in tal caso, perchè non mi vuoi?

— Non oggi, — egli ripetè. — Più tardi.

— Quando?

— Non so.... Forse tra poco.

Egli riprese il suo cammino, ella non osò trattenerlo.


IV.

Egli riprese il suo cammino e cercò pace lontano dagli uomini. Ma
anche nel suo romitaggio lo seguiva la tristezza delle cose vedute, lo
tormentavano i foschi presagi dell'avvenire. Fino a quando sarebb'egli
potuto rimanere lassù? Già le falde del colle erano coperte dai tuguri
degli operai lavoranti in una vicina miniera; e simile a un mostro che
spinge innanzi i suoi tentacoli, il villaggio saliva, saliva su per
la china, abbattendo gli alberi per farne legna, usurpando il verde
dei prati. Nei silenzi della notte il Poeta, tendendo l'orecchio,
udiva un romore sordo e confuso, come di voci sommesse, come di passi
striscianti; e, aguzzando gli occhi, mirava verso la valle una fila di
piccoli punti luminosi moventisi con la gravità sinistra di un corteo
funebre. Erano le squadre dei minatori che s'avviavano, con le loro
lanterne accese, a dare il cambio ai compagni. Per dodici ore sarebbero
scomparsi nella muta voragine; insaccati in luride vesti, si sarebbero
trascinati carponi nelle gallerie basse, umide, anguste, avrebbero
respirato vapori mefitici, avrebbero col martello e il piccone aperto
nel seno della terra nuove insanabili ferite, ahi, ben diverse da
quelle che v'apre alla superficie l'aratro, e che le rugiade aspergono
e il sole rimargina.

Una infinita pietà vinceva il cuor del Poeta al pensiero dei miseri
condannati a sì aspre torture; lo vinceva un vano desiderio di
soccorrerli e consolarli. Ma i petti di quegli infelici erano chiusi
alla simpatia; perfino i fanciulli parevano aver succhiato l'odio col
latte. Chiamati non rispondevano, accarezzati fuggivano. Non c'era un
lampo di tenerezza nei loro sguardi, non canti, non sorrisi sulle loro
labbra.

E il Poeta rievocava i bambini _de' suoi tempi,_ dei tempi _in cui si
moriva._ Li rivedeva con la fantasia, vispi e giocondi tra le farfalle
ed i fiori; fiori viventi anch'essi e farfalle; sentiva le loro voci
argentine, le loro risate squillanti, sentiva il tepore umido dei
loro baci.... Se ne ricordava anche di morti, con la bionda testina
sprofondata tra i pallidi giacinti che le madri avevan reciso per loro,
con le bianche manine intrecciate, con un'espressione sì calma e serena
da dar l'illusione del sonno. Beati, beati quei morti in confronto dei
vivi, che, lividi spettri, gli si aggiravano intorno!

Allora egli comprendeva qual dono funesto avessero i Numi fatto
all'Isola sua sottraendone gli abitanti alla legge universale della
morte. Allora egli meditava sull'inanità del suo genio che non l'aveva
reso più veggente dei suoi compaesani, che anzi gli aveva suggerita
l'amara ironia di ribattezzar l'Isola col nome di _fortunata._

Come le condizioni andassero sempre aggravandosene glielo dicevano
gli amici venienti di tratto in tratto a lui per consiglio. Dopo
la salutare resipiscenza dovuta alla sua parola eloquente si erano
inaspriti di nuovo i livori, eran tornati a galla gli efferati
propositi. Ispidi tribuni correvano le piazze rinfocolando l'ire appena
sopite. — Stolti — essi urlavano — che vi siete lasciati abbindolare
dalle frasi altosonanti d'un retore! Non vedete un pericolo in ogni
giorno, in ogni ora che passa così? Non vedete crescere a mano a mano
questa schiera di gente che poco o nulla produce e si fa nutrire da
noi? Non capite che, se tardate a schiacciarla, essa vi schiaccierà col
solo suo peso? Rompete gl'indugi, compite l'opera risanatrice prima
che sia troppo tardi, nè badate a coloro i quali, per intimidirvi,
vi pronosticano che subirete domani la condanna che oggi infliggete
agli altri. Sfollando l'Isola, rendendovi tollerabile la vita, voi vi
assicurate molti anni di tranquillità, permettete lo studio, agevolate
forse la soluzione pacifica dei problemi affannosi che ci tormentano.

Questi discorsi riferivano gli amici al Poeta, e ne pigliavano
argomento per sollecitare il suo appoggio ai segreti loro disegni.
Non avevano essi, per confessione degli stessi avversari, la forza
del numero? Le loro file non erano ingrossate tacitamente da tutti
quelli che leggi inique spogliavano degli averi, dell'autorità, degli
uffici, non per provata inettitudine, ma per dare il posto agli ultimi
arrivati? Fine dunque alle paure codarde; nessuna provocazione per
ora, nessun dispregio superbo di quel grande alleato ch'era il tempo;
ma l'atteggiamento virile, ma la preparazione tenace di chi è risoluto
a difendersi. Voleva il Poeta, nel dì della lotta, essere il duce de'
suoi?

— La lotta ch'io potevo combattere — egli rispose — la ho combattuta;
la combatterei ancora se mi restasse la benchè minima speranza di
vincere; ma non accadrà mai ch'io partecipi a una guerra civile.
Come non sentite che il trionfo sarebbe assai più doloroso della
disfatta? Sarà atto sacrilego lo strappare i vecchi dalla terra che
li vide nascere; ma se noi riuscissimo a cacciar dall'Isola i giovani,
pensate?... Un cimitero sarebbe men triste.

— Sicchè tu rifiuti?

— Rifiuto.

— E speri clemenza dagli avversari comuni?

— Nè la spero, nè l'accetterei.... Il vostro destino sarà il mio, ecco
quello ch'io posso promettervi.

Pronunciate tali parole con l'accento di chi ha preso una decisione
incrollabile, il Poeta licenziò i suoi belligeri amici che
s'allontanarono commiserandolo. “È un ideologo impenitente. Lasciamolo
sognare„.

Più solo, più abbandonato che mai egli rimase sulla sua rupe. Talvolta
egli chiedeva a sè medesimo perchè si ostinasse a vivere, perchè non
seguisse l'esempio di altri coetanei suoi ch'erano spariti in silenzio.
O forse la sua anima vibrava sempre all'unissono con l'anima delle cose
e non sapeva rinunciare alle visioni incantatrici del bello, e trovava
in esse un compenso a tutti i disinganni, a tutti i dolori? O, memore
dell'ultime parole scambiate con Risorta, sperava ch'ella tornasse a
cercarlo?

Frattanto gli avvenimenti precipitavano, e un seguito di cattivi
raccolti dava il tracollo alla bilancia. Stanchi di sofferenze che la
morte non veniva a troncare, gli abitanti dell'Isola si sollevarono
in preda a un cieco furore, a una cieca smania di distruzione. In ogni
uomo si svegliava la belva. Nelle menti annebbiate, nei cuori induriti
sornuotava un'unica idea: che si era in troppi, che, a qualunque costo,
bisognava far largo intorno a sè. Era come in una folla minacciata
d'asfissia quando ciascuno urta, spinge, calpesta, schiaccia, stritola
senza misericordia il vicino. E come nella folla si smarrisce il
lume della ragione e par si cerchi il modo di render la catastrofe
più irreparabile, così succedeva a quei disgraziati isolani. Si
devastavano i campi già scarsi di messi, si saccheggiavano i fondaci,
si atterravano gli opifici. Non si lavorava, non si produceva. Al
regime patriarcale d'un tempo era successa una selvaggia anarchia.
Spezzati i vincoli della disciplina, infranti i legami del sangue, muta
la voce dell'affetto, spenta la dolcezza delle memorie. Orde selvaggie
si scagliavano l'une sull'altre; le più forti mettevano in catene le
più deboli; le trascinavano a bordo di barche preparate a riceverle,
le spedivano sotto buona custodia in qualche isola deserta, su qualche
scoglio perduto nel mare. Dalla spiaggia, una turba briaca salutava
con urli di gioia la partenza dei lugubri navigli; li seguiva cogli
occhi nel loro cammino, li vedeva dileguarsi nell'orizzonte. Entro
tre o quattro giorni i navigli tornavano sbarazzati del loro carico
doloroso, riportando solo i feroci aguzzini, cinicamente narranti le
proprie gesta. Più tragica di tutte, una storia correva di bocca in
bocca, aveva la virtù di far fremere e rabbrividire chi l'ascoltava.
In una notte buia, a poca distanza dal lido, entro la zona ove non
allignava la morte, i prigionieri s'eran ribellati, avevano tentato
soverchiare i guardiani. Ma, domata senza difficoltà la sommossa, i
riottosi erano stati gettati spietatamente nel mare, e tratti al fondo
dal peso della palla di piombo che si trascinavano dietro. Una strana
agitazione del mare nel punto ov'essi erano sommersi, un continuo
formarsi e sciogliersi di bolle nei momenti in cui l'acqua d'intorno
era più quieta lasciava supporre che l'abisso li tenesse ancor vivi,
vivi chi sa fino a quando, dannati chi sa a che atroce martirio....
Nessuna barca osava passare di là; quel punto si mostrava a dito di
lontano come il _punto maledetto_.

Il Poeta ebbe piuttosto il presentimento che la notizia dei nuovi
orrori che funestavano la sua Isola, e già lo rimordeva il pensiero di
non esser co' suoi fratelli in quei supremi frangenti. Ma una notte
egli vide tal cosa che troncò le sue esitazioni. Gonfia come una
tumida vela, una gran nuvola rossa copriva il cielo dalla parte ove
sorgeva la città, e ora prendeva una tinta più viva, più intensa, quasi
vi affluisse un'ondata di sangue, ora, scolorandosi a un tratto, si
costellava di faville innumerevoli che s'intrecciavano e ricadevano a
guisa dei mille getti d'un'enorme fontana luminosa. Non era un'aurora
boreale; non era alcun altro fenomeno della natura; era la città che
bruciava, forse per mano dei propri figli. A tanto strazio il destino
serbava l'_Isola fortunata_!

Per l'ultima volta (egli sapeva bene ch'era per l'ultima volta)
il Poeta disse addio alla capanna ch'era stata la muta confidente
delle sue pene, e s'avviò a bassa fronte dove lo chiamava quella
luce sinistra. Ma non aveva fatto cento passi che, alla svolta d'un
sentiero, gli si levò incontro un'ombra tutta bianca.

— Arresta. Ove vai?

Egli trasalì.

— Ancora tu, Risorta?

— Io stessa.... Oggi non puoi, non devi respingermi.

— Ma che cosa desideri?

— Fuggire, fuggire insieme.... La città è in fiamme.... L'Isola è tutta
quanta una bolgia infernale.

— Ebbene, Risorta, salvati tu.... Nasconditi nella mia capanna fin
che il turbine infuria.... Io sono un uomo.... io non ho il diritto
di abbandonare oggi quelli che mi furono cari, quelli che in altri
tempi credettero in me.... Lascia ch'io mi mescoli a loro, ch'io tenti
ridurli a più miti consigli.

— Fanciullo!... Ma tu non sai, tu non immagini!...

E con le pupille dilatate dal terrore, Risorta narrò al suo Poeta
le scene ond'era stata testimone, gli dipinse l'abbrutimento della
popolazione, gli tolse ogni speranza di farsi ascoltare, di farsi
intendere da quella massa confusa che non aveva nulla di umano....
Vistolo turbato dalle sue parole, ella ripetè, fissandogli in volto i
grandi occhi affascinatori:

— Fuggiamo, fuggiamo!

Egli atteggiò le labbra a un amaro sorriso.

— Tu vuoi vivere, tu vuoi amare, e cerchi me per compagno!

— Voglio morire! — ella proruppe con enfasi. — E per questo ti
cerco!... Sono stanca, o mio Poeta, ho vuotato sino alla feccia il
calice dell'amore, e una sola dolcezza me n'è rimasta, la memoria degli
anni trascorsi al tuo fianco.

Si coperse il viso con le mani e borbottò fra i denti: — Dopo non ebbi
che miserie e vergogne.

Una folata d'aria calda li involse, la nuvola rossa s'allargava sul
loro capo.

— Fuggiamo, fuggiamo! — insistè affannosamente Risorta. E disse
com'ell'avesse tutto approntato per questa fuga, come un leggero
canotto li attendesse in un'insenatura della spiaggia, come in quel
canotto sarebbero montati loro due soli, e sarebbero andati lontano
lontano, di là dalla _linea_ fatale.

— Vieni dunque.... vieni!... Di là c'è la liberazione, c'è la morte....
Di qua c'è l'inferno, c'è la follìa.

Egli non si oppose più; la seguì. Lasciarono da parte il villaggio,
disertato da' suoi abitanti; la miniera, muta come una tomba; scesero
nella valle, salirono un altro monte che si calava quasi a piombo sul
mare. Risorta disse:

— Laggiù in fondo è la nostra barca!

— E come arriveremo laggiù? — chiese il Poeta.

— Fidati di me. Ti reggerò nei passi difficili.... Avevi il piede così
sicuro una volta.

— Oh, una volta! — egli sospirò.

— Triste privilegio ci han concesso gli Dei, — soggiunse Risorta. — Non
la vita soltanto; la giovinezza bisognava rendere eterna.

— No, — egli rispose. — Nemmeno l'eternità della giovinezza ci avrebbe
dato la forza di tollerare l'eternità della vita.

Ella tacque, studiando con l'occhio la via da tenere.

— Di qua, — ella disse finalmente. — Dammi la mano.

Senz'aprir bocca, illuminati dal bagliore purpureo del cielo, si
avventurarono per la china precipitosa. Quando furono al basso spuntava
già l'alba.

La barca era nascosta fra un gruppo d'arbusti che bagnavano i rami
nell'acqua. Risorta vi entrò con un salto e aiutò il Poeta ad entrarvi.

— Siedi al timone. Io prenderò i remi.

Ella puntò uno dei remi sul fondo e si spinse al largo.

— Il mare si ritira. Non abbiamo che da seguir la corrente.

— Come sei agile sempre e robusta! — notò il Poeta con accento
d'invidia. — Ti lagni che la giovinezza finisca; vedi che per te essa
non è ancora finita.

— Oh, s'è finita! — ribattè energicamente Risorta.

Dalla spiaggia veniva un acre odore d'arsiccio, veniva, or più
or meno intenso, un rumore confuso, simile al rombo di temporale
lontano. Dietro il fumo che strisciava greve sull'acqua, i contorni
dell'Isola si discernevano appena; nel biancheggiar dell'aurora che
faceva impallidire le fiamme l'incendio aveva perduto la sua imponente
grandiosità; tutto quanto assumeva il color della cenere.

— Voga, voga — supplicava il Poeta, anelante alla luce.

Seduta di fronte a lui ella vogava nè frettolosa troppo nè lenta, con
vece alterna protendendo innanzi il busto e arrovesciandolo indietro
nel ritmico abbassarsi ed alzarsi dei remi; libera nell'ampia,
candidissima tunica, la bella persona s'atteggiava a suprema armonia;
nella sana fatica i vivi occhi brinavano, le guancie si tingevano d'un
roseo incarnato.

Ed ecco il sole disperder la nebbia ed il fumo; ecco apparir nitido
il cielo e limpido il mare. E sul mare erravano altre barche, cariche
d'altri fuggiaschi, dibattentisi, urlanti, gesticolanti a guisa di
forsennati. Ma un'idea sembrava esser ben chiara, ben ferma nelle
menti ottenebrate e sconvolte; quella di resistere alla corrente che li
avrebbe portati più in là di dove volevano andare. Una unica barca non
resisteva; svelta, rapida, diritta, essa guizzava sull'onde come uno
strale che sa la sua meta.

Poichè quell'unica barca non ebbe intorno a sè e sopra di sè
che il mare ed il cielo, e l'Isola non fu che una nuvola grigia
sull'orizzonte, il Poeta disse:

— Fermati, Risorta. Sento che basta. Avvicinati. Ho freddo.

Ella ritirò dall'acqua i remi stillanti e si accostò a lui che l'aveva
chiamata.

— Come sei gelato, come sei pallido! — ella esclamò prendendogli le
mani.

— Le mie pupille si velano, il sole si offusca ai miei sguardi. Ma te
vedo ancora, o Risorta.... Più presso, più presso.

Ora ella gli si era inginocchiata ai piedi, ed egli ravvolgeva le ceree
dita sottili nei biondi capelli di lei.

— Sei pur bella. Risorta.

Ella scosse la testa, e i biondi capelli si sciolsero, ricaddero in
massa giù per le spalle.

— Ricordi?

Tutto egli ricordava: gli anni dell'attesa, gli anni dell'amore, gli
anni dell'abbandono; ricordava le grazie ineffabili della bambina, le
seduzioni irresistibili della donna, le carezze inebbrianti, le parole
soavi; e poi.... e poi l'addio secco e crudele.... Ma ell'era tornata,
e questo pensiero toglieva ogni acerbità alla memoria dell'abbandono e
del tradimento.

— Il primo giorno che ti ho vista, — sussurrò il Poeta come in un
soffio, — era un giorno di gioia e ho cantato la vita; oggi vorrei
cantare la morte, la morte buona e pietosa.... È dolce morire così.

Ancora una volta i suoi polmoni aspirarono l'aria salubre, ancora una
volta i suoi occhi cercarono fermar le immagini fuggitive; indi la
testa gli ripiombò inerte sul petto.

— Poeta mio! — gridò Risorta gettandoglisi addosso e avvincendolo delle
sue braccia.

Nei movimenti incomposti il leggero canotto piegò tutto da un lato; i
due corpi stretti insieme precipitarono nel mare e disparvero.



EPILOGO


I.

Il professore Corrado Bertalia, senatore del Regno, celebre per
la sua opera _Il Comune italiano e l'Ansa germanica_, stava dando
l'ultima pulitura al discorso, in francese, ch'egli doveva tener fra
pochi giorni al Congresso storico internazionale di Stoccolma, quale
delegato d'una delle nostre maggiori Università. Una delle finestre
dello studio, volta a levante, aveva le persiane abbassate; l'altra,
che si apriva a settentrione, era spalancata, e lasciava entrar nella
stanza la fulgida luce della bella giornata di giugno. Da un giardino
sottoposto salivano fragranze di fiori e canti d'uccelli; di là dal
giardino che, pur non appartenendo alla casa, lo cingeva per due lati,
veniva, smorzato alquanto, il rumore della strada percorsa da carrozze
e da carri.

Un vispo fanciullo di circa dieci anni irruppe nello studio senza
cerimonie.

— Buon giorno, babbo..

Il professore alzò il viso dalle sue carte, si tolse dagli occhi le
lenti e con un sorriso incoraggiante chiamò a sè il figliuolo e gli
stampò due baci sulle gote.

— Oh, Gino. Vai a scuola? Non è più presto del solito?

— Sì, ma aspetto la mamma che si metteva il cappello.

— Esce la mamma?

— Deve far qualche spesa.

Gino, secondo il solito, cominciò a toccare i libri sparsi sulla tavola
e a guardar curiosamente i frontispizi.

— Quieto, bimbo, quieto.

— Sai, papà, voglio che tu mi porti da Stoccolma una bell'opera
illustrata.

— Ma! — rispose il senatore. — Vedremo quel che ci sarà.... Perchè se
non ci fossero che opere svedesi.... Lo capisci tu lo svedese?

Il fanciullo si mise a ridere. — Io no.... E tu?

— Io? Pochino, pochino.

— Oh, — ripigliò con aria d'importanza lo studente di prima ginnasiale,
— se fosse il francese!... Me lo insegna così bene la mamma.... E anche
il latino intendo....

— Diamine! — esclamò il padre. — _Rosa, rosæ_.

— Nossignore, — protestò Gino offeso nel suo amor proprio. — Traduco
Cornelio Nipote.

— Nientemeno?... E dimmi, — soggiunse Bertalia in tuono carezzevole, —
saremo poi esonerati dagli esami?

— Non c'è dubbio. Ho le medie di tutti i bimestri superiori all'otto.

— Bravo il mio bimbo! — disse il professore accostando la sua guancia
a quella del ragazzo.

A veder quelle due teste che si toccavano s'era colpiti dalla
rassomiglianza ch'esisteva fra loro. Avevano tutti e due, padre
e figliuolo, fronte spaziosa, occhi bruni, incavati, profondi,
naso aquilino, tinta olivastra, bocca un po' grande, mento largo
e massiccio. Persino i capelli si rassomigliavano, benchè quelli
di Corrado Bertalia fossero radi e bianchi e quelli di Gino folti
e castani; si somigliavano nella lucentezza metallica, nella piega
leggermente ondulata. Certo a pochi genitori accade di stampar nella
prole una così vigorosa impronta della loro paternità com'era accaduto
al professore Bertalia con quell'unico rampollo, natogli quand'egli
scendeva già la parabola della vita.

L'uscio si aperse e una donna comparve sulla soglia. Indossava una
_toilette_ da mattina, semplice ed elegante, abito di mussola bianca
punteggiato di rosso, cappello di paglia di Firenze guarnito di rose
e mughetti; teneva in mano un piccolo ombrellino di seta celeste
chiara con frangie e pizzi. Le larghe maniche lasciavano veder il
polso sottile e il principio del braccio nudo, d'un candore latteo; la
bionda capigliatura opulenta era raccolta in treccie dietro la nuca;
solo qualche ricciolo indocile ombreggiava la fronte. Sotto il lungo
arco delle sopracciglia splendevano due pupille azzurre ora spiranti
un'infinita dolcezza, ora solcate da lampi d'orgoglio e da fremiti
di rivolta. Alta, snella, flessuosa, quella donna era veramente un
fiore di giovinezza e di leggiadria; si stentava già a persuadersi
(poich'ella non mostrava i suoi trent'anni) che fosse madre di Gino;
tanto più difficile era crederla moglie d'un uomo che rasentava i
sessanta.

— Buon giorno, Corrado, — ella disse avanzandosi di alcuni passi.

Come avveniva sempre quando sua moglie gli si presentava in un
abbigliamento troppo giovanile, una nube velò per un istante la
fisonomia severa ma aperta del senatore; pure egli non fece alcuna
osservazione e ricambiò il saluto con l'usata cordialità.

— Buon giorno, Lucilla. Sei mattiniera, oggi.

— Vado dalla mia sarta. Voglio che cambi una guarnizione al mio vestito
di stasera.

— Il gran da fare che danno le _toilettes_ a voialtre donne!

— Le _toilettes_ hanno un'importanza che gli uomini non capiscono....
Per noi sono il campo ove si esercita il nostro gusto artistico.

— Oh, non discuto. Credo però che alla festa di stasera non ci sarà
lusso.

— Perchè?

— Perchè la stagione non è propizia alle feste e molte signore sono in
campagna.

— Vedrai che ne mancheranno pochissime.... Alcune ritornano apposta....
non foss'altro che per la curiosità di conoscere questa sposina
americana che il contino Filiberti porta in famiglia.

— Per me ci rinunzierei volentieri.

— Anch'io. Ma come si fa?... I Filiberti sono stati sempre tanto
cortesi con noi.

— Sì, sì.... Ormai sono rassegnato.

— E persisti a voler partire domattina alle dieci e mezza?

— È necessario.

— Avrai ben poco tempo da dormire.

— A me basta poco.... Per le quattro saremo a casa; e cinqu'ore buone
di letto le avrò.

— Mamma, — disse Gino, — se non ti spicci....

— Andate, andate, figliuoli, — soggiunse Bertalia, — e che il Signore
vi accompagni.

In quella si picchiò all'uscio. Era la cameriera che portava su un
vassoio la posta della mattina.

— Nulla per me? — chiese la signora, mentre la cameriera consegnava
lettere e giornali al padrone.

— Nulla.

— Arrivederci, dunque.... Eccomi, Gino.

— Un momento, — gridò Bertalia. — C è una partecipazione mortuaria
diretta _al Senatore Prof. Corrado Bertalia e consorte...._ Di chi
sarà?

Il silenzio che seguì a queste parole fece balzar d'inquietudine il
cuore di Lucilla.

— Ebbene? — ella domandò avvicinandosi vivamente a suo marito e
guardando il foglio listato di nero ch'egli teneva aperto fra le mani.

Il foglio non conteneva che poche righe:

   _La madre Caterina Frangipane vedova Bagnasco annunzia con
   l'animo straziato la morte, ieri avvenuta, del suo unico
   figlio_

                                RICCARDO

                        CAPITANO D'ARTIGLIERIA.

        _Napoli, 10 giugno 189...._

   _I funerali_, ecc., ecc.

Gli occhi dei due coniugi s'incontrarono.

— Quel Bagnasco che veniva da noi si chiamava Riccardo? — chiese
Bertalia con voce sorda.

Lucilla chinò la testa in segno affermativo e disse in un soffio:

— Povero giovine! Povera madre!

— È quello che mi regalava...? — principiò Gino. Ma un cenno di suo
padre lo fece tacere.

— Era adesso di guarnigione a Napoli? — continuò il professore.

— Sì.... Credo almeno, — ella balbettò sotto la tortura di
quell'interrogatorio.

— Gino fa tardi, — notò Corrado Bertalia senza staccar gli occhi da sua
moglie. — Del resto potrebbe andar solo questa mattina come sempre.

— No, no, lo accompagno io, — replicò Lucilla impaziente d'esser fuori
dal cospetto di suo marito.

Abbassò il velo sulla faccia bianca d'un pallore mortale, raccolse
tutte le sue forze ed uscì.


II.

E di nuovo il professore era solo nel suo studio. Ma i suoi occhi non
correvano più sulle pagine del suo manoscritto; erano fissi, immobili,
come assorti in una dolorosa visione interiore.

Perchè aveva sposato Lucilla? Come mai nell'età in cui l'uomo deve
credersi al sicuro dalle tempeste, s'era innamorato pazzamente d'una
fanciulla che poteva esser sua figlia?

Certo ch'egli le sue scuse le aveva. E non soltanto le scuse banali
dell'amore ch'è cieco, della ragione ch'è disarmata dinanzi alla
bellezza e alla grazia; ma scuse d'un ordine più elevato, di quelle
che permettono di prendere in iscambio i nostri capricci e le nostre
passioni per sentimenti generosi e magnanimi.

Lucilla, egli l'aveva conosciuta da bambina in su; se l'era vista
crescere sotto gli occhi, buona, avvenente, giudiziosa, e quando la
morte prematura dei genitori l'aveva lasciata povera e sola, egli aveva
creduto di poter offrirle, in cambio del tesoro de' suoi vent'anni
ch'ella gli portava in dono, una posizione quasi signorile, un nome
già illustre, un affetto profondo e tenace. E con che riconoscenza
ell'aveva accettato l'offerta! E che moglie adorabile ell'era stata
nel primo periodo del suo matrimonio! E che madre sollecita del piccolo
Gino! E come aveva saputo conciliare questi suoi uffici di madre e di
moglie coi doveri della società ov'ell'era festeggiata, acclamata, e
ove l'attraeva il desiderio legittimo di brillare fra mille!... Tempi
felici!

La corteggiavano, sì; (poteva forse essere altrimenti?) ma ella,
ingenuamente lieta degli omaggi che le si rendevano, aveva un'arte
sopraffina per tener nei giusti limiti i suoi adoratori; frenava gli
arditi col suo contegno decoroso e un po' altero, sconcertava i timidi
con la sua tranquilla ironia.

Bertalia aveva per lei la compiacenza che i mariti vecchi devono avere
per le spose giovani se vogliono conservarsene l'affetto; mostrava
un'assoluta fiducia nella sua saviezza e nella sua rettitudine, si
asteneva da ogni sindacato importuno sulle visite che faceva e che
riceveva, l'accompagnava senza mormorare alle veglie e ai teatri,
benchè queste lunghe serate fuori di casa contraddicessero alle sue
vecchie abitudini di studioso. L'affidar sua moglie alla cura di
amici comuni, come facevano altri mariti anche meno maturi, anche meno
occupati di lui, non gli pareva conveniente, e non pareva conveniente
nemmeno a Lucilla.

Fu appunto ad un ballo, fu dai conti Filiberti che i Bertalia ebbero
la presentazione di Riccardo Bagnasco. Aveva trent'anni, era stato
appena promosso capitano, ed era un ufficiale colto, intelligente,
modesto, laborioso, onde il professore, maravigliato di trovarlo tanto
dissimile dai soliti damerini, con o senza uniforme, lo prese subito in
simpatia. Entrato così in grazia di tutti e due i conjugi, il capitano
fu ammesso nell'intimità della famiglia e non tardò a conquistarsi il
cuore di Gino, ch'egli regalava di chicche e di giocattoli, e a cui
raccontava cento storielle piacevoli. Fatto si è che l'assiduità di
Bagnasco intorno alla Bertalia diede presto nell'occhio e alimentò le
chiacchiere degli sfaccendati. Per un pezzo il senatore o non se ne
accorse, o non vi badò; poi, messo sull'avviso, suggerì amichevolmente
a sua moglie di stare in guardia. Non ch'egli dubitasse, ma non voleva
che dubitassero gli altri e che si malignasse sul loro conto.

Ella rispose, un po' seccamente, che i modi del capitano erano
correttissimi, che non vedeva una ragione al mondo per trattarlo
con minor dimestichezza dell'usato, ch'ell'era sicura di sè, ch'era
impossibile chiuder la bocca ai cattivi e ai balordi, e che si
meravigliava come un uomo del valore di suo marito raccogliesse sì
perfide insinuazioni.

Pel momento la cosa non ebbe seguito, ma di lì ad alcuni mesi il
professore ricevette una lettera anonima che aggravava le accuse.

Egli portò a Lucilla la lettera vile e la bruciò al suo cospetto,
dicendo che sdegnava servirsi delle indicazioni contenute in essa;
ma che non si sarebbe più addormentato in una cieca fiducia, e che se
avesse scoperto di esser ingannato si sarebbe presa una sola vendetta;
quella di dar lo sfratto alla moglie colpevole e di separarla dal
figliuolo che non poteva avere per educatrice una donna dimentica de'
suoi doveri.

La minaccia che colpiva Lucilla nel suo punto più vulnerabile, la
tenerezza materna, fiaccò la sua nativa alterigia e rattenne in tempo
le parole acerbe che le salivano al labbro e di cui non era agevole
misurare le conseguenze. Mordendo il freno, ella si limitò a protestare
contro i sospetti ingiuriosi di suo marito e contro il sistema
inquisitorio che si voleva introdurre in casa.

Comunque sia, le visite del capitano Bagnasco si diradarono e non andò
molto ch'egli fu destinato a una nuova residenza. Bertalia applicò in
quell'occasione il noto adagio: _a nemico che fugge ponti d'oro_, e
accolse urbanamente l'ufficiale venuto a prender congedo.

Ed ora eran trascorsi cinqu'anni e il tempo aveva ristabilito
l'accordo, almeno apparente, fra i conjugi. Ma nel cuore di Bertalia
l'antica ferita non era così ben rimarginata da non farsi sentire di
tratto in tratto, e lo riassaliva a intervalli un bisogno tormentoso di
rivangare il passato, di mutar in certezza, dolce o amara che fosse,
la sorda inquietudine che lo logorava. E più volte aveva pensato al
modo di approfondire le sue ricerche, sia provocando Lucilla, sia
sorprendendola in un istante di debolezza, sia invigilando sulle
lettere ch'ella scriveva e che riceveva, perchè talora gli sorgeva
anche il dubbio che vi fosse una corrispondenza epistolare tra lei e
Riccardo Bagnasco.

Per fortuna, molte ragioni, le une più, le altre meno onorevoli,
lo avevano arrestato sulla china pericolosa. Erano le occupazioni
scientifiche, era l'orgoglio d'una natura leale ripugnante dai
sotterfugi, era il timore di saper troppo e lo sgomento del poi, era in
fine la coscienza dell'errore grave, irrimediabile da lui commesso il
giorno in cui s'era lasciato vincere da una passione senile.

Oggi quell'annunzio di morte, che pur doveva essere ed era una grande
liberazione, svegliava in Corrado Bertalia la malsana curiosità. E il
contegno di Lucilla rinfocolava gli antichi sospetti. No, il turbamento
di lei non era quello, così naturale, che commove qualunque animo ben
fatto alla notizia inattesa della perdita d'un amico. Troppo evidente
era in lei la cura di pesare ogni parola, di reprimere ogni moto
che potesse tradirla. _Povero giovine! Povera madre!_ Ella non aveva
trovato altro da dire per l'uomo che durante quindici mesi era stato
frequentatore assiduo della sua casa, per l'uomo ch'ella vedeva ai
balli, ai teatri, ai concerti, al passeggio, ovunque ell'andasse. Non
aveva trovato altro da dire, ma tutta la sua energia non era bastata
a far sì che le sue guancie non si scolorassero d'improvviso e le sue
mani non cercassero istintivamente un appoggio.

Una cosa pareva indubitata. Lucilla era stata côlta di sorpresa
dall'annunzio di quella morte, ciò che dava motivo di credere che
non vi fosse scambio di lettere tra lei e Bagnasco. Se no, possibile
ch'ella ignorasse la sua malattia? Sciocchezze!... Forse egli era morto
in seguito a un male di pochi giorni, in seguito a un accidente.... La
partecipazione lasciava adito a qualunque ipotesi. E in fine, fosse
pur troncata ora la relazione, era ciò sufficiente a distruggere il
passato?

E il senatore ripeteva in cuor suo il ragionamento di prima. Dato che
Bagnasco fosse stato soltanto un amico, Lucilla non avrebbe cercato
di nascondere la sua commozione, avrebbe insistito per chiedere
informazioni più particolareggiate, per mandare qualche segno di
simpatia alla madre derelitta.... Ma sopra tutto ell'avrebbe dichiarato
di non voler intervenire quella sera alla festa dei Filiberti.

Se non che, nel suo sforzo d'essere equo, Bertalia diceva a sè stesso
che, anche in caso di piena e assoluta innocenza, sua moglie sapeva
d'esser nelle condizioni d'una donna sospettata e che chi è sospettato
non è mai sicuro della via da tenere. Egli pure quella mattina aveva
sbagliato tattica; i suoi sguardi corrucciati, le sue domande insidiose
non erano atte certamente a inspirar confidenza.... Del resto, dinanzi
a Gino, ogni spiegazione era impossibile; più tardi forse, quando
Lucilla fosse tornata, quando Gino non ci fosse....

Un sorriso triste e sfiduciato passò sul volto di Corrado Bertalia; mai
più, mai più egli avrebbe strappato la verità dalla bocca di Lucilla.

Se invece?...

Come se lo spingesse una molla egli scattò dalla seggiola e uscì dallo
studio. La cameriera che finiva di spolverare i mobili nella stanza
vicina gli disse:

— È ancora fuori la signora.

— Non importa, — egli rispose arrossendo come un fanciullo. — Cerco un
libro che deve esser di là.

Entrò nel salottino ove sua moglie passava la maggior parte della
giornata lavorando, suonando, leggendo. Ivi ella riceveva i suoi
intimi, ivi, più d'una volta, il professore aveva trovato Riccardo
Bagnasco. E la stanzetta serbava, visibili, i ricordi di lui. Fra varie
fotografie che si spiegavano come a ventaglio da un portaritratti
di _peluche_ appeso alla parete, c'era anche quella del capitano,
in divisa, con scrittovi un nome e una data: _Riccardo Bagnasco —
19 aprile 1890_. In un palchettino accanto al pianoforte verticale,
quasi a farlo apposta, balzava prima all'occhio, tra altri quaderni
di musica, una sonata di Beethoven ch'_egli_ preferiva. Di fronte,
nello scaffale di noce, spiccavano, per l'elegantissime legature,
alcuni volumi ch'egli, il capitano, aveva regalato a Lucilla, edizioni
splendidamente illustrate d'autori celebri italiani e stranieri.

Corrado Bertalia prese a caso uno di quei volumi. Era il _Faust_ di
Goethe. Certo, egli pensava sfogliandolo, i _loro_ sguardi sono corsi
insieme su queste pagine, forse le _loro_ teste chine sul libro si
sono toccate, e il _loro_ alito s'è confuso, e la sottile ebbrezza
dell'amore li ha involti.... Ma oggi il libro non ridice ciò che udì e
ciò che vide.

Il professore lo rimise a posto e sedette sconfidato davanti alla
scrivania di Lucilla, con gli occhi ostinatamente fissi sopra una
cartella dalla coperta di cuoio nero e dal monogramma d'argento ch'era
posata appunto sul piano inclinato della scrivania. Dopo qualche
esitazione egli l'aperse; era vuota. Ma i fogli di carta sugante
che v'erano inseriti portavano i segni di caratteri impressi, segni
confusi, intrecciantisi, sovrapponentisi, tra i quali si sarebbe
smarrito il paleografo più consumato. Una cosa sola essi provavano: che
quei fogli avevano assorbito l'inchiostro di molte lettere e sapevano
il segreto di Lucilla: lo sapevano e lo custodivano.

Bertalia chiuse dispettosamente la cartella e rise della propria
ingenuità. Che raccoglieva egli dal suo spionaggio? Indizi, pallidi
indizi, nessuna prova.... Le prove, se c'erano, si trovavano in
quei cassetti chiusi, la cui serratura avrebbe ceduto a un piccolo
sforzo.... Ma era possibile che egli scendesse sì basso?

Vergognandosi dell'ignobile tentazione, egli abbandonò la stanza come
un ladro che teme di esser côlto sul fatto. Era tempo, perchè proprio
allora una forte scampanellata annunziava l'arrivo della padrona di
casa.


III.

Non molto dopo la cameriera venne ad avvertirlo che la colazione era
pronta.

Nel salotto da pranzo lo aspettava una sorpresa. Gino gli corse
incontro.

— Babbo, ci sono anch'io.

Lucilla, pallida ma composta, s'era già messa a tavola. S'era mutato
vestito; indossava un abito grigio.

Il professore guardò alternativamente la moglie e il figliuolo.

— Come? C'è vacanza?

— No, — rispose Gino, — ma sono esonerato dagli esami, e il direttore
mi ha messo in libertà. Siamo agli sgoccioli e non si fa più nulla.

Bertalia si morse il labbro. Senza dubbio era stata lei, era stata sua
moglie a voler che Gino rimanesse a casa. Ella temeva di trovarsi a tu
per tu col marito, e finch'egli partisse pel suo Congresso, si serviva
del fanciullo come d'una difesa.

Lucilla ruppe il silenzio.

— Gino non ha detto tutto.

— Che c'è ancora?

— C'è ch'egli avrà il primo premio, — soggiunse la madre con la sua
bella voce grave di contralto.

Nei grandi occhi azzurri di lei tremolava una lacrima.

Piangeva ella di tenerezza pei successi scolastici del suo figliuolo,
o piangeva per _l'altro_?

Tirò a sè Gino e lo baciò sui capelli. Egli le gettò le braccia al
collo.

— Vieni qua, Gino, — ordinò il senatore, geloso di quelle dimostrazioni
d'affetto. — Dà un bacio anche a me.... Così.... E non insuperbire, mi
raccomando.

— No, babbo, non c'è pericolo.... Dunque me lo porti il libro
illustrato da Stoccolma?

— Da qualche posto un libro te lo porterò senza fallo.... Siedi,
adesso, e mangia.... O che il premio ti ha tolto l'appetito?

Quasi l'interrogazione fosse rivolta a lei, Lucilla che guardava
immobile dalla parte della finestra si scosse e ingoiò faticosamente
una cucchiaiata di brodo.

— Sei stata dalla sarta? — chiese Bertalia ripigliando, quasi senza
volerlo, quasi senz'accorgersene, la sua parte di giudice istruttore.

Ella accennò col capo di no.

— Come? E la nuova guarnizione?

— Ho pensato che non è indispensabile.... Quella che c'è può bastare.

Dunque ell'era risoluta, o, piuttosto, era rassegnata ad andar dai
Filiberti, benchè la sua fisonomia mostrasse chiaro lo sforzo ch'ella
faceva.

La cameriera servì le frutta, poi uscì.

Il professore, inesorabile, tornò alla carica.

— Non hai avuto nessun particolare?

Lucilla trasalì.

— Particolare di che?

— Circa a quella notizia di stamattina?

— Da chi potevo averne? — ella replicò con accento di dolorosa
maraviglia.

— Forse i Filiberti sapranno....

— Sapranno quello che sappiamo noi.

— Questa sera sentiremo, — borbottò il marito. E s'interruppe per
passare il piatto delle fragole a Gino. — O che non ti piacciono più le
fragole?

— Sì che mi piacciono. E ne ho prese.

— Dieci ne hai prese. Le ho contate.

— Oh babbo, che cosa guardi?

— Se non ha voglia non si può costringerlo, — insinuò Lucilla.

— Perchè non deve aver voglia? Sta poco bene forse?

Il fanciullo s'affrettò a rispondere:

— No, babbo.... Sto benissimo. Ma non ho fame.

— Nessuno ha fame oggi, — brontolò Corrado Bertalia, scrollando
le spalle infastidito. E invero non aveva fame nemmeno lui, benchè
affettasse di averne e si empisse macchinalmente la bocca.

Dopo una breve pausa egli disse:

— Bisognerà spedire i biglietti da visita alla madre. Mi darai il tuo.

— Te lo darò.

Ella depose sulla tavola la salvietta, e si alzò, rigida e bianca, come
una bella statua.

— Vado a preparare le tue valigie, — ell'annunziò al marito.

Gino, che le si era aggrappato alle vesti, soggiunse:

— Anch'io, anch'io vengo ad aiutarti a far le valigie di papà....
Buondì, papà, arrivederci.

Com'erano d'accordo, madre e figliuolo, com'erano impazienti di restar
soli loro due, senza testimoni! Parevano due complici.

Tenendo per mano il fanciullo, la giovine signora era già presso
all'uscio, quando Bertalia chiamò con accento imperioso:

— Lucilla!

Ella si voltò tutta d'un pezzo, suffusa d'un lieve rossore la guancia
marmorea. Anche Gino s'era voltato, e i suoi occhi interrogavano il
babbo con trepida ansietà, tanto lo aveva stupito la insolita asprezza
della voce paterna.

Sentì Bertalia il muto rimprovero, la muta preghiera che c'erano nello
sguardo di Gino? O fu altro il pensiero che lo disarmò? Certo si è che
mutando tuono egli disse:

— Non dimenticare di metter nella valigia le decorazioni. Sai dove sono?

— Sì, nel primo cassetto a destra.

— Appunto.... All'estero non si può farne senza.

Di lì a un momento il professore richiudeva con forza dietro di sè
l'uscio dello studio, ridendo d'un suo riso nervoso ed esclamando
sarcasticamente: — Le decorazioni! le decorazioni!

Il bel marito di pasta frolla ch'egli era! E la bella figura ch'egli
faceva verso sua moglie! Dopo aver trovato l'accento solenne che doveva
preludere Dio sa a che gran scena drammatica egli finiva con quella
commedia delle decorazioni!

Ma, riflettendoci, la gran scena drammatica, se fosse successa, a
che cosa sarebbe approdata? Alla confessione da parte di Lucilla? Al
perdono da parte di lui? O a una rottura violenta, irrimediabile che
avrebbe distrutto per sempre la famiglia?

La confessione? O che bisogno ne aveva egli ormai se la tattica troppo
ingegnosa di Lucilla si ritorceva contro di lei? Una donna che ha la
coscienza netta non agisce così; provoca lei stessa le spiegazioni
che devono troncare gli equivoci, non ricorre agli espedienti che
li alimentano. Sì, certo, egli avrebbe potuto abbattere con un
soffio il castello incantato in cui ella si rifugiava, avrebbe
potuto costringerla a un colloquio a quattr'occhi. E s'ella gli si
fosse umiliata dinanzi, se pentita del suo fallo avesse implorato
misericordia in nome dei primi anni della loro unione, in nome
della morte che aveva fulminato il suo seduttore, in nome della vita
che fioriva sulle guancie di Gino, oh allora forse egli l'avrebbe
riaccolta, perdonante ed amante, fra le sue braccia.... Ma ella non era
donna da umiliarsi; o non si sarebbe lasciata strappare una sillaba,
o tirata per i capelli avrebbe assunto un'aria di sfida portando
in trionfo la sua colpa. E in tal caso che altro restava al marito
oltraggiato se non porre ad effetto l'antica minaccia e scacciarla?

Sciocco che non s'accorgeva d'avere in pugno la sua vendetta,
facile, piana, offerta da una di quelle coincidenze provvidenziali
che farebbero credere all'intervento d'una giustizia superiore
e riparatrice! Egli l'aveva in pugno e voleva assaporarla tutta,
quella sera, dai Filiberti. Là ov'ella aveva conosciuto _colui_, in
una festa che le avrebbe richiamato alla mente ogni circostanza del
primo incontro, là ell'avrebbe espiato. Che potenza di dissimulazione
le sarebbe occorsa per celare il suo turbamento, per atteggiar le
labbra al sorriso, per discorrer delle mille inezie ond'è fatta la
conversazione dei salotti, per appoggiarsi al braccio di damerini
indifferenti ed uggiosi, per lasciarsi trascinare nel turbinìo delle
danze!... E non v'ha dubbio, fra i tanti sguardi che, al solito,
si sarebbero conversi in lei, ve ne sarebbero stati di malignamente
curiosi e indiscreti, poichè i vecchi frequentatori di casa Filiberti
non potevano non aver indovinata la tresca.... Sono i mariti che non
indovinano nulla!... No, l'orgogliosa Lucilla non avrebbe curvato la
fronte sotto quegli sguardi, non avrebbe dato ad alcuno il vanto di
ridere della sua debolezza; ma s'ell'aveva veramente amato quell'uomo,
che strazio doveva essere il suo! Saperlo morto, vederlo con gli occhi
dell'anima immobile, stecchito dentro una bara, ed esser lì nelle
sale gaie e luminose ove anch'egli era passato florido di giovinezza e
riboccante di vita, che strazio, che strazio!

Pareva talora a Bertalia che il castigo fosse fin troppo crudele; ma
il pensiero ch'egli non lo aveva nè meditato nè preparato imponeva
silenzio ai suoi scrupoli. E, del rimanente, non era giusto ch'egli
facesse soffrire Lucilla se soffriva tanto per cagione di lei? Non era
giusto?

— Sì, — rispondeva la sua passione di marito offeso; — no, — rispondeva
la sua coscienza di filosofo.

Nella difficoltà di conciliare le due risposte, egli tentò di
rimettersi al lavoro. Finì di correggere il suo discorso, scrisse un
paio di lettere, riesaminò i temi del Congresso alla cui discussione
si proponeva di partecipare, prese alcune note nel suo taccuino. Ma
non aveva nè lucidezza di mente, nè forza d'applicazione; non poteva
star tranquillo sulla sedia cinque minuti. Ebbene, sarebbe uscito per
impostar le sue lettere: avrebbe fatto quattro passi, respirato un po'
d'aria libera.

In quella entrò Gino, non gaio e baldanzoso come la mattina, ma con la
serietà d'un ragazzo precoce.

Il professore si sforzò di sorridere:

— Che desidera Vossignoria?

— La mamma mi ha incaricato di portarti questo biglietto da visita.

Bertalia si ricordò:

— Ah, va bene.... No, non andartene. Aspetta un momento.

Il fanciullo rimase, fermo, in mezzo alla stanza guardando dalla parte
dell'uscio.

Corrado Bertalia intanto univa il proprio biglietto a quello di sua
moglie, li metteva tutti e due entro una busta e scriveva un indirizzo:

          _Gentile Signora_
    _Caterina Frangipane vedova Bagnasco._
      _Napoli_, ecc., ecc.

Scrivendo, egli chiese a Gino:

— Le mie valigie son fatte?

— Sì, ma sono ancora aperte. Anzi la mamma domanda se porti via qualche
libro.

— Quelli che porto ci saranno nella borsa da viaggio.... A ogni modo
si può chiudere all'ultimo momento.... Aspetta. Pare che il terreno ti
bruci sotto i piedi.... Dove vai?

— Vado di là.... nell'anticamera della mamma.

— Dov'è la mamma?

— È nella sua camera.

— È indisposta?

— No, ma era molto stanca e s'è buttata sul letto per riposare.

— In tal caso, se dorme, tu non le fai compagnia.... Puoi venir fuori
con me, invece.

Il fanciullo accennò timidamente col capo di no.

— No? Perchè no?

— Ho promesso alla mamma, — soggiunse Gino, e gli luccicavano gli
occhi, — di restar lì fin ch'ella dorme.

— Ma è assurdo.... Chi dorme non ha bisogno d'altro che di non essere
disturbato.

— Appunto.... E io sto nell'anticamera perchè nessuno la disturbi.

— Di questo s'incarica la cameriera.... Glielo diremo.... Vieni, vieni.

— Abbi pazienza, babbo, lasciami a casa, — supplicò Gino. — Se la mamma
si sveglia e non mi trova....

— La gran disgrazia!... Saprà che sei uscito col tuo papà e che torni
presto.

— Ma ho promesso, — replicò il figliuolo piagnucolando.

Il professore aggrottò le ciglia:

— Va, allora.

Gino esitava tra il desiderio di andarsene davvero e il timore d'aver
disgustato suo padre.

Bertalia ripetè l'ordine accompagnandolo con un gesto imperioso:

— Va dalla mamma.


IV.

Sceso dal tram fuori d'una delle porte della città, Corrado Bertalia
passeggiava già da due ore all'ombra dei tigli sorgenti in doppio
filare lungo il bellissimo viale, e i pochi che lo avevano visto e
riconosciuto s'erano ben guardati dal disturbarlo, tanto egli pareva
assorto in gravi meditazioni.

— Penserà al discorso di Stoccolma, — diceva qualcuno.

— O dibatterà fra sè un punto controverso di storia. Si sa che la
storia è un continuo fare e disfare.

A nessuno veniva in mente ch'egli fosse angustiato da' suoi casi
domestici. Undici o dodici anni addietro il suo matrimonio era
stato discusso, commentato, censurato anche; più tardi eran corse
delle chiacchiere circa alla supposta relazione di Lucilla col
capitano Bagnasco e i maligni avevano detto: — Il professore doveva
aspettarselo. — Ma eran cose vecchie. Ben altri scandali eran successi
poi nella _buona_ società, ben altri fatterelli di cronaca avevan
divertito la piazza. Chi si occupava ormai delle galanterie della
signora Bertalia con l'ufficiale lontano e dimenticato? Ella seguitava
ad essere una donnina in voga, e il tempo cresceva, anzichè diminuire,
le grazie della sua persona, cresceva, anzichè diminuire, lo squilibrio
fra lei e il marito; ma ora la sua condotta era irreprensibile, e
per quanto si stesse in vedetta, non si riusciva a scoprirle nessun
nuovo amante.... In complesso, Bertalia era giudicato un uomo degno
d'invidia. Era celebre, era ricco, aveva una moglie, certo più
rispettabile, nonostante il fallo presunto, di molte men belle e men
giovani, aveva un figliuolo indubbiamente suo (bastava guardarlo) che
gli empiva d'allegrezza la casa; o che poteva dunque mancargli?

E, in verità, quella mattina mentr'egli ritoccava il suo discorso,
e pregustava le accoglienze lusinghiere di Stoccolma, e scherzava
amorevolmente con Gino, egli era ben lungi dal commiserare la propria
sorte. L'apparir di Lucilla, nel pieno fulgore della sua fresca
bellezza, aveva bensì ridestate in lui le inquietudini del passato, le
trepidazioni dell'avvenire; ma non per questo egli avrebbe osato dirsi
infelice.

E adesso, all'intervallo di poche ore, non la felicità soltanto ma la
pace domestica gli pareva irrevocabilmente distrutta. Strana ironia del
destino! La catastrofe (tale sembrava alla fantasia eccitata di Corrado
Bertalia) avveniva cinque anni dopo che Bagnasco era partito, avveniva
oggi appunto che Bagnasco era morto! Un piccolo foglio listato di nero
aveva una potenza dissolvitrice che l'uomo, vivo e presente, non aveva
avuto!

Non una parola acerba era corsa fra il professore e Lucilla; eppure
egli sentiva che s'era levata fra loro una barriera improvvisa,
e che di minuto in minuto quella barriera si faceva più alta ed
impenetrabile. E, per peggio, il suo Gino adorato, la sua gioia, la sua
speranza, il suo orgoglio, non esitava a parteggiare per la madre, e
già gli si leggeva in volto la muta condanna del rigore paterno. Chi
sa che cosa Lucilla gli aveva detto, chi sa che confidenze monche,
bugiarde gli aveva fatto! Nel segreto della sua camera ov'ella non
dormiva no, ma piangeva il suo drudo, forse, dinanzi al figliuolo,
ella s'atteggiava a vittima, ella chiamava spietato il marito che
la costringeva ad ornarsi per una festa il giorno in cui era giunto
l'annunzio di morte d'un amico buono, disinteressato, fedele. E che
armi aveva egli, Bertalia, contro queste perfidie femminine? Poteva
egli dire a Gino: — Tua madre mente. _Colui_ non era un amico, era
uno di quelli che portano la rovina nelle famiglie!... — E se Gino
chiedeva: — In qual modo?

Ah Lucilla, Lucilla! Non le bastava il resto; anche alienargli l'animo
del figliuolo ella voleva, voleva far di lui, del suo sposo, un
estraneo nella casa! La nuova offesa era maggior dell'antica e la donna
che gliela infliggeva non meritava nessuna pietà.

Ingannato dal sole sempre alto sull'orizzonte in quella luminosa
giornata di giugno, Corrado Bertalia seguitava a camminare, senza
curarsi dell'ora. I rintocchi d'un orologio lo scossero. Uno, due,
tre.... egli contò fino a sei.... Erano effettivamente le sei, ed egli
non aveva tempo da perdere se doveva pranzare, e chiuder le valigie, e
abbigliarsi, e aspettar che sua moglie fosse abbigliata pel ballo dei
Filiberti, ove non sarebbe stato conveniente andar troppo tardi, tanto
più non potendoci rimanere sino alla fine.

Nel rifar frettolosamente la via percorsa egli pensava: — Tre o
quattr'ore sole ci tratterremo alla festa, ma come _le_ parranno
lunghe!... E poi?... E poi la carrozza chiusa ci riporterà a casa nella
pallida luce dell'alba; muti ed ostili, contraffatti dalla stanchezza,
dal dolore, dall'odio; ci ritireremo nelle nostre camere ai due angoli
dell'appartamento; forse domattina non _la_ vedrò, forse non _la_ vedrò
che al mio ritorno dal Congresso.... E come _la_ vedrò allora? Domata,
contrita, anelante a riconquistare il suo posto nel mio affetto e
nella mia stima? O sfinge silenziosa, grave di pericoli e di minacce? O
aperta ribelle, impaziente di vendicarsi alla sua volta dell'oltraggio
sofferto?... E Gino?

Ma un altro quesito s'affacciava alla mente del professore. Se la
ribellione cominciasse subito? Se quella sera stessa Lucilla gli
dichiarasse: — La tua imposizione è iniqua. Io non vengo dai Filiberti?
— S'acconcierebbe egli al rifiuto? O inizierebbe, alla vigilia del suo
viaggio, una lotta di cui non si sapeva come sarebbe andata a finire?
E una volta successo lo scandalo, che si sarebbe detto di chi l'aveva
provocato? Come? Le collere di questo marito ci mettono cinqu'anni a
maturare e scoppiano solo quando il nemico sparisce?

Così, a qualunque partito egli fosse per appigliarsi, il futuro si
presentava a Bertalia sotto una luce fosca e paurosa; e nemmeno
gli riusciva quetar l'animo agitato nel pensiero dei suoi studi,
delle nuove ricerche alle quali aveva posto mano, delle aggiunte
meditate alla grande opera, suo monumento imperituro di gloria. Gli
erano cari gli studi, cari i silenzi della sua cameretta; ma era pur
dolce sollevar di tratto in tratto lo sguardo dai volumi polverosi e
fissarlo in due volti diletti, e tralasciare di discorrer coi morti per
ragionare e scherzare coi vivi. Mai, mai gli era bastata la scienza
arida e sola; un caldo alito di simpatia percorreva da cima a fondo
tutti i suoi scritti, e nessuno storico sapeva meglio di lui, dai
freddi documenti del passato, sprigionar le lacrime delle cose. Ed
egli ben rammentava le tesi d'umanità, di giustizia, di tolleranza che
aveva sostenuto ne' suoi libri, rammentava le argomentazioni, le prove
faticosamente raccolte, ingegnosamente coordinate a dimostrar l'inanità
della vendetta per gl'individui e pei popoli....

Giunto alla barriera, il senatore Bertalia, anzichè risalire sul tram
ove in quell'ora gli sarebbe stato difficile evitar incontri noiosi,
prese a piedi una scorciatoia che per vie quasi deserte l'avrebbe
condotto, in circa venti minuti, a pochi passi dalla sua abitazione.
Una di quelle strade, lunga, diritta, era, pressochè per intero, chiusa
fra muri di giardini. Sorgevano di là dai muri e si slanciavano in
alto le cime degli alberi illuminate dal sole volgente all'occaso;
non s'udiva voce d'uomo, ma stormire di fronde e bisbigliare di nidi;
scendeva dai rami, saliva da invisibili aiuole un'acuta fragranza
d'acacie e di rose. In fondo, alla cantonata, una cassetta postale di
color verde cupo spiccava sull'intonaco bianco del muro.

Bertalia portò la mano istintivamente alla tasca del soprabito; non
aveva ancora impostato le lettere. Le gettò qui, nella buca, e quando
gli passò fra le dita il bigliettino per la signora Frangipane vedova
Bagnasco, scappò detto anche a lui, come la mattina a Lucilla: — Povera
madre!

Svoltato l'angolo, la gran pace conventuale cessò, e il professore si
trovò in mezzo al brulichìo della gente e al frastuono delle carrozze e
dei tram. Due o tre persone lo salutarono; egli, senza voltarsi, senza
rallentare il passo, rispose toccandosi il cappello e fu presto alla
porta di casa.... Che ore penose gli si preparavano, e come avrebbe
voluto esser già in ferrovia, di là dalle Alpi!

Lucilla e Gino l'aspettavano in salotto da pranzo; la minestra era
ormai scodellata.

— La minestra sarà fredda, — disse Lucilla. — Ma era tardi....

Egli guardò l'orologio:

— È vero, ha fatto tardi. — E soggiunse: — Meglio fredda che calda, in
questa stagione.

Lucilla si alzò, prese per mano il figliuolo e si avvicinò a suo marito.

— Gino deve domandarti perdono della sua ostinazione d'oggi. La
colpevole sono stata io.... L'avevo pregato di restar nell'anticamera
fin ch'io riposavo un'oretta.... Se avessi previsto che desideravi
condurlo teco....

— Non importa, — interruppe Bertalia. — Esser fedeli alla consegna è
una buona qualità.

— Gli perdoni, dunque?

— Ma sì, ma sì.

— Gino, dà un bacio al babbo.

Il fanciullo ubbidì, ma tornò subito presso alla sua mamma.

— Siedi, siedi al tuo posto, — ella disse.

Anch'ella sedette a tavola spiegando macchinalmente il tovagliolo sulle
ginocchia.

Allora Bertalia fissò in viso sua moglie. Già a colazione ella gli era
parsa mutata; adesso egli stentava a riconoscerla nel pallore cereo
delle gote, nella ruga profonda che tra ciglio e ciglio le solcava
la fronte, nella contrazione delle labbra esangui, nella dolorosa
immobilità dello sguardo. Era quella la sua Lucilla, la splendida
Lucilla? Era quella la donna ch'era entrata la mattina nel suo studio
raggiante di bellezza e di gioventù? Si sarebbe giurato che non dieci
ore ma dieci anni di più pesassero sul capo di lei e che il suo fulgido
meriggio precipitasse in un fosco tramonto....

— Se fossi morto io, — chiedeva Bertalia a sè stesso, — sarebb'ella
affranta così?

E benchè non si facesse troppe illusioni sulla risposta, egli era
stupito di sentir nel suo cuore più compassione che ira.

Anche ora, come a colazione, ella toccava appena le vivande. Vedendosi
osservata, si scusò:

— Ho una leggera emicrania.

Cercava ella un pretesto per non andare dai Filiberti?... Ma no, in tal
caso, non avrebbe detto _leggera_.

A ogni modo, il professore dimandò:

— Per che ora è l'invito?

Ell'ebbe una vibrazione impercettibile dei nervi della bocca, e disse
brevemente senza batter palpebra:

— Per le dieci.

Dunque ella nè si ribellava, nè implorava grazia. Nè altera, nè
umile, i suoi occhi _che avevano pianto_, esprimevano un'assoluta
padronanza di sè, una volontà rassegnata a tutto subire pur di evitare
i contrasti.... Ma gli occhi di Gino, umidi e tristi, si volgevano al
padre con lo stesso muto rimprovero con cui gli si erano rivolti poche
ore addietro.

Indi, per una strana inversione di parti, sembrò a Corrado Bertalia di
esser lui l'accusato dinanzi a' suoi giudici e abbassò istintivamente
lo sguardo.

Dopo un breve silenzio egli balzò dalla seggiola.

— Senti, Lucilla, ci tieni proprio ad andare a quel ballo?

Le guancie smorte di lei si tinsero d'un lieve incarnato. Ma sulle
prime ella temette d'un'insidia.

— Io?... No.... M'è indifferente....

— Perchè, — continuò il professore, — in quanto a me preferirei di
prendere il diretto di questa sera alle undici.

— Vuoi partire questa sera? — chiese Lucilla, ancora incerta sul
significato della repentina risoluzione di suo marito.

— Guadagno circa dodici ore, — egli rispose, — e passo più volentieri
la notte in ferrovia, dove dormo benissimo, che in una festa da ballo
ove mi trascino come un'anima in pena.

La sua voce calma, la sua fisonomia grave ma composta dissipò le
inquietudini di Lucilla. A poco a poco la invadeva un sentimento di
tenerezza, di riconoscenza verso l'uomo che aveva misericordia di lei
e che rinunziava al piacere della vendetta per risparmiarle un atroce
supplizio.

Le venne uno scrupolo.

— E i Filiberti?

— Oh, si manda un biglietto.... C'è da scrivere?

Quand'ebbe l'occorrente, il professore avvicinò il tavolino alla
finestra, poichè già imbruniva, e scrisse leggendo a voce alta:

  “_Egregio amico_,

Un telegramma ricevuto....„

Qui egli stette un istante con la penna sospesa fra le dita.

— È una bugia, ma di quelle che non fanno male a nessuno.... Bada però,
Gino, non imitare il cattivo esempio.... Per fortuna, alla tua età non
ci sono bugie necessarie....

Chiusa questa parentesi, Bertalia ripigliò senz'altra interruzione:

“Un telegramma ora ricevuto mi costringe a partire stasera. Dobbiamo
quindi, mia moglie ed io, privarci del piacere d'intervenire alla
vostra festa. Vogliate scusarcene anche con la signora contessa e
con gli sposi che Lucilla visiterà uno di questi giorni e ai quali io
presenterò i miei omaggi fra un paio di settimane, al mio ritorno da
Stoccolma.

“Accogliete, eccetera, eccetera....„

— Va bene così? — egli soggiunse mentre faceva l'indirizzo. — Il
biglietto lo ricapiterà il portinajo, e nello stesso tempo ordinerà la
carrozza per le dieci e mezza.... Pare impossibile, ma sono quasi le
nove.

Lucilla prese la mano di suo marito e la portò rapidamente alle labbra.

                             . . . . . . .

Le valigie furono terminate nella fioca luce del crepuscolo. Gino
aiutava la sua mamma e co' suoi occhi giovani distingueva perfettamente
gli oggetti e leggeva pressochè al buio i frontespizi dei libri. Pareva
vi fosse un tacito accordo di non accendere il lume.

Affacciato alla finestra, Bertalia aspirava per tutti i pori la gran
pace della notte estiva. Un raggio di luna entrava obliquamente nella
stanza.

All'ora prefissa vennero a dire che la carrozza era pronta.

Il professore non volle che lo accompagnassero alla stazione.

— Tu, Lucilla, devi andar subito a letto, e in quanto a Gino, non si
capisce perchè sia ancora alzato.... Forse perch'è in vacanza.

Gino saltò al collo di suo padre.

— No, ma perchè volevo star con te fino all'ultimo.

Era tornato affettuoso, espansivo, carezzevole.

Lucilla consegnava il bagaglio alle persone di servizio. — Due valigie,
una borsa, una cappelliera, un _plaid_, un portaombrelli.

Corrado Bertalia depose il dolce pondo del suo figliuolo e si voltò
verso sua moglie che era ritta dinanzi a lui, con le mani tese.

Egli la tirò a sè e la baciò in fronte.

— Arrivederci, Lucilla.

— Buon viaggio, — ella balbettò frenando a fatica i singhiozzi. —
Scrivimi presto.... E.... grazie.....

— Zitto! — fece egli sciogliendosi dall'amplesso, e mettendosi il dito
alla bocca.

Gli addii si rinnovarono sul pianerottolo.

— Buon viaggio, buon viaggio.

— Arrivederci.

— Scrivi domani.

— Scrivete anche voi. La prima lettera ferma in posta a Monaco.

— Sì, e mandaci i giornali.

— Molti giornali illustrati, — gridò Gino dalla ringhiera. — E portami
un bel libro.

La carrozza infilò il portone e uscì nella strada. Alzando il capo,
Bertalia vide alla finestra moversi due ombre e due fazzoletti bianchi
agitarsi. Anch'egli agitò per un istante il suo fazzoletto, poi se lo
portò agli occhi ch'eran molli di lacrime.

— Non ho perduto Gino, — egli diceva in cuor suo. — Ma _lei_?... Che
cosa può esser ella per me fuor che una seconda figliuola?



INDICE


  Natalìa                                         Pag. 1
  Due funerali                                     „  67
  Alla „Traviata„                                  „  79
  Il signor Antenore                               „  87
  I cavalieri dell'Immacolata                      „ 109
  Il dottore „Dreams„                              „ 141
  Assolto                                          „ 154
  Allo stabilimento idroterapico                   „ 182
  Nella nebbia                                     „ 201
  La lettera                                       „ 212
  Le confidenze del direttore                      „ 229
  Coscienze agitate                                „ 242
  Nelle vacanze di Sua Eccellenza                  „ 259
  Jolie                                            „ 279
  L'Isola fortunata (fantasia)                     „ 290
  Epilogo                                          „ 321



DEL MEDESIMO AUTORE:


  Alla finestra. 4.ª edizione                   L. 3 50
  La Contessina                                    3 —
  Dal primo piano alla soffitta. 2.ª edizione      3 50
  Due convinzioni. 2.ª edizione                    4 —
  Lauretta. 3.ª edizione                           3 50
  Nella lotta. 2.ª edizione                        3 —
  Reminiscenze e fantasie                          1 —
  Sorrisi e lagrime. 3.ª edizione                  3 50
  Filippo Bussini juniore                          1 —
  Prima di partire                                 1 —
  In balìa del vento                               1 —
  L'onorevole Paolo Leonforte. 3.ª edizione        1 —



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
le grafie alternative (pendio/pendìo, matrimoni/matrimonî e simili),
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Natalìa ed altri racconti" ***

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